ARCHIVIO FEBBRAIO 2004
LUSUS NATURAE
Odiose calunnie avevano insinuato che Prodi, Dini e Fassino
avessero percepito delle tangenti per favorire un'operazione finanziaria
a sostegno della sanguinaria dittatura di Milosevic. Ora, finalmente,
la verità. Nessuna tangente, tutto gratis.
(L.C., 27.2.2004)
CAPPERI NOSTRI
Su "Il Foglio"
di sabato 28 febbraio, pag. 2 una recensioncella di Luigi Castaldi su
"Tristano muore" di Antonio Tabucchi.
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Massima del giorno
Chi mai è creduto, quando respinge un complimento
ben fatto? Dai del saggio ad un saggio, dai del saggio ad un imbecille,
ambedue ti crederanno.
G.P.
MOLLICHINE
Ha ragione Violante, i nostri soldati sono
stati lasciati soli, a Nassiriyah. Dove diamine erano, le bambinaie?
Scalfari ha scritto che, secondo Berlusconi, i politici
sono ladri "iure et de iur". L'espressione è
"iuris et de iure". Ma Scalfari, come Biagi, ama il
fumus della cultura, non la cultura.
Casini: "No a riforme contro i magistrati". Traduzione:
i magistrati hanno un potere di veto, come è scritto nella
Costituzione. Personale di Casini.
Annan: "Se gli iracheni si saranno dotati di una
legge elettorale, le elezioni si potranno tenere alla fine del
2004". Abbiamo capito: il problema è la legge elettorale.
Ad Ottawa uno studente universitario ventenne precipita
dall'11° piano nel corso di una gara di sputi. Colpa sua. Avesse
prima fatto un tirocinio politico in Italia avrebbe vinto la gara.
Barbara Contini governatore di Nassiriyah: "Mi hanno
scelto perché mi hanno ritenuto adatta". In Italia siamo
al punto che essere scelti perché meritevoli è notizia.
Bush si schiera contro i matrimoni gay. I matrimoni
sad rimangono la regola.
D'Alema si è copiosamente spiegato, con Repubblica,
cercando di dimostrare che Berlusconi, parlando di politici ladri,
non parlava di lui. Il Cavaliere è proprio un grand'uomo. Anche
quando dice sciocchezze, c'è chi lo prende sul serio.
Pyongyang, prima di rinunciare all‚arsenale atomico,
vuole garanzie su sicurezza e ripresa degli aiuti economici degli
Stati Uniti. E Lazzaro disse al ricco epulone: "O mi fai la carità
o t'ammazzo".
Il premier russo Kasyanov, licenziato martedì
da Putin, si ritira senza polemiche. Dal punto di vista italiano,
si può dire che Putin abbia fatto bene. Non dev'essere sano di
mente, uno così.
Telekom Serbia, il centrosinistra lascia
la commissione perché "alcuni commissari e il suo
presidente l'hanno condotta in un vicolo cieco". Cieco come
chi non ha visto che arrecava un danno di centinaia e centinaia
di miliardi all'Italia.
Lusetti (Margherita): "Noi non ci stiamo a tenere
acceso il ventilatore".L'allusione è a "merda nel ventilatore,
per sporcare tutti". Ma in Italia ormai la merda è addirittura
sottintesa.
Berlusconi: "Bankitalia va preservata". Con l'apposito
profilattico. Magari da mettere in testa a qualcuno?
Prosegue il dialogo tra Anm e Cdl sulla riforma della
giustizia. Pecorella (FI): "Molti di noi non vorrebbero la separazione
delle carriere". Qualche maligno se n'era già accorto.
Nuova proposta della Lega sulle pensioni (57 anni di
età e 38 di contributi): l'essenziale è che non se ne approvi
nessuna.
Pensioni. Pezzotta (Cisl): "Così non si può
andare avanti, prepariamo uno scioperetto". Adatto all'Italietta.
Alitalia. Lunardi: "Non è vero che si svende".
E neanche si vende. Se fosse vendibile, varrebbe qualcosa.
Muore in un incidente aereo il presidente macedone Trajkovski.
Ce ne dispiace, sinceramente, ma è una fortuna che non sia
successo in Italia. Con la nostra dietrologia, se ne sarebbe parlato
per cinquant'anni.
"Blair ha fatto spiare Kofi Annan", è
l'accusa dell'ex ministro britannico Claire Short. Claire Short-Sighted
(miope).
Riportano le agenzie che il generale americano Ricardo
Sanchez ha detto: "Saddam Hussein sta bene". Ma la frase
completa era: sta bene dov'è.
In Afghanistan cinque operatori umanitari afghani sono
stati uccisi dai talebani. Proverbio siciliano: "fate bene ai
porci", (dopo uno li mangia).
Giannipardo@libero.it
LE RISOLUZIONI DELL'ONU
Qualcuno ha notato che gli americani hanno invaso l’Iraq
perché Saddam Hussein ha ripetutamente violato alcune risoluzioni
dell’Onu, mentre gli stessi Stati Uniti non hanno mai pensato d’invadere
Israele che ne ha violate ancora di più. Poiché si tratta
di un‚osservazione vera, è giusto chiedersi che conto bisogna
tenerne.
L’umanità, da sempre, ha agognato
avere certezze. Verità non inquinate dall’interesse o dallo
spirito di parte. È così che è nata la giurisdizione:
se c’è una lite, le due parti possono scontrarsi - ed in questo
caso vince il più forte, non chi ha ragione - oppure possono tentare
di raggiungere una certezza obiettiva rivolgendosi ad un terzo che,
non essendo il diretto interessato, c'è speranza che emetta una
sentenza giusta. Ma, attenzione, a volte la lingua è più
sottile dei parlanti: sentenza significa
“come la vedo io, come la sento io”, non come
è giusto. La giustizia astratta, anche per i padri romani, rimaneva
una divinità piuttosto lontana dai tribunali.
Nella risoluzione delle controversie questa
alea è ineliminabile. Poiché però il sistema della
sentenza è il male minore, e poiché non tutti hanno da
fare con i giudici in concreto, dell‚amministrazione della giustizia
gli uomini hanno tendenza a fare un mito. E si è creata la
retorica del superiore livello morale e del totale disinteresse di chi
“dice giustizia”. La sentenza è l’oracolo di Delfi. Ma è
pura retorica. La sentenza vale quanto vale la cultura giuridica e la
correttezza morale di chi l’ha emessa. E che queste due cose siano spesso
tutt‚altro che lodevoli è provato dal fatto che esiste il gravame.
Se si potesse essere certi dell‚accettabilità del primo giudizio
non ci sarebbe l’appello.
L’Onu è un giudice speciale. Rispetto
ad essa non esiste gravame e quel ch‚è peggio è un giudice
sospetto per due ragioni. Innanzi tutto i singoli paesi che votano
nell‚Assemblea Generale o nel Consiglio di Sicurezza non sono “terzi”,
rispetto alle controversie internazionali. Direttamente o indirettamente
i fatti che accadono nel mondo li riguardano personalmente. Ma
soprattutto essi non sono neanche tenuti ad un comportamento morale.
In politica internazionale ogni Stato deve avere ed ha un‚unica Stella
Polare, il proprio interesse. Se è nel proprio
interesse dichiarare che la Terra è cubica dovrà
sostenere questa tesi. L’unico correttivo può essere l’opinione
pubblica del paese stesso: ma se quell’opinione pubblica già
reputa che la Terra sia cubica, non ci sono problemi di sorta.
Ecco perché si è creata all‚Onu
la cosiddetta “maggioranza automatica”. Quali che ne siano i motivi,
ogni volta che c’è da condannare Israele o gli Stati Uniti, si
crea la “maggioranza automatica”. Gli Stati Uniti dispongono del diritto
di veto e possono facilmente difendersi, Israele no e dunque si limita
ad ignorare quelle risoluzioni. Esse rimangono ciò che erano
sin dal primo momento: dichiarazioni reboanti e retoriche ad uso più
interno che esterno.
In conclusione, dare molta importanza alle
risoluzioni dell’Onu e del Consiglio di Sicurezza è una manifestazione
d’ingenuità. In secondo luogo, gli Stati Uniti hanno invaso
l’Iraq semplicemente perché hanno ritenuto che fosse loro interesse
farlo. Essi si sono anche appoggiati sulle risoluzioni dell’Onu solo
perché altri -più o meno (meno, meno) in buona fede -
ne hanno parlato e perché bisogna pure tenere conto dell'opinione
pubblica. In realtà, agli Stati Uniti, come a chiunque disponga
della forza per tirare diritto (Israele), delle risoluzioni dell’Onu non
importa un fico secco.
Giannipardo@libero.it - 26 febbraio 2004
Mi si fa giustamente notare che Israele
è stato fatto oggetto di molte risoluzioni sulla base del Capitolo
6 della Carta delle Nazioni Unite e mai del Capitolo 7 della stessa
Carta. La distinzione è giuridicamente importante. Infatti mentre
il Capitolo 6 raccomanda dei comportamenti
ad ambedue le parti in causa (e mai i Palestinesi hanno ottemperato
per la loro parte), il Capitolo 7 impone
dei comportamenti al destinatario.
Tuttavia è anche vero, se non ricordo male, che
non si sono varate risoluzioni contro Israele sulla base del Capitolo
7 per i ripetuti veti degli Stati Uniti.
In altre parole, la grande maggioranza dell’Onu pensa
che la sua volontà, espressa nel modo più chiaro e
solare, è stata de facto paralizzata da un alleato potente di
Israele. E questo dato politico finisce col pesare di più, per
chi la vuole pensare in questo modo, del dato giuridico.
Infine, se la tesi dell’articolo è valida, poco
importa contare o distinguere le risoluzioni dell’Onu. Tutte arie
fritta, se non arrivano sulla punta delle baionette.
LA DEMOCRAZIA NEI PAESI ISLAMICI
William Safire, sul New York Times, parla della Lettonia
e dei suoi difficili primi passi nella democrazia. Egli conclude
che, se ai popoli si dà una possibilità, tenteranno d'ottenerla.
È una tesi che ogni amante della democrazia amerebbe adottare
ad occhi chiusi. Se non fosse che non tutti i popoli sono uguali.
Ci sono popoli che la democrazia l'hanno adottata secoli
prima di Cristo (i greci) e popoli che la democrazia non l'hanno
mai avuta. Per questi ultimi, se si dovesse giudicare dal passato,
sarebbe facile dire che mai l'avranno. Ma sarebbe azzardato. Infatti,
fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'India non era mai stata
una democrazia ed oggi è la democrazia più numerosa del pianeta.
Ugualmente azzardato sarebbe però dire che qualunque popolo è
capace di democrazia: di questa affermazione non si ha nessuna prova. Si
tratterà dunque, in tutti i casi, di speculazioni ed affermazioni
probabilistiche.
In realtà, il problema tutti se lo pongono per
i paesi islamici. Essi, a differenza del Vietnam o della Corea
del Nord, sono per la maggior parte vicini al Mediterraneo, e dunque
alla culla della civiltà occidentale. Per secoli hanno avuto
sotto gli occhi molti esempi di democrazie funzionanti e prospere.
Inoltre, a differenza del Congo o del Burkina Faso, hanno tradizioni
culturali: non è che gli manchino le strutture intellettuali per
discutere di questi problemi. Per questo ci si deve chiedere se la loro
riluttanza alla democrazia sia un fatto occasionale o connaturato.
Nel dubbio, ovviamente, bisogna favorire
la nascita della democrazia anche da loro. Ma rimane lecito chiedersi
se lo sforzo non sia inutile. In primo luogo, la società islamica,
e araba in particolare, è poco acculturata. Nell'intero mondo
arabo si leggono e si traducono meno libri che nella sola Grecia, che
certo non è più il faro culturale che fu. E questo è
importante. Se Voltaire, campione di democrazia sostanziale, era contro
il suffragio universale, è perché, nel suo tempo, i francesi
erano in media ignoranti come gli arabi di oggi. Non avrebbero saputo
che uso fare del loro voto. Sarebbero stati inevitabilmente preda della
demagogia e magari, dopo un certo tempo, avrebbero votato per un dittatore.
Napoleone non sarebbe stato una sorpresa, per Voltaire.
In secondo luogo, la società islamica, o per
le ragioni culturali già dette o per la costante repressione
del dissenso, è una società bigotta. L'Islam non è
un optional. Questo è importante perché proprio l'islamismo
detta la regola dell'integrazione di potere religioso e potere politico.
Il potere politico non ha dignità propria e sembra abusivo. E
per questo teme gli estremisti islamici. L'Iran infatti non è
un accidente della storia, è conforme alla dottrina islamica. Ecco
un grande ostacolo, per la democrazia.
Infine per i religiosi la democrazia ha un difetto imperdonabile.
In essa la maggioranza prevale sia che abbia ragione sia che abbia
torto. Ma questo è ammissibile solo quando non c'è
qualcuno che può distinguere il torto dalla ragione e nel mondo
arabo, questo qualcuno è l'autorità religiosa. Che è
tendenzialmente anche autorità politica. Sicché se la
maggioranza del paese votasse per la pari dignità della donna,
per l'abolizione della sharia e comunque contro qualche norma religiosa,
sarebbe moralmente e in un certo senso giustificato opporsi, anche con
le armi, a ciò che ha deciso la maggioranza, cioè la democrazia.
Né noi europei ci possiamo scandalizzare, di
questo. Quando il Papa aveva il potere che gli derivava dall'essere
l'Europa seriamente credente poteva delegittimare i governanti
con la scomunica. Enrico IV ne seppe qualcosa, a Canossa.
In queste condizioni, la democrazia ha qualche possibilità,
nei paesi arabi, solo se si diffonderà la cultura, se questa
cultura avrà una tendenza laicista, e soprattutto se sorgerà
una personalità come quella di Atatürk, capace di vincere con
la forza contro il pregiudizio e di tenere la democrazia sotto tutela.
In realtà, dobbiamo stupirci più dell'esistenza
di una Turchia democratica che dell'esistenza di tante arretrate
autocrazie islamiche.
Giannipardo@libero.it - 26 febbraio 2004
Soffro (e non solo per quella parte del
blog che dovrebb'essere diario personale)
Se mai vi fosse stato dubbio, oramai non v'è
più: siamo in campagna elettorale. Be', io odio le campagne
elettorali, e non solo per quella parte del blog che dovrebb'essere
diario personale. Questi di qua, quelli di là e quelli sparsi
qua e là peggiorano tutti vistosamente, senza quasi alcuna
eccezione, volenti o nolenti. Più sono pesci piccoli e più
puzzano, anche se pure quelli grossi non scherzano. Per quanto sia
comprensibile, per certi versi indispensabile, io proprio non lo tollero.
O meglio: lo tollero (se no che fare?), ma con grande sofferenza.
Non vorrei essere frainteso, so bene che polis
e polemos non hanno a caso una comune radice. So anche che "demos"
significa "volgo" e che "kratia" non ha nulla a che spartire
con "gratia". Ma, mi si biasimi quanto si voglia, all'abbrutimento
del concetto in slogan, al rientrare della fronda nella falange,
io soffro. Primum vivere, è ovvio, e in politica, se non si
vince, si perde. Voler vincere è l'anima stessa della battaglia
politica ed è naturale che in democrazia, dove vige la regola
spietata secondo la quale ciascuno vale un voto, si cerchi di raccattarne
più dell'avversario, in qualsiasi modo.
Se so queste cose, perché soffro allora?
Soffro perché, di qua e di là, vedo imbarbarirsi
i miei amici (ne ho di qua e di là, come di qua e di là
coltivo qualche antipatia). Fin'anche quelli prima miti e cortesi,
e accade sempre in ogni campagna elettorale, son come piegati ad
un sentito dovere di cui quasi sempre si pentono dopo, che abbiano
vinto o abbiano perso col loro rispettivo schieramento: il dovere di
farsi ciechi e sordi alle buone ragioni dell'altro. Un esempio? Un
esempio.
A me sembra molto onesta, per quanto condita di
qualche inutile intemperanza, la lettera di Massimo D'Alema pubblicata
da Repubblica il 24 febbraio; in essa egli fermamente rigetta gli
estremi di eventuali insinuazioni circa i suoi beni patrominiali,
così come desumibili dalla nota esternazione di Silvio Berlusconi,
in quel di Atene, se non ho perso il calcolo delle esternazioni. E'
parso chiaro a molti che quella sortita, molto studiata o molto spontanea
che fosse, sia stata una mossa da campagna elettorale, forse addirittura
la prima mossa di una partita che si annuncia molto lunga, e di esito
assai incerto. Non solo a scacchi o quando si fa a botte, è ovvio
il vantaggio della prima mossa. Io credo che si tratti di una mossa
moralmente scorretta, ma (vorrei quasi dire "dunque") politicamente
legittima in campagna elettorale, e con ciò sgombro il campo
dal fatto che la mia sofferenza sia di natura morale. La mossa di Silvio
Berlusconi: dà agio all'avversario di obbiettare in più
modi (controinsinuazioni, fairplay, dichiarazione dei redditi coram
populo, indignato vittimismo o, come appunto Massimo D'Alema ha fatto,
un mix di tutto questo); formalmente, non è calunnia; tatticamente,
pesca in un elettorato qualunquista che abitualmente si astiene dal
voto e verso il quale il centrosinistra ha più mostrato disprezzo
che interesse. Un agire sordido, forse, ma difficilmente censurabile
fuori dal Tea Club.
Insomma, coi rispettivi e abituali modi che sono
stigma di entrambi, Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema hanno
giocato questo primo round. Mi aspettavo qualcosa del genere da
Silvio Berlusconi, e non credo che si tratti di un mio particolare
fiuto; analogamente con Massimo D'Alema, e non son stato deluso (se
non nello scarso rilievo dato da Repubblica alla lettera).
Bene, non è questo tipo di
(solo apparente) imbarbarimento che mi dà sofferenza.
Nemmeno mi dà sofferenza qualcosa che da parte di Massimo
D'Alema è altrettanto legittimo ed altrettanto moralmente
scorretto, per quanto privo della geniale sfrontatezza di Silvio
Berlusconi: al MaurizioCostanzoShow dello stesso 24 febbraio, s'è
detto contrario alle ragioni del first strike Usa in Iraq, lasciando intendere
a più d'un pollo che così avrebbe sostanziato, se al governo,
coll'immenso merito di essere stato in quel momento all'opposizione
e di non poter fornire controdimostrazioni, se non l'esile distinguo
spazio-temporale con le faccende kosovare. Nemmeno questo mi fa soffrire.
Soffrirebbe semmai quel governo Prodi (o, se la storia è ancora
magistra, quel governo D'Alema che ne prendesse successivamente il posto)
nel caso che, dopo il 2006, gli Usa decidessero di attaccare la Siria o
la Corea del Nord. E, dunque, accidenti, cosa mi fa soffrire? Arrivo al
punto. Nessuno chiaramente afferma, di qua, che "certi politici sono ladri"
è quella manifattura di sangue e merda di cui la politica è
fatta: o s'affrettano ad applaudire o fanno gli imbarazzati, senza muovere
un passo dalla falange. E nessuno, di là, afferma che, in caso di
necessità, ci sarebbero carabinieri a Seul o a Damasco.
Mi muoiono un sacco di amici durante le campagne
elettorali. O almeno non li riconosco più. E forse loro
non riconoscono più me. Ci infliggiamo inutili sofferenze.
Non escludo che dipenda da me. Anzi. (L.C., 25.2.2004)
La notizia: Il presidente russo Vladimir
Putin ha destituito il governo di Mikhail Kasyanov: "In base all'articolo
117 della Costituzione, ho deciso che il governo deve dimettersi".
L'annuncio, del tutto inatteso, è stato dato in diretta
televisiva lasciando di stucco gli osservatori internazionali.
Un vecchio detto insegna che natura non facit saltus:
nella realtà di solito i mutamenti sono lenti e graduali. Ecco
perché bisogna accogliere a ciglio asciutto la notizia della destituzione,
da parte di Putin, del governo russo. Ovviamente, in Italia, una simile
notizia (si pensi a Berlusconi nei panni di Putin!) farebbe starnazzare
le oche del Campidoglio e degli altri sei colli. Magari con ragione. Ma
trattandosi della Russia, e tenendo conto del suo passato, la prima cosa
da dire è che, se Putin ha fatto questo in vista delle elezioni
e per procurarsi un vantaggio, significa che in Russia ci saranno elezioni
libere e vere. Cosa che per settant‚anni non si è vista, come
si sa. E che rappresenta dunque un progresso: i dittatori non hanno nessun
bisogno di truccare le elezioni o d'influenzarle. Bisogna dunque essere
lieti del lento cammino di quell'immenso paese verso una democrazia compiuta
e matura.
Non tutto è perfetto, certo, e del resto
in nessun paese del mondo tutto è perfetto. In Russia non
sono cambiate le piaghe dell'alcolismo e dell'infingardaggine,
ci sono i nuovi ricchi e i nuovi poveri, i nuovi corrotti e i nuovi
potenti, ma ogni giorno le cose vanno un po' meglio. Quando l'Unione
Sovietica crollò su se stessa molti osservatori furono giustamente
preoccupati non dal punto di vista politico, poiché nulla
poteva essere peggiore della dittatura, ma dal punto di vista economico
e sociale. Si temette l'anarchia, la cleptocrazia, il calo della produzione
(che si è avuto), perfino un ritorno alla dittatura, che fu
del resto tentato, e soprattutto la fame. La fame, in questo caso, non
è l'impossibilità di cambiare il videoregistratore con
un modello più nuovo. È quella sensazione che il sistema
nervoso invia quando comincia a temere che la spesa calorica sia superiore
all'apporto con la conseguenza che, permanendo lo squilibrio, alla
fine si muore.
Sono passati più di dieci anni e nessuno
parla di questa fame in Russia. La miseria non è certo scomparsa
ma l'aspetto delle città russe è incredibilmente migliorato.
Non si vedono più code dinanzi ai negozi, i giornali sono accettabilmente
liberi di dire male del governo, la democrazia sembra stabile e le
due vetrine di quel mondo - Mosca e San Pietroburgo - scintillano di
luci e conoscono il problema del traffico. Qualunque persona di buon senso
e che ami l'umanità dovrebbe essere contenta di questi miglioramenti.
Ma ciò non vale per chi ha la mentalità
di sinistra. La mentalità di sinistra è infatti caratterizzata
dall'emotività, dal massimalismo e dall'indifferenza per
le sofferenze umane.
A causa dell'emotività, se un servizio giornalistico
(oggi possibile ed impossibile ai tempi di Stalin o di Breznev)
mostra della gente affamata a Nizni Novgorod o a Rostov sul Don,
le anime belle dichiarano che la democrazia ha provocato il disastro,
in Russia. Dei disastri ben più grandi dei tempi di Stalin,
esse non si preoccupano. Non gliene sono state presentate le fotografie
e dunque non esistono.
A causa del massimalismo per loro il governo russo
non è democratico, dal momento che non è democratico
come il governo inglese. Per amore dell'ottimo chiudono gli occhi
sul buono e rimpiangono il peggio.
Infine dimostrano indifferenza per le sofferenze
umane. Per decenni le anime belle si sono contorte in ogni modo
per giustificare il socialismo reale perché, benché
le persone soffrissero ed anzi morissero a milioni, la Russia
Sovietica o la Cina di Mao perseguivano un ideale. E a loro interessava
l'ideale, non che la gente morisse di fame o in campi di concentramento.
Questo era solo un piccolo errore, uno sfrido di produzione. Ancora
una volta, preferivano l'ottimo, il perseguimento di un ideale, al
buono, la pietà per gli esseri umani in concreto.
Giannipardo@libero.it - 25 febbraio 2004
Qui, quo, quiz
1.
Mi gioco un elegante esemplare impagliato di Ciconia
ciconia, opera del preclaro tassidermista Brancaleone Borgioli
e da me ereditato da una compianta zia nubile, che qualsiasi altro
energumeno minacciasse mai di dare due ceffoni all'onorevole Piero
Fassino sarebbe raggiunto tosto da assai congrua denuncia ai sensi
dell'art. 612 c.p., per azione della parte offesa, e/o in subordine
al combinato disposto ex art. 339 c.p., contemplante addirittura
il procedimento d'ufficio. Com'è evidente a tutti sotto questo
pallido sole di fine febbraio, se l'energumeno è di sinistra,
l'onorevole non procede, e nemmeno l'ufficio. Qui, pare che indignazione
e procedura riposino in soffitta, come il prezioso volatile impagliato
di cui dicevo all'inizio.
2.
"Ho letto su di un muro vicino a una scuola..."
scrive Gianni Boncompagni, e attacca a parlare di Dio. Dio, ci
dicesse prima che cosa ci faceva, vicino a quella scuola!
3.
Quiz. "Sono un'indipendente, non sto né
coi conservatori né coi riformatori... Non ho presentato
neanche una mia lista... Non mi sono persa neanche una marcia
di protesta... In casa... avevamo idee politiche diverse... Come
può entrare in Parlamento e scrivere leggi uno che le ha
violate?... Parlano tutti pensando solo agli interessi personali...
L'America mette i piedi dove non deve...": brani da un'intervista
al Corriere della Sera del 23 febbraio. Sab'na Guzz o Zahara Khomeini?
Aiutino: l'intervista è stata rilasciata a Teheran.
DIMENTICANZE
E' notizia di oggi e, anche se nessun
giornale l'ha pubblicata, la notizia è vera: la Corte
dei Conti ha confermato la condanna già emessa in primo
grado, l'ex giunta ulivista della capitale dovrà
risarcire tre miliardi e 329 milioni di vecchie lire per consulenti
esterni impropriamente utilizzati nel biennio 1994-96,
un terzo della somma - povera Barbara! - è a carico dell'ex
sindaco Francesco Rutelli.
A ben vedere, anche se nessuno lo scrive,
le consulenze d'oro sono una costante della famiglia ulivista.
Sarà una combinazione, ma anche Romano Prodi, la cui
moglie è stata per anni -guarda un po'- consulente
della Regione Emilia-Romagna, c'è inciampato. Come scrive
il settimanale TEMPI, in un intervista all’europarlamentare Heaton-Harris
, dal 1999, anno in cui Romano Prodi è presidente
della Commissione UE, da Bruxelles sono stati versati, attraverso
l'ufficio per la cooperazione "EuropeAid", 15 milioni di
€ alla Italtrend, società di consulting con sede a Reggio
Emilia. Nulla di strano, solo una combinazione vuole che la nipotina
di Prodi, Silvia, lavori alla Italtrend come assistente
della direttrice. Una questioncina proprio sgradevole e molto
italiana, le commesse partite da Bruxelles per l'azienda italiana
"Italtrend". Non ne sapevate nulla, vero? Qualcosa in più ne
sanno invece i sudditi di Sua Maestà britannica, visto che il
fatto ha trovato grande rilevanza sulle pagine dei quotidiani "Sunday Times"
(che titolava: "Una marea sordida intorno alla famiglia
Prodi") e "Sunday Telegraph". Il primo scriveva che «Romano
Prodi affronterà domande imbarazzanti sui legami della sua famiglia
con un'azienda che ha ottenuto appalti remunerativi da Bruxelles.
L'aumento di accuse di nepotismo - continuava l'edizione domenicale
del "Times" - all'interno della Commissione ricorda la sordidezza
che ha fatto sprofondare il suo predecessore Jacques Santer».
Il domenicale britannico ricordava inoltre che la notizia sugli
appalti a "Italtrend" è comparsa la scorsa settimana sull'"European
Voice", provocando imbarazzo per Prodi. Il quale era in visita in
Africa occidentale e si è trincerato dietro uno stizzito silenzio.
Tutta la vicenda, qui da noi in Italy,
viene raccontata, con una documentatissima inchiesta tra
Reggio Emilia, Dublino e l’Isola di Man, sul settimanale
TEMPI (clicca qui
per l’articolo). Nessun altro giornale (a parte il Foglio) o telegiornale
italiano ha ripreso la notizia.
Infine, le strane consulenze alla nipotina di
Prodi sono riassunte in una interrogazione al Consiglio
regionale dell’Emilia-Romagna, alizza.asp?id_comunicato=15165">qui
il testo integrale dell’interrogazione. (cp, 24/02/2004)
L’Italia pensosa e seria, e anche quella che pensa ai fatti suoi,
è profondamente tediata dall’interminabile guerra fra berlusconiani
e antiberlusconiani. E tuttavia una distinzione s’impone subito.
I berlusconiani spesso sono soltanto persone che votano per il centro-destra,
mentre gli antiberlusconiani lo sono visceralmente. Perché Berlusconi
è ricco, perché è un parvenu in politica,
perché è anticomunista ed osa dirlo, perché ha
troppo potere, nella sua coalizione e nel paese, e infine per la ragione
più centrale di tutte: che gli è antipatico checché
dica o faccia.
I berlusconiani - benché costantemente
accusati dell’opposto - sono meno berlusconiani di quanto siano antiberlusconiani
gli altri. Essi hanno votato per questo imprenditore quando ne avevano
appena sentito parlare, nel 1994, solo perché rappresentava
un contraltare alla vittoria del Pds. Egli infatti non ha ottenuto
voti in nome di ciò che aveva fatto per l’Italia -come De Gaulle
per la Francia, nel 1958- ma in nome dell’opposizione alla vittoria
della sinistra. S’è limitato ad avere il coraggio, partendo da
zero, di raccogliere dal fango la bandiera della Democrazia Cristiana
ed ha dimostrato che, se quel partito s’era dissolto, non s’erano dissolti
nel nulla i suoi elettori.
Da allora sono passati dieci anni e la situazione
s’è stabilizzata. Berlusconi è divenuto primo ministro
del governo più durevole della storia repubblicana; è capo
d’una coalizione che ha un programma di governo liberista ed efficientista
e tuttavia questo non ha molto cambiato le caratteristiche dei berlusconiani
e degli antiberlusconiani.
Questi ultimi sono solo diventati ancora
più acidi ed accaniti, contro di lui, con la rabbia di verderlo
prevalere e resistere ai loro continui attacchi anche quando si è
messo dalla parte del torto o si è reso ridicolo. Questo potrebbe
essere loro perdonato, se fosse una parte del loro programma politico.
Invece, purtroppo, è l’intero programma politico. Non ne
hanno altro, se non per principi vaghi e generali. Della lotta al capo
della fazione avversa hanno fatto una sorta di religione e un sostituto
di dottrina politica. Quasi che, battuto Berlusconi, poi tutto fosse
facile. L’amara realtà è che non c’è nessun serio
progetto, in politica interna e in politica estera, che non trovi la coalizione
di sinistra discorde e pronta alla scissione. Sicché essa soggiace
alla tendenza a mettere tra parentesi qualunque programma di riforma
o d’attività politica di grande respiro che la spaccherebbe per
concentrarsi sull’unico elemento unificante: l’odio per Berlusconi, il
nemico esterno. La risorsa unitaria di coloro che non hanno niente in comune.
I paesi arabi ad esempio fingono d’essere uniti solo perché dicono
tutti insieme male d’Israele.
Questo atteggiamento è controproducente
per parecchi motivi. In primo luogo, questa concentrazione su Berlusconi,
questa attenzione alla minima sciocchezza che quell’uomo può
dire (del resto è ciarliero e capace di parlare a spiovere,
come dicono a Napoli), ha finito con l’ingigantirlo. Come si può
parlare della Russia di Stalin o dell’Atene di Pericle, oggi si può
dire che viviamo nell’Italia di Berlusconi. E questo non è
utile, per la causa dell’antiberlusconismo. Non sarà vero
quell’antico principio della pubblicità (“parlate di me,
anche male, ma parlate di me”), ma è indubbio che questo
maledirlo almeno cinque volte al giorno, alla maomettana, ne fa il numen
loci. Il personaggio centrale non solo della politica, ma di tutta
la vita italiana: dal calcio alla mondanità, dalla chirurgia
plastica alle barzellette, dalla televisione ai giornali. Troppa gente
non si accorge che se lo si incolpa d’un eccesso di pioggia lo si trasforma
in Giove Pluvio.
L’atteggiamento è poi controproducente per un secondo
motivo: è ininfluente sugli antiberlusconiani -ché tanto
lo sono già- ed è ininfluente su chi non è antiberlusconiano.
Fra l’altro, l’eccesso provoca il rigetto. E poi, come insegna la
neurofisiologia, la ripetizione dello stimolo l’annulla. Appena mi
siedo ho la sensazione della superficie che m’accoglie, dopo qualche
secondo dimentico d’avere una sedia, sotto di me. Il cervello rifiuta
d’ascoltare un messaggio che non dice nulla di nuovo. Esattamente come
gli italiani si rifiutano di sentir parlare ancora di conflitto d’interessi,
visto anche che spesso questo conflitto -che alcuni vedono dovunque-
loro non lo vedono da nessuna parte.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. A suo tempo Berlusconi
offrì agli anticomunisti, come bonus, un programma liberale e
liberista che li fece sognare. Ma fu solo un sogno, appunto. Certo,
c’è stato l’11 settembre, c’è stata la peggiore crisi economica
internazionale di tutti i tempi (1929 incluso), ma la coalizione di
governo s’è dimostrata inetta e timida. Capace solo di grandi
proclami non seguiti da niente di concreto. Capace di combattere una
guerra sul nulla (la riformetta dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori)
e perfino di perderla pur avendo tutte le briscole in mano. Capace di
sbandierare ai quattro venti la necessità d’una riforma della giustizia
e poi di varare alcune leggine pressoché inutili che l’hanno resa
criticabile.
I votanti di centro-destra sono delusi. I
berlusconiani veri pensano magari che il Cavaliere avrebbe mantenuto
le sue promesse se non fosse stato frenato dagli interessi e dalle
mene di alleati piccoli e riottosi, ma la maggior parte pensa che,
in ogni modo, questo non è il governo che sperava d’avere. Gli
italiani sono per processi che non durino dieci anni, per uno Stato che
pesi meno e che sappia decidere. Non si può tenere in caldo una
legge sul conflitto d’interessi (a costo zero) o sulla riforma delle pensioni
per anni ed anni, parlandone continuamente. Non si governa cercando di non
scontentare nessuno. In particolare, ai sindacati si sarebbe dovuto
dire: o governiamo insieme o governeremo senza di voi. Ma subito, oggi.
Qualche giorno fa, in un suo editoriale,
Angelo Panebianco sosteneva che in Italia, quale che sia il governo,
è impossibile fare riforme serie perché ci si scontra sempre
con centri di potere che impongono lo status quo. C’è del vero,
in questo. Ma la capacità di governo si dimostra appunto adottando
anche provvedimenti impopolari. Blair, che avesse ragione o torto, ha
reputato che fosse nell’interesse del Regno Unito partecipare alla guerra
in Iraq, e l’ha fatto. Malgrado le immense perplessità del suo Paese.
De Gaulle, eletto da gente che gridava “Algérie française!”
ha liquidato l’Algeria, rischiando perfino un colpo di Stato e gli attentati,
anche a lui personalmente. Ed oggi nessuno esita a considerarlo il più
grande francese del Ventesimo Secolo.
In che modo un governo italiano potrebbe tagliare il nodo
gordiano, non lo sappiamo. Forse in Italia neanche De Gaulle sarebbe
stato De Gaulle. E in conclusione, il centro destra ha un programma
ma non lo applica gran che. La sinistra non ha un programma e si limita
a dire male di Berlusconi. In Italia ci sono antiberlusconiani convinti
ed elettori che non sopportano uomini ed idee di sinistra. Tutti anti
e nessuno pro, insomma. Non è una situazione rosea.
Giannipardo@libero.it
Era ulivista...
30 mila miliardi di buco ulivista, il crac
politico che, zitti tutti, paghiamo noi. Migliaia di miliardi
finiti chissà dove. <<Spariti, volatilizzati. O forse solo
nascosti tra le pieghe di un rendiconto da brivido. Altri miliardi
contabilizzati in modo sbagliato, prestiti non contabilizzati affatto,
misteri. In poche parole un bilancio inattendibile, nella migliore
delle ipotesi spaventosamente disordinato. Un disastro. E non è
la Parmalat di patron Tanzi & soci in malaffare. Signori, ecco a
voi la storia di un buco che è una voragine e che non fa gridare
allo scandalo. Normale. Questo è il Paese in cui cinque o dieci
milioni di lire investiti in bond e liquefatti nel mare delle private
insolvenze fanno giustamente notizia, e cinque o dieci milioni finiti in
tasse per finanziare pubblici disastri restano normale routine. Questa
è l'Italia anno 2000-200l, ultimo dell'era ulivista.>>
Per l’articolo di MATTIAS MAINIERO
da "Libero" clicca qui.
"Preferisco vivere"
Mi cagiona biasimi ora spietati ora beffardi da conoscenti,
amici e parenti, ma è più forte di me: ho il vizio
di leggere l'Unità. Di nascosto, quotidianamente, talvolta
a più riprese. Peggio, ne traggo un malato godere, che da tempo
preoccupa chi mi vuole bene, perché è evidente che, mentre
sembrerebbe ch'io divori l'Unità, è lei che invece divora
me, lentamente, inesorabilmente. Non ho il coraggio di confessarlo
ai cari, ma credo di non potere uscire più dal tunnel, anche
se per tranquillizzarli a volte abbozzo un vigliacco "posso smettere
quando voglio". Il bene che mi vogliono pare convincerli, talvolta. In
verità, so bene che non voglio, perché non posso. E a volte
mi pare che l'abbiano ormai capito bene anche loro, per il sempre più
fievole tentativo di dissuasione, il sempre più dolente tacere in
impotente complicità. Qui mi confesso, nella speranza che la mia
confessione sia monito per qualche ingenuo sprovveduto o qualche folle
ardito. Cosa m'attrasse all'inizio? E chi può mai saperlo. E'
iniziato quasi per gioco, forse per sfida o per fatale leggerezza, non
saprei. Fu orgasmo, ora è dipendenza. Ho pena di me stesso per
come ogni volta mi lascia spossato, annichilito, per come mi costringe
a fingere con me stesso, a farmi dire "domani no, domani non lo faccio",
ben sapendo che non ci riuscirò. Se solo adesso mi decido a questa
esternazione pubblica, è perché oggi ho avuto le prove che
non ho speranze, son destinato a perdermi del tutto in questo vizio.
Oggi, erano due giorni che mi astenevo. L'avevo comprata giovedì
e venerdì, ma avevo messo le due copie ancora piegate in un angoletto
del mio studiolo. Era accaduto che giovedì un Vattimo o un Di Pietro
erano stati tagliati male, forse con troppo mannitolo: insomma, con rispetto
parlando, una paurosa diarrea. Mi son detto (ahimé, quante altre
volte me l'ero già detto) "adesso basta, preferisco vivere". Ma,
come al solito, mentivo a me stesso: già sapevo che quelle copie
di venerdì e sabato me le sarei sparate in una sola botta, rischiando
un'overdose, come un fottutissimo pazzo. Stamane, domenica 22 febbraio,
mi sembrava d'aver avuto la meglio: ho buttato le due copie dei giorni
precedenti nell'immondizia. Ho buttato il sacchetto nel cassonetto sotto
casa e sono passato per l'edicola a comprare i giornali: il Foglio, la
Stampa, il Corriere, il Riformista no, ché di domenica non esce,
e poi Repubblica, Libero e il Giornale... Ho sentito una fitta alla bocca
dello stomaco, come una pugnalata: era la crisi d'astinenza. Ho fatto un
altro tentativo, ridicolo a pensarci bene: ho chiesto il Manifesto e Liberazione,
come se fossero metadone. Neanche il tempo di sfogliarli, un vomito pauroso.
Maledicendomi, sono tornato sui miei passi e all'edicolante ho fatto "ah,
dimenticavo... l'Unità", mentre quello mi rifilava come un gadget
il malizioso sorrisetto di chi ha capito tutto. Di corsa a casa, mi sono
chiuso in bagno e me la sono letta tutta, l'Unità, a rischio di rimanerci
secco. Verso gli sgoccioli, a pag. 28, c'era una letterina di Pietro Folena
nell'angoletto della posta: "Caro direttore, Santoro, stizzito dalla mia
riflessione preoccupata che si rivolgeva non a lui ma a Fassino, D'Alema
e Prodi, con un po' d'arroganza intende spiegarmi il contenuto e il significato
del messaggio di Pasolini...". Panico vero! "A cosa si riferisce Folena?"
mi sono chiesto madido di sudore, il cuore che impazziva alle tempie:
"Che cosa ha detto esattamente Santoro?" In breve: sono tornato in strada,
a prendere le due copie dell'Unità dal cassonetto. Venerdì,
Pietro Folena lamenta che alla convention del Palalottomatica c'è
stata "poca sinistra" e che perfino "di un intellettuale scomodo, atipico
e straordinario come Pasolini si è preso un pezzo 'evangelico'...
"; sabato, Santoro strapazza Folena e chiede al direttore di pubblicare
il pezzo 'evangelico' di Pasolini in modo che "Folena possa scoprire come
il problema che si pone lo scritore è quello di una impossibile convivenza
tra falchi e passeri, nonostante l'evangelizzazione...". Di qui l'incazzatura
domenicale di Folena, dunque, al punto da fargli scrivere che lui,
del Pasolini, sa tutto, perché "nel 1985 la Fgci che allora dirigevo,
organizzò una grande festa nazionale dedicata proprio a Pasolini...".
Ecco, alla fine, ho sentito diffondersi di tra le mie fin lì squassate
fibre un rivolo di pace e oblio, finalmente. Ma a quale prezzo! Per questo,
a quanti hanno raccolto questa mia confessione, lancio un accorato appello:
non iniziate, tenetevi alla larga! Si inizia quasi per gioco, per un'atroce
leggerezza, e si finisce in un cesso, sudati e ridotti come un cencio,
con in mano Santoro e Folena.
(L. C., 23.II.2004)
Nella lista dei redattori e dei collaboratori, alla
lettera B, tra Bandinelli e Buttafuoco... (L.C., 22.2.2004)
A "Il Foglio"
Al direttore - Lei è un
adorabile furbacchione, sono incantato. Ben sapendo dell'enormità
cumulata da Mattia Feltri e che comunque quel mitico cantuccio in
quarta pagina sarebbe sembrato a tutti come odiosamente usurpato,
quand'anche lei l'avesse affidato a una commista quintessenza di Confucio,
Shakespeare e Groucho Marx, lei ha pescato nel peggio del peggio e v'ha
tirato fuori il meglio: Gianni Boncompagni. Della qual scelta invece io
personalmente mi congratulo per una mia vecchia simpatia per quello, tutta
istintiva. Immagino come lei si starà divertendo, ora, a leggere
l'afflitta e indignata protesta che le sarà piovuta nella posta,
povero dottor Casotto! O forse no. Dopo quattro o cinque e-mail tutte
eguali - l'auricolare di Ambra, Raffa e il vaso dei fagioli, "ah, direttor
mio, io l'avrei curata gratis quella rubrichina e invece lei l'affida
a quello...", ecc. - avrà tirato uno di quei notori sbuffi annoiati
dei suoi, per la conferma (se ce ne fosse stato bisogno) che, quando
scrive, il lettore è quasi sempre peggio dello scrittore, quando
legge. Si magna licet.
A "Il Riformista"
Caro direttore, più che
alle regole dell'ipertesto un giornale obbedisce alle leggi dell'iperspazio.
Vuole un esempio? Prenda quel giovanotto sulla ventina, dj di professione
e sventrapapere per hobby (o viceversa, più non ricordo),
che prima curava una rubrichetta quotidiana sul Foglio di Giuliano
Ferrara, mi pare si chiamasse Diaco. Con un'accelerazione gravitazionale
quadratica sembrava essere imploso in un black hole, proiettato addirittura
nel giornalismo. Da una dimensione parallela, invece, ritorna, anche
se molto, molto, molto invecchiato, diciamo sulla settantina. Ora si
fa chiamare Boncompagni, ma è sempre lui, è evidente,
come dimostrano le sempre uguali lamentele di chi è rimasto,
in tutte e tre le solite dimensioni, invidioso di sventrapapere e dj.
Non ridacchi, la prego, potrebbe accadere qualcosa del genere anche
al suo giornale. Ricorda quel poeta di professione e paroliere per
hobby (o viceversa, più non ricordo) che prima curava una rubrichetta
quotidiana sul Riformista e tutt'un tratto poi cascò anche lui
in black hole? Mi pare si chiamasse Mogol. Da un universo parallelo
potrebbe ritrovarselo tra piedi, molto, molto, molto più giovane,
e tenderle la mano dicendo: "Piacere, sono Morgan".
P.S.: Se questa me la taglia da "non ridacchi"
in poi, ridacchio io.
Cribbio!
In video un servizio di Raitre-Neapolis
sul raduno dei blogger a Napoli (Galassia Gutenberg, 14.2.2004,
clicca qui per
le immagini del servizio):
Intervistato anche Castaldi, è quello
che all'apertura del servizio dice:
"Blogger significa avere buone possibilità
di trovare ascoltatori al proprio narcisismo". Come volevasi dimostrare.
Massima del giorno
Il mestiere di Presidente della
Repubblica è fra i più pericolosi del mondo. Si
è persone normali quando si è nominati e si lascia
la carica con la fama di fessi quando va bene e di ipocriti
malefici quando va male.
G.P.
"Il Papa ha vietato
tutto, fuorché cacare"
"Gli americani credono al Libro
molto più di noi": è il commento de Il Foglio (18.2.2004)
ai dati emersi da un recente sondaggio della Abc e succintamente
riportati in un box dal titolo "Così l'America crede
in Dio e nella Bibbia". Il sondaggio Abc rivela che una larga
percentuale degli americani crede nella "verità testuale"
delle Sacre Scritture, dall'arca di Noè al miracoloso attraversamento
del Mar Rosso. Per il commentatore la cosa sarebbe buona e giusta:
"In God we trust, crediamo in Dio. Il logo del dollaro (...)
tra gli americani regge ai colpi della secolarizzazione assai più
di quanto avvenga nelle altre ormai scettico-illuministiche società
occidentali". Se qualche primato etico o culturale era da accreditare
agli americani, non ci era sembrato che fosse la refrattarietà
alla secolarizzazione; né c'era sembrato che sullo scettico-illuminismo
si fondasse il discrimine atlantico; insomma, quell'"ormai" che
suona come una bolla papale ci sembra un po' troppo, anche se l'avesse
scritto l'Osservatore Romano invece che Il Foglio. Come spesso accade
quando si è realisti più del re, si corre il rischio
di fraintendere molte cose della monarchia e del regno. Si corre il
rischio di definire devozione anche la fedele citazione da Ezechiele,
fatta in Pulp Fiction da uno spacciatore, che in God he trustes, prima
di quell'indimenticabile esecuzione per regolamento di conti.
In realtà, molto non quadra in queste
sbrigative deduzioni, cui si allegano pericolose, ancorché
implicite, conclusioni sui modelli antropologici
e culturali americani, relativi alla sfera religiosa. In primo
luogo, per fare un esempio ben noto, la "verità testuale"
della Bibbia sul nostro sistema solare vorrebbe che la terra stia
ben salda al centro dell'universo e che il sole vi giri incessantemente
attorno, fatta eccezione nei casi in cui un Giosuè gli chieda
di fermarsi in medio coelo. Please, chiedere a Galileo
Galilei cosa gli hanno fatto passare le autorità vaticane
per essersi permesso di contestare questa "verità testuale".
E' chiaro che le "ormai scettico-illuministiche società
occidentali" debbano molto a Galileo Galilei, e che possano ritenersi
ben soddisfatte di questa loro blasfema sospettosità sulle
"verità testuali" della Bibbia. Ciò nonostante, proprio
gli americani che "credono al Libro molto più di noi" non
si sognerebbero mai di calcolare le traiettorie dei moduli spaziali
sulla base delle "verità testuali" delle Sacre
Scritture sul nostro sistema solare. Le cose evidentemente debbono
stare in un modo diverso. E il commento de Il Foglio sfiora la verità
senza coglierla: "Nel dato disaggregato i cattolici vengono
buoni ultimi. La loro fede si perma a 51 per cento sulla creazione,
a 50 su Noè, a 44 per cento sul Mar Rosso. Tra i protestanti,
le percentuali salgono rispettivamente a 75, 79 e 73 per cento. E in
testa a tutti gli evangelici (...) con 97 per cento sulla Genesi...".
Forse gli evangelici e Il Foglio pretendono troppo sulla "verità
testuale" della Genesi: con ironia bonaria, per carità di Dio,
la nascita di Eva dalla costola di Adamo "ormai" non ci convince, sarà
che siamo "scettico-illuministici", perdutamente.
Le cose forse stanno in altro modo, in altro
modo si possono spiegare quei dati del sondaggio Abc. E' dal
1522 che la Bibbia è letta in lingua volgare. Tra poco meno
d'un ventennio, col cuore e la mente rivolti a Wittenberg, i cristiani
dell'Arcipelago Protestante festeggeranno il loro semimillennio
di disobbedienza alla Chiesa di Roma e alle sue mediazioni, non
ultima quella esegetica. Che i protestanti credano nella verità
testuale delle Sacre Scritture molto più di quanto vi credano
i cattolici è merito di quel Lutero che era solito dire: "Il
Papa ha vietato tutto, fuorché cacare" (Tischreden, 613).
Traduzione e tradimento, divulgazione e volgarizzazione, ma per mezzo
millennio, tra i protestanti, fu più l'occhio a scorrere la
Scrittura che l'orecchio ad abbeverarsi dal pulpito. E la Scrittura
divenne familiare, domestica, fatta di pane e vino come un sacramento.
Il pastore anglicano leggeva Paolo lì dove "meglio sposare
che ardere", e figliava, mentre il parroco dedicava l'omelia ai
fuochi di Sant'Antonio e al coraggio di Origene, nel latino che per
il poveraccio manzoniano restava "latinorum". Come stupirsi, dunque,
del fatto che "Così l'America crede in Dio e nella Bibbia"?
Lutero ha messo una Bibbia in ogni stanza di motel dalla West alla
East Coast; i vescovi di Roma ancora oggi pasticciano tra "caneon"
(canapo) e "cameon" (cammello):ancora fanno fatica
a far entrare nella cruna dell'ago un qualche Rockfeller apostolico
romano.
(Luigi Castaldi, 20.II.2004)
MOLLICHINE
Il sottosegretario Sacconi. "Il governo ha predisposto
un monitoraggio sui prezzi".Un monitoraggio: cioè stare ad
osservare. Ma non lo fanno già tutti i giorni le massaie?
I genitori di Pantani: "Ce l'hanno ammazzato". Non
come Giulio Cesare, che è morto di morte naturale.
Maroni:"Giovedì l'incontro finale sulle
pensioni". Achille insegue la tartaruga.
Trichet ottimista: "la ripresa in Europa dovrebbe
accelerare nel secondo semestre di quest'anno". Se l'esperienza
insegnasse qualcosa, il mestiere di profeta sarebbe scomparso da
millenni.
Trichet ha promesso che Francoforte "vigilerà
sul potere d'acquisto dei cittadini europei". Anche il mestiere di
venditore di fumo dovrebbe essere scomparso.
Attentato contro una scuola di Baghdad: due bambini
sono morti. Gli integralisti islamici amano talmente il paradiso
che ci mandano in anticipo i bambini.
Violante: "Berlusconi non è adatto
a governare". Non bisognerebbe eleggere il premier, bisognerebbe
chiedere a lui se è adatto.
Berlusconi ha detto che imposte al di sopra del 50%
inducono all'evasione. Ma gli italiani sono più sensibili
di quanto lui non creda. Potendo, evitano anche tasse del 10%.
Il 5 marzo sciopero del trasporto aereo "per sostenere
la vertenza dell'Alitalia". Sottolineiamo: la vertenza dell'Alitalia,
non l'Alitalia.
20 operai cinesi in prigione dopo scontri con la polizia.
Manifestavano per la bancarotta della loro società che
li aveva spinti a comprare le sue azioni. Allora, investitori Parmalat,
state buonini, chiaro?
Dal Foglio, Piero Fassino: "Sfido Berlusconi a un
faccia a faccia in tv". Ma non da Vespa. La distanza fra le poltrone
è tale che gli sputi mancherebbero il bersaglio.
Berlusconi ha detto che imposte al di sopra del 50%
autorizzano moralmente il tentativo d'evasione. Il solito illuso.
Come se i contribuenti avessero problemi di morale.
Fallito il piano del centro-sinistra d'inviare Retequattro
sul satellite. Non gli rimane che inviarla affallovo.
Prodi: "La Ue condanna l'antisemitismo senza riserve".
Con le riserve (in cui mettere gli ebrei), l'antisemitismo avrebbe
invece campo libero.
Soros è pronto ad assicurare il suo sostegno
finanziario a chiunque sfiderà Bush. Per lui dunque chiunque
è meglio di Bush. ABB, anybody but Bush. Neanche fosse Berlusconi.
Castagnetti (dopo le dichiarazioni di Berlusconi):
"C‚è un limite all'estremismo mattoide". Ecco come si risponde
ad espressioni eccessive.
Election day. The Government has decided that on June
12th and 13th... Scusate, ricominciamo: Giorno di elezioni...
L'appello del pm sulla morte di Pantani: "Chi sa qualcosa
parli". Ma si ricordi, de mortuis nil nisi bonum
Giannipardo@libero.it
PARMALAT
Dagli schermi televisivi la vicenda Parmalat
ci ha annoiati a morte, giorno dopo giorno. Ma non sta scritto da
nessuna parte che le notizie debbano essere divertenti, basta che
siano istruttive, basta che se ne possa trarre qualche insegnamento
per il futuro. Ma è proprio questo, il punto, qui: a che serve
conoscere quante persone sono state arrestate, quanti giudici se ne
occupano, a quanto ammontano gli ammanchi, se chi è stato truffato
non ritroverà i suoi soldi e se nessuno ci assicura che in futuro
si eviteranno disastri simili?
Se un amico non mi restituisce il denaro che gli ho
prestato non gliene darò certo dell'altro. In questi casi
l'esperienza serve. Ma rispetto alla Parmalat, cioè rispetto
ad un gigante di cui anche le banche parlavano col cappello in mano,
che ragioni di diffidare aveva, il piccolo risparmiatore? Dunque la
vicenda Parmalat non insegna nulla. Lo scandalo si è verificato
perché nessuno vigilava o poteva vigilare, e non poteva certo
farlo il singolo piccolo investitore.
Qualcosa potrebbe insegnare al governo, tuttavia.
Se il Parlamento fosse in grado di varare una regolamentazione
che rendesse assolutamente impossibile il ripetersi di fenomeni
analoghi, il risparmio avrebbe ancora una speranza. Se invece una
simile regolamentazione è impossibile, tanto varrebbe proclamare
in televisione che chi investe in Borsa lo fa a suo rischio e pericolo,
perché promotori, banche, imprese e organi di controllo sono
solo un‚associazione a delinquere. E dovrebbe aggiungere che quanto
più grande è l'impresa e famoso il nome - Parmalat, Assicurazioni
Generali, Fiat - tanto meno bisogna fidarsene, visto che proprio loro
sono in grado di ottenere giudizi positivi da ogni sorta di pretesi controllori,
ufficiali e non ufficiali, privati o di Stato, nazionali o internazionali.
La Costituzione scherzava, affermando di proteggere il risparmio. Il
saggio deve mettere il denaro sotto il materasso, l'anno dopo avrà
il 3% (inflazione) in meno, ma gli rimarrà il 97%, alleluia. E
potrà fare ancora di meglio: spenderlo. Avete già visto
i templi di Angkor Vat? Perché non ristrutturate casa vostra? E suvvia,
perché contentarsi di una Stilo, vendono pure Rolls Royce!
È un umorismo amaro, questo. Ma logico. E che
corrisponde al proverbio secondo cui "i savi fanno i soldi e i pazzi
se li godono".
Giannipardo@libero.it - 18 febbraio 2004
NANI E BALLERINE
Parma, parliamo di Parma, questa antica capitale
dove ebbe sede anche la corte di Maria Luisa d’Austria, moglie
del grande Imperatore. Oggi il mondo sembra irrompere a Parma
come un fiume in piena: che porta in sè, oltre al flusso vitale
delle passioni, anche il fango torbido della scelleratezza. Stavolta
non è il solito dramma piccolo borghese di provincia ma uno dei
più clamorosi crac finanziari della storia patria, forse il più
grave.
Eppure, mentre per anni (anzi, decine d’anni)
tutti (anzi, quasi tutti) si mettevano in fila con il cappello in
mano davanti al “signor Tanzi”, oggi, all’ombra del Battistero,
mi stupisco non sia ancora uscito allo scoperto qualche nipotino di Cesare
Lombroso che, foto di Tanzi e famiglia, non ci abbia spiegato -della
serie: ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi - le
fattezze del criminale di razza.
E la città? Risponde nell'unico modo di
cui è capace: il pettegolezzo. E quando il pettegolezzo
è il cortocircuito tra una discussione e l'altra, da Tanzi
alla Miroslawa passando per Bubi e la Tamara... il passo è
breve. Allora la iattura di Tanzi appare quella di non essere stato
colto con la pistola fumante in mano, bensì con lo scanner dell'ufficio
ancora caldo: impietosamente, al patron della Parmalat non è
riservata dignità migliore della ballerina polacca. L'ennesima
tragicommedia paesana, insomma: che sarebbe anche un divertente paradigma
dell'italica furbizia se non fosse per le centinaia, migliaia di lavoratori
e risparmiatori che vedono a rischio, o già compromessi, la
loro occupazione o il sudato guadagno. Il gioco del momento è
spararla sempre più grossa sul tempo in cui già si sapeva:
chi da mesi, chi da anni, chi ovviamente da sempre perché si
sa come funzionano le cose a questo mondo. A meno di essere proprio imbranati.
E allora che dire delle centinaia, migliaia di cortigiani, araldi e commensali
che bivaccavano alle porte di Collecchio? Ovviamente scomparsi, come i
miliardi dell'ammanco. Che tristezza...la solita umanità di nani
e ballerine, tanto per restare in tema.
Eppoi, consensus omnium, la galera.
Galera preventiva, prima il padre con i suoi ragionieri e poi
i figli con le loro debolezze; tutti umiliati e condannati, costretti
alla gogna ancor prima del processo, in omaggio a un modo
incivile e sadico d’intendere “giustizia”.
Parma? No, no, Italia, Italia. (cp, 18/02/2004)
San Toro martire.
Riceviamo e pubblichiamo:<<Proseguono
nella Chiesa di Santa Cristina, in via della Repubblica a Parma,
gli incontri che la Comunità organizza con le voci più
significative del nostro tempo. Lunedì 23
febbraio, alle ore 21, si terrà un pubblico dibattito sull'argomento"Gesù
uomo di Nazareth", con la partecipazione del giornalista radio-televisivo
Michele Santoro>> (cp, 18/02/2004)
Un turbine di coriandoli verdi
Ancora non s'è spenta
l'eco delle note dell'Inno alla Gioia che sabato 14 febbraio,
in un turbine di coriandoli verdi, ha chiuso l'intervento di
Romano Prodi alla Convention della Lista Unitaria per l'Ulivo,
al Palalottomatica di Roma. Forse, quelli delle pulizie del Palalottomatica
ancora devono spazzare via i coriandoli verdi, ancora devono arrotolare
il megaschermo dal quale il bonario faccione di Romano Prodi mandava
il suo sorriso rassicurante. Ma già la Cosa Riformista si spappola
sul voto per il rinnovo della missione italiana in Iraq. Votare no?
Astensione? Uscire al momento del voto? E sì che si tratta di
un tema davvero non secondario: è in gioco il destino della politica
estera italiana, uscita col governo Berlusconi dalle secche del
primato franco-tedesco dopo lunghi e grigi decenni di inane e colpevole
ambiguità. Davvero difficile capire se tanta indecisione di quel
campo sia segno dell'irrisolvibile composizione in una di anime affatto
diverse in quell'embrione di partito riformista, che nasce (mai dimenticarlo!)
dalla fusione di gameti cattolici e comunisti, o sia invece il calcolo
opportunistico dei leaders della Lista Unitaria, che valutano comodo,
al momento, fare all'opposizione quel che non sarebbe plausibile se
fossero al governo, per non bruciare le inevitabili, ancorché
risicate, alleanze elettorali del 2006 con Girotondi, Rifondazione
e Verdi. Nel primo caso, sarebbe un aborto precoce; nel secondo, è
lecito aspettarsi il parto d'un mostro. Ne parliamo adesso o nella malaugurata
ipotesi che la politica estera italiana debbano confabularla tra loro
Prodi, Fassino, Rutelli, Boselli, Occhetto, Di Pietro, Bertinotti e
Pecoraro Scanio, sotto una logora bandiera arcobaleno? (L.C., 18.II.2004)
Intervista a N. M.
E' triste, dice. Se è tristezza,
potrebbe essere quella amara di chi si vede dar ragione dagli
eventi che ha previsto, ammonendo, inascoltato. Se non lo è,
parrebbe piuttosto la dolente pietà verso gli stolti che
non hanno più alcuna speranza, e contorcendosi vanno a fottersi
ignavi. "Ruinandosi sanza coscienzia" direbbe lui. Sa di essere stato
messo da parte, ce lo ripete continuamente, quasi a saggiare il perché
si sia venuti fin qui ad incontrarlo. Sa di essere stato dimenticato,
ridotto ad un'antonomasia in cui, ci ha confessato ai margini di
quest'intervista, egli stesso non si riconosce. Versandoci da
bere, prima che accendessimo il registratore, ci ha chiesto: "Non
è che anche voi mi confondete con qualcun altro?", ridacchiando
per questa sua acidula umiltà fino al catarro. Le cose del mondo,
viste da qui, questo cantuccio in cui l'abbiamo raggiunto, lo rendono
livido fino a questo sarcasmo? Non abbiamo che da chiederglielo. Intanto
lo guardiamo. E' ancora più smagrito rispetto alle immagini
ufficiali di un tempo: occhi puntuti, zigomi aguzzi, denti ingialliti
che appena s'affacciano dalla sua bocca senza labbra. Ha accettato
di rispondere a qualche domanda dopo mille sospettose cautele, che non
vengono meno lungo tutto il nostro incontro. Quasi paranoie da vip. Ad
esempio, non che ci aspettavassimo un "la porti un bacione a Firenze"
alla fine, questo no. Ma che finisse con un solenne "raccomandomi: niun
cenno a Fiorenza", be', questo ci ha un po' stupito. Come ci ha spiazzato
la pretesa che non venisse fatto il suo nome.
"Cominciamo. Messer..."
"Può farsi senza nominarmi?
Gradirei."
"Lei ci imbarazza. Cosa mettiamo accanto
alle risposte?"
"Mettete le iniziali sole."
Mettiamo le iniziali sole.
Nulla di ciò che è
accaduto in quest'ultimo mezzo millennio ha scalfito le sue
note convinzioni sulla natura umana?
N. M. : "Giudico il mondo sempre essere
stato ad uno medesimo modo, ed in quello essere stato tanto
di buono quanto di cattivo; ma variare questo cattivo e questo
buono di provincia in provincia."
Cariati dal male, comunque?
N. M. : "La natura ha creato gli uomini
in modo che possono desiderare ogni cosa e non possono conseguire
ogni cosa: talché essendo sempre maggiore il desiderio
che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza
di quello che si possiede, e la poca sodisfazione d'esso."
Insomma, una condanna. Di qui la materia
che impasta i rapporti umani lungo il gradiente tra famiglia
e Stato? Di qui la dannazione del bipede implume quando diventa
animale politico?
N. M. : "Degli uomini si può dire
questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori
e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno;
e mentre fai loro bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue,
la roba, la vita, e figliuoli, come di sopra dissi quando il bisogno
è discosto; ma quando ti si appressa, e' si rivoltano."
Sì, questo lei l'aveva già
scritto. Quello che danna, dunque, sarebbe la spietatezza delle
regole imposte dalla stessa natura umana? Cattivi, perché
deboli?
N. M. : "Se gli uomini fussino
tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché
sono tristi e non la osservarebbono a te, tu etiam non l'hai ad osservare
a loro."
Sì, intendiamo. In questo impasto
ce n'è abbastanza per frastornare l'uomo tra "causa" e "caso".
Una triste biologia degli eventi, e l'uomo lì in mezzo
a governare l'inerzia delle sue sorti: significa forzare troppo
il suo pensiero?
N. M. : "La prudenzia consiste in sapere
conoscere le qualità delli inconvenienti, e pigliare el meno
tristo per buono."
Con quali speranze di cavarsela?
N. M. : "Abbi uno animo disposto a volgersi
secondo ch'e venti della fortuna e le variazioni delle cose
li comandano e non partirsi dal bene potendo, ma sapere intrare
nel male, necessitato."
Una corda tesa tra l'animale e il principe,
ci pare di capire. E più, dal reggere le proprie sorti,
ci si risolve al reggere quelle altrui, più si diventa
strumento del caso. Quella che lei chiama "fortuna", insomma...
N. M. : "Fa bene la fortuna questo: che
la elegge un uomo, quando la voglia condurre cose grandi, che
sia di tanto spirito e di tanta virtù che ei conosca quelle
occasioni che la gli porge. Così medesimamente, quando la
voglia condurre grandi rovine, ella vi propone uomini che aiutino
quella rovina. E se alcuno fusse che vi potesse ostare, o la lo ammazza
o la lo prima di tutte le facoltà da potere operare alcuno
bene."
Per tutti, dunque, villani e principi, la
stoltezza scava la fossa. Giusto?
N. M. : "Colui che lascia quello che
si fa per quello che si doverrebbe fare impara più tosto
la ruina che la perservazione sua."
Basterebbe capire che "l'uomo è sempre
lo stesso", no? E' qui che dobbiamo intendere esperienza e
teoria fuse nella storia come casistica?
N. M. : "Se niuna cosa diletta o insegna
nella istoria, è quella che particularmente si descrive."
Eppure gli uomini non sanno
mai vedere nel loro contingente, prima, l'abbozzo della rovina
sempre uguale che verrà dopo. Sembrerebbe addirittura
che libertà coincida con cecità.
N. M. : "E' maggior virtù dove
la elezione ha meno autorità."
Lo afferma anche messer Guicciardini...
N. M. : "Non cognosco."
E qui s'è chiuso in un silenzio che
ci è sembrata la fine dell'intervista.
(L.C., 18.II.2004)
Ebrei in Francia.
Nella testimonianza resa a Parigi
da una preside di scuola media davanti a una commissione
d'indagine sulla laicità emergono le sofferenze degli alunni
ebrei delle scuole francesi. Clicca qui per
il testo integrale della testimonianza.
(cp, 17/02/2004)
INFORMAZIONE DROGATA
William Safire, sul New York Times,
scrive un allarmato articolo sulla tendenza alla fusione
dei grandi conglomerati che dominano i “media” americani.
Egli li enumera: “1) Murdoch-FoxTV-HarperCollins-WeeklyStandard-NewYorkPost-LondonTimes-DirecTV;
2) G.E.-NBC-Universal-Vivendi; 3) Time-Warner-CNN-AOL;
4) Disney-ABC-ESPN; and 5) the biggest cable company,
Comcast”. Il pericolo, sostiene, è che si passi da cinque
a tre e da tre a uno. A quel punto non ci sarebbe più
una varietà di voci e di opinioni, nell’informazione, ma
un solo centro di suggestione generale.
Safire è un grande
giornalista e tutt’altro che uno sciocco. La sua denuncia
è dunque da prendere sul serio. E tuttavia al gigantismo
delle imprese dell’informazione si può opporre un fenomeno
semplice e banale, non dissimile dalla “mano invisibile” di
cui parlava Adam Smith in economia: l’autoregolazione del mercato,
incluso quello dell’informazione.
Un gigante dell’informazione
può influenzare l’opinione pubblica ma il suo ambito
di manovra è meno esteso di quanto si pensi. Può
manipolare i fatti ma fino ad un certo punto. Al di là d’un
certo limite perde credibilità e non influenza più
nessuno. Non solo: se la gente si convince che da una certa grandissima
fonte non otterrà la verità, e l’otterrà invece
da un piccolo foglio o da una piccola emittente la grandissima
fonte sarà in pericolo. E sarà il piccolo foglio
o la piccola emittente che cominceranno a crescere, mantenendo
accuratamente quella linea editoriale che li ha portati al successo.
Una riprova di
questo si ha nei regimi dittatoriali. Essi hanno
- bridgisticamente parlando - tutte e tredici le briscole
in mano, cioè il monopolio totale dell’informazione, e
tuttavia non sono capaci di vincere un grande slam. Infatti la
gente perde fiducia nelle fonti ufficiali e si contorce per andare
ad ascoltare in soffitta una striminzita radiolina capace di
captare la BBC. Risulta che persino i tedeschi, durante la Seconda
Guerra Mondiale, si fidavano più della BBC (il cui ascolto
era severamente vietato) che delle loro proprie fonti.
Hanno chiesto una volta a
Natasha Stefanenko, showgirl russa che vive in Italia,
come accogliessero i film americani, in Russia. Che tipo di
paragoni facessero, con la realtà sovietica. E lei ha
risposto, più o meno: "I film di Hollywood non ci turbavano
per nulla. Dal momento che i film sovietici descrivevano una
realtà sovietica puramente immaginaria, pensavamo che
gli Americani facessero lo stesso".
La conseguenza di tutto questo
è che chi vuole rimanere nel mercato può
barare, per favorire la propria fazione, ma non può farlo
troppo spesso e troppo sfacciatamente, perché diversamente
perderebbe credibilità e fatturato. Questo spiega perché,
contrariamente a quanto afferma il centro-sinistra, in Italia
le reti Mediaset non sono chiaramente favorevoli a Berlusconi.
Non solo egli mai partecipa ad un programma politico su quelle
reti ma, spesso, esse sono acide e critiche, nei suoi confronti,
soprattutto nel campo dell’entertainment. Perché le
reti Mediaset vivono non di politica ma di pubblicità. E basterebbe
che disgustassero quella metà d’Italia che è antiberlusconiana
per pagarla in termini di fatturato. I comici credono di condurre
una battaglia politica contro Berlusconi, profittando della sua
tollerante dabbenaggine, i dirigenti li lasciano fare perché
portano soldi. Anche a Berlusconi.
Safire fa bene a lanciare
l’allarme, la sorveglianza antitrust fa bene a rimanere
sveglia, ma, in regime di democrazia e perfino -parzialmente-
anche in regime di dittatura, l’informazione ha una sua
capacità naturale di autoregolarsi. In questo campo si può
barare, ma non tanto da cambiare seriamente l’opinione pubblica.
In Italia nessun berlusconiano vero riesce a sopportare
l’informazione del Tg3 e nessun antiberlusconiano vero riesce
a sopportare Emilio Fede. E che importa? Chi vede il Tg3 è
perduto, per il centro-destra, come chi vede Emilio Fede è
perduto per il centro-sinistra. Quelle due emittenti sono ininfluenti
proprio perché vogliono esserlo.
La verità ha ancora
una speranza.
Giannipardo@libero.it
BLOG-NOTES
Sabato 14 febbraio, Napoli,
Fiera d'Oltremare. C'è Galassia Gutenberg e alle
19.00, nella Sala Metrò, un dibattito dal titolo
"Blog e bloggers: quale identità?". Introduce Marino
Sinibaldi, direttore di Radio Tre Rai. A seguire, intervengono:
Luca Sofri, figlio di Adriano; Giovanni De Mauro, direttore di
"Internazionale"; Tiziano Scarpa, coblogger di Nazione Indiana
(ed altro); Giulio Mozzi, dell'omologo blog (ed altro); La
Pizia (Eloisa di Ruocco), blogger (ed ora anche altro); Personalità
Confusa, che mai tanto una testata beccò nel segno.
Tutti vestiti da blogger,
neanche una cravatta. Prevalenza di teste rasate, con
parecchie chiome scaruffate. Vocine dolcissime, impastate
d'un quasi veneto nel caso del Mozzi, d'un quasi antipatico
per Scarpa, d'un quasi nasale per Sofri. La Pizia, invece, d'un
dolce neutro, a 20 decibel di sotto. Fighi, fighissimi: è
evidente che qui c'è il meglio della rete, una gran zuppa
di pesce, bavosa, scorfano e merluzzo. Si sente da come boccheggiano,
"com'è profondo il mar / com'è profondo il mar".
Cos'è un blog? Difficile sintetizzare o, peggio, trovare
un minimo comunque multiplo in mezzo a tanti sottilissimi appercepire
l'autocoscienza di blogger. Se proprio si deve, è lecito
prendere fior da fiore e allora parrebbe che esista un gradiente
"pensare-scrivere-pubblicare-interagire" lungo il quale un
narcisista medio evolve fino al Parsifal perfetto che c'ha un
sito. Dall'incoscienza prona del riempitore a iosa di Smemorande
e Moleskine, all'opistotono del presuntuosetto con la puzza al naso
che per tre accessi venderebbe sua madre.
Previti è un blogger,
allora. Cofferati è un blogger. Più blogger
di tutti è Roberto D'Agostino. Volendo, Il Corriere è
un bloggerone. Quando la cosa è povera e semi anonima, ma
almeno con cinquecento accessi pro die, scatta il quid: poesia,
commento, informazione, tutte le sottospecie d'arte del comunicare,
compresa la polemica da vaiassa, il distinguo sulla purezza
del rispettivo pacifismo, il report della notiziola succulenta
e strana che prima solo La Settimana Enigmistica coglieva, mettendola
in "Forse non tutti sanno che..." o "Strano, ma vero". Sintetizzato
bene? Mica tanto. Gli autorevolissimi dietro il tavolo sul
palchetto, che spiegano ai meno autorevoli presenti in sala, hanno
bisogno d'un feed back e chiedono "chi di voi è blogger,
alzi la mano", facendo poi la controprova chiedendo "chi di voi
sa cos'è un blog?". Un 40 % è lì senza essere blogger,
o vergognandosene un pochetto dopo quelle definizioni, né
sapendo (più) cos'è un blog o di avercene davvero uno.
Gli autorevolissimi ne deducono che si debba forzare il criterio
identificativo fino all'episiopesi tracagnotta: un blog non è
diverso da un telefonino, se fa le foto e manda messaggini. Ci
siamo quasi? No, alla fin fine è meglio rifugiarsi in una bella
tautologia: un blog è un blog. E il blogger è un vanitoso
che talvolta non fa errori d'ortografia. Scrive di tutto, Iraq,
mestruazioni, cardinali pedofili, prezzo dei mango, formule tantra,
barzellette sui carabinieri morti, Berlusconi-porco, mi-piace-Socci-sì-sì-mi-piace-un-casino,
Selvaggia-sei-simpaticissima, "ci linkiamo a vicenda,
ché nessuno vede?".
Democraticamente
la parola passa al gentile pubblico. Interviene uno
di cui qui ci sfugge il nome, ma incazzatissimo come uno Spartacus:
vuole tracciar riga tra il blogger che fa pure lo scrittore
e/o il giornalista e quello "puro", che non guadagna un soldo se
non facendo il fattorino, il co.co.co. o la bagascia. E' chiaro
che per Spartacus il vero blogger è della seconda schiatta,
l'altro si autopromuove subdolamente, rubando l'attenzione
dell'intero web a lui, che qui pure ci sfugge se fattorino, co.co.co.
o bagascia. Secondo carotaggio tra la platea: un ultrasessantenne
che tiene un blog dal nome esotico e suggestivo, mianonnaincarriola.splinder.it,
che, se qui è l'unico linkato, è perché parve
più in buona fede di tante petunie, macchienere e cazzeggi
vari. Chino sul microfono imprestatogli dalla liberale presidenza
del microconvegno, egli profferì: "E' solo narcisismo,
lo faccio solo per narcisismo". Il che ha fatto sorridere d'un
sorriso obliquo i narcisisti con la spocchia notevolmente più
cliccata della di lui nonna in carriola.
A immortalare l'interessantissimo
meeting, Radioradicale e il Tg Regione; qualche giornalista,
se c'era, si nascondeva imbarazzato come accade ad un
comune mortale, quando lo coglie un transfert d'imbarazzo a
sentire Ferdinando Sallustio a Passaparola cantare l'ennesima ninnananna,
che gli venisse una cancrena tanto è simpatico!
Alla fine, blog party: una
ventina di non-andati-via, con spumantino in mano e musica
a un volume tanto alto da spaccar più d'un'anima gentile.
A saperlo, rimanevo a casa: venire qui è stato quasi
totalmente inutile. Se non fosse che il figlio di Adriano
Sofri era in compagnia della gentile nuora di Adriano Sofri. Di
lei abbiamo potuto contemplare il delizioso incarnato cui le telecamere
del Grande Fratello han fatto decisamente torto: è una gran
bella signora. In casual, poi, ricorda la studentessa di cui s'innnamorò
l'adolescente mai morto in noi, una volta, sull'autobus, ai tempi
del liceo. (L.C., 16.II.2004)
I GALANTUOMINI
Ho sentito Rutelli alla
convention “Uniti nell’Ulivo”: “Vogliamo liberare un galantuomo
dal confino in cui lo hanno rinchiuso”.
Capperi! Mi son detto. Vuoi vedere che
si è ricordato di Adriano Sofri? Ma no, ho riascoltato
meglio: si riferiva ad Enzo Biagi, ovviamente.
Tutto regolare.
* * *
E. B. : “Una volta Scott Fitzgerald
chiese a Hemingway che differenza c'era tra loro e i ricchi.
Hemingway rispose: 'Hanno i soldi'. Cos' ha Berlusconi in
più o di diverso da lei?”
F. R. : “I soldi, sicuramente…”.
(“Il Fatto”, RaiUno 15 maggio 2001).
(ale tap., 16.02.04)
MISTERI
Le beghine, i nostalgici, i falsi
moralisti, quelli della Bologna grassa e rossa e quelli
della Bologna bianca e curiale, quelli non c’erano. Alle
9 di sera, lì davanti l’Arcivescovado, si son trovati quegli
altri, quelli che non usano mescolare il diavolo con l’acquasanta.
Una cinquantina o poco più. Anticlericali. Belli, con
i loro cartelli nostalgia, la candela accesa e il megafono
d'ordinanza. Non è successo, ma pareva sentire nell'aria
l'arietta: "con le budella dell'ultimo prete impiccheremo
l'ultimo re".
Poco prima, nel pomeriggio,
in P.zza Maggiore, monsignor Carlo Caffarra, fra i prodigi
del cartone dorato, in mezzo alla gloria sventolante dei
vessilli clericali - baciamano e inchino d’ordinanza dei sempre
presenti Prodi e Casini - s’ insediava nuovo arcivescovo metropolita
di Bologna.
<<O amata
città di Bologna -recitava il vescovo, vestito
come il mago Otelma-. Vengo oggi a te per aiutare
ogni tuo abitante, a contemplare e a vivere il mistero di Cristo>>.
Per le strade, fino a tardi cariche
di gente, ci s’affannava, mano nella mano, nella ricerca
del regalo di San Valentino. E non vi dico le osterie
e i ristoranti: non un posto a sedere. Solo al tocco arriva la
sospirata pizza.
Per caso, mica sarà questo
<<il mistero di Cristo>>?
(cp, 16/02/2004)
IL CASO FUCCI E LA MORTE DI PANTANI
Il segretario
dell'Anm Carlo Fucci, nel corso del congresso di Venezia,
ha accusato il governo di voler realizzare una "fascistizzazione"
della magistratura. La cosa è sembrata eccessiva persino
ai magistrati più antigovernativi e Carlo Fucci è
stato indotto a dimettersi. Il fatto non sarebbe degno di commento
se fosse isolato, ma tale non è.
Viviamo in un'epoca in cui, da
decenni, non avviene nulla di veramente grave. Per questo
si è passati ad usare le parole più drammatiche
per fatti che drammatici non sono. La gente va a passare il sabato
e la domenica a cinquanta chilometri da casa? Ed ecco si parla
di esodo. Si prende una parola carica di storia, grondante d'infiniti
stenti, dolore e morte, e lo si applica ad una non indispensabile
gita fuori porta. Si direbbe che ci si chieda: visto che dalla fine
della Seconda Guerra Mondiale non ci sono stati esodi, in Europa,
perché lasciare la parola inoperosa? Usiamola a proposito
delle gite in auto. Magari fornite di aria condizionata.
Il fenomeno è generale.
Le scale di misura sono sballate e tendono regolarmente
all'eccesso. In giorni in cui non avviene nulla i giornali
presentano avvenimenti insignificanti come se dovessero modificare
il pianeta Terra. È fenomeno di oggi: la morte di un
ex-campione ciclista, un povero nevrotico, occupa nove pagine
del "Corriere della Sera". Se la scala fosse costante, l'attacco
a Pearl Harbor avrebbe dovuto occuparne novecento. Ma, direbbero
i giornalisti, non è in questi giorni che hanno bombardato
Pearl Harbor. Ora è morto Pantani. E dunque è questo
il fatto che deve divenire importantissimo, gonfiato fino all'apoplessia,
se vogliamo vendere il giornale.
E non è detto
che il sistema non paghi. L'Unità, giornale dei
Ds, aveva dovuto chiudere per la concorrenza di Repubblica,
non raramente più estremista. Poi ha riaperto ed è
stato affidato ad un direttore che, ponendosi a sua volta largamente
a sinistra di Repubblica, pompa tutte le notizie a livelli
stratosferici. Inoltre assume posizioni di un estremismo delirante
al punto che i Ds non solo non si sentono rappresentati da questo
giornale, ma non raramente se ne sentono attaccati e accusati di moderatismo.
Ma il giornale vende più di prima e non rischia più di
chiudere. Se i Ds parlano d'arroganza di Berlusconi l'Unità
parlerà di tendenza alla dittatura. Se i Ds sono contro una guerra
non sponsorizzata dall'Onu l'Unità è contro ogni
guerra e basta (anche quello che altri ci dichiara?). Se per un
fatto i Ds usano gli aggettivi grave, pericoloso, iniquo, l'Unità
userà gli aggettivi inaudito, incostituzionale, antidemocratico,
inammissibile. E comincerà l'articolo sostenendo che "in
nessun paese del mondo". Insomma l'Unità si esprime come se
tutte le persone per bene domattina dovessero scendere in strada,
con forconi e falci, per scacciare Berlusconi e la sua corte di servi.
Ovviamente nessuno prende sul serio simili posizioni, ma una vittima
c'è: la lingua italiana. Se Berlusconi domani tentasse veramente
di divenire un dittatore, come e da chi ne sarebbero avvertiti, gli
italiani?
Il segretario Fucci non è
un pazzo. È uno che ha osservato come, in campo politico
- e una riunione dell'Anm è un campo politico -
vince chi la spara più grossa. E ci ha provato. Poi è
avvenuto che in molti hanno temuto che l'eccesso fosse controproducente
e l'hanno indotto a dimettersi: ma non possiamo non esprimere
una certa simpatia umana, per lui. Come, tutti ad applaudire
Furio Colombo, Willer Bordon, Diliberto, Pecoraro Scanio ed altri
campioni dell'invettiva, e solo per lui tutti si sono scandalizzati?
Povero Fucci. Gli potrebbero almeno affidare una rubrica sull'Unità.
Giannipardo@libero.it
La ricrescita del prepuzio
Somma incertezza nel dare
il titolo a questo editoriale, noi che al titolo non
ci teniamo, pur avendo nel blasone di famiglia otto palle.
Somma incertezza, perché dopo una settimana quasi di silenzio,
che a voi non so, ma a noi è sembrata un anno, "Capperi!"
riapre i battenti. Riapre, e non è cambiato niente, almeno
per quanto possa interessare a questi cento gatti che ancora s'ostinano
a cliccarci. In verità, sarebbero cambiate alcune cose
nel pusillimo privato dei sottoscritti bloggatori: Parizzi ha ha
fatto un trasloco tra miriadi di pacchi e pacchetti, Castaldi ha schiattato
un airbag col suo virile petto in una grandine di vetro di parabrezza,
ecc. Ma sono cose private, e noi le cose private le abbiamo sempre
tirate in ballo sono se avevano riverbero (diciamo) universale: dunque,
non è cambiato niente, sempre gli stessi. Gli stessi: sul piano
antropologico e culturale, schifosamente liberali, dacché
ci liberammo (oh, voi non potrete mai capir con quale doglio!) di
quel Meotti che iniziò nietzschiano, trapassò in kabbalico
ed ora, al ricrescergli del prepuzio, sgrana rosari. Gli stessi:
sul piano dello stile, schifosamente sprucidi, ché pure qualche
accenno al rococò lo sbozziamo con la fresa grossa. Abbiamo
cento visite al giorno, qualcuna (con molta emozione abbiamo appreso)
davvero eccellentissima: ci fioriscono fiorellini azzurrini e gialli
attorno alla mazza, non ne vogliamo altri. O comunque, mettiamola così,
non abbiamo intenzione di allargare la soglia o alzare l'architrave;
se deve entrare folla, facessero la fila e chinassero la testa gli spilungoni.
Ne stiamo vedendo a decine di blog che muoiono per l'aver delirato la
loro ipertrofia di gonadi, di pentacipiti, di umor condiviso. Uhm,
merde di sinistra, cacatelle d'oratorio! Guardate invece come sfidano
l'eternità quei miracoli di Kane, Robba, Rolli, Klamm, Griso...
Da soli valgono tutta una mazzetta di giornali. Noi stiamo qua, fermissimi
e sfacciati, in quanto senza faccia e pigri, ma proprio pigri
pigri, ché neanche diamo una spolveratina alla bloglist dalla
quale pure dovremmo rimuovere quelle merdine di Quarky e Brodoprimordiale
che chissà chi ce le ha messe. Neanche ci pensiamo a ridare
una sistematina al vestitino grafico, e se accadrà sarà
per interessamento gratuitamente offerto da qualche provvido sartorio.
Dunque, trasandati, e tanto, giusto per non tradire il fatto che
i capperi, si sa, son scuri, piccoli e amari, son caccole. Qui nessuno
deve diventare scrittore, giornalista o artificiere: Carduccio
ha il suo negozio che gli va a gonfie vele, a Pardo la pensione
basta e avanza, Castaldi mangia e fotte, il Tapparini (dateci una voce,
se lo vedete) è traslucentissimo di contenta accidia. E
detto questo, via, si posti come prima.
Baci agli amici, e un
dito in culo alla ventura, ché tra poco "Capperi!"
compie un anno e neppure gli sembra. (L.C., 15.II.2004)
Massima del giorno
Introdurre il
sentimento in un ragionamento è come giudicare i
medicinali dal valore estetico della scatola che li contiene.
G.P.
MOLLICHINE
- I senatori Falomi
e De Zulueta lasciano i Ds: “Sull’Iraq stiamo
con Occhetto”. In assenza di Saddam Hussein, legalmente
impedito.
- Arrestato a Parigi
Cesare Battisti, già condannato a due ergastoli.
Dev’essere un nome che porta male. Il primo è stato
impiccato.
- Il Cda Rai approva
il piano editoriale. Il presidente Annunziata ha votato
contro. Un’opposizione Annunziata.
- Berlusconi ha criticato
“quei partiti della maggioranza che hanno il 6 per
cento e si considerano pari a chi ha il 62”. Follini:
“Non si riferiva a noi”. Giusto. Parlava solo dei
democristiani del centro-destra.
- Pensioni, Maroni:
“Nessun rinvio della riforma”. La data rimane invariata:
le calende greche.
- Berlusconi: “l’Italia
s’è arricchita durante il mio governo”. Aveva
cominciato con le pezze nel culo! Dove ho sentito questo
concetto?
- Bagarre alla Camera
per la legge Boato. Di cui non importa nulla agli italiani.
Ma fateci il piacere, anzi, fateci la grazia!
- Foibe: sì
della Camera al giorno della memoria. Contrari Rifondazione
e Pdci. Per loro quegli italiani si sono suicidati.
- Siamo lietissimi
delle vittorie di Kerry. E ancor più del fatto che
non si chiami Karry, visto che l’avrebbero lo stesso pronunciato
Kerry.
- Il giornale Al Hayat:
Al Qaida ha comprato 70 testate nucleari in Ucraina nel
1998. Poi ha smesso: il frigorifero era già pieno.