MAGIC MOMENT
Per fortuna ho registrato in vhs una puntata
di Telecamere (Raitre, 21 marzo 2004), ospiti Di Pietro, Mastella,
La Malfa e De Michelis, sennò tutti quei momenti sarebbero
andati persi nel tempo come lacrime nella pioggia, insieme alle
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione
e i raggi B alle porte di Tannhäuser. Ci sono cose in quella
cassetta che voi umani non potete neppure immaginare. Di Pietro prende
appunti con un sorrisetto da sfinge, mentre parla De Michelis. De
Michelis sorseggia ripetutamente il suo bicchiere d'acqua e butta gli
occhi al cielo, mentre parla Di Pietro. Mentre i due parlano, Mastella
si rassetta le vibrisse. Quando viene il suo turno e risponde alle
domande della gentile conduttrice, non stacca gli occhi dalla lucina
della telecamera, il seduttore. Mentre parla La Malfa, la gentile
conduttrice contrae la fronte in un tremendo sforzo, come per capire.
Poi De Michelis interrompe Di Pietro che è interrotto da La
Malfa, interrotto da Di Pietro. Mastella sorride, con la gamba accavallata.
Così anche La Malfa, che non sorride. De Michelis e Di Pietro
a gambe larghe, poi anche Di Pietro a un certo punto le accavalla,
mentre Mastella si aggiusta la cravatta e fa una fossetta su una guancia
succhiandosi le gengive. La Malfa è in vestito grigio chiaro,
camicia bianca, cravatta blù avion. De Michelis è in grigio
scuro con cravatta a pallini. Di Pietro, da vero Cincinnato, è
in completo spezzato con cravatta di bancarella. Mastella, anche
col fermo immagine, non si capisce. Di cosa s'è parlato? E chi
ci ha fatto caso! Solo in punto, m'è sembrato, c'era Di Pietro
che proponeva di non candidare politici che avessero avuto una condanna
penale e presentava la proposta come cosa prepolitica, mentre la gentile
conduttrice si torturava la collana al collo con un sorriso obliquo,
e gli altri tre triangolavano gli sguardi. Momenti irripetibili, da guardare
e riguardare.
(L.C.,
30.3.2004)
1° APRILE?
GNOSEOLOGIA PRAGMATICA
Come osservava Pascal, l’universo esiste ma non è capace
di dire “io”. L’uomo invece non solo sa di esistere ma è capace
di riflessione: cioè di riflettere nella propria coscienza l’esistenza
dell’universo come in uno specchio.
Meraviglioso, tutto questo: e
tuttavia il fenomeno incontra un gravissimo limite nella sproporzione
fra l’immagine da riflettere e lo specchio usato. Se si rendesse veramente
conto della complessità del reale l’uomo non oserebbe formulare
conclusioni. Poiché però questo non sarebbe utile, ecco
che, per ragioni di sopravvivenza e più genericamente “economiche”,
l’uomo si forma un complesso di nozioni, parametri, principi che lo fanno
sentire informato e fin troppo in grado d’orientarsi nella realtà.
Per il selvaggio dell’età
della pietra una formica era una formica. Non sapeva come funzionava,
come riusciva a sopravvivere, con quali meccanismi biochimici, psicologici
eccetera riuscisse ad interagire con l’ambiente ma questo non lo turbava.
Del resto neanche noi sapremmo spiegare perché una formica che
va veloce in una direzione improvvisamente devia a destra o si ferma.
Ma tutto questo era senza importanza allora come oggi. Una formica è
solo una formica. Una volta che le abbiamo dato un nome e non ce la
troviamo nel brodo può vivere e morire per i fatti suoi quante
volte vuole. Non è come la zecca, da cui temiamo d’essere aggrediti.
E neppure come il leone o la mucca da latte. Questi sì sono importanti:
la formica no. E la differenza la fanno l’utilità o il pericolo
che rappresentano.
Quasi tutta la nostra conoscenza
è orientata utilitaristicamente. Questo non sarebbe un male se
noi non avessimo tendenza ad assegnare alla nostra utilità un
valore assoluto ed addirittura etico. Noi uomini non ci limitiamo ad
ammazzare la zecca perché potrebbe attaccarsi a noi o al nostro
cane, ma perché è cattiva in assoluto. Perché merita
d’essere soppressa.
Questo fenomeno si riproduce anche
nei rapporti umani e particolarmente in quelli politici. Non è
che quelli che non la pensano come noi sbaglino in buona fede, no: sono
cattivi, malintenzionati, vogliono il nostro male o, addirittura, il
male di tutti. La lezione di Socrate, secondo il quale il male è
solo ignoranza (o stupidità), non è stata raccolta. Si preferisce
dividere l’umanità in buoni e malvagi, mettendo indefettibilmente
noi stessi ed i nostri amici dalla parte dei buoni.
Questo atteggiamento è
forse inevitabile e, al limite, utile alla sopravvivenza della specie:
ma non va accettato dal punto di vista intellettuale. È lecito
che io cerchi d’uccidere chi vuole uccidermi, anche se le sue ragioni
per uccidermi sono migliori di quelle che ho io per uccidere lui,
ma non devo dare a me più ragione che a lui. Posso uccidere
il leone che vuol mangiarmi, ma non è che il leone abbia torto
ed io ragione. Infatti a mia volta, prima d’uscire dalla tenda, ho mangiato
una bistecca di manzo. Come diceva Nietzsche, l’uomo, rispetto a tutti gli
altri animali, ama concedersi un lusso in più: non solo fa i propri
interessi a scapito degli altri, ma ama pensare d’avere ragione e che sia
morale comportarsi come fa.
Almeno dal punto di vista astrattamente
intellettuale dovremmo cercare di ricordarci che il nostro avversario
si sente tanto nel giusto quanto ci sentiamo noi. Sentimento e morale
infatti sono molto flessibili e si curvano facilmente a servire il loro
portatore. Ecco perché l’unica discussione utile è quella
oggettiva e scientifica, non quella sentimentale o morale. Sentimento
e morale ci pareggiano tutti. Dimmi con calma le tue ragioni e ascolta
con calma le mie: forse è impossibile fare di più.
Giannipardo@libero.it
26 marzo 2004
dato che l’argomento
ha riflessi filosofici, se ho scritto sciocchezze sarei grato se mi
fossero segnalate.
Massima del giorno
Per l'omicidio è ovvio che ci debba
essere un secondo grado di giudizio, per la stupidità no.
G.P.
MOLLICHINE
I palestinesi hanno detto che il ragazzino mancato kamikaze
è un ritardato mentale. Che gaffe. I segreti di Stato non devono
essere violati.
Ciampi: “No ai muri contro il
terrorismo”. Meglio le porte aperte.
“Per Hamas Sharon è un
obiettivo”. Non bisognava dirglielo: avrebbero potuto sorprenderlo!
Berlusconi: “La sinistra deve
smetterla di compatire i nostri soldati”. Ma c’è da capirla,
la sinistra: esterofila, segue un atteggiamento europeo secolare.
giannipardo@libero.it
Napul'è
Il quartiere di Napoli in cui, sabato
sera, una ragazzina di 14 anni è stata ridotta al coma vegetativo
da un proiettile destinato ad un boss locale, che non ha esitato a usarla
come scudo umano, è lo stesso quartiere in cui, più volte
in passato, si sono verificati tragicomici episodi di ostruzionismo
da parte dei residenti nel tentativo di ostacolare le forze dell'ordine
impegnate nella cattura di pesci grandi e piccoli della delinquenza di
Forcella. Atti di vera e propria devozione popolare verso gli esponenti
della malavita indigena, di cui fa parte anche il galantuomo che avrebbe
afferrato per i capelli la ragazzina, parandosi e così salvando
la sua tanto preziosa vita. E' utile, io credo, che questo venga ricordato
per chiarire il contesto in cui s'è maturato questo orrore, a
fronte dei vittimismi che ora verranno stesi come panni messi ad asciugare,
tra finestra e finestra nei vicoli, tra connivenze antropologiche ed inefficienze
istituzionali. Carduccio, se possibile, questa postala senza firma, non
si può mai sapere.
(29.3.2004)
Il soldato ciccione
e psicotico
C'è da giurarci: per il caso dei soldati
americani suicidi in Iraq, assisteremo alla solita manipolazione
dei dati statistici in campo clinico. Dolosa, colposa o preterintenzionale
che sia, considero pericolosissima la cosa: induce distorsione nella
comprensione dei fatti. Un caso esemplare del passato: la frequenza
dei malati di Aids tra i gay, negli anni ottanta. Penso a tutto il
ritardo che il fascino della metafora "castigo divino" procurò
ad una vincente strategia nella profilassi. Ho una simpatica collezione
di ritagli di giornali di quegli anni che, indipendentemente dal midollo
ideologico della penna, contenevano vistose concessioni a quella metafora,
in forma di lapsus. Suggestioni? E' di quella natura il rapporto tra
chi legge e chi scrive. Ricordate di quando si parlò della percentuale
di suicidi nella popolazione carceraria italiana? Io forse pretendo troppo,
vorrei che in voi non ci fosse neppure un briciolo di moralismo, così
forse sbaglio, mi considerete repellente. Ma si dovrà pur dire che
il numero dei suicidi tra i detenuti italiani è uguale a quello
tra popstar americane, manager giapponesi e adolescenti scandinavi'
Il che nulla toglie al fatto che le carceri italiane facciano veramente
schifo, siano una vera vergogna per un paese che sbruffoneggia a fare
la quinta o la sesta potenza al mondo ed è un "caso", ecc. ecc..
Ma ho l'umile parere che il senso di quella valenza statistica non potesse
e non dovesse essere piegata ad un pur nobile fine, a quel modo, ancillare
di una pedagogia pietistica. Lì, anche il Foglio c'è cascato,
come il Messaggero di Sant'Antonio.
Vedrete che, per i soldati
americani suicidi in Iraq, la stampa non potrà fare a meno di
invitare a nozze Fromm, il Vietnam, De Andrè... vi risparmio la
lista degli invitati, tutte anime gentili. Eppure basterebbe riflettere
sul fatto che lo studio al riguardo data almeno 14 gennaio (un'AGI/AFT
da Washington) e che viene cucinato solo ora dalle cucine informative di
casa nostra. Epperò, quell'agenzia includeva i seguenti fatti: lo
studio scientifico era stato condotto dal Pentagono, che non ne aveva tenuto
celati i risultati (facilissimo per un Iraq giornalisticamente molto ambiguo);
il funzionario della Difesa addetto alle questioni sanitarie, William Winkenwerder,
contestualmente all'annuncio dei dati aveva precisato: "Non vediamo
un trend che ci dice che c'è qualcosa in più o di diverso
che potremmo fare"; aveva altresì precisato che in Iraq era operativo
da tempo un sistema di monitoraggio psicologico delle truppe e che i
militari considerati a rischio venivano via via rimpatriati; che i dati
epidemiologici erano limitati ad una sola Arma. Di queste cose, vedrete,
cosa saprà scriverci qualche piscialetto della sinistra nostrana.
Scommettiamo che tirano fuori il soldato ciccione e psicotico di Full metal
jacket? Vi propongo la macabra lotteria: chi lo farà per primo, uno
scienziato o un umanista? Cancrini o Vattimo? Galimberti o Scalfari?
(Luigi Castaldi, 29.3.2004)
Dal nostro inviato in
seconda all'Ergife: Tutto su Cecchi (ovvero: la ruota del Paone)
In effetti il fatto che la prova dell’applausometro
alla Convention dell’Ergife sia stata stravinta di parecchie lunghezze
non da Pannella né dalla Bonino, bensì da un Alessandro
Cecchi Paone in versione niciana, dà la misura di come i radicali
stiano attraversando un momento davvero difficile.
A parte il solito Pecoraio
Scanio, dedito unicamente a ravvivarsi l’abbronzatura accaparrandosi
i fari delle telecamere presenti in sala (al punto da beccarsi un
cazziatone in diretta dalla Bonino), tutti gli altri ospiti si sono cimentati
fiaccamente nell’improbabile impresa di improvvisarsi pannelliani: da
un Bertinotti docente di nonviolenza, ad un Violante dedito allo shopping
sulla bancarella dei libri di cultura gay-libertaria, eppoi Pierferdy Casini,
monsignor Bondi, fino allo stesso attesissimo Giuliano Amato, tutti (incluso
quest’ultimo) prodighi di gratuite pacche sulle spalle e di inconsistenti
blandizie, ma sempre rigorosamente senza alcuna proposta/offerta concreta,
senza ciccia. Dalla platea solo sbadigli, giustamente.
Invece con il bel Paone
, tutta un’altra musica. L’unico ad infervorare la sala, l’unico
a far alzare i culi dalle sedie. Eppure, in fondo, perché?
Nel suo acclamato intervento non ha fatto che sciorinare il rosario dei
più ritriti luoghi comuni dell’ anticlericalismo da bar, dalla
religione “causa di tutti gli odi e di tutte le guerre” alla famiglia
che semplicemente “non esiste più”, senza omettere nessun classico
della serie (a parte quello degli oratori crogiuolo della pedofilia,
stranamente pretermesso).
Qualcuno ha malignato che
il palinsesto di Radio Radicale potrebbe presto venir rivoluzionato
per far spazio ad una conversazione settimanale con il conduttore
della Macchina del Tempo. Il Direttore Bordin smentisce categoricamente.
Chi vivrà, vedrà…
(ale tap., 29.03.04)
Dal nostro inviato
all'Ergife: Tutto su Paone (Un'emozione serpeggiò)
Con non poco tremulo passo ci eravamo
apprestati alla soglia di questa Convention dei Radicali. Quasi
sembravamo zoppi per il tremulare. Si annunciava il botto. La cosa,
perversa per chi tra i Radicali è destro, squisita per chi è
sinistro, doveva essere che i mistici più invischiati nelle cose
di questo mondo saltassero su quello sgangherato trabiccolo dell'Ulivo.
Questo, per i gonzi. Le sensibilità più fini, invece, dicevano
che fosse 'paso doble'. Be', comunque un botto, no? E invece nulla, nulla,
nulla. Come l'istesso nome dice, la Convention è stata momento convenzionale
e conventuale. Qualche nervosismo della Bonino che per 2'18" ha impensierito
Pannella, ma davvero davvero. Notavamo pensono Della Vedova: "Per farlo
impensierire anch'io, ecco, mi stabilisco a Ulan Bator, comincio a studiare
il mongolo, chissà!". Ma per il resto, nulla, nulla, nulla. Fatta
eccezione per lui, il Paone, sì, il Cecchi, proprio lui, l'Alessandro.
In un intervento dalle violacee tinte anticlericali, il Paone (in subordine,
il Cecchi) ha scosso la platea e riscosso un successone. In soldoni: la
Croce non è un simbolo d'amore, i single e le famiglie scassate titillano
l'economia, e poco ci mancava un "porca-la-madonna!" per darci godimento
da stile libero nella Nutella. Grande, il Paone! Altro che documentaruzzi
sul Velociraptor e sulla sempre tragica tragedia di Pompei. S'è
anche detto disponibile a dare una mano, non ha specificato quale. Be',
se questi Radicali volevano sfondare il muro di silenzio in cui i media
li avvolgono da decenni, adesso hanno una talpa nel sistema televisivo.
Uno che, quando parla di clericarismo, le dice chiare e tonde, porco qui
e porco là, facendo perfino arrossire Platinette in prima fila.
Un figo!
(L.C., 28.3.2004)
Roba di gusto
Adesso non si venisse a dire che è stato
un errore il non apporre, qui in Italia, il divieto ai minori
di 14 anni sui truculenti effetti speciali della Passione di Mel
Gibson. Si darebbe ragione ad Adel Smith, che sul Crocifisso ci vedeva
un cadaverino martoriato. Lo dico da non credente, davvero non sarebbe
bello. Ma si darebbe ragione anche - e questo sarebbe per me ancor meno
bello - a chi continua a definire vera arte il Vangelo secondo Matteo by
Pier Paolo Pasolini. Questi vorrebbe convincerci che vita, parole, opere
e morte di Cristo sarebbero un'occasione - una delle tante - di metafora
poetica. Chi più poeta d'un cristiano che portava la Novella in
giro con alfetta grigio metallizzato? Questi vorrebbe convincerci che
il dolore deve avere un altro fine oltre al riscatto, se non vuol esser
trash. Che questo fine dev'essere l'arte, la loro arte. Roba di gusto,
ovviamente, il loro gusto. No, per piacere. Sarà un noiosissimo
polpettone antisionista, ma adesso fateglielo guardare in pace ai signori
bambini - con pop corn e aranciata. E' la prole di chi fino a ieri, pur
non credente, faceva il cattolico apostolico romano. Non ci venisse a
dire, adesso, qualche bella e importante signora del centrodestra, che
lei, quei grumi di violenza, non li fa vedere ai propri figli. Eventualmente
li mette davanti a Pasolini. Non lo venisse a dire a noi che nel variegatissimo
acquario del centrodestra ci siamo presi fama di pescecani mangiaprete
per aver osato dire che non ci dev'essere religione di stato o di
civiltà. Potremmo far notare a modo nostro, con mite sarcasmo,
che pure la coerenza è un'arma buona, insieme alla Croce. Ma
figuriamoci se ci permettono il sarcasmo, per quanto mite. Le belle e
importanti signore, talvolta principessine, del centrodestra sono infiammate
di cristianissima fede nelle interviste, ma anche loro, come le analoghe
e omologhe del centrosinistra, non vogliono che la notte er pupo me
se sveja e rompa er cazzo co li sogni brutti.
(Luigi Castaldi, 27.3.2004)
Cose così
Il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, al
quotidiano arabo Al Hayat: "Un anno fa non c'era terrorismo
in Iraq, oggi è diffuso ovunque. Ogni giorno attentati, non
possiamo chiamarlo progresso". Ma il terrorismo avrebbe le
ore contate, perché il simpatico burocrate ha una soluzione:
"Un'équipe di esperti partirà nei prossimi giorni
per Baghdad, per valutare le condizioni di future elezioni in vista
del trasferimento dei poteri". Geniale, i terroristi ne saranno
terrorizzati.
(Luigi Castaldi, 27.3.2004)
To smoke
Trovo davvero sconcertante
che gli oltranzisti della "pace senza se e senza ma" operino
una costante mistificazione dell'art.11 della Costituzione,
e senza che alcuno, tra coloro cui pur piace così com'è,
s'indigni e segnali il tradimento della lettera e del senso.
Ultimo esempio, in ordine di tempo: un appello della "Sinistra
Ds per il Socialismo", pubblicato sull'Unità di venerdì
26 marzo. Nel titolone: "L'Italia ripudia la guerra...". Proprio
così, con i puntini sospensivi. In realtà, a leggere
oltre sulla Carta, l'Italia la ripudia "come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli". L'Italia, oggi, offende
la libertà del popolo iracheno, o forse non la offendeva Saddam
Hussein? Leggendo ancora oltre: l'Italia la ripudia anche "come strumento
di risoluzione delle controversie internazionali". E quando gli altri
strumenti di risoluzione si fossero dimostrati inefficaci? Cosa dovrebbe
fare per risolvere un'ipotetica controversia con la Repubblica di San
Marino che, armi in pugno lì lì to smoke, intendesse
annettersi Rimini, Riccione e, per un vitale sbocco sul Tirreno, Capalbio?
Ripudiando la guerra senza se e senza ma, cedergliele? E dove vanno
più a riposarsi delle dure marce invernali i poveri pacifisti quando
viene l'estate? Cuba, alla lunga, annoia.
(L.C., 26.3.2004)
OMNIA MUNDA MUNDIS
J. C. Maxwell è un nostro attaché
che, evidentemente turbato (!) dalla verità di quanto appare
nella vignetta qui sotto, provocatoriamente m'invia questa e-mail:
"Parizzi, Parizzi!
Carina la vignetta propagandistica pubblicata venerdì 26
marzo su Capperi. Visto che le interessa la questione degli innocenti
impiegati illegalmente nelle operazioni militari, credo non mancherà
di pubblicare anche la foto che le ho mandato. E' tratta da un rapporto
sull'utilizzo di civili palestinesi come scudi umani realizzato
dall'organizzazione israeliana B'Tselem e disponibile sul sito di
quest'ultima all'indirizzo www.btselem.org
nella sezione "publications" (immagino vorrà linkarlo). Con
tanta tanta stima, J. C. Maxwell."
Per così poco,
caro Maxwell, dove sta il problema? Contento?
(cp. 26.03.2004)
SENZA COMMENTO
...E un altro blogger
irakeno, non filo-USA, scrive: <<ne valeva la pena>>
Sabato, in occasione dell’anniversario
della guerra, il canale satellitare BBCworld ha trasmesso
un servizio molto bello e molto ben costruito che aveva per
protagonista il più celebre blogger mesopotamico, il
mitico “Salam Pax”,
titolare del blog “dear raed”.
Ateo, architetto, gay, “Salam” non è
un blogger incline alla propaganda politica, e non lo si
può certo definire filoamericano (è solito accusare
gli USA di cinismo, opportunismo ed ipocrisia): il suo blog è
divenuto un punto di riferimento anche per questo. E’ stato ingaggiato
come collaboratore di importanti
testate, e i suoi interventi sul suo blog sono diventati
persino un libro, edito anche in italia (Baghdad
blog, Sperling & Kupfer).
Ah, dimenticavo: dicevamo del servizio
per la BBC. Gente intervistata per la strada, voci e volti
non banali. “Salam” in persona appare come intervistatore e poi
di tanto in tanto mentre ticchetta sul portatile, seduto davanti
a una moschea. Alla fine la sua voce fuori campo tira le somme:
“Saddam è acqua passata,
e questo grazie agli americani. Ne è valsa la pena?
Sì, statene certi. Lo sappiamo tutti: eravamo arrivati ad
un punto in cui non ci saremmo mai potuti sbarazzare di Saddam senza
l’intervento straniero”.
(ale tap., 24.03.04)
Un blogger iracheno
scrive ai pacifisti: <<in che mondo vivete?>>
Bagdad: "Quando ho visto
le manifestazioni pacifiste che si sono svolte in numerosi
paesi del mondo in occasione dell'anniversario della guerra
contro Saddam, non ho potuto fare a meno di pensare: perché
fanno una cosa simile?". Ali, un blogger iracheno, si rivolge ai
pacifisti. Oggi Il Foglio pubblica
il suo intervento. Cliccare qui.
(cp, 24.03.2004)
Videoconferenza inter
nos
A questo blog ogni tanto
vengono le smanie. Voglia di rinnovarsi, d'inventare qualcosa.
Ma mica è facile. Giorni fa noi quattro ci siamo riuniti
in teleconferenza e abbiamo sviscerato la questione. Gianni
era dell'idea che dovevamo fare un salto di qualità,
chessò mettere su un giornale. Col suo gesticolare lento
e ieratico che nella finestrella di NetMeeting fa il suo bell'effetto,
diceva: "Tanto lo fanno tutti. Io proporrei di partire da una
fondazione, chessò qualcosa del tipo 'Democrazia intransitiva'
o 'Liberalismo semideponente', arrivare in qualche modo a dei finanziamenti
e bla bla bla..." Proposta bocciata, mai leccato il culo ai politici,
mai bazzicato per conventicole, nessuna amicizia importante.
E poi, di noi quattro, nessuno è tanto obeso e barbuto da credersi
Ferrara, nè cotonato e acidulo da credersi Colombo. Carduccio
ha proposto di far diventare "Capperi!" un videoblog. Ma, appena
s'è capito che gli serviva ad autopromuoversi come gastronomo
nelle sue ricette in diretta, abbiamo spezzato le cosce alla proposta.
Certo, c'era di stuzzicante nella proposta quella possibilità
di link con chat lesbo, fetish e teen che lui ci assicurava per certe
conoscenze di ferro. Ma poi, alla fin fine, gli abbiamo fatto capire
che non avremmo retto a lungo agli effetti speciali. Castaldi, non
ne parliamo proprio, sempre lo stesso: voleva trasformare "Capperi!"
in sito a pagamento, con un web-ricatto del tipo "o ci scegli o ci
sciogli". In realtà, non s'è capito bene in cosa consistesse
la sua proposta, ché parla oscuro e a volte non si capisce neanche
lui: l'abbiamo zittito a metà di uno sproloquio di due ore,
in cui ha citato un sei dozzine di capoccioni, da Euripide, il tragico,
a Tonino, il suo carrozziere. Per fortuna, Ale ha avuto un'ideona:
scegliere un giornale e recensirlo spietatamente tutti i giorni,
fino all'ultimo pelo perineale. Voi direte: dove sta la novità?
Non fa così anche Il Foglio con Repubblica e Il Giornale, non
fanno così anche altri blog con Il Foglio? Sì, è
vero, ma qui sta l'ideona di Ale, che ha alle spalle uno studio legale
da stratosfera e che non apre bocca se la virgola non è a pennello
di codice commentato: stroncare con tutta la cattiveria possibile quel
giornale, ma certi al mille per mille di non incorrere in alcun reato;
fargli saltare i nervi, agli stronzoni (ché abbiamo intenzione
di sceglierci degli stronzoni, così, per intantissimo sfizio);
provocare, se si può, qualche epilettica querela; e poi rifarci
con la richiesta di danno esistenziale. Ché noi a esistenza stiamo
messi mica male. Ottima proposta, no? Sì, ma che giornale? Giro
di proposte: Gianni diceva il Messaggero; Carduccio con un fogliaccio
della piana che neanche più ricordo il nome, adesso; Castaldi, tontolone,
diceva l'Osservatore Romano ed insisteva (diceva: "Gli togliamo anche
la Pietà di Michelangelo!"); Ale, che pure aveva fatto la proposta,
se chiuso in un "uhmmm" del cazzo. Niente, abbiamo rinviato la decisione.
Al 13 maggio. Chissà che fino ad allora non ci venga l'idea buona.
Ehi, voi, se ne viene una, non lesinate.
(L. C. , 24.3.2004)
Massima del giorno
Non importa quanto sapiente sia colui
che cerca di dimostrarmi che i cani hanno sette zampe, io posso
solo ascoltarlo per cortesia e lottando strenuamente per non addormentarmi.
G.P.
MOLLICHINE
Secondo Paolo Cento (Verdi), "è
sempre più evidente che [per piazza Fontana] si tratta
di una strage di Stato". Ora sappiamo cosa porta in giro,
Andreotti, nella sua gobba.
Folena: "Berlusconi
deve dare all'amministrazione Bush un ultimatum perché ceda
il controllo all'Onu". Perché non comincia lui, dando un
ultimatum a Berlusconi?
L'Iran congela le
ispezioni dell'Onu sul nucleare. Teheran non ha dunque imparato
che è pericoloso nascondere anche le armi che non si hanno?
Applicando la teoria
formulata nel 1764 dal matematico inglese Thomas Bayes, lo scienziato
britannico Stephen Unwin ha stabilito per Dio una probabilità
d'esistenza del 67%. Più o meno la stessa probabilità di
scienziati scemi.
Il compositore della
musica del film The Passion sostiene che Satana gli è comparso
più volte, durante il lavoro. Bisognava metterlo nei titoli
di testa e magari pagarlo.
Il poeta americano
Derek Walcott: <<Credo di credere in Dio>>.
Io credo che creda di credere ma di fatto non crede, perché credo
che, se credesse, non avrebbe l'impressione di credere ma la certezza
di credere. Almeno, credo.
Hieronimus Bosch
si chiamava van Aeken e cambiò il nome in Bosch in onore del
paese natale, Œs-Hertogenbosch. Per fortuna non era nato a Milano.
Secondo il geriatra
David Demko, Keith Richards, il 60enne chitarrista dei Rolling
Stones, sarebbe dovuto morire otto anni fa. C'è gente incapace
d'essere in orario.
Derby Roma-Lazio,
partita sospesa. Una guerra per un pallone. Meglio la guerra di
Troia.
Dopo l'aggressione
a Fassino, Angius: "Nel centrosinistra serve un chiarimento
politico, altro che scuse". Ma se neanche le botte gli sono chiare,
che spiegazioni si crede in grado di capire?
Parmalat, Tanzi interrogato
di nuovo. Visto che lo interrogano da settimane, immaginiamo
stia concedendo dei bis.
Giannipardo@libero.it
YASSIN
Piccola notizia: il numero due di Hamas, Abdul
Aziz Al Rantissi, mentre si trovava in mezzo alla folla scesa
nelle strade di Gaza per i funerali dello sceicco Yassin, ha dichiarato
che "non ci sarà vendetta, gli israeliani sanno che ormai è
guerra aperta". Poche parole si prestano a più numerose
considerazioni.
1.
Rantissi parlava in mezzo ad una folla composta di centinaia
di persone come quelle che egli minacciava di uccidere. Solo una
differenza antropologica, come quella che i nazisti facevano fra
se stessi e gli ebrei, rende concepibile un simile assurdo.
2.
Egli minaccia di uccidere centinaia di persone in Israele ma
difficilmente riuscirà a farlo. Al contrario Israele potrebbe
già oggi, con pochissimo sforzo (un elicottero e qualche missile),
uccidere quelle stesse persone che gli stanno intorno. Sarebbe un
colmo d'audacia dunque, da parte di Rantissi, dire quelle cose orribili,
se non fosse un colmo di stima per la civiltà d'Israele.
3.
Egli stesso sta in quella folla perché gli israeliani non
permettono a se stessi d'attaccarlo lì in mezzo. In altre
parole, egli si fa uno scudo della decency israeliana nel momento
stesso in cui dimostra di non sapere che cosa sia, la decency.
4.
Gli stessi funerali, conditi di slogan di odio e minacce di sterminio
per gli ebrei, sono una prova della tolleranza d'Israele. Essi
non si potrebbero tenere in quella forma se fossero vietati. Né
questo divieto sarebbe un provvedimento criminale, visto che l'Austria,
quando cominciarono i moti indipendentisti italiani, vietò
gli assembramenti di più di tre persone. Andate a dire
che l'Austria era uno Stato criminale.
5.
Per chi si ponesse il problema dell'efficacia del divieto, basterebbe
pensare all'uso intensivo di gas lacrimogeni gettati da un elicottero
o, al limite, una sventagliata di mitragliatrice. Sotto Stalin
non ci furono funerali solenni di dissidenti.
6.
Rantissi parla poi di un'intensificazione dell'intifadah,
e parla di guerra aperta. Questo implicherebbe che Hamas fino ad
oggi non ha fatto tutto quello che poteva fare, in materia di terrorismo.
Che ha risparmiato qualcuno o qualcosa: e questa è una patente
bugia, fra le mille altre. Infatti, fra gli attentatori, Hamas ha usato
non solo uomini ma anche donne, anche giovani, anche incinte. Ha usato
adolescenti e recentemente ha tentato di sacrificare senza neppure
chiedergli la sua opinione un ragazzino di dodici anni. Per quanto
riguarda le vittime, ha scelto persone che si recano al lavoro in autobus,
uccidendo bambini, vecchi, donne, studenti, ogni sorta di persona. In
un lontano passato l'Olp ha preso in ostaggio e minacciato d'uccidere tutti
i bambini d'un asilo infantile (A Kiriat Shmonà). Che possono
fare di peggio? In conclusione l'errore, nelle reazioni di Hamas, è
quello di credere d'avere uno spazio di manovra. Chi ha fatto il massimo
non può fare di più. E quando si sfida un nemico che ha invece
ancora molte altre frecce al suo arco, bisognerebbe stare più attenti.
Giannipardo@libero.it
, 23 marzo 2004
"Capperi!" riceve
dalla faina e volentieri posta:
Ma come sta Bossi ? In molti se lo chiedono e
non saremo certo noi a paventare conoscenze che nemmeno i fedelissimi
hanno. Procediamo quindi con metodo: si trova ormai in neurologia
da vari giorni quindi un danno c'è stato. Visto che Bossi
è una Formula Uno della politica sappiamo bene come anche
un piccolissimo danno, in una Ferrari, comprometta le prestazioni.
Quali le conseguenze ? L'immediata è la paventata scissione
della Lega in due tronconi: veneto e lombardo. L'altra però
viene da Arcore. In una delle ultime cene del lunedì Tremonti e
Letta hanno fatto presente di come il principale consulente del Cavaliere
debba essere dato virtualmente per perso. Torna prepotentemente
in auge la "vecchia guardia" e sempre più spesso si nota la
presenza di Scajola.
A Milano la disputa
per il ruolo di segretario cittadino di Forza Italia sta volgendo
nettamente a favore degli uomini di Dell'Utri. Altro segnale
di ritorno della "vecchia guardia".
(C.F. Kane)
Lo stomaco dell'Elefantino
"Solo della testa abbiamo disperatamente
bisogno" scriveva l'Elefantino sul Foglio di lunedì. Concordiamo,
il cuore fa sempre troppi guai. Ma sarà il caso, crediamo,
di usare parsimonia anche con lo stomaco, che risaputamente è
più vicino al cuore che alla testa. "L'assassinio mirato fa
schifo" scrive oggi. Con l'azzardo di fargli schifo anche noi, vorremmo
dire che, quando si elimina uno che manda per il mondo ragazzini imbottiti
di esplosivo, l'assassinio mirato non fa schifo. E' cosa da fare e
basta, eventualmente fa schifo sbagliare la mira.
Ci uniremmo oggi
alle nausee dell'Elefantino, se le strade di Tel Aviv si fossero
riempite di canti e grida e spari in aria e bandiere palestinesi in
fiamme per festeggiare la morte di Shaik Ahmad Yasin, se l'elicotterista
che ha fulminato quel vecchio terrorista fosse stato portato in spalla
come un eroe, se alla sua famiglia fossero stati dati 25.000 dollari
in premio, se qualche rabbino avesse detto che Jahveh premia questi lavoretti
col paradiso. Ma questo, e lo sa anche l'Elefantino, non è
lo stile di Israele. Lo stomaco può non essere scomodato.
(L.C., 23.3.2004)
Talking shop
1.
Il segretario
generale dell'Onu, Kofi Annan, al quotidiano arabo Al Hayat:
"Un anno fa non c'era terrorismo in Iraq, oggi è diffuso
ovunque. Ogni giorno attentati, non possiamo chiamarlo progresso".
Ma il terrorismo avrebbe le ore contate, perché il simpatico
burocrate ha una soluzione: "Un'équipe di esperti partirà
nei prossimi giorni per Baghdad, per valutare le condizioni di
future elezioni in vista del trasferimento dei poteri". Geniale,
i terroristi ne saranno terrorizzati.
2.
Sabato abbiamo
udito la voce di chi è contrario a risolvere i problemi
con l'invio di truppe armate: "E' possibile la pace per
la via della ragione e del buon senso". Era scritto in un comunicato
dell'Eta.
L.C., 22-03.2004
"Il Duca di Mantova"
di Franco Cordelli
Non si può avere
una del tutto compiuta idea di cosa sia l'ultimo libro
di Franco Cordelli, "Il Duca di Mantova" (Rizzoli
2004), se si è all'oscuro della "teoria del meme".
Libro chiama libro, la "teoria del meme" è racchiusa
ne "The Selfish Gene" di Richard Dawkins (Oxford University
Press 1976), tradotto in Italia col titolo "Il Gene Egoista"
(Mondadori, 1989): "Esempi di memi sono melodie, idee, frasi...Se
un'idea fa presa, si può dire che si propaga diffondendosi
di cervello in cervello... Quando si pianta un meme fertile in
una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si
trasforma in un veicolo per la sua propagazione, proprio come un virus".
E' Berlusconi
il meme che ha parassitato Cordelli, non v'è dubbio
alcuno. Tra le 213 pagine di questo che l'autore ci dice "romanzo...
o note di diario...diario tematico... pamphlet... una manciata
di appunti, di schizzi, di ricordi... zibaldone... tapis
roulant in forma di libro... taccuino gotico..." e troppo
altro ancora, si stenta a trovarne una sola che possa dimostrare
inconfutabilmente salvo da quel meme almeno un sol neurone
di Cordelli: l'idea, il virus di Berlusconi, ha parassitato il
parassitabile. Se guardi troppo nell'abisso, si sa, diventi abisso
tu stesso: Cordelli c'è cascato. Era un bel dire: "Non
parlatene più, se no fate il suo gioco". Cordelli non
ha ascoltato il consiglio sulla soglia fatale, è entrato, si
è perso. E non si tratta della perdizione nota, la miscela triste
di narcisismo e proiezione, di cui quell'intervista raccolta da Claudio
Sabelli Fioretti ridava poco fa la eco stenterella: "Berlusconi
è nato e vissuto solo perché io potessi scrivere questo
libro" ("Sette", 29.1.2004). No, è possessione, parassitamento.
Il Duca è Rigoletto, e Rigoletto è il Duca. Non è
l'epifania del Doppio, è replicazione. Cordelli è
Berlusconi, e Berlusconi (ahinoi!) è Cordelli.
"Il
mio risentimento nei suoi confronti, per usare il più
gentile dei termini di cui dispongo..." finisce per diventare
scrittura "per disprezzo, per rabbia, per nausea, per
schifo, per repulsione"; poi, ancora qualche resistenza ("E'...
ridicolo? Cioè, è ridicola la mia passione?... E
merita tanta sofferenza, o attenzione, l'oggetto della mia scrittura?"),
per convincersi che la resistenza è vana, "la resistenza
è cosa del passato"; un fatale cedimento, ancora ("Potrei
io finire con l'amare il Duca? Tutto è possibile..."),
e ancora un disperato ristare ("Debbo dunque scansarlo, debbo
evitare di parlarne, di nominarlo..."); poi, la resa: "Se
fossi nato prima... se fossi vissuto in un'epoca in cui il Duca
non fosse ancora apparso..., io sarei diventato uno scrittore diverso,
o forse sarei stato uno scrittore vero e proprio". E' una
dedica. Come la geniale figata di chiamare il proprio cane Silvio,
"un dalmata di sei mesi, di un vigore impressionante".
Portentoso, il meme. Prima intrusivo, poi devastante.
Fin
qui, il diario sotterraneo di una possessione, sotto traccia.
Perché "Il Duca di Mantova", pur non valendo
i 15 euro che millanta, è parecchio altro, nella forma
e nella sostanza. Carnet di chi gira, frequenta, fa cose, vede
gente; agenda di chi vede film, dibattendo(si); libricino nero
delle frette e delle contumelie; album di cosmogonie domestiche;
fors'anche, chat delle meschinelle vendette. Deh, vieni, ti sputtanerò
l'editore che mi sta sul cazzo: "Il sempre allegro e tacitiano
Piero Gelli, che tutto trasfigura nell'abbaglio continuo del suo mestiere
di editore, l'abbaglio di chi scopre le cose, ovvero le merci".
Seguimi, ti dirò d'una femmina "che, si diceva, era stata
amante di Previti. Questo fatto mi attraeva enormemente".
Vieni, ti parlerò di Deanna, dagli occhi a mandorla. Ascolta,
vieni, senti: una volta l'ho visto in carne ed ossa, il Duca, col
maglioncino a girocollo, coi molti indizi suoi di compiaciuta ottusità.
Nel
registro, se non nel timbro, la scrittura s'apparenta alla
loquela sciatta, la cugina povera, la ciarla, memore pure di qualche
utensile di cui reca il segno: "Quand'ero uno scrittore
all'antica... misuravo ogni parola, sceglievo con cura gli aggettivi...".
Ora: "Le cose andarono in modo diverso, in modo cioè
normale", in modo cioè normale. La quinta si dilata,
la romanza diventa romanzo, alla faccia del "cioè normale".
E solo l'eccesso passionale, spavaldamente, da re o buffone (non
fa differenza), ridà la cifra patognomonica del melodramma.
Per Franco Cordelli - questo è il punto - il melodramma
è quella pagliacciata subculturale che ci disse Gramsci e
che "il principe Tomasi di Lampedusa detestava con tutte le sue
forze" perché "tonitruante, smargiassa, accorata",
insomma roba da televisione commerciale, forma (ancor più,
epifania) berlusconiana. Da odiare, da odiare. Odia Berlusconi, odia
la tv, odia gli editori, odia perfino gli scrittori. Perfino odia "quella
che ancora chiamiamo sinistra... questa ultra-privilegiata, smisurata
élite". Questo consente l'almanaccare, e Cordelli almanacca:
"La questione morale sarebbe l'aspirazione ad un mondo più
giusto, l'istintiva o meditata rivolta contro il mondo com'è".
Ma, infine, poi, chi sono questo re François e questo Triboulet?
Dov'è il Duca, se non la sua Mantova? Gilda, dov'è?
"Gilda è perduta; quella, (...) chi può giurare che
sia incolpevole?"
"Chi
scrive, si sa, è un cretino", ma "sempre stato
fortunato. Avevo deciso di non lavorare e in effetti ci sono
riuscito" ("Sette", ibidem). Un cretino fortunato.
Poi, "i ruoli si sono rovesciati. In effetti io sono un
politico e lui è un facitore di romanzi. Per essere più
precisi (...) le soap, le serie, gli sceneggiati, i telefilm,
i romanzi a puntate, le fiction, le telenovelas, le sit-com, (...)
i lungometraggi, i mediometraggi, i corti". Si salva? Non si
salva. "Chi scrive, si sa, è un cretino", ma anche
chi compone musica non scherza. Prendi quel Verdi, per esempio:
"Se si può essere peggio del Duca, (...) Verdi lo è,
il grande bugiardo, l'onnipresente consolatore". Ma sono bizzarrie
di gusto, passino. Se, come dice il divino Rondolino, tutti s'improvvisano
allenatori della Nazionale e recensori della Bassa, "e sempre un
tanto al chilo" (Il Foglio, 11.3.2004), perché Cordelli non
può fare il critico musicale? La penna c'è: "Il territorio
si è deterritorializzato". Il Duca ci si impappinerebbe,
peggio che sul famoso scioglilingua dell'Arcivescovo di Costantinopoli,
quello che si disarcivescoviscostantinopolizza. "Ecco perché
scrivo, se è una risposta. Scrivo perché non sono Berlusconi".
Troppo tardi, il meme è dappertutto. Al punto da parlare
attraverso Cordelli e fargli dire: "L'autore è sempre meno
presentabile del suo personaggio". Ah, questo Berlusconi!
(Luigi
Castaldi, 21.3.2004)
Sofri? No, non soffro.
Come la mettiamo? Si, come la
mettiamo se, pur essendo favorevole alla grazia a Sofri,
ne ho le palle piene dei Sofriboy e dei loro lamentosi lamenti.
Ma come! Ai signori deputati è consentito
soltanto prendere il "pacchetto" così come è stato
confezionato ... non votare secondo coscienza ... altrimenti
viene giù il mondo.
Al contrario, a Sofri, proprio per via della sua coscienza,
si preparano leggi per nemmeno fargliela chiedere, la grazia...
e non vien giù nemmeno un granello di sabbia.
(cp, 19.03.2004)
"Va', pensiero!"
1. Ogni volta che dalle finestrelle della
nostra turris eburnea, scritta su un cartiglio arrotolato
in un bussolotto, che poi leghiamo alla zampetta d'un piccione
viaggiatore, congediamo un'idea nostra per le sconfinate vastità
del mondo - ecco, ogni volta, dovremmo esser di molto premurosi
con quell'idea, deh, in fondo è nostra! Immaginare che
arrivi, sì, dove vorremmo - e che ci vuole? - ma che, lì
giunta, possano cucinarsi il piccione in fricassea e dell'idea farne
contorno. A questo punto, immagino, avrete finito il cosciotto. Non
vi piaceva il contorno? Fa nulla. Un po' di pazienza, ché arrivano
frutta, dessert e, a scelta, tiramisù o amaro.
2. Al direttore - Posso produrle amplia e dettagliata
certificazione sul fatto che molti tra i suoi più assidui
e affezionati lettori, l'umile sottoscritto con essi, fossero
già da un bel pezzo al punto che lei fissa nell'editoriale
"Una destra cialtrona", per altre parole date e non mantenute. L'abbiamo
letto mormorando: "Finalmente!"
Senza sperarci, noi l'aspettavamo e così ora
non sappiamo nasconderle la gioia, anche se vorremmo provarci,
perché sappiamo con quanta amara rabbia si giunge in questo
punto e quanto fuori luogo possa sembrare la gioia a chi è
vi appena giunto. Saremo condoglianti per un po', sappia, a fatica.
Ci faccia un segno quando avrà ripreso il buon umore.
Amici dell'America e d'Israele, liberali genuini,
innamorati della democrazia: hic manebimus optime. Se ci vogliono,
sanno dove stiamo.
3. Risposta del direttore - A ciascuno la sua disillusione,
prego.
4. Al direttore - A ciascuno la sua disillusione,
ci mancherebbe altro. Ce n'è di due tipi: "disincanto"
e "disinganno". Le lascio la scelta, io mi accontenterò
dell'altro. Le auguro serenità.
(L.C., 19.3.2004)
CAZZOTTI
Un'autorevole corrente di analisti è
convinta che gli attentati del terrorismo fondamentalista
in occidente non siano episodi di un epocale "scontro di civiltà",
ma solo effetti collaterali di uno scisma che vada consumandosi
in seno alla cultura islamica. Che, dunque, non bisognerebbe esagerare
con azioni ritorsive come quelle di occupare Afghanistan e Iraq,
perché questo avrebbe il solo effetto di rafforzare una fazione
scismatica sull'altra. Esportare la democrazia per distruggere le
centrali del terrore sarebbe un rimedio peggiore del male. Può
darsi, anche gli scismi consumati in occidente furono lunghi e sanguinosi,
ne ricordiamo qualcosa. Rimane il fatto che noi non andavamo a rompere
il cazzo agli indù o ai buddisti.
Stavo mettendo un po' d'ordine tra le mie carte, quando
m'è capitato tra le mani il faldone di ritagli con l'etichetta
"Sofri libero". Ho fatto un calcolo assai approssimativo su
quanto sia stato speso in passione, intelligenza, fatica e tempo
per scrivere quei sette chili di argomentazioni, appelli e miserere,
a quanto pare inutili, ma sopraffini. E mi chiedevo: ma tutti questi
amici, utilizzando gli stessi sette chili di passione, intelligenza,
fatica e tempo, non avrebbero potuto combinare un'evasione alla
grande? Immagino l'obiezione: Sofri non accetterebbe. Controbiezione:
un cazzotto in testa, e via. A mali estremi, estremi rimedi.
(L.C., 19.3.2004)
Scoopofilia
In data 17.3.2004, tardo pomeriggio,
il sito di Roberto D'Agostino
posta la notizia "Ferrara molla il Cavaliere". Si sa a
cosa servano i titoli delle notizie: dall'Antico Testamento
ad Eva 3000, servono ad attirare quel fessacchiotto del lettore
con una sintesi disinvolta e sbrigativa. Non voglio qui annoiare
quei quattro gatti che mi leggono con il mio umile parere sul perché
quella notizia non vada letta a quel modo. Andiamo avanti.
Il fessacchiotto qui sottoscritto apre la pagina relativa alla notizia
e trova il testo dell'editoriale di Ferrara
, che è stato anticipato dall'Ansa alle ore 18.26;
è introdotto da uno spocchioso cappello, tratto da un
blog che ne ha
fatto post alle 18.31; non v'è citata la fonte, né questa è
riportata dalla pagina di Dapospia. Stimo Roberto D'Agostino: so
che se ci fosse stato scritto "dall'Ansa", avrebbe riportato "dall'Ansa".
Non m'intrattengo: 1) sulla qualità di quel
cappello, ove si legge che "Giuliano Ferrara completa lo
sganciamento da Silvio Berlusconi" (più d'una analisi
sembra una lettura dei fondi del caffè); 2) sul preziosismo
lirico ("la cenere nascondesse un fuoco alimentato da altra
la legna") che è cosa davvero degna d'incanto, tenuto
conto del taglia-incolla dall'Ansa in soli cinque minuti cinque;
3) sul criptico finale ("non badate alle sole apparenze")
di stile tra Lucarelli e Pecorelli.
Mi astengo anche da un giudizio, seppur sommario,
del blog in questione, in tutto banalissimo, se non in un'esilarante
rivelazione: come ogni bacarozzo, il blog sogna di schiudersi
in farfalla. Un quotidiano, addirittura. E già, con
queste virtù deontologiche... Campa cavallo! In Italia
si va dal notaio quando non si sa che fare... Ma poi, quand'anche
le vendessero queste sei copie, la studiano di notte la regola
del chi, come, quando, dove, come e perché? O stanno già
studiando da stagisti sotto qualche scrivania? Domande che è
inutile rivolgere al responsabile del blog, ché puoi
aspettarti l'ammissione d'un errore da un professionista vero,
mica da chi è alle prime armi con le vongole. Rimane una
domanda: di che materiale bisogna farglielo il monumento allo
scoop?
(L.C., 18.3.2004)
Al Zapatero
Il programma di Aznar
schierava la Spagna al fianco degli Usa e dei paesi
europei che si erano convinti, per tempo, che la guerra
al terrorismo impone coraggiosi sacrifici e tempi lunghi; il
programma di Zapatero, su quello vincente, s'illude di trattare
con Al Qaida per ottenere uno statuto di garanzie sottaciute,
implicite e provvisorie in cambio di un depotenziamento dell'asse
atlantico. La paura del popolo spagnolo ha premiato Zapatero, incoraggiato
Al Qaida, depresso l'alleanza antiterroristica, al momento.
Ora, però, è oltremodo sgradevole ammettere che
si è ricevuta l'investitura del potere per un maggioritario
moto di paura. Così qualche lestofante cerca di convincerci
che il governo Aznar sarebbe caduto perché ha mentito
all'opinione pubblica. I pronostici dell'antivigilia sarebbero stati
capovolti dall'indignazione morale, insomma, non dal terrore
seminato tra chi ha più carne che fede. La storia non offre
controprove (cosa sarebbe cambiato se Aznar avesse detto subito
"è stata Al Qaida"?); così il lestofante ce lo ripeterà
infinite volte, fino a convincersene, fino al prossimo attentato.
Perché, se "chi ama la vita" cede una sola volta alla paura
che gli incute chi "ama la morte", ha ceduto per sempre, Madrid brucerà
ancora, quando la posta s'alzerà. Il lestofante è quello
che Ann Coulter definirebbe traditore. Abbiamo un nemico in casa,
anche noi europei. Non è il musulmano: per carità di Dio,
lasciatelo in pace, odia Osama bin Laden più di quanto sia
capace di odiarlo un pacifista. E' il lestofante, quel nemico. Falsificando
la storia, mentre essa si fa, ci consegna alla viltà.
(L.C., 16.3.2004)
Hoy somos todos
madrileños
Rassegna
stampa
Francesca Pierantozzi: «Per Finkielkraut
l'Europa è vile, non sa riconoscere il male e cerca solo
giustificazioni morali». Da Il Foglio
Parigi. Sul tavolo, giornali, fogli di appunti sparsi
e il libro di Solzenicyn. L’attualità, la riflessione e il
punto di riferimento: il lavoro di Alain Finkielkraut va avanti da
anni sulla strada, spesso difficile, della critica del presente. Un
presente che oggi – ammette – lo “sconvolge’’: Le bombe, le elezioni,
l’Iraq. L’attualità è drammatica e appare drammaticamente
confusa. Dunque meglio cercare di chiarire cominciando dal principio.
11 settembre 2001-11 marzo 2004: simmetria fatidica delle date, asimmetria
tragicomica delle reazioni. “Quando l’America viene colpita dal terrorismo,
gli americani rispondono. Quando l’Europa viene colpita dal terrorismo,
gli europei si pentono. Il nuovo primo ministro spagnolo non ha nemmeno
aspettato l’investitura ufficiale per annunciare urbi et orbi il ritiro
del contingente spagnolo in Iraq. Ai terroristi che per la prima volta
nella storia hanno dettato la scelta elettorale di un popolo, Zapatero ha
risposto: ‘vi ho compreso’. Si è comportato in un certo senso come
il loro mandante, è stato eletto dai terroristi per mettere fine
alla presenza spagnola in Iraq”. Molti giornalisti europei ci dicono che
gli spagnoli hanno in realtà sanzionato una manipolazione, che hanno
dato una bella lezione morale al resto del mondo: Ma quale menzogna?
La mattina dell’11 marzo il governo spagnolo ha creduto in buona fede che
l’attentato fosse firmato dall’Eta. Esistevano forti indizi che lo lasciavano
credere. L’ostinazione a indicare l’Eta come responsabile è stata
forse patetica, ma il governo ha fornito praticamente in tempo reale le
informazioni che contraddicevano la sua tesi. Mi sembra che a forza di
vedere la manipolazione laddove c’è soltanto disordine e confusione,
il disprezzo diventa impossibile: l’Eta non è più una mafia
delinquente capace del peggio, ma un gruppo rivoluzionario accusato ingiustamente
di un crimine abominevole. Gli spagnoli in realtà non hanno sanzionato
una menzogna o una manipolazione, ma l’intervento in Iraq, ovvero l’allineamento
del loro governo sulla politica americana. Hanno rifiutato di considerare
il terrorismo come il nemico, e ne hanno fatto il loro signore”. Ma esiste
un vero pensiero antiterrorista? “No. Ascoltiamo Zapatero. All’indomani
di queste elezioni dichiara che le motivazioni della guerra in Iraq non erano
credibili. E il popolo, con lui, ritiene che una guerra che non era la sua
ha portato il terrorismo in casa. Qualche ora dopo apprendiamo che Abu Mussab
Al Zarkaui sarebbe legato alle stragi di Madrid. Il suo nome era stato
fatto il 23 febbraio dell’anno scorso da Colin Powell, che lo aveva indicato
come un terrorista pericoloso con base in Iraq, quale doveva essere impedito
di nuocere. Oggi possiamo rammaricarci che gli americani, nonostante l’invasione,
non siano riusciti a catturarlo, ma mi sembra che gli attentati di Madrid
diano ancora più credito all’intervento in Iraq. E’ incredibile lo
scarto tra il comportamento reale degli europei il modo con cui lo vivono.
L’Europa, titolano i giornali, è sul piede di guerra: ma non vero.
L’Europa, al contrario, dice basta, ritira. Certo si faranno riunioni, si
creerà una nuova burocrazia poliziesca e si riempiranno i treni di
cani poliziotto per cercare valigie piene di esplosivo. Ma questa non è
la lotta contro il terrorismo. Lottare contro il terrorismo è andare
a cercare i terroristi. E a questo l’Europa ha rinunciato. Cosa succede
se domani esplode una bomba in Francia? Il governo francese sceglierà
di ritirare la legge che vieta il velo islamico nelle scuole? Assistiamo
chiaramente ad una politica di appeasement. Si vuole addomesticare la bestia,
quando si dovrebbe aver capito che più si cerca di accontentarla, più
la bestia reclama. Dov’è finita la vigilanza degli intellettuali europei?
L’Europa risponde con quella che ritiene la propria intelligenza: gli americani
sono cowboy, noi siamo più raffinati, loro hanno Bush, noi abbiamo
Derrida e Agamben, gente che sa andare oltre le apparenze, che quando si
parla di terrorismo usa virgolette di precauzione, gente che s’interroga,
che risale alle cause. E quali sono le cause del terrorismo, secondo
questa intelligenza? La disperazione. E da dove viene la disperazione?
Dalla dominazione dell’impero americano e dall’oppressione dei palestinesi
in Israele. E così, in meno di ventiquattr’ore, il crimine commesso
in Spagna è stato fatto proprio al grido di ‘Aznar, Bush assassini’.
Senza contare che è molto più comodo e confortevole combattere
un potere democratico – dunque impotente – che non l’idra del terrorismo
islamico”. Questi significa che l’Occidente non ha più armi,
nemmeno mentali, per far fronte alla minaccia? “Parlerei di europei e non
di occidentali, perché è chiaro che gli americani – e in
gran parte anche gli inglesi – non reagiscono nello stesso modo. L’Europa
è entrata nell’era post-nazionale delle democrazie. Non abitiamo
più delle nazioni, ma delle società. E ciò che caratterizza
le società è la vita come bene supremo. La società
si definisce attraverso la manutenzione del processo vitale. In questo
contesto la pace diventa l’obiettivo supremo, non in quanto obiettivo politico
di mutuo riconoscimento, ma in quanto ‘sicurezza’. La pace nel senso di
‘lasciateci in pace’, ‘fateci stare tranquilli’. Sono stato colpito dal
fatto che praticamente nessuno, in Spagna o in Europa, ha fatto il minimo
paragone tra gli autobus israeliani polverizzati e i vagoni sventrati di
Madrid. Questo perché per la maggioranza degli europei gli israeliani
se la sono cercata: gli israeliani sono colpevoli, mentre gli europei proclamano
la loro innocenza. L’Europa ‘intelligente’ è quella che cerca le
cause, e la causa prima del male è il conflitto israelo-palestinese,
che alcuni assimilano – è il caso di Edgar Morin – a un cancro che
produce metastasi. Ho l’impressione che l’Europa nutra un grande sogno di
chemioterapia politica. La maggioranza dell’opinione pubblica sembra subire
le decisioni politiche delle classi dirigenti. L’Europa si chiede: ma cosa
ho fatto per meritare tutto questo? Certo, noi abbiamo colonizzato, noi viviamo
nel lusso, mentre ‘loro’ vivono nella miseria. E’ uno strano miscuglio di
inerzia e coscienza sporca che rischia di trasformarsi nella giustificazione
morale di una viltà di cui l’Europa ha mostrato svariati esempi nella
storia recente”. Usciamo allora sconfitti dal famigerato “scontro di civiltà”?
“Io esiterei a impiegare questa figura. L’Islam non è certo una religione
di pace, prevede il jihad, che non soltanto una lotta contro se stessi. Tuttavia
l’Islam non è le bombe, non è le stragi di Madrid, non è
l’11 settembre. Tra bin Laden, al Qaida e l’Islam esiste una differenza.
Ritengo semplicemente che non sia ancora arrivato il tempo delle spiegazioni.
Dobbiamo accettare di trovarci davanti qualcosa che è il male. E
uso questo termine a ragion veduta, perché il male è il termine
cui si ricorre quando mancano i concetti, le spiegazioni. Il male è
irriducibile al principio di causalità. C’è, e non sappiamo
perché. Nonostante tutti i libri, non siamo riusciti a spiegare Hitler.
Anche il terrorismo oggi è un fenomeno irriducibile a una spiegazione:
non è l’Islam, non è la disperazione. E’ la capacità
di uccidere senza limiti. E a questa capacità occorre trovare risposte
diverse di quelle che propone l’Unione europea”.
-Emanuele Ottolenghi:
"Pagando il pizzo ad al Qaida non illudiamoci che ci lasci
in pace", Il Foglio
<<Il terrorismo colpisce a
casaccio, ma la sua logica non è casuale. C’è
nell’attacco di giovedì scorso il freddo calcolo di influenzare
il voto, cosa pienamente riuscita. Al Qaida aveva annunciato
questa strategia sin dall’anno scorso, in un libro circolato su
siti islamici radicali. Nel testo, disponibile sul sito www.e-prism.org, si discute a lungo
della Spagna come il punto debole dell’alleanza “crociata”. Il
libro sostiene come la posizione del governo spagnolo possa cambiare
a causa della forte opposizione popolare alla guerra e alla presenza
di truppe spagnole sul suolo iracheno. Tre elementi emergono: il numero
di attacchi necessari a spostare l’opinione pubblica, la possibilità
che i socialisti vincano le elezioni, e la centralità quindi
del voto del 14 marzo. Chi scrive capisce benissimo i sentimenti degli
europei, intuisce come l’uso della violenza possa essere calibrato,
nei modi e nei tempi, per influenzare le elezioni, e ne fa conseguente
uso, colpendo ripetutamente obbiettivi spagnoli in Iraq e Marocco,
e infine a Madrid alla vigilia del voto. La logica è ferrea:
mostra lucidità di pensiero e piena comprensione della nostra
mentalità. Al Qaida ha vinto le elezioni di domenica: come
previsto dai terroristi, i socialisti spagnoli cedono al loro ricatto
annunciando il ritiro delle truppe. Nulla di più logico e razionale.
Il nemico dell’Occidente ne comprende benissimo la psicologia, la
studia e ne cerca i
punti
deboli, che utilizza a suo vantaggio. Tanti hanno detto del
coraggio degli spagnoli scesi in piazza a manifestare. Ma quelle
mani alzate in segno di resa, con i palmi dipinti di bianco come
una bandiera, non danno una sensazione di coraggio: fanno pensare
che se Madrid l’11 marzo era come Manhattan l’11 settembre, Madrid
il 14 marzo è come Monaco nel 1938. Peggio anzi, perché
a Madrid la resa è stata decretata per volontà del popolo
sovrano.
Il voto è sintomo di un profondo problema europeo. Esso
esprime l’illusione che, cedendo al ricatto morale del terrore,
si venga lasciati in pace. Chi ha votato socialista domenica
non vuole rinunciare a prosperità e a spensieratezza, non vuole
doversi sottoporre a ore di controlli all’aeroporto ogni volta
che va per il fine settimana in Costa Brava, non vuole dirottare
risorse dalla sanità alla difesa, non vuole ritornare alla
leva obbligatoria, dove i ventenni occasionalmente muoiono a difesa
della patria, non vuole pagare il prezzo di un’efficace guerra al
terrorismo. Vuole restare indifferente nel suo pacifico edonismo,
convinto che i problemi del mondo si risolvano con la diplomazia,
che essi non esistano, che non lo sfiorino o che siano sempre e solo
frutto di manipolazioni di oscuri poteri avidi di petrolio ed egemonia.
Ma votando come voleva al Qaida, al Qaida non andrà via. E’
come se pagando il pizzo alla mafia, il commerciante potesse essere lasciato
in pace, senza ulteriori esose e maramalde vessazioni, come se la
strage sui treni sia attribuibile, in una logica perversa la cui psicologia
al Qaida capisce benissimo, non ai terroristi ma a chi il terrorismo
vuole combattere senza compromessi. Causa confusa con effetto.
Al Qaida crede di poter causare un effetto domino, rimuovendo la
Spagna dall’equazione, perché l’uscita della Spagna creerebbe
un precedente per l’Italia e isolerebbe infine Tony Blair. Tutto
scritto, ma pochi finora si sono dati la briga di leggere. E sta qui
il vero problema. Al Qaida comprende la nostra psicologia e spiega
la propria strategia in maniera limpida e trasparente, sicura che non
presteremo attenzione. Se gli spagnoli non riescono a vedere il pericolo
e credono che una politica di appeasement li metterà al riparo
dal terrorismo, questo lo si deve in parte al fatto che dall’11 settembre
poco si è fatto in Europa per spiegare, candidamente e onestamente,
in che mondo viviamo. Per sconfiggere il nemico, occorre conoscerlo
e comprenderne il paradigma culturale e intellettuale all’interno
del quale si muove. In questo l’Europa arranca. Non capendo la vera
natura del nemico, non capisce che ci troviamo nel mezzo di una guerra
epocale, una nuova Guerra fredda caratterizzata dal terrorismo invece
che dallo spettro dell’olocausto nucleare. Quando nel 1938 Chamberlain
tornò da Monaco promettendo “la pace nei nostrin giorni”, Churchill,
che non gli credeva, fu deriso e ignorato, come oggi chi tardivamente
chiede agli europei in partenza per il weekend di rendersi conto della
situazione. Churchill non prometteva nulla di buono, perché aveva
il coraggio di guardare il male del nazismo in faccia capendone natura
e intenzioni. L’Europa oggi non ha quel coraggio. E’ ora di dire la
verità in tutto il suo orrore. Solo mettendo a nudo la realtà
che ci circonda si può risvegliare la coscienza assopita
del vecchio continente; solo informando chiaramente il pubblico
della sfida che ci confronta; solo avendo il coraggio e l’onestà
di chiamarla per nome; solo osando dire quanto nessuno vuol sentirsi
dire, si può sperare di cambiare il corso degli eventi. Illudersi
non farà altro che prolungare la guerra, rendere la vittoria più
sfuggente e il prezzo da pagare per raggiungerla infinitamente più
doloroso. Churchill, nell’ora più tragica della storia d’Europa,
ebbe il coraggio di promettere alla sua gente null’altro che “sangue,
sudore e lacrime”. Nessuno si illuda. Ci sarà altro sangue, e altre
lacrime saranno versate. Dirlo con coraggio e serenità non guasterebbe.>>
- Angelo
Panebianco: "Madrid 2004 o Monaco 1938?", dal Corriere della Sera
<<Lo spirito di Monaco
soffia sull’Europa. C’è il rischio che l’Europa democratica,
come fece nel ’ 38 nei riguardi di Hitler, commetta di nuovo
l’errore di mandare messaggi sbagliati, di appeasement,
di arrendevolezza, nei confronti dei nemici della nostra civiltà.
Per questo, la prima dichiarazione del vincitore delle elezioni
spagnole, il socialista Zapatero ( « ci ritireremo dall’Iraq
entro il 30 giugno » ) è, spiace dirlo, infausta,
è uno di quei messaggi « sbagliati » . Nel
documento del gruppo saudita legato ad Al Qaeda, diffuso alla fine
del 2003 ed esaminato da Magdi Allam sul Corriere di ieri, era
stato tutto previsto: « Noi riteniamo — scrissero i terroristi
— che il governo spagnolo non sopporterà che due o tre attacchi
al massimo prima di essere costretto a ritirarsi sotto la pressione
popolare. Se non lo dovesse fare, la vittoria del partito socialista
sarà pressoché certa e il ritiro dall’Iraq sarà una
delle sue priorità » .
Due errori l’Europa dovrebbe massimamente
evitare. Il primo è quello di dare ai terroristi la
sensazione che la strategia del massacro sia pagante, in grado
di ottenere tutti i risultati che di volta in volta si prefiggono
( oggi il ritiro dall’Iraq, domani chissà cosa altro).
Il secondo errore è quello di non controbattere con sufficiente
forza la tesi di chi in Europa va dicendo che l’unica vera causa dell’ultima
ondata di attacchi terroristici sia la guerra in Iraq. Il primo
errore non fa che accrescere ancor più le già altissime
probabilità di nuovi attentati. Il secondo errore permette
a tante persone in buona fede di cullarsi nell’illusione che
basterebbe ritirarsi dall’Iraq per garantirsi la pace, la fine della
guerra scatenata dal terrorismo islamico contro l’Occidente.
A tutti costoro va ricordato che la guerra è iniziata con
gli attacchi dell’ 11 settembre del 2001 ed è continuata
poi con molti attentati in varie parti del mondo anche dopo
quella data ( e prima che ci fosse l’intervento anglo- americano
in Iraq). I critici di quell’intervento possono benissimo continuare
ad esserlo sostenendo che esso non ha contribuito a « fermare
» il terrorismo ma non possono avallare la tesi secondo cui
la guerra in Iraq sarebbe la vera, unica causa dell’aggressione terroristica
all’Occidente. Basta avere ascoltato i messaggi di Bin Laden per
sapere che non è così.
I due errori suddetti possono contribuire a disarmare l’Europa,
spingerla a fare ciò che essa, razionalmente, di certo
non vuole fare: diventare prona al ricatto terroristico. Ogni
Paese europeo deve fare la sua parte e auguriamoci che la tragedia
spagnola spinga l’Unione verso una vera politica comune di
lotta al terrorismo. Per quanto riguarda poi il nostro Paese
speriamo che la maggioranza non tentenni. E che l’opposizione
riformista sappia resistere alla pressione di coloro che, sull’onda
delle elezioni spagnole, inneggiano oggi al socialista Zapatero,
ne fanno il loro campione ( contro Tony Blair, prima di tutto,
ossia contro quella parte della sinistra al potere in Europa che
non intende spostarsi dalla linea della fermezza). Anche chi era
contrario all’intervento in Iraq ha un interesse vitale a superare
il grande equivoco del « pacifismo » per come viene
declinato in questo momento in Italia.
Coloro che sfileranno nella manifestazione « pacifista »
di sabato 20 marzo, chiedendo il ritiro del contingente italiano
dall’Iraq, hanno come nemico prioritario gli americani, non il
terrorismo islamico. Essi, come tanti altri gruppi che la pensano
allo stesso modo in Europa, hanno tutti i diritti di manifestare per
le loro idee.
Ma l’Europa e l’Italia che non vogliono una nuova Monaco hanno
il dovere di non mescolarsi con loro.>>
L'intelligenza del
"Monde"
Le Monde del 12 marzo ha scoperto che
il terrorismo islamico non è diretto esclusivamente agli
Stati Uniti, che l'Europa deve ammettere d'essere in pericolo,
perché è stata dichiarata una guerra al modus vivendi
occidentale.
Per arrivare
a questa conclusione, sono stati necessari duecento morti a
Madrid. Per fortuna quel giornale non tenta di capire una pagina
di Nietzsche o Kant. In quel caso dovrebbe scoppiare una Terza Guerra
Mondiale.
Gianni Pardo
"Capperi!"
ha faine d'informatori in innominabili salotti e ne riceve
periodicamente le perle, di cui va ghiotto come un porco. Questa
è la terza velina:
Se qualcuno dovesse
chiedersi chi è stato fattivamente uno dei principali
artefici dell'insediamento di Montezemolo ai vertici di Confindustria
non potrebbe che giungere all'identificazione del possessore
di una elaboratissima carta da lettera recante un sigillo complicato
quanto anacronistico dove le lettere "G", "E", "V" si intrecciano
quasi a rendersi illeggibili in un coacervo di linee di generose
dimensioni posto proprio al centro del foglio. Il possessore
di tale carta da lettera risponde al nome di Giancarlo Elia Valori,
il reale tessitore - per conto di alcuni - dell'approdo morbido del
presidente della Ferrari a Viale dell'Astronomia.
La
riunione a casa Prodi, subito dopo la fine del congresso della
Margherita a Rimini, ha senza dubbio colto nel segno della
sua valenza simbolica. Infatti a Rutelli questo "omaggio" non
è piaciuto affatto; soprattutto non è piaciuto il
"suggerimento" che Prodi ha dato all'appena confermato presidente
della Margherita: stare in stretto contatto con lui per concordare
le linee politiche. Una vera e propria diminutio che Rutelli probabilmente
non si aspettava in termini così netti. Inoltre il grande
tema che non è emerso dalle relazioni dei congressisti, ma che
è latente nel Centrosinsitra, è quello dell'insofferenza
della Margherita per ogni frammistione coi DS. Il Triciclo "tira"
secondo ogni sondaggio ma alla Margherita non piace affatto diluirsi,
anzi è questo, secondo molti, il momento di acquisire identità
centrista per strappare voti a Forza Italia. La Lista Unitaria
è destinata a durare solo per le Europee ?
(C.F.Kane)
IL
VOTO SPAGNOLO
La Spagna, negli ultimi otto anni,
sotto la guida di Aznar, ha fatto grandissimi progressi.
In una parola, meglio di tutti gli altri in Europa. La
previsione di una vittoria del Partido Popular era dunque facile.
Tuttavia ha vinto il Partido Socialista Obrero Español,
non diversamente da come, dopo che Churchill ebbe vinto la Seconda
Guerra Mondiale, gli inglesi lo ringraziarono mandandolo a
casa ed eleggendo l'incolore Attlee. La gratitudine in politica
non sempre è la regola.
Nel
caso spagnolo però può darsi che abbiano influito
gli attentati dell'11 marzo. Se sarà confermata la
pista islamica, si vedrebbe che è stato scelto un giorno
che cade esattamente due anni e sei mesi dopo l'undici settembre
2001 e tre giorni prima delle elezioni in un paese in cui la maggior
parte della popolazione si è dichiarata contro la presenza
di soldati spagnoli in Iraq. È come se i terroristi islamici
avessero detto: "gli autori siamo noi" (vedi l'anniversario dell'attentato
americano) e "vi invitiamo a votare per un governo che non sia alleato
degli Stati Uniti, diversamente vi colpiremo in questo modo". La
reazione degli spagnoli si è vista: rimane solo il problema
del giudizio che se ne può dare.
In
questo campo, il maestro dei maestri è Tucidide. Nessuno
meglio di lui ha illustrato i vantaggi che ad un paese possono
venire dall'alleanza con l'uno o l'altro paese, o dalla neutralità.
E nessuno meglio di lui ha illustrato come, da una qualunque
di queste decisioni, possano derivare i più grandi vantaggi
o i più grandi mali.
Quasi
per istinto, l'uomo d'onore è portato a non cedere
alle minacce. Paradigmatico, in questo campo, è il comportamento
del Regno Unito che, pure in presenza di offerte di appeasement
de parte di Hitler, che reputava gli inglesi ariani e germanici come
i tedeschi, rifiutò ogni accomodamento ed ogni vassallaggio
nei confronti della Germania. Ne seppe qualcosa Rudolf Hess. Ne conseguì
la completa sconfitta del nazismo e il momento più glorioso
della storia inglese: ma era sicuro che finisse così? Se
gli scienziati tedeschi fossero riusciti a creare la bomba atomica,
anche nel 1944, chi avrebbe vinto la guerra? E in quale condizione
si sarebbe trovato un Regno Unito sconfitto ed umiliato, in mano ad
una Germania vendicativa e guidata da un pazzo criminale? Tutti gli
storici avrebbero biasimato chi, a suo tempo, aveva rifiutato una
pace dopo tutto non troppo svantaggiosa. Si trattava solo di lasciare
l'Europa al suo destino e tollerare l'egemonia tedesca sul Continente.
Leggendo
Tucidide sicuramente si troverebbero esempi in cui chi
si è arreso senza combattere per evitare mali gravissimi
è andato incontro a mali ancora peggiori di quelli temuti. Non
esistono parametri assoluti di cui ci si possa fidare. Il pacifismo
ad ogni costo è sicuramente una sciocchezza ma anche l'atteggiamento
di chi è pronto a morire per il proprio onore e per la
propria libertà non sempre è pagante. Si può
dunque tornare al punto di partenza: gli spagnoli hanno avuto un
riflesso di vigliaccheria o hanno adottato una decisione saggia?
Chi può dirlo?
Tucidide
faceva osservare che chi si difende con troppo accanimento
può indurre il vincitore a vendicarsi delle perdite subite
sterminando i pochi sopravvissuti. Tuttavia la prospettiva
d'una resistenza estrema può scoraggiare l'aggressore:
questi infatti, quale che sia la punizione inflitta ai vinti superstiti,
si può rendere conto che il prezzo della vittoria sarebbe
troppo alto. Tucidide però, nel mettere in bocca questi
ragionamenti agli ambasciatori, si dimostrava profondamente greco.
Prendeva in considerazione vittoria e sconfitta, morte e trionfo
da un punto di vista strettamente razionale. Economico, quasi.
Vi conviene fare così e non così. Invece, nell'epoca
contemporanea, è inutile cercare l'appeasement con chi conduce
una guerra ideologica e non vuole la sconfitta dell'avversario, ma
l'eliminazione fisica del nemico o la sua riduzione in schiavitù.
Queste erano le due opzioni di Hitler: la morte per gli ebrei, la
schiavitù per gli slavi. In questo caso si capisce l'insurrezione
del ghetto di Varsavia. Se proprio bisognava morire, tanto valeva morire
con le armi in pugno ed infliggendo il massimo danno al nemico.
Per
scegliere, fra le molte legittime opinioni, la reazione da avere
nei confronti del terrorismo islamico, si deve prendere in
considerazione non chi è minacciato ma chi minaccia. Gli
integralisti islamici e la loro propaggine terroristica hanno manifestato,
nei confronti degli ebrei e nei confronti degli occidentali le stesse
reazioni che Hitler manifestava contro gli ebrei e contro gli slavi.
Essi non cercano l'appeasement, e neanche un trattato di pace più
favorevole a loro. Per essi i loro nemici sono dei Satana e a Satana
non bisogna certo lasciare un suo territorio e un suo potere. Essi non
si sono limitati ad ammazzare qualche turista in Egitto, hanno attaccato
New York, sede di un modello di vita che essi vorrebbero cancellare
dalla faccia della Terra. A questo punto la reazione spagnola potrebbe
rivelarsi un errore.
Questi
assassini non ce l'hanno specificamente con chi parla inglese.
Ce l'hanno con chi non si inchina cinque volte al giorno in
direzione della Mecca. Se sono disposti a questo, gli spagnoli
hanno votato bene.
Giannipardo@libero.it,
15 marzo 2004
…AND
THE WINNER IS:
Checché se ne dica, le
elezioni politiche tenutesi ieri in Spagna sono state
vinte dai terroristi.
La carneficina terroristica dell’11 marzo, astutamente perpetrata
alla vigilia del voto, ha stravolto tutte le previsioni
e, a sorpresa, ha assegnato la vittoria ai socialisti dichiaratamente
propensi al disimpegno “pacifista” (e, fino a tre giorni fa,
già rassegnati a passare la terza legislatura consecutiva
all’opposizione). Non solo: Esquerra Republicana, il
partito nazionalista catalano il cui segretario aveva incontrato
rappresentanti dell’ETA per accordarsi su una tregua nella sola
Catalogna, è schizzato da uno a otto seggi.
Se si fosse trattato di una semplice espressione di diffuso
dissenso verso la partecipazione della Spagna alla guerra
angloamericana in Iraq, essa si sarebbe manifestata ben
prima; invece, tutti sondaggi demoscopici davano per certa
la vittoria del PP di Aznar: la reazione è stata
quindi solo posteriore agli attentati.
Ora Zapatero annuncia che le truppe spagnole in Iraq saranno
fatte tornare, “se non ci sono novita' da qui al 30 giugno”.
(ale tap., 15.03.04)
Le
vittime in qualche misura sono i veri colpevoli
"Non odio l'America, odio
l'amministrazione Bush". "Non sono antisionista,
odio Sharon". "Innocenti le vittime di Nassyriah
e di Madrid: i colpevoli sono Berlusconi e Aznar". Lo
storico che proverà, tra cinquant'anni o cento, a
mettere un po' d'ordine tra le parole a vanvera di quest'inizio
millennio s'imbatterà più volte, indifferentemente
usata dai pacifisti e dai terroristi, in questa singolare mostruosità
concettuale: il terrore che percorre il mondo dall'11 settembre
2001 non è dovuto ai terroristi, sono le vittime in qualche
misura ad essere i veri colpevoli. Paradossale? Tra cinquant'anni
o cento.
Nella sua emeroteca digitale quello storico leggerà:
"I morti di Piccadilly Circus li ha voluti Blair".
O ancora: "Se il governo di Junichiro Koizumi non
avesse mandato truppe in Iraq, non ci sarebbe stata la strage
all'aeroporto Narita di Tokyo". Non potrà che scrollare
il capo di fronte a quel paradosso, tra cinquant'anni o cento. Le
vittime in qualche misura sono i veri colpevoli: che la World Democracy
Organization abbia definitivamente sgominato Al Qaida o che una
moschea svetti sulle macerie della Basilica di S. Pietro, non potrà
che scrollare il capo, lo storico.
Di fronte ad una pagina sulla quale avrà precedentemente
dimenticato di appuntare il nome dell'autore si chiederà:
"Chi l'ha scritta, accidenti? Salumain Abu
Ghaith, portavoce di Osama Bin Laden, o Ariel Dorfmann, scrittore
cileno di sinistra?" Su quella pagina, intitolata "Lettera
all'America", ci sarà scritto: "Il panico
ti ha sempre guidata su un sentiero di violenza da cui è
difficile tornare indietro; e gli uomini ai posti di comando
non si sono preoccupati di mandarti allo sbaraglio nel mondo.
Ma non è colpa esclusiva di coloro che ti hanno mal governata.
Essi possono soltanto fare ciò che tu hai consentito loro
di fare; hanno risposto, quegli uomini, ad alcuni dei tuoi più
profondi desideri".
Le vittime in qualche misura sono i veri colpevoli, lo pensavano
sia i terroristi che i pacifisti, lo pensavano sia Salumain
Abu Ghaith che Ariel Dorfmann. Mica facile rispondere, tra
cinquant'anni o cento. Che la World Democracy Organization abbia
definitivamente sgominato Al Qaida o che una moschea svetti
sulle macerie della Basilica di S. Pietro, conviene fin d'oggi
appuntare il nome dell'autore su ogni parola a vanvera. Di scrollare
il capo non ci può esser voglia né tempo.
(Luigi Castaldi, 14.3.2004)
Massima
del giorno
Una delle massime
ambizioni degli orgogliosi è d'essere una
persona di cui è facilissimo liberarsi. Addirittura
inducendo negli altri il sospetto d'averle fatto un favore.
G.P.
Cremona, 13.03.2004,
CENA LAICA e ANTICLERICALE
MOLLICHINE
L'Economist
ha pubblicato una falsa lettera di Bernardo Provenzano
per dare addosso a Berlusconi. Quel giornale è
caduto così in basso che, per farsi credere, si firma
Provenzano.
Violante accusa la sinistra francese di sostenere una
battaglia «infondata e sbagliata» sul caso di
Cesare Battisti. So perfettamente d'avere sostenuto prima
di lui una tesi analoga. Sono preoccupatissimo.
Ciampi ha parlato di Anita Garibaldi come di un modello
d'eroina e di madre. Anita abbandonò cinque figli
e marito per fuggire con Garibaldi. Sarà dunque un modello
per gli uomini innamorati di donne sposate.
Ciampi alle donne: "Fatevi valere, siete maggioranza"
e occupate posti di comando. Da decenni è libero
quello di "Presidente della Repubblica Taciturno".
L'Istat: le donne sono più istruite degli uomini
ma ricevono stipendi più bassi. Non potendo essere
povero perché donna, ne deduco che sono istruito.
L'Iraq ha una Costituzione provvisoria che il "manifesto"
giudica un pezzo di carta. Quel foglio è invece
un marmoreo monumento del diritto.
Il presidente sudcoreano Roh, accusato d'aver violato
le regole elettorali appoggiando il partito Uri, rischia
l'impeachment. Scalfaro ha la fortuna di non avere
gli occhi a mandorla.
L'Unità si pone un problema: "Come sbarazzarsi
di Bush". Negli Stati Uniti si pensa al voto, in
questi casi. In altri paesi, cari all'Unità, a
volte si pensò a piccozze in testa.
L'Annunziata, per dimostrare l'invadenza di Berlusconi,
ha messo nei minuti televisivi che lo riguardano anche
quelli in cui si parla di lui. Magari male. Berlusconi dovrebbe
vietare i commenti sulle sue parole e sul suo operato?
Bce: "L'andamento economico sfavorevole potrebbe provocare
in Italia il superamento del limite del 3 per cento
nel rapporto tra deficit e pil, quest'anno o il prossimo".
È invece immediatamente che Tremonti fa un gesto irriferibile.
La Ue boccia il ponte sullo Stretto: "E‚ necessaria un'ulteriore
valutazione ambientale e un'analisi costi-benefici".
Analisi che sarebbe gradita anche sull'Ue.
Secondo Paolo Cento (Verdi), "è sempre più
evidente che [per piazza Fontana]si tratta di una
strage di Stato". Ora sappiamo cosa porta in giro, Andreotti,
nella sua gobba: dinamite.
Due sorelle lavandaie irachene uccise a Bassora. Lavoravano
per gli americani. Abbasso l'America. E abbasso la
pulizia.
G.P. 13/03/2004
LEO SAPIENS
(Strage a Madrid)
Se ci si trova fuori
casa senza ombrello e comincia a piovere ci si bagna. Ovviamente
è umano imprecare sott ovoce, in questi casi.
Cercare un riparo. Ripensare al fatto che nostra moglie ci
aveva pur consigliato di prenderlo, l'ombrello. Tutto, salvo fare
un serio processo al tempo: infatti se piove non piove né
per farci piacere né per farci dispetto.
Se viceversa un vicino di
casa ci rovescia addosso dal suo balcone una secchiata
d'acqua le cose sono ben diverse. In casi simili, a volte,
la cronaca ci dice che si è arrivati all'omicidio. Tutto
questo illustra la distinzione giuridica fra fatti ed atti.
La pioggia è un fatto, la secchiata, essendo il risultato
di una volontà umana, è un atto. I fatti sono un dato,
gli atti dei esseri umani sono significativi e implicano una responsabilità
personale.
Il terrorismo dovrebbe essere
un atto. Il risultato è infatti il frutto di un‚intenzione
e tende ad ottenere un risultato. Il terrorismo irlandese
tendeva all'incorporazione dell'Ulster nell'Eire, quello basco
all'indipendenza. Ma la strage della stazione di Bologna (agosto
1980) è stata un atto o un fatto? Quand'anche se ne incarcerassero
gli esecutori, dal momento che non è stato mai rivendicato
quell'attentato non ha costituito né un avvertimento,
né una richiesta né una punizione. L'Italia non
ha mai saputo che cosa avrebbe dovuto dedurne. Questo ha trasformato
quelle morti quasi in morti naturali. Pioggia, non secchiata d'acqua.
Pioggia nel senso che un attentato terroristico non rivendicato
e non inserito in una campagna tendente ad un chiaro risultato
si trasforma da atto in fatto. Diviene la conseguenza della cieca ferocia
umana; della follia omicida dei frustrati odiatori dell'umanità;
della complessità della civiltà tecnologica che agisce
da moltiplicatore degli effetti negativi di certi comportamenti.
Ecco perché l'attentato
di Madrid, fino ad ora, è insignificante. È inutile
stare a discutere dei possibili colpevoli. Si tratta certo
di un'organizzazione, visto che una sola persona non potrebbe
provocare una strage del genere. Si tratta certo di assassini
inqualificabili, di veri pendagli da forca. Ma tutto questo non
prova che si tratti di A piuttosto che di B, che l'attentato abbia
questo o quel significato politico. Esso è politicamente nullo.
Prova solo che la follia umana, incentivata da una prolungata
stagione di pace e nostalgica dei massacri di guerra, è capace
di tutto. Soprattutto capace di spingerci a stimare i leoni, che non
uccidono mai inutilmente. Noi chiamiamo loro feroci e l‚homo sapiens:
forse dovremmo riformare il dizionario.
Giannipardo@libero.it, 13
marzo 2004
CIAMPI
Carlo Azeglio Ciampi è un signore
di oltre ottant'anni che è stato Governatore della
Banca d'Italia, Presidente del Consiglio ed è oggi Presidente
della Repubblica (PdR). È dunque più che lecito
azzardare che non sia uno sciocco anche se la carica lo costringe
<<in quanto rappresentante dell'intera nazione>>
a dire delle ovvietà. Infatti solo le ovvietà trovano
tutti consenzienti. La conseguenza è che chiunque al suo
posto dovrebbe parlare il meno possibile. Innanzi tutto si rischia
di esprimere concetti assurdamente retorici e verità di
La Palisse. E dunque di passare per stupidi. Poi si rischia di
non dire semplici ovvietà, scontentando una parte del Paese.
Infine, pur dicendo ovvietà, si rischia ancora che, per
via d'interpretazione, qualcuno distorca ciò che si è
detto per usarlo contro i propri nemici politici. Coinvolgendo una
carica che si voleva super partes.
Il vero
problema, tuttavia, è un altro. Mentre combattono contro
il nemico, tutti sono convinti d'avere ragione. Ma anche il
nemico, da parte sua, è convinto d'avere ragione e questo
fa sì che tutti sogniamo un potere superiore che dia ragione
a noi e torto al nostro avversario. Esattamente come i bambini che,
quando litigano, hanno tendenza a ricorrere agli adulti, perché
facciano da arbitri.
Nelle
controversie private, questo "adulto" arbitro è il giudice.
Nella vita politica questo arbitro non c'è e l'unica
istituzione che fa pensare ad un adulto super partes è,
a parte la Corte Costituzionale, il PdR. Ecco perché
c'è la tendenza a mitizzare l'imparzialità dei magistrati
e del Presidente: non perché chi ha avuto a che fare con
loro ne abbia ricavato chissà che stima, ma perché
si ha un tale bisogno di certezza, di giustizia, d'onestà
che, non potendo aspettare la giustizia divina, si ripongono
tutte le speranze nelle strutture disponibili. L'autorevolezza dei
magistrati e del PdR non deriva dalle loro qualità o dall'eccellenza
del loro comportamento, ma dal bisogno che ha il popolo di avere
qualcuno da stimare e in cui sperare. Iin Italia il caso più
significativo, in questo campo, è stato quello di Sandro Pertini.
Questo
fenomeno eterno ha avuto la sua massima espressione nella monarchia
assoluta. Dal momento che il re era, per definizione, super
partes, e, sempre per definizione, disinteressato alle controversie
private, si tendeva a dipingerlo come un modello di virtù.
Non poteva che dire cose giuste, fare cose oneste, essere il
presidio della morale. Aggiungendo a questa convinzione più
o meno sincera l'interesse all'adulazione, naturale in presenza
di un grande potere, si arrivava a dipingere come un superuomo
un ometto qualunque, a volte addirittura un criminale. Ma, per consenso
comune, finché era sul trono del criminale non si diceva che
bene.
La
stessa cosa avviene in Italia, anche se è una democrazia.
E non per paura, come una volta: semplicemente perché
gli uomini hanno bisogno di credere, di stimare, d'inchinarsi. Di
adulare. Oggi il PdR non può dire una cosa qualunque senza
che i telegiornali la riportino, come fosse stata detta da
Mosè disceso dal Sinai. Col risultato di renderlo fastidioso,
quando non ridicolo. Nessuno mai osa ricordare che Ciampi, ostinandosi
a mantenere un assurdo livello della lira, provocò un immane
danno alle riserve dell'Italia. Tutti possiamo sbagliare, è
vero. Ma allora bisogna smetterla di presentare questo Presidente
come un patriarca infallibile, le cui parole sono tutte d'oro.
Ma non
è colpa sua. È colpa di chi, incapace di risolvere
la questione fra ragazzi, chiama lo zio, il parroco, qualcuno
che "dica diritto". Dimostrando così che l'intero paese
è, per certi versi, popolato da immaturi. Di cuore monarchico.
Giannipardo@libero.it
La
voce che parla a don Gianni
Ogni tanto due bravi, lo scettico
pien di sussiego ed il materialista beffardo, si appostano
ad un tratto della stradicciola lungo la quale solitamente
vien don Gianni, in una mano reggendo il breviario, nell'altra
la cintola dei pantaloni. Lo aspettano, come in un agguato,
per chiedergli in una burbera celia che sa di tormento e sfida:
"Ripeti, se n'hai ardimento: tu senti voci?" Lui n'ha e, fiero
e mite in una, ammette: "Sì, le sento". Don Gianni ha un
cuor di leone, non è mica un vaso di coccio.
Stavolta il bravo era uno solo, quel Sabelli Fioretti che
è davvero bravo. In un punto di Sette, frazione di Corsera,
ha atteso il nostro prete e gli ha chiesto: "Che voce
era?" E quello a lui: "Una voce mentale che mi parlava dentro"
(Sette, n.11/2004, pag.59). Lo scettico pien di sussiego
ed il materialista beffardo, che il bravo giornalista riassumeva,
ne son rimasti come scornati. A me quella risposta ha ricordato
un libro: "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della
coscienza" (Adelphi 1984), di Julian Jaynes, professore di psicologia
dell'Università di Princeton. L'ho tirato giù dallo
scaffale. Lo ricordavo più smilzo, come succede sempre quando
un libro ci è piaciuto, a suo tempo. Invece, più
di 500 pagine. Da una d'esse ritrascrivo: "Alcune persone provano
difficoltà perfino a immaginare che possano esserci voci
mentali che si odono con la stessa qualità esperenziale
di voci prodotte dall'esterno". Diremmo: bravi! Ma andiamo
avanti ancora un poco: "Quali che siano le aree del cervello
utilizzate, è assolutamente certo che tali voci esistono
e che, per chi le sperimenta, sono assolutamente identiche
a suoni reali". E ancora, un poco oltre: "Esse vengono udite
in vario grado da molte persone assolutamente normali". Questo
è quel che scrive lo studioso di neuroscienze, il cui
libro costruisce una teoria con efficacissima pazienza: la nascita
della coscienza nell'uomo è successiva al crollo di una
mente bicamerale. In sintesi: ciò di cui, oggi, si ha coscienza,
ieri, si aveva ascolto come di voce esterna. E' in questo modo,
forse, che creammo il dio che ci aveva creato. Per questo Julian
Jaynes afferma (cito i titoli di alcuni capitoli del libro): "La
coscienza non è una copia dell'esperienza"; "La coscienza
non è necessaria per i concetti"; "La coscienza non è
necessaria per l'apprendimento"; "La coscienza non è necessaria
per la ragione". Per poi ammettere, prove alla mano: "Nell'emisfero
destro esiste una funzione vestigiale a carattere divino". A leggere
questo libro, ce n'è di che far fuggire più d'un giornalista
con la coda tra le gambe. Ma per loro fortuna i giornalisti leggono
giornali, e i preti breviari.
(Luigi Castaldi, 12.3.2004)
Talking shop
1.
Da dieci anni il matrimonio
del fratello di Osama bin Laden è un inferno. Non
divorziano, ma pare che lei gli renda la vita impossibile.
Così le cronache. Ora, dico io, benedett'uomo, tu
hai un cognome da far schifo, un fratello pazzo o giù di
lì, una moglie scassacazzi - e ancora non ti apri un
blog?
2.
Francesco Guccini scrive una
lettera a Repubblica per rettificare quanto riportato
in un passaggio dell'intervista pubblicata su quel giornale
il giorno prima. Mai egli avrebbe usato la sciatta espressione
"il turpe Guazza" per riferirsi all'attuale sindaco di
Bologna che, dice, stima e rispetta. Ora, non avevamo la fortuna
d'essere presenti all'intervista, e non sapremmo dire con
certezza. "Turpe", comunque, è aggettivo spesso usato da
Guccini. E chi per i concerti usa da trent'anni gli stessi manifesti
con la stessa foto di trent'anni prima dev'essere tipo sciatto
e ripetitivo.
QUALCOSA VORRA’ PUR DIRE
Caro Gino Strada
A parte il
dettaglio che da ieri l’Iraq ha la sua Costituzione
democratica,
> l’altro
ieri, a Damasco (ex-cugina di Baghdad…) alcuni attivisti
dei diritti umani hanno dato vita al primo tentativo in
41 anni di dimostrazione
pubblica (peraltro totalmente nonviolenta) contro il regime;
> nelle
stesse ore, in Oman è stata nominata la prima
vera donna
ministro: appena trentenne, sarà ministro
dell’Industria;
> ieri
in Arabia Saudita è stata presentata la National
Human Rights Association, la prima organizzazione
non clandestina a tutela dei diritti umani nata in quel
paese: ha il dichiarato intento di monitorare le violazioni
dei trattati internazionali con particolare riguardo ai
diritti della donna;
> nelle
stesse ore, in Algeria il Governo ha proposto una
riforma
del diritto di famiglia, che introdurrebbe: la
possibilità per le donne di oltre 19 anni di età di
sposarsi senza consenso della famiglia; la garanzia
per le donne, in caso di separazione voluta dall'uomo,
di avere mezzi di sostentamento per se' e per i figli e la casa
di abitazione; regole più strette in materia di poligamia.
Chissà se tutte
‘ste cose starebbero accadendo anche se gli amerikani
si fossero fatti i cazzi loro a casa loro.
(ale tap., 10.03.2004)
CHI HA DATO HA DATO...
La riforma delle pensioni (chiesta a gran voce non
solo dall’Europa ma soprattutto dai conti INPS) sembra
finalmente arrivata in dirittura d’arrivo. Come
da copione, subito la triplice sindacale dice no e si
riparla di sciopero generale. Fuori da copione, sarebbe
bene far sapere ai pensionati che a guidare il probabile
sciopero generale saranno dei loro colleghi molto
speciali. sindacalisti e politici i cui assegni pensionistici
gravano o graveranno su chi la pensione se l'è sudata
sino all'ultimo spicciolo, tutto grazie a una legge risalente
al 1974, che prende il nome da Giovanni Mosca, deputato socialista,
ex sindacalista della Cgil.
Una “leggina” che
avrebbe dovuto riguardare qualche centinaio di persone,
che nei decenni successivi al dopoguerra avevano lavorato
per sindacati o partiti politici in nero (!), senza
che fossero stati versati all'Inps i contributi dovuti.
Nel paese di cuccagna,
bastava una semplice dichiarazione del rappresentante
nazionale del sindacato o del partito e si potevano riscattare
interi decenni di attività, a partire dagli anni
cinquanta. Chi non salta fesso è!. E molti
hanno saltato. Proroga dopo proroga (l'ultima è scaduta
nell’aprile del 1980) quasi 40mila lavoratori - reali
o presunti - di sindacati e partiti politici hanno avuto la pensione:
alle casse dell'Inps un aggravio valutato in 10 miliardi dì
€..
Tra i beneficiati
dalla legge Mosca molti i nomi noti della politica
e del sindacato, gran parte dei quali ancora in attività
e sempre lì in prima fila a reggere striscioni:
Armando Cossutta, Giorgio Napolitano, Pietro Larizza,
Franco Marini, Ottaviano del Turco, Achille Occhetto...
Accanto a questi personaggi
ecco avanzare un esercito di funzionari più
o meno oscuri, soprattutto del Pci e della Cgil. In
soldoni, Botteghe Oscure regolarizzò la situazione di
circa 8mila funzionari, la Cgil sanò le posizioni dì
ben 10mila dipendenti.
E mica è finita.
Il Governo (Maroni, finalmente!) guarda dentro i
conti Inps e blocca i decreti attuativi della legge n°
152, legge varata dal centro-sinistra nell'aprile del
2001.
A conti fatti sarebbe
successo - mentre già adesso la spesa Inps, per
appaltare. ai patronati sindacali e ai Caf le consulenze
per la dichiarazione dei redditi o per pratiche pensionistiche,
s’aggira intorno ai 200/300 milioni di € annui
- che i decreti attuativi della legge 152 avrebbero
ulteriormente consentito ai patronati di diventare,
gravando ulteriormente sui conti Inps, dei centri multiservizi
a tutto tondo, magari consulenti anche delle aziende private.
Sarà per caso questo il libero mercato voluto dal centro-sinistra?
(cp, 10.03.2004)
PANNELLA, IL CENTROTAVOLO E LA COSTANTE
DI PLANCK : Seconda Puntata
Giuliano Amato ha risposto
prontamente all’improvviso flirt di Marco Pannella, e così
i due si sono incontrati ieri. Ne è uscita una “dichiarazione congiunta”,
come tra due capi di Stato, che passerà alla storia della letteratura
pannelliana come quella delle «convergenze auspicabili quanto improbabili».
“E’ una formula inventata da Pannella”, precisa pleonasticamente
Amato intervistato oggi su L’Unità. “Si è divertito tanto
ad enuclearla che ha finito per contagiare persino me”.
Nell’attesa di vedere sin dove giungerà
il contagio, Capperi! offre generosamente ai suoi lettori una
versione della storica dichiarazione sapientemente chiosata
dal nostro instancabile Castaldi.
"Alla vigilia (tre mesi)
e nella prospettiva (e questo è già
onestissimo, giacché la prospettiva è il punto del
thoros in cui la tattica diventa strategia) delle elezioni
europee abbiamo fatto un giro di orizzonte sui temi e sulle urgenze
della politica in Europa e nella stessa Italia. (E'
cosa buona e giusta, amen. Si può farlo con tutti, "alla vigilia"
e "in prospettiva", da Rauti a Bertinotti, da Er Piotta a Levi
Montalcini, amen.) Ci siamo soffermati così sulle
risposte da dare (Soggetto? "Noi". Siamo noi che
le diamo, le diamo insieme, le diamo comuni, vediamo se possiamo
darle comuni, "alla vigilia" e "in prospettiva", e mica nessuno
dei due è Rauti o Bertinotti, mica eravamo Er Piotta e Levi Montalcini.
Amen.) per la diffusione e il rafforzamento della democrazia
e dei diritti ovunque nel mondo (mica abbiamo inciuciato
di candidature, ci siamo mantenuti sull' "ovunque nel mondo",
sull'estetica in Croce, sulla fisica dei quanti, ...) ,
sui guasti allo Stato di diritto e sul deperimento dei diritti
dei cittadini che insidiano o già colpiscono le stesse democrazie
occidentali, (ecco, vedete, è stata una chiacchieratina
al bar, tra due personcine che si mantenevano sui massimi sistemi; abbiamo
discusso anche - si sa, abbiam comune placenta laica ...) sul
ruolo della scienza e della ricerca o, in altro contesto (SIGNORI,
ECCO IL BRIVIDO:) , sul diritto democratico alla conoscenza e all’informazione
e comunicazione. (discutendo discutendo, siamo andati
a sbattere sul "conflitto d'interessi", che come minimo comune multiplo
non sarà più spazioso della capocchia di uno spillo; ma
si sa che sulla capocchia di uno spillo ci stanno comodamente seduti
almeno due angeli, amen)
Senza escludere qualsiasi
tipo di pur auspicabili (via, Bandinelli, ché
a te e a tutta la gauche un pensierino non lo si scorda mai!)
quanto improbabili (via, Capezzone, ché
non t'imbarazziamo più di tanto!)convergenze e conseguenze
(vedi nota 1) , abbiamo convenuto di procedere in tanto
(vedi nota 2) nei prossimi giorni a completare l’inventario,
ad approfondire i singoli temi e a mettere a fuoco gli obiettivi che
emergono come possibili (vedi nota 3) da questa
ricerca. L’annunciata "Convention" radicale di fine mese sarà
occasione per rendere noto e pubblico lo stato del nostro comune lavoro
(così i "ragazzi", almeno quelli più vispi, ci capiranno
qualcosa, e addirittura gli verrà il convulso dall'entusiasmo
per la cripto-figata) , sul quale nel frattempo faremo le opportune
verifiche con la lista unitaria e con i radicali." (vedi
nota 4)
Nota 1:
Quando una "convergenza" porta una "conseguenza", una coppia
di sette sembra una scala reale.
Nota 2: Non "intanto",
ma "in tanto": anche, "in cotanto".
Nota 3: "Obiettivi possibili" significa
"mire comuni" o "reciproco favore per i rispettivi assetti
interni"?
Nota 4: La lista
unitaria sarebbe quella in cui militano anche Rosy Bindi
e Francesco Rutelli? O mi sono perso qualcosa?
------
Commento, via forum, di Marco Pannella:
“sta 'n frond a te!! Grazie
davvero dell'attenzione. posso continuare a contarci? :-)
”
Replica di Luigi, a stretto giro di
forum:
“Marco, ti ringrazio. Ho capito
che, a modo tuo, mi stai offrendo una candidatura alle prossime
europee, e te ne sono grato. Ma non posso accettare: sto ristrutturando
casa, la pupa mi sta per dare l'esame di magistratura e ho il giovedì
fisso dal dentista. Grazie lo stesso.
With love,
X X X”
(continua) (ale tap. 9.03.04)
Televendite
Premetto che il mio modello antropologico
è obsoleto: ho un vecchio "Si vis pacem para bellum"
lasciatomi da papà, che l'ebbe in eredità dal nonno.
Non funziona malaccio, devo ammettere, ma niente a che vedere
con l'ultrasofisticato "Pax sine si et sine sed" di cui l'altra
sera ho visto quella televendita su Raidue, indubbiamente.
Il mio consuma un botto e ha continuo bisogno di manutenzione, inoltre
è assai rumoroso e qualche volta emana pure cattivi odori.
Devo però ammettere che stecchisce talebani e baathisti,
oggi, come nazisti e fascisti, ieri, meglio di uno zampirone. So
che molti hanno lo stesso modello e che proprio per questi motivi non
lo cambiano, anche se lamentano gli stessi fastidiosi inconvenienti. Ciò
detto, confesso che quella televendita (mi pare nel bel mezzo d'una trasmissione
di Antonio Socci) m'ha fatto sentire un fesso. Il prestigioso testimonial,
un elegante signore sulla sessantina che un tempo recitava con Gorbaciov,
mi ha fatto venire voglia d'uno scapricciamento, io poi sono un vero
schiavo del consumismo, va'. Così, sarei tentato a rottamarlo,
il mio vecchio "Si vis pacem para bellum", questo catorcio antropologico,
per prendere il modello di cui questo Achille Occhetto decantava i pregi.
Pare che non se ne potrà più fare a meno, a giorni. E' silenziosissimo,
non caccia fumo e sul piano energetico pare che sia a costo zero. Se qualcuno
dei visitatori di "Capperi!" ce l'ha, ci dice come si trova? E sopra
tutto: gli risulta che lo diano via con la formula "soddisfatti o
rimborsati"? Lasciare un appuntino nei comments, grazie.
(L.C., 9.3.2004)
"Capperi!" ha faine d'informatori
in innominabili salotti e ne riceve periodicamente le perle, di
cui va ghiotto come un porco. Abbiamo deciso, il truogolo ha
da tracimare: con costanza sarete invitati a qualche bocconcino.
Ecco le due prime veline:
1. In Lombardia grande è
il malcontento nelle file di A.N.; Ignazio sta cercando
di controllare il controllabile paracadutando siciliani ovunque.
In caso di sconfitta alle Europee il partito esploderà,
sostengono in molti.
A Parma Fini ha stupito tutti
con l'attacco a Fazio. La chiave di lettura è semplice:
F.I. e Lega scelgono la difficile strada del "linguaggio
d'opposizione" costruendosi il nemico sotto l'effigie dei "poteri
forti", "la prima repubblica", ecc.. AN e UdC puntano a captare
al centro per rassicurare. Il particolare rischioso è
che le due strategie sono in conflitto e forse la mentalità
del maggioritario si sta già sovrapponendo al residuo proporzionale
delle Europee.
Pare abbastanza assodato che
siano in giro sondaggi falsi. Il motivo ? Per sottolineare
l'importanza di quelli veri. E poi per non dare troppi
vantaggi al "nemico". In realtà i sondaggisti cercano
di alzare il prezzo su quelli veramente affidabili.
2. Pare che Montezemolo, per
avere la strada così spianata in Confindustria, abbia
dovuto scendere a patti con alcuni suoi avversari che, altrimenti,
avrebbero potuto ostacolarlo non poco. Inutile nascondere
che il principale sia Romiti, ma anche altri. Quindi per avere
il via libera definitivo, il presidente della Ferrari pare
abbia dovuto accettare alcune "clausole". Tra queste l'inamovibilità
dell'attuale direttore del Sole 24Ore e il "criterio di collegialità"
per definire il nuovo direttore generale di Confindustria. In
compenso i "nemici" stanno premendo su Umberto Agnelli affinché
venga posta la questione della presidenza Ferrari. Montezemolo
non vuole lasciare a nessun costo ma questo sarebbe in realtà
il vero scotto da pagare per aver trovato terreno morbido in Confindustria.
Tra gli addetti ai lavori gira
la voce che siano stati diramati sondaggi riservati falsi.
In realtà non è così, in realtà
in alcuni non si specifica la percentuale di "si rifiuta di rispondere",
vero buco nero dei sondaggi telefonici. Quelli "buoni" se
li tiene stretti chi li ha e, complessivamente, dicono che la CdL
rimane sopra l'Ulivo ma perde 4 punti; Ulivo + Rifondazione avrebbero
la maggioranza. Naturalmente, coi collegi uninominali cambia tutto,
come sa bene Romano Prodi quando vinse nel 1996.
(C.F.Kane)
Riceviamo da F.M. e volentieri postiamo:
"Per
l'astemio, il sommelier è un esperto di sinonimi
che, per un vino dolce, decide se è tenero, soave,
malleabile, mite, tenero, gradito, tiepido o affettuoso,
e che, per uno forte, decide se è saldo, intenso, vigoroso,
acceso, impetuoso, robusto o consistente. Per l'astemio,
il sommelier è un ridicolo ubriacone. Il pm era incerto
s'io fossi immorale, riprorevole, bieco, crudele, disumano,
malvagio, sadico, perfido o abietto. M'è sembrato
più ubriaco lui che il giudice. Otto mesi, quasi a malavoglia,
pena sospesa. A me che m'erano di già passati i fumi di
una sbronza per quella robaccia all'etanolo, che devo ancora decidere
se disgustosa, ripugnante, nauseabonda, stomachevole, schifosa..."
Roma, 1961. "Festa del Latte", ettolitri
di mescita a tutta l'Urbe. Le telecamere della Rai si
soffermano su un
bambino paffuto
di nove anni che ne beve a più non posso: l'immagine
della salute! E' la prima apparizione televisiva di
Giuliano Ferrara, sponsorizzazione che nessuna azienda
si preoccupò mai di pagare. Calcolate gli interessi composti
e non rompete il cazzo!
(L.C.,
7.3.2004)
Bisogna
saper ammettere i propri errori: questo blog ha
stroncato troppo frettolosamente la penna di Gianni Boncompagni.
Un quotidiano, si sa, è un duro gioco di squadra
e lui si sta dimostrando un campione della palla ovale.
(L.C., 7.3.2004)
Comunicazione di servizio
Castaldi è
triste perché DJ Francesco non ha vinto a Sanremo.
PANNELLA, IL CENTROTAVOLO E LA COSTANTE
DI PLANCK
Se non altro,
c’è di buono che con Marco Pannella non ci
si annoia mai.
Abituati
com’eravamo, ormai da anni, a sentirlo
agognare un incontro col Berlusca, e scagliarsi contro il
“nuovo fascio socialburocratico” retto dall’asse magistratura-sindacato;
abituati come oramai eravamo alle marcate nuances
neoconservatrici della segreteria Capezzone…
Zacchete!
Con la avance all’Ulivo a mezzo lettera a
Giuliano Amato , il Nostro ci ha rivoltati come calzini,
‘cci sua…
Il microcosmo
dei pannellologi ora erutta come lapilli le spiegazioni
più disparate, dall’ansia di scongiurare
una campagna elettorale nell’ombra, ai calcoli
su un possibile cambio della guardia alla casa Bianca
…
L’intenzione
quasi-dichiarata del folle gesto sembrerebbe essere
proprio quella di andare a risvegliare appetiti mica
solo nell’Ulivo, ma anche in quell’altri. Via, diciamocelo:
chi non ha avuto almeno una compagna di liceo abilissima
in queste tattiche?
Certo fa
un po’ impressione leggere la firma di Folena – dico:
Folena! – in calce a melense smancerie filoradicali
con tanto di rivendicazione del fatto che “Recentemente
abbiamo avuto grandi battaglie comuni, da quella tibetana
a quella cecena, che hanno visto unite molte forze del centro
sinistra e io in primo luogo”.
Ma ancora
più sorprendente è assistere a manovre
di avvicinamento nientemeno che sulle colonne de La Repubblica,
come nel corsivo con il quale Miriam Mafai l’altro giorno
sembrava suggerire che l’affare si può fare, ma passa
per l’accantonamento del vecchio scassacazzi, così
finalmente la Bonino si può ripulire e prestare a
qualche bello spot patinato in salsa rutellian-moderata.
A proposito
di Rutelli: una delle reazioni più ostili ad oggi
registrate proviene proprio dall’ex-pseudo-leader del centrosinistra,
secondo il quale l’accordo con i suoi ex-compagni radicali
è improbabile “perchè dovrebbero prima aderire
all’Ulivo, ai nostri ideali e alle nostre battaglie contro
il governo e le destre”.
Qualcuno
sarà rimasto sconcertato anche nel leggere
le dichiarazioni
di Benedetto Della vedova, da sempre
considerato il punto riferimento dell’ala tathcerian-berlusconiana
in casa radicale, che invece approva e plaude. Ma
a pensarci bene, che altro poteva dire? La posizione “entrista”
era la sua, già all’ultimo congresso. La sua, non quella
di Pannella e Capezzone. E adesso che Pannella sembra
(sembra…) voler uscire dall’isolamento neneista…
Sul
solito incasinato forum di radicali.it, si nota
icto oculi la fioritura di una selva di threads tutti su
questo inatteso fattaccio. Dei trentatré thread che tutt'e
tre trotterellando son spuntati come funghi su questo tema, quello
di gran lunga più bello, lo diciamo senza partigianeria,
è quello aperto dal Castaldi, parodiando nel titolo uno “storico”
thread in cui Angiolo Bandinelli conduce la sua fronda interna gauchista.
“Ci
risentiamo quando è passata la sbornia” , ha
infilato il nostro, sfornando il secondo congedo in una
settimana dopo quello da Ferrara per la nota vicenda di
Boncompagni. Ed al noto pannellologo Antonio Grippo che gli
faceva notare come, in fondo, “finché Pannella
riesce a spiazzare anche i radicali qualche speranza per la
politica radicale c'è”, Luigi ha servito una
replica che non è ammesso riassumere:
“Dobbiamo
intenderci sullo "spiazzare". Se ci sediamo a un
tavolo a parlare della costante di Planck ed io d'un tratto
salgo in piedi sul tavolo e deposito uno sproposito
fecale di sei etti sul bel centrotavolo, manufatto a tombolo
da sapienti mani molisane, io indubbiamente vi spiazzo.
Ma non ho smosso neanche uno zero-virgola-zero-zero-zero della
costante di Planck. Se mi volete un po' di bene, come minimo
penserete "bah, Castaldi è ubriaco" e grande pena v'assalirà
per me, per l'artigianato molisano e la fisica dei quanti. […]
Se poi è dimostrata la tesi che s'ha da soffrire per non
morire, avrei preferito continuare a soffrire (e non credere
ch'io non soffra) nell'hinterland della Cdl. Ciao, e scusami
per il centrotavolo, pago io la tintoria.
(continua…)
- (ale tap., 06.03.04)
Massima del giorno
La volgarità è
divenuta un vezzo e una moda. Oggi essere anticonformisti
significa non dire una parolaccia nemmeno se si è
da soli e ci si è data una martellata su un dito.
G.P.
MOLLICHINE
Affare Parmalat:
Sala ha ammesso l’appropriazione di 21,6 milioni di
euro. Ma non l’ha fatto apposta. È che maneggiandoli
gli si sono appiccicati alle dita.
Pena di morte per Shoko
Asahara, responsabile della strage con il gas nervino
nella metropolitana di Tokyo. Lo Shoko s’aspettava altro?
“La figlia di Abu Ala ha
chiesto la cittadinanza israeliana per muoversi liberamente
fuori e dentro Gerusalemme Est”. Ma non in autobus, vero?
Cesare Battisti, condannato
per quattro omicidi, è stato scarcerato a Parigi:
uccideva, sì, ma per ragioni politiche. Come Stalin.
Prodi ha solennemente dichiarato
a Repubblica che non si tinge i capelli. Ah, meno male.
Scampato pericolo per la Patria.
Ciampi: “Ricordare la Resistenza
per evitare nuove divisioni”. Insomma, ricordiamoci
com’era unito e concorde il Nord-Italia nel 1943 e nel 1944.
Battisti: “L’estradizione
sarebbe illegale”. E ve lo dice uno che sensibilità
per i diritti dei cittadini ne ha dimostrata molta.
Tanzi afferma di aver dato
500 milioni o un miliardo a Giuliano Ferrara in una
borsa, in data imprecisata. 500 o 1.000, gennaio o luglio, sicura
è solo la borsa.
La lista Prodi ha concordato
le regole “di compattezza” per concertare ogni iniziativa
di politica interna ed estera. I primi frutti già si
vedono a proposito dell’Iraq.
Cinque elicotteristi dell’esercito
rifiutano la missione in Iraq, perché pericolosa.
Giusto, e anche i pompieri dovrebbero evitare gli incendi.
Scottano.
La Commissione
europea ha stanziato un milione per le case dei (terroristi)
palestinesi demolite dall’esercito israeliano. E quante
decine di milioni per le vittime israeliane del terrorismo?
Giannipardo@libero.it
CONSIDERAZIONI D'UN MEZZO FRANCESE
C’è in Francia un
uomo, Cesare Battisti, che oltre vent‚anni fa s’è
reso colpevole di quattro omicidi, commessi anche per “motivi
abietti”, come quello di punire chi si è difeso dalla
violenza. E colpevole anche d’avere costretto per sempre su una
sedia a rotelle il figlio di uno degli uccisi. Di quest’uomo l’Italia
ha richiesto l’estradizione e la Francia, che l’ha sempre negata,
in base ad una legge del tempo di Mitterrand, ha ora preso in considerazione
la richiesta. Ma nel frattempo, anche per la pressione della sinistra
francese, Battisti è stato scarcerato e, se le cose si mettessero
male, potrebbe sempre darsi alla latitanza. Del resto, in Francia
c’è andato evadendo da un carcere italiano.
Si può da prima pensare
che un giudizio sulla sconcertante vicenda dovrebbero
darlo i tecnici del diritto, visto che bisogna prendere in
considerazione due ordinamenti giuridici e i trattati di due
stati sovrani, ma in realtà questa indagine non è
necessaria. Il diritto risponde ad un’aspettativa dei cittadini
e se esso risulta ai loro occhi scandaloso, la sua legalità
formale non vale più nulla. Se Saddam Hussein avesse promulgato
una legge secondo la quale gli omicidi commessi dai suoi figli non
costituivano reato, lo scandalo sarebbe stato universale. Non sarebbe
bastato, in occasione degli omicidi, insistere sulla legalità
dell’azione. Di fatto, come sappiamo, neanche Hussein ha osato una cosa
del genere. Ha permesso ai figli d’uccidere e non li ha puniti: ma
de facto, non stricto iure.
Nello stesso modo, poco
importa che il signor Battisti sia di sinistra; che
sia uno scrittore; che intendesse fare la rivoluzione o salvare
il mondo single handed e che siano passati venticinque anni
(ne sono passati molti di più per Priebke): un sistema
giuridico che permette ad un quadruplice assassino, condannato
da un paese democratico ad un paio d’ergastoli, di vivere libero,
sposarsi ed avere una vita normale non è degno d’un paese civile.
Dire questo parlando della Francia è cosa che fa accapponare
la pelle ma amicus Plato, magis amica veritas.
Un’ultima considerazione
riguarda gli intellettuali di sinistra francesi. Non
ho nessuna stima degli intellettuali e addirittura, dal punto
di vista politico, li pongo al di sotto del livello dei camionisti.
Questo perché, nel corso dei decenni, hanno regolarmente
abbracciato le cause più sballate e pericolose, chiudendo
volontariamente gli occhi sulla realtà, ogni volta
che essa li avrebbe indotti a cambiare opinione.
Poco dopo la guerra cercarono di far condannare come bugiardo
Kravcenko, perché denunciava i crimini di Stalin. Quegli
stessi crimini che poi denunciò Kruscev. Sartre, re degli
intellettuali di sinistra del suo tempo, fece lo strillone per
la “Cause du Peuple”, giornale maoista e cercò anche vanamente
di farsi arrestare, pur di calunniare la democrazia francese.
Gli intellettuali hanno sostenuto la causa imperialista del
Vietnam del Nord, che ha così avuto la possibilità
di affamare anche il sud. E non hanno voluto credere, per lunghi
anni, all’immane genocidio perpetrato in Cambogia, solo perché
Pol Pot era comunista ed aveva studiato a Parigi. E si potrebbe
continuare fino alla noia, ma soprattutto fino alla nausea.
Quest’ultimo episodio di
Battisti dimostra che il tempo non li ha cambiati, che
rimangono intatti la loro cecità e il loro fanatismo. Essi
sostengono la causa di un bieco assassino solo perché
fa oggi parte della loro consorteria e solo perché,
essendo di sinistra, non può che avere ragione. Antropologicamente.
L’Italia è piena
d’intellettuali di sinistra, non migliori dei loro
colleghi d’oltralpe. Ma poiché, per motivi personali,
mi considero per metà francese, mi permetto d’arrossire
e di chiedere scusa all’Italia.
Giannipardo@libero.it -
5 marzo 2004
E' la stampa, bellezza!
Da Libero: «Ho portato un miliardo
in contanti al direttore de Il Foglio. Lui mi ha detto: grazie»
dall'articolo di Alessandro
Sallusti:
<<.... - racconta Tanzi
- il banchiere romano Cesare Geronzi gli chiese di entrare
nel capitale sociale del "Manifesto", e poi del "Foglio".
Il quotidiano della sinistra fu finanziato dal gruppo di
Collecchio, il "Foglio" no. Spiega: «Non avevo soldi
per fare un'operazione del genere ma feci sapere che sarei stato
disponibile ad aiutare in qualche modo». E la cosa avvenne.
«Ho dato cinquecento milioni brevi manu a Giuliano Ferrara»,
dice Tanzi. La tensione, nella cella dove avviene l'interrogatorio,
è alta. I pm chiedono: in che senso? Sul verbale si legge:
«A domanda risponde...». E la risposta del signor
Parmalat è questa: i soldi li ho portati io personalmente
a Roma al direttore Ferrara, erano contenuti in una borsa. Non
ricordo se fossero cinquecento milioni o un miliardo. E ancora:
non so da che voce di bilancio quei soldi fossero stati presi, né
a che servissero. I pm insistono e chiedono: Ferrara che cosa le disse?
Risposta di Tanzi: «Mi disse solo: grazie»....>>
BELL'ITALIA
Bologna,
interno aeroporto, corridoio uscita passeggeri area
"Scenghen":
Fotografia scattata ieri, giovedì
4 marzo, ore 14,30.
Tragedie
Tragedia! La canzone che Adriano
Pappalardo canta a Sanremo, con tutt'altro arrangiamento,
con diversa orchestrazione, cantata da Giuni Russo, sarebbe
stata una delizia.
Tragedia! L'idea di Marco Pannella
di progettare con Giuliano Amato una piattaforma politica
comune nell'ambito del centrosinistra, con tutt'altra tempistica
e con design by Pininfarina, sarebbe stato un elegante bidone.
La Sindone di Korda
Il lenzuolo dell'Arimateo di cui
scrive Giovanni (19, 14). Il Mandylion di Edessa di cui per
primo Evagrio Scolastico dà notizia, nel 594. La Sydoine
che Robert de Clary afferma di aver visto a Costantinopoli
nel 1204. Il Baphomet venerato dai Templari, finché d'essi non
fu fatto rogo nel 1314. Forse non sapremo mai con certezza se
siano una cosa sola, ma, per quanto esile, c'è un filo che
li lega. La barba di quel volto potrebbe essere quella di Nostro
Signore. Pressoché certo, invece, che la "venerabiliter figura
seu representacio sudarii Domini Jesu Christi", di cui recita una
bolla papale datata 1390, sia quella che oggi conosciamo come Sacra
Sindone. Nel 1988 il radiocarbonio la datò, accertando una discrepanzella
di tredici secoli, e il cardinale Anastasio Ballestrero annunciò
al mondo che si trattava di una reliquia-non-più-reliquia.
Ma questo non sconcertò la fede, che ai test di laboratorio
solitamente fa un pio marameo. Amen.
Non meno venerata, l'immagine
del "Che" by Alberto Diaz Gutierrez, detto Korda. Al
tentativo iconoclasta di farne una reliquia-non-più-reliquia
nemmeno qui la fede si sconcerta: ringalluzziti, anzi, i
guardiani del culto. Addirittura parte una richiesta di risarcimento
milionario per la blasfema combriccola di "Reporters Sans Frontières"
che col Volto Sacro volevano confetturare una cartolina recante
una suggestiva bestemmia in didascalia: "Benvenuti a Cuba, la
più grande prigione del mondo per giornalisti". Giù
le mani dal "Che" di Korda! Rispetto e devozione ne accompagnino
le ostensioni in tutte le sante sedi laiche, il parafango della
Vespa, il bicipite di Maradona, la web page disobbediente. E'
reliquia, fatt'è. Edificante ripercorrerne l'istoria. Amen.
E' il 4 marzo del 1960, i cubani
si preparano alla Resistenza contro gli amerikani. Nel
porto de L'Avana, arriva-un-bastimento-carico-carico-di: armi
di fabbricazione belga. Toh, il mercantile è francese,
La Coubre. Sempre col cigarillo acceso in bocca, 'sti scaricatori
di porto. D'un tratto una terribile esplosione fa tremare Cuba:
bum, più o meno cento morti, più o meno duecento
feriti. Ovvio che dietro il cigarillo ci sia la Cia, è un
attentato, si dirà. Per i dettagli rivolgersi a Gianni Minà.
Nel gran trambusto quel sant'uomo del "Che" presta soccorso ai feriti,
come un mistico tra i lebbrosi, e, quando Gilberto Ande, fotografo
della rivista "Verde Olivo", tenta di fargli qualche istantanea, il
Che glielo proibisce, sembrandogli cosa oscena essere oggetto di gossip
in tal frangente. S'è detto, un santo. Un santo che, incidentalmente,
dirige illo tempore il Banco Nacional de Cuba, come ben sanno i titolari
delle fabbriche d'armi in Belgio. Più fortuna arride a un
altro paparazzo, il giorno dopo, nel corso di un'improvvisata adunata
nei pressi del cimitero di Colon, dove si cominciano a portare le
salme. E' lì che al logorroico Fidel scappa di bocca la parola
d'ordine che diverrà il motto della Nueva Cuba: "Patria
o muerte!". Giornata eccezionale, quella, per i copyright. E' Alberto
Diaz Gutierrez, del giornale "Revoluciòn", il fortunato
con la Leica 90 mm; si fa chiamare "Korda" per certe sue devozioni
al cinema ungherese. L'Ernesto Guevara gironzola come una
belva ferita dalla rabbia sul palco dal quale Castro sta parlando
e Diaz quasi se lo trova in posa nell'obiettivo: click! Jorge Masetti,
il direttore dell'agenzia giornalistica cubana "Prensa Latina", argentino
come l'Ernesto ma di origini bolognesi, rimane immortalato con un
suo mezzo profilo sul sacro negativo, opportunamente tagliato nelle
ostensioni a venire. La foto, quella foto, fu scartata per l'uscita
di "Revoluciòn" del 18 agosto del 1960, quando il giornale
avanero allora diretto da Carlos Franqui uscì col reportage:
il redattore fotografico giudicò troppo truce lo sguardo
del "Che". Diaz invece se lo appese a una parete di casa e lì
Giangiacomo Feltrinelli lo vide. Trafiggimento mistico: ne chiese una
copia, Korda gliela regalò. Per quella foto, da cui la Feltrinelli
ha ricavato miliardi, non ricevette mai una lira: si sa come son fatti
gli editori. Amen.
Pensare che una delle mani del
Papiro Fochetti apocrifamente s'è permesso di scrivere
("Repubblica", 10.9.2003) che quella foto fosse un fotomontaggio
by Valerio Riva, ex braccio destro di Feltrinelli, copiando
la bufala da un apocrifo del giorno prima (Cabrera Infante, "El
Pais", 9.9.2003), pfui! Anche al più fesso degli studenti del
primo anno di Fisiognomica è invece evidente che quella
del "Che" è furia vera in presa diretta, purissima furia
di santo, né ritocco, né tarocco, tranche de rage, botta
di culo di Korda, e quant'altro. Procuratevi una copia di quella
foto che non sia di troppo esigue dimensioni e dotatevi di una lente
d'ingrandimento, bastano una "per 20". Guardate la postura lievemente
prognata del labbro inferiore, le due rughe asimmetriche tra le
sopracciglia. Poi sfogliate un qualsiasi manuale di psicomanzia maxillo-faciale:
troverete i resti sanguinolenti dello yanchee. Che yanchee? Narrano
le Scritture che quel giorno il "Che" fosse furioso: "si sarebbe mangiato
vivo uno yanchee, se l'avesse avuto innanzi" (Alberto Granado).
Amen.
Nel 1968, a pochi mesi dalla morte
di San Guevara nella selva boliviana, esce in Italia per
i tipi della Feltrinelli il "Diario del Che in Bolivia".
In copertina c'è lo scatto di Diaz: l'inquadratura dal
basso verso l'alto stempera il truce in fiero sotto il basco
con la stella, da cui sporgono le scomposte chiome al vento.
Abituato al botto, il Giangiacomo: quella foto è un successone.
Poster, manifesto, t-shirt, bandiera, autoadesivo, foulard, cuscino,
borsa: il "Che" finisce presto dappertutto. E poi, diciamocela
tutta, il santo è sexy. Chi intasca i diritti? A chi
vanno i soldi del copyrigth? Domande blasfeme, tutto fa brodo
per la rivoluzione. Cartolina, segnalibro, penna, distintivo,
spilla: si tollerano i mercanti nel tempio, "todo modo es bueno...".
Ma fino a un certo punto. Quando un'agenzia pubblicitaria britannica
usa la foto per la pubblicità di una vodka, Korda si risente
e apre battaglia legale: un accordo extra giudiziale gli frutta
cinquantamila dollari che egli devolve all'acquisto di medicinali
per i bambini cubani. "Se il Che fosse ancora vivo, avrebbe fatto
la stessa cosa" disse. Santo già in vita, al punto da beccarsi
nel 1992 la Distinciòn por la Cultura Nacional e nel 1994
l'Ordine Félix Varela. Santo nel nome del "Che". Amen.
Figlia del santo che salvò
la Sindone del "Che" dal blasfemo accostamento alla "Smirnoff",
Diane Diaz Gutierrez ha da poco salvato la Sacra Icona dalla
banda di "Reporters Sans Frontières" che voleva sfruttarla
per una campagna di stampa contro la repressione e l‚arresto
di 75 giornalisti a Cuba: era stata rielaborata mixandola con un'altra
celeberrima foto, quella del celerino con il manganello alzato che
carica gli studenti del Maggio francese. Un'ingiunzione ha fermato
in tempo il sacrilegio, i bestemmiatori hanno promesso di distruggere
la bestemmia. Ma la figlia del santo insiste: "Non mi fido, devono
pagare". Un milione, amen.
(Luigi Castaldi, 5.3.2004)
CARUSELLO
"Se protesti educatamente mica diventi
notizia". La frase è di Francesco Caruso, leader dei disobbedienti
napoletani: l'ha detta nei giorni scorsi, due o tre quotidiani
l'hanno riportata in virgolettato, la riprende su "Sette" Gian
Antonio Stella, nella sua rubrica "Cavalli di razza". Caruso
dice un'ovvietà, ovviamente. Lo sappiamo: se vuoi dire una
cosa puoi dirla, farsi sentire è un altro paiono di maniche.
A tutti o quasi sembra di dover dire qualcosa, a tutti o quasi
sembra che quella cosa meriti risonanza. Il problema nasce dalle
caratteristiche spaziotemporali dell'agorà: dati n convenuti,
se a parlare è 1, quelli che ascoltano saranno n -1; al crescere
delle voci, n non ascolta più le voci, ma l'urlo, lo sparo
o la scoreggia. Cinque bidoni di letame da trenta litri cadauno
fanno un totale di centocinquanta litri di letame. Sarebbero tra
i due e i quattro quintali di notizia, tenuto conto che il peso specifico
del letame oscilla tra 1,6 e 3,8, lì sotto l'ufficio del
Presidente del Consiglio. Quel D'Erme lo sa, ha studiato fenomenologia
dei mass media alla stessa scuola di Caruso. Letame, pallottole spedite
per posta, ceffoni preannunciati per Ansa: "se protesti educatamente
mica diventi notizia". Fanno ridere gli studentelli che hanno cercato
di prendere a torte in faccia il ministro Moratti (in verità,
poi s'è saputo, non era panna, ma vil schiuma da barba): se avessero
tirato fuori l'uccello e fatto la pipì sull'auto blù ministeriale,
allora sì che la protesta avrebbe avuto giusta risonanza. Sciaguratelli,
non hanno un consulente che curi loro l'immagine e la strategia!
Destinati a due colonnine in quarta, giacché nemmeno hanno
quel genio nell'impromptu che gli studi nel settore hanno affinato
in Caruso e in D'Erme. I quali, al decrescere di n, annaspano vieppiù
nello stress da star system! Dimenticati, quando lo saranno, avranno
anche loro una chance e su qualche "Isola dei Famosi" li risentiremo
parlare di pacifismo, con le turgide giugulari al collo, "ricomincià-mo-o!"
(L.C., 4.3.2004)
Dossier Boncompagni
di Luigi
Castaldi
"Non
dire quattro, se non ce l'hai nel sacco" dice un proverbio.
"Anche i proverbi sbagliano" ne dice un altro. Uno non
sa più che fare. Aspetta a dire almeno otto, prima di dire:
"Ce l'ho nel sacco". E siamo a otto, ma forse è meglio andarci
cauti. Con quella di oggi, martedì 2 marzo, sono otto le letterine
di Gianni Boncompagni pubblicate finora dal Foglio. Domani saranno
nove, dopodomani dieci, ben presto venti, cento, mille. Avremo
tutto il tempo per pentirci di quello che pensiamo di queste prime
otto. Ma intanto non possiamo fare a meno di pensarlo. Anzi, più
ci pensiamo, più il sacco sembra gonfio.
Sia
chiaro, affezionati com'eravamo a Mattia Feltri, è
stato un colpo doverci rinunciare. Si sa com'è il lettore:
è un fesso, si affeziona, si affeziona a tutto. Chi
oggi piange la dipartita di Mattia Feltri dal posticino
più prestigioso della quarta pagina del Foglio pianse
a suo tempo la dipartita d'ivi di Andrea Marcenaro. Impareremo
ad amare Gianni Boncompagni, siamo fessi, ne piangeremo la dipartita
(d'ivi). Probabilmente storceremo il muso sulle minchiate di
chi ne prenderà il posto. Per ora storciamo il muso sulle
minchiate sue. Per ora, otto.
Forse
sarà che tutto è iniziato di venerdì, e
che, come dice un altro proverbio, "di Venere e di Marte
non s'inizia e non si parte". Forse sarà che coll'amare
visceralmente il Foglio si diventa troppo schifiltosi. Forse
sarà che i troppo schifiltosi avrebbero voluto in quel
posticino un Confucio, uno Shakespeare, un Groucho Marx, nulla
che meno. Sarà quel che sarà, ma Gianni Boncompagni
scrive su un sottofondo di mugugni. Mugugni fessi? Vediamo.
"Guardando
la piovorna finestra e tanto per consolarmi, mi viene
in mente quello che ebbe a dire quel simpaticone di Goethe:
'Non c'è niente di più insopportabile di una sfilza
di belle giornate'. Meglio iniziare con una firma più
sostanziosa della mia" (venerdì 20 febbraio). Non male
come inizio. Captatio benevolentiae a mezzo umiltà,
citazioncella che non guasta mai, addirittura quel "piovorna",
che uno poteva addirittura credere aperitivo di chissà
che prelibatezze. Sbagliato. Con le successive letterine s'è
avuto sì l'effetto Crusca, ma senza bisogno d'altri preziosismi.
Ma,
poi, uno si chiede, Boncompagni ha Goethe sugli scaffali?
E se ce l'ha, l'ha letto? Uhm, come puzza quella "sfilza".
E infatti, sul cartaceo, uno non se lo figura un termine come
"sfilza" in bocca a Goethe. Sul web, Goethe lo usa. Non ci si può
immaginare che posti frequenta Goethe sul web. Tanto per dirne uno,
members.xoom.virgilio.it, un posto frequentato anche da
Honoré de Balzac, da Beltrand Russell, da Oscar Wilde,
da Arthur Bloch... Che c'entrano 'sti tizi con Goethe? Niente,
ma c'entrano con Boncompagni.
Sabato
21 febbraio: "Un governo è un contratto di
assicurazione concluso fra i ricchi contro i poveri (Balzac).
Sarà vero o Balzac era un qualunquista ante litteram?
Un altro sosteneva che i nove decimi delle attività di
un governo moderno sono dannose, dunque, peggio sono svolte, meglio
è". Quell'altro è Bertrand Russell. Ma citare
senza nominare l'autore non è peccato, lo fanno tutti,
da Scalfari a Meotti. Andiamo avanti, martedì 24 febbraio:
"Ho letto su di un muro vicino a una scuola: 'Dio c'è
ma è impegnato in un più ambizioso progetto'. Sarà
vero o sarà millantato credito? Del resto anche noi laici
spesso ci convinciamo che l'uomo senza fede sarebbe come un pesce
senza bicicletta". Uno non fa in tempo a dirsi "ma questa del pesce
e della bicicletta è presa da 'La legge di Murphy' di Arthur
Bloch!" che subito si chiede "ma cosa ci faceva Boncompagni vicino
a quella scuola, casting?"
"I
saggi dicono: 'Non c'è stato un governo in Europa
in cui i meno saggi non abbiano governato i più
saggi'. E poi ai governanti: 'Cercate soltanto di instupidire
gli uomini perché soddisfarli è difficile'. Ancora:
'Mentre tutte le altre scienze sono progredite, quella del governo
la si esercita oggi meglio di tre o quattromila anni fa'. Ho
deciso: non governerò mai" (mercoledì 25 febbraio).
Chi glielo dice che essere spiritosi è più difficile
che governare? Il giorno dopo, giovedì 26 febbraio
("...Un recente studio ha dimostrato che molti telespettatori
confondono la striscia di Gaza con Striscia la notizia...")
è chiaro che non gliel'hanno detto. Ma questo non dà
alcun diritto a farsi beffe d'uno che ha superato la settantina,
perché come egli stesso ammonisce, citando Wilde, "i
giovani non hanno più rispetto per quelli come noi che
hanno i capelli tinti" (venerdì 27 febbraio). Che vogliamo
fare, la figura dei giovani senza rispetto per i capelli tinti?
Come
s'è visto, "venerdì, gnocchi", giusto per
massacrare anche noi gli aforismi. Ma sabato (28 febbraio),
lasagna: ci raccongta di Enzo Salvi (in arte Er Cipolla) che
recita in polacco 44 poesie di Kamil Norwid all'Accademia dei Lincei
di Firenze. "Una vera sorpreza, cazzo" chiosa. Ci sarà
stato? O se n'è parlato su members.xoom.virgilio.it? Comunque
la settimana s'è conclusa in bellezza. Diamogli un fine
settimana per ritemprarsi e vediamo che partorisce: "Nel
marasma dei premi Oscar è passata inosservata la notizia
dell'Oscar dato a Maria Grazia Cucinotta come migliore protagonista
non attrice" (martedì 2 marzo). Che come battuta è
bella, arguta e divertente, di Amurri e Verde.
Con
questa, sono le prime otto letterine di Gianni Boncompagni
sulla quarta pagina del Foglio. Commentate da Luigi Castaldi,
che su quella pagina è stato più di centocinquanta
volte. E che, dopo aver firmato questa, se la può scordare.
L'ultimo a San Remo
Chi arriva ultimo a San
Remo? A voi la risposta. Coloro che l'azzeccano (si
partecipa una sola volta inviando, via "Comment", il titolo
della canzone e una breve motivazione), riceveranno da CAPPERI
una sorpresa.
Questi i brani
dei 22 cantanti in gara:
* Adriano
Pappalardo "Nessun consiglio" * Andrè
"Il nostro amore" * Andrea Mingardi
"E' la musica" * Bungaro
"Guardastelle" * Daniele Groff
"Sei un miracolo" * Danny Losito
"Single" * Db Boulevard "Basterà"
* Dj Francesco "Era bellissimo" *
Linda "Aria sole terra e mare" * Marco Masini
"L'uomo volante" * Mario Rosini
"Sei la vita mia" * Mario Venuti "Crudele"
* Massimo Modugno "Quando l'aria mi
sfiora" * Morris Albert "Cuore"
* Neffa "Le ore piccole" *
Omar Pedrini "Lavoro inutile" * Pacifico
"Solo un sogno" * Paolo Meneguzzi
"Guardami negli occhi (Prego)" * Piotta
"Ladro di te" * Simone "E' stato
tanto tempo fa" * Stefano Picchi
"Generale" * Veruska "Un angelo legato
a un palo"
IL TERRORISMO ISLAMICO
La violenza fra gli Stati islamici
non è un fatto eccezionale. Anche se per molti secoli
è stata imposta la pax ottomana, da quando -
dopo la Prima Guerra Mondiale - l’impero s’è sfaldato,
le rivalità e le inimicizie hanno spesso portato ad impugnare
le armi. Si pensi ai due Yemen, al Marocco e all’Algeria per la
questione dell’ex-Sahara spagnolo, al trattamento riservato da Hussein
di Giordania ai palestinesi invadenti (Settembre Nero), e alle
due guerre scatenate da Saddam Hussein. Si potrebbe anche aggiungere
che, se non si sono avute ancor più guerre, è a causa
della generale debolezza e disorganizzazione di tutti questi Stati.
Infatti il tiranno irakeno, che si sentiva forte, di guerre ne
ha scatenate due.
Tuttavia, almeno fino ad ora,
questi contrasti erano interstatuali. Poi i palestinesi,
essendo totalmente privi di scrupoli, hanno scoperto armi
nuove: negli anni Settanta hanno ripetutamente organizzato sequestri
aerei (in fondo l’undici settembre è solo l’aggravamento
d’una vecchia pratica, non una nuova trovata) e recentemente
hanno praticato l’attentato suicida contro i civili. Quest’ultimo
sistema avrebbe dovuto essere deprecato da tutti per molti e
validi motivi. Esso va contro il diritto alla vita dell’attentatore,
e questo è sbagliato anche dal punto di vista della religione
islamica. Va contro il diritto alla vita dei civili, ancorché
reputati “nemici” . Infine va contro il sentimento dell’onore, visto
che si usano le armi o gli esplosivi nei confronti di persone disarmate,
colte di sorpresa e perfettamente innocenti.
Questo genere di attacco avrebbe
dovuto essere deprecato da tutti ma non lo è
stato. Gli stati arabi e le loro popolazioni l’hanno sostanzialmente
giustificato innanzi tutto in base al ragionamento per
cui “i palestinesi sono i più deboli e non hanno altre armi”.
Come se, essendo i più deboli, si avessero tutti i diritti.
Questo è folle. Se il più debole può fare
tutto il suo possibile, che cosa impedirà anche al più
forte di fare tutto il suo possibile? Egli potrebbe dire: “Vi stermino
tutti e risolvo il problema”. Né questa risposta è
peregrina: basti pensare che in passato la pratica di passare a fil
di spada tutti i vinti è stata tutt’altro che rara.
Il terrorismo palestinese inoltre
non è stato deprecato sostanzialmente perché
rivolto ad un popolo, quello israeliano, che in fondo tutti
gli islamici avrebbero voluto annientare. Completando l’opera di
un certo Adolfo.
Infine è mancata la
convinta deprecazione degli stati democratici occidentali,
sia in base ad una mal riposta compassione per i palestinesi,
sia in base ad un inconfessato antisemitismo.
L’errore della sostanziale
tolleranza di tutti nei confronti di questa intifadah
è stato quello di credere di essere al sicuro. Chi
autorizza il furto non dovrebbe essere tranquillo che i ladri
non visiteranno anche casa sua. La guerra corsara, da chiunque
iniziata, fu infine praticata da tutte le parti. Se da una parte
ci fu Drake, dall’altra ci fu Surcouf. E infatti questa
possibilità di “lotta” a basso costo per chi la pratica, e
devastante per chi la subisce, ha fatto proseliti. Nel momento in cui
alcuni - gli ex-baathisti irakeni, Al Qaida, i siriani? - hanno avuto
interesse ad infliggere questa sorta di tormento all’Iraq, si sono
trovati di un popolo non abituato alle misure di sicurezza d’un paese
militarizzato come Israele. Hanno colpito gente povera, ignorante
e del tutto fiduciosa. È stato come buttare una bomba in un
ovile. E non si può non sentire un’immensa pietà
per queste persone innocenti uccise, ferite, orbate,
terrorizzate. Ma a questa pietà ha diritto chi analoghi sentimenti
ha sentito per i morti israeliani. Gli altri no. Non le anime belle
occidentali, non le sinistre, non gli stati arabi, non gli altri islamici.
Essi dovrebbero sostenere che è stato giusto uccidere centottanta
persone per protestare, per impedire che l’Iraq abbia una costituzione
democratica o per qualunque altra balzana finalità,
visto che gli attentatori non hanno un esercito forte come quello
americano.
Che cosa succederà in
futuro, nessuno può dirlo. L’ayatollah Al Sistani
ha criticato gli Stati Uniti “che non hanno protetto le frontiere”,
dando così inopinatamente per scontato che gli
attentatori non sono irakeni. Ma le frontiere dell’Iraq,
essendo per centinaia e centinaia di chilometri (per esempio
con la Giordania e l’Arabia Saudita) puro deserto, sono evidentemente
indifendibili da infiltrazioni individuali. E poi gli attentatori
potrebbero benissimo essere locali. Per conseguenza, o gli irakeni
imparano (cosa impossibile) a non riunirsi mai in notevole numero,
o gli attentati continueranno. Magari diminuiranno quelli contro
i poliziotti irakeni, che impareranno a difendersi, ma la popolazione
civile non ha difesa.
Le prospettive non sono rosee.
Si può solo sperare che il controspionaggio irakeno
arrivi ai capi del terrorismo e alle sue fonti di sostegno finanziario.
Si può sperare in un’ondata d’indignazione panislamica
che condanni questo genere di guerra vile e sporca. Creando
così una union sacrée contro il terrorismo
che migliorerebbe i rapporti con gli Stati Uniti e renderebbe più
facile un’ipotesi di pace in Palestina. Ma è meglio non
scambiare i nostri desideri per previsioni.
giannipardo@libero.it
Ops
1.
L'Unità online,
28 febbraio: "«Osama catturato», ma
è solo un falso allarme". Qualche vizioso freudiano
lambiccherebbe: se lo catturano sul serio, per l'Unità
è vero "allarme"?
2.
Il Papa non vorrà
mica lasciar credere a Bossi che quelle frasi in
perfetto romanesco avessero intento discriminativo? Via,
Santità, tranquillizzi il Bossi! Glielo dica, in
perfetto padano, un bel "va da via el cul"!
3.
Votare no. Oppure
astenersi. Oppure uscire dall'aula al momento del voto.
O rimanere presenti, ma non partecipare alle votazioni.
O si rovina il prestigio del candidarsi a guida di un futuro
governo o si rovinano le future alleanze. Ideona: votare sì
e dire subito "ops, ho sbagliato".
(L.C.,
2.3.2004)