ARCHIVIO  APRILE 2004

"Fuori i nomi!"
Anche Furio Colombo sospetta "un losco intrecciarsi di rapporti misteriosi" dietro le richieste dei terroristi che hanno in ostaggio i tre italiani in Iraq. Ma non arriva, come Giuliano Ferrara, ad indicare dove andare a cercare. A me viene l'orticaria ogni volta che sento parlare di complotti e intrighi, ma con Ferrara voglio fare un'eccezione, perché, a differenza di Furio Colombo, lui non mi tiene mai nel vago. Anzi, in questa occasione scrive: "Bisognerebbe guardare nell'ampio sottobosco che ha celebrato i fasti ideologici saddamiti in diverse occasioni, compresa la famosa visita italiana di Tarek Aziz alla vigilia della guerra". Grazie per la dritta, ma non mi basta. In quella visita (13-15 febbraio 2003) l'Otto di Picche incontrò Frattini, Mancino, Scalfaro, Dini, Cossutta, Buttiglione e Cossiga; fu a pranzo con Formigoni a piazza del Gesù ; Pecoraro Scanio gli fece dono di una bella scatola di sigari; Folloni, Grauso e Sgarbi cenarono con lui in un noto ristorante nei pressi del Pantheon; ad Assisi fu accolto dai padri custodi Viola e Coli, ed v'incontrò il vescovo Goretti; a Roma, conversò amabilmente con Castagnetti, Violante, Rizzo, Pisicchio, Intini, Boato, Boco e Cima. Ah, dimenticavo: incontrò il Papa, pare grazie all'intermediazione di Andreotti. Ora, lasciamo stare quest'ultimo, che alla dietrologia ha già dato, e pure troppo. E lasciamo stare il Papa, così, per semplificare. Ma Ferrara mi deve dare un'indicazione, sennò mi perdo nel sottobosco! A chi pensa esattamente? Non ci lasciasse nel vago come Furio Colombo, faccio affidamento su ulteriori dettagli o mi viene la solita orticaria. Com'è sempre solito dire Pierluigigi Battista, in questi casi: "Fuori i nomi o silenzio!"
(Luigi Castaldi, 27.4.2004)


Le guerre mondiali: riassunto delle puntate precedenti
 
1. 'Sti cazzi!
  Dalla prima guerra mondiale uscì sconfitto e dissolto l'impero austro-ungarico. Fu il nazi-fascismo ad uscire sconfitto e dissolto dalla seconda. La terza guerra mondiale, la guerra fredda, portò alla sconfitta e alla dissoluzione dell'impero comunista. A differenza delle prime due, la guerra fredda fu un conflitto lungo, per molti aspetti sotterraneo, forse meno cruento, non meno drammatico. Con la caduta e la dissoluzione del comunismo ci fu chi pensò che il mondo fosse destinato alla "fine della Storia" (Fukuyama), ad un lungo periodo privo di conflitti: un mondo globalizzato e democratico. Non vi è mai stata una guerra tra due potenze democratiche, si diceva, e dunque ecco, si prepara la "Pace perpetua". 'Sti cazzi!
 
2. 1928-2001
Chi sosteneva questa ipotesi non aveva previsto la nuova minaccia alla democrazia: quella del terrorismo di matrice islamica. Questo ha dichiarato la quarta guerra mondiale con l'attacco alle Twin Tower, ma è da lungo tempo che aveva preso di mira i due maggiori bastioni occidentali: l'America, come maggiore potenza democratica del pianeta, ed Israele, come sola democrazia nel vasto mondo musulmano. La sua radice è vecchia quasi un secolo, risale al 1928 con la fondazione dell'Associazione dei Fratelli Musulmani da parte di Hassan al-Banna. Il primo a capire la minaccia che esso comportava per il mondo arabo stesso fu il leader egiziano Nasser che nel 1966 fece impiccare Sayyid Qutb, ideologo dell'Associazione dei Fratelli Musulmani. Già in quegli anni e in quelli precedenti era stata teorizzata la lotta armata contro l'occidente. I terroristi delle nuove generazioni e i kamikaze palestinesi non fanno altro che leggere e utilizzare il materiale di Hassan al-Banna e di Sayyid Qutb, opportunamente riciclato ed infarcito di elementi tecnico-strategici, ecletticamente presi dalla teoria della guerriglia di matrice comunista. Il credo, invece, ha strabilianti risonanze con il nazionalsocialismo, e la lingua è delirante e visionaria come in tutte le teorie palingenetiche.
 
3. Non storcete il muso
Sarà una guerra mondiale più estesa della prima, più lunga della seconda, più cruenta della terza. L'attacco all'occidente, in primo luogo all'America, che con la caduta del comunismo si candida legittimamente alla guida del processo di mondializzazione della democrazia, viene ancora una volta da una potenza ostile alla libertà dell'individuo. L'attacco è tanto più insidioso, perché il nemico non si identifica con un'entità statuale. Non sarà una guerra tra stati e, se vi saranno conflitti tra stati, la guerra non si risolverà in quei conflitti. Stavolta la guerra, la quarta guerra mondiale, sarà generalizzata. Si combatterà ovunque, a più livelli, non necessariamente militari. E sarà combattuta con armi nuove, nessuna esclusa. Anche l'opzione nucleare, che durante la guerra fredda ebbe mero senso di deterrenza e che fin qui pare del tutto impensabile nello scenario della guerra al terrorismo, dovrà essere presa in considerazione, forse. Non storcete il muso: si nasce buoni, si può essere costretti ad esser cattivi, pder qualche tempo.
 

4. E' già accaduto, sta accadendo oggi
Come il nazismo e come il comunismo, il terrorismo di matrice islamica ha un'ideologia totalitaria e ne trova il modello nell'integralismo religioso. Come l'ultimo secolo, il nuovo ripropone la sfida tra due modelli antropologici, prim'ancora che politici. Da un lato, la fede nell'individuo, nella libertà e nel progresso. Dall'altro, il sogno millenaristico di masse amorfe e obbedienti. Dopo la Razza e il Comunismo, Allah.
E' già accaduto e sta accadendo anche oggi. La minaccia portata alla democrazia recluta frustrazione e disperazione nelle sacche di arretratezza economica e culturale del pianeta, offrendo un miraggio di riscatto. Ancora una volta, l'America e l'occidente vengono presentati come perversi e demoniaci, nemici della Razza, dell'Uguaglianza, di Allah.
 

5. I "traditori"
Sta accadendo, è già accaduto. Alla minaccia mortale scagliata contro l'occidente, l'occidente non reagisce compatto. Né potrebbe, perché la democrazia ammette la differenza, addirittura la coltiva. Anche se a prima vista può sembrare una debolezza di fronte a sfide micidiali, sembrerebbe che non possa farne a meno. Anche stavolta in occidente non mancano, dunque, i dubbiosi, gli scettici, quelli che più o meno oggettivamente potrebbero essere considerati "traditori"(Coulter), se ponessero eguali eccezioni e pregiudiziali sull'altro fronte. Per essi è difficile sposare acriticamente le ragioni dell'occidente, per essi è addirittura facile trovare un motivo, se non di simpatia, almeno di comprensione per i nemici della democrazia. Si tratta di coloro che a Monaco sottovalutarono il pericolo incarnato da Adolf Hitler, che nel comunismo videro l'illusione del paradiso in terra, che nell'ayatollah Khomeini videro un esempio di purezza e che a Osama bin Laden riconoscono lo status di nuovo castigatore degli yankees. Con gradi più o meno intensi di distinguo, con varia preterintenzionalità di "tradimento", essi sono sostanzialmente il paradossale fronte interno della guerra tra democratici e nemici della democrazia.
 
6. Guerra, guerra, guerra, se necessario
Alla fin fine si dovrà pur decidere se chinare il capo una di queste volte, alla perfezione della Razza Ariana, al Gulag o all'Islam del millenarismo binladeniano. Oppure se tirare fuori dalla tasca il gessetto, tracciare una linea, chiedere al mondo chi sta di qua e chi sta di là, fronteggiare chi sta di là. Guerra, se necessario. Meglio morire che accettare di vivere in un mondo senza libertà o venire a patti con i nemici d'essa. E' venuto il momento che la retorica prenda carne e non sembri più una cosuccia vuota da animelle palpitanti. Basta palpitare! Si vibri!
 
(Luigi Castaldi, 26.4.2004)

ORFANI E BASTARDI
Basta col furto della parola liberale: è quello che s'è detto all'assemblea del Partito Liberale, tenutasi a Roma giovedì 29 aprile. L'antica insofferenza a vedere un aggettivo ridotto a tutto e niente ha preso qui forma politica nel tentativo di togliere a Forza Italia la delega in bianco che tanti liberali avevano acceso a suo tempo. Dunque, che fare? Riconoscere l'impossibilità di un partito liberale di massa? Creare una federazione trasversale? Solo apparentemente urgenze programmatiche e tattiche: in realtà, le domande di sempre dei liberali italiani. Il nodo dell'atipia e dell'atopia. In ciascuno dei punti dibattuti il deja vu di un'idea sempre bastarda e orfana nell'Italia controriformista, fascista e cattocomunista. Ragioni della delusione e del risentimento, appello a una coerenza sempre frustrata dal rimandare a domani la rivoluzione liberale. Ma anche il rifiuto a chiudersi nella riserva ideale. Continueremo a vederla errante l'antica insofferenza.  (L.C., 1.5.2004)

Riceviamo dalla nostra faina e volentieri pubblichiamo:
Le sinuose curve della politica. Ormai sembra abbastanza consolidata un'alleanza trasversale tra fautori del ritorno al proporzionale. I più convinti sono alcune frange di Forza Italia, Rifondazione, Udeur. I tipeidi sono: AN e DS. I contrari: Lega, Margherita UdC. Il problema, però, a questo punto diviene di opportunità politica. Alcuni osservatori fanno notare al Cavaliere il rischio di cadere nella stessa trappola che, ai tempi, fu tesa a D'Alema e che rappresentò il capolavoro machiavellico dell'opposizione di centrodestra al governo dell'Ulivo: la Bicamerale. Oggi infatti, se si procedesse a una riforma elettorale col concorso di tutti, il centrtosinistra avrebbe tutto l'interesse ad arrivare a ridosso delle elezioni del 2006 per poi denunciare il tentativo berlusconiano di "cambiare le regole a proprio piacimento", ottenendo un grande effetto negativo sull'opinione pubblica a ridosso della campagna elettorale. Si procede dunque con cautela verso il referendum nel quale verrà ricompresa anche la riforma elettorale, se non nella lettera almeno nello spirito del referendum. Ma qualcuno (l'UdC) ha già preso le distanze dal referendum confermativo sulle rifome perché "dividerebbe il paese". Guardacaso, proprio l'Udc che così male vede il ritorno al proporzionale.
C.F.Kane


MEMORIA: IL NOSTRO 25 APRILE
LA BRIGATA EBRAICA
La Brigata Ebraica si formò (settembre 1944) come unità militare ebraica indipendente dell'esercito britannico, con la sua bandiera e il suo emblema, in seguito a uno sforzo prolungato da parte della comunità ebraica nella Terra di Israele e del movimento sionista estero, per raggiungere il roconoscimento della partecipazione del popolo ebraico alla guerra contro i nazisti. Composta da 5.000 uomini, la Brigata operò in Egitto, Italia settentrionale (contribuendo a liberare  gran parte dell'Emilia Romagna dai nazisti) ed Europa nord- occidentale.









BAHDAD, 22 MARZO 2062
Sono passati ormai quasi sessant'anni da quando fummo liberati dal dittatore che ci aveva tenuto per decenni nella paura e nella schiavitù. Furono gli Americani a liberarci, non dimentichiamolo. Pagarono un alto prezzo di sangue e ci aiutarono nella ricostruzione di un paese prostrato, pieno di lacrime e macerie. Alcuni di noi ci misero più di mezzo secolo per capire quanta gratitudine sia dovuta all'America. Erano i nostalgici della dittatura, erano quelli che all'arrivo delle forze alleate nel nostro paese non esitarono a macchiarsi del sangue dei loro stessi fratelli. Tutto ciò ci è lontano, ormai. Ma nel festeggiare la ricorrenza della Liberazione non si dimentichi il debito che la nostra terra deve a chi portò libertà e democrazia. Salam aleikum!
 
Baghdad, 22 marzo 2062 - (L.C.)

CLONAZIONE, TOPI PARTENOGENETICI E OGM
Tutti ricordiamo Dolly, la prima pecora clonata, buonanima. Tutti sappiamo che si può predeterminare il sesso dei nascituri. È notizia di oggi ("Corriere della Sera") che scienziati giapponesi sono riusciti nell'impresa della partenogenesi: partendo dalle uova di due topoline, farne nascere una terza, normale e fertile, che però non ha avuto un padre. Neppure sotto forma di spermatozoo. Che conclusione trarre? A parte l'ipotesi d'un popolo esclusivamente composto di donne (amazzoni femministe disperate per mancanza di un nemico!), la conclusione è quella stessa che persone di buon senso avevano formulato decenni fa: non è possibile bloccare il progresso delle scienze. Ci ha provato il misoneismo naturale dell'uomo, e non ce l'ha fatta. Ci ha provato la Chiesa, per secoli, e più di recente ci provano i Verdi: senza risultato. S'è inventata infine una nuova disciplina, la bioetica, il cui scopo sarebbe appunto quello di permettere alla scienza alcune cose e vietargliene altre: ancora una volta senza risultato. Si può impedire qui un certo esperimento ma si ottiene soltanto che sia condotto là. 

La lotta contro la scienza è facile, essendo essa contraria alla mentalità emotiva dell'uomo medio: invece la lotta contro i vantaggi della scienza è una guerra persa in partenza. Come sarebbe persa la guerra contro l'egoismo umano. Oggi per esempio qualcuno vorrebbe usare gli embrioni per guarire certe "poco frequenti"  malattie, e si levano alte le grida indignate. Ma se, malauguratamente, gli embrioni guarissero il cancro in tutte le sue forme, si vedrebbe il mondo cambiare parere. Perché i malati di cancro sono molti milioni.

Significa che ogni cosa che riesce a fare la scienza sia lecita? Certo che no. La chimica ha scoperto alcuni veleni ma non per questo l'avvelenamento del prossimo con quei prodotti è diventato lecito. Bisogna tenere ben distinto il concetto di possibile dal concetto di lecito. Far male è illecito, avere la mera possibilità di farlo no. E in ogni caso, tenendo presente che è inutile tentare di frenare la scienza (cosa che in campo bioetico provano a fare persino gli Stati Uniti!) non bisognerebbe tanto badare ad evitare certi progressi o certe scoperte, quanto badare ad evitare che esse diano risultati negativi. Bisogna vedere se gli Ogm fanno male e, se fanno male, vietarli. Ma vietarli perché si credono nuovi, mentre poi non lo sono, è misoneismo puro e semplice. Un atteggiamento da selvaggi dinanzi alle diavolerie dell'uomo bianco.

S'è detto che gli organismi geneticamente modificati non sono una novità ed è facile provarlo: i romani piantavano un grano di frumento e ne ricavavano cinque. Oggi se ne pianta ancora uno e se ne ricavano 20 o 30. Chi sarebbe disposto a coltivare frumento col rapporto 1 a 5, perché così aveva previsto la natura? È vero che quel cambiamento si è ottenuto prevalentemente per via d'incroci e non d'ingegneria genetica: ma il risultato è lo stesso.

L'uomo che s‚interessa di storia può guardare a tutte queste vicende sorridendo e rimpiangendo soltanto di non poter vivere abbastanza a lungo per vedere come finirà. Fino ad ora nessuno è riuscito a frenare la scienza, da quando essa è nata. Giordano Bruno ha detto ai suoi giudici che tremavano più loro, nell'emettere la sua condanna, che lui nell'udirla. Dove condurrà la scienza "oltre che ad inviare navicelle spaziali su Marte e far vivere gli uomini una media di ottant'anni invece di quarantacinque" nessuno lo sa. Potrebbe anche distruggere l'intera umanità ma, se questo fosse scritto nel nostro futuro, non è maledicendo gli scienziati o vietando una certa ricerca in Portogallo o in Tailandia che l'eviteremo.

Giannipardo@libero.it - 24 aprile 2004


DIMMI CON CHI VAI...
Il presidente Carlo Azeglio Ciampi ha detto recentemente: ''Noi abbiamo sempre praticato il dialogo con i paesi arabi, con i paesi islamici che vivono a poca distanza dall'Italia sulla riva meridionale del Mediterraneo, e vogliamo che questo dialogo riprenda più forte e sia un dialogo costruttivo nell'interesse di tutti quanti''.
Se l'auspicio è quello di un confronto attento e rispettoso, serio e chiaro, tra due modelli culturali e antropologici che, pur intersecandosi ripetutamente nel corso dei secoli, sono venuti spesso a realizzare momenti di drammatica confligenza, esso non può che essere sottoscritto. Per ciò che di stabilizzante esso produrrebbe e per ciò che di positivo ha mostrato di poter realizzare per entrambe le parti, quando fu possibile, oggi non potrebbe che fare bene, questo dialogo. E non si può che auspicarlo costruttivo, visto che il processo storico ha fatto maturare posizioni sulla cui conciliabilità spesso si affacciano ragiobevoli dubbi, oggi addirittura disperando, talvolta - e della disperazione facendo spesso, di qua e di là, bandiera.
E' chiaro, però, che questo dialogo non possa significare mera mediazione politica, per non ridursi al pericoloso opportunismo della rincorsa alle istanze a breve termine: sarebbe come costruire sulle sabbie mobili.
Libertà e democrazia sono diventati un discrimine irrinunciabile per la riva settentrionale del Mediterraneo e inaugurare una stagione di neo filoarabismo della politica estera italiana non aiuterebbe a risolvere i problemi interni, né quelli internazionali. Tutt'altro: darebbe l'impressione di un Occidente debole a chi per storia e cultura non ha troppo rispetto per il dialogo e sarebbe fattore di complicazione su uno scenario già abbastanza complicato di suo.
Dialogare con un mondo arabo che non intenda fare un solo passo indietro rispetto ad una visione oltranzista della religione, subalterna della donna e mortificante dei diritti civili e della rappresentatività politica sarebbe un'operazione di realpolitik dagli scarsi risultati a breve termine e dalle pericolose implicazioni a lungo termine. Dialogare con centrali di terrorismo che dell'Islam hanno fatto una mostruosa confezione ideologica, snaturando il Libro e riducendolo a Codice, o con gli intermediari che s'annidano nelle burocrazie feudali degli stati canaglia, sarebbe inutile, esiziale, nefasto
.
Una per tutte, dev'essere chiara l'impossibilità ad aprire un dialogo con chi non ha mai rinunciato a considerare Israele indegna di esistere e l'America regno di Satana. Qualcuno, certo non Ciampi, potrà forse avere qualche nostalgia dei bei tempi, si fa per dire, in cui Abu Abbas, Arafat, Tarek Aziz e Ocalan erano accolti a braccia aperte nel nostro Paese, quasi venisse da ciò la posizione defilata dell'Italia sullo scacchiere dei conflitti regionali. E' nostalgia che non tiene conto dei prezzi altissimi che furono pagati, in termini di vite umane, risorse e credibilità politica internazionale. Credo che si debba scoraggiare costoro a fraintendere il messaggio del nostro Presidente della Repubblica. E forse dovrebbe essere egli stesso a farlo, definendo meglio il suo indirizzo che è naturalmente ideale ed istituzionale, non politico, conoscendoil suo grande rispetto per il galateo istituzionale.
Se Ciampi auspicasse un'inversione a U dell'attuale politica estera italiana, che risaldi i nodi con i settori più ambigui del mondo mediorentale, non ci sarebbero margini per quel dialogo che egli auspica: non si può far torto alla sua intelligenza immaginando questo dietro il suo messaggio. Se invece, come credo, egli intende un'operosa attività di intermediazione che non allontani comunque di un solo passo l'Italia dalle posizioni comuni ad America, Israele e Regno Unito su libertà, democrazia, diritti civili, lotta al terrorismo e sull'intero patrimonio di valori occidentali - merito maggiore di un governo Berlusconi cui pure si può rimproverare qualcosina - a lui vada un sincero e cordiale plauso.
(Luigi Castaldi, 23.4.2004)


SCHEGGE

"Se gli Arabi avessero messo da parte le armi, oggi non ci sarebbe più violenza.
 Se gli Ebrei avessero messo da parte le armi, oggi non ci sarebbe più Israele."



Sarkazein
  1.
Il sarcasmo è lo strumento preferito dalla satira. Che essa sia basso artigiano o sfiori l'arte, è del sarcasmo che si serve sempre. Non farà male ricordarlo, sarcasmo vien da "sarkazein", cioè strappare la carne a morsi, come fanno i carnivori della famiglia dei Canidi: cani, iene, volpi, sciacalli, cojoti, ecc. Sia nelle sue forme fulgide, sia in quelle miserabili, la satira morde, strappa a brani, lascia il segno delle fauci del cane, e del cinico. Raramente lascia i segni del morso felino che, dal micione castrato alla tigre del Bengala, ha una presa frontale, tutta incisivi e canini. Il morso della satira ha una presa laterale. Stringe, pesta, tira e lacera in un'unico arco, con una presa di molari e premolari. E del morso del Canide reca l'impronta, sia che si esprima in un rigo, addirittura in due parole o in una vignetta, sia che mastichi e rimastichi carne in un corsivo, in un monologo, in un pamphlet.
 2.
Attraversa un periodo fortunato, la satira. Canidi dappertutto, ma, a differenza di quei mammiferi, non in branco. Solitario il bastardino Diaco, e solitario il volpino Boncompagni. Solitaria la iena di Barenghi, Vincino il cojote, quello sciacallo di Vauro. Solitario Grillo, dingo tutto croste, solitario Forattini, l'alano. Splendida solitudine, quella del Feltrino, una vera volpe argentata. Solo qualche cagna della satira nostrana vive in branchi di tre o quattro esemplari che le scrivono i testi che poi lei latra. Al femminile, la satira è raramente solitaria: fa eccezione Franca Valeri, mammifero in tutto eccezionale, tutt'un'altra razza. Perché ha tanta fortuna la satira, oggi? Domanda posta male, perché ne ha sempre avuta. Piuttosto: perché oggi mostra così chiaramente quel suo strumento, il sarcasmo? Domanda posta male, anche questa, forse. Quando mai la satira non è stata strappare carne a brani? Piuttosto: perchè oggi è così evidente l'impronta del Canide? Riesco a trovare una risposta solo partendo da un assunto psicanalitico e rapportandolo alla crisi del "periodo di mezzo" in cui ci troviamo a vivere. Col rischio di semplificare fino alla volgarizzazione: il sarcasmo è reazione alla depressione; chi fa satira è sostanzialmente un depresso; e ragioni, oserei dire spunti, ne trova a bizeffe in un "periodo di mezzo". Sempre semplificando, Dio e l'Accademia mi perdonino: la depressione è narcisismo ferito. Nulla ferisce di più il narcisista che la perdita delle certezze, promanazioni delle verità interne, indiscutibili se non a prezzo della disobbedienza al super-Io: le energie che il narcisista investe totalmente su se stesso sono violentemente distolte verso oggetti esterni, e la cosa assume il registro della minaccia, della perdita, della sottrazione, come è tipico dei "periodi di mezzo", dei medioevi.
 3.
"La satira differisce dal sarcasmo per almeno due aspetti: il primo, quello satirico è un attacco camuffato, nascosto dietro una facciata d'arguzia. (...) Secondo, con l'atteggiamento satirico il soggetto dà molto più l'impressione di essere indipendente nei confronti dell'oggetto della satira stessa" (Joseph W. Slap, "On Sarcasm", 1966). Coincidenza di strumento e scopo sublimativo. Ecco il fascino del cinico. (L.C., 23.4.2004)

"CAPPERI" INTERVISTA CAPEZZONE
 <<
le decisioni assunte dal Partito ci hanno visti concordi... Sartori è Oriana Fallaci... gli elogi mi procurano solo guai.... andarsene dell'Iraq è  atto vile, cinico e irresponsabile... sto scrivendo un libro:“Euroghost - Un fantasma s’aggira per l’Europa: l’Europa”... basta fare il contrario di quello che fa Pannella, e si azzecca senz’altro>>  
Clicca qui per il testo completo dell'intervista.


SCRIPTA VOLANT, L'ARCHIVIO DI ALESSANDRO
''LEGALITA' ONU A LUSTRI ALTERNI : QUANDO D'ALEMA ERA... PIU' ATLANTICO, DICIAMO - 22 APRILE 1999''
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Riceviamo dalla nostra faina e volentieri pubblichiamo:
Parrà strano ma ancora oggi non è ben chiaro chi siano i candidati del Triciclo alle Europee. A parte la melandrina che è ben contenta di rivestire incarichi internazionali dove conta più la presenza che l'approfondimento di noiosi argomenti e a parte D'Alema che il fascino dell'estero lo ha sempre subito moltissimo, gli altri nomi non sono così certi. Per un Vattimo che entra in quota Pdci c'è un Giovanni Berlinguer che recalcitra per essere candidato, per un Folena che ambirebbe c'è un Mussi che teme di essere emarginato.

Il problema dei manifesti menagramo "Arrivi a fine mese ?" non è nato per caso: i ben informati sanno che la polemica sui manifesti è nata nell'Ulivo e fatta filtrare sui giornali di destra ad arte. Non per niente i primi a parlarne sono stati proprio Il Secolo d'Italia e Libero. E' quindi da cercare in una firma comune dei due quotidiani in questione colui che ha raccolto le lamentele interne di chi, nell'Ulivo, non condivide affatto l'attuale gestione della campagna elettorale.

C.F.Kane


Massima del giorno:
È la nostra paura che rende coraggioso il nemico.
 G.P.


MOLLICHINE
Continuano i rapimenti in Iraq. Ne saranno rapiti i pacifisti.

Fassino: "La crisi irachena si risolve con una svolta radicale". E tanto peggio per la strada, se dovesse essere diritta.

Calderoli: "La Lega si presenterà da sola con propri candidati in tutti i comuni e le province". Si annuncia un grande successo a Niscemi (Caltanissetta).

Al Qaida propone una tregua all'Europa, ma non a Israele e Usa. Quei due paesi infatti conta di batterli militarmente.

Chirac: "Il ritiro da Gaza deve essere deciso insieme all‚Anp". Ma chi glielo va a dire a Sharon?

Processo Sme, il presidente Castellano non si astiene: respinta la richiesta della Cir e del pm Boccassini, Non c'è più religione. Da un lato quelli dubitano del giudice, dall'altro quel giudice non obbedisce. Non c'è più la Procura di Milano d'una volta.

Khatami: "Gli Stati Uniti sono responsabili della spirale di violenza in Iraq", che prima era un paese pacifico e rispettoso dei suoi cittadini.

Prodi si dice "sulla stessa linea di Zapatero" ma ritiene "inutile" il ritiro delle truppe. Un pensiero limpido. Come di chi dicesse: bisogna fare un'omelette ma senza rompere uova.

Un gruppo di contadini della Serbia ha buttato nella spazzatura un missile inesploso. Erano 5 anni che aspettavano gli artificieri. Ora aspettano il camion della nettezza urbana. Auguri.

Gianni Pardo

ZAPATERO
Zapatero ha deciso che i soldati spagnoli si ritireranno dall'Iraq anche prima della fine di giugno. Immediatamente, anzi. La ragione ufficiale di questa fretta è che non si delinea un efficace intervento dell'ONU, sicché è inutile attendere oltre. Quella sostanziale è che Zapatero ritiene di essere stato eletto per avere fatto campagna elettorale contro l'intervento di peace keeping in Iraq e vuole fare contento il suo elettorato. Il grande problema però è: un capo di governo deve sì o no seguire le indicazioni del suo popolo?

La prima risposta che viene naturale è quella affermativa. Il popolo chiede una cosa; un politico la promette per essere eletto; una volta eletto è giusto che la dia. Sembra un sillogismo. E non è. Il popolo è uno strano padrone che vuole essere obbedito e tuttavia, se dall'obbedienza ai suoi voleri gli viene un danno, rimprovera aspramente chi gli ha obbedito.

L'esempio più famoso è il patto di Monaco del 29-30 settembre 1938. Hitler si mostrava molto aggressivo e sosteneva che la regione dei Sudeti, popolazione di lingua tedesca inclusa nei confini della Cecoslovacchia, dovesse essere annessa al Reich. L'Europa temeva scoppiasse una guerra e poiché tutti invocavano la pace si credette d'aver fatto un capolavoro quando Chamberlain e Daladier, cedendo alle pressioni di Hitler e Mussolini, decisero pro bono pacis di cedere alla richiesta della Germania. Si trattava di comperare la pace a spese dell'incolpevole ed inerme Repubblica Cecoslovacca, amputandola d'una parte del suo territorio, ma la cosa fu applaudita da tutti. La guerra era stata evitata.

O così si credeva. Perché infatti, dopo avere annesso i Sudeti, Hitler pensò bene d'invadere l'intera Cecoslovacchia. I paesi occidentali, che non si erano armati per la guerra, non reagirono. Se il drago si fosse saziato con quell'infelice paese, pensarono ancora una volta vigliaccamente, avrebbero salvato la pace. Ma Hitler, nel settembre del 1939, un anno esatto dopo il patto di Monaco, invase la Polonia. Solo allora Francia ed Inghilterra, spinte non dall'onore (che per onore sarebbero dovute intervenire ben prima), ma dalla preoccupazione, decisero di non "volgere un occhio cieco", come si dice in inglese, a ciò che succedeva ad est della Germania e le dichiararono guerra. Purtroppo, la Francia era pressoché disarmata: e si vide nel 1940. Quanto all'Inghilterra, si salvò per l'esistenza della Manica e di una flotta imperiale costruita prima e per altri fini che non la guerra ad Hitler. Negli anni '40 il mondo non è caduto ai piedi di Hitler prima perché l'Inghilterra è un'isola, poi per l'immenso valore guerriero del popolo inglese e del suo Commonwealth. Tuttavia rimane vero che, nel 1938, Chamberlain e Daladier sono stati molto applauditi. Come oggi Zapatero in Spagna. Ma nella storia "lo spirito di Monaco" ha connotazioni di miopia, vigliaccheria ed inutile disonore.

Diversamente si è comportato De Gaulle. Chiamato di nuovo al potere dal coro di coloro che gridavano "Algérie française!" liquidò quei dipartimenti d'oltremare (cioè, salvo errori, non colonie, ma parte del territorio metropolitano francese!), convinto com'era che l'Algeria avrebbe rappresentato per la Francia solo un peso ed un problema insolubile. A costo d'accogliere centinaia di migliaia di coloni rapinati di tutto, a costo di scontentare il suo elettorato, a rischio d'una guerra civile (non dimentichiamo l'Oas e il Putsch dei militari), De Gaulle tirò dritto e la storia e la Francia gli hanno dato ragione. Oggi l'Algeria è quasi ingovernabile anche per il governo militare locale, che nella repressione non è che vada tanto per il sottile. Se la Francia facesse ciò che fa Bouteflika sarebbe impiccata in effigie.

Ecco il quadro. Daladier applaudito, De Gaulle fischiato e perfino vittima dell'attentato del Petit Clamart. Ma la Francia pronuncia oggi con disprezzo il nome del primo e con venerazione il nome del secondo.

Zapatero sta dunque facendo la cosa giusta? Non basta che il popolo l'applauda. Se ama la Spagna, e se tiene al giudizio della storia, di quell'applauso dovrebbe disinteressarsi.

Certo, Daladier avrà magari agito in buona fede. Ma il popolo richiede ai propri governanti di vedere più lontano dei giornali e della piazza. In che modo, poco importa. Napoleone non voleva soltanto grandi generali, li voleva anche fortunati. E anche il popolo, com
e Napoleone, giudica solo dai risultati. Saranno i risultati a dare torto o ragione a Zapatero. Tuttavia è triste che si possa oggi giudicare vile un popolo che dell'audacia del torero ha fatto un simbolo azionale.

Giannipardo@libero.it  - 19 aprile 2004

<<ISRAELE HA DIRITTO DI DIFENDERSI>>
  Repubblicani e democratici statunitensi fanno quadrato intorno al premier israeliano Ariel Sharon all'indomani dell'uccisione di Abdel Aziz Rantissi, capo del Movimento di resistenza islamica, condannata invece con forza dall'Unione europea e dal segretario generale dell'Onu, Kofi Annan. Dopo il presidente George W. Bush (la Casa Bianca non ha criticato l’assassinio dicendo che «Israele ha il diritto di difendersi»), anche il candidato democratico alle elezioni di novembre, John Kerry, ha commentato l'uccisione del capo di Hamas ribadendo che «Israele ha tutto i diritti di questo mondo di rispondere a qualsiasi attacco terroristico». In un'intervista alle rete televisiva Nbc, Kerry ha affermato: «Hamas è un'organizzazione terroristica e brutale. Ha avuto anni di tempo per riflettere se partecipare al processo di pace. Ma si rifiuta. Personalmente appoggio gli sforzi di Israele di separarsi dai territori e di proteggersi. Quando Hamas dicesse: “Abbiamo rinunciato alla violenza e siamo pronti a negoziare”, sono assolutamente certo che troverebbe Israele ansioso di avviare il negoziato».








METEO4
Pace fatta tra Eleonora Pedron ed Emilio Fede. Ritorna in video l'ex miss Italia ... speriamo ritorni anche la bella stagione.


Il compagno Zapatero
Grande, grande, grande - il compagno Zapatero - sta lì al governo, perché quel popolo che sulle guide turistiche passa per orgoglioso, fiero, coraggioso, pien di generoso ardore, pugnace fino al donchisciottismo, altero, forte, che mette l'onore dinnanzi a tutto, figlio di mille eroi - beh, quel popolo lì, ci siamo intesi - sta lì, perché gli spagnoli volevano la Spagna fuori dal pantano dell'Iraq, cosuccia noiosa, mica le corna d'un vaccone drogato a Pamplona - volevano, gli spagnoli, che non s'andasse a sfruculiare l'Islam, oibò, non tanto per le ritorsioni, ché quelle uno se le scrolla come picadillas - no, non per quelle - che c'entrano le bombe di Madrid? - no, mica stava al governo por toda la fifa de un pueblo unido, disposto a esser vencido - no! - stava lì perché era simpatico di suo, col suo irresistibile sorriso, ed il QI di gran lunga più alto d'un intero pollaio - ed ora eccolo che si supera, anticipa gli eventi, presume che l'Onu sia loffia - e ci ha ragione, è quadratura di pelota! - che fa? aspetta giugno? traccheggia? se ne fotte? macché! - il grande, grande, grande compagno Zapatero, orgoglioso, fiero, coraggioso, pien di generoso ardore, pugnace fino al donchisciottismo, altero, forte, che mette l'onore dinnanzi a tutto, figlio di mille eroi - e soprattutto gran figo, roba eccitante, che tutte le signore pacifiste lasciano un'argentea striscia, come di lumaca, all'apparire - si strappa dalla faccia la maschera di attor leggero e grida a tutta la mercenaria melma d'Occidente: "Ora vi mostro come se la cava uno spagnolo!"
(LC, 19-04-2004)


RANTISI, chi pianifica la morte deve sapere che forse sta pianificando anche la propria.
L’eliminazione del nuovo capo di Hamas, Rantisi, induce a considerazioni politiche, giuridiche, morali e perfino psicologiche.

Normalmente, il capo di un’organizzazione terroristica deve essere eliminato o posto in condizione di non nuocere dallo Stato cui appartiene. Come ha fatto l’Italia con le Brigate Rosse. Tutto si complica quando l’attività delittuosa è rivolta non all’interno del Paese, ma all’esterno. Perché può avvenire che l’attività criminosa sia tollerata se non addirittura incoraggiata dal Paese di appartenenza. Si pensi alla pirateria nel Mediterraneo da parte di alcuni stati rivieraschi, molto tempo fa, o alla coltivazione del papavero da oppio in Afghanistan o in Ameria Latina. In questi casi, mentre di solito l’intervento negli affari interni di un altro Paese è visto come “illecito” (checché questo significhi in politica internazionale), avviene che i terzi reagiscano duramente, magari andando a cercare ed eliminare i colpevoli in qualunque santuario. È il caso della Francia con l’Algeria, intorno al 1830, e degli Stati Uniti, recentemente, con l’Afghanistan.

Nel caso d‚Israele e dei terroristi palestinesi il problema politico non è costituito dall’esistenza di nuclei terroristici: infatti nessun governo può garantire per tutti i propri cittadini e nessuno pretende questo dall’Anp. Ma se un governo non fa nulla contro i propri terroristi e i loro capi, e se tutti costoro attaccano un vicino, che cosa potrà fare l’aggredito?

I casi sono tre. Se è debole, non gli rimarrà che subire. Se è forte, potrà invadere il paese confinante. Se infine, per qualche ragione, non trova conveniente invaderlo e applicarvi capillarmente la propria legge, può scegliere di ripagare i terroristi con la loro stessa moneta. Israele, dopo un attentato palestinese che ha provocato, poniamo, dodici morti, potrebbe sganciare una bomba su un mercato di Gaza o di Jenin e provocarne centoventi. Questo spiegherebbe con estrema chiarezza che colpire degli innocenti è certo facile, ma non bello. E non privo di conseguenze. Tuttavia Israele è una democrazia e deve rispondere ai suoi elettori: quel bombardamento è dunque politicamente impossibile. Se però l’opinione pubblica è favorevole all’eliminazione mirata di coloro che il terrorismo organizzano, finanziano e infine glorificano in televisione, tutto si riduce ad un problema tecnico: ammazzare il capo terrorista col minimo di danni collaterali.

Politicamente la sintesi è facile: l’Anp non combatte il terrorismo, convinta com’è che esso le fornisca armi negoziali; Israele ha deciso di farsi giustizia da sé, nei limiti consentiti dalla sua opinione pubblica.

Dal punto di vista morale, invece, in Europa e nel mondo, molta gente tende ad essere indignata. Non ha sofferto il terrorismo sulla propria carne e può permettersi i bei sentimenti: prova orrore dinanzi all’assassinio di Stato e dimentica che la carcerazione è un sequestro di persona di Stato; così come la pena capitale è un omicidio di Stato. Lo Stato non abroga il diritto alla vendetta, solo ne riserva a se stesso l’esecuzione, per essere certo che essa non travalichi i limiti. Si parla di “legge del taglione” proprio perché la vendetta è sentita come conforme alla legge.

Inoltre Israele non ha la scelta tra arrestare Rantisi o ucciderlo, visto che per arrestarlo dovrebbe affrontare una battaglia con danni collaterali molto maggiori. Per questo, l’ultima volta che Rantisi, appena nominato capo di Hamas si è mostrato in pubblico è stato in mezzo ad una folla di civili, di cui in sostanza si è fatto scudo.

Israele - dinanzi all’inerzia interessata di Arafat - ha soltanto la scelta fra l’impunità per chi organizza i massacri di ebrei e questo genere di reazione.

C’è infine il risvolto psicologico. In tutti gli eserciti i generali sono in genere persone anziane che da giovani, hanno combattuto ed hanno conosciuto l’orrore mortale della guerra. Ma questo è avvenuto molti anni prima. Loro personalmente sono sopravvissuti e oggi guardano ai rischi e alla morte dei giovani combattenti con l’indifferenza di chi dice: mi dispiace, io la mia guerra l’ho fatta, ora tocca a loro. C’è dunque un distacco, tra combattere e dare ordini in battaglia: lo stesso sottolineato dal vecchio proverbio per cui un conto è parlar di morte, un conto è morire. Basti pensare a Hitler che dai tedeschi (tutti) pretendeva il sacrificio della vita e lui personalmente se ne stava sotto metri e metri di cemento armato.

Gli omicidi mirati di Israele interrompono questa tradizione ed impongono a chi pianifica la morte di sapere che forse sta pianificando anche la propria. È lecito sperare che questo possa costituire una spinta verso la pace.  
-  Giannipardo@libero.it   18 aprile 2004

RANTISI: POST SCRIPTA
L'intenzione dei capi di Hamas di tenere segreto il nome del capo che subentrerà a Rantisi può costituire un autogol. Il nome sarà segreto per chi non gli farebbe mai del male (l'Europa, per esempio) e non sarà ignoto ad Israele, che ha i suoi infiltrati nei Territori. Israele avrà anzi un vantaggio in più: se l'uomo non sarà noto, la sua uccisione non avrà un grande effetto mediatico. E dunque sarà ancora più facile. Soprattutto se i maggiorenti di Hamas negassero che è stato ucciso il nuovo capo. Mentre non mancherà l'effetto deterrente su di loro stessi.
La minaccia di cento attentati per vendicare Rantisi avrebbe un senso se i terroristi fino ad ora si fossero astenuti dal fare qualcosa contro Israele. Invece non si sono fermati neanche dinanzi al massacro di decine d'innocenti che vanno al lavoro, al fatto di utilizzare come kamikaze donne incinte, ragazzini di undici anni inconsapevoli e via dicendo. Per chi ha detto "cercheremo di uccidervi tutti, in ogni modo" non c'è modo di aggravare la minaccia. Quella della piazza ai funerali di Rantisi è rabbia impotente.
La disapprovazione internazionale, per l'assassinio di Rantisi, è in linea con quanto si diceva. I capi di governo amerebbero che la violenza si fermasse sempre, dinanzi alla loro porta. Ma dimenticano quanto Machiavelli ammirava "il modo tenuto dal duca Valentino..."
Gianni Pardo


DOCUMENTI ONU: RISOLUZIONE  1511
<<Il Consiglio di Sicurezza. confermando le precedenti risoluzioni adottate sull'Iraq....>> clicca qui  per il testo completo della risoluzione.  



<<Confidano nella nostra debolezza, proprio nella stessa misura in cui confidano nel loro fanatismo religioso>>, pubblichiamo l'articolo scritto da Tony Blair per “The Observer”, tradotto e pubblicato da “La Repubblica” del 13-4-2004 (articolo non in rete).

 <<
In Iraq siamo impegnati in uno scontro epocale. Dal suo esito dipende molto più del destino del popolo iracheno. Se dovessimo fallire - cosa che non accadrà - a essere sconfitto sarebbe molto più dell´«autorità americana». Si affievolirebbe in Iraq la speranza della libertà e della tolleranza religiosa. I dittatori esulterebbero, i fanatici e i terroristi sarebbero euforici.

Qualsiasi traccia nascente di un´opinione araba moderata - che sa bene che il futuro non dovrà appartenere al fondamentalismo religioso - farebbe dietrofront. Se invece avremo successo - se l´Iraq diverrà uno Stato sovrano, governato democraticamente dal popolo iracheno; se saranno irachene le ricchezze che in nuce ne fanno un paese ricco; se il petrolio sarà il loro petrolio; se lo stato di polizia sarà sostituito dalla sovranità della legge e dal rispetto dei diritti umani - immaginate che colpo per la velenosa propaganda degli estremisti. Immaginate la spinta verso il cambiamento che si innescherebbe in Medio Oriente. In ogni paese, compreso il nostro, i fanatici predicano il loro verbo di odio, basando il loro dogma su un´aberrazione consapevole dell´autentica religione dell´Islam. Il terrorismo approfitta dei dissidi etnici o religiosi.

Dal Kashmir alla Cecenia, alla Palestina e Israele, i terroristi fomentano l´odio, intralciano ogni riconciliazione. In Europa hanno perpetrato il massacro di Madrid. Hanno minacciato la Francia. In Inghilterra i loro piani per ora sono stati sventati.
Come è ovvio, i terroristi sfruttano l´Iraq: per loro è di vitale importanza. Poiché qualsiasi attacco influisce sul tentativo americano di riportare l´ordine, loro lo dipingono come una brutalità commessa dall´America. I terroristi sanno che si tratta di una guerra epocale. Sanno che la loro vittoria significherebbe qualcosa di più che sconfiggere l´America o la Gran Bretagna.     Sanno che la loro vittoria annienterebbe la civiltà, la democrazia, ovunque.

Loro lo sanno. E noi? La verità è che di fronte a questo scontro, dal quale dipende il nostro stesso futuro, una parte considerevole dell´opinione pubblica occidentale se ne tiene distante, se addirittura non arriva quasi a sperare che si fallisca, intrisa di gioia maligna per le difficoltà che andiamo incontrando. Ma allora, qual è esattamente la natura della battaglia che si combatte in Iraq? Questa non è una «guerra civile», sebbene lo scopo del terrorismo sia senza dubbio quello di farne scoppiare una. L´attuale rigurgito di violenza non si è esteso a tutto l´Iraq: molta parte di esso non ne è toccato e gran parte degli iracheni la condanna.

I rivoltosi sono ex simpatizzanti di Saddam Hussein, furenti che il loro status di "boss" sia stato revocato; sono gruppi di terroristi legati ad Al Qaeda, e, più recentemente, seguaci del religioso sciita Moqtada al-Sadr. Quest´ultimo non è un rappresentante della maggioranza dell´opinione sciita. È un fondamentalista, un predicatore di violenza. È ricercato per l´assassinio di un moderato religioso di più alto grado di lui, l´Ayatollah al-Khoei, avvenuto l´anno scorso. Il giudice iracheno che ha spiccato il mandato di cattura nei suoi confronti è l´esempio di quanto orribilmente di parte sia diventata una fetta del giornalismo occidentale. Liquidato come "lacché dell´America", il giudice è sopravvissuto a tentativi di omicidio e a forti intimidazioni, ma ha affrontato tutto per portare avanti il processo legale e ha insistito per emettere l´ordine di cattura, sebbene così facendo abbia corso il rischio di minacce alla sua vita. Ed eccoci al punto. Da un lato, al di là dei terroristi, vi sono un estremista (che si è creato una milizia personale), assieme a ciò che resta di una dittatura brutale. Dall´altro lato vi sono persone di enorme coraggio e umanità, che hanno l´ardire di credere che i diritti umani di base e la libertà non siano alieni del tutto alla cultura araba e mediorientale, ma ne siano la salvezza.
 
In Occidente la gente si chiede: perché i portavoce del nuovo Iraq non fanno sentire la loro voce? Perché i religiosi sciiti non denunciano Sadr? So perché chiedono queste cose. Ma la risposta è semplice: sono preoccupati. Si ricordano del 1991, quando l´Occidente li abbandonò al loro destino. Conoscono la loro terra, non usa al dibattito democratico, pullulante di voci, e ne conoscono la volubilità. Leggono i giornali occidentali, ascoltano i nostri mezzi di comunicazione. E si chiedono, tanto quanto fanno i terroristi: avremo lo stomaco di andare fino in fondo?

Io credo di sì. Il resto del mondo deve sperare nella nostra riuscita. Nulla di tutto ciò equivale a dire che non dobbiamo imparare e ascoltare. C´è un´agenda che potrebbe unire la maggioranza del mondo. Si tratta di perseguire il terrorismo e gli stati canaglia da una parte e di porre rimedio alle cause da cui essi germogliano dall´altra: la questione palestinese, la povertà e lo sviluppo, la democrazia in Medio Oriente, il dialogo tra le religioni. Sono giunto a credere fermamente che l´ultima e la sola protezione risieda nei nostri valori. Quanto più i popoli sono liberi, tanto più sono tolleranti nei confronti degli altri. Quanto più sono floridi, tanto meno saranno disposti a scialacquare le loro ricchezze per vane lotte tribali o guerre.
   

    La minaccia più grave che incombe su di noi, a parte quella più immediata del terrorismo, è la nostra compiacenza. Quando taluni ascrivono, come di fatto fanno, l´acuirsi della violenza dell´estremismo islamico alla situazione in Iraq, dimenticano davvero chi ha ucciso chi l´11 settembre 2001? Quando ci esortano a riportare a casa le nostre truppe, davvero ritengono che ciò possa placare la sete di questi estremisti, senza contare ciò che questo comporterebbe per gli iracheni? O forse credono che, se noi disdegnassimo i nostri alleati americani, e dicessimo loro di andare a combattere da soli, qualcuno potrebbe scampare il pericolo? Se noi ci ritirassimo dall´Iraq ci direbbero di ritirarci dall´Afghanistan, e dopo di ciò, di ritirarci dal Medio Oriente nel suo complesso e poi, chissà? Una cosa però è certa: loro confidano nella nostra debolezza, proprio nella stessa misura in cui confidano nel loro fanatismo religioso. Quanto più deboli saremo, tanto più loro ci daranno addosso. (...)>>



PARRUCCHIERE
Mercoledì sera a “Otto e Mezzo”, dibattito sull’Iraq tra Ernesto Galli della Loggia (in prosieguo: GDL), reduce da un editoriale sul Corriere in cui sembrerebbe aver fatto una mezza autocritica sul suo appoggio alla guerra, Emma Bonino (in prosieguo: EB), reduce da una visita in Iraq, e Giuseppe Caldarola (in prosieguo: totalmente tralasciato, data l’assoluta insignificanza), reduce da uno squillo di tromba pro-ritirata senza manco attendere lo scadere dell’ultimatum zapateriano.

EB: “In Iraq se c’è un soggetto veramente impopolare è proprio l’ONU”; “Nessuno di quelli che ho incontrato in Iraq vuole che ce ne andiamo”.
GDL: “in effetti è vero, l’ONU in Iraq oggi non cambierebbe assolutamente niente, potrebbe servire solo a soddisfare il solipsismo degli oppositori degli USA”
EB: “In fondo è passato solo un anno. Nella Germania del dopoguerra per passare dalla liberazione alla democrazia ci vollero quattro anni, in Italia pure, in Bosnia non abbiamo ancora finito…” “Oggi in Iraq non c’è una insurrezione popolare contro gli USA; c’è piuttosto un conflitto molto forte all’interno della grande famiglia sciita, volto ad acquisire una buona posizione negoziale in vista del ‘passaggio di consegne’ del 30 giugno, in modo da prepararsi una rendita col futuro nuovo governo”
GDL: “Vorrei precisare: io penso che la guerra comunque abbia avuto un senso: un senso democratico. La debolezza degli USA, che ora si ritrovano tra le mani una situazione ai limiti della ingestibilità, è una contraddizione della democrazia, non dell’imperialismo”.

MIA MOGLIE: “Secondo me la Bonino e Galli della Loggia vanno dallo stesso parrucchiere”.

Può darsi.


(ale tap., 16.4.04)


Riceviamo dalla nostra faina e volentieri pubblichiamo:
Sembrerà paradossale ma negli ambienti di vertice sia del centrodestra che del centrosinistra non si respira un'aria realmente "elettorale". A destra sono in molti (tranne la Lega), infatti, a sperare che le Europee vadano il peggio possibile per alcuni motivi strategici: una "mezza" sconfitta non risolverebbe alcuni problemi interni che invece vanno risolti, un risultato molto negativo scuoterebbe gli animi di coloro che si sono adagiati e, soprattutto, chiarirebbe le idee ai pochi maggioritaristi rimasti ancora agguerritamente in sella. A sinistra i motivi sono altri: il Triciclo sa di vincere ma "prodizzandosi" troppo si correrebbe il rischio di indebolire le prime elezioni veramente importanti, le regionali del 2005, dove Prodi conterà poco e gli apparati dei DS molto. Inoltre risultati troppo eclatanti creerebbero ulteriori fratture tra la sinistra triciclista e quella girotondina, cosa che ora va francamente evitato. Tutti hanno quindi interesse a parlare di altro e a volare alto. A meno che le cose dovessere non andare come dicono i sondaggi...
C.F.Kane

LA CORDA SPEZZATA
Sharon è stato ricevuto da Bush il quale ha plaudito al ritiro dalla Striscia di Gaza (senza concordarne le condizioni con l’ANP); ha accettato che gli israeliani mantengano alcune colonie in Cisgiordania; ha approvato la costruzione della barriera fra Israele e Cisgiordania, all’unica condizione che serva alla difesa e non prefiguri una futura frontiera; ha infine affermato che il ritorno dei profughi palestinesi è fuori questione. Il loro posto è nel futuro Stato palestinese.

Ovviamente i palestinesi protestano a gran voce. Un loro ministro ha detto: “È come se qualcuno offrisse una parte del Texas alla Cina”. Nessuno può concedere territori che non sono suoi e gli unici autorizzati a parlare in nome dei palestinesi sono i palestinesi stessi.

Questi i fatti. L’atteggiamento di Bush può essere approvato o disapprovato, ma da esso si possono dedurre parecchie cose.

Premettiamo che da decenni i palestinesi hanno parlato dei loro “diritti legittimi” e hanno ottenuto dalla comunità islamica (salvo errori, durante una conferenza in Marocco) che il legittimo rappresentante dei palestinesi fosse l’Anp e dunque Arafat, e non la Giordania, sotto la cui sovranità ricadeva prima la West Bank. Arafat e i suoi accoliti da allora hanno sempre agito e parlato come se tenessero il coltello dalla parte del manico. Si sono sempre dimostrati intrattabili, alzando costantemente la posta, al costo di scatenare guerre che poi hanno regolarmente perduto. In questo sono stati incoraggiati dall’Onu che ha adottato una miriade di risoluzioni contro Israele, a volte così violente e ingiuste da essere annullate dal veto statunitense. In totale, sono finiti in un vicolo cieco.

Se, già anni fa, si fossero rassegnati a negoziare con Israele avrebbero potuto ottenere qualcosa. Ad Israele essi infatti possono offrire la pace e un bacino di forza lavoro a basso costo. In questo sono addirittura fortunati. All’Italia, che non aveva nulla da offrire, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Alleati imposero solo la resa incondizionata. In Palestina si è invece verificato l’esatto opposto: il vincitore è sempre stato pronto al negoziato e il vinto s’è sempre rifiutato o ha posto condizioni sicuramente inaccettabili.

La spiegazione di tutto questo fatto è che i palestinesi, a parte la frustrazione e lo smisurato orgoglio di tutti gli arabi -a causa dei quali in via di compensazione essi hanno la tendenza a mostrarsi rigidi ed arroganti - sono stati le vittime delle loro illusioni. Non solo le etnie poco acculturate hanno uno scarso senso della realtà e sono tendenti al sogno, ma nei loro errori i palestinesi sono stati incoraggiati da tutti. I paesi arabi si sono sempre proclamati pronti a dare una mano (armata) per buttare a mare gli ebrei: mentre di fatto, dopo le batoste del ‘58, del ‘56, del ‘67 e del ‘73 sono stati disposti ad offrire solo parole. La stessa cosa bisogna dire dell’Onu. Quell’assemblea parolaia, quand’anche si esprimesse all’unanimità, non ha nessun potere, da sola. E questo lo sanno tutti, anche se tutti fanno finta di non saperlo. Lo stesso vale per la barriera, per i profughi e ogni altro contenzioso.

I palestinesi hanno usato ed usano, con l’Intifada, l’arma del terrore. Ma anche questo è un errore. Da un lato, perfezionando le sue difese, Israele ha reso sporadici gli attacchi molto sanguinosi, dall’altro, mentre un paese coloniale può lasciare un territorio che gli provoca problemi, gli israeliani non hanno dove andare. Dunque il terrorismo non li farà certo sloggiare.


Quella fra palestinesi ed israeliani è una partita ineguale. I primi hanno solo scartine, in mano, i secondi tutte le briscole: sono i più forti dal punto di vista economico, dal punto di vista militare e dal punto di vista delle alleanze che contano. Bush, con le sue ultime dichiarazioni, ha solo messo le carte in tavola.

La realtà è che i palestinesi non hanno affatto “diritti legittimi”. I diritti nascono dalle leggi e tali leggi non esistono in campo internazionale. La “legalità internazionale” è una leggenda. Fra gli Stati, se si arriva allo scontro, l’unica legge che conta è quella del vincitore. Il codice in questo caso contiene un solo articolo: il vincitore ha tutti i diritti ed il perdente non ne ha più alcuno. È proprio per questo che, alla conferenza di Parigi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, De Gasperi, parlando ai vincitori, esordì all’incirca: “Signori, so che in questa assemblea tutto è contro di me, salvo la vostra personale cortesia”. Il vinto può solo sperare nella “cortesia” del vincitore. Certo, il vincitore ha interesse a non rendere troppo gravosa la condizione del vinto (l’errore che si commise alla fine della Prima Guerra Mondiale), per evitare di porre le premesse di una nuova guerra. Ma la cortesia non può essere stiracchiata fino a far sì che il vinto vinca, nella conferenza di pace, ciò che ha perduto sul campo di battaglia.

Il vincitore ha tutti i diritti e il vinto non ne ha nessuno. L’Unione Sovietica, in seguito alla Guerra, non solo ha annesso la Prussia Orientale (la patria di Kant!), ma anche una buona parte della Polonia, paese terzo e assolutamente incolpevole. La stessa Italia ha dovuto cedere il passo del Moncenisio, l’Istria, la Dalmazia, Briga, Tenda ecc. Quali diritti legittimi aveva, l’Italia?

Oggi Sharon e l’unico alleato del cui parere tiene conto decidono qualcosa e i palestinesi hanno l’aria di chiedere: come, tutto questo senza consultarci? In realtà si dovrebbero meravigliare dell’opposto: cioè che per decenni tutti abbiano parlato del dovere di consultarli.

Un’ultima nota, sapida, riguarda l’accusa, rivolta a Bush, di regalare a Sharon territori non suoi. Ma sono i palestinesi che fino ad oggi hanno tenuto testa ad Israele facendosi forti della moderazione e dei tentativi di mediazione statunitensi. Cioè, finché gli Stati Uniti sono intervenuti per difenderli e frenare Israele, sono andati bene; se ora cambiano atteggiamento, non hanno più il diritto di dire la loro.

La sintesi -salvo futuri cambiamenti diplomatici e strategici- è che i palestinesi hanno tirato troppo la corda e la corda si è spezzata.

Gianni Pardo, 16 aprile 2004

 Torna a casa Lilli
Anche se alcuni quotidiani pubblicano oggi che il "rientro" in Italia di Lilli Gruber è imminente, la nostra, dopo aver straparlato ieri sera a "Porta a Porta",   ha colpito ancora sul TG1 delle ore 13 di oggi. Di nuovo "resistenza", di nuovo "occupazione". Davvero (Mimun,  dove sei?) ci auguriamo che i suoi servizi di propaganda abbiano le ore contate.
(cp, 15.04.2004)

Baghdad, 15 apr.
(Adnkronos) - ''Sono stato autorizzato dalla famiglia del giovane Quattrocchi, dalla madre e dalla sorella, a rivelare le ultime parole di questo ragazzo, che e' morto da coraggioso, direi da eroe''. Lo ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini, a margine di una conferenza alla Farnesina: ''Questo ragazzo, quando gli assassini gli stavano puntando la pistola contro, ha cercato di togliersi il cappuccio e ha gridato: 'Adesso vi faccio vedere come muore un italiano', e lo hanno ucciso''.
Fabrizio Quattrocchi, 36 anni, siciliano, residente a Genova, e' stato ucciso dai guerriglieri iracheni. Era uno dei quattro italiani tenuti in ostaggio da martedi' quando era stato rapito insieme ai suoi connazionali nei pressi di Falluja.


L'ANTIPATICO

Belpietro intervista Sofri
(Canale 5, 14.4.2004, sbobinamento dell'intervista parola per parola, clicca qui)




Inizia oggi - con Sergio Romano, intervistato da Giovanni Negri su IL FOGLIO, 15 aprile 1997 e un articolo apparso sul Los Angeles Times del 13 aprile 2003, e su IL FOGLIO  del  15 aprile 2003 - una nuova rubrica curata da Alessandro Tapparini.
Per leggere l'archivio clicca qui


IN FORMAZIONE
Capperi!", l'abbiamo detto mille volte, è un blog di servizio e non si risparmia nel dare il meglio del meglio ai suoi lettori, anche se i mezzi sono quelli che sono. Un esempio? Sabato avevamo sul tavolo quattro emergenze: Moqtada Al Sadr, l'Indipendente di Giordano Bruno Guerri, il Viet Nam e la sete di Pannella. E avevamo un solo inviato a disposizione, perché Carduccio non poteva lasciare il risotto sul fuoco, Tapparini doveva fare il cambio inverno/estate degli armadi e Gianni Pardo aveva una linea di febbre. Rimaneva Castaldi. Ci siamo riuniti, come al solito in teleconferenza, e abbiamo soppesato le opzioni. Scartato Al Sadr. Siamo strasicuri che non ci avrebbe negato un'intervista, ma Castaldi s'è rifiutato perché gli sta sul cazzo. "Ha le occhiaie da segaiolo - ha opposto - e io non lo intervisto un segaiolo, faccio eccezione solo per Giordano Bruno Guerri. Eventualmente vado a intervistare lui". Ma qui s'è opposto Tapparini, dicendo che siamo un blog serio, che lui nemmeno la vedeva come emergenza quel coso di quattro pagine pronto a chiudere tra una cinquantina di numeri, e bla bla bla. Per il Viet Nam era tardi, c'era un volo alle 9.45, sarà per la prossima Pasqua. Rimaneva la sete di Pannella. Castaldi, che ha l'indole dell'inviato scritta sul cromosoma 5 e una valigia sempre pronta, ha detto: "Vado". E' andato. In viaggio s'è attaccato al telefono per rosicarsi il pass e alle 15.30 in punto era a Radioradicale. Lì era in programma un forum, moderatore Bordin, partecipanti Pannella, Ferrara, Aimis, Mannoni e Luncheister (se ne storpia il nome Pannella, possiamo storpiarlo anche noi). C'era solo Bordin. Gli altri erano in comunicazione telefonica. Fossero stati presenti, adesso avreste un reportage con tanto d'interviste in esclusiva di tutti e cinque i gentili ospiti della trasmissione, potete esserne certi. Dunque, per ragioni del tutto indipendenti dalla volontà del nostro inviato, vi presentiamo solo l'intervista fatta a Bordin. Ormai dovreste saperlo, siamo amanti dell'informazione stringata che va al nocciolo dei problemi senza fronzoli. Non stupisca, dunque, la brevità del pezzo di Castaldi. A voi.
 
- Castaldi: Ma non è stata una cazzata iniziare lo sciopero della fame dopo il messaggio di Ciampi e proseguire quello della sete dopo     la lettera di Berlusconi?
- Bordin: Be', ma sa, Pannella vuole certezze maggiori.
- Castaldi: Più dell'impegno del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio? E' intenzionato a proseguire fino alla scarcerazione di   Sofri o di qualcun altro?
- Bordin: No, no, Pannella ci tiene a vivere

SAN PIETRANGELO
Secondo il mio umile parere, vi sono ben altre prove che San Francesco non sia stato quello che credono i gonzi arcobaleno. A ciò che Pietrangelo Buttafuoco argomenta, nell'assai bella presentazione del libro di padre Antonio Gentili, un di quei fessi iridati potrebbe con troppo agio obiettarle che quella del poverello di Assisi era la metafora tratta dal mai dimenticato gergo cavalleresco della sua gioventù, spada, pugna e obbedienza comprese. C'è altro, e inobiettabile: nei fatti, certissimi, e negli scritti, inoppugnabili. Chi vuole Francesco solo giullare in Dio e in Dio domatore di lupi non sa o dimentica le seguenti cose. Cara gli fu la dimensione del pellegrinaggio a scopo di conversione, al punto dal tentare di recarsi in Terrasanta già nell'estate del 1211, per esser dirottato sulla Dalmazia da una procella, e dal riuscirci nel 1219, come vedremo oltre. Cosa fosse una crociata, il poverello lo sapeva. E nel benedire le missioni dei Fratelli Minori in Siria, in Tunisia, in Spagna e in Ungheria, tutte terre del Turco, che il Capitolo Generale aveva deciso il 5 maggio del 1217 nella Porziuncola, egli soggiunse: "Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha le opere?" Era lo stesso Francesco che dei suoi aveva detto: "Questi frati sono i miei cavalieri della Tavola Rotonda"; e, ancora: "Carlo imperatore, Rolando, Oliviero, tutti i paladini e i prodi guerrieri che furono gagliardi in battaglia, incalzando gli infedeli con sudore e fatica fino alla morte, riportarono su di essi una gloriosa memorabile vittoria, e all'ultimo come santi martiri caddero in battaglia per la fede del Cristo". Cose raccolte dai "Fioretti", dalla "Legenda Perusina" e dalla "Lettera di Giacomo", valle a spiegare ai pacifisti. Vagli a spiegare che la "fraternitas" francescana fu subito "religio" e "ordo". Vagli a spiegare il rispetto e la stima che legò Francesco al cardinale Ugolino d'Ostia, legato papale a Firenze, lì per organizzare la Crociata decisa dal Concilio. Vagli a spiegare che nel "Sacrum Commercium" i frati in cima a un monte, indicando a 360 gradi, proclamano: "Questo è il nostro chiostro, o Signore!". Uno jihad ben ambizioso! Atipico, sì, ma crociato, altro che pacifista, Francesco! Pacificatore semmai, e non senza virtù di mediazione, se necessaria. Si sono chiesti, i signori della Perugia-Assisi, com'è che ancora oggi a Gerusalemme ci siano francescani? Com'è che par quasi che il loro legame con la Terrasanta sia di radice multicentenaria? Perché lo è, fu Francesco a imporlo col prestigio di crociato che, se non può essere sgozzato, dev'essere rispettato. Fu lì che Francesco mostrò all'Infedele che Cristo sa combattere, ma anche mediare, se necessario. Come? Breve premessa, però posteriore a quel che si vuole qui ricordare: si tratta della "Regula non bullata" del 1221. V'è scritto: "Dice il Signore: 'Ecco, io vi mando come e pecore in mezzo ai lupi: siate dunque prudenti come serpi e saggi come colombe'. Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i saraceni o altri infedeli vada. (...) Annunzi[no] la parola di Dio perché essi credano (...) e siano battezzati e si facciano cristiani, perché chiunque non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel Regno dei Cieli". Questa la premessa, ora i fatti. Dalla "Historia occidentalis" di Giacomo da Vitry, vescovo d'Acri: partito da Ancona nel 1219, Francesco arriva a Damiata in Egitto; i saraceni lo fanno subito prigioniero. Egli dice loro: "Sono cristiano, conducetemi davanti al vostro signore". Riscontri certi nella "Histoire de Eracles" di Guglielmo di Tiro e nella "Legenda Maior" di Tommaso da Celano. Secondo Giordano da Giano ("Cronaca", 1262) Francesco fu addirittura insultato e percosso durante il tragitto. Il sultano è al-Kamil, ipotizzare cosa si siano detti veramente i due è azzardo. Probabile che a fare da traduttore sia stato un mistico dell'Islam, Mohamed ibn Farisi. Fatt'è che Francesco è liberato, addirittura con un dono, come si fa in diplomazia. Pazzo, buffone, poverello? Pazzi, buffoni e poverelli saranno i pacifisti di otto secoli dopo, non Francesco. A suo modo, Francesco fu crociato. Alle mandrie di fessi arcobaleno forse avrebbe detto: "Mangiamo quel che ci è stato posto innanzi" (Giordano da Giano, "Cronaca" ). Ma forse questo è ipotizzare troppo. E comunque anche come argomentava Pietrangelo Buttafuoco in quel pezzo non era affatto male.
 
(Luigi Castaldi, 14.4.2004)

RISPOSTE A CHI ASCOLTA SOLO TELEGIORNALI
“Gli iracheni” diceva un'amica di sinistra - “non vogliono essere colonizzati, vogliono che l’America vada via e vogliono gestire il loro Paese. La guerra è stata fatta per le armi di distruzione di massa, che non c’erano, e invece i motivi veri erano economici. Ora che ci si è impantanati nella situazione attuale, quali sono le prospettive?”

Come spesso avviene, per affermare una cosa che quasi tutti credono, basta ripeterla: le streghe sono malefiche. Per provare che quella cosa è una sciocchezza - le streghe non esistono - a volte sono necessari secoli. E quel paragrafo è un cumulo di sciocchezze.

“Gli iracheni”, dice la signora. In realtà, non solo essi sono per la maggior parte pacifici e vorrebbero solo essere lasciati in pace, come tutti, ma è di ieri la notizia che gli ayatollah hanno emesso una fatwa contro i sequestratori d’ostaggi e i violenti. Dunque neanche gli integralisti islamici sono d’accordo con questi terroristi. Con quale coraggio, a questo punto, parlare d’iracheni? Al massimo, alcuni iracheni.

“Gli iracheni non vogliono essere colonizzati”. Al riguardo si dimentica che gli Stati Uniti non hanno mai voluto e non vogliono avere colonie. Inoltre in Iraq ci sono truppe di molti paesi ed anche italiane: forse che l’Italia intende fare dell’Iraq una propria colonia? Soprattutto si dimentica che cos’è una colonia. Un Paese è una colonia quando sia in stato di vassallaggio politico e quando in esso ci siano cospicui insediamenti di popolazione (dominante) proveniente dal Paese colonizzatore. Un esempio perfetto è l’Algeria dopo il 1830. Nulla del genere è alle viste in Iraq.

“Gli iracheni vogliono che l’America vada via e vogliono gestire il loro Paese”. Sul primo punto non c‚è discussione: anche l’America vuole andar via. Non potrebbe essere più d’accordo. È il secondo punto, che importa. Chi è che vuol gestire il proprio Paese? E questo è il solito problema di chi siano gli iracheni. Se fossero coloro che oggi compiono attentati, uccidono poliziotti e prendono ostaggi, saremmo in presenza d’un tentativo violento di presa del potere, per poi gestirlo con la violenza. E non si vede come si possa approvare un simile progetto. Se invece gli iracheni che vogliono gestire l’Iraq intendono farlo in modo democratico, perché dovrebbero ricorrere alla violenza, quando tutto questo è già in progetto ed in fase di svolgimento? C’è un potere provvisorio iracheno. Si voterà entro l’anno per la costituzione. Si svolgeranno elezioni politiche entro l’anno prossimo. Che si può chiedere di più? L'Italia fu vinta dagli Alleati nel 1944 ed ebbe la sua nuova costituzione nel 1948: quattro anni dopo. L’Iraq l’avrebbe un anno e mezzo dopo l’invasione, che si può chiedere di più?

“La guerra è stata fatta per le armi di distruzione di massa, che non c’erano”. È vero, al riguardo i servizi segreti hanno fatto un flop gigantesco ed hanno ingannato i loro governi. I governi a loro volta hanno usato le MDW come spauracchio demagogico per ottenere l’approvazione della popolazione alla guerra da intraprendere. Due gaffe enormi, se si vuole, ma una guerra si giudica non come una serata mondana, in cui contano le gaffe, ma per le sue ragioni e i suoi effetti. La guerra ha avuto motivi geopolitici, non le MDW. Gli Stati Uniti vogliono insediare un potere democratico al centro d’una regione che influenza l’Iran a oriente, la Siria ad occidente e tutto il mondo islamico in generale. In modo da infliggere un colpo mortale al terrorismo. L’Iraq non è l’Afghanistan, è molto più popoloso, molto più centrale, molto più importante. Se in esso si insedierà un governo accettabilmente democratico, questo potrebbe avere una grande influenza su tutto il bacino mediorientale. Anche dal punto di vista politico.

“La guerra è stata fatta per motivi economici”. No,  è stata fatta malgrado motivi economici. Infatti è costata e costa moltissimo, agli Stati Uniti. Che dall’Iraq, fino ad ora, non hanno ricavato una goccia di petrolio.

“Ora che ci si è impantanati nella situazione attuale, quali sono le prospettive?”

Questa invece è una domanda seria.

Va notato innanzi tutto che il terrorismo può vincere solo influenzando l’opinione pubblica. Se esso fosse capace d’infliggere ad un Paese il numero di morti che il Vietnam del Nord inflisse agli Stati Uniti, potrebbe indurlo a cambiare politica. Ma da questo siamo molto lontani. In Vietnam morirono più di cinquantamila americani, qui non siamo ancora a mille. Dunque i terroristi non parlano ai militari americani e degli altri paesi presenti in Iraq, parlano alle famiglie che guardano il telegiornale delle venti alzando gli occhi dal minestrone.

In secondo luogo, i terroristi non possono prendere il potere. Se lo prendessero, diverrebbero un nemico visibile ed identificabile e a questo punto non durerebbero dieci minuti. Dunque la loro unica prospettiva è quella di proseguire nel tentativo d’influenzare l’opinione pubblica.