ARCHIVIO SETTEMBRE 2006

FINANZE IN ARIA
Caorle, 10 settembre 2006
"Non possiamo aumentare la pressione fiscale, non dobbiamo. Dobbiamo invece tagliare le spese"
Rutelli

Mattino di Padova del 24.02.2006 
«Non aumenteremo le tasse: taglio di 5 punti del cuneo fiscale»
Fassino

L'Unità del 24/3/2006
«Nessuno ha proposto un aumento della pressione fiscale. La nostra ipotesi è di applicare in Italia un regime che è in vigore anche in Francia: un'unica aliquota su tutti i redditi da capitale.»
Fassino
 
Corriere ella Sera, campagna elettorale 2006
«L' Unione se andrà al governo non aumenterà le tasse. L'ho già detto mille volte e lo ripeto: non siamo la coalizione delle tasse».
Prodi

La Repubblica,  29 marzo 2006
"Non è vero che aumenteremo le tasse. L'abbiamo detto in tutti i modi. E' falso. Noi riteniamo che la pressione fiscale non debba esser ulteriormente aumentata. Noi proponiamo invece che la tassazione sui depositi bancari e i depositi postali che oggi è al 27% scenda al 20%, e proponiamo che la stessa aliquota del 20% si applichi ai titoli di futura emissione". "Quanto alla successione, - torna a ribadire Fassino - riguarda solo le grandi fortune e i grandi patrimoni, come è negli Stati Uniti, mentre le successioni che riguardano i normali rapporti familiari non avranno alcune imposizione fiscale".
Fassino

Metropoli - 5-4-2006

"Non aumenteremo la pressione fiscale, semmai l'obiettivo e' quello di ridurla leggermente" puntando in particolare sulla lotta all'evasione"
Rutelli



Un’intervista al giornalista di sinistra Giampaolo Pansa e un commento di Gianni Pardo
Intervista di Doomizia Carafòli

Di critiche, anche feroci, ne ha ricevute a bizzeffe. Tanto che per rintuzzarle a Giampaolo Pansa ci sono volute 480 pagine. Un librone, l’ultimo arrivato della trilogia iniziata con Il sangue dei vinti e proseguita con Sconosciuto 1945, che è come dire due grossi successi editoriali. Mezzo milione di copie solo per il primo, una bufera di polemiche e, tra il chiasso delle vestali offese, improvvisamente le altre voci, tante voci: quelle dei figli delle vittime fasciste (o semplicemente non comuniste), i rejetti che per decenni avevano taciuto vivendo il proprio dramma quasi come una vergogna e che adesso raccontavano. E così è nato Sconosciuto 1945.
 Le quattrocentottanta nuove pagine arrivano in libreria il 3 ottobre (La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, 18euro) e uno sidomanda: ci voleva un libro per rispondere alle furie di Giorgio Bocca, ai veleni di Sergio Luzzatto, ai rigurgiti di Aldo Aniasi (parce sepulto), alle stizzite puntualizzazioni dei professorini arroccati nelle accademie, ai nostalgismi dell’Anpi, insomma a tutto quel ragguardevole e ammuffito clan che da sessant’anni campa spolpando la già rinsecchita mummia della Resistenza? O non bastava il dantesco «non ti curar di lor», tanto più che il mondo velocemente cambia (non in meglio, per carità) e la cronaca orribile della nostra guerra civile diventa storia? Storia, si badi bene, degli italiani. Tutti.
 Ed è qui che Pansa ti risponde perché l’ha scritto.«Non l’ho fatto per rispondere agli attacchi, chissenefrega, l’ho fatto per smontare la Grande Bugia». E spiega: «Non è che la Resistenza, che oltretutto è la mia patria morale, sia morta. No, la Resistenza è viva e viene tirata in ballo ogni momento. Non c’è corteo in Italia in cui nonsi canti “Bella ciao”.Mase è viva, allora raccontiamola giusta. Anche a costo di procurarci e procurare qualche mal di stomaco. Primo: la Resistenza l’ha fatta per il novanta per cento il Pci. Senza il Pci la Resistenza non sarebbe esistita. Essa è una parte importante dell’esistenza del partitone rosso da cui derivano tutti i partitini attuali. E allora i comunisti comincino ad ammettere che la guerra partigiana è stata solo la prima fase di un progetto che prevedeva l’avvento sanguinoso della “rivoluzione proletaria” sotto l’ombrello dell’Armata rossa, anche se i patti di Yalta ci avevano fatto cadere dall’altra parte».

E questo spiega anche le feroci esecuzioni post-25 aprile, le eliminazioni dei cittadini «nemici del popolo» e degli stessi partigiani non comunisti. «Esatto - dice Pansa - ed ecco il secondo elemento della Bugia: c’è stato il leggendario consenso di popolo alla Resistenza? No, non c’è stato. È una fola nata dal noto libro di Luigi Longo, Un popolo alla macchia (Mondadori 1947). Macché popolo, al nord la guerra civile è stata combattuta da due minoranze - l’esercito di Salò e le formazioni partigiane - in mezzo a una popolazione impaurita che aspettava solo che il temporale passasse. Io la «zona grigia» di cui ha parlato De Felice l’ho vissuta a Casale Monferrato: era quella delle campagne dove, per esempio, i contadini non ne potevano più né dei tedeschi, né dei fascisti,né dei partigiani che erano dei gran razziatori».
E siamo a quota due. Qual è il terzo pezzo della Bugia da mandare in frantumi? «Le cifre. Trecentomila partigiani in armi? Ma siamo matti. L’entità delle formazioni partigiane è un’altra delle panzane che siamo andati raccontando in questi anni. Il quarto elemento è l’insurrezione al nord. Non c’è stata nessuna insurrezione. C’è stato solo l’arrivo degli Alleati, rapidissimo dopo lo sfondamento della Linea gotica e il cedimento dell’esercito tedesco, allo stremo delle forze e con il morale a pezzi. Dopo, è solo cominciata una mattanza».
 A pezzi, a questo punto, è anche la Bugia. «Non ancora. E questo è il nocciolo del mio libro. I personaggi che sbertuccio sono i sacerdoti della Bugia. Quelli che non vogliono che finalmente si ammetta che le guerre mettono in luce, talvolta l’eroismo, più spesso la ferocia di chi le combatte. Quale che sia lo schieramento. Quelli che non vogliono accettare l’elementare verità che la guerra si combatte in due: uno la vince e uno la perde. Ma poi si pretende che la storia la scrivano solo i vincitori. E ai vinti si nega il diritto di parlare ».
Ma questo è «revisionismo». «Io non sono revisionista, sono pansista. E non accetto la logica del “taci, tu che sei fascista”. Che è poi la logica del sasso in bocca. Quella lasciamola alla mafia”. Domizia Carafoli, sul “Giornale”, 29 settembre 2006.


Commento di Gianni Pardo
Le parole di Giampaolo Pansa – già autore del tanto letto e discusso “Sangue dei Vinti” – meritano un commento sconsolato: visto che ha vissuto, se pure da giovanissimo, il tempo della Resistenza, come mai dice queste banali verità, evidenti da sempre a chi scrive, solo ora, appena sessant’anni dopo i fatti? I sospetti sono questi:
1) che fino ad ora, benché fosse la verità, non fosse lecito dirla e chi la diceva, come me, era solo uno sporco fascista.
2) che essendo un po’ svanito il furore resistenziale di stampo pertiniano, o, peggio ancora, di stampo paranoide come quello di Giorgio Bocca, dire questa verità – sempre che, beninteso, si sia giornalisti di sinistra – sia divenuto lecito.
3) che soprattutto questa verità, oltre che lecita, sia divenuta un’occasione per vendere molte copie di un libro. Come è avvenuto col “Sangue dei Vinti” e come Pansa spera forse di fare con “Sconosciuto 1945”. Dunque non si tratta del coraggio di dire la verità, ma della capacità di approfittare del revisionismo resistenziale dopo avere approfittato della retorica resistenziale finché è stata pagante.
4) E soprattutto, in conclusione, che in Italia si può dire la verità nella misura in cui lo permette la sinistra e per essa i comunisti. E poi abbiamo decine di cattedre di storia, nelle università! Soldi buttati.

Gianni Pardo


Massima del giorno
I discorsi sulla borsa sono tendenzialmente noiosi: al futuro, sono discutibili, al passato sono inutili.
G.P.

MOLLICHINA

Prodi: “Abbiamo ridotto le distanze fra poveri e ricchi”. Vero. Basta impoverire i ricchi.

L'industria dei bimbi di Chernobyl
Ma si può sapere quanti sono i bambini di Chernobyl? E, soprattutto, perché non crescono mai? Domande impopolari, me ne rendo ben conto, ma rese attuali dall'angosciante vicenda dei coniugi liguri che si rifiutavano di restituire Maria, la piccola bielorussa ospitata a casa loro per un «soggiorno di risanamento». Il disastro nella centrale nucleare dell'Ucraina accadde il 26 aprile 1986. Questo significa che i bambini di Chernobyl nati sotto la nube radioattiva hanno oggi intorno ai 20 anni. Cioè sono adulti di Chernobyl.
Ciò nonostante continuano ad arrivare in Italia bambini di Chernobyl. Si calcola che negli ultimi dieci anni ne siano stati ospitati presso famiglie italiane almeno 300.000. Ci sono associazioni per i bambini di Chernobyl praticamente in ogni città, paese, frazione, quartiere d'Italia, da Cagliari a Martina Franca, da Bolzano a Cerignola, da Lentate a Lanciano, da Castelmaggiore a Martinsicuro, da Orbassano a Terni, da Alpignano a Barletta, da Senigallia a Noci, da Domodossola a Foggia, da Bizzuno a Cosenza, da Fano a Mugnano, da Castelmassa a Noicottaro. Alla sola Avib, la federazione delle associazioni di volontariato italiane per la Bielorussia, fanno capo 85 sodalizi. Si tratta spesso di Onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) che ricevono contributi da Comuni, Province, Regioni e che riscuotono offerte deducibili dalle tasse o il 5 per mille dell'Irpef a titolo di donazione liberale.
Per ogni bambino di Chernobyl che arriva in Italia vi sono disposizioni (emanate dal Comitato minori stranieri) da osservare,
polizze assicurative sanitarie da stipulare, moduli da compilare, accompagnatori di lingua italiana da arruolare. In termini di impegno, tempo e denaro, gli stessi impicci che un piccolo imprenditore deve affrontare per mandare avanti la sua azienda. E servono uffici, impiegati, telefoni, fax, siti internet, conti correnti bancari. Com'è possibile che un gruppo di benefattori di Desenzano del Garda possa permettersi una sede persino in Bielorussia?
Le associazioni per i bambini di Chernobyl sostengono che «secondo uno studio dell'Enea» - sarà l'italiano Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente oppure l'European nuclear energy agency? - «un mese d'ospitalità in Italia con un'alimentazione priva di radionuclidi permette di perdere dal 30 al 50% della radioattività assorbita, riducendo così il rischio d'essere colpiti da tumore tiroideo, leucemia e altre patologie collegabili alle conseguenze dell'incidente». Questo significa che con tre o due soggiorni i bambini perdono il 100% della radioattività? Magnifico. Considerata la mole di arrivi, l'obiettivo è quasi raggiunto.
Ma com'è che alcuni miei parenti ospitano da anni lo stesso bambino? Per guarirlo ancora di più? E nessuno pensa ai giovani di Chernobyl? Quelli non hanno bisogno d'aria buona, non rischiano di morire?
Chiariamo bene: non v'è nulla di male, anzi!, nell'accogliere periodicamente a casa propria bambini stranieri orfani, poveri, già malati o potenzialmente in pericolo. A patto che questi intensi traffici umani da e per l'Ucraina, la Bielorussia e la Russia non creino crudeli illusioni o, quel che è peggio, non mascherino un mercato delle adozioni facili. Stefania Prestigiacomo, l'ex ministro per le Pari opportunità che aveva la delega sulle adozioni internazionali, ha ammesso che i bambini di Chernobyl «erano un numero limitato, nell'ordine di qualche centinaio, per un progetto ben mirato: oggi sono diventati circa 30.000». Le stesse associazioni riconoscono che ormai non si riesce più a stabilire se 600 di questi bambini di Chernobyl siano da considerarsi italiani o bielorussi, dal momento che trascorrono 150 giorni l'anno da noi e 215 nel loro Paese.

A leggere una documentata inchiesta di Panorama, sorge il sospetto di trovarsi in presenza d'un business assai fiorente: tre milioni d'italiani coinvolti, capifamiglia che chiedono l'anticipo della liquidazione o accendono mutui per avere il «loro» bambino, un giro vorticoso di mance perché il «figlio» pendolare sia trattato con cura negli istituti dove vive abitualmente in attesa di trasferirsi per sempre in Italia, metà del fatturato della Belavia (la compagnia di bandiera bielorussa) che scaturisce dai viaggi Roma-Minsk.
Ci è stato spiegato che i bambini di Chernobyl vengono al mare in Italia perché hanno bisogno dello iodio per rimettere in sesto le loro tiroidi. Allora com'è che alcune delle associazioni ospitanti hanno sede a Revò (Trento), 724 metri d'altitudine, Pennabilli (Pesaro), 629 metri, Saint-Christophe (Aosta), 619 metri? Senza contare che non c'è mica il solo Belpaese a essersi fatto carico della sorte dei bambini di Chernobyl. Esistono organizzazioni di volontariato a loro dedicate in quasi tutti gli Stati d'Europa, negli Usa, in Canada, financo in Giappone. Solo che quelle censite dalla Virtual guide to Belarus risultano 10 in Canada, 25 negli Stati Uniti e ben 55 in Italia: possibile che la generosità si sia concentrata in una nazione che ha un territorio 65 volte più piccolo delle prime due? E non s'è varato un Chernobyl children's project a cura delle Nazioni Unite? E il Chernobyl children's project international con sede a New York di che cosa si occuperà? E il Canadian relief fund for child victims in Belarus?
E il Chernobyl children's project del Regno Unito? Talmente debole, è la loro azione, da aver bisogno del pervasivo supporto italico?
Ma poi sarà veramente drammatica la situazione a vent'anni dal disastro atomico? Sono andato a vedermi le statistiche dell'Organizzazione mondiale della sanità. Nel rapporto annuale pubblicato dall'Oms ho trovato raccomandazioni per screening periodici, terapie ormonali e radioiodioterapie sulla popolazione a rischio, ma nessun riferimento alla necessità di salutari soggiorni all'estero, siano essi marini o montani.
Fra il 1986 e il 2002, nella fascia d'età 0-14 anni, la più colpita, l'Oms ha riscontrato 1.762 casi di cancro alla tiroide in Ucraina e 1.711 in Bielorussia. La mortalità infantile in Bielorussia risulta del 15 per mille, mentre è sorprendentemente più alta in Ucraina (22) e Russia (19), che pure furono meno contaminate dalla nube nucleare. Infine i decessi per tumori solidi e leucemie, fra gli evacuati di tutte le età nella zona entro 30 chilometri dal reattore esploso, sono stati 65 (pari allo 0,05%) nei primi dieci anni. La predizione è di 5 nuovi decessi (0,004%) per gli anni a venire.

L'esposizione alle radiazioni degli abitanti nella medesima zona fu, sempre secondo l'Oms, di 10 mSv (millisievert). Non chiedetemi che cosa sono i millisievert: so soltanto che il fondo naturale di radioattività cui è sottoposta la popolazione italiana è, mediamente, di 1 mSv. Però, se vogliamo valutare per ordine di grandezza, leggetevi questa affermazione riferita alle radiazioni ionizzanti sopportate dal personale in servizio sugli aerei e contenuta in una proposta di legge presentata nel 1996 alla Camera da due deputati al di sopra di ogni sospetto, gli antinuclearisti verdi Gianni Mattioli e Massimo Scalia: «Un membro d'equipaggio può assorbire una dose annuale che può andare da qualche mSv (millisievert) per equipaggi impiegati su voli a corto e medio raggio, sino a una decina di mSv per i voli a lungo raggio». C'è qualcuno disposto ad adottare i bambini (un po' cresciuti) dell'Alitalia?

Articolo di Stefano Lorenzetto - il giornale

Robert Redeker: vittima di una fatwa omicida
firmiamo, con informazionecorretta, un appello in suo favore

Il professore francese Robert Redeker ha scritto il 28 settembre un articolo su Le Figaro in cui metteva a nudo le radici dell'integralismo islamico e il suo tentativo di assoggettare l'Europa. Per questo è stato condannato a morte con una fatwa, ed è stato costretto a fuggire di casa vivendo come persona "sans domicile fixe". Riporto sotto il messaggio da lui inviato ad André Glucksmann. È aperta l'adesione ad un appello in suo favore che si può firmare nei siti internet seguenti (in cui si trova anche tutta la documentazione dei fatti):

http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1271
 
http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1273
 
Impegniamoci a favore della ennesima vittima della terribile minaccia che viene portata alla nostra libertà. Nessuno che sia costretto in una situazione così allucinante deve essere lasciato solo.

Di seguito, l'appello inviato ad André Glucksmann:

Cher André,
Bonjour.
Je suis maintenant dans une situation personnelle catastrophique. De nombreuses menaces de mort très précises m'ont été adressées, et j'ai été condamné à mort par des organisations de la mouvance al-qaïda. L'UCLAT et la DST s'en occupent, mais... je n'ai plus le droit de loger chez moi (sur les sites me condamnant à mort il y a un plan indiquant comment venir à ma maison pour me tuer, il y a ma photo, celle des lieux où je travaille, des numéros de téléphone, et l'acte de condamnation). Mais en même temps on ne me fournit pas d'endroit, je suis obligé de quêmander, deux soirs ici, deux soirs là... Je suis sous protection policière permanente. Je dois annuler toutes les conférences prévues. Et les autorités m'obligent à déménager. Je suis un SDF. Il en suit une situation financière démente, tous les frais sont à ma charge, y compris ceux eventuels d'un loyer d'un mois ou deux éloigné d'ici, de deux déménagements, de frais de notaire, etc... C'est bien triste. J'ai exercé un droit constitutionnel, et j'en suis puni, sur le territoire même de la République. Cette affaire est aussi une attaque contre la souveraineté nationale: des lois étrangères, décidées par des fanatiques criminophiles, me punissent d'avoir exercé un droit constitutionnel français, et j'en subis, en France même, grand dommage.
Amitiés

Robert Redeker


IL POLITICO BUGIARDO
Qualcuno si chiederà perché, in questa sede, non si commenti la vicenda della Telecom e di Prodi. Quanto meno scrivendo che Prodi ha detto la verità o che Prodi ha mentito. Ma una ragione per questo silenzio c’è. E per spiegarla si è obbligati a prenderla un po’ alla lontana.
Nel 1956 Giorgio Napolitano era maggiorenne e sapeva leggere e scrivere. Per conseguenza sapeva benissimo che la rivoluzione ungherese, non che essere una finta controrivoluzione finanziata dall’estero, nasceva dall’esasperazione di un popolo contro una potenza coloniale e tirannica. Tuttavia, per fedeltà al Pci, egli mentì pubblicamente e ripetutamente. Ciò non gli ha impedito d’essere per molto tempo Presidente della Camera dei Deputati e infine d’essere nominato Presidente della Repubblica. È perfino andato in Ungheria a rendere omaggio alla tomba di Nagy, impiccato da coloro che lui a suo tempo sostenne.
Molti anni fa Pertini, in Spagna, sparò una tale sciocchezza da rendere problematica la sua posizione di Presidente della Repubblica. Contro ogni evidenza, egli allora attribuì quelle parole incaute all’innocente Maccanico il quale ovviamente se le accollò volentieri, ben sapendo che nessuno ci avrebbe creduto. Che anzi questo l’avrebbe aiutato a fare carriera. E infatti negli anni successivi non gli sono mancati onori e cariche. Nel frattempo Pertini il bugiardo è stato considerato uno dei Presidenti della Repubblica più amati dagli italiani e forse il più onesto.

Quando avviene qualcosa d’imbarazzante e d’innegabile la tecnica vuole che, contro ogni evidenza,  il Capo ne attribuisca ad altri la colpa e poi resista agli inevitabili giorni di “maretta” per infine contare – con ragione - sulla capacità d’oblio del grande pubblico.
È quello che fa Prodi. Ha inviato, su carta della Presidenza del Consiglio ma facendolo firmare a un suo personale collaboratore, (Rovati), un documento estremamente tecnico (si pensa elaborato dalla Banca d’Affari Goldman Sachs), a Tronchetti Provera, praticamente imponendogli una certa operazione finanziaria. Poi, quando non si è obbedito a tale documento, da prima si è detto scandalizzato di non essere stato informato, poi ha detto che Tronchetti Provera non aveva il dovere d’informarlo, poi ha detto che non avrebbe riferito al Parlamento, poi che avrebbe riferito ad una sola delle due camere, poi ad ambedue le camere e nel frattempo il signor Rovati è stato cortesemente invitato a prendersi le colpe non sue, dimettendosi. Come è puntualmente avvenuto. Prodi non si è spinto fino a chiamare pubblicamente bugiardo Tronchetti Provera (perché inimicarsi i poteri forti?), il quale ha affermato in tempo non sospetto (15 settembre) d’avere informato Prodi. L’uomo della Pirelli ha sempre pubblicamente riaffermato la propria versione, facendosi anche applaudire dalla Confindustria, ma Prodi tira diritto: quanta gente sa chi è Tronchetti Provera? Quanta gente può distinguere uno specializzatissimo piano di operazioni di borsa, con grafici e tutto, elaborato da Goldman Sachs, da un documento che secondo l’ingenuo Prodi il signor Rovati avrebbe potuto scrivere in mezza nottata d’insonnia?
Ecco perché le recenti imprese prodiane non hanno qui trovato un commento. La piazza ungherese che in questi giorni ha chiesto a gran voce le dimissioni del proprio primo ministro che ha mentito ha torto. Chi si aspetta che i politici dicano la verità è un ingenuo e gli ingenui sono quegli stessi che dopo qualche tempo dimenticano. Dunque non è escluso che parecchi di quegli ungheresi arrabbiati voteranno per lo stesso primo ministro, la prossima volta, se solo non opererà troppo male. Così come dopo la rivoluzione del ’56 perdonarono a Kádár, l’uomo di Mosca dopo la repressione. E come gli italiani hanno dimenticato le indecenti posizioni di Napolitano nel 1956, le menzogne di Pertini, le sedute spiritiche di Prodi, la sua svendita della Sme ed ogni altra cosa che sia più vecchia di sei mesi.
Chi oggi non riesce a perdonare Napolitano sembra un fanatico e così domani sembrerà un fanatico che ricorderà che Prodi è un bugiardo. E allora, a che scopo strapazzarsi? La gente s’indigna e dimentica, chi ha memoria storica non s’indigna e non dimentica: sicché rischia d’avere torto sia sul momento, perché non ha condannato, che dopo, perché non ha dimenticato.
PS: clicca qui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 29 settembre 2006


TREMONTI: PRODI MENTE SUA IDEA FISSA E' ORCHESTRARE AFFARI 
intervento di Giulio Tremonti sul caso Telecom pronunciato oggi alla Camera dei Deputati...

"E' stato davvero un piacere - Presidente Prodi - vederLa finalmente entrare in questa Aula.
Non è stato invece un piacere sentirLa parlare a questa Aula.
Lei non è riuscito a difendere:
-        né il Suo Consigliere,
-        né il Suo operato.
Lei qui ci ha parlato di molto, tranne che dell'essenziale.
Non ci ha parlato della ragione politica per cui oggi è stato convocato in questa Aula. Per favore, non si nasconda dietro lo scandalo delle intercettazioni. Non divaghi sul futuro delle telecomunicazioni.

Intercettazioni.
Fino a pochi giorni fa Lei dialogava con il vertice Telecom: "Gli ho chiesto..."; "Mi ha promesso...".
Se sapeva qualcosa di più, sulle intercettazioni, doveva dirlo in Parlamento.
Se non sapeva niente, non cerchi di prendersi un merito "a prescindere" - come fa di solito.

Telecomunicazioni.
Userò una Sua immagine:
"Se schiacci il tubetto, poi è difficile rimetterci dentro il dentifricio".
Nel 1997 è Lei che ha schiacciato il tubetto della Telecom, privatizzandola istantaneamente e totalmente.
E' Lei che ha messo la Telecom sul mercato dei capitali, senza che ci fossero i capitalisti.
Dopo 9 anni, adesso ci dice che si deve correggere quel Suo errore.
Dubito che sia possibile farlo con mezzi politici corretti.
Non con la rinazionalizzazione.
Non arrangiando una cordata più o meno filo-"governativa".
Non aggirando la normativa europea.
Il Governo avrà certo modo di esporre le sue idee, sul futuro delle telecomunicazioni.
Ma noi qui, oggi, vogliamo e dobbiamo parlare dell'affare Telecom, del Suo ruolo in questo affare, della Sua azione di subgoverno.
Della ragione politica negativa per cui sull'Italia è riapparso il "rischio paese".
E' considerato a rischio dall'estero un Paese in cui il premier fa incontri privati non verbalizzati e comunicati pubblici su soci esteri e controllate estere di un gruppo privato.
Lei è stato eletto con un programma che La impegnava a: "... favorire la trasparenza e la legalità dei mercati...".
Basta leggere il Suo comunicato stampa dell'8 settembre per provare che Lei ha fatto l'esatto opposto.
Partiamo dall'inizio, dal Decreto di Gabinetto della Presidenza del Consiglio.
Qui troviamo registrato il signor Rovati, come "consigliere politico-economico".
Escluso il politico, perché Rovati stesso dice che di politica non capisce e non si occupa, resta l'economico.
In attesa di smentita, a seguito della chiamata di Rovati per chiara fama ad una qualche cattedra di economia, dobbiamo chiederci quale è il tipo di economia per cui si consiglia un economista come Lei.
Deve essere un tipo molto particolare di economia.
Economia in senso aristotelico, da oicos: economia privata.
Forse è per questo che il vostro piano lo avete definito come un piano artigianale.
Ma non buttatevi giù.
Non è un piano artigianale.
E' un piano industriale.
Anzi, è un piano istituzionale.
Un vasto piano da cui tutti avrebbero guadagnato: e perderci uno solo.

Avrebbero dovuto guadagnarci:
-        la Telecom, ipoteticamente ristrutturata nel suo assetto patrimoniale e finanziario;
-        le banche creditrici, risolvendo tra l'altro eventuali problemi di ratios e di Basilea 2;
-        le Fondazioni, estendendo il loro ruolo nell'economia;
-        un industriale, forse interessato ai telefonini;
-    la Sua ditta politica, con le mani in pasta perché regista della ristrutturazione di un settore-chiave, come quello delle   telecomunicazioni.

Dimenticavo di dire chi ci avrebbe perso: il contribuente italiano.
Ma qual è stata la dinamica politica dell'affare?
Il presidente D'Alema ha iniziato le sue vacanze convinto della fusione San Paolo-Monte dei Paschi di Siena.
Nel durante, ha letto sul giornale la notizia della fusione San Paolo-Banca Intesa.
Poi ha letto sul giornale di Telecom.
Quello che alla Farnesina definirebbero un affare con ritorno politico non multilaterale, ma unilaterale.
Da qui la reazione che si è scatenata su Palazzo Chigi.
Vede Presidente, il Suo non è stato un errore di calcolo economico.
E' stato un errore di calcolo politico.

All'interno del vostro circuito di potere, a causare il corto circuito - un corto circuito che inizia con i suoi comunicati stampa suicidi di metà settembre:
-        non è stato lo scorporo dei telefonini da Telecom;
-        ma lo scorporo, dall'affare Telecom, di un pezzo di maggioranza.
L'idea fissa del presidente Prodi è stata ed è sempre quella di orchestrare affari.
Da ultimo, affari per compensare il suo deficit di potere politico con un surplus di potere economico.
Nel caso, Lei è stato fulminato lungo la via telefonica al Partito Democratico.
Non tra gli elettori del centro-sinistra, non tra gli eletti di centro-sinistra in questa Aula, ma a Palazzo Chigi domina una idea storta.
L'idea che la politica serve per fare affari e che gli affari servono per fare politica!
E' questo che il Paese deve sapere.
E' questo che il Paese non può accettare.
Signor Presidente, esploso lo scandalo, Lei ha detto: "Mi sento per metà Presidente del Consiglio e per metà assistente sociale".
Che Lei sia per metà assistente sociale, lo concordi con i Suoi alleati.
Che Lei sia un presidente dimezzato, lo ha detto appunto Lei.
E noi non abbiamo difficoltà a darLe ragione.
Dimezzato e commissariato e tanto debole da formulare una minaccia d'ultima istanza: "Se vado a casa, porto anche voi con me".
Non sarebbe poi una cattiva idea!
Nella terza Repubblica francese, nel pieno di un affaire simile, un uomo di governo si difese dicendo: "Delle due l'una: o sono disonesto o non sono capace".
La risposta fu: "Il cumulo delle cariche non è vietato".
Vale anche per Lei!
Infine, Lei ha detto: "Quando un imprenditore parla al Presidente del Consiglio, deve dire la verità".
Vale lo stesso per Lei, presidente Prodi.
Quando il Presidente del Consiglio parla in Parlamento, deve dire la verità.
Lei oggi ha mentito.
Ha mentito insieme all'Aula ed al Paese.
E' per questo che Lei da oggi non può più governare questo Paese con la necessaria dignità."

Per saperne di più vai sul sito www.giuliotremonti.it/homepage.asp

MOLLICHINE
Santoro biondo. Ferrara minaccia d'indossare una parrucca rosa. Ma più di tutti sarebbe stupefacente Marco Rizzo con un po' di buon senso in testa.

Napolitano rende omaggio a Nagy. Mi stupirebbe se Nagy, quando l'incontrerà in cielo, gli rendesse l'omaggio.

Scarcerata Silvia Baraldini. Finalmente giustizia (proletaria) è fatta.

Il vaticano scomunica Monsignor Milingo. Non poteva concedergli almeno la seminfermità mentale?

Gianni Pardo


Massima del giorno
L'Onu non sempre è inutile: a volte è nociva.
G.P.


L'INTOLLERANZA
La tolleranza - come la certezza del diritto, la pari dignità dei cittadini ed altre belle cose - ha solo estimatori. Fra l'altro, col prevalere della democrazia nei paesi sviluppati, è divenuta uno dei fondamenti della società. Ma anche i disvalori conservano una loro appetibilità. L'incertezza del diritto, per esempio, che pure tutti aborrono, cambia sapore quando si tratta di giudicare nello stesso modo il nemico e l'amico. Si comincia a dire "summum ius summa iniuria" o perfino, come sostenevano i Borboni, che le leggi ai nemici si applicano e per gli amici si interpretano. Dunque anche l'intollerante a volte pensa d'avere buone ragioni per esserlo. Ma, per cominciare, chi è intollerante?
Certo non è tale chi agisce per legittima difesa. Chi abbandona un locale pubblico perché non sopporta il genere di "musica" che viene inflitta ai presenti, o non ne sopporta il livello sonoro, non è "intollerante": è solo qualcuno che vuole salvare le proprie orecchie. Né è intollerante chi esce dal cinema dopo dieci minuti di proiezione, pur avendo pagato il biglietto: è entrato per due ore di svago e se giudica di avere sbagliato indirizzo ha tutto il diritto di non soffrire ulteriormente.
In questi casi l'"intollerante" non è tale perché agisce solo per sé, non impedisce agli altri d'apprezzare ciò che a lui dispiace. Viceversa è intollerante colui che, avendo scoperto che un dato film è pornografico, non solo esce offeso dalla sala cinematografica ma cerca di far vietare la proiezione e si disturba fino a denunciare per oscenità il regista e il produttore. Intollerante è Girolamo Savonarola quando vuole impedire agli altri di peccare, non colui che pecca. Chi non sopporta il comizio del fascista cretino e se ne va non è intollerante, è intollerante colui che vuole impedirgli di parlare.

L'intollerante cerca di vietare ad altri un'attività che personalmente non lo lede affatto e che, per così dire, non lo riguarda. Intollerante è in primo luogo il moralista che cerca d'interferire nella vita degli altri nel loro interesse, anche se essi non gradiscono affatto quell'interferenza. Intollerante è il portatore d'una certezza universale che non ammette contraddizioni: infatti, mentre l'Occidente caratterizzato da una blanda religiosità è tollerante, l'Islàm duro e puro è integralista. Anzi, è apostolico e violento nella sua volontà di convertire gli infedeli. Sarebbe facile chiedere all'ayatollah che gliene importa, se gli infedeli andranno all'inferno o no, ma questo non lo fermerebbe: la sua missione è quella di condurre l'umanità alla vera fede. Non diversamente da come il comunista rivoluzionario vuole fare il bene del popolo e questo bene è pronto ad imporglielo anche con la dittatura e con il gulag.
La tolleranza a molti appare immorale (case di tolleranza erano detti i bordelli!), ma vince il confronto storico. Malgrado i suoi giganteschi difetti, il laico Impero Romano è stato rimpianto per secoli. I romani avevano infatti una mentalità giuridica e per loro ognuno poteva dire e fare ciò che voleva, purché non mettesse in pericolo la Res Publica. L'idea d'imporre con la forza il culto di Giove o di Quirino non gli sarebbe venuta in mente e quando, cedendo a mode orientaleggianti, imposero il "culto dell'imperatore", fu di fatto una formalità; una forma di giuramento di fedeltà allo stato e nulla più; nessuno, fra gli ottimati romani, reputava l'imperatore un dio e molti lo giudicavano anzi un emerito delinquente. Il dominio di Roma, diversamente da quello della Chiesa, dell'Urss e di Mao, è stato militarmente e fiscalmente pesante, ma intellettualmente leggerissimo. Per questo, pur dopo secoli di ruberie, ha lasciato un ricordo migliore di quello che nell'Est europeo ha lasciato l'Urss dopo appena quarantacinque anni di dominio.
Bisogna guardare con grande sospetto chi viene a fare il bene di tutti. Anche perché non tutti hanno la stessa idea di bene. Il conformista ci disgusta intellettualmente ma il rivoluzionario mette a rischio la nostra vita. Il peccatore rompe il patto con Dio, il moralista rompe le scatole al prossimo. E socialmente è più pericoloso il secondo.
In conclusione, i salvatori dell'umanità devono essere messi in condizione di non nuocere.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


L'ES DELL'ISLAM MODERATO
Oriana Fallaci aveva tendenza a fare d'ogni erba un fascio e a stramaledire tutti gli islamici. Altri hanno un atteggiamento opposto: giudicano tutti gli islamici persone per bene e gli integralisti, per non parlare dei terroristi, sono solo marginali eccezioni. Per decidere seriamente fra simili posizioni bisognerebbe disporre d‚una competenza e di tanti dati che l'osservatore normale non ha: per questo sarà forse consentito prenderla alla lontana.
L'orizzonte comportamentale d'ogni individuo è il gruppo nel quale vive. Se un individuo è tanto geloso della moglie da impedirle di uscire di casa, a meno che non sia accompagnata da un membro della famiglia di sesso maschile; se è tanto geloso da vietarle di guidare l'automobile, di parlare con uomini o di farsi visitare da un medico; se è tanto geloso da non permettere a nessuno di guardarla in faccia, in Europa sarebbe considerato un pazzo. Ma i cittadini dell'Arabia Saudita, che si comportano così, sono tutti nevrotici? Non solo ciò è inverosimile, ma essi considerano se stessi normali e gli Europei immorali. Una società stabilisce ciò che al suo interno costituisce normalità psicologica ma se la si guarda dall'esterno si può giungere alla conclusione che, per certi versi, quell'intera società è nevrotica.
Questo vale per le nazioni musulmane e non solo per quanto riguarda la considerazione della donna. Ovviamente c'è un'enorme differenza fra l'Arabia Saudita e la Turchia laica, ma parlando in generale può affermarsi che le società islamiche hanno alcune caratteristiche comuni.
1)     Una estrema povertà che impedisce quell'acculturazione che deriva dai frequenti contatti con persone che vivono lontano, dai viaggi all'estero, dalla constatazione che ciò che è ovvio in un posto può non esserlo in un altro, dall'idea che il mondo è molto più vario di quanto si tende a credere nel proprio villaggio.
2)      Una notevolissima povertà culturale. Pochi vanno a scuola, pochissimi leggono e capiscono ciò che avviene nel mondo. La quantità di libri scritti in inglese, francese, tedesco e spagnolo che vengono tradotti in arabo è francamente insignificante. Ogni anno la Grecia legge più testi tradotti di quanti ne leggano tutti i paesi arabi messi insieme. Questo per non parlare del fatto che l'analfabetismo è estremamente diffuso e quasi d'obbligo per le donne.

3)     Quando la povertà culturale raggiunge livelli altissimi si ha poi un fenomeno stupefacente: anche il contatto con civiltà più evolute, quali sono presentate dalle filmografie dei grandi paesi occidentali, non lascia traccia e le vicende in esse narrate non sono prese sul serio. Per gli spettatori esse sono interessanti ma inverosimili come quelle delle Mille e una Notte. Ché anzi, se si dovessero guardare seriamente, il giudizio sarebbe moralmente severissimo: un po' come negli Anni Trenta, quando si rideva con le commedie americane, incluse quelle in cui si parlava di sorridenti adulteri e divorzi, ma si sarebbero considerate gravissime (fino all'omicidio per causa d'onore!) vicende analoghe che fossero avvenute in Italia. E questo spiega l'impermeabilità culturale di alcune famiglie di emigranti che pure vivono in Europa.
4)     Poiché però la nostra fisiologia non intende ragioni, l'affamato non può che invidiare il sazio, il povero il ricco e l'appiedato sotto la pioggia il signore che va in auto. Le società islamiche soffrono d'una invidia repressa e costante nei confronti dei paesi ricchi. Un'invidia che è aggravata dal fatto che, secondo l'insegnamento religioso ricevuto, questi paesi adorano falsi dei, hanno costumanze immorali e sembrano prosperare malgrado l'incombente apocalisse annunciata per loro dal Profeta.
5)     Tutto questo richiede una risposta. Se la pressione di un dato negativo è troppo forte, l'umanità è disposta ad accettare anche soluzioni immaginarie. La constatazione quotidiana è che si muore e basta, ma l'idea di morire e basta è talmente fastidiosa che si preferisce credere ad una vita dopo la morte. Nello stesso modo, gli islamici, perdenti nei confronti dell'Occidente dai tempi della battaglia di Poitiers, riaffermano a voce altissima la loro superiorità morale; chiamano vittoria qualunque sconfitta che non sia troppo clamorosa (come Nasser nel 1967 o Nasrallah in questi giorni); considerano gloriosa l'azione in cui muoiono dieci dei loro se hanno ucciso un soldato israeliano, senza accorgersi che in questo modo dichiarano che un israeliano vale dieci di loro. Si vantano di valutare poco la propria vita e non s‚accorgono che ciò è possibile perché essa li induce alla disperazione. Si considerano così abissalmente inferiori, così incapaci di combattere a viso aperto, da proclamare che l'uccisione di innocenti in attentati sleali è giusta. E non riescono a reprimere una sostanziale, segreta soddisfazione per ogni disgrazia o lutto dell'Occidente.
6)     Gli islamici, intesi come gruppo, pareggiano i conti con la fantasia perché soffrono di enormi frustrazioni. Tanto forti che non arretrano dinanzi a nessuna possibile forma di consolazione. Per questo, mentre i più fanatici compiono crimini, i molti, che fanatici o terroristi non sono, hanno una segreta soddisfazione nel vedere che il mondo contrappone George W. Bush e bin Laden quasi si potessero mettere sullo stesso piano. L'attentato alle Torri Gemelle, pure formalmente condannato, è la dimostrazione che è riuscito ai musulmani quello che non è riuscito ad Hitler, portare la guerra sul suolo americano. Poco importa quanto di inverosimile ci sia in queste affermazioni: importa che esse siano consolatorie.
7)     La maggior parte degli islamici non è né integralista né terrorista, ma la maggior parte degli islamici è frustrata. Sicché, mentre il loro "ego" depreca l'attentato che uccide donne e bambini innocenti, il loro "es" ha la segreta Schadenfreude, il maligno piacere di vedere per un momento perdente chi di solito si è stati obbligati a vedere come vincente. Ecco perché alcuni osservatori occidentali, badando all'ego, dicono che i musulmani sono buoni, salvo eccezioni, mentre altri, badando all'es, dicono che tutti loro sono a favore dei terroristi e ne condividono mentalità e risultati.
Un simile problema mondiale non permette di ipotizzare soluzioni facili e immediate. Sembra tuttavia ragionevole pensare che la politica dell'appeasement sia controindicata. La debolezza dell'occidente, la sua tendenza a comprendere tutto e a chiedere scusa, suona agli occhi delle folle islamiche come un‚ammissione di colpa e una conferma delle parole dell'imam. La risposta giusta sarebbe invece la proclamazione della validità del proprio modello. Bisognerebbe quasi dire: è vero, siamo superiori a voi in tutto, non vi rimane che imitarci e se volete vi daremo una mano; ma se cercherete di batterci con la violenza e l'intolleranza, sappiate che siamo capaci di essere più violenti e intolleranti di voi. Non insistete a chiamarci crociati: potremmo ridiventarlo, se ci provocate.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25  settembre 2006


RIVOLUZIONE
Nel 1866 Gustave Courbet (Coubert) fece un gesto rivoluzionario dipingendo "L'origine del mondo",  quadro che qui a fianco riproduciamo.
Fu un grande scandalo, nell'Europa dove - in quel tempo - le donne non avevano nemmeno diritto di voto, affermare la sacralità naturale del luogo dove tutti siamo stati concepiti. 
Oggi sarebbe bello  se nei paesi musulmani qualche Gustave Coubert iniziasse  questa piccola  rivoluzione.

(cp, 24 settembre 2006 )


Massima del giorno
Un modo per ricevere molto affetto è non rifiutarlo mai. L’altro non deve mai avere il dubbio su come sarà accolto.
G.P.


MOLLICHINE
Berlusconi: “se il governo cadrà, sarà per implosione interna”. E, comunque, per un’implosione “esterna” nessuno potrebbe cadere.

Prodi: “Nessuna pace senza una soluzione della questione palestinese”. Come dice anche Ahmadinejad.

BERLUSCONI LATITANTE
Berlusconi in questa estate è sembrato sparito e a volte la dimensione di un uomo si misura dallo spazio che lascia vuoto. In realtà il Cavaliere non è morto e anzi in questi mesi  se l’è tanto spassata da far pensare che forse vorrebbe abbandonare la politica. Ma in giro, alla sola ipotesi, tutti hanno avuto i sudori freddi: contro chi combatterebbe, la sinistra, se non c’è Berlusconi? Su chi farebbero sarcasmo i comici, che già infatti oggi annaspano? Chi agirebbe da coagulo per l’opposizione? Chi è il leader del centro-destra plus grand que nature come lui che potrebbe sostituirlo?
Ma l’ipotesi della mancanza del Cavaliere va fatta: è stato capace di sopravvivere al cancro ma rimane lo stesso mortale. Inoltre, non essendo un politico professionale, ha diverse corde al suo arco e potrebbe stancarsi della politica come anche dell’ingratitudine degli alleati, dell’odio fatuo di un Follini o dell’ambiguità di un Casini. Uno che tenta di camuffare da spirito di servizio la sua voglia di potere. Berlusconi ha il senso dell’umorismo: chi potrebbe impedirgli di farsi quattro risate, vedendo come se la cavano senza di lui? Lui non potrebbe che cadere in piedi. Pure divenuto un Pelìde divertito che se ne sta chiuso dentro la sua tenda, rimarrebbe ancora e sempre l’uomo che ha creato un impero economico fra i più grandi d’Italia, che è stato l’unico Presidente del Consiglio in carica per cinque anni e il combattente che alla fine, mentre i suoi alleati remavano contro e davano la partita per irrecuperabile, è riuscito a perdere per sei decimillesimi dei voti. Proprio per questo potrebbe lasciare. Ormai non ha bisogno della politica: è la politica che ha bisogno di lui.
Dunque il problema è: che ne sarebbe del quadro politico? Senza Forza Italia o comunque con questo partito ridotto ad un’eco di ciò che fu, quando mai Alleanza Nazionale riuscirebbe a convivere con la Lega? Chi impedirebbe a Fini e soci di saltare il fosso? Per quello che si può capire, un centro-destra senza Berlusconi sarebbe una coalizione retrodatata al 1994, a quella che non aveva speranza contro la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto. La sinistra vincerebbe le prossime elezioni, le successive ed anche quelle che verrebbero dopo. L’unica speranza sarebbe non il liberalismo – troppo aristocratico per essere amato dal popolo – ma, come sempre avviene per gli imperi incontrastati, la litigiosità dei diadochi. Ma quanti anni ci vorrebbero? Nel medio termine, l’Italia senza Berlusconi è l’Italia di Diliberto.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 settembre 2006

Caro Benedetto XVI,
colgo l'occasione del Capodanno ebraico per farle gli auguri che certamente lei accettera' in nome della cultura che unisce cristiani ed ebrei.
Ieri sera nelle sinagoghe di tutto il mondo i rabbini hanno suonato lo shofar dando inizio ai dieci giorni penitenziali  che si concluderanno il giorno di Yom Kippur quando quel suono straziante ci liberera' dalla penitenza e dai peccati  che  in questo periodo  ogni ebreo avra' esaminato  e discusso personalmente con D*o.
Lo Shofar che sentiamo ogni anno a Kippur,  Padre Ratzinger, serve a scuotere l'animo di chi, digiuno da 25 ore , e' la', debole e fragile,  davanti al suo Signore e quel suono  straziante e forte significa tre cose , La felicita' di essere vivi unita al pianto e al dolore per i drammi passati dal popolo ebraico.
Perche' le scrivo queste cose, Benedetto XVI?
Perche' in questi giorni di introspezione  e di pensiero vorrei che ogni ebreo si sentisse solidale con Lei per l'aggressione subita dall'islam e per l'indegno silenzio dell'Europa.
Benedetto XVI, dopo la Sua lezione di teologia,  tenuta a Regensburg, in cui Lei ha detto  che Dio e spada non possono camminare insieme, abbiamo assistito all'esplosione del mondo islamico, abbiamo visto bruciare la sua immagine per le strade del vicino e lontano oriente, abbiamo sentito urlare che l'islam conquistera' Roma e passera' gli italiani a fil di spada, seguiranno tutti i cristiani, naturalmente, per la vittoria di Maometto sugli infedeli.
Come ha reagito l'Europa allo scempio,