SCRIPTA VOLANT
L'archivio di Alessandro Tapparini
Bagdad 1999: “DI FATTO TUTTI GLI IRACHENI SONO CONDANNATI A MORTE”
LONDRA – Più di due milioni di iracheni sono votati alla morte. Per
aderire al Baath, il partito egemone che da trent’anni domina il paese con
il pugno di ferro, hanno sottoscritto un documento in cui rimettono la sorte
della loro vite nelle mani di Saddam Hussein. Il testo, di cui sia-mo venuti
in possesso, è impressionante:
«Accetto di venir condannato a morte se non rispetto le decisioni
del Partito, rive-lerò i segreti del Partito, non farò rapporto
sulle persone che criticano il Partito, o il Presidente, non dirò
la verità sul mio pas-sato politico, mi iscriverò ad un’altra
orga-nizzazione politica, avrò contatti con uno straniero».
Saddam ha fatto della paura della morte il perno attorno a cui si cementa
la sotto-missione degli iracheni al suo potere tiran-nico. E ha così
trasformato il Baath, come recita un’insegna affissa all’ingresso della Facoltà
di Legge e Scienze Politiche dell’Università di Bagdad, in «Un
Partito edificato con i te-schi e il sangue, può frantumarsi il mondo
ma il partito non si spezza».
Se oggi conti-nuiamo ad interrogarci su come sia possibi-le che un feroce
dittatore responsabile del genocidio di un milione di iracheni possa ancora
contare sul sostegno delle masse e su come da un decennio riesca a resistere
alla superpotenza mondiale, ebbene la ris-posta è nel “certificato
di condanna a mor-te” con cui il popolo represso nel sangue ha pignorato
la propria vita in cambio del di-ritto di sopravvivenza.
«Di fatto tutti gli iracheni sono condan-nati morte e hanno dato la
facoltà a Sad-dam di stabilire la data della loro esecuzio-ne»,
commenta il giurista Abdel Hussein Shaaban, un oppositore iracheno che pre-siede
l’Organizzazione per i diritti umani degli arabi. Dal suo esilio a Londra
spiega:
«In Iraq ci sono oltre 50 leggi che prescrivo-no la condanna a morte,
tutte emanate dal Consiglio del comando della rivoluzione che è contemporaneamente
il massimo or-gano esecutivo, legislativo e giudiziario. E’ l’organismo più
onnipotente della Terra, è il fulcro della dittatura. Ovviamente è
pre-sieduto da Saddam Hussein».
In pratica chi aderisce al Baath appone la sua firma al te-sto di una serie
di leggi che prevedono la condanna a morte per chi «offende o diffa-ma
il Presidente per fomentare l’opinione pubblica» (Legge 840 del 1986),
per chi «do-po aver aderito al Baath si iscrive a un altro partito»
(Legge 145 del 1976), per chi «con-vincerà un militante del
Baas a iscriversi a un altro partito» (Legge 111 del 1969).
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica il Baath è diventato il più
grande partito del mondo. Aderirvi non è facoltativo ma obbli-gatorio
per tutti i ragazzi che vogliono pro-seguire negli studi, per tutti gli uomini
e le donne che hanno bisogno di salvaguardare il lavoro e indistintamente
per tutti i funzionari pubblici, le forze dell’ordine e i mi-litari. L’arruolamento
avviene sui banchi di scuola, nelle fabbriche e negli uffici. Un di-rigente
del Partito consegna i moduli di adesione che sono dei veri e propri rappor-ti
di autodenuncia. Gli studenti, gli operai e gli impiegati devono rispondere
accurata-mente e dettagliatamente a una lunga serie di domande sulle generalità,
l’affiliazione partitica e le simpatie politiche proprie, dei genitori e
dei parenti sia nel presente che in passato. Quindi appongono la firma alle
leggi che impongono fedeltà sia al Partito che a Saddam pena la condanna
a morte.
11 risultato è che migliaia di iracheni sono giustiziati per non aver
denunciato il “tradimento” del padre, del figlio o del fratello. Saddam ha
introdotto il principio della responsabilità e della punizione collettiva
per la famiglia e del clan per una colpa commessa dai suoi membri. In Iraq
per costringere un padre a confessare viene obbligato ad assistere alla tortura
del figlio mentre sua figlia viene violentata. Il culmine dell’atrocità
si registra al momento della condanna a morte: un famigliare deve far parte
del plotone di esecuzione e il costo dei proiettili deve essere pagato dalla
famiglia del giustiziato.
[…]
Il nemico da cui i militanti del Baath devono difendersi è lo stesso
popolo iracheno. Saddam sa benissimo che il suo potere e la sua vita sarebbero
in pericolo solo se alle bombe di Clin-ton facessero seguito un golpe ordito
da un generale ribelle o una nuova rivolta popo-lare. Per il Baath, per tutti
gli iracheni che sono stati costretti a firmare la loro con-danna a morte
e ad affidare le sorti della lo-ro vita nelle mani di Saddam, è giunta
l’ora della verità.
Magdi AlIam - La Repubblica, martedì 2 febbraio 1999
A proposito di guerra giusta e prigionieri torturati, la scoperta di alcune
verità ripugnanti in un ritaglio datato 8 maggio di qualche anno fa
“Ieri in Belgio un soldato di nome Dirk Nassel è stato condannato
a una pena detentiva per aver gravemente maltrattato cittadini somali durante
l’operazione militare umanitaria “Restore hope”.
Gli italiani in divisa che si sono resi responsabili di analoghi o peggiori
maltrattamenti non hanno subito alcuna conseguenza dopo le rivelazioni del
settimanale Panorama, alcuni mesi fa. Eppure la documentazione era inoppugnabile,
fotografica, e le testimonianze (tutte salvo una) non lasciavano alcun dubbio
sul fatto che qualcosa di tremendo laggiù era successo. Un militare,
un sottufficiale, impugnava conduttori di energia elettrica e veniva ritratto
nell’atto di applicarli ai testicoli di un prigioniero. Un altro gruppo di
militari, di leva, compiva sotto l’occhio delle Kodak atti sadici sul corpo
di una ragazza, addossata come un trofeo di guerra a un veicolo blindato nei
pressi del checkpoint “Demonio”.
Le foto della vergogna furono pubblicate dal settimanale mondadoriano, che
condusse una campagna dura, sobria e non antimilitarista, ammettendo di avere
raccolto tra le molte notizie vere anche una accusa falsa, e chiedendone scusa
all’esercito. La coscienza pubblica del paese si infiammò per alcune
settimane. Il governo dell’Ulivo, reduce dall’infelice azione di pattugliamento
nel canale di Otranto, costata decine di vite dopo lo speronamento di una
nave albanese da parte di una corvetta italiana, sembrò a tutta prima
cavalcare l’onda, e mentre Romano Prodi e Beniamino Andreatta promettevano
che si sarebbe fatta piena luce su quanto accaduto, scattavano le dimissioni
del generale Bruno Loi e di un altro alto ufficiale responsabile della catena
di comando infranta dalla impunita, grave indisciplina dei nostri soldati.
La magistratura militare, quella ordinaria e quella speciale messa in piedi
dallo Stato maggiore dell’esercito imbastirono rapidamente tre o quattro inchieste
destinate a un prevedibile traguardo: il nulla”.
(Il Foglio, editoriale dell’ 8 maggio 1998)
“D’Alema, dopo qualche sbandamento iniziale e sia pure senza la baldanzosa
disinvoltura di Tony Blair, la sua idea sulla questione se l’è fatta.
E’ scritta nero su bianco in un documento della Fondazione “Italianieuropei”,
il surrogato della Cosa Due presieduta da Giuliano Amato. Alla stesura hanno
concorso Stefano Silvestri e il vigile Alfredo Reichlin, l’unico della vecchia
guardia del Pci amato dal premier. La sinistra che resta universalista ma
si vuole realista si aggrappa all’ultima forma rimasta d’internazionalismo,
quello dei diritti umani. Riconosce perciò che la minaccia per la
pace viene “ormai dai piccoli conflitti etnici ai quali le Nazioni Unite
non sono in grado di rispondere per il veto della Russia e della Cina”, dovuto
non tanto a ragioni democratiche quanto al timore “di subire l’ingerenza
Onu in aree di stretta influenza”. E’ la prima volta che la Nato svolge un’azione
militare contro uno Stato sovrano senza il mandato dell’Onu, ma bisogna
accettare la novità, in attesa di una revisione della carta delle
Nazioni Unite e della riorganizzazione dell’Alleanza atlantica. Perché
troppo spesso, “l’autodeterminazione nazionale da frontiera di libertà
si sta trasformando in trincea di arbitrio e ingiustizia”.
(Il Foglio, 22 aprile 1999)
“La democrazia a Baghdad non potrà fare a meno degli sciiti ma il
nuovo Iraq non può nascere nello spazio di un mattino. I tedeschi
non andarono a votare con il bunker di Hitler ancora fumante né i
giapponesi, o gli italiani, lo fecero subito dopo la sconfitta del nazifascismo.
Votare subito, sulle ceneri di una dittatura, significa rischiare quanto
avvenuto in alcuni Paesi dell’Est dopo il crollo del Muro di Berlino: premiare
chi dispone di più risorse e potere, senza offrire a tutti pari opportunità
di affermazione. […] Compito degli sciiti è evitare una fuga in avanti
che ostacolerebbe la ricostruzione. La scelta dipende dai loro leader religiosi,
che sono ad un bivio. Possono sfruttare il vuoto di potere per tentare di
porre le basi di uno Stato islamico simile a quello che gli Hezbollah si
propongono in Libano. O possono intraprendere la strada nuova, e per il Medio
Oriente rivoluzionaria, dell’edificazione di una sistema rappresentativo
dove fra sciiti, sunniti e curdi non ci saranno preferenze. La posta in palio
è più alta di ciò che appare. Nel primo caso ad avvantaggiarsene
sarebbe Teheran, che vedrebbe allargarsi la propria influenza regionale,
mentre nel secondo il nuovo Iraq minaccerebbe la stabilità dell’Iran
khomeinista”.
(Maurizio Molinari su La Stampa, 22 aprile 2003)
“In effetti l’Onu funziona soltanto quando gli interessi di una
grande potenza coincidono con quelli dell’organizzazione (come conferma la
differenza tra il caso somalo e la guerra del Golfo). La grande sfida dell’intervento
neocoloniale è stata perduta in Somalia: non a caso la gloria conquistata
dall’Onu con la missione del Golfo si è spenta nel Corno d’Africa,
così come è lì che le ragioni di politica interna hanno
spinto gli americani a un brusco disimpegno. Sì, l’intervento in
Somalia è stato una tragicommedia, davvero si pensava di combattere
Aidid e le altre fazioni affermando ‘tra sei mesi ce ne andiamo’? Come poteva
essere credibile un’azione per la stabilità sulla base di un simile
presupposto? Eppure la Somalia era davvero un’ottima palestra per quello
che definisco un intervento neocoloniale, e altri posti dove realizzarlo
certamente ci sono. Anche le energie ci sono, sempre che le si cerchino:
governatore di una zona oggetto di intervento, ad esempio, potrebbe essere
Emma Bonino. Quanto alle risorse è ben vero che la massa dei quattrini
su scala mondiale è in questo momento assorbita assai più dall’Est
europeo o dall’Asia, dove si intravedono possibilità o realtà
di grandi ritorni, ma un po’ di lungimiranza non guasterebbe”.
Miopia dell’Occidente?
“L’Occidente è una categoria culturale, politicamente l’Occidente
non c’è. Ciascuno ha i suoi problemi, che affronta a suo modo. La
politica estera dell’Europa non esiste”.
Sergio Romano, intervistato da Giovanni Negri – il Foglio, 15 aprile
1997
Wolfowitz dice che la sua visione di un Iraq e di un Medio Oriente
postbellico, e anzi la sua stessa visione del mondo, è stata in
gran parte fraintesa dai critici, che lo considerano uno dei principali
falchi dell’Amministrazione. “I problemi in Iraq sono enormi, e sovente
sono stato considerato un esagerato ottimista. Ma lo sono soltanto in confronto
a chi pensa che l’Iraq sia un caso disperato e irrisolvibile”, ha affermato
Wolfowitz […]
Wolfowitz ha discusso con il ministro degli Esteri ceco e con altri rappresentanti
della “Nuova Europa” sulle modalità da seguire per distruggere gli
organi del partito dittatoriale iracheno, ossia su come realizzare una
vera “debaathificazione”. Queste nazioni, ha detto, sanno come trasformare
un’economia stalinista in un sistema fondato sul libero mercato, come distruggere
l’apparato della polizia segreta e come decidere quale sia il grado di
complicità durante il periodo del regime repressivo che debba impedire
ai suoi ex funzionari di partecipare al nuovo governo. […]
Replicando all’accusa che la guerra potrebbe scatenare un’ondata di attacchi
terroristici contro l’America e destabilizzare il Medio Oriente, Wolfowitz
ha richiamato l’attenzione sui costi dell’inazione. Sostiene che
vi sia un legame diretto tra i decennali sforzi per contenere Saddam e
gli attacchi dell’11 settembre lanciati da al Qaida contro il World Trade
Center e il Pentagono. L’impegno a contenere Saddam dopo la prima Guerra
del golfo ha determinato il dispiegamento di migliaia di soldati in Arabia
Saudita. La loro presenza, dice Wolfowitz, “è stata una delle leve
principali usate da Osama bin Laden per assoldare nuove reclute […] Siamo
accusati di uccidere bambini iracheni con le sanzioni. E abbiamo truppe che
occupano la terra più sacra del mondo musulmano”, ha detto Wolfowitz.
Senza Saddam, ha aggiunto, “tutto questo non sarebbe necessario”.
Articolo apparso sul Los Angeles Times del 13 aprile 2003, e sul Foglio
del 15 aprile 2003
(ale tap., 15.4.04)