IL TABUCCO DI CASTALDI
 
 
"In quel modo fecero capire al mondo che i nuovi padroni erano loro": quando la morfina prende male. "Quel giorno Tristano capì che il mostro ormai vinto stava lasciando il posto alle mostruosità dei vincitori...": così, a pag.107, il delirio della morfina avvolge la Storia, fino a pag.109. Siamo arrivati, chissà come, nel bel mezzo di "Tristano muore", Feltrinelli 2004, 162 pagine, 14,50 euro. A questo modestissimo lettore mancano i fondamentali per azzardare un giudizio critico articolato su quest'ultima faticaccia di Antonio Tabucchi, nemmeno ci prova: vorrebbe limitarsi a queste due o tre paginette, che aprono su quel "sei agosto del quarantacinque. Alle otto e un quarto del mattino, se vuoi sapere anche l'ora". Per più di cento pagine ha confuso volto con volto, poesia con poesia, figa con figa, il moribondo, ma qui diventa d'un tratto pignolo. Miracoli di quando la morfina è tagliata con l'antiamericanismo. Ma soprattutto è tecnico, Tristano, molto, molto tecnico. "Quel mattino la prima atomica utilizzata come arma di distruzione di massa cadde su una città": molto educational. Mezzo morto, questo Tristano, ma capace di sputtanare in flagante gli amerikani ad Hiroshima con la smoking gun in mano, perché è chiaro, "per piegare il Giappone sarebbero bastate le armi convenzionali". Archiviamola questa, per tutte le altre volte che Tristano verrà ad agonizzare sull'Unità, dicendoci che le armi convenzionali di Israele non sono la risposta giusta per questi altri kamikaze dell'Imperatore Arafat. Per ora, sorbiamoci la lezioncina di Hiroshima: "in quel modo fecero capire al mondo che i nuovi padroni erano loro".
La preistoria dell'Impero, la colpa originale. "Après moi, le déluge", diceva quello. Après Tabucchì, "migliaia di hiroshime, grappoli di hiroshime, hiroshime dappertutto", e il ruvido lessico del partigiano aggiunge "neppure un gatto, tutti kaputt". Molto bello, è letteratura. Ma c'è dell'altro, la Storia. Si sa, "la Storia è una creatura glaciale, non ha pietà di niente e di nessuno", è comprensibile che Tristano ricambi il trattamento. E infatti la tratta spietatamente: "ecco che il bene ha vinto sul male, solo che c'è un po' di male di troppo in quel bene", e si sorvoli sulla sintassi pedestre, sarà stato per rendere l'effetto della morfina. Poi, anzi un po' prima, ma il prima e il poi sono dettagli nel delirio, "sono stato troppo sintetico, certo se vinceva il male non c'era più rimedio". E' lo stesso moribondo che ha detto, o dirà, sentendosi (ficus!) Benjamin, "davanti al nemico, se vince, neanche i morti saranno al sicuro... di qualsiasi nemico si tratti, aggiungerei, anche il nemico dei cattivi, perché per essere nemico dei cattivi non si può fare i buoni, tu che ne pensi?...". Lo stai chiedendo a me, Tristano? A questo modestissimo lettore? Ti rispondo. E voglio farlo a modo tuo, che, pure qui, a metà romanzo scrivi "come al solito sono andato fuori tema". Non ti risponderò sulla questione buoni/cattivi: di Storia che può saperne un lettore? Vorrei dirtene due sullo stile, su questa tua ossessione della memoria fluida, qui l'agonia, altrove il sogno. Te lo ricordi il procedimento tecnico che usasti in "Un universo in una sillaba"? A me pare che Tristano te l'abbia rubato, dovresti querelarlo, se non ti si è ammosciata la lena.
Era in "Autobiografie altrui", sottotitolo "Poetiche a posteriori", dedica "a Zé, a priori", maggio 2003. Bella copertina, con foto delle tue mani su un tavolino francese o portoghese, un'allusion di sciarpetta, insomma un bel pensoso autunno. Dopo qualche pagina sciatta, ecco il topos, "Un universo in una sillaba". Sei a Parigi, è il 1991. Vai a casa di un amico, "ma non avevo pensato a chiamarlo al telefono e così, quando suonai alla sua porta, non lo trovai in casa". Ma come? Tu hai come amico "lo scrittore italiano più famoso all'estero", sai che quello è a Parigi e te ne vai in giro, pur sapendo che quello può improvisamente capitarti a casa? Poi dice che uno non crede più nell'amicizia. Poi dice che uno si fa ombroso. Poi dice che dall'ombroso passa all'incazzato. Poi dice che diventa amico intimo di Furio Colombo. Fortuna che, quando uno è nato Grande, a queste cose non ci bada, fa spallucce e va a sedersene "in un piccolo bistrot in Rue du Roi de Sicilie". Lì, ti trafigge l'ispirazione, e meno male che hai il taccuino appresso. Scrivi, ti perdi nel flusso d'un ricordo che ha una liquidità onirica. Parli del babbo: "L'intervento chirurgico gli aveva lasciato una mutilazione, poichè lo stadio avanzato della malattia aveva comportato l'asportazione totale della laringe. In altri termini, quel piccolo organo cavo semirigido costituito da cartilagini, muscoli e soprattutto corde vocali, attraverso il quale si produce la fonazione, non esisteva più. Mio padre non poteva più parlare". Io credo che usare un incipit quasi musiliano per dire che il padre non ti fonava più è un segno di genio letterario. Ma, ecco, subito mi catturi con un mirabile espediente. E' quello che Tristano ti ha rubato da quel libro, se no uno dovrebbe dire che sei monotono, e (permetti il doppio senso) ti risentiresti: "Anche se mio padre non parlava il suo udito era perfetto: e dunque, se lui era obbligato a scrivere, io avrei potuto parlargli, dal momento che poteva sentirmi". Anche in "Tristano muore" dovremmo leggere quello che lo scrittore accorso al capezzale ha raccolto dal morente, ma è evidente che "dopo che ti avevo chiamato mi sono pentito di averti chiamato". Scrivi e scrivi del babbo, a quel tavolino di Rue du Roi de Sicilie, sono quasi i bigliettini su cui scriveva tuo padre; poi "strappai quei fogli e li buttai nel cestino". Stai suggerendomi qualcosa per questo "Tristano muore" e non ci arrivo ancora?
 
                                                                Luigi Castaldi