ARCHIVIO FEBBRAIO 2004


LUSUS NATURAE
Odiose calunnie avevano insinuato che Prodi, Dini e Fassino avessero percepito delle tangenti per favorire un'operazione finanziaria a sostegno della sanguinaria dittatura di Milosevic. Ora, finalmente, la verità. Nessuna tangente, tutto gratis.
(L.C., 27.2.2004)


CAPPERI NOSTRI
Su "Il Foglio" di sabato 28 febbraio, pag. 2 una recensioncella di Luigi Castaldi su "Tristano muore" di Antonio Tabucchi.

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Massima del giorno
Chi mai è creduto, quando respinge un complimento ben fatto? Dai del saggio ad un saggio, dai del saggio ad un imbecille, ambedue ti crederanno.
G.P.


MOLLICHINE
Ha ragione Violante, i nostri soldati sono stati lasciati soli, a Nassiriyah. Dove diamine erano, le bambinaie?

Scalfari ha scritto che, secondo Berlusconi, i politici sono ladri "iure et de iur". L'espressione è "iuris et de iure". Ma Scalfari, come Biagi, ama il fumus della cultura, non la cultura.

Casini: "No a riforme contro i magistrati". Traduzione: i magistrati hanno un potere di veto, come è scritto nella Costituzione. Personale di Casini.

Annan: "Se gli iracheni si saranno dotati di una legge elettorale, le elezioni si potranno tenere alla fine del 2004". Abbiamo capito: il problema è la legge elettorale.

Ad Ottawa uno studente universitario ventenne precipita dall'11° piano nel corso di una gara di sputi. Colpa sua. Avesse prima fatto un tirocinio politico in Italia avrebbe vinto la gara.

Barbara Contini governatore di Nassiriyah: "Mi hanno scelto perché mi hanno ritenuto adatta". In Italia siamo al punto che essere scelti perché meritevoli è notizia.

Bush si schiera contro i matrimoni gay. I matrimoni sad rimangono la regola.

D'Alema si è copiosamente spiegato, con Repubblica, cercando di dimostrare che Berlusconi, parlando di politici ladri, non parlava di lui. Il Cavaliere è proprio un grand'uomo. Anche quando dice sciocchezze, c'è chi lo prende sul serio.

Pyongyang, prima di rinunciare all‚arsenale atomico, vuole garanzie su sicurezza e ripresa degli aiuti economici degli Stati Uniti. E Lazzaro disse al ricco epulone: "O mi fai la carità o t'ammazzo".

Il premier russo Kasyanov, licenziato martedì da Putin, si ritira senza polemiche. Dal punto di vista italiano, si può dire che Putin abbia fatto bene. Non dev'essere sano di mente, uno così.

Telekom Serbia, il centrosinistra lascia la commissione perché "alcuni commissari e il suo presidente l'hanno condotta in un vicolo cieco". Cieco come chi non ha visto che arrecava un danno di centinaia e centinaia di miliardi all'Italia.

Lusetti (Margherita): "Noi non ci stiamo a tenere acceso il ventilatore".L'allusione è a "merda nel ventilatore, per sporcare tutti". Ma in Italia ormai la merda è addirittura sottintesa.

Berlusconi: "Bankitalia va preservata". Con l'apposito profilattico. Magari da mettere in testa a qualcuno?

Prosegue il dialogo tra Anm e Cdl sulla riforma della giustizia. Pecorella (FI): "Molti di noi non vorrebbero la separazione delle carriere". Qualche maligno se n'era già accorto.

Nuova proposta della Lega sulle pensioni (57 anni di età e 38 di contributi): l'essenziale è che non se ne approvi nessuna.

Pensioni. Pezzotta (Cisl): "Così non si può andare avanti, prepariamo uno scioperetto". Adatto all'Italietta.

Alitalia. Lunardi: "Non è vero che si svende". E neanche si vende. Se fosse vendibile, varrebbe qualcosa.

Muore in un incidente aereo il presidente macedone Trajkovski. Ce ne dispiace, sinceramente, ma è una fortuna che non sia successo in Italia. Con la nostra dietrologia, se ne sarebbe parlato per cinquant'anni.

"Blair ha fatto spiare Kofi Annan", è l'accusa dell'ex ministro britannico Claire Short. Claire Short-Sighted (miope).

Riportano le agenzie che il generale americano Ricardo Sanchez ha detto: "Saddam Hussein sta bene". Ma la frase completa era: sta bene dov'è.

In Afghanistan cinque operatori umanitari afghani sono stati uccisi dai talebani. Proverbio siciliano: "fate bene ai porci", (dopo uno li mangia).

Giannipardo@libero.it

LE RISOLUZIONI DELL'ONU
Qualcuno ha notato che gli americani hanno invaso l’Iraq perché Saddam Hussein ha ripetutamente violato alcune risoluzioni dell’Onu, mentre gli stessi Stati Uniti non hanno mai pensato d’invadere Israele che ne ha violate ancora di più. Poiché si tratta di un‚osservazione vera, è giusto chiedersi che conto bisogna tenerne.

   L’umanità, da sempre, ha agognato avere certezze. Verità non inquinate dall’interesse o dallo spirito di parte. È così che è nata la giurisdizione: se c’è una lite, le due parti possono scontrarsi - ed in questo caso vince il più forte, non chi ha ragione - oppure possono tentare di raggiungere una certezza obiettiva rivolgendosi ad un terzo che, non essendo il diretto interessato, c'è speranza che emetta una sentenza giusta. Ma, attenzione, a volte la lingua è più sottile dei parlanti: sentenza significa
“come la vedo io, come la sento io”, non come è giusto. La giustizia astratta, anche per i padri romani, rimaneva una divinità piuttosto lontana dai tribunali.

   Nella risoluzione delle controversie questa alea è ineliminabile. Poiché però il sistema della sentenza è il male minore, e poiché non tutti hanno da fare con i giudici in concreto, dell‚amministrazione della giustizia gli uomini hanno tendenza a fare un mito. E si è creata la retorica del superiore livello morale e del totale disinteresse di chi “dice giustizia”. La sentenza è l’oracolo di Delfi. Ma è pura retorica. La sentenza vale quanto vale la cultura giuridica e la correttezza morale di chi l’ha emessa. E che queste due cose siano spesso tutt‚altro che lodevoli è provato dal fatto che esiste il gravame. Se si potesse essere certi dell‚accettabilità del primo giudizio non ci sarebbe l’appello.

   L’Onu è un giudice speciale. Rispetto ad essa non esiste gravame e quel ch‚è peggio è un giudice sospetto per due ragioni. Innanzi tutto i singoli paesi che votano nell‚Assemblea Generale o nel Consiglio di Sicurezza non sono “terzi”, rispetto alle controversie internazionali. Direttamente o indirettamente i fatti che accadono nel mondo li riguardano personalmente.  Ma soprattutto essi non sono neanche tenuti ad un comportamento morale. In politica internazionale ogni Stato deve avere ed ha un‚unica Stella Polare, il proprio interesse. Se è nel proprio
interesse dichiarare che la Terra è cubica dovrà sostenere questa tesi. L’unico correttivo può essere l’opinione pubblica del paese stesso: ma se quell’opinione pubblica già reputa che la Terra sia cubica, non ci sono problemi di sorta.

   Ecco perché si è creata all‚Onu la cosiddetta “maggioranza automatica”. Quali che ne siano i motivi, ogni volta che c’è da condannare Israele o gli Stati Uniti, si crea la “maggioranza automatica”. Gli Stati Uniti dispongono del diritto di veto e possono facilmente difendersi, Israele no e dunque si limita ad ignorare quelle risoluzioni. Esse rimangono ciò che erano sin dal primo momento: dichiarazioni reboanti e retoriche ad uso più interno che esterno.

   In conclusione, dare molta importanza alle risoluzioni dell’Onu e del Consiglio di Sicurezza è una manifestazione d’ingenuità. In secondo luogo, gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq semplicemente perché hanno ritenuto che fosse loro interesse farlo. Essi si sono anche appoggiati sulle risoluzioni dell’Onu solo perché altri -più o meno (meno, meno) in buona fede - ne hanno parlato e perché bisogna pure tenere conto dell'opinione pubblica. In realtà, agli Stati Uniti, come a chiunque disponga della forza per tirare diritto (Israele), delle risoluzioni dell’Onu non importa un fico secco.

Giannipardo@libero.it  - 26 febbraio 2004

Mi si fa giustamente notare che Israele è stato fatto oggetto di molte risoluzioni sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite e mai del Capitolo 7 della stessa Carta. La distinzione è giuridicamente importante. Infatti mentre il Capitolo 6 raccomanda dei comportamenti ad ambedue le parti in causa (e mai i Palestinesi hanno ottemperato per la loro parte), il Capitolo 7 impone dei comportamenti al destinatario.

Tuttavia è anche vero, se non ricordo male, che non si sono varate risoluzioni contro Israele sulla base del Capitolo 7 per i ripetuti veti degli Stati Uniti.

In altre parole, la grande maggioranza dell’Onu pensa che la sua volontà, espressa nel modo più chiaro e solare, è stata de facto paralizzata da un alleato potente di Israele. E questo dato politico finisce col pesare di più, per chi la vuole pensare in questo modo, del dato giuridico.

Infine, se la tesi dell’articolo è valida, poco importa contare o distinguere le risoluzioni dell’Onu. Tutte arie fritta, se non arrivano sulla punta delle baionette.


LA DEMOCRAZIA NEI PAESI ISLAMICI
William Safire, sul New York Times, parla della Lettonia e dei suoi difficili primi passi nella democrazia. Egli conclude che, se ai popoli si dà una possibilità, tenteranno d'ottenerla. È una tesi che ogni amante della democrazia amerebbe adottare ad occhi chiusi.  Se non fosse che non tutti i popoli sono uguali.

Ci sono popoli che la democrazia l'hanno adottata secoli prima di Cristo (i greci) e popoli che la democrazia non l'hanno mai avuta. Per questi ultimi, se si dovesse giudicare dal passato, sarebbe facile dire che mai l'avranno. Ma sarebbe azzardato. Infatti, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'India non era mai stata una democrazia ed oggi è la democrazia più numerosa del pianeta. Ugualmente azzardato sarebbe però dire che qualunque popolo è capace di democrazia: di questa affermazione non si ha nessuna prova. Si tratterà dunque, in tutti i casi, di speculazioni ed affermazioni probabilistiche.

In realtà, il problema tutti se lo pongono per i paesi islamici. Essi, a differenza del Vietnam o della Corea del Nord, sono per la maggior parte vicini al Mediterraneo, e dunque alla culla della civiltà occidentale. Per secoli hanno avuto sotto gli occhi molti esempi di democrazie funzionanti e prospere. Inoltre, a differenza del Congo o del Burkina Faso, hanno tradizioni culturali: non è che gli manchino le strutture intellettuali per discutere di questi problemi. Per questo ci si deve chiedere se la loro riluttanza alla democrazia sia un fatto occasionale o connaturato.

Nel dubbio, ovviamente, bisogna favorire la nascita della democrazia anche da loro. Ma rimane lecito chiedersi se lo sforzo non sia inutile. In primo luogo, la società islamica, e araba in particolare, è poco acculturata. Nell'intero mondo arabo si leggono e si traducono meno libri che nella sola Grecia, che certo non è più il faro culturale che fu. E questo è importante. Se Voltaire, campione di democrazia sostanziale, era contro il suffragio universale, è perché, nel suo tempo, i francesi erano in media ignoranti come gli arabi di oggi. Non avrebbero saputo che uso fare del loro voto. Sarebbero stati inevitabilmente preda della demagogia e magari, dopo un certo tempo, avrebbero votato per un dittatore. Napoleone non sarebbe stato una sorpresa, per Voltaire.

In secondo luogo, la società islamica, o per le ragioni culturali già dette o per la costante repressione del dissenso, è una società bigotta. L'Islam non è un optional. Questo è importante perché proprio l'islamismo detta la regola dell'integrazione di potere religioso e potere politico. Il potere politico non ha dignità propria e sembra abusivo. E per questo teme gli estremisti islamici. L'Iran infatti non è un accidente della storia, è conforme alla dottrina islamica. Ecco un grande ostacolo, per la democrazia.

Infine per i religiosi la democrazia ha un difetto imperdonabile. In essa la maggioranza prevale sia che abbia ragione sia che abbia torto. Ma questo è ammissibile solo quando non c'è qualcuno che può distinguere il torto dalla ragione e nel mondo arabo, questo qualcuno è l'autorità religiosa. Che è tendenzialmente anche autorità politica. Sicché se la maggioranza del paese votasse per la pari dignità della donna, per l'abolizione della sharia e comunque contro qualche norma religiosa, sarebbe moralmente e in un certo senso giustificato opporsi, anche con le armi, a ciò che ha deciso la maggioranza, cioè la democrazia.

Né noi europei ci possiamo scandalizzare, di questo. Quando il Papa aveva il potere che gli derivava dall'essere l'Europa seriamente credente poteva delegittimare i governanti con la scomunica. Enrico IV ne seppe qualcosa, a Canossa.

In queste condizioni, la democrazia ha qualche possibilità, nei paesi arabi, solo se si diffonderà la cultura, se questa cultura avrà una tendenza laicista, e soprattutto se sorgerà una personalità come quella di Atatürk, capace di vincere con la forza contro il pregiudizio e di tenere la democrazia sotto tutela.

In realtà, dobbiamo stupirci più dell'esistenza di una Turchia democratica che dell'esistenza di tante arretrate autocrazie islamiche.

Giannipardo@libero.it   - 26 febbraio 2004

Soffro (e non solo per quella parte del blog che dovrebb'essere diario personale)
Se mai vi fosse stato dubbio, oramai non v'è più: siamo in campagna elettorale. Be', io odio le campagne elettorali, e non solo per quella parte del blog che dovrebb'essere diario personale. Questi di qua, quelli di là e quelli sparsi qua e là peggiorano tutti vistosamente, senza quasi alcuna eccezione, volenti o nolenti. Più sono pesci piccoli e più puzzano, anche se pure quelli grossi non scherzano. Per quanto sia comprensibile, per certi versi indispensabile, io proprio non lo tollero. O meglio: lo tollero (se no che fare?), ma con grande sofferenza.
Non vorrei essere frainteso, so bene che polis e polemos non hanno a caso una comune radice. So anche che "demos" significa "volgo" e che "kratia" non ha nulla a che spartire con "gratia". Ma, mi si biasimi quanto si voglia, all'abbrutimento del concetto in slogan, al rientrare della fronda nella falange, io soffro. Primum vivere, è ovvio, e in politica, se non si vince, si perde. Voler vincere è l'anima stessa della battaglia politica ed è naturale che in democrazia, dove vige la regola spietata secondo la quale ciascuno vale un voto, si cerchi di raccattarne più dell'avversario, in qualsiasi modo.
Se so queste cose, perché soffro allora? Soffro perché, di qua e di là, vedo imbarbarirsi i miei amici (ne ho di qua e di là, come di qua e di là coltivo qualche antipatia). Fin'anche quelli prima miti e cortesi, e accade sempre in ogni campagna elettorale, son come piegati ad un sentito dovere di cui quasi sempre si pentono dopo, che abbiano vinto o abbiano perso col loro rispettivo schieramento: il dovere di farsi ciechi e sordi alle buone ragioni dell'altro. Un esempio? Un esempio.
A me sembra molto onesta, per quanto condita di qualche inutile intemperanza, la lettera di Massimo D'Alema pubblicata da Repubblica il 24 febbraio; in essa egli fermamente rigetta gli estremi di eventuali insinuazioni circa i suoi beni patrominiali, così come desumibili dalla nota esternazione di Silvio Berlusconi, in quel di Atene, se non ho perso il calcolo delle esternazioni. E' parso chiaro a molti che quella sortita, molto studiata o molto spontanea che fosse, sia stata una mossa da campagna elettorale, forse addirittura la prima mossa di una partita che si annuncia molto lunga, e di esito assai incerto. Non solo a scacchi o quando si fa a botte, è ovvio il vantaggio della prima mossa. Io credo che si tratti di una mossa moralmente scorretta, ma (vorrei quasi dire "dunque") politicamente legittima in campagna elettorale, e con ciò sgombro il campo dal fatto che la mia sofferenza sia di natura morale. La mossa di Silvio Berlusconi: dà agio all'avversario di obbiettare in più modi (controinsinuazioni, fairplay, dichiarazione dei redditi coram populo, indignato vittimismo o, come appunto Massimo D'Alema ha fatto, un mix di tutto questo); formalmente, non è calunnia; tatticamente, pesca in un elettorato qualunquista che abitualmente si astiene dal voto e verso il quale il centrosinistra ha più mostrato disprezzo che interesse. Un agire sordido, forse, ma difficilmente censurabile fuori dal Tea Club.
Insomma, coi rispettivi e abituali modi che sono stigma di entrambi, Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema hanno giocato questo primo round. Mi aspettavo qualcosa del genere da Silvio Berlusconi, e non credo che si tratti di un mio particolare fiuto; analogamente con Massimo D'Alema, e non son stato deluso (se non nello scarso rilievo dato da Repubblica alla lettera).

Bene, non è questo tipo di (solo apparente) imbarbarimento che mi dà sofferenza. Nemmeno mi dà sofferenza qualcosa che da parte di Massimo D'Alema è altrettanto legittimo ed altrettanto moralmente scorretto, per quanto privo della geniale sfrontatezza di Silvio Berlusconi: al MaurizioCostanzoShow dello stesso 24 febbraio, s'è detto contrario alle ragioni del first strike Usa in Iraq, lasciando intendere a più d'un pollo che così avrebbe sostanziato, se al governo, coll'immenso merito di essere stato in quel momento all'opposizione e di non poter fornire controdimostrazioni, se non l'esile distinguo spazio-temporale con le faccende kosovare. Nemmeno questo mi fa soffrire. Soffrirebbe semmai quel governo Prodi (o, se la storia è ancora magistra, quel governo D'Alema che ne prendesse successivamente il posto) nel caso che, dopo il 2006, gli Usa decidessero di attaccare la Siria o la Corea del Nord. E, dunque, accidenti, cosa mi fa soffrire? Arrivo al punto. Nessuno chiaramente afferma, di qua, che "certi politici sono ladri" è quella manifattura di sangue e merda di cui la politica è fatta: o s'affrettano ad applaudire o fanno gli imbarazzati, senza muovere un passo dalla falange. E nessuno, di là, afferma che, in caso di necessità, ci sarebbero carabinieri a Seul o a Damasco.
Mi muoiono un sacco di amici durante le campagne elettorali. O almeno non li riconosco più. E forse loro non riconoscono più me. Ci infliggiamo inutili sofferenze. Non escludo che dipenda da me. Anzi. (L.C., 25.2.2004)

La notizia: Il presidente russo Vladimir Putin ha destituito il governo di Mikhail Kasyanov: "In base all'articolo 117 della Costituzione, ho deciso che il governo deve dimettersi". L'annuncio, del tutto inatteso, è stato dato in diretta televisiva lasciando di stucco gli osservatori internazionali.

Un vecchio detto insegna che natura non facit saltus: nella realtà di solito i mutamenti sono lenti e graduali. Ecco perché bisogna accogliere a ciglio asciutto la notizia della destituzione, da parte di Putin, del governo russo. Ovviamente, in Italia, una simile notizia (si pensi a Berlusconi nei panni di Putin!) farebbe starnazzare le oche del Campidoglio e degli altri sei colli. Magari con ragione. Ma trattandosi della Russia, e tenendo conto del suo passato, la prima cosa da dire è che, se Putin ha fatto questo in vista delle elezioni e per procurarsi un vantaggio, significa che in Russia ci saranno elezioni libere e vere. Cosa che per settant‚anni non si è vista, come si sa. E che rappresenta dunque un progresso: i dittatori non hanno nessun bisogno di truccare le elezioni o d'influenzarle. Bisogna dunque essere lieti del lento cammino di quell'immenso paese verso una democrazia compiuta e matura.

Non tutto è perfetto, certo, e del resto in nessun paese del mondo tutto è perfetto. In Russia non sono cambiate le piaghe dell'alcolismo e dell'infingardaggine, ci sono i nuovi ricchi e i nuovi poveri, i nuovi corrotti e i nuovi potenti, ma ogni giorno le cose vanno un po' meglio. Quando l'Unione Sovietica crollò su se stessa molti osservatori furono giustamente preoccupati non dal punto di vista politico, poiché nulla poteva essere peggiore della dittatura, ma dal punto di vista economico e sociale. Si temette l'anarchia, la cleptocrazia, il calo della produzione (che si è avuto), perfino un ritorno alla dittatura, che fu del resto tentato, e soprattutto la fame. La fame, in questo caso, non è l'impossibilità di cambiare il videoregistratore con un modello più nuovo. È quella sensazione che il sistema nervoso invia quando comincia a temere che la spesa calorica sia superiore all'apporto con la conseguenza che, permanendo lo squilibrio, alla fine si muore.

Sono passati più di dieci anni e nessuno parla di questa fame in Russia. La miseria non è certo scomparsa ma l'aspetto delle città russe è incredibilmente migliorato. Non si vedono più code dinanzi ai negozi, i giornali sono accettabilmente liberi di dire male del governo, la democrazia sembra stabile e le due vetrine di quel mondo - Mosca e San Pietroburgo - scintillano di luci e conoscono il problema del traffico. Qualunque persona di buon senso e che ami l'umanità dovrebbe essere contenta di questi miglioramenti.

Ma ciò non vale per chi ha la mentalità di sinistra. La mentalità di sinistra è infatti caratterizzata dall'emotività, dal massimalismo e dall'indifferenza per le sofferenze umane.

A causa dell'emotività, se un servizio giornalistico (oggi possibile ed impossibile ai tempi di Stalin o di Breznev) mostra della gente affamata a Nizni Novgorod o a Rostov sul Don, le anime belle dichiarano che la democrazia ha provocato il disastro, in Russia. Dei disastri ben più grandi dei tempi di Stalin, esse non si preoccupano. Non gliene sono state presentate le fotografie e dunque non esistono.

A causa del massimalismo per loro il governo russo non è democratico, dal momento che non è democratico come il governo inglese. Per amore dell'ottimo chiudono gli occhi sul buono e rimpiangono il peggio.

Infine dimostrano indifferenza per le sofferenze umane. Per decenni le anime belle si sono contorte in ogni modo per giustificare il socialismo reale perché, benché le persone soffrissero ed anzi morissero a milioni,  la Russia Sovietica o la Cina di Mao perseguivano un ideale. E a loro interessava l'ideale, non che la gente morisse di fame o in campi di concentramento. Questo era solo un piccolo errore, uno sfrido di produzione. Ancora una volta, preferivano l'ottimo, il perseguimento di un ideale, al buono, la pietà per gli esseri umani in concreto.

Giannipardo@libero.it  - 25 febbraio 2004


Qui, quo, quiz
1.
Mi gioco un elegante esemplare impagliato di Ciconia ciconia, opera del preclaro tassidermista Brancaleone Borgioli e da me ereditato da una compianta zia nubile, che qualsiasi altro energumeno minacciasse mai di dare due ceffoni all'onorevole Piero Fassino sarebbe raggiunto tosto da assai congrua denuncia ai sensi dell'art. 612 c.p., per azione della parte offesa, e/o in subordine al combinato disposto ex art. 339 c.p., contemplante addirittura il procedimento d'ufficio. Com'è evidente a tutti sotto questo pallido sole di fine febbraio, se l'energumeno è di sinistra, l'onorevole non procede, e nemmeno l'ufficio. Qui, pare che indignazione e procedura riposino in soffitta, come il prezioso volatile impagliato di cui dicevo all'inizio.
 
2.
"Ho letto su di un muro vicino a una scuola..." scrive Gianni Boncompagni, e attacca a parlare di Dio. Dio, ci dicesse prima che cosa ci faceva, vicino a quella scuola!
 
3.
Quiz. "Sono un'indipendente, non sto né coi conservatori né coi riformatori... Non ho presentato neanche una mia lista... Non mi sono persa neanche una marcia di protesta... In casa... avevamo idee politiche diverse... Come può entrare in Parlamento e scrivere leggi uno che le ha violate?... Parlano tutti pensando solo agli interessi personali... L'America mette i piedi dove non deve...": brani da un'intervista al Corriere della Sera del 23 febbraio. Sab'na Guzz o Zahara Khomeini? Aiutino: l'intervista è stata rilasciata a Teheran.
 
(L.C., 25.2.2004)

DIMENTICANZE
E' notizia di oggi e, anche se nessun giornale l'ha pubblicata, la notizia è vera: la Corte dei Conti ha confermato la condanna già emessa in primo grado,    l'ex giunta ulivista della capitale dovrà risarcire tre miliardi e 329 milioni di vecchie lire per consulenti esterni impropriamente utilizzati nel biennio 1994-96,   un terzo della somma - povera Barbara! -  è a carico dell'ex sindaco Francesco Rutelli.
 A ben vedere, anche se nessuno lo scrive,   le  consulenze d'oro sono una costante della famiglia ulivista. Sarà una combinazione, ma anche Romano Prodi, la cui   moglie  è stata per anni -guarda un po'- consulente della Regione Emilia-Romagna, c'è inciampato. Come scrive il settimanale TEMPI, in un intervista all’europarlamentare Heaton-Harris ,   dal 1999, anno in cui Romano Prodi  è presidente della Commissione UE, da Bruxelles sono stati versati, attraverso l'ufficio per la cooperazione "EuropeAid",  15 milioni di €  alla Italtrend, società di consulting con sede a Reggio Emilia. Nulla di strano, solo una combinazione vuole che la nipotina di Prodi, Silvia, lavori alla  Italtrend  come assistente della direttrice.  Una questioncina proprio sgradevole e molto italiana, le commesse partite da Bruxelles per l'azienda italiana "Italtrend". Non ne sapevate nulla, vero? Qualcosa in più ne sanno invece i sudditi di Sua Maestà britannica, visto che il fatto ha trovato grande rilevanza sulle pagine dei quotidiani "Sunday Times" (che titolava: "Una marea sordida intorno alla famiglia Prodi") e "Sunday Telegraph". Il primo scriveva che «Romano Prodi affronterà domande imbarazzanti sui legami della sua famiglia con un'azienda che ha ottenuto appalti remunerativi da Bruxelles. L'aumento di accuse di nepotismo - continuava l'edizione domenicale del "Times" - all'interno della Commissione ricorda la sordidezza che ha fatto sprofondare il suo predecessore Jacques Santer». Il domenicale britannico ricordava inoltre che la notizia sugli appalti a "Italtrend" è comparsa la scorsa settimana sull'"European Voice", provocando imbarazzo per Prodi. Il quale era in visita in Africa occidentale e si è trincerato dietro uno stizzito silenzio.
Tutta la vicenda,  qui da noi in Italy, viene raccontata, con  una documentatissima inchiesta tra Reggio Emilia, Dublino e l’Isola di Man,  sul settimanale TEMPI (clicca qui  per l’articolo). Nessun altro giornale (a parte il Foglio) o telegiornale italiano ha ripreso la notizia.
Infine, le strane consulenze alla nipotina di Prodi sono riassunte in  una interrogazione al  Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna, alizza.asp?id_comunicato=15165">qui il testo integrale dell’interrogazione. (cp, 24/02/2004)
 
L’Italia pensosa e seria, e anche quella che pensa ai fatti suoi, è profondamente tediata dall’interminabile guerra fra berlusconiani e antiberlusconiani. E tuttavia una distinzione s’impone subito. I berlusconiani spesso sono soltanto persone che votano per il centro-destra, mentre gli antiberlusconiani lo sono visceralmente. Perché Berlusconi è ricco, perché è un parvenu in politica, perché è anticomunista ed osa dirlo, perché ha troppo potere, nella sua coalizione e nel paese, e infine per la ragione più centrale di tutte: che gli è antipatico checché dica o faccia.

I berlusconiani - benché costantemente accusati dell’opposto - sono meno berlusconiani di quanto siano antiberlusconiani gli altri. Essi hanno votato per questo imprenditore quando ne avevano appena sentito parlare, nel 1994, solo perché rappresentava un contraltare alla vittoria del Pds. Egli infatti non ha ottenuto voti in nome di ciò che aveva fatto per l’Italia -come De Gaulle per la Francia, nel 1958- ma in nome dell’opposizione alla vittoria della sinistra. S’è limitato ad avere il coraggio, partendo da zero, di raccogliere dal fango la bandiera della Democrazia Cristiana ed ha dimostrato che, se quel partito s’era dissolto, non s’erano dissolti nel nulla i suoi elettori.

Da allora sono passati dieci anni e la situazione s’è stabilizzata. Berlusconi è divenuto primo ministro del governo più durevole della storia repubblicana; è capo d’una coalizione che ha un programma di governo liberista ed efficientista e tuttavia questo non ha molto cambiato le caratteristiche dei berlusconiani e degli antiberlusconiani.

Questi ultimi sono solo diventati ancora più acidi ed accaniti, contro di lui, con la rabbia di verderlo prevalere e resistere ai loro continui attacchi anche quando si è messo dalla parte del torto o si è reso ridicolo. Questo potrebbe essere loro perdonato, se fosse una parte del loro programma politico. Invece, purtroppo, è l’intero programma politico. Non ne hanno altro, se non per principi vaghi e generali. Della lotta al capo della fazione avversa hanno fatto una sorta di religione e un sostituto di dottrina politica. Quasi che, battuto Berlusconi, poi tutto fosse facile. L’amara realtà è che non c’è nessun serio progetto, in politica interna e in politica estera, che non trovi la coalizione di sinistra discorde e pronta alla scissione. Sicché essa soggiace alla tendenza a mettere tra parentesi qualunque programma di riforma o d’attività politica di grande respiro che la spaccherebbe per concentrarsi sull’unico elemento unificante: l’odio per Berlusconi, il nemico esterno. La risorsa unitaria di coloro che non hanno niente in comune. I paesi arabi ad esempio fingono d’essere uniti solo perché dicono tutti insieme male d’Israele.

Questo atteggiamento è controproducente per parecchi motivi. In primo luogo, questa concentrazione su Berlusconi, questa attenzione alla minima sciocchezza che quell’uomo può dire (del resto è ciarliero e capace di parlare a spiovere, come dicono a Napoli), ha finito con l’ingigantirlo. Come si può parlare della Russia di Stalin o dell’Atene di Pericle, oggi si può dire che viviamo nell’Italia di Berlusconi. E questo non è utile, per la causa dell’antiberlusconismo. Non sarà vero quell’antico principio della pubblicità (“parlate di me, anche male, ma parlate di me”), ma è indubbio che questo maledirlo almeno cinque volte al giorno, alla maomettana, ne fa il numen loci. Il personaggio centrale non solo della politica, ma di tutta la vita italiana: dal calcio alla mondanità, dalla chirurgia plastica alle barzellette, dalla televisione ai giornali. Troppa gente non si accorge che se lo si incolpa d’un eccesso di pioggia lo si trasforma in Giove Pluvio.

L’atteggiamento è poi controproducente per un secondo motivo: è ininfluente sugli antiberlusconiani -ché tanto lo sono già- ed è ininfluente su chi non è antiberlusconiano. Fra l’altro, l’eccesso provoca il rigetto. E poi, come insegna la neurofisiologia, la ripetizione dello stimolo l’annulla. Appena mi siedo ho la sensazione della superficie che m’accoglie, dopo qualche secondo dimentico d’avere una sedia, sotto di me. Il cervello rifiuta d’ascoltare un messaggio che non dice nulla di nuovo. Esattamente come gli italiani si rifiutano di sentir parlare ancora di conflitto d’interessi, visto anche che spesso questo conflitto -che alcuni vedono dovunque- loro non lo vedono da nessuna parte.

Ma se Atene piange, Sparta non ride. A suo tempo Berlusconi offrì agli anticomunisti, come bonus, un programma liberale e liberista che li fece sognare. Ma fu solo un sogno, appunto. Certo, c’è stato l’11 settembre, c’è stata la peggiore crisi economica internazionale  di tutti i tempi (1929 incluso), ma la coalizione di governo s’è dimostrata inetta e timida. Capace solo di grandi proclami non seguiti da niente di concreto. Capace di combattere una guerra sul nulla (la riformetta dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori) e perfino di perderla pur avendo tutte le briscole in mano. Capace di sbandierare ai quattro venti la necessità d’una riforma della giustizia e poi di varare alcune leggine pressoché inutili che l’hanno resa criticabile.


I votanti di centro-destra sono delusi. I berlusconiani veri pensano magari che il Cavaliere avrebbe mantenuto le sue promesse se non fosse stato frenato dagli interessi e dalle mene di alleati piccoli e riottosi, ma la maggior parte pensa che, in ogni modo, questo non è il governo che sperava d’avere. Gli italiani sono per processi che non durino dieci anni, per uno Stato che pesi meno e che sappia decidere. Non si può tenere in caldo una legge sul conflitto d’interessi (a costo zero) o sulla riforma delle pensioni per anni ed anni, parlandone continuamente. Non si governa cercando di non scontentare nessuno. In particolare, ai sindacati si sarebbe dovuto dire: o governiamo insieme o governeremo senza di voi. Ma subito, oggi.

Qualche giorno fa, in un suo editoriale, Angelo Panebianco sosteneva che in Italia, quale che sia il governo, è impossibile fare riforme serie perché ci si scontra sempre con centri di potere che impongono lo status quo. C’è del vero, in questo. Ma la capacità di governo si dimostra appunto adottando anche provvedimenti impopolari. Blair, che avesse ragione o torto, ha reputato che fosse nell’interesse del Regno Unito partecipare alla guerra in Iraq, e l’ha fatto. Malgrado le immense perplessità del suo Paese. De Gaulle, eletto da gente che gridava “Algérie française!”  ha liquidato l’Algeria, rischiando perfino un colpo di Stato e gli attentati, anche a lui personalmente. Ed oggi nessuno esita a considerarlo il più grande francese del Ventesimo Secolo.

In che modo un governo italiano potrebbe tagliare il nodo gordiano, non lo sappiamo. Forse in Italia neanche De Gaulle sarebbe stato De Gaulle. E in conclusione, il centro destra ha un programma ma non lo applica gran che. La sinistra non ha un programma e si limita a dire male di Berlusconi. In Italia ci sono antiberlusconiani convinti ed elettori che non sopportano uomini ed idee di sinistra. Tutti anti e nessuno pro, insomma. Non è una situazione rosea.
Giannipardo@libero.it


Era ulivista...
30 mila miliardi di buco ulivista, il crac politico che, zitti tutti,  paghiamo noi. Migliaia di miliardi finiti chissà dove. <<Spariti, volatilizzati. O forse solo nascosti tra le pieghe di un rendiconto da brivido. Altri miliardi contabilizzati in modo sbagliato, prestiti non contabilizzati affatto, misteri. In poche parole un bilancio inattendibile, nella migliore delle ipotesi spaventosamente disordinato. Un disastro. E non è la Parmalat di patron Tanzi & soci in malaffare. Signori, ecco a voi la storia di un buco che è una voragine e che non fa gridare allo scandalo. Normale. Questo è il Paese in cui cinque o dieci milioni di lire investiti in bond e liquefatti nel mare delle private insolvenze fanno giustamente notizia, e cinque o dieci milioni finiti in tasse per finanziare pubblici disastri restano normale routine. Questa è l'Italia anno 2000-200l, ultimo dell'era ulivista.>>
Per l’articolo di MATTIAS MAINIERO  da "Libero" clicca qui.


"Preferisco vivere"  
Mi cagiona biasimi ora spietati ora beffardi da conoscenti, amici e parenti, ma è più forte di me: ho il vizio di leggere l'Unità. Di nascosto, quotidianamente, talvolta a più riprese. Peggio, ne traggo un malato godere, che da tempo preoccupa chi mi vuole bene, perché è evidente che, mentre sembrerebbe ch'io divori l'Unità, è lei che invece divora me, lentamente, inesorabilmente. Non ho il coraggio di confessarlo ai cari, ma credo di non potere uscire più dal tunnel, anche se per tranquillizzarli a volte abbozzo un vigliacco "posso smettere quando voglio". Il bene che mi vogliono pare convincerli, talvolta. In verità, so bene che non voglio, perché non posso. E a volte mi pare che l'abbiano ormai capito bene anche loro, per il sempre più fievole tentativo di dissuasione, il sempre più dolente tacere in impotente complicità. Qui mi confesso, nella speranza che la mia confessione sia monito per qualche ingenuo sprovveduto o qualche folle ardito. Cosa m'attrasse all'inizio? E chi può mai saperlo. E' iniziato quasi per gioco, forse per sfida o per fatale leggerezza, non saprei. Fu orgasmo, ora è dipendenza. Ho pena di me stesso per come ogni volta mi lascia spossato, annichilito, per come mi costringe a fingere con me stesso, a farmi dire "domani no, domani non lo faccio", ben sapendo che non ci riuscirò. Se solo adesso mi decido a questa esternazione pubblica, è perché oggi ho avuto le prove che non ho speranze, son destinato a perdermi del tutto in questo vizio. Oggi, erano due giorni che mi astenevo. L'avevo comprata giovedì e venerdì, ma avevo messo le due copie ancora piegate in un angoletto del mio studiolo. Era accaduto che giovedì un Vattimo o un Di Pietro erano stati tagliati male, forse con troppo mannitolo: insomma, con rispetto parlando, una paurosa diarrea. Mi son detto (ahimé, quante altre volte me l'ero già detto) "adesso basta, preferisco vivere". Ma, come al solito, mentivo a me stesso: già sapevo che quelle copie di venerdì e sabato me le sarei sparate in una sola botta, rischiando un'overdose, come un fottutissimo pazzo. Stamane, domenica 22 febbraio, mi sembrava d'aver avuto la meglio: ho buttato le due copie dei giorni precedenti nell'immondizia. Ho buttato il sacchetto nel cassonetto sotto casa e sono passato per l'edicola a comprare i giornali: il Foglio, la Stampa, il Corriere, il Riformista no, ché di domenica non esce, e poi Repubblica, Libero e il Giornale... Ho sentito una fitta alla bocca dello stomaco, come una pugnalata: era la crisi d'astinenza. Ho fatto un altro tentativo, ridicolo a pensarci bene: ho chiesto il Manifesto e Liberazione, come se fossero metadone. Neanche il tempo di sfogliarli, un vomito pauroso. Maledicendomi, sono tornato sui miei passi e all'edicolante ho fatto "ah, dimenticavo... l'Unità", mentre quello mi rifilava come un gadget il malizioso sorrisetto di chi ha capito tutto. Di corsa a casa, mi sono chiuso in bagno e me la sono letta tutta, l'Unità, a rischio di rimanerci secco. Verso gli sgoccioli, a pag. 28, c'era una letterina di Pietro Folena nell'angoletto della posta: "Caro direttore, Santoro, stizzito dalla mia riflessione preoccupata che si rivolgeva non a lui ma a Fassino, D'Alema e Prodi, con un po' d'arroganza intende spiegarmi il contenuto e il significato del messaggio di Pasolini...". Panico vero! "A cosa si riferisce Folena?" mi sono chiesto madido di sudore, il cuore che impazziva alle tempie: "Che cosa ha detto esattamente Santoro?" In breve: sono tornato in strada, a prendere le due copie dell'Unità dal cassonetto. Venerdì, Pietro Folena lamenta che alla convention del Palalottomatica c'è stata "poca sinistra" e che perfino "di un intellettuale scomodo, atipico e straordinario come Pasolini si è preso un pezzo 'evangelico'... "; sabato, Santoro strapazza Folena e chiede al direttore di pubblicare il pezzo 'evangelico' di Pasolini in modo che "Folena possa scoprire come il problema che si pone lo scritore è quello di una impossibile convivenza tra falchi e passeri, nonostante l'evangelizzazione...". Di qui l'incazzatura domenicale di Folena, dunque, al punto da fargli scrivere che lui, del Pasolini, sa tutto, perché "nel 1985 la Fgci che allora dirigevo, organizzò una grande festa nazionale dedicata proprio a Pasolini...". Ecco, alla fine, ho sentito diffondersi di tra le mie fin lì squassate fibre un rivolo di pace e oblio, finalmente. Ma a quale prezzo! Per questo, a quanti hanno raccolto questa mia confessione, lancio un accorato appello: non iniziate, tenetevi alla larga! Si inizia quasi per gioco, per un'atroce leggerezza, e si finisce in un cesso, sudati e ridotti come un cencio, con in mano Santoro e Folena.
 (L. C., 23.II.2004)







Nella lista dei redattori e dei collaboratori, alla lettera B, tra Bandinelli e Buttafuoco... (L.C., 22.2.2004)

 
A "Il Foglio"

Al direttore - Lei è un adorabile furbacchione, sono incantato. Ben sapendo dell'enormità cumulata da Mattia Feltri e che comunque quel mitico cantuccio in quarta pagina sarebbe sembrato a tutti come odiosamente usurpato, quand'anche lei l'avesse affidato a una commista quintessenza di Confucio, Shakespeare e Groucho Marx, lei ha pescato nel peggio del peggio e v'ha tirato fuori il meglio: Gianni Boncompagni. Della qual scelta invece io personalmente mi congratulo per una mia vecchia simpatia per quello, tutta istintiva. Immagino come lei si starà divertendo, ora, a leggere l'afflitta e indignata protesta che le sarà piovuta nella posta, povero dottor Casotto! O forse no. Dopo quattro o cinque e-mail tutte eguali - l'auricolare di Ambra, Raffa e il vaso dei fagioli, "ah, direttor mio, io l'avrei curata gratis quella rubrichina e invece lei l'affida a quello...", ecc. - avrà tirato uno di quei notori sbuffi annoiati dei suoi, per la conferma (se ce ne fosse stato bisogno) che, quando scrive, il lettore è quasi sempre peggio dello scrittore, quando legge. Si magna licet.
 
A "Il Riformista"
Caro direttore, più che alle regole dell'ipertesto un giornale obbedisce alle leggi dell'iperspazio. Vuole un esempio? Prenda quel giovanotto sulla ventina, dj di professione e sventrapapere per hobby (o viceversa, più non ricordo), che prima curava una rubrichetta quotidiana sul Foglio di Giuliano Ferrara, mi pare si chiamasse Diaco. Con un'accelerazione gravitazionale quadratica sembrava essere imploso in un black hole, proiettato addirittura nel giornalismo. Da una dimensione parallela, invece, ritorna, anche se molto, molto, molto invecchiato, diciamo sulla settantina. Ora si fa chiamare Boncompagni, ma è sempre lui, è evidente, come dimostrano le sempre uguali lamentele di chi è rimasto, in tutte e tre le solite dimensioni, invidioso di sventrapapere e dj. Non ridacchi, la prego, potrebbe accadere qualcosa del genere anche al suo giornale. Ricorda quel poeta di professione e paroliere per hobby (o viceversa, più non ricordo) che prima curava una rubrichetta quotidiana sul Riformista e tutt'un tratto poi cascò anche lui in black hole? Mi pare si chiamasse Mogol. Da un universo parallelo potrebbe ritrovarselo tra piedi, molto, molto, molto più giovane, e tenderle la mano dicendo: "Piacere, sono Morgan".
P.S.: Se questa me la taglia da "non ridacchi" in poi, ridacchio io.


Cribbio!
In video un servizio di Raitre-Neapolis sul raduno dei blogger a Napoli (Galassia Gutenberg, 14.2.2004, clicca qui per le immagini del servizio):
Intervistato anche Castaldi, è quello che all'apertura del servizio dice:
"Blogger significa avere buone possibilità di trovare ascoltatori al proprio narcisismo". Come volevasi dimostrare.


Massima del giorno
 Il mestiere di Presidente della Repubblica è fra i più pericolosi del mondo. Si è persone normali quando si è nominati e si  lascia la carica con la fama di fessi quando va bene e di ipocriti malefici quando va male.
G.P.

"Il Papa ha vietato tutto, fuorché cacare"
"Gli americani credono al Libro molto più di noi": è il commento de Il Foglio (18.2.2004) ai dati emersi da un recente sondaggio della Abc e succintamente riportati in un box dal titolo "Così l'America crede in Dio e nella Bibbia". Il sondaggio Abc rivela che una larga percentuale degli americani crede nella "verità testuale" delle Sacre Scritture, dall'arca di Noè al miracoloso attraversamento del Mar Rosso. Per il commentatore la cosa sarebbe buona e giusta: "In God we trust, crediamo in Dio. Il logo del dollaro (...) tra gli americani regge ai colpi della secolarizzazione assai più di quanto avvenga nelle altre ormai scettico-illuministiche società occidentali". Se qualche primato etico o culturale era da accreditare agli americani, non ci era sembrato che fosse la refrattarietà alla secolarizzazione; né c'era sembrato che sullo scettico-illuminismo si fondasse il discrimine atlantico; insomma, quell'"ormai" che suona come una bolla papale ci sembra un po' troppo, anche se l'avesse scritto l'Osservatore Romano invece che Il Foglio. Come spesso accade quando si è realisti più del re, si corre il rischio di fraintendere molte cose della monarchia e del regno. Si corre il rischio di definire devozione anche la fedele citazione da Ezechiele, fatta in Pulp Fiction da uno spacciatore, che in God he trustes, prima di quell'indimenticabile esecuzione per regolamento di conti.
In realtà, molto non quadra in queste sbrigative deduzioni, cui si allegano pericolose, ancorché implicite,
conclusioni sui modelli antropologici e culturali americani, relativi alla sfera religiosa. In primo luogo, per fare un esempio ben noto, la "verità testuale" della Bibbia sul nostro sistema solare vorrebbe che la terra stia ben salda al centro dell'universo e che il sole vi giri incessantemente attorno, fatta eccezione nei casi in cui un Giosuè gli chieda di fermarsi in medio coelo. Please, chiedere a Galileo Galilei cosa gli hanno fatto passare le autorità vaticane per essersi permesso di contestare questa "verità testuale". E' chiaro che le "ormai scettico-illuministiche società occidentali" debbano molto a Galileo Galilei, e che possano ritenersi ben soddisfatte di questa loro blasfema sospettosità sulle "verità testuali" della Bibbia. Ciò nonostante, proprio gli americani che "credono al Libro molto più di noi" non si sognerebbero mai di calcolare le traiettorie dei moduli spaziali sulla base delle "verità testuali" delle Sacre Scritture sul nostro sistema solare. Le cose evidentemente debbono stare in un modo diverso. E il commento de Il Foglio sfiora la verità senza coglierla: "Nel dato disaggregato i cattolici vengono buoni ultimi. La loro fede si perma a 51 per cento sulla creazione, a 50 su Noè, a 44 per cento sul Mar Rosso. Tra i protestanti, le percentuali salgono rispettivamente a 75, 79 e 73 per cento. E in testa a tutti gli evangelici (...) con 97 per cento sulla Genesi...". Forse gli evangelici e Il Foglio pretendono troppo sulla "verità testuale" della Genesi: con ironia bonaria, per carità di Dio, la nascita di Eva dalla costola di Adamo "ormai" non ci convince, sarà che siamo "scettico-illuministici", perdutamente.
Le cose forse stanno in altro modo, in altro modo si possono spiegare quei dati del sondaggio Abc. E' dal 1522 che la Bibbia è letta in lingua volgare. Tra poco meno d'un ventennio, col cuore e la mente rivolti a Wittenberg, i cristiani dell'Arcipelago Protestante festeggeranno il loro semimillennio di disobbedienza alla Chiesa di Roma e alle sue mediazioni, non ultima quella esegetica. Che i protestanti credano nella verità testuale delle Sacre Scritture molto più di quanto vi credano i cattolici è merito di quel Lutero che era solito dire: "Il Papa ha vietato tutto, fuorché cacare" (Tischreden, 613). Traduzione e tradimento, divulgazione e volgarizzazione, ma per mezzo millennio, tra i protestanti, fu più l'occhio a scorrere la Scrittura che l'orecchio ad abbeverarsi dal pulpito. E la Scrittura divenne familiare, domestica, fatta di pane e vino come un sacramento. Il pastore anglicano leggeva Paolo lì dove "meglio sposare che ardere", e figliava, mentre il parroco dedicava l'omelia ai fuochi di Sant'Antonio e al coraggio di Origene, nel latino che per il poveraccio manzoniano restava "latinorum". Come stupirsi, dunque, del fatto che "Così l'America crede in Dio e nella Bibbia"? Lutero ha messo una Bibbia in ogni stanza di motel dalla West alla East Coast; i vescovi di Roma ancora oggi pasticciano tra "caneon" (canapo) e "cameon" (cammello):ancora fanno fatica a far entrare nella cruna dell'ago un qualche Rockfeller apostolico romano.
(Luigi Castaldi, 20.II.2004)


MOLLICHINE
Il sottosegretario Sacconi. "Il governo ha predisposto un monitoraggio sui prezzi".Un monitoraggio: cioè stare ad osservare. Ma non lo fanno già tutti i giorni le massaie?

I genitori di Pantani: "Ce l'hanno ammazzato". Non come Giulio Cesare, che è morto di morte naturale.

 Maroni:"Giovedì l'incontro finale sulle pensioni". Achille insegue la tartaruga.

Trichet ottimista: "la ripresa in Europa dovrebbe accelerare nel secondo semestre di quest'anno". Se l'esperienza insegnasse qualcosa, il mestiere di profeta sarebbe scomparso da millenni.

Trichet ha promesso che Francoforte "vigilerà sul potere d'acquisto dei cittadini europei". Anche il mestiere di venditore di fumo dovrebbe essere scomparso.

Attentato contro una scuola di Baghdad: due bambini sono morti. Gli integralisti islamici amano talmente il paradiso che ci mandano in anticipo i bambini.


Violante: "Berlusconi non è adatto a governare". Non bisognerebbe eleggere il premier, bisognerebbe chiedere a lui se è adatto.

Berlusconi ha detto che imposte al di sopra del 50% inducono all'evasione. Ma gli italiani sono più sensibili di quanto lui non creda. Potendo, evitano anche tasse del 10%.

Il 5 marzo sciopero del trasporto aereo "per sostenere la vertenza dell'Alitalia". Sottolineiamo: la vertenza dell'Alitalia, non l'Alitalia.

20 operai cinesi in prigione dopo scontri con la polizia. Manifestavano per la bancarotta della loro società che li aveva spinti a comprare le sue azioni. Allora, investitori Parmalat, state buonini, chiaro?

Dal Foglio, Piero Fassino: "Sfido Berlusconi a un faccia a faccia in tv". Ma non da Vespa. La distanza fra le poltrone è tale che gli sputi mancherebbero il bersaglio.

Berlusconi ha detto che imposte al di sopra del 50% autorizzano moralmente il tentativo d'evasione. Il solito illuso. Come se i contribuenti avessero problemi di morale.

Fallito il piano del centro-sinistra d'inviare Retequattro sul satellite. Non gli rimane che inviarla affallovo.

Prodi: "La Ue condanna l'antisemitismo senza riserve". Con le riserve (in cui mettere gli ebrei), l'antisemitismo avrebbe invece campo libero.

Soros è pronto ad assicurare il suo sostegno finanziario a chiunque sfiderà Bush. Per lui dunque chiunque è meglio di Bush. ABB, anybody but Bush. Neanche fosse Berlusconi.

Castagnetti (dopo le dichiarazioni di Berlusconi): "C‚è un limite all'estremismo mattoide". Ecco come si risponde ad espressioni eccessive.

Election day. The Government has decided that on June 12th and 13th... Scusate, ricominciamo: Giorno di elezioni...

L'appello del pm sulla morte di Pantani: "Chi sa qualcosa parli". Ma si ricordi, de mortuis nil nisi bonum

 Giannipardo@libero.it

PARMALAT
Dagli schermi televisivi la vicenda Parmalat ci ha annoiati a morte, giorno dopo giorno. Ma non sta scritto da nessuna parte che le notizie debbano essere divertenti, basta che siano istruttive, basta che se ne possa trarre qualche insegnamento per il futuro. Ma è proprio questo, il punto, qui: a che serve conoscere quante persone sono state arrestate, quanti giudici se ne occupano, a quanto ammontano gli ammanchi, se chi è stato truffato non ritroverà i suoi soldi e se nessuno ci assicura che in futuro si eviteranno disastri simili?

Se un amico non mi restituisce il denaro che gli ho prestato non gliene darò certo dell'altro. In questi casi l'esperienza serve. Ma rispetto alla Parmalat, cioè rispetto ad un gigante di cui anche le banche parlavano col cappello in mano, che ragioni di diffidare aveva, il piccolo risparmiatore? Dunque la vicenda Parmalat non insegna nulla. Lo scandalo si è verificato perché nessuno vigilava o poteva vigilare, e non poteva certo farlo il singolo piccolo investitore.

Qualcosa potrebbe insegnare al governo, tuttavia. Se il Parlamento fosse in grado di varare una regolamentazione che rendesse assolutamente impossibile il ripetersi di fenomeni analoghi, il risparmio avrebbe ancora una speranza. Se invece una simile regolamentazione è impossibile, tanto varrebbe proclamare in televisione che chi investe in Borsa lo fa a suo rischio e pericolo, perché promotori, banche, imprese e organi di controllo sono solo un‚associazione a delinquere. E dovrebbe aggiungere che quanto più grande è l'impresa e famoso il nome - Parmalat, Assicurazioni Generali, Fiat - tanto meno bisogna fidarsene, visto che proprio loro sono in grado di ottenere giudizi positivi da ogni sorta di pretesi controllori, ufficiali e non ufficiali, privati o di Stato, nazionali o internazionali.  La Costituzione scherzava, affermando di proteggere il risparmio. Il saggio deve mettere il denaro sotto il materasso, l'anno dopo avrà il 3% (inflazione) in meno, ma gli rimarrà il 97%, alleluia. E potrà fare ancora di meglio: spenderlo. Avete già visto i templi di Angkor Vat? Perché non ristrutturate casa vostra? E suvvia, perché contentarsi di una Stilo, vendono pure Rolls Royce!

È un umorismo amaro, questo. Ma logico. E che corrisponde al proverbio secondo cui "i savi fanno i soldi e i pazzi se li godono".

Giannipardo@libero.it  - 18 febbraio 2004


NANI E BALLERINE
Parma, parliamo di Parma, questa antica capitale dove ebbe sede anche la corte di Maria Luisa d’Austria, moglie del grande Imperatore. Oggi il mondo sembra irrompere a Parma come un fiume in piena: che porta in sè, oltre al flusso vitale delle passioni, anche il fango torbido della scelleratezza. Stavolta non è il solito dramma piccolo borghese di provincia ma uno dei più clamorosi crac finanziari della storia patria, forse il più grave.
Eppure, mentre per anni (anzi, decine d’anni)  tutti (anzi, quasi tutti) si mettevano in fila con il cappello in mano davanti al “signor Tanzi”,  oggi, all’ombra del Battistero,  mi stupisco non sia ancora uscito allo scoperto qualche nipotino di Cesare Lombroso che, foto di Tanzi e famiglia, non ci abbia spiegato -della serie: ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi -  le fattezze del criminale di razza.
E la città? Risponde nell'unico modo di cui è capace: il pettegolezzo. E quando il pettegolezzo è il cortocircuito tra una discussione e l'altra, da Tanzi alla Miroslawa passando per Bubi e la Tamara...  il passo è breve. Allora la iattura di Tanzi appare quella di non essere stato colto con la pistola fumante in mano, bensì con lo scanner dell'ufficio ancora caldo: impietosamente, al patron della Parmalat non è riservata dignità migliore della ballerina polacca.  L'ennesima tragicommedia paesana, insomma: che sarebbe anche un divertente paradigma dell'italica furbizia se non fosse per le centinaia, migliaia di lavoratori e risparmiatori che vedono a rischio, o già compromessi, la loro occupazione o il sudato guadagno. Il gioco del momento è spararla sempre più grossa sul tempo in cui già si sapeva: chi da mesi, chi da anni, chi ovviamente da sempre perché si sa come funzionano le cose a questo mondo. A meno di essere proprio imbranati. E allora che dire delle centinaia, migliaia di cortigiani, araldi e commensali che bivaccavano alle porte di Collecchio? Ovviamente scomparsi, come i miliardi dell'ammanco. Che tristezza...la solita umanità di nani e ballerine, tanto per restare in tema.
Eppoi, consensus omnium,  la galera.  Galera preventiva, prima il padre con i suoi ragionieri e poi i figli con le loro debolezze;  tutti umiliati e condannati, costretti alla gogna  ancor prima del processo,  in omaggio a un modo incivile e sadico d’intendere “giustizia”.
Parma? No, no,  Italia, Italia. (cp, 18/02/2004)


San Toro martire.
 
Riceviamo e pubblichiamo:<<Proseguono nella Chiesa di Santa Cristina, in via della Repubblica a Parma, gli incontri che la Comunità organizza con le voci più significative del nostro tempo. Lunedì 23 febbraio, alle ore 21, si terrà un pubblico dibattito sull'argomento"Gesù uomo di Nazareth", con la partecipazione del giornalista radio-televisivo Michele Santoro>> (cp, 18/02/2004)

Un turbine di coriandoli verdi
Ancora non s'è spenta l'eco delle note dell'Inno alla Gioia che sabato 14 febbraio, in un turbine di coriandoli verdi, ha chiuso l'intervento di Romano Prodi alla Convention della Lista Unitaria per l'Ulivo, al Palalottomatica di Roma. Forse, quelli delle pulizie del Palalottomatica ancora devono spazzare via i coriandoli verdi, ancora devono arrotolare il megaschermo dal quale il bonario faccione di Romano Prodi mandava il suo sorriso rassicurante. Ma già la Cosa Riformista si spappola sul voto per il rinnovo della missione italiana in Iraq. Votare no? Astensione? Uscire al momento del voto? E sì che si tratta di un tema davvero non secondario: è in gioco il destino della politica estera italiana, uscita col governo Berlusconi dalle secche del primato franco-tedesco dopo lunghi e grigi decenni di inane e colpevole ambiguità. Davvero difficile capire se tanta indecisione di quel campo sia segno dell'irrisolvibile composizione in una di anime affatto diverse in quell'embrione di partito riformista, che nasce (mai dimenticarlo!) dalla fusione di gameti cattolici e comunisti, o sia invece il calcolo opportunistico dei leaders della Lista Unitaria, che valutano comodo, al momento, fare all'opposizione quel che non sarebbe plausibile se fossero al governo, per non bruciare le inevitabili, ancorché risicate, alleanze elettorali del 2006 con Girotondi, Rifondazione e Verdi. Nel primo caso, sarebbe un aborto precoce; nel secondo, è lecito aspettarsi il parto d'un mostro. Ne parliamo adesso o nella malaugurata ipotesi che la politica estera italiana debbano confabularla tra loro Prodi, Fassino, Rutelli, Boselli, Occhetto, Di Pietro, Bertinotti e Pecoraro Scanio, sotto una logora bandiera arcobaleno? (L.C., 18.II.2004)

Intervista a N. M.
E' triste, dice. Se è tristezza, potrebbe essere quella amara di chi si vede dar ragione dagli eventi che ha previsto, ammonendo, inascoltato. Se non lo è, parrebbe piuttosto la dolente pietà verso gli stolti che non hanno più alcuna speranza, e contorcendosi vanno a fottersi ignavi. "Ruinandosi sanza coscienzia" direbbe lui. Sa di essere stato messo da parte, ce lo ripete continuamente, quasi a saggiare il perché si sia venuti fin qui ad incontrarlo. Sa di essere stato dimenticato, ridotto ad un'antonomasia in cui, ci ha confessato ai margini di quest'intervista, egli stesso non si riconosce. Versandoci da bere, prima che accendessimo il registratore, ci ha chiesto: "Non è che anche voi mi confondete con qualcun altro?", ridacchiando per questa sua acidula umiltà fino al catarro. Le cose del mondo, viste da qui, questo cantuccio in cui l'abbiamo raggiunto, lo rendono livido fino a questo sarcasmo? Non abbiamo che da chiederglielo. Intanto lo guardiamo. E' ancora più smagrito rispetto alle immagini ufficiali di un tempo: occhi puntuti, zigomi aguzzi, denti ingialliti che appena s'affacciano dalla sua bocca senza labbra. Ha accettato di rispondere a qualche domanda dopo mille sospettose cautele, che non vengono meno lungo tutto il nostro incontro. Quasi paranoie da vip. Ad esempio, non che ci aspettavassimo un "la porti un bacione a Firenze" alla fine, questo no. Ma che finisse con un solenne "raccomandomi: niun cenno a Fiorenza", be', questo ci ha un po' stupito. Come ci ha spiazzato la pretesa che non venisse fatto il suo nome.
"Cominciamo. Messer..."
"Può farsi senza nominarmi? Gradirei."
"Lei ci imbarazza. Cosa mettiamo accanto alle risposte?"
"Mettete le iniziali sole."
Mettiamo le iniziali sole.

 
Nulla di ciò che è accaduto in quest'ultimo mezzo millennio ha scalfito le sue note convinzioni sulla natura umana?
 
N. M. : "Giudico il mondo sempre essere stato ad uno medesimo modo, ed in quello essere stato tanto di buono quanto di cattivo; ma variare questo cattivo e questo buono di provincia in provincia."

Cariati dal male, comunque?

N. M. : "La natura ha creato gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa e non possono conseguire ogni cosa: talché essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello che si possiede, e la poca sodisfazione d'esso."

Insomma, una condanna. Di qui la materia che impasta i rapporti umani lungo il gradiente tra famiglia e Stato? Di qui la dannazione del bipede implume quando diventa animale politico?
N. M. : "Degli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue, la roba, la vita, e figliuoli, come di sopra dissi quando il bisogno è discosto; ma quando ti si appressa, e' si rivoltano."
 
Sì, questo lei l'aveva già scritto. Quello che danna, dunque, sarebbe la spietatezza delle regole imposte dalla stessa natura umana? Cattivi, perché deboli?

 
N. M. : "Se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi e non la osservarebbono a te, tu etiam non l'hai ad osservare a loro."
 

Sì, intendiamo. In questo impasto ce n'è abbastanza per frastornare l'uomo tra "causa" e "caso". Una triste biologia degli eventi, e l'uomo lì in mezzo a governare l'inerzia delle sue sorti: significa forzare troppo il suo pensiero?
 
N. M. : "La prudenzia consiste in sapere conoscere le qualità delli inconvenienti, e pigliare el meno tristo per buono."
 
Con quali speranze di cavarsela?
 
N. M. : "Abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch'e venti della fortuna e le variazioni delle cose li comandano e non partirsi dal bene potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato."
 
Una corda tesa tra l'animale e il principe, ci pare di capire. E più, dal reggere le proprie sorti, ci si risolve al reggere quelle altrui, più si diventa strumento del caso. Quella che lei chiama "fortuna", insomma...
 
N. M. : "Fa bene la fortuna questo: che la elegge un uomo, quando la voglia condurre cose grandi, che sia di tanto spirito e di tanta virtù che ei conosca quelle occasioni che la gli porge. Così medesimamente, quando la voglia condurre grandi rovine, ella vi propone uomini che aiutino quella rovina. E se alcuno fusse che vi potesse ostare, o la lo ammazza o la lo prima di tutte le facoltà da potere operare alcuno bene."
 
Per tutti, dunque, villani e principi, la stoltezza scava la fossa. Giusto?
 
N. M. : "Colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara più tosto la ruina che la perservazione sua."
 
Basterebbe capire che "l'uomo è sempre lo stesso", no? E' qui che dobbiamo intendere esperienza e teoria fuse nella storia come casistica?
 
N. M. : "Se niuna cosa diletta o insegna nella istoria, è quella che particularmente si descrive."
 

Eppure gli uomini non sanno mai vedere nel loro contingente, prima, l'abbozzo della rovina sempre uguale che verrà dopo. Sembrerebbe addirittura che libertà coincida con cecità.
 
N. M. : "E' maggior virtù dove la elezione ha meno autorità."
 
Lo afferma anche messer Guicciardini...
 
N. M. : "Non cognosco."
 
E qui s'è chiuso in un silenzio che ci è sembrata la fine dell'intervista.
 
(L.C., 18.II.2004)


Ebrei in Francia.

Nella testimonianza resa a Parigi da una preside di scuola media davanti a una commissione d'indagine sulla laicità emergono le sofferenze degli alunni ebrei delle scuole francesi. Clicca qui per il testo integrale della testimonianza.
(cp, 17/02/2004)


 INFORMAZIONE DROGATA
William Safire, sul New York Times, scrive un allarmato articolo sulla tendenza alla fusione dei grandi conglomerati che dominano i “media” americani. Egli li enumera: “1) Murdoch-FoxTV-HarperCollins-WeeklyStandard-NewYorkPost-LondonTimes-DirecTV; 2) G.E.-NBC-Universal-Vivendi; 3) Time-Warner-CNN-AOL; 4) Disney-ABC-ESPN; and 5) the biggest cable company, Comcast”. Il pericolo, sostiene, è che si passi da cinque a tre e da tre a uno. A quel punto non ci sarebbe più una varietà di voci e di opinioni, nell’informazione, ma un solo centro di suggestione generale.

Safire è un grande giornalista e tutt’altro che uno sciocco. La sua denuncia è dunque da prendere sul serio. E tuttavia al gigantismo delle imprese dell’informazione si può opporre un fenomeno semplice e banale, non dissimile dalla “mano invisibile” di cui parlava Adam Smith in economia: l’autoregolazione del mercato, incluso quello dell’informazione.

Un gigante dell’informazione può influenzare l’opinione pubblica ma il suo ambito di manovra è meno esteso di quanto si pensi. Può manipolare i fatti ma fino ad un certo punto. Al di là d’un certo limite perde credibilità e non influenza più nessuno. Non solo: se la gente si convince che da una certa grandissima fonte non otterrà la verità, e l’otterrà invece da un piccolo foglio o da una piccola emittente la grandissima fonte sarà in pericolo. E sarà il piccolo foglio o la piccola emittente che cominceranno a crescere, mantenendo accuratamente quella linea editoriale che li ha portati al successo.

Una riprova di questo si ha nei regimi dittatoriali. Essi hanno   - bridgisticamente parlando - tutte e tredici le briscole in mano, cioè il monopolio totale dell’informazione, e tuttavia non sono capaci di vincere un grande slam. Infatti la gente perde fiducia nelle fonti ufficiali e si contorce per andare ad ascoltare in soffitta una striminzita radiolina capace di captare la BBC. Risulta che persino i tedeschi, durante la Seconda Guerra Mondiale, si fidavano più della BBC (il cui ascolto era severamente vietato) che delle loro proprie fonti.

Hanno chiesto una volta a Natasha Stefanenko, showgirl russa che vive in Italia, come accogliessero i film americani, in Russia. Che tipo di paragoni facessero, con la realtà sovietica. E lei ha risposto, più o meno: "I film di Hollywood non ci turbavano per nulla. Dal momento che i film sovietici descrivevano una realtà sovietica puramente immaginaria, pensavamo che gli Americani facessero lo stesso".

La conseguenza di tutto questo è che chi vuole rimanere nel mercato può barare, per favorire la propria fazione, ma non può farlo troppo spesso e troppo sfacciatamente, perché diversamente perderebbe credibilità e fatturato. Questo spiega perché, contrariamente a quanto afferma il centro-sinistra, in Italia le reti Mediaset non sono chiaramente favorevoli a Berlusconi. Non solo egli mai partecipa ad un programma politico su quelle reti ma, spesso, esse sono acide e critiche, nei suoi confronti, soprattutto  nel campo dell’entertainment. Perché le reti Mediaset vivono non di politica ma di pubblicità. E basterebbe che disgustassero quella metà d’Italia che è antiberlusconiana per pagarla in termini di fatturato. I comici credono di condurre una battaglia politica contro Berlusconi, profittando della sua tollerante dabbenaggine, i dirigenti li lasciano fare perché portano soldi. Anche a Berlusconi.

Safire fa bene a lanciare l’allarme, la sorveglianza antitrust fa bene a rimanere sveglia, ma, in regime di democrazia e perfino -parzialmente- anche in regime di dittatura, l’informazione ha una sua capacità naturale di autoregolarsi. In questo campo si può barare, ma non tanto da cambiare seriamente l’opinione pubblica. In Italia nessun berlusconiano vero riesce a sopportare l’informazione del Tg3 e nessun antiberlusconiano vero riesce a sopportare Emilio Fede. E che importa? Chi vede il Tg3 è perduto, per il centro-destra, come chi vede Emilio Fede è perduto per il centro-sinistra. Quelle due emittenti sono ininfluenti proprio perché vogliono esserlo.

La verità ha ancora una speranza.

Giannipardo@libero.it


BLOG-NOTES
Sabato 14 febbraio, Napoli, Fiera d'Oltremare. C'è Galassia Gutenberg e alle 19.00, nella Sala Metrò, un dibattito dal titolo "Blog e bloggers: quale identità?". Introduce Marino Sinibaldi, direttore di Radio Tre Rai. A seguire, intervengono: Luca Sofri, figlio di Adriano; Giovanni De Mauro, direttore di "Internazionale"; Tiziano Scarpa, coblogger di Nazione Indiana (ed altro); Giulio Mozzi, dell'omologo blog (ed altro); La Pizia (Eloisa di Ruocco), blogger (ed ora anche altro); Personalità Confusa, che mai tanto una testata beccò nel segno.
Tutti vestiti da blogger, neanche una cravatta. Prevalenza di teste rasate, con parecchie chiome scaruffate. Vocine dolcissime, impastate d'un quasi veneto nel caso del Mozzi, d'un quasi antipatico per Scarpa, d'un quasi nasale per Sofri. La Pizia, invece, d'un dolce neutro, a 20 decibel di sotto. Fighi, fighissimi: è evidente che qui c'è il meglio della rete, una gran zuppa di pesce, bavosa, scorfano e merluzzo. Si sente da come boccheggiano, "com'è profondo il mar / com'è profondo il mar". Cos'è un blog? Difficile sintetizzare o, peggio, trovare un minimo comunque multiplo in mezzo a tanti sottilissimi appercepire l'autocoscienza di blogger. Se proprio si deve, è lecito prendere fior da fiore e allora parrebbe che esista un gradiente "pensare-scrivere-pubblicare-interagire" lungo il quale un narcisista medio evolve fino al Parsifal perfetto che c'ha un sito. Dall'incoscienza prona del riempitore a iosa di Smemorande e Moleskine, all'opistotono del presuntuosetto con la puzza al naso che per tre accessi venderebbe sua madre.
Previti è un blogger, allora. Cofferati è un blogger. Più blogger di tutti è Roberto D'Agostino. Volendo, Il Corriere è un bloggerone. Quando la cosa è povera e semi anonima, ma almeno con cinquecento accessi pro die, scatta il quid: poesia, commento, informazione, tutte le sottospecie d'arte del comunicare, compresa la polemica da vaiassa, il distinguo sulla purezza del rispettivo pacifismo, il report della notiziola succulenta e strana che prima solo La Settimana Enigmistica coglieva, mettendola in "Forse non tutti sanno che..." o "Strano, ma vero". Sintetizzato bene? Mica tanto. Gli autorevolissimi dietro il tavolo sul palchetto, che spiegano ai meno autorevoli presenti in sala, hanno bisogno d'un feed back e chiedono "chi di voi è blogger, alzi la mano", facendo poi la controprova chiedendo "chi di voi sa cos'è un blog?". Un 40 % è lì senza essere blogger, o vergognandosene un pochetto dopo quelle definizioni, né sapendo (più) cos'è un blog o di avercene davvero uno. Gli autorevolissimi ne deducono che si debba forzare il criterio identificativo fino all'episiopesi tracagnotta: un blog non è diverso da un telefonino, se fa le foto e manda messaggini. Ci siamo quasi? No, alla fin fine è meglio rifugiarsi in una bella tautologia: un blog è un blog. E il blogger è un vanitoso che talvolta non fa errori d'ortografia. Scrive di tutto, Iraq, mestruazioni, cardinali pedofili, prezzo dei mango, formule tantra, barzellette sui carabinieri morti, Berlusconi-porco, mi-piace-Socci-sì-sì-mi-piace-un-casino, Selvaggia-sei-simpaticissima, "ci linkiamo a vicenda, ché nessuno vede?".

Democraticamente la parola passa al gentile pubblico. Interviene uno di cui qui ci sfugge il nome, ma incazzatissimo come uno Spartacus: vuole tracciar riga tra il blogger che fa pure lo scrittore e/o il giornalista e quello "puro", che non guadagna un soldo se non facendo il fattorino, il co.co.co. o la bagascia. E' chiaro che per Spartacus il vero blogger è della seconda schiatta, l'altro si autopromuove subdolamente, rubando l'attenzione dell'intero web a lui, che qui pure ci sfugge se fattorino, co.co.co. o bagascia. Secondo carotaggio tra la platea: un ultrasessantenne che tiene un blog dal nome esotico e suggestivo, mianonnaincarriola.splinder.it, che, se qui è l'unico linkato, è perché parve più in buona fede di tante petunie, macchienere e cazzeggi vari. Chino sul microfono imprestatogli dalla liberale presidenza del microconvegno, egli profferì: "E' solo narcisismo, lo faccio solo per narcisismo". Il che ha fatto sorridere d'un sorriso obliquo i narcisisti con la spocchia notevolmente più cliccata della di lui nonna in carriola.
A immortalare l'interessantissimo meeting, Radioradicale e il Tg Regione; qualche giornalista, se c'era, si nascondeva imbarazzato come accade ad un comune mortale, quando lo coglie un transfert d'imbarazzo a sentire Ferdinando Sallustio a Passaparola cantare l'ennesima ninnananna, che gli venisse una cancrena tanto è simpatico!
Alla fine, blog party: una ventina di non-andati-via, con spumantino in mano e musica a un volume tanto alto da spaccar più d'un'anima gentile. A saperlo, rimanevo a casa: venire qui è stato quasi totalmente inutile. Se non fosse che il figlio di Adriano Sofri era in compagnia della gentile nuora di Adriano Sofri. Di lei abbiamo potuto contemplare il delizioso incarnato cui le telecamere del Grande Fratello han fatto decisamente torto: è una gran bella signora. In casual, poi, ricorda la studentessa di cui s'innnamorò l'adolescente mai morto in noi, una volta, sull'autobus, ai tempi del liceo. (L.C., 16.II.2004)


I GALANTUOMINI
Ho sentito Rutelli alla convention “Uniti nell’Ulivo”: “Vogliamo liberare un galantuomo dal confino in cui lo hanno rinchiuso”.
Capperi! Mi son detto. Vuoi vedere che si è ricordato di Adriano Sofri?  Ma no, ho riascoltato meglio: si riferiva ad Enzo Biagi, ovviamente.
Tutto regolare.
* * *
E. B. : “Una volta Scott Fitzgerald chiese a Hemingway che differenza c'era tra loro e i ricchi. Hemingway rispose: 'Hanno i soldi'. Cos' ha Berlusconi in più o di diverso da lei?”
F. R. : “I soldi, sicuramente…”.
(“Il Fatto”, RaiUno 15 maggio 2001).

(ale tap., 16.02.04)


MISTERI
Le beghine, i nostalgici, i falsi moralisti, quelli della Bologna grassa e rossa e quelli  della Bologna bianca e curiale, quelli non c’erano. Alle 9 di sera, lì davanti l’Arcivescovado, si son trovati quegli altri, quelli che non usano mescolare il diavolo con l’acquasanta. Una cinquantina o poco più. Anticlericali. Belli, con i loro cartelli nostalgia,   la candela accesa e il megafono d'ordinanza. Non è successo,  ma pareva sentire nell'aria l'arietta:   "con le budella dell'ultimo prete impiccheremo l'ultimo re"
Poco prima, nel pomeriggio,  in P.zza Maggiore,   monsignor
Carlo Caffarra, fra i prodigi del cartone dorato, in mezzo alla gloria sventolante dei vessilli clericali - baciamano e inchino d’ordinanza dei sempre presenti Prodi e Casini - s’ insediava nuovo arcivescovo metropolita di Bologna.
<<O amata città di Bologna -recitava il vescovo,  vestito  come il  mago Otelma-. Vengo oggi a te per aiutare ogni tuo abitante, a contemplare e a vivere il mistero di Cristo>>.
Per le strade, fino a tardi cariche di gente, ci s’affannava, mano nella mano,  nella ricerca del regalo  di San Valentino. E non vi dico  le osterie e i ristoranti: non un posto a sedere. Solo al tocco arriva la sospirata pizza.
Per caso, mica sarà questo <<il mistero di Cristo>>?
(cp, 16/02/2004)


IL CASO FUCCI E LA MORTE DI PANTANI
  Il segretario dell'Anm Carlo Fucci, nel corso del congresso di Venezia, ha accusato il governo di voler realizzare una "fascistizzazione" della magistratura. La cosa è sembrata eccessiva persino ai magistrati più antigovernativi e Carlo Fucci è stato indotto a dimettersi. Il fatto non sarebbe degno di commento se fosse isolato, ma tale non è.

Viviamo in un'epoca in cui, da decenni, non avviene nulla di veramente grave. Per questo si è passati ad usare le parole più drammatiche per fatti che drammatici non sono. La gente va a passare il sabato e la domenica a cinquanta chilometri da casa? Ed ecco si parla di esodo. Si prende una parola carica di storia, grondante d'infiniti stenti, dolore e morte, e lo si applica ad una non indispensabile gita fuori porta. Si direbbe che ci si chieda: visto che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non ci sono stati esodi, in Europa, perché lasciare la parola inoperosa? Usiamola a proposito delle gite in auto. Magari fornite di aria condizionata.

Il fenomeno è generale. Le scale di misura sono sballate e tendono regolarmente all'eccesso. In giorni in cui non avviene nulla i giornali presentano avvenimenti insignificanti come se dovessero modificare il pianeta Terra. È fenomeno di oggi: la morte di un ex-campione ciclista, un povero nevrotico, occupa nove pagine del "Corriere della Sera". Se la scala fosse costante, l'attacco a Pearl Harbor avrebbe dovuto occuparne novecento. Ma, direbbero i giornalisti, non è in questi giorni che hanno bombardato Pearl Harbor. Ora è morto Pantani. E dunque è questo il fatto che deve divenire importantissimo, gonfiato fino all'apoplessia, se vogliamo vendere il giornale.


E non è detto che il sistema non paghi. L'Unità, giornale dei Ds, aveva dovuto chiudere per la concorrenza di Repubblica, non raramente più estremista. Poi ha riaperto ed è stato affidato ad un direttore che, ponendosi a sua volta largamente a sinistra di Repubblica, pompa tutte le notizie a livelli stratosferici. Inoltre assume posizioni di un estremismo delirante al punto che i Ds non solo non si sentono rappresentati da questo giornale, ma non raramente se ne sentono attaccati e accusati di moderatismo. Ma il giornale vende più di prima e non rischia più di chiudere. Se i Ds parlano d'arroganza di Berlusconi l'Unità parlerà di tendenza alla dittatura. Se i Ds sono contro una guerra non sponsorizzata dall'Onu l'Unità è contro ogni guerra e basta (anche quello che altri ci dichiara?). Se per un fatto i Ds usano gli aggettivi grave, pericoloso, iniquo, l'Unità userà gli aggettivi inaudito, incostituzionale, antidemocratico, inammissibile. E comincerà l'articolo sostenendo che "in nessun paese del mondo". Insomma l'Unità si esprime come se tutte le persone per bene domattina dovessero scendere in strada, con forconi e falci, per scacciare Berlusconi e la sua corte di servi. Ovviamente nessuno prende sul serio simili posizioni, ma una vittima c'è: la lingua italiana. Se Berlusconi domani tentasse veramente di divenire un dittatore, come e da chi ne sarebbero avvertiti, gli italiani?

Il segretario Fucci non è un pazzo. È uno che ha osservato come, in campo politico - e una riunione dell'Anm è un campo politico -  vince chi la spara più grossa. E ci ha provato. Poi è avvenuto che in molti hanno temuto che l'eccesso fosse controproducente e l'hanno indotto a dimettersi: ma non possiamo non esprimere una certa simpatia umana, per lui. Come, tutti ad applaudire Furio Colombo, Willer Bordon, Diliberto, Pecoraro Scanio ed altri campioni dell'invettiva, e solo per lui tutti si sono scandalizzati? Povero Fucci. Gli potrebbero almeno affidare una rubrica sull'Unità.

Giannipardo@libero.it


La ricrescita del prepuzio
Somma incertezza nel dare il titolo a questo editoriale, noi che al titolo non ci teniamo, pur avendo nel blasone di famiglia otto palle. Somma incertezza, perché dopo una settimana quasi di silenzio, che a voi non so, ma a noi è sembrata un anno, "Capperi!" riapre i battenti. Riapre, e non è cambiato niente, almeno per quanto possa interessare a questi cento gatti che ancora s'ostinano a cliccarci. In verità, sarebbero cambiate alcune cose nel pusillimo privato dei sottoscritti bloggatori: Parizzi ha ha fatto un trasloco tra miriadi di pacchi e pacchetti, Castaldi ha schiattato un airbag col suo virile petto in una grandine di vetro di parabrezza, ecc. Ma sono cose private, e noi le cose private le abbiamo sempre tirate in ballo sono se avevano riverbero (diciamo) universale: dunque, non è cambiato niente, sempre gli stessi. Gli stessi: sul piano antropologico e culturale, schifosamente liberali, dacché ci liberammo (oh, voi non potrete mai capir con quale doglio!) di quel Meotti che iniziò nietzschiano, trapassò in kabbalico ed ora, al ricrescergli del prepuzio, sgrana rosari. Gli stessi: sul piano dello stile, schifosamente sprucidi, ché pure qualche accenno al rococò lo sbozziamo con la fresa grossa. Abbiamo cento visite al giorno, qualcuna (con molta emozione abbiamo appreso) davvero eccellentissima: ci fioriscono fiorellini azzurrini e gialli attorno alla mazza, non ne vogliamo altri. O comunque, mettiamola così, non abbiamo intenzione di allargare la soglia o alzare l'architrave; se deve entrare folla, facessero la fila e chinassero la testa gli spilungoni. Ne stiamo vedendo a decine di blog che muoiono per l'aver delirato la loro ipertrofia di gonadi, di pentacipiti, di umor condiviso. Uhm, merde di sinistra, cacatelle d'oratorio! Guardate invece come sfidano l'eternità quei miracoli di Kane, Robba, Rolli, Klamm, Griso... Da soli valgono tutta una mazzetta di giornali. Noi stiamo qua, fermissimi e sfacciati, in quanto senza faccia e pigri, ma proprio pigri pigri, ché neanche diamo una spolveratina alla bloglist dalla quale pure dovremmo rimuovere quelle merdine di Quarky e Brodoprimordiale che chissà chi ce le ha messe. Neanche ci pensiamo a ridare una sistematina al vestitino grafico, e se accadrà sarà per interessamento gratuitamente offerto da qualche provvido sartorio. Dunque, trasandati, e tanto, giusto per non tradire il fatto che i capperi, si sa, son scuri, piccoli e amari, son caccole. Qui nessuno deve diventare scrittore, giornalista o artificiere: Carduccio ha il suo negozio che gli va a gonfie vele, a Pardo la pensione basta e avanza, Castaldi mangia e fotte, il Tapparini (dateci una voce, se lo vedete) è traslucentissimo di contenta accidia. E detto questo, via, si posti come prima.
 Baci agli amici, e un dito in culo alla ventura, ché tra poco "Capperi!" compie un anno e neppure gli sembra. (L.C., 15.II.2004)

Massima del giorno
 Introdurre il sentimento in un ragionamento è come giudicare i medicinali dal valore estetico della scatola che li contiene.
G.P.


MOLLICHINE
- I senatori Falomi e De Zulueta lasciano i Ds: “Sull’Iraq stiamo con Occhetto”. In assenza di Saddam Hussein, legalmente impedito.
- Arrestato a Parigi Cesare Battisti, già condannato a due ergastoli. Dev’essere un nome che porta male. Il primo è stato impiccato.
- Il Cda Rai approva il piano editoriale. Il presidente Annunziata ha votato contro. Un’opposizione Annunziata.
- Berlusconi ha criticato “quei partiti della maggioranza che hanno il 6 per cento e si considerano pari a chi ha il 62”. Follini: “Non si riferiva a noi”. Giusto. Parlava solo dei democristiani del centro-destra.
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Pensioni, Maroni: “Nessun rinvio della riforma”. La data rimane invariata: le calende greche.
- Berlusconi: “l’Italia s’è arricchita durante il mio governo”. Aveva cominciato con le pezze nel culo! Dove ho sentito questo concetto?
- Bagarre alla Camera per la legge Boato. Di cui non importa nulla agli italiani. Ma fateci il piacere, anzi, fateci la grazia!
- Foibe: sì della Camera al giorno della memoria. Contrari Rifondazione e Pdci. Per loro quegli italiani si sono suicidati.
- Siamo lietissimi delle vittorie di Kerry. E ancor più del fatto che non si chiami Karry, visto che l’avrebbero lo stesso pronunciato Kerry.
- Il giornale Al Hayat: Al Qaida ha comprato 70 testate nucleari in Ucraina nel 1998. Poi ha smesso: il frigorifero era già pieno.