Dal “Foglio” del 18 febbraio 2006
Guantanamo non chiude e s’allarga, resta il problema dei processi
Pubblichiamo un articolo del quotidiano britannico Daily Telegraph, in cui
l’autore, Con Coughlin, racconta quel che ha visto nella base americana di
Guantanamo.
Sono le anime perdute della guerra contro il terrorismo. Quattro anni dopo
essere stati catturati sui campi di battaglia dell’Afghanistan, le varie
centinaia di combattenti talebani e di al Qaida detenuti a Guantanamo si
trovano intrappolati in una “legal no-mans’s land”, in una terra di nessuno
dal punto di vista legale. Nel corso di una rarissima visita che io stesso
ho potuto effettuare questa settimana a Camp Delta (la rete di edifici supersorvegliati
nei quali i prigionieri sono alloggiati), ho visto detenuti di età
e retroterra culturali molti diversi che stanno ancora cercando di adattarsi
in qualche modo al loro incoerente mondo su un’isola caraibica.
Ho incontrato un anziano capotribù pashtun, con una lunga barba bianca
e immacolata e fieri occhi scuri, orgogliosamente eretto sull’attenti davanti
alla sua cella. C’era un gruppo di giovani pachistani sui vent’anni che giocavano
a pallone. Seduti in un angolo tranquillo, sotto un tetto di lamiera che
li proteggeva dal feroce sole di mezzogiorno, ho visto un gruppo di afghani
di mezz’età che pranzavano insieme e discutevano in modo molto cordiale.
Questi, secondo le autorità americane, sono alcuni dei più
pericolosi uomini sulla terra (a Guantanamo non ci sono detenuti donna).
Dei circa 70 mila combattenti catturati durante la guerra in Afghanistan,
i 750 detenuti di Guantanamo (la base navale di 45 miglia quadrate che il
governo americano ha affittato da Cuba) sono stati identificati, sulla base
dei rapporti dei servizi segreti e di sicurezza, come figure di primo piano
nelle reti terroristiche di al Qaida e dei talebani, che potrebbero fornire
importanti informazioni sulla campagna terroristica contro l’occidente.
I detenuti provengono da 44 paesi diversi, si parlano in tutto 17 lingue
differenti. Sono stati tutti catturati nel corso dell’operazione Enduring
Freedom, la campagna militare guidata dall’America contro al Qaida e contro
i talebani in Afghanistan. La maggior parte è di nazionalità
afghana, pachistana, saudita e yemenita, ma c’è anche un australiano
convertitosi all’islam radicale per entrare in guerra contro l’occidente.
Degli originari 750 detenuti, 250 sono stati rilasciati. Alcuni perché
le autorità americane non li ritenavano più una minaccia o
in possesso di utili informazioni. Altri (come i detenuti britannici) sono
ritornati nei loro paesi d’origine grazie all’intervento dei loro governi.
Ma quelli che ancora rimangono si trovano davanti a un futuro incerto, in
quanto le autorità americane continuano a insistere che sono troppo
pericolosi per essere rilasciati o che posseggono ancora informazioni considerate
di cruciale importanza per il proseguimento della guerra contro il terrorismo.
Insomma, dopo quattro anni di prigionia, alcuni detenuti posseggono ancora
informazioni decisive sulla rete terroristica internazionale guidata da Osama
bin Laden. “Un detenuto ci ha fornito informazioni fondamentali relative
agli attentati di Londra”, ha dichiarato al Daily Telegraph un importante
ufficiale americano di Guantanamo. “Persino quattro anni dopo la loro cattura
possono ancora dare decisive informazioni sulla rete di al Qaida”. I militari
americani temono anche che, se rilasciati, potrebbero riprendere a combattere
contro le forze della coalizione. Almeno dodici dei detenuti finora rilasciati
in ragione del fatto che non rappresentavano più una minaccia sono
stati coinvolti in attacchi contro la coalizione, compreso un afghano al
quale era stato fornito un arto artificiale durante la sua detenzione a Guantanamo.
Le foto le ha fornite Castro
Nel corso di quattro anni, la struttura detentiva di Guantanamo si è
completamente trasformata rispetto alle prime inquietanti immagini dei prigionieri
legati, con gli occhi coperti e vestiti con tute arancioni che venivano condotti
dai soldati americani per essere interrogati. Quelle immagini erano state
fornite grazie alla cortesia del leader cubano Fidel Castro, che aveva permesso
a un fotografo americano di avere accesso all’estremità del confine
cubano con Guantanamo allo scopo di mettere in imbarazzo i suoi nemici americani.
I prigionieri non sono più detenuti in provvisorie celle di metallo
all’aria aperta a Camp X-Ray, dove erano stati alloggiati i primi all’inizio
del 2002. Lo stesso Camp X-Ray è stato abbandonato ed è già
stato ricoperto dalla sterpaglia. Il dipartimento della Difesa americano
ha speso centinaia di migliaia di dollari per trasformare quella che un tempo
era una sonnecchiante e insignificante base navale in una modernissima prigione
di massima sicurezza, capace di ospitare centinaia di detenuti per tutto
il tempo desiderato. In molti casi, dicono i funzionari del governo americano,
questo potrebbe equivalere a tutta la “dura- ta del conflitto”, il che, tenendo
conto dell’incerta natura della guerra al terrorismo, potrebbe significare
decenni. Infatti, malgrado tutte le critiche piovute su Washington per il
trattamento riservato ai detenuti (o “nemici combattenti”, come il governo
americano preferisce chiamarli), Guantanamo è stata istituzionalizzata,
tanto che si stanno investendo molti milioni di dollari per costruire altre
strutture di massima sicurezza. “In sostanza, non c’è nessun altro
posto dove possiamo tenere prigioniere queste persone – dice un importante
funzionario americano – E finché porranno una minaccia alla nostra
sicurezza o potranno fornire informazioni importanti per prevenire altri
massacri, dobbiamo avere a Guantanamo efficienti strutture di massima sicurezza
per garantire una detenzione rispettosa dei diritti umani”.
Dopo essere stati sottoposti ad accurati controlli e interrogatori, i detenuti
sono ora suddivisi in tre categorie, a seconda della loro disponibilità
ad accettare le peculiari circostanze della loro prigionia. La maggior parte
appartiene alla categoria definita dai funzionari americani con il termine
di “obbedienti”: accettano le regole del centro di detenzione ed è
accordato loro un trattamento simile a quello delle prigioni normali. Gli
“obbedienti” sono ospitati in celle con l’aria condizionata in edifici a
un solo piano appositamente costruiti nella rete in espansione dei cinque
campi di prigionia costituenti Camp Delta, che ha sostituito Camp X-Ray.
Ogni edificio contiene 48 celle ed è circondato da un doppio anello
di filo spinato, con torrette di sorveglianza sempre operative. Ogni cella
ha un gabinetto alla turca e un lavandino. I detenuti portano vestiti marrone
chiaro e sono loro forniti alcuni articoli per l’igiene personale, alcuni
giochi (come il backgammon e gli scacchi, che giocano urlandosi le mosse
da una cella all’altra) e una copia del Corano. In ogni cella è disegnata
una freccia che indica la direzione della Mecca, per eseguire le preghiere
quotidiane rivolti verso la città santa del Profeta. Sono concesse
due ore di esercizio fisico al giorno e la possibilità di scegliere
i tre pasti da un menu che include gelato, biscotti e burro di arachidi.
C’è un ospedale perfettamente equipaggiato per affrontare qualsiasi
emergenza medica, e molti detenuti sono stati curati non soltanto per le
ferite riportate durante la guerra in Afghanistan, ma anche per numerose
altre malattie. Agli “obbedienti” che sono pronti a collaborare con i servizi
segreti americani sono concessi ulteriori privilegi. Questa seconda categoria
di detenuti indossa tute bianche, ha il permesso di vivere in strutture comuni,
di pranzare insieme agli altri detenuti e di giocare a calcio e pallacanestro.
I “cocktail numero quattro”
La terza categoria, invece, quella dei detenuti “non-obbedienti” che rifiutano
di accettare il confinamento, pone gravi problemi ai militari americani.
Molti di questi detenuti sono irriducibili combattenti di al Qaida, convinti
che la loro divina missione sia uccidere i propri “infedeli” catturatori.
Attaccano spesso le guardie e, quando non possono farlo, tirano loro addosso
pallottole fatte di escrementi – che le guardie chiamano “cocktail numero
quattro”. E’ proprio in caso di incidenti come questi che le guardie hanno
reagito in modi discutibili, per esempio oltraggiando il Corano (il famoso
caso di un Corano gettato dentro un gabinetto è a quanto pare avvenuto
in un caso di questo tipo). Ma, per timore di un ripetersi degli abusi sui
prigionieri verificatisi ad Abu Ghraib, le guardie hanno l’ordine di non
rispondere alle provocazioni. “Abbiamo svolto indagini su 15 guardie accusate
di abusi – dice un funzionario di Guantanamo – Soltanto in cinque casi vi
erano prove concrete, e si sono presi adeguati provvedimenti contro i colpevoli”.
I prigionieri “non-obbedienti” sono detenuti in ali separate del campo ed
è garantito per loro soltanto lo stretto necessario, comprese le famigerate
tute arancioni. Sono concessi loro soltanto tre periodi di mezz’ora di esercizio
fisico alla settimana. Non stupisce che sia proprio in quest’ala che si verifica
la maggior parte degli scioperi della fame. Lo scorso anno, nel momento di
massima intensità degli scioperi, c’erano oltre cento detenuti che
rifiutavano di mangiare. Oggi ne rimangono cinque, e soltanto uno di essi
ha continuato a fare sciopero della fame fin da quando la protesta è
iniziata, lo scorso agosto.
Il governo americano è stato fortemente criticato dall’Onu e dalle
organizzazioni per i diritti umani per essersi arrogato il diritto di nutrire
a forza i prigionieri in sciopero della fame. Ma gli ufficiali medici di
Guantanamo rifiutano le critiche: “Abbiamo il dovere di trattare queste persone
in modo umano e di salvar loro la vita, ed è esattamente ciò
che facciamo”. Oltre ai problemi connessi con gli scioperi della fame, nel
corso di questi quattro anni il personale medico di Guantanamo ha dovuto
affrontare circa trenta tentativi di suicidio. Per soddisfare le esigenze
di supersicurezza imposte dalla necessità di detenere sia i prigionieri
“non-obbiedienti” sia quelli in possesso di importanti informazioni, gli
americani hanno completato la costruzione di Camp Five, una prigione di massima
sicurezza progettata sul modello di un penitenziario federale in Indiana.
Vi sono quattro edifici di celle, ognuno con una sala per interrogatori.
La prova che, per il prossimo futuro, Washington è determinata a mantenere
Guantanamo come propria principale struttura di detenzione nella guerra contro
il terrorismo la si può vedere nel fatto che ha appena investito 31
milioni di dollari per la costruzione di una nuova struttura. Malgrado tutte
le critiche, Washington non ha alcuna intenzione di rinunciare al diritto
di tenere prigionieri nella sua base cubana.
La polemica nasce sul terreno della definizione legale dei detenuti. Per
gli americani, i detenuti di Guantanamo sono “nemici combattenti”, guerriglieri
fanatici che non appartengono a nessun paese, non indossano alcuna uniforme
e non fanno alcuna distinzione tra uccidere soldati o civili nella loro devozione
alla guerra contro l’occidente scatenata dal leader di al Qaida, Osama bin
Laden. Come tali – sostengono gli americani – non sono coperti dalla Convenzione
di Ginevra e non si qualificano come prigionieri di guerra, per quanto il
trattamento include buona parte di quanto richiesto dal diritto internazionale.
Ma la creazione di una nuova categoria di detenuti catturati sul campo di
battaglia è stata aspramente criticata dalle associazioni per i diritti
umani e dall’Onu, secondo cui i detenuti, se non sono classificati come prigionieri
di guerra, devono essere o accusati di qualcosa oppure rilasciati. Per controbattere
queste critiche, le autorità statunitensi, il 27 febbraio, apriranno
alcune “commissioni militari” (o corti militari) per processare i detenuti
accusati di crimini di guerra. Finora soltanto dieci hanno ricevuto quest’accusa,
ed è probabile che solo una piccola percentuale di loro sarà
portata davanti alla commissione. “Il problema è trovare le prove
per processarli – ha spiegato un ufficiale – Queste persone sono state catturate
sul campo di battaglia, e questo non è certo un luogo dove si possono
mandare i poliziotti a raccogliere le prove”.
Le autorità americane continuano a valutare i detenuti per stabilire
se possano essere rilasciati o no. Ma si trovano di fronte a un problema,
perché non possono rilasciare detenuti appartenenti a paesi dove potrebbero
essere torturati. In questo momento ci sono circa cento detenuti (compresi
alcuni cinesi) che gli americani vorrebbero rilasciare e rimandare nei loro
paesi, ma non possono a causa del trattamento che potrebbero subire da parte
dei loro governi. Almeno per il prossimo futuro, dovranno restare, insieme
con tutti gli altri, a languire nella terra di nessuno di Guantanamo Bay.
“Certo, non è la cosa ideale, ma, date le circostanze, riteniamo che
sia la soluzione migliore – dichiara un importante funzionario del Pentagono
– Se qualcuno ha un’idea migliore, si faccia avanti, siamo pronti ad ascoltarlo”.
Con Coughlin
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