UNA FORZA DELLA STORIA: LA DEMAGOGIA

Da bambini molti abbiamo avuto la sensazione che la storia, per come ci veniva insegnata, fosse un seguito di guerre. Chi vinceva si ingrandiva e dominava, chi perdeva a volte scompariva dal libro. In seguito siamo venuti in contatto con una storia più raffi-nata e approfondita, che parlava anche di guerre, certo, ma spiegandole piuttosto come conseguenze di altri fenomeni che come delle cause. C'erano addirittura degli studiosi che volevano spiegare tutto con l'economia e la lotta di classe. Infine, da adulti, mille teorie ci hanno confuso le idee e ci siamo ritrovati a chiederci: cosa è successo e perché è successo? La gente era più sana mentalmente prima della rivoluzione indu-striale? Il Terrore è stato necessario o no, per la Rivoluzione Francese? Se Napoleone avesse sottomesso tutta l'Europa oggi saremmo più felici? Perché è scoppiata la Prima Guerra Mondiale? E col tempo siamo stati tentati di aggiungere a queste altre perplessità: la religione è un elemento positivo o negativo, per lo sviluppo di un paese? E la risposta vale per qualunque religione o varia da una religione all'altra? La razza influenza le istitu-zioni politiche? Se fossero vissuti in Inghilterra, i Giapponesi avrebbero inventato la democrazia? In che misura la storia è influenzata dalla super-stizione?
Ci sono insomma, accanto alle molle fondamentali della storia, quali le capacità militari, l’economia, la geografia, le istituzioni, altre forze che non si sa come cogliere e come classificare. L'invidia, per esempio. Si narra che, mentre era in votazione il suo ostracismo, Aristide sia stato richiesto da un Ateniese analfabeta, che non lo conosceva, di scrivere “Aristide” sull'ostrakon. L’uomo politico acconsentì ma dopo gli chiese: Che motivo hai di richiedere l'esilio, per lui? Nessuno, rispo-se l'uomo. È che sono stanco di sentirne dir bene. Certo, non sapremo mai quanti Ateniesi abbiano votato quell’esilio per invidia: ma per uno siamo sicuri. E dicono sia stato per un voto di differenza che è stata decisa la condanna a morte di Luigi XVI.
L’invidia tuttavia è difficile da identificare perché nessuno dice di averla ed essa stessa, se proprio deve andare in pubblico, si fa chiamare giustizia sociale. Invece c’è un'altra delle grandi molle della storia che non si nasconde e addirittura strepita per farsi notare: è la demagogia. Demagogia significa più o meno spingere il popolo a fare qualco-sa: e questo a sua volta significa che è impossibile distinguerla dalla democrazia. Quando il popolo stesso decide qualcosa, si è in democrazia. Anche se per ipotesi il demagogo lo ha spinto su una via rovinosa questo nulla toglie al fatto che infine è il popolo stesso che ha deciso. La democrazia è tale anche quando commette errori.
Tentando tuttavia lo stesso di distinguere la democra-zia dalla demagogia, si potrebbe proporre una definizione: la demagogia è l'attività del politico che, nel proprio interes-se, spinge coscientemente il popolo a fare qualcosa contro il suo interes-se. Gli elementi caratterizzanti sarebbero dunque la malafede del politico e il danno per il popolo. Un esempio è stato il referendum sul nucleare in Italia. Appellandosi ad un popolo che non distingue una centrale nucleare da una bomba atomica, ad un popolo tanto ignorante in geografia da credere che faccia molta differenza avere una centrale a Susa piuttosto che a Chambéry, si è indetta una votazione e si è rinun-ziato al nucleare. Con la conseguenza che oggi si paga l'energia molto più cara e s’importa in grande quantità da un paese che la produce in Savoia, con centrali nucleari.
Come mai i politici hanno indetto un simile referendum? Essi non ignoravano certo che le centrali nucleari esistono in tutti i paesi sviluppati, incluso il Giappone. Il quale di bombe atomiche qualcosa dovrebbe sapere. Esse esistono anche in paesi meno sviluppati di noi, per esempio la Iugoslavia, la Spagna o l'India. Ma i politici hanno semplicemente visto che potevano contare sul risultato e si sono procurati un facile successo. Addirittura, si può formulare un sapido sospetto. È probabile che coloro che si sono resi conto dell’enorme stupidaggine che si stava per commettere, credendo una causa persa quella di spiegare alla gente che le centrali atomiche non sono pericolose, si sono associati agli abolizionisti: per non lasciare loro l’esclusiva della facile vittoria. Il fallimento è stato generale, in questo modo: l’Italia non ha le centrali e il beneficio demagogico, essendo andato a favore di tutti i partiti, è mancato.
Chi ha pagato e paga è l'Italia. Che ha così sprecato migliaia di miliardi per la Centrale Nucleare di Montalto di Castro, rimasta inattiva. Poi, ha perso miglia di posti di lavoro. Infine, importa elettricità. Questo è un caso di conclamata demagogia. Sia i promotori, sia coloro che non si sono opposti, l’hanno fatto in malafede.
Tuttavia, se un politico in buona fede spinge il paese a fare una sciocchezza, non si può chiamare demagogo. Forse sciocco, ma non demagogo. Un esempio di questo genere, per alcuni, è la buon'anima di Giorgio La Pira.
Per quanto riguarda la demagogia, la sua importanza in un paese non dipende dai cattivi politici, dipende dal popolo. Se c'è modo d'avere un facile successo, anche danneggiando il paese, i politici senza scrupoli non mancheranno mai. L’indifferenza degli ambiziosi al bene comune, ogni volta che entra in conflitto col loro personale interesse, è un dato che va considerato costante. L'unico possibile argine alla demagogia, bisogna ripeterlo,  è il livello di civiltà non dei governanti ma dei governati. Se coloro che rischiano di pagare per gli errori suggeriti dai demagoghi sono cittadini colti e maturi, ben pochi si azzarderanno ad essere grossolani capipopolo: rischierebbero la squalifica. Al contrario, in un paese primitivo e incolto, il demagogo ha facile presa. Può promettere anche la Luna, visto che parla ad una maggioranza che non sa a che distanza essa sia. Addirittura, ha il dovere di prometterla, visto che, se non lo facesse lui, lo farebbe un altro, vincendo le elezioni.
Anche i popoli migliori sono occasionalmente vittime della demagogia. In Gran Bretagna, la demagogia ha dominato per parecchie legislature fino a condurre il paese ad una gravissima recessione. Quando infine l'elettorato si è convinto che bisognava cambiar musica, e ha accettato la drastica cura di Margaret Thatcher e i suoi anni di vacche magre, l'ha accettata anche nelle elezioni seguenti, quando l'opposizione laburista, cercando di cavalcare la tigre del malcontento, ha promesso le vacche grasse. Solo quando il programma laburista è diventato tanto moderato, da essere quello stesso della Thatcher, di cui Tony Blair si è dichiarato allievo, i conservato-ri hanno dovuto passare il testimone. Gli Ingle-si insomma sembrano vaccinati contro le sirene dello Stato-Befana.
Il caso dell'Italia è invece meno incoraggiante. Nello Stato-Befana essa ci ha creduto e ci crede ancora. Per decenni ha pure creduto ai luoghi comuni più perniciosi della demagogia. Un esempio: non è una bellissima cosa assicurare una pensione a tutti, anche a coloro che non hanno versato contributi? Certo che sì, se a formularla fosse un Creso capace di pagare questo regalo di tasca sua. Quando invece le somme sono poste a carico della comunità, si crea una voragine finanziaria senza rimedio e si contribuisce ad un debito pubblico che, se scoppiasse, farebbe piangere in primo luogo i più poveri.
Il fatto è che la formazione politica di base è carente e, soprattutto, vi è una sorta di allergia nazionale per le discipline economiche. Chi ha ragionato in termini di cifre è stato visto come una persona insensibile ai valori. Qualcuno che osa opporre agli ideali i conti della serva. Il risultato è stato che i demagoghi hanno promesso tutto a tutti e, malauguratamente, contraendo enormi debiti, hanno a lungo mantenuto. Purtroppo i nodi, anche quelli costituiti dai conti della serva, hanno il brutto vizio di venire al pettine. Oggi l’unica speranza è che la lezione serva a qualcosa.

Giannipardo@libero.it