ARCHIVIO GIUGNO 2006
L'INTERROGATORIO
(Quattrocento
parole per dire tutto)
Qualche giorno
fa Ruggero Guarini si chiedeva come mai la signorina
Gregoraci, interrogata dal P.M. su sui (eventuali) rapporti
sessuali col sig.Sottile, non abbia risposto semplicemente:
"Non ho il dovere di riferirle questi fatti".
La prima probabile
ragione è che il P.M. non chiedeva, come avrebbe
dovuto, "Le è stato chiesta una prestazione sessuale,
accompagnata dalla minaccia che, in caso di risposta
negativa, la sua richiesta sarebbe stata respinta?" Aveva
l'aria di chiedere notizie del fatto in sé, al di fuori
della sua rilevanza penale. E si ha addirittura la tentazione
di temere che il fatto sarebbe stato sufficiente. Era possibile
farne una concussione dopo, coprendolo autonomamente con
una presunzione di minaccia.
Il tono era
comunque inammissibile. L'ultima cosa che vorrebbe
sentire, un vescovo, è una donna che denuncia curiosità
pruriginose del parroco in confessionale. Rilevante è
l'adulterio, non in che posizione è stato commesso.
Se poi il P.M.,
inducendo la teste a "confidarsi", tendeva soltanto
a condurre un interrogatorio "astuto", si può avere
il legittimo dubbio che egli intendesse influenzarla
per trovare la prova della colpevolezza dell‚accusato. E
anche questo è scorretto: perché qualunque interrogatorio
suggestivo è un interrogatorio inaffidabile.
Altrettanto
interessante è la ragione per la quale la giovane
- essendo esclusa ogni forma di pressione, intimidazione
o violenza - non ha risposto affermando che erano fatti
suoi e basta. La spiegazione è che, in un mondo dominato
dalla televisione, tutti hanno un invincibile timore
reverenziale nei confronti di chi porge il microfono. Mentre
di solito si sente d'avere il diritto di rispondere o no
alle domande indiscrete, se chi fa la domanda tiene un microfono
in mano ognuno ha la sensazione d'avere incontrato il dio-audience
in persona, il dio-televisione in persona, un dio cui tutto
è dovuto, cui nulla si può nascondere e con cui
non si può non collaborare, pena l'umiliazione, la squalifica
mediatica fino alla damnatio memoriae. La nonna o la bisnonna
dell'interrogata avrebbero risposto semplicemente: "Come si
permette di farmi simili domande?"
Ma era un tempo
in cui una donna era, più spesso di oggi, una
signora e sapeva mantenere le distanze, quando occoreva.
Un tempo in cui il termine "dama" non faceva ancora
parte dell'archeologia. Oggi invece siamo tutti degli esclusi
del "Grande Fratello".
Ma non perdiamo
le speranze. Chissà, anche il microfono di
un P.M. potrebbe domani essere un trampolino di lancio.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 29 giugno 2006
Bastardi,
non si chiamava "colono"
Aveva 18 anni e si chiamava Eliahu.
Studiava,
sorrideva alla vita e quando lo hanno catturato
stava facendo l'autostop per tornare a casa.
Aveva 18
anni e si chiamava Eliahu.
Lo hanno
catturato e giustiziato subito , senza pieta' e
d'altronde sarebbe troppo aspettarsi pieta' dai nazisti
palestinesi.
Aveva 18
anni e si chiamava Eliahu, non si chiamava "colono"
come, con spietatezza disgustosa, lo definiscono tutti
i media italiani.
Aveva 18
anni e si chiamava Eliahu.
Quando muore
un palestinese, quando muore un kamikaze, i media
fanno a gara a scrivere la sua storia, si esaltano pubblicando
le sue foto, quelle delle loro madri urlanti non
solo il loro normale dolore ma anche il loro odio e l' orgoglio
che sempre provano se il figlio morendo ha anche ammazzato
degli ebrei.
Di Eliahu
nemmeno il nome sui giornali, nemmeno un accenno
al suo sorriso, alla sua vita di ragazzo.
Aveva una
mamma? aveva fratelli? aveva una famiglia ? Non lo
scrivono i giornali italiani. Colono e basta , con questa
parola si sottraggono ad ogni sentimento di pieta'
perche' per gli italiani la parola "colono" e' una parolaccia
, terrorista no, infatti li chiamano attivisti, militanti,
guerriglieri, persino ministri ma mai terroristi.
Aveva 18
anni e si chiamava Eliahu!
E'' stato "giustiziato"
con un colpo in testa, lo stesso giorno del
rapimento, domenica.
Ammazzato,
violato il corpo e gettato nella terra e due giorni
dopo un nazista palestinese ha avuto il coraggio di mostrare
alle televisioni di tutto il mondo la sua carta di identita'
dicendo che, se Israele avesse attaccato, Eliahu sarebbe stato
ucciso.
Era gia'
morto Eliahu, avevano gia' spento quel sorriso felice
di ragazzo.
Sara' morto
col terrore negli occhi cercando aiuto ma aveva
davanti solo i suoi assassini palestinesi.
Sono questi
coloro che il mondo dei dhimmi ha sempre giustificato
e protetto, gentaglia nazista, senza onore, senza coraggio,
senza faccia se non quella della barbarie.
Aveva 18
anni e si chiamava Eliahu e voi che , senza vergogna,
lo chiamate colono non siete migliori dei suoi assassini.
Intanto
l'Esercito di Israele sta conducendo una vasta operazione
a sud della striscia di Gaza nel tentativo di liberare
Gilad, il soldato diciannovenne rapito a Kerem Shalom,
e per fermare il diluvio di razzi qassam che ogni giorno
si rovescia sui villaggi israeliani del Neghev e
su Sderot.
Sara' ancora
vivo Gilad? Un intero esercito si e' mosso per lui.
Grande Israele!
Suo padre
spera di si, sua madre non parla, tutti noi speriamo
ma la speranza sta diventando una specie di scudo contro
la paura che anche lui sia stato sacrificato dalla barbarie
dei suoi rapitori.
Israele
ha arrestato 64 parlamentari palestinesi, ha distrutto
la centrale elettrica di Gaza, ha avvisato i civili
palestinesi di allontanarsi dalle loro case e ha mandato
la sua aeronautica militare a fare un giretto di avvertimento
sopra il palazzo di Assad a Damasco dove si nasconde Meshal,
il capo assoluto di hamas.
Le cronache
dicono che gli aerei di Israele hanno superato la
barriera del suono proprio sopra le loro teste.
"Guardati dalla rabbia dei Giusti"
scrive la Bibbia.
Oggi Eliahu
verra' sepolto a Gerusalemme.
Riposi in
pace e che il suo sorriso di ragazzo possa illuminare
le nostre vite.
Aveva un
nome, un nome bellissimo, Eliahu, aveva la vita
e gliel'hanno tolta perche' era ebreo.
Non si chiamava
"colono".
Si chiamava
Eliahu e aveva solo 18 anni.
Deborah
Fait - informazionecorretta
Massima del giorno
Per i pessimisti:
non è il mondo, che è peggiorato; è
migliorata la conoscenza che ne avete.
Gianni
Pardo
BAMBINI DI
TRENT'ANNI
Uno studio
di Bruce Charlton, professore nella School of Biology
dell‚Università di Newcastle upon Tyne (Inghilterra),
afferma che un crescente numero di persone mantiene
i comportamenti e gli atteggiamenti associati alla gioventù.
Gli adulti presentano sempre più un comportamento
da immaturi. La conseguenza, secondo le parole della ricerca,
è che "many older people simply never achieve mental
adulthood", molti mentalmente non raggiungono mai l'età
adulta.
Egli asserisce
che gli esseri umani sentono una forte attrazione
per la gioventù fisica che rappresenta fertilità,
salute, vitalità. Inoltre, la flessibilità
lavorativa richiesta dai tempi moderna implica che si mantenga,
come i giovani, una "flessibilità pressoché
infantile di atteggiamenti, comportamenti e conoscenze".
Per giunta l‚educazione formale si estende parecchio oltre
la maturità fisica, sicché alle fine dei corsi
gli studenti sono lasciati con menti, secondo le sue parole,
"non finite": contrastando così il raggiungimento della
maturità psicologica che diversamente si avrebbe all'incirca
a questa età.
Charlton,
qualificato "leading expert on evolutionary psychiatry",
sostiene che in passato la società presentava
un environment (ambiente, mondo) più
stabile e permetteva dunque la maturità psicologica
prima dei vent'anni. Oggi invece l'immaturità
è corrente sopratutto fra le persone che hanno ricevuto
una notevole educazione. "Professori, insegnanti, scienziati
e molti altri professionisti sono spesso stupefacentemente
immaturi al di fuori della loro stretta sfera di competenza
e risultano imprevedibili, squilibrati quanto alle priorità
e tendenti a reazioni inconsulte".
Queste conclusioni
sono fondate su osservazioni sul campo e non si
può non essere d'accordo. I dati sono incontestabili.
Le ipotesi sulla causa del fenomeno sono invece opinabili,
probabilmente perché esulano dal campo strettamente
sperimentale. Non basta infatti osservare che i professori
e gli scienziati hanno studiato più a lungo di altri
e sembrano meno adulti di altri: bisogna trovare il nesso causale
tra le due cose. E proprio su questo nesso si ha il diritto
alla propria opinione.
L'età
adulta risulta da due elementi, uno fisico e uno mentale.
Quello fisico è dato dalla pubertà, cioè
da uno sviluppo fisico sufficiente per le attività dell'essere
umano primitivo (caccia, raccolta, procreazione). Quello
mentale è dato dalla capacità di amministrare la
propria vita, personalmente e in seno alla comunità
(famiglia, tribù). Fra questi due elementi esiste
una discrepanza cronologica da millenni. Neanche nell‚antico
Egitto o a Roma un adolescente di sedici anni - pure perfettamente
sviluppato - era considerato un adulto a tutti gli effetti. La
discrepanza è tuttavia diventata voragine nell'ultimo secolo.
E la causa deve dunque essere ricercata in questo tempo.
La scienza è nata concettualmente
nel XVII Secolo, ha cominciato a svilupparsi concretamente
nel XVIII, ha trionfato nel XIX ed è infine esplosa,
cambiando il mondo e la maniera di vivere dei paesi
sviluppati, nel XX Secolo. Da allora oltre ad un immenso
progresso tecnologico si è avuto un progresso economico
che ha portato i risultati scientifici ad influenzare
la vita di tutti, anche quella dei "poveri". Il telefono, invenzione
della metà dell‚Ottocento, è finalmente divenuto
tanto comune da poter dire che chiunque ne possiede uno. La
scienza, per influenzare la società, abbisognava di quel benessere
economico di cui era a sua volta causa.
Oggi la
prosperità, nei paesi sviluppati, è generale.
Nessuno soffre la fame, nessuno soffre il freddo,
nessuno cucina col carbone e nessuno spacca pietre o
dissoda il terreno. Tutti vanno in automobile, tutti hanno
un telefono, tutti hanno un frigorifero e un televisore.
La facilità della vita, tanto apprezzata dagli adulti
che hanno conosciuto tempi più duri, è banale ed
ovvia per le generazioni successive che sono nate direttamente
in tale mondo. I genitori inoltre - a causa del loro naturale
affetto per la prole - hanno fornito ai figli tutti i possibili
vantaggi, fino a farli vivere in un mondo in cui la fame, invece
d'essere una costante minaccia di morte, è divenuta uno
stimolo per consumare le merendine. Lo sforzo fisico, invece d'essere
il prezzo per sopravvivere, è diventato un complemento dello
sport. Sempre che si abbia voglia di fare sport. Inoltre non appena
il singolo è in difficoltà la società, invece
di approfittare dell'occasione per lasciare indietro il più
debole (struggle for life), si precipita a soccorrerlo
con atteggiamento materno. Se un ragazzo di diciassette anni non
studia la cosa è motivo di preoccupazione e di analisi per
genitori, professori e psicologi. Magari per concludere che la
colpa non è sua.
Insomma,
quello che il prof. Charlton non ha visto è che
gli esseri umani hanno sempre meno tendenza a divenire
adulti semplicemente perché la società li
tratta troppo a lungo da bambini.
Ognuno del
mondo conosce solo ciò che esperimenta personalmente.
Se si nasce in Scozia si leggerà sui libri com‚è
fatta la foresta pluviale, che cos'è un mercato sull'acqua
nel Sud-Est asiatico e che significa per i giapponesi "perdere
la faccia". Ma saranno dati culturali. Ciò che si
conoscerà veramente sarà il clima in Scozia, l‚accento
locale, la mentalità della gente, ecc. Chi nasce lì
è innanzi tutto scozzese. Solo con la cultura potrà
divenire prima britannico, poi europeo e infine, se ce la
mette tutta, cittadino del mondo. Nello stesso modo, se si
nasce in una società in cui non si corrono pericoli, si è
accuditi fino ai venticinque anni e si è perdonati se si
fanno sciocchezze, come si può pretendere che si giunga
alla maturità?
La mentalità adulta è quella
che alle anime belle fa ribrezzo. Quella che è considerata
"orribile cinismo", "spudorata immoralità",
"inammissibile barbarie". Una mentalità che il piccolo
selvaggio impara invece molto presto, perché la natura
non fa sconti. La scimmia che "sbaglia" e cade dall'albero
non solo si rompe le ossa ma è sbranata dal leopardo in
quanto preda facile. Nello stesso modo il sedicenne primitivo,
se non riesce a difendersi dalle belve e a procurarsi il cibo,
non ha come sanzione quella di "ripetere l'anno": sa che l'aspetta
la morte sua, della sua donna e dei suoi piccoli. Quel sedicenne
è un adulto.
La prova
di quanto sopra si rinviene persino nelle lettere ai
giornali che di solito sono un‚esplosione di moralismo.
Si rimprovera alla società di non far abbastanza
per questo o quello; si biasimano i politici che non sono
solleciti nel correre in soccorso del popolo come la madre
più sensibile; si condanna nella maniera più intransigente
qualunque comportamento che non sia in linea con la santità.
La gente vive in un mondo di sua invenzione: il mondo dei bambini.
Se uno dice che il politico è arrivato dov'è arrivato
perché è un ambizioso e un vanitoso (e dunque il suo primo
scopo è pensare a se stesso) provoca indignazione e proteste.
Perché questo quadro - pure realistico - non corrisponde
al libro di lettura di quarta elementare.
Charlton
ha ragione: gli adulti sono sempre più infantili.
Ed ovviamente più infantili degli altri sono quelli
che meno ricevono lezioni dalla realtà: coloro
che frequentano l'università fino a venticinque anni
e passa. L'apprendista meccanico, se deve smontare un carburatore,
lo deve smontare senza romperlo: diversamente il capofficina
non gli manderà a dire quant‚è cretino e quanto
gli tratterrà sulla paga. Al contrario chi fa studi avanzati
(divenendo poi scienziato, professionista, docente)
rimane a lungo nella condizione di figlio di famiglia e vivendo
da minorenne mantiene una mentalità da minorenne.
Gli adulti
sono spesso dei bambini viziati con trent‚anni di
più.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 29 giugno 2006
Costituito
il "Gregoraci fans club"
Comunicato
stampa:
Presso
il blog "capperi.net" si è costituito il
"Gregoraci fans club".
Si
accettano adesioni.
PORCO MONDO
Un avvocato, famoso
mezzo secolo fa, soleva ricordare la raccomandazione
paterna a lui studente: <<Studia , studia: sennò
diventerai pubblico ministero.>>.
Questo m’è tornato alla mente dopo aver riletto:
W: senta, lei l'amore con Sottile l'ha fatto
quel pomeriggio alla Farnesina?
G: eh...
W: eh? Dica, risponda, signorina... Ha fatto l'amore
alla Farnesina? E dica sì o no, signorina
Gregoraci.
G: no, no.
W: e quando l'ha fatto?
G: ma no, non l'ho fatto.
W: e che cosa è successo alla Farnesina? (...)
G: ma nulla... io... l'ho salutato nel suo ufficio,
abbiamo parlato...
W: e questi bacini quando ve li siete dati?
G: quando sono arrivata e quando sono andata via.
W: ah, quindi è stato un bacino di saluto?
G: sì.
W: non c'è stato mai... quindi, voglio dire,
lei è sicura... io, guardi, io non è che
glielo posso chiedere tutto il pomeriggio (...) io
più che ricordarle, diciamo, che lei deve dire la
verità, più che... io credo che...
G: va bè, ok, è capitato, io l'ho fatto,
sì.
W: ha fatto l'amore?
G: perché mi andava di farlo. (...)
cp, 28 giugno 2006
IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
La materia costituzionale è
difficile. Prova ne sia che Sartori sostiene che neanche
i professori di diritto costituzionale (se sono stati per
il sì) ne capiscono qualcosa. E se nessuno di loro arriva
alla solitaria grandezza del politologo toscano, s’immagini
quanto ne abbiano capito i cittadini normali che sarebbero in imbarazzo
se dovessero spiegare che significano le parole bicameralismo perfetto
e bicameralismo imperfetto (con l’imperfetto migliore del
perfetto!), conflitti di competenza o di attribuzione, potestà
legislativa esclusiva, Primo Ministro e Presidente del Consiglio.
Dunque la gente non ha votato scegliendo fra due costituzioni, ma per
motivi diversi.
1) La prima ragione per votare
in un modo piuttosto che nell’altro è l’appartenenza
politica. Per i sostenitori dell’Unione, se il centro-sinistra
ha detto che ogni cosa che ha fatto il centro-destra è
da buttare nella spazzatura, non si vede perché bisognerebbe
salvare questa riforma. Dunque, se Fassino, Rutelli, Diliberto e
soci dicono che bisogna votare “no”, si voterà “no”. Non diversamente,
anche se in maniera opposta, hanno votato per il “sì” molti
che precedentemente hanno votato per il centro-destra.
2) La seconda ragione è
l’influenza dell’establishment e dei grandi giornali.
Questi, pur schierandosi per la ragione precedente, hanno
dato ad intendere che lo facevano per grandi, nobili e specialistici
motivi. E molti hanno pensato che, se il “Corriere della Sera”,
la Stampa, la Repubblica ecc. erano contro, ci dovevano essere
buone ragioni per essere contro. In Italia la pubblicistica è
talmente schierata da non scandalizzarsi – è episodio recentissimo
- se un ministro propone di licenziare 400.000 statali. E anzi
da passare sotto silenzio la notizia, per non doverne discutere.
3) Un’altra ragione che ha pesato
moltissimo anche per gli elettori di centro-destra è
l’abilità della retorica di sinistra. Gli adepti di questa
chiesa non hanno esitato a parlare dei disastri più gravi,
delle ingiustizie più cocenti, delle più catastrofiche
minacce alla democrazia. Hanno descritto cittadini che non potevano
più farsi curare in buoni ospedali, magari dissanguandosi per
un “viaggio della speranza”, di attentati all’unità del
paese e di chissà a che altro ancora. Chi avesse avuto la
pazienza di prendere nota di tutti i capitoli di questo libro nero,
avrebbe potuto scrivere una nuova apocalisse.
4)
Ma fra i migliori argomenti contro la nuova costituzione
c’è il fatto che per troppi anni si è stati afflitti,
riguardo ad essa, da timori reverenziali. Quando qualcuno
ha detto che essa è retorica (la repubblica “fondata sul lavoro”!),
declamatoria e inapplicabile (il diritto al lavoro!), s’è
sempre trovato chi gli ha dato sulla voce come avesse fatto un tutto
in chiesa. E invece, come diceva Montanelli, non si fa la rivoluzione
“con la protezione dei carabinieri”. Non si possono passare decenni
a scappellarsi dinanzi a questo testo come se fosse un feticcio – dandogli
perfino senza ridere il Premio Strega - per poi dire che lo si vorrebbe
cambiare perché ha un bel po’ di difetti. È come se si
adulasse da sempre il re per poi chiedergli improvvisamente di abdicare.
Il popolo insorgerebbe in favore del caro sovrano. Volendo cambiare
la Costituzione sarebbe stato necessario criticarla aspramente per
anni: preparando il terreno.
5) E infatti – si giunge all’argomento
centrale – la riforma non ha sbattuto contro un elettorato
a favore del centro-sinistra ma contro un elettorato allarmato
e misoneista. Il popolo è sempre misoneista. Perché
molti italiani non vogliono la TAV? Perché la TAV è
una novità. Perché non vogliono il Ponte sullo Stretto,
prima d’informarsi seriamente per sapere quanto costa e chi lo
paga? Semplicemente perché è una novità. Come
ha detto qualcuno, se Dio avesse voluto che la Sicilia fosse unita
alla Calabria, avrebbe creato un istmo. Che è come dire “se
mio figlio sta morendo di difterite non lo faccio operare, perché
se Dio volesse che viva, non lo farebbe ammalare”. Il misoneismo è
una grande forza storica. Il popolo italiano non è mai stato
a favore delle ferrovie, del voto alle donne, del suffragio universale,
della laicità dello stato. Si è schierato a favore
di queste cose quando esse erano divenute altrove delle ovvietà.
Nel caso del divorzio ci fu chi propose un referendum abrogativo,
proprio contando sul misoneismo, e se perse fu perché la
gente aveva nel frattempo visto troppi film in cui si divorziava per
non capire che non sarebbe crollato il mondo. Non vinse la laicità,
vinse Hollywood.
6) Comica l’affermazione del centro-sinistra
secondo cui bisognava votare “no” affinché poi
si modificasse la costituzione. In che modo? Non si sa.
Comunque non se ne farà niente. Ma così s’è
messo a tacere anche chi non si sentiva di negare i difetti della
presente costituzione. Prodi è poi arrivato al ridicolo
personale promettendo – proprio lui che ha costituito il più
pletorico governo di tutti i tempi – che avrebbe ridotto il numero
dei parlamentari.
7) Comica è pure l’affermazione
che non si può modificare la costituzione “a colpi
di maggioranza”. Essendo escluso che essa si possa modificare
a colpi di minoranza, rimarrebbe il
caso di norme che siano votate
con entusiasmo da Marco Rizzo e da Maurizio Gasparri, da Pannella
e da Mastella, da Berlusconi e da Diliberto. E poi la costituzione
non la modificò a colpi di maggioranza proprio il centro-sinistra,
negli ultimi giorni della penultima legislatura?
L’ultima consultazione elettorale
non è stata una vittoria del centro-sinistra ma del
misoneismo. Il centro-destra, nel tentare una riforma per la
quale l’opinione pubblica non era matura, ha commesso un errore.
Ma è un errore più adatto ad uno studio sociologico
che ad uno studio politico.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 28 giugno 2006
Israele reagisce
e in Italia...aprono le fogne
Ogni volta che succede qualcosa
in Israele e' interessante leggere e ascoltare i commenti
dei media italiani, interessante e deprimente come al solito.
Nei giorni scorsi abbiamo avuto
in Israele un grande concerto, Roger Waters e' venuto
a cantare mandando in visibilio migliaia di giovani israeliani.
Ha cantato a Neve' Shalom, un
kibbuz dove vivono insieme israeliani di varie fedi, ebraica,
islamica, cristiana. All'estero parlano di questo
kibbuz come di qualcosa di paradisiaco mentre per noi, in Israele,
non c'e' niente di piu' normale poiche' in tutto il Paese gli
israeliani vivono insieme tra loro, indipendentemente dalla
loro fede.
In Israele esistono scuole miste
, ebrei e islamici insieme, in Israele viviamo fianco
a fianco ebrei, cristiani, musulmani, drusi, circassi, e chi
piu' ne ha piu' ne metta.
Nel mio palazzo viviamo in santa
pace, ebrei, russi non ebrei, una famiglia di arabi
cristiani. Qui vicino vivono beduini e vengono a fare la
spesa nel mio supermercato.
Neve' Shalom quindi non e' niente
di particolare per noi ma in Europa e' una specie di
simbolo e spesso e' la scusa per fare propaganda antiisraeliana
...situandolo altrove.....
E' successo anche col concerto
di Waters, la RAI e' riuscita a taroccare magistralmente
il bel servizio di Claudio Pagliara che spiegava chiaramente
dove si trova il kibbuz, cioe' in Israele, tra Tel Aviv e Gerusalemme.
Come hanno fatto? In modo estremamente
semplice e con tale noncuranza da non far venire
nessun dubbio a chi ascoltava.
Il giornalista che presentava
il TG da studio ha parlato sorridendo beato del grande successo
del concerto di Roger Waters nel "famoso villaggio di Neve'Shalom,
in Cisgiordania", contemporaneamente partiva il il supporto
scritto, in sovraimpressione, : "Neve' Shalom, Cisgiordania"
Ecco fatto. Cancellato Israele
in un batter di ciglia.
D'ora
in poi tutti sapranno che in un non precisato posto chiamato
Cis-Giordania, esiste un villaggio di brave persone che
vivono insieme pacificamente, altro che in Israele.....
E' cosi' che funziona la propaganda,
messaggi subliminali, quelli che la gente non dimentica
mai perche' penetrano nel cervello. Esattamente come la foto
della ragazzina che urlava sulla spiaggia davanti al corpo del
padre morto ...ammazzato dai palestinesi...pero' di questo non
si parla piu'...vietato...da quando e' stato provato che ...i palestinesi
sono responsabili, non se ne parla piu' ma quella foto
restera' sempre nella memoria della gente come di una vittima
di Israele.
Mohamed Al Durra insegna.
Ogni volta che Israele reagisce
alle azioni di terrorismo dei palestinesi e' interessante
e disgustoso vedere come , all'improvviso, i topi escano
dalle fogne e incomincino a spargere tutto intorno la peste del
loro odio.
Parliamo proprio dei topi di
fogna, cioe' di quelli che dopo aver tenuta la bocca serrata
per tutto il periodo in cui, dall'evacuazione degli ebrei
dalla striscia di Gaza, il sud del Neghev veniva bombardato
sistematicamente , quotidianamente, dai palestinesi, adesso
escono dai tombini e scrivono comunicati chiedendo
aiuto per i palestinesi.
Hanno tenuto le bocche serrate
nonostante le vittime israeliane, i feriti, la gente
sotto schock all'ospedale , la citta' di Sderot ridotta ad
essere una citta' di gente disperata.
Cose irrilevanti per loro.
Aprono le loro fetide bocche
adesso perche' Israele finalmente reagisce, dopo che
i bombardamenti si sono centuplicati e dopo che un commando
di terroristi e' uscito di sotto terra in territorio israeliano,
dentro il kibbuz Kerem Shalom, ammazzando due soldati e rapendo
un terzo.
I soldati uccisi si chiamavano
Hanan Barak e Pavel Slutsker, e lo scrivo perche' i
giornali italiani dimenticano sempre di citare le vittime
israeliane per nome.
Il soldato rapito si chiama Gilad
Shalit, 19 anni, e il suo rapimento ha gettato tutto
Israele nella disperazione, ricordando la fine di altri israeliani
rapiti dai palestinesi e mai tornati o tornati in pezzi.
L'esercito e' entrato per la
prima volta dopo un anno nella striscia e i topastri
subito protestano e scrivono nefandezze e sollecitano interventi
internazionali per fermare Israele e impedirgli di difendersi.
Alcuni di questi topastri si
dichiarano ebrei, vogliono una pace giusta e duratura
con Israele entro i confini del 67, Gerusalemme capitale di
Israele e Palestina, cioe' parlano molto apertamente e senza
vergogna dello smantellamento di Israele.
Non
soddisfatti, vogliono anche che Israele riconosca che
la sua nascita nel 1948 e' stata null'altro che un regalo
dell'Europa, regalo che ha provocato sofferenza inenarrabili
agli arabi.
Cambiano la storia, raccontano
menzogne, senza vergogna, senza vergogna, senza vergogna.
Questi topi di fogna sono di
sinistra ma il loro odio e' lo stesso di quelli storici,
i topi di fogna fascisti: stessa razza stessa faccia, cambia
solo il colore.
Giorni fa ho letto un'interessante
intervista a Emanuele Fiano, neodeputato della sinistra,
che a un certo punto dichiara :"Devo dire che il mio pensiero
entrando in Parlamento è andato ai miei nonni e zii
e a tutti i miei familiari uccisi ad Auschwitz; ho sentito che
si chiudeva un cerchio".
Mi spiace contraddirlo ma nessun
cerchio si chiude, qua tutto si riapre e la sinistra
che odia Israele non e' una parte minoritaria, e' quella
che applaude ai discorsi di D'alema che continua a parlare con
tanta comprensione del terrorismo palestinese, con tanto livore
dell'aggressione israeliana...e con tanta speranza di prossimi
buoni rapporti con Ahmadinejad, arrivando a stringere la mano
al suo ministro degli Esteri.
Sotto le ceneri di Auschwitz
e' ancora vivo l'odio che vuole distruggere oggi Israele,
senza crematori, semplicemente riducendolo alla non esistenza.
Questo e' quello che i topastri
vogliono ed e' per questo motivo che gli israeliani di
origine italiana, alle ultime elezioni, hanno votato Forza
Italia con la bellezza del 60% dei voti, come da un'analisi di
Sergio Della Pergola sul giornale degli italiani di Israele,
Kol Haitalkim.
Sentire sulla propria pelle il
pericolo di un secondo Olocausto, leggere le cronache
piene di odio e menzogne sui media della sinistra italiana,
constatare che l'unico governo italiano amico di Israele
degli ultimi 40 anni e' stato quello di Berlusconi, ha determinato
il voto.
Altro che cerchio chiuso, l'Italia
e' piena di topastri che escono dalle fogne per morsicare
e spargere la peste dell'odio intorno a loro.
Il desiderio di Auschwitz numero
due e' per loro simile al desiderio di droga.
Non gli basta mai, vogliono Israele
per poterlo distruggere in nome della loro pace giusta
quella che dovrebbe portare la maggior parte degli israeliani
al cimitero e i sopravvissuti ebrei ancora raminghi per il
mondo.
Deborah Fait
-
informazionecorretta
LA NOTIZIA È
LA NON NOTIZIA
Un articolo del Giornale (a firma
Antonio Signorini, 26/6/’06) così comincia: “Gli
statali sono circa tre milioni e mezzo. Ma bisognerebbe
ridurli di 300-400 mila unità”. Chi dice questo è
il ministro alla Funzione pubblica Luigi Nicolais. “La posizione
del ministro Ds non è distante da quella dei sindacati
di categoria” i quali avrebbero proposto “l’assunzione di 300
mila lavoratori precari in cambio di esodi incentivati”.
“L’economista Ds Nicola Rossi invece ha proposto 100 mila prepensionamenti”.
Altri sindacalisti protestano, ma il punto è un altro.
Se simili annunci fossero stati
fatti da un ministro del precedente governo, i giornali
sarebbero saliti sugli spalti per stracciarsi le vesti per
l’attentato all’occupazione. In un mondo in cui tanta gente è
disoccupata licenziare 300-400 mila persone? Licenziarle no,
mandarle in pensione: ma col trattamento pensionistico guadagnerebbero
meno e non è detto possano permetterselo; inoltre, nel momento
in cui si alzano alti lai e si parla di stringere drammaticamente
la cinghia, quale sarebbe l’aggravio di spesa per lo Stato il quale,
fatalmente, dovrebbe presto assumere nuovo personale, visto che
dopo un simile salasso la macchina dello Stato non sarebbe in grado
di funzionare? E i sindacati, invece di protestare e dichiarare
la guerra civile – che è più o meno ciò che avrebbero
fatto sotto il governo Berlusconi – che cosa fanno? Dànno una
mano con proposte analoghe. L’assunzione di precari da licenziare
alla fine del precariato.
Ed ecco la notizia: la notizia
è che nessuno parla di questa notizia. Berlusconi
s’è a lungo vantato di un milione o più di nuovi
posti di lavoro e gli si è non raramente dato dell’imbonitore
e del visionario. Qui si parla di tagliarne più o meno
la metà e nessuno se ne occupa. Né per dare del visionario
né per dare del delinquente affamatore del popolo.
Non è strano che in Italia
vinca spesso la sinistra. Se i giornali e le televisioni
hanno questa obiettività, potrebbe risultare che
le donne vergini sono delle complessate da TPO (Trattamento psichiatrico
obbligatorio) mentre gli stupratori sono maschi gagliardi
che dispongono di un invidiabile eccesso di testosterone.
Tutto sta a come si presentano
le cose.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
COME SI FORMANO
LE FRONTIERE
Il mondo che conta per noi,
cioè l’Occidente, non vive guerre importanti da sessant’anni.
Questo fa sì che gli adulti conoscono solo un mondo
dalle frontiere stabili e per questo, aiutati da una notevole
ignoranza storica, le concepiscono come “naturali”, “immutabili”
e forse “sacre”. Se, tanto per giocare con le idee, la Germania
ipotizzasse una spedizione militare per andare a riconquistare
Königsberg, l’idea - prima che stupida, azzardata ecc. -
apparirebbe inconcepibile. Come assurdo apparirebbe che l’Italia
pensasse d’andare a riprendersi l’Istria con le armi. E tuttavia
forse che l’Istria non è appartenuta per secoli alla repubblica
di Venezia? E oggi non appartiene alla Croazia e alla Slovenia
solo perché loro hanno vinto la guerra e l’Italia l’ha perduta?
Forse che la patria di Kant non appartiene alla Russia perché
la Russia ha vinto la guerra e la Germania l’ha perduta? E l’unione
sovietica non s’è appropriata grandi territori polacchi,
compensando la Polonia con vasti territori tedeschi, tanto che si è
parlato di una Verschiebung (spostamento, dislocazione) dell’intera
Polonia verso ovest? Tutti questi fenomeni non rappresentano spostamenti
di frontiere in epoche preistoriche: sono i risultati dell’ultima
guerra continentale.
A volte – è vero - le frontiere
sono stabili perché determinate dalla geografia. O c’è
un mare, fra due paesi, oppure un grande ostacolo naturale:
fra la Spagna e la Francia i Pirenei non solo hanno fatto sviluppare
lingue e storie diverse, ma per la difficoltà di attraversamento
porrebbero un bel problema se un paese volesse dominare una
regione dell’altro. Al di là di questi casi, il modo fondamentale
per stabilire le frontiere non è né la geografia,
né la storia, né il principio di nazionalità:
è la vittoria militare.
Per molto tempo, ciò
è stato ovvio. Ed è per questo che son potuti
esistere imperi multinazionali senza gravi tensioni interne:
un esempio su tutti, l’impero austriaco, dove per molto tempo
l’Ungheria non soffrì dell’unione personale con l’Austria.
A partire dall’Ottocento si
è invece sentito giusto che qualunque gruppo umano,
identificato da una propria civiltà fatta di storia,
lingua, e religione, fosse indipendente (nazionalismo). Ma
anche in questo caso è rimasto vero che la forza delle armi
prevale sulla nazionalità. Königsberg era una
città tanto tedesca quando Kiel o Rostock, e tuttavia
l’Unione Sovietica ha praticamente buttato fuori i tedeschi e
ne ha fatto una città russa al punto che oggi la Germania non
saprebbe che farsene. Essa è drammaticamente decaduta e
in una situazione geografica addirittura assurda, essendo tagliata
fuori tanto dal territorio tanto russo quanto dal territorio
tedesco.
Né si deve pensare che
lo spostamento delle frontiere con la forza delle armi
si sia fermato con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel
1950 la Corea del Nord, aiutata dalla Cina, quasi riuscì
ad invadere la Corea del Sud e ad annettersela: mancava solo un
fazzoletto di terra intorno a Pusan, da cui partì la riscossa.
Il Vietnam del Nord, qualche mese dopo il ritiro degli americani,
invase ed annetté il Vietnam del Sud. Il quale fu così
lieto di essere riunificato col Nord che molta gente, pur di scappare,
morì in mare (boat people). Saddam Hussein, con la scusa
che il Kuwait era una regione irakena irredenta, l’invase e l’annetté.
Poco importa che quelli della Corea del Nord e di Saddam Hussein
siano stati tentativi falliti e quello del Vietnam del Nord
sia stato un successo: se Saddam Hussein non fosse stato sloggiato
dal Kuwait, col tempo il fatto che il Kuwait prima era stato indipendente
sarebbe divenuto una curiosità. Come l’indipendenza di
Venezia prima di Campoformio.
La maggior parte delle persone
ha convinzioni che non sono figlie della cultura ma
dell’esperienza personale. Per questo, poiché nella
cultura europea recente è mancata l’esperienza del cannone,
non si capisce l’origine delle frontiere e si crede che
esse stiano in piedi per virtù propria. Se un deprecato giorno
la pace finisse, molti imparerebbero molto in poco tempo.
Nota a proposito d’Israele
Israele è nato dalla
Dichiarazione Balfour del 1917 e poi, dopo la Seconda
Guerra Mondiale, da una decisione dell’Onu. La sua intenzione
era quella di vivere pacificamente negli strettissimi territori
assegnati. L’essenziale non era infatti l’estensione o la potenza
dello Stato, ma il possesso di un “National Home”, come si esprimeva
la Dichiarazione Balfour: cioè di un posto in cui gli ebrei
non potessero essere sottoposti a pogrom e da cui nessuno potesse
scacciarli. Fu l’aggressione araba del 1948 che costrinse Israele
a difendersi militarmente e, per conseguenza, le frontiere lasciate
dall’armistizio che concluse quella breve guerra furono per qualche
tempo “definitive”. L’attacco arabo si ripeté però nel
1967 con conseguenze ancor più gravi per gli aggressori: infatti
gli israeliani conquistarono tutta la Cisgiordania, le Golan Heights,
la Gaza Strip e l’intero Sinai fino al canale di Suez.
A questo punto – ed ecco si
torna a parlare di frontiere – Israele avrebbe potuto
annettersi tutti questi territori e mantenerli in eterno
ma di fatto, almeno per quanto riguardava il Sinai, la cosa
non era poi tanto vantaggiosa. Si ebbero dunque due interessi
convergenti: l’Egitto, con la chiusura del canale di Suez,
e la perdita dei pozzi petroliferi di Abu Rudeis (dal 1967
al 1973), perdeva consistenti introiti e subiva danni che non
poteva facilmente permettersi. Israele dal canto suo preferiva
una pace stabile con l’Egitto a tutte quelle pietre. Per questo,
dopo la guerra del 1973, (ancora una volta perduta dagli aggressori,
con la task force di Ariel Sharon in vista del Cairo), ambedue i
paesi stipularono un accordo: Israele restituiva il Sinai, l’Egitto
si tirava fuori per sempre da ogni coalizione aggressiva contro Israele
e questo calmava una volta per sempre i sogni militari di tutti
i paesi arabi, incapaci di battere Israele con l’aiuto dell’Egitto,
e a fortiori incapaci di farlo senza il suo aiuto. Solo i palestinesi,
come sempre assolutamente privi di senso del reale, continuarono a
parlare di riconquista militare.
Rimane aperta
– visto che l’argomento sono le frontiere - la questione
del perché Israele non abbia annesso gli altri territori
occupati.
Annessione significa allargamento
del proprio territorio ma anche concessione della cittadinanza
alle persone che su quel territorio abitano, con tutti
i diritti che ne conseguono. Ma se Israele si fosse annesso i
territori occupati avrebbe rischiato di avere più votanti
arabi che israeliani, avrebbe stravolto le ragioni della fondazione
del proprio Stato (il sionismo) e avrebbe posto in pericolo
la stessa sopravvivenza degli ebrei, divenuti minoranza. Inoltre,
lo stato israeliano è moderno e dunque costoso. Uno Stato
dove esiste un servizio sanitario nazionale, un sistema pensionistico,
ecc., finirebbe in bancarotta se dovesse estendere i propri vantaggi
ad una popolazione che, a causa della propria povertà e della
propria bassa produttività, contribuisce in maniera insufficiente
alla creazione delle risorse necessarie. Infine l’annessione avrebbe
avuto pessima stampa e avrebbe danneggiato l’immagine internazionale
di Israele. Anche se – visto come comunque gli si dà sempre
torto – questa avrebbe dovuto essere la ragione meno importante. L’annessione
non era dunque un assurdo giuridico – la maggior parte delle frontiere
sono frutto della violenza internazionale – ma era poco conveniente.
C’era tuttavia un’ultima soluzione:
invadere la Palestina e scacciare con la forza tutti
gli arabi. In questo caso Israele avrebbe avuto un territorio
più vasto senza nessun problema. Qualcuno sicuramente
si scandalizza alla sola ipotesi: ma a torto. La soluzione è
barbarica ma non infrequente, neanche negli ultimi secoli. Quando
los Reyes Catolicos invasero il sud della Spagna (1492) ne scacciarono
gli ebrei ed infatti costoro dovettero cercare rifugio altrove,
nel Nord Africa musulmano (allora ben più tollerante di
oggi) e in Turchia (anch’essa musulmana). Quando i russi hanno cominciato
ad invadere le regioni orientali della Germania, i loro eserciti
si sono dati a tali stupri e a tali massacri che i tedeschi orientali
sono fuggiti via a piedi, a milioni, verso l’ovest, per avere salva
la vita. E questo ha reso facile rendere polacco il territorio
da loro abbandonato. E infatti di questo possibile irredentismo nemmeno
si parla.
Dunque quando Hamas parla di
eliminare Israele e prenderne il territorio dice qualcosa
di barbarico, ma non fuori dal mondo. Mentre se Israele,
pur avendone la possibilità militare, non pensa nemmeno
di eliminare o scacciare tutta la popolazione palestinese,
non è perché sia fuori del mondo, perché non
possa farlo o perché nessuno l’abbia mai fatto: è
perché si tratta di un paese civile. Civile quanto Hamas
non sarà mai.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 25 giugno 2006
LA DIETROLOGIA
Se c’è un peccato
di cui nessuno vuole dichiararsi colpevole è
l’ingenuità. Ma alcuni dall’orrore per questa colpa sono
indotti al peccato opposto, a quella diffidenza fantasiosa
e affabulatoria che ha nome “dietrologia”.
La dietrologia è l’atteggiamento
di chi, dinanzi ad un fatto magari chiaro, ha il sospetto
che si tratti di un fondale, di una mera “species”, di un’apparenza
che cela una verità che sta “dietro”. E i sospetti
aumentano quando un fatto clamoroso sembra evidentissimo: possibile
che le cose stiano semplicemente così? Non è che
per caso qualcuno è riuscito a darla a bere a tutti? Il
dietrologo si lancia allora in un’indagine senza remore e senza
complessi a base di “cui prodest?” (a chi giova?) e spesso preferisce
le ipotesi più inverosimili a quelle più naturali.
Un esempio è la teoria
largamente diffusa secondo cui gli americani non sono
mai arrivati sulla Luna. I filmati, le foto, le cronache televisive
non sono altro che una montatura vagamente hollywoodiana
(del resto se ne è fatto un film!) per far credere al mondo
che è stata compiuta quell’impresa. Perfino i russi, che
pure avevano ogni interesse a negare quel successo, sono stati perfettamente
ingannati. Qualcuno ha perfino fatto notare una foto in cui si
vede una bandiera americana che sventola sul suolo lunare mentre
si sa benissimo che sulla Luna non c’è atmosfera. E dunque non
ci può essere vento. Cosa che il dietrologo casalingo sa ma
i tecnici della Nasa evidentemente ignorano.
Il massimo della fantasia
dietrologica si scatenò con l’assassinio John F.
Kennedy. Per mesi, per anni e infine per decenni imperversò
la più appassionata caccia all’orrenda verità nascosta.
Già un anno dopo il fatto, nel tentativo di mettere punto
a queste fantasie, l’Amministrazione americana istituì
la commissione Warren, guidata da un magistrato universalmente apprezzato
e stimato, e l’indagine si concluse con la banale verità
iniziale: Kennedy era stato ucciso da una sorta di balordo di
nome Lee Oswald. Ma questo non bastò a porre un termine
alle speculazioni. Per molti decenni ancora, con un mare di pubblicazioni,
c’è stato chi ha fatto il conto dei testimoni venuti meno,
chi ha messo in dubbio la casualità di chi era morto in un incidente,
chi si è chiesto quanti fossero gli assassini, chi ha confrontato
questo e quello, accusando di volta in volta Johnson (che prese il posto
di Kennedy), gli ebrei, gli arabi, Castro e forse anche la Spectre.
Sono passati quarant’anni e l’unica cosa sicura è ciò
che si sapeva già dopo un mese: che Kennedy è stato ucciso
da Lee Oswald. E tuttavia chi s’è sempre limitato a questo, chi
ha detto che non c’era niente di speciale da scoprire, è stato
coperto d’irrisioni ed è passato per un ingenuo.
Qualcosa di analogo si è
verificato per l’attentato alle Twin Towers. C’è
gente che è andata a chiedersi quanti ebrei ci fossero
negli edifici, per sapere se erano stati avvertiti (l’attentato
sarebbe stato organizzato dallo Shin Beth, evidentemente!);
se ce n’erano meno del solito e quanti se ne erano salvati. Altri
hanno immaginato che l’attentato addirittura non si sia mai
verificato (lo sostiene un lettore sul “Corriere della Sera” del
22 giugno 2006) e una mente simile deve avere anche quel tale Ahmadinejad
il quale sostiene che la Shoah non ha mai avuto luogo. Probabilmente
alcuni milioni di ebrei sono evaporati perché l’estate era
calda.
Questo atteggiamento nasce
da un complesso d’inferiorità: “La cosa sembra
evidente ma forse c’è il trucco e io non sono abbastanza
intelligente per vederlo”. E infatti l’obiezione che si fa
a chi è allergico a queste fantasie è: “Non pensi
che potrebbero averti ingannato?” Come dire: “Sei sicuro d’essere
più intelligente di me?”
È vero, a volte si
è ingannati; e può occasionalmente avvenire
che la verità si scopra in ritardo. Ma la persona normale,
se vede un semaforo rosso, pensa che sia un semaforo rosso.
Un daltonico non distingue il rosso? E che dunque non sappiamo
se in realtà il semaforo sia o no rosso? La questione –
in filosofia chiamata “problema della conoscenza” – è oziosa.
Il daltonico non vede il rosso, il nostro orecchio non percepisce
gli ultrasuoni, e tuttavia, se a distanza normale e in buone condizioni
di illuminazione vedo un gatto, non ho dubbi: come diceva Bertrand
Russell, so che si tratta di un gatto “capace di gioie e dolori
felini”.
I fatti evidenti sono veri
fino a prova del contrario e al semaforo rosso è
meglio fermarsi. Per non dover discutere del problema della
conoscenza con San Pietro.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 24 giugno 2006
Ridiamo per
non piangere
Allora, e' passata!
Israele dopo 60 anni di
richieste sempre respinte e' entrata ufficialmente
a far parte dei paesi membri della Croce Rossa Internazionale.
Il Maghen David Adom e'
stato ammesso! Evento straordinario se si pensa che
fino all'ultimo momento i paesi islamici si sono opposti.
Il MDA ha lavorato con
la CRI dal lontano 1930, molti anni prima che Israele
diventasse uno stato, e dal 1949 Israele ne chiede l'ammissione
come membro dell'organizzazione, ammissione sempre negata
a causa del veto arabo e dell'allergia islamica , e non solo,
al simbolo della Stella di David.
Dopo anni di richieste,
di rifiuti, di accuse, soprattutto dopo decenni di
superbo lavoro fatto dal MDA in campo internazionale portando
dovunque fosse necessario il proprio personale superspecializzato
e ospedali da campo ad alta tecnologia, ecco che ieri finalmente
Israele cessa di essere tabu', paria, maledetto, per diventare
membro ufficiale del Croce Rossa Internazionale.
Che bello, che bello!
Chissa' perche' pero'
non mi riesce di essere contenta, chissa' perche'
provo un senso di nausea, chissa' perche' neanche questa volta
la CRI riesce ad uscirne pulita.
Semplice.
Ogni organizzazione sanitaria
facente parte della CRI deve, per legge, appartenere
ad una Nazione Sovrana e cosa hanno fatto ieri?
Zakkete! Un colpo di bacchetta
magica e la legge e' stata cancellata nel giro di mezzo
secondo! Perche', vi chiederete voi , persone oneste.
Come perche'...non lo
potete immaginare?? Per poter ammettere, simultaneamente
a Israele, ...indovina indovinello.....cena pagata
a chi indovina.....anche la Mezza luna rossa PALESTINESE.
Ecco.
Ricapitolando, un Paese
democratico, Israele, con tutti i meriti riconosciuti
al MDA, ha impiegato 60 anni per riuscire a entrare a far
parte della CRI e i palestinesi, senza avere uno stato sovrano,
eccoli la' , dentro anche loro, senza fatica, senza dover chiedere,
dentro e basta. Sono palestinesi perbacco, porte aperte per
loro dovunque.
Il motivo della nausea
che mi travolge e' che le organizzazioni sanitarie distintesi,
come il MDA e altre, nel salvare la gente in giro per il mondo,
saranno in compagnia di quella palestinese, facente parte
di un'entita' terrorista, naturalmente sovrana, e distintasi
per il trasporto di terroristi suicidi dai Territori in Israele
e per il trasporto di armi.
Come si dice da queste
parti: Kol ha kavod , complimenti, alla Croce Rossa
Internazionale, proprio un bel acquisto e forse il sospetto
del ricatto e' molto piu' di un sospetto.
O la Palestina o niente
Israele....
Che nausea.....
Deborah Fait
- informazionecorretta
L'ossessione planetaria
che si chiama Israele
E' successo il
finimondo ai Mondiali di calcio: un giocatore della
squadra del Ghana, proveniente dall'Hapoel Tel Aviv, alla fine
della partita vinta dalla sua squadra, tira fuori da una
tasca dei pantaloncini un piccola bandiera di Israele e la
sventola ridendo felice. Perche'? Per motivi suoi, forse per
la gioia di aver vinto, forse per rendere omaggio al Paese, Israele,
che lo ospita e lo ama, un gesto insomma di pura e semplice felicita'.
In se' il fatto non
avrebbe grande importanza, lo sport affratella, dicono,
ma diventa un caso internazionale se la bandiera sventolata
e' quella di Israele, in questo caso lo sport divide e un
gesto innocente non e' piu' una semplice manifestazione di
gioia ma diventa uno scandalo mondiale.
I giornalisti arabi
presenti allo stadio, senza eccezione, si sono messi
a urlare isterici "Cosa stai facendo", lo urlano in diretta,
con orrore!
Il mondo arabo-islamico,
notoriamente razzista e antisemita, fa scoppiare
immediatamente il caso, accusa Paintsil di essere un
agente del mossad, parla di complotto sionista.
Il Ghana chiede scusa,
fa passare il proprio giocatore per un povero sempliciotto,
naiif, qualcuno , in Italia, insinua essere stato pagato
dai "sionisti".
Lui, John Painstil,
e' obbligato dalla Federazione Calcio del Ghana a
chiedere scusa.
Fantascienza? Viviamo
in un mondo sbagliato?
Viviamo in una societa'
dove comandano loro, gli arabi e chi gli fa uno
sgarro , perche' per loro la bandiera di Israele e' come
per il toro la muleta rossa, e' finito! Finito!
E' di oggi la notizia
che il Ghana ha chiesto scusa anche alla Lega Araba.
Capite? la lega Araba
e' come l'ONU degli arabi, rappresenta paesi con
cui Israele ha gia' fatto la pace e altri paesi con cui dovrebbe
farla, eppure questo organismo che dovrebbe essere serio ha
preteso le scuse perche' un calciatore, nella foga della vittoria,
ha sventolato una bandierina di Israele.
Scandaloso!
Questo dovrebbe far
capire chi sono queste persone e come sono lontane
dalla sola idea della pace e del dialogo ma sappiamo
tutti che nessuno proferira' verbo contro di loro in difesa
di Painstil e del suo gesto di felicita'. Sappiamo tutti che
il giocatore verra' lasciato solo tra le fauci dei barbari.
I pacifisti dicono a
Israele "dovete parlare , parlare, parlare con loro".
Parlare? Con chi? E'
possibile parlare di cose serie come la pace e la fine
del terrorismo con gente che considera uno sgarro incommensurabile
lo sventolio di una bandierina israeliana in un campo
di calcio?
Si puo' parlare con
chi vuole le scuse per questo? Scuse per cosa? scuse
perche'?
Come si puo' avere un
dialogo con chi e' cosi' lontano da ogni valore civile
e democratico?
Non e' difficile immaginare
che Painstil, con il suo gesto, ha messo a rischio
la propria vita. Tornera' in Israele dove risiede la
sua famiglia, ma poi? Cosa lo aspettera' quando andra' a giocare
altrove? Ha un marchio indelebile, gli sta simpatico Israele,
ama Israele, lo ha onorato sventolandone la bandiera che
teneva in tasca a mo' di portafortuna. E' finito ormai.
Chi ama Israele, e lo
dimostra apertamente e senza paura, perde ogni diritto,
diventa un paria per gli arabi e per i loro schiavetti
europei.
Cosa dite che sarebbe
accaduto se avesse sventolato una bandiera palestinese?
, Sarebbe scoppiata un'ovazione in onore suo e del coraggioso
popolo palestinese e Painstil diventerebbe miliardario.
Poveraccio, come tanti
di noi , ha scelto di stare dalla parte sbagliata.
Dalla nostra parte
non c'e' onore, non ci sono soldi, ci sono solo insulti
e minacce ma abbiamo il rispetto di noi stessi perche'
difendiamo la democrazia e l'onesta' di un Paese aggredito
da piu' di 60 anni, ininterrottamente, che sa sempre mantenersi
giusto.
Nessun
paese al mondo avrebbe la pazienza di Israele eppure
viene demonizzato ogni volta che dall'altra parte muore
un civile.
E' terribile,
i bambini non dovrebbero mai essere uccisi ma sarebbe
ora di gridarlo forte ai loro padri, ai loro fratelli.
Gridiamoglielo
una buona volta! basta mandare i vostri figli al
macello!
Quando
si mettono le rampe di lancio missili in mezzo alla
gente, quando si va girellando per le strade affollate
di una citta' con furgoni pieni di razzi katiuscha
e' inevitabile che vengano colpiti i civili. Ed e' ancora
piu' inevitabile quando i terroristi fanno il lancio e prima
che arrivi la risposta scappano, mentre gli altri restano
la' a guardare, probabilmente non abbastanza veloci come i loro
padri assassini .
Possibile
che mai nessuno si chieda come mai tanti bambini vengono
colpiti? Possibile che mai nessuno voglia sapere perche'
i genitori non tengono lontani i loro figli dalle postazioni
del terroristi?
Possibile
che nessuno si scandalizzi per l'uso di scudi umani
che fanno i palestinesi?
E tutti
sono scudi umani da quelle parti, per quella gentaglia,
tutti, bambini, mogli, donne incinte, ragazzini, tutti
la', una folla.
Israele
ha solo due possibilita', rispondere colpo su colpo
o lasciare che loro continuino la loro attivita' di assassini,
senza difendersi.
Un'altra
cosa deve smettere di fare Israele, chiedere scusa!
Sono i
genitori di quei bambini che dovrebbero chiedere scusa
e sono i genitori di quei bambini che dovrebbero saltare
addosso ai terroristi che li fanno ammazzare.
Una famiglia
di Beit Hanun, nel cui giardino hamas metteva le
rampe, lo ha fatto, si e' ribellata ma... non si e' piu' saputo
niente di cosa le sia successo.
Un'altra
cosa sta accadendo in questi giorni. La Croce Rossa
Internazionale sta per varare il simbolo che permetterebbe
anche a Israele, dopo 60 anni , di entrare a far parte dell'Organizzazione.
Anche qui sono gli arabi che si oppongono, lo fanno
dal 1949, e non e' del tutto sicuro che passera' la mozione
perche' continuano a sbraitare che no, Israele non deve entrare.
Vedremo,
l'unica speranza che abbiamo tutti noi democratici,
per il bene del Mondo non solo di Israele, e' che il petrolio
finisca presto.
Deborah
Fait - informazionecorretta
UNA NOTA SULLA
MATURITÀ
Ai ragazzi, in occasione
della maturità, è stato richiesto di
trattare il tema: "Finalità e limiti della conoscenza
scientifica: che cosa ci dice la scienza sul mondo che
ci circonda, noi stessi e sul senso della vita".
La traccia è
fuorviante.
La scienza ha come
unico fine la conoscenza. Questa attività ha
certo delle ricadute concrete, ma in sé la scienza ha
come fine solo la conoscenza.
Essa ci fornisce molti
dati sul mondo che ci circonda, inclusi noi stessi,
ma nulla sul senso della vita. Questo problema, essendo
questione metafisica, esula dall‚ambito delle sue possibilità.
Per i "limiti" della
conoscenza, basterà dire che hanno provato in
molti, a mettere la museruola alla scienza, ma nessuno c'è
riuscito. Ciò che si è vietato qui è stato fatto
lì. Quella dell'etica scientifica è una battaglia
di retroguardia in una guerra definitivamente perduta.
La scienza segue un solo principio, la ricerca della verità
scientifica: e non ha limiti. Soprattutto perché, una
volta trovata una soluzione, nessuno si priva dei vantaggi ottenuti.
Sui banchi di scuola,
il risultato sarà stato invece una serie di geremiadi
retoriche e disinformate sugli ogm, i rischi del nucleare,
le cellule staminali e, oddio!, quanto sono cattivi e pericolosi
gli scienziati. Il tutto senza privarsi, immediatamente
dopo, di tutti i vantaggi della scienza più avanzata,
a cominciare dalle play-stations, dai VCR, dai DVD,
dal GPS e dai telefonini che a momenti fanno anche il caffè.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 21 giugno 2006
IL SIGNOR SAVOIA
Se non si è
particolarmente appassionati di cronaca nera, la vicenda
di Vittorio Emanuele di Savoia è totalmente priva
d’interesse. Per questo val più la pena di commentare
i commenti che quei fatti squallidi.
Molti
si sono stracciati le vesti per il linguaggio scurrile,
per la reificazione della donna avvilita al livello di mero
oggetto di piacere e in generale per una volgarità intollerabile.
E tuttavia è necessario chiarire. Da sempre, gli esseri
umani si appartano per accoppiarsi e chiudono la porta del bagno
perfino per fare una cosa innocente come la doccia. Ci sono
cose destinate al segreto. Anche Elisabetta d’Inghilterra si
mette le dita nel naso, in privato, ma si può serenamente
escludere che lo faccia in pubblico.
Anche
per la lingua si può dire che ce n’è una pubblica
e una privata. La linguistica parla di “registri”, o “livelli
di lingua”. Il giovane capitano che si comporta in maniera
impeccabile durante una serata di gala in un’ambasciata
è la stessa persona che, la mattina, ha usato un “linguaggio
da caserma”. Perché in caserma, appunto, quel “registro”
è appropriato. E si provocherebbe uno scandalo se,
durante la serata, si proiettasse un film con quello stesso
uomo che dice oscenità, tratta scortesemente i soldati semplici,
o che, sotto la doccia, nudo come tutti, scherza sui genitali
dei colleghi o spiega in lungo e in largo quello che farebbe
con la moglie del colonnello. A questo punto si potrebbe dire che
“il capitano ha provocato uno scandalo”? Certamente no. Lo scandalo
lo provoca chi porta in ambasciata il “registro di lingua” appropriato
ad un altro ambiente. Se si praticasse per tutti, quanti si salverebbero?
Con
lo sbracamento imperante, oggi esiste una tendenza
a confondere gli ambienti. Ci sono uomini, come Vittorio
Sgarbi, che non riescono a non dire parolacce in televisione;
e ci sono donne capaci di dire “non mi rompere i coglioni”. Talmente
lontano è andato l’imbarbarimento della lingua: ma non
negli ambienti borghesi. Qui le persone tengono ancora alle forme
e durante una cena o una conversazione la parolaccia non sarebbe
gradita. Sarebbe anzi un imperdonabile atto di cattivo gusto. E
in passato è stato molto peggio. Già “casino” un tempo
era una parola impronunciabile. Al sottoscritto capitò di
scandalizzare una signora che aveva largamente l’età per
essere sua madre, per avere usato la parola “preservativo”. O
forse la parola fu pudicamente “profilattico”: ma era l’oggetto
stesso, ad essere innominabile. E tuttavia c’è un fenomeno
linguistico deteriore che ha resistito, nel tempo, anche fra i
buoni borghesi: ed è quello che si potrebbe chiamare “il lessico
sessuale virile”.
Questo registro puramente virile
nasce dall’esigenza di controbilanciare l’inconscia paura
di non essere all’altezza delle prestazioni sessuali richieste
dal mito. Il mito di una virilità straordinaria,
senza falle e senza limiti. Per questo gli uomini hanno sempre
raccontato balle sulle loro prestazioni sessuali e si sono
lasciati andare ad affermazioni iper-mitologiche quando si è
trattato di semplici parole. Di ipotesi del tipo: “a quella farei
questo e quello”, ecc. La vanteria da ragazzi di borgata, praticata
anche da adulti e padri di famiglia, è stata sempre una
caratteristica dell’ambiente puramente maschile. Un ambiente
in cui nessuno parlerebbe mai delle proprie difficoltà,
delle proprie timidezze, dei propri insuccessi a letto. La regola
è una totale mancanza di finezza e delicatezza, un cinismo
ai limiti della delinquenza, una proclamazione della propria indefettibile
disponibilità al sesso, pressoché senza limiti, neppure
fisiologici, e una totale reificazione della donna. Con l’unica
eccezione della propria madre e delle mogli dei presenti.
Questo fenomeno è
così diffuso, o è stato così diffuso in passato,
che si sono esibiti in questo modo anche uomini
delicati e sensibili, che non osavano mostrarsi quali
erano durante il festival della volgarità. Perfetti
gentiluomini con tutte le donne che si sono poi innamorati
e sposati, e non raramente sono persino stati fedeli alle loro
mogli. Dal mito si era passati alla realtà.
Ma se così stanno le cose,
perché scandalizzarsi – come non si è privato di fare
nemmeno Prodi, come se qualcuno l’avesse obbligato a parlare
di cronaca nera – per il linguaggio di Vittorio Emanuele? È
soltanto una persona che non ha avuto la schiena abbastanza
diritta e il gusto abbastanza buono per resistere alla tendenza
corrente. Se ha commesso dei reati, che paghi per i reati. Quanto
al linguaggio, non rimane che da disapprovarlo – se si è
sicuri che non lo si pratica personalmente – come un atto di
cattivo gusto. E per il resto, se non si è monarchici, non
c’è altro da dire.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
I
n passato gli uomini
hanno spesso adottato fra loro un linguaggio diverso
da quello usato quando c’erano delle signore. Anche se
oggi, con lo sbracamento imperante, esiste una tendenza
a confondere i due ambienti. Da un lato ci sono uomini, come
Vittorio Sgarbi, che non riescono a fare la distinzione, dall’altro
ci sono donne capaci di dire “non mi rompere i coglioni”. Talmente
lontano è andato l’imbarbarimento della lingua. Ma cinquant’anni
fa “casino” era ancora una parola impronunciabile.
Oggi, con lo sbracamento
imperante, esiste una tendenza a confondere i due
ambienti. Ci sono uomini, come Vittorio Sgarbi, che non riescono
a non dire parolacce in televisione, dall’altro ci sono
donne capaci di dire “non mi rompere i coglioni”. Talmente
lontano è andato l’imbarbarimento della lingua: ma non
negli ambienti borghesi. Qui le persone tengono ancora alle
forme. Durante una cena o una conversazione la parolaccia non sarebbe
gradita, sarebbe anzi un imperdonabile atto di cattivo gusto.
Quello che invece è rimasto abbastanza invariato è
certo modo di parlare di sesso fra uomini. In passato gli uomini
adottavano un linguaggio diverso secondo che fossero ne presenti
delle donne mentre
In passato gli uomini
adottavano fra loro un linguaggio diverso da quello
usato quando c’erano delle signore. Già “casino” era
una parola impronunciabile. Al sottoscritto capitò
di scandalizzare una signora che aveva l’età per essere
largamente sua madre, per avere usato la parola “preservativo”.
O forse la parola fu pudicamente “profilattico” ma era
l’oggetto stesso, ad essere innominabile. Oggi, con lo sbracamento
imperante, esiste una tendenza a confondere i due ambienti.
Ci sono uomini, come Vittorio Sgarbi, che non riescono a non
dire parolacce in televisione, dall’altro ci sono donne capaci
di dire “non mi rompere i coglioni”. Talmente lontano è
andato l’imbarbarimento della lingua: ma non negli ambienti borghesi.
Qui le persone tengono ancora alle forme. Durante una cena o una
conversazione la parolaccia non sarebbe gradita, sarebbe anzi un
imperdonabile atto di cattivo gusto. Quello che invece è rimasto
abbastanza invariato è certo modo di parlare di sesso fra
uomini.
Sì
al referendum per il dialogo e la riforma
Diritto e Giustizia:
Il referendum confermativo del 25 e 26 giugno sulla
riforma costituzionale costituisce un'importante occasione
per compiere una scelta di modernizzazione delle nostre
istituzioni.
Il testo sottoposto
a referendum:
1. rafforza
la figura del Primo ministro quale leader responsabile
di una coalizione; rafforza i poteri del governo in
Parlamento e i poteri del Primo ministro all'interno del governo
e della maggioranza; egli può nominare e revocare i
ministri, come è dappertutto fuorché in Italia, e può
proporre al Capo dello Stato lo scioglimento anticipato, potere
bilanciato da quello attribuito alla Camera di evitare lo scioglimento
stesso mediante l'approvazione di una mozione nella quale la
maggioranza espressa dalle elezioni indichi il nome di un nuovo
Primo ministro;
2. affida al
Presidente della Repubblica un ruolo di garanzia,
disciplinando l'esercizio dei poteri presidenziali di
più immediata valenza politica (nomina del Primo
ministro e scioglimento) in modo da ridurre il rischio
di dannosi dualismi;
3. supera finalmente,
con una scelta coraggiosa, il bicameralismo indifferenziato
(un'assurda anomalia italiana), limitando il rapporto
fiduciario alla sola Camera dei deputati; si tratta di
una scelta essenziale, sia per realizzare un assetto
di tipo federale, che presuppone l'istituzione di una Camera
federale come sede di raccordo tra Stato e Regioni, sia per
evitare che un'eventuale divaricazione nella composizione
politica delle due Camere pregiudichi la governabilità
e lo stesso bipolarismo;
4. riduce di
un quinto il numero totale dei parlamentari;
5. corregge
in più punti le irragionevoli soluzioni introdotte
nei rapporti Stato-Regioni dalla revisione costituzionale
operata nel 2001 dal centrosinistra. Quella riforma
ha minato gravemente la funzionalità del nostro sistema
normativo e istituzionale e ha provocato un fortissimo
contenzioso tra Stato e Regioni, ha diffuso incertezza tra
i cittadini, le imprese, gli operatori economici. Il testo
ora proposto al voto dei cittadini reintroduce il limite dell'interesse
nazionale, riconduce allo Stato una serie di materie impropriamente
inserite tra le materie di competenza regionale e, nonostante
quel che sostengono parole d'ordine falsificanti, attribuisce
in esclusiva alle Regioni competenze legislative (in tema di
sanità, istruzione e polizia amministrativa) che esse
già possiedono.
La riforma
non "spezza l'unità del Paese" - anzi la ricrea
- né impone la "dittatura del premier". Essa introduce,
invece, innovazioni che consolidano a livello costituzionale
l'evoluzione reale della forma di governo, assicurando
i necessari cambiamenti istituzionali per la definitiva
trasformazione della nostra in una democrazia dell'alternanza,
in sintonia con le grandi democrazie europee, ferma restando
la intangibilità dei principi fondamentali della Costituzione
vigente.
Se prevarrà
il "No", la spinta conservatrice pregiudicherà per
molti anni a venire qualsiasi tentativo riformatore della
Carta del 1948 che non è più adeguata ad affrontare
le grandi sfide del nostro tempo.
Non ci nascondiamo
il fatto che la riforma meriti di essere successivamente
integrata con alcuni correttivi, che riguardano in
particolare:
* il complesso
procedimento legislativo che appare farraginoso,
e che rischia di determinare conflitti di competenza tra
le due Camere paralizzando l'iter formativo della legge;
* la forma
di governo, ove alcune rigidità finiscono per
attribuire poteri di veto e di ricatto a componenti minoritarie
della maggioranza;
* la composizione
e il ruolo del Senato, non pienamente rappresentativo
delle Regioni e dotato di poteri decisionali che pregiudicherebbero
la funzione di indirizzo del Governo;
* lo statuto
dell'opposizione solo abbozzato e che va rafforzato.
Queste incongruenze
e difetti riguardano però, in particolare,
quelle parti della riforma che entrerebbero in vigore solo
in un secondo momento: nel 2011 o nel 2016. E' questa un'opportunità
che consente di conciliare l'esigenza di emendare con urgenza
il Titolo V con quella di apportare correzioni, da effettuarsi
con metodo auspicabilmente bipartisan, alle parti della
riforma che necessitano ancora di riconsiderazione.
Del resto,
lo stesso Presidente della Repubblica, nel suo messaggio
dopo il giuramento, ha affermato che dopo il voto
"si dovrà comunque verificare la possibilità di
nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario
largo consenso in Parlamento".
Per queste
ragioni, i sottoscritti ritengono che il "Si" alla
riforma costituisca oggi l'unica possibile scelta per
rendere le nostre istituzioni adeguate alle mutate esigenze
della società italiana e per giungere a una riforma condivisa
e quindi alla legittimazione reciproca degli schieramenti
politici.
E si appellano
a quanti non hanno abbandonato la speranza che il
nostro Paese possa rinnovare le sue istituzioni, perché
votare "Sì" al referendum significa impedire
che l'ennesima occasione vada perduta.
Per aderire
al manifesto dei docenti universitari "Si' al referendum,
per il dialogo e la riforma" scrivere a info@magna-carta.it
Per conoscere
i nomi dei irmatari clicca qui.
Fondazione Magna-Carta
PROGNOSI
Per capire la
situazione politica italiana è sempre necessario
un grande sforzo di semplificazione. Recentemente però
questo sforzo non sembra sufficiente. Il centro-sinistra
ha vinto le elezioni; da un mese è stato formato un
nuovo governo; scorrono i famosi “cento giorni” che dovrebbero
rappresentare la luna di miele della legislatura e tuttavia,
per quanto se ne sa, tutta l’attività dei vertici della
politica si limita a promesse e minacce, veti e proclami, liti
e ammonimenti. Tanto che il cittadino si chiede chi veramente
comandi e che cosa ci si debba realmente aspettare.
Il metodo giusto
per affrontare i problemi complessi è partire
dai pochi dati sicuri.
l governo Prodi
è caratterizzato al Senato da una maggioranza
risicatissima. Il raffreddore d’un anziano senatore a
vita, la stilettata d’un franco tiratore, lo scrupolo
di coscienza d’un cattolico o d’un comunista possono farlo
cadere. E il risultato si vede. Come si sa, per rispondere
alla fame di poltrone si è proceduto allo “spacchettamento”
di alcuni ministeri; e poiché questo avveniva in violazione
della legge Bassanini, è stata necessaria una decisione
del Senato. E tuttavia su questo primo provvedimento,
così banale, è stata posta la questione di fiducia
e i senatori sono stati costretti a votare alla luce del sole.
Ma questo metodo non può essere adottato costantemente
e al contrario, anche il suo uso frequente è un rischio:
se si sbaglia una volta, si va tutti a casa.
La situazione è drammatica.
Dal momento che
la maggioranza è risicatissima, ognuno dei nove
partiti dell’Unione ha un enorme potere di ricatto. Questo
spiega il governo pletorico che è stato messo su. Non
è che Prodi sia stato felice di formare il governo più
numeroso di tutti i tempi, inclusi quelli – tanto vituperati – della
Prima Repubblica: è stato obbligato a farlo perché
i singoli partiti non hanno chiesto, hanno preteso certi posti e
certe poltrone. Puntandogli una pistola alla tempia. Inoltre parecchi
di questi partiti sono “ideologici”, cioè tendenzialmente
rigidi, impermeabili al buon senso e capaci di impuntature e veti
incrociati. Sono dei pessimi compagni di cordata.
A questo punto
si può stabilire una sorta di parallelogramma delle
forze. Il governo ha lo svantaggio d’essere sottoposto ad ogni
sorta di ricatti – basti vedere il modo in cui Bertinotti ha reclamato
ed ottenuto la Presidenza della Camera – ed ha il vantaggio che
assolutamente tutti i partiti della coalizione e tutti i singoli
parlamentari sanno d’essere a rischio. La sopravvivenza della
maggioranza è sospesa alla fedeltà di tutti, al di sopra
sia dei principi sia degli interessi particolari. La prognosi a
questo punto è semplice: prevarrà il piacere di esercitare
il potere di ricatto o il piacere d’essere al potere? E per i singoli
senatori, prevarrà la disciplina di partito o il piacere
di seguire la propria coscienza o perfino di pugnalare alle spalle, col
voto segreto, qualche dirigente del proprio partito o un governo in
cui c’è stato posto per tutti ma non per loro?
Per evitare di
scontentare qualcuno, Prodi non ha fatto praticamente
nulla. Non ha mai preso posizione e quando non ha potuto
cavarsela diplomaticamente ha semplicemente taciuto. La
politica attuale sembra seguire il consiglio andreottiano
“meglio tirare a campare che tirare le cuoia”: ma tirare a
campare non è governare. Inoltre cedere alle estorsioni è
una pessima politica perché corrisponde a dare il massimo
potere a chi è massimamente senza scrupoli.
Forse sarebbe
stato meglio che Prodi, esercitando per primo il potere
di ricatto, avesse detto: mi rifiuto di varare un governo
ridicolmente pletorico; chiarisco qual è il programma
reale di questa legislatura; vi avverto che nei prossimi
anni si farà questo e quello ma non quell’altro. Chi
è d’accordo alzi la mano e chi non è d’accordo
faccia cadere il governo oggi stesso.
Se avesse fatto
così, o sarebbe andato immediatamente a casa
con onore oppure il centro-sinistra avrebbe avuto un leader
e una linea politica.
Ma Prodi è
un leader?
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 20 giugno 2006
L’ASSOLUTA VERITÀ
SUL “CODICE DA VINCI”
Sono un
reprobo ed anche un originale: un reprobo perché
ho letto “Il Codice da Vinci” e un originale perché
ammetto di essermi divertito. Non ho seguito nessuna discussione
al riguardo e tuttavia l’arcangelo Raffaele mi ha rivelato
qualcosa d’interessante.
La storia delle religioni può
essere vista in due modi, secondo che si sia fedeli o miscredenti.
Che il Corano sia stato dettato a Maometto da un
angelo è storia per i musulmani e leggenda per
i cristiani. Per conseguenza, se qualcuno dice che il Corano
non fu dettato dall’arcangelo Gabriele ma dall’arcangelo
Raffaele, si può obiettare dicendo che tutta la tradizione
islamica parla di Gabriele e non di Raffaele (risposta del
credente) oppure dicendo che entrambe le versioni sono
pure fantasie, di cui non si può discutere razionalmente
(risposta del miscredente).
Per quanto riguarda
i cattolici credenti si deve fare un’ulteriore
suddivisione. Ci sono coloro che riconoscono
l’autorità della Chiesa e coloro che non la riconoscono.
Gli obbedienti, quand’anche trovassero che l’assunzione
in cielo di Maria sia discutibile, s’inchineranno
al dogma proclamato nel 1950. I negatori dell’autorità,
cioè gli adepti del Cristianesimo fai-da-te, reclamano
invece la loro indipendenza di giudizio. Accettano magari
che Maria sia stata sempre vergine ma se reputano l’assunzione
inverosimile (un corpo? E dov’è?) negano questo dogma.
Credono ad una cosa e non ad un’altra e, senza saperlo, sono
eretici. Oppure, quando si organizzano in setta, protestanti.
Dunque il Codice da Vinci può
essere visto in tre modi.
I miscredenti leggono il libro,
si divertono e non si pongono neppure il problema della verosimiglianza.
Chi si chiede se James Bond è veramente esistito,
se la Spectre minaccia il mondo e se E.T. è poi
veramente tornato a casa?
I credenti magari si divertono
ma proclamano assurde tutte le affermazioni in contrasto
con l’insegnamento della Chiesa.
I credenti fai-da-te tirano fuori
i vangeli apocrifi ed affermano, giustamente, che
il loro minore valore rispetto ai sinottici e al vangelo
di Giovanni è solo una decisione della Chiesa.
Loro hanno il diritto di leggere anche gli altri e pesarli
e giudicarli per quello che valgono. Ed è qui che la
diatriba diviene infinita. Perché, essendo nel campo dell’inverosimile,
la controversia ha presto aspetti surreali, come quando
si discute se il Corano sia stato dettato da Gabriele o da
Raffaele.
Il buon senso vuole che il miscredente
non si occupi del problema. Esso è infatti
privo d’interesse per chi già non crede a nulla.
Il credente invece è bene che segua l’insegnamento
della Chiesa, che solo per questo ha accettato quattro vangeli
e non sette o dieci. I credenti fai-da-te invece discuteranno
fra loro e si azzufferanno, finché l’argomento sarà
di moda, ma non caveranno un ragno dal buco.
L’unica cosa veramente affliggente
è vedere che c’è gente che solo ora scopre
la critica neotestamentaria, solo ora si pone il
problema del Cristo storico, solo ora applica la riflessione
a qualcosa da cui potrebbe dipendere la sua vita eterna.
L’assoluta verità sul “Codice
da Vinci” è che non se ne può discutere
seriamente.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it - 17 giugno
2006
MOLLICHINE
Tremonti:
“I problemi non sono grossi. È il governo che
è piccolo”. Come disse la moglie al marito
che non la soddisfaceva.
Irap più pesante
in cinque regioni per lo sforamento della
spesa sanitaria. Ma l’Irap è quell’imposta
dichiarata illegale e che andava abolita?
Il Pontefice: “E’ un’illusione
poter risolvere i problemi [della Palestina] con la
forza o in modo unilaterale”. Però, come disse
papale papale il topo, il difficile è convincere
il gatto.
D’Alema: “Che gli Stati Uniti
chiudano Guantanamo”. E gli Usa sono sistemati. Putin
invece è in attesa di ordini.
D’Alema sull’Iraq: “Ritireremo
le nostre truppe ma non il sostegno al governo iracheno”.
Gli diremo, “Forza, dài!”
Gianni
Pardo
Il mondo pigola
pio...pio...pio...
Allora,
appurato che non e' stato Israele ad ammazzare la
famiglia sulla spiaggia di Gaza direi che ci aspettiamo
le scuse di tutti, dei media, dei capi di stato, del
signor Kofi Annan, tanto turbato da non riuscire a proferire
parola adesso che e' stato informato che ad ammazzare quelle
persone sono stati i palestinesi stessi riempiendo di mine
la battigia di Gaza.
Veramente
un paio di parole le ha dette, ha bofonchiato che lui
non crede all'inchiesta e che considera "bizzarra" l'idea
che i palestinesi possano ammazzare altri palestinesi.
Confido a Kofi Annan
un segreto: lo hanno sempre fatto, Signor Segretario,
e' una loro tecnica, ammazzano palestinesi o fanno
in modo che siano uccisi per dare la colpa a Israele
sicuri che tutto il mondo , da Kofi Annan, al Papa, a tutti
i capi di stato, alla gente comune, gli credera'.
I palestinesi
hanno un'arma invincibile , piu' potente di mille
bombe atomiche: la menzogna cinica accompagnata alla capacita'
di piagnucolamento e un nemico che si chiama Israele
odiato da tutti come l'ebreo tra gli stati.
Se i
palestinesi avessero come controparte l'Ukraina o
la Finlandia, nessuno saprebbe chi sono.
Bene,
alla luce della nostra inchiesta io voglio le scuse,
di tutti, adesso, belle, chiare e forti!
Le scuse
per aver creduto subito e senza il minimo dubbio
agli assassini, le scuse per aver sparato a zero contro
Israele che, frastornato e attonito, diceva "se siamo
stati noi chiediamo scusa ma forse non siamo stati noi!"
Niente
da fare, tutti i media a parlare e scrivere di "altra
strage" israeliana ai danni dei palestinesi.
Intanto
loro, i palestinesi, immuni da ogni senso della morale,
saltellavano di gioia al pensiero di avere un'altro
motivo per far condannare Israele dalla Comunita' Internazionale,
sicuri che quest'ultima avrebbe creduto solo a loro,
agli assassini.
Avevano
ragione, li conoscono bene i loro polli, sanno che
pigolano come pulcini spaventati quando i palestinesi
scatenano la loro efficiente e aberrante propaganda.
" pio...pio...
vi crediamo...pio...pio ...crediamo solo a voi...pio...pio...pio..."
Ci
sono stati altri morti civili? si , ci sono stati
perche' i signori della guerra palestinesi sono tanto
vigliacchi da girare con furgoni pieni di razzi katiusha
in mezzo ai civili, come se trasportassero meloni.
Per chi
non lo sapesse si trattava di missili Grad, katiusha
appunto, molto piu' precisi e potenti delle centinaia
di qassam che ogni giorno piovono su Sderot. Se li avessero
lanciati ci sarebbero state molte vittime quindi e'
arrivato l'ordine di fermarli prima di arrivare alle rampe.
Dove
dispongono le loro maledette rampe i palestinesi?
In mezzo alla gente, la loro gente, nel bel mezzo
di Beit Hanun, vicino alle case, cosi' quando Israele
risponde, e deve farlo e chiunque lo farebbe, vengono inevitabilmente
coinvolti dei civili.
Il Mondo
allora, ...pio...pio...pio , condanna Israele.
Una condanna
in piu' una in meno che differenza fa? Tutti sanno
perfettamente che i palestinesi da sempre
usano i civili per le loro azioni di terrorismo, tutti
sanno che sono spregevoli assassini, vigliacchi, tutti
sanno che la popolazione li appoggia perche' e' stata nutrita
di odio eppure questi TUTTI, questi pigolanti
vigliacchi li difendono perche' il capro espiatorio esiste
da sempre, e' cosi' comodo avere il solito ebreo da accusare
e da demonizzare e da delegittimare.
Sono spiacente per
gli amici cattolici ma il discorso del Papa
di ieri mi ha disgustata, a cosa gli e' servito andare
a Auschwitz per poi fare un discorso in cui, senza
mai nominare Israele, ha accusato solo Israele? Moderazione
ha detto? lo chieda ai palestinesi, Santo Padre, il Paese
che Lei non nomina, Israele, si difende.
Non e'
d'accordo su decisioni unilaterali del Paese che
Lei non nomina?
Non c'e'
scelta , Santo Padre, se non c'e' nessuno con cui
trattare l'innominato Paese decide da solo, per la propria
esistenza e per la vita dei suoi cittadini.
Il Paese
che lei non nomina, Santo Padre si chiama Israele,
non Terra Santa.
Un ultima
domanda, Santo Padre, ha Lei, dall'alto della sua
posizione, detto una sola parola sul lancio di missili
contro le citta' israeliane del Neghev? Ha mai condannato?
Ha mai
invitato "loro" alla moderazione? Si e' mai chiesto,
Santo Padre, come stanno i cittadini ebrei che vivono
da quelle parti e che hanno solo 15 secondi di tempo, da
quando partono i missili, per mettersi in salvo?
Provi
a contare fino a 15 e a scappare, Santo Padre, vediamo
dove arriva.
"la Santa
Sede segue con grande apprensione e dolore gli episodi
di crescente, cieca violenza, che insanguinano
in questi giorni la Terra Santa".
Gli episodi
di cieca violenza che sanguino Israele per mano dei
palestinesi sono vecchi di decenni, Santo Padre, non
se ne era mia accorto prima?
Un'altra
notizia che ha commosso il pigolante Mondo e'
la proposta di hamas di 50 anni di tregua se Israele
gli dara' quello che chiedono.
Ma che
bravi,pio...pio....pio... ma che buoni, ecco che
offrono persino la tregua e cosi' lunga!
Cosa
vogliono di piu' questi israeliani ? Pio....pio....pio....?
Allora
, al di la' della proposta indecente, vediamo di ripassare
questi ultimi anni di attualita' israelo-palestinese,
ricordando anche che i palestinesi non sono Anwar Sadat
che non ha mai pronunciato la parola hudna ma sempre
e solo, insieme a Menachem Begin, la parola Pace, Shalom,
Salam!
E pace
fu e pace e' con l'Egitto.
I palestinesi
invece fanno cosi:
Nel 1994
Israele ha dato ai palestinesi Gaza, Gerico, altre
7 citta' e l'Autonomia e ha ricevuto in cambio sei
anni di violenza e terrorismo.
Nei 30
mesi seguiti agli accordi di Oslo i palestinesi hanno
ammazzato piu' israeliani dei dieci anni precedenti e sto
parlando del periodo in cui era ancora "attuale" il processo
di pace.
Nel luglio
del 2000 Israele ha offerto ai palestinesi l' 88%
dei territori e parte di Gerusalemme est, ha ricevuto
in cambio un bel rifiuto e il ritorno a Gaza di
un Arafat urlante "Jihad JIhad JIhad". Per salvare la situazione
c'e' stato il tentativo di Taba in cui Israele aumento'
l'offerta al 95% dei territori piu' il Monte del Tempio, la
risposta fu che non gli bastava e diedero inizio alla
guerra mentre il solito terrorista seriale
Arafat urlava che voleva tanti morti, un milione almeno.
Il Mondo, pio...pio...pio...,
continua a chiedere a Israele nuove concessioni
ed ecco che Sharon, con una decisione epocale,
porta via dalla striscia di Gaza 8000 ebrei che vi
avevano creato un impero di esportazione di frutta e verdura
con serre ad alta tecnologia.
Fuori
gli ebrei, si pensava, sarebbero entrati i bravi e
laboriosi palestinesi , avrebbero preso possesso delle
serre lasciate loro all'uopo e si sarebbero messi
a lavorare per creare finalmente una loro economia.
Illusione!
Lavorare
stanca e hanno distrutto tutto, ogni serra, ogni
computer, ogni edificio e hanno allestito al loro posto
e immediatamente, (chi dice che non vogliono lavorare?)
decine di rampe per il bombardamento delle citta' israeliane.
Non soddisfatto,
il Mondo pio...pio...pio...chiede altri sacrifici
a Israele e sara' accontantato quando porteremo via
da Giudea e Samaria, antiche e storiche terre ebraiche,
80.000 ebrei.
Neanche
questo va bene pero' , vogliono che prima di regalargli
tutto, noi parliamo con loro. Niente decisioni unilaterali,
tuonano, anzi pigolano, dall'ONU al Vaticano, pur consapevoli
che Israele non ha nessun interlocutore ma assolutamente
indifferenti a questa realta'.
Israele
non puo' agire, Israele non puo' difendersi, Israele
non puo' decidere della propria vita. Israele non puo'
e basta.
50 anni
di tregua. E non gli viene neanche da ridere. Ma lo
sanno cosa significa Hudna per un arabo? significa
che in ogni momento la puo' rompere. Un israeliano si soffia
il naso? Ci ha infastiditi, rompiamo la tregua. E il
Mondo sgridera' Israele per essersi soffiato il naso.
E' cosi'
che funziona, inutile farci illusioni.
Ricapitolando,
se accettiamo il referendum sulla base del documento
preparato dai galeotti palestinesi imprigionati per
stragi in Israele, loro ci concederanno 50 anni di tregua.
Non arrivano
a capire, questi pigolanti pollastri del Mondo,
che quel documento non prevede il riconoscimento
di Israele, non esiste questa parola nel documento,
reclama il rientro in Israele di tutti i profughi e l'ampliamento
della lotta armata.
Se Israele
lo accettasse in un paio d'anni cesserebbe di esitere.
Forse
e' per questo che quel Mondo la' fuori si commuove:
tutto cio' porterebbe finalmente allo smantellamento
di questa Nazione di ebrei rompiscatole e al compimento
definitivo della Shoa'.
No, continuate
a pigolare, non vi daremo questa soddisfazione.
Ricordatevi
la lezione del sionismo "odiateci pure ma nessun ebreo
verra' mai piu' ammazzato gratis, d'ora in poi
pagherete il conto".
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Il REFERENDUM PALESTINESE
Come
è noto, Abu Mazen ha indetto un referendum per
il 26 luglio. Si deve votare il “documento di riconciliazione
nazionale” elaborato da alcuni leader palestinesi
in prigione, fra cui il noto Barghouti. Il Presidente rischia
la guerra civile perché, secondo Hamas, il documento,
ipotizzando due stati, ipotizza con ciò stesso il
riconoscimento d’Israele. Ecco la sintesi in diciotto
punti (Dal “Foglio”). I commenti sono in corsivo
1. Costituzione di uno
stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme
sui territori occupati nel 1967 e introduzione del
diritto al ritorno dei rifugiati.
Uno stato palestinese
che fosse veramente indipendente avrebbe anche il diritto
di lasciar passare sul proprio territorio le forze armate
dei paesi alleati per attaccare Israele. Questo Israele
non lo permetterà mai. Dunque l’indipendenza di questo
stato sarà limitata sia nel riarmo proprio che nella possibilità
di accettare truppe straniere sul proprio territorio.
Impossibile è che la
capitale sia Gerusalemme, visto che essa è
già la capitale d’Israele. A meno che Israele non consenta
ai palestinesi di porre la loro capitale nei dintorni
arabi. Ma il centro della città non potrà mai
essere ceduto volontariamente.
Proporsi di ricuperare tutti
i territori perduti nel 1967 è inverosimile
perché Israele non potrebbe consentirlo per ragioni
di sicurezza. Molta parte di essi sì. Barak
a suo tempo propose perfino di restituire il 92% del territorio,
più o meno: ma restituire tutto è impossibile.
Per ragioni di sicurezza..
Il diritto al ritorno dei
rifugiati è impossibile per ragioni economiche
e perché Israele non ha mai accettato compromessi
su questo punto. Ma su questo punto probabilmente
il documento fa solo retorica. Lo stesso Stato palestinese
non saprebbe né dove mettere né come sfamare
centinaia e centinaia di migliaia di persone.
2. Integrazione di
Hamas e del Jihad islamico nell’Organizzazione
per la liberazione della Palestina (Olp).
3. Diritto alla resistenza all’occupazione
di Israele dei territori di cui lo stato ebraico
si è impadronito nel 1967. Diritto alla resistenza
è espressione priva di senso. Sia perché
per opporsi militarmente nessuno ha bisogno del diritto,
sia perché ci si può dare alla violenza contro
qualcuno ma bisogna poi vedere come reagisce questo qualcuno.
4. Formulare un programma politico
di consenso nazionale per mobilitare tutto il mondo
arabo, islamico e internazionale per la causa palestinese.
Pure parole. Tutto
il mondo arabo non ha mai fatto nulla per i palestinesi, se
non usarli per la propria propaganda.
5. Consolidare l’Autorità palestinese
come nucleo di base del nuovo stato.
6. Formare un governo di unità
nazionale al quale partecipino tutte le fazioni.
7. L’Olp e il presidente dell’Anp,
Abu Mazen, saranno incaricati di gestire i negoziati di
pace con Israele. Questa è una ovvietà,
visto che Hamas è stata qualificata “organizzazione
terroristica” e nessuno stato decente si siede ad un tavolo
per discutere con un’organizzazione terroristica. Nemmeno lo
Stato italiano, che pure sappiamo quanto sia accomodante, si
abbassò a discutere con i brigatisti rossi per salvare
Aldo Moro.
8. Liberazione di tutti i prigionieri
palestinesi detenuti da Israele. Questo è
un fare i conti senza l’oste. Se la cosa è espressa
come desiderio, passi. Ma pretendere che uno Stato
straniero liberi chi si è macchiato di delitti
di sangue o di terrorismo sul proprio territorio, è
fuori dal mondo.
9. Aiuto ai rifugiati.
10.
Costituzione del Fronte per la resistenza palestinese
per coordinare la lotta all’occupazione. Si veda
il punto 3. Con l’aggravante che, se per “lotta” intendesse
l’uccisione di civili disarmati, l’Olp potrebbe vedersi
qualificare “organizzazione terroristica”.
11.
Sostenere le elezioni e una vita politica democratica.
12.
Condannare l’assedio dei palestinesi da parte di Israele
e degli Stati Uniti. Da parte degli Stati Uniti?
13.
Promuovere l’unità nazionale sostenendo l’Anp,
il presidente, l’Olp e il governo.
14.
Vietare l’uso di armi nei conflitti interni e rinunciare
alle divisioni e alla violenza interpalestinese.
Interpalestinese significa sempre che si legittima
la violenza contro gli israeliani. Dimenticando che gli
israeliani, se volessero essere violenti con loro, li potrebbero
sterminare come mosche. Ma si conta sempre sulla moderazione
e sulla civiltà di una democrazia di tipo occidentale.
15. Accrescere la
partecipazione della popolazione della Striscia
di Gaza, in modo che sia d’aiuto per la liberazione
della Cisgiordania e di Gerusalemme.
Francamente, la distinzione fra Cisgiordania
e Gaza è sorprendente. Se loro sostengono di
essere palestinesi, che importanza ha che a suo tempo Gaza
sia stata amministrata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla
Giordania? Quanto a liberare Gerusalemme, lo si potrebbe
ottenere con una guerra vinta e lo sterminio degli ebrei.
Ma fino ad ora - nel 1948, nel 1956, nel 1967 e nel 1973 –
la cosa non è riuscita. Anzi, ogni volta, le condizioni
dei palestinesi sono peggiorate.
16.
Riformare e sviluppare le forze di sicurezza. Finché
si tratta di polizia, munita di armi leggere. Diversamente,
Israele reagirebbe.
17.
Adottare leggi per riorganizzare le forze di sicurezza
e vietare ogni attività politica a chi lavora
nei servizi di sicurezza.
18.
Aiutare i gruppi di solidarietà che, nel mondo,
lottano contro l’occupazione israeliana, gli insediamenti
della popolazione ebrea e il “muro dell’apartheid”.
L’occupazione israeliana cesserebbe immediatamente,
se dalla Cisgiordania non partissero terroristi
o eserciti per attaccare Israele. Il muro dell’apartheid
poi, come lo chiamano, non è un muro ma una barriera
(salvo in pochi chilometri). Inoltre di che apartheid
parlano, se si tratta o si tratterà di due stati separati da
una frontiera? Il fatto che gli svizzeri tengano delle
guardie sulla loro frontiera e non fanno passare se non
chi vogliono loro fa sì che l’Italia viva in condizioni
di apartheid a causa della Svizzera?
La conclusione è che già questo
documento è un libro dei sogni. E tuttavia per Hamas
è ancora troppo blando perché non chiede
puramente e semplicemente l’eliminazione di Israele e degli
ebrei. I palestinesi sembrano drammaticamente poco sensibili
ai messaggi della realtà.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
14 giugno 2006
Massima del giorno
Rimproverare ai politici di non essere morali corrisponde
a rimproverare ai chirurghi il fatto che si sporchino
le mani di sangue.
G.P.
MOLLICHINE
Berlusconi: ritiro dall'Iraq entro l'anno (31/12/‚06).
D'Alema, ritiro dall'Iraq entro l'autunno (21/12/‚06).
Quando si dice cambiare politica.
Prodi: In "Iraq nessun militare anche a fronte di
un'eventuale missione civile". Chiunque volesse
suicidarsi, saprà finalmente dove andare.
Il Vaticano: "Se l'uomo si arroga il potere di fabbricare
l'uomo, allora si arroga anche il potere di distruggerlo".
Ma questo non se l'è arrogato già dalla
preistoria?
Piero Ricca disse a Berlusconi: "Fatti processare,
buffone!" La Cassazione l'ha assolto. Allora
è anche lecito dire che cosa si pensa della Cassazione?
Borrelli: "Confessioni piene non ce ne sono state".
E, vedi caso, neanche carcerazioni preventive.
DON
GIOVANNI
Su Don Giovanni si possono fare parecchie ipotesi.
Chi sia vittima delle sue curiosità sessuali,
tanto che ha bisogno di cambiare spesso partner.
Che seducendo vergini e donne sposate voglia dimostrare
l'inconsistenza della morale sessuale (un po‚ la tesi
di Choderlos de Laclos, nelle Liaisons dangereuses).
Che soffra d'una sindrome d'impotenza, sicché deve provarsi
il contrario con ripetute conquiste e amplessi. Che
infine sia un innamorato cronico delle donne: un po' come
Casanova il quale di ogni nuova donna sinceramente s'infiammava.
E la varietà d'interpretazioni ne consente un‚ultima:
che Don Giovanni sia semplicemente un amante del sesso.
Il sesso al meglio
si pratica in due. Per capire Don Giovanni
bisogna dunque accostarlo alla sua partner,
distinguendo i due ruoli. L'uomo, con l'allettamento
del piacere, è spinto dalla natura a diffondere
al massimo i suoi geni, come del resto fanno tutti
i mammiferi. La donna invece non ha nessun interesse
a diffondere i propri geni con un surplus di amplessi:
dal momento che può mettere al mondo un figlio alla
volta, le basta un solo partner. Importante è piuttosto
che contribuisca alle cure parentali. Dal punto di vista
della natura la fame sessuale della donna è molto
meno importante di quella del maschio. Sarà una banalità
dire che la donna tende più ad essere amata, cioè
ad avere un partner stabile e devoto accanto, che ad avere
molti amanti, ma è la verità. Dunque l'erotismo è
visto diversamente dall'uomo e dalla donna. E ne nasce un fraintendimento.
L'uomo cerca la donna per il piacere che può dargli, la
donna, se veramente lo gradisce come partner, poi lo vorrebbe
per sempre tutto per sé. E quando questo pericolo si presenta
Don Giovanni, che non è nato per essere un marito, rompe e
passa ad un'altra. La corteggia, la lusinga, le dà piacere
e se, come è lecito pensare, è un uomo amabile oltre
che un amante delicato e abile, avviene che anche lei desideri
tenerlo per sempre e il ciclo ricomincia.
La società in passato ha ricoperto il sesso di
morale. Ogni uomo che fecondava una donna voleva
essere sicuro che, se si dedicava alle cure parentali,
queste cure fossero rivolte alla perpetuazione dei suoi
propri geni e non di quelli di un altro. Da questo nacque
la stima della verginità, la gelosia maschile
e soprattutto la morale imposta alle donne, particolarmente
nei paesi islamici. Se la società riprovava
il comportamento di Don Giovanni era perché rifiutava
di dedicarsi alle cure parentali, con rischio per la
specie e col il rischio, per gli altri uomini, che egli potesse
lasciare i suoi geni nelle loro donne.
Ma Don Giovanni è un modello adatto al mondo
contemporaneo. Egli ha totalmente scisso il sesso dalla
procreazione e in larga misura la società sviluppata
attuale in questo lo segue: non solo le donne hanno il primo
figlio dopo i trenta, ma è chiaro che per molti - a cominciare
dalle coppie sposate senza figli e dai single - il sesso
è stato sganciato dalla procreazione. Don Giovanni ha
solo il torto di essere più coerente di altri: quello
che gli altri fanno al novanta per cento lui lo fa al cento per
cento. Quello che gli altri fanno dopo il primo o il secondo figlio,
lui lo fa già da prima. Pratica il sesso per il sesso e
si dedica a tutte le donne che ci stanno. La separazione fra
sesso e procreazione è con lui cosciente e radicale.
È immorale, quest'uomo? Sarebbe immorale se
tutti accettassero il comando della Chiesa secondo cui
ogni accoppiamento dovrebbe tendere alla procreazione.
Ma se non si accetta questo imperativo è bene
non essere ipocriti ed accettare che il sesso è giustificato
dal piacere che può dare.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
11 giugno 2006
"Come sarebbe in pace
e in catee il mondo se negli ultimi quindici
anni avessimo obbedito alla 'sinistra illiberatrice'
" - C. Rocca, Cambiare regime,
pagg. 254, euro 14,50
C'era un tempo in cui al grido di Aung San Suu Kyi
(Nobel per la Pace 1991), «per favore, usate
la vostra libertà per promuovere la nostra»,
la sinistra europea sarebbe corsa a cantare i diritti
di questa combattiva donna birmana. Nel caso, anche impugnando
le armi. Oggi la sinistra ha tradito quell'imperativo
morale, dopo aver venduto l'anima alla burocrazia corrotta
delle Nazioni Unite. Christian Rocca, giornalista
del Foglio, a questo nuovo «tradimento dei chierici»,
per usare l'adagio coniato dal grande Julien Benda ai
primi del Novecento, ha dedicato un libro formidabile dal
titolo eloquente: Cambiare regime (Einaudi). Un lungo racconto
che si alza sulle macerie dell'11 settembre; macerie che per
qualcuno, come Rocca, non hanno mai smesso di fumare rabbia,
tanto è il dolore sparso sopra New York una mattina di cinque
anni fa da diciannove messaggeri votati alla Morte e alla
Barbarie.
L'autore, che negli
ultimi tre anni ha raccontato sul Foglio
la guerra americana al terrorismo islamista,
dall'Afghanistan all'Irak, sostiene che promuovere
la democrazia non è una strategia inventata
da George W. Bush. Presidenti come Madison, Jefferson, Wilson,
Roosevelt, Truman, Kennedy, Carter, Reagan e Clinton -
nomi che si intrecciano a formare la leggenda americana -
hanno esportato libertà e difeso i diritti umani ovunque
nel mondo. È vasto il banco degli imputati di Rocca, a cominciare
dal progetto genocida dei «guerrasantieri islamici»,
i pan-jihadisti che hanno insanguinato le stazioni di
Atocha e Euston. E su tutto c'è «la sinistra illiberatrice,
politica e giornalistica, che è contraria pregiudizialmente
a tutto ciò che fa il mondo anglosassone e che non
è mai stata interessata al progetto di rinascita democratica
delle società arabe».
È un pamphlet idealista e coraggioso, considerando
come la pubblicistica italiana tratta gli Stati
Uniti e il loro sforzo eroico di sradicare il male
là dove nasce. Un libro a cui va dato il benvenuto
nella letteratura dell'orgoglio, minoritaria perché
costretta a scavare come un tarlo dentro anni e anni
di cattiva coscienza. Il terreno in cui si muove Rocca
è quello seminato da una parte della sinistra
anglosassone, a cominciare da Christopher Hitchens e
Paul Berman, due liberal banditori della libertà americana.
Quell'Hitchens che a New York, durante il faccia a faccia
con il saddamita inglese George Galloway, ha detto: «Se
negli ultimi 15 anni avessimo seguito i consigli dei pacifisti,
oggi avremmo un Kuwait annesso all'Irak, Slobodan Milosevic
al potere in Serbia con il Kosovo ripulito etnicamente, i talebani
che opprimono l'Afghanistan ospitando i terroristi di Al Qaeda
e Saddam Hussein padrone di quel campo di concentramento in superficie
con fosse comuni sottoterra che era il suo Irak». Turbanti
persiani, corrotti, terzomondisti, diplomatici venduti, baathisti,
osservatori ciechi, giornalisti faziosi, intellettuali mercenari,
sono solo alcuni dei personaggi che formano questo romanzo dell'antitirannide.
Unico, appunto. Dove si vede perché l'America non è
l'Europa. L'America combatte il male perché abbraccia il
futuro, nasce da una cultura ottimista, umana e giusta fino all'idolatria
della perfezione. L'Europa invece nasce da un passato di morte,
scende a patti con il male, vive, da sempre, immersa nel veleno
del pessimismo. Non si va a liberare un paese se prima non si crede
nel proprio. God bless America.
Giulio Meotti - Tempi num.23 del 01/06/2006
INCONCILIABILI
Si è talmente abituati all'idea di vivere nella
società che non si riesce più nemmeno ad immaginare
che cosa si saprebbe fare da soli. Se qualcun
altro non li avesse fabbricati non sapremmo dove prendere
un'arma per andare a caccia, un utensile per coltivare
la terra, un coltello per scuoiare un animale. Da solo
l'uomo attuale è meno capace di sopravvivere del
suo antenato dell'età della pietra.
Per fortuna, nessuno
è chiamato ad una simile prova.
Anzi si eccede nella direzione opposta.
La società ha nei confronti del singolo un atteggiamento
materno. In cambio del suo lavoro, dall'asilo
alla pensione, gli fornisce tutto e questo sarebbe
bellissimo se l'individuo, come i bambini viziati, non finisse
con l'eccedere nelle aspettative: da un lato diviene irresponsabile,
dall'altro esoso e scontento. Negli Stati Uniti si
rischiano somme enormi in risarcimenti se la scala non
è ben illuminata e un vecchio miope, ubriaco e malfermo
sulle gambe cade e si ferisce. Se un bambino spacca un
giocattolo di plastica e si taglia con i cocci. Se un malato
di mente si suicida dopo aver parlato con uno psichiatra
e questi non gli ha rivolto la domanda sacramentale: "Scusi,
non è che lei abbia pensato al suicidio?".
Oggi l'interessato è dispensato dal badare alla
propria sicurezza. Deve pensarci la collettività
e, per essa, chiunque offra un servizio, accetti
qualcuno sotto il proprio tetto, venda prodotti. Le
merci devono essere "foolproof", cioè tali
che neanche un cretino riesca a farsi male con esse.
Come quei medicinali il cui tappo può essere svitato
solo dagli iniziati.
In passato solo un pazzo non si chiedeva di che cosa
sarebbe vissuto, da vecchio, o se si fosse ammalato.
In seguito, lo Stato si è preso cura degli
incoscienti - ed anzi di tutti - imponendo i contributi
per la previdenza e creando il Welfare State. Esso ha anche
imposto la cintura di sicurezza, in auto, come se la
necessità di quell'elementare misura di sicurezza
non fosse evidente di per sé: ma ai bambini la prudenza
bisogna imporla.
L'adulto responsabile reagisce a tutto questo con
fastidio. È abituato ad essere previdente, a tenere
conto dei rischi, a non chiedere niente a nessuno. A
pensare a se stesso, in una parola. E sogna uno Stato meno
invadente, meno costoso e perfino meno protettivo. Costui
è un liberale.
Chi invece si sente profondamente membro della comunità,
fino a percepire come sbiadita la propria individualità;
chi reputa che non ci sia differenza fra individualismo
e asocialità; chi si sente buono e pietoso
arriva a dire (come quel tale di cui molti dimenticano
che era un socialista), "tutto nello Stato, niente fuori dello
Stato, nulla contro lo Stato". Costui è di sinistra.
Questi due uomini saranno sempre avversari, se non
nemici. Non li separa infatti qualche idea politica
o qualche principio di economia: li separa il temperamento
e la visione della vita.
L'uomo di sinistra considera il liberale spietato,
egoista e perfino un po' delinquente.
Il liberale considera l'uomo di sinistra un imbecille.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
10 giugno 2006
ROBA DA MATTI
Ultimamente le notizie sul conflitto israelo-palestinese
non apparivano sulle prime pagine dei giornali
per due motivi: i palestinesi si ammazzavano tra
loro e i palestinesi bombardavano Sderot, la citta israeliana
del Neghev. Notizie cui non dare peso, notizie da non divulgare,
niente di interessante.
Negli ultimi tempi per
le strade di Gaza c'e' la guerra civile, ogni giorno
morti e feriti ma queste notizie i media italiani
non le trovano interessanti e le danno, quando le
danno, quasi di corsa, senza soffermarsi troppo.
Da cinque anni e mezzo
i palestinesi bombardano Sderot e neanche questo
fa notizia. Missili sulle scuole? Va bene,
niente paura, i bambini erano appena usciti.
I bambini e molti adulti
di Sderot devono essere seguiti da psicologi?
Devono vivere nei rifugi,
fare scuola nei rifugi come succede ai loro coetanei
del nord della Galilea bombardati da Hezbollah?
Chissenefrega!
Kofi Annan non ha mai
detto niente, lui fa le parole crociate.
Israele e' stato colpito
dal terrorismo piu' infame, per cinque
anni, senza sosta? Saltano autobus? saltano supermercati?
saltano ristoranti? Arrivano missili sulle citta?
si, si, ci sono varie vittime, vabbe' poveracci, ma
adesso, ehhhh adesso chissa' come rispondera' Israele!
Questo e' sempre stato
il punto piu' importante per i media e anche per l'opinione
pubblica: la rappresaglia israeliana, sulle vittime
israeliane neanche mezza parola. Neanche un nome.
Noi, in Israele, abbiamo
sopportato questa indifferenza mentre
seppellivamo in silenzio i nostri morti. In
silenzio, tra le lacrime. Senza urla , senza manifestazioni.
Solo silenzio. Forse
questo e' stato l'errore, avessimo fatto piu' casino qualcuno
avrebbe capito meglio la nostra sofferenza e l'ingiustizia
di essere un paese aggredito cui tutti danno addosso
per difendere gli aggressori.
Da ieri invece siamo
di nuovo sulle prime pagine dei giornali e telegiornali
perche' ad essere colpiti non sono stati civili
israeliani ma palestinesi, non bambini israeliani ma
palestinesi e per mano israeliana.
E allora ecco che
tutti si scatenano come un sol uomo e
Kofi Annan si dice "turbato".
Ma prima dove era Kofi
Annan? Si era mai detto 'turbato" prima?
Ha mai informato i
palestinesi, a nome dell'ONU, che non si puo'
colpire in continuazione Israele, che non si possono
fare morti e feriti, che non si puo' continuare a bombardare
senza motivo le citta' (ormai i missili stanno arrivando
fino ad Ashdod, una trentina di chilometri da Tel Aviv),
senza aspettarsi che a Israele girino le scatole?
A sud bombardano hamas
e i suoi affiliati, a nord bombardano gli Hezbollah
, che colpiscono Israele per conto di Siria e Iran,
ma mai il segretario dell'ONU ha fatto dichiarazioni
di turbamento.
Forse per lui e' normale
che i bambini di Israele debbano vivere nei rifugi
per poter non morire!
E Abu Mazen? Ha mai fatto
qualcosa per fermare il terrorismo? Niente,
lui dorme, Annan fa le parole crociate, i terroristi
di tutti i gruppi bombardano Israele e quando succede
l'incidente, ancora non provato, allora di colpo
l'uno si sveglia e subito telefona a Condoleeza Rice
per dirle quanto siamo cattivi e l'altro, il segretario
dell'ONU, si turba!
Mentre su Sderot piovevano
missili ininterrottamente dal primo giorno
della guerra di Arafat, 5 anni fa, ieri
una corvetta militare israeliana ha sparato verso le
postazioni dei terroristi e pare che un missile per fatalita'
abbia deviato e sia finito su una famiglia palestinese.
Israele ha chiesto scusa, ha aperto un'inchiesta ,
i palestinesi che non sanno contare bene hanno urlato subito
alle 15 vittime.
Lo fanno sempre, hanno
problemi di conta, a Jenin avevano diffuso a tutte le agenzie la notizia
di 500 morti, alla fine erano 50, le meta' israeliani
pero' nella memoria di tutto il mondo
e' rimasta la notizia taroccata e molti ancora
oggi credono ai 500 morti i cui cadaveri sono inesistenti
ma non fa niente, basta strombazzarlo in giro e la gente
ci crede ed ecco che esplode l'odio e si bruciano bandiere.
E' cosi' che funziona,
e' la magnifica ed efficentissima propaganda palestinese.
La verita' che nessuno
ha il coraggio di dire e' che Israele e' sempre
troppo clemente, che Israele aspetta sempre troppo
per colpire, che nessun altro paese al mondo avrebbe avuto
tanta pazienza, i nervi tanrto saldi e una popolazione
cosi' civile e calma .
Nessuno al mondo avrebbe
sopportato quello che Israele subisce ogni
giorno dai palestinesi da anni e anni.
Morti, minacce, dichiarazioni
di inesistenza di Israele, bombardamenti,
terrorismo senza mai un solo giorno di sosta!
Ma gli italiani sanno
cosa e' il terrorismo e cosa significa per la
gente aver visto autobus pieni di cadaveri carbonizzati,
cosa significa aspettare una telefonata che ti annunci
che tuo figlio e' morto, cosa significa vivere nei
rifugi e sentire decine di missili che ti passano sulla
testa ogni minuto?
NO, non lo sanno
e neanche Kofi Annan lo sa pero' sono tutti pronti
a condannare e a turbarsi.
Bene, gli do una notizia,
e la do a tutti quelli che in questo momento dicono
"poveri bambini". Certo, poveri bambini!
Poveri bambini che devono
vivere in territori dove a nessuno interessa niente
di loro se non per vestirli da terroristi kamikaze
a meno di un anno e farli marciare urlando "a morte
gli ebrei' a meno di tre anni.
Poveri bambini destinati
a diventare terroristi prima ancora di nascere!
Poveri bambini vicino
ai quali vanno a mettersi gli adulti per sparare contro
Israele e poi scappare e aspettare la risposta che cadra'
esattamente nel posto dove prima c'erano i terroristi e
dove invece sono rimasti solo loro, i bambini.
La responsabilita' di
ogni bambino palestinese ammazzato e' di Abu Mazen
come prima era di Arafat che ha avuto anche il coraggio
sporco di dichiararlo, tra il silenzio del mondo, che
sperava in un milione di morti bambini. E parlava di
quelli palestinesi e piangeva con le sue lacrime di coccodrillo
chiamandoli angeli e martiri che dovevano
morire per lui.
La guerra e' guerra ma
i bambini israeliani e palestinesi sono morti per sola
responsabilita' dei palestinesi che hanno sempre rifiutato
ogni possibilita' di dialogo per scegliere il
terrorismo.
Adesso urlano che la
tregua e' finita. Ma quando mai c'e' stata? Quando
mai hanno smesso un solo giorno di colpirci? Passano
15 secondi di tempo dal momento in cui parte un missile
dai territori verso Israele e le sirene suonano, 15 secondi
per trovare un rifugio o gettarsi a terra sperando
di restare vivi. Questo succede tutti i giorni , a tutte
le ore del giorno e loro osano parlare di tregua e i media
riportano le loro menzogne senza vergognarsi!
Altra notizia che i
media italiani non hanno dato e' il rifiuto
dei palestinesi di ricevere 34 TIR di medicinali
che Israele mandava.
Vediamo i fatti: da
quando hamas e' andato al potere , piagnucolano che non
hanno soldi nemmeno per comprare medicine, allora Israele
ha fatto due conti sui dazi e anziche' mandargli i soldi
che loro usano per comprare armi e esplosivo, gli ha mandato medicinali.
34 TIR di medicinali.
Bene, improvvisamente
non ne avevano piu' bisogno , li hanno rifiutati
e hanno urlato: "mandateci il grano", nel senso di
grana, soldi, dane', money . Loro vogliono soldi per
ammazzare, mica medicine per curare.
Intanto stanno sorgendo
dubbi sulla strage. Puo' essere stata una loro
bomba.
Lo sapremo mai? Non credo,
loro insabbiano e se Israele parla nessuno ascolta.
In definitiva, qui abbiamo
dei morti, gli ultimi che non saranno ultimi da entrambe
le parti, abbiamo un segretario dell'ONU che
si dichiara "turbato" senza che nessun israeliano
lo mandi a quel paese e abbiamo chi e' troppo occupato a scaricare
su Israele tonnellate di insulti.
Abbiamo un presidente
dell'ANP che fa esattamente quello che faceva Arafat e un
capo del governo palestinese che e' a capo di un'organizzazione
terrorista tra le peggiori e che dichiara ogni
giorno che Israele deve cessare di esistere. Questo e' il
quadro.
Solita storia, solito
tragico deja' vu, fino al prossimo autobus che
esplodera' cui seguiranno il silenzio e l'indifferenza
rotti solo dalla solita domanda "E adesso come
reagira' Israele?"
Deborah Fait
- informazionecorretta
L'ANTI-PATICO
Quella che segue è l'intervista a Romano Prodi
come è stata pubblicata dalla Zeit. Di essa
è interessante il titolo: "Dieses Land ist versklavt
worden", questo paese è stato schiavizzato.
Esattamente la frase che poi Prodi ha dichiarato di non
avere detto. Ora s'immagini quanto verosimile sia che una
frase così diretta, e compromettente, e violenta
sia stata inventata dai giornalisti. I quali da tempo
hanno la buona abitudine di tenere un registratore acceso,
mentre effettuano le interviste. Dunque si può star
sicuri che Prodi quelle parole le ha dette. Del resto, se così
non fosse, non avrebbe accusato il giornale della peggiore
disonestà, magari fino a fargli causa?
Non funziona neanche l'ipotesi di una cattiva traduzione.
Chiunque conosca i rudimenti del tedesco
sa che "ver" è una preposizione che
rende negativo il nucleo semantico che lo segue, e dunque
quello che importa è proprio questo gruppo semantico
in cui anche chi non conosce il tedesco riconosce nello "sklav"
(la "t" fa il participio passato) lo schiavo.
La parola, anche in tedesco, è di origine latina.
Il testo integrale è in calce, qui vengono poste
in evidenza alcune risposte.
Gli intervistatori parlano della loro difficoltà
di capire lItalia e dicono:
- Cominciamo col fatto che non sappiamo
neppure a quale partito lei di fatto appartiene.
- Siamo in procinto di fondare il partito
democratico, è questa non è in nessun modo
musica del futuro. Esso unificherà i due più
grandi partiti della mia coalizione, i Ds e la Margherita.
Qui notiamo che Prodi non dice a quale partito appartiene,
ma a quale amerebbe appartenere. La risposta
onesta sarebbe stata: "Per il momento non appartengo
a nessun partito..." Ma Prodi è sempre afflitto
da un eccesso di ottimismo rispetto a se stesso. Quando
non di arroganza. Si veda lo scambio di battute che
segue:
-Nella vostra coalizione ci sono quaranta
diverse tendenze, non soltanto nove! E inoltre i
tedeschi, scusi la mia franchezza, hanno avuto bisogno
di molto più tempo per siglare il loro contratto
di coalizione, di quanto ne abbiamo avuto bisogno noi
(...) Io in un mese ho fatto eleggere il Presidente della
Camera, un Presidente della Repubblica, ho formato il Governo
ed ho superato due voti di fiducia.
A parte la scortesia di criticare le persone di cui
si è ospiti, c'è tanta di quell'arroganza
e tanta di quella vanità (io ho fatto questo, io ho
fatto quest'altro), in queste parole, che sarebbe stato
adeguato farle seguire dalla Cavalcata delle Valchirie.
E questo atteggiamento spocchioso è confermato
dalla risposta seguente. Dopo che ha detto che
applicherà il programma, afferma:
- La situazione
è tuttavia chiara. Se vado via
io, va via il governo; e se va via questo governo,
rimarremo all'opposizione per i prossimi sessant'anni.
Qualcuno, prima di lui, ha detto "dopo di me il diluvio".
Ma almeno era il re di Francia.
Se poi i giornalisti tedeschi dicono una sciocchezza
calunniosa sul conto dell'Italia, Prodi, invece
di rintuzzarla, l'aggrava. Basta leggere:
- La giustizia italiana è riprovata
ogni anno dalla Corte Europea di Giustizia per i
diritti umani a causa della sua lentezza. Invece di lavorare
efficacemente, il Tribunale di Roma si lamenta che non
ha più carta. Non ha carta per le sentenze, e questo
mentre ci sono pendenti 700.000 processi civili.
- Probabilmente manca anche la carta igienica.
Il governo Berlusconi ci ha lasciato questa
situazione.
E segue una acerba critica del governo precedente
(che avrebbe scialacquato il denaro pubblico!),
ma questo si può tollerare: è pura campagna
politica interna. Ma stavolta Prodi calunnia il nostro
paese agli occhi dello straniero. Purtroppo, gli italiani
- e questo è ancora un esempio - odiano i compatrioti
e non sanno che cosa sia l'amor patrio.
Egli dichiara poi:
- Quando noi economizziamo sulle auto blu,
la cosa è importante per la gente dal punto
di vista psicologico. Ho assunto già una volta,
nel 1966, la guida di un paese le cui finanze erano disastrose.
Allora ho rimesso le finanze in ordine e lo farò
anche stavolta. Conosco il mio mestiere. E mi permetta
anche di dire: Questo paese precedentemente è stato
schiavizzato. Il precedente presidente del Consiglio
poteva fare e non fare tutto quello che voleva.
Il caro Prodi non dice che la precedente legislatura
di centro-sinistra ha lasciato una voragine - certificata
dall'Europa - nei conti, e non dice di avere portato
i membri del governo a 102, battendo il primato di Andreotti
di quindici anni fa. Probabilmente questo esercito
di membri del governo lavorerà gratis. Mentre il
governo Berlusconi ha azzerato l'avanzo primario ma non
ha lasciato nessun "buco". E non è cosa da poco,
nella congiuntura di questi anni. Ma quello che importa soprattutto
è la frase sul fatto che l'Italia è stata resa
schiava da Berlusconi, un tiranno fornito di tutti i poteri.
Ma non di quello di mandare in esilio Prodi, a quanto pare.
- Lei ha designato il movimento politico
di Berlusconi, Forza Italia, come il partito di quelli
che parcheggiano in seconda fila. Che cosa intendeva
con ciò?
- Proprio lui ha predicato questo: imbrogliare
il fisco non è un problema. Parcheggiare
in seconda fila non è un problema. Lo stato è
l'avversario, il nemico. E con le sue televisioni ha sempre
diffuso questa propaganda...
Nessun commento. Anche un piccolo blog può essere
querelato e la giustizia ci ha spiegato che aì,
si può dare al prossimo del "buffone": ma a condizione
che il suo cognome sia Berlusconi.
Gianni Pardo
L’ANTI-DUCE
Le folle hanno tendenza ad eleggere un loro profeta.
È sufficiente che si presenti come rappresentante
supremo e disinteressato dei loro ideali, perché
essi lo seguano fedelmente e lo eleggano loro guida.
Non è un caso che guida in tedesco si dica Führer,
in italiano Duce, in romeno Conducator, in inglese leader
ecc: agli uomini come ai bambini, nelle circostanze
più varie, dà sicurezza tenere la mano del padre.
Questo fenomeno ha avuto
una delle figure paradigmatiche in Mussolini.
In seguito la costituzione italiana ha stabilito
regole per evitare l’emergere di questi personaggi
carismatici e per decenni non s’è vista l’ombra
d’un grande capo. Negli ultimi dodici anni tuttavia,
con Berlusconi, è imprevedibilmente apparso
l’anti-duce. Il duce trascina una buona parte del paese (ed
ha come avversaria la rimanente parte), l’anti-duce non trascina
tutta la sua parte ma fa l’unanimità dei suoi avversari.
Il Cavaliere non è
il leader di tutto il centro-destra: ci sono quelli
che non lo amano per nulla, per esempio nell’Udc;
ci sono quelli che ne subiscono la leadership per convenienza,
come in An; ci sono quelli che votano per lui perché
anti-sinistra, anti-destra e anticlericali: è insomma
il meno peggio. Il suo elettorato al novanta per cento
sa più quello che non vuole che quello che vuole.
Nella coalizione opposta invece l’ostilità a Berlusconi
costituisce un articolo di fede. Riguardo alla religione,
tra le idee dei radicali e quelle della Margherita ci
sono grandi differenze; tra le idee economiche di Diliberto
e quelle di Fassino o di Dini ci sono abissi; tra la politica
internazionale di Rifondazione e quella dei Ds ci sono contrasti
insanabili; ma in questa guerra di tutti contro tutti un
solo punto è comune: l’odio per Berlusconi. Questi,
che non è il capo incontrastato del centro-destra,
è l’incontrastato elemento unificatore dell’intera sinistra
in quanto nemico numero uno.
Il programma del centro-sinistra
è infatti immenso, contraddittorio e vago
perché, se non vuole far scoppiare i contrasti,
non può dire niente di definito. E allora i
più fanatici e i più ingenui, non che rendersi
conto del vuoto delle loro idee, dicono solo il peggio del
peggio di Berlusconi come se, con ciò, confermassero
la purezza della loro fede politica e annunciassero un’azione
di governo.
Tanta ostilità è
nata nel 1994. Se non ci fosse stato l’uomo di Arcore, Occhetto
avrebbe vinto le elezioni a man bassa: ma troppi dimenticano
che nessuno avrebbe potuto realizzare questa
incredibile impresa se non avesse trovato un elettorato
pronto a sostenere chiunque si fosse seriamente presentato
a sbarrare la strada “ai comunisti”. Volendo negare questo,
ancora dodici anni dopo la sinistra si sforza giorno
e notte di stramaledire l’inciampo, dimenticando che
l’ostacolo non è Berlusconi, è un elettorato
ostile ad una sinistra inconcludente, divisa e tuttavia
pericolosa.
Chi non è capace
di venerare il Conducator di turno, e corrispondentemente
di odiare qualcuno quasi fosse l’origine
di tutti i mali, è sommamente infastidito dal gregge di
coloro che hanno bisogno di seguire un capo o, in mancanza,
di odiarlo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 9 maggio 2006
Uno di meno: al
Zarqawi
Abu Mussab al Zarqawi, il leader di al Qaeda in Iraq
ritratto qui a fianco in un momento della sua attività
di "resistente", è stato ucciso nel corso di un
raid aereo. L'ha annunciato il primo ministro iracheno
Nuri al Maliki nel corso di una conferenza stampa a
Baghdad, alla quale erano presenti anche l'ambasciatore
degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, e il comandante della
truppe americane in Iraq, il generale George Casey. Insieme
a Zarqawi sono morti sette dei suoi uomini. Si nascondevano
a Baquba, a 40 chilometri dalla capitale.
Massima del giorno
C'è gente che è in lite col mondo e
crede che il torto sia del mondo.
G.P.
MOLLICHINE
Urso: Una parte della maggioranza giustifica la
propria partecipazione alla parata militare del
2 giugno dicendo che "sarà l'ultima". Poi sfileranno
gli eserciti degli invasori.
Iraq, arrestato Hamza Khairi al Ani, responsabile
di innumerevoli omicidi e di aver personalmente
decapitato decine di ostaggi. Ma è solo un "compagno
che sbaglia".
Sbeffeggiato dal critico Grasso, Mughini ha scritto
che giacche e occhiali suoi sono premiati ed
esposti in musei. Vero. Poveri musei.
Napolitano: "il popolo nutre affetto per le forze
armate". Tanto che, per il 2 giugno, hanno
detto a molti per non strapazzarsi di rimanere a
casa. In particolare ai carristi.
LA REDENZIONE DI
D’ELIA
In Parlamento è stato nominato segretario della
Presidenza della Camera Sergio D’Elia, deputato
della Rosa nel Pugno. Costui decenni fa è
stato condannato per omicidio in quanto dirigente di Lotta
Continua e mandante di una rapina finita col morto.
Egli ha scontato la pena, si è pentito, si è
redento. Dunque alcuni sostengono che, tanti anni dopo,
e dopo aver pagato il proprio debito, qualunque cittadino
è uguale ad un altro. Diversamente la sanzione per un
delitto non avrebbe mai termine. Altri invece protestano vivamente
contro questa nomina: quel passato è troppo pesante e bisogna
tenere conto dei sentimenti dei parenti delle vittime. Un innocente
sotto terra e un colpevole alto funzionario del Parlamento a qualcuno
sembra un contrasto troppo stridente.
Nessuno ha interamente torto. In origine la reazione
al crimine fu la legittima difesa sul momento
o la vendetta in seguito. Ma la vendetta ha due difetti:
non sempre chi dovrebbe esercitarla ne ha i mezzi e,
quando ne ha i mezzi, essa può essere eccessiva.
Per questo lo Stato, creando l’amministrazione della giustizia
penale, si è riservato la vendetta: in modo che da
un lato nessuno sfugga alla sanzione e dall’altro questa
sia quanto più è possibile commisurata al male fatto.
Tuttavia, per quanto si cerchi di correlare la pena al delitto,
la legge ha delle rigidità. Mentre per i giudici è
giusta una certa pena, per l’opinione pubblica può essere
un’altra. Molti vorrebbero Sofri assolto, malgrado i dati giuridici,
altri vorrebbero vedere la matricida Erika messa a morte.
Tutto questo significa che non necessariamente
la determinazione giurisprudenziale corrisponde
al sentimento dei cittadini. E comunque l’assassino
non può pretendere dalla famiglia della vittima
d’essere accolto come un qualunque altro uomo solo
perché ha scontato i suoi anni di carcere. I conti
li ha pareggiati con la giustizia, non con la morale o l’opinione
pubblica. Per questo D’Elia non può risentirsi della
reazione di molti, quand’anche essa fosse ingiusta. Il suo
pentimento può essere sincero, il rinnegamento del suo passato
totale e la reazione di chi si rifiuta di dimenticare il passato
eccessiva: e tuttavia il colpevole non ha nessun diritto d’imporre
alle vittime o all’opinione pubblica di perdonarlo. I cittadini
hanno rinunciato alla vendetta privata ma mantengono integro il
diritto ai propri sentimenti.
Ci si può porre il problema se l’implacabilità
sia morale o no. Può infatti sembrare inammissibile
che si inchiodi qualcuno ad un’azione compiuta tanti
anni prima. Ma, inammissibile o no che sia, è ciò
che avviene nella vita di tutti. Anche degli onesti.
Molti, usciti dalle scuole secondarie, hanno scelto per
un motivo contingente la facoltà universitaria
sbagliata e tuttavia sono andati fino in fondo: si sono laureati
e per tutta la vita hanno fatto un lavoro che non era
il più adatto a loro. Molti si sono innamorati di una
donna e l’hanno sposata, magari solo perché era bella,
per poi accorgersi che è stato un errore; e tuttavia
rimangono con lei fino alla morte per i figli, per i parenti,
per inerzia. In gioventù le scelte sembrano reversibili,
a volte perfino poco importanti, e poi invece esse determinano
tutto il corso della vita. Il nostro passato è come
un padre che a nessuno è permesso rinnegare.
Non è per motivi giuridici o morali che D’Elia
deve – o non deve - rimanere al suo posto. La decisione
dipende dall’opinione pubblica prevalente
e dalla sensibilità che il Parlamento mostrerà
per essa
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 7
giugno 2006
Solidarieta' a
Andrea Jarach e breve storia dell'antisemitismo
sovietico
L'articolo di Enzo Biagi pubblicato
recentemente dall'Espresso e'
la dimostrazione che gli uomini, invecchiando,
non migliorano a differenza del vino buono.
Leggendo la diffamazione nel confronti di Andrea
Jarach, l'ebreo cattivo perche' non di sinistra,
sono stata presa da una gran voglia di spiegare
a Enzo Biagi, ma soprattutto a quelli che bovinamente
lo hanno letto dandogli ragione, qualcosina di cui
difficilmente si parla, mi riferisco all'ossessione
antisemita di Stalin parallela a quella di Hitler.
Dei crimini nazisti conosciamo tutto ma passano
sempre stranamente sotto silenzio i crimini
dell'Unione Sovietica contro gli ebrei.
Stalin contrasse il virus dell'antisemitismo
da piccolissimo in famiglia, composta da un padre
ubriacone e da una mamma fervente cattolica e convinta
dell'assassinio di Cristo da parte del giudei,
diabolica analogia con la famiglia Hitler.
Il suo odio infantile ebbe poi l'imprimatur nel
seminario di Tbilisi dove studenti e professori
erano profondamente antisemiti e dove Stalin
entro' giovanissimo uscendone col virus trasformato
in metatstasi.
Il comunismo in URSS assassino' meticolosamente
gli intellettuali ebrei, perseguito'
la popolazione ebraica sovietica, ridiede vita
alla macabra usanza russa dei pogrom e delle epurazioni.
Nel 1953 incomincio' apertamente la caccia all'ebreo
e due milioni di ebrei sovietici si trovarono
in grande pericolo di vita e deportati per la
maggior parte nei campi di concentramento in Siberia,
Kazakhstan e Birobidıan. I maggiori intellettuali
ebrei furono costretti a firmare la "Dichiarazione
ebraica" che auspicava la deportazione di tutti gli
ebrei nei suddetti campi di concentramento.
Il famoso Teatro Ebraico fu dissolto e i suoi
componenti scomparvero, nel silenzio generale,
nelle segrete della Lubianka per mai piu' riapparire,
ne' vivi ne' morti..
Gli ebrei sionisti vennero arrestati, tutti,
mandati nei manicomi criminali, ammazzati,
torturati e i sopravvissuti finirono nei gulag siberiani.
Nathan Sharanski, ex ministro della Knesset, resto'
prigioniero, tra manicomi e gulag, per 18
anni prima di poter emigrare in Israele. Racconta
che l'unica cosa che lo salvo' dalla pazzia furono gli
scacchi che, naturalmente, giocava senza scacchi
a disposizione e da solo, faceva tutto con la mente.
La polizia segreta sovietica, mentre torturava
gli intellettuali e medici ebrei nel palazzo
della Lubianka, aveva annunciato che avrebbe completato
il lavoro di Hitler e riusci' a sterminare , prima
della morte benvenuta di Stalin, 600.000 ebrei.
Questa, per sommissimi
capi, la storia antisemita del comunismo.
Per parlare dell'attualita' ricorderei a Enzo
Biagi i sentimenti di odio della sinistra nei
confronti del sionismo e di Israele e accennerei
alla simpatia, adesso sconfessata, della sinistra
per i terroristi palestinesi.
Ricordo le foto di Diliberto con Arafat e il suo
amore per il defunto terrorista e assassino, ricordo
le sue dichiarazioni deliranti contro Israele.
Ricordo la sinistra pacifista che arrivava in
Israele per urlare "Assassini" agli israeliani
che venivano decimati dagli attentati.
Ricordo la sinistra dell'arcobaleno e le sue
manifestazioni antisemite.
Ricordo i cortei con gli slogan contro Israele
e per la Palestina, una, libera e islamica.
Ricordo l'odio che scorreva a fiumi, per tutti
i 40 anni del potere di Arafat, nelle menti ottuse
dei sinistri italiani, ebrei compresi.
Se Andrea Jarach avesse dato il suo nome e la sua
rispettabilita' a partiti antisemiti della
sinistra , avrebbe avuto da dire Enzo Biagi? Certamente
no!
Tristemente devo dire che Biagi, con questo infamante
articolo, ha offeso se stesso, la sua onesta'
intellettuale e gli ebrei che rifiutano di essere
ingabbiati in una sinistra solo a parole loro amica, in
realta' profondamente nemica e antisemita con gli
ebrei vivi mentre ipocritamente piange gli ebrei morti,
solo se ammazzati dai nazisfascisti, naturalmente.
Gli altri, gli ebrei sovietici, non li piange
e non li ricorda nessuno.
Devo dargli anche una notizia che certamente
non gli fara' piacere: alla luce dei fatti che
ho esposto e alla tremenda campagna di odio contro
Israele portata avanti dalla sinistra europea, un
buona parte degli ebrei italiani si e' resa conto di
essere stata strumentalizzata e ha smesso di dare il
suo voto a chi auspica piu' o meno apertamente la fine
di Israele.
Naturalmente anche a destra c'e' dell'antisemitismo
ma il Centro-destra e' compattamente filoisraeliano,
a parte alcuni elementi criminali e fascisti.
La sinistra e' compattamente antiisraeliana,
a parte alcuni elementi democratici e pensanti.
Concludo per esprimere la mia totale solidarieta'
a Andrea Jarach , augurandomi di essere seguita
da altre persone libere e oneste.
Deborah Fait -informazionecorretta
RELIGIONE SENZA
DIO
Sergio Romano ha scritto un editoriale per commentare
la dichiarazione del capogruppo di Rifondazione
Comunista alla Camera, Gennaro Migliore, il
quale vuole eliminare i Centri di Permanenza Temporanea
e aprire le porte ad ogni forma di immigrazione. Ovviamente
inclusa quella clandestina. L’Ambasciatore osserva
che costui si comporta come se non facesse parte della
coalizione di governo e come se non gliene importasse nulla
né degli accordi di Schengen né degli interessi
dell’Italia. Quello che però non viene adeguatamente
spiegato è il perché di tutto questo.
Migliore non può
essere un cretino. È solo il genere di
persona che preferisce il suo ideale al dato dell’esperienza:
e in questo non è certo l’unico. Il suo
comportamento può infatti essere etichettato
come una forma di religiosità.
La religiosità è
una caratteristica umana che non raramente informa
di sé un’intera comunità e può anche
entrare in conflitto con l’esperienza o il buon senso.
L’indolenza degli arabi – indolenza per cui i palestinesi,
sulla stessa terra, sono tanto più poveri degli
israeliani - non deve fare meraviglia: per l’islamismo
infatti il dogma fondamentale è l’abbandono alla volontà
di Dio (Islàm) e chiunque si dia molto da fare per ottenere
un risultato è come se non credesse al suo intervento.
Mentre è veramente pio chi non fa nulla.
Né noi cristiani
abbiamo il diritto di dichiararci lontanissimi
da tutto questo. Nel vangelo di Luca (12, 22-31)
si legge: “Guardate i corvi: non seminano
e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio,
e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi
valete! ... Guardate i gigli, come crescono: non
filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone,
con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
… Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete,
e non state con l'animo in ansia … Cercate piuttosto il
regno di Dio, e queste cose vi saranno date per soprappiù”.
Ecco perché nel corso dei secoli si è avuta
tanta stima dei frati mendicanti: costoro non erano persone
che non lavoravano, erano santi che pregavano e si aspettavano
il cibo “per soprappiù”.
Gennaro Migliore
fa un “ragionamento” analogo. Poiché il vero comunista,
come l’immagina lui, non distingue tra bianchi
e neri, tra colti e incolti, tra italiani e stranieri,
e al limite tra onesti e delinquenti, ogni barriera
all’immigrazione clandestina è un errore
e le e obiezioni di Romano non lo riguardano. Se una verità
religiosa superiore incontra obiezioni minori, magari di semplice
buon senso, non per questo va ignorata. Se no bisognerebbe
concludere che il Gesù di cui ci parla Luca ha detto
una sciocchezza. Per conseguenza questo deputato non
ha il dovere di badare a quello che dice e poco importa che
esso potrebbe dispiacere al governo, ai nostri partner europei
o al resto degli italiani. Gli basta seguire la stella polare
della sua personale ideologia.
Sergio Romano ha sprecato
il fiato. Non solo è inutile mettersi
a ragionare d’arte con Girolamo Savonarola,
o di sesso con San Girolamo, ma è supremamente
inutile mettersi a ragionare con chi ha principi
religiosi senza nemmeno avere una religione. Il vero comunista
non sente il dovere di spiegare nulla e di giustificarsi
di nulla. Gli bastano i suoi personali dogmi. E
se è andato al governo è solo per renderne testimonianza.
Quali che possano essere le conseguenze concrete. Anche
se vien fatto di chiedersi: un tempo i frati mendicanti
almeno speravano in Dio, che veste i gigli e nutre gli uccelli;
ma Gennaro Migliore in che cosa spera?
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
-5 giugno 2006
UNA
STORIA DI GIUSTIZIA E DI “STATO”
Una storia di ordinaria
ingiustizia oppure una delle
classiche storie “di stato” destinate
diventare storie collaterali a vicende ben più
grandi, dolorose eppure anch’essere ridotte
semplicemente a memoriali d’occasione o peggio ancora
a tristi pretesti per proclami politici.
Come in tutte le storie collaterali, ci sono
i “poveri cristi” che ben presto si perdono nei
meandri dell’ingiusta giustizia, fra procure, magistrati,
politici e politicanti, mafiosi di alto lignaggio
e di basso rango, imprenditori collusi e sospetti.
Molti di questi “poveri cristi” capiscono che è
meglio lasciare perdere, che il rischio da correre è
quello di finire, non ucciso, ma peggio ancora additato come
bugiardo, calunniatore, fallito, visionario in cerca
di vendette o notorietà.
Uno di questi, Gioacchino Basile ha deciso di
prendere una strada diversa. Dopo quasi venti
anni di battaglia giudiziaria, la sua storia meriterà
di essere conosciuta in una fiction tv che si terrà
su RaiUno, il 5 ed il 6 giugno e come tutte le storie di
ordinaria ingiustizia, ma anche di “stato” sono talmente
lunghe e complicate da sembrare romanzi.
E’ un romanzo difficile da spiegare, quello di
Gioacchino Basile, ma ci ha pensato lui, nel
suo sito www.gioacchinobasile.it, ad inserire
documenti, copie di esposti e di lettere, fra cui una
indirizzata congiuntamente al Presidente della Repubblica,
al Procuratore Nazionale antimafia Pietro Grasso
ed al figlio di tal Paolo Borsellino che egli stesso
incrociò appena 3 giorni prima della sua morte e da cui
ricevette l’invito a spedirgli l’esposto-dossier sul caso
Fincantieri di Palermo e su possibili collusioni fra l’imprenditoria
navale palermitana, la classe politica del luogo e non
solo e potenti famiglie mafiose, fra cui quella dei Galatolo.
Tutto parte da quell’esposto dato in copia a Borsellino, una
sera del 25 giugno 1992, poi successivamente spedito in Procura
e poi oggetto di un verbale del 16 luglio 1992, dove sono
raccolte verità che “un magistrato” dell’epoca non ha voluto
mandare avanti, affidandosi unicamente ad una concezione esecutoria
che, secondo il nostro, ha portato solo a verità superficiali,
ma non alla verità assoluta, quella che avrebbe dovuto
incastrare la Fincantieri e chiunque in campo politico e malavitoso
avrebbe potuto mettere sotto pressione la Procura di Palermo,
costringendola ad errori voluti o in buona fede.
Neppure la Procura ed il GIP di Caltanissetta
avviarono le necessarie indagini su quelle tesi
esposte nel verbale-esposto-dossier del 16 luglio
1992. Nessuno verificò il libro mastro e
la documentazione trovata in casa dei Madonia
e che identificava nei Madonia e nei Galatolo gli autori
del traffico di cocaina attuato con la nave Big John,
ormeggiata per molto tempo nei cantieri della
Fincantieri. L’operazione Big John, finì con l’ordinaria
accusa dei pentiti contro altri mafiosi. Punto.
Nessun seguito venne
mai dato alla relazione della
Commissione nazionale Antimafia, pur
spedita alla Procura di Palermo, anni dopo, frutto
di indagini accurate ed ascolto di testimoni,
che chiamava in causa la dirigenza della Fincantieri.
Nessun seguito alla presunta consegna della borsa
di Paolo Borsellino e dell’inseparabile agenda rossa
da parte di un Capitano dei Carabinieri a tre magistrati,
fra cui il “magistrato” cui fa riferimento lo stesso
Basile e che il magistrato ha negato di aver mai
ricevuto.
In questa lunga
storia, ci sono famiglie mafiose che sono state incastrate,
ma non sono mai state il fulcro di tutta la verità,
magistrati troppo legati ad ipotesi investigative
ad oltranza e mai troppo convinti delle verità
esposte da Gioacchino Basile, altri personaggi, che
pure erano interessati e convinti della battaglia, costretti
ad uscire di scena, imprenditori con scheletri
nell’armadio mai aperto e politici che forse osservavano
dall’alto, il mare che scorreva.
Sullo sfondo, una
strage, quella di Via D’Amelio, due personaggi,
Falcone e Borsellino, che non sarebbero
mai scesi a patti con chicchessia forma di potere
e che solitari, come erano realmente avrebbero combattuto
per ottenere la verità e numerosi familiari
e vittime della mafia, in nome delle quali Gioacchino
Basile dice di voler combattere, perché la sua
e la loro vita abbia un senso.
Anche Gioacchino
Basile è una vittima, condannato, come accade
talvolta in qualche incubo notturno, ad
urlare senza però che la sua voce esca dalla bocca
e possa essere ascoltata. Chi sognerebbe di crearsi
un castello di carte, fatto di documenti, di esposti,
di querele, di licenziamenti, di minacce, di pericoli?
Forse un pazzo oppure un uomo che sete di verità.
Il peccato del nostro paese, le due cose finiscono ingiustamente
con il coincidere, per indifferenza o per paura.
Angelo M. D'Addesio.
EVASORI A VELA
Sul Corriere della Sera Giavazzi ha scritto che
ci sono 17.000 persone che guadagnano 200.000
€ l'anno mentre le barche di lusso sono 65.000. Questo
ha sconvolto Michele Serra su Repubblica e Filippo Facci
sul Giornale: scandalo bipartisan, per una volta.
Infatti essi presumono che quelle barche appartengano
a persone ricche e dunque si può calcolare che ci
sarebbero (65.000 - 17.00) 48.000 grandi evasori solo
fra i possessori di barche. Oppure che ciascuno di loro possieda
3,8 barche di lusso. Cosa francamente inverosimile.
Chi non ha lo scandalo facile amerebbe però
saperne di più. Magari si scoprirebbe che
molte di queste barche sono possedute da persone
che guadagnano molto meno di duecentomila euro l'anno
e che quella barca l'hanno comprata di seconda mano.
dopo anni di risparmi e sacrifici. Poi è possibile
che una sola barca sia posseduta da più persone:
perfino D'Alema non possiede per intero quella con
cui va per mare. Infine è possibile che il natante
sia comprato con escamotage fiscali vari, per esempio
intestandolo ad una SpA. O che le cose stiano in modo ancora
diverso. Come si fa ad essere sicuri che si tratti di evasione
fiscale?
Il moralismo sommario
è fastidioso. Perché pensare
che la Guardia Finanza, durante i cinque anni
del centro-sinistra, e poi durante i cinque anni
del centro-destra, ed ora di nuovo sotto un governo
di centro-sinistra non abbia fatto e faccia il suo dovere?
Ed eventualmente di che cosa scandalizzarsi, se non dell'inefficienza
del sistema di accertamento piuttosto che della malvagità
dei possessori di barche?
È francamente poco realistica la pretesa
che i cittadini vadano contro i propri interessi
anche quando possono evitarlo senza violare
la legge; oppure quando la legge è talmente
inefficiente da permettergli di violarla con rischi
probabilistici accettabili. Questo secondo punto merita
d'essere sviluppato.
Molti vorrebbero che i cittadini pagassero
le tasse anche in assenza di qualunque accertamento
e di qualunque sanzione, solo perché
pagare le tasse, e contribuire al benessere
comune, è un dovere. Costoro proseguono condannando
con molta severità, come immorali e quasi
delinquenti, coloro che questo dovere non lo sentono
e cercano di pagare il meno possibile. Ma tutto
questo è sbagliato. Si confonde la sfera giuridica
con la sfera etica.
Lo Stato non può aspettarsi dai cittadini
un comportamento morale e questa aspettativa
non lo assolve in caso d‚inefficienza. Se aumenta
il numero delle rapine non può cavarsela
dicendo: "purtroppo ci sono molte persone immorali".
Il popolo si aspetta un ordine pubblico accettabile
a costo di ottenerlo "con le cattive". Del resto è
noto che le prediche non servono a nulla, se rivolte a
certi soggetti. Nello stesso modo, scandalizzarsi per
l'evasione fiscale è sciocco. In primo luogo, almeno
per l'esperienza corrente, chiunque può evitare
di pagare tasse cerca di evitarlo e la riprovazione morale
dell'evasore non serve a niente. Soprattutto i lavoratori
a reddito fisso - che non possono evadere - sono severissimi.
Anche se poi loro stessi cercano di non pagare l'IVA dell‚artigiano
che gli ripara il bagno o la terrazza. Poi tutti biasimano
soprattutto coloro che hanno evaso somme maggiori delle loro,
mentre per sé sono indulgenti. E se proprio non possono qualificare
ragazzate le loro evasioni di decine o centinaia di migliaia di
euro, ecco dicono che, se pagassero tutte le tasse, dovrebbero
chiudere bottega. Insomma, tutti assolvono se stessi, moralmente,
e condannano solo gli altri. Ecco perché il discorso è
sterile.
L'evasione fiscale non è un crimine dei
cittadini: è il risultato dell'inefficienza
o dell'esosità dello Stato. È in queste
direzioni che bisogna cercare il rimedio.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 3 giugno 2006
Operazione Salomone,
15 anni fa
Quando sono arrivati, 15 anni fa in questo periodo,
tutta Israele piangeva.
Scendevano dagli aerei, erano frastornati, in
poche ore avevano fatto un viaggio di 1000
anni, forse piu'.
Scendevano, di notte, dai cargo, cui preventivamente
erano stati tolti i sedili e sostituiti con materassi
per avere piu' posto e permettere loro, easusti,
di dormire.
Si guardavano intorno, molti piangevano, altri
erano come ipnotizzati, i bambini roteavano
gli occhioni umidi sgranati dallo stupore.
Erano gli ebrei etiopi, 14.266 persone, che
Israele, salvandoli da un promesso sterminio,
portava a casa, una casa sconosciuta, moderna,
caotica, piena di luci.
Avevano persino abbassato le luci all'interno
dell'aeroporto per spaventarli meno.
Erano gli ebrei etiopi cui era stata messa
in mano una bandierina biancoazzurra che sventolavano
timidamente e che crollava a terra con loro
quando, di colpo, come colpiti da un fulmine, si inginocchiavano
per baciare la terra che li accoglieva con entusiasmo
e tante lacrime, poi si rialzavano e, piangendo
di emozione e certamente anche di paura, camminavano in una
fila silenziosa davanti alle centinaia di israeliani
che li applaudivano e li abbracciavano, per poi
salire sugli autobus.
Erano vestiti di bianco, il colore della festa
e delle nozze, perche' stavano andando a Gerusalemme
e questo era il loro matrimonio, arrivare a Sion,
diventare ebrei in tutto e per tutto, senza doversi
nascondere o rischiare la morte, lasciare alle
spalle il loro passato e i loro villaggi per venire
catapultati nel presente che per loro era gia' il
futuro.
Non conoscevano
la luce elettrica, non conoscevano il gas,
l'acqua corrente, non sapevano cosa fosse un
aereo, quasi tutti malati di tubercolosi da denutrizione,
tutti senza una professione, sapevano pero' di
essere ebrei, discendenti di Salomone e della regina
di Saba, chiamata Makeda dalla tradizione africana,
e del loro figlio Menelik che fu il capostipite di una stirpe
ebraica in Africa e che poi divento' il primo imperatore
d'Etiopia col nome di Menelik I .
L'Operazione Salomone non fu il primo riuscito
tentativo di portare in Israele gli ebrei etiopi,
la prima fu l'Operazione Mose' del 1984 che diede
un fortissimo impatto emotivo ad ogni ebreo del mondo
e agli israeliani in particolare.
Ancora una volta Israele salvava ebrei minacciati
di morte, questa volta arrivavano dall'Africa,
prima erano arrivati dallo Yemen, da tutti i paesi
arabi, dall'India e prima ancora dai cimiteri-lager
d'Europa.
Israele ha accolto i suoi etiopi con
amore e con orgoglio, il Governo li ha aiutati
come meglio ha potuto ma i problemi ci sono
perche' queste persone, soprattutto le piu' anziane
ma anche molti giovani, sono ancora emotivamente
fragili quindi con grandi difficolta' di inserirsi nella
societa' israeliana che e' molto selettiva anche se estremamente
generosa.
Arrivare, in una notte, dai villaggi isolati
in Africa, alla societa' ultramoderna e multietnica
di Israele e' stato uno schock inenarrabile cui
molti non hanno retto.
Bisogna considerare che le tradizioni di queste
persone erano rurali, i bambini vivevano
nell'aia davanti alla capanna, andavano a
prendere acqua al pozzo , quando c'era e la vita era
quella semplice del villaggio.
In Israele, i piu' anziani pensavano
di continuare lo stesso stile di vita tribale,
l'attaccamento alle loro antiche tradizioni e
l'impossibilita' pratica di seguirle li ha confusi, sradicati
e, in un certo senso, allontanati dai giovani molto
piu' aperti ai cambiamenti radicali di vita.
I giovani inoltre hanno un vantaggio in piu',
l'Esercito di Israele che e' , per eccellenza,
il luogo in cui i giovani ebrei etiopi imparano a
considerarsi alla pari dei loro compagni. L'IDF e'
una specie di frullatore che mescola le tante diversita'
delle varie etnie in un'unica israelianita' ebraica.
Tutti uguali, tutti fratelli, tutti per Israele....
o quasi....
Col passare del tempo, le nuovissime generazioni
stanno lentamente superando le enormi difficolta'
dei primi anni, l'idea del clan, della tribu',
viene abbandonata per l'idea piu' allargata della
societa', del Paese, della Patria che non hanno
mai avuto.
Se i piu' anziani
, arrivati in Israele 15 e 22 anni fa, non hanno
saputo e potuto capire le nuove esigenze dei loro figli
in una societa' diversa, le giovani coppie di oggi sono
radicalmente cambiate, seguono i propri figli,
scuola, doposcuola, sport, esercito, si sentono totalmente
israeliani e vogliono parlare solo ebraico.
I giovani etiopi sono il futuro di Israele come
tutti i giovani israeliani e gli anziani
rappresentano la tribu' antica, le tradizioni
ancestrali, bisogna quindi trovare il modo di
legare questi due mondi cosi' diversi tra loro
e di ricucire gli strappi gia' avvenuti.
Per questo il governo ha varato un programma
di aiuto e sostegno, di cui fanno parte professionisti
e volontari israeliani, che vuole avvicinare
i giovani agli anziani per evitare i ghetti psicologici
e culturali e l'allontanamento dalla famiglia
che porta inevitabilmente alla solitudine, all'emarginazione
, a volte anche al suicidio.
Il programma ha lo scopo di integrare sempre
meglio gli etiopi al resto della societa' e soprattutto
di far conoscere ai giovani e giovanissimi le
loro tradizioni, la loro provenienza, gli raccontano
come era la vita in Etiopia, li inducono ad essere
orgogliosi dei loro genitori e della loro storia e
a capire che i piu' anziani "pensano" ancora come
all'epoca della vita sulle montagne africane e sono
spaventati perche' qui non trovano il sostegno della
tribu'. I giovani non li capiscono e allora bisogna aiutarli
a diventare forti dando forza a chi non ne puo' avere,
a chi vive nel terzo millennio, in un paese moderno,
con la mentalita' del villaggio africano e la estrema
debolezza che ne deriva.
Il programma del Governo tenta di costruire
ponti tra gli etiopi stessi e poi tra essi e
il resto della societa' e pare che funzioni perche'
non si vedono quasi mai per la strada anziani etiopi
da soli, sono sempre insieme ai figli e ai nipotini. Non
hanno piu' la loro tribu' ma li hanno aiutati a ritrovare
la famiglia. E sorridono.
Ci sono ancora problemi, ancora suicidi, alcuni
tendono a vivere tutti insieme, sono ancora
la parte piu' debole della societa' israeliana
ma stranamente sono quelli che hanno piu' speranze
perche' vedono che il Paese risponde, sentono di non
essere abbandonati, credono nel futuro, credono in
Israele perche' sanno che Israele li ama.
Intanto e' gia' in atto l' "Operazione Promessa"
che portera' in Israele gli ultimi etiopi di
origine ebraica, i Falasha Mura, arriveranno anch'essi
vestiti di bianco come per un matrimonio, baceranno
la terra che li accogliera' e sventoleranno le
loro bandierine ma saranno molto meno spaventati
della loro nuova vita e Israele sara' molto piu'
preparato a riceverli con maggiore praticita', meno
romanticismo ma tutto l'orgoglio di un Paese, minuscolo
e sempre in guerra, che riesce a fare cose grandiose
che nessuna nazione al mondo si sognerebbe di fare.
Alla conclusione
dell'Operazione Promessa tutta l'Etiopia ebraica
sara' in Israele per dare il via a future generazioni
di israeliani sempre piu' belli e variopinti.
Aviva Aling ha 24 anni, e' un ufficiale dell'IDF,
e' arrivata in Israele a 9 anni e racconta
che da piccola su quel Cargo pensava di arrivare
nella Terra del latte e del miele dove tutto era
d'oro e i sassi erano pane.
Aviva non ha trovato trovato l'oro ma dice sorridendo
di continuare a cercarlo perche' adesso lei vive in Israele
dove tutto e' un miracolo.
Il miracolo e' che 100.000 persone sono arrivate,
dal cielo, su grandi uccelli, vestite
di bianco, dall'epoca della Regina di Saba e
da sperduti villaggi delle montagne etiopi, per camminare
liberi e bellissimi per le strade di Israele.
Deborah Fait - informazionecorretta