CHIRAC E IL FUTURO DELLA FRANCIA
Il commentatore di “Time”, Krauthammer, prova a dare una spiegazione del
comportamento di Chirac che, ancora ad Istanbul, si è comportato da
“guastafeste” (espressione del “Monde”). Basti dire che ha reso di fatto
impossibile anche l’intervento della Nato per formare la nuova polizia e
il nuovo esercito iracheni, visto che ha proposto che questo avvenisse, nientemeno…
a Roma.
Secondo Krauthammer, Chirac è convinto che nel futuro dell’Europa
ci sia una risorgenza del mondo arabo e, per questa ragione, quando ciò
avverrà, non vuole trovarsi dal lato sbagliato della barricata. Vuole
dunque avere l’aria di favorire anche figuri squalificati come Arafat (per
non parlare dei terroristi) e d’andare sempre contro gli americani. La Francia
si porrebbe così come il campione e il leader di coloro che si oppongono
allo strapotere della superpotenza superstite.
L’operazione potrebbe essere definita ingrata, ingiusta, immorale:
ma tutti questi aggettivi sono privi di significato, in campo internazionale.
Bisogna solo chiedersi se l’operazione sia stupida o no e quali probabilità
di successo abbia.
Il primo dubbio riguarda la risorgenza in ambito internazionale
degli arabi e del loro potere. Questo è fondamentalmente di due tipi:
militare ed economico. Si prendano ad esempio l’Arabia Saudita e lo Yemen
e si faccia l’ipotesi che il secondo sia, come la Sparta d’un tempo, un paese
piccolo ma formidabile dal punto di vista militare. Nella regione avremmo
un paese ricco ed un paese povero, ma il povero potrebbe attaccare e vincere
il ricco, facendone una propria colonia ed incamerandone le ricchezze. Il
potere militare prevale sul potere economico ed è dunque il primo
e il più importante.
Ovviamente però, se lo decide in tempo, un paese ricco può
fornirsi d’un forte deterrente militare. Se l’Arabia Saudita disponesse d’un
esercito potente, anche composto di mercenari, neppure lo Yemen dell’ipotesi
potrebbe attaccarlo. Il potere economico può divenire anche militare.
Per questo in ultima analisi bisogna chiedersi da che cosa dipendano sia
il potere militare che quello economico.
Il potere economico dipende in primo luogo dal livello culturale
e dal tipo di società di un dato paese. Il Giappone è sprovvisto
di ricchezze naturali ma ha una popolazione estremamente colta e laboriosa
che ne ha fatto una delle potenze economiche mondiali. Viceversa, un paese
che sia ricco di risorse naturali (Congo, Venezuela, Nigeria) ma povero di
capacità umane, è condannato a rimanere arretrato. Addirittura,
in alcuni casi, alla periferia della normale sopravvivenza.
Il potere militare dipende sia dal potere economico (gli armamenti,
soprattutto i più moderni, costano moltissimo) che dalla cultura media
dei cittadini. Le armi moderne sono sofisticate e richiedono operatori disciplinati
e competenti. Questo spiega, fra l’altro, le molte vittorie degli israeliani
sugli arabi. Ci sono modelli di società (Giappone) che impongono ai
singoli comportamenti che li rendono temibili, per la coerenza del gruppo
e l’abnegazione dei singoli, mentre esistono società allo stato colloidale,
in cui gli uomini sono pronti, al primo annuvolarsi del cielo, a cercare
la propria personale salvezza o il proprio personale vantaggio.
Se queste premesse sono vere, ci si può chiedere se Chirac
vede giusto, quando profetizza un rinascimento arabo.
Gli arabi sono in genere poveri. Molto poveri. Persino nei paesi
in cui, come dicono, Allah ha fatto loro il dono del petrolio, le royalties
vanno più nelle tasche dei vari principi, capi e capetti, che alla
generalità della popolazione. Non si può dunque dire
che il mondo arabo sia titolare di un potere economico. In realtà,
essi non dispone neppure di tecnici autoctoni per estrarre l’oro nero.
Non si può neppure dire che gli arabi abbiano dato prova
della capacità svizzera, coreana del sud o perfino italiana, di divenire
prosperi anche in assenza d’una situazione di partenza favorevole e solo
sulla base della loro capacità di produrre.
Dal punto di vista militare, a fronte di grandi proclami e perfino
di casi isolati di disponibilità al sacrificio (i cosiddetti “kamikaze”),
gli arabi hanno dato, nei decenni recenti, pessima prova di sé. Ciò
in parte è stato dovuto alle qualità umane dei loro eserciti
e in parte all’obsolescenza delle loro armi, spesso comprate solo per parate
impressionanti. Durante la guerra del ’73, lo scontro aereo fra Israele e
Siria si concluse 80 a zero. Cosa che induce a pensare con grande tristezza
ai piloti siriani, mandati letteralmente al macello.
Dal punto di vista dell’educazione, infine, basti dire che in tutti
i paesi arabi messi assieme si traducono meno libri stranieri – molti, molti
di meno - di quanti se ne traducono in Spagna. Questo significa che la cultura
araba è tagliata fuori dal mondo intellettuale contemporaneo. Mentre
nel mondo sviluppato si fa in modo di sapere oggi stesso, mediante internet,
che cosa pubblica una rivista scientifica statunitense o svedese, in quei
paesi si tira avanti come sempre, al livello della scuola elementare. Quando
ci si va. In queste condizioni, non si può sperare che gli arabi conseguano,
in tempi prevedibili, il potere che danno la cultura e il lavoro. Chirac,
per pensarlo, sempre che abbia ragione Krauthammer, deve sapere cose che
molti di noi non sanno.
Infine è un grave errore credere che il terrorismo costituisca
un potere. Esso può mettere in difficoltà un paese, ma non
può conquistarlo. Non solo. Il terrorismo colpisce molto l’immaginazione,
visto che tutti reputiamo normale di morire in automobile, ma non reputiamo
normale morire perché qualcuno ha fatto scoppiare una bomba. Ma in
realtà uccide molto di più la circolazione stradale che il
terrorismo. E così come non s’immagina una circolazione stradale che
vinca e conquisti, poniamo, la Germania, non è neppure lecito immaginare
che possa farlo il terrorismo. Il terrorismo esaspera ed induce ad adottare
contromisure: ma da solo non ha possibilità di vittoria. La conquista,
come sanno i polemologi, dev’essere completata dagli scarponi di migliaia
di fanti che s’impossessano di un paese. Diversamente, si è ancora
nel campo della cronaca nera.
Al riguardo è illuminante un fatto cui non molti badano.
Al Qaida avrebbe avuto un effetto molto più grande, sulla politica
mondiale e sull’immaginazione di tutti, se avesse saputo mettere a segno,
dopo l’11 settembre del 2001, parecchi attentati di valore analogo. Non ne
è stata capace. Tre anni sono un tempo talmente lungo da rendere impossibile,
nel caso riuscissero a fare qualcosa oggi, l’impressione che si tratti di
una campagna mirata e duratura. Un attentato sarebbe un fatto isolato, grave
ma insignificante.
Se Chirac si allea con i terroristi, si allea con la parte
perdente. Ma, come detto, deve sapere cose che noi non sappiamo.
Giannipardo@libero.it