ARCHIVIO SETTEMBRE 2006
FINANZE IN
ARIA
Caorle, 10 settembre 2006
"Non possiamo aumentare la pressione
fiscale, non dobbiamo. Dobbiamo invece
tagliare le spese"
Rutelli
Mattino di Padova del 24.02.2006
«Non aumenteremo le tasse: taglio
di 5 punti del cuneo fiscale»
Fassino
L'Unità del 24/3/2006
«Nessuno ha proposto un aumento
della pressione fiscale. La nostra
ipotesi è di applicare in Italia un regime
che è in vigore anche in Francia:
un'unica aliquota su tutti i redditi da capitale.»
Fassino
Corriere ella Sera, campagna
elettorale 2006
«L' Unione se andrà al governo
non aumenterà le tasse. L'ho già
detto mille volte e lo ripeto: non siamo
la coalizione delle tasse».
Prodi
La Repubblica, 29 marzo
2006
"Non è vero che aumenteremo le
tasse. L'abbiamo detto in tutti i
modi. E' falso. Noi riteniamo che la pressione
fiscale non debba esser ulteriormente aumentata.
Noi proponiamo invece che la tassazione
sui depositi bancari e i depositi postali che oggi
è al 27% scenda al 20%, e proponiamo che la
stessa aliquota del 20% si applichi ai titoli di
futura emissione". "Quanto alla successione,
- torna a ribadire Fassino - riguarda solo le grandi
fortune e i grandi patrimoni, come è negli
Stati Uniti, mentre le successioni che riguardano i
normali rapporti familiari non avranno alcune imposizione
fiscale".
Fassino
Metropoli - 5-4-2006
"Non aumenteremo la pressione fiscale,
semmai l'obiettivo e' quello di ridurla
leggermente" puntando in particolare sulla
lotta all'evasione"
Rutelli
Un’intervista al giornalista
di sinistra Giampaolo Pansa e un commento di Gianni Pardo
Intervista di Doomizia Carafòli
Di critiche, anche feroci, ne ha ricevute
a bizzeffe. Tanto che per rintuzzarle
a Giampaolo Pansa ci sono volute 480 pagine.
Un librone, l’ultimo arrivato della trilogia
iniziata con Il sangue dei vinti e proseguita
con Sconosciuto 1945, che è come dire
due grossi successi editoriali. Mezzo milione
di copie solo per il primo, una bufera di polemiche
e, tra il chiasso delle vestali offese, improvvisamente
le altre voci, tante voci: quelle dei figli delle
vittime fasciste (o semplicemente non comuniste), i
rejetti che per decenni avevano taciuto vivendo il
proprio dramma quasi come una vergogna e che adesso raccontavano.
E così è nato Sconosciuto 1945.
Le quattrocentottanta nuove pagine
arrivano in libreria il 3 ottobre
(La grande bugia. Le sinistre italiane e
il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer,
18euro) e uno sidomanda: ci voleva un libro per
rispondere alle furie di Giorgio Bocca, ai veleni
di Sergio Luzzatto, ai rigurgiti di Aldo Aniasi
(parce sepulto), alle stizzite puntualizzazioni
dei professorini arroccati nelle accademie,
ai nostalgismi dell’Anpi, insomma a tutto quel
ragguardevole e ammuffito clan che da sessant’anni
campa spolpando la già rinsecchita mummia
della Resistenza? O non bastava il dantesco «non
ti curar di lor», tanto più che il mondo
velocemente cambia (non in meglio, per carità)
e la cronaca orribile della nostra guerra civile diventa
storia? Storia, si badi bene, degli italiani. Tutti.
Ed è qui che Pansa ti risponde
perché l’ha scritto.«Non
l’ho fatto per rispondere agli attacchi, chissenefrega,
l’ho fatto per smontare la Grande Bugia».
E spiega: «Non è che la Resistenza,
che oltretutto è la mia patria morale, sia
morta. No, la Resistenza è viva e viene tirata
in ballo ogni momento. Non c’è corteo in Italia in
cui nonsi canti “Bella ciao”.Mase è viva, allora
raccontiamola giusta. Anche a costo di procurarci
e procurare qualche mal di stomaco. Primo: la Resistenza
l’ha fatta per il novanta per cento il Pci. Senza il Pci
la Resistenza non sarebbe esistita. Essa è una parte
importante dell’esistenza del partitone rosso da cui
derivano tutti i partitini attuali. E allora i comunisti
comincino ad ammettere che la guerra partigiana è
stata solo la prima fase di un progetto che prevedeva l’avvento
sanguinoso della “rivoluzione proletaria” sotto l’ombrello
dell’Armata rossa, anche se i patti di Yalta ci avevano
fatto cadere dall’altra parte».
E questo
spiega anche le feroci esecuzioni post-25
aprile, le eliminazioni dei cittadini «nemici
del popolo» e degli stessi partigiani non comunisti.
«Esatto - dice Pansa - ed ecco il secondo
elemento della Bugia: c’è stato il leggendario
consenso di popolo alla Resistenza? No, non c’è
stato. È una fola nata dal noto libro di Luigi
Longo, Un popolo alla macchia (Mondadori 1947). Macché
popolo, al nord la guerra civile è stata combattuta
da due minoranze - l’esercito di Salò e le formazioni
partigiane - in mezzo a una popolazione impaurita che
aspettava solo che il temporale passasse. Io la «zona
grigia» di cui ha parlato De Felice l’ho vissuta
a Casale Monferrato: era quella delle campagne dove, per
esempio, i contadini non ne potevano più né dei
tedeschi, né dei fascisti,né dei partigiani
che erano dei gran razziatori».
E siamo a quota due. Qual è il
terzo pezzo della Bugia da mandare
in frantumi? «Le cifre. Trecentomila
partigiani in armi? Ma siamo matti. L’entità
delle formazioni partigiane è un’altra delle
panzane che siamo andati raccontando in questi anni.
Il quarto elemento è l’insurrezione al nord.
Non c’è stata nessuna insurrezione. C’è stato
solo l’arrivo degli Alleati, rapidissimo dopo
lo sfondamento della Linea gotica e il cedimento dell’esercito
tedesco, allo stremo delle forze e con il morale
a pezzi. Dopo, è solo cominciata una mattanza».
A pezzi, a questo punto, è
anche la Bugia. «Non ancora.
E questo è il nocciolo del mio libro. I
personaggi che sbertuccio sono i sacerdoti
della Bugia. Quelli che non vogliono che finalmente
si ammetta che le guerre mettono in luce, talvolta
l’eroismo, più spesso la ferocia di chi
le combatte. Quale che sia lo schieramento. Quelli
che non vogliono accettare l’elementare verità
che la guerra si combatte in due: uno la vince e uno
la perde. Ma poi si pretende che la storia la scrivano
solo i vincitori. E ai vinti si nega il diritto di parlare
».
Ma questo è «revisionismo».
«Io non sono revisionista, sono
pansista. E non accetto la logica del
“taci, tu che sei fascista”. Che è poi la logica
del sasso in bocca. Quella lasciamola alla mafia”.
Domizia Carafoli, sul “Giornale”, 29 settembre 2006.
Commento di Gianni Pardo
Le parole di Giampaolo Pansa – già
autore del tanto letto e discusso
“Sangue dei Vinti” – meritano un commento
sconsolato: visto che ha vissuto, se pure da
giovanissimo, il tempo della Resistenza, come
mai dice queste banali verità, evidenti
da sempre a chi scrive, solo ora, appena sessant’anni
dopo i fatti? I sospetti sono questi:
1) che fino ad ora, benché fosse
la verità, non fosse lecito
dirla e chi la diceva, come me, era solo uno
sporco fascista.
2) che essendo un po’ svanito il furore
resistenziale di stampo pertiniano,
o, peggio ancora, di stampo paranoide come
quello di Giorgio Bocca, dire questa
verità – sempre che, beninteso, si sia giornalisti
di sinistra – sia divenuto lecito.
3) che soprattutto questa verità,
oltre che lecita, sia divenuta
un’occasione per vendere molte copie di
un libro. Come è avvenuto col “Sangue dei
Vinti” e come Pansa spera forse di fare con “Sconosciuto
1945”. Dunque non si tratta del coraggio di dire
la verità, ma della capacità di approfittare
del revisionismo resistenziale dopo avere
approfittato della retorica resistenziale finché
è stata pagante.
4) E soprattutto, in conclusione, che
in Italia si può dire la verità
nella misura in cui lo permette la sinistra e per
essa i comunisti. E poi abbiamo decine di
cattedre di storia, nelle università! Soldi
buttati.
Gianni Pardo
Massima del giorno
I discorsi sulla borsa sono tendenzialmente
noiosi: al futuro, sono discutibili,
al passato sono inutili.
G.P.
MOLLICHINA
Prodi: “Abbiamo ridotto le distanze
fra poveri e ricchi”. Vero. Basta impoverire
i ricchi.
L'industria
dei bimbi
di Chernobyl
Ma si può sapere quanti sono i bambini
di Chernobyl? E, soprattutto, perché
non crescono mai? Domande impopolari, me
ne rendo ben conto, ma rese attuali dall'angosciante
vicenda dei coniugi liguri che si rifiutavano
di restituire Maria, la piccola bielorussa
ospitata a casa loro per un «soggiorno
di risanamento». Il disastro nella centrale
nucleare dell'Ucraina accadde il 26 aprile
1986. Questo significa che i bambini di Chernobyl
nati sotto la nube radioattiva hanno oggi intorno
ai 20 anni. Cioè sono adulti di Chernobyl.
Ciò nonostante continuano ad arrivare
in Italia bambini di Chernobyl.
Si calcola che negli ultimi dieci anni
ne siano stati ospitati presso famiglie italiane
almeno 300.000. Ci sono associazioni per i bambini
di Chernobyl praticamente in ogni città,
paese, frazione, quartiere d'Italia, da Cagliari
a Martina Franca, da Bolzano a Cerignola, da Lentate
a Lanciano, da Castelmaggiore a Martinsicuro,
da Orbassano a Terni, da Alpignano a Barletta, da Senigallia
a Noci, da Domodossola a Foggia, da Bizzuno a Cosenza,
da Fano a Mugnano, da Castelmassa a Noicottaro. Alla
sola Avib, la federazione delle associazioni di volontariato
italiane per la Bielorussia, fanno capo 85 sodalizi.
Si tratta spesso di Onlus (organizzazioni non lucrative
di utilità sociale) che ricevono contributi da
Comuni, Province, Regioni e che riscuotono offerte
deducibili dalle tasse o il 5 per mille dell'Irpef a titolo
di donazione liberale.
Per ogni bambino di Chernobyl che arriva
in Italia vi sono disposizioni (emanate
dal Comitato minori stranieri) da osservare,
polizze assicurative
sanitarie da stipulare, moduli da compilare,
accompagnatori di lingua italiana da arruolare.
In termini di impegno, tempo e denaro, gli stessi
impicci che un piccolo imprenditore deve affrontare
per mandare avanti la sua azienda. E servono uffici,
impiegati, telefoni, fax, siti internet, conti correnti
bancari. Com'è possibile che un gruppo
di benefattori di Desenzano del Garda possa permettersi
una sede persino in Bielorussia?
Le associazioni
per i bambini di Chernobyl sostengono
che «secondo uno studio dell'Enea»
- sarà l'italiano Ente per le nuove tecnologie,
l'energia e l'ambiente oppure l'European
nuclear energy agency? - «un mese d'ospitalità
in Italia con un'alimentazione priva di radionuclidi permette
di perdere dal 30 al 50% della radioattività
assorbita, riducendo così il rischio d'essere
colpiti da tumore tiroideo, leucemia e altre patologie
collegabili alle conseguenze dell'incidente».
Questo significa che con tre o due soggiorni i bambini
perdono il 100% della radioattività?
Magnifico. Considerata la mole di arrivi, l'obiettivo
è quasi raggiunto.
Ma com'è che alcuni miei parenti
ospitano da anni lo stesso bambino? Per
guarirlo ancora di più? E nessuno pensa
ai giovani di Chernobyl? Quelli non
hanno bisogno d'aria buona, non rischiano di morire?
Chiariamo bene: non v'è nulla di
male, anzi!, nell'accogliere periodicamente
a casa propria bambini stranieri orfani,
poveri, già malati o potenzialmente
in pericolo. A patto che questi intensi traffici
umani da e per l'Ucraina, la Bielorussia
e la Russia non creino crudeli illusioni o, quel
che è peggio, non mascherino un mercato delle
adozioni facili. Stefania Prestigiacomo, l'ex
ministro per le Pari opportunità che aveva la delega
sulle adozioni internazionali, ha ammesso che i bambini
di Chernobyl «erano un numero limitato, nell'ordine
di qualche centinaio, per un progetto ben mirato:
oggi sono diventati circa 30.000». Le stesse
associazioni riconoscono che ormai non si riesce più
a stabilire se 600 di questi bambini di Chernobyl siano da
considerarsi italiani o bielorussi, dal momento che
trascorrono 150 giorni l'anno da noi e 215 nel loro Paese.
A leggere
una documentata inchiesta
di Panorama, sorge il sospetto di trovarsi
in presenza d'un business assai fiorente:
tre milioni d'italiani coinvolti, capifamiglia
che chiedono l'anticipo della liquidazione o
accendono mutui per avere il «loro» bambino,
un giro vorticoso di mance perché il «figlio»
pendolare sia trattato con cura negli istituti
dove vive abitualmente in attesa di trasferirsi per
sempre in Italia, metà del fatturato della Belavia
(la compagnia di bandiera bielorussa) che scaturisce
dai viaggi Roma-Minsk.
Ci è stato spiegato che i bambini
di Chernobyl vengono al mare in Italia
perché hanno bisogno dello iodio
per rimettere in sesto le loro tiroidi.
Allora com'è che alcune delle associazioni
ospitanti hanno sede a Revò (Trento), 724
metri d'altitudine, Pennabilli (Pesaro),
629 metri, Saint-Christophe (Aosta), 619 metri? Senza
contare che non c'è mica il solo Belpaese
a essersi fatto carico della sorte dei bambini di
Chernobyl. Esistono organizzazioni di volontariato
a loro dedicate in quasi tutti gli Stati d'Europa,
negli Usa, in Canada, financo in Giappone. Solo che
quelle censite dalla Virtual guide to Belarus
risultano 10 in Canada, 25 negli Stati Uniti e ben
55 in Italia: possibile che la generosità si sia concentrata
in una nazione che ha un territorio 65 volte più
piccolo delle prime due? E non s'è varato un Chernobyl
children's project a cura delle Nazioni Unite? E il
Chernobyl children's project international con
sede a New York di che cosa si occuperà? E il
Canadian relief fund for child victims in Belarus?
E il Chernobyl children's project
del Regno Unito? Talmente debole,
è la loro azione, da aver bisogno del
pervasivo supporto italico?
Ma poi sarà veramente drammatica
la situazione a vent'anni dal
disastro atomico? Sono andato a vedermi le statistiche
dell'Organizzazione mondiale della
sanità. Nel rapporto annuale pubblicato dall'Oms
ho trovato raccomandazioni per screening
periodici, terapie ormonali e radioiodioterapie
sulla popolazione a rischio, ma nessun riferimento
alla necessità di salutari soggiorni
all'estero, siano essi marini o montani.
Fra il 1986 e il 2002, nella fascia
d'età 0-14 anni, la più colpita,
l'Oms ha riscontrato 1.762 casi di cancro
alla tiroide in Ucraina e 1.711 in Bielorussia.
La mortalità infantile in Bielorussia
risulta del 15 per mille, mentre è sorprendentemente
più alta in Ucraina (22) e Russia (19),
che pure furono meno contaminate dalla nube
nucleare. Infine i decessi per tumori solidi e leucemie,
fra gli evacuati di tutte le età nella zona entro
30 chilometri dal reattore esploso, sono stati 65
(pari allo 0,05%) nei primi dieci anni. La predizione è
di 5 nuovi decessi (0,004%) per gli anni a venire.
L'esposizione
alle radiazioni degli abitanti
nella medesima zona fu, sempre secondo l'Oms,
di 10 mSv (millisievert). Non chiedetemi
che cosa sono i millisievert: so soltanto
che il fondo naturale di radioattività cui
è sottoposta la popolazione italiana è, mediamente,
di 1 mSv. Però, se vogliamo valutare
per ordine di grandezza, leggetevi questa affermazione
riferita alle radiazioni ionizzanti
sopportate dal personale in servizio sugli aerei
e contenuta in una proposta di legge presentata nel 1996
alla Camera da due deputati al di sopra di ogni
sospetto, gli antinuclearisti verdi Gianni Mattioli
e Massimo Scalia: «Un membro d'equipaggio
può assorbire una dose annuale che può
andare da qualche mSv (millisievert) per equipaggi
impiegati su voli a corto e medio raggio, sino a
una decina di mSv per i voli a lungo raggio».
C'è qualcuno disposto ad adottare i bambini (un po'
cresciuti) dell'Alitalia?
Articolo di Stefano Lorenzetto -
il giornale
Robert Redeker:
vittima
di una fatwa omicida
firmiamo, con informazionecorretta,
un appello in suo favore
Il professore francese Robert Redeker
ha scritto il 28 settembre un articolo
su Le Figaro in cui metteva a nudo le radici
dell'integralismo islamico e il suo tentativo
di assoggettare l'Europa. Per questo è stato
condannato a morte con una fatwa, ed è stato
costretto a fuggire di casa vivendo come persona
"sans domicile fixe". Riporto sotto il messaggio
da lui inviato ad André Glucksmann. È
aperta l'adesione ad un appello in suo favore che
si può firmare nei siti internet seguenti (in cui
si trova anche tutta la documentazione dei fatti):
http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1271
http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1273
Impegniamoci a favore della ennesima
vittima della terribile minaccia
che viene portata alla nostra libertà.
Nessuno che sia costretto in una situazione
così allucinante deve essere lasciato
solo.
Di seguito, l'appello inviato ad André
Glucksmann:
Cher André,
Bonjour.
Je suis maintenant dans une situation
personnelle catastrophique. De
nombreuses menaces de mort très précises
m'ont été adressées,
et j'ai été condamné à mort
par des organisations de la mouvance
al-qaïda. L'UCLAT et la DST s'en occupent,
mais... je n'ai plus le droit de loger chez
moi (sur les sites me condamnant à mort
il y a un plan indiquant comment venir à
ma maison pour me tuer, il y a ma photo, celle des
lieux où je travaille, des numéros de
téléphone, et l'acte de condamnation).
Mais en même temps on ne me fournit
pas d'endroit, je suis obligé de quêmander,
deux soirs ici, deux soirs là... Je suis
sous protection policière permanente.
Je dois annuler toutes les conférences
prévues. Et les autorités m'obligent
à déménager. Je suis un SDF.
Il en suit une situation financière démente,
tous les frais sont à ma charge, y compris
ceux eventuels d'un loyer d'un mois ou deux éloigné
d'ici, de deux déménagements,
de frais de notaire, etc... C'est bien triste.
J'ai exercé un droit constitutionnel, et j'en
suis puni, sur le territoire même de la
République. Cette affaire est aussi une attaque
contre la souveraineté nationale: des lois étrangères,
décidées par des fanatiques
criminophiles, me punissent d'avoir exercé un
droit constitutionnel français, et j'en subis,
en France même, grand dommage.
Amitiés
Robert Redeker
IL POLITICO BUGIARDO
Qualcuno si chiederà perché,
in questa sede, non si commenti la vicenda
della Telecom e di Prodi. Quanto meno scrivendo
che Prodi ha detto la verità o
che Prodi ha mentito. Ma una ragione per questo
silenzio c’è. E per spiegarla si è
obbligati a prenderla un po’ alla lontana.
Nel 1956 Giorgio Napolitano era maggiorenne
e sapeva leggere e scrivere.
Per conseguenza sapeva benissimo che
la rivoluzione ungherese, non che essere
una finta controrivoluzione finanziata dall’estero,
nasceva dall’esasperazione di un popolo
contro una potenza coloniale e tirannica. Tuttavia,
per fedeltà al Pci, egli mentì pubblicamente
e ripetutamente. Ciò non gli
ha impedito d’essere per molto tempo Presidente della
Camera dei Deputati e infine d’essere nominato
Presidente della Repubblica. È perfino
andato in Ungheria a rendere omaggio alla tomba di
Nagy, impiccato da coloro che lui a suo tempo sostenne.
Molti anni fa Pertini, in Spagna,
sparò una tale sciocchezza da rendere
problematica la sua posizione di Presidente
della Repubblica. Contro ogni
evidenza, egli allora attribuì quelle parole
incaute all’innocente Maccanico il quale
ovviamente se le accollò volentieri,
ben sapendo che nessuno ci avrebbe creduto.
Che anzi questo l’avrebbe aiutato a fare carriera.
E infatti negli anni successivi non gli sono
mancati onori e cariche. Nel frattempo Pertini
il bugiardo è stato considerato uno dei
Presidenti della Repubblica più amati dagli
italiani e forse il più onesto.
Quando
avviene qualcosa d’imbarazzante
e d’innegabile la tecnica vuole che,
contro ogni evidenza, il Capo ne attribuisca
ad altri la colpa e poi resista agli inevitabili
giorni di “maretta” per infine contare – con
ragione - sulla capacità d’oblio del
grande pubblico.
È quello che fa Prodi. Ha inviato,
su carta della Presidenza del Consiglio
ma facendolo firmare a un suo personale
collaboratore, (Rovati), un documento
estremamente tecnico (si pensa elaborato dalla
Banca d’Affari Goldman Sachs), a
Tronchetti Provera, praticamente imponendogli
una certa operazione finanziaria. Poi, quando
non si è obbedito a tale documento, da
prima si è detto scandalizzato di non
essere stato informato, poi ha detto che Tronchetti
Provera non aveva il dovere d’informarlo,
poi ha detto che non avrebbe riferito al Parlamento,
poi che avrebbe riferito ad una sola delle due
camere, poi ad ambedue le camere e nel frattempo il
signor Rovati è stato cortesemente invitato
a prendersi le colpe non sue, dimettendosi. Come è puntualmente
avvenuto. Prodi non si è spinto fino a chiamare
pubblicamente bugiardo Tronchetti Provera (perché
inimicarsi i poteri forti?), il quale ha affermato in
tempo non sospetto (15 settembre) d’avere informato Prodi.
L’uomo della Pirelli ha sempre pubblicamente riaffermato
la propria versione, facendosi anche applaudire dalla
Confindustria, ma Prodi tira diritto: quanta gente
sa chi è Tronchetti Provera? Quanta gente può
distinguere uno specializzatissimo piano di operazioni
di borsa, con grafici e tutto, elaborato da Goldman Sachs,
da un documento che secondo l’ingenuo Prodi il signor
Rovati avrebbe potuto scrivere in mezza nottata d’insonnia?
Ecco perché le recenti imprese
prodiane non hanno qui trovato un
commento. La piazza ungherese che in questi
giorni ha chiesto a gran voce le dimissioni
del proprio primo ministro che ha mentito ha torto.
Chi si aspetta che i politici dicano la verità
è un ingenuo e gli ingenui sono quegli stessi
che dopo qualche tempo dimenticano. Dunque
non è escluso che parecchi di quegli ungheresi
arrabbiati voteranno per lo stesso primo ministro,
la prossima volta, se solo non opererà troppo
male. Così come dopo la rivoluzione del ’56
perdonarono a Kádár, l’uomo di Mosca
dopo la repressione. E come gli italiani hanno dimenticato
le indecenti posizioni di Napolitano nel 1956, le menzogne
di Pertini, le sedute spiritiche di Prodi, la sua
svendita della Sme ed ogni altra cosa che sia più
vecchia di sei mesi.
Chi oggi non riesce a perdonare Napolitano
sembra un fanatico e così domani
sembrerà un fanatico che ricorderà
che Prodi è un bugiardo. E allora, a che
scopo strapazzarsi? La gente s’indigna e dimentica,
chi ha memoria storica non s’indigna e non
dimentica: sicché rischia d’avere torto
sia sul momento, perché non ha condannato, che
dopo, perché non ha dimenticato.
PS: clicca qui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 29 settembre 2006
TREMONTI: PRODI
MENTE
SUA IDEA FISSA E' ORCHESTRARE AFFARI
intervento di Giulio Tremonti sul
caso Telecom pronunciato oggi
alla Camera dei Deputati...
"E' stato davvero un piacere -
Presidente Prodi - vederLa finalmente
entrare in questa Aula.
Non è stato invece un piacere
sentirLa parlare a questa Aula.
Lei non è riuscito a difendere:
-
né il Suo Consigliere,
-
né il Suo operato.
Lei qui ci ha parlato di molto,
tranne che dell'essenziale.
Non ci ha parlato della ragione
politica per cui oggi è stato
convocato in questa Aula. Per favore,
non si nasconda dietro lo scandalo delle
intercettazioni. Non divaghi sul futuro delle
telecomunicazioni.
Intercettazioni.
Fino a pochi giorni fa Lei dialogava
con il vertice Telecom: "Gli
ho chiesto..."; "Mi ha promesso...".
Se sapeva qualcosa di più,
sulle intercettazioni, doveva
dirlo in Parlamento.
Se non sapeva niente, non cerchi
di prendersi un merito "a prescindere"
- come fa di solito.
Telecomunicazioni.
Userò una Sua immagine:
"Se schiacci il tubetto, poi è
difficile rimetterci dentro il
dentifricio".
Nel 1997 è Lei che ha schiacciato
il tubetto della Telecom, privatizzandola
istantaneamente e totalmente.
E' Lei che ha messo la Telecom
sul mercato dei capitali, senza
che ci fossero i capitalisti.
Dopo 9 anni, adesso ci dice che
si deve correggere quel Suo errore.
Dubito che sia possibile farlo
con mezzi politici corretti.
Non con la rinazionalizzazione.
Non arrangiando una cordata più
o meno filo-"governativa".
Non aggirando la normativa europea.
Il Governo avrà certo modo
di esporre le sue idee, sul futuro
delle telecomunicazioni.
Ma noi qui, oggi, vogliamo e dobbiamo
parlare dell'affare Telecom,
del Suo ruolo in questo affare, della Sua
azione di subgoverno.
Della ragione politica negativa
per cui sull'Italia è riapparso
il "rischio paese".
E' considerato a rischio dall'estero
un Paese in cui il premier fa incontri
privati non verbalizzati e comunicati pubblici
su soci esteri e controllate estere
di un gruppo privato.
Lei è stato eletto con un
programma che La impegnava a: "...
favorire la trasparenza e la legalità
dei mercati...".
Basta leggere il Suo comunicato
stampa dell'8 settembre per provare
che Lei ha fatto l'esatto opposto.
Partiamo dall'inizio, dal Decreto
di Gabinetto della Presidenza
del Consiglio.
Qui troviamo registrato il signor
Rovati, come "consigliere politico-economico".
Escluso il politico, perché
Rovati stesso dice che di politica
non capisce e non si occupa, resta l'economico.
In attesa di smentita, a seguito
della chiamata di Rovati per chiara
fama ad una qualche cattedra di economia,
dobbiamo chiederci quale è il
tipo di economia per cui si consiglia un economista
come Lei.
Deve essere un tipo molto particolare
di economia.
Economia in senso aristotelico,
da oicos: economia
privata.
Forse è per questo che il
vostro piano lo avete definito come
un piano artigianale.
Ma non buttatevi giù.
Non è un piano artigianale.
E' un piano industriale.
Anzi, è un piano istituzionale.
Un vasto piano da cui tutti avrebbero
guadagnato: e perderci uno solo.
Avrebbero
dovuto guadagnarci:
-
la Telecom, ipoteticamente ristrutturata
nel suo assetto patrimoniale e finanziario;
-
le banche creditrici, risolvendo tra
l'altro eventuali problemi di ratios
e di Basilea 2;
-
le Fondazioni, estendendo il loro ruolo
nell'economia;
-
un industriale, forse interessato ai
telefonini;
- la Sua ditta politica,
con le mani in pasta perché
regista della ristrutturazione di un settore-chiave,
come quello delle telecomunicazioni.
Dimenticavo
di dire chi ci avrebbe perso:
il contribuente italiano.
Ma qual è stata la dinamica
politica dell'affare?
Il presidente D'Alema ha iniziato
le sue vacanze convinto della fusione
San Paolo-Monte dei Paschi di Siena.
Nel durante, ha letto sul giornale
la notizia della fusione San
Paolo-Banca Intesa.
Poi ha letto sul giornale di Telecom.
Quello che alla Farnesina definirebbero
un affare con ritorno politico
non multilaterale, ma unilaterale.
Da qui la reazione che si è
scatenata su Palazzo Chigi.
Vede Presidente, il Suo non è
stato un errore di calcolo economico.
E' stato un errore di calcolo politico.
All'interno del vostro
circuito di potere, a causare
il corto circuito - un corto circuito
che inizia con i suoi comunicati stampa
suicidi di metà settembre:
-
non è stato lo scorporo dei telefonini da Telecom;
-
ma lo scorporo, dall'affare Telecom,
di un pezzo di maggioranza.
L'idea fissa del presidente Prodi
è stata ed è sempre quella
di orchestrare affari.
Da ultimo, affari per compensare
il suo deficit di potere politico
con un surplus di potere economico.
Nel caso, Lei è stato fulminato
lungo la via telefonica al Partito
Democratico.
Non tra gli elettori del centro-sinistra,
non tra gli eletti di centro-sinistra
in questa Aula, ma a Palazzo Chigi domina
una idea storta.
L'idea che la politica serve per
fare affari e che gli affari servono
per fare politica!
E' questo che il Paese deve sapere.
E' questo che il Paese non può
accettare.
Signor Presidente, esploso lo scandalo,
Lei ha detto: "Mi sento per metà
Presidente del Consiglio e per metà
assistente sociale".
Che Lei sia per metà assistente
sociale, lo concordi con i Suoi
alleati.
Che Lei sia un presidente dimezzato,
lo ha detto appunto Lei.
E noi non abbiamo difficoltà
a darLe ragione.
Dimezzato e commissariato e tanto
debole da formulare una minaccia
d'ultima istanza: "Se vado a casa, porto
anche voi con me".
Non sarebbe poi una cattiva idea!
Nella terza Repubblica francese,
nel pieno di un affaire simile, un
uomo di governo si difese dicendo: "Delle due
l'una: o sono disonesto o non sono capace".
La risposta fu: "Il cumulo delle
cariche non è vietato".
Vale anche per Lei!
Infine, Lei ha detto: "Quando un
imprenditore parla al Presidente
del Consiglio, deve dire la verità".
Vale lo stesso per Lei, presidente
Prodi.
Quando il Presidente del Consiglio
parla in Parlamento, deve dire la
verità.
Lei oggi ha mentito.
Ha mentito insieme all'Aula ed
al Paese.
E' per questo che Lei da oggi non
può più governare questo Paese
con la necessaria dignità."
Per saperne di più
vai sul sito www.giuliotremonti.it/homepage.asp
MOLLICHINE
Santoro biondo. Ferrara minaccia
d'indossare una parrucca rosa.
Ma più di tutti sarebbe stupefacente
Marco Rizzo con un po' di buon senso in testa.
Napolitano rende omaggio a Nagy.
Mi stupirebbe se Nagy, quando l'incontrerà
in cielo, gli rendesse l'omaggio.
Scarcerata Silvia Baraldini. Finalmente
giustizia (proletaria) è fatta.
Il vaticano scomunica Monsignor
Milingo. Non poteva concedergli
almeno la seminfermità mentale?
Gianni Pardo
Massima del giorno
L'Onu non sempre è inutile:
a volte è nociva.
G.P.
L'INTOLLERANZA
La tolleranza - come la certezza
del diritto, la pari dignità dei
cittadini ed altre belle cose - ha solo
estimatori. Fra l'altro, col prevalere della
democrazia nei paesi sviluppati, è divenuta
uno dei fondamenti della società. Ma
anche i disvalori conservano una loro appetibilità.
L'incertezza del diritto, per
esempio, che pure tutti aborrono, cambia sapore
quando si tratta di giudicare nello stesso
modo il nemico e l'amico. Si comincia a dire "summum
ius summa iniuria" o perfino, come sostenevano
i Borboni, che le leggi ai nemici si applicano
e per gli amici si interpretano. Dunque anche l'intollerante
a volte pensa d'avere buone ragioni per esserlo.
Ma, per cominciare, chi è intollerante?
Certo non è tale chi agisce
per legittima difesa. Chi abbandona
un locale pubblico perché non sopporta
il genere di "musica" che viene inflitta
ai presenti, o non ne sopporta il livello
sonoro, non è "intollerante": è
solo qualcuno che vuole salvare le proprie orecchie.
Né è intollerante chi esce dal cinema
dopo dieci minuti di proiezione, pur avendo pagato
il biglietto: è entrato per due ore di svago
e se giudica di avere sbagliato indirizzo ha tutto
il diritto di non soffrire ulteriormente.
In questi casi l'"intollerante"
non è tale perché agisce solo
per sé, non impedisce agli altri d'apprezzare
ciò che a lui dispiace. Viceversa è
intollerante colui che, avendo scoperto
che un dato film è pornografico, non solo esce
offeso dalla sala cinematografica ma cerca
di far vietare la proiezione e si disturba fino
a denunciare per oscenità il regista e il produttore.
Intollerante è Girolamo Savonarola
quando vuole impedire agli altri di peccare,
non colui che pecca. Chi non sopporta il comizio del
fascista cretino e se ne va non è intollerante,
è intollerante colui che vuole impedirgli di
parlare.
L'intollerante
cerca di vietare ad altri un'attività
che personalmente non lo lede affatto
e che, per così dire, non lo riguarda.
Intollerante è in primo luogo il
moralista che cerca d'interferire nella vita
degli altri nel loro interesse, anche se essi non
gradiscono affatto quell'interferenza. Intollerante
è il portatore d'una certezza universale
che non ammette contraddizioni: infatti,
mentre l'Occidente caratterizzato da una blanda
religiosità è tollerante, l'Islàm
duro e puro è integralista. Anzi, è
apostolico e violento nella sua volontà di convertire
gli infedeli. Sarebbe facile chiedere all'ayatollah
che gliene importa, se gli infedeli andranno all'inferno
o no, ma questo non lo fermerebbe: la sua missione
è quella di condurre l'umanità alla vera fede.
Non diversamente da come il comunista rivoluzionario
vuole fare il bene del popolo e questo bene è
pronto ad imporglielo anche con la dittatura e con il gulag.
La tolleranza a molti appare immorale
(case di tolleranza erano detti
i bordelli!), ma vince il confronto storico.
Malgrado i suoi giganteschi difetti, il
laico Impero Romano è stato rimpianto
per secoli. I romani avevano infatti una mentalità
giuridica e per loro ognuno poteva dire e fare
ciò che voleva, purché non mettesse
in pericolo la Res Publica. L'idea d'imporre con
la forza il culto di Giove o di Quirino non gli
sarebbe venuta in mente e quando, cedendo a mode
orientaleggianti, imposero il "culto dell'imperatore",
fu di fatto una formalità; una forma
di giuramento di fedeltà allo stato e nulla
più; nessuno, fra gli ottimati romani,
reputava l'imperatore un dio e molti lo giudicavano
anzi un emerito delinquente. Il dominio di Roma,
diversamente da quello della Chiesa, dell'Urss
e di Mao, è stato militarmente e fiscalmente
pesante, ma intellettualmente leggerissimo. Per questo,
pur dopo secoli di ruberie, ha lasciato un ricordo
migliore di quello che nell'Est europeo ha lasciato
l'Urss dopo appena quarantacinque anni di dominio.
Bisogna guardare con grande sospetto
chi viene a fare il bene di tutti.
Anche perché non tutti hanno la stessa
idea di bene. Il conformista ci disgusta
intellettualmente ma il rivoluzionario
mette a rischio la nostra vita. Il peccatore
rompe il patto con Dio, il moralista rompe
le scatole al prossimo. E socialmente è
più pericoloso il secondo.
In conclusione, i salvatori dell'umanità
devono essere messi in condizione di
non nuocere.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
L'ES DELL'ISLAM
MODERATO
Oriana Fallaci aveva tendenza
a fare d'ogni erba un fascio e a stramaledire
tutti gli islamici. Altri hanno
un atteggiamento opposto: giudicano tutti
gli islamici persone per bene e gli integralisti,
per non parlare dei terroristi, sono
solo marginali eccezioni. Per decidere seriamente
fra simili posizioni bisognerebbe disporre
d‚una competenza e di tanti dati che l'osservatore
normale non ha: per questo sarà forse
consentito prenderla alla lontana.
L'orizzonte comportamentale d'ogni
individuo è il gruppo nel
quale vive. Se un individuo è tanto
geloso della moglie da impedirle di
uscire di casa, a meno che non sia accompagnata
da un membro della famiglia di sesso maschile;
se è tanto geloso da vietarle di guidare
l'automobile, di parlare con uomini o di farsi
visitare da un medico; se è tanto geloso da non
permettere a nessuno di guardarla in faccia, in Europa
sarebbe considerato un pazzo. Ma i cittadini
dell'Arabia Saudita, che si comportano così,
sono tutti nevrotici? Non solo ciò è inverosimile,
ma essi considerano se stessi normali e gli
Europei immorali. Una società stabilisce ciò
che al suo interno costituisce normalità psicologica
ma se la si guarda dall'esterno si può giungere
alla conclusione che, per certi versi, quell'intera
società è nevrotica.
Questo vale per le nazioni musulmane
e non solo per quanto riguarda
la considerazione della donna. Ovviamente
c'è un'enorme differenza fra l'Arabia
Saudita e la Turchia laica, ma parlando in
generale può affermarsi che le società
islamiche hanno alcune caratteristiche comuni.
1) Una estrema
povertà che impedisce quell'acculturazione
che deriva dai frequenti contatti
con persone che vivono lontano, dai
viaggi all'estero, dalla constatazione
che ciò che è ovvio in un posto può
non esserlo in un altro, dall'idea che
il mondo è molto più vario di quanto
si tende a credere nel proprio villaggio.
2) Una
notevolissima povertà culturale.
Pochi vanno a scuola, pochissimi leggono
e capiscono ciò che avviene nel mondo.
La quantità di libri scritti in inglese,
francese, tedesco e spagnolo che vengono
tradotti in arabo è francamente insignificante.
Ogni anno la Grecia legge più testi tradotti
di quanti ne leggano tutti i paesi arabi messi insieme.
Questo per non parlare del fatto che l'analfabetismo
è estremamente diffuso e quasi d'obbligo per
le donne.
3)
Quando la povertà culturale raggiunge
livelli altissimi si ha poi un fenomeno
stupefacente: anche il contatto con civiltà
più evolute, quali sono presentate
dalle filmografie dei grandi paesi occidentali,
non lascia traccia e le vicende in esse narrate
non sono prese sul serio. Per gli spettatori
esse sono interessanti ma inverosimili come
quelle delle Mille e una Notte. Ché anzi,
se si dovessero guardare seriamente, il giudizio
sarebbe moralmente severissimo: un po' come negli
Anni Trenta, quando si rideva con le commedie americane,
incluse quelle in cui si parlava di sorridenti adulteri
e divorzi, ma si sarebbero considerate gravissime
(fino all'omicidio per causa d'onore!) vicende analoghe
che fossero avvenute in Italia. E questo spiega l'impermeabilità
culturale di alcune famiglie di emigranti che pure vivono
in Europa.
4) Poiché
però la nostra fisiologia non intende
ragioni, l'affamato non può
che invidiare il sazio, il povero il ricco
e l'appiedato sotto la pioggia il signore che va
in auto. Le società islamiche soffrono d'una
invidia repressa e costante nei confronti dei
paesi ricchi. Un'invidia che è aggravata
dal fatto che, secondo l'insegnamento religioso
ricevuto, questi paesi adorano falsi dei, hanno
costumanze immorali e sembrano prosperare malgrado
l'incombente apocalisse annunciata per loro dal Profeta.
5) Tutto questo
richiede una risposta. Se la pressione
di un dato negativo è troppo
forte, l'umanità è disposta ad
accettare anche soluzioni immaginarie. La constatazione
quotidiana è che si muore e basta,
ma l'idea di morire e basta è talmente
fastidiosa che si preferisce credere ad una
vita dopo la morte. Nello stesso modo, gli
islamici, perdenti nei confronti dell'Occidente
dai tempi della battaglia di Poitiers, riaffermano
a voce altissima la loro superiorità morale;
chiamano vittoria qualunque sconfitta che non
sia troppo clamorosa (come Nasser nel 1967 o Nasrallah
in questi giorni); considerano gloriosa l'azione
in cui muoiono dieci dei loro se hanno ucciso un
soldato israeliano, senza accorgersi che in questo
modo dichiarano che un israeliano vale dieci di
loro. Si vantano di valutare poco la propria vita
e non s‚accorgono che ciò è possibile perché
essa li induce alla disperazione. Si considerano così
abissalmente inferiori, così incapaci di combattere
a viso aperto, da proclamare che l'uccisione di innocenti
in attentati sleali è giusta. E non riescono a reprimere
una sostanziale, segreta soddisfazione per ogni disgrazia
o lutto dell'Occidente.
6) Gli islamici,
intesi come gruppo, pareggiano
i conti con la fantasia perché soffrono
di enormi frustrazioni. Tanto forti che non arretrano
dinanzi a nessuna possibile forma di
consolazione. Per questo, mentre i più
fanatici compiono crimini, i molti, che fanatici o
terroristi non sono, hanno una segreta soddisfazione
nel vedere che il mondo contrappone George W.
Bush e bin Laden quasi si potessero mettere sullo
stesso piano. L'attentato alle Torri Gemelle,
pure formalmente condannato, è la dimostrazione
che è riuscito ai musulmani quello che
non è riuscito ad Hitler, portare la guerra
sul suolo americano. Poco importa quanto di inverosimile
ci sia in queste affermazioni: importa che
esse siano consolatorie.
7) La maggior
parte degli islamici non è
né integralista né terrorista,
ma la maggior parte degli islamici
è frustrata. Sicché, mentre
il loro "ego" depreca l'attentato che uccide
donne e bambini innocenti, il loro "es" ha la segreta
Schadenfreude, il maligno piacere di vedere
per un momento perdente chi di solito si è
stati obbligati a vedere come vincente. Ecco
perché alcuni osservatori occidentali,
badando all'ego, dicono che i musulmani sono buoni,
salvo eccezioni, mentre altri, badando all'es, dicono
che tutti loro sono a favore dei terroristi e ne condividono
mentalità e risultati.
Un simile problema mondiale non
permette di ipotizzare soluzioni
facili e immediate. Sembra tuttavia
ragionevole pensare che la politica
dell'appeasement sia controindicata. La debolezza
dell'occidente, la sua tendenza a comprendere
tutto e a chiedere scusa, suona agli
occhi delle folle islamiche come un‚ammissione
di colpa e una conferma delle parole dell'imam.
La risposta giusta sarebbe invece la proclamazione
della validità del proprio modello.
Bisognerebbe quasi dire: è vero,
siamo superiori a voi in tutto, non vi rimane che
imitarci e se volete vi daremo una mano; ma se cercherete
di batterci con la violenza e l'intolleranza, sappiate
che siamo capaci di essere più violenti e intolleranti
di voi. Non insistete a chiamarci crociati: potremmo
ridiventarlo, se ci provocate.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 25 settembre
2006
RIVOLUZIONE
Nel 1866 Gustave Courbet (Coubert)
fece un gesto rivoluzionario
dipingendo "L'origine
del mondo",
quadro che qui a fianco riproduciamo.
Fu un grande scandalo, nell'Europa
dove - in quel tempo - le donne non
avevano nemmeno diritto di voto, affermare
la sacralità naturale del luogo dove
tutti siamo stati concepiti.
Oggi sarebbe bello se nei
paesi musulmani qualche Gustave
Coubert iniziasse questa piccola
rivoluzione.
(cp, 24 settembre 2006 )
Massima
del giorno
Un modo per ricevere molto affetto
è non rifiutarlo mai. L’altro
non deve mai avere il dubbio su come sarà
accolto.
G.P.
MOLLICHINE
Berlusconi: “se il governo cadrà,
sarà per implosione interna”.
E, comunque, per un’implosione
“esterna” nessuno potrebbe cadere.
Prodi: “Nessuna pace senza una
soluzione della questione palestinese”.
Come dice anche Ahmadinejad.
BERLUSCONI
LATITANTE
Berlusconi in questa estate è
sembrato sparito e a volte
la dimensione di un uomo si misura dallo
spazio che lascia vuoto. In realtà il
Cavaliere non è morto e anzi in questi mesi
se l’è tanto spassata da far pensare che forse
vorrebbe abbandonare la politica. Ma in
giro, alla sola ipotesi, tutti hanno avuto i sudori
freddi: contro chi combatterebbe, la sinistra,
se non c’è Berlusconi? Su chi farebbero sarcasmo
i comici, che già infatti oggi annaspano?
Chi agirebbe da coagulo per l’opposizione? Chi
è il leader del centro-destra plus
grand que nature come lui che
potrebbe sostituirlo?
Ma l’ipotesi della mancanza del
Cavaliere va fatta: è stato
capace di sopravvivere al cancro ma
rimane lo stesso mortale. Inoltre, non
essendo un politico professionale, ha diverse
corde al suo arco e potrebbe stancarsi della
politica come anche dell’ingratitudine
degli alleati, dell’odio fatuo di un Follini o
dell’ambiguità di un Casini. Uno che tenta di camuffare
da spirito di servizio la sua voglia di potere.
Berlusconi ha il senso dell’umorismo: chi
potrebbe impedirgli di farsi quattro risate, vedendo
come se la cavano senza di lui? Lui non potrebbe
che cadere in piedi. Pure divenuto un Pelìde
divertito che se ne sta chiuso dentro la sua tenda,
rimarrebbe ancora e sempre l’uomo che ha creato un
impero economico fra i più grandi d’Italia, che è
stato l’unico Presidente del Consiglio in carica per
cinque anni e il combattente che alla fine, mentre i
suoi alleati remavano contro e davano la partita per irrecuperabile,
è riuscito a perdere per sei decimillesimi dei
voti. Proprio per questo potrebbe lasciare. Ormai non
ha bisogno della politica: è la politica che ha bisogno
di lui.
Dunque il problema è:
che ne sarebbe del quadro politico?
Senza Forza Italia o comunque con
questo partito ridotto ad un’eco di ciò
che fu, quando mai Alleanza Nazionale riuscirebbe
a convivere con la Lega? Chi impedirebbe
a Fini e soci di saltare il fosso? Per quello
che si può capire, un centro-destra senza
Berlusconi sarebbe una coalizione retrodatata
al 1994, a quella che non aveva speranza contro
la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto. La sinistra
vincerebbe le prossime elezioni, le successive
ed anche quelle che verrebbero dopo. L’unica speranza
sarebbe non il liberalismo – troppo aristocratico
per essere amato dal popolo – ma, come sempre avviene
per gli imperi incontrastati, la litigiosità
dei diadochi. Ma quanti anni ci vorrebbero? Nel
medio termine, l’Italia senza Berlusconi è l’Italia
di Diliberto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 settembre 2006
Caro Benedetto
XVI,
colgo l'occasione del Capodanno ebraico per farle
gli auguri che certamente
lei accettera' in nome della cultura
che unisce cristiani ed ebrei.
Ieri sera nelle sinagoghe di
tutto il mondo i rabbini hanno
suonato lo shofar dando inizio ai dieci
giorni penitenziali che si concluderanno
il giorno di Yom Kippur quando quel
suono straziante ci liberera' dalla
penitenza e dai peccati che in questo
periodo ogni ebreo avra' esaminato e
discusso personalmente con D*o.
Lo Shofar che sentiamo ogni anno
a Kippur, Padre Ratzinger, serve
a scuotere l'animo di chi, digiuno
da 25 ore , e' la', debole e fragile,
davanti al suo Signore e quel suono straziante
e forte significa tre cose , La felicita'
di essere vivi unita al pianto e al dolore per
i drammi passati dal popolo ebraico.
Perche' le scrivo queste cose,
Benedetto XVI?
Perche' in questi giorni di introspezione
e di pensiero vorrei che ogni ebreo si sentisse
solidale con Lei per l'aggressione
subita dall'islam e per l'indegno silenzio
dell'Europa.
Benedetto XVI, dopo la Sua lezione
di teologia, tenuta a Regensburg,
in cui Lei ha detto che Dio e spada non
possono camminare insieme, abbiamo assistito
all'esplosione del mondo islamico, abbiamo
visto bruciare la sua immagine per le strade del
vicino e lontano oriente, abbiamo sentito
urlare che l'islam conquistera' Roma e passera' gli
italiani a fil di spada, seguiranno tutti i cristiani,
naturalmente, per la vittoria di Maometto sugli
infedeli.
Come ha reagito l'Europa allo
scempio,