LA DIVINA PROVVIDENZA ARRIVA A CAVALLO
I produttori di film sanno benissimo che, in sala, c’è un'ovvia identificazione
tra spettatore e protagonista. Per questo, anche contro ogni ragionevole
speranza, l’eroe trionfa sempre. Tuttavia non sempre può farlo con
le sue sole forze: in questo caso, nei western, “arrivano i Nostri”. La Cavalleria
degli Stati Uniti. Che non passa da lì per caso: è la risposta
al nostro desiderio, come il deus ex machina del teatro antico. Ed è
perfino un prolungamento di noi stessi: non ho vinto personalmente ma ho
vinto lo stesso, perché hanno vinto i miei alleati.
Nella realtà non è detto che arrivino i Nostri e le cose non
vanno sempre bene. Tuttavia non è neppure detto che vadano sempre
male: a volte si trionfa per un evento indipendente da noi e in questi casi
si reagisce dicendo che, “grazie a Dio, passava da lì un mio amico
che m’ha dato un passaggio”, “Sono caduto ma, grazie a Dio, non mi son fatto
nulla”, “Grazie a Dio, durante il terremoto non ero in casa”.
Grazie a Dio. La Divina Provvidenza corrisponde dunque alla Cavalleria. Essa
è citata nelle soluzioni positive e non in quelle negative perché
nessuno, se la Cavalleria non arrivasse in tempo, le darebbe la colpa del
finale tragico. Non era scritto da nessuna parte, che dovesse arrivare. Mentre
al contrario, una volta che è lì, è certamente merito
suo se il protagonista non finisce scotennato.
Solo un miscredente come Voltaire, dopo il terremoto di Lisbona ("Poème
sur le Désastre de Lisbonne"), ha potuto sghignazzare sul concetto
di Divina Provvidenza. Solo lui ha potuto sostenere ironicamente che Dio
aveva fatto morire bambini di uno o due anni per fargli scontare, all'inferno,
i peccati commessi. Le persone normali trovano un simile discorso indecente.
Per loro ironizzare sulla Divina Provvidenza corrisponde a dire che essa
non ha voluto salvare i bambini di Lisbona; corrisponde a renderla colpevole
della tragedia. Anche se è difficile sfuggire al concetto di peccato
d’omissione per chi, onnipotente, non ha usato il suo potere per impedire
il danno.
In questo campo, dal punto di vista psicologico, Dio è la trasposizione
dell'onnipotenza immaginaria dell'io. Il cinema celebra questa onnipotenza
con l'affabulazione, la religione l’ipostatizza e proclama il dogma della
Divina Provvidenza. Con questo meccanismo l’individuo ottiene, in caso di
vittoria casuale, una soddisfazione aggiuntiva: non solo può barare
e darsene il merito (“se pure con un aiuto, ho comunque vinto”) ma può
aggiungere “era giusto vincessi e infatti Dio mi ha aiutato”.
Il meccanismo è utile perfino quando le cose vanno male. “Ho perso?
Ho perso. Ma sono stato abbandonato. Sono stato lasciato solo. Niente alleati,
niente destino favorevole, niente colpo di fortuna. Come potevo vincere,
contro quaranta, o anche solo contro quattro indiani?” Gli sconfitti accusano
la sfortuna, mentre, come diceva Tucidide, nessun vincitore crede alla fortuna.
A volte gli alleati (Dio, la Cavalleria, il Caso) intervengono pure per punire
i malvagi. Quando, mentre sta per violentare od uccidere la bella, il criminale
scivola, cade e si rompe l'osso del collo, molta gente pensa che un destino
sia intervenuto per punire il cattivo. L’intervento superiore è la
longa manus della nostra ira e del nostro sentimento di giustizia. Il meccanismo
ci dà la soddisfazione aggiuntiva di lasciarci innocenti dell’azione
crudele. Non abbiamo alcuna ragione d’avere scrupoli, non ci siamo sporcati
le mani. Il Caso infligge al malvagio il supplizio che egli voleva far subire
al buono, la punizione è stata inflitta da una superiore volontà
e dunque è indiscutibile anche se per caso fosse più grave
di quella che avremmo compiuto noi stessi. Chissà, forse eravamo stati
sin troppo benevoli, fino ad allora. Interpretazione che mostra come a volte
si utilizzino i più alti concetti per scopi miserabili.
L’ipotesi d’una Divina Provvidenza come trasposizione dell'onnipotenza immaginaria
dell'io può essere utile per qualche riflessione generale, sia per
i miscredenti che per i credenti.
I primi dovrebbero imparare a non bestemmiare mai, perché bestemmierebbero
contro il Nulla. Poi non dovrebbero credere al destino. Non dovrebbero credere
che è giusto che abbiano vinto, quando hanno vinto per caso, e non
dovrebbero credere troppo facilmente alla sfortuna quando hanno perso. Dal
momento che nessun superiore potere (salvo una cieca, saltuaria casualità)
interviene nelle vicende umane.
I credenti invece sono posti dinanzi ad un dovere arduo. Devono smettere
di credere che la Divina Provvidenza sia sempre a loro favore o debba compiere
le loro vendette. Inoltre non devono mai lamentarsi per quel che gli accade.
Per il dogma della Divina Provvidenza Dio interviene sempre ed è sempre
presente. Dunque coerente con questa idea non è la protesta ma l’atteggiamento
islamico d’abbandono alla sua Volontà. Perché rientrano nei
suoi piani sia il Disastro di Lisbona che il massacro di Auschwitz.
Giannipardo@libero.it