archivio dicembre 2007




























UN COUP D’EPEE DANS L’EAU
La lettera di Dini al Corriere della Sera, che pure ha un aspetto terrificante, rischia di non avere assolutamente alcun effetto. È quello che i francesi chiamano un coup d’épée dans l’eau, un colpo di spada nell’acqua. Il tono generale è quello delle richieste ultimative al governo, compensate da precisazioni che ne annullano il valore. Come chi dicesse: “Non devi mentire, a meno che tu non lo reputi necessario”. Questo non significa che Dini e i suoi amici non faranno cadere il governo, se lo reputeranno opportuno  per i loro interessi personali: ma ben difficilmente lo faranno perché il governo non ha fatto ciò che loro gli chiedevano di fare. Ecco i singoli punti di Dini.
“1. Una decisa azione per la riduzione della spesa pubblica. A partire dall'uscita anticipata di almeno il 5% dei lavoratori pubblici”. La prima frase, essendo generale, non esige nessun impegno concreto. La seconda – al contrario – è tanto seria da essere impossibile da attuare. Il governo si regge sul consenso e non può sfidare, in un colpo solo, tutta la macchina dello Stato, tutti i sindacati e una annosa demagogia. La sinistra non ha permesso il licenziamento nemmeno di chi riscuote lo stipendio e non lavora, figurarsi l’allontanamento di chi ha solo la colpa di far parte del 5% che è antipatico a Dini. Fra l’altro, come determinarla, questa percentuale? E che avverrebbe, una volta che si dovesse passare ai singoli nomi di queste decine e decine di migliaia di persone? Si rischierebbe la rivoluzione e tuttavia – Dini lo dice poco oltre – tutto questo secondo lui si potrebbe fare in sei mesi. Forse ha ragione: la Bastiglia fu conquistata in meno tempo.
“2. Il ridimensionamento delle persone che vivono di politica. A partire dall'abolizione delle Province”. Anche qui, Dini chiede qualcosa d’impossibile. Tutto il castello della politica si regge su queste persone. Dini non ha un partito, dietro di sé, e può permettersi di dire questo e altro: ma i politicanti e i loro amici, oltre ad essere le sanguisughe dello Stato, ne sono anche l’ossatura. E gli stessi partiti dovrebbero fare di sé stessi dei celenterati? Che ne sarebbe poi delle migliaia e migliaia di persone, magari nullafacenti, che hanno un “posto” nelle Province?
“3. Una riduzione del carico fiscale per i contribuenti, secondo un percorso graduale ma annunciato in partenza”. Dini in questa lettera afferma: “Quanto enunciato è un programma minimo che consideriamo imprescindibile e che contiene proposte realizzabili in non più di sei mesi”. Se ne deduce che il governo deve annunciare ed attuare la riduzione fiscale con le tali e tali modalità, entro sei mesi. If you can believe this, you can believe everything (se potete credere questo, potete credere qualunque cosa).
“4. La rinuncia alle centinaia di programmi inconcludenti”. Aria fritta, questa. E poi, come dice il detto, il diavolo si nasconde nei particolari, quando si passa dai termini astratti (“programmi inconcludenti”) a sottrarre la sedia di sotto a qualche titolare di sinecura.
“5. La realizzazione del sistema nazionale di valutazione dei risultati scolastici, per legare ogni incremento reale delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della preparazione scolastica degli allievi”. Il senatore Dini, in due righe, ribalta una tendenza che dura da quasi quarant’anni. Valutazione severa? Bocciatura dei somari? Premio al merito, allontanamento dei professori incapaci, discriminazioni retributive fra i professori? Non lo sa che tutte queste sono parole tabù? Non solo il programma è vastissimo ed inattuabile (soprattutto entro sei mesi!), ma Dini deve ringraziare il cielo che nessuno lo prenda sul serio. Non i professori. Non gli alunni. Non i sindacati. Non la sinistra, soprattutto, che se queste parole le avesse dette da Presidente del Consiglio l’avrebbe fatto arrosto.
 “6. La riduzione da 45 a 15 giorni della sospensione feriale dei termini processuali”. Come sopra. In primo luogo i magistrati non permettono a nessuno d’interferire nella loro vita, in secondo luogo sono stati capaci, fino ad ora, di opporsi anche a provvedimenti sacrosanti – come la separazione delle carriere, che pure non li avrebbe fatti lavorare di più - solo perché andavano contro le loro abitudini e i loro pregiudizi. E Dini pretenderebbe tenerli un mese in più dietro la loro scrivania? L’unico commento adeguato è uno scuotere la testa fino a slogarsi il collo.
“7. Il ridimensionamento del ruolo della politica nella gestione della sanità pubblica”. Dini chiede: “quale azienda potrebbe mai funzionare se i capi stabilimento venissero scelti a seconda che siano più vicini a questo o quel partito?” Invece la domanda giusta è: “Perché mai gli uomini politici dovrebbero rinunciare al voto di scambio, alle benemerenze con gli ottimati e al loro potere nel sottobosco politico?” Fra l’altro, in ogni singolo caso essi sosterrebbero di avere appoggiato non un loro sodale, ma il più grande luminare della medicina o del management in Italia.
La conclusione di questo libro dei sogni è in linea col resto: “Siamo pronti a sostenere un governo che si impegni a realizzare questo programma minimo. Se sarà espressione dell'attuale maggioranza, bene. Ma chiediamo una risposta chiara, senza ambiguità, al più tardi al momento della verifica prevista per metà gennaio”. Dini sembra non immaginare che la risposta di Prodi sarà un sì entusiastico su tutta la linea (così il suo governo rimane a galla), con la riserva mentale - manifestata sottobanco ai partiti dell’estrema sinistra - di non ovviamente farne nulla.
Questo programma politico avrebbe potuto realizzarlo, da Presidente del Consiglio, solo Bava Beccaris.
Non è detto che Dini non faccia sul serio: potrebbe anche darsi che faccia cadere il governo. Ma questo avverrà non se Prodi attuerà o no questo programma, ma se Dini e i suoi amici avranno o no interesse a farlo cadere. Avrebbero potuto risparmiarci la sceneggiata.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 dicembre 2007


IL SOLIPSISMO E I KAMIKAZE
Il solipsismo è la teoria secondo la quale, dal momento che noi abbiamo nozione solo della nostra coscienza, e che le nostre stesse sensazioni sono fatti della coscienza, possiamo essere sicuri dell’esistenza del nostro pensiero ma non del mondo esterno. L’Universo  potrebbe essere frutto della mia immaginazione, mentre l’unica realtà sono io e il resto potrebbe non esistere. Anzi, forse non esiste. Del resto, per lo stesso Kant, che pure non era solipsista, l’esistenza della materia si può presumere ma non dimostrare (noumeno).
Scendendo alla realtà quotidiana, è esperienza comune che per ognuno di noi l’Universo cessa di esistere almeno una volta al giorno, quando dormiamo. E addirittura cessa di esistere per sempre, senza traumi, per chi muore nel sonno.
Da tutto questo, che pure è ovvio, non sempre tutti traggono le conseguenze che implica. Non raramente gli uomini, dimenticando di essere degli individui, si comportano come le api o le formiche: dànno più importanza al gruppo che alla loro stessa vita. Non stupisce che si comportino così gli imenotteri, dal momento che non hanno coscienza del loro eroismo, ed anzi non hanno nemmeno il concetto della morte: ma che lo faccia un uomo è sorprendente. Il terrorista che uccide al prezzo della propria vita compie un gesto in favore di una causa di cui non conoscerà gli sviluppi, che non lo riguarderà più un attimo dopo che avrà premuto il pulsante del detonatore. È un individuo colui che si trasforma in strumento, che scade volontariamente al livello di martello, di sega o di piccone?
È ovvio che l’interessato gusterà in anticipo l’ammirazione dei suoi, che siano terroristi come lui o, nel caso dei kamikaze, i colleghi militari e il paese tutto: ma fondamentalmente la molla dell’azione è la coscienza di appartenere ad un gruppo che continuerà ad esistere e in cui si “sente” che si continuerà a vivere. Sembra folle, ma questa follia ha un senso.
L’uomo è dominato da due istinti fondamentali: la conservazione di sé e la conservazione della specie. Quest’ultimo è meno noto del primo ma è più forte di quanto non si pensi. L’adolescente brufoloso che delira desiderando donne crede di essere immorale, di doversi nascondere, e non sa che sta obbedendo alla natura, che sente l’urgenza della sopravvivenza della specie, per la quale bisognerebbe applaudirlo, non diversamente da come si approva la fanciulla vergine e romantica che sogna un matrimonio d’amore. Per questo l’intera umanità s’intenerisce sui bambini e folle sterminate di genitori fanno sacrifici immani per la loro prole, magari fino a che questa prole non abbia trent’anni.
Soprattutto il caso dei genitori merita però di essere commentato. Se qualcuno chiede loro ragione del loro comportamento manifestano soltanto la loro meraviglia. Che c’è da spiegare? “Sono i miei figli!” E non capiscono che non stanno manifestando una loro idea, ma un’idea dell’istinto di conservazione della specie. Se fossero razionali, dovrebbero dire: “So che il sesso serve alla specie più che a me, ma mi piace e lo pratico. Nello stesso modo, voglio dei figli perché mi piace averne e mi piace occuparmene”. Affermazione non priva d’importanza. Infatti se il sesso si pratica solo per il piacere, la contraccezione non è più lecita ma doverosa. E se la procreazione la si vuole perché si ama occuparsi dei figli, dopo sarà vietato lamentarsi dei fastidi che dànno i lattanti, dei capricci dei bambini piccoli, dei problemi scolastici dei ragazzi, delle intemperanze degli adolescenti e dei problemi di inserimento dei giovani. Sono tutte cose comprese nel pacchetto e chi non ci ha pensato prima ha obbedito all’istinto con lo stesso grado di riflessione di una gatta o di un pinguino.
L’individuo è una rarità. È qualcuno che riesce veramente a credere che, dopo la sua morte, non saprà più nulla dell’Universo, dei suoi figli, e soprattutto della fazione politica o nazionale cui ha sacrificato la propria vita. È uno che ha capito che, fra qualche anno, sarà morto in eguale misura se sarà rimasto uno scapolo gaudente o se avrà tirato su dieci figli. È uno che ha veramente capito la teoria solipsistica: “Io sono il mio unico me stesso. Quando morirò, tutto morirà con me. Non voglio fare nessun male agli altri, ma rimango il mio unico valore. Ho solo questo gettone, per giocare con la vita, e non posso sprecarlo. La specie? Essa mi ha messo al mondo per sé, io vivo solo per me, mi pare che la pensiamo allo stesso modo. Io non le devo nulla”. Questo è il discorso di un egoista immorale, nevvero? Ma proprio questo s’intendeva affermando che l’individuo è raro. Nella stragrande maggioranza dei casi, gli esseri umani sono parti di un tutto. Pedine molto morali ma spendibili e intercambiabili sulla scacchiera dell’alveare o del termitaio. Soldatini che si possono anche mandare al macello, in nome del generale “Specie”.
Ma c’è qualche individuo, appunto, che i generali li considera solo dei colleghi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- dicembre 2007

EINSTEIN
Sia la religione sia la scienza offrono delle verità. La prima vi giunge per via di fede, cioè  di fiducia in ciò che altri hanno capito o si sono visti rivelare; la seconda vi giunge per via sperimentale, al punto che la verità che non si può raggiungere per questa via non è una verità scientifica. Al massimo può essere una teoria. Una seconda differenza è che la rivelazione religiosa non è replicabile - non si può chiedere all’arcangelo Gabriele di rivelare anche a noi ciò che rivelò a Maometto - mentre la verità scientifica in tanto è tale, in quanto l’esperimento sia autonomamente ripetibile. E si potrebbe continuare: ciò che importa è che le due cose sono profondamente diverse e procedono con metodi affatto diversi. Lo scienziato in quanto tale non è armato per parlare di religione e il teologo non è equipaggiato per discutere di scienza. Salvo eccezioni, naturalmente.
Blaise Pascal fu un genio della fisica e della matematica (anzi, un genio precoce), e fu anche un illustre teologo, estremamente importante nelle dispute religiose concernenti il giansenismo. Non diversamente da come Mendel, un religioso, è rimasto famoso per i suoi studi di genetica. Ma – questo è il punto - né Pascal applicava al Cristianesimo il metodo scientifico, né Mendel applicava ai suoi piselli i dogmi della Fede.
I guai nascono quando si sconfina. E poco importa che lo si faccia in buona fede. Ussher ha stabilito che la Terra è stata creata esattamente sabato 23 ottobre del 4004 avanti Cristo, al crepuscolo. Questo vescovo s’è guadagnato una fama imperitura, ma una fama imperitura di sciocco: già i rudimenti della geologia ridicolizzano la sua affermazione. E tuttavia Ussher non era uno stupido: essendo sinceramente credente, si limitò ad addizionare gli anni sulla base della Bibbia. Essendo la Bibbia verità rivelata, a suo parere Dio aveva rivelato anche la data della nascita della Terra: e nulla avrebbe impedito che si imponesse di credere anche a questa affermazione, se l’empia scienza non si fosse messa di traverso. La Chiesa però, dinanzi all’evidenza, seppe cadere in piedi. I “giorni” della creazione ben potevano essere ere di milioni di anni. E non diversamente andò con Giosuè, che provava la validità del sistema tolemaico. Una volta che non si poté più negare l’evidenza del sistema eliocentrico, si disse che Giosué non fermò il sole per dare torto a Copernico, ma per esprimersi secondo le convinzioni dei contemporanei.
Sia detto di passaggio, neanche questa versione sta in piedi. Perché se la Terra improvvisamente si fosse fermata, gli oceani per abbrivio avrebbero invaso le terre ad oriente di essi alla velocità di mille-millecinquecento chilometri orari, secondo le latitudini, le case si sarebbero staccate dalle fondamenta per decollare, insieme con tutti gli alberi, ed anche con Gedeone e il suo esercito. Ma queste sono storie vecchie. In fondo i credenti hanno ragione: che importanza ha, se Giosué fermò il Sole, la Terra o Dio volle che rimanesse in cielo l’immagine (e la luce) del sole, mentre le cose nel resto del sistema solare andavano come al solito? Essenziale è che Dio ami gli uomini, che il suo Figlio si sia fatto uomo per redimerci, che la morte sia apparente ed i giusti vadano in paradiso. Tutte cose che con la scienza, e il sistema eliocentrico, e Galileo, non hanno niente a che vedere. Certo, si sarebbe stati lieti che così la pensasse anche il cardinale Bellarmino, a suo tempo, ma non si può avere tutto.
La separazione di scienza e fede è utile ad ambedue. Da un lato è inutile cercare di provare al credente che certe affermazioni sono scientificamente assurde, dall’altro è assurdo tentare di dimostrare ad uno scienziato che la Madonna era vergine mentre partoriva.
Quando si discute di Dio, di Divina Provvidenza, di Creazionismo e argomenti analoghi, è assolutamente fuor di luogo proclamare, con aria trionfante, “Einstein credeva in Dio e tu no?” Perché Einstein, per quanto riguarda Dio, non ha più autorità del salumiere sotto casa. Il grande Albert aveva tutto il diritto di credere in Dio ed anche al miracolo di San Gennaro, se gli garbava, ma in materia di religione aveva la competenza che un poeta ha in materia di relatività.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  dicembre 2007

DIMETTERSI “PER DIGNITÀ”
Quando un uomo pubblico commette qualche grave errore, in molti gli suggeriscono di dare le dimissioni “per dignità”. Ma che significa, questa espressione?” Se l’interessato non riconosce la colpa, la richiesta è assurda. Mentre se la riconosce, e ammette che non è degno di quella carica, dimettendosi si comporta ammirevolmente ma non salva certo la propria dignità.
Il problema, riflettendoci, si complica ulteriormente. Se l’interessato non si dimette, rimane formalmente innocente anche se è colpevole; mentre, se si dimette, risulta formalmente colpevole, “tant’è vero che s’è dimesso!”, anche se è innocente. In queste condizioni, chi è lo sciocco che, potendo salvare il posto, e almeno il dubbio sulla propria colpevolezza, presenta la dimissioni?
Né fa superare lo scoglio l’ipotesi che, quando i critici parlano di “dignità”, intendano non la dignità dell’uomo ma quella della carica che ricopre. Infatti anche in questo caso l’interessato potrebbe appunto dire: “non me ne vado perché ammetterei di avere danneggiato la dignità di quella carica: e non l’ho fatto”.
L’unica spiegazione seria dell’espressione è che i critici intendano in realtà chiedere le dimissioni “per indegnità”: ma se questo è vero, farebbero bene a dire proprio così, lasciando da parte gli eufemismi, l’ipocrisia e la retorica.
Poiché però quell’ingiunzione - “dimettiti per dignità” - è malgrado tutto corrente, è opportuno vedere che senso le attribuisca chi la usa. L’unico senso che si riesce ragionevolmente ad ipotizzare è il seguente: “Siamo in possesso di tali prove della tua colpevolezza che, se vuoi evitarti l’umiliazione di vederle sciorinate in pubblico, il meglio che puoi fare è evitare il processo. Vattene e lascia in giro il dubbio che ti sia dimesso per far cessare la cagnara sul tuo nome. Magari mentre sei innocente. Mentre se ci obbligherai ad estrometterti, sarai scacciato con ignominia”. Queste parole sono pesanti e dense di significato. Finalmente siamo fuori dall’ipocrisia. Ma un cannone in tanto è temibile in quanto, oltre ad essere grosso, sia anche carico. In questo caso, chi parla deve realmente essere in possesso di armi così potenti da ottenere comunque la rimozione del colpevole. Ha dunque i mezzi per ingiungergli di andar via, mentre chiedergli di dimettersi non ha senso. Chiedere implica che l’altro possa dire di no. E se l’accusato ha effettivamente la possibilità di dire di no, (magari perché è sostenuto da correi), la richiesta di dimissioni “per dignità” si rivela per quello che è: un bluff.
In conclusione, per quanto riguarda certi personaggi, o li si butta fuori – se se ne è capaci – o li si lasci tranquilli. Non per la loro dignità ma per la nostra. Questo, per la logica. Ma la politica – si sa - ha esigenze di spettacolo che della logica si disinteressano sovranamente.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 dicembre 2007


LA PREOCCUPAZIONE ECOLOGICA
Nella parola “ecologia”, come in “economia”, c’è l’étimo “eco”, dal greco “oikos”, che significa casa, dimora, focolare. E questo già costituisce, in riassunto, una delle argomentazioni fondamentali degli ecologisti. Essi chiedono: “Se la Terra è la tua casa, non ti pare giusto interessarti ad essa, far sì che il tetto non ci cada sulla testa?” Purtroppo per loro, quell’etimologia costituisce anche, a ripensarci, un eccellente argomento contro la loro tesi.
La casa, nell’idea che se ne ha nei paesi civili, è un manufatto dell’uomo. Siamo noi che costruiamo fondamenta, muri, solai, tetti. Ed è giusto che da un lato ci sentiamo responsabili dei suoi eventuali difetti, dall’altro poniamo loro rimedio. Ma in questo senso la Terra non è la nostra casa: essa preesisteva all’Uomo ed esisterà anche questo ospite sarà sparito. Come spariscono tutte le specie, una volta o l’altra.
La Terra è forse una casa, ma non la nostra casa. Ci abitiamo, ma non l’abbiamo costruita e non ne siamo responsabili. Se lo fossimo, l’organizzeremmo diversamente. Come dimostra la diga di Aswan. Il Nilo è stato caratterizzato per molti millenni dalle esondazioni periodiche e gli egiziani hanno voluto imbrigliarlo, fino a farlo defluire come stabilisce il Cairo, non come stabiliscono le piogge. Ma questo intervento, per le dimensioni della Terra, è un particolare insignificante: in realtà non siamo riusciti a regolare gli uragani caribici, i terremoti, gli tsunami e neppure le umili piogge. Il nostro pianeta si interessa ben poco di questo inquilino e non ha certo l’uomo come amministratore di condominio.
Nessuno sostiene che la nostra attività non abbia nessuna influenza. Perfino le flatulenze dei bovini ne hanno una. Qui si tratta di capire in quale misura l’uomo possa far male e in quale misura possa far bene.
La prima osservazione riguarda il clima. Gli scienziati propongono spiegazioni più o meno plausibili per le glaciazioni, come anche per i periodi di caldo in cui gli animali della savana scorrazzavano in Francia: ma nessuna di esse fa risalire la causa all’uomo. Ora, se senza il nostro intervento la Terra è riuscita ad avere variazioni di dieci o venti gradi, con quale ragionevolezza si può attribuire all’uomo, e non ad altro, una variazione di un grado o due? È giusto interessarsi dell’anidride carbonica, dell’effetto serra e delle cinture di van Allen, ma senza farne una religione e senza montarsi la testa: non siamo i padroni né del clima, né dell’aria, né del mare.
Lo stesso vale per le risorse. È vero che non bisogna sprecare ciò di cui disponiamo. Depredare il mare fino a renderlo privo di pesci o quasi è una follia. Ma bisogna ricordare un paio di cose: in primo luogo, non bisogna essere ipocriti. Molti, nel momento stesso in cui proclamano che bisogna fare economia di qualcosa, non si priverebbero di quella cosa per nessuna ragione al mondo. Seduti nelle loro berline di lusso, gli occidentali non possono chiedere ai cinesi di andare a piedi. In secondo luogo, bisogna ricordare che a volte, mentre ci si preoccupava per l’esaurimento di qualcosa, il genio umano ha trovato una soluzione che ha addirittura migliorato la situazione: la plastica ha risolto un’infinità di problemi che sarebbero costati milioni di tonnellate di materie prime. Il petrolio tende ad esaurirsi, inevitabilmente, ma chi dice che l’uomo non riuscirà a sfruttare la fusione nucleare? Infine e soprattutto, aveva ragione Malthus: le dimensioni della Terra sono fisse e il numero degli umani non può aumentare all’infinito. Se si continua così, si arriverà alla carestia. L’uomo, prima che essere colpevole di inquinare la Terra, è colpevole di esistere, se esiste in un numero troppo grande. Ecco perché, piuttosto che guardare storto i tubi di scappamento delle automobili bisognerebbe guardare storto tutti coloro che dicono male del preservativo e del controllo delle nascite.
C’è infine una considerazione radicale e devastante. La specie umana, come tutte le specie, si estinguerà. Di tutta questa vicenda l’Universo non conserverà memoria. Neppure di Alessandro Magno o di Mozart. E dunque non è poi un’imprevedibile disgrazia, che tutto vada in malora: è un infame destino che ci attende.  Abituiamoci all’idea.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it


L’ABORTO DI GIORDANO
Oggi un senso perverso - non so se critico o dell’umorismo - mi spinge a sorridere del direttore del quotidiano che leggo più o meno da quando lo fondò Montanelli. I sentimenti paterni di Mario Giordano, che lo inducono a considerare con orrore l’aborto provocato, meritano tutto il nostro rispetto e perfino una punta di ammirazione. Ma si tratta di argomenti tutt’altro che convincenti. Se uno si perdesse in ditirambi in lode del formaggio, che adora, non per questo convincerebbe sua moglie, che solo a sentirne l’odore rischia di vomitare. Giordano ha voluto dei figli e li ama. Benissimo. È cosa di cui anche noi siamo lieti. Ma che lui non capisca che altri possono non desiderare quella gioia, e considerarla anzi una iattura, sarebbe bello che lo capisse lui. Anche a non esserne lieto.
La “moratoria sull’aborto” proposta da Giuliano Ferrara sembra abbastanza risibile. Ammesso che ci siano, come ci sono, molti aborti nel mondo, qual è il senso della moratoria? Significa che una donna che avesse già superato le proprie perplessità morali, le difficoltà concrete, la disapprovazione eventuale dei parenti, e che fosse decisa ad abortire, poi se ne asterrebbe per fare piacere a Ferrara? E per quanto tempo? Entro il limite in cui l’aborto è ancora possibile o rinunciandoci definitivamente? Sempre per amore di Giulianone?
Giordano tuttavia non vive sulle nuvole. Infatti scrive: “Conosco bene la replica: ‘Volete che si torni agli aborti clandestini’. Che è un po' come dire che abolire la pena di morte rischia di far tornare alla legge del taglione”. E questo è un sonoro colpo di zappa sui piedi. Se si abolisce l’aborto, si abolisce solo quello legale. Quello illegale continua. Mentre se si abolisce la pena di morte, i condannati non vengono uccisi: né dallo Stato, che applicherebbe l’ergastolo, né dai parenti delle vittime - quelli che dovrebbero applicare la legge del taglione - proprio perché i colpevoli sono ermeticamente protetti dalle mura del carcere. Il parallelo fra legge sull’aborto e legge del taglione è tanto valido quanto dire che abolendo le barzellette la gente sarebbe costretta ad andare in bicicletta.
Però Giordano quelle parole non le ha dette distrattamente e di fatti insiste: “il punto non è stabilire se ci saranno ancora o no aborti, così come nel caso della pena di morte non è stabilire se ci saranno ancora delle persone che uccidono oppure no: il punto è chiedersi se lo Stato deve favorire la soppressione della vita, ancorché legale”. Il Direttore del Giornale non pensa che mentre abolendo l’aborto legale le vite di feti soppressi rimarranno di numero pressoché uguale, quello che aumenterà notevolmente è il numero di vite stroncate fra le donne povere. Queste infatti saranno indotte ad affidarsi a mani poco esperte o criminali, non potendosi pagare un viaggio all’estero e un intervento in una moderna clinica. Con questa piccola differenza: che il feto soppresso non ha mai saputo di essere in vita, mentre una donna che muore per un aborto mal praticato è una donna nel pieno della sua voglia di vivere e nel pieno delle sue facoltà mentali. Come speriamo per Giordano.
In totale il giornalista non apporta nessun serio argomento a prova della sua tesi, se non la sua antipatia per l’aborto. Che si può anche capire. Come lui dovrebbe però capire che c’è chi ha antipatia per la procreazione. O anche più seri motivi della semplice antipatia.
Va infine sottolineato il fastidio che provoca questo veder parlare del problema dell’aborto come se i feti fossero contenuti in cassette postali e non nel corpo delle donne. Nessuno si cura della loro opinione. Forse hanno ragione quelle femministe che si lamentano del fatto che la società, soprattutto quella poco sviluppata, considera il corpo della donna una sorta di proprietà comune. Dei maschi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

ILLEGITTIMI MA NON ILLECITI
Premessa. Vincenzo Visco ha più volte telefonato, e insistito, e persino minacciato perché il generale Speciale trasferisse alcuni alti ufficiali. Ne è derivato lo sconquasso che si sa e perfino un’indagine della magistratura romana. Il Pm tuttavia ha chiesto al Gip l’archiviazione perché i fatti accertati (a quanto pare non contestati), “configuravano atti “illegittimi ma non illeciti”. Il che escludeva che si trattasse di un reato.
L’argomento a sostegno di questa distinzione era, secondo il Foglio, “l’assenza di volontarietà nell’abuso di potere compiuto”. Cioè, in termini tecnici, l’assenza di dolo. Il dolo è la coscienza di commettere un illecito: ma l’abuso di potere può essere un reato colposo? Per noi è come l’ipotesi di una violenza carnale colposa. Poiché però non conosciamo in che modo, eventualmente, il Pm abbia sostenuto questa tesi, ci fermiamo a quelle parole: fatti “illegittimi ma non illeciti”.
Personalmente, pur avendo studiato diritto penale, non abbiamo chiara questa sottile distinzione. Tuttavia, il fatto che il Gip abbia negato l’archiviazione ci fa sperare che abbia anche lui avuto dei dubbi sulla differenza: e questo ci consola non poco.
In mancanza di meglio, non rimane che consultare il dizionario. Secondo lo Zingarelli, illegittimo è “ciò che non concorda con la legge”. Per il Devoto-Oli, illegittimo è ciò che è “privo delle qualità o delle condizioni richieste dalla legge… per la validità giuridica”. Quanto ad “illecito”, per il primo è ciò che è “contrario a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume”, per il secondo “non consentito dalla norma morale o dalle leggi civili o religiose”. E la nebbia non si dirada. L’etimologia aiuta un po’: illegittimo è ciò che va contro la legge, mentre illecito è ciò che va contro ciò che “licet” ( è permesso). Ecco perché il Devoto-Oli, attento alle sfumature, per “illecito” scrive prima “non consentito dalla norma morale” e solo dopo “dalle leggi”.  Infatti le cose non permesse in generale sono molto più numerose di quelle giuridicamente vietate. La buona educazione, per esempio, non è iscritta nel codice penale e l’ambito dell’illecito è più vasto dell’ambito dell’illegittimo.
Se tutto questo è vero, proprio non si capisce l’espressione del pm romano. Se il comportamento di Visco è stato illegittimo, è andato contro le leggi; e ciò che va contro le leggi è illecito. Avremmo capito l’inverso, che il Pm dicesse: il comportamento è stato “[moralmente] illecito ma non illegittimo”. Intendendo: “sarebbe stato meglio che non lo facesse, ma facendolo non ha violato la legge”. Invece ha detto precisamente “illegittimo ma non illecito”.
Esiste però la possibilità che il pm romano abbia usato l’aggettivo “illegittimo” nel senso finalistico (sottolineato dal Devoto-Oli) di “privo delle qualità o delle condizioni richieste dalla legge per il riconoscimento o il conferimento della validità giuridica”. Visco, secondo questa interpretazione, non aveva nessun potere per imporre al generale Speciale il trasferimento di quegli ufficiali; la sua richiesta era illegittima e “incapace di produrre gli effetti giuridici desiderati”, e proprio per questo era sì improduttiva di effetti ed inane, ma non illecita. Come se uno scrivesse a Berlusconi “Lei deve nominarmi suo erede universale”. La richiesta è illegittima ma non illecita. Tutto chiaro?
Per niente. Bisogna considerare chi fa la richiesta e come la fa. Lo sconosciuto che scrive a Berlusconi è un povero pazzo, un superiore che chiede qualcosa ad un sottoposto, con tono imperativo, e insiste, e urla, e minaccia, non compie un atto semplicemente illegittimo. Commette un reato: un tentativo di abuso di potere, di estorsione, di violenza privata o di violenza carnale.
Se il vice-ministro avesse presso carta e penna e avesse scritto: “Caro Generale, con la presente, ai sensi di legge, la invito a trasferire Tizio e Caio”, il generale Speciale avrebbe potuto rispondere che c’era un errore. II vice-ministro, “ai sensi di legge”, non aveva nessun potere di richiedere quel trasferimento. Viceversa, chiedendo il trasferimento per telefono, e senza avvalersi di legittimi poteri, e con urgenza, e chiedendo conto del ritardo, e minacciando conseguenze, si è in presenza di un’indubitabile violazione di legge. Che è insieme illecita, illegittima e da sanzionare penalmente.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

Otto domande e una risposta
Come è possibile che telefonate private vengano pubblicate sui giornali?
Come è possibile che telefonate private addirittura senza nessuna rilevanza penale vengano pubblicate sui giornali?
Come è possibile che le telefonate di persone inintercettabili per legge vengano ugualmente pubblicate sui giornali?
Come è possibile che non si sappia chi ha passato il testo e addirittura l'audio delle telefonate ai medesimi giornali?
Come è possibile che non venga mai indagato e condannato nessuno, in procura, per aver illegalmente passato verbali, testi e file audio ai giornali?
Come è possibile che il ministro della Giustizia e dell'Interno, chiunque essi siano, non chiudano quegli uffici colabrodo?
Come è possibile che la sinistra denunci la violazione della privacy e si indigni soltanto quando sono i suoi rappresentanti a essere  sputtanati e poi come se niente fosse ricomincia quando c'è di mezzo Berlusconi, Moggi, il re o una valletta?
Come è possibile che abbiamo dei giornali così di quella-cosa-che-piace-a-luttazzi?
Io lo so come è possibile, è possibile perché siamo un paese ridicolo.

dal blog di Camillo

IL “LITIGIO” CON LA MAMMA
In una casetta borghese e normale, alla periferia di Udine, una madre ha ucciso a coltellate il figlioletto di sette anni. La cosa, per come scrivono i giornali, è avvenuta “nel corso di un litigio”. Questa notizia è purtroppo vera; ma anche se non lo fosse, dal momento che tutti l’hanno creduta, sarebbe in una direzione plausibile. Di un uomo del quale si dice che sia uno spendaccione non si crederebbe facilmente che si sia avvelenato mangiando cibo raccolto da terra, mentre si presterebbe subito fede alla notizia che si è rovinato a Montecarlo. È questo cio che è significativo, nella tragedia di Udine: il fatto che i giornali, riferendo l’omicidio, hanno parlato di un “litigio”, e nessuno ha fatto un salto sulla sedia, dinanzi all’assurdità del termine usato. Un capitano non litiga con un soldato; un cardinale non litiga con un prete; un genitore non litiga con il suo bambino. Nelle scuole secondarie è nozione comune che un professore valido non alza la voce ed ottiene lo stesso la disciplina, mentre quello che grida o manda i ragazzi dal preside, perché siano puniti, è guardato con una rattenuta commiserazione. Dunque una madre di quarantun anni che litiga col figlio di sette anni in quel momento ha sette anni anche lei.
I genitori amano moltissimo i loro figli. L’ha previsto la natura, affinché non venissero meno le cure parentali. Ma amare non significa mettere sullo stesso piano se stessi e il sottoposto. È giusto riamare il proprio cane, bestia cara e affettuosa se mai ce ne fu una, ma non bisogna permettere che esso comandi. L’etologia insegna infatti che, se si convince di essere l’animale alfa, il cane finirà col mordere il padrone. Per educarlo, per tenerlo al suo posto. Questo è un dato assolutamente banale, per chi si è interessato di psicologia canina.
Attualmente c’è una crisi del principio di autorità e molti genitori sono convinti che imporsi ai figli sia un errore. Con loro bisogna solo “dialogare”. Dialogare e in fin dei conti cedere, se non c’è altro modo di evitare una crisi. Sicché i bambini divengono irritanti, rumorosi, imprudenti, capricciosi, esosi. E sfidano i genitori. Insistono a fare la cosa sbagliata benché padre e madre gli urlino di smetterla. Gli adulti hanno indotto quel soldo di cacio a credersi loro pari, a credersi in grado d’imporre la propria volontà, con gli urli, con i pianti ed anche con i calci, se capita, e il bambino lo fa. La casa di una coppia che ha figli piccoli è infrequentabile.
Tutto questo mette in crisi le amicizie ma non la vita dei bambini. Giustamente, essi rimangono amati ed accuditi. Se qualche volta ricevono uno scappellotto, la cosa rimane un fatto eccezionale, per giunta riprovato dall’intera società. Anche se il famoso dottor Spock ha abiurato le sue famose teorie, si continua a concedere ai bambini il diritto di essere insopportabili. Per fortuna, nei genitori l’istinto di protezione della prole prevale sulla voglia di reagire adeguatamente ad un Caligola di quattro anni e in fin dei conti tutto va per il meglio: ma se la regola per cui al bambino va permesso tutto, senza avere nessun mezzo per rimetterlo in riga, viene imposta ad una povera donna depressa e forse psicotica, il risultato può essere quello di Udine. Se fosse stata sana di mente, o se la società le avesse fatto capire che, essendo stato oltrepassato il limite, poteva dare un paio di schiaffi a suo figlio, forse quel bambino oggi sarebbe vivo. Invece lei, per alzare la mano sul figlio, ha dovuto superare un tale tabù che tra schiaffo e coltellata non ha più fatto distinzione.
 “Cane non mangia cane”, dice il proverbio: ma cane educa cane, con i denti. Il cane alfa, quando accenna a mordere il membro del branco che sgarra, ci dà una lezione che la società contemporanea non sembra in grado di capire.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 23 dicembre 2007

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA
Che l’attuale governo non cada solo perché i deputati e i senatori non vogliono andare a casa, è una banalità. E tuttavia, bisogna chiedersi: non è stato sempre così? Forse che in passato deputati e senatori sarebbero stati contenti d’essere rimandati a casa prima che d’essere arrivati alla pensione da parlamentare?
In realtà, la situazione è diversa per due ragioni. La prima, perché in Senato l’esecutivo può essere sfiduciato anche con un paio di voti: ogni singolo senatore sa che, se va contro il governo, non esprime coraggiosamente un’opinione politica, una convinzione etica o un imperativo religioso, ma costringe tutti, e in primo luogo se stesso, a rinunziare al seggio. E questo è ovviamente un freno potentissimo. La ragione fondamentale è tuttavia la seconda. Nella Prima Repubblica, i politici facevano cadere il governo (anche più spesso di una volta l’anno) ma allora, disfatto un gabinetto, se ne faceva un altro più o meno con gli stessi uomini. La Dc era inamovibile, per cominciare. E quando si è costituito il centro-sinistra, anche il Psi è stato inamovibile. A quel punto, formando un nuovo governo, si potevano imbarcare i repubblicani, e se non i repubblicani i socialdemocratici, oppure i liberali, oppure due di loro escludendo il terzo, non era comunque uno sconquasso. In inglese il rimpasto si chiama reshuffle, rimescolamento, ed è il termine che si usa anche per le carte da gioco: le carte, dopo il rimescolamento, sono le stesse. I politici facevano cadere il governo nella speranza di avere un posto migliore, una politica migliore, un potere più grande ma il governo, se non era zuppa, era pan bagnato.
Se l’attuale maggioranza fosse coesa (come imprudentemente ripete Prodi), gli ottimati non correrebbero nessun pericolo. Nel caso, cambierebbero solo ministero. Invece oggi le differenze politiche fra i vari membri della coalizione sono tali che, se si cercasse di ricostituire una coalizione analoga, non è detto che ci si riuscirebbe. L’elettorato di sinistra, se diessino o margheritino, è profondamente scontento per le troppe concessioni all’estrema sinistra; se di estrema sinistra, è scontento per le troppe concessioni ai socialdemocratici e ai cattolici. Il governo infine è così impopolare che, se si andasse a nuove elezioni, subirebbe una disfatta storica. Ecco perché i senatori di centro-sinistra ingoiano rospi e coccodrilli, e ingoierebbero anche draghi dalla bocca fiammeggiante, se fosse necessario. Se, per qualunque motivo, anche il più giustificato, anche il più ineluttabile, il governo cadesse, per loro cadrebbe il mondo. Dunque minacciano continuamente ogni sorta di sfracelli ma votano la fiducia. Magari turandosi il naso, gli occhi e le orecchie.
Il caso di personaggi come Dini e Mastella è diverso. Costoro sono fra i pochi che avrebbero qualche possibilità anche con una diversa maggioranza: quando minacciano di fare cadere il governo, lo fanno dunque perché se lo possono permettere. Inoltre sono stati anche provocati dall’arroganza di partitini che, forti della loro indispensabilità, hanno dimenticato che anche altri erano indispensabili. Ma sono situazioni particolari.
Il paradosso di base è che Prodi è forte perché è debole. Forte come non mai perché debole come non mai.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -21 dicembre 2007

IL MARXISMO IN SOLDONI
Un giorno due grandi economisti, uno liberale e uno marxista, decisero di fare proselitismo per le loro idee. Si facevano forti non solo della bontà della propria teoria, ma della propria capacità di spiegarla anche a chi fosse digiuno di economia. Organizzarono dunque un dibattito in presenza di centinaia di operai e il liberale parlò dei fattori della produzione, dell’utilità dello scambio, della politica fiscale. Gli operai lo ammirarono per come era vestito, per il suo accento distinto, per la sua classe ma si annoiarono parecchio. Alcuni neanche capirono bene di che parlava. Quando il marxista prese la parola ebbe invece successo perché disse, più o meno:
“Ciò che ha detto il mio illustre contraddittore è vero. Ma è passato troppo velocemente sopra uno dei fattori della produzione: il capitale. Sapete che significa? Significa che c’è un ricco signore che presta del denaro a un imprenditore, questi acquista un capannone e dei macchinari, organizza una buona fabbrica, assume operai capaci, tutti lavorano con grande efficienza, tanto da guadagnarsi da vivere e però – ecco il punto! - per far questo devono dar una buona parte del loro guadagno a quel primo signore. Quello che prestò il denaro per mettere in moto la catena. E questo – badate! – l’economista liberale non lo nega. Insomma una parte della ricchezza, che noi chiamiamo plusvalore, prodotta col sudore della fronte degli operai, va nelle tasche di uno che non fa niente.
Uno che ha un solo merito: è nato ricco. Vi pare giusto?”

Gli rispose un boato: “Nooo!”
“Ebbene, la teoria marxista vuole tutta la ricchezza prodotta dagli operai vada agli operai. Vi pare giusto?”
“Sììì”, rispose il boato.
“E allora siete tutti marxisti”, concluse l’oratore. La cosa sembrò talmente pacifica che molti cominciarono ad alzarsi per andar via e l’economista classico dovette faticare molto per far sì che l’ascoltassero per qualche secondo ancora. Gli operai, in piedi e col cappotto sul braccio, si fermarono per pura cortesia.
“Dove è stata applicata, questa teoria?”, chiese il liberale.
“In Unione Sovietica, per esempio”, rispose il marxista.
“E io chiedo a voi, operai, i lavoratori sovietici sono stati più ricchi di quelli svizzeri, francesi, statunitensi e italiani?”
“No”, risposero gli operai.
“È vero che con Mao i cinesi morivano di fame e con l’economia capitalista oggi sono molto, molto più ricchi?”
“Sì”.
“Dunque, se voi preferite la teoria giusta, sarete marxisti e poveri; se preferite quella sbagliata, sarete più ricchi. Volete essere più poveri?”
“Nooo!”, rispose il coro.
“E allora siete tutti anticomunisti”, concluse l’oratore. Stavolta la gente cominciò sul serio a sfollare ma l’economista marxista era indignato al di là di ogni limite. Paonazzo, gridava:
“Ma siete pazzi? Non avete sentito che ha riconosciuto anche lui che la mia teoria è giusta? Come potete dargli ragione?”
Un omone che sembrava un armadio, e che aveva una voce in proporzione, non ebbe bisogno di microfono per chiedergli:
“Ma tu riconosci che gli operai vivono meglio nei paesi capitalisti che in quelli comunisti?”
“Beh sì”, rispose il marxista, “ma…”
“Non c’è nessun ma. Preferiamo essere maltrattati come svizzeri che amati come sovietici”.
 E tutti uscirono dalla sala, senza badare alle urla del marxista.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 novembre 2007
P.S. A proposito di questo argomento, non si può dimenticare una mirabile battuta di Mark Twain. Sapete qual è la differenza fra marxismo e capitalismo? Nel capitalismo si ha lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nel marxismo l’inverso.

Pancia mia fatti capanna!
Dunque, pensavano di dargli 5.6 miliardi di dollari e invece hanno raccolto 7.4 miliardi, tantini ma sempre 3 miliardi di meno di quanto ricevuto da Arafat nel 1993, ben 10 miliardi di verdoni!
Vediamo un po', con quei 10 miliardi, in 7 anni, i palestinesi non sono stati in grado di costruire nemmeno un pollaio per le galline, non  hanno saputo neppure asfaltare un paio di  strade o riparare le fognature costruite da Israele negli anni dell'occupazione e da loro spaccate a martellate
perche' la loro  cacca  andasse tutta a inquinare il mare della Striscia di Gaza.
Con quei 10 miliardi di dollari non hanno saputo creare un solo posto di lavoro, fedeli al loro credo che lavorare stanca e che e' molto meglio farsi mantenere.
Con quei 10 miliardi pero' hanno costruito villone holliwoodiane per i capetti mafiosi, hanno aperto conti in banca in tutto il mondo, hanno permesso alla moglie di Arafat di condurre una vita principesca a Parigi e hanno comprato armi, tante armi, navi intere piene di armi, hanno convinto migliaia di giovani a diventare bombe umane sovvenzionando le loro famiglie, hanno adibito le ambulanze della Mezzalunarossa a "padroncini" porta armi e a "navette" per terroristi.
Hanno speso milioni di dollari per la propaganda che, grazie a loro e alla loro infernale capacita' di mentire,  fa di Israele il paese piu' odiato del mondo.
Con quei 10 miliardi e a tutti quelli ricevuti in seguito, hanno  trasformato Israele in un campo di battaglia in cui i loro terroristi hanno potuto esprimere il meglio della loro demoniaca cultura della morte e soddisfare la voglia di sangue di chi li armava e li mandava a farsi esplodere in mezzo a noi.
Bene , adesso con 7.4 miliardi di dollari distribuiti a casaccio, dove vanno vanno, chi se ne frega, l'importante e' che alla fine diano problemi a Israele, potranno armarsi di piu' e meglio, potranno addestrare altri terroristi, potranno anche dare una mano a hamas per rendere piu' potenti i loro missili in modo da colpire Israele  nel profondo.
Perfetto. non mi aspettavo niente di meglio da Parigi, dopo la schifezza di Annapolis  che ha visto un drammatico voltafaccia americano nei confronti di Israele.
In quei giorni girava una vignetta in Israele: il Ku Klux Klan che urlava davanti a un ristorante "vietato l'ingresso agli ebrei e ai negri", poi dopo il discorso della Rice, i cartelli portavano solo lo slogan "vietato l'ingresso agli ebrei".
Una cosa mi ha strappato una grande risata, amara, nel leggere l'elenco di chi godra' di tanto ben di Dio: 115 milioni di dollari verranno assegnati all'UNRWA.
Ma come , disgraziati, ma come, l'UNRWA e' l'organizzazione che , insieme ad Arafat, si e' letteralmente bevuta i soldi ricevuti negli anni, e' l'organizzazione che ha costretto, insieme ad Arafat, i palestinesi a stare rinchiusi nei campi per usarli come propaganda antiisraeliana e come bombe umane ad orologeria!
Ma come, disgraziatissimi! L'UNRWA e' un pozzo nero di corruzione, di aiuti al terrorismo, di impiegati nullafacenti usati solo per ap
rire le porte a terroristi in fuga e voi, donatori del cavolo, gli date altri milioni di dollari!
Certo, pancia mia fatti capanna! Stanno gia' facendo le capriole , soldi soldi soldi soldi soldi, hanno ancora una volta turlupinato il mondo!
Ho letto che l'Italia finanziera' la giustizia, la sanita' e l'istruzione palestinese. Alloooora, siamo a posto! Non vedremo piu' soltanto bambini palestinesi sognare islamicamente paradisi di giochi  e dolciumi per piccoli martiri assassini, vedremo anche tanti presepi natalizi  con Giuseppe-Arafat e Maria-Suha in adorazione del piccolo Gesu-Mohamed al Durra adagiato in una mangiatoia.
Hanno vinto i palestinesi, ha vinto il terrorismo, ha vinto l'arroganza, ha vinto la propaganda, ha vinto la disonesta', ha vinto l'ipocrisia, ha vinto l'odio, ha vinto la paura.
Israele ha perso.
Avete sentito parlare a Parigi, e prima ad Annapolis, di Sderot?
Avete sentito parlare di Gilad Shalit?
Qualcuno si ricorda di Eldad e Udi?
I Paesi donatori, firmando quell'assegno hanno firmato la fine di Israele perche' non avremo mai piu' pace.
Che Dio li perdoni, io certamente no!
 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com


PERCHÉ ODIARE I REGALI
Come, qualcuno odia i regali? I regali sono il segno della magnanimità, della generosità, dell’affetto. Sono una cosa bellissima. Come del film di Eisenstein, “La corazzata Potëmkin”, non se ne può dir che bene.
In realtà bisogna confessare che, in un mondo in cui i bisogni primari sono assolti, i regali sono una seccatura immane. A partire da un certo livello economico, al prossimo si può regalare solo qualcosa che ha già. O di cui non ha per nulla bisogno. Perché diversamente se la sarebbe già comprata da sé. Si è dunque costretti a ripiegare su qualcosa di inutile, di estroso, di imprevedibile: con l’ovvio rischio di comprare l’oggetto sbagliato. Che cosa scegliere: un soprammobile, una cravatta, un quadro, un libro? Uno di quegli articoli orribili che si trovano nei negozi che osano scrivere, sulla stessa insegna, “Regali”? Chi offre un dono, se ha senso critico, sa benissimo che il ricevente sarà obbligato – dalla semplice cortesia – a mostrarsi stupito e incantato; mentre in realtà forse stupito lo è (per la stupidità dell’idea), ma incantato ben difficilmente: il soprammobile è kitsch, la cravatta è assurda, il quadro è addirittura imbarazzante perché da un lato ci si vergogna ad appenderlo e dall’altro si teme che il donatore si aspetti di vederlo su una parete. Per non parlare dei libri. La maggior parte delle volte non si ha voglia di leggerli e nel frattempo pende la spada di Damocle che l’incauto chieda: che cosa ne pensi? O i regali sono banali - e questo è già abbastanza, come critica - oppure il rischio è tanto più grande quanto più ci si allontana dalle scelte tradizionali.
E ancora non s’è parlato del denaro che costano. Spendere per ciò che ci piace è la cosa più naturale, mentre i regali costituiscono una spesa che si fa malvolentieri. Si danno via soldi buoni per qualcosa che già a noi piace poco e al destinatario rischia di non piacere affatto. Nel tempo in cui sono stato single, ho detto in giro: “Non mi fate regali. E comunque non vi aspettate che li ricambi. Per quanto riguarda le nozze, non m’invitate, tanto non verrò. E comunque non vi farò il regalo”. E per essere coerente, ambedue le volte in cui mi sono sposato io, non l’ho detto a nessuno.
Dover fare regali è una cosa orrenda: costano tempo, costano grattate di zucca, costano denaro. Costano infine l’imbarazzo di ottenere dei ringraziamenti che si sanno in grande misura falsi. Come sono falsi i nostri quando, non avendolo potuto evitare, riceviamo un regalo.
A proposito: anche ricevere regali è spiacevole. La maggior parte sono scelti con un gusto che non è il nostro. Poi, come se non bastasse, siamo costretti – col dolore di chi non è abituato a mentire – a dimostrarci entusiasti per qualcosa di cui non c’importa nulla. Se addirittura non ci dà fastidio.
E in qualche caso va perfino peggio: a volte chi fa un regalo, soprattutto se costoso, vuole per così dire impossessarsi del destinatario. Il dono, nel corso dei secoli, è stato il modo per siglare un accordo o per certificare un’amicizia: ti ho dato qualcosa ed ora tu mi devi qualcosa. In futuro non potrai dirmi di no. Personalmente sono abbastanza insignificante per non avere subito questo attacco, ma sono così geloso della mia indipendenza che, a chi mi fa un regalo, avrei voglia di dire: hai perso tempo e denaro. Tengo a rimanere una persona cortese e per questo non ti dico come la penso veramente, ma al prezzo della mia sincerità: in realtà sono più seccato che contento.
Paolo Villaggio, in un film, provocò un’ondata di sollievo nazionale proclamando: “La corazzata Potëmkin è  una boiata pazzesca!” Oggi queste righe ambirebbero a provocare un analogo sollievo: finalmente qualcuno ha gridato che i regali sono una bestiale rottura di scatole.
C’è solo un limite, a questa filippica. Se di qualcuno sappiamo che desidera qualcosa che non può avere o per ragioni economiche, o perché non si trova nella sua città, o perché non ha il tempo di andarla a cercare, è il momento di regalargliela. Gli si deve fare quel regalo. Senza che sia Natale; senza che sia il suo compleanno o il suo onomastico; senza che si sia laureato e senza che si sia sposato: sarebbe sciocco sprecare una delle rare occasioni in cui si può andare a colpo sicuro.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

Prodi, dopo la sentenza Speciale: «Oggi non è una giornata speciale, è una giornata normale». Cioè per lui è normale che questo governo riceva ogni giorno pesci in faccia.
G.P.

UNA BARZELLETTA (MACABRA) COMMENTATA
Sul Foglio del 7 dicembre 2000 un giornalista riferisce questa barzelletta. “Marito e moglie vengono coinvolti in un incidente stradale. L’uomo esce illeso, la donna finisce in ospedale. Reparto chirurgia d’urgenza. Si apre la porta della sala operatoria e il marito si precipita dal chirurgo. ‘Dottore, mi dica qualcosa, si salverà?’. ‘Sì, si salverà, però…’ ‘Però, cosa?’ chiede il marito angosciato. ‘Però dovrà passare la vita in carrozzella. Sa, abbiamo dovuto amputarle le gambe’. Il marito singhiozza. ‘Su, su, si faccia coraggio – dice il dottore – purtroppo dovrà rassegnarsi a imboccarla per tutta la vita. Sa, abbiamo dovuto amputarle anche le braccia’. Il marito, disperato, scoppia in un pianto dirotto. ‘Su, su, non faccia così – riprende a confortarlo il dottore – purtroppo devo dirle che farà anche fatica a guardarla in faccia, perché sa, sua moglie ha il viso completamente sfigurato’. Grida e strepiti di disperazione del pover uomo. A quel punto il dottore sorride, gli dà una pacca sulla spalla e dice: ‘Ma va là, stavo solo scherzando, sua moglie è morta’ ”.
Se la storiella ha fatto sorridere, non c’è ragione di vergognarsene:  le barzellette, per programma, non tengono conto né della morale né della decenza. Se invece non si è neppure sorriso, poco male: non tutte le barzellette sono divertenti. Ed è fuor di luogo discuterne seriamente: sarebbe come fare l’analisi logica dell’abbaiare di un cane. Rimane tuttavia la possibilità di prenderle a pretesto per una riflessione.
La marcia di avvicinamento al problema che qui si vuole discutere avverrà per gradi. La prima domanda potrebbe essere: che cosa preferiremmo, dopo un incidente, morire, o rimanere senza gambe, senza braccia e senza faccia? Al quesito ognuno può rispondere come vuole: e che poi mantenga la sua preferenza, quando fosse un rottame ancora vivo in ospedale, è da vedersi. Ma la domanda che interessa non è questa. Si passa dunque alla seconda: che cosa preferiremmo, per una persona cara, che rimanesse viva, in quelle condizioni, o che morisse? La risposta obbligata è “che rimanesse viva”: rispondendo diversamente, una persona normale si sentirebbe colpevole di omicidio. Infine, ecco per ultima la vera domanda: se, nelle condizioni dette, la persona cara fosse già morta, saremmo sinceri nell’esserne dispiaciuti?
Bisogna sottolineare ripetutamente e con estrema chiarezza che il dato di partenza è l’avvenuta morte della persona. Questo significa che il nostro desiderio, il nostro commento, il nostro dolore o il nostro sollievo, o qualunque altro possibile sentimento, non avranno la minima influenza su quella persona. Semplicemente perché non c’è più. È assolutamente intangibile. Un’altra cosa da sottolineare è che, se dichiarassimo: “forse è stato meglio così, il poverino o la poverina si sono evitati anni di sofferenza”, questo non avrebbe nessuna influenza causale su quella morte. Non sarebbe morta per nostra volontà come non sarebbe sopravvissuta se solo avessimo sperato con tutte le nostre forze che sopravvivesse, perfino con l’encefalogramma piatto. Il fatto è già avvenuto. Si sta discutendo esclusivamente di qualcosa che riguarda noi, i sopravvissuti. E a queste condizioni, finalmente, si potrà dare la propria risposta alla domanda.
Personalmente – salvo vigliaccherie imprevedibili – preferirei morire in una volta sola, durante un incidente, che a rate. Dopo anni vissuti da rottame umano a carico del prossimo. E preferirei che altrettanto avvenisse alle persone che amo. Ho una concezione dionisiaca, non sacrale, della vita, e se essa non offre più gioia, chiedo con Lucrezio, a me stesso come a tutti: cur non ut plenus vitae conviva recedis aequo animoque capis securam, stulte, quietem? O stolto, perché non ti ritrai dalla vita come un commensale sazio e non accetti con animo sereno una quiete sicura?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 17 dicembre 2007

L’IPOCRISIA ITALIANA
L’Italia, a parere del New York Times (articolo di Ian Fisher, del 13 dicembre 2007), è oggettivamente un paese in decadenza e soggettivamente un paese scoraggiato. Un paese, cioè, che non crede alla possibilità di invertire la tendenza negativa.
La spiegazione dei grandi fenomeni storici è impresa tanto difficile ed aleatoria da essere imprudente: dunque il massimo che si può fare è azzardare un’ipotesi. La popolazione italiana, come si sa, non ha una storia unitaria. Inoltre è estremamente “vecchia”: non si vivono invano due millenni e mezzo di storia, in contatto più o meno sanguinoso con tutti i vicini, senza ricavarne una sorta di inconscio collettivo in cui domina lo scetticismo e l’individualismo.
L’Italia non ha avuto la Riforma e questo non tanto perché qui ci fosse il Papa (ché anzi si odiano meglio i vicini che i lontani), quanto perché agli italiani, che il papato e la Chiesa fossero molto, molto criticabili, appariva naturale. Chi ha il potere ne approfitta, pensavano. E lo pensano ancora. Del resto, in concreto ognuno di loro si comporta come un Principe machiavellico: la sua bocca è piena di grandi principi e buone intenzioni, il suo comportamento è costantemente orientato dall’interesse personale.
Questa mentalità produce un risultato sconfortante, in democrazia. Personalmente la gente è priva di scrupoli ma parlando in generale si preoccupa del bene pubblico, dei grandi ideali di welfare, del livello morale della collettività. Ovviamente i politici, per ottenere il voto, fanno riferimento a questi valori, e dal momento che di essi si fa antesignana la sinistra, il paese “vota a sinistra”. Attenzione: qui si parla di sinistra non per alludere ai comunisti o agli ex-comunisti, ma a coloro (quasi tutti) che temono di parlar bene dell’impresa privata, della meritocrazia, dell’individualismo.
Poi, una volta che “la sinistra” ha vinto, da bravi italiani i politici dimenticano il bene pubblico e si occupano dei propri interessi e di quelli della loro fazione. E i singoli cittadini fanno altrettanto. Una volta inseriti nella Pubblica Amministrazione, un ente che in teoria mira esclusivamente al bene pubblico, battono fiacca e se ne stanno a casa se piove. Se invece vanno in ufficio non rinunciano né all’occhiata al giornale né alle pause per il caffè. Altrettanto fanno coloro che sono inseriti in grandi strutture dove nessuno è mai licenziato: ospedali, ferrovie, imprese statalizzate. Il risultato è un paese che non funziona e di cui tutti si lamentano: il ferroviere quando va in ospedale, l’infermiere quando deve pagare una bolletta alla posta, il postino quando viaggia. Gli italiani in coro maledicono “gli altri”. Purtroppo, per continuare a distribuire stipendi (solo parzialmente meritati) lo Stato deve esercitare un’enorme pressione fiscale su coloro – privati ed imprese - che lavorano in proprio, nel proprio interesse, e dunque sono gli unici ad avere un’alta produttività. E lo Stato li premia con una burocrazia demenziale.
L’Italia è un paese in cui una grande maggioranza di ipocriti invoca la pubblica moralità mentre in privato persegue solo l’interesse personale. Non importa se morale o immorale. Continua a stramaledire i produttori di ricchezza, e li tassa pesantemente per punirli di avere confessato di tendere al guadagno, ma nel frattempo cerca di vivere a loro spese; e poiché, con una politica statalista, il numero dei produttori di ricchezza si riduce e il numero dei parassiti aumenta, ecco spiegato perché l’Italia è in decadenza.
Lo Stato in concreto cammina sulle gambe dei cittadini. Dunque il nostro non può che funzionare male. La soluzione sarebbe uno Stato minimo accoppiato con una minima tassazione e una massima libertà d’intrapresa. A questo punto gli italiani, attivandosi nel proprio interesse, farebbero miracoli di produttività. Ne sono capacissimi. Ma questo discorso farà saltare sulla sedia la maggior parte dei lettori e dunque non rimane che chiedere loro scusa. È stato un attacco d’immoralità.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 14 dicembre 2007

LA LOGICA a.r.l. DI SARTORI
In un articolo  sul “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2007, Giovanni Sartori scrive un pregevole articolo che, come sempre, si segnala per la sua sorridente chiarezza. Si può non essere d’accordo con questo illustre costituzionalista, ma non gli si può negare né humour né competenza. In questo articolo egli sostiene che, superando il sistema delle coalizioni e del programma concordato prima delle elezioni, nella possibile Terza Repubblica i partiti avrebbero “le mani libere”. Potrebbero scegliere gli alleati. Se Prodi – scrive – è rimasto vittima dei ricatti della “Cosa Rossa”, è perché ha preventivamente scelto di collaborare solo con loro, senza alternative. Mentre Veltroni, se porta a compimento il suo progetto, potrà dire agli alleati, secondo la sintesi dello stesso Sartori, “se esagerate provo altrove”.
Riflessioni interessanti, ma con logica a responsabilità limitata. A qualunque livello, infatti, la passione o le antipatie politiche fanno aggio sull’intelligenza. Nello stesso articolo e sulla base degli stessi presupposti, Sartori sostiene infatti: “Berlusconi fa sapere ai suoi ex alleati che senza di lui diventano «ininfluenti». Ma non è più così… nel nuovo contesto hanno tutto da guadagnare restando indipendenti. Vorrà dire che se l'insieme vincente sarà di centrodestra, Fini e Casini negozieranno con Berlusconi non più in condizioni di sudditanza ma da posizioni di forza”. Ora sarà pur lecito chiedere a Sartori come mai, essendo a capo del partito più forte, Veltroni può dire agli alleati (sminuendone il potere contrattuale) “se esagerate provo altrove”, e Berlusconi non possa dire agli alleati – che appunto per questo dichiara possibilmente ininfluenti – “se esagerate provo altrove”. Misteri del diritto costituzionale.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 13 dicembre 2007

Mi ero imposto di non commentare la questione Daniele Luttazzi. Ma al quarto giorno sono crollato perché ho visto su http://www.wittgenstein.it/post/20071211_48214.html">Witt > che Luttazzi ha copiato da un americano anche la simpatica scenetta che sta facendo discutere in questi giorni e che ha arricchito il suo corposo campionario di ispirazioni. Luttazzi non fa ridere, almeno da quando ho scoperto che è stato consigliere comunale della Dc e da quando si occupa di http://www.camilloblog.it/archivio/2005/10/01/archivio-blog-ottobre-2005/">Ciagate >. Però, lo ammetto, la battuta "ho lavorato un anno e mezzo a questo monologo", che ora diventa "a questa traduzione", è  formidabile.
PS: Dice un geniale American Beauty: "Ma non è che la trasmissione di Luttazzi è stata sospesa a causa dello sciopero degli autori televisivi americani?
"

camilloblog.it

Arriva il Dalai lama, scappa scappa la Cina e' vicina!
Ho seguito con molta rabbia l'arrivo del Dalai Lama in Italia e, dopo aver visto in TV il programma Terra di Toni Capuozzo, la mia rabbia e' aumentata a dismisura.
Il Dalai lama, l'Oceano di Saggezza, come viene chiamato dai tibetani, e'  in visita in Italia e nessun rappresentante  del governo ha  il coraggio di riceverlo.
Ma bravi!
Ma che coraggiosi, miei.... Prodi!
 
La Cina occupa il Tibet dal 1950, la popolazione tibetana sta subendo un vero e proprio genocidio, non esistono diritti civili, chi viene trovato con la foto del Dalai Lama e' condannato a morte, chi lo nomina viene torturato, messo in carcere e quando esce dal carcere solitamente muore in circostanze misteriose prima di arrivare a casa.
I tibetani sopportano tutto questo e assistono allo scempio del loro Paese trasformato in una enorme base missilistica, con coraggio. Non si ribellano, non praticano il terrorismo, non uccidono bambini cinesi, non fanno implodere grattacieli, non ricattano il mondo terrorizzandolo.
Sono pronti a morire ma non a uccidere, sono un popolo pacifico che subisce il pugno di ferro  della Cina e l'indifferenza del mondo sorridendo e soffendo in silenzio. Sorridendo, come in questi giorni  sorride forse un po' ironicamente,  il Dalai Lama mentre assiste al fuggi fuggi dei... Prodi e impavidi  politici italiani. 
L'unico che ha avuto il coraggio di riceverlo ufficialmente e' stato il sindaco di Cologno Monzese, piccolo comune vicino a Milano, dove risiede la piu' numerosa comunita' tibetana in Italia , 40 persone.
Formigoni, a Milano,  si e' limitato a portarlo al Pirellone alle otto e mezzo di mattina, forse avrebbe preferito anche prima se fosse stato possibile, che so, alle 6 del mattino pur di non dare nell'occhio, lo ha  ricevuto con gentilezza e calore ma sempre facendo entrare l'Oceano di Saggezza dalla porta di servizio.
 

Ma che vergogna.
Sono gli stessi politici e ministri che si stendevano per terra come dei servi  quando veniva in Italia un assassino come Arafat, strisciando e sbavando davanti a lui come lumache.
Sono gli stessi che andavano a Mosca a prendere Ocalan, capo del terrorismo kurdo,  per ospitarlo in Italia a spese dei contribuenti.
Gli stessi che davano asilo ai terroristi dissacratori della Basilica di Betlemme, mantenuti lussuosamente a Roma con i soldi delle nostre tasse.
Gli stessi che accompagnavano  cortei oceanici in cui si urlavano slogan di morte contro Israele, con gentaglia travestita da kamikaze, guardata affettuosamente dall'ex metropolita terrorista  Hilarion Capucci fotografato giorni fa insieme al ministro degli esteri italiano, Massimo D'Alema.
 
Ma che vergogna. 
Certo, Israele non ha mai fatto paura, una democrazia si puo' offendere e umiliare, ricevendo con baci e abbracci il terrorista assassino di tanti israeliani, offrendogli amicizia, soldi, onore, senza vergogna.
La Cina invece si che va temuta, e' una dittatura grande e potente  e bisogna chiamarsi  Angela Merkel per avere la dignita' e il coraggio di dire al gigante orientale "Noi riceviamo chi vogliamo", bisogna avere le palle come la Francia di Sarkozi, come il Canada, come gli Stati Uniti per accogliere  con tutti gli onori e ufficialmente il Dalai Lama.
Solo la tremolante Italia ha fatto finta di niente obbedendo al diktat cinese come prima obbediva ai diktat di Arafat.
E i pacifisti? Ndo' stanno i pacifisti? Perche' non sventolano le bandiere del Tibet? Perche' non urlano slogan contro la Cina e i suoi crimini?
Dove hanno messo il grande coraggio che avevano quando portavano in corteo  le bandiere palestinesi per poi  bruciare quelle israeliane?
Eh, pacifinti dei miei stivali, dove siete finiti? Era facile manifestare il vostro odio contro Israele, vero? Nessuno vi faceva niente!  So' ragazzi, dicevano quei politici che erano e sono degni di voi!
E voi a urlare, coraggiosi come budini,  a tirarvi giu' i pantaloni per mostrare il vostro schifoso deretano alla bandiera di Israele che bruciava per terra.
Che grande coraggio!
Vi sentivate come tanti tigrottti di Mompracem, vero?
E adesso? Dove siete finiti? Fa paura bruciare la bandiera della Cina, vero, tigrotti? Potreste finire in un vicolo coi genitali sistemati in bocca.
Meglio stare chiusi in casa e aspettare il prossimo corteo contro Israele dove poter sfogare senza nessun pericolo la vostra violenza e il vostro odio.  
Non c'e' stato un solo di voi, nemmeno uno, nemmeno mezzo di quelli che sanno urlare  "Israele nazista, Israele boia, oppure "vogliamo tutto, lo stato di Israele deve essere distrutto" e ancora "Palestina Libera, Una e Islamica", che avesse il coraggio di esporsi per dare solidarieta' al Popolo Tibetano.
Non una bandiera del Tibet mentre Formigoni riceveva il Dalai lama.

Indegni conigli, gente vigliacca.
Chissa' se qualcuno dei tanti che mi insultano sul mio blog , che insultano Israele, che paragonano i sionisti ai nazisti,  che pubblicano articoli di Maurizio Blondet, il loro guru,  chissa' se qualcuno la piantera' di smanettare cazzate sulla tastiera del computer  e andra' a manifestare contro la Cina, chissa' se poi arrossira' per non averlo fatto.

 
La vergogna italiana pero' non si limita al fuggi fuggi davanti  a quell'Uomo sorridente in tunica color senape e bordo'.
No,  la vergogna si fa addirittura  volgare nel momento in cui   il comune di Venaria , provincia di Torino, consegna le chiavi della citta' e la cittadinanza onoraria a Silvia Baraldini.
Si, proprio lei, la terrorista che Diliberto era andato ad accogliere quando gli USA avevano concesso l'estradizione a patto che restasse in galera in Italia.
Si, figurarsi, la galera in Italia a una comunista terrorista antiamericana!
E' uscita coll'indulto, ha ricevuto piu' di 50 onorificenze non si capisce in nome di cosa, forse in nome delle tentate rapine e dell'accusa di sovversione.
 
Un mondo alla rovescia, un mondo che si inchina davanti agli assassini, che onora i terroristi, che demonizza le democrazie e non si vergogna di obbedire bovinamente agli ordini delle dittature piu' feroci.
Un mondo che urla "ben gli sta" davanti alla tragedia delle Twin Towers.
Un mondo che mandava gentaglia a sbaciucchiare Arafat mentre decine di israeliani ancora non avevano smesso di bruciare dentro l'ultimo autobus esploso, mentre madri israeliane accarezzavano le bare dei loro figli ammazzati davanti a una discoteca, dentro una pizzeria, nel cortile di una scuola.
Questo mondo non ha speranza, e' un mondo gia' sepolto dalla mancanza di valori, e' un mondo che sputa sulle ceneri di Auschwitz, che sputa sulla solitudine di Israele, che sputa sul sorriso del Dalai Lama e sul suo Popolo. 
Un mondo pavido e volgare.
Un mondo immerso completamente e consapevolmente  nella "banalita' del male".

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

Ecco cosa succede a manifestare in Iran:
 link

LUTTAZZI E LA POSOLOGIA
Daniele Luttazzi, dopo che era stato buttato fuori dalla Rai, è stato buttato fuori da “La 7”. Aveva solo detto che per sollevare il proprio spirito, dopo avere sentito Berlusconi parlare dell’Iraq, deve pensare a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno mentre Berlusconi e Dell’Utri gli “pisciano” addosso, Previti gli “caca” in bocca e la Santanché, in costume sado-maso, lo frusta. Lui questa la chiama satira.
Chi ha vecchi istinti liberali non è ostile né ai piaceri, né alla normale fisiologia né alle parole che li descrivono: ma il limite del buon gusto vale per tutti. Defecare regolarmente e senza sforzo è una benedizione. Farlo sulla pubblica piazza a mezzogiorno no. Perché gli altri non gradiscono lo spettacolo. Sarebbero magari disposti a regalare la carta igienica, a chi ha un bisogno, ma si aspettano che si apparti. Ovviamente, una certa dose di volgarità, nell’umorismo, è tollerata dai tempi di Plauto: ma, appunto, “una certa dose”. E questo è il punto.
Luttazzi ha ingenuamente creduto che, per aumentare l’effetto della satira e dell’umorismo, bastasse aumentare la dose della volgarità. Invece, in questo modo non sempre si migliora il prodotto. Su ogni medicinale c’è la parola “posologia” proprio per spiegare che se si prendono tutte le pillole in una volta non è detto che il beneficio aumenti. Se un comico dice irriferibili volgarità, presumendo che gli altri non abbiano il coraggio di dirle, dimostra la stessa mentalità del bambino di due anni che non capisce perché anche gli adulti non facciano i loro bisogni in pubblico.
Luttazzi è un odiatore, non un autore satirico. Si rese famoso facendo attaccare Berlusconi da Travaglio, in televisione, e la trasmissione che avrebbe dovuto essere divertente fu solo calunniosa. Questo signore dovrebbe cambiare mestiere e smettere di credere di essere il solo capace di dire “cacare” in televisione: questo anche un bambino di quattro anni saprebbe farlo. Sarebbe bene se ne convincesse.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 dicembre 2007


Un piccolo grande uomo che fa paura 
È sconfortante vedere Bertinotti chiudere la Camera al XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, per la sua visita in Italia. ''La Camera è chiusa alle celebrazioni'', questa la scusa addotta dal Presidente della Camera. Il motivo lo sappiamo: paura di rappresaglie diplomatiche da parte della Repubblica Popolare Cinese (uno stato che cresce economicamente grazie ad un lavoro quasi schiavile, e dove vengono eseguite mille condanne capitali l'anno): è la solita storia, la solita italica paura per la pecunia che ci ha fatto piegare la schiena dinanzi a tiranni come Gheddafi o agli sceicchi che volevano le spiagge ''divise'' per le donne. È sconfortante se la si paragone con la decisione tedesca ( ''in casa mia invito chi voglio'' così Angela Merkel all'arrogante Cina) o alla coraggiosa decisione americana di concedere a questo monaco la Medaglia del Congresso.Ma quello che sconforta è vedere come i rivoluzionari violenti siano sempre preferiti a quelli non violenti. Il Dalai Lama non predica l'odio ( ''un buddhista non odia nessuno'' sono parole sue) nonostante abbia visto la sua gente massacrata e lui stesso sia stato scacciato dai vandali maoisti. Il Dalai Lama è a capo di una rivoluzione non violenta di cui abbiamo visto alcuni frutti in Birmania.Ma la commozione per i monaci birmani sembra passata. Il Dalai Lama, il rivoluzionario del non-odio, sembra rifiutato da coloro che non disdegnano di stringere le mani insanguinate dei rivoluzionari violenti come Nasrallah, di coloro che vorrebbero stringere accordi con gli assassini di Hamas, di coloro che si ostinano a richiamarsi all'ideologia di Lenin, l'impiccatore di borghesi ai lampioni di San Pietroburgo, o di ''el Che'' istitutore di campi di concentramento come e dello stesso Mao, il massacratore del popolo del Dalai Lama ( nonchè l'uomo che ha causato il più gran numero di morti nella storia: dai 50 ai 70 milioni stimati).Perchè si vogliono stringere le mani dei rivoluzionari violenti, perchè questa voglia di sdoganare hamas ed hezbollah, questo giustificare il terrorismo, quando poi si chiudono le porte in faccia ad un piccolo grandissimo leader spirituale? Perchè si preferiscono i predicatori di odio islamisti al predicatore di non-odio buddhista? La solita, maledetta paura: paura della Cina, paura degli islamisti, paura di tutti coloro che minacciano.La storia di Pilato che condanna Gesù per paura di Barabba.La storia dirà quanto fu vergognoso stringere le mani di hamas e non quelle del Dalai Lama.

Magdi Allam del Corriere della sera.

LO SCONTRO SULL’AUTOSTRADA
Anche le minacce al governo si possono vedere da un punto di vista umoristico
In termini espliciti, ha cominciato Dini: “O fate come dico io o cade il governo”. Poi molti l’hanno seguito. Di Pietro oggi certifica che “la maggioranza politica non c’è più” e auspica che “la prossima sia una coalizione del fare fondata sullo stesso programma e non sulla logica dello stare insieme contro qualcuno”. Il particolare cui non sembra badare è che questa coalizione non avrebbe in nessun caso la maggioranza in Parlamento. Ma sono piccolezze.
Non manca la senatrice Binetti, che ha già votato contro il governo: ma questa senatrice l’abbiamo in condominio col Vaticano.
Lasciamo da parte le dichiarazioni di Willer Bordon per passare al senatore Cossiga che, estroso come sempre, ha salvato il governo spiegando: “Io ho votato nell’interesse del paese, non a favore del governo”. Traduzione, se non abbiamo capito male: il governo è nocivo, ma nell’interesse del paese non deve cadere. Perché senza questo governo il paese starebbe meglio? Forse – azzardiamo un’ipotesi disperata – Cossiga ha salvato Prodi perché male informato. Dice Mark Twain: “Adam was but human--this explains it all. He did not want the apple for the apple's sake, he wanted it only because it was forbidden. The mistake was in not forbidding the serpent; then he would have eaten the serpent”. Adamo era soltanto umano, e questo spiega tutto. Non desiderava la mela per la mela stessa, la voleva soltanto perché era vietata. L’errore fu quello di non vietare il serpente, perché in tal caso avrebbe mangiato il serpente”.
Nel coro non manca neppure il ministro Mastella. Questo signore è una sorta di specialista del grido “al lupo!” ma stavolta pare faccia sul serio:  “Se non viene ritirato l’emendamento sull’omofobia sarà crisi di governo”. A questo punto Giordano, il segretario del Prc, esclama: “ci vuole coraggio ad affermare questo: rimango basito”. Il Prc rimane basito. Nientemeno. E allora bisogna andare un po’ indietro nel tempo.
Per chi ha la memoria corta, come si diceva, con le minacce al governo ha cominciato Dini. In realtà, a parere di tutti, il governo Prodi è stato ipnotizzato a lungo dalla sinistra estrema e per molti mesi ha ceduto ai suoi ricatti. Tanto che alla fine altri membri della coalizione da un lato si sono stancati, dall’altro hanno deciso che avevano imparato la lezione. Quando Fosbury inventò il salto in alto di spalle, molti l’avranno giudicato non ortodosso: ma vedendo che in quel modo si vinceva la gara, alla fine il metodo è stato adottato da tutti. Nella politica italiana, le cose vanno anche peggio, cioè in modo simile ad un gioco cretino che anni fa facevano i giovani americani: due automobili si andavano incontro a velocità e perdeva chi si scansava per ultimo. Ovviamente, se si punta sull’istinto di conservazione dell’altro, è fatale che si finisca col perire tutti e due.
Dicono che i lupi si battano fra loro ma non si uccidano mai. La specie ne soffrirebbe. Ma questo non vale per scorpioni ed altre bestie meno intelligenti.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -8 dicembre 2007

IL SECONDO MESTIERE
Tanti, tanti anni fa, mi ritrovai naufrago in un’aula di Corte d’Assise di Caltagirone. Il processo era per fratricidio e fu data la parola all’accusa. In quel locale scalcinato, simile ad un deposito di granaglie, si alzò a parlare il sostituto procuratore, tale Buttà, e subito mi straziò le orecchie: un accento siciliano da spaccare le pietre. Da analfabeta. Da bifolco. “E devo stare a sentire questo qui!” mi dicevo. Eh sì, dovevo proprio stare lì. Tuttavia, dopo pochi minuti, abituandomi a quei suoni barbari, incominciai a notare la vigoria dei ragionamenti. La penetrazione delle analisi. La finezza psicologica di quell’uomo brutto e grossolano. I miei occhi e le mie orecchie smisero di funzionare per lasciare campo libero al cervello e fui incantato dal sapore di verità, dalla passione per una giustizia vera e non vendicativa, che si sentiva nelle parole di quell’accusatore. Non ignorava nessun fatto e non chiedeva il perdono per il colpevole, ma ne sposava con accenti dolenti l’umanità ed osava parlare di “Abele che uccide Caino”: infatti era stata il fratello succubo, e maltrattato per anni, che alla fine aveva ucciso il suo tormentatore. Buttà il contadino ricordava Sofocle: la semplicità delle parole unita alla tragica grandezza del dolore umano.
Indimenticabile fu anche il proverbio che egli citò in dialetto: “Di’ mi ni scanza d’a livata di l’omu bonu”, “Che Dio ci protegga dall’insorgere (il levarsi) dell’uomo buono”. Nel senso che chi ha lungamente sopportato – per debolezza, per bontà, o perfino per semplice spirito di tolleranza – può avere accumulato una tale carica di rabbia da divenire un’insospettabile furia.
In politica, parlare di bontà e di tolleranza è fuor di luogo. Ognuno fa i propri interessi e ogni altro criterio non ha corso legale. Ma anche la grande politica cammina sulle gambe degli uomini e per capirla bisogna a volte scendere al livello interpersonale. Questo può aiutare a capire oggi Berlusconi e domani Prodi.
In Italia il Presidente del Consiglio non ha sufficienti poteri. È solo un primus inter pares. Passa la maggior parte del suo tempo a mettere pezze, a mediare, a cercare compromessi. Senza dimenticare che, nei ritagli di tempo, deve anche governare il paese. Una fatica massacrante. Berlusconi, per giunta, avendo una personalità straripante, proiettava un’ombra gigantesca e dunque i suoi alleati, mentre collaboravano, mentre magari obbedivano, scalciavano di brutto: spesso in pubblico, costantemente in privato. Potevano permettersi tutte le intemerate perché, tanto, a tenere in piedi la coalizione di governo doveva pensarci il Capo. Berlusconi – come si vede oggi - per anni ed anni ha incassato sgarbi, ricatti e ingratitudine.
Né diversamente vanno le cose per Prodi. Il Professore si trova nella stessa posizione di Berlusconi con l’aggravante di non avere dietro di sé un partito e di guidare una coalizione ancor meno coesa. Se dunque l’attuale maggioranza sembra una nave dei folli, non c’è da stupirsi: ché, anzi, l’unica cosa stupefacente è che galleggi. Ma questo lo deve a Prodi. Quest’uomo è notoriamente permaloso e rancoroso ma come Presidente del Consiglio dimostra più pazienza di Giobbe, più diplomazia di Talleyrand, più ottimismo di Pangloss. Ha ricevuto ogni sorta di insulti, da amici e nemici, da politici e non politici, da giornalisti e opinionisti, e non risponde male a nessuno, sparge mitezza, sorrisi, rassicurazioni. Sopporta tutto, da mane a sera, stringendo i denti. Ebbene, se domani, liberato dai doveri che ha imposto a se stesso, il Professore cominciasse a dire il fatto loro a tutti i suoi (ex)alleati, chi potrebbe stupirsene? Sarebbe “a livata di l’omu bonu”.
In fondo è quello che sta facendo Berlusconi. Da capo del governo o della coalizione ha avuto come modello Giobbe; da uomo libero e solo s’è preso come modello Bertoldo e le canta a tutti. Tanto, che ha da temere? O tornerà lo stesso al governo o tornerà alle Bahamas. Dopo tutto, quello del politico, per lui, è solo il secondo mestiere.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 dicembre 2007


LA DECOLONIZZAZIONE, DECENNI DOPO
Oggi, nella sua rubrica quotidiana sul “Corriere”, è stato chiesto a Sergio Romano a che cosa attribuisca, malgrado i molti aiuti ricevuti nel corso degli anni, l’inguaribile, drammatico ritardo dell’Africa sul cammino della prosperità. L’ambasciatore ha così cominciato la sua risposta: “La decolonizzazione fu un processo troppo rapido, dettato dalle esigenze politiche delle vecchie potenze coloniali piuttosto che dalla maturità delle loro colonie. I nuovi Stati si rivelarono immediatamente creazioni artificiali, spesso etnicamente eterogenee, prive di una qualsiasi ossatura politica e amministrativa. Le classi dirigenti si comportarono spesso come bande di predoni, decise a trattare le risorse del Paese alla stregua di ricchezze private”. E ciò che segue nella risposta (http://www.corriere.it/romano/) non è certo meno pesante, nella condanna  politica e morale dei dirigenti locali.
Questo articolo non fornisce per nulla un’inattesa verità. Ché anzi, proprio al contrario, ciò che è notevole è che esso non scandalizza nessuno. Fra l’altro Romano – rimanendo politically correct e nel solco della tradizione – attribuisce la colpa del disastro alle ex-potenze coloniali: Gran Bretagna e Francia, per parlare fuori dai denti. “La decolonizzazione fu un processo troppo rapido, dettato dalle esigenze politiche delle vecchie potenze coloniali piuttosto che dalla maturità delle loro colonie”! Ma Romano dimentica che se qualcuno, in quegli anni, avesse osato dire che i paesi africani non erano maturi per l’indipendenza, sarebbe stato lapidato sulla pubblica piazza. Forse anche da lui. Troppo rapido? Tutti, sul momento, lo dichiaravano in ritardo. Tutti, sul momento, davano la colpa di tutto ciò che di negativo vi era in quelle povere nazioni, alle potenze coloniali. Tutti si aspettavano anzi che, liberate dallo sfruttamento europeo, esse partissero a razzo verso la prosperità, beneficiando finalmente di tutte quelle ricchezze, di cui prima gli europei le depredavano.
Romano ora viene a scrivere – sottolineando una colpa dell’Europa! – che la decolonizzazione fu determinata anche “dalle esigenze politiche delle vecchie potenze”: in altri termini, esse erano stanche di perdere denaro per mantenere un impero di cui non sentivano l’utilità politica. Ma se uno sul momento avesse detto che Francia e Gran Bretagna, lungi dall’arricchirsi, con le colonie, ci perdevano, e facevano loro un favore, nel senso che le amministravano meglio di come poi si sono amministrate da sé, o da un delinquente come Mugabe, quante pietre sarebbe riuscito a schivare, sulla pubblica piazza?
Sergio Romano, e tutti coloro che leggono questo articolo senza sobbalzare sulla sedia, mi ricordano quei comunisti che la verità la riconoscono e l’ammettono sempre. Solo con venti o quarant’anni di ritardo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 5 dicembre 2007


SCOOP
Di sicuro la notizia metterà  in subbuglio il mondo politico. Ecco i fatti.
Mentre, nella mattinata di ieri, una riunione segretissima convocata tra Berlusconi e Fini, per discutere della situazione politica venutasi a creare con la chiusura della CdL e l'apertura del nuovo partito dei moderati e dei liberali,  sarebbe andata  malissimo, in serata -sotto i buoni auspici di Gianni Letta- si è organizzato un incontro riparatore.
Luogo dell'incontro il Gay Village di Roma. Come possiamo documentare,  (foto, ag. Coronas,  in esclusiva),   occhi indiscreti hanno carpito indiscutibili immagini della pace siglata tra Berlusconi e Fini.
Da ambienti della capitale sembrerebbe che la pace lettiana riguarderebbe il chi prende e chi da. Rimane da capire se la cosa, comunque dolorosa,  sarà a carico di Berlusconi o Fini. 

(cp, 05-12-2007)


E' nato "Caffè del Teatrino",  il fratello minore di Capperi.net





ADORO IL CONFLITTO D’INTERESSI
C’era una volta un bambino molto povero che soffriva spesso di un eccesso di appetito e certo non passava l’inverno senza sentire freddo. Ma non si lamentava. Il maestro, in classe, spiegava a tutti che ognuno deve cercare di essere felice nella condizione in cui Dio l’ha posto. E se questo diceva il maestro, s’immagini quanto amplificassero il concetto i monaci del vicino convento. Essi insegnavano a Gasparino la salvezza dell’anima a preferenza dei beni della terra, la grande lezione del dolore, il valore dello spirito. Tuttavia, pur apprezzando le parole di tutte queste brave persone, il ragazzino preferiva andare a trovare la servitù del “castello”, come pomposamente chiamavano la casona del riccone del luogo. Costui amava spendere e spandere. Invitava spesso ospiti a cena e avveniva che, dopo le feste, ci fossero dei resti. Gasparino, amico dei cuochi, poteva allora mangiare a volontà bignè, pasticcini, torte e ogni sorta di prelibatezza culinaria. Sperava dunque sinceramente che il buon Dio mandasse in paradiso quei bravi monaci ma sperava soprattutto che non facesse venir meno la prosperità del riccone.
I religiosi gli facevano notare come il ricco fosse una persona spregevole. Pensava solo al denaro, ai lussi, ai piaceri. Non pregava, non si occupava di Dio, non faceva abbastanza beneficenza. In particolare non aveva dato nulla al convento. Non era una persona da prendere a modello, dicevano, e Gasparino gli dava ragione: ma uscendo dal convento passava dalla casa del ricco per chiedere se ci fosse qualcosa di buono da mettersi sotto i denti. Sarà stata una persona da non prendere a modello, quel ricco, ma in cuor suo Gasparino gli augurava di guadagnare ancora di più. E di dargli ancor più spesso da mangiare.
Dovendo giudicare i monaci da un lato e il ricco dall’altro, il bambino pensava che i primi vivevano in assoluta aderenza ai principi del bene, mentre il secondo, per quanto riguardava la salvezza dell’anima, era in conflitto d’interessi. Avrebbe voluto il paradiso ma si occupava soprattutto di godersi la vita. E Gasparino non poteva nascondersi che, mentre le parole dei monaci non avevano una sola volta calmato la sua fame, le feste del “castello” erano una benedizione. Se avesse dovuto votare, avrebbe votato per il gaudente. Il ricco era in conflitto d’interessi col bene supremo, ma anche Gasparino lo era, nel suo piccolo.
Dai politici non bisogna attendersi né un disinteresse che non hanno neppure i più umili cittadini, né un’onestà al di sopra della media. La loro sincerità non può essere superiore a quella di tutti quelli che hanno sussurrato, alla moglie al telefono: “Digli che non ci sono”. I politici non sono migliori dei cittadini medi; anzi, se Machiavelli non ha sognato, sono largamente peggiori. Ecco perché credere alle loro parole, agli ideali che essi indicano, ai loro proclami di dedizione al bene pubblico, è peggio di un’ingenuità. È una forma d’imbecillità. Dovendo scegliere un politico cui dare il proprio voto bisogna guardare non a ciò che dice ma ai suoi interessi: coincidono con i nostri o no? Gasparino aveva più interesse a mangiar bene che ad andare in paradiso, soprattutto prima di avere compiuto dieci anni. Per conseguenza “votava” per il ricco. Costui certo non dava feste solo perché il bambino mangiasse i resti, ma il suo interesse e quello di Gasparino erano convergenti.
Il moralismo in politica è ozioso e spesso nocivo. Se un Diliberto è per l’uguaglianza, per il pianto dei ricchi, per la “salvezza dell’anima marxista” anche se per questo il mondo diviene meno prospero, avrà magari un alto modello etico-politico. Ma il liberale voterebbe per un altro. Nessuno era, soggettivamente, più morale e disinteressato del Savonarola, ma quel monaco era da evitare come la peste. Persino la Chiesa se ne accorse e lo bruciò.
Il liberale è per chi, seguendo i propri interessi, è per lo Stato leggero, per la tassazione bassa, per la libertà. Perfino per il denaro e il divertimento.  Andrà all’inferno, lo sa. Ma non si può aver tutto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 4 dicembre 2007


PUTIN E STALIN
Molti giornali, nell’annunciare la vittoria a valanga di Putin nelle elezioni russe, si affannano a dire che esse sono state irregolari e viziate da brogli. Il che può anche essere vero: i brogli non sono rarissimi e quella russa è una democrazia molto giovane. Ma è giusto chiedersi se il fatto sarebbe significativo.
 1) I brogli sono importanti quando spostano l’ago della bilancia: ma l’ago, appunto, dev’essere al centro. Se si ha una vittoria a valanga è chiaro che i brogli non sono necessari e sono ininfluenti. Vale la pena di barare per avere il 51% quando si rischiava di avere il 49%. Se invece si ha già una maggioranza confortevole, barare sarebbe tanto stupido quanto inutile. I risultati corrispondono alla volontà del popolo russo.
 2) Se invece si sostenesse che la vittoria a valanga è il frutto dei brogli, bisognerebbe ipotizzare la connivenza di centinaia di migliaia di presidenti di seggio, di scrutatori e perfino di elettori. Milioni di persone. E questa connivenza dimostrerebbe che Putin ha la maggioranza nel paese. E allora, ancora una volta, a che servirebbero i brogli?
 3) Una riprova si ha chiedendosi semplicemente: chi avrebbe vinto, senza i brogli? Perché se non si è in grado di indicare un concorrente valido, uno che senza quei brogli avrebbe vinto, si sta parlando a vanvera. Putin può non essere simpatico a noi, ma è simpatico all’elettorato russo e tanto basta.
 4) L’atteggiamento supercilioso nei confronti delle imperfezioni delle altre democrazie è poco utile. Non tutti hanno tradizioni che risalgono alla Magna Charta. Oriana Fallaci e l’Europa tutta erano felicissime di criticare aspramente lo scià di Persia e non badavano al fatto che, secondo Rehza Pahlavi, l’Iran non era la Svizzera. Furono felici quando cadde: peccato che fu sostituito dall’attuale teocrazia degli ayatollah. L’ottimo è proprio nemico del buono.
Un appunto speciale meritano i giornali di sinistra. Finché la Russia fu sovietica, furono disposti ad accettare per buone le elezioni in cui i leader del partito comunista ottenevano il 99% e passa dei voti. Ora invece rivedono le bucce alla Russia democratica: criticano la minigonna della ragazza per bene mentre un tempo assolsero la prostituta. A Putin imputano ogni nequizia mentre Stalin lo dichiaravano benefattore dell’umanità. Meriterebbero Stalin.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 3 dicembre 2007


FINI E IL LEONE DELLE FALKLAND
«Voglio dire agli amici del centrodestra che la posizione di An è chiara: noi non voteremo mai una legge elettorale che lasci i partiti con le mani libere. La pregiudiziale è quella di indicare le alleanze prima del voto. Dico rendere obbligatorio e non lasciare possibili le alleanze: si tratta di una sostanziale differenza». Così Gianfranco Fini. Che poi esplicita: “Non si può tornare a un’epoca in cui i partiti facevano le alleanze dopo il voto”.
Le alleanze tra partiti obbligano ad un vincolo di solidarietà. Le campagne elettorali devono essere svolte senza differenziarsi troppo e concordando un programma che non sottolinei le eventuali divergenze. All’elettore si propone un blocco unico, con partner immutabili, le cui intenzioni sono chiare. È ovvio che, nell’azione di governo, ogni partito cercherà poi di tirare la coperta dalla sua parte: se così non fosse, non si vedrebbe il perché della loro esistenza stessa. Il vantaggio dello schema è però che si smorza la concorrenza e si dà ai più piccoli una garanzia di partecipazione al governo. Essi avranno anche la possibilità di dire la propria su tutto: infatti non appena si costituisce una coalizione tutti si riempiono la bocca della pari di topo ed elefante, in quanto mammiferi. Il vincolo di coalizione somiglia dunque al matrimonio. Dà una grande sicurezza e, proprio a causa di questa sicurezza, fa sì che a volte si infliggano al coniuge sgarbi che non si infliggerebbero agli amici. È quello che è successo nella Casa delle Libertà. Gli alleati hanno trattato Berlusconi con l’eccessiva disinvoltura che si ha nei confronti delle persone che non potranno rinnegarci mai: ed è saltato il vincolo.
Oggi è come se Fini confessasse che Berlusconi è un tale “buon partito” che un pretendente lo trova sempre. Non solo potrebbe attrarre una parte degli elettori che prima votavano per Fini, e lo abbandonerebbero vedendolo isolato; non solo potrebbe attrarre quegli elettori della fu-Margherita che non si sentono a loro agio nell’alleanza con i comunisti; ma soprattutto potrebbe dire (come lo stesso Veltroni): “O fate come dico io o mi alleo con il grande dirimpettaio. Anche a lui i suoi piccoli alleati stanno dando il fastidio che voi date a me”. Con le mani libere, Berlusconi e Veltroni non solo possono fare propaganda, rispettivamente, contro An e contro i comunisti, ma addirittura, dopo le elezioni, minacciare la Große Koalition. E perfino attuarla. In caso di vittoria, il Pdl potrebbe non imbarcare An nel governo o imbarcarla solo se si adegua ad un programma non preventivamente concordato: una resa senza condizioni. Ecco perché Fini vorrebbe l’alleanza prima delle elezioni e oggi ha l’aria di minacciare (“non voteremo questa legge!”): in realtà cerca di chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti. Che paura si può avere di lui se (quanto meno per la legge elettorale) è in vista un accordo con un Pd, insieme col quale si disporrebbe del sessanta per cento dei senatori?
Né è detto che sia stato abile Casini, quando si è tanto speso per una modifica bipartisan delle legge elettorale. Prima ha avuto l’aria di rimproverare a Berlusconi l’eccessiva chiusura nei confronti del centro-sinistra e oggi che Berlusconi ha aperto al Pd, ecco che deve constatare la propria irrilevanza. Come una moglie che civetta con gli altri uomini perché sicura della propria posizione mentre poi il marito la lascia scappa con un’altra. Lei faceva la mossa, lui faceva sul serio.
Sempre che questi ragionamenti siano validi, le parole di Fini fanno sorridere. Non bisognava tirare la corda fino a spezzarla. Non bisognava dare Berlusconi per morto. Casini e Fini si sono comportati come quei generali argentini che, sicuri che il leone inglese fosse ormai sdentato, invasero le isole Falkland. Il risultato fu una guerra in cui perdettero migliaia di uomini, un grande incrociatore e il loro potere. Forse il leone non è il re della foresta, sia perché vive nella savana, sia perché eventualmente il regno lo condivide con l’elefante: ma lo stesso non è igienico tirargli la coda.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 dicembre 2007


Suvvia, Condoleeza!
In questi giorni si leggono solo analisi sul summit di Annapolis, qualcuno lo chiama persino "summit per la pace", c'e' chi e' a favore, c'e' chi e' contro, c'e' chi e' ottimista e chi vede tutto nero.
Siccome io sono dell'idea che tutto finira' come le infinite altre volte, cioe' senza risultati se non tanti soldi per i palestinesi che hanno appena chiesto ai paesi donatori altri 5 miliardi e mezzo di dollari, preferisco informarmi sui retroscena del summit, e' piu' divertente e da l'idea di chi sono gli arabi che hanno accettato l'invito di Bush e anche di cosa stia cambiando nella politica degli USA mentre si avvicinano le elezioni.
Le discriminazioni nei confronti di Israele sono evidenti fin dal primo giorno: l'albergo che ospita gli israeliani non ha nemmeno una bandiera, gli alberghi che ospitano palestinesi e delegazioni arabe sono letteralmente ricoperti delle bandiere delle nazioni presenti.
I sauditi e il mondo arabo hanno posto un diktat subito eseguito dagli USA, cioe' entrate separate per gli ebrei, sale separate per gli ebrei, divieto alle telecamere di riprendere il pubblico arabo presente durante il discorso di Olmert.
Insomma ad Annapolis dove il clima dovrebbe essere calmo e disteso e decentemente amichevole, visto che il summit e' stato organizzato per dare l'avvio a colloqui di pace...pac....pa....p..., gli arabi sono riusciti a creare una situazione di apartheid nei confronti di Israele, simile alla politica dei loro paesi dove nessun ebreo puo' mettere piede.
Nessun arabo da la mano a un israeliano, nessun israeliano deve avvicinarsi alle delegazioni arabe, un giornalista che il primo giorno del summit, ignaro dell'apartheid imposta, si era avvicinato sorridendo ammiccante ai sauditi, era stato poco gentilmente allontanato a spintoni e urla.
Mannaggia, eppure doveva essere un summit per iniziare un dialogo di p....p......pa....pace!!!!
Ma quando mai!
Come li chiamava Oriana Fallaci? Figli di Allah? Io sarei meno gentile perche' hanno stufato, perche' hanno letteralmente rotto le scatole, perche' sono dei fetenti, perche' l'unica cosa che vogliono non e' la pace, ne' relazioni diplomatiche con Israele ma vogliono questo pezzo di terra, vogliono questi 20.000 kilometri di civilta' e cultura, di coltivazioni e giardini per ridurla a deserto, pascolarvi i loro cammelli e introdurre la legge della sharia.
Questo e' quello che vogliono e il governo Bush a pochi mesi dalla fine del mandato incomincia a dargli corda quindi dobbiamo sentire, inorriditi, Condoleeza Rice dire:
" Lo so cosa significa non potervi muovere liberamente perche' siete palestinesi, io capisco la vostra umiliazione"

Ma come, figlia di Abramo Lincoln, ma come, lei mette la fu segregazione razziale americana sullo stesso piano delle misure di sicurezza prese per difendersi da una popolazione da cui escono i kamikaze, che appoggia la politica del terrore, che considera eroi gli assassini di ebrei, che sciama per le piazze e per le strade ballando per ogni bambino ebreo ammazzato!
Ma come, Condie, lei ha osato obbligare il Ministro degli esteri di Israele ad entrare nella sala delle riunioni passando dalla porta di servizio per non offendere la sensibilita' di quei beduini grondanti miliardi anche dai buchi del naso.
Pochi giorni prima dell'inizio del summit, Fatah (non hamas) aveva ammazzato Ido Zoltan, solo perche' era un ebreo, non aveva fatto niente, andava per la sua strada.
Come ringraziamento Israele ha promesso la liberazione di altri 429 prigionieri palestinesi che verranno mandati a casa lunedi' e ha tolto 24 check point.
Condoleeza, trovo molto disonesto e vigliacco usare Israele per guadagnare i voti dei milioni di arabi e islamici americani alle prossime elezioni.
Il documento diffuso ad Annapolis contiene addirittura la promessa che Israele e OLP saranno uniti "per diffondere la cultura della pace e della non violenza ..."
Ma chi ha scritto questa porcheria? Ma gli israeliani che l'hanno letta non si sono rotolati per terra dalle risate? Ma e' una barzelletta?
Mentre succedeva tutto questo, mentre la pagliacciata di Annapolis arrivava al culmine, la Televisione dell'Autorita' Palestinese, cioe' l'ANP, cioe' Mahmud Abbas, programmava qualcosa di serio, finalmente, presentando la mappa di Israele con i colori della bandiera palestinese e un nuovo videoclip in cui si vedevano le madri palestinesi cantare ai loro pargoletti "noi libereremo ogni citta' perche' sono tutte arabe e l'identita' araba vincera'"
e ancora:
" da Gerusalemme ad Acco, da Haifa a Gerico e Gaza a Ramallah, da Betlemme a Jaffo, da Beer Sheva a Ramle, da Nablus alla Galilea, Da Tiberiade a Hebron".
Ecco Miss Rice, ecco signore e signori, queste sono le citta' che i palestinesi libereranno, le citta' di Israele .
Altro che cultura della pace e della non violenza, loro non sanno nemmeno cosa sia la pace. Ma sapete di chi state parlando voi laggiu' in America? State parlando di gente che strappa le budella al nemico , che mette al muro civili israeliani solo perche' sbagliano strada e li fucila, che usa la menzogna per mettere il mondo intero contro l'unica democrazia del Medioriente. State parlando di gente che non esita ad ammazzare i suoi stessi fratelli per il potere.

Che pace? Che non violenza? ma siete impazziti?
E la sa un'altra cosa Miss Rice? Dopo aver chiesto i 5 miliardi e mezzo per rifarsi il trucco, Mauhmoud Abbas, il moderato, ha nuovamente negato a Israele il diritto di esistere come stato ebraico!
Certamente che lei le sa queste cose, Condoleeza, lei era la' ma evidentemente non gliene potrebbe fregar di meno sempre secondo quella santissima verita' che recita "Dagli amici ti guardi Iddio che dai nemici mi guardo io".
E cosi', come aveva tentato di fare Clinton, adesso anche Bush col suo segretario di Stato pensano di sacrificare Israele alla ragion politica.
A questo punto chiunque abbia un po' di sale in zucca si chiede "Ma cosa sono andati a fare a Annapolis?"
Beh, gli israeliani sono andati a farsi offendere dai beduini miliardari nella speranza di aprire l'ennesima porta alla pace e al dialogo.
Complimenti, cosa vi devo dire? .
Gli arabi sono andati per dimostrare al mondo che i padroni sono loro!
Complimenti anche a loro perche' sono i piu' furbi, come tutti i perfidi.
E il governo USA li ha ospitati nel tentativo di rafforzare la figura del presidente.
Complimenti vivissimi e complimenti soprattutto a noi israeliani che abbiamo ancora lo stomaco per sopportare tutto questo senza vomitare.
Intanto, in Italia, per aggiungere perfidia a perfidia, Massimo D'alema, proprio il 29 novembre anniversario della risoluzione ONU 181 che decretava la fondazione del moderno Stato di Israele, e' andato a tener compagnia ai palestinesi che celebravano"La giornata internazionale di solidarieta' con i diritti dei palestinesi" e a farsi fotografare, con la kefia al collo, accanto al trafficante d'armi e filoterrorista Hilarion Capucci.
"Voi sapete che io sono un amico storico dei palestinesi" ha dichiarato il Massimo nazionale alla platea di arabi, palestinesi e comunisti innamorati del terrorismo contro Israele.
Cavolo se lo sappiamo e lo sa molto bene anche il nostro fegato!
Hilarion Capucci arrestato da Israele per traffico d'armi, trovato con le mani nella vaso della marmellata e il bagagliaio della sua bianca Mercedes pieno di armi, liberato dopo che il Vaticano aveva promesso di sorvegliarlo...ahahahaha.... infatti e' libero come un fringuello, partecipa da anni, in Italia, a manifestazioni contro Israele, famosissima quella di alcuni anni fa, a Roma, fa in cui il prelato marciava accanto a criminali travestiti da kamikaze .
Personaggino ad hoc per D'alema, appassionatamente innamorato dei peggiori terroristi e loro amici, da Arafat a Ocalan, da Nasrallah a Capucci, appunto.
Aggiungiamo a tutta questa desolazione anche le ong italiane che,con il forum Palestina, amici di chiunque sia contro Israele, hanno preparato per tutto il 2008 una quantita' industriale di manifestazioni per "due popoli, uno stato".

Insomma, par di capire che non ci vogliono.
Par di capire che questo piccolo stato, questa meraviglia, questo diamante incastonato nella sabbia che gli ebrei hanno creato con amore e la speranza di poter finalmente vivere in pace, gli dia proprio tanto fastidio.
Ma nel nostro inno nazionale sta scritto:
"Lihiot Am hofshi' be Arzeinu"
che significa
"essere Popolo libero nella NOSTRA TERRA".
Nostra perche' l'abbiamo amata e invocata mentre ci costringevano all'esilio, nostra perche' abbiamo sfidato il mondo intero per ritornarvi, nostra perche' l'abbiamo ricomprata da chi preferiva i soldi alle dune di sabbia, nostra perche' l'abbiamo coltivata con amore e disperazione rendendo ogni duna un giardino, nostra perche' l'abbiamo difesa da ogni guerra col sangue dei nostri figli.
Arzeinu, Terra nostra.

Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com


PDL-PD
Un mare di commenti sull’incontro Berlusconi-Veltroni. Cento modi di dire “non ne sappiamo niente”. E questo corrisponde al fatto che o quei due non si sono detti nulla d’importante o non ce l’hanno fatto sapere.
Molti considerano vera, grande notizia lo “sdoganamento” del Cavaliere non più nero ma frequentabile. A parte il fatto che questa “rivoluzione copernicana” potrebbe essere ribaltata da un giorno all’altro, magari accusando Berlusconi di qualche inedita nequizia (ammesso che ne esistano di inedite), Veltroni avrebbe fatto un pessimo affare. Il centro-sinistra di antiberlusconismo vive dalla primavera del 1994: perché uccidere la gallina dalle uova d’oro?
Neanche ciò che sembra ovvio è ovvio. Ma forse l’esperienza rende scettici anche riguardo alla mitezza dei conigli.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 1 dicembre 2007


LA CLONAZIONE
Galli della Loggia (Corriere della Sera, 16/11/2007) riprende la notizia della clonazione di una scimmia adulta; dunque di un primate; dunque quasi di un uomo; e si mostra molto allarmato. Non basta che gli si dica “Nessuno attenterà alla vostra preziosa identità umana” , come lui stesso ipotizza. Infatti risponde: “E già: come se potessimo avere ancora la medesima identità, come se questa potesse essere ancora quella di prima, significare ciò che significava prima, quando un laboratorio custodisce il segreto per fare esistere un altro noi, quando c'è un nostro clone che paziente aspetta la sua ora”.
Andare contro queste parole è doppiamente difficile. Perché Galli della Loggia è una firma ben nota e perché ciò che dice va nel senso dei pregiudizi correnti. Sicché, per essere immediatamente applaudito dai più, non ha bisogno né di essere logico né di essere intelligente.
La clonazione umana è qualcosa di ben diverso da ciò che s’immagina. Se si fa nascere un bambino con il mio stesso Dna, sarà un altro me stesso, ma solo geneticamente. Sarà un gemello omozigoto in ritardo di trent’anni. Ma non sarà me. Non più di quanto un gemello omozigoto sia suo fratello. Se no avrebbe avuto ragione quel tale (Mark Twain?) che diceva: “Io ho avuto un fratello gemello assolutamente uguale a me. Nemmeno nostra madre riusciva a distinguerci. Eravamo talmente identici che quando uno di noi due è morto, non ho ancora capito se è morto lui o se sono morto io”.
Se oggi venisse al mondo un bambino col Dna di qualcun altro, sarebbe un bambino nato nel 2007. Arriverebbe in un mondo diverso, avrebbe esperienze diverse, amici diversi, condizionamenti diversi e, in totale, un’altra vita. E che gliene importerebbe di avere lo stesso Dna di uno che nel frattempo, magari, è morto? Ce ne importa proprio tanto di sapere che metà del nostro Dna apparteneva a nostra madre?
La clonazione alletta alcuni perché credono, con essa, di “non morire”. Ma è un errore. Un uomo, quando pensa a se stesso, pensa alla memoria di sé. A ciò che è stato, a ciò che ha fatto, a ciò che ha vissuto. “Se mi facessero rinascere col mio stesso Dna ma senza la memoria del mio passato, io, quello che sono oggi, sarei definitivamente morto”. La clonazione non corrisponde all’immortalità. In questo senso è assurda esattamente quanto lo è la metempsicosi.
C’è solo un caso, che potrebbe essere interessante. Se si potesse clonare Mozart, i bambini (meglio non correre rischi e fare più copie) avrebbero, come capacità musicali fisiche, quelle stesse di Amadeus. Per esempio l’orecchio assoluto. Ma non è detto che basterebbero. Comunque si potrebbe sempre tentare, dando loro una buona educazione musicale: sarebbe lecito sperare che si possano avere altri capolavori come quelli dell’inarrivabile salisburghese. Questo è empio? Può darsi. Ma molti innamorati della musica, leggendo queste righe, direbbero: “Magari!”.
Purtroppo, di quel genio divino non abbiamo neanche le ossa. Non ci rimane che clonare Galli della Loggia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  novembre 2007

Mollichine
Gip archivia l’inchiesta per offese alla Madonna, nella mostra “la Madonna piange sperma”. Non c’è reato. Ma è reato sperare che lo pianga anche quell’ “artista” ?

“Teheran consegna progetti di testate nucleari all’AIEA. Sostiene di esserne venuta in possesso per caso”. Speriamo che le fotocopie siano chiare.

Di Pietro: “Berlusconi? Forse il vero ectoplasma è lui”. Che trovata! Che inventiva! Che umorismo!

Prc vota la fiducia al governo, “Ma è l’ultima volta!” Come disse, con piglio severo, la donna al suo violentatore.

Gianni Pardo


RIINA FOR PRESIDENT
Per capire gli ultimi avvenimenti non è necessario essere dei politologi. Basta avere un po’ di fantasia ed immaginare una favoletta.
Alcuni amici volevano andare in gita. Disponevano di un’automobile ed erano pronti a partire quando uno di loro, che disponeva della chiave dell’antifurto, disse che era disposto ad usarla a condizione che si andasse sul Lago di Garda. Un altro possedeva la chiave dell’accensione ma anche lui era disposto  ad usarla solo se si andava sul Lago Maggiore. Come risolvere la questione? Le possibilità erano tre: o si andava da una parte, o si andava dall’altra, o si rinunciava a tutto. E poiché nessuno era disposto a cedere, per i due il problema divenne: “Che cosa preferisco, in fin dei conti, andare a casa o andare in gita dove dice il mio avversario?”
A proposito del welfare la vittoria di Dini non significa affatto che abbia prevalso la ragionevolezza. Della ragionevolezza - come di qualunque altra cosa - Prodi s’impipa sovranamente: a lui interessa soltanto rimanere a Palazzo Chigi. Dunque si è chiesto: chi, dei due, fa più sul serio? In passato ha avuto più paura dell’estrema sinistra che degli altri, stavolta ha capito che Dini era realmente disposto a far cadere il governo e dunque ha posto la fiducia sulla sua tesi. Non ha neanche sbagliato il calcolo: posti dinanzi all’aut aut - o abbassare la testa o andare a casa - i comunisti hanno abbassato la testa. Ovviamente hanno protestato ed hanno promesso il peggio per il futuro, ma intanto si sono arresi.
Il significato di tutto questo è che la molla ultima dell’attuale politica non sono né i programmi, né il bene dell’Italia né le varie ideologie sociali ed economiche: è semplicemente la permanenza al potere. Per questo, paradossalmente, comanda chi è disposto a rinunciarci. Se Dini ha vinto è perché è stato disposto a perdere il potere, mentre se i comunisti hanno perso è perché non sono stati disposti a rinunciarci.
L’Italia è governata in base a questi principi politici. Se domani il potere di ricatto maggiore l’avesse Riina, l’Italia sarebbe governata da Riina.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28 novembre 2007


TRAMONTE…RAI
Chiariamo un punto in premessa: a me Celentano non piace. Possono piacermi molte sue canzoni, ma il suo sermoneggiare, alternando polemici silenzi e costruendo quell’alea di mistero supremo sul suo personaggio e sulle sue idee non è stata mai degna di considerazione neppure quando era ritenuta importante da tutti (ovvero fino a RockPolitik), politici e politicanti in primis, che addirittura commentavano il programma e poco ci mancasse che non ci costruissero sopra disegni di legge e scandali. Questa volta non ne parlerà nessuno e non perché i vari politicanti non siano tentanti di farlo, ché la maturità della nostra classe politica è invariata, ma perché nessun politico potrebbe svenarsi per qualcosa che non è piaciuto neppure alla gente, neppure alla Rai, sebbene ci sia da battere proprio su questo punto. A Celentano, che pure stavolta ha avuto il merito di aver rispettato gli orari, in barba al più mamma santissima di Vespa e di aver creato una scena originale con ospiti scelti (Ludovico Einaudi, Stefano Di Battista, Carmen Consoli) è andato tutto male. La gente, abituata ormai a baracconi che coprono prima, seconda serata e palinsesto notturno ha subito messo in confronto il suo compenso con il tempo di lavoro, come se Celentano fosse un lavoratore a progetto; il suo tormentone “la situazione non è buona…” non ha preso come “rock/lento”; ha toppato sulla politica a sinistra ed a destra, nel primo caso elogiando Prodi ed ignorando l’uomo del momento Veltroni, l’uomo della rinascita, nel secondo caso bacchettando le ipotesi sul nucleare (che in Italia non si farà mai più, ma che ormai è diventato un vessillo sterile di intelligenza postuma) e parlando a Berlusconi con apprezzamento senza criticarlo come invece lo stesso leader avrebbe desiderato per lanciare ancora di più il suo partito. Poi c’è il capitolo Rai. Nel giorno in cui Battista nel Corriere affermava l’insulsaggine del canone Rai e Stefano Dell’Arti, in maniera ancora più pungente nella sua rubrica sulla Gazzetta dello Sport spiegava come Celentano costituisse l’ancora di salvezza degli introiti pubblicitari Rai e nel bel mezzo della storia delle intercettazioni, il re non ha mosso un dito per far crollare il castello, anche se poi quello dello share e della pubblicità è crollato con lui. L’eutanasia della Rai ha conosciuto un ennesimo passaggio: il ridimensionamento di Celentano, icona statale, figlio legittimo della Rai, seppur ribelle. Dopo aver bruciato la stagione dei reality, acquistati dalla Endemol o da Magnolia, creazione di network esteri o peggio ancora della concorrenza ed aver ridotto la tv statale a parcheggio del trivio-show, a dimostrazione che non sarebbero servite le intercettazioni per mostrare l’assoluta connivenza Rai-Mediaset, si è giocata la credibilità del buon Mike, invischiato in una brutta storia di Miss ribelli all’anoressia, il sabato sera e la Lotteria Italia, mai così in basso, la credibilità dei tg, diventati miniera di gossip e cronaca nera, l’inaffidabilità della classe dirigenti e dei vari CdA, prima rimossi e poi rimessi ai loro posti di lottizzazione politica. Neppure la pubblicità va a gonfie vele e la Rai si è giocata la carta Celentano, riservandosi solo quella Benigni, nella speranza di far quadrare i conti, altrimenti non sarà solo il canone più salato che potrà rimpinguare le casse di un’azienda che, al pari delle altre pseudo-statali (Alitalia, Trenitalia, ecc.) mischia fallimenti economici e fallimenti di progetto. Una lunga eutanasia, dunque, fino al 2012, anno cui è stata rinviata la trasformazione televisiva completa in digitale e quindi la riforma della tv, che non sarà in qualità ma solo in quantità: più piattaforme digitali alle holding, più canali analogici destinati ad essere sempre più di basso livello, per reti locali e piccoli network che dovranno raccattare pubblicità, mentre il grosso (non il meglio, ma comunque qualcosa di più) sarà interamente sul satellite o sul digitale, cosa che già è accaduta da tempo che già da tempo, al di là di quanto dicano i dubbi dati Auditel, ha sbaragliato soprattutto l’azienda statale. In quegli anni rimpiangeremo il canone che non si pagherà, per piangere invece sui singoli canoni propinati dalle varie tv satellitari, Rai compresa, che però, non ci illudiamo, resterà statale e preda delle voglie dei partiti di turno, mentre serviranno anche sul satellite, leggi per gonfiare gli introiti. Ma è la tv che ci piace…quella dove mangiare di più significa per forza mangiare meglio, anche se le tasche si svuotano ed il cervello si rincoglionisce.

Angelo M. Daddesio