ARCHIVIO GENNAIO 2004
Nudi alla meta: le sinistre, D’Alema e
la Banca 121
Che povera Italia è
mai quella dove il centro-sinistra dei D’Alema, Prodi, Fassino,
Bersani e Violante difende l’ormai indifendibile Fazio per
il semplice motivo che costui ha lasciato gestire, dopo il 94-95,
il sistema bancario, come meglio aggradava al potere di una sinistra
che, pur di sentirsi legittimata dai Poteri Forti, Bankitalia in
testa, li ha lasciati scorrazzare a piacimento tra privatizzazioni,
svendite e accorpamenti come volpi nel pollaio. Basti pensare
alle vicende Cirio, Parmalat, Banca 121 o Coop Costruttori di Argenta.
Ma non si fa nulla "a gratis". C’è
stata, dicono in molti, anche qualche contropartita sostanziosa
per la sinistra di governo (“l’unica Merchant bank che non
parla inglese”, si sussurrava tra i gaudenti): la Banca 121
e connesse
macerie , la fine di Comit e Cariplo nelle mani del
“sinistro” Bazoli di Intesa, gli improvvisi e imprevisti scoop
finanziari, cioè finanziati dalle solite Banche (del Buco)
e, infine, il caso Tanzi che, lo sanno anche i muri, non era
della sinistra Dc, “era la sinistra Dc”, da De Mita e Prodi in
giù. Il fatto, politicamente rilevante, è che
la sinistra, coi Ds in testa, è storicamente la responsabile
della resa della politica ai Poteri Forti, della delega a questi
poteri, peraltro “irresponsabili” in quanto non elettivi, di scelte
e decisioni svincolate dal controllo, dalla mediazione, dalla legittimità
della politica. È con questa sinistra, a cominciare da Prodi,
che si installa in Italia, lo strapotere di una tecnocrazia arrogante
e vorace, di un management prepotente e spocchioso, di una nomenklatura
bancaria e finanziaria capace soltanto di moltiplicare i propri guadagni
mettendo a rischio o azzerando i risparmi altrui, a partire
da quelli dei piccoli risparmiatori.
Ad esempio, lasciando per una volta in
pace i Tanzi e i Cragnotti, come dimenticare lo strano
intreccio (raccontato qui)
tra Montepaschi-Banca 121-Colaninno: «E’ stata
una gestione scellerata sostenuta da diessini e Cgil»
strillavano le opposizioni del tempo... oppure come non ricordarsi
di «Quando la Banca 121 stava con D'Alema»
come racconta in questa intervista l’on.
Mantovano.
Forse anche a questo pensava l’altro
giorno Berlusconi quando parlava di politici arricchiti...
(cp, 27/02/2004)
Caro/a mittente,
vorrei raccogliere lo sdegno di quanti,
come il sottoscritto, ritengono una vergogna vera la cazzata
giornaliera di Gianni Boncompagni sul Foglio di Giuliano
Ferrara. Vorrei spedire la seguente e-mail con una lista di firme
quanto più lunga possibile.
Al direttore - Abbiamo pazientato
con Diaco, le pare che non possiamo pazientare con Boncompagni?
Fedeli,
Se pensi di potere dare il tuo consenso,
basta rispondere a questa mia con: nome, cognome, città.
Se poi puoi, a tua volta, raccogliere altre adesioni a questa
mia iniziativa, puoi aggiungere alla tua risposta i nomitativi
di chi ti ha assicurato il suo assenso. Dio te ne renda merito,
avrai dato il tuo piccolo aiuto ad un grande giornale. Scusa,
se, insensibile al dramma, questa mia ti ha importunato.
Luigi Castaldi, Napoli
Il piede in gangrena
E' fuor d'ogni dubbio che l'attuale Dicastero della Salute,
retto dal Ministro On. Prof. Girolamo Sirchia, si sia distinto più
di tutti quelli precedenti nell'intera storia della Repubblica nell'opera
di informazione, prevenzione e proibizione, al fine di risparmiare
vite minacciate da nicotina, colesterolo, pittbull, ecc.; in ciò
è parso consonante e in solido con la politica di altri Ministeri
che intanto, per consimile cura di informazione, prevenzione e proibizione,
altre vite risparmiavano, per fare un solo esempio, da incidenti stradali.
A chi della libertà individuale ha un'idea che mal tollera l'intervento
paternalistico dello Stato tutto ciò è sembrato eccesso,
talvolta addirittura arbitrio invadente, e dunque odioso. Obbligare per
legge dello Stato a proteggersi dall'eventualità d'un trauma cranico
in caso di caduta da un motoveicolo a due ruote; coprire di minacciose
dissuasioni le confezioni di tabacchi, di cui lo Stato stesso detiene
il monopolio di preparazione, distribuzione e spaccio; arrivare a ipotizzare
l'obbligo di mezze porzioni di pietanze in liberi luoghi di ristorazione;
questo, ed altro, è parso fattispecie d'insopportabile intrusione
nella sfera personale a siffatti spiriti liberali. Essi, ben oltre il mero
spunto di principio, hanno avanzato addirittura un malizioso sospetto: la
filosofia ipersalutista di questo governo mirava a contenere i costi della
spesa sanitaria, non già a salvaguardare la salute e le vite degli
individui. Nella crescente lista dei divieti, cui l'esecutivo veniva via
via ad apporre il sigillo del decreto e della norma, essi hanno letto un
intento affatto diverso dal paternalismo del tristemente noto Stato Etico,
che pure mai avevano digerito volentieri: essi hanno visto la libertà
della persona sacrificata alla ragion sufficiente del deficit di cassa.
Sospetti, se si vuole, ingrati, perchè il Ministro della Salute
ha più volte ribadito che il tenore severamente prescrittivo delle
azioni di governo, come per droga, libertà di ricerca, fecondazione
assistita, ecc., si poneva innanzi tutto uno scopo educativo: il rispetto
della vita. Il climax di queste argomentazioni arrivava ad un fermo rifiuto
di qualsivoglia pratica di eutanasia, che i detti spiriti liberali da sempre
considerano conquista di frontiera, realizzazione della piena decisione
personale sul destino umano di tutti e ciascuno. E' per questo, per tutto
questo, che una recente sortita del Ministro Sirchia dà adito a
qualche perplessità. Alla notizia di una paziente affetta da gangrena
all'arto inferiore, che aveva comunicato ai sanitari che tuttora l'hanno
in cura la decisione di rifiutare l'amputazione a costo della vita, il Ministro
ha affermato: "Dobbiamo rispettare le decisioni dei pazienti quando rifiutano
le cure. (...) Forse quella della paziente è una scelta sbagliata,
ma se la donna è capace di intendere e di volere, non c'è
possibilità neanche per il trattamento sanitario obbligatorio''.
Con la qualcosa parrebbesi sancire, in una singolarissima linea di principio,
che obbligatoria può essere la prevenzione, ma non la cura; scontentando
chi, anche alle soglie di un'insindacabile decisione come questa, vorrebbe
"non forzare ma convincere" (Roberto Formigoni), chi addirittura si pronuncia
per un "sì al trattamento obbligatorio" (Tiziana Maiolo) e chi è
tutelato da un non ancora toccato diritto costituzionale (la paziente col
piede in gangrena). "Questo va considerato nell'ambito della libera
scelta dell'uomo, che va rispettata" ribadisce il Ministro: una libera
scelta che in questo caso libera un posto letto. Mentre la libera scelta
di non mettere il casco, di fumare o di ordinare al ristorante una doppia
porzione potenzialmente ne occupa uno. Per chi vorrebbe poter fare della
sua vita quello che gliene pare ce n'è di che continuare a sospettare,
a crucciarsi e a protestare.
(Luigi Castaldi, 1.2.2004)
Piva Piva l’òli’ d’oliva
Testo integrale Report of the
Inquiry into the Circumstances Surrounding the Death of Dr David
Kelly C.M.G. di Lord Hutton
DURBAN 2, LA RISCOSSA
Il World Movement of
Democracy è una lobby mondiale pro-democrazia che storicamente
ha la sua spina dorsale nella ONG amerikana National Endowment for Democracy
.
Finanziata dal finanziato dal Congresso USA, Nata
sotto la dirigenza reaganiana ed ora gravitante in area bushista,
la N.E.D., se osservata da una prospettiva non particolarmente filoamericana,
viene vista come “ lo strumento con cui gli Stati uniti
forniscono soldi e sostegno ai propri alleati nel mondo, facendo
apertamente quel che la CIA faceva segretamente” (Ritt Goldstein,
Il Manifesto 06/06/02). In effetti, quei furfanti della NED combinano
un sacco di porcherie: ad esempio finanziano forze di opposizione
a Cuba, in Venezuela, in Iran.
Orbene: il WMD sta per dar corpo ad una sporca iniziativa
imperialista e sovversiva: fra due giorni, terrà una conferenza
internazionale sulla promozione della democrazia e dei diritti
umani nel mondo.
Davvero intrigante la location: Durban,
SudAfrica.
Perfidamente ironica e provocatoria la scelta di
adottare come sede proprio il luogo in cui nell’estate 2001 si
tenne la famosa conferenza internazionale dell'ONU “contro il razzismo”
in cui il sionismo venne equiparato a una "forma di razzismo" e l’unico
stato democratico del Medio Oriente venne definito "Stato razzista colpevole
di atti di genocidio", tanto che la delegazione statunitense abbandonò
polemicamente i lavori (purtroppo le delegazioni europee evitarono vilmente
di imitarla).
Ah, dimenticavo: parteciperà anche il Partito
Radicale Transnazionale.
(ale tap., 30.01.04)
«Scegliere Israele, scegliere la
democrazia»
Charta minuta, mensile diretto da Adolfo Urso,
pubblica nel suo ultimo numero (61) una analisi di Fiamma Nirenstein
sui rapporti fra destra, ebraismo e Israele.
E' forse la prima volta che una rivista della
destra affronta la "lunga marcia di AN", con contributi di altra
provenienza.
Fiamma Nirenstein, con coraggio e onestà,
senza nascondere alcunché, affronta tutti i temi che coinvolgono
la nuova linea di AN. Una analisi importante che ci sembra interessante
far conoscere.
Per il testo completo l’articolo cliccare qui.
(cp, 30/01/2004)
La moglie di Cesare e quella di Arafat
Plutarco, nel decimo capitolo della Vita di Giulio
Cesare, ci dice che in occasione di una festa dedicata alla dea
Bona, cui potevano partecipare soltanto le donne, Pompea, moglie
di Cesare, accolse nella sua abitazione, un suo spasimante, Publio
Clodio, travestito da suonatrice. Ma l’inganno venne scoperto e Clodio
scacciato via, poi trascinato in tribunale. Cesare, fu’ citato come
testimone. Al processo proclamò l' innocenza della moglie, quando
gli chiesero perché avesse allora divorziato, rispose:
"Perché la moglie di Cesare non può
essere macchiata neanche dal sospetto."
Torniamo ai giorni nostri, il programma "60
minutes" della CBS, andato in onda nel novembre scorso,
tra le tante informazioni sui finanziamenti a Yasser Arafat e all’ANP,
ci fa sapere che il presidente dell'Autorità Palestinese
ha sottratto più di 800 milioni di dollari dai conti dell'Autorità
Palestinese depositandoli su suoi conti privati (!).
Secondo il servizio, Arafat continua inoltre
a far arrivare a sua moglie Suha , che vive a Parigi con la
figlia, altri 100mila dollari ogni mese sottratti ai fondi per l'assistenza
dei palestinesi, donati all'Autorità Palestinese.
Non si sa cosa Arafat abbia risposto, di sicuro
nei corridoi della CBS si sussurra che la signora
Suha nulla ha a che fare con Cesare.
(cp, 28/01/2004)
IL REDDITO DI CITTADINANZA
Antonio Bassolino annuncia l'approvazione da parte
del Consiglio Regionale, di cui è presidente, di "una
legge di civiltà, quella sull'istituzione sperimentale in
Campania del reddito di cittadinanza", Luigi Castaldi
qui dice la sua.
Massima del giorno
Viviamo in un'epoca in cui non si è ricchi
o poveri secondo ciò che si eredita, ma secondo ciò
che si guadagna.
G.P.
MOLLICHINE
Telekom. Il centrosinistra contesta la gestione
della Commissione: "Continueremo a non partecipare
ai lavori". Sicché si passa dalla maggioranza all'unanimità.
"Roma ladrona", Veltroni querela
Bossi. E poi dicono che il sindaco di una grande città
ha molto da fare.
Se gli Stati Uniti non chiedono collaborazione,
si dice che sono arroganti. Se la chiedono, si dice che non ce
la fanno da soli.
Per Prodi l'aumento dei prezzi è avvenuto
perché il governo non ha saputo controllarli. Un economista che
fa finta d'ignorare la storia.
Musharraf: "Una legge che in Francia vietasse
il velo islamico nelle scuole sarebbe controproducente". Quasi
quanto la costruzione di una chiesa in Arabia Saudita.
Follini: "Berlusconi ha la maggioranza più
ampia della storia repubblicana: ne faccia buon uso". La classica
mosca cocchiera.
Platinette: "Mi candido con i radicali alle
elezioni, ma non chiamatemi Cicciolina". Viste le dimensioni,
Cicciolina 2, 3 e 4.
In Asia si allarga l'epidemia di influenza dei
polli. Ma anche in Italia: basti pensare agli investitori Parmalat.
Attuale parola d'ordine della sinistra: "Essere
contro Berlusconi non basta". Bisognerebbe sparargli?
giannipardo@libero.it
Benjamjn Formjgonj
Il quotidiano del partito cominista
iracheno, Al Mada, pubblica una lista di persone e societa'
che avrebbero goduto di cospicue regalie (calcolate in barili
di petrolio) da parte del deposto regime di Saddam Hussein. La notizia
e' stata ripresa anche dal quotidiano Le
Monde. Tra gli italiani figurano anche il presidente della regione Lombardia
Roberto Formigoni (che avrebbe
ricevuto 24,5 milioni di barili di greggio), Salvatore Nicotra - titolare
dell'Associazione italiana petrolio - (20 milioni), Padre
Benjamjn (!) (4,5 milioni), e altri. Ovviamente Formigoni
ha smentito....
(cp, 28/01/2004)
Antisemita anche il fratello di Prodi?
Il presidente della provincia di Bologna attacca
esponenti ebraici.
<<Buon sangue non mente. Anche
Vittorio Prodi, presidente della provincia di Bologna e fratello
del più famoso Romano a capo della Commissione europea dal
1997, incappa in una gaffe con gli ebrei.>> clicca qui
per il testo completo dell’articolo su “La Padania”.
(cp, 28/01/2004)
Ulan Bator
Non so se ci avete fatto caso, ma certe
volte "Capperi!" si astiene dal commento su argomenti che
riempiono pagine e pagine di giornali, per giorni e giorni,
che intasano di comments fior fior di blog, che estenuano li mejo
salotti de la capitale. Siamo in quattro, ma è evidente che
certi argomenti non sfiorano neppure lontanamente i nostri otto coglioni.
Così, talvolta, guardandoci nelle mutande, ce li sentiamo
molto provinciali, un po' spiazzati, fuori dal giro: ce li vediamo
out.
Prendete, per esempio, tutto il parlare
che s'è fatto della querelle Ricci-Bonolis: nel battibecco
isterico tra due ragazzacci permalosi e miliardari più
d'uno ha visto l'Armageddon tra tv pubblica e tv privata, la resa
dei conti tra due opposte deontologie professionali, l'eterno conflitto
gnostico tra il Bene e il Male, e Dio solo sa che altro. Neppure il
tempo di disinteressarcene, per dedicarci al Papa, a Scalfari e Togliatti,
che la querelle Ricci-Bonolis è svaporata senza lasciare traccia,
come la puzzetta d'un bebè. Fatecelo dire, permetteteci l'ennesima
presunzione: abbiamo naso, noi di "Capperi!".
Ne abbiamo tanto che quasi quasi, molto
volentieri, ci disintereremmo anche di quell'amena proposta
del ginecologo somalo trapiantato a Firenze, quello che con
una delirante accezione di "minor danno" vede in una simbolica
punturina al clitoride di una neonata la soluzione all'orrore di un
rito bestiale quanto millenario: l'amputazione di un organo, la
mortificazione della dignità umana. Avremmo potuto scherzarci
sopra, a modo nostro. "Clitoride" vuole più correttamente l'articolo
"il" o l'articolo "la"? Impossibile: abbiamo troppo rispetto e
simpatia per il (la) clitoride, non si scherza. Non è giusto
che i cannibali rinuncino al loro rito bestiale quanto millenario:
un "minor danno" anche per loro? Altrettanto impossibile: a dire
che un'altra cultura è bestiale, viene un cretino di "Nick"
a scacazzarci di comment con l'accusa di razzismo. Che targhetta
mettiamo sulla porta dell'ambulatorio dell'Ausl di Firenze, "mutilazioni
genitali femminili simboliche", "infibulazioni soft" o "punzonature
clitoridee neonatali"? Impossibile anche questa scelta: provocazione
che va bene al massimo per una letterina a Paolo Mieli, che poi regolarmente
la cestina per pubblicarne una sulla presa di Ulan Bator del 1732.
E allora niente, meglio anche stavolta astenersi dal commento.
En passant, quell'orrore non può
avere alcun diritto ad alcun tipo di tolleranza: quel che
devasta la persona non è meno ripugnante, se ci si presenta
in forma attenuata o simbolica. E qui "Capperi!" non aggiunge
altro, se non la solita jpg ad hoc.
(Luigi Castaldi, 28.I.2004)
Lacrime di coccodrillo
Ieri sull'Unità c'erano almeno
15
pagine dedicate alla "giornata della memoria". Anche
con la riproduzione di vecchi articoli, quasi a voler dire,
vedete, noi siamo sempre stati corretti. Oh, certo, anche il vecchio
PCi ricordava i morti, ma sempre con gli occhi chiusi su quanto
avveniva nella defunta URSS. Lì gli ebrei stavano benissimo,
era o non era il Paradiso?
Insomma, l'Unità ci dà ragione.
Lacrime di coccodrillo sugli ebrei morti. Spietata disinformazione
su Israele. Può non piacere, ma è la realtà.
D'altra parte rende bene. Il direttore dell'Unità Furio
Colombo è comunemente ritenuto "un buon amico di Israele".
Il suo giornale no, ah l'Unità certo no, ma lui, poverino,
che colpa ha, ne è solo il direttore. E' così che che
si diventa navigatori, qualunque sia la nave, chiunque sia l'armatore,
non importa con quale equipaggio. Complimenti a Furio Colombo. (Informazione
Corretta, cp, 28/01/2003)
Terzo Mondo sfruttato?
"Chi aiuta
di più i lavoratori del Terzo Mondo?" si chiede Maria Teresa Cometto in un articolo
sul "Corriere Economia" (clicca qui
per l'articolo completo) "Gli attivisti che chiedono standard
minimi di diritti sindacali e di norme ambientali alle multinazionali
attive in quei Paesi? Oppure le stesse multinazionali che
pagano quei lavoratori con una frazione del salario previsto
in una nazione industrializzata?"
Caro Silvio,
so bene che forse avrei dovuto iniziare questa
mia con un ben più acconcio "Signor Presidente del Consiglio"
o "Gentile Dottor Berlusconi". Ma ho appena finito di ascoltare
il tuo discorso del 24 gennaio al Palazzo dei Congressi dell'Eur,
quello per il decennale della tua "discesa in campo", ed ora nello
scriverti non riesco che a darti del tu. Non mi fraintendere,
ti prego. Mi sto macchiando di quello che, convengo, è un abuso
di confidenza, peraltro per ragioni affatto diverse da quelle di chi,
credendo nello Spirito Santo e nella sua imperscrutabile potenza,
te ne voglia ritenere incarnazione. Ti do del tu fuor d'ogni esaltazione
mistica or ora suggeritami dalla tua citazione di don Gianni Baget Bozzo,
fuor d'ogni devoto incanto dei tanti che, pur in un rispettosissimo
lei, fanno sentire l'eco di un tu filiale, cui sono autorizzati dalle
delizie (chiamiamole così) del tuo paternalismo. Nemmeno, sappi,
è il tu che dalla curva degli ultras piove sull'idolo lì
in campo, pronto a mutarsi in capro espiatorio, se la partita mette
male.
Io sono, molto e troppo semplicemente, un
tuo elettore da dieci anni, che non sa e non vuole considerarti
né padre né Spirito Santo. Ho sempre votato te e il
tuo partito (così poco "partito", così intrinsecamente
"tuo") per ragioni lontane dalle più o meno alte declinazioni
del fanatismo per le quali, in un senso e in quello opposto, la tua persona
sembrerebbe esser fatta. Sono soltanto un fazioso, la mia fazione è
quella liberale: se il tuo partito è un'azienda, io sono sempre
stato un socio di piccolissima minoranza, come ben dovresti sapere
anche se non mi aspetto che tu voglia ammetterlo. Il mio tu è
quello di chi ti ha scelto dieci anni fa come un "meno peggio" che la
controparte rendeva "quasi ottimo". E' il tu, consentimi, di un socio, piccolo
fino all'insignificanza, certo: sennò dimmi che senso avrebbe
prometterti il mio voto alle europee, per come "l'Italia che volevi" ora
manda in galera un adolescente che si spinella, rende difficili le cose
a chi ha problemi di salpingi e non sa ancora far di un magistrato un servo
dello Stato e basta. E' il tu che, dopo dieci anni, scappa detto dall'assicurato
all'assicuratore, in virtù d'una polizza firmata per necessità.
Il tuo discorso all'Eur mi fa sentire autorizzato
a questa confidenza, solo perchè m'invita a ricordare
con commozione la stipula di dieci anni or sono. Accetto l'invito,
ma avrei due paroline riguardo la commozione. Lo so, la tua assicurazione
mirava a coprire i rischi di tanti di fronte alla gioiosa macchina
da guerra di Occhetto e Borrelli, la maggioranza degli italiani come
poi dissero le urne: cattolici non rassegnati al catto-comunismo dei
dossettiani e degli azionisti, socialisti da sempre esuli dalla sinistra
italiana egemonizzata dal Pci, moderati senz'altra qualità
che la moderazione, fascisti stanchi di fogna, perfino qualche giustizialista
padano finalmente deciso alla mitica Fase 2. Tra questi, c'ero anch'io,
coi pochi, in verità pochissimi, che si dicevano liberali non
senza una ragione, perchè liberali da sempre. Non mi stupii che
tutto quanto tu dicessi avesse l'etichetta di liberale: cosa meglio
del liberalismo poteva far fronte a un blocco che sosteneva le tristemente
note ragioni dello Stato Etico? Ma nemmeno mi illusi: sapevo che "liberale"
sarebbe stato un aggettivo buono per molte evocative suggestioni, ma
che sarebbe andato spesso eluso nella pratica dei compromessi, che sono
così spesso dolorosi e necessari in questo paese sospeso tra il
culto di Padre Pio e la fantasiosa creatività di molti pezzaculisti.
C'era altra scelta, in quell'ormai lontanissimo 1994? No, neppure ora
credo: ho fatto bene a firmare quell'assicurazione e a rinnovare ogni volta
la polizza, anche se poi nella scheda della quota proporzionale non potevo
che tradirti per Pannella.
Dunque, ecco il "dunque": riguardo quella
commozione che ti aspetteresti, sappimi freddo. E sappi che,
delle assicurazioni contro i sinistri, ce n'è bisogno fintantoché
c'è il rischio di sinistri. Mi sei utile, non so capire se
in misura minore o maggiore di quanto ti sia utile io. Mi sei simpatico,
certamente più di quanto potrei esserti simpatico io, se appena
appena tu sapessi. Ma la commozione, scordatela. Almeno fino a quando
l'aggettivo "liberale" vorrai srotolarlo solo nei giorni di festa.
Ciao,
Luigi Castaldi
Scorretto e Corretto
(Dialogo plutonico)
Cliccando qui Luigi Castaldi, vi porterà
sul filo dello "scorretto e corretto".
L'amaca nel tinello
Michele Serra mi dà le strette
al cuore e, si badi bene, io ne ho uno piccolissimo, già
grinzo di suo. E sì che i fondamentali li avrebbe
tutti, benedetto ragazzone invecchiato male. Ma c'è
qualcosa (mea maxima culpa!) che ogni volta me lo mortifica,
dal genio che sarebbe, al talentuoso miserabile moralista del
cazzo che è. Questo, quando è in forma. Perchè,
quando gli butta male, le strette al cuore me lo ridanno in pena.
Un esempio, cosa recente, di due o tre giorni fa: un corsivetto
di quelli che si vede sono scritti all'ultimo momento, perchè
o ci si è impoltriti tutto il giorno a letto o si è
talmente precipitati in fondo a un maelstrom che riafforarne
è stato solo grazie a un proprio peso affatto inconsistente.
L'Amaca, Repubblica, querelle Bonolis-Striscia: "... il
video è un tinello, a quell'ora soprattutto, e l'Italia è
un paese piccolo, così piccolo che pareva di essere tutti quanti
lì, surrealmente inclusi, per quanto siamo, nei pochi metri quadrati
che chiamiamo share. Esperienza divertente, anche se un po' claustrofobica...".
"Surrealmente inclusi"? Sì, "per quanto siamo". Ecco, non
è la prima serata in piazza Italia, ma è questo tipo di
scrittura che mi risulta tinello. Claustrofobico, ma tutt'altro che divertente.
"Poi sono uscito, c'era
un'arietta frizzante e quasi nevicava". Che, al confronto,
"l'infinito fottersene" di Pietrangelo Buttafuoco sulla
stessa querelle è quasi tersissimo lirismo.
E allora sono uscito dal corsivo
di Michele Serra. Ho subito sentito un'arietta frizzante
e quasi nevicava. (L.C., 23.I.2004)
IL DIRE E IL FARE
L'eventualità che un
indagato inquini prove e la possibilità di una sua
fuga per sottrarsi al giudizio sono solitamente due buone ragioni
perché egli sia sottoposto a restrizioni cautelari.
A noi pare, però, che il carcere sia una misura spropositata,
almeno per quelle ipotesi di reato che non siano contro la persona:
gli arresti domiciliari e la stretta sorveglianza delle afferenze
e delle efferenze comunicative dell'indagato potrebbero e dovrebbero
bastare. Quando, poi, le indagini si annunciano, per loro stessa
natura, lunghe e, almeno nei postulati dell'ipotesi accusatoria,
foriere di possibili sviluppi in ordine ai vari gradi di correità,
diventa troppo forte la tentazione a credere che il carcere non
sia più una misura cautelare atta a salvaguardare gli esiti
dell'inchiesta, ma una vera e propria procedura estortiva, ricattatoria
e intimidatrice. Questo ci dà sgomento e ribrezzo. Se la presunzione
d'innocenza non vuol essere un vacuo principio, il carcere dovrebbe
essere previsto in casi eccezionali e per le sole ipotesi di reato
contro la persona. Nel caso della Parmalat, allo sgomento e al
ribrezzo aggiungiamo lo stupore: molti garantisti di professione
tacciono. La tragica esperienza di Mani Pulite ci ha insegnato che
troppo spesso un indagato può essere innocente; che per ottenere
la libertà può essere indotto, quasi costretto, a coinvolgere
nell'inchiesta altri innocenti; che la ricerca della verità
può diventare in questo modo un orribile tritacarne. Lungi da noi
il credere che un inquirente possa disporre la carcerazione di un indagato
per un rispetto della legge che eluda o annulli il rispetto per la persona;
men che mai che egli metta il carcere nel novero delle tecniche persuasive
e dissuasive, congrue a rendere servizio alla verità; ancor
meno, se possibile, che la foga investigativa sia in tal senso indotta
da momenti affatto estranei alla vicenda, come gli umori dell'opinione
pubblica, la solidarietà umana verso la parte lesa, l'interesse
carrieristico e di notorietà dell'inquirente. Lungi da noi il solo
formulare una di queste ipotesi. Però è con disagio che
leggiamo di un cardiopatico tenuto in carcere nonostante un episodio
di angina pectoris e sottoposto ad interrogatori della lunghezza
tra le cinque ed otto ore. Ci chiediamo com'è che tante belle
anime garantiste possano tutto d'un tratto aver perso la voce. Possibile
che avessero tutte investito in titoli Parmalat?
(CAPPERI, 22.01.2004)
"Questo
paese diventerà tutto un piazzale Loreto!"
Fedele Confalonieri, interv. al Corriere
della Sera
Napoli, 11 maggio 2008
Caro Polito,
mi faccia dirle, in un forte e commosso
abbraccio: buon compleanno! Possa lei sentire, in quest'abbraccio,
l'affetto e la solidarietà di quanti, a conoscenza che
oggi le avrei scritto, m'hanno perciò pregato di farmene
latore: ancora, anche da loro, auguri!
Dovrebbero esserci 52 candeline sulla
sua torta, oggi, se non sbaglio. Niente sospiri mesti, caro
Antonio, soffi con quanta anima ha in corpo, le spenga tutte
e stia su col morale, forza! A quest'età si ha ancora tutta
la vita davanti. Anche se un'assurda e odiosa ingiustizia si sta
accanendo sulla sua persona, come su quella dei migliori figli della
nostra povera Patria, sappia che lei è nel cuore di tanti.
Le giungano, con questa mia, il saluto di tanti amici e conoscenti,
di così eterogeneo assortimento ideale che lei nemmeno
crederebbe: berlusconiani di stretta osservanza, frondisti lib-lib-lib,
pannelliani, triciclisti, iraniani, riformisti e riformatori sfusi.
Questa follia massimalista, che già
tanto dolore e sangue e lacrime ha sparso per lo Stivale, ha
i giorni contati, non disperi. Vedrà, passerà
'a nuttata. Questo paese saprà ritrovare il senno perso
nelle esaltate adunate d'invasati forcaioli, nei belluini girotondi
al grido di "brucia, Arcore, brucia!" . Appena avrà finito
il suo strategico esilio a vela attorno al mondo, D'Alema riuscirà
a riprendere il controllo della situazione, stia certo. Riuscirà
ad aver ragione di questa demoniaca cricca di filosofi, professorini,
registucoli e pm che, chissà come, hanno portato la limpida
vittoria dell'Ulivo del 2006 alla vendicativa e bestiale deriva
che Fedele Confalonieri (ricorda quell'intervista a Latella del 2004?)
aveva profetizzato tra gli sfottò di tanti vacui e fatui fighetti.
La fine delle sofferenze è vicina,
vedrà che i legittimisti riusciranno a rimettere Prodi
al Chigi suo. L'Italia migliore saprà liberarsi dal delirio
dei micromeghisti, degli emergencisti, dei cunegondisti. Anche
noi del centrodestra daremo il nostro contributo, lo dobbiamo alla
memoria dei tanti nostri uomini caduti sotto l'orrido tagliente
della ghigliottina, mentre una feroce platea di parastatali, baby
pensionati e pezzaculisti ortodossi sferruzzavano in prima fila.
Lo dobbiamo alla memoria di Giuliano Ferrara, barbaramente sventrato
in redazione; a quella di don Gianni, affogato come un gattino in
un'acquasantiera rococò; a quella del povero Schifani, vilmente
linciato in piazza Esedra; a quella di Paolo Guzzanti (Dio che brutta
fine, quello: denunciato dai propri figli, come nella migliore tradizione!).
Lo dobbiamo alla memoria di tante giovani vite stroncate
nel fiore degli anni per aver osato opporsi all'agghiacciante
disegno di uno Stato Etico. Lo dobbiamo al sangue ancora caldo
di Adornato, di Facci, di Della Vedova e di Natalia Estrada. Lo dobbiamo
al cadavere oltraggiato del caro Velardi.
L'Italia saprà uscire da quest'altro
incubo, abbia fede, voglia averla. Coraggio, caro Polito,
coraggio!
Non mi chieda come sia riuscito ad avere
questo indirizzo di posta elettronica: non voglio mettere
nei guai un caro amico mio e suo, nella eventualità che
questa e-mail venisse intercettata. Desideravo inviarle una parola
di solidarietà fin dal momento in cui ho saputo che lei
era agli arresti domiciliari, ma non sapevo come fare, visto l'isolamento
cui era sottoposto. Più d'una volta, a sera, tornando a
Napoli dal mio studio sulla penisola sorrentina, mi sono detto
"al diavolo, se non ci sono i bravi di Caruso di guardia sotto casa,
gli faccio una citofonata!"; poi, ogni volta, la paura aveva la meglio,
non mi biasimi. Anch'io, nel mio piccolissimo, non me la sto cavando
molto bene. Ho avuto due terribili interrogatori per via di quelle
mie provocazioni epistolari: m'ha salvato l'idea di dirmi devoto a Gino
Strada. Solo ieri ho saputo dell'ingegnoso marchingegno (davvero geniale
l'idea del notebook truccato da stirapantaloni, complimenti!) col quale
lei è riuscito, almeno via modem, a rompere da qualche settimana
l'isolamento. E si figuri se non le mandavo un'e-mail delle mie. Baci,
Luigi Castaldi, Napoli
Massima del giorno
La musica è un messaggio che si
crede inviato da Dio ed è invece una lettera anonima.
G.P.
MOLLICHINE
Il presidente della Consob: "Su Parmalat
non potevamo fare di più. Si trattava di una truffa
di dimensioni ultranazionali". Insomma era tanto grande da essere
invisibile.
La Consulta: il lodo Schifani ha un intento"apprezzabile".
Come quel padre che diceva alla figlia: è un bravo
giovane, ma ti vieto di sposarlo.
BasharEl Assad, presidente siriano:"E'
Israele che deve disarmare". Diversamente potrebbe difendersi.
Gli sciiti iracheni di nuovo in piazza
a migliaia per chiedere subito le elezioni politiche. Subito.
Cioè come gliele concedeva Saddam Hussein non appena le
chiedevano.
Secondo i servizi israeliani, Hamas dice
sì alle donne kamikaze solo se disonorate. Tanto, sono
da buttare.
Sfrattata l'ambasciata d'Israele in Svezia.
Mette "a rischio la sicurezza degli inquilini". Insomma:
Vai al diavolo, potrebbero sbagliare e colpire me.
Parmalat. Sono più di 25 mila le
denunce dei risparmiatori alla procura di Milano. Oltre
ai soldi dell'investimento, perderanno quelli delle denunce.
Ruini: "Riforme mai a scapito dell'unità
nazionale". Ricordiamo male o qualche papa non voleva che
ne facesse parte Roma?
Giannipardo@libero.it
SUSCETTIBILI E POLEMICI
In linguistica esiste il concetto di
connotazione. La parola cobalto ha un suo significato ma
suscita echi e pensieri ben diversi in un pittore o in un
malato di cancro. Nello stesso modo Tribunale significa “lavoro”,
per un giudice, e “guai”, per un cittadino qualunque.
Se queste sono connotazioni di valore
generale, ce ne sono di private e personali. Se una moglie
dice che molti avvocati sono disonesti, il marito non accoglierà
l’affermazione in modo identico se il proprio padre è
un medico o, appunto, un avvocato.
La suscettibilità nasce spesso
da una certa “lettura” delle affermazioni altrui in chiave personale.
Nell’esempio della moglie che dice male degli avvocati dobbiamo
distinguere due casi: che effettivamente ella volesse dir male
quanto meno anche del suocero oppure che ella al suocero non avesse
neppure pensato. Dal lato del marito, i due casi speculari da prendere
in considerazione sono: che egli non abbia neppure pensato al proprio
padre o al contrario che egli abbia giudicato quelle parole una sicura
ed evidente allusione.
Suscettibile è colui che si crede
tanto sottile da non lasciarsi mai insultare a man salva da
tutti coloro che lo fanno furbescamente. Lo Zingarelli definisce
il suscettibile “Molto sensibile, facile a risentirsi, a offendersi”.
E se si può essere d’accordo sul risentirsi e l’offendersi,
bisogna invece contestare l’aggettivo “sensibile”. Il suscettibile
infatti non è più sensibile d’un altro: lo sarebbe se
percepisse qualcosa d’esistente, che gli altri non percepiscono,
e invece nel suo caso rasenta la paranoia. Il suscettibile è
proclive a credere esistenti anche intenzioni ed atteggiamenti cui
gli altri non hanno neppure pensato.
Certo, a volte si può rimanere
in dubbio. Ma se non si può essere sicuri dell’intenzione
malevola – ed è la maggior parte dei casi – la persona equilibrata
lascia perdere mentre il suscettibile passa all’attacco:
“È di mio padre, che vuoi parlare? No, sai, perché
mio padre è dieci volte più onesto del tuo, se vuoi
saperlo”. E così si passa alla seconda faccia della medaglia:
l’atteggiamento polemico.
Il suscettibile timido nota le
presunte offese ricevute ma non reagisce e si limita a pensare
che il mondo intero è cattivo con lui. Non dà a vedere
ciò che pensa e sente ma, poiché lo pensa e lo sente,
il fiele gli si accumula dentro inacidendone il carattere e rendendo
più amara la sua vita.
Il suscettibile aggressivo
invece non lascia passare nulla e reagisce immediatamente.
La moglie distratta dice al marito: “Ci pensi tu ad avvertire
il portinaio per la posta? Tu hai una buona memoria, per queste
cose”. E il marito risponde: “Intendi che io ricordo solo le sciocchezze
triviali mentre tu hai memoria per i dati culturali?” Questo è
il classico comportamento del suscettibile aggressivo. La moglie
intendeva dire soltanto che ella rischiava di dimenticare la piccola
incombenza, non che il marito fosse
un ignorante. Ma il suscettibile aggressivo non si limita ad ipotizzare
il peggio: addirittura ne è sicuro e reagisce innestando una
polemica. Infatti se la moglie fosse di malumore, pur non avendo prima
pensato a ferirlo, ora potrebbe replicare: “Per caso vuoi dirmi che
con il tuo diploma di ragioniere hai studiato quanto me, che sono laureata
in lettere?” È già nata una lite che potrebbe, seguita
da decine e decine di episodi analoghi, prima creare una patina di ruggine,
poi, a poco a poco, anche un’insofferenza reciproca. Molte amicizie,
molti matrimoni sono naufragati sugli scogli della suscettibilità.
Non sarebbe male se tutti utilizzassero,
anche nei rapporti quotidiani, il principio in dubio pro
reo. Ognuno deve dirsi: “Può darsi che abbia voluto
attaccarmi o può darsi che egli non ci abbia neppure pensato.
Nel dubbio non mi offendo”. Meglio non reagire ad un insulto e conservare
amore e amicizia che reagire ad insulti immaginari e giocarsi
le persone care.
Giannipardo@libero.it, 22 gennaio
2004
Le Riforme, Bossi e mio papà Bettino
“Considero
un gesto di grande sensibilità l'invito rivoltomi dal
direttore... di scrivere un articolo per "la Padania" in occasione
del quarto anniversario della morte di mio padre.
Quell'invito, e questo articolo,
rompono il ghiaccio di una lunga incomprensione tra la Lega
e i craxiani, un ghiaccio protrattosi più a lungo di
quanto le effettive distanze tra i due partiti non meritassero.” Articolo di Stefania Craxi per La Padania, qui
per il testo completo dell’articolo.
L’APPRODATO
Riscriviamola questa storia.
È il marzo del 1998. A Palazzo Chigi siede Romano
Prodi. A Collecchio di Parma siede invece Calisto Tanzi.
I due si conoscono da tempo. Hanno in comune un'amicizia di vecchia
data: Ciriaco De Mita, il leader della sinistra dc, protettore
politico d'entrambi. Ma i due si incontravano anche nel ‘93
quando Prodi era presidente dell'Iri e vendette la Cirio alla
sconosciuta finanziaria Fisvi, il cui 20% è di Tanzi.
In quel marzo del '98. L'Unione
Europea sta per chiudere definitivamente il capitolo
degli aiuti di Stato, a via XX settembre c'è un altro
democristiano di sinistra, Michele Pinto, a «sorvegliare»
il ministero delle Politiche Agricole. Il governo decide di fare
presto e a tempo di record viene varato un provvedimento:
«Disposizioni in materia di contenimento dei costi di
produzione e per il rafforzamento strutturale delle imprese
agricole», Il Sole 24 Ore, lo chiama decreto tagliacosti.
Non bisogna illudersi. Taglia i costi per le aziende, ma aumenta
quelli a carico delle casse dello Stato.
In altre parole, in barba a
quanto stabilito dall'Unione Europea (la cui commissione,
ironia della sorte, Prodi andrà a presiedere), si tratta
di un aiuto di stato bello e buono. Un regalino tout court.
Il governo dell'epoca, color Ulivo, disse che il provvedimento
serviva a ridare competitività alla filiera alimentare attraverso
una razionalizzazione della gestione aziendale. Il presupposto
era che i progetti fossero multiregionali, dovevano interessare
più aree del Paese.
Si tratta di una torta
di 200 miliardi di vecchie lire. Vengono presentati 250
progetti, 62 superano l'esame, ma soltanto otto vengono ammessi
al finanziamento. I primi sei in classifica sono consorzi: Oliveti
d'Italia, Moc-Olimer, Consorzio interregionale produzioni agricole
biologiche, Conapi, Conav e Consorzio per la tutela del formaggio
Grana Padano. Ma a beccarsi la fetta più grossa sono il penultimo
e l'ultimo in classifica. Rispettivamente Parmalat spa e Citterio
spa. Solo gli ultimi due incassano l’80% del finanziamento disponibile.
Inutile dire che a Tanzi va la quota maggiore di fondi: ben 68 miliardi
e 450 milioni.
Le proteste degli esclusi intasano
l’aria. La stampa non allineata con il Governo (ad esempio
IL TEMPO di Roma) ne parla.
Prodi va via, anzi viene mandato
a casa, e al ministero delle Politiche Agricole arriva
un suo fedelissimo, Paolo De Castro che poi diventerà
presidente dell'istituto di ricerca fondato dal professore bolognese,
Nomisma, del quale Tanzi diventerà socio (è a
tutt'oggi ancora nel board). De Castro non cede è ovviamente,
conferma la scelte fatte prima di lui.
Non ci stanno quelli del Tavernello,
i produttori del vino da tavola che fanno ricorso. Comincia
una lunga battaglia legale a colpi di carta bollata. Va
via anche De Castro e arriva un verde, Alfonso Pecoraro Scanio
al ministero. Tutti passano, ma non Tanzi. Che alla fine incassa
quei 68 miliardi. Amen.
Ad majora!
Sul Domenicale (anno
III, n.3, pp.12, € 1,00), una splendida recensione
di "Lontano da Gerusalemme. Cronache ebraiche contemporanee"
(G. Busi, Einaudi, pp.190, Torino 2003, € 9,80), a
firma di Giulio Meotti (Arezzo 1980, p.d.d.):
"Cronache
ebraiche contemporanee, cronache di libri soprattutto,
perchè la mikra, la riunione testaule, la 'patria
scritta' di Heine, per molti è la vera casa del
giudaismo, e l'ebraico, lingua ontogena, dispiega l'essere nei
luoghi...".
Poi, semmai, verrà
il giorno che ci snobberà, ma il Meotti è
passato da questo blog: "Capperi!" è fiero di lui.
Ad majora!
SBANCALAT
Strano, a quanto
scrivono i giornali, nei giorni scorsi il cavalier
Calisto Tanzi ha tirato in ballo Cesare Geronzi...
ma il patron di Capitalia
non risulta indagato: nemmeno un avviso
di garanzia!
Il banchiere ha
lasciato intendere che con il buco Parmalat non c’entra
nulla... anzi, lui, Geronzi, sarebbe
un truffato: tutta colpa di un clan di banditi (Tanzi, Tonna
& ragionieri).
Un poco come ai
tempi del crac Ferruzzi (inciso: anche allora l'inchiesta
la apri' il PM Greco), e i truffatori del caso furono
identificati in Gardini,
Garofano, Sama, Cusani e compagnia di ventura.
Se questa e' la
linea della Procura di Milano, a noi questa linea
non piace. Troppo comodo mettere alla gogna Tanzi &
Tonna, farli diventare i mostri ad uso mediatico, e chiuderla
così questa storia.
Il punto e' ben
diverso.
Il punto e' che
questa di Parmalat non e' la storia di un gruppo di
farabutti che ha fatto il buco; questa e' una colossale
truffa nel quale il sistema bancario, e il sistema dei controlli,
c'e' dentro fino al collo.
Troppo facile
fermarsi solo al cavalier Calisto e alla sua squadra
di “ragionieri” (tutti in galera in attesa di giudizio!).
Bisognerebbe andare a fondo sul ruolo giocato da
banche
(mica c’è solo Geronzi!) e controlllori, accertandone
le responsabilità'.
A margine, lo
sapevate che il presidente dell'Unicredit, Carlo Salvatori
(ex Banca Intesa), e' il nipote (figlio della sorella) del
governatore della Bankitalia
Antonio Fazio?
(cp, 19.01.2004)
"Divorzio" alla palestinese
Cose dell'altro mondo.
La
Repubblica scrive che, secondo il quotidiano
israeliano Haaretz,
l'attacco suicida di cui è stata protagonista una donna,
il 14 dicembre scorso al valico di confine di Erez, nasconde
una storia di corna.
La storia è quella
di una giovane signora di Gaza (nella foto), scoperta
dal marito in flagrante adulterio con un collega di Hamas,
che sarebbe stata costretta ad una morte da martire per
salvare l'onore della famiglia. Insomma, il marito l'ha costretta
a diventare terrorista, l'amante le ha fornito la cintura
esplosiva.
L'attentato e' stato rivendicato
dal leader di Hamas, dai martiri di Al Aqza, il braccio
armato di Arafat mentre il ministro degli esteri di Arafat,
Nabil Shaath, ha giustificato l'attentato durante la visita
in Danimarca.
(cp, 19.01.2004)
Spalare motivazioni
1.
L'Unità, domenica
18: "Caro Marco, in questa tua lettera vi
sono alcuni passaggi che non ci sentiamo di condividere.
Domani cercheremo di dire con chiarezza qual'è il punto
di vista del giornale su un tema considerato così importante
e delicato": domani mi mandano a spalar letame, avrei
pensato, se fossi stato Marco. Errore, perchè il cuore di
Madame è grande come una maison e sull'Unità, lunedì
19: "Ci pare importante - a parte il criterio di
libertà - la presenza di Marco sulle pagine di questo giornale
(...) Sono del parere che Massimo D'Alema non avrebbe dovuto trasformare
le sue chiare e risolute risposte pubblicate su questo giornale
in querela (...) Un politico sa che intorno al suo operato - per quanto
limpido - si formano scorie che richiedono, a volte rinunciando allo
sfogo e all'esasperazione, di essere spalate via". Marco è
salvo, s'è trovato chi mandare a spalare.
2.
"Devo riferirmi
ai cinque anni che ho trascorso alla Camera come
deputato Ds. (...) Ero e sono orgoglioso di quella esperienza
perché sapevo - e ne sono tuttora persuaso - di avere
servito un' Italia pulita, incomparabilmente migliore di quella
in cui stiamo vivendo. Eravamo vicini, coinvolti ogni giorno
nella rete di lavoro e informazioni personali, tra deputati,
commissioni e governo. Sarebbe stato impossibile non sapere di
trame e intrighi e disonestà nascoste" così Furio
Colombo, il testimone. Che poi rovina tutto: "Tra l'altro
mi sembra che manchino quelle che, in un processo, si chiamano le
motivazioni".
(L.C., 19.I.2004)
21 tonnellate
La storia è
un arzigogolo specioso: chi ha scritto la sceneggiatura
pensava di cavarsela alla Sofocle, con cinque o sei dignitossime
soggettive, straziate e confligenti, inevitabilmente
destinate alla lisi. Patapunfete: caduti dai coturni, con
la caviglia gonfia, i personaggi sono da fumetto di Lanciostory,
però ritratti con pessima china, una fotografia bella
sporca, da titillar tutte le nausee. Poi c'è la faccia
di Sean Pean, appena appena un po' più digeribile da
quando è stato in Iraq e gli è passata la scrofola
da radical, ma irreparabilmente incapsulata nelle uniche due
espressioni di cui è capace, quella del paranoico antipaticuccio
e quella dello sfigato simpaticuccio. Questo criceto nevrastenico
del cinema d'oltroceano ha il cuore in panne, gli serve il trapiantuccio.
Segue, come da manuale, la nota crisi bipolare. S'alternarno
sul grande schermo (e noi ce le sorbiamo): l'enfatica e generosa
(pure troppo) pulsione dello sdebitarsi verso il donatore, pardon,
la vedova; i relativi pasticci che ne seguono, però addomesticati
da un montaggio che li ingentilisce in moti men bestiali. Eccole,
21 tonnellate sulla uàllera, ahi!
(L.C., 19.I.2004)
Scalfari, la farfalla
E'
accaduto molte volte che, nel dipingere una Crocefissione,
il volto dei ladroni a lato di Cristo traesse ispirazione
da ceffi d'osteria o di gattabuia. In qualche caso, lampante
per puntualissimi riscontri documentali, risulta che
l'artista abbia ritratto se stesso, per il volto di Cristo.
Ben oltre la personale lettura di Matteo o Giovanni, il
dipinto diventava allora un manifesto: in esso, le strategie
psicologiche e politiche dell'artista. Qualcosa del genere
è parimenti riscontrabile in un filone della retorica,
quello della oratio funebris: nella filigrana del sudario
s'intravvede l'ordito del becchino; si tesse un elogio del
morto, tessendolo a se stessi.
"Alcuni
amici, estimatori o avversari che fossero, l'hanno
descritto come un socialista democratico, altri come
un liberalsocialista, altri ancora come un liberale
senza aggettivi e infine c'è che si è peritato
di definirlo un 'compagno di strada' del Pci, sia pure dotato
di notevole indipendenza di giudizio. Ma tutti convengono su
due tratti distintivi della sua personalità e della sua
biografia di intellettuale politico: fu l'uomo che assunse
il dubbio come valore preminente..." scrive Eugenio
Scalfari di Norberto Bobbio ("L'Espresso", n.3, 2004). Ma
in questa prosa c'è torsione, e tensione, come per un pudore
di proposta autobiografica.
"Il
ventaglio delle interpretazioni sul pensiero di Norberto
Bobbio [ovvio che, qui, bisogna leggervi un altro
nome] è dunque assai vasto e abbastanza contraddittorio
come sempre avviene per le personalità complesse e
quindi ricche, con la conseguenza che sia in vita che dopo la
morte è sempre stato tirato per la giacchetta con
il dichiarato obiettivo di annetterlo a supporto di qualcuna di
quelle varie correnti e visioni politiche. E tanto più
si ripetevano quei (maldestri) tentativi tanto più lui si
rifiutava, si chiudeva nella sua solitudine operosa, forniva smentite
puntuali a chi, cercando di fissarlo ad una parete come una
farfalla finalmente catturata, restava invece a mani vuote".
E forse è vero. Farfalle come Scalfari fanno impazzire gli
entomologi e la vispa Teresa, perfino i sadici ragazzetti di Guido
Gozzano che alle farfalle strappavano le ali. Qui non si vuol compiere
un simile oltraggio, sporcandoci le mani di quel fragile pulviscolo:
al massimo si vuol restare a bocc'aperta, col naso in aria,
a vederci svolazzare Scalfari sul capo. "Per esempio
la sua credenza del dubbio come valore persistente anche dopo
le scelte che la vita impone di fare...": ecco, vediamo questo
svolazzo. "Penso che il dubbio sia empiricamente un metodo
epistemologico più che un valore; così lo intese Cartesio,
così Kant, per delucidare i percorsi della mente snidando i
fantasmi e i luoghi comuni. Il dubbio si scioglie con l'azione e con
le scelte. Così è avvenuto anche per Bobbio".
Insomma: Cartesio,
Kant, Bobbio, Scalfari... stesso caldo stabulario
di sfarfallamento. "Questo ho trovato nelle sue
pagine (...): ' (...) La democrazia ha vinto la sfida del
comunismo, ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone
ad affrontare gli stessi problemi dai quali era nata la sfida
comunista? Ora che i barbari non ci sono più - dice il poeta
- che cosa sarà di noi senza i barbari?".
Questo è
il lascito di Bobbio. Di qui riprende il nostro cammino".
Ma è chiaro che s'intende dire "il nostro svolazzare".
(Luigi
Castaldi, 18.I.2004)
Figlio di ....
Dopo
"Letizia" ci va la virgola, non i due punti. Vai a
studiare, figlio di girotondini! (L.C., 18.01.2004)
FATEGLIELO SAPERE
Dal Corriere della Sera ( qui
per il testo integrale dell'articolo):
"vasca rettangolare riempita di liquido
rosso, su cui galleggia una barca con il ritratto di Hanadi
Jaradat, autrice dell'attentato suicida che nell'ottobre
scorso ha ucciso 22 israeliani a Haifa."
Male ha fatto
il governo svedese ad inserire questa esaltazione
dei kamikaze palestinesi all'interno degli spazi dedicati
alla "Conferenza
contro sul genocidio" che si dovrebbe tenere a
fine mese a Stoccolma.
Tutta la
nostra solidarietà a Zvi Mazel, ambasciatore israeliano
in Svezia, che s'è ribellato a questa intollerabile
provocazione.
Vi chiediamo di mandare una e-mail
di protesta all'ambasciata svedese in Italia. Questo
l'indirizzo di posta elettronica dell'ambasciata svedese
in Italia: ambassaden.rom@foreign.ministry.se
(cp, 18.01.2004)
Massima del giorno
Quando
vince la nazionale diciamo "abbiamo vinto". Perché,
quando perde Mussolini, non dovremmo dire "abbiamo
perso"?
G.P.
MOLLICHINE
Il P.G. della Cassazione: resta
impunito l‚80% dei reati. L'unico vero pericolo, per
tutti, rimane la multa per divieto di sosta.
I sindacati si dividono sulla
riforma proposta dal governo: c'è chi è interamente
contro e c'è chi è del tutto contro.
Sharon lancia un avvertimento:
<<Applicheremo misure unilaterali per la sicurezza
di Israele>>. Fino ad ora con chi le aveva concordate?
7 iracheni uccisi dagli americani
mentre rubavano petrolio. Lo dicevamo noi che la guerra
era il per petrolio.
Presa la mente dell'attentato
a Musharraf, Sayed Yasin. Non s'è trovata nessuna
società disposta ad assicurarlo sulla vita.
Un giudice ha assolto
quel tale Ricca che ha gridato <<buffone>>
a Berlusconi. Buffone è del resto un mestiere onorato.
Come quello di giudice.
Il referendum abrogativo sul
lodo Schifani è ormai di fatto superato. Ma Di Pietro
insiste: <<Potrebbe essere ancora necessario>>.
A lui personalmente.
Batoli, di Banca Intesa, su
Parmalat: <<Non ci risultava che ci fosse del
marcio>>. O è che ci marciavano?
Il medico-killer Harold Shipman
s'è ucciso impiccandosi nel carcere inglese di Wakefield:
scontava l'ergastolo per aver eliminato dozzine di persone.
Viva la muerte!
Tremonti critica Bankitalia
e Consob: <<controlli insufficienti>>.
Calunnia. Sufficienti ad arrivare al risultato.
Tremonti ha dato ai parlamentari
il carteggio con Fazio sui casi Cirio e Parmalat. Il
colmo della perversione: provare le proprie accuse.
Giannipardo@libero.it
"Cos'è
il 740...?"
MILANO: modulo delle tasse.
ROMA: la Volvo. NAPOLI: le otto meno venti. PALERMO: e
che razza di calibro è... non e' che vi confondete con
la 7.65?
G.P.
La Apple e l'Istituto Gramsci
Dagli archivi della Apple, ogni tanto, spunta
un inedito dei Beatles. Di solito, ormai da anni, l'inedito
non toglie e non aggiunge nulla a quanto già sappiamo
del leggendario quartetto. Ma è comprensibile che gli
studiosi di filologia musicale ritengano merce ghiotta una versione
di "Let it be" mai stampata su vinile e che i fan considerino
indispensabile quell'inedito per il loro personale mausoleo domestico.
Accade la stessa cosa, ormai da anni, con gli archivi del Pci.
Stavolta è un inedito di Togliatti, il leader storico del
gruppo. Si tratta di una lettera in forma di appunto indirizzata
a Luigi Longo e datata 11 febbraio 1953: è stata pubblicata
dal Corriere del Mezzogiorno il 9 gennaio di quest'anno. Anche
qui, sembrerebbe, niente di nuovo: Togliatti rimane Togliatti,
almeno agli occhi di chi ne ha letto una mezza dozzina di biografie.
Il Migliore, qui, coi soliti suoi modi ruvidissimi, si raccomanda
presso Longo di attenuare l'enfasi delle celebrazioni per
il suo 60° compleanno, perché è venuto a conoscenza
di iniziative che gli appaiono eccessive (busto, targa commemorativa,
numero speciale di Rinascita, ecc.). Apparentemente potrebbe esserci
materia per imbastire un dibattito su un Togliatti anticipatore
delle picconate krusceviane alla odiosa consuetudine del "culto della
persona", ubiquitario a tutte le latitudini e longitudini comuniste,
da Stalin a Fidel Castro, dalla Romania d'un tempo alla Corea
del Nord di oggi. Intento affascinante, tant'è che lo storico
Beppe Vacca, esimio presidente dell'Istituto Gramsci, titola la
presentazione a questo testo togliattiano: "Al migliore non piaceva
il culto della personalità". Basta, però, leggere
qualche passo della lettera di Togliatti per doversi ricredere: "Come
indirizzo generale, insisto nel consigliare la sobrietà e
moderazione soprattutto in manifestazioni che escono dal corrente
costume politico del paese. Non siamo ancora al potere e questo costume,
purtroppo, lo dobbiamo ancora subire, se vogliamo evitare danni
evidenti (prestarsi alla caricatura, alla presa in giro davanti all'opinione
pubblica, nella quale tutto il sudiciume a rotocalco è pronto
a gettarsi sopra di noi)". Mi sono permesso di mettere in grassetto
"ancora" e "purtroppo", perché appaia evidente che tutta
questa materia di un eventuale dibattito revisore evapori, restituendoci
il Togliatti di sempre: quello che di fronte al "corrente costume
politico del paese" non sa che rassegnarsi in un "purtroppo"; e
che di fronte all'eventualità di fanatiche celebrazioni intorno
alla sua adorata persona consiglia, guardingo, un "non ancora".
Però, per Beppe Vacca, la lettera mostrerebbe che "il fastidio
di Togliatti per il culto della persona era sincero". Per ribadire
che "al migliore non piaceva il culto della personalità"
cita nella sua presentazione un'altra lettera, del 20 novembre 1954,
in cui Togliatti si dice contrario a intitolare una scuola col suo
nome. Dalla lettera: "Non si dà il nome di un vivo a un'organizzazione
qualsiasi se non per augurargli di morire". Che sembrerebbe più
una propensione alla scaramanzia che una picconata al "culto della persona".
Anche per questo sorge
spontanea la curiosità di chiedersi da quali finalità
sia mossa l'operazione. Se per la Apple è facile intuire
che un inedito possa essere il traino commerciale per l'ennesimo
sottoprodotto antologico, la cosa è veramente complicata
da spiegarsi con gli archivi del Pci. Passi la pubblicazione
delle lettere di Antonio Tatò ("Caro Berlinguer", Einaudi,
2003), un testo che ci ha illuminato, quasi violentemente, sulle
radici culturali, politiche e insieme psicologiche della così
detta "differenza" berlingueriana nell'Italia degli anni '70.
Ma quali novità aspettarsi ancora da Palmiro Togliatti?
Sopra tutto: perchè non aprire definitivamente gli archivi
del Pci, piuttosto che andare avanti con uno stillicidio di inediti?
Sarebbe almeno il modo di far capire che c'è una bella differenza
con la Apple.
(Luigi Castaldi)
MOTU PROPRIO
Immaginate di chiamarvi
Francesco Moranino, d'essere un partigiano comunista,
di aver trucidato decine di persone e di essere stato condannato
all'ergastolo per questo. Immaginate che, nel frattempo,
il Pci v'abbia candidato al Parlamento e che voi siate stati
eletti deputato. Immaginate che vi facciano fare addirittura
il sottosegretario alla Difesa. Poi fate un altro sforzo,
immaginando di godervi l'immunità parlamentare concessavi
a piene mani dalla Camera e di non fare neanche un giorno di
galera, fintantoché un Presidente della Repubblica vi conceda
"motu proprio" la grazia, senza che voi nemmeno l'abbiate chiesta,
e di godervi così un'altra decina d'anni a Montecitorio,
mentre mezz'Italia vi considera un eroe. Bello, eh? Ma toglietevelo
dalla testa, siamo nel 2004.
(L.C., 16.I.2004)
E' sicuro
che Pannella accetti?
Sulla prerogativa che la Costituzione assegna
al Presidente della Repubblica di nominare alcuni senatori
a vita non mi risulta che vigano regole restrittive in
relazione al loro numero, cosa che invece è chiaramente
stabilito per i plena dei cinque giudici costituzionali e degli
otto componenti del consiglio nazionale dell'economia e del lavoro.
Insomma, non è la morte di Norberto Bobbio a costringere
ora il presidente Carlo Azeglio Ciampi a dover colmare un plenum
di senatori a vita. Già prima, dunque, egli avrebbe potuto
nominare senatore a vita Marco Pannella, se avesse voluto. Come
per la prerogativa di concessione della grazia, anch'essa non
soggetta a restrizioni quantitative, anche per la nomina dei senatori
a vita il Capo dello Stato "può e, se vuole, deve". Finora
non ha pensato di dovere, perchè, pur potendo, evidentemente
non ha voluto. Perchè dovrebbe volere ora? E sopra tutto:
potrebbe mai Marco Pannella, cultore quasi maniacale della forma e
della sostanza del Diritto, accettare quella nomina, ben sapendo che
nasce condizionata, in questo caso da voci del mondo civile, come la
fin qui mancata concessione della grazia ad Adriano Sofri è
condizionata da Castelli e Gifuni? Se quella che in Pannella è
sempre stata considerata testardaggine è invece coerenza,
non penso.
(L.C.,16.I.2004)
EFFEBIAI
Se da alcuni giorni
al vostro indirizzo di posta eletronica arrivano
quotidianamente 4 o 5 di questi messaggi:
“Ladies
and Gentlemen,
Downloading of
Movies, MP3s and Software is illegal and punishable
by law.
We hereby inform
you that your computer was scanned under the IP 61.71.109.7.
The contents of
your computer were confiscated as an evidence, and
you will be indicated.
In the next days,
you'll get the charge in writing.
In the Reference
code: #21910, are all files, that we found on your
computer.
The sender address
of this mail was masked, to fend off mail bombs.
- You get more
detailed information by the Federal Bureau of Investigation
-FBI-
- Department for
"Illegal Internet Downloads", Room 7350
- 935 Pennsylvania
Avenue . Washington, DC 20535, USA - (202) 324-3000”
Non vi preoccupate,
non inquietatevi nel timore di essere nel mirino
dell'FBI, soprattutto NON APRITE L'ALLEGATO che
non contiene la documentazione descritta dal messaggio,
ma contiene il virus vero e proprio.
Dunque, l'FBI
non c'entra. Nulla di quello che è scritto nel
messaggio è vero. E' semplicemente un messaggio
ingannevole usato da un virus, denominato I-Worm.Sober.c,
per diffondersi. La documentazione del virus è
disponibile qui.
(cp, 15.01.2004)
Hanno ammazzato Mino Pecorelli, per la
seconda volta
Vorrei lasciare
alle pagine di questo blog il mio sdegno per l'accostamento,
recentemente azzardato da Peppino Caldarola, tra
la buon'anima di Mino Pecorelli e quella così così
di Marco Travaglio. M'indigno, perchè il primo era una grande
penna, il secondo non mi risulta. Il mio sdegno, in verità,
non è neppure esente da un vivo sconcerto, perchè
sono sicuro che l'Urbe e l'Orbe del centrosinistra sarebbero
in fermento, se fosse stato, chessò, un Cesare Previti
ad azzardare questo accostamento: si griderebbe, ora, alla
minaccia bieca e sbieca, all'allusione gradiva d'intimidazione.
Così non è, nessuno osa, e lo sconcerto mi vira in
meraviglia per tanto tacere dei soliti dietrologi da salone
di coiffeur.
Ma questo
è lo sconcerto, il punto è un altro: m'indigna
che si accosti un maestro dell'ellissi, come Pecorelli,
ad un Travaglio, specialista in tangenti.
Le insinuazioni
del grande Pecorelli erano poetiche, fin al punto
da far credere, talvolta, che non avessero altro scopo
che la poesia, se intesa etimologicamente.
Sia consentito
un breve esempio, da "Op", 13 febbraio 1979: "Festa
grande a Cap d'Antibes il 27 dicembre. Il costruttore
milanese [nda: Silvio Berlusconi], creato cavaliere
del lavoro nell'ultima infornata di Leone Giovanni, ha invitato
nel suo yacht il fior fiore della stampa lombarda, rappresentata
nientemeno che da Nutrizio, Di Bella e Montanelli. Tra caviale,
sorrisi e champagne, si sarebbe parlato della presidenza della
Cariplo...".
C'è
bisogno di commento? No, è una scrittura che
bea. Quasi si sente, in questa prosa, la salsedine
del mare, il tintinnìo delle coppe, il dolce scoppiettare
delle palline di caviale tra lingua e palato; quasi
par di vederlo, il Montanelli, brindare alla buona sorte
della Cariplo; quasi par d'aver davanti agli occhi le basette
che il Cavaliere portava a quei tempi. E poi: l'impalpabile
arguzia di quel "Leone Giovanni", di quel "fior fiore", di quel
"nientemeno"... No, ogni commento è superfluo: grande,
grandissima penna, il Mino Pecorelli.
Di contro,
si prenda un qualsivoglia brano di Marco Travaglio
e si tenti una comparazione: non reggerà. Calambours
da cabaret di subburbia, doppi sensi da sceneggiatura
di B-movie, Platinette barbute, Case delle libertà provvisorie
ed altre stracche amenità, sempre le stesse: insomma,
il solito sgabuzzino polveroso della letteratura da strapaese.
Neanche si sfiora il registro alto della prosa pecorelliana,
di cui vorrei citare qui un altro breve passo (dalla Lettera
aperta a Giulio Andreotti, "Op", 20 gennaio 1975), invitando
a confrontarlo con qualsivoglia brano in cui Marco Travaglio
tenti analogo canone, quello del cittadino umiliato e offeso.
"Quando il
vero e il falso non potranno più essere distinti,
se vorremo ancora avere a disposizione un sistema
qualsiasi, norma qualsiasi di coesistenza, una logica
istituita, uno Stato insomma, per mettere un po' d'ordine
potremo solo pregare che Lei ce lo faccia. E noi sotto a bruciare
incenso e chiedere pietà". Con le "Bananas" dell'Unità
è la stessa differenza che corre tra Vissani e Suor Germana.
Ecco, è
in ciò che sono sdegnato per la sortita di Peppino
Caldarola, aggiungendovi una preoccupazione: se ora
a Marco Travaglio dovesse venire un raffreddore, tutto
il tribunale di Perugia andrebbe in agitazione.
(Luigi
Castaldi, 15.I.2004)
…MA NON CHIAMATELA PACE
Ci era proprio sfuggita la bellissima
intervista ad Emma Bonino su “Oggi” n.1 del 1° gennaio
2004 (articolo non online - special thanks to Mauro Suttora).
Tre perle:
1) Sulle armi di Saddam, trovate
e non:
«Certamente le armi chimiche
e battereologiche Saddam le aveva, perché le ha usate,
per esempio, contro i curdi. E non trovo, nella storia di
questo dittatore sanguinario, una sola ragione per cui dovrebbe
essersene liberato, lui che aveva questo disegno politico di
diventare il grande leader del mondo arabo. Diverso è il
discorso delle armi nucleari, che necessitano di infrastrutture
visibili e probabilmente non ci sono. Forse, sull’argomento,
qualcosa verrà fuori dagli interrogatori. Ma io continuo
a ritenere che la più grande arma di distruzione di massa fosse
Saddam stesso, rispetto al suo popolo».
2) Sulle accuse di “trattamento
disumano” del prigioniero mosse dal cardinale Martino
(e sottoscritte da Barbara
Spinelli ):
«Ma per favore... Certo,
ognuno ha la sua sensibilità. Io trovo che l’abbiano
fatto vedere esattamente come l’hanno trovato. Se lo avessero
mostrato ripulito e tirato a lucido, i dietrologi si sarebbero
inventati chissà quali altri scenari. Devo dire che questi
poveri americani, che pure di errori ne commettono parecchi, qualunque
cosa facciano non ne va mai bene una...»
3) In definitiva, su
questa guerra e sui suoi esiti:
«Io continuo a ritenere
che, come è successo per la Liberia e per il suo
sanguinario presidente Charles Taylor, era possibile arrivare
a un isolamento politico, anche arabo, di Saddam. Rendendo evidente,
a lui e a quelli vicini a lui, come fosse più interessante
negoziare un esilio forzato, piuttosto che finire così.
Ma non si è voluto percorrere questa strada. Anche i movimenti
pacifisti non sono stati di aiuto: una cosa è scendere in piazza
a milioni al grido di "Iraq libero!", un’altra è andarci con
striscioni che dicono "Bush uguale Saddam". Un amico iracheno mi
ha detto: "Voi avete la libertà di sfilare per le strade,
fate bene a farlo. Ma poiché quella che voi chiamate pace sono
state le nostre fosse comuni, le nostre torture, il nostro inferno,
allora fatemi un favore, continuate a sfilare, ma non chiamatela
pace". Ecco, vede, è sempre un po’ complicato parlare
di guerra e di pace. Diciamo che oggi, intanto, nel mondo c’è
un dittatore in meno, e per un Paese di venti milioni di abitanti non
è davvero poco. E diciamo anche che in Iraq hanno ricominciato
a usare una parola, dimenticata da tempo, che si chiama speranza.
Non è tutto, ma non mi pare poco».
No, non
è poco.
(ale tap., 14.01.04)
Facce di
bronzo
1.
Avrei una "critica politica"
da muovere ad Oscar Luigi Scalfaro per il suo intervento
alla Convention dei Girotondi, ma non sono del tutto sicuro
che poi, per me, uno che non è di sinistra e che non ha
parenti in magistratura, il gip proponga l'archiviazione. Mi
limiterei alla satira innocente: "Gargamella!"
2.
"Davanti al nemico, se vince,
nemmeno i morti saranno al sicuro" scriveva Walter
Benjamin, e il nemico era il nazismo. Ora, meditando su questa
frase, Antonio Tabucchi scrive: "I morti dell'11 settembre non
mi sembrano per niente al riparo da George W. Bush. Con una incredibile
rapidità, come se non avesse aspettato che questo,
se ne è impadronito per fare altri morti". Non fatevi
sviare dal parallelo Hitler-Bush, dall'insinuazione dietrologica
di quel "come se non avesse aspettato che questo", da quella
licenza poetica del "se ne è impadronito per fare altri
morti". Cogliete il respiro intero della frase, tipicamente benjaminiana:
questo è "Über Haschisch".
(L.C., 12.I.2004)
"Dignità e diritti della persona
con handicap mentale"
L'8 gennaio un simposio
internazionale sul tema "Dignità e diritti della persona
con handicap mentale", a cura della Congregazione per la
Dottrina della Fede, è stato onorato da un messaggio personale
del Papa. Vi si legge, tra l'altro: "Il presupposto per
l'educazione affettivo-sessuale della persona handicappata
sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto
per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch'essa ha bisogno
di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza,
di intimità". Sul fatto che la parola del Pontefice
riguardi qualsiasi forma di handicap, incluso quello mentale,
non v'è alcun margine di dubbio: per Karol Wojtyla, amare
ed essere amati sono condizioni che addirittura "riescono spesso
a riequilibrare il soggetto con handicap mentale". E come non
essere d'accordo? Come è immaginabile che il bisogno di amare
e di essere amato possa essere negato a chicchessia?
Tuttavia, le parole scritte
dal Papa in questa occasione sollevano più d'una
perplessità in ordine ad una materia, quella sessuale,
solitamente spinosa, quando affrontata a partire dagli insegnamenti
della Chiesa di Roma. Quello che, in linea di massima, saremmo
disposti a sottoscrivere ci interroga su più punti,
se essi debbono proprio essere illuminati dalla Dottrina della
Fede.
A meno che, oggi, Sua Santità
non voglia dare una particolare dispensa al pesante
fardello di ingiunzioni e di divieti in campo sessuale
che il Cattolicesimo solitamente carica sulla groppa del
suo gregge, e, per di più, farlo per i portatori di
handicap mentale, il messaggio sollecita molte domande dall'ardua
risposta.
Per "educazione affettivo-sessuale della persona con handicap mentale"
è da intendersi ciò che comunemente porta il soggetto
all'unione sessuale, al coito? La Chiesa ha riconosciuto
che essere omosessuali può essere naturale ed inevitabile;
maternamente li perdona e li accoglie nel proprio seno, a patto
che essi si astengano per sempre dal sesso. Il Papa ci invita a
considerare naturale che il "bisogno di tenerezza, di vicinanza,
di intimità" escluda il rapporto sessuale completo o
che esso possa risolversi in sublimazione, anche per i portatori
d'handicap mentale?
Se pare difficile che tale teoria possa soddisfare
un omosessuale, ancorchè cattolico, ancor meno è
credibile che possa essere facilmente accettata da chi
include tra i suoi deficit mentali una difficoltà a gestire
inibizioni di tipo complesso (morale, religione, ecc.). E'
più facile credere il contrario, piuttosto. E dunque appare
davvero singolare che Karol Wojtyla voglia concedere al portatore
d'handicap mentale un diritto che porta spesso il soggetto ne
è indenne a ciò che poi il Cattolicesimo considera
"peccato".
Quando, in un altro punto
del messaggio, il Papa afferma che "il mondo
dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani",
non si può che essere d'accordo, anche senza godere
del dono della fede: è quello che le tecniche di fecondazione
assistita, ad esempio, cercherebbero di assicurare agli
sterili, se poi Santa Romana Chiesa non vi si opponesse. Anche
qui, in materia di diritto "affettivo-sessuale" (per
dirla alla Wojtyla), pur immaginando che anche per i portatori
d'handicap mentale debba vigere il divieto di rapporti sessuali
extra matrimoniali, il Papa intende dire che un affetto
da autismo o da idiozia amaurotica o da psicosi abbia il
diritto a rapporti sessuali? Si introdurrebbe, per così
dire induttivamente, un diritto al matrimonio (il diritto al
coito lo renderebbe dovere) che è negato agli omosessuali.
Insomma, i malati di mente avrebbero diritto al sesso, al matrimonio,
alla riproduzione e all'allevamento della prole, che sterili
e omosessuali non vedono riconosciuti?
Oppure: s'intende formulare
una deroga al divieto di quella contraccezione (pillola,
spirale, profilattico), cui la Chiesa si ostina ad essere contraria,
se non per le suore missionarie in terra d'Africa? Si può
ragionevolmente credere, altrimenti, che tutti i tipi di portatori
di handicap mentale (regolarmente coniugati, ovviamente)
abbiano sì il diritto a rapporti sessuali, ma che, per
evitare gravidanze, siano invitati a usare il metodo Billing, approvato
dalla Santa Sede? Nel caso di malattie psicomotorie può risultare
assai arduo usare correttamente un termometro per la temperatura
basale.
Se non è così,
saprà una coppia di catatonici allevare figli?
Ci penseranno adeguati orfanotrofi gestiti da istituti religiosi
predisposti allo scopo? Sarà necessario, come sempre,
un finanziamento dello Stato? Sono domande superflue e inopportune,
queste, di fronte alle urgenze etiche della parità
dei diritti? Se sì, per quale motivo queste urgenze sono
sospese per omosessuali e sterili?
Tutte queste domande, sia
chiaro, sorgono con cautela e rispetto, quasi con
il timore di poter apparire odiosamente provocatorie. La stessa
parola di Kalor Wojtyla sembrerebbe ammonirci a non sollevare
dubbi in proposito: "Senza dubbio le persone disabili
(...) sono una espressione del dramma del dolore e, in questo nostro
mondo, assetato di edonismo e ammaliato dalla bellezza effimera
e fallace, le loro difficoltà sono spesso percepite come
uno scandalo e una provocazione e i loro problemi come un fardello
da rimuovere o da risolvere sbrigativamente". Ma, in questo
caso, l'unica cosa che appare sbrigativa è il modo con cui
Sua Santità affronta il tema della sessualità dei portatori
d'handicap mentali. La stessa sbrigatività con cui tante
altre volte il Papato si è avvicinato ai temi della scienza,
senza chiarire, senza sostenere, senza risolvere. Pare che anche stavolta
dovremo rinunciare ad argomenti supportati dalla logica, per non
correre il rischio di urtare la suscettibilità dei cattolici
e della loro Guida.
Poscritto. Non sarà
vano fare presente a chi tanti anni fa diceva
"se sbaglio, mi corriggerete", che, quando si parla
della persona portatrice d'handicap e si dice "anch'essa
ha bisogno di amare e di essere amata", sarebbe più
corretto dire "anch'ella". Il pronome "esso, essa"
è solitamente usato per cose ed animali.
(Luigi Castaldi)
Massima del giorno:
Chi insiste
sulla stupidità della televisione ne vede molta
e ne sceglie poca.
G.P.
MOLLICHINE
Riaperta l'inchiesta diretta dal
coroner reale, Michael Burgess, sulla morte della principessa
Diana. Pare che un pilastro del ponte abbia tagliato la
strada alla Mercedes.
Tanzi: "Ho sbagliato, pagherò".
Bisogna dunque cambiare il concetto d'insolvenza!
Tonna ai cronisti: "Auguro a voi
e alle vostre famiglie una morte lenta e dolorosa". Finalmente
una variazione non banale degli auguri per l'Anno Nuovo.
Bremer ha annunciato un‚amnistia
per centinaia di prigionieri irakeni. Molti detenuti italiani
cominciano a sognare di un'invasione americana.
Caccia ad un uomo di Al Qaida,
in Francia. Pare si chiami Abdulaye, non Villepin. O.K.,
stiamo esagerando.
I commissari Ue nella polemica
sull‚antisemitismo: "Il seminario non potrà svolgersi
se le organizzazioni ebraiche non cambieranno atteggiamento".
Assumendo quello giusto. Quello di chi sopporta in silenzio.I
talebani si sono scusati per la strage di martedì a Kandahar
(16 morti di cui 8 bambini). Oh, pardon!
Dal Corriere, Fassino: "Fazio
può sbagliare, come tutti, ma sul crac [Parmalat] è
fra i meno colpevoli". Ma che dice! È perfettamente
innocente. Come tutti.
Serra (Repubblica), scontento
dell‚apparizione di un vaccino contro la varicella, vagheggia
il tempo in cui si trascorrevano degenze riposanti, circondanti
dall‚affetto della famiglia. Noi vagheggiamo il tempo (età
dell'oro?) in cui non c'erano cretini.
"Pera chi?" Così un certo
Fazio ha commentato un intervento del Presidente del Senato.
Prodi è stato placato da
una lettera e riparte il seminario sull'antisemitismo.
Un angelo ha trattenuto il braccio di Abramo.
Abu Ala contro la fence: "E' una
politica da apartheid". Bella invece la togetherness, quando
serve a far saltare in aria tutti.
Lo sceicco Yassin (Hamas): "Accetteremmo
una pace temporanea con Israele dopo la creazione di uno
Stato palestinese". Dopo, temporanea.
Maroni: "Sulle pensioni l'accordo
[con i sindacati] non è possibile". Cane che morde
uomo.
Prodi ha tenuto tutti sulla corda,
per mesi, "mi candido, non mi candido". Come certe donne
frigide che godono nel farsi solo corteggiare.
Il Pentagono ha dichiarato ufficialmente
Saddam Hussein P.O.W. ("Prisoner of war"). Grande progresso.
Prima era S.O.B. ("Son of a Bitch").
Washington
abbasserà il livello di allarme terrorismo da arancione
a giallo. Col tempo, anche gli ematomi fanno lo stesso.
La Turchia ha abolito la pena
di morte anche in tempo di guerra. Come tutti i paesi,
pensa che in quel caso c'è sempre tempo per reintrodurla.
Gheddafi (Washington Post) avrebbe
confidato a Berlusconi di "essere disponibile a cedere
alle condizioni degli americani, ora che ho visto come hanno
fatto sul serio in Iraq". I girotondi passano, Clausewitz resta.
Giannipardo@libero.it
Cestini
1.
La rubrica? "Diciamoci
tutto". Il titolo è "La Tv compie 50 anni",
il sottotitolo "Ma non dimentichiamoci della radio". Guglielmo
Marconi, il telegrafo senza fili, gli apparecchi a galena.
Poi, all'ultimo capoverso, si arriva finalmente all'invenzione
del transistor. Fine dell'articolo sull'anniversario
della nascita della Tv, punto. Ancora una volta il tomo è
fuori tema. "Diciamoci tutto"? Diciamocelo. A Enzo Biagi non hanno
tolto "Il Fatto": è lui che se lo fa sfuggire.
2.
"Se desiderate, posso
organizzare un conferenza in cui dimostrerò che
i comunisti realmente hanno mangiato bambini" disse Silvio
Berlusconi nel 2001, rilanciando quel noto adagio della
campagna elettorale del 1948 sul quale la spiritosissima
sinistra di casa nostra non ha mancato di celiare per mezzo
secolo, bollandolo come epifenomeno dell'anticomunismo viscerale.
La verità, come sempre, si è servita dell'iperbole
per mitigare un orrore. Più propriamente, i comunisti
hanno fatto mangiare bambini agli altri: ai contadini ucraini
che il compagno Koba rese folli per la carestia del triennio
1929-32, come leggeremo a marzo in "The harvest of Sorrow" di
Robert Conquest, finalmente tradotto in italiano. Più propriamente,
i comunisti ancora li fanno mangiare: ai poveri disgraziati
della Corea del Nord, come Mark Nicol scriveva sul Telegraph nel
giugno del 2003. Nel 2001 Silvio Berlusconi, come sempre, era troppo
buono coi comunisti.
3.
Se prendete un cane,
una ciotola e una lampadina, potrete ripetere l'esperimento
di Pablov e constatarlo riproducibile. Otterrete la stessa
cosa, usando l'Unità, Craxi e Mediaset. Ma, sappiate,
se invece di ciotola e lampadina, usate Ulivo e Parmalat,
i cani di cui sopra non sbaveranno, anzi, vedrete fauci secche
e coda tra le gambe. Sorprese dell'empirismo.
4.
Certe diagnosi è
possibile farle a distanza, per Asclepio! I borborigmi
del citare a ripetizione, per esempio, sono preoccupanti
e patognomonici di una grave e tristemente nota dispepsia
culturale, quella che riduce ogni scibile a scibala. L'etiologia
è multifattoriale: masticazione e deglutizione
affrettate, distonie neurovegetative, insufficienze ghiandolari,
mancanza di sport, ecc.. L'esperienza clinica parla chiaro:
in assenza di congruo e tempestivo trattamento la prognosi
può essere infausta. Ci si può pericolosamente disidratare
fino a diventare, più o meno, una Sonia Cassiani. Terapia:
pippe.
5.
Datevi un punto e il
mondo vi solleverà. (Archimerde)
(L.C.,11.I.2004)
FAZIO CHI?
"Non è
vero che l'Italia è sul baratro come stanno speculando
per interessi loro alcuni organi di stampa stranieri.
E non è vero che la responsabilità è dell'attuale
presidente del Consiglio che avrebbe favorito, con certe
leggi considerate ad personam, fenomeni come quelli di
Cirio e Parmalat. Questa è speculazione politica e non
fa onore alla stampa internazionale che la alimenta."
Parla chiaro il presidente del Senato, Marcello Pera, in un'intervista
al Sole-24 Ore, e non la manda a dire
sia ai soliti noti della cosiddetta “stampa internazionale”
che a magistrati e autorità di controllo.
Insomma, Pera
dice quello che qualcuno, soprattutto a sinistra -
sinistra fazista, si potrebbe dire- non vorrebbe sentire:
''L'indagine bicamerale e' importante e avrà
il suo corso. Ma il Governo deve agire subito. E' assai strano
che quando il ministro del Tesoro ha cominciato a porre
domande, nessuno gli abbia risposto''.
Dunque,
il Presidente del Senato non ha dubbi sull'urgenza
di intervenire con nuove regole sul sistema dei controlli
a tutela del risparmio, ed e' preoccupato dell'immagine
dell'Italia, dei rapporti ''anomali'' tra
banche e imprese, e di un clima poco rassicurante dove tornano
a incrociarsi vicende politiche e giudiziarie. E dice che
"non è un bene che la banca finisca con il gestire le
imprese perché questo rovescia il rapporto sano...
e ancora meno è un bene che le banche gestiscano, di fatto,
giornali perché così si creano interessi perversi
e conflitti di interesse. Giustamente si parla tanto di democrazia,
pluralismo, conflitto di interessi in capo al presidente del Consiglio.
Mi chiedo: questi altri intrecci e conflitti sono meno dannosi per
la democrazia e il pluralismo? Io credo che siano altrettanto preoccupanti.
Se il proprietario del tuo giornale è un banchiere e non un
editore come devo considerare le opinioni del direttore di quel giornale?
Libere, aperte, pluraliste? Ne dubito.” e poi, prosegue,
c’è un rischio: "In assenza di decisioni rapide da
parte della politica si potrebbe ripetere il fenomeno di dieci anni
fa: la delega al magistrato di decisioni politiche. Un errore che ci
è costato caro per lo strascico di polemiche tra magistratura
e politica che ancora ci portiamo dietro con tutti i veleni connessi.
La magistratura allora fu equa? Guardò in tutte le direzioni?
In tutti i luoghi? Ebbe riguardo per qualcuno? Lasciò intatti
certi santuari? Chiudiamo queste polemiche, ma impariamo dagli errori...
Allora andò
che Mani pulite selezionò, lo volesse o no,
una classe dirigente politica. Oggi potrebbe accadere che
una nuova Mani pulite selezioni un sistema bancario e finanziario....
ma bisogna essere fermi su un punto: il marcio penale spetta
al giudice, il marcio politico è di competenza di
governo, Parlamento, istituzioni..."“L'unica cosa
che non si dovrebbe fare, oltre alla delega politica alla magistratura
(come accadde con Mani Pulite), e' perdere tempo a discutere
la difesa di questo o quello''.
Subito - ma la
prima gallina che canta non è quella che ha fatto
l’uovo?- Antonio Fazio, governatore della Banca
d’Italia, sentito dai giornalisti sull’intervista al presidente
del Senato, Marcello Pera, ha risposto: “Pera chi?”.
(cp, 08.01.2004)
ANCORA A PROPOSITO DI TANZI & CRAGNOTTI…
Dicevamo: nel
1997 la centrale del latte di Roma, dopo essere stata
risanata con i soldi dei contribuenti, fu svenduta dall’amministrazione
Rutelli alla Cirio di Cagnotti, ad un prezzo di molto
inferiore rispetto a quanto era stata valutata nel '89.
Una precisa
clausola del contratto di privatizzazione vietava
il passaggio di azioni nei primi 5 (cinque) anni dall'
acquisto. Ma appena tredici mesi dopo, Cragnotti vendette la
centrale alla Parmalat di Tanzi (che pure aveva partecipato
alla gara d'appalto), ad un prezzo pari al doppio rispetto al
costo di acquisto.
Il sindaco
Rutelli si affannò a minimizzare dichiarando
che, dopotutto, quella violata non era che una clausola
“marginale”, mentre il passaggio di mano Cagnotti-Tanzi
era “una grande operazione, positiva per Roma", dato che
faceva entrare la Centrale del Latte “in un gruppo competitivo internazionale”.
Rifondazione
e Verdi si erano opposti alla privatizzazione, a priori
ed anche a posteriori (con referendum, perso). Oggi verrebbe
spontaneo riconoscer loro qualche ragione. Ma le motivazioni
della loro opposizione, quali erano? Che la centrale
aveva sino ad allora “svolto un ruolo di calmiere del prezzo
fornendo un prodotto delle campagne laziali ad un costo accessibile”,
mentre vendendo ad un padrone “avente come fine il profitto e
non l’utenza” si sarebbe determinato “un peggioramento del servizio,
soprattutto per le fasce sociali più deboli, e l’aumento
delle tariffe”. Insomma, un’opposizione ideologica, aprioristica
ed incondizionata (“senza se e senza ma” verrebbe da dire…),
che prescindeva totalmente dalle modalità della privatizzazione,
e, ovviamente, dall’identità dell’acquirente. Come
del resto nel caso di tutte le analoghe privatizzazioni avviate
in molti grandi comuni italiani.
Il che non
stupisce.
Più
articolata la posizione tenuta allora da Forza Italia,
che si oppose anch’essa, ma con questo singolare slogan:
«Forza Italia è favorevole alla privatizzazione,
ma invita a votare "no" alla vendita della Centrale».
Nel senso che si dichiaravano favorevoli in linea di principio
alla vendita, ma contrari a quella “svendita a prezzi stracciati”.
Allora li snobbammo come pseudo-liberisti della domenica.
Forse, invece, qualche ragione l’avevano. Col senno di poi,
gli va riconosciuta.
E difatti
a Milano l’amministrazione Albertini ha privatizzato
la Centrale del Latte. Aggiudicataria: la Granarolo,
per 129 miliardi e 200 milioni di vecchie lire. A
Roma, Cirio aveva comprato per 80 miliardi e rivenduto
a Parmalat per 180. (ale tap., 08.01.2004)
Un taralluccio a forma di blastocisti
Con la legge sulla fecondazione assistita
recentemente approvata dal Parlamento, l'Italia è passata
da uno stato di totale assenza di regole ad un sistema normativo
rigidissimo, forse tra i più rigidi al mondo; quello che
per i sostenitori della legge era un "Far West bioetico" è
stato sostituito da quello che ora i suoi critici definiscono "proibizionismo
clerico-fascista".
E' indubbio che una regolamentazione delle
pratiche fertologiche fosse necessaria, a fronte di alcuni
casi clinici, passati e recenti, che avevano destato più
d'una perplessità nell'opinione pubblica più disponibile
a schierarsi in questioni di principio con i parametri dello
sgomento e del raccapriccio. Lì dove l'eccezione si rappresenta
in teratofania, la regola (qualunque regola) si offre come rimedio:
la mostruosità è esorcizzata, l'ordine si riappropria
delle categorie che postulano l'artefatto come estrusione dall'umano.
Faust all'inferno, come Don Giovanni. Eppure, anche senza gli horribilia
delle tecniche fertologiche, un utero è sempre stato affittabile,
sub-appaltabile, lottizzabile; il seme è sempre stato disperso,
sperperato, estorto; la generazione, poi, è sempre stata processo
più che stralcio. Di tutto ciò gli "esorcisti" non
s'avvedono.
La legge ora varata si fa vanto del riconoscere
dei diritti all'embrione e su questo postulato basa i suoi
punti salienti: no alla fecondazione eterologa, no al congelamento
degli embrioni, no alla inseminazione per single e omosessuali.
Ma se si ritiene che i diritti dell'embrione debbano essere rispettati
fino a questi punti, sarebbe obbligo di coerenza per il legislatore
l'interrogarsi tempestivamente sull'opportunità di abolire
l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG, legge 194/1978), la
"pillola del giorno dopo" (Norlevo) e la pratica contraccettiva della
spirale (IUD, intra uterine device). E' legittimo credere che così
non sarà, per quanto qualche esponente politico (Ronconi, Udc)
abbia pur timidamente accennato ad una revisione della legge 194: l'opinione
pubblica, anche quella che si definisce cattolica nei sondaggi, "esorcista"
per eccellenza, reagirebbe in modo ben più energico di quanto
ha fatto gran parte del mondo laico italiano, con l'annunciata iniziativa
referendaria abrogativa già nel corso dell'iter parlamentare
della legge. Gli embrioni eliminati dalle IUD e dalle pillole di Norlevo
(ad un livello di sviluppo che la legge sulla fecondazione assistita ritiene
degno di tutela) e quelli eliminati dalle IVG a spese dello Stato (ad
un livello di sviluppo ben più avanzato) continueranno ad essere
eliminati, con qualche evidente elemento di incongruenza rispetto a
una pretesa di tutela embrionale che il legislatore pretenderebbe di
estendere fino ai primi stadi della divisione cellulare, il regno dell'eccezione
che ha portato gli embriologi alla disperazione e allo storico "esorcismo"
del processo evolutivo. Viene spontaneo chiedersi cosa possa aver
"partorito" una legge di questo tipo, peraltro (sul piano politico)
con una drammatizzazione frontista, in completa assenza di vero
dialogo e dunque di compromesso. Viene da chiedersi come sia possibile
che, poi, le pene previste dalla legge siano solo amministrative
per ciò cui il testo legislativo dà i connotati di crimine.
Chi si sognerebbe mai di esorcizzare il "bambino venuto dal freddo",
il "figlio-nipote", ecc., con un aspersorio di liquido seminale?
Ancor più, viene da chiedersi cosa possa aver convinto alcuni
autorevoli commentatori politici a sostenerla, questa legge, pur da
posizioni non confessionali, almeno non classicamente confessionali.
Una risposta può essere trovata in quanto di politico contenevano
le parole del Papa in un'udienza dello scorso anno: "Insidie ricorrenti
minacciano la vita nascente. Il lodevole desiderio di avere un figlio
spinge talora a superare frontiere invalicabili. Embrioni generati in
soprannumero, selezionati, congelati, vengono sottoposti a sperimentazione
distruttiva e destinati alla morte con decisione premeditata. Consapevoli
della necessità di una legge che difenda i diritti dei figli concepiti,
come Movimento vi siete impegnati di ottenere dal Parlamento italiano
una norma rispettosa, il più concretamente possibile, dei diritti
del bambino non ancora nato, anche se concepito con metodiche artificiali
di per sé moralmente inaccettabili. Colgo l'occasione per auspicare
che si concluda rapidamente l'iter legislativo in corso e si tenga conto
del principio che tra i desideri degli adulti e i diritti dei bambini
ogni decisione va misurata sull'interesse dei secondi". Come è
evidente, non c'è traccia di Dio, neppure in perifrasi o in allusione,
in questa religione del "moralmente accettabile".
Indubbiamente la legge approvata il 4 dicembre
tutela "l'interesse dei secondi", e del Papa. Non risolve
un problema, che qui vorrei risolvere in un'ellissi: se impianto
in un utero 10 embrioni congelati, avrò 10 anime e 10 destini
e 10 liberi arbitri.
Qualcuno, più d'uno, può
essersi sentito chiamato alla difesa delle "frontiere invalicabili".
L'appoggio (almeno formalmente) dato alla legge dai credenti
era scontato: così come si scontano "la resurrezione della
carne", il Diavolo, il Purgatorio e gli altri accidenti storici
che fanno della religione immanente un business filologico. I non
credenti, da sempre intenti ad arginare l'ansia che la mancanza di
una fede evidentemente genera in loro (se per "mancanza di una fede"
s'intende irrisolvibilità alla sublimazione) hanno tappato
il loro solito buco con una surrettizia idea di "teologia senza Dio":
una mostruosità, una teratofania. Deus sive coitum, e tutto
l'Essere ritorna una faccenda di "tarallucci e vino". Infatti, lungo
tutto lo scorrere della faccenduola parlamentare e dell'allegata querelle,
ho avuto davanti agli occhi un'altra ellissi: Giuliano Ferrara, vestito
da Papa, che sollevava al posto dell'Ostia un taralluccio a forma di
blastocisti.
(L.C., 8.I.2004)
OSAMA BIN LADEN È VIVO?
In un articolo non firmato della "Stampa"
del 22 febbraio 2003, dal titolo "OSAMA - Sulle orme del Profeta"
ci viene raccontato come quell'uomo sia divenuto un'icona, ancorché
segreta e spesso vietata, in tutto il mondo islamico. Dalle sue
parole al mistero della sua residenza, dal suo abbigliamento che
lo fa assomigliare a Maometto alla sua predicazione contro gli
infedeli, tutto ne fa un'immagine degna di venerazione. Non
dissimile, aggiungiamo, da quella di Ernesto Guevara, perfino nella
creazione di magliette con la sua faccia.
Non c'è da stupirsi. Poco importa
la realtà, quando la leggenda è più significativa:
l'epopea non può essere prosaica.
Tuttavia la domanda che più solletica
la riflessione razionale è: l'oggetto di questa venerazione
è una persona reale o una fantasia? Più brutalmente,
Osama è vivo o morto?
I devoti vorrebbero che i loro eroi, positivi
o negativi, fossero immortali. Il desiderio è così
forte che a volte si nega l'evidenza. C'è stata gente che,
arrampicandosi sugli specchi, ha a lungo creduto vivo Hitler
o infine, pur avendone visto il cadavere e i funerali, divi cinematografici
o cantanti come Elvis Presley. E nel caso di Osama Bin Laden bisogna
essere ancor più prudenti del solito: perché da
un lato non abbiamo il cadavere, dall'altro molta gente è
interessata a crederlo vivo ed operante. Ciascuno sostiene la tesi
che gli conviene, ma si può anche tentare di esaminarle freddamente.
A favore della tesi che Osama Bin Laden
sia vivo si dice che non ne è stata provata la morte e
si narrano storie avventurosa sulla sua fuga dall'Afghanistan.
È un ottimo argomento che può purtroppo essere rovesciato:
all'anagrafe esiste il certificato di morte, ma esiste anche il
certificato d'esistenza in vita. E in questo caso il secondo certificato
manca. Quel signore potrebbe essere vivo, certo: ma potrebbe anche essere
morto. Ritorno alla casella di partenza.
Un secondo elemento a favore della tesi
dell'esistenza in vita di Bin Laden sono i video e le cassette
diffusi dopo la sua scomparsa: ma anche questo argomento non
è sufficiente. Da quando esistono il cinema e il magnetofono
né l'immagine né la voce sono, di per sé,
prova dell'esistenza in vita. Quando i sequestratori devono provare
l'esistenza in vita dell'ostaggio lo fotografano con un giornale recente
dinanzi al petto. E nel caso di Osama Bin Laden sono in tutti i casi
mancati quei riferimenti all'attualità che provano almeno fino
ad un certo momento storico l'esistenza in vita. Questo saudita invece
parla sempre in generale, in maniera profetica ma ben poco ancorata
al presente. Questo è inquietante e prova poco, per l'esistenza
in vita.
Si può ancora citare, a favore dell'esistenza
in vita di Bin Laden, la sua recente - o recentemente pubblicata
- dichiarazione a favore dell'Irak. Ma non si può dimenticare
che già oltre dieci anni fa c'è stato uno scontro
Stati Uniti-Iraq. E se ne poteva dunque parlare già allora.
Né il fatto che gli americani abbiano ammesso la sua esistenza
in vita in questa occasione prova qualcosa. Quella dichiarazione
gli conviene (tanto che qualcuno l'ha chiamata quella "pistola fumante"
che essi cercavano) e può darsi che non ne mettano in evidenza
la vaghezza proprio per questo. Infine non si può dimenticare
che una voce si può facilmente imitare. Gli imitatori del povero
Totò non potrebbero prendere un autobus tutti insieme: non
c'entrerebbero.
È vero che
da anni esistono procedimenti scientifici per verificare se
una voce appartiene veramente ad una persona, qualcosa come un'impronta
digitale sonora: ma in questo caso nessuno ha affermato d'aver fatta
questa prova e che essa ha avuto esito positivo. Qualcuno, addirittura,
ha parlato d'una tecnica di puzzle per cui, date parecchie registrazioni
di una voce, si può costruire un nuovo testo con quelle stesse
parole, assemblate in maniera diversa. Ma questa, per la verità,
sembra fantascienza. Rimane però il fatto che Osama Bin Laden
avrebbe potuto dissipare ogni dubbio registrando una video cassetta
in cui maneggiava una copia recente del New York Times.
E ora si vedano le
ragioni che fanno pensare che quell'uomo sia morto.
Erostrato, per conquistarsi fama immortale,
bruciò un famoso tempio. Non uccise nessuno e tuttavia
quella fama immortale (d'eccezionale cretino) se la procurò.
Osama ha ucciso, mediante i suoi sicari, circa tremila persone,
per giunta nel modo più orrendo e televisivo che si possa
immaginare. Se ne deduce che oggi farebbe notizia anche il suo cambiamento
di lacci da scarpe. Quest'uomo si è creata, vita natural
durante (appunto), la più alta tribuna del pianeta. Alle prossime
elezioni Bush potrebbe essere sconfitto, ma per quella data lui sarebbe
ancora Osama Bin Laden. Egli sarà per sempre il grande aggressore
dell'Occidente cristiano; colui che da solo ha provocato una guerra e
un cambiamento storico della politica statunitense; il vendicatore dei
musulmani; il grande, intransigente devoto di Allah, quello stesso dio
vincente che guidava gli Arabi fino a Poitiers e Vienna. Ebbene, è
ragionevole pensare che quest'uomo, in possesso di questo carisma e di
questa tribuna, non li usi per i suoi scopi? Che tutto si limiti a qualche
cassetta mal registrata, vaga e sostanzialmente insignificante?
Osama Bin Laden è un criminale a
capo di criminali ma non c'è ragione di pensare che sia
uno scemo. Inoltre è certamente un fanatico musulmano che
in buona fede conduce la sua battaglia: i paranoici sono i primi
a quello che dicono. Si pensi a Hitler. Ebbene, a questo punto non
si capirebbe perché Osama Bin Laden non guidi coloro che sono
disposti a combattere in suo nome e a seguire le sue direttive. Per
via di emissari segreti e soprattutto facendo pubblicare recenti,
credibili video cassette da Al Jazeera.
A favore dell'ipotesi della sua morte c'è
la sua inerzia. Che Guevara ha rinunziato ad un posto di ministro
per fomentare la rivoluzione in altri paesi mentre Osama Bin
Laden non dovrebbe rinunziare a nulla, per farlo, visto che già
oggi vivrebbe nascondendosi: perché mai dunque non dovrebbe
far nulla, per la sua causa, neanche incoraggiare i combattenti
disposti a morire per essa? Non si può certo pensare che la
sua fede nell'islamismo sia meno fervente di quella del Che nel comunismo.
Concludendo, bisogna
dire tuttavia che l'essere in vita, come direbbe Kant, è
una verità a posteriori. Tutti i ragionamenti possibili
non provano né che è in vita né che è
morto. Bisogna stare contenti al quia, come diceva Dante.
giannipardo@libero.it
Massima del giorno
Le illusioni hanno tanto successo perché
sono ben vestite, mentre la verità è vecchia
e nuda.
G.P.
MOLLICHINE
Ciampi agli italiani: "la fiducia è
tutto, è la forza che ci muove". È per questo che
abbiamo comprato titoli Parmalat.
Oltre 13 milioni di telespettatori per
Ciampi. Gente che alle otto e mezzo del 31 dicembre ha smesso
di preparare la cena, mangiare, occuparsi dei bambini, scherzare
con gli ospiti.
Il Papa: "Un nuovo ordinamento internazionale
che metta a frutto l'esperienza dell'Onu". No, per favore,
sulla base dell'esperienza dell'Onu, no.
Chirac per la prima volta invita Schroeder
alle cerimonie dell'estate prossima in ricordo del D-Day.
Gli anglo-americani saranno invitati? Forse no. È una
festa fra sconfitti. (G.P., 06.01.2004)
Edgar, il Bostoniano.
Avrei due pessimi attacchi
per iniziare un saggio critico su un racconto di Edgar
Allan Poe, a me particolarmente caro. Non avendone un terzo
men che pessimo, scelgo di usarli entrambi.
Primo attacco. E' facile
confessare in pubblico le proprie debolezze più
innocenti, è facile e storna l'attenzione da quelle inconfessabili
e meno innocenti, quelle che mai si porterebbero in pubblico
facilmente. E quanto più facile risulta confessarle in
pubblico, queste così innocenti debolezze, tanto più
le altre, quelle meno innocenti, sono davvero nascoste male,
è evidente. Attacco pessimo, perchè qui ogni zucca
normale penserebbe a "The purloined letter" o a "The tell-tale
heart". E invece non è così. Variante di questo pessimo,
si potrebbe continuare confessando un'altra cosa a me particolarmente
cara: la lettura dei quotidiani. Quindi, sparare il titolo del racconto
di cui vorrei parlare: "How to write a Blackwood article" ("Come si
scrive un articolo alla Blackwood"). E continuare. Dunque quella tirata
iniziale era per giustificarmi d'avere particolarmente caro, tra i
racconti di Edgar Allan Poe, uno dei meno intensi? Addirittura uno tra
quelli che per vandala tassonomia vanno sotto il titolo di "Racconti
umoristici"? Bella faccia di corno, vergognarsi di chi si ammira? Pessimo
attacco. Vediamo il secondo. Confesso che mi è particolarmente
caro un quotidiano, più degli altri. Soffro davvero nella
carne quando dei vandali tassonomisti me lo descrivono come giornale
snob. Perchè invece per me è una specie di P.R.E.T.T.Y.B.L.U.E.B.A.T.C.H.,
si legge: pretty-blue-batch. A questo punto (ecco il pessimo!)
tirare fuori, da un citazione di Edgar Allan Poe, che questa lunga
sigla è il titolo d'un quotidiano: il "Philadelphia
Regular Exchange Tea Total Young Belles Lettres Universal Experimental
Bibliographical Association To Civilize Humanity". Pessimo attacco
anche questo: farsi beffe di chi si ammira? Insomma, perchè non
poso il libro di Edgar Allan Poe nello scaffale, che è meglio?
Che sono io, un Meotti?
Niente, non se ne fa niente.
Buttiamo nel cestino i due pessimi attacchi e dimentichiamoci
di questo "Articolo alla Blackwood". Ripeto: mettiamo Poe
nello scaffale. Però non prima d'avervi tratto un qualche
brano, bello da riportare tra virgolette, semmai in corsivo. Si
tratta dei consigli che il direttor Mr. Blackwood dà
alla corrispondente Psyche Zenobia: "Il primo requisito
è che vi siate trovata in un tal guaio, che nessun altro
ne abbia conosciuto l'eguale prima di voi. Il forno, per esempio,
ecco una bella trovata! Ma se voi non avete pronto un forno o una
grossa campana, e se non potete convenientemente cader giù
da un pallone, o essere ingoiata da un terremoto, o restare incastrata
in un camino, vi accontenterete semplicemente di immaginare una
qualche simile disavventura. Io preferirei, però, che la
vostra narrazione fosse corroborata dall'esperienza, poichè
nulla sorregge tanto la fantasia, quanto la conoscenza sperimentale
del fatto di cui si parla". In tutta sincerità, confesso
un dubbio, come se fosse una debolezza tutt'altro che innocente:
ma come può un genio come quello essersi bevuto il cervello? Intendo
Edgar, il Bostoniano.
(L.C., 5.I.2004)
COSTOLA
La questione è subdola. Tanto
per raccapezzarci diciamo subito che dietro Parmalat spunta
la politica, anzi, dietro il disastro Parmalat spunta l’Ulivo...
La storia parte da lontano.
Fu Ciriaco De Mita il garante di Tanzi
durante la prima repubblica.
Insomma, Si scriveva
Calisto Tanzi ma, difficile negarlo, si leggeva Ciriaco
De Mita. Fu proprio l’ex premier a traghettare l’azienda
di Collecchio tra i grandi imperi economici che facevano
grande l’Italia, che la rendevano così competitiva.
A lui il patron della Parmalat deve tanto, tantissimo. Ma
i rapporti con una certa parte politica non erano limitati a
De Mita. Le relazioni con Giulio Andreotti lo introdussero
a Paolo Cirino Pomicino. Fu proprio quest’ultimo, tra la fine
degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, attraverso la mediazione
di Guido Carli, titolare del Tesoro, a consentire alla Parmalat
un aumento di capitale. Fu così che la Parmalat riuscì
a spiccare il salto di qualità.
E così, all'inizio
degli anni ‘90, i presidenti dei due maggiori istituto
di credito parmensi (Cassa di Risparmio, Silingardi;
Banca del Monte, Gorreri)
erano... sono (si spera ancora per poco!) uomini
legati a doppio filo a Calisto Tanzi (uno il commercialista
storico, l’altro direttore dell’area finanziaria Parmalat).
Sempre grazie a Ciriaco
De Mita Tanzi ricevette quei finanziamenti previsti
dalla legge speciale per il terremoto in Irpinia e portò
a Nusco, città natale del premier democristiano, lo
stabilimento Dietalat che, ironia della sorte, non sfornò
neanche una merendina.
Alla fine della prima
repubblica l’eredità, di diritto, passò
a quella parte della Democrazia Cristiana che osteggiò
il centrodestra. Un’eredità tutta dell’Ulivo.
Quell’Ulivo a Tanzi tanto
caro a tal punto da sostenere apertamente la campagna
elettorale di Prodi nel ’96. Sentimenti e stima reciproca,
a tal punto che nel primo tentativo di salvataggio dell’Unità
Massimo D’Alema chiese aiuto a Tanzi.
E’ recente, solo due
anni fa, il suo ingresso come azionista (!) in Nomisma
(clicca qui
per la documentazione), così vicina a Romano
Prodi.
Tanzi, insomma, è
una costola del centrosinistra, ma la cosa che non
è chiara è il silenzio che ha accompagnato
la sua ascesa. Ma come può essere accaduto? Come mai proprio
quel centrosinistra che lo ha appoggiato non ha mai,
neanche in un caso, avuto dubbi sulla legittimità delle
operazioni portate avanti dal patron della Parmalat?
E’ così che dall’omesso controllo sulla Parmalat, prima
e dopo, emerge uno scontro di poteri a livello politico dietro
ai quali si intravede la Consob (Spaventa) e la Banca d’Italia
(Fazio).
Ma, a sfogliare
La Repubblica o L’Unità difficile assai leggere
di questa storia ( riportata anche da Le Figarò)
... così come al cittadino normale risulta
difficile capire come mai mentre Mediaset ha subito
538 perquisizioni ... Parmalat nessuna... (cp. 05.01.2004)
DIVAGAZIONI
SUL TEMA
Riceviamo e pubblichiamo:
... "Cinque miliardi e 700 milioni
per Forza Italia, solo un miliardo e 220 milioni al Comitato
Rutelli. Sono i finanziamenti ricevuti durante la campagna
elettorale da Berlusconi e dal leader dell'Ulivo pubblicati dal
quotidiano 'Milano Finanza' insieme all'elenco ufficiale dei finanziatori
che per legge deve essere reso pubblico entro 90 giorni dalla
loro erogazione. I contributi più consistenti arrivati
nelle casse di Forza Italia provengono da tre benefattori in
particolare: Bernardo Caprotti, proprietario della Esselunga (200
milioni in proprio e altri 500 attraverso la controllata Orofin),
il gruppo Waste Management Italia (950 milioni) e l'imprenditore
Calisto Tanzi (400 milioni)..." (Ansa, 2 luglio 2001).
Dalla rubrica "Carta canta"
di M. Travaglio
Nick
La risposta:
... aspettavo che qualcuno postasse
il Travaglio (a proposito ma il nostro indomito giornalista-copista
giudiziario per caso ha mai scritto una riga su Tanzi-Prodi-Nomisma-Rutelli-Ulivo-Banche?)...
In realtà quel finanziamento
(regolarmente registrato e, come tale, non soggetto a pratiche
ricattatorie) dato a FI, altro non era che il maldestro
tentativo (per altro miseramente fallito) d'ingraziarsi il
potente di turno...
Travaglio (via Unità) può
raccontarcela come vuole... in ogni caso, non potrà
mai cancellare il fatto che Tanzi (uomo di De Mita, sinistra
DC, oggi nell'Ulivo) finita la DC puntò sull'Ulivo,
appoggiando nel '96 la candidatura di Prodi... e cinque anni
dopo divenne azionista Nomisma...
Altro?
Carduccio
PAPALAT
Panorama Economy
(settimanale non in rete, da venerdì 2 gennaio
in edicola) pubblica un “RAPPORTO SULLO STATO PIU'
RICCO DEL PIANETA”.
Maurizio Turco, Presidente
dei deputati radicali al Parlamento europeo, nel
merito ha dichiarato:
"Proprio
nel giorno in cui il Presidente Ciampi raccoglie,
condivide e rilancia l'appello del Papa per "un sistema
internazionale che tragga alimento dall'autorevolezza e
dalla certezza dei principi e delle regole", Panorama Economy
esce con un approfondito dossier sul Vaticano che in copertina
è presentato come il "Rapporto sullo stato più ricco
del mondo".
Lo Stato più
ricco e . più impunito del mondo.
Certezza dei
principi e delle regole internazionali sarebbero indubbiamente
rafforzate se il Papa emanasse una legge antiriciclaggio
e sottoponesse il sistema bancario, economico e finanziario
del Vaticano al controllo degli organismi internazionali
che lottano contro il riciclaggio del denaro.
Un richiamo da
parte del Presidente Ciampi in questo senso avrebbe
alimentato concretamente l'autorevolezza e la certezza
dei principi e delle regole del sistema internazionale.
Anche se poi ci sarebbe da affrontare la questione dell'articolo
11 del Trattato Lateranense, con il quale si garantisce
l'impunità alle gerarchie vaticane di fronte al mondo
intero.
A questo proposito
il caso IOR-Ambrosiano è la dimostrazione patente
sia dell'impunità finanziaria che di quella giudiziaria.
Non ci resta
che Panorama Economy che, con questa inchiesta, scrive
una pagina di professionalità giornalistica straordinaria
e che suggerisco al Presidente Ciampi di leggere.
L'ultima volta
che qualcuno provò a gettare un occhio negli affari
vaticani fu, nel lontano 1977, il settimanale L'Europeo
e finì con il licenziamento del direttore Gianluigi
Melega.
Sempre meglio
che finire appesi sotto il ponte dei frati neri."
(cp, 03.01.2004)
Pinzellacchere
1.
"Più bella
e più superba che pria": non avete sentito anche
voi nelle dichiarazioni di Khamenei di fronte alle macerie
di Bam un'eco di Petrolini?
2.
Auguri di Buon
Anno a tutti i Ds, berlingueriani, miglioristi e
ingraiani, senza distinzioni.
3.
Calisto Tanzi
ammette: "Distratti mille miliardi di lire". Perbaccolina,
e se ci metteva attenzione?
4.
Un sospetto,
mormorato a mezza bocca, rimbalza da un pezzo all'altro
dell'Unità: l'attentato a Prodi sarebbe una
nequizia da servizio segreto, intuibilissimo il mittente.
Madame inaugura, per il 2004, il socialismo surreale?
5.
Renato Farina
è persona affidabilissima, concordo con Vittorio
Feltri, a sua volta persona affidabilissima. In mezzo
a tutta questa affidabilità mi viene da chiedere un parere
delicatissimo, proprio a Vittorio Feltri. Un amico, che mi
è molto caro, ma di cui non posso controllare l'affidabilità,
mi ha raccontato di aver cenato con lui, l'anno scorso. A tavola
si sarebbe parlato a 360 gradi e Vittorio Feltri avrebbe
testualmente detto (cito da un e-mail dell'amico): "Berlusconi
è un ottimo venditore (...) Casini è un democristianone
divorziato e si presenta dal papa con Azzurra (...) le riforme
istituzionali al popolo non interessano (...) se Berlusconi diventa
Presidente della Repubblica, Forza Italia si sfalderà,
Casini rifarà la DC e governerà con i diessini di D'Alema
(...) Prodi è una ribollita (...) Rutelli fa pena (...)
Fassino è impresentabile (...) Scalfaro s'è fregato
impunemente 4 miliardi (...) Bush vuol fare la guerra per controllare
il petrolio (...) Bossi ha preso per il naso i leghisti per 12 anni
(...) Agnelli si fa di coca e ha distrutto la Fiat (...)". Chiedo
a Vittorio Feltri: questo mio amico è affidabile?
(L.C., 3.I.2004)
Massima del giorno
Chi non capisce
e chiede spiegazioni prova con ciò stesso che
è abituato a capire. Chi non capisce e fa finta di
niente, è abituato a non capire.
G.P.
MOLLICHINE
Maroni: "Con
i sindacati incontro utile e positivo sulle pensioni,
ma non è stata una trattativa". Eh sì.
Le trattative con i sindacati non sono né utili né
posirive.
Repubblica,
29/12, "Tramonta il mito dell'imprenditore". Foto.
Tanzi? No, Berlusconi. Del genere: "Tramonta il mito del
navigatore". Foto? Cristoforo Colombo.
Logica di sinistra:
Andreotti è colpevole, benché assolto.
Sofri, benché condannato sei o sette volte, è
innocente.
Indagato anche
il figlio di Tanzi. S'era creato il detto per cui
i soldi dei padri ricadono sui figli, ora si torna all'antico.
La sinistra
fa votare una legge per graziare Sofri. Ma non era
contro le leggi "ad personam"? Non era per l'infallibilità
dei giudici? Non era per l'implacabilità, malgrado
i decenni (Priebke)?
Khatami: "Gli
aiuti americani non cambiano la qualità delle
nostre relazioni". Che attualmente, come è noto, sono
fondate sulla paura di ciò che è avvenuto
in Iraq.
L'Iran ha riconosciuto
ufficialmente il governo provvisorio irakeno.
L'Arabia Saudita no, lo giudica illegittimo. Dagli amici
mi guardi Allah.
Gianni Pardo
02.01.2004