Archivio marzo 2004



À LA TÊTE DU CLIENT  

  I francesi, quando si accorgono che un prezzo non è fisso, ma cambia secondo chi lo deve pagare, dicono che è “à la tête du client”, cioè secondo la faccia del cliente. In Italia, à la tête du client abbiamo la giustizia. Lo si vede da come oltre mezzo paese si batte per vedere libero Sofri mentre dubitiamo fortemente che, se Previti fosse già stato condannato con sentenza definitiva e messo in carcere, il paese si sarebbe mobilitato per lui e Ciampi avrebbe addirittura scritto al Ministro della Giustizia. Ci si può chiedere il perché di questa differenza, mettendo in parallelo Sofri com’è, e Previti come sarebbe, se in galera.

1.      Sofri si reputa innocente, ma chiunque abbia mai frequentato le carceri sa che la maggior parte dei condannati si reputa innocente. Molti di loro sono anzi soggettivamente innocenti ed oggettivamente colpevoli. Il che rende ancor meno importante la loro opinione. Quanto a Previti, ha proclamato la propria innocenza mille volte, fino alla nausea.

2.      Sofri è stato sottoposto ad un giudizio di primo grado, due o tre di secondo grado, tre o quattro di Cassazione, uno di revisione, seguito dalla conferma della Cassazione e infine uno della Corte Europea. Tutti questi giudizi - salvo un caso d’assoluzione in Corte d'Assise d’Appello, per volontà dei giudici popolari e col dissenso dei giudici togati - sono stati di colpevolezza. Se Previti fosse nella stessa condizione, nessuno (giustamente) metterebbe in dubbio le sentenze o lo considererebbe una vittima.

3.      Previti è antipatico, ma anche Sofri è antipatico: la sua arroganza sostanziale tocca livelli insoliti. Solo che a lui, stante la sua storia e la sua collocazione politica, si perdona anche l’essere antipatico.

4.      Sofri si è comportato bene, in galera. Ma, appunto, se si fosse comportato male, ci sarebbero state sanzioni. Insomma il comportarsi bene è un elementare dovere, non un elemento positivo. Previti, probabilmente, si comporterebbe benissimo: è un grande avvocato e un uomo d’una certa età.

5.      Sofri libero non rappresenterebbe certo un pericolo per la società. Ma neppure Previti, soprattutto se, in seguito alla condanna, gli fosse vietata la professione.

6.      Sofri infine si reputa talmente innocente da rifiutarsi di presentare la domanda di grazia. Sicché la grazia concessa a lui avrebbe il valore di una riparazione per un errore giudiziario. Ci chiediamo chi, in queste condizioni, ammesso che Previti fosse stato condannato sette od otto volte, sarebbe in favore della concessione della grazia.

Il parallelo potrebbe continuare ma si può saltare alla conclusione. Sofri ha un unico merito: i vecchi compagni di sinistra che un tempo gli furono accanto ora hanno in mano il potere politico, giornalistico, ecc. e non dimenticano gli amici. Previti invece è l’avvocato di Berlusconi. Ammettiamo che abbia corrotto dei giudici, anche se fino ad ora le sentenze non dicono per quali processi: rimane il fatto che la sua colpa principale, nell’Italia d’oggi, è di non essere simpatico a Ferrara, Boato, alla sinistra tutta. Ed infine a Ciampi, che ha più sensibilità d’un anemometro.

Una nota particolare merita Pannella che fa lo sciopero della sete non per Sofri, oh no! ma per i poteri del Presidente della Repubblica. E non è che lo faccia oggi perché oggi si parla tanto di Sofri, oh no! lo fa per motivi giuridici eterni. Ne prendiamo nota.

Dal momento che non somiglio in nulla a Tyrone Power e neppure a George Clooney, non credo d'avere la “tête de client” giusta.  Cercherò dunque di non commettere neppure il reato di divieto di sosta. E nel caso sono pronto alla latitanza.

Gianni Pardo, 2 aprile 2004
P.S: Senza questo baccano e con una domanda di grazia, sarei a favore di Sofri.

AVANTI, BRAVA GENTE...
  "Avanti, brava gente che tappezzate i vostri balconi di belle bandiere arcobaleno, spiegateci con sufficienza che la colpa è di Berlusconi, Blair e Bush. Non è evidente? Senza intervento occidentale in Iraq, nessun rogo a Falluja. Saddam sarebbe ancora sul suo trono.
Senza occidentali in Iraq, gli stranieri potrebbero vendere in pace camion e cannoni mentre le pile di cadaveri crescerebbero di nuovo alla media calcolata di 300/400 morti al giorno. Spoglie irachene, naturalmente: le trovate più sopportabili perché autoctone, o sublimi antirazzisti? Ieri la barbarie calava dalle alte sfere locali e insanguinava 25 milioni di irakeni.
Oggi, risorge tra gli ambienti sunniti inquadrati e diretti dalla passata nomenklatura. Dall’inizio alla fine, questa efferatezza resta abominevole, porta il segno di un Saddam o di un Bin Laden, l’uno privo di scrupoli quanto l’altro.
Avete mai sentito parlare di guerre di religione? Non portano la responsabilità di Blair. E Guernica? Berlusconi non c’entra nulla. E le fosse Ardeatine, credete di potervi scorgere la mano nascosta della Cia o dei Neocon? Vi prego: osate, per un istante, guardare in faccia l’odio e il fanatismo per come l’eternità li riproduce, uguali a se stessi.
Dimenticate per un momento le vostre sacrosante baruffe da campanile, perché non hanno voce in capitolo: Prodi o Berlusconi sono zuppa o pan bagnato per i linciatori del Medio Oriente. Mentre voi brandite i vostri deliziosi striscioni intitolati “pace”, quelli concludono la loro festa a colpi di vanga e di pietre sui corpi incendiati."
(01.04.2004 - articolo di Andrè Glucksmann sul Corriere della Sera, articolo non in rete)

Perle d’intervista
- 16 Marzo 2004,  D'Alema, intervista al "Corriere della Sera"

...«La posizione di Zapatero è la stessa da noi sostenuta nel recente dibattito parlamentare.»
...« sul Medio Oriente, ha ragione Prodi.»...
...« Anche sul Kosovo ci fu il pacifismo ma la logica era diversa.»...
...«La penso come Prodi»...
...«Gli americani non hanno capito che, oggi più che mai, la svolta globale dell'area passa per Gerusalemme. Lì c'è il principale alimento dell'integralismo islamico.»...
...«Per questo condivido in tutto l'analisi di Prodi»...
...«Il verbo sciogliere fa paura, io non lo uso, diciamo mettere insieme»...

- 28 Marzo 2004, D'Alema, intervista a La Stampa
 
...«Faccio osservare che noi con l'Internazionale socialista, in Iraq ci siamo andati a luglio»...
...«La proposta, è chiara. Ne ho discusso a lungo, anche con Prodi»...
...«Non possiamo e non dobbiamo accettare l'idea che a Gerusalemme si combatte il terrorismo come a Madrid. A Gerusalemme ci sono tragici atti di terrorismo, inaccettabili, e che vanno condannati e contrastati con durezza. Ma c'è anche uno Stato aggressore Israele, che tende a confinare i palestinesi in una riserva indiana. A reprimerli, a umiliarli. E questo noi non sempre lo vediamo, anche a causa di un comportamento della Rai in alcuni momenti apertamente fazioso".»...
...«Capisco Blair, Chirac e Schroeder. Se hanno cose serie di cui parlare, perché dovrebbero chiamare uno come Berlusconi?»...

(cp, 31.03.2004)

Riceviamo dalla nostra faina e volentieri pubblichiamo:
Di tutte le cose che Tanzi ha detto una in particolar modo viene tenuta in seria considerazione. Pare infatti che i "contributi" dati a D'Alema, Berlusconi, Prodi, Scalfaro, Casini, nelle forme più varie siano in realtà legittimi contributi. Ma c'è un poltico che, si dice, non sia in questa stessa condizione, in quella, cioè, di poter dimostrare di non aver intascato cifre da Tanzi per "chiudere un occhio" su alcune cose e non semplicemente come "contributi per il partito". Il gioco in Procura si sta delineando in maniera chiara. In molti si domandano: quando scoppierà la bomba ? O la Procura deciderà di non farla scoppiare ? E perché dovrebbe ? Lo scenario è inquietante. Una persona a Roma se la ride, tutto sapendo e nulla temendo: un ex presidente.

C.F.Kane

   Ué, belli!
Ué, belli, vi scrivo da una città in cui almeno quattro o cinque volte all'anno accade che le forze dell'ordine vengano tragicomicamente ostacolate da comuni cittadini, chiamiamoli così, nel corso delle operazioni di cattura di pesci grandi, medii e piccolissimi della delinquenza indigena. Passi per l'incintissima moglie del boss, che disperata s'avvinghia ad una gamba del maresciallo, mentre l'amante del marito s'avvinghia all'altra, ed il boss istesso, intanto, sgaiattola per il tunnel sotto la vasca ad idromassaggio. In questo caso, con uno sforzo di comprensione che travalichi il penale, potremmo dire che ogni luogo sia paese, che questo accada anche a Brescia, a Oslo e a Phoenix. Ma, se fate un salto in emeroteca, vedrete che nella città da cui vi scrivo è spesso, spessissimo, accaduto altro, di più. Leggerete di volanti della polizia accerchiate, prima, e capovolte, dopo, da fan, sodali, simpatizzanti e clienti di un pusher che intanto se la squagliava in moto, facendo slalom nei vicoli tra passeggini e banchetti di sigarette di contrabbando. Leggerete di carabinieri coperti di calci, insulti e sputi da comuni cittadini, s'è detto che li chiamavamo in questo modo, in difesa d'uno scippatore colto in flagrante; e poi, di finanzieri ridotti a mal partito da pietose matrone, virgulti con gli occhiali a specchio, attempati edentuli ed altri estemporanei samaritani per aver tentato l'arresto di un guardamacchine abusivo, di un ambulante venditore di cd clonati, di un peripatetico commerciante di bombe di Maradona; e poi, di vigili urbani pestati a sangue da automobilisti che avevano parcheggiato in terza fila, con la collaborazione di quelli parcheggiati in seconda; e poi, di altro, che a raccontarlo quasi non sembra vero. Nella questura della città da cui vi scrivo c'è qualche poliziotto che ancora si carezza il bozzo che gli causò la pioggia di masserizie piovute dai balconi per impedire la cattura dell'eroe di turno, braccato nel suo basso superaccessoriato o nel suo appartemento blindato e videocontrollato, fin lì riverito, coccolato, invidiato e omertosamente protetto da tutto il cordiale vicinato. Gente col cuore in mano, la gente della città da cui vi scrivo, ma spesso nella mano sbagliata.
Orbene, belli, stamane, qui, si son tenuti i funerali di una ragazzina di 14 anni, passata da due giorni di coma alla morte, per una pallottola uscita non si sa bene ancora da quale pistola. Un killer cercava di far fuori un boss che passeggiava in una strada affollata; pare che il boss abbia afferrato la ragazza per i capelli, facendosene scudo. Questa è stata la prima versione. Ora, invece, andrebbe prevalendo un'altra idea tra gli investigatori: sarebbe stato il boss a sparare per difendersi dal killer, e avrebbe sbagliato mira. Errare humanum est, sbaglia il chirurgo, sbaglia il centravanti, sbaglia pure il boss. Non so quale delle due versioni offra più attenuanti generiche all'assassino, ma si farà fatica a stabilirlo. Questo perché non s'è trovato uno dei tanti presenti all'accaduto capace di chiarire la dinamica. E sì che nella città da cui vi scrivo si è capaci di cogliere un fuorigioco anche dall'ultimo anello delle tribune dello stadio, di poterci giurare sulla buon'anima di mammina, sicché, se l'arbitro non l'ha visto, si bruciano auto e cassonetti per ristabilire una frenzola di giustizia. Gente dalla meninge sveglia, capace di ricordare a memoria, fino all'ultimo lamento, tutti i testi dell'ultimo cd di Gigi D'Alessio, di calcolare tutti i ritardi del 15 e del 74 sulla ruota di Genova e di Palermo. In questo caso, niente, c'era distrazione. Commozione, invece, quanta ne vuole, avrebbe dovuto vedere i funerali, strazianti com'è ovvio. Parenti stravolti, ma composti. Prete che si augurava che da tanto dolore potesse nascere una speranza e bla bla bla, amen. Autorità attonite, come sgomente del fatto che tanta violenza sia possibile in una città in cui è si messa qualche fioriera qua, qualche lampione là, qualche reddito di cittadinanza di qua e di là. Qua e là dolore sceneggiato di chi nemmeno conosceva la ragazza, a questi funerali, ma "c'aggia fa', so' commosso, mi devo sfogare". S'è detto: "C'era tutta Forcella", questo il nome del quartiere in cui è accaduto il fatto. Tutta? Nemmeno un complice, più o meno volontario, della diffusa delinquenzialità cittadina che ha maturato quest'ultimo assassinio? Nemmeno un amico del boss o del killer? Vuol dire che in emeroteca ci sono scritte tutte balle. Scusatemi se ve le ho riportate, pensando fossero prova di un crimine peggiore dell'omertà: l'ipocrisia. Ué, belli, diciamo che vi ho intrattenuto con un po' di folkloristico disfattismo. Baci.
 
(Luigi Castaldi, 31.3.2004)

PEDALO',  TRICICLO
(ANSA) - ROMA, 30 MAR - Botta e risposta sul filo dell' ironia tra il ministro dell' Economia Giulio Tremonti e il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani, durante la tramissione Ballarò. "Berlusconi - ha detto Bersani parlando della congiuntura economica e lanciando il sasso per primo - è come il pedalò, va bene quando c'é il sole".   "Ma dai - gli ha subito risposto Tremonti - non di dimenticare che tu sei il triciclo".

No pasaràn
« L'Italia deve sentirsi fiera d'aver svolto un ruolo centrale in Iraq. E un eventuale governo italiano di sinistra, erede della grande tradizione antifascista, sbaglierebbe a seguire la strada del disimpegno auspicata da Zapatero: un terribile e tragico sbaglio (...)  Nello slogan dei terroristi di Madrid, ' viva la muerte',  Zapatero avrebbe dovuto riconoscere subito la parentela col franchismo, rispondendo con lo stesso ' no pasaràn', simbolo della lotta dei socialisti spagnoli contro la dittatura » » .
Parla Paul Berman (intervistato lunedì dal Corriere della Sera, intervista pubblicata on line da Informazione Corretta: clicca qui),   lo scrittore liberal americano il cui nuovo libro « Terrore e Liberalismo » ( Einaudi, Stile Libero) sta per uscire in Italia.
E ancora, dal sito di Radio Radicale, clicca qui,  Paul Berman, Chistopher Hitchens, Andrew Sullivan,  e altri   interventi sui neocons, la guerra al terrorismo  e le contraddizioni nuova sinistra americana a confronto con la vecchia sinistra italiana.
(cp, 30.03.2004)

MAGIC MOMENT
Per fortuna ho registrato in vhs una puntata di Telecamere (Raitre, 21 marzo 2004), ospiti Di Pietro, Mastella, La Malfa e De Michelis, sennò tutti quei momenti sarebbero andati persi nel tempo come lacrime nella pioggia, insieme alle navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e i raggi B alle porte di Tannhäuser. Ci sono cose in quella cassetta che voi umani non potete neppure immaginare. Di Pietro prende appunti con un sorrisetto da sfinge, mentre parla De Michelis. De Michelis sorseggia ripetutamente il suo bicchiere d'acqua e butta gli occhi al cielo, mentre parla Di Pietro. Mentre i due parlano, Mastella si rassetta le vibrisse. Quando viene il suo turno e risponde alle domande della gentile conduttrice, non stacca gli occhi dalla lucina della telecamera, il seduttore. Mentre parla La Malfa, la gentile conduttrice contrae la fronte in un tremendo sforzo, come per capire. Poi De Michelis interrompe Di Pietro che è interrotto da La Malfa, interrotto da Di Pietro. Mastella sorride, con la gamba accavallata. Così anche La Malfa, che non sorride. De Michelis e Di Pietro a gambe larghe, poi anche Di Pietro a un certo punto le accavalla, mentre Mastella si aggiusta la cravatta e fa una fossetta su una guancia succhiandosi le gengive. La Malfa è in vestito grigio chiaro, camicia bianca, cravatta blù avion. De Michelis è in grigio scuro con cravatta a pallini. Di Pietro, da vero Cincinnato, è in completo spezzato con cravatta di bancarella. Mastella, anche col fermo immagine, non si capisce. Di cosa s'è parlato? E chi ci ha fatto caso! Solo in punto, m'è sembrato, c'era Di Pietro che proponeva di non candidare politici che avessero avuto una condanna penale e presentava la proposta come cosa prepolitica, mentre la gentile conduttrice si torturava la collana al collo con un sorriso obliquo, e gli altri tre triangolavano gli sguardi. Momenti irripetibili, da guardare e riguardare.
(L.C., 30.3.2004)
   1° APRILE?



GNOSEOLOGIA PRAGMATICA
Come osservava Pascal, l’universo esiste ma non è capace di dire “io”. L’uomo invece non solo sa di esistere ma è capace di riflessione: cioè di riflettere nella propria coscienza l’esistenza dell’universo come in uno specchio.

Meraviglioso, tutto questo: e tuttavia il fenomeno incontra un gravissimo limite nella sproporzione fra l’immagine da riflettere e lo specchio usato. Se si rendesse veramente conto della complessità del reale l’uomo non oserebbe formulare conclusioni. Poiché però questo non sarebbe utile, ecco che, per ragioni di sopravvivenza e più genericamente “economiche”,  l’uomo si forma un complesso di nozioni, parametri, principi che lo fanno sentire informato e fin troppo in grado d’orientarsi nella realtà.

Per il selvaggio dell’età della pietra una formica era una formica. Non sapeva come funzionava, come riusciva a sopravvivere, con quali meccanismi biochimici, psicologici eccetera riuscisse ad interagire con l’ambiente ma questo non lo turbava. Del resto neanche noi sapremmo spiegare perché una formica che va veloce in una direzione improvvisamente devia a destra o si ferma. Ma tutto questo era senza importanza allora come oggi. Una formica è solo una formica. Una volta che le abbiamo dato un nome e non ce la troviamo nel brodo può vivere e morire per i fatti suoi quante volte vuole. Non è come la zecca, da cui temiamo d’essere aggrediti. E neppure come il leone o la mucca da latte. Questi sì sono importanti: la formica no. E la differenza la fanno l’utilità o il pericolo che rappresentano.

Quasi tutta la nostra conoscenza è orientata utilitaristicamente. Questo non sarebbe un male se noi non avessimo tendenza ad assegnare alla nostra utilità un valore assoluto ed addirittura etico. Noi uomini non ci limitiamo ad ammazzare la zecca perché potrebbe attaccarsi a noi o al nostro cane, ma perché è cattiva in assoluto. Perché merita d’essere soppressa.

Questo fenomeno si riproduce anche nei rapporti umani e particolarmente in quelli politici. Non è che quelli che non la pensano come noi sbaglino in buona fede, no: sono cattivi, malintenzionati, vogliono il nostro male o, addirittura, il male di tutti. La lezione di Socrate, secondo il quale il male è solo ignoranza (o stupidità), non è stata raccolta. Si preferisce dividere l’umanità in buoni e malvagi, mettendo indefettibilmente noi stessi ed i nostri amici dalla parte dei buoni.

Questo atteggiamento è forse inevitabile e, al limite, utile alla sopravvivenza della specie: ma non va accettato dal punto di vista intellettuale. È lecito che io cerchi d’uccidere chi vuole uccidermi, anche se le sue ragioni per uccidermi sono migliori di quelle che ho io per uccidere lui, ma non devo dare a me più ragione che a lui. Posso uccidere il leone che vuol mangiarmi, ma non è che il leone abbia torto ed io ragione. Infatti a mia volta, prima d’uscire dalla tenda, ho mangiato una bistecca di manzo. Come diceva Nietzsche, l’uomo, rispetto a tutti gli altri animali, ama concedersi un lusso in più: non solo fa i propri interessi a scapito degli altri, ma ama pensare d’avere ragione e che sia morale comportarsi come fa.

Almeno dal punto di vista astrattamente intellettuale dovremmo cercare di ricordarci che il nostro avversario si sente tanto nel giusto quanto ci sentiamo noi. Sentimento e morale infatti sono molto flessibili e si curvano facilmente a servire il loro portatore. Ecco perché l’unica discussione utile è quella oggettiva e scientifica, non quella sentimentale o morale. Sentimento e morale ci pareggiano tutti. Dimmi con calma le tue ragioni e ascolta con calma le mie: forse è impossibile fare di più.

Giannipardo@libero.it

26 marzo 2004

dato che l’argomento ha riflessi filosofici, se ho scritto sciocchezze sarei grato se mi fossero segnalate.

Massima del giorno
Per l'omicidio è ovvio che ci debba essere un secondo grado di giudizio, per la stupidità no.
 G.P.

MOLLICHINE

I palestinesi hanno detto che il ragazzino mancato kamikaze è un ritardato mentale. Che gaffe. I segreti di Stato non devono essere violati.

Ciampi: “No ai muri contro il terrorismo”. Meglio le porte aperte.

“Per Hamas Sharon è un obiettivo”. Non bisognava dirglielo: avrebbero potuto sorprenderlo!

Berlusconi: “La sinistra deve smetterla di compatire i nostri soldati”. Ma c’è da capirla, la sinistra: esterofila, segue un atteggiamento europeo secolare.

giannipardo@libero.it

Napul'è
  Il quartiere di Napoli in cui, sabato sera, una ragazzina di 14 anni è stata ridotta al coma vegetativo da un proiettile destinato ad un boss locale, che non ha esitato a usarla come scudo umano, è lo stesso quartiere in cui, più volte in passato, si sono verificati tragicomici episodi di ostruzionismo da parte dei residenti nel tentativo di ostacolare le forze dell'ordine impegnate nella cattura di pesci grandi e piccoli della delinquenza di Forcella. Atti di vera e propria devozione popolare verso gli esponenti della malavita indigena, di cui fa parte anche il galantuomo che avrebbe afferrato per i capelli la ragazzina, parandosi e così salvando la sua tanto preziosa vita. E' utile, io credo, che questo venga ricordato per chiarire il contesto in cui s'è maturato questo orrore, a fronte dei vittimismi che ora verranno stesi come panni messi ad asciugare, tra finestra e finestra nei vicoli, tra connivenze antropologiche ed inefficienze istituzionali. Carduccio, se possibile, questa postala senza firma, non si può mai sapere.
(29.3.2004)

Il soldato ciccione e psicotico
C'è da giurarci: per il caso dei soldati americani suicidi in Iraq, assisteremo alla solita manipolazione dei dati statistici in campo clinico. Dolosa, colposa o preterintenzionale che sia, considero pericolosissima la cosa: induce distorsione nella comprensione dei fatti. Un caso esemplare del passato: la frequenza dei malati di Aids tra i gay, negli anni ottanta. Penso a tutto il ritardo che il fascino della metafora "castigo divino" procurò ad una vincente strategia nella  profilassi. Ho una simpatica collezione di ritagli di giornali di quegli anni che, indipendentemente dal midollo ideologico della penna, contenevano vistose concessioni a quella metafora, in forma di lapsus. Suggestioni? E' di quella natura il rapporto tra chi legge e chi scrive. Ricordate di quando si parlò della percentuale di suicidi nella popolazione carceraria italiana? Io forse pretendo troppo, vorrei che in voi non ci fosse neppure un briciolo di moralismo, così forse sbaglio, mi considerete repellente. Ma si dovrà pur dire che il numero dei suicidi tra i detenuti italiani è uguale a quello tra popstar americane, manager giapponesi e adolescenti scandinavi' Il che nulla toglie al fatto che le carceri italiane facciano veramente schifo, siano una vera vergogna per un paese che sbruffoneggia a fare la quinta o la sesta potenza al mondo ed è un "caso", ecc. ecc.. Ma ho l'umile parere che il senso di quella valenza statistica non potesse e non dovesse essere piegata ad un pur nobile fine, a quel modo, ancillare di una pedagogia pietistica. Lì, anche il Foglio c'è cascato, come il Messaggero di Sant'Antonio.
Vedrete che, per i soldati americani suicidi in Iraq, la stampa non potrà fare a meno di invitare a nozze Fromm, il Vietnam, De Andrè... vi risparmio la lista degli invitati, tutte anime gentili. Eppure basterebbe riflettere sul fatto che lo studio al riguardo data almeno 14 gennaio (un'AGI/AFT da Washington) e che viene cucinato solo ora dalle cucine informative di casa nostra. Epperò, quell'agenzia includeva i seguenti fatti: lo studio scientifico era stato condotto dal Pentagono, che non ne aveva tenuto celati i risultati (facilissimo per un Iraq giornalisticamente molto ambiguo); il funzionario della Difesa addetto alle questioni sanitarie, William Winkenwerder, contestualmente all'annuncio dei dati aveva precisato: "Non vediamo un trend che ci dice che c'è qualcosa in più o di diverso che potremmo fare"; aveva altresì precisato che in Iraq era operativo da tempo un sistema di monitoraggio psicologico delle truppe e che i militari considerati a rischio venivano via via rimpatriati; che i dati epidemiologici erano limitati ad una sola Arma. Di queste cose, vedrete, cosa saprà scriverci qualche piscialetto della sinistra nostrana. Scommettiamo che tirano fuori il soldato ciccione e psicotico di Full metal jacket? Vi propongo la macabra lotteria: chi lo farà per primo, uno scienziato o un umanista? Cancrini o Vattimo? Galimberti o Scalfari?
 
(Luigi Castaldi, 29.3.2004)

Dal nostro inviato in seconda all'Ergife: Tutto su Cecchi (ovvero: la ruota del Paone)   
In effetti il fatto che la prova dell’applausometro alla Convention dell’Ergife sia stata stravinta di parecchie lunghezze non da Pannella né dalla Bonino, bensì da un Alessandro Cecchi Paone in versione niciana, dà la misura di come i radicali stiano attraversando un momento davvero difficile.
A parte il solito Pecoraio Scanio, dedito unicamente a ravvivarsi l’abbronzatura accaparrandosi i fari delle telecamere presenti in sala (al punto da beccarsi un cazziatone in diretta dalla Bonino), tutti gli altri ospiti si sono cimentati fiaccamente nell’improbabile impresa di improvvisarsi pannelliani: da un Bertinotti docente di nonviolenza, ad un Violante dedito allo shopping sulla bancarella dei libri di cultura gay-libertaria, eppoi Pierferdy Casini, monsignor Bondi, fino allo stesso attesissimo Giuliano Amato, tutti (incluso quest’ultimo) prodighi di gratuite pacche sulle spalle e di inconsistenti blandizie, ma sempre rigorosamente senza alcuna proposta/offerta concreta, senza ciccia. Dalla platea solo sbadigli, giustamente.
Invece con il bel Paone , tutta un’altra musica. L’unico ad infervorare la sala, l’unico a far alzare i culi dalle sedie. Eppure, in fondo, perché? Nel suo acclamato intervento non ha fatto che sciorinare il rosario dei più ritriti luoghi comuni dell’ anticlericalismo da bar, dalla religione “causa di tutti gli odi e di tutte le guerre” alla famiglia che semplicemente “non esiste più”, senza omettere nessun classico della serie (a parte quello degli oratori crogiuolo della pedofilia, stranamente pretermesso).
Qualcuno ha malignato che il palinsesto di Radio Radicale potrebbe presto venir rivoluzionato per far spazio ad una conversazione settimanale con il conduttore della Macchina del Tempo. Il Direttore Bordin smentisce categoricamente. Chi vivrà, vedrà…

(ale tap., 29.03.04)

Dal nostro inviato all'Ergife: Tutto su Paone (Un'emozione serpeggiò)                                  
Con non poco tremulo passo ci eravamo apprestati alla soglia di questa Convention dei Radicali. Quasi sembravamo zoppi per il tremulare. Si annunciava il botto. La cosa, perversa per chi tra i Radicali è destro, squisita per chi è sinistro, doveva essere che i mistici più invischiati nelle cose di questo mondo saltassero su quello sgangherato trabiccolo dell'Ulivo. Questo, per i gonzi. Le sensibilità più fini, invece, dicevano che fosse 'paso doble'. Be', comunque un botto, no? E invece nulla, nulla, nulla. Come l'istesso nome dice, la Convention è stata momento convenzionale e conventuale. Qualche nervosismo della Bonino che per 2'18" ha impensierito Pannella, ma davvero davvero. Notavamo pensono Della Vedova: "Per farlo impensierire anch'io, ecco, mi stabilisco a Ulan Bator, comincio a studiare il mongolo, chissà!". Ma per il resto, nulla, nulla, nulla. Fatta eccezione per lui, il Paone, sì, il Cecchi, proprio lui, l'Alessandro. In un intervento dalle violacee tinte anticlericali, il Paone (in subordine, il Cecchi) ha scosso la platea e riscosso un successone. In soldoni: la Croce non è un simbolo d'amore, i single e le famiglie scassate titillano l'economia, e poco ci mancava un "porca-la-madonna!" per darci godimento da stile libero nella Nutella. Grande, il Paone! Altro che documentaruzzi sul Velociraptor e sulla sempre tragica tragedia di Pompei. S'è anche detto disponibile a dare una mano, non ha specificato quale. Be', se questi Radicali volevano sfondare il muro di silenzio in cui i media li avvolgono da decenni, adesso hanno una talpa nel sistema televisivo. Uno che, quando parla di clericarismo, le dice chiare e tonde, porco qui e porco là, facendo perfino arrossire Platinette in prima fila. Un figo!
(L.C., 28.3.2004)

Roba di gusto
Adesso non si venisse a dire che è stato un errore il non apporre, qui in Italia, il divieto ai minori di 14 anni sui truculenti effetti speciali della Passione di Mel Gibson. Si darebbe ragione ad Adel Smith, che sul Crocifisso ci vedeva un cadaverino martoriato. Lo dico da non credente, davvero non sarebbe bello. Ma si darebbe ragione anche - e questo sarebbe per me ancor meno bello - a chi continua a definire vera arte il Vangelo secondo Matteo by Pier Paolo Pasolini. Questi vorrebbe convincerci che vita, parole, opere e morte di Cristo sarebbero un'occasione - una delle tante - di metafora poetica. Chi più poeta d'un cristiano che portava la Novella in giro con alfetta grigio metallizzato? Questi vorrebbe convincerci che il dolore deve avere un altro fine oltre al riscatto, se non vuol esser trash. Che questo fine dev'essere l'arte, la loro arte. Roba di gusto, ovviamente, il loro gusto. No, per piacere. Sarà un noiosissimo polpettone antisionista, ma adesso fateglielo guardare in pace ai signori bambini - con pop corn e aranciata. E' la prole di chi fino a ieri, pur non credente, faceva il cattolico apostolico romano. Non ci venisse a dire, adesso, qualche bella e importante signora del centrodestra, che lei, quei grumi di violenza, non li fa vedere ai propri figli. Eventualmente li mette davanti a Pasolini. Non lo venisse a dire a noi che nel variegatissimo acquario del centrodestra ci siamo presi fama di pescecani mangiaprete per aver osato dire che non ci dev'essere religione di stato o di civiltà. Potremmo far notare a modo nostro, con mite sarcasmo, che pure la coerenza è un'arma buona, insieme alla Croce. Ma figuriamoci se ci permettono il sarcasmo, per quanto mite. Le belle e importanti signore, talvolta principessine, del centrodestra sono infiammate di cristianissima fede nelle interviste, ma anche loro, come le analoghe e omologhe del centrosinistra, non vogliono che la notte er pupo me se sveja e rompa er cazzo co li sogni brutti.
(Luigi Castaldi, 27.3.2004)

Cose così
Il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, al quotidiano arabo Al Hayat: "Un anno fa non c'era terrorismo in Iraq, oggi è diffuso ovunque. Ogni giorno attentati, non possiamo chiamarlo progresso". Ma il terrorismo avrebbe le ore contate, perché il simpatico burocrate ha una soluzione: "Un'équipe di esperti partirà nei prossimi giorni per Baghdad, per valutare le condizioni di future elezioni in vista del trasferimento dei poteri". Geniale, i terroristi ne saranno terrorizzati.
(Luigi Castaldi, 27.3.2004)

To smoke
  Trovo davvero sconcertante che gli oltranzisti della "pace senza se e senza ma" operino una costante mistificazione dell'art.11 della Costituzione, e senza che alcuno, tra coloro cui pur piace così com'è, s'indigni e segnali il tradimento della lettera e del senso. Ultimo esempio, in ordine di tempo: un appello della "Sinistra Ds per il Socialismo", pubblicato sull'Unità di venerdì 26 marzo. Nel titolone: "L'Italia ripudia la guerra...". Proprio così, con i puntini sospensivi. In realtà, a leggere oltre sulla Carta, l'Italia la ripudia "come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli". L'Italia, oggi, offende la libertà del popolo iracheno, o forse non la offendeva Saddam Hussein? Leggendo ancora oltre: l'Italia la ripudia anche "come strumento di risoluzione delle controversie internazionali". E quando gli altri strumenti di risoluzione si fossero dimostrati inefficaci? Cosa dovrebbe fare per risolvere un'ipotetica controversia con la Repubblica di San Marino che, armi in pugno lì lì to smoke, intendesse annettersi Rimini, Riccione e, per un vitale sbocco sul Tirreno, Capalbio? Ripudiando la guerra senza se e senza ma, cedergliele? E dove vanno più a riposarsi delle dure marce invernali i poveri pacifisti quando viene l'estate? Cuba, alla lunga, annoia.
 
(L.C., 26.3.2004)

OMNIA MUNDA MUNDIS
J. C. Maxwell è un nostro attaché che, evidentemente turbato (!) dalla verità di quanto appare nella vignetta qui sotto, provocatoriamente m'invia questa e-mail:

"Parizzi, Parizzi! Carina la vignetta propagandistica pubblicata venerdì 26 marzo su Capperi. Visto che le interessa la questione degli innocenti impiegati illegalmente nelle operazioni militari, credo non mancherà di pubblicare anche la foto che le ho mandato. E' tratta da un rapporto sull'utilizzo di civili palestinesi come scudi umani realizzato dall'organizzazione israeliana B'Tselem e disponibile sul sito di quest'ultima all'indirizzo www.btselem.org   nella sezione "publications" (immagino vorrà linkarlo). Con tanta tanta stima,  J. C. Maxwell."

Per così poco, caro Maxwell,  dove sta il problema?  Contento? (cp. 26.03.2004)


SENZA COMMENTO

...E un altro blogger irakeno, non filo-USA, scrive: <<ne valeva la pena>>
Sabato, in occasione dell’anniversario della guerra, il canale satellitare BBCworld ha trasmesso un servizio molto bello e molto ben costruito che aveva per protagonista il più celebre blogger mesopotamico, il mitico “Salam Pax”, titolare del blog “dear raed”.
Ateo, architetto, gay, “Salam” non è un blogger incline alla propaganda politica, e non lo si può certo definire filoamericano (è solito accusare gli USA di cinismo, opportunismo ed ipocrisia): il suo blog è divenuto un punto di riferimento anche per questo. E’ stato ingaggiato come collaboratore di importanti testate, e i suoi interventi sul suo blog sono diventati persino un libro, edito anche in italia (Baghdad blog, Sperling & Kupfer).
Ah, dimenticavo: dicevamo del servizio per la BBC. Gente intervistata per la strada, voci e volti non banali. “Salam” in persona appare come intervistatore e poi di tanto in tanto mentre ticchetta sul portatile, seduto davanti a una moschea. Alla fine la sua voce fuori campo tira le somme:
“Saddam è acqua passata, e questo grazie agli americani. Ne è valsa la pena? Sì, statene certi. Lo sappiamo tutti: eravamo arrivati ad un punto in cui non ci saremmo mai potuti sbarazzare di Saddam senza l’intervento straniero”.
(ale tap., 24.03.04)


Un blogger iracheno scrive ai pacifisti: <<in che mondo vivete?>>
Bagdad: "Quando ho visto le manifestazioni pacifiste che si sono svolte in numerosi paesi del mondo in occasione dell'anniversario della guerra contro Saddam, non ho potuto fare a meno di pensare: perché fanno una cosa simile?". Ali, un blogger iracheno, si rivolge ai pacifisti. Oggi Il Foglio  pubblica il suo intervento. Cliccare qui.  
(cp, 24.03.2004)

Videoconferenza inter nos
A questo blog ogni tanto vengono le smanie. Voglia di rinnovarsi, d'inventare qualcosa. Ma mica è facile. Giorni fa noi quattro ci siamo riuniti in teleconferenza e abbiamo sviscerato la questione. Gianni era dell'idea che dovevamo fare un salto di qualità, chessò mettere su un giornale. Col suo gesticolare lento e ieratico che nella finestrella di NetMeeting fa il suo bell'effetto, diceva: "Tanto lo fanno tutti. Io proporrei di partire da una fondazione, chessò qualcosa del tipo 'Democrazia intransitiva' o 'Liberalismo semideponente', arrivare in qualche modo a dei finanziamenti e bla bla bla..." Proposta bocciata, mai leccato il culo ai politici, mai bazzicato per conventicole, nessuna amicizia importante. E poi, di noi quattro, nessuno è tanto obeso e barbuto da credersi Ferrara, nè cotonato e acidulo da credersi Colombo. Carduccio ha proposto di far diventare "Capperi!" un videoblog. Ma, appena s'è capito che gli serviva ad autopromuoversi come gastronomo nelle sue ricette in diretta, abbiamo spezzato le cosce alla proposta. Certo, c'era di stuzzicante nella proposta quella possibilità di link con chat lesbo, fetish e teen che lui ci assicurava per certe conoscenze di ferro. Ma poi, alla fin fine, gli abbiamo fatto capire che non avremmo retto a lungo agli effetti speciali. Castaldi, non ne parliamo proprio, sempre lo stesso: voleva trasformare "Capperi!" in sito a pagamento, con un web-ricatto del tipo "o ci scegli o ci sciogli". In realtà, non s'è capito bene in cosa consistesse la sua proposta, ché parla oscuro e a volte non si capisce neanche lui: l'abbiamo zittito a metà di uno sproloquio di due ore, in cui ha citato un sei dozzine di capoccioni, da Euripide, il tragico, a Tonino, il suo carrozziere. Per fortuna, Ale ha avuto un'ideona: scegliere un giornale e recensirlo spietatamente tutti i giorni, fino all'ultimo pelo perineale. Voi direte: dove sta la novità? Non fa così anche Il Foglio con Repubblica e Il Giornale, non fanno così anche altri blog con Il Foglio? Sì, è vero, ma qui sta l'ideona di Ale, che ha alle spalle uno studio legale da stratosfera e che non apre bocca se la virgola non è a pennello di codice commentato: stroncare con tutta la cattiveria possibile quel giornale, ma certi al mille per mille di non incorrere in alcun reato; fargli saltare i nervi, agli stronzoni (ché abbiamo intenzione di sceglierci degli stronzoni, così, per intantissimo sfizio); provocare, se si può, qualche epilettica querela; e poi rifarci con la richiesta di danno esistenziale. Ché noi a esistenza stiamo messi mica male. Ottima proposta, no? Sì, ma che giornale? Giro di proposte: Gianni diceva il Messaggero; Carduccio con un fogliaccio della piana che neanche più ricordo il nome, adesso; Castaldi, tontolone, diceva l'Osservatore Romano ed insisteva (diceva: "Gli togliamo anche la Pietà di Michelangelo!"); Ale, che pure aveva fatto la proposta, se chiuso in un "uhmmm" del cazzo. Niente, abbiamo rinviato la decisione. Al 13 maggio. Chissà che fino ad allora non ci venga l'idea buona. Ehi, voi, se ne viene una, non lesinate.
(L. C. , 24.3.2004)

Massima del giorno
Non importa quanto sapiente sia colui che cerca di dimostrarmi che i cani hanno sette zampe, io posso solo ascoltarlo per cortesia e lottando strenuamente per non addormentarmi.
G.P.

MOLLICHINE
  Secondo Paolo Cento (Verdi), "è sempre più evidente che [per piazza Fontana] si tratta di una strage di Stato". Ora sappiamo cosa porta in giro, Andreotti, nella sua gobba.

Folena: "Berlusconi deve dare all'amministrazione Bush un ultimatum perché ceda il controllo all'Onu". Perché non comincia lui, dando un ultimatum a Berlusconi?

L'Iran congela le ispezioni dell'Onu sul nucleare. Teheran non ha dunque imparato che è pericoloso nascondere anche le armi che non si hanno?

Applicando la teoria formulata nel 1764 dal matematico inglese Thomas Bayes, lo scienziato britannico Stephen Unwin ha stabilito per Dio una probabilità d'esistenza del 67%. Più o meno la stessa probabilità di scienziati scemi.

Il compositore della musica del film The Passion sostiene che Satana gli è comparso più volte, durante il lavoro. Bisognava metterlo nei titoli di testa e magari pagarlo.

Il poeta americano Derek Walcott: <<Credo di credere in Dio>>. Io credo che creda di credere ma di fatto non crede, perché credo che, se credesse, non avrebbe l'impressione di credere ma la certezza di credere. Almeno, credo.

Hieronimus Bosch si chiamava van Aeken e cambiò il nome in Bosch in onore del paese natale, Œs-Hertogenbosch. Per fortuna non era nato a Milano.

Secondo il geriatra David Demko, Keith Richards, il 60enne chitarrista dei Rolling Stones, sarebbe dovuto morire otto anni fa. C'è gente incapace d'essere in orario.

Derby Roma-Lazio, partita sospesa. Una guerra per un pallone. Meglio la guerra di Troia.

Dopo l'aggressione a Fassino, Angius: "Nel centrosinistra serve un chiarimento politico, altro che scuse". Ma se neanche le botte gli sono chiare, che spiegazioni si crede in grado di capire?

Parmalat, Tanzi interrogato di nuovo. Visto che lo interrogano da settimane, immaginiamo stia concedendo dei bis.

Giannipardo@libero.it

YASSIN

Piccola notizia: il numero due di Hamas, Abdul Aziz Al Rantissi, mentre si trovava in mezzo alla folla scesa nelle strade di Gaza per i funerali dello sceicco Yassin, ha dichiarato che "non ci sarà vendetta, gli israeliani sanno che ormai è guerra aperta". Poche parole si prestano a più numerose considerazioni.

1.      Rantissi parlava in mezzo ad una folla composta di centinaia di persone come quelle che egli minacciava di uccidere. Solo una differenza antropologica, come quella che i nazisti facevano fra se stessi e gli ebrei, rende concepibile un simile assurdo.

2.      Egli minaccia di uccidere centinaia di persone in Israele ma difficilmente riuscirà a farlo. Al contrario Israele potrebbe già oggi, con pochissimo sforzo (un elicottero e qualche missile), uccidere quelle stesse persone che gli stanno intorno. Sarebbe un colmo d'audacia dunque, da parte di Rantissi, dire quelle cose orribili, se non fosse un colmo di stima per la civiltà d'Israele.

3.      Egli stesso sta in quella folla perché gli israeliani non permettono a se stessi d'attaccarlo lì in mezzo. In altre parole, egli si fa uno scudo della decency israeliana nel momento stesso in cui dimostra di non sapere che cosa sia, la decency.

4.      Gli stessi funerali, conditi di slogan di odio e minacce di sterminio per gli ebrei, sono una prova della tolleranza d'Israele. Essi non si potrebbero tenere in quella forma se fossero vietati. Né questo divieto sarebbe un provvedimento criminale, visto che l'Austria, quando cominciarono i moti indipendentisti italiani, vietò gli assembramenti di più di tre persone.  Andate a dire che l'Austria era uno Stato criminale.

5.      Per chi si ponesse il problema dell'efficacia del divieto, basterebbe pensare all'uso intensivo di gas lacrimogeni gettati da un elicottero o, al limite, una sventagliata di mitragliatrice. Sotto Stalin non ci furono funerali solenni di dissidenti.

6.      Rantissi parla poi di un'intensificazione dell'intifadah, e parla di guerra aperta. Questo implicherebbe che Hamas fino ad oggi non ha fatto tutto quello che poteva fare, in materia di terrorismo. Che ha risparmiato qualcuno o qualcosa: e questa è una patente bugia, fra le mille altre. Infatti, fra gli attentatori, Hamas ha usato non solo uomini ma anche donne, anche giovani, anche incinte. Ha usato adolescenti e recentemente ha tentato di sacrificare senza neppure chiedergli la sua opinione  un ragazzino di dodici anni. Per quanto riguarda le vittime, ha scelto persone che si recano al lavoro in autobus, uccidendo bambini, vecchi, donne, studenti, ogni sorta di persona. In un lontano passato l'Olp ha preso in ostaggio e minacciato d'uccidere tutti i bambini d'un asilo infantile (A Kiriat Shmonà). Che possono fare di peggio? In conclusione l'errore, nelle reazioni di Hamas, è quello di credere d'avere uno spazio di manovra. Chi ha fatto il massimo non può fare di più. E quando si sfida un nemico che ha invece ancora molte altre frecce al suo arco, bisognerebbe stare più attenti.

Giannipardo@libero.it , 23 marzo 2004

"Capperi!" riceve dalla faina e volentieri posta:
Ma come sta Bossi ? In molti se lo chiedono e non saremo certo noi a paventare conoscenze che nemmeno i fedelissimi hanno. Procediamo quindi con metodo: si trova ormai in neurologia da vari giorni quindi un danno c'è stato. Visto che Bossi è una Formula Uno della politica sappiamo bene come anche un piccolissimo danno, in una Ferrari, comprometta le prestazioni. Quali le conseguenze ? L'immediata è la paventata scissione della Lega in due tronconi: veneto e lombardo. L'altra però viene da Arcore. In una delle ultime cene del lunedì Tremonti e Letta hanno fatto presente di come il principale consulente del Cavaliere debba essere dato virtualmente per perso. Torna prepotentemente in auge la "vecchia guardia" e sempre più spesso si nota la presenza di Scajola.

A Milano la disputa per il ruolo di segretario cittadino di Forza Italia sta volgendo nettamente a favore degli uomini di Dell'Utri. Altro segnale di ritorno della "vecchia guardia".

(C.F. Kane)

Lo stomaco dell'Elefantino
"Solo della testa abbiamo disperatamente bisogno" scriveva l'Elefantino sul Foglio di lunedì. Concordiamo, il cuore fa sempre troppi guai. Ma sarà il caso, crediamo, di usare parsimonia anche con lo stomaco, che risaputamente è più vicino al cuore che alla testa. "L'assassinio mirato fa schifo" scrive oggi. Con l'azzardo di fargli schifo anche noi, vorremmo dire che, quando si elimina uno che manda per il mondo ragazzini imbottiti di esplosivo, l'assassinio mirato non fa schifo. E' cosa da fare e basta, eventualmente fa schifo sbagliare la mira.
Ci uniremmo oggi alle nausee dell'Elefantino, se le strade di Tel Aviv si fossero riempite di canti e grida e spari in aria e bandiere palestinesi in fiamme per festeggiare la morte di Shaik Ahmad Yasin, se l'elicotterista che ha fulminato quel vecchio terrorista fosse stato portato in spalla come un eroe, se alla sua famiglia fossero stati dati 25.000 dollari in premio, se qualche rabbino avesse detto che Jahveh premia questi lavoretti col paradiso. Ma questo, e lo sa anche l'Elefantino, non è lo stile di Israele. Lo stomaco può non essere scomodato.
(L.C., 23.3.2004)


Talking shop
1.
Il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, al quotidiano arabo Al Hayat: "Un anno fa non c'era terrorismo in Iraq, oggi è diffuso ovunque. Ogni giorno attentati, non possiamo chiamarlo progresso". Ma il terrorismo avrebbe le ore contate, perché il simpatico burocrate ha una soluzione: "Un'équipe di esperti partirà nei prossimi giorni per Baghdad, per valutare le condizioni di future elezioni in vista del trasferimento dei poteri". Geniale, i terroristi ne saranno terrorizzati.
 
2.
Sabato abbiamo udito la voce di chi è contrario a risolvere i problemi con l'invio di truppe armate: "E' possibile la pace per la via della ragione e del buon senso". Era scritto in un comunicato dell'Eta.

L.C., 22-03.2004

"Il Duca di Mantova" di Franco Cordelli
 Non si può avere una del tutto compiuta idea di cosa sia l'ultimo libro di Franco Cordelli, "Il Duca di Mantova" (Rizzoli 2004), se si è all'oscuro della "teoria del meme". Libro chiama libro, la "teoria del meme" è racchiusa ne "The Selfish Gene" di Richard Dawkins (Oxford University Press 1976), tradotto in Italia col titolo "Il Gene Egoista" (Mondadori, 1989): "Esempi di memi sono melodie, idee, frasi...Se un'idea fa presa, si può dire che si propaga diffondendosi di cervello in cervello... Quando si pianta un meme fertile in una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si trasforma in un veicolo per la sua propagazione, proprio come un virus".
E' Berlusconi il meme che ha parassitato Cordelli, non v'è dubbio alcuno. Tra le 213 pagine di questo che l'autore ci dice "romanzo... o note di diario...diario tematico... pamphlet... una manciata di appunti, di schizzi, di ricordi... zibaldone... tapis roulant in forma di libro... taccuino gotico..." e troppo altro ancora, si stenta a trovarne una sola che possa dimostrare inconfutabilmente salvo da quel meme almeno un sol neurone di Cordelli: l'idea, il virus di Berlusconi, ha parassitato il parassitabile. Se guardi troppo nell'abisso, si sa, diventi abisso tu stesso: Cordelli c'è cascato. Era un bel dire: "Non parlatene più, se no fate il suo gioco". Cordelli non ha ascoltato il consiglio sulla soglia fatale, è entrato, si è perso. E non si tratta della perdizione nota, la miscela triste di narcisismo e proiezione, di cui quell'intervista raccolta da Claudio Sabelli Fioretti ridava poco fa la eco stenterella: "Berlusconi è nato e vissuto solo perché io potessi scrivere questo libro" ("Sette", 29.1.2004). No, è possessione, parassitamento. Il Duca è Rigoletto, e Rigoletto è il Duca. Non è l'epifania del Doppio, è replicazione. Cordelli è Berlusconi, e Berlusconi (ahinoi!) è Cordelli.
"Il mio risentimento nei suoi confronti, per usare il più gentile dei termini di cui dispongo..." finisce per diventare scrittura "per disprezzo, per rabbia, per nausea, per schifo, per repulsione"; poi, ancora qualche resistenza ("E'... ridicolo? Cioè, è ridicola la mia passione?... E merita tanta sofferenza, o attenzione, l'oggetto della mia scrittura?"), per convincersi che la resistenza è vana, "la resistenza è cosa del passato"; un fatale cedimento, ancora ("Potrei io finire con l'amare il Duca? Tutto è possibile..."), e ancora un disperato ristare ("Debbo dunque scansarlo, debbo evitare di parlarne, di nominarlo..."); poi, la resa: "Se fossi nato prima... se fossi vissuto in un'epoca in cui il Duca non fosse ancora apparso..., io sarei diventato uno scrittore diverso, o forse sarei stato uno scrittore vero e proprio". E' una dedica. Come la geniale figata di chiamare il proprio cane Silvio, "un dalmata di sei mesi, di un vigore impressionante". Portentoso, il meme. Prima intrusivo, poi devastante.
Fin qui, il diario sotterraneo di una possessione, sotto traccia. Perché "Il Duca di Mantova", pur non valendo i 15 euro che millanta, è parecchio altro, nella forma e nella sostanza. Carnet di chi gira, frequenta, fa cose, vede gente; agenda di chi vede film, dibattendo(si); libricino nero delle frette e delle contumelie; album di cosmogonie domestiche; fors'anche, chat delle meschinelle vendette. Deh, vieni, ti sputtanerò l'editore che mi sta sul cazzo: "Il sempre allegro e tacitiano Piero Gelli, che tutto trasfigura nell'abbaglio continuo del suo mestiere di editore, l'abbaglio di chi scopre le cose, ovvero le merci". Seguimi, ti dirò d'una femmina "che, si diceva, era stata amante  di Previti. Questo fatto mi attraeva enormemente". Vieni, ti parlerò di Deanna, dagli occhi a mandorla. Ascolta, vieni, senti: una volta l'ho visto in carne ed ossa, il Duca, col maglioncino a girocollo, coi molti indizi suoi di compiaciuta ottusità.
Nel registro, se non nel timbro, la scrittura s'apparenta alla loquela sciatta, la cugina povera, la ciarla, memore pure di qualche utensile di cui reca il segno: "Quand'ero uno scrittore all'antica... misuravo ogni parola, sceglievo con cura gli aggettivi...". Ora: "Le cose andarono in modo diverso, in modo cioè normale", in modo cioè normale. La quinta si dilata, la romanza diventa romanzo, alla faccia del "cioè normale". E solo l'eccesso passionale, spavaldamente, da re o buffone (non fa differenza), ridà la cifra patognomonica del melodramma. Per Franco Cordelli - questo è il punto - il melodramma è quella pagliacciata subculturale che ci disse Gramsci e che "il principe Tomasi di Lampedusa detestava con tutte le sue forze" perché "tonitruante, smargiassa, accorata", insomma roba da televisione commerciale, forma (ancor più, epifania) berlusconiana. Da odiare, da odiare. Odia Berlusconi, odia la tv, odia gli editori, odia perfino gli scrittori. Perfino odia "quella che ancora chiamiamo sinistra... questa ultra-privilegiata, smisurata élite". Questo consente l'almanaccare, e Cordelli almanacca: "La questione morale sarebbe l'aspirazione ad un mondo più giusto, l'istintiva o meditata rivolta contro il mondo com'è". Ma, infine, poi, chi sono questo re François e questo Triboulet? Dov'è il Duca, se non la sua Mantova? Gilda, dov'è? "Gilda è perduta; quella, (...) chi può giurare che sia incolpevole?
"Chi scrive, si sa, è un cretino", ma "sempre stato fortunato. Avevo deciso di non lavorare e in effetti ci sono riuscito"  ("Sette", ibidem). Un cretino fortunato. Poi, "i ruoli si sono rovesciati. In effetti io sono un politico e lui è un facitore di romanzi. Per essere più precisi (...) le soap, le serie, gli sceneggiati, i telefilm, i romanzi a puntate, le fiction, le telenovelas, le sit-com, (...) i lungometraggi, i mediometraggi, i corti". Si salva? Non si salva. "Chi scrive, si sa, è un cretino", ma anche chi compone musica non scherza. Prendi quel Verdi, per esempio: "Se si può essere peggio del Duca, (...) Verdi lo è, il grande bugiardo, l'onnipresente consolatore". Ma sono bizzarrie di gusto, passino. Se, come dice il divino Rondolino, tutti s'improvvisano allenatori della Nazionale e recensori della Bassa, "e sempre un tanto al chilo" (Il Foglio, 11.3.2004), perché Cordelli non può fare il critico musicale? La penna c'è: "Il territorio si è deterritorializzato". Il Duca ci si impappinerebbe, peggio che sul famoso scioglilingua dell'Arcivescovo di Costantinopoli, quello che si disarcivescoviscostantinopolizza. "Ecco perché scrivo, se è una risposta. Scrivo perché non sono Berlusconi". Troppo tardi, il meme è dappertutto. Al punto da parlare attraverso Cordelli e fargli dire: "L'autore è sempre meno presentabile del suo personaggio". Ah, questo Berlusconi!
 
(Luigi Castaldi, 21.3.2004)

Sofri? No, non soffro.
Come la mettiamo? Si, come la mettiamo se, pur essendo favorevole alla grazia a Sofri,  ne ho le palle piene dei Sofriboy e dei loro lamentosi lamenti.
Ma come! Ai signori deputati è consentito soltanto prendere il "pacchetto" così come è stato confezionato ... non  votare secondo coscienza ... altrimenti viene giù il mondo.
 Al contrario, a Sofri, proprio per via della sua coscienza,  si preparano leggi per nemmeno fargliela chiedere, la grazia... e non vien giù nemmeno un granello di sabbia.
(cp, 19.03.2004)


"Va', pensiero!"
1. Ogni volta che dalle finestrelle della nostra turris eburnea, scritta su un cartiglio arrotolato in un bussolotto, che poi leghiamo alla zampetta d'un piccione viaggiatore, congediamo un'idea nostra per le sconfinate vastità del mondo - ecco, ogni volta, dovremmo esser di molto premurosi con quell'idea, deh, in fondo è nostra! Immaginare che arrivi, sì, dove vorremmo - e che ci vuole? - ma che, lì giunta, possano cucinarsi il piccione in fricassea e dell'idea farne contorno. A questo punto, immagino, avrete finito il cosciotto. Non vi piaceva il contorno? Fa nulla. Un po' di pazienza, ché arrivano frutta, dessert e, a scelta, tiramisù o amaro.
 
2. Al direttore - Posso produrle amplia e dettagliata certificazione sul fatto che molti tra i suoi più assidui e affezionati lettori, l'umile sottoscritto con essi, fossero già da un bel pezzo al punto che lei fissa nell'editoriale "Una destra cialtrona", per altre parole date e non mantenute. L'abbiamo letto mormorando: "Finalmente!"
Senza sperarci, noi l'aspettavamo e così ora non sappiamo nasconderle la gioia, anche se vorremmo provarci, perché sappiamo con quanta amara rabbia si giunge in questo punto e quanto fuori luogo possa sembrare la gioia a chi è vi appena giunto. Saremo condoglianti per un po', sappia, a fatica. Ci faccia un segno quando avrà ripreso il buon umore.
Amici dell'America e d'Israele, liberali genuini, innamorati della democrazia: hic manebimus optime. Se ci vogliono, sanno dove stiamo.
 
3. Risposta del direttore - A ciascuno la sua disillusione, prego.
 
4. Al direttore - A ciascuno la sua disillusione, ci mancherebbe altro. Ce n'è di due tipi: "disincanto" e "disinganno". Le lascio la scelta, io mi accontenterò dell'altro. Le auguro serenità.
 
(L.C., 19.3.2004)



CAZZOTTI
Un'autorevole corrente di analisti è convinta che gli attentati del terrorismo fondamentalista in occidente non siano episodi di un epocale "scontro di civiltà", ma solo effetti collaterali di uno scisma che vada consumandosi in seno alla cultura islamica. Che, dunque, non bisognerebbe esagerare con azioni ritorsive come quelle di occupare Afghanistan e Iraq, perché questo avrebbe il solo effetto di rafforzare una fazione scismatica sull'altra. Esportare la democrazia per distruggere le centrali del terrore sarebbe un rimedio peggiore del male. Può darsi, anche gli scismi consumati in occidente furono lunghi e sanguinosi, ne ricordiamo qualcosa. Rimane il fatto che noi non andavamo a rompere il cazzo agli indù o ai buddisti.
 
Stavo mettendo un po' d'ordine tra le mie carte, quando m'è capitato tra le mani il faldone di ritagli con l'etichetta "Sofri libero". Ho fatto un calcolo assai approssimativo su quanto sia stato speso in passione, intelligenza, fatica e tempo per scrivere quei sette chili di argomentazioni, appelli e miserere, a quanto pare inutili, ma sopraffini. E mi chiedevo: ma tutti questi amici, utilizzando gli stessi sette chili di passione, intelligenza, fatica e tempo, non avrebbero potuto combinare un'evasione alla grande? Immagino l'obiezione: Sofri non accetterebbe. Controbiezione: un cazzotto in testa, e via. A mali estremi, estremi rimedi.
 
(L.C., 19.3.2004)



Scoopofilia
In data 17.3.2004, tardo pomeriggio, il sito di Roberto D'Agostino  posta la notizia "Ferrara molla il Cavaliere". Si sa a cosa servano i titoli delle notizie: dall'Antico Testamento ad Eva 3000, servono ad attirare quel fessacchiotto del lettore con una sintesi disinvolta e sbrigativa. Non voglio qui annoiare quei quattro gatti che mi leggono con il mio umile parere sul perché quella notizia non vada letta a quel modo. Andiamo avanti.
Il fessacchiotto qui sottoscritto apre la pagina relativa alla notizia  e trova il testo dell'editoriale di Ferrara , che è stato anticipato dall'Ansa alle ore 18.26; è introdotto da uno spocchioso cappello, tratto da un blog  che ne ha fatto post alle 18.31; non v'è citata la fonte, né questa è riportata dalla pagina di Dapospia. Stimo Roberto D'Agostino: so che se ci fosse stato scritto "dall'Ansa", avrebbe riportato "dall'Ansa".
Non m'intrattengo: 1) sulla qualità di quel cappello, ove si legge che "Giuliano Ferrara completa lo sganciamento da Silvio Berlusconi" (più d'una analisi sembra una lettura dei fondi del caffè); 2) sul preziosismo lirico ("la cenere nascondesse un fuoco alimentato da altra la legna") che è cosa davvero degna d'incanto, tenuto conto del taglia-incolla dall'Ansa in soli cinque minuti cinque; 3) sul criptico finale ("non badate alle sole apparenze") di stile tra Lucarelli e Pecorelli.
 Mi astengo anche da un giudizio, seppur sommario, del blog in questione, in tutto banalissimo, se non in un'esilarante rivelazione: come ogni bacarozzo, il blog sogna di schiudersi in farfalla. Un quotidiano, addirittura. E già, con queste virtù deontologiche... Campa cavallo! In Italia si va dal notaio quando non si sa che fare... Ma poi, quand'anche le vendessero queste sei copie, la studiano di notte la regola del chi, come, quando, dove, come e perché? O stanno già studiando da stagisti sotto qualche scrivania? Domande che è inutile rivolgere al responsabile del blog, ché puoi aspettarti l'ammissione d'un errore da un professionista vero, mica da chi è alle prime armi con le vongole. Rimane una domanda: di che materiale bisogna farglielo il monumento allo scoop?
(L.C., 18.3.2004)



Al Zapatero

Il programma di Aznar schierava la Spagna al fianco degli Usa e dei paesi europei che si erano convinti, per tempo, che la guerra al terrorismo impone coraggiosi sacrifici e tempi lunghi; il programma di Zapatero, su quello vincente, s'illude di trattare con Al Qaida per ottenere uno statuto di garanzie sottaciute, implicite e provvisorie in cambio di un depotenziamento dell'asse atlantico. La paura del popolo spagnolo ha premiato Zapatero, incoraggiato Al Qaida, depresso l'alleanza antiterroristica, al momento. Ora, però, è oltremodo sgradevole ammettere che si è ricevuta l'investitura del potere per un maggioritario moto di paura. Così qualche lestofante cerca di convincerci che il governo Aznar sarebbe caduto perché ha mentito all'opinione pubblica. I pronostici dell'antivigilia sarebbero stati capovolti dall'indignazione morale, insomma, non dal terrore seminato tra chi ha più carne che fede. La storia non offre controprove (cosa sarebbe cambiato se Aznar avesse detto subito "è stata Al Qaida"?); così il lestofante ce lo ripeterà infinite volte, fino a convincersene, fino al prossimo attentato. Perché, se "chi ama la vita" cede una sola volta alla paura che gli incute chi "ama la morte", ha ceduto per sempre, Madrid brucerà ancora, quando la posta s'alzerà. Il lestofante è quello che Ann Coulter definirebbe traditore. Abbiamo un nemico in casa, anche noi europei. Non è il musulmano: per carità di Dio, lasciatelo in pace, odia Osama bin Laden più di quanto sia capace di odiarlo un pacifista. E' il lestofante, quel nemico. Falsificando la storia, mentre essa si fa, ci consegna alla viltà.
(L.C., 16.3.2004)





Hoy somos todos madrileños

                       

   
Rassegna stampa

Francesca Pierantozzi: «Per Finkielkraut l'Europa è vile, non sa riconoscere il male e cerca solo giustificazioni morali». Da Il Foglio
Parigi. Sul tavolo, giornali, fogli di appunti sparsi e il libro di Solzenicyn. L’attualità, la riflessione e il punto di riferimento: il lavoro di Alain Finkielkraut va avanti da anni sulla strada, spesso difficile, della critica del presente. Un presente che oggi – ammette – lo “sconvolge’’: Le bombe, le elezioni, l’Iraq. L’attualità è drammatica e appare drammaticamente confusa. Dunque meglio cercare di chiarire cominciando dal principio. 11 settembre 2001-11 marzo 2004: simmetria fatidica delle date, asimmetria tragicomica delle reazioni. “Quando l’America viene colpita dal terrorismo, gli americani rispondono. Quando l’Europa viene colpita dal terrorismo, gli europei si pentono. Il nuovo primo ministro spagnolo non ha nemmeno aspettato l’investitura ufficiale per annunciare urbi et orbi il ritiro del contingente spagnolo in Iraq. Ai terroristi che per la prima volta nella storia hanno dettato la scelta elettorale di un popolo, Zapatero ha risposto: ‘vi ho compreso’. Si è comportato in un certo senso come il loro mandante, è stato eletto dai terroristi per mettere fine alla presenza spagnola in Iraq”. Molti giornalisti europei ci dicono che gli spagnoli hanno in realtà sanzionato una manipolazione, che hanno dato una bella lezione morale al resto del mondo: Ma quale menzogna? La mattina dell’11 marzo il governo spagnolo ha creduto in buona fede che l’attentato fosse firmato dall’Eta. Esistevano forti indizi che lo lasciavano credere. L’ostinazione a indicare l’Eta come responsabile è stata forse patetica, ma il governo ha fornito praticamente in tempo reale le informazioni che contraddicevano la sua tesi. Mi sembra che a forza di vedere la manipolazione laddove c’è soltanto disordine e confusione, il disprezzo diventa impossibile: l’Eta non è più una mafia delinquente capace del peggio, ma un gruppo rivoluzionario accusato ingiustamente di un crimine abominevole. Gli spagnoli in realtà non hanno sanzionato una menzogna o una manipolazione, ma l’intervento in Iraq, ovvero l’allineamento del loro governo sulla politica americana. Hanno rifiutato di considerare il terrorismo come il nemico, e ne hanno fatto il loro signore”. Ma esiste un vero pensiero antiterrorista? “No. Ascoltiamo Zapatero. All’indomani di queste elezioni dichiara che le motivazioni della guerra in Iraq non erano credibili. E il popolo, con lui, ritiene che una guerra che non era la sua ha portato il terrorismo in casa. Qualche ora dopo apprendiamo che Abu Mussab Al Zarkaui sarebbe legato alle stragi di Madrid. Il suo nome era stato fatto il 23 febbraio dell’anno scorso da Colin Powell, che lo aveva indicato come un terrorista pericoloso con base in Iraq, quale doveva essere impedito di nuocere. Oggi possiamo rammaricarci che gli americani, nonostante l’invasione, non siano riusciti a catturarlo, ma mi sembra che gli attentati di Madrid diano ancora più credito all’intervento in Iraq. E’ incredibile lo scarto tra il comportamento reale degli europei il modo con cui lo vivono. L’Europa, titolano i giornali, è sul piede di guerra: ma non vero. L’Europa, al contrario, dice basta, ritira. Certo si faranno riunioni, si creerà una nuova burocrazia poliziesca e si riempiranno i treni di cani poliziotto per cercare valigie piene di esplosivo. Ma questa non è la lotta contro il terrorismo. Lottare contro il terrorismo è andare a cercare i terroristi. E a questo l’Europa ha rinunciato. Cosa succede se domani esplode una bomba in Francia? Il governo francese sceglierà di ritirare la legge che vieta il velo islamico nelle scuole? Assistiamo chiaramente ad una politica di appeasement. Si vuole addomesticare la bestia, quando si dovrebbe aver capito che più si cerca di accontentarla, più la bestia reclama. Dov’è finita la vigilanza degli intellettuali europei? L’Europa risponde con quella che ritiene la propria intelligenza: gli americani sono cowboy, noi siamo più raffinati, loro hanno Bush, noi abbiamo Derrida e Agamben, gente che sa andare oltre le apparenze, che quando si parla di terrorismo usa virgolette di precauzione, gente che s’interroga, che risale alle cause. E quali sono le cause del terrorismo, secondo questa intelligenza? La disperazione. E da dove viene la disperazione? Dalla dominazione dell’impero americano e dall’oppressione dei palestinesi in Israele. E così, in meno di ventiquattr’ore, il crimine commesso in Spagna è stato fatto proprio al grido di ‘Aznar, Bush assassini’. Senza contare che è molto più comodo e confortevole combattere un potere democratico – dunque impotente – che non l’idra del terrorismo islamico”. Questi significa che l’Occidente non ha più armi, nemmeno mentali, per far fronte alla minaccia? “Parlerei di europei e non di occidentali, perché è chiaro che gli americani – e in gran parte anche gli inglesi – non reagiscono nello stesso modo. L’Europa è entrata nell’era post-nazionale delle democrazie. Non abitiamo più delle nazioni, ma delle società. E ciò che caratterizza le società è la vita come bene supremo. La società si definisce attraverso la manutenzione del processo vitale. In questo contesto la pace diventa l’obiettivo supremo, non in quanto obiettivo politico di mutuo riconoscimento, ma in quanto ‘sicurezza’. La pace nel senso di ‘lasciateci in pace’, ‘fateci stare tranquilli’. Sono stato colpito dal fatto che praticamente nessuno, in Spagna o in Europa, ha fatto il minimo paragone tra gli autobus israeliani polverizzati e i vagoni sventrati di Madrid. Questo perché per la maggioranza degli europei gli israeliani se la sono cercata: gli israeliani sono colpevoli, mentre gli europei proclamano la loro innocenza. L’Europa ‘intelligente’ è quella che cerca le cause, e la causa prima del male è il conflitto israelo-palestinese, che alcuni assimilano – è il caso di Edgar Morin – a un cancro che produce metastasi. Ho l’impressione che l’Europa nutra un grande sogno di chemioterapia politica. La maggioranza dell’opinione pubblica sembra subire le decisioni politiche delle classi dirigenti. L’Europa si chiede: ma cosa ho fatto per meritare tutto questo? Certo, noi abbiamo colonizzato, noi viviamo nel lusso, mentre ‘loro’ vivono nella miseria. E’ uno strano miscuglio di inerzia e coscienza sporca che rischia di trasformarsi nella giustificazione morale di una viltà di cui l’Europa ha mostrato svariati esempi nella storia recente”. Usciamo allora sconfitti dal famigerato “scontro di civiltà”? “Io esiterei a impiegare questa figura. L’Islam non è certo una religione di pace, prevede il jihad, che non soltanto una lotta contro se stessi. Tuttavia l’Islam non è le bombe, non è le stragi di Madrid, non è l’11 settembre. Tra bin Laden, al Qaida e l’Islam esiste una differenza. Ritengo semplicemente che non sia ancora arrivato il tempo delle spiegazioni. Dobbiamo accettare di trovarci davanti qualcosa che è il male. E uso questo termine a ragion veduta, perché il male è il termine cui si ricorre quando mancano i concetti, le spiegazioni. Il male è irriducibile al principio di causalità. C’è, e non sappiamo perché. Nonostante tutti i libri, non siamo riusciti a spiegare Hitler. Anche il terrorismo oggi è un fenomeno irriducibile a una spiegazione: non è l’Islam, non è la disperazione. E’ la capacità di uccidere senza limiti. E a questa capacità occorre trovare risposte diverse di quelle che propone l’Unione europea”.

-Emanuele Ottolenghi: "Pagando il pizzo ad al Qaida non illudiamoci che ci lasci in pace", Il Foglio
<<Il terrorismo colpisce a casaccio, ma la sua logica non è casuale. C’è nell’attacco di giovedì scorso il freddo calcolo di influenzare il voto, cosa pienamente riuscita. Al Qaida aveva annunciato questa strategia sin dall’anno scorso, in un libro circolato su siti islamici radicali. Nel testo, disponibile sul sito www.e-prism.org, si discute a lungo della Spagna come il punto debole dell’alleanza “crociata”. Il libro sostiene come la posizione del governo spagnolo possa cambiare a causa della forte opposizione popolare alla guerra e alla presenza di truppe spagnole sul suolo iracheno. Tre elementi emergono: il numero di attacchi necessari a spostare l’opinione pubblica, la possibilità che i socialisti vincano le elezioni, e la centralità quindi del voto del 14 marzo. Chi scrive capisce benissimo i sentimenti degli europei, intuisce come l’uso della violenza possa essere calibrato, nei modi e nei tempi, per influenzare le elezioni, e ne fa conseguente uso, colpendo ripetutamente obbiettivi spagnoli in Iraq e Marocco, e infine a Madrid alla vigilia del voto. La logica è ferrea: mostra lucidità di pensiero e piena comprensione della nostra mentalità. Al Qaida ha vinto le elezioni di domenica: come previsto dai terroristi, i socialisti spagnoli cedono al loro ricatto annunciando il ritiro delle truppe. Nulla di più logico e razionale. Il nemico dell’Occidente ne comprende benissimo la psicologia, la studia e ne cerca i
punti deboli, che utilizza a suo vantaggio. Tanti hanno detto del coraggio degli spagnoli scesi in piazza a manifestare. Ma quelle mani alzate in segno di resa, con i palmi dipinti di bianco come una bandiera, non danno una sensazione di coraggio: fanno pensare che se Madrid l’11 marzo era come Manhattan l’11 settembre, Madrid il 14 marzo è come Monaco nel 1938. Peggio anzi, perché a Madrid la resa è stata decretata per volontà del popolo sovrano.
Il voto è sintomo di un profondo problema europeo. Esso esprime l’illusione che, cedendo al ricatto morale del terrore, si venga lasciati in pace. Chi ha votato socialista domenica non vuole rinunciare a prosperità e a spensieratezza, non vuole doversi sottoporre a ore di controlli all’aeroporto ogni volta che va per il fine settimana in Costa Brava, non vuole dirottare risorse dalla sanità alla difesa, non vuole ritornare alla leva obbligatoria, dove i ventenni occasionalmente muoiono a difesa della patria, non vuole pagare il prezzo di un’efficace guerra al terrorismo. Vuole restare indifferente nel suo pacifico edonismo, convinto che i problemi del mondo si risolvano con la diplomazia, che essi non esistano, che non lo sfiorino o che siano sempre e solo frutto di manipolazioni di oscuri poteri avidi di petrolio ed egemonia. Ma votando come voleva al Qaida, al Qaida non andrà via. E’ come se pagando il pizzo alla mafia, il commerciante potesse essere lasciato in pace, senza ulteriori esose e maramalde vessazioni, come se la strage sui treni sia attribuibile, in una logica perversa la cui psicologia al Qaida capisce benissimo, non ai terroristi ma a chi il terrorismo vuole combattere senza compromessi. Causa confusa con effetto. Al Qaida crede di poter causare un effetto domino, rimuovendo la Spagna dall’equazione, perché l’uscita della Spagna creerebbe un precedente per l’Italia e isolerebbe infine Tony Blair. Tutto scritto, ma pochi finora si sono dati la briga di leggere. E sta qui il vero problema. Al Qaida comprende la nostra psicologia e spiega la propria strategia in maniera limpida e trasparente, sicura che non presteremo attenzione. Se gli spagnoli non riescono a vedere il pericolo e credono che una politica di appeasement li metterà al riparo dal terrorismo, questo lo si deve in parte al fatto che dall’11 settembre poco si è fatto in Europa per spiegare, candidamente e onestamente, in che mondo viviamo. Per sconfiggere il  nemico, occorre conoscerlo e comprenderne il paradigma culturale e intellettuale all’interno del quale si muove. In questo l’Europa arranca. Non capendo la vera natura del nemico, non capisce che ci troviamo nel mezzo di una guerra epocale, una nuova Guerra fredda caratterizzata dal terrorismo invece che dallo spettro dell’olocausto nucleare. Quando nel 1938 Chamberlain tornò da Monaco promettendo “la pace nei nostrin giorni”, Churchill, che non gli credeva, fu deriso e ignorato, come oggi chi tardivamente chiede agli europei in partenza per il weekend di rendersi conto della situazione. Churchill non prometteva nulla di buono, perché aveva il coraggio di guardare il male del nazismo in faccia capendone natura e intenzioni. L’Europa oggi non ha quel coraggio. E’ ora di dire la verità in tutto il suo orrore. Solo mettendo a nudo la realtà che ci circonda si può risvegliare la coscienza assopita del vecchio continente; solo informando chiaramente il pubblico della sfida che ci confronta; solo avendo il coraggio e l’onestà di chiamarla per nome; solo osando dire quanto nessuno vuol sentirsi dire, si può sperare di cambiare il corso degli eventi. Illudersi non farà altro che prolungare la guerra, rendere la vittoria più sfuggente e il prezzo da pagare per raggiungerla infinitamente più doloroso. Churchill, nell’ora più tragica della storia d’Europa, ebbe il coraggio di promettere alla sua gente null’altro che “sangue, sudore e lacrime”. Nessuno si illuda. Ci sarà altro sangue, e altre lacrime saranno versate. Dirlo con coraggio e serenità non guasterebbe.>>

- Angelo Panebianco: "Madrid 2004 o Monaco 1938?", dal Corriere della Sera
  <<Lo spirito di Monaco soffia sull’Europa. C’è il rischio che l’Europa democratica, come fece nel ’ 38 nei riguardi di Hitler, commetta di nuovo l’errore di mandare messaggi sbagliati, di  appeasement, di arrendevolezza, nei confronti dei nemici della nostra civiltà.
Per questo, la prima dichiarazione del vincitore delle elezioni spagnole, il socialista Zapatero ( « ci ritireremo dall’Iraq entro il 30 giugno » ) è, spiace dirlo, infausta, è uno di quei messaggi « sbagliati » . Nel documento del gruppo saudita legato ad Al Qaeda, diffuso alla fine del 2003 ed esaminato da Magdi Allam sul Corriere di ieri, era stato tutto previsto: « Noi riteniamo — scrissero i terroristi — che il governo spagnolo non sopporterà che due o tre attacchi al massimo prima di essere costretto a ritirarsi sotto la pressione popolare. Se non lo dovesse fare, la vittoria del partito socialista sarà pressoché certa e il ritiro dall’Iraq sarà una delle sue priorità » .
Due errori l’Europa dovrebbe massimamente evitare. Il primo è quello di dare ai terroristi la sensazione che la strategia del massacro sia pagante, in grado di ottenere tutti i risultati che di volta in volta si prefiggono ( oggi il ritiro dall’Iraq, domani chissà cosa altro). Il secondo errore è quello di non controbattere con sufficiente forza la tesi di chi in Europa va dicendo che l’unica vera causa dell’ultima ondata di attacchi terroristici sia la guerra in Iraq. Il primo errore non fa che accrescere ancor più le già altissime probabilità di nuovi attentati. Il secondo errore permette a tante persone in buona fede di cullarsi nell’illusione che basterebbe ritirarsi dall’Iraq per garantirsi la pace, la fine della guerra scatenata dal terrorismo islamico contro l’Occidente.
A tutti costoro va ricordato che la guerra è iniziata con gli attacchi dell’ 11 settembre del 2001 ed è continuata poi con molti attentati in varie parti del mondo anche dopo quella data ( e prima che ci fosse l’intervento anglo- americano in Iraq). I critici di quell’intervento possono benissimo continuare ad esserlo sostenendo che esso non ha contribuito a « fermare » il terrorismo ma non possono avallare la tesi secondo cui la guerra in Iraq sarebbe la vera, unica causa dell’aggressione terroristica all’Occidente. Basta avere ascoltato i messaggi di Bin Laden per sapere che non è così.
I due errori suddetti possono contribuire a disarmare l’Europa, spingerla a fare ciò che essa, razionalmente, di certo non vuole fare: diventare prona al ricatto terroristico. Ogni Paese europeo deve fare la sua parte e auguriamoci che la tragedia spagnola spinga l’Unione verso una vera politica comune di lotta al terrorismo. Per quanto riguarda poi il nostro Paese speriamo che la maggioranza non tentenni. E che l’opposizione riformista sappia resistere alla pressione di coloro che, sull’onda delle elezioni spagnole, inneggiano oggi al socialista Zapatero, ne fanno il loro campione ( contro Tony Blair, prima di tutto, ossia contro quella parte della sinistra al potere in Europa che non intende spostarsi dalla linea della fermezza). Anche chi era contrario all’intervento in Iraq ha un interesse vitale a superare il grande equivoco del « pacifismo » per come viene declinato in questo momento in Italia.
Coloro che sfileranno nella manifestazione « pacifista » di sabato 20 marzo, chiedendo il ritiro del contingente italiano dall’Iraq, hanno come nemico prioritario gli americani, non il terrorismo islamico. Essi, come tanti altri gruppi che la pensano allo stesso modo in Europa, hanno tutti i diritti di manifestare per le loro idee.
Ma l’Europa e l’Italia che non vogliono una nuova Monaco hanno il dovere di non mescolarsi con loro.>>

L'intelligenza del "Monde"
Le Monde del 12 marzo ha scoperto che il terrorismo islamico non è diretto esclusivamente agli Stati Uniti, che l'Europa deve ammettere d'essere in pericolo, perché è stata dichiarata una guerra al modus vivendi occidentale.
Per arrivare a questa conclusione, sono stati necessari duecento morti a Madrid. Per fortuna quel giornale non tenta di capire una pagina di Nietzsche o Kant. In quel caso dovrebbe scoppiare una Terza Guerra Mondiale.
Gianni Pardo

"Capperi!" ha faine d'informatori in innominabili salotti e ne riceve periodicamente le perle, di cui va ghiotto come un porco. Questa è la terza velina:
Se qualcuno dovesse chiedersi chi è stato fattivamente uno dei principali artefici dell'insediamento di Montezemolo ai vertici di Confindustria non potrebbe che giungere all'identificazione del possessore di una elaboratissima carta da lettera recante un sigillo complicato quanto anacronistico dove le lettere "G", "E", "V" si intrecciano quasi a rendersi illeggibili in un coacervo di linee di generose dimensioni posto proprio al centro del foglio. Il possessore di tale carta da lettera risponde al nome di Giancarlo Elia Valori, il reale tessitore - per conto di alcuni - dell'approdo morbido del presidente della Ferrari a Viale dell'Astronomia.
La riunione a casa Prodi, subito dopo la fine del congresso della Margherita a Rimini, ha senza dubbio colto nel segno della sua valenza simbolica. Infatti a Rutelli questo "omaggio" non è piaciuto affatto; soprattutto non è piaciuto il "suggerimento" che Prodi ha dato all'appena confermato presidente della Margherita: stare in stretto contatto con lui per concordare le linee politiche. Una vera e propria diminutio che Rutelli probabilmente non si aspettava in termini così netti. Inoltre il grande tema che non è emerso dalle relazioni dei congressisti, ma che è latente nel Centrosinsitra, è quello dell'insofferenza della Margherita per ogni frammistione coi DS. Il Triciclo "tira" secondo ogni sondaggio ma alla Margherita non piace affatto diluirsi, anzi è questo, secondo molti, il momento di acquisire identità centrista per strappare voti a Forza Italia. La Lista Unitaria è destinata a durare solo per le Europee ?
(C.F.Kane)

IL VOTO SPAGNOLO
La Spagna, negli ultimi otto anni, sotto la guida di Aznar, ha fatto grandissimi progressi. In una parola, meglio di tutti gli altri in Europa.  La previsione di una vittoria del Partido Popular era dunque facile. Tuttavia ha vinto il Partido Socialista Obrero Español, non diversamente da come, dopo che Churchill ebbe vinto la Seconda Guerra Mondiale, gli inglesi lo ringraziarono mandandolo a casa ed eleggendo l'incolore Attlee. La gratitudine in politica non sempre è la regola.

Nel caso spagnolo però può darsi che abbiano influito gli attentati dell'11 marzo. Se sarà confermata la pista islamica, si vedrebbe che è stato scelto un giorno che cade esattamente due anni e sei mesi dopo l'undici settembre 2001 e tre giorni prima delle elezioni in un paese in cui la maggior parte della popolazione si è dichiarata contro la presenza di soldati spagnoli in Iraq. È come se i terroristi islamici avessero detto: "gli autori siamo noi" (vedi l'anniversario dell'attentato americano) e "vi invitiamo a votare per un governo che non sia alleato degli Stati Uniti, diversamente vi colpiremo in questo modo". La reazione degli spagnoli si è vista: rimane solo il problema del giudizio che se ne può dare.

In questo campo, il maestro dei maestri è Tucidide. Nessuno meglio di lui ha illustrato i vantaggi che ad un paese possono venire dall'alleanza con l'uno o l'altro paese, o dalla neutralità. E nessuno meglio di lui ha illustrato come, da una qualunque di queste decisioni, possano derivare i più grandi vantaggi o i più grandi mali.

Quasi per istinto, l'uomo d'onore è portato a non cedere alle minacce. Paradigmatico, in questo campo, è il comportamento del Regno Unito che, pure in presenza di offerte di appeasement de parte di Hitler, che reputava gli inglesi ariani e germanici come i tedeschi, rifiutò ogni accomodamento ed ogni vassallaggio nei confronti della Germania. Ne seppe qualcosa Rudolf Hess. Ne conseguì la completa sconfitta del nazismo e il momento più glorioso della storia inglese: ma era sicuro che finisse così? Se gli scienziati tedeschi fossero riusciti a creare la bomba atomica, anche nel 1944, chi avrebbe vinto la guerra? E in quale condizione si sarebbe trovato un Regno Unito sconfitto ed umiliato, in mano ad una Germania vendicativa e guidata da un pazzo criminale? Tutti gli storici avrebbero biasimato chi, a suo tempo, aveva rifiutato una pace dopo tutto non troppo svantaggiosa. Si trattava solo di lasciare l'Europa al suo destino e tollerare l'egemonia tedesca sul Continente.

Leggendo Tucidide sicuramente si troverebbero esempi in cui chi si è arreso senza combattere per evitare mali gravissimi è andato incontro a mali ancora peggiori di quelli temuti. Non esistono parametri assoluti di cui ci si possa fidare. Il pacifismo ad ogni costo è sicuramente una sciocchezza ma anche l'atteggiamento di chi è pronto a morire per il proprio onore e per la propria libertà non sempre è pagante. Si può dunque tornare al punto di partenza: gli spagnoli hanno avuto un riflesso di vigliaccheria o hanno adottato una decisione saggia? Chi può dirlo?

Tucidide faceva osservare che chi si difende con troppo accanimento può indurre il vincitore a vendicarsi delle perdite subite sterminando i pochi sopravvissuti. Tuttavia la prospettiva d'una resistenza estrema può scoraggiare l'aggressore: questi infatti, quale che sia la punizione inflitta ai vinti superstiti, si può rendere conto che il prezzo della vittoria sarebbe troppo alto. Tucidide però, nel mettere in bocca questi ragionamenti agli ambasciatori, si dimostrava profondamente greco. Prendeva in considerazione vittoria e sconfitta, morte e trionfo da un punto di vista strettamente razionale. Economico, quasi. Vi conviene fare così e non così. Invece, nell'epoca contemporanea, è inutile cercare l'appeasement con chi conduce una guerra ideologica e non vuole la sconfitta dell'avversario, ma l'eliminazione fisica del nemico o la sua riduzione in schiavitù. Queste erano le due opzioni di Hitler: la morte per gli ebrei, la schiavitù per gli slavi. In questo caso si capisce l'insurrezione del ghetto di Varsavia. Se proprio bisognava morire, tanto valeva morire con le armi in pugno ed infliggendo il massimo danno al nemico.

Per scegliere, fra le molte legittime opinioni, la reazione da avere nei confronti del terrorismo islamico, si deve prendere in considerazione non chi è minacciato ma chi minaccia. Gli integralisti islamici e la loro propaggine terroristica hanno manifestato, nei confronti degli ebrei e nei confronti degli occidentali le stesse reazioni che Hitler manifestava contro gli ebrei e contro gli slavi. Essi non cercano l'appeasement, e neanche un trattato di pace più favorevole a loro. Per essi i loro nemici sono dei Satana e a Satana non bisogna certo lasciare un suo territorio e un suo potere. Essi non si sono limitati ad ammazzare qualche turista in Egitto, hanno attaccato New York, sede di un modello di vita che essi vorrebbero cancellare dalla faccia della Terra. A questo punto la reazione spagnola potrebbe rivelarsi un errore.

Questi assassini non ce l'hanno specificamente con chi parla inglese. Ce l'hanno con chi non si inchina cinque volte al giorno in direzione della Mecca. Se sono disposti a questo, gli spagnoli hanno votato bene.

Giannipardo@libero.it, 15 marzo 2004

…AND THE WINNER IS:
Checché se ne dica, le elezioni politiche tenutesi ieri in Spagna sono state vinte dai terroristi.
La carneficina terroristica dell’11 marzo, astutamente perpetrata alla vigilia del voto, ha stravolto tutte le previsioni e, a sorpresa, ha assegnato la vittoria ai socialisti dichiaratamente propensi al disimpegno “pacifista” (e, fino a tre giorni fa, già rassegnati a passare la terza legislatura consecutiva all’opposizione). Non solo: Esquerra Republicana, il partito nazionalista catalano il cui segretario aveva incontrato rappresentanti dell’ETA per accordarsi su una tregua nella sola Catalogna, è schizzato da uno a otto seggi.
Se si fosse trattato di una semplice espressione di diffuso dissenso verso la partecipazione della Spagna alla guerra angloamericana in Iraq, essa si sarebbe manifestata ben prima; invece, tutti sondaggi demoscopici davano per certa la vittoria del PP di Aznar: la reazione è stata quindi solo posteriore agli attentati.
Ora Zapatero annuncia che le truppe spagnole in Iraq saranno fatte tornare, “se non ci sono novita' da qui al 30 giugno”.

(ale tap., 15.03.04)

Le vittime in qualche misura sono i veri colpevoli
"Non odio l'America, odio l'amministrazione Bush". "Non sono antisionista, odio Sharon". "Innocenti le vittime di Nassyriah e di Madrid: i colpevoli sono Berlusconi e Aznar". Lo storico che proverà, tra cinquant'anni o cento, a mettere un po' d'ordine tra le parole a vanvera di quest'inizio millennio s'imbatterà più volte, indifferentemente usata dai pacifisti e dai terroristi, in questa singolare mostruosità concettuale: il terrore che percorre il mondo dall'11 settembre 2001 non è dovuto ai terroristi, sono le vittime in qualche misura ad essere i veri colpevoli. Paradossale? Tra cinquant'anni o cento.
Nella sua emeroteca digitale quello storico leggerà: "I morti di Piccadilly Circus li ha voluti Blair". O ancora: "Se il governo di Junichiro Koizumi non avesse mandato truppe in Iraq, non ci sarebbe stata la strage all'aeroporto Narita di Tokyo". Non potrà che scrollare il capo di fronte a quel paradosso, tra cinquant'anni o cento. Le vittime in qualche misura sono i veri colpevoli: che la World Democracy Organization abbia definitivamente sgominato Al Qaida o che una moschea svetti sulle macerie della Basilica di S. Pietro, non potrà che scrollare il capo, lo storico.
Di fronte ad una pagina sulla quale avrà precedentemente dimenticato di appuntare il nome dell'autore si chiederà: "Chi l'ha scritta, accidenti? Salumain Abu Ghaith, portavoce di Osama Bin Laden, o Ariel Dorfmann, scrittore cileno di sinistra?" Su quella pagina, intitolata "Lettera all'America", ci sarà scritto: "Il panico ti ha sempre guidata su un sentiero di violenza da cui è difficile tornare indietro; e gli uomini ai posti di comando non si sono preoccupati di mandarti allo sbaraglio nel mondo. Ma non è colpa esclusiva di coloro che ti hanno mal governata. Essi possono soltanto fare ciò che tu hai consentito loro di fare; hanno risposto, quegli uomini, ad alcuni dei tuoi più profondi desideri".
Le vittime in qualche misura sono i veri colpevoli, lo pensavano sia i terroristi che i pacifisti, lo pensavano sia Salumain Abu Ghaith che Ariel Dorfmann. Mica facile rispondere, tra cinquant'anni o cento. Che la World Democracy Organization abbia definitivamente sgominato Al Qaida o che una moschea svetti sulle macerie della Basilica di S. Pietro, conviene fin d'oggi appuntare il nome dell'autore su ogni parola a vanvera. Di scrollare il capo non ci può esser voglia né tempo.

 (Luigi Castaldi, 14.3.2004)

Massima del giorno
Una delle massime ambizioni degli orgogliosi è d'essere una persona di cui è facilissimo liberarsi. Addirittura inducendo negli altri il sospetto d'averle fatto un favore.
G.P.

              Cremona, 13.03.2004,  CENA LAICA e ANTICLERICALE                              
                                                           
       


MOLLICHINE
L'Economist ha pubblicato una falsa lettera di Bernardo Provenzano per dare addosso a Berlusconi. Quel  giornale è caduto così in basso che, per farsi credere, si firma Provenzano.

Violante accusa la sinistra francese di sostenere una battaglia «infondata e sbagliata» sul caso di Cesare Battisti. So perfettamente d'avere sostenuto prima di lui una tesi analoga. Sono preoccupatissimo.

Ciampi ha parlato di Anita Garibaldi come di un modello d'eroina e di madre. Anita abbandonò cinque figli e marito per fuggire con Garibaldi. Sarà dunque un modello per gli uomini innamorati di donne sposate.

Ciampi alle donne: "Fatevi valere, siete maggioranza" e occupate posti di comando. Da decenni è libero quello di "Presidente della Repubblica Taciturno".

L'Istat: le donne sono più istruite degli uomini ma ricevono stipendi più bassi. Non potendo essere povero perché donna, ne deduco che sono istruito.

L'Iraq ha una Costituzione provvisoria che il "manifesto" giudica un pezzo di carta. Quel foglio è invece un marmoreo monumento del diritto.

Il presidente sudcoreano Roh, accusato d'aver violato le regole elettorali appoggiando il partito Uri, rischia l'impeachment. Scalfaro ha la fortuna di non avere gli occhi a mandorla.

L'Unità si pone un problema: "Come sbarazzarsi di Bush". Negli Stati Uniti si pensa al voto, in questi casi. In altri paesi, cari all'Unità, a volte si pensò a piccozze in testa.

L'Annunziata, per dimostrare l'invadenza di Berlusconi, ha messo nei minuti televisivi che lo riguardano anche quelli in cui si parla di lui. Magari male. Berlusconi dovrebbe vietare i commenti sulle sue parole e sul suo operato?

Bce: "L'andamento economico sfavorevole potrebbe provocare in Italia il superamento del limite del 3 per cento nel rapporto tra deficit e pil, quest'anno o il prossimo". È invece immediatamente che Tremonti fa un gesto irriferibile.

La Ue boccia il ponte sullo Stretto: "E‚ necessaria un'ulteriore valutazione ambientale e un'analisi costi-benefici". Analisi che sarebbe gradita anche sull'Ue.

 Secondo Paolo Cento (Verdi), "è sempre più evidente che [per piazza Fontana]si tratta di una strage di Stato". Ora sappiamo cosa porta in giro, Andreotti, nella sua gobba: dinamite.

Due sorelle lavandaie irachene uccise a Bassora. Lavoravano per gli americani. Abbasso l'America. E abbasso la pulizia.

G.P. 13/03/2004


LEO SAPIENS
(Strage a Madrid)

Se ci si trova fuori casa senza ombrello e comincia a piovere ci si bagna. Ovviamente è umano imprecare sott ovoce, in questi casi. Cercare un riparo. Ripensare al fatto che nostra moglie ci aveva pur consigliato di prenderlo, l'ombrello. Tutto, salvo fare un serio processo al tempo: infatti se piove non piove né per farci piacere né per farci dispetto.

Se viceversa un vicino di casa ci rovescia addosso dal suo balcone una secchiata d'acqua le cose sono ben diverse. In casi simili, a volte, la cronaca ci dice che si è arrivati all'omicidio. Tutto questo illustra la distinzione giuridica fra fatti ed atti. La pioggia è un fatto, la secchiata, essendo il risultato di una volontà umana, è un atto. I fatti sono un dato, gli atti dei esseri umani sono significativi e implicano una responsabilità personale.

Il terrorismo dovrebbe essere un atto. Il risultato è infatti il frutto di un‚intenzione e tende ad ottenere un risultato. Il terrorismo irlandese tendeva all'incorporazione dell'Ulster nell'Eire, quello basco all'indipendenza. Ma la strage della stazione di Bologna (agosto 1980) è stata un atto o un fatto? Quand'anche se ne incarcerassero gli esecutori, dal momento che non è stato mai rivendicato quell'attentato non ha costituito  né un avvertimento, né una richiesta né una punizione. L'Italia non ha mai saputo che cosa avrebbe dovuto dedurne. Questo ha trasformato quelle morti quasi in morti naturali. Pioggia, non secchiata d'acqua. Pioggia nel senso che un attentato terroristico non rivendicato e non inserito in una campagna tendente ad un chiaro risultato  si trasforma da atto in fatto. Diviene la conseguenza della cieca ferocia umana; della follia omicida dei frustrati odiatori dell'umanità; della complessità della civiltà tecnologica che agisce da moltiplicatore degli effetti negativi di certi comportamenti.

Ecco perché l'attentato di Madrid, fino ad ora, è insignificante. È inutile stare a discutere dei possibili colpevoli. Si tratta certo di un'organizzazione, visto che una sola persona non potrebbe provocare una strage del genere. Si tratta certo di assassini inqualificabili, di veri pendagli da forca. Ma tutto questo non prova che si tratti di A piuttosto che di B, che l'attentato abbia questo o quel significato politico. Esso è politicamente nullo. Prova solo che la follia umana, incentivata da una prolungata stagione di pace e nostalgica dei massacri di guerra, è capace di tutto. Soprattutto capace di spingerci a stimare i leoni, che non uccidono mai inutilmente. Noi chiamiamo loro feroci e l‚homo sapiens: forse dovremmo riformare il dizionario.

Giannipardo@libero.it, 13 marzo 2004

CIAMPI
Carlo Azeglio Ciampi è un signore di oltre ottant'anni che è stato Governatore della Banca d'Italia, Presidente del Consiglio ed è oggi Presidente della Repubblica (PdR). È dunque più che lecito azzardare che non sia uno sciocco anche se la carica lo costringe <<in quanto rappresentante dell'intera nazione>> a dire delle ovvietà. Infatti solo le ovvietà trovano tutti consenzienti. La conseguenza è che chiunque al suo posto dovrebbe parlare il meno possibile. Innanzi tutto si rischia di esprimere concetti assurdamente retorici e verità di La Palisse. E dunque di passare per stupidi. Poi si rischia di non dire semplici ovvietà, scontentando una parte del Paese. Infine, pur dicendo ovvietà, si rischia ancora che, per via d'interpretazione, qualcuno distorca ciò che si è detto per usarlo contro i propri nemici politici. Coinvolgendo una carica che si voleva super partes.

Il vero problema, tuttavia, è un altro. Mentre combattono contro il nemico, tutti sono convinti d'avere ragione. Ma anche il nemico, da parte sua, è convinto d'avere ragione e questo fa sì che tutti sogniamo un potere superiore che dia ragione a noi e torto al nostro avversario. Esattamente come i bambini che, quando litigano, hanno tendenza a ricorrere agli adulti, perché facciano da arbitri.

Nelle controversie private, questo "adulto" arbitro è il giudice. Nella vita politica questo arbitro non c'è e l'unica istituzione che fa pensare ad un adulto super partes è, a parte la Corte Costituzionale, il PdR. Ecco perché c'è la tendenza a mitizzare l'imparzialità dei magistrati e del Presidente: non perché chi ha avuto a che fare con loro ne abbia ricavato chissà che stima, ma perché si ha un tale bisogno di certezza, di giustizia, d'onestà che, non potendo aspettare la giustizia divina, si ripongono tutte le speranze nelle strutture disponibili. L'autorevolezza dei magistrati e del PdR non deriva dalle loro qualità o dall'eccellenza del loro comportamento, ma dal bisogno che ha il popolo di avere qualcuno da stimare e in cui sperare. Iin Italia il caso più significativo, in questo campo, è stato quello di Sandro Pertini.

Questo fenomeno eterno ha avuto la sua massima espressione nella monarchia assoluta. Dal momento che il re era, per definizione, super partes, e, sempre per definizione, disinteressato alle controversie private, si tendeva a dipingerlo come un modello di virtù. Non poteva che dire cose giuste, fare cose oneste, essere il presidio della morale. Aggiungendo a questa convinzione più o meno sincera l'interesse all'adulazione, naturale in presenza di un grande potere, si arrivava a dipingere come un superuomo un ometto qualunque, a volte addirittura un criminale. Ma, per consenso comune, finché era sul trono del criminale non si diceva che bene.

La stessa cosa avviene in Italia, anche se è una democrazia. E non per paura, come una volta: semplicemente perché gli uomini hanno bisogno di credere, di stimare, d'inchinarsi. Di adulare. Oggi il PdR non può dire una cosa qualunque senza che i telegiornali la riportino, come fosse stata detta da Mosè disceso dal Sinai. Col risultato di renderlo fastidioso, quando non ridicolo. Nessuno mai osa ricordare che Ciampi, ostinandosi a mantenere un assurdo livello della lira, provocò un immane danno alle riserve dell'Italia. Tutti possiamo sbagliare, è vero. Ma allora bisogna smetterla di presentare questo Presidente come un patriarca infallibile, le cui parole sono tutte d'oro.

Ma non è colpa sua. È colpa di chi, incapace di risolvere la questione fra ragazzi, chiama lo zio, il parroco, qualcuno che "dica diritto". Dimostrando così che l'intero paese è, per certi versi, popolato da immaturi. Di cuore monarchico.

 Giannipardo@libero.it

La voce che parla a don Gianni
Ogni tanto due bravi, lo scettico pien di sussiego ed il materialista beffardo, si appostano ad un tratto della stradicciola lungo la quale solitamente vien don Gianni, in una mano reggendo il breviario, nell'altra la cintola dei pantaloni. Lo aspettano, come in un agguato, per chiedergli in una burbera celia che sa di tormento e sfida: "Ripeti, se n'hai ardimento: tu senti voci?" Lui n'ha e, fiero e mite in una, ammette: "Sì, le sento". Don Gianni ha un cuor di leone, non è mica un vaso di coccio.
Stavolta il bravo era uno solo, quel Sabelli Fioretti che è davvero bravo. In un punto di Sette, frazione di Corsera, ha atteso il nostro prete e gli ha chiesto: "Che voce era?" E quello a lui: "Una voce mentale che mi parlava dentro" (Sette, n.11/2004, pag.59). Lo scettico pien di sussiego ed il materialista beffardo, che il bravo giornalista riassumeva, ne son rimasti come scornati. A me quella risposta ha ricordato un libro: "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" (Adelphi 1984), di Julian Jaynes, professore di psicologia dell'Università di Princeton. L'ho tirato giù dallo scaffale. Lo ricordavo più smilzo, come succede sempre quando un libro ci è piaciuto, a suo tempo. Invece, più di 500 pagine. Da una d'esse ritrascrivo: "Alcune persone provano difficoltà perfino a immaginare che possano esserci voci mentali che si odono con la stessa qualità esperenziale di voci prodotte dall'esterno". Diremmo: bravi! Ma andiamo avanti ancora un poco: "Quali che siano le aree del cervello utilizzate, è assolutamente certo che tali voci esistono e che, per chi le sperimenta, sono assolutamente identiche a suoni reali". E ancora, un poco oltre: "Esse vengono udite in vario grado da molte persone assolutamente normali". Questo è quel che scrive lo studioso di neuroscienze, il cui libro costruisce una teoria con efficacissima pazienza: la nascita della coscienza nell'uomo è successiva al crollo di una mente bicamerale. In sintesi: ciò di cui, oggi, si ha coscienza, ieri, si aveva ascolto come di voce esterna. E' in questo modo, forse, che creammo il dio che ci aveva creato. Per questo Julian Jaynes afferma (cito i titoli di alcuni capitoli del libro): "La coscienza non è una copia dell'esperienza"; "La coscienza non è necessaria per i concetti"; "La coscienza non è necessaria per l'apprendimento"; "La coscienza non è necessaria per la ragione". Per poi ammettere, prove alla mano: "Nell'emisfero destro esiste una funzione vestigiale a carattere divino". A leggere questo libro, ce n'è di che far fuggire più d'un giornalista con la coda tra le gambe. Ma per loro fortuna i giornalisti leggono giornali, e i preti breviari.
(Luigi Castaldi, 12.3.2004)

Talking shop
1.
Da dieci anni il matrimonio del fratello di Osama bin Laden è un inferno. Non divorziano, ma pare che lei gli renda la vita impossibile. Così le cronache. Ora, dico io, benedett'uomo, tu hai un cognome da far schifo, un fratello pazzo o giù di lì, una moglie scassacazzi - e ancora non ti apri un blog?
 
2.
Francesco Guccini scrive una lettera a Repubblica per rettificare quanto riportato in un passaggio dell'intervista pubblicata su quel giornale il giorno prima. Mai egli avrebbe usato la sciatta espressione "il turpe Guazza" per riferirsi all'attuale sindaco di Bologna che, dice, stima e rispetta. Ora, non avevamo la fortuna d'essere presenti all'intervista, e non sapremmo dire con certezza. "Turpe", comunque, è aggettivo spesso usato da Guccini. E chi per i concerti usa da trent'anni gli stessi manifesti con la stessa foto di trent'anni prima dev'essere tipo sciatto e ripetitivo.


QUALCOSA VORRA’ PUR DIRE
Caro Gino Strada
A parte il dettaglio che da ieri l’Iraq ha la sua Costituzione democratica,
> l’altro ieri, a Damasco (ex-cugina di Baghdad…) alcuni attivisti dei diritti umani hanno dato vita al primo tentativo in 41 anni di dimostrazione pubblica (peraltro totalmente nonviolenta) contro il regime;
> nelle stesse ore, in Oman è stata nominata la prima vera donna ministro: appena trentenne, sarà ministro dell’Industria;
> ieri in Arabia Saudita è stata presentata la National Human Rights Association, la prima organizzazione non clandestina a tutela dei diritti umani nata in quel paese: ha il dichiarato intento di monitorare le violazioni dei trattati internazionali con particolare riguardo ai diritti della donna;
> nelle stesse ore, in Algeria il Governo ha proposto una riforma del diritto di famiglia, che introdurrebbe: la possibilità per le donne di oltre 19 anni di età di sposarsi senza consenso della famiglia; la garanzia per le donne, in caso di separazione voluta dall'uomo, di avere mezzi di sostentamento per se' e per i figli e la casa di abitazione; regole più strette in materia di poligamia.
Chissà se tutte ‘ste cose starebbero accadendo anche se gli amerikani si fossero fatti i cazzi loro a casa loro.
(ale tap., 10.03.2004)


CHI HA DATO HA DATO...
     La riforma delle pensioni (chiesta a gran voce non solo  dall’Europa ma soprattutto dai conti INPS)  sembra finalmente arrivata in dirittura d’arrivo.  Come da copione,  subito la triplice sindacale dice no e si riparla di sciopero generale.  Fuori da copione, sarebbe bene far sapere ai pensionati che a  guidare il probabile sciopero generale   saranno dei loro colleghi  molto speciali. sindacalisti e politici i cui assegni pensionistici gravano o graveranno su chi la pensione se l'è sudata sino all'ultimo spicciolo, tutto grazie a una legge risalente al 1974, che prende il nome da Giovanni Mosca, deputato socialista, ex sindacalista della Cgil.
Una “leggina” che avrebbe dovuto riguardare qualche centinaio di persone, che nei decenni successivi al dopoguerra avevano lavorato per sindacati o partiti politici in nero (!),  senza che  fossero stati versati all'Inps i contributi dovuti.
Nel paese di cuccagna,  bastava una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito e si potevano riscattare interi decenni di attività, a partire dagli anni cinquanta.  Chi non salta fesso è!.  E molti hanno saltato. Proroga dopo proroga (l'ultima è scaduta nell’aprile del 1980)   quasi 40mila lavoratori - reali o presunti - di sindacati e partiti politici hanno avuto la pensione:  alle casse dell'Inps un aggravio valutato in 10 miliardi dì  €..
Tra i beneficiati dalla legge Mosca molti i nomi noti della politica e del sindacato, gran parte dei quali ancora in attività e sempre lì in prima fila a reggere striscioni: Armando Cossutta,  Giorgio Napolitano,  Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano del Turco, Achille Occhetto...
Accanto a questi personaggi ecco avanzare  un esercito di funzionari più o meno oscuri,  soprattutto del Pci e della Cgil. In soldoni, Botteghe Oscure regolarizzò la situazione di circa 8mila funzionari, la Cgil sanò le posizioni dì ben 10mila dipendenti.
E mica è finita.  Il Governo (Maroni, finalmente!) guarda dentro i conti Inps e blocca i decreti attuativi della legge n° 152,  legge varata dal centro-sinistra nell'aprile del 2001.
A conti fatti sarebbe successo -  mentre già adesso la spesa Inps, per appaltare. ai patronati sindacali e ai Caf  le consulenze per la dichiarazione dei redditi o per pratiche pensionistiche,   s’aggira intorno ai  200/300 milioni di €  annui -  che i decreti attuativi della legge 152  avrebbero ulteriormente  consentito ai patronati  di diventare, gravando ulteriormente sui conti Inps,  dei centri multiservizi a tutto tondo,  magari consulenti anche delle aziende private. Sarà per caso questo il libero mercato voluto dal centro-sinistra?
(cp, 10.03.2004)


PANNELLA, IL CENTROTAVOLO E LA COSTANTE DI PLANCK : Seconda Puntata
  Giuliano Amato ha risposto prontamente  all’improvviso flirt di Marco Pannella, e così i due si sono incontrati ieri. Ne è uscita una “dichiarazione congiunta”, come tra due capi di Stato, che passerà alla storia della letteratura pannelliana come quella delle «convergenze auspicabili quanto improbabili». “E’ una formula inventata da Pannella”, precisa pleonasticamente Amato intervistato oggi su L’Unità. “Si è divertito tanto ad enuclearla che ha finito per contagiare persino me”.
Nell’attesa di vedere sin dove giungerà il contagio, Capperi! offre generosamente ai suoi lettori una versione della storica dichiarazione sapientemente chiosata dal nostro instancabile Castaldi.
"Alla vigilia (tre mesi) e nella prospettiva (e questo è già onestissimo, giacché la prospettiva è il punto del thoros in cui la tattica diventa strategia) delle elezioni europee abbiamo fatto un giro di orizzonte sui temi e sulle urgenze della politica in Europa e nella stessa Italia. (E' cosa buona e giusta, amen. Si può farlo con tutti, "alla vigilia" e "in prospettiva", da Rauti a Bertinotti, da Er Piotta a Levi Montalcini, amen.) Ci siamo soffermati così sulle risposte da dare (Soggetto? "Noi". Siamo noi che le diamo, le diamo insieme, le diamo comuni, vediamo se possiamo darle comuni, "alla vigilia" e "in prospettiva", e mica nessuno dei due è Rauti o Bertinotti, mica eravamo Er Piotta e Levi Montalcini. Amen.) per la diffusione e il rafforzamento della democrazia e dei diritti ovunque nel mondo (mica abbiamo inciuciato di candidature, ci siamo mantenuti sull' "ovunque nel mondo", sull'estetica in Croce, sulla fisica dei quanti, ...) , sui guasti allo Stato di diritto e sul deperimento dei diritti dei cittadini che insidiano o già colpiscono le stesse democrazie occidentali, (ecco, vedete, è stata una chiacchieratina al bar, tra due personcine che si mantenevano sui massimi sistemi; abbiamo discusso anche - si sa, abbiam comune placenta laica ...) sul ruolo della scienza e della ricerca o, in altro contesto (SIGNORI, ECCO IL BRIVIDO:) , sul diritto democratico alla conoscenza e all’informazione e comunicazione. (discutendo discutendo, siamo andati a sbattere sul "conflitto d'interessi", che come minimo comune multiplo non sarà più spazioso della capocchia di uno spillo; ma si sa che sulla capocchia di uno spillo ci stanno comodamente seduti almeno due angeli, amen)
Senza escludere qualsiasi tipo di pur auspicabili (via, Bandinelli, ché a te e a tutta la gauche un pensierino non lo si scorda mai!) quanto improbabili (via, Capezzone, ché non t'imbarazziamo più di tanto!)convergenze e conseguenze (vedi nota 1) , abbiamo convenuto di procedere in tanto (vedi nota 2) nei prossimi giorni a completare l’inventario, ad approfondire i singoli temi e a mettere a fuoco gli obiettivi che emergono come possibili (vedi nota 3) da questa ricerca. L’annunciata "Convention" radicale di fine mese sarà occasione per rendere noto e pubblico lo stato del nostro comune lavoro (così i "ragazzi", almeno quelli più vispi, ci capiranno qualcosa, e addirittura gli verrà il convulso dall'entusiasmo per la cripto-figata) , sul quale nel frattempo faremo le opportune verifiche con la lista unitaria e con i radicali." (vedi nota 4)
Nota 1:  Quando una "convergenza" porta una "conseguenza", una coppia di sette sembra una scala reale.
Nota 2: Non "intanto", ma "in tanto": anche, "in cotanto".
Nota 3: "Obiettivi possibili" significa "mire comuni" o "reciproco favore per i rispettivi assetti interni"?
Nota 4: La lista
unitaria sarebbe quella in cui militano anche Rosy Bindi e Francesco Rutelli? O mi sono perso qualcosa?
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Commento, via forum,  di Marco Pannella:
“sta 'n frond a te!! Grazie davvero dell'attenzione. posso continuare a contarci? :-) ”

Replica di Luigi, a stretto giro di forum:
Marco, ti ringrazio. Ho capito che, a modo tuo, mi stai offrendo una candidatura alle prossime europee, e te ne sono grato. Ma non posso accettare: sto ristrutturando casa, la pupa mi sta per dare l'esame di magistratura e ho il giovedì fisso dal dentista. Grazie lo stesso.
With love,
X X X”


(continua) (ale tap. 9.03.04)


Televendite
Premetto che il mio modello antropologico è obsoleto: ho un vecchio "Si vis pacem para bellum" lasciatomi da papà, che l'ebbe in eredità dal nonno. Non funziona malaccio, devo ammettere, ma niente a che vedere con l'ultrasofisticato "Pax sine si et sine sed" di cui l'altra sera ho visto quella televendita su Raidue, indubbiamente. Il mio consuma un botto e ha continuo bisogno di manutenzione, inoltre è assai rumoroso e qualche volta emana pure cattivi odori. Devo però ammettere che stecchisce talebani e baathisti, oggi, come nazisti e fascisti, ieri, meglio di uno zampirone. So che molti hanno lo stesso modello e che proprio per questi motivi non lo cambiano, anche se lamentano gli stessi fastidiosi inconvenienti. Ciò detto, confesso che quella televendita (mi pare nel bel mezzo d'una trasmissione di Antonio Socci) m'ha fatto sentire un fesso. Il prestigioso testimonial, un elegante signore sulla sessantina che un tempo recitava con Gorbaciov, mi ha fatto venire voglia d'uno scapricciamento, io poi sono un vero schiavo del consumismo, va'. Così, sarei tentato a rottamarlo, il mio vecchio "Si vis pacem para bellum", questo catorcio antropologico, per prendere il modello di cui questo Achille Occhetto decantava i pregi. Pare che non se ne potrà più fare a meno, a giorni. E' silenziosissimo, non caccia fumo e sul piano energetico pare che sia a costo zero. Se qualcuno dei visitatori di "Capperi!" ce l'ha, ci dice come si trova? E sopra tutto: gli risulta che lo diano via con la formula "soddisfatti o rimborsati"? Lasciare un appuntino nei comments, grazie.
(L.C., 9.3.2004)


"Capperi!" ha faine d'informatori in innominabili salotti e ne riceve periodicamente le perle, di cui va ghiotto come un porco. Abbiamo deciso, il truogolo ha da tracimare: con costanza sarete invitati a qualche bocconcino. Ecco le due prime veline: 

1. In Lombardia grande è il malcontento nelle file di A.N.; Ignazio sta cercando di controllare il controllabile paracadutando siciliani ovunque. In caso di sconfitta alle Europee il partito esploderà, sostengono in molti.

A Parma Fini ha stupito tutti con l'attacco a Fazio. La chiave di lettura è semplice: F.I. e Lega scelgono la difficile strada del "linguaggio d'opposizione" costruendosi il nemico sotto l'effigie dei "poteri forti", "la prima repubblica", ecc.. AN e UdC puntano a captare al centro per rassicurare. Il particolare rischioso è che le due strategie sono in conflitto e forse la mentalità del maggioritario si sta già sovrapponendo al residuo proporzionale delle Europee.

Pare abbastanza assodato che siano in giro sondaggi falsi. Il motivo ? Per sottolineare l'importanza di quelli veri. E poi per non dare troppi vantaggi al "nemico". In realtà i sondaggisti cercano di alzare il prezzo su quelli veramente affidabili.

2. Pare che Montezemolo, per avere la strada così spianata in Confindustria, abbia dovuto scendere a patti con alcuni suoi avversari che, altrimenti, avrebbero potuto ostacolarlo non poco. Inutile nascondere che il principale sia Romiti, ma anche altri. Quindi per avere il via libera definitivo, il presidente della Ferrari pare abbia dovuto accettare alcune "clausole". Tra queste l'inamovibilità dell'attuale direttore del Sole 24Ore e il "criterio di collegialità" per definire il nuovo direttore generale di Confindustria. In compenso i "nemici" stanno premendo su Umberto Agnelli affinché venga posta la questione della presidenza Ferrari. Montezemolo non vuole lasciare a nessun costo ma questo sarebbe in realtà il vero scotto da pagare per aver trovato terreno morbido in Confindustria.

Tra gli addetti ai lavori gira la voce che siano stati diramati sondaggi riservati falsi. In realtà non è così, in realtà in alcuni non si specifica la percentuale di "si rifiuta di rispondere", vero buco nero dei sondaggi telefonici. Quelli "buoni" se li tiene stretti chi li ha e, complessivamente, dicono che la CdL rimane sopra l'Ulivo ma perde 4 punti; Ulivo + Rifondazione avrebbero la maggioranza. Naturalmente, coi collegi uninominali cambia tutto, come sa bene Romano Prodi quando vinse nel 1996.


(C.F.Kane)

Riceviamo da F.M. e volentieri postiamo:
"Per l'astemio, il sommelier è un esperto di sinonimi che, per un vino dolce, decide se è tenero, soave, malleabile, mite, tenero, gradito, tiepido o affettuoso, e che, per uno forte, decide se è saldo, intenso, vigoroso, acceso, impetuoso, robusto o consistente. Per l'astemio, il sommelier è un ridicolo ubriacone. Il pm era incerto s'io fossi immorale, riprorevole, bieco, crudele, disumano, malvagio, sadico, perfido o abietto. M'è sembrato più ubriaco lui che il giudice. Otto mesi, quasi a malavoglia, pena sospesa. A me che m'erano di già passati i fumi di una sbronza per quella robaccia all'etanolo, che devo ancora decidere se disgustosa, ripugnante, nauseabonda, stomachevole, schifosa..."

Roma, 1961. "Festa del Latte", ettolitri di mescita a tutta l'Urbe. Le telecamere della Rai si soffermano su un bambino paffuto di nove anni che ne beve a più non posso: l'immagine della salute! E' la prima apparizione televisiva di Giuliano Ferrara, sponsorizzazione che nessuna azienda si preoccupò mai di pagare. Calcolate gli interessi composti e non rompete il cazzo!
(L.C., 7.3.2004)

Bisogna saper ammettere i propri errori: questo blog ha stroncato troppo frettolosamente la penna di Gianni Boncompagni. Un quotidiano, si sa, è un duro gioco di squadra e lui si sta dimostrando un campione della palla ovale.
(L.C., 7.3.2004)


Comunicazione di servizio


Castaldi è triste perché DJ Francesco non ha vinto a Sanremo.



PANNELLA, IL CENTROTAVOLO E LA COSTANTE DI PLANCK
Se non altro, c’è di buono che con Marco Pannella non ci si annoia mai.
Abituati com’eravamo, ormai da anni, a sentirlo agognare un incontro col Berlusca, e scagliarsi contro il “nuovo fascio socialburocratico” retto dall’asse magistratura-sindacato; abituati come oramai eravamo alle marcate nuances neoconservatrici della segreteria Capezzone…
Zacchete! Con la avance all’Ulivo a mezzo lettera a Giuliano Amato , il Nostro ci ha rivoltati come calzini, ‘cci sua…

Il microcosmo dei pannellologi ora erutta come lapilli le spiegazioni più disparate, dall’ansia di scongiurare una campagna elettorale nell’ombra, ai calcoli su un possibile cambio della guardia alla casa Bianca …
L’intenzione quasi-dichiarata del folle gesto sembrerebbe essere proprio quella di andare a risvegliare appetiti mica solo nell’Ulivo, ma anche in quell’altri. Via, diciamocelo: chi non ha avuto almeno una compagna di liceo abilissima in queste tattiche?
Certo fa un po’ impressione leggere la firma di Folena – dico: Folena! – in calce a melense smancerie filoradicali con tanto di rivendicazione del fatto che “Recentemente abbiamo avuto grandi battaglie comuni, da quella tibetana a quella cecena, che hanno visto unite molte forze del centro sinistra e io in primo luogo”.
Ma ancora più sorprendente è assistere a manovre di avvicinamento nientemeno che sulle colonne de La Repubblica, come nel corsivo con il quale Miriam Mafai l’altro giorno sembrava suggerire che l’affare si può fare, ma passa per l’accantonamento  del vecchio scassacazzi, così finalmente la Bonino si può ripulire e prestare a qualche bello spot patinato in salsa rutellian-moderata.
A proposito di Rutelli: una delle reazioni più ostili ad oggi registrate proviene proprio dall’ex-pseudo-leader del centrosinistra, secondo il quale l’accordo con i suoi ex-compagni radicali è improbabile “perchè dovrebbero prima aderire all’Ulivo, ai nostri ideali e alle nostre battaglie contro il governo e le destre”.

Qualcuno sarà rimasto sconcertato anche nel leggere le dichiarazioni di Benedetto Della vedova, da sempre considerato il punto riferimento dell’ala tathcerian-berlusconiana in casa radicale, che invece approva e plaude. Ma a pensarci bene, che altro poteva dire? La posizione “entrista” era la sua, già all’ultimo congresso. La sua, non quella di Pannella e Capezzone. E adesso che Pannella sembra (sembra…) voler uscire dall’isolamento neneista…

Sul solito incasinato forum di radicali.it, si nota icto oculi la fioritura di una selva di threads tutti su questo inatteso fattaccio. Dei trentatré thread che tutt'e tre trotterellando son spuntati come funghi su questo tema, quello di gran lunga più bello, lo diciamo senza partigianeria, è quello aperto dal Castaldi, parodiando nel titolo uno “storico” thread in cui Angiolo Bandinelli conduce la sua fronda interna gauchista.
“Ci risentiamo quando è passata la sbornia” , ha infilato il nostro, sfornando il secondo congedo in una settimana dopo quello da Ferrara per la nota vicenda di Boncompagni. Ed al noto pannellologo Antonio Grippo che gli faceva notare come, in fondo, “finché Pannella riesce a spiazzare anche i radicali qualche speranza per la politica radicale c'è”, Luigi ha servito una replica che non è ammesso riassumere:
“Dobbiamo intenderci sullo "spiazzare". Se ci sediamo a un tavolo a parlare della costante di Planck ed io d'un tratto salgo in piedi sul tavolo e deposito uno sproposito fecale di sei etti sul bel centrotavolo, manufatto a tombolo da sapienti mani molisane, io indubbiamente vi spiazzo. Ma non ho smosso neanche uno zero-virgola-zero-zero-zero della costante di Planck. Se mi volete un po' di bene, come minimo penserete "bah, Castaldi è ubriaco" e grande pena v'assalirà per me, per l'artigianato molisano e la fisica dei quanti. […]  Se poi è dimostrata la tesi che s'ha da soffrire per non morire, avrei preferito continuare a soffrire (e non credere ch'io non soffra) nell'hinterland della Cdl. Ciao, e scusami per il centrotavolo, pago io la tintoria.

(continua…) - (ale tap., 06.03.04)

Massima del giorno
La volgarità è divenuta un vezzo e una moda. Oggi essere anticonformisti significa non dire una parolaccia nemmeno se si è da soli e ci si è data una martellata su un dito.
G.P.


MOLLICHINE
Affare Parmalat: Sala ha ammesso l’appropriazione di 21,6 milioni di euro. Ma non l’ha fatto apposta. È che maneggiandoli gli si sono appiccicati alle dita.

Pena di morte per Shoko Asahara, responsabile della strage con il gas nervino nella metropolitana di Tokyo. Lo Shoko s’aspettava altro?

“La figlia di Abu Ala ha chiesto la cittadinanza israeliana per muoversi liberamente fuori e dentro Gerusalemme Est”. Ma non in autobus, vero?

Cesare Battisti, condannato per quattro omicidi, è stato scarcerato a Parigi: uccideva, sì, ma per ragioni politiche. Come Stalin.

Prodi ha solennemente dichiarato a Repubblica che non si tinge i capelli. Ah, meno male. Scampato pericolo per la Patria.

Ciampi: “Ricordare la Resistenza per evitare nuove divisioni”. Insomma, ricordiamoci com’era unito e concorde il Nord-Italia nel 1943 e nel 1944.

Battisti: “L’estradizione sarebbe illegale”. E ve lo dice uno che sensibilità per i diritti dei cittadini ne ha dimostrata molta.

Tanzi afferma di aver dato 500 milioni o un miliardo a Giuliano Ferrara in una borsa, in data imprecisata. 500 o 1.000, gennaio o luglio, sicura è solo la borsa.

La lista Prodi ha concordato le regole “di compattezza” per concertare ogni iniziativa di politica interna ed estera. I primi frutti già si vedono a proposito dell’Iraq.

Cinque elicotteristi dell’esercito rifiutano la missione in Iraq, perché pericolosa. Giusto, e anche i pompieri dovrebbero evitare gli incendi. Scottano.


La Commissione europea ha stanziato un milione per le case dei (terroristi)  palestinesi demolite dall’esercito israeliano. E quante decine di milioni per le vittime israeliane del terrorismo?

Giannipardo@libero.it


CONSIDERAZIONI D'UN MEZZO FRANCESE
C’è in Francia un uomo, Cesare Battisti, che oltre vent‚anni fa s’è reso colpevole di quattro omicidi, commessi anche per “motivi abietti”, come quello di punire chi si è difeso dalla violenza. E colpevole anche d’avere costretto per sempre su una sedia a rotelle il figlio di uno degli uccisi. Di quest’uomo l’Italia ha richiesto l’estradizione e la Francia, che l’ha sempre negata, in base ad una legge del tempo di Mitterrand, ha ora preso in considerazione la richiesta. Ma nel frattempo, anche per la pressione della sinistra francese, Battisti è stato scarcerato e, se le cose si mettessero male, potrebbe sempre darsi alla latitanza. Del resto, in Francia c’è andato evadendo da un carcere italiano.

Si può da prima pensare che un giudizio sulla sconcertante vicenda dovrebbero darlo i tecnici del diritto, visto che bisogna prendere in considerazione due ordinamenti giuridici e i trattati di due stati sovrani, ma in realtà questa indagine non è necessaria. Il diritto risponde ad un’aspettativa dei cittadini e se esso risulta ai loro occhi scandaloso, la sua legalità formale non vale più nulla. Se Saddam Hussein avesse promulgato una legge secondo la quale gli omicidi commessi dai suoi figli non costituivano reato, lo scandalo sarebbe stato universale. Non sarebbe bastato, in occasione degli omicidi, insistere sulla legalità dell’azione. Di fatto, come sappiamo, neanche Hussein ha osato una cosa del genere. Ha permesso ai figli d’uccidere e non li ha puniti: ma de facto, non stricto iure.

Nello stesso modo, poco importa che il signor Battisti sia di sinistra; che sia uno scrittore; che intendesse fare la rivoluzione o salvare il mondo single handed e che siano passati venticinque anni (ne sono passati molti di più per Priebke): un sistema giuridico che permette ad un quadruplice assassino, condannato da un paese democratico ad un paio d’ergastoli, di vivere libero, sposarsi ed avere una vita normale non è degno d’un paese civile. Dire questo parlando della Francia è cosa che fa accapponare la pelle ma amicus Plato, magis amica veritas.

Un’ultima considerazione riguarda gli intellettuali di sinistra francesi. Non ho nessuna stima degli intellettuali e addirittura, dal punto di vista politico, li pongo al di sotto del livello dei camionisti. Questo perché, nel corso dei decenni, hanno regolarmente abbracciato le cause più sballate e pericolose, chiudendo volontariamente gli occhi sulla realtà, ogni volta che essa li avrebbe
indotti a cambiare opinione. Poco dopo la guerra cercarono di far condannare come bugiardo Kravcenko, perché denunciava i crimini di Stalin. Quegli stessi crimini che poi denunciò Kruscev. Sartre, re degli intellettuali di sinistra del suo tempo, fece lo strillone per la “Cause du Peuple”, giornale maoista e cercò anche vanamente di farsi arrestare, pur di calunniare la democrazia francese. Gli intellettuali hanno sostenuto la causa imperialista del Vietnam del Nord, che ha così avuto la possibilità di affamare anche il sud. E non hanno voluto credere, per lunghi anni, all’immane genocidio perpetrato in Cambogia, solo perché Pol Pot era comunista ed aveva studiato a Parigi. E si potrebbe continuare fino alla noia, ma soprattutto fino alla nausea.

Quest’ultimo episodio di Battisti dimostra che il tempo non li ha cambiati, che rimangono intatti la loro cecità e il loro fanatismo. Essi sostengono la causa di un bieco assassino solo perché fa oggi parte della loro consorteria e solo perché, essendo di sinistra, non può che avere ragione. Antropologicamente.

L’Italia è piena d’intellettuali di sinistra, non migliori dei loro colleghi d’oltralpe. Ma poiché, per motivi personali, mi considero per metà francese, mi permetto d’arrossire e di chiedere scusa all’Italia.

Giannipardo@libero.it  - 5 marzo 2004

E' la stampa, bellezza!

Da Libero:  «Ho portato un miliardo in contanti al direttore de Il Foglio. Lui mi ha detto: grazie»
 dall'articolo di  Alessandro Sallusti:

<<.... - racconta Tanzi - il banchiere romano Cesare Geronzi gli chiese di entrare nel capitale sociale del "Manifesto", e poi del "Foglio". Il quotidiano della sinistra fu finanziato dal gruppo di Collecchio, il "Foglio" no. Spiega: «Non avevo soldi per fare un'operazione del genere ma feci sapere che sarei stato disponibile ad aiutare in qualche modo». E la cosa avvenne. «Ho dato cinquecento milioni brevi manu a Giuliano Ferrara», dice Tanzi. La tensione, nella cella dove avviene l'interrogatorio, è alta. I pm chiedono: in che senso? Sul verbale si legge: «A domanda risponde...». E la risposta del signor Parmalat è questa: i soldi li ho portati io personalmente a Roma al direttore Ferrara, erano contenuti in una borsa. Non ricordo se fossero cinquecento milioni o un miliardo. E ancora: non so da che voce di bilancio quei soldi fossero stati presi, né a che servissero. I pm insistono e chiedono: Ferrara che cosa le disse? Risposta di Tanzi: «Mi disse solo: grazie»....>>



BELL'ITALIA
Bologna, interno aeroporto, corridoio uscita passeggeri  area "Scenghen":












Fotografia  scattata ieri, giovedì 4 marzo,  ore 14,30.

Tragedie
Tragedia! La canzone che Adriano Pappalardo canta a Sanremo, con tutt'altro arrangiamento, con diversa orchestrazione, cantata da Giuni Russo, sarebbe stata una delizia.

Tragedia! L'idea di Marco Pannella di progettare con Giuliano Amato una piattaforma politica comune nell'ambito del centrosinistra, con tutt'altra tempistica e con design by Pininfarina, sarebbe stato un elegante bidone.


La Sindone di Korda
Il lenzuolo dell'Arimateo di cui scrive Giovanni (19, 14). Il Mandylion di Edessa di cui per primo Evagrio Scolastico dà notizia, nel 594. La Sydoine che Robert de Clary afferma di aver visto a Costantinopoli nel 1204. Il Baphomet venerato dai Templari, finché d'essi non fu fatto rogo nel 1314. Forse non sapremo mai con certezza se siano una cosa sola, ma, per quanto esile, c'è un filo che li lega. La barba di quel volto potrebbe essere quella di Nostro Signore. Pressoché certo, invece, che la "venerabiliter figura seu representacio sudarii Domini Jesu Christi", di cui recita una bolla papale datata 1390, sia quella che oggi conosciamo come Sacra Sindone. Nel 1988 il radiocarbonio la datò, accertando una discrepanzella di tredici secoli, e il cardinale Anastasio Ballestrero annunciò al mondo che si trattava di una reliquia-non-più-reliquia. Ma questo non sconcertò la fede, che ai test di laboratorio solitamente fa un pio marameo. Amen.
Non meno venerata, l'immagine del "Che" by Alberto Diaz Gutierrez, detto Korda. Al tentativo iconoclasta di farne una reliquia-non-più-reliquia nemmeno qui la fede si sconcerta: ringalluzziti, anzi, i guardiani del culto. Addirittura parte una richiesta di risarcimento milionario per la blasfema combriccola di "Reporters Sans Frontières" che col Volto Sacro volevano confetturare una cartolina recante una suggestiva bestemmia in didascalia: "Benvenuti a Cuba, la più grande prigione del mondo per giornalisti". Giù le mani dal "Che" di Korda! Rispetto e devozione ne accompagnino le ostensioni in tutte le sante sedi laiche, il parafango della Vespa, il bicipite di Maradona, la web page disobbediente. E' reliquia, fatt'è. Edificante ripercorrerne l'istoria. Amen.
E' il 4 marzo del 1960, i cubani si preparano alla Resistenza contro gli amerikani. Nel porto de L'Avana, arriva-un-bastimento-carico-carico-di: armi di fabbricazione belga. Toh, il mercantile è francese, La Coubre. Sempre col cigarillo acceso in bocca, 'sti scaricatori di porto. D'un tratto una terribile esplosione fa tremare Cuba: bum, più o meno cento morti, più o meno duecento feriti. Ovvio che dietro il cigarillo ci sia la Cia, è un attentato, si dirà. Per i dettagli rivolgersi a Gianni Minà. Nel gran trambusto quel sant'uomo del "Che" presta soccorso ai feriti, come un mistico tra i lebbrosi, e, quando Gilberto Ande, fotografo della rivista "Verde Olivo", tenta di fargli qualche istantanea, il Che glielo proibisce, sembrandogli cosa oscena essere oggetto di gossip in tal frangente. S'è detto, un santo. Un santo che, incidentalmente, dirige illo tempore il Banco Nacional de Cuba, come ben sanno i titolari delle fabbriche d'armi in Belgio. Più fortuna arride a un altro paparazzo, il giorno dopo, nel corso di un'improvvisata adunata nei pressi del cimitero di Colon, dove si cominciano a portare le salme. E' lì che al logorroico Fidel scappa di bocca la parola d'ordine che diverrà il motto della Nueva Cuba: "Patria o muerte!". Giornata eccezionale, quella, per i copyright. E' Alberto Diaz Gutierrez, del giornale "Revoluciòn", il fortunato con la Leica 90 mm; si fa chiamare "Korda" per certe sue devozioni al cinema ungherese.  L'Ernesto Guevara gironzola come una belva ferita dalla rabbia sul palco dal quale Castro sta parlando e Diaz quasi se lo trova in posa nell'obiettivo: click! Jorge Masetti, il direttore dell'agenzia giornalistica cubana "Prensa Latina", argentino come l'Ernesto ma di origini bolognesi, rimane immortalato con un suo mezzo profilo sul sacro negativo, opportunamente tagliato nelle ostensioni a venire. La foto, quella foto, fu scartata per l'uscita di "Revoluciòn" del 18 agosto del 1960, quando il giornale avanero allora diretto da Carlos Franqui uscì col reportage: il redattore fotografico giudicò troppo truce lo sguardo del "Che". Diaz invece se lo appese a una parete di casa e lì Giangiacomo Feltrinelli lo vide. Trafiggimento mistico: ne chiese una copia, Korda gliela regalò. Per quella foto, da cui la Feltrinelli ha ricavato miliardi, non ricevette mai una lira: si sa come son fatti gli editori. Amen.
Pensare che una delle mani del Papiro Fochetti apocrifamente s'è permesso di scrivere ("Repubblica", 10.9.2003) che quella foto fosse un fotomontaggio by Valerio Riva, ex braccio destro di Feltrinelli, copiando la bufala da un apocrifo del giorno prima (Cabrera Infante, "El Pais", 9.9.2003), pfui! Anche al più fesso degli studenti del primo anno di Fisiognomica è invece evidente che quella del "Che" è furia vera in presa diretta, purissima furia di santo, né ritocco, né tarocco, tranche de rage, botta di culo di Korda, e quant'altro. Procuratevi una copia di quella foto che non sia di troppo esigue dimensioni e dotatevi di una lente d'ingrandimento, bastano una "per 20". Guardate la postura lievemente prognata del labbro inferiore, le due rughe asimmetriche tra le sopracciglia. Poi sfogliate un qualsiasi manuale di psicomanzia maxillo-faciale: troverete i resti sanguinolenti dello yanchee. Che yanchee? Narrano le Scritture che quel giorno il "Che" fosse furioso: "si sarebbe mangiato vivo uno yanchee, se l'avesse avuto innanzi" (Alberto Granado). Amen.
Nel 1968, a pochi mesi dalla morte di San Guevara nella selva boliviana, esce in Italia per i tipi della Feltrinelli il "Diario del Che in Bolivia". In copertina c'è lo scatto di Diaz: l'inquadratura dal basso verso l'alto stempera il truce in fiero sotto il basco con la stella, da cui sporgono le scomposte chiome al vento. Abituato al botto, il Giangiacomo: quella foto è un successone. Poster, manifesto, t-shirt, bandiera, autoadesivo, foulard, cuscino, borsa: il "Che" finisce presto dappertutto. E poi, diciamocela tutta, il santo è sexy. Chi intasca i diritti? A chi vanno i soldi del copyrigth? Domande blasfeme, tutto fa brodo per la rivoluzione. Cartolina, segnalibro, penna, distintivo, spilla: si tollerano i mercanti nel tempio, "todo modo es bueno...". Ma fino a un certo punto. Quando un'agenzia pubblicitaria britannica usa la foto per la pubblicità di una vodka, Korda si risente e apre battaglia legale: un accordo extra giudiziale gli frutta cinquantamila dollari che egli devolve all'acquisto di medicinali per i bambini cubani. "Se il Che fosse ancora vivo, avrebbe fatto la stessa cosa" disse. Santo già in vita, al punto da beccarsi nel 1992 la Distinciòn por la Cultura Nacional e nel 1994 l'Ordine Félix Varela. Santo nel nome del "Che". Amen.
Figlia del santo che salvò la Sindone del "Che" dal blasfemo accostamento alla "Smirnoff", Diane Diaz Gutierrez ha da poco salvato la Sacra Icona dalla banda di "Reporters Sans Frontières" che voleva sfruttarla per una campagna di stampa contro la repressione e l‚arresto di 75 giornalisti a Cuba: era stata rielaborata mixandola con un'altra celeberrima foto, quella del celerino con il manganello alzato che carica gli studenti del Maggio francese. Un'ingiunzione ha fermato in tempo il sacrilegio, i bestemmiatori hanno promesso di distruggere la bestemmia. Ma la figlia del santo insiste: "Non mi fido, devono pagare". Un milione, amen.
(Luigi Castaldi, 5.3.2004)

CARUSELLO
"Se protesti educatamente mica diventi notizia". La frase è di Francesco Caruso, leader dei disobbedienti napoletani: l'ha detta nei giorni scorsi, due o tre quotidiani l'hanno riportata in virgolettato, la riprende su "Sette" Gian Antonio Stella, nella sua rubrica "Cavalli di razza". Caruso dice un'ovvietà, ovviamente. Lo sappiamo: se vuoi dire una cosa puoi dirla, farsi sentire è un altro paiono di maniche. A tutti o quasi sembra di dover dire qualcosa, a tutti o quasi sembra che quella cosa meriti risonanza. Il problema nasce dalle caratteristiche spaziotemporali dell'agorà: dati n convenuti, se a parlare è 1, quelli che ascoltano saranno n -1; al crescere delle voci, n non ascolta più le voci, ma l'urlo, lo sparo o la scoreggia. Cinque bidoni di letame da trenta litri cadauno fanno un totale di centocinquanta litri di letame. Sarebbero tra i due e i quattro quintali di notizia, tenuto conto che il peso specifico del letame oscilla tra 1,6 e 3,8, lì sotto l'ufficio del Presidente del Consiglio. Quel D'Erme lo sa, ha studiato fenomenologia dei mass media alla stessa scuola di Caruso. Letame, pallottole spedite per posta, ceffoni preannunciati per Ansa: "se protesti educatamente mica diventi notizia". Fanno ridere gli studentelli che hanno cercato di prendere a torte in faccia il ministro Moratti (in verità, poi s'è saputo, non era panna, ma vil schiuma da barba): se avessero tirato fuori l'uccello e fatto la pipì sull'auto blù ministeriale, allora sì che la protesta avrebbe avuto giusta risonanza. Sciaguratelli, non hanno un consulente che curi loro l'immagine e la strategia! Destinati a due colonnine in quarta, giacché nemmeno hanno quel genio nell'impromptu che gli studi nel settore hanno affinato in Caruso e in D'Erme. I quali, al decrescere di n, annaspano vieppiù nello stress da star system! Dimenticati, quando lo saranno, avranno anche loro una chance e su qualche "Isola dei Famosi" li risentiremo parlare di pacifismo, con le turgide giugulari al collo, "ricomincià-mo-o!"
(L.C., 4.3.2004)

Dossier Boncompagni
di Luigi Castaldi
   "Non dire quattro, se non ce l'hai nel sacco" dice un proverbio. "Anche i proverbi sbagliano" ne dice un altro. Uno non sa più che fare. Aspetta a dire almeno otto, prima di dire: "Ce l'ho nel sacco". E siamo a otto, ma forse è meglio andarci cauti. Con quella di oggi, martedì 2 marzo, sono otto le letterine di Gianni Boncompagni pubblicate finora dal Foglio. Domani saranno nove, dopodomani dieci, ben presto venti, cento, mille. Avremo tutto il tempo per pentirci di quello che pensiamo di queste prime otto. Ma intanto non possiamo fare a meno di pensarlo. Anzi, più ci pensiamo, più il sacco sembra gonfio.
   Sia chiaro, affezionati com'eravamo a Mattia Feltri, è stato un colpo doverci rinunciare. Si sa com'è il lettore: è un fesso, si affeziona, si affeziona a tutto. Chi oggi piange la dipartita di Mattia Feltri dal posticino più prestigioso della quarta pagina del Foglio pianse a suo tempo la dipartita d'ivi di Andrea Marcenaro. Impareremo ad amare Gianni Boncompagni, siamo fessi, ne piangeremo la dipartita (d'ivi). Probabilmente storceremo il muso sulle minchiate di chi ne prenderà il posto. Per ora storciamo il muso sulle minchiate sue. Per ora, otto.
   Forse sarà che tutto è iniziato di venerdì, e che, come dice un altro proverbio, "di Venere e di Marte non s'inizia e non si parte". Forse sarà che coll'amare visceralmente il Foglio si diventa troppo schifiltosi. Forse sarà che i troppo schifiltosi avrebbero voluto in quel posticino un Confucio, uno Shakespeare, un Groucho Marx, nulla che meno. Sarà quel che sarà, ma Gianni Boncompagni scrive su un sottofondo di mugugni. Mugugni fessi? Vediamo.
   "Guardando la piovorna finestra e tanto per consolarmi, mi viene in mente quello che ebbe a dire quel simpaticone di Goethe: 'Non c'è niente di più insopportabile di una sfilza di belle giornate'. Meglio iniziare con una firma più sostanziosa della mia" (venerdì 20 febbraio). Non male come inizio. Captatio benevolentiae a mezzo umiltà, citazioncella che non guasta mai, addirittura quel "piovorna", che uno poteva addirittura credere aperitivo di chissà che prelibatezze. Sbagliato. Con le successive letterine s'è avuto sì l'effetto Crusca, ma senza bisogno d'altri preziosismi.
    Ma, poi, uno si chiede, Boncompagni ha Goethe sugli scaffali? E se ce l'ha, l'ha letto? Uhm, come puzza quella "sfilza". E infatti, sul cartaceo, uno non se lo figura un termine come "sfilza" in bocca a Goethe. Sul web, Goethe lo usa. Non ci si può immaginare che posti frequenta Goethe sul web. Tanto per dirne uno, members.xoom.virgilio.it, un posto frequentato anche da Honoré de Balzac, da Beltrand Russell, da Oscar Wilde, da Arthur Bloch... Che c'entrano 'sti tizi con Goethe? Niente, ma c'entrano con Boncompagni.
    Sabato 21 febbraio: "Un governo è un contratto di assicurazione concluso fra i ricchi contro i poveri (Balzac). Sarà vero o Balzac era un qualunquista ante litteram? Un altro sosteneva che i nove decimi delle attività di un governo moderno sono dannose, dunque, peggio sono svolte, meglio è". Quell'altro è Bertrand Russell. Ma citare senza nominare l'autore non è peccato, lo fanno tutti, da Scalfari a Meotti. Andiamo avanti, martedì 24 febbraio: "Ho letto su di un muro vicino a una scuola: 'Dio c'è ma è impegnato in un più ambizioso progetto'. Sarà vero o sarà millantato credito? Del resto anche noi laici spesso ci convinciamo che l'uomo senza fede sarebbe come un pesce senza bicicletta". Uno non fa in tempo a dirsi "ma questa del pesce e della bicicletta è presa da 'La legge di Murphy' di Arthur Bloch!" che subito si chiede "ma cosa ci faceva Boncompagni vicino a quella scuola, casting?"
    "I saggi dicono: 'Non c'è stato un governo in Europa in cui i meno saggi non abbiano governato i più saggi'. E poi ai governanti: 'Cercate soltanto di instupidire gli uomini perché soddisfarli è difficile'. Ancora: 'Mentre tutte le altre scienze sono progredite, quella del governo la si esercita oggi meglio di tre o quattromila anni fa'. Ho deciso: non governerò mai" (mercoledì 25 febbraio). Chi glielo dice che essere spiritosi è più difficile che governare? Il giorno dopo, giovedì 26 febbraio ("...Un recente studio ha dimostrato che molti telespettatori confondono la striscia di Gaza con Striscia la notizia...") è chiaro che non gliel'hanno detto. Ma questo non dà alcun diritto a farsi beffe d'uno che ha superato la settantina, perché come egli stesso ammonisce, citando Wilde, "i giovani non hanno più rispetto per quelli come noi che hanno i capelli tinti" (venerdì 27 febbraio). Che vogliamo fare, la figura dei giovani senza rispetto per i capelli tinti?
    Come s'è visto, "venerdì, gnocchi", giusto per massacrare anche noi gli aforismi. Ma sabato (28 febbraio), lasagna: ci raccongta di Enzo Salvi (in arte Er Cipolla) che recita in polacco 44 poesie di Kamil Norwid all'Accademia dei Lincei di Firenze. "Una vera sorpreza, cazzo" chiosa. Ci sarà stato? O se n'è parlato su members.xoom.virgilio.it? Comunque la settimana s'è conclusa in bellezza. Diamogli un fine settimana per ritemprarsi e vediamo che partorisce: "Nel marasma dei premi Oscar è passata inosservata la notizia dell'Oscar dato a Maria Grazia Cucinotta come migliore protagonista non attrice" (martedì 2 marzo). Che come battuta è bella, arguta e divertente, di Amurri e Verde.
    Con questa, sono le prime otto letterine di Gianni Boncompagni sulla quarta pagina del Foglio. Commentate da Luigi Castaldi, che su quella pagina è stato più di centocinquanta volte. E che, dopo aver firmato questa, se la può scordare.

L'ultimo a San Remo
Chi arriva ultimo a San Remo?  A voi la risposta.  Coloro  che l'azzeccano (si partecipa una sola volta inviando, via "Comment", il titolo della canzone e una breve motivazione),  riceveranno da CAPPERI una sorpresa.
Questi i brani dei 22 cantanti in gara:
*    Adriano Pappalardo "Nessun consiglio" *    Andrè "Il nostro amore" *    Andrea Mingardi "E' la musica" *    Bungaro "Guardastelle" *    Daniele Groff "Sei un miracolo" *    Danny Losito "Single" *    Db Boulevard "Basterà" *    Dj Francesco "Era bellissimo" *    Linda "Aria sole terra e mare" *    Marco Masini "L'uomo volante" *    Mario Rosini "Sei la vita mia" *    Mario Venuti "Crudele" *    Massimo Modugno "Quando l'aria mi sfiora" *    Morris Albert "Cuore" *    Neffa "Le ore piccole" *    Omar Pedrini "Lavoro inutile" *    Pacifico "Solo un sogno" *    Paolo Meneguzzi "Guardami negli occhi (Prego)" *    Piotta "Ladro di te" *    Simone "E' stato tanto tempo fa" *    Stefano Picchi "Generale" *    Veruska "Un angelo legato a un palo"

IL TERRORISMO ISLAMICO
La violenza fra gli Stati islamici non è un fatto eccezionale. Anche se per molti secoli è stata imposta la pax ottomana, da quando -  dopo la Prima Guerra Mondiale - l’impero s’è sfaldato, le rivalità e le inimicizie hanno spesso portato ad impugnare le armi. Si pensi ai due Yemen, al Marocco e all’Algeria per la questione dell’ex-Sahara spagnolo, al trattamento riservato da Hussein di Giordania ai palestinesi invadenti (Settembre Nero), e alle due guerre scatenate da Saddam Hussein. Si potrebbe anche aggiungere che, se non si sono avute ancor più guerre, è a causa della generale debolezza e disorganizzazione di tutti questi Stati. Infatti il tiranno irakeno, che si sentiva forte, di guerre ne ha scatenate due.
Tuttavia, almeno fino ad ora, questi contrasti erano interstatuali. Poi i palestinesi, essendo totalmente privi di scrupoli, hanno scoperto armi nuove: negli anni Settanta hanno ripetutamente organizzato sequestri aerei (in fondo l’undici settembre è solo l’aggravamento d’una vecchia pratica, non una nuova trovata) e recentemente hanno praticato l’attentato suicida contro i civili. Quest’ultimo sistema avrebbe dovuto essere deprecato da tutti per molti e validi motivi. Esso va contro il diritto alla vita dell’attentatore, e questo è sbagliato anche dal punto di vista della religione islamica. Va contro il diritto alla vita dei civili, ancorché reputati “nemici” . Infine va contro il sentimento dell’onore, visto che si usano le armi o gli esplosivi nei confronti di persone disarmate, colte di sorpresa e perfettamente innocenti.
Questo genere di attacco avrebbe dovuto essere deprecato da tutti ma non lo è stato. Gli stati arabi e le loro popolazioni l’hanno sostanzialmente giustificato innanzi tutto in base al ragionamento per cui “i palestinesi sono i più deboli e non hanno altre armi”. Come se, essendo i più deboli, si avessero tutti i diritti. Questo è folle. Se il più debole può fare tutto il suo possibile, che cosa impedirà anche al più forte di fare tutto il suo possibile? Egli potrebbe dire: “Vi stermino tutti e risolvo il problema”. Né questa risposta è peregrina: basti pensare che in passato la pratica di passare a fil di spada tutti i vinti è stata tutt’altro che rara.
Il terrorismo palestinese inoltre non è stato deprecato sostanzialmente perché rivolto ad un popolo, quello israeliano, che in fondo tutti gli islamici avrebbero voluto annientare. Completando l’opera di un certo Adolfo.
Infine è mancata la convinta deprecazione degli stati democratici occidentali, sia in base ad una mal riposta compassione per i palestinesi, sia in base ad un inconfessato antisemitismo.
L’errore della sostanziale tolleranza di tutti nei confronti di questa intifadah è stato quello di credere di essere al sicuro. Chi autorizza il furto non dovrebbe essere tranquillo che i ladri non visiteranno anche casa sua. La guerra corsara, da chiunque iniziata, fu infine praticata da tutte le parti. Se da una parte ci fu Drake, dall’altra ci fu Surcouf.  E infatti questa possibilità di “lotta” a basso costo per chi la pratica, e devastante per chi la subisce, ha fatto proseliti. Nel momento in cui alcuni - gli ex-baathisti irakeni, Al Qaida, i siriani? - hanno avuto interesse ad infliggere questa sorta di tormento all’Iraq, si sono trovati di un popolo non abituato alle misure di sicurezza d’un paese militarizzato come Israele. Hanno colpito gente povera, ignorante e del tutto fiduciosa. È stato come buttare una bomba in un ovile. E non si può non sentire un’immensa pietà
per queste persone innocenti uccise, ferite, orbate, terrorizzate. Ma a questa pietà ha diritto chi analoghi sentimenti ha sentito per i morti israeliani. Gli altri no. Non le anime belle occidentali, non le sinistre, non gli stati arabi, non gli altri islamici. Essi dovrebbero sostenere che è stato giusto uccidere centottanta persone per protestare, per impedire che l’Iraq abbia una costituzione democratica o per qualunque altra balzana finalità, visto che gli attentatori non hanno un esercito forte come quello americano.
Che cosa succederà in futuro, nessuno può dirlo. L’ayatollah Al Sistani ha criticato gli Stati Uniti “che non hanno protetto le frontiere”, dando così inopinatamente per scontato che gli attentatori non sono irakeni. Ma le frontiere dell’Iraq, essendo per centinaia e centinaia di chilometri (per esempio con la Giordania e l’Arabia Saudita) puro deserto, sono evidentemente indifendibili da infiltrazioni individuali. E poi gli attentatori potrebbero benissimo essere locali. Per conseguenza, o gli irakeni imparano (cosa impossibile) a non riunirsi mai in notevole numero, o gli attentati continueranno. Magari diminuiranno quelli contro i poliziotti irakeni, che impareranno a difendersi, ma la popolazione civile non ha difesa.
Le prospettive non sono rosee. Si può solo sperare che il controspionaggio irakeno arrivi ai capi del terrorismo e alle sue fonti di sostegno finanziario. Si può sperare in un’ondata d’indignazione panislamica che condanni questo genere di guerra vile e sporca. Creando così una union sacrée contro il terrorismo che migliorerebbe i rapporti con gli Stati Uniti e renderebbe più facile un’ipotesi di pace in Palestina. Ma è meglio non scambiare i nostri desideri per previsioni.
giannipardo@libero.it


Ops
1.
L'Unità online, 28 febbraio: "«Osama catturato», ma è solo un falso allarme".  Qualche vizioso freudiano lambiccherebbe: se lo catturano sul serio, per l'Unità è vero "allarme"?
 2.
Il Papa non vorrà mica lasciar credere a Bossi che quelle frasi in perfetto romanesco avessero intento discriminativo? Via, Santità, tranquillizzi il Bossi! Glielo dica, in perfetto padano, un bel "va da via el cul"!
3.
Votare no. Oppure astenersi. Oppure uscire dall'aula al momento del voto. O rimanere presenti, ma non partecipare alle votazioni. O si rovina il prestigio del candidarsi a guida di un futuro governo o si rovinano le future alleanze. Ideona: votare sì e dire subito "ops, ho sbagliato".
 (L.C., 2.3.2004)