Il reddito di cittadinanza
 
E' con un articolo sull'Unità del 28 gennaio che Antonio Bassolino annuncia l'approvazione da parte del Consiglio Regionale, di cui è presidente, di "una legge di civiltà, quella sull'istituzione sperimentale in Campania del reddito di cittadinanza". Sebbene il reddito di cittadinanza venga qui presentato come "termine forte, evocativo di uno Stato sociale garante di diritti di base e di pari opportunità per tutti e tutte", come "misura universalistica per quanti non hanno un reddito certo e/o sufficiente (...) per favorire e rafforzare percorsi di inclusione sociale e di cittadinanza attiva", le cose stanno in modo affatto diverso, tanto diverso da augurarci che l'esperimento fallisca al più presto e che la Regione Campania ritorni sui suoi passi. Al di là di un pur non malizioso sospetto, quello che il provvedimento sia un espediente demagogico e paternalistico atto a contenere l'ingravescente mole di malesseri e disagi socio-economici della Regione, è il concetto stesso di "reddito di cittadinanza" a porre i forti dubbi di sempre, quelli relativi alla sua natura. A questi si aggiungono quelli specifici della legge ora varata. Legge che, par quasi superfluo constatarlo, perché non lo nega, ha in se stessa i limiti del provvedimento non strutturale, non organico, parziale, estemporaneo, velleitario, perfino astruso. Ce n'è abbastanza perché essa possa farsi responsabile di un ancor più violenta accelerazione di crisi, di quella crisi già da lungo tempo innescata e per certi versi irreversibile, se trattata a partire dagli effetti, come la legge non nega di proporsi, o ingenuamente o sfacciatamente. I toni dell'articolo di Antonio Bassolino autorizzano in pieno alle più infauste prognosi in tal senso, a partire proprio da un sottinteso, ma evidente, fraintendimento di ciò che è realmente il reddito di cittadinanza. Non può e non vuole essere, questa, la sede per una trattazione specialista del tema, squisitamente tecnico, almeno nei dettagli, e che ha trovato non di rado elementi di scetticismo, o per lo meno di pressante problematicità, in Autori poi tutt'altro che ostili alla misura del reddito di cittadinanza (J. Meade, "Agathopia", Feltrinelli, Milano, 1994; G. Lunghini, "L'economia dello spreco", Bollati Boringhieri, Torino, 1996; A. Fumagalli, "Pensiero economico, accumulazione flessibile e reddito di cittadinanza", in Aa.Vv., "La democrazia del reddito universale", Manifestolibri, Roma 1997; M. Revelli, "La sinistra sociale", Bollati Boringhieri, Torino, 1997; ecc.); ad essi si rimanda per uno studio dettagliato delle ragioni che dànno al reddito di cittadinanza il giusto contesto post-fordiano. Qui, però, converrà brevemente delineare gli elementi che lo prospettano come misura di equità socio-economica. Sia permessa una citazione estesa, ma utilissima in questo contesto; è di Andrea Fumagalli, dalle famose "Dieci tesi sul reddito di cittadinanza" (1998): "Per reddito di cittadinanza si intende un'erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare (...), distribuita a tutti coloro dotati di cittadinanza e di residenza da almeno un certo periodo di tempo (...), in grado di consentire una vita minima dignitosa, cumulabile con altri redditi (da lavoro, da impresa, da rendita), indipendentemente dall'attività lavorativa effettuata, dalla nazionalità, dal sesso, dal credo religioso e dalla posizione sociale, in età lavorativa, per il periodo che va dalla fine delle scuole dell'obbligo all'età pensionabile o alla morte. [Qui l'Autore appone una nota che è folgorante: "Al fine di essere il più possibile espliciti, è necessario precisare che anche la famiglia Agnelli dovrebbe godere del reddito di cittadinanza".] Trattandosi di un intervento omogeneo, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere distribuito da un'entità statuale riconosciuta costituzionalmente con eventuale delega alle autorità locali per le pratiche materiali di redistribuzione. (...) Lo scopo del reddito di cittadinanza è quello di fornire una liquidità monetaria spendibile sul mercato finale delle merci così da consentire il pieno godimento dei diritti di cittadinanza e di socialità senza necessariamente essere inserite in un contesto gerarchizzato di produzione materiale e immateriale: da questo punto di vista il reddito di cittadinanza concorre a garantire la cittadinanza economica e sociale". Ma qui s'erge una considerazione relativa a quell'"indipendentemente dall'attività lavorativa effettuata" che, per il contesto italiano e sopra tutto campano, è fondante della critica che qui si vuol muovere alla legge che il Governatore definisce, nello stesso articolo dell'Unità "una sfida per noi, ma anche per il governo e il Parlamento nazionale". E' ormai noto da tempo che il tempo di lavoro socialmente necessario sia un'entità inarrestabilmente destinata alla riduzione: il tempo complessivo di lavoro non può che ridursi alla luce dei riassetti socioeconomici del secolo appena trascorso. I ritmi di innovazione e la natura stessa dei nuovi comparti produttivi rendono una pura chimera la mitica "piena occupazione". Fuor d'ogni logica autoreferenziale sul piano etico, che qui sarebbe fuori luogo per la natura delle forze in campo, segmenti vieppiù crescenti di ciò che era il lavoro dipendente vengono (e, c'è da supporre, verranno) destinati a fattispecie pleomorfe e spurie di lavoro autonomo o microimprenditoriale su cui nessuna riduzione potrà mai avere effetto: la massa complessiva di lavoro è, in questa contingenza, imposta direttamente dall'esposizione competitiva alle cosiddette "leggi del mercato". In questo senso, è proprio la Campania di Antonio Bassolino ad essere lo scenario meno adatto a recepire i decantati benefici di una misura come il reddito di cittadinanza. Qui, più che altrove, la disoccupazione assoluta non esiste o è davvero rara. Qui più che altrove non c'è possibilità di quantificare il limite sotto il quale c'è la povertà che la legge intenderebbe tamponare. C'è invece una vastissima, sommersa sottoccupazione, un precariato di massa che è contiguo e parallelo al mercato del lavoro, subordinato ad esso e, per quanto in modo distonico, integrato ad esso. Tra microimprenditorialità e microcriminalità il limite è spesso solo ideologico, culturale in senso lato. In Campania, questo rende impossibile una definizione valutativa seria dei limiti di povertà, come astrattamente (se non demagogicamente) premessi nella legge annunciata dal Governatore. E' sotto gli occhi di chiunque voglia vederlo, piuttosto, un continuum sociale mobile, vario, pressocchè "totale" (in assenza di un'economia strutturalmente consolidata sul piano storico), "totalizzante" (se analizzato negli effetti di decantazione e sedimentazione socio-antropologica), segnato da una condizione generalizzata di precarietà, che si estende dal giovane disoccupato al lavoratore autonomo saltuario, dal libero professionista temporaneamente senza lavoro (o con lavoro stagionale) al lavoratore immigrato che lavora solo alcuni mesi all'anno, dal piccolissimo imprenditore (strangolato dal pizzo, da una committenza che tarda i pagamenti, da un mercato asfissiato dalla scarsezza di liquidità) all'extracomunitario senegalese laureato che lava i vetri ai semafori o che masterizza cd-rom guadagnando 200 euro al giorno esentasse. Nel postulato che lo definisce e gli dà valenza di misura paritativa, un reddito di cittadinanza non può (non dovrebbe) essere di per se stesso progressivo, se non vuole costituire uno strumento di discriminazione e di ricatto sociale, se accentua quella netta discontinuità tra inclusi ed esclusi che nel bene e nel male non c'è in Campania. In più, se il dubbio è forte addirittura per quello che semplificheremo come "Stato centrale", può una Regione farsi erogatore centrale e unico dei servizi? La solidarietà non può essere delegata alle istituzioni? E' in questo tessuto che Antonio Bassolino vede "l'orizzonte di riferimento o meglio la prospettiva in cui collochiamo l'avvio di quest'esperienza, partendo in Campania dalla fascia di maggior disagio (famiglie con reddito Isee al di sotto dei 5000 euro annui)"? Auguri.
 (Luigi Castaldi, 29.I.2004)