archivio dicembre 2007




























UN COUP D’EPEE DANS L’EAU
La lettera di Dini al Corriere della Sera, che pure ha un aspetto terrificante, rischia di non avere assolutamente alcun effetto. È quello che i francesi chiamano un coup d’épée dans l’eau, un colpo di spada nell’acqua. Il tono generale è quello delle richieste ultimative al governo, compensate da precisazioni che ne annullano il valore. Come chi dicesse: “Non devi mentire, a meno che tu non lo reputi necessario”. Questo non significa che Dini e i suoi amici non faranno cadere il governo, se lo reputeranno opportuno  per i loro interessi personali: ma ben difficilmente lo faranno perché il governo non ha fatto ciò che loro gli chiedevano di fare. Ecco i singoli punti di Dini.
“1. Una decisa azione per la riduzione della spesa pubblica. A partire dall'uscita anticipata di almeno il 5% dei lavoratori pubblici”. La prima frase, essendo generale, non esige nessun impegno concreto. La seconda – al contrario – è tanto seria da essere impossibile da attuare. Il governo si regge sul consenso e non può sfidare, in un colpo solo, tutta la macchina dello Stato, tutti i sindacati e una annosa demagogia. La sinistra non ha permesso il licenziamento nemmeno di chi riscuote lo stipendio e non lavora, figurarsi l’allontanamento di chi ha solo la colpa di far parte del 5% che è antipatico a Dini. Fra l’altro, come determinarla, questa percentuale? E che avverrebbe, una volta che si dovesse passare ai singoli nomi di queste decine e decine di migliaia di persone? Si rischierebbe la rivoluzione e tuttavia – Dini lo dice poco oltre – tutto questo secondo lui si potrebbe fare in sei mesi. Forse ha ragione: la Bastiglia fu conquistata in meno tempo.
“2. Il ridimensionamento delle persone che vivono di politica. A partire dall'abolizione delle Province”. Anche qui, Dini chiede qualcosa d’impossibile. Tutto il castello della politica si regge su queste persone. Dini non ha un partito, dietro di sé, e può permettersi di dire questo e altro: ma i politicanti e i loro amici, oltre ad essere le sanguisughe dello Stato, ne sono anche l’ossatura. E gli stessi partiti dovrebbero fare di sé stessi dei celenterati? Che ne sarebbe poi delle migliaia e migliaia di persone, magari nullafacenti, che hanno un “posto” nelle Province?
“3. Una riduzione del carico fiscale per i contribuenti, secondo un percorso graduale ma annunciato in partenza”. Dini in questa lettera afferma: “Quanto enunciato è un programma minimo che consideriamo imprescindibile e che contiene proposte realizzabili in non più di sei mesi”. Se ne deduce che il governo deve annunciare ed attuare la riduzione fiscale con le tali e tali modalità, entro sei mesi. If you can believe this, you can believe everything (se potete credere questo, potete credere qualunque cosa).
“4. La rinuncia alle centinaia di programmi inconcludenti”. Aria fritta, questa. E poi, come dice il detto, il diavolo si nasconde nei particolari, quando si passa dai termini astratti (“programmi inconcludenti”) a sottrarre la sedia di sotto a qualche titolare di sinecura.
“5. La realizzazione del sistema nazionale di valutazione dei risultati scolastici, per legare ogni incremento reale delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della preparazione scolastica degli allievi”. Il senatore Dini, in due righe, ribalta una tendenza che dura da quasi quarant’anni. Valutazione severa? Bocciatura dei somari? Premio al merito, allontanamento dei professori incapaci, discriminazioni retributive fra i professori? Non lo sa che tutte queste sono parole tabù? Non solo il programma è vastissimo ed inattuabile (soprattutto entro sei mesi!), ma Dini deve ringraziare il cielo che nessuno lo prenda sul serio. Non i professori. Non gli alunni. Non i sindacati. Non la sinistra, soprattutto, che se queste parole le avesse dette da Presidente del Consiglio l’avrebbe fatto arrosto.
 “6. La riduzione da 45 a 15 giorni della sospensione feriale dei termini processuali”. Come sopra. In primo luogo i magistrati non permettono a nessuno d’interferire nella loro vita, in secondo luogo sono stati capaci, fino ad ora, di opporsi anche a provvedimenti sacrosanti – come la separazione delle carriere, che pure non li avrebbe fatti lavorare di più - solo perché andavano contro le loro abitudini e i loro pregiudizi. E Dini pretenderebbe tenerli un mese in più dietro la loro scrivania? L’unico commento adeguato è uno scuotere la testa fino a slogarsi il collo.
“7. Il ridimensionamento del ruolo della politica nella gestione della sanità pubblica”. Dini chiede: “quale azienda potrebbe mai funzionare se i capi stabilimento venissero scelti a seconda che siano più vicini a questo o quel partito?” Invece la domanda giusta è: “Perché mai gli uomini politici dovrebbero rinunciare al voto di scambio, alle benemerenze con gli ottimati e al loro potere nel sottobosco politico?” Fra l’altro, in ogni singolo caso essi sosterrebbero di avere appoggiato non un loro sodale, ma il più grande luminare della medicina o del management in Italia.
La conclusione di questo libro dei sogni è in linea col resto: “Siamo pronti a sostenere un governo che si impegni a realizzare questo programma minimo. Se sarà espressione dell'attuale maggioranza, bene. Ma chiediamo una risposta chiara, senza ambiguità, al più tardi al momento della verifica prevista per metà gennaio”. Dini sembra non immaginare che la risposta di Prodi sarà un sì entusiastico su tutta la linea (così il suo governo rimane a galla), con la riserva mentale - manifestata sottobanco ai partiti dell’estrema sinistra - di non ovviamente farne nulla.
Questo programma politico avrebbe potuto realizzarlo, da Presidente del Consiglio, solo Bava Beccaris.
Non è detto che Dini non faccia sul serio: potrebbe anche darsi che faccia cadere il governo. Ma questo avverrà non se Prodi attuerà o no questo programma, ma se Dini e i suoi amici avranno o no interesse a farlo cadere. Avrebbero potuto risparmiarci la sceneggiata.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 dicembre 2007


IL SOLIPSISMO E I KAMIKAZE
Il solipsismo è la teoria secondo la quale, dal momento che noi abbiamo nozione solo della nostra coscienza, e che le nostre stesse sensazioni sono fatti della coscienza, possiamo essere sicuri dell’esistenza del nostro pensiero ma non del mondo esterno. L’Universo  potrebbe essere frutto della mia immaginazione, mentre l’unica realtà sono io e il resto potrebbe non esistere. Anzi, forse non esiste. Del resto, per lo stesso Kant, che pure non era solipsista, l’esistenza della materia si può presumere ma non dimostrare (noumeno).
Scendendo alla realtà quotidiana, è esperienza comune che per ognuno di noi l’Universo cessa di esistere almeno una volta al giorno, quando dormiamo. E addirittura cessa di esistere per sempre, senza traumi, per chi muore nel sonno.
Da tutto questo, che pure è ovvio, non sempre tutti traggono le conseguenze che implica. Non raramente gli uomini, dimenticando di essere degli individui, si comportano come le api o le formiche: dànno più importanza al gruppo che alla loro stessa vita. Non stupisce che si comportino così gli imenotteri, dal momento che non hanno coscienza del loro eroismo, ed anzi non hanno nemmeno il concetto della morte: ma che lo faccia un uomo è sorprendente. Il terrorista che uccide al prezzo della propria vita compie un gesto in favore di una causa di cui non conoscerà gli sviluppi, che non lo riguarderà più un attimo dopo che avrà premuto il pulsante del detonatore. È un individuo colui che si trasforma in strumento, che scade volontariamente al livello di martello, di sega o di piccone?
È ovvio che l’interessato gusterà in anticipo l’ammirazione dei suoi, che siano terroristi come lui o, nel caso dei kamikaze, i colleghi militari e il paese tutto: ma fondamentalmente la molla dell’azione è la coscienza di appartenere ad un gruppo che continuerà ad esistere e in cui si “sente” che si continuerà a vivere. Sembra folle, ma questa follia ha un senso.
L’uomo è dominato da due istinti fondamentali: la conservazione di sé e la conservazione della specie. Quest’ultimo è meno noto del primo ma è più forte di quanto non si pensi. L’adolescente brufoloso che delira desiderando donne crede di essere immorale, di doversi nascondere, e non sa che sta obbedendo alla natura, che sente l’urgenza della sopravvivenza della specie, per la quale bisognerebbe applaudirlo, non diversamente da come si approva la fanciulla vergine e romantica che sogna un matrimonio d’amore. Per questo l’intera umanità s’intenerisce sui bambini e folle sterminate di genitori fanno sacrifici immani per la loro prole, magari fino a che questa prole non abbia trent’anni.
Soprattutto il caso dei genitori merita però di essere commentato. Se qualcuno chiede loro ragione del loro comportamento manifestano soltanto la loro meraviglia. Che c’è da spiegare? “Sono i miei figli!” E non capiscono che non stanno manifestando una loro idea, ma un’idea dell’istinto di conservazione della specie. Se fossero razionali, dovrebbero dire: “So che il sesso serve alla specie più che a me, ma mi piace e lo pratico. Nello stesso modo, voglio dei figli perché mi piace averne e mi piace occuparmene”. Affermazione non priva d’importanza. Infatti se il sesso si pratica solo per il piacere, la contraccezione non è più lecita ma doverosa. E se la procreazione la si vuole perché si ama occuparsi dei figli, dopo sarà vietato lamentarsi dei fastidi che dànno i lattanti, dei capricci dei bambini piccoli, dei problemi scolastici dei ragazzi, delle intemperanze degli adolescenti e dei problemi di inserimento dei giovani. Sono tutte cose comprese nel pacchetto e chi non ci ha pensato prima ha obbedito all’istinto con lo stesso grado di riflessione di una gatta o di un pinguino.
L’individuo è una rarità. È qualcuno che riesce veramente a credere che, dopo la sua morte, non saprà più nulla dell’Universo, dei suoi figli, e soprattutto della fazione politica o nazionale cui ha sacrificato la propria vita. È uno che ha capito che, fra qualche anno, sarà morto in eguale misura se sarà rimasto uno scapolo gaudente o se avrà tirato su dieci figli. È uno che ha veramente capito la teoria solipsistica: “Io sono il mio unico me stesso. Quando morirò, tutto morirà con me. Non voglio fare nessun male agli altri, ma rimango il mio unico valore. Ho solo questo gettone, per giocare con la vita, e non posso sprecarlo. La specie? Essa mi ha messo al mondo per sé, io vivo solo per me, mi pare che la pensiamo allo stesso modo. Io non le devo nulla”. Questo è il discorso di un egoista immorale, nevvero? Ma proprio questo s’intendeva affermando che l’individuo è raro. Nella stragrande maggioranza dei casi, gli esseri umani sono parti di un tutto. Pedine molto morali ma spendibili e intercambiabili sulla scacchiera dell’alveare o del termitaio. Soldatini che si possono anche mandare al macello, in nome del generale “Specie”.
Ma c’è qualche individuo, appunto, che i generali li considera solo dei colleghi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- dicembre 2007

EINSTEIN
Sia la religione sia la scienza offrono delle verità. La prima vi giunge per via di fede, cioè  di fiducia in ciò che altri hanno capito o si sono visti rivelare; la seconda vi giunge per via sperimentale, al punto che la verità che non si può raggiungere per questa via non è una verità scientifica. Al massimo può essere una teoria. Una seconda differenza è che la rivelazione religiosa non è replicabile - non si può chiedere all’arcangelo Gabriele di rivelare anche a noi ciò che rivelò a Maometto - mentre la verità scientifica in tanto è tale, in quanto l’esperimento sia autonomamente ripetibile. E si potrebbe continuare: ciò che importa è che le due cose sono profondamente diverse e procedono con metodi affatto diversi. Lo scienziato in quanto tale non è armato per parlare di religione e il teologo non è equipaggiato per discutere di scienza. Salvo eccezioni, naturalmente.
Blaise Pascal fu un genio della fisica e della matematica (anzi, un genio precoce), e fu anche un illustre teologo, estremamente importante nelle dispute religiose concernenti il giansenismo. Non diversamente da come Mendel, un religioso, è rimasto famoso per i suoi studi di genetica. Ma – questo è il punto - né Pascal applicava al Cristianesimo il metodo scientifico, né Mendel applicava ai suoi piselli i dogmi della Fede.
I guai nascono quando si sconfina. E poco importa che lo si faccia in buona fede. Ussher ha stabilito che la Terra è stata creata esattamente sabato 23 ottobre del 4004 avanti Cristo, al crepuscolo. Questo vescovo s’è guadagnato una fama imperitura, ma una fama imperitura di sciocco: già i rudimenti della geologia ridicolizzano la sua affermazione. E tuttavia Ussher non era uno stupido: essendo sinceramente credente, si limitò ad addizionare gli anni sulla base della Bibbia. Essendo la Bibbia verità rivelata, a suo parere Dio aveva rivelato anche la data della nascita della Terra: e nulla avrebbe impedito che si imponesse di credere anche a questa affermazione, se l’empia scienza non si fosse messa di traverso. La Chiesa però, dinanzi all’evidenza, seppe cadere in piedi. I “giorni” della creazione ben potevano essere ere di milioni di anni. E non diversamente andò con Giosuè, che provava la validità del sistema tolemaico. Una volta che non si poté più negare l’evidenza del sistema eliocentrico, si disse che Giosué non fermò il sole per dare torto a Copernico, ma per esprimersi secondo le convinzioni dei contemporanei.
Sia detto di passaggio, neanche questa versione sta in piedi. Perché se la Terra improvvisamente si fosse fermata, gli oceani per abbrivio avrebbero invaso le terre ad oriente di essi alla velocità di mille-millecinquecento chilometri orari, secondo le latitudini, le case si sarebbero staccate dalle fondamenta per decollare, insieme con tutti gli alberi, ed anche con Gedeone e il suo esercito. Ma queste sono storie vecchie. In fondo i credenti hanno ragione: che importanza ha, se Giosué fermò il Sole, la Terra o Dio volle che rimanesse in cielo l’immagine (e la luce) del sole, mentre le cose nel resto del sistema solare andavano come al solito? Essenziale è che Dio ami gli uomini, che il suo Figlio si sia fatto uomo per redimerci, che la morte sia apparente ed i giusti vadano in paradiso. Tutte cose che con la scienza, e il sistema eliocentrico, e Galileo, non hanno niente a che vedere. Certo, si sarebbe stati lieti che così la pensasse anche il cardinale Bellarmino, a suo tempo, ma non si può avere tutto.
La separazione di scienza e fede è utile ad ambedue. Da un lato è inutile cercare di provare al credente che certe affermazioni sono scientificamente assurde, dall’altro è assurdo tentare di dimostrare ad uno scienziato che la Madonna era vergine mentre partoriva.
Quando si discute di Dio, di Divina Provvidenza, di Creazionismo e argomenti analoghi, è assolutamente fuor di luogo proclamare, con aria trionfante, “Einstein credeva in Dio e tu no?” Perché Einstein, per quanto riguarda Dio, non ha più autorità del salumiere sotto casa. Il grande Albert aveva tutto il diritto di credere in Dio ed anche al miracolo di San Gennaro, se gli garbava, ma in materia di religione aveva la competenza che un poeta ha in materia di relatività.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  dicembre 2007

DIMETTERSI “PER DIGNITÀ”
Quando un uomo pubblico commette qualche grave errore, in molti gli suggeriscono di dare le dimissioni “per dignità”. Ma che significa, questa espressione?” Se l’interessato non riconosce la colpa, la richiesta è assurda. Mentre se la riconosce, e ammette che non è degno di quella carica, dimettendosi si comporta ammirevolmente ma non salva certo la propria dignità.
Il problema, riflettendoci, si complica ulteriormente. Se l’interessato non si dimette, rimane formalmente innocente anche se è colpevole; mentre, se si dimette, risulta formalmente colpevole, “tant’è vero che s’è dimesso!”, anche se è innocente. In queste condizioni, chi è lo sciocco che, potendo salvare il posto, e almeno il dubbio sulla propria colpevolezza, presenta la dimissioni?
Né fa superare lo scoglio l’ipotesi che, quando i critici parlano di “dignità”, intendano non la dignità dell’uomo ma quella della carica che ricopre. Infatti anche in questo caso l’interessato potrebbe appunto dire: “non me ne vado perché ammetterei di avere danneggiato la dignità di quella carica: e non l’ho fatto”.
L’unica spiegazione seria dell’espressione è che i critici intendano in realtà chiedere le dimissioni “per indegnità”: ma se questo è vero, farebbero bene a dire proprio così, lasciando da parte gli eufemismi, l’ipocrisia e la retorica.
Poiché però quell’ingiunzione - “dimettiti per dignità” - è malgrado tutto corrente, è opportuno vedere che senso le attribuisca chi la usa. L’unico senso che si riesce ragionevolmente ad ipotizzare è il seguente: “Siamo in possesso di tali prove della tua colpevolezza che, se vuoi evitarti l’umiliazione di vederle sciorinate in pubblico, il meglio che puoi fare è evitare il processo. Vattene e lascia in giro il dubbio che ti sia dimesso per far cessare la cagnara sul tuo nome. Magari mentre sei innocente. Mentre se ci obbligherai ad estrometterti, sarai scacciato con ignominia”. Queste parole sono pesanti e dense di significato. Finalmente siamo fuori dall’ipocrisia. Ma un cannone in tanto è temibile in quanto, oltre ad essere grosso, sia anche carico. In questo caso, chi parla deve realmente essere in possesso di armi così potenti da ottenere comunque la rimozione del colpevole. Ha dunque i mezzi per ingiungergli di andar via, mentre chiedergli di dimettersi non ha senso. Chiedere implica che l’altro possa dire di no. E se l’accusato ha effettivamente la possibilità di dire di no, (magari perché è sostenuto da correi), la richiesta di dimissioni “per dignità” si rivela per quello che è: un bluff.
In conclusione, per quanto riguarda certi personaggi, o li si butta fuori – se se ne è capaci – o li si lasci tranquilli. Non per la loro dignità ma per la nostra. Questo, per la logica. Ma la politica – si sa - ha esigenze di spettacolo che della logica si disinteressano sovranamente.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 dicembre 2007


LA PREOCCUPAZIONE ECOLOGICA
Nella parola “ecologia”, come in “economia”, c’è l’étimo “eco”, dal greco “oikos”, che significa casa, dimora, focolare. E questo già costituisce, in riassunto, una delle argomentazioni fondamentali degli ecologisti. Essi chiedono: “Se la Terra è la tua casa, non ti pare giusto interessarti ad essa, far sì che il tetto non ci cada sulla testa?” Purtroppo per loro, quell’etimologia costituisce anche, a ripensarci, un eccellente argomento contro la loro tesi.
La casa, nell’idea che se ne ha nei paesi civili, è un manufatto dell’uomo. Siamo noi che costruiamo fondamenta, muri, solai, tetti. Ed è giusto che da un lato ci sentiamo responsabili dei suoi eventuali difetti, dall’altro poniamo loro rimedio. Ma in questo senso la Terra non è la nostra casa: essa preesisteva all’Uomo ed esisterà anche questo ospite sarà sparito. Come spariscono tutte le specie, una volta o l’altra.
La Terra è forse una casa, ma non la nostra casa. Ci abitiamo, ma non l’abbiamo costruita e non ne siamo responsabili. Se lo fossimo, l’organizzeremmo diversamente. Come dimostra la diga di Aswan. Il Nilo è stato caratterizzato per molti millenni dalle esondazioni periodiche e gli egiziani hanno voluto imbrigliarlo, fino a farlo defluire come stabilisce il Cairo, non come stabiliscono le piogge. Ma questo intervento, per le dimensioni della Terra, è un particolare insignificante: in realtà non siamo riusciti a regolare gli uragani caribici, i terremoti, gli tsunami e neppure le umili piogge. Il nostro pianeta si interessa ben poco di questo inquilino e non ha certo l’uomo come amministratore di condominio.
Nessuno sostiene che la nostra attività non abbia nessuna influenza. Perfino le flatulenze dei bovini ne hanno una. Qui si tratta di capire in quale misura l’uomo possa far male e in quale misura possa far bene.
La prima osservazione riguarda il clima. Gli scienziati propongono spiegazioni più o meno plausibili per le glaciazioni, come anche per i periodi di caldo in cui gli animali della savana scorrazzavano in Francia: ma nessuna di esse fa risalire la causa all’uomo. Ora, se senza il nostro intervento la Terra è riuscita ad avere variazioni di dieci o venti gradi, con quale ragionevolezza si può attribuire all’uomo, e non ad altro, una variazione di un grado o due? È giusto interessarsi dell’anidride carbonica, dell’effetto serra e delle cinture di van Allen, ma senza farne una religione e senza montarsi la testa: non siamo i padroni né del clima, né dell’aria, né del mare.
Lo stesso vale per le risorse. È vero che non bisogna sprecare ciò di cui disponiamo. Depredare il mare fino a renderlo privo di pesci o quasi è una follia. Ma bisogna ricordare un paio di cose: in primo luogo, non bisogna essere ipocriti. Molti, nel momento stesso in cui proclamano che bisogna fare economia di qualcosa, non si priverebbero di quella cosa per nessuna ragione al mondo. Seduti nelle loro berline di lusso, gli occidentali non possono chiedere ai cinesi di andare a piedi. In secondo luogo, bisogna ricordare che a volte, mentre ci si preoccupava per l’esaurimento di qualcosa, il genio umano ha trovato una soluzione che ha addirittura migliorato la situazione: la plastica ha risolto un’infinità di problemi che sarebbero costati milioni di tonnellate di materie prime. Il petrolio tende ad esaurirsi, inevitabilmente, ma chi dice che l’uomo non riuscirà a sfruttare la fusione nucleare? Infine e soprattutto, aveva ragione Malthus: le dimensioni della Terra sono fisse e il numero degli umani non può aumentare all’infinito. Se si continua così, si arriverà alla carestia. L’uomo, prima che essere colpevole di inquinare la Terra, è colpevole di esistere, se esiste in un numero troppo grande. Ecco perché, piuttosto che guardare storto i tubi di scappamento delle automobili bisognerebbe guardare storto tutti coloro che dicono male del preservativo e del controllo delle nascite.
C’è infine una considerazione radicale e devastante. La specie umana, come tutte le specie, si estinguerà. Di tutta questa vicenda l’Universo non conserverà memoria. Neppure di Alessandro Magno o di Mozart. E dunque non è poi un’imprevedibile disgrazia, che tutto vada in malora: è un infame destino che ci attende.  Abituiamoci all’idea.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it


L’ABORTO DI GIORDANO
Oggi un senso perverso - non so se critico o dell’umorismo - mi spinge a sorridere del direttore del quotidiano che leggo più o meno da quando lo fondò Montanelli. I sentimenti paterni di Mario Giordano, che lo inducono a considerare con orrore l’aborto provocato, meritano tutto il nostro rispetto e perfino una punta di ammirazione. Ma si tratta di argomenti tutt’altro che convincenti. Se uno si perdesse in ditirambi in lode del formaggio, che adora, non per questo convincerebbe sua moglie, che solo a sentirne l’odore rischia di vomitare. Giordano ha voluto dei figli e li ama. Benissimo. È cosa di cui anche noi siamo lieti. Ma che lui non capisca che altri possono non desiderare quella gioia, e considerarla anzi una iattura, sarebbe bello che lo capisse lui. Anche a non esserne lieto.
La “moratoria sull’aborto” proposta da Giuliano Ferrara sembra abbastanza risibile. Ammesso che ci siano, come ci sono, molti aborti nel mondo, qual è il senso della moratoria? Significa che una donna che avesse già superato le proprie perplessità morali, le difficoltà concrete, la disapprovazione eventuale dei parenti, e che fosse decisa ad abortire, poi se ne asterrebbe per fare piacere a Ferrara? E per quanto tempo? Entro il limite in cui l’aborto è ancora possibile o rinunciandoci definitivamente? Sempre per amore di Giulianone?
Giordano tuttavia non vive sulle nuvole. Infatti scrive: “Conosco bene la replica: ‘Volete che si torni agli aborti clandestini’. Che è un po' come dire che abolire la pena di morte rischia di far tornare alla legge del taglione”. E questo è un sonoro colpo di zappa sui piedi. Se si abolisce l’aborto, si abolisce solo quello legale. Quello illegale continua. Mentre se si abolisce la pena di morte, i condannati non vengono uccisi: né dallo Stato, che applicherebbe l’ergastolo, né dai parenti delle vittime - quelli che dovrebbero applicare la legge del taglione - proprio perché i colpevoli sono ermeticamente protetti dalle mura del carcere. Il parallelo fra legge sull’aborto e legge del taglione è tanto valido quanto dire che abolendo le barzellette la gente sarebbe costretta ad andare in bicicletta.
Però Giordano quelle parole non le ha dette distrattamente e di fatti insiste: “il punto non è stabilire se ci saranno ancora o no aborti, così come nel caso della pena di morte non è stabilire se ci saranno ancora delle persone che uccidono oppure no: il punto è chiedersi se lo Stato deve favorire la soppressione della vita, ancorché legale”. Il Direttore del Giornale non pensa che mentre abolendo l’aborto legale le vite di feti soppressi rimarranno di numero pressoché uguale, quello che aumenterà notevolmente è il numero di vite stroncate fra le donne povere. Queste infatti saranno indotte ad affidarsi a mani poco esperte o criminali, non potendosi pagare un viaggio all’estero e un intervento in una moderna clinica. Con questa piccola differenza: che il feto soppresso non ha mai saputo di essere in vita, mentre una donna che muore per un aborto mal praticato è una donna nel pieno della sua voglia di vivere e nel pieno delle sue facoltà mentali. Come speriamo per Giordano.
In totale il giornalista non apporta nessun serio argomento a prova della sua tesi, se non la sua antipatia per l’aborto. Che si può anche capire. Come lui dovrebbe però capire che c’è chi ha antipatia per la procreazione. O anche più seri motivi della semplice antipatia.
Va infine sottolineato il fastidio che provoca questo veder parlare del problema dell’aborto come se i feti fossero contenuti in cassette postali e non nel corpo delle donne. Nessuno si cura della loro opinione. Forse hanno ragione quelle femministe che si lamentano del fatto che la società, soprattutto quella poco sviluppata, considera il corpo della donna una sorta di proprietà comune. Dei maschi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

ILLEGITTIMI MA NON ILLECITI
Premessa. Vincenzo Visco ha più volte telefonato, e insistito, e persino minacciato perché il generale Speciale trasferisse alcuni alti ufficiali. Ne è derivato lo sconquasso che si sa e perfino un’indagine della magistratura romana. Il Pm tuttavia ha chiesto al Gip l’archiviazione perché i fatti accertati (a quanto pare non contestati), “configuravano atti “illegittimi ma non illeciti”. Il che escludeva che si trattasse di un reato.
L’argomento a sostegno di questa distinzione era, secondo il Foglio, “l’assenza di volontarietà nell’abuso di potere compiuto”. Cioè, in termini tecnici, l’assenza di dolo. Il dolo è la coscienza di commettere un illecito: ma l’abuso di potere può essere un reato colposo? Per noi è come l’ipotesi di una violenza carnale colposa. Poiché però non conosciamo in che modo, eventualmente, il Pm abbia sostenuto questa tesi, ci fermiamo a quelle parole: fatti “illegittimi ma non illeciti”.
Personalmente, pur avendo studiato diritto penale, non abbiamo chiara questa sottile distinzione. Tuttavia, il fatto che il Gip abbia negato l’archiviazione ci fa sperare che abbia anche lui avuto dei dubbi sulla differenza: e questo ci consola non poco.
In mancanza di meglio, non rimane che consultare il dizionario. Secondo lo Zingarelli, illegittimo è “ciò che non concorda con la legge”. Per il Devoto-Oli, illegittimo è ciò che è “privo delle qualità o delle condizioni richieste dalla legge… per la validità giuridica”. Quanto ad “illecito”, per il primo è ciò che è “contrario a norme imperative, all’ordine pubblico o al buon costume”, per il secondo “non consentito dalla norma morale o dalle leggi civili o religiose”. E la nebbia non si dirada. L’etimologia aiuta un po’: illegittimo è ciò che va contro la legge, mentre illecito è ciò che va contro ciò che “licet” ( è permesso). Ecco perché il Devoto-Oli, attento alle sfumature, per “illecito” scrive prima “non consentito dalla norma morale” e solo dopo “dalle leggi”.  Infatti le cose non permesse in generale sono molto più numerose di quelle giuridicamente vietate. La buona educazione, per esempio, non è iscritta nel codice penale e l’ambito dell’illecito è più vasto dell’ambito dell’illegittimo.
Se tutto questo è vero, proprio non si capisce l’espressione del pm romano. Se il comportamento di Visco è stato illegittimo, è andato contro le leggi; e ciò che va contro le leggi è illecito. Avremmo capito l’inverso, che il Pm dicesse: il comportamento è stato “[moralmente] illecito ma non illegittimo”. Intendendo: “sarebbe stato meglio che non lo facesse, ma facendolo non ha violato la legge”. Invece ha detto precisamente “illegittimo ma non illecito”.
Esiste però la possibilità che il pm romano abbia usato l’aggettivo “illegittimo” nel senso finalistico (sottolineato dal Devoto-Oli) di “privo delle qualità o delle condizioni richieste dalla legge per il riconoscimento o il conferimento della validità giuridica”. Visco, secondo questa interpretazione, non aveva nessun potere per imporre al generale Speciale il trasferimento di quegli ufficiali; la sua richiesta era illegittima e “incapace di produrre gli effetti giuridici desiderati”, e proprio per questo era sì improduttiva di effetti ed inane, ma non illecita. Come se uno scrivesse a Berlusconi “Lei deve nominarmi suo erede universale”. La richiesta è illegittima ma non illecita. Tutto chiaro?
Per niente. Bisogna considerare chi fa la richiesta e come la fa. Lo sconosciuto che scrive a Berlusconi è un povero pazzo, un superiore che chiede qualcosa ad un sottoposto, con tono imperativo, e insiste, e urla, e minaccia, non compie un atto semplicemente illegittimo. Commette un reato: un tentativo di abuso di potere, di estorsione, di violenza privata o di violenza carnale.
Se il vice-ministro avesse presso carta e penna e avesse scritto: “Caro Generale, con la presente, ai sensi di legge, la invito a trasferire Tizio e Caio”, il generale Speciale avrebbe potuto rispondere che c’era un errore. II vice-ministro, “ai sensi di legge”, non aveva nessun potere di richiedere quel trasferimento. Viceversa, chiedendo il trasferimento per telefono, e senza avvalersi di legittimi poteri, e con urgenza, e chiedendo conto del ritardo, e minacciando conseguenze, si è in presenza di un’indubitabile violazione di legge. Che è insieme illecita, illegittima e da sanzionare penalmente.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

Otto domande e una risposta
Come è possibile che telefonate private vengano pubblicate sui giornali?
Come è possibile che telefonate private addirittura senza nessuna rilevanza penale vengano pubblicate sui giornali?
Come è possibile che le telefonate di persone inintercettabili per legge vengano ugualmente pubblicate sui giornali?
Come è possibile che non si sappia chi ha passato il testo e addirittura l'audio delle telefonate ai medesimi giornali?
Come è possibile che non venga mai indagato e condannato nessuno, in procura, per aver illegalmente passato verbali, testi e file audio ai giornali?
Come è possibile che il ministro della Giustizia e dell'Interno, chiunque essi siano, non chiudano quegli uffici colabrodo?
Come è possibile che la sinistra denunci la violazione della privacy e si indigni soltanto quando sono i suoi rappresentanti a essere  sputtanati e poi come se niente fosse ricomincia quando c'è di mezzo Berlusconi, Moggi, il re o una valletta?
Come è possibile che abbiamo dei giornali così di quella-cosa-che-piace-a-luttazzi?
Io lo so come è possibile, è possibile perché siamo un paese ridicolo.

dal blog di Camillo

IL “LITIGIO” CON LA MAMMA
In una casetta borghese e normale, alla periferia di Udine, una madre ha ucciso a coltellate il figlioletto di sette anni. La cosa, per come scrivono i giornali, è avvenuta “nel corso di un litigio”. Questa notizia è purtroppo vera; ma anche se non lo fosse, dal momento che tutti l’hanno creduta, sarebbe in una direzione plausibile. Di un uomo del quale si dice che sia uno spendaccione non si crederebbe facilmente che si sia avvelenato mangiando cibo raccolto da terra, mentre si presterebbe subito fede alla notizia che si è rovinato a Montecarlo. È questo cio che è significativo, nella tragedia di Udine: il fatto che i giornali, riferendo l’omicidio, hanno parlato di un “litigio”, e nessuno ha fatto un salto sulla sedia, dinanzi all’assurdità del termine usato. Un capitano non litiga con un soldato; un cardinale non litiga con un prete; un genitore non litiga con il suo bambino. Nelle scuole secondarie è nozione comune che un professore valido non alza la voce ed ottiene lo stesso la disciplina, mentre quello che grida o manda i ragazzi dal preside, perché siano puniti, è guardato con una rattenuta commiserazione. Dunque una madre di quarantun anni che litiga col figlio di sette anni in quel momento ha sette anni anche lei.
I genitori amano moltissimo i loro figli. L’ha previsto la natura, affinché non venissero meno le cure parentali. Ma amare non significa mettere sullo stesso piano se stessi e il sottoposto. È giusto riamare il proprio cane, bestia cara e affettuosa se mai ce ne fu una, ma non bisogna permettere che esso comandi. L’etologia insegna infatti che, se si convince di essere l’animale alfa, il cane finirà col mordere il padrone. Per educarlo, per tenerlo al suo posto. Questo è un dato assolutamente banale, per chi si è interessato di psicologia canina.
Attualmente c’è una crisi del principio di autorità e molti genitori sono convinti che imporsi ai figli sia un errore. Con loro bisogna solo “dialogare”. Dialogare e in fin dei conti cedere, se non c’è altro modo di evitare una crisi. Sicché i bambini divengono irritanti, rumorosi, imprudenti, capricciosi, esosi. E sfidano i genitori. Insistono a fare la cosa sbagliata benché padre e madre gli urlino di smetterla. Gli adulti hanno indotto quel soldo di cacio a credersi loro pari, a credersi in grado d’imporre la propria volontà, con gli urli, con i pianti ed anche con i calci, se capita, e il bambino lo fa. La casa di una coppia che ha figli piccoli è infrequentabile.
Tutto questo mette in crisi le amicizie ma non la vita dei bambini. Giustamente, essi rimangono amati ed accuditi. Se qualche volta ricevono uno scappellotto, la cosa rimane un fatto eccezionale, per giunta riprovato dall’intera società. Anche se il famoso dottor Spock ha abiurato le sue famose teorie, si continua a concedere ai bambini il diritto di essere insopportabili. Per fortuna, nei genitori l’istinto di protezione della prole prevale sulla voglia di reagire adeguatamente ad un Caligola di quattro anni e in fin dei conti tutto va per il meglio: ma se la regola per cui al bambino va permesso tutto, senza avere nessun mezzo per rimetterlo in riga, viene imposta ad una povera donna depressa e forse psicotica, il risultato può essere quello di Udine. Se fosse stata sana di mente, o se la società le avesse fatto capire che, essendo stato oltrepassato il limite, poteva dare un paio di schiaffi a suo figlio, forse quel bambino oggi sarebbe vivo. Invece lei, per alzare la mano sul figlio, ha dovuto superare un tale tabù che tra schiaffo e coltellata non ha più fatto distinzione.
 “Cane non mangia cane”, dice il proverbio: ma cane educa cane, con i denti. Il cane alfa, quando accenna a mordere il membro del branco che sgarra, ci dà una lezione che la società contemporanea non sembra in grado di capire.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 23 dicembre 2007

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA
Che l’attuale governo non cada solo perché i deputati e i senatori non vogliono andare a casa, è una banalità. E tuttavia, bisogna chiedersi: non è stato sempre così? Forse che in passato deputati e senatori sarebbero stati contenti d’essere rimandati a casa prima che d’essere arrivati alla pensione da parlamentare?
In realtà, la situazione è diversa per due ragioni. La prima, perché in Senato l’esecutivo può essere sfiduciato anche con un paio di voti: ogni singolo senatore sa che, se va contro il governo, non esprime coraggiosamente un’opinione politica, una convinzione etica o un imperativo religioso, ma costringe tutti, e in primo luogo se stesso, a rinunziare al seggio. E questo è ovviamente un freno potentissimo. La ragione fondamentale è tuttavia la seconda. Nella Prima Repubblica, i politici facevano cadere il governo (anche più spesso di una volta l’anno) ma allora, disfatto un gabinetto, se ne faceva un altro più o meno con gli stessi uomini. La Dc era inamovibile, per cominciare. E quando si è costituito il centro-sinistra, anche il Psi è stato inamovibile. A quel punto, formando un nuovo governo, si potevano imbarcare i repubblicani, e se non i repubblicani i socialdemocratici, oppure i liberali, oppure due di loro escludendo il terzo, non era comunque uno sconquasso. In inglese il rimpasto si chiama reshuffle, rimescolamento, ed è il termine che si usa anche per le carte da gioco: le carte, dopo il rimescolamento, sono le stesse. I politici facevano cadere il governo nella speranza di avere un posto migliore, una politica migliore, un potere più grande ma il governo, se non era zuppa, era pan bagnato.
Se l’attuale maggioranza fosse coesa (come imprudentemente ripete Prodi), gli ottimati non correrebbero nessun pericolo. Nel caso, cambierebbero solo ministero. Invece oggi le differenze politiche fra i vari membri della coalizione sono tali che, se si cercasse di ricostituire una coalizione analoga, non è detto che ci si riuscirebbe. L’elettorato di sinistra, se diessino o margheritino, è profondamente scontento per le troppe concessioni all’estrema sinistra; se di estrema sinistra, è scontento per le troppe concessioni ai socialdemocratici e ai cattolici. Il governo infine è così impopolare che, se si andasse a nuove elezioni, subirebbe una disfatta storica. Ecco perché i senatori di centro-sinistra ingoiano rospi e coccodrilli, e ingoierebbero anche draghi dalla bocca fiammeggiante, se fosse necessario. Se, per qualunque motivo, anche il più giustificato, anche il più ineluttabile, il governo cadesse, per loro cadrebbe il mondo. Dunque minacciano continuamente ogni sorta di sfracelli ma votano la fiducia. Magari turandosi il naso, gli occhi e le orecchie.
Il caso di personaggi come Dini e Mastella è diverso. Costoro sono fra i pochi che avrebbero qualche possibilità anche con una diversa maggioranza: quando minacciano di fare cadere il governo, lo fanno dunque perché se lo possono permettere. Inoltre sono stati anche provocati dall’arroganza di partitini che, forti della loro indispensabilità, hanno dimenticato che anche altri erano indispensabili. Ma sono situazioni particolari.
Il paradosso di base è che Prodi è forte perché è debole. Forte come non mai perché debole come non mai.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -21 dicembre 2007

IL MARXISMO IN SOLDONI
Un giorno due grandi economisti, uno liberale e uno marxista, decisero di fare proselitismo per le loro idee. Si facevano forti non solo della bontà della propria teoria, ma della propria capacità di spiegarla anche a chi fosse digiuno di economia. Organizzarono dunque un dibattito in presenza di centinaia di operai e il liberale parlò dei fattori della produzione, dell’utilità dello scambio, della politica fiscale. Gli operai lo ammirarono per come era vestito, per il suo accento distinto, per la sua classe ma si annoiarono parecchio. Alcuni neanche capirono bene di che parlava. Quando il marxista prese la parola ebbe invece successo perché disse, più o meno:
“Ciò che ha detto il mio illustre contraddittore è vero. Ma è passato troppo velocemente sopra uno dei fattori della produzione: il capitale. Sapete che significa? Significa che c’è un ricco signore che presta del denaro a un imprenditore, questi acquista un capannone e dei macchinari, organizza una buona fabbrica, assume operai capaci, tutti lavorano con grande efficienza, tanto da guadagnarsi da vivere e però – ecco il punto! - per far questo devono dar una buona parte del loro guadagno a quel primo signore. Quello che prestò il denaro per mettere in moto la catena. E questo – badate! – l’economista liberale non lo nega. Insomma una parte della ricchezza, che noi chiamiamo plusvalore, prodotta col sudore della fronte degli operai, va nelle tasche di uno che non fa niente.
Uno che ha un solo merito: è nato ricco. Vi pare giusto?”

Gli rispose un boato: “Nooo!”
“Ebbene, la teoria marxista vuole tutta la ricchezza prodotta dagli operai vada agli operai. Vi pare giusto?”
“Sììì”, rispose il boato.
“E allora siete tutti marxisti”, concluse l’oratore. La cosa sembrò talmente pacifica che molti cominciarono ad alzarsi per andar via e l’economista classico dovette faticare molto per far sì che l’ascoltassero per qualche secondo ancora. Gli operai, in piedi e col cappotto sul braccio, si fermarono per pura cortesia.
“Dove è stata applicata, questa teoria?”, chiese il liberale.
“In Unione Sovietica, per esempio”, rispose il marxista.
“E io chiedo a voi, operai, i lavoratori sovietici sono stati più ricchi di quelli svizzeri, francesi, statunitensi e italiani?”
“No”, risposero gli operai.
“È vero che con Mao i cinesi morivano di fame e con l’economia capitalista oggi sono molto, molto più ricchi?”
“Sì”.
“Dunque, se voi preferite la teoria giusta, sarete marxisti e poveri; se preferite quella sbagliata, sarete più ricchi. Volete essere più poveri?”
“Nooo!”, rispose il coro.
“E allora siete tutti anticomunisti”, concluse l’oratore. Stavolta la gente cominciò sul serio a sfollare ma l’economista marxista era indignato al di là di ogni limite. Paonazzo, gridava:
“Ma siete pazzi? Non avete sentito che ha riconosciuto anche lui che la mia teoria è giusta? Come potete dargli ragione?”
Un omone che sembrava un armadio, e che aveva una voce in proporzione, non ebbe bisogno di microfono per chiedergli:
“Ma tu riconosci che gli operai vivono meglio nei paesi capitalisti che in quelli comunisti?”
“Beh sì”, rispose il marxista, “ma…”
“Non c’è nessun ma. Preferiamo essere maltrattati come svizzeri che amati come sovietici”.
 E tutti uscirono dalla sala, senza badare alle urla del marxista.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 novembre 2007
P.S. A proposito di questo argomento, non si può dimenticare una mirabile battuta di Mark Twain. Sapete qual è la differenza fra marxismo e capitalismo? Nel capitalismo si ha lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nel marxismo l’inverso.

Pancia mia fatti capanna!
Dunque, pensavano di dargli 5.6 miliardi di dollari e invece hanno raccolto 7.4 miliardi, tantini ma sempre 3 miliardi di meno di quanto ricevuto da Arafat nel 1993, ben 10 miliardi di verdoni!
Vediamo un po', con quei 10 miliardi, in 7 anni, i palestinesi non sono stati in grado di costruire nemmeno un pollaio per le galline, non  hanno saputo neppure asfaltare un paio di  strade o riparare le fognature costruite da Israele negli anni dell'occupazione e da loro spaccate a martellate
perche' la loro  cacca  andasse tutta a inquinare il mare della Striscia di Gaza.
Con quei 10 miliardi di dollari non hanno saputo creare un solo posto di lavoro, fedeli al loro credo che lavorare stanca e che e' molto meglio farsi mantenere.
Con quei 10 miliardi pero' hanno costruito villone holliwoodiane per i capetti mafiosi, hanno aperto conti in banca in tutto il mondo, hanno permesso alla moglie di Arafat di condurre una vita principesca a Parigi e hanno comprato armi, tante armi, navi intere piene di armi, hanno convinto migliaia di giovani a diventare bombe umane sovvenzionando le loro famiglie, hanno adibito le ambulanze della Mezzalunarossa a "padroncini" porta armi e a "navette" per terroristi.
Hanno speso milioni di dollari per la propaganda che, grazie a loro e alla loro infernale capacita' di mentire,  fa di Israele il paese piu' odiato del mondo.
Con quei 10 miliardi e a tutti quelli ricevuti in seguito, hanno  trasformato Israele in un campo di battaglia in cui i loro terroristi hanno potuto esprimere il meglio della loro demoniaca cultura della morte e soddisfare la voglia di sangue di chi li armava e li mandava a farsi esplodere in mezzo a noi.
Bene , adesso con 7.4 miliardi di dollari distribuiti a casaccio, dove vanno vanno, chi se ne frega, l'importante e' che alla fine diano problemi a Israele, potranno armarsi di piu' e meglio, potranno addestrare altri terroristi, potranno anche dare una mano a hamas per rendere piu' potenti i loro missili in modo da colpire Israele  nel profondo.
Perfetto. non mi aspettavo niente di meglio da Parigi, dopo la schifezza di Annapolis  che ha visto un drammatico voltafaccia americano nei confronti di Israele.
In quei giorni girava una vignetta in Israele: il Ku Klux Klan che urlava davanti a un ristorante "vietato l'ingresso agli ebrei e ai negri", poi dopo il discorso della Rice, i cartelli portavano solo lo slogan "vietato l'ingresso agli ebrei".
Una cosa mi ha strappato una grande risata, amara, nel leggere l'elenco di chi godra' di tanto ben di Dio: 115 milioni di dollari verranno assegnati all'UNRWA.
Ma come , disgraziati, ma come, l'UNRWA e' l'organizzazione che , insieme ad Arafat, si e' letteralmente bevuta i soldi ricevuti negli anni, e' l'organizzazione che ha costretto, insieme ad Arafat, i palestinesi a stare rinchiusi nei campi per usarli come propaganda antiisraeliana e come bombe umane ad orologeria!
Ma come, disgraziatissimi! L'UNRWA e' un pozzo nero di corruzione, di aiuti al terrorismo, di impiegati nullafacenti usati solo per ap
rire le porte a terroristi in fuga e voi, donatori del cavolo, gli date altri milioni di dollari!
Certo, pancia mia fatti capanna! Stanno gia' facendo le capriole , soldi soldi soldi soldi soldi, hanno ancora una volta turlupinato il mondo!
Ho letto che l'Italia finanziera' la giustizia, la sanita' e l'istruzione palestinese. Alloooora, siamo a posto! Non vedremo piu' soltanto bambini palestinesi sognare islamicamente paradisi di giochi  e dolciumi per piccoli martiri assassini, vedremo anche tanti presepi natalizi  con Giuseppe-Arafat e Maria-Suha in adorazione del piccolo Gesu-Mohamed al Durra adagiato in una mangiatoia.
Hanno vinto i palestinesi, ha vinto il terrorismo, ha vinto l'arroganza, ha vinto la propaganda, ha vinto la disonesta', ha vinto l'ipocrisia, ha vinto l'odio, ha vinto la paura.
Israele ha perso.
Avete sentito parlare a Parigi, e prima ad Annapolis, di Sderot?
Avete sentito parlare di Gilad Shalit?
Qualcuno si ricorda di Eldad e Udi?
I Paesi donatori, firmando quell'assegno hanno firmato la fine di Israele perche' non avremo mai piu' pace.
Che Dio li perdoni, io certamente no!
 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com


PERCHÉ ODIARE I REGALI
Come, qualcuno odia i regali? I regali sono il segno della magnanimità, della generosità, dell’affetto. Sono una cosa bellissima. Come del film di Eisenstein, “La corazzata Potëmkin”, non se ne può dir che bene.
In realtà bisogna confessare che, in un mondo in cui i bisogni primari sono assolti, i regali sono una seccatura immane. A partire da un certo livello economico, al prossimo si può regalare solo qualcosa che ha già. O di cui non ha per nulla bisogno. Perché diversamente se la sarebbe già comprata da sé. Si è dunque costretti a ripiegare su qualcosa di inutile, di estroso, di imprevedibile: con l’ovvio rischio di comprare l’oggetto sbagliato. Che cosa scegliere: un soprammobile, una cravatta, un quadro, un libro? Uno di quegli articoli orribili che si trovano nei negozi che osano scrivere, sulla stessa insegna, “Regali”? Chi offre un dono, se ha senso critico, sa benissimo che il ricevente sarà obbligato – dalla semplice cortesia – a mostrarsi stupito e incantato; mentre in realtà forse stupito lo è (per la stupidità dell’idea), ma incantato ben difficilmente: il soprammobile è kitsch, la cravatta è assurda, il quadro è addirittura imbarazzante perché da un lato ci si vergogna ad appenderlo e dall’altro si teme che il donatore si aspetti di vederlo su una parete. Per non parlare dei libri. La maggior parte delle volte non si ha voglia di leggerli e nel frattempo pende la spada di Damocle che l’incauto chieda: che cosa ne pensi? O i regali sono banali - e questo è già abbastanza, come critica - oppure il rischio è tanto più grande quanto più ci si allontana dalle scelte tradizionali.
E ancora non s’è parlato del denaro che costano. Spendere per ciò che ci piace è la cosa più naturale, mentre i regali costituiscono una spesa che si fa malvolentieri. Si danno via soldi buoni per qualcosa che già a noi piace poco e al destinatario rischia di non piacere affatto. Nel tempo in cui sono stato single, ho detto in giro: “Non mi fate regali. E comunque non vi aspettate che li ricambi. Per quanto riguarda le nozze, non m’invitate, tanto non verrò. E comunque non vi farò il regalo”. E per essere coerente, ambedue le volte in cui mi sono sposato io, non l’ho detto a nessuno.
Dover fare regali è una cosa orrenda: costano tempo, costano grattate di zucca, costano denaro. Costano infine l’imbarazzo di ottenere dei ringraziamenti che si sanno in grande misura falsi. Come sono falsi i nostri quando, non avendolo potuto evitare, riceviamo un regalo.
A proposito: anche ricevere regali è spiacevole. La maggior parte sono scelti con un gusto che non è il nostro. Poi, come se non bastasse, siamo costretti – col dolore di chi non è abituato a mentire – a dimostrarci entusiasti per qualcosa di cui non c’importa nulla. Se addirittura non ci dà fastidio.
E in qualche caso va perfino peggio: a volte chi fa un regalo, soprattutto se costoso, vuole per così dire impossessarsi del destinatario. Il dono, nel corso dei secoli, è stato il modo per siglare un accordo o per certificare un’amicizia: ti ho dato qualcosa ed ora tu mi devi qualcosa. In futuro non potrai dirmi di no. Personalmente sono abbastanza insignificante per non avere subito questo attacco, ma sono così geloso della mia indipendenza che, a chi mi fa un regalo, avrei voglia di dire: hai perso tempo e denaro. Tengo a rimanere una persona cortese e per questo non ti dico come la penso veramente, ma al prezzo della mia sincerità: in realtà sono più seccato che contento.
Paolo Villaggio, in un film, provocò un’ondata di sollievo nazionale proclamando: “La corazzata Potëmkin è  una boiata pazzesca!” Oggi queste righe ambirebbero a provocare un analogo sollievo: finalmente qualcuno ha gridato che i regali sono una bestiale rottura di scatole.
C’è solo un limite, a questa filippica. Se di qualcuno sappiamo che desidera qualcosa che non può avere o per ragioni economiche, o perché non si trova nella sua città, o perché non ha il tempo di andarla a cercare, è il momento di regalargliela. Gli si deve fare quel regalo. Senza che sia Natale; senza che sia il suo compleanno o il suo onomastico; senza che si sia laureato e senza che si sia sposato: sarebbe sciocco sprecare una delle rare occasioni in cui si può andare a colpo sicuro.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

Prodi, dopo la sentenza Speciale: «Oggi non è una giornata speciale, è una giornata normale». Cioè per lui è normale che questo governo riceva ogni giorno pesci in faccia.
G.P.

UNA BARZELLETTA (MACABRA) COMMENTATA
Sul Foglio del 7 dicembre 2000 un giornalista riferisce questa barzelletta. “Marito e moglie vengono coinvolti in un incidente stradale. L’uomo esce illeso, la donna finisce in ospedale. Reparto chirurgia d’urgenza. Si apre la porta della sala operatoria e il marito si precipita dal chirurgo. ‘Dottore, mi dica qualcosa, si salverà?’. ‘Sì, si salverà, però…’ ‘Però, cosa?’ chiede il marito angosciato. ‘Però dovrà passare la vita in carrozzella. Sa, abbiamo dovuto amputarle le gambe’. Il marito singhiozza. ‘Su, su, si faccia coraggio – dice il dottore – purtroppo dovrà rassegnarsi a imboccarla per tutta la vita. Sa, abbiamo dovuto amputarle anche le braccia’. Il marito, disperato, scoppia in un pianto dirotto. ‘Su, su, non faccia così – riprende a confortarlo il dottore – purtroppo devo dirle che farà anche fatica a guardarla in faccia, perché sa, sua moglie ha il viso completamente sfigurato’. Grida e strepiti di disperazione del pover uomo. A quel punto il dottore sorride, gli dà una pacca sulla spalla e dice: ‘Ma va là, stavo solo scherzando, sua moglie è morta’ ”.
Se la storiella ha fatto sorridere, non c’è ragione di vergognarsene:  le barzellette, per programma, non tengono conto né della morale né della decenza. Se invece non si è neppure sorriso, poco male: non tutte le barzellette sono divertenti. Ed è fuor di luogo discuterne seriamente: sarebbe come fare l’analisi logica dell’abbaiare di un cane. Rimane tuttavia la possibilità di prenderle a pretesto per una riflessione.
La marcia di avvicinamento al problema che qui si vuole discutere avverrà per gradi. La prima domanda potrebbe essere: che cosa preferiremmo, dopo un incidente, morire, o rimanere senza gambe, senza braccia e senza faccia? Al quesito ognuno può rispondere come vuole: e che poi mantenga la sua preferenza, quando fosse un rottame ancora vivo in ospedale, è da vedersi. Ma la domanda che interessa non è questa. Si passa dunque alla seconda: che cosa preferiremmo, per una persona cara, che rimanesse viva, in quelle condizioni, o che morisse? La risposta obbligata è “che rimanesse viva”: rispondendo diversamente, una persona normale si sentirebbe colpevole di omicidio. Infine, ecco per ultima la vera domanda: se, nelle condizioni dette, la persona cara fosse già morta, saremmo sinceri nell’esserne dispiaciuti?
Bisogna sottolineare ripetutamente e con estrema chiarezza che il dato di partenza è l’avvenuta morte della persona. Questo significa che il nostro desiderio, il nostro commento, il nostro dolore o il nostro sollievo, o qualunque altro possibile sentimento, non avranno la minima influenza su quella persona. Semplicemente perché non c’è più. È assolutamente intangibile. Un’altra cosa da sottolineare è che, se dichiarassimo: “forse è stato meglio così, il poverino o la poverina si sono evitati anni di sofferenza”, questo non avrebbe nessuna influenza causale su quella morte. Non sarebbe morta per nostra volontà come non sarebbe sopravvissuta se solo avessimo sperato con tutte le nostre forze che sopravvivesse, perfino con l’encefalogramma piatto. Il fatto è già avvenuto. Si sta discutendo esclusivamente di qualcosa che riguarda noi, i sopravvissuti. E a queste condizioni, finalmente, si potrà dare la propria risposta alla domanda.
Personalmente – salvo vigliaccherie imprevedibili – preferirei morire in una volta sola, durante un incidente, che a rate. Dopo anni vissuti da rottame umano a carico del prossimo. E preferirei che altrettanto avvenisse alle persone che amo. Ho una concezione dionisiaca, non sacrale, della vita, e se essa non offre più gioia, chiedo con Lucrezio, a me stesso come a tutti: cur non ut plenus vitae conviva recedis aequo animoque capis securam, stulte, quietem? O stolto, perché non ti ritrai dalla vita come un commensale sazio e non accetti con animo sereno una quiete sicura?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 17 dicembre 2007

L’IPOCRISIA ITALIANA
L’Italia, a parere del New York Times (articolo di Ian Fisher, del 13 dicembre 2007), è oggettivamente un paese in decadenza e soggettivamente un paese scoraggiato. Un paese, cioè, che non crede alla possibilità di invertire la tendenza negativa.
La spiegazione dei grandi fenomeni storici è impresa tanto difficile ed aleatoria da essere imprudente: dunque il massimo che si può fare è azzardare un’ipotesi. La popolazione italiana, come si sa, non ha una storia unitaria. Inoltre è estremamente “vecchia”: non si vivono invano due millenni e mezzo di storia, in contatto più o meno sanguinoso con tutti i vicini, senza ricavarne una sorta di inconscio collettivo in cui domina lo scetticismo e l’individualismo.
L’Italia non ha avuto la Riforma e questo non tanto perché qui ci fosse il Papa (ché anzi si odiano meglio i vicini che i lontani), quanto perché agli italiani, che il papato e la Chiesa fossero molto, molto criticabili, appariva naturale. Chi ha il potere ne approfitta, pensavano. E lo pensano ancora. Del resto, in concreto ognuno di loro si comporta come un Principe machiavellico: la sua bocca è piena di grandi principi e buone intenzioni, il suo comportamento è costantemente orientato dall’interesse personale.
Questa mentalità produce un risultato sconfortante, in democrazia. Personalmente la gente è priva di scrupoli ma parlando in generale si preoccupa del bene pubblico, dei grandi ideali di welfare, del livello morale della collettività. Ovviamente i politici, per ottenere il voto, fanno riferimento a questi valori, e dal momento che di essi si fa antesignana la sinistra, il paese “vota a sinistra”. Attenzione: qui si parla di sinistra non per alludere ai comunisti o agli ex-comunisti, ma a coloro (quasi tutti) che temono di parlar bene dell’impresa privata, della meritocrazia, dell’individualismo.
Poi, una volta che “la sinistra” ha vinto, da bravi italiani i politici dimenticano il bene pubblico e si occupano dei propri interessi e di quelli della loro fazione. E i singoli cittadini fanno altrettanto. Una volta inseriti nella Pubblica Amministrazione, un ente che in teoria mira esclusivamente al bene pubblico, battono fiacca e se ne stanno a casa se piove. Se invece vanno in ufficio non rinunciano né all’occhiata al giornale né alle pause per il caffè. Altrettanto fanno coloro che sono inseriti in grandi strutture dove nessuno è mai licenziato: ospedali, ferrovie, imprese statalizzate. Il risultato è un paese che non funziona e di cui tutti si lamentano: il ferroviere quando va in ospedale, l’infermiere quando deve pagare una bolletta alla posta, il postino quando viaggia. Gli italiani in coro maledicono “gli altri”. Purtroppo, per continuare a distribuire stipendi (solo parzialmente meritati) lo Stato deve esercitare un’enorme pressione fiscale su coloro – privati ed imprese - che lavorano in proprio, nel proprio interesse, e dunque sono gli unici ad avere un’alta produttività. E lo Stato li premia con una burocrazia demenziale.
L’Italia è un paese in cui una grande maggioranza di ipocriti invoca la pubblica moralità mentre in privato persegue solo l’interesse personale. Non importa se morale o immorale. Continua a stramaledire i produttori di ricchezza, e li tassa pesantemente per punirli di avere confessato di tendere al guadagno, ma nel frattempo cerca di vivere a loro spese; e poiché, con una politica statalista, il numero dei produttori di ricchezza si riduce e il numero dei parassiti aumenta, ecco spiegato perché l’Italia è in decadenza.
Lo Stato in concreto cammina sulle gambe dei cittadini. Dunque il nostro non può che funzionare male. La soluzione sarebbe uno Stato minimo accoppiato con una minima tassazione e una massima libertà d’intrapresa. A questo punto gli italiani, attivandosi nel proprio interesse, farebbero miracoli di produttività. Ne sono capacissimi. Ma questo discorso farà saltare sulla sedia la maggior parte dei lettori e dunque non rimane che chiedere loro scusa. È stato un attacco d’immoralità.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 14 dicembre 2007

LA LOGICA a.r.l. DI SARTORI
In un articolo  sul “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2007, Giovanni Sartori scrive un pregevole articolo che, come sempre, si segnala per la sua sorridente chiarezza. Si può non essere d’accordo con questo illustre costituzionalista, ma non gli si può negare né humour né competenza. In questo articolo egli sostiene che, superando il sistema delle coalizioni e del programma concordato prima delle elezioni, nella possibile Terza Repubblica i partiti avrebbero “le mani libere”. Potrebbero scegliere gli alleati. Se Prodi – scrive – è rimasto vittima dei ricatti della “Cosa Rossa”, è perché ha preventivamente scelto di collaborare solo con loro, senza alternative. Mentre Veltroni, se porta a compimento il suo progetto, potrà dire agli alleati, secondo la sintesi dello stesso Sartori, “se esagerate provo altrove”.
Riflessioni interessanti, ma con logica a responsabilità limitata. A qualunque livello, infatti, la passione o le antipatie politiche fanno aggio sull’intelligenza. Nello stesso articolo e sulla base degli stessi presupposti, Sartori sostiene infatti: “Berlusconi fa sapere ai suoi ex alleati che senza di lui diventano «ininfluenti». Ma non è più così… nel nuovo contesto hanno tutto da guadagnare restando indipendenti. Vorrà dire che se l'insieme vincente sarà di centrodestra, Fini e Casini negozieranno con Berlusconi non più in condizioni di sudditanza ma da posizioni di forza”. Ora sarà pur lecito chiedere a Sartori come mai, essendo a capo del partito più forte, Veltroni può dire agli alleati (sminuendone il potere contrattuale) “se esagerate provo altrove”, e Berlusconi non possa dire agli alleati – che appunto per questo dichiara possibilmente ininfluenti – “se esagerate provo altrove”. Misteri del diritto costituzionale.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 13 dicembre 2007

Mi ero imposto di non commentare la questione Daniele Luttazzi. Ma al quarto giorno sono crollato perché ho visto su http://www.wittgenstein.it/post/20071211_48214.html">Witt > che Luttazzi ha copiato da un americano anche la simpatica scenetta che sta facendo discutere in questi giorni e che ha arricchito il suo corposo campionario di ispirazioni. Luttazzi non fa ridere, almeno da quando ho scoperto che è stato consigliere comunale della Dc e da quando si occupa di http://www.camilloblog.it/archivio/2005/10/01/archivio-blog-ottobre-2005/">Ciagate >. Però, lo ammetto, la battuta "ho lavorato un anno e mezzo a questo monologo", che ora diventa "a questa traduzione", è  formidabile.
PS: Dice un geniale American Beauty: "Ma non è che la trasmissione di Luttazzi è stata sospesa a causa dello sciopero degli autori televisivi americani?
"

camilloblog.it

Arriva il Dalai lama, scappa scappa la Cina e' vicina!
Ho seguito con molta rabbia l'arrivo del Dalai Lama in Italia e, dopo aver visto in TV il programma Terra di Toni Capuozzo, la mia rabbia e' aumentata a dismisura.
Il Dalai lama, l'Oceano di Saggezza, come viene chiamato dai tibetani, e'  in visita in Italia e nessun rappresentante  del governo ha  il coraggio di riceverlo.
Ma bravi!
Ma che coraggiosi, miei.... Prodi!
 
La Cina occupa il Tibet dal 1950, la popolazione tibetana sta subendo un vero e proprio genocidio, non esistono diritti civili, chi viene trovato con la foto del Dalai Lama e' condannato a morte, chi lo nomina viene torturato, messo in carcere e quando esce dal carcere solitamente muore in circostanze misteriose prima di arrivare a casa.
I tibetani sopportano tutto questo e assistono allo scempio del loro Paese trasformato in una enorme base missilistica, con coraggio. Non si ribellano, non praticano il terrorismo, non uccidono bambini cinesi, non fanno implodere grattacieli, non ricattano il mondo terrorizzandolo.
Sono pronti a morire ma non a uccidere, sono un popolo pacifico che subisce il pugno di ferro  della Cina e l'indifferenza del mondo sorridendo e soffendo in silenzio. Sorridendo, come in questi giorni  sorride forse un po' ironicamente,  il Dalai Lama mentre assiste al fuggi fuggi dei... Prodi e impavidi  politici italiani. 
L'unico che ha avuto il coraggio di riceverlo ufficialmente e' stato il sindaco di Cologno Monzese, piccolo comune vicino a Milano, dove risiede la piu' numerosa comunita' tibetana in Italia , 40 persone.
Formigoni, a Milano,  si e' limitato a portarlo al Pirellone alle otto e mezzo di mattina, forse avrebbe preferito anche prima se fosse stato possibile, che so, alle 6 del mattino pur di non dare nell'occhio, lo ha  ricevuto con gentilezza e calore ma sempre facendo entrare l'Oceano di Saggezza dalla porta di servizio.
 

Ma che vergogna.
Sono gli stessi politici e ministri che si stendevano per terra come dei servi  quando veniva in Italia un assassino come Arafat, strisciando e sbavando davanti a lui come lumache.
Sono gli stessi che andavano a Mosca a prendere Ocalan, capo del terrorismo kurdo,  per ospitarlo in Italia a spese dei contribuenti.
Gli stessi che davano asilo ai terroristi dissacratori della Basilica di Betlemme, mantenuti lussuosamente a Roma con i soldi delle nostre tasse.
Gli stessi che accompagnavano  cortei oceanici in cui si urlavano slogan di morte contro Israele, con gentaglia travestita da kamikaze, guardata affettuosamente