ARCHIVIO APRILE 2004
"Fuori i nomi!"
Anche Furio Colombo
sospetta "un losco intrecciarsi di rapporti misteriosi" dietro le
richieste dei terroristi che hanno in ostaggio i tre italiani in Iraq.
Ma non arriva, come Giuliano Ferrara,
ad indicare dove andare a cercare. A me viene l'orticaria ogni volta
che sento parlare di complotti e intrighi, ma con Ferrara voglio fare
un'eccezione, perché, a differenza di Furio Colombo, lui non
mi tiene mai nel vago. Anzi, in questa occasione scrive: "Bisognerebbe
guardare nell'ampio sottobosco che ha celebrato i fasti ideologici
saddamiti in diverse occasioni, compresa la famosa visita italiana
di Tarek Aziz alla vigilia della guerra". Grazie per la dritta, ma
non mi basta. In quella visita (13-15 febbraio 2003) l'Otto di Picche
incontrò Frattini, Mancino, Scalfaro, Dini, Cossutta, Buttiglione
e Cossiga; fu a pranzo con Formigoni a piazza del Gesù ; Pecoraro
Scanio gli fece dono di una bella scatola di sigari; Folloni, Grauso
e Sgarbi cenarono con lui in un noto ristorante nei pressi del Pantheon;
ad Assisi fu accolto dai padri custodi Viola e Coli, ed v'incontrò
il vescovo Goretti; a Roma, conversò amabilmente con Castagnetti,
Violante, Rizzo, Pisicchio, Intini, Boato, Boco e Cima. Ah, dimenticavo:
incontrò il Papa, pare grazie all'intermediazione di Andreotti.
Ora, lasciamo stare quest'ultimo, che alla dietrologia ha già
dato, e pure troppo. E lasciamo stare il Papa, così, per semplificare.
Ma Ferrara mi deve dare un'indicazione, sennò mi perdo nel sottobosco!
A chi pensa esattamente? Non ci lasciasse nel vago come Furio Colombo,
faccio affidamento su ulteriori dettagli o mi viene la solita
orticaria. Com'è sempre solito dire Pierluigigi Battista,
in questi casi: "Fuori i nomi o silenzio!"
(Luigi Castaldi, 27.4.2004)
Le guerre mondiali:
riassunto delle puntate precedenti
1. 'Sti cazzi!
Dalla prima guerra mondiale uscì
sconfitto e dissolto l'impero austro-ungarico. Fu il nazi-fascismo
ad uscire sconfitto e dissolto dalla seconda. La terza guerra
mondiale, la guerra fredda, portò alla sconfitta e alla dissoluzione
dell'impero comunista. A differenza delle prime due, la guerra fredda
fu un conflitto lungo, per molti aspetti sotterraneo, forse meno cruento,
non meno drammatico. Con la caduta e la dissoluzione del comunismo
ci fu chi pensò che il mondo fosse destinato alla "fine della
Storia" (Fukuyama), ad un lungo periodo privo di conflitti: un mondo
globalizzato e democratico. Non vi è mai stata una guerra tra
due potenze democratiche, si diceva, e dunque ecco, si prepara la "Pace
perpetua". 'Sti cazzi!
2.
1928-2001
Chi sosteneva questa ipotesi non aveva
previsto la nuova minaccia alla democrazia: quella del terrorismo
di matrice islamica. Questo ha dichiarato la quarta guerra mondiale
con l'attacco alle Twin Tower, ma è da lungo tempo che
aveva preso di mira i due maggiori bastioni occidentali: l'America,
come maggiore potenza democratica del pianeta, ed Israele, come
sola democrazia nel vasto mondo musulmano. La sua radice è
vecchia quasi un secolo, risale al 1928 con la fondazione dell'Associazione
dei Fratelli Musulmani da parte di Hassan al-Banna. Il primo a capire
la minaccia che esso comportava per il mondo arabo stesso fu il
leader egiziano Nasser che nel 1966 fece impiccare Sayyid Qutb, ideologo
dell'Associazione dei Fratelli Musulmani. Già in quegli anni
e in quelli precedenti era stata teorizzata la lotta armata contro
l'occidente. I terroristi delle nuove generazioni e i kamikaze palestinesi
non fanno altro che leggere e utilizzare il materiale di Hassan al-Banna
e di Sayyid Qutb, opportunamente riciclato ed infarcito di elementi
tecnico-strategici, ecletticamente presi dalla teoria della guerriglia
di matrice comunista. Il credo, invece, ha strabilianti risonanze con
il nazionalsocialismo, e la lingua è delirante e visionaria come
in tutte le teorie palingenetiche.
3. Non storcete il muso
Sarà una guerra mondiale
più estesa della prima, più lunga della seconda, più
cruenta della terza. L'attacco all'occidente, in primo luogo
all'America, che con la caduta del comunismo si candida legittimamente
alla guida del processo di mondializzazione della democrazia,
viene ancora una volta da una potenza ostile alla libertà
dell'individuo. L'attacco è tanto più insidioso, perché
il nemico non si identifica con un'entità statuale. Non sarà
una guerra tra stati e, se vi saranno conflitti tra stati, la guerra
non si risolverà in quei conflitti. Stavolta la guerra,
la quarta guerra mondiale, sarà generalizzata. Si combatterà
ovunque, a più livelli, non necessariamente militari. E sarà
combattuta con armi nuove, nessuna esclusa. Anche l'opzione nucleare,
che durante la guerra fredda ebbe mero senso di deterrenza e che
fin qui pare del tutto impensabile nello scenario della guerra al terrorismo,
dovrà essere presa in considerazione, forse. Non storcete
il muso: si nasce buoni, si può essere costretti ad esser cattivi,
pder qualche tempo.
4. E' già accaduto,
sta accadendo oggi
Come il nazismo e come il comunismo, il
terrorismo di matrice islamica ha un'ideologia totalitaria
e ne trova il modello nell'integralismo religioso. Come l'ultimo
secolo, il nuovo ripropone la sfida tra due modelli antropologici,
prim'ancora che politici. Da un lato, la fede nell'individuo,
nella libertà e nel progresso. Dall'altro, il sogno millenaristico
di masse amorfe e obbedienti. Dopo la Razza e il Comunismo, Allah.
E' già accaduto e sta accadendo
anche oggi. La minaccia portata alla democrazia recluta
frustrazione e disperazione nelle sacche di arretratezza
economica e culturale del pianeta, offrendo un miraggio di riscatto.
Ancora una volta, l'America e l'occidente vengono presentati
come perversi e demoniaci, nemici della Razza, dell'Uguaglianza,
di Allah.
5. I "traditori"
Sta accadendo, è già
accaduto. Alla minaccia mortale scagliata contro l'occidente,
l'occidente non reagisce compatto. Né potrebbe, perché
la democrazia ammette la differenza, addirittura la coltiva.
Anche se a prima vista può sembrare una debolezza di fronte
a sfide micidiali, sembrerebbe che non possa farne a meno.
Anche stavolta in occidente non mancano, dunque, i dubbiosi,
gli scettici, quelli che più o meno oggettivamente potrebbero
essere considerati "traditori"(Coulter), se ponessero eguali
eccezioni e pregiudiziali sull'altro fronte. Per essi è difficile
sposare acriticamente le ragioni dell'occidente, per essi è
addirittura facile trovare un motivo, se non di simpatia, almeno
di comprensione per i nemici della democrazia. Si tratta di coloro
che a Monaco sottovalutarono il pericolo incarnato da Adolf Hitler,
che nel comunismo videro l'illusione del paradiso in terra, che nell'ayatollah
Khomeini videro un esempio di purezza e che a Osama bin Laden riconoscono
lo status di nuovo castigatore degli yankees. Con gradi più
o meno intensi di distinguo, con varia preterintenzionalità di
"tradimento", essi sono sostanzialmente il paradossale fronte interno
della guerra tra democratici e nemici della democrazia.
6. Guerra, guerra, guerra,
se necessario
Alla fin fine si dovrà pur decidere
se chinare il capo una di queste volte, alla perfezione della
Razza Ariana, al Gulag o all'Islam del millenarismo binladeniano.
Oppure se tirare fuori dalla tasca il gessetto, tracciare una
linea, chiedere al mondo chi sta di qua e chi sta di là, fronteggiare
chi sta di là. Guerra, se necessario. Meglio morire che
accettare di vivere in un mondo senza libertà o venire a
patti con i nemici d'essa. E' venuto il momento che la retorica prenda
carne e non sembri più una cosuccia vuota da animelle palpitanti.
Basta palpitare! Si vibri!
(Luigi Castaldi, 26.4.2004)
ORFANI E BASTARDI
Basta col furto della parola liberale: è quello che s'è
detto all'assemblea
del Partito Liberale, tenutasi a Roma giovedì 29 aprile. L'antica
insofferenza a vedere un aggettivo ridotto a tutto e niente ha preso qui
forma politica nel tentativo di togliere a Forza Italia la delega in bianco
che tanti liberali avevano acceso a suo tempo. Dunque, che fare? Riconoscere
l'impossibilità di un partito liberale di massa? Creare una federazione
trasversale? Solo apparentemente urgenze programmatiche e tattiche: in
realtà, le domande di sempre dei liberali italiani. Il nodo dell'atipia
e dell'atopia. In ciascuno dei punti dibattuti il deja vu di un'idea
sempre bastarda e orfana nell'Italia controriformista, fascista e cattocomunista.
Ragioni della delusione e del risentimento, appello a una coerenza sempre
frustrata dal rimandare a domani la rivoluzione liberale. Ma anche il rifiuto
a chiudersi nella riserva ideale. Continueremo a vederla errante l'antica
insofferenza. (L.C., 1.5.2004)
Riceviamo dalla nostra
faina e volentieri pubblichiamo:
Le sinuose curve della politica. Ormai sembra abbastanza
consolidata un'alleanza trasversale tra fautori del ritorno
al proporzionale. I più convinti sono alcune frange di Forza
Italia, Rifondazione, Udeur. I tipeidi sono: AN e DS. I contrari:
Lega, Margherita UdC. Il problema, però, a questo punto
diviene di opportunità politica. Alcuni osservatori fanno notare
al Cavaliere il rischio di cadere nella stessa trappola che, ai tempi,
fu tesa a D'Alema e che rappresentò il capolavoro machiavellico
dell'opposizione di centrodestra al governo dell'Ulivo: la Bicamerale.
Oggi infatti, se si procedesse a una riforma elettorale col concorso
di tutti, il centrtosinistra avrebbe tutto l'interesse ad arrivare
a ridosso delle elezioni del 2006 per poi denunciare il tentativo
berlusconiano di "cambiare le regole a proprio piacimento", ottenendo
un grande effetto negativo sull'opinione pubblica a ridosso della campagna
elettorale. Si procede dunque con cautela verso il referendum nel quale
verrà ricompresa anche la riforma elettorale, se non nella lettera
almeno nello spirito del referendum. Ma qualcuno (l'UdC) ha già
preso le distanze dal referendum confermativo sulle rifome perché
"dividerebbe il paese". Guardacaso, proprio
l'Udc che così male vede il ritorno al proporzionale.
C.F.Kane
MEMORIA: IL NOSTRO
25 APRILE
LA BRIGATA
EBRAICA
La Brigata Ebraica
si formò (settembre 1944) come unità militare ebraica
indipendente dell'esercito britannico, con la sua bandiera
e il suo emblema, in seguito a uno sforzo prolungato da parte della
comunità ebraica nella Terra di Israele e del movimento sionista
estero, per raggiungere il roconoscimento della partecipazione del
popolo ebraico alla guerra contro i nazisti. Composta da 5.000 uomini,
la Brigata operò in Egitto, Italia settentrionale (contribuendo
a liberare gran parte dell'Emilia Romagna dai nazisti)
ed Europa nord- occidentale.
BAHDAD, 22 MARZO
2062
Sono passati ormai quasi sessant'anni
da quando fummo liberati dal dittatore che ci aveva tenuto per
decenni nella paura e nella schiavitù. Furono gli Americani
a liberarci, non dimentichiamolo. Pagarono un alto prezzo di sangue
e ci aiutarono nella ricostruzione di un paese prostrato, pieno
di lacrime e macerie. Alcuni di noi ci misero più di mezzo
secolo per capire quanta gratitudine sia dovuta all'America. Erano
i nostalgici della dittatura, erano quelli che all'arrivo delle forze
alleate nel nostro paese non esitarono a macchiarsi del sangue dei
loro stessi fratelli. Tutto ciò ci è lontano, ormai. Ma
nel festeggiare la ricorrenza della Liberazione non si dimentichi il
debito che la nostra terra deve a chi portò libertà e democrazia.
Salam aleikum!
Baghdad, 22 marzo 2062 - (L.C.)
CLONAZIONE, TOPI
PARTENOGENETICI E OGM
Tutti ricordiamo Dolly, la prima pecora clonata,
buonanima. Tutti sappiamo che si può predeterminare il
sesso dei nascituri. È notizia di oggi ("Corriere della Sera")
che scienziati giapponesi sono riusciti nell'impresa della partenogenesi:
partendo dalle uova di due topoline, farne nascere una terza,
normale e fertile, che però non ha avuto un padre. Neppure sotto
forma di spermatozoo. Che conclusione trarre? A parte l'ipotesi d'un
popolo esclusivamente composto di donne (amazzoni femministe disperate
per mancanza di un nemico!), la conclusione è quella stessa
che persone di buon senso avevano formulato decenni fa: non è
possibile bloccare il progresso delle scienze. Ci ha provato il misoneismo
naturale dell'uomo, e non ce l'ha fatta. Ci ha provato la Chiesa, per
secoli, e più di recente ci provano i Verdi: senza risultato.
S'è inventata infine una nuova disciplina, la bioetica, il cui
scopo sarebbe appunto quello di permettere alla scienza alcune cose e
vietargliene altre: ancora una volta senza risultato. Si può impedire
qui un certo esperimento ma si ottiene soltanto che sia condotto là.
La lotta contro la scienza è facile,
essendo essa contraria alla mentalità emotiva dell'uomo
medio: invece la lotta contro i vantaggi della scienza è
una guerra persa in partenza. Come sarebbe persa la guerra contro
l'egoismo umano. Oggi per esempio qualcuno vorrebbe usare gli embrioni
per guarire certe "poco frequenti" malattie, e si levano alte
le grida indignate. Ma se, malauguratamente, gli embrioni guarissero
il cancro in tutte le sue forme, si vedrebbe il mondo cambiare parere.
Perché i malati di cancro sono molti milioni.
Significa che ogni cosa che riesce a fare
la scienza sia lecita? Certo che no. La chimica ha scoperto
alcuni veleni ma non per questo l'avvelenamento del prossimo
con quei prodotti è diventato lecito. Bisogna tenere ben
distinto il concetto di possibile dal concetto di lecito. Far male
è illecito, avere la mera possibilità di farlo no. E
in ogni caso, tenendo presente che è inutile tentare di frenare
la scienza (cosa che in campo bioetico provano a fare persino gli
Stati Uniti!) non bisognerebbe tanto badare ad evitare certi progressi
o certe scoperte, quanto badare ad evitare che esse diano risultati negativi.
Bisogna vedere se gli Ogm fanno male e, se fanno male, vietarli. Ma vietarli
perché si credono nuovi, mentre poi non lo sono, è misoneismo
puro e semplice. Un atteggiamento da selvaggi dinanzi alle diavolerie
dell'uomo bianco.
S'è detto che gli organismi geneticamente
modificati non sono una novità ed è facile provarlo:
i romani piantavano un grano di frumento e ne ricavavano cinque.
Oggi se ne pianta ancora uno e se ne ricavano 20 o 30. Chi sarebbe
disposto a coltivare frumento col rapporto 1 a 5, perché così
aveva previsto la natura? È vero che quel cambiamento si è
ottenuto prevalentemente per via d'incroci e non d'ingegneria genetica:
ma il risultato è lo stesso.
L'uomo che s‚interessa di storia può
guardare a tutte queste vicende sorridendo e rimpiangendo soltanto
di non poter vivere abbastanza a lungo per vedere come finirà.
Fino ad ora nessuno è riuscito a frenare la scienza, da
quando essa è nata. Giordano Bruno ha detto ai suoi giudici
che tremavano più loro, nell'emettere la sua condanna, che
lui nell'udirla. Dove condurrà la scienza "oltre che ad inviare
navicelle spaziali su Marte e far vivere gli uomini una media di
ottant'anni invece di quarantacinque" nessuno lo sa. Potrebbe anche
distruggere l'intera umanità ma, se questo fosse scritto nel
nostro futuro, non è maledicendo gli scienziati o vietando una
certa ricerca in Portogallo o in Tailandia che l'eviteremo.
Giannipardo@libero.it - 24 aprile 2004
DIMMI CON CHI VAI...
Il presidente Carlo Azeglio Ciampi ha
detto recentemente: ''Noi abbiamo sempre praticato il dialogo
con i paesi arabi, con i paesi islamici che vivono a poca distanza
dall'Italia sulla riva meridionale del Mediterraneo, e vogliamo
che questo dialogo riprenda più forte e sia un dialogo costruttivo
nell'interesse di tutti quanti''.
Se l'auspicio è quello di un
confronto attento e rispettoso, serio e chiaro, tra due
modelli culturali e antropologici che, pur intersecandosi
ripetutamente nel corso dei secoli, sono venuti spesso a realizzare
momenti di drammatica confligenza, esso non può che essere
sottoscritto. Per ciò che di stabilizzante esso produrrebbe
e per ciò che di positivo ha mostrato di poter realizzare
per entrambe le parti, quando fu possibile, oggi non potrebbe che
fare bene, questo dialogo. E non si può che auspicarlo costruttivo,
visto che il processo storico ha fatto maturare posizioni sulla cui
conciliabilità spesso si affacciano ragiobevoli dubbi, oggi
addirittura disperando, talvolta - e della disperazione facendo spesso,
di qua e di là, bandiera.
E' chiaro, però, che questo dialogo
non possa significare mera mediazione politica, per non ridursi
al pericoloso opportunismo della rincorsa alle istanze a breve
termine: sarebbe come costruire sulle sabbie mobili.
Libertà e democrazia sono diventati
un discrimine irrinunciabile per la riva settentrionale del
Mediterraneo e inaugurare una stagione di neo filoarabismo della
politica estera italiana non aiuterebbe a risolvere i problemi
interni, né quelli internazionali. Tutt'altro: darebbe l'impressione
di un Occidente debole a chi per storia e cultura non ha troppo
rispetto per il dialogo e sarebbe fattore di complicazione su uno
scenario già abbastanza complicato di suo.
Dialogare con un mondo arabo che non
intenda fare un solo passo indietro rispetto ad una visione
oltranzista della religione, subalterna della donna e mortificante
dei diritti civili e della rappresentatività politica
sarebbe un'operazione di realpolitik dagli scarsi risultati a breve
termine e dalle pericolose implicazioni a lungo termine. Dialogare
con centrali di terrorismo che dell'Islam hanno fatto una mostruosa
confezione ideologica, snaturando il Libro e riducendolo a Codice,
o con gli intermediari che s'annidano nelle burocrazie feudali degli
stati canaglia, sarebbe inutile, esiziale, nefasto.
Una per tutte, dev'essere
chiara l'impossibilità ad aprire un dialogo con chi non
ha mai rinunciato a considerare Israele indegna di esistere
e l'America regno di Satana. Qualcuno, certo non Ciampi, potrà
forse avere qualche nostalgia dei bei tempi, si fa per dire, in cui
Abu Abbas, Arafat, Tarek Aziz e Ocalan erano accolti a braccia
aperte nel nostro Paese, quasi venisse da ciò la posizione
defilata dell'Italia sullo scacchiere dei conflitti regionali. E'
nostalgia che non tiene conto dei prezzi altissimi che furono pagati,
in termini di vite umane, risorse e credibilità politica internazionale.
Credo che si debba scoraggiare costoro a fraintendere il messaggio
del nostro Presidente della Repubblica. E forse dovrebbe essere
egli stesso a farlo, definendo meglio il suo indirizzo che è
naturalmente ideale ed istituzionale, non politico, conoscendoil suo
grande rispetto per il galateo istituzionale.
Se Ciampi auspicasse un'inversione a
U dell'attuale politica estera italiana, che risaldi i nodi
con i settori più ambigui del mondo mediorentale, non ci
sarebbero margini per quel dialogo che egli auspica: non si può
far torto alla sua intelligenza immaginando questo dietro il suo
messaggio. Se invece, come credo, egli intende un'operosa attività
di intermediazione che non allontani comunque di un solo passo l'Italia
dalle posizioni comuni ad America, Israele e Regno Unito su libertà,
democrazia, diritti civili, lotta al terrorismo e sull'intero patrimonio
di valori occidentali - merito maggiore di un governo Berlusconi
cui pure si può rimproverare qualcosina - a lui vada un sincero
e cordiale plauso.
(Luigi Castaldi, 23.4.2004)
SCHEGGE
"Se gli Arabi avessero messo da parte
le armi, oggi non ci sarebbe più violenza.
Se gli Ebrei avessero messo da parte le armi, oggi non
ci sarebbe più Israele."
Sarkazein
1.
Il sarcasmo è lo strumento preferito dalla
satira. Che essa sia basso artigiano o sfiori l'arte, è
del sarcasmo che si serve sempre. Non farà male ricordarlo,
sarcasmo vien da "sarkazein", cioè strappare la carne a morsi,
come fanno i carnivori della famiglia dei Canidi: cani, iene, volpi,
sciacalli, cojoti, ecc. Sia nelle sue forme fulgide, sia in quelle miserabili,
la satira morde, strappa a brani, lascia il segno delle fauci del cane,
e del cinico. Raramente lascia i segni del morso felino che, dal micione
castrato alla tigre del Bengala, ha una presa frontale, tutta incisivi
e canini. Il morso della satira ha una presa laterale. Stringe, pesta,
tira e lacera in un'unico arco, con una presa di molari e premolari. E
del morso del Canide reca l'impronta, sia che si esprima in un rigo, addirittura
in due parole o in una vignetta, sia che mastichi e rimastichi carne in
un corsivo, in un monologo, in un pamphlet.
2.
Attraversa un periodo fortunato, la satira. Canidi
dappertutto, ma, a differenza di quei mammiferi, non in branco.
Solitario il bastardino Diaco, e solitario il volpino Boncompagni.
Solitaria la iena di Barenghi, Vincino il cojote, quello sciacallo
di Vauro. Solitario Grillo, dingo tutto croste, solitario Forattini,
l'alano. Splendida solitudine, quella del Feltrino, una vera volpe
argentata. Solo qualche cagna della satira nostrana vive in branchi
di tre o quattro esemplari che le scrivono i testi che poi lei latra.
Al femminile, la satira è raramente solitaria: fa eccezione
Franca Valeri, mammifero in tutto eccezionale, tutt'un'altra razza.
Perché ha tanta fortuna la satira, oggi? Domanda posta male,
perché ne ha sempre avuta. Piuttosto: perché oggi mostra
così chiaramente quel suo strumento, il sarcasmo? Domanda posta
male, anche questa, forse. Quando mai la satira non è stata
strappare carne a brani? Piuttosto: perchè oggi è così
evidente l'impronta del Canide? Riesco a trovare una risposta solo partendo
da un assunto psicanalitico e rapportandolo alla crisi del "periodo di
mezzo" in cui ci troviamo a vivere. Col rischio di semplificare fino alla
volgarizzazione: il sarcasmo è reazione alla depressione; chi fa
satira è sostanzialmente un depresso; e ragioni, oserei dire spunti,
ne trova a bizeffe in un "periodo di mezzo". Sempre semplificando, Dio
e l'Accademia mi perdonino: la depressione è narcisismo ferito.
Nulla ferisce di più il narcisista che la perdita delle certezze,
promanazioni delle verità interne, indiscutibili se non a prezzo
della disobbedienza al super-Io: le energie che il narcisista investe
totalmente su se stesso sono violentemente distolte verso oggetti esterni,
e la cosa assume il registro della minaccia, della perdita, della sottrazione,
come è tipico dei "periodi di mezzo", dei medioevi.
3.
"La satira differisce dal sarcasmo per almeno
due aspetti: il primo, quello satirico è un attacco camuffato,
nascosto dietro una facciata d'arguzia. (...) Secondo, con l'atteggiamento
satirico il soggetto dà molto più l'impressione di essere
indipendente nei confronti dell'oggetto della satira stessa"
(Joseph W. Slap, "On Sarcasm", 1966). Coincidenza di strumento e scopo
sublimativo. Ecco il fascino del cinico. (L.C., 23.4.2004)
"CAPPERI" INTERVISTA CAPEZZONE
<<le
decisioni assunte dal Partito ci hanno visti concordi... Sartori
è Oriana Fallaci... gli
elogi mi procurano solo guai....
andarsene dell'Iraq è
atto vile, cinico e irresponsabile... sto
scrivendo un libro:“Euroghost
- Un fantasma s’aggira per l’Europa: l’Europa”... basta
fare il contrario di quello che fa Pannella, e si azzecca
senz’altro>>
Clicca qui
per il testo completo dell'intervista.
SCRIPTA VOLANT, L'ARCHIVIO DI ALESSANDRO
''LEGALITA' ONU A LUSTRI ALTERNI : QUANDO D'ALEMA
ERA... PIU' ATLANTICO, DICIAMO - 22 APRILE 1999''
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Riceviamo dalla nostra faina
e volentieri pubblichiamo:
Parrà strano ma ancora oggi non è
ben chiaro chi siano i candidati del Triciclo alle Europee.
A parte la melandrina che è ben contenta di rivestire
incarichi internazionali dove conta più la presenza che
l'approfondimento di noiosi argomenti e a parte D'Alema che il
fascino dell'estero lo ha sempre subito moltissimo, gli altri nomi
non sono così certi. Per un Vattimo che entra in quota Pdci
c'è un Giovanni Berlinguer che recalcitra per essere candidato,
per un Folena che ambirebbe c'è un Mussi che teme di essere
emarginato.
Il problema dei manifesti menagramo "Arrivi
a fine mese ?" non è nato per caso: i ben informati sanno
che la polemica sui manifesti è nata nell'Ulivo e fatta filtrare
sui giornali di destra ad arte. Non per niente i primi a parlarne
sono stati proprio Il Secolo d'Italia e Libero. E' quindi da cercare
in una firma comune dei due quotidiani in questione colui che ha raccolto
le lamentele interne di chi, nell'Ulivo, non condivide affatto l'attuale
gestione della campagna elettorale.
C.F.Kane
Massima del giorno:
È la nostra paura che rende coraggioso
il nemico.
G.P.
MOLLICHINE
Continuano i rapimenti in Iraq. Ne saranno
rapiti i pacifisti.
Fassino: "La crisi irachena si risolve con
una svolta radicale". E tanto peggio per la strada, se dovesse
essere diritta.
Calderoli: "La Lega si presenterà
da sola con propri candidati in tutti i comuni e le province".
Si annuncia un grande successo a Niscemi (Caltanissetta).
Al Qaida propone una tregua all'Europa,
ma non a Israele e Usa. Quei due paesi infatti conta di batterli
militarmente.
Chirac: "Il ritiro da Gaza deve essere deciso
insieme all‚Anp". Ma chi glielo va a dire a Sharon?
Processo Sme, il presidente Castellano non
si astiene: respinta la richiesta della Cir e del pm Boccassini,
Non c'è più religione. Da un lato quelli dubitano del
giudice, dall'altro quel giudice non obbedisce. Non c'è
più la Procura di Milano d'una volta.
Khatami: "Gli Stati Uniti sono responsabili
della spirale di violenza in Iraq", che prima era un paese
pacifico e rispettoso dei suoi cittadini.
Prodi si dice "sulla stessa linea di Zapatero"
ma ritiene "inutile" il ritiro delle truppe. Un pensiero limpido.
Come di chi dicesse: bisogna fare un'omelette ma senza rompere
uova.
Un gruppo di contadini della Serbia ha buttato
nella spazzatura un missile inesploso. Erano 5 anni che aspettavano
gli artificieri. Ora aspettano il camion della nettezza urbana.
Auguri.
Gianni Pardo
ZAPATERO
Zapatero ha deciso che i soldati
spagnoli si ritireranno dall'Iraq anche prima della fine
di giugno. Immediatamente, anzi. La ragione ufficiale di
questa fretta è che non si delinea un efficace intervento
dell'ONU, sicché è inutile attendere oltre. Quella
sostanziale è che Zapatero ritiene di essere stato eletto
per avere fatto campagna elettorale contro l'intervento di peace
keeping in Iraq e vuole fare contento il suo elettorato. Il grande
problema però è: un capo di governo deve sì
o no seguire le indicazioni del suo popolo?
La prima risposta che viene naturale
è quella affermativa. Il popolo chiede una cosa; un
politico la promette per essere eletto; una volta eletto
è giusto che la dia. Sembra un sillogismo. E non è.
Il popolo è uno strano padrone che vuole essere obbedito
e tuttavia, se dall'obbedienza ai suoi voleri gli viene un
danno, rimprovera aspramente chi gli ha obbedito.
L'esempio più famoso è
il patto di Monaco del 29-30 settembre 1938. Hitler si
mostrava molto aggressivo e sosteneva che la regione dei
Sudeti, popolazione di lingua tedesca inclusa nei confini della
Cecoslovacchia, dovesse essere annessa al Reich. L'Europa temeva
scoppiasse una guerra e poiché tutti invocavano la pace si
credette d'aver fatto un capolavoro quando Chamberlain e Daladier,
cedendo alle pressioni di Hitler e Mussolini, decisero pro bono pacis
di cedere alla richiesta della Germania. Si trattava di comperare
la pace a spese dell'incolpevole ed inerme Repubblica Cecoslovacca,
amputandola d'una parte del suo territorio, ma la cosa fu applaudita
da tutti. La guerra era stata evitata.
O così si credeva. Perché
infatti, dopo avere annesso i Sudeti, Hitler pensò bene
d'invadere l'intera Cecoslovacchia. I paesi occidentali, che
non si erano armati per la guerra, non reagirono. Se il drago
si fosse saziato con quell'infelice paese, pensarono ancora una
volta vigliaccamente, avrebbero salvato la pace. Ma Hitler, nel
settembre del 1939, un anno esatto dopo il patto di Monaco, invase
la Polonia. Solo allora Francia ed Inghilterra, spinte non dall'onore
(che per onore sarebbero dovute intervenire ben prima), ma dalla
preoccupazione, decisero di non "volgere un occhio cieco", come si
dice in inglese, a ciò che succedeva ad est della Germania e
le dichiararono guerra. Purtroppo, la Francia era pressoché disarmata:
e si vide nel 1940. Quanto all'Inghilterra, si salvò per l'esistenza
della Manica e di una flotta imperiale costruita prima e per altri
fini che non la guerra ad Hitler. Negli anni '40 il mondo non è
caduto ai piedi di Hitler prima perché l'Inghilterra è un'isola,
poi per l'immenso valore guerriero del popolo inglese e del suo Commonwealth.
Tuttavia rimane vero che, nel 1938, Chamberlain e Daladier sono stati
molto applauditi. Come oggi Zapatero in Spagna. Ma nella storia "lo spirito
di Monaco" ha connotazioni di miopia, vigliaccheria ed inutile disonore.
Diversamente si è comportato
De Gaulle. Chiamato di nuovo al potere dal coro di coloro
che gridavano "Algérie française!" liquidò
quei dipartimenti d'oltremare (cioè, salvo errori, non
colonie, ma parte del territorio metropolitano francese!), convinto
com'era che l'Algeria avrebbe rappresentato per la Francia solo
un peso ed un problema insolubile. A costo d'accogliere centinaia
di migliaia di coloni rapinati di tutto, a costo di scontentare
il suo elettorato, a rischio d'una guerra civile (non dimentichiamo
l'Oas e il Putsch dei militari), De Gaulle tirò dritto e la storia
e la Francia gli hanno dato ragione. Oggi l'Algeria è quasi ingovernabile
anche per il governo militare locale, che nella repressione non
è che vada tanto per il sottile. Se la Francia facesse ciò
che fa Bouteflika sarebbe impiccata in effigie.
Ecco il quadro. Daladier applaudito,
De Gaulle fischiato e perfino vittima dell'attentato
del Petit Clamart. Ma la Francia pronuncia oggi con disprezzo
il nome del primo e con venerazione il nome del secondo.
Zapatero sta dunque facendo la
cosa giusta? Non basta che il popolo l'applauda. Se ama
la Spagna, e se tiene al giudizio della storia, di quell'applauso
dovrebbe disinteressarsi.
Certo, Daladier avrà magari
agito in buona fede. Ma il popolo richiede ai propri
governanti di vedere più lontano dei giornali e della
piazza. In che modo, poco importa. Napoleone non voleva soltanto
grandi generali, li voleva anche fortunati. E anche il popolo,
come Napoleone, giudica solo dai risultati.
Saranno i risultati a dare torto o ragione a Zapatero. Tuttavia
è triste che si possa oggi giudicare vile un popolo che
dell'audacia del torero ha fatto un simbolo azionale.
Giannipardo@libero.it -
19 aprile 2004
<<ISRAELE HA DIRITTO
DI DIFENDERSI>>
Repubblicani
e democratici statunitensi fanno quadrato intorno al
premier israeliano Ariel Sharon all'indomani dell'uccisione
di Abdel Aziz Rantissi, capo del Movimento di resistenza
islamica, condannata invece con forza dall'Unione europea e
dal segretario generale dell'Onu, Kofi Annan. Dopo il presidente
George W. Bush (la Casa Bianca non ha criticato l’assassinio dicendo
che «Israele ha il diritto di difendersi»), anche
il candidato democratico alle elezioni di novembre, John Kerry,
ha commentato l'uccisione del capo di Hamas ribadendo che «Israele
ha tutto i diritti di questo mondo di rispondere a qualsiasi attacco
terroristico». In un'intervista alle rete televisiva
Nbc, Kerry ha affermato: «Hamas è un'organizzazione
terroristica e brutale. Ha avuto anni di tempo per riflettere se
partecipare al processo di pace. Ma si rifiuta. Personalmente
appoggio gli sforzi di Israele di separarsi dai territori e di proteggersi.
Quando Hamas dicesse: “Abbiamo rinunciato alla violenza e siamo
pronti a negoziare”, sono assolutamente certo che troverebbe
Israele ansioso di avviare il negoziato».
METEO4
Pace
fatta tra Eleonora
Pedron ed Emilio Fede. Ritorna in video l'ex miss
Italia ... speriamo ritorni anche la bella stagione.
Il compagno Zapatero
Grande, grande, grande
- il compagno Zapatero - sta lì al governo, perché
quel popolo che sulle guide turistiche passa per orgoglioso,
fiero, coraggioso, pien di generoso ardore, pugnace fino
al donchisciottismo, altero, forte, che mette l'onore dinnanzi
a tutto, figlio di mille eroi - beh, quel popolo lì,
ci siamo intesi - sta lì, perché gli spagnoli volevano
la Spagna fuori dal pantano dell'Iraq, cosuccia noiosa, mica
le corna d'un vaccone drogato a Pamplona - volevano, gli spagnoli,
che non s'andasse a sfruculiare l'Islam, oibò, non
tanto per le ritorsioni, ché quelle uno se le scrolla come
picadillas - no, non per quelle - che c'entrano le bombe di Madrid?
- no, mica stava al governo por toda la fifa de un pueblo unido,
disposto a esser vencido - no! - stava lì perché era
simpatico di suo, col suo irresistibile sorriso, ed il QI di gran
lunga più alto d'un intero pollaio - ed ora eccolo che si supera,
anticipa gli eventi, presume che l'Onu sia loffia - e ci ha ragione,
è quadratura di pelota! - che fa? aspetta giugno? traccheggia?
se ne fotte? macché! - il grande, grande, grande compagno
Zapatero, orgoglioso, fiero, coraggioso, pien di generoso ardore,
pugnace fino al donchisciottismo, altero, forte, che mette
l'onore dinnanzi a tutto, figlio di mille eroi - e soprattutto
gran figo, roba eccitante, che tutte le signore pacifiste lasciano
un'argentea striscia, come di lumaca, all'apparire - si strappa
dalla faccia la maschera di attor leggero e grida a tutta la mercenaria
melma d'Occidente: "Ora vi mostro come se la cava uno spagnolo!"
(LC, 19-04-2004)
RANTISI, chi pianifica
la morte deve sapere che forse sta pianificando anche la
propria.
L’eliminazione del nuovo capo di Hamas,
Rantisi, induce a considerazioni politiche, giuridiche, morali
e perfino psicologiche.
Normalmente, il capo di un’organizzazione
terroristica deve essere eliminato o posto in condizione
di non nuocere dallo Stato cui appartiene. Come ha fatto l’Italia
con le Brigate Rosse. Tutto si complica quando l’attività
delittuosa è rivolta non all’interno del Paese, ma all’esterno.
Perché può avvenire che l’attività criminosa sia
tollerata se non addirittura incoraggiata dal Paese di appartenenza.
Si pensi alla pirateria nel Mediterraneo da parte di alcuni stati
rivieraschi, molto tempo fa, o alla coltivazione del papavero da oppio
in Afghanistan o in Ameria Latina. In questi casi, mentre di solito l’intervento
negli affari interni di un altro Paese è visto come “illecito”
(checché questo significhi in politica internazionale), avviene
che i terzi reagiscano duramente, magari andando a cercare ed eliminare
i colpevoli in qualunque santuario. È il caso della Francia
con l’Algeria, intorno al 1830, e degli Stati Uniti, recentemente,
con l’Afghanistan.
Nel caso d‚Israele e dei terroristi palestinesi
il problema politico non è costituito dall’esistenza
di nuclei terroristici: infatti nessun governo può garantire
per tutti i propri cittadini e nessuno pretende questo dall’Anp.
Ma se un governo non fa nulla contro i propri terroristi e i
loro capi, e se tutti costoro attaccano un vicino, che cosa potrà
fare l’aggredito?
I casi sono tre. Se è debole, non
gli rimarrà che subire. Se è forte, potrà
invadere il paese confinante. Se infine, per qualche ragione,
non trova conveniente invaderlo e applicarvi capillarmente la
propria legge, può scegliere di ripagare i terroristi con la
loro stessa moneta. Israele, dopo un attentato palestinese che ha
provocato, poniamo, dodici morti, potrebbe sganciare una bomba
su un mercato di Gaza o di Jenin e provocarne centoventi. Questo spiegherebbe
con estrema chiarezza che colpire degli innocenti è certo
facile, ma non bello. E non privo di conseguenze. Tuttavia Israele
è una democrazia e deve rispondere ai suoi elettori: quel bombardamento
è dunque politicamente impossibile. Se però l’opinione
pubblica è favorevole all’eliminazione mirata di coloro che il
terrorismo organizzano, finanziano e infine glorificano in televisione,
tutto si riduce ad un problema tecnico: ammazzare il capo terrorista
col minimo di danni collaterali.
Politicamente la sintesi è facile:
l’Anp non combatte il terrorismo, convinta com’è che
esso le fornisca armi negoziali; Israele ha deciso di farsi
giustizia da sé, nei limiti consentiti dalla sua opinione
pubblica.
Dal punto di vista morale, invece, in
Europa e nel mondo, molta gente tende ad essere indignata.
Non ha sofferto il terrorismo sulla propria carne e può
permettersi i bei sentimenti: prova orrore dinanzi all’assassinio
di Stato e dimentica che la carcerazione è un sequestro di
persona di Stato; così come la pena capitale è un omicidio
di Stato. Lo Stato non abroga il diritto alla vendetta, solo ne riserva
a se stesso l’esecuzione, per essere certo che essa non travalichi
i limiti. Si parla di “legge del taglione” proprio perché la
vendetta è sentita come conforme alla legge.
Inoltre Israele non ha la scelta tra arrestare
Rantisi o ucciderlo, visto che per arrestarlo dovrebbe affrontare
una battaglia con danni collaterali molto maggiori. Per questo,
l’ultima volta che Rantisi, appena nominato capo di Hamas si è
mostrato in pubblico è stato in mezzo ad una folla di civili, di
cui in sostanza si è fatto scudo.
Israele - dinanzi all’inerzia interessata
di Arafat - ha soltanto la scelta fra l’impunità per
chi organizza i massacri di ebrei e questo genere di reazione.
C’è infine il risvolto psicologico.
In tutti gli eserciti i generali sono in genere persone anziane
che da giovani, hanno combattuto ed hanno conosciuto l’orrore
mortale della guerra. Ma questo è avvenuto molti anni prima.
Loro personalmente sono sopravvissuti e oggi guardano ai rischi
e alla morte dei giovani combattenti con l’indifferenza di chi
dice: mi dispiace, io la mia guerra l’ho fatta, ora tocca a loro.
C’è dunque un distacco, tra combattere e dare ordini in battaglia:
lo stesso sottolineato dal vecchio proverbio per cui un conto è
parlar di morte, un conto è morire. Basti pensare a Hitler che
dai tedeschi (tutti) pretendeva il sacrificio della vita e lui personalmente
se ne stava sotto metri e metri di cemento armato.
Gli omicidi mirati di Israele interrompono
questa tradizione ed impongono a chi pianifica la morte di
sapere che forse sta pianificando anche la propria. È
lecito sperare che questo possa costituire una spinta verso la pace.
- Giannipardo@libero.it
18 aprile 2004
RANTISI: POST SCRIPTA
L'intenzione dei capi di Hamas di tenere
segreto il nome del capo che subentrerà a Rantisi può
costituire un autogol. Il nome sarà segreto per chi non
gli farebbe mai del male (l'Europa, per esempio) e non sarà
ignoto ad Israele, che ha i suoi infiltrati nei Territori. Israele
avrà anzi un vantaggio in più: se l'uomo non sarà
noto, la sua uccisione non avrà un grande effetto mediatico.
E dunque sarà ancora più facile. Soprattutto se i maggiorenti
di Hamas negassero che è stato ucciso il nuovo capo. Mentre
non mancherà l'effetto deterrente su di loro stessi.
La minaccia di cento attentati per vendicare
Rantisi avrebbe un senso se i terroristi fino ad ora si fossero
astenuti dal fare qualcosa contro Israele. Invece non si sono
fermati neanche dinanzi al massacro di decine d'innocenti che
vanno al lavoro, al fatto di utilizzare come kamikaze donne incinte,
ragazzini di undici anni inconsapevoli e via dicendo. Per chi ha
detto "cercheremo di uccidervi tutti, in ogni modo" non c'è
modo di aggravare la minaccia. Quella della piazza ai funerali di Rantisi
è rabbia impotente.
La disapprovazione internazionale, per l'assassinio
di Rantisi, è in linea con quanto si diceva. I capi di governo
amerebbero che la violenza si fermasse sempre, dinanzi alla
loro porta. Ma dimenticano quanto Machiavelli ammirava "il modo
tenuto dal duca Valentino..."
Gianni Pardo
DOCUMENTI ONU: RISOLUZIONE
1511
<<Il Consiglio di Sicurezza. confermando
le precedenti risoluzioni adottate sull'Iraq....>>
clicca qui
per il testo completo della risoluzione.
<<Confidano
nella nostra debolezza, proprio nella stessa misura in cui
confidano nel loro fanatismo religioso>>,
pubblichiamo l'articolo scritto da Tony Blair per “The Observer”,
tradotto e pubblicato da “La Repubblica” del 13-4-2004 (articolo
non in rete).
<<In Iraq siamo impegnati in uno scontro epocale. Dal
suo esito dipende molto più del destino del popolo iracheno. Se
dovessimo fallire - cosa che non accadrà - a essere sconfitto sarebbe
molto più dell´«autorità americana». Si
affievolirebbe in Iraq la speranza della libertà e della tolleranza
religiosa. I dittatori esulterebbero, i fanatici e i terroristi
sarebbero euforici.
Qualsiasi traccia nascente di un´opinione
araba moderata - che sa bene che il futuro non dovrà
appartenere al fondamentalismo religioso - farebbe dietrofront.
Se invece avremo successo - se l´Iraq diverrà uno
Stato sovrano, governato democraticamente dal popolo iracheno;
se saranno irachene le ricchezze che in nuce ne fanno un paese
ricco; se il petrolio sarà il loro petrolio; se lo stato
di polizia sarà sostituito dalla sovranità della
legge e dal rispetto dei diritti umani - immaginate che colpo
per la velenosa propaganda degli estremisti. Immaginate la spinta
verso il cambiamento che si innescherebbe in Medio Oriente. In
ogni paese, compreso il nostro, i fanatici predicano il loro verbo
di odio, basando il loro dogma su un´aberrazione consapevole
dell´autentica religione dell´Islam. Il terrorismo
approfitta dei dissidi etnici o religiosi.
Dal Kashmir alla Cecenia, alla Palestina
e Israele, i terroristi fomentano l´odio, intralciano
ogni riconciliazione. In Europa hanno perpetrato il massacro
di Madrid. Hanno minacciato la Francia. In Inghilterra i loro
piani per ora sono stati sventati.
Come è ovvio, i terroristi
sfruttano l´Iraq: per loro è di vitale importanza.
Poiché qualsiasi attacco influisce sul tentativo americano
di riportare l´ordine, loro lo dipingono come una brutalità
commessa dall´America. I terroristi sanno che si tratta
di una guerra epocale. Sanno che la loro vittoria significherebbe
qualcosa di più che sconfiggere l´America o la
Gran Bretagna. Sanno che la loro vittoria annienterebbe
la civiltà, la democrazia, ovunque.
Loro lo sanno. E noi? La verità
è che di fronte a questo scontro, dal quale dipende
il nostro stesso futuro, una parte considerevole dell´opinione
pubblica occidentale se ne tiene distante, se addirittura non
arriva quasi a sperare che si fallisca, intrisa di gioia maligna
per le difficoltà che andiamo incontrando. Ma allora,
qual è esattamente la natura della battaglia che si combatte
in Iraq? Questa non è una «guerra civile», sebbene
lo scopo del terrorismo sia senza dubbio quello di farne scoppiare
una. L´attuale rigurgito di violenza non si è esteso a
tutto l´Iraq: molta parte di esso non ne è toccato e
gran parte degli iracheni la condanna.
I rivoltosi sono ex simpatizzanti
di Saddam Hussein, furenti che il loro status di "boss" sia
stato revocato; sono gruppi di terroristi legati ad Al Qaeda,
e, più recentemente, seguaci del religioso sciita Moqtada
al-Sadr. Quest´ultimo non è un rappresentante della
maggioranza dell´opinione sciita. È un fondamentalista,
un predicatore di violenza. È ricercato per l´assassinio
di un moderato religioso di più alto grado di lui, l´Ayatollah
al-Khoei, avvenuto l´anno scorso. Il giudice iracheno
che ha spiccato il mandato di cattura nei suoi confronti è
l´esempio di quanto orribilmente di parte sia diventata
una fetta del giornalismo occidentale. Liquidato come "lacché
dell´America", il giudice è sopravvissuto a tentativi
di omicidio e a forti intimidazioni, ma ha affrontato tutto per
portare avanti il processo legale e ha insistito per emettere l´ordine
di cattura, sebbene così facendo abbia corso il rischio
di minacce alla sua vita. Ed eccoci al punto. Da un lato, al di là
dei terroristi, vi sono un estremista (che si è creato una
milizia personale), assieme a ciò che resta di una dittatura
brutale. Dall´altro lato vi sono persone di enorme coraggio
e umanità, che hanno l´ardire di credere che
i diritti umani di base e la libertà non siano alieni del
tutto alla cultura araba e mediorientale, ma ne siano la salvezza.
In Occidente la gente si chiede:
perché i portavoce del nuovo Iraq non fanno sentire
la loro voce? Perché i religiosi sciiti non denunciano
Sadr? So perché chiedono queste cose. Ma la risposta
è semplice: sono preoccupati. Si ricordano del 1991,
quando l´Occidente li abbandonò al loro destino. Conoscono
la loro terra, non usa al dibattito democratico, pullulante
di voci, e ne conoscono la volubilità. Leggono i giornali
occidentali, ascoltano i nostri mezzi di comunicazione. E si
chiedono, tanto quanto fanno i terroristi: avremo lo stomaco di
andare fino in fondo?
Io credo di sì. Il resto del
mondo deve sperare nella nostra riuscita. Nulla di tutto
ciò equivale a dire che non dobbiamo imparare e ascoltare.
C´è un´agenda che potrebbe unire la maggioranza
del mondo. Si tratta di perseguire il terrorismo e gli stati
canaglia da una parte e di porre rimedio alle cause da cui essi
germogliano dall´altra: la questione palestinese, la povertà
e lo sviluppo, la democrazia in Medio Oriente, il dialogo tra le
religioni. Sono giunto a credere fermamente che l´ultima
e la sola protezione risieda nei nostri valori. Quanto più
i popoli sono liberi, tanto più sono tolleranti nei confronti
degli altri. Quanto più sono floridi, tanto meno saranno disposti
a scialacquare le loro ricchezze per vane lotte tribali o guerre.
La minaccia più grave che incombe su di
noi, a parte quella più immediata del terrorismo, è
la nostra compiacenza. Quando taluni ascrivono, come di fatto fanno,
l´acuirsi della violenza dell´estremismo islamico
alla situazione in Iraq, dimenticano davvero chi ha ucciso chi l´11
settembre 2001? Quando ci esortano a riportare a casa le nostre
truppe, davvero ritengono che ciò possa placare la sete di
questi estremisti, senza contare ciò che questo comporterebbe
per gli iracheni? O forse credono che, se noi disdegnassimo i nostri
alleati americani, e dicessimo loro di andare a combattere da soli,
qualcuno potrebbe scampare il pericolo? Se noi ci ritirassimo dall´Iraq
ci direbbero di ritirarci dall´Afghanistan, e dopo di ciò,
di ritirarci dal Medio Oriente nel suo complesso e poi, chissà?
Una cosa però è certa: loro confidano nella nostra
debolezza, proprio nella stessa misura in cui confidano nel loro
fanatismo religioso. Quanto più deboli saremo, tanto più
loro ci daranno addosso. (...)>>
PARRUCCHIERE
Mercoledì
sera a “Otto e Mezzo”, dibattito sull’Iraq tra Ernesto
Galli della Loggia (in prosieguo: GDL), reduce
da un editoriale sul Corriere in cui sembrerebbe aver fatto una
mezza autocritica sul suo appoggio alla guerra, Emma Bonino
(in prosieguo: EB), reduce da una visita in Iraq,
e Giuseppe Caldarola (in prosieguo: totalmente tralasciato,
data l’assoluta insignificanza), reduce da uno squillo di tromba
pro-ritirata senza manco attendere lo scadere dell’ultimatum
zapateriano.
EB: “In Iraq se c’è
un soggetto veramente impopolare è proprio l’ONU”;
“Nessuno di quelli che ho incontrato in Iraq vuole che
ce ne andiamo”.
GDL: “in effetti
è vero, l’ONU in Iraq oggi non cambierebbe assolutamente
niente, potrebbe servire solo a soddisfare il solipsismo degli
oppositori degli USA”
EB: “In fondo è
passato solo un anno. Nella Germania del dopoguerra per
passare dalla liberazione alla democrazia ci vollero quattro
anni, in Italia pure, in Bosnia non abbiamo ancora finito…”
“Oggi in Iraq non c’è una insurrezione popolare contro
gli USA; c’è piuttosto un conflitto molto forte all’interno
della grande famiglia sciita, volto ad acquisire una buona posizione
negoziale in vista del ‘passaggio di consegne’ del 30 giugno, in
modo da prepararsi una rendita col futuro nuovo governo”
GDL: “Vorrei precisare:
io penso che la guerra comunque abbia avuto un senso: un
senso democratico. La debolezza degli USA, che ora si ritrovano
tra le mani una situazione ai limiti della ingestibilità,
è una contraddizione della democrazia, non dell’imperialismo”.
MIA MOGLIE: “Secondo me la Bonino
e Galli della Loggia vanno dallo stesso parrucchiere”.
Può darsi.
(ale tap., 16.4.04)
Riceviamo dalla nostra
faina e volentieri pubblichiamo:
Sembrerà paradossale
ma negli ambienti di vertice sia del centrodestra che
del centrosinistra non si respira un'aria realmente "elettorale".
A destra sono in molti (tranne la Lega), infatti, a sperare
che le Europee vadano il peggio possibile per alcuni motivi strategici:
una "mezza" sconfitta non risolverebbe alcuni problemi interni
che invece vanno risolti, un risultato molto negativo scuoterebbe
gli animi di coloro che si sono adagiati e, soprattutto, chiarirebbe
le idee ai pochi maggioritaristi rimasti ancora agguerritamente
in sella. A sinistra i motivi sono altri: il Triciclo sa di vincere
ma "prodizzandosi" troppo si correrebbe il rischio di indebolire
le prime elezioni veramente importanti, le regionali del 2005, dove
Prodi conterà poco e gli apparati dei DS molto. Inoltre risultati
troppo eclatanti creerebbero ulteriori fratture tra la sinistra
triciclista e quella girotondina, cosa che ora va francamente evitato.
Tutti hanno quindi interesse a parlare di altro e a volare alto. A
meno che le cose dovessere non andare come dicono i sondaggi...
C.F.Kane
LA CORDA SPEZZATA
Sharon è
stato ricevuto da Bush il quale ha plaudito al ritiro dalla
Striscia di Gaza (senza concordarne le condizioni con l’ANP);
ha accettato che gli israeliani mantengano alcune colonie
in Cisgiordania; ha approvato la costruzione della barriera fra
Israele e Cisgiordania, all’unica condizione che serva alla difesa
e non prefiguri una futura frontiera; ha infine affermato che
il ritorno dei profughi palestinesi è fuori questione. Il
loro posto è nel futuro Stato palestinese.
Ovviamente i palestinesi protestano
a gran voce. Un loro ministro ha detto: “È come
se qualcuno offrisse una parte del Texas alla Cina”. Nessuno
può concedere territori che non sono suoi e gli unici
autorizzati a parlare in nome dei palestinesi sono i palestinesi
stessi.
Questi i fatti. L’atteggiamento
di Bush può essere approvato o disapprovato, ma da
esso si possono dedurre parecchie cose.
Premettiamo che da decenni i
palestinesi hanno parlato dei loro “diritti legittimi”
e hanno ottenuto dalla comunità islamica (salvo errori,
durante una conferenza in Marocco) che il legittimo rappresentante
dei palestinesi fosse l’Anp e dunque Arafat, e non la Giordania,
sotto la cui sovranità ricadeva prima la West Bank. Arafat e
i suoi accoliti da allora hanno sempre agito e parlato come se
tenessero il coltello dalla parte del manico. Si sono sempre dimostrati
intrattabili, alzando costantemente la posta, al costo di scatenare
guerre che poi hanno regolarmente perduto. In questo sono stati incoraggiati
dall’Onu che ha adottato una miriade di risoluzioni contro Israele,
a volte così violente e ingiuste da essere annullate dal veto
statunitense. In totale, sono finiti in un vicolo cieco.
Se, già anni fa, si fossero
rassegnati a negoziare con Israele avrebbero potuto ottenere
qualcosa. Ad Israele essi infatti possono offrire la pace
e un bacino di forza lavoro a basso costo. In questo sono addirittura
fortunati. All’Italia, che non aveva nulla da offrire, alla
fine della Seconda Guerra Mondiale gli Alleati imposero solo
la resa incondizionata. In Palestina si è invece verificato
l’esatto opposto: il vincitore è sempre stato pronto al
negoziato e il vinto s’è sempre rifiutato o ha posto condizioni
sicuramente inaccettabili.
La spiegazione di tutto questo
fatto è che i palestinesi, a parte la frustrazione
e lo smisurato orgoglio di tutti gli arabi -a causa dei
quali in via di compensazione essi hanno la tendenza a mostrarsi
rigidi ed arroganti - sono stati le vittime delle loro illusioni.
Non solo le etnie poco acculturate hanno uno scarso senso della
realtà e sono tendenti al sogno, ma nei loro errori i palestinesi
sono stati incoraggiati da tutti. I paesi arabi si sono sempre
proclamati pronti a dare una mano (armata) per buttare a mare gli
ebrei: mentre di fatto, dopo le batoste del ‘58, del ‘56, del ‘67
e del ‘73 sono stati disposti ad offrire solo parole. La stessa cosa
bisogna dire dell’Onu. Quell’assemblea parolaia, quand’anche si esprimesse
all’unanimità, non ha nessun potere, da sola. E questo lo
sanno tutti, anche se tutti fanno finta di non saperlo. Lo stesso
vale per la barriera, per i profughi e ogni altro contenzioso.
I palestinesi hanno usato ed
usano, con l’Intifada, l’arma del terrore. Ma anche questo
è un errore. Da un lato, perfezionando le sue difese,
Israele ha reso sporadici gli attacchi molto sanguinosi, dall’altro,
mentre un paese coloniale può lasciare un territorio
che gli provoca problemi, gli israeliani non hanno dove andare.
Dunque il terrorismo non li farà certo sloggiare.
Quella fra palestinesi
ed israeliani è una partita ineguale. I primi hanno
solo scartine, in mano, i secondi tutte le briscole: sono
i più forti dal punto di vista economico, dal punto di
vista militare e dal punto di vista delle alleanze che contano.
Bush, con le sue ultime dichiarazioni, ha solo messo le carte
in tavola.
La realtà è che
i palestinesi non hanno affatto “diritti legittimi”.
I diritti nascono dalle leggi e tali leggi non esistono in
campo internazionale. La “legalità internazionale” è
una leggenda. Fra gli Stati, se si arriva allo scontro, l’unica
legge che conta è quella del vincitore. Il codice in questo
caso contiene un solo articolo: il vincitore ha tutti i diritti
ed il perdente non ne ha più alcuno. È proprio per
questo che, alla conferenza di Parigi, dopo la Seconda Guerra
Mondiale, De Gasperi, parlando ai vincitori, esordì all’incirca:
“Signori, so che in questa assemblea tutto è contro di me,
salvo la vostra personale cortesia”. Il vinto può solo sperare
nella “cortesia” del vincitore. Certo, il vincitore ha interesse
a non rendere troppo gravosa la condizione del vinto (l’errore
che si commise alla fine della Prima Guerra Mondiale), per evitare
di porre le premesse di una nuova guerra. Ma la cortesia non può
essere stiracchiata fino a far sì che il vinto vinca, nella
conferenza di pace, ciò che ha perduto sul campo di battaglia.
Il vincitore ha tutti i diritti
e il vinto non ne ha nessuno. L’Unione Sovietica, in
seguito alla Guerra, non solo ha annesso la Prussia Orientale
(la patria di Kant!), ma anche una buona parte della Polonia,
paese terzo e assolutamente incolpevole. La stessa Italia
ha dovuto cedere il passo del Moncenisio, l’Istria, la Dalmazia,
Briga, Tenda ecc. Quali diritti legittimi aveva, l’Italia?
Oggi Sharon e l’unico alleato
del cui parere tiene conto decidono qualcosa e i palestinesi
hanno l’aria di chiedere: come, tutto questo senza consultarci?
In realtà si dovrebbero meravigliare dell’opposto:
cioè che per decenni tutti abbiano parlato del dovere
di consultarli.
Un’ultima nota, sapida, riguarda
l’accusa, rivolta a Bush, di regalare a Sharon territori
non suoi. Ma sono i palestinesi che fino ad oggi hanno tenuto
testa ad Israele facendosi forti della moderazione e dei tentativi
di mediazione statunitensi. Cioè, finché gli Stati
Uniti sono intervenuti per difenderli e frenare Israele, sono
andati bene; se ora cambiano atteggiamento, non hanno più
il diritto di dire la loro.
La sintesi -salvo futuri cambiamenti
diplomatici e strategici- è che i palestinesi hanno
tirato troppo la corda e la corda si è spezzata.
Gianni Pardo, 16 aprile 2004
Torna
a casa Lilli
Anche se alcuni
quotidiani pubblicano oggi che il "rientro" in Italia
di Lilli Gruber è imminente, la nostra, dopo aver
straparlato ieri sera a "Porta a Porta", ha colpito
ancora sul TG1 delle ore 13 di oggi. Di nuovo "resistenza",
di nuovo "occupazione". Davvero (Mimun, dove
sei?) ci auguriamo che i suoi servizi di propaganda abbiano
le ore contate.
(cp, 15.04.2004)
Baghdad, 15 apr.
(Adnkronos) - ''Sono stato
autorizzato dalla famiglia del giovane Quattrocchi,
dalla madre e dalla sorella, a rivelare le ultime parole
di questo ragazzo, che e' morto da coraggioso, direi da eroe''.
Lo ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini, a
margine di una conferenza alla Farnesina: ''Questo ragazzo, quando
gli assassini gli stavano puntando la pistola contro, ha cercato
di togliersi il cappuccio e ha gridato: 'Adesso vi faccio vedere
come muore un italiano', e lo hanno ucciso''.
Fabrizio Quattrocchi,
36 anni, siciliano, residente a Genova, e' stato ucciso
dai guerriglieri iracheni. Era uno dei quattro italiani
tenuti in ostaggio da martedi' quando era stato rapito insieme
ai suoi connazionali nei pressi di Falluja.
L'ANTIPATICO
Belpietro
intervista Sofri
(Canale 5, 14.4.2004,
sbobinamento dell'intervista parola per parola,
clicca qui)
Inizia oggi - con Sergio
Romano, intervistato da Giovanni Negri su IL FOGLIO, 15 aprile 1997 e
un articolo apparso sul Los Angeles Times del 13 aprile 2003, e su IL FOGLIO
del 15 aprile 2003 - una nuova rubrica curata da Alessandro
Tapparini.
Per leggere l'archivio
clicca qui
IN FORMAZIONE
Capperi!", l'abbiamo detto
mille volte, è un blog di servizio e non si risparmia
nel dare il meglio del meglio ai suoi lettori, anche se
i mezzi sono quelli che sono. Un esempio? Sabato avevamo sul
tavolo quattro emergenze: Moqtada Al Sadr, l'Indipendente
di Giordano Bruno Guerri, il Viet Nam e la sete di Pannella. E avevamo
un solo inviato a disposizione, perché Carduccio non
poteva lasciare il risotto sul fuoco, Tapparini doveva fare
il cambio inverno/estate degli armadi e Gianni Pardo aveva una
linea di febbre. Rimaneva Castaldi. Ci siamo riuniti, come al solito
in teleconferenza, e abbiamo soppesato le opzioni. Scartato
Al Sadr. Siamo strasicuri che non ci avrebbe negato un'intervista,
ma Castaldi s'è rifiutato perché gli sta sul cazzo.
"Ha le occhiaie da segaiolo - ha opposto - e io non lo intervisto
un segaiolo, faccio eccezione solo per Giordano Bruno Guerri. Eventualmente
vado a intervistare lui". Ma qui s'è opposto Tapparini, dicendo
che siamo un blog serio, che lui nemmeno la vedeva come emergenza quel
coso di quattro pagine pronto a chiudere tra una cinquantina di
numeri, e bla bla bla. Per il Viet Nam era tardi, c'era un volo alle
9.45, sarà per la prossima Pasqua. Rimaneva la sete di Pannella.
Castaldi, che ha l'indole dell'inviato scritta sul cromosoma 5 e una
valigia sempre pronta, ha detto: "Vado". E' andato. In viaggio s'è
attaccato al telefono per rosicarsi il pass e alle 15.30 in punto era
a Radioradicale. Lì era in programma un forum, moderatore Bordin,
partecipanti Pannella, Ferrara, Aimis, Mannoni e Luncheister (se ne
storpia il nome Pannella, possiamo storpiarlo anche noi). C'era solo Bordin.
Gli altri erano in comunicazione telefonica. Fossero stati presenti,
adesso avreste un reportage con tanto d'interviste in esclusiva di tutti
e cinque i gentili ospiti della trasmissione, potete esserne certi. Dunque,
per ragioni del tutto indipendenti dalla volontà del nostro inviato,
vi presentiamo solo l'intervista fatta a Bordin. Ormai dovreste saperlo,
siamo amanti dell'informazione stringata che va al nocciolo dei problemi
senza fronzoli. Non stupisca, dunque, la brevità del pezzo di Castaldi.
A voi.
- Castaldi: Ma non è stata
una cazzata iniziare lo sciopero della fame dopo il messaggio
di Ciampi e proseguire quello della sete dopo
la lettera di Berlusconi?
-
Bordin: Be', ma sa, Pannella vuole certezze maggiori.
-
Castaldi: Più dell'impegno del Capo dello Stato
e del Presidente del Consiglio? E' intenzionato a proseguire
fino alla scarcerazione di Sofri o di qualcun altro?
-
Bordin: No, no, Pannella ci tiene a vivere
SAN PIETRANGELO
Secondo
il mio umile parere, vi sono ben altre prove che San
Francesco non sia stato quello che credono i gonzi arcobaleno.
A ciò che Pietrangelo Buttafuoco argomenta, nell'assai
bella presentazione del libro di padre Antonio Gentili,
un di quei fessi iridati potrebbe con troppo agio obiettarle
che quella del poverello di Assisi era la metafora tratta dal
mai dimenticato gergo cavalleresco della sua gioventù,
spada, pugna e obbedienza comprese. C'è altro, e inobiettabile:
nei fatti, certissimi, e negli scritti, inoppugnabili. Chi vuole
Francesco solo giullare in Dio e in Dio domatore di lupi non sa
o dimentica le seguenti cose. Cara gli fu la dimensione del pellegrinaggio
a scopo di conversione, al punto dal tentare di recarsi in Terrasanta
già nell'estate del 1211, per esser dirottato sulla Dalmazia
da una procella, e dal riuscirci nel 1219, come vedremo oltre.
Cosa fosse una crociata, il poverello lo sapeva. E nel benedire le
missioni dei Fratelli Minori in Siria, in Tunisia, in Spagna e in Ungheria,
tutte terre del Turco, che il Capitolo Generale aveva deciso il
5 maggio del 1217 nella Porziuncola, egli soggiunse: "Che giova, fratelli
miei, se uno dice di avere fede ma non ha le opere?" Era lo stesso
Francesco che dei suoi aveva detto: "Questi frati sono i miei
cavalieri della Tavola Rotonda"; e, ancora: "Carlo imperatore,
Rolando, Oliviero, tutti i paladini e i prodi guerrieri che
furono gagliardi in battaglia, incalzando gli infedeli con sudore
e fatica fino alla morte, riportarono su di essi una gloriosa
memorabile vittoria, e all'ultimo come santi martiri caddero in
battaglia per la fede del Cristo". Cose raccolte dai "Fioretti",
dalla "Legenda Perusina" e dalla "Lettera di Giacomo", valle a
spiegare ai pacifisti. Vagli a spiegare che la "fraternitas" francescana
fu subito "religio" e "ordo". Vagli a spiegare il rispetto e la
stima che legò Francesco al cardinale Ugolino d'Ostia,
legato papale a Firenze, lì per organizzare la Crociata decisa
dal Concilio. Vagli a spiegare che nel "Sacrum Commercium" i frati
in cima a un monte, indicando a 360 gradi, proclamano: "Questo è
il nostro chiostro, o Signore!". Uno jihad ben ambizioso! Atipico,
sì, ma crociato, altro che pacifista, Francesco! Pacificatore
semmai, e non senza virtù di mediazione, se necessaria. Si
sono chiesti, i signori della Perugia-Assisi, com'è che ancora
oggi a Gerusalemme ci siano francescani? Com'è che par quasi
che il loro legame con la Terrasanta sia di radice multicentenaria?
Perché lo è, fu Francesco a imporlo col prestigio
di crociato che, se non può essere sgozzato, dev'essere
rispettato. Fu lì che Francesco mostrò all'Infedele che
Cristo sa combattere, ma anche mediare, se necessario. Come?
Breve premessa, però posteriore a quel che si vuole qui
ricordare: si tratta della "Regula non bullata" del 1221. V'è
scritto: "Dice il Signore: 'Ecco, io vi mando come e pecore in mezzo
ai lupi: siate dunque prudenti come serpi e saggi come colombe'.
Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i saraceni
o altri infedeli vada. (...) Annunzi[no] la parola di Dio perché
essi credano (...) e siano battezzati e si facciano cristiani, perché
chiunque non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non potrà
entrare nel Regno dei Cieli". Questa la premessa, ora i fatti. Dalla "Historia
occidentalis" di Giacomo da Vitry, vescovo d'Acri: partito da Ancona nel
1219, Francesco arriva a Damiata in Egitto; i saraceni lo fanno subito
prigioniero. Egli dice loro: "Sono cristiano, conducetemi davanti al
vostro signore". Riscontri certi nella "Histoire de Eracles" di Guglielmo
di Tiro e nella "Legenda Maior" di Tommaso da Celano. Secondo Giordano
da Giano ("Cronaca", 1262) Francesco fu addirittura insultato e percosso
durante il tragitto. Il sultano è al-Kamil, ipotizzare cosa si
siano detti veramente i due è azzardo. Probabile che a fare da
traduttore sia stato un mistico dell'Islam, Mohamed ibn Farisi. Fatt'è
che Francesco è liberato, addirittura con un dono, come si fa
in diplomazia. Pazzo, buffone, poverello? Pazzi, buffoni e poverelli saranno
i pacifisti di otto secoli dopo, non Francesco. A suo modo, Francesco
fu crociato. Alle mandrie di fessi arcobaleno forse avrebbe detto: "Mangiamo
quel che ci è stato posto innanzi" (Giordano da Giano, "Cronaca"
). Ma forse questo è ipotizzare troppo. E comunque anche come
argomentava Pietrangelo Buttafuoco in quel pezzo non era affatto
male.
(Luigi Castaldi, 14.4.2004)
RISPOSTE A CHI ASCOLTA
SOLO TELEGIORNALI
“Gli iracheni”
diceva un'amica di sinistra - “non vogliono essere colonizzati,
vogliono che l’America vada via e vogliono gestire il loro
Paese. La guerra è stata fatta per le armi di distruzione
di massa, che non c’erano, e invece i motivi veri erano economici.
Ora che ci si è impantanati nella situazione attuale,
quali sono le prospettive?”
Come spesso avviene, per affermare una cosa che quasi
tutti credono, basta ripeterla: le streghe sono malefiche.
Per provare che quella cosa è una sciocchezza - le
streghe non esistono - a volte sono necessari secoli. E quel
paragrafo è un cumulo di sciocchezze.
“Gli iracheni”, dice la signora. In realtà, non
solo essi sono per la maggior parte pacifici e vorrebbero
solo essere lasciati in pace, come tutti, ma è di
ieri la notizia che gli ayatollah hanno emesso una fatwa contro
i sequestratori d’ostaggi e i violenti. Dunque neanche gli integralisti
islamici sono d’accordo con questi terroristi. Con quale coraggio,
a questo punto, parlare d’iracheni? Al massimo, alcuni iracheni.
“Gli iracheni non vogliono essere colonizzati”. Al riguardo
si dimentica che gli Stati Uniti non hanno mai voluto
e non vogliono avere colonie. Inoltre in Iraq ci sono truppe
di molti paesi ed anche italiane: forse che l’Italia intende
fare dell’Iraq una propria colonia? Soprattutto si dimentica
che cos’è una colonia. Un Paese è una colonia quando
sia in stato di vassallaggio politico e quando in esso ci siano
cospicui insediamenti di popolazione (dominante) proveniente dal
Paese colonizzatore. Un esempio perfetto è l’Algeria dopo
il 1830. Nulla del genere è alle viste in Iraq.
“Gli iracheni vogliono che l’America vada via e vogliono
gestire il loro Paese”. Sul primo punto non c‚è
discussione: anche l’America vuole andar via. Non potrebbe
essere più d’accordo. È il secondo punto, che
importa. Chi è che vuol gestire il proprio Paese? E questo
è il solito problema di chi siano gli iracheni. Se fossero
coloro che oggi compiono attentati, uccidono poliziotti e prendono
ostaggi, saremmo in presenza d’un tentativo violento di presa del
potere, per poi gestirlo con la violenza. E non si vede come si possa
approvare un simile progetto. Se invece gli iracheni che vogliono
gestire l’Iraq intendono farlo in modo democratico, perché dovrebbero
ricorrere alla violenza, quando tutto questo è già
in progetto ed in fase di svolgimento? C’è un potere provvisorio
iracheno. Si voterà entro l’anno per la costituzione. Si svolgeranno
elezioni politiche entro l’anno prossimo. Che si può chiedere
di più? L'Italia fu vinta dagli Alleati nel 1944 ed ebbe la
sua nuova costituzione nel 1948: quattro anni dopo. L’Iraq l’avrebbe
un anno e mezzo dopo l’invasione, che si può chiedere di più?
“La guerra è
stata fatta per le armi di distruzione di massa, che
non c’erano”. È vero, al riguardo i servizi segreti
hanno fatto un flop gigantesco ed hanno ingannato i loro
governi. I governi a loro volta hanno usato le MDW come spauracchio
demagogico per ottenere l’approvazione della popolazione
alla guerra da intraprendere. Due gaffe enormi, se si vuole,
ma una guerra si giudica non come una serata mondana, in cui
contano le gaffe, ma per le sue ragioni e i suoi effetti. La guerra
ha avuto motivi geopolitici, non le MDW. Gli Stati Uniti vogliono
insediare un potere democratico al centro d’una regione che influenza
l’Iran a oriente, la Siria ad occidente e tutto il mondo islamico
in generale. In modo da infliggere un colpo mortale al terrorismo.
L’Iraq non è l’Afghanistan, è molto più popoloso,
molto più centrale, molto più importante. Se in esso
si insedierà un governo accettabilmente democratico, questo
potrebbe avere una grande influenza su tutto il bacino mediorientale.
Anche dal punto di vista politico.
“La guerra è stata fatta per motivi economici”.
No, è stata fatta malgrado motivi economici.
Infatti è costata e costa moltissimo, agli Stati Uniti.
Che dall’Iraq, fino ad ora, non hanno ricavato una goccia
di petrolio.
“Ora che ci si è impantanati nella situazione
attuale, quali sono le prospettive?”
Questa invece è una domanda seria.
Va notato innanzi tutto che il terrorismo può vincere
solo influenzando l’opinione pubblica. Se esso fosse capace
d’infliggere ad un Paese il numero di morti che il Vietnam
del Nord inflisse agli Stati Uniti, potrebbe indurlo a
cambiare politica. Ma da questo siamo molto lontani. In Vietnam
morirono più di cinquantamila americani, qui non siamo
ancora a mille. Dunque i terroristi non parlano ai militari americani
e degli altri paesi presenti in Iraq, parlano alle famiglie
che guardano il telegiornale delle venti alzando gli occhi dal minestrone.
In secondo luogo, i terroristi non possono prendere
il potere. Se lo prendessero, diverrebbero un nemico visibile
ed identificabile e a questo punto non durerebbero dieci
minuti. Dunque la loro unica prospettiva è quella di proseguire
nel tentativo d’influenzare l’opinione pubblica.