C a p p e r i  !

                                                                            "E' la libertà, bellezza!"
     
   
 

                 
     


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BAZAR
Usa. Ragazzino di tredici anni uccide con una fucilata il fratellino di dieci. Qual è il diminutivo di Caino?

L’Ayatollah Khamenei: L’Olocausto è stato un “pretesto” per creare lo Stato d’Israele. E l’Oceano Pacifico è solo un pretesto per fare i bagni ad Acapulco.

Irlanda. La success story economica di questo paese è proprio al capolinea. Dall’isola verde all’isola al verde.

L’ex di Frattini si dichiara delusa. Per fortuna, quell’uomo è Ministro degli Affari Esteri. Negli Affari Interni pare lasci a desiderare.

Khamenei afferma: “Israele è un cancro”. Che per questo sia invincibile?

Tutti i dirigenti del Pd favorevoli all’assegno ai disoccupati. Conflitto d’interessi?

Epifani contro la pensione delle donne a 65 anni. Perché è contro? E perché mai dovrebbe essere a favore di qualcosa?

Mandato d’arresto per Bashir, premier del Sudan. 300.000 assassinati. Sì, ma è vero? Che ne pensa il vescovo Williamson?

Scagionati i romeni accusati dello stupro della Caffarella. Per i colpevolisti però rimangono lo stesso romeni.

Gianni Pardo

BAZAR
Crisi. Gli americani temono di “diventare come gli europei”. Gli europei non temono di diventare come gli americani. Il peggio l’hanno già copiato.

Franceschini: “Sono segretario da otto giorni e mi sembrano due anni”. Che fortuna. Così gli rimarrà una lunga segreteria, nel ricordo.

La Clinton a Gerusalemme. “La soluzione? Due Stati”. Quando si dice l’inventiva.

Un primo in Senato a 1,50 €. Di Pietro: “Con i bulli che abbiamo in Parlamento e al governo, così succede”. Il solito uso approssimativo della lingua italiana.

Franceschini: “Il Pd è a un punto di non ritorno: non ci saranno litigi fra i gruppi dirigenti”. Crediamo di più alle prima delle due frasi.

La Sicilia ha il massimo numero di esorcisti. Visti i risultati: collusi col Nemico?

L’Unità rischia di chiudere. Dopo tante battaglie, il Travaglio della fine.

Franceschini. Se Berlusconi vincesse anche le europee, “la cosa potrebbe preoccupare tutti”. Ma soprattutto lui.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 4 marzo 2009

La puzza nauseabonda dell'odio
Tenetevi forte!
Oggi, 1 marzo, avra' inizio la Settimana dell'odio contro Israele definita la settimana dell'apartheid di Israele verso i poveri palestinesi!
Si sa  che l'odio antisemita non ha un inizio ne' una fine,  c'e' sempre, ma per sette giorni sara' incanalato meglio, con piu' ordine e sara' alimentato da conferenze, filmati, testimonianze, tarocchi su tarocchi, tutto teso a  far capire  agli studenti universitari  e dei collage di tutto il mondo che Israele e'  uno stato di apartheid come lo fu il SudAfrica, che Israele e' uno stato da odiare, da demonizzare, da dileggiare, da calunniare. All'uopo e' stato creato un poster che e' tutto un programma:  una grande scritta nera che recita GAZA sulla quale cammina un dolce bambinetto in kefiah e orsetto Dubi Dubi tra le braccine. Sopra di lui arriva un Apache con la scritta nera ISRAEL dal quale parte un missile che si dirige dritto  verso il dolce bambinetto palestinese.
Questo poster sara' esposto per sette giorni consecutivi ( ma dopo nessuno sara' costretto a levarlo) in tutte le universita' del mondo che vorranno aderire alla settimana di odio.
Per sette giorni tutti i giovani delle accademie internazionali saranno  invitati a boicottare ogni prodotto israeliano, naturalmente, siccome sono degli ipocriti falsi e opportunisti, verranno boicottati solo i prodotti che non servono, tipo arance, cibi, succhi di frutta, tutte cose senza le quali i giovani possono vivere, si dimenticheranno di boicottare prodotti per loro importanti ..... tipo.... il cellulare, le e-mail,  tutti i microchip che permettono la navigazione in internet, Google, Microsoft windows XP, Microsoft Office,  Intel microchip, Pentium chip,  antivirus di tutti i tipi. Tutte cose e molte altre che sono state  create o sviluppate in Israele. Cose che i razzisti di tutto il mondo fingono di dimenticare che portino da qualche parte un made in Israel.
Nel mondo, ormai da sempre, si assiste al festival dell'odio antisraeliano, non sanno piu' cosa inventare. Se  gli studenti ebrei si ribellano  vengono malmenati, i gruppi dei palestinesi sono sempre piu' organizzati, violenti , ormai sono una rete internazionale molto potente e sempre di piu' riescono a  creare odio antisemita tra i giovani di tutto il mondo , basta raccontare un paio di palle ed ecco che i soci di tali organizzazioni aumentano e si dedicano alla caccia all'ebreo.
Il Fronte per la Liberazione della palestina controlla le universita' , dall'Inghilterra agli USA e detta le sue regole, eccole qui di seguito tratte dal loro sito:
 
1) La University of Manchester deve pubblicare un comunicato che condanni le azioni di Israele nella striscia di Gaza, riconoscendo in particolare gli effetti sulle istituzioni scolastiche, come il bombardamento dell’università islamica di Gaza, e che esprima preoccupazione sulle accuse di crimini di guerra
2) Sostenere una giornata di raccolta di fondi per il campus il cui ricavato vada all’appello Disasters Emergency Committee (DEC) per Gaza
3) L’Università deve diffondere l’appello del DEC in qualsiasi modo possibile (anche con un banner sul sito web) e deve mettere pressione alla BBC e a Sky affinché trasmettano la promozione di quest’appello.
4) Tutte gli attrezzi e le provviste in più degli edifici che sono state rinnovate devono essere mandate a Gaza sul convoglio Viva Palestina.
5) L’Università deve partecipare alla campagna BDS fermando la vendita di prodotti di merci Israeliane, nei locali dell’università e deve smettere di comprare qualsiasi di attrezzo per il campus da compagnie israeliane.
6) L’Università deve disinvestire da tutte le compagnie direttamente coinvolte nella produzione di armi. Chiediamo anche che l’Università prenda seriamente in considerazione la questione della trasparenza negli investimenti
7) L’Università deve pubblicamente sostenere il diritto di protesta dei suoi studenti, come le occupazioni. Su questa linea l’università deve facilitare lo svolgimento della conferenza “Students for Palestine”, che si terrà la seconda settimana di aprile.
8) L’Università deve mandare un messaggio pubblico in solidarietà con l’Università Islamica di Gaza, il cui campus è stato praticamente distrutto, e pubblicarlo sul sito web dell’università e diffonderlo agli indirizzi e-mail dell’università.
9) L’Università deve emettere almeno cinque borse di studio per gli studenti Palestinesi e cinque borse di studio per gli studenti israeliani che rifiutano di prestare servizio nelle FDI.
10) L’Università deve creare un modulo sulla storia palestinese disponibile come modulo opzionale per qualsiasi studente della University of Manchester.
11) L’università deve applicare tasse pari a quelle che pagherebbero in patria agli studenti palestinesi che vogliono frequentare la University of Manchester
12) L’Università non deve vittimizzare coloro che partecipano all’occupazione e si deve essere possibile un movimento libero sia dentro che fuori lo spazio occupato.
La lotta del popolo palestinese per la liberazione è un confronto con l’imperialismo e il sionismo a livello palestinese, arabo e internazionale e queste azioni dirette di solidarietà sono una parte critica della nostra lotta per raggiungere i nostri diritti nazionali di auto determinazioni, sovranità e di rompere la stretta mortale dell’imperialismo e del sionismo intorno alla nostra gente.
Inoltre nel momento in cui il livello di coinvolgimento della NATO e dell’Unione Europea è aumentata per prolungare l’assedio contro la nostra gente e sopprimere i nostri diritti nazionali, la lotta di questi studenti per porre fine all’assedio a Gaza e per isolare internazionalmente Israele è stata particolarmente importante.
Particolarmente ci complimentiamo con gli studenti della University of Manchester per aver preso la risoluzione di boicottare Israele al suo meeting generale, coinvolgendo più di mille studenti e per aver mandato messaggi di solidarietà e di sostegno a tutti gli studenti e le altre persone in Gran Bretagna e intorno al mondo che stanno lottando per la liberazione della Palestina.
Tratto da: http://www.pflp.ps/english/
Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Ormai i palestinesi sono diventati i padroni del mondo e gli occidentali sono i loro schiavetti adoranti, le violenze antiebraiche non si contano in tutto il mondo, violenze fisiche e psichiche, nelle universita' inglesi per esempio hanno deciso da anni di fare le conferenze il venerdi sera  escludendo cosi' la partecipazione degli ebrei osservanti. Giorni fa un ragazzo ebreo in Florida fu bastonato e semiannegato in una spiaggia all'urlo "crepa ebreo crepa".  Negli atenei inglesi, americani, canadesi  la vita e' difficile per i giovani ebrei, devono uscire in gruppi per il timore di essere aggrediti se soli. L'atmosfera che si vive e' da 1938.
La vita per gli ebrei e' difficile e pericolosa al di fuori di Israele e non siamo ancora arivati a Durban 2, la  vendetta. quando  sara' pericoloso per ogni ebreo  farsi vedere per strada.
Anche l'Italia nel suo piccolo fa del suo meglio per non sfigurare in questa sinfonia di odio puzzolente e ha escluso Israele dai Giochi della Gioventu' che quest'anno si svolgeranno a Pescara.
Israele si affaccia sul Mediterraneo? Si ma non puo' partecipare perche' i paesi arabi, quelli che a sentire D'alema tanto anelano alla pace, non permettono che partecipi , dettano legge al comitato e il comitato presieduto dal recidivo Mario Pescante obbedisce.
Non e' una novita' che quando i Giochi si fanno in Italia Israele non possa partecipare. Molti anni fa, negli anni 90. quando i Giochi del Mediterraneo si svolgevano a Bari, avevo scritto al solito Pescante una lettera di protesta per l'esclusione  di Israele dai Giochi e lui mi aveva risposto che Israele poteva partecipare solo se venivano palestinesi. Adesso Pescante scrive che esiste un comitato olimpico palestinese. Ma come non esiste la Palestina, non esistono atleti palestinesi ma questa specie di comitato ha persino voce in capitolo!
Ma in che mondo ipocrita viviamo? Israele dopo 60 anni dalla sua fondazione non puo' fare in campo internazionale cose che  sono permesse a un paese inesistente!
Dove viviamo?! Dove viviamo?!!!
Viviamo in uno schifo di mondo, amici, in un mondo dove si organizzano settimane di odio contro una democrazia, dove alla stessa democrazia e' impedito di partecipare a gare sportive e dove a una dittatura diabolica come l'Iran viene proposto addirittura di partecipare al G8 prossimo venturo.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

Massima del giorno:
Marx sosteneva che la massima molla della storia è l’economia. Io mio chiedo se non sia la stupidità (G.Pardo).

BAZAR
B.Spinelli: “In Italia si parla di teatrino [della politica]: i paesi feroci adorano i diminutivi”. Per non essere feroci diremo che è una frase creta.

Di Mugabe: Megafesta per gli 85 anni di Mugabe. Caviale, champagne, aragoste. Anche il popolo dello Zimbabwe è contento: non ha problemi la linea.

Corriere: “Si infittiscono i lanci di razzi palestinesi da Gaza verso il territorio israeliano”.

Ancora nessuna risposta israeliana: continua la “reazione proporzionata”.

Borse sempre più giù. L’ottimista irriducibile: “Per fortuna, non possono andare sotto lo zero!”

Imprenditore in cella per stalking. In Inghilterra, per farsi capire, avrebbero detto “molestie”.

Gheddati: “Accettiamo le scuse dell’Italia”. Vien da rispondere: “Non c’è di che”.

Agguato contro la nazionale di cricket dello Sri Lanka. Impensabile, in Italia. Noi non giochiamo al cricket.

Berlusconi a Gheddafi: “Venga al G8 con la sua tenda”. Ma Sarkozy come farà, con l’Elysée?

Bersani: “Pensioni? Prima gli evasori”. La conoscevate già? Chiedo scusa.

Gianni Pardo

IL PREZZO DELLA BRUTTEZZA
Montaigne racconta che un generale greco aveva vinto una battaglia e una regina stava organizzando una festa in suo onore. Solo che l'ospite giunse prima dell’ora fissata, e da solo: questo fece sì che il primo caposguattero che lo vide gli mise in mano un secchio e lo mandò a prendere dell'acqua. Il generale invece di protestare obbedì e quando più tardi, chiarito l'equivoco, tutti si prodigarono in infinite scuse, si limitò a dire, saggiamente: "Ho pagato il prezzo della mia brut tezza".
Questo aneddoto, malgrado la sua eleganza, può ispirare un dubbio: lo stratego si sarebbe adattato a far lo sguattero, se non si fosse ripromesso le scuse e la sua battuta? Probabilmente no. Insomma quel festeggiato non pagò il prezzo della sua bruttezza ma quello necessario per organizzarsi un aneddoto da rac contare e con cui fare la figura dell'uomo di spirito.
Nella realtà può andare peggio, e senza contropartite. Come è capitato a me. Premesso che ogni paragone tra Brummel e me sarebbe fuor di luogo, anni fa andai da un dermatologo per una piccola onicomicosi (funghi sotto le unghie) e il dermatologo mi consigliò di cambiare mestiere. “In che senso?” chiesi sbalordito. “Nel senso che non dovrebbe più esercitare un mestiere manuale”.
Anche il finale, indimenticabile, merita una citazione. Andando via dissi: “Arrivederla, dottore”. “Arrivederla, professore”, ribatté. Ed io: “Come fa a sapere che sono professore?” “Le ho detto che lei deve salutarmi arrivederla professore e non arrivederla dottore”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- 3 marzo 2009


IL PARTITO SONNAMBULO
Le vicende del Pd hanno avuto legioni intere di commentatori, unanimi nell’essere discordi. La ragione di questa cacofonia è che la situazione non è affatto chiara. Non si sa di chi sia la colpa dei ripetuti rovesci del Pd. Non si sa quale diversa politica l’avrebbe salvato. Non si sa quale altro leader avrebbe fatto meglio del caro Walter, e perché. Non si sa quale linea di comportamento bisognerebbe adottare per cambiare rotta e neppure chi apparirebbe adatto a guidare questo rinnovamento.
Che gli stessi dirigenti non abbiano le idee chiare è dimostrato dal fatto che molti, nel corso di questi mesi, hanno rimproverato di tutto, a Veltroni - dall’arrendevolezza alla violenza verbale, dal rapporto con Di Pietro a quello con la maggioranza - ed ecco che, dovendolo sostituire, scelgono la fotocopia sbiadita. Inoltre – sia pure facendo i salti mortali - avrebbero avuto la possibilità di organizzare le primarie subito: e non l’hanno fatto. Avrebbero potuto – sempre facendo i salti mortali – organizzare al più presto un congresso in cui chiarirsi le idee: e non l’hanno fatto. Magari hanno detto che non potevano perché incombono le elezioni europee: ma quante chance hanno di vincerle? Non sarebbe stato meglio perderle con la scusa che le elezioni avevano trovato il Pd in pieno travaglio di rinnovamento? Comunque, non sta certo a chi scrive dire che cosa avrebbe dovuto fare un partito che è l’erede delle gloriose tradizioni della Dc e del Pci. Quello che importa è che l’elezione di Franceschini è solo un rinvio del problema. Un modo di spazzare la polvere sotto il tappeto. Ché, se non fosse un rinvio, se nel Pd credessero veramente ad una segreteria Franceschini, perché eleggerlo in modo derisorio, per otto mesi, a scadenza, come un prodotto incapace di resistere al tempo?
Il fatto è che non si è nemmeno voluto compiere questa azione politica. Bisognava tenersi libere le mani in ogni direzione. Insomma si è solo preso tempo, con buona pace di tutti i commentatori ed astrologi politici.
Nel Pd non si vede un pensiero, un progetto, una volontà. Da ragazzo mi chiedevo che cosa pensassero certi coetanei e anni dopo mi è stato chiaro che quello che c’è da capire, a volte, è che non c’è niente da capire. Il Partito Democratico agisce in stato di sonnambulismo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 febbraio 2009


LA HYBRIS DI ENRICO MENTANA
Rispetto alla fine della conduzione di “Matrix” da parte di Enrico Mentana, lo stesso ex-conduttore, per spiegare le proprie dimissioni e la loro accettazione, afferma che qualcosa “si è incrinato”. Tuttavia, per quanto riguarda il momento della rottura, sembra ovvio che si è incrinato piuttosto dal suo lato che dal lato dei dirigenti Mediaset: infatti prima ci sono state le dimissioni e dopo la loro accettazione.
“Forse alcuni ospiti piacevano meno di altri» e «Di Pietro può essere stata la penultima goccia che ha fatto traboccare il vaso». Chissà. E tuttavia non è Mediaset che l’ha allontanato per avere dato spazio all’ex-pm. Ma agli occhi di Enrico questo non assolve il gruppo che, nota, ha subito una “progressiva fidelizzazione di Mediaset all'avventura politica di Berlusconi”. Ma, un momento, se le reti Mediaset hanno subito una “progressiva fidelizzazione” al Cavaliere, lui perché non si è dimesso, a freddo, per emettere un grido di libertà, e l’ha fatto a causa di una collocazione in terza serata? Somiglia a quei rapinatori che, una volta presi, dichiarano di averle commesse per motivi politici.
In un colloquio con Gad Lerner Mentana ha spiegato poi che, secondo le parole del Corriere, “non immaginava di essere licenziato per il solo fatto di essersi dimesso da direttore editoriale”. E qui bisogna fermarsi. In primo luogo, Enrico non è stato licenziato: sono state accettate le sue dimissioni. Se lui sostiene di essere stato licenziato è perché reputava inconcepibile che si potessero accettare le sue dimissioni. Lo schema è questo: la grande Callas, irritata per le insufficienti dimensioni del fascio d’orchidee che le è stato recapitato, dichiara che non canterà la Norma. Tutti gli amministratori dell’Opéra di Parigi, i colleghi e anche il famoso direttore d’orchestra vanno a pregarla, pressoché in ginocchio, di ripensarci: chi potrebbe adeguatamente sostituirla? E anche se ci fosse un nuovo soprano dai grandi meriti, il pubblico ancora non lo conosce e potrebbe fischiarlo solo per dispetto. Un disastro. Alla fine Maria Callas si considera risarcita dal monumentale mazzo di orchidee, quello che non vuole nemmeno passare dalla porta e, regalmente, accorda il suo perdono ai sudditi.
Questa in greco si chiama hybris: è quell’eccesso di sicurezza, di stima di sé, di mancanza di rispetto per l’umanità, che alla fine gli dei sentono come un attacco alla propria superiorità. Il colpevole di hybris chiaramente si innalza all’altezza dell’Olimpo ed è bene che gli dei lo facciano rotolare giù da una cima che non gli appartiene. Può dunque avvenire che la Callas dell’ipotesi precedente, mentre si aspetta di vedere la processione dei questuanti, non veda venire nessuno e cominci a sentire le note della Norma, cominciata senza di lei. Tra l’Olimpo e l’Ade a volte non c’è che una parola di troppo.
Mentana, in questa occasione, ha reputato impossibile che le sue dimissioni fossero accettate. A tal punto le ha reputate formali, puramente “punitive” della Società per cui lavorava. Con un simile atteggiamento – che certo non si sarà manifestato in questa occasione per la prima volta – chissà quante volte avrà irritato gli dei. Pochi cantano come Maria Callas ma alla lunga la musica lirica ha continuato anche senza di lei.
Mentana ha forse ragione: non si è dimesso, è stato licenziato. E non è stato licenziato per l’ora in cui doveva andare in onda la trasmissione di Canale 5, ma per parecchi fatti precedenti, che non conosciamo. Ma il licenziamento è stato giustificato. Se si è pagati per cantare, tanto dovrebbe bastare: non si possono fare i capricci per le orchidee.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- 24 febbraio 20095
P.S. Dati tratti dal “Corriere della Sera” del 24 febbraio 2009.


UNA QUESTIONE FUTILE
Dei lettori chiedono conto a Sergio Romano, editorialista del “Corriere della Sera”, del suo atteggiamento favorevole al riconoscimento di Hamas, malgrado il suo statuto terroristico, e favorevole a negoziati diretti Israele-Hamas. Romano risponde che quelle dello statuto di Hamas sono parole vane, dalle finalità prevalentemente propagandistiche, vista l’irrealizzabilità del progetto; che l’inclusione di quell’organizzazione fra quelle terroristiche non ha un serio valore di certificazione, perché questo genere di dichiarazioni dipende da negoziati fra i vari paesi e dai loro interessi; che infine è inutile che Israele dichiari di non poter negoziare con Hamas, visto che già lo fa, se pure attraverso la mediazione egiziana. E tanto varrebbe farlo a faccia a faccia.
Romano – pure sottilmente anti-israeliano da sempre – dice stavolta cose indubbiamente vere. Dunque bisogna plaudire alla sua tesi? La risposta è no.
Se è vero che coloro che “non si parlano” “si parlano” di fatto (come i divorziandi, attraverso i loro avvocati), perché farlo ufficialmente? Hamas ha interesse a presentarsi come l’arcinemico di Israele, l’organizzazione che non scenderà a nessun compromesso, che porterà a termine la missione finale, dovesse costare la vita a molti, ecc. e tutto questo per il popolino è incompatibile col dialogo cortese. Dunque Hamas tiene a far sapere che “non parla con Israele”. Israele fa altrettanto, nei riguardi di un’organizzazione effettivamente spregevole e terroristica. Ma dal momento che gli amici si possono scegliere e i nemici no, se bisogna mettersi d’accordo sui termini di una tregua, si è obbligati a comunicare. Poi, che lo si faccia nella stessa stanza, in due stanze separate con un cireneo che fa la spola, o attraverso ambasciate straniere, poco importa.
Ecco perché la questione è sembrata futile. I lettori chiedono: perché parlarsi, se l’altro è un nemico inqualificabile? E la risposta è semplice: perché è inevitabile. Romano allora dice: perché non parlarsi in pubblico, se già lo si fa in privato? E anche qui la risposta è semplice: perché parlarsi in pubblico non converrebbe a nessuno. Dalla necessità alla pubblicità il passaggio non è obbligatorio, diversamente i gabinetti non avrebbero porte.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -23 febbraio 2009


I pagliacci della Morte.                        
Benissimo, incomincia il walzer.
No, non quello di Bashir che e' la a Hollywood senza aver vinto l'Oscar.
Parlo del walzer di Durban 2 , il walzer dell'odio, la bolgia infernale dell'antisemitismo, il girone dei fondamentalismi. Sotto l'egida dell'ONU, sotto la presidenza di due grandi "democrazie" Libia e Iran, non ridete suvvia, ormai la parola democrazia non ha piu' senso per l'occidente, ormai hanno senso soltanto i fondamentalismi islamici e le apprezzatissime dittature arabe.
Dunque, un momento, non perdiamo il filo, dicevo che e' stata consegnata a Ginevra la bozza della risoluzione che presentera' Israele alla futura conferenza contro il razzismo.
Altra risata? Conferenza contro il razzismo? Libia e Iran alla presidenza? Beh, si una risata e' dovuta se pensiamo alla faccia tosta degli organizzatori.
Secondo voi cosa succedera'?
Mi dicono che la realta' e' peggio della piu' pessimistica  delle previsioni, mi dicono che e'  incominciata una vera e propria guerra per imitare i crimini nazisti. Hitler e soci  del XX secolo volevano un mondo senza ebrei, Hitler e soci del XXI secolo vogliono un mondo senza Israele.  
La bozza recita che Israele  e' un paese razzista che occupa terre arabe e viene definito "territorio occupato ai rifugiati palestinesi e ad altri abitanti arabi".
Israele non viene mai chiamato per nome ma sempre definito entita' occupante.
Israele non ha diritto ad esistere in quanto patria degli ebrei.
Motivo?
Semplice, se gli ebrei sono una razza allora Israele diventa patria di una razza, quindi razzista quindi da eliminare.
Validissima spiegazione, no?
Geniale!
Chissa' perche'  lo stesso discorso non vale per tutte le altre nazioni del mondo. Israele e' un paese  eterogeneo, vi convivono un centinaio di gruppi etnici, si incontra gente di tutti i colori che parla tutte le lingue del mondo ma alla societa' incivile non sta bene la formula "Israele, Paese ebraico".
Oltre alla negazione di Israele in quanto patria degli ebrei esiste la negazione della Shoa' rimessa in discussione da Siria e Iran.
Non sono morti tanti ebrei, bugia bugia, e' morto solo qualcuno e di malattia naturalmente.
 
Un'altra accusa e' quella di segregazione.
Israele tiene segregati gli arabi, cioe' una minoranza che studia, lavora, viaggia, frequenta l'universita', vota, sciopera, si diverte, protesta  e che  gode di ogni diritto della maggioranza
Tutto questo per Libia, Iran, Arabia Saudita, Egitto e tutti i democratici paesi arabi e islamici, e' segregazione.
Liberta' invece, sempre per questi pagliacci della morte, e' minacciare di decapitazione ogni persona beccata con in mano il Vangelo.
L'ambasciatore di Israele a Ginevra, Roni Leshno Yaar, durante un'intervista telefonica ha detto "Non si puo' sapere come finira', quello che e' sicuro e' che  le cose peggiorano di giorno in giorno"
Gruppi palestinesi arrivano a Ginevra  con nuovi comma di demonizzazioni da aggiungere: in Israele si mangiano i bambini arabi nei ristoranti, gli ebrei banchettano col sangue di noi poveri arabi, a Gaza sono stati uccisi milioni di poveri palestinesi disarmati, quasi tutti bambini al di sotto degli anni  zero.
Naturalmente ai palestinesi  tutti credono, gli arabi no ma gli occidentali credono ciecamente ad ogni palla di Palliwood, per gli europei i palestinesi sono santi, bravi, buoni, grandi lavoratori, pacifisti tutti ed e' per questo che si inginocchiano davanti a loro e li mantengono perche' capiscono che lavorare li stanca troppo e insieme a loro urlano pacificamente "A morte Israele, Palestina ai palestinesi, vogliamo un unico califfato per i nostri adoratissimi amici arabi".
E cosi' succede che i gruppi di  palestinesi e filopalestinesi , centinaia di gruppi, arrivano a Ginevra , vanno dalla commissione e dicono:
aggiungete
e la commissione aggiunge allegramente.
Aggiunge le sofferenze palestinesi sotto la forza occupante (chi nomina Israele peste lo colga!)
Aggiunge del diritto dei palestinesi di ritornare nelle terre rubate dalla forza occupante.
Aggiunge che i poveri palestinesi  devono sottostare alle leggi razziste della forza occupante.
La commissione aggiunge, che gli frega, aggiunge tutto quello che puo' procurare odio contro Israele perche' solo con tanto odio ci sara' la speranza che questo Paese, l'unico degli ebrei, dove gli ebrei speravano di poter vivere finalmente in pace, venga spazzato dalle carte geografiche di tutto il mondo.
Mi dicono che,al confronto,  la festa razzista antisemita avvenuta nel 2001 a Durban  sara' una sciocchezzina al confronto dell'orgia di odio che stanno preparando a Ginevra, nel cuore d'Europa.
Sara' l'evento antisemita dell'anno,  peggiore di come ci saremmo aspettati e bisogna dire che l'Europa in questo senso ha una grande esperienza quindi mettiamo insieme odio europeo piu' odio islamico, esperienza persecutrice europea piu' esperienza persecutrice islamica, aggiungiamo un pizzico di Eurabia e di poveri palestinesi , agitiamo il tutto ed ecco la formula vincente di Durban 2 a Ginevra: Fuori Israele dal consesso mondiale! Ebrei a morte!
Sono curiosa di vedere quale dei paesi occidentali si rendera' complice di questa orgia di dementi razzisti.
Sono curiosa di vedere quale dei paesi europei non e' ancora sazio di sangue ebraico.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

Il 20 febbraio un professore di religione di Bra (Cuneo), Carlo Zonin, cinquantenne, timido, ammodo, impegnato nel sociale, con 32 anni di carriera scolastica, stanco delle angherie subite, in un raptus ha volontariamente investito con l’auto due studenti di 17 e 18 anni,  mandandoli in ospedale. L’episodio può essere commentato con i seguenti ricordi di trent’anni fa.
LE TERMOPILI A SCUOLA
Ricordi post-sessantottini
Molti anni fa vinsi un concorso nazionale per l’insegnamento nei licei: lingua e letteratura francese. Questa cattedra è caratteristica per due ragioni: agli esami, bisognerebbe conoscere benissimo la lingua – l’esame si svolge infatti in francese – e ovviamente la grammatica, anche in quelle parti che i francesi non conoscono. Bisognerebbe conoscere la pronuncia della lingua nei secoli scorsi; tutta la storia; tutta la letteratura; tutta la “civiltà” (per esempio, come funziona il métro a Parigi o quali regioni producono vino e quali no) e inoltre avere accettabili nozioni di letteratura inglese, tedesca, spagnola e russa. Il supergenio che fosse preparato in tutte queste cose poi avrebbe un lauto stipendio di oltre mille euro al mese.
La seconda caratteristica è che l’insegnante ha le classi dalla prima alla quinta: il professore ha dunque tutto dunque il tempo di conoscere i suoi alunni ed essere ben conosciuto da loro. Tuttavia, nel corso del primo anno d’insegnamento, c’è una pericolosa eccezione: la quinta classe, composta di ragazzoni che qualche mese dopo, in seguito alla benedizione dell’esame di Stato, vanno all’università. Con costoro non si ha il tempo di conoscersi e viceversa loro sanno che il professore non avrà l’arma del voto finale. Inoltre – in quegli anni successivi al Sessantotto – gli alunni sentivano di potersi permettere qualunque cosa e io non avevo avuto il tempo di guadagnarmi il loro personale rispetto.
Le cose si misero subito male. La mia severità fece scandalo e la classe si coalizzò contro di me. Inoltre sbalordivano ed indignavano i miei voti inferiori al quattro o al tre, e poco importava che fossero meritati. Tanto che una ragazza andò a protestare dal Preside e costui ebbe il coraggio di venire a protestare, in piena classe e dinanzi a quei trentatré energumeni: non potevo modificare quel voto troppo basso? mi chiese. Gli risposi secco che, dal punto di vista didattico, in quella classe, dopo Dio comandavo io. Ora non avevo più solo la classe, contro di me, ma anche il Preside.
I giorni andavano avanti alla meno peggio, quando alcuni ragazzi, in fondo all’aula, per sfregio, si misero a giocare a carte durante la lezione. Li vidi e feci rapporto: forse il solo che abbia mai scritto in quel liceo. Il risultato, per me inatteso, fu che il Preside non prese alcun provvedimento. A parte il fatto che era un vile, quella volta presumo abbia fatto questo ragionamento: il professore è troppo severo (fascista), dunque devo sostenere gli studenti (proletari) che fanno l’unica Rivoluzione d’Ottobre che si possono permettere. E poi qualche rivincita doveva pur prendersela.
Stavolta la situazione era disperata. Io non ho mai avuto il bisogno di alzare la voce, ho sempre avuto un ottimo rapporto con gli alunni, ma stavolta mi trovavo esposto al ridicolo: i ragazzi erano autorizzati a mancarmi di rispetto. Non avevo la loro stima (umana, quella professionale neanche loro si permettevano di metterla in dubbio), non avevo il sostegno del Preside, non avevo il sostegno delle famiglie. Ero solo e disarmato.
La volta seguente entrai in classe, mi sedetti in cattedra come gli altri giorni, aprii un libro e mi misi a leggere. I ragazzi credettero che stessi preparando la lezione e si misero a parlare tra loro, ma dopo un quarto d’ora io stavo ancora leggendo. E anche dopo mezz’ora. Alla fine dell’ora mi alzai ed andai via.
Quando ci fu di nuovo lezione, ed aprii il libro, i ragazzi accolsero la novità con gioia: un’ora in meno di lezione! Solo che io continuai a leggere quella volta, e la volta seguente, e la volta seguente ancora. I ragazzi smisero di ridere. Sapevano che, salvo eccezioni, la lingua e la letteratura francese erano materia d’esami e si resero conto che la scuola non li preparava più. Finirono con l’andare dal preside e questi da me. Io gli dissi che se i ragazzi erano autorizzati a giocare a carte in classe, io ero autorizzato a leggere e certo non avrei aperto bocca per chi non mi ascoltava. Lui, contrito, insisteva a dirmi che i ragazzi mi chiedevano scusa, mi pregavano di riprendere a fare lezione, bisognava che li perdonassi (ma era lui, che non perdonavo!) e chiedeva insomma che tutto rientrasse nell’ordine. Quell’episodio, dall’inizio alla fine, doveva essere dimenticato.
Effettivamente lo fu. I ragazzi si resero conto di aver perso il braccio di ferro e la classe divenne come tutte le altre. Ma io mi chiedevo come potesse funzionare una scuola così, dove solo professori lassisti o capaci di vincere da soli contro tutti riuscivano a sopravvivere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 22 febbraio 2009


TESTAMENTO BIOLOGICO: O LIBERALE O MEGLIO NIENTE
Sono ben consapevole che il testamento biologico è una questione che non può essere affrontata con semplicismo: in essa si intrecciano scelte personali e familiari, credenze morali e religiose, dilemmi tecnologici sullo sfondo di condizioni personali spesso drammatiche. La vicenda di Eluana, di fronte a cui si è appassionata e divisa la nazione, insegna.
Ma al di là delle complicanze tecniche e degli strumentalismi politici, non può essere elusa la scelta di fondo che il Parlamento deve compiere nel momento in cui si accinge a legiferare. Da un lato c’è il principio secondo cui il valore inalienabile da preservare è l’autodeterminazione della persona umana la quale deve conservare il diritto di decidere su tutto ciò che riguarda la propria vita, a partire dalle proprie convinzioni etiche e/o religiose.
Dal lato opposto si pone la diversa visione secondo cui, in ultima analisi, spetta a un’autorità esterna decidere sopra la persona, si tratti dello Stato che detta le norme anche contrarie a ciò che ciascuno vuole per sé, o della Chiesa che trasferendo i suoi codici morali nella legislazione civile, impone i principi religiosi destinati ai credenti anche a coloro che credenti non sono.
Certo, nessuno ignora che la questione è ben più complicata del semplice dilemma ora illustrato. Gli interrogativi aperti sono molti: dove comincia e finisce il trattamento sanitario? Cosa succede se la volontà di fine vita è stata espressa in tempi lontani? Quand’è che lo stato di “coma permanente” equivale alla morte? E’ certamente vero che con lo sviluppo delle biotecnologie, che prolungano ogni oltre limite naturale il fine vita, le zone d’incertezza aumentano sempre più.
Ma l’alternativa tra i diversi modi di intendere il testamento biologico – l’autodeterminazione della persona o l’imposizione di una rigida norma – resta il vero spartiacque tra la visione liberale e quella autoritaria. In Italia, d’altronde, anche la Costituzione, scritta sessant’anni or sono, stabilisce all’art.32 un principio liberale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Il disegno di legge maggioritario ora in discussione al Senato si fonda su una visione statalista e antiliberale per cui la volontà della persona è sovrastata da norme dettate dall’alto che non lasciano alcun margine neppure alla “scienza e coscienza” del medico. Il tutto aggravato – almeno a stare all’attuale testo – da una assurda procedura burocratica che costringe alla stipula di milioni di dichiarazioni di intenti da ripetersi infinite volte con la partecipazione di medici di famiglia, notai e fiduciari.
Se così è – e speriamo che alla fine non sarà così –, allora è meglio lasciare le cose come stanno, senza leggi assurde. Anche in questo caso vale il vecchio adagio per cui lo Stato migliore resta quello che meno entra nella vita delle persone.

di Massimo Teodori


INFERNO E PARADISO
Su paradiso e inferno come realtà ultraterrene potranno dare maggiori informazioni coloro che si intendono di religione e di metafisica. Per la gente comune invece quei due concetti si riferiscono alla vita quotidiana. Avere a che fare con la burocrazia in Italia, ecco l’inferno. Dormire bene e svegliarsi vedendo arrivare la persona amata con la prima colazione sul vassoio, ecco il paradiso. E chi non capisce che quest’ultimo è il paradiso, rischia di non conoscerlo mai.
Jean Paul Sartre ha dato una famosa definizione: l’enfer, c’est les autres, l’inferno sono gli altri. Lasciando da parte i motivi seri di infelicità (la malattia, la miseria, la solitudine), per quanto riguarda la vita familiare alcuni vivono in paradiso ed altri all’inferno senza che l’osservatore neutrale riesca a vedere una differenza sostanziale fra le loro situazioni.
Non c’è nulla di più banale che chiedere: “Faccio un caffè, ne vuoi?” Eppure partendo da questa frase si può imboccare la strada del paradiso o quella dell’inferno.
Paradiso: “No, ti ringrazio. Purtroppo il medico mi ha imposto dei limiti”.
Inferno: “Bravo! Così magari schiatto più in fretta! Possibile che ti interessi così poco di me da non ricordare quel che m’ha detto il medico? (con scherno:) Lo vuoi un caffè? mi dice. Tanto vale che tu mi chieda se voglio del cianuro”.
E non è detto che la diatriba finisca qui. La controparte può infatti rispondere: “La verità è che uno non dovrebbe mai essere gentile, con te. Sei come certi gatti, uno ti accarezza e tu graffi. E poi – per tua norma - il medico ti ha solo raccomandato di non berne più di tre al giorno”. E finisce qui? No, per nulla: “Ma io li ho già bevuti tutti e tre!” “Ed io come faccio a saperlo? Sto forse dietro di a contare quanti ne bevi?” Si può continuare, fino al lancio dei piatti e al divorzio. Tutto per non aver risposto “No, grazie”.
Gli esempi sono infiniti. A chi chiede tre volte che ora è nel giro di dieci minuti si può dare l’ora tre volte oppure farne una tragedia. Alla fine di una telefonata, se uno chiede “Che ti diceva tua madre?” la risposta, se si vuole mantenere il segreto, è “Le solite cose”. Se invece si risponde: “Affari nostri, possibile che ti debba dire anche quello che mi dice mia madre?” è facile imboccare il sentiero dell’inferno. L’argomento delle rispettive famiglie oltre tutto è esplosivo: “E allora perché tu mi chiedi quello che mi dice la mia?” Oppure: “Ah, certo, le cose che ti dice la signora professoressa io non le potrei capire!” E, peggio di tutto: “Ti ha detto male di me, l’immagino. E tu l’ascolti sempre religiosamente!”
Il paradiso e l’inferno si distinguono anche in un altro modo. Gli egoisti si credono sempre in credito e cercano sempre di approfittare dell’altro. E alla fine naturalmente pareggiano. Al contrario, gli altruisti – o due che si vogliono bene nella maniera giusta - fanno una continua gara di generosità. E anch’essi, essendo uguali, alla fine pareggiano. Esattamente come nella gara di egoismo: solo che nel primo caso si vive tra le fiamme, nell’altro le nuvole azzurre, con un’arpa in mano.
La nostra civiltà non si occupa molto di saggezza. L’ultimo che ne ha parlato con qualche efficacia è stato Michel de Montaigne. Dunque ci sono poche speranze che qualcuno cambi comportamento perché ha letto alcune righe di un articolo. Ma esse possono servire per chiarire il problema intellettualmente.
Unica possibile difesa: si può spiegare chiaramente, in un momento di calma, questa differenza fra l’inferno e il paradiso. Poi, nel momento in cui l’altro fosse sgradevole, gli si può chiedere con tono serafico: “Vuoi che ci amiamo o preferisci litigare?” E se neanche questo basta, contattare un bravo avvocato divorzista.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 22 gennaio 2009

UN COMMENTO E UNA RISPOSTA
Un amico psichiatra mi scrive dagli Stati Uniti:
Su Inferno e Paradiso devo dire che sono d’accordo, solo che aggiungerei che non si tratta di un semplice fenomeno dovuto al linguaggio o alla buona creanza.  Penso che chi cerchi la lite la trovi perché ne ha "bisogno".  Per questo mi scontro con coloro che praticano la IPT (interpersonal therapy) al fine di modificare il linguaggio di coppia - e pure con risultati diciamo OK.  Tali persone diventano poi come coloro che si devono ricordare di respirare (la maledizione di Ondina) o quando vanno in bicicletta fanno destra... sinistra... destra...  Come è più facile e più soddisfacente non essere un cane arrabbiato che va in giro a mordere. Si tratta di fare un altro tipo di lavoro, di terapia.
S.P.
 Rispondo a mio modo. Il problema sollevato è interessantissimo e le due posizioni sono entrambe valide. Si può convincere qualcuno che deve smettere di fumare, anche se compra sigarette e le offre agli amici, oppure convincerlo a non toccare mai, per nessuna ragione, una sigaretta. Nel primo caso una decisione in linea col male che si vuole estirpare, nel secondo un comportamento che comporta l’estirpazione di quel male, pur non mirando direttamente ad esso.
Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che chi si astiene dal dare risposte acide, o dal toccare le sigarette, non è tanto scemo da non capire che così sta cercando di essere meno sgradevole o sta cercando di smettere di fumare. Dunque i due comportamenti in un certo senso si potrebbero ridurre ad uno. E si comprende anche la tesi del mio amico: è certo meglio la coscienza dell’errore, e la voglia di eliminarlo, che l’obbedienza passiva a certe regole di comportamento.
Ma si potrebbe sostenere la tesi inversa. Molta gente che ha un comportamento insopportabile, se rimproverata, si giustifica. Non riconosce che ha bisogno della lite, come dice S.P.: sostiene anzi che è l’altro, che la cerca. Come le/gli può offrire un caffè, sapendo che non ne può bere? E se l’ha dimenticato significato che non l’ama. E non dovrebbe protestare?
Ecco perché gli adepti dell’IPT hanno qualche ragione. “Se non capisci che in questo modo cerchi la lite, impara a non rispondere scortesemente. Può darsi che la forma t’insegni la sostanza”.
Poi, ovviamente, tutto è materia di discussione.


Dichiarazione: nessuno può decidere per me
"Etica’ è la scelta che ciascuno, liberamente e privatamente, deve poter compiere sulla propria vita e sulla propria morte. Negare questo diritto – il diritto all’autodeterminazione dell’individuo – è una scelta politica e culturale, non etica. Ed è una scelta regressiva.

Da Lutero a Locke, da Kant a Jefferson la modernità nasce come definizione e tutela di uno spazio politico al cui interno l’individuo – con la sua coscienza, le sue scelte, i suoi principi, i suoi stili di vita – sia e resti inviolabile. ‘Nessuno può decidere per me’ è il motto della modernità. Un partito che oggi si dica della libertà, o di centrodestra, non può per nessun motivo abdicare su una questione così cruciale. La libertà di scelta di ciascuno è il perno su cui ruota l'antitolitarismo del XXI secolo.


La Costituzione? Approvata con 124 colpi di maggioranza
La storia contro la retorica. Come ogni legge, una volta approvata si rispetta e vale per tutti. Ma la legge fondamentale della Repubblica italiana non è nata dall’unione di tutte le idee e da proposte condivise largamente. Per ben 120 votazioni la Costituente decise a semplice maggioranza, talvolta risicata, risicatissima. Anche per un solo voto. La redazione di Italia oggi ha riletto in queste ore tutti gli atti della Costituente scoprendo che c’è più polvere negli slogan circolati ora nelle piazze che nel dibattito vibrante e pulsante che diede la Carta agli italiani. Per 85 volte in commissione si votò gli uni contro gli altri. Lo stesso accadde in assemblea altre 39 volte. La Costituzione non ebbe le sue radici nell’unanimità...
Perfino alcuni concetti fondamentali, quelli della prima parte intangibile, si votò in aula (ad esempio sulla Repubblica fondata sul lavoro) ottenendo o respingendo emendamenti per unhttp://www.silab.it/storia/as36/images/p36_13.jpg99888       soffio: 239 a 227. Ma la stessa cosa avvenne al momento di decidere sulla forma di Stato e di governo, e la composizione e l’elezione dei membri della seconda Camera divisero quasi a metà la Costituente (187 a 185). Testa a testa anche sulla famiglia, e il riferimento al matrimonio “indissolubile” introdotto in commissione saltò poi nel testo definitivo grazie a un voto d’aula quasi paritetico: 194 a 191. Come si vede dalle cifre, essendo i costituenti 556, allora come oggi molti bigiarono nei momenti decisivi le votazioni d’aula. Momento altissimo con altissimo tasso di assentesimo, che fece abbassare il quorum e talvolta fu anche uno stratagemma per non bloccare le votazioni sulle parti più contrastate. Anche su uno dei punti di contrasto emersi proprio in questi giorni, quello dei decreti legge e della relativa responsabilità, la divisione fra i costituenti fu aspra. Sia per motivi storici (il governo fascista ne aveva abusato durante il ventennio), sia proprio perché sull’equilibrio dei poteri fra presidenza della Repubblica e premier (all’inizio lo si chiamò così, poi si scelse la dizione “presidente del Consiglio”) la scelta fu contrastatissima sia in commissione che in aula. E dai verbali non emerge nemmeno ora la risposta che i costituzionalisti avrebbero voluto chiara durante lo scontro fra Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano per il decreto legge sul dramma di Eluana Englaro. Il testo scelto lo conosciamo, ed è quello dell’attuale articolo 77 della Carta, ma la discussione dei teorici dell’uno e dell’altro fronte non fece che acuire la confusione. A maggioranza si approvarono gran parte dei 292 emendamenti al testo della commissione poi entrati in vigore. A maggioranza se ne respinsero in aula altri 314 durante le 170 sedute esclusivamente costituzionali (su un totale di 347 sedute convocate anche per la legislazione ordinaria, le autorizzazioni a procedere e le risposte alle interrogazioni e interpellanze). I fatti indicano così l’esatto contrario della vulgata che oggi muove animi e piazze spesso riempite da chi quel testo costituzionale non ha nemmeno letto. Come accade ogni giorno in parlamento 60 anni fa ci fu chi discusse, si divise e alla fine decise con la regola principe della democrazia: chi ha più voti degli altri approva articoli, norme e leggi. Ci fu meno retorica di oggi quel pomeriggio di lunedì 22 dicembre 1947 quando a scrutinio segreto, proprio alla vigilia di Natale in fretta e furia come in questi anni si facevano le finanziarie, fu indetta la votazione finale sul testo della Costituzione della Repubblica italiana. Sfiniti dalle discussioni e ormai con il desiderio di dare quella carta agli italiani, votarono sì in larghissima maggioranza: 453 dei 556 costituenti. Ma il relatore del testo finale, che aveva presieduto le tante sedute combattute della Commissione, Meuccio Ruini, concluse: “Ma forse, sì, non taciamolo, onorevoli colleghi, molta parte del popolo italiano avrebbe voluto dall’Assemblea costituente qualcos’altro ancora... “. Ci si rendeva conto, in sostanza, che quello era il migliore dei testi in quel momento possibile, non una carta destinata a mummificarsi come qualcuno dopo 60 anni ancora pretenderebbe. E mummia non è stata, come abbiamo dimostrato nei giorni scorsi, grazie alle 15 modifiche anche sostanziali approvate talvolta a larga maggioranza, una volta con la maggioranza semplice dle centrosinistra. Quel che nel 1948 previdero e addirittura inserirono nella Costituzione è che negli anni cambiarla le avrebbe fatto solo del bene...

Franco Bechis


LA GENERAZIONE RITARDATA
Sulla “Stampa” (14.02.2009) un articolo di Chiara Beria di Argentine, dal titolo “Radiografia di una generazione troppo precoce”, segnala che gli adolescenti attuali sono un disastro. Le ragazzine “a dieci anni si preoccupano di fare la dieta e a 12 si truccano e pettinano come le protagoniste di Amici". I ragazzini commettono stupri su coetanee ma poi dicono: “Era solo uno scherzo”. Ci sono “baby cubiste che al sabato si trasformano in Lolite”, per non parlare di spiritosi che danno fuoco ai barboni addormentati. E tutti hanno rapporti sessuali molto presto. Naturalmente ci si chiede se la causa non sia “un grande vuoto d’amore” (che belle parole, signora contessa!) o se al contrario bisognerebbe abbassare l’età in cui i minori sono imputabili. Infine, come sempre, si parla di colpe dei genitori.
Sulla Terra non esiste una categoria di esseri umani chiamata “genitori”. Quelli di oggi sono solo gli adolescenti di quindici o vent’anni fa. E se gli adolescenti di oggi sembrano scervellati e irresponsabili, come si può pensare che quelli di ieri fossero tanto diversi e capaci di trasformarsi in ottimi educatori? È come a scuola: se gli alunni sono sempre più ignoranti è anche perché i professori sono a loro volta ex-alunni tirati su con l’idea che la bocciatura è una cattiveria.
Il problema riguarda l’intera società. Da decenni il mondo ha una deriva lassista. L’autorità è vista come prevaricazione, l’imposizione dello sforzo come crudeltà, il controllo dell’efficienza come comportamento antisindacale. Perfino l’accettazione della realtà è vista come insensibilità. Non si può chiamare cieco un cieco. Un uomo basso di statura è “verticalmente svantaggiato” e poteva andare peggio: avrebbero potuto essere, per dare una connotazione positiva, “avvantaggiato nella vicinanza al suolo”. Perfino i venerati termini “madre” e “padre” sono divenuti troppo autoritari: anche i sessantenni hanno solo una mamma e un papà.
Tutto questo disorienta le menti. Per decenni non si è potuto mettere un meritatissimo tre in pagella: il ragazzo sarebbe stato “traumatizzato”. Il passo successivo è stato che, se non si poteva dire all’interessato che era una bestia, non si poteva neppure bocciarlo. I professori di applicazioni tecniche della Scuola Media sono divenuti psicologi dell’età evolutiva: “Sì, non sa niente, ma dobbiamo chiederci perché. Sapete se ha una situazione difficile, in famiglia?”
I genitori indicano ai bambini certe cose come pericolose e vietate e poi finiscono col permetterle: e quelli non sanno più che significa “pericolo” e “vietato”. I ragazzi sono trattati con deferenza da genitori, parenti, maestri e professori, si ritengono intoccabili e continuano a vincere su tutta la linea. Se i genitori si erano ripromessi di non comprar loro il motorino, è sufficiente che mettano il broncio, che indichino che il motorino l’hanno tutti, è sufficiente che i genitori parlino con gli psicologi (“Il ragazzo non deve sentirsi discriminato!”) perché ottengano quello che chiedevano. E l’errore non è l’acquisto del motorino: è il rifiuto precedente, che non si era in grado di mantenere.
Questa generazione non è precoce, è ritardata. Ha sempre la mentalità di un bambino piccolo. Un ragazzo di quindici o sedici anni ha l’idea che l’esistenza è una sorta di luna park: nessun dovere e tutti i diritti. Incluso quello di dare ai genitori la colpa dei propri errori. Una volta molti adolescenti dovevano faticare, per ottenere il cibo, oggi il lavoro minorile è vietato e all’ora canonica il pranzo è in tavola. I ragazzi rifiutano lo sforzo dello studio perché non serve a niente. Nemmeno ad essere promossi: basti vedere la percentuale dei maturi all’esame di Stato. Dunque perché strapazzarsi?  Bisogna solo cercare di divertirsi e poiché il quotidiano modello del divertimento è la televisione, non è strano che le ragazzine desiderino di trasformarsi al più presto in “veline”, “vallette”, “ballerine”, belle ragazze seminude e sessualmente appetibili. Se una volta le bambine giocavano con la bambola era perché il modello verso cui avviarsi, era la maternità; oggi il modello di riferimento è la “velina” che si sbaciucchia col calciatore: ecco tutto.
Gli adolescenti non sono colpevoli di essere come sono. E non lo sono neppure quegli ex-adolescenti dei loro genitori. Il problema è che il nostro mondo ha perduto i suoi parametri: il rapporto fra colpa e punizione, fra attività e conseguenze, fra sforzo e risultato. I singoli vengono in contatto con la realtà ben dopo l’adolescenza e solo se lavorano per un piccolo privato o se esercitano la libera attività. I dipendenti infatti rimangono “figli”: basti vedere il rancore sindacale che anima tanti di loro.
I più fortunati sono forse gli adolescenti poveri: almeno sono educati dalla necessità. I bambini viziati invece, sempre più numerosi e sempre più avanti negli anni, non hanno bussola. Che Dio li aiuti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -14 febbraio 2009


L’OMICIDIO DEL TABACCAIO
Giovanni Petrali, tabaccaio, è vittima di una rapina e reagisce. Va nel retrobottega, prende una pistola e spara ai ladri in fuga: ne uccide uno e ne ferisce un altro. È stato condannato a diciotto mesi per eccesso colposo di legittima difesa. Molti avrebbero voluto vederlo assolto ma in realtà c’è da essere lieti che sia stato condannato ad una pena molto mite. Naturalmente, si afferma ciò soltanto sulla base di ciò che si è letto sui giornali.
Per l’esimente della legittima difesa, “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”. E l’uso dell’arma è giustificato se taluno la usa per “difendere: a) la propria o la altrui incolumità: b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione”. La chiave di tutto il problema è l’espressione: “pericolo attuale”. Pericolo significa “timore di un evento”. Un evento che non si è ancora verificato. Se si fosse già interamente consumato, si potrebbe parlare di “dolore”, “rimpianto”, perfino “volontà di vendetta”, ma non di “pericolo che si verifichi”. Se un ladro scippa la borsa di un vecchio e scappa via, il reato è concluso nel momento stesso in cui è a un metro da lui e, presumibilmente, corre più velocemente di lui. Il codice scrive “attuale” in un altro senso: non si può sparare ad uno che si prepara a rapinarci domani. Quell’aggettivo significa in atto, in corso di svolgimento.
Se dunque il sig.Petrali avesse tenuto la pistola nel cassetto della tabaccheria e avesse sparato durante la rapina, la sua sarebbe stata legittima difesa. Al contrario egli si è armato a rapina conclusa, quando non c’era più il “pericolo di una rapina”, ma una “rapina consumata”. Non un fatto possibile ma un fatto avvenuto. Per questo, anche se il suo gesto corrisponde ad un moto di esasperazione (non era la prima rapina), si è di fronte ad un omicidio: quali che siano i sentimenti del lettore e anche quelli di chi scrive.
In una Corte anglosassone Petrali sarebbe forse stato assolto perché in questi paesi a volte si ritiene che l’imputato non sia colpevole se, nel momento in cui ha commesso l’azione, sia stato sotto una tale pressione psicologica ed in preda ad una tale emozione, da non essere responsabile di ciò che faceva. Una sorta di “infermità mentale molto temporanea”. Da noi invece, salvo dichiarare l’infermità o la semi-infermità mentale, di solito si condanna risolutamente per omicidio.
Rimane da chiarire come mai i giudici italiani siano riusciti a condannare il Petrali a soli diciotto mesi di carcere. La tesi verosimile è che il Petrali abbia reputato i suoi spari in linea col suo diritto di difesa, sicché soccorrerebbe l’art.59 del Codice penale. Esso stabilisce che: “Se l'agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”. I giudici, generosamente, avrebbero dunque ritenuto che il Petrali si è sentito autorizzato a sparare ai rapinatori, anche se tecnicamente non lo era più (“ritiene per errore”), e per questo hanno parlato di reato colposo.
La conclusione è che coloro che avrebbero voluto vedere il tabaccaio del tutto assolto hanno una limitata competenza in diritto penale. Bisogna invece ringraziare i giudici.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 13 febbraio 2009


GLI INDISPENSABILI
Enrico Mentana, in occasione della morte di Eluana Englaro, desiderava andare in onda con un’edizione straordinaria di Matrix, mentre Mediaset ha “coperto” l’argomento con una trasmissione di Retequattro. Mentana si è dimesso per protesta. La dirigenza ha subito accettato le sue dimissioni e infine i giornalisti del gruppo hanno proclamato uno sciopero. Il quadro va completato con i dati concreti della serata. Canale 5 ha mandato in onda il Grande Fratello ed ha avuto il 31,78% del pubblico televisivo; Rai1 ha trasmesso un’edizione speciale di “Porta a Porta” ed ha totalizzato il 17,31%; Rai2 ha trasmesso X Factor ed ha avuto il 12,25%; Retequattro ha avuto il 4,58% di pubblico.
Checché ne dicano i moralisti, la televisione è solo uno strumento di intrattenimento. Se prendesse sul serio eventuali doveri educativi sarebbe punita dal pubblico con l’abbandono. Infatti la stessa Rai, che pure è pubblica, che pure fruisce del canone ed avrebbe il dovere di una certa qualità, non è diversa da una televisione commerciale. Tutte le accuse di “stupidità” rivolte a chi fa la televisione sono dunque fuor di luogo: il pubblico comanda e la dirigenza obbedisce. E se il pubblico preferisce il Grande Fratello al Requiem di Mozart, chi vuole avere grandi ascolti manda in onda il Grande Fratello.
Vespa ha realizzato appena il 54,46% degli ascolti del Grande Fratello. Dunque il pubblico si interessa più a ciò che presenta Alessia Marcuzzi che ad Eluana Englaro. Nessuno vietava a Mentana di pensare che, se avesse condotto lui lo special che è stato affidato ad Emilio Fede, gli ascolti sarebbero stati ben maggiori: ma può esserne sicuro? I fatti dicono che la dirigenza ha visto bene e Mentana ha visto male. Tutto questo è moralmente discutibile? Forse. Ma Canale 5 ha il dovere di fare utili, non di predicare grandi principi.
Enrico si è lasciato andare ad un malumore ingiustificato. Non solo ha protestato a torto ma ha anche commesso l’errore di annunciare prima le proprie dimissioni alla stampa. Quasi che, da quel momento, Mediaset dovesse prostrarsi ai suoi piedi. Ha dimenticato che nessuno è insostituibile: il varietà non è morto con Mario Riva e il giornalismo non è morto con Indro Montanelli. Che pure era Indro Montanelli.
Mentana si è dimesso in dissenso su una decisione aziendale e questo rientra nella sua sfera di libertà. Ma non si capisce lo sciopero dei giornalisti. A meno che essi non reputino che la televisione deve essere guidata dai suoi personaggi di spicco piuttosto che dai suoi dirigenti. Come se, in battaglia, si affidassero le operazioni ad un eroe di guerra piuttosto che a un freddo stratega.
L’episodio rientra forse in un quadro più vasto che si potrebbe designare: “illusione prospettica dell’intellettuale”. I giornalisti sanno che il lustro del giornale dipende da ciò che scrivono e alla fine sono tentati di pensare che tutta l’organizzazione economica sia secondaria. Un po’ come le salmerie per un esercito. E questo è un errore. Il personaggio più importante del giornale non è nemmeno il direttore: è l’editore. È lui che rischia i propri soldi; è lui che sceglie il direttore giusto; è lui che influenza la linea editoriale. L’indipendenza dei giornalisti, soprattutto nei grandi giornali, non è in discussione: ma chi può ignorare che c’è sempre qualcuno che tiene il coltello dalla parte del manico?
Nessuno può permettersi di atteggiarsi a prima donna. Neanche le prime donne. La storia di Hollywood fornisce parecchi esempi di grandi divi e dive che ad un certo punto i produttori, malgrado la loro fama, non hanno più voluto, a causa del loro comportamento.
I cimiteri sono pieni di persone indispensabili.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 11 febbraio 2009


ESAMI UNIVERSITARI
Sto correggendo gli esami scritti di Geografia Culturale e di Geografia dei Paesi Mediterranei (laurea triennale e specialistica, Facoltà di Lingue, Università di Torino). Per alcuni miei studenti, molti purtroppo, Maometto è nato da famiglia "islamica" in Palestina nel IV sec. a.C. (di fatto è nato nella penisola arabica, da famiglia pagana, nel VI sec. d.C.), l'egira è avvenuta nel 622 a.C. (invece che dopo Cristo), la qibla (direzione di preghiera islamica) è una festa di pellegrinaggio, La Mecca si trova a Gerusalemme (i commenti sono inutili), i chassidim (ebrei ultraortodossi) sono antichi egizi o anche antichi palestinesi e lo Stato d'Israele è nato dopo un'invasione armata degli israeliani (?) contro lo Stato di Palestina (?). La Ka'ba pare essere sconosciuta anche ad alcuni miei allievi marocchini che preferiscono non rispondere alla domanda che chiede loro di indicare dove si trovi. Alcuni italiani optano per Hebron, altri per Gerusalemme... e dire che si tratta di una domanda a scelta multipla e la prima opzione indica proprio La Mecca! C'è chi confonde la strage di Deir Yassin, perpetrata dall'Irgun, con quella di Sabra e Chatila compiuta dalle falangi cristiano-maronite, ma anche chi la confonde con lo sceicco palestinese Yassin. Chi è convinto che Maometto abbia guidato il primo pellegrinaggio a La Mecca (in realtà fu guidato da Abu Bakr, colui che divenne poi il primo califfo) e chi narra con dovizia di particolari che i sunniti sono un ramo dell'ebraismo oppure i seguaci di Alì (confondendoli con gli sciiti). Moltissimi studenti sostengono che gli ebrei possono essere cittadini giordani ed eleggere propri rappresentanti al parlamento giordano, mentre gli arabi non possono essere cittadini israeliani ed eleggere propri rappresentanti al parlamento israeliano (in realtà è vero il contrario). Ma c'è anche chi confonde i tentativi di pace israelo palestinesi di Oslo 1993 con il processo di Norimberga o con il caso Dreyfus, chi è convinto che i Drusi siano i musulmani d'Europa, chi dice che non c'è mai stato lo smantellamento delle colonie ebraiche da Gaza (avvenuto nell'estate 2005) e chi asserisce che le donne islamiche debbano fare il pellegrinaggio a La Mecca a volto coperto (anche in questo caso è vero il contrario). Per non parlare della carta muta dove il Pakistan confina con Israele, la Striscia di Gaza si trova nella penisola del Sinai, come anche il Negev, il Mar Morto sta al posto del Mar Rosso, il canale di Suez lungo il confine israelo-giordano, Gerusalemme nella Striscia di Gaza, l'Iraq al posto della Giordania e il Libano al posto del Mar Mediterraneo. Eppure si tratta di studenti che hanno seguito le lezioni, che hanno ascoltato le conferenze dell'Imam Pallavicini e del Rabbino Somekh, che hanno studiato (o, meglio, avrebbero dovuto studiare) su testi di geografia, che ho cercato di coinvolgere mostrando loro documentari in aula, inviando carte e collegamenti geografici tramite internet ai loro indirizzi di posta elettronica, ma è stato tutto inutile. E' evidente che non ho fatto abbastanza, che 60 ore di corso non sono state sufficienti, che non sono stata capace di trasmettere conoscenza e neppure curiosità. Ed è anche evidente che la propaganda di certi gruppi e l'assenza totale di stimoli alla ricerca sono stati più forti. Spero soltanto che questi ragazzi evitino di esprimere opinioni in favore o contro la "politica" della Stato d'Israele, in favore o contro il pensiero islamico, in favore o contro qualsiasi cosa... vista la desolazione delle loro menti.

Daniela Santus - http://viaggisraele.blogspot.com/


IL FASTIDIO DELL’EMOTIVITÀ
Se ci parlano di un uomo che sta morendo di cancro, e soffre, e piange all’idea di lasciare i suoi cari, sia perché non godrà più del loro amore, sia perché non potrà più donare loro il proprio, chiunque si commuove. Nulla è più triste di una morte vissuta in piena coscienza, fra gli spasmi e misurando esattamente le proporzioni della tragedia.
Questo sentimento è meno comprensibile quando diviene corale e si concentra su un avvenimento su cui i giornali non smettono di ricamare. Può allora nascere un profondo sentimento di fastidio nato non dalla reazione al singolo fatto, quando dalla mancanza di reazione agli altri mille consimili. Quando sparisce una bambina, come la piccola Denise siciliana, non solo i giornali se ne occupano sul momento ma ancora anni dopo pubblicano articoli sul suo possibile ritrovamento, come piccola zingara o come bambina intravista in un supermercato. Si confrontano fotografie, si ipotizza il suo aspetto dopo il tempo che è passato, in un caso si è perfino arrivati all’esame del Dna. Sbagliato? No, giustissimo: solo che è ingiusto dimenticare le migliaia di persone che spariscono ogni anno: adolescenti, ragazzini, bambini. Come mai ci si concentra sulla piccola Denise, fino al tedio e al sospetto di “televisione del dolore”, mentre si dimenticano le tante sparizioni analoghe, che provocano un identico dolore e che si prolungano per mesi e decenni nell’indifferenza generale?
È nozione comune che ogni giorno, in tutti gli ospedali, quando ci si rende conto che non ci sono più speranze, si procede ad una discreta eutanasia. E nessuno ne parla. Nel momento in cui ci si trova dinanzi a qualcuno che ha cessato di essere una persona viva ci si rassegna e si libera il letto d’ospedale. Nella concretezza le motivazioni etiche che tanto coinvolgono i moralisti e i religiosi pesano di meno. Quando invece della vita vegetativa di una persona si fa un caso nazionale ne discutono tutti i giornali, per settimane e settimane, se ne parla con la passione con cui si vorrebbe salvare un minatore rimasto chiuso nella miniera, staccare dalla croce un innocente, salvare dall’iniezione letale un uomo vittima di un errore giudiziario. E gli altri? Gli altri non contano. Se si fanno presenti i problemi analoghi, si ottiene la risposta: “Intanto salviamo questa povera vittima, per le altre vedremo”. E poi non si vede mai.
È inutile pubblicare un reportage fotografico su un bambino negro che muore per denutrizione, mentre la madre piange. La scena sarebbe straziante, e le lacrime sincere, perché nessuno è talmente insensibile da non deprecare che una vita innocente si spenga per mancanza di cibo; nessuno è talmente duro di cuore da non capire il pianto della madre: e tuttavia quel reportage è inutile. L’episodio è vero ma sono vere anche le altre centinaia di migliaia di episodi che nessuno fotografa e che non sono meno dolorosi, per gli interessati. E dal momento che nessuno può salvare tutti questi infelici, bisognerebbe predicare non l’invio di un sacco di farina, che non risolverebbe nulla, ma una molto più efficace pianificazione familiare. Piangere sul singolo bambino che muore non serve a niente. Può farci sentire delicati, migliori e morali, ma non è utile agli affamati. Saremmo effettivamente migliori se rendessimo impossibile la tragedia, facendo sì che chi viene al mondo trovi sufficiente cibo.
Questo giustifica il sentimento di fastidio dinanzi a quegli stessi fatti che coinvolgono emotivamente tutto il Paese. Non perché il singolo avvenimento non meriti quell’attenzione, ma per l’indifferenza con cui sono stati trattati tutti gli avvenimenti analoghi, fino a quel momento, e per l’indifferenza con cui saranno trattati dopo, quando la volubile emotività nazionale si sarà concentrata su qualcos’altro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 10 febbraio 2009

P.S. Per Eluana Englaro è stata disposta l’autopsia. Non bisogna dunque lanciarsi ad accusare di omicidio coloro che l’assistevano senza disporre dei dati necessari. Ci dirà l’autopsia se la morte è stata naturale o qualcuno l’ha affrettata, e in questo secondo caso si applica l’art.575 C.p. Parlare prima di avere i dati è un’imprudenza. Quando c’è modo di accertarli i fatti non si devono presumere.


DI PIETRO: VILIPENDIO E CALUNNIA
Antonio Di Pietro è stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di vilipendio in relazione a quanto detto il 28 gennaio scorso in piazza Farnese. L'iscrizione è conseguente alla denuncia dell'Unione delle Camere penali italiane (Ucpi), firmata dal professor Oreste Dominioni. L’accusato ha reagito affermando che lo stesso Dominioni sarà presto iscritto fra gli indagati per il reato di calunnia. Per provare i fatti, afferma, “porterò con me, come testimoni, oltre 200 mila persone che, attraverso la diretta streaming, hanno assistito al mio intervento. L’avvocato Dominioni porterà solo un generico "sentito dire"». Tesi che suonano strane. Sentito dire? Le parole di Di Pietro sono riportate addirittura in un video dello stesso Corriere della Sera.
La prima osservazione è che Di Pietro, dal momento che per anni ha detto peste e corna del “Parlamento degli inquisiti”, e in questo momento è inquisito lui stesso, oggi dovrebbe ritirarsi a vita privata. Si reputa innocente? Anche gli altri. Anche quelli che lui ha condannato e avrebbe voluto vedere allontanati. Ma questa è bassa politica. Si passi al diritto, campo nel quale l’ex-magistrato sembra avere idee originali.
Commette il delitto di calunnia chi “incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato” (art.368 C.p.). Perché si abbia calunnia è dunque necessario che si realizzi il pericolo di un procedimento penale. Se si accusa taluno di furto presentando un filmato in cui lo si vede mentre, passando, tocca il cofano di un’automobile, non si avrà calunnia perché il pericolo del procedimento penale non esiste. Il giudice al massimo si chiederà se il denunziante sia sano di mente. Né indurrebbe ad ipotizzare l’esistenza del reato la circostanza che quel tale reputi veramente che toccare un’automobile costituisca furto: perché in questo caso sarebbe in buona fede e per ciò stesso la calunnia sarebbe impossibile.
Scendendo alla fattispecie che interessa, se si forniscono le prove di un fatto (un filmato) i casi sono due: o ciò che si vede e si sente costituisce reato, e dunque la denuncia non è una calunnia; oppure non costituisce reato, e il giudice archivia. In nessun caso si può avere calunnia, quando il denunziante non aggiunge nulla di suo. Per quanto riguarda la sua personale convinzione che il fatto costituisca reato, essa farebbe addirittura decadere l’ipotesi di calunnia, mancando la coscienza dell’innocenza dell’accusato.
Dicevano i romani: narra mihi factum, dabo tibi ius. Traducendo: “raccontami la cosa, ti dirò io la sua qualificazione giuridica”. Se si fornisce la prova di un fatto, sarà il giudice a stabilire se esso costituisca o no reato. Di Pietro dovrebbe dunque riuscire a provare che il filmato è stato falsificato e che Dominioni lo sa innocente. Probatio diabolica.
Rispetto alle esatte parole oggetto della denuncia, ecco che cosa si è potuto trascrivere dal video: “Il suo giudizio, dice il leader dell’Idv, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, ci appare poco da arbitro e poco da terzo. Non siamo d’accordo sul fatto che si lasci passare il lodo Alfano. Lo possiamo dire sì o no?”. Reclama più volte questo diritto , “rispettosamente, rispettosamente”, e aggiunge: “Ma il rispetto è una cosa, il silenzio è un’altra cosa. Il silenzio uccide. Il silenzio è un comportamento mafioso”.
E qui si può ravvisare una possibile linea di difesa: l’intera Italia ha frainteso. Diversamente da come hanno capito il Quirinale, tutti i parlamentari, tutti i giornali e tutte le televisioni, il politico non intendeva parlare del silenzio del Presidente della Repubblica ma del suo proprio. Dello stesso Di Pietro. Voleva esprimere questo concetto: “Non sono d’accordo sul fatto che lei abbia firmato la legge detta lodo Alfano. Lo posso dire, con tutto il rispetto? Certo che sì. Se non lo dicessi il mio silenzio sarebbe complice. Il mio silenzio ucciderebbe. Il mio silenzio sarebbe un comportamento mafioso”. Tesi brillante, ma che si presta a un paio di obiezioni.
In primo luogo, come mai Di Pietro, che ha minacciato tuoni e fulmini, che ha predetto la condanna di Dominioni per calunnia, non ha detto la cosa più semplice e che gli sarebbe venuta spontanea, se fosse stata la verità? Bastava dicesse: “Mi avete capito male, io parlavo del mio silenzio, non di quello di Napolitano”.
In secondo luogo, è possibile che tutta l’Italia abbia interpretato male le sue parole? Perfino un ex presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro) ha riscontrato in esse un palese carattere di reato. È difficile preferire l’interpretazione dell’imputato  a quella del resto del Paese.
L’ex-magistrato, la cui fortuna ogni volta che entra in un’aula di giustizia è proverbiale, potrebbe tuttavia essere assolto da un giudice comprensivo se argomentasse come segue: tutta l’Italia ha capito che Di Pietro trattava Napolitano da mafioso ma Di Pietro non intendeva farlo. E dal momento che il reato di vilipendio non è colposo, l’imputato deve essere assolto per insufficienza di prove sul dolo.
Per una volta, la goffaggine espressiva di questo ex-magistrato potrebbe salvarlo da una condanna penale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -4 febbraio 2009


Giu' le mani dalla Shoa'
Apro il giornale di oggi e leggo in prima pagina che la Spagna ha deciso di accusare Israele per crimini di guerra, d'ora in poi qualsiasi israeliano sia esso politico o soldato corre il rischio di essere arrestato se passa dalla Spagna o dall'Inghilterra o dai paesi che si vorranno aggiungere alla combriccola dei giustizieri della notte.
Zipi Livni e' corsa a Madrid per cercare di evitare il peggio e forse la Spagna cambiera' la legge ma non e' ancora sicuro, troppo succoso poter arrestare degli ebrei israeliani, potrebbe saziare la voglia di antisionismo per qualche mese.
 
Strano che queste cosa capitino sempre a Israele, eppure di guerre al mondo ce ne sono e ce ne sono state e tutte le guerre fanno dei morti, in genere sempre morti civili.
Come mai che nessuno porta davanti a un tribunale i responsabili della NATO che in ex Jugoslavia, solo 10 anni fa, fecero centinaia di morti civili?
La NATO bombardo'  accidentalmente ospedali, mercati, ambasciate seminando morte e distruzione e ogni volta il commento era un semplice e gelido "Abbiamo sbagliato".
Forse che dalla Serbia, Croazia e Kossovo partivano missili contro il resto d'Europa? Forse che da quei paesi partivano kamikaze  per farsi saltare nelle strade di Roma, Parigi, Vienna, Berlino? No, c'era un guerra tra etnie che si odiavano da centinaia d'anni eppure l'Europa intervenne in casa d'altri,  la NATO bombardo' a tappeto ma nessuno rischia oggi di essere arrestato se decide di andare a visitare il Museo del Prado, neanche D'alema, il pacifinto equidistante,  che tanto appoggio' l'intervento in ex Jugoslavia.
 
Israele si, Ogni israeliano e' in pericolo se va in Europa, i politici e i militari, anche se in pensione, possono essere arrestati e i civili possono essere malmenati.
Israele non ha mai fatto una sola guerra per divertirsi o per aggredire o per conquistare, ogni guerra combattuta da Israele e' stata imposta  dagli arabi, dalle loro aggressioni e dal loro terrorismo.
Dove sta la Giustizia, allora?
Se tanto mi da tanto, come avrebbe reagito l'Europa che si fa passare per portatrice di valori inestimabili come liberta' e giustizia, se qualcuno l'avesse bombardata per otto anni di seguito?
Avrebbe fatto tabula rasa subito, avrebbe ammazzato e bombardato come sempre in casa d'altri, come sta facendo da anni in Afghanistan dove nei bombardamenti dall'alto muoiono centinaia di civili, donne e bambini ma nessuno ne parla.
Nessuno ne parla, capite?
Si parla invece, si condanna, si maledice Israele per i morti che fa per difendere se stessa, dopo aver avvisato , dopo aver tentato tutte le vie per fermare il terrorismo.
Dopo aver, spesso inutilmente,  provato a evitare di colpire gli scudi umani che i palestinesi usano bestialmente e cinicamente come arma di propaganda contro Israele.
E' l'ipocrisia, piu' che l'ingiustizia che mi manda in bestia. La giustizia non esiste mai in modo completo  ma che si faccia  la morale a Israele che ha un esercito che si nutre di etica e compassione per il nemico, che si arrivi a minacciare Israele perche' si difende dai terroristi, no, questo non e' ammissibile e non e' sopportabile.
Che ci si erga a giudici per condannare un Paese Giusto che combatte per la propria esistenza contro eserciti di terroristi senza morale pronti ad ammazzare i propri figli pur di poterne incolpare  Israele, non e' accettabile.
 
Passando a un altro titolo, ecco il summit di Davos e le offese di Erdogan, il santo presidente di santa Turchia a Shimon Peres, demoniaco presidente della perfida Israele:
 "A Gaza avete ammazzato  donne e bambini" urlava Erdogan, pulendosi velocemente, dietro la schiena, le mani dal sangue dei bambini kurdi e armeni, contro Shimon  Peres, poi si e' alzato e se ne e' tornato in Turchia accolto dalle ovazioni dei turchi in delirio.
Erdogan, Erdogan, furbetto,  come se non si fosse capito che le sue invettive contro  Peres altro non erano che uno sporco tentativo politico, riuscitissimo,  per guardagnare simpatie in patria.
Ehhh, gia' gia', non c'e' piu' la Turchia di una volta, quella che accoglieva con gioia e gratitudine gli ebrei in fuga dall'Europa persecutrice.
Oggi la Turchia e' ritornata ad essere una nazione islamica che marcia a grandi passi verso l'arretratezza culturale. 
Quello che sta succedendo nel mondo e' una specie di saga dell'orrore  contro Israele. Abbiamo passato il 27 gennaio, la Giornata in Memoria della Shoa' e abbiamo avuto le nostre brave rassicurazioni:  il mondo  ci odia tanto da avere le convulsioni, possiamo stare tranquilli, niente e' cambiato, assolutamente niente.
La Spagna, sempre quella degli arresti di israeliani,  per completare l'infamia, ha cancellato ogni  commemorazione della Shoa'  per protestare contro Israele.
Esiste  forse un nesso tra gli ebrei ammazzati 65 anni fa e Israele e i palestinesi?
La Spagna pero' ha dimostrato di essere coerente confermando la teoria che antisemitismo e antisionismo siano la stessa cosa, l'uno la completezza dell'altro.
La comunita' ebraica di Milano ha deciso di commemorare  le vittime della Shoa' nel chiuso di un teatro per evitare lazzi e sberleffi di milanesi filopalestinesi e di palesinesi antisemiti e altre preghiere plateali col fondoschiena per aria davanti al Duomo.
Hanno fatto bene e a questo punto io mi rifaccio a un mio vecchio articolo di molti anni  fa e alle parole recenti di Cinzia  Ozick e dico : giu' le mani dalla Shoa'.
Basta, eliminiamo La Giornata della memoria, noi ebrei non ne abbiamo bisogno per ricordare e i non ebrei non ne hanno bisogno per odiarci.
Cosa succede ogni anno il  27 gennaio, con inizio molti giorni prima e concludendosi molto giorni dopo?
Succede che incominciano a dire che  ...ma che cavolo,  sti ebrei sempre a  lamentarsi, ce ne sono stati di genocidi nella storia ...perche' bisogna commemorare solo loro? e gli zingari e gli armeni e i kurdi e i tutsi e i nativi americani .....i......i...perche' nessuno commemora i...? Perche' bisogna commemorare solo gli ebrei?
Incredibile, tutti i popoli che hanno subito genocidi vengono improvvisamente ricordati il 27 gennaio per poter sputare in faccia agli ebrei. Passata questa giornata, liberatisi dell'odio che hanno in corpo  nessuno piu' parla di armeni, kurdi, zingari, tutsi, nativi americani ecc.,  se li dimenticano immediatamente  per rinominarli solo  il 27 gennaio successivo.
Spaventosamente ridicolo.
Il 27 gennaio succedono anche altre cose, dopo 65 anni dalla Shoa', dopo 20 secoli di pogrom e persecuzioni c'e' ancora qualcuno che chiede "ma come mai e' successo? Ma perche' e' successo?".
Cavolo, informati no? Esistono migliaia di libri anche seri sulla persecuzione degli ebrei, informati ignorante, non aspettare che  si parli dei forni crematori per chiedere stupidamente "ma perche' e' successo... ma come mai e' successo?.... ma cosa hanno fatto gli ebrei perche essere tanto odiati?..."
Inevitabilmente c'e' chi, ancora piu' stupido,  gli risponde
"E' colpa loro, gli ebrei si sono sempre isolati, non hanno mai accettato di convertirsi, sti cretini, si facevano scorticare vivi pur di non farlo e poi ci chiedono ma perche' ci odiate tanto? potevano convertirsi se non volevano essere odiati!  E' tutta colpa loro e della loro mania di isolarsi: I ghetti, vi ricordate i ghetti? Si facevano chiudere nei ghetti pur di non assimilarsi! E lo hanno fatto per 500 anni, 500 anni di ghetto!
E  studiavano, tutta l'Europa del medioevo era ignorante e sporca e quelli la' studiavano e facevano studiare anche le donne! Ve lo immaginate? E' logico che gli altri li odiassero! Logicissimo.
Ogni tanto anche si lavavano cosi' non morivano di peste nera e lasciavano che morisserto gli altri europei, sti egoisti assassini.
E poi si chiedono perche' li odiamo tanto."
 
Questo tipo di ragionamenti e' normale, internet ne e' pieno ma intorno al 27 gennaio diventano  quotidiani, e' la saga dell'odio, del pregiudizio, della cretineria umana  nel tentativo di giustificare  lo sterminio e di rigettarne, ergendosi a giudici, la colpa sugli stessi ebrei e Israele.
Altri titoli di giornale parlano delle prodezze verbali dei seguaci Lefebvriani, oltre alla negazione della Shoa' del Cardinal Williamson, ecco le uscite indecenti di un certo don Floriano, un mezzo ebreo che di cognome fa Abrahamowicz, capo della comunita' lefebvriana di Treviso :" Non esistevano le camere a gas e se c'erano servivano solo per disinfettare la gente" . Certo, siamo tutti consapevoli della grande pulizia dei tedeschi.
Arrivavano i treni bestiame pieni di ebrei sporchi ...o sporchi ebrei....e loro li disinfettavano, mica si erano accorti che il Ziklon B fosse un gas mortale, poveri nazisti.
Pare che ieri questi negazionisti , di fronte alla rabbia del Papa, abbiano fatto marcia indietro e chiesto scusa ma il risultato non cambia.
Il risultato e' che sono segnali molto preoccupanti  e, nel mare immenso dell'odio antiebraico, ormai globalizzato, potrebbero portare ad altre tragedie per noi ebrei.
 
Giu' le mani dalla Shoa' dunque, giu' le mani di Israele, giu' le mani dagli ebrei, e lasciateci in pace se potete, una buona volta!
 
Deborah Fai - www.informazionecorretta.com


RAPIRE BATTISTI?
Un lettore chiede a Sergio Romano, nella rubrica delle lettere del “Corriere della Sera”, perché l’Italia non manda un commando a rapire Cesare Battisti e portarlo in Italia: come fecero gli israeliani con Eichmann o, a suo dire, gli Stati Uniti “in tutto il mondo”; l’ex-ambasciatore dichiara che questi sono “pericolosi precedenti” e finiscono “inevitabilmente per generare altri arbitri”. Leggendo queste parole ci si accorge che purtroppo non si può essere né d’accordo né in disaccordo con lui. Infatti tutto dipende dalle circostanze.
Lo Stato moderno non ammette la vendetta privata e se ne riserva l’esclusiva: la chiama “sanzione penale”. Il singolo può dunque non attivarsi, per riparare un torto, perché ci penserà lo Stato. È questa la ragione per cui molte persone, gravemente offese da un crimine, dicono virtuosamente: “Non chiediamo vendetta, chiediamo giustizia”, senza rendersi conto che la giustizia di cui parlano è la vendetta di Stato. L’unico vantaggio è la ragionevole probabilità che la sanzione sia più serenamente commisurata al delitto.
Questo schema è valido anche nei rapporti internazionali. Se un assassino tedesco, per sottrarsi alla giustizia del suo paese, scappa in Italia, l’Italia lo restituisce alla Germania. E lo stesso avviene se un assassino italiano scappa in Germania. Ma che avverrebbe se un Paese desse ricetto e protezione a tutti gli assassini d’Europa? L’Italia o la Germania dovrebbero rassegnarsi a lasciare impuniti parecchi crimini oppure, se proprio tenessero a punire un dato criminale, dovrebbero andare a prenderselo. È quello che è avvenuto per Eichmann. Israele non avrebbe dovuto violare la sovranità dell’Argentina, ma è anche vero che l’Argentina avrebbe dovuto consegnare Eichmann. È questa è l’origine del rapimento. Come dicevano i giuristi romani, in pari causa turpitudinis, melior est condicio possidentis, quando due persone si contendono una cosa ed hanno ambedue torto, la situazione migliore è quella di chi detiene la cosa contesa. Israele ha voluto essere il possidens.
Un esempio antichissimo è quello della guerra che Pompeo condusse contro i pirati, nel Mediterraneo. Egli non si limitò ad eliminare fisicamente tutti quelli su cui riuscì a mettere le mani ma devastò e punì severissimamente le città portuali che, per amore o per forza, avevano assicurato loro delle basi sulla terraferma. Roma applicò la propria giustizia non solo ai pirati, ma anche ai loro sostenitori, non diversamente da come Israele, nel 2006, ha pesantemente bombardato le strutture del Libano, colpevole di aver dato ospitalità agli Hezbollah.
Un altro caso che abbiamo sotto gli occhi è quello dei terroristi palestinesi. Dal momento che l’autorità locale non ha la volontà o la forza di arrestarli e processarli, Israele si trova dinanzi al dilemma: o rinuncia alla vendetta/giustizia, o la esercita da sé, con gli “assassini mirati”. Cosa che non avverrebbe mai se nei Territories si potesse contare su un normale esercizio della giustizia penale.
Ecco perché Romano ha insieme torto e ragione. Ha ragione se si parla di Stati civili e rispettosi degli altrui diritti; ha torto se si parla di Stati che violano le regole della convivenza internazionale e proteggono i criminali.
Non è il caso che l’Italia vada a rapire questo terrorista in Brasile, semplicemente perché l’uomo non è abbastanza importante per provocare una crisi fra due grandi potenze. Questo non toglie che, se lo facesse, il Brasile non avrebbe il diritto di gridare scandalizzato alla violazione del diritto: ha cominciato lui, a violarlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 30 gennaio 2009


LO SCISSIONISMO DELLA SINISTRA
Lo scissionismo della sinistra in Italia è una malattia endemica che merita spiegazione.
Se una teoria nasce dalla realtà concreta, cercherà sempre di adattarsi ad essa. La monarchia ad esempio è cambiata: mentre nel 1649 Carlo I Stuart preferì farsi decapitare piuttosto che rinunciare al principio del diritto divino, oggi nessun re si intestardirebbe a chiedere il potere assoluto e tutte le monarchie europee (salvo lo Stato della Città del Vaticano) sono costituzionali.
Le cose vanno diversamente quando alla base di una dottrina non c’è la realtà ma un dogma sovrannaturale. La Chiesa per esempio ha stabilito il principio della difesa della vita quando la mortalità infantile era un’autentica piaga e lo mantiene ancora oggi, quando la piaga è diventata la sovrappopolazione: questo perché ne ha fatto un principio immodificabile, fino a vietare la contraccezione dove i bambini muoiono di fame e fino a chiedere che la donna stuprata non abortisca. Il dogma, una volta formulato, è immodificabile, qualunque ne sia il costo: dallo scisma anglicano all’allontanamento della maggior parte dei credenti. Dio non può cambiare opinione.
Lo scissionismo della sinistra si spiega nello stesso modo. Questa parte politica reputa di disporre di un metro infallibile per misurare il bene e il male avere una propria Bibbia intangibile: i sacri testi marxisti. Purtroppo, come è avvenuto nella storia della Chiesa, la realtà è mutevole e i testi si prestano ad interpretazioni. Il   risultato è che il singolo comunista serio vive il dissenso altrui non come una diversità di opinione ma come un’eresia pericolosissima, una negazione della fede, una collusione col nemico. Mentre nell’ambito liberale chi ha un’opinione diversa dalla maggioranza sa di doversi inchinare ad essa, in base ad un principio di democrazia, nell’ambito dogmatico il singolo, sulla base della sua interpretazione dei testi, si considera l’unico fedele alla vera dottrina. È la maggioranza che la sta tradendo e dunque lui, costi quel che costi, ha il dovere di riconfermarla nella sua purezza: è ciò che pensavano Maometto, Lutero, Hus, Calvino.
La certezza di essere nel giusto rende intolleranti. Il comunista che si convince del tradimento del proprio partito non si lascia scoraggiare dal fatto che ogni scissione è nociva; non pensa che si indebolisce il movimento dei lavoratori e che non tutti i dissensi valgono una guerra: piuttosto che piegarsi è disposto a tutto. La flessibilità e il compromesso sono infatti altrettante forme di debolezza, di simonia, di tradimento. Il vero credente ha il dovere di tenere alta, anche da solo, la bandiera del dogma.
Quando Occhetto fondò il Pds, coloro che reputarono questa operazione un tradimento degli ideali del Partito Comunista Italiano fondarono un partito alla sua sinistra. Quando una frazione di questo Partito reputò a sua volta che si fosse imboccata una strada sbagliata, si ebbe una scissione degli scissionisti e nacque il Partito dei Comunisti Italiani. A farla breve, ecco che cosa abbiamo oggi: il Partito della Rifondazione Comunista, Iniziativa Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, il Partito Comunista Italiano Marxista Leninista, la Lista Comunista per il Blocco Popolare, il Partito Comunista dei Lavoratori, la Sinistra Critica,  il Partito di Alternativa Comunista, e l’ultimo venuto di Niki Vendola, la Rifondazione per la Sinistra. E a questi si aggiungono il Sole che Ride e la Sinistra Democratica. Si potrebbe fare giustificatamente del sarcasmo, su questa tendenza all’atomizzazione, ma sarebbe fuor di luogo. La colpa non è dei frazionisti: è di una concezione religiosa della politica.
Il liberale si sente a disagio, quando parla con persone che appartengono a questa galassia aggrappata al dogma: essendo abituato a ragionare sui fatti non può capire chi, invece di riconoscere l’enorme errore storico del marxismo, sogna che quel sistema potrebbe ancora funzionare. Il moderato parla dei disastri che il comunismo ha provocato nei paesi dell’Est europeo, in Cina, a Cuba, in Vietnam, e ottiene dal comunista solo contorsioni mentali e la riconferma che il sistema è buono: sono gli uomini che non sanno farlo funzionare. Come se, in futuro o altrove, dovessero farlo funzionare gli angeli.
Il buon senso consiglia di non discutere mai con i cattolici ferventi, con i comunisti e con gli antisemiti. Non si ottiene mai nulla. Bisogna solo evitare di cadere in loro potere. La storia ha chiaramente spiegato che cosa si rischia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 28 gennaio 2009


Memoria, non per un giorno
'Dopo l'ultimo testimone' Non basterà dire: "Mai più!"
Arriva in questi giorni nelle librerie l'ultimo libro di David Bidussa. “Dopo l'ultimo testimone” (Einaudi, 132 pagine, 10 euro) costituisce un'opera breve ma preziosa, straordinariamente densa e ricca di indicazioni e stimoli per comprendere e ridefinire il rapporto fra la Shoah e noi.
 
“Politica e cultura del Giorno della memoria" brano del terzo capitolo:

(…) Un aspetto mi sembra rilevante: la convinzione che il Giorno della memoria riguardi solo la comunità ebraica e non sia un’occasione di riflessione pubblica sull’antisemitismo e sul razzismo. E un argomento che da allora si è più volte ripresentato nella discussione pubblica. E che costituisce un segnale significativo dei «non detti» che sottostanno alla pratica del Giorno della memoria.
Significativamente, infatti, essi si ripresentano il 27 gennaio 2001 per la celebrazione del primo Giorno della memoria. In quell’occasione si stabiliscono e si definiscono le forme della riflessione pubblica, i luoghi del «pellegrinaggio», la struttura delle manifestazioni e dei cortei (percorsi, ripartizione degli oratori, voci, scenografia e parole) che determinano nel giro di breve tempo la costruzione di una tradizione.
Quella spaccatura che si presenta nelle manifestazioni è confermata dalla tipologia della partecipazione e si manifesta soprattutto con le parole pronunciate nella discussione pubblica, durante le giornate di approfondimento nelle scuole e le mostre storiche che accompagnano i programmi di formazione scolastica ed extrascolastica.
A questa prima caratteristica se ne aggiunge un’altra. Nei luoghi pubblici la presenza della destra è sporadica affidata al personaggio locale, spesso solo in qualità di amministratore (sindaco, presidente della Provincia o presidente della Regione), mentre il «popolo della destra» semplicemente diserta l’occasione. L’opinione pubblica di destra non aderisce alle manifestazioni del 27 gennaio perché il Giorno della memoria è vissuto — tanto a destra come a sinistra — come una data che ripropone in forma monotematica lo schema culturale del 25 aprile. E questo perché, per motivi diversi, sia la destra sia la sinistra — e in Italia anche il mondo cattolico — non fanno i conti con una parte consistente del proprio bagaglio culturale.
Una parte della destra non si misura con il razzismo che ha segnato profondamente la sua fisionomia politica e culturale nel Novecento; l’altra parte fa finta di non sapere che quando si parla di «zona grigia», di mondo dell’indifferenza, è di lei che si parla. Entrambe pensano di risolvere il problema del genocidio ebraico ricorrendo alla retorica del «ben altro» ed evocando il Gulag. La sinistra pensa che sia sufficiente includere l’antisemitismo nell’antifascismo per risolvere il problema, evitando cosi di affrontare le questioni che da più di un trentennio hanno minato alcune fondamenta essenziali del suo schema mentale in merito a eguaglianza e differenza (peraltro senza mettere nel conto un confronto serrato con il suo antisemitismo, che non è nato casualmente, ha più di un secolo di vita sia nelle file dei riformisti che in quelle degli intransigenti).
Il mondo cattolico, in una porzione che in questi anni è sempre più aumentata, pensa che sia sufficiente predicare e praticare il perdono per risolvere il problema culturale del suo antigiudaismo, senza contare il fatto che, al suo interno, una minoranza numericamente consistente ha in mente di pensare Auschwitz come un luogo del martirio cristiano.
Nessuno in realtà mette in discussione il proprio profilo culturale e politico. E soprattutto nessuno percepisce il fatto che il proprio vocabolario non è capace di essere universalistico, da solo, se vuole riflettere su quell’evento.
Tutto questo non toglie, tuttavia, che fuori da quelle piazze, e per certi aspetti in contrapposizione a esse, prevalgano il linguaggio e il gergo del revisionismo storico, che spesso ripropone consumati luoghi comuni, i quali fanno dell’Italia delle leggi razziali un paese senza responsabilità, spostando il discrimine all'8 settembre 1943, al momento della cosiddetta «morte della patria», quando inizia la deportazione, evento che sarebbe avvenuto senza una responsabilità italiana, appunto, quindi interamente attribuibile al tedesco occupante e perciò «estraneo» allo spirito italiano.
Quello che si intendeva affrontare attraverso il Giorno della memoria tende immediatamente a tradursi in «uso politico del passato». Ossia un’operazione che propone una lettura del presente attraverso la scelta di un particolare del passato, ma in relazione agli interessi che si hanno qui e ora.
E significativo che sul Giorno della memoria nessuno polemizzi, anche perché criticare il genocidio ebraico nei fatti equivale a riaprire la questione del possibile negazionismo. In questo senso tanto a destra come a sinistra, ma anche nel mondo cattolico, il Giorno della memoria è riferito a un atto né scusabile, né contrattabile, e dunque percepito e presentato come barriera ultima non valicabile.
Ma questo aspetto apre tuttavia un problema a chi voglia proporre culturalmente una riflessione pubblica sul Giorno della memoria e sui suoi possibili contenuti. Il tema è come si discute della storia del genocidio ebraico, in che forme, in che modo e con quali domande. Più precisamente, affrontare la storia del genocidio ebraico richiede di indagare la storia politica, culturale, civile della società italiana. Non solo gli aspetti generali, ma anche le singole storie di vita.
Si deve tentare di descrivere e di affrontare la fotografia in movimento di una società o di uno spaccato di ambiente, confrontarli con altri, cercare di vederli come risultanti di tante singole storie o di vicende sospese tra pubblico e privato, dove il dato di vita non deve essere osservato con spirito voyeuristico, bensì con la delicatezza che richiede l’entrare per la prima volta nell’intimità e nel privato altrui. In questo senso, si potrebbe dire, la storia del genocidio ebraico rispetto alle domande che dovrebbe sollecitare il Giorno della memoria riguarda i molti modi possibili di affrontare una «microstoria» attuale, al cui centro stanno i sentimenti, i sistemi di relazione, i legami e i conflitti locali che tante volte hanno riguardato le singole vicende e il loro intrecciarsi.
Tuttavia la vicenda del genocidio ebraico analizzata dal punto di vista del Giorno della memoria non dovrebbe essere solo questo. Essa sollecita contemporaneamente una storia di «medio periodo» e una di «corta durata». Sono due velocità diverse ma che si uniscono e consentono due percezioni complementari degli avvenimenti.
Avere uno sguardo di «medio periodo» nel fare la storia del genocidio ebraico richiede uno studio sulla vita quotidiana di un quartiere, di una comunità, al cui centro stanno le relazioni tra individui lungo un ciclo di vita. Proporre un’analisi di «corta durata» significa mettere in evidenza la costruzione in tempi stretti di un corpo dileggi, atteggiamenti, sentimenti, opinioni, che consentano di isolare una fase della storia di una società in modo da poterla studiare e analizzare come un segmento compiuto all’interno di un più lungo periodo.
La questione delle leggi razziali in Italia è stata studiata spesso come lenta fuoriuscita da un sistema costruito troppo in fretta. Il problema tuttavia è che quella velocità allude a un sistema per certi individuabile nel paradigma già proposto da Hilberg a proposito della dinamica della Germania nazista, ovvero un meccanismo che non nasce intenzionalista, già definito a-priori, ma che si definisce attraverso progressivi aggiustamenti, correzioni, con l’ausilio di un archivio fatto di frasi, parole, concetti costruiti e consolidati nel tempo.
Così, affrontare la storia del genocidio ebraico significa comporre contemporaneamente delle storie di vita, ricostruire ambienti, ma anche proiettare quelle storie in un contesto e in un processo molto più lunghi, cercando nel passato la formazione di elementi a diverso titolo strutturanti il lessico dell’Italia delle leggi razziali. Un lessico che spesso è anche molto precedente a quello dell’Italia fascista e delle politiche seguite dal regime per la creazione non solo di uno «stile», ma di un linguaggio nazionale. (...) 

info@ucei.it

NOTA SULLO STUPRATORE
Ad uno stupratore confesso, pochissimi giorni dopo il fatto, sono stati concessi gli arresti domiciliari e l’Italia è insorta. Il Ministro della Giustizia ha addirittura inviato degli ispettori per verificare che tutto si fosse svolto secondo la legge e non fosse stato commesso nessun abuso, liberando il malfattore. La reazione corale ed univoca è tuttavia sbagliata.
1) È principio costituzionale che nessuno può essere considerato colpevole finché non intervenga sentenza passata in giudicato. A maggior ragione, nessuno può scontare una pena detentiva se non in seguito a quella sentenza.
2) La legislazione attuale equipara gli arresti domiciliari alla detenzione in carcere: dunque non è esatto dire che quello stupratore “è stato scarcerato”. È solo uscito materialmente dal carcere.
3) In Italia si è così scoraggiati sul funzionamento della giustizia che se un colpevole esce dal carcere prima della sentenza definitiva, si teme che non sconti nessuna pena, in seguito. O perché assolto “per un cavillo” (come dicono gli incompetenti, quando la questione non li riguarda personalmente), o perché giudicato innocente. Mentre la folla lo vuole colpevole e basta.
4) Non è così in questo caso, ma in generale il semplice fatto che l’accusato abbia confessato non è sufficiente per giudicarlo colpevole. Esistono i mitomani, esiste l’autocalunnia, ed è dunque necessaria una sentenza perfino per accertare che non si tratti di una confessione falsa.
5) La carcerazione preventiva si giustifica solo in caso di rischio di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Nel caso che ha fatto scandalo, evidentemente, il magistrato ha ritenuto che nessuno di questi rischi fosse presente. Se nella generalità dei casi i magistrati non liberano gli accusati, pur in assenza di qualsivoglia traccia di quei rischi, è perché in Italia siamo abituati all’idea che l’accusato di un grave reato non debba in nessun caso essere a piede libero. Negli Stati Uniti invece spesso attende il processo a piede libero, perfino se accusato di omicidio.
6)  La differenza fra quel paese e il nostro – una differenza che fa sentire come intollerabile la “liberazione” dello stupratore – è che tra il momento della commissione del reato e la celebrazione del processo, perfino quando il reo è confesso, in Italia passa tanto tempo da far sentire inefficace la risposta dello Stato. Ciò che bisogna eliminare però non è il diritto di affrontare il proprio processo a piede libero, cosa che corrisponde nella sostanza al dettato della Costituzione, ma la lentezza della giustizia.
7) Sarebbe desiderabile – e purtroppo in Italia ne siamo lontani – non che l’imputato di stupro, pur in assenza dei tre rischi previsti dalla legge, rimanga in carcere, ma che sia processato al più tardi entro un paio di settimane. E che poi, se condannato, passi i suoi anni in galera fino all’ultimo e senza sconti.
Quella di oggi è un’altra occasione per sollecitare una profonda riforma dell’amministrazione della giustizia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 26 gennaio 2009


IL PRAGMATISMO, IL CARATTERE, L’INTELLIGENZA
Criticare Walter Veltroni è come sparare sulla Croce Rossa. Per questo va subito detto che quest’uomo non potrebbe avere il passato che ha, e non potrebbe avere il posto che occupa oggi, se fosse soltanto uno sprovveduto.
Le principali qualità di un politico sono il pragmatismo, il carattere e l’intelligenza. La prima qualità è essenziale perché la politica è l’arte del possibile e chi manca del senso della realtà ha difficoltà a distinguere ciò che è attuabile da ciò che non lo è. Il carattere è essenziale per incidere sulla realtà: infatti è la qualità per la quale un uomo, a volte rischiando di essere annientato, determina gli avvenimenti piuttosto che subirli. L’intelligenza infine, sulla base delle caratteristiche precedenti, può dire qual è la mossa più opportuna. Il tutto, naturalmente, senza tenere in alcun conto la morale.
Gli esempi storici sono abbondanti. Romano Prodi è stato un campione del pragmatismo. A capo di una coalizione incoerente e rissosa, chiamato a governare in una situazione impossibile, si è sempre piegato a ciò che, in quel momento, poteva assicurargli la sopravvivenza. Per questo è stato capace di durare dove altri non avrebbe saputo. Il carattere gli è servito a mediare, ad inghiottire rospi, a frenare la propria suscettibilità. Ha seguito l’aureo principio per cui si dice: “Sono il loro capo e dunque li seguo”.
Charles De Gaulle invece è stato un campione del carattere. Mentre il suo intero mondo e la Francia crollavano, è rimasto diritto, lungo i suoi quasi due metri, ed ha pensato solo a come far ritrovare alla sua patria un futuro e l’onore. Si è comportato come se i messaggi sconfortanti della realtà non lo raggiungessero ed ha mirato - con uno straordinario carattere da visionario - a ciò che ha realizzato quattro anni dopo: entrare a Parigi alla testa della Seconda Divisione Blindata francese.
Dell’intelligenza in politica è più difficile parlare: sia perché di solito i grandi non ne difettano seriamente, sia perché, da sola, è più uno svantaggio che un vantaggio. È in combinazione con le altre due qualità che dà il meglio di sé.
Walter Veltroni è un politico puro. Nella vita non ha mai fatto altro. Non ha nemmeno studiato abbastanza seriamente per ottenere un diploma di liceo classico o scientifico. E dal momento che è arrivato molto in alto – Direttore dell’Unità, Vice Primo Ministro, Segretario del Partito Democratico – sicuramente non gli manca il pragmatismo: ha per esempio capito che oggi le punte polemiche, l’asprezza dei modi e l’arroganza alla lunga non pagano. D’Alema ne sa qualcosa. Meglio dunque apparire come l’uomo del dialogo, del comportamento civile e garbato.  Queste caratteristiche – pure se fanno rischiare il giudizio di inconsistenza – servono egregiamente per guidare una squadra in tempo di pace: ma purtroppo questo tempo è finito. Il Pd è all’opposizione e se è vero che Prodi ricuciva ogni giorno la tela di Penelope della sua coalizione, è pure vero che tutti i partiti che la componevano erano seduti su una bomba, sapevano che se avessero perso il potere, chissà quando l’avrebbero rivisto e dunque c’era modo di farli ragionare. Veltroni invece è costretto ad un esercizio senza rete. I suoi oppositori non hanno nulla da perdere. Lui stesso capeggia un partito che non è un partito ma due partiti. Ha un alleato che è un concorrente e un nemico. Infine ha di fronte una maggioranza che gode di un insolito credito nel Paese. In una situazione così difficile è comprensibile che si annaspi e per ribaltarla contro venti e maree sarebbe necessario il carattere di De Gaulle: ma è esattamente ciò che manca al Segretario del Pd.
Si è eletto questo eterno adolescente come il re travicello che si sperava non avrebbe dato fastidio a nessuno e ci si è accorti d’avere bisogno di un Alessandro il Grande, di un Hernán Cortés, di un guerriero capace di trascinare i suoi uomini perfino in una battaglia senza speranza. Forse Veltroni avrebbe saputo fare tutto quello che ha fatto Prodi: oggi invece non è nemmeno capace di gestire un alleato come Di Pietro, se necessario facendone un nemico.
Non è un campione del carattere e, secondo le previsioni attuali, sarà messo da parte come un esecutore incapace.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 24 gennaio 2009


LA SAGGEZZA DEL PESSIMISMO
Il Corriere della Sera continua a fornire dati sull’opinione pubblica di Gaza. Sempre avvertendo che le parole dei giornalisti non sono vangelo, ecco sinteticamente ciò che si poteva leggere ieri: 1) La gente ammette che la guerra è stata stupida. Bisogna cominciarla solo quando c’è una possibilità di vittoria. 2) I palestinesi si sentono vittime di giochi decisi altrove, a tavolino (è verissimo). 3) Nei primi giorni prevaleva ancora il consenso per Hamas, anche per quanto riguarda i lanci di razzi su Israele, oggi si rimpiange il buon tempo andato, prima della prima intifada, quando c’era la pace, i rapporti con gli ebrei erano buoni e si poteva andare a lavorare da loro. 4) L’azione di Israele è stata più lunga e terrificante del previsto. Anche se i civili sono stati avvertiti dei bombardamenti con volantini, telefonate e messaggini, le distruzioni sono state gravissime e i morti tantissimi. La punizione è stata severa.
Il coniglio non attacca il lupo perché sa che il lupo lo farebbe a pezzi e se Hamas ha attaccato Israele è stato nella convinzione che il lupo non avrebbe mai osato difendersi. Stavolta Gerusalemme ha cercato di dimostrare l’infondatezza di questa idea. Ha evitato il bombardamento indiscriminato dei civili (come si fece tanto spesso durante la Seconda Guerra Mondiale), ha persino avvertito prima di procedere a distruzioni, e tuttavia ha avuto la mano abbastanza pesante per far capire la differenza tra deboli e forti.
Da sempre Israele chiede solo di essere lasciata in pace. È per contrastare le stragi dei kamikaze ha costruito una doppia recinzione fra sé e Gaza. Ciò malgrado, per anni, ha subito attacchi missilistici. I terroristi facevano vittime civili - e comunque terrorizzavano intere cittadine – mentre Israele continuava ad implorare che la smettessero. Nessuno ha dato ascolto. I militanti islamici non hanno visto che commettevano un crimine contro l’umanità, gli occidentali non hanno capito che la loro disattenzione era una forma di complicità. Solo alla fine, quando Israele si è decisa a mostrare i denti, ciò che era tanto difficile da capire è improvvisamente divenuto chiaro. Quando la spiegazione è stata accompagnata dalla voce del cannone, le cento cose che la più banale ragionevolezza non era riuscita a spiegare sono divenute evidenti.
L’esperienza storica, nella politica internazionale, conduce al più nero pessimismo: e questo caso ne fornisce la riprova. Finché Israele ha ottimisticamente fatto appello al diritto e all’umanità, nessuno le ha dato ascolto. Ancora nel primo momento di questa breve invasione i palestinesi di Gaza erano d’accordo con chi lanciava razzi sulla popolazione inerme. Quando poi il diritto si è fatto valere con gli aeroplani e i carri armati, quegli stessi palestinesi hanno cambiato opinione e si sono resi conto della stupidità dell’aggressione omicida. Se gli israeliani non li toccavano, cercavano di ammazzarli; ora che quelli li hanno severamente puniti, hanno desiderato la tregua. Non sarebbe costato di meno rispettarla prima?
Non sempre il rispetto della decenza internazionale è un cattivo affare. Soprattutto se si provoca chi è più forte di noi. Se Hitler non avesse cercato di ammazzare i londinesi, i londinesi e i loro amici americani non avrebbero poi ammazzato molti più tedeschi ad Amburgo o a Dresda. Dunque se i palestinesi vogliono uccidere gli israeliani, e poi gli israeliani distruggono le loro case, devono ringraziare il Cielo: gli è andata bene.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -24 gennaio 2009

IL FLOGISTO
Immaginiamo un uomo che, nel 1700, confessasse di avere dei dubbi sul flogisto: sarebbe stato considerato un ignorante da tutti gli scienziati. Il Sabatini-Coletti definisce così quella sostanza: “Secondo le teorie alchimistiche dei secc.XVII e XVIII, elemento immaginario ritenuto causa della combustione”. Immaginario però è un aggettivo di oggi. In quel tempo, invece,  per arrivare alla teoria del flogisto si sprecò molta intelligenza scientifica e solo Lavoisier, infine, fu capace di smontarla una volta per tutte. Ma prima, appunto, chi ne avesse dubitato sarebbe passato per un ignorante.
Il flogisto è l’equivalente chimico della favola degli abiti nuovi dell’imperatore: se tutti danno per reale qualcosa, è difficile negarla. “Se esiste la parola elettrosmog, com’è possibile che tu dica che l’elettrosmog non esiste?”  Come se bastasse battezzare una fantasia.
La popolarità di Barack H. Obama è come il flogisto, è allarmante perché aggrappata alle nuvole dell’apparenza. Che quest’uomo possa realizzare tutto ciò che la gente si attende da lui è semplicemente impossibile. L’entusiasmo da cui è circondato non è solo infantile: è una forma di crudeltà. Non bisognerebbe mai caricare qualcuno di tante aspettative. Oggi a questo Presidente che ha avuto il coraggio di parlare di “una nuova era”  non basterebbe nemmeno camminare sull’acqua.
Nell’epoca della televisione, nessuno può essere giudicato dalla sua campagna elettorale. Le qualità che fanno un eccellente candidato non sono le stesse che fanno un eccellente Presidente. Nulla impedisce che Obama possa rivelarsi un ottimo uomo politico. Gli imprevisti della storia e la diversa posizione in cui si trova chi deve dirigere un Paese rivelano spesso qualità e difetti diversi da quelli che la campagna elettorale faceva immaginare. Kennedy, l’idealista buono di Camelot, fece impantanare gli Stati Uniti nel Vietnam mentre Nixon, il realista cattivo, li tirò fuori dai guai. Né si può dimenticare Reagan: era un incompetente in economia (lo irridevano parlando di reaganomics o, peggio, di woodoo economics), e tuttavia lanciò gli U.S.A. in un lunghissimo periodo di grande prosperità, di cui beneficiò anche Clinton.
Alla domanda: “Chi è Obama?” l’unica risposta è: “Non lo so”. Fino ad oggi ha solo fatto bei discorsi, vaghi e coloriti. Ha solo formulato promesse mirabolanti e tuttavia questo non è sufficiente per giudicarlo severamente. Del resto mostra oggi una chiara tendenza a “mettere acqua nel suo vino”, come dicono i francesi: cioè a stemperare le promesse più ardite, a rinviarne l’attuazione, a parlare di difficoltà e, in concreto, a circondarsi di collaboratori esperti, realisti e prudenti.
Obama potrebbe chiedere: “Hai riso della mia campagna elettorale? Hai detto che era fatta di parole vuote e promesse irrealizzabili? Ebbene, eccomi qui, sono stato eletto. Se avessi espresso il mio vero programma, lo sarei stato? Ora invece mi comporterò con saggezza e realismo, e farò il bene del mio Paese, anche se alcuni sognatori saranno delusi. Chi è lo sciocco, fra te e me?”
Speriamo che Obama – oggi una totale incognita - si riveli un grande Presidente. Speriamo che aiuti gli Stati Uniti ad uscire dalle attuali difficoltà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 gennaio 2009


QUELLO CHE SANTORO NON DICE
Riporto qui di seguito, per correttezza, un articolo di Lorenzo Cremonesi, di segno opposto a quello commentato precedentemente, per notare due cose: la prima che mentre, secondo lui, alcuni israeliani si sarebbero accaniti contro i beni dei palestinesi, qui, sempre secondo lui, i militanti di Hamas hanno fatto di tutto perché ci fosse il massimo di vittime civili. Ma la seconda cosa è ancora più importante: se si leggesse questa seconda testimonianza soltanto, si avrebbe un quadro; se si fosse letta solo la precedente, se ne sarebbe avuto uno opposto. La verità è che i reportages dei giornalisti non sono fonti affidabili, per la storia. E dunque non vanno citati come la “prova definitiva” delle proprie tesi. Meglio fidarsi del complesso di ciò che sappiamo di Israele, una democrazia, e Hamas, organizzazione terroristica, secondo l’Unione Europea.

GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana. Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.

Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.

Lorenzo Cremonesi - Corriere della Sera - 22 gennaio 2009


LA "BARBARIE" ISRAELIANA
Sul “Corriere della Sera” di oggi un articolo di Lorenzo Cremonesi parla delle conseguenze dell’azione israeliana a Gaza. Si tratta di una corrispondenza impressionante. A Jabalya, scrive, gli israeliani hanno volontariamente sparato contro una stalla, uccidendo tutte le 380 mucche di tale Al Fayumi. Sono passati sopra i loro corpi con i carri armati: un milione di dollari di danni.  Altrove hanno distrutto tremila piante di ulivi e aranci. In una villa, in cui si erano fermati, hanno distrutto a mazzate gabinetti e lavandini, hanno ammassato il mobilio al centro delle stanze e gli hanno dato fuoco. “Hanno preso a fucilate il cane, galline, oche e tre capre. I resti di alcuni degli animali sono stati gettati nel pozzo a inquinare l’acqua. La lista delle devastazioni potrebbe continuare all’infinito”. Insomma, le conseguenze di questa azione militare sono “migliaia di abitazioni abbattute o da abbattere, la distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie”.
Per principio bisogna diffidare di chi racconta un grande avvenimento visto con i propri occhi. Non è una battuta: sull’inaffidabilità di chi riferisce un fatto, anche in buona fede, si è scritto molto. C’è addirittura un’espressione russa sorprendente: “mentire come un testimone oculare”. La tesi è stata anche confermata da un famoso esperimento di un’università americana. In questo caso tuttavia c’è da pensare che Cremonesi dica la verità. Non c’è ragione d’inventare il massacro di 380 mucche o l’incendio di una villetta: e infatti l’errore del giornalista è un altro.
 Stendhal partecipò alla battaglia di Waterloo e racconta questa sua esperienza nella Chartreuse de Parme. L’essenziale di questa pagina famosa – letta tanti anni fa - è che l’autore, invece di narrare gli attacchi e i controattacchi degli eserciti, come si leggono nei libri di storia, riferisce ciò che ha personalmente visto: cioè niente. Ha visto le zolle di terra sollevate dai colpi di “mitraglia”, ha visto passare dei cavalleggeri, ne ha visto morire uno, colpito in pieno da una cannonata, e poco altro. Il singolo combattente vede solo ciò che avviene nel posto dove si trova. Potrebbe capitargli di essere al centro dell’episodio più crudele e cruento come potrebbe capitargli di essere in un posto in cui non si spara neanche un colpo. L’errore di Cremonesi non è dunque quello di scrivere di cani e galline (per quanto l’episodio sia inverosimile), ma di parlare di una “distruzione metodica eletta a sistema, un deserto di macerie”. Qui fa il passo più lungo della gamba. Afferma cose che non può sapere e soprattutto, se avesse un’idea di che cos’è un deserto di macerie (Berlino all’arrivo dei russi), saprebbe di star dicendo una sciocchezza.
Non è tutto. Tale Nabil Hassan Nasser, proprietario di una grande azienda che sino a un mese fa produceva olio e che adesso è ridotta a un cumulo di macerie, dice: «Siamo tutti sotto shock. Non avremmo mai pensato che Israele potesse arrivare a tanta barbarie”. Questo è estremamente significativo. Egli afferma infatti che la barbarie, da parte di Israele, sarebbe sorprendente: dunque riconosce che Israele non è mai stata barbara. E poi dimentica la barbarie araba di uccidere atleti inermi a Monaco, passeggeri di aerolinee, bambini innocenti in un asilo, civili pacifici ed inermi dovunque, e infine di sparare missili a caso sui centri abitati del sud di Israele. Questo Nasser reputa che l’eventuale comportamento scorretto di Israele sarebbe illecito mentre sarebbe un diritto per Hamas? Ha dimenticato che Hitler ebbe la brillante idea di massacrare i civili londinesi con le V1 e le V2 e che gli inglesi poi gliela restituirono con gli interessi. Con quali, interessi.
Della barbarie i palestinesi sono stati i maestri e Hamas l’ha addirittura iscritta nel proprio statuto. Se i terroristi non hanno raso al suolo villaggi o città è solo perché non ne hanno avuto la capacità. Potevano ammazzare solo dei civili? E quello hanno fatto. Non hanno il diritto di aprir bocca. Viceversa gli israeliani non hanno mai sterminato civili intenzionalmente: al punto che un palestinese può stupirsi se uccidono delle mucche.
Storicamente si scelgono gli alleati, non si scelgono né gli avversari né il modo di combattere. Se i nemici combattono in modo sleale - come, per i francesi, gli inglesi a Crécy e ad Azincourt - non è una ragione per farsi massacrare e perdere la battaglia. Bisogna cambiare la propria tecnica. E infatti gli israeliani in questa occasione hanno annunciato: spareremo su qualunque posto da cui si è sparato contro di noi. Che sia scuola, ospedale o moschea. E i risultati si sono visti.
La guerra si combatte come il nemico impone di combatterla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 20 gennaio 2009


GAZA E LE CONVENZIONI DI GINEVRA
Per secoli, il vincitore ha avuto ogni diritto sul vinto, sia militare che civile. Gli eserciti si sostenevano – per quanto riguardava il cibo e ogni altro bene – depredando i territori sui quali passavano e se vincevano una battaglia avevano il “diritto” di ammazzare i prigionieri, di rendere schiavi i vinti, oppure di uccidere tutti gli uomini e di stuprare le donne. Per poi magari uccidere anche loro. Né molto più teneri erano con i commilitoni. Chi era ferito poteva essere lasciato morire. L’accompagnamento musicale del dopo battaglia erano i lamenti dei feriti di cui nessuno o quasi si curava. Naturalmente parecchi lettori protesteranno, leggendo queste righe, come se le conseguenze devastanti del cancro fossero colpa dell’oncologo che le descrive.
L’umanità ci ha messo veramente molto, per accorgersi che questa situazione era intollerabile. Ci sono voluti secoli e secoli, prima di arrivare a Florence Nightingale e alle Convenzioni di Ginevra. Finalmente s’è fatta strada l’idea che, se non si possono evitare le guerre, si possono almeno limitare quegli orrori che non sono utili alla guerra stessa. Si possono proteggere i prigionieri, perché ce ne sono da una parte come dall’altra, e si può rispettare la popolazione civile, perché il suo eventuale massacro non conduce di per sé alla vittoria.
Gli obblighi nei confronti della popolazione civile hanno posto immediatamente il problema di riconoscerla e per questo s’è stabilita la regola che la distinzione la fa il vestiario. I militari vestono in uniforme, i civili no. Nel film “Il Pianista” un ebreo polacco, miracolosamente scampato alle camere a gas, rischia di essere ammazzato dai russi solo perché un ufficiale tedesco gli ha regalato un cappotto e i soldati sovietici hanno giustamente tendenza a sparare a quel cappotto, chiunque ci sia dentro.
Naturalmente i civili non devono aggredire i vincitori. Sarebbe strano che, a fronte della pietà per gli inermi, gli inermi avessero poi il diritto di attaccare chi li ha risparmiati. Per questo, secondo le convenzioni internazionali, i civili che aggrediscono l’esercito nemico non beneficiano dello status di prigionieri: se presi, sono immediatamente passati per le armi. Questo è durato, senza sostanziali problemi, fino a tutta la Prima Guerra Mondiale.
Purtroppo, considerando ormai intangibili certi principi, durante la Seconda Guerra Mondiale la popolazione civile si è creduta in diritto di prendere le armi contro l’esercito invasore: l’hanno chiamata resistenza. Naturalmente questo ha provocato ritorsioni, ma gli Stati che militarmente hanno perso la guerra hanno avuto interesse a glorificare i partigiani come la fiammella da cui sarebbe rinata l’indipendenza nazionale. Inoltre i tedeschi si sono resi odiosi e si è dunque posta la più ermetica sordina sull’illegittimità, sulla base delle Convenzioni di Ginevra, della lotta partigiana. Il caso dell’Italia è stato ancora più drammatico: essa ha perduto rovinosamente la guerra contro gli Alleati ed ha cercato di rifarsi una verginità attaccando l’ex-alleato. Ha dunque completamente dimenticato la legittimità della rappresaglia proporzionata e ha fatto assurgere il partigiano senza divisa a mito nazionale.
Tutto questo contribuisce a spiegare la situazione attuale a Gaza e l’atteggiamento dell’opinione pubblica meno informata. Nel 1943-44, tedeschi in divisa, cattivi, e partigiani in borghese, buoni. Oggi israeliani in divisa, cattivi, e palestinesi in borghese, buoni. Ecco perché gli striscioni dicono: stella di Davide uguale svastica. Né il pensiero politico nazionale più serio sa che cosa opporre, a queste sciocchezze. Per farlo, dovrebbe sconfessare la Resistenza e legittimare la rappresaglia, anche se quella degli israeliani non è tale in quanto non punisce intenzionalmente la popolazione civile.
Dominano sentimenti confusi e ricordi sfocati. Dal momento che si condannano le stragi naziste si condannano i soldati con la stella di Davide che sparano contro una casa da cui un cecchino ha sparato contro di loro. Ci potrebbero essere dei civili: quei soldati dovrebbero farsi sparare e basta.
Ecco perché Gerusalemme ha sempre torto. I palestinesi, per anni, hanno lanciato migliaia di razzi sulla popolazione civile e la comunità internazionale non si è risentita: erano partigiani in borghese che sparavano sull’invasore. Anche se l’invasore in questo caso era una scuola o un condominio. Ancora oggi Israele propone ed attua una tregua ma i palestinesi lanciano altri razzi, perché loro hanno il diritto di toccare Israele mentre Israele non ha il diritto di toccarli.
Con le buone intenzioni, partendo da Florence Nithgingale, si è francamente andati troppo lontano.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - gennaio 2009


La banalita' del male.                        
E' persino banale parlare ancora della lite tra Lucia Annunziata e Michele Santoro, ne discute  tutta l'Italia, mai trasmissione e' stata piu' citata , nel male, come Anno Zero, pero' due paroline  mi piacerebbe dirle a costo di sembrare ripetitiva.
Ho seguito la puntata su internet, dopo il fattaccio , perche' mai guarderei, se non obbligata, una trasmissione di Santoro, ho una specie di allergia al personaggio che fa si che incominci a grattarmi al solo vedere la sua faccia.
E' stato tutto tragico e comico,  dai capelli biondi di Manuela Dviri che  da decenni dice sempre le stesse cose e alla quale finalmente una ragazza israeliana ha detto che lei, la Dviri , odia Israele, glielo ha detto con calma, senza rabbia e la Manuela subito a negare ma senza tanta enfasi. Agli occhioni di Rula Jebreal che ogni volta che la telecamera la inquadrava cercava di farne sprizzare un paio di lacrimucce sui suoi fratelli di Gaza ma senza tanto successo.
Luca Zevi e'  stato il solito che da' un colpo al cerchio e uno alla botte e che per questo fara' carriera politica, e' bravo, intelligente e simpatico oltre che un bel ragazzo   ma se uno non prende posizione e cerca di restare amico di tutti, inevitabilmente va a far parte della folta schiera delle nullita'.  Peccato.
L'unica non ridicola e' stata Natasha, la studentessa israeliana che ha capito tutto della Dviri, che studia in Italia e che ha detto papale papale, col cuore in mano e la voce tremante, quello che andava detto: tutti scandalizzati per i palestinesi morti ma dove eravate mentre noi saltavamo per aria in decenni di attentati, dove eravate mentre a Sderot la gente veniva spappolata dai missili.
"Molte volte, ha aggiunto Natasha molto emozionata- noi ragazzini ebrei di Israele andavamo nei villaggi arabi per creare dei rapporti, per parlare, per avere dei contatti e loro ci sputavano addosso." 
Ma veniamo ai due protagonisti e allo scontro di cui tutti parlano e che io voglio liquidare con poche parole: solidarieta' a Lucia Annunziata, schifo e vergogna per Michele Santoro.
Non c'e' bisogno di altro perche' la trasmissione era cosi' mal fatta, cosi' pesantemente faziosa  da risultare chiaro che l'unico scopo di Santoro era di mettere ancora una volta Israele sul banco degli imputati e di scatenare nella gente il demone dell'odio.
E' cosi' facile odiare Israele, non so perche' ma e' cosi' facile!  
La sua violenza nell'attaccare la Annunziata che protestava per la faziosita' della conduzione, e' stata una brutta e volgare piazzata di chi sente  che gli trema un po' il terreno sotto i piedi perche' sa che gli unici che lo difendono
come giornalista sono i kompagni dell'estrema sinistra, sono le Morgantini  della situazione, sono quelli che provano per Israele un odio profondo e di pancia che li fa sragionare, che li riduce a fare il tifo per chi distrugge l'infanzia di bambini  riducendoli a soldati, terroristi e scudi umani.
1000 morti a Gaza? 
E' la dimostrazione che l'esercito si e' mosso con estrema attenzione perche' nella zona piu' densamente popolata del mondo basta un respiro piu' profondo per fare molto morti. Hamas ha minato case, moschee, ospedali, scuole , persino il piccolo zoo di Gaza. Hamas porta le rampe di lancio sui tetti delle case, spara e scappa prima della risposta. 
Spiegava un soldato che se fanno saltare un tunnel in aperta campagna poi salta la casa  cui  il tunnel e' collegato senza che i soldati possano saperlo.
I tunnel sono migliaia, migliaia, migliaia e quando Israele lo diceva e accusava l'Egitto di non far niente per evitare il traffico d'armi tutti ridevano. Ahahaha, cosa si inventa Israele, ahahahah, pur di demonizzare i santi nostri amici di hamas, ahahahah. Gli stessi che prima ridevano oggi cantano "hamas hamas, gli ebrei nelle camere a gas".
Vi sono filmati di miliziani di hamas che corrono , prendono al volo dei bambini di cui le loro strade sono piene e coi bambini stretti  al petto continuano a correre e a sparare.
Non si sapra' mai quanti sono i  bambini ammazzati da hamas e, siccome sono soliti taroccare  le loro fonti, non sapremo mai quanti sono bambini veri e quanti falsi. Nei rapporti delle nazioni Unite e' definito child chi ha fino a 18 anni. Quindi la maggior parte dei kamikaze che ci mandava Arafat erano bambini visto che li usava  dai 10 anni in su. Anche  la maggior parte dei miliziani di hamas sono bambini visto che quelli che si occupano dei lanci dei missili sono giovanissimi.  E dove erano quelli che oggi prortestano contro Israele?  Dove erano? a preparare bandiere biancoazzurre da bruciare?
Il mondo e' fatto da imbecilli, ormai lo abbiamo capito, imbecilli che non hanno mai detto una parola,  che non hanno mai fatto una manifestazione per  i bambini israeliani ammazzati, trucidati, bruciati vivi, resi mezzi bambini  senza arti, senza faccia, senza piu' anima se non un immenso buio che li fa tremare in continuazione.
Dove erano gli imbecilli che oggi  fanno le manifestazioni per hamas?
Dove erano gli imbecilli che a Anno Zero applaudivano il fazioso Santoro che ha voluto presentare Israele come uno stato  assetato di sangue?
Ma dove erano anche quando hamas terrorizzava gli abitanti di Gaza che li avevano stupidamente votati! Dove erano quando  noi scrivevamo l'orrore della vita dei palestinesi di Gaza. Dove erano? Volete proprio saperlo dove erano?
Erano a gridare che era tutta colpa nostra.
Si,  gli imbecilli urlavano che Gaza era come Auschwitz, che Gaza era  una prigione, che Gaza era isolata dal mondo per colpa di Israele.
Imbecilli, imbecilli che non sanno cosa era Auschwitz, che non sanno che il golpe di hamas li ha isolati dal mondo, che non sannoche  Israele ha sempre mandato aiuti umanitari al suo nemico mortale che ne vuole la distruzione. 
Giorni fa parlavo con una mia amica italiana e mi ha detto " Se fossi ebrea non starei in Italia neanche un minuto di piu', vi odiano, vi odiano a morte, niente e' cambiato dagli anni in cui Arafat era cosiderato un santo".
Aveva ragione, il  fatto e' che molti ebrei italiani la pensano esattamente come gli imbecilli delle manifestazioni, come quelli che applaudivano Santoro, come quelli che bruciano le bandiere di Israele, percio' in Italia stanno benone.
Questa sera il Gabinetto israeliano discutera' il cessate il fuoco unilaterale e poi verranno , dall'Egitto, le condizioni per hamas che ha gia' detto di rifiutare il cessate il fuoco.
Hamas e' fatta di bestie feroci ma io lo stesso mi chiedo con che coraggio usciranno dai loro buchi i capi, con che coraggio guarderanno negli occhi quelli che li avevano votati e che non hanno piu' casa e molti non hanno piu' famiglia.
Con che coraggio torneranno  dalle palme del Sinai quelli che sono scappati da Gaza su ambulanze confiscate ai feriti. 
Avranno il coraggio perche' sono feroci, cinici assassini che  gli imbecilli del mondo proteggono e difendono.
 
Deborah fait


"Israele ha fatto un sogno"
Shalom mondo! Non è possibile scrivere perché la mente è dovunque, è là con i nostri soldati, è con gli israeliani del Neghev ancora sotto i razzi, è con il rumore dei “bum” che sento fin qua a casa mia mentre giuro a me stessa che mai andrò in rifugio, la mente è con i nostri bambini rinchiusi nei rifugi in preda al terrore che porta qualcuno ad avere vere e proprie crisi epilettiche. La mente è là, al di là del mare, in Europa in America dove molte decine di migliaia di fanatici antisemiti manifestano contro Israele.

Roma, Londra, Parigi, Madrid, Milano, città dopo città, tutti in piazza con le bandiere palestinesi sventolanti e le bandiere israeliane carbonizzate. I cartelli ondeggiano con la marea di gente che urla, che sbava, che brucia. Io resto paralizzata di fronte a quello che vedo in Tv o che leggo in Internet contro Israele. Giorni fa una gentile fanciulla, durante una manifestazione a Londra, si è scagliata contro un gruppo che portava la bandiera di Israele, urlando “dovete tornare nei forni”. Ho avuto modo di leggere su un forum che “Il nazismo è tornato in Europa, con la kippa”. Personalmente non riesco più a sopportare tutto questo. Dove eravate voi giusti del mondo quando a Osher Tuito, di Sderot, veniva amputata una gamba perché, andando a comprare un regalo per il compleanno del papà, fu ferito da un razzo? Aveva 8 anni e per otto anni non aveva sentito altro che il “bum” dei razzi. Dove eravate mentre i nostri bambini, per otto anni, soffrivano e soffrono di attacchi epilettici da paura per questa roulette russa? Il razzo cade dove cade, quando non si sa, ogni 5 minuti, ogni mezz’ora, ogni ora ma soprattutto non si sa perché.

Dove eravate mentre per otto lunghi anni la gente correva come impazzita avendo 15 secondi di tempo per salvarsi mentre, inesorabile, la voce metallica dell’altoparlante, scandiva “zeva adom… zeva adom”. 15 secondi, provate a contare fino a 15, voi là nel mondo, e correte pensando che un razzo può cadere sulla vostra testa o quella di vostro figlio, correte su, contate da bravi, uno…due…tre…quindici …Bum! Siete rimasti vivi? Bene, vedremo la prossima volta! Dove eravate quando vi chiedevamo di capire che i palestinesi non volevano la pace ma la fine di Israele? Per otto anni da Gaza hanno bombardato il Sud di Israele e voi i Qassam li chiamavate “sigaretti” e ridevate della paura dei nostri bambini e dei loro genitori. Dicevate “tanto non ammazzano nessuno”, invece qualcuno è stato ammazzato e anche molti bambini ma voi non ne avete idea perché Israele non dà i suoi morti in pasto ai media. Ridevate di noi e della nostra paura, ci dicevate “Uscite da Gaza, quella è terra loro”. Bene, nel 2005 siamo usciti da Gaza, abbiamo portato via 10.000 persone che avevano creato in 40 anni, un impero di esportazione di prodotti biologici. Abbiamo deportato questi israeliani dalle loro case in alberghi e case temporanee per lasciare la Striscia ai palestinesi che tanto la anelavano, secondo voi! E poi, cosa è successo? Anelavano tanto di prendere possesso di Gaza che , fuori gli ebrei, hanno bruciato tutte le serre lasciate intatte perché potessero continuare il lavoro. Bruciato, distrutto e ballato intorno agli enormi falò che segnavano la fine della speranza israeliana di vedere gettare la basi di un inizio di Stato palestinese e di una possibile pace. Parlo di speranza israeliana perché ai palestinesi non interessa uno Stato palestinese ma la conquista e distruzione dello Stato ebraico per aprire la strada al famoso califfato, sogno di ogni fondamentalista islamico. Perché ignorate le sofferenze degli israeliani? Perché siete rimasti in silenzio quando 10.000 razzi su cittadini inermi violavano ogni diritto umano? Nessuna nazione al mondo avrebbe avuto tanta pazienza e il risultato è il vostro odio e manifestazioni di odio.

Israele boia perché muoiono civili a Gaza? Bene allora incominciate pure a gridare Hamas boia perché tutti i civili morti sono imputabili a chi non li ha lasciati scappare dopo che Israele aveva lanciato milioni di volantini scritti in arabo, dopo che Israele aveva fatto centinaia di telefonate. La gente voleva scappare, Israele preparava i corridoi umanitari e vi si introducevano i miliziani di Hamas che sparavano. E’ questa genia che voi state difendendo, questa genia che si fa scudo dei bambini, li acchiappano al volo correndo tra la gente , li acchiappano e se li tengono stretti. Non le sapete queste cose laggiù nel Mondo? Hamas lascia i suoi civili sotto le bombe e dentro ai rifugi vanno i capi, Haniye è sotto terra, nel suo bunker personale, dal primo giorno di guerra. Da là ogni tanto manda messaggi ai suoi miliziani “stiamo vincendo” e poi prega in diretta Tv. State tranquilli che nessuno degli uomini di Hamas inorridisce per i morti palestinesi, per loro sono materiale di propaganda. Noi dobbiamo proteggerci, Israele non permetterà al terrorismo di vincere e questo salverà anche voi, laggiù in Europa. Desidero concludere con una nota positiva, citando una poesia letta durante una delle poche manifestazioni di solidarietà a Israele tenutasi a Roma. Si intitola: “Su populu ebreu at fattu unu sonnu” (Israele ha fatto un sogno ) di Alessandro Matta:

Israele ha fatto un sogno di quelli strani.

Ha sognato un mondo che non lo odiava

che contro l’antisemitismo unito lottava

che Hamas e tutto il terrorismo più non plaudiva...


Da L'OPINIONE - 15 gennaio 2009, lettera aperta di Deborah Fait.

DIO ESISTE?
Che cosa si penserebbe di un Congresso Filosofico Internazionale per discutere se sia meglio bere Coca Cola o Pepsi Cola? Naturalmente che i professori sono ammattiti. E questo giudizio perentorio non nascerebbe dall’irrilevanza del problema – nient’affatto secondario per le industrie interessate – ma dalla sua insolubilità. I favorevoli all’una o all’altra bevanda in fondo non potrebbero che dire: “io preferisco questa”, “io preferisco quella”.
A volte l’insolubilità dipende dal fatto che de gustibus non est disputandum, non bisogna discutere dei gusti, a volte il problema, pure razionale (il riscaldamento della Terra è di origine antropica?), è insolubile nel senso che non c’è una dimostrazione che convinca pressoché tutti.
Il problema dell’esistenza di Dio è razionale ma rimane razionalmente insolubile. A questa conclusione è giunto Immanuel Kant (che pure personalmente era credente) e da allora si è smesso di accapigliarsi. Chi vuole credere crede, chi non vuole credere non crede.
C’è di più. Credere o no nell’esistenza di un Dio provvidenziale - che, diversamente dal Dio di Aristotele, si occupa di noi esseri umani – non è una questione meramente metafisica. Chi crede ha qualcuno cui rivolgersi, in caso di bisogno; può sperare che la morte non sia definitiva; può pensare che malgrado tutto Qualcuno dirige il destino dell’umanità; che alla fine ci sarà giustizia per tutti. Dunque rinunciare al Dio cristiano non sarebbe, per molti, solo cambiare un’idea ma modificare in senso pessimistico l’intera visione della vita. L’ateo infatti è un orfano. Proprio per questo l’iniziativa di scrivere sugli autobus la frase: "La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno" è in larga misura insulsa. Gli atei sprecano i loro soldi. Nessuno cambierà opinione per aver letto quella pubblicità. I bacchettoni si indigneranno, come se fosse sconveniente mettere in dubbio l’esistenza di Dio, per giunta facendo dell’umorismo, i normali credenti, se persone di spirito, sorrideranno e basta.
L’episodio è una buona occasione per osservare che le idee religiose e le idee politiche si presentano ai loro portatori con connotati di tale evidenza da indurre all’intolleranza. Il credente non si capacita che si possa essere atei e il liberale che si possa essere comunisti: per questo tutti credono che, con qualche buona argomentazione, si metterà l’altro con le spalle al muro. E invece ciò non avviene mai. Capita che ci si converta da un’ideologia a quella opposta, ma la cosa avviene per ragioni esistenziali e lungo un arco di tempo notevole. L’illuminazione sulla via di Damasco o è leggenda o è un caso raro. Tutto ciò che è legato all’affettività – e Dio sa se la religione e la politica lo sono – è estremamente vischioso. Ecco perché i trattamenti psicoanalitici durano tanto: non si tratta di spiegare al nevrotico il meccanismo del male di cui soffre, si tratta di ricondizionarlo dal punto di vista affettivo. Ecco un esempio (di Michel de Montaigne) che vale per tutti: se dovessimo imparare a camminare su una tavola fra due edifici, al quarto piano, non basterebbe certo spiegarci che, così come sapremmo farlo se quella tavola fosse posata per terra, nello stesso modo possiamo farlo a quell’altezza. Per impararlo – ammesso che ci riusciamo – avremmo bisogno di un bel po’ di tempo. L’intelligenza e l’emotività conducono spesso a conclusioni diverse ed è praticamente sempre la seconda a prevalere.
Non vorremmo che l’iniziativa dimostrasse che gli atei, oggi, cominciano ad avere l’atteggiamento tendenzialmente intollerante di chi si indigna per il fatto che gli altri la pensino diversamente. Deprecano, con ragione, l’Inquisizione perché voleva imporre a tutti di credere e vorrebbero suggerire di non credere? Forse la frase giusta sarebbe stata: “Dio esiste? Dio non esiste? Affari vostri”.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 15gennaio 2009

DI PIETRO: UN RITRATTO
Il caso di Antonio Di Pietro è interessante dal punto di vista psicologico. È possibile che abbia veramente la passione per la giustizia: l’onore di essere lui il Pubblico Accusatore Numero Uno, il nuovo Robespierre, il nuovo Saint-Just. Sicuro è però che ha anche un’irrefrenabile passione per il denaro. Sostiene di non avere nulla da rimproverarsi, dal punto di vista penale, ed effettivamente fino ad ora i procedimenti che lo hanno riguardato sono stati tutti archiviati. Tuttavia, le motivazioni non hanno convinto tutti e ancora oggi una tenace campagna di stampa lo incalza, ponendo inquietanti domande. Ma soprattutto c’è un punto da sottolineare: le accuse riguardano sempre utilità economiche. Perfino quando si ipotizzano reati senza un immediato provento economico, per esempio il falso di cui parlava l’avv.Di Domenico, tutto serve per incassare denaro.
Attualmente i giornali gli chiedono conto delle somme con cui ha comprato molte case e in questo c’è qualcosa di significativo: chi non ama il denaro in sé, è capace di spenderlo in lussi, di andare al casinò, di dare grandi feste; chi invece ha una mentalità popolare, si direbbe anzi contadina, ama la “roba”:la ricchezza concreta, il mattone, la proprietà immobiliare. “Case e terreni”, si diceva una volta. Ed è questo il mondo di Tonino.
Altro elemento caratteristico della personalità di quest’uomo, anch’esso vagamente arcaico, è il suo familismo. L’amico più intimo di Berlusconi è Fedele Confalonieri: con lui ha condiviso una vita, anche professionale; per Di Pietro invece – anche per quanto riguarda “gli affari” – gli amici più intimi sono sua moglie e poi figli, cognati e parenti vari. Gli altri, salvo la signora Mura, appaiono e scompaiono. Spesso si allontanano sputando fiele sull’uomo col quale si erano momentaneamente alleati: basti pensare a Elio Veltri. Altri – per esempio Occhetto e il citato Di Domenico – gli intentano addirittura causa, accusandolo di essersi impossessato del loro denaro. Di Pietro sembra pensare che solo il legame di sangue conti qualcosa. Infatti da un lato si è fidato sempre solo dei parenti, dall’altro li ha beneficati per quanto ha potuto, fino a mettersi nei guai per il figlio Cristiano.
Di Pietro non sembra un contemporaneo. Non sembra un uomo che è arrivato ad essere ministro e capopartito. Come prova anche il suo eloquio incerto, è rimasto un povero in spirito. Uno che, anche ricco e laureato, rimane semplice e povero, nel cuore. Addirittura un po’ affamato. Si direbbe che mentre un Soru voleva il successo, e fra l’altro ha fatto i soldi, Di Pietro voleva i soldi e li ha avuti attraverso il successo.
Quand’anche i giudici (non la storia) dovessero decidere che non ha nulla da rimproverarsi, e che tutti i vantaggi economici di cui ha goduto da quando era un oscuro pm milanese sono stati leciti, rimarrebbe il fatto che questi vantaggi sono tutti economici e lui ha fatto di tutto per averli. Ciò provoca una sorta di stringimento di cuore. La stessa compassione che sente il povero orchestrale nei confronti di chi non apprezza la musica classica, o che può avere il professore di lettere nei confronti di chi non ha mai goduto della letteratura. Che infine può sentire il grande uomo politico che non pensa al denaro non perché non gli piaccia, ma perché ci sono cose che gli piacciono di più: l’influenza, il potere e infine il giudizio positivo della storia nazionale.
È questa la differenza fra Di Pietro e Andreotti. Di quest’ultimo non sappiamo quante case ha.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it. - 15 gennaio 2009


TANTO VA TONINO AL LARDO...
Da settimane Il Giornale lo incalza sulla gestione dei fondi pubblici dell'Idv e sui suoi affari. Lui scrive fiumi di parole, ma non chiarisce. Anzi, più scaviamo più i nostri dubbi aumentano. Eccoli
Caro Di Pietro, mi spiace deluderla un’altra volta, ma la questione non è chiusa. Non per noi, almeno. Lo so che lei ci sperava: non ha risparmiato parole su parole per cercare di mettere una pesante pietra sopra la vicenda. In effetti, però, l’unica cosa che le è riuscita è la pesantezza: le confesso che siamo arrivati alla fine del suo scritto con grande sforzo. Ma sfruttando abbondanti dosi di caffè abbiamo compiuto l’impresa di rimanere ben svegli. E proprio per questo il suo profluvio di frasi non ci ha convinti nemmeno un po’.
Si capisce: lei pensava di farla franca con così poco. Anzi, con così tanto. Molti avranno fatto fatica a decrittare la sua prolissa prosa da cancelleria fino all’ultima riga. Molti avranno desistito dall’impresa di leggere quel saggio di filosofia tonina pesante come il suo trattore ma assai meno digeribile. E ci viene il sospetto che lei abbia voluto approfittare proprio di queste umane debolezze: «Ho qui le mie carte. E vi spiego tutto», dice nel titolo. E se poi non spiega nulla, chi se ne accorge? Metà degli aspiranti lettori saranno probabilmente svenuti alla quindicesima riga. Gli altri, meno votati di noi al martirio, al massimo sono arrivati alla diciottesima.
La ringraziamo per la gentilezza di non aver voluto ammorbare con tale quantità di noia i nostri lettori. Ma, per la verità, il suo giochino di rispondere alle nostre domande dalle colonne di Libero, ci pare un poco stucchevole. Il triangolo non c’è mai piaciuto, non dico in camera da letto, ma nemmeno nei libri di geometria. Si figuri sulle pagine di un giornale. Per carità: il quotidiano di Vittorio Feltri, e degli Angelucci, fa un’opera meritoria rilanciando i nostri dubbi e accogliendo con santa pazienza le sue verbose risposte. Gliene siamo grati. Ma, ecco, ci sembra un sistema un po’ macchinoso, oltre che cafone. Se Di Pietro non riesce a trovare il nostro indirizzo, non si preoccupi: mandiamo un fattorino a ritirare il suo papiro.
Le risposte che ha dato, per altro, come dicevamo, ci convincono poco. I motivi li spiegano i nostri Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica. In particolare sulla vicenda Mautone, quella centrale, quella per cui Di Pietro è stato convocato dalla Procura a Napoli (altro che andarci spontaneamente come scrive, fra una frottola e un’omissione, su Libero), si contraddice come un bambino beccato a rubare la marmellata. Dice testualmente: «Nessuno mi ha mai detto che Mautone era sotto inchiesta a Napoli». Perfetto: e allora perché il 3 dicembre diceva all’Ansa «Trasferii Mautone a Roma non appena ebbi avvisaglie dell’inchiesta»? Insomma: di quell’inchiesta era informato oppure no? Ora dice di no, ma il 4 dicembre sosteneva di averlo letto sulle agenzie, che, per altro, al tempo del trasferimento di Mautone, nonne avevano mai dato notizia. Contraddizioni su contraddizioni: sarà per questo che la Dia parla, a proposito di lei, caro Tonino, di «pesanti sospetti» e di «fuga di notizie»?
Gli altri dubbi sulle sue risposte all’amatriciana, caro Di Pietro, le trova qui accanto. Se vorrà essere più esaustivo, gliene saremo grati: la chiarezza, purtroppo, non si misura sul numero delle battute. E dunque, per non diventare logorroici quanto lei, ci affrettiamo a porle altre sette domande che si aggiungono ai dubbi già esistenti. Abbia pazienza, ma finché non saremo convinti nelle risposte, non considereremo chiusa la vicenda. E siamo sicuri che lei, che è solito vantarsi della sua cocciutaggine contadina, saprà apprezzare la nostra determinazione.
1) I conti (correnti) non tornano. La prima delle nostre nuove domande riguarda l’aspetto bancario. Nel suo sbrodolamento lei parla sempre di contributi elettorali versati su due conti correnti: uno presso la Banca San Paolo di Napoli ag.1 di Montecitorio e uno presso il Credito Bergamasco di Bergamo. Noi abbiamo scoperto, e oggi diamo conto, di un terzo conto sulla Bnl di Roma su cui la tesoriera Mura chiede di versare i rimborsi elettorali per le europee del 2004. Ora è vero, come direbbe lei, che non c’è due senza tre: ma perché lei non ne ha mai fatto cenno? Lo nasconde? E che cosa c’è su quel conto?
2) Dai conti alle contesse. La seconda domanda riguarda l’eredità Borletti. Lei dichiara di aver utilizzato parte di quei soldi (3,5 miliardi di lire donati nel ’95 dalla contessa Maria Vittoria) per incrementare il suo patrimonio immobiliare. Benissimo, fortunato lei. Ma quella donazione era destinata a usi privati o politici? È vero o no che la contessa disse di essere felice perché quei soldi avrebbero contribuito, come ricorda Italia Oggi, «alla nascita di un centro» capace di «offrire al cittadino più indifeso un’assistenza legale sia effettiva che preventiva»? È vero o no che l’onorevole Prodi, che prese assieme a lei altri 3,5 miliardi della medesima donazione Borletti, girò quei soldi al Movimento per l’Ulivo? Dunque si trattava di soldi destinati all’attività pubblica? E che c’entrano le sue case allora? E se non erano soldi destinati all’attività pubblica perché il 15 settembre 1998, lei caro Di Pietro,ne ha denunciato una parte alla Camera, come previsto dalla legge sul finanziamento pubblico dei partiti?
3) Minimum fax. Ieri abbiamo pubblicato due documenti, entrambi firmati da lei: sono identici in tutto, tranne una cifra che cambia. Si tratta della cifra di una consulenza alla tesoriera Silvana Mura. La Procura di Brescia vuol vederci chiaro: uno dei due fax evidentemente è falso. Ci può spiegare cosa è successo? Da sbiancato a sbianchettato: come può accadere, secondo lei, che le cifre della contabilità di un partito cambino con tanta facilità su un documento ufficiale?
4)Polpa e Suko. Risulta dalla nostra inchiesta che lei possiede il 50 per cento della società immobiliare bulgara Suko. Per carità: proprietà legittima. Ma perché non dice una parola su di essa nelle sue chilometriche risposte? E com’è possibile che un paladino della trasparenza, come è lei, non senta il dovere di chiarire fino in fondo che cos’è la misteriosa Suko?
5) Gettoni d’oro. Quando lei è diventato ministro delle Infrastrutture ha creato costosissime supercommissioni per controllare le assegnazioni degli appalti pubblici. Queste super commissioni sono state inzeppate di suoi uomini di fiducia. Davvero lei, paladino della lotta agli sprechi, pensa che sia giusto moltiplicare commissioni e gettoni? Ha fatto quella scelta per far risparmiare lo Stato? O aveva altri scopi?
6) Pezze ’e core. Si capisce: i figli sono pezze ’e core. Ma lei, caro Tonino,che è sempre stato inflessibile con tutti, perché è così comprensivo con il suo Cristiano? Perché gli va bene che quest’ultimo si sia dimesso dal partito e non chiede la dimissione da consigliere provinciale? Avrebbe usato lo stesso metro salva-poltrone con altre persone nella stessa situazione?
7) Paranoici e criminali. Per aver osato porle alcune domande siamo stati definiti prima «paranoici» sul sito Internet ufficiale del suo partito, e poi «criminali». Addirittura lei ci ha accusato di essere un’«associazione per delinquere». Ora io non parlo il molisano, ma non riesco a capire una cosa: perché se Feltri pone le nostre stesse domande si tratta di un atto di cortesia, cui lei risponde con profluvio di borotalco e salamelecchi, e se invece le poniamo noi diventiamo «criminali»? Ho l’impressione che lei stia perdendo un po’ di lucidità, caro Tonino. Ma non si preoccupi: l’abbiamo aiutata a cambiare lo statuto dell’Idv, l’abbiamo aiutata a moralizzare un po’ il partito, come lei stesso ha riconosciuto. L’aiuteremo anche a ritrovare la memoria che finora, in mezzo a troppe parole, le è mancata. Per cominciare provi a rispondere a queste sette domande e alle sette obiezioni alle sue risposte: se vorrà disturbare ancora Feltri, faccia pure, per carità. Se vuol evitare il minuetto, sappia che noi siamo disposti a pubblicare tutte le sue spiegazioni. Soprattutto se saranno un po’ meno alla camomilla bonomelli. E magari un po’ più convincenti.

Mario Giordano - Il Giornale


Colpire al cuore per imbrogliare la mente 
La disinformazione sul conflitto Israele-Hamas nella riflessione di Emanuel Segre Amar

Una corretta informazione significa raccontare tutto quello che sia di interesse per il lettore, lasciando all'individuo la valutazione personale.
Una informazione non corretta è, ad esempio, quella che fa una cernita di quali notizie trasmettere, a seconda dell'impatto che queste possono avere sul lettore. Si sceglierà così di censurare fatti che sono contrari al messaggio che si vuole trasmettere, quando addirittura non si arriverà ad inventarne al solo scopo di perseguire un ben preciso fine politico.
Primo esempio concreto è quello delle immagini che ciascuno di noi vede sul proprio quotidiano, già in prima pagina. Queste sono accuratamente selezionate in modo da influenzare la posizione del singolo lettore. E questo può diventare molto scorretto.
Ad esempio si sceglie spesso di far vedere, dalla parte di Israele, solo soldati con i loro sofisticati strumenti di offesa, in azioni più o meno correttamente descritte. Ma Israele non è solo questo. Israele è anche il paese da 8 anni sotto attacco dei missili di Hamas ,  ai quali ha volutamente preferito non rispondere per lungo tempo. Israele è anche il paese dove le scuole, gli ospedali e tante altre strutture pubbliche hanno dovuto essere protette con enormi scudi di cemento armato; e anche questi, ovviamente, non sono sempre sufficienti. Ma queste immagini, pur disponibili, non le vedremo nella prima pagina di quotidiani a grande diffusione come Repubblica e La Stampa.
Israele è il paese dove un milione di
cittadini deve dormire nei rifugi, nei quali è pure abituato a rintanarsi ogni volta che risuona il lugubre allarme. Ed Israele è anche il paese dove si contano morti, i feriti e le persone traumatizzate, che non devono però fare notizia sui nostri media.
Dall'altra parte Gaza è anche il paese dal quale si lanciano missili da 8 anni, usando rampe di lancio situate anche sopra le scuole o sui tetti di case private. Le rampe di lancio, durante le azioni, sono ben protette con scudi umani, portati sul posto con le buone o con le cattive, a seconda dei casi, da quelli che noi vogliamo chiamare con il loro nome: terroristi. Anche queste immagini sono disponibili per le direzioni dei giornali. Ma esse preferiscono farci vedere solo donne e bambini urlanti e spaventati, incuranti del fatto che le fotografie pubblicate siano spesso vecchie di anni, oppure create in appositi sets fotografici. Se si considera il valore economico che tali immagini hanno per chi le ha scattate, non possiamo stupirci che si creino dei veri e propri set fotografici dove i fotoreportes sono convocati in massa per scattare quelle fotografie che poi faranno il giro del mondo. Il guadagno è assicurato per tutti, e, intanto, l'immagine di Hamas vittima e di Israele nazista circolerà con la massima diffusione.
Siccome poi chi sceglie le fotografie non ha né èinteressato ad avere una conoscenza precisa di quanto avviene sul campo, né, peggio, è interessato alla correttezza dell'informazione, ma solo a come influenzare il lettore, succedono con assoluta regolarità "incidenti del mestiere" che gli
addetti ai lavori non possono non scoprire. Cito, come esempio, l'immagine del morto che scappa scendendo dalla barella durante il suo funerale all'arrivo di un elicottero israeliano; oppure quella del piccolo Al Doura che, alla fine della sparatoria creata in un vero e proprio set cinematografico alza la testa e chiede al padre se è finita, salvo essere poi presentato a tutto il mondo come vittima delle armi israeliane; o quella del poliziotto israeliano che urla con un manganello in mano di fianco ad un povero palestinese appena colpito alla testa (dal suo manganello, vuol significare questa immagine!): salvo poi scoprire, grazie alla testimonianza del padre di questo povero ferito che no, non di palestinese si tratta, ma di un ebreo americano colpito da arabi e difeso da quel poliziotto israeliano. Ma intanto, nei quotidiani di mezzo mondo, il poliziotto israeliano è stato rappresentato come il cattivo aggressore e non come l'uomo d'ordine che compie correttamente il proprio lavoro in difesa di un
cittadino ferito.
Ancora oggi stesso sono state inviate nei circuiti internazionali le immagini di una scuola di Gaza imbottita di esplosivi comandati a distanza da fili che, per fortuna, Tsahal ha scoperto in tempo. Non ne vedremo le immagini né la descrizione su Repubblica e La Stampa di domani. Tsahal, infatti, grazie alla sua opera è riuscita a disinnescare quella bomba preparata da Hamas in stretto contatto con una quantità di bambini. Bambini salvati da Israele, e non sacrificati da Hamas. Così come non leggeremo né vedremo le fotografie dell'asilo di Ashdod colpito, anche questo oggi, dai missili di Hamas. E non leggeremo che le tre ore di tregua umanitaria che Israele concede ogni giorno servono, agli uomini da Hamas, per lanciare i propri missili sui civili israeliani con la certezza di poter poi scappare senza il rischio di essere colpiti dalla reazione "sproporzionata" di Tsahal.
L'importante è che Israele passi sempre come l'aggressore, e che non si veda quel che sta subendo (quale altro stato al mondo avrebbe sopportato per così lungo tempo?). I palestinesi, invece, devono essere SOLO E SEMPRE le povere vittime, intente a piangere i propri morti non avendo che pietre e fionde per combattere contro aerei e carri armati.
Ma questa non è informazione corretta, ma piuttosto DISINFORMAZIONE CONTINUA.

Emanuel Segre Amar - informazionecorretta.it - www.jerusalemonline.com


LA TERRIBILE NONNA PILAR
Forse perché di antico ceppo castigliano, Pilar i suoi ottantadue anni li viveva in piena salute. Aveva una mente chiara e una gran voglia di vivere. Mangiava come un portuale, faceva spesso le scale a piedi, per arrivare al suo quinto piano, e, se non andava al cinema o a teatro, passava le serate a giocare a ramino con amiche vecchie quanto lei. I parenti non la frequentavano più anche perché, spesso, invece di essere la classica anziana signora grata della carità di un po’ di compagnia, era sarcastica e dimostrava a tutti quanto fossero ignoranti e sciocchi. Era una rompiscatole: fra l’altro, invece di essere tenera con i nipotini, pretendeva che fossero benehttp://www.francisbacon.it/images/opera-big2.jpg educati e non accettava di badare a loro neanche per un paio d’ore. La soluzione che fece felici tutti fu la distanza. I parenti non andavano a trovarla e lei dimostrava in ogni modo che non aveva bisogno di loro. Fra l’altro, era di abitudini sobrie e la sua piccola pensione le era più che sufficiente.
Tutto sarebbe andato avanti così chissà per quanto tempo se il diavolo non ci avesse messo la coda: da un giorno all’altro un biglietto della lotteria regalò alla vecchia Pilar due milioni di euro. Due milioni di euro! E che poteva farne, un’anziana come lei? cominciarono a chiedersi i parenti. Qualcuno concepiva che avrebbe magari potuto fare quel “viaggio intorno al mondo” di cui amava parlare ma con meno di diecimila euro di quei viaggi poteva farne uno o due. L’unica cosa sicura è che non poteva tenere quel denaro per sé. Che farne, dunque?
Si riunì il consiglio di famiglia e parteciparono tutti i parenti, anche quelli che normalmente vivevano in Argentina. Costoro vennero dichiarando untuosamente che avevano da molto tempo in animo di venire a trovare i cari cugini. In tutto, poco meno di sessanta persone. Visto l’argomento di cui si trattava, Pilar non fu invitata: si prevedeva un aspro scontro di interessi e non si voleva che lei assistesse ad un simile spettacolo. Anche se era ovvio che lei non avrebbe potuto tenersi tutto quel denaro, non sarebbe stato bello farle capire che si era troppo impazienti per aspettare che morisse. Il suo dovere morale era di far sì che i suoi discendenti beneficiassero subito della fortuna che era naturalmente destinata a loro, senza aspettare inutilmente per qualche anno.
Malgrado questa convergenza sui doveri di Pilar, il diavolo si fece di nuovo vivo durante la riunione. Credevano di essere partiti da idee condivise e invece la discordia fu presto evidente. Bisognava lasciare una parte della somma alla vecchia: ma quanto, esattamente? Il denaro doveva distribuirlo lei stessa o darlo ad uno di loro, che si occupasse della spartizione? Il massimo del contrasto, quello che spinse tutti ad alzare la voce, si ebbe però a proposito del criterio di divisione: bisognava dividere come se si trattasse di un’eredità ab intestato, oppure semplicemente dando una quota uguale a tutti quelli che erano lì? E il cugino Alfredo con i suoi figli, che non era potuto venire, bisognava contarlo? E come reagire, se lei non fosse stata d’accordo sul criterio di spartizione? Bisognava interdirla? “Ma che dite, interdirla, quella farebbe interdire noi!” Alla fine si fece mezzanotte e i vicini telefonarono chiedendo che il baccano cessasse. La seduta fu aggiornata.
I muri delle case moderne non garantiscono certo la segretezza e qualcuno riferì il fatto all’anziana. Pilar rise divertita. “Mi avessero avvertita, gli avrei risparmiato la fatica”, spiegò. Non avrebbe dato niente a nessuno. Si sarebbe tenuto tutto, esattamente. E questo significava che la discussione era stata molto, molto prematura.
Naturalmente, quando i parenti seppero la notizia, furono sbalorditi, rattristati, indignati, addolorati, sorpresi, sconvolti, arrabbiati. Si chiesero come passare al contrattacco. Si riunirono ancora. Qualcuno propose di punirla non andando più a trovarla, ma così le si faceva un favore. Qualcun altro propose di farla decadere del titolo di nonna, ma ci si accorse che questo non è giuridicamente possibile. E comunque le sarebbe stato indifferente. Finalmente si decise che si sarebbe letto di domenica, sul sagrato, un documento in cui il comportamento di Pilar era definito immorale, egoista ed inumano. Pilar era una vecchiaccia avida e nessuno le avrebbe più rivolto la parola, finché non avesse consegnato il denaro. Avida? rise qualcuno: ma non sono loro, che vogliono i soldi? I parenti si videro dare ragione da tutti, ufficialmente, ma in realtà molti lettori di giornali, a casa loro, con quella vicenda si facevano le più matte risate.
Pilar andò ad abitare in un grande albergo, si mise a spendere a piene mani, sembrava ringiovanita ed era l’immagina stessa della serenità soddisfatta. Inoltre, faceva beneficenza a colpi di centinaia di migliaia di euro e si capì che non avrebbe lasciato un centesimo a nessuno. Ai parenti non rimase che continuare a litigare fra loro.
A questo punto si deve rivelare che Pilar di cognome si chiamava Ricardo Villari.

Gianni Pardo


IL BUONISMO
C’è da stupirsi di quanto la bontà sia esibita nelle scuole, in televisione, nei giornali, nei comizi, nei dibattiti, dovunque ci sia qualcuno che parla e parecchi che ascoltano. La bontà ha un tale successo che è naturale chiedersi se per caso non siano particolarmente sfortunati coloro che nella realtà quotidiana non l’incontrano. In teoria tutti sono pronti al sacrificio per gli altri, nella realtà se un automobilista ci investe mentre siamo fermi al semaforo c’è caso che voglia perfino che gli paghiamo i danni.
 La prima spiegazione è che ci troviamo di fronte ad una gigantesca ipocrisia: tutti recitano per la platea. Se un giovane è stato ammazzato il cronista ha il coraggio di chiedere ai genitori se perdonano all’assassino. Che gli costa, porre quella domanda? Fa anzi la figura di uno che un simile eroismo non solo l’ha concepito ma forse lo troverebbe normale. E che scoop se i genitori, intimiditi dalle telecamere, invece di prendere a calci l’impudente, dicono che sì, perdonano! Mentre tutti (il cronista per primo) in cuor nostro diciamo: “Se si trattasse di mio figlio, gli caverei gli occhi, prima di mandarlo all’ergastolo”.
Questo buonismo insulso, di facciata, risolve tutti i problemi con la generosità, col dialogo, abbracciando e baciando il nemico mortale. Naturalmente è puro folklore e non ha la minima influenza sui comportamenti degli esseri umani reali ma l’ufficialità se ne pasce. Allarga anzi i confini della propria genialità calcolando che cosa si potrebbe fare con il denaro speso in tutto il mondo per le armi, o anche rinunziando al Ponte sullo Stretto di Messina, al Mose di Venezia e, chissà, all’autostrada del Sole. Dopo tutto, che premura abbiamo di andare a velocità da Roma a Milano?
 Bisognerebbe mettere tutti in guardia contro la malafede, insegnare la prudenza, porre la diffidenza su un piedistallo, non firmare nulla che non si sia accuratamente letto, fare una campagna a favore del codice civile e del codice penale, affinché la gente sappia che seguirne i dettami basta e avanza. Bisognerebbe predicare l’egoismo nelle piazze avvertendo che da un lato esso è lecito e naturale, dall’altro che se si esagera la si paga cara, alla lunga. L’eroismo non è richiesto, il pagamento dei debiti sì. Se ciascuno facesse seriamente il proprio dovere, senza eroismi, questo sarebbe un mondo migliore in cui vivere.
 Il buonismo di facciata rende più vulnerabili i più ingenui, che sono già buoni, e favorisce i cattivi, che mai si lasceranno ingannare da solenni e altisonanti sciocchezze. Il buonismo è una cattiveria.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -8 gennaio 2009


Ostaggi di Hamas - di BERNARD HENRY-LEVY
Non essendo un esperto militare, mi astengo dal giudicare se i bombardamenti israeliani su Gaza potevano essere più mirati, meno intensi. Poiché da decenni non sono mai riuscito a distinguere fra morti buoni e cattivi o, come diceva Camus, fra «vittime sospette» e «carnefici privilegiati», sono evidentemente sconvolto, anch'io, dalle immagini dei bambini palestinesi uccisi. Detto questo, e tenuto conto del vento di follia che, una volta di più, come sempre quando si tratta di Israele, sembra impadronirsi di certi mass media, vorrei ricordare alcuni fatti.

1) Nessun governo al mondo, nessun altro Paese se non l'Israele attuale, vilipeso, trascinato nel fango, demonizzato, tollererebbe di vedere migliaia di granate cadere, per anni, sulle proprie città: in questa vicenda, la cosa più sorprendente, il vero motivo di stupore non è la «brutalità» di Israele, ma, letteralmente, il fatto che si sia trattenuto così a lungo.

2) Il fatto che i Qassam di Hamas, e adesso i suoi missili Grad, abbiano provocato così pochi morti non prova che siano missili artigianali, inoffensivi o altro, ma che gli israeliani si proteggono, vivono rintanati nelle cantine dei loro edifici, nei rifugi: un'esistenza da incubo, in sospeso, al suono delle sirene e delle esplosioni. Sono stato a Sderot, lo so bene.

3) Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime non significa, come sbraitavano i manifestanti dello scorso week-end, che Israele si abbandoni a un «massacro» deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l'atteggiamento inverso, di lasciare quindi le loro popolazioni esposte: una vecchia tattica dello «scudo umano » che fa sì che Hamas, come Hezbollah 2 anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d'armi, i bunker nei sotterranei di abitazioni, ospedali, scuole, moschee. Tattica efficace ma ripugnante.

4) Fra l'atteggiamento degli uni e quello degli altri esiste comunque una differenza capitale che non hanno diritto di ignorare coloro che vogliono farsi un'idea giusta e della tragedia e dei mezzi per porvi fine: i palestinesi sparano sulle città, in altre parole sui civili (e questo, in diritto internazionale, si chiama «crimine di guerra»); gli israeliani prendono come bersaglio obiettivi militari e, senza volerlo, provocano terribili danni civili (e questo, nel linguaggio della guerra, ha un nome: «danni collaterali» che, se pur orrendo, rimanda a una vera dissimmetria strategica e morale).

5) Poiché bisogna mettere i puntini sulle i, ricordiamo ancora un fatto al quale stranamente la stampa francese non ha dato risalto e di cui non conosco alcun precedente, in nessun'altra guerra, da parte di nessun altro esercito: le unità de Tsahal, durante l'offensiva aerea, hanno sistematicamente telefonato (la stampa anglosassone parla di 100.000 chiamate) ai cittadini di Gaza che vivono nei pressi di un bersaglio militare per invitarli ad andarsene. Che questo non cambi nulla rispetto alla disperazione delle famiglie, alle vite stroncate, alla carneficina, è evidente; ma che le cose si svolgano così non è, tuttavia, un dettaglio totalmente privo di senso.

6) Infine, quanto al famoso blocco integrale, imposto a un popolo affamato, che manca di tutto e precipitato in una crisi umanitaria senza precedenti (sic), di fatto non è proprio così: i convogli umanitari non hanno mai smesso di transitare, fino all'inizio dell'offensiva terrestre, per il punto di passaggio Kerem Shalom; solamente nella giornata del 2 gennaio, 90 camion di viveri e di medicinali hanno potuto, secondo il New York Times, entrare nel territorio. Tengo a ricordare (infatti, è inutile dirlo, anche se, secondo alcuni, sia meglio dirlo…) che gli ospedali israeliani continuano, nel momento in cui scrivo, ad accogliere e curare, tutti i giorni, i feriti palestinesi. Speriamo che i combattimenti cessino al più presto. E speriamo che al più presto i commentatori tornino in sé. Allora scopriranno che sono tanti gli errori commessi da Israele negli anni (occasioni mancate, lungo diniego della rivendicazione nazionale palestinese, unilateralismo), ma che i peggiori nemici dei palestinesi sono quei dirigenti estremisti che non hanno mai voluto la pace, mai voluto uno Stato e hanno concepito il proprio popolo solo come strumento e ostaggio (immagine sinistra di Khaled Mechaal il quale, il 27 dicembre, mentre si precisava l'imminenza della risposta israeliana tanto desiderata, non sapeva far altro che esortare la propria «nazione» a «offrire il sangue di altri martiri», e questo lo faceva dal suo confortevole esilio, ben nascosto, a Damasco). Oggi, delle due l'una. O i Fratelli musulmani di Gaza ristabiliscono la tregua che hanno rotto e dichiarano caduca una Carta fondata sul puro rifiuto dell'«Identità sionista», raggiungendo il vasto partito del compromesso che, Dio sia lodato, non smette di progredire nella regione, e allora la pace si farà. Oppure si ostinano a vedere nella sofferenza dei loro compagni solo un buon carburante per le loro passioni riacutizzate, il loro odio folle, nichilista, senza parole, e allora bisognerà liberare non solo Israele, ma i palestinesi, dall'oscura influenza di Hamas.
(da Le Monde- traduzione di Daniela Maggioni) - 07 gennaio 2009

CINQUE NOTAZIONI
Uno. Malgrado l’invasione, Hamas ha ancora la capacità e la volontà di lanciare RAZZI contro il sud di Israele: ma fa il proprio interesse? È vero che si trova dinanzi ad un dilemma impossibile: se continua, può affermare che Tsahal non ha ancora vinto e per ciò stesso ne giustifica l’azione; se smettesse e promettesse la pace, Israele perderebbe ogni giustificazione, se volesse continuare la propria azione, ma purtroppo molti arabi penserebbero che Hamas ha chinato la schiena. Infatti quell’organizzazione ha solo predicato l’annientamento di Israele, anche col sacrificio proprio e dei palestinesi. I lanci cesseranno o perché gli israeliani avranno scovato i razzi o perché i terroristi non potranno più ricevere rifornimenti.
Due. La DIPLOMAZIA, nelle crisi internazionali, ha la sua importanza ma stavolta fa ridere. Da un lato Hamas non capisce neanche la voce del cannone, dall’altro gli israeliani hanno imparato per esperienza che gli impegni dei palestinesi non valgono nulla. Essi possono contare solo sui risultati ottenuti. L’attività diplomatica, oggi come oggi, influisce sul risultato quanto le grida di trionfo o di disperazione di chi assiste ad una partita di calcio in televisione. Si negozia quando si ha qualcosa da dare e qualcosa da ricevere e Hamas non ha nulla da offrire. Che può dire, che ferirà tutti gli israeliani invece di ucciderli?
Tre. Se si parla di TREGUA, ecco le due richieste di Hamas: cessazione delle operazioni e riapertura dei valichi. La prima richiesta è inutile dal momento che Israele, se sarà riuscita a mettere Hamas in condizioni di non nuocere, non vedrà l’ora di andarsene. La seconda è assurda. Se fossero aperte le comunicazioni fra Gaza e l’entroterra, Hamas ne approfitterebbe per importare razzi ed esportare kamikaze. Nessuno ha notato che da mesi o anni Israele non subisce attacchi terroristici?
Quattro, i media parlano delle VITTIME CIVILI con scandalo, come se la guerra si potesse fare senza danni collaterali. Bisognerebbe al contrario cominciare col rimproverare ad Hamas la politica criminale di confondersi con i civili e di immagazzinare armi e razzi nelle case, nella speranza o che Israele non osi attaccarle o che faccia vittime innocenti. Fra l’altro, i  media hanno la disonestà di presentare i morti come se Tsahal avesse voluto uccidere dei civili, dimenticando che se Israele volesse provocare immense stragi potrebbe bombardare Gaza come gli inglesi hanno bombardato la Germania e gli Americani il Giappone.
Cinque. Per quanto riguarda il DIALOGO, gli israeliani sono scoraggiati. Hanno tentato per decenni di ottenere la pace (anche con concessioni notevolissime, il 93% dei territories) e ora Tzipi Livni dice: noi non trattiamo con i terroristi, noi lottiamo contro i terroristi. Viceversa per D’Alema la pace va fatta col nemico e a prima vista si è tentati di dargli ragione: il suo atteggiamento ha tutte le stimmate della Realpolitik. Purtroppo, è sbagliato lo stesso. Egli si esprime come se Hamas fosse disposta alla pace e Israele no, mentre è sempre stato l’opposto. Il realismo include e presuppone la conoscenza della realtà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


PER ISRAELE
Incominciamo  a rinfrescare la memoria su chi e' hamas. Hamas e' un gruppo di terroristi, di ideologia islamo-nazista, protetto , finanziato e armato dall'Iran  che ha  preso il potere a Gaza dopo un colpo di stato in cui molte centinaia di palestinesi di altre fazioni, si parla di un migliaio, vennero  barbaramente uccisi, gettati vivi dai tetti dei palazzi, colpiti a bruciapelo  senza distinzione tra uomini donne o bambini.
Una volta preso il potere hamas ha introdotto la Sharia che  in questi giorni ha perfezionato aggiungendo il taglio delle mani e la crocifissione e ha continuato  a sparare quotidianamente contro Israele i missili di cui e' abbondantemente fornito.
Dal 2005, giorno in cui Israele porto' via dalla Striscia gli ebrei che vi avevano creato un Giardino dell'Eden ( non chiedero' mai abbastanza scusa per aver creduto che  quella deportazione di nostri fratelli avrebbe portato alla pace), le comunita' del neghev piu' vicine al confine colla Striscia si sono visti piombare sulla testa piu' di 3000 missili.
Hamas e' un gruppo di assassini che in questi giorni di guerra  ha ammazzato piu' di 100 palestinesi di fatah e gambizzato altre decine per impedire loro di scappare. In una settimana sono entrati in hamastan 400 TIR di viveri per la popolazione, 10.000 tonnellate di aiuti umanitari  che vengono fermati da hamas e requisiti. Hamas ha il suo quartier generale nell'ospedale Shifa di Gaza infatti  fino a qualche giorno fa la TV israeliana si collegava col primario dell'ospedale per sapere di cosa aveva bisogno e adesso non lo puo' piu' fare.
Hamas e' il nemico dei palestinesi  e ha portato all'inferno un milione e mezzo di persone, Hamas vuole ottenere quello che sta scritto sul suo statuto: DISTRUGGERE I SIONISTI E POI I CRISTIANI.
Israele ha tagliato la striscia di Gaza in due e stiamo vincendo su tutti i fronti pero' i missili e' impossibile fermarli perche' loro li smontano, se li mettono negli zaini e li portano in giro, nelle case, negli ospedali, sotto gli alberi, impossibile vederli tutti. I Grad sono made in Iran. Hamas si e' impossessato di tutte le armi dell'ANP quando ha fatto il colpo di stato nel 2007.
Cosa vuole fare Israele? Israele vuole una sola cosa, Israele vuole che noi israeliani viviamo in pace, vuole che i nostri bambini non impazziscano di paura.
In questi giorni di guerra i bambini non vanno a scuola perche' e' molto pericoloso  e allora il Governo ha  organizzato corsi di studio a casa attraverso i computer e la Televisione ( mentre scrivo Juli Tamir, la ministra dell'istruzione sta tenendo una lezione di filosofia in TV)  e ha fornito di computer e stampanti tutti gli scolari e studenti del sud di Israele.
Organizzazioni aiutano le famiglie che vogliono trasferirisi momentaneamente al centro del paese, organizzazioni mandano attori e clown nei rifugi e negli ospedali, organizzazioni si occupano degli animali abbandonati nelle fughe verso la salvezza, li raccolgono, li ospitano e cercano di farli riadottare da famiglie che non si trovano in zone di guerra.
Non esiste niente che non funzioni in Israele perche' siamo tutti uniti per poter vincere su un nemico comune che ci vuole distruggere.
Dal punto di vista militare Zahal sta raggiungendo tutti gli obiettivi prefissi e dispiace vedere che a causa di quei  barbari terroristi, adesso nascosti sotto terra, la popolazione civile di Gaza deve tanto soffrire. I morti miliziani sono la quasi totalita' ma siccome usano tutta la popolazione come scudo umano aumentano ogni giorno anche i morti civili che non rtiescono ad allontanarsi dalle zone dei combattimenti.
Vengono avvisati dall'esercito israeliano ma purtroppo la guerra e' guerra e deve essere molto chiaro che non l'ha voluta Israele. Prima di sferrare l'attacco  a causa dei bombardamenti a pioggia di hamas su Sdereot e dintorni , Isrele aveva chiesto e pregato piu' e piu' volte di piantarla. Olmerrt lo aveva fatto anche attraverso la TV araba parlando in inglese.
Hamas non ha sentito ragione, voleva a tutti i costi la guerra e per questo in novembre aveva rotto il tavolo delle trattative con l'ANP al Cairo poi, come ognui dittatura che se ne frega dei danni e della disperazione dei civili, ha continuato a provocare Israele fino alla guerra. Si sa che per hamas piu'  i morti palestinesi aumentano piu' vince la guerra mediatica e ci sta riuscendo.
Ormai tutto il mondo e' in un'esplosione di odio contro Israele, da Londra a Jakarta, Da New Jork a Roma, Milano, tutti gli innamorati dei terroristi sono in piazza a bruciare bandiere di Israele.
Sempre gli stessi, sempre i soliti ipocriti con animo criminale che si guardano bene dal dire una parola di protesta  quando sono gli israeliani a morire. I soliti che, quando Zaka ha portato all'Aja la caracassa di un autobus esploso con tutto il suo carico umano, ci hanno riso in faccia dicendo che facciamo propaganda.
E per questo io li maledico.
Non perche' manifestano per i palestinesi ma perche' non hanno mai dimostrato pieta' per i nostri morti.
Si adesso i bacherozzi marciano urlando  morte a Israele  ma si sbagliano perche' Israele non morira' mai, questa e' la loro rabbia, questo e' il loro mal di fegato.
 
Hamas deve indebolirsi al punto da chiedere pieta'  per  arrivare poi  a un accordo che veda tutte le loro armi consegnate a una forza internazionale e deve essere impedito ai loro capi coraggiosamente nascosti nei bunker a 30 metri sotto terra di essere intervistati dalle TV internazionali , come il coniglio Nasrallah che , sempre dal suo bunker in Libano  aveva dichiarato "Se sapevo come avrebbe reagito Israele non avrei mai bombardato la Galilea".
Bene Hezbollah , grazia alla gentilezza dell'UNIFIL si e' riarmato, questo deve essere impedito a hamas.
Un pensiero per il nostro soldato ucciso ieri, Dvir Emanuelof di 22 anni, possa riposare in pace e possa essere l'ultimo.
Aveva telefonato a casa " Mamma devo andare a combattere, non preoccuparti".
Il giorno dopo la mamma ha visto davanti alla porta del suo posto di lavoro alcuni ufficiali di Zahal e ha capito che Dvir non c'era piu'.
 
Deborah Fait -www.informazionecorretta.com


LA RISPOSTA SPROPORZIONATA
C’è un punto sul quale quasi tutti coloro che si occupano dell’attuale crisi di Gaza sono d’accordo, e cioè che la risposta di Israele agli attacchi di Hamas è sproporzionata. Si ha sproporzione quando la reazione non corrisponde all’azione. Se un uomo dà un pugno ad un altro, e l’altro gli risponde con un pugno o magari due, si ha risposta proporzionata. Se viceversa il primo gli dà un pugno e il secondo lo uccide, la risposta è sproporzionata.
Per la crisi nel Vicino Oriente il casus belli è costituito dal fatto incontestato che per molti mesi sono stati inviati razzi (Kassam, di solito, ma anche i più potenti Grad e Katiuscia) sul territorio israeliano. Le cittadine Sderot, Ashdod e Ashquelon ne hanno visto arrivare centinaia. Questi razzi, per nulla accurati, prendono di mira direttamente i centri abitati, nella speranza di fare vittime civili. Dopo un periodo di tregua, qualche settimana fa Hamas ha ripreso il lancio di razzi sul territorio di Israele e stavolta Gerusalemme ha deciso di reagire. In maniera proporzionata? In maniera sproporzionata? Questo è il tema.
La risposta proporzionata è un pugno contro un  pugno, una rivoltellata contro una rivoltellata, missili contro missili. Dunque Gerusalemme avrebbe potuto consentire ai suoi cittadini di fabbricare in cantina e sparare razzi in direzione di Gaza. E qui nascono dei problemi. Non solo gli israeliani sono tecnicamente superiori, ma Gaza è una città tanto grande e tanto vicina (meno di cinque chilometri) che ogni razzo avrebbe inevitabilmente centrato il bersaglio, facendo ogni volta parecchi morti fra la popolazione civile. La risposta sarebbe stata proporzionata? Certamente sì, dal momento che uguali sarebbero stati i mezzi (razzi artigianali) e uguali sarebbero state le intenzioni (ammazzare degli innocenti). Non sarebbe colpa di Israele se i missili di Hamas spesso non riescono a far vittime e quelli israeliani ci riuscirebbero ogni volta: nessuno può chiedere allo spadaccino bravo, sfidato a duello, di non usare la propria superiorità. Diversamente avrebbe ragione quel personaggio di Ferravilla, Tecoppa, che nel corso di un duello accusava il suo avversario di slealtà, visto che si muoveva e gli impediva così di infilzarlo. La risposta proporzionata di Israele sarebbe stata una pioggia di razzi simili ai Kassam, facendo qualche migliaio di morti.
Ma c’è un altro piano di possibile proporzione. Nello Statuto di Hamas, considerata da molti il legittimo governo di Gaza, c’è il progetto di distruggere Israele ed eliminare tutti gli israeliani. Se Israele volesse rispondere con la stessa moneta, dovrebbe eliminare tutti i palestinesi o comunque scacciarli dalla Palestina. Questo sarebbe proporzionale al comportamento di Hamas e di chi l’applaude. Né si potrebbe protestare per la superiore forza di Israele: se l’iniziativa della violenza viene dal più debole, il fatto che nello scontro egli soffra e perda anche la vita non è cosa che possa indurre alla pietà. Il coniglio non ha il diritto di tentare di mangiare il leone e se insiste è naturale che il leone mangi lui.
Fino ad oggi, soprattutto prima che gli israeliani realizzassero quella provvidenziale recinzione che in Europa hanno chiamato “muro”, i palestinesi hanno violato tutte le regole: hanno realizzato attacchi terroristici contro pizzerie, discoteche, supermercati, dovunque si potessero fare molte vittime civili ignare ed innocenti, hanno nascosto armi nelle ambulanze, per poi protestare perché venivano controllate ai valichi, hanno usato perfino ragazzini o donne incinte come kamikaze. Contando sul livello di civiltà di Israele non hanno mai temuto di essere ripagati con la stessa moneta. Non hanno mai temuto che Israele si comportasse come loro. E infatti le fabbriche di missili, le residenze dei terroristi e tutti i depositi di armi sono stati inseriti in quartieri densamente popolati. Ma col tempo in Israele l’esasperazione è salita. Prima si è passati alle esecuzioni “mirate” di quei terroristi che i “governi” palestinesi lasciavano indisturbati, ora si è passati  all’invasione e alla distruzione di interi palazzi, se dentro di essi c’erano dei capi terroristi o dei depositi di armi. Salvo magari avvertire prima, con una telefonata, dell’imminente arrivo del razzo: Israele rimane sempre un paese civile.
Tsahal ha comunque fatto sapere ai palestinesi che non devono più contare troppo sulla difesa costituita dagli scudi umani. La misura è colma.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -5 gennaio 2009 

SOFRI POLEMOLOGO
Le frasi che seguono sono tratte da un articolo (Repubblica, 4 gennaio 2009) dal titolo  " Le vittime che servono per dire basta ", a firma di Adriano Sofri.
L’articolo comincia così: “C´è una domanda cui bisogna rispondere. Sembra una domanda facile, e il guaio è là. Che il numero dei morti palestinesi per l´offensiva israeliana a Gaza sia così alto, e cresca ancora, è un segno di vittoria di Israele, o di sconfitta, o di che cosa?” Arduo problema. “E una sottodomanda, in apparenza ancora più facile: che i morti palestinesi siano tantissimi, e quelli israeliani pochissimi, è una vittoria o una sconfitta di Israele?” Una domanda difficilissima, effettivamente. Più o meno come questa: chi ha vinto, a Canne, chi ha vinto nella Selva di Teutoburgo? O anche, se si scende sul piano della quotidianità: “Se facendo a pugni ne date uno e ne ricevete cento, riuscite ad indovinare se avete vinto o perso?” Parlando seriamente sarebbe facile dire a Sofri che chi saprebbe meglio di tutti la differenza tra far morire gli altri o morire lui stesso è il Commissario Calabresi.
Per Sofri il generale Yoav Galant ha illustrato i propositi dell’offensiva con una frase orribile. Si tratta di: “Ributtare indietro di decenni la striscia di Gaza in termini di capacità militare, facendo il massimo di vittime presso il nemico e il minimo fra le forze armate israeliane". Sofri scandalizzato richiede che gli facciano annusare i sali. Come molti strateghi da poltrona, crede che la guerra sia una gara di cortesie. Se invece sapesse che cos’è, se l’avesse fatta come l’ha fatta George S. Patton, direbbe come lui ai soldati:  “Voi non siete qui per morire per la vostra patria. Voi siete qui per far sì che gli altri figli di puttana muoiano per la loro patria”. E forse nei salotti buoni di Milano è necessario annusare di nuovo i sali.
Ecco un’altra notazione. “Ogni settimana, la rivista "Internazionale" pubblica una rubrichetta di poche righe, intitolata "Israeliani e palestinesi", che aggiorna il numero dei morti dell´una e dell´altra parte a partire dalla seconda Intifada, cioè dal settembre del 2000. … la sproporzione è cresciuta … il divario ha continuato ad accrescersi, finché all´inizio di dicembre … il totale dei morti palestinesi superava di più di cinque volte quello dei morti israeliani (5.301 a 1.082)”. Ecco un modo stupido e tendenzioso di raccontare i fatti. Se una turba di fanatici disarmati cerca di strangolare a mani nude un gruppetto di soldati bene armati, è normale che alla fine ci siano sul terreno un soldato ucciso e un centinaio di morti fra gli aggressori. Ma è colpa degli aggrediti? Questi non dovevano usare le armi, solo perché gli altri erano disarmati? Sofri inoltre dimentica che gli aggressori non tengono in nessun conto né la propria vita né quella dei propri cari. Ammesso che cari gli siano.
“Israele ha pressappoco undicimila prigionieri palestinesi, la Palestina, cioè Hamas, uno solo, il povero Gilad Shalit”. Piccolo particolare: Israele tiene in carcere palestinesi colpevoli di reati mentre Shalit è un soldato innocente. Quando si tratta di Israele anche un fine intellettuale come Sofri dimentica la differenza fra sequestro di persona e detenzione dopo un processo.
Secondo Sofri non è giusto che la popolazione palestinese soffra, per i crimini dei terroristi. “Gli invasati, o i farabutti, non rendono un popolo correo del loro fanatismo: nemmeno quella metà del popolo che li ha votati in un´elezione”. Ecco a che cosa conduce il vizio di parlare di cose che non si conoscono. Se la Striscia di Gaza avesse un governo decente che non permette il terrorismo nei confronti degli Stati vicini, i pochi “invasati e farabutti” non renderebbero il popolo correo del loro fanatismo. Ma se è il governo stesso ad essere composto d’invasati e farabutti che predicano ed attuano il terrorismo, tutto il paese paga il conto. Quando gli Alleati bombardarono Dresda, uccidendo decine di migliaia di civili inermi, li considerarono responsabili solo di far parte di un paese che aveva a capo Hitler. È questa, la logica dei rapporti fra gli Stati. È questa la logica della guerra. Ma Sofri non ne ha mai sentito parlare.
“Se davvero un´azione militare mirasse al massimo di vittime nel nemico, l´ideale sarebbe lo sterminio. Se la confermasse, il generale che ha pronunciato una frase del genere andrebbe messo ai ferri”. Ancora una volta ecco una dimostrazione d’incompetenza in materia di cose militari. La guerra - salvo l’unico caso di un paese preistorico che ha Hamas al governo - tende alla resa del nemico, non alla sua morte. Quando gli Stati Uniti bombardano Hiroshima non vogliono ammazzare un centinaio di migliaia di giapponesi, vogliono che il Giappone si arrenda. E se non si arrende, bombardano Nagasaki. E se infine dopo Nagasaki il Giappone si arrende, la guerra finisce.  È triste che sia necessario spiegare cose del genere.
“Non è possibile che Israele, cioè gli israeliani, pensino e sentano di "non avere altra scelta". Ce l´hanno, sanno anche qual è: tutti, o quasi. Sanno qual è, e vanno da un´altra parte. In cielo e, tanto peggio, in terra”. La scelta la sanno gli israeliani, la sa Sofri, forse la sanno tutti, ma chi scrive queste righe no. Perché Adriano non l’ha scritta, in modo da illuminare l’unico scemo rimasto? L’unica condizione che gli si pone è che la sua soluzione comporti la sicurezza degli abitanti di Israele.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


VOLTAIRE A GAZA
Quando si tratta di azioni militari il futuro è imprevedibile. Helmuth von Moltke diceva: «Preparate tutti gli scenari alternativi nei minimi particolari. Sappiate però che dovrete combattere in quello a cui non avete pensato» I risultati infatti possono sempre essere diversi da quelli prefigurati. Dunque nessuna persona ragionevole s’impanca a profeta. Se qui si discute dei possibili risultati dell’intervento israeliano a Gaza è solo perché è inevitabile chiedersi che cosa avverrà.
Hamas, come stabilito anche dall’Ue, è un’organizzazione terroristica. Lo prova il suo statuto, che prevede l’eliminazione di Israele; lo provano gli attentati contro cittadini inermi portati a termine dai suoi militanti; lo provano i continui lanci di razzi verso il sud di Israele, razzi che hanno lo scopo dichiarato di fare vittime civili. Si tratta dunque di un’organizzazione che non segue neppure i più elementari principi morali o di diritto internazionale di guerra, per non parlare delle varie Convenzioni di Ginevra. Dal tempo dei Sumeri e dei Faraoni nessuno si è prefisso lo scopo di uccidere tutti gli abitanti di un paese. Nessuno ha programmato di scacciarli dal loro territorio fino all’ultimo e per giunta, nel caso degli israeliani, di buttarli a mare, visto che nessuno dei vicini accetterebbe di ospitare cinque milioni di ebrei.
Tutto questo è barbarico ed arcaico,  per non dire preistorico, ma, se pure in una mentalità criminale, sarebbe comprensibile se Hamas avesse almeno rispetto per i palestinesi: ma non è così. La sua missione di odio è posta al di sopra della stessa vita degli abitanti della Striscia di Gaza. Se gli israeliani ne uccidessero la metà Hamas direbbe soltanto che quei morti sono shahid, martiri, e non è una ragione per cambiare politica.
Il parallelo con Hitler è inevitabile. Non solo anch’egli ha attuato quel genocidio che i palestinesi sognano, ma non ha avuto la minima pietà per il popolo tedesco. La Germania tecnicamente ha perduto la guerra nel 1943 o prima. Quando si dice “tecnicamente” si intende che, da un dato momento, le sorti del conflitto non possono che volgere al peggio. A questo punto un governo ragionevole (per esempio proprio quello germanico, nel 1918) chiede la pace. Hitler invece, spinto dalla sua smisurata egolatria, ed anche dalla sua follia criminale, ha lasciato che, ancora per anni, intere città fossero distrutte e altri milioni di tedeschi fossero uccisi. Sperava che la Germania morisse con lui.
Anche Hamas – che pure con qualche beneficenza e con la fama di integrità morale si è guadagnato il voto, per poi vanificarlo con un colpo di Stato contro Fatah – non ha nessun riguardo per le sofferenze degli abitanti della Striscia di Gaza. L’odio per Israele è un Moloch al quale si può sacrificare un intero popolo. E infatti assiste senza batter ciglio alla punizione inflitta da Gerusalemme.
Dal punto di vista della politica internazionale, tutto questo significa che Israele non ha un interlocutore. A chi non tiene nemmeno alla propria sopravvivenza non si può offrire nulla. Non si può minacciare nulla. Ecco perché Israele si è risolta all’azione: se un paese si ostina ad inviare razzi per ammazzare dei civili, non rimane che punirlo. Chi vuole la guerra è bene che l’abbia. Chi, pur di non concedere pace, è disposto a morire, è bene che muoia.
Se dopo l’azione punitiva dalla Striscia non partiranno più razzi, il risultato sarà stato raggiunto. Se invece non si ottenesse una tregua è ovvio che Israele potrebbe riprendere i suoi interventi, magari sempre più sanguinosi, quando lo reputasse opportuno: ha il dominio incontrastato dell’aria e una tecnologia infinitamente superiore. Ma l’esasperazione della popolazione israeliana non sarebbe per questo minore. Che cosa fare, a quel punto? Domanda senza risposta.
Se non si vuole essere pessimisti senza speranza, rimane lecito sperare che le ferite inferte ad Hamas siano tali da indurre a più miti consigli la dirigenza di questa gang: dopo tutto, è ciò che è avvenuto nel Libano meridionale, con Hezbollah. Ma questa vicenda fa venire in mente una terribile battuta di Voltaire: “Non è vero che tutti gli uomini agiscono per egoismo. Se fosse vero, ci sarebbe modo di mettersi d’accordo”. I fanatici non sono sensibili all’egoismo e non ascoltano nemmeno l’istinto di conservazione.
Si è quasi tentati di rimpiangere Yassir Arafat che era corrotto, sì, ma egoista e amante della vita.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -3 gennaio 2009


L’INGANNO DEL SILLABARIO
Sulla realtà tutti abbiamo due generi di informazione: quella sociale e quella diretta. Per quella sociale, che appare già nel sillabario, tutte le madri amano i figli. Per quella diretta la maggior parte delle madri ama i figli: ma ce ne sono che li uccidono.
Ognuno ha ben chiari i lati negativi della propria realtà perché ne soffre. Viceversa, per tutto ciò che è al di fuori della propria esperienza diretta, ha tendenza a rifarsi ai modelli pubblici: e poco importa se essi non corrispondono alla realtà.
L’esempio migliore è la famiglia. Nell’immaginario collettivo essa è costituita da una coppia di coniugi che si amano ed amano i loro figli. Questi, a loro volta, amano i genitori e si amano fra loro. “Si vogliono bene come fratelli”, nella retorica corrente, significa che sono più che intimi amici e “Siamo una famiglia” significa “ci vogliamo tutti bene”. Nella realtà concreta, moltissimi si trovano ad avere una famiglia che non corrisponde affatto allo schema da cartolina e si considerano sfortunati. Lo schema leggendario però rimane intangibile  e nessuno lo nega pubblicamente. Inoltre nessuno pensa ai problemi altrui. Chi ha avuto un padre imbecille, oppure una madre nevrotica, oppure dei fratelli egoisti o violenti, non pensa a chi ha vissuto il dramma di un padre avvinazzato e violento. L’alcolismo, la malattia mentale, la droga, la violenza esistono, ma non si accoppiano col concetto della famiglia e dunque le loro vittime si considerano delle eccezioni. Solo Freud, col suo coraggio, ha potuto dire che “la famiglia è il nido in cui si alleva la nevrosi”. Quando infine, come accade di frequente, ci sono serie occasioni di contrasti – classico il caso del divorzio o dell’eredità da dividere fra fratelli – ci si accorge che la parentela non migliora i rapporti giuridici. E ognuno conclude sconsolato: mi sarebbe andata meglio se avessi avuto da fare con un qualunque estraneo.
Ma non si salvano neanche le famiglie “normali”. Tutti considerano ovvie le cose positive (“E perché mai mia madre non dovrebbe volermi bene? È mia madre, no?”) e finiscono col notare solo le cose negative (“Mia madre è un’ignorante, con lei non posso avere nessun dialogo”). Il giovane idealista che ha una famiglia assolutamente perfetta la disprezza e non vede l’ora di scappar via. Non gli viene neppure in mente che fa parte dei fortunati. Sa solo che non può perdonare persone che riderebbero delle poesie che lo entusiasmano o preferiscono Celentano a Mozart.
Da un lato si sopravvaluta la famiglia in generale, vagheggiando una sorta di improbabile paradiso in Terra, e dall’altro si sottovaluta la famiglia in cui ci si trova a vivere in concreto.
Qualcosa di analogo avviene nella vita politica. I cittadini, malgrado mille esperienze contrarie, continuano a credere nel libro di lettura. I grandi uomini politici devono essere dei santi dediti esclusivamente al bene pubblico, privi di ogni difetto, perfino di quello senza il quale non si diviene qualcuno: l’ambizione. Nella realtà, i politici sono uomini come gli altri e con meno scrupoli della media: infatti, per prevalere nel loro campo, non bisogna essere delle mammolette. Infine ce ne sono molti che fanno politica puramente per interesse. Non hanno l’ambizione di guidare il paese verso la felicità ma di divenire assessore, per i vantaggi concreti che potranno lucrarne.
Malgrado questa incontestabile realtà, che i giornali continuano ad insegnare quotidianamente a suon di scandali, da sempre – basti pensare a Pericle (ed era Pericle!) accusato di peculato - moltissimi continuano a ritenere che tutti i politici abbiano l’ineludibile dovere di essere dei modelli di virtù. Per questo continuano a stracciarsi le vesti per ogni minima scorrettezza. Dimostrano di non conoscere la storia e continuano a strizzare gli occhi per non vedere la stessa realtà in cui vivono. Basta leggere i giornali per vedere a che punto i lettori sono disorientati. Fanno i moralisti e, invece di lodare chi non ruba miliardi, cercano il pelo nell’uovo. Ancora una volta, il libro di lettura prevale sull’osservazione della realtà. E non c’è modo di vincere questi pregiudizi. Contro l’ignoranza accoppiata col wishful thinking, cioè col desiderio di credere vero ciò che vero non è, la ragione è impotente.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - gennaio 2009


GAZA NON È IL PROBLEMA
Oggi i media si occupano di Gaza ma esiste un problema ancora più grande: il Libano meridionale. È una bomba che potrebbe esplodere da un giorno all’altro, provocando molti più danni. Mentre a Gaza c’è un’enorme quantità di palestinesi pronti a compiere atti di terrorismo ma incapaci di agire - sia perché mancano di armi pesanti e non possono riceverne, sia perché non possono uscire dalla Striscia  - nel Libano meridionale ci sono meno fanatici ma in compenso essi sono liberamente armati dalla Siria e dall’Iran. Il governo di Beirut non osa toccarli. Da Gaza si possono temere attacchi terroristici, dal Libano una guerra.
Qui si vede quanto vana sia stata l’iniziativa italiana di creare un corpo di osservatori da inviare in quel paese. I nostri soldati, e quelli degli altri paesi che collaborano in questa spedizione, non hanno – o non esercitano – né il potere di controllare efficacemente il territorio né quello di impedire che in esso si predispongano le armi e le strutture per attaccare Israele. In tempo di pace questi soldati fanno una sorta di villeggiatura, in tempo di guerra dovranno scappare via come lepri per evitare di essere massacrati nel fuoco incrociato. Ma questo è secondario: si è sempre saputo che l’intervento era puramente cosmetico.
Se gli Hezbollah si sono fino ad ora astenuti dall’inviare missili in territorio israeliano non è stato perché c’erano soldati europei, ma perché Israele li ha colpiti molto duramente, checché ne dica la propaganda, e perché un secondo attacco uguale al precedente sarebbe suicida. Essi si muoveranno quando l’aggressione sarà meglio organizzata. E infatti proprio in questi giorni l’esercito libanese ha trovato otto razzi ("Katiuscia" e "Grad"), dalla gittata massima di 20 chilometri, nascosti a cinque chilometri dalla frontiera e puntati verso Israele .
L’uso dei missili ha una sua precisa spiegazione. In uno scontro campale, di Hezbollah e dell’intero Libano Israele farebbe un solo boccone. Viceversa, sparando razzi e facendo vittime civili, Hezbollah conseguirebbe un grande successo: come tutti i paesi democratici Gerusalemme è sensibilissima alla sicurezza dei propri cittadini, i quali non perdonerebbero certo a Tsahal di non averli saputi proteggere. E tuttavia, non c’è modo di difendersi da missili che piovono dal cielo e sparati così da vicino da non consentire preavviso. Questi dati fanno già capire quello che potrebbe avvenire.
Il “partito di Dio”, armato dalla Siria e soprattutto dall’Iran, potrebbe scatenare una tempesta di missili sulle città israeliane, con lo scopo di fare quante più vittime civili sia possibile. Israele, non potendo fermare quei razzi, risponderebbe con la stessa moneta. Non potendo colpire gli Hezbollah (chi sono, gli Hezbollah? Dove stanno?), colpirebbe Beirut e le altre grandi città in maniera devastante. Prima le infrastrutture, poi, se le proprie vittime civili fossero veramente numerose, potrebbe a sua volta fare volontariamente migliaia di vittime civili. Farebbe pagare carissimo, ai libanesi, l’errore di aver lasciato mano libera ai terroristi sul proprio territorio. E qui si pone un problema di diritto internazionale: sarebbe giustificata, la risposta di Israele?  Soprattutto tenendo conto che Hezbollah non teme né la morte dei propri uomini né, ovviamente, quella di tutti i cittadini libanesi?
Il governo di un Paese non è quello che si proclama tale (per esempio un “governo in esilio”) ma quello che ha l’effettivo controllo del territorio. Se dei ribelli riescono a dominare uno Stato non sono più “banditi”, “rivoltosi” o “rivoluzionari”: sono il legittimo governo. Ex facto oritur ius, il diritto nasce dal fatto. È questa la rgione per cui la Gran Bretagna, con decenni di anticipo su altri paesi, riconobbe la Cina di Mao Tse Tung: perché Mao aveva il controllo del territorio.
Nel caso del Libano, esiste un “governo” a Beirut ma esso non ha il controllo del territorio. Se l’avesse, non permetterebbe né le intrusioni della Siria né la rischiosissima attività di Hezbollah. Dunque, quanto meno in senso militare, il governo del Paese ce l’ha il “partito di Dio”. E se esso attacca un altro paese, è il Libano stesso che è in guerra con Israele. E questo Stato ha dunque il diritto di rispondere ad eventuali attacchi stragisti con altri attacchi stragisti. Americani ed Inglesi hanno distrutto le città tedesche dopo che i tedeschi avevano attaccato Londra o Conventry col preciso interno di uccidere cittadini britannici. Ormai da decenni a Gerusalemme si dice che “la caccia all’ebreo non è più gratis”. Per giunta, mentre Libano e Siria non hanno la forza di distruggere Israele, Israele può senza sforzo radere al suolo tutte le città più importanti di ambedue i paesi. Senza neanche usare l’atomica.
Non è facile spiegare come mai un “governo” come quello libanese possa essere disposto a correre questi rischi. Forse pensa che ogni giorno di pace in più è un giorno di vita in più. Forse in Medio Oriente la logica e la ragionevolezza sono assenti da decenni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- 1 gennaio 2009


DI PIETRO NEL MITO
Gli antichi Greci vedevano i lampi e percepivano i tuoni esattamente come noi. Ma mentre noi abbiamo nozioni di cariche positive e negative, loro potevano solo inventare una spiegazione mitologica: Giove tonante. E tuttavia per certi argomenti siamo nella loro stessa situazione. Ecco una serie di interrogativi cui nessuno sa dare una risposta soddisfacente. Come mai Di Pietro ha lasciato la magistratura? Come mai è stato sempre assolto? Come mai i pidiessini gli hanno offerto il laticlavio? E infine - mistero dei misteri, arcano degli arcani - che cosa è avvenuto nella primavera del 2008? Il Pd ha deciso di andare da solo, ha destinato al macero Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e perfino il partito socialista, titolare dell’ideologia, e i radicali li ha accolti come parenti poveri, da far mangiare in cucina con la servitù: come mai allora ha fatto un’eccezione per Di Pietro? Gli è stato consentito non solo di scampare alla catastrofe ma addirittura di farlo con la sua ragione sociale. E lui, per nulla grato, anzi con l’aria di essere inattaccabile, ha mancato subito alla parola data, ha costituito un proprio gruppo in Parlamento e ha condotto una continua politica di attacco e delegittimazione al partito che l’ha salvato. Se, al riguardo, disponessimo di tutti i dati su cariche positive e negative, non ci sarebbe nessun mistero: purtroppo, qui non possiamo che rifugiarci nel mito. Non ci sarà una parola di vero, ma i miti sono spiegazioni fantastiche, appunto.
Un giorno Giove si annoiava. Fece dunque venire Efesto sperando che, brutto e zoppo com’era, l’avrebbe fatto ridere. Purtroppo, quando lo vide arrivare, ebbe pietà di lui. Era solo un povero storpio che le divinità minori si mostravano al dito, sussurrando la parola “cornuto”. Si congratulò dunque per la qualità delle ultime saette che gli aveva confezionato e mandò a chiamare Hermes. “È il mio messaggero e, come tutti i rappresentanti, sa un mare di storielle”.
-Hermes, che mi racconti di bello?
-Per oggi chiamami Mercurio.
-Il nome latino. Che c’importa di quei selvaggi?
-Il fatto è che la storia che sto per raccontarti si svolge in Italia. È una storia di delinquenti che si fregano a vicenda.
-Divertente, disse Giove. E si mise comodo.
-Devi sapere che Tulito…
-Mai sentito.
-Tulito in greco; in italiano Di Pietro. Di Pietro era un pubblico accusatore senza pietà. Da solo, o con pochi amici, aveva sbaragliato il più grande partito italiano. Aveva annullato anche il Psi. Insomma dove passava lui non cresceva più l’erba. L’Italia intera era corrotta e dovunque mettesse le mani scopriva fango. Poteva dunque mettere in galera tutti e all’occasione, per fare numero, anche innocenti. Il risultato fu che alla fine dei grandi partiti rimase solo quello comunista.
-Questo non mi fa ridere, disse asciutto Giove.
-Abbi pazienza. Il fatto è che rimasero solo i comunisti non perché fossero onesti ma perché Di Pietro aveva deciso di servirsi di loro. Non aveva l’intenzione di lottare contro i corrotti, pensava alla carriera in politica e seppe cogliere un’occasione d’oro. Avendo le prove documentali del fatto che qualcuno aveva recapitato per fini illeciti un miliardo di lire nella sede centrale del Partito Comunista Italiano, in Via delle Botteghe Oscure, invece di usarle per distruggere la dirigenza di quel partito (sarebbe stato un gioco da ragazzi), mise da parte quelle carte e fece ai comunisti un discorso intelligente. Se io vi denuncio, disse, vi distruggo. Ma non ci guadagno niente. Se invece dal mio lato sto zitto e dal vostro voi mi date un seggio da senatore, mi sistemo per la vita. E voi potrete continuare a proclamarvi gli unici onesti.
Giove scoppiò in una risata che fece tremare l’Olimpo. Ripeteva tra i singhiozzi “i comunisti gli unici onesti, gli unici onesti…” Ma Mercurio proseguì.
Tutto andò come previsto. Le cose si complicarono quando il Pd…
-Che partito è?, chiese Giove.
-Il Pci, va bene? Ha cambiato nome ogni anno bisestile. Dunque il partito, nel gennaio del 2008, decise di andare alle elezioni da solo, e poiché c’era lo sbarramento del 4%, Di Pietro capì d’essere spacciato. Allora andò dai dirigenti e disse loro: io me ne fotto della vostra volontà di andare da soli. Andrete da soli, ma da soli con me.
Giove riprese a ridere. Ma il messaggero degli dei proseguì, implacabile.
Da soli ma con me. Diversamente racconto a tutti chi siete, dirò che siete corrotti al più alto livello e per grandi somme. Gli fecero ovviamente notare che si sarebbe distrutto anche lui, come accusatore e come moralizzatore, ma Di Pietro, pur essendo un uomo semplice, forse addirittura poco colto, era pieno di buon senso. Sì, lui si sarebbe rovinato, ammise. Ma era solo uno. Mentre dall’altro lato si sarebbe rovinato un intero partito. Tutto l’establishment corrispondente al trenta per cento degli italiani. Lui dunque li teneva in pugno. Tutto questo è disonesto! esclamarono i dirigenti ma lui si limitò a ridere: “Qui siamo fra noi, smettetela di dire fregnacce”.
Il risultato fu una sinistra italiana, votata da tante persone per bene, che in realtà era costituita da un partito di ricattati e da un ricattatore senza scrupoli. Gli italiani questa storia ancora non la conoscono, io invece la so perché, essendo il dio dei ladri, nell’ambiente a me dicono tutti la verità.
-Non ti preoccupare, la sapranno anche gli italiani, concluse Giove. Dirò a Clio, la musa della storia, di occuparsi della faccenda.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

 
P.S. In seguito ho letto (in ritardo) un’intervista di Maurizio Gasparri in cui il politico del Pdl dice sul serio le cose che qui sono state dette sul piano della mitologia. Ecco il testo
:
 "Pronto a sfidare Tonino in tv: dica come sapeva dell’inchiesta" (Il Giornale, 28 dicembre)
di Francesco Cramer
Senatore Maurizio Gasparri, ha sfidato a duello Antonio Di Pietro... Sicuro di vincere?
«Certo, lui è un moralista alle vongole, è come il personaggio del film Il moralista con Alberto Sordi dove il protagonista è un burocrate censore, moralista ai limiti dell’assurdo, ma che in realtà è un losco individuo che fa la tratta delle bianche».
Andiamo bene... L’ex pm ha già detto che la citerà in giudizio per diffamazione.
«Non ho mica paura io, è lui che fugge. Vorrei solo che rispondesse all’interrogazione parlamentare che feci negli anni Novanta per chiedere spiegazioni sul trasferimento a Vasto del figlio Cristiano».
Querela in vista, senatore. Tanto lei ha l’immunità parlamentare...
«Ci rinuncio se lui accetta il confronto con me in televisione. Decida pure ora e canale».
Da Santoro le va bene?
«Eh, eh... Oddio, uno meno fazioso no? Vado pure da Santoro se Travaglio fa una scheda delle sue su Di Pietro. Ma deve aver avuto una paresi alla mano destra: non leggo nulla su Di Pietro... Se Travaglio mi chiama scrivo io, sotto dettatura».
Dia un altro vantaggio a Di Pietro: cos’altro gli vuol chiedere?
«Perché a un certo punto Di Pietro non parla più con Mauro Mautone? Prima si chiedono favori e poi silenzio di tomba? Dica al Paese da chi e quando ha saputo dell’indagine in corso».
Ha detto che l’ha saputo dalle agenzie di stampa.
«E ha mentito. Lo ammetta davanti agli italiani».
Ma non può dire che ha avuto una soffiata?
«No, perché è un reato. Anni fa il pm Woodcock mi accusò di aver avvisato una persona indagata».
E come andò a finire?
«Archiviazione, ne uscii pulitissimo. Voglio vedere come ne esce lui. Ma ripeto: io voglio andare in tv con l’ex pm, e vorrei che venisse accompagnato dal figlio».
Di Pietro si difende: «Cristiano non ha commesso nulla di penalmente rilevante».
«Lui ha crocifisso e massacrato gente per molto meno: bastava un ammiccamento... Come al solito due pesi e due misure. Ma ora è in crisi vera, l’ha visto in conferenza stampa?».
No, che è successo?
«Incespicava e commetteva molti più svarioni lessicali del solito, che già è tutto dire. Venga al duello: porterò pure le sue pagelle».
Che c’azzeccano le pagelle? Comunque ci riveli: come sono?
«Per dimostrare chi è... No, non anticipo nulla: le farò vedere in tv».
Però s’è laureato in fretta: 22 esami in 31 mesi e lavorando pure.
«Ho sempre detto che la laurea è vera. Il mistero resta la licenza elementare».
Mastella si lamenta: «Io sono stato massacrato, mentre i Di Pietro...»
«Ha ragione. Che differenza c’è tra la telefonata della moglie di Mastella e il figlio di Di Pietro? Perché la Guzzanti non organizza una bella piazza Navona? Perché Camilleri non fa una bella poesia sui Di Pietro?».
Però Tonino ha detto: «la magistratura indaghi pure».
«Perché spera in una solidarietà di casta: cane non morde cane».
La questione morale sta travolgendo il Pd: fate fatica a non esultare per le inchieste che questa volta colpiscono gli avversari?
«Non c’è nulla da esultare: c’è solo da prendere atto che la diversità morale della sinistra non c’è e non c’è mai stata».
Nemmeno con Berlinguer?
«Macché: il Pci viveva nella melma e nella illegalità con i finanziamenti delle coop rosse e di Mosca».
Riforma della giustizia, che molti auspicano condivisa. Violante ammette: «Dobbiamo toccare il santuario dei giudici», ma nel Pd non lo seguono tutti.
«Il Pd si fa dettare l’agenda dall’ex pm. Ma sa dove nasce questo patto tra Veltroni e Tonino? Dalla tangente Enimont. Per quel miliardo di lire a Botteghe Oscure Di Pietro non ha mai incastrato nessuno. Tutti non potevano non sapere tranne Occhetto, D’Alema, Veltroni».
E quindi?
«E quindi è arrivato il collegio blindato al Mugello».
...

INAF IS INAF
Ecco, tutti svegli all'improvviso.
Prima il mondo sonnecchiava, 80 missili su Sderot, 100 missili su Sderot, altre decine su Ashdod, Netivot, Ashkelon, kibbuzim , citta' e villaggi sotto il fuoco ininterrotto  sparato da Hamastan.
Bambini terrorizzati, piegati in due mentre correvano verso i genitori vomitando di paura.
Eppure , nonostante queste notizie drammatiche, fuori da Israele erano tutti molto distratti, dei missili sparati nel sud del Neghev dove vivono 250.000 persone, non gliene fregava niente a nessuno.
Natale, i regali, la neve, le vacanze! La pancia piena  e si sa che la digestione porta sonno.
Poi hanno sentito improvvisamente la voce di Zipi Livni dire in inglese "enough is enough" e nel dormiveglia hanno provato un certo pizzicorino alla nuca...cosa sta succedendo? si saranno chiesti politici, giornalisti, gente comune...perche' il Ministro degli Esteri di Israele dice inaf is inaf ? e  infine, diiiiing, svegli di colpo, Israele aveva incominciato a bombardare Gaza, quel nido di vespe che da 8 anni non permetteva ai cittadini del sud  del Neghev di vivere.
Inaf is inaf, due ondate dell'aviazione di Israele, due sganci di bombe, 170 obiettivi colpiti in meno di 10 minuti,  Gaza che brucia e il mondo si e' svegliato di colpo!
Ma comeeee, non ci eravamo accorti di nienteeee, si, hamas bombardava Sderot ma era tutto normaleeee.....
E adesso? Adesso quella Livni dice  inaf is inaf e Israele si mette a bombardare i poveri paletinesi senza dirci niente???
Da quel momento un caffe' forte e  tutti svegli a rilasciare dichiarazioni " pace pace, umanita ' umanita'" dice il Papa che  si era dimenticato di invocarla prima.
I ministri degli esteri di tutti i paesi balbettano che bisogna tornare al dialogo ma sono molto evasivi perche' sanno perfettamnente che con hamas il dialogo e' impossibile e perche', sotto sotto, la maggior parte dei paesi europei e arabi spera che Israele riesca a far cadere hamas tra le macerie di Gaza, la citta' che avevano preso con un colpo di stato forti del plebiscito che li aveva eletti come primo partito palestinese.
E' interessante vedere come reagiscono i capi del mondo: Sarkozi si e' messo ad abbaiare che Israele usa una forza sproporzionata e sarebbe interessante sapere quale sarebbe  la forza proporzionata. Probabilmente Carla' , la rossa, tra una cantatina e l'altra, lo ha completamente confuso.
In inghilterra  sono tutti contro Israele ma questa non e' una novita', grandi manifestazioni a Londra.
La Germania ci appoggia totalmente.
L'Italia? Mah, l'Italia sta un po' di qua e un po' di la', come sempre. Frattini vuole mandare aiuti a Gaza ma nessuno gli ha detto che sara' difficile. Ho notizia di manifestazioni anche a Roma, naturalmente contro Israele ma niente di esagerato. Sono tutti molto tiepidi.
Bush e' in vacanza e non ha mai fatto segreto del suo appoggio a Israele.
Obama e' in vacanza anche lui e ha detto "Se cadesse un missile nel giardino di casa mia farei quello che fa Israele".
Ma la sorpresa e' stato Ban Ki Moon, segretario dell'ONU, che ha incominciato il suo discorso criticando per buoni dieci minuti hamas e il suo rifiuto di riconoscere Israele e di bombardare da anni Sderot  e solo dopo ha invitato anche Israele al cessate il fuoco. praticamente un miracolo se si ricordano i segretari precedenti.
Il mondo arabo e' in subbuglio, milioni di esagitati per le strade a urlare Morte a Israele, Morte agli ebrei. Anche questo era previsto.
Bisogna pero' tenere gli occhi puntati sull'Egitto perche' Mubarak che aveva praticamente dato la sua benedizione al contrattacco di Israele e' pressato da tutto il mondo arabo e dobbiamo solo sperare che sia tanto forte da restare sulle sue posizioni.

Lunga vita a Mubarak, alleato di Israele.
Intanto cosa fanno gli eroi di Gaza:? Il macellaio  Haniye' e il suo staff di delinquenti? Prima dell'attacco erano tutti sui palchi a urlare "Noi moriremo da martiri...sara' un onore per noi morire per Allah e la palestina....noi non abbiamo paura.... Il martirio il martirio..."
Dove sono dunque i nostri eroi?
Dove sono questi martiri per la patria?
Ma sottoterra!
Sono dentro i bunker costruiti all'uopo, esattamente come aveva fatto il loro cuginetto Nasrallah che tra l'altro vive ancora  nel suo bunker a Beirut.
Altro che martirio, altro che siamofelicidimorire!
Fifa nera.
La pellaccia e' la pellaccia alla faccia delle vergini del paradiso di Allah.
Questi sono gli eroi che hanno portato Gaza a diventare un inferno e Israele a dover combattere un' ennesima guerra non voluta per difendere la sua popolazione.
A momenti entrera' l'esercito da terra e la nostra speranza e' che i nostri ragazzi possano restare tutti vivi e che possano  liberare Gilad Shalit.
Mi si annebbia la vista per  la rabbia se penso a quanto dobbiamo soffrire perche' i nostri nemici, che potrebbero vivere bene e in pace come noi e con noi, non si rassegnano a lasciarci vivere nell'unico paese che abbiamo.
Vado a finire di preparare con tutti gli altri  il rifugio del nostro condominio sperando che i nostri ragazzi accampati alle porte di Gaza non abbiano troppo freddo questa notte.  
 
 Deborah fait -www.informazionecorretta.com


IL PRESTIGIO DEI GIUDICI
Tutti avranno notato che nei filmati americani il giudice fruisce di un grandissimo prestigio. Nessuno mai si azzarda a contestarlo o a discutere le sue decisioni. Da che cosa dipende, questo? Non certo dal fatto che egli sia competente di diritto: fino a prova contraria, anche in Italia qualunque magistrato lo è. Il prestigio del giudice anglosassone nasce dal modo di reclutamento.
Salvo errori, in Inghilterra e negli Stati Uniti diviene giudice penale chi ha già fatto una lunga carriera nel mondo del diritto. È un legale che ha acquisito un tale credito da essere nominato prima avvocato dell’accusa e poi giudice. Ed è questa la spiegazione dell’arcano: in Italia prima  si è nominati giudici e poi si può cercare di acquistare prestigio, in Inghilterra prima si acquista prestigio e poi si può sperare di divenire giudici. Da noi il prestigio del giudice è eventuale, da loro il prestigio è assicurato, perché è esso stesso la ragione della nomina.
In Italia, dove opera un oceano di avvocati, questo sistema offrirebbe innanzi tutto il vantaggio di disporre al bisogno di un numero illimitato di giudici (accelerando così l’iter della giustizia) e soprattutto eliminerebbe il rischio gravissimo di attribuire un’autorità eccessiva ad un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, solo perché ha superato un concorso. Oggi il sistema dà un enorme potere senza contraddittorio a chi non ha ricevuto un sufficiente numero di legnate educative, nella vita: e questo può indurre ad un complesso di onnipotenza o addirittura a forme di squilibrio. Chiunque abbia frequentato un  Palazzo di Giustizia sa quanto frequente sia l’incredibile arroganza di certi magistrati. Come diceva lord Acton, il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. Ogni singolo giudice, soggettivamente, si sente la Cassazione.
L’avvocato invece ha il vantaggio che, in venti o trent’anni di professione, gli capita di vedersi dare ragione mentre ha torto e molto più spesso di vedersi dare torto mentre pensa di avere ragione. Impara dunque sulla sua pelle che la sua opinione non è la legge del mondo.
Vede anche quali sono i difetti dei magistrati e tutto questo lo educa ed in una certa misura lo vaccina. Se invece fosse stato giudice sin da principio, nessuno si sarebbe mai permesso di dirglieli sul muso, i suoi errori. Avrebbe emesso con tracotante sicurezza sentenze che in appello o in Cassazione sarebbero state riformate - magari con qualche acida nota sulle sue motivazioni - mentre lui avrebbe potuto serenamente dimenticarle: è ciò che normalmente avviene. Gli avvocati invece seguono qualche caso addirittura nei tre gradi di giudizio e imparano, ancora una volta per esperienza, che gli stessi giudici si contraddicono: dunque è meglio non essere troppo sicuri delle proprie opinioni e val la pena di prendere in considerazione quelle altrui.
A proposito di opinioni: non esiste nemmeno una probabilità su cento che qualcuno prenda in considerazione questa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - dicembre 2008


LA LEZIONE ABRUZZESE
Le vicende giudiziarie di molti esponenti del Pd hanno provocato un grande dibattito. Personaggi del calibro di Walter Veltroni o Luciano Violante sono stati molto severi. Se un politico può essere squalificato fino a metterlo in galera, per poi magari chiedergli scusa quando ormai la cosa ha avuto effetti irrimediabili, c’è qualcosa che non va. La magistratura “dovrebbe essere più prudente”. Il sistema abbisogna di correzioni. Insomma si riconosce che questi fatti sono gravissimi e non dovrebbero ripetersi.
Per chi non è di sinistra, si tratta di banalità. È in questo modo che, una quindicina d’anni fa, si sono eliminati dalla scena due grandi partiti politici italiani. Solo che allora, invece di scandalizzarsi perché un innocente era stato messo in galera ed annientato, i media e la sinistra si dedicavano con voluttà all’arresto del politico successivo, anche se poi per caso fosse risultato che anche lui non era colpevole di nulla: nel frattempo infatti la scena si riempiva di altri personaggi. La carretta che conduceva alla Place de la Révolution viaggiava sempre a pieno carico.
Per comprendere il delirio giustizialista plebeo bisogna entrare nella logica rivoluzionaria. Il popolo ha sete di sangue ed è disposto a versare anche quello degli innocenti. I giacobini avrebbero facilmente detto che tutti i nobili erano meritevoli di morte, come i comunisti avrebbero facilmente gettato in galera tutti i politici democristiani, “buttando via la chiave”.
E se proprio uno dei reietti è innocente - fatto definito appena “spiacevole” – si tratta di un piccolo prezzo pagato per una grande causa. Non c’è nulla da cambiare. L’esecutivo e il legislativo sono forse corrotti, ma non lo sono i giudici. Essi siedono su uno scranno più alto e sono degli imparziali esecutori della legge.
Santa ingenuità. Secondo l’economista Carlo Cipolla, in qualunque ambiente c’è la stessa percentuale di cretini: dunque ce ne sono anche fra i magistrati. In secondo luogo, è vero che il giudice è sottoposto alla legge, ma si possono anche fare leggi che tolgono ogni seria garanzia al cittadino innocente. Un buon esempio è costituito dall’evanescente (e gravissimo) reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Infine il magistrato non è affatto al di sopra della mischia. Prima della Rivoluzione i giudici erano fin troppo teneri con i nobili, durante il Terrore ne hanno mandati a morte a migliaia senza il minimo scrupolo. Sono questi, gli esseri superiori ed imparziali?
La Destra ha a lungo denunciato una magistratura che ha cercato di realizzare una via giudiziaria al potere comunista e la Sinistra ha vivacemente contestato questa tesi. Per essa la magistratura si è limitata a reprimere i reati, commessi soprattutto da politici di destra. Purtroppo, in questi giorni i giudici stanno colpendo soprattutto dal suo lato  e dunque si è dinanzi ad un bivio: o il Pd ammette la faziosità della magistratura (e smentisce la tesi dell’imparzialità, sostenuta per anni), oppure accetta – orrore! – che ci sono più corrotti a sinistra che a destra. Smentendo così la teoria della superiorità morale della sinistra, lanciata con squilli di trombe angeliche da Enrico Berlinguer.
L’unica certezza storica che abbiamo è che prima la magistratura ha colpito a lungo, e pressoché esclusivamente, politici di centro-destra, mentre in questi mesi sembra accanirsi pressoché esclusivamente su politici di centro-sinistra. E dal momento che non si riesce ad ipotizzare né l’improvviso decadimento morale di tutto un gruppo, né un’altrettanto improvvisa sua redenzione, è giocoforza credere che, per una concomitanza casuale o per un’azione concertata, la magistratura ha cambiato comportamento. E questo smentisce una volta per tutte l’imparzialità del magistrato che, come è riuscito a demolire la Democrazia Cristiana, potrebbe domani far sparire dalla scena l’attuale Partito Democratico. E sarebbe un uso eversivo della giurisdizione.
Nessuno dice che, se un assessore ruba, la magistratura non debba disturbarlo: solo che l’azione non deve mai avere sapore politico generale: “la destra è disonesta”, oppure “la sinistra è disonesta”. Se si riscontra un decadimento morale e giuridico dei funzionari pubblici, si è in presenza di un problema politico che deve avere una soluzione politica. Non è il singolo piccolo magistrato di un paesino sperduto che, abusando dei suoi incontrollati poteri, deve moralizzare il paese, accusando Prodi o Mastella. Oppure notificando un avviso di procedimento per mafia al Capo del Governo mentre presiede una riunione internazionale anticrimine a Napoli. Se poi la stessa magistratura dichiara quel reato insussistente si mette la coscienza a posto: ma rimane politicamente colpevole. Gravemente colpevole. E il danno all’Italia intera non è risarcito.
Non nell’interesse del centro-destra o del centro-sinistra, ma nell’interesse del Paese sarebbe bene che  la magistratura, come un fegato o un paio di reni che funzionano, si facesse ignorare e funzionasse in silenzio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -27 dicembre 2008


L'odio per Israele corre in internet                        
Oggi chi vuole esprimere il proprio odio per Israele va su internet e la' si sfoga e racconta le cose piu' incredibili, le piu'  orrende, parla di atrocita' degne di Idi Amin Dada il dittatore cannibale ugandese in versione israeliana, una vera e propria festa di diffamazioni e  odio antisionista.
Altri vanno sui blog tenuti da filoisraeliani e lanciano offese, auguri di morte, invocazioni al nazismo e alle camere a gas, un bailamme di ignobili accuse.
Non e' certo questo che mi stupisce perche' e' da sempre che chi ama Israele si sente circondato dall'odio degli ammiratori del terrorismo, di chi, piu' ipocritamente, si giustifica  con un innocente " Ma perche' , Israele non puo' essere criticato?".
Quando sento questa frase mi si alza il pelo come ai gatti e faccio molta fatica a restare calma.
La cosa che mi stupisce e non poco e' l'indifferenza totale in cui piombano queste diffamazioni . Non esiste nessuno che in Italia dica BASTA,  non esiste nessuno che li fermi, che li blocchi, che li obblighi a fare marcia indietro e ad ammettere le proprie menzogne razziste.
Non esiste nessuno, in Italia, che li quereli!
Questa e' la verita'. I diffamatori italiani vivono nel paese del bengodi, possono scrivere di tutto contro Israele, e' un vero e proprio mestiere il loro e probabilmente piu' di uno sara' sul libro paga di chi tiene i fili di questa giostra del male.
Per altri, i piu' fanatici,  e' una missione vera e propria presentare Israele come il mostro tra le nazioni.
Possono scrivere che Israele tiene in carcere e tortura bambini e nessuno li denuncia. Possono scrivere che Israele e' uno stato nazista e nessuno li denuncia.
Possono scrivere che  Israele affama la gente di Gaza e nessuno li denuncia.
Possono scrivere che Gaza e' un campo della morte come Auschwitz e nessuno li denuncia.
Possono scrivere che a Gaza e' in atto un genocidio e nessuno li denuncia.
Loro possono dire tutto quello che gli passa per la mente mossi dall'odio e nessuno li tocca. Naturalmente non parlo solo degli schiavetti,  della marmaglia che esegue gli ordini di organizzazioni naziislamiche, mi riferisco anche a giornalisti di calibro, a
politici di nome, a vicepresidenti di Parlamenti Europei , a cognate di ex primi ministri, di gente che va a Gaza con le barchette dei pagliacci, vede i negozi traboccanti di ogni ben di dio, poi si strappa i capelli dicendo che la' e' in atto un genocidio e che Israele li fa morire di fame.  
E nessuno li denuncia.
Succede invece il contrario, succede che chi cerca di arginare queste menzogne e  alla fine, esasperato, li apostrofa come antisemiti viene subito querelato.
Volete sapere come funziona questo gioco dell'assurdo?
Funziona bene perche' in Italia gli ebrei se ne fregano se Israele viene diffamato, alcuni sono persino d'accordo con i diffamatori e quelli che non lo sono, dopo la prima arrabbiatura, lasciano perdere, meglio non aver grane.
Il peggior nemico dell'ingiustizia e' l'indifferenza e questa indifferenza e' la forza degli antisemiti  e del loro odio.
Sono antisemiti  nel senso completo del termine, odiano Israele e, la sua esistenza, vorrebbero vedere tutto in mano agli arabi e gli ebrei galleggiare in mare, cibo per pesci.
La loro forza e'  il menefreghismo di chi in Italia potrebbe fare qualcosa.
Esistono avvocati ebrei in Italia? Credo di si e allora, se esistono, perche' non portano in tribunale questa genia?
Esiste un' Anti-Defamation League in Italia?
No, non esiste e perche' non esiste?
E' questo lo scandalo! Tutto il mondo parla del crescente antisemitismo legato all'odio per lo Stato di Israele e nessuno pensa di creare in Italia un'organizzazione  che denunci le menzogne e quereli chi le diffonde.
 
Mi chiedo come sia possibile che tanta gente la passi liscia, mi chiedo come mai non ci sia nessuno che si senta ribollire il sangue  di fronte a  ignobili menzogne contro una democrazia costretta alla guerra da gruppi di stramaledetti terroristi.
In questi giorni si avvicina la terribile possibilita' che il sud di Israele venga evacuato a causa dell'escalation dei bombardamenti da parte di hamas e delle sue molteplici bande di criminali assassini eppure vi sono delle persone che osano accusare Israele se, a fronte dei bombardamenti, interrompe le forniture di viveri e carburante a Gaza e pubblicano articoli di poveri bambini palestinesi che muoiono di fame e di sete, di altri poveri bambini palestinesi che Israele ammazza e tortura.
E nessuno li ferma!
Nessuno li blocca!
Nessuno li porta in tribunale!
E' una vergogna, lasciatemelo dire, e' una vergogna che in Italia nessuno pensi di arginare questo odio.   
 
Si, lo so, che quando scrivo queste cose e punto il dito contro l'indifferenza del mondo ebraico e non ebraico italiano, mi attiro molte antipatie. Lo so che molti diranno "ma perche' questa non pensa agli affari suoi".
Gli affari miei sono Israele e la Verita' ed  e' per questo che mi faccio venire il mal di fegato e i travasi di bile.
E' per questo che esiste Informazionecorretta dove noi scriviamo e dove si spulciano tutti gli articoli diffamanti Israele.
Ed e' per questo che le organizzazioni naziilsamiche odiano informazionecorretta e me in particolare  ma noi siamo una goccia in un oceano di bugie. 
Una piccolissima goccia. 
Perche' siamo lasciati soli? Noi non possiamo fare altro che scrivere e smentire, non possiamo fare altro che passare ore sui forum per dire la verita', per gridare la verita', instancabili,  giorni, mesi, anni della nostra vita chini su una tastiera colle mani che tremano di rabbia e il mal di testa.
Tutto e' lasciato in mano a noi scribacchini innamorati di Israele che non possiamo permettere che la demonizzazione metta radici ma che, soli come siamo, non possiamo nemmeno evitarlo.
Perche' nessun avvocato si prende la briga di  denunciare le menzogne e chi le scrive?
Perche' nessuno si mette una mano sul cuore?
Perche' continuate a lasciare solo Israele?
PERCHE'?
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


IL PICCOLO ERRORE
Un sondaggio (www.demos.it)  fornisce dei dati sugli umori elettorali degli italiani. Il centro-destra mantiene il consenso rispetto alle ultime elezioni, il Pd crolla dal 33 al 27% circa e Di Pietro balza dal 4,4 al 9,3%. Più interessanti sono tuttavia gli altri dati del sondaggio, in particolare quello sulle simpatie. Qui L’Idv riscuote addirittura il 19% mentre il Pd mantiene solo i propri fedeli. Questo significa che in molti apprezzano ciò che dice Di Pietro, e poiché egli non fa che sputare veleno su Berlusconi, il senso è chiaro: c’è ancora spazio per chi fa di questo l’unica battaglia.
Tocqueville, nell’Ancien Régime et la Révolution, ha dimostrato che molta parte delle istituzioni francesi sono sopravvissute, immutate, a quella grande tempesta. Il popolo non cambia opinione da un giorno all’altro. Quando un Paese che ha il primo grande partito fascista d’Europa passa ad avere il più grande partito comunista del mondo libero, si conferma l’amore per il totalitarismo. Per questo non è strano che personaggi come Dario Fo, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari siano passati dal fanatismo fascista al fanatismo antifascista.
Negli ultimi quindici anni una buona metà del Paese è stata allevata a pane e antiberlusconismo e il risultato è stato disastroso. Dal 1996 al 2001 si sono avuti dei governi incerti, fragili, che non hanno lasciato buona memoria di sé. Nel 2006 una pseudo-vittoria che ha dato vita ad un governo talmente inconcludente e criticabile che dopo meno di due anni è caduto, senza lasciare rimpianti. Infine, nel 2008, un’autentica disfatta.
Tuttavia in questo disastro alcuni dirigenti della sinistra, già settimane prima della caduta di Prodi, ebbero un’idea in prospettiva realmente feconda. Pensarono che nessun governo di centro-sinistra si sarebbe potuto costituire senza i Ds e la Margherita. Se dunque essi si fossero unificati e avessero rifiutato qualunque alleanza, avrebbero sfruttato un’insuperabile rendita di posizione. Avrebbero potuto dire all’elettorato: o votate per noi o disperdete i voti e vince Berlusconi. E per questo crearono il Pd. Naturalmente per il 2008 non avevano speranze; pensavano di perdere queste elezioni e riprendere il potere nel 2011. Tutto ben argomentato, tutto ben progettato, un po’ come la spedizione dell’Armada Invencible. Ma mentre quella è stata battuta soprattutto dalla tempesta, qui è bastato molto meno.
Questa è una tragedia della storia che si è ripetuta più volte. Un piano studiato fin nei particolari fallisce per un unico, piccolo errore. In questo caso il pericolo fu denunciato già sul momento (anche da noi, nel nostro piccolo) ma probabilmente agli interessati esso apparve insignificante. Forse credettero di lasciare un piccolo spazio ai nostalgici: “Chi si attarda nell’antiberlusconismo e nel giustizialismo non andrà disperso: sosterrà il nostro alleato”. Da un lato sottovalutarono la spregiudicatezza di Di Pietro, dall’altro non capirono che gli antiberlusconiani non erano pochi attardati: erano quasi tutti i loro elettori. Loro stessi li avevano voluti così e quelli non potevano, da un giorno all’altro, essere diversi. Certo, se il Pd fosse stato solo, tutti sarebbero stati obbligati a seguirlo, perché l’alternativa sarebbe stata Berlusconi: ma lasciando spazio all’ex-pm annullarono l’idea di partenza. E ora non la finiscono più di pagare per la loro dabbenaggine.
Quanto detto è corroborato dai dati del sondaggio. Il 37% è favorevole all’alleanza con la sinistra Arcobaleno, un altro 37% prende in considerazione l’Udc, solo perché in contrasto con Berlusconi e non certo per comunanza di radici ideali, e solo un 39% è favorevole all’avventura solitaria. Ma, ecco il punto: oltre il 50% - il cinquanta per cento! - è favorevole all’alleanza con Di Pietro. Questo significa che l’Idv ha coltivato così bene l’antiberlusconismo che gli elettori si dicono: se questa è la nostra politica, perché non chiamiamo a raccolta tutti quelli che la pensano come noi? Perché seguire un partito socialdemocratico che non è né carne né pesce? Il partito deve dire tutti i giorni che Berlusconi è un delinquente. Noi lo pensiamo ancora e ancora. Come ci avete insegnato voi tutti: Ds, Margherita, Rifondazione Comunista ecc, Verdi, Comunisti italiani. E Di Pietro.
E così il progetto del Pd è tramontato. Per un piccolo errore.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Colgo l'occasione per augurare Buon Natale. - 21 dicembre 2008


PAROLE ASTRATTE
Si è conclusa la tanto attesa Direzione Centrale del Pd del 19 dicembre e in molti ci siamo precipitati sui giornali per sapere che cosa era stato deciso. Abbiamo saputo così che Walter Veltroni ha parlato di un rinnovamento, anzi di innovazione (suona meglio), ed ha usato molte parole astratte che non val neppure la pena di andare a ricercare. E in concreto? Niente.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia tecnicamente possibile parlare a lungo per non dire niente e come mai, quando qualcuno ha parlato a lungo senza dir niente, alla fine non sia fischiato. La risposta è semplice: si può parlare indefinitamente se ci si tiene sulle generali e alla fine non si è fischiati se gli ascoltatori si accontentano di non essere stati allarmati.
Le parole hanno un significato che va dal concreto all’astratto, dal particolare al generale, dal definito all’indefinito. Chi dice “Desidero cento grammi di mozzarella di bufala della tale marca” si esprime in modo molto preciso, e il salumiere non può certo rispondergli: “concordo col diritto di ogni essere umano di alimentarsi conformemente ai suoi bisogni e ai suoi gusti”.
Se viceversa si dice ad esempio che si è favorevoli a una riforma della giustizia che renda più veloci i processi, migliori la certezza del diritto, garantisca una più adeguata parità fra accusa e difesa e la terzietà del giudice, che cosa si è detto? Niente. E tuttavia si può parlare a lungo. Chi descrive fini da tutti condivisi, senza scendere sul concreto, non corre rischi. Infatti, se appena dicesse “rendere più veloci i processi eliminando il grado di appello” ci sarebbe subito una sollevazione. L’accelerazione dei processi piacerebbe a tutti ma non a scapito della possibilità di difendersi da un primo giudizio folle. Un altro potrebbe dire “accelerare i processi moltiplicando per due il numero dei magistrati” ma anche questa proposta si scontrerebbe con precise obiezioni. Dove si trovano, da un giorno all’altro, settemila giuristi all’altezza di essere giudici? Dove si trova, da un giorno all’altro, il denaro per pagare loro e tutti i loro collaboratori? In quali luoghi e con quali strumenti essi potrebbero esercitare le loro funzioni? La bella proposta si sgonfia e l’oratore rischia di essere fischiato.
Nel caso della direzione di un partito una certa astrazione di linguaggio è inevitabile. Quanto più il problema è vasto, tanto più vaghi sono, almeno all’inizio, i termini che descrivono le eventuali soluzioni. È comprensibile che si cominci parlando della “necessità di un rilancio” ma poi bisogna passare ai provvedimenti per attuarlo ed è solo a questo punto che si comincia a parlare seriamente. Se non lo si fa, non si è detto niente. Ecco perché, quando Veltroni parla di “innovazione” dice bene, solo che dopo dovrebbe continuare spiegando particolareggiatamente come intende realizzarla. Il difficile non è indicare lo scopo, il difficile è conseguirlo. E sta al leader indicare la strada. Se non lo fa, è uno che vende parole. Dire: “questo è un partito di persone perbene” è una banalità di cui vergognarsi.
La tentazione di dire cose vaghe, o addirittura di non dire niente, nasce dalla necessità di non svegliare il cane che dorme. Ogni progetto concreto disturba qualcuno e se un leader non dispone di un vero potere nato oltre che dalla carica dalla sua personale autorevolezza, qualunque ostacolo è insormontabile. Ed ecco si ha uno spettacolo come quello della Direzione del Pd.
Veltroni si è limitato ad un’omelia e poi ha lasciato che parlassero gli altri. Costoro, a loro volta, o hanno detto cose vaghe o hanno detto cose concrete (Follini, ad esempio) che gli altri non hanno approvato. Non importa. Alla fine si è acclamato lo stesso Segretario per poter dire business as usual, tutto continua come prima.
Il significato di questa riunione è che il Pd rischia di essere un morto che cammina. Perfino gli spettatori neutrali rimpiangono amaramente che non ci sia un vero leader che sappia farne un vero partito e una vera alternativa al centro-destra.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Colgo l'occasione per augurare Buon Natale. -20 dicembre 2008


NESSUNA QUESTIONE MORALE NEL PD
La “questione morale” che sta investendo il Pd è spesso trattata come un fenomeno di origine sconosciuta. Mentre un tempo i politici di sinistra erano onesti e incorruttibili improvvisamente si sarebbero messi tutti a rubare. Per conseguenza, prima la magistratura non li toccava perché erano modelli di virtù, ora è costretta a stangarli come meritano.  Quadro realistico? Per niente.
Natura non facit saltus, diceva Linneo. Non è possibile che un grande gruppo di persone sia tutto onesto o tutto disonesto, e neppure che cambi con un saltus. È verosimile che, a destra come a sinistra, ci siano politici onesti e politici disonesti, e non può esistere dunque una specifica e nuova questione morale che riguardi solo il Pd.
Questo dice la ragionevolezza. Purtroppo, non è quello che hanno detto il Pci, il Pds, l’Ulivo, l’Unione, il Pd e tutti i partiti di sinistra. Per decenni essi hanno insistito sul punto che gli altri erano cattivi e loro buoni, gli altri immorali e loro morali. L’idea che si possa sottoporre  a condanna giuridico-morale un intero gruppo politico ha il marchio inconfondibile della sinistra. Essa ha a lungo creduto di poterne approfittare. E se oggi questa tesi certamente assurda le si ritorce contro, non può protestare: è la sua idea.
Rimane solo da spiegare come mai mentre prima i magistrati, dopo avere eliminato la Dc e il Psi, colpivano solo a destra, improvvisamente si siano accorti che esistono dei “mariuoli” anche a sinistra. Maria Paola Merloni, ministro ombra del Pd, sostiene: “Secondo me dietro tutte queste inchieste giudiziarie che riguardano il Pd c'è Antonio Di Pietro, che peraltro è l'unico che ci guadagna. Forse la magistratura ha scelto il suo partito come il nuovo referente”. Vero, non vero? Non è quello che importa. Interessante è il riconoscimento che i giudici hanno avuto un partito di riferimento, cosa che a sinistra ci si era affannati a negare per decenni.
Che i giudici danneggino il maggiore partito di centro-sinistra, non potrebbe, in linea teorica, che fare piacere a chi non vota per quella coalizione. Ma poiché è orribile che si cerchi di vincere gettando in galera l’avversario, se pure per interposta toga, la conclusione da trarre è di genere diverso.

Non è ammissibile che la politica sia determinata dalla magistratura. Questo ordine non è espressione del popolo e il suo potere non deriva da esso. Ogni suo intervento in politica non solo non è democratico, è addirittura eversivo. È contrario alla divisione dei poteri e ai principi fondamentali dello Stato. L’immunità parlamentare, che si è fatto l’errore di abolire, nasceva dall’esigenza di impedire certi straripamenti. L’imperdonabile errore commesso dalla sinistra per tanti anni, nel non capire la ratio di quella norma, è stato il frutto di un egoismo gretto e miope. Chi a suo tempo lanciò la diversità morale non sapeva di innescare una bomba a tempo. Il “partito degli onesti”, giacobini ingenui ma pericolosi come i dipietristi, deve naturalmente fare parte del folklore. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai moralisti.
Oggi sarebbe il momento ideale perché tutti i partiti capiscano che bisogna rimettere i magistrati requirenti al loro posto, adottando serissimi provvedimenti disciplinari a carico di chi, prima, avrebbe dovuto indagare sui disonesti (anche di sinistra) e non l’ha fatto, e su chi oggi sta indagando e magari gettando in galera politici su cui non grava nessun serio sospetto. Solo perché la moda è diventata quella di dare addosso al Pd.
Coloro che hanno così a lungo invocato l’intervento dei magistrati per combattere il malaffare della fazione avversa dovrebbero capire che il malaffare in quanto tale non è caratteristico di nessuno e che l’intervento dei magistrati non è neutrale. Se il popolo delega la politica ai giudici, rinuncia al suo proprio potere, cioè alla democrazia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it-17 dicembre 2008


I NAUFRAGHI EGOISTI
I pessimi risultati ottenuti dal Pd in Abruzzo, benché previsti, inducono a meste riflessioni, in particolare per quanto riguarda Walter Veltroni.
Riguardo ai capi il popolo ha due atteggiamenti contrapposti. Da un lato li disprezza, li giudica corrotti, interessati, prevaricatori e in passato persino crudeli. Dall’altro li considera intelligentissimi, giusti, benevoli e benefici. Al punto che mentre nell’Unione Sovietica avvenivano le maggiori nefandezze, spesso chi ne era vittima diceva: “Ah, se Stalin sapesse tutto questo!”
Per non parlare dei mediocri che sono solo campioni nell’arte dell’intrigo, i capi sono non raramente persone superiori alla media ma in una direzione soltanto. Sono intelligenti ma privi di senso morale (il duca Valentino); sono buoni ma del tutto inadeguati al ruolo ricoperto (Luigi XVI); sono dominatori ma poco lungimiranti (la maggior parte dei dittatori): insomma hanno una carta da giocare ma non tutte le carte. E quelle che mancano a volte li portano alla rovina.
Inoltre il capo di un governo o di un partito viene spesso visto come colui che decide ma questo è vero solamente in parte. Il singolo subisce condizionamenti molto maggiori di quelli che immagina la gente. Ciò è particolarmente vero nei Paesi democratici. Qui i leader sono uomini come gli altri che per giunta non dispongono di grandi poteri. Ed anche ad ammettere che siano superiori alla media, devono affrontare problemi molto superiori alla media: per questo non raramente si rivelano inadeguati. Procedono a tentoni, appoggiandosi a questo o a quello, cercando di non scontentare troppe persone, e sperano che tutto vada bene. L’andamento di un partito o dell’intero Paese dipende da tanti di quei fattori che sperare di dominarli è poco realistico.
È per tutto questo che il giudizio su Walter Veltroni non può essere disinvoltamente severo. L’enormità dell’errore commesso nella primavera di quest’anno, quando si permise a Di Pietro di partecipare alla coalizione, mantenendo nome e simbolo, fu ed è evidente. Non solo molti, sul momento, lo dicemmo ad alta voce, ma non riuscimmo a capacitarcene e non ci riusciamo neanche oggi. Quel grande partito si amputava della sua stessa memoria storica, ed anche di un’estrema sinistra che gli aveva comunque consentito di andare al potere, al solo scopo di presentarsi da solo e depurato di ogni scoria, e ora annullava questo vantaggio alleandosi con un giustizialista fascistoide e inaffidabile come Di Pietro? Fino ad arrivare al risultato abruzzese?
Ma – appunto - quell’errore immane si può attribuire al solo Veltroni? Dov’erano, allora, tutti i maggiorenti del partito? E se erano in disaccordo, perché non l’hanno detto? E se non l’hanno detto perché erano in minoranza, come mai la maggioranza era per Di Pietro? Qualcuno poteva realisticamente pensare di vincere le elezioni, con lui, dopo i due anni disastrosi di Prodi? Valeva la pena di vendersi l’anima per qualche decimale in più, essendo lo stesso sconfitti? Il mistero – sottolineato come tale ancora ieri da Massimo Franco sul Corriere della Sera – rimane irrisolto. Ci sono molte domande cui risponderà la storia.
Ciò che si può ragionevolmente pensare oggi è che Veltroni non è l’unico responsabile dei guai del Pd. Forse avrebbe potuto tenere un po’ più spesso la bocca a freno, ma quanto a cambiare realmente le cose, non se ne parla. Ma ormai, che fare? chiederebbe un nuovo Lenin.
Bisognerebbe dissociarsi da Di Pietro, costi quel che costi. Denunciarlo per quello che è. Lasciargli l’esclusiva di quella piazza rumorosa che tuttavia non porterà mai nessuno al potere. Meglio un’amputazione che la morte. E poi riunire un congresso in cui ognuno sia costretto a dire la sua. Ma questa soluzione non è alle viste. Gli amici del Pd aspettano che Walter si consumi fino alla trama, nella speranza di succedergli. Lui stesso, cosciente del fatto che un congresso ben difficilmente lo lascerebbe al suo posto, ritarda per quanto può questo chiarimento. Gli opposti interessi, anzi le opposte grettezze sono però pagate dal Pd. Questo partito, non che rappresentare la moderna alternativa di centro-sinistra, sembra solo una zattera colma di naufraghi egoisti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -16 dicembre 2008


IL FASTIDIO DEL NUOVO
Dinanzi alla ripetizione l’uomo ha tendenza ad annoiarsi. Nessuno può aspettarsi che l’operatore del cinema si diverta ogni volta che proietta lo stesso film. Per questo, dal momento che molta parte della nostra vita è ripetitiva, l’insolito ha un suo fascino. Nessuno passerebbe il suo tempo osservando le automobili che passano, mentre potrebbe essere interessato da una sfilata di cammelli. Perché dalle nostre parti passano più automobili che cammelli.
Anche nel campo dell’arte un modulo può divenire ripetitivo. I greci hanno creato statue bellissime con tecnica perfetta e quello stile ha avuto epigoni del calibro del Canova. Tuttavia, alla lunga, quel genere di statue si è ritrovato nelle fontane, nei paralume liberty, nei giardini e infine nei negozi di laterizi. O gli artisti fanno qualcosa di diverso o sono degli artigiani.
Il grande artista, in passato, ha elaborato un suo modulo espressivo non perché volesse sorprendere ma perché in quel modo gli pareva bello creare. Michelangelo non si è detto: “dipingerò persone estremamente muscolose”; gli è piaciuto dipingere in quel modo. Beethoven non s’è detto: “Ora sbalordirò tutti con una musica ritmata e possente”; trovava bello quel tipo di composizione.
Purtroppo, il fatto che molti grandi artisti abbiano sorpreso, ha condotto ad un’inversione concettuale. Il principio non è più stato “Faccio bello, e magari sarà nuovo” ma “faccio nuovo sperando che sia bello”. La novità è divenuta un’esigenza in sé e si è anzi arrivati a dirsi “meglio brutto e nuovo che bello e vecchio”. Buona parte del Ventesimo Secolo è figlia di questo equivoco. Il risultato non è stato entusiasmante: larga parte della produzione artistica è divenuta indigeribile per il grande pubblico. Basta pensare ai tanti vicoli ciechi imboccati dall’arte: il teatro dell’assurdo, la pittura astratta, la musica dodecafonica.
Questa malattia della novità e dell’originalità è scesa ai più bassi livelli. Il bambino che indossa il berrettino con la visiera sulla nuca non sa di obbedire ad un imperativo ingenuo: quello di creare qualcosa di insolito, di buffo, di inatteso. Dimenticando che chi per primo ha portato il berretto in quel modo sarà morto da decenni. Il ragazzino non lo sa. L’ha visto fare, gli è sembrato stupefacente ed ha voluto stupire a sua volta. Questa tendenza fa seguire le mode più sciocche:  quella dei jeans scoloriti o strappati, dei pantaloni col cavallo alle ginocchia, delle minigonne anche se si hanno gambe grosse e sgraziate, di ogni sorta di comportamento o abbigliamento strano, ma visibile sui rotocalchi. Si dimentica che ciò facendo si sta seguendo un conformismo che ha dalla sua solo il vantaggio di essere nato da meno tempo di altri. Se si vuole essere anticonformisti non bisogna seguire neppure la moda dell’anticonformismo. Non è neppure un concetto difficile.
Molta parte di questo atteggiamento nasce dall’inconscia paura di un’insufficiente personalità. Per sfuggire al timore di essere assolutamente uno fra gli altri, c’è chi congela i propri capelli in una scultura che arieggia una cresta di gallo, chi compone “poesie” assolutamente incomprensibili, chi – pur di essere un “diverso”, un “ribelle”, un “rivoluzionario” – si ubriaca, si droga, spacca le vetrine o si converte al buddismo.
Sforzi vani. Da un lato, in un mondo in cui siamo sei miliardi, è difficile distinguersi dalla massa. Anzi, è tanto difficile da non essere neppure vergognoso, se si è uno qualunque. Dall’altro, la paura dell’anonimato sostanziale non si vince con atteggiamenti strani, comportamenti sorprendenti e perfino riprovevoli. La grande personalità è come la bellezza, se c’è non si può nascondere. E se si è brutti, non c’è modo di apparire belli.
Dal punto di vista artistico, non è raro sentire un’estrema stanchezza quando si sente parlare di novità, di originalità, di denuncia, di provocazione, di opera di rottura. Ci risiamo, uno pensa. Ancora qualcuno che, pur di fare nuovo, fa brutto.
È allora che si sente il bisogno di andare a rileggere una tragedia di Sofocle o di riascoltare una cantata di Bach. È il momento di andare a ritrovare chi una grande personalità l’aveva e non doveva né cercarla né fingerla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15 dicembre 2008


LA TRAGEDIA DELL’ASSOLUZIONE
Ogni processo penale si conclude con una condanna o con un’assoluzione. Salvo ad essere malevoli, di quest’ultima non si può essere che contenti. Si può essere delusi per il fatto che non si è trovato il colpevole ma bisogna che sia il reo, a pagare, non qualcun altro.
L’assoluzione è un fatto positivo per l’accusato e dimostra lo scrupolo con cui è amministrata la giustizia: ma è una sconfitta per l’amministrazione della giustizia in generale. Significa che la polizia e i vari magistrati che hanno lavorato al caso, fino a mandare l’imputato a processo, hanno operato male. Se fossero stati più accurati, più competenti, più scrupolosi, non avrebbero fatto perdere tempo ai giudici; non avrebbero fatto spendere un bel po’ di soldi allo Stato (i processi costano moltissimo) e soprattutto non avrebbero fatto pagare carissimo ad un cittadino innocente, in termini di denaro e in termini di angoscia, la loro inefficienza. L’assoluzione è un trionfo della giustizia ma una sconfitta dello Stato.
Purtroppo in Italia non solo si rinvia disinvoltamente a giudizio ma a volte si tiene l’accusato in carcere non tanto per evitare l’inquinamento delle prove o il pericolo di fuga - come dice compuntamente il codice – quanto perché “così un po’ di galera se la sarà fatta”. Il p.m. abusa della legge e si sostituisce al giudice naturale.
Tutto questo è già abbastanza drammatico ma negli ultimi decenni la situazione si è perfino aggravata. È fisiologico che il giudice assolva qualcuno: ma se questa assoluzione arriva dopo che si è accusato a lungo  una singola persona per molti reati, si ha contemporaneamente la riprova dell’accanimento dei requirenti e dell’inconsistenza dell’imputazione. Il risultato è che si delegittima la stessa magistratura.
Anche i sassi sanno che un gruppetto di magistrati avrebbe amato vedere Giulio Andreotti in galera. O quanto meno morto mentre era accusato di reati infamanti. Purtroppo per loro, il senatore è longevo ed è stato costantemente assolto. Qualcuno (uno scandalo giuridico) si è contorto per dichiararlo colpevole malgrado il proscioglimento ma gli italiani hanno capito una cosa: che se appena appena Andreotti fosse stato colpevole di avere sputato per terra, i giudicanti l’avrebbero stangato. Se non l’hanno fatto, è perché non sono disonesti. Ma la conseguenza è la perdita di fiducia nella giustizia. Se qualcuno oggi accusasse Andreotti, molti direbbero: ma lasciatelo in pace! Quand’anche stavolta fosse colpevole.
Un secondo esempio: coorti intere di magistrati sarebbero stati felici di veder condannato ed eliminato dalla scena Corrado Carnevale, il quale invece ha sempre vinto, in ogni stato e grado di procedimento, sia penale che amministrativo. Qualche requirente aveva messo da parte la bilancia e la spada per attentare alla vita professionale di un alto magistrato garantista: per fortuna esiste ancora una magistratura giudicante che non si presta a queste infamie. Ma, anche qui, che figura ci hanno fatto, gli accusatori?
Un esempio ancora è Silvio Berlusconi. Da quando è sceso in politica, la Guardia di Finanza, non certo per propria iniziativa, è entrata poco meno di cinquecento volte negli uffici delle imprese di Berlusconi alla ricerca di reati. Nientemeno, alla ricerca di reati: come se la magistratura fosse sfaccendata e dovesse cercarsi il lavoro. Il Cavaliere è stato fatto oggetto di una miriade di accuse e di processi, uscendone sempre assolto, col risultato che alla fine gli italiani hanno giudicato i magistrati inaffidabili, faziosi, politicizzati e peggio. Oggi, se Berlusconi fosse condannato, molti penserebbero: è solo che stavolta hanno organizzato meglio la calunnia. Il fatto che si possa pensare questo è una catastrofe.
Tutto questo senza parlare di Enzo Tortora, di Calogero Mannino e di tanti altri.
Gli accusatori dovrebbero capire che l’assoluzione dell’imputato non è un caso anodino: è la loro personale sconfitta. La prova che hanno lavorato male. Che si sono lasciati trascinare dall’istinto del cacciatore che corre dietro la preda non per motivi alimentari ma per il piacere di ammazzarla. Non ci si deve stupire se il prestigio dei magistrati è al suo minimo storico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 14 dicembre 2008


LA SINISTRA E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
Quando si parla di riforma della giustizia molti aprono la bocca e le danno fiato. Qualcuno, più colto, prende un’aria pensosa e dice: “Bisognerebbe cambiare il modo di amministrare giustizia per assicurare ai cittadini, accanto alla certezza del diritto, valore inalienabile e fondamentale della vita associata, un giusto processo soprattutto per quanto riguarda i tempi stessi della pronuncia, dal momento che una sentenza che arriva tardi, dopo molti anni, costituisce comunque una denegata giustizia. Non a caso l’Italia è stata più volte condannata nelle sedi internazionali. È tempo che tutto questo finisca. Tutte le parti politiche devono sentire il dovere di attivarsi in questa direzione, al più presto e al di là dei vari steccati che dividono le fazioni. L’interesse dei cittadini non può che occupare il primo posto”. Bla bla. Purissima quintessenza di bla bla. Bisognerebbe vergognarsi di allineare tante banalità.
La cosa triste è che c’è chi, parlando così, crede di contribuire alla riforma della giustizia. Un crimine di leso buon senso.
Accanto agli sciocchi puri e massicci c’è però chi sembra cretino e non è. Un leader può essere obbligato a dire la sua su certi problemi mentre è cosciente che, se lo farà, si metterà nei guai: a questo punto può preferire sparare parole vuote e passare per un imbecille. È un caso frequente nel centro-sinistra, in questi giorni. Nessuno può negare lo sfascio dell’attuale amministrazione della giustizia ma nessuno è in grado di formulare una riforma, perché al riguardo regna un totale disaccordo. Se qualcuno osasse proporre qualcosa di concreto si vedrebbe dare addosso da molti del suo stesso partito. Per non parlare di Di Pietro che è contro tutto e tutti. E allora quel discorso vacuo diviene l’unico possibile.
La sinistra non è in grado di offrire né un progetto né un minimo di collaborazione. Oggi è dunque costretta a puri esercizi di retorica, domani contrasterà la maggioranza quale che sia la proposta. Dirà no a qualunque cosa, a qualunque piano, a qualunque progetto, a qualunque riforma. In queste condizioni, come biasimare Berlusconi quando dice che con questa opposizione il dialogo non è possibile? Ha semplicemente capito con chi ha a che fare.
La maggioranza ha i numeri per andare avanti da sola ma il pessimismo prevale lo stesso. È improbabile che si riesca a varare la riforma della giustizia. Se ci si riesce, sarà col voto della sola maggioranza e passando oltre la feroce opposizione della minoranza, dopo un’autentica battaglia. Infine non è detto che la nuova organizzazione migliori di molto la realtà. Se si è giunti alla situazione attuale è colpa dell’intera nazione. Dei magistrati che lavorano poco. Del Parlamento che non ha mai nemmeno tentato di provvedere. Di quei partiti che hanno approfittato del sostegno dei giudici e per questo non hanno mai voluto disturbarli. Degli italiani che non hanno mai seriamente protestato. Che hanno reagito molto più vivacemente per l’eventuale modifica dell’articolo diciotto dello Statuto dei Lavoratori che per il fatto che in Italia rivolgersi alla giustizia è divenuta un’idea stravagante che prelude ad un’impresa disperata.
Le istituzioni sono la conseguenza del livello di civiltà e di maturità di un popolo. E questo livello non si migliora con una riforma.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 11 dicembre 2008


Il “CORRIERE” DIFFAMA VELTRONI
Nel “Corriere della Sera” on line si dà conto di una dichiarazione congiunta di Veltroni e D’Alema e in uno “strillo” si scrive che “la questione morale riguarda la destra”. In un altro, fra virgolette, si scrive; “la questione morale non c’è”, come se l’avessero detto i due politici.
Se uno non ha la pazienza di andare a leggere il testo può ricavarne l’impressione che quei due famosi leader tocchino il colmo della disonestà. Chi dice che la questione morale a sinistra non c’è somiglia ad un naufrago che neghi l’esistenza del mare. Né ha senso dire che la questione morale “riguarda la destra” nel momento stesso in cui sommerge la sinistra. L’arroganza stupida è patetica. Uno ripenserebbe a Totò che rideva mentre un tizio lo schiaffeggiava chiamandolo Pasquale “perché lui non si chiamava Pasquale”. Infine, il principio secondo cui se c’è una questione morale non può che riguardare la destra è sciocco come negare, mentre si sta morendo, che la malattia si chiami cancro. Il problema non è nominalistico. Se oggi nel Pd si parlasse di “scandali giudiziari” tutto migliorerebbe?
Per fortuna, per quanto male sia messa la sinistra, essa non ha leader talmente cretini o talmente in mala fede da dire le cose che fa immaginare il “Corriere”. Nell’articolo si legge infatti: l’ufficio stampa del Pd spiega che Veltroni e D’Alema «hanno convenuto sul fatto che vi sono episodi preoccupanti che certamente non bisogna sottovalutare». E dunque non hanno affatto detto che “la questione morale non c’è”. Inoltre - e sono parole della dichiarazione congiunta - “ritengono del tutto pretestuosa la campagna nei confronti del Pd tesa a delegittimare il partito e a investirlo di una complessiva questione morale che riguarda anche e soprattutto la destra». Che si dica anche e soprattutto, nella polemica politica, è comprensibile. Ma anche e soprattutto non significa soltanto e costituisce anzi l’ammissione del crollo del dogma secondo cui la sinistra è sempre morale e irreprensibile e rappresenta il bene contro il male. Lo stesso Veltroni sostiene ora: «La questione morale non può essere brandita né dagli uni né dagli altri. Non bisogna fare di ogni erba un fascio. E non dimentichiamo che esistono esponenti di governo che hanno avuto rapporti con la camorra». Anche se l’accenno al fatto che in Campania, dove impera la sinistra, siano gli esponenti del governo ad avere rapporti con la mafia è un po’ azzardata.
Il modo in cui il titolista del “Corriere della Sera” riporta le idee dei due esponenti politici è assolutamente imperdonabile. Non si tratta nemmeno della volontà di calunniare o ridicolizzare Veltroni e D’Alema: in  via Solferino il Pd non è sentito come un partito nemico e il direttore Paolo Mieli si è pubblicamente schierato con esso, in occasione delle ultime elezioni. È solo una manifestazione di quella sciatteria intellettuale e di quella tendenza al clamoroso a spese della verità che caratterizza tanta parte dei media. E che induce al disgusto.
Se ne fornisce una dimostrazione esemplare riguardante due personaggi, Veltroni e D’Alema, che dalle nostre parti non suscitano una straripante simpatia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


LA VERITÀ NELL’ANCIEN RÉGIME
La grande curiosità di molti italiani è in sintesi questa: De Magistris è un pazzo che accusa tutti, in alto e in basso, senza uno straccio di prova concreta, o sono gli altri magistrati che, per ragioni di opportunità o di simpatie politiche, hanno volontariamente insabbiato le inchieste da lui avviate?
Che nessuno si aspetti di leggere qui di seguito la risposta all’interrogativo. Anzi: esiste il timore che non si avrà neanche in futuro, questa risposta. La ragione è che nella magistratura italiana impera un principio: nessuno ha torto e nessuno deve essere licenziato. Per questo, quando gli illeciti commessi sono veramente gravi, i magistrati si vedono irrogare punizioni risibili: basti pensare che la più grave è il trasferimento d’ufficio. Questo trasferimento è certo un’umiliazione e una seccatura, per l’interessato, ma è ancor più preoccupante per i cittadini della nuova sede. Costoro si diranno: il Csm ha una capacità di perdono che supera quella divina e tuttavia nella vecchia sede costui ha fatto tali danni da essere trasferito. Chi ci garantisce che non ne farà altrettanti qui?
Se un magistrato è paranoico, se vede complotti dappertutto, se accusa senza esitare persone che la sola imputazione può rovinare, è un pazzo pericoloso. Non basta togliergli i fascicoli. E neanche assegnargli nuove funzioni. Uno squilibrato in qualunque ufficio rimane uno squilibrato. Bisognerebbe radiarlo dalla magistratura, al limite concedendogli uno stipendio ridotto: purché stia lontano dai Palazzi di Giustizia.
Se invece, per il principio che nessuno mai può essere demente e nessuno mai può essere licenziato, si lascia al suo posto un magistrato che si comporta da pazzo, se lo si trasferisce e basta, plana sull’intero paese il sospetto che quell’unico abbia scoperto verità scomode, che abbia denunciato illeciti gravi commessi da persone importanti, che abbia scoperto un verminaio e che i suoi superiori, invece di premiarlo, l’abbiano tolto di mezzo. Con un provvedimento che gli tappa la bocca, se vuole continuare ad avere un ottimo stipendio.
Questa serena coscienza della totale impunità ha spinto addirittura non un singolo magistrato, ma due gruppi – quello di Catanzaro e quello di Cosenza – ad infilarsi in un vicolo cieco. Si sono messi violentemente gli uni contro gli altri e, non potendo avere ambedue ragione in un caso così serio, costringono il Paese a scegliere. O quanto meno a chiedere i dati per scegliere. E infatti siamo tutti in attesa di sapere la verità finale. Una verità che – ameremmo tanto essere smentiti - non sapremo.
È infatti notizia di oggi che tra Salerno e Catanzaro è stata concordata un’"intesa che ha consentito il ripristino, mediante idonee iniziative processuali, delle condizioni per il pieno esercizio della giurisdizione". Questa formula significa forse che le indagini proseguono, ma significa soprattutto che i magistrati si sono messi d’accordo per stendere un velo di fumo sull’indecenza. I Procuratori Generali di Catanzaro e Salerno hanno scritto al Presidente della Repubblica per dirgli che: "Entrambi, consapevoli della estrema delicatezza e gravità della situazione venutasi a determinare, hanno raggiunto, con grande senso di responsabilità istituzionale, una intesa per superare tale situazione”. Bla bla. La realtà è che si allargata a due intere procure la situazione del pm De Magistris. Sarà un modo di ragionare alla Bertoldo, ma in questa circostanza o ha avuto ragione Salerno o ha avuto ragione Catanzaro. Se si “raggiunge un’intesa” senza chiarire questo punto, è segno che si vuole salvare o un gruppo di magistrati o l’intera magistratura. Certamente non la verità. La verità, se fosse stata detta, avrebbe condannato qualcuno.
Se c’è qualcosa di doloroso, in tutta questa vicenda, è la sensazione, molto pre-Rivoluzione Francese, che se qualcuno è giudicato solo dai suoi pari, al cittadino in quanto tale - e alla verità - rimangono poche speranze. Non più di quante ne avesse un Jacques Bonhomme, il prototipo del contadino, se gli fosse stato fatto un torto da un marchese o da un vescovo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 9 dicembre 2008


APICELLA E IANNELLI
Ieri sera il Csm ha ieri deciso di avviare la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità funzionale e/o ambientale a carico del procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, e del procuratore generale di Catanzaro Enzo Iannelli. La decisione è stata assunta all’unanimità.
La notizia non è di natura tale da rendere felici gli italiani.
1.     In un caso di reciproche accuse, salvo eccezioni, o è colpevole A o è colpevole B. Se il parroco dà uno scappellotto tanto ad A quanto a B si è indotti a pensare che non sa chi è il colpevole ma vuole soltanto affermare la propria autorità. Autorità che nessuno nega . È l'autorevolezza che è in discussione.
2.     Lo scontro, per come l'hanno riferito i giornali, non riguarda Apicella e Iannelli, ma molti magistrati dell'una e dell'altra città. E appunto, che ne è degli altri? O basta “punirne” due per calmare la collera degli dei?
3.     Se per quanto riguarda tutti gli altri non si è adottato nessun provvedimento, è naturale pensare che il Csm non disponga ancora di adeguata documentazione per decisioni motivate. Ma se non ne dispone, come mai adotta provvedimenti disciplinari a carico di Apicella e di Iannelli? I problemi sollevati dal caso sono talmente gravi che non basta un trasferimento. Se degli alti magistrati violano coscientemente la legge, arrivano all'abuso di potere, alla frode processuale, alla calunnia e a chissà che altro, non è che basti inviarli a compiere i loro misfatti altrove. Se sono innocenti di queste gravissime accuse, che rimangano al loro posto. Se sono colpevoli, che li si sospenda dal servizio. In questo modo è come se si dicesse all'accusato: non sono sicuro che tu sia colpevole e per questo ti condanno ad una pena lieve. Questo è un atteggiamento di cui si vergognerebbe uno studente di legge.
4.     Come mai il Csm, dopo aver sentito per un'intera giornata molti magistrati, non si è formato un'idea su chi sia colpevole di qualcosa? Per dirne una: i magistrati di Salerno si lamentano del fatto che i colleghi di Catanzaro, benché ripetutamente richiesti di inviare una certa documentazione, si siano rifiutati di farlo. Fino ad arrivare al provvedimento di perquisizione e sequestro di quegli stessi fascicoli. E qui il problema è veramente semplice: i magistrati hanno sì o ho richiesto quella documentazione? Se sì, avevano diritto ad averla? E se avevano questo diritto, perché i magistrati di Catanzaro non l'hanno inviata? È del tutto evidente che a Salerno oppure a Catanzaro qualcuno non ha tenuto conto della legge. Ma il Csm ha trovato questo quesito troppo complesso.
5.     Alcuni magistrati di Catanzaro si lamentano a gran voce per le modalità con le quali è stata effettuata la perquisizione a casa sua. Protesta che lascia totalmente indifferenti. L'unico quesito è: la perquisizione è stata effettuata secondo le attuali disposizioni di legge o no? Perché se è stata conforme alla legge di che cosa si lamentano, i giudici, del fatto che la legge sia stata applicata anche a loro?
Tutto sta confermando il detto secondo cui certe materie più uno le smuove, più puzzano.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 7 dicembre 2008


LA GIUSTIZIA IN AGONIA
La vicenda dei magistrati di Catanzaro e di Salerno è una tragedia nazionale.
1)     Se le indagini conducessero alla conclusione che nessuno ha commesso reati, molti penserebbero: sono riusciti ad insabbiare tutto. Gli italiani sono abituati da troppi anni a sentir parlare di scandali, di inchieste che dovrebbero sconvolgere il mondo e che invece finiscono in nulla. Ormai certe iniziative somigliano all'Uebi Scebeli, quel fiume africano che spesso non arriva al mare perché evapora prima. Dal momento che tutti sono colpevoli, dal Presidente del Consiglio Prodi in giù, ci hanno messo una pietra sopra: ecco che cosa si penserebbe. L’errore l’ha commesso De Magistris che ha osato scoperchiare la pentola: e per questo è stato punito.
2)     Se le indagini giungessero alla conclusione che sono tutti colpevoli, significherebbe da un lato che i magistrati di Catanzaro hanno commesso una montagna di reati gravissimi per favorire gli amici e i politici, e dall’altro che quelli che indagavano su quei misfatti avevano anche loro parecchi scheletri nell’armadio. I magistrati di Salerno li consideravano talmente “normali” da non temere la ritorsione dei colleghi calabresi. La conclusione generale sarebbe che il più pulito ha la rogna e che tra magistratura e Cosa Nostra ci sarebbe, come unica differenza, il fatto che nella prima gli affiliati hanno la laurea.
3)     Se le indagini affermassero la colpevolezza dei soli magistrati di Catanzaro sarebbe la soluzione meno traumatica. Si potrebbe infatti dire che la magistratura possiede ancora al suo interno sufficienti anticorpi per difendersi dalle infezioni più gravi. Ma non per questo l’esito sarebbe meno tragico. Rimarrebbero infatti molti interrogativi. Come mai questi magistrati poterono bloccare le inchieste di De Magistris senza che questo suscitasse alcuno scandalo? Ci sono dunque interi palazzi di giustizia in cui i magistrati, i cancellieri e perfino gli uscieri sono conniventi nel malaffare? Un giudice, infatti, può disporre l'archiviazione di un procedimento a carico di un amico solo se può contare sul silenzio di decine di colleghi e collaboratori. Diversamente bisognerebbe pensare che il sistema mafioso della magistratura sia così radicato, che nessuno si azzarda a denunciarlo. A chi, del resto? Ad un amico di questi amici? E ancora: come mai il
Csm non ha fatto il suo dovere, indagando subito, in modo che le cose non andassero tanto lontano da giungere all’attuale scandalo? Perché si è premurato di trasferire De Magistris prima di vedere se per caso, invece di essere un reprobo, non fosse una vittima?  Come è potuto avvenire che gli illeciti non siano stati commessi da un solo magistrato ma da parecchi, fino a fare ipotizzare una consorteria para-mafiosa, in cui gli interessi e gli scopi comuni prevalgono disinvoltamente sul diritto? E siamo sicuri che ciò che è successo a Catanzaro sia successo solo a Catanzaro e solo questa volta? Che fiducia possiamo avere in una magistratura soggetta ad interessi di parte, economici e politici?
4)     C’è poi l’ipotesi che le indagini provino l’innocenza dei magistrati di Catanzaro. In questo caso sarebbe confermato che De Magistris è un magistrato indegno e vagamente calunniatore e che quei colleghi calabresi hanno fatto bene a bloccarne l’azione. Ma le perplessità si addenserebbero scurissime sui magistrati di Salerno. Essi hanno delegittimato l’intero Tribunale di un capoluogo di regione. Hanno fatto entrare i carabinieri negli uffici dove si amministra la giustizia per sequestrare i documenti. Hanno emesso tanti avvisi di garanzia e formulato tante di quelle accuse che la metà sarebbe bastata per far crollare la fiducia degli italiani nei loro giudici. Dunque ci sarebbe da parte loro una sorta di impazzimento, di delirio di onnipotenza, di persecuzione paranoide del presunto colpevole di turno. Si tornerebbe all’ipotesi berlusconiana per cui non raramente chi per mestiere fa l’accusatore rischia la salute mentale.
La sintesi è semplice. Comunque vada, è chiaro che la giustizia italiana non è malata, come dicono: è moribonda. Al punto che non si riesce ad immaginare quale rimedio potrebbe guarirla.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 5 dicembre 2008


NOTERELLA SULLA FINOCCHIARO
Anna Finocchiaro: “Villari non appartiene più all'opposizione e non la rappresenta, ma leggendo le dichiarazioni di esponenti del Pdl non rappresenta nemmeno la maggioranza. È  quindi un presidente che non rappresenta certamente né l'opposizione né la maggioranza e il quadro appare fortemente segnato da questo".
La capogruppo dei senatori del Pd dimentica un piccolo particolare: secondo la Costituzione, Villari rappresenta i suoi elettori, senza vincolo di mandato. In secondo luogo, ella sbaglia pesantemente quando dice che Riccardo Villari non rappresenta nessuno. Si può infatti dubitare che rappresenti i suoi elettori, dal momento che alle ultime elezioni si è votato con liste bloccate, sicuro invece è che rappresenta il Pd, perché il Pd lo ha incluso in quelle liste bloccate.
Evidentemente la signora era un po' distratta, quando ha rilasciato quelle dichiarazioni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 5 dicembre 2008


GLI ASINI A SEI ZAMPE
Il governo ha innalzato l'Iva per Sky dal 10% al 20%. La sinistra è insorta, gridando al vantaggio di Mediaset e al conflitto d'interessi. La polemica è stata spinta ai più alti livelli. Poi sono intervenuti Prodi, a dire che l'iniziativa era partita dal suo governo, in gennaio, e l'Unione Europea a dire che avrebbe aperto una procedura d'infrazione, se la misura fosse stata ritirata. Berlusconi a questo punto ha parlato di figuraccia dei giornali ed ha perfino detto che “certi direttori” (Anselmi e Mieli, per non fare i nomi) farebbero bene a cambiare mestiere. Oggi Anselmi gli risponde con un argomento interessantissimo.
È vero, scrive sulla “Stampa”, si è esagerato, con questa storia dell'Iva su Sky; ma la colpa non è della sinistra, e neppure dei giornali; è del conflitto d'interessi in cui è invischiato il Premier. L'argomento sembra incredibile e per questo ecco le parole esatte: “è doveroso sottolineare che se il macroscopico conflitto non esistesse, il caso non sarebbe divampato con tanta violenza politica e mediatica”.
A parte il fatto che Berlusconi è proprietario solo del 30% di Mediaset, il ragionamento merita divertiti commenti: si tratta infatti di un caso emblematico di “petitio principii”. Se qualcuno dicesse: “dal momento che gli asini hanno sei piedi, per dieci asini sono necessari sessanta ferri di cavallo” non farebbe un calcolo errato. Sei per dieci fa indubbiamente sessanta. Il fatto è che l'asino non ha sei piedi. Quel tipo di affermazione è un caso classico di petitio principii: richiesta (mancanza) di fondatezza del principio da cui si è partiti.
Un secondo esempio chiarirà ulteriormente il problema. Il proprietario di un supermercato ha dieci cassieri ma si preoccupa soprattutto dell'onestà di uno di loro, un romeno. Un giorno c'è un ammanco di denaro e il proprietario licenzia il romeno, lo chiama ladro in pubblico e si appresta ad intentargli causa, per recuperare la somma. E subito si scopre che il ladro è un altro. Se il proprietario fosse una persona corretta dovrebbe chiedere infinite volte scusa al calunniato. Dovrebbe confessare di avere ceduto ad un atteggiamento preconcetto e razzistico, dovrebbe offrirsi di compensarlo in qualche modo per i problemi che gli ha causato. Se invece quel proprietario si chiamasse Giulio Anselmi gli direbbe: “Non sono io che ho sbagliato, non sono io che ho ceduto ad un inqualificabile pregiudizio, la colpa è tua. Infatti tu sei romeno e si sa che i romeni sono ladri. Perché non sei austriaco, belga o svedese? È colpa tua”.
Il parallelo con la tesi di Anselmi non è affatto peregrino. Il Direttore giustifica il pregiudizio dei giornali nei confronti di Berlusconi col “macroscopico conflitto d'interessi”.  Dice insomma: se lui non fosse proprietario di Mediaset, noi non avremmo così facilmente creduto al fatto che l'innalzamento dell'Iva per Sky fosse dovuto a motivi biasimevoli. Dunque la colpa è sua. E con questo dimostra di non avere grandi capacità logiche. Non  è il conflitto d'interessi generale che dimostra il conflitto d'interessi in un caso concreto, è il conflitto d'interessi in un caso concreto, anzi, in più casi concreti, che dimostra il conflitto d'interessi in generale. Diversamente manca il principio su cui fondare il ragionamento. La certezza del conflitto d'interessi prima della verifica nel caso concreto, corrisponde all'asino a sei zampe, al fatto che tutti i romeni sono ladri, alla petitio principii più smaccata. Per il popolo, e per alcuni direttori di giornale molto lontani dalla filosofia, questo si chiama “mettere il carro dinanzi ai buoi”.
Un ultimo corollario: la sinistra, per difendersi dalla smentita dell'Ue, sostiene che essa richiedeva un livellamento dell'Iva, dunque il governo ben avrebbe potuto non innalzare l'Iva per Sky ma abbassare l'Iva al 10% anche per Mediaset. Una sola domanda: in questo caso, mentre Mediaset avrebbe guadagnato di più, i giornali non avrebbero parlato di conflitto d'interessi? Non avrebbero fatto notare che si abbassava al 10% l'aliquota per un bene assolutamente non necessario, mentre rimaneva al 20% quasi per tutto il resto, inclusi beni essenziali alla vita? If you can believe this, you can believe everything, se potete credere a questo, come dicono gli anglosassoni, potete credere qualunque cosa. Anche che gli asini abbiano sei zampe.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 04/12/08


DOVE ERAVAMO RIMASTI?
Capperi, ora,  c'è!
Accadde che troppo stanchi, perduti in un'ansia tecnologica,  navigare diventava impossibile. Oggi ripartiamo volgendo la prua verso il futuro: né abbiamo senso o contezza, quale sarà.
E' la libertà, bellezza!

(C. P.)

A CHI CONVIENE VELTRONI
Peppino Caldarola ha scritto un sapido articolo sulla rivalità fra D’Alema e Veltroni. “Si detestano, dice. L’uno pensa che l’altro sia un incapace gonfiato dai media (tesi di Massimo), l’altro racconta che il suo rivale è un politico di vecchio conio (tesi di Walter)”. Inoltre, il primo teme che il secondo lo voglia eliminare dalla scena politica e, come se non bastasse: “Pensa che la strategia di Veltroni, dissipatore degli alleati, conflittuale oltre ogni soglia con Berlusconi, fomentatore di agitazioni scomposte, può portare la sinistra oltre ogni sconfitta immaginabile. D’Alema si è fatto due conti e ha capito che con il partito veltroniano la sinistra non andrà mai più al governo”.
Si tratta di opinioni e ognuno ha il diritto di diffidarne. Tuttavia l’idea del politico di Gallipoli è molto condivisa. Al punto che il problema è: Veltroni conviene più al centro-sinistra o al centro-destra?
Se infatti fosse vera la previsione negativa; se Walter fosse veramente il mutevole e inconsistente sprovveduto che sembra, se fosse il “sognatore con gli artigli” di cui parla Caldarola, il centro-destra potrebbe dormire fra due guanciali. Quegli artigli mollicci fino ad ora hanno straziato più la sinistra che la destra. Ma sarebbe veramente un vantaggio?
La situazione del Pd sarebbe confortante per gli avversari se non fosse che nulla è eterno in politica. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Andreotti, ed aveva ragione. Ma esso logora i governi. Se sono al comando per molto tempo, perfino quando si comportano bene, provocano una crisi di rigetto. E bisogna sempre pensare al ritorno dell’opposizione.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’alternanza è divenuta la regola anche in paesi di recente tradizione democratica come la Germania, la Spagna e l’Italia. Nemmeno De Gaulle, che pure è stato un autentico salvatore della patria (due volte), è sfuggito alla regola. Alla fine i francesi hanno votato contro un provvedimento da lui proposto pur sapendo che, se dicevano no, il Generale sarebbe andato via.
Qualcuno potrebbe obiettare che proprio gli italiani hanno subito la Democrazia Cristiana per un’eternità. Dunque potrebbero sopportare per decenni il berlusconismo. Ma questo è inverosimile. A parte l’insostituibilità di un personaggio come il Cavaliere, la Dc ha avuto una vita così lunga solo perché, senza di essa, avrebbero vinto i comunisti. Oggi invece essi non costituiscono più una minaccia. Prova ne sia che, una volta ottenuta la vera libertà di voto, gli italiani l’hanno esercitata con voluttà. Si sono  stancati velocemente di qualunque governo e addirittura hanno fatto cadere prima della scadenza naturale il primo governo Berlusconi e il secondo governo Prodi. Dunque non è realistico sognare che la sinistra non vada più al potere. Si può solo – e si deve - cercare di capire come sarà. Se, pure avendo programmi discutibili, fosse rappresentata da persone intelligenti, potrebbe fare in concreto il bene del paese. Se invece si incarnasse in persone sciocche o inconsistenti non potrebbe che far male, anche ad avere ottime idee ed ottime intenzioni. E tornerebbe subito all’opposizione.
Chi ama l’Italia non può desiderare che il Pd continui ad essere guidato da Veltroni. Per giunta da un Veltroni ipnotizzato da un Masaniello caricaturale. La sua presenza conviene solo al centro-destra, ma solo nell’immediato. In prospettiva c’è invece da sperare che l’opposizione sia guidata da un politico più efficace, perfino più cinico, persino più irritante, come D’Alema che, a dirla tutta, è un uomo odioso: ma è un uomo.
Anche se rimane lecito sperare che l’alternativa non sia secca. Che appaia un leader nuovo, capace di coagulare intorno a sé un partito rinnovato, veramente moderno e veramente democratico. E di condurlo alla vittoria.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 3 dicembre 2008


WALTER E MASSIMO, ALLA FINE RESTERÀ IN PIEDI SOLO UNO
Poche frasi di D’Alema - «mi occuperò del partito», «avete polemizzato contro di me quando ero assente» - hanno rilanciato l’idea che l’eterno duello con Veltroni conoscerà nuove puntate. L’unico errore che non si deve commettere, nell’interpretare la disfida, è quello di consegnare il tutto all’antipatia reciproca. Fra Walter e Massimo da tempo non scatta la chimica.
Si detestano. L’uno pensa che l’altro sia un incapace gonfiato dai media (tesi D’Alema), l’altro racconta che il suo rivale è un politico di vecchio conio (Veltroni). Fino a che sono stati insieme nei Ds le differenze sembravano sormontabili. L’uno, D’Alema, politico di lungo corso, l’altro, Veltroni, sognatore con gli artigli. In fondo sembravano riprodurre l’antico schema fra riformisti e massimalisti, ovvero fra socialisti pragmatici e anarco-socialisti. Entrati entrambi nel partito, il Pd, che avrebbe dovuto riscattarli dall’antica origine comunista, i due hanno scoperto che le differenze non erano più caratteriali, relazionali, umorali ma interamente politiche. L’uno, Walter, ingolfato nell’idea del partito unico democratico che dovrebbe salvare il Paese dal berlusconismo trionfante. L’altro, Massimo, che pensa di costruire una forza socialista mascherata in grado di competere, ma anche di dialogare, con il capo del centrodestra.
Ma che cosa ha creato la scintilla che scatenerà nel Pd la più dura battaglia? Veltroni ha lanciato il sospetto che il gruppo dalemiano sia colluso con il nemico. I dalemiani hanno un sospetto più corposo. Temono che il caso Latorre e la vicenda Villari stiano scatenando una sorta di epurazione dei dalemiani. C’è del vero nelle paure dei seguaci di Massimo.
Il dalemismo è una delle correnti più identitarie della sinistra. Nel nome del leader si è aggrumata una vasta area che ha lasciato il comunismo con convinzione ma con dolore, che considera la politica l’arte delle alleanze, che pensa che c’è del vero in quello che mobilita l’avversario. D’Alema oggi è la sinistra. Dopo la caduta di Bertinotti, nell’impossibilità di fare di Luxuria l’icona della sinistra, quel mondo si è avvinto a D’Alema e lì trova le ragioni della propria sopravvivenza. Il veltronismo è l’«oltrismo» più scatenato. È la politica disegnata all’incontrario sul volto dell’avversario. Ciò che piace a lui, non piace a noi. Di qui l’alleanza con Di Pietro, le simpatie giustizialiste, il movimentismo portato all’estrema potenza.
Due anime che potrebbero convivere, ma l’idea di D’Alema è che Veltroni non voglia la convivenza e lavori per la soluzione finale. D’Alema ha capito, o crede di aver capito, che il nuovo corso veltroniano vuol trasformare il dalemismo in una riserva indiana, in una specie di Bantustan dove si radunano i nostalgici di ogni risma, socialisti, ex comunisti, democristiani con senso pratico, per poterli più facilmente isolare e decimare.
L’attacco a Latorre è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’incidente di Sarajevo che trasforma la guerriglia in guerra totale. Latorre è una persona simpatica, un uomo intelligente senza il quale D’Alema non riuscirebbe a gestire un complesso reticolo di rapporti. Latorre è D’Alema. L’attacco a Latorre viene vissuto da D’Alema come un attacco diretto. E l’attacco a Latorre è stato duro, definitivo, delegittimante. Assieme all’attacco a Latorre c’è stata l’infamia di far passare l’elezione di Villari come una manovra combinata fra il centrodestra e i dalemiani. Per Massimo si è varcato il segno. D’Alema ha capito che era in gioco la propria onorabilità politica, che con l’attacco a Latorre e il caso Villari si voleva far introiettare nel mondo dell’opposizione l’idea di inaffidabilità della sua leadership. Qui si è chiuso il cerchio. Massimo ha troppa voglia di politica per farsi chiudere in un Bantustan o in una riserva indiana. Pensa che la strategia di Veltroni, dissipatore degli alleati, conflittuale oltre ogni soglia con Berlusconi, fomentatore di agitazioni scomposte, può portare la sinistra oltre ogni sconfitta immaginabile. D’Alema si è fatto due conti e ha capito che con il partito veltroniano la sinistra non andrà mai più al governo. Ma, soprattutto, ha intuito che nel partito che lui ha fondato si stanno restringendo gli spazi di agibilità democratica. Con questo Veltroni il dalemismo rischia di diventare la caricatura che ne fa Travaglio. Di qui la reazione. Vedrete! Nelle prossime settimane ci sarà un alternarsi di scontri e di finte paci, ma la guerra definitiva è cominciata. Se Walter vuole mettere D’Alema nella riserva indiana, l’altro ha capito che deve dissotterrare l’ascia di guerra.

Peppino Caldarola - il Giornale, 1 dic 2008

"I COPIONI"
Al recente concorso per magistrati, in quel di Milano, è scoppiato unputiferio perché parecchi candidati avevano codici commentati, appunti e altri testi da cui copiare. Per non parlare di alcuni commissari compiacenti. Tutto questo in misura così vasta da provocare moltedenunce e, infine, da far scoppiare uno scandalo.
Nel linguaggio familiare i "copioni" non sono i testi degli spettacoli ma coloro che copiano il tema o il compito di matematica. Non si può arrivare a chiamarli "un'istituzione", in Italia, perché sono tutt'altro che dei modelli, ma sono sempre esistiti e fanno parte del paesaggio. Nessuno ha timore di confessare di avere fatto il furbo, a
scuola. Molti addirittura si vantano degli stratagemmi utilizzati. Se per stabilire che cosa è morale e che cosa non lo è ci si attiene ai mores, in Italia copiare non è immorale. L'unica cosa che si biasima con qualche severità è il comportamento di quella carogna che "non passa la copia".
A questi atteggiamenti concreti, accettati come ovvi, si contrappone naturalmente la morale idealistica. Il docente (che magari ha ottenuto il posto copiando il compito), parla di dovere, di onestà, di virtù a livelli eroici (Attilio Regolo!) e i ragazzi imparano che nella vita bisogna riempirsi la bocca di belle cose. Solo per la facciata. In realtà, nulla incide sul sacrosanto diritto di fare il proprio interesse; e che questo interesse sia conforme o contrario alle leggi non ha nessuna importanza. La doppia morale da noi comincia con i calzoni corti.
Il fenomeno ha anche un altro aspetto. Forse perché i professori di lettere hanno a suo tempo copiato il compito di matematica, forse perché i professori di matematica a suo tempo hanno copiato il compito di latino, anche dal lato della cattedra c'è una sorta di benevolenza, per questi illeciti. Chi è sorpreso a barare se la cava con un
rimprovero, forse con una diminuzione di voto, di sicuro non è squalificato: in fondo è uno come gli altri. Uno che si è lasciato scoprire[1].

Tutto questo, coniugato con l'eccessiva tenerezza che in Italia si ha nei confronti dei giovanissimi (i nostri bambini sono i più rumorosi e viziati d'Europa), fa sì che la scuola italiana sia una scuola d'ipocrisia. Le regole non sono inflessibili. Se un vigile urbano osasse elevare contravvenzione al sindaco, ne parlerebbero tutti i giornali. Attribuivano ai Borboni di Napoli un motto amarissimo: "agli amici tutto, ai nemici la legge": ma è un motto che fotografa tutta l'Italia. Con questo condizionamento, perché stupirsi se al concorso per divenire magistrati molti hanno fatto come al solito, fino ad arrivare all'attuale scandalo nazionale?
Il ministro Alfano ha detto che ci vuole un provvedimento che impedisca a chi ha tentato di copiare di partecipare in futuro a qualunque concorso per divenire magistrato. Forse in questo modo punirà qualcuno ma non eliminerà certo la cattiva abitudine.
Bisognerebbe cambiare mentalità, cominciando dalle scuole elementari.
Bisognerebbe, alle scuole medie, trattare il furbo da disonesto e alle scuole superiori bisognerebbe essere ancora più severi. Che speranze ci sono, in questo senso? Nessuna. Fra l'altro, tutti gli alunni hanno un padre e una madre pronti a difenderli. In ogni caso. Se necessario dinanzi al Tar, spalleggiati da giornali con la lacrimuccia preconfezionata e pronti a scrivere un corsivo irridente.
Se li avessimo interrogati, i candidati al concorso ci avrebbero dettoche essi baravano perché erano lì da studenti, non da magistrati.
Avevano dunque il normale diritto di copiare. Poi, certo, una voltadivenuti giudici, avrebbero applicato la legge severissimamente.
Agli altri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1 dicembre 2008

[1] Eccellente al riguardo una vecchia storiella.
Un ragazzo ha avuto uno nel compito di matematica e la madre va a protestare col professore. Questi afferma che il ragazzo ha copiato e provoca così la domanda: "Come può dirlo? Un compito di matematica o è giusto o è sbagliato".
"Giusto, dice il professore. Ma nel compito c'erano tre quesiti, equello di suo figlio è identico a quello del suo compagno di banco,che in matematica è bravino".
"E allora? È identico perché è esatto".
"Ha ragione. E – vede? – identico anche il secondo quesito. Ma c'è il terzo quesito".
"E quello è sbagliato?"
"No. Per il terzo il suo compagno di banco ha scritto Non sono capace di risolverlo".
"E mio figlio?"
"Neanch'io"

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Sviluppi della crisi economica
Un giorno il re, preoccupato per la situazione economica, convocò i più grandi astrologi del regno. Costoro, in sua presenza, si lanciarono in profondi calcoli, esaminarono il fegato di alcuni animali all'uopo sacrificati, studiarono i fondi di caffè e tennero conto della situazione degli astri. Ognuno impiegò non meno di due ore per dare il proprio responso. "La crisi finirà fra un anno e tre mesi", concluse il primo. Il secondo fu più ottimista: "La crisi finirà fra cinque mesi e sei giorni". Il terzo si avanzò scuotendo la testa e disse con tristezza: "Purtroppo, la crisi finirà fra tre anni e quattro mesi". Il re fu molto perplesso: dinanzi a previsioni così
diverse, come regolarsi?
A questo punto il buffone di corte chiese la parola. "E va bene, facci almeno ridere tu". "Maestà, per una volta vorrei parlare seriamente.
Vorrei dire quando finirà la crisi". "Ah, perché tu lo sai? Tu che non sai nemmeno interpretare il volo degli uccelli, che non hai fatto nessun calcolo, tu lo sai?" "Maestà, la crisi finirà fra quattordici mesi, ventotto giorni, nove ore, sedici minuti e quattro secondi a partire da… ora". Il re rise: "Ma quanto sei simpatico!"
Il buffone stavolta non sorrise neppure: "Eh no, maestà, mi scusi ma lei doveva ridere anche per le previsioni dei professionisti. Non sono più seri di me".
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it , 30 novembre 2008

Orrore e schifo.
No no no. Basta.
Cosa vogliono fare del mondo, cosa vogliono fare delle nostre vite. Cosa vogliono quelli che finora li hanno sempre difesi, quelli che hanno riso dell'11 settembre, che hanno guardato indifferenti tuttigli 11 settembre vissuti da Israele e Madrid e Londra e le stragi dioccidentali in Indonesia e adesso Mumbai e altro orrore, altro sangue,altri morti innocenti .
E' il terrore che vogliono.Terrore e morte, e' di questo che sono fatti.
E' annientarci che vogliono, distruggerci, sentirci urlare di pauramentre ci ammazzano.
Purtroppo il genere umano e' fatto di errori, di orrori e dischifezzine varie e oggi a Roma ne abbiamo avuto un triste esempio,delle schifezzine intendo.
Invece di manifestare contro il Terrore e gli ultimi 195 morti fattidal fondamentalismo islamico,  quattro scalmanati a Roma hanno deciso di andare in piazza  per la Palestina nel giorno di solidarieta'deciso dall'ONU per un paese che non c'e' per la volonta'  palestinesedi non permettere che esista finche' non sara' distrutto Israele.
Per l'ONU,  organizzazione serva dei paesi membri islamici, solo ipalestinesi hanno diritto alla solidarieta', altri popoli che soffronodavvero e non per loro colpa, niente, zero, indifferenza, chi se nefrega, solo  i palestinesi hanno diritti senza nessun dovere, ipalestinesi che hanno comprato il mondo colla loro propaganda battente, coi soldi della Banca Mondiale e dei governi schiavi, collapaura che fanno  a causa della loro ferocia e, dulcis in fundo, sonosolo i palestinesi che hanno come nemici il nemico del mondo intero:gli ebrei, i maledetti ebrei, gli sporchi ebrei ormai diventatiisraeliani, sionisti, anzi, scusate, maledetti israeliani e sporchi
sionisti!
Oggi e' cosi' che gli italiani e non solo loro manifestano l'odio antisemita.
Dimitri Buffa scrive che questi scalmanati devono ancora decidere se  bruciare o meno le bandiere di Israele, lo devono decidere non perche' pensano che sia schifoso bruciare i simboli di qualsiasi Nazione del mondo ma perche' devono capire "cosa gli conviene", se bruciarle e passare per quello che sono, degli antisemiti a tuttotondo,  o non bruciarle e rischiare di passare inosservati dopo la tragedia di Mumbai che in un certo senso gli ha rovinato la festa.
Lo hanno addirittura scritto in un comunicato del Forum Palestina, scrive Buffa sull'Opinione, "bruciamo o non bruciamo?" dilemma amletico e uno pensa, uno si interroga, uno non capisce se sono inguaribilmente razzisti o semplicemente ridicoli.
Si sono riuniti sotto il Campidoglio urlando contro Israele i soliti slogan, domani sapremo di piu' e avremo un quadro piu' esatto dello schifo organizzato da questa gentucola.
Passiamo oltre,  questi sono solo da disprezzare per l'anima nera che hanno e sono indegni dell'attenzione di chicchessia.

Gabriel e Rivka invece si.

Gabriel e Rivka  avevano 29 e 28 anni, lui rabbino e lei sua moglie e condirettrice del Centro Chabad di Mumbai, erano i genitori di Moshe,un bambino di due anni  che e' stato consegnato ai nonni arrivati daIsraele.
Ho ancora davanti agli occhi l'immagine della mamma di Rivka alla notizia dell'attacco terrorista di Mumbai, ho davanti agli occhi le sue mani che accendono le candele per pregare per la figlia, il genero, il nipotino e per tutti gli ebrei  in pericolo di vita perche' gli ebrei sono sempre in pericolo di vita,  i nazisti di tanti anni fa si sono trasformati nei fondamentalisti islamici, quelli che invece di Heil Hitler urlano Allahhu Akhbar e che hanno un unico sogno, ammazzare ebrei e eliminare Israele.
Le mani della mamma di Rivka  tremano, la voce trema ma prega pregaprega per un miracolo di cui lei stessa dubita  e altre  voci nella stanza rispondono Amen quasi gridando.
La scena successiva di questo film dell'orrore non ci mostra piu', per rispetto, questa mamma ma il marito, il papa' di Rivka, il nonno di Moshe che prende il bambino dalle braccia della nanny indiana che lo ha salvato e gli sorride tra la barba bianca.
Ha gli occhi sereni e innocenti di chi sa pregare e credere nell'impossibile.
Gli hanno massacrato la figlia  e il genero ma lui  sorride al nipotino frastornato che non sa di non avere piu' una mamma e un papa' e che piange inconsolabile chiamando la sua ima, il suo aba.

Rav Gabriel e Rivka Holzberg, viene spontaneo chiamarli Gabi e Rivki per la loro giovane eta', erano in India da 5 anni per dare aiuto a tutti, agli ebrei lontani da casa ma anche agli indiani poveri e bisognosi di una parola e di un po' di cibo.
I terroristi pakistani li hanno catturati, legati insieme ad altri sette ebrei e israeliani e alla fine li hanno uccisi.
Questi sono i nomi degli israeliani gia' riconosciuti :
Rivka Holtzberg
Gavriel Holtzberg
Leibish Teitlebaum
Bentzion Chroman
Yocheved Orpaz
Riposino in pace.

Un membro di Zaka, l'organizzazione che si e' recata in India per il recupero e il riconoscimento delle salme, ha detto che i corpi erano avvolti negli scialli da preghiera e uno di essi, Bentzion, un giovane di Bat Yam era abbracciato alla Tora' e riverso su di essa.
Il centro ebraico era uno degli obiettivi dei terroristi arrivati  per fare strage di americani, inglesi e israeliani e l'unico superstite del gruppo islamico ha rivelato che il loro scopo era  far saltare il  Taj Mahal e il centro Chabad e fare almeno 5000 morti.
Si chiama Amir Kasab, ha 21 anni e ha dichiarato che l'attacco aveva come scopo principale l'uccisione di israeliani per punirli delle atrocita' contro i palestinesi e gia' che c'erano hanno volutoincludere nella punizione il Grande Satan, l'America, e i Crociati, l'Europa.
Una grande orgia per soddisfare la loro sete di sangue e la loro fame di  morti.
Avevano armi sufficienti per superare orgogliosamente  le vittime fatte dai loro fratelli assassini a New York, l'11 settembre. 5000 morti! Come puo' una mente che non sia satanica pensare di ammazzare tanti esseri umani per puro odio.
Sono riusciti ad ammazzarne solo 195, quasi tutti personale degli alberghi, quasi tutti indiani e, ciliegia sulla loro torta fatta di odio e di schifo, ben nove tra ebrei e israeliani.
Un successone.
Dopo l'11 settembre abbiamo visto le masse arabe far festa per le strade, tanti americani uccisi tutti in una volta, che bello, che goduria. I palestinesi dei territori avevano  invaso le strade per distribuire caramelle e mangiare bakhalava' ridendo felici e ballando.
Questa volta non abbiamo ancora assistito a questi spettacoli disgustosi forse per il timore che il mondo, ormai esasperato, possa tagliare i cordoni della borsa.
Devono incominciare a stare attenti perche' puo' accadere che anche le anime pie europee innamorate dei palestinesi vengano prese a calcioni dai vari governi stufi di finanziare nullafacenti palestinesi terroristi e nullafacenti palestinesi simpatizzanti dei terroristi.
Al posto loro hanno manifestato gli imbelli filopalestinesi italici arrivati a Roma da ogni parte d'Italia per non smentirsi mai, per liberare il loro odio, per sporcare il dolore per i morti di Mumbai, incuranti della figuraccia, senza pieta' per l'orrore commesso da amici dei loro amici, cuore di pietra e cervello annebbiato dal loro
stesso odio.
Brutta gente, brutta brutta gente.

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


























































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