6 marzo
2009
BAZAR
Usa.
Ragazzino di tredici anni uccide con una fucilata il fratellino di
dieci. Qual è il diminutivo di Caino?L’Ayatollah Khamenei: L’Olocausto è stato un “pretesto” per creare lo Stato d’Israele. E l’Oceano Pacifico è solo un pretesto per fare i bagni ad Acapulco.
Irlanda. La success story economica di questo paese è proprio al capolinea. Dall’isola verde all’isola al verde.
L’ex di Frattini si dichiara delusa. Per fortuna, quell’uomo è Ministro degli Affari Esteri. Negli Affari Interni pare lasci a desiderare.
Khamenei afferma: “Israele è un cancro”. Che per questo sia invincibile?
Tutti i dirigenti del Pd favorevoli all’assegno ai disoccupati. Conflitto d’interessi?
Epifani contro la pensione delle donne a 65 anni. Perché è contro? E perché mai dovrebbe essere a favore di qualcosa?
Mandato d’arresto per Bashir, premier del Sudan. 300.000 assassinati. Sì, ma è vero? Che ne pensa il vescovo Williamson?
Scagionati i romeni accusati dello stupro della Caffarella. Per i colpevolisti però rimangono lo stesso romeni.
Gianni Pardo
BAZAR
Crisi. Gli americani
temono di “diventare come gli europei”. Gli europei non temono di
diventare come gli americani. Il peggio l’hanno già copiato.Franceschini: “Sono segretario da otto giorni e mi sembrano due anni”. Che fortuna. Così gli rimarrà una lunga segreteria, nel ricordo.
La Clinton a Gerusalemme. “La soluzione? Due Stati”. Quando si dice l’inventiva.
Un primo in Senato a 1,50 €. Di Pietro: “Con i bulli che abbiamo in Parlamento e al governo, così succede”. Il solito uso approssimativo della lingua italiana.
Franceschini: “Il Pd è a un punto di non ritorno: non ci saranno litigi fra i gruppi dirigenti”. Crediamo di più alle prima delle due frasi.
La Sicilia ha il massimo numero di esorcisti. Visti i risultati: collusi col Nemico?
L’Unità rischia di chiudere. Dopo tante battaglie, il Travaglio della fine.
Franceschini. Se Berlusconi vincesse anche le europee, “la cosa potrebbe preoccupare tutti”. Ma soprattutto lui.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 4 marzo 2009
La puzza nauseabonda dell'odio
Tenetevi forte!Oggi, 1 marzo, avra' inizio la Settimana dell'odio contro Israele definita la settimana dell'apartheid di Israele verso i poveri palestinesi!
Si sa che l'odio antisemita non ha un inizio ne' una fine, c'e' sempre, ma per sette giorni sara' incanalato meglio, con piu' ordine e sara' alimentato da conferenze, filmati, testimonianze, tarocchi su tarocchi, tutto teso a far capire agli studenti universitari e dei collage di tutto il mondo che Israele e' uno stato di apartheid come lo fu il SudAfrica, che Israele e' uno stato da odiare, da demonizzare, da dileggiare, da calunniare. All'uopo e' stato creato un poster che e' tutto un programma: una grande scritta nera che recita GAZA sulla quale cammina un dolce bambinetto in kefiah e orsetto Dubi Dubi tra le braccine. Sopra di lui arriva un Apache con la scritta nera ISRAEL dal quale parte un missile che si dirige dritto verso il dolce bambinetto palestinese.
Questo poster sara' esposto per sette giorni consecutivi ( ma dopo nessuno sara' costretto a levarlo) in tutte le universita' del mondo che vorranno aderire alla settimana di odio.
Per sette giorni tutti i giovani delle accademie internazionali saranno invitati a boicottare ogni prodotto israeliano, naturalmente, siccome sono degli ipocriti falsi e opportunisti, verranno boicottati solo i prodotti che non servono, tipo arance, cibi, succhi di frutta, tutte cose senza le quali i giovani possono vivere, si dimenticheranno di boicottare prodotti per loro importanti ..... tipo.... il cellulare, le e-mail, tutti i microchip che permettono la navigazione in internet, Google, Microsoft windows XP, Microsoft Office, Intel microchip, Pentium chip, antivirus di tutti i tipi. Tutte cose e molte altre che sono state create o sviluppate in Israele. Cose che i razzisti di tutto il mondo fingono di dimenticare che portino da qualche parte un made in Israel.
Nel mondo, ormai da sempre, si assiste al festival dell'odio antisraeliano, non sanno piu' cosa inventare. Se gli studenti ebrei si ribellano vengono malmenati, i gruppi dei palestinesi sono sempre piu' organizzati, violenti , ormai sono una rete internazionale molto potente e sempre di piu' riescono a creare odio antisemita tra i giovani di tutto il mondo , basta raccontare un paio di palle ed ecco che i soci di tali organizzazioni aumentano e si dedicano alla caccia all'ebreo.
Il Fronte per la Liberazione della palestina controlla le universita' , dall'Inghilterra agli USA e detta le sue regole, eccole qui di seguito tratte dal loro sito:
1) La University of Manchester deve pubblicare un comunicato che condanni le azioni di Israele nella striscia di Gaza, riconoscendo in particolare gli effetti sulle istituzioni scolastiche, come il bombardamento dell’università islamica di Gaza, e che esprima preoccupazione sulle accuse di crimini di guerra
2) Sostenere una giornata di raccolta di fondi per il campus il cui ricavato vada all’appello Disasters Emergency Committee (DEC) per Gaza
3) L’Università deve diffondere l’appello del DEC in qualsiasi modo possibile (anche con un banner sul sito web) e deve mettere pressione alla BBC e a Sky affinché trasmettano la promozione di quest’appello.
4) Tutte gli attrezzi e le provviste in più degli edifici che sono state rinnovate devono essere mandate a Gaza sul convoglio Viva Palestina.
5) L’Università deve partecipare alla campagna BDS fermando la vendita di prodotti di merci Israeliane, nei locali dell’università e deve smettere di comprare qualsiasi di attrezzo per il campus da compagnie israeliane.
6) L’Università deve disinvestire da tutte le compagnie direttamente coinvolte nella produzione di armi. Chiediamo anche che l’Università prenda seriamente in considerazione la questione della trasparenza negli investimenti
7) L’Università deve pubblicamente sostenere il diritto di protesta dei suoi studenti, come le occupazioni. Su questa linea l’università deve facilitare lo svolgimento della conferenza “Students for Palestine”, che si terrà la seconda settimana di aprile.
8) L’Università deve mandare un messaggio pubblico in solidarietà con l’Università Islamica di Gaza, il cui campus è stato praticamente distrutto, e pubblicarlo sul sito web dell’università e diffonderlo agli indirizzi e-mail dell’università.
9) L’Università deve emettere almeno cinque borse di studio per gli studenti Palestinesi e cinque borse di studio per gli studenti israeliani che rifiutano di prestare servizio nelle FDI.
10) L’Università deve creare un modulo sulla storia palestinese disponibile come modulo opzionale per qualsiasi studente della University of Manchester.
11) L’università deve applicare tasse pari a quelle che pagherebbero in patria agli studenti palestinesi che vogliono frequentare la University of Manchester
12) L’Università non deve vittimizzare coloro che partecipano all’occupazione e si deve essere possibile un movimento libero sia dentro che fuori lo spazio occupato.
La lotta del popolo palestinese per la liberazione è un confronto con l’imperialismo e il sionismo a livello palestinese, arabo e internazionale e queste azioni dirette di solidarietà sono una parte critica della nostra lotta per raggiungere i nostri diritti nazionali di auto determinazioni, sovranità e di rompere la stretta mortale dell’imperialismo e del sionismo intorno alla nostra gente.
Inoltre nel momento in cui il livello di coinvolgimento della NATO e dell’Unione Europea è aumentata per prolungare l’assedio contro la nostra gente e sopprimere i nostri diritti nazionali, la lotta di questi studenti per porre fine all’assedio a Gaza e per isolare internazionalmente Israele è stata particolarmente importante.
Particolarmente ci complimentiamo con gli studenti della University of Manchester per aver preso la risoluzione di boicottare Israele al suo meeting generale, coinvolgendo più di mille studenti e per aver mandato messaggi di solidarietà e di sostegno a tutti gli studenti e le altre persone in Gran Bretagna e intorno al mondo che stanno lottando per la liberazione della Palestina.
Tratto da: http://www.pflp.ps/english/
Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Ormai i palestinesi sono diventati i padroni del mondo e gli occidentali sono i loro schiavetti adoranti, le violenze antiebraiche non si contano in tutto il mondo, violenze fisiche e psichiche, nelle universita' inglesi per esempio hanno deciso da anni di fare le conferenze il venerdi sera escludendo cosi' la partecipazione degli ebrei osservanti. Giorni fa un ragazzo ebreo in Florida fu bastonato e semiannegato in una spiaggia all'urlo "crepa ebreo crepa". Negli atenei inglesi, americani, canadesi la vita e' difficile per i giovani ebrei, devono uscire in gruppi per il timore di essere aggrediti se soli. L'atmosfera che si vive e' da 1938.
La vita per gli ebrei e' difficile e pericolosa al di fuori di Israele e non siamo ancora arivati a Durban 2, la vendetta. quando sara' pericoloso per ogni ebreo farsi vedere per strada.
Anche l'Italia nel suo piccolo fa del suo meglio per non sfigurare in questa sinfonia di odio puzzolente e ha escluso Israele dai Giochi della Gioventu' che quest'anno si svolgeranno a Pescara.
Israele si affaccia sul Mediterraneo? Si ma non puo' partecipare perche' i paesi arabi, quelli che a sentire D'alema tanto anelano alla pace, non permettono che partecipi , dettano legge al comitato e il comitato presieduto dal recidivo Mario Pescante obbedisce.
Non e' una novita' che quando i Giochi si fanno in Italia Israele non possa partecipare. Molti anni fa, negli anni 90. quando i Giochi del Mediterraneo si svolgevano a Bari, avevo scritto al solito Pescante una lettera di protesta per l'esclusione di Israele dai Giochi e lui mi aveva risposto che Israele poteva partecipare solo se venivano palestinesi. Adesso Pescante scrive che esiste un comitato olimpico palestinese. Ma come non esiste la Palestina, non esistono atleti palestinesi ma questa specie di comitato ha persino voce in capitolo!
Ma in che mondo ipocrita viviamo? Israele dopo 60 anni dalla sua fondazione non puo' fare in campo internazionale cose che sono permesse a un paese inesistente!
Dove viviamo?! Dove viviamo?!!!
Viviamo in uno schifo di mondo, amici, in un mondo dove si organizzano settimane di odio contro una democrazia, dove alla stessa democrazia e' impedito di partecipare a gare sportive e dove a una dittatura diabolica come l'Iran viene proposto addirittura di partecipare al G8 prossimo venturo.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Massima del giorno:
Marx sosteneva che la
massima molla della storia è l’economia. Io mio chiedo se non
sia la stupidità (G.Pardo).BAZAR
B.Spinelli: “In Italia
si parla di teatrino [della politica]: i paesi feroci adorano i
diminutivi”. Per non essere feroci diremo che è una frase creta.Di Mugabe: Megafesta per gli 85 anni di Mugabe. Caviale, champagne, aragoste. Anche il popolo dello Zimbabwe è contento: non ha problemi la linea.
Corriere: “Si infittiscono i lanci di razzi palestinesi da Gaza verso il territorio israeliano”.
Ancora nessuna risposta israeliana: continua la “reazione proporzionata”.
Borse sempre più giù. L’ottimista irriducibile: “Per fortuna, non possono andare sotto lo zero!”
Imprenditore in cella per stalking. In Inghilterra, per farsi capire, avrebbero detto “molestie”.
Gheddati: “Accettiamo le scuse dell’Italia”. Vien da rispondere: “Non c’è di che”.
Agguato contro la nazionale di cricket dello Sri Lanka. Impensabile, in Italia. Noi non giochiamo al cricket.
Berlusconi a Gheddafi: “Venga al G8 con la sua tenda”. Ma Sarkozy come farà, con l’Elysée?
Bersani: “Pensioni? Prima gli evasori”. La conoscevate già? Chiedo scusa.
Gianni Pardo
IL PREZZO DELLA BRUTTEZZA
Montaigne racconta
che un generale greco aveva vinto una battaglia e una regina stava
organizzando una festa in suo onore. Solo che l'ospite giunse prima
dell’ora fissata, e da solo: questo fece sì che il primo
caposguattero che lo vide gli mise in mano un secchio e lo mandò
a prendere dell'acqua. Il generale invece di protestare obbedì e
quando più tardi, chiarito l'equivoco, tutti si prodigarono in
infinite scuse, si limitò a dire, saggiamente: "Ho pagato il
prezzo della mia brut tezza".Questo aneddoto, malgrado la sua eleganza, può ispirare un dubbio: lo stratego si sarebbe adattato a far lo sguattero, se non si fosse ripromesso le scuse e la sua battuta? Probabilmente no. Insomma quel festeggiato non pagò il prezzo della sua bruttezza ma quello necessario per organizzarsi un aneddoto da rac contare e con cui fare la figura dell'uomo di spirito.
Nella realtà può andare peggio, e senza contropartite. Come è capitato a me. Premesso che ogni paragone tra Brummel e me sarebbe fuor di luogo, anni fa andai da un dermatologo per una piccola onicomicosi (funghi sotto le unghie) e il dermatologo mi consigliò di cambiare mestiere. “In che senso?” chiesi sbalordito. “Nel senso che non dovrebbe più esercitare un mestiere manuale”.
Anche il finale, indimenticabile, merita una citazione. Andando via dissi: “Arrivederla, dottore”. “Arrivederla, professore”, ribatté. Ed io: “Come fa a sapere che sono professore?” “Le ho detto che lei deve salutarmi arrivederla professore e non arrivederla dottore”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- 3 marzo 2009
IL PARTITO SONNAMBULO
Le
vicende del Pd hanno
avuto legioni intere di commentatori, unanimi nell’essere discordi. La
ragione di questa cacofonia è che la situazione non è
affatto chiara. Non si sa di chi sia la colpa dei ripetuti rovesci del
Pd. Non si sa quale diversa politica l’avrebbe salvato. Non si sa quale
altro leader avrebbe fatto meglio del caro Walter, e perché. Non
si sa quale linea di comportamento bisognerebbe adottare per cambiare
rotta e neppure chi apparirebbe adatto a guidare questo rinnovamento.Che gli stessi dirigenti non abbiano le idee chiare è dimostrato dal fatto che molti, nel corso di questi mesi, hanno rimproverato di tutto, a Veltroni - dall’arrendevolezza alla violenza verbale, dal rapporto con Di Pietro a quello con la maggioranza - ed ecco che, dovendolo sostituire, scelgono la fotocopia sbiadita. Inoltre – sia pure facendo i salti mortali - avrebbero avuto la possibilità di organizzare le primarie subito: e non l’hanno fatto. Avrebbero potuto – sempre facendo i salti mortali – organizzare al più presto un congresso in cui chiarirsi le idee: e non l’hanno fatto. Magari hanno detto che non potevano perché incombono le elezioni europee: ma quante chance hanno di vincerle? Non sarebbe stato meglio perderle con la scusa che le elezioni avevano trovato il Pd in pieno travaglio di rinnovamento? Comunque, non sta certo a chi scrive dire che cosa avrebbe dovuto fare un partito che è l’erede delle gloriose tradizioni della Dc e del Pci. Quello che importa è che l’elezione di Franceschini è solo un rinvio del problema. Un modo di spazzare la polvere sotto il tappeto. Ché, se non fosse un rinvio, se nel Pd credessero veramente ad una segreteria Franceschini, perché eleggerlo in modo derisorio, per otto mesi, a scadenza, come un prodotto incapace di resistere al tempo?
Il fatto è che non si è nemmeno voluto compiere questa azione politica. Bisognava tenersi libere le mani in ogni direzione. Insomma si è solo preso tempo, con buona pace di tutti i commentatori ed astrologi politici.
Nel Pd non si vede un pensiero, un progetto, una volontà. Da ragazzo mi chiedevo che cosa pensassero certi coetanei e anni dopo mi è stato chiaro che quello che c’è da capire, a volte, è che non c’è niente da capire. Il Partito Democratico agisce in stato di sonnambulismo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 febbraio 2009
LA HYBRIS DI ENRICO MENTANA
Rispetto
alla fine della
conduzione di “Matrix” da parte di Enrico Mentana, lo stesso
ex-conduttore, per spiegare le proprie dimissioni e la loro
accettazione, afferma che qualcosa “si è incrinato”. Tuttavia,
per quanto riguarda il momento della rottura, sembra ovvio che si
è incrinato piuttosto dal suo lato che dal lato dei dirigenti
Mediaset: infatti prima ci sono state le dimissioni e dopo la loro
accettazione.“Forse alcuni ospiti piacevano meno di altri» e «Di Pietro può essere stata la penultima goccia che ha fatto traboccare il vaso». Chissà. E tuttavia non è Mediaset che l’ha allontanato per avere dato spazio all’ex-pm. Ma agli occhi di Enrico questo non assolve il gruppo che, nota, ha subito una “progressiva fidelizzazione di Mediaset all'avventura politica di Berlusconi”. Ma, un momento, se le reti Mediaset hanno subito una “progressiva fidelizzazione” al Cavaliere, lui perché non si è dimesso, a freddo, per emettere un grido di libertà, e l’ha fatto a causa di una collocazione in terza serata? Somiglia a quei rapinatori che, una volta presi, dichiarano di averle commesse per motivi politici.
In un colloquio con Gad Lerner Mentana ha spiegato poi che, secondo le parole del Corriere, “non immaginava di essere licenziato per il solo fatto di essersi dimesso da direttore editoriale”. E qui bisogna fermarsi. In primo luogo, Enrico non è stato licenziato: sono state accettate le sue dimissioni. Se lui sostiene di essere stato licenziato è perché reputava inconcepibile che si potessero accettare le sue dimissioni. Lo schema è questo: la grande Callas, irritata per le insufficienti dimensioni del fascio d’orchidee che le è stato recapitato, dichiara che non canterà la Norma. Tutti gli amministratori dell’Opéra di Parigi, i colleghi e anche il famoso direttore d’orchestra vanno a pregarla, pressoché in ginocchio, di ripensarci: chi potrebbe adeguatamente sostituirla? E anche se ci fosse un nuovo soprano dai grandi meriti, il pubblico ancora non lo conosce e potrebbe fischiarlo solo per dispetto. Un disastro. Alla fine Maria Callas si considera risarcita dal monumentale mazzo di orchidee, quello che non vuole nemmeno passare dalla porta e, regalmente, accorda il suo perdono ai sudditi.
Questa in greco si chiama hybris: è quell’eccesso di sicurezza, di stima di sé, di mancanza di rispetto per l’umanità, che alla fine gli dei sentono come un attacco alla propria superiorità. Il colpevole di hybris chiaramente si innalza all’altezza dell’Olimpo ed è bene che gli dei lo facciano rotolare giù da una cima che non gli appartiene. Può dunque avvenire che la Callas dell’ipotesi precedente, mentre si aspetta di vedere la processione dei questuanti, non veda venire nessuno e cominci a sentire le note della Norma, cominciata senza di lei. Tra l’Olimpo e l’Ade a volte non c’è che una parola di troppo.
Mentana, in questa occasione, ha reputato impossibile che le sue dimissioni fossero accettate. A tal punto le ha reputate formali, puramente “punitive” della Società per cui lavorava. Con un simile atteggiamento – che certo non si sarà manifestato in questa occasione per la prima volta – chissà quante volte avrà irritato gli dei. Pochi cantano come Maria Callas ma alla lunga la musica lirica ha continuato anche senza di lei.
Mentana ha forse ragione: non si è dimesso, è stato licenziato. E non è stato licenziato per l’ora in cui doveva andare in onda la trasmissione di Canale 5, ma per parecchi fatti precedenti, che non conosciamo. Ma il licenziamento è stato giustificato. Se si è pagati per cantare, tanto dovrebbe bastare: non si possono fare i capricci per le orchidee.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- 24 febbraio 20095
P.S. Dati tratti dal “Corriere della Sera” del 24 febbraio 2009.
UNA QUESTIONE FUTILE
Dei lettori chiedono
conto a Sergio Romano, editorialista del “Corriere della Sera”, del suo
atteggiamento favorevole al riconoscimento di Hamas, malgrado il suo
statuto terroristico, e favorevole a negoziati diretti Israele-Hamas.
Romano risponde che quelle dello statuto di Hamas sono parole vane,
dalle finalità prevalentemente propagandistiche, vista
l’irrealizzabilità del progetto; che l’inclusione di
quell’organizzazione fra quelle terroristiche non ha un serio valore di
certificazione, perché questo genere di dichiarazioni dipende da
negoziati fra i vari paesi e dai loro interessi; che infine è
inutile che Israele dichiari di non poter negoziare con Hamas, visto
che già lo fa, se pure attraverso la mediazione egiziana. E
tanto varrebbe farlo a faccia a faccia.Romano – pure sottilmente anti-israeliano da sempre – dice stavolta cose indubbiamente vere. Dunque bisogna plaudire alla sua tesi? La risposta è no.
Se è vero che coloro che “non si parlano” “si parlano” di fatto (come i divorziandi, attraverso i loro avvocati), perché farlo ufficialmente? Hamas ha interesse a presentarsi come l’arcinemico di Israele, l’organizzazione che non scenderà a nessun compromesso, che porterà a termine la missione finale, dovesse costare la vita a molti, ecc. e tutto questo per il popolino è incompatibile col dialogo cortese. Dunque Hamas tiene a far sapere che “non parla con Israele”. Israele fa altrettanto, nei riguardi di un’organizzazione effettivamente spregevole e terroristica. Ma dal momento che gli amici si possono scegliere e i nemici no, se bisogna mettersi d’accordo sui termini di una tregua, si è obbligati a comunicare. Poi, che lo si faccia nella stessa stanza, in due stanze separate con un cireneo che fa la spola, o attraverso ambasciate straniere, poco importa.
Ecco perché la questione è sembrata futile. I lettori chiedono: perché parlarsi, se l’altro è un nemico inqualificabile? E la risposta è semplice: perché è inevitabile. Romano allora dice: perché non parlarsi in pubblico, se già lo si fa in privato? E anche qui la risposta è semplice: perché parlarsi in pubblico non converrebbe a nessuno. Dalla necessità alla pubblicità il passaggio non è obbligatorio, diversamente i gabinetti non avrebbero porte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -23 febbraio 2009
I pagliacci della Morte.
Benissimo,
incomincia il
walzer.No, non quello di Bashir che e' la a Hollywood senza aver vinto l'Oscar.
Parlo del walzer di Durban 2 , il walzer dell'odio, la bolgia infernale dell'antisemitismo, il girone dei fondamentalismi. Sotto l'egida dell'ONU, sotto la presidenza di due grandi "democrazie" Libia e Iran, non ridete suvvia, ormai la parola democrazia non ha piu' senso per l'occidente, ormai hanno senso soltanto i fondamentalismi islamici e le apprezzatissime dittature arabe.
Dunque, un momento, non perdiamo il filo, dicevo che e' stata consegnata a Ginevra la bozza della risoluzione che presentera' Israele alla futura conferenza contro il razzismo.
Altra risata? Conferenza contro il razzismo? Libia e Iran alla presidenza? Beh, si una risata e' dovuta se pensiamo alla faccia tosta degli organizzatori.
Secondo voi cosa succedera'?
Mi dicono che la realta' e' peggio della piu' pessimistica delle previsioni, mi dicono che e' incominciata una vera e propria guerra per imitare i crimini nazisti. Hitler e soci del XX secolo volevano un mondo senza ebrei, Hitler e soci del XXI secolo vogliono un mondo senza Israele.
La bozza recita che Israele e' un paese razzista che occupa terre arabe e viene definito "territorio occupato ai rifugiati palestinesi e ad altri abitanti arabi".
Israele non viene mai chiamato per nome ma sempre definito entita' occupante.
Israele non ha diritto ad esistere in quanto patria degli ebrei.
Motivo?
Semplice, se gli ebrei sono una razza allora Israele diventa patria di una razza, quindi razzista quindi da eliminare.
Validissima spiegazione, no?
Geniale!
Chissa' perche' lo stesso discorso non vale per tutte le altre nazioni del mondo. Israele e' un paese eterogeneo, vi convivono un centinaio di gruppi etnici, si incontra gente di tutti i colori che parla tutte le lingue del mondo ma alla societa' incivile non sta bene la formula "Israele, Paese ebraico".
Oltre alla negazione di Israele in quanto patria degli ebrei esiste la negazione della Shoa' rimessa in discussione da Siria e Iran.
Non sono morti tanti ebrei, bugia bugia, e' morto solo qualcuno e di malattia naturalmente.
Un'altra accusa e' quella di segregazione.
Israele tiene segregati gli arabi, cioe' una minoranza che studia, lavora, viaggia, frequenta l'universita', vota, sciopera, si diverte, protesta e che gode di ogni diritto della maggioranza
Tutto questo per Libia, Iran, Arabia Saudita, Egitto e tutti i democratici paesi arabi e islamici, e' segregazione.
Liberta' invece, sempre per questi pagliacci della morte, e' minacciare di decapitazione ogni persona beccata con in mano il Vangelo.
L'ambasciatore di Israele a Ginevra, Roni Leshno Yaar, durante un'intervista telefonica ha detto "Non si puo' sapere come finira', quello che e' sicuro e' che le cose peggiorano di giorno in giorno"
Gruppi palestinesi arrivano a Ginevra con nuovi comma di demonizzazioni da aggiungere: in Israele si mangiano i bambini arabi nei ristoranti, gli ebrei banchettano col sangue di noi poveri arabi, a Gaza sono stati uccisi milioni di poveri palestinesi disarmati, quasi tutti bambini al di sotto degli anni zero.
Naturalmente ai palestinesi tutti credono, gli arabi no ma gli occidentali credono ciecamente ad ogni palla di Palliwood, per gli europei i palestinesi sono santi, bravi, buoni, grandi lavoratori, pacifisti tutti ed e' per questo che si inginocchiano davanti a loro e li mantengono perche' capiscono che lavorare li stanca troppo e insieme a loro urlano pacificamente "A morte Israele, Palestina ai palestinesi, vogliamo un unico califfato per i nostri adoratissimi amici arabi".
E cosi' succede che i gruppi di palestinesi e filopalestinesi , centinaia di gruppi, arrivano a Ginevra , vanno dalla commissione e dicono:
aggiungete
e la commissione aggiunge allegramente.
Aggiunge le sofferenze palestinesi sotto la forza occupante (chi nomina Israele peste lo colga!)
Aggiunge del diritto dei palestinesi di ritornare nelle terre rubate dalla forza occupante.
Aggiunge che i poveri palestinesi devono sottostare alle leggi razziste della forza occupante.
La commissione aggiunge, che gli frega, aggiunge tutto quello che puo' procurare odio contro Israele perche' solo con tanto odio ci sara' la speranza che questo Paese, l'unico degli ebrei, dove gli ebrei speravano di poter vivere finalmente in pace, venga spazzato dalle carte geografiche di tutto il mondo.
Mi dicono che,al confronto, la festa razzista antisemita avvenuta nel 2001 a Durban sara' una sciocchezzina al confronto dell'orgia di odio che stanno preparando a Ginevra, nel cuore d'Europa.
Sara' l'evento antisemita dell'anno, peggiore di come ci saremmo aspettati e bisogna dire che l'Europa in questo senso ha una grande esperienza quindi mettiamo insieme odio europeo piu' odio islamico, esperienza persecutrice europea piu' esperienza persecutrice islamica, aggiungiamo un pizzico di Eurabia e di poveri palestinesi , agitiamo il tutto ed ecco la formula vincente di Durban 2 a Ginevra: Fuori Israele dal consesso mondiale! Ebrei a morte!
Sono curiosa di vedere quale dei paesi occidentali si rendera' complice di questa orgia di dementi razzisti.
Sono curiosa di vedere quale dei paesi europei non e' ancora sazio di sangue ebraico.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Il 20 febbraio un professore di religione di Bra (Cuneo), Carlo Zonin, cinquantenne, timido, ammodo, impegnato nel sociale, con 32 anni di carriera scolastica, stanco delle angherie subite, in un raptus ha volontariamente investito con l’auto due studenti di 17 e 18 anni, mandandoli in ospedale. L’episodio può essere commentato con i seguenti ricordi di trent’anni fa.
LE TERMOPILI A SCUOLA
Ricordi
post-sessantottiniMolti anni fa vinsi un concorso nazionale per l’insegnamento nei licei: lingua e letteratura francese. Questa cattedra è caratteristica per due ragioni: agli esami, bisognerebbe conoscere benissimo la lingua – l’esame si svolge infatti in francese – e ovviamente la grammatica, anche in quelle parti che i francesi non conoscono. Bisognerebbe conoscere la pronuncia della lingua nei secoli scorsi; tutta la storia; tutta la letteratura; tutta la “civiltà” (per esempio, come funziona il métro a Parigi o quali regioni producono vino e quali no) e inoltre avere accettabili nozioni di letteratura inglese, tedesca, spagnola e russa. Il supergenio che fosse preparato in tutte queste cose poi avrebbe un lauto stipendio di oltre mille euro al mese.
La seconda caratteristica è che l’insegnante ha le classi dalla prima alla quinta: il professore ha dunque tutto dunque il tempo di conoscere i suoi alunni ed essere ben conosciuto da loro. Tuttavia, nel corso del primo anno d’insegnamento, c’è una pericolosa eccezione: la quinta classe, composta di ragazzoni che qualche mese dopo, in seguito alla benedizione dell’esame di Stato, vanno all’università. Con costoro non si ha il tempo di conoscersi e viceversa loro sanno che il professore non avrà l’arma del voto finale. Inoltre – in quegli anni successivi al Sessantotto – gli alunni sentivano di potersi permettere qualunque cosa e io non avevo avuto il tempo di guadagnarmi il loro personale rispetto.
Le cose si misero subito male. La mia severità fece scandalo e la classe si coalizzò contro di me. Inoltre sbalordivano ed indignavano i miei voti inferiori al quattro o al tre, e poco importava che fossero meritati. Tanto che una ragazza andò a protestare dal Preside e costui ebbe il coraggio di venire a protestare, in piena classe e dinanzi a quei trentatré energumeni: non potevo modificare quel voto troppo basso? mi chiese. Gli risposi secco che, dal punto di vista didattico, in quella classe, dopo Dio comandavo io. Ora non avevo più solo la classe, contro di me, ma anche il Preside.
I giorni andavano avanti alla meno peggio, quando alcuni ragazzi, in fondo all’aula, per sfregio, si misero a giocare a carte durante la lezione. Li vidi e feci rapporto: forse il solo che abbia mai scritto in quel liceo. Il risultato, per me inatteso, fu che il Preside non prese alcun provvedimento. A parte il fatto che era un vile, quella volta presumo abbia fatto questo ragionamento: il professore è troppo severo (fascista), dunque devo sostenere gli studenti (proletari) che fanno l’unica Rivoluzione d’Ottobre che si possono permettere. E poi qualche rivincita doveva pur prendersela.
Stavolta la situazione era disperata. Io non ho mai avuto il bisogno di alzare la voce, ho sempre avuto un ottimo rapporto con gli alunni, ma stavolta mi trovavo esposto al ridicolo: i ragazzi erano autorizzati a mancarmi di rispetto. Non avevo la loro stima (umana, quella professionale neanche loro si permettevano di metterla in dubbio), non avevo il sostegno del Preside, non avevo il sostegno delle famiglie. Ero solo e disarmato.
La volta seguente entrai in classe, mi sedetti in cattedra come gli altri giorni, aprii un libro e mi misi a leggere. I ragazzi credettero che stessi preparando la lezione e si misero a parlare tra loro, ma dopo un quarto d’ora io stavo ancora leggendo. E anche dopo mezz’ora. Alla fine dell’ora mi alzai ed andai via.
Quando ci fu di nuovo lezione, ed aprii il libro, i ragazzi accolsero la novità con gioia: un’ora in meno di lezione! Solo che io continuai a leggere quella volta, e la volta seguente, e la volta seguente ancora. I ragazzi smisero di ridere. Sapevano che, salvo eccezioni, la lingua e la letteratura francese erano materia d’esami e si resero conto che la scuola non li preparava più. Finirono con l’andare dal preside e questi da me. Io gli dissi che se i ragazzi erano autorizzati a giocare a carte in classe, io ero autorizzato a leggere e certo non avrei aperto bocca per chi non mi ascoltava. Lui, contrito, insisteva a dirmi che i ragazzi mi chiedevano scusa, mi pregavano di riprendere a fare lezione, bisognava che li perdonassi (ma era lui, che non perdonavo!) e chiedeva insomma che tutto rientrasse nell’ordine. Quell’episodio, dall’inizio alla fine, doveva essere dimenticato.
Effettivamente lo fu. I ragazzi si resero conto di aver perso il braccio di ferro e la classe divenne come tutte le altre. Ma io mi chiedevo come potesse funzionare una scuola così, dove solo professori lassisti o capaci di vincere da soli contro tutti riuscivano a sopravvivere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 22 febbraio 2009
TESTAMENTO BIOLOGICO: O LIBERALE O MEGLIO NIENTE
Sono
ben consapevole che il testamento biologico è una questione che
non può essere affrontata con semplicismo: in essa si
intrecciano scelte personali e familiari, credenze morali e religiose,
dilemmi tecnologici sullo sfondo di condizioni personali spesso
drammatiche. La vicenda di Eluana, di fronte a cui si è
appassionata e divisa la nazione, insegna. Ma al di là delle complicanze tecniche e degli strumentalismi politici, non può essere elusa la scelta di fondo che il Parlamento deve compiere nel momento in cui si accinge a legiferare. Da un lato c’è il principio secondo cui il valore inalienabile da preservare è l’autodeterminazione della persona umana la quale deve conservare il diritto di decidere su tutto ciò che riguarda la propria vita, a partire dalle proprie convinzioni etiche e/o religiose.
Dal lato opposto si pone la diversa visione secondo cui, in ultima analisi, spetta a un’autorità esterna decidere sopra la persona, si tratti dello Stato che detta le norme anche contrarie a ciò che ciascuno vuole per sé, o della Chiesa che trasferendo i suoi codici morali nella legislazione civile, impone i principi religiosi destinati ai credenti anche a coloro che credenti non sono.
Certo, nessuno ignora che la questione è ben più complicata del semplice dilemma ora illustrato. Gli interrogativi aperti sono molti: dove comincia e finisce il trattamento sanitario? Cosa succede se la volontà di fine vita è stata espressa in tempi lontani? Quand’è che lo stato di “coma permanente” equivale alla morte? E’ certamente vero che con lo sviluppo delle biotecnologie, che prolungano ogni oltre limite naturale il fine vita, le zone d’incertezza aumentano sempre più.
Ma l’alternativa tra i diversi modi di intendere il testamento biologico – l’autodeterminazione della persona o l’imposizione di una rigida norma – resta il vero spartiacque tra la visione liberale e quella autoritaria. In Italia, d’altronde, anche la Costituzione, scritta sessant’anni or sono, stabilisce all’art.32 un principio liberale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Il disegno di legge maggioritario ora in discussione al Senato si fonda su una visione statalista e antiliberale per cui la volontà della persona è sovrastata da norme dettate dall’alto che non lasciano alcun margine neppure alla “scienza e coscienza” del medico. Il tutto aggravato – almeno a stare all’attuale testo – da una assurda procedura burocratica che costringe alla stipula di milioni di dichiarazioni di intenti da ripetersi infinite volte con la partecipazione di medici di famiglia, notai e fiduciari.
Se così è – e speriamo che alla fine non sarà così –, allora è meglio lasciare le cose come stanno, senza leggi assurde. Anche in questo caso vale il vecchio adagio per cui lo Stato migliore resta quello che meno entra nella vita delle persone.
di Massimo Teodori
INFERNO E PARADISO
Su paradiso e
inferno come realtà ultraterrene potranno dare maggiori
informazioni coloro che si intendono di religione e di metafisica. Per
la gente comune invece quei due concetti si riferiscono alla vita
quotidiana. Avere a che fare con la burocrazia in Italia, ecco
l’inferno. Dormire bene e svegliarsi vedendo arrivare la persona amata
con la prima colazione sul vassoio, ecco il paradiso. E chi non capisce
che quest’ultimo è il paradiso, rischia di non conoscerlo mai.Jean Paul Sartre ha dato una famosa definizione: l’enfer, c’est les autres, l’inferno sono gli altri. Lasciando da parte i motivi seri di infelicità (la malattia, la miseria, la solitudine), per quanto riguarda la vita familiare alcuni vivono in paradiso ed altri all’inferno senza che l’osservatore neutrale riesca a vedere una differenza sostanziale fra le loro situazioni.
Non c’è nulla di più banale che chiedere: “Faccio un caffè, ne vuoi?” Eppure partendo da questa frase si può imboccare la strada del paradiso o quella dell’inferno.
Paradiso: “No, ti ringrazio. Purtroppo il medico mi ha imposto dei limiti”.
Inferno: “Bravo! Così magari schiatto più in fretta! Possibile che ti interessi così poco di me da non ricordare quel che m’ha detto il medico? (con scherno:) Lo vuoi un caffè? mi dice. Tanto vale che tu mi chieda se voglio del cianuro”.
E non è detto che la diatriba finisca qui. La controparte può infatti rispondere: “La verità è che uno non dovrebbe mai essere gentile, con te. Sei come certi gatti, uno ti accarezza e tu graffi. E poi – per tua norma - il medico ti ha solo raccomandato di non berne più di tre al giorno”. E finisce qui? No, per nulla: “Ma io li ho già bevuti tutti e tre!” “Ed io come faccio a saperlo? Sto forse dietro di a contare quanti ne bevi?” Si può continuare, fino al lancio dei piatti e al divorzio. Tutto per non aver risposto “No, grazie”.
Gli esempi sono infiniti. A chi chiede tre volte che ora è nel giro di dieci minuti si può dare l’ora tre volte oppure farne una tragedia. Alla fine di una telefonata, se uno chiede “Che ti diceva tua madre?” la risposta, se si vuole mantenere il segreto, è “Le solite cose”. Se invece si risponde: “Affari nostri, possibile che ti debba dire anche quello che mi dice mia madre?” è facile imboccare il sentiero dell’inferno. L’argomento delle rispettive famiglie oltre tutto è esplosivo: “E allora perché tu mi chiedi quello che mi dice la mia?” Oppure: “Ah, certo, le cose che ti dice la signora professoressa io non le potrei capire!” E, peggio di tutto: “Ti ha detto male di me, l’immagino. E tu l’ascolti sempre religiosamente!”
Il paradiso e l’inferno si distinguono anche in un altro modo. Gli egoisti si credono sempre in credito e cercano sempre di approfittare dell’altro. E alla fine naturalmente pareggiano. Al contrario, gli altruisti – o due che si vogliono bene nella maniera giusta - fanno una continua gara di generosità. E anch’essi, essendo uguali, alla fine pareggiano. Esattamente come nella gara di egoismo: solo che nel primo caso si vive tra le fiamme, nell’altro le nuvole azzurre, con un’arpa in mano.
La nostra civiltà non si occupa molto di saggezza. L’ultimo che ne ha parlato con qualche efficacia è stato Michel de Montaigne. Dunque ci sono poche speranze che qualcuno cambi comportamento perché ha letto alcune righe di un articolo. Ma esse possono servire per chiarire il problema intellettualmente.
Unica possibile difesa: si può spiegare chiaramente, in un momento di calma, questa differenza fra l’inferno e il paradiso. Poi, nel momento in cui l’altro fosse sgradevole, gli si può chiedere con tono serafico: “Vuoi che ci amiamo o preferisci litigare?” E se neanche questo basta, contattare un bravo avvocato divorzista.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 22 gennaio 2009
UN COMMENTO E UNA RISPOSTA
Un amico psichiatra mi scrive dagli Stati Uniti:
Su Inferno e Paradiso devo dire che sono d’accordo, solo che aggiungerei che non si tratta di un semplice fenomeno dovuto al linguaggio o alla buona creanza. Penso che chi cerchi la lite la trovi perché ne ha "bisogno". Per questo mi scontro con coloro che praticano la IPT (interpersonal therapy) al fine di modificare il linguaggio di coppia - e pure con risultati diciamo OK. Tali persone diventano poi come coloro che si devono ricordare di respirare (la maledizione di Ondina) o quando vanno in bicicletta fanno destra... sinistra... destra... Come è più facile e più soddisfacente non essere un cane arrabbiato che va in giro a mordere. Si tratta di fare un altro tipo di lavoro, di terapia.
S.P.
Rispondo a mio modo. Il problema sollevato è interessantissimo e le due posizioni sono entrambe valide. Si può convincere qualcuno che deve smettere di fumare, anche se compra sigarette e le offre agli amici, oppure convincerlo a non toccare mai, per nessuna ragione, una sigaretta. Nel primo caso una decisione in linea col male che si vuole estirpare, nel secondo un comportamento che comporta l’estirpazione di quel male, pur non mirando direttamente ad esso.
Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che chi si astiene dal dare risposte acide, o dal toccare le sigarette, non è tanto scemo da non capire che così sta cercando di essere meno sgradevole o sta cercando di smettere di fumare. Dunque i due comportamenti in un certo senso si potrebbero ridurre ad uno. E si comprende anche la tesi del mio amico: è certo meglio la coscienza dell’errore, e la voglia di eliminarlo, che l’obbedienza passiva a certe regole di comportamento.
Ma si potrebbe sostenere la tesi inversa. Molta gente che ha un comportamento insopportabile, se rimproverata, si giustifica. Non riconosce che ha bisogno della lite, come dice S.P.: sostiene anzi che è l’altro, che la cerca. Come le/gli può offrire un caffè, sapendo che non ne può bere? E se l’ha dimenticato significato che non l’ama. E non dovrebbe protestare?
Ecco perché gli adepti dell’IPT hanno qualche ragione. “Se non capisci che in questo modo cerchi la lite, impara a non rispondere scortesemente. Può darsi che la forma t’insegni la sostanza”.
Poi, ovviamente, tutto è materia di discussione.
Dichiarazione: nessuno può decidere per me
"Etica’
è la scelta
che ciascuno, liberamente e privatamente, deve poter compiere sulla
propria vita e sulla propria morte. Negare questo diritto – il diritto
all’autodeterminazione dell’individuo – è una scelta politica e
culturale, non etica. Ed è una scelta regressiva.Da Lutero a Locke, da Kant a Jefferson la modernità nasce come definizione e tutela di uno spazio politico al cui interno l’individuo – con la sua coscienza, le sue scelte, i suoi principi, i suoi stili di vita – sia e resti inviolabile. ‘Nessuno può decidere per me’ è il motto della modernità. Un partito che oggi si dica della libertà, o di centrodestra, non può per nessun motivo abdicare su una questione così cruciale. La libertà di scelta di ciascuno è il perno su cui ruota l'antitolitarismo del XXI secolo.
La Costituzione? Approvata con 124 colpi di maggioranza
La
storia contro la
retorica. Come ogni legge, una volta approvata si rispetta e vale per
tutti. Ma la legge fondamentale della Repubblica italiana non è
nata dall’unione di tutte le idee e da proposte condivise largamente.
Per ben 120 votazioni la Costituente decise a semplice maggioranza,
talvolta risicata, risicatissima. Anche per un solo voto. La redazione
di Italia oggi ha riletto in queste ore tutti gli atti della
Costituente scoprendo che c’è più polvere negli slogan
circolati ora nelle piazze che nel dibattito vibrante e pulsante che
diede la Carta agli italiani. Per 85 volte in commissione si
votò gli uni contro gli altri. Lo stesso accadde in assemblea
altre 39 volte. La Costituzione non ebbe le sue radici
nell’unanimità...Perfino alcuni concetti fondamentali, quelli della prima parte intangibile, si votò in aula (ad esempio sulla Repubblica fondata sul lavoro) ottenendo o respingendo emendamenti per unhttp://www.silab.it/storia/as36/images/p36_13.jpg99888 soffio: 239 a 227. Ma la stessa cosa avvenne al momento di decidere sulla forma di Stato e di governo, e la composizione e l’elezione dei membri della seconda Camera divisero quasi a metà la Costituente (187 a 185). Testa a testa anche sulla famiglia, e il riferimento al matrimonio “indissolubile” introdotto in commissione saltò poi nel testo definitivo grazie a un voto d’aula quasi paritetico: 194 a 191. Come si vede dalle cifre, essendo i costituenti 556, allora come oggi molti bigiarono nei momenti decisivi le votazioni d’aula. Momento altissimo con altissimo tasso di assentesimo, che fece abbassare il quorum e talvolta fu anche uno stratagemma per non bloccare le votazioni sulle parti più contrastate. Anche su uno dei punti di contrasto emersi proprio in questi giorni, quello dei decreti legge e della relativa responsabilità, la divisione fra i costituenti fu aspra. Sia per motivi storici (il governo fascista ne aveva abusato durante il ventennio), sia proprio perché sull’equilibrio dei poteri fra presidenza della Repubblica e premier (all’inizio lo si chiamò così, poi si scelse la dizione “presidente del Consiglio”) la scelta fu contrastatissima sia in commissione che in aula. E dai verbali non emerge nemmeno ora la risposta che i costituzionalisti avrebbero voluto chiara durante lo scontro fra Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano per il decreto legge sul dramma di Eluana Englaro. Il testo scelto lo conosciamo, ed è quello dell’attuale articolo 77 della Carta, ma la discussione dei teorici dell’uno e dell’altro fronte non fece che acuire la confusione. A maggioranza si approvarono gran parte dei 292 emendamenti al testo della commissione poi entrati in vigore. A maggioranza se ne respinsero in aula altri 314 durante le 170 sedute esclusivamente costituzionali (su un totale di 347 sedute convocate anche per la legislazione ordinaria, le autorizzazioni a procedere e le risposte alle interrogazioni e interpellanze). I fatti indicano così l’esatto contrario della vulgata che oggi muove animi e piazze spesso riempite da chi quel testo costituzionale non ha nemmeno letto. Come accade ogni giorno in parlamento 60 anni fa ci fu chi discusse, si divise e alla fine decise con la regola principe della democrazia: chi ha più voti degli altri approva articoli, norme e leggi. Ci fu meno retorica di oggi quel pomeriggio di lunedì 22 dicembre 1947 quando a scrutinio segreto, proprio alla vigilia di Natale in fretta e furia come in questi anni si facevano le finanziarie, fu indetta la votazione finale sul testo della Costituzione della Repubblica italiana. Sfiniti dalle discussioni e ormai con il desiderio di dare quella carta agli italiani, votarono sì in larghissima maggioranza: 453 dei 556 costituenti. Ma il relatore del testo finale, che aveva presieduto le tante sedute combattute della Commissione, Meuccio Ruini, concluse: “Ma forse, sì, non taciamolo, onorevoli colleghi, molta parte del popolo italiano avrebbe voluto dall’Assemblea costituente qualcos’altro ancora... “. Ci si rendeva conto, in sostanza, che quello era il migliore dei testi in quel momento possibile, non una carta destinata a mummificarsi come qualcuno dopo 60 anni ancora pretenderebbe. E mummia non è stata, come abbiamo dimostrato nei giorni scorsi, grazie alle 15 modifiche anche sostanziali approvate talvolta a larga maggioranza, una volta con la maggioranza semplice dle centrosinistra. Quel che nel 1948 previdero e addirittura inserirono nella Costituzione è che negli anni cambiarla le avrebbe fatto solo del bene...
Franco Bechis
LA GENERAZIONE RITARDATA
Sulla
“Stampa” (14.02.2009)
un articolo di Chiara Beria di Argentine, dal titolo “Radiografia di
una generazione troppo precoce”, segnala che gli adolescenti attuali
sono un disastro. Le ragazzine “a dieci anni si preoccupano di fare la
dieta e a 12 si truccano e pettinano come le protagoniste di Amici". I
ragazzini commettono stupri su coetanee ma poi dicono: “Era solo uno
scherzo”. Ci sono “baby cubiste che al sabato si trasformano in
Lolite”, per non parlare di spiritosi che danno fuoco ai barboni
addormentati. E tutti hanno rapporti sessuali molto presto.
Naturalmente ci si chiede se la causa non sia “un grande vuoto d’amore”
(che belle parole, signora contessa!) o se al contrario bisognerebbe
abbassare l’età in cui i minori sono imputabili. Infine, come
sempre, si parla di colpe dei genitori.Sulla Terra non esiste una categoria di esseri umani chiamata “genitori”. Quelli di oggi sono solo gli adolescenti di quindici o vent’anni fa. E se gli adolescenti di oggi sembrano scervellati e irresponsabili, come si può pensare che quelli di ieri fossero tanto diversi e capaci di trasformarsi in ottimi educatori? È come a scuola: se gli alunni sono sempre più ignoranti è anche perché i professori sono a loro volta ex-alunni tirati su con l’idea che la bocciatura è una cattiveria.
Il problema riguarda l’intera società. Da decenni il mondo ha una deriva lassista. L’autorità è vista come prevaricazione, l’imposizione dello sforzo come crudeltà, il controllo dell’efficienza come comportamento antisindacale. Perfino l’accettazione della realtà è vista come insensibilità. Non si può chiamare cieco un cieco. Un uomo basso di statura è “verticalmente svantaggiato” e poteva andare peggio: avrebbero potuto essere, per dare una connotazione positiva, “avvantaggiato nella vicinanza al suolo”. Perfino i venerati termini “madre” e “padre” sono divenuti troppo autoritari: anche i sessantenni hanno solo una mamma e un papà.
Tutto questo disorienta le menti. Per decenni non si è potuto mettere un meritatissimo tre in pagella: il ragazzo sarebbe stato “traumatizzato”. Il passo successivo è stato che, se non si poteva dire all’interessato che era una bestia, non si poteva neppure bocciarlo. I professori di applicazioni tecniche della Scuola Media sono divenuti psicologi dell’età evolutiva: “Sì, non sa niente, ma dobbiamo chiederci perché. Sapete se ha una situazione difficile, in famiglia?”
I genitori indicano ai bambini certe cose come pericolose e vietate e poi finiscono col permetterle: e quelli non sanno più che significa “pericolo” e “vietato”. I ragazzi sono trattati con deferenza da genitori, parenti, maestri e professori, si ritengono intoccabili e continuano a vincere su tutta la linea. Se i genitori si erano ripromessi di non comprar loro il motorino, è sufficiente che mettano il broncio, che indichino che il motorino l’hanno tutti, è sufficiente che i genitori parlino con gli psicologi (“Il ragazzo non deve sentirsi discriminato!”) perché ottengano quello che chiedevano. E l’errore non è l’acquisto del motorino: è il rifiuto precedente, che non si era in grado di mantenere.
Questa generazione non è precoce, è ritardata. Ha sempre la mentalità di un bambino piccolo. Un ragazzo di quindici o sedici anni ha l’idea che l’esistenza è una sorta di luna park: nessun dovere e tutti i diritti. Incluso quello di dare ai genitori la colpa dei propri errori. Una volta molti adolescenti dovevano faticare, per ottenere il cibo, oggi il lavoro minorile è vietato e all’ora canonica il pranzo è in tavola. I ragazzi rifiutano lo sforzo dello studio perché non serve a niente. Nemmeno ad essere promossi: basti vedere la percentuale dei maturi all’esame di Stato. Dunque perché strapazzarsi? Bisogna solo cercare di divertirsi e poiché il quotidiano modello del divertimento è la televisione, non è strano che le ragazzine desiderino di trasformarsi al più presto in “veline”, “vallette”, “ballerine”, belle ragazze seminude e sessualmente appetibili. Se una volta le bambine giocavano con la bambola era perché il modello verso cui avviarsi, era la maternità; oggi il modello di riferimento è la “velina” che si sbaciucchia col calciatore: ecco tutto.
Gli adolescenti non sono colpevoli di essere come sono. E non lo sono neppure quegli ex-adolescenti dei loro genitori. Il problema è che il nostro mondo ha perduto i suoi parametri: il rapporto fra colpa e punizione, fra attività e conseguenze, fra sforzo e risultato. I singoli vengono in contatto con la realtà ben dopo l’adolescenza e solo se lavorano per un piccolo privato o se esercitano la libera attività. I dipendenti infatti rimangono “figli”: basti vedere il rancore sindacale che anima tanti di loro.
I più fortunati sono forse gli adolescenti poveri: almeno sono educati dalla necessità. I bambini viziati invece, sempre più numerosi e sempre più avanti negli anni, non hanno bussola. Che Dio li aiuti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -14 febbraio 2009
L’OMICIDIO DEL TABACCAIO
Giovanni Petrali,
tabaccaio,
è vittima di una rapina e reagisce. Va nel retrobottega, prende
una pistola e spara ai ladri in fuga: ne uccide uno e ne ferisce un
altro. È stato condannato a diciotto mesi per eccesso colposo di
legittima difesa. Molti avrebbero voluto vederlo assolto ma in
realtà c’è da essere lieti che sia stato condannato ad
una pena molto mite. Naturalmente, si afferma ciò soltanto sulla
base di ciò che si è letto sui giornali.Per l’esimente della legittima difesa, “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”. E l’uso dell’arma è giustificato se taluno la usa per “difendere: a) la propria o la altrui incolumità: b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione”. La chiave di tutto il problema è l’espressione: “pericolo attuale”. Pericolo significa “timore di un evento”. Un evento che non si è ancora verificato. Se si fosse già interamente consumato, si potrebbe parlare di “dolore”, “rimpianto”, perfino “volontà di vendetta”, ma non di “pericolo che si verifichi”. Se un ladro scippa la borsa di un vecchio e scappa via, il reato è concluso nel momento stesso in cui è a un metro da lui e, presumibilmente, corre più velocemente di lui. Il codice scrive “attuale” in un altro senso: non si può sparare ad uno che si prepara a rapinarci domani. Quell’aggettivo significa in atto, in corso di svolgimento.
Se dunque il sig.Petrali avesse tenuto la pistola nel cassetto della tabaccheria e avesse sparato durante la rapina, la sua sarebbe stata legittima difesa. Al contrario egli si è armato a rapina conclusa, quando non c’era più il “pericolo di una rapina”, ma una “rapina consumata”. Non un fatto possibile ma un fatto avvenuto. Per questo, anche se il suo gesto corrisponde ad un moto di esasperazione (non era la prima rapina), si è di fronte ad un omicidio: quali che siano i sentimenti del lettore e anche quelli di chi scrive.
In una Corte anglosassone Petrali sarebbe forse stato assolto perché in questi paesi a volte si ritiene che l’imputato non sia colpevole se, nel momento in cui ha commesso l’azione, sia stato sotto una tale pressione psicologica ed in preda ad una tale emozione, da non essere responsabile di ciò che faceva. Una sorta di “infermità mentale molto temporanea”. Da noi invece, salvo dichiarare l’infermità o la semi-infermità mentale, di solito si condanna risolutamente per omicidio.
Rimane da chiarire come mai i giudici italiani siano riusciti a condannare il Petrali a soli diciotto mesi di carcere. La tesi verosimile è che il Petrali abbia reputato i suoi spari in linea col suo diritto di difesa, sicché soccorrerebbe l’art.59 del Codice penale. Esso stabilisce che: “Se l'agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”. I giudici, generosamente, avrebbero dunque ritenuto che il Petrali si è sentito autorizzato a sparare ai rapinatori, anche se tecnicamente non lo era più (“ritiene per errore”), e per questo hanno parlato di reato colposo.
La conclusione è che coloro che avrebbero voluto vedere il tabaccaio del tutto assolto hanno una limitata competenza in diritto penale. Bisogna invece ringraziare i giudici.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 13 febbraio 2009
GLI INDISPENSABILI
Enrico
Mentana, in occasione
della morte di Eluana Englaro, desiderava andare in onda con
un’edizione straordinaria di Matrix, mentre Mediaset ha “coperto”
l’argomento con una trasmissione di Retequattro. Mentana si è
dimesso per protesta. La dirigenza ha subito accettato le sue
dimissioni e infine i giornalisti del gruppo hanno proclamato uno
sciopero. Il quadro va completato con i dati concreti della serata.
Canale 5 ha mandato in onda il Grande Fratello ed ha avuto il 31,78%
del pubblico televisivo; Rai1 ha trasmesso un’edizione speciale di
“Porta a Porta” ed ha totalizzato il 17,31%; Rai2 ha trasmesso X Factor
ed ha avuto il 12,25%; Retequattro ha avuto il 4,58% di pubblico.Checché ne dicano i moralisti, la televisione è solo uno strumento di intrattenimento. Se prendesse sul serio eventuali doveri educativi sarebbe punita dal pubblico con l’abbandono. Infatti la stessa Rai, che pure è pubblica, che pure fruisce del canone ed avrebbe il dovere di una certa qualità, non è diversa da una televisione commerciale. Tutte le accuse di “stupidità” rivolte a chi fa la televisione sono dunque fuor di luogo: il pubblico comanda e la dirigenza obbedisce. E se il pubblico preferisce il Grande Fratello al Requiem di Mozart, chi vuole avere grandi ascolti manda in onda il Grande Fratello.
Vespa ha realizzato appena il 54,46% degli ascolti del Grande Fratello. Dunque il pubblico si interessa più a ciò che presenta Alessia Marcuzzi che ad Eluana Englaro. Nessuno vietava a Mentana di pensare che, se avesse condotto lui lo special che è stato affidato ad Emilio Fede, gli ascolti sarebbero stati ben maggiori: ma può esserne sicuro? I fatti dicono che la dirigenza ha visto bene e Mentana ha visto male. Tutto questo è moralmente discutibile? Forse. Ma Canale 5 ha il dovere di fare utili, non di predicare grandi principi.
Enrico si è lasciato andare ad un malumore ingiustificato. Non solo ha protestato a torto ma ha anche commesso l’errore di annunciare prima le proprie dimissioni alla stampa. Quasi che, da quel momento, Mediaset dovesse prostrarsi ai suoi piedi. Ha dimenticato che nessuno è insostituibile: il varietà non è morto con Mario Riva e il giornalismo non è morto con Indro Montanelli. Che pure era Indro Montanelli.
Mentana si è dimesso in dissenso su una decisione aziendale e questo rientra nella sua sfera di libertà. Ma non si capisce lo sciopero dei giornalisti. A meno che essi non reputino che la televisione deve essere guidata dai suoi personaggi di spicco piuttosto che dai suoi dirigenti. Come se, in battaglia, si affidassero le operazioni ad un eroe di guerra piuttosto che a un freddo stratega.
L’episodio rientra forse in un quadro più vasto che si potrebbe designare: “illusione prospettica dell’intellettuale”. I giornalisti sanno che il lustro del giornale dipende da ciò che scrivono e alla fine sono tentati di pensare che tutta l’organizzazione economica sia secondaria. Un po’ come le salmerie per un esercito. E questo è un errore. Il personaggio più importante del giornale non è nemmeno il direttore: è l’editore. È lui che rischia i propri soldi; è lui che sceglie il direttore giusto; è lui che influenza la linea editoriale. L’indipendenza dei giornalisti, soprattutto nei grandi giornali, non è in discussione: ma chi può ignorare che c’è sempre qualcuno che tiene il coltello dalla parte del manico?
Nessuno può permettersi di atteggiarsi a prima donna. Neanche le prime donne. La storia di Hollywood fornisce parecchi esempi di grandi divi e dive che ad un certo punto i produttori, malgrado la loro fama, non hanno più voluto, a causa del loro comportamento.
I cimiteri sono pieni di persone indispensabili.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 11 febbraio 2009
ESAMI UNIVERSITARI
Sto correggendo gli
esami
scritti di Geografia Culturale e di Geografia dei Paesi Mediterranei
(laurea triennale e specialistica, Facoltà di Lingue,
Università di Torino). Per alcuni miei studenti, molti
purtroppo, Maometto è nato da famiglia "islamica" in Palestina
nel IV sec. a.C. (di fatto è nato nella penisola arabica, da
famiglia pagana, nel VI sec. d.C.), l'egira è avvenuta nel 622
a.C. (invece che dopo Cristo), la qibla (direzione di preghiera
islamica) è una festa di pellegrinaggio, La Mecca si trova a
Gerusalemme (i commenti sono inutili), i chassidim (ebrei
ultraortodossi) sono antichi egizi o anche antichi palestinesi e lo
Stato d'Israele è nato dopo un'invasione armata degli israeliani
(?) contro lo Stato di Palestina (?). La Ka'ba pare essere sconosciuta
anche ad alcuni miei allievi marocchini che preferiscono non rispondere
alla domanda che chiede loro di indicare dove si trovi. Alcuni italiani
optano per Hebron, altri per Gerusalemme... e dire che si tratta di una
domanda a scelta multipla e la prima opzione indica proprio La Mecca!
C'è chi confonde la strage di Deir Yassin, perpetrata
dall'Irgun, con quella di Sabra e Chatila compiuta dalle falangi
cristiano-maronite, ma anche chi la confonde con lo sceicco palestinese
Yassin. Chi è convinto che Maometto abbia guidato il primo
pellegrinaggio a La Mecca (in realtà fu guidato da Abu Bakr,
colui che divenne poi il primo califfo) e chi narra con dovizia di
particolari che i sunniti sono un ramo dell'ebraismo oppure i seguaci
di Alì (confondendoli con gli sciiti). Moltissimi studenti
sostengono che gli ebrei possono essere cittadini giordani ed eleggere
propri rappresentanti al parlamento giordano, mentre gli arabi non
possono essere cittadini israeliani ed eleggere propri rappresentanti
al parlamento israeliano (in realtà è vero il contrario).
Ma c'è anche chi confonde i tentativi di pace israelo
palestinesi di Oslo 1993 con il processo di Norimberga o con il caso
Dreyfus, chi è convinto che i Drusi siano i musulmani d'Europa,
chi dice che non c'è mai stato lo smantellamento delle colonie
ebraiche da Gaza (avvenuto nell'estate 2005) e chi asserisce che le
donne islamiche debbano fare il pellegrinaggio a La Mecca a volto
coperto (anche in questo caso è vero il contrario). Per non
parlare della carta muta dove il Pakistan confina con Israele, la
Striscia di Gaza si trova nella penisola del Sinai, come anche il
Negev, il Mar Morto sta al posto del Mar Rosso, il canale di Suez lungo
il confine israelo-giordano, Gerusalemme nella Striscia di Gaza, l'Iraq
al posto della Giordania e il Libano al posto del Mar Mediterraneo.
Eppure si tratta di studenti che hanno seguito le lezioni, che hanno
ascoltato le conferenze dell'Imam Pallavicini e del Rabbino Somekh, che
hanno studiato (o, meglio, avrebbero dovuto studiare) su testi di
geografia, che ho cercato di coinvolgere mostrando loro documentari in
aula, inviando carte e collegamenti geografici tramite internet ai loro
indirizzi di posta elettronica, ma è stato tutto inutile. E'
evidente che non ho fatto abbastanza, che 60 ore di corso non sono
state sufficienti, che non sono stata capace di trasmettere conoscenza
e neppure curiosità. Ed è anche evidente che la
propaganda di certi gruppi e l'assenza totale di stimoli alla ricerca
sono stati più forti. Spero soltanto che questi ragazzi evitino
di esprimere opinioni in favore o contro la "politica" della Stato
d'Israele, in favore o contro il pensiero islamico, in favore o contro
qualsiasi cosa... vista la desolazione delle loro menti.Daniela Santus - http://viaggisraele.blogspot.com/
IL FASTIDIO DELL’EMOTIVITÀ
Se ci
parlano di un uomo che
sta morendo di cancro, e soffre, e piange all’idea di lasciare i suoi
cari, sia perché non godrà più del loro amore, sia
perché non potrà più donare loro il proprio,
chiunque si commuove. Nulla è più triste di una morte
vissuta in piena coscienza, fra gli spasmi e misurando esattamente le
proporzioni della tragedia.Questo sentimento è meno comprensibile quando diviene corale e si concentra su un avvenimento su cui i giornali non smettono di ricamare. Può allora nascere un profondo sentimento di fastidio nato non dalla reazione al singolo fatto, quando dalla mancanza di reazione agli altri mille consimili. Quando sparisce una bambina, come la piccola Denise siciliana, non solo i giornali se ne occupano sul momento ma ancora anni dopo pubblicano articoli sul suo possibile ritrovamento, come piccola zingara o come bambina intravista in un supermercato. Si confrontano fotografie, si ipotizza il suo aspetto dopo il tempo che è passato, in un caso si è perfino arrivati all’esame del Dna. Sbagliato? No, giustissimo: solo che è ingiusto dimenticare le migliaia di persone che spariscono ogni anno: adolescenti, ragazzini, bambini. Come mai ci si concentra sulla piccola Denise, fino al tedio e al sospetto di “televisione del dolore”, mentre si dimenticano le tante sparizioni analoghe, che provocano un identico dolore e che si prolungano per mesi e decenni nell’indifferenza generale?
È nozione comune che ogni giorno, in tutti gli ospedali, quando ci si rende conto che non ci sono più speranze, si procede ad una discreta eutanasia. E nessuno ne parla. Nel momento in cui ci si trova dinanzi a qualcuno che ha cessato di essere una persona viva ci si rassegna e si libera il letto d’ospedale. Nella concretezza le motivazioni etiche che tanto coinvolgono i moralisti e i religiosi pesano di meno. Quando invece della vita vegetativa di una persona si fa un caso nazionale ne discutono tutti i giornali, per settimane e settimane, se ne parla con la passione con cui si vorrebbe salvare un minatore rimasto chiuso nella miniera, staccare dalla croce un innocente, salvare dall’iniezione letale un uomo vittima di un errore giudiziario. E gli altri? Gli altri non contano. Se si fanno presenti i problemi analoghi, si ottiene la risposta: “Intanto salviamo questa povera vittima, per le altre vedremo”. E poi non si vede mai.
È inutile pubblicare un reportage fotografico su un bambino negro che muore per denutrizione, mentre la madre piange. La scena sarebbe straziante, e le lacrime sincere, perché nessuno è talmente insensibile da non deprecare che una vita innocente si spenga per mancanza di cibo; nessuno è talmente duro di cuore da non capire il pianto della madre: e tuttavia quel reportage è inutile. L’episodio è vero ma sono vere anche le altre centinaia di migliaia di episodi che nessuno fotografa e che non sono meno dolorosi, per gli interessati. E dal momento che nessuno può salvare tutti questi infelici, bisognerebbe predicare non l’invio di un sacco di farina, che non risolverebbe nulla, ma una molto più efficace pianificazione familiare. Piangere sul singolo bambino che muore non serve a niente. Può farci sentire delicati, migliori e morali, ma non è utile agli affamati. Saremmo effettivamente migliori se rendessimo impossibile la tragedia, facendo sì che chi viene al mondo trovi sufficiente cibo.
Questo giustifica il sentimento di fastidio dinanzi a quegli stessi fatti che coinvolgono emotivamente tutto il Paese. Non perché il singolo avvenimento non meriti quell’attenzione, ma per l’indifferenza con cui sono stati trattati tutti gli avvenimenti analoghi, fino a quel momento, e per l’indifferenza con cui saranno trattati dopo, quando la volubile emotività nazionale si sarà concentrata su qualcos’altro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 10 febbraio 2009
P.S. Per Eluana Englaro è stata disposta l’autopsia. Non bisogna dunque lanciarsi ad accusare di omicidio coloro che l’assistevano senza disporre dei dati necessari. Ci dirà l’autopsia se la morte è stata naturale o qualcuno l’ha affrettata, e in questo secondo caso si applica l’art.575 C.p. Parlare prima di avere i dati è un’imprudenza. Quando c’è modo di accertarli i fatti non si devono presumere.
DI PIETRO: VILIPENDIO E CALUNNIA
Antonio Di Pietro
è stato iscritto nel
registro degli indagati per il reato di vilipendio in relazione a
quanto detto il 28 gennaio scorso in piazza Farnese. L'iscrizione
è conseguente alla denuncia dell'Unione delle Camere penali
italiane (Ucpi), firmata dal professor Oreste Dominioni. L’accusato ha
reagito affermando che lo stesso Dominioni sarà presto iscritto
fra gli indagati per il reato di calunnia. Per provare i fatti,
afferma, “porterò con me, come testimoni, oltre 200 mila persone
che, attraverso la diretta streaming, hanno assistito al mio
intervento. L’avvocato Dominioni porterà solo un generico
"sentito dire"». Tesi che suonano strane. Sentito dire? Le parole
di Di Pietro sono riportate addirittura in un video dello stesso
Corriere della Sera.La prima osservazione è che Di Pietro, dal momento che per anni ha detto peste e corna del “Parlamento degli inquisiti”, e in questo momento è inquisito lui stesso, oggi dovrebbe ritirarsi a vita privata. Si reputa innocente? Anche gli altri. Anche quelli che lui ha condannato e avrebbe voluto vedere allontanati. Ma questa è bassa politica. Si passi al diritto, campo nel quale l’ex-magistrato sembra avere idee originali.
Commette il delitto di calunnia chi “incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato” (art.368 C.p.). Perché si abbia calunnia è dunque necessario che si realizzi il pericolo di un procedimento penale. Se si accusa taluno di furto presentando un filmato in cui lo si vede mentre, passando, tocca il cofano di un’automobile, non si avrà calunnia perché il pericolo del procedimento penale non esiste. Il giudice al massimo si chiederà se il denunziante sia sano di mente. Né indurrebbe ad ipotizzare l’esistenza del reato la circostanza che quel tale reputi veramente che toccare un’automobile costituisca furto: perché in questo caso sarebbe in buona fede e per ciò stesso la calunnia sarebbe impossibile.
Scendendo alla fattispecie che interessa, se si forniscono le prove di un fatto (un filmato) i casi sono due: o ciò che si vede e si sente costituisce reato, e dunque la denuncia non è una calunnia; oppure non costituisce reato, e il giudice archivia. In nessun caso si può avere calunnia, quando il denunziante non aggiunge nulla di suo. Per quanto riguarda la sua personale convinzione che il fatto costituisca reato, essa farebbe addirittura decadere l’ipotesi di calunnia, mancando la coscienza dell’innocenza dell’accusato.
Dicevano i romani: narra mihi factum, dabo tibi ius. Traducendo: “raccontami la cosa, ti dirò io la sua qualificazione giuridica”. Se si fornisce la prova di un fatto, sarà il giudice a stabilire se esso costituisca o no reato. Di Pietro dovrebbe dunque riuscire a provare che il filmato è stato falsificato e che Dominioni lo sa innocente. Probatio diabolica.
Rispetto alle esatte parole oggetto della denuncia, ecco che cosa si è potuto trascrivere dal video: “Il suo giudizio, dice il leader dell’Idv, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, ci appare poco da arbitro e poco da terzo. Non siamo d’accordo sul fatto che si lasci passare il lodo Alfano. Lo possiamo dire sì o no?”. Reclama più volte questo diritto , “rispettosamente, rispettosamente”, e aggiunge: “Ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra cosa. Il silenzio uccide. Il silenzio è un comportamento mafioso”.
E qui si può ravvisare una possibile linea di difesa: l’intera Italia ha frainteso. Diversamente da come hanno capito il Quirinale, tutti i parlamentari, tutti i giornali e tutte le televisioni, il politico non intendeva parlare del silenzio del Presidente della Repubblica ma del suo proprio. Dello stesso Di Pietro. Voleva esprimere questo concetto: “Non sono d’accordo sul fatto che lei abbia firmato la legge detta lodo Alfano. Lo posso dire, con tutto il rispetto? Certo che sì. Se non lo dicessi il mio silenzio sarebbe complice. Il mio silenzio ucciderebbe. Il mio silenzio sarebbe un comportamento mafioso”. Tesi brillante, ma che si presta a un paio di obiezioni.
In primo luogo, come mai Di Pietro, che ha minacciato tuoni e fulmini, che ha predetto la condanna di Dominioni per calunnia, non ha detto la cosa più semplice e che gli sarebbe venuta spontanea, se fosse stata la verità? Bastava dicesse: “Mi avete capito male, io parlavo del mio silenzio, non di quello di Napolitano”.
In secondo luogo, è possibile che tutta l’Italia abbia interpretato male le sue parole? Perfino un ex presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro) ha riscontrato in esse un palese carattere di reato. È difficile preferire l’interpretazione dell’imputato a quella del resto del Paese.
L’ex-magistrato, la cui fortuna ogni volta che entra in un’aula di giustizia è proverbiale, potrebbe tuttavia essere assolto da un giudice comprensivo se argomentasse come segue: tutta l’Italia ha capito che Di Pietro trattava Napolitano da mafioso ma Di Pietro non intendeva farlo. E dal momento che il reato di vilipendio non è colposo, l’imputato deve essere assolto per insufficienza di prove sul dolo.
Per una volta, la goffaggine espressiva di questo ex-magistrato potrebbe salvarlo da una condanna penale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -4 febbraio 2009
Giu' le mani dalla Shoa'
Apro il giornale di
oggi e leggo in prima pagina che la Spagna ha deciso di accusare
Israele per crimini di guerra, d'ora in poi qualsiasi israeliano sia
esso politico o soldato corre il rischio di essere arrestato se passa
dalla Spagna o dall'Inghilterra o dai paesi che si vorranno aggiungere
alla combriccola dei giustizieri della notte. Zipi Livni e' corsa a Madrid per cercare di evitare il peggio e forse la Spagna cambiera' la legge ma non e' ancora sicuro, troppo succoso poter arrestare degli ebrei israeliani, potrebbe saziare la voglia di antisionismo per qualche mese.
Strano che queste cosa capitino sempre a Israele, eppure di guerre al mondo ce ne sono e ce ne sono state e tutte le guerre fanno dei morti, in genere sempre morti civili.
Come mai che nessuno porta davanti a un tribunale i responsabili della NATO che in ex Jugoslavia, solo 10 anni fa, fecero centinaia di morti civili?
La NATO bombardo' accidentalmente ospedali, mercati, ambasciate seminando morte e distruzione e ogni volta il commento era un semplice e gelido "Abbiamo sbagliato".
Forse che dalla Serbia, Croazia e Kossovo partivano missili contro il resto d'Europa? Forse che da quei paesi partivano kamikaze per farsi saltare nelle strade di Roma, Parigi, Vienna, Berlino? No, c'era un guerra tra etnie che si odiavano da centinaia d'anni eppure l'Europa intervenne in casa d'altri, la NATO bombardo' a tappeto ma nessuno rischia oggi di essere arrestato se decide di andare a visitare il Museo del Prado, neanche D'alema, il pacifinto equidistante, che tanto appoggio' l'intervento in ex Jugoslavia.
Israele si, Ogni israeliano e' in pericolo se va in Europa, i politici e i militari, anche se in pensione, possono essere arrestati e i civili possono essere malmenati.
Israele non ha mai fatto una sola guerra per divertirsi o per aggredire o per conquistare, ogni guerra combattuta da Israele e' stata imposta dagli arabi, dalle loro aggressioni e dal loro terrorismo.
Dove sta la Giustizia, allora?
Se tanto mi da tanto, come avrebbe reagito l'Europa che si fa passare per portatrice di valori inestimabili come liberta' e giustizia, se qualcuno l'avesse bombardata per otto anni di seguito?
Avrebbe fatto tabula rasa subito, avrebbe ammazzato e bombardato come sempre in casa d'altri, come sta facendo da anni in Afghanistan dove nei bombardamenti dall'alto muoiono centinaia di civili, donne e bambini ma nessuno ne parla.
Nessuno ne parla, capite?
Si parla invece, si condanna, si maledice Israele per i morti che fa per difendere se stessa, dopo aver avvisato , dopo aver tentato tutte le vie per fermare il terrorismo.
Dopo aver, spesso inutilmente, provato a evitare di colpire gli scudi umani che i palestinesi usano bestialmente e cinicamente come arma di propaganda contro Israele.
E' l'ipocrisia, piu' che l'ingiustizia che mi manda in bestia. La giustizia non esiste mai in modo completo ma che si faccia la morale a Israele che ha un esercito che si nutre di etica e compassione per il nemico, che si arrivi a minacciare Israele perche' si difende dai terroristi, no, questo non e' ammissibile e non e' sopportabile.
Che ci si erga a giudici per condannare un Paese Giusto che combatte per la propria esistenza contro eserciti di terroristi senza morale pronti ad ammazzare i propri figli pur di poterne incolpare Israele, non e' accettabile.
Passando a un altro titolo, ecco il summit di Davos e le offese di Erdogan, il santo presidente di santa Turchia a Shimon Peres, demoniaco presidente della perfida Israele:
"A Gaza avete ammazzato donne e bambini" urlava Erdogan, pulendosi velocemente, dietro la schiena, le mani dal sangue dei bambini kurdi e armeni, contro Shimon Peres, poi si e' alzato e se ne e' tornato in Turchia accolto dalle ovazioni dei turchi in delirio.
Erdogan, Erdogan, furbetto, come se non si fosse capito che le sue invettive contro Peres altro non erano che uno sporco tentativo politico, riuscitissimo, per guardagnare simpatie in patria.
Ehhh, gia' gia', non c'e' piu' la Turchia di una volta, quella che accoglieva con gioia e gratitudine gli ebrei in fuga dall'Europa persecutrice.
Oggi la Turchia e' ritornata ad essere una nazione islamica che marcia a grandi passi verso l'arretratezza culturale.
Quello che sta succedendo nel mondo e' una specie di saga dell'orrore contro Israele. Abbiamo passato il 27 gennaio, la Giornata in Memoria della Shoa' e abbiamo avuto le nostre brave rassicurazioni: il mondo ci odia tanto da avere le convulsioni, possiamo stare tranquilli, niente e' cambiato, assolutamente niente.
La Spagna, sempre quella degli arresti di israeliani, per completare l'infamia, ha cancellato ogni commemorazione della Shoa' per protestare contro Israele.
Esiste forse un nesso tra gli ebrei ammazzati 65 anni fa e Israele e i palestinesi?
La Spagna pero' ha dimostrato di essere coerente confermando la teoria che antisemitismo e anti
