ARCHIVIO SETTEMBRE 2006

FINANZE IN ARIA
Caorle, 10 settembre 2006
"Non possiamo aumentare la pressione fiscale, non dobbiamo. Dobbiamo invece tagliare le spese"
Rutelli

Mattino di Padova del 24.02.2006 
«Non aumenteremo le tasse: taglio di 5 punti del cuneo fiscale»
Fassino

L'Unità del 24/3/2006
«Nessuno ha proposto un aumento della pressione fiscale. La nostra ipotesi è di applicare in Italia un regime che è in vigore anche in Francia: un'unica aliquota su tutti i redditi da capitale.»
Fassino
 
Corriere ella Sera, campagna elettorale 2006
«L' Unione se andrà al governo non aumenterà le tasse. L'ho già detto mille volte e lo ripeto: non siamo la coalizione delle tasse».
Prodi

La Repubblica,  29 marzo 2006
"Non è vero che aumenteremo le tasse. L'abbiamo detto in tutti i modi. E' falso. Noi riteniamo che la pressione fiscale non debba esser ulteriormente aumentata. Noi proponiamo invece che la tassazione sui depositi bancari e i depositi postali che oggi è al 27% scenda al 20%, e proponiamo che la stessa aliquota del 20% si applichi ai titoli di futura emissione". "Quanto alla successione, - torna a ribadire Fassino - riguarda solo le grandi fortune e i grandi patrimoni, come è negli Stati Uniti, mentre le successioni che riguardano i normali rapporti familiari non avranno alcune imposizione fiscale".
Fassino

Metropoli - 5-4-2006

"Non aumenteremo la pressione fiscale, semmai l'obiettivo e' quello di ridurla leggermente" puntando in particolare sulla lotta all'evasione"
Rutelli



Un’intervista al giornalista di sinistra Giampaolo Pansa e un commento di Gianni Pardo
Intervista di Doomizia Carafòli

Di critiche, anche feroci, ne ha ricevute a bizzeffe. Tanto che per rintuzzarle a Giampaolo Pansa ci sono volute 480 pagine. Un librone, l’ultimo arrivato della trilogia iniziata con Il sangue dei vinti e proseguita con Sconosciuto 1945, che è come dire due grossi successi editoriali. Mezzo milione di copie solo per il primo, una bufera di polemiche e, tra il chiasso delle vestali offese, improvvisamente le altre voci, tante voci: quelle dei figli delle vittime fasciste (o semplicemente non comuniste), i rejetti che per decenni avevano taciuto vivendo il proprio dramma quasi come una vergogna e che adesso raccontavano. E così è nato Sconosciuto 1945.
 Le quattrocentottanta nuove pagine arrivano in libreria il 3 ottobre (La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, 18euro) e uno sidomanda: ci voleva un libro per rispondere alle furie di Giorgio Bocca, ai veleni di Sergio Luzzatto, ai rigurgiti di Aldo Aniasi (parce sepulto), alle stizzite puntualizzazioni dei professorini arroccati nelle accademie, ai nostalgismi dell’Anpi, insomma a tutto quel ragguardevole e ammuffito clan che da sessant’anni campa spolpando la già rinsecchita mummia della Resistenza? O non bastava il dantesco «non ti curar di lor», tanto più che il mondo velocemente cambia (non in meglio, per carità) e la cronaca orribile della nostra guerra civile diventa storia? Storia, si badi bene, degli italiani. Tutti.
 Ed è qui che Pansa ti risponde perché l’ha scritto.«Non l’ho fatto per rispondere agli attacchi, chissenefrega, l’ho fatto per smontare la Grande Bugia». E spiega: «Non è che la Resistenza, che oltretutto è la mia patria morale, sia morta. No, la Resistenza è viva e viene tirata in ballo ogni momento. Non c’è corteo in Italia in cui nonsi canti “Bella ciao”.Mase è viva, allora raccontiamola giusta. Anche a costo di procurarci e procurare qualche mal di stomaco. Primo: la Resistenza l’ha fatta per il novanta per cento il Pci. Senza il Pci la Resistenza non sarebbe esistita. Essa è una parte importante dell’esistenza del partitone rosso da cui derivano tutti i partitini attuali. E allora i comunisti comincino ad ammettere che la guerra partigiana è stata solo la prima fase di un progetto che prevedeva l’avvento sanguinoso della “rivoluzione proletaria” sotto l’ombrello dell’Armata rossa, anche se i patti di Yalta ci avevano fatto cadere dall’altra parte».

E questo spiega anche le feroci esecuzioni post-25 aprile, le eliminazioni dei cittadini «nemici del popolo» e degli stessi partigiani non comunisti. «Esatto - dice Pansa - ed ecco il secondo elemento della Bugia: c’è stato il leggendario consenso di popolo alla Resistenza? No, non c’è stato. È una fola nata dal noto libro di Luigi Longo, Un popolo alla macchia (Mondadori 1947). Macché popolo, al nord la guerra civile è stata combattuta da due minoranze - l’esercito di Salò e le formazioni partigiane - in mezzo a una popolazione impaurita che aspettava solo che il temporale passasse. Io la «zona grigia» di cui ha parlato De Felice l’ho vissuta a Casale Monferrato: era quella delle campagne dove, per esempio, i contadini non ne potevano più né dei tedeschi, né dei fascisti,né dei partigiani che erano dei gran razziatori».
E siamo a quota due. Qual è il terzo pezzo della Bugia da mandare in frantumi? «Le cifre. Trecentomila partigiani in armi? Ma siamo matti. L’entità delle formazioni partigiane è un’altra delle panzane che siamo andati raccontando in questi anni. Il quarto elemento è l’insurrezione al nord. Non c’è stata nessuna insurrezione. C’è stato solo l’arrivo degli Alleati, rapidissimo dopo lo sfondamento della Linea gotica e il cedimento dell’esercito tedesco, allo stremo delle forze e con il morale a pezzi. Dopo, è solo cominciata una mattanza».
 A pezzi, a questo punto, è anche la Bugia. «Non ancora. E questo è il nocciolo del mio libro. I personaggi che sbertuccio sono i sacerdoti della Bugia. Quelli che non vogliono che finalmente si ammetta che le guerre mettono in luce, talvolta l’eroismo, più spesso la ferocia di chi le combatte. Quale che sia lo schieramento. Quelli che non vogliono accettare l’elementare verità che la guerra si combatte in due: uno la vince e uno la perde. Ma poi si pretende che la storia la scrivano solo i vincitori. E ai vinti si nega il diritto di parlare ».
Ma questo è «revisionismo». «Io non sono revisionista, sono pansista. E non accetto la logica del “taci, tu che sei fascista”. Che è poi la logica del sasso in bocca. Quella lasciamola alla mafia”. Domizia Carafoli, sul “Giornale”, 29 settembre 2006.


Commento di Gianni Pardo
Le parole di Giampaolo Pansa – già autore del tanto letto e discusso “Sangue dei Vinti” – meritano un commento sconsolato: visto che ha vissuto, se pure da giovanissimo, il tempo della Resistenza, come mai dice queste banali verità, evidenti da sempre a chi scrive, solo ora, appena sessant’anni dopo i fatti? I sospetti sono questi:
1) che fino ad ora, benché fosse la verità, non fosse lecito dirla e chi la diceva, come me, era solo uno sporco fascista.
2) che essendo un po’ svanito il furore resistenziale di stampo pertiniano, o, peggio ancora, di stampo paranoide come quello di Giorgio Bocca, dire questa verità – sempre che, beninteso, si sia giornalisti di sinistra – sia divenuto lecito.
3) che soprattutto questa verità, oltre che lecita, sia divenuta un’occasione per vendere molte copie di un libro. Come è avvenuto col “Sangue dei Vinti” e come Pansa spera forse di fare con “Sconosciuto 1945”. Dunque non si tratta del coraggio di dire la verità, ma della capacità di approfittare del revisionismo resistenziale dopo avere approfittato della retorica resistenziale finché è stata pagante.
4) E soprattutto, in conclusione, che in Italia si può dire la verità nella misura in cui lo permette la sinistra e per essa i comunisti. E poi abbiamo decine di cattedre di storia, nelle università! Soldi buttati.

Gianni Pardo


Massima del giorno
I discorsi sulla borsa sono tendenzialmente noiosi: al futuro, sono discutibili, al passato sono inutili.
G.P.

MOLLICHINA

Prodi: “Abbiamo ridotto le distanze fra poveri e ricchi”. Vero. Basta impoverire i ricchi.

L'industria dei bimbi di Chernobyl
Ma si può sapere quanti sono i bambini di Chernobyl? E, soprattutto, perché non crescono mai? Domande impopolari, me ne rendo ben conto, ma rese attuali dall'angosciante vicenda dei coniugi liguri che si rifiutavano di restituire Maria, la piccola bielorussa ospitata a casa loro per un «soggiorno di risanamento». Il disastro nella centrale nucleare dell'Ucraina accadde il 26 aprile 1986. Questo significa che i bambini di Chernobyl nati sotto la nube radioattiva hanno oggi intorno ai 20 anni. Cioè sono adulti di Chernobyl.
Ciò nonostante continuano ad arrivare in Italia bambini di Chernobyl. Si calcola che negli ultimi dieci anni ne siano stati ospitati presso famiglie italiane almeno 300.000. Ci sono associazioni per i bambini di Chernobyl praticamente in ogni città, paese, frazione, quartiere d'Italia, da Cagliari a Martina Franca, da Bolzano a Cerignola, da Lentate a Lanciano, da Castelmaggiore a Martinsicuro, da Orbassano a Terni, da Alpignano a Barletta, da Senigallia a Noci, da Domodossola a Foggia, da Bizzuno a Cosenza, da Fano a Mugnano, da Castelmassa a Noicottaro. Alla sola Avib, la federazione delle associazioni di volontariato italiane per la Bielorussia, fanno capo 85 sodalizi. Si tratta spesso di Onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) che ricevono contributi da Comuni, Province, Regioni e che riscuotono offerte deducibili dalle tasse o il 5 per mille dell'Irpef a titolo di donazione liberale.
Per ogni bambino di Chernobyl che arriva in Italia vi sono disposizioni (emanate dal Comitato minori stranieri) da osservare,
polizze assicurative sanitarie da stipulare, moduli da compilare, accompagnatori di lingua italiana da arruolare. In termini di impegno, tempo e denaro, gli stessi impicci che un piccolo imprenditore deve affrontare per mandare avanti la sua azienda. E servono uffici, impiegati, telefoni, fax, siti internet, conti correnti bancari. Com'è possibile che un gruppo di benefattori di Desenzano del Garda possa permettersi una sede persino in Bielorussia?
Le associazioni per i bambini di Chernobyl sostengono che «secondo uno studio dell'Enea» - sarà l'italiano Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente oppure l'European nuclear energy agency? - «un mese d'ospitalità in Italia con un'alimentazione priva di radionuclidi permette di perdere dal 30 al 50% della radioattività assorbita, riducendo così il rischio d'essere colpiti da tumore tiroideo, leucemia e altre patologie collegabili alle conseguenze dell'incidente». Questo significa che con tre o due soggiorni i bambini perdono il 100% della radioattività? Magnifico. Considerata la mole di arrivi, l'obiettivo è quasi raggiunto.
Ma com'è che alcuni miei parenti ospitano da anni lo stesso bambino? Per guarirlo ancora di più? E nessuno pensa ai giovani di Chernobyl? Quelli non hanno bisogno d'aria buona, non rischiano di morire?
Chiariamo bene: non v'è nulla di male, anzi!, nell'accogliere periodicamente a casa propria bambini stranieri orfani, poveri, già malati o potenzialmente in pericolo. A patto che questi intensi traffici umani da e per l'Ucraina, la Bielorussia e la Russia non creino crudeli illusioni o, quel che è peggio, non mascherino un mercato delle adozioni facili. Stefania Prestigiacomo, l'ex ministro per le Pari opportunità che aveva la delega sulle adozioni internazionali, ha ammesso che i bambini di Chernobyl «erano un numero limitato, nell'ordine di qualche centinaio, per un progetto ben mirato: oggi sono diventati circa 30.000». Le stesse associazioni riconoscono che ormai non si riesce più a stabilire se 600 di questi bambini di Chernobyl siano da considerarsi italiani o bielorussi, dal momento che trascorrono 150 giorni l'anno da noi e 215 nel loro Paese.

A leggere una documentata inchiesta di Panorama, sorge il sospetto di trovarsi in presenza d'un business assai fiorente: tre milioni d'italiani coinvolti, capifamiglia che chiedono l'anticipo della liquidazione o accendono mutui per avere il «loro» bambino, un giro vorticoso di mance perché il «figlio» pendolare sia trattato con cura negli istituti dove vive abitualmente in attesa di trasferirsi per sempre in Italia, metà del fatturato della Belavia (la compagnia di bandiera bielorussa) che scaturisce dai viaggi Roma-Minsk.
Ci è stato spiegato che i bambini di Chernobyl vengono al mare in Italia perché hanno bisogno dello iodio per rimettere in sesto le loro tiroidi. Allora com'è che alcune delle associazioni ospitanti hanno sede a Revò (Trento), 724 metri d'altitudine, Pennabilli (Pesaro), 629 metri, Saint-Christophe (Aosta), 619 metri? Senza contare che non c'è mica il solo Belpaese a essersi fatto carico della sorte dei bambini di Chernobyl. Esistono organizzazioni di volontariato a loro dedicate in quasi tutti gli Stati d'Europa, negli Usa, in Canada, financo in Giappone. Solo che quelle censite dalla Virtual guide to Belarus risultano 10 in Canada, 25 negli Stati Uniti e ben 55 in Italia: possibile che la generosità si sia concentrata in una nazione che ha un territorio 65 volte più piccolo delle prime due? E non s'è varato un Chernobyl children's project a cura delle Nazioni Unite? E il Chernobyl children's project international con sede a New York di che cosa si occuperà? E il Canadian relief fund for child victims in Belarus?
E il Chernobyl children's project del Regno Unito? Talmente debole, è la loro azione, da aver bisogno del pervasivo supporto italico?
Ma poi sarà veramente drammatica la situazione a vent'anni dal disastro atomico? Sono andato a vedermi le statistiche dell'Organizzazione mondiale della sanità. Nel rapporto annuale pubblicato dall'Oms ho trovato raccomandazioni per screening periodici, terapie ormonali e radioiodioterapie sulla popolazione a rischio, ma nessun riferimento alla necessità di salutari soggiorni all'estero, siano essi marini o montani.
Fra il 1986 e il 2002, nella fascia d'età 0-14 anni, la più colpita, l'Oms ha riscontrato 1.762 casi di cancro alla tiroide in Ucraina e 1.711 in Bielorussia. La mortalità infantile in Bielorussia risulta del 15 per mille, mentre è sorprendentemente più alta in Ucraina (22) e Russia (19), che pure furono meno contaminate dalla nube nucleare. Infine i decessi per tumori solidi e leucemie, fra gli evacuati di tutte le età nella zona entro 30 chilometri dal reattore esploso, sono stati 65 (pari allo 0,05%) nei primi dieci anni. La predizione è di 5 nuovi decessi (0,004%) per gli anni a venire.

L'esposizione alle radiazioni degli abitanti nella medesima zona fu, sempre secondo l'Oms, di 10 mSv (millisievert). Non chiedetemi che cosa sono i millisievert: so soltanto che il fondo naturale di radioattività cui è sottoposta la popolazione italiana è, mediamente, di 1 mSv. Però, se vogliamo valutare per ordine di grandezza, leggetevi questa affermazione riferita alle radiazioni ionizzanti sopportate dal personale in servizio sugli aerei e contenuta in una proposta di legge presentata nel 1996 alla Camera da due deputati al di sopra di ogni sospetto, gli antinuclearisti verdi Gianni Mattioli e Massimo Scalia: «Un membro d'equipaggio può assorbire una dose annuale che può andare da qualche mSv (millisievert) per equipaggi impiegati su voli a corto e medio raggio, sino a una decina di mSv per i voli a lungo raggio». C'è qualcuno disposto ad adottare i bambini (un po' cresciuti) dell'Alitalia?

Articolo di Stefano Lorenzetto - il giornale

Robert Redeker: vittima di una fatwa omicida
firmiamo, con informazionecorretta, un appello in suo favore

Il professore francese Robert Redeker ha scritto il 28 settembre un articolo su Le Figaro in cui metteva a nudo le radici dell'integralismo islamico e il suo tentativo di assoggettare l'Europa. Per questo è stato condannato a morte con una fatwa, ed è stato costretto a fuggire di casa vivendo come persona "sans domicile fixe". Riporto sotto il messaggio da lui inviato ad André Glucksmann. È aperta l'adesione ad un appello in suo favore che si può firmare nei siti internet seguenti (in cui si trova anche tutta la documentazione dei fatti):

http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1271
 
http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1273
 
Impegniamoci a favore della ennesima vittima della terribile minaccia che viene portata alla nostra libertà. Nessuno che sia costretto in una situazione così allucinante deve essere lasciato solo.

Di seguito, l'appello inviato ad André Glucksmann:

Cher André,
Bonjour.
Je suis maintenant dans une situation personnelle catastrophique. De nombreuses menaces de mort très précises m'ont été adressées, et j'ai été condamné à mort par des organisations de la mouvance al-qaïda. L'UCLAT et la DST s'en occupent, mais... je n'ai plus le droit de loger chez moi (sur les sites me condamnant à mort il y a un plan indiquant comment venir à ma maison pour me tuer, il y a ma photo, celle des lieux où je travaille, des numéros de téléphone, et l'acte de condamnation). Mais en même temps on ne me fournit pas d'endroit, je suis obligé de quêmander, deux soirs ici, deux soirs là... Je suis sous protection policière permanente. Je dois annuler toutes les conférences prévues. Et les autorités m'obligent à déménager. Je suis un SDF. Il en suit une situation financière démente, tous les frais sont à ma charge, y compris ceux eventuels d'un loyer d'un mois ou deux éloigné d'ici, de deux déménagements, de frais de notaire, etc... C'est bien triste. J'ai exercé un droit constitutionnel, et j'en suis puni, sur le territoire même de la République. Cette affaire est aussi une attaque contre la souveraineté nationale: des lois étrangères, décidées par des fanatiques criminophiles, me punissent d'avoir exercé un droit constitutionnel français, et j'en subis, en France même, grand dommage.
Amitiés

Robert Redeker


IL POLITICO BUGIARDO
Qualcuno si chiederà perché, in questa sede, non si commenti la vicenda della Telecom e di Prodi. Quanto meno scrivendo che Prodi ha detto la verità o che Prodi ha mentito. Ma una ragione per questo silenzio c’è. E per spiegarla si è obbligati a prenderla un po’ alla lontana.
Nel 1956 Giorgio Napolitano era maggiorenne e sapeva leggere e scrivere. Per conseguenza sapeva benissimo che la rivoluzione ungherese, non che essere una finta controrivoluzione finanziata dall’estero, nasceva dall’esasperazione di un popolo contro una potenza coloniale e tirannica. Tuttavia, per fedeltà al Pci, egli mentì pubblicamente e ripetutamente. Ciò non gli ha impedito d’essere per molto tempo Presidente della Camera dei Deputati e infine d’essere nominato Presidente della Repubblica. È perfino andato in Ungheria a rendere omaggio alla tomba di Nagy, impiccato da coloro che lui a suo tempo sostenne.
Molti anni fa Pertini, in Spagna, sparò una tale sciocchezza da rendere problematica la sua posizione di Presidente della Repubblica. Contro ogni evidenza, egli allora attribuì quelle parole incaute all’innocente Maccanico il quale ovviamente se le accollò volentieri, ben sapendo che nessuno ci avrebbe creduto. Che anzi questo l’avrebbe aiutato a fare carriera. E infatti negli anni successivi non gli sono mancati onori e cariche. Nel frattempo Pertini il bugiardo è stato considerato uno dei Presidenti della Repubblica più amati dagli italiani e forse il più onesto.

Quando avviene qualcosa d’imbarazzante e d’innegabile la tecnica vuole che, contro ogni evidenza,  il Capo ne attribuisca ad altri la colpa e poi resista agli inevitabili giorni di “maretta” per infine contare – con ragione - sulla capacità d’oblio del grande pubblico.
È quello che fa Prodi. Ha inviato, su carta della Presidenza del Consiglio ma facendolo firmare a un suo personale collaboratore, (Rovati), un documento estremamente tecnico (si pensa elaborato dalla Banca d’Affari Goldman Sachs), a Tronchetti Provera, praticamente imponendogli una certa operazione finanziaria. Poi, quando non si è obbedito a tale documento, da prima si è detto scandalizzato di non essere stato informato, poi ha detto che Tronchetti Provera non aveva il dovere d’informarlo, poi ha detto che non avrebbe riferito al Parlamento, poi che avrebbe riferito ad una sola delle due camere, poi ad ambedue le camere e nel frattempo il signor Rovati è stato cortesemente invitato a prendersi le colpe non sue, dimettendosi. Come è puntualmente avvenuto. Prodi non si è spinto fino a chiamare pubblicamente bugiardo Tronchetti Provera (perché inimicarsi i poteri forti?), il quale ha affermato in tempo non sospetto (15 settembre) d’avere informato Prodi. L’uomo della Pirelli ha sempre pubblicamente riaffermato la propria versione, facendosi anche applaudire dalla Confindustria, ma Prodi tira diritto: quanta gente sa chi è Tronchetti Provera? Quanta gente può distinguere uno specializzatissimo piano di operazioni di borsa, con grafici e tutto, elaborato da Goldman Sachs, da un documento che secondo l’ingenuo Prodi il signor Rovati avrebbe potuto scrivere in mezza nottata d’insonnia?
Ecco perché le recenti imprese prodiane non hanno qui trovato un commento. La piazza ungherese che in questi giorni ha chiesto a gran voce le dimissioni del proprio primo ministro che ha mentito ha torto. Chi si aspetta che i politici dicano la verità è un ingenuo e gli ingenui sono quegli stessi che dopo qualche tempo dimenticano. Dunque non è escluso che parecchi di quegli ungheresi arrabbiati voteranno per lo stesso primo ministro, la prossima volta, se solo non opererà troppo male. Così come dopo la rivoluzione del ’56 perdonarono a Kádár, l’uomo di Mosca dopo la repressione. E come gli italiani hanno dimenticato le indecenti posizioni di Napolitano nel 1956, le menzogne di Pertini, le sedute spiritiche di Prodi, la sua svendita della Sme ed ogni altra cosa che sia più vecchia di sei mesi.
Chi oggi non riesce a perdonare Napolitano sembra un fanatico e così domani sembrerà un fanatico che ricorderà che Prodi è un bugiardo. E allora, a che scopo strapazzarsi? La gente s’indigna e dimentica, chi ha memoria storica non s’indigna e non dimentica: sicché rischia d’avere torto sia sul momento, perché non ha condannato, che dopo, perché non ha dimenticato.
PS: clicca qui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 29 settembre 2006


TREMONTI: PRODI MENTE SUA IDEA FISSA E' ORCHESTRARE AFFARI 
intervento di Giulio Tremonti sul caso Telecom pronunciato oggi alla Camera dei Deputati...

"E' stato davvero un piacere - Presidente Prodi - vederLa finalmente entrare in questa Aula.
Non è stato invece un piacere sentirLa parlare a questa Aula.
Lei non è riuscito a difendere:
-        né il Suo Consigliere,
-        né il Suo operato.
Lei qui ci ha parlato di molto, tranne che dell'essenziale.
Non ci ha parlato della ragione politica per cui oggi è stato convocato in questa Aula. Per favore, non si nasconda dietro lo scandalo delle intercettazioni. Non divaghi sul futuro delle telecomunicazioni.

Intercettazioni.
Fino a pochi giorni fa Lei dialogava con il vertice Telecom: "Gli ho chiesto..."; "Mi ha promesso...".
Se sapeva qualcosa di più, sulle intercettazioni, doveva dirlo in Parlamento.
Se non sapeva niente, non cerchi di prendersi un merito "a prescindere" - come fa di solito.

Telecomunicazioni.
Userò una Sua immagine:
"Se schiacci il tubetto, poi è difficile rimetterci dentro il dentifricio".
Nel 1997 è Lei che ha schiacciato il tubetto della Telecom, privatizzandola istantaneamente e totalmente.
E' Lei che ha messo la Telecom sul mercato dei capitali, senza che ci fossero i capitalisti.
Dopo 9 anni, adesso ci dice che si deve correggere quel Suo errore.
Dubito che sia possibile farlo con mezzi politici corretti.
Non con la rinazionalizzazione.
Non arrangiando una cordata più o meno filo-"governativa".
Non aggirando la normativa europea.
Il Governo avrà certo modo di esporre le sue idee, sul futuro delle telecomunicazioni.
Ma noi qui, oggi, vogliamo e dobbiamo parlare dell'affare Telecom, del Suo ruolo in questo affare, della Sua azione di subgoverno.
Della ragione politica negativa per cui sull'Italia è riapparso il "rischio paese".
E' considerato a rischio dall'estero un Paese in cui il premier fa incontri privati non verbalizzati e comunicati pubblici su soci esteri e controllate estere di un gruppo privato.
Lei è stato eletto con un programma che La impegnava a: "... favorire la trasparenza e la legalità dei mercati...".
Basta leggere il Suo comunicato stampa dell'8 settembre per provare che Lei ha fatto l'esatto opposto.
Partiamo dall'inizio, dal Decreto di Gabinetto della Presidenza del Consiglio.
Qui troviamo registrato il signor Rovati, come "consigliere politico-economico".
Escluso il politico, perché Rovati stesso dice che di politica non capisce e non si occupa, resta l'economico.
In attesa di smentita, a seguito della chiamata di Rovati per chiara fama ad una qualche cattedra di economia, dobbiamo chiederci quale è il tipo di economia per cui si consiglia un economista come Lei.
Deve essere un tipo molto particolare di economia.
Economia in senso aristotelico, da oicos: economia privata.
Forse è per questo che il vostro piano lo avete definito come un piano artigianale.
Ma non buttatevi giù.
Non è un piano artigianale.
E' un piano industriale.
Anzi, è un piano istituzionale.
Un vasto piano da cui tutti avrebbero guadagnato: e perderci uno solo.

Avrebbero dovuto guadagnarci:
-        la Telecom, ipoteticamente ristrutturata nel suo assetto patrimoniale e finanziario;
-        le banche creditrici, risolvendo tra l'altro eventuali problemi di ratios e di Basilea 2;
-        le Fondazioni, estendendo il loro ruolo nell'economia;
-        un industriale, forse interessato ai telefonini;
-    la Sua ditta politica, con le mani in pasta perché regista della ristrutturazione di un settore-chiave, come quello delle   telecomunicazioni.

Dimenticavo di dire chi ci avrebbe perso: il contribuente italiano.
Ma qual è stata la dinamica politica dell'affare?
Il presidente D'Alema ha iniziato le sue vacanze convinto della fusione San Paolo-Monte dei Paschi di Siena.
Nel durante, ha letto sul giornale la notizia della fusione San Paolo-Banca Intesa.
Poi ha letto sul giornale di Telecom.
Quello che alla Farnesina definirebbero un affare con ritorno politico non multilaterale, ma unilaterale.
Da qui la reazione che si è scatenata su Palazzo Chigi.
Vede Presidente, il Suo non è stato un errore di calcolo economico.
E' stato un errore di calcolo politico.

All'interno del vostro circuito di potere, a causare il corto circuito - un corto circuito che inizia con i suoi comunicati stampa suicidi di metà settembre:
-        non è stato lo scorporo dei telefonini da Telecom;
-        ma lo scorporo, dall'affare Telecom, di un pezzo di maggioranza.
L'idea fissa del presidente Prodi è stata ed è sempre quella di orchestrare affari.
Da ultimo, affari per compensare il suo deficit di potere politico con un surplus di potere economico.
Nel caso, Lei è stato fulminato lungo la via telefonica al Partito Democratico.
Non tra gli elettori del centro-sinistra, non tra gli eletti di centro-sinistra in questa Aula, ma a Palazzo Chigi domina una idea storta.
L'idea che la politica serve per fare affari e che gli affari servono per fare politica!
E' questo che il Paese deve sapere.
E' questo che il Paese non può accettare.
Signor Presidente, esploso lo scandalo, Lei ha detto: "Mi sento per metà Presidente del Consiglio e per metà assistente sociale".
Che Lei sia per metà assistente sociale, lo concordi con i Suoi alleati.
Che Lei sia un presidente dimezzato, lo ha detto appunto Lei.
E noi non abbiamo difficoltà a darLe ragione.
Dimezzato e commissariato e tanto debole da formulare una minaccia d'ultima istanza: "Se vado a casa, porto anche voi con me".
Non sarebbe poi una cattiva idea!
Nella terza Repubblica francese, nel pieno di un affaire simile, un uomo di governo si difese dicendo: "Delle due l'una: o sono disonesto o non sono capace".
La risposta fu: "Il cumulo delle cariche non è vietato".
Vale anche per Lei!
Infine, Lei ha detto: "Quando un imprenditore parla al Presidente del Consiglio, deve dire la verità".
Vale lo stesso per Lei, presidente Prodi.
Quando il Presidente del Consiglio parla in Parlamento, deve dire la verità.
Lei oggi ha mentito.
Ha mentito insieme all'Aula ed al Paese.
E' per questo che Lei da oggi non può più governare questo Paese con la necessaria dignità."

Per saperne di più vai sul sito www.giuliotremonti.it/homepage.asp

MOLLICHINE
Santoro biondo. Ferrara minaccia d'indossare una parrucca rosa. Ma più di tutti sarebbe stupefacente Marco Rizzo con un po' di buon senso in testa.

Napolitano rende omaggio a Nagy. Mi stupirebbe se Nagy, quando l'incontrerà in cielo, gli rendesse l'omaggio.

Scarcerata Silvia Baraldini. Finalmente giustizia (proletaria) è fatta.

Il vaticano scomunica Monsignor Milingo. Non poteva concedergli almeno la seminfermità mentale?

Gianni Pardo


Massima del giorno
L'Onu non sempre è inutile: a volte è nociva.
G.P.


L'INTOLLERANZA
La tolleranza - come la certezza del diritto, la pari dignità dei cittadini ed altre belle cose - ha solo estimatori. Fra l'altro, col prevalere della democrazia nei paesi sviluppati, è divenuta uno dei fondamenti della società. Ma anche i disvalori conservano una loro appetibilità. L'incertezza del diritto, per esempio, che pure tutti aborrono, cambia sapore quando si tratta di giudicare nello stesso modo il nemico e l'amico. Si comincia a dire "summum ius summa iniuria" o perfino, come sostenevano i Borboni, che le leggi ai nemici si applicano e per gli amici si interpretano. Dunque anche l'intollerante a volte pensa d'avere buone ragioni per esserlo. Ma, per cominciare, chi è intollerante?
Certo non è tale chi agisce per legittima difesa. Chi abbandona un locale pubblico perché non sopporta il genere di "musica" che viene inflitta ai presenti, o non ne sopporta il livello sonoro, non è "intollerante": è solo qualcuno che vuole salvare le proprie orecchie. Né è intollerante chi esce dal cinema dopo dieci minuti di proiezione, pur avendo pagato il biglietto: è entrato per due ore di svago e se giudica di avere sbagliato indirizzo ha tutto il diritto di non soffrire ulteriormente.
In questi casi l'"intollerante" non è tale perché agisce solo per sé, non impedisce agli altri d'apprezzare ciò che a lui dispiace. Viceversa è intollerante colui che, avendo scoperto che un dato film è pornografico, non solo esce offeso dalla sala cinematografica ma cerca di far vietare la proiezione e si disturba fino a denunciare per oscenità il regista e il produttore. Intollerante è Girolamo Savonarola quando vuole impedire agli altri di peccare, non colui che pecca. Chi non sopporta il comizio del fascista cretino e se ne va non è intollerante, è intollerante colui che vuole impedirgli di parlare.

L'intollerante cerca di vietare ad altri un'attività che personalmente non lo lede affatto e che, per così dire, non lo riguarda. Intollerante è in primo luogo il moralista che cerca d'interferire nella vita degli altri nel loro interesse, anche se essi non gradiscono affatto quell'interferenza. Intollerante è il portatore d'una certezza universale che non ammette contraddizioni: infatti, mentre l'Occidente caratterizzato da una blanda religiosità è tollerante, l'Islàm duro e puro è integralista. Anzi, è apostolico e violento nella sua volontà di convertire gli infedeli. Sarebbe facile chiedere all'ayatollah che gliene importa, se gli infedeli andranno all'inferno o no, ma questo non lo fermerebbe: la sua missione è quella di condurre l'umanità alla vera fede. Non diversamente da come il comunista rivoluzionario vuole fare il bene del popolo e questo bene è pronto ad imporglielo anche con la dittatura e con il gulag.
La tolleranza a molti appare immorale (case di tolleranza erano detti i bordelli!), ma vince il confronto storico. Malgrado i suoi giganteschi difetti, il laico Impero Romano è stato rimpianto per secoli. I romani avevano infatti una mentalità giuridica e per loro ognuno poteva dire e fare ciò che voleva, purché non mettesse in pericolo la Res Publica. L'idea d'imporre con la forza il culto di Giove o di Quirino non gli sarebbe venuta in mente e quando, cedendo a mode orientaleggianti, imposero il "culto dell'imperatore", fu di fatto una formalità; una forma di giuramento di fedeltà allo stato e nulla più; nessuno, fra gli ottimati romani, reputava l'imperatore un dio e molti lo giudicavano anzi un emerito delinquente. Il dominio di Roma, diversamente da quello della Chiesa, dell'Urss e di Mao, è stato militarmente e fiscalmente pesante, ma intellettualmente leggerissimo. Per questo, pur dopo secoli di ruberie, ha lasciato un ricordo migliore di quello che nell'Est europeo ha lasciato l'Urss dopo appena quarantacinque anni di dominio.
Bisogna guardare con grande sospetto chi viene a fare il bene di tutti. Anche perché non tutti hanno la stessa idea di bene. Il conformista ci disgusta intellettualmente ma il rivoluzionario mette a rischio la nostra vita. Il peccatore rompe il patto con Dio, il moralista rompe le scatole al prossimo. E socialmente è più pericoloso il secondo.
In conclusione, i salvatori dell'umanità devono essere messi in condizione di non nuocere.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


L'ES DELL'ISLAM MODERATO
Oriana Fallaci aveva tendenza a fare d'ogni erba un fascio e a stramaledire tutti gli islamici. Altri hanno un atteggiamento opposto: giudicano tutti gli islamici persone per bene e gli integralisti, per non parlare dei terroristi, sono solo marginali eccezioni. Per decidere seriamente fra simili posizioni bisognerebbe disporre d‚una competenza e di tanti dati che l'osservatore normale non ha: per questo sarà forse consentito prenderla alla lontana.
L'orizzonte comportamentale d'ogni individuo è il gruppo nel quale vive. Se un individuo è tanto geloso della moglie da impedirle di uscire di casa, a meno che non sia accompagnata da un membro della famiglia di sesso maschile; se è tanto geloso da vietarle di guidare l'automobile, di parlare con uomini o di farsi visitare da un medico; se è tanto geloso da non permettere a nessuno di guardarla in faccia, in Europa sarebbe considerato un pazzo. Ma i cittadini dell'Arabia Saudita, che si comportano così, sono tutti nevrotici? Non solo ciò è inverosimile, ma essi considerano se stessi normali e gli Europei immorali. Una società stabilisce ciò che al suo interno costituisce normalità psicologica ma se la si guarda dall'esterno si può giungere alla conclusione che, per certi versi, quell'intera società è nevrotica.
Questo vale per le nazioni musulmane e non solo per quanto riguarda la considerazione della donna. Ovviamente c'è un'enorme differenza fra l'Arabia Saudita e la Turchia laica, ma parlando in generale può affermarsi che le società islamiche hanno alcune caratteristiche comuni.
1)     Una estrema povertà che impedisce quell'acculturazione che deriva dai frequenti contatti con persone che vivono lontano, dai viaggi all'estero, dalla constatazione che ciò che è ovvio in un posto può non esserlo in un altro, dall'idea che il mondo è molto più vario di quanto si tende a credere nel proprio villaggio.
2)      Una notevolissima povertà culturale. Pochi vanno a scuola, pochissimi leggono e capiscono ciò che avviene nel mondo. La quantità di libri scritti in inglese, francese, tedesco e spagnolo che vengono tradotti in arabo è francamente insignificante. Ogni anno la Grecia legge più testi tradotti di quanti ne leggano tutti i paesi arabi messi insieme. Questo per non parlare del fatto che l'analfabetismo è estremamente diffuso e quasi d'obbligo per le donne.

3)     Quando la povertà culturale raggiunge livelli altissimi si ha poi un fenomeno stupefacente: anche il contatto con civiltà più evolute, quali sono presentate dalle filmografie dei grandi paesi occidentali, non lascia traccia e le vicende in esse narrate non sono prese sul serio. Per gli spettatori esse sono interessanti ma inverosimili come quelle delle Mille e una Notte. Ché anzi, se si dovessero guardare seriamente, il giudizio sarebbe moralmente severissimo: un po' come negli Anni Trenta, quando si rideva con le commedie americane, incluse quelle in cui si parlava di sorridenti adulteri e divorzi, ma si sarebbero considerate gravissime (fino all'omicidio per causa d'onore!) vicende analoghe che fossero avvenute in Italia. E questo spiega l'impermeabilità culturale di alcune famiglie di emigranti che pure vivono in Europa.
4)     Poiché però la nostra fisiologia non intende ragioni, l'affamato non può che invidiare il sazio, il povero il ricco e l'appiedato sotto la pioggia il signore che va in auto. Le società islamiche soffrono d'una invidia repressa e costante nei confronti dei paesi ricchi. Un'invidia che è aggravata dal fatto che, secondo l'insegnamento religioso ricevuto, questi paesi adorano falsi dei, hanno costumanze immorali e sembrano prosperare malgrado l'incombente apocalisse annunciata per loro dal Profeta.
5)     Tutto questo richiede una risposta. Se la pressione di un dato negativo è troppo forte, l'umanità è disposta ad accettare anche soluzioni immaginarie. La constatazione quotidiana è che si muore e basta, ma l'idea di morire e basta è talmente fastidiosa che si preferisce credere ad una vita dopo la morte. Nello stesso modo, gli islamici, perdenti nei confronti dell'Occidente dai tempi della battaglia di Poitiers, riaffermano a voce altissima la loro superiorità morale; chiamano vittoria qualunque sconfitta che non sia troppo clamorosa (come Nasser nel 1967 o Nasrallah in questi giorni); considerano gloriosa l'azione in cui muoiono dieci dei loro se hanno ucciso un soldato israeliano, senza accorgersi che in questo modo dichiarano che un israeliano vale dieci di loro. Si vantano di valutare poco la propria vita e non s‚accorgono che ciò è possibile perché essa li induce alla disperazione. Si considerano così abissalmente inferiori, così incapaci di combattere a viso aperto, da proclamare che l'uccisione di innocenti in attentati sleali è giusta. E non riescono a reprimere una sostanziale, segreta soddisfazione per ogni disgrazia o lutto dell'Occidente.
6)     Gli islamici, intesi come gruppo, pareggiano i conti con la fantasia perché soffrono di enormi frustrazioni. Tanto forti che non arretrano dinanzi a nessuna possibile forma di consolazione. Per questo, mentre i più fanatici compiono crimini, i molti, che fanatici o terroristi non sono, hanno una segreta soddisfazione nel vedere che il mondo contrappone George W. Bush e bin Laden quasi si potessero mettere sullo stesso piano. L'attentato alle Torri Gemelle, pure formalmente condannato, è la dimostrazione che è riuscito ai musulmani quello che non è riuscito ad Hitler, portare la guerra sul suolo americano. Poco importa quanto di inverosimile ci sia in queste affermazioni: importa che esse siano consolatorie.
7)     La maggior parte degli islamici non è né integralista né terrorista, ma la maggior parte degli islamici è frustrata. Sicché, mentre il loro "ego" depreca l'attentato che uccide donne e bambini innocenti, il loro "es" ha la segreta Schadenfreude, il maligno piacere di vedere per un momento perdente chi di solito si è stati obbligati a vedere come vincente. Ecco perché alcuni osservatori occidentali, badando all'ego, dicono che i musulmani sono buoni, salvo eccezioni, mentre altri, badando all'es, dicono che tutti loro sono a favore dei terroristi e ne condividono mentalità e risultati.
Un simile problema mondiale non permette di ipotizzare soluzioni facili e immediate. Sembra tuttavia ragionevole pensare che la politica dell'appeasement sia controindicata. La debolezza dell'occidente, la sua tendenza a comprendere tutto e a chiedere scusa, suona agli occhi delle folle islamiche come un‚ammissione di colpa e una conferma delle parole dell'imam. La risposta giusta sarebbe invece la proclamazione della validità del proprio modello. Bisognerebbe quasi dire: è vero, siamo superiori a voi in tutto, non vi rimane che imitarci e se volete vi daremo una mano; ma se cercherete di batterci con la violenza e l'intolleranza, sappiate che siamo capaci di essere più violenti e intolleranti di voi. Non insistete a chiamarci crociati: potremmo ridiventarlo, se ci provocate.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25  settembre 2006


RIVOLUZIONE
Nel 1866 Gustave Courbet (Coubert) fece un gesto rivoluzionario dipingendo "L'origine del mondo",  quadro che qui a fianco riproduciamo.
Fu un grande scandalo, nell'Europa dove - in quel tempo - le donne non avevano nemmeno diritto di voto, affermare la sacralità naturale del luogo dove tutti siamo stati concepiti. 
Oggi sarebbe bello  se nei paesi musulmani qualche Gustave Coubert iniziasse  questa piccola  rivoluzione.

(cp, 24 settembre 2006 )


Massima del giorno
Un modo per ricevere molto affetto è non rifiutarlo mai. L’altro non deve mai avere il dubbio su come sarà accolto.
G.P.


MOLLICHINE
Berlusconi: “se il governo cadrà, sarà per implosione interna”. E, comunque, per un’implosione “esterna” nessuno potrebbe cadere.

Prodi: “Nessuna pace senza una soluzione della questione palestinese”. Come dice anche Ahmadinejad.

BERLUSCONI LATITANTE
Berlusconi in questa estate è sembrato sparito e a volte la dimensione di un uomo si misura dallo spazio che lascia vuoto. In realtà il Cavaliere non è morto e anzi in questi mesi  se l’è tanto spassata da far pensare che forse vorrebbe abbandonare la politica. Ma in giro, alla sola ipotesi, tutti hanno avuto i sudori freddi: contro chi combatterebbe, la sinistra, se non c’è Berlusconi? Su chi farebbero sarcasmo i comici, che già infatti oggi annaspano? Chi agirebbe da coagulo per l’opposizione? Chi è il leader del centro-destra plus grand que nature come lui che potrebbe sostituirlo?
Ma l’ipotesi della mancanza del Cavaliere va fatta: è stato capace di sopravvivere al cancro ma rimane lo stesso mortale. Inoltre, non essendo un politico professionale, ha diverse corde al suo arco e potrebbe stancarsi della politica come anche dell’ingratitudine degli alleati, dell’odio fatuo di un Follini o dell’ambiguità di un Casini. Uno che tenta di camuffare da spirito di servizio la sua voglia di potere. Berlusconi ha il senso dell’umorismo: chi potrebbe impedirgli di farsi quattro risate, vedendo come se la cavano senza di lui? Lui non potrebbe che cadere in piedi. Pure divenuto un Pelìde divertito che se ne sta chiuso dentro la sua tenda, rimarrebbe ancora e sempre l’uomo che ha creato un impero economico fra i più grandi d’Italia, che è stato l’unico Presidente del Consiglio in carica per cinque anni e il combattente che alla fine, mentre i suoi alleati remavano contro e davano la partita per irrecuperabile, è riuscito a perdere per sei decimillesimi dei voti. Proprio per questo potrebbe lasciare. Ormai non ha bisogno della politica: è la politica che ha bisogno di lui.
Dunque il problema è: che ne sarebbe del quadro politico? Senza Forza Italia o comunque con questo partito ridotto ad un’eco di ciò che fu, quando mai Alleanza Nazionale riuscirebbe a convivere con la Lega? Chi impedirebbe a Fini e soci di saltare il fosso? Per quello che si può capire, un centro-destra senza Berlusconi sarebbe una coalizione retrodatata al 1994, a quella che non aveva speranza contro la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto. La sinistra vincerebbe le prossime elezioni, le successive ed anche quelle che verrebbero dopo. L’unica speranza sarebbe non il liberalismo – troppo aristocratico per essere amato dal popolo – ma, come sempre avviene per gli imperi incontrastati, la litigiosità dei diadochi. Ma quanti anni ci vorrebbero? Nel medio termine, l’Italia senza Berlusconi è l’Italia di Diliberto.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 settembre 2006

Caro Benedetto XVI,
colgo l'occasione del Capodanno ebraico per farle gli auguri che certamente lei accettera' in nome della cultura che unisce cristiani ed ebrei.
Ieri sera nelle sinagoghe di tutto il mondo i rabbini hanno suonato lo shofar dando inizio ai dieci giorni penitenziali  che si concluderanno il giorno di Yom Kippur quando quel suono straziante ci liberera' dalla penitenza e dai peccati  che  in questo periodo  ogni ebreo avra' esaminato  e discusso personalmente con D*o.
Lo Shofar che sentiamo ogni anno a Kippur,  Padre Ratzinger, serve a scuotere l'animo di chi, digiuno da 25 ore , e' la', debole e fragile,  davanti al suo Signore e quel suono  straziante e forte significa tre cose , La felicita' di essere vivi unita al pianto e al dolore per i drammi passati dal popolo ebraico.
Perche' le scrivo queste cose, Benedetto XVI?
Perche' in questi giorni di introspezione  e di pensiero vorrei che ogni ebreo si sentisse solidale con Lei per l'aggressione subita dall'islam e per l'indegno silenzio dell'Europa.
Benedetto XVI, dopo la Sua lezione di teologia,  tenuta a Regensburg, in cui Lei ha detto  che Dio e spada non possono camminare insieme, abbiamo assistito all'esplosione del mondo islamico, abbiamo visto bruciare la sua immagine per le strade del vicino e lontano oriente, abbiamo sentito urlare che l'islam conquistera' Roma e passera' gli italiani a fil di spada, seguiranno tutti i cristiani, naturalmente, per la vittoria di Maometto sugli infedeli.
Come ha reagito l'Europa allo scempio, agli insulti, alle minacce, ai roghi, Benedetto XVI?
Niente, nulla, silenzio. Non c'e' stata una sola manifestazione in Suo sostegno, nessuno  ma proprio nessuno, se non Angela Merkel e qualche sparuto giornalista, ha preso le Sue difese. In Italia Prodi ha impedito che passasse una mozione di solidarieta' verso la Sua persona e poi, tra uno sbuffamento e l'altro, e' arrivato anche a schernirla  dicendo che nel suo prossimo viaggio in Turchia saranno "le sue guardie" a proteggerla.
"buf achhhh....cosa volete che vi dica....bufff bufff ....avra' le guardie...bufff bufff"
Adesso nega Prodi ma, purtroppo per lui, esiste la televisione e tutti lo abbiamo visto, sentito e provato vergogna.

Io non amo le tattiche, sono una persona schietta, Benedetto XVI, e  mi rivolgo a Lei come a un Amico  senza la deferenza  cui Lei e' abituato quindi, dal basso della mia schiettezza, l'unico consiglio che Le posso dare, se mi permette,  e' di dimenticarsi per una volta di essere Papa, come lo hanno vergognosamente dimenticato i cristiani che non hanno difeso la sua immagine dalla barbara aggressione islamica, se lo dimentichi e non pensi di chiedere scusa a nessuno visto che nessuno doveva sentirsi offeso dalle sue parole.
Dimentichi di essere Papa e condanni a voce alta quello che stanno facendo.
Dimentichi di essere Papa e non li giustifichi.
Dimentichi di essere Papa e a testa alta glielo dica che sono dei barbari incapaci di qualsiasi dialogo.
Dimentichi di essere Papa e non tenda nessuna mano perche' e' inutile, assolutamente inutile.
Si, gli imam potrebbero anche venire a stringere la sua  e verrano, ipocriti come sono, ma questo non cambierebbe le loro idee di sopraffazione e di conquista e soprattutto non cancellerebbe il loro odio verso cristiani ed ebrei.
Purtroppo l'Occidente e' quello che e', ha perso umanita' e orgoglio diventando schiavo di un miliardo e mezzo di orde urlanti  che bruciano chiese e sinagoghe, che bruciano l'immagine della piu' alta autorita' della cristianita', che sbraitano che la bandiera verde dell'islam sventolera' su San Pietro  e questo Occidente tremolante come un budino non fa niente per difendersi e per dimostrare fierezza contro la violenza.
Esiste una reincarnazione di Hitler in Iran che ogni giorno dice di voler distruggere Israele e ogni giorno nega la Shoa' e questo Hitler iraniano  viene fatto parlare all'ONU, ennesima vergogna, e un Prodi indegno e sorridente va a parlare con lui e gli  stringe la mano.
Ma si, lo sappiamo che l'Italia ha molti interessi economici in Iran, questo pero' non puo' valere la vita di altri 6 milioni di ebrei. Le pare, Padre?
A Beiruth Nasrallah e' uscito dal suo bunker e ha organizzato una grande manifestazione per la "divina vittoria" su Israele e non era solo, Padre, era insieme a mezzo milione di persone urlanti e a rappresentanti del governo libanese.

Capisce, Benedetto XVI, che gente sono? Un terrorista fa scoppiare una guerra che  ha distrutto mezzo paese  e loro lo acclamano, convinti di aver vinto. Hanno avuto un migliaio di morti, un terzo di hezbollah distrutto, non hanno piu' case eppure acclamano il responsabile di tutto questo, superconvinti di aver vinto.
Se si pensa che in tutto il mondo arabo, ogni anno in giugno, fanno grandi parate militari per ricordare la "vittoria" della Guerra dei 6 giorni, guerra che sono riusciti a perdere appunto in meno di una settimana, si puo' capire bene la loro mentalita' malata.  
Non vogliono il dialogo, non sanno perdere, usano solo la violenza,  la loro religione e' avvelenata, loro possono insultare e minacciare, i loro media pubblicano quotidianamente vignette odiose contro ebrei e cristiani, articoli di odio e menzogne, nelle piazze  bruciano copie dei vangeli, bruciano bandiere, nei territori palestinesi bruciano chiese, urlano "morte a Israele e morte all'occidente', loro possono tutto ma guai a chi critica questo loro comportamento. Guai!
Chi dice una sola parola sull'islam e' un uomo morto.
E Lei, Padre, cerca il dialogo con questa gente?
Esiste un islam moderato? NO perche' l'islam e' malato di una malattia che si chiama odio e violenza. Esistono musulmani moderati e illuminati, un paio forse, ma l'islam in quanto fede e' solo odio, intolleranza, violenza, e desiderio di conquista.
Dimentichi di essere Papa, per un momento solo, Bendetto XVI, e non permetta loro di schiacciare anche il Vaticano come hanno fatto con l'Europa intera.
Non chieda scusa e non si preoccupi di tendere la mano perche' verrebbe morsa.
Ricordi di essere Papa per salvare questa povera e tremolante Europa che ammicca ai peggiori criminali islamici e a testa alta, altissima,  Padre,  parli dei valori della civilta', della vita sulla morte, del bene sul male.
Soprattutto del bene sul male perche' e' questo che e' stato dimenticato da coloro che
fanno parlare alle nazioni Unite un mostro cui poi vanno a stringere la mano.
Ricordi di essere Papa per svegliare chi dorme e parla di islam moderato.
Ricordi di essere Papa per salvare l'Occidente da morte sicura per suicidio.
Ricordi di essere Papa per  ribadire che Dio e spada non camminano insieme, non piu', perche' il medioevo e' finito da un pezzo.
Ricordi di essere Papa per essere Giusto come ha dimostratro finora alla luce di questi ultimi avvenimenti, vergognosi per il mondo intero.
Cordialmente

Deborah Fait  - informazionecorretta


LE GAFFE DEL GOVERNO PRODI
La sintonia fra il governo Prodi e i mercari finanziari, se mai è davvero esistita, si è molto indebolita dopo il pasticcio Telecom. La diffidenza di banchieri, avvocati d’affari e gestori per le mosse dell’esecutivo su temi finanziari, borsistici e price sensitive è in costante crescita. Il patrimonio di credibilità che Prodi aveva in alcuni ambienti internazionali (non troppi) è quasi azzerato. Un uomo pacato come Mario Monti, in un’intervista rilasciata a Repubblica, parlando del caso Telecom, ha spiegato che “non occorre sapere fino in fondo come sono andate davvero le cose, e in questi casi nessuno è in grado di conoscere la completa verità, per rendersi conto dell’esistenza di relazioni non corrette tra mondo economico e mondo politico. E questo ancora una volta ha fatto fare passi indietro nella considerazione che l’opinione pubblica internazionale ha del sistema Italia’’.
La prima incrinatura si ebbe in sede di stesura del programma dell’Unione, con la proposta di innalzare l’aliquota sul capital gain al 20 per cento. La misura non sarebbe sbagliata in sé, anche perché armonizzerebbe la tassazione italiana a quella degli altri mercati europei, ma non tiene conto della natura dei mercati. La Borsa italiana è la più piccola delle maggiori Borse europee ed è caratterizzata dalla presenza di società quotate per lo più non contendibili. Avere una tassazione più bassa è un vantaggio competitivo cui non si dovrebbe rinunciare con leggerezza. Del resto le gaffe fiscali del futuro governo – le promesse di tassazione sulle rendite finanziarie e di reintroduzione della tassa di successione – rischiarono di compromettere una vittoria elettorale che veniva stimata assai più larga di quanto non accadde.

Poi arrivò il giuramento, il 17 di maggio, e cinque giorni dopo, il 22 maggio, il neoministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, area Pdci, sfiducia il management di Alitalia a Borsa aperta dicendo che “una verifica sui vertici della compagnia di bandiera è necessaria”. Il titolo crolla in Borsa e perde oltre il 10 per cento. Non solo Bianchi non ama Giancarlo Cimoli, ma non tollera che altri dell’esecutivo lo possano apprezzare. E così lo scorso 3 settembre a chi gli chiedeva un commento sulla fiducia accordata al manager da Tommaso Padoa- Schioppa ha risposto con un meravigliato “non credo che lo abbia detto”. Se la prima uscita di Bianchi può essere ascritta a una certa forma di dilettantismo politico, la seconda segnala una scarsa aderenza alla realtà, piuttosto pericolosa per un ministro della Repubblica. La stessa sensazione che ha suscitato l’uscita del ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, che il 19 maggio, due giorni dopo l’insediamento, affermò: “Il ponte sullo Stretto non si farà. Nessuna penale sarà pagata dallo stato perché nessuna penale è prevista. L’Impregilo al massimo potrà chiedere un risarcimento per le spese effettuate sino ad ora’’. E’ quantomeno ingenuo pensare che un contratto articolato come quello del Ponte (l’amministatore delegato di Impregilo, Alberto Lina, ha impiegato due giorni per siglare ciascuna delle sue pagine) non prevedesse penali.
Dalle autostrade all’Iva sugli immobili
Qualche perplessità presso le classi dirigenti economico-finanziarie fu procurata anche da un’altra gaffe – ancorché minore – questa volta di Tommaso Padoa- Schioppa, il quale suggestionato da un articolo duro, ma non più duro dello standard, di Francesco Giavazzi sulla fragilità della politica del governo sui conti pubblici, rispose allo stesso Giavazzi e ad alcuni altri esponenti del suo network intellettuale in forma privata e con spirito di eccessivo cameratismo.
Nulla rispetto ai bizantinismi e ai continui sussulti negoziali di Antonio Di Pietro, che hanno praticamente portato all’esasperazione un carattere forte come quello di Gianni Mion, amministratore delegato di Edizione Holding, la società della famiglia Benetton, sulla partita Abertis- Autostrade: iniziativa abbastanza autolesionista che ha preoccupato il mercato per l’attivismo del governo. La sindrome di Tafazzi non ha risparmiato il viceministro con delega alle Finanze, Vincenzo Visco, anche dopo i disastri preelettorali: nella parte del decreto sulle liberalizzazioni in cui modificava la detraibilità dell’Iva sugli immobili, aveva stimato un gettito di 1,8 miliardi di euro da questa misura. Assoimmobiliare ha dimostrato che il prelievo sarebbe stato di 28-30 miliardi, ma intanto i valori di tutte le società immobiliari e dei fondi quotati erano inevitabilmente crollati.
La vicenda Rovati-Prodi-Telecom è soltanto l’ultimo atto di un lento processo iniziato quattro mesi fa: prima il documento spedito dal consigliere Angelo Rovati interpretato dai mercati come un tentativo di condizionamento di una società quotata in Borsa e poi l’insider del presidente del Consiglio su quanto riferitogli da Marco Tronchetti Provera per negare di essere a conoscenza dei progetti del capo della Telecom.
 
Dal “Foglio” del 22 settembre 2006


PRODIGIOSO
Sul caso Telecom, ci sarà il dibattito in Parlamento, nonostante la gaffe di Prodi («Andare in Parlamento?
Ma che siamo matti?»),  e, nonostante le sue ulteriori perentorie dichiarazioni («Andare al Senato? Quando mai un Presidente del consiglio va riferire alla Camera e poi anche al Senato?») il dibattito sarà anche al Senato.  
Non c'è due senza tre. Dagli Usa  il Presidente del Consiglio (!), prima d'andare a stringere la mano a quel galantuomo di 
Ahmadinejad, minimizza sui rischi d'incolumità del Papa impegnato a fine novembre in Turchia: «Non so nulla di possibili rischi per la sicurezza del Pontefice: vedranno le sue guardie».
Tombola!

cp, 21 settembre 2006


La politica estera del governo italiano rifiuta la distinzione tra il bene e il male
Verrebbe voglia di indagare su quali vantaggi la lobby iraniana fornisca a Prodi, o ai suoi collaboratori, per fargli fare - e far fare all'Italia - la figura di attore ambiguo e inaffidabile che sta sulla linea di confine tra Occidente ed Islam con un piede di qua ed uno di là. Lascio ai giornalisti investigativi questa missione, qui mi limiterò a tentare di evitare in extremis, pur improbabile, il faccia a faccia tra Prodi e Ahmadinejad dimostrando perché sia dannoso per l'interesse nazionale. Teheran, nonostante lo stato di paria internazionale, ha relazioni diplomatiche con Roma perché l'Eni ha concentrato molti investimenti in Iran per l'estrazione di petrolio e gas. In sostanza, l'Italia è ricattabile dagli iraniani. In tali casi è interesse nazionale cercare di avere buoni rapporti anche con il demonio e qui non intendo certo criticare la nostra politica estera del passato. Ma ora il demonio si sta agitando e vuole espandere l'inferno. La leadership iraniana è passata da una guida relativamente moderata (Khatami) ad una estremista (Khamenei) di cui Ahmadinejad - che ha fatto carriera come torturatore nella milizia dei Pasdaran prima di diventare sindaco di Teheran e, recentemente, capo di Stato a seguito di elezioni pesantemente truccate - è il braccio esecutivo. In Iran è avvenuto una sorta di colpo di Stato attuato dall'ala degli ayatollah radicali che vedevano in pericolo il consenso da parte della popolazione ed i loro affari, per esempio l'accesso privilegiato dei Pasdaran al business petrolifero. La nuova leadership, poi, ha visto il successo di Al Qaida nel suscitare l'orgoglio islamico e le è venuta l'idea di competere con questa per prendere il comando dello Jihad. Con un doppio vantaggio. Far diventare l'Iran la potenza principale della regione così anche dare all'elemento sciita una chance di espansione su quello sunnita. In particolare, Teheran persegue veramente l'obiettivo di distruggere Israele per guadagnarsi il riconoscimento di guida di tutto il mondo islamico. Percepisce, poi, che i suoi clienti petroliferi principali, Cina e Giappone, abbiano tanto bisogno di energia da renderli garanti contro sanzioni e azioni militari. Ma L'Iran vuole anche dall'Italia un aiuto per indebolire il fronte occidentale. Prodi da sempre dice che con l'Iran bisogna dialogare, pagando così il ricatto e/o un contratto. Ma per evitare attacchi Hezbollah alle truppe inviate in Libano ora Roma dovrà dare un aiutino in più: incontrare formalmente Ahmadinejad per riconoscerne la legittimità come interlocutore. In sintesi, l'Iran vuole più cose e più apertamente dall'Italia. Prodi ha accettato di dargliele. Nasconderà questa scelta dichiarando che il dialogo è necessario per evitare conflitti. Ma possono crederci solo gli sprovveduti. La sostanza è che la politica estera italiana sta svoltando pericolosamente da una posizione tradizionale di trasparenza, anche nelle mediazioni, ad una di opacità, dalla netta posizione occidentalista ad una ambigua. Che avrà conseguenze concrete peggiori, per caduta della credibilità, di quelle dell'eventuale danno causato all'Eni o alle nostre truppe a seguito di un netto schierarsi dell'Italia contro il nazismo islamico iraniano. Il punto: parla quanto vuoi segretamente con il nemico, ma non dargli mai un vantaggio. Prodi pensa, invece, che il darglielo possa essere bilanciato dal promettere segretamente agli alleati occidentali di inoltrare messaggi utili anche per loro. Ovviamente questi fanno buon viso. E Prodi non sa - lo informo io - che è considerato inaffidabile sia dagli iraniani sia dagli alleati. Quindi i primi lo ricatteranno di più ed i secondi lo utilizzeranno come l'utile cretino o ascaro. Eviti almeno l'incontro con Ahmadinejad fino a che non avrà dall'intelligence i rapporti su cosa esattamente si pensa di lui (Prodi «il libanese») nei governi che contano. Eviti la foto in cui un leader italiano stringe la mano al nazista islamico. Rinunci alla tentazione del denaro iraniano: è soldo del demonio, sul serio.

www.carlopelanda.com


D'Alemahamas
Se con Hezbollah bisogna dialogare perché è anche un partito politico con ministri e parlamentari oltre a sfornare terroristi, volete tagliar fuori Hamas che va be', non riconosce ad Israele il diritto all'esistenza e alleva kamikaze, ma le elezioni le ha addirittura vinte? Non fa una piega il ragionamento del nostro ministro degli Esteri: fissato il postulato libanese la logica imponeva che prima o poi il teorema avesse una traduzione palestinese. E questa, è venuta ieri in conferenza stampa nel secondo giorno della sessantunesima assemblea generale delle Nazioni Unite, mentre nella cattedrale del Palazzo di Vetro oratori grandi e piccoli alternano i loro discorsi in un rosario che sembra infinito. Ha certamente ragione Massimo D'Alema, quando dice che «lo status quo non è un'opzione» praticabile ancora a lungo, e che a Gaza «si rischia la tragedia». Garantisce l'appoggio dell'Italia e dell'intera Unione Europea agli sforzi di Abu Mazen che tenta di dar vita a un governo di unità nazionale al quale partecipino Olp e Hamas, anche se gli Usa premono sul presidente dell'Autorità palestinese affinché freni su questa strada. Però il traguardo al quale sta intensamente lavorando il nostro negli intensi colloqui di questi giorni è quello di portare israeliani e palestinesi sul tavolo del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ove a gennaio siederà anche l'Italia, oltre tutto. E se ciò può portare sotto tutela dell'Onu Israele, che ha sempre rifiutato di «internazionalizzare» i suoi rapporti con l'Anp, è più che implicito pur se D'Alema non lo dice. A Gaza la situazione è insostenibile, è l'incipit del ministro degli Esteri, «rimanere così, è un errore drammatico che può avere conseguenze incalcolabili», dunque occorre «una forte iniziativa della comunità internazionale per uscire da questa crisi, altrimenti tutta la situazione è a rischio, compreso il Libano. Perché non si può pensare che se si va a una tragedia a Gaza, ciò non si ripercuota immediatamente al Libano e all'intera area mediorientale». Domanda: dunque lei propone con Hamas, lo stesso atteggiamento che ha propugnato nei confronti di Hezbollah? E D'Alema ha risposto: «C'è anzi una differenza: che Hamas le elezioni le ha vinte. Elezioni democratiche, controllate internazionalmente, volute dagli Stati Uniti. Quindi non è possibile formare un governo democratico palestinese, che non coinvolga Hamas. A meno che non si rifacciano le elezioni∑ forse può essere un'opzione ma non spetta a noi decidere bensì al presidente palestinese. Dunque, se si vuole sbloccare la situazione, bisogna tenere conto del fatto che Hamas ha la maggioranza in Parlamento, ed è difficile fare governi senza la maggioranza. Il tentativo di Abu Mazen è quello di far nascere un governo su basi nuove, e noi dobbiamo sostenerlo». Condoleezza Rice però, ha chiesto ad Abu Mazen di frenare, sull'unità nazionale con Hamas, gli è stato fatto notare. E lui, senza scomporsi: «A noi invece, ha chiesto aiuto e sostegno, e cercheremo di convincere anche il segretario di Stato americano che questa è l'unica strada percorribile». Per andare dove? Il titolare della Farnesina ha progetti lucidi e obiettivi chiari. Punta in alto, spera di risolvere quella che chiama «la questione israelo-palestinese». Ed ecco quanto bolle nella sua pentola: «Si lavora a una riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, su proposta della Lega araba; e l'Unione Europea è favorevole a questa proposta». Con questo obiettivo: «Una riunione che si concluda con un documento che incoraggi il processo di pace, dando sostegno ad Abu Mazen nella formazione di un governo di unità nazionale palestinese». Che vuol dire «documento»? Forse una nuova risoluzione che impegni Israele ad aiutare se non Hamas almeno l'Olp di Abu Mazen? D'Alema se l'è cavata in calcio d'angolo: «Un documento, un qualcosa che possa aprire uno spiraglio... Non siamo ancora nemmeno riusciti a far convocare il Consiglio di sicurezza su questo, e già pensate a una risoluzione»?  (da Il Giornale)

XX SETTEMBRE








Othman Al-Omeir, la voce isolata di un musulmano che ha il coraggio di dire la verità sul rapporto tra l'islam e le altre religioni.
È una voce. Una sola, ma coraggiosa. Non risuona nelle moschee, ma si esprime sulle pagine on line di Elaph, uno dei giornali panarabi più letti su Internet. La redazione è a Londra, l'orientamento modernista e liberale. Basta un clic per accorgersene: sulla colonna di sinistra appaiono foto di giornaliste e cantanti arabe vestite e in pose inequivocabilmente occidentali. Ieri il direttore Othman Al-Omeir ha deciso di rompere il coro di critiche al papa - che in questi giorni ha unito moderati e fondamentalisti musulmani - pubblicando un commento in cui si ribalta la prospettiva. «Sì il Papa avrà pure sbagliato, però ha presentato subito qualcosa di molto simile a delle scuse dicendo che le sue parole sono state fraintese - si legge nel testo, rilanciato in Italia dall'agenzia Apcom -. Ma quanti sono i nostri Muftì Ulema islamici che si sono espressi per spiegare che è contrario alla spirito dell'Islam offendere i cristiani ogni venerdì nei sermoni delle nostre moschee?», si chiede Hani al Nakshabandih, che giudica «strumentale» la protesta, perchè «le parole di Benedetto XVI non possono in alcun modo minacciare l'Islam, nè intaccare la figura del Profeta». Tanto più che la Santa Sede da tempo dimostra grande cautela e rispetto nel porsi verso le altre religioni. E Benedetto XVI non ha certo rinnegato la linea del dialogo. Si può dire altrettanto dei religiosi musulmani? No, secondo l'editorialista di Elaph, che, con notevole audacia, elenca i torti «quotidiani» commessi dall'Islam, nei confronti delle altre religioni: «Noi commettiamo errori mille volte più del Papa - scrive - Nei sermoni del venerdì insultiamo cristiani ed ebrei, chiedendo a Dio di distruggerli». E ancora: «In ogni scuola, inculchiamo ai nostri alunni che i cristiani sono impuri ed andranno all'inferno. In ogni casa cresciamo i nostri figli insegnando che cristiani ed ebrei sono i nostri principali nemici e che dovremo ucciderli altrimenti loro ammazzeranno noi». «Ma i nostri Ulema tacciono, salvo poi scattare all'unisono quando il Pontefice parla della persona del Profeta». È un'ipocrisia, inaccettabile per Hani al Nakshabandih. «I dotti dell'Islam rispondono all'errore con un'altro errore: offendere Maometto, non è più grave dell'insulto ai cristiani». L'accusa è durissima e difficilmente passerà inosservata. Nell'impeto polemico, il giornalista lascia intendere che in tutte le moschee si propaghi l'odio. Non è così. Dimentica di ricordare che la diffusione del fondamentalismo islamico non preoccupa solo noi occidentali, ma anche, se non soprattutto, i Paesi arabi, che, per arginare il contagio, impongono controlli serrati nei luoghi di culto. L'Università del Cairo di Al Ahram, considerata il «Vaticano» dei sunniti, non è certo una congrega di estremisti. E i riti delle congregazioni Sufi sono un inno alla spiritualità, non certo al radicalismo. Nonostante tutto l'Islam continuare ad avere più volti. Ma l'editorialista di Elaph non sbaglia nel denunciarne l'aspetto più aberrante e retrogrado: quello del wahabismo ovvero una setta della penisola arabica fondata nel 1700 e che ha avuto a lungo un'influenza marginale, ma che grazie ai generosi finanziamenti degli sceicchi sauditi fa proseliti nel mondo. Qualche mese fa la Freedom House, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca americani, ha monitorato i sermoni dei clerici wahabiti sia in Arabia Saudita sia in Occidente. C'è da rabbrividire. Altro che dialogo, altro che comprensione. Quegli imam diffondono un Credo totalitario intriso di violenza, che trova eco persino in alcuni documenti ufficiali del governo di Riad. Si sostiene che è un obbligo religioso per ogni musulmano odiare cristiani ed ebrei e che non bisogna imitarli, nè fraternizzare con loro nè aiutarli in alcun modo. Guai a salutarli per primi, guai a porgere gli auguri a Natale. La democrazia è anti-islamica e dunque va respinta. I «Fratelli» che si trovano nelle terre dei miscredenti devono comportarsi come se fossero in missione dietro le linee nemiche, acquisendo nuove conoscenze e fondi da usare per la Guerra Santa o facendo proselitismo. Qualunque altra ragione non è ammessa. E chi osa convertirsi sappia che verrà ucciso. Così si parla nelle moschee e nelle scuole coraniche wahabite. Il problema è innanzitutto lì.

marcello.foa@ilgiornale.it


Un'altro pericoloso criminale sfuggito alle spranghe rosse...
SPRANGHE ITALIANE PER IL MARTIRE CINESE
Da DAGOSPIA
Riceviamo e pubblichiamo:
Visto che nessuno ne parla, ti segnalo ciò che è avvenuto a Roma, quartiere San Lorenzo, venerdì 15 settembre scorso, ore 11. In una libreria, il martire cinese - 20 anni di Laogai, il gulag cinese - Harry Wu doveva presentare il suo libro sugli oltre 1100 campi di concentramento, dove il sistema del lavoro forzato rappresenta una delle basi portanti del boom economico della Cina.
La presentazione, però, non si è potuta svolgere, perché una cinquantina di attivisti comunisti, armati di bastoni e spranghe, ha bloccato l'ingresso nella libreria. Le persone che volevano assistere al dibattito sono state aggredite. Altri giovani sono stati rincorsi e malmenati per le strade del quartiere. Lo stesso Harry Wu a stento si è sottratto al linciaggio.
Soltanto dopo mezz'ora sono intervenute le forze dell'ordine, ma ormai gli aggressori si erano dileguati. Harry Wu, 20 anni di gulag in Cina più una tragica mattinata romana.

Giancarlo Lehner


Un'altra pericolosa criminale sfuggita alla Giustizia...
Appartengo a quell'esigua minoranza di italiani che non ha né adorato né detestato gli scritti di Oriana Fallaci di questi ultimi anni post-unidicisettembre. Il più delle volte, li ho comunque trovati non banali, e quindi non "inutili".
Ho invece profondamente detestato, e trovato assai peggio che "inutili", i tentativi di vietare la circolazione di quegli scritti; soprattutto, trovato allucinante e tutto sommato imbarazzante il fatto che quei tentativi abbiano trovato un qualche seguito nella benemerita Giustizia Italiana.
Nel maggio 2005 Oriana Fallaci venne rinviata a giudizio per vilipendio della religione islamica. Non a Teheran o a (arabia saudita), bensì a Bergamo, tribunale competente per territorio in quanto è là che ha sede la tipografia che diede alle stampe il suo pamphlet "La forza della ragione": il GIP Armando Grasso ordinò anche il sequestro, presso la tipografia, del libro "incriminato".

Si trattò di un'operazione-fotocopia rispetto a quella che in Francia nel 2002 aveva visto processata la Fallaci per il libro "La rabbia e l'orgoglio", su denuncia delle associazioni "Movimento contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli" (Mrap), "Lega dei diritti dell'uomo" (Ldh) e "Lega internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo" (Licra - quest'ultima per la precisione si era limitata a chiedere che l'editore francese inserisse una fascetta sulla copertina del libro per mettere in guardia il lettore sulle espressioni contro l'Islam in esso contenute).
In quel caso, però, era stato dapprima negato il sequestro (sul semplice presupposto che tanto il libro aveva ormai ampia diffusione in tutto il mondo), e poi scagionata la scrittrice da tutte le accuse.
Invece a Bergamo l'operazione trovò terreno più fertile, nonostante all'udienza preliminare, si badi, il PM avesse chiesto l'archiviazione: il Giudice, in dissenso dal PM (che per tale ragione chiese ed ottenne di essere sostituita) ritenne ugualmente di procedere al rinvio a giudizio, e diede così corso ad un processo nato da un esposto del presidente dell' "Unione musulmani d'Italia", il tristemente noto sig. Adel Smith. Ecco alcuni dei passaggi che il GIP ritenne "inequivocabilmente offensivi nei confronti dell'Islam":
"...in una donna il Corano vede anzitutto un ventre per partorirE...";
"...la macellazione halal è una barbarie...";
"...il razzismo islamico, cioè l'odio per i cani-infedeli, regna sovrano, e non viene mai processato, mai punito... i musulmani dichiarano apertamente: Dobbiamo approfittare dello spazio democratico che la Francia ci offre, dobbiamo sfruttare la democrazia, cioè servircene per occupare territori... non pochi di loro (i musulmani) aggiungono (che) Hitler era un grand'uomo";
"... (i musulmani affermano che)... la biologia è una scienza invereconda perché si occupa del corpo umano e del sesso...";
"...l'infibulazione è la mutilazione che i musulmani impongono alle bambine per impedire loro, una volta cresciute... di godere l'atto sessuale. È la castrazione femminile che i musulmani praticano in ventotto paesi dell'Africa islamica, e per cui ogni anno due milioni di creature muoiono per sepsi o dissanguamento...".
All'udienza del 26 giugno 2006, il giudice Beatrice Siccardi aveva ammesso la costituzione di parte civile di Adel Smith (anche se solo in qualità di "persona professante la religione islamica", rigettando, invece, la sua costituzione di parte civile in qualità di sedicente "ministro del culto islamico" e legale rappresentante dell'associazione da lui presieduta).
La Fallaci quando seppe del rinvio a giudizio aveva commentato così: "Se la sentenza dirà che La Forza della Ragione costituisce reato, il ridicolo cadrà sull'intero sistema giudiziario"...
E poi, beffarda, aveva aggiunto: "ma non potendomi processare anche da morta, che cosa faranno? Scoperchieranno la mia tomba, distruggeranno la lapide come fanno i naziskin nei cimiteri degli ebrei?".

ale.tap  18 settembre 2006


PERCHE’ LE SCUSE SE NON C’E’ UNA COLPA?
No. Non sono migliori di noi. Non lo sono e non dovrebbero esagerare nelle loro pretese di scusa, nelle loro minacce inconsulte che si ripresentano ogni volta che si sentono offesi o criticati nel loro credo o meglio, nel loro modo di esprimere la fede, ché la fede in qualcosa è seria e credibile, solo se il modo in cui viene esternata
è altrettanto serio, scrupoloso, rispettoso.
L’Islam radicale, quello “politicizzato” che sfrutta la miseria e l’ignoranza di molti popoli è tornato a farsi sentire, attraverso i suoi Imam, i suoi Ayatollah, i proclami di una delle sue peggiori appendici politiche, Mahmoud Ahmadinejad. Ha smentito sé stesso. Come per le vignette esposte dal Der Standard alcuni mesi fa, così per le parole del Papa, l’Islam ha dimostrato di non conoscere il linguaggio della parola, ma delle minacce, delle armi, dell’odio, del complesso di superiorità.
Non sono migliori di noi. E non siamo migliori di loro. Essi non hanno il nostro senso del dialogo e noi non abbiamo la loro perseveranza, il coraggio di insistere nell’affermare ciò che è vero.
Perché ieri Benedetto XVI ha sentito l’esigenza di “chiedere scusa” e di “mostrarsi rammaricato”? Perché ha dato vita ad una commedia degli equivoci che non c’è? Non si cita un discorso medievale se non se ne appoggia il pensiero e non si cita un passo specifico, antichissimo, ricercato, scritto da Manuele II, Paleologo, uno degli ultimi imperatori che cercarono di conservare cultura e territori dell’Impero Romano d’Oriente, appena trentadue anni prima della caduta definitiva di Bisanzio in mano ai Turchi se non si vuole dire qualcosa che non deve essere smentito il giorno dopo. Un passo che richiama i 26 Dialoghi dell’opera di quell’imperatore dal titolo “Apologia contro l’Islam”.
Scandalo! Apologia contro l’Islam, qualcosa che in questi anni non può essere toccato, non può essere criticato. Non è colpa di Benedetto XVI (di cui pure non approvo l’ortodossia di certi pensieri), o colpa di quell’Imperatore se Maometto nel Corano mostrava il suo contraddittorio atteggiamento fra la sura 2, 256 in cui si dice che “nessuna costrizione nelle cose di fede…”, e quelle successive in cui Il Corano, pur non parlando mai esplicitamente di Jihad, ovvero di “Guerra Santa”, autorizza i Musulmani ad “entrare in guerra contro coloro che li combattano in virtù della religione”. Non è colpa di un qualsiasi discorso pontificale o di qualsiasi riunione parrocchiale se il Corano considera questa guerra che è comunque una guerra santa come  fard kifâya, ovvero un dovere obbligatorio solo collettivamente, al punto che un esercito deve organizzarsi per questo e che deve diffondere nella “terra degli infedeli” la vera fede. Qual è la vera fede? La mia, per me.
Io, però non mi sono mai offeso quando mi sono sentito chiamare “infedele” o quando l’Occidente è stato paragonato a Sodomia e Gomorra. Ma mi offendo se la loro fede è ammazzare una suora cristiana in Somalia, dove i musulmani paladini della vera fede, quella della costrizione, e mi offendo anche se, a differenza loro, la mia fede impone il perdono.
La nostra civiltà ha partorito la bomba atomica, ma la loro ha partorito l’uccisione di migliaia di profeti, di sette, di gruppi, di Imam, tutti musulmani, perché perfino al loro interno, fra Sunniti e Sciiti, dopo la morte del profeta Maometto, si contestava a chi appartenesse la vera fede, chi fosse la vera “guida. Forse neppure essi sanno ancora qual è la vera fede. Preferiscono scoprirla, attaccando quella degli altri, così non ci sarà da scegliere e noi non possiamo sempre inchinarci e chiedere scusa, in nome del dialogo, perché in questo modo, come ha fatto ieri Benedetto XVI, finiremo con l’uccidere il dialogo e favorire la loro voce, quella della violenza pura che impone fedi e credenze.
 

Angelo M. D'Addesio

Hezbollah addestra bambini e adolescenti alla "guerra santa"
Sul tema Hezbollah e guerra in Libano, da Israele Alberto Levy  segnala un articolo di Aaron Klein- http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3304257,00.html - che racconta l'opera di indottrinamento svolta nei confronti di bambini e adolescenti dal movimento estemista sciita.
Nel reportage, che parte da materiali raccolti dall‚esercito israeliano nel Sud del Libano e resi noti dal Terrorism Information Center, si riferisce che i "Guerrieri di Dio" gestiscono un singolare e bellicoso movimento giovanile, gli scout del Mahdi. Il Mahdi è la versione sciita del Messia, un condottiero morto mille anni fa che dovrebbe tornare un giorno per guidare i fedeli al trionfo conclusivo. E questo è anche lo scopo degli scout che, alternando l'insegnamento delle tecniche di combattimento all'indottrinamento religioso, vengono preparati allo scontro finale contro il "male". In pratica, si tratta di reclute per Hezbollah: secondo il centro di studi israeliano almeno 42 mila giovanissimi libanesi tra gli 8 e i 16 anni di età, organizzati in 499 gruppi e allenati nei campi di Beirut, della valle della Bekaa e del Sud Libano dove Hezbollah ha le sue roccaforti. A completare la loro preparazione intervengono anche guardie della rivoluzione iraniana, direttamente da Teheran che sostiene finanziariamente l'"acculturamento". Secondo un'inchiesta pubblicata in agosto dal quotidiano egiziano Ruz al-Yusuf, il loro è un vero addestramento militare, con simulazioni di attacchi e fin dall'inizio, l'indicazione di una precisa incarnazione del male: Israele. E molte date da celebrare, come il compleanno del Mahdi e l'11 settembre. A 17 anni sono pronti per passare dalla teoria alla pratica. Da questo vivaio arrivano, secondo Israele, almeno 120 guerriglieri Hezbollah morti "in azione", vuoi nel conflitto libanese, vuoi in attacchi suicidi. Tutto questo avviene, pare, sotto l'egida del ministero libanese per l'Istruzione.


Telecom, dieci anni di colpi di scena
Non c'è pace per Telecom dopo 9 anni dalla sua privatizzazione, avvenuta nell'ottobre del 1997. L'avvicendamento tra Marco Tronchetti Provera e Guido Rossi è l'ennesimo cambio della guardia al vertice del gruppo di telecomunicazioni, che curiosamente riporta sulla poltrona di numero uno proprio colui che condusse la società fuori dal controllo pubblico.

Ma cosa è successo in questi ultimi anni? (Fonte  "Il Sole 24 Ore")

20 OTTOBRE 1997. Aperta l'offerta pubblica di vendita di Telecom. Gli investitori privati possono comprare le azioni a 10.908. L'operazione si chiude il 24 ottobvre e lo Stato guadagna 26.000 miliardi di lire.

19 NOVEMBRE 1998. Ai vertici della Telecom arriva Franco Bernabè.

20 FEBBRAIO 1999. Olivetti e Tecnost di Roberto Colaninno, lanciano una offerta pubblica d'acquisto e scambio riuscendo ad ottenere, dopo un braccio di ferro con Bernabè, il controllo della società, con una quota del 52%.

28 GIUGNO 1999. Ancora cambio al timone di Telecom Italia. E' il turno di Roberto Colaninno.

28 LUGLIO 2001. Pirelli ed Edizione Holding, attraverso Olimpia, rilevano il 100% della partecipazione della finanziaria lussemburghese Bell in Olivetti, pari a circa il 23% della società che controlla Telecom Italia: finisce così l'era Colaninno. Il giorno dopo sul ponte di comando vengono chiamati Enrico Bondi e Carlo Buora.

28 SETTEMBRE 2001. In Olimpia entrano anche Unicredit e Banca Intesa.

14 FEBBRAIO 2002. Tronchetti afferma: «fare di Telecom l' azienda leader tra le società di tlc in Europa» e ridurre la catena di controllo del gruppo Olivetti-Telecom.

30 AGOSTO 2002. Bondi lascia Telecom per la Premafin.

5 SETTEMBRE 2002. Riccardo Ruggiero entra in cda al posto di Bondi e viene nominato amministratore delegato per la telefonia fissa.

9 DICEMBRE 2002. Lo Stato, dopo 70 anni, esce dai telefoni. Il Tesoro annuncia di aver ceduto la quota residua ancora detenuta in Telecom Italia, pari al 3,5% delle azioni ordinarie e allo 0,7% di quelle risparmio.

19 DICEMBRE 2002. Emilio Gnutti, ritorna nel colosso telefonico. Hopa entra in Olimpia con una quota del 16%.

12 MARZO 2003. Tronchetti squarcia il velo sui piani di accorciamento della catena di controllo. Si profila la fusione di Telecom Italia nella controllante Olivetti e la nascita di una nuova società che si chiamerà Telecom Italia: sparirà così il marchio storico Olivetti.

11 GIUGNO 2003. Telecom cede la sua quota di Seat Pagine Gialle.

4 AGOSTO 2003. Chiusa la fusione di Telecom Italia in Olivetti. In Borsa cominciano le negoziazioni delle azioni di Telecom Italia, la società nata dalla fusione.

3 GENNAIO 2005. Telecom Italia lancia un'opa da 14,5 miliardi di euro sulla controllata Tim. L'offerta si chiude il 21 gennaio con l'ulteriore accorciamento della catena di controllo voluto da Tronchetti. L'obiettivo della fusione è quello di contenere con i profitti di Tim il debito della capogruppo.

10 AGOSTO 2005. Telecom cede la controllata Tim Perù. È una delle numerose dismissioni estere concluse dalla società per ridurre l'indebitamento.

4 GENNAIO 2006. Emilio Gnutti lascia Olimpia e il gruppo per motivi di salute. Il finanziere bresciano è travolto dallo scandalo Antonveneta. Ora bisognerà decidere il destino dei rapporti tra Hopa, orfana di Gnutti, e Olimpia, di cui la finanziaria detiene il 16%.

6 FEBBRAIO 2006. I soci di Olimpia inviano una disdetta dei patti che li legano a Hopa. La società sarà liquidata in denaro.

27-28 MARZO 2006. Banca Intesa prima e Unicredito poi escono dai patti di Olimpia.

7 SETTEMBRE 2006.  Sul megayacht del magnate australiano Rupert Murduch, Tronchetti Provera incontra il patron di Sky. Sul tavolo il possibile accordo sui contenuti.

11 SETTEMBRE 2006. A un anno e mezzo dalla fusione, Tronchetti annuncia in cda lo scorporo e la societarizzazione di Tim. Ancora una volta, l'obiettivo dell'operazione è quello di ridurre il debito di Telecom Italia salito nel primo semestre 2006 a 41,3 miliardi.

18 SETTEMBRE 2006. Dopo le polemiche politiche che hanno investito il piano gruppo, le reazioni critiche del governo e di vari esponenti delle forze politiche, nel corso di un cda straordinario di Telecom, Tronchetti Provera presenta le dimissioni da presidente del gruppo.


SCONTRO DI CIVILTA
Il sismografo della Jihad sta per toccare un picco altissimo, ma in Occidente - e nel nostro Paese in particolare - nessuno sembra rendersene pienamente conto. Benedetto XVI a Ratisbona ha tenuto un discorso sull'Islam che era una mano tesa ai fedeli di Allah, ma i fondamentalisti islamici e le loro cellule in Europa stanno strumentalizzando le parole del Pontefice per alimentare la Guerra Santa.
Il discorso di Ratisbona  è uno splendido percorso storico-teologico sulle radici dell'Islam e sulla nascita della Jihad. Non è affatto - come in queste ore affermano fondamentalisti e anche quelli che dovrebbero rappresentare l'Islam cosiddetto moderato - un'equiparazione tra Guerra Santa e religione.
La frase sotto accusa è questa:
(...) Nel settimo colloquio (controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jiha¯d (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione  è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia... Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per
colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte...". (...)

Chi avrà la pazienza di leggere l'intero discorso del Papa potrà apprezzare la raffinatezza dell'argomentare e il delicato rispetto di Benedetto XVI per l'Islam. Ma purtroppo la realtà è ben diversa da una disputa dottrinaria. Il reale obiettivo di chi contesta il discorso di Ratisbona è quello appunto di alimentare lo scontro, iniettare altro carburante sui gruppi radicali che sono pronti a colpire. Questo obiettivo verrà raggiunto grazie al formidabile uso dei mass media da parte di chi ha interesse a radicalizzare ancora di più lo scontro di civiltà (sì, qui lo chiamiamo con il proprio nome).
La rete televisiva Al Jazeera fa parlare gli Imam, dedica un editoriale alla vicenda arriva a sostenere - mistificando le parole del Papa - che il «Capo della chiesa cattolica ha detto che il cristianesimo è retto dai principi della ragione, mentre nell'Islam la volontà di Dio non è soggetta alla ragione o alla logica». E alla fine tradisce la vera strategia che sta dietro la messe di critiche contro il Papa, la medesima strategia che ha provocato la crisi delle vignette danesi. Per Al Jazeera infatti si prepara una polveriera, «reazioni non lontane da quelle provocate dalla vicenda delle vignette».
Il tam tam ha già fatto il giro del mondo islamico.
I religiosi del Kuwait chiedono le scuse e parlano di "crociata", i giornali egiziani condannano le parole del Papa, i musulmani francesi pure, quelli Turchi lo dipingono come persona indesiderata e sperano che non si rechi in Turchia a fine novembre, i forum di al Qaeda hanno già toni minacciosi, i musulmani italiani lo accusano di non volere il dialogo interreligioso, il portavoce di al Fatah parla di insulto.
Sono parole dettate in alcuni casi da ignoranza, in altri da una strategia che ormai punta direttamente allobiettivo più alto.
Non tarderemo a vederne le conseguenze.

Mario Sechi  - mariosechi


Ciao Signora, non addio!
L'alieno che si era annidato dentro il suo corpo e' morto, Signora, finalmente non c'e' piu', finalmente ha cessato di farle del male ma non lui ha vinto.
La vittoria e' Sua, Signora, perche' Lei vive, Lei vivra' nel cuore e nella mente di tutti, amata, ammirata, onorata dagli amici, odiata in silenzio dagli ipocriti che oggi scrivono di Lei, odiata apertamente da coloro che i Suoi scritti hanno portato allo scoperto, criminali violenti nemici del Bene, della Vita e della Civilta'.
In questa lettera non posso chiamarla Oriana e darle del tu come in passato, devo chiamarla Signora con la esse maiuscola e darle del Lei con tutto il rispetto che si deve alla Persona eccezionale che e' stata, al Suo coraggio, al Suo dolore e alla Sua  "sfacciata" sincerita'.
Coraggio e sincerita' che hanno scandalizzato gli ipocriti, sepolcri imbiancati, quelli che oggi scrivono di "Oriana, grande scrittrice e giornalista".

Coraggio e sincerita' che hanno fatto esplodere il mondo islamico contro di Lei, testimone di una inconfutabile e spaventosa verita'.
Coraggio e sincerita' che hanno deliziato coloro che l'amavano e credevano alla verita' delle Sue parole, che condividevano la Sua rabbia e che vivevano dolorosamente il Suo e nostro orgoglio calpestato da tanti, dai piu'.
Oggi, Signora, giornali e televisioni sono piene di necrologi che io non voglio leggere per evitare la nausea e  la rabbia.
Quando ho saputo della Sua morte, Signora, stavo uscendo dall'ospedale, a casa non ho acceso il computer, non ho voluto  leggere nemmeno una riga che parlasse di Lei.
Voglio essere qui, sola con Lei e i sentimenti che provo senza farmi contaminare dalle lacrime di coccodrillo dei tanti che l'hanno offesa, schernita, criminalizzata, condannata.
Voglio dirle che, dopo aver letto i Suoi ultimi libri,  il mondo occidentale fa forse meno schifo perche' qualcuno si e' svegliato. Forse qualcuno, dormiente,  ha capito e molti, moltissimi Le danno ragione anche se molti, moltissimi non hanno il coraggio per dirlo apertamente e chi ha coraggio non ha forza perche' in minoranza.
La Sua voce, Signora,  la sua voce roca, fortissima e piena di rabbioso dolore, ha scosso molte coscienze ma se qualcuno non avra' il coraggio di amplificarla e di trasformarla in politica allora saremo perduti.
Purtroppo la mediocrita' e' sempre in maggioranza e, tra vigliacchi, invasati e ipocriti,  il mondo e' nelle loro mani per portarci tutti verso la fine della civilta' occidentale incontro a Shaarie varie, come proposto dall'Olanda, gole tagliate e teste mozzate, crocefissi scagliati dalla finestra, ebrei malmenati e uccisi, il tutto accompagnato dallo sventolio delle bandiere dell'islam e  della "pace", incrociate  e grondanti sangue.
 Signora, Firenza, la Sua citta'  tanto amata, le ha negato il Fiorino d'oro, riconoscimento ai fiorentini che hanno fatto grande il nome di Firenze.
Glielo ha negato chi vuole distruggere la Bellezza, la Civilta', l'Arte per rendere Piazza della Signoria un immondezzaio. Glielo hanno negato quelli che la chiamavano  razzista perche' scriveva la verita'. Quelli, loro si abominevoli razzisti ma soprattutto stupidi idioti ,che volevano trasformare un diamante in un pezzo di vetro di bottiglia in nome della '"vicinanza tra i popoli" . 
Vergogna a Firenze!

Quando e' stata proposta la sua candidatura a Senatrice della Repubblica gli ipocriti sepolcri imbiancati e i portatori di odio si sono ribellati e a gran voce hanno istericamente gridato NO.
Vergogna all'Italia.
La saluto Signora, La saluto Oriana, con tutto il rispetto e l'amore che si devono a una persona come lei che  ha combattuto non solo  l'alieno che le distruggeva il corpo ma tutti gli altri alieni che volevano distruggere, senza riuscirci, la Sua anima.
Loro sono spazzatura, Signora, e, anche se vivi, sono morti per la storia.
Lei e' viva, Signora e sara' sempre ricordata tra i Grandi.
Una Grande Fiorentina alla faccia di molti suoi concittadini disonorati e disonorevoli. Una Grande Italiana alla faccia di tutti gli isterici che l'hanno insultata.
Una Grande Eccezionale Persona alla faccia dei mediocri vigliacchi che urlavano contro di Lei nelle piazze e davanti ai tribunali che volevano "giudicarla" e, possibilmente anche "giustiziarla".  
La ringrazio Signora, per quello che e' stata, per quello che e' e sempre sara' nel cuore di chi ama la Liberta'.
Non le dico -addio- ma Ciao Signora, Ciao Oriana e Grazie.
 
Deborah Fait - informazionecorretta.com


Ciao Oriana








La sindrome della merchant
Purtroppo. Puntualmente, quando si tratta di Telecom Italia, misteriosi gnomi, talvolta anche di elevata statura, si mettono in movimento e combinano guai.
È accaduto anche questa volta. Angelo Rovati, fidato consigliere di Romano Prodi, pochi giorni prima dell'approvazione del riassetto del gruppo ha sottoposto all'attenzione dei vertici di Telecom (vedere articolo) un vero e proprio piano alternativo. Accompagnato da un biglietto intestato «Presidenza del Consiglio».
Il documento è simile a tanti altri che le banche d'affari sfornano quotidianamente. La proposta è di scorporare la rete facendo entrare nel capitale la Cassa depositi e prestiti e altri soci di minoranza. Con il ricavato si risolverebbe, secondo lo studio, il problema del debito del gruppo.
Il piano approvato dal Cda di Telecom l'11 settembre prevede sì lo scorporo della rete, ma anche quello della telefonia mobile. Il Governo, e gran parte dell'opposizione, non l'hanno accolto bene.Si teme che lo "spezzatino"impoverisca il Paese, che Tim finisca agli stranieri e che la rete debba essere riacquistata dallo Stato. Il presidente del Consiglio Romano Prodi manifesta il suo disappunto perché nell'incontro del 2 settembre il leader di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera, che aveva insistito per vederlo, non lo avrebbe informato delle sue vere intenzioni. E ieri una nota di Palazzo Chigi ha reso pubblico nel dettaglio quanto Tronchetti Provera avrebbe detto a Prodi quel giorno.
A questo punto però Prodi deve chiarire che ruolo hanno avuto Rovati ed, eventualmente, altri suoi collaboratori nel tenere i contatti con Telecom Italia. Tronchetti Provera non ha mai smentito di non aver informato Prodi.

Ma quanto sapeva Rovati dei progetti che bollivano in pentola a Milano? Che cosa ha riferito a Palazzo Chigi? Perché si è sentito libero di presentare a Telecom Italia un piano di riassetto del gruppo? Chi ha fatto quel piano? Egli stesso? O una banca d'affari magari con interessi indiretti nella partita? E chi sono i soci di minoranza che sarebbero dovuti entrare nella societàrete? Un gruppo o una cordata precostituita? E c'è anche un'aggravante: nel piano si lascia capire che a completare il disegno sarebbe stato allentato quel morso regolamentare tanto sgradito a Telecom.Icasi sono due.O Rovati,nella sua veste di consigliere appassionato e non remunerato, si è preso, per così dire, un eccesso di delega e si è mosso per suo conto. Oppure gli uffici di Palazzo Chigi erano informati di quanto stava per accadere e hanno tentato di imporre un piano alternativo che il capo di Telecom ha fatto suo solo in piccola parte.
Insomma è possibile che la politica, ancora una volta,abbia messo lo zampino là dove le regole del mercato dovrebbero essere sovrane. Andando oltre il suo legittimo diritto di valutare anche negativamente le scelte compiute dalle imprese titolari di concessioni, tanto più in un settore strategico come le telecomunicazioni. E il piano Telecom presta il fianco a numerose critiche come «Il Sole24 Ore»non ha mancato di sottolineare.
Lo scambio di accuse tra Prodi e Tronchetti Provera, culminato con la nota di ieri di Palazzo Chigi, certo non giova a ridurre la tensione che circonda l'operazione approvata da Telecom Italia. Il cui esito finale, cioè l'eventuale cessione totale o parziale delle due società scorporate, è ancora tutto da scoprire.

Di Orazio Carabini,  per "Il Sole 24 Ore"

Emma la cinese" e i "giapponesi di Prodi"
Ammettiamo pure che le (peraltro ben argomentate) polemiche avanzate in questi giorni sulla "distrazione" del Ministro Emma Bonino quanto al problema dei diritti umani durante la missione cinese del Governo Italiano siano dettate dalla faziosità.
Ammettiamo che questa non fosse l'occasione adatta - anche se "a occhio nudo" sembrerebbe proprio lo stesso tipo di occasione in cui nel recente passato i radicali non mancavano di farsi sentire: a livello comunitario, nazionale, persino regionale. Specie in occasione di viaggi d'affari del governo italiano, come quello di questi giorni.
Però ammettiamo, ammettiamo pure. Gli è che anche ad ammettere tutto, a me questo "scarso attivismo" dei radicali nel denunciare l'inferno cinese e i suoi amici ( che andrebbe denunciato proprio ora, al "momento giusto"...), fa una certa impressione. Evidentemente perché ero abituato ad altri "tempismi".
E ancora più impressione mi fa leggere le giustificazioni di Emma che, intervistata sul Corriere, abbozza che "suo compito è seguire la parte economica" (ah), che "i suoi contatti sono tutti esuli" (beh), che "il protocollo non lo prevede" (ah, beh...)... e che, insomma, siccome 'sta Cina mica possiamo bombardarla... "non vedo alternative"(...!).
Le successive rassicurazioni dell'ultim'ora, poi, suonano tardive e un po‚ troppo spicce, e perciò decisamente controproducenti (dalle mie parti diciamo "pèso el tacòn del buso", peggio la toppa del buco).
Certo, l'obiezione è fin troppo facile: "da che pulpito viene la predica", il precedente governo di centrodestra mica ha fatto di più e meglio.

Può darsi, però Berlusconi, a differenza di Prodi, i radicali con sé al governo mica li aveva: nella mia visione, la differenza si dovrebbe avvertire. E invece, per ora, tarda a farsi sentire.
Del resto, nel recente passato (ma anche in quello un po‚ meno recente...) i radicali erano sempre all‚opposizione (di tutto e di tutti, maligna qualcuno); tant'è che oggi gli unici a tenere il punto alla "vecchia maniera" sono quei pochissimi che hanno scelto di essere "radicali di opposizione" rispetto al centrosinistra prodiano.
Ma c'è di più: mi pare infatti che la questione NON sia circoscritta a quest'ultimo episodio del viaggio in Cina (ah, il viaggio in Cina: emblema tragico e sublime della spregiudicatezza realpoliticista, da Nixon & Kissinger in poi).
Analoghe considerazioni si potrebbero fare, ad esempio, su come in questi mesi i radicali non sembrano affatto aver "marcato stretto" Prodi quando è andato a fare affari con Vladimir Putin.
A Berlusconi, invece, ad ogni incontro con l' "amico Vladimir" non si tralasciava mai (giustamente) di ribadire le fatidiche "due domande" sul regime; mentre a Prodi si è "lasciata passare" una allegra scorpacciata a base di mega-accordo Eni-Gazprom con aggiunta di accordo Finmeccanica-Sukhoi e contorno di intese bancarie e contratti vari... business as usual, senza alcun fastidioso accenno al "dettaglio" dei diritti umani.
Quindi, non resta che rassegnarsi?
Stare al governo significa saper tenere a freno la lingua, almeno in pubblico?
Io ancora non dispero, e resto in attesa della smentita ("spero di essere presto smentito dai fatti...") che auspicai a maggio. Certo, più i mesi passano, e più temo di non aver sbagliato a non dare il mio voto ai "giapponesi di Prodi". Ma la speranza è l'ultima a morire. Anche quella dei dissidenti cinesi (esuli o no).   ale tap. 14 settembre 2006

Il Male e' entrato alla Camera dei Deputati.
Hanno toccato il fondo. Hanno sporcato la democrazia,  hanno gettato la vergogna sull'Italia, hanno voluto commemorare la gioia provata quando i loro compari terroristi hanno fatto l'attentato alle Torri Gemelle e, per festeggiare al meglio questa giornata a loro cara, in cui 3000  americani trovarono la morte, hanno organizzato un summit per chiedere l'eliminazione di Israele, lo stato degli ebrei.
La Iadl,  i comunisti italiani, quelli di Diliberto per intenderci, quelli che tremano rabbiosi al solo nominare Israele e che lo vorrebbero cancellato dalla cartina geografica, come predica ogni giorno il criminale Ahmadinejad, questi i gruppi, vicini all'Ucoii, che hanno avuto l'iniziativa.

E chi hanno invitato? la feccia dell'ebraismo, un fetente dei Neturei Karta, gruppetto sparuto di fuori di testa che si e' sempre distinto per antisemitismo, collaboratori dei terroristi.
Feccia che nessuno nel mondo ebraico riconosce, che nessuno nomina, esistono perche' si nutrono del loro odio, perche' questo odio gli porta soldi e notorieta'.
Feccia indegnamente ospitata alla Camera dei Deputati, sede della democrazia italiana ormai morente e il cui cadavere sta per finire in mano a gente senza scrupoli e senza morale.
Feccia che chiede l'eliminazione di Israele, ebrei ai forni, ammazziamoli tutti questi ebrei e finalmente ci sara' la pace nel mondo!
Tre clerici uniti nel nome di Allah contro la democrazia, l'ebreo antisemita, il musulmano antisemita e il cattolico antisemita.
Che goduria ragazzi.
Ieri tutto il mondo civile ricordava l'orrore dell'11.9 e loro  si sono riuniti per augurarsi a vicenda un altro orrore, la fine di Israele.
''La vera pace nascera' da un pacifico smantellamento del regime sionista''.
Dice il rabbino feccia.
E il comboniano, uno di quelli che recitano messe per i terroristi, gli risponde: ''quella terra non appartiene ne' a Israele ne' alla Palestina, appartiene a Dio: ecco perche' non si puo' non cercare una via di condivisione''.
Le palle, signor Poletti, Israele appartiene agli ebrei e la Palestina a nessuno per il semplice fatto che non e' mai esistita una nazione di tale nome e per un altro elementare fatto che gli arabi non hanno mai voluto che si creasse uno stato per i palestinesi. Ne' lo vogliono i palestinesi stessi che vedrebbero crollare miseramente la possibilita' di continuare  il loro lavoro preferito , il terrorismo.
 E ancora  declama il rabbino feccia :

"Germania, Italia e Vaticano devono smetterla di sfruttare l'Olocausto e le nostre sofferenze per sostenere il sionismo". "La lotta al terrorismo va fatta anche contro il nemico sionista, che ha trasformato tutto il territorio palestinese in un grande campo di concentramento".
 E' possibile commentare tutto questo? e' possibile dare un giudizio su simili vergognose dichiarazioni? Come si fa , cosa si puo' dire?
Gridare, piangere, vomitare, maledire. Cos'altro si puo' dire a questa gentaglia che usa la democrazia dello stato in cui purtroppo vive per chiedere l'eliminazione di un'altra democrazia, per chiedere la fine del popolo ebraico.
Cosa si puo' dire a questi razzisti, a questi Hitler, a questi ignobili rappresentanti di se stessi e dell'odio che li brucia come se avessero le fiamme dell'inferno nella pancia.  
No, non si puo' commentare l'abominio, si puo' solo provare una grande immensa rabbia, una insopportabile tristezza, un senso di ribellione che vuole esplodere dinnanzi a tanto odio.
Perche' perche' perche'? Cosa avete nella testa voi comunisti italiani, voi islamici della Iadl e del Ucoii, voi rabbini feccia, vergogna del popolo di Israele da cui siete usciti con disonore.
Cosa avete nella testa, cosa avete nel cuore? Come potete essere cosi' monocordi nel vostro odio? Come potete odiare tanto?
Questi indegni esseri che e' difficile chiamare umani non odiano soltanto Israele, odiano tutto l'occidente, odiano l'Europa fino a quando non la trasformeranno in islam, odiano l'America, il demonio; Bush il bastardo e , fiore all'occhiello, il peggio del peggio, il demonio fra i demoni ,  odiano Israele e gli ebrei.
C'e' da vergognarsi che sia stato usato il simbolo della democrazia  per ospitare un summit di fiancheggiatori del terrorismo islamico.
C'e' da  augurarsi che  vengano presi provvedimenti per impedire che l'Italia sprofondi nel baratro della follia antimperialista, antidemocratica, antiumana.
Che D*o non li perdoni mai per il Male che sono e per il male che fanno.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


Alla Camera l'11 settembre commemorato con un attacco a Israele
Cinque anni dopo le Torri Gemelle. 11 settembre 2006, Roma. La scena si svolge in pieno centro, via Poli. Domanda il cittadino: «Signor Commesso, questa è la Camera dei Deputati? Si entra di qui nella sala delle Colonne? È qui il convegno della Lega contro la diffamazione anti-islamica?». «Prego, avanti, è qui, è qui», risponde gentile nella sua bella uniforme il funzionario dello Stato. Poi in quel territorio parlamentare, che più sacro non si può alla democrazia e alla Repubblica italiana, sono intervenuti gli oratori. Si è alzatol'invito a eliminare Israele, allo Stato ebraico si è negato addirittura il diritto teologico di esistere. «Dio non lo vuole!». Gli islamici dell'Ucoii hanno piazzato lì un ebreo estremista di Vienna per avere un alibi ed evitare l'accusa di razzismo. Si trova di tutto a questo mondo. Sono storie vecchie, ma finora la bandiera vergognosa dell'antisemitismo non era mai sventolata sotto l'occhio protettivo di chi custodisce la nostra massima istituzione. Si è equiparato Israele allo Stato criminale nazista.Unagramigna da estirpare. Magari da bruciare in un forno. Interessante, non è vero? Da spararsi. Tutto questo è accaduto, ripetiamo a costo di stufare, l'11 settembre a Roma, sotto il manto protettivo della nostra tollerantissima democrazia e del nostro presidente della Camera, il quale probabilmente non sapeva nulla, e che è senz'altro squisito. I suoi uffici hanno disposizione, com'è noto e ribadito, di attenersi strettamente ai regolamenti. In questo caso, la richiesta era timbrata dal Partito dei Comunisti italiani. Dunque il nulla osta è arrivato puntualissimo. Del resto di che cosa lamentarci? Hanno vinto le elezioni, loro. Con questo "loro" intendiamo l'Unione. Ma che Unione è? Chi hanno messo insieme? Sembra soprattutto, in questa triste data, l'Unione tra comunisti e islamici del tipo fondamentalista. L'avevamo scritto e ci prendevano in giro durante la campagna elettorale, come se fossimo esagerati. Non siamo scemi. Lo sappiamo che Prodi, Rutelli e Fassino non sono di quelle idee, e non concorderanno per nulla con quel convegno, anzi forse hanno già preso le distanze: poi però gli amici degli amici ragionano così, votano per loro e sono decisivi, nel Paese e in Parlamento; sono un disco della loro spina dorsale, magari un'ernietta, ma senza non governerebbero. Comandano con loro. Gli danno persino le sale dellaCamera. Cinque anni fa, le Torri Gemelle. Abbiamo imparato qualcosa in Italia? Sì, a cedere. A essere morbidi e delicati come piumini con chi ci vuole annientare. Il 12 settembre del 2001 i quotidiani italiani scrivevano "Siamo tutti americani". Adesso siamo tutti di Al Qaeda? Non lo si dice, ma sono loro adesso a passare per brave persone. Bush, Berlusconi e Blair sono attaccati come causa di ogni male, si accredita la tesi per cui l'attacco a Manhattan sia stato causato dalla loro successiva lotta al terrorismo in Afghanistan, geniale. Anzi, le tesi che incolpano gli Usa di essersi tirati in testa gli aerei da soli hanno circolazione compiaciuta su tivù e giornali. George W. stasera sarà messo alla gogna a Ballarò, su Rai 3, con un documentario che fu salutato dai pubblici apprezzamenti di Osama Bin Laden. Al citato sceicco, peraltro, Repubblica ha dedicato queste righe immortali: «(Osama) leader che fa quel che dice e crede in quel che fa; una "guida" che non vuole cancellare la nostra democrazia, ma scoraggiarci con le armi dal distruggere le cose che l'Islam ama; un uomoche sta vincendo la guerra non con il terrore ma con le parole... » (Giuseppe D'Avanzo, 4 ottobre 2005). Ma sì, siamo tutti di Al Qaeda, altro che quel pirla di Bush. Persino papa Ratzinger viene interpretato alla rovescia per convincere i cattolici che l'Occidente è il cattivo e l'Islam è buono e ha senso del timor di Dio.HamzaPiccardo ieri,11settembre, si è detto commosso, su La Stampa, per le parole del Papa, è in tutto d'accordo con lui. Poi però non ci pensa neanche lontanamente a rinnegare le sue parole scritte appena dopo l'11 settembre. Ve le ricordiamo noi, visto che oggi l'Ucoii ha celebrato a suo modo l'anniversario alla Camera. Eccole: «La Guerra santa dispiace a moltimaè un ordine di Allah, gloria all'Altissimo, e in certe condizioni è un obbligo per il credente. Non c'è suicidio nell'islam e infatti quei ragazzi che colpiscono l'occupante anche a costo della loro vita non sono suicidi ma credenti che accettano di rendere estrema testimonianza della loro fede. Non disprezzarli, essi sono cari ad Allah e sono vivi presso di Lui» (15 settembre 2001). E oggi sono illustri ospiti della Camera e pontificano sul Pontefice. Magnifico. Lo sappiamo bene che molta gente la quale ha evitato di votare la Cdl e si è astenuta oha messo nell'urna una scheda con la crocetta a sinistra, ora si è pentita, nonè affatto disposta a sottomettersi al vento del multiculturalismo, che annulla le nostre tradizioni e lascia spazio al dominio di quelle altrui. Ma in questi cinque anni ha prevalso l'ideologia che sin dal 2003 chiamammo dei "bamba". Gente che si fa male da sola, difendendo Saddam pur di fare un torto agli americani e ad Israele. Hanno creduto alla propaganda pacifista, all'arcobaleno anche se stinto, e hanno permesso vincesse l'Ulivo. Come ha chiamato Berlusconi quelli che votavano a sinistra contro i loro interessi? La parola non è educata, non ripetiamo l'epiteto ghiandolare, ma siamo d'accordo. Il piccolo fatto di cui sopra lo dimostra una volta di più. Intendiamoci. L'evento è microscopico per numero di adepti ed eco di tivù. Ma è una enormità simbolica. Inquina l'essenza della nostra democrazia. La conosciamo questa strategia, denunciata da Oriana Fallaci: usano la libertà per strangolarci. Io non me la prendo con loro. Ma con chi gli regala la corda e pure il sapone.

Da Libero - Renato Farina

ASINI
La storia non insegna niente
"Se nel 1933 o ancora nel 1935 mi avessero dato retta" scrisse Winston Churchill "avremmo evitato questa guerra e la distruzione sistematica di tutta la Germania e dell'Europa".
In quegli anni governavano Chamberlain e Daladier e a furia di trattare sistematicamente, e sentirsi rifiutare ogni ultimatum senza ottenere mai nulla da Hitler se non promesse e rinvii mai mantenuti, ma anzi dandogli la convinzione che le democrazie erano deboli e sarebbero collassate nella loro vigliaccheria, si arrivò dove tutti sanno.
Monaco 1938, quando i due governanti di Francia e Inghilterra cedettero, con il plauso di tutta l'opinione pubblica europea e sotto la supervisione del "pacifista" Mussolini, i Sudeti a Hitler e non fermarono la guerra imminente, anzi la incoraggiarono con il loro atteggiamento debole.
Oggi solo gli ingenui possono pensare che le sanzioni economiche, quando non lisciate di pelo,  abbiano efficacia contro un regime come quello iraniano.
Nel contempo, il programma nucleare degli ayatollah cresce, il segretario generale dell'Onu Kofi Annan torna a mani vuote da Teheran, l'ultimatum delle Nazioni Unite è scaduto e il tempo scorre inutilmente per la comunità internazionale mentre  Ahmadinejad prende per i fondelli il mondo intero.
Nel nostro piccolo, Prodi - novello 
Chamberlain - rimane invischiato nel gioco delle dichiarazioni e delle smentite.
In questa situazione, l'ex presidente dellla Camera, Casini,  se ne va a Teheran - con l'imprimatur di D'Alema - a stringere la mano a Ahmadinejad, quello che -senza tanti giri di parole - vuole cancellare lo stato ebraico e ne minaccia l'esistenza agitando l'arma  nucleare.
No, la storia non insegna niente. Casini? No, asini!

cp & ainpospiò - 12. settembre 2005 &


11-09-2001


A 5 anni dall' 11 settembre

 «La nostra libertà in mano ai futuri carnefici»
A distanza di 5 anni dall' 11 settembre, Magdi Allam ci ricorda sul CORRIERE della SERA  come il terrorismo islamico globalizzato non sia reattivo ma aggressivo.
Una semplice verità che l' Europa preferisce ignorare.
Da Informazionecorretta. Ecco l'articolo:


H a indubbiamente ragione chi sostiene che oggi il mondo è meno sicuro rispetto alla vigilia dell'11 settembre. E' un fatto oggettivo che, cinque anni dopo, sono aumentati gli attentati, i Paesi colpiti e le vittime del terrorismo. Così come è vero che tale deterioramento è la conseguenza dell'atteggiamento prevalentemente militarista finora assunto dai governi occidentali e musulmani nei confronti di Al Qaeda, degli Stati canaglia e dell'estremismo islamico. Ebbene l'errore di fondo è la paura ˜ per ignoranza, ingenuità, viltà, cinismo politico o collusione ideologica ˜ di affrontare la radice del male: la «fabbrica del terrore» che trasforma le persone in robot della morte e che ha ormai messo radici ovunque nel mondo.
Oggi rassomigliamo a un novello Don Chisciotte che rincorre le punte dell'iceberg quando emergono, anziché confrontarsi con la realtà dell'iceberg che ingloba una catena di montaggio che, partendo dalla predicazione violenta promossa da moschee, televisioni, siti Internet e altri media radicali, pratica un letale lavaggio del cervello inculcando la fede nel cosiddetto «martirio» islamico. Senza comprendere che il terrorismo è soltanto il sintomo più deleterio di un'ideologia dell'odio che ci ha a tal punto pervaso e avvelenato da produrre ormai terroristi suicidi con cittadinanza occidentale anche tra gli autoctoni convertiti all'islam. E che al contempo ha permesso agli estremisti islamici di consolidare il loro potere in diverse parti del mondo, monopolizzando il controllo delle moschee, di istituti scolastici, giuridici, finanziari e sociali, trasformandosi in uno stato nello stato.
Ebbene questa ideologia dell'odio è preesistente all'11 settembre. Probabilmente è connaturata alla realtà storica dell'islam che non riconosce e non rispetta la pluralità che fisiologicamente lo contraddistingue come religione basata sul rapporto diretto tra il fedele e Dio e, ancor più, come comunità di fedeli distribuiti ovunque nel mondo con differenze talvolta significative tra un Paese e l'altro. Certamente essa si alimenta del rifiuto pregiudiziale di Israele, dell'ostilità politica all'America e della condanna della civiltà occidentale. In questo contesto il più clamoroso attacco terroristico al cuore della superpotenza mondiale ha rappresentato l'apice di un processo di crescita del potere degli estremisti islamici, iniziato all'indomani della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del giugno 1967. Ma è necessario ricordarsi che il terrorismo islamico era più che virulento anche prima (basti pensare ai 150 mila algerini massacrati dal Gia e dal Gspc negli anni Novanta), e che è stato del tutto illusorio credere che dopo l'11 settembre sarebbe iniziata automaticamente la china discendente.
Sicuramente l'Occidente, in particolar modo gli Stati Uniti, ha commesso clamorosi errori nella lotta al terrorismo. Ma sbaglia assai chi afferma che si stava meglio, ad esempio nell'Iraq di Saddam o nell'Afghanistan dei taliban prima dell'11 settembre, così come si illude non meno chi immagina un mondo più sicuro qualora lasciassimo i musulmani al loro destino. Pensate forse che se gli americani si ritirassero dall'Iraq, dall'Afghanistan e dall'insieme dei Paesi arabi del Golfo, oppure se gli israeliani si ritirassero da tutti i territori palestinesi, siriani e libanesi occupati, il Medio Oriente sarebbe più stabile e prospero e tutti noi saremmo più sicuri e in pace?
La risposta è no. Per una ragione semplicissima: questo terrorismo islamico globalizzato non è reattivo ma aggressivo. Eppure l'Occidente sembra non vedere e non capire, accecato e obnubilato da una cappa di mistificazione della realtà. Che lo porta a mettere sullo stesso piano Bush e Bin Laden, Olmert e Ahmadinejad. Finendo per immaginare di poter sconfiggere Bin Laden, la punta dell'iceberg, alleandosi con i Fratelli musulmani, Hamas, Hezbollah, Siria e Iran, ovvero l'iceberg. La tragedia, a cinque anni dall'11 settembre, è che per salvare la pelle oggi, stiamo consegnando i nostri valori e civiltà, la nostra vita e libertà, ai nostri futuri carnefici.




BAGATELLE
<<Sull'isola di Marettimo, a barca ormeggiata, le stavo parlando proprio con questo telefonino e ho concluso dicendo "Bye bye Condy". Un pescatore ha scosso appena la lenza e mi ha detto "Onorevole, non stava parlando con la Rice! Non ci credo". >> (Massimo D'Alema a Gianni Riotta, 30 agosto,  Corriere)

"Ho proposto l'invio di guardie di frontiera europee senza armi né uniformi e Assad mi ha dato il suo accordo di principio fermo" (Romano Prodi, - 9 settembre- da Repubblica);
<<Il  presidente siriano Bashar Assad ha accolto la mia proposta di inviare guardie di frontiera dell'Unione europea per controllare il passaggio di armi tra la Siria e il Libano >> (Romano Prodi, il Manifesto , 10 Settembre);
«Nell'ambito di continue consultazioni tra la Siria e l'Italia» si legge nella nota della Sana delle 22,45, firmata dal giornalista Ahmad Zahra, «sabato sera c'è stata una telefonata tra il presidente Bachar Assad e il presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, in cui si è fatto il punto sull'assistenza tecnica che si intende offrire alle guardie di frontiera siriane, incluso l'addestramento». «Nel contempo» si precisa nella nota, «sono infondate le notizie pubblicate da alcune agenzie di stampa, secondo cui la Siria ha accettato che guardie di frontiera europee sorveglino il confine siro-libanese». (Corriere della Sera, 9 settembre 2006)


Brivido biondo (senzaparole)






Oooh baby!

Il primo mese di Andrea, nato il primo agosto.
Da tutti noi  di "Capperi!",  auguri a mamma Valeria e a papà Alessandro Tapparini.


Nun ce se crede
Sto guardando la prima pagina di Libero e vedo un signore con tanto di panama in testa, molto  elegante, con un bel sorriso da orecchio a orecchio e le due mani alzate, in una tiene un fiammifero acceso e nell'altra candelotti di esplosivo.
E' Dario Fo, ragazzi. Il premio Nobel Dario Fo!
Non e' un povero disgraziato, un derelitto , un delinquente qualsiasi che ama farsi pubblicita'. No. E' nientepopodimeno che Dario Fo e intorno a questa immagine disgustosa e immorale si legge "Palestinesi resistenti. Forza terrorista buono."   
Beh, tutti conosciamo Dario Fo e il suo sostegno indefesso al terrorismo palestinese, tutti conosciamo il suo amore per chi odia Israele. Tutti sappiamo come questo personaggio cui, come ad Arafat, e' stato conferito un premio prestigioso che lui, come Arafat, suo eroe, ha imbrattato di vergogna, abbia sempre dato il suo cuore e la sua ammirazione ai terroristi ammazza-bambini-ebrei-israeliani.
Mi chiedo sempre come sia possibile che un essere umano abbia sentimenti cosi' mostruosi.
Si, mostruosi perche' nessuno al mondo, che sia umano, puo' provare amore e ammirazione per le belve palestinesi che da decenni ammazzano con una barbarie degna del demonio cittadini innocenti con preferenza per i bambini.
Immagino che Dario Fo sappia chi e'  Samir Kuntar. Non lo sa?
Glielo racconto io chi e'.
Samir Kuntar e' uno di quei mostri che Fo definisce "partigiani ed eroi della resistenza", in galera in Israele perche' un giorno del 1979 Kuntar era a capo di un commando di terroristi, pardon partigiani, che entrarono in un appartamento di Naharya prendendo come ostaggi Danny Haran e la sua bambina di 4 anni, Einat.
Li trascino' sulla spiaggia e la' uno dei terroristi, pardon partigiani, sparo' a Danny sotto gli occhi terrorizzati della figlia e , subito dopo, lui, Samir Kuntar in persona , il mostro, pardon il partigiano, prese la bambina per i piedi e le spacco' la testa contro le rocce.
Mentre erano ancora in casa la moglie di Danny, Smadar si nascose con l'altra bambina di due anni, Yael, e per salvarle la vita le tappo' la bocca con la mano per impedirle di piangere. Quando tolse la mano si accorse che Yael era morta soffocata.
Hezbollah chiede il rilascio di Samir Kuntar, il mostro, per ridarci i soldati rapiti. Vogliono liberi altri 1000 mostri oltre a lui. 1001 mostri per ridarci tre ragazzi israeliani. Quanto poco devono valere i palestinesi, eh Dario Fo?
Quanto poco deve valere lei, Dario Fo, per arrivare a farsi fotografare sorridente e disgustoso con un fiammifero e dei candelotti in mano!

Lei non vale proprio niente, Dario Fo, questa e' la verita'. Lei non vale niente perche' nessun essere umano degno di tanto nome...UMANO.... potrebbe avere lo stomaco di posare per una fotografia che richiama alla mente  ammazza-bambini-ebrei-israeliani, quelli che lei, nel suo niente, chiama partigiani e eroi della resistenza palestinese.
Niente Dario Fo, lei e' niente.
Come quell'altro intellettuale del niente che e' Gianni Vattimo il quale in un articolo spazzatura pubblicato dalla Stampa ( ma non ha altro da pubblicare un cosi' prestigioso giornale?) ribadisce il concetto che Israele non sia altro che un danno collaterale del nazismo. Beh, almeno ha il coraggio di dichiarare di essere antiisraeliano.
Non gli piacciono le discoteche di Tel Aviv al signor Vattimo, vorrebbe che in Israele viaggiassimo coi cammelli , pardon in Palestina poiche' Israele gli sta sui coglioni.
E invece noi abbiamo anche le discoteche, quando i partigiani palestinesi cari a Dario Fo non le fanno saltare per aria. E abbiamo prati verdi e coltivazioni a non finire, dove prima c'erano paludi e malaria. Certo la malaria era molto  piu' romantica. La gente crepava romanticamente di malaria, poi sono arrivati quei delinquenti di ebrei e hanno bonificato, lavorato, guarito, sempre col fucile in spalla perche' quelli che morivano di malaria, gli arabi, volevano continuare ad essere romantici e ammazzavano gli ebrei che li stavano salvando.
Nun ce se crede!
Ma dove hanno la testa questi sinistri sinistri?
Forse nello stesso posto dove ce l'ha Massimo D'Alema che ha avuto il coraggio di dichiarare: "  farebbe vedere agli israeliani che la comunità internazionale e l'Europa possono essere efficaci e dimostrerebbe a Israele che la sua sicurezza può essere garantita meglio con la politica che con la guerra. Il problema principale è che in Israele politica, pace e sicurezza sono cose distinte e spesso in contraddizione fra loro" (Ha'aretz, 25.08.06).
Nun ce se crede!
Ma signor D'Alema! Cribbio signor D'Alema ma non lo sa che gli israeliani hanno sempre fatto politica a differenza delle sue simpatie, gli arabi, che hanno sempre e solo voluto la guerra?
Ma signor D'Alema, che figura!
Dare una terra gli arabi di Palestina e' stato un tentativo poilitico  degli ebrei di Israele. E gli arabi lo hanno rifiutato per la guerra.
Volere il dialogo e' stato un tentativo politico di Israele dopo il 1967 e gli arabi lo hanno rifiutato per continuare guerra e terrorismo.
Riabilitare un delinquente come Arafat per firmare la pace di Oslo e' stato un tentativo politico israeliano, Arafat scelse ancora una volta, dopo essersi beccato il Nobel (come il Dario Fo dei candelotti), il terrorismo.
Uscire dal Libano nel 2000, e' stato un tentativo politico israeliano che ha portato alla guerra scoppiata il 12 luglio 2006.
Uscire dalla striscia di Gaza e' stato un tentitivo politico israeliano che ha consentito ai palestinesi di portare le loro rampe piu' vicine a Israele.

Allora signor D'Alema? Dove e' la sicurezza di Israele in seguito a tanta politica? Dopo tanti tentativi  Israele dovrebbe essere, a suo dire, il Paese piu' sicuro del mondo. Invece non lo e', invece e' sempre sotto assedio. Allora a chi manca la politica, signor D'Alema?
Non le passa per la mente signor D'Alema che forse fare politica non serve con chi sa solo dire che Israele deve cessare di esistere e che gli ebrei bisogna gettarli in mare?
No, eh? Credo che non le passi proprio per la mente.
Lei ascolta Nasrallah  e , se le va bene, l'idolo di Nasrallah, il signor Ahmadinejad, Loro le raccontano un' altra storia.
Eppure Fo, Vattimo , D'alema e tanti altri sinistri sinistri hanno una testa per pensare.
E allora? Allora forse Israele non gli sta solo sui coglioni ....forse di piu'.....
Nnn ce se crede!
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


Massima del giorno
Chi non sa che pensare, esamini i pochi punti fermi di cui dispone e li allinei. Se bada solo ad essi, alla fine ne saprà di più.
G.P.


MOLLICHINE
L'Iran non vuole il nucleare per la bomba, ma per l'energia elettrica. Il petrolio invece lo userà per innaffiare Israele e darle fuoco.

Annan, per certe armi israeliane: "dobbiamo muoverci velocemente per disarmare l'esercito israeliano". Magari ci manderà D'Alema, che è capace di farcela da solo.

Annan e D'Alema sono equidistanti tra Libano ed Israele. Nel senso che la grande distanza da Israele è uguale alla grande distanza da Israele.

Pecoraro Scanio, sulla Finanziaria: "Inizino a pagare gli speculatori, non chi è in difficoltà". E tutto il potere ai Soviet.

La Siria dice che interromperà il traffico d'armi verso il Libano. Per lo stesso prezzo, poteva anche dire che non c'è mai stato.

Mosca esprime "rincrescimento perché Teheran non ha sospeso l'arricchimento dell'uranio". Il rincrescimento è utile, specie d'estate. Per farsi vento.

D'Alema non vuole né Mimun né Mazza. L'ha detto in Bulgaria?

Benedetto XVI: "Contro i kamikaze serve un pedagogia di pace". Pedagogia da pais-paidòs. Se il Papa li ha presi per bambini, forse in politica non è infallibile.

D'Alema: "Purtroppo abbiamo ereditato una situazione della finanza pubblica disastrosa". Ecco uno che non legge i giornali da mesi.


LA TREGUA AUTOREGGENTE
Una tregua è il momento in cui i belligeranti decidono l’interruzione delle operazioni e può essere consentita sia in vista di una pace sostanziale sia in vista della ripresa della guerra. Quella fra Israele e Libano in quale categoria rientra?
Israele ha dato inizio alla guerra perché stanco di ricevere razzi katiusha e per il casus belli provocato da Hezbollah: ma non ha interesse ad attaccare il Libano. Non l’aveva prima di questa “guerra” e non l’ha oggi. Il Libano, da parte sua, è così debole e pacifico, che una guerra non può neppure permettersela: dunque la pace dipende da Hezbollah e dai suoi mandanti. Se il Partito di Dio, Siria ed Iran vorranno che la tregua regga fino a poterla chiamare pace, si avrà pace. Anche senza l’intervento dell’Onu, come dimostra la calma di questi giorni. Se viceversa Hezbollah, Siria ed Iran vorranno riprendere la guerra, sarà guerra: che le forze dell’Onu siano presenti o no. Nessuno immagina infatti che esse siano capaci di fermare a mezz’aria i missili che hanno colpito Haifa o che siano capaci di fermare i tank di Israele.
La sintesi è semplice: la tregua attualmente è “autoreggente”, come certe calze. E non c’è alcun bisogno delle giarrettiere dell’Onu. Se invece Hezbollah vorrà la guerra, non sarà l’Onu ad impedirla. E allora a che serve l’Unifil?
Dall’esterno, cioè dai terzi, la pace sarebbe assicurata solo dal disarmo dei terroristi. Cioè dal mettere il Partito di Dio in condizione di non nuocere: ma è proprio ciò che le forze dell’Onu non vogliono fare e i libanesi non sono capaci di fare. Dunque, l’unica cosa utile – che costerebbe tuttavia molti morti e grandi spese - non sarà fatta. E allora a che servono quei soldati? A giocare all’alzabandiera? Ad allenarsi al campeggio sulla sabbia?
In Iraq gli italiani sono andati – contestatissimi dalla sinistra, malgrado l’avallo dell’Onu - per mantenere l’ordine pubblico ed addestrare i nuovi poliziotti iracheni. E il compito è stato affrontato con successo. Ma in Libano che si va a fare? Se si andasse solo per testimoniare chi eventualmente attacca per primo, a che servirebbe? Israele è stato costantemente l’aggredito, dal 1948 ad oggi, e gli antisemiti lo descrivono lo stesso come uno stato militarista ed aggressivo. In quell’area del mondo avere ragione non serve a niente. Ed allora ecco l’eterna domanda: che si va a fare in Libano?

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 5 settembre 2006


BEIRUT, BEL SUOL D'AMORE
La partenza dei nostri militari per il Libano suscita lontani ricordi. Si pensa ai soldati che partivano per l'Etiopia e si sporgevano dalle navi agitando le braccia o ai fanti che andavano al fronte e salutavano sorridenti dai mille finestrini dei vagoni di terza classe di una volta. Immagini avvelenate dal ricordo di ciò seguì; dall'idea che molti di quei sorrisi non fecero ritorno.
Delle imprese militari non si sa mai in anticipo quale sarà lo svolgimento e quanti vi perderanno la vita. Gli ateniesi furono felici di partire in guerra contro Siracusa ma quelli che non morirono finirono schiavi. Una spedizione può essere necessaria ma, per riguardo a chi parte e per riguardo a chi magari vi perderà un proprio caro, non va celebrata con letizia.
È strano che sia necessario fare questo discorso ad un'Italia culturalmente "progressista" ed incline al più utopico pacifismo. La spiegazione è che, prona alla propaganda di sinistra cui s'allinea la grande stampa, la gente è come drogata. Riesce a credere che i soldati "pacificatori" siano per questo al riparo dalla violenza, mentre proprio in Libano, nel 1983, sono stati uccisi in un colpo solo più di duecento marines e in un altro attentato oltre cinquanta paracadutisti francesi. Se per fare la pace bisogna essere d'accordo in due, per fare la guerra basta che la voglia uno. Se lo desiderano, gli Hezbollah possono scatenare la guerra sia contro le truppe dell'Onu - e come terroristi sono perfettamente addestrati - sia contro Israele. Magari sparando razzi dal Libano centro-meridionale. Come se la caverebbero, i nostri bravi e incolpevoli giovani, se Israele rispondesse alle provocazioni con una seconda e più devastante offensiva? Quali rischi correrebbero, se gli Hezbollah si mettessero a lanciare missili stando a ridosso delle postazioni dei caschi blu, per farsene scudo? Come reagirebbe l'Italia al ritorno di parecchie bare ricoperte dal tricolore? Non si vuole essere allarmisti o pessimisti: ma parlare di rischi, quando si discute di un'operazione militare, è tanto naturale quanto parlare di mare grosso in occasione di una regata transatlantica.
Solo D'Alema, nel suo napoleonico trionfalismo, parla di questa spedizione come cantasse "Tripoli, bel suol d'amore". Ma qui non c'è affatto da cantare: c'è da incrociare le dita.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 3 settembre 2006

Caro Ennio Remondino,
Ennio Remondino , Dalle pagine del Manifesto, si rivolge  a me!
Qui la sua lettera e la mia risposta pubblicata su informazionecorretta:
Storie Vi racconto che cosa c'era tra le macerie
Ecco che cosa ho visto
Di ritorno dal Libano, il giornalista Rai, Ennio Remondino, spiega tutte le difficoltà di un cronista che vuole raccontare la verità. Viaggiando sempre con una spada di Damocle sulla testa: quella delle accuse di antisemitismo

Torno da lunghissime settimane trascorse nel sud del Libano, e ho voglia di dire due o tre cose su quella tragedia e su come è stata raccontata. Nessuna voglia di rintuzzare polemiche ferragostane, quanto piuttosto provare a riflettere. Due le questioni che sento di dover premettere, nella forma di «lettera al direttore», di sfogo personale e quindi sottratto a qualsiasi vincolo di scuderia. Autodifesa, diciamo.
1. Non c'è accusa più infamante per chi è figlio di una cultura democratica e antifascista nata dalla Lotta partigiana e dalla Resistenza, di quella di antisemitismo.
2. Non c'è accusa più scontata, se ti capita di elevare in qualche modo critiche all'operato del governo israeliano in carica, di quella diretta o indiretta di antisemitismo.
Vorrei provare a ribellarmi a questa trappola che non aiuta nessuno. Non aiuta me, rotellina occasionale sul campo della notizia, a fare meglio i miei resoconti, non aiuta la responsabilità di chi vuole proporre analisi utili, ad evitare la tentazione della tifoseria.
Tutto quanto accade attorno ad Israele, sembra destinato a suscitare sensibilità e reazioni forti. C'è una frase del grande intellettuale arabo palestinese Edward W. Said, recentemente scomparso, che credo esprima meglio di qualsiasi altro ragionamento lungo e complicato, la tragedia che si sta consumando da sempre in Palestina e in Israele. «La tragedia di essere vittime di un popolo vittima». Due tragedie in una. La tragedia del popolo palestinese senza Stato e spesso senza terra, vittima di uno stato, quello israeliano, e di un popolo, gli ebrei, contro cui il nazismo ha consumato sessant'anni fa il peggiore dei crimini possibili: il tentativo di sterminio.
Essere «vittima» delle «vittime», ti toglie quasi la speranza, ti riduce le solidarietà attorno, trasforma in «antisemitismo» ogni critica legittima allo Stato d'Israele. La trappola del conflitto arabo-israeliano in Palestina, tiene prigioniero il mondo da decenni, e nessuno sembra oggi neppure in grado di immaginare come e quando se ne potrà uscire con una pace che ha come condizione un po' di giustizia assieme al diritto di esistere. Il Libano, la Siria e quant'altro di crisi politiche o guerreggiate ci sia in medio Oriente, persino una parte del terrorismo immondo di Al Qaeda, ruota attorno a questo.

L'informazione giunta in Italia sulla guerra in Libano, mi appare una delle molte marginalità al problema centrale individuato prima. Il problema nella forma di cui dicevo prima: si può discutere sulla politica di Israele, e sulla difesa armata di Israele, e sulla proporzionalità della sua reazione anti Hezbollah in Libano, senza finire sotto schiaffo con accuse sottintese di antisemitismo che feriscono innanzitutto la tua coscienza democratica? Alle critiche in buona fede, credo sia dovuta una risposta sui fatti, e non attraverso anatemi di segno opposto.
Quarta settimana di bombardamenti sul Libano, e la «nuova frontiera di sicurezza» sul fiume Litani promessa dal ministro della difesa israeliano assomiglia sempre di più alle promesse elettorali di Berlusconi. La Cnn e altre televisioni internazionali di prestigio, aprono la riflessione sul rischio di un «Vietnam israeliano in Libano», un pantano politico-militare da cui Gerusalemme dà l'impressione di non sapere bene come uscire. La polemica divampa ovviamente anche al centro del bersaglio, e tu, cronista sul campo, ne dai conto frenando sui facili entusiasmi partigiani che sbandierano vittorie bugiarde dell'una o dell'altra parte.
«La percezione tra la gente del posto che la potenza militare israeliana stia trovando nel sud del Libano il suo Vietnam, non consola chi oggi va a raccogliere i pacchi di emergenza donati (...)». Banale, forse, ma fotografico. Poi il racconto si restringe, in proporzione alla libertà di movimento concessa ai testimoni giornalistici. «Dal fiume Litani a sud, dalla sfida degli ultimi soccorsi arrivati ieri, all'impossibile di oggi: ogni movimento di veicoli è interdetto», è la cronaca. «Preavviso a firma dello Stato di Israele, con volantini lanciati dagli aerei in cui si avverte la popolazione e noi giornalisti in particolare. Nessuna protezione sperata dalla scritta TV sul tetto delle auto, visto che, affermano a Gerusalemme, vetture simili sarebbero utilizzate dagli Hezbollah per trasportare i loro razzi».
Chiosa conclusiva del cronista: «Testimoni assediati e ora appiedati, insomma, con l'intento forse di trasformarci nelle famose tre scimmiette, che non sentono, non vedono, non parlano e soprattutto non fanno vedere». Fazioso? Tutto può essere, ma a me appare soltanto efficace, soprattutto avendo ascoltato gli altri resoconti telegiornalistici che in mille lingue viaggiano da Tiro verso il mondo. Perché tutto questo accade solo in Italia e non altrove? è la domanda.

La questione dell'equilibrio dell'informazione italiana su quella tragedia forse riguarda altro. Che sia un problema di nuovo equilibrio imposto dai fatti della guerra, rispetto ad un «disequilibrio» diffuso e generalizzato che s'era imposto per schieramento nelle settimane precedenti? Forse anche per le guerre si vorrebbe far valere una sorta di «Par condicio» fra le parti in conflitto. E' accaduto. Un pezzo da Gerusalemme, uno da Beirut. Uno pari, palla al centro. Il sud del Libano che il suo centro l'ha avuto soltanto nella collimazione delle coordinate di puntamento di bombe e missili? Quello non conta.
C'è un sito internet israeliano che con involontario umorismo si chiama "Informazione corretta". Ci lavora tra gli altri una simpatica signora nata in Italia, Deborah Fait, con cui ho avuto modo, anni addietro, di intrecciare molte schermaglie e rari consensi. Per un anno, nel 2000, memoria lontana anche per me, ho diretto anche la sede di corrispondenza Rai di Gerusalemme, riuscendo infine, felicemente, a fuggirne. Ora la mia amica Deborah (o chi con lei), critica «l'esibizione di spuntoni di proiettile, venduti come presunte bombe Cluster, vietate dalle convenzioni internazionali».
Caspita, cara Deborah. Io su quelle bombe ho rischiato di saltarci in aria. Non soltanto le ho viste ed evitate, ma le ho anche filmate e mostrate nel dettaglio. Pensa, cara Deborah, che Amnesty International e ora l'Onu ci dice oggi di 288 contenitori di Cluster bomb (per migliaia di bombe-mina) lanciati sul sud del Libano, e già di 12 morti civili nella contabilità dell'altro ieri. Pensa che quei faziosi organizzati di giornalisti americani e della Bbc ci hanno recentemente raccontato di Abbas Youssef Abbas, 5 anni, in fin di vita per quella vecchia forniture americana di 20 anni fa ad Israele. Cara "Informazione corretta", che dovevo fare quel giorno a Bent Jbail, o fra le piantagioni di tabacco di Aita ech Chaab, cittadina che ora non esiste più, in mezzo alle Cluster inesplose? Di nuovo le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non dicono?
La questione vera, ancora una volta, mi appare quella del dito che oscura la vista della luna. O ci ostiniamo alla propaganda dove ognuno rivendica il suo diritto alla faziosità, o ci sforziamo tutti quanti di capire. Non soltanto il sacrosanto diritto alla critica, ma anche quello necessario della buona fede. Contemporaneamente, confrontiamoci innanzitutto sui fatti. I fatti della guerra per come è stata realmente condotta, i fatti della informazione su questa guerra per come è stata e non per come uno l'ha digerita, e soprattutto i risultati che la guerra ha ottenuto e quelli che ci ha lasciato in eredità.

La malafede non era mia dal sud del Libano, e non era certamente di chi ha voluto apertamente criticarmi. Pace fatta, da parte mia. Sulla questione del ruolo svolto dall'informazione Rai, ad altri competenza e responsabilità di risposta, magari con un po' di spina dorsale. Da parte mia soltanto un sospetto. L'impressione del solito poligono di tiro in cui la sagome di cartone cambiano figura e nome, vuoi Israele o vuoi Libano, ma dove il bersaglio immaginato da qualche puntatore era un altro. Nella confusione di una guerra vera, capita che qualche colpo apparentemente fuori rotta, si scelga un bersaglio comunque utile. Più o meno come i due missili Usa che nel nugolo di bombe su Belgrado si infilano sul tetto dell'ambasciata cinese.
La malafede e l'equivoco su cosa possa e debba essere l'informazione in frangenti tanto drammatici, li ho visti altrove. Sui manifesti che mi hanno accolto a Roma col Paolini-Hezbollah di Beirut che si è esibito accanto al ministro D'Alema e che è diventato occasione di cronache col vuoto a perdere. Li vedo, in alcune cronache della manifestazione di Assisi, impegnate a privilegiare le inevitabili presenze dissonanti rispetto al coro inequivoco che ne è venuto fuori.
Sempre a proposito di Assisi. Nel giornalismo strangolato a titoli, pare vada di moda discutere la quantità di «Se» e di «Ma» che accompagnano o meno la parola Pace e adesso, lo schieramento di truppe Onu in Libano. «Se» e «Ma» ancora una volta ideologici, mi sembra, là dove la virtù del dubbio dovrebbe vincolare ognuno di noi. Da "reduce" consentitemi, per finire, di non considerare una novità di poco conto il primo "arbitrato internazionale" che s'è imposto, dopo decenni, sulla logica dell'esercizio della forza unilaterale Israelo-Statunitense in Medio oriente. Dopo Srebrenica, ricordava Adriano Sofri qualche giorno fa, rivedere la bandiera blu dell'Onu vestire le divise militari con un progetto politico, merita un credito di speranza.
Ennio Remondino

La mia risposta:
Caro Ennio Remondino,
andiamo con ordine, tu scrivi:
C'è una frase del grande intellettuale arabo palestinese Edward W. Said, recentemente scomparso, che credo esprima meglio di qualsiasi altro ragionamento lungo e complicato, la tragedia che si sta consumando da sempre in Palestina e in Israele. «La tragedia di essere vittime di un popolo vittima».
Grande intellettuale Edward Said? avrei delle riserve, personalmente lo ho sempre visto come un mafioso, grande odiatore di Israele, estremista e occupato, in vita,  piu' che a fare l'intellettuale, a fare politica di odio contro Israele, la sua frase che tu riporti ne e' un piccolo esempio. 
«La tragedia di essere vittime di un popolo vittima».
Perche' i palestinesi sarebbero vittime degli ebrei? Da quando Remondino? Mi pareva il contrario  e mi pareva che i palestinesi, cioe' gli arabi palestinesi ( tu saprai che i primi palestinesi, fino al 1948, erano gli ebrei della Palestina) fossero vittime dei loro fratelli arabi. Israele gli ha offerto di tutto, uno stato nel 1948 e lo hanno rifiutato, il dialogo e hanno risposto con i tre NO di Kartoum, preceduti e seguiti da migliaia di dichiarazioni di odio.

Israele ha offerto la pace con Oslo arrivando ad appoggiare l'offerta del Nobel al terrorista seriale Arafat, ex grande amico del tuo grande intellettuale Said pur di invogliarlo a firmare. La ricompensa e' arrivata con la seconda intifada dopo che Israele gli aveva riofferto ancora una volta uno stato sdegnosamente rifiutato.
Un anno fa, con una grande mossa politica Sharon gli ha consegnato, JUDENREIN come vogliono loro da democratici quali sono, la striscia di Gaza e loro anziche' approfittare per incominciare un'economia necessaria a creare uno stato hanno bruciato tutto e distrutto tutto per portare i missili al posto delle serre.
Questo significa essere vittime? Secondo me, questo significa essere vittime del proprio odio e della propria stupidita'.
Come puoi allora ricordare la frase di un mafioso , lui si, antisemita?
Come puoi offendere Israele che e' l'unica vera vittima di tanta barbarie?
I palestinesi hanno avuto decine di possibilita', infinite in piu' di quante ne ebbero gli ebrei prima del 1948 ma gli ebrei si sono messi a lavorare, a sudare sangue sulla sabbia, gli ebrei hanno accettato una striscia di terra minuscola pur di dare la possibilita' agli arabi di averne un pezzo, peraltro piu' grande.
Quale e' stata la risposta, Remondino? La guerra, la guerra e l'invasione di Israele 6 ore dopo la sua rinascita.
Quindi diciamo che gli arabi di palestina hanno avuto tante oppotunita' gettate via stupidamente dai loro stupidi capi. Vittime si, di tutte le dittature arabe che li hanno usati e di Arafat che sulla loro testa e' diventato uno dei 10 uomini piu' ricchi del mondo!
Riguardo alla guerra in Libano, non ho dubbi che il popolo libanese abbia sofferto ma di questo dovrebbe ringraziare il governo fantoccio che ha permesso a hezbollah di creare uno stato terrorista dentro lo stato libanese e dovrebbero mandare anche mazzi di fiori a hezbollah che ha fatto scatenare tutto questo.
Vedo che per te Israele e' colpevole a priori e di tutto quanto e' successo non sai dire una parola sulla popolazione israeliana che non si e' divertita per niente a ricevere 4000 missili sulla testa e ad avere morti e case distrutte e a vivere per settimane nei rifugi. Immagino che la BBC non ti abbia raccontato niente dei bambini israeliani che sono morti sotto i missili hezbollah, ne' di quelli terrorizzati chiusi sottoterra.
Pensa che coincidenza, anche noi abbiamo avuto un bimbetto di 5 anni ammazzato insieme alla nonna.
Noto che questa tua lettera, caro Ennio, e' stata spedita al Manifesto, giornale notoriamente molto innamorato di Israele. Mi aspettavo da te, spero democratico, la scelta di un giornale meno fazioso.
Beh, mi fa specie che tu, pur essendo stato in Israele e conoscendo le sofferenze degli israeliani da 60 anni sottoposti a stress indicibili tra guerre e terrorismo, abbia cosi' poca comprensione per questo popolo vittima dell'Europa per 2000 anni e vittima dell'odio islamico da quando esiste l'islam, un popolo che ogni mattina, appena si sveglia, sente qualche Ahmadinejad, e prima di lui tanti altri,  proclamare che la soluzione al problema sarebbe eliminare fisicamente lo stesso, cioe' ammazzarci tutti e distruggere Israele.
Dici , felice, di essere fuggito da Gerusalemme! bene, buon pro' ti faccia. Io invece sono ancora qua e ci restero' per amore di questo Paese ma evidentemente tu preferisci altre realta', meno democratiche da cui insultare le democrazie.
Un ultima cosa: informazionecorretta non e' un sito israeliano ma italianissimo che si e' posto il compito di fare chiarezza sulla disinformazione che molti giornali, spesso faziosi come quello su cui tu scrivi,  danno. E sai cosa? quasi sempre ci riesce.
Ti ringrazio per avermi dato modo di ricontattarti dopo  anni e spero tanto che la notte ti porti consiglio.

 Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

Massima del giorno
Il primo dovere dell'uomo superiore è quello di nascondere la propria superiorità in modo che tutti possano illudersi d'essere suoi pari.
G.P.