archivio dicembre 2007
UN COUP D’EPEE DANS L’EAU
La lettera di
Dini al Corriere della Sera, che pure ha un aspetto terrificante,
rischia di non avere assolutamente alcun effetto. È
quello che i francesi chiamano un coup d’épée
dans l’eau, un colpo di spada nell’acqua. Il tono generale
è quello delle richieste ultimative al governo, compensate
da precisazioni che ne annullano il valore. Come chi dicesse:
“Non devi mentire, a meno che tu non lo reputi necessario”. Questo
non significa che Dini e i suoi amici non faranno cadere il governo,
se lo reputeranno opportuno per i loro interessi personali:
ma ben difficilmente lo faranno perché il governo non ha
fatto ciò che loro gli chiedevano di fare. Ecco i singoli punti
di Dini.
“1.
Una decisa azione per la riduzione della spesa pubblica.
A partire dall'uscita anticipata di almeno il 5% dei lavoratori
pubblici”. La prima frase, essendo generale, non esige nessun
impegno concreto. La seconda – al contrario – è tanto seria
da essere impossibile da attuare. Il governo si regge sul consenso
e non può sfidare, in un colpo solo, tutta la macchina
dello Stato, tutti i sindacati e una annosa demagogia. La sinistra
non ha permesso il licenziamento nemmeno di chi riscuote lo stipendio
e non lavora, figurarsi l’allontanamento di chi ha solo la colpa
di far parte del 5% che è antipatico a Dini. Fra l’altro,
come determinarla, questa percentuale? E che avverrebbe, una volta
che si dovesse passare ai singoli nomi di queste decine e decine di
migliaia di persone? Si rischierebbe la rivoluzione e tuttavia – Dini
lo dice poco oltre – tutto questo secondo lui si potrebbe fare in sei
mesi. Forse ha ragione: la Bastiglia fu conquistata in meno tempo.
“2.
Il ridimensionamento delle persone che vivono di politica.
A partire dall'abolizione delle Province”. Anche qui, Dini
chiede qualcosa d’impossibile. Tutto il castello della politica
si regge su queste persone. Dini non ha un partito, dietro di sé,
e può permettersi di dire questo e altro: ma i politicanti
e i loro amici, oltre ad essere le sanguisughe dello Stato, ne sono
anche l’ossatura. E gli stessi partiti dovrebbero fare di sé
stessi dei celenterati? Che ne sarebbe poi delle migliaia e migliaia
di persone, magari nullafacenti, che hanno un “posto” nelle Province?
“3.
Una riduzione del carico fiscale per i contribuenti, secondo
un percorso graduale ma annunciato in partenza”. Dini
in questa lettera afferma: “Quanto enunciato è un programma
minimo che consideriamo imprescindibile e che contiene proposte
realizzabili in non più di sei mesi”. Se ne deduce che
il governo deve annunciare ed attuare la riduzione fiscale con
le tali e tali modalità, entro sei mesi. If you can
believe this, you can believe everything (se potete credere questo,
potete credere qualunque cosa).
“4.
La rinuncia alle centinaia di programmi inconcludenti”.
Aria fritta, questa. E poi, come dice il detto, il diavolo
si nasconde nei particolari, quando si passa dai termini astratti
(“programmi inconcludenti”) a sottrarre la sedia di sotto a qualche
titolare di sinecura.
“5.
La realizzazione del sistema nazionale di valutazione
dei risultati scolastici, per legare ogni incremento reale
delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della
preparazione scolastica degli allievi”. Il senatore Dini,
in due righe, ribalta una tendenza che dura da quasi quarant’anni.
Valutazione severa? Bocciatura dei somari? Premio al merito, allontanamento
dei professori incapaci, discriminazioni retributive fra i professori?
Non lo sa che tutte queste sono parole tabù? Non solo
il programma è vastissimo ed inattuabile (soprattutto entro
sei mesi!), ma Dini deve ringraziare il cielo che nessuno lo prenda
sul serio. Non i professori. Non gli alunni. Non i sindacati. Non
la sinistra, soprattutto, che se queste parole le avesse dette da Presidente
del Consiglio l’avrebbe fatto arrosto.
“6.
La riduzione da 45 a 15 giorni della sospensione feriale
dei termini processuali”. Come sopra. In primo luogo i magistrati
non permettono a nessuno d’interferire nella loro vita, in secondo
luogo sono stati capaci, fino ad ora, di opporsi anche a provvedimenti
sacrosanti – come la separazione delle carriere, che pure non li
avrebbe fatti lavorare di più - solo perché andavano
contro le loro abitudini e i loro pregiudizi. E Dini pretenderebbe
tenerli un mese in più dietro la loro scrivania? L’unico commento
adeguato è uno scuotere la testa fino a slogarsi il collo.
“7.
Il ridimensionamento del ruolo della politica nella gestione
della sanità pubblica”. Dini chiede: “quale azienda
potrebbe mai funzionare se i capi stabilimento venissero scelti
a seconda che siano più vicini a questo o quel partito?”
Invece la domanda giusta è: “Perché mai gli uomini
politici dovrebbero rinunciare al voto di scambio, alle benemerenze
con gli ottimati e al loro potere nel sottobosco politico?” Fra l’altro,
in ogni singolo caso essi sosterrebbero di avere appoggiato non
un loro sodale, ma il più grande luminare della medicina o
del management in Italia.
La conclusione di
questo libro dei sogni è in linea col resto: “Siamo
pronti a sostenere un governo che si impegni a realizzare
questo programma minimo. Se sarà espressione dell'attuale
maggioranza, bene. Ma chiediamo una risposta chiara, senza
ambiguità, al più tardi al momento della verifica
prevista per metà gennaio”. Dini sembra non immaginare
che la risposta di Prodi sarà un sì entusiastico su
tutta la linea (così il suo governo rimane a galla),
con la riserva mentale - manifestata sottobanco ai partiti dell’estrema
sinistra - di non ovviamente farne nulla.
Questo
programma politico avrebbe potuto realizzarlo, da Presidente
del Consiglio, solo Bava Beccaris.
Non
è detto che Dini non faccia sul serio: potrebbe anche
darsi che faccia cadere il governo. Ma questo avverrà
non se Prodi attuerà o no questo programma, ma se Dini e
i suoi amici avranno o no interesse a farlo cadere. Avrebbero
potuto risparmiarci la sceneggiata.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 30 dicembre 2007
IL
SOLIPSISMO E I KAMIKAZE
Il solipsismo è la teoria secondo
la quale, dal momento che noi abbiamo nozione solo della
nostra coscienza, e che le nostre stesse sensazioni sono fatti
della coscienza, possiamo essere sicuri dell’esistenza del nostro
pensiero ma non del mondo esterno. L’Universo potrebbe
essere frutto della mia immaginazione, mentre l’unica realtà
sono io e il resto potrebbe non esistere. Anzi, forse non esiste.
Del resto, per lo stesso Kant, che pure non era solipsista, l’esistenza
della materia si può presumere ma non dimostrare (noumeno).
Scendendo alla realtà quotidiana,
è esperienza comune che per ognuno di noi l’Universo
cessa di esistere almeno una volta al giorno, quando dormiamo.
E addirittura cessa di esistere per sempre, senza traumi, per
chi muore nel sonno.
Da tutto questo, che pure è
ovvio, non sempre tutti traggono le conseguenze che implica.
Non raramente gli uomini, dimenticando di essere degli individui,
si comportano come le api o le formiche: dànno più
importanza al gruppo che alla loro stessa vita. Non stupisce che
si comportino così gli imenotteri, dal momento che non hanno
coscienza del loro eroismo, ed anzi non hanno nemmeno il concetto
della morte: ma che lo faccia un uomo è sorprendente. Il terrorista
che uccide al prezzo della propria vita compie un gesto in favore di
una causa di cui non conoscerà gli sviluppi, che non lo riguarderà
più un attimo dopo che avrà premuto il pulsante del
detonatore. È un individuo colui che si trasforma in strumento,
che scade volontariamente al livello di martello, di sega o di piccone?
È ovvio che
l’interessato gusterà in anticipo l’ammirazione dei
suoi, che siano terroristi come lui o, nel caso dei kamikaze,
i colleghi militari e il paese tutto: ma fondamentalmente
la molla dell’azione è la coscienza di appartenere ad
un gruppo che continuerà ad esistere e in cui si “sente”
che si continuerà a vivere. Sembra folle, ma questa follia
ha un senso.
L’uomo è dominato
da due istinti fondamentali: la conservazione di sé
e la conservazione della specie. Quest’ultimo è meno noto
del primo ma è più forte di quanto non si pensi.
L’adolescente brufoloso che delira desiderando donne crede di
essere immorale, di doversi nascondere, e non sa che sta obbedendo
alla natura, che sente l’urgenza della sopravvivenza della specie,
per la quale bisognerebbe applaudirlo, non diversamente da come
si approva la fanciulla vergine e romantica che sogna un matrimonio
d’amore. Per questo l’intera umanità s’intenerisce sui bambini
e folle sterminate di genitori fanno sacrifici immani per la loro
prole, magari fino a che questa prole non abbia trent’anni.
Soprattutto il caso
dei genitori merita però di essere commentato. Se
qualcuno chiede loro ragione del loro comportamento manifestano
soltanto la loro meraviglia. Che c’è da spiegare? “Sono
i miei figli!” E non capiscono che non stanno manifestando una loro
idea, ma un’idea dell’istinto di conservazione della specie. Se
fossero razionali, dovrebbero dire: “So che il sesso serve alla specie
più che a me, ma mi piace e lo pratico. Nello stesso modo,
voglio dei figli perché mi piace averne e mi piace occuparmene”.
Affermazione non priva d’importanza. Infatti se il sesso si pratica
solo per il piacere, la contraccezione non è più lecita
ma doverosa. E se la procreazione la si vuole perché si ama
occuparsi dei figli, dopo sarà vietato lamentarsi dei fastidi
che dànno i lattanti, dei capricci dei bambini piccoli, dei
problemi scolastici dei ragazzi, delle intemperanze degli adolescenti
e dei problemi di inserimento dei giovani. Sono tutte cose comprese
nel pacchetto e chi non ci ha pensato prima ha obbedito all’istinto
con lo stesso grado di riflessione di una gatta o di un pinguino.
L’individuo è
una rarità. È qualcuno che riesce veramente
a credere che, dopo la sua morte, non saprà più
nulla dell’Universo, dei suoi figli, e soprattutto della fazione
politica o nazionale cui ha sacrificato la propria vita. È
uno che ha capito che, fra qualche anno, sarà morto in eguale
misura se sarà rimasto uno scapolo gaudente o se avrà tirato
su dieci figli. È uno che ha veramente capito la teoria solipsistica:
“Io sono il mio unico me stesso. Quando morirò, tutto morirà
con me. Non voglio fare nessun male agli altri, ma rimango il mio unico
valore. Ho solo questo gettone, per giocare con la vita, e non posso
sprecarlo. La specie? Essa mi ha messo al mondo per sé, io
vivo solo per me, mi pare che la pensiamo allo stesso modo. Io non
le devo nulla”. Questo è il discorso di un egoista immorale,
nevvero? Ma proprio questo s’intendeva affermando che l’individuo è
raro. Nella stragrande maggioranza dei casi, gli esseri umani sono
parti di un tutto. Pedine molto morali ma spendibili e intercambiabili
sulla scacchiera dell’alveare o del termitaio. Soldatini che si possono
anche mandare al macello, in nome del generale “Specie”.
Ma c’è qualche
individuo, appunto, che i generali li considera solo dei
colleghi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- dicembre 2007
EINSTEIN
Sia la religione sia la scienza offrono
delle verità. La prima vi giunge per via di fede,
cioè di fiducia in ciò che altri hanno
capito o si sono visti rivelare; la seconda vi giunge per via
sperimentale, al punto che la verità che non si può
raggiungere per questa via non è una verità scientifica.
Al massimo può essere una teoria. Una seconda differenza
è che la rivelazione religiosa non è replicabile - non
si può chiedere all’arcangelo Gabriele di rivelare anche
a noi ciò che rivelò a Maometto - mentre la verità
scientifica in tanto è tale, in quanto l’esperimento sia autonomamente
ripetibile. E si potrebbe continuare: ciò che importa è
che le due cose sono profondamente diverse e procedono con metodi
affatto diversi. Lo scienziato in quanto tale non è armato
per parlare di religione e il teologo non è equipaggiato
per discutere di scienza. Salvo eccezioni, naturalmente.
Blaise Pascal fu un genio
della fisica e della matematica (anzi, un genio precoce), e fu anche
un illustre teologo, estremamente importante nelle dispute
religiose concernenti il giansenismo. Non diversamente
da come Mendel, un religioso, è rimasto famoso per i
suoi studi di genetica. Ma – questo è il punto - né
Pascal applicava al Cristianesimo il metodo scientifico, né
Mendel applicava ai suoi piselli i dogmi della Fede.
I guai nascono quando si sconfina.
E poco importa che lo si faccia in buona fede. Ussher ha
stabilito che la Terra è stata creata esattamente sabato
23 ottobre del 4004 avanti Cristo, al crepuscolo. Questo vescovo
s’è guadagnato una fama imperitura, ma una fama imperitura
di sciocco: già i rudimenti della geologia ridicolizzano
la sua affermazione. E tuttavia Ussher non era uno stupido: essendo
sinceramente credente, si limitò ad addizionare gli anni sulla
base della Bibbia. Essendo la Bibbia verità rivelata, a suo
parere Dio aveva rivelato anche la data della nascita della Terra:
e nulla avrebbe impedito che si imponesse di credere anche a questa
affermazione, se l’empia scienza non si fosse messa di traverso.
La Chiesa però, dinanzi all’evidenza, seppe cadere in piedi.
I “giorni” della creazione ben potevano essere ere di milioni di anni.
E non diversamente andò con Giosuè, che provava la validità
del sistema tolemaico. Una volta che non si poté più negare
l’evidenza del sistema eliocentrico, si disse che Giosué non
fermò il sole per dare torto a Copernico, ma per esprimersi
secondo le convinzioni dei contemporanei.
Sia detto di passaggio,
neanche questa versione sta in piedi. Perché se
la Terra improvvisamente si fosse fermata, gli oceani per
abbrivio avrebbero invaso le terre ad oriente di essi alla
velocità di mille-millecinquecento chilometri orari,
secondo le latitudini, le case si sarebbero staccate dalle fondamenta
per decollare, insieme con tutti gli alberi, ed anche con Gedeone
e il suo esercito. Ma queste sono storie vecchie. In fondo i credenti
hanno ragione: che importanza ha, se Giosué fermò il
Sole, la Terra o Dio volle che rimanesse in cielo l’immagine (e la
luce) del sole, mentre le cose nel resto del sistema solare andavano
come al solito? Essenziale è che Dio ami gli uomini, che
il suo Figlio si sia fatto uomo per redimerci, che la morte sia apparente
ed i giusti vadano in paradiso. Tutte cose che con la scienza, e il
sistema eliocentrico, e Galileo, non hanno niente a che vedere. Certo,
si sarebbe stati lieti che così la pensasse anche il cardinale
Bellarmino, a suo tempo, ma non si può avere tutto.
La separazione di scienza e fede
è utile ad ambedue. Da un lato è inutile cercare
di provare al credente che certe affermazioni sono scientificamente
assurde, dall’altro è assurdo tentare di dimostrare
ad uno scienziato che la Madonna era vergine mentre partoriva.
Quando si discute di Dio, di Divina
Provvidenza, di Creazionismo e argomenti analoghi, è
assolutamente fuor di luogo proclamare, con aria trionfante,
“Einstein credeva in Dio e tu no?” Perché Einstein, per
quanto riguarda Dio, non ha più autorità del salumiere
sotto casa. Il grande Albert aveva tutto il diritto di credere
in Dio ed anche al miracolo di San Gennaro, se gli garbava, ma in
materia di religione aveva la competenza che un poeta ha in materia
di relatività.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- dicembre 2007
DIMETTERSI “PER
DIGNITÀ”
Quando un uomo pubblico commette
qualche grave errore, in molti gli suggeriscono di dare
le dimissioni “per dignità”. Ma che significa, questa
espressione?” Se l’interessato non riconosce la colpa, la richiesta
è assurda. Mentre se la riconosce, e ammette che non
è degno di quella carica, dimettendosi si comporta ammirevolmente
ma non salva certo la propria dignità.
Il problema, riflettendoci, si complica ulteriormente.
Se l’interessato non si dimette, rimane formalmente innocente
anche se è colpevole; mentre, se si dimette, risulta
formalmente colpevole, “tant’è vero che s’è dimesso!”,
anche se è innocente. In queste condizioni, chi è
lo sciocco che, potendo salvare il posto, e almeno il dubbio
sulla propria colpevolezza, presenta la dimissioni?
Né fa superare lo scoglio l’ipotesi che, quando i critici
parlano di “dignità”, intendano non la dignità
dell’uomo ma quella della carica che ricopre. Infatti anche in
questo caso l’interessato potrebbe appunto dire: “non me ne vado
perché ammetterei di avere danneggiato la dignità
di quella carica: e non l’ho fatto”.
L’unica spiegazione seria dell’espressione è
che i critici intendano in realtà chiedere le dimissioni
“per indegnità”: ma se questo è vero, farebbero
bene a dire proprio così, lasciando da parte gli eufemismi,
l’ipocrisia e la retorica.
Poiché però quell’ingiunzione - “dimettiti per
dignità” - è malgrado tutto corrente, è
opportuno vedere che senso le attribuisca chi la usa. L’unico
senso che si riesce ragionevolmente ad ipotizzare è il
seguente: “Siamo in possesso di tali prove della tua colpevolezza
che, se vuoi evitarti l’umiliazione di vederle sciorinate in
pubblico, il meglio che puoi fare è evitare il processo.
Vattene e lascia in giro il dubbio che ti sia dimesso per far
cessare la cagnara sul tuo nome. Magari mentre sei innocente.
Mentre se ci obbligherai ad estrometterti, sarai scacciato con
ignominia”. Queste parole sono pesanti e dense di significato. Finalmente
siamo fuori dall’ipocrisia. Ma un cannone in tanto è
temibile in quanto, oltre ad essere grosso, sia anche carico. In
questo caso, chi parla deve realmente essere in possesso di armi
così potenti da ottenere comunque la rimozione del colpevole.
Ha dunque i mezzi per ingiungergli di andar via, mentre chiedergli
di dimettersi non ha senso. Chiedere implica che l’altro possa
dire di no. E se l’accusato ha effettivamente la possibilità
di dire di no, (magari perché è sostenuto da correi),
la richiesta di dimissioni “per dignità” si rivela per
quello che è: un bluff.
In conclusione, per quanto riguarda certi personaggi,
o li si butta fuori – se se ne è capaci – o li si lasci
tranquilli. Non per la loro dignità ma per la nostra. Questo,
per la logica. Ma la politica – si sa - ha esigenze di spettacolo
che della logica si disinteressano sovranamente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 25 dicembre 2007
LA PREOCCUPAZIONE
ECOLOGICA
Nella parola “ecologia”, come
in “economia”, c’è l’étimo “eco”, dal greco
“oikos”, che significa casa, dimora, focolare. E questo
già costituisce, in riassunto, una delle argomentazioni
fondamentali degli ecologisti. Essi chiedono: “Se la Terra
è la tua casa, non ti pare giusto interessarti ad essa,
far sì che il tetto non ci cada sulla testa?” Purtroppo
per loro, quell’etimologia costituisce anche, a ripensarci, un eccellente
argomento contro la loro tesi.
La casa, nell’idea che se ne ha nei paesi civili, è
un manufatto dell’uomo. Siamo noi che costruiamo fondamenta,
muri, solai, tetti. Ed è giusto che da un lato ci sentiamo
responsabili dei suoi eventuali difetti, dall’altro poniamo
loro rimedio. Ma in questo senso la Terra non è la nostra
casa: essa preesisteva all’Uomo ed esisterà anche questo
ospite sarà sparito. Come spariscono tutte le specie,
una volta o l’altra.
La Terra è forse una casa, ma non la nostra casa.
Ci abitiamo, ma non l’abbiamo costruita e non ne siamo
responsabili. Se lo fossimo, l’organizzeremmo diversamente.
Come dimostra la diga di Aswan. Il Nilo è stato caratterizzato
per molti millenni dalle esondazioni periodiche e gli egiziani
hanno voluto imbrigliarlo, fino a farlo defluire come stabilisce
il Cairo, non come stabiliscono le piogge. Ma questo intervento,
per le dimensioni della Terra, è un particolare insignificante:
in realtà non siamo riusciti a regolare gli uragani caribici,
i terremoti, gli tsunami e neppure le umili piogge. Il nostro pianeta
si interessa ben poco di questo inquilino e non ha certo l’uomo come
amministratore di condominio.
Nessuno sostiene che la nostra attività non abbia
nessuna influenza. Perfino le flatulenze dei bovini ne hanno
una. Qui si tratta di capire in quale misura l’uomo possa
far male e in quale misura possa far bene.
La prima osservazione riguarda il clima. Gli scienziati
propongono spiegazioni più o meno plausibili per
le glaciazioni, come anche per i periodi di caldo in cui gli
animali della savana scorrazzavano in Francia: ma nessuna
di esse fa risalire la causa all’uomo. Ora, se senza il nostro
intervento la Terra è riuscita ad avere variazioni di dieci
o venti gradi, con quale ragionevolezza si può attribuire
all’uomo, e non ad altro, una variazione di un grado o due? È
giusto interessarsi dell’anidride carbonica, dell’effetto serra
e delle cinture di van Allen, ma senza farne una religione e senza
montarsi la testa: non siamo i padroni né del clima, né
dell’aria, né del mare.
Lo stesso vale per le risorse. È vero che non bisogna
sprecare ciò di cui disponiamo. Depredare il mare fino
a renderlo privo di pesci o quasi è una follia. Ma bisogna
ricordare un paio di cose: in primo luogo, non bisogna essere
ipocriti. Molti, nel momento stesso in cui proclamano che bisogna
fare economia di qualcosa, non si priverebbero di quella cosa
per nessuna ragione al mondo. Seduti nelle loro berline di lusso,
gli occidentali non possono chiedere ai cinesi di andare a piedi.
In secondo luogo, bisogna ricordare che a volte, mentre ci si preoccupava
per l’esaurimento di qualcosa, il genio umano ha trovato una soluzione
che ha addirittura migliorato la situazione: la plastica ha risolto
un’infinità di problemi che sarebbero costati milioni di tonnellate
di materie prime. Il petrolio tende ad esaurirsi, inevitabilmente,
ma chi dice che l’uomo non riuscirà a sfruttare la fusione
nucleare? Infine e soprattutto, aveva ragione Malthus: le dimensioni
della Terra sono fisse e il numero degli umani non può
aumentare all’infinito. Se si continua così, si arriverà
alla carestia. L’uomo, prima che essere colpevole di inquinare
la Terra, è colpevole di esistere, se esiste in un numero
troppo grande. Ecco perché, piuttosto che guardare storto i
tubi di scappamento delle automobili bisognerebbe guardare storto
tutti coloro che dicono male del preservativo e del controllo delle
nascite.
C’è infine una considerazione radicale e devastante.
La specie umana, come tutte le specie, si estinguerà.
Di tutta questa vicenda l’Universo non conserverà memoria.
Neppure di Alessandro Magno o di Mozart. E dunque non è
poi un’imprevedibile disgrazia, che tutto vada in malora: è
un infame destino che ci attende. Abituiamoci all’idea.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
L’ABORTO DI GIORDANO
Oggi un senso perverso - non
so se critico o dell’umorismo - mi spinge a sorridere
del direttore del quotidiano che leggo più o meno da quando
lo fondò Montanelli. I sentimenti paterni di Mario Giordano,
che lo inducono a considerare con orrore l’aborto provocato,
meritano tutto il nostro rispetto e perfino una punta di ammirazione.
Ma si tratta di argomenti tutt’altro che convincenti. Se uno si
perdesse in ditirambi in lode del formaggio, che adora, non per
questo convincerebbe sua moglie, che solo a sentirne l’odore rischia
di vomitare. Giordano ha voluto dei figli e li ama. Benissimo. È
cosa di cui anche noi siamo lieti. Ma che lui non capisca che altri
possono non desiderare quella gioia, e considerarla anzi una iattura,
sarebbe bello che lo capisse lui. Anche a non esserne lieto.
La “moratoria sull’aborto” proposta da Giuliano Ferrara
sembra abbastanza risibile. Ammesso che ci siano, come ci
sono, molti aborti nel mondo, qual è il senso della moratoria?
Significa che una donna che avesse già superato le proprie
perplessità morali, le difficoltà concrete, la disapprovazione
eventuale dei parenti, e che fosse decisa ad abortire, poi
se ne asterrebbe per fare piacere a Ferrara? E per quanto tempo?
Entro il limite in cui l’aborto è ancora possibile o rinunciandoci
definitivamente? Sempre per amore di Giulianone?
Giordano tuttavia non vive sulle nuvole. Infatti scrive:
“Conosco bene la replica: ‘Volete che si torni agli aborti
clandestini’. Che è un po' come dire che abolire la pena
di morte rischia di far tornare alla legge del taglione”. E questo
è un sonoro colpo di zappa sui piedi. Se si abolisce l’aborto,
si abolisce solo quello legale. Quello illegale continua. Mentre se
si abolisce la pena di morte, i condannati non vengono uccisi: né
dallo Stato, che applicherebbe l’ergastolo, né dai parenti delle
vittime - quelli che dovrebbero applicare la legge del taglione - proprio
perché i colpevoli sono ermeticamente protetti dalle mura del
carcere. Il parallelo fra legge sull’aborto e legge del taglione è
tanto valido quanto dire che abolendo le barzellette la gente sarebbe
costretta ad andare in bicicletta.
Però Giordano quelle parole non le ha dette distrattamente
e di fatti insiste: “il punto non è stabilire se ci
saranno ancora o no aborti, così come nel caso della pena
di morte non è stabilire se ci saranno ancora delle persone
che uccidono oppure no: il punto è chiedersi se lo Stato
deve favorire la soppressione della vita, ancorché legale”.
Il Direttore del Giornale non pensa che mentre abolendo l’aborto
legale le vite di feti soppressi rimarranno di numero pressoché
uguale, quello che aumenterà notevolmente è il numero
di vite stroncate fra le donne povere. Queste infatti saranno indotte
ad affidarsi a mani poco esperte o criminali, non potendosi pagare
un viaggio all’estero e un intervento in una moderna clinica. Con
questa piccola differenza: che il feto soppresso non ha mai saputo di
essere in vita, mentre una donna che muore per un aborto mal praticato
è una donna nel pieno della sua voglia di vivere e nel pieno
delle sue facoltà mentali. Come speriamo per Giordano.
In totale il giornalista non apporta nessun serio argomento
a prova della sua tesi, se non la sua antipatia per l’aborto.
Che si può anche capire. Come lui dovrebbe però
capire che c’è chi ha antipatia per la procreazione. O anche
più seri motivi della semplice antipatia.
Va infine sottolineato il fastidio che provoca questo
veder parlare del problema dell’aborto come se i feti fossero
contenuti in cassette postali e non nel corpo delle donne. Nessuno
si cura della loro opinione. Forse hanno ragione quelle femministe
che si lamentano del fatto che la società, soprattutto
quella poco sviluppata, considera il corpo della donna una sorta di
proprietà comune. Dei maschi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
ILLEGITTIMI MA
NON ILLECITI
Premessa. Vincenzo Visco ha più
volte telefonato, e insistito, e persino minacciato
perché il generale Speciale trasferisse alcuni alti
ufficiali. Ne è derivato lo sconquasso che si sa e perfino
un’indagine della magistratura romana. Il Pm tuttavia ha chiesto
al Gip l’archiviazione perché i fatti accertati (a quanto
pare non contestati), “configuravano atti “illegittimi ma non illeciti”.
Il che escludeva che si trattasse di un reato.
L’argomento
a sostegno di questa distinzione era, secondo il Foglio,
“l’assenza di volontarietà nell’abuso di potere compiuto”.
Cioè, in termini tecnici, l’assenza di dolo. Il dolo
è la coscienza di commettere un illecito: ma l’abuso
di potere può essere un reato colposo? Per noi è
come l’ipotesi di una violenza carnale colposa. Poiché però
non conosciamo in che modo, eventualmente, il Pm abbia sostenuto
questa tesi, ci fermiamo a quelle parole: fatti “illegittimi
ma non illeciti”.
Personalmente, pur avendo studiato diritto penale, non
abbiamo chiara questa sottile distinzione. Tuttavia, il
fatto che il Gip abbia negato l’archiviazione ci fa sperare
che abbia anche lui avuto dei dubbi sulla differenza: e questo
ci consola non poco.
In mancanza di meglio, non rimane che consultare il dizionario.
Secondo lo Zingarelli, illegittimo è “ciò che
non concorda con la legge”. Per il Devoto-Oli, illegittimo
è ciò che è “privo delle qualità
o delle condizioni richieste dalla legge… per la validità
giuridica”. Quanto ad “illecito”, per il primo è ciò
che è “contrario a norme imperative, all’ordine pubblico
o al buon costume”, per il secondo “non consentito dalla norma
morale o dalle leggi civili o religiose”. E la nebbia non si dirada.
L’etimologia aiuta un po’: illegittimo è ciò che va contro
la legge, mentre illecito è ciò che va contro ciò
che “licet” ( è permesso). Ecco perché il Devoto-Oli, attento
alle sfumature, per “illecito” scrive prima “non consentito dalla
norma morale” e solo dopo “dalle leggi”. Infatti le cose non permesse
in generale sono molto più numerose di quelle giuridicamente
vietate. La buona educazione, per esempio, non è iscritta nel
codice penale e l’ambito dell’illecito è più vasto dell’ambito
dell’illegittimo.
Se tutto questo è vero, proprio non si capisce
l’espressione del pm romano. Se il comportamento di Visco
è stato illegittimo, è andato contro le leggi;
e ciò che va contro le leggi è illecito. Avremmo
capito l’inverso, che il Pm dicesse: il comportamento è
stato “[moralmente] illecito ma non illegittimo”. Intendendo:
“sarebbe stato meglio che non lo facesse, ma facendolo non ha
violato la legge”. Invece ha detto precisamente “illegittimo
ma non illecito”.
Esiste però la possibilità che il pm romano abbia
usato l’aggettivo “illegittimo” nel senso finalistico (sottolineato
dal Devoto-Oli) di “privo delle qualità o delle condizioni
richieste dalla legge per il riconoscimento o il conferimento
della validità giuridica”. Visco, secondo questa interpretazione,
non aveva nessun potere per imporre al generale Speciale il
trasferimento di quegli ufficiali; la sua richiesta era illegittima
e “incapace di produrre gli effetti giuridici desiderati”, e
proprio per questo era sì improduttiva di effetti ed inane,
ma non illecita. Come se uno scrivesse a Berlusconi “Lei deve nominarmi
suo erede universale”. La richiesta è illegittima ma non illecita.
Tutto chiaro?
Per niente. Bisogna considerare chi fa la richiesta
e come la fa. Lo sconosciuto che scrive a Berlusconi è
un povero pazzo, un superiore che chiede qualcosa ad un sottoposto,
con tono imperativo, e insiste, e urla, e minaccia, non
compie un atto semplicemente illegittimo. Commette un reato:
un tentativo di abuso di potere, di estorsione, di violenza
privata o di violenza carnale.
Se il vice-ministro avesse presso carta e penna e avesse
scritto: “Caro Generale, con la presente, ai sensi di legge,
la invito a trasferire Tizio e Caio”, il generale Speciale
avrebbe potuto rispondere che c’era un errore. II vice-ministro,
“ai sensi di legge”, non aveva nessun potere di richiedere quel
trasferimento. Viceversa, chiedendo il trasferimento per telefono,
e senza avvalersi di legittimi poteri, e con urgenza, e chiedendo
conto del ritardo, e minacciando conseguenze, si è
in presenza di un’indubitabile violazione di legge. Che è insieme
illecita, illegittima e da sanzionare penalmente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
Otto domande
e una risposta
Come
è possibile che telefonate private vengano pubblicate
sui giornali?
Come è possibile che
telefonate private addirittura senza nessuna rilevanza
penale vengano pubblicate sui giornali?
Come è possibile che
le telefonate di persone inintercettabili per legge vengano
ugualmente pubblicate sui giornali?
Come è possibile che
non si sappia chi ha passato il testo e addirittura l'audio
delle telefonate ai medesimi giornali?
Come è possibile che
non venga mai indagato e condannato nessuno, in procura,
per aver illegalmente passato verbali, testi e file audio ai
giornali?
Come è possibile che
il ministro della Giustizia e dell'Interno, chiunque
essi siano, non chiudano quegli uffici colabrodo?
Come è possibile che
la sinistra denunci la violazione della privacy e si
indigni soltanto quando sono i suoi rappresentanti a essere
sputtanati e poi come se niente fosse ricomincia quando c'è
di mezzo Berlusconi, Moggi, il re o una valletta?
Come è possibile che
abbiamo dei giornali così di quella-cosa-che-piace-a-luttazzi?
Io lo so come è possibile,
è possibile perché siamo un paese ridicolo.
dal blog di Camillo
IL “LITIGIO” CON
LA MAMMA
In una casetta borghese e
normale, alla periferia di Udine, una madre ha ucciso
a coltellate il figlioletto di sette anni. La cosa, per come
scrivono i giornali, è avvenuta “nel corso di un litigio”.
Questa notizia è purtroppo vera; ma anche se non lo fosse,
dal momento che tutti l’hanno creduta, sarebbe in una direzione
plausibile. Di un uomo del quale si dice che sia uno spendaccione
non si crederebbe facilmente che si sia avvelenato mangiando
cibo raccolto da terra, mentre si presterebbe subito fede alla
notizia che si è rovinato a Montecarlo. È questo cio
che è significativo, nella tragedia di Udine: il fatto che
i giornali, riferendo l’omicidio, hanno parlato di un “litigio”,
e nessuno ha fatto un salto sulla sedia, dinanzi all’assurdità
del termine usato. Un capitano non litiga con un soldato; un
cardinale non litiga con un prete; un genitore non litiga con il
suo bambino. Nelle scuole secondarie è nozione comune che un
professore valido non alza la voce ed ottiene lo stesso la disciplina,
mentre quello che grida o manda i ragazzi dal preside, perché
siano puniti, è guardato con una rattenuta commiserazione.
Dunque una madre di quarantun anni che litiga col figlio di sette anni
in quel momento ha sette anni anche lei.
I genitori amano moltissimo
i loro figli. L’ha previsto la natura, affinché
non venissero meno le cure parentali. Ma amare non significa
mettere sullo stesso piano se stessi e il sottoposto. È
giusto riamare il proprio cane, bestia cara e affettuosa se mai
ce ne fu una, ma non bisogna permettere che esso comandi. L’etologia
insegna infatti che, se si convince di essere l’animale alfa,
il cane finirà col mordere il padrone. Per educarlo, per
tenerlo al suo posto. Questo è un dato assolutamente banale,
per chi si è interessato di psicologia canina.
Attualmente c’è una
crisi del principio di autorità e molti genitori
sono convinti che imporsi ai figli sia un errore. Con loro
bisogna solo “dialogare”. Dialogare e in fin dei conti cedere,
se non c’è altro modo di evitare una crisi. Sicché
i bambini divengono irritanti, rumorosi, imprudenti, capricciosi,
esosi. E sfidano i genitori. Insistono a fare la cosa sbagliata
benché padre e madre gli urlino di smetterla. Gli adulti
hanno indotto quel soldo di cacio a credersi loro pari, a credersi
in grado d’imporre la propria volontà, con gli urli, con
i pianti ed anche con i calci, se capita, e il bambino lo fa. La
casa di una coppia che ha figli piccoli è infrequentabile.
Tutto questo mette in crisi
le amicizie ma non la vita dei bambini. Giustamente, essi
rimangono amati ed accuditi. Se qualche volta ricevono uno
scappellotto, la cosa rimane un fatto eccezionale, per giunta riprovato
dall’intera società. Anche se il famoso dottor Spock
ha abiurato le sue famose teorie, si continua a concedere
ai bambini il diritto di essere insopportabili. Per fortuna, nei
genitori l’istinto di protezione della prole prevale sulla voglia
di reagire adeguatamente ad un Caligola di quattro anni e in
fin dei conti tutto va per il meglio: ma se la regola per cui
al bambino va permesso tutto, senza avere nessun mezzo per rimetterlo
in riga, viene imposta ad una povera donna depressa e forse psicotica,
il risultato può essere quello di Udine. Se fosse stata
sana di mente, o se la società le avesse fatto capire
che, essendo stato oltrepassato il limite, poteva dare un paio di
schiaffi a suo figlio, forse quel bambino oggi sarebbe vivo. Invece
lei, per alzare la mano sul figlio, ha dovuto superare un tale tabù
che tra schiaffo e coltellata non ha più fatto distinzione.
“Cane non mangia cane”,
dice il proverbio: ma cane educa cane, con i denti. Il
cane alfa, quando accenna a mordere il membro del branco
che sgarra, ci dà una lezione che la società
contemporanea non sembra in grado di capire.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 23 dicembre 2007
LA FORZA DELLA
DEBOLEZZA
Che l’attuale governo non
cada solo perché i deputati e i senatori non vogliono
andare a casa, è una banalità. E tuttavia, bisogna
chiedersi: non è stato sempre così? Forse che in
passato deputati e senatori sarebbero stati contenti d’essere
rimandati a casa prima che d’essere arrivati alla pensione da parlamentare?
In realtà, la situazione
è diversa per due ragioni. La prima, perché
in Senato l’esecutivo può essere sfiduciato anche con
un paio di voti: ogni singolo senatore sa che, se va contro
il governo, non esprime coraggiosamente un’opinione politica,
una convinzione etica o un imperativo religioso, ma costringe
tutti, e in primo luogo se stesso, a rinunziare al seggio. E questo
è ovviamente un freno potentissimo. La ragione fondamentale
è tuttavia la seconda. Nella Prima Repubblica, i politici
facevano cadere il governo (anche più spesso di una volta
l’anno) ma allora, disfatto un gabinetto, se ne faceva un altro più
o meno con gli stessi uomini. La Dc era inamovibile, per cominciare. E
quando si è costituito il centro-sinistra, anche il Psi è
stato inamovibile. A quel punto, formando un nuovo governo, si potevano
imbarcare i repubblicani, e se non i repubblicani i socialdemocratici,
oppure i liberali, oppure due di loro escludendo il terzo, non
era comunque uno sconquasso. In inglese il rimpasto si chiama
reshuffle, rimescolamento, ed è il termine che si usa anche
per le carte da gioco: le carte, dopo il rimescolamento, sono le
stesse. I politici facevano cadere il governo nella speranza di avere
un posto migliore, una politica migliore, un potere più grande
ma il governo, se non era zuppa, era pan bagnato.
Se l’attuale maggioranza
fosse coesa (come imprudentemente ripete Prodi), gli
ottimati non correrebbero nessun pericolo. Nel caso, cambierebbero
solo ministero. Invece oggi le differenze politiche fra i
vari membri della coalizione sono tali che, se si cercasse di
ricostituire una coalizione analoga, non è detto che
ci si riuscirebbe. L’elettorato di sinistra, se diessino o margheritino,
è profondamente scontento per le troppe concessioni
all’estrema sinistra; se di estrema sinistra, è scontento
per le troppe concessioni ai socialdemocratici e ai cattolici.
Il governo infine è così impopolare che, se si andasse
a nuove elezioni, subirebbe una disfatta storica. Ecco perché
i senatori di centro-sinistra ingoiano rospi e coccodrilli,
e ingoierebbero anche draghi dalla bocca fiammeggiante, se fosse
necessario. Se, per qualunque motivo, anche il più giustificato,
anche il più ineluttabile, il governo cadesse, per loro cadrebbe
il mondo. Dunque minacciano continuamente ogni sorta di sfracelli ma
votano la fiducia. Magari turandosi il naso, gli occhi e le orecchie.
Il caso di personaggi come
Dini e Mastella è diverso. Costoro sono fra i
pochi che avrebbero qualche possibilità anche con una
diversa maggioranza: quando minacciano di fare cadere il
governo, lo fanno dunque perché se lo possono permettere.
Inoltre sono stati anche provocati dall’arroganza di partitini
che, forti della loro indispensabilità, hanno dimenticato
che anche altri erano indispensabili. Ma sono situazioni particolari.
Il paradosso di base è
che Prodi è forte perché è debole. Forte
come non mai perché debole come non mai.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-21 dicembre 2007
IL MARXISMO IN
SOLDONI
Un giorno due grandi economisti,
uno liberale e uno marxista, decisero di fare proselitismo
per le loro idee. Si facevano forti non solo della bontà
della propria teoria, ma della propria capacità di spiegarla
anche a chi fosse digiuno di economia. Organizzarono dunque
un dibattito in presenza di centinaia di operai e il liberale parlò
dei fattori della produzione, dell’utilità dello scambio, della
politica fiscale. Gli operai lo ammirarono per come era vestito,
per il suo accento distinto, per la sua classe ma si annoiarono
parecchio. Alcuni neanche capirono bene di che parlava. Quando il
marxista prese la parola ebbe invece successo perché disse, più
o meno:
“Ciò
che ha detto il mio illustre contraddittore è
vero. Ma è passato troppo velocemente sopra uno dei fattori
della produzione: il capitale. Sapete che significa? Significa
che c’è un ricco signore che presta del denaro a un imprenditore,
questi acquista un capannone e dei macchinari, organizza una
buona fabbrica, assume operai capaci, tutti lavorano con grande
efficienza, tanto da guadagnarsi da vivere e però – ecco
il punto! - per far questo devono dar una buona parte del loro guadagno
a quel primo signore. Quello che prestò il denaro per mettere
in moto la catena. E questo – badate! – l’economista liberale non
lo nega. Insomma una parte della ricchezza, che noi chiamiamo plusvalore,
prodotta col sudore della fronte degli operai, va nelle tasche di
uno che non fa niente.
Uno che ha un solo merito:
è nato ricco. Vi pare giusto?”
Gli rispose
un boato: “Nooo!”
“Ebbene, la
teoria marxista vuole tutta la ricchezza prodotta dagli
operai vada agli operai. Vi pare giusto?”
“Sììì”,
rispose il boato.
“E allora siete
tutti marxisti”, concluse l’oratore. La cosa sembrò
talmente pacifica che molti cominciarono ad alzarsi per
andar via e l’economista classico dovette faticare molto per
far sì che l’ascoltassero per qualche secondo ancora. Gli
operai, in piedi e col cappotto sul braccio, si fermarono per pura
cortesia.
“Dove è
stata applicata, questa teoria?”, chiese il liberale.
“In Unione Sovietica,
per esempio”, rispose il marxista.
“E io chiedo
a voi, operai, i lavoratori sovietici sono stati più
ricchi di quelli svizzeri, francesi, statunitensi e italiani?”
“No”, risposero
gli operai.
“È vero
che con Mao i cinesi morivano di fame e con l’economia
capitalista oggi sono molto, molto più ricchi?”
“Sì”.
“Dunque, se
voi preferite la teoria giusta, sarete marxisti e poveri;
se preferite quella sbagliata, sarete più ricchi. Volete
essere più poveri?”
“Nooo!”, rispose
il coro.
“E allora siete
tutti anticomunisti”, concluse l’oratore. Stavolta
la gente cominciò sul serio a sfollare ma l’economista
marxista era indignato al di là di ogni limite. Paonazzo,
gridava:
“Ma siete pazzi?
Non avete sentito che ha riconosciuto anche lui che
la mia teoria è giusta? Come potete dargli ragione?”
Un omone che
sembrava un armadio, e che aveva una voce in proporzione,
non ebbe bisogno di microfono per chiedergli:
“Ma tu riconosci
che gli operai vivono meglio nei paesi capitalisti che
in quelli comunisti?”
“Beh sì”,
rispose il marxista, “ma…”
“Non c’è
nessun ma. Preferiamo essere maltrattati come svizzeri
che amati come sovietici”.
E tutti uscirono dalla
sala, senza badare alle urla del marxista.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 20 novembre 2007
P.S. A proposito
di questo argomento, non si può dimenticare una
mirabile battuta di Mark Twain. Sapete qual è la differenza
fra marxismo e capitalismo? Nel capitalismo si ha lo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo, nel marxismo l’inverso.
Pancia mia
fatti capanna!
Dunque, pensavano di dargli
5.6 miliardi di dollari e invece hanno raccolto 7.4
miliardi, tantini ma sempre 3 miliardi di meno di quanto ricevuto
da Arafat nel 1993, ben 10 miliardi di verdoni!
Vediamo un po', con quei
10 miliardi, in 7 anni, i palestinesi non sono stati
in grado di costruire nemmeno un pollaio per le galline,
non hanno saputo neppure asfaltare un paio di strade
o riparare le fognature costruite da Israele negli anni dell'occupazione
e da loro spaccate a martellate
perche' la loro cacca
andasse tutta a inquinare il mare della Striscia di Gaza.
Con quei 10 miliardi di
dollari non hanno saputo creare un solo posto di lavoro,
fedeli al loro credo che lavorare stanca e che e' molto
meglio farsi mantenere.
Con quei 10 miliardi pero'
hanno costruito villone holliwoodiane per i capetti
mafiosi, hanno aperto conti in banca in tutto il mondo,
hanno permesso alla moglie di Arafat di condurre una vita principesca
a Parigi e hanno comprato armi, tante armi, navi intere
piene di armi, hanno convinto migliaia di giovani a diventare
bombe umane sovvenzionando le loro famiglie, hanno adibito le
ambulanze della Mezzalunarossa a
"padroncini" porta armi
e a "navette" per terroristi.
Hanno speso milioni di
dollari per la propaganda che, grazie a loro e alla
loro infernale capacita' di mentire, fa di Israele il paese
piu' odiato del mondo.
Con quei 10 miliardi e
a tutti quelli ricevuti in seguito, hanno trasformato
Israele in un campo di battaglia in cui i loro terroristi
hanno potuto esprimere il meglio della loro demoniaca cultura
della morte e soddisfare la voglia di sangue di chi li armava
e li mandava a farsi esplodere in mezzo a noi.
Bene , adesso con 7.4
miliardi di dollari distribuiti a casaccio, dove vanno
vanno, chi se ne frega, l'importante e' che alla fine diano
problemi a Israele, potranno armarsi di piu' e meglio,
potranno addestrare altri terroristi, potranno anche dare
una mano a hamas per rendere piu' potenti i loro missili in modo
da colpire Israele nel profondo.
Perfetto. non mi aspettavo
niente di meglio da Parigi, dopo la schifezza di Annapolis
che ha visto un drammatico voltafaccia americano nei confronti
di Israele.
In quei giorni girava
una vignetta in Israele: il Ku Klux Klan che urlava
davanti a un ristorante "vietato l'ingresso agli ebrei e
ai negri", poi dopo il discorso della Rice, i cartelli portavano
solo lo slogan "vietato l'ingresso agli ebrei".
Una cosa mi ha strappato
una grande risata, amara, nel leggere l'elenco di chi
godra' di tanto ben di Dio: 115 milioni di dollari verranno
assegnati all'UNRWA.
Ma come , disgraziati,
ma come, l'UNRWA e' l'organizzazione che , insieme
ad Arafat, si e' letteralmente bevuta i soldi ricevuti negli
anni, e' l'organizzazione che ha costretto, insieme ad Arafat,
i palestinesi a stare rinchiusi nei campi per usarli come
propaganda antiisraeliana e come bombe umane ad orologeria!
Ma come, disgraziatissimi!
L'UNRWA e' un pozzo nero di corruzione, di aiuti al
terrorismo, di impiegati nullafacenti usati solo per aprire
le porte a terroristi in fuga e voi, donatori del cavolo,
gli date altri milioni di dollari!
Certo, pancia mia fatti
capanna! Stanno gia' facendo le capriole , soldi soldi
soldi soldi soldi, hanno ancora una volta turlupinato il mondo!
Ho letto che l'Italia
finanziera' la giustizia, la sanita' e l'istruzione
palestinese. Alloooora, siamo a posto! Non vedremo piu'
soltanto bambini palestinesi sognare islamicamente paradisi di
giochi e dolciumi per piccoli martiri assassini, vedremo
anche tanti presepi natalizi con Giuseppe-Arafat e Maria-Suha
in adorazione del piccolo Gesu-Mohamed al Durra adagiato
in una mangiatoia.
Hanno vinto i palestinesi,
ha vinto il terrorismo, ha vinto l'arroganza, ha vinto
la propaganda, ha vinto la disonesta', ha vinto l'ipocrisia,
ha vinto l'odio, ha vinto la paura.
Israele ha perso.
Avete sentito parlare
a Parigi, e prima ad Annapolis, di Sderot?
Avete sentito parlare
di Gilad Shalit?
Qualcuno si ricorda di
Eldad e Udi?
I Paesi donatori, firmando
quell'assegno hanno firmato la fine di Israele perche'
non avremo mai piu' pace.
Che Dio li perdoni, io
certamente no!
Deborah Fait
- www.informazionecorretta.com
PERCHÉ ODIARE
I REGALI
Come, qualcuno odia
i regali? I regali sono il segno della magnanimità,
della generosità, dell’affetto. Sono una
cosa bellissima. Come del film di Eisenstein, “La corazzata
Potëmkin”, non se ne può dir che bene.
In realtà bisogna confessare
che, in un mondo in cui i bisogni primari sono assolti,
i regali sono una seccatura immane. A partire da un certo livello
economico, al prossimo si può regalare solo qualcosa
che ha già. O di cui non ha per nulla bisogno. Perché
diversamente se la sarebbe già comprata da sé. Si è
dunque costretti a ripiegare su qualcosa di inutile, di estroso,
di imprevedibile: con l’ovvio rischio di comprare l’oggetto sbagliato.
Che cosa scegliere: un soprammobile, una cravatta, un quadro,
un libro? Uno di quegli articoli orribili che si trovano nei negozi
che osano scrivere, sulla stessa insegna, “Regali”? Chi offre un dono,
se ha senso critico, sa benissimo che il ricevente sarà obbligato
– dalla semplice cortesia – a mostrarsi stupito e incantato; mentre
in realtà forse stupito lo è (per la stupidità
dell’idea), ma incantato ben difficilmente: il soprammobile è
kitsch, la cravatta è assurda, il quadro è addirittura
imbarazzante perché da un lato ci si vergogna ad appenderlo
e dall’altro si teme che il donatore si aspetti di vederlo su
una parete. Per non parlare dei libri. La maggior parte delle
volte non si ha voglia di leggerli e nel frattempo pende la spada
di Damocle che l’incauto chieda: che cosa ne pensi? O i regali sono
banali - e questo è già abbastanza, come critica - oppure
il rischio è tanto più grande quanto più ci si
allontana dalle scelte tradizionali.
E ancora non s’è parlato del
denaro che costano. Spendere per ciò che ci piace è
la cosa più naturale, mentre i regali costituiscono
una spesa che si fa malvolentieri. Si danno via soldi buoni
per qualcosa che già a noi piace poco e al destinatario
rischia di non piacere affatto. Nel tempo in cui sono stato
single, ho detto in giro: “Non mi fate regali. E comunque non
vi aspettate che li ricambi. Per quanto riguarda le nozze, non
m’invitate, tanto non verrò. E comunque non vi farò
il regalo”. E per essere coerente, ambedue le volte in cui mi sono sposato
io, non l’ho detto a nessuno.
Dover fare regali è una cosa
orrenda: costano tempo, costano grattate di zucca, costano
denaro. Costano infine l’imbarazzo di ottenere dei ringraziamenti
che si sanno in grande misura falsi. Come sono falsi i nostri
quando, non avendolo potuto evitare, riceviamo un regalo.
A proposito: anche ricevere regali
è spiacevole. La maggior parte sono scelti con un gusto
che non è il nostro. Poi, come se non bastasse, siamo
costretti – col dolore di chi non è abituato a mentire
– a dimostrarci entusiasti per qualcosa di cui non c’importa nulla.
Se addirittura non ci dà fastidio.
E in qualche caso va perfino peggio:
a volte chi fa un regalo, soprattutto se costoso, vuole
per così dire impossessarsi del destinatario. Il dono,
nel corso dei secoli, è stato il modo per siglare un
accordo o per certificare un’amicizia: ti ho dato qualcosa ed ora
tu mi devi qualcosa. In futuro non potrai dirmi di no. Personalmente
sono abbastanza insignificante per non avere subito questo attacco,
ma sono così geloso della mia indipendenza che, a chi mi
fa un regalo, avrei voglia di dire: hai perso tempo e denaro. Tengo a
rimanere una persona cortese e per questo non ti dico come la penso
veramente, ma al prezzo della mia sincerità: in realtà
sono più seccato che contento.
Paolo Villaggio, in un film, provocò
un’ondata di sollievo nazionale proclamando: “La corazzata
Potëmkin è una boiata pazzesca!” Oggi queste
righe ambirebbero a provocare un analogo sollievo: finalmente
qualcuno ha gridato che i regali sono una bestiale rottura di
scatole.
C’è solo un limite, a questa
filippica. Se di qualcuno sappiamo che desidera qualcosa
che non può avere o per ragioni economiche, o perché
non si trova nella sua città, o perché non ha il
tempo di andarla a cercare, è il momento di regalargliela.
Gli si deve fare quel regalo. Senza che sia Natale; senza che
sia il suo compleanno o il suo onomastico; senza che si sia laureato
e senza che si sia sposato: sarebbe sciocco sprecare una delle
rare occasioni in cui si può andare a colpo sicuro.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
Prodi, dopo la sentenza
Speciale: «Oggi non è una giornata speciale,
è una giornata normale». Cioè per lui
è normale che questo governo riceva ogni giorno pesci
in faccia.
G.P.
UNA BARZELLETTA (MACABRA)
COMMENTATA
Sul Foglio del 7 dicembre
2000 un giornalista riferisce questa barzelletta.
“Marito e moglie vengono coinvolti in un incidente
stradale. L’uomo esce illeso, la donna finisce in ospedale.
Reparto chirurgia d’urgenza. Si apre la porta della sala
operatoria e il marito si precipita dal chirurgo. ‘Dottore,
mi dica qualcosa, si salverà?’. ‘Sì, si salverà,
però…’ ‘Però, cosa?’ chiede il marito angosciato.
‘Però dovrà passare la vita in carrozzella. Sa, abbiamo
dovuto amputarle le gambe’. Il marito singhiozza. ‘Su, su, si
faccia coraggio – dice il dottore – purtroppo dovrà rassegnarsi
a imboccarla per tutta la vita. Sa, abbiamo dovuto amputarle
anche le braccia’. Il marito, disperato, scoppia in un pianto
dirotto. ‘Su, su, non faccia così – riprende a confortarlo
il dottore – purtroppo devo dirle che farà anche fatica
a guardarla in faccia, perché sa, sua moglie ha il viso completamente
sfigurato’. Grida e strepiti di disperazione del pover uomo. A
quel punto il dottore sorride, gli dà una pacca sulla spalla
e dice: ‘Ma va là, stavo solo scherzando, sua moglie è
morta’ ”.
Se la storiella
ha fatto sorridere, non c’è ragione di vergognarsene:
le barzellette, per programma, non tengono conto né
della morale né della decenza. Se invece non si è
neppure sorriso, poco male: non tutte le barzellette sono
divertenti. Ed è fuor di luogo discuterne seriamente:
sarebbe come fare l’analisi logica dell’abbaiare di un cane.
Rimane tuttavia la possibilità di prenderle a pretesto
per una riflessione.
La marcia di avvicinamento al problema
che qui si vuole discutere avverrà per gradi. La prima
domanda potrebbe essere: che cosa preferiremmo, dopo un incidente,
morire, o rimanere senza gambe, senza braccia e senza faccia?
Al quesito ognuno può rispondere come vuole: e che
poi mantenga la sua preferenza, quando fosse un rottame ancora
vivo in ospedale, è da vedersi. Ma la domanda che interessa
non è questa. Si passa dunque alla seconda: che cosa preferiremmo,
per una persona cara, che rimanesse viva, in quelle condizioni,
o che morisse? La risposta obbligata è “che rimanesse viva”:
rispondendo diversamente, una persona normale si sentirebbe colpevole
di omicidio. Infine, ecco per ultima la vera domanda: se, nelle
condizioni dette, la persona cara fosse già morta, saremmo
sinceri nell’esserne dispiaciuti?
Bisogna sottolineare ripetutamente
e con estrema chiarezza che il dato di partenza è
l’avvenuta morte della persona. Questo significa che il
nostro desiderio, il nostro commento, il nostro dolore o il
nostro sollievo, o qualunque altro possibile sentimento,
non avranno la minima influenza su quella persona. Semplicemente
perché non c’è più. È assolutamente intangibile.
Un’altra cosa da sottolineare è che, se dichiarassimo:
“forse è stato meglio così, il poverino o la poverina
si sono evitati anni di sofferenza”, questo non avrebbe nessuna
influenza causale su quella morte. Non sarebbe morta per nostra
volontà come non sarebbe sopravvissuta se solo avessimo
sperato con tutte le nostre forze che sopravvivesse, perfino con l’encefalogramma
piatto. Il fatto è già avvenuto. Si sta discutendo
esclusivamente di qualcosa che riguarda noi, i sopravvissuti.
E a queste condizioni, finalmente, si potrà dare la propria
risposta alla domanda.
Personalmente – salvo vigliaccherie
imprevedibili – preferirei morire in una volta sola,
durante un incidente, che a rate. Dopo anni vissuti da rottame
umano a carico del prossimo. E preferirei che altrettanto
avvenisse alle persone che amo. Ho una concezione dionisiaca, non
sacrale, della vita, e se essa non offre più gioia, chiedo
con Lucrezio, a me stesso come a tutti: cur non ut plenus vitae conviva
recedis aequo animoque capis securam, stulte, quietem? O stolto,
perché non ti ritrai dalla vita come un commensale sazio e non
accetti con animo sereno una quiete sicura?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
. 17 dicembre 2007
L’IPOCRISIA ITALIANA
L’Italia, a parere
del New York Times (articolo di Ian Fisher, del 13
dicembre 2007), è oggettivamente un paese in decadenza
e soggettivamente un paese scoraggiato. Un paese, cioè,
che non crede alla possibilità di invertire la tendenza
negativa.
La spiegazione dei grandi fenomeni
storici è impresa tanto difficile ed aleatoria
da essere imprudente: dunque il massimo che si può fare
è azzardare un’ipotesi. La popolazione italiana, come
si sa, non ha una storia unitaria. Inoltre è estremamente
“vecchia”: non si vivono invano due millenni e mezzo di storia,
in contatto più o meno sanguinoso con tutti i vicini,
senza ricavarne una sorta di inconscio collettivo in cui domina
lo scetticismo e l’individualismo.
L’Italia non ha avuto la Riforma
e questo non tanto perché qui ci fosse il Papa (ché
anzi si odiano meglio i vicini che i lontani), quanto
perché agli italiani, che il papato e la Chiesa fossero
molto, molto criticabili, appariva naturale. Chi ha il
potere ne approfitta, pensavano. E lo pensano ancora. Del resto,
in concreto ognuno di loro si comporta come un Principe
machiavellico: la sua bocca è piena di grandi principi e
buone intenzioni, il suo comportamento è costantemente
orientato dall’interesse personale.
Questa mentalità produce un
risultato sconfortante, in democrazia. Personalmente la
gente è priva di scrupoli ma parlando in generale si
preoccupa del bene pubblico, dei grandi ideali di welfare,
del livello morale della collettività. Ovviamente i
politici, per ottenere il voto, fanno riferimento a questi valori,
e dal momento che di essi si fa antesignana la sinistra, il paese
“vota a sinistra”. Attenzione: qui si parla di sinistra non
per alludere ai comunisti o agli ex-comunisti, ma a coloro
(quasi tutti) che temono di parlar bene dell’impresa privata, della
meritocrazia, dell’individualismo.
Poi, una volta che “la sinistra” ha
vinto, da bravi italiani i politici dimenticano il bene pubblico
e si occupano dei propri interessi e di quelli della loro fazione.
E i singoli cittadini fanno altrettanto. Una volta inseriti
nella Pubblica Amministrazione, un ente che in teoria mira
esclusivamente al bene pubblico, battono fiacca e se ne stanno
a casa se piove. Se invece vanno in ufficio non rinunciano né
all’occhiata al giornale né alle pause per il caffè.
Altrettanto fanno coloro che sono inseriti in grandi strutture dove
nessuno è mai licenziato: ospedali, ferrovie, imprese statalizzate.
Il risultato è un paese che non funziona e di cui tutti si
lamentano: il ferroviere quando va in ospedale, l’infermiere quando
deve pagare una bolletta alla posta, il postino quando viaggia. Gli
italiani in coro maledicono “gli altri”. Purtroppo, per continuare a
distribuire stipendi (solo parzialmente meritati) lo Stato deve esercitare
un’enorme pressione fiscale su coloro – privati ed imprese - che
lavorano in proprio, nel proprio interesse, e dunque sono gli unici
ad avere un’alta produttività. E lo Stato li premia con una
burocrazia demenziale.
L’Italia è un paese in cui
una grande maggioranza di ipocriti invoca la pubblica
moralità mentre in privato persegue solo l’interesse
personale. Non importa se morale o immorale. Continua a stramaledire
i produttori di ricchezza, e li tassa pesantemente per punirli
di avere confessato di tendere al guadagno, ma nel frattempo
cerca di vivere a loro spese; e poiché, con una politica
statalista, il numero dei produttori di ricchezza si riduce
e il numero dei parassiti aumenta, ecco spiegato perché l’Italia
è in decadenza.
Lo Stato in concreto cammina sulle
gambe dei cittadini. Dunque il nostro non può che
funzionare male. La soluzione sarebbe uno Stato minimo
accoppiato con una minima tassazione e una massima libertà
d’intrapresa. A questo punto gli italiani, attivandosi nel
proprio interesse, farebbero miracoli di produttività.
Ne sono capacissimi. Ma questo discorso farà saltare
sulla sedia la maggior parte dei lettori e dunque non rimane
che chiedere loro scusa. È stato un attacco d’immoralità.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 14 dicembre 2007
LA LOGICA a.r.l.
DI SARTORI
In un articolo
sul “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2007,
Giovanni Sartori scrive un pregevole articolo che, come
sempre, si segnala per la sua sorridente chiarezza. Si può
non essere d’accordo con questo illustre costituzionalista,
ma non gli si può negare né humour né competenza.
In questo articolo egli sostiene che, superando il sistema
delle coalizioni e del programma concordato prima delle elezioni,
nella possibile Terza Repubblica i partiti avrebbero “le
mani libere”. Potrebbero scegliere gli alleati. Se Prodi – scrive
– è rimasto vittima dei ricatti della “Cosa Rossa”, è
perché ha preventivamente scelto di collaborare solo
con loro, senza alternative. Mentre Veltroni, se porta a compimento
il suo progetto, potrà dire agli alleati, secondo la sintesi
dello stesso Sartori, “se esagerate provo altrove”.
Riflessioni interessanti,
ma con logica a responsabilità limitata. A qualunque
livello, infatti, la passione o le antipatie politiche
fanno aggio sull’intelligenza. Nello stesso articolo e sulla
base degli stessi presupposti, Sartori sostiene infatti: “Berlusconi
fa sapere ai suoi ex alleati che senza di lui diventano «ininfluenti».
Ma non è più così… nel nuovo contesto
hanno tutto da guadagnare restando indipendenti. Vorrà
dire che se l'insieme vincente sarà di centrodestra,
Fini e Casini negozieranno con Berlusconi non più in condizioni
di sudditanza ma da posizioni di forza”. Ora sarà pur
lecito chiedere a Sartori come mai, essendo a capo del partito più
forte, Veltroni può dire agli alleati (sminuendone il potere
contrattuale) “se esagerate provo altrove”, e Berlusconi non possa
dire agli alleati – che appunto per questo dichiara possibilmente ininfluenti
– “se esagerate provo altrove”. Misteri del diritto costituzionale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 13 dicembre 2007
Mi ero imposto
di non commentare la questione Daniele Luttazzi. Ma
al quarto giorno sono crollato perché ho visto
su http://www.wittgenstein.it/post/20071211_48214.html">Witt
> che Luttazzi
ha copiato da
un americano anche la simpatica scenetta che sta facendo
discutere in questi giorni e che ha arricchito
il suo
corposo campionario di ispirazioni.
Luttazzi non fa ridere, almeno da quando ho
scoperto che è stato consigliere
comunale della Dc
e da quando si occupa di
http://www.camilloblog.it/archivio/2005/10/01/archivio-blog-ottobre-2005/">Ciagate
>. Però, lo ammetto, la battuta "ho lavorato un anno
e mezzo a questo monologo", che ora diventa "a
questa traduzione", è formidabile.
PS: Dice un geniale
American
Beauty: "Ma non
è che la trasmissione di Luttazzi è stata
sospesa a causa dello sciopero degli autori televisivi
americani?"
camilloblog.it
Arriva
il Dalai lama, scappa scappa la Cina e' vicina!
Ho seguito
con molta rabbia l'arrivo del Dalai Lama in Italia
e, dopo aver visto in TV il programma Terra di Toni Capuozzo,
la mia rabbia e' aumentata a dismisura.
Il Dalai
lama, l'Oceano di Saggezza, come viene chiamato dai
tibetani, e' in visita in Italia e nessun rappresentante
del governo ha il coraggio di riceverlo.
Ma bravi!
Ma che
coraggiosi, miei.... Prodi!
La Cina
occupa il Tibet dal 1950, la popolazione tibetana
sta subendo un vero e proprio genocidio, non esistono
diritti civili, chi viene trovato con la foto del Dalai
Lama e' condannato a morte, chi lo nomina viene torturato,
messo in carcere e quando esce dal carcere solitamente muore
in circostanze misteriose prima di arrivare a casa.
I tibetani
sopportano tutto questo e assistono allo scempio
del loro Paese trasformato in una enorme base missilistica,
con coraggio. Non si ribellano, non praticano il
terrorismo, non uccidono bambini cinesi, non fanno implodere
grattacieli, non ricattano il mondo terrorizzandolo.
Sono
pronti a morire ma non a uccidere, sono un popolo pacifico
che subisce il pugno di ferro della Cina e l'indifferenza
del mondo sorridendo e soffendo in silenzio. Sorridendo,
come in questi giorni sorride forse un po' ironicamente,
il Dalai Lama mentre assiste al fuggi fuggi dei... Prodi e impavidi
politici italiani.
L'unico
che ha avuto il coraggio di riceverlo ufficialmente
e' stato il sindaco di Cologno Monzese, piccolo comune
vicino a Milano, dove risiede la piu' numerosa comunita'
tibetana in Italia , 40 persone.
Formigoni,
a Milano, si e' limitato a portarlo al Pirellone
alle otto e mezzo di mattina, forse avrebbe preferito
anche prima se fosse stato possibile, che so, alle
6 del mattino pur di non dare nell'occhio, lo ha
ricevuto con gentilezza e calore ma sempre facendo entrare
l'Oceano di Saggezza dalla porta di servizio.
Ma che vergogna.
Sono
gli stessi politici e ministri che si stendevano per
terra come dei servi quando veniva in Italia un
assassino come Arafat, strisciando e sbavando davanti
a lui come lumache.
Sono
gli stessi che andavano a Mosca a prendere Ocalan,
capo del terrorismo kurdo, per ospitarlo in Italia
a spese dei contribuenti.
Gli stessi
che davano asilo ai terroristi dissacratori della
Basilica di Betlemme, mantenuti lussuosamente a Roma
con i soldi delle nostre tasse.
Gli stessi
che accompagnavano cortei oceanici in cui si urlavano
slogan di morte contro Israele, con gentaglia travestita
da kamikaze, guardata affettuosamente dall'ex metropolita
terrorista Hilarion Capucci fotografato giorni
fa insieme al ministro degli esteri italiano, Massimo
D'Alema.
Ma che
vergogna.
Certo,
Israele non ha mai fatto paura, una democrazia si
puo' offendere e umiliare, ricevendo con baci e abbracci
il terrorista assassino di tanti israeliani, offrendogli
amicizia, soldi, onore, senza vergogna.
La Cina
invece si che va temuta, e' una dittatura grande e
potente e bisogna chiamarsi Angela Merkel per avere
la dignita' e il coraggio di dire al gigante orientale
"Noi riceviamo chi vogliamo", bisogna avere le palle
come la Francia di Sarkozi, come il Canada, come gli Stati Uniti
per accogliere con tutti gli onori e ufficialmente il
Dalai Lama.
Solo
la tremolante Italia ha fatto finta di niente obbedendo
al diktat cinese come prima obbediva ai diktat di Arafat.
E i pacifisti?
Ndo' stanno i pacifisti? Perche' non sventolano
le bandiere del Tibet? Perche' non urlano slogan contro
la Cina e i suoi crimini?
Dove
hanno messo il grande coraggio che avevano quando
portavano in corteo le bandiere palestinesi per
poi bruciare quelle israeliane?
Eh, pacifinti
dei miei stivali, dove siete finiti? Era facile
manifestare il vostro odio contro Israele, vero? Nessuno
vi faceva niente! So' ragazzi, dicevano quei politici
che erano e sono degni di voi!
E voi
a urlare, coraggiosi come budini, a tirarvi giu'
i pantaloni per mostrare il vostro schifoso deretano alla
bandiera di Israele che bruciava per terra.
Che grande
coraggio!
Vi sentivate
come tanti tigrottti di Mompracem, vero?
E adesso?
Dove siete finiti? Fa paura bruciare la bandiera della
Cina, vero, tigrotti? Potreste finire in un vicolo coi
genitali sistemati in bocca.
Meglio
stare chiusi in casa e aspettare il prossimo corteo
contro Israele dove poter sfogare senza nessun pericolo
la vostra violenza e il vostro odio.
Non c'e'
stato un solo di voi, nemmeno uno, nemmeno mezzo
di quelli che sanno urlare "Israele nazista, Israele
boia, oppure "vogliamo tutto, lo stato di Israele deve
essere distrutto" e ancora "Palestina Libera, Una e Islamica",
che avesse il coraggio di esporsi per dare solidarieta'
al Popolo Tibetano.
Non una
bandiera del Tibet mentre Formigoni riceveva il Dalai
lama.
Indegni conigli, gente
vigliacca.
Chissa'
se qualcuno dei tanti che mi insultano sul mio blog
, che insultano Israele, che paragonano i sionisti
ai nazisti, che pubblicano articoli di Maurizio Blondet,
il loro guru, chissa' se qualcuno la piantera' di
smanettare cazzate sulla tastiera del computer e andra'
a manifestare contro la Cina, chissa' se poi arrossira' per non
averlo fatto.
La vergogna italiana pero'
non si limita al fuggi fuggi davanti a quell'Uomo sorridente
in tunica color senape e bordo'.
No,
la vergogna si fa addirittura volgare nel momento
in cui il comune di Venaria , provincia di Torino,
consegna le chiavi della citta' e la cittadinanza
onoraria a Silvia Baraldini.
Si, proprio
lei, la terrorista che Diliberto era andato ad accogliere
quando gli USA avevano concesso l'estradizione a patto
che restasse in galera in Italia.
Si, figurarsi,
la galera in Italia a una comunista terrorista
antiamericana!
E' uscita
coll'indulto, ha ricevuto piu' di 50 onorificenze
non si capisce in nome di cosa, forse in nome delle tentate
rapine e dell'accusa di sovversione.
Un mondo
alla rovescia, un mondo che si inchina davanti agli
assassini, che onora i terroristi, che demonizza
le democrazie e non si vergogna di obbedire bovinamente
agli ordini delle dittature piu' feroci.
Un mondo
che urla "ben gli sta" davanti alla tragedia delle
Twin Towers.
Un mondo
che mandava gentaglia a sbaciucchiare Arafat mentre
decine di israeliani ancora non avevano smesso di
bruciare dentro l'ultimo autobus esploso, mentre madri
israeliane accarezzavano le bare dei loro figli ammazzati
davanti a una discoteca, dentro una pizzeria, nel cortile
di una scuola.
Questo
mondo non ha speranza, e' un mondo gia' sepolto dalla
mancanza di valori, e' un mondo che sputa sulle ceneri
di Auschwitz, che sputa sulla solitudine di Israele,
che sputa sul sorriso del Dalai Lama e sul suo Popolo.
Un mondo
pavido e volgare.
Un mondo
immerso completamente e consapevolmente nella
"banalita' del male".
Deborah
Fait - www.informazionecorretta.com
Ecco cosa
succede a manifestare in Iran:
link
LUTTAZZI E LA POSOLOGIA
Daniele
Luttazzi, dopo che era stato buttato fuori dalla
Rai, è stato buttato fuori da “La 7”. Aveva
solo detto che per sollevare il proprio spirito,
dopo avere sentito Berlusconi parlare dell’Iraq, deve
pensare a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno
mentre Berlusconi e Dell’Utri gli “pisciano” addosso, Previti
gli “caca” in bocca e la Santanché, in costume
sado-maso, lo frusta. Lui questa la chiama satira.
Chi
ha vecchi istinti liberali non è ostile né
ai piaceri, né alla normale fisiologia né alle
parole che li descrivono: ma il limite del buon gusto vale
per tutti. Defecare regolarmente e senza sforzo è una
benedizione. Farlo sulla pubblica piazza a mezzogiorno no.
Perché gli altri non gradiscono lo spettacolo. Sarebbero
magari disposti a regalare la carta igienica, a chi ha un
bisogno, ma si aspettano che si apparti. Ovviamente, una
certa dose di volgarità, nell’umorismo, è tollerata
dai tempi di Plauto: ma, appunto, “una certa dose”. E questo
è il punto.
Luttazzi
ha ingenuamente creduto che, per aumentare l’effetto
della satira e dell’umorismo, bastasse aumentare la
dose della volgarità. Invece, in questo
modo non sempre si migliora il prodotto. Su ogni medicinale
c’è la parola “posologia” proprio per spiegare che
se si prendono tutte le pillole in una volta non è detto
che il beneficio aumenti. Se un comico dice irriferibili
volgarità, presumendo che gli altri non abbiano il coraggio
di dirle, dimostra la stessa mentalità del bambino di
due anni che non capisce perché anche gli adulti non facciano
i loro bisogni in pubblico.
Luttazzi
è un odiatore, non un autore satirico. Si rese
famoso facendo attaccare Berlusconi da Travaglio, in televisione,
e la trasmissione che avrebbe dovuto essere divertente
fu solo calunniosa. Questo signore dovrebbe cambiare mestiere
e smettere di credere di essere il solo capace di dire
“cacare” in televisione: questo anche un bambino di quattro
anni saprebbe farlo. Sarebbe bene se ne convincesse.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 dicembre
2007
Un piccolo
grande uomo che fa paura
È
sconfortante vedere Bertinotti chiudere la Camera al
XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, per la sua visita in Italia.
''La Camera è chiusa alle celebrazioni'', questa
la scusa addotta dal Presidente della Camera. Il motivo
lo sappiamo: paura di rappresaglie diplomatiche da parte
della Repubblica Popolare Cinese (uno stato che cresce
economicamente grazie ad un lavoro quasi schiavile, e dove
vengono eseguite mille condanne capitali l'anno): è
la solita storia, la solita italica paura per la pecunia che
ci ha fatto piegare la schiena dinanzi a tiranni come Gheddafi o
agli sceicchi che volevano le spiagge ''divise'' per le donne.
È sconfortante se la si paragone con la decisione tedesca
( ''in casa mia invito chi voglio'' così Angela Merkel
all'arrogante Cina) o alla coraggiosa decisione americana di
concedere a questo monaco la Medaglia del Congresso.Ma quello
che sconforta è vedere come i rivoluzionari violenti siano sempre
preferiti a quelli non violenti. Il Dalai Lama non predica l'odio
( ''un buddhista non odia nessuno'' sono parole sue) nonostante
abbia visto la sua gente massacrata e lui stesso sia stato scacciato
dai vandali maoisti. Il Dalai Lama è a capo di una rivoluzione
non violenta di cui abbiamo visto alcuni frutti in Birmania.Ma la
commozione per i monaci birmani sembra passata. Il Dalai Lama, il rivoluzionario
del non-odio, sembra rifiutato da coloro che non disdegnano di stringere
le mani insanguinate dei rivoluzionari violenti come Nasrallah, di
coloro che vorrebbero stringere accordi con gli assassini di Hamas,
di coloro che si ostinano a richiamarsi all'ideologia di Lenin, l'impiccatore
di borghesi ai lampioni di San Pietroburgo, o di ''el Che'' istitutore
di campi di concentramento come e dello stesso Mao, il massacratore
del popolo del Dalai Lama ( nonchè l'uomo che ha causato il
più gran numero di morti nella storia: dai 50 ai 70 milioni stimati).Perchè
si vogliono stringere le mani dei rivoluzionari violenti, perchè
questa voglia di sdoganare hamas ed hezbollah, questo giustificare
il terrorismo, quando poi si chiudono le porte in faccia ad un piccolo
grandissimo leader spirituale? Perchè si preferiscono i predicatori
di odio islamisti al predicatore di non-odio buddhista? La solita,
maledetta paura: paura della Cina, paura degli islamisti, paura
di tutti coloro che minacciano.La storia di Pilato che condanna Gesù
per paura di Barabba.La storia dirà quanto fu vergognoso
stringere le mani di hamas e non quelle del Dalai Lama.
Magdi Allam del Corriere della sera.
LO
SCONTRO SULL’AUTOSTRADA
Anche
le minacce al governo si possono vedere da un punto
di vista umoristico
In termini
espliciti, ha cominciato Dini: “O fate come dico
io o cade il governo”. Poi molti l’hanno seguito.
Di Pietro oggi certifica che “la maggioranza politica
non c’è più” e auspica che “la prossima sia una
coalizione del fare fondata sullo stesso programma e
non sulla logica dello stare insieme contro qualcuno”. Il particolare
cui non sembra badare è che questa coalizione non avrebbe
in nessun caso la maggioranza in Parlamento. Ma sono piccolezze.
Non
manca la senatrice Binetti, che ha già votato
contro il governo: ma questa senatrice l’abbiamo in condominio
col Vaticano.
Lasciamo
da parte le dichiarazioni di Willer Bordon per passare
al senatore Cossiga che, estroso come sempre, ha salvato
il governo spiegando: “Io ho votato nell’interesse del
paese, non a favore del governo”. Traduzione, se non abbiamo
capito male: il governo è nocivo, ma nell’interesse
del paese non deve cadere. Perché senza questo governo
il paese starebbe meglio? Forse – azzardiamo un’ipotesi disperata
– Cossiga ha salvato Prodi perché male informato. Dice
Mark Twain: “Adam was but human--this explains it all. He did
not want the apple for the apple's sake, he wanted it only because
it was forbidden. The mistake was in not forbidding the serpent;
then he would have eaten the serpent”. Adamo era soltanto umano, e
questo spiega tutto. Non desiderava la mela per la mela stessa, la
voleva soltanto perché era vietata. L’errore fu quello di
non vietare il serpente, perché in tal caso avrebbe mangiato
il serpente”.
Nel
coro non manca neppure il ministro Mastella. Questo
signore è una sorta di specialista del grido “al
lupo!” ma stavolta pare faccia sul serio:
“Se non viene ritirato l’emendamento sull’omofobia
sarà crisi di governo”. A questo punto Giordano, il segretario
del Prc, esclama: “ci vuole coraggio ad affermare questo:
rimango basito”. Il Prc rimane basito. Nientemeno. E allora
bisogna andare un po’ indietro nel tempo.
Per
chi ha la memoria corta, come si diceva, con le minacce
al governo ha cominciato Dini. In realtà, a
parere di tutti, il governo Prodi è stato ipnotizzato
a lungo dalla sinistra estrema e per molti mesi ha ceduto
ai suoi ricatti. Tanto che alla fine altri membri della
coalizione da un lato si sono stancati, dall’altro hanno
deciso che avevano imparato la lezione. Quando Fosbury inventò
il salto in alto di spalle, molti l’avranno giudicato non ortodosso:
ma vedendo che in quel modo si vinceva la gara, alla fine il
metodo è stato adottato da tutti. Nella politica italiana,
le cose vanno anche peggio, cioè in modo simile ad un gioco
cretino che anni fa facevano i giovani americani: due automobili
si andavano incontro a velocità e perdeva chi si scansava
per ultimo. Ovviamente, se si punta sull’istinto di conservazione
dell’altro, è fatale che si finisca col perire tutti e due.
Dicono
che i lupi si battano fra loro ma non si uccidano
mai. La specie ne soffrirebbe. Ma questo non vale per
scorpioni ed altre bestie meno intelligenti.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -8 dicembre 2007
IL SECONDO
MESTIERE
Tanti,
tanti anni fa, mi ritrovai naufrago in un’aula di
Corte d’Assise di Caltagirone. Il processo era per fratricidio
e fu data la parola all’accusa. In quel locale scalcinato,
simile ad un deposito di granaglie, si alzò a parlare
il sostituto procuratore, tale Buttà, e subito mi
straziò le orecchie: un accento siciliano da spaccare
le pietre. Da analfabeta. Da bifolco. “E devo stare a sentire
questo qui!” mi dicevo. Eh sì, dovevo proprio stare
lì. Tuttavia, dopo pochi minuti, abituandomi a quei suoni
barbari, incominciai a notare la vigoria dei ragionamenti. La
penetrazione delle analisi. La finezza psicologica di quell’uomo
brutto e grossolano. I miei occhi e le mie orecchie smisero
di funzionare per lasciare campo libero al cervello e fui incantato
dal sapore di verità, dalla passione per una giustizia
vera e non vendicativa, che si sentiva nelle parole di quell’accusatore.
Non ignorava nessun fatto e non chiedeva il perdono per il colpevole,
ma ne sposava con accenti dolenti l’umanità ed osava parlare
di “Abele che uccide Caino”: infatti era stata il fratello succubo,
e maltrattato per anni, che alla fine aveva ucciso il suo tormentatore.
Buttà il contadino ricordava Sofocle: la semplicità
delle parole unita alla tragica grandezza del dolore umano.
Indimenticabile fu anche
il proverbio che egli citò in dialetto: “Di’
mi ni scanza d’a livata di l’omu bonu”, “Che Dio ci
protegga dall’insorgere (il levarsi) dell’uomo buono”.
Nel senso che chi ha lungamente sopportato – per debolezza,
per bontà, o perfino per semplice spirito di tolleranza
– può avere accumulato una tale carica di rabbia
da divenire un’insospettabile furia.
In
politica, parlare di bontà e di tolleranza
è fuor di luogo. Ognuno fa i propri interessi
e ogni altro criterio non ha corso legale. Ma anche la
grande politica cammina sulle gambe degli uomini e per capirla
bisogna a volte scendere al livello interpersonale. Questo
può aiutare a capire oggi Berlusconi e domani Prodi.
In
Italia il Presidente del Consiglio non ha sufficienti
poteri. È solo un primus inter pares. Passa
la maggior parte del suo tempo a mettere pezze, a mediare,
a cercare compromessi. Senza dimenticare che, nei ritagli
di tempo, deve anche governare il paese. Una fatica massacrante.
Berlusconi, per giunta, avendo una personalità straripante,
proiettava un’ombra gigantesca e dunque i suoi alleati,
mentre collaboravano, mentre magari obbedivano, scalciavano
di brutto: spesso in pubblico, costantemente in privato.
Potevano permettersi tutte le intemerate perché, tanto,
a tenere in piedi la coalizione di governo doveva pensarci il
Capo. Berlusconi – come si vede oggi - per anni ed anni ha incassato
sgarbi, ricatti e ingratitudine.
Né
diversamente vanno le cose per Prodi. Il Professore
si trova nella stessa posizione di Berlusconi con l’aggravante
di non avere dietro di sé un partito e di guidare
una coalizione ancor meno coesa. Se dunque l’attuale
maggioranza sembra una nave dei folli, non c’è da
stupirsi: ché, anzi, l’unica cosa stupefacente è
che galleggi. Ma questo lo deve a Prodi. Quest’uomo è
notoriamente permaloso e rancoroso ma come Presidente del
Consiglio dimostra più pazienza di Giobbe, più
diplomazia di Talleyrand, più ottimismo di Pangloss.
Ha ricevuto ogni sorta di insulti, da amici e nemici, da
politici e non politici, da giornalisti e opinionisti, e non
risponde male a nessuno, sparge mitezza, sorrisi, rassicurazioni.
Sopporta tutto, da mane a sera, stringendo i denti. Ebbene,
se domani, liberato dai doveri che ha imposto a se stesso, il
Professore cominciasse a dire il fatto loro a tutti i suoi
(ex)alleati, chi potrebbe stupirsene? Sarebbe “a livata
di l’omu bonu”.
In
fondo è quello che sta facendo Berlusconi. Da
capo del governo o della coalizione ha avuto come modello
Giobbe; da uomo libero e solo s’è preso come
modello Bertoldo e le canta a tutti. Tanto, che ha da temere?
O tornerà lo stesso al governo o tornerà alle Bahamas.
Dopo tutto, quello del politico, per lui, è solo il
secondo mestiere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 7 dicembre 2007
LA DECOLONIZZAZIONE,
DECENNI DOPO
Oggi, nella sua rubrica quotidiana sul “Corriere”,
è stato chiesto a Sergio Romano a che cosa attribuisca,
malgrado i molti aiuti ricevuti nel corso degli anni,
l’inguaribile, drammatico ritardo dell’Africa sul cammino
della prosperità. L’ambasciatore ha così
cominciato la sua risposta: “La decolonizzazione fu un
processo troppo rapido, dettato dalle esigenze politiche
delle vecchie potenze coloniali piuttosto che dalla maturità
delle loro colonie. I nuovi Stati si rivelarono immediatamente
creazioni artificiali, spesso etnicamente eterogenee, prive
di una qualsiasi ossatura politica e amministrativa. Le classi
dirigenti si comportarono spesso come bande di predoni, decise
a trattare le risorse del Paese alla stregua di ricchezze private”.
E ciò che segue nella risposta (http://www.corriere.it/romano/)
non è certo meno pesante, nella condanna politica
e morale dei dirigenti locali.
Questo articolo non fornisce per nulla un’inattesa
verità. Ché anzi, proprio al contrario,
ciò che è notevole è che esso non scandalizza
nessuno. Fra l’altro Romano – rimanendo politically correct
e nel solco della tradizione – attribuisce la colpa del
disastro alle ex-potenze coloniali: Gran Bretagna e Francia,
per parlare fuori dai denti. “La decolonizzazione fu un processo
troppo rapido, dettato dalle esigenze politiche delle vecchie
potenze coloniali piuttosto che dalla maturità delle loro
colonie”! Ma Romano dimentica che se qualcuno, in quegli anni,
avesse osato dire che i paesi africani non erano maturi per
l’indipendenza, sarebbe stato lapidato sulla pubblica piazza.
Forse anche da lui. Troppo rapido? Tutti, sul momento, lo dichiaravano
in ritardo. Tutti, sul momento, davano la colpa di tutto ciò
che di negativo vi era in quelle povere nazioni, alle potenze coloniali.
Tutti si aspettavano anzi che, liberate dallo sfruttamento
europeo, esse partissero a razzo verso la prosperità,
beneficiando finalmente di tutte quelle ricchezze, di
cui prima gli europei le depredavano.
Romano ora viene a scrivere – sottolineando una colpa
dell’Europa! – che la decolonizzazione fu determinata
anche “dalle esigenze politiche delle vecchie potenze”:
in altri termini, esse erano stanche di perdere denaro
per mantenere un impero di cui non sentivano l’utilità
politica. Ma se uno sul momento avesse detto che Francia
e Gran Bretagna, lungi dall’arricchirsi, con le colonie,
ci perdevano, e facevano loro un favore, nel senso che
le amministravano meglio di come poi si sono amministrate
da sé, o da un delinquente come Mugabe, quante pietre
sarebbe riuscito a schivare, sulla pubblica piazza?
Sergio Romano, e tutti coloro che leggono questo
articolo senza sobbalzare sulla sedia, mi ricordano quei
comunisti che la verità la riconoscono e l’ammettono
sempre. Solo con venti o quarant’anni di ritardo.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 5 dicembre
2007
SCOOP
Di sicuro la notizia metterà in subbuglio
il mondo politico. Ecco i fatti.
Mentre, nella mattinata di ieri, una riunione segretissima
convocata tra Berlusconi e Fini, per discutere della
situazione politica venutasi a creare con la chiusura della
CdL e l'apertura del nuovo partito dei moderati e dei
liberali, sarebbe andata malissimo, in serata
-sotto i buoni auspici di Gianni Letta- si è organizzato
un incontro riparatore.
Luogo dell'incontro il Gay Village di Roma. Come
possiamo documentare, (foto, ag. Coronas, in esclusiva),
occhi indiscreti hanno carpito indiscutibili immagini
della pace siglata tra Berlusconi e Fini.
Da ambienti della capitale sembrerebbe che la pace
lettiana riguarderebbe il chi prende e chi da.
Rimane da capire se la cosa, comunque dolorosa, sarà
a carico di Berlusconi o Fini.
(cp, 05-12-2007)
E' nato "Caffè
del Teatrino", il fratello minore di Capperi.net
ADORO IL CONFLITTO
D’INTERESSI
C’era una volta un bambino molto povero che soffriva
spesso di un eccesso di appetito e certo non passava
l’inverno senza sentire freddo. Ma non si lamentava.
Il maestro, in classe, spiegava a tutti che ognuno deve
cercare di essere felice nella condizione in cui Dio l’ha
posto. E se questo diceva il maestro, s’immagini quanto amplificassero
il concetto i monaci del vicino convento. Essi insegnavano
a Gasparino la salvezza dell’anima a preferenza dei beni
della terra, la grande lezione del dolore, il valore dello spirito.
Tuttavia, pur apprezzando le parole di tutte queste brave persone,
il ragazzino preferiva andare a trovare la servitù
del “castello”, come pomposamente chiamavano la casona del
riccone del luogo. Costui amava spendere e spandere. Invitava
spesso ospiti a cena e avveniva che, dopo le feste, ci fossero
dei resti. Gasparino, amico dei cuochi, poteva allora mangiare
a volontà bignè, pasticcini, torte e ogni sorta
di prelibatezza culinaria. Sperava dunque sinceramente
che il buon Dio mandasse in paradiso quei bravi monaci ma sperava
soprattutto che non facesse venir meno la prosperità
del riccone.
I religiosi gli facevano
notare come il ricco fosse una persona spregevole. Pensava
solo al denaro, ai lussi, ai piaceri. Non pregava,
non si occupava di Dio, non faceva abbastanza beneficenza.
In particolare non aveva dato nulla al convento. Non era
una persona da prendere a modello, dicevano, e Gasparino
gli dava ragione: ma uscendo dal convento passava dalla
casa del ricco per chiedere se ci fosse qualcosa di buono
da mettersi sotto i denti. Sarà stata una persona da
non prendere a modello, quel ricco, ma in cuor suo Gasparino gli
augurava di guadagnare ancora di più. E di dargli ancor più
spesso da mangiare.
Dovendo giudicare i monaci da un lato e il ricco
dall’altro, il bambino pensava che i primi vivevano
in assoluta aderenza ai principi del bene, mentre
il secondo, per quanto riguardava la salvezza dell’anima,
era in conflitto d’interessi. Avrebbe voluto il
paradiso ma si occupava soprattutto di godersi la vita.
E Gasparino non poteva nascondersi che, mentre le parole dei
monaci non avevano una sola volta calmato la sua fame, le feste
del “castello” erano una benedizione. Se avesse dovuto votare,
avrebbe votato per il gaudente. Il ricco era in conflitto d’interessi
col bene supremo, ma anche Gasparino lo era, nel suo piccolo.
Dai politici non bisogna attendersi né un disinteresse
che non hanno neppure i più umili cittadini,
né un’onestà al di sopra della media. La
loro sincerità non può essere superiore
a quella di tutti quelli che hanno sussurrato, alla moglie
al telefono: “Digli che non ci sono”. I politici non sono
migliori dei cittadini medi; anzi, se Machiavelli non
ha sognato, sono largamente peggiori. Ecco perché credere
alle loro parole, agli ideali che essi indicano, ai loro proclami
di dedizione al bene pubblico, è peggio di un’ingenuità.
È una forma d’imbecillità. Dovendo scegliere
un politico cui dare il proprio voto bisogna guardare
non a ciò che dice ma ai suoi interessi: coincidono
con i nostri o no? Gasparino aveva più interesse a mangiar
bene che ad andare in paradiso, soprattutto prima di avere
compiuto dieci anni. Per conseguenza “votava” per il ricco.
Costui certo non dava feste solo perché il bambino mangiasse
i resti, ma il suo interesse e quello di Gasparino erano convergenti.
Il moralismo in politica è ozioso e spesso nocivo.
Se un Diliberto è per l’uguaglianza, per
il pianto dei ricchi, per la “salvezza dell’anima marxista”
anche se per questo il mondo diviene meno prospero,
avrà magari un alto modello etico-politico. Ma il liberale
voterebbe per un altro. Nessuno era, soggettivamente, più
morale e disinteressato del Savonarola, ma quel monaco era
da evitare come la peste. Persino la Chiesa se ne accorse
e lo bruciò.
Il liberale è per chi, seguendo i propri interessi,
è per lo Stato leggero, per la tassazione bassa,
per la libertà. Perfino per il denaro e il
divertimento. Andrà all’inferno, lo sa. Ma
non si può aver tutto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 4 dicembre 2007
PUTIN E STALIN
Molti giornali, nell’annunciare la vittoria a valanga
di Putin nelle elezioni russe, si affannano
a dire che esse sono state irregolari e viziate da
brogli. Il che può anche essere vero: i brogli non
sono rarissimi e quella russa è una democrazia molto
giovane. Ma è giusto chiedersi se il fatto sarebbe
significativo.
1) I brogli sono importanti quando spostano
l’ago della bilancia: ma l’ago, appunto, dev’essere
al centro. Se si ha una vittoria a valanga è
chiaro che i brogli non sono necessari e sono ininfluenti.
Vale la pena di barare per avere il 51% quando si rischiava
di avere il 49%. Se invece si ha già una maggioranza
confortevole, barare sarebbe tanto stupido quanto inutile.
I risultati corrispondono alla volontà del popolo
russo.
2) Se invece si sostenesse che la vittoria
a valanga è il frutto dei brogli, bisognerebbe
ipotizzare la connivenza di centinaia di migliaia
di presidenti di seggio, di scrutatori e perfino di
elettori. Milioni di persone. E questa connivenza dimostrerebbe
che Putin ha la maggioranza nel paese. E allora, ancora
una volta, a che servirebbero i brogli?
3) Una riprova si ha chiedendosi semplicemente:
chi avrebbe vinto, senza i brogli? Perché
se non si è in grado di indicare un concorrente
valido, uno che senza quei brogli avrebbe vinto, si sta parlando
a vanvera. Putin può non essere simpatico a noi,
ma è simpatico all’elettorato russo e tanto basta.
4) L’atteggiamento supercilioso nei confronti
delle imperfezioni delle altre democrazie è
poco utile. Non tutti hanno tradizioni che risalgono
alla Magna Charta. Oriana Fallaci e l’Europa tutta erano
felicissime di criticare aspramente lo scià
di Persia e non badavano al fatto che, secondo Rehza Pahlavi,
l’Iran non era la Svizzera. Furono felici quando cadde:
peccato che fu sostituito dall’attuale teocrazia degli
ayatollah. L’ottimo è proprio nemico del buono.
Un appunto speciale meritano i giornali di sinistra.
Finché la Russia fu sovietica, furono disposti
ad accettare per buone le elezioni in cui i
leader del partito comunista ottenevano il 99% e passa dei
voti. Ora invece rivedono le bucce alla Russia democratica:
criticano la minigonna della ragazza per bene mentre
un tempo assolsero la prostituta. A Putin imputano ogni
nequizia mentre Stalin lo dichiaravano benefattore dell’umanità.
Meriterebbero Stalin.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 3 dicembre 2007
FINI E IL LEONE
DELLE FALKLAND
«Voglio dire agli amici del centrodestra
che la posizione di An è chiara: noi non voteremo
mai una legge elettorale che lasci i partiti con
le mani libere. La pregiudiziale è quella di indicare
le alleanze prima del voto. Dico rendere obbligatorio
e non lasciare possibili le alleanze: si tratta di una sostanziale
differenza». Così Gianfranco Fini. Che
poi esplicita: “Non si può tornare a un’epoca
in cui i partiti facevano le alleanze dopo il voto”.
Le alleanze tra partiti
obbligano ad un vincolo di solidarietà. Le campagne
elettorali devono essere svolte senza differenziarsi
troppo e concordando un programma che non sottolinei
le eventuali divergenze. All’elettore si propone un
blocco unico, con partner immutabili, le cui intenzioni
sono chiare. È ovvio che, nell’azione di governo,
ogni partito cercherà poi di tirare la coperta
dalla sua parte: se così non fosse, non si vedrebbe il
perché della loro esistenza stessa. Il vantaggio dello schema
è però che si smorza la concorrenza e si dà
ai più piccoli una garanzia di partecipazione al governo.
Essi avranno anche la possibilità di dire la propria
su tutto: infatti non appena si costituisce una coalizione
tutti si riempiono la bocca della pari di topo ed elefante, in
quanto mammiferi. Il vincolo di coalizione somiglia dunque al
matrimonio. Dà una grande sicurezza e, proprio a causa di questa
sicurezza, fa sì che a volte si infliggano al coniuge sgarbi
che non si infliggerebbero agli amici. È quello che è
successo nella Casa delle Libertà. Gli alleati hanno trattato
Berlusconi con l’eccessiva disinvoltura che si ha nei confronti
delle persone che non potranno rinnegarci mai: ed è saltato
il vincolo.
Oggi è come se Fini confessasse che Berlusconi
è un tale “buon partito” che un pretendente
lo trova sempre. Non solo potrebbe attrarre una parte
degli elettori che prima votavano per Fini, e lo abbandonerebbero
vedendolo isolato; non solo potrebbe attrarre quegli
elettori della fu-Margherita che non si sentono a loro
agio nell’alleanza con i comunisti; ma soprattutto
potrebbe dire (come lo stesso Veltroni): “O fate come dico
io o mi alleo con il grande dirimpettaio. Anche a lui i suoi
piccoli alleati stanno dando il fastidio che voi date a me”.
Con le mani libere, Berlusconi e Veltroni non solo possono fare
propaganda, rispettivamente, contro An e contro i comunisti,
ma addirittura, dopo le elezioni, minacciare la Große Koalition.
E perfino attuarla. In caso di vittoria, il Pdl potrebbe non
imbarcare An nel governo o imbarcarla solo se si adegua ad
un programma non preventivamente concordato: una resa senza condizioni.
Ecco perché Fini vorrebbe l’alleanza prima delle elezioni
e oggi ha l’aria di minacciare (“non voteremo questa legge!”):
in realtà cerca di chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti.
Che paura si può avere di lui se (quanto meno per la legge
elettorale) è in vista un accordo con un Pd, insieme
col quale si disporrebbe del sessanta per cento dei senatori?
Né è detto che sia stato abile Casini,
quando si è tanto speso per una modifica
bipartisan delle legge elettorale. Prima ha avuto
l’aria di rimproverare a Berlusconi l’eccessiva chiusura
nei confronti del centro-sinistra e oggi che Berlusconi
ha aperto al Pd, ecco che deve constatare la propria irrilevanza.
Come una moglie che civetta con gli altri uomini perché
sicura della propria posizione mentre poi il marito la lascia
scappa con un’altra. Lei faceva la mossa, lui faceva sul serio.
Sempre che questi ragionamenti siano validi, le
parole di Fini fanno sorridere. Non bisognava tirare
la corda fino a spezzarla. Non bisognava dare Berlusconi
per morto. Casini e Fini si sono comportati come quei
generali argentini che, sicuri che il leone inglese fosse
ormai sdentato, invasero le isole Falkland. Il risultato
fu una guerra in cui perdettero migliaia di uomini, un
grande incrociatore e il loro potere. Forse il leone non è
il re della foresta, sia perché vive nella savana, sia
perché eventualmente il regno lo condivide con l’elefante:
ma lo stesso non è igienico tirargli la coda.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 dicembre
2007
Suvvia, Condoleeza!
In questi giorni si leggono solo analisi sul summit
di Annapolis, qualcuno lo chiama persino "summit
per la pace", c'e' chi e' a favore, c'e' chi e' contro,
c'e' chi e' ottimista e chi vede tutto nero.
Siccome io sono dell'idea che tutto finira' come
le infinite altre volte, cioe' senza risultati se
non tanti soldi per i palestinesi che hanno appena
chiesto ai paesi donatori altri 5 miliardi e mezzo di dollari,
preferisco informarmi sui retroscena del summit, e'
piu' divertente e da l'idea di chi sono gli arabi che hanno
accettato l'invito di Bush e anche di cosa stia cambiando nella
politica degli USA mentre si avvicinano le elezioni.
Le discriminazioni nei confronti di Israele sono
evidenti fin dal primo giorno: l'albergo che ospita
gli israeliani non ha nemmeno una bandiera, gli alberghi
che ospitano palestinesi e delegazioni arabe sono letteralmente
ricoperti delle bandiere delle nazioni presenti.
I sauditi e il mondo arabo hanno posto un diktat
subito eseguito dagli USA, cioe' entrate separate
per gli ebrei, sale separate per gli ebrei, divieto
alle telecamere di riprendere il pubblico arabo presente
durante il discorso di Olmert.
Insomma ad Annapolis dove il clima dovrebbe essere
calmo e disteso e decentemente amichevole, visto
che il summit e' stato organizzato per dare l'avvio
a colloqui di pace...pac....pa....p..., gli arabi sono
riusciti a creare una situazione di apartheid nei confronti
di Israele, simile alla politica dei loro paesi dove
nessun ebreo puo' mettere piede.
Nessun arabo da la mano a un israeliano, nessun israeliano
deve avvicinarsi alle delegazioni arabe, un giornalista
che il primo giorno del summit, ignaro dell'apartheid
imposta, si era avvicinato sorridendo ammiccante
ai sauditi, era stato poco gentilmente allontanato a
spintoni e urla.
Mannaggia, eppure doveva essere un summit per iniziare
un dialogo di p....p......pa....pace!!!!
Ma quando mai!
Come li chiamava Oriana Fallaci? Figli di Allah?
Io sarei meno gentile perche' hanno stufato, perche'
hanno letteralmente rotto le scatole, perche' sono
dei fetenti, perche' l'unica cosa che vogliono non e'
la pace, ne' relazioni diplomatiche con Israele ma vogliono
questo pezzo di terra, vogliono questi 20.000 kilometri
di civilta' e cultura, di coltivazioni e giardini per ridurla
a deserto, pascolarvi i loro cammelli e introdurre la legge della
sharia.
Questo e' quello che vogliono e il governo Bush a
pochi mesi dalla fine del mandato incomincia a dargli
corda quindi dobbiamo sentire, inorriditi, Condoleeza
Rice dire:
" Lo so cosa significa non potervi muovere liberamente
perche' siete palestinesi, io capisco la vostra
umiliazione"
Ma come, figlia di Abramo
Lincoln, ma come, lei mette la fu segregazione
razziale americana sullo stesso piano delle misure
di sicurezza prese per difendersi da una popolazione
da cui escono i kamikaze, che appoggia la politica del terrore,
che considera eroi gli assassini di ebrei, che sciama per
le piazze e per le strade ballando per ogni bambino ebreo
ammazzato!
Ma come, Condie, lei ha osato obbligare il Ministro
degli esteri di Israele ad entrare nella sala delle
riunioni passando dalla porta di servizio per non
offendere la sensibilita' di quei beduini grondanti
miliardi anche dai buchi del naso.
Pochi giorni prima dell'inizio del summit, Fatah
(non hamas) aveva ammazzato Ido Zoltan, solo perche'
era un ebreo, non aveva fatto niente, andava per la
sua strada.
Come ringraziamento Israele ha promesso la liberazione
di altri 429 prigionieri palestinesi che verranno
mandati a casa lunedi' e ha tolto 24 check point.
Condoleeza, trovo molto disonesto e vigliacco usare
Israele per guadagnare i voti dei milioni di arabi
e islamici americani alle prossime elezioni.
Il documento diffuso ad Annapolis contiene addirittura
la promessa che Israele e OLP saranno uniti "per
diffondere la cultura della pace e della non violenza
..."
Ma chi ha scritto questa porcheria? Ma gli israeliani
che l'hanno letta non si sono rotolati per terra
dalle risate? Ma e' una barzelletta?
Mentre succedeva tutto questo, mentre la pagliacciata
di Annapolis arrivava al culmine, la Televisione
dell'Autorita' Palestinese, cioe' l'ANP, cioe' Mahmud
Abbas, programmava qualcosa di serio, finalmente, presentando
la mappa di Israele con i colori della bandiera palestinese
e un nuovo videoclip in cui si vedevano le madri palestinesi
cantare ai loro pargoletti "noi libereremo ogni citta'
perche' sono tutte arabe e l'identita' araba vincera'"
e ancora:
" da Gerusalemme ad Acco, da Haifa a Gerico e Gaza
a Ramallah, da Betlemme a Jaffo, da Beer Sheva
a Ramle, da Nablus alla Galilea, Da Tiberiade a Hebron".
Ecco Miss Rice, ecco signore e signori, queste sono
le citta' che i palestinesi libereranno, le citta'
di Israele .
Altro che cultura della pace e della non violenza,
loro non sanno nemmeno cosa sia la pace. Ma sapete
di chi state parlando voi laggiu' in America? State
parlando di gente che strappa le budella al nemico , che
mette al muro civili israeliani solo perche' sbagliano strada
e li fucila, che usa la menzogna per mettere il mondo intero
contro l'unica democrazia del Medioriente. State parlando
di gente che non esita ad ammazzare i suoi stessi fratelli
per il potere.
Che pace? Che non violenza?
ma siete impazziti?
E la sa un'altra cosa Miss Rice? Dopo aver chiesto
i 5 miliardi e mezzo per rifarsi il trucco, Mauhmoud
Abbas, il moderato, ha nuovamente negato a Israele
il diritto di esistere come stato ebraico!
Certamente che lei le sa queste cose, Condoleeza,
lei era la' ma evidentemente non gliene potrebbe
fregar di meno sempre secondo quella santissima verita'
che recita "Dagli amici ti guardi Iddio che dai nemici
mi guardo io".
E cosi', come aveva tentato di fare Clinton, adesso
anche Bush col suo segretario di Stato pensano di
sacrificare Israele alla ragion politica.
A questo punto chiunque abbia un po' di sale in zucca
si chiede "Ma cosa sono andati a fare a Annapolis?"
Beh, gli israeliani sono andati a farsi offendere
dai beduini miliardari nella speranza di aprire
l'ennesima porta alla pace e al dialogo.
Complimenti, cosa vi devo dire? .
Gli arabi sono andati per dimostrare al mondo che
i padroni sono loro!
Complimenti anche a loro perche' sono i piu' furbi,
come tutti i perfidi.
E il governo USA li ha ospitati nel tentativo di
rafforzare la figura del presidente.
Complimenti vivissimi e complimenti soprattutto
a noi israeliani che abbiamo ancora lo stomaco
per sopportare tutto questo senza vomitare.
Intanto, in Italia, per aggiungere perfidia a perfidia,
Massimo D'alema, proprio il 29 novembre anniversario
della risoluzione ONU 181 che decretava la fondazione
del moderno Stato di Israele, e' andato a tener compagnia
ai palestinesi che celebravano"La giornata internazionale
di solidarieta' con i diritti dei palestinesi" e a farsi
fotografare, con la kefia al collo, accanto al trafficante
d'armi e filoterrorista Hilarion Capucci.
"Voi sapete che io sono un amico storico dei palestinesi"
ha dichiarato il Massimo nazionale alla platea
di arabi, palestinesi e comunisti innamorati del terrorismo
contro Israele.
Cavolo se lo sappiamo e lo sa molto bene anche il
nostro fegato!
Hilarion Capucci arrestato da Israele per traffico
d'armi, trovato con le mani nella vaso della marmellata
e il bagagliaio della sua bianca Mercedes pieno
di armi, liberato dopo che il Vaticano aveva promesso
di sorvegliarlo...ahahahaha.... infatti e' libero come
un fringuello, partecipa da anni, in Italia, a manifestazioni
contro Israele, famosissima quella di alcuni anni fa,
a Roma, fa in cui il prelato marciava accanto a criminali
travestiti da kamikaze .
Personaggino ad hoc per D'alema, appassionatamente
innamorato dei peggiori terroristi e loro amici, da
Arafat a Ocalan, da Nasrallah a Capucci, appunto.
Aggiungiamo a tutta questa desolazione anche le
ong italiane che,con il forum Palestina, amici di
chiunque sia contro Israele, hanno preparato per
tutto il 2008 una quantita' industriale di manifestazioni
per "due popoli, uno stato".
Insomma, par di capire
che non ci vogliono.
Par di capire che questo piccolo stato, questa meraviglia,
questo diamante incastonato nella sabbia che gli
ebrei hanno creato con amore e la speranza di poter
finalmente vivere in pace, gli dia proprio tanto
fastidio.
Ma nel nostro inno nazionale sta scritto:
"Lihiot Am hofshi' be Arzeinu"
che significa
"essere Popolo libero nella NOSTRA TERRA".
Nostra perche' l'abbiamo amata e invocata mentre
ci costringevano all'esilio, nostra perche' abbiamo
sfidato il mondo intero per ritornarvi, nostra perche'
l'abbiamo ricomprata da chi preferiva i soldi alle dune
di sabbia, nostra perche' l'abbiamo coltivata con amore
e disperazione rendendo ogni duna un giardino, nostra
perche' l'abbiamo difesa da ogni guerra col sangue dei nostri
figli.
Arzeinu, Terra nostra.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
PDL-PD
Un mare di commenti sull’incontro Berlusconi-Veltroni.
Cento modi di dire “non ne sappiamo niente”.
E questo corrisponde al fatto che o quei due non
si sono detti nulla d’importante o non ce l’hanno fatto
sapere.
Molti considerano vera, grande notizia lo “sdoganamento”
del Cavaliere non più nero ma frequentabile.
A parte il fatto che questa “rivoluzione copernicana” potrebbe
essere ribaltata da un giorno all’altro, magari
accusando Berlusconi di qualche inedita nequizia (ammesso
che ne esistano di inedite), Veltroni avrebbe fatto
un pessimo affare. Il centro-sinistra di antiberlusconismo
vive dalla primavera del 1994: perché uccidere
la gallina dalle uova d’oro?
Neanche ciò che sembra ovvio è ovvio.
Ma forse l’esperienza rende scettici anche riguardo
alla mitezza dei conigli.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 1 dicembre 2007
LA CLONAZIONE
Galli della Loggia (Corriere della Sera, 16/11/2007)
riprende la notizia della clonazione di una
scimmia adulta; dunque di un primate; dunque quasi
di un uomo; e si mostra molto allarmato. Non basta che
gli si dica “Nessuno attenterà alla vostra preziosa
identità umana” , come lui stesso ipotizza. Infatti
risponde: “E già: come se potessimo avere ancora
la medesima identità, come se questa potesse essere
ancora quella di prima, significare ciò che significava
prima, quando un laboratorio custodisce il segreto per fare
esistere un altro noi, quando c'è un nostro clone che
paziente aspetta la sua ora”.
Andare contro queste parole è doppiamente difficile.
Perché Galli della Loggia è una firma ben
nota e perché ciò che dice va nel senso dei
pregiudizi correnti. Sicché, per essere immediatamente
applaudito dai più, non ha bisogno né di essere
logico né di essere intelligente.
La clonazione umana è qualcosa di ben diverso
da ciò che s’immagina. Se si fa nascere un bambino
con il mio stesso Dna, sarà un altro me stesso,
ma solo geneticamente. Sarà un gemello omozigoto
in ritardo di trent’anni. Ma non sarà me. Non più
di quanto un gemello omozigoto sia suo fratello.
Se no avrebbe avuto ragione quel tale (Mark Twain?) che
diceva: “Io ho avuto un fratello gemello assolutamente
uguale a me. Nemmeno nostra madre riusciva a distinguerci.
Eravamo talmente identici che quando uno di noi due è
morto, non ho ancora capito se è morto lui o
se sono morto io”.
Se oggi venisse al mondo un bambino col Dna di qualcun
altro, sarebbe un bambino nato nel 2007. Arriverebbe
in un mondo diverso, avrebbe esperienze diverse,
amici diversi, condizionamenti diversi e, in totale,
un’altra vita. E che gliene importerebbe di avere lo
stesso Dna di uno che nel frattempo, magari, è morto?
Ce ne importa proprio tanto di sapere che metà del nostro
Dna apparteneva a nostra madre?
La clonazione alletta alcuni perché credono,
con essa, di “non morire”. Ma è un errore. Un
uomo, quando pensa a se stesso, pensa alla memoria di
sé. A ciò che è stato, a ciò che
ha fatto, a ciò che ha vissuto. “Se mi facessero rinascere
col mio stesso Dna ma senza la memoria del mio passato,
io, quello che sono oggi, sarei definitivamente morto”.
La clonazione non corrisponde all’immortalità. In questo
senso è assurda esattamente quanto lo è la metempsicosi.
C’è solo un caso, che potrebbe essere interessante.
Se si potesse clonare Mozart, i bambini (meglio
non correre rischi e fare più copie) avrebbero,
come capacità musicali fisiche, quelle stesse
di Amadeus. Per esempio l’orecchio assoluto. Ma non
è detto che basterebbero. Comunque si potrebbe sempre
tentare, dando loro una buona educazione musicale: sarebbe
lecito sperare che si possano avere altri capolavori come
quelli dell’inarrivabile salisburghese. Questo è empio?
Può darsi. Ma molti innamorati della musica, leggendo
queste righe, direbbero: “Magari!”.
Purtroppo, di quel genio divino non abbiamo neanche
le ossa. Non ci rimane che clonare Galli della Loggia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- novembre 2007
Mollichine
Gip archivia l’inchiesta per offese alla Madonna,
nella mostra “la Madonna piange sperma”. Non c’è
reato. Ma è reato sperare che lo pianga anche
quell’ “artista” ?
“Teheran consegna progetti di testate nucleari
all’AIEA. Sostiene di esserne venuta in possesso
per caso”. Speriamo che le fotocopie siano chiare.
Di Pietro: “Berlusconi? Forse il vero ectoplasma
è lui”. Che trovata! Che inventiva! Che umorismo!
Prc vota la fiducia al governo, “Ma è l’ultima
volta!” Come disse, con piglio severo, la donna
al suo violentatore.
Gianni Pardo
RIINA FOR
PRESIDENT
Per capire gli ultimi avvenimenti non è
necessario essere dei politologi. Basta avere
un po’ di fantasia ed immaginare una favoletta.
Alcuni amici volevano andare in gita. Disponevano
di un’automobile ed erano pronti a partire quando
uno di loro, che disponeva della chiave dell’antifurto,
disse che era disposto ad usarla a condizione
che si andasse sul Lago di Garda. Un altro possedeva
la chiave dell’accensione ma anche lui era disposto
ad usarla solo se si andava sul Lago Maggiore. Come risolvere
la questione? Le possibilità erano tre: o si andava
da una parte, o si andava dall’altra, o si rinunciava
a tutto. E poiché nessuno era disposto a cedere, per
i due il problema divenne: “Che cosa preferisco, in fin
dei conti, andare a casa o andare in gita dove dice il mio
avversario?”
A proposito del welfare la vittoria di Dini non
significa affatto che abbia prevalso la ragionevolezza.
Della ragionevolezza - come di qualunque
altra cosa - Prodi s’impipa sovranamente: a lui interessa
soltanto rimanere a Palazzo Chigi. Dunque si è
chiesto: chi, dei due, fa più sul serio? In passato
ha avuto più paura dell’estrema sinistra che degli
altri, stavolta ha capito che Dini era realmente disposto a
far cadere il governo e dunque ha posto la fiducia sulla sua
tesi. Non ha neanche sbagliato il calcolo: posti dinanzi all’aut
aut - o abbassare la testa o andare a casa - i comunisti hanno
abbassato la testa. Ovviamente hanno protestato ed hanno
promesso il peggio per il futuro, ma intanto si sono arresi.
Il significato di tutto questo è che la
molla ultima dell’attuale politica non sono
né i programmi, né il bene dell’Italia né
le varie ideologie sociali ed economiche: è semplicemente
la permanenza al potere. Per questo, paradossalmente,
comanda chi è disposto a rinunciarci. Se Dini
ha vinto è perché è stato disposto a perdere
il potere, mentre se i comunisti hanno perso è perché
non sono stati disposti a rinunciarci.
L’Italia è governata in base a questi principi
politici. Se domani il potere di ricatto
maggiore l’avesse Riina, l’Italia sarebbe governata
da Riina.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 28 novembre 2007
TRAMONTE…RAI
Chiariamo un punto in premessa: a me Celentano
non piace. Possono piacermi molte sue canzoni,
ma il suo sermoneggiare, alternando polemici silenzi
e costruendo quell’alea di mistero supremo sul suo
personaggio e sulle sue idee non è stata mai degna
di considerazione neppure quando era ritenuta importante
da tutti (ovvero fino a RockPolitik), politici e politicanti
in primis, che addirittura commentavano il programma e
poco ci mancasse che non ci costruissero sopra disegni di legge
e scandali. Questa volta non ne parlerà nessuno e non
perché i vari politicanti non siano tentanti di farlo, ché
la maturità della nostra classe politica è invariata,
ma perché nessun politico potrebbe svenarsi per qualcosa
che non è piaciuto neppure alla gente, neppure alla Rai,
sebbene ci sia da battere proprio su questo punto. A Celentano,
che pure stavolta ha avuto il merito di aver rispettato
gli orari, in barba al più mamma santissima di Vespa
e di aver creato una scena originale con ospiti scelti (Ludovico
Einaudi, Stefano Di Battista, Carmen Consoli) è andato
tutto male. La gente, abituata ormai a baracconi che coprono
prima, seconda serata e palinsesto notturno ha subito messo in
confronto il suo compenso con il tempo di lavoro, come se Celentano
fosse un lavoratore a progetto; il suo tormentone “la situazione
non è buona…” non ha preso come “rock/lento”; ha toppato
sulla politica a sinistra ed a destra, nel primo caso elogiando
Prodi ed ignorando l’uomo del momento Veltroni, l’uomo della
rinascita, nel secondo caso bacchettando le ipotesi sul nucleare
(che in Italia non si farà mai più, ma che ormai
è diventato un vessillo sterile di intelligenza postuma)
e parlando a Berlusconi con apprezzamento senza criticarlo
come invece lo stesso leader avrebbe desiderato per lanciare ancora
di più il suo partito. Poi c’è il capitolo Rai. Nel
giorno in cui Battista nel Corriere affermava l’insulsaggine
del canone Rai e Stefano Dell’Arti, in maniera ancora più
pungente nella sua rubrica sulla Gazzetta dello Sport spiegava
come Celentano costituisse l’ancora di salvezza degli introiti
pubblicitari Rai e nel bel mezzo della storia delle intercettazioni,
il re non ha mosso un dito per far crollare il castello, anche
se poi quello dello share e della pubblicità è crollato
con lui. L’eutanasia della Rai ha conosciuto un ennesimo passaggio:
il ridimensionamento di Celentano, icona statale, figlio legittimo
della Rai, seppur ribelle. Dopo aver bruciato la stagione dei
reality, acquistati dalla Endemol o da Magnolia, creazione di network
esteri o peggio ancora della concorrenza ed aver ridotto la tv
statale a parcheggio del trivio-show, a dimostrazione che non
sarebbero servite le intercettazioni per mostrare l’assoluta connivenza
Rai-Mediaset, si è giocata la credibilità del buon
Mike, invischiato in una brutta storia di Miss ribelli all’anoressia,
il sabato sera e la Lotteria Italia, mai così in basso, la
credibilità dei
tg, diventati miniera di gossip e cronaca
nera, l’inaffidabilità della classe dirigenti e dei vari
CdA, prima rimossi e poi rimessi ai loro posti di lottizzazione
politica. Neppure la pubblicità va a gonfie vele e la
Rai si è giocata la carta Celentano, riservandosi solo quella
Benigni, nella speranza di far quadrare i conti, altrimenti non
sarà solo il canone più salato che potrà rimpinguare
le casse di un’azienda che, al pari delle altre pseudo-statali
(Alitalia, Trenitalia, ecc.) mischia fallimenti economici e fallimenti
di progetto. Una lunga eutanasia, dunque, fino al 2012, anno cui
è stata rinviata la trasformazione televisiva completa in digitale
e quindi la riforma della tv, che non sarà in qualità
ma solo in quantità: più piattaforme digitali alle
holding, più canali analogici destinati ad essere sempre più
di basso livello, per reti locali e piccoli network che dovranno raccattare
pubblicità, mentre il grosso (non il meglio, ma comunque
qualcosa di più) sarà interamente sul satellite o sul
digitale, cosa che già è accaduta da tempo che già
da tempo, al di là di quanto dicano i dubbi dati Auditel,
ha sbaragliato soprattutto l’azienda statale. In quegli anni rimpiangeremo
il canone che non si pagherà, per piangere invece sui
singoli canoni propinati dalle varie tv satellitari, Rai compresa,
che però, non ci illudiamo, resterà statale e preda
delle voglie dei partiti di turno, mentre serviranno anche sul
satellite, leggi per gonfiare gli introiti. Ma è la tv che
ci piace…quella dove mangiare di più significa per forza
mangiare meglio, anche se le tasche si svuotano ed il cervello
si rincoglionisce.
Angelo M. Daddesio