Archivio marzo 2004
À LA
TÊTE DU CLIENT
I francesi, quando si accorgono che un prezzo non è
fisso, ma cambia secondo chi lo deve pagare, dicono che è “à
la tête du client”, cioè secondo la faccia del cliente.
In Italia, à la tête du client abbiamo la giustizia.
Lo si vede da come oltre mezzo paese si batte per vedere libero Sofri
mentre dubitiamo fortemente che, se Previti fosse già stato condannato
con sentenza definitiva e messo in carcere, il paese si sarebbe mobilitato
per lui e Ciampi avrebbe addirittura scritto al Ministro della Giustizia.
Ci si può chiedere il perché di questa differenza, mettendo
in parallelo Sofri com’è, e Previti come sarebbe, se in galera.
1.
Sofri si reputa innocente, ma chiunque abbia mai frequentato le carceri
sa che la maggior parte dei condannati si reputa innocente. Molti di
loro sono anzi soggettivamente innocenti ed oggettivamente
colpevoli. Il che rende ancor meno importante la loro opinione. Quanto
a Previti, ha proclamato la propria innocenza mille volte, fino alla
nausea.
2.
Sofri è stato sottoposto ad un giudizio di primo grado, due
o tre di secondo grado, tre o quattro di Cassazione, uno di revisione,
seguito dalla conferma della Cassazione e infine uno della Corte Europea.
Tutti questi giudizi - salvo un caso d’assoluzione in Corte d'Assise
d’Appello, per volontà dei giudici popolari e col dissenso dei
giudici togati - sono stati di colpevolezza. Se Previti fosse nella stessa
condizione, nessuno (giustamente) metterebbe in dubbio le sentenze o
lo considererebbe una vittima.
3.
Previti è antipatico, ma anche Sofri è antipatico: la
sua arroganza sostanziale tocca livelli insoliti. Solo che a lui, stante
la sua storia e la sua collocazione politica, si perdona anche l’essere
antipatico.
4.
Sofri si è comportato bene, in galera. Ma, appunto, se si fosse
comportato male, ci sarebbero state sanzioni. Insomma il comportarsi
bene è un elementare dovere, non un elemento positivo. Previti,
probabilmente, si comporterebbe benissimo: è un grande avvocato
e un uomo d’una certa età.
5.
Sofri libero non rappresenterebbe certo un pericolo per la società.
Ma neppure Previti, soprattutto se, in seguito alla condanna, gli fosse
vietata la professione.
6.
Sofri infine si reputa talmente innocente da rifiutarsi di presentare
la domanda di grazia. Sicché la grazia concessa a lui avrebbe
il valore di una riparazione per un errore giudiziario. Ci chiediamo
chi, in queste condizioni, ammesso che Previti fosse stato condannato
sette od otto volte, sarebbe in favore della concessione della grazia.
Il parallelo potrebbe continuare
ma si può saltare alla conclusione. Sofri ha un unico merito:
i vecchi compagni di sinistra che un tempo gli furono accanto ora hanno
in mano il potere politico, giornalistico, ecc. e non dimenticano gli
amici. Previti invece è l’avvocato di Berlusconi. Ammettiamo che
abbia corrotto dei giudici, anche se fino ad ora le sentenze non dicono
per quali processi: rimane il fatto che la sua colpa principale, nell’Italia
d’oggi, è di non essere simpatico a Ferrara, Boato, alla sinistra
tutta. Ed infine a Ciampi, che ha più sensibilità d’un anemometro.
Una nota particolare merita Pannella
che fa lo sciopero della sete non per Sofri, oh no!
ma per i poteri del Presidente della Repubblica. E non è che
lo faccia oggi perché oggi si parla tanto di Sofri, oh no! lo
fa per motivi giuridici eterni. Ne prendiamo nota.
Dal momento che non somiglio
in nulla a Tyrone Power e neppure a George Clooney, non credo d'avere
la “tête de client” giusta. Cercherò dunque di
non commettere neppure il reato di divieto di sosta. E nel caso sono pronto
alla latitanza.
Gianni Pardo, 2 aprile 2004
P.S: Senza questo baccano e con
una domanda di grazia, sarei a favore di Sofri.
AVANTI, BRAVA GENTE...
"Avanti, brava gente che tappezzate
i vostri balconi di belle bandiere arcobaleno, spiegateci con sufficienza
che la colpa è di Berlusconi, Blair e Bush. Non è evidente?
Senza intervento occidentale in Iraq, nessun rogo a Falluja. Saddam
sarebbe ancora sul suo trono.
Senza occidentali
in Iraq, gli stranieri potrebbero vendere in pace camion e cannoni
mentre le pile di cadaveri crescerebbero di nuovo alla media calcolata
di 300/400 morti al giorno. Spoglie irachene, naturalmente: le trovate
più sopportabili perché autoctone, o sublimi antirazzisti?
Ieri la barbarie calava dalle alte sfere locali e insanguinava 25
milioni di irakeni.
Oggi, risorge tra
gli ambienti sunniti inquadrati e diretti dalla passata nomenklatura.
Dall’inizio alla fine, questa efferatezza resta abominevole, porta
il segno di un Saddam o di un Bin Laden, l’uno privo di scrupoli quanto
l’altro.
Avete mai sentito
parlare di guerre di religione? Non portano la responsabilità
di Blair. E Guernica? Berlusconi non c’entra nulla. E le fosse Ardeatine,
credete di potervi scorgere la mano nascosta della Cia o dei Neocon?
Vi prego: osate, per un istante, guardare in faccia l’odio e il fanatismo
per come l’eternità li riproduce, uguali a se stessi.
Dimenticate per un
momento le vostre sacrosante baruffe da campanile, perché
non hanno voce in capitolo: Prodi o Berlusconi sono zuppa o pan bagnato
per i linciatori del Medio Oriente. Mentre voi brandite i vostri deliziosi
striscioni intitolati “pace”, quelli concludono la loro festa a colpi
di vanga e di pietre sui corpi incendiati."
(01.04.2004
- articolo di Andrè Glucksmann sul Corriere della Sera,
articolo non in rete)
Perle d’intervista
- 16 Marzo
2004, D'Alema, intervista
al "Corriere della Sera"
...«La
posizione di Zapatero è la stessa da noi sostenuta nel
recente dibattito parlamentare.»
...«
sul Medio Oriente, ha ragione Prodi.»...
...«
Anche sul Kosovo ci fu il pacifismo ma la logica era diversa.»...
...«La
penso come Prodi»...
...«Gli
americani non hanno capito che, oggi più che mai, la svolta
globale dell'area passa per Gerusalemme. Lì c'è il principale
alimento dell'integralismo islamico.»...
...«Per
questo condivido in tutto l'analisi di Prodi»...
...«Il
verbo sciogliere fa paura, io non lo uso, diciamo mettere insieme»...
- 28 Marzo 2004, D'Alema,
intervista a La Stampa
...«Faccio
osservare che noi con l'Internazionale socialista, in Iraq ci
siamo andati a luglio»...
...«La
proposta, è chiara. Ne ho discusso a lungo, anche con
Prodi»...
...«Non
possiamo e non dobbiamo accettare l'idea che a Gerusalemme si
combatte il terrorismo come a Madrid. A Gerusalemme ci sono tragici
atti di terrorismo, inaccettabili, e che vanno condannati e contrastati
con durezza. Ma c'è anche uno Stato aggressore Israele, che
tende a confinare i palestinesi in una riserva indiana. A reprimerli,
a umiliarli. E questo noi non sempre lo vediamo, anche a causa di un
comportamento della Rai in alcuni momenti apertamente fazioso".»...
...«Capisco
Blair, Chirac e Schroeder. Se hanno cose serie di cui parlare,
perché dovrebbero chiamare uno come Berlusconi?»...
(cp, 31.03.2004)
Riceviamo dalla nostra faina e volentieri
pubblichiamo:
Di tutte le cose che Tanzi ha detto una in
particolar modo viene tenuta in seria considerazione. Pare infatti
che i "contributi" dati a D'Alema, Berlusconi, Prodi, Scalfaro,
Casini, nelle forme più varie siano in realtà legittimi
contributi. Ma c'è un poltico che, si dice, non sia in questa
stessa condizione, in quella, cioè, di poter dimostrare di
non aver intascato cifre da Tanzi per "chiudere un occhio" su alcune
cose e non semplicemente come "contributi per il partito". Il gioco
in Procura si sta delineando in maniera chiara. In molti si domandano:
quando scoppierà la bomba ? O la Procura deciderà di
non farla scoppiare ? E perché dovrebbe ? Lo scenario è
inquietante. Una persona a Roma se la ride, tutto sapendo e nulla temendo:
un ex presidente.
C.F.Kane
Ué, belli!
Ué, belli, vi scrivo da una città
in cui almeno quattro o cinque volte all'anno accade che le forze
dell'ordine vengano tragicomicamente ostacolate da comuni cittadini,
chiamiamoli così, nel corso delle operazioni di cattura
di pesci grandi, medii e piccolissimi della delinquenza indigena.
Passi per l'incintissima moglie del boss, che disperata s'avvinghia
ad una gamba del maresciallo, mentre l'amante del marito s'avvinghia
all'altra, ed il boss istesso, intanto, sgaiattola per il tunnel
sotto la vasca ad idromassaggio. In questo caso, con uno sforzo di
comprensione che travalichi il penale, potremmo dire che ogni luogo
sia paese, che questo accada anche a Brescia, a Oslo e a Phoenix.
Ma, se fate un salto in emeroteca, vedrete che nella città da
cui vi scrivo è spesso, spessissimo, accaduto altro, di più.
Leggerete di volanti della polizia accerchiate, prima, e capovolte,
dopo, da fan, sodali, simpatizzanti e clienti di un pusher che intanto
se la squagliava in moto, facendo slalom nei vicoli tra passeggini
e banchetti di sigarette di contrabbando. Leggerete di carabinieri coperti
di calci, insulti e sputi da comuni cittadini, s'è detto che
li chiamavamo in questo modo, in difesa d'uno scippatore colto in flagrante;
e poi, di finanzieri ridotti a mal partito da pietose matrone, virgulti
con gli occhiali a specchio, attempati edentuli ed altri estemporanei
samaritani per aver tentato l'arresto di un guardamacchine abusivo, di
un ambulante venditore di cd clonati, di un peripatetico commerciante di
bombe di Maradona; e poi, di vigili urbani pestati a sangue da automobilisti
che avevano parcheggiato in terza fila, con la collaborazione di quelli
parcheggiati in seconda; e poi, di altro, che a raccontarlo quasi non
sembra vero. Nella questura della città da cui vi scrivo c'è
qualche poliziotto che ancora si carezza il bozzo che gli causò
la pioggia di masserizie piovute dai balconi per impedire la cattura dell'eroe
di turno, braccato nel suo basso superaccessoriato o nel suo appartemento
blindato e videocontrollato, fin lì riverito, coccolato, invidiato
e omertosamente protetto da tutto il cordiale vicinato. Gente col cuore
in mano, la gente della città da cui vi scrivo, ma spesso nella
mano sbagliata.
Orbene,
belli, stamane, qui, si son tenuti i funerali di una ragazzina
di 14 anni, passata da due giorni di coma alla morte, per una pallottola
uscita non si sa bene ancora da quale pistola. Un killer cercava
di far fuori un boss che passeggiava in una strada affollata; pare
che il boss abbia afferrato la ragazza per i capelli, facendosene
scudo. Questa è stata la prima versione. Ora, invece, andrebbe
prevalendo un'altra idea tra gli investigatori: sarebbe stato il boss
a sparare per difendersi dal killer, e avrebbe sbagliato mira. Errare
humanum est, sbaglia il chirurgo, sbaglia il centravanti, sbaglia pure
il boss. Non so quale delle due versioni offra più attenuanti
generiche all'assassino, ma si farà fatica a stabilirlo. Questo
perché non s'è trovato uno dei tanti presenti all'accaduto
capace di chiarire la dinamica. E sì che nella città da
cui vi scrivo si è capaci di cogliere un fuorigioco anche dall'ultimo
anello delle tribune dello stadio, di poterci giurare sulla buon'anima
di mammina, sicché, se l'arbitro non l'ha visto, si bruciano
auto e cassonetti per ristabilire una frenzola di giustizia. Gente dalla
meninge sveglia, capace di ricordare a memoria, fino all'ultimo lamento,
tutti i testi dell'ultimo cd di Gigi D'Alessio, di calcolare tutti i
ritardi del 15 e del 74 sulla ruota di Genova e di Palermo. In questo
caso, niente, c'era distrazione. Commozione, invece, quanta ne vuole,
avrebbe dovuto vedere i funerali, strazianti com'è ovvio. Parenti
stravolti, ma composti. Prete che si augurava che da tanto dolore potesse
nascere una speranza e bla bla bla, amen. Autorità attonite, come
sgomente del fatto che tanta violenza sia possibile in una città
in cui è si messa qualche fioriera qua, qualche lampione là,
qualche reddito di cittadinanza di qua e di là. Qua e là
dolore sceneggiato di chi nemmeno conosceva la ragazza, a questi funerali,
ma "c'aggia fa', so' commosso, mi devo sfogare". S'è detto: "C'era
tutta Forcella", questo il nome del quartiere in cui è accaduto
il fatto. Tutta? Nemmeno un complice, più o meno volontario, della
diffusa delinquenzialità cittadina che ha maturato quest'ultimo assassinio?
Nemmeno un amico del boss o del killer? Vuol dire che in emeroteca ci
sono scritte tutte balle. Scusatemi se ve le ho riportate, pensando fossero
prova di un crimine peggiore dell'omertà: l'ipocrisia. Ué,
belli, diciamo che vi ho intrattenuto con un po' di folkloristico disfattismo.
Baci.
(Luigi Castaldi,
31.3.2004)
PEDALO', TRICICLO
(ANSA) - ROMA, 30 MAR - Botta e risposta sul
filo dell' ironia tra il ministro dell' Economia Giulio Tremonti
e il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani, durante
la tramissione Ballarò. "Berlusconi - ha detto Bersani
parlando della congiuntura economica e lanciando il sasso per primo
- è come il pedalò, va bene quando c'é il sole".
"Ma dai - gli ha subito risposto Tremonti - non
di dimenticare che tu sei il triciclo".
No pasaràn
« L'Italia deve sentirsi fiera d'aver
svolto un ruolo centrale in Iraq. E un eventuale governo italiano
di sinistra, erede della grande tradizione antifascista, sbaglierebbe
a seguire la strada del disimpegno auspicata da Zapatero: un
terribile e tragico sbaglio (...) Nello
slogan dei terroristi di Madrid, ' viva la muerte', Zapatero
avrebbe dovuto riconoscere subito la parentela col franchismo,
rispondendo con lo stesso ' no pasaràn', simbolo della lotta
dei socialisti spagnoli contro la dittatura » »
.
Parla
Paul Berman (intervistato lunedì dal Corriere della Sera,
intervista pubblicata on line da Informazione Corretta: clicca
qui),
lo scrittore liberal americano il cui nuovo libro « Terrore
e Liberalismo » ( Einaudi, Stile Libero) sta per uscire in
Italia.
E ancora,
dal sito di Radio Radicale, clicca qui,
Paul Berman, Chistopher Hitchens, Andrew Sullivan, e altri
interventi sui neocons, la guerra al terrorismo e le contraddizioni
nuova sinistra americana a confronto con la vecchia sinistra
italiana.
(cp, 30.03.2004)
MAGIC MOMENT
Per fortuna ho registrato in vhs una puntata
di Telecamere (Raitre, 21 marzo 2004), ospiti Di Pietro, Mastella,
La Malfa e De Michelis, sennò tutti quei momenti sarebbero
andati persi nel tempo come lacrime nella pioggia, insieme alle
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione
e i raggi B alle porte di Tannhäuser. Ci sono cose in quella
cassetta che voi umani non potete neppure immaginare. Di Pietro prende
appunti con un sorrisetto da sfinge, mentre parla De Michelis. De
Michelis sorseggia ripetutamente il suo bicchiere d'acqua e butta gli
occhi al cielo, mentre parla Di Pietro. Mentre i due parlano, Mastella
si rassetta le vibrisse. Quando viene il suo turno e risponde alle
domande della gentile conduttrice, non stacca gli occhi dalla lucina
della telecamera, il seduttore. Mentre parla La Malfa, la gentile
conduttrice contrae la fronte in un tremendo sforzo, come per capire.
Poi De Michelis interrompe Di Pietro che è interrotto da La
Malfa, interrotto da Di Pietro. Mastella sorride, con la gamba accavallata.
Così anche La Malfa, che non sorride. De Michelis e Di Pietro
a gambe larghe, poi anche Di Pietro a un certo punto le accavalla,
mentre Mastella si aggiusta la cravatta e fa una fossetta su una guancia
succhiandosi le gengive. La Malfa è in vestito grigio chiaro,
camicia bianca, cravatta blù avion. De Michelis è in grigio
scuro con cravatta a pallini. Di Pietro, da vero Cincinnato, è
in completo spezzato con cravatta di bancarella. Mastella, anche
col fermo immagine, non si capisce. Di cosa s'è parlato? E chi
ci ha fatto caso! Solo in punto, m'è sembrato, c'era Di Pietro
che proponeva di non candidare politici che avessero avuto una condanna
penale e presentava la proposta come cosa prepolitica, mentre la gentile
conduttrice si torturava la collana al collo con un sorriso obliquo,
e gli altri tre triangolavano gli sguardi. Momenti irripetibili, da guardare
e riguardare.
(L.C.,
30.3.2004)
1° APRILE?
GNOSEOLOGIA PRAGMATICA
Come osservava Pascal, l’universo esiste ma non è capace
di dire “io”. L’uomo invece non solo sa di esistere ma è capace
di riflessione: cioè di riflettere nella propria coscienza l’esistenza
dell’universo come in uno specchio.
Meraviglioso, tutto questo: e
tuttavia il fenomeno incontra un gravissimo limite nella sproporzione
fra l’immagine da riflettere e lo specchio usato. Se si rendesse veramente
conto della complessità del reale l’uomo non oserebbe formulare
conclusioni. Poiché però questo non sarebbe utile, ecco
che, per ragioni di sopravvivenza e più genericamente “economiche”,
l’uomo si forma un complesso di nozioni, parametri, principi che lo fanno
sentire informato e fin troppo in grado d’orientarsi nella realtà.
Per il selvaggio dell’età
della pietra una formica era una formica. Non sapeva come funzionava,
come riusciva a sopravvivere, con quali meccanismi biochimici, psicologici
eccetera riuscisse ad interagire con l’ambiente ma questo non lo turbava.
Del resto neanche noi sapremmo spiegare perché una formica che
va veloce in una direzione improvvisamente devia a destra o si ferma.
Ma tutto questo era senza importanza allora come oggi. Una formica è
solo una formica. Una volta che le abbiamo dato un nome e non ce la
troviamo nel brodo può vivere e morire per i fatti suoi quante
volte vuole. Non è come la zecca, da cui temiamo d’essere aggrediti.
E neppure come il leone o la mucca da latte. Questi sì sono importanti:
la formica no. E la differenza la fanno l’utilità o il pericolo
che rappresentano.
Quasi tutta la nostra conoscenza
è orientata utilitaristicamente. Questo non sarebbe un male se
noi non avessimo tendenza ad assegnare alla nostra utilità un
valore assoluto ed addirittura etico. Noi uomini non ci limitiamo ad
ammazzare la zecca perché potrebbe attaccarsi a noi o al nostro
cane, ma perché è cattiva in assoluto. Perché merita
d’essere soppressa.
Questo fenomeno si riproduce anche
nei rapporti umani e particolarmente in quelli politici. Non è
che quelli che non la pensano come noi sbaglino in buona fede, no: sono
cattivi, malintenzionati, vogliono il nostro male o, addirittura, il
male di tutti. La lezione di Socrate, secondo il quale il male è
solo ignoranza (o stupidità), non è stata raccolta. Si preferisce
dividere l’umanità in buoni e malvagi, mettendo indefettibilmente
noi stessi ed i nostri amici dalla parte dei buoni.
Questo atteggiamento è
forse inevitabile e, al limite, utile alla sopravvivenza della specie:
ma non va accettato dal punto di vista intellettuale. È lecito
che io cerchi d’uccidere chi vuole uccidermi, anche se le sue ragioni
per uccidermi sono migliori di quelle che ho io per uccidere lui,
ma non devo dare a me più ragione che a lui. Posso uccidere
il leone che vuol mangiarmi, ma non è che il leone abbia torto
ed io ragione. Infatti a mia volta, prima d’uscire dalla tenda, ho mangiato
una bistecca di manzo. Come diceva Nietzsche, l’uomo, rispetto a tutti gli
altri animali, ama concedersi un lusso in più: non solo fa i propri
interessi a scapito degli altri, ma ama pensare d’avere ragione e che sia
morale comportarsi come fa.
Almeno dal punto di vista astrattamente
intellettuale dovremmo cercare di ricordarci che il nostro avversario
si sente tanto nel giusto quanto ci sentiamo noi. Sentimento e morale
infatti sono molto flessibili e si curvano facilmente a servire il loro
portatore. Ecco perché l’unica discussione utile è quella
oggettiva e scientifica, non quella sentimentale o morale. Sentimento
e morale ci pareggiano tutti. Dimmi con calma le tue ragioni e ascolta
con calma le mie: forse è impossibile fare di più.
Giannipardo@libero.it
26 marzo 2004
dato che l’argomento
ha riflessi filosofici, se ho scritto sciocchezze sarei grato se mi
fossero segnalate.
Massima del giorno
Per l'omicidio è ovvio che ci debba
essere un secondo grado di giudizio, per la stupidità no.
G.P.
MOLLICHINE
I palestinesi hanno detto che il ragazzino mancato kamikaze
è un ritardato mentale. Che gaffe. I segreti di Stato non devono
essere violati.
Ciampi: “No ai muri contro il
terrorismo”. Meglio le porte aperte.
“Per Hamas Sharon è un
obiettivo”. Non bisognava dirglielo: avrebbero potuto sorprenderlo!
Berlusconi: “La sinistra deve
smetterla di compatire i nostri soldati”. Ma c’è da capirla,
la sinistra: esterofila, segue un atteggiamento europeo secolare.
giannipardo@libero.it
Napul'è
Il quartiere di Napoli in cui, sabato
sera, una ragazzina di 14 anni è stata ridotta al coma vegetativo
da un proiettile destinato ad un boss locale, che non ha esitato a usarla
come scudo umano, è lo stesso quartiere in cui, più volte
in passato, si sono verificati tragicomici episodi di ostruzionismo
da parte dei residenti nel tentativo di ostacolare le forze dell'ordine
impegnate nella cattura di pesci grandi e piccoli della delinquenza di
Forcella. Atti di vera e propria devozione popolare verso gli esponenti
della malavita indigena, di cui fa parte anche il galantuomo che avrebbe
afferrato per i capelli la ragazzina, parandosi e così salvando
la sua tanto preziosa vita. E' utile, io credo, che questo venga ricordato
per chiarire il contesto in cui s'è maturato questo orrore, a
fronte dei vittimismi che ora verranno stesi come panni messi ad asciugare,
tra finestra e finestra nei vicoli, tra connivenze antropologiche ed inefficienze
istituzionali. Carduccio, se possibile, questa postala senza firma, non
si può mai sapere.
(29.3.2004)
Il soldato ciccione
e psicotico
C'è da giurarci: per il caso dei soldati
americani suicidi in Iraq, assisteremo alla solita manipolazione
dei dati statistici in campo clinico. Dolosa, colposa o preterintenzionale
che sia, considero pericolosissima la cosa: induce distorsione nella
comprensione dei fatti. Un caso esemplare del passato: la frequenza
dei malati di Aids tra i gay, negli anni ottanta. Penso a tutto il
ritardo che il fascino della metafora "castigo divino" procurò
ad una vincente strategia nella profilassi. Ho una simpatica collezione
di ritagli di giornali di quegli anni che, indipendentemente dal midollo
ideologico della penna, contenevano vistose concessioni a quella metafora,
in forma di lapsus. Suggestioni? E' di quella natura il rapporto tra
chi legge e chi scrive. Ricordate di quando si parlò della percentuale
di suicidi nella popolazione carceraria italiana? Io forse pretendo troppo,
vorrei che in voi non ci fosse neppure un briciolo di moralismo, così
forse sbaglio, mi considerete repellente. Ma si dovrà pur dire che
il numero dei suicidi tra i detenuti italiani è uguale a quello
tra popstar americane, manager giapponesi e adolescenti scandinavi'
Il che nulla toglie al fatto che le carceri italiane facciano veramente
schifo, siano una vera vergogna per un paese che sbruffoneggia a fare
la quinta o la sesta potenza al mondo ed è un "caso", ecc. ecc..
Ma ho l'umile parere che il senso di quella valenza statistica non potesse
e non dovesse essere piegata ad un pur nobile fine, a quel modo, ancillare
di una pedagogia pietistica. Lì, anche il Foglio c'è cascato,
come il Messaggero di Sant'Antonio.
Vedrete che, per i soldati
americani suicidi in Iraq, la stampa non potrà fare a meno di
invitare a nozze Fromm, il Vietnam, De Andrè... vi risparmio la
lista degli invitati, tutte anime gentili. Eppure basterebbe riflettere
sul fatto che lo studio al riguardo data almeno 14 gennaio (un'AGI/AFT
da Washington) e che viene cucinato solo ora dalle cucine informative di
casa nostra. Epperò, quell'agenzia includeva i seguenti fatti: lo
studio scientifico era stato condotto dal Pentagono, che non ne aveva tenuto
celati i risultati (facilissimo per un Iraq giornalisticamente molto ambiguo);
il funzionario della Difesa addetto alle questioni sanitarie, William Winkenwerder,
contestualmente all'annuncio dei dati aveva precisato: "Non vediamo
un trend che ci dice che c'è qualcosa in più o di diverso
che potremmo fare"; aveva altresì precisato che in Iraq era operativo
da tempo un sistema di monitoraggio psicologico delle truppe e che i
militari considerati a rischio venivano via via rimpatriati; che i dati
epidemiologici erano limitati ad una sola Arma. Di queste cose, vedrete,
cosa saprà scriverci qualche piscialetto della sinistra nostrana.
Scommettiamo che tirano fuori il soldato ciccione e psicotico di Full metal
jacket? Vi propongo la macabra lotteria: chi lo farà per primo, uno
scienziato o un umanista? Cancrini o Vattimo? Galimberti o Scalfari?
(Luigi Castaldi, 29.3.2004)
Dal nostro inviato in
seconda all'Ergife: Tutto su Cecchi (ovvero: la ruota del Paone)
In effetti il fatto che la prova dell’applausometro
alla Convention dell’Ergife sia stata stravinta di parecchie lunghezze
non da Pannella né dalla Bonino, bensì da un Alessandro
Cecchi Paone in versione niciana, dà la misura di come i radicali
stiano attraversando un momento davvero difficile.
A parte il solito Pecoraio
Scanio, dedito unicamente a ravvivarsi l’abbronzatura accaparrandosi
i fari delle telecamere presenti in sala (al punto da beccarsi un
cazziatone in diretta dalla Bonino), tutti gli altri ospiti si sono cimentati
fiaccamente nell’improbabile impresa di improvvisarsi pannelliani: da
un Bertinotti docente di nonviolenza, ad un Violante dedito allo shopping
sulla bancarella dei libri di cultura gay-libertaria, eppoi Pierferdy Casini,
monsignor Bondi, fino allo stesso attesissimo Giuliano Amato, tutti (incluso
quest’ultimo) prodighi di gratuite pacche sulle spalle e di inconsistenti
blandizie, ma sempre rigorosamente senza alcuna proposta/offerta concreta,
senza ciccia. Dalla platea solo sbadigli, giustamente.
Invece con il bel Paone
, tutta un’altra musica. L’unico ad infervorare la sala, l’unico
a far alzare i culi dalle sedie. Eppure, in fondo, perché?
Nel suo acclamato intervento non ha fatto che sciorinare il rosario dei
più ritriti luoghi comuni dell’ anticlericalismo da bar, dalla
religione “causa di tutti gli odi e di tutte le guerre” alla famiglia
che semplicemente “non esiste più”, senza omettere nessun classico
della serie (a parte quello degli oratori crogiuolo della pedofilia,
stranamente pretermesso).
Qualcuno ha malignato che
il palinsesto di Radio Radicale potrebbe presto venir rivoluzionato
per far spazio ad una conversazione settimanale con il conduttore
della Macchina del Tempo. Il Direttore Bordin smentisce categoricamente.
Chi vivrà, vedrà…
(ale tap., 29.03.04)
Dal nostro inviato
all'Ergife: Tutto su Paone (Un'emozione serpeggiò)
Con non poco tremulo passo ci eravamo
apprestati alla soglia di questa Convention dei Radicali. Quasi
sembravamo zoppi per il tremulare. Si annunciava il botto. La cosa,
perversa per chi tra i Radicali è destro, squisita per chi è
sinistro, doveva essere che i mistici più invischiati nelle cose
di questo mondo saltassero su quello sgangherato trabiccolo dell'Ulivo.
Questo, per i gonzi. Le sensibilità più fini, invece, dicevano
che fosse 'paso doble'. Be', comunque un botto, no? E invece nulla, nulla,
nulla. Come l'istesso nome dice, la Convention è stata momento convenzionale
e conventuale. Qualche nervosismo della Bonino che per 2'18" ha impensierito
Pannella, ma davvero davvero. Notavamo pensono Della Vedova: "Per farlo
impensierire anch'io, ecco, mi stabilisco a Ulan Bator, comincio a studiare
il mongolo, chissà!". Ma per il resto, nulla, nulla, nulla. Fatta
eccezione per lui, il Paone, sì, il Cecchi, proprio lui, l'Alessandro.
In un intervento dalle violacee tinte anticlericali, il Paone (in subordine,
il Cecchi) ha scosso la platea e riscosso un successone. In soldoni: la
Croce non è un simbolo d'amore, i single e le famiglie scassate titillano
l'economia, e poco ci mancava un "porca-la-madonna!" per darci godimento
da stile libero nella Nutella. Grande, il Paone! Altro che documentaruzzi
sul Velociraptor e sulla sempre tragica tragedia di Pompei. S'è
anche detto disponibile a dare una mano, non ha specificato quale. Be',
se questi Radicali volevano sfondare il muro di silenzio in cui i media
li avvolgono da decenni, adesso hanno una talpa nel sistema televisivo.
Uno che, quando parla di clericarismo, le dice chiare e tonde, porco qui
e porco là, facendo perfino arrossire Platinette in prima fila.
Un figo!
(L.C., 28.3.2004)
Roba di gusto
Adesso non si venisse a dire che è stato
un errore il non apporre, qui in Italia, il divieto ai minori
di 14 anni sui truculenti effetti speciali della Passione di Mel
Gibson. Si darebbe ragione ad Adel Smith, che sul Crocifisso ci vedeva
un cadaverino martoriato. Lo dico da non credente, davvero non sarebbe
bello. Ma si darebbe ragione anche - e questo sarebbe per me ancor meno
bello - a chi continua a definire vera arte il Vangelo secondo Matteo by
Pier Paolo Pasolini. Questi vorrebbe convincerci che vita, parole, opere
e morte di Cristo sarebbero un'occasione - una delle tante - di metafora
poetica. Chi più poeta d'un cristiano che portava la Novella in
giro con alfetta grigio metallizzato? Questi vorrebbe convincerci che
il dolore deve avere un altro fine oltre al riscatto, se non vuol esser
trash. Che questo fine dev'essere l'arte, la loro arte. Roba di gusto,
ovviamente, il loro gusto. No, per piacere. Sarà un noiosissimo
polpettone antisionista, ma adesso fateglielo guardare in pace ai signori
bambini - con pop corn e aranciata. E' la prole di chi fino a ieri, pur
non credente, faceva il cattolico apostolico romano. Non ci venisse a
dire, adesso, qualche bella e importante signora del centrodestra, che
lei, quei grumi di violenza, non li fa vedere ai propri figli. Eventualmente
li mette davanti a Pasolini. Non lo venisse a dire a noi che nel variegatissimo
acquario del centrodestra ci siamo presi fama di pescecani mangiaprete
per aver osato dire che non ci dev'essere religione di stato o di
civiltà. Potremmo far notare a modo nostro, con mite sarcasmo,
che pure la coerenza è un'arma buona, insieme alla Croce. Ma
figuriamoci se ci permettono il sarcasmo, per quanto mite. Le belle e
importanti signore, talvolta principessine, del centrodestra sono infiammate
di cristianissima fede nelle interviste, ma anche loro, come le analoghe
e omologhe del centrosinistra, non vogliono che la notte er pupo me
se sveja e rompa er cazzo co li sogni brutti.
(Luigi Castaldi, 27.3.2004)
Cose così
Il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, al
quotidiano arabo Al Hayat: "Un anno fa non c'era terrorismo
in Iraq, oggi è diffuso ovunque. Ogni giorno attentati, non
possiamo chiamarlo progresso". Ma il terrorismo avrebbe le
ore contate, perché il simpatico burocrate ha una soluzione:
"Un'équipe di esperti partirà nei prossimi giorni
per Baghdad, per valutare le condizioni di future elezioni in vista
del trasferimento dei poteri". Geniale, i terroristi ne saranno
terrorizzati.
(Luigi Castaldi, 27.3.2004)
To smoke
Trovo davvero sconcertante
che gli oltranzisti della "pace senza se e senza ma" operino
una costante mistificazione dell'art.11 della Costituzione,
e senza che alcuno, tra coloro cui pur piace così com'è,
s'indigni e segnali il tradimento della lettera e del senso.
Ultimo esempio, in ordine di tempo: un appello della "Sinistra
Ds per il Socialismo", pubblicato sull'Unità di venerdì
26 marzo. Nel titolone: "L'Italia ripudia la guerra...". Proprio
così, con i puntini sospensivi. In realtà, a leggere
oltre sulla Carta, l'Italia la ripudia "come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli". L'Italia, oggi, offende
la libertà del popolo iracheno, o forse non la offendeva Saddam
Hussein? Leggendo ancora oltre: l'Italia la ripudia anche "come strumento
di risoluzione delle controversie internazionali". E quando gli altri
strumenti di risoluzione si fossero dimostrati inefficaci? Cosa dovrebbe
fare per risolvere un'ipotetica controversia con la Repubblica di San
Marino che, armi in pugno lì lì to smoke, intendesse
annettersi Rimini, Riccione e, per un vitale sbocco sul Tirreno, Capalbio?
Ripudiando la guerra senza se e senza ma, cedergliele? E dove vanno
più a riposarsi delle dure marce invernali i poveri pacifisti quando
viene l'estate? Cuba, alla lunga, annoia.
(L.C., 26.3.2004)
OMNIA MUNDA MUNDIS
J. C. Maxwell è un nostro attaché
che, evidentemente turbato (!) dalla verità di quanto appare
nella vignetta qui sotto, provocatoriamente m'invia questa e-mail:
"Parizzi, Parizzi!
Carina la vignetta propagandistica pubblicata venerdì 26
marzo su Capperi. Visto che le interessa la questione degli innocenti
impiegati illegalmente nelle operazioni militari, credo non mancherà
di pubblicare anche la foto che le ho mandato. E' tratta da un rapporto
sull'utilizzo di civili palestinesi come scudi umani realizzato
dall'organizzazione israeliana B'Tselem e disponibile sul sito di
quest'ultima all'indirizzo www.btselem.org
nella sezione "publications" (immagino vorrà linkarlo). Con
tanta tanta stima, J. C. Maxwell."
Per così poco,
caro Maxwell, dove sta il problema? Contento?
(cp. 26.03.2004)
SENZA COMMENTO
...E un altro blogger
irakeno, non filo-USA, scrive: <<ne valeva la pena>>
Sabato, in occasione dell’anniversario
della guerra, il canale satellitare BBCworld ha trasmesso
un servizio molto bello e molto ben costruito che aveva per
protagonista il più celebre blogger mesopotamico, il
mitico “Salam Pax”,
titolare del blog “dear raed”.
Ateo, architetto, gay, “Salam” non è
un blogger incline alla propaganda politica, e non lo si
può certo definire filoamericano (è solito accusare
gli USA di cinismo, opportunismo ed ipocrisia): il suo blog è
divenuto un punto di riferimento anche per questo. E’ stato ingaggiato
come collaboratore di importanti
testate, e i suoi interventi sul suo blog sono diventati
persino un libro, edito anche in italia (Baghdad
blog, Sperling & Kupfer).
Ah, dimenticavo: dicevamo del servizio
per la BBC. Gente intervistata per la strada, voci e volti
non banali. “Salam” in persona appare come intervistatore e poi
di tanto in tanto mentre ticchetta sul portatile, seduto davanti
a una moschea. Alla fine la sua voce fuori campo tira le somme:
“Saddam è acqua passata,
e questo grazie agli americani. Ne è valsa la pena?
Sì, statene certi. Lo sappiamo tutti: eravamo arrivati ad
un punto in cui non ci saremmo mai potuti sbarazzare di Saddam senza
l’intervento straniero”.
(ale tap., 24.03.04)
Un blogger iracheno
scrive ai pacifisti: <<in che mondo vivete?>>
Bagdad: "Quando ho visto
le manifestazioni pacifiste che si sono svolte in numerosi
paesi del mondo in occasione dell'anniversario della guerra
contro Saddam, non ho potuto fare a meno di pensare: perché
fanno una cosa simile?". Ali, un blogger iracheno, si rivolge ai
pacifisti. Oggi Il Foglio pubblica
il suo intervento. Cliccare qui.
(cp, 24.03.2004)
Videoconferenza inter
nos
A questo blog ogni tanto
vengono le smanie. Voglia di rinnovarsi, d'inventare qualcosa.
Ma mica è facile. Giorni fa noi quattro ci siamo riuniti
in teleconferenza e abbiamo sviscerato la questione. Gianni
era dell'idea che dovevamo fare un salto di qualità,
chessò mettere su un giornale. Col suo gesticolare lento
e ieratico che nella finestrella di NetMeeting fa il suo bell'effetto,
diceva: "Tanto lo fanno tutti. Io proporrei di partire da una
fondazione, chessò qualcosa del tipo 'Democrazia intransitiva'
o 'Liberalismo semideponente', arrivare in qualche modo a dei finanziamenti
e bla bla bla..." Proposta bocciata, mai leccato il culo ai politici,
mai bazzicato per conventicole, nessuna amicizia importante.
E poi, di noi quattro, nessuno è tanto obeso e barbuto da credersi
Ferrara, nè cotonato e acidulo da credersi Colombo. Carduccio
ha proposto di far diventare "Capperi!" un videoblog. Ma, appena
s'è capito che gli serviva ad autopromuoversi come gastronomo
nelle sue ricette in diretta, abbiamo spezzato le cosce alla proposta.
Certo, c'era di stuzzicante nella proposta quella possibilità
di link con chat lesbo, fetish e teen che lui ci assicurava per certe
conoscenze di ferro. Ma poi, alla fin fine, gli abbiamo fatto capire
che non avremmo retto a lungo agli effetti speciali. Castaldi, non
ne parliamo proprio, sempre lo stesso: voleva trasformare "Capperi!"
in sito a pagamento, con un web-ricatto del tipo "o ci scegli o ci
sciogli". In realtà, non s'è capito bene in cosa consistesse
la sua proposta, ché parla oscuro e a volte non si capisce neanche
lui: l'abbiamo zittito a metà di uno sproloquio di due ore,
in cui ha citato un sei dozzine di capoccioni, da Euripide, il tragico,
a Tonino, il suo carrozziere. Per fortuna, Ale ha avuto un'ideona:
scegliere un giornale e recensirlo spietatamente tutti i giorni,
fino all'ultimo pelo perineale. Voi direte: dove sta la novità?
Non fa così anche Il Foglio con Repubblica e Il Giornale, non
fanno così anche altri blog con Il Foglio? Sì, è
vero, ma qui sta l'ideona di Ale, che ha alle spalle uno studio legale
da stratosfera e che non apre bocca se la virgola non è a pennello
di codice commentato: stroncare con tutta la cattiveria possibile quel
giornale, ma certi al mille per mille di non incorrere in alcun reato;
fargli saltare i nervi, agli stronzoni (ché abbiamo intenzione
di sceglierci degli stronzoni, così, per intantissimo sfizio);
provocare, se si può, qualche epilettica querela; e poi rifarci
con la richiesta di danno esistenziale. Ché noi a esistenza stiamo
messi mica male. Ottima proposta, no? Sì, ma che giornale? Giro
di proposte: Gianni diceva il Messaggero; Carduccio con un fogliaccio
della piana che neanche più ricordo il nome, adesso; Castaldi, tontolone,
diceva l'Osservatore Romano ed insisteva (diceva: "Gli togliamo anche
la Pietà di Michelangelo!"); Ale, che pure aveva fatto la proposta,
se chiuso in un "uhmmm" del cazzo. Niente, abbiamo rinviato la decisione.
Al 13 maggio. Chissà che fino ad allora non ci venga l'idea buona.
Ehi, voi, se ne viene una, non lesinate.
(L. C. , 24.3.2004)
Massima del giorno
Non importa quanto sapiente sia colui
che cerca di dimostrarmi che i cani hanno sette zampe, io posso
solo ascoltarlo per cortesia e lottando strenuamente per non addormentarmi.
G.P.
MOLLICHINE
Secondo Paolo Cento (Verdi), "è
sempre più evidente che [per piazza Fontana] si tratta
di una strage di Stato". Ora sappiamo cosa porta in giro,
Andreotti, nella sua gobba.
Folena: "Berlusconi
deve dare all'amministrazione Bush un ultimatum perché ceda
il controllo all'Onu". Perché non comincia lui, dando un
ultimatum a Berlusconi?
L'Iran congela le
ispezioni dell'Onu sul nucleare. Teheran non ha dunque imparato
che è pericoloso nascondere anche le armi che non si hanno?
Applicando la teoria
formulata nel 1764 dal matematico inglese Thomas Bayes, lo scienziato
britannico Stephen Unwin ha stabilito per Dio una probabilità
d'esistenza del 67%. Più o meno la stessa probabilità di
scienziati scemi.
Il compositore della
musica del film The Passion sostiene che Satana gli è comparso
più volte, durante il lavoro. Bisognava metterlo nei titoli
di testa e magari pagarlo.
Il poeta americano
Derek Walcott: <<Credo di credere in Dio>>.
Io credo che creda di credere ma di fatto non crede, perché credo
che, se credesse, non avrebbe l'impressione di credere ma la certezza
di credere. Almeno, credo.
Hieronimus Bosch
si chiamava van Aeken e cambiò il nome in Bosch in onore del
paese natale, Œs-Hertogenbosch. Per fortuna non era nato a Milano.
Secondo il geriatra
David Demko, Keith Richards, il 60enne chitarrista dei Rolling
Stones, sarebbe dovuto morire otto anni fa. C'è gente incapace
d'essere in orario.
Derby Roma-Lazio,
partita sospesa. Una guerra per un pallone. Meglio la guerra di
Troia.
Dopo l'aggressione
a Fassino, Angius: "Nel centrosinistra serve un chiarimento
politico, altro che scuse". Ma se neanche le botte gli sono chiare,
che spiegazioni si crede in grado di capire?
Parmalat, Tanzi interrogato
di nuovo. Visto che lo interrogano da settimane, immaginiamo
stia concedendo dei bis.
Giannipardo@libero.it
YASSIN
Piccola notizia: il numero due di Hamas, Abdul
Aziz Al Rantissi, mentre si trovava in mezzo alla folla scesa
nelle strade di Gaza per i funerali dello sceicco Yassin, ha dichiarato
che "non ci sarà vendetta, gli israeliani sanno che ormai è
guerra aperta". Poche parole si prestano a più numerose
considerazioni.
1.
Rantissi parlava in mezzo ad una folla composta di centinaia
di persone come quelle che egli minacciava di uccidere. Solo una
differenza antropologica, come quella che i nazisti facevano fra
se stessi e gli ebrei, rende concepibile un simile assurdo.
2.
Egli minaccia di uccidere centinaia di persone in Israele ma
difficilmente riuscirà a farlo. Al contrario Israele potrebbe
già oggi, con pochissimo sforzo (un elicottero e qualche missile),
uccidere quelle stesse persone che gli stanno intorno. Sarebbe un
colmo d'audacia dunque, da parte di Rantissi, dire quelle cose orribili,
se non fosse un colmo di stima per la civiltà d'Israele.
3.
Egli stesso sta in quella folla perché gli israeliani non
permettono a se stessi d'attaccarlo lì in mezzo. In altre
parole, egli si fa uno scudo della decency israeliana nel momento
stesso in cui dimostra di non sapere che cosa sia, la decency.
4.
Gli stessi funerali, conditi di slogan di odio e minacce di sterminio
per gli ebrei, sono una prova della tolleranza d'Israele. Essi
non si potrebbero tenere in quella forma se fossero vietati. Né
questo divieto sarebbe un provvedimento criminale, visto che l'Austria,
quando cominciarono i moti indipendentisti italiani, vietò
gli assembramenti di più di tre persone. Andate a dire
che l'Austria era uno Stato criminale.
5.
Per chi si ponesse il problema dell'efficacia del divieto, basterebbe
pensare all'uso intensivo di gas lacrimogeni gettati da un elicottero
o, al limite, una sventagliata di mitragliatrice. Sotto Stalin
non ci furono funerali solenni di dissidenti.
6.
Rantissi parla poi di un'intensificazione dell'intifadah,
e parla di guerra aperta. Questo implicherebbe che Hamas fino ad
oggi non ha fatto tutto quello che poteva fare, in materia di terrorismo.
Che ha risparmiato qualcuno o qualcosa: e questa è una patente
bugia, fra le mille altre. Infatti, fra gli attentatori, Hamas ha usato
non solo uomini ma anche donne, anche giovani, anche incinte. Ha usato
adolescenti e recentemente ha tentato di sacrificare senza neppure
chiedergli la sua opinione un ragazzino di dodici anni. Per quanto
riguarda le vittime, ha scelto persone che si recano al lavoro in autobus,
uccidendo bambini, vecchi, donne, studenti, ogni sorta di persona. In
un lontano passato l'Olp ha preso in ostaggio e minacciato d'uccidere tutti
i bambini d'un asilo infantile (A Kiriat Shmonà). Che possono
fare di peggio? In conclusione l'errore, nelle reazioni di Hamas, è
quello di credere d'avere uno spazio di manovra. Chi ha fatto il massimo
non può fare di più. E quando si sfida un nemico che ha invece
ancora molte altre frecce al suo arco, bisognerebbe stare più attenti.
Giannipardo@libero.it
, 23 marzo 2004
"Capperi!" riceve
dalla faina e volentieri posta:
Ma come sta Bossi ? In molti se lo chiedono e
non saremo certo noi a paventare conoscenze che nemmeno i fedelissimi
hanno. Procediamo quindi con metodo: si trova ormai in neurologia
da vari giorni quindi un danno c'è stato. Visto che Bossi
è una Formula Uno della politica sappiamo bene come anche
un piccolissimo danno, in una Ferrari, comprometta le prestazioni.
Quali le conseguenze ? L'immediata è la paventata scissione
della Lega in due tronconi: veneto e lombardo. L'altra però
viene da Arcore. In una delle ultime cene del lunedì Tremonti e
Letta hanno fatto presente di come il principale consulente del Cavaliere
debba essere dato virtualmente per perso. Torna prepotentemente
in auge la "vecchia guardia" e sempre più spesso si nota la
presenza di Scajola.
A Milano la disputa
per il ruolo di segretario cittadino di Forza Italia sta volgendo
nettamente a favore degli uomini di Dell'Utri. Altro segnale
di ritorno della "vecchia guardia".
(C.F. Kane)
Lo stomaco dell'Elefantino
"Solo della testa abbiamo disperatamente
bisogno" scriveva l'Elefantino sul Foglio di lunedì. Concordiamo,
il cuore fa sempre troppi guai. Ma sarà il caso, crediamo,
di usare parsimonia anche con lo stomaco, che risaputamente è
più vicino al cuore che alla testa. "L'assassinio mirato fa
schifo" scrive oggi. Con l'azzardo di fargli schifo anche noi, vorremmo
dire che, quando si elimina uno che manda per il mondo ragazzini imbottiti
di esplosivo, l'assassinio mirato non fa schifo. E' cosa da fare e
basta, eventualmente fa schifo sbagliare la mira.
Ci uniremmo oggi
alle nausee dell'Elefantino, se le strade di Tel Aviv si fossero
riempite di canti e grida e spari in aria e bandiere palestinesi in
fiamme per festeggiare la morte di Shaik Ahmad Yasin, se l'elicotterista
che ha fulminato quel vecchio terrorista fosse stato portato in spalla
come un eroe, se alla sua famiglia fossero stati dati 25.000 dollari
in premio, se qualche rabbino avesse detto che Jahveh premia questi lavoretti
col paradiso. Ma questo, e lo sa anche l'Elefantino, non è
lo stile di Israele. Lo stomaco può non essere scomodato.
(L.C., 23.3.2004)
Talking shop
1.
Il segretario
generale dell'Onu, Kofi Annan, al quotidiano arabo Al Hayat:
"Un anno fa non c'era terrorismo in Iraq, oggi è diffuso
ovunque. Ogni giorno attentati, non possiamo chiamarlo progresso".
Ma il terrorismo avrebbe le ore contate, perché il simpatico
burocrate ha una soluzione: "Un'équipe di esperti partirà
nei prossimi giorni per Baghdad, per valutare le condizioni di
future elezioni in vista del trasferimento dei poteri". Geniale,
i terroristi ne saranno terrorizzati.
2.
Sabato abbiamo
udito la voce di chi è contrario a risolvere i problemi
con l'invio di truppe armate: "E' possibile la pace per
la via della ragione e del buon senso". Era scritto in un comunicato
dell'Eta.
L.C., 22-03.2004
"Il Duca di Mantova"
di Franco Cordelli
Non si può avere
una del tutto compiuta idea di cosa sia l'ultimo libro
di Franco Cordelli, "Il Duca di Mantova" (Rizzoli
2004), se si è all'oscuro della "teoria del meme".
Libro chiama libro, la "teoria del meme" è racchiusa
ne "The Selfish Gene" di Richard Dawkins (Oxford University
Press 1976), tradotto in Italia col titolo "Il Gene Egoista"
(Mondadori, 1989): "Esempi di memi sono melodie, idee, frasi...Se
un'idea fa presa, si può dire che si propaga diffondendosi
di cervello in cervello... Quando si pianta un meme fertile in
una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si
trasforma in un veicolo per la sua propagazione, proprio come un virus".
E' Berlusconi
il meme che ha parassitato Cordelli, non v'è dubbio
alcuno. Tra le 213 pagine di questo che l'autore ci dice "romanzo...
o note di diario...diario tematico... pamphlet... una manciata
di appunti, di schizzi, di ricordi... zibaldone... tapis
roulant in forma di libro... taccuino gotico..." e troppo
altro ancora, si stenta a trovarne una sola che possa dimostrare
inconfutabilmente salvo da quel meme almeno un sol neurone
di Cordelli: l'idea, il virus di Berlusconi, ha parassitato il
parassitabile. Se guardi troppo nell'abisso, si sa, diventi abisso
tu stesso: Cordelli c'è cascato. Era un bel dire: "Non
parlatene più, se no fate il suo gioco". Cordelli non
ha ascoltato il consiglio sulla soglia fatale, è entrato, si
è perso. E non si tratta della perdizione nota, la miscela triste
di narcisismo e proiezione, di cui quell'intervista raccolta da Claudio
Sabelli Fioretti ridava poco fa la eco stenterella: "Berlusconi
è nato e vissuto solo perché io potessi scrivere questo
libro" ("Sette", 29.1.2004). No, è possessione, parassitamento.
Il Duca è Rigoletto, e Rigoletto è il Duca. Non è
l'epifania del Doppio, è replicazione. Cordelli è
Berlusconi, e Berlusconi (ahinoi!) è Cordelli.
"Il
mio risentimento nei suoi confronti, per usare il più
gentile dei termini di cui dispongo..." finisce per diventare
scrittura "per disprezzo, per rabbia, per nausea, per
schifo, per repulsione"; poi, ancora qualche resistenza ("E'...
ridicolo? Cioè, è ridicola la mia passione?... E
merita tanta sofferenza, o attenzione, l'oggetto della mia scrittura?"),
per convincersi che la resistenza è vana, "la resistenza
è cosa del passato"; un fatale cedimento, ancora ("Potrei
io finire con l'amare il Duca? Tutto è possibile..."),
e ancora un disperato ristare ("Debbo dunque scansarlo, debbo
evitare di parlarne, di nominarlo..."); poi, la resa: "Se
fossi nato prima... se fossi vissuto in un'epoca in cui il Duca
non fosse ancora apparso..., io sarei diventato uno scrittore diverso,
o forse sarei stato uno scrittore vero e proprio". E' una
dedica. Come la geniale figata di chiamare il proprio cane Silvio,
"un dalmata di sei mesi, di un vigore impressionante".
Portentoso, il meme. Prima intrusivo, poi devastante.
Fin
qui, il diario sotterraneo di una possessione, sotto traccia.
Perché "Il Duca di Mantova", pur non valendo
i 15 euro che millanta, è parecchio altro, nella forma
e nella sostanza. Carnet di chi gira, frequenta, fa cose, vede
gente; agenda di chi vede film, dibattendo(si); libricino nero
delle frette e delle contumelie; album di cosmogonie domestiche;
fors'anche, chat delle meschinelle vendette. Deh, vieni, ti sputtanerò
l'editore che mi sta sul cazzo: "Il sempre allegro e tacitiano
Piero Gelli, che tutto trasfigura nell'abbaglio continuo del suo mestiere
di editore, l'abbaglio di chi scopre le cose, ovvero le merci".
Seguimi, ti dirò d'una femmina "che, si diceva, era stata
amante di Previti. Questo fatto mi attraeva enormemente".
Vieni, ti parlerò di Deanna, dagli occhi a mandorla. Ascolta,
vieni, senti: una volta l'ho visto in carne ed ossa, il Duca, col
maglioncino a girocollo, coi molti indizi suoi di compiaciuta ottusità.
Nel
registro, se non nel timbro, la scrittura s'apparenta alla
loquela sciatta, la cugina povera, la ciarla, memore pure di qualche
utensile di cui reca il segno: "Quand'ero uno scrittore
all'antica... misuravo ogni parola, sceglievo con cura gli aggettivi...".
Ora: "Le cose andarono in modo diverso, in modo cioè
normale", in modo cioè normale. La quinta si dilata,
la romanza diventa romanzo, alla faccia del "cioè normale".
E solo l'eccesso passionale, spavaldamente, da re o buffone (non
fa differenza), ridà la cifra patognomonica del melodramma.
Per Franco Cordelli - questo è il punto - il melodramma
è quella pagliacciata subculturale che ci disse Gramsci e
che "il principe Tomasi di Lampedusa detestava con tutte le sue
forze" perché "tonitruante, smargiassa, accorata",
insomma roba da televisione commerciale, forma (ancor più,
epifania) berlusconiana. Da odiare, da odiare. Odia Berlusconi, odia
la tv, odia gli editori, odia perfino gli scrittori. Perfino odia "quella
che ancora chiamiamo sinistra... questa ultra-privilegiata, smisurata
élite". Questo consente l'almanaccare, e Cordelli almanacca:
"La questione morale sarebbe l'aspirazione ad un mondo più
giusto, l'istintiva o meditata rivolta contro il mondo com'è".
Ma, infine, poi, chi sono questo re François e questo Triboulet?
Dov'è il Duca, se non la sua Mantova? Gilda, dov'è?
"Gilda è perduta; quella, (...) chi può giurare che
sia incolpevole?"
"Chi
scrive, si sa, è un cretino", ma "sempre stato
fortunato. Avevo deciso di non lavorare e in effetti ci sono
riuscito" ("Sette", ibidem). Un cretino fortunato.
Poi, "i ruoli si sono rovesciati. In effetti io sono un
politico e lui è un facitore di romanzi. Per essere più
precisi (...) le soap, le serie, gli sceneggiati, i telefilm,
i romanzi a puntate, le fiction, le telenovelas, le sit-com, (...)
i lungometraggi, i mediometraggi, i corti". Si salva? Non si
salva. "Chi scrive, si sa, è un cretino", ma anche
chi compone musica non scherza. Prendi quel Verdi, per esempio:
"Se si può essere peggio del Duca, (...) Verdi lo è,
il grande bugiardo, l'onnipresente consolatore". Ma sono bizzarrie
di gusto, passino. Se, come dice il divino Rondolino, tutti s'improvvisano
allenatori della Nazionale e recensori della Bassa, "e sempre un
tanto al chilo" (Il Foglio, 11.3.2004), perché Cordelli non
può fare il critico musicale? La penna c'è: "Il territorio
si è deterritorializzato". Il Duca ci si impappinerebbe,
peggio che sul famoso scioglilingua dell'Arcivescovo di Costantinopoli,
quello che si disarcivescoviscostantinopolizza. "Ecco perché
scrivo, se è una risposta. Scrivo perché non sono Berlusconi".
Troppo tardi, il meme è dappertutto. Al punto da parlare
attraverso Cordelli e fargli dire: "L'autore è sempre meno
presentabile del suo personaggio". Ah, questo Berlusconi!
(Luigi
Castaldi, 21.3.2004)
Sofri? No, non soffro.
Come la mettiamo? Si, come la
mettiamo se, pur essendo favorevole alla grazia a Sofri,
ne ho le palle piene dei Sofriboy e dei loro lamentosi lamenti.
Ma come! Ai signori deputati è consentito
soltanto prendere il "pacchetto" così come è stato
confezionato ... non votare secondo coscienza ... altrimenti
viene giù il mondo.
Al contrario, a Sofri, proprio per via della sua coscienza,
si preparano leggi per nemmeno fargliela chiedere, la grazia...
e non vien giù nemmeno un granello di sabbia.
(cp, 19.03.2004)
"Va', pensiero!"
1. Ogni volta che dalle finestrelle della
nostra turris eburnea, scritta su un cartiglio arrotolato
in un bussolotto, che poi leghiamo alla zampetta d'un piccione
viaggiatore, congediamo un'idea nostra per le sconfinate vastità
del mondo - ecco, ogni volta, dovremmo esser di molto premurosi
con quell'idea, deh, in fondo è nostra! Immaginare che
arrivi, sì, dove vorremmo - e che ci vuole? - ma che, lì
giunta, possano cucinarsi il piccione in fricassea e dell'idea farne
contorno. A questo punto, immagino, avrete finito il cosciotto. Non
vi piaceva il contorno? Fa nulla. Un po' di pazienza, ché arrivano
frutta, dessert e, a scelta, tiramisù o amaro.
2. Al direttore - Posso produrle amplia e dettagliata
certificazione sul fatto che molti tra i suoi più assidui
e affezionati lettori, l'umile sottoscritto con essi, fossero
già da un bel pezzo al punto che lei fissa nell'editoriale
"Una destra cialtrona", per altre parole date e non mantenute. L'abbiamo
letto mormorando: "Finalmente!"
Senza sperarci, noi l'aspettavamo e così ora
non sappiamo nasconderle la gioia, anche se vorremmo provarci,
perché sappiamo con quanta amara rabbia si giunge in questo
punto e quanto fuori luogo possa sembrare la gioia a chi è
vi appena giunto. Saremo condoglianti per un po', sappia, a fatica.
Ci faccia un segno quando avrà ripreso il buon umore.
Amici dell'America e d'Israele, liberali genuini,
innamorati della democrazia: hic manebimus optime. Se ci vogliono,
sanno dove stiamo.
3. Risposta del direttore - A ciascuno la sua disillusione,
prego.
4. Al direttore - A ciascuno la sua disillusione,
ci mancherebbe altro. Ce n'è di due tipi: "disincanto"
e "disinganno". Le lascio la scelta, io mi accontenterò
dell'altro. Le auguro serenità.
(L.C., 19.3.2004)
CAZZOTTI
Un'autorevole corrente di analisti è
convinta che gli attentati del terrorismo fondamentalista
in occidente non siano episodi di un epocale "scontro di civiltà",
ma solo effetti collaterali di uno scisma che vada consumandosi
in seno alla cultura islamica. Che, dunque, non bisognerebbe esagerare
con azioni ritorsive come quelle di occupare Afghanistan e Iraq,
perché questo avrebbe il solo effetto di rafforzare una fazione
scismatica sull'altra. Esportare la democrazia per distruggere le
centrali del terrore sarebbe un rimedio peggiore del male. Può
darsi, anche gli scismi consumati in occidente furono lunghi e sanguinosi,
ne ricordiamo qualcosa. Rimane il fatto che noi non andavamo a rompere
il cazzo agli indù o ai buddisti.
Stavo mettendo un po' d'ordine tra le mie carte, quando
m'è capitato tra le mani il faldone di ritagli con l'etichetta
"Sofri libero". Ho fatto un calcolo assai approssimativo su
quanto sia stato speso in passione, intelligenza, fatica e tempo
per scrivere quei sette chili di argomentazioni, appelli e miserere,
a quanto pare inutili, ma sopraffini. E mi chiedevo: ma tutti questi
amici, utilizzando gli stessi sette chili di passione, intelligenza,
fatica e tempo, non avrebbero potuto combinare un'evasione alla
grande? Immagino l'obiezione: Sofri non accetterebbe. Controbiezione:
un cazzotto in testa, e via. A mali estremi, estremi rimedi.
(L.C., 19.3.2004)
Scoopofilia
In data 17.3.2004, tardo pomeriggio,
il sito di Roberto D'Agostino
posta la notizia "Ferrara molla il Cavaliere". Si sa a
cosa servano i titoli delle notizie: dall'Antico Testamento
ad Eva 3000, servono ad attirare quel fessacchiotto del lettore
con una sintesi disinvolta e sbrigativa. Non voglio qui annoiare
quei quattro gatti che mi leggono con il mio umile parere sul perché
quella notizia non vada letta a quel modo. Andiamo avanti.
Il fessacchiotto qui sottoscritto apre la pagina relativa alla notizia
e trova il testo dell'editoriale di Ferrara
, che è stato anticipato dall'Ansa alle ore 18.26;
è introdotto da uno spocchioso cappello, tratto da un
blog che ne ha
fatto post alle 18.31; non v'è citata la fonte, né questa è
riportata dalla pagina di Dapospia. Stimo Roberto D'Agostino: so
che se ci fosse stato scritto "dall'Ansa", avrebbe riportato "dall'Ansa".
Non m'intrattengo: 1) sulla qualità di quel
cappello, ove si legge che "Giuliano Ferrara completa lo
sganciamento da Silvio Berlusconi" (più d'una analisi
sembra una lettura dei fondi del caffè); 2) sul preziosismo
lirico ("la cenere nascondesse un fuoco alimentato da altra
la legna") che è cosa davvero degna d'incanto, tenuto
conto del taglia-incolla dall'Ansa in soli cinque minuti cinque;
3) sul criptico finale ("non badate alle sole apparenze")
di stile tra Lucarelli e Pecorelli.
Mi astengo anche da un giudizio, seppur sommario,
del blog in questione, in tutto banalissimo, se non in un'esilarante
rivelazione: come ogni bacarozzo, il blog sogna di schiudersi
in farfalla. Un quotidiano, addirittura. E già, con
queste virtù deontologiche... Campa cavallo! In Italia
si va dal notaio quando non si sa che fare... Ma poi, quand'anche
le vendessero queste sei copie, la studiano di notte la regola
del chi, come, quando, dove, come e perché? O stanno già
studiando da stagisti sotto qualche scrivania? Domande che è
inutile rivolgere al responsabile del blog, ché puoi
aspettarti l'ammissione d'un errore da un professionista vero,
mica da chi è alle prime armi con le vongole. Rimane una
domanda: di che materiale bisogna farglielo il monumento allo
scoop?
(L.C., 18.3.2004)
Al Zapatero
Il programma di Aznar
schierava la Spagna al fianco degli Usa e dei paesi
europei che si erano convinti, per tempo, che la guerra
al terrorismo impone coraggiosi sacrifici e tempi lunghi; il
programma di Zapatero, su quello vincente, s'illude di trattare
con Al Qaida per ottenere uno statuto di garanzie sottaciute,
implicite e provvisorie in cambio di un depotenziamento dell'asse
atlantico. La paura del popolo spagnolo ha premiato Zapatero, incoraggiato
Al Qaida, depresso l'alleanza antiterroristica, al momento.
Ora, però, è oltremodo sgradevole ammettere che
si è ricevuta l'investitura del potere per un maggioritario
moto di paura. Così qualche lestofante cerca di convincerci
che il governo Aznar sarebbe caduto perché ha mentito
all'opinione pubblica. I pronostici dell'antivigilia sarebbero stati
capovolti dall'indignazione morale, insomma, non dal terrore
seminato tra chi ha più carne che fede. La storia non offre
controprove (cosa sarebbe cambiato se Aznar avesse detto subito
"è stata Al Qaida"?); così il lestofante ce lo ripeterà
infinite volte, fino a convincersene, fino al prossimo attentato.
Perché, se "chi ama la vita" cede una sola volta alla paura
che gli incute chi "ama la morte", ha ceduto per sempre, Madrid brucerà
ancora, quando la posta s'alzerà. Il lestofante è quello
che Ann Coulter definirebbe traditore. Abbiamo un nemico in casa,
anche noi europei. Non è il musulmano: per carità di Dio,
lasciatelo in pace, odia Osama bin Laden più di quanto sia
capace di odiarlo un pacifista. E' il lestofante, quel nemico. Falsificando
la storia, mentre essa si fa, ci consegna alla viltà.
(L.C., 16.3.2004)
Hoy somos todos
madrileños
Rassegna
stampa
Francesca Pierantozzi: «Per Finkielkraut
l'Europa è vile, non sa riconoscere il male e cerca solo
giustificazioni morali». Da Il Foglio
Parigi. Sul tavolo, giornali, fogli di appunti sparsi
e il libro di Solzenicyn. L’attualità, la riflessione e il
punto di riferimento: il lavoro di Alain Finkielkraut va avanti da
anni sulla strada, spesso difficile, della critica del presente. Un
presente che oggi – ammette – lo “sconvolge’’: Le bombe, le elezioni,
l’Iraq. L’attualità è drammatica e appare drammaticamente
confusa. Dunque meglio cercare di chiarire cominciando dal principio.
11 settembre 2001-11 marzo 2004: simmetria fatidica delle date, asimmetria
tragicomica delle reazioni. “Quando l’America viene colpita dal terrorismo,
gli americani rispondono. Quando l’Europa viene colpita dal terrorismo,
gli europei si pentono. Il nuovo primo ministro spagnolo non ha nemmeno
aspettato l’investitura ufficiale per annunciare urbi et orbi il ritiro
del contingente spagnolo in Iraq. Ai terroristi che per la prima volta
nella storia hanno dettato la scelta elettorale di un popolo, Zapatero ha
risposto: ‘vi ho compreso’. Si è comportato in un certo senso come
il loro mandante, è stato eletto dai terroristi per mettere fine
alla presenza spagnola in Iraq”. Molti giornalisti europei ci dicono che
gli spagnoli hanno in realtà sanzionato una manipolazione, che hanno
dato una bella lezione morale al resto del mondo: Ma quale menzogna?
La mattina dell’11 marzo il governo spagnolo ha creduto in buona fede che
l’attentato fosse firmato dall’Eta. Esistevano forti indizi che lo lasciavano
credere. L’ostinazione a indicare l’Eta come responsabile è stata
forse patetica, ma il governo ha fornito praticamente in tempo reale le
informazioni che contraddicevano la sua tesi. Mi sembra che a forza di
vedere la manipolazione laddove c’è soltanto disordine e confusione,
il disprezzo diventa impossibile: l’Eta non è più una mafia
delinquente capace del peggio, ma un gruppo rivoluzionario accusato ingiustamente
di un crimine abominevole. Gli spagnoli in realtà non hanno sanzionato
una menzogna o una manipolazione, ma l’intervento in Iraq, ovvero l’allineamento
del loro governo sulla politica americana. Hanno rifiutato di considerare
il terrorismo come il nemico, e ne hanno fatto il loro signore”. Ma esiste
un vero pensiero antiterrorista? “No. Ascoltiamo Zapatero. All’indomani
di queste elezioni dichiara che le motivazioni della guerra in Iraq non erano
credibili. E il popolo, con lui, ritiene che una guerra che non era la sua
ha portato il terrorismo in casa. Qualche ora dopo apprendiamo che Abu Mussab
Al Zarkaui sarebbe legato alle stragi di Madrid. Il suo nome era stato
fatto il 23 febbraio dell’anno scorso da Colin Powell, che lo aveva indicato
come un terrorista pericoloso con base in Iraq, quale doveva essere impedito
di nuocere. Oggi possiamo rammaricarci che gli americani, nonostante l’invasione,
non siano riusciti a catturarlo, ma mi sembra che gli attentati di Madrid
diano ancora più credito all’intervento in Iraq. E’ incredibile lo
scarto tra il comportamento reale degli europei il modo con cui lo vivono.
L’Europa, titolano i giornali, è sul piede di guerra: ma non vero.
L’Europa, al contrario, dice basta, ritira. Certo si faranno riunioni, si
creerà una nuova burocrazia poliziesca e si riempiranno i treni di
cani poliziotto per cercare valigie piene di esplosivo. Ma questa non è
la lotta contro il terrorismo. Lottare contro il terrorismo è andare
a cercare i terroristi. E a questo l’Europa ha rinunciato. Cosa succede
se domani esplode una bomba in Francia? Il governo francese sceglierà
di ritirare la legge che vieta il velo islamico nelle scuole? Assistiamo
chiaramente ad una politica di appeasement. Si vuole addomesticare la bestia,
quando si dovrebbe aver capito che più si cerca di accontentarla, più
la bestia reclama. Dov’è finita la vigilanza degli intellettuali europei?
L’Europa risponde con quella che ritiene la propria intelligenza: gli americani
sono cowboy, noi siamo più raffinati, loro hanno Bush, noi abbiamo
Derrida e Agamben, gente che sa andare oltre le apparenze, che quando si
parla di terrorismo usa virgolette di precauzione, gente che s’interroga,
che risale alle cause. E quali sono le cause del terrorismo, secondo
questa intelligenza? La disperazione. E da dove viene la disperazione?
Dalla dominazione dell’impero americano e dall’oppressione dei palestinesi
in Israele. E così, in meno di ventiquattr’ore, il crimine commesso
in Spagna è stato fatto proprio al grido di ‘Aznar, Bush assassini’.
Senza contare che è molto più comodo e confortevole combattere
un potere democratico – dunque impotente – che non l’idra del terrorismo
islamico”. Questi significa che l’Occidente non ha più armi,
nemmeno mentali, per far fronte alla minaccia? “Parlerei di europei e non
di occidentali, perché è chiaro che gli americani – e in
gran parte anche gli inglesi – non reagiscono nello stesso modo. L’Europa
è entrata nell’era post-nazionale delle democrazie. Non abitiamo
più delle nazioni, ma delle società. E ciò che caratterizza
le società è la vita come bene supremo. La società
si definisce attraverso la manutenzione del processo vitale. In questo
contesto la pace diventa l’obiettivo supremo, non in quanto obiettivo politico
di mutuo riconoscimento, ma in quanto ‘sicurezza’. La pace nel senso di
‘lasciateci in pace’, ‘fateci stare tranquilli’. Sono stato colpito dal
fatto che praticamente nessuno, in Spagna o in Europa, ha fatto il minimo
paragone tra gli autobus israeliani polverizzati e i vagoni sventrati di
Madrid. Questo perché per la maggioranza degli europei gli israeliani
se la sono cercata: gli israeliani sono colpevoli, mentre gli europei proclamano
la loro innocenza. L’Europa ‘intelligente’ è quella che cerca le
cause, e la causa prima del male è il conflitto israelo-palestinese,
che alcuni assimilano – è il caso di Edgar Morin – a un cancro che
produce metastasi. Ho l’impressione che l’Europa nutra un grande sogno di
chemioterapia politica. La maggioranza dell’opinione pubblica sembra subire
le decisioni politiche delle classi dirigenti. L’Europa si chiede: ma cosa
ho fatto per meritare tutto questo? Certo, noi abbiamo colonizzato, noi viviamo
nel lusso, mentre ‘loro’ vivono nella miseria. E’ uno strano miscuglio di
inerzia e coscienza sporca che rischia di trasformarsi nella giustificazione
morale di una viltà di cui l’Europa ha mostrato svariati esempi nella
storia recente”. Usciamo allora sconfitti dal famigerato “scontro di civiltà”?
“Io esiterei a impiegare questa figura. L’Islam non è certo una religione
di pace, prevede il jihad, che non soltanto una lotta contro se stessi. Tuttavia
l’Islam non è le bombe, non è le stragi di Madrid, non è
l’11 settembre. Tra bin Laden, al Qaida e l’Islam esiste una differenza.
Ritengo semplicemente che non sia ancora arrivato il tempo delle spiegazioni.
Dobbiamo accettare di trovarci davanti qualcosa che è il male. E
uso questo termine a ragion veduta, perché il male è il termine
cui si ricorre quando mancano i concetti, le spiegazioni. Il male è
irriducibile al principio di causalità. C’è, e non sappiamo
perché. Nonostante tutti i libri, non siamo riusciti a spiegare Hitler.
Anche il terrorismo oggi è un fenomeno irriducibile a una spiegazione:
non è l’Islam, non è la disperazione. E’ la capacità
di uccidere senza limiti. E a questa capacità occorre trovare risposte
diverse di quelle che propone l’Unione europea”.
-Emanuele Ottolenghi:
"Pagando il pizzo ad al Qaida non illudiamoci che ci lasci
in pace", Il Foglio
<<Il terrorismo colpisce a
casaccio, ma la sua logica non è casuale. C’è
nell’attacco di giovedì scorso il freddo calcolo di influenzare
il voto, cosa pienamente riuscita. Al Qaida aveva annunciato
questa strategia sin dall’anno scorso, in un libro circolato su
siti islamici radicali. Nel testo, disponibile sul sito www.e-prism.org, si discute a lungo
della Spagna come il punto debole dell’alleanza “crociata”. Il
libro sostiene come la posizione del governo spagnolo possa cambiare
a causa della forte opposizione popolare alla guerra e alla presenza
di truppe spagnole sul suolo iracheno. Tre elementi emergono: il numero
di attacchi necessari a spostare l’opinione pubblica, la possibilità
che i socialisti vincano le elezioni, e la centralità quindi
del voto del 14 marzo. Chi scrive capisce benissimo i sentimenti degli
europei, intuisce come l’uso della violenza possa essere calibrato,
nei modi e nei tempi, per influenzare le elezioni, e ne fa conseguente
uso, colpendo ripetutamente obbiettivi spagnoli in Iraq e Marocco,
e infine a Madrid alla vigilia del voto. La logica è ferrea:
mostra lucidità di pensiero e piena comprensione della nostra
mentalità. Al Qaida ha vinto le elezioni di domenica: come
previsto dai terroristi, i socialisti spagnoli cedono al loro ricatto
annunciando il ritiro delle truppe. Nulla di più logico e razionale.
Il nemico dell’Occidente ne comprende benissimo la psicologia, la
studia e ne cerca i
punti
deboli, che utilizz