ARCHIVIO SETTEMBRE 2006
FINANZE IN
ARIA
Caorle, 10 settembre 2006
"Non possiamo aumentare la pressione
fiscale, non dobbiamo. Dobbiamo invece
tagliare le spese"
Rutelli
Mattino di Padova del 24.02.2006
«Non aumenteremo le tasse: taglio
di 5 punti del cuneo fiscale»
Fassino
L'Unità del 24/3/2006
«Nessuno ha proposto un aumento
della pressione fiscale. La nostra
ipotesi è di applicare in Italia un regime
che è in vigore anche in Francia:
un'unica aliquota su tutti i redditi da capitale.»
Fassino
Corriere ella Sera, campagna
elettorale 2006
«L' Unione se andrà al governo
non aumenterà le tasse. L'ho già
detto mille volte e lo ripeto: non siamo
la coalizione delle tasse».
Prodi
La Repubblica, 29 marzo
2006
"Non è vero che aumenteremo le
tasse. L'abbiamo detto in tutti i
modi. E' falso. Noi riteniamo che la pressione
fiscale non debba esser ulteriormente aumentata.
Noi proponiamo invece che la tassazione
sui depositi bancari e i depositi postali che oggi
è al 27% scenda al 20%, e proponiamo che la
stessa aliquota del 20% si applichi ai titoli di
futura emissione". "Quanto alla successione,
- torna a ribadire Fassino - riguarda solo le grandi
fortune e i grandi patrimoni, come è negli
Stati Uniti, mentre le successioni che riguardano i
normali rapporti familiari non avranno alcune imposizione
fiscale".
Fassino
Metropoli - 5-4-2006
"Non aumenteremo la pressione fiscale,
semmai l'obiettivo e' quello di ridurla
leggermente" puntando in particolare sulla
lotta all'evasione"
Rutelli
Un’intervista al giornalista
di sinistra Giampaolo Pansa e un commento di Gianni Pardo
Intervista di Doomizia Carafòli
Di critiche, anche feroci, ne ha ricevute
a bizzeffe. Tanto che per rintuzzarle
a Giampaolo Pansa ci sono volute 480 pagine.
Un librone, l’ultimo arrivato della trilogia
iniziata con Il sangue dei vinti e proseguita
con Sconosciuto 1945, che è come dire
due grossi successi editoriali. Mezzo milione
di copie solo per il primo, una bufera di polemiche
e, tra il chiasso delle vestali offese, improvvisamente
le altre voci, tante voci: quelle dei figli delle
vittime fasciste (o semplicemente non comuniste), i
rejetti che per decenni avevano taciuto vivendo il
proprio dramma quasi come una vergogna e che adesso raccontavano.
E così è nato Sconosciuto 1945.
Le quattrocentottanta nuove pagine
arrivano in libreria il 3 ottobre
(La grande bugia. Le sinistre italiane e
il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer,
18euro) e uno sidomanda: ci voleva un libro per
rispondere alle furie di Giorgio Bocca, ai veleni
di Sergio Luzzatto, ai rigurgiti di Aldo Aniasi
(parce sepulto), alle stizzite puntualizzazioni
dei professorini arroccati nelle accademie,
ai nostalgismi dell’Anpi, insomma a tutto quel
ragguardevole e ammuffito clan che da sessant’anni
campa spolpando la già rinsecchita mummia
della Resistenza? O non bastava il dantesco «non
ti curar di lor», tanto più che il mondo
velocemente cambia (non in meglio, per carità)
e la cronaca orribile della nostra guerra civile diventa
storia? Storia, si badi bene, degli italiani. Tutti.
Ed è qui che Pansa ti risponde
perché l’ha scritto.«Non
l’ho fatto per rispondere agli attacchi, chissenefrega,
l’ho fatto per smontare la Grande Bugia».
E spiega: «Non è che la Resistenza,
che oltretutto è la mia patria morale, sia
morta. No, la Resistenza è viva e viene tirata
in ballo ogni momento. Non c’è corteo in Italia in
cui nonsi canti “Bella ciao”.Mase è viva, allora
raccontiamola giusta. Anche a costo di procurarci
e procurare qualche mal di stomaco. Primo: la Resistenza
l’ha fatta per il novanta per cento il Pci. Senza il Pci
la Resistenza non sarebbe esistita. Essa è una parte
importante dell’esistenza del partitone rosso da cui
derivano tutti i partitini attuali. E allora i comunisti
comincino ad ammettere che la guerra partigiana è
stata solo la prima fase di un progetto che prevedeva l’avvento
sanguinoso della “rivoluzione proletaria” sotto l’ombrello
dell’Armata rossa, anche se i patti di Yalta ci avevano
fatto cadere dall’altra parte».
E questo
spiega anche le feroci esecuzioni post-25
aprile, le eliminazioni dei cittadini «nemici
del popolo» e degli stessi partigiani non comunisti.
«Esatto - dice Pansa - ed ecco il secondo
elemento della Bugia: c’è stato il leggendario
consenso di popolo alla Resistenza? No, non c’è
stato. È una fola nata dal noto libro di Luigi
Longo, Un popolo alla macchia (Mondadori 1947). Macché
popolo, al nord la guerra civile è stata combattuta
da due minoranze - l’esercito di Salò e le formazioni
partigiane - in mezzo a una popolazione impaurita che
aspettava solo che il temporale passasse. Io la «zona
grigia» di cui ha parlato De Felice l’ho vissuta
a Casale Monferrato: era quella delle campagne dove, per
esempio, i contadini non ne potevano più né dei
tedeschi, né dei fascisti,né dei partigiani
che erano dei gran razziatori».
E siamo a quota due. Qual è il
terzo pezzo della Bugia da mandare
in frantumi? «Le cifre. Trecentomila
partigiani in armi? Ma siamo matti. L’entità
delle formazioni partigiane è un’altra delle
panzane che siamo andati raccontando in questi anni.
Il quarto elemento è l’insurrezione al nord.
Non c’è stata nessuna insurrezione. C’è stato
solo l’arrivo degli Alleati, rapidissimo dopo
lo sfondamento della Linea gotica e il cedimento dell’esercito
tedesco, allo stremo delle forze e con il morale
a pezzi. Dopo, è solo cominciata una mattanza».
A pezzi, a questo punto, è
anche la Bugia. «Non ancora.
E questo è il nocciolo del mio libro. I
personaggi che sbertuccio sono i sacerdoti
della Bugia. Quelli che non vogliono che finalmente
si ammetta che le guerre mettono in luce, talvolta
l’eroismo, più spesso la ferocia di chi
le combatte. Quale che sia lo schieramento. Quelli
che non vogliono accettare l’elementare verità
che la guerra si combatte in due: uno la vince e uno
la perde. Ma poi si pretende che la storia la scrivano
solo i vincitori. E ai vinti si nega il diritto di parlare
».
Ma questo è «revisionismo».
«Io non sono revisionista, sono
pansista. E non accetto la logica del
“taci, tu che sei fascista”. Che è poi la logica
del sasso in bocca. Quella lasciamola alla mafia”.
Domizia Carafoli, sul “Giornale”, 29 settembre 2006.
Commento di Gianni Pardo
Le parole di Giampaolo Pansa – già
autore del tanto letto e discusso
“Sangue dei Vinti” – meritano un commento
sconsolato: visto che ha vissuto, se pure da
giovanissimo, il tempo della Resistenza, come
mai dice queste banali verità, evidenti
da sempre a chi scrive, solo ora, appena sessant’anni
dopo i fatti? I sospetti sono questi:
1) che fino ad ora, benché fosse
la verità, non fosse lecito
dirla e chi la diceva, come me, era solo uno
sporco fascista.
2) che essendo un po’ svanito il furore
resistenziale di stampo pertiniano,
o, peggio ancora, di stampo paranoide come
quello di Giorgio Bocca, dire questa
verità – sempre che, beninteso, si sia giornalisti
di sinistra – sia divenuto lecito.
3) che soprattutto questa verità,
oltre che lecita, sia divenuta
un’occasione per vendere molte copie di
un libro. Come è avvenuto col “Sangue dei
Vinti” e come Pansa spera forse di fare con “Sconosciuto
1945”. Dunque non si tratta del coraggio di dire
la verità, ma della capacità di approfittare
del revisionismo resistenziale dopo avere
approfittato della retorica resistenziale finché
è stata pagante.
4) E soprattutto, in conclusione, che
in Italia si può dire la verità
nella misura in cui lo permette la sinistra e per
essa i comunisti. E poi abbiamo decine di
cattedre di storia, nelle università! Soldi
buttati.
Gianni Pardo
Massima del giorno
I discorsi sulla borsa sono tendenzialmente
noiosi: al futuro, sono discutibili,
al passato sono inutili.
G.P.
MOLLICHINA
Prodi: “Abbiamo ridotto le distanze
fra poveri e ricchi”. Vero. Basta impoverire
i ricchi.
L'industria
dei bimbi
di Chernobyl
Ma si può sapere quanti sono i bambini
di Chernobyl? E, soprattutto, perché
non crescono mai? Domande impopolari, me
ne rendo ben conto, ma rese attuali dall'angosciante
vicenda dei coniugi liguri che si rifiutavano
di restituire Maria, la piccola bielorussa
ospitata a casa loro per un «soggiorno
di risanamento». Il disastro nella centrale
nucleare dell'Ucraina accadde il 26 aprile
1986. Questo significa che i bambini di Chernobyl
nati sotto la nube radioattiva hanno oggi intorno
ai 20 anni. Cioè sono adulti di Chernobyl.
Ciò nonostante continuano ad arrivare
in Italia bambini di Chernobyl.
Si calcola che negli ultimi dieci anni
ne siano stati ospitati presso famiglie italiane
almeno 300.000. Ci sono associazioni per i bambini
di Chernobyl praticamente in ogni città,
paese, frazione, quartiere d'Italia, da Cagliari
a Martina Franca, da Bolzano a Cerignola, da Lentate
a Lanciano, da Castelmaggiore a Martinsicuro,
da Orbassano a Terni, da Alpignano a Barletta, da Senigallia
a Noci, da Domodossola a Foggia, da Bizzuno a Cosenza,
da Fano a Mugnano, da Castelmassa a Noicottaro. Alla
sola Avib, la federazione delle associazioni di volontariato
italiane per la Bielorussia, fanno capo 85 sodalizi.
Si tratta spesso di Onlus (organizzazioni non lucrative
di utilità sociale) che ricevono contributi da
Comuni, Province, Regioni e che riscuotono offerte
deducibili dalle tasse o il 5 per mille dell'Irpef a titolo
di donazione liberale.
Per ogni bambino di Chernobyl che arriva
in Italia vi sono disposizioni (emanate
dal Comitato minori stranieri) da osservare,
polizze assicurative
sanitarie da stipulare, moduli da compilare,
accompagnatori di lingua italiana da arruolare.
In termini di impegno, tempo e denaro, gli stessi
impicci che un piccolo imprenditore deve affrontare
per mandare avanti la sua azienda. E servono uffici,
impiegati, telefoni, fax, siti internet, conti correnti
bancari. Com'è possibile che un gruppo
di benefattori di Desenzano del Garda possa permettersi
una sede persino in Bielorussia?
Le associazioni
per i bambini di Chernobyl sostengono
che «secondo uno studio dell'Enea»
- sarà l'italiano Ente per le nuove tecnologie,
l'energia e l'ambiente oppure l'European
nuclear energy agency? - «un mese d'ospitalità
in Italia con un'alimentazione priva di radionuclidi permette
di perdere dal 30 al 50% della radioattività
assorbita, riducendo così il rischio d'essere
colpiti da tumore tiroideo, leucemia e altre patologie
collegabili alle conseguenze dell'incidente».
Questo significa che con tre o due soggiorni i bambini
perdono il 100% della radioattività?
Magnifico. Considerata la mole di arrivi, l'obiettivo
è quasi raggiunto.
Ma com'è che alcuni miei parenti
ospitano da anni lo stesso bambino? Per
guarirlo ancora di più? E nessuno pensa
ai giovani di Chernobyl? Quelli non
hanno bisogno d'aria buona, non rischiano di morire?
Chiariamo bene: non v'è nulla di
male, anzi!, nell'accogliere periodicamente
a casa propria bambini stranieri orfani,
poveri, già malati o potenzialmente
in pericolo. A patto che questi intensi traffici
umani da e per l'Ucraina, la Bielorussia
e la Russia non creino crudeli illusioni o, quel
che è peggio, non mascherino un mercato delle
adozioni facili. Stefania Prestigiacomo, l'ex
ministro per le Pari opportunità che aveva la delega
sulle adozioni internazionali, ha ammesso che i bambini
di Chernobyl «erano un numero limitato, nell'ordine
di qualche centinaio, per un progetto ben mirato:
oggi sono diventati circa 30.000». Le stesse
associazioni riconoscono che ormai non si riesce più
a stabilire se 600 di questi bambini di Chernobyl siano da
considerarsi italiani o bielorussi, dal momento che
trascorrono 150 giorni l'anno da noi e 215 nel loro Paese.
A leggere
una documentata inchiesta
di Panorama, sorge il sospetto di trovarsi
in presenza d'un business assai fiorente:
tre milioni d'italiani coinvolti, capifamiglia
che chiedono l'anticipo della liquidazione o
accendono mutui per avere il «loro» bambino,
un giro vorticoso di mance perché il «figlio»
pendolare sia trattato con cura negli istituti
dove vive abitualmente in attesa di trasferirsi per
sempre in Italia, metà del fatturato della Belavia
(la compagnia di bandiera bielorussa) che scaturisce
dai viaggi Roma-Minsk.
Ci è stato spiegato che i bambini
di Chernobyl vengono al mare in Italia
perché hanno bisogno dello iodio
per rimettere in sesto le loro tiroidi.
Allora com'è che alcune delle associazioni
ospitanti hanno sede a Revò (Trento), 724
metri d'altitudine, Pennabilli (Pesaro),
629 metri, Saint-Christophe (Aosta), 619 metri? Senza
contare che non c'è mica il solo Belpaese
a essersi fatto carico della sorte dei bambini di
Chernobyl. Esistono organizzazioni di volontariato
a loro dedicate in quasi tutti gli Stati d'Europa,
negli Usa, in Canada, financo in Giappone. Solo che
quelle censite dalla Virtual guide to Belarus
risultano 10 in Canada, 25 negli Stati Uniti e ben
55 in Italia: possibile che la generosità si sia concentrata
in una nazione che ha un territorio 65 volte più
piccolo delle prime due? E non s'è varato un Chernobyl
children's project a cura delle Nazioni Unite? E il
Chernobyl children's project international con
sede a New York di che cosa si occuperà? E il
Canadian relief fund for child victims in Belarus?
E il Chernobyl children's project
del Regno Unito? Talmente debole,
è la loro azione, da aver bisogno del
pervasivo supporto italico?
Ma poi sarà veramente drammatica
la situazione a vent'anni dal
disastro atomico? Sono andato a vedermi le statistiche
dell'Organizzazione mondiale della
sanità. Nel rapporto annuale pubblicato dall'Oms
ho trovato raccomandazioni per screening
periodici, terapie ormonali e radioiodioterapie
sulla popolazione a rischio, ma nessun riferimento
alla necessità di salutari soggiorni
all'estero, siano essi marini o montani.
Fra il 1986 e il 2002, nella fascia
d'età 0-14 anni, la più colpita,
l'Oms ha riscontrato 1.762 casi di cancro
alla tiroide in Ucraina e 1.711 in Bielorussia.
La mortalità infantile in Bielorussia
risulta del 15 per mille, mentre è sorprendentemente
più alta in Ucraina (22) e Russia (19),
che pure furono meno contaminate dalla nube
nucleare. Infine i decessi per tumori solidi e leucemie,
fra gli evacuati di tutte le età nella zona entro
30 chilometri dal reattore esploso, sono stati 65
(pari allo 0,05%) nei primi dieci anni. La predizione è
di 5 nuovi decessi (0,004%) per gli anni a venire.
L'esposizione
alle radiazioni degli abitanti
nella medesima zona fu, sempre secondo l'Oms,
di 10 mSv (millisievert). Non chiedetemi
che cosa sono i millisievert: so soltanto
che il fondo naturale di radioattività cui
è sottoposta la popolazione italiana è, mediamente,
di 1 mSv. Però, se vogliamo valutare
per ordine di grandezza, leggetevi questa affermazione
riferita alle radiazioni ionizzanti
sopportate dal personale in servizio sugli aerei
e contenuta in una proposta di legge presentata nel 1996
alla Camera da due deputati al di sopra di ogni
sospetto, gli antinuclearisti verdi Gianni Mattioli
e Massimo Scalia: «Un membro d'equipaggio
può assorbire una dose annuale che può
andare da qualche mSv (millisievert) per equipaggi
impiegati su voli a corto e medio raggio, sino a
una decina di mSv per i voli a lungo raggio».
C'è qualcuno disposto ad adottare i bambini (un po'
cresciuti) dell'Alitalia?
Articolo di Stefano Lorenzetto -
il giornale
Robert Redeker:
vittima
di una fatwa omicida
firmiamo, con informazionecorretta,
un appello in suo favore
Il professore francese Robert Redeker
ha scritto il 28 settembre un articolo
su Le Figaro in cui metteva a nudo le radici
dell'integralismo islamico e il suo tentativo
di assoggettare l'Europa. Per questo è stato
condannato a morte con una fatwa, ed è stato
costretto a fuggire di casa vivendo come persona
"sans domicile fixe". Riporto sotto il messaggio
da lui inviato ad André Glucksmann. È
aperta l'adesione ad un appello in suo favore che
si può firmare nei siti internet seguenti (in cui
si trova anche tutta la documentazione dei fatti):
http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1271
http://www.resiliencetv.fr/modules/news/article.php?storyid=1273
Impegniamoci a favore della ennesima
vittima della terribile minaccia
che viene portata alla nostra libertà.
Nessuno che sia costretto in una situazione
così allucinante deve essere lasciato
solo.
Di seguito, l'appello inviato ad André
Glucksmann:
Cher André,
Bonjour.
Je suis maintenant dans une situation
personnelle catastrophique. De
nombreuses menaces de mort très précises
m'ont été adressées,
et j'ai été condamné à mort
par des organisations de la mouvance
al-qaïda. L'UCLAT et la DST s'en occupent,
mais... je n'ai plus le droit de loger chez
moi (sur les sites me condamnant à mort
il y a un plan indiquant comment venir à
ma maison pour me tuer, il y a ma photo, celle des
lieux où je travaille, des numéros de
téléphone, et l'acte de condamnation).
Mais en même temps on ne me fournit
pas d'endroit, je suis obligé de quêmander,
deux soirs ici, deux soirs là... Je suis
sous protection policière permanente.
Je dois annuler toutes les conférences
prévues. Et les autorités m'obligent
à déménager. Je suis un SDF.
Il en suit une situation financière démente,
tous les frais sont à ma charge, y compris
ceux eventuels d'un loyer d'un mois ou deux éloigné
d'ici, de deux déménagements,
de frais de notaire, etc... C'est bien triste.
J'ai exercé un droit constitutionnel, et j'en
suis puni, sur le territoire même de la
République. Cette affaire est aussi une attaque
contre la souveraineté nationale: des lois étrangères,
décidées par des fanatiques
criminophiles, me punissent d'avoir exercé un
droit constitutionnel français, et j'en subis,
en France même, grand dommage.
Amitiés
Robert Redeker
IL POLITICO BUGIARDO
Qualcuno si chiederà perché,
in questa sede, non si commenti la vicenda
della Telecom e di Prodi. Quanto meno scrivendo
che Prodi ha detto la verità o
che Prodi ha mentito. Ma una ragione per questo
silenzio c’è. E per spiegarla si è
obbligati a prenderla un po’ alla lontana.
Nel 1956 Giorgio Napolitano era maggiorenne
e sapeva leggere e scrivere.
Per conseguenza sapeva benissimo che
la rivoluzione ungherese, non che essere
una finta controrivoluzione finanziata dall’estero,
nasceva dall’esasperazione di un popolo
contro una potenza coloniale e tirannica. Tuttavia,
per fedeltà al Pci, egli mentì pubblicamente
e ripetutamente. Ciò non gli
ha impedito d’essere per molto tempo Presidente della
Camera dei Deputati e infine d’essere nominato
Presidente della Repubblica. È perfino
andato in Ungheria a rendere omaggio alla tomba di
Nagy, impiccato da coloro che lui a suo tempo sostenne.
Molti anni fa Pertini, in Spagna,
sparò una tale sciocchezza da rendere
problematica la sua posizione di Presidente
della Repubblica. Contro ogni
evidenza, egli allora attribuì quelle parole
incaute all’innocente Maccanico il quale
ovviamente se le accollò volentieri,
ben sapendo che nessuno ci avrebbe creduto.
Che anzi questo l’avrebbe aiutato a fare carriera.
E infatti negli anni successivi non gli sono
mancati onori e cariche. Nel frattempo Pertini
il bugiardo è stato considerato uno dei
Presidenti della Repubblica più amati dagli
italiani e forse il più onesto.
Quando
avviene qualcosa d’imbarazzante
e d’innegabile la tecnica vuole che,
contro ogni evidenza, il Capo ne attribuisca
ad altri la colpa e poi resista agli inevitabili
giorni di “maretta” per infine contare – con
ragione - sulla capacità d’oblio del
grande pubblico.
È quello che fa Prodi. Ha inviato,
su carta della Presidenza del Consiglio
ma facendolo firmare a un suo personale
collaboratore, (Rovati), un documento
estremamente tecnico (si pensa elaborato dalla
Banca d’Affari Goldman Sachs), a
Tronchetti Provera, praticamente imponendogli
una certa operazione finanziaria. Poi, quando
non si è obbedito a tale documento, da
prima si è detto scandalizzato di non
essere stato informato, poi ha detto che Tronchetti
Provera non aveva il dovere d’informarlo,
poi ha detto che non avrebbe riferito al Parlamento,
poi che avrebbe riferito ad una sola delle due
camere, poi ad ambedue le camere e nel frattempo il
signor Rovati è stato cortesemente invitato
a prendersi le colpe non sue, dimettendosi. Come è puntualmente
avvenuto. Prodi non si è spinto fino a chiamare
pubblicamente bugiardo Tronchetti Provera (perché
inimicarsi i poteri forti?), il quale ha affermato in
tempo non sospetto (15 settembre) d’avere informato Prodi.
L’uomo della Pirelli ha sempre pubblicamente riaffermato
la propria versione, facendosi anche applaudire dalla
Confindustria, ma Prodi tira diritto: quanta gente
sa chi è Tronchetti Provera? Quanta gente può
distinguere uno specializzatissimo piano di operazioni
di borsa, con grafici e tutto, elaborato da Goldman Sachs,
da un documento che secondo l’ingenuo Prodi il signor
Rovati avrebbe potuto scrivere in mezza nottata d’insonnia?
Ecco perché le recenti imprese
prodiane non hanno qui trovato un
commento. La piazza ungherese che in questi
giorni ha chiesto a gran voce le dimissioni
del proprio primo ministro che ha mentito ha torto.
Chi si aspetta che i politici dicano la verità
è un ingenuo e gli ingenui sono quegli stessi
che dopo qualche tempo dimenticano. Dunque
non è escluso che parecchi di quegli ungheresi
arrabbiati voteranno per lo stesso primo ministro,
la prossima volta, se solo non opererà troppo
male. Così come dopo la rivoluzione del ’56
perdonarono a Kádár, l’uomo di Mosca
dopo la repressione. E come gli italiani hanno dimenticato
le indecenti posizioni di Napolitano nel 1956, le menzogne
di Pertini, le sedute spiritiche di Prodi, la sua
svendita della Sme ed ogni altra cosa che sia più
vecchia di sei mesi.
Chi oggi non riesce a perdonare Napolitano
sembra un fanatico e così domani
sembrerà un fanatico che ricorderà
che Prodi è un bugiardo. E allora, a che
scopo strapazzarsi? La gente s’indigna e dimentica,
chi ha memoria storica non s’indigna e non
dimentica: sicché rischia d’avere torto
sia sul momento, perché non ha condannato, che
dopo, perché non ha dimenticato.
PS: clicca qui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 29 settembre 2006
TREMONTI: PRODI
MENTE
SUA IDEA FISSA E' ORCHESTRARE AFFARI
intervento di Giulio Tremonti sul
caso Telecom pronunciato oggi
alla Camera dei Deputati...
"E' stato davvero un piacere -
Presidente Prodi - vederLa finalmente
entrare in questa Aula.
Non è stato invece un piacere
sentirLa parlare a questa Aula.
Lei non è riuscito a difendere:
-
né il Suo Consigliere,
-
né il Suo operato.
Lei qui ci ha parlato di molto,
tranne che dell'essenziale.
Non ci ha parlato della ragione
politica per cui oggi è stato
convocato in questa Aula. Per favore,
non si nasconda dietro lo scandalo delle
intercettazioni. Non divaghi sul futuro delle
telecomunicazioni.
Intercettazioni.
Fino a pochi giorni fa Lei dialogava
con il vertice Telecom: "Gli
ho chiesto..."; "Mi ha promesso...".
Se sapeva qualcosa di più,
sulle intercettazioni, doveva
dirlo in Parlamento.
Se non sapeva niente, non cerchi
di prendersi un merito "a prescindere"
- come fa di solito.
Telecomunicazioni.
Userò una Sua immagine:
"Se schiacci il tubetto, poi è
difficile rimetterci dentro il
dentifricio".
Nel 1997 è Lei che ha schiacciato
il tubetto della Telecom, privatizzandola
istantaneamente e totalmente.
E' Lei che ha messo la Telecom
sul mercato dei capitali, senza
che ci fossero i capitalisti.
Dopo 9 anni, adesso ci dice che
si deve correggere quel Suo errore.
Dubito che sia possibile farlo
con mezzi politici corretti.
Non con la rinazionalizzazione.
Non arrangiando una cordata più
o meno filo-"governativa".
Non aggirando la normativa europea.
Il Governo avrà certo modo
di esporre le sue idee, sul futuro
delle telecomunicazioni.
Ma noi qui, oggi, vogliamo e dobbiamo
parlare dell'affare Telecom,
del Suo ruolo in questo affare, della Sua
azione di subgoverno.
Della ragione politica negativa
per cui sull'Italia è riapparso
il "rischio paese".
E' considerato a rischio dall'estero
un Paese in cui il premier fa incontri
privati non verbalizzati e comunicati pubblici
su soci esteri e controllate estere
di un gruppo privato.
Lei è stato eletto con un
programma che La impegnava a: "...
favorire la trasparenza e la legalità
dei mercati...".
Basta leggere il Suo comunicato
stampa dell'8 settembre per provare
che Lei ha fatto l'esatto opposto.
Partiamo dall'inizio, dal Decreto
di Gabinetto della Presidenza
del Consiglio.
Qui troviamo registrato il signor
Rovati, come "consigliere politico-economico".
Escluso il politico, perché
Rovati stesso dice che di politica
non capisce e non si occupa, resta l'economico.
In attesa di smentita, a seguito
della chiamata di Rovati per chiara
fama ad una qualche cattedra di economia,
dobbiamo chiederci quale è il
tipo di economia per cui si consiglia un economista
come Lei.
Deve essere un tipo molto particolare
di economia.
Economia in senso aristotelico,
da oicos: economia
privata.
Forse è per questo che il
vostro piano lo avete definito come
un piano artigianale.
Ma non buttatevi giù.
Non è un piano artigianale.
E' un piano industriale.
Anzi, è un piano istituzionale.
Un vasto piano da cui tutti avrebbero
guadagnato: e perderci uno solo.
Avrebbero
dovuto guadagnarci:
-
la Telecom, ipoteticamente ristrutturata
nel suo assetto patrimoniale e finanziario;
-
le banche creditrici, risolvendo tra
l'altro eventuali problemi di ratios
e di Basilea 2;
-
le Fondazioni, estendendo il loro ruolo
nell'economia;
-
un industriale, forse interessato ai
telefonini;
- la Sua ditta politica,
con le mani in pasta perché
regista della ristrutturazione di un settore-chiave,
come quello delle telecomunicazioni.
Dimenticavo
di dire chi ci avrebbe perso:
il contribuente italiano.
Ma qual è stata la dinamica
politica dell'affare?
Il presidente D'Alema ha iniziato
le sue vacanze convinto della fusione
San Paolo-Monte dei Paschi di Siena.
Nel durante, ha letto sul giornale
la notizia della fusione San
Paolo-Banca Intesa.
Poi ha letto sul giornale di Telecom.
Quello che alla Farnesina definirebbero
un affare con ritorno politico
non multilaterale, ma unilaterale.
Da qui la reazione che si è
scatenata su Palazzo Chigi.
Vede Presidente, il Suo non è
stato un errore di calcolo economico.
E' stato un errore di calcolo politico.
All'interno del vostro
circuito di potere, a causare
il corto circuito - un corto circuito
che inizia con i suoi comunicati stampa
suicidi di metà settembre:
-
non è stato lo scorporo dei telefonini da Telecom;
-
ma lo scorporo, dall'affare Telecom,
di un pezzo di maggioranza.
L'idea fissa del presidente Prodi
è stata ed è sempre quella
di orchestrare affari.
Da ultimo, affari per compensare
il suo deficit di potere politico
con un surplus di potere economico.
Nel caso, Lei è stato fulminato
lungo la via telefonica al Partito
Democratico.
Non tra gli elettori del centro-sinistra,
non tra gli eletti di centro-sinistra
in questa Aula, ma a Palazzo Chigi domina
una idea storta.
L'idea che la politica serve per
fare affari e che gli affari servono
per fare politica!
E' questo che il Paese deve sapere.
E' questo che il Paese non può
accettare.
Signor Presidente, esploso lo scandalo,
Lei ha detto: "Mi sento per metà
Presidente del Consiglio e per metà
assistente sociale".
Che Lei sia per metà assistente
sociale, lo concordi con i Suoi
alleati.
Che Lei sia un presidente dimezzato,
lo ha detto appunto Lei.
E noi non abbiamo difficoltà
a darLe ragione.
Dimezzato e commissariato e tanto
debole da formulare una minaccia
d'ultima istanza: "Se vado a casa, porto
anche voi con me".
Non sarebbe poi una cattiva idea!
Nella terza Repubblica francese,
nel pieno di un affaire simile, un
uomo di governo si difese dicendo: "Delle due
l'una: o sono disonesto o non sono capace".
La risposta fu: "Il cumulo delle
cariche non è vietato".
Vale anche per Lei!
Infine, Lei ha detto: "Quando un
imprenditore parla al Presidente
del Consiglio, deve dire la verità".
Vale lo stesso per Lei, presidente
Prodi.
Quando il Presidente del Consiglio
parla in Parlamento, deve dire la
verità.
Lei oggi ha mentito.
Ha mentito insieme all'Aula ed
al Paese.
E' per questo che Lei da oggi non
può più governare questo Paese
con la necessaria dignità."
Per saperne di più
vai sul sito www.giuliotremonti.it/homepage.asp
MOLLICHINE
Santoro biondo. Ferrara minaccia
d'indossare una parrucca rosa.
Ma più di tutti sarebbe stupefacente
Marco Rizzo con un po' di buon senso in testa.
Napolitano rende omaggio a Nagy.
Mi stupirebbe se Nagy, quando l'incontrerà
in cielo, gli rendesse l'omaggio.
Scarcerata Silvia Baraldini. Finalmente
giustizia (proletaria) è fatta.
Il vaticano scomunica Monsignor
Milingo. Non poteva concedergli
almeno la seminfermità mentale?
Gianni Pardo
Massima del giorno
L'Onu non sempre è inutile:
a volte è nociva.
G.P.
L'INTOLLERANZA
La tolleranza - come la certezza
del diritto, la pari dignità dei
cittadini ed altre belle cose - ha solo
estimatori. Fra l'altro, col prevalere della
democrazia nei paesi sviluppati, è divenuta
uno dei fondamenti della società. Ma
anche i disvalori conservano una loro appetibilità.
L'incertezza del diritto, per
esempio, che pure tutti aborrono, cambia sapore
quando si tratta di giudicare nello stesso
modo il nemico e l'amico. Si comincia a dire "summum
ius summa iniuria" o perfino, come sostenevano
i Borboni, che le leggi ai nemici si applicano
e per gli amici si interpretano. Dunque anche l'intollerante
a volte pensa d'avere buone ragioni per esserlo.
Ma, per cominciare, chi è intollerante?
Certo non è tale chi agisce
per legittima difesa. Chi abbandona
un locale pubblico perché non sopporta
il genere di "musica" che viene inflitta
ai presenti, o non ne sopporta il livello
sonoro, non è "intollerante": è
solo qualcuno che vuole salvare le proprie orecchie.
Né è intollerante chi esce dal cinema
dopo dieci minuti di proiezione, pur avendo pagato
il biglietto: è entrato per due ore di svago
e se giudica di avere sbagliato indirizzo ha tutto
il diritto di non soffrire ulteriormente.
In questi casi l'"intollerante"
non è tale perché agisce solo
per sé, non impedisce agli altri d'apprezzare
ciò che a lui dispiace. Viceversa è
intollerante colui che, avendo scoperto
che un dato film è pornografico, non solo esce
offeso dalla sala cinematografica ma cerca
di far vietare la proiezione e si disturba fino
a denunciare per oscenità il regista e il produttore.
Intollerante è Girolamo Savonarola
quando vuole impedire agli altri di peccare,
non colui che pecca. Chi non sopporta il comizio del
fascista cretino e se ne va non è intollerante,
è intollerante colui che vuole impedirgli di
parlare.
L'intollerante
cerca di vietare ad altri un'attività
che personalmente non lo lede affatto
e che, per così dire, non lo riguarda.
Intollerante è in primo luogo il
moralista che cerca d'interferire nella vita
degli altri nel loro interesse, anche se essi non
gradiscono affatto quell'interferenza. Intollerante
è il portatore d'una certezza universale
che non ammette contraddizioni: infatti,
mentre l'Occidente caratterizzato da una blanda
religiosità è tollerante, l'Islàm
duro e puro è integralista. Anzi, è
apostolico e violento nella sua volontà di convertire
gli infedeli. Sarebbe facile chiedere all'ayatollah
che gliene importa, se gli infedeli andranno all'inferno
o no, ma questo non lo fermerebbe: la sua missione
è quella di condurre l'umanità alla vera fede.
Non diversamente da come il comunista rivoluzionario
vuole fare il bene del popolo e questo bene è
pronto ad imporglielo anche con la dittatura e con il gulag.
La tolleranza a molti appare immorale
(case di tolleranza erano detti
i bordelli!), ma vince il confronto storico.
Malgrado i suoi giganteschi difetti, il
laico Impero Romano è stato rimpianto
per secoli. I romani avevano infatti una mentalità
giuridica e per loro ognuno poteva dire e fare
ciò che voleva, purché non mettesse
in pericolo la Res Publica. L'idea d'imporre con
la forza il culto di Giove o di Quirino non gli
sarebbe venuta in mente e quando, cedendo a mode
orientaleggianti, imposero il "culto dell'imperatore",
fu di fatto una formalità; una forma
di giuramento di fedeltà allo stato e nulla
più; nessuno, fra gli ottimati romani,
reputava l'imperatore un dio e molti lo giudicavano
anzi un emerito delinquente. Il dominio di Roma,
diversamente da quello della Chiesa, dell'Urss
e di Mao, è stato militarmente e fiscalmente
pesante, ma intellettualmente leggerissimo. Per questo,
pur dopo secoli di ruberie, ha lasciato un ricordo
migliore di quello che nell'Est europeo ha lasciato
l'Urss dopo appena quarantacinque anni di dominio.
Bisogna guardare con grande sospetto
chi viene a fare il bene di tutti.
Anche perché non tutti hanno la stessa
idea di bene. Il conformista ci disgusta
intellettualmente ma il rivoluzionario
mette a rischio la nostra vita. Il peccatore
rompe il patto con Dio, il moralista rompe
le scatole al prossimo. E socialmente è
più pericoloso il secondo.
In conclusione, i salvatori dell'umanità
devono essere messi in condizione di
non nuocere.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
L'ES DELL'ISLAM
MODERATO
Oriana Fallaci aveva tendenza
a fare d'ogni erba un fascio e a stramaledire
tutti gli islamici. Altri hanno
un atteggiamento opposto: giudicano tutti
gli islamici persone per bene e gli integralisti,
per non parlare dei terroristi, sono
solo marginali eccezioni. Per decidere seriamente
fra simili posizioni bisognerebbe disporre
d‚una competenza e di tanti dati che l'osservatore
normale non ha: per questo sarà forse
consentito prenderla alla lontana.
L'orizzonte comportamentale d'ogni
individuo è il gruppo nel
quale vive. Se un individuo è tanto
geloso della moglie da impedirle di
uscire di casa, a meno che non sia accompagnata
da un membro della famiglia di sesso maschile;
se è tanto geloso da vietarle di guidare
l'automobile, di parlare con uomini o di farsi
visitare da un medico; se è tanto geloso da non
permettere a nessuno di guardarla in faccia, in Europa
sarebbe considerato un pazzo. Ma i cittadini
dell'Arabia Saudita, che si comportano così,
sono tutti nevrotici? Non solo ciò è inverosimile,
ma essi considerano se stessi normali e gli
Europei immorali. Una società stabilisce ciò
che al suo interno costituisce normalità psicologica
ma se la si guarda dall'esterno si può giungere
alla conclusione che, per certi versi, quell'intera
società è nevrotica.
Questo vale per le nazioni musulmane
e non solo per quanto riguarda
la considerazione della donna. Ovviamente
c'è un'enorme differenza fra l'Arabia
Saudita e la Turchia laica, ma parlando in
generale può affermarsi che le società
islamiche hanno alcune caratteristiche comuni.
1) Una estrema
povertà che impedisce quell'acculturazione
che deriva dai frequenti contatti
con persone che vivono lontano, dai
viaggi all'estero, dalla constatazione
che ciò che è ovvio in un posto può
non esserlo in un altro, dall'idea che
il mondo è molto più vario di quanto
si tende a credere nel proprio villaggio.
2) Una
notevolissima povertà culturale.
Pochi vanno a scuola, pochissimi leggono
e capiscono ciò che avviene nel mondo.
La quantità di libri scritti in inglese,
francese, tedesco e spagnolo che vengono
tradotti in arabo è francamente insignificante.
Ogni anno la Grecia legge più testi tradotti
di quanti ne leggano tutti i paesi arabi messi insieme.
Questo per non parlare del fatto che l'analfabetismo
è estremamente diffuso e quasi d'obbligo per
le donne.
3)
Quando la povertà culturale raggiunge
livelli altissimi si ha poi un fenomeno
stupefacente: anche il contatto con civiltà
più evolute, quali sono presentate
dalle filmografie dei grandi paesi occidentali,
non lascia traccia e le vicende in esse narrate
non sono prese sul serio. Per gli spettatori
esse sono interessanti ma inverosimili come
quelle delle Mille e una Notte. Ché anzi,
se si dovessero guardare seriamente, il giudizio
sarebbe moralmente severissimo: un po' come negli
Anni Trenta, quando si rideva con le commedie americane,
incluse quelle in cui si parlava di sorridenti adulteri
e divorzi, ma si sarebbero considerate gravissime
(fino all'omicidio per causa d'onore!) vicende analoghe
che fossero avvenute in Italia. E questo spiega l'impermeabilità
culturale di alcune famiglie di emigranti che pure vivono
in Europa.
4) Poiché
però la nostra fisiologia non intende
ragioni, l'affamato non può
che invidiare il sazio, il povero il ricco
e l'appiedato sotto la pioggia il signore che va
in auto. Le società islamiche soffrono d'una
invidia repressa e costante nei confronti dei
paesi ricchi. Un'invidia che è aggravata
dal fatto che, secondo l'insegnamento religioso
ricevuto, questi paesi adorano falsi dei, hanno
costumanze immorali e sembrano prosperare malgrado
l'incombente apocalisse annunciata per loro dal Profeta.
5) Tutto questo
richiede una risposta. Se la pressione
di un dato negativo è troppo
forte, l'umanità è disposta ad
accettare anche soluzioni immaginarie. La constatazione
quotidiana è che si muore e basta,
ma l'idea di morire e basta è talmente
fastidiosa che si preferisce credere ad una
vita dopo la morte. Nello stesso modo, gli
islamici, perdenti nei confronti dell'Occidente
dai tempi della battaglia di Poitiers, riaffermano
a voce altissima la loro superiorità morale;
chiamano vittoria qualunque sconfitta che non
sia troppo clamorosa (come Nasser nel 1967 o Nasrallah
in questi giorni); considerano gloriosa l'azione
in cui muoiono dieci dei loro se hanno ucciso un
soldato israeliano, senza accorgersi che in questo
modo dichiarano che un israeliano vale dieci di
loro. Si vantano di valutare poco la propria vita
e non s‚accorgono che ciò è possibile perché
essa li induce alla disperazione. Si considerano così
abissalmente inferiori, così incapaci di combattere
a viso aperto, da proclamare che l'uccisione di innocenti
in attentati sleali è giusta. E non riescono a reprimere
una sostanziale, segreta soddisfazione per ogni disgrazia
o lutto dell'Occidente.
6) Gli islamici,
intesi come gruppo, pareggiano
i conti con la fantasia perché soffrono
di enormi frustrazioni. Tanto forti che non arretrano
dinanzi a nessuna possibile forma di
consolazione. Per questo, mentre i più
fanatici compiono crimini, i molti, che fanatici o
terroristi non sono, hanno una segreta soddisfazione
nel vedere che il mondo contrappone George W.
Bush e bin Laden quasi si potessero mettere sullo
stesso piano. L'attentato alle Torri Gemelle,
pure formalmente condannato, è la dimostrazione
che è riuscito ai musulmani quello che
non è riuscito ad Hitler, portare la guerra
sul suolo americano. Poco importa quanto di inverosimile
ci sia in queste affermazioni: importa che
esse siano consolatorie.
7) La maggior
parte degli islamici non è
né integralista né terrorista,
ma la maggior parte degli islamici
è frustrata. Sicché, mentre
il loro "ego" depreca l'attentato che uccide
donne e bambini innocenti, il loro "es" ha la segreta
Schadenfreude, il maligno piacere di vedere
per un momento perdente chi di solito si è
stati obbligati a vedere come vincente. Ecco
perché alcuni osservatori occidentali,
badando all'ego, dicono che i musulmani sono buoni,
salvo eccezioni, mentre altri, badando all'es, dicono
che tutti loro sono a favore dei terroristi e ne condividono
mentalità e risultati.
Un simile problema mondiale non
permette di ipotizzare soluzioni
facili e immediate. Sembra tuttavia
ragionevole pensare che la politica
dell'appeasement sia controindicata. La debolezza
dell'occidente, la sua tendenza a comprendere
tutto e a chiedere scusa, suona agli
occhi delle folle islamiche come un‚ammissione
di colpa e una conferma delle parole dell'imam.
La risposta giusta sarebbe invece la proclamazione
della validità del proprio modello.
Bisognerebbe quasi dire: è vero,
siamo superiori a voi in tutto, non vi rimane che
imitarci e se volete vi daremo una mano; ma se cercherete
di batterci con la violenza e l'intolleranza, sappiate
che siamo capaci di essere più violenti e intolleranti
di voi. Non insistete a chiamarci crociati: potremmo
ridiventarlo, se ci provocate.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 25 settembre
2006
RIVOLUZIONE
Nel 1866 Gustave Courbet (Coubert)
fece un gesto rivoluzionario
dipingendo "L'origine
del mondo",
quadro che qui a fianco riproduciamo.
Fu un grande scandalo, nell'Europa
dove - in quel tempo - le donne non
avevano nemmeno diritto di voto, affermare
la sacralità naturale del luogo dove
tutti siamo stati concepiti.
Oggi sarebbe bello se nei
paesi musulmani qualche Gustave
Coubert iniziasse questa piccola
rivoluzione.
(cp, 24 settembre 2006 )
Massima
del giorno
Un modo per ricevere molto affetto
è non rifiutarlo mai. L’altro
non deve mai avere il dubbio su come sarà
accolto.
G.P.
MOLLICHINE
Berlusconi: “se il governo cadrà,
sarà per implosione interna”.
E, comunque, per un’implosione
“esterna” nessuno potrebbe cadere.
Prodi: “Nessuna pace senza una
soluzione della questione palestinese”.
Come dice anche Ahmadinejad.
BERLUSCONI
LATITANTE
Berlusconi in questa estate è
sembrato sparito e a volte
la dimensione di un uomo si misura dallo
spazio che lascia vuoto. In realtà il
Cavaliere non è morto e anzi in questi mesi
se l’è tanto spassata da far pensare che forse
vorrebbe abbandonare la politica. Ma in
giro, alla sola ipotesi, tutti hanno avuto i sudori
freddi: contro chi combatterebbe, la sinistra,
se non c’è Berlusconi? Su chi farebbero sarcasmo
i comici, che già infatti oggi annaspano?
Chi agirebbe da coagulo per l’opposizione? Chi
è il leader del centro-destra plus
grand que nature come lui che
potrebbe sostituirlo?
Ma l’ipotesi della mancanza del
Cavaliere va fatta: è stato
capace di sopravvivere al cancro ma
rimane lo stesso mortale. Inoltre, non
essendo un politico professionale, ha diverse
corde al suo arco e potrebbe stancarsi della
politica come anche dell’ingratitudine
degli alleati, dell’odio fatuo di un Follini o
dell’ambiguità di un Casini. Uno che tenta di camuffare
da spirito di servizio la sua voglia di potere.
Berlusconi ha il senso dell’umorismo: chi
potrebbe impedirgli di farsi quattro risate, vedendo
come se la cavano senza di lui? Lui non potrebbe
che cadere in piedi. Pure divenuto un Pelìde
divertito che se ne sta chiuso dentro la sua tenda,
rimarrebbe ancora e sempre l’uomo che ha creato un
impero economico fra i più grandi d’Italia, che è
stato l’unico Presidente del Consiglio in carica per
cinque anni e il combattente che alla fine, mentre i
suoi alleati remavano contro e davano la partita per irrecuperabile,
è riuscito a perdere per sei decimillesimi dei
voti. Proprio per questo potrebbe lasciare. Ormai non
ha bisogno della politica: è la politica che ha bisogno
di lui.
Dunque il problema è:
che ne sarebbe del quadro politico?
Senza Forza Italia o comunque con
questo partito ridotto ad un’eco di ciò
che fu, quando mai Alleanza Nazionale riuscirebbe
a convivere con la Lega? Chi impedirebbe
a Fini e soci di saltare il fosso? Per quello
che si può capire, un centro-destra senza
Berlusconi sarebbe una coalizione retrodatata
al 1994, a quella che non aveva speranza contro
la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto. La sinistra
vincerebbe le prossime elezioni, le successive
ed anche quelle che verrebbero dopo. L’unica speranza
sarebbe non il liberalismo – troppo aristocratico
per essere amato dal popolo – ma, come sempre avviene
per gli imperi incontrastati, la litigiosità
dei diadochi. Ma quanti anni ci vorrebbero? Nel
medio termine, l’Italia senza Berlusconi è l’Italia
di Diliberto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 settembre 2006
Caro Benedetto
XVI,
colgo l'occasione del Capodanno ebraico per farle
gli auguri che certamente
lei accettera' in nome della cultura
che unisce cristiani ed ebrei.
Ieri sera nelle sinagoghe di
tutto il mondo i rabbini hanno
suonato lo shofar dando inizio ai dieci
giorni penitenziali che si concluderanno
il giorno di Yom Kippur quando quel
suono straziante ci liberera' dalla
penitenza e dai peccati che in questo
periodo ogni ebreo avra' esaminato e
discusso personalmente con D*o.
Lo Shofar che sentiamo ogni anno
a Kippur, Padre Ratzinger, serve
a scuotere l'animo di chi, digiuno
da 25 ore , e' la', debole e fragile,
davanti al suo Signore e quel suono straziante
e forte significa tre cose , La felicita'
di essere vivi unita al pianto e al dolore per
i drammi passati dal popolo ebraico.
Perche' le scrivo queste cose,
Benedetto XVI?
Perche' in questi giorni di introspezione
e di pensiero vorrei che ogni ebreo si sentisse
solidale con Lei per l'aggressione
subita dall'islam e per l'indegno silenzio
dell'Europa.
Benedetto XVI, dopo la Sua lezione
di teologia, tenuta a Regensburg,
in cui Lei ha detto che Dio e spada non
possono camminare insieme, abbiamo assistito
all'esplosione del mondo islamico, abbiamo
visto bruciare la sua immagine per le strade del
vicino e lontano oriente, abbiamo sentito
urlare che l'islam conquistera' Roma e passera' gli
italiani a fil di spada, seguiranno tutti i cristiani,
naturalmente, per la vittoria di Maometto sugli
infedeli.
Come ha reagito l'Europa allo
scempio, agli insulti, alle minacce,
ai roghi, Benedetto XVI?
Niente, nulla, silenzio. Non
c'e' stata una sola manifestazione
in Suo sostegno, nessuno ma proprio
nessuno, se non Angela Merkel e qualche
sparuto giornalista, ha preso le Sue difese.
In Italia Prodi ha impedito che passasse
una mozione di solidarieta' verso la Sua persona
e poi, tra uno sbuffamento e l'altro, e'
arrivato anche a schernirla dicendo che nel suo prossimo
viaggio in Turchia saranno "le sue guardie"
a proteggerla.
"buf achhhh....cosa volete che
vi dica....bufff bufff ....avra'
le guardie...bufff bufff"
Adesso nega Prodi ma, purtroppo
per lui, esiste la televisione
e tutti lo abbiamo visto, sentito e provato
vergogna.
Io
non amo le tattiche, sono una
persona schietta, Benedetto XVI,
e mi rivolgo a Lei come a un Amico
senza la deferenza cui Lei e' abituato
quindi, dal basso della mia schiettezza,
l'unico consiglio che Le posso dare,
se mi permette, e' di dimenticarsi per
una volta di essere Papa, come lo hanno vergognosamente
dimenticato i cristiani che non hanno difeso
la sua immagine dalla barbara aggressione
islamica, se lo dimentichi e non pensi di chiedere
scusa a nessuno visto che nessuno doveva sentirsi
offeso dalle sue parole.
Dimentichi di essere Papa e condanni
a voce alta quello che stanno
facendo.
Dimentichi di essere Papa e non
li giustifichi.
Dimentichi di essere Papa e a
testa alta glielo dica che sono
dei barbari incapaci di qualsiasi
dialogo.
Dimentichi di essere Papa e non
tenda nessuna mano perche' e' inutile,
assolutamente inutile.
Si, gli imam potrebbero anche
venire a stringere la sua e
verrano, ipocriti come sono, ma questo
non cambierebbe le loro idee di sopraffazione
e di conquista e soprattutto non cancellerebbe
il loro odio verso cristiani ed ebrei.
Purtroppo l'Occidente e' quello
che e', ha perso umanita' e orgoglio
diventando schiavo di un miliardo
e mezzo di orde urlanti che bruciano chiese
e sinagoghe, che bruciano l'immagine della
piu' alta autorita' della cristianita',
che sbraitano che la bandiera verde dell'islam
sventolera' su San Pietro e questo
Occidente tremolante come un budino non fa
niente per difendersi e per dimostrare fierezza
contro la violenza.
Esiste una reincarnazione di
Hitler in Iran che ogni giorno dice
di voler distruggere Israele e ogni
giorno nega la Shoa' e questo Hitler
iraniano viene fatto parlare all'ONU, ennesima
vergogna, e un Prodi indegno e sorridente va a
parlare con lui e gli stringe la mano.
Ma si, lo sappiamo che l'Italia
ha molti interessi economici
in Iran, questo pero' non puo' valere
la vita di altri 6 milioni di ebrei. Le pare,
Padre?
A Beiruth Nasrallah e' uscito
dal suo bunker e ha organizzato
una grande manifestazione per la "divina
vittoria" su Israele e non era solo, Padre,
era insieme a mezzo milione di persone urlanti
e a rappresentanti del governo libanese.
Capisce,
Benedetto XVI, che gente
sono? Un terrorista fa scoppiare una
guerra che ha distrutto mezzo paese
e loro lo acclamano, convinti di aver vinto.
Hanno avuto un migliaio di morti, un terzo
di hezbollah distrutto, non hanno piu' case
eppure acclamano il responsabile di tutto questo,
superconvinti di aver vinto.
Se si pensa che in tutto il mondo
arabo, ogni anno in giugno, fanno
grandi parate militari per ricordare
la "vittoria" della Guerra dei 6 giorni,
guerra che sono riusciti a perdere appunto
in meno di una settimana, si puo' capire bene
la loro mentalita' malata.
Non vogliono il dialogo, non
sanno perdere, usano solo la violenza,
la loro religione e' avvelenata, loro possono
insultare e minacciare, i loro media
pubblicano quotidianamente vignette odiose
contro ebrei e cristiani, articoli di odio
e menzogne, nelle piazze bruciano copie dei
vangeli, bruciano bandiere, nei territori palestinesi
bruciano chiese, urlano "morte a Israele e morte
all'occidente', loro possono tutto ma guai
a chi critica questo loro comportamento. Guai!
Chi dice una sola parola sull'islam
e' un uomo morto.
E Lei, Padre, cerca il dialogo
con questa gente?
Esiste un islam moderato? NO
perche' l'islam e' malato di una
malattia che si chiama odio e violenza.
Esistono musulmani moderati e illuminati,
un paio forse, ma l'islam in quanto
fede e' solo odio, intolleranza, violenza,
e desiderio di conquista.
Dimentichi di essere Papa, per
un momento solo, Bendetto XVI,
e non permetta loro di schiacciare anche
il Vaticano come hanno fatto con l'Europa
intera.
Non chieda scusa e non si preoccupi
di tendere la mano perche' verrebbe
morsa.
Ricordi di essere Papa per salvare
questa povera e tremolante Europa
che ammicca ai peggiori criminali
islamici e a testa alta, altissima,
Padre, parli dei valori della civilta',
della vita sulla morte, del bene sul male.
Soprattutto del bene sul male
perche' e' questo che e' stato dimenticato
da coloro che
fanno parlare alle nazioni Unite
un mostro cui poi vanno a stringere
la mano.
Ricordi di essere Papa per svegliare
chi dorme e parla di islam
moderato.
Ricordi di essere Papa per salvare
l'Occidente da morte sicura
per suicidio.
Ricordi di essere Papa per
ribadire che Dio e spada non camminano
insieme, non piu', perche' il medioevo
e' finito da un pezzo.
Ricordi di essere Papa per essere
Giusto come ha dimostratro finora
alla luce di questi ultimi avvenimenti,
vergognosi per il mondo intero.
Cordialmente
Deborah Fait -
informazionecorretta
LE GAFFE DEL GOVERNO
PRODI
La sintonia fra il governo
Prodi e i mercari finanziari, se mai è davvero
esistita, si è molto indebolita dopo il pasticcio Telecom.
La diffidenza di banchieri, avvocati d’affari e gestori per
le mosse dell’esecutivo su temi finanziari, borsistici e
price sensitive è in costante crescita. Il patrimonio
di credibilità che Prodi aveva in alcuni ambienti internazionali
(non troppi) è quasi azzerato. Un uomo pacato come Mario
Monti, in un’intervista rilasciata a Repubblica, parlando del
caso Telecom, ha spiegato che “non occorre sapere fino in fondo
come sono andate davvero le cose, e in questi casi nessuno è
in grado di conoscere la completa verità, per rendersi
conto dell’esistenza di relazioni non corrette tra mondo economico
e mondo politico. E questo ancora una volta ha fatto fare passi indietro
nella considerazione che l’opinione pubblica internazionale
ha del sistema Italia’’.
La prima incrinatura
si ebbe in sede di stesura del programma dell’Unione,
con la proposta di innalzare l’aliquota sul capital gain
al 20 per cento. La misura non sarebbe sbagliata in sé,
anche perché armonizzerebbe la tassazione italiana
a quella degli altri mercati europei, ma non tiene conto
della natura dei mercati. La Borsa italiana è la più
piccola delle maggiori Borse europee ed è caratterizzata
dalla presenza di società quotate per lo più non
contendibili. Avere una tassazione più bassa è un vantaggio
competitivo cui non si dovrebbe rinunciare con leggerezza. Del
resto le gaffe fiscali del futuro governo – le promesse di
tassazione sulle rendite finanziarie e di reintroduzione della tassa
di successione – rischiarono di compromettere una vittoria elettorale
che veniva stimata assai più larga di quanto non accadde.
Poi arrivò il giuramento, il
17 di maggio, e cinque giorni dopo, il 22 maggio, il neoministro
dei Trasporti Alessandro Bianchi, area Pdci, sfiducia
il management di Alitalia a Borsa aperta dicendo che “una verifica
sui vertici della compagnia di bandiera è necessaria”.
Il titolo crolla in Borsa e perde oltre il 10 per cento. Non
solo Bianchi non ama Giancarlo Cimoli, ma non tollera che altri
dell’esecutivo lo possano apprezzare. E così lo scorso
3 settembre a chi gli chiedeva un commento sulla fiducia accordata
al manager da Tommaso Padoa- Schioppa ha risposto con un meravigliato
“non credo che lo abbia detto”. Se la prima uscita di Bianchi può
essere ascritta a una certa forma di dilettantismo politico, la seconda
segnala una scarsa aderenza alla realtà, piuttosto pericolosa
per un ministro della Repubblica. La stessa sensazione che ha suscitato
l’uscita del ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, che
il 19 maggio, due giorni dopo l’insediamento, affermò: “Il ponte
sullo Stretto non si farà. Nessuna penale sarà pagata dallo
stato perché nessuna penale è prevista. L’Impregilo
al massimo potrà chiedere un risarcimento per le spese effettuate
sino ad ora’’. E’ quantomeno ingenuo pensare che un contratto articolato
come quello del Ponte (l’amministatore delegato di Impregilo, Alberto
Lina, ha impiegato due giorni per siglare ciascuna delle sue pagine)
non prevedesse penali.
Dalle autostrade all’Iva
sugli immobili
Qualche perplessità
presso le classi dirigenti economico-finanziarie
fu procurata anche da un’altra gaffe – ancorché minore –
questa volta di Tommaso Padoa- Schioppa, il quale suggestionato
da un articolo duro, ma non più duro dello standard,
di Francesco Giavazzi sulla fragilità della politica
del governo sui conti pubblici, rispose allo stesso Giavazzi
e ad alcuni altri esponenti del suo network intellettuale in
forma privata e con spirito di eccessivo cameratismo.
Nulla rispetto ai bizantinismi
e ai continui sussulti negoziali di Antonio Di Pietro,
che hanno praticamente portato all’esasperazione un carattere
forte come quello di Gianni Mion, amministratore delegato
di Edizione Holding, la società della famiglia Benetton,
sulla partita Abertis- Autostrade: iniziativa abbastanza autolesionista
che ha preoccupato il mercato per l’attivismo del governo.
La sindrome di Tafazzi non ha risparmiato il viceministro con
delega alle Finanze, Vincenzo Visco, anche dopo i disastri preelettorali:
nella parte del decreto sulle liberalizzazioni in cui modificava
la detraibilità dell’Iva sugli immobili, aveva stimato un gettito
di 1,8 miliardi di euro da questa misura. Assoimmobiliare ha
dimostrato che il prelievo sarebbe stato di 28-30 miliardi, ma
intanto i valori di tutte le società immobiliari e dei fondi
quotati erano inevitabilmente crollati.
La vicenda Rovati-Prodi-Telecom
è soltanto l’ultimo atto di un lento processo iniziato
quattro mesi fa: prima il documento spedito dal consigliere
Angelo Rovati interpretato dai mercati come un tentativo
di condizionamento di una società quotata in Borsa e poi
l’insider del presidente del Consiglio su quanto riferitogli
da Marco Tronchetti Provera per negare di essere a conoscenza dei
progetti del capo della Telecom.
Dal “Foglio”
del 22 settembre 2006
PRODIGIOSO
Sul caso Telecom, ci
sarà il dibattito in Parlamento, nonostante la gaffe
di Prodi («Andare in Parlamento? Ma che siamo matti?»),
e, nonostante le sue ulteriori perentorie dichiarazioni («Andare
al Senato? Quando mai un Presidente del consiglio va riferire
alla Camera e poi anche al Senato?») il dibattito sarà anche al Senato.
Non c'è due senza
tre. Dagli Usa il Presidente del Consiglio (!),
prima d'andare a stringere la mano a quel galantuomo di Ahmadinejad, minimizza
sui rischi d'incolumità del Papa impegnato a fine novembre in Turchia:
«Non so nulla di possibili rischi per la sicurezza
del Pontefice: vedranno le sue guardie».
Tombola!
cp,
21 settembre 2006
La politica
estera del governo italiano rifiuta la distinzione
tra il bene e il male
Verrebbe voglia
di indagare su quali vantaggi la lobby iraniana fornisca
a Prodi, o ai suoi collaboratori, per fargli fare - e far
fare all'Italia - la figura di attore ambiguo e inaffidabile
che sta sulla linea di confine tra Occidente ed Islam
con un piede di qua ed uno di là. Lascio ai giornalisti
investigativi questa missione, qui mi limiterò a tentare
di evitare in extremis, pur improbabile, il faccia a faccia
tra Prodi e Ahmadinejad dimostrando perché sia dannoso per
l'interesse nazionale. Teheran, nonostante lo stato di paria
internazionale, ha relazioni diplomatiche con Roma perché
l'Eni ha concentrato molti investimenti in Iran per l'estrazione
di petrolio e gas. In sostanza, l'Italia è ricattabile dagli
iraniani. In tali casi è interesse nazionale cercare di
avere buoni rapporti anche con il demonio e qui non intendo certo
criticare la nostra politica estera del passato. Ma ora il demonio
si sta agitando e vuole espandere l'inferno. La leadership iraniana
è passata da una guida relativamente moderata (Khatami) ad
una estremista (Khamenei) di cui Ahmadinejad - che ha fatto carriera
come torturatore nella milizia dei Pasdaran prima di diventare sindaco
di Teheran e, recentemente, capo di Stato a seguito di elezioni pesantemente
truccate - è il braccio esecutivo. In Iran è avvenuto
una sorta di colpo di Stato attuato dall'ala degli ayatollah radicali
che vedevano in pericolo il consenso da parte della popolazione ed i loro
affari, per esempio l'accesso privilegiato dei Pasdaran al business petrolifero.
La nuova leadership, poi, ha visto il successo di Al Qaida nel suscitare
l'orgoglio islamico e le è venuta l'idea di competere con questa
per prendere il comando dello Jihad. Con un doppio vantaggio. Far diventare
l'Iran la potenza principale della regione così anche dare all'elemento
sciita una chance di espansione su quello sunnita. In particolare,
Teheran persegue veramente l'obiettivo di distruggere Israele per guadagnarsi
il riconoscimento di guida di tutto il mondo islamico. Percepisce,
poi, che i suoi clienti petroliferi principali, Cina e Giappone, abbiano
tanto bisogno di energia da renderli garanti contro sanzioni e azioni
militari. Ma L'Iran vuole anche dall'Italia un aiuto per indebolire
il fronte occidentale. Prodi da sempre dice che con l'Iran bisogna
dialogare, pagando così il ricatto e/o un contratto.
Ma per evitare attacchi Hezbollah alle truppe inviate in Libano
ora Roma dovrà dare un aiutino in più: incontrare
formalmente Ahmadinejad per riconoscerne la legittimità
come interlocutore. In sintesi, l'Iran vuole più cose
e più apertamente dall'Italia. Prodi ha accettato di dargliele.
Nasconderà questa scelta dichiarando che il dialogo è
necessario per evitare conflitti. Ma possono crederci solo
gli sprovveduti. La sostanza è che la politica estera italiana
sta svoltando pericolosamente da una posizione tradizionale
di trasparenza, anche nelle mediazioni, ad una di opacità,
dalla netta posizione occidentalista ad una ambigua. Che avrà
conseguenze concrete peggiori, per caduta della credibilità,
di quelle dell'eventuale danno causato all'Eni o alle nostre truppe
a seguito di un netto schierarsi dell'Italia contro il nazismo islamico
iraniano. Il punto: parla quanto vuoi segretamente con il nemico,
ma non dargli mai un vantaggio. Prodi pensa, invece, che il darglielo
possa essere bilanciato dal promettere segretamente agli alleati
occidentali di inoltrare messaggi utili anche per loro. Ovviamente
questi fanno buon viso. E Prodi non sa - lo informo io - che è
considerato inaffidabile sia dagli iraniani sia dagli alleati.
Quindi i primi lo ricatteranno di più ed i secondi lo utilizzeranno
come l'utile cretino o ascaro. Eviti almeno l'incontro con Ahmadinejad
fino a che non avrà dall'intelligence i rapporti su cosa
esattamente si pensa di lui (Prodi «il libanese») nei
governi che contano. Eviti la foto in cui un leader italiano stringe
la mano al nazista islamico. Rinunci alla tentazione del denaro
iraniano: è soldo del demonio, sul serio.
www.carlopelanda.com
D'Alemahamas
Se con Hezbollah
bisogna dialogare perché è anche un partito
politico con ministri e parlamentari oltre a sfornare
terroristi, volete tagliar fuori Hamas che va be', non riconosce
ad Israele il diritto all'esistenza e alleva kamikaze, ma
le elezioni le ha addirittura vinte? Non fa una piega il ragionamento
del nostro ministro degli Esteri: fissato il postulato libanese
la logica imponeva che prima o poi il teorema avesse una traduzione
palestinese. E questa, è venuta ieri in conferenza stampa
nel secondo giorno della sessantunesima assemblea generale delle
Nazioni Unite, mentre nella cattedrale del Palazzo di Vetro
oratori grandi e piccoli alternano i loro discorsi in un rosario
che sembra infinito. Ha certamente ragione Massimo D'Alema, quando
dice che «lo status quo non è un'opzione» praticabile
ancora a lungo, e che a Gaza «si rischia la tragedia».
Garantisce l'appoggio dell'Italia e dell'intera Unione Europea
agli sforzi di Abu Mazen che tenta di dar vita a un governo di unità
nazionale al quale partecipino Olp e Hamas, anche se gli Usa premono
sul presidente dell'Autorità palestinese affinché
freni su questa strada. Però il traguardo al quale sta intensamente
lavorando il nostro negli intensi colloqui di questi giorni è
quello di portare israeliani e palestinesi sul tavolo del Consiglio
di sicurezza dell'Onu, ove a gennaio siederà anche l'Italia,
oltre tutto. E se ciò può portare sotto tutela dell'Onu
Israele, che ha sempre rifiutato di «internazionalizzare»
i suoi rapporti con l'Anp, è più che implicito pur se D'Alema
non lo dice. A Gaza la situazione è insostenibile,
è l'incipit del ministro degli Esteri, «rimanere
così, è un errore drammatico che può avere
conseguenze incalcolabili», dunque occorre «una forte
iniziativa della comunità internazionale per uscire da questa
crisi, altrimenti tutta la situazione è a rischio, compreso
il Libano. Perché non si può pensare che se si va a
una tragedia a Gaza, ciò non si ripercuota immediatamente
al Libano e all'intera area mediorientale». Domanda: dunque
lei propone con Hamas, lo stesso atteggiamento che ha propugnato nei
confronti di Hezbollah? E D'Alema ha risposto: «C'è anzi
una differenza: che Hamas le elezioni le ha vinte. Elezioni democratiche,
controllate internazionalmente, volute dagli Stati Uniti.
Quindi non è possibile formare un governo democratico
palestinese, che non coinvolga Hamas. A meno che non si rifacciano
le elezioni∑ forse può essere un'opzione ma non spetta
a noi decidere bensì al presidente palestinese. Dunque, se
si vuole sbloccare la situazione, bisogna tenere conto del fatto
che Hamas ha la maggioranza in Parlamento, ed è difficile fare
governi senza la maggioranza. Il tentativo di Abu Mazen è quello
di far nascere un governo su basi nuove, e noi dobbiamo sostenerlo».
Condoleezza Rice però, ha chiesto ad Abu Mazen di frenare,
sull'unità nazionale con Hamas, gli è stato fatto notare.
E lui, senza scomporsi: «A noi invece, ha chiesto aiuto
e sostegno, e cercheremo di convincere anche il segretario di Stato
americano che questa è l'unica strada percorribile».
Per andare dove? Il titolare della Farnesina ha progetti lucidi
e obiettivi chiari. Punta in alto, spera di risolvere quella che
chiama «la questione israelo-palestinese». Ed ecco
quanto bolle nella sua pentola: «Si lavora a una riunione
del Consiglio di sicurezza dell'Onu, su proposta della Lega araba;
e l'Unione Europea è favorevole a questa proposta».
Con questo obiettivo: «Una riunione che si concluda con un documento
che incoraggi il processo di pace, dando sostegno ad Abu Mazen
nella formazione di un governo di unità nazionale palestinese».
Che vuol dire «documento»? Forse una nuova risoluzione
che impegni Israele ad aiutare se non Hamas almeno l'Olp di Abu
Mazen? D'Alema se l'è cavata in calcio d'angolo: «Un documento,
un qualcosa che possa aprire uno spiraglio... Non siamo ancora
nemmeno riusciti a far convocare il Consiglio
di sicurezza su questo, e già pensate a una risoluzione»?
(da
Il Giornale)
XX SETTEMBRE
Othman Al-Omeir,
la voce isolata di un musulmano che ha il
coraggio di dire la verità sul rapporto tra l'islam
e le altre religioni.
È una
voce. Una sola, ma coraggiosa. Non risuona nelle
moschee, ma si esprime sulle pagine on line di Elaph, uno
dei giornali panarabi più letti su Internet. La
redazione è a Londra, l'orientamento modernista e liberale.
Basta un clic per accorgersene: sulla colonna di sinistra
appaiono foto di giornaliste e cantanti arabe vestite e in
pose inequivocabilmente occidentali. Ieri il direttore
Othman Al-Omeir ha deciso di rompere il coro di critiche al
papa - che in questi giorni ha unito moderati e fondamentalisti
musulmani - pubblicando un commento in cui si ribalta la
prospettiva. «Sì il Papa avrà pure sbagliato,
però ha presentato subito qualcosa di molto simile a delle
scuse dicendo che le sue parole sono state fraintese - si legge
nel testo, rilanciato in Italia dall'agenzia Apcom -. Ma quanti
sono i nostri Muftì Ulema islamici che si sono espressi
per spiegare che è contrario alla spirito dell'Islam
offendere i cristiani ogni venerdì nei sermoni delle
nostre moschee?», si chiede Hani al Nakshabandih, che
giudica «strumentale» la protesta, perchè «le
parole di Benedetto XVI non possono in alcun modo minacciare
l'Islam, nè intaccare la figura del Profeta».
Tanto più che la Santa Sede da tempo dimostra grande cautela
e rispetto nel porsi verso le altre religioni. E Benedetto
XVI non ha certo rinnegato la linea del dialogo. Si può
dire altrettanto dei religiosi musulmani? No, secondo l'editorialista
di Elaph, che, con notevole audacia, elenca i torti «quotidiani»
commessi dall'Islam, nei confronti delle altre religioni: «Noi
commettiamo errori mille volte più del Papa - scrive -
Nei sermoni del venerdì insultiamo cristiani ed ebrei, chiedendo
a Dio di distruggerli». E ancora: «In ogni scuola, inculchiamo
ai nostri alunni che i cristiani sono impuri ed andranno all'inferno.
In ogni casa cresciamo i nostri figli insegnando che cristiani ed
ebrei sono i nostri principali nemici e che dovremo ucciderli altrimenti
loro ammazzeranno noi». «Ma i nostri Ulema tacciono,
salvo poi scattare all'unisono quando il Pontefice parla della
persona del Profeta». È un'ipocrisia, inaccettabile
per Hani al Nakshabandih. «I dotti dell'Islam rispondono all'errore
con un'altro errore: offendere Maometto, non è più
grave dell'insulto ai cristiani». L'accusa è durissima
e difficilmente passerà inosservata. Nell'impeto polemico,
il giornalista lascia intendere che in tutte le moschee si propaghi
l'odio. Non è così. Dimentica di ricordare che la
diffusione del fondamentalismo islamico non preoccupa solo noi
occidentali, ma anche, se non soprattutto, i Paesi arabi, che, per
arginare il contagio, impongono controlli serrati nei luoghi di culto.
L'Università del Cairo di Al Ahram, considerata il «Vaticano»
dei sunniti, non è certo una congrega di estremisti. E i
riti delle congregazioni Sufi sono un inno alla spiritualità,
non certo al radicalismo. Nonostante tutto l'Islam continuare
ad avere più volti. Ma l'editorialista di Elaph non sbaglia
nel denunciarne l'aspetto più aberrante e retrogrado: quello
del wahabismo ovvero una setta della penisola arabica fondata nel
1700 e che ha avuto a lungo un'influenza marginale, ma che grazie
ai generosi finanziamenti degli sceicchi sauditi fa proseliti nel
mondo. Qualche mese fa la Freedom House, uno dei più prestigiosi
istituti di ricerca americani, ha monitorato i sermoni dei clerici
wahabiti sia in Arabia Saudita sia in Occidente.
C'è da rabbrividire. Altro che
dialogo, altro che comprensione. Quegli imam diffondono un Credo
totalitario intriso di violenza, che trova eco persino in alcuni
documenti ufficiali del governo di Riad. Si sostiene che è
un obbligo religioso per ogni musulmano odiare cristiani ed
ebrei e che non bisogna imitarli, nè fraternizzare con
loro nè aiutarli in alcun modo. Guai a salutarli per primi,
guai a porgere gli auguri a Natale. La democrazia è anti-islamica
e dunque va respinta. I «Fratelli» che si trovano nelle
terre dei miscredenti devono comportarsi come se fossero in missione
dietro le linee nemiche, acquisendo nuove conoscenze e fondi da
usare per la Guerra Santa o facendo proselitismo. Qualunque altra
ragione non è ammessa. E chi osa convertirsi sappia che verrà
ucciso. Così si parla nelle moschee e nelle scuole coraniche
wahabite. Il problema è innanzitutto lì.
marcello.foa@ilgiornale.it
Un'altro pericoloso
criminale sfuggito alle spranghe rosse...
SPRANGHE ITALIANE
PER IL MARTIRE CINESE
Da DAGOSPIA
Riceviamo
e pubblichiamo:
Visto che
nessuno ne parla, ti segnalo ciò che è avvenuto
a Roma, quartiere San Lorenzo, venerdì 15 settembre
scorso, ore 11. In una libreria, il martire cinese -
20 anni di Laogai, il gulag cinese - Harry Wu doveva presentare
il suo libro sugli oltre 1100 campi di concentramento,
dove il sistema del lavoro forzato rappresenta una delle basi
portanti del boom economico della Cina.
La presentazione,
però, non si è potuta svolgere, perché
una cinquantina di attivisti comunisti, armati di bastoni
e spranghe, ha bloccato l'ingresso nella libreria. Le
persone che volevano assistere al dibattito sono state aggredite.
Altri giovani sono stati rincorsi e malmenati per le
strade del quartiere. Lo stesso Harry Wu a stento si è
sottratto al linciaggio.
Soltanto
dopo mezz'ora sono intervenute le forze dell'ordine,
ma ormai gli aggressori si erano dileguati. Harry
Wu, 20 anni di gulag in Cina più una tragica mattinata
romana.
Giancarlo
Lehner
Un'altra pericolosa
criminale sfuggita alla Giustizia...
Appartengo
a quell'esigua minoranza di italiani che non ha né
adorato né detestato gli scritti di Oriana Fallaci
di questi ultimi anni post-unidicisettembre. Il più
delle volte, li ho comunque trovati non banali, e quindi
non "inutili".
Ho invece
profondamente detestato, e trovato assai peggio
che "inutili", i tentativi di vietare la circolazione
di quegli scritti; soprattutto, trovato allucinante e
tutto sommato imbarazzante il fatto che quei tentativi
abbiano trovato un qualche seguito nella benemerita Giustizia
Italiana.
Nel
maggio 2005 Oriana Fallaci venne rinviata a giudizio
per vilipendio della religione islamica. Non a Teheran
o a (arabia saudita), bensì a Bergamo, tribunale competente
per territorio in quanto è là che ha sede la
tipografia che diede alle stampe il suo pamphlet "La forza
della ragione": il GIP Armando Grasso ordinò anche
il sequestro, presso la tipografia, del libro "incriminato".
Si trattò di un'operazione-fotocopia
rispetto a quella che in Francia nel 2002 aveva
visto processata la Fallaci per il libro "La rabbia e
l'orgoglio", su denuncia delle associazioni "Movimento
contro il razzismo e per l'amicizia tra i popoli" (Mrap), "Lega
dei diritti dell'uomo" (Ldh) e "Lega internazionale contro
il razzismo e l'antisemitismo" (Licra - quest'ultima per
la precisione si era limitata a chiedere che l'editore francese
inserisse una fascetta sulla copertina del libro per mettere in
guardia il lettore sulle espressioni contro l'Islam in esso contenute).
In quel
caso, però, era stato dapprima negato il sequestro
(sul semplice presupposto che tanto il libro aveva
ormai ampia diffusione in tutto il mondo), e poi scagionata
la scrittrice da tutte le accuse.
Invece
a Bergamo l'operazione trovò terreno più fertile,
nonostante all'udienza preliminare, si badi, il
PM avesse chiesto l'archiviazione: il Giudice, in dissenso
dal PM (che per tale ragione chiese ed ottenne di essere
sostituita) ritenne ugualmente di procedere al rinvio a giudizio,
e diede così corso ad un processo nato da un esposto
del presidente dell' "Unione musulmani d'Italia", il tristemente
noto sig. Adel Smith. Ecco alcuni dei passaggi che il GIP
ritenne "inequivocabilmente offensivi nei confronti dell'Islam":
"...in
una donna il Corano vede anzitutto un ventre per partorirE...";
"...la
macellazione halal è una barbarie...";
"...il
razzismo islamico, cioè l'odio per i cani-infedeli,
regna sovrano, e non viene mai processato, mai
punito... i musulmani dichiarano apertamente: Dobbiamo
approfittare dello spazio democratico che la Francia
ci offre, dobbiamo sfruttare la democrazia, cioè servircene
per occupare territori... non pochi di loro (i musulmani)
aggiungono (che) Hitler era un grand'uomo";
"...
(i musulmani affermano che)... la biologia è
una scienza invereconda perché si occupa del corpo
umano e del sesso...";
"...l'infibulazione
è la mutilazione che i musulmani impongono
alle bambine per impedire loro, una volta cresciute...
di godere l'atto sessuale. È la castrazione femminile
che i musulmani praticano in ventotto paesi dell'Africa
islamica, e per cui ogni anno due milioni di creature muoiono
per sepsi o dissanguamento...".
All'udienza
del 26 giugno 2006, il giudice Beatrice Siccardi
aveva ammesso la costituzione di parte civile di Adel
Smith (anche se solo in qualità di "persona professante
la religione islamica", rigettando, invece, la sua
costituzione di parte civile in qualità di sedicente
"ministro del culto islamico" e legale rappresentante dell'associazione
da lui presieduta).
La Fallaci
quando seppe del rinvio a giudizio aveva commentato
così: "Se la sentenza dirà che La Forza
della Ragione costituisce reato, il ridicolo cadrà
sull'intero sistema giudiziario"...
E poi,
beffarda, aveva aggiunto: "ma non potendomi processare
anche da morta, che cosa faranno? Scoperchieranno
la mia tomba, distruggeranno la lapide come fanno
i naziskin nei cimiteri degli ebrei?".
ale.tap 18 settembre 2006
PERCHE’ LE
SCUSE SE NON C’E’ UNA COLPA?
No.
Non sono migliori di noi. Non lo sono e non dovrebbero
esagerare nelle loro pretese di scusa, nelle
loro minacce inconsulte che si ripresentano ogni volta
che si sentono offesi o criticati nel loro credo o meglio,
nel loro modo di esprimere la fede, ché la fede
in qualcosa è seria e credibile, solo se il modo in cui
viene esternata è
altrettanto serio, scrupoloso, rispettoso.
L’Islam radicale,
quello “politicizzato” che sfrutta la miseria
e l’ignoranza di molti popoli è tornato
a farsi sentire, attraverso i suoi Imam, i suoi Ayatollah,
i proclami di una delle sue peggiori appendici politiche,
Mahmoud Ahmadinejad. Ha smentito sé stesso. Come
per le vignette esposte dal Der Standard alcuni mesi fa,
così per le parole del Papa, l’Islam ha dimostrato di
non conoscere il linguaggio della parola, ma delle minacce, delle
armi, dell’odio, del complesso di superiorità.
Non
sono migliori di noi. E non siamo migliori di loro.
Essi non hanno il nostro senso del dialogo e noi
non abbiamo la loro perseveranza, il coraggio di insistere
nell’affermare ciò che è vero.
Perché
ieri Benedetto XVI ha sentito l’esigenza di “chiedere
scusa” e di “mostrarsi rammaricato”? Perché
ha dato vita ad una commedia degli equivoci che non c’è?
Non si cita un discorso medievale se non se ne appoggia
il pensiero e non si cita un passo specifico, antichissimo,
ricercato, scritto da Manuele II, Paleologo, uno degli ultimi
imperatori che cercarono di conservare cultura e territori
dell’Impero Romano d’Oriente, appena trentadue anni prima della
caduta definitiva di Bisanzio in mano ai Turchi se non si vuole
dire qualcosa che non deve essere smentito il giorno dopo. Un
passo che richiama i 26 Dialoghi dell’opera di quell’imperatore
dal titolo “Apologia contro l’Islam”.
Scandalo!
Apologia contro l’Islam, qualcosa che in questi
anni non può essere toccato, non può essere
criticato. Non è colpa di Benedetto XVI (di cui
pure non approvo l’ortodossia di certi pensieri),
o colpa di quell’Imperatore se Maometto nel Corano mostrava
il suo contraddittorio atteggiamento fra la sura 2, 256 in cui
si dice che “nessuna costrizione nelle cose di fede…”, e quelle
successive in cui Il Corano, pur non parlando mai esplicitamente
di Jihad, ovvero di “Guerra Santa”, autorizza i Musulmani
ad “entrare in guerra contro coloro che li combattano in virtù
della religione”. Non è colpa di un qualsiasi discorso pontificale
o di qualsiasi riunione parrocchiale se il Corano considera
questa guerra che è comunque una guerra santa come
fard kifâya, ovvero un dovere obbligatorio solo collettivamente,
al punto che un esercito deve organizzarsi per questo e che deve
diffondere nella “terra degli infedeli” la vera fede. Qual è
la vera fede? La mia, per me.
Io,
però non mi sono mai offeso quando mi sono sentito
chiamare “infedele” o quando l’Occidente è stato
paragonato a Sodomia e Gomorra. Ma mi offendo se la loro
fede è ammazzare una suora cristiana in Somalia,
dove i musulmani paladini della vera fede, quella della costrizione,
e mi offendo anche se, a differenza loro, la mia fede impone
il perdono.
La
nostra civiltà ha partorito la bomba atomica, ma
la loro ha partorito l’uccisione di migliaia di profeti,
di sette, di gruppi, di Imam, tutti musulmani, perché
perfino al loro interno, fra Sunniti e Sciiti, dopo la
morte del profeta Maometto, si contestava a chi appartenesse
la vera fede, chi fosse la vera “guida. Forse neppure essi
sanno ancora qual è la vera fede. Preferiscono scoprirla,
attaccando quella degli altri, così non ci sarà da
scegliere e noi non possiamo sempre inchinarci e chiedere scusa,
in nome del dialogo, perché in questo modo, come ha fatto
ieri Benedetto XVI, finiremo con l’uccidere il dialogo e favorire
la loro voce, quella della violenza pura che impone fedi e credenze.
Hezbollah addestra
bambini e adolescenti alla "guerra santa"
Sul tema Hezbollah e guerra in Libano, da Israele
Alberto Levy segnala un articolo di Aaron Klein-
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3304257,00.html
- che racconta l'opera di indottrinamento svolta nei
confronti di bambini e adolescenti dal movimento
estemista sciita.
Nel reportage, che parte da materiali raccolti dall‚esercito
israeliano nel Sud del Libano e resi noti dal
Terrorism Information Center, si riferisce che i "Guerrieri
di Dio" gestiscono un singolare e bellicoso movimento giovanile,
gli scout del Mahdi. Il Mahdi è la versione sciita del
Messia, un condottiero morto mille anni fa che dovrebbe tornare
un giorno per guidare i fedeli al trionfo conclusivo. E questo
è anche lo scopo degli scout che, alternando l'insegnamento
delle tecniche di combattimento all'indottrinamento religioso,
vengono preparati allo scontro finale contro il "male". In pratica,
si tratta di reclute per Hezbollah: secondo il centro di studi
israeliano almeno 42 mila giovanissimi libanesi tra gli 8 e
i 16 anni di età, organizzati in 499 gruppi e allenati
nei campi di Beirut, della valle della Bekaa e del Sud Libano
dove Hezbollah ha le sue roccaforti. A completare la loro preparazione
intervengono anche guardie della rivoluzione iraniana, direttamente
da Teheran che sostiene finanziariamente l'"acculturamento". Secondo
un'inchiesta pubblicata in agosto dal quotidiano egiziano Ruz al-Yusuf,
il loro è un vero addestramento militare, con simulazioni
di attacchi e fin dall'inizio, l'indicazione di una precisa incarnazione
del male: Israele. E molte date da celebrare, come il compleanno
del Mahdi e l'11 settembre. A 17 anni sono pronti per passare
dalla teoria alla pratica. Da questo vivaio arrivano, secondo Israele,
almeno 120 guerriglieri Hezbollah morti "in azione", vuoi nel conflitto
libanese, vuoi in attacchi suicidi. Tutto questo avviene, pare, sotto
l'egida del ministero libanese per l'Istruzione.
Telecom, dieci
anni di colpi di scena
Non
c'è pace per Telecom dopo 9 anni dalla sua privatizzazione,
avvenuta nell'ottobre del 1997. L'avvicendamento
tra Marco Tronchetti Provera e Guido Rossi è
l'ennesimo cambio della guardia al vertice del gruppo
di telecomunicazioni, che curiosamente riporta sulla poltrona
di numero uno proprio colui che condusse la società
fuori dal controllo pubblico.
Ma cosa è successo in questi ultimi anni? (Fonte
"Il Sole 24 Ore")
20 OTTOBRE 1997. Aperta l'offerta pubblica di vendita
di Telecom. Gli investitori privati possono comprare
le azioni a 10.908. L'operazione si chiude il 24
ottobvre e lo Stato guadagna 26.000 miliardi di lire.
19 NOVEMBRE 1998. Ai vertici della Telecom arriva
Franco Bernabè.
20 FEBBRAIO 1999. Olivetti e Tecnost di Roberto Colaninno,
lanciano una offerta pubblica d'acquisto e scambio
riuscendo ad ottenere, dopo un braccio di ferro con
Bernabè, il controllo della società, con
una quota del 52%.
28 GIUGNO 1999. Ancora cambio al timone di Telecom
Italia. E' il turno di Roberto Colaninno.
28 LUGLIO 2001. Pirelli ed Edizione Holding, attraverso
Olimpia, rilevano il 100% della partecipazione della
finanziaria lussemburghese Bell in Olivetti, pari a
circa il 23% della società che controlla Telecom Italia:
finisce così l'era Colaninno. Il giorno dopo sul ponte
di comando vengono chiamati Enrico Bondi e Carlo Buora.
28 SETTEMBRE 2001. In
Olimpia entrano anche Unicredit e Banca Intesa.
14 FEBBRAIO 2002. Tronchetti afferma: «fare
di Telecom l' azienda leader tra le società di
tlc in Europa» e ridurre la catena di controllo
del gruppo Olivetti-Telecom.
30 AGOSTO 2002. Bondi lascia Telecom per la Premafin.
5 SETTEMBRE 2002. Riccardo Ruggiero entra in cda al
posto di Bondi e viene nominato amministratore delegato
per la telefonia fissa.
9 DICEMBRE 2002. Lo Stato, dopo 70 anni, esce dai telefoni.
Il Tesoro annuncia di aver ceduto la quota residua
ancora detenuta in Telecom Italia, pari al 3,5% delle
azioni ordinarie e allo 0,7% di quelle risparmio.
19 DICEMBRE 2002. Emilio Gnutti, ritorna nel colosso
telefonico. Hopa entra in Olimpia con una quota
del 16%.
12 MARZO 2003. Tronchetti squarcia il velo sui piani
di accorciamento della catena di controllo. Si
profila la fusione di Telecom Italia nella controllante
Olivetti e la nascita di una nuova società che si
chiamerà Telecom Italia: sparirà così il marchio
storico Olivetti.
11 GIUGNO 2003. Telecom cede la sua quota di Seat Pagine
Gialle.
4 AGOSTO 2003. Chiusa la fusione di Telecom Italia
in Olivetti. In Borsa cominciano le negoziazioni delle
azioni di Telecom Italia, la società nata dalla
fusione.
3 GENNAIO 2005. Telecom
Italia lancia un'opa da 14,5 miliardi di euro sulla controllata
Tim. L'offerta si chiude il 21 gennaio con
l'ulteriore accorciamento della catena di controllo
voluto da Tronchetti. L'obiettivo della fusione è
quello di contenere con i profitti di Tim il debito della
capogruppo.
10 AGOSTO 2005. Telecom cede la controllata Tim Perù.
È una delle numerose dismissioni estere concluse
dalla società per ridurre l'indebitamento.
4 GENNAIO 2006. Emilio Gnutti lascia Olimpia e il
gruppo per motivi di salute. Il finanziere bresciano
è travolto dallo scandalo Antonveneta. Ora bisognerà
decidere il destino dei rapporti tra Hopa, orfana di
Gnutti, e Olimpia, di cui la finanziaria detiene il 16%.
6 FEBBRAIO 2006. I soci di Olimpia inviano una disdetta
dei patti che li legano a Hopa. La società sarà
liquidata in denaro.
27-28 MARZO 2006. Banca Intesa prima e Unicredito
poi escono dai patti di Olimpia.
7 SETTEMBRE 2006. Sul megayacht del magnate australiano
Rupert Murduch, Tronchetti Provera incontra
il patron di Sky. Sul tavolo il possibile accordo
sui contenuti.
11 SETTEMBRE 2006. A un anno e mezzo dalla fusione,
Tronchetti annuncia in cda lo scorporo e la societarizzazione
di Tim. Ancora una volta, l'obiettivo dell'operazione
è quello di ridurre il debito di Telecom Italia salito
nel primo semestre 2006 a 41,3 miliardi.
18 SETTEMBRE 2006. Dopo le polemiche politiche che
hanno investito il piano gruppo, le reazioni
critiche del governo e di vari esponenti delle forze
politiche, nel corso di un cda straordinario di Telecom,
Tronchetti Provera presenta le dimissioni da presidente
del gruppo.
SCONTRO DI
CIVILTA
Il sismografo della Jihad sta per toccare un picco
altissimo, ma in Occidente - e nel nostro Paese in
particolare - nessuno sembra rendersene pienamente
conto. Benedetto XVI a Ratisbona ha tenuto un discorso sull'Islam che era
una mano tesa ai fedeli di Allah, ma i fondamentalisti islamici
e le loro cellule in Europa stanno strumentalizzando le
parole del Pontefice per alimentare la Guerra Santa.
Il discorso di Ratisbona
è uno splendido percorso storico-teologico sulle
radici dell'Islam e sulla nascita della Jihad. Non
è affatto - come in queste ore affermano fondamentalisti
e anche quelli che dovrebbero rappresentare l'Islam
cosiddetto moderato - un'equiparazione tra Guerra Santa
e religione.
La frase sotto accusa è questa:
(...) Nel settimo colloquio (controversia) edito
dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della
jiha¯d (guerra santa). Sicuramente l'imperatore
sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione
nelle cose di fede". È una delle sure del periodo
iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere
e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva
anche le disposizioni, sviluppate successivamente e
fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi
sui particolari, come la differenza di trattamento tra
coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli,
in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore
semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra
religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò
che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle
cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere
per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega
poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede
mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza
è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima.
"Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione
è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima,
non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno
della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente,
non invece della violenza e della minaccia... Per convincere un'anima
ragionevole non è necessario disporre né del proprio
braccio, né di strumenti per colpire
né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona
di morte...". (...)
Chi avrà la pazienza
di leggere l'intero discorso del Papa potrà
apprezzare la raffinatezza dell'argomentare e
il delicato rispetto di Benedetto XVI per l'Islam. Ma purtroppo
la realtà è ben diversa da una disputa dottrinaria.
Il reale obiettivo di chi contesta il discorso
di Ratisbona è quello appunto di alimentare lo scontro,
iniettare altro carburante sui gruppi radicali che sono
pronti a colpire. Questo obiettivo verrà raggiunto
grazie al formidabile uso dei mass media da parte di chi ha
interesse a radicalizzare ancora di più lo scontro di
civiltà (sì, qui lo chiamiamo con il proprio nome).
La rete televisiva Al Jazeera fa parlare gli Imam,
dedica un editoriale alla vicenda arriva a sostenere
- mistificando le parole del Papa - che il «Capo
della chiesa cattolica ha detto che il cristianesimo è
retto dai principi della ragione, mentre nell'Islam la
volontà di Dio non è soggetta alla ragione o alla
logica». E alla fine tradisce la vera strategia che
sta dietro la messe di critiche contro il Papa, la medesima
strategia che ha provocato la crisi delle vignette danesi.
Per Al Jazeera infatti si prepara una polveriera, «reazioni
non lontane da quelle provocate dalla vicenda delle vignette».
Il tam tam ha già fatto il giro del mondo islamico.
I religiosi del Kuwait chiedono le scuse e parlano
di "crociata", i giornali egiziani condannano le
parole del Papa, i musulmani francesi pure, quelli
Turchi lo dipingono come persona indesiderata e sperano
che non si rechi in Turchia a fine novembre, i forum di
al Qaeda hanno già toni minacciosi, i musulmani italiani
lo accusano di non volere il dialogo interreligioso, il portavoce
di al Fatah parla di insulto.
Sono parole dettate in alcuni casi da ignoranza, in
altri da una strategia che ormai punta direttamente
allobiettivo più alto.
Non tarderemo a vederne le conseguenze.
Mario Sechi - mariosechi
Ciao Signora,
non addio!
L'alieno che si era annidato dentro il suo corpo
e' morto, Signora, finalmente non c'e' piu', finalmente
ha cessato di farle del male ma non lui ha vinto.
La vittoria e' Sua, Signora, perche' Lei vive, Lei
vivra' nel cuore e nella mente di tutti, amata,
ammirata, onorata dagli amici, odiata in silenzio dagli
ipocriti che oggi scrivono di Lei, odiata apertamente
da coloro che i Suoi scritti hanno portato allo scoperto, criminali
violenti nemici del Bene, della Vita e della Civilta'.
In questa lettera non posso chiamarla Oriana e darle
del tu come in passato, devo chiamarla Signora con
la esse maiuscola e darle del Lei con tutto il rispetto
che si deve alla Persona eccezionale che e' stata,
al Suo coraggio, al Suo dolore e alla Sua "sfacciata"
sincerita'.
Coraggio e sincerita' che hanno scandalizzato gli
ipocriti, sepolcri imbiancati, quelli che oggi scrivono
di "Oriana, grande scrittrice e giornalista".
Coraggio e sincerita' che hanno fatto
esplodere il mondo islamico contro di Lei, testimone
di una inconfutabile e spaventosa verita'.
Coraggio e sincerita' che hanno deliziato coloro
che l'amavano e credevano alla verita' delle Sue
parole, che condividevano la Sua rabbia e che vivevano
dolorosamente il Suo e nostro orgoglio calpestato
da tanti, dai piu'.
Oggi, Signora, giornali e televisioni sono piene
di necrologi che io non voglio leggere per evitare
la nausea e la rabbia.
Quando ho saputo della Sua morte, Signora, stavo
uscendo dall'ospedale, a casa non ho acceso il computer,
non ho voluto leggere nemmeno una riga che parlasse
di Lei.
Voglio essere qui, sola con Lei e i sentimenti che
provo senza farmi contaminare dalle lacrime di coccodrillo
dei tanti che l'hanno offesa, schernita, criminalizzata,
condannata.
Voglio dirle che, dopo aver letto i Suoi ultimi libri,
il mondo occidentale fa forse meno schifo perche' qualcuno
si e' svegliato. Forse qualcuno, dormiente,
ha capito e molti, moltissimi Le danno ragione anche se
molti, moltissimi non hanno il coraggio per dirlo apertamente
e chi ha coraggio non ha forza perche' in minoranza.
La Sua voce, Signora, la sua voce roca, fortissima
e piena di rabbioso dolore, ha scosso molte coscienze
ma se qualcuno non avra' il coraggio di amplificarla
e di trasformarla in politica allora saremo perduti.
Purtroppo la mediocrita' e' sempre in maggioranza
e, tra vigliacchi, invasati e ipocriti, il
mondo e' nelle loro mani per portarci tutti verso la
fine della civilta' occidentale incontro a Shaarie
varie, come proposto dall'Olanda, gole tagliate e teste
mozzate, crocefissi scagliati dalla finestra, ebrei
malmenati e uccisi, il tutto accompagnato dallo sventolio
delle bandiere dell'islam e della "pace", incrociate
e grondanti sangue.
Signora, Firenza, la Sua citta' tanto
amata, le ha negato il Fiorino d'oro, riconoscimento
ai fiorentini che hanno fatto grande il nome di Firenze.
Glielo ha negato chi vuole distruggere la Bellezza,
la Civilta', l'Arte per rendere Piazza della
Signoria un immondezzaio. Glielo hanno negato quelli
che la chiamavano razzista perche' scriveva la
verita'. Quelli, loro si abominevoli razzisti ma soprattutto
stupidi idioti ,che volevano trasformare un diamante
in un pezzo di vetro di bottiglia in nome della '"vicinanza
tra i popoli" .
Vergogna a Firenze!
Quando e' stata
proposta la sua candidatura a Senatrice della Repubblica
gli ipocriti sepolcri imbiancati e i portatori di odio si
sono ribellati e a gran voce hanno istericamente gridato
NO.
Vergogna all'Italia.
La saluto Signora, La saluto Oriana, con tutto il
rispetto e l'amore che si devono a una persona come
lei che ha combattuto non solo l'alieno che
le distruggeva il corpo ma tutti gli altri alieni che volevano
distruggere, senza riuscirci, la Sua anima.
Loro sono spazzatura, Signora, e, anche se vivi,
sono morti per la storia.
Lei e' viva, Signora e sara' sempre ricordata tra
i Grandi.
Una Grande Fiorentina alla faccia di molti suoi concittadini
disonorati e disonorevoli. Una Grande Italiana alla
faccia di tutti gli isterici che l'hanno insultata.
Una Grande Eccezionale Persona alla faccia dei mediocri
vigliacchi che urlavano contro di Lei nelle piazze
e davanti ai tribunali che volevano "giudicarla"
e, possibilmente anche "giustiziarla".
La ringrazio Signora, per quello che e' stata, per
quello che e' e sempre sara' nel cuore di chi ama
la Liberta'.
Non le dico -addio- ma Ciao Signora, Ciao Oriana
e Grazie.
Deborah Fait - informazionecorretta.com
Ciao Oriana
La sindrome
della merchant
Purtroppo. Puntualmente, quando si tratta di Telecom
Italia, misteriosi gnomi, talvolta anche di elevata
statura, si mettono in movimento e combinano guai.
È accaduto anche questa volta. Angelo Rovati,
fidato consigliere di Romano Prodi, pochi giorni
prima dell'approvazione del riassetto del gruppo
ha sottoposto all'attenzione dei vertici di Telecom
(vedere articolo) un vero e proprio
piano alternativo. Accompagnato da un biglietto intestato
«Presidenza del Consiglio».
Il documento è simile a tanti altri che le
banche d'affari sfornano quotidianamente. La proposta
è di scorporare la rete facendo entrare
nel capitale la Cassa depositi e prestiti e altri soci
di minoranza. Con il ricavato si risolverebbe, secondo
lo studio, il problema del debito del gruppo.
Il piano approvato dal Cda di Telecom l'11 settembre
prevede sì lo scorporo della rete, ma anche
quello della telefonia mobile. Il Governo, e gran
parte dell'opposizione, non l'hanno accolto bene.Si teme
che lo "spezzatino"impoverisca il Paese, che Tim finisca
agli stranieri e che la rete debba essere riacquistata
dallo Stato. Il presidente del Consiglio Romano Prodi
manifesta il suo disappunto perché nell'incontro del
2 settembre il leader di Telecom Italia Marco Tronchetti
Provera, che aveva insistito per vederlo, non lo avrebbe informato
delle sue vere intenzioni. E ieri una nota di Palazzo Chigi ha
reso pubblico nel dettaglio quanto Tronchetti Provera avrebbe
detto a Prodi quel giorno.
A questo punto però Prodi deve chiarire che
ruolo hanno avuto Rovati ed, eventualmente, altri
suoi collaboratori nel tenere i contatti con Telecom
Italia. Tronchetti Provera non ha mai smentito di non
aver informato Prodi.
Ma quanto sapeva Rovati
dei progetti che bollivano in pentola a Milano?
Che cosa ha riferito a Palazzo Chigi? Perché
si è sentito libero di presentare a Telecom Italia
un piano di riassetto del gruppo? Chi ha fatto quel piano?
Egli stesso? O una banca d'affari magari con interessi
indiretti nella partita? E chi sono i soci di minoranza che
sarebbero dovuti entrare nella societàrete? Un
gruppo o una cordata precostituita? E c'è anche un'aggravante:
nel piano si lascia capire che a completare il disegno sarebbe
stato allentato quel morso regolamentare tanto sgradito
a Telecom.Icasi sono due.O Rovati,nella sua veste di
consigliere appassionato e non remunerato, si è preso,
per così dire, un eccesso di delega e si è mosso
per suo conto. Oppure gli uffici di Palazzo Chigi erano informati
di quanto stava per accadere e hanno tentato di imporre
un piano alternativo che il capo di Telecom ha fatto suo
solo in piccola parte.
Insomma è possibile che la politica, ancora
una volta,abbia messo lo zampino là dove
le regole del mercato dovrebbero essere sovrane.
Andando oltre il suo legittimo diritto di valutare
anche negativamente le scelte compiute dalle imprese
titolari di concessioni, tanto più in un settore
strategico come le telecomunicazioni. E il piano Telecom
presta il fianco a numerose critiche come «Il
Sole24 Ore»non ha mancato di sottolineare.
Lo scambio di accuse tra Prodi e Tronchetti Provera,
culminato con la nota di ieri di Palazzo Chigi,
certo non giova a ridurre la tensione che circonda
l'operazione approvata da Telecom Italia. Il cui esito finale,
cioè l'eventuale cessione totale o parziale delle
due società scorporate, è ancora tutto da scoprire.
Di Orazio Carabini,
per "Il Sole 24 Ore"
Emma la cinese"
e i "giapponesi di Prodi"
Ammettiamo pure che le (peraltro ben argomentate)
polemiche avanzate in questi giorni sulla "distrazione"
del Ministro Emma Bonino quanto al problema
dei diritti umani durante la missione cinese del Governo
Italiano siano dettate dalla faziosità.
Ammettiamo che questa non fosse l'occasione adatta
- anche se "a occhio nudo" sembrerebbe proprio lo
stesso tipo di occasione in cui nel recente passato
i radicali non mancavano di farsi sentire: a livello
comunitario, nazionale, persino regionale. Specie
in occasione di viaggi d'affari del governo italiano, come
quello di questi giorni.
Però ammettiamo, ammettiamo pure. Gli è
che anche ad ammettere tutto, a me questo "scarso
attivismo" dei radicali nel denunciare l'inferno
cinese e i suoi amici ( che andrebbe denunciato proprio
ora, al "momento giusto"...), fa una certa impressione.
Evidentemente perché ero abituato ad altri "tempismi".
E ancora più impressione mi fa leggere le
giustificazioni di Emma che, intervistata
sul Corriere, abbozza che "suo compito è seguire
la parte economica" (ah), che "i suoi contatti sono tutti
esuli" (beh), che "il protocollo non lo prevede" (ah,
beh...)... e che, insomma, siccome 'sta Cina mica possiamo
bombardarla... "non vedo alternative"(...!).
Le successive rassicurazioni dell'ultim'ora,
poi, suonano tardive e un po‚ troppo spicce,
e perciò decisamente controproducenti (dalle
mie parti diciamo "pèso el tacòn
del buso", peggio la toppa del buco).
Certo, l'obiezione è fin troppo facile:
"da che pulpito viene la predica", il precedente
governo di centrodestra mica ha fatto di più
e meglio.
Può darsi, però
Berlusconi, a differenza di Prodi, i radicali con sé
al governo mica li aveva: nella mia visione, la differenza
si dovrebbe avvertire. E invece, per ora,
tarda a farsi sentire.
Del resto, nel recente passato (ma anche in quello
un po‚ meno recente...) i radicali erano sempre
all‚opposizione (di tutto e di tutti, maligna qualcuno);
tant'è che oggi gli unici a tenere il punto
alla "vecchia maniera" sono quei pochissimi che
hanno scelto di essere "radicali di opposizione" rispetto
al centrosinistra prodiano.
Ma c'è di più: mi pare infatti che
la questione NON sia circoscritta a quest'ultimo
episodio del viaggio in Cina (ah, il viaggio in
Cina: emblema tragico e sublime della spregiudicatezza realpoliticista,
da Nixon & Kissinger in poi).
Analoghe considerazioni si potrebbero fare, ad
esempio, su come in questi mesi i radicali non
sembrano affatto aver "marcato stretto" Prodi
quando è andato a fare affari con Vladimir Putin.
A Berlusconi, invece, ad ogni incontro con l'
"amico Vladimir" non si tralasciava mai (giustamente)
di ribadire le fatidiche "due domande" sul regime;
mentre a Prodi si è "lasciata passare" una allegra
scorpacciata a base di mega-accordo Eni-Gazprom con
aggiunta di accordo Finmeccanica-Sukhoi e contorno
di intese bancarie e contratti vari... business
as usual, senza alcun fastidioso accenno al "dettaglio"
dei diritti umani.
Quindi, non resta che rassegnarsi?
Stare al governo significa saper tenere a freno
la lingua, almeno in pubblico?
Io ancora non dispero, e resto in attesa della
smentita ("spero di essere presto smentito
dai fatti...") che auspicai a maggio. Certo, più
i mesi passano, e più temo di non aver sbagliato
a non dare il mio voto ai "giapponesi di Prodi". Ma
la speranza è l'ultima a morire. Anche quella
dei dissidenti cinesi (esuli o no). ale tap. 14 settembre 2006
Il Male e'
entrato alla Camera dei Deputati.
Hanno toccato il fondo. Hanno sporcato la democrazia,
hanno gettato la vergogna sull'Italia, hanno voluto commemorare
la gioia provata quando i loro compari terroristi
hanno fatto l'attentato alle Torri Gemelle e, per festeggiare
al meglio questa giornata a loro cara, in cui 3000
americani trovarono la morte, hanno organizzato un summit
per chiedere l'eliminazione di Israele, lo stato degli ebrei.
La Iadl, i comunisti italiani, quelli di
Diliberto per intenderci, quelli che tremano
rabbiosi al solo nominare Israele e che lo vorrebbero
cancellato dalla cartina geografica, come
predica ogni giorno il criminale Ahmadinejad, questi
i gruppi, vicini all'Ucoii, che hanno avuto l'iniziativa.
E chi hanno invitato?
la feccia dell'ebraismo, un fetente dei Neturei Karta,
gruppetto sparuto di fuori di testa che si
e' sempre distinto per antisemitismo, collaboratori
dei terroristi.
Feccia che nessuno nel mondo ebraico riconosce,
che nessuno nomina, esistono perche' si nutrono
del loro odio, perche' questo odio gli porta soldi
e notorieta'.
Feccia indegnamente ospitata alla Camera dei
Deputati, sede della democrazia italiana
ormai morente e il cui cadavere sta per finire
in mano a gente senza scrupoli e senza morale.
Feccia che chiede l'eliminazione di Israele,
ebrei ai forni, ammazziamoli tutti questi
ebrei e finalmente ci sara' la pace nel mondo!
Tre clerici uniti nel nome di Allah contro la
democrazia, l'ebreo antisemita, il musulmano
antisemita e il cattolico antisemita.
Che goduria ragazzi.
Ieri tutto il mondo civile ricordava l'orrore
dell'11.9 e loro si sono riuniti per augurarsi
a vicenda un altro orrore, la fine di Israele.
''La vera pace nascera' da un pacifico smantellamento
del regime sionista''.
Dice il rabbino feccia.
E il comboniano, uno di quelli che recitano messe
per i terroristi, gli risponde: ''quella terra
non appartiene ne' a Israele ne' alla Palestina,
appartiene a Dio: ecco perche' non si puo' non
cercare una via di condivisione''.
Le palle, signor Poletti, Israele appartiene
agli ebrei e la Palestina a nessuno per il
semplice fatto che non e' mai esistita una nazione
di tale nome e per un altro elementare fatto che gli
arabi non hanno mai voluto che si creasse uno stato per
i palestinesi. Ne' lo vogliono i palestinesi stessi che
vedrebbero crollare miseramente la possibilita' di continuare
il loro lavoro preferito , il terrorismo.
E ancora declama il rabbino feccia :
"Germania, Italia
e Vaticano devono smetterla di sfruttare l'Olocausto
e le nostre sofferenze per sostenere il
sionismo". "La lotta al terrorismo va fatta anche
contro il nemico sionista, che ha trasformato tutto il
territorio palestinese in un grande campo di concentramento".
E' possibile commentare tutto questo?
e' possibile dare un giudizio su simili vergognose
dichiarazioni? Come si fa , cosa si puo' dire?
Gridare, piangere, vomitare, maledire. Cos'altro
si puo' dire a questa gentaglia che usa la democrazia
dello stato in cui purtroppo vive per chiedere
l'eliminazione di un'altra democrazia, per chiedere
la fine del popolo ebraico.
Cosa si puo' dire a questi razzisti, a questi
Hitler, a questi ignobili rappresentanti di
se stessi e dell'odio che li brucia come se avessero
le fiamme dell'inferno nella pancia.
No, non si puo' commentare l'abominio, si puo'
solo provare una grande immensa rabbia, una
insopportabile tristezza, un senso di ribellione
che vuole esplodere dinnanzi a tanto odio.
Perche' perche' perche'? Cosa avete nella testa
voi comunisti italiani, voi islamici della
Iadl e del Ucoii, voi rabbini feccia, vergogna del
popolo di Israele da cui siete usciti con disonore.
Cosa avete nella testa, cosa avete nel cuore?
Come potete essere cosi' monocordi nel vostro
odio? Come potete odiare tanto?
Questi indegni esseri che e' difficile chiamare
umani non odiano soltanto Israele, odiano tutto
l'occidente, odiano l'Europa fino a quando non la
trasformeranno in islam, odiano l'America, il demonio;
Bush il bastardo e , fiore all'occhiello, il peggio
del peggio, il demonio fra i demoni , odiano Israele
e gli ebrei.
C'e' da vergognarsi che sia stato usato il simbolo
della democrazia per ospitare un summit di fiancheggiatori
del terrorismo islamico.
C'e' da augurarsi che vengano presi provvedimenti
per impedire che l'Italia sprofondi nel baratro
della follia antimperialista, antidemocratica,
antiumana.
Che D*o non li perdoni mai per il Male che sono
e per il male che fanno.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Alla Camera
l'11 settembre commemorato con
un attacco a Israele
Cinque anni dopo le Torri Gemelle. 11 settembre
2006, Roma. La scena si svolge in pieno centro,
via Poli. Domanda il cittadino: «Signor
Commesso, questa è la Camera dei Deputati? Si
entra di qui nella sala delle Colonne? È qui
il convegno della Lega contro la diffamazione anti-islamica?».
«Prego, avanti, è qui, è
qui», risponde gentile nella sua bella uniforme
il funzionario dello Stato. Poi in quel territorio
parlamentare, che più sacro non si può alla democrazia
e alla Repubblica italiana, sono intervenuti gli oratori.
Si è alzatol'invito a eliminare Israele, allo Stato
ebraico si è negato addirittura il diritto teologico
di esistere. «Dio non lo vuole!». Gli
islamici dell'Ucoii hanno piazzato lì un ebreo estremista
di Vienna per avere un alibi ed evitare l'accusa di razzismo.
Si trova di tutto a questo mondo. Sono storie vecchie, ma finora
la bandiera vergognosa dell'antisemitismo non era mai sventolata
sotto l'occhio protettivo di chi custodisce la nostra massima
istituzione. Si è equiparato Israele allo Stato criminale
nazista.Unagramigna da estirpare. Magari da bruciare in
un forno. Interessante, non è vero? Da spararsi. Tutto
questo è accaduto, ripetiamo a costo di stufare, l'11
settembre a Roma, sotto il manto protettivo della nostra tollerantissima
democrazia e del nostro presidente della Camera, il quale
probabilmente non sapeva nulla, e che è senz'altro
squisito. I suoi uffici hanno disposizione, com'è noto
e ribadito, di attenersi strettamente ai regolamenti. In questo
caso, la richiesta era timbrata dal Partito dei Comunisti italiani.
Dunque il nulla osta è arrivato puntualissimo. Del resto
di che cosa lamentarci? Hanno vinto le elezioni, loro. Con questo
"loro" intendiamo l'Unione. Ma che Unione è? Chi hanno messo
insieme? Sembra soprattutto, in questa triste data, l'Unione tra
comunisti e islamici del tipo fondamentalista. L'avevamo scritto
e ci prendevano in giro durante la campagna elettorale, come
se fossimo esagerati. Non siamo scemi. Lo sappiamo che Prodi, Rutelli
e Fassino non sono di quelle idee, e non concorderanno per nulla
con quel convegno, anzi forse hanno già preso le distanze:
poi però gli amici degli amici ragionano così, votano
per loro e sono decisivi, nel Paese e in Parlamento; sono un disco
della loro spina dorsale, magari un'ernietta, ma senza non governerebbero.
Comandano con loro. Gli danno persino le sale dellaCamera. Cinque
anni fa, le Torri Gemelle. Abbiamo imparato qualcosa in Italia?
Sì, a cedere. A essere morbidi e delicati come piumini con
chi ci vuole annientare. Il 12 settembre del 2001 i quotidiani italiani
scrivevano "Siamo tutti americani". Adesso siamo tutti di Al Qaeda?
Non lo si dice, ma sono loro adesso a passare per brave persone.
Bush, Berlusconi e Blair sono attaccati come causa di ogni male, si
accredita la tesi per cui l'attacco a Manhattan sia stato causato
dalla loro successiva lotta al terrorismo in Afghanistan, geniale.
Anzi, le tesi che incolpano gli Usa di essersi
tirati in testa gli aerei da soli hanno
circolazione compiaciuta su tivù e giornali. George W. stasera
sarà messo alla gogna a Ballarò, su Rai 3, con un
documentario che fu salutato dai pubblici apprezzamenti di Osama
Bin Laden. Al citato sceicco, peraltro, Repubblica ha dedicato
queste righe immortali: «(Osama) leader che fa quel che
dice e crede in quel che fa; una "guida" che non vuole cancellare
la nostra democrazia, ma scoraggiarci con le armi dal distruggere
le cose che l'Islam ama; un uomoche sta vincendo la guerra non
con il terrore ma con le parole... » (Giuseppe D'Avanzo, 4
ottobre 2005). Ma sì, siamo tutti di Al Qaeda, altro che
quel pirla di Bush. Persino papa Ratzinger viene interpretato alla
rovescia per convincere i cattolici che l'Occidente è il
cattivo e l'Islam è buono e ha senso del timor di Dio.HamzaPiccardo
ieri,11settembre, si è detto commosso, su La Stampa, per
le parole del Papa, è in tutto d'accordo con lui. Poi però
non ci pensa neanche lontanamente a rinnegare le sue parole scritte
appena dopo l'11 settembre. Ve le ricordiamo noi, visto che
oggi l'Ucoii ha celebrato a suo modo l'anniversario alla Camera.
Eccole: «La Guerra santa dispiace a moltimaè
un ordine di Allah, gloria all'Altissimo, e in certe condizioni
è un obbligo per il credente. Non c'è suicidio nell'islam
e infatti quei ragazzi che colpiscono l'occupante anche a costo
della loro vita non sono suicidi ma credenti che accettano
di rendere estrema testimonianza della loro fede. Non disprezzarli,
essi sono cari ad Allah e sono vivi presso di Lui» (15
settembre 2001). E oggi sono illustri ospiti della Camera e pontificano
sul Pontefice. Magnifico. Lo sappiamo bene che molta gente la
quale ha evitato di votare la Cdl e si è astenuta oha messo
nell'urna una scheda con la crocetta a sinistra, ora si
è pentita, nonè affatto disposta a sottomettersi
al vento del multiculturalismo, che annulla le nostre
tradizioni e lascia spazio al dominio di quelle altrui. Ma
in questi cinque anni ha prevalso l'ideologia che sin dal 2003
chiamammo dei "bamba". Gente che si fa male da sola, difendendo
Saddam pur di fare un torto agli americani e ad Israele. Hanno
creduto alla propaganda pacifista, all'arcobaleno anche
se stinto, e hanno permesso vincesse l'Ulivo. Come ha chiamato
Berlusconi quelli che votavano a sinistra contro i loro interessi?
La parola non è educata, non ripetiamo l'epiteto ghiandolare,
ma siamo d'accordo. Il piccolo fatto di cui sopra lo dimostra
una volta di più. Intendiamoci. L'evento è microscopico
per numero di adepti ed eco di tivù. Ma è una enormità
simbolica. Inquina l'essenza della nostra democrazia. La conosciamo
questa strategia, denunciata da Oriana Fallaci: usano la libertà
per strangolarci. Io non me la prendo con loro. Ma con chi gli regala
la corda e pure il sapone.
Da Libero
- Renato Farina
ASINI
La storia non insegna niente. "Se nel 1933 o ancora nel 1935 mi avessero dato
retta" scrisse Winston Churchill
"avremmo evitato questa guerra e la
distruzione sistematica di tutta la Germania e dell'Europa".
In quegli anni governavano Chamberlain e Daladier
e a furia di trattare sistematicamente, e sentirsi
rifiutare ogni ultimatum senza ottenere mai nulla
da Hitler se non promesse e rinvii mai mantenuti, ma
anzi dandogli la convinzione che le democrazie erano
deboli e sarebbero collassate nella loro vigliaccheria,
si arrivò dove tutti sanno.
Monaco 1938, quando i due governanti di Francia
e Inghilterra cedettero, con il plauso di tutta
l'opinione pubblica europea e sotto la supervisione
del "pacifista" Mussolini, i Sudeti a Hitler
e non fermarono la guerra imminente, anzi la incoraggiarono
con il loro atteggiamento debole.
Oggi solo gli ingenui possono pensare che le
sanzioni economiche, quando non lisciate
di pelo, abbiano efficacia contro un regime come
quello iraniano.
Nel contempo, il programma nucleare degli ayatollah
cresce, il segretario generale dell'Onu
Kofi Annan torna a mani vuote da Teheran, l'ultimatum
delle Nazioni Unite è scaduto e il tempo
scorre inutilmente per la comunità internazionale
mentre Ahmadinejad prende per i fondelli il mondo
intero.
Nel nostro piccolo, Prodi - novello Chamberlain
- rimane invischiato nel gioco delle dichiarazioni e
delle smentite.
In questa situazione, l'ex presidente dellla
Camera, Casini, se ne va a Teheran - con
l'imprimatur di D'Alema - a stringere la mano
a Ahmadinejad, quello che -senza tanti giri di parole
- vuole cancellare lo stato ebraico e ne minaccia l'esistenza
agitando l'arma nucleare.
No, la storia non insegna niente. Casini? No,
asini!
11-09-2001
A 5 anni dall' 11
settembre
«La
nostra libertà in mano
ai futuri carnefici»
A distanza di
5 anni dall' 11 settembre, Magdi Allam ci ricorda
sul CORRIERE della SERA come il terrorismo
islamico globalizzato non sia reattivo ma aggressivo.
Una semplice verità che l' Europa preferisce
ignorare.
Da Informazionecorretta.
Ecco l'articolo:
H a indubbiamente ragione chi sostiene che
oggi il mondo è meno sicuro rispetto alla
vigilia dell'11 settembre. E' un fatto oggettivo
che, cinque anni dopo, sono aumentati gli attentati,
i Paesi colpiti e le vittime del terrorismo.
Così come è vero che tale deterioramento è
la conseguenza dell'atteggiamento prevalentemente
militarista finora assunto dai governi occidentali
e musulmani nei confronti di Al Qaeda, degli Stati
canaglia e dell'estremismo islamico. Ebbene l'errore
di fondo è la paura ˜ per ignoranza, ingenuità,
viltà, cinismo politico o collusione ideologica
˜ di affrontare la radice del male: la «fabbrica
del terrore» che trasforma le persone in robot della morte
e che ha ormai messo radici ovunque nel mondo.
Oggi rassomigliamo a un novello Don Chisciotte
che rincorre le punte dell'iceberg quando
emergono, anziché confrontarsi con la realtà
dell'iceberg che ingloba una catena di montaggio che,
partendo dalla predicazione violenta promossa
da moschee, televisioni, siti Internet e altri media
radicali, pratica un letale lavaggio del cervello
inculcando la fede nel cosiddetto «martirio» islamico.
Senza comprendere che il terrorismo è soltanto
il sintomo più deleterio di un'ideologia dell'odio
che ci ha a tal punto pervaso e avvelenato da produrre
ormai terroristi suicidi con cittadinanza occidentale anche
tra gli autoctoni convertiti all'islam. E che al contempo ha
permesso agli estremisti islamici di consolidare il loro potere
in diverse parti del mondo, monopolizzando il controllo delle
moschee, di istituti scolastici, giuridici, finanziari e sociali,
trasformandosi in uno stato nello stato.
Ebbene questa ideologia dell'odio è preesistente
all'11 settembre. Probabilmente è
connaturata alla realtà storica dell'islam
che non riconosce e non rispetta la pluralità che
fisiologicamente lo contraddistingue come religione
basata sul rapporto diretto tra il fedele e Dio e, ancor
più, come comunità di fedeli distribuiti ovunque
nel mondo con differenze talvolta significative tra
un Paese e l'altro. Certamente essa si alimenta del rifiuto
pregiudiziale di Israele, dell'ostilità politica
all'America e della condanna della civiltà occidentale.
In questo contesto il più clamoroso attacco terroristico
al cuore della superpotenza mondiale ha rappresentato
l'apice di un processo di crescita del potere degli
estremisti islamici, iniziato all'indomani della sconfitta
degli eserciti arabi nella guerra del giugno 1967. Ma
è necessario ricordarsi che il terrorismo islamico
era più che virulento anche prima (basti pensare ai 150
mila algerini massacrati dal Gia e dal Gspc negli anni Novanta),
e che è stato del tutto illusorio credere che dopo l'11
settembre sarebbe iniziata automaticamente la china discendente.
Sicuramente l'Occidente,
in particolar modo gli Stati
Uniti, ha commesso clamorosi errori nella
lotta al terrorismo. Ma sbaglia assai chi afferma
che si stava meglio, ad esempio nell'Iraq di Saddam
o nell'Afghanistan dei taliban prima dell'11
settembre, così come si illude non meno chi immagina
un mondo più sicuro qualora lasciassimo i musulmani
al loro destino. Pensate forse che se gli americani
si ritirassero dall'Iraq, dall'Afghanistan e dall'insieme dei Paesi
arabi del Golfo, oppure se gli israeliani si ritirassero
da tutti i territori palestinesi, siriani e libanesi
occupati, il Medio Oriente sarebbe più stabile
e prospero e tutti noi saremmo più sicuri e in pace?
La risposta è
no. Per una ragione semplicissima: questo terrorismo islamico
globalizzato non è
reattivo ma aggressivo. Eppure l'Occidente sembra
non vedere e non capire, accecato e obnubilato
da una cappa di mistificazione della realtà.
Che lo porta a mettere sullo stesso piano Bush e Bin Laden,
Olmert e Ahmadinejad. Finendo per immaginare di poter
sconfiggere Bin Laden, la punta dell'iceberg, alleandosi
con i Fratelli musulmani, Hamas, Hezbollah, Siria
e Iran, ovvero l'iceberg. La tragedia, a cinque anni dall'11
settembre, è che per salvare la pelle oggi, stiamo
consegnando i nostri valori e civiltà, la nostra
vita e libertà, ai nostri futuri carnefici.
BAGATELLE
<<Sull'isola di Marettimo, a barca
ormeggiata, le stavo parlando proprio
con questo telefonino e ho concluso dicendo "Bye
bye Condy". Un pescatore ha scosso appena
la lenza e mi ha detto "Onorevole, non stava
parlando con la Rice! Non ci credo". >> (Massimo
D'Alema a Gianni Riotta, 30 agosto, Corriere)
"Ho proposto l'invio di guardie di frontiera
europee senza armi né uniformi e Assad
mi ha dato il suo accordo di principio fermo"
(Romano Prodi, - 9 settembre- da Repubblica);
<<Il presidente siriano Bashar
Assad ha accolto la mia proposta di inviare
guardie di frontiera dell'Unione europea per
controllare il passaggio di armi tra la Siria e il Libano
>> (Romano Prodi, il Manifesto
, 10 Settembre);
«Nell'ambito di continue consultazioni
tra la Siria e l'Italia» si legge
nella nota della Sana delle 22,45, firmata
dal giornalista Ahmad Zahra, «sabato sera
c'è stata una telefonata tra il presidente
Bachar Assad e il presidente del Consiglio italiano,
Romano Prodi, in cui si è fatto il punto sull'assistenza
tecnica che si intende offrire alle guardie di frontiera
siriane, incluso l'addestramento». «Nel
contempo» si precisa nella nota, «sono
infondate le notizie pubblicate da alcune agenzie
di stampa, secondo cui la Siria ha accettato che guardie di
frontiera europee sorveglino il confine siro-libanese».
(Corriere della Sera, 9 settembre 2006)
Brivido
biondo (senzaparole)
Oooh
baby!
Il
primo mese di Andrea, nato il primo agosto.
Da tutti noi di "Capperi!", auguri
a mamma Valeria e a papà Alessandro Tapparini.
Nun ce se
crede
Sto guardando la prima pagina di Libero e
vedo un signore con tanto di panama in
testa, molto elegante, con un bel sorriso da
orecchio a orecchio e le due mani alzate,
in una tiene un fiammifero acceso e nell'altra candelotti
di esplosivo.
E' Dario Fo, ragazzi. Il premio Nobel Dario
Fo!
Non e' un povero disgraziato, un derelitto
, un delinquente qualsiasi che ama farsi
pubblicita'. No. E' nientepopodimeno che
Dario Fo e intorno a questa immagine disgustosa
e immorale si legge "Palestinesi resistenti. Forza
terrorista buono."
Beh, tutti conosciamo Dario Fo e il suo sostegno
indefesso al terrorismo palestinese, tutti
conosciamo il suo amore per chi odia Israele.
Tutti sappiamo come questo personaggio cui, come ad
Arafat, e' stato conferito un premio prestigioso
che lui, come Arafat, suo eroe, ha imbrattato di vergogna,
abbia sempre dato il suo cuore e la sua ammirazione ai
terroristi ammazza-bambini-ebrei-israeliani.
Mi chiedo sempre come sia possibile che un
essere umano abbia sentimenti cosi' mostruosi.
Si, mostruosi perche' nessuno al mondo,
che sia umano, puo' provare amore e ammirazione
per le belve palestinesi che da decenni ammazzano
con una barbarie degna del demonio cittadini
innocenti con preferenza per i bambini.
Immagino che Dario Fo sappia chi e'
Samir Kuntar. Non lo sa?
Glielo racconto io chi e'.
Samir Kuntar e' uno di quei mostri che Fo
definisce "partigiani ed eroi della resistenza",
in galera in Israele perche' un giorno del 1979
Kuntar era a capo di un commando di terroristi, pardon
partigiani, che entrarono in un appartamento di
Naharya prendendo come ostaggi Danny Haran e
la sua bambina di 4 anni, Einat.
Li trascino' sulla spiaggia e la' uno dei
terroristi, pardon partigiani, sparo'
a Danny sotto gli occhi terrorizzati della figlia
e , subito dopo, lui, Samir Kuntar in persona ,
il mostro, pardon il partigiano, prese la bambina
per i piedi e le spacco' la testa contro le rocce.
Mentre erano ancora in casa la moglie di Danny,
Smadar si nascose con l'altra bambina
di due anni, Yael, e per salvarle la vita le tappo'
la bocca con la mano per impedirle di piangere.
Quando tolse la mano si accorse che Yael era morta soffocata.
Hezbollah chiede il rilascio di Samir Kuntar,
il mostro, per ridarci i soldati rapiti.
Vogliono liberi altri 1000 mostri oltre a lui.
1001 mostri per ridarci tre ragazzi israeliani. Quanto
poco devono valere i palestinesi, eh Dario Fo?
Quanto poco deve valere lei, Dario Fo, per
arrivare a farsi fotografare sorridente
e disgustoso con un fiammifero e dei candelotti
in mano!
Lei non vale
proprio niente, Dario Fo, questa e' la
verita'. Lei non vale niente perche' nessun essere
umano degno di tanto nome...UMANO.... potrebbe
avere lo stomaco di posare per una fotografia che
richiama alla mente ammazza-bambini-ebrei-israeliani,
quelli che lei, nel suo niente, chiama
partigiani e eroi della resistenza palestinese.
Niente Dario Fo, lei e' niente.
Come quell'altro intellettuale del niente
che e' Gianni Vattimo il quale in un articolo
spazzatura pubblicato dalla Stampa ( ma non
ha altro da pubblicare un cosi' prestigioso giornale?)
ribadisce il concetto che Israele non sia
altro che un danno collaterale del nazismo. Beh,
almeno ha il coraggio di dichiarare di essere antiisraeliano.
Non gli piacciono le discoteche di Tel Aviv
al signor Vattimo, vorrebbe che in Israele
viaggiassimo coi cammelli , pardon in Palestina
poiche' Israele gli sta sui coglioni.
E invece noi abbiamo anche le discoteche,
quando i partigiani palestinesi cari a
Dario Fo non le fanno saltare per aria. E abbiamo
prati verdi e coltivazioni a non finire, dove
prima c'erano paludi e malaria. Certo la malaria era
molto piu' romantica. La gente crepava
romanticamente di malaria, poi sono arrivati quei delinquenti
di ebrei e hanno bonificato, lavorato, guarito, sempre
col fucile in spalla perche' quelli che morivano di malaria,
gli arabi, volevano continuare ad essere romantici e
ammazzavano gli ebrei che li stavano salvando.
Nun ce se crede!
Ma dove hanno la testa questi sinistri sinistri?
Forse nello stesso posto dove ce l'ha Massimo
D'Alema che ha avuto il coraggio di
dichiarare: " farebbe vedere agli israeliani
che la comunità internazionale e l'Europa
possono essere efficaci e dimostrerebbe a
Israele che la sua sicurezza può essere garantita
meglio con la politica che con la guerra. Il problema
principale è che in Israele politica, pace e
sicurezza sono cose distinte e spesso in contraddizione
fra loro" (Ha'aretz, 25.08.06).
Nun ce se crede!
Ma signor D'Alema! Cribbio signor D'Alema
ma non lo sa che gli israeliani hanno
sempre fatto politica a differenza delle sue
simpatie, gli arabi, che hanno sempre e solo
voluto la guerra?
Ma signor D'Alema, che figura!
Dare una terra gli arabi di Palestina e'
stato un tentativo poilitico degli ebrei
di Israele. E gli arabi lo hanno rifiutato per
la guerra.
Volere il dialogo e' stato un tentativo politico
di Israele dopo il 1967 e gli arabi lo hanno
rifiutato per continuare guerra e terrorismo.
Riabilitare un delinquente come Arafat per
firmare la pace di Oslo e' stato un tentativo
politico israeliano, Arafat scelse ancora
una volta, dopo essersi beccato il Nobel (come
il Dario Fo dei candelotti), il terrorismo.
Uscire dal Libano nel 2000, e' stato un tentativo
politico israeliano che ha portato alla guerra
scoppiata il 12 luglio 2006.
Uscire dalla striscia di Gaza e' stato un
tentitivo politico israeliano che ha
consentito ai palestinesi di portare le loro
rampe piu' vicine a Israele.
Allora signor
D'Alema? Dove e' la sicurezza di Israele
in seguito a tanta politica? Dopo tanti tentativi
Israele dovrebbe essere, a suo dire, il Paese
piu' sicuro del mondo. Invece non lo e', invece
e' sempre sotto assedio. Allora a chi manca la politica,
signor D'Alema?
Non le passa per la mente signor D'Alema
che forse fare politica non serve con
chi sa solo dire che Israele deve cessare di
esistere e che gli ebrei bisogna gettarli in mare?
No, eh? Credo che non le passi proprio per
la mente.
Lei ascolta Nasrallah e , se le va bene,
l'idolo di Nasrallah, il signor Ahmadinejad,
Loro le raccontano un' altra storia.
Eppure Fo, Vattimo , D'alema e tanti altri
sinistri sinistri hanno una testa per
pensare.
E allora? Allora forse Israele non gli sta
solo sui coglioni ....forse di piu'.....
Nnn ce se crede!
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Massima del giorno
Chi non sa che pensare, esamini i pochi
punti fermi di cui dispone e li allinei.
Se bada solo ad essi, alla fine ne saprà
di più.
G.P.
MOLLICHINE
L'Iran non vuole il nucleare per la bomba,
ma per l'energia elettrica. Il petrolio
invece lo userà per innaffiare Israele
e darle fuoco.
Annan, per certe armi israeliane: "dobbiamo
muoverci velocemente per disarmare
l'esercito israeliano". Magari ci manderà
D'Alema, che è capace di farcela da solo.
Annan e D'Alema sono equidistanti tra
Libano ed Israele. Nel senso che la grande
distanza da Israele è uguale alla grande
distanza da Israele.
Pecoraro Scanio, sulla Finanziaria: "Inizino
a pagare gli speculatori, non chi è
in difficoltà". E tutto il potere
ai Soviet.
La Siria dice che interromperà il traffico
d'armi verso il Libano. Per lo stesso prezzo,
poteva anche dire che non c'è mai stato.
Mosca esprime "rincrescimento perché
Teheran non ha sospeso l'arricchimento
dell'uranio". Il rincrescimento è utile,
specie d'estate. Per farsi vento.
D'Alema non vuole né Mimun né
Mazza. L'ha detto in Bulgaria?
Benedetto XVI: "Contro i kamikaze serve
un pedagogia di pace". Pedagogia
da pais-paidòs. Se il Papa li
ha presi per bambini, forse in politica non
è infallibile.
D'Alema: "Purtroppo abbiamo ereditato
una situazione della finanza pubblica
disastrosa". Ecco uno che non legge i giornali
da mesi.
LA TREGUA AUTOREGGENTE
Una tregua è il momento in cui
i belligeranti decidono l’interruzione
delle operazioni e può essere consentita
sia in vista di una pace sostanziale sia in
vista della ripresa della guerra. Quella fra Israele
e Libano in quale categoria rientra?
Israele ha dato inizio alla guerra perché
stanco di ricevere razzi katiusha e per
il casus belli provocato da Hezbollah:
ma non ha interesse ad attaccare il Libano. Non
l’aveva prima di questa “guerra” e non l’ha oggi.
Il Libano, da parte sua, è così debole e
pacifico, che una guerra non può neppure permettersela:
dunque la pace dipende da Hezbollah e dai
suoi mandanti. Se il Partito di Dio, Siria ed
Iran vorranno che la tregua regga fino a poterla
chiamare pace, si avrà pace. Anche senza l’intervento
dell’Onu, come dimostra la calma di questi giorni.
Se viceversa Hezbollah, Siria ed Iran vorranno riprendere
la guerra, sarà guerra: che le forze dell’Onu siano
presenti o no. Nessuno immagina infatti che esse siano
capaci di fermare a mezz’aria i missili che hanno colpito
Haifa o che siano capaci di fermare i tank di Israele.
La sintesi è semplice: la tregua
attualmente è “autoreggente”,
come certe calze. E non c’è alcun
bisogno delle giarrettiere dell’Onu. Se invece
Hezbollah vorrà la guerra, non sarà l’Onu
ad impedirla. E allora a che serve l’Unifil?
Dall’esterno, cioè dai terzi, la
pace sarebbe assicurata solo dal disarmo
dei terroristi. Cioè dal mettere il
Partito di Dio in condizione di non nuocere:
ma è proprio ciò che le forze dell’Onu
non vogliono fare e i libanesi non sono capaci
di fare. Dunque, l’unica cosa utile – che costerebbe
tuttavia molti morti e grandi spese - non sarà
fatta. E allora a che servono quei soldati? A giocare
all’alzabandiera? Ad allenarsi al campeggio sulla sabbia?
In Iraq gli italiani sono andati – contestatissimi
dalla sinistra, malgrado l’avallo
dell’Onu - per mantenere l’ordine pubblico
ed addestrare i nuovi poliziotti iracheni. E il compito
è stato affrontato con successo. Ma
in Libano che si va a fare? Se si andasse solo per testimoniare
chi eventualmente attacca per primo, a
che servirebbe? Israele è stato costantemente
l’aggredito, dal 1948 ad oggi, e gli antisemiti lo
descrivono lo stesso come uno stato militarista
ed aggressivo. In quell’area del mondo avere ragione
non serve a niente. Ed allora ecco l’eterna domanda:
che si va a fare in Libano?
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
5 settembre 2006
BEIRUT, BEL
SUOL D'AMORE
La partenza dei nostri militari per
il Libano suscita lontani ricordi. Si
pensa ai soldati che partivano per l'Etiopia
e si sporgevano dalle navi agitando le braccia
o ai fanti che andavano al fronte e salutavano sorridenti
dai mille finestrini dei vagoni di terza classe
di una volta. Immagini avvelenate dal ricordo
di ciò seguì; dall'idea che molti di quei
sorrisi non fecero ritorno.
Delle imprese militari non si sa mai
in anticipo quale sarà lo svolgimento
e quanti vi perderanno la vita. Gli ateniesi
furono felici di partire in guerra contro
Siracusa ma quelli che non morirono finirono
schiavi. Una spedizione può essere necessaria
ma, per riguardo a chi parte e per riguardo
a chi magari vi perderà un proprio caro,
non va celebrata con letizia.
È strano che sia necessario fare
questo discorso ad un'Italia culturalmente
"progressista" ed incline al più
utopico pacifismo. La spiegazione è
che, prona alla propaganda di sinistra cui
s'allinea la grande stampa, la gente è come
drogata. Riesce a credere che i soldati "pacificatori"
siano per questo al riparo dalla violenza, mentre
proprio in Libano, nel 1983, sono stati uccisi in un
colpo solo più di duecento marines e in un altro
attentato oltre cinquanta paracadutisti francesi. Se
per fare la pace bisogna essere d'accordo in due, per fare
la guerra basta che la voglia uno. Se lo desiderano, gli
Hezbollah possono scatenare la guerra sia contro le truppe
dell'Onu - e come terroristi sono perfettamente addestrati
- sia contro Israele. Magari sparando razzi dal Libano
centro-meridionale. Come se la caverebbero,
i nostri bravi e incolpevoli giovani, se Israele
rispondesse alle provocazioni con una seconda
e più devastante offensiva? Quali rischi correrebbero,
se gli Hezbollah si mettessero a lanciare missili
stando a ridosso delle postazioni dei caschi blu, per
farsene scudo? Come reagirebbe l'Italia al ritorno di
parecchie bare ricoperte dal tricolore? Non si vuole essere
allarmisti o pessimisti: ma parlare di rischi, quando si
discute di un'operazione militare, è tanto naturale
quanto parlare di mare grosso in occasione di una regata
transatlantica.
Solo D'Alema, nel suo napoleonico trionfalismo,
parla di questa spedizione come
cantasse "Tripoli, bel suol d'amore". Ma
qui non c'è affatto da cantare: c'è da
incrociare le dita.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 3 settembre 2006
Caro Ennio
Remondino,
Ennio Remondino , Dalle pagine del
Manifesto, si rivolge a me!
Qui la sua lettera e la mia risposta
pubblicata su informazionecorretta:
Storie
Vi racconto che cosa c'era
tra le macerie
Ecco
che cosa ho visto
Di ritorno
dal Libano, il giornalista Rai, Ennio
Remondino, spiega tutte le difficoltà
di un cronista che vuole raccontare la verità.
Viaggiando sempre con una spada di Damocle
sulla testa: quella delle accuse di antisemitismo
Torno
da lunghissime settimane trascorse
nel sud del Libano, e ho voglia di dire due o tre
cose su quella tragedia e su come è stata
raccontata. Nessuna voglia di rintuzzare polemiche
ferragostane, quanto piuttosto provare a riflettere.
Due le questioni che sento di dover premettere,
nella forma di «lettera al direttore»,
di sfogo personale e quindi sottratto
a qualsiasi vincolo di scuderia. Autodifesa,
diciamo.
1. Non c'è accusa più infamante
per chi è figlio di una cultura
democratica e antifascista nata dalla Lotta
partigiana e dalla Resistenza, di quella di
antisemitismo.
2. Non c'è accusa più scontata,
se ti capita di elevare in qualche
modo critiche all'operato del governo israeliano
in carica, di quella diretta o indiretta di antisemitismo.
Vorrei provare a ribellarmi a questa
trappola che non aiuta nessuno.
Non aiuta me, rotellina occasionale sul campo
della notizia, a fare meglio i miei resoconti,
non aiuta la responsabilità di chi vuole proporre
analisi utili, ad evitare la tentazione della
tifoseria.
Tutto quanto accade attorno ad Israele,
sembra destinato a suscitare sensibilità
e reazioni forti. C'è una frase del grande
intellettuale arabo palestinese Edward W. Said,
recentemente scomparso, che credo esprima
meglio di qualsiasi altro ragionamento lungo
e complicato, la tragedia che si sta consumando
da sempre in Palestina e in Israele. «La
tragedia di essere vittime di un popolo vittima».
Due tragedie in una. La tragedia del popolo palestinese
senza Stato e spesso senza terra, vittima di
uno stato, quello israeliano, e di un popolo, gli ebrei,
contro cui il nazismo ha consumato sessant'anni fa il
peggiore dei crimini possibili: il tentativo di sterminio.
Essere «vittima» delle «vittime»,
ti toglie quasi la speranza,
ti riduce le solidarietà attorno, trasforma
in «antisemitismo» ogni critica legittima
allo Stato d'Israele. La trappola del conflitto
arabo-israeliano in Palestina, tiene prigioniero
il mondo da decenni, e nessuno sembra oggi
neppure in grado di immaginare come e quando se
ne potrà uscire con una pace che ha come condizione
un po' di giustizia assieme al diritto di
esistere. Il Libano, la Siria e quant'altro di crisi
politiche o guerreggiate ci sia in medio Oriente, persino
una parte del terrorismo immondo di Al Qaeda, ruota attorno
a questo.
L'informazione
giunta in Italia sulla guerra in Libano,
mi appare una delle molte marginalità
al problema centrale individuato prima.
Il problema nella forma di cui dicevo prima:
si può discutere sulla politica di Israele,
e sulla difesa armata di Israele, e sulla proporzionalità
della sua reazione anti Hezbollah in Libano,
senza finire sotto schiaffo con accuse sottintese
di antisemitismo che feriscono innanzitutto la
tua coscienza democratica? Alle critiche in
buona fede, credo sia dovuta una risposta sui fatti,
e non attraverso anatemi di segno opposto.
Quarta settimana di bombardamenti
sul Libano, e la «nuova frontiera
di sicurezza» sul fiume Litani promessa
dal ministro della difesa israeliano assomiglia
sempre di più alle promesse elettorali
di Berlusconi. La Cnn e altre televisioni
internazionali di prestigio, aprono la riflessione sul
rischio di un «Vietnam israeliano in Libano»,
un pantano politico-militare da cui Gerusalemme
dà l'impressione di non sapere bene come uscire.
La polemica divampa ovviamente anche al centro del bersaglio,
e tu, cronista sul campo, ne dai conto frenando sui facili
entusiasmi partigiani che sbandierano vittorie bugiarde
dell'una o dell'altra parte.
«La percezione tra la gente
del posto che la potenza militare israeliana
stia trovando nel sud del Libano il
suo Vietnam, non consola chi oggi va a raccogliere
i pacchi di emergenza donati (...)».
Banale, forse, ma fotografico. Poi il racconto
si restringe, in proporzione alla libertà
di movimento concessa ai testimoni giornalistici.
«Dal fiume Litani a sud, dalla sfida degli
ultimi soccorsi arrivati ieri, all'impossibile
di oggi: ogni movimento di veicoli è interdetto»,
è la cronaca. «Preavviso a firma
dello Stato di Israele, con volantini lanciati dagli
aerei in cui si avverte la popolazione e noi giornalisti
in particolare. Nessuna protezione sperata
dalla scritta TV sul tetto delle auto, visto che, affermano
a Gerusalemme, vetture simili sarebbero utilizzate
dagli Hezbollah per trasportare i loro razzi».
Chiosa conclusiva del cronista: «Testimoni
assediati e ora appiedati,
insomma, con l'intento forse di trasformarci
nelle famose tre scimmiette, che non sentono,
non vedono, non parlano e soprattutto non
fanno vedere». Fazioso? Tutto può essere,
ma a me appare soltanto efficace, soprattutto
avendo ascoltato gli altri resoconti telegiornalistici
che in mille lingue viaggiano da Tiro verso
il mondo. Perché tutto questo accade solo
in Italia e non altrove? è la domanda.
La questione
dell'equilibrio dell'informazione
italiana su quella tragedia forse riguarda
altro. Che sia un problema di nuovo equilibrio
imposto dai fatti della guerra, rispetto
ad un «disequilibrio» diffuso e generalizzato
che s'era imposto per schieramento nelle settimane
precedenti? Forse anche per le guerre si vorrebbe
far valere una sorta di «Par condicio»
fra le parti in conflitto. E' accaduto. Un pezzo da Gerusalemme,
uno da Beirut. Uno pari, palla al centro.
Il sud del Libano che il suo centro l'ha avuto soltanto
nella collimazione delle coordinate di puntamento
di bombe e missili? Quello non conta.
C'è un sito internet israeliano
che con involontario umorismo si
chiama "Informazione corretta". Ci lavora tra
gli altri una simpatica signora nata in Italia,
Deborah Fait, con cui ho avuto modo, anni
addietro, di intrecciare molte schermaglie
e rari consensi. Per un anno, nel 2000, memoria lontana
anche per me, ho diretto anche la sede di corrispondenza
Rai di Gerusalemme, riuscendo infine, felicemente,
a fuggirne. Ora la mia amica Deborah (o chi
con lei), critica «l'esibizione di spuntoni
di proiettile, venduti come presunte bombe Cluster,
vietate dalle convenzioni internazionali».
Caspita, cara Deborah. Io su quelle
bombe ho rischiato di saltarci in
aria. Non soltanto le ho viste ed evitate, ma le
ho anche filmate e mostrate nel dettaglio.
Pensa, cara Deborah, che Amnesty International
e ora l'Onu ci dice oggi di 288 contenitori di Cluster
bomb (per migliaia di bombe-mina) lanciati sul sud del
Libano, e già di 12 morti civili nella contabilità
dell'altro ieri. Pensa che quei faziosi organizzati
di giornalisti americani e della Bbc ci hanno
recentemente raccontato di Abbas Youssef Abbas,
5 anni, in fin di vita per quella vecchia forniture
americana di 20 anni fa ad Israele. Cara "Informazione
corretta", che dovevo fare quel giorno a Bent Jbail,
o fra le piantagioni di tabacco di Aita ech Chaab,
cittadina che ora non esiste più, in mezzo alle
Cluster inesplose? Di nuovo le tre scimmiette che non vedono,
non sentono e non dicono?
La questione vera, ancora una volta,
mi appare quella del dito che oscura
la vista della luna. O ci ostiniamo alla
propaganda dove ognuno rivendica il suo
diritto alla faziosità, o ci sforziamo
tutti quanti di capire. Non soltanto il sacrosanto
diritto alla critica, ma anche quello necessario
della buona fede. Contemporaneamente, confrontiamoci
innanzitutto sui fatti. I fatti della guerra
per come è stata realmente condotta, i fatti
della informazione su questa guerra per come
è stata e non per come uno l'ha digerita, e soprattutto
i risultati che la guerra ha ottenuto e quelli che
ci ha lasciato in eredità.
La malafede
non era mia dal sud del Libano, e non era
certamente di chi ha voluto apertamente
criticarmi. Pace fatta, da parte mia.
Sulla questione del ruolo svolto dall'informazione
Rai, ad altri competenza e responsabilità
di risposta, magari con un po' di spina dorsale.
Da parte mia soltanto un sospetto. L'impressione
del solito poligono di tiro in cui la sagome di cartone
cambiano figura e nome, vuoi Israele o vuoi Libano, ma
dove il bersaglio immaginato da qualche puntatore
era un altro. Nella confusione di una guerra vera,
capita che qualche colpo apparentemente fuori rotta,
si scelga un bersaglio comunque utile. Più
o meno come i due missili Usa che nel nugolo di bombe
su Belgrado si infilano sul tetto dell'ambasciata
cinese.
La malafede e l'equivoco su cosa possa
e debba essere l'informazione in
frangenti tanto drammatici, li ho visti
altrove. Sui manifesti che mi hanno accolto
a Roma col Paolini-Hezbollah di Beirut che si è
esibito accanto al ministro D'Alema e che è
diventato occasione di cronache col vuoto
a perdere. Li vedo, in alcune cronache della manifestazione
di Assisi, impegnate a privilegiare le inevitabili
presenze dissonanti rispetto al coro inequivoco
che ne è venuto fuori.
Sempre a proposito di Assisi. Nel
giornalismo strangolato a titoli, pare
vada di moda discutere la quantità di «Se»
e di «Ma» che accompagnano o meno
la parola Pace e adesso, lo schieramento di truppe
Onu in Libano. «Se» e «Ma» ancora
una volta ideologici, mi sembra, là dove la virtù
del dubbio dovrebbe vincolare ognuno di noi. Da "reduce" consentitemi,
per finire, di non considerare una
novità di poco conto il primo "arbitrato internazionale"
che s'è imposto, dopo decenni, sulla logica dell'esercizio
della forza unilaterale Israelo-Statunitense
in Medio oriente. Dopo Srebrenica, ricordava
Adriano Sofri qualche giorno fa, rivedere la bandiera
blu dell'Onu vestire le divise militari con un
progetto politico, merita un credito di speranza.
Ennio
Remondino
La
mia risposta:
Caro Ennio
Remondino,
andiamo con ordine, tu scrivi:
C'è una frase del grande
intellettuale arabo palestinese
Edward W. Said, recentemente scomparso, che
credo esprima meglio di qualsiasi altro ragionamento
lungo e complicato, la tragedia che si
sta consumando da sempre in Palestina e in Israele.
«La tragedia di essere vittime di un
popolo vittima».
Grande intellettuale Edward
Said? avrei delle riserve, personalmente
lo ho sempre visto come un mafioso, grande
odiatore di Israele, estremista e occupato,
in vita, piu' che a fare l'intellettuale,
a fare politica di odio contro Israele, la sua frase
che tu riporti ne e' un piccolo esempio.
«La tragedia di essere vittime
di un popolo vittima».
Perche' i palestinesi sarebbero vittime
degli ebrei? Da quando Remondino?
Mi pareva il contrario e mi pareva che
i palestinesi, cioe' gli arabi palestinesi
( tu saprai che i primi palestinesi, fino al 1948,
erano gli ebrei della Palestina) fossero
vittime dei loro fratelli arabi. Israele gli
ha offerto di tutto, uno stato nel 1948 e lo hanno
rifiutato, il dialogo e hanno risposto con i tre NO di Kartoum,
preceduti e seguiti da migliaia di dichiarazioni
di odio.
Israele
ha offerto la pace con Oslo arrivando
ad appoggiare l'offerta del Nobel al terrorista
seriale Arafat, ex grande amico del tuo grande
intellettuale Said pur di invogliarlo a
firmare. La ricompensa e' arrivata con la seconda
intifada dopo che Israele gli aveva riofferto
ancora una volta uno stato sdegnosamente rifiutato.
Un anno fa, con una grande mossa politica
Sharon gli ha consegnato, JUDENREIN
come vogliono loro da democratici quali sono,
la striscia di Gaza e loro anziche' approfittare
per incominciare un'economia necessaria
a creare uno stato hanno bruciato tutto e distrutto
tutto per portare i missili al posto delle serre.
Questo significa essere vittime? Secondo
me, questo significa essere vittime
del proprio odio e della propria stupidita'.
Come puoi allora ricordare la frase
di un mafioso , lui si, antisemita?
Come puoi offendere Israele che e'
l'unica vera vittima di tanta barbarie?
I palestinesi hanno avuto decine di
possibilita', infinite in piu' di
quante ne ebbero gli ebrei prima del 1948
ma gli ebrei si sono messi a lavorare, a
sudare sangue sulla sabbia, gli ebrei hanno accettato
una striscia di terra minuscola pur di dare
la possibilita' agli arabi di averne un
pezzo, peraltro piu' grande.
Quale e' stata la risposta, Remondino?
La guerra, la guerra e l'invasione
di Israele 6 ore dopo la sua rinascita.
Quindi diciamo che gli arabi di palestina
hanno avuto tante oppotunita'
gettate via stupidamente dai loro stupidi
capi. Vittime si, di tutte le dittature
arabe che li hanno usati e di Arafat che sulla
loro testa e' diventato uno dei 10 uomini piu' ricchi
del mondo!
Riguardo alla
guerra in Libano, non ho dubbi che il
popolo libanese abbia sofferto ma di questo
dovrebbe ringraziare il governo fantoccio
che ha permesso a hezbollah di creare uno stato
terrorista dentro lo stato libanese e dovrebbero
mandare anche mazzi di fiori a hezbollah che
ha fatto scatenare tutto questo.
Vedo che per te Israele e' colpevole
a priori e di tutto quanto e' successo
non sai dire una parola sulla popolazione
israeliana che non si e' divertita per niente
a ricevere 4000 missili sulla testa e ad avere morti
e case distrutte e a vivere per settimane nei
rifugi. Immagino che la BBC non ti abbia raccontato
niente dei bambini israeliani che sono morti
sotto i missili hezbollah, ne' di quelli terrorizzati
chiusi sottoterra.
Pensa che coincidenza, anche noi abbiamo
avuto un bimbetto di 5 anni ammazzato
insieme alla nonna.
Noto che questa tua lettera, caro Ennio,
e' stata spedita al Manifesto, giornale
notoriamente molto innamorato di Israele.
Mi aspettavo da te, spero democratico, la scelta
di un giornale meno fazioso.
Beh, mi fa specie che tu, pur essendo
stato in Israele e conoscendo le sofferenze
degli israeliani da 60 anni sottoposti
a stress indicibili tra guerre e terrorismo,
abbia cosi' poca comprensione per questo popolo
vittima dell'Europa per 2000 anni e vittima dell'odio
islamico da quando esiste l'islam, un popolo
che ogni mattina, appena si sveglia, sente qualche
Ahmadinejad, e prima di lui tanti altri, proclamare
che la soluzione al problema sarebbe eliminare fisicamente
lo stesso, cioe' ammazzarci tutti e distruggere
Israele.
Dici , felice, di essere fuggito da
Gerusalemme! bene, buon pro' ti faccia.
Io invece sono ancora qua e ci restero'
per amore di questo Paese ma evidentemente
tu preferisci altre realta', meno democratiche
da cui insultare le democrazie.
Un ultima cosa: informazionecorretta
non e' un sito israeliano ma italianissimo
che si e' posto il compito di fare chiarezza
sulla disinformazione che molti giornali, spesso
faziosi come quello su cui tu scrivi,
danno. E sai cosa? quasi sempre ci riesce.
Ti ringrazio per avermi dato modo di
ricontattarti dopo anni e spero
tanto che la notte ti porti consiglio.
Deborah Fait
- www.informazionecorretta.com
Massima del giorno
Il primo dovere dell'uomo superiore
è quello di nascondere la propria
superiorità in modo che tutti possano illudersi
d'essere suoi pari.
G.P.