ANCORA TU
Dunque, la storia è questa. Ieri sulla prima pagina del Corriere
Ernesto Galli della Loggia, prendendo spunto dal convegno sui «Giusti nel gulag»
in corso in queste ore a Milano, dedicato al «valore della resistenza
morale al totalitarismo sovietico», ha per l’ennesima volta osato tirare
le orecchie alla sinistra italiana per i suoi “strani pudori” (leggi: reticenza)
sull’argomento. Il perché di questa reticenza, secondo GdL, è
chiaro:
«perché la storia del gulag (uso il nome della parte per
il tutto) dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non solo
la dimensione repressivo-omicida è stata consustanziale al comunismo
fin dall’inizio della sua versione russa (il meccanismo del terrore si mise
in moto già nelle prime settimane del 1918) e dunque indipendentemente
dallo «stalinismo», ma indica altresì che quella dimensione
è sempre stata e continua a essere propria del comunismo in ognuna
delle sue varie incarnazioni: dalla Cina, a Cuba, al Vietnam. Il gulag, insomma,
con la sua diffusione planetaria, ingenera inevitabilmente il sospetto che
sia proprio il comunismo in quanto tale, il comunismo in tutte le sue versioni,
l’origine del male. Ma è precisamente ciò che ancora oggi
in Italia non si vuol sentire dire”.
[…] È su questo terreno, che chiamerei del senso comune di tanta
parte del popolo di sinistra, che si misura quanto in realtà siano
stati poco efficaci le «prese di distanza» e gli «strappi»
pur operati a suo tempo dai dirigenti del Pci e poi dai Ds. In realtà
né le une né gli altri hanno significato davvero «fare
i conti con il comunismo».
Oggi Furio Colombo gli risponde, estremamente piccato, dalle colonne de
L’Unità con un editoriale apologetico (non online) nel quale - dopo
aver ritualmente sbuffato ed alzato gli occhi al cielo perché uffa,
ancora ‘sta menata dei gulag, quando invece ci sarebbe ben altro di cui
preoccuparsi, dalla legge Gasparri alle ultime dichiarazioni di Bossi -
dichiara solennemente che:
1) L’affermazione che lo sterminio comunista sarebbe “un abominio non
inferiore alla Shoah” è una bestemmia che nemmeno i (post-ex?-)fascisti
di AN osano più pronunciare: e questo perché sotto il nazismo
un ebreo non aveva nemmeno la chanche di salvarsi abiurando e sottomettendosi
al suo persecutore.
2) E comunque, tra la sinistra italiana e l’orrore del Gulag non vi è
mai stato alcun rapporto, “neppure per chi credeva e diceva di pensar bene
dell’URSS”.
3) E comunque, se proprio si ha ancora voglia di rompere le palle con
questa stantia polemicuccia sui Gulag, lo si andasse a fare all’indirizzo
di Vladimir Putin, e non alla sinistra italiana che, notoriamente, è
per definizione esente da colpe.
La prima delle tre tesi sarebbe risibile se non fosse che non c’è
un cazzo da ridere. Le donne e i bambini freddati con una pallottola
alla nuca nei boschi Katyn ed in molti altri luoghi non ebbero molte
più chanche di “abiura” rispetto alle vittime della Shoah. E a proposito
di bambini, non si può non citare la recensione che lo stesso GdL
scrisse per “Tutto scorre”, libro di memorie di Vassilj Grossman, scrittore
russo che negli anni Trenta si trovò a essere membro i una delle tante
‘brigate d’assalto’ organizzate dal Pcus contro i kulaki. In una di quelle
pagine, a Grossman viene spontaneo un paragone fra i volti terrorizzati dei
figli dei contadini russi e quelli “dei bambini ebrei nei campi tedeschi”.
Chiosa GdL: “Quei bambini non erano certo dei soggetti politici, e tanto
meno erano pericolosi. Sono morti, è chiaro, per la semplice ragione
che erano insignificanti, sicché agli occhi dei padroni della loro
sorte non c’era alcuna ragione perché si salvassero. Ma soprattutto
sono morti perché costituivano l’appendice biologica di una “classe”,
di un gruppo sociale che doveva essere distrutto, per il quale a un certo
momento il potere decise che non dovesse esserci più alcuna pietà.
[…] Nel momento in cui il potere ebbe deciso ciò che decise, nel momento
in cui sulla roulette della storia uscì il loro numero (e uscì
per ben tre milioni di volte!) quei bambini si trovarono nelle medesime condizioni
dei bambini ebrei destinati a essere infilzati sulle baionette, sbattuti
con la testa contro il muro, gettati nelle camere a gas dai loro carnefici”.
(“Liberal” n.29 del 1997)
Quanto alla questione specifica dei “campi”, valga per tutte la testimonianza
di Gustav Herling, il quale ebbe l’avventura di sperimentare sia l’ospitalità
di un Gulag sovietico che quella di un Lager nazista:
«Ho definito "regimi gemelli" quelli nazista e sovietico. Ho
ricevuto parecchie lettere dei lettori, molte di queste indignate: come
si osa mettere i due sistemi sullo stesso piano? E invece si può,
facendo una distinzione fondamentale: in un modo si uccidevano i prigionieri
ad Auschwitz, in un altro alla Kolyma. E' questa la sola differenza. […]
Ho sempre presente la famosa polemica sui campi sovietici tra Sartre - un
uomo che aveva un'alta stima di sé, ma che in nome di questa non poteva
accettare di mentire - e Camus. Sartre fece un'affermazione che rimane esemplare:
dei lager sovietici non si doveva parlare, perché gli operai di Billancourt
non potevano perdere la speranza. Ora non è più così,
da più parti si concorda sul fatto che i metodi erano diversi nei
campi sovietici e nazisti, ma il risultato finiva per essere lo stesso».
(G. Herling – P. Sinatti: “Raccontare, ricordare”, L’Ancora del Mediterraneo,
2000).
Quest’ultima affermazione ci porta dritti dritti alla seconda delle tesi
difensive di Colombo: tesi che trova smentita, tra l’altro, nelle affermazioni
che il compagno Emanuele Macaluso rilascia al Corriere (qui
il testo dell'intervista): «Nel ’72 io stesso andai con Pajetta e
Bufalini a Mosca ad un incontro con Ponomariov e Suslov ed avemmo un vero
e proprio litigio sulla questione della gestione del dissenso [sic]. E nonostante
questo il Pci non ruppe con quel mondo, mentre avremmo dovuto rompere. Prevalse
il fatto che, essendo l’Urss il controcampo rispetto al capitalismo americano,
una rottura avrebbe indebolito la lotta. E’ stata un errore, l’acquiescenza».
Roba vecchia, per carità. Ma siamo ancora fermi lì, alle
ipocrisie di Sartre.
E a proposito di ipocrisie, eccoci all’ultimo dei tre argomenti difensivi
sfoderati dal direttore de L’Unità: dei Gulag, semmai, andate a chieder
conto a Putin, grande amico del Berlusca. Delle affermazioni formulate dal
direttore de L’Unità, questa mi sembra l’unica relativamente sensata
(e probabilmente lo sa anche lui, che per l’appunto ha intitolato l’editoriale
“Gulag, l’esperto è Putin”). Troppi, sia a destra che a sinistra,
tendono a trascurare il fatto che gli orrori – concentrazionari e non – del
comunismo non sono solo una memoria del passato. Sono anche un orrore dell’oggi,
in molte parti del mondo.
Certo, questa considerazione in bocca a Colombo risulterebbe più
seria e più credibile se non venisse usata, nella polemica con GdL,
come un espediente per cambiar discorso. E soprattutto se, accanto al caso
dell’attuale regime russo, Colombo non avesse “dimenticato” anche stavolta
di menzionare, che so, quello nordcoreano , oppure
quello laotiano
, o quello vietnamita
, o quello cubano (“dove ancora oggi si fucilano i dissidenti”, come ricorda
il compagno Macaluso nell’intervista di cui sopra), oppure………
(ale tap., 10.12.03)