IL PENSIERO DELL’ISTINTO
Qualche mese fa in Francia s’è molto commentata una nuova legge. Essa
istituisce una sorta di contratto col quale le coppie omosessuali assumono,
reciprocamente e nei confronti dello Stato, doveri e diritti simili a quelli
che hanno le coppie sposate. Anche negli Stati Uniti, in Olanda ed in molti
altri posti il problema è piuttosto sentito e si parla addirittura
di matrimonio fra omosessuali. Molti di loro infatti vorrebbero ottenere,
con la parola matrimonio, la “santificazione” del vincolo da epoca immemorabile
collegato alla religione. E infine si discute dovunque, da decenni, di fecondazione
assistita, di utero in affitto, d’aborto, d’uso degli embrioni per lo studio
delle cellule staminali e di tanti altri fenomeni dello stesso genere, fino
a far nascere una sedicente scienza o disciplina filosofica: la bioetica1).
Tuttavia, se si riflette più da vicino, si vede che questi problemi
possono fondamentalmente essere divisi in due gruppi, quelli che dipendono
dall’istinto di conservazione dell’individuo e quelli che dipendono dall’istinto
di conservazione della specie.
Al primo gruppo appartiene per esempio il problema dell’uso degli embrioni.
I bioetici preferiscono vederli buttare nella spazzatura che vederli utilizzare
per la ricerca scientifica. Siamo qui di fronte ad un’estensione (in fondo
logica) dell’istinto di conservazione. L’embrione, dice lo scienziato, non
sa neppure d’essere vivo e non soffre certo, se lo si uccide. Magari mezz’ora
prima del momento in cui sarebbe morto di morte naturale, nella spazzatura.
Ma, obietta il moralista, neanche il barbone che dorme su una panchina pubblica
soffrirebbe se gli si sparasse un colpo di calibro 45 nell’occipite: e tuttavia
questo sarebbe, agli occhi di tutti, un omicidio. Non basta che non ci sia
sofferenza, non ci sia coscienza del morire, non ci sia rimpianto della vita.
E non ci sia dolore dei sopravvissuti, se il barbone non ha famiglia. Perché
c’è l’interruzione d’una vita e tutti ci ritraiamo inorriditi davanti
ad una simile ipotesi. La conclusione, ovviamente, è il divieto dell’uso
degli embrioni. Né diverso è il ragionamento di chi si oppone
all’aborto.
Questo problema è senza soluzione. Da un lato nessuno può ragionevolmente
autorizzare l’assassinio degli addormentati, dall’altro nessuno può
ragionevolmente imporre ad una donna di tenersi in corpo (e occuparsene dopo,
per tutta la vita) una spes hominis non gradita. Come pure pare assurdo lasciar
morire nei tormenti un essere umano (o tenerlo incollato per sempre ad una
sedia a rotelle) solo per non disturbare embrioni che comunque presto moriranno,
senza mai avere avuto una coscienza.
Prima di cercare di uscire da questo labirinto è giusto vedere un
altro caso emblematico, col quale si passa all’istinto di conservazione della
specie: quello degli omosessuali di cui si diceva all’inizio.
Se due uomini si amano e non amano le donne, sono affari loro. Se poi questi
due uomini desiderano una legalizzazione del vincolo affettivo che li lega,
se ne può discutere. E infatti in Francia se ne è discusso.
La società comincia tuttavia ad allarmarsi quando la coppia irregolare
vuole chiamare questo vincolo “matrimonio” e soprattutto quando chiede di
adottare dei figli. Questo si spiega con il passato dell’homo sapiens sapiens.
La specie umana, per milioni di anni, non è stata diversa dalle altre,
nel senso che ha sempre rischiato di estinguersi. Ecco perché il DNA
ci ha seminato nell’anima la voglia d’avere figli e d’amare i bambini in
genere. Anche quelli altrui. Anche quando ragionevolmente uno avrebbe voglia
di mandarli al diavolo. L’istinto ci dice d’avere quanti più figli
è possibile perché, per milioni di anni, la maggior parte di
loro è morta prima d’arrivare all’età in cui poteva riprodursi
a sua volta. Ecco perché l’uomo ha la pulsione sessuale dai dodici-tredici
anni fino ai settanta e passa: perché solo così si poteva essere
sicuri che il numero degli umani non diminuisse. Ovviamente una simile preoccupazione
oggi sembra cosa d’un lontano passato, ma essa rimane ben presente nell’istinto
di tutti ed anche nella predicazione della Chiesa. Non solo si è sempre
condannata la masturbazione (spreco di seme che avrebbe potuto generare bambini)
ma tutti guardano storto le coppie sposate che non hanno voluto figli, l’uomo
o la donna che neppure si sposano e il genitore che si allontana e abbandona
i figli. Possente argomento contro il divorzio, quest’ultimo: quasi che il
matrimonio indissolubile tenesse poi insieme le coppie.
Dunque la coppia omosessuale è giudicata male innanzi tutto perché
non può generare figli. Ma c’è anche, un po’ più ragionevolmente,
l’ostilità all’idea che essa adotti un bambino. Molti competenti sostengono
che chi viene al mondo, per avere l’imprinting giusto, deve avere un modello
maschile, il padre, e un modello femminile, la madre. E pare ovvio. Solo
che nessuno è contro la vedova che alleva il figlio convivendo con
la sorella, mentre tutti sarebbero contro l’adozione di un bambino da parte
di due lesbiche.
Da un lato si è tutti d’accordo che sarebbe meglio che ogni bambino
avesse i due modelli, ma dall’altro siamo lungi dall’attenerci sempre a questo
“meglio”. Se così fosse, dovremmo precipitarci a sottrarre i bambini
ai modelli sbagliati. Invece quando gli assistenti sociali, che vivono a
contatto col peggio della società, chiedono che i figli siano tolti
a quei genitori che potrebbero solo danneggiarli, i giornali insorgono in
difesa del vincolo naturale. I bambini hanno per madre una baldracca che
si prostituisce in presenza dei figli, nell’unica stanza in cui vivono? Sì,
è brutto, “Ma è sempre la madre!”. Il padre è un ubriacone,
un ladro e un violentatore di ragazzine? “Sì, ma è sempre il
padre”. E allora bisogna concludere che il motivo fondamentale non è
l’imprinting giusto dei bambini, ma l’ostilità alle due madri lesbiche
anche se persone perbene. Un motivo istintuale.
Ed ecco si giunge al problema centrale: l’uomo deve seguire l’istinto o il
proprio libero pensiero?
Un pensiero assolutamente libero e rigoroso condurrebbe a pratiche naziste
come quella della soppressione degli infermi di mente, all’eutanasia decretata
dai medici e ad un’eugenetica senza eccezioni. Cosa del tutto inaccettabile.
Ma è anche vero che una totale soggezione agli istinti porta a risultati
ugualmente inaccettabili. Basti pensare a quelle sette che vietano la trasfusione
di sangue per un pregiudizio fondato sull’istinto. O, storicamente, all’ostilità
della Chiesa per lo studio dell’anatomia prima e della ginecologia poi. E
oggi all’ingegneria genetica.
La soluzione teorica che taglia questo nodo di Gordio con la spada qui non
può esistere. Si può solo ricorrere alla soluzione caso per
caso, e in genere alla regola greca della moderazione. Ma, appunto, la moderazione
non fornisce un’astratta formulazione valida in tutti i casi. Nessuno può
dire, risolutamente e definitivamente, che “la vita è sacra”: se no
è sacra anche la vita del verme tenia. E nessuno può dire:
“tutto ciò che è possibile è lecito”. Si tratta di bilanciare
opposte esigenze, senza irrigidimenti misoneisti da un lato o entusiasmi
scientisti dall’altro.
In ognuno dei problemi che si potrebbero evocare bisogna innanzi tutto
chiedersi a che punto sia giunta la civiltà. In Italia, negli Anni
Trenta del Novecento, il divorzio sarebbe stato immorale. Settant’anni dopo
il matrimonio indissolubile sembrerebbe medievale.
Alla regola della moderazione, e all’osservazione dello stato di civiltà
raggiunto, l’unica raccomandazione che si potrebbe aggiungere è che
si dichiari lecito ciò che fa diminuire le sofferenze di qualunque
essere umano, chiunque sia e quale che sia la ragione per cui soffre. Non
bisogna dimenticare che in generale tutti tendiamo ad applicare agli altri
i nobili principi che non fanno soffrire noi stessi. Ecco perché l’immortale
La Rochefoucauld ha scritto che nous avons tous assez de force pour supporter
les maux d’autrui: tutti abbiamo abbasanza forza per sopportare i mali altrui.
Giannipardo@libero.it , 4 dicembre 2003
1) Allego per gli interessati un testo sulla “Bioetica”.
LA BIOETICA
La bioetica dovrebbe essere l’etica della biologia. In essa andrebbe però
inclusa la genetica ed ogni altra attività scientifica che possa interferire
con la morale. Ecco perché la definizione più completa sarebbe
forse: “etica della scienza”.
Etica della scienza si può però intendere in due modi: etica
della conoscenza da un lato, etica della tecnologia dall’altro. La prima
è quella che riguarda la stessa liceità del conoscere. Essa
ad esempio ha contrastato gli inizi della geologia, visto che questa portava,
sull’età della Terra, a risultati ben diversi da quel 4004 a.C. in
cui un teologo inglese aveva posto la Creazione. Ed è la stessa preoccupazione
che induceva il cardinale Bellarmino a cercare di frenare Galileo. In una
parola è l’etica che fa dire: “Non m’importa sapere se quello che
cerchi di conoscere sia vero o falso, m’importa che, se fosse vero, andrebbe
contro le mie convinzioni. Dunque è meglio che non indaghi”. Per questo
riguardo c’è solo da sperare che essa sia morta insieme col Sant’Uffizio.
Per quanto riguarda l’etica della tecnologia, la morale dovrebbe riguardare
l’uso concreto del know how piuttosto che il know how teorico. Immorale non
è sapere teoricamente come far nascere un bambino in un boccale, immorale
potrebbe essere l’applicazione concreta di quella tecnica. Nel Brave New
World di Aldous Huxley ad esempio quella tecnica è generalizzata e
preordinata alla divisione in caste della società. Ma chi pratica
lo sport del tiro con l’arco non per questo si sta preparando ad uccidere
qualcuno e sapere come fare una cosa non corrisponde al farla. Per questo,
il know how teorico rientra nell’etica della conoscenza.
Gli adepti della bioetica tuttavia direbbero che il pericolo è proprio
questo: che chi sa fare una cosa la faccia. Questo però è un
argomento troppo generale. Nella vita quotidiana, tutti abbiamo la forza
di prendere un bambino d’un anno e buttarlo giù dal balcone; ma grazie
al cielo nessuno lo fa. Dunque non bisogna vietare che si sappia come fare:
se è male bisogna solo vietare che si faccia. E non c’è ragione
di temere uno scienziato che sa usare una provetta più di quanto non
si tema un cittadino che sa usare una pistola.
In realtà, la ragione profonda che ha fatto nascere la bioetica risiede
nell’istinto di conservazione, conservazione non solo dell’individuo e della
specie, ma anche di ciò che esiste per paura di ciò che potrebbe
esistere. Il cosiddetto “principio di precauzione”, per cui bisognerebbe
vietare oggi ogni cosa che un giorno potrebbe essere nociva, corrisponde
ad un misoneismo superiore a quello medioevale. Si dimentica che, in teoria,
tutto potrebbe far male. Il caffè e la tintarella, la frittura e le
emozioni. E soprattutto andare in automobile. Come mai tutti corrono questo
rischio, inclusi gli adepti del principio di precauzione? Il fatto è
che il pericolo dell’automobile, per quanto serio, è noto, mentre
il pericolo delle novità scientifiche, anche se nulla lo fa prevedere,
è ignoto. Questo genere d’atteggiamento è solo la manifestazione
d’una angosciata irrazionalità.
Poi, bioetica ed ambientalismo vanno a braccetto. Coloro che vorrebbero vietare
gli organismi geneticamente modificati, solo perché la natura non
li ha previsti, dimenticano che la natura è quotidianamente strapazzata,
contraddetta, violentata: anche da loro. Non solo gli ambientalisti profittano
anch’essi di tutti i vantaggi di una modernità lontanissima dallo
stato di natura, ma non hanno scrupoli all’idea di commettere in grande i
piccoli peccati contro cui protestano. Nessuno protesta contro il riscaldamento
invernale nelle case, contro le centrali termoelettriche che ci dànno
l’elettricità, contro le auto che sfrecciano sulle strade extraurbane,
contro quelle pratiche che ogni giorno immettono nell’atmosfera migliaia
di tonnellate di CO2. L’attenzione si appunta sulle automobili nelle grandi
città, ed a volte è certo bene limitarne l’uso, ma demonizzarle
è stupido. Perché dell’anidride carbonica e dell’ossido di
carbonio immessi nell’atmosfera non sono certo responsabili in primo luogo
gli autoveicoli in città. Ma chi rinuncerebbe al riscaldamento o all’elettricità?
Lo stesso rispetto per gli animali è lodevole, ma come la mettiamo
col fatto che gli uomini sono carnivori e continuano ad uccidere maiali e
bovini a milioni? Tutti parlano serenamente di derattizzazione come di qualcosa
di necessario: e si dimentica che così si contrasta lo stato originale
dell’habitat. Ma i topi sono brutti e tanto basta. Liberati da quelle bestiacce,
ci si occupa poi, appassionatamente, di fantasmi come l’elettrosmog (la cui
nocività nulla ha mai dimostrato) o anche d’ogm. Senza curarsi del
fatto che solo le nuove tecniche agronomiche contrastano efficacemente la
fame nel mondo, non diversamente da come i vaccini hanno contrastato il vaiolo.
Il tempo vincerà le resistenze e quella dei misoneisti è solo
una battaglia di retroguardia. Se il progresso della scienza non è
stato fermato dalla Chiesa Cattolica, si può star certi che non lo
fermerà certo qualche idealista.
La bioetica è una sorta di flogisto dell’epoca contemporanea: un bel
nome che copre solo dei pregiudizi.
Gianni Pardo