"L'Antipatico"
di Maurizio Belpietro
BELPIETRO intervista SOFRI (Canale 5, 14.4.2004)
Maurizio Belpietro: Adriano Sofri, 61 anni, per 7 è stato leader
riconosciuto di un movimento che voleva fare la rivoluzione comunista in
Italia. Fondatore di Lotta Continua, Sofri da 7 anni sta scontando una condanna
a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario Calabresi.
Sette processi hanno chiuso alle sue spalle la porta della cella, ma non
hanno chiuso le polemiche. Giornalista e scrittore, Sofri per molti suoi
amici e colleghi, e per molti politici, è vittima di un errore giudiziario
e per questo è richiesta la grazia. Ma la sua vicenda ancora divide.
Allora, Sofri, lei recentemente ha spiegato che la tragedia personale sua,
ma anche di una generazione, che lei non chiama "generazione", ma "coetanei",
comincia il 12 dicembre del 1969, con la strage di piazza Fontana. Lì,
lei dice, perdeste "l'innocenza".
Adriano Sofri: Sì, di recente ho detto... ho aggiunto una postilla
a questa che ormai è diventata una frase scontata su quel 12 dicembre.
E' vero che ci fu un trauma che cambiò completamente il nostro orizzonte
sentimentale e psicologico, prim'ancora che politico. E' vero anche - questa
è la postilla che ho ritenuto di aggiungere - che forse del tutto
innocenti non eravamo. Non so se qualcuno sia del tutto innocente mai, ma
noi no, nel senso che credevamo già - attraverso la lunga tradizione
politica - nella inevitabilità della violenza politica, ma in quella
circostanza ci fu una vera rivelazione della ferocia cui avrebbe potuto arrivare.
Maurizio Belpietro: Ecco, voi in quel caso - lei dice - "lanciammo
la prima pietra", "cominciammo a lanciare la prima pietra", come degli innocenti,
ma in realtà le prime pietre erano già state scagliate circa
un mese prima di piazza Fontana, quando ci furono di scontri a Milano in
cui morì l'agente Antonio Annarumma. E, se non sbaglio il settimanale
di Lotta Continua commentò quella morte in un modo piuttosto brutale,
dicendo che una morte da... tra proletari e polizia contava poco, perché
il proletariato ha sempre ragione. Una cosa agghiacciante...
Adriano Sofri: Può darsi. Intanto questa brutalità linguistica
e dei gesti era inalberata da noi come una bandiera necessaria, secondo -
anche lì - una tradizione politica della quale non so se ci si libera
mai interamente, per cui bisogna sapersi indurire di fronte al nemico, eccetera.
Valeva molto, pesava molto su noi anche una specie di obbligazione morale
a rinfacciare a uno Stato che ritenevamo responsabile di violenze feroci,
a sua volta, contro i proletari i suoi...
Maurizio Belpietro: "Violenze feroci" in fabbrica?
Adriano Sofri: No, no, non in fabbrica... In fabbrica, diciamo, la
violenza e lo sfruttamento, e... la chiamavamo così... No, mi riferisco
agli scontri di piazza, ai morti nelle piazze, nelle strade, non so, Avola,
Battipaglia, erano questi i nomi che giravano in quel periodo. Dopo di che,
insomma, è assolutamente probabile che noi abbiamo voluto impiegare
una maschera di cinismo e di risolutezza da rivoluzionari...
Maurizio Belpietro: Ecco, in quei...
Adriano Sofri: ... benché io non sappia ancora chi e come sia
stato responsabile della morte di Annarumma, no?
Maurizio Belpietro: Credo che nessuno l'abbia mai appurato
Adriano Sofri: Appunto.
Maurizio Belpietro: Ecco, nel '99 lei disse che la vostra generazione
ha pagato un prezzo altissimo all'odio. [Legge] "Eravamo giovani, alcuni
hanno voluto addestrarsi all'odio, perché pareva colpevole chi non
odiava". Come si arrivò all'odio?
Adriano Sofri: Eh, guardi, intanto, la ragione per cui rilutto a usare
il termine "generazione" è una ragione sostanziale, cioé penso
che non bisogna mai usurpare destini altrui. Noi eravamo tanti a parteciparne
in quel movimento, ma tanti non ne parteciparono affatto. Dunque, quelli
che di noi invece ne parteciparono ritennero per un certo periodo che addestrarsi
ad una lotta fatale, insomma, per il riscatto degli ultimi, per l'abolizione
dello sfruttamento, per il cambiamento del mondo dovesse significare essere
capace di odiare. Cioé, facemmo coincidere la forza dell'amore che
provavamo per gli sfruttati, per gli ultimi, per i poveri
con il suo opposto. Anche qui c'è una lunghissima e, ahimè,
difficilissima da abolire tradizione non solo politica, ma umana, in questo
senso... Persino componenti essenziali del cristanesimo militante condivisero
fortemente questa idea, cioè che debba esserci una specie di bilancia
tra l'amore e l'odio. Dopo di che... qualcuno riusciva davvero a odiare,
c'era perfino una specie di invidia piccolo-borghese, per così dire,
per chi era capace di un odio istintivo. Tutte queste cose oggi appaiono
come... giustamente, come particolarmente... non solo forsennate, ma particolarmente
tristi. Tuttavia, furono vere per...
Maurizio Belpietro: ... allora erano normali...
Adriano Sofri: Io penso di essere stato abbastanza fortunato, perché
mi è sempre stato difficile odiare sul serio.
Maurizio Belpietro: Il vero battesimo però fu la campagna contro
Calabresi, che arrivò subito dopo, subito dopo la strage di piazza
Fontana. Lei ha detto che quella fu una lapidazione. L'ha definita "un'abitudinaria
e burocratica attività di lapidazione".
Adriano Sofri: Ho definito così la prosecuzione di quella campagna.
Non direi che la campagna contro Calabresi, e in genere sulla strage che
poi fu detta "di stato", il 12 dicembre, fosse il vero battesimo di Lotta
Continua. Al contrario, fu una specie di deviazione, per così dire,
che sentimmo imposta dalle cose che erano successe. Lotta Continua si battezzò
dentro le lotte operaie che erano travolgenti in quel '69, a partire dalla
primavera. E' vero che quella campagna, che a mio parere era giusta, necessaria,
coraggiosa e generosa nella sua denuncia iniziale, parlo della notte dopo
la defenestrazione di Pinelli, diventò appunto una compiaciuta e sistematica
campagna di linciaggio... cioè, non costava niente, per così
dire. C'era un'intenzione proclamata, che era quella di arrivare a un processo
su quella vicenda.
Maurizio Belpietro: A cui si arrivò, per una querela di Calabresi.
Adriano Sofri: A cui si arrivò, sia pure molto, molto tardivamente.
E tuttavia anche questo obiettivo diventò secondario e ci fu per l'appunto
un compiacimento, insomma una specie di ripetizione come succede... in cui
la ferocia delle parole era per così dire anche lei una specie di
litania. Naturalmente la ferocia delle parole si tradusse poi nella ferocia
del fatto.
Maurizio Belpietro: Vorrei rileggerle un brano di quella lapidazione.
[Inserto con filmati di repertorio e brani datati 1970 dal giornale "Lotta
Continua"] Che effetto le fa risentire queste frasi?
Adriano Sofri: Pessimo. Però, le dirò che le ho risentite
talmente tante volte in tutti questi anni che anche qui c'è il rischio
che io dica delle cose ormai ripetitive e retoriche. Comunque mi fanno un
effetto abominevole, esattamente come a lei, se posso dire così. Il
che non cambia niente. Di questa campagna io non scrissi una sola parola.
Ho rivendicato per intera la responsabilità delle parole anche più
abbiette, comprese quelle anche particolarmente stupide che lei ha appena
letto, perchè io ero effettivamente titolare di un investimento di
fiducia, di credito, di tutti quelli che venivano da Lotta Continua. Ma io
di quella campagna non ho scritto niente, se non un primo articolo e...
Maurizio Belpietro: Neanche quell'articolo che le viene attribuito,
cioè... che fu l'articolo uscito il giorno dopo la morte...
Adriano Sofri: No, no, quello sì, senz'altro... non solo l'ho
scritto, sì, ma...
Maurizio Belpietro: ... del commissario Calabresi...
Adriano Sofri: ...l'ho scritto, senz'altro... Quell'articolo è
in genere... viene citato sotto il titolo "Giustizia è fatta". Naturalmente
non è mai uscito quel titolo: è una semplificazione, non so
se strumentale, o così, che viene costantemente ripetuta. Quel commento
alla morte di Calabresi era scritto da me e l'ho sempre dichiarato. E anche
lì ci sono cose bruttissime, ma quel commento...
Maurizio Belpietro: Lei li definì "gargarismi intellettuali",
una volta...
Adriano Sofri: No. Adesso lei sta equivocando. Io ho detto che molte
delle cose che venivano ripetute sia in quella campagna e in generale nei
nostri slogan di allora erano diventati talmente abitudinari da somigliare
a dei gargarismi retorici, appunto, non intellettuali. Le frasi... se lei
pensa agli slogan delle manifestazioni... Gli slogan delle manifestazioni
hanno una loro ambiguità formidabile, no? Si possono dire perché...
fintanto che rimangono degli slogan... quelli ferocissimi... "camerata, basco
nero / il tuo posto è al cimitero"... anche qui potremmo distinguere
tra quelli che...
Maurizio Belpietro: C'era una canzone di Lotta Continua che incitava
a queste cose. [Inserto con filmati d'epoca e testi da "E' l'ora del fucile",
la canzone cui Belpietro fa cenno].
Adriano Sofri: Sì, "E' l'ora del fucile" temo che fosse una
traduzione da Bob Dylan, dunque lei adesso non esageri, ma ce n'erano di
peggiori, diciamo. Anche lì la frontiera era tra la licenziosità,
per così dire, delle parole e poi la possibilità che si traducessero
nei fatti. Allora, la lezione di quelle cose è che bisogna evitare
che le parole che rischiano di tradursi nei fatti pena che questa traduzione
poi ci sia davvero.
Maurizio Belpietro: Mario Calabresi, l'8 novembre del 1989, il figlio
maggiore del commissario Calabresi, disse: "Ancora oggi cerco invano uno
dei persecutori di mio padre che abbia l'onestà di ammettere che mio
padre era innocente e noi tutti - intende: noi tutti di Lotta Continua -
lo sapevamo". Cosa risponde a questa...?
Adriano Sofri: No, io credo di avere risposto perfino troppe volte
sia nei processi che fuori. Io non so che cosa sia successo nella stanza
della Questura di Milano, quando Pinelli volò fuori dalla finestra.
Ho sempre detto che trovo la conclusione - che peraltro come lei sa è
postuma, dunque in un certo senso arrivata troppo tardi - ma dell'inchiesta
tenuta da D'Ambrosio del tutto non convincente, cioè la tesi sul malore
attivo, sulla piroetta di Pinelli che, svenendo, salta al di là del
davanzale, eccetera eccetera. Dunque, continuo a pensare che lì dentro
è successo qualcosa di terribile.
Maurizio Belpietro: Quindi sospetta ancora della possibilità
che Calabresi fosse coinvolto...?
Adriano Sofri: Non lo so... coinvolto nell'interrogatorio, naturalmente,
era. La conclusione di quella indagine di D'Ambrosio è che Calabresi
non era nemmeno nella stanza al momento del salto mortale di Pinelli, dunque
io mi attengo a questa conclusione, non ho nessuna ragione per mettere in
dubbio questa conclusione, c'erano almeno altre cinque persone in quella
stanza, mi pare.
Maurizio Belpietro: Montanelli vi definì "mandanti immorali
dell'omicidio", non entrando nel merito del processo, e disse: "Spero che
facciano atto di contrizione ammettendo pubblicamente che Lotta Continua
fu un focolare ed un attizzatore del terrorismo italiano".
Adriano Sofri: Allora, io penso che sia assolutamente falsa la conclusione
di questa... non so se sia una citazione letterale...
Maurizio Belpietro: E' una citazione letterale.
Adriano Sofri: ... comunque ho avuto 25 tappe di discussioni su questi
temi... Allora, Lotta Continua non solo non fu un focolare del terrorismo
italiano, ma fu uno strumento di contrasto del terrorismo italiano molto
forte, alla fine così forte da mettere gli uni contro gli altri in
maniera per così dire ultimativa, quasi mortale. E' vero invece, si
può dire senz'altro che - per così dire è quasi tautologico
- cioè, risulta dalle parole usate, che ci fu in quella campagna di
Lotta Continua una responsabilità morale come quella di cui Montanelli
parla. Ma questa cosa noi non solo l'abbiamo dichiarata più volte,
ma non abbiamo nemmeno aspettato di essere imputati in un processo, a mio
parere del tutto iniquo - per dirla.
Maurizio Belpietro: Lei qualche anno fa ha detto di volere giustizia
e non certo la grazia. Se le arriverà la grazia, rinuncerà
alla giustizia? O si batterà...?
Adriano Sofri: No, ma perché dovrei? Perché dovrei?
Perché dovrei rinunciare alla giustizia? Non rinuncerei in nessun
momento, fino a che sono padrone di me.
Maurizio Belpietro: E quindi cosa farà?
Adriano Sofri: Qualunque cosa possa dimostrare la verità della
mia posizione.
Maurizio Belpietro: Lei crede ancora possibile dimostrare la posizione
sua estranea...?
Adriano Sofri: Io non so a che cosa credo ancora, ma penso che non
si debba mai rinunciare alla propria buona ragione, no? In moltissimi mondi
non si deve mai rinunciare alla propria buona ragione.
Maurizio Belpietro: In questo momento si discute molto della grazia.
Io non voglio sentire naturalmente la sua opinione, ma...
Adriano Sofri: Anche perché non gliela direi.
Maurizio Belpietro: Anche perché lei mi ha promesso di non
volerla dire... Che direbbe invece a Bruno Berardi, un uomo che sta scioperando
contro la sua... fa lo sciopero della fame, naturalmente... contro la sua
scarcerazione?
Adriano Sofri: Be', quello che gli direi...
Maurizio Belpietro: Berardi è il figlio di una vedova del terrorismo.
Adriano Sofri: Quello che gli direi molto volentieri - anzi, sono
contento che lei me ne offra l'occasione - è che mi dispiace moltissimo
e mi piacerebbe molto che trovasse il modo di chiacchierare con me di queste
cose. Perché tra le infinite offese che io ho ricevuto - lei ammetterà
che ne ricevo parecchie, quasi quotidianamente - il fatto che...
Maurizio Belpietro: Anche molte manifestazioni di solidarietà.
Adriano Sofri: Sì, ma non si compensano. Le offese hanno un
peso diverso, per così dire. Cioè, un piatto della bilancia
che va diversamente da quell'altro, secondo una logica diversa... Il fatto
che una persona che è figlio di una vittima di quel terrorismo micidiale
e intollerabile - che non mi appare micidiale e intollerabile oggi, postumamente,
ma che mi appariva tale allora - pensi e senta che sia giusto battersi contro
di me come corresponsabile di quella cosa è veramente per me una cosa
tristissima. Penso che lui commetta un gravissimo errore e mi dispiace molto
trattandosi di una persona con quella storia.
Maurizio Belpietro: Perché non chiede la grazia?
Adriano Sofri: No, ma guardi, non chiedo la grazia perché ho
deciso moltissimo tempo fa, molti anni fa, di non chiederla , e dopo di allora
non mi sono mai più posto il problema, perché prendo sul serio
anche me. Adesso non vorrei apparire megalomane, ma è una cosa molto
semplice: ho detto che non avrei chiesto la grazia. Adesso sembra che io
ogni giorno dichiari che non chiederò la grazia. Io non mi pongo affatto
il problema: ho detto che non l'avrei chiesta e non la chiederò.
Maurizio Belpietro: Ecco lei ha dichiarato qualche tempo fa: "Le persone
che si sono assunte la responsabilità di prendere decisioni che segnano
il destino altrui devono conseguire..."
Adriano Sofri: No, guardi...
Maurizio Belpietro: "... le conseguenze di quelle decisioni"...
Adriano Sofri: Questa è una, è una...
Maurizio Belpietro: A molti è parso quasi una frase... una
sorta di ricatto morale...
Adriano Sofri: Sì, sì, è stata molto "arata",
questa presunta frase...
Maurizio Belpietro: Lei gioca sul nome del...
Adriano Sofri: Non ho mai detto niente del genere, non ho mai detto
niente del genere, si è trattato nella migliore delle ipotesi di un
malinteso giornalistico. Ho cercato di spiegare un concetto che non è
così difficile, ma forse io non sono in grado di spiegarlo... che
chiamerei "socratico" per nobilitarlo un po', ma poi corrisponde anche alla
pratica di tante persone, immagino. E cioé: che di fronte all'esistenza
di una legge e delle sue regole, anche quando denuncio un'ingiustizia inaccettabile
del funzionamento di questa legge, io l'accetto. E l'unico modo di accettarla
che ho è di sopportarne le conseguenze, intere. Dunque, mentre io
dichiaro ingiusto quello che è avvenuto, per esempio, nei processi
a mio carico, mi assumo per intera la responsabilità delle conseguenze
di quelle sentenze. Dunque, il fatto che io sia qui da anni è la conseguenza...
Maurizio Belpietro: E quindi la frase in cui...
Adriano Sofri: ... non intendo far pagare conseguenze a nessuno.
Maurizio Belpietro: Quando lei disse, sempre in questa intervista,
forse sarà riportata male anche questa risposta: "Non ho mai voluto
attenuare di nulla la responsabilità di chi ha deciso questo percorso",
cioé quello di...
Adriano Sofri: Il che vuol dire - questo corrisponde a quello che
cercavo di dirle - il che vuol dire che nella mia condizione, nel mio modo
di subire le conseguenze di questa decisione, io non intendo attenuare la
portata della decisione.
Maurizio Belpietro: A molti è sembrato quasi una sorta di ricatto
morale, però.
Adriano Sofri: A me pare il contrario. Adesso lei può chiamare
"ricatto" qualunque cosa. Anche il fatto che io stia parlando con lei è
un ricatto morale contro di lei, che è un mio - a mio parere - un
mio tenace avversario. Ma è per me il contrario. Cioé, è
un modo di portare fino in fondo le conseguenze di una decisione di cui io
riconosco il diritto e denuncio contemporaneamente l'errore nella migliore
delle ipotesi.
Maurizio Belpietro: Gemma Calabresi disse: "Se Sofri riconoscesse
la colpa, io sarei pronta a chiedere la grazia per lui".
Adriano Sofri: No, adesso non so che cosa voglia dire la "colpa",
naturalmente io non posso...
Maurizio Belpietro: Era molto... non fece... non spiegò che
cosa intendesse...
Adriano Sofri: Anche con Gemma Calabresi, ma lei ormai può
immaginare, del resto sa, che abbiamo avuto rapporti intensi e ...
Maurizio Belpietro: C'è una corrispondenza tra di voi?
Adriano Sofri: No. C'è stata una corrispondenza in alcune circostanze,
una mediata da Montanelli che mi chiese una lettera che io gli feci scrivere
e firmai. Tutte queste cose ormai sono dimenticate, è durata moltissimo
tutta questa vicenda. Ma naturalmente io non ammetterei mai una colpa fisica,
personale, penale, come quella che mi viene addebitata, perché è
del tutto destitutita di fondamento. Per quanto riguarda invece le cose sulle
quali ho una responsabilità le ripeto che non l'ho ammessa, ma interamente
dichiarata.
Maurizio Belpietro: Lei ha mai chiesto a Gemma Calabresi, ha mai usato
con Gemma Calabresi la parola "perdono"?
Adriano Sofri: No. Né la userei, per quella sobrietà
che dicevo. Penso che noi dovremmo fare un uso molto più cauto delle
parole. La parola "perdono" è di quelle che bisognerebbe evitare con
ogni cura.
Maurizio Belpietro: Grazie.
Adriano Sofri: Grazie a lei.