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Lezione alla Pontificia Università Lateranense per i 150
anni di fondazione della Facoltà di diritto civile
Roma, 12 maggio 2004
1. Il tema
Vi ringrazio cordialmente per l’onore che mi avete fatto
con l’invito per questa ricorrenza del 150° anniversario della fondazione
della Facoltà di diritto civile di questa prestigiosa Pontificia Università.
Vi ringrazio anche per il piacere che mi procurate di
parlare a colleghi che stimo e – se mi permettete, perché non vorrei
esordire con un peccato – anche “invidio” per la felice professione di insegnamento
e ricerca che svolgono.
Quando Monsignor Fisichella mi invitò e mi lasciò
libero di svolgere un tema di mio gradimento, presi al volo l’occasione per
scegliere un argomento che da tempo mi preme, mi induce a riflettere, spesso
a scrivere: lo stato dell’Occidente.
Ho allora ripescato le mie riflessioni, ho deciso di
abbreviarle, aggiornarle e sottoporle a voi. Perché
proprio queste riflessioni e non altre, lo dichiaro in anticipo per presentarvi
la cornice entro cui intendo muovermi e consentire a voi una migliore valutazione
critica delle mie opinioni.
I “perché” sono tre.
Perché ritengo che l’Occidente soffra di un grave
stato di crisi culturale.
Perché ritengo che questa crisi rischi di toccare,
se non la dottrina, la predicazione della Chiesa cattolica.
E perché – siccome, né per laici né
per credenti, c’è Occidente senza cristianesimo – io ritengo che il
cristianesimo possa contribuire in maniera decisiva a curare la sofferenza
dell’Occidente.
Questa sofferenza di cui parlo ha un nome noto, relativismo,
e da qui comincerò.
2. Un sintomo: l’autocensura dell’Occidente
All’inizio del suo celebre saggio L’etica protestante
e lo spirito del capitalismo, Max Weber si pose la seguente questione: «per
quale concatenamento di circostanze è avvenuto che proprio sul suolo
occidentale, e qui soltanto, la civiltà si è espressa con manifestazioni,
le quali – almeno secondo quanto noi amiamo immaginarci – si sono inserite
in uno svolgimento, che ha valore e significato universale?» (M. Weber,
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, trad. it. Leonardo, Roma
1945, p. 1). Weber parlava in particolare «della più grande forza
della nostra vita moderna: del capitalismo», ma sono parecchie le creazioni
e le istituzioni dell’Occidente alle quali può essere applicato il
medesimo quesito. Qui non mi occuperò dell’aspetto storico del quesito.
Ciò su cui invece desidero richiamare l’attenzione è un problema
filosofico, culturale, di tipo nuovo e paradossale.
Si tratta di questo. Mentre tutte le spiegazioni che
si sono succedute hanno mantenuto la genuinità del quesito di Weber,
oggi – esattamente cento anni dopo la sua opera – è
lo stesso quesito ad essere posto in questione. Il pensiero attualmente prevalente
in Occidente a proposito delle creature universali dell’Occidente medesimo
è che nessuna di esse ha valore universale. Sì che raccomandare
le nostre istituzioni al mondo sarebbe un gesto di arroganza intellettuale.
E sì che cercare di esportare queste istituzioni presso culture e tradizioni
diverse dalla nostra sarebbe un atto di imperialismo.
Ognuno può facilmente convincersi di quanto questa
convinzione sia diffusa riflettendo su un sintomo: quell’autocensura e autorepressione
che si nasconde sotto le vesti di ciò che si chiama solitamente “linguaggio
politicamente corretto”, una sorta di “neo–lingua” che l’Occidente oggi
usa
per ammiccare, alludere, insinuare, ma non per dire o
affermare o sostenere.
Si consideri un fenomeno. Tutto si può confrontare
e valutare dentro la cultura dell’Occidente – persino la Coca Cola col Chianti
–, e molto è concesso di confrontare fra particolarità della
cultura occidentale e particolarità di altre culture. Ma quando si
arriva alle culture medesime o a raggruppamenti di identità superiore
– come le civiltà di cui parlava Max Weber ieri e Samuel Huntington
oggi – e queste culture o civiltà si vogliano mettere in gerarchia
o anche solo ordinare sulla scala delle preferenze “migliore–peggiore”, ecco
che scattano l’autocensura, la proibizione e le manette linguistiche. Con
la conseguenza che, ove si trovi una cultura che non abbia o decisamente respinga
le nostre istituzioni, non ci è consentito di dire che la nostra cultura
è migliore di quella o anche solo preferibile a quella.
Questa forma di “rieducazione linguistica” a me suona
inaccettabile. La respingo per ragioni intellettuali e la respingo per ragioni
morali (ciò che, alla fin fine, è la ragione vera per cui si
respingono le posizioni intellettuali). Comincio dalle prime, ma prima di
dirne i motivi filosofici generali, considero un caso concreto.
3. Due paralisi dell’Occidente
Dodici anni fa, nel 1992, uno studioso francese di questioni
islamiche, Olivier Roy, scrisse un libro intitolato L’échec de l’Islam
politique (Editions du Seuil, Paris 1992). La sua tesi, detta con le sue parole,
era che «l’Islam politico non resiste alla prova del potere … L’islamismo
si è trasformato in un neofondamentalismo che si cura soltanto di
ristabilire il diritto islamico, la sharia, senza inventare nuove forme politiche»
(p. 9).
La prova di questa tesi Roy la trovava in una lunga serie
di assenze o mancate risposte: l’Islam, a suo dire, non ha prodotto nessun
modello politico proprio; nessun sistema economico particolare diverso da
quelli noti; nessuna istituzione pubblica che funzioni in modo autonomo; nessuno
spazio libero fra la famiglia e lo stato; nessun riconoscimento paritario
della donna; nessuna comunità sovranazionale diversa da quella religiosa;
eccetera. Insomma, uno scacco. Scriveva Roy: anziché aprirsi a sbocchi
nuovi, «la parentesi islamista ha chiuso una porta, quella della rivoluzione
e dello stato islamico» (ivi, p.11).
È vera o falsa questa tesi di Olivier Roy, e di
molti altri che in Occidente pensano alla stessa maniera? E, se è vera,
si può allora dire oggi che il modello occidentale è migliore
di quello islamico, come ieri si diceva che la democrazia occidentale è
migliore del comunismo?
La risposta alla prima domanda dipende soltanto da ricerche
e analisi empiriche. La risposta alla seconda domanda non dipende invece unicamente
da analisi, perché manifestamente esprime una valutazione (“migliore”).
In proposito, una distinzione preliminare è fondamentale.
Si tratta della distinzione tra giudizio e decisione,
cioè della distinzione tra affermare una tesi e assumere un atteggiamento.
Le due questioni sono relate, ma, da sé sole, non sono relate dalla
logica deduttiva. In particolare, affermare la tesi che il modello delle istituzioni
democratiche e dei diritti dell’Occidente è migliore del modello dell’Islam
non implica assumere alcun corso di azione particolare. Si può dire
che l’Occidente è migliore dell’Islam e tollerare l’Islam, rispettare
l’Islam, dialogare con l’Islam, disinteressarsi dell’Islam, oppure ostacolare
l’Islam, confliggere con l’Islam, e così via, secondo la gamma degli
atteggiamenti possibili.
Con un errore madornale, che però rivela il suo
stato d’animo, la cultura dominante in Occidente invece pensa il contrario.
Pensa che un “deve” discenda da un “è”, per cui, se si sostiene che
l’Occidente è migliore dell’Islam – oppure, per scendere nel concreto,
che la democrazia è migliore della teocrazia, una costituzione liberale
migliore della sharia, una decisione parlamentare migliore di una sura, una
organizzazione internazionale migliore della humma, una sentenza di un tribunale
indipendente migliore di una fatwa, eccetera –, allora ci si deve scontrare
con l’Islam. Un errore logico, appunto, che si aggiunge all’altro, quello
di ritenere che le nostre istituzioni non abbiano diritto a essere considerate
migliori di altre.
La conseguenza di questi due errori è che oggi
l’Occidente è paralizzato due volte. È paralizzato perché
non ritiene che ci siano buone ragioni per dire che
esso è migliore dell’Islam. Ed è paralizzato perché
ritiene che, se queste ragioni ci fossero, allora dovrebbe combattere l’Islam.
Personalmente, nego queste posizioni. Nego che non vi
siano ragioni valide per giudicare se certe istituzioni siano migliori di
altre. E nego che da un tale giudizio nasca necessariamente uno scontro. Non
nego però che se, ad una profferta di confronto si risponde con uno
scontro, lo scontro non debba essere accettato. Affermo piuttosto il contrario.
Sostengo con convinzione i princìpi del dialogo, della tolleranza,
del rispetto, ma sostengo anche che, se qualcuno rifiuta la reciprocità
di questi princìpi e ci dichiara una ostilità o la jihad, allora
dobbiamo prendere atto che è un nostro avversario e difenderci. In
sostanza, rifiuto l’autocensura dell’Occidente. Spiego perché.
4. Il relativismo dei contestualisti
L’idea secondo cui non vi sarebbero buone ragioni per
giudicare culture o civiltà è notoriamente l’idea del relativismo.
Essa oggi prende vari nomi: “pensiero post–illuministico”, “pensiero post–moderno”,
“pensiero debole”, “pensiero senza fondamenti”, “pensiero senza verità”,
“decostruttivismo”, eccetera. Il marketing è vario, ma il target è
sempre lo stesso: si tratta di far proseliti all’idea che non esistono prove
o argomenti solidi per stabilire che qualcosa è migliore, o vale, più
di qualcos’altro.
Il relativismo parte da un dato incontestabile: la pluralità
dei valori, e da una posizione anch’essa difficilmente contestabile: la non
compossibilità di tutti i valori, nel senso che esiste sempre una circostanza
in cui perseguire un valore (poniamo l’amicizia) è incompatibile con
il perseguirne un altro (poniamo la giustizia. Si pensi al caso, da seminario
di filosofia morale, in cui un amico abbia commesso un reato sotto i nostri
occhi: si deve violare l’amicizia e denunciarlo o mantenere l’amicizia ed
essere complici?). Ma da queste premesse il relativismo fa discendere la conseguenza
disastrosa che gli insiemi di valori, come le culture
e le civiltà, non possono essere giudicati l’uno a fronte dell’altro.
Le strade percorse per arrivare a questa conseguenza sono soprattutto due.
La prima strada è quella imboccata dalla filosofia
del Wittgenstein delle Ricerche filosofiche con la sua tesi che ogni “universo
linguistico,” quale è quello delle culture o
delle civiltà, ha le proprie regole di costruzione, significazione
e decisione. L’argomento a favore di questa tesi è che i
contenuti non possono essere separati dai criteri con cui li si giudica.
Il vero, il bello, il buono in una cultura sono tali secondo i criteri con
cui li si definisce in quella cultura. I criteri sono
sempre infra–, mai inter–culturali; essi sono contestuali.
Per criticare questa tesi, mi limito ad osservare che
per giudicare se una cultura A sia migliore di una cultura
B non occorre un meta–criterio comune ad A e B; è
sufficiente che i membri di A e di B desiderino impegnarsi
in un dialogo e sottoporsi alle critiche reciproche. Durante o
alla fine del dialogo, un interlocutore si troverà in difficoltà
con l’altro e a quel punto la tesi dell’altro sarà
la posizione migliore. E migliore nell’unico significato
che è concesso ai mortali di conoscere: migliore
perché resiste alle critiche.
All’obiezione: “ciò che tu ci stai proponendo
è la vecchia tecnica dell’elenchos, o della
confutazione, di Gorgia, Socrate, Platone e Aristotele,
e dunque un criterio buono solo dentro una cultura, quella
occidentale”, si può replicare in tanti modi. Alla fine, con la “prova
del nove”. Se i membri della cultura B mostrano liberamente
di preferire la cultura A e non viceversa – se, ad
esempio, i flussi migratori vanno dai paesi dell’Islam
all’Occidente e non viceversa –, allora c’è ragione di
credere che A sia migliore di B. E all’ulteriore obiezione: “ma questo è
falso, perché la conversione di B ad A può essere frutto di
indottrinamento, di propaganda, di un abbaglio”, si
può rispondere: “se tu, che sei un relativista
contestualista appartenente alla cultura A, parli di abbaglio, ti
contraddici, perché, per riconoscere un abbaglio operante nella cultura
B, dovresti avere un criterio di abbaglio comune ad
A e B che consentisse di distinguere il reale dall’apparente
in entrambe”. Ma se c’è un criterio comune a
due culture, allora il relativismo cade. Volendo relativizzare
tutto, il relativismo ha così tanto appetito che è autofagico.
5. Il relativismo dei decostruttivisti
La stessa autofagia mina l’altra strada percorsa dal
relativismo, quella della decostruzione, il cui capostipite
riconosciuto è Nietzsche.
Il filosofo Jacques Derrida, una delle voci più
ascoltate dell’Occidente, ne è oggi un maestro
riconosciuto. Con molta maestria, egli ha applicato la
decostruzione ad una serie di concetti portanti dell’Occidente per mostrare
che essi non resistono alla prova della loro pretesa universalità.
Ad esempio, Derrida ha decostruito l’ospitalità,
per mostrare che essa è una forma di imposizione;
ha decostruito la democrazia, per concludere che essa
è un esercizio di forza; ha decostruito lo Stato, per mostrare che
esso in quanto tale è una canaglia (cfr. Stati
canaglia, trad. it. Cortina, Milano 2003). Alla fine,
Derrida si è cimentato nell’esercizio rischioso di
decostruire anche il concetto di terrorismo.
Ma anche qui il risultato è contraddittorio, e
lo stesso Derrida ne ha fatto le spese.
Messo di fronte al terrorismo dell’11 settembre, prima
comincia a decostruirlo («le 11 septembre, September
eleventh, 11 settembre: alla fine, non si sa esattamente
cosa diciamo o cosa chiamiamo»), poi, come tanti
oggi fanno, si appella all’ONU, chiedendo che esso «disponga di una
forza d’intervento sufficiente e non dipenda più,
per mettere in opera le sue decisioni, da Stati–nazione
ricchi e potenti, realmente o virtualmente egemonici,
in grado di piegare il diritto a loro vantaggio o ai loro interessi»
(Filosofia del terrore, a cura di G. Barradori, Laterza, Roma–Bari 2003,
p. 94 e p.123). Un’opinione politica forse corretta,
ma – mi chiedo – come è possibile appellarsi all’ONU, dunque un’istituzione
democratica, dopo che si è decostruito il diritto,
la giustizia, la democrazia?
Derrida si rende conto di questa contraddizione e risponde:
«continuo a credere che è la fede nella
possibilità di questa cosa impossibile ... a dover
determinare tutte le nostre decisioni» (ivi, pp.123–124). Dice proprio
così: la fede. Né più né
meno la risposta che un povero e tanto bistrattato e
decostruito filosofo illuminista, messo alle strette, avrebbe dato.
Concludo sul punto. Il relativismo, anche se si può
concedere molto alle sue premesse, non è sostenibile.
Ha di contro i fatti. Contro il contestualismo, non
nego la relazione (un tipico rinforzo reciproco) criteri–
contenuti. Nego le celebri tesi di P. Feyerabend: «ogni teoria possiede
la sua esperienza», o di T. Kuhn: «i sostenitori
di paradigmi opposti praticano i loro affari in mondi
differenti». Contro il decostruttivismo, non nego che
i fatti non esistano senza interpretazioni. Nego la tesi di Nietzsche: «i
fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni»
(F. Nietzsche, Frammenti postumi, in Opere, Adelphi,
Milano 1964, p. 299); o la tesi di Derrida: «non c’è
fuori–testo» (J. Derrida, Della grammatologia, Jaca Book, Milano 1969,
p. 182).
Li si tiri e titilli
come ci pare, ma i fatti restano un banco di prova ineludibile.
Contro il relativismo nella scienza si possono far valere i fatti
degli esperimenti: alla fine, neppure il tolemaico più ostinato poteva
negare che Venere ha le fasi. Contro il relativismo
delle culture, si possono opporre i fatti delle aspettative:
alla fine, neanche Derrida nega che, per far fronte
al terrorismo, sia auspicabile una decisione di organismi
internazionali. E contro il relativismo delle civiltà, si possono
opporre i fatti delle preferenze: alla fine, neanche
il relativista multiculturalista più spinto
nega che tutti gli uomini, se lasciati liberi, preferiscono vivere in
condizioni di sicurezza, tolleranza, rispetto, salute, benessere, pace.
Resta la fede, alla quale infine si appella anche Derrida.
E se anche la fede fosse relativa? Questo è l’altro
tema del mio discorso a cui ora mi rivolgo.
6. Il relativismo della fede cristiana
Ha scritto di recente il Cardinale Joseph Ratzinger che
«il relativismo in certo qual modo è diventato
la vera e propria religione dell’uomo moderno»
(Fede, verità, tolleranza, trad. it. Cantagalli, Siena 2003, p.87),
e che esso è «il problema più grande della nostra epoca»
(ivi, p.75). Poi si è posto una serie di domande:
«la forza che ha trasformato il cristianesimo in
una religione mondiale è consistita nella sua sintesi fra ragione,
fede e vita ... perché questa sintesi non convince
più oggi? Perché la razionalità e il
cristianesimo sono, al contrario, considerati oggi come contraddittori e
addirittura reciprocamente escludentesi? Che cosa è cambiato nella
prima e che cosa nel secondo?» (ivi, p.184).
Nella prima, la razionalità, – credo di poter
rispondere – è cambiata la fede nei fondamenti,
nelle prove, nelle buone ragioni.
Nel secondo, il cristianesimo, – mi azzardo a dire
– è cambiata la fede nella Rivelazione.
Da tempo il relativismo è penetrato anche nella
teologia cristiana, ne ha conquistato una parte, e da
lì, lentamente, sotterraneamente, si è diffusa fra
i credenti, in particolare nel clero, dove, se non vedo male, ha agìto,
forse non tanto sulla fede, quanto sulla difesa della
fede.
All’inizio, sta il pluralismo. Il teologo Paul Knitter
ha posto la questione in questi termini: «Il presupposto
fondamentale del pluralismo unitivo è che tutte
le religioni sono o possono essere ugualmente valide. Ciò significa
che i loro fondatori, i personaggi religiosi che stanno dietro ad esse, sono
o possono essere ugualmente validi. Ma ciò
potrebbe dischiudere la possibilità che Gesù
Cristo sia ‘uno tra i tanti’ nel mondo dei salvatori e
dei liberatori. E il cristiano non può semplicemente riconoscere una
cosadel genere, o lo può?» (P. Knitter,
Nessun altro nome?, trad. it. Queriniana, Brescia 1991,
p. 44). Incredibile a dirsi, per Knitter, lo può.
È così per lui, come per John Hick e
altri teologi, occorre ripensare la cristologia tradizionale. “Ego sum via,
veritas et vita”; “extra Verbum nulla salus”, “Gesù è l’unigenito
Figlio di Dio”: “queste e altre affermazioni del Vangelo,
secondo questi teologi relativisti, dovrebbero essere
rivedute o intese diversamente.
Come? Ecco un esempio tratto dal medesimo Knitter. Quando
il cristiano dice “Gesù è l’unico
amore”, ciò va inteso – egli scrive – nel senso «che un
marito usa nei confronti di sua moglie (o viceversa): “sei la donna più
bella del mondo, sei l’unica donna per me”» (op.
cit. pp.155–56). Insomma,dire: “Gesù, ti amo”
sarebbe né più né meno come dire: “Cara, ti voglio
bene”.
Ma perché il povero cristiano dovrebbe convertirsi
a questa “neo–lingua” politicamente, o teologicamente,
corretta? La ragione – come ha scritto ancora il cardinale
Ratzinger – sta nel fatto che «il ritenere che vi sia
realmente una verità, una verità vincolante e valida nella
storia stessa, nella
figura di Gesù Cristo e della fede della Chiesa,
viene qualificato come fondamentalismo» (op. cit.,
p.124). E poiché il fondamentalismo è oggi un
nuovo peccato capitale, meglio votarsi al relativismo, tanto più che
– ha scritto ancora il Cardinale Ratzinger – «il
relativismo appare come il fondamento della democrazia»
(p.121).
Il Cardinale Ratzinger nega valore a questa tesi e anch’io
trovo che sia contraddittoria, falsa, e controproducente
per il cristiano. Contraddittoria: se, con il relativismo,
si sostiene che non esistono fondamenti, allora neppure
il relativismo può essere il fondamento della democrazia. Falsa: la
democrazia si basa sui valori della persona, della dignità, dell’uguaglianza,
del rispetto; togliete valore a questi valori e avrete tolto la democrazia.
E controproducente: se, relativisticamente, una verità
vale l’altra, a che scopo il dialogo? E se, nella fede,
non esiste la verità, come ci si può salvare?
La mia risposta è: se non esiste la verità,
allora il credente non si può salvare. Per il
credente, Cristo è Rivelazione, è il Verbo che si è fatto
persona. E questo Dio–persona è un fatto (il «fatto cristiano»,
come lo ha chiamato monsignor Angelo Scola; cfr. “Cristianesimo
e religioni nel futuro dell’Europa”, in L’identità
dell’Europa e le sue radici, Edizioni del Senato,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p.39). O lo neghi, questo fatto
cristiano, e allora affermi il relativismo religioso, oppure lo ammetti e
allora ti prepari alle conseguenze.
7. Il cristianesimo, il dialogo e l’Islam
Ma a quali conseguenze porta il fatto cristiano? Qui
passo dalla critica teorica al relativismo alla critica
morale.
È noto che, in teologia, l’esclusivismo oggi è
caduto in disuso, e all’inclusivismo che gli è
succeduto si è associato il dialogo su cui un’enfasi
particolare pose il Concilio Vaticano II.
Ma sul dialogo occorre porsi qualche domanda. Due,
in particolare: dialogo per che cosa? dialogo su che
cosa?
Cominciamo dalla prima domanda. Una prima risposta è:
dialogo per la comprensione reciproca dei credenti nelle
varie fedi. Questa risposta, che mostra il desiderio
della Chiesa di parlare ai moderni, non solleva particolari
problemi, ma non basta. Se non si vuole rinunciare alla missione
della Chiesa, occorre aggiungere: dialogo per l’evangelizzazione. Ma che
rapporto c’è fra l’una e l’altra finalità, fra la comprensione
e l’evangelizzazione?
Francamente, nelle risposte a queste domane avverto il
disagio di un’ambiguità. Nella Redemptoris missio
(n. 55) si dice che «il dialogo interreligioso
fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa», ma
«non dispensa dall’evangelizzazione». Ma se “fa parte” e “non
dispensa”, cioè se fa parte indispensabile,
allora il dialogo non è un elemento, ma uno strumento
dell’evangelizzazione. Perché allora tanta reticenza ad usare la
parola “strumento”?
Inclino a pensare che la risposta risieda in un timore:
il timore – alimentato dal relativismo – che anche per
la Chiesa il dialogo come strumento di evangelizzazione
sia percepito come una forma di imperialismo.
Avverto la stessa ambiguità anche nella risposta
alla seconda domanda: dialogo interreligioso su che
cosa? Certo, non sulla Rivelazione, perché è
la Rivelazione è Verità. Si potrebbe dire: su valori come la
comunità, la fratellanza, la tolleranza, oppure
la pace, la dignità, la promozione della persona,
che sono comuni a molte religioni. Ma questi sono valori
secolari; l’evangelizzazione cristiana non predica la secolarità,
predica la trascendenza, la sua unica trascendenza.
Ma se questa trascendenza è unica, come parlare
allora di «elementi di verità e di grazia» (Ad gentes,
n. 9)
anche
nelle
altre religioni?
Di recente, padre Piero Gheddo ha risposto ad una provocazione
di un sociologo americano (R. Scott Appleby, “Il Papa
fra tre fuochi”, in Global Foreign Policy, marzo–aprile
2004, pp.28–34), il quale ha addirittura proposto una
alleanza tra cristianesimo e Islam contro l’Occidente.
Ha ricordato padre Gheddo: «in nessun paese
islamico i cristiani sono totalmente liberi, come i
musulmani lo sono in Occidente … I musulmani dovrebbero
fare un bell’esame di coscienza sui loro comportamenti
collettivi: la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, il terrorismo,
le pratiche oppressive contro le donne e i bambini,
la mancanza di democrazia, il formalismo religioso
e sociale che schiaccia la persona» (ivi, pp.
38 e 40). È così, se si vuole dire
ciò che si vede. Mentre noi consentiamo che accanto
alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella
stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire
una chiesa. Peggio, mentre i musulmani non consentono
la reciprocità dei nostri princìpi e valori,
noi ci concediamo la decostruzione relativistica di
quegli stessi princìpi e valori e teorizziamo il dialogo, anche quando
– come scrive ancora padre Gheddo – «occorre
riconoscere che il dialogo come lo concepivano i padri
del Concilio ha portato scarsi frutti».
Forse mi sbaglio o mi preoccupo inutilmente. Ma vedo
un rischio: che il timore delle scelte induca i cristiani
a pensare che, se il cristianesimo comporta oneri gravosi,
allora è meglio affievolire la fede, indulgere al
dialogo a qualunque costo o abbassare la voce piuttosto che rischiare un
conflitto. Ma il cristiano debole, come il pensatore debole, alla fine diventa
un cristiano arrendevole.
Un esempio di questa debolezza mi sembra di poterlo scorgere
nel modo in cui è stata affrontata e si è
negativamente risolta la questione del richiamo alle
radici cristiane nel preambolo della Costituzione dell’Europa unita.
Perché è andata così?
Non perché non sia vero che l’Europa non abbia
radici cristiane. Tutto il contrario. È vero
che la maggior parte delle nostre conquiste derivano,
positivamente o criticamente, da lì, dal messaggio del Dio che si
è fatto uomo. È vero che, senza questo
messaggio, che ha trasformato gli individui in persone,
essi non avrebbero dignità. È vero che i nostri valori,
diritti e doveri di uguaglianza, tolleranza, rispetto, solidarietà,
compassione, nascono da quel sacrificio di Dio. È vero che il nostro
atteggiamento verso gli altri – di qualunque condizione o ceto o aspetto
o cultura essi siano – dipende dalla rivoluzione cristiana.
È vero che le nostre stesse democrazie ne sono
informate, compreso quella preziosa laicità delle
istituzioni che distingue ciò che è di Dio da ciò che
è di Cesare, ciò che è dello Stato
da ciò che è dell’individuo. E così via.
E allora, perché è andata così?
Perché lo stesso appello insistente del Papa
non è stato accolto? Perché i popoli cristiani dell’Europa
non si sono mobilitati per innalzare la loro bandiera,
mentre a milioni si sono messi in marcia per la pace
e il dialogo anche con coloro che attaccano espressamente
i valori fondanti dell’Occidente?
La mia risposta è: perché – nell’era del
relativismo trionfante – il vero non esiste più,
la missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa
affermazione del vero fa paura o solleva timori. Forse si sta avverando la
profezia negativa della Veritatis splendor (n.101), l’«alleanza fra
democrazia e relativismo etico».
Il relativismo – e questa è la vera ragione morale
della mia critica ad esso – affievolisce le nostre difese
culturali e ci prepara o rende inclini alla resa. Perché
ci fa credere che non c’è niente per cui valga combattere e rischiare.
Perché non ci dà più argomenti o ce ne dà di
sbagliati persino quando altri volesse toglierci il
Crocifisso dalle scuole. O perché, mentre vuol farci
credere di essere alla base dello stato laico, liberale e democratico, alla
fine, messo alle strette, si converte in quel dogmatismo laicista di Stato
che vieta alle ragazze di fede islamica di indossare
lo hijab a scuola.
8. Lo sbadiglio dell’Occidente
Sono alla conclusione. Mi si potrà chiedere: ma
perché combattere e rischiare? C’è forse
una guerra?
La mia risposta è: dall’Afganistan al Kashmir
alla Cecenia alle Filippine dall’Arabia Saudita al
Sudan alla Bosnia al Kosovo alla Palestina alla Turchia
all’Egitto all’Algeria al Marocco, e altrove, in gran parte del
mondo islamico e arabo gruppi consistenti di fondamentalisti, radicali,
estremisti – Talebani, al Qaeda, Hezbollah, Hamas, Fratelli musulmani,
Jihad islamica, Gruppo armato islamico, e molti altri ancora – hanno
dichiarato guerra all’Occidente, la jihad. Lo hanno detto, scritto, diffuso
a chiare lettere. Perché non prenderne atto?
Si dirà: sono atti di terrorismo da parte di gruppi
di fanatici. Rispondo: temo di no, il terrorismo è
lo strumento di una guerra culturale e armata. Si dirà
ancora: non si può a nostra volta combattere con le armi.
Rispondo: spero sinceramente che non si debba, ma
se, come già accade, l’Occidente fosse costretto
ad usare la forza, perché escluderla? Se la forza giusta e di
difesa, lo stesso cristianesimo non ammette forse una forza giusta e per
difesa?
Non mi si fraintenda, per disattenzione o magari deliberatamente.
Non si speculi sotto o dietro le mie parole. Non sto
perorando una dichiarazione di guerra dell’Occidente.
Sto perorando un’altra cosa, che a me sembra anche più
importante: sto perorando la consapevolezza che esiste un conflitto di
cultura e in armi che alcuni – molti, troppi – hanno dichiarato
all’Occidente. Non sto chiedendo il rifiuto del dialogo. Sto chiedendo
un’altra cosa, che è più fondamentale: sto chiedendo la consapevolezza
che il dialogo non serve a niente se, in anticipo,
uno dei dialoganti dichiara che una tesi vale l’altra.
Questa duplice consapevolezza la vedo poco presente in
Occidente, soprattutto in Europa. E non la trovo diffusa
nello stesso cristianesimo europeo, che a me oggi appare
timido, sconcertato, angosciato.
C’è una ragione profonda di questa scarsa consapevolezza,
che capisco e rispetto. L’idea stessa di una guerra
di civiltà o di religione fa paura.Accanto a
questa che capisco, c’è una ragione che invece non capisco: si
tratta dell’idea della “colpa dell’Occidente”.
Ora, l’Occidente è costato al mondo colonialismo,
imperialismo, nazionalismo, antisemitismo, nazismo,
fascismo, comunismo. Avendo mangiato i frutti avvelenati
dell’albero della conoscenza, non è un paradiso
terrestre. E però non possiamo fermarci agli errori
e anche orrori dell’Occidente. Se si deve fare un bilancio
corretto, occorre mettere i meriti accanto ai torti,
e se si vuole celebrare un processo equo, occorre contrapporre
la difesa all’accusa.
«La civiltà occidentale – ha affermato un
penetrante scrittore, Pietro Citati – ha grandissime
colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e
distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra
civiltà conosce: quello di accogliere ... tutte le tradizioni, tutti
i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli
esseri umani» (P. Citati, “L’Occidente senza forza
e l’esercito del terrore”, Repubblica, 31 marzo 2004). E un altro
grande scrittore, Mario Vargas Llosa, ha detto della civiltà occidentale:
«il suo merito più significativo, quello
che, forse, costituisce un “unicum” nell’ampio ventaglio
delle culture mondiali ... è stata la capacità di fare
autocritica» (M. Vargas Llosa, “Occidente. L’agonia del paradiso”,
La Stampa, 18 aprile 2004).
Fare autocritica, ammettere gli errori, correggerli,
punire chi ha sbagliato, è linguaggio e dovere
laico. Riconoscere le colpe ed espiarle è espressione
ed esperienza cristiana. Si può seguire l’una o l’altra strada, ma
non possiamo dimenticarci chi siamo, chi vogliamo
essere, chi dobbiamo essere.
«La democrazia – ha scritto ancora Vargas Llosa
– è un evento che provoca sbadigli nei paesi
in cui esiste uno stato di diritto». Spero che non
sia così. Ma se lo è, allora, io credo, dobbiamo cominciare
a stropicciarsi gli occhi e a svegliarci.
Marcello Pera, Presidente del Senato della Repubblica.