ARCHIVIO GENNAIO 2004

Nudi alla meta: le sinistre, D’Alema e la Banca 121
Che povera Italia è mai quella dove il centro-sinistra dei D’Alema, Prodi, Fassino, Bersani e Violante  difende l’ormai indifendibile Fazio per il semplice motivo che costui ha lasciato gestire, dopo il 94-95, il sistema bancario, come meglio aggradava al potere di una sinistra  che, pur di sentirsi legittimata dai Poteri Forti, Bankitalia in testa, li ha lasciati scorrazzare a piacimento tra privatizzazioni, svendite e accorpamenti come volpi nel pollaio.  Basti pensare alle vicende Cirio, Parmalat, Banca 121 o Coop Costruttori di Argenta.
Ma non si fa nulla "a gratis". C’è stata, dicono in molti, anche qualche contropartita sostanziosa per la sinistra di governo (“l’unica Merchant bank che non parla inglese”, si sussurrava tra i gaudenti): la Banca 121 e connesse macerie , la fine di Comit e Cariplo nelle mani del “sinistro” Bazoli di Intesa, gli improvvisi e imprevisti scoop finanziari, cioè finanziati dalle solite Banche (del Buco)  e, infine, il caso Tanzi che, lo sanno anche i muri, non era della sinistra Dc, “era la sinistra Dc”, da De Mita e Prodi in giù. Il fatto, politicamente rilevante,  è che la sinistra, coi Ds in testa,  è storicamente la responsabile della resa della politica ai Poteri Forti, della delega a questi poteri, peraltro “irresponsabili” in quanto non elettivi, di scelte e decisioni svincolate dal controllo, dalla mediazione, dalla legittimità della politica. È con questa sinistra, a cominciare da Prodi, che si installa in Italia, lo strapotere di una tecnocrazia arrogante e vorace, di un management prepotente e spocchioso, di una nomenklatura bancaria e finanziaria capace soltanto di moltiplicare i propri guadagni  mettendo a rischio o azzerando i risparmi altrui,  a partire da quelli dei piccoli risparmiatori.
Ad esempio, lasciando per una volta in pace i Tanzi e i Cragnotti,  come dimenticare lo strano intreccio (raccontato qui) tra Montepaschi-Banca 121-Colaninno: «E’ stata una gestione scellerata sostenuta da diessini e Cgil» strillavano le opposizioni del tempo... oppure come non ricordarsi di «Quando la Banca 121 stava con D'Alema» come racconta in questa intervista l’on. Mantovano.
Forse anche a questo pensava l’altro giorno Berlusconi quando parlava di politici arricchiti...
(cp, 27/02/2004)


Caro/a mittente,
vorrei raccogliere lo sdegno di quanti, come il sottoscritto, ritengono una vergogna vera la cazzata giornaliera di Gianni Boncompagni sul Foglio di Giuliano Ferrara. Vorrei spedire la seguente e-mail con una lista di firme quanto più lunga possibile.
 
Al direttore - Abbiamo pazientato con Diaco, le pare che non possiamo pazientare con Boncompagni? Fedeli,
 
Se pensi di potere dare il tuo consenso, basta rispondere a questa mia con: nome, cognome, città. Se poi puoi, a tua volta, raccogliere altre adesioni a questa mia iniziativa, puoi aggiungere alla tua risposta i nomitativi di chi ti ha assicurato il suo assenso. Dio te ne renda merito, avrai dato il tuo piccolo aiuto ad un grande giornale. Scusa, se, insensibile al dramma, questa mia ti ha importunato.
 
Luigi Castaldi, Napoli



Il piede in gangrena
E' fuor d'ogni dubbio che l'attuale Dicastero della Salute, retto dal Ministro On. Prof. Girolamo Sirchia, si sia distinto più di tutti quelli precedenti nell'intera storia della Repubblica nell'opera di informazione, prevenzione e proibizione, al fine di risparmiare vite minacciate da nicotina, colesterolo, pittbull, ecc.; in ciò è parso consonante e in solido con la politica di altri Ministeri che intanto, per consimile cura di informazione, prevenzione e proibizione, altre vite risparmiavano, per fare un solo esempio, da incidenti stradali. A chi della libertà individuale ha un'idea che mal tollera l'intervento paternalistico dello Stato tutto ciò è sembrato eccesso, talvolta addirittura arbitrio invadente, e dunque odioso. Obbligare per legge dello Stato a proteggersi dall'eventualità d'un trauma cranico in caso di caduta da un motoveicolo a due ruote; coprire di minacciose dissuasioni le confezioni di tabacchi, di cui lo Stato stesso detiene il monopolio di preparazione, distribuzione e spaccio; arrivare a ipotizzare l'obbligo di mezze porzioni di pietanze in liberi luoghi di ristorazione; questo, ed altro, è parso fattispecie d'insopportabile intrusione nella sfera personale a siffatti spiriti liberali. Essi, ben oltre il mero spunto di principio, hanno avanzato addirittura un malizioso sospetto: la filosofia ipersalutista di questo governo mirava a contenere i costi della spesa sanitaria, non già a salvaguardare la salute e le vite degli individui. Nella crescente lista dei divieti, cui l'esecutivo veniva via via ad apporre il sigillo del decreto e della norma, essi hanno letto un intento affatto diverso dal paternalismo del tristemente noto Stato Etico, che pure mai avevano digerito volentieri: essi hanno visto la libertà della persona sacrificata alla ragion sufficiente del deficit di cassa. Sospetti, se si vuole, ingrati, perchè il Ministro della Salute ha più volte ribadito che il tenore severamente prescrittivo delle azioni di governo, come per droga, libertà di ricerca, fecondazione assistita, ecc., si poneva innanzi tutto uno scopo educativo: il rispetto della vita. Il climax di queste argomentazioni arrivava ad un fermo rifiuto di qualsivoglia pratica di eutanasia, che i detti spiriti liberali da sempre considerano conquista di frontiera, realizzazione della piena decisione personale sul destino umano di tutti e ciascuno. E' per questo, per tutto questo, che una recente sortita del Ministro Sirchia dà adito a qualche perplessità. Alla notizia di una paziente affetta da gangrena all'arto inferiore, che aveva comunicato ai sanitari che tuttora l'hanno in cura la decisione di rifiutare l'amputazione a costo della vita, il Ministro ha affermato: "Dobbiamo rispettare le decisioni dei pazienti quando rifiutano le cure. (...) Forse quella della paziente è una scelta sbagliata, ma se la donna è capace di intendere e di volere, non c'è possibilità neanche per il trattamento sanitario obbligatorio''. Con la qualcosa parrebbesi sancire, in una singolarissima linea di principio, che obbligatoria può essere la prevenzione, ma non la cura; scontentando chi, anche alle soglie di un'insindacabile decisione come questa, vorrebbe "non forzare ma convincere" (Roberto Formigoni), chi addirittura si pronuncia per un "sì al trattamento obbligatorio" (Tiziana Maiolo) e chi è tutelato da un non ancora toccato diritto costituzionale (la paziente col piede in gangrena).  "Questo va considerato nell'ambito della libera scelta dell'uomo, che va rispettata" ribadisce il Ministro: una libera scelta che in questo caso libera un posto letto. Mentre la libera scelta di non mettere il casco, di fumare o di ordinare al ristorante una doppia porzione potenzialmente ne occupa uno. Per chi vorrebbe poter fare della sua vita quello che gliene pare ce n'è di che continuare a sospettare, a crucciarsi e a protestare.
(Luigi Castaldi, 1.2.2004)

Piva Piva l’òli’ d’oliva
   
Testo integrale  Report of the Inquiry into the Circumstances Surrounding the Death of Dr David Kelly C.M.G. di Lord Hutton 


DURBAN 2, LA RISCOSSA
Il World Movement of Democracy  è una lobby mondiale pro-democrazia che storicamente ha la sua spina dorsale nella ONG amerikana National Endowment for Democracy .
Finanziata dal finanziato dal Congresso USA, Nata sotto la dirigenza reaganiana ed ora gravitante in area bushista, la N.E.D., se osservata da una prospettiva non particolarmente filoamericana, viene vista come “ lo strumento con cui gli Stati uniti forniscono soldi e sostegno ai propri alleati nel mondo, facendo apertamente quel che la CIA faceva segretamente” (Ritt Goldstein,  Il Manifesto 06/06/02). In effetti, quei furfanti della NED combinano un sacco di porcherie: ad esempio finanziano forze di opposizione a Cuba, in Venezuela, in Iran.
Orbene: il WMD sta per dar corpo ad una sporca iniziativa imperialista e sovversiva: fra due giorni, terrà una conferenza internazionale sulla promozione della democrazia e dei diritti umani nel mondo.
Davvero intrigante la location: Durban, SudAfrica.
Perfidamente ironica e provocatoria la scelta di adottare come sede proprio il luogo in cui nell’estate 2001 si tenne la famosa conferenza internazionale dell'ONU “contro il razzismo” in cui il sionismo venne equiparato a una "forma di razzismo" e l’unico stato democratico del Medio Oriente venne definito "Stato razzista colpevole di atti di genocidio", tanto che la delegazione statunitense abbandonò polemicamente i lavori (purtroppo le delegazioni europee evitarono vilmente di imitarla).
Ah, dimenticavo: parteciperà anche il Partito Radicale Transnazionale.
(ale tap., 30.01.04)


«Scegliere Israele, scegliere la democrazia»
Charta minuta, mensile diretto da Adolfo Urso, pubblica nel suo ultimo numero (61) una analisi di Fiamma Nirenstein sui rapporti fra destra, ebraismo e Israele.
 E' forse la prima volta che una rivista della destra affronta la "lunga marcia di AN", con contributi di altra provenienza.
Fiamma Nirenstein, con coraggio e onestà, senza nascondere alcunché, affronta tutti i temi che coinvolgono la nuova linea di AN. Una analisi importante che ci sembra interessante far conoscere.
Per il testo completo l’articolo cliccare qui.
(cp, 30/01/2004)


La moglie di Cesare e quella di Arafat
Plutarco, nel decimo capitolo della Vita di Giulio Cesare, ci dice che in occasione di una festa dedicata alla dea Bona, cui potevano partecipare soltanto le donne, Pompea, moglie di Cesare, accolse nella sua abitazione, un suo spasimante, Publio Clodio, travestito da suonatrice. Ma l’inganno venne scoperto e Clodio scacciato via, poi trascinato in tribunale. Cesare, fu’ citato come testimone. Al processo proclamò l' innocenza della moglie, quando gli chiesero perché avesse allora divorziato, rispose:
"Perché la moglie di Cesare non può essere macchiata neanche dal sospetto."
Torniamo ai giorni nostri, il programma "60 minutes" della CBS, andato in onda nel novembre scorso,  tra le tante informazioni sui finanziamenti a Yasser Arafat e all’ANP, ci fa sapere che il presidente dell'Autorità Palestinese  ha sottratto più di 800 milioni di dollari dai conti dell'Autorità Palestinese depositandoli su suoi conti privati (!).
Secondo il servizio, Arafat continua inoltre a far arrivare a sua moglie Suha , che vive a Parigi con la figlia, altri 100mila dollari ogni mese sottratti ai fondi per l'assistenza dei palestinesi, donati all'Autorità Palestinese.
Non si sa cosa Arafat abbia risposto, di sicuro nei corridoi della CBS si sussurra che   la signora Suha nulla ha a che fare con Cesare.

(cp, 28/01/2004)

IL REDDITO DI CITTADINANZA

Antonio Bassolino annuncia l'approvazione da parte del Consiglio Regionale, di cui è presidente, di "una legge di civiltà, quella sull'istituzione sperimentale in Campania del reddito di cittadinanza", Luigi Castaldi qui dice la sua.



Massima del giorno
Viviamo in un'epoca in cui non si è ricchi o poveri secondo ciò che si eredita, ma secondo ciò che si guadagna.
G.P.


MOLLICHINE

Telekom. Il centrosinistra contesta la gestione della Commissione: "Continueremo a non partecipare ai lavori". Sicché si passa dalla maggioranza all'unanimità.

"Roma ladrona", Veltroni querela Bossi. E poi dicono che il sindaco di una grande città ha molto da fare.

Se gli Stati Uniti non chiedono collaborazione, si dice che sono arroganti. Se la chiedono, si dice che non ce la fanno da soli.

Per Prodi l'aumento dei prezzi è avvenuto perché il governo non ha saputo controllarli. Un economista che fa finta d'ignorare la storia.

Musharraf: "Una legge che in Francia vietasse il velo islamico nelle scuole sarebbe controproducente". Quasi quanto la costruzione di una chiesa in Arabia Saudita.

Follini: "Berlusconi ha la maggioranza più ampia della storia repubblicana: ne faccia buon uso". La classica mosca cocchiera.

Platinette: "Mi candido con i radicali alle elezioni, ma non chiamatemi Cicciolina". Viste le dimensioni, Cicciolina 2, 3 e 4.

In Asia si allarga l'epidemia di influenza dei polli. Ma anche in Italia: basti pensare agli investitori Parmalat.

Attuale parola d'ordine della sinistra: "Essere contro Berlusconi non basta". Bisognerebbe sparargli?

giannipardo@libero.it


Benjamjn Formjgonj
Il quotidiano del partito cominista iracheno, Al Mada,  pubblica una lista di persone e societa' che avrebbero goduto di cospicue regalie (calcolate in barili di petrolio) da parte del deposto regime di Saddam Hussein. La notizia e' stata ripresa anche dal quotidiano Le Monde. Tra gli italiani figurano anche il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni (che avrebbe ricevuto 24,5 milioni di barili di greggio), Salvatore Nicotra - titolare dell'Associazione italiana petrolio - (20 milioni), Padre Benjamjn (!) (4,5 milioni), e altri. Ovviamente Formigoni ha smentito....
(cp, 28/01/2004)


Antisemita anche il fratello di Prodi?
Il presidente della provincia di Bologna attacca esponenti ebraici.
<<Buon sangue non mente. Anche Vittorio Prodi, presidente della provincia di Bologna e fratello del più famoso Romano a capo della Commissione europea dal 1997, incappa in una gaffe con gli ebrei.>> clicca qui  per il testo completo dell’articolo su “La Padania”.
(cp, 28/01/2004)


Ulan Bator
Non so se ci avete fatto caso, ma certe volte "Capperi!" si astiene dal commento su argomenti che riempiono pagine e pagine di giornali, per giorni e giorni, che intasano di comments fior fior di blog, che estenuano li mejo salotti de la capitale. Siamo in quattro, ma è evidente che certi argomenti non sfiorano neppure lontanamente i nostri otto coglioni. Così, talvolta, guardandoci nelle mutande, ce li sentiamo molto provinciali, un po' spiazzati, fuori dal giro: ce li vediamo out.
Prendete, per esempio, tutto il parlare che s'è fatto della querelle Ricci-Bonolis: nel battibecco isterico tra due ragazzacci permalosi e miliardari più d'uno ha visto l'Armageddon tra tv pubblica e tv privata, la resa dei conti tra due opposte deontologie professionali, l'eterno conflitto gnostico tra il Bene e il Male, e Dio solo sa che altro. Neppure il tempo di disinteressarcene, per dedicarci al Papa, a Scalfari e Togliatti, che la querelle Ricci-Bonolis è svaporata senza lasciare traccia, come la puzzetta d'un bebè. Fatecelo dire, permetteteci l'ennesima presunzione: abbiamo naso, noi di "Capperi!".
Ne abbiamo tanto che quasi quasi, molto volentieri, ci disintereremmo anche di quell'amena proposta del ginecologo somalo trapiantato a Firenze, quello che con una delirante accezione di "minor danno" vede in una simbolica punturina al clitoride di una neonata la soluzione all'orrore di un rito bestiale quanto millenario: l'amputazione di un organo, la mortificazione della dignità umana. Avremmo potuto scherzarci sopra, a modo nostro. "Clitoride" vuole più correttamente l'articolo "il" o l'articolo "la"? Impossibile: abbiamo troppo rispetto e simpatia per il (la) clitoride, non si scherza. Non è giusto che i cannibali rinuncino al loro rito bestiale quanto millenario: un "minor danno" anche per loro? Altrettanto impossibile: a dire che un'altra cultura è bestiale, viene un cretino di "Nick" a scacazzarci di comment con l'accusa di razzismo. Che targhetta mettiamo sulla porta dell'ambulatorio dell'Ausl di Firenze, "mutilazioni genitali femminili simboliche", "infibulazioni soft" o "punzonature clitoridee neonatali"? Impossibile anche questa scelta: provocazione che va bene al massimo per una letterina a Paolo Mieli, che poi regolarmente la cestina per pubblicarne una sulla presa di Ulan Bator del 1732. E allora niente, meglio anche stavolta astenersi dal commento.
En passant, quell'orrore non può avere alcun diritto ad alcun tipo di tolleranza: quel che devasta la persona non è meno ripugnante, se ci si presenta in forma attenuata o simbolica. E qui "Capperi!" non aggiunge altro, se non la solita jpg ad hoc.
(Luigi Castaldi, 28.I.2004)


Lacrime di coccodrillo
Ieri sull'Unità c'erano almeno 15 pagine dedicate alla "giornata della memoria". Anche con la riproduzione di vecchi articoli, quasi a voler dire, vedete, noi siamo sempre stati corretti. Oh, certo, anche il vecchio PCi ricordava i morti, ma sempre con gli occhi chiusi su quanto avveniva nella defunta URSS. Lì gli ebrei stavano benissimo, era o non era il Paradiso?
Insomma, l'Unità ci dà ragione. Lacrime di coccodrillo sugli ebrei morti. Spietata disinformazione su Israele. Può non piacere, ma è la realtà. D'altra parte rende bene. Il direttore dell'Unità Furio Colombo è comunemente ritenuto "un buon amico di Israele". Il suo giornale no, ah l'Unità certo no, ma lui, poverino, che colpa ha, ne è solo il direttore. E' così che che si diventa navigatori, qualunque sia la nave, chiunque sia l'armatore, non importa con quale equipaggio. Complimenti a Furio Colombo. (Informazione Corretta, cp, 28/01/2003)


Terzo Mondo sfruttato?
"Chi aiuta di più i lavoratori del Terzo Mondo?" si chiede Maria Teresa Cometto in un articolo sul "Corriere Economia" (clicca qui per l'articolo completo) "Gli attivisti che chiedono standard minimi di diritti sindacali e di norme ambientali alle multinazionali attive in quei Paesi? Oppure le stesse multinazionali che pagano quei lavoratori con una frazione del salario previsto in una nazione industrializzata?"

Caro Silvio,
so bene che forse avrei dovuto iniziare questa mia con un ben più acconcio "Signor Presidente del Consiglio" o "Gentile Dottor Berlusconi". Ma ho appena finito di ascoltare il tuo discorso del 24 gennaio al Palazzo dei Congressi dell'Eur, quello per il decennale della tua "discesa in campo", ed ora nello scriverti non riesco che a darti del tu. Non mi fraintendere, ti prego. Mi sto macchiando di quello che, convengo, è un abuso di confidenza, peraltro per ragioni affatto diverse da quelle di chi, credendo nello Spirito Santo e nella sua imperscrutabile potenza, te ne voglia ritenere incarnazione. Ti do del tu fuor d'ogni esaltazione mistica or ora suggeritami dalla tua citazione di don Gianni Baget Bozzo, fuor d'ogni devoto incanto dei tanti che, pur in un rispettosissimo lei, fanno sentire l'eco di un tu filiale, cui sono autorizzati dalle delizie (chiamiamole così) del tuo paternalismo. Nemmeno, sappi, è il tu che dalla curva degli ultras piove sull'idolo lì in campo, pronto a mutarsi in capro espiatorio, se la partita mette male.
Io sono, molto e troppo semplicemente, un tuo elettore da dieci anni, che non sa e non vuole considerarti né padre né Spirito Santo. Ho sempre votato te e il tuo partito (così poco "partito", così intrinsecamente "tuo") per ragioni lontane dalle più o meno alte declinazioni del fanatismo per le quali, in un senso e in quello opposto, la tua persona sembrerebbe esser fatta. Sono soltanto un fazioso, la mia fazione è quella liberale: se il tuo partito è un'azienda, io sono sempre stato un socio di piccolissima minoranza, come ben dovresti sapere anche se non mi aspetto che tu voglia ammetterlo. Il mio tu è quello di chi ti ha scelto dieci anni fa come un "meno peggio" che la controparte rendeva "quasi ottimo". E' il tu, consentimi, di un socio, piccolo fino all'insignificanza, certo: sennò dimmi che senso avrebbe prometterti il mio voto alle europee, per come "l'Italia che volevi" ora manda in galera un adolescente che si spinella, rende difficili le cose a chi ha problemi di salpingi e non sa ancora far di un magistrato un servo dello Stato e basta. E' il tu che, dopo dieci anni, scappa detto dall'assicurato all'assicuratore, in virtù d'una polizza firmata per necessità.
Il tuo discorso all'Eur mi fa sentire autorizzato a questa confidenza, solo perchè m'invita a ricordare con commozione la stipula di dieci anni or sono. Accetto l'invito, ma avrei due paroline riguardo la commozione. Lo so, la tua assicurazione mirava a coprire i rischi di tanti di fronte alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto e Borrelli, la maggioranza degli italiani come poi dissero le urne: cattolici non rassegnati al catto-comunismo dei dossettiani e degli azionisti, socialisti da sempre esuli dalla sinistra italiana egemonizzata dal Pci, moderati senz'altra qualità che la moderazione, fascisti stanchi di fogna, perfino qualche giustizialista padano finalmente deciso alla mitica Fase 2. Tra questi, c'ero anch'io, coi pochi, in verità pochissimi, che si dicevano liberali non senza una ragione, perchè liberali da sempre. Non mi stupii che tutto quanto tu dicessi avesse l'etichetta di liberale: cosa meglio del liberalismo poteva far fronte a un blocco che sosteneva le tristemente note ragioni dello Stato Etico? Ma nemmeno mi illusi: sapevo che "liberale" sarebbe stato un aggettivo buono per molte evocative suggestioni, ma che sarebbe andato spesso eluso nella pratica dei compromessi, che sono così spesso dolorosi e necessari in questo paese sospeso tra il culto di Padre Pio e la fantasiosa creatività di molti pezzaculisti. C'era altra scelta, in quell'ormai lontanissimo 1994? No, neppure ora credo: ho fatto bene a firmare quell'assicurazione e a rinnovare ogni volta la polizza, anche se poi nella scheda della quota proporzionale non potevo che tradirti per Pannella.
Dunque, ecco il "dunque": riguardo quella commozione che ti aspetteresti, sappimi freddo. E sappi che, delle assicurazioni contro i sinistri, ce n'è bisogno fintantoché c'è il rischio di sinistri. Mi sei utile, non so capire se in misura minore o maggiore di quanto ti sia utile io. Mi sei simpatico, certamente più di quanto potrei esserti simpatico io, se appena appena tu sapessi. Ma la commozione, scordatela. Almeno fino a quando l'aggettivo "liberale" vorrai srotolarlo solo nei giorni di festa. Ciao,
 Luigi Castaldi


Scorretto e Corretto  
(Dialogo plutonico)

Cliccando qui Luigi Castaldi, vi porterà  sul filo dello "scorretto e  corretto".

L'amaca nel tinello
Michele Serra mi dà le strette al cuore e, si badi bene, io ne ho uno piccolissimo, già grinzo di suo. E sì che i fondamentali li avrebbe tutti, benedetto ragazzone invecchiato male. Ma c'è qualcosa (mea maxima culpa!) che ogni volta me lo mortifica, dal genio che sarebbe, al talentuoso miserabile moralista del cazzo che è. Questo, quando è in forma. Perchè, quando gli butta male, le strette al cuore me lo ridanno in pena. Un esempio, cosa recente, di due o tre giorni fa: un corsivetto di quelli che si vede sono scritti all'ultimo momento, perchè o ci si è impoltriti tutto il giorno a letto o si è talmente precipitati in fondo a un maelstrom che riafforarne è stato solo grazie a un proprio peso affatto inconsistente. L'Amaca, Repubblica, querelle Bonolis-Striscia: "... il video è un tinello, a quell'ora soprattutto, e l'Italia è un paese piccolo, così piccolo che pareva di essere tutti quanti lì, surrealmente inclusi, per quanto siamo, nei pochi metri quadrati che chiamiamo share. Esperienza divertente, anche se un po' claustrofobica...". "Surrealmente inclusi"? Sì, "per quanto siamo". Ecco, non è la prima serata in piazza Italia, ma è questo tipo di scrittura che mi risulta tinello. Claustrofobico, ma tutt'altro che divertente.
"Poi sono uscito, c'era un'arietta frizzante e quasi nevicava". Che, al confronto, "l'infinito fottersene" di Pietrangelo Buttafuoco sulla stessa querelle è quasi tersissimo lirismo.
E allora sono uscito dal corsivo di Michele Serra. Ho subito sentito un'arietta frizzante e quasi nevicava. (L.C., 23.I.2004)


IL DIRE E IL FARE
L'eventualità che un indagato inquini prove e la possibilità di una sua fuga per sottrarsi al giudizio sono solitamente due buone ragioni perché egli sia sottoposto a restrizioni cautelari. A noi pare, però, che il carcere sia una misura spropositata, almeno per quelle ipotesi di reato che non siano contro la persona: gli arresti domiciliari e la stretta sorveglianza delle afferenze e delle efferenze comunicative dell'indagato potrebbero e dovrebbero bastare. Quando, poi, le indagini si annunciano, per loro stessa natura, lunghe e, almeno nei postulati dell'ipotesi accusatoria, foriere di possibili sviluppi in ordine ai vari gradi di correità, diventa troppo forte la tentazione a credere che il carcere non sia più una misura cautelare atta a salvaguardare gli esiti dell'inchiesta, ma una vera e propria procedura estortiva, ricattatoria e intimidatrice. Questo ci dà sgomento e ribrezzo. Se la presunzione d'innocenza non vuol essere un vacuo principio, il carcere dovrebbe essere previsto in casi eccezionali e per le sole ipotesi di reato contro la persona. Nel caso della Parmalat, allo sgomento e al ribrezzo aggiungiamo lo stupore: molti garantisti di professione tacciono. La tragica esperienza di Mani Pulite ci ha insegnato che troppo spesso un indagato può essere innocente; che per ottenere la libertà può essere indotto, quasi costretto, a coinvolgere nell'inchiesta altri innocenti; che la ricerca della verità può diventare in questo modo un orribile tritacarne. Lungi da noi il credere che un inquirente possa disporre la carcerazione di un indagato per un rispetto della legge che eluda o annulli il rispetto per la persona; men che mai che egli metta il carcere nel novero delle tecniche persuasive e dissuasive, congrue a rendere servizio alla verità; ancor meno, se possibile, che la foga investigativa sia in tal senso indotta da momenti affatto estranei alla vicenda, come gli umori dell'opinione pubblica, la solidarietà umana verso la parte lesa, l'interesse carrieristico e di notorietà dell'inquirente. Lungi da noi il solo formulare una di queste ipotesi. Però è con disagio che leggiamo di un cardiopatico tenuto in carcere nonostante un episodio di angina pectoris e sottoposto ad interrogatori della lunghezza tra le cinque ed otto ore. Ci chiediamo com'è che tante belle anime garantiste possano tutto d'un tratto aver perso la voce. Possibile che avessero tutte investito in titoli Parmalat?
(CAPPERI, 22.01.2004)

"Questo paese diventerà tutto un piazzale Loreto!" 
Fedele Confalonieri, interv. al Corriere della Sera


Napoli, 11 maggio 2008

Caro Polito,
mi faccia dirle, in un forte e commosso abbraccio: buon compleanno! Possa lei sentire, in quest'abbraccio, l'affetto e la solidarietà di quanti, a conoscenza che oggi le avrei scritto, m'hanno perciò pregato di farmene latore: ancora, anche da loro, auguri!
Dovrebbero esserci 52 candeline sulla sua torta, oggi, se non sbaglio. Niente sospiri mesti, caro Antonio, soffi con quanta anima ha in corpo, le spenga tutte e stia su col morale, forza! A quest'età si ha ancora tutta la vita davanti. Anche se un'assurda e odiosa ingiustizia si sta accanendo sulla sua persona, come su quella dei migliori figli della nostra povera Patria, sappia che lei è nel cuore di tanti. Le giungano, con questa mia, il saluto di tanti amici e conoscenti, di così eterogeneo assortimento ideale che lei nemmeno crederebbe: berlusconiani di stretta osservanza, frondisti lib-lib-lib, pannelliani, triciclisti, iraniani, riformisti e riformatori sfusi.
Questa follia massimalista, che già tanto dolore e sangue e lacrime ha sparso per lo Stivale, ha i giorni contati, non disperi. Vedrà, passerà 'a nuttata. Questo paese saprà ritrovare il senno perso nelle esaltate adunate d'invasati forcaioli, nei belluini girotondi al grido di "brucia, Arcore, brucia!" . Appena avrà finito il suo strategico esilio a vela attorno al mondo, D'Alema riuscirà a riprendere il controllo della situazione, stia certo. Riuscirà ad aver ragione di questa demoniaca cricca di filosofi, professorini, registucoli e pm che, chissà come, hanno portato la limpida vittoria dell'Ulivo del 2006 alla vendicativa e bestiale deriva che Fedele Confalonieri (ricorda quell'intervista a Latella del 2004?) aveva profetizzato tra gli sfottò di tanti vacui e fatui fighetti.
La fine delle sofferenze è vicina, vedrà che i legittimisti riusciranno a rimettere Prodi al Chigi suo. L'Italia migliore saprà liberarsi dal delirio dei micromeghisti, degli emergencisti, dei cunegondisti. Anche noi del centrodestra daremo il nostro contributo, lo dobbiamo alla memoria dei tanti nostri uomini caduti sotto l'orrido tagliente della ghigliottina, mentre una feroce platea di parastatali, baby pensionati e pezzaculisti ortodossi sferruzzavano in prima fila. Lo dobbiamo alla memoria di Giuliano Ferrara, barbaramente sventrato in redazione; a quella di don Gianni, affogato come un gattino in un'acquasantiera rococò; a quella del povero Schifani, vilmente linciato in piazza Esedra; a quella di Paolo Guzzanti (Dio che brutta fine, quello: denunciato dai propri figli, come nella migliore tradizione!). Lo dobbiamo alla memoria di tante giovani vite stroncate nel fiore degli anni per aver osato opporsi all'agghiacciante disegno di uno Stato Etico. Lo dobbiamo al sangue ancora caldo di Adornato, di Facci, di Della Vedova e di Natalia Estrada. Lo dobbiamo al cadavere oltraggiato del caro Velardi.
L'Italia saprà uscire da quest'altro incubo, abbia fede, voglia averla. Coraggio, caro Polito, coraggio!
Non mi chieda come sia riuscito ad avere questo indirizzo di posta elettronica: non voglio mettere nei guai un caro amico mio e suo, nella eventualità che questa e-mail venisse intercettata. Desideravo inviarle una parola di solidarietà fin dal momento in cui ho saputo che lei era agli arresti domiciliari, ma non sapevo come fare, visto l'isolamento cui era sottoposto. Più d'una volta, a sera, tornando a Napoli dal mio studio sulla penisola sorrentina, mi sono detto "al diavolo, se non ci sono i bravi di Caruso di guardia sotto casa, gli faccio una citofonata!"; poi, ogni volta, la paura aveva la meglio, non mi biasimi. Anch'io, nel mio piccolissimo, non me la sto cavando molto bene. Ho avuto due terribili interrogatori per via di quelle mie provocazioni epistolari: m'ha salvato l'idea di dirmi devoto a Gino Strada. Solo ieri ho saputo dell'ingegnoso marchingegno (davvero geniale l'idea del notebook truccato da stirapantaloni, complimenti!) col quale lei è riuscito, almeno via modem, a rompere da qualche settimana l'isolamento. E si figuri se non le mandavo un'e-mail delle mie. Baci,

Luigi Castaldi, Napoli


Massima del giorno
La musica è un messaggio che si crede inviato da Dio ed è invece una lettera anonima.
G.P.


MOLLICHINE
Il presidente della Consob: "Su Parmalat non potevamo fare di più. Si trattava di una truffa di dimensioni ultranazionali". Insomma era tanto grande da essere invisibile.

La Consulta: il lodo Schifani ha un intento"apprezzabile". Come quel padre che diceva alla figlia: è un bravo giovane, ma ti vieto di sposarlo.

BasharEl Assad, presidente siriano:"E' Israele che deve disarmare". Diversamente potrebbe difendersi.

Gli sciiti iracheni di nuovo in piazza a migliaia per chiedere subito le elezioni politiche. Subito. Cioè come gliele concedeva Saddam Hussein non appena le chiedevano.

Secondo i servizi israeliani, Hamas dice sì alle donne kamikaze solo se disonorate. Tanto, sono da buttare.

Sfrattata l'ambasciata d'Israele in Svezia. Mette "a rischio la sicurezza degli inquilini". Insomma: Vai al diavolo, potrebbero sbagliare e colpire me.

Parmalat. Sono più di 25 mila le denunce dei risparmiatori alla procura di Milano. Oltre ai soldi dell'investimento, perderanno quelli delle denunce.

Ruini: "Riforme mai a scapito dell'unità nazionale". Ricordiamo male o qualche papa non voleva che ne facesse parte Roma?

Giannipardo@libero.it


SUSCETTIBILI E POLEMICI
In linguistica esiste il concetto di connotazione. La parola cobalto ha un suo significato ma suscita echi e pensieri ben diversi in un pittore o in un malato di cancro. Nello stesso modo Tribunale significa “lavoro”, per un giudice, e “guai”, per un cittadino qualunque.
Se queste sono connotazioni di valore generale, ce ne sono di private e personali. Se una moglie dice che molti avvocati sono disonesti, il marito non accoglierà l’affermazione in modo identico se il proprio padre è un medico o, appunto, un avvocato.
La suscettibilità nasce spesso da una certa “lettura” delle affermazioni altrui in chiave personale. Nell’esempio della moglie che dice male degli avvocati dobbiamo distinguere due casi: che effettivamente ella volesse dir male quanto meno anche del suocero oppure che ella al suocero non avesse neppure pensato. Dal lato del marito, i due casi speculari da prendere in considerazione sono: che egli non abbia neppure pensato al proprio padre o al contrario che egli abbia giudicato quelle parole una sicura ed evidente allusione.
Suscettibile è colui che si crede tanto sottile da non lasciarsi mai insultare a man salva da tutti coloro che lo fanno furbescamente. Lo Zingarelli definisce il suscettibile “Molto sensibile, facile a risentirsi, a offendersi”. E se si può essere d’accordo sul risentirsi e l’offendersi, bisogna invece contestare l’aggettivo “sensibile”.  Il suscettibile infatti non è più sensibile d’un altro: lo sarebbe se percepisse qualcosa d’esistente, che gli altri non percepiscono, e invece nel suo caso rasenta la paranoia. Il suscettibile è proclive a credere esistenti anche intenzioni ed atteggiamenti cui gli altri non hanno neppure pensato.
Certo, a volte si può rimanere in dubbio. Ma se non si può essere sicuri dell’intenzione malevola – ed è la maggior parte dei casi – la persona equilibrata lascia perdere mentre il suscettibile passa all’attacco: “È di mio padre, che vuoi parlare? No, sai, perché mio padre è dieci volte più onesto del tuo, se vuoi saperlo”. E così si passa alla seconda faccia della medaglia: l’atteggiamento polemico.
Il suscettibile timido nota le presunte offese ricevute ma non reagisce e si limita a pensare che il mondo intero è cattivo con lui. Non dà a vedere ciò che pensa e sente ma, poiché lo pensa e lo sente, il fiele gli si accumula dentro inacidendone il carattere e rendendo più amara la sua vita. 
Il suscettibile aggressivo invece non lascia passare nulla e reagisce immediatamente. La moglie distratta dice al marito: “Ci pensi tu ad avvertire il portinaio per la posta? Tu hai una buona memoria, per queste cose”. E il marito risponde: “Intendi che io ricordo solo le sciocchezze triviali mentre tu hai memoria per i dati culturali?” Questo è il classico comportamento del suscettibile aggressivo. La moglie intendeva dire soltanto che ella rischiava di dimenticare la piccola incombenza, non che il marito fosse un ignorante. Ma il suscettibile aggressivo non si limita ad ipotizzare il peggio: addirittura ne è sicuro e reagisce innestando una polemica. Infatti se la moglie fosse di malumore, pur non avendo prima pensato a ferirlo, ora potrebbe replicare: “Per caso vuoi dirmi che con il tuo diploma di ragioniere hai studiato quanto me, che sono laureata in lettere?” È già nata una lite che potrebbe, seguita da decine e decine di episodi analoghi, prima creare una patina di ruggine, poi, a poco a poco, anche un’insofferenza reciproca. Molte amicizie, molti matrimoni sono naufragati sugli scogli della suscettibilità.
Non sarebbe male se tutti utilizzassero, anche nei rapporti quotidiani, il principio in dubio pro reo. Ognuno deve dirsi: “Può darsi che abbia voluto attaccarmi o può darsi che egli non ci abbia neppure pensato. Nel dubbio non mi offendo”. Meglio non reagire ad un insulto e conservare amore e amicizia che reagire ad insulti immaginari e giocarsi le persone care.
 Giannipardo@libero.it, 22 gennaio 2004


Le Riforme, Bossi e mio papà Bettino  
“Considero un gesto di grande sensibilità l'invito rivoltomi dal direttore... di scrivere un articolo per "la Padania" in occasione del quarto anniversario della morte di mio padre.
Quell'invito, e questo articolo, rompono il ghiaccio di una lunga incomprensione tra la Lega e i craxiani, un ghiaccio protrattosi più a lungo di quanto le effettive distanze tra i due partiti non meritassero.”
Articolo di Stefania Craxi per La Padania, qui per il testo completo dell’articolo.


L’APPRODATO
Riscriviamola questa storia. È il marzo del 1998. A Palazzo Chigi siede Romano Prodi. A Collecchio di Parma  siede invece Calisto Tanzi. I due si conoscono da tempo. Hanno in comune un'amicizia di vecchia data: Ciriaco De Mita, il leader della sinistra dc,  protettore politico d'entrambi. Ma i due si incontravano anche nel ‘93 quando Prodi era presidente dell'Iri e vendette la Cirio alla sconosciuta finanziaria Fisvi, il cui 20% è di Tanzi.
In quel marzo del '98. L'Unione Europea sta per chiudere definitivamente il capitolo degli aiuti di Stato, a via XX settembre c'è un altro democristiano di sinistra, Michele Pinto, a «sorvegliare» il ministero delle Politiche Agricole. Il governo decide di fare presto e a tempo di record viene varato un provvedimento: «Disposizioni in materia di contenimento dei costi di produzione e per il rafforzamento strutturale delle imprese agricole», Il Sole 24 Ore, lo chiama decreto tagliacosti. Non bisogna illudersi. Taglia i costi per le aziende, ma aumenta quelli a carico delle casse dello Stato.
In altre parole, in barba a quanto stabilito dall'Unione Europea (la cui commissione, ironia della sorte, Prodi andrà a presiedere), si tratta di un aiuto di stato bello e buono. Un regalino tout court. Il governo dell'epoca, color Ulivo, disse che il provvedimento serviva a ridare competitività alla filiera alimentare attraverso una razionalizzazione della gestione aziendale. Il presupposto era che i progetti fossero multiregionali, dovevano interessare più aree del Paese.
 Si tratta di una torta di 200 miliardi di vecchie lire. Vengono presentati 250 progetti, 62 superano l'esame, ma soltanto otto vengono ammessi al finanziamento. I primi sei in classifica sono consorzi: Oliveti d'Italia, Moc-Olimer, Consorzio interregionale produzioni agricole biologiche, Conapi, Conav e Consorzio per la tutela del formaggio Grana Padano. Ma a beccarsi la fetta più grossa sono il penultimo e l'ultimo in classifica. Rispettivamente Parmalat spa e Citterio spa. Solo gli ultimi due incassano l’80% del finanziamento disponibile. Inutile dire che a Tanzi va la quota maggiore di fondi: ben 68 miliardi e 450 milioni.
Le proteste degli esclusi intasano l’aria. La stampa non allineata con il Governo (ad esempio IL TEMPO di Roma) ne parla.
Prodi va via, anzi viene mandato a casa,  e al ministero delle Politiche Agricole arriva un suo fedelissimo, Paolo De Castro che poi diventerà presidente dell'istituto di ricerca fondato dal professore bolognese, Nomisma, del quale Tanzi diventerà socio (è a tutt'oggi ancora nel board). De Castro non cede è ovviamente, conferma la scelte fatte prima di lui.
Non ci stanno quelli del Tavernello, i produttori del vino da tavola che fanno ricorso. Comincia una lunga battaglia legale a colpi di carta bollata. Va via anche De Castro e arriva un verde, Alfonso Pecoraro Scanio al ministero. Tutti passano, ma non Tanzi. Che alla fine incassa quei 68 miliardi. Amen.

Ad majora!
Sul Domenicale (anno III, n.3, pp.12, €  1,00), una splendida recensione di "Lontano da Gerusalemme. Cronache ebraiche contemporanee" (G. Busi, Einaudi, pp.190, Torino 2003, €  9,80), a firma di Giulio Meotti (Arezzo 1980, p.d.d.):
"Cronache ebraiche contemporanee, cronache di libri soprattutto, perchè la mikra, la riunione testaule, la 'patria scritta' di Heine, per molti è la vera casa del giudaismo, e l'ebraico, lingua ontogena, dispiega l'essere nei luoghi...".
Poi, semmai, verrà il giorno che ci snobberà, ma il Meotti è passato da questo blog: "Capperi!" è fiero di lui.
Ad majora!


SBANCALAT  
Strano, a quanto scrivono i giornali, nei giorni scorsi il cavalier Calisto Tanzi ha tirato in ballo Cesare Geronzi... ma il patron di Capitalia non risulta indagato: nemmeno un avviso di garanzia!
Il banchiere ha lasciato intendere che con il buco Parmalat non c’entra nulla... anzi,  lui, Geronzi,   sarebbe un truffato: tutta colpa di un clan di banditi (Tanzi, Tonna & ragionieri).
Un poco come ai tempi del crac Ferruzzi (inciso: anche allora l'inchiesta la apri' il PM Greco), e i truffatori del caso furono identificati in Gardini, Garofano, Sama, 
Cusani e compagnia di ventura.
Se questa e' la linea della Procura di Milano, a noi questa linea non piace. Troppo comodo mettere alla gogna Tanzi & Tonna, farli diventare i mostri ad uso mediatico, e chiuderla così questa storia.
Il punto e' ben diverso.
Il punto e' che questa di Parmalat non e' la storia di un gruppo di farabutti che ha fatto il buco; questa e' una colossale truffa nel quale il sistema bancario, e il sistema dei controlli,  c'e' dentro fino al collo.
Troppo facile fermarsi solo al cavalier Calisto e alla sua squadra di “ragionieri” (tutti in galera in attesa di giudizio!). Bisognerebbe andare a fondo sul ruolo giocato da banche (mica c’è solo Geronzi!) e controlllori,  accertandone le responsabilità'.
A margine, lo sapevate che il presidente dell'Unicredit, Carlo Salvatori (ex Banca Intesa), e' il nipote (figlio della sorella) del governatore della Bankitalia Antonio Fazio?
(cp, 19.01.2004)



"Divorzio" alla palestinese
Cose dell'altro mondo.  La Repubblica scrive che, secondo il quotidiano israeliano Haaretz,  l'attacco suicida di cui è stata protagonista una donna, il 14 dicembre scorso al valico di confine di Erez, nasconde una storia di corna.
La storia è quella di una giovane signora di Gaza (nella foto),  scoperta dal marito in flagrante adulterio con un collega di Hamas, che sarebbe stata costretta  ad una morte da martire per salvare l'onore della famiglia. Insomma, il marito l'ha costretta a diventare terrorista,  l'amante le ha fornito la cintura esplosiva.
L'attentato e' stato rivendicato dal leader di Hamas, dai martiri di Al Aqza, il braccio armato di Arafat mentre il ministro degli esteri di Arafat, Nabil Shaath, ha giustificato l'attentato durante la visita in Danimarca.
(cp, 19.01.2004)

Spalare motivazioni
 1.
L'Unità, domenica 18: "Caro Marco, in questa tua lettera vi sono alcuni passaggi che non ci sentiamo di condividere. Domani cercheremo di dire con chiarezza qual'è il punto di vista del giornale su un tema considerato così importante e delicato": domani mi mandano a spalar letame, avrei pensato, se fossi stato Marco. Errore, perchè il cuore di Madame è grande come una maison e sull'Unità, lunedì 19: "Ci pare importante - a parte il criterio di libertà - la presenza di Marco sulle pagine di questo giornale (...) Sono del parere che Massimo D'Alema non avrebbe dovuto trasformare le sue chiare e risolute risposte pubblicate su questo giornale in querela (...) Un politico sa che intorno al suo operato - per quanto limpido - si formano scorie che richiedono, a volte rinunciando allo sfogo e all'esasperazione, di essere spalate via". Marco è salvo, s'è trovato chi mandare a spalare.
 
2.
"Devo riferirmi ai cinque anni che ho trascorso alla Camera come deputato Ds. (...) Ero e sono orgoglioso di quella esperienza perché sapevo - e ne sono tuttora persuaso - di avere servito un' Italia pulita, incomparabilmente migliore di quella in cui stiamo vivendo. Eravamo vicini, coinvolti ogni giorno nella rete di lavoro e informazioni personali, tra deputati, commissioni e governo. Sarebbe stato impossibile non sapere di trame e intrighi e disonestà nascoste" così Furio Colombo, il testimone. Che poi rovina tutto: "Tra l'altro mi sembra che manchino quelle che, in un processo, si chiamano le motivazioni".
 (L.C., 19.I.2004)

21 tonnellate
La storia è un arzigogolo specioso: chi ha scritto la sceneggiatura pensava di cavarsela alla Sofocle, con cinque o sei dignitossime soggettive, straziate e confligenti, inevitabilmente destinate alla lisi. Patapunfete: caduti dai coturni, con la caviglia gonfia, i personaggi sono da fumetto di Lanciostory, però ritratti con pessima china, una fotografia bella sporca, da titillar tutte le nausee. Poi c'è la faccia di Sean Pean, appena appena un po' più digeribile da quando è stato in Iraq e gli è passata la scrofola da radical, ma irreparabilmente incapsulata nelle uniche due espressioni di cui è capace, quella del paranoico antipaticuccio e quella dello sfigato simpaticuccio. Questo criceto nevrastenico del cinema d'oltroceano ha il cuore in panne, gli serve il trapiantuccio. Segue, come da manuale, la nota crisi bipolare. S'alternarno sul grande schermo (e noi ce le sorbiamo): l'enfatica e generosa (pure troppo) pulsione dello sdebitarsi verso il donatore, pardon, la vedova; i relativi pasticci che ne seguono, però addomesticati da un montaggio che li ingentilisce in moti men bestiali. Eccole, 21 tonnellate sulla uàllera, ahi!
(L.C., 19.I.2004)


Scalfari, la farfalla
E' accaduto molte volte che, nel dipingere una Crocefissione, il volto dei ladroni a lato di Cristo traesse ispirazione da ceffi d'osteria o di gattabuia. In qualche caso, lampante per puntualissimi riscontri documentali, risulta che l'artista abbia ritratto se stesso, per il volto di Cristo. Ben oltre la personale lettura di Matteo o Giovanni, il dipinto diventava allora un manifesto: in esso, le strategie psicologiche e politiche dell'artista. Qualcosa del genere è parimenti riscontrabile in un filone della retorica, quello della oratio funebris: nella filigrana del sudario s'intravvede l'ordito del becchino; si tesse un elogio del morto, tessendolo a se stessi.
"Alcuni amici, estimatori o avversari che fossero, l'hanno descritto come un socialista democratico, altri come un liberalsocialista, altri ancora come un liberale senza aggettivi e infine c'è che si è peritato di definirlo un 'compagno di strada' del Pci, sia pure dotato di notevole indipendenza di giudizio. Ma tutti convengono su due tratti distintivi della sua personalità e della sua biografia di intellettuale politico: fu l'uomo che assunse il dubbio come valore preminente..."  scrive Eugenio Scalfari di Norberto Bobbio ("L'Espresso", n.3, 2004). Ma in questa prosa c'è torsione, e tensione, come per un pudore di proposta autobiografica.
"Il ventaglio delle interpretazioni sul pensiero di Norberto Bobbio [ovvio che, qui, bisogna leggervi un altro nome] è dunque assai vasto e abbastanza contraddittorio come sempre avviene per le personalità complesse e quindi ricche, con la conseguenza che sia in vita che dopo la morte è sempre stato tirato per la giacchetta con il dichiarato obiettivo di annetterlo a supporto di qualcuna di quelle varie correnti e visioni politiche. E tanto più si ripetevano quei (maldestri) tentativi tanto più lui si rifiutava, si chiudeva nella sua solitudine operosa, forniva smentite puntuali a chi, cercando di fissarlo ad una parete come una farfalla finalmente catturata, restava invece a mani vuote". E forse è vero. Farfalle come Scalfari fanno impazzire gli entomologi e la vispa Teresa, perfino i sadici ragazzetti di Guido Gozzano che alle farfalle strappavano le ali. Qui non si vuol compiere un simile oltraggio, sporcandoci le mani di quel fragile pulviscolo: al massimo si vuol restare a bocc'aperta, col naso in aria, a vederci svolazzare Scalfari sul capo. "Per esempio la sua credenza del dubbio come valore persistente anche dopo le scelte che la vita impone di fare...": ecco, vediamo questo svolazzo. "Penso che il dubbio sia empiricamente un metodo epistemologico più che un valore; così lo intese Cartesio, così Kant, per delucidare i percorsi della mente snidando i fantasmi e i luoghi comuni. Il dubbio si scioglie con l'azione e con le scelte. Così è avvenuto anche per Bobbio".
Insomma: Cartesio, Kant, Bobbio, Scalfari... stesso caldo stabulario di sfarfallamento. "Questo ho trovato nelle sue pagine (...): ' (...) La democrazia ha vinto la sfida del comunismo, ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi dai quali era nata la sfida comunista? Ora che i barbari non ci sono più - dice il poeta - che cosa sarà di noi senza i barbari?".
Questo è il lascito di Bobbio. Di qui riprende il nostro cammino". Ma è chiaro che s'intende dire "il nostro svolazzare".

(Luigi Castaldi, 18.I.2004)

Figlio di ....

Dopo "Letizia" ci va la virgola, non i due punti. Vai a studiare, figlio di girotondini!  (L.C., 18.01.2004)

FATEGLIELO SAPERE
Dal Corriere della Sera ( qui per il testo integrale dell'articolo):
  "vasca rettangolare riempita di liquido rosso, su cui galleggia una barca con il ritratto di Hanadi Jaradat, autrice dell'attentato suicida che nell'ottobre scorso ha ucciso 22 israeliani a Haifa."
Male ha fatto il governo svedese ad inserire questa esaltazione dei kamikaze palestinesi all'interno degli spazi dedicati alla "Conferenza contro sul genocidio" che si dovrebbe tenere a fine mese a Stoccolma.
Tutta la nostra solidarietà a Zvi Mazel, ambasciatore israeliano in Svezia, che s'è ribellato a questa intollerabile provocazione.
Vi chiediamo di mandare una e-mail di protesta all'ambasciata svedese in Italia. Questo l'indirizzo di posta elettronica dell'ambasciata svedese in Italia
: ambassaden.rom@foreign.ministry.se
(cp, 18.01.2004)

Massima del giorno
Quando vince la nazionale diciamo "abbiamo vinto". Perché, quando perde Mussolini, non dovremmo dire "abbiamo perso"?
G.P.


MOLLICHINE

Il P.G. della Cassazione: resta impunito l‚80% dei reati. L'unico vero pericolo, per tutti, rimane la multa per divieto di sosta.

I sindacati si dividono sulla riforma proposta dal governo: c'è chi è interamente contro e c'è chi è del tutto contro.

Sharon lancia un avvertimento: <<Applicheremo misure unilaterali per la sicurezza di Israele>>. Fino ad ora con chi le aveva concordate?

7 iracheni uccisi dagli americani mentre rubavano petrolio. Lo dicevamo noi che la guerra era il per petrolio.

Presa la mente dell'attentato a Musharraf, Sayed Yasin. Non s'è trovata nessuna società disposta ad assicurarlo sulla vita.

Un giudice ha assolto  quel tale Ricca che ha gridato <<buffone>> a Berlusconi. Buffone è del resto un mestiere onorato. Come quello di giudice.

Il referendum abrogativo sul lodo Schifani è ormai di fatto superato. Ma Di Pietro insiste: <<Potrebbe essere ancora necessario>>. A lui personalmente.

Batoli, di Banca Intesa, su Parmalat: <<Non ci risultava che ci fosse del marcio>>. O è che ci marciavano?

Il medico-killer Harold Shipman s'è ucciso impiccandosi nel carcere inglese di Wakefield: scontava l'ergastolo per aver eliminato dozzine di persone. Viva la muerte!

Tremonti critica Bankitalia e Consob: <<controlli insufficienti>>. Calunnia. Sufficienti ad arrivare al risultato.

Tremonti ha dato ai parlamentari il carteggio con Fazio sui casi Cirio e Parmalat. Il colmo della perversione: provare le proprie accuse.

    Giannipardo@libero.it


"Cos'è il 740...?"
MILANO: modulo delle tasse. ROMA: la Volvo. NAPOLI: le otto meno venti. PALERMO: e che razza di calibro è... non e' che vi confondete con la 7.65?
G.P.


La Apple e l'Istituto Gramsci
Dagli archivi della Apple, ogni tanto, spunta un inedito dei Beatles. Di solito, ormai da anni, l'inedito non toglie e non aggiunge nulla a quanto già sappiamo del leggendario quartetto. Ma è comprensibile che gli studiosi di filologia musicale ritengano merce ghiotta una versione di "Let it be" mai stampata su vinile e che i fan considerino indispensabile quell'inedito per il loro personale mausoleo domestico. Accade la stessa cosa, ormai da anni, con gli archivi del Pci. Stavolta è un inedito di Togliatti, il leader storico del gruppo. Si tratta di una lettera in forma di appunto indirizzata a Luigi Longo e datata 11 febbraio 1953: è stata pubblicata dal Corriere del Mezzogiorno il 9 gennaio di quest'anno. Anche qui, sembrerebbe, niente di nuovo: Togliatti rimane Togliatti, almeno agli occhi di chi ne ha letto una mezza dozzina di biografie. Il Migliore, qui, coi soliti suoi modi ruvidissimi, si raccomanda presso Longo di attenuare l'enfasi delle celebrazioni per il suo 60° compleanno, perché è venuto a conoscenza di iniziative che gli appaiono eccessive (busto, targa commemorativa, numero speciale di Rinascita, ecc.). Apparentemente potrebbe esserci materia per imbastire un dibattito su un Togliatti anticipatore delle picconate krusceviane alla odiosa consuetudine del "culto della persona", ubiquitario a tutte le latitudini e longitudini comuniste, da Stalin a Fidel Castro, dalla Romania d'un tempo alla Corea del Nord di oggi. Intento affascinante, tant'è che lo storico Beppe Vacca, esimio presidente dell'Istituto Gramsci, titola la presentazione a questo testo togliattiano: "Al migliore non piaceva il culto della personalità". Basta, però, leggere qualche passo della lettera di Togliatti per doversi ricredere: "Come indirizzo generale, insisto nel consigliare la sobrietà e moderazione soprattutto in manifestazioni che escono dal corrente costume politico del paese. Non siamo ancora al potere e questo costume, purtroppo, lo dobbiamo ancora subire, se vogliamo evitare danni evidenti (prestarsi alla caricatura, alla presa in giro davanti all'opinione pubblica, nella quale tutto il sudiciume a rotocalco è pronto a gettarsi sopra di noi)". Mi sono permesso di mettere in grassetto "ancora" e "purtroppo", perché appaia evidente che tutta questa materia di un eventuale dibattito revisore evapori, restituendoci il Togliatti di sempre: quello che di fronte al "corrente costume politico del paese" non sa che rassegnarsi in un "purtroppo"; e che di fronte all'eventualità di fanatiche celebrazioni intorno alla sua adorata persona consiglia, guardingo, un "non ancora". Però, per Beppe Vacca, la lettera mostrerebbe che "il fastidio di Togliatti per il culto della persona era sincero". Per ribadire che "al migliore non piaceva il culto della personalità" cita nella sua presentazione un'altra lettera, del 20 novembre 1954, in cui Togliatti si dice contrario a intitolare una scuola col suo nome. Dalla lettera: "Non si dà il nome di un vivo a un'organizzazione qualsiasi se non per augurargli di morire". Che sembrerebbe più una propensione alla scaramanzia che una picconata al "culto della persona".
Anche per questo sorge spontanea la curiosità di chiedersi da quali finalità sia mossa l'operazione. Se per la Apple è facile intuire che un inedito possa essere il traino commerciale per l'ennesimo sottoprodotto antologico, la cosa è veramente complicata da spiegarsi con gli archivi del Pci. Passi la pubblicazione delle lettere di Antonio Tatò ("Caro Berlinguer", Einaudi, 2003), un testo che ci ha illuminato, quasi violentemente, sulle radici culturali, politiche e insieme psicologiche della così detta "differenza" berlingueriana nell'Italia degli anni '70. Ma quali novità aspettarsi ancora da Palmiro Togliatti? Sopra tutto: perchè non aprire definitivamente gli archivi del Pci, piuttosto che andare avanti con uno stillicidio di inediti? Sarebbe almeno il modo di far capire che c'è una bella differenza con la Apple.
(Luigi Castaldi)


MOTU PROPRIO
Immaginate di chiamarvi Francesco Moranino, d'essere un partigiano comunista, di aver trucidato decine di persone e di essere stato condannato all'ergastolo per questo. Immaginate che, nel frattempo, il Pci v'abbia candidato al Parlamento e che voi siate stati eletti deputato. Immaginate che vi facciano fare addirittura il sottosegretario alla Difesa. Poi fate un altro sforzo, immaginando di godervi l'immunità parlamentare concessavi a piene mani dalla Camera e di non fare neanche un giorno di galera, fintantoché un Presidente della Repubblica vi conceda "motu proprio" la grazia, senza che voi nemmeno l'abbiate chiesta, e di godervi così un'altra decina d'anni a Montecitorio, mentre mezz'Italia vi considera un eroe. Bello, eh? Ma toglietevelo dalla testa, siamo nel 2004.
(L.C., 16.I.2004)


E' sicuro che Pannella accetti?
Sulla prerogativa che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica di nominare alcuni senatori a vita non mi risulta che vigano regole restrittive in relazione al loro numero, cosa che invece è chiaramente stabilito per i plena dei cinque giudici costituzionali e degli otto componenti del consiglio nazionale dell'economia e del lavoro. Insomma, non è la morte di Norberto Bobbio a costringere ora il presidente Carlo Azeglio Ciampi a dover colmare un plenum di senatori a vita. Già prima, dunque, egli avrebbe potuto nominare senatore a vita Marco Pannella, se avesse voluto. Come per la prerogativa di concessione della grazia, anch'essa non soggetta a restrizioni quantitative, anche per la nomina dei senatori a vita il Capo dello Stato "può e, se vuole, deve". Finora non ha pensato di dovere, perchè, pur potendo, evidentemente non ha voluto. Perchè dovrebbe volere ora? E sopra tutto: potrebbe mai Marco Pannella, cultore quasi maniacale della forma e della sostanza del Diritto, accettare quella nomina, ben sapendo che nasce condizionata, in questo caso da voci del mondo civile, come la fin qui mancata concessione della grazia ad Adriano Sofri è condizionata da Castelli e Gifuni? Se quella che in Pannella è sempre stata considerata testardaggine è invece coerenza, non penso.
(L.C.,16.I.2004)


EFFEBIAI
Se da alcuni giorni al vostro indirizzo di  posta eletronica arrivano quotidianamente 4 o 5 di questi messaggi:
Ladies and Gentlemen,
Downloading of Movies, MP3s and Software is illegal and punishable by law.
We hereby inform you that your computer was scanned under the IP 61.71.109.7.
The contents of your computer were confiscated as an evidence, and you will be indicated.
In the next days, you'll get the charge in writing.
In the Reference code: #21910, are all files, that we found on your computer.
The sender address of this mail was masked, to fend off mail bombs.
- You get more detailed information by the Federal Bureau of Investigation -FBI-
- Department for "Illegal Internet Downloads", Room 7350
- 935 Pennsylvania Avenue . Washington, DC 20535, USA - (202) 324-3000”

Non vi preoccupate, non inquietatevi nel timore di essere nel mirino  dell'FBI,  soprattutto NON APRITE L'ALLEGATO che non contiene la documentazione descritta dal messaggio, ma contiene il virus vero e proprio.
Dunque, l'FBI non c'entra. Nulla di quello che è scritto nel messaggio è vero. E' semplicemente un messaggio ingannevole usato da un virus, denominato I-Worm.Sober.c, per diffondersi. La documentazione del virus è disponibile qui.
(cp, 15.01.2004)


Hanno ammazzato Mino Pecorelli, per la seconda volta
Vorrei lasciare alle pagine di questo blog il mio sdegno per l'accostamento, recentemente azzardato da Peppino Caldarola, tra la buon'anima di Mino Pecorelli e quella così così di Marco Travaglio. M'indigno, perchè il primo era una grande penna, il secondo non mi risulta. Il mio sdegno, in verità, non è neppure esente da un vivo sconcerto, perchè sono sicuro che l'Urbe e l'Orbe del centrosinistra sarebbero in fermento, se fosse stato, chessò, un Cesare Previti ad azzardare questo accostamento: si griderebbe, ora, alla minaccia bieca e sbieca, all'allusione gradiva d'intimidazione. Così non è, nessuno osa, e lo sconcerto mi vira in meraviglia per tanto tacere dei soliti dietrologi da salone di coiffeur.
Ma questo è lo sconcerto, il punto è un altro: m'indigna che si accosti un maestro dell'ellissi, come Pecorelli, ad un Travaglio, specialista in tangenti.
Le insinuazioni del grande Pecorelli erano poetiche, fin al punto da far credere, talvolta, che non avessero altro scopo che la poesia, se intesa etimologicamente.
Sia consentito un breve esempio, da "Op", 13 febbraio 1979: "Festa grande a Cap d'Antibes il 27 dicembre. Il costruttore milanese [nda: Silvio Berlusconi], creato cavaliere del lavoro nell'ultima infornata di Leone Giovanni, ha invitato nel suo yacht il fior fiore della stampa lombarda, rappresentata nientemeno che da Nutrizio, Di Bella e Montanelli. Tra caviale, sorrisi e champagne, si sarebbe parlato della presidenza della Cariplo...".
C'è bisogno di commento? No, è una scrittura che bea. Quasi si sente, in questa prosa, la salsedine del mare, il tintinnìo delle coppe, il dolce scoppiettare delle palline di caviale tra lingua e palato; quasi par di vederlo, il Montanelli, brindare alla buona sorte della Cariplo; quasi par d'aver davanti agli occhi le basette che il Cavaliere portava a quei tempi. E poi: l'impalpabile arguzia di quel "Leone Giovanni", di quel "fior fiore", di quel "nientemeno"... No, ogni commento è superfluo: grande, grandissima penna, il Mino Pecorelli.
Di contro, si prenda un qualsivoglia brano di Marco Travaglio e si tenti una comparazione: non reggerà. Calambours da cabaret di subburbia, doppi sensi da sceneggiatura di B-movie, Platinette barbute, Case delle libertà provvisorie ed altre stracche amenità, sempre le stesse: insomma, il solito sgabuzzino polveroso della letteratura da strapaese. Neanche si sfiora il registro alto della prosa pecorelliana, di cui vorrei citare qui un altro breve passo (dalla Lettera aperta a Giulio Andreotti, "Op", 20 gennaio 1975), invitando a confrontarlo con qualsivoglia brano in cui Marco Travaglio tenti analogo canone, quello del cittadino umiliato e offeso.
"Quando il vero e il falso non potranno più essere distinti, se vorremo ancora avere a disposizione un sistema qualsiasi, norma qualsiasi di coesistenza, una logica istituita, uno Stato insomma, per mettere un po' d'ordine potremo solo pregare che Lei ce lo faccia. E noi sotto a bruciare incenso e chiedere pietà". Con le "Bananas" dell'Unità è la stessa differenza che corre tra Vissani e Suor Germana.
Ecco, è in ciò che sono sdegnato per la sortita di Peppino Caldarola, aggiungendovi una preoccupazione: se ora a Marco Travaglio dovesse venire un raffreddore, tutto il tribunale di Perugia andrebbe in agitazione.
 (Luigi Castaldi, 15.I.2004)


…MA NON CHIAMATELA PACE
Ci era proprio sfuggita la bellissima intervista ad Emma Bonino su “Oggi” n.1 del 1° gennaio 2004 (articolo non online - special thanks to Mauro Suttora).
Tre perle:
1) Sulle armi di Saddam, trovate e non:
«Certamente le armi chimiche e battereologiche Saddam le aveva, perché le ha usate, per esempio, contro i curdi. E non trovo, nella storia di questo dittatore sanguinario, una sola ragione per cui dovrebbe essersene liberato, lui che aveva questo disegno politico di diventare il grande leader del mondo arabo. Diverso è il discorso delle armi nucleari, che necessitano di infrastrutture visibili e probabilmente non ci sono. Forse, sull’argomento, qualcosa verrà fuori dagli interrogatori. Ma io continuo a ritenere che la più grande arma di distruzione di massa fosse Saddam stesso, rispetto al suo popolo».
2) Sulle accuse di “trattamento disumano” del prigioniero mosse dal cardinale Martino (e sottoscritte da
Barbara Spinelli ):
«Ma per favore... Certo, ognuno ha la sua sensibilità. Io trovo che l’abbiano fatto vedere esattamente come l’hanno trovato. Se lo avessero mostrato ripulito e tirato a lucido, i dietrologi si sarebbero inventati chissà quali altri scenari. Devo dire che questi poveri americani, che pure di errori ne commettono parecchi, qualunque cosa facciano non ne va mai bene una...»
 3) In definitiva, su questa guerra e sui suoi esiti:
«Io continuo a ritenere che, come è successo per la Liberia e per il suo sanguinario presidente Charles Taylor, era possibile arrivare a un isolamento politico, anche arabo, di Saddam. Rendendo evidente, a lui e a quelli vicini a lui, come fosse più interessante negoziare un esilio forzato, piuttosto che finire così. Ma non si è voluto percorrere questa strada. Anche i movimenti pacifisti non sono stati di aiuto: una cosa è scendere in piazza a milioni al grido di "Iraq libero!", un’altra è andarci con striscioni che dicono "Bush uguale Saddam". Un amico iracheno mi ha detto: "Voi avete la libertà di sfilare per le strade, fate bene a farlo. Ma poiché quella che voi chiamate pace sono state le nostre fosse comuni, le nostre torture, il nostro inferno, allora fatemi un favore, continuate a sfilare, ma non chiamatela pace". Ecco, vede, è sempre un po’ complicato parlare di guerra e di pace. Diciamo che oggi, intanto, nel mondo c’è un dittatore in meno, e per un Paese di venti milioni di abitanti non è davvero poco. E diciamo anche che in Iraq hanno ricominciato a usare una parola, dimenticata da tempo, che si chiama speranza. Non è tutto, ma non mi pare poco».

No, non è poco.
(ale tap., 14.01.04)


Facce di bronzo

1.
Avrei una "critica politica" da muovere ad Oscar Luigi Scalfaro per il suo intervento alla Convention dei Girotondi, ma non sono del tutto sicuro che poi, per me, uno che non è di sinistra e che non ha parenti in magistratura, il gip proponga l'archiviazione. Mi limiterei alla satira innocente: "Gargamella!"
 
2.
"Davanti al nemico, se vince, nemmeno i morti saranno al sicuro" scriveva Walter Benjamin, e il nemico era il nazismo. Ora, meditando su questa frase, Antonio Tabucchi scrive: "I morti dell'11 settembre non mi sembrano per niente al riparo da George W. Bush. Con una incredibile rapidità, come se non avesse aspettato che questo, se ne è impadronito per fare altri morti". Non fatevi sviare dal parallelo Hitler-Bush, dall'insinuazione dietrologica di quel "come se non avesse aspettato che questo", da quella licenza poetica del "se ne è impadronito per fare altri morti". Cogliete il respiro intero della frase, tipicamente benjaminiana: questo è "Über Haschisch".
 (L.C., 12.I.2004)

"Dignità e diritti della persona con handicap mentale"
L'8 gennaio un simposio internazionale sul tema "Dignità e diritti della persona con handicap mentale", a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato onorato da un messaggio personale del Papa. Vi si legge, tra l'altro: "Il presupposto per l'educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch'essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità". Sul fatto che la parola del Pontefice riguardi qualsiasi forma di handicap, incluso quello mentale, non v'è alcun margine di dubbio: per Karol Wojtyla, amare ed essere amati sono condizioni che addirittura "riescono spesso a riequilibrare il soggetto con handicap mentale". E come non essere d'accordo? Come è immaginabile che il bisogno di amare e di essere amato possa essere negato a chicchessia?
Tuttavia, le parole scritte dal Papa in questa occasione sollevano più d'una perplessità in ordine ad una materia, quella sessuale, solitamente spinosa, quando affrontata a partire dagli insegnamenti della Chiesa di Roma. Quello che, in linea di massima, saremmo disposti a sottoscrivere ci interroga su più punti, se essi debbono proprio essere illuminati dalla Dottrina della Fede.
A meno che, oggi, Sua Santità non voglia dare una particolare dispensa al pesante fardello di ingiunzioni e di divieti in campo sessuale che il Cattolicesimo solitamente carica sulla groppa del suo gregge, e, per di più, farlo per i portatori di handicap mentale, il messaggio sollecita molte domande dall'ardua risposta.
Per "educazione
affettivo-sessuale della persona con handicap mentale" è da intendersi ciò che comunemente porta il soggetto all'unione sessuale, al coito? La Chiesa ha riconosciuto che essere omosessuali può essere naturale ed inevitabile; maternamente li perdona e li accoglie nel proprio seno, a patto che essi si astengano per sempre dal sesso. Il Papa ci invita a considerare naturale che il "bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità" escluda il rapporto sessuale completo o che esso possa risolversi in sublimazione, anche per i portatori d'handicap mentale?