archivio dicembre 2007
UN COUP D’EPEE DANS L’EAU
La lettera di
Dini al Corriere della Sera, che pure ha un aspetto terrificante,
rischia di non avere assolutamente alcun effetto. È
quello che i francesi chiamano un coup d’épée
dans l’eau, un colpo di spada nell’acqua. Il tono generale
è quello delle richieste ultimative al governo, compensate
da precisazioni che ne annullano il valore. Come chi dicesse:
“Non devi mentire, a meno che tu non lo reputi necessario”. Questo
non significa che Dini e i suoi amici non faranno cadere il governo,
se lo reputeranno opportuno per i loro interessi personali:
ma ben difficilmente lo faranno perché il governo non ha
fatto ciò che loro gli chiedevano di fare. Ecco i singoli punti
di Dini.
“1.
Una decisa azione per la riduzione della spesa pubblica.
A partire dall'uscita anticipata di almeno il 5% dei lavoratori
pubblici”. La prima frase, essendo generale, non esige nessun
impegno concreto. La seconda – al contrario – è tanto seria
da essere impossibile da attuare. Il governo si regge sul consenso
e non può sfidare, in un colpo solo, tutta la macchina
dello Stato, tutti i sindacati e una annosa demagogia. La sinistra
non ha permesso il licenziamento nemmeno di chi riscuote lo stipendio
e non lavora, figurarsi l’allontanamento di chi ha solo la colpa
di far parte del 5% che è antipatico a Dini. Fra l’altro,
come determinarla, questa percentuale? E che avverrebbe, una volta
che si dovesse passare ai singoli nomi di queste decine e decine di
migliaia di persone? Si rischierebbe la rivoluzione e tuttavia – Dini
lo dice poco oltre – tutto questo secondo lui si potrebbe fare in sei
mesi. Forse ha ragione: la Bastiglia fu conquistata in meno tempo.
“2.
Il ridimensionamento delle persone che vivono di politica.
A partire dall'abolizione delle Province”. Anche qui, Dini
chiede qualcosa d’impossibile. Tutto il castello della politica
si regge su queste persone. Dini non ha un partito, dietro di sé,
e può permettersi di dire questo e altro: ma i politicanti
e i loro amici, oltre ad essere le sanguisughe dello Stato, ne sono
anche l’ossatura. E gli stessi partiti dovrebbero fare di sé
stessi dei celenterati? Che ne sarebbe poi delle migliaia e migliaia
di persone, magari nullafacenti, che hanno un “posto” nelle Province?
“3.
Una riduzione del carico fiscale per i contribuenti, secondo
un percorso graduale ma annunciato in partenza”. Dini
in questa lettera afferma: “Quanto enunciato è un programma
minimo che consideriamo imprescindibile e che contiene proposte
realizzabili in non più di sei mesi”. Se ne deduce che
il governo deve annunciare ed attuare la riduzione fiscale con
le tali e tali modalità, entro sei mesi. If you can
believe this, you can believe everything (se potete credere questo,
potete credere qualunque cosa).
“4.
La rinuncia alle centinaia di programmi inconcludenti”.
Aria fritta, questa. E poi, come dice il detto, il diavolo
si nasconde nei particolari, quando si passa dai termini astratti
(“programmi inconcludenti”) a sottrarre la sedia di sotto a qualche
titolare di sinecura.
“5.
La realizzazione del sistema nazionale di valutazione
dei risultati scolastici, per legare ogni incremento reale
delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della
preparazione scolastica degli allievi”. Il senatore Dini,
in due righe, ribalta una tendenza che dura da quasi quarant’anni.
Valutazione severa? Bocciatura dei somari? Premio al merito, allontanamento
dei professori incapaci, discriminazioni retributive fra i professori?
Non lo sa che tutte queste sono parole tabù? Non solo
il programma è vastissimo ed inattuabile (soprattutto entro
sei mesi!), ma Dini deve ringraziare il cielo che nessuno lo prenda
sul serio. Non i professori. Non gli alunni. Non i sindacati. Non
la sinistra, soprattutto, che se queste parole le avesse dette da Presidente
del Consiglio l’avrebbe fatto arrosto.
“6.
La riduzione da 45 a 15 giorni della sospensione feriale
dei termini processuali”. Come sopra. In primo luogo i magistrati
non permettono a nessuno d’interferire nella loro vita, in secondo
luogo sono stati capaci, fino ad ora, di opporsi anche a provvedimenti
sacrosanti – come la separazione delle carriere, che pure non li
avrebbe fatti lavorare di più - solo perché andavano
contro le loro abitudini e i loro pregiudizi. E Dini pretenderebbe
tenerli un mese in più dietro la loro scrivania? L’unico commento
adeguato è uno scuotere la testa fino a slogarsi il collo.
“7.
Il ridimensionamento del ruolo della politica nella gestione
della sanità pubblica”. Dini chiede: “quale azienda
potrebbe mai funzionare se i capi stabilimento venissero scelti
a seconda che siano più vicini a questo o quel partito?”
Invece la domanda giusta è: “Perché mai gli uomini
politici dovrebbero rinunciare al voto di scambio, alle benemerenze
con gli ottimati e al loro potere nel sottobosco politico?” Fra l’altro,
in ogni singolo caso essi sosterrebbero di avere appoggiato non
un loro sodale, ma il più grande luminare della medicina o
del management in Italia.
La conclusione di
questo libro dei sogni è in linea col resto: “Siamo
pronti a sostenere un governo che si impegni a realizzare
questo programma minimo. Se sarà espressione dell'attuale
maggioranza, bene. Ma chiediamo una risposta chiara, senza
ambiguità, al più tardi al momento della verifica
prevista per metà gennaio”. Dini sembra non immaginare
che la risposta di Prodi sarà un sì entusiastico su
tutta la linea (così il suo governo rimane a galla),
con la riserva mentale - manifestata sottobanco ai partiti dell’estrema
sinistra - di non ovviamente farne nulla.
Questo
programma politico avrebbe potuto realizzarlo, da Presidente
del Consiglio, solo Bava Beccaris.
Non
è detto che Dini non faccia sul serio: potrebbe anche
darsi che faccia cadere il governo. Ma questo avverrà
non se Prodi attuerà o no questo programma, ma se Dini e
i suoi amici avranno o no interesse a farlo cadere. Avrebbero
potuto risparmiarci la sceneggiata.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 30 dicembre 2007
IL
SOLIPSISMO E I KAMIKAZE
Il solipsismo è la teoria secondo
la quale, dal momento che noi abbiamo nozione solo della
nostra coscienza, e che le nostre stesse sensazioni sono fatti
della coscienza, possiamo essere sicuri dell’esistenza del nostro
pensiero ma non del mondo esterno. L’Universo potrebbe
essere frutto della mia immaginazione, mentre l’unica realtà
sono io e il resto potrebbe non esistere. Anzi, forse non esiste.
Del resto, per lo stesso Kant, che pure non era solipsista, l’esistenza
della materia si può presumere ma non dimostrare (noumeno).
Scendendo alla realtà quotidiana,
è esperienza comune che per ognuno di noi l’Universo
cessa di esistere almeno una volta al giorno, quando dormiamo.
E addirittura cessa di esistere per sempre, senza traumi, per
chi muore nel sonno.
Da tutto questo, che pure è
ovvio, non sempre tutti traggono le conseguenze che implica.
Non raramente gli uomini, dimenticando di essere degli individui,
si comportano come le api o le formiche: dànno più
importanza al gruppo che alla loro stessa vita. Non stupisce che
si comportino così gli imenotteri, dal momento che non hanno
coscienza del loro eroismo, ed anzi non hanno nemmeno il concetto
della morte: ma che lo faccia un uomo è sorprendente. Il terrorista
che uccide al prezzo della propria vita compie un gesto in favore di
una causa di cui non conoscerà gli sviluppi, che non lo riguarderà
più un attimo dopo che avrà premuto il pulsante del
detonatore. È un individuo colui che si trasforma in strumento,
che scade volontariamente al livello di martello, di sega o di piccone?
È ovvio che
l’interessato gusterà in anticipo l’ammirazione dei
suoi, che siano terroristi come lui o, nel caso dei kamikaze,
i colleghi militari e il paese tutto: ma fondamentalmente
la molla dell’azione è la coscienza di appartenere ad
un gruppo che continuerà ad esistere e in cui si “sente”
che si continuerà a vivere. Sembra folle, ma questa follia
ha un senso.
L’uomo è dominato
da due istinti fondamentali: la conservazione di sé
e la conservazione della specie. Quest’ultimo è meno noto
del primo ma è più forte di quanto non si pensi.
L’adolescente brufoloso che delira desiderando donne crede di
essere immorale, di doversi nascondere, e non sa che sta obbedendo
alla natura, che sente l’urgenza della sopravvivenza della specie,
per la quale bisognerebbe applaudirlo, non diversamente da come
si approva la fanciulla vergine e romantica che sogna un matrimonio
d’amore. Per questo l’intera umanità s’intenerisce sui bambini
e folle sterminate di genitori fanno sacrifici immani per la loro
prole, magari fino a che questa prole non abbia trent’anni.
Soprattutto il caso
dei genitori merita però di essere commentato. Se
qualcuno chiede loro ragione del loro comportamento manifestano
soltanto la loro meraviglia. Che c’è da spiegare? “Sono
i miei figli!” E non capiscono che non stanno manifestando una loro
idea, ma un’idea dell’istinto di conservazione della specie. Se
fossero razionali, dovrebbero dire: “So che il sesso serve alla specie
più che a me, ma mi piace e lo pratico. Nello stesso modo,
voglio dei figli perché mi piace averne e mi piace occuparmene”.
Affermazione non priva d’importanza. Infatti se il sesso si pratica
solo per il piacere, la contraccezione non è più lecita
ma doverosa. E se la procreazione la si vuole perché si ama
occuparsi dei figli, dopo sarà vietato lamentarsi dei fastidi
che dànno i lattanti, dei capricci dei bambini piccoli, dei
problemi scolastici dei ragazzi, delle intemperanze degli adolescenti
e dei problemi di inserimento dei giovani. Sono tutte cose comprese
nel pacchetto e chi non ci ha pensato prima ha obbedito all’istinto
con lo stesso grado di riflessione di una gatta o di un pinguino.
L’individuo è
una rarità. È qualcuno che riesce veramente
a credere che, dopo la sua morte, non saprà più
nulla dell’Universo, dei suoi figli, e soprattutto della fazione
politica o nazionale cui ha sacrificato la propria vita. È
uno che ha capito che, fra qualche anno, sarà morto in eguale
misura se sarà rimasto uno scapolo gaudente o se avrà tirato
su dieci figli. È uno che ha veramente capito la teoria solipsistica:
“Io sono il mio unico me stesso. Quando morirò, tutto morirà
con me. Non voglio fare nessun male agli altri, ma rimango il mio unico
valore. Ho solo questo gettone, per giocare con la vita, e non posso
sprecarlo. La specie? Essa mi ha messo al mondo per sé, io
vivo solo per me, mi pare che la pensiamo allo stesso modo. Io non
le devo nulla”. Questo è il discorso di un egoista immorale,
nevvero? Ma proprio questo s’intendeva affermando che l’individuo è
raro. Nella stragrande maggioranza dei casi, gli esseri umani sono
parti di un tutto. Pedine molto morali ma spendibili e intercambiabili
sulla scacchiera dell’alveare o del termitaio. Soldatini che si possono
anche mandare al macello, in nome del generale “Specie”.
Ma c’è qualche
individuo, appunto, che i generali li considera solo dei
colleghi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- dicembre 2007
EINSTEIN
Sia la religione sia la scienza offrono
delle verità. La prima vi giunge per via di fede,
cioè di fiducia in ciò che altri hanno
capito o si sono visti rivelare; la seconda vi giunge per via
sperimentale, al punto che la verità che non si può
raggiungere per questa via non è una verità scientifica.
Al massimo può essere una teoria. Una seconda differenza
è che la rivelazione religiosa non è replicabile - non
si può chiedere all’arcangelo Gabriele di rivelare anche
a noi ciò che rivelò a Maometto - mentre la verità
scientifica in tanto è tale, in quanto l’esperimento sia autonomamente
ripetibile. E si potrebbe continuare: ciò che importa è
che le due cose sono profondamente diverse e procedono con metodi
affatto diversi. Lo scienziato in quanto tale non è armato
per parlare di religione e il teologo non è equipaggiato
per discutere di scienza. Salvo eccezioni, naturalmente.
Blaise Pascal fu un genio
della fisica e della matematica (anzi, un genio precoce), e fu anche
un illustre teologo, estremamente importante nelle dispute
religiose concernenti il giansenismo. Non diversamente
da come Mendel, un religioso, è rimasto famoso per i
suoi studi di genetica. Ma – questo è il punto - né
Pascal applicava al Cristianesimo il metodo scientifico, né
Mendel applicava ai suoi piselli i dogmi della Fede.
I guai nascono quando si sconfina.
E poco importa che lo si faccia in buona fede. Ussher ha
stabilito che la Terra è stata creata esattamente sabato
23 ottobre del 4004 avanti Cristo, al crepuscolo. Questo vescovo
s’è guadagnato una fama imperitura, ma una fama imperitura
di sciocco: già i rudimenti della geologia ridicolizzano
la sua affermazione. E tuttavia Ussher non era uno stupido: essendo
sinceramente credente, si limitò ad addizionare gli anni sulla
base della Bibbia. Essendo la Bibbia verità rivelata, a suo
parere Dio aveva rivelato anche la data della nascita della Terra:
e nulla avrebbe impedito che si imponesse di credere anche a questa
affermazione, se l’empia scienza non si fosse messa di traverso.
La Chiesa però, dinanzi all’evidenza, seppe cadere in piedi.
I “giorni” della creazione ben potevano essere ere di milioni di anni.
E non diversamente andò con Giosuè, che provava la validità
del sistema tolemaico. Una volta che non si poté più negare
l’evidenza del sistema eliocentrico, si disse che Giosué non
fermò il sole per dare torto a Copernico, ma per esprimersi
secondo le convinzioni dei contemporanei.
Sia detto di passaggio,
neanche questa versione sta in piedi. Perché se
la Terra improvvisamente si fosse fermata, gli oceani per
abbrivio avrebbero invaso le terre ad oriente di essi alla
velocità di mille-millecinquecento chilometri orari,
secondo le latitudini, le case si sarebbero staccate dalle fondamenta
per decollare, insieme con tutti gli alberi, ed anche con Gedeone
e il suo esercito. Ma queste sono storie vecchie. In fondo i credenti
hanno ragione: che importanza ha, se Giosué fermò il
Sole, la Terra o Dio volle che rimanesse in cielo l’immagine (e la
luce) del sole, mentre le cose nel resto del sistema solare andavano
come al solito? Essenziale è che Dio ami gli uomini, che
il suo Figlio si sia fatto uomo per redimerci, che la morte sia apparente
ed i giusti vadano in paradiso. Tutte cose che con la scienza, e il
sistema eliocentrico, e Galileo, non hanno niente a che vedere. Certo,
si sarebbe stati lieti che così la pensasse anche il cardinale
Bellarmino, a suo tempo, ma non si può avere tutto.
La separazione di scienza e fede
è utile ad ambedue. Da un lato è inutile cercare
di provare al credente che certe affermazioni sono scientificamente
assurde, dall’altro è assurdo tentare di dimostrare
ad uno scienziato che la Madonna era vergine mentre partoriva.
Quando si discute di Dio, di Divina
Provvidenza, di Creazionismo e argomenti analoghi, è
assolutamente fuor di luogo proclamare, con aria trionfante,
“Einstein credeva in Dio e tu no?” Perché Einstein, per
quanto riguarda Dio, non ha più autorità del salumiere
sotto casa. Il grande Albert aveva tutto il diritto di credere
in Dio ed anche al miracolo di San Gennaro, se gli garbava, ma in
materia di religione aveva la competenza che un poeta ha in materia
di relatività.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- dicembre 2007
DIMETTERSI “PER
DIGNITÀ”
Quando un uomo pubblico commette
qualche grave errore, in molti gli suggeriscono di dare
le dimissioni “per dignità”. Ma che significa, questa
espressione?” Se l’interessato non riconosce la colpa, la richiesta
è assurda. Mentre se la riconosce, e ammette che non
è degno di quella carica, dimettendosi si comporta ammirevolmente
ma non salva certo la propria dignità.
Il problema, riflettendoci, si complica ulteriormente.
Se l’interessato non si dimette, rimane formalmente innocente
anche se è colpevole; mentre, se si dimette, risulta
formalmente colpevole, “tant’è vero che s’è dimesso!”,
anche se è innocente. In queste condizioni, chi è
lo sciocco che, potendo salvare il posto, e almeno il dubbio
sulla propria colpevolezza, presenta la dimissioni?
Né fa superare lo scoglio l’ipotesi che, quando i critici
parlano di “dignità”, intendano non la dignità
dell’uomo ma quella della carica che ricopre. Infatti anche in
questo caso l’interessato potrebbe appunto dire: “non me ne vado
perché ammetterei di avere danneggiato la dignità
di quella carica: e non l’ho fatto”.
L’unica spiegazione seria dell’espressione è
che i critici intendano in realtà chiedere le dimissioni
“per indegnità”: ma se questo è vero, farebbero
bene a dire proprio così, lasciando da parte gli eufemismi,
l’ipocrisia e la retorica.
Poiché però quell’ingiunzione - “dimettiti per
dignità” - è malgrado tutto corrente, è
opportuno vedere che senso le attribuisca chi la usa. L’unico
senso che si riesce ragionevolmente ad ipotizzare è il
seguente: “Siamo in possesso di tali prove della tua colpevolezza
che, se vuoi evitarti l’umiliazione di vederle sciorinate in
pubblico, il meglio che puoi fare è evitare il processo.
Vattene e lascia in giro il dubbio che ti sia dimesso per far
cessare la cagnara sul tuo nome. Magari mentre sei innocente.
Mentre se ci obbligherai ad estrometterti, sarai scacciato con
ignominia”. Queste parole sono pesanti e dense di significato. Finalmente
siamo fuori dall’ipocrisia. Ma un cannone in tanto è
temibile in quanto, oltre ad essere grosso, sia anche carico. In
questo caso, chi parla deve realmente essere in possesso di armi
così potenti da ottenere comunque la rimozione del colpevole.
Ha dunque i mezzi per ingiungergli di andar via, mentre chiedergli
di dimettersi non ha senso. Chiedere implica che l’altro possa
dire di no. E se l’accusato ha effettivamente la possibilità
di dire di no, (magari perché è sostenuto da correi),
la richiesta di dimissioni “per dignità” si rivela per
quello che è: un bluff.
In conclusione, per quanto riguarda certi personaggi,
o li si butta fuori – se se ne è capaci – o li si lasci
tranquilli. Non per la loro dignità ma per la nostra. Questo,
per la logica. Ma la politica – si sa - ha esigenze di spettacolo
che della logica si disinteressano sovranamente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 25 dicembre 2007
LA PREOCCUPAZIONE
ECOLOGICA
Nella parola “ecologia”, come
in “economia”, c’è l’étimo “eco”, dal greco
“oikos”, che significa casa, dimora, focolare. E questo
già costituisce, in riassunto, una delle argomentazioni
fondamentali degli ecologisti. Essi chiedono: “Se la Terra
è la tua casa, non ti pare giusto interessarti ad essa,
far sì che il tetto non ci cada sulla testa?” Purtroppo
per loro, quell’etimologia costituisce anche, a ripensarci, un eccellente
argomento contro la loro tesi.
La casa, nell’idea che se ne ha nei paesi civili, è
un manufatto dell’uomo. Siamo noi che costruiamo fondamenta,
muri, solai, tetti. Ed è giusto che da un lato ci sentiamo
responsabili dei suoi eventuali difetti, dall’altro poniamo
loro rimedio. Ma in questo senso la Terra non è la nostra
casa: essa preesisteva all’Uomo ed esisterà anche questo
ospite sarà sparito. Come spariscono tutte le specie,
una volta o l’altra.
La Terra è forse una casa, ma non la nostra casa.
Ci abitiamo, ma non l’abbiamo costruita e non ne siamo
responsabili. Se lo fossimo, l’organizzeremmo diversamente.
Come dimostra la diga di Aswan. Il Nilo è stato caratterizzato
per molti millenni dalle esondazioni periodiche e gli egiziani
hanno voluto imbrigliarlo, fino a farlo defluire come stabilisce
il Cairo, non come stabiliscono le piogge. Ma questo intervento,
per le dimensioni della Terra, è un particolare insignificante:
in realtà non siamo riusciti a regolare gli uragani caribici,
i terremoti, gli tsunami e neppure le umili piogge. Il nostro pianeta
si interessa ben poco di questo inquilino e non ha certo l’uomo come
amministratore di condominio.
Nessuno sostiene che la nostra attività non abbia
nessuna influenza. Perfino le flatulenze dei bovini ne hanno
una. Qui si tratta di capire in quale misura l’uomo possa
far male e in quale misura possa far bene.
La prima osservazione riguarda il clima. Gli scienziati
propongono spiegazioni più o meno plausibili per
le glaciazioni, come anche per i periodi di caldo in cui gli
animali della savana scorrazzavano in Francia: ma nessuna
di esse fa risalire la causa all’uomo. Ora, se senza il nostro
intervento la Terra è riuscita ad avere variazioni di dieci
o venti gradi, con quale ragionevolezza si può attribuire
all’uomo, e non ad altro, una variazione di un grado o due? È
giusto interessarsi dell’anidride carbonica, dell’effetto serra
e delle cinture di van Allen, ma senza farne una religione e senza
montarsi la testa: non siamo i padroni né del clima, né
dell’aria, né del mare.
Lo stesso vale per le risorse. È vero che non bisogna
sprecare ciò di cui disponiamo. Depredare il mare fino
a renderlo privo di pesci o quasi è una follia. Ma bisogna
ricordare un paio di cose: in primo luogo, non bisogna essere
ipocriti. Molti, nel momento stesso in cui proclamano che bisogna
fare economia di qualcosa, non si priverebbero di quella cosa
per nessuna ragione al mondo. Seduti nelle loro berline di lusso,
gli occidentali non possono chiedere ai cinesi di andare a piedi.
In secondo luogo, bisogna ricordare che a volte, mentre ci si preoccupava
per l’esaurimento di qualcosa, il genio umano ha trovato una soluzione
che ha addirittura migliorato la situazione: la plastica ha risolto
un’infinità di problemi che sarebbero costati milioni di tonnellate
di materie prime. Il petrolio tende ad esaurirsi, inevitabilmente,
ma chi dice che l’uomo non riuscirà a sfruttare la fusione
nucleare? Infine e soprattutto, aveva ragione Malthus: le dimensioni
della Terra sono fisse e il numero degli umani non può
aumentare all’infinito. Se si continua così, si arriverà
alla carestia. L’uomo, prima che essere colpevole di inquinare
la Terra, è colpevole di esistere, se esiste in un numero
troppo grande. Ecco perché, piuttosto che guardare storto i
tubi di scappamento delle automobili bisognerebbe guardare storto
tutti coloro che dicono male del preservativo e del controllo delle
nascite.
C’è infine una considerazione radicale e devastante.
La specie umana, come tutte le specie, si estinguerà.
Di tutta questa vicenda l’Universo non conserverà memoria.
Neppure di Alessandro Magno o di Mozart. E dunque non è
poi un’imprevedibile disgrazia, che tutto vada in malora: è
un infame destino che ci attende. Abituiamoci all’idea.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
L’ABORTO DI GIORDANO
Oggi un senso perverso - non
so se critico o dell’umorismo - mi spinge a sorridere
del direttore del quotidiano che leggo più o meno da quando
lo fondò Montanelli. I sentimenti paterni di Mario Giordano,
che lo inducono a considerare con orrore l’aborto provocato,
meritano tutto il nostro rispetto e perfino una punta di ammirazione.
Ma si tratta di argomenti tutt’altro che convincenti. Se uno si
perdesse in ditirambi in lode del formaggio, che adora, non per
questo convincerebbe sua moglie, che solo a sentirne l’odore rischia
di vomitare. Giordano ha voluto dei figli e li ama. Benissimo. È
cosa di cui anche noi siamo lieti. Ma che lui non capisca che altri
possono non desiderare quella gioia, e considerarla anzi una iattura,
sarebbe bello che lo capisse lui. Anche a non esserne lieto.
La “moratoria sull’aborto” proposta da Giuliano Ferrara
sembra abbastanza risibile. Ammesso che ci siano, come ci
sono, molti aborti nel mondo, qual è il senso della moratoria?
Significa che una donna che avesse già superato le proprie
perplessità morali, le difficoltà concrete, la disapprovazione
eventuale dei parenti, e che fosse decisa ad abortire, poi
se ne asterrebbe per fare piacere a Ferrara? E per quanto tempo?
Entro il limite in cui l’aborto è ancora possibile o rinunciandoci
definitivamente? Sempre per amore di Giulianone?
Giordano tuttavia non vive sulle nuvole. Infatti scrive:
“Conosco bene la replica: ‘Volete che si torni agli aborti
clandestini’. Che è un po' come dire che abolire la pena
di morte rischia di far tornare alla legge del taglione”. E questo
è un sonoro colpo di zappa sui piedi. Se si abolisce l’aborto,
si abolisce solo quello legale. Quello illegale continua. Mentre se
si abolisce la pena di morte, i condannati non vengono uccisi: né
dallo Stato, che applicherebbe l’ergastolo, né dai parenti delle
vittime - quelli che dovrebbero applicare la legge del taglione - proprio
perché i colpevoli sono ermeticamente protetti dalle mura del
carcere. Il parallelo fra legge sull’aborto e legge del taglione è
tanto valido quanto dire che abolendo le barzellette la gente sarebbe
costretta ad andare in bicicletta.
Però Giordano quelle parole non le ha dette distrattamente
e di fatti insiste: “il punto non è stabilire se ci
saranno ancora o no aborti, così come nel caso della pena
di morte non è stabilire se ci saranno ancora delle persone
che uccidono oppure no: il punto è chiedersi se lo Stato
deve favorire la soppressione della vita, ancorché legale”.
Il Direttore del Giornale non pensa che mentre abolendo l’aborto
legale le vite di feti soppressi rimarranno di numero pressoché
uguale, quello che aumenterà notevolmente è il numero
di vite stroncate fra le donne povere. Queste infatti saranno indotte
ad affidarsi a mani poco esperte o criminali, non potendosi pagare
un viaggio all’estero e un intervento in una moderna clinica. Con
questa piccola differenza: che il feto soppresso non ha mai saputo di
essere in vita, mentre una donna che muore per un aborto mal praticato
è una donna nel pieno della sua voglia di vivere e nel pieno
delle sue facoltà mentali. Come speriamo per Giordano.
In totale il giornalista non apporta nessun serio argomento
a prova della sua tesi, se non la sua antipatia per l’aborto.
Che si può anche capire. Come lui dovrebbe però
capire che c’è chi ha antipatia per la procreazione. O anche
più seri motivi della semplice antipatia.
Va infine sottolineato il fastidio che provoca questo
veder parlare del problema dell’aborto come se i feti fossero
contenuti in cassette postali e non nel corpo delle donne. Nessuno
si cura della loro opinione. Forse hanno ragione quelle femministe
che si lamentano del fatto che la società, soprattutto
quella poco sviluppata, considera il corpo della donna una sorta di
proprietà comune. Dei maschi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
ILLEGITTIMI MA
NON ILLECITI
Premessa. Vincenzo Visco ha più
volte telefonato, e insistito, e persino minacciato
perché il generale Speciale trasferisse alcuni alti
ufficiali. Ne è derivato lo sconquasso che si sa e perfino
un’indagine della magistratura romana. Il Pm tuttavia ha chiesto
al Gip l’archiviazione perché i fatti accertati (a quanto
pare non contestati), “configuravano atti “illegittimi ma non illeciti”.
Il che escludeva che si trattasse di un reato.
L’argomento
a sostegno di questa distinzione era, secondo il Foglio,
“l’assenza di volontarietà nell’abuso di potere compiuto”.
Cioè, in termini tecnici, l’assenza di dolo. Il dolo
è la coscienza di commettere un illecito: ma l’abuso
di potere può essere un reato colposo? Per noi è
come l’ipotesi di una violenza carnale colposa. Poiché però
non conosciamo in che modo, eventualmente, il Pm abbia sostenuto
questa tesi, ci fermiamo a quelle parole: fatti “illegittimi
ma non illeciti”.
Personalmente, pur avendo studiato diritto penale, non
abbiamo chiara questa sottile distinzione. Tuttavia, il
fatto che il Gip abbia negato l’archiviazione ci fa sperare
che abbia anche lui avuto dei dubbi sulla differenza: e questo
ci consola non poco.
In mancanza di meglio, non rimane che consultare il dizionario.
Secondo lo Zingarelli, illegittimo è “ciò che
non concorda con la legge”. Per il Devoto-Oli, illegittimo
è ciò che è “privo delle qualità
o delle condizioni richieste dalla legge… per la validità
giuridica”. Quanto ad “illecito”, per il primo è ciò
che è “contrario a norme imperative, all’ordine pubblico
o al buon costume”, per il secondo “non consentito dalla norma
morale o dalle leggi civili o religiose”. E la nebbia non si dirada.
L’etimologia aiuta un po’: illegittimo è ciò che va contro
la legge, mentre illecito è ciò che va contro ciò
che “licet” ( è permesso). Ecco perché il Devoto-Oli, attento
alle sfumature, per “illecito” scrive prima “non consentito dalla
norma morale” e solo dopo “dalle leggi”. Infatti le cose non permesse
in generale sono molto più numerose di quelle giuridicamente
vietate. La buona educazione, per esempio, non è iscritta nel
codice penale e l’ambito dell’illecito è più vasto dell’ambito
dell’illegittimo.
Se tutto questo è vero, proprio non si capisce
l’espressione del pm romano. Se il comportamento di Visco
è stato illegittimo, è andato contro le leggi;
e ciò che va contro le leggi è illecito. Avremmo
capito l’inverso, che il Pm dicesse: il comportamento è
stato “[moralmente] illecito ma non illegittimo”. Intendendo:
“sarebbe stato meglio che non lo facesse, ma facendolo non ha
violato la legge”. Invece ha detto precisamente “illegittimo
ma non illecito”.
Esiste però la possibilità che il pm romano abbia
usato l’aggettivo “illegittimo” nel senso finalistico (sottolineato
dal Devoto-Oli) di “privo delle qualità o delle condizioni
richieste dalla legge per il riconoscimento o il conferimento
della validità giuridica”. Visco, secondo questa interpretazione,
non aveva nessun potere per imporre al generale Speciale il
trasferimento di quegli ufficiali; la sua richiesta era illegittima
e “incapace di produrre gli effetti giuridici desiderati”, e
proprio per questo era sì improduttiva di effetti ed inane,
ma non illecita. Come se uno scrivesse a Berlusconi “Lei deve nominarmi
suo erede universale”. La richiesta è illegittima ma non illecita.
Tutto chiaro?
Per niente. Bisogna considerare chi fa la richiesta
e come la fa. Lo sconosciuto che scrive a Berlusconi è
un povero pazzo, un superiore che chiede qualcosa ad un sottoposto,
con tono imperativo, e insiste, e urla, e minaccia, non
compie un atto semplicemente illegittimo. Commette un reato:
un tentativo di abuso di potere, di estorsione, di violenza
privata o di violenza carnale.
Se il vice-ministro avesse presso carta e penna e avesse
scritto: “Caro Generale, con la presente, ai sensi di legge,
la invito a trasferire Tizio e Caio”, il generale Speciale
avrebbe potuto rispondere che c’era un errore. II vice-ministro,
“ai sensi di legge”, non aveva nessun potere di richiedere quel
trasferimento. Viceversa, chiedendo il trasferimento per telefono,
e senza avvalersi di legittimi poteri, e con urgenza, e chiedendo
conto del ritardo, e minacciando conseguenze, si è
in presenza di un’indubitabile violazione di legge. Che è insieme
illecita, illegittima e da sanzionare penalmente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
Otto domande
e una risposta
Come
è possibile che telefonate private vengano pubblicate
sui giornali?
Come è possibile che
telefonate private addirittura senza nessuna rilevanza
penale vengano pubblicate sui giornali?
Come è possibile che
le telefonate di persone inintercettabili per legge vengano
ugualmente pubblicate sui giornali?
Come è possibile che
non si sappia chi ha passato il testo e addirittura l'audio
delle telefonate ai medesimi giornali?
Come è possibile che
non venga mai indagato e condannato nessuno, in procura,
per aver illegalmente passato verbali, testi e file audio ai
giornali?
Come è possibile che
il ministro della Giustizia e dell'Interno, chiunque
essi siano, non chiudano quegli uffici colabrodo?
Come è possibile che
la sinistra denunci la violazione della privacy e si
indigni soltanto quando sono i suoi rappresentanti a essere
sputtanati e poi come se niente fosse ricomincia quando c'è
di mezzo Berlusconi, Moggi, il re o una valletta?
Come è possibile che
abbiamo dei giornali così di quella-cosa-che-piace-a-luttazzi?
Io lo so come è possibile,
è possibile perché siamo un paese ridicolo.
dal blog di Camillo
IL “LITIGIO” CON
LA MAMMA
In una casetta borghese e
normale, alla periferia di Udine, una madre ha ucciso
a coltellate il figlioletto di sette anni. La cosa, per come
scrivono i giornali, è avvenuta “nel corso di un litigio”.
Questa notizia è purtroppo vera; ma anche se non lo fosse,
dal momento che tutti l’hanno creduta, sarebbe in una direzione
plausibile. Di un uomo del quale si dice che sia uno spendaccione
non si crederebbe facilmente che si sia avvelenato mangiando
cibo raccolto da terra, mentre si presterebbe subito fede alla
notizia che si è rovinato a Montecarlo. È questo cio
che è significativo, nella tragedia di Udine: il fatto che
i giornali, riferendo l’omicidio, hanno parlato di un “litigio”,
e nessuno ha fatto un salto sulla sedia, dinanzi all’assurdità
del termine usato. Un capitano non litiga con un soldato; un
cardinale non litiga con un prete; un genitore non litiga con il
suo bambino. Nelle scuole secondarie è nozione comune che un
professore valido non alza la voce ed ottiene lo stesso la disciplina,
mentre quello che grida o manda i ragazzi dal preside, perché
siano puniti, è guardato con una rattenuta commiserazione.
Dunque una madre di quarantun anni che litiga col figlio di sette anni
in quel momento ha sette anni anche lei.
I genitori amano moltissimo
i loro figli. L’ha previsto la natura, affinché
non venissero meno le cure parentali. Ma amare non significa
mettere sullo stesso piano se stessi e il sottoposto. È
giusto riamare il proprio cane, bestia cara e affettuosa se mai
ce ne fu una, ma non bisogna permettere che esso comandi. L’etologia
insegna infatti che, se si convince di essere l’animale alfa,
il cane finirà col mordere il padrone. Per educarlo, per
tenerlo al suo posto. Questo è un dato assolutamente banale,
per chi si è interessato di psicologia canina.
Attualmente c’è una
crisi del principio di autorità e molti genitori
sono convinti che imporsi ai figli sia un errore. Con loro
bisogna solo “dialogare”. Dialogare e in fin dei conti cedere,
se non c’è altro modo di evitare una crisi. Sicché
i bambini divengono irritanti, rumorosi, imprudenti, capricciosi,
esosi. E sfidano i genitori. Insistono a fare la cosa sbagliata
benché padre e madre gli urlino di smetterla. Gli adulti
hanno indotto quel soldo di cacio a credersi loro pari, a credersi
in grado d’imporre la propria volontà, con gli urli, con
i pianti ed anche con i calci, se capita, e il bambino lo fa. La
casa di una coppia che ha figli piccoli è infrequentabile.
Tutto questo mette in crisi
le amicizie ma non la vita dei bambini. Giustamente, essi
rimangono amati ed accuditi. Se qualche volta ricevono uno
scappellotto, la cosa rimane un fatto eccezionale, per giunta riprovato
dall’intera società. Anche se il famoso dottor Spock
ha abiurato le sue famose teorie, si continua a concedere
ai bambini il diritto di essere insopportabili. Per fortuna, nei
genitori l’istinto di protezione della prole prevale sulla voglia
di reagire adeguatamente ad un Caligola di quattro anni e in
fin dei conti tutto va per il meglio: ma se la regola per cui
al bambino va permesso tutto, senza avere nessun mezzo per rimetterlo
in riga, viene imposta ad una povera donna depressa e forse psicotica,
il risultato può essere quello di Udine. Se fosse stata
sana di mente, o se la società le avesse fatto capire
che, essendo stato oltrepassato il limite, poteva dare un paio di
schiaffi a suo figlio, forse quel bambino oggi sarebbe vivo. Invece
lei, per alzare la mano sul figlio, ha dovuto superare un tale tabù
che tra schiaffo e coltellata non ha più fatto distinzione.
“Cane non mangia cane”,
dice il proverbio: ma cane educa cane, con i denti. Il
cane alfa, quando accenna a mordere il membro del branco
che sgarra, ci dà una lezione che la società
contemporanea non sembra in grado di capire.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 23 dicembre 2007
LA FORZA DELLA
DEBOLEZZA
Che l’attuale governo non
cada solo perché i deputati e i senatori non vogliono
andare a casa, è una banalità. E tuttavia, bisogna
chiedersi: non è stato sempre così? Forse che in
passato deputati e senatori sarebbero stati contenti d’essere
rimandati a casa prima che d’essere arrivati alla pensione da parlamentare?
In realtà, la situazione
è diversa per due ragioni. La prima, perché
in Senato l’esecutivo può essere sfiduciato anche con
un paio di voti: ogni singolo senatore sa che, se va contro
il governo, non esprime coraggiosamente un’opinione politica,
una convinzione etica o un imperativo religioso, ma costringe
tutti, e in primo luogo se stesso, a rinunziare al seggio. E questo
è ovviamente un freno potentissimo. La ragione fondamentale
è tuttavia la seconda. Nella Prima Repubblica, i politici
facevano cadere il governo (anche più spesso di una volta
l’anno) ma allora, disfatto un gabinetto, se ne faceva un altro più
o meno con gli stessi uomini. La Dc era inamovibile, per cominciare. E
quando si è costituito il centro-sinistra, anche il Psi è
stato inamovibile. A quel punto, formando un nuovo governo, si potevano
imbarcare i repubblicani, e se non i repubblicani i socialdemocratici,
oppure i liberali, oppure due di loro escludendo il terzo, non
era comunque uno sconquasso. In inglese il rimpasto si chiama
reshuffle, rimescolamento, ed è il termine che si usa anche
per le carte da gioco: le carte, dopo il rimescolamento, sono le
stesse. I politici facevano cadere il governo nella speranza di avere
un posto migliore, una politica migliore, un potere più grande
ma il governo, se non era zuppa, era pan bagnato.
Se l’attuale maggioranza
fosse coesa (come imprudentemente ripete Prodi), gli
ottimati non correrebbero nessun pericolo. Nel caso, cambierebbero
solo ministero. Invece oggi le differenze politiche fra i
vari membri della coalizione sono tali che, se si cercasse di
ricostituire una coalizione analoga, non è detto che
ci si riuscirebbe. L’elettorato di sinistra, se diessino o margheritino,
è profondamente scontento per le troppe concessioni
all’estrema sinistra; se di estrema sinistra, è scontento
per le troppe concessioni ai socialdemocratici e ai cattolici.
Il governo infine è così impopolare che, se si andasse
a nuove elezioni, subirebbe una disfatta storica. Ecco perché
i senatori di centro-sinistra ingoiano rospi e coccodrilli,
e ingoierebbero anche draghi dalla bocca fiammeggiante, se fosse
necessario. Se, per qualunque motivo, anche il più giustificato,
anche il più ineluttabile, il governo cadesse, per loro cadrebbe
il mondo. Dunque minacciano continuamente ogni sorta di sfracelli ma
votano la fiducia. Magari turandosi il naso, gli occhi e le orecchie.
Il caso di personaggi come
Dini e Mastella è diverso. Costoro sono fra i
pochi che avrebbero qualche possibilità anche con una
diversa maggioranza: quando minacciano di fare cadere il
governo, lo fanno dunque perché se lo possono permettere.
Inoltre sono stati anche provocati dall’arroganza di partitini
che, forti della loro indispensabilità, hanno dimenticato
che anche altri erano indispensabili. Ma sono situazioni particolari.
Il paradosso di base è
che Prodi è forte perché è debole. Forte
come non mai perché debole come non mai.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-21 dicembre 2007
IL MARXISMO IN
SOLDONI
Un giorno due grandi economisti,
uno liberale e uno marxista, decisero di fare proselitismo
per le loro idee. Si facevano forti non solo della bontà
della propria teoria, ma della propria capacità di spiegarla
anche a chi fosse digiuno di economia. Organizzarono dunque
un dibattito in presenza di centinaia di operai e il liberale parlò
dei fattori della produzione, dell’utilità dello scambio, della
politica fiscale. Gli operai lo ammirarono per come era vestito,
per il suo accento distinto, per la sua classe ma si annoiarono
parecchio. Alcuni neanche capirono bene di che parlava. Quando il
marxista prese la parola ebbe invece successo perché disse, più
o meno:
“Ciò
che ha detto il mio illustre contraddittore è
vero. Ma è passato troppo velocemente sopra uno dei fattori
della produzione: il capitale. Sapete che significa? Significa
che c’è un ricco signore che presta del denaro a un imprenditore,
questi acquista un capannone e dei macchinari, organizza una
buona fabbrica, assume operai capaci, tutti lavorano con grande
efficienza, tanto da guadagnarsi da vivere e però – ecco
il punto! - per far questo devono dar una buona parte del loro guadagno
a quel primo signore. Quello che prestò il denaro per mettere
in moto la catena. E questo – badate! – l’economista liberale non
lo nega. Insomma una parte della ricchezza, che noi chiamiamo plusvalore,
prodotta col sudore della fronte degli operai, va nelle tasche di
uno che non fa niente.
Uno che ha un solo merito:
è nato ricco. Vi pare giusto?”
Gli rispose
un boato: “Nooo!”
“Ebbene, la
teoria marxista vuole tutta la ricchezza prodotta dagli
operai vada agli operai. Vi pare giusto?”
“Sììì”,
rispose il boato.
“E allora siete
tutti marxisti”, concluse l’oratore. La cosa sembrò
talmente pacifica che molti cominciarono ad alzarsi per
andar via e l’economista classico dovette faticare molto per
far sì che l’ascoltassero per qualche secondo ancora. Gli
operai, in piedi e col cappotto sul braccio, si fermarono per pura
cortesia.
“Dove è
stata applicata, questa teoria?”, chiese il liberale.
“In Unione Sovietica,
per esempio”, rispose il marxista.
“E io chiedo
a voi, operai, i lavoratori sovietici sono stati più
ricchi di quelli svizzeri, francesi, statunitensi e italiani?”
“No”, risposero
gli operai.
“È vero
che con Mao i cinesi morivano di fame e con l’economia
capitalista oggi sono molto, molto più ricchi?”
“Sì”.
“Dunque, se
voi preferite la teoria giusta, sarete marxisti e poveri;
se preferite quella sbagliata, sarete più ricchi. Volete
essere più poveri?”
“Nooo!”, rispose
il coro.
“E allora siete
tutti anticomunisti”, concluse l’oratore. Stavolta
la gente cominciò sul serio a sfollare ma l’economista
marxista era indignato al di là di ogni limite. Paonazzo,
gridava:
“Ma siete pazzi?
Non avete sentito che ha riconosciuto anche lui che
la mia teoria è giusta? Come potete dargli ragione?”
Un omone che
sembrava un armadio, e che aveva una voce in proporzione,
non ebbe bisogno di microfono per chiedergli:
“Ma tu riconosci
che gli operai vivono meglio nei paesi capitalisti che
in quelli comunisti?”
“Beh sì”,
rispose il marxista, “ma…”
“Non c’è
nessun ma. Preferiamo essere maltrattati come svizzeri
che amati come sovietici”.
E tutti uscirono dalla
sala, senza badare alle urla del marxista.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 20 novembre 2007
P.S. A proposito
di questo argomento, non si può dimenticare una
mirabile battuta di Mark Twain. Sapete qual è la differenza
fra marxismo e capitalismo? Nel capitalismo si ha lo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo, nel marxismo l’inverso.
Pancia mia
fatti capanna!
Dunque, pensavano di dargli
5.6 miliardi di dollari e invece hanno raccolto 7.4
miliardi, tantini ma sempre 3 miliardi di meno di quanto ricevuto
da Arafat nel 1993, ben 10 miliardi di verdoni!
Vediamo un po', con quei
10 miliardi, in 7 anni, i palestinesi non sono stati
in grado di costruire nemmeno un pollaio per le galline,
non hanno saputo neppure asfaltare un paio di strade
o riparare le fognature costruite da Israele negli anni dell'occupazione
e da loro spaccate a martellate
perche' la loro cacca
andasse tutta a inquinare il mare della Striscia di Gaza.
Con quei 10 miliardi di
dollari non hanno saputo creare un solo posto di lavoro,
fedeli al loro credo che lavorare stanca e che e' molto
meglio farsi mantenere.
Con quei 10 miliardi pero'
hanno costruito villone holliwoodiane per i capetti
mafiosi, hanno aperto conti in banca in tutto il mondo,
hanno permesso alla moglie di Arafat di condurre una vita principesca
a Parigi e hanno comprato armi, tante armi, navi intere
piene di armi, hanno convinto migliaia di giovani a diventare
bombe umane sovvenzionando le loro famiglie, hanno adibito le
ambulanze della Mezzalunarossa a
"padroncini" porta armi
e a "navette" per terroristi.
Hanno speso milioni di
dollari per la propaganda che, grazie a loro e alla
loro infernale capacita' di mentire, fa di Israele il paese
piu' odiato del mondo.
Con quei 10 miliardi e
a tutti quelli ricevuti in seguito, hanno trasformato
Israele in un campo di battaglia in cui i loro terroristi
hanno potuto esprimere il meglio della loro demoniaca cultura
della morte e soddisfare la voglia di sangue di chi li armava
e li mandava a farsi esplodere in mezzo a noi.
Bene , adesso con 7.4
miliardi di dollari distribuiti a casaccio, dove vanno
vanno, chi se ne frega, l'importante e' che alla fine diano
problemi a Israele, potranno armarsi di piu' e meglio,
potranno addestrare altri terroristi, potranno anche dare
una mano a hamas per rendere piu' potenti i loro missili in modo
da colpire Israele nel profondo.
Perfetto. non mi aspettavo
niente di meglio da Parigi, dopo la schifezza di Annapolis
che ha visto un drammatico voltafaccia americano nei confronti
di Israele.
In quei giorni girava
una vignetta in Israele: il Ku Klux Klan che urlava
davanti a un ristorante "vietato l'ingresso agli ebrei e
ai negri", poi dopo il discorso della Rice, i cartelli portavano
solo lo slogan "vietato l'ingresso agli ebrei".
Una cosa mi ha strappato
una grande risata, amara, nel leggere l'elenco di chi
godra' di tanto ben di Dio: 115 milioni di dollari verranno
assegnati all'UNRWA.
Ma come , disgraziati,
ma come, l'UNRWA e' l'organizzazione che , insieme
ad Arafat, si e' letteralmente bevuta i soldi ricevuti negli
anni, e' l'organizzazione che ha costretto, insieme ad Arafat,
i palestinesi a stare rinchiusi nei campi per usarli come
propaganda antiisraeliana e come bombe umane ad orologeria!
Ma come, disgraziatissimi!
L'UNRWA e' un pozzo nero di corruzione, di aiuti al
terrorismo, di impiegati nullafacenti usati solo per aprire
le porte a terroristi in fuga e voi, donatori del cavolo,
gli date altri milioni di dollari!
Certo, pancia mia fatti
capanna! Stanno gia' facendo le capriole , soldi soldi
soldi soldi soldi, hanno ancora una volta turlupinato il mondo!
Ho letto che l'Italia
finanziera' la giustizia, la sanita' e l'istruzione
palestinese. Alloooora, siamo a posto! Non vedremo piu'
soltanto bambini palestinesi sognare islamicamente paradisi di
giochi e dolciumi per piccoli martiri assassini, vedremo
anche tanti presepi natalizi con Giuseppe-Arafat e Maria-Suha
in adorazione del piccolo Gesu-Mohamed al Durra adagiato
in una mangiatoia.
Hanno vinto i palestinesi,
ha vinto il terrorismo, ha vinto l'arroganza, ha vinto
la propaganda, ha vinto la disonesta', ha vinto l'ipocrisia,
ha vinto l'odio, ha vinto la paura.
Israele ha perso.
Avete sentito parlare
a Parigi, e prima ad Annapolis, di Sderot?
Avete sentito parlare
di Gilad Shalit?
Qualcuno si ricorda di
Eldad e Udi?
I Paesi donatori, firmando
quell'assegno hanno firmato la fine di Israele perche'
non avremo mai piu' pace.
Che Dio li perdoni, io
certamente no!
Deborah Fait
- www.informazionecorretta.com
PERCHÉ ODIARE
I REGALI
Come, qualcuno odia
i regali? I regali sono il segno della magnanimità,
della generosità, dell’affetto. Sono una
cosa bellissima. Come del film di Eisenstein, “La corazzata
Potëmkin”, non se ne può dir che bene.
In realtà bisogna confessare
che, in un mondo in cui i bisogni primari sono assolti,
i regali sono una seccatura immane. A partire da un certo livello
economico, al prossimo si può regalare solo qualcosa
che ha già. O di cui non ha per nulla bisogno. Perché
diversamente se la sarebbe già comprata da sé. Si è
dunque costretti a ripiegare su qualcosa di inutile, di estroso,
di imprevedibile: con l’ovvio rischio di comprare l’oggetto sbagliato.
Che cosa scegliere: un soprammobile, una cravatta, un quadro,
un libro? Uno di quegli articoli orribili che si trovano nei negozi
che osano scrivere, sulla stessa insegna, “Regali”? Chi offre un dono,
se ha senso critico, sa benissimo che il ricevente sarà obbligato
– dalla semplice cortesia – a mostrarsi stupito e incantato; mentre
in realtà forse stupito lo è (per la stupidità
dell’idea), ma incantato ben difficilmente: il soprammobile è
kitsch, la cravatta è assurda, il quadro è addirittura
imbarazzante perché da un lato ci si vergogna ad appenderlo
e dall’altro si teme che il donatore si aspetti di vederlo su
una parete. Per non parlare dei libri. La maggior parte delle
volte non si ha voglia di leggerli e nel frattempo pende la spada
di Damocle che l’incauto chieda: che cosa ne pensi? O i regali sono
banali - e questo è già abbastanza, come critica - oppure
il rischio è tanto più grande quanto più ci si
allontana dalle scelte tradizionali.
E ancora non s’è parlato del
denaro che costano. Spendere per ciò che ci piace è
la cosa più naturale, mentre i regali costituiscono
una spesa che si fa malvolentieri. Si danno via soldi buoni
per qualcosa che già a noi piace poco e al destinatario
rischia di non piacere affatto. Nel tempo in cui sono stato
single, ho detto in giro: “Non mi fate regali. E comunque non
vi aspettate che li ricambi. Per quanto riguarda le nozze, non
m’invitate, tanto non verrò. E comunque non vi farò
il regalo”. E per essere coerente, ambedue le volte in cui mi sono sposato
io, non l’ho detto a nessuno.
Dover fare regali è una cosa
orrenda: costano tempo, costano grattate di zucca, costano
denaro. Costano infine l’imbarazzo di ottenere dei ringraziamenti
che si sanno in grande misura falsi. Come sono falsi i nostri
quando, non avendolo potuto evitare, riceviamo un regalo.
A proposito: anche ricevere regali
è spiacevole. La maggior parte sono scelti con un gusto
che non è il nostro. Poi, come se non bastasse, siamo
costretti – col dolore di chi non è abituato a mentire
– a dimostrarci entusiasti per qualcosa di cui non c’importa nulla.
Se addirittura non ci dà fastidio.
E in qualche caso va perfino peggio:
a volte chi fa un regalo, soprattutto se costoso, vuole
per così dire impossessarsi del destinatario. Il dono,
nel corso dei secoli, è stato il modo per siglare un
accordo o per certificare un’amicizia: ti ho dato qualcosa ed ora
tu mi devi qualcosa. In futuro non potrai dirmi di no. Personalmente
sono abbastanza insignificante per non avere subito questo attacco,
ma sono così geloso della mia indipendenza che, a chi mi
fa un regalo, avrei voglia di dire: hai perso tempo e denaro. Tengo a
rimanere una persona cortese e per questo non ti dico come la penso
veramente, ma al prezzo della mia sincerità: in realtà
sono più seccato che contento.
Paolo Villaggio, in un film, provocò
un’ondata di sollievo nazionale proclamando: “La corazzata
Potëmkin è una boiata pazzesca!” Oggi queste
righe ambirebbero a provocare un analogo sollievo: finalmente
qualcuno ha gridato che i regali sono una bestiale rottura di
scatole.
C’è solo un limite, a questa
filippica. Se di qualcuno sappiamo che desidera qualcosa
che non può avere o per ragioni economiche, o perché
non si trova nella sua città, o perché non ha il
tempo di andarla a cercare, è il momento di regalargliela.
Gli si deve fare quel regalo. Senza che sia Natale; senza che
sia il suo compleanno o il suo onomastico; senza che si sia laureato
e senza che si sia sposato: sarebbe sciocco sprecare una delle
rare occasioni in cui si può andare a colpo sicuro.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
Prodi, dopo la sentenza
Speciale: «Oggi non è una giornata speciale,
è una giornata normale». Cioè per lui
è normale che questo governo riceva ogni giorno pesci
in faccia.
G.P.
UNA BARZELLETTA (MACABRA)
COMMENTATA
Sul Foglio del 7 dicembre
2000 un giornalista riferisce questa barzelletta.
“Marito e moglie vengono coinvolti in un incidente
stradale. L’uomo esce illeso, la donna finisce in ospedale.
Reparto chirurgia d’urgenza. Si apre la porta della sala
operatoria e il marito si precipita dal chirurgo. ‘Dottore,
mi dica qualcosa, si salverà?’. ‘Sì, si salverà,
però…’ ‘Però, cosa?’ chiede il marito angosciato.
‘Però dovrà passare la vita in carrozzella. Sa, abbiamo
dovuto amputarle le gambe’. Il marito singhiozza. ‘Su, su, si
faccia coraggio – dice il dottore – purtroppo dovrà rassegnarsi
a imboccarla per tutta la vita. Sa, abbiamo dovuto amputarle
anche le braccia’. Il marito, disperato, scoppia in un pianto
dirotto. ‘Su, su, non faccia così – riprende a confortarlo
il dottore – purtroppo devo dirle che farà anche fatica
a guardarla in faccia, perché sa, sua moglie ha il viso completamente
sfigurato’. Grida e strepiti di disperazione del pover uomo. A
quel punto il dottore sorride, gli dà una pacca sulla spalla
e dice: ‘Ma va là, stavo solo scherzando, sua moglie è
morta’ ”.
Se la storiella
ha fatto sorridere, non c’è ragione di vergognarsene:
le barzellette, per programma, non tengono conto né
della morale né della decenza. Se invece non si è
neppure sorriso, poco male: non tutte le barzellette sono
divertenti. Ed è fuor di luogo discuterne seriamente:
sarebbe come fare l’analisi logica dell’abbaiare di un cane.
Rimane tuttavia la possibilità di prenderle a pretesto
per una riflessione.
La marcia di avvicinamento al problema
che qui si vuole discutere avverrà per gradi. La prima
domanda potrebbe essere: che cosa preferiremmo, dopo un incidente,
morire, o rimanere senza gambe, senza braccia e senza faccia?
Al quesito ognuno può rispondere come vuole: e che
poi mantenga la sua preferenza, quando fosse un rottame ancora
vivo in ospedale, è da vedersi. Ma la domanda che interessa
non è questa. Si passa dunque alla seconda: che cosa preferiremmo,
per una persona cara, che rimanesse viva, in quelle condizioni,
o che morisse? La risposta obbligata è “che rimanesse viva”:
rispondendo diversamente, una persona normale si sentirebbe colpevole
di omicidio. Infine, ecco per ultima la vera domanda: se, nelle
condizioni dette, la persona cara fosse già morta, saremmo
sinceri nell’esserne dispiaciuti?
Bisogna sottolineare ripetutamente
e con estrema chiarezza che il dato di partenza è
l’avvenuta morte della persona. Questo significa che il
nostro desiderio, il nostro commento, il nostro dolore o il
nostro sollievo, o qualunque altro possibile sentimento,
non avranno la minima influenza su quella persona. Semplicemente
perché non c’è più. È assolutamente intangibile.
Un’altra cosa da sottolineare è che, se dichiarassimo:
“forse è stato meglio così, il poverino o la poverina
si sono evitati anni di sofferenza”, questo non avrebbe nessuna
influenza causale su quella morte. Non sarebbe morta per nostra
volontà come non sarebbe sopravvissuta se solo avessimo
sperato con tutte le nostre forze che sopravvivesse, perfino con l’encefalogramma
piatto. Il fatto è già avvenuto. Si sta discutendo
esclusivamente di qualcosa che riguarda noi, i sopravvissuti.
E a queste condizioni, finalmente, si potrà dare la propria
risposta alla domanda.
Personalmente – salvo vigliaccherie
imprevedibili – preferirei morire in una volta sola,
durante un incidente, che a rate. Dopo anni vissuti da rottame
umano a carico del prossimo. E preferirei che altrettanto
avvenisse alle persone che amo. Ho una concezione dionisiaca, non
sacrale, della vita, e se essa non offre più gioia, chiedo
con Lucrezio, a me stesso come a tutti: cur non ut plenus vitae conviva
recedis aequo animoque capis securam, stulte, quietem? O stolto,
perché non ti ritrai dalla vita come un commensale sazio e non
accetti con animo sereno una quiete sicura?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
. 17 dicembre 2007
L’IPOCRISIA ITALIANA
L’Italia, a parere
del New York Times (articolo di Ian Fisher, del 13
dicembre 2007), è oggettivamente un paese in decadenza
e soggettivamente un paese scoraggiato. Un paese, cioè,
che non crede alla possibilità di invertire la tendenza
negativa.
La spiegazione dei grandi fenomeni
storici è impresa tanto difficile ed aleatoria
da essere imprudente: dunque il massimo che si può fare
è azzardare un’ipotesi. La popolazione italiana, come
si sa, non ha una storia unitaria. Inoltre è estremamente
“vecchia”: non si vivono invano due millenni e mezzo di storia,
in contatto più o meno sanguinoso con tutti i vicini,
senza ricavarne una sorta di inconscio collettivo in cui domina
lo scetticismo e l’individualismo.
L’Italia non ha avuto la Riforma
e questo non tanto perché qui ci fosse il Papa (ché
anzi si odiano meglio i vicini che i lontani), quanto
perché agli italiani, che il papato e la Chiesa fossero
molto, molto criticabili, appariva naturale. Chi ha il
potere ne approfitta, pensavano. E lo pensano ancora. Del resto,
in concreto ognuno di loro si comporta come un Principe
machiavellico: la sua bocca è piena di grandi principi e
buone intenzioni, il suo comportamento è costantemente
orientato dall’interesse personale.
Questa mentalità produce un
risultato sconfortante, in democrazia. Personalmente la
gente è priva di scrupoli ma parlando in generale si
preoccupa del bene pubblico, dei grandi ideali di welfare,
del livello morale della collettività. Ovviamente i
politici, per ottenere il voto, fanno riferimento a questi valori,
e dal momento che di essi si fa antesignana la sinistra, il paese
“vota a sinistra”. Attenzione: qui si parla di sinistra non
per alludere ai comunisti o agli ex-comunisti, ma a coloro
(quasi tutti) che temono di parlar bene dell’impresa privata, della
meritocrazia, dell’individualismo.
Poi, una volta che “la sinistra” ha
vinto, da bravi italiani i politici dimenticano il bene pubblico
e si occupano dei propri interessi e di quelli della loro fazione.
E i singoli cittadini fanno altrettanto. Una volta inseriti
nella Pubblica Amministrazione, un ente che in teoria mira
esclusivamente al bene pubblico, battono fiacca e se ne stanno
a casa se piove. Se invece vanno in ufficio non rinunciano né
all’occhiata al giornale né alle pause per il caffè.
Altrettanto fanno coloro che sono inseriti in grandi strutture dove
nessuno è mai licenziato: ospedali, ferrovie, imprese statalizzate.
Il risultato è un paese che non funziona e di cui tutti si
lamentano: il ferroviere quando va in ospedale, l’infermiere quando
deve pagare una bolletta alla posta, il postino quando viaggia. Gli
italiani in coro maledicono “gli altri”. Purtroppo, per continuare a
distribuire stipendi (solo parzialmente meritati) lo Stato deve esercitare
un’enorme pressione fiscale su coloro – privati ed imprese - che
lavorano in proprio, nel proprio interesse, e dunque sono gli unici
ad avere un’alta produttività. E lo Stato li premia con una
burocrazia demenziale.
L’Italia è un paese in cui
una grande maggioranza di ipocriti invoca la pubblica
moralità mentre in privato persegue solo l’interesse
personale. Non importa se morale o immorale. Continua a stramaledire
i produttori di ricchezza, e li tassa pesantemente per punirli
di avere confessato di tendere al guadagno, ma nel frattempo
cerca di vivere a loro spese; e poiché, con una politica
statalista, il numero dei produttori di ricchezza si riduce
e il numero dei parassiti aumenta, ecco spiegato perché l’Italia
è in decadenza.
Lo Stato in concreto cammina sulle
gambe dei cittadini. Dunque il nostro non può che
funzionare male. La soluzione sarebbe uno Stato minimo
accoppiato con una minima tassazione e una massima libertà
d’intrapresa. A questo punto gli italiani, attivandosi nel
proprio interesse, farebbero miracoli di produttività.
Ne sono capacissimi. Ma questo discorso farà saltare
sulla sedia la maggior parte dei lettori e dunque non rimane
che chiedere loro scusa. È stato un attacco d’immoralità.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 14 dicembre 2007
LA LOGICA a.r.l.
DI SARTORI
In un articolo
sul “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2007,
Giovanni Sartori scrive un pregevole articolo che, come
sempre, si segnala per la sua sorridente chiarezza. Si può
non essere d’accordo con questo illustre costituzionalista,
ma non gli si può negare né humour né competenza.
In questo articolo egli sostiene che, superando il sistema
delle coalizioni e del programma concordato prima delle elezioni,
nella possibile Terza Repubblica i partiti avrebbero “le
mani libere”. Potrebbero scegliere gli alleati. Se Prodi – scrive
– è rimasto vittima dei ricatti della “Cosa Rossa”, è
perché ha preventivamente scelto di collaborare solo
con loro, senza alternative. Mentre Veltroni, se porta a compimento
il suo progetto, potrà dire agli alleati, secondo la sintesi
dello stesso Sartori, “se esagerate provo altrove”.
Riflessioni interessanti,
ma con logica a responsabilità limitata. A qualunque
livello, infatti, la passione o le antipatie politiche
fanno aggio sull’intelligenza. Nello stesso articolo e sulla
base degli stessi presupposti, Sartori sostiene infatti: “Berlusconi
fa sapere ai suoi ex alleati che senza di lui diventano «ininfluenti».
Ma non è più così… nel nuovo contesto
hanno tutto da guadagnare restando indipendenti. Vorrà
dire che se l'insieme vincente sarà di centrodestra,
Fini e Casini negozieranno con Berlusconi non più in condizioni
di sudditanza ma da posizioni di forza”. Ora sarà pur
lecito chiedere a Sartori come mai, essendo a capo del partito più
forte, Veltroni può dire agli alleati (sminuendone il potere
contrattuale) “se esagerate provo altrove”, e Berlusconi non possa
dire agli alleati – che appunto per questo dichiara possibilmente ininfluenti
– “se esagerate provo altrove”. Misteri del diritto costituzionale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 13 dicembre 2007
Mi ero imposto
di non commentare la questione Daniele Luttazzi. Ma
al quarto giorno sono crollato perché ho visto
su http://www.wittgenstein.it/post/20071211_48214.html">Witt
> che Luttazzi
ha copiato da
un americano anche la simpatica scenetta che sta facendo
discutere in questi giorni e che ha arricchito
il suo
corposo campionario di ispirazioni.
Luttazzi non fa ridere, almeno da quando ho
scoperto che è stato consigliere
comunale della Dc
e da quando si occupa di
http://www.camilloblog.it/archivio/2005/10/01/archivio-blog-ottobre-2005/">Ciagate
>. Però, lo ammetto, la battuta "ho lavorato un anno
e mezzo a questo monologo", che ora diventa "a
questa traduzione", è formidabile.
PS: Dice un geniale
American
Beauty: "Ma non
è che la trasmissione di Luttazzi è stata
sospesa a causa dello sciopero degli autori televisivi
americani?"
camilloblog.it
Arriva
il Dalai lama, scappa scappa la Cina e' vicina!
Ho seguito
con molta rabbia l'arrivo del Dalai Lama in Italia
e, dopo aver visto in TV il programma Terra di Toni Capuozzo,
la mia rabbia e' aumentata a dismisura.
Il Dalai
lama, l'Oceano di Saggezza, come viene chiamato dai
tibetani, e' in visita in Italia e nessun rappresentante
del governo ha il coraggio di riceverlo.
Ma bravi!
Ma che
coraggiosi, miei.... Prodi!
La Cina
occupa il Tibet dal 1950, la popolazione tibetana
sta subendo un vero e proprio genocidio, non esistono
diritti civili, chi viene trovato con la foto del Dalai
Lama e' condannato a morte, chi lo nomina viene torturato,
messo in carcere e quando esce dal carcere solitamente muore
in circostanze misteriose prima di arrivare a casa.
I tibetani
sopportano tutto questo e assistono allo scempio
del loro Paese trasformato in una enorme base missilistica,
con coraggio. Non si ribellano, non praticano il
terrorismo, non uccidono bambini cinesi, non fanno implodere
grattacieli, non ricattano il mondo terrorizzandolo.
Sono
pronti a morire ma non a uccidere, sono un popolo pacifico
che subisce il pugno di ferro della Cina e l'indifferenza
del mondo sorridendo e soffendo in silenzio. Sorridendo,
come in questi giorni sorride forse un po' ironicamente,
il Dalai Lama mentre assiste al fuggi fuggi dei... Prodi e impavidi
politici italiani.
L'unico
che ha avuto il coraggio di riceverlo ufficialmente
e' stato il sindaco di Cologno Monzese, piccolo comune
vicino a Milano, dove risiede la piu' numerosa comunita'
tibetana in Italia , 40 persone.
Formigoni,
a Milano, si e' limitato a portarlo al Pirellone
alle otto e mezzo di mattina, forse avrebbe preferito
anche prima se fosse stato possibile, che so, alle
6 del mattino pur di non dare nell'occhio, lo ha
ricevuto con gentilezza e calore ma sempre facendo entrare
l'Oceano di Saggezza dalla porta di servizio.
Ma che vergogna.
Sono
gli stessi politici e ministri che si stendevano per
terra come dei servi quando veniva in Italia un
assassino come Arafat, strisciando e sbavando davanti
a lui come lumache.
Sono
gli stessi che andavano a Mosca a prendere Ocalan,
capo del terrorismo kurdo, per ospitarlo in Italia
a spese dei contribuenti.
Gli stessi
che davano asilo ai terroristi dissacratori della
Basilica di Betlemme, mantenuti lussuosamente a Roma
con i soldi delle nostre tasse.
Gli stessi
che accompagnavano cortei oceanici in cui si urlavano
slogan di morte contro Israele, con gentaglia travestita
da kamikaze, guardata affettuosamente