ARCHIVIO FEBBRAIO 2008
LA LEGITTIMA DIFESA
INTERNAZIONALE
Da anni, senza indossare una divisa e facendosi
scudo della popolazione civile, i terroristi palestinesi sparano
razzi sulle città israeliane. Sperano che ammazzino dei
civili e ogni tanto, malgrado i brevi preavvisi delle autorità
locali e la corsa ai rifugi, ci riescono. Ovviamente le proteste
della popolazione israeliana sono state altissime ma il governo
di Gerusalemme non ha saputo come fare per arrestare questo stillicidio
di attacchi. Dal canto suo la comunità internazionale ha considerato
i missili sugli israeliani un inconveniente meteorologico. È
andata così finché i palestinesi non hanno migliorato
la mira e la gittata dei loro razzi: allora la protesta dei cittadini
è salita alle stelle ed ha provocato l’azione militare in
atto. Tutto questo sembra normale e non è.
Non è normale
che la società internazionale - tanto sensibile da piangere
sulla morte di uno o due bambini colpiti per sbaglio - consideri
ammissibile che i palestinesi i civili cerchino di colpirli intenzionalmente.
Soprattutto non è normale
che consideri “risposta non adeguata” un’azione militare mirante
alla distruzione dei missili e dei terroristi che li lanciano. E tuttavia
non è questo l’argomento di queste righe. Ciò che
interessa è commentare il concetto di “risposta adeguata”.
Se il nemico
che attacca è disposto a perdere cento uomini, non è
risposta adeguata uccidere cento dei suoi uomini. Se si vuole
evitare l’attacco, bisogna convincerlo che ne perderebbe non
cento ma mille o duemila. La dissuasione funziona quando si minaccia
una dolorosa asimmetria. La risposta è “adeguata” quando, di fatto,
è in grado di convincere l’avversario. A un nemico ragionevole,
basta minacciare un male appena più grande, a dei fanatici
a volte non basta neppure dire “ucciderò dieci dei tuoi per ognuno
dei miei”. La risposta adeguata non è scritta nelle stelle: è
esattamente quella capace di ottenere l’effetto di dissuasione. Quand’anche
bisognasse attuare un massacro.
Le critiche rivolte a Tsahal sono assurde.
Visto che il governo locale, democraticamente eletto, è
d’accordo con i terroristi, quell’esercito avrebbe il diritto
di distruggere tutto, nella Striscia di Gaza, fino a coprire
il raggio d’azione dei missili. In realtà si limita ad un’azione
mirata a colpire i colpevoli, anche se ci sono danni collaterali.
I coraggiosi assassini infatti si mescolano alla popolazione civile.
Ma forse è anche assurda l’azione di
Tsahal. Perché c’è una risposta più semplice.
Il codice penale italiano prevede la legittima
difesa all’art.52: “Non e' punibile chi ha commesso il fatto
per esservi stato costretto dalla necessità di difendere
un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una
offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”.
Se dunque Israele rispondesse ai missili palestinesi con un’azione
simmetrica e contraria, cioè con missili fatti cadere a pioggia
sulle città palestinesi, o sulla stessa Gaza, eserciterebbe
il diritto alla legittima difesa. Ovviamente, sulla base della dottrina
della dissuasione, dovrebbe inviarne cinque o dieci per ognuno
che ha ricevuto, e certo non le si potrebbe rimproverare di avere
missili più potenti e più precisi di quelli di cui dispone
Hamas. Quando poi i palestinesi cominciassero a vivere nell’angoscia
in cui sono vissuti fino ad ora gli abitanti di Sderot, chissà
che non comincerebbero a capire che senso ha il divieto di uccidere i
vicini di casa . Questa sarebbe la “difesa proporzionata all’offesa”.
Il mondo non si rende conto che il proprio
atteggiamento, nei confronti di Israele, è pericoloso.
La reazione furente all’ingiustizia può condurre un paese
civile come la Gran Bretagna a bruciare vivi, intenzionalmente,
cento o duecentomila civili colpevoli solo di essere tedeschi,
come è avvenuto a Dresda. Chi, magari sostenuto dall’opinione
pubblica internazionale o dall’Onu, crede di potere minacciare impunemente
di morte sei milioni di ebrei non si rende conto che, dinanzi alla
concreta prospettiva di un nuovo olocausto, Gerusalemme ucciderebbe
tutti i palestinesi e tutti gli iraniani. Non sei milioni di nemici,
ma dieci volte tanto.
Poi, come si dice, non ci rimarrebbero neanche
gli occhi per piangere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 2 marzo 2008
IL
FASCISMO QUOTIDIANO
Questo articolo
di Mario Cervi corrisponde con estrema esattezza a ciò
che gli anziani, che hanno vissuto quel periodo in prima persona,
ricordano del fascismo. Fra l’altro, se questo era l’atteggiamento
normale nella “nordica Milano”, s’immagini con quanta ironia fosse
considerato il fascismo nel Sud.
Tuttora si discute, perfino con accanimento,
se il fascismo sia stato solo autoritario o anche totalitario,
se debba essere avvicinato per le sue caratteristiche alle più
feroci dittature del Novecento, addirittura tracciando loro la
strada, o se invece sia stato,con la diarchia Re-Duce, una singolare
e ambigua creatura politica. Della quale – lo considero sottinteso
- la repressione era comunque un elemento indispensabile.
Al dibattito
partecipano con slancio studiosi che il fascismo non l’hanno
conosciuto se non attraverso le carte: il che è del tutto
normale. Gli storici possono e debbono risalire indietro negli anni
e nei secoli. Magari concedendosi, quando trattano vicende antiche,
qualche maggiore libertà. «Sai Mario -mi diceva un
giorno Indro Montanelli che nelle storie di Roma e dei Greci era stato
pungente e divertente - Nerone non può dare querela, Fanfani
può».
Più che legittime,
dunque, le incursioni nel fascismo di chi non l’ha vissuto. Ma,avendolo io
vissuto dall’infanzia alla giovinezza, ho l’impressione che al fascismo siano
addebitate, se non lo si è visto da vicino, spietatezze inesistenti,
e attribuiti meriti che non ha avuto. Le due scuole di pensiero che sul fascismo
si scontrano – la demonizzatrice e l’indulgente – obbediscono anche, la prima
soprattutto, a un impulso politico. Bisogna enfatizzare i crimini del Regime
per poi enfatizzare anche le glorie dell’antifascismo e della Resistenza.
A questo proposito ritengo tuttavia necessario
porre un punto fermo. Il fascismo è finito il25 luglio
1943. Il periodo fosco e tragico della Repubblica di Salò
appartiene al nazifascismo, che fu cosa diversa e assai più
turpe e sanguinaria. L’intrecciare quei due periodi costituisce
un consapevole o inconsapevole falso. Un fatto dev’essere sempre tenuto
a mente quando ci si riferisce al fascismo «normale»:
tra i proclami, le intimazioni, gli slogan, le mistiche, le minacce
vociferate dagli altoparlanti e la realtà del Paese correva una
distanza siderale. Quasi nulla di ciò che era scritto, decretato,
urlato trovava corrispondenza nella vita quotidiana, e dunque l’esercitarsi
su quei documenti è interessante ma spesso fuorviante.
Nato nel 1921, sono cresciuto nella Milano
del «quadrilatero d’oro» che allora ospitava -
prima che fossero scacciati dai troppo osannati «stilisti»
- artigiani, botteghe, gente minuta. Ho fatto le elementari nella
scuola di via Spiga. Per una visita di Mussolini a Milano noi
bambini - doverosamente in divisa di Balilla - eravamo stati allineati
in via Manzoni, ma l’Insonne tardava a passare e allora le mamme
vennero una dopo l’altra a prendersi i pargoli,con la svogliata opposizione
di centurioni e seniori in orbace che vedevano in pericolo la scenografia.
Al passaggio del Duce la barriera di folla s’era ricomposta, ma
di bambini ne rimanevano pochi.
Poi vennero per me il ginnasio e il liceo
al Parini. La cui attuale sede in via Goito era ancora in costruzione
quando entrai in prima media: ci ospitava il collegio Longone
nell’edificio occupato attualmente dalla Questura, in via Fatebenefratelli.
Il fascismo fu per noi ragazzi un orpello fastidioso, non una passione
e nemmeno una persecuzione. Mi guarderò bene dall’affermare,
per farmene immeritatamente vanto,che il Parini fosse antifascista.
Lo erano, in maniera ragionata e risoluta, solo alcuni di noi studenti.
Voglio citare Antonio Cederna che per retroterra familiare e culturale
poteva meglio valutare non gli aspetti grotteschi - visibili a tutti
- mala povertà ideologica e politica del fascismo. Eravamo mormoratori,
al più, non ci sfuggiva il coté comico della propaganda
mussoliniana: ci divertivamo, nella mia classe, con imitazioni del
giornale radio e dei suoi accenti vibranti.
Ricordo due
presidi, Guido Vitali che fu un raffinato traduttore dell’Eneide
e, dopo di lui, Garavoglia. I docenti ignoravano la politica.
Non saprei dire oggi come la pensasse Augusto Vicinelli, professore
d’italiano, o come la pensasse il famoso latinista e grecista Edmondo
D’Arbela (ma insegnava in un’altra sezione). I presidi dovevano,
nelle solennità patriottiche o fasciste, tenere un discorsetto,
ed era molto coinvolgente, nel tenerlo, Guido Vitali: che per
tutta ricompensa, essendo ebreo,fu cacciato a causa delle leggi
razziali. Quel provvedimento odioso rivelò a noi che gli volevamo
bene la faccia crudele del regime. I giustificazionisti spiegano
che c’era una gran differenza fra le leggi razziali italiane e
quelle tedesche: nella lettera e soprattutto nell’applicazione. Lo
so. E se pensiamo ai milioni di vittime nei campi di sterminio la
perdita del lavoro può sembrare blanda. Era invece, per chi
la subiva, una tragedia personale e professionale, oltre che una ingiustizia
spaventosa.
Chiamato alle armi - anzi «volontario»
forzato - come tutti gli universitari della mia classe,ho conosciuto
l’impreparazione penosa delle forze armate, la disorganizzazione,
il disordine. Il battaglione cui appartenevo doveva essere mandato
in Africa Settentrionale, un altro battaglione con molti miei
compagni del corso allievi ufficiali era previsto che andasse
in Sardegna. E loro un po’ ci prendevano in giro, chiamandoci «i
morituri». Il mio battaglione finì nelle forze d’occupazione
in Grecia, quello della Sardegna finì in Russia, e non ne
tornò quasi nessuno. Con il suo bellicismo di cartapesta, la
sua caricatura della romanità, le veline del Minculpop, i
fogli d’ordine staraciani, le umilianti sconfitte militari - si può
perdere una guerra ma uscirne a testa alta, l’Italia ne è uscita
malamente -, il fascismo ha fatto molto male al Paese. Non dimentico
poi né le condanne del Tribunale speciale, né l’Ovra,
né il confino che sicuramente era cosa diversa da una villeggiatura.
Non si tratta di negare le brutalità fasciste, si tratta di dimensionarle,
raffrontandole ai comportamenti dei veri totalitarismi. I condannati
dal Tribunale speciale e i confinati, sotto Stalin sarebbero stati
tutti giustiziati, e con loro amici e parenti fino alla terza o alla
quarta generazione. Una cosa soprattutto vorrei – da testimone - sottolineare.
Il fascismo - quello precedente il 25 luglio - poteva incutere insofferenza,
avversione, disprezzo. Paura no. O meglio: incuteva paura a una minoranza
piccolissima e nobile di antifascisti dichiarati e schedati.
La paura che negli autentici totalitarismi
è sempre presente, aleggia ovunque, determina viltà
e delazioni, nell’Italia in camicia nera non la si avvertiva.
Quando Mussolini decise, con un grossolano errore di calcolo,
di precipitare l’Italia nella Seconda guerra mondiale, era diffusa
nel Paese, che amava la Francia, l’impressione che la Germania avesse
già vinto la guerra: e che il Duce avesse agito con cinismo ma
con realismo. Nessuna fabbrica si fermò. C’era, si dirà,
la sorveglianza poliziesca. C’era anche nel marzo del 1943, quando in
molte industrie del Nord ci furono scioperi, nonostante l’apparato poliziesco
e le leggi di guerra. Scioperi antifascisti, si è sottolineato. Sì,
scioperi antifascisti. Ma contro il fascismo che ormai, era evidente,
stava perdendo la guerra.
Mario Cervi
A proposito della
vicenda dei fratelli di Gravina Se si chiede la certezza della
pena si pretenda la certezza della colpa
C'è un film che ben rende la realtà
di una giustizia macchinosa e burocratica che schiaccia il
cittadino in un confronto impari, e che soprattutto racconta
l'effetto devastante che un errore giudiziario può avere
sulla vita di una persona.
Il film è "Detenuto in attesa di giudizio",
la regia è di Nanny Loy ed è stato girato nel 1971.
La 7 lo ha trasmesso venerdì sera, e rivederlo alla luce della
vicenda dei fratelli di Gravina fa un certo effetto.
Per mesi Filippo Pappalardi è stato
l'uomo che ha ucciso i suoi due figli e ne ha nascosto i corpi.
Con le accuse di sequestro di persona, duplice omicidio volontario
e occultamento di cadavere, il 27 novembre è stato arrestato
e oggi è ancora in carcere. Quando i corpi di Salvatore e
Francesco sono stati ritrovati, e si è parlato di morte accidentale,
i pm e gli investigatori si sono guardati bene dal mettere in discussione
l'impianto
accusatorio su cui avevano lavorato sino
a quel momento.
Di più. Senza curarsi di chiarire
su quale base fosse formulata la nuova ipotesi di indagine,
hanno rilanciato, spiegando che i due fratellini erano caduti
nella cisterna inseguiti dal padre. Tesi adottata dai giornali
che hanno titolato sul virgolettato prontamente fornito dai magistrati.
D'altronde la costruzione del "mostro" a tutto tondo - l'uomo era
conosciuto come un uomo violento - era talmente passata nell'immaginario
collettivo che Walter Veltroni, nello studio del tg di Emilio Fede
quando è arrivata la notizia del ritrovamento dei cadaveri dei
bambini, si è lasciato sfuggire un commento incauto attribuendo
di fatto a Pappalardi la responsabilità.
Il punto però è che - sia o
meno Pappalardi colpevole - per ora si parla di ipotesi investigative.
Non c'è stato nessun processo, nessuna sentenza. Invece
di parlare nelle sedi appropriate i pubblici ministeri parlano
sui giornali, con una visibilità che non è pari a
quella della difesa. E i giornali fanno da grancassa ad ogni aggiornamento
investigativo arrivi dalle procure. Di processi celebrati sui giornali
e mai arrivati in aula se ne contano a decine. Sono casi giudiziari,
ma sono anche vite - in questo caso quelle di un'intera famiglia -
passate nel tritacarne dei mass media. Una gogna pubblica a cui ci
si è oramai assuefatti, senza che né ai magistrati né
ai giornalisti venga in mente di fare un passo indietro. Perché
prima della certezza della pena, sarebbe più giusto pretendere
la certezza della colpa.
da
"Liberazione"
TUTTE STUPIDAGGINI
Dal gennaio 2008 l’attenzione di tutti
è appuntata sulla caduta del governo Prodi e sulla
competizione elettorale. Tuttavia, il vero avvenimento potrebbe
essere un altro: la separazione del Partito Democratico da quei
partiti che oggi sono confluiti nella Sinistra Arcobaleno.
Dalla fine della guerra, l’Italia ha
avuto il più grande partito comunista del mondo libero
e la sinistra moderata italiana, unica in Europa, ne è
stata costantemente ipnotizzata. I socialisti sembravano scusarsi
di non essere comunisti e i comunisti li guardavano come compagni
privi di coraggio. Anzi, come politicanti inclini al compromesso,
per sporchi interessi. La regola comunista che impone “pas d’ennemi
à gauche” (nessun nemico a sinistra, nessuno che stia a sinistra
può essere nostro avversario) si è estesa a tutto l’arco
costituzionale e ha fatto sì che tutti abbiano cercato di
cooptare i comunisti. Lo ha fatto anche la Dc e comunque si è
mantenuto nei loro confronti un atteggiamento umile, come di chi dicesse:
“lo so, sono un peccatore, ma non riesco a non peccare”. In Europa
il socialismo è stato il fratello maggiore e il comunismo il
fratello minore, da noi invece il fratello maggiore, quello coraggioso
e perbene, è stato il comunismo, mentre il socialismo è
stato il fratello minore, forse non cattivo ma certo non rigorosamente
morale. E chi si meravigliava di questo stato di cose era guardato come
un marziano importuno.
Questo atteggiamento ha avuto riflessi
concreti all’inizio degli Anni ’90. I partiti si erano sporcata
le mani con le ruberie e la corruzione generalizzata ma, mentre
di questo erano colpevoli tutti, la sanzione (anche giudiziaria)
ha colpito solo i partiti moderati e i socialisti. I comunisti,
per definizione e per amnistia, sono rimasti duri e puri. Il
loro partito è stato l’unico trionfatore e quello che poteva
ancora vantarsi: “pas d’ennemi à gauche”. La stessa Rifondazione
Comunista rimaneva un partito fratello con cui eventualmente si poteva
andare al potere.
Lo schema ha funzionato finché
la sinistra è stata all’opposizione. Da quei banchi si
può protestare per qualunque cosa, si può chiedere
la luna, si può denunciare ogni malefatta vera o presunta:
ma le cose cambiano quando si va al potere. Qui “non si può
mangiare la torta ed averla intatta”: e per questo i governi
non sono durati. La prima volta sono caduti a ripetizione ed hanno
lasciato un brutto ricordo, la seconda volta la legislatura è
abortita dopo meno di due anni. Ora, finalmente, alla sinistra
moderata è stato chiaro che non avrebbe mai più vinto
le elezioni, alleandosi con la sinistra estrema, e per questo ha capito
ciò che la storia e l’esperienza di tutta l’Europa le hanno ripetuto
per decenni: che il comunismo è una teoria sbagliata che non
va d’accordo né con la libertà né con la prosperità.
Lo ha capito per interesse, lo ha capito con sessant’anni di ritardo,
quando qualcuno non ci sperava più, ma c’è lo stesso
da rimanerne stupiti. E si sarebbe lieti di avere delle spiegazioni.
Si immagini un astronomo che ha una governante
appassionata di astrologia. Lo scienziato cerca per anni
di spiegarle che i pianeti non possono avere nessuna influenza
sulla vita degli uomini; che le costellazioni sono sistemazioni
assolutamente arbitrarie della volta celeste; che i nomi ad esse dati
sono di pura fantasia; che nascere in un periodo o l’altro dell’anno
ha ben poca influenza sul carattere e sulle vicissitudini degli uomini
e infine che è tecnicamente impossibile prevedere il futuro.
La donna lo ascolta sempre lusingata dell’attenzione ma lo stesso,
ogni mattina, come prima cosa legge l’oroscopo. L’astronomo infine
si rassegna: è una mania innocente.
Un giorno la governante, tornando da fuori, dice tutta contenta
di avere incontrato uno zio che non vedeva da decenni e l’astronomo
non sa resistere alla tentazione: “C’era scritto, nel tuo oroscopo,
che oggi avresti fatto un incontro importante?”
-
L’oroscopo? chiede la donna con aria stupita. Ma non lo leggo
da anni!
-
E come mai?
-
Sono tutte stupidaggini.
Dopo
che il Pd ha deciso di correre da solo e di scaricare i comunisti,
uno ha voglia di chiedere: e la lotta di classe? E la ridistribuzione
della ricchezza? E il salario variabile indipendente? E l’illicenziabilità
per chiunque? Possiamo immaginare la risposta:
-Tutte
stupidaggini.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -1 marzo 2008
LISTE BUFALA!
Una volta c'erano le liste civetta. Oggi
ci sono le liste bufala. Cambia l'animale, ma il concetto è
sempre lo stesso: fregatura, inganno, imbroglio, turlupinatura,
chiamatelo come vi pare. Perché stavolta parliamo dell'ultima
supercandidata di Veltroni, la cosiddetta paladina dei precari.
L'avete letto su tutti i giornali: si
chiama Loredana Ilardi da Palermo, operatrice di call center,
stipendio 700 euro al mese. Una così ti pare che al Pd se
la fanno sfuggire? E infatti: «Siamo il partito del lavoro»,
dichiara il segretario ai giornalisti abbracciando la sua protetta.
Sorrisoni alle telecamere e vai con lo spot: siamo coi precari,
aiutiamo i precari, viva i precari. Dice Walter: «La vera emergenza
sono i precari». Continua: «È un dovere lottare
per i precari». E ancora: «Loredana è lo specchio
dei precari».
Bene: manca solo un piccolo particolare,
proprio una bazzecola: dovete sapere che Loredana... non
è precaria. Tiene un fior di posto fisso: contratto a
tempo indeterminato. Ce l'ha messo per iscritto il suo datore
di lavoro. Citiamo la sua lettera. «Gentile direttore - scrivono
dalla ditta - la famosissima Loredana Ilardi, sbandierata da Walter
come rappresentante dei precari d'Italia, non è assolutamente
precaria. A suo tempo fummo noi a comunicarle l'indeterminato.
E quanto ai 700 euro mensili, è ovvio: è un part
time a 4 ore!». Capito? Se questo è l'emblema del precariato,
allora Valeria Marini è l'emblema delle bionde naturali.
Ma si può? Ci ripetono da anni che l'Italia brulica
di precari, sono dappertutto, dietro le porte, sotto i tappeti,
a momenti escono dai tombini, i precari. E chi scelgono come
rappresentante? Una col posto fisso. E va be‚ allora ditelo
che è una pagliacciata: ci mettiamo il naso rosso, il cappellino
e tanti saluti. Già si faticava a restar seri con la candidatura
di Marianna Madia nel Lazio: ci dicono che è una «giovane
venuta dal nulla», e poi si scopre che è amicissima
di Enrico Letta, Giovanni Minoli e del figlio di Napolitano. Oggi
ci presentano l'eroina dei precari, che però in realtà
non è precaria neanche un po'. Insomma, altro che facce nuove:
nel Pd candidano facce doppie.
Però adesso ci viene la curiosità:
ma allora come le sceglie, Veltroni? Cioè, dove li
trova i cosiddetti volti nuovi? È la stessa Ilardi a rivelarcelo,
sulle pagine locali di Repubblica: «Domenica scorsa ci
siamo incontrati a una manifestazione della Cgil - racconta lei
-: abbiamo parlato e mi ha fatto la proposta». Tutto
qui? È così che funziona? Ti incontro per caso e ti faccio
la proposta? Tipo colpo di fulmine? Cioè, se domani Veltroni
incontra per strada un pastore tedesco, candida in parlamento un pastore
tedesco? E magari ce lo spaccia pure come simbolo dei precari?
Ora, va bene scherzare, ma intendiamoci:
non ce l'abbiamo tanto con la ragazza candidata, che tra
l'altro, seppur sottovoce, l'ha ammesso, che precaria non lo
è più. Ce l'abbiamo con Veltroni che ce la vende
per quello che non è. Perché questo significa prenderci
per i fondelli a tempo indeterminato. Perché, se così
stanno le cose, i grandi nomi del Pd altro non sono che specchietti
per le allodole.
Anzi, per polli: e i polli in questione
siamo noi che votiamo. Non solo: i polli in questione sono
anche i tanti lavoratori precari - quelli autentici - che
sul serio fanno le notti al centralino del telefono amico. Ma c'è
poco da fare: se il telefono non è amico di Veltroni, loro
il seggio se lo scordano. Perché questa, a quanto pare, è
la trasparenza di Walter. Quella sì, davvero precaria.
Federico Novella per Il Giornale
IL TRILEMMA
Di
seguito, parti di un articolo
del “Giornale” del 28 febbraio 2008, cui seguirà
un commento che sollecita le risposte dei lettori.
“Roma - Niente archiviazione per Antonio
Di Pietro, accusato di truffa, falso e appropriazione indebita
per i rimborsi elettorali all’Italia dei Valori. … L’uomo che
ha trascinato in tribunale il ministro [è] Mario Di Domenico,
socio fondatore e fino al 2003 segretario di Idv, convinto che
i fatti da lui rivelati configurino un reato e non semplicemente una
discutibile condotta, così come affermato dal pm prima di
chiedere l’archiviazione. Il «caso Di Pietro» sembra
ruotare tutto intorno al giallo di un verbale che reca la data del
31 marzo 2003. Quel giorno i tre soci del «partito del gabbiano»,
Di Pietro, Di Domenico e l’onorevole Silvana Mura (tesoriera dell’Idv
e anch’essa sotto inchiesta) si sarebbero ritrovati a Busto Arsizio
per approvare il bilancio, indispensabile per accedere al rimborso elettorale.
Su una copia di quel verbale, presentato in tribunale dall’Idv, compaiono
le firme di tutti i presenti. Ma Di Domenico, e questo è il
punto centrale dell’intera vicenda, ha dichiarato che in quella città
non ha mai messo piede e che quindi la sua firma in calce alla fotocopia
del documento è falsa.
Per
conoscere la verità basterebbe prendere l’originale del
verbale d’assemblea senza accontentarsi della fotocopia,
che per di più, ha spiegato il legale di Di Domenico,
Roberto Ruggiero, è senza data. Ma la procura, ad oggi, quell’originale
non lo ha mai acquisito. Delle due, l’una: o qualcuno ha falsificato
l’atto, oppure ha mentito Di Domenico. Se fosse vera questa seconda
ipotesi, perché il denunciante non è stato incriminato
per calunnia? Per il pm, invece, non ci sono dubbi. Il giallo del
verbale non è stato sufficiente per chiedere il rinvio a giudizio
dell’ex magistrato, anche per via della «rilevata conflittualità
estrema che ispira l’attuale esponente».
Poco
importa, dunque, che i fatti siano veri o falsi, e che questi
fatti abbiamo portato all’approvazione di un bilancio prodromica
all’incasso di soldi pubblici. Ciò che conta è
l’eccessivo coinvolgimento emotivo di Di Domenico. … Di Domenico,
due giorni fa, intervistato da Radio Radicale, ha spiegato
che quella firma falsa posta in calce all’approvazione del bilancio
dell’Idv, potrebbe configurare il reato di falso ideologico.
… Quanto all’ipotesi di truffa, Di Domenico si chiede «in che
modo Di Pietro, come socio unico della società di capitali Antocri
abbia potuto acquistare, in due anni, 21 vani immobiliari al
centro di Milano e di Roma, per un costo vicino ai due milioni e mezzo
di euro». Da qui il sospetto del denunciante che quegli
immobili siano stati acquistati stornando i soldi dal rimborso elettorale.
Gian
Marco Chiocci e Luca Rocca”
Di
un articolo di giornale si può pensare ciò che
si vuole ma qui esiste un dilemma o, come diceva un burlone,
un trilemma. O la firma sul verbale è falsa e Di Pietro
è colpevole di falso e truffa. Proprio per questo risulta
incredibile che la Procura non abbia acquisito l’originale del
verbale, per ordinare una perizia calligrafica. Misteri dell’amministrazione
della giustizia. O la firma sul verbale è vera e Di Domenico
è colpevole di calunnia (reato del quale attualmente non è
indiziato). Oppure niente di tutto questo è vero, e il “Giornale”
dovrebbe essere denunziato per diffamazione a danno di Di Pietro
e di Di Domenico. Ma non risulta neanche questo. A voi la parola.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
.. 28 febbraio 2008
L’ATTENZIONE POLARIZZATA
Ci sono degli scherzi rivelatori.
Ne citiamo due. Per misurare l’intelligenza di uno studente,
diceva professore, basta il test della vasca. Io chiedo:
“Per vuotare una vasca disponiamo di un cucchiaino, di una tazza
e di un secchio. Lei che cosa usa?” La persona normale dice
“un secchio”, la persona intelligente dice “tolgo il tappo”.
Secondo scherzo. Si chiede: “So
che tu sei competente in molte cose, per questo ti chiedo:
si dice quattordici e undici fa ventiquattro o quattordici
e undici fanno ventiquattro?” Molti risponderebbero “meglio
fanno ventiquattro”, provocando la risata dell’altro: “Quattordici
e undici fanno venticinque!”
In ambedue queste storielle c’è
il sottinteso che si può far passare per scemo un po’
chiunque. In particolare chi ha – o crede di avere – una mentalità
logica. In realtà, le persone che dànno la risposta
sbagliata sono più intelligenti di quelle che danno la risposta
giusta.
L’intelligenza, per essere produttiva,
deve essere indirizzata al nocciolo del problema. Al test
della vasca lo studente che da prima ha detto “il secchio”, e
si è visto ridere sul muso, potrebbe dire: “Professore, posso
farle una domanda io? Quanta acqua c’è, nella vasca?”. Il
professore lo guarderebbe come un marziano ma lo studente potrebbe
spiegare che, se acqua ce ne fosse pochissima, e solo nell’incavo
del tappo, potrebbe essere il cucchiaino lo strumento più adeguato.
Il professore a questo punto direbbe indignato: “Ma lei vuole cavillare?
Noi abbiamo presunto che la vasca fosse piena!” “Ed io ho presunto
che gli unici strumenti fossero quei tre, che il tappo non si potesse
togliere. Allora, chi è lo scemo?”
Chi offre tre possibilità
intende con ciò stesso che non ce ne sia una quarta.
Diversamente l’interrogato potrebbe rispondere: io non uso né
il cucchiaino, né la tazza, né il secchio e neppure
tolgo il tappo perché non mi voglio bagnare. Chiamo la donna
di servizio. Analogamente, se si offrono due varianti della stessa
frase, si chiede una consulenza linguistica, non aritmetica. Chi
si accorgesse subito dell’errore nell’addizione potrebbe sentirsi rimproverare
che, quando gli mostrano la luna col dito, lui guarda il dito.
L’identificazione del problema è
fondamentale per la polarizzazione dello sforzo intellettuale
nell’unica direzione giusta. Il linguista non perde tempo
per rifare l’addizione, perché non è quello che
gli si chiede. Né trova umiliante che non abbia visto il
banale errore dell’addizione perché, da umanista, farà
probabilmente parte di quelle persone che, ai test d’intelligenza,
risultano meno dotate di quanto non siano. Mentre dinanzi ad una
sequenza di numeri chi ama la matematica ha forse l’acquolina in
bocca, il cervello degli umanisti si chiude immediatamente e mentalmente
gli si para davanti un cartello con su scritto, in caratteri enormi,
“non hai speranza”. Ed è vero.
Nell’antichità non avevano
trovato il test della vasca da bagno ma ridevano di gusto
all’immagine dell’astronomo che, per guardare il cielo, cadeva
in un fosso. Non si accorgevano di dire implicitamente che un
asino, o loro stessi, risultavano così più intelligenti
dell’astronomo. E non comprendevano neppure che, se la civiltà
deve andare avanti, invece di irridere il vecchio astronomo caduto
nel fosso, la prossima volta avrebbero dovuto fornirgli un asino
che lo portasse dove doveva andare, dandogli anche la possibilità
di studiare il cielo per strada.
Per non cadere nel fosso bastano
gli asini.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 27 febbraio 2008
ALCUNI COMMENTI AL PROGRAMMA DEL
PD
Il programma del Pd è chiaramente
un programma al quale non hanno messo mano i comunisti.
Rispetto al governo Prodi è infatti un “programma
d’opposizione”: e questo dimostra che la lunga associazione
con gli estremisti di sinistra è stata un errore storico.
Tanto grave che i Ds e la Margherita hanno creduto di potere
avere un futuro solo liberandosi di loro. Insomma, prima hanno irriso
Berlusconi che parlava di comunisti, ora i comunisti, loro, li
hanno buttati a mare.
Il programma per certi versi è
un libro dei sogni: non perché dica cose sbagliate ma
perché in Italia le cose giuste a volte non si possono
fare. C’è chi resiste. Passino i “tagli alla spesa” (finché
si sta sulle generali, tutti d’accordo) ma che dire dell’eliminazione
delle Province? Che servano a qualcosa o che non servano a niente,
le Province sono centri di potere e fonti di stipendi. E se Berlusconi,
con una maggioranza di granito, non è riuscito a scalfire
certi gruppi di pressione (anche perché sponsorizzati dall’Udc,
oppure sponsorizzati da Alleanza Nazionale, oppure sponsorizzati
da ambedue), quante probabilità di riuscita avrebbe un governo
di centro-sinistra, contro cui sparerebbero a palle incatenate
sia il centro-destra sia l’estrema sinistra?
La riduzione delle imposte è
ovviamente un programma allettante; addirittura necessario,
in considerazione della congiuntura economica: ma non
è mai stato il programma della sinistra. E per questo è
poco credibile. Comunque, onore a chi riconosce le ragioni dell’avversario.
Si parla poi di testamento biologico
e di riconoscimento dei diritti delle persone stabilmente
conviventi. Progetti estremamente laici. Perfino estremamente
razionali, se si vuole: ma contro i quali lottano la Chiesa
e almeno mezzo Pd. Siamo sicuri che sia realistico annunciarli?
Già oggi Famiglia Cristiana fa fuoco e fiamme contro la presenza
dei Radicali, e contro la candidatura di Umberto Veronesi: è
credibile, questa parte dei progetti? È solo coraggiosa.
Per le intercettazioni, il Pd è
a favore “se servono all’autorità giudiziaria”, ma è
necessario che qualcuno “risponda delle violazioni alla riservatezza”.
E qui si ha voglia di sorridere. “Se servono all’autorità
giudiziaria”, si dice. Ma non è la stessa autorità
giudiziaria, che decide? E soprattutto, che senso ha dire che qualcuno
dovrebbe “rispondere delle violazioni alla (recte “della”)
riservatezza”? Forse che, fino ad oggi, è stato lecito
violarla, la riservatezza? E se fino ad oggi nessuno ne ha risposto,
perché dovremmo credere che si riuscirà in futuro a stroncare
questo malvezzo? Diverso sarebbe il caso se si spiegasse in che
modo si intende contrastare il deprecabile fenomeno.
Veltroni dice poi “basta con l’ambientalismo
del no”. Atteggiamento da applaudire. Ma chi ha soffiato
per anni sul fuoco dell’ambientalismo del no? I Ds e la Margherita
, pur di non scontentare l’estrema sinistra e i Verdi sono
andati perfino contro Mercedes Bresso, Ds, Presidente della
Regione Piemonte, quando costei si batteva per la Tav. Oggi riconoscono
che è stato un errore. E perché non cominciano col
chiedere scusa alla Bresso e poi a tutti gli italiani? Dicano “basta”
al governo, dimenticando che al governo ci sono stati proprio
loro.
Il Pd è a favore di rigassificatori,
termovalorizzatori, e Tav Torino-Lione. Tutte cose che
erano sbagliate per il governo Prodi e che ora sono giuste
per il partito presieduto da Romano Prodi. Come cambiano le
cose, nel giro di un mese!
Mille
euro ai precari. Bellissimo. Ma chi li paga? Se li deve
pagare il datore di lavoro, bisogna sempre ricordare che
l’alternativa è la non assunzione. L’idealista può
benissimo invocare la carità per i poveri e l’assistenza
gratuita per i malati, perché il suo mestiere è
quello d’indicare la strada, non di pagare la benzina: ma per lo
Stato è tutt’altra faccenda.
Poi
si parla “un fondo per le cure odontoiatriche”. Eh sì,
tutti abbiamo pagato un bel po’ di soldi, per esse. Tanto che
qualcuno ha chiesto ad un famoso dirigente dell’associazione
dei dentisti perché mai l’assistenza non fosse gratuita come
per il resto delle specializzazioni. La risposta è stata
lapidaria: “Non tutti hanno bisogno dell’ortopedico, dell’urologo
o dell’oculista, ma tutti, prima o poi, hanno bisogno del
dentista. Lo Stato non si può permettere questa spesa e la
lascia dunque a carico dei cittadini. Ecco tutto”. Veltroni e i suoi
amici hanno trovato il modo di risolvere questo problema?
Infine
il programma propone una sola Camera con 470 deputati
e un Senato delle autonomie con 100 rappresentanti. Cioè
più o meno ciò che aveva realizzato il governo Berlusconi,
con quella riforma costituzionale che il centro-sinistra si
è fatto un punto d’onore di affossare. Che tristezza.
Prodi
ha governato male e ora il Pd – di cui Prodi è presidente
- propone un drastico cambiamento di rotta. La sterzata è
giusta, ma non è meglio lasciar guidare chi quella strada
la conosce meglio, perché l’ha sempre praticata?
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 febbraio 2008
L’ONESTÀ DEL CORRIERE DELLA SERA
Oggi nello “strillo” della pagina
di apertura del Corriere on-line si legge: Il Cavaliere
all’attacco di Veltroni. “Io sono laureato, lui è solo
diplomato”. Traduzione: io sono una persona colta e Veltroni
è un ignorante. Che la cosa sia vera o no, nessuna persona
di buon gusto direbbe mai una cosa del genere. Non solo è difficile
stabilire chi è più o meno colto, ma certo non basta sventolare
una laurea, per questo. Il Cavaliere in questa occasione avrebbe dimostrato
quel pessimo gusto che a ragione gli attribuisce la sinistra.
A
ragione se il fatto fosse vero. Aprendo l’articolo, infatti,
il titolo cambia. “Veltroni diplomato? Io solo laureato”.
E qui il senso è diverso. Si intuisce che non lui
si è vantato di avere un titolo di studio superiore a
quello di Veltroni, ma che al contrario qualcuno gli ha segnalato
il titolo di studio di Walter come fosse chissà che.
Per questo il Cavaliere avrebbe risposto ironicamente di essere
“solo” laureato. Immaginiamo che, sporgendosi dal finestrino di
una Punto, qualcuno irrida un pedone sotto la pioggia: “Te la
vedi brutta, nevvero?” E immaginiamo pure che il pedone, sventolandone
le chiavi, gli risponda: “Sì, hai ragione: proprio oggi
sarei dovuto uscire con la mia Ferrari”. Chi potrebbe dargli torto?
Ma neanche questo secondo titolo dice la verità. Meglio
leggere l’articolo.
“ROMA
- Nel giorno in cui sfuma l'ipotesi delle larghe intese,
Silvio Berlusconi va all'attacco del suo avversario. E
lo fa con una battuta legata alla passione per il cinema dell'ex
sindaco di Roma. Lo spunto glielo dà una donna che, intervenendo
ad una convention romana di Forza Italia, si qualifica come
attrice e gli chiede un impiego. «Deve farsi assumere da
Veltroni - ha detto Berlusconi - è lui che ha il diploma
in cinematografia, io sono semplicemente laureato con 110
su 110, non può venire da me. La signora -ha poi proseguito
l'ex premier rivolgendosi alla platea- ha con me un rapporto
continuativo: mi dice sempre, voglio lavorare nel cinema. Signora
- ha proseguito - io non posso più telefonare a Saccá,
le prometto che andrò a casa di Saccá e userò il
citofono».
Ah,
è così. Dunque, in primo luogo, si afferma che
è sfumata l’ipotesi delle larghe intese, mentre Berlusconi,
a domanda, ha soltanto concesso che in caso di pareggio non
farebbe come Prodi. A sentire il Corriere della Sera si direbbe
invece che, convinto di vincere con un piccolissimo margine, il
Cavaliere proporrebbe a Veltroni la Grosse Koalition e Veltroni,
pur avendo perduto le elezioni, rifiuterebbe sdegnosamente l’offerta.
O gran virtù dei cavalieri antichi, direbbe l’Ariosto.
Ma il nostro problema sono i titoli
di studio. È evidente che Berlusconi ha scherzato
sulla vicenda Saccà e sul titolo di studio di Veltroni,
che ha anzi trasformato in un “diploma in cinematografia” che
forse non ha. Ci risulta infatti che Walter sia proiezionista. Non
un artista del cinema, dunque, ma uno che sta nella cabina di proiezione
dei locali in cui si proiettano i film. Ma questo non è
il punto: il punto è che Berlusconi ha fatto una battuta
e il Corriere della Sera si è comportato come i carabinieri
delle barzellette. Tanto che, invece di ridere con Berlusconi,
forse rideremo di Paolo Mieli.
Il Corriere non ha simpatia per
Berlusconi. È un suo diritto. Potrebbe dire che è
un pessimo politico, che si comporta da padrone del suo partito,
che è un male per l’Italia, ma una cosa dovrebbe evitare:
stravolgere le notizie. Perché, invece di danneggiare Berlusconi,
danneggia se stesso.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it 24 febbraio
2008
CUBA: FINE DEL REGIME?
Robert Kagan, sul New York Times,
si augura che la malattia di Fidel Castro e il passaggio
del testimone al fratello Raúl possano essere l’occasione
d’oro per riportare Cuba alla democrazia. Gli Stati Uniti
dovrebbero revocare l’embargo in cambio di elezioni veramente
libere: con una libera stampa, con veri partiti di opposizione,
sotto controllo internazionale. La più semplice risposta
che si potrebbe dare a questo progetto è costituita da
due parole nella lingua più familiare a quel politologo: wishful
thinking. Pio desiderio.
La democrazia è un regime
desiderabile per i molti, non per i pochi. Per il popolo,
non per il tiranno. Quando si parla col tiranno bisogna sempre
tenere presente che la democrazia non è nel suo interesse:
alle sue orecchie suona solo come la proposta di rinunciare
al potere e ritirarsi a vita privata. Se gli va bene. Perfino un autocrate
timorato di Dio, sinceramente dedito al bene del suo paese e
fra i meno sanguinari della storia, come Francisco Franco, è
rimasto el Caudillo fino alla fine. Ha preparato la Spagna alla
democrazia, ma per dopo la sua morte. Finché ha avuto un alito
di vita, è rimasto l’Unto del Signore.
Può certo avvenire che
l’autocrate lasci il potere volontariamente (Silla,
Pinochet), ma è di gran lunga il caso meno frequente. Le
tirannie di solito cessano, oltre che per la morte dell’interessato,
per una sconfitta militare, per una rivolta di palazzo o per
una rivoluzione di piazza. Anche in questi casi, tuttavia, la
fine del regime si ha perché si è insinuato il germe
della rivolta. Qualcuno – una persona o un gruppo di persone
- si sente abbastanza forte e sostenuto per rovesciare un potere
che non fa più la paura che faceva un tempo. Se nessuno si
è azzardato a complottare contro Stalin è perché
il georgiano era un tale genio, nella repressione spietata, che
si rischiava la testa a solo pensare che egli non fosse Dio
in terra. Bastava un gesto, uno sguardo, un sospetto, e tutto era
perduto. Se invece è stato facile sbarazzarsi di Gorbaciov,
che pure sulla carta aveva gli stessi poteri di Stalin, è perché
nessuno ne era terrorizzato. Era venuta meno la molla principale del
potere tirannico, per come afferma Montesquieu: la paura.
Le tirannie possono dunque cessare
per vari motivi ma l’ultimo della lista è certo
quello di cui parla Kagan. Che cosa può importare a Fidel
Castro o a suo fratello, della fine dell’embargo degli Stati
Uniti? A loro personalmente non manca nulla. E nemmeno ai loro
accoliti. Inoltre quell’embargo è una scusa preziosa
per giustificare la drammatica indigenza in cui vive il popolo.
La fandonia è tanto assurda (l’isola può commerciare
col resto del mondo) quanto comoda: ma gli adoratori di Castro,
a Cuba come in paesi tanto lontani quanto l’Italia, l’ingoiano
entusiasti.
Può darsi che il prolisso
regime castrista si avvii alla sua fine perché
tutto ciò che è umano ha un termine. Può darsi
che ci siano già in giro, all’Havana, i germi della sua
decomposizione. Può darsi che qualcuno stia solo aspettando
che Fidel non ci sia più, per sbarazzarsi della sua controfigura
e prendere il potere. Ma quando? E poi, per passare alla democrazia
o per instaurare un’altra dittatura? Nessuno può dirlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 25 febbraio 2008
Quell'ignorante di Michele Serra
Michele Serra è il
teorico della superiorità della razza di sinistra,
questo si sa. La cosa che non sapevo era che l'umoralista di Rep.
fosse anche digiuno di informazioni elementari. Gli mancano
le basi, si diceva una volta. Ecco che cosa ha scritto oggi:
"Ahmadinejad non è affatto un dittatore. E´ un presidente
liberamente eletto, che governa nel nome del popolo" e altre
scemenze del genere. Serra non sa che l'Iran non è una
democrazia, non sa che i candidati alla presidenza e al Parlamento
e alle cariche locali sono scelti dal clero, cioè dai dittatori
teocratici installatisi a Teheran nel 1979. Serra non ha idea
di che cosa sia il principio costituzionale della Velayat-e Faghih,
cioè del governo del saggio, cioè degli ayatollah, che
guida tutto: lo stato, l'esercito, la giustizia. Serra non sa niente,
ma scrive senza sapere di non sapere niente. Qualcuno gli segnali non
dico gli articoli di Carlo Panella, perché sarebbe troppo, ma
almeno quelli che spiegano perfettamente come funziona la teocrazia
iraniana pubblicati da Repubblica.
dal blog Camillo
LA SPAZZATURA DI LAVOISIER
In un
giorno di grande calura
molti, incontrando un amico, cominciano col dire:
“Accidenti che caldo, vero?” Come se servisse a qualcosa. Come
se l’altro non sudasse anche lui. Wittgenstein ha più
o meno detto che su cui di cui non si può dire nulla di
ragionevole è meglio tacere: e se questo vale per una
giornata calda, figurarsi per la spazzatura di Napoli. Chi
non è indignato, chi non dice che bisognerebbe risolvere
questo problema, chi non dice che la Pubblica Amministrazione
è imperdonabile, per questo disastro? Tutto è talmente
ovvio che, seguendo l’invito del filosofo austriaco, è
meglio non parlare della spazzatura di Napoli, se non per capire
l’origine sociologica del fenomeno.
L’immondizia è, per
definizione, qualcosa che nessuno vuole. Non volerla
significa “portatela lontano da me”. Ma “lontano” è un termine
relativo. Pechino è lontana e Atene è vicina, ma
non per chi abita a Tokyo. E ogni volta che qualcuno non vuole
i rifiuti accanto a sé è come se dicesse che li vuole
più vicini a qualcun altro. Soprattutto in una regione con
alta densità di popolazione come la Campania. Il problema può
divenire insolubile. O, almeno, è insolubile se non si considera
la fine del famoso principio per cui “nulla si crea e nulla si distrugge”:
Lavoisier infatti ha concluso “ma tutto si trasforma”. Se i rifiuti
non possono essere distrutti, si possono trasformare. E si trasformano
con i termovalorizzatori. Fin qui la ragionevolezza.
Il pregiudizio però
la pensa diversamente: i rifiuti non devono stare da
nessuna parte, perché dovunque sonno vicini a qualcuno.
Se poi si parla di trasformarli, tutti, ammaestrati dagli ecologisti,
obiettano: ci hanno anche detto che gli inceneritori, i termovalorizzatori,
o come volete chiamarli, producono schifezze. A cominciare
dall’anidride carbonica. E dunque non vogliamo neppure quelli.
E allora? Non rimane che pregare San Gennaro di risolvere il
problema e, nell’attesa, lasciare la monnezza marcire per strada.
L’episodio è significativo
per più di un verso. Viviamo in un periodo di
tale prosperità, di tale comodità del vivere,
che i principi del povero Lavoisier fanno sorridere. Rifiutiamo
l’energia del nostro tempo, cioè l’energia nucleare?
E non succede niente, ce la caviamo lo stesso: le lampadine
si accendono, i televisori scintillano con mille colori, che problemi
ci sono? L’elettricità costa cara? Non è colpa
di nessuno. Se qualcosa non è disponibile nel nostro territorio
l’importiamo. Se qualcosa non ci piace, decretiamo che non esiste.
La scopiamo sotto il tappeto. Siamo tutti adepti di un mondo
perfetto e inverosimile in cui i moralisti vorrebbero vietare l’aborto
legale e la prostituzione, illudendosi che spariscano dalla pratica;
in cui i treni corrono veloci a base di pannelli solari, anche
quando non c’è il sole; in cui gli insetti e le malattie
delle piante stanno lontani dalle nostre colture biologiche
solo per farci piacere e per farci vedere che apprezzano i nostri
principi. Insomma, l’umanità è dissennata e l’umanità
italiana è dissennata al quadrato. Quel ch’è peggio,
la realtà non ci disillude se non con grande ritardo. Anni
fa si fece una colletta per la fame in India, dimenticando quanti
sono gli indiani e quanti siamo noi: ma il gesto era così bello
che noi allora abbiamo risolto il problema della fame del Terzo Mondo.
Per questo si può benedire
la spazzatura di Napoli. Finalmente un disastro cui
non si è saputo porre rimedio neppure a costi pazzeschi.
Finalmente Lavoisier vince. Finalmente un emerito ministro
come Pecoraro Scanio riesce a vedere che i termovalorizzatori
(che in Germania bruciano la spazzatura napoletana) sarebbero,
forse, chissà, magari una cosa utile. E con una cura di
fosforo comprenderebbe perfino che la raccolta differenziata
ha senso se poi ci sono delle industrie capaci di servirsi di quel
vetro, di quel metallo, di quella plastica, di quella carta.
Deprecare la spazzatura a
Napoli? Per niente. Forse sarebbe bene che tutta l’Italia
fosse ricoperta dai rifiuti. Molti non conoscono Lavoisier
ma tutti riconoscono la puzza della spazzatura: e se è
l’unica cosa che sanno “leggere”, è bene fornirgliene
una copia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 21 febbraio 2008
Noi, germi cancerogeni
Un amico mi scrive per
sapere come mai manca, a volte, il mio articolo settimanale
su informazionecorretta perche', dice, e' un appuntamento
cui e' abituato e quando non lo trova rimane deluso. Che
dire? Fa piacere avere lettori affezionati ma provero' a spiegare
ancora una volta il blocco che mi prende e la rabbia
che mi assale, una rabbia furibonda che fa tremare le mani
sulla tastiera, una rabbia cui segue il vuoto totale che poi
lentamente si riempie della disperazione di sentirsi tanto odiati,
disumanizzati, trasformati in un'entita' astratta da umiliare, boicottare,
dileggiare, un popolo trasformato in un microbo da eliminare per
la buona salute mondiale.
Uno apre gli occhi alla
mattina, accende la radio e sente una persona, che
probabilmente dovrebbe curarsi il cervello, dire con calma
e freddezza che Israele e' un germe cancerogeno, uno sporco
microbo di cui il mondo deve liberarsi quanto prima. Questa
persona non e' un qualsiasi cittadino di questo mondo ma e'
il presidente di una nazione immensa, l'Iran, che sta preparando
il mezzo necessario per distruggere questo cancro fatto di 5
milioni di ebrei israeliani.
Ahmadinejad vuole spazzare
via Israele, vuole estirpare il cancro, vuole liberare
il mondo da questo virus. Lo sta gridando da anni, non
da giorni, da molti anni, senza mai stancarsi.
E il mondo che dice?
Niente.
Il mondo aspetta le Olimpiadi
di Pechino (a proposito, chissa' se il professor Vattimo
sa che una volta esisteva il Tibet).
Niente.
Il mondo non dice niente perche'
la disumanizzazione in atto da anni contro Israele che sembra
abitato solo da soldati o religiosi, comunque brutti e cattivi,
si e' insinuata nella mente della gente in modo tale da trasformare
in un Male Cosmico un popolo fatto di famiglie, di bambini, di
vecchi, di innamorati, di artisti, di intellettuali, di gente
che lavora, che ha il raffreddore, che ride, che piange, di persone
che hanno sofferto e soffrono.
La battente propaganda
araba ha raggiunto risultati che solo il nazifascismo
e il comunismo erano riusciti ad ottenere tanto da poter
sterminare milioni e milioni di ebrei, in Europa e in Unione
Sovietica, senza che nessuno alzasse un dito.
Bene, andiamo avanti.
Dopo aver appreso di essere
un germe cancerogeno e un malefico virus, uno
che fa? Va a bere il caffe' per tirarsi un po' su la pressione.
Apre il giornale e cosa
legge? Che in USA e Canada, alcune universita'
preparano La settimana dell''apartheid, una settimanina
di odio in cui, oltre ad accusare Israele delle solite
malefatte, si chiedera' formalmente che Israele diventi Palestina
e che ebrei e arabi vivano insieme in questo nuovo stato in cui
gli ebrei diventerebbero una minoranza di dhimmi per poi scomparire
per sempre.
C'e' chi ama la settimana
bianca sulla neve e chi preferisce la settimana di
odio antiebraico sognando una definitiva Shoa'.
Questione di gusti.
Sempre quel povero Uno che
ormai sente un senso di soffocamento, volta pagina del giornale
e viene informato che il vicepresidente del Parlamento
Europeo, Luisa Morgantini, nella sua immensa bonta',
consiglia gli israeliani di piantarla di rispondere ai kassam
che piovono sul Neghev, della serie "state buoni , fatevi ammazzare
e tutti vi ameranno".
Si, perche' , oltre al
soldato e al religioso che ammorbano con la loro illegittima
presenza la Palestina, esistono tre categorie di ebrei nell'immaginario
comune:
Gli ebrei morti che, se
sono tanti, qualche milione, fanno tenerezza , si
possono organizzare giornate della memoria, ricordarli con
qualche lacrimuccia, tanti bei discorsi, fare bella
figura e, cosa che non guasta, propaganda elettorale.
Gli ebrei vivi che,
se si difendono, sono invece fastidiosi, antipatici,
fascisti, peggio di Ben Laden, perche' non rientrano negli
schemi europei abituati da sempre all'ebreo che non si ribella,
che soffre in silenzio, che si rifugia nella preghiera o nei
libri in attesa del prossimo massacro.
Infine il peggio
del peggio, l'ebreo col fucile in mano e la testa
alta, pronto a rispondere al fuoco nemico, questo ebreo
li spiazza, li sconvolge e li fa infuriare tanto da avere
la bava alla bocca.
Beh, ormai il caffe' ha
preso il sapore del fiele e uno, prima di mettersi
a lavorare, pensa di andare a fare un giro in internet
e la' raggiunge l'apocalisse, affoga in un mare, un oceano,
una galassia di odio allo stato puro.
C'e' di tutto e di piu'.
La testa gira perche' si non sa cosa leggere:
Si incomincia con le puntate
sul boicottaggio di Israele al Salone del Libro, con
le dichiarazioni di follia dei seguaci del filosofo torinese
Vattimo e del suo fratello nello spirito Tariq Ramadan.
La gente parla di
questa vergogna ? Fa commenti? Si , ne parla ma
con molta calma, senza indignarsi, ormai l'uomo della strada
e' abituato a sentire che Israele e' il demonio, che
Israele e' l'assassino ( lo legge ad ogni passo anche sui muri
delle citta' italiane), che Israele ammazza i bambini quindi e'
normale che un simile demonio sia boicottato.
Cosa c'e' di strano?!
La gente sente la notizia
e non gli si muove neanche un pelo.
Gli unici a indignarsi
siamo noi ebrei, e neanche tutti, e naturalmente chi
ci ama e ama Israele.
Prosegui la lettura in
questo cosmo di odio e leggi che uno dei tanti tizi
che ammorbano il web con siti antisemiti, ha postato
un elenco di ebrei e presunti ebrei accusandoli di voler conquistare
il mondo e controllare tutto e tutti.
Cambi sito e trovi un
altro elenco, quello di intellettuali di pura razza
ariana firmatari di un documento intitolato "Gaza vivra'"
in cui si elencano le menzogne piu' rivoltanti e le infamita'
piu' disgustose. Tra i firmatari di questa porcheria non tutti
sono di pura razza ariana, vi sono anche islamici e anche qualche
ebreo che vorrebbe tanto poter essere ariano ma non puo'
e allora si sfoga odiando se stesso.
Tiri un sospiro, lasci
il computer per overdose di odio, prendi una sigaretta
nel tentativo di calmarti, accendi la TV e ti trovi davanti
Stella Pende, inviata di Panorama, che parla di Gaza e dice,
presa dalla foga e dall'indignazione, che Gaza e' il posto
piu' popolato del mondo e che unmilioneemezzo di persone sono
tenute prigioniere in uno spazio piccolissimo. "Peggio di Abu
Graib e molto peggio di Guantanamo", grida agitatissima.
Non nomina hamas, non
parla del colpo di stato di Haniye' che, dopo aver
ammazzato centinaia di palestinesi, si e' separato da Mahmud
Abbas perche' questi voleva dialogare con Israele.
Non accenna alle migliaia di kassam che piovono su Sderot
e l'intervista si conclude con una immagine della bionda giornalista
che , rispettosamente velata, parla con la belva di Hamas,
il boss Haniye'.
Alla fine uno si mette
a lavorare anche per distrarsi e tirare il fiato
e alla pausa pranzo viene a sapere che Gerusalemme e'
una Capitale senza stato intorno.
Lo dice il sito http://www.monopolyworldvote.com/en_US/world
che in origine aveva situato Gerusalemme in Israele
ma che aveva subito corretto a causa delle proteste
arabe.
Gerusalemme e' senza Stato,
di conseguenza Israele, unica nazione al mondo, e'
priva di capitale.
Nessuna meraviglia, lo
dicono da 60 anni, lo dicono per paura, per vilta',
per convinzione, dipende se sono naziislamici , comunisti
o semplicemente dei cagasotto.
Credete sia finita? Illusi!
C' e' Google Earth che definisce Kiryat Yam, citta'
israeliana vicina a Haifa, territorio palestinese perche'
costruita, secondo G.E., sulle rovine di una villaggio arabo.
La citta' protesta immediatamente, il sindaco porta
le prove dell'errore ma Google non smentisce e non cancella.
La falsa notizia restera' la' per anni a nutrire di odio l'animo
della gente.
E cosi' si va avanti tutto il giorno,
ogni giorno e' la stessa musica, ogni giorno si viene mitragliati
da diffamazioni, da bugie, da delegittimazioni, da ingiurie.
Vieni a sapere, e la nausea
ti assale forte, che il Centro Culturale Candiani
di Mestre proietta il film "Jenin Jenin, quello che il mondo
deve sapere di Mohammad Bakri".
L'evento, organizzato
in collaborazione con Pax Christi, e te pareva che
non c'entravano , rientra nelle iniziative di solidarietà
al regista arabo israeliano, finito sotto processo, perché
accusato da cinque soldati di vilipendio delle forze armate
israeliane.
Mohamed Bakri e' un mistificatore,
un imbroglione, lui stesso ha ammesso di aver lavorato
di fantasia ma, siccome e' palestinese, gli si deve credere,
siccome e' palestinese bisogna raccogliere soldi per pagare il
processo intentato contro di lui e da lui perso, dai soldati
israeliani entrati a Jenin.
Insomma non ci lasciano
vivere, non ci permettono di respirare, gli attacchi
contro Israele sono quotidiani e ti avvolgono come una tela
appiccicosa di ragno da cui non riesci a liberarti e piu'
cerchi di toglierla piu' ti appiccica addosso. Un odio e una
cattiveria mai espressi contro nessun altro stato al mondo,
contro nessun altro popolo.
Tutto questo va inesorabilmente
a mescolarsi alla disperazione per i kassam che
colpiscono Sderot facendo morti e feriti e le persone pazze
di paura.
Alla preoccupazione per
le minacce di hezbollah che si sta preparando a un'altro
attacco missilistico contro Israele che sta gia' disponendo
i patriot.
Alla pretesa dei palestinesi
di avere Gerusalemme e di mandarci in casa i loro profughi.
Alle ingiurie che ci piovono
addosso.
Noi ebrei, scimmie e maiali
per tutto il mondo arabo.
Noi ebrei, germe cancerogeno
per il dittatore iraniano.
Noi ebrei, cancro immondo
per hezbollah e hamas e per i loro amici.
Sporchi ebrei per l'occidente
che non capisce che difendere Israele sarebbe difendere
se stesso.
Anni fa dicevano Israele
discolpati.
Oggi dicono Israele
muori.
Deborah Fait - www.intormazionecorretta.com
CANDIDARE O NO I CONDANNATI
Secondo “La Stampa”, il
Pd e Di Pietro avrebbero deciso di non candidare persone
penalmente condannate, anche se solo in primo grado. E sono
in molti ad essere di questo parere. Si sostiene che chi deve
votare le leggi e chi ci deve governare deve essere al di sopra
di ogni sospetto. È vero che a norma della Costituzione
il cittadino normale deve essere considerato innocente fino
a sentenza passata in giudicato, anche se ci volessero dodici
anni: ma il politico, per non apparire favorito come appartenente
alla “casta superiore”, come ventila Riccardo Barenghi sulla Stampa,
non deve approfittare di questa regola. Raramente si sono messe insieme
tante affermazioni discutibili.
Quando la Costituente
ha stabilito il principio dell’art.27 – “l’imputato
non è considerato colpevole sino alla condanna
definitiva” – lo ha fatto non per favorire una categoria di cittadini
ma in base al principio che, prima di quella condanna, non
si può sapere se la persona sia colpevole o no. Anzi,
dal momento che l’esistenza stessa del procedimento è
pregiudizievole per il buon nome dell’imputato, questo buon nome
deve essere tutelato. La sentenza finale potrebbe essere d’assoluzione
e per questo è giusto che sia condannato per diffamazione
chi chiamasse assassino un condannato per omicidio in primo
e secondo grado.
Tutto questo, al cittadino
comune, sembra garantismo eccessivo. E non lo è
affatto. Non bisogna dimenticare che una buona percentuale
di accusati è assolta. Dunque, penalizzarli permettendo
a tutti di metterli alla gogna, mentre sono ancora sub iudice,
o vietare loro di fare politica, corrisponderebbe a condannarli
prima di sapere se sono colpevoli. Inoltre, alcuni reati sono
per così dire “professionali”. Un giornalista può
essere stato condannato per diffamazione, perché il suo mestiere
lo espone sempre a commettere questo reato, così come un
camionista può essere stato condannato per omicidio colposo,
visto che col suo mestiere rischia infinitamente di più di
una casalinga. In altri termini, bisognerebbe prendere in considerazione
quei reati che sono insieme dolosi (la diffamazione lo è, l’omicidio
colposo non lo è) e gravi (la diffamazione non lo è,
l’omicidio colposo lo è). Ma a questo provvede già
la legge, che prevede l’interdizione dai pubblici uffici.
Dopo tutti questi rilievi
precisamente tecnici, è il caso di esporne uno più
di fondo. Coloro che invocano quella norma scambiano la giustizia
umana per la giustizia divina. I giudici non sono i moralizzatori
della società, non sono i raddrizzatori dei torti,
non sono né Zorro né Michele Arcangelo con la spada
fiammeggiante. Stabiliscono una “verità processuale”, non
una verità effettiva. Nel senso che la verità effettiva
può essere diversa da quella processuale: il condannato con
sentenza definitiva per omicidio potrebbe non aver commesso il fatto,
checché abbiano detto tre gradi di giudizio. Infatti, se così
non fosse, non esisterebbe l’istituto della revisione del processo.
Se poi si ammettesse il principio che piace tanto agli incompetenti
(e a Di Pietro), cioè se si stabilisse l’incandidabilità
di chi è condannato in primo grado, o peggio solo imputato,
la possibilità di fare politica dipenderebbe dal beneplacito
di tutti i Pm d’Italia. Sei mesi prima delle elezioni un quisque de
populo con la toga sulle spalle, fra Bolzano e Trapani, potrebbe
accusare un politico di aver rubato la Torre di Pisa (l’esempio è
di Piero Calamandrei), e quel politico sarebbe escluso dalla tornata
elettorale. Per poi essere assolto con tante scuse. Come si possono
sostenere seriamente simili tesi? Almeno mezza Italia nutre più
che un sospetto che nei confronti di Silvio Berlusconi sia stato
posto in essere un eccezionale accanimento giudiziario (si pensi
già soltanto al processo Sme): come affidare ai giudici un
potere politico esorbitante?
Infine è assurdo sostenere
che l’applicazione dell’art.27 della Costituzione ai politici
costituisca un favore alla “casta” dei politici. Sarebbe come
dire che ognuno di noi ha il diritto di ubriacarsi o di divorziare
ma nel caso dei parlamentari è un favore per la casta, e
dovrebbe essere loro vietato per legge. Loro devono essere di esempio.
Si passerebbe così al privilegio negativo. Un privilegio
in latino era una “lex in privos lata” - legge ad personam, diremmo
oggi - e si tratta di un’ingiustizia sia che favorisca qualcuno, sia
che lo sfavorisca.
La legge deve essere uguale
per tutti e simili progetti dovrebbero essere abbandonati.
Anche da certi ex-magistrati che dovrebbero tornare all’università.
Per studiare agraria.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008
FERRARA
Giuliano Ferrara, per fama
universale, è un uomo intelligente. Secondo gli
ingenui l’intelligenza dovrebbe tenere lontani dalle sciocchezze,
ma non è così. Nell’uomo raramente essa è
alla guida dei comportamenti personali. La maggior parte
delle volte è ottima per risolvere problemi tecnici,
ma non per altro.
S’immagini che un uomo
molto dotato si innamori di un’ochetta: forse che sarà
meno innamorato di un uomo mediocre? Userà il suo acume
per trovare genialità nelle sue osservazioni ingenue;
freschezza poetica nel suo infantilismo; grazia sovrumana
nelle sue moine. Tutta la sua capacità logica sarà
utilizzata per dare ragione alla sua emotività. Solo
quando l’innamoramento sarà finito si meraviglierà
lui stesso di avere adorato quella donna. L’intelligenza, in questi
campi, serve a poco.
Ferrara è in queste
condizioni. Non si è innamorato di una donna ma
di un’idea madre, e ora cerca di sposarne la figlia. L’idea
madre è che nulla sia più nobile di una concezione
religiosa della vita, anche se Dio non dovesse esistere ed anche
se non si appartiene ad una data Chiesa. Per questo il suo “Foglio”
si è trasformato in una sorta di giornale di monaci miscredenti,
o di laici in cotta e stola. Un illeggibile ossimoro cartaceo.
Fino a questo punto, bastava
saltare tutti gli articoli in cui si parlava di mistero,
di Dio, di Chiesa, di oltretomba e di metafisica varia. Il
giornale rimaneva leggibile per il resto, anzi col vantaggio
di richiedere meno tempo di prima. Il guaio è nato quando
ha cercato di sposare una delle idee-figlie: stavolta la lotta
contro l’aborto.
Per sapere con quali argomenti
ha sostenuto questa battaglia bisognerebbe aver letto
il suo giornale, su questi argomenti, cosa che non abbiamo
fatto. Anche perché si rimaneva bloccati alla semplice
parola “moratoria” che significa “sospensione”: e come si può
sospendere l’aborto? O lo Stato sospende la validità della legge
194 - rendendo l’aborto un reato, come era prima - oppure tutte
le donne che hanno deciso di abortire rinunciano al progetto,
per fare un piacere a Giuliano Ferrara. Poiché ambedue le proposte
sembrano deliranti, ci si può sentire esentati
dal leggere le paginate che il Foglio ha dedicato all’argomento.
Se qualcuno può dimostrare in meno di mezza pagina
perché questo concetto di moratoria è azzeccato, applicato
a questo argomento, in molti gliene saremo grati.
Ferrara si è innamorato
di questa crociata e ci si è buttato a capofitto.
Ha scambiato la propria infatuazione per sacro fuoco, il
ridicolo per sprezzo del pericolo. Ha dimostrato ancora
una volta la validità del vecchio proverbio per cui Giove
rende pazzi coloro che vuol perdere. Com’era ovvio, i grandi
partiti si sono ben guardati dal dargli corda. Molti – Berlusconi
in testa – gli vogliono bene, ma averlo a fianco, in una campagna
elettorale, è un pericolo gravissimo. Già un partito
di centro-destra rischia sempre di essere ritenuto vagamente chiesastico,
arretrato e codino; ci mancherebbe che si associasse con qualcuno
che può essere ritenuto anti-femminista, reazionario, maniaco
religioso. E che vuole rendere di nuovo reato l’aborto, dopo che al
riguardo si è anche avuto un referendum.
Molti anni fa, dopo che
Ugo La Malfa ebbe preso una posizione che gli risultava
incomprensibile, Montanelli scrisse che La Malfa era stato
sostituito da uno che si chiamava Ugo La Malfa, aveva l’aspetto
di Ugo La Malfa ma non poteva essere il vero Ugo La Malfa.
Nello stesso modo, in molti aspettiamo che il tempo ci restituisca
Giuliano Ferrara. Quello vero.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it 20 febbraio 2008
D’ALEMA L’INGENUO
D’Alema, a Radioanch’io
di oggi 20 febbraio 2008. ha affermato: "Conosco Veltroni
da molti anni e questa immagine buonista e ingenua non gli
si attaglia. Ha invece una volonta' molto forte e determinata.
Anzi, al di la' degli spigoli, qualche volta credo di essere
piu' ingenuo io...".
Il grande Montanelli,
per spiegare come si possono dire due cose sostanzialmente
opposte con le stesse parole, forniva questo esempio:
se di uno dico “è cinico ma intelligente”, lo lodo; se invece
dico “è intelligente ma cinico” lo critico. La tesi
si adatta benissimo alle parole di D’Alema. Si può
sostenere che egli ha voluto smentire l’immagine di uomo molle
e mite che si è cucita su Veltroni, riaffermandone la “volontà
molto forte e determinata”, ma quell’aggiunta, “qualche volta credo
di essere piu' ingenuo io...”, che avrebbe dovuto solo costituire
un’iperbole, può anche essere letta come una pugnalata al
candidato premier.
Veltroni un uomo mite?
In realtà è uno che, come Sisto V, ha dato ad intendere
di non tenere affatto alla carica di papa solo per ottenere
ancor meglio l’investitura. Si è tenuto fuori dalla
politica attiva, ha parlato di Terzo Mondo e di Africa,
ha promesso che, finita la sindacatura, si sarebbe ritirato
a vita privata (magari per riprendere l’aratura del campo
di Cincinnato!), ed ecco che improvvisamente realizza un capolavoro:
da sindaco nemmeno uscente (non si sa mai) a ras della Margherita
e dei Ds riuniti nel Pd. Ottenuto questo, ha rinnegato sostanzialmente
Prodi, affinché il discredito di quel nome non gli ricadesse
sulle spalle, ha emarginato D’Alema, di cui nessuno parla
e infine – approfittando del fatto che una vittoria è improbabile
– ha effettuato una virata verso il centro che corrisponde alla
Bad Godesberg tedesca: all’accettazione della natura socialdemocratica
e sostanzialmente anticomunista di un moderno partito di sinistra
europeo.
Ecco quello che ha voluto
dire D’Alema: Veltroni un buono? Veltroni è uno
che non si è sporcato le mani e che oggi fa le scarpe
a Prodi, a Bertinotti, a Diliberto, a Percoraro Scanio, a Angius
e soprattutto a me. D’Alema il velenoso, D’Alema con gli spigoli?
No. D’Alema l’ingenuo. Tutto quello che posso sperare,
nel caso di un’imprevista vittoria, è di avere un posto
da ministro. Sotto di lui.
Veltroni è buono
come la rana pescatrice: offre ai pesci di passaggio
una finta esca per poi farne un solo boccone. Almeno, questa
sembra essere l’opinione del nostro ministro degli esteri.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008
PRODI IL BUONO
Lunedì questo
giornale ha pubblicato un mio articolo in cui criticavo
la politica del governo Prodi e invitavo sia Berlusconi
sia Veltroni a non fornirci una ricostruzione insincera
della storia di questa legislatura. Ieri, sotto forma di
lettera al Direttore, è uscita una piccata e assai prolissa
risposta di Romano Prodi, in cui mi si accusa di scorrettezza,
mancanza di scrupoli, faziosità, mistificazione.
L'Italia è una
democrazia, e La Stampa è un giornale indipendente,
che ospita opinioni, analisi, valutazioni di persone che
pensano con la propria testa. È stupefacente che il
presidente del Consiglio, non gradendo un articolo uscito su
un quotidiano, non trovi di meglio che accusare l'editorialista
che l'ha scritto di «sostenere le proprie tesi in vista della
competizione elettorale», o di farsi veicolo di una «mistificazione
elettoralistica». Naturalmente si può e si
deve discutere e contro-argomentare, polemizzare e opporre
cifre a cifre, analisi ad analisi, ma è ben triste vedere
la massima autorità politica del nostro paese che si riduce
ad accusare di malafede uno studioso che, su un giornale libero,
riferisce dei risultati delle sue analisi e scrive quello che pensa.
Quanto al merito della
controversia, qui posso dire soltanto che l'autodifesa
di Prodi non mi ha convinto per niente, e che il lettore
interessato a conoscere la mia risposta può trovarla
sul sito della rivista Polena (www.polena.net ). Anzi, visti
gli argomenti del presidente del Consiglio, sono ancora più
persuaso di prima del punto centrale della mia analisi: il governo
Prodi ha perso un'occasione d'oro per correggere in modo apprezzabile
i conti pubblici, e lascia un'eredità difficile al governo
che verrà.
Quel che vorrei fare
qui, invece, è una breve riflessione su me stesso
e sulla cultura politica della sinistra. Prodi può
non saperlo, ma non ho mai partecipato ad alcuna competizione
elettorale, né intendo farlo oggi o in futuro. Letteralmente
non capisco in quale competizione sarei impegnato, quali interessi
vorrei difendere, e perché mai vorrei farlo. Fra
noi due, ho l'impressione che sia più il presidente
del Consiglio uscente ad avere qualche interesse a «sostenere
le proprie tesi in vista della competizione elettorale»…
Quanto a me, sono solo
un cittadino che si riconosce in molti valori della
sinistra, anche se questa sinistra mi piace poco. E non
già per le sue idee, che spesso condivido, ma per la sua
refrattarietà al lavoro degli studiosi indipendenti. Il mio
lavoro è analizzare i dati, cercare di capire che
cosa succede, provare a raccontarlo con parole comprensibili,
nei libri come sulla stampa. Ma quando mi azzardo a farlo,
i miei amici di sinistra si adombrano, e i politici si irritano.
I primi, i miei amici, hanno un'insaziabile volontà
di aver ragione, di sentirsi sempre e comunque dalla parte giusta,
di dare sempre e comunque torto agli avversari politici. I secondi,
i politici di sinistra, non sono abituati ad ascoltare, e vedono
come un traditore chiunque dica qualcosa che sembri dannoso per
la causa. Non si chiedono mai: è vero? è falso? come
lo sai? Preferiscono domandarti: perché lo dici? a chi giova?
da che parte stai?
Così, a 55 anni
dalla morte di Stalin, e a quasi 20 dalla caduta del
muro di Berlino, troppo spesso la cultura di sinistra rimane
quella di sempre: chiusa anche quando predica il dialogo,
arrogante anche quando è gentile, resistente ai fatti
anche quando è colta. Peccato, sarebbe bello vivere
in un mondo in cui chi ha qualcosa da dire (o da ridire) si
limita a esporre i suoi argomenti. Senza offendere il prossimo.
E soprattutto senza accusarlo, solo perché pensa diverso,
di essere passato con il nemico.
LUCA RICOLFI
da “La Stampa”
Ed ecco l’articolo che
si può leggere su www.polena.net
CASTRO IL GRANDE
Fidel Castro si è
dimesso da Presidente di Cuba e già in mattinata,
sui giornali on line, compaiono dei commenti. Non è che
i giornalisti siano fulminei, è che di solito, per molti grandi
personaggi, si tiene prudenzialmente nel cassetto un articolo
da pubblicare in caso di morte, con pochi aggiustamenti. Si
chiama “coccodrillo” proprio perché sono lacrime ipocrite,
in conserva. In questo caso, anche se si tratta di commentare
solo una “quasi morte” politica, i coccodrilli tornano utili.
Quello di Stefano
Biolchini, sul Sole 24 Ore, si segnala per la sua fatuità.
Pur col programma di descrivere luci ed ombre del regime
castrista, non riesce ad evitare la tentazione di descrivere
Castro come un grand’uomo. Un Davide che ha resistito ai
giganti cattivi. “Ha fronteggiato - da far tremare i polsi - l'ostile
vicinanza di, nell'ordine: Dwight D. Eisenhower, John F. Kennedy,
Lyndon B.Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter,
Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton, George W. Bush”.
Non amazzasette ma ammazzadieci. “Per te ho pugnato, per te ho
vinto”. Ma dove Biolchini si dà la zappa sui piedi, azzerando
totalmente la propria credibilità, è quando è
sicuro dell’eccellente sanità pubblica cubana, “come
ha testimoniato la scottante inchiesta di Michael Moore”. Ah, allora,
se lo dice Michael Moore!
Lasciando alla loro
sorte i flabellari e i corifei, che pure scrivono
su cotanti giornali, è giusto chiedersi in che modo
si possano giudicare gli autocrati.
In Italia abbiamo
una solida democrazia e un personaggio come Romano
Prodi tutto è, salvo che un pericoloso dittatore.
E tuttavia, la capacità di mentire di quest’uomo, anche
di fronte all’evidenza contraria (“un governo forte, serio,
coeso…”), è assolutamente straordinaria. E se tanto
può barare, e perfino essere creduto da alcuni,
un uomo che decine di giornali smentiscono da mane a sera, come
pretendere di sapere tutta la verità in paesi in cui la
libertà di stampa è un mito, dove non c’è neppure
la libertà di emigrare e dove certi mali “non esistono”
semplicemente perché è vietato dire che esistono?
La verità, sui dittatori, si sa solo quando i loro
regimi finiscono. E non subito ma parecchio tempo dopo. Sul momento
prevale la tanto frequente confusione fra “celebre” e “stimabile”,
per cui molti articoli suonano celebrazioni quando non epicedi. Per
sapere la verità su Stalin son passati circa trentacinque anni
e la leggenda aveva messo tali radici che molti da prima non hanno
voluto credere alle rivelazioni. Diliberto, addirittura, vorrebbe
ancora oggi che i russi cedessero all’Italia la mummia di Lenin, che
a lui personalmente è tanto cara. Non gli è ancora
arrivata la notizia che il caro estinto è stato il maestro
di Stalin in materia di massacri per fanatismo politico.
Per prudenza, condanniamo
Castro in quanto dittatore e per il resto aspettiamo
che si dissipi la nebbia. Ma che nessuno ce lo presenti
come un Davide eroico o come un benefattore del suo popolo.
Almeno questo.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-19 febbraio 2008
IL FRAZIONISMO
Temi come la dissenteria
o il frazionismo sono di stretta competenza rispettivamente
dei medici e dei politologi. Ma come non è necessario
essere medici per cercare di evitare la prima, ai non-politologi
è permesso deprecare il secondo.
Il frazionismo è
la tendenza alla “rottura” dell’unità del partito: la maggioranza
è di parere bianco, noi otto siamo di parere
nero, ce ne andiamo e fondiamo un altro partito in cui il parere
nero è centrale. Cosa lecita e legittima, in democrazia.
Secondo la Costituzione, infatti, “Tutti i cittadini hanno diritto
di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo
democratico a determinare la politica nazionale” (art.49).
L’espressione “con
metodo democratico” però può essere intesa
in due modi. Il primo, il più importante e il più
ovvio, è che nessun partito può avere come programma
la presa del potere con la forza. Ma si potrebbe anche ipotizzare
un secondo significato: l’obbligo della democrazia all’interno
dei partiti. Non è perché il partito cui si aderisce
ha scelto una strada sbagliata che bisogna lasciarlo e fargli
la guerra. Chinare la testa dinanzi alla volontà dei più
non è mancanza di coraggio o di dignità: è semplicemente
accettare che in democrazia non prevale la ragione (sempre ammettendo
che chi contesta abbia ragione) ma il numero. Anche se a volte
può portare a risultati abnormi.
Si ipotizzi un sistema
elettorale in cui ci sia un’astensione del 50%, si
abbia un premio di maggioranza che consenta al partito più
forte di governare e che alle elezioni i partiti abbiano
avuto i seguenti risultati: A 27%, B 25%, C 13% e il rimanente
dei partitini il 25%. Il partito col 27% ottiene il potere. Ammettendo
che su un dato provvedimento si spacchi, prevale il 14%.
Ma poiché ha votato solo la metà dei cittadini,
quel 14% rappresenta in realtà il 7% dei cittadini, i
quali impongono la loro volontà al rimanente 93%
della popolazione. Pessimo metodo? Forse. Ma non se n’è
trovato uno migliore. Se proprio quel provvedimento non piace,
non rimane, la volta seguente, che andare a votare per un partito
che la pensi diversamente. La possibilità di fare marcia indietro
è il più prezioso merito della democrazia.
Chi fa politica attiva
in un partito deve mettere in conto che, qualche volta,
sarà in disaccordo con esso e dovrà lo stesso obbedire.
Il frazionismo contiene in sé l’errore di ritenere
che un dato punto sia irrinunciabile, che quella decisione
sia foriera di un nuovo diluvio, che bisogna salvare la patria.
E contiene anche l’errore di ritenere che non esista sul mercato
un altro partito al quale aderire e che sia necessario fondarne
uno nuovo. Possibile che il buon senso politologico si sia tutto
rannicchiato nel gruppetto di contestatori che vanno dal disegnatore
a farsi creare un nuovo simbolo?
Ma fra le molle del
frazionismo c’è la vanità. Finché
si fa parte di un partito, si è numero in platea; se
se ne esce con strepito, si ottengono i titoli dei giornali e
forse perfino la risibile qualifica di segretario di un partito
di quattro gatti. La vanità è una spinta potente e
i media la premiano. Tabacci era nell’Udc, l’Udc nella Cdl, e
Tabacci era obiettivamente un alleato di Berlusconi; ma Berlusconi
Tabacci non lo sopportava proprio e il suo fucile, invece di
sparare contro il nemico, sparava contro le retrovie. Soprattutto
per questo era spesso invitato nei talk show guidati da giornalisti
di sinistra. Essi potevano indicarlo col dito: “Vedete? Questo
lo dice uno che non ha interesse ad andare contro la Cdl, visto
che ne fa parte!”
Un regalo avvelenato. Perché
i Tabacci (bisogna parlare al plurale, il caso è tutt’altro
che unico) si montano la testa, vanno a fondare un loro
partito, come hanno fatto tanti altri prima di loro, e il risultato
è un pulviscolo di sigle che non contano niente. Soprattutto
quando la maggioranza è solida o quando ci si avvia al
bipartitismo.
Il centro politico
italiano è un buon esempio di questo errore.
La Dc è stata per molti decenni una coalizione di centro
(non un partito, anche se lo era formalmente) che ha dominato
l’Italia. Tanto che uscendo da essa non c’era salvezza: ci
hanno provato in molti e nessuno è sopravvissuto. Oggi
invece i nostalgici di quel partito, dimentichi del passato,
fanno il contrario. Senza avere il 30% della Balena Bianca si contendono
a graffi e morsi il dieci per cento o giù di lì che rappresentano
tutti insieme. Certo, se domani la bilancia avesse bisogno
di un ago, potrebbero anche ritrovare il potere d’interdizione
che qualcuno di loro ha avuto in passato: ma è certo
che, se il bipartitismo verso il quale ci si avvia funzionerà
come si deve, rischiano veramente di finire nella pattumiera della
storia.
Meritoriamente di
segno opposto è il comportamento dell’attuale
sinistra, che pure è composta dai partiti più
ideologici. Nella congiuntura attuale si sono resi conto
che, rimanendo separati, rischierebbero di sparire ed hanno
buttato all’aria le loro identità. Meglio essere meno
importanti, meno noti, meno intervistati, ma politicamente vivi,
piuttosto che titolari di un marchio che nessuno vota e che non
supera lo sbarramento. L’Arcobaleno non andrà al governo
ma manterrà la sua visibilità e la sua voce. Non poteva
ottenere di più. Ma è sempre qualcosa di meglio
e di più serio della situazione in cui si sono messi
gli indegni eredi di quel grande, pragmatico e unitario partito
dei professionisti della politica che fu la Democrazia Cristiana.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it -18 febbraio 2008
A CHI PIACE IL PROFETA
GIULIANO?
Per anni ci siamo
sentiti presi in giro dai catto-comunisti, comunisti
dentro, ma cattolici fuori, figli di quella famosa teoria
per cui la “Dc comandava su ricatto del Pci, costretta
implicitamente ad ogni concessione morale per il buon governo”.
Oggi ci sentiamo presi in giro dai catto-liberali e dal
Ppl, che, organizzato con i migliori auspici, ha avuto
il tempo ed il buon senso di deviare da Casini (anche perché
Casini aspetta buone notizie da Veltroni e dal Partito Democratico,
ovvero quello che la Royal e Bayrou non hanno voluto fare in
Francia), ma non quello di fare altrettanto da Ferrara e dalla Rosa
Bianca. L’apparentamento con Ferrara si farà e si farà
con una lista anti-aborto o pro-life, benedetta dalla Chiesa
di Ratzinger e di Bagnasco (e non da quella di Tettamanzi, Martini
e dei cardinali sudafricani e sudamericani che sono un altro partito),
istigata, sotto una coltre di falso razionalismo, a fare ciò
che Berlusconi e Fini non possono fare, ovvero fanatizzare contro
i Radicali, gridare allo scempio genetico ed alla libertà senza
controllo, a sua volta portata avanti dall’estrema sinistra e mettere
in imbarazzo il Pd che sull’argomento è diviso fra le sortite
della Binetti e le iniziative femministe della Turco. Sappiamo bene
che in politica i tranelli, anche i tranelli ideologici e perfino quelli
morali, sono importanti, anzi necessari per guadagnare consensi, per fare
breccia nelle vecchie generazioni, insomma per guadagnare voti. Nessuno
si scandalizzi, in politica queste cose fanno parte del gioco, a meno
di non voler essere duri e puri e vivere chiusi in quattro mura. E’
triste però che un dibattito sulla Legge 194, sull’aborto, che
è poi anche un dibattito sulla ricerca scientifica, sull’eugenetica,
sia diventato in Italia come in Spagna, un’ arena politica dove le
persone non devono capire, ma solo tifare in modo ignorante ed anche
arrogante. La tesi del Prof. Ratzinger è proprio questa, dal
referendum alle elezioni di quest’anno, la Chiesa cerca un nugolo di
intellettuali che possa fare movimento laico, unirsi ai movimenti cattolici
e quindi entrare nel grande teatro della politica, sbandierare nelle
piazze, un tema riservato, delicato, umanamente complesso e moralmente
già terribile per la coscienza di ogni donna, in nome della
difesa della vita e della depravazione della scienza di nuova generazione…Perché
è questo che si legge sotto le righe…E di questo nugolo fa
parte anche la Rosa Bianca, un ennesimo partito costruito per evitare
emorragie a sinistra (giusta compensazione a Casini) e per dichiararsi
cattolici “socialmente impegnati”, moralisti eccellenti contro ogni
peccato umano e nato in quel famoso family-day, dove si contestava
il peccato mortale dei PACS, contro la giustezza del matrimonio (o dei
matrimoni, accettati dalla Chiesa, anche se molteplici ed anche se annullati
dalla Sacra Rota a suon di soldini). Cosa hanno a che fare queste persone
con Berlusconi? Con un uomo dichiaratosi laico e liberale, ispiratosi
a Craxi sin dal 1994, quindi scevro da implicazioni religiose
e da grandi patti di ferro con il Vaticano? Con un Partito delle
Libertà, che già mette in preventivo di estrometterne
una (la parola d’ordine è modificare, anzi rivedere),
la libera scelta della donna sulla maternità? Nulla. Eppure
si apparentano, dove il termine apparentamento è guidato
dalla frase “Sono con voi, ma fate voi!”. Apparentamento, paradossalmente
un “PACS politico”, dove ci si unisce, ma ognuno fa quello che
gli pare, salvo poi incontrarsi su qualcosa, che siano le poltrone
o le simpatie vaticane. Ci saremmo aspettati più maturità.
Pensate al dilemma di uomini come Taradash e Dalla Vedova che nel
lontano ’70 erano figli putativi di Pannella e Bonino nelle piazze
per l’aborto ed ora si ritrovano lui, Ferrara, “Giuliano di Tarso”,
fulminato su Via della Conciliazione, dal Prof. Ratzinger , il quale
gli ha chiesto di non perseguitare più la Chiesa con il suo
fare da criticante violento e blasfemo ma anzi di guidare la piccola
chiesa politica, dove non è importante capire, discutere, incontrarsi
ma denunciare il “debosciarsi” dei nostri tempi. Pensate al dramma
dei forzisti, divisi fra chi si sente libero e laico e chi invece
farà ferro e fuoco su quel dibattito da Badget Bozzo. Un compromesso
che forze nuove come il Ppl (e mettiamoci anche il Pd), non dovrebbero
accettare. Anche perché mi sembra fossero contrari ai PACS…
Angelo
M. Daddesio
L’UDC DA SOLA
Casini ha sciolto
la riserva arrivando alla conclusione inevitabile:
il suo partito corre da solo. Ovviamente, non si tratta
di una decisione adottata volentieri. L’intera Udc, se
avesse potuto mantenere il suo simbolo e la sua indipendenza,
sarebbe stata felice di apparentarsi con il Pdl: sarebbe stata
un’assicurazione di successo e di partecipazione all’eventuale
premio di maggioranza. Viceversa, la corsa in solitario diviene
velleitaria. La stessa designazione di “Casini Presidente”,
obbligatoria in base all’attuale legge elettorale, ha una connotazione
derisoria, come si sorride leggendo “Mastella Presidente”,
“Bertinotti Presidente” o “Santanché Presidente”.
Dinanzi a questo
evento, si tende a dare un giudizio: ha fatto bene
o ha fatto male, l’Udc, a irrigidirsi nella sua indipendenza?
Ha fatto bene o ha fatto male il Pdl a non consentirle
l’apparentamento? Nessuno può rispondere. Berlusconi ha
probabilmente agito sulla base dei sondaggi, ma nessuno può
assicurargli che essi dicano la verità e soprattutto
che fra due mesi l’elettorato sarà dello stesso parere. La
risposta ai dubbi la darà il 14 di aprile.
L’Udc comunque si trova ad affrontare
parecchie difficoltà. Secondo la situazione che
si è venuta a creare, o vince il Pdl, di cui l’Udc
non è alleata, o vince il Pd, di cui l’Udc non è
alleata: in ambedue i casi il partito di Casini si trova all’opposizione,
con un pacchetto di voti che non fa né paura né gola
a nessuno. E dal momento che attualmente si escludono alleanze
dopo il voto, si condanna all’irrilevanza.
Per fare tutte
le ipotesi, prima del voto è difficile l’alleanza
dell’Udc con il Pd, perché non è detto che i
suoi elettori la seguirebbero. È difficile l’alleanza
con la Rosa Bianca, se non in condizioni di sudditanza (Tabacci
Presidente, sul simbolo?); è difficile l’alleanza
con Mastella, sia per le caratteristiche del partito dell’ex-ministro
della giustizia, sia per il discredito che, in tanta parte
d’Italia salvo che nel suo feudo, ricade sul politico di Ceppaloni.
È perfino difficile il mantenimento dell’alleanza con
i ras udiccini della Sicilia, perché i politici dell’isola
sono estremamente sensibili al loro personale interesse. Molti,
già da prima, si sono avviati a mettersi al riparo sotto le
ali di Berlusconi. In totale, per motivi poco comprensibili, l’Udc
si è messa in una situazione drammatica. Non pare verosimile che,
dietro la facciata, ci sia solo l’ovvio malanimo personale di Casini
nei confronti di Berlusconi, cui quest’ultimo ha infine deciso
di rispondere con la stessa moneta. Ma non si trova una spiegazione
diversa.
Il punto di vista
dell’elettorato è anch’esso da prendere in considerazione.
Prima, quando l’Udc era alleata della Cdl, si poteva
votare per essa sia per testimoniare la propria fedeltà
ai valori cristiani, sia per far deviare la Cdl nella direzione
che si riteneva più giusta. E infatti l’Udc non si è
affatto privata di questa rendita di posizione per frenare
Berlusconi ogni volta che ha voluto. Viceversa, nel momento in
cui l’Udc corre da sola, chi vota per essa è cosciente che
il proprio voto diverrà di testimonianza o di opposizione.
Chi comanderà si chiamerà Veltroni o Berlusconi e nessuno
darà ascolto all’opinione di Casini. A questo punto, come
escludere che si preferisca spendere il proprio voto quanto meno
contro Berlusconi o contro Veltroni, con qualche effetto sulla politica
nazionale, piuttosto che per Casini, non concludendo nulla? Il
rischio è quello di un ridimensionamento impressionante del partito
che – particolare non insignificante – non sarà neppure in grado
di offrire occasioni di carriera politica negli enti locali. La scelta
dell’Udc, se qualche effetto serio potrebbe avere nella politica nazionale,
è quello di far perdere il Pdl. Ma, se questa sia una soddisfazione
sufficiente per l’autoaffondamento, è da vedersi.
Casini e i suoi
meglio avrebbero fatto a chinare la testa dinanzi
al più forte. In politica questo è tutt’altro
che umiliante. Sarebbero rimasti nell’area del potere,
col tempo avrebbero forse ricuperato non solo la loro influenza
ma persino la loro indipendenza. Ma anche l’imprudenza è
una delle molle della storia.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 16 febbraio 2008
PERCHÉ BERLUSCONI È DURO CON L’UDC
Le notizie scono
scarne e bisogna cavarsela con i pochi elementi sicuri.
La direzione del partito ha autorizzato Casini a non insistere
per l’alleanza con il Pdl: l’Udc dovrebbe correre
da sola. Candidato sarebbe lo stesso Casini e l’offerta,
per la vanità di chiunque, è appetitosa. Ma
l’interessato ha chiesto un po’ di tempo. “Poco fa ho telefonato
a Berlusconi – ha dichiarato - un gesto che mi sembrava importante,
ma non l'ho trovato, era occupato e mi richiamerà più
tardi. È giusto che lo chiami io, definiremo nelle prossime
ore il da farsi”. Esegesi di queste parole. Casini cerca Berlusconi,
Berlusconi non cerca Casini. Pur avendo appreso che Pierferdinando
gli accorda solo poche ore, non si precipita a cercarlo. Che
sia una grave imprudenza o no di vedrà: ma soggettivamente
questo atteggiamento dimostra che Berlusconi pensa di non avere
nulla da temere. Tutti i rischi e i costi – a suo parere – sono a carico
dell’Udc. Questa interpretazione è ribadita dal fatto che,
sempre secondo Casini, il Cavaliere “era occupato”. Diamine, occupato
a fare cosa? Che cosa vale più del 4, 5, 6% alle prossime elezioni?
C’è da sperare che veramente Berlusconi fosse occupatissimo:
perché diversamente si tratta di un’estrema sicurezza di sé
ed anche di uno sgarbo.
“Queste sono
ore decisive - spiega Casini - entro sabato devo sciogliere
la riserva sulla richiesta del mio partito di candidarmi
alla presidenza del Consiglio”. E prosegue: “Se non ci
saranno le condizioni per un'intesa, non avremo altra scelta,
faremo una battaglia politica vera, non di testimonianza,
ci sarà uno scontro come quello tra Bertinotti e
Veltroni”. Un momento: se il Cavaliere consentisse l’apparentamento,
l’Udc sosterebbe a spada tratta il Pdl, e se non si facesse
l’apparentamento promette uno scontro? Ma allora non è a
favore o contro il suo programma: si chiede solo se il Pdl è
un alleato o no. Inoltre, dal momento che poco oltre promette di andare
all’opposizione se vincesse il Pd, è segno che l’Udc va all’opposizione
in ogni caso. Casini potrebbe dire: “Sono contro tutti”. Ma anche
“Solo contro tutti”.
Né vale
l’esempio dell’Arcobaleno, la cui singolarità
programmatica è stata proprio la ragione delle
difficoltà governative di Prodi. Per fare un’opposizione
dura all’eventuale governo Berlusconi, Casini dovrebbe
dimostrare di essersi convertito a un’altra idea politica,
e quale è rimasta sul mercato? Il marxismo? Il Papa
Re?
L’Udc chiede
di poter correre alle elezioni con il proprio simbolo,
al pari della Lega. Dimentica che, a parte alcune sparate
infelici, la Lega non ha procurato seri problemi al
governo Berlusconi, mentre l’Udc (do you remember Follini?)
li ha procurati eccome. Poi, che la Lega è un partito
territoriale e l’Udc no. Infine, quando Casini dice: “Diventare
ministro degli Esteri è una cosa piacevolissima, ma
non a prezzo del silenzio politico: oggi mi si chiede di rinunciare
a me stesso, tutto mi si può chiedere ma non questo”,
c’è da pensare che, per lui, rinunciare a se stessi, anzi,
il silenzio politico significa rinunciare al diritto di sparare
a palle incatenate contro l’alleato di governo. Magari dopo
avere beneficiato, in caso di vittoria, di una fetta del premio
di maggioranza. Se così fosse, bene fa Berlusconi a chiudergli
la porta in faccia: in materia di contestazioni interne e
boccate di veleno, ha già dato.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 15 febbraio 2008
BUONI, ANZI BUONISSIMI
Quattro studenti
universitari in sedia a rotelle hanno cercato casa,
a Roma, e si son visti dire di no in dieci agenzie.
Semplicemente perché minorati. “In alcune non sono
neanche riusciti ad entrare, tenuti sulla porta quasi fossero
una vergogna”. La cosa è stata documentata dalla
televisione Retesole, che ha filmato i rifiuti, come dice
Repubblica. A chi si presentava sano e arzillo venivano proposti
degli appartamenti, mentre per loro non c’erano possibilità
(YouTube, www.youtube.com/watch?v=Kw5xTOGLA8M).
Uno degli studenti ha aggiunto: "È successo con le
agenzie, ma anche con i privati. Appena mi vedevano cambiavano
faccia, neanche fossi un mostro”.
Il primo –
e più ovvio – commento, è che la società
si riempie la bocca di belle parole ma in concreto discrimina
spietatamente. Bisognerebbe certamente intervenire
per contrastare questi atteggiamenti ma è anche interessante
comprendere il fenomeno.
La nostra
società vuole disperatamente ignorare la malattia,
la morte, tutto ciò che contrasta con una visione
della vita da pubblicità televisiva. Un tempo il
popolo non osava pronunciare la parola “tubercolosi” e ancora
oggi molta gente, invece di dire “cancro”, dice “una brutta
malattia” oppure “un male che non concede scampo”. Chissà,
non nominandole, quelle malattie non compariranno. Un pensiero
magico, ovviamente. L’umanità non resiste alla convinzione
che le parole siano anche sostanza e pur di non parlare di morte
dice di qualcuno che è “scomparso”, è “mancato”, “se
n’è andato”. Se è una donna gentile o un bambino, addirittura,
che “sono volati in Cielo”.
In questo
quadro rientrano le reazioni al cieco, al paralitico,
al down. A tutti gli sfortunati che il male ha colpito
in maniera visibile. A parole, tutti commossi e generosi,
mentre in concreto la loro reazione è: “Sparisci
dalla mia vista, in modo che io possa continuare ad ignorare
la tua esistenza”.
E non è
tutto. Le agenzie hanno anche professionalmente calcolato
che, dopo avere locato un appartamento a quei quattro
disabili, i vicini si sarebbero lamentati. Vicini che in
teoria si farebbero in quattro per gli sfortunati, in concreto
non li vogliono accanto.
A questo si
aggiunge il fatto che lo Stato ha tendenza ad essere
buono a spese altrui e i danneggiati da questa “bontà”
hanno tendenza a difendersi. Si faccia l’ipotesi che i quattro
studenti paralitici non paghino la pigione: che scriverebbero
i giornali nel caso (improbabile) che la giustizia facesse
il suo corso e i Carabinieri li sloggiassero con la forza?
Foto, televisioni, deputati che si straccerebbero le vesti.
Il pianto greco sarebbe nazionale. Non è forse vero che, in
molti provvedimenti, lo Stato nega lo sfratto quando in casa c’è
un minorato, un vecchio oltre una certa età, una donna incinta?
Tutti casi pietosi, che lo Stato però dovrebbe risolvere
offrendo lui una casa, non costringendo il padrone di casa ad ospitarli.
Il risultato di questo atteggiamento della società – buona,
anzi buonissima – è che ogni persona prudente non loca la
propria casa ai vecchi, ai disabili, alle donne incinte, alle famiglie
numerose, ai poveri. Così lo Stato continua ad essere buono,
anzi buonissimo, come eco di una società buona, anzi buonissima.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it -14 febbraio 2008
H5N1: ASSOLUZIONE
La mentalità
di ciascuno è largamente influenzata dall’ambiente
nel quale vive. Se un londinese incontra in Oxford
Street una ragazza in minigonna, non ci fa caso. Una
moda come un’altra. Se la stessa ragazza volesse passeggiare
(s)vestita in quel modo alla Mecca, rischierebbe una bella
quantità di frustate. Il londinese ha difficoltà
a capire il punto di vista del saudita e il saudita ha difficoltà
a capire il punto di vista del londinese. A queste semplici
ovvietà si è tentati di pensare osservando il baccano
che si è fatto perché un tizio, che scrive su un
piccolo blog, ha pubblicato una lista di 162 docenti universitari
ebrei, o amici degli ebrei, da emarginare o chissà che.
Scandalo.
Scandalo per
tutti, ma non per chi frequenta i blog, una sorta
di pubblicazione su Internet. La cosa cui si può più
facilmente paragonarli è un volantino caduto per terra,
sul marciapiede. Chi vuole può chinarsi a raccoglierlo
e leggerlo ma la maggior parte tira diritto. Anche perché
di quei volantini ce ne sono migliaia, forse decine di
migliaia. Infatti chiunque può aprire un blog e scriverci
quello che vuole: anche i deliri più sgrammaticati e improbabili,
perché nessuno è obbligato a leggerlo. In effetti,
è molto più facile aprire un blog che trovare lettori.
Tant’è vero che la tendenza generale, sia degli autori
sia di coloro che commentano i “post” (articoli), è quella
di gridare, come sempre avviene quando si teme di non essere
ascoltati.
Tutto ciò
premesso, devo dire che conoscevo quella sigla, H5N1,
oggi incriminata per la lista dei docenti. Ho dato un’occhiata,
molti mesi fa, e il giudizio è stato fulminante:
un povero pazzo antisemita. Uno che utilizza la libertà
totale della Rete per dar libero sfogo ai suoi fantasmi e al
suo delirio paranoico. Primo grado, secondo grado e Cassazione:
da non leggere. Per quanto interessante o provocatorio potesse
essere il titolo del “pezzo”. E tutto è rimasto lì.
Per chi conosce il mondo dei blog, lo scandalo della pubblicazione
dei 162 nomi è molto minore. È la minigonna per
il londinese.
Questo ambiente
ha come qualità fondamentale una libertà totale.
Concede la parola assolutamente a tutti, senza nessun
tipo di censura. E per giunta la condisce con la totale
irresponsabilità. Pochi firmano con nome e cognome,
nessuno con l’indirizzo e i nickname sono la regola. Dunque
si assiste a duelli verbali infiniti, conditi degli insulti più
fantasiosi o coprolalici, fra un Re Artù e un’Aquila Verde,
fra Berty e JCM, fra Aldo T. e Nonnincarriola. Si parla con la
libertà che si ha dallo psicoanalista. L’idea che l’altro reagisca
con una querela per ingiurie sembra addirittura balzana. Non solo
per l’obiettiva difficoltà di identificare l’offensore, quanto
perché è fuori dalle regole del gioco. H5N1
scrive stupidaggini antisemite? L’unica soluzione è non leggerlo
neppure. E dimenticarlo. Chi baderebbe, vedendo passare un banco
di sardine, ad una sardina deforme?
Proprio per
queste ragioni tutti gli attuali progetti di denuncia
per istigazione all’odio razziale e, chissà,
impiccagione, per un povero demente, sembrano esagerati.
H5N1 è stato indotto a non moderare la propria
stupidità dalla presunzione di libertà assoluta indotta
dal Web.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 14 febbraio 2008
SHOW DOWN
Per mesi
si è parlato di extragettito, di surplus, di “tesoretto”,
insomma di soldi in più incassati dallo Stato.
Poco importa se come conseguenza dell’aumentata pressione
fiscale o perché Prodi è fortunato. Il governo
si è comunque vantato di questa bonanza e la discussione
non è stata sull’esistenza del peculio ma sul modo
della sua distribuzione.
Dopo il
24 gennaio, un po’ per la situazione drammatica in cui
vivono parecchi lavoratori a reddito fisso, un po’ per
non regalare al prossimo governo la popolarità
derivante dal provvedimento, in molti hanno chiesto che
la distribuzione di questo denaro avvenisse immediatamente.
Padoa-Schioppa però, secondo Repubblica e secondo
assolutamente tutti i più grandi giornali, ha risposto
che “il tesoretto non esiste”. Come, non esiste? Il ministro
avrebbe ribadito: “L'ho detto a dicembre: il tesoretto non esiste.
E nel frattempo la situazione è peggiorata”.
L’Italia è sgomenta di fronte
ad affermazioni così perentorie. I politici
di sinistra e i sindacati in particolare reagiscono
in maniera furibonda. Il Presidente della Camera è
stentoreo: “Le risorse ci sono e vanno usate per aumentare
i salari”. E, non lo dice ma è ovvio, il ministro
è un bugiardo. O è stato un bugiardo prima, e con
lui tutto il governo, o è un bugiardo oggi. Poi, da perfetto
comunista modello Luciano Lama, Bertinotti prosegue: “Non
sono impugnabili limiti di bilancio contro la questione
fondamentale di chi con mille euro non arriva a fine mese”. Impugnabili
è uno strano aggettivo, ma ciò che l’ineffabile
Fausto intende è chiarissimo: limiti di bilancio? E che
ce ne importa? I soldi ai lavoratori bisogna darli. “Il salario
è una variabile indipendente”.
Ed ecco
Bonanni: “A noi risulta che l'extragettito ammonti
a più di 10 mld di euro ed ecco perché riteniamo
un errore non averlo redistribuito a lavoratori
e pensionati”. Bonanni è un altro che si dichiara
ingannato da Padoa-Schioppa. O prima o attualmente.
Epifani
si accorge dell’atteggiamento contraddittorio dell’esecutivo:
“Sul tesoretto la posizione del governo, anche se
sfiduciato, è un po' imbarazzante”. Se il denaro non c’era,
perché hanno detto che c’era? E se c’è, perché
dicono che non c’è? Imbarazzante è un aggettivo
piuttosto mite.
Angeletti
invece va giù piatto e accusa il governo di disonestà:
“le risorse per realizzare l’intervento a favore
dei salari c'erano e ci sono. Ma il governo troverà il modo
di farle sparire per utilizzarle in un'altra direzione”. Secondo
un altro giornale, le parole esatte sono: “il taglio
delle tasse per i lavoratori dipendenti, [non sarà attuato]
nè da questo governo nè dal prossimo: chiunque
vincerà ci spiegherà che non ci sono le risorse
per tagliare le tasse ai dipendenti, ma ad altri sì”.
Dunque l’annuncio dell’extragettito, prima, era un imbroglio
perfettamente doloso.
Il bello
è che il governo è contraddetto dallo stesso
governo. Ecco Cesare Damiano, ministro del Lavoro:
“le risorse per i salari ci sono, secondo i dati che io
conosco. Ma bisogna fare presto, perché diminuire la
pressione fiscale sulle retribuzioni è un bene per il
Paese al di là degli schieramenti politici”. Non
solo ci sono, le risorse, ma bisogna utilizzarle subito, per
non lasciare questo vantaggio al centro-destra. E invece
Padoa-Schioppa, ministro che tutti il mondo ci invidia, dice che
non ci sono. Bugiardo! dice l’uno. Bugiardo! ritorce l’altro.
Aspettando che intervenga la signora maestra.
Padoa-Schioppa,
visto che grandinava, ha poi detto che è meglio
aspettare un mese, per avere cifre ufficiali: ma neanche
questa mossa prudente è plausibile. Se le cifre
non erano chiare prima, perché sono stati annunciati
il tesoretto e le prodezze di questo governo? E se le
cifre non sono chiare oggi, perché affermare risolutamente
“il tesoretto non esiste”? Questo ministro non ha il dono della
parola, ha il difetto della parola.
Abbiamo
avuto un governo che si vanta di successi che non ha;
che ha ingannato i suoi stessi ministri e i sindacati;
un governo al quale, in vista di elezioni estremamente
difficili per la sinistra, si è chiesta una mossa
che procurasse popolarità. Questo ha costretto
il super-ministro dell’economia, come un giocatore di
poker cui si dice “vedo”, a posar giù le sue carte e mostrarle.
Si chiama show down: il momento in cui si confessa il proprio
bluff.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - febbraio
2008
PAROLE FAMOSE
Veltroni: "Non sono
gli italiani che devono rialzarsi, ma la politica".
Gli italiani possono rimanere a terra.
Veltroni:
"Noi siamo il cambiamento. La Cdl ha già governato
l'Italia per sette anni e propone di farlo esattamente
come prima". Squadra vincente non si cambia.
Veltroni:
"Non ci sono due Italie". Ci sono solo state Due Sicilie.
Giordano:
"Questa [nostra] sinistra non farà mai le larghe
intese”. Anche perché nessuno ci vuole.
Veltroni:
"Il Partito democratico è nato per unire l'Italia".
E Cavour: “Allora io che ho fatto?”
Veltroni:
"Il bipolarismo è stato incapace di uscire
dallo scontro ideologico". Il Pd non corre rischi. Non
ha un’ideologia.
Veltroni
ha detto: "Comincia un tempo nuovo per l'Italia".
È quasi primavera.
Veltroni:
"Il governo Prodi ha risanato l'economia". Basta
ripeterlo.
Veltroni:
" Oggi è possibile aumentare gli stipendi".
È stato impossibile solo fino al 24 gennaio.
Veltroni:
"Bisogna ritrovare lo spirito di essere italiani".
Speriamo che lui per primo smetterà di dire We can,
I care ed altre americanate.
Veltroni:
"Il nostro Paese deve tornare ad aver fiducia nel
futuro". L’avrà. Dopo il 13 aprile.
Storace:
"Il Pdl è un partito che non ci interessa".
Non è maturo, disse la volpe.
Diliberto:
"Veltroni-Berlusconi promessi sposi". Che rabbia,
per una zitella.
Pecoraro
Scanio: "L'unica vera novità per l'ambiente,
la laicità, i diritti e i lavoratori è
la Sinistra Arcobaleno”. Anche l’Aids, qualche anno
fa, è stata una novità.
Cesare
Salvi: "Appare chiaro l'accordo fra Berlusconi e
Veltroni per dividersi il potere in Italia". Che calunnia.
Ognuno di loro il potere lo vuole tutto per sé.
Rosy
Bindi: "Da Veltroni discorso forte e bello". Come
mai, con idee così confuse su “forte e bello”, non
si è sposata?
Gasparri:
"Che banale questo Veltroni. Usa slogan che noi a
destra mettevamo sui manifesti vent'anni fa". E che può
saperne, Walter? Vent’anni fa aveva dieci anni e non si
occupava di politica.
Gianni
Pardo
Frasi tratte da “Diretta – Politica” di “Repubblica
FINI E LA SUA INVERSIONE AD U
L’intervista
di Gianfranco Fini a Fabrizio De Feo, sul “Giornale”,
è utile per spiegare il comportamento del leader
di Alleanza Nazionale, ed anche la sua svolta da quando
(novembre 2007) sputava, per così dire, su Berlusconi,
ad oggi, quando sembra disposto a sposarlo.
Tutto
è dipeso, a nostro parere, da ciò che è
avvenuto il 14 gennaio. Non è il giorno in cui
è caduto Prodi: è il giorno in cui la Corte
Costituzionale ha ammesso il referendum abrogativo di alcune
norme dell’attuale legge elettorale. Questa consultazione,
dal risultato positivo inevitabile – inevitabile dopo tutto
il male che si è detto dell’attuale legge elettorale
– avrebbe consegnato il premio di maggioranza al partito (non
alla coalizione) che avesse ottenuto il maggior numero di voti.
E questo partito, da anni ormai, è Forza Italia. Dunque,
passando il referendum, il partito di Berlusconi avrebbe governato
il Paese. Proprio per questo in molti pensavamo che il referendum
non sarebbe stato ammesso. Ma lo è stato. E per conseguenza
tutti hanno tratto un sospiro di sollievo vedendo cadere il
governo prima che, in maggio, il referendum stravolgesse il
panorama politico.
Si
è evitato il referendum ma è rimasto il
premio di maggioranza (340 deputati, a meno che non
ne siano stati eletti di più con i voti raccolti)
per la coalizione vincente. E fuori dalla coalizione nulla
salus. Nel centro-destra è stato subito chiaro che,
volenti o nolenti, se si vuole vincere bisogna tornare
alla coalizione del 2001. Berlusconi è vivo, ruspante
e ancora perfettamente sulla breccia. O con lui o al freddo:
e Fini non ci ha pensato due volte.
Le
elezioni anticipate però non eliminano il referendum:
lo spostano nel tempo. Oggi Fini e Casini aiuterebbero
Berlusconi a vincere e nel 2009, passato il referendum
(che il premio di maggioranza lo attribuisce al partito,
e non alla coalizione vincente), alle prime elezioni
Berlusconi o il suo successore potrebbero scaricarli.
Fini
ha dunque preferito ottenere subito, a buone condizioni
contrattuali, una solida assicurazione: entrare, insieme
con Berlusconi in un nuovo partito - senza nessuna umiliazione,
dato che sparisce anche il simbolo di Forza Italia
- in modo che, anche dopo, possa beneficiare del potere,
se pure condividendolo con Berlusconi. De Feo chiede infatti
quale sia stata la scintilla per questa fusione, ed ecco la
risposta: “A Berlusconi ho detto: ma se ci fosse la legge
elettorale scaturita dal referendum, faremmo la lista unica?
Berlusconi mi ha risposto di sì. … E abbiamo rotto gli
indugi”.
Certo,
la mossa di Fini può suonare azzardata. Lui
stesso infatti dice: “Innanzitutto da domani sarò
impegnatissimo a spiegare al partito che cosa sta accadendo”.
E ci dovrebbe riuscire: se un linguaggio i politici
capiscono, è quello dell’interesse. Poi sarà
indetto un congresso, si discuterà, ma i fatti
hanno la testa dura.
Per
quanto riguarda invece l’Udc e il Pdl, basti dire che
l’Udc non vuole rinunciare al proprio simbolo e Berlusconi
non l’accetta come alleato esterno e un po’ infido.
Ma questa è una partita che si sta ancora giocando.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 11 febbraio 2008
DOCUMENTAZIONE
Da
un articolo di Gianni Pennacchi – “il Giornale”, venerdì
08 febbraio 2008 - breve statistica legislativa di un governo
di cui la sinistra si è affannata a dire su tutti
i toni che “ha operato bene”.
omissis
Nella
travagliata XV legislatura il numero di provvedimenti
approvati dalle Camere è stato bassissimo. Ma
i costi del Parlamento restano altissimi. La cifra
sale se si considera pure la spesa di Palazzo Chigi
Roma
- Se son care le leggi sfornate in questa fulminea
legislatura? Carissime, ci sono costate un tesoro da
fare invidia ai Nibelunghi. A saperlo, ogni buon padre
di famiglia si sarebbe industriato con tutte le forze per
farla morire prima dei 22 mesi che ha vivacchiato sotto il
governo di Romano Prodi e del centrosinistra. Sì, lor
signori han resistito in rianimazione con le bombole, ma la
fabbrica delle leggi ha prodotto il fatturato più basso
dell’intera storia repubblicana. E invece di mettersi in cassa
integrazione, hanno speso come in tempi di vacche grasse.
Sapete quante leggi hanno varato, con gran sudore, dal 28 aprile
2006 giorno inaugurale della XV legislatura, al 24 gennaio scorso
quando il governo è stato sfiduciato dal Senato? Di fatto,
61. E poiché nel frattempo Camera e Senato ci son costati
quasi 3 miliardi di euro (per l’esattezza 2.902.840.121), ogni massaia
può fare il conto. Sono 47 milioni e mezzo di euro, per l’esattezza
47.587.542 euro a provvedimento. Sì, quasi cento miliardi delle
vecchie lire per fare una legge.
E si lamentano che la legislatura
«è durata troppo poco», poverini
«ci hanno fatto lasciare il lavoro a metà».
Se li lasciavi andare avanti con questi ritmi, è
capace che ti chiedevano anche il premio di produzione oltre
all’aumento. Dite che è un calcolo sbrigativo e
semplicistico, perché il Parlamento non fa soltanto leggi
ma pure «sindacato ispettivo» (interrogazioni e interpellanze)
e commissioni di inchiesta? Sì, sì, hai voglia
ad ispezionare, ma se il potere legislativo non legifera,
che potere è? Calcolo provocatorio certamente, e
devono ringraziare che nel conto ci sono solo i ratei mensili
di spesa della Camera e del Senato. Se aggiungessimo anche la
spesa di Palazzo Chigi e dei ministeri, che in fin dei conti
han governato (si fa per dire) per decreti, il costo medio di una
legge salirebbe oltre la decenza e la vergogna.
Più
che magro, il prodotto di questi 22 mesi è
misero. Sono arrivate al traguardo della
pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale 26 conversioni
in legge di decreti governativi, 23 leggi presentate
dal governo e 12 di iniziativa parlamentare, 28 ratifiche
di accordi o normative internazionali. Quest’ultime sono
atti dovuti, passano fulminee in commissione senza emendamenti
né storie, quel che ha richiesto un po’ di serio
lavoro sono le 61 leggi «vere». Dite che la
fine «traumatica» ha probabilmente vanificato chissà
quante leggi che avevano compiuto il giro di boa, lasciandoli
lavorare forse avrebbero recuperato sulla produzione? Purtroppo
no, il ritmo è quello lento delle approvazioni definitive.
Tant’è che la fabbrica ha chiuso i battenti lasciando
66 progetti di legge approvati soltanto da Montecitorio e 27
da Palazzo Madama. Sì, la strozzatura era al Senato, non
si sapeva? Vuol dire che pur di non correre il rischio di farsi
male nella Camera Alta, l’Unione ha preferito incrociare le braccia
e legiferare col contagocce.
Nessun’altra
legislatura, ha registrato una media così bassa.
Il centrosinistra è riuscito a battere in
negativo pure se stesso: nei primi 22 mesi del
primo governo Prodi infatti, le leggi prodotte sono
state il doppio. Per non dire della scorsa legislatura,
che dal 30 maggio 2001 al 26 febbraio 2003 ha sfornato
188 leggi, comprese le conversioni di decreti, avendone in
palleggio soltanto 22 al Senato e 21 a Montecitorio. Più
preziose di queste 61 leggi lasciate in lascito dalla XV legislatura,
non ne avevamo mai avute.
Preziose
in valuta corrente ovviamente, col metro del vil
danaro del contribuente, perché se poi vai a vederne
la sostanza, appaiono tutt’altro che epocali o incisive,
di quelle che han cambiato la storia o i costumi civili.
A parte le leggi finanziarie e di bilancio per il 2007
e il 2008, c’è solo l’indulto, come grande legge. Le quattro
sunteggiate in apertura di questa pagina sono chicche,
ma anche termometro della mediocrità. Aggiungeteci
l’istituzione del «Giorno della memoria» per le
vittime di terrorismo e stragi, volendo l’abolizione della pena
di morte nei codici militari, le misure per la salute e la sicurezza
sul lavoro (risultate però insufficienti pochi mesi dopo il
varo), e il paesaggio è pressoché completo. Niente di
sostanziale.
L’INCUBO CONDIVISO
Il governo Prodi è caduto il 24 gennaio, esattamente
due settimane fa. Grammaticalmente, il tempo giusto
per parlarne sarebbe il passato prossimo, ma la tentazione
universale è quella di parlarne al passato remoto.
I richiami alle prodezze di quel governo sono divenuti sempre
più radi e guardinghi e nessuno avrebbe potuto immaginare
che, dal giorno dopo, la coalizione sarebbe stata tanto criticata
e screditata. A sinistra molti si esprimono come se di
quel governo fossero stati all’opposizione e il Pd, addirittura,
si presenta come l’arca con cui salvarsi dal diluvio.
All’opposizione in parecchi abbiamo vissuto quei
mesi come un incubo. Abbiamo avuto per questo la
tentazione di trattare noi stessi da nevrotici ed ecco
che oggi quel mondo, che costituì per ventidue
mesi la coalizione di governo, è visto da tutti come
qualcosa da cui mondarsi. Prodi osò parlare (temerariamente)
di governo “serio e coeso” mentre oggi si riconosce che non fu
una buona idea mettere insieme integralisti cattolici e no-global,
mentalità progressista e misoneismo verde. Ma soprattutto
mettere insieme comunisti giurassici e moderati di sinistra:
tanto che il Pd ha visto la salvezza solo nell’amputazione.
Il corpo sarà monco, ma almeno sopravvivrà. Certo,
ciò facendo Veltroni ha anche gettato nella disperazione
Sd, Prc, Pdci e Verdi: ma come sostenere che non se lo meritavano?
Questo induce a rivedere sotto un’altra luce quanto
si scriveva all’indomani della caduta del governo.
Sembrava che esagerassimo, parlando di incubo finito,
e invece, dinanzi all’attuale, rigida posizione del Pd,
apprendiamo con stupore che il disgusto delle dichiarazioni
di Diliberto, delle sparate di Pecoraro-Scanio, dei ricatti
e degli atteggiamenti gladiatori dell’estrema sinistra, non
era solo nostro: era della maggior parte della coalizione. Che
infatti preferisce perdere le prossime elezioni che allearsi
con i massimalisti.
Ecco perché si parla di passato remoto. Oggi sembra
inconcepibile che piccole schegge dell’elettorato possano
dettare la politica del governo o comunque condizionarla.
I piccoli, da che tuonavano contro il Presidente
del Consiglio, sono ridotti a bussare, bussare, e bussare
ad una porta che non viene aperta. E non tanto perché
il Pd possa fare a meno di loro, quanto perché ci
si è finalmente convinti che il comunismo è
morto. Gli zombie potrebbero far prevalere il Pd, è
vero, ma solo momentaneamente. E incamminandolo verso il cimitero.
Meglio stare fermi per un giro, per poi vincere la prossima
corsa.
Se il Pd riuscirà nell’operazione, se veramente
si affrancherà dalla sinistra estrema, sia pure
pagandone il prezzo, avrà reso un enorme servigio
all’Italia. Molti, che alle prossime elezioni voteranno
per il centro-destra, dinanzi ad una cattiva prova del futuro
governo potrebbero votare per il Partito Democratico. Perché
esso non sarà composito, bloccato e indecente come il governo
Prodi.
In Italia per decenni abbiamo avuto un bipartitismo
imperfetto, con la Democrazia Cristiana sempre al
potere e il Partito Comunista sempre all’opposizione.
Poi, per un decennio abbondante, abbiamo avuto un bipartitismo
in cui il centro-sinistra era alleato con i comunisti,
e la prova è stata pessima. Ora ci avviamo ad un bipartitismo
senza i comunisti, cioè alla situazione inglese,
spagnola, tedesca: europea.
Finalmente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 8 febbraio
2008
Le scelte
e la storia.
La scelta del Partito democratico di presentarsi da
solo alle prossime elezioni politiche non va tenuta
nel conto di un espediente. È un fatto, certo,
che se la coalizione di centrosinistra si fosse riproposta
tal quale si era presentata nel 2006, l'esito sarebbe
stato per lei disastroso. E questa catastrofe, va detto,
si sarebbe avuta non già per la prova del governo Prodi
che, anzi, nelle condizioni date ha offerto una prestazione
di tutto rispetto. L'esito per il centrosinistra sarebbe stato
molto negativo proprio per le «condizioni date»
e cioè per la conclamata indisponibilità di micropartiti
e piccole correnti a farsi carico della logica di coalizione,
ovvero del rispetto del principio di maggioranza all'interno
della coalizione stessa. Walter Veltroni, dunque, non poteva
presentarsi alla guida di un partito legato a soci indisciplinati
oltreché inaffidabili ed è costretto, sì
costretto a correre in solitudine.
Ma, a questo punto della storia della sinistra italiana,
si tratta di una costrizione provvidenziale che lo
obbliga a tagliare con un colpo netto un nodo che
altrimenti sarebbe rimasto ancora a lungo aggrovigliato.
Di che cosa stiamo parlando? Dal 1861, dalla formazione
del nostro Stato unitario, anche prima della nascita e
dell'affermazione del Partito socialista, in Italia la sinistra
di governo fu quella di ex adepti del movimento garibaldino
e mazziniano (adepti di rango: Agostino Depretis, Giovanni
Nicotera, Francesco Crispi) che lasciavano dietro di sé nel
territorio di provenienza, un campo antisistema, parte consistente
della loro legittimazione. L'identità forte restava appannaggio
dei loro compagni rimasti sul terreno della radicalità:
ai transfughi rimaneva un' identità dimidiata, la necessità
di attestare di continuo una qualche fedeltà agli ideali di
un tempo, l'obbligo morale di proporre misure in cui credevano
poco, solo per dimostrare al loro elettorato potenziale rimasto fuori
dal sistema di appartenere ancora a una stessa famiglia. E per avere
libertà di manovra nella complicata arte del governo toccò
loro, alla sinistra storica, persino di elevare a dottrina il
trasformismo (1882).
Le questioni legate alla figura del transfuga che
si stacca dal ceppo d'origine si proposero anche fuori
dai nostri confini, ad esempio per Alexandre Millerand,
il primo socialista francese che nel 1899 entrò nel
governo di difesa repubblicana presieduto da Waldeck-Rousseau.
Ma presto i socialisti di Francia vennero a capo di questo
problema, dopo appena quindici anni, allorché nel corso
della prima guerra mondiale ˜ con Jules Guesde e Marcel Sebat
in rappresentanza dell'intero partito ˜ entrarono nel governo
(di grande coalizione) presieduto da Viviani. In quegli stessi
giorni i laburisti inglesi facevano il loro ingresso nei
gabinetti (anche questi di coalizione) di Asquith e Lloyd George.
E subito dopo la Grande guerra i socialdemocratici tedeschi
Ebert e Scheidemann guidarono i primi governi della Repubblica
di Weimar. In altre parole i socialisti dell'Europa più
avanzata già all'inizio del Novecento, prima o a ridosso
della Rivoluzione d'ottobre, si addossarono responsabilità
ministeriali dandosi ˜ in conformità all'occasione ˜ una salda
identità via via sempre più riformista.
Da noi le cose andarono diversamente. I primi socialisti
che andarono al governo, Leonida Bissolati e Ivanoe
Bonomi nel 1916, lo
fecero anche loro da transfughi alla guida di una
piccola formazione scissionista che si era staccata
dal Psi quattro anni prima. E dopo il conflitto Filippo
Turati, pur avendo capito fino in fondo che cosa si dovesse
fare, non riuscì a divincolarsi per portare il
suo partito in un gabinetto che grazie alla forza dei socialisti
avrebbe potuto sbarrare la strada al movimento mussoliniano.
Poi fu il ventennio dei fascismi e della stringente logica
per cui i socialisti europei furono costretti ad aderire ai
fronti popolari, cioè all'alleanza con i comunisti.
Ma, finita la seconda guerra mondiale, i laburisti inglesi
di Attlee, i socialisti francesi di Guy Mollet e Ramadier,
quelli tedeschi di Schumacher ruppero subito con i comunisti staliniani
riprendendo con ciò la loro identità originaria
e con essa la via del governo. In Italia no. I socialisti nostrani
ancorché (particolare non irrilevante) nel 1946 fossero
il primo partito della sinistra italiana restarono, unici
nell'Europa democratica, avvinghiati al Pci in un legame frontista.
Si staccò, è vero, nel 1947 Giuseppe Saragat ma
il suo piccolo partito socialdemocratico, come già era stato
per Bonomi e Bissolati, portò con sé una parte infinitesimale
della sinistra che pressoché al completo rimase egemonizzata
dal Pci nel campo della radicalità antisistema. E quando
negli Anni Sessanta i socialisti di Pietro Nenni andarono finalmente
al governo, il grosso dell'elettorato (con annessa l'identità
vera della sinistra italiana) restò con il Pci all'opposizione.
Insomma qui in Italia non è mai accaduto che il
principale partito della sinistra si mettesse nelle condizioni
di candidarsi davvero a governare - con un programma coerente
di riforme coraggiose sì ma compatibili - al
riparo da veti e intrusioni da parte di entità politiche
collocate su posizioni estreme. Mai.
L'unità nazionale (1976-1979) fu altra cosa e
neanche l'Ulivo prodiano - che pure è
stato il progenitore del Partito democratico -
può essere considerato qualcosa di simile ai confratelli
socialisti europei che dall‚inizio del secolo scorso
hanno avuto (ed esercitato in prima persona) responsabilità
di governo. Se non altro perché l'Ulivo non si è
mai candidato a governare libero da ipoteche di sinistra.
Oggi, per la prima volta dopo centoquarantasette anni,
questo accade anche da noi. E grazie al fatto che Rifondazione
mostra di aver ben compreso - pur non facendolo proprio
- il senso di questa evoluzione, il divorzio della sinistra riformista
da quella massimalista e rivoluzionaria avviene in un clima
che si può definire di separazione consensuale.
Quello che sta accadendo al Partito democratico (sempre
che Veltroni riesca a tenere duro al cospetto delle
irragionevoli obiezioni di alcuni dei suoi) è
qualcosa che va al di là di ciò che si deciderà
il 13 e 14 aprile. Se il suo partito uscirà consacrato
da un risultato abbondantemente superiore al 30 per
cento, anche in caso di sconfitta potrà dispiegare una
politica potente in grado di dare frutti molto prima di quanto
si pensi. È vero che la Casa delle libertà al
nastro di partenza per la corsa del 13 aprile ha maggiori e non
immeritate chances di vittoria ma è vero altresì
che la coalizione berlusconiana è in grande ritardo sulla
via della formazione di un partito unico. E questo, agli
occhi di chi come noi ha a cuore la stabilità e la funzionalità
del sistema politico italiano, peserà. Silvio Berlusconi
è ancora in tempo per dare un'accelerazione a questo
progetto che ha sempre dichiarato essere il suo. Se lo facesse
questa sarebbe una seconda positiva sorpresa che darebbe un
carattere storico a questa campagna elettorale.
Paolo Mieli - CdS
Dove va l'Italia?
Ho due immagini davanti agli occhi, la prima e' quella
di giovani nazisti no global che ieri hanno esposto
bandiere palestinesi dalle finestre del Palazzo della
Fiera del Libro di Torino insieme a un grande cartello dove
avevano scritto a mano "NO ISRAELE" ....
NO AGLI EBREI E AI CANI scrivevano i loro kamerati
60 anni fa.
La seconda immagine e' la madre di uno dei terroristi
suicidi che seduta davanti a casa alza le dita della
mano a V di VITTORIA.
Vittoria! mio figlio, il martire, ha ammazzato un'ebrea
e ne ha feriti 40. Poteva far meglio ma accontentiamoci.
Immagini terribili di puro odio e di fanatico razzismo
antiebraico, di due gruppi vicini ideologicamente,
i nazisti italiani e i nazisti palestinesi, uniti
da un virus disumano di assoluta stupidita'.
Per anni, molti anni, io ed tanti altri abbiamo
messo in guardia contro il nuovo antisemitismo degli
italiani, antisemitismo non piu' solo fascista,
da sempre chiaro e lampante, diretto contro gli ebrei
come razza da eliminare ma un antisemitismo molto piu'
subdolo perche' mascherato da buonismo, da diritti
umani, da terzomondismo, da democrazia: l'antisemitismo
della sinistra che tutti noi sionisti abbiamo sofferto
sulla nostra pelle durante le nostre battaglie per difendere
in Italia l'immagine di Israele.
Abbiamo subito di tutto dai buonisti stupidi e ipocriti,
dai democratici terzomondisti, dagli antisemiti
di "A morte Israele", ci siamo beccati spintoni,
invettive, botte, negozi bruciati, bandiere date alle
fiamme, minacce di morte, telefonate minatorie, non ci
hanno fatto mancare niente, avevamo pero' la speranza che
questa isteria razzista della sinistra italiana fosse un fenomeno
storico passeggero e che alla fine giornalisti, politici
e segretari di partito si sarebbero stancati di aizzare
branchi di giovinastri cretini e ignoranti contro Israele
.
Speravamo che, vedendo gli sforzi di Israele verso
la pace anche a costo di lacrime e sangue dei propri
cittadini, avrebbero riconosciuto che l'odio, la
violenza e la voglia di guerra erano e sono una peculiarita'
di quelli che stanno bovinamente difendendo da 40 anni.
Speravamo e sbagliavamo
perche' quando l'odio diventa patologico oltre che genetico
non c'e' niente che possa neutralizzarlo, infatti si
e' allargato come una enorme macchia d'olio in tutto
il mondo, complice la propaganda battente degli arabi,
l'infiltrarsi in occidente di milioni di islamici
che sono riusciti a riportare alla luce del sole quel sentimento
che fa parte del DNA di ogni uomo affetto da cretinismo,
l'odio contro gli ebrei.
Il boicottaggio di Israele non e' una novita'. lo
fanno da anni in Inghilterra, lo hanno fatto universitari
italiani e statunitensi, e' stato usato in
avvenimenti sportivi, come i Giochi della Gioventu' di
alcuni anni fa in cui ci si rifiuto' di accogliere gli
atleti israeliani se non fossero stati invitati anche
quelli palestinesi che pero' non esistevano, infatti alla
fine e' venuto solo il portabandiera e dietro a lui il
vuoto.
Credevamo di aver visto tutto con i cortei di italiani
travestiti da kamikaze, con le manifestazioni in
cui si bruciaavano bandiere israeliane, con i barbari
e macabri slogan, credevamo di aver gia' raggiunto l'apice
del male e ancora una volta sbagliavamo.
Il culmine lo stiamo vivendo in questi giorni dopo
la decisione della dirigenza della Fiera del Libro
di dedicare a Israele la manifestazione di quest'anno in
occasione del sessantesimo dell'Indipendenza.
Apriti cielo!
La sinistra estrema e' insorta: Israele NO, si sono
messi a urlare, guidati dal capobranco Vattimo
e dal Comunista Italiano Rizzo e, nanturalmente, da quel
Tariq Ramadan che appoggia la lapidazione delle donne
e la distruzione di Israele, una personcina a modo molto
rispettata in Europa e ospite d'onore in tutti i salotti
che si rispettino !
Non gli interessa la
storia di cui sono assolutamente digiuni e Vattimo lo dimostro'
ampiamente durante un confronto con Fiamma Nirenstein
in cui l'intellettuale fece una figura talmente
ridicola che chiunque meno borioso di lui sarebbe scomparso
dalla vita pubblica per almeno una ventina d'anni.
Non gli fa nessun effetto se gli si racconta
che Israele gia' nel 48 voleva dividere con
gli arabi la Terra pur di poter vivere in pace.
Gli spieghi che gli arabi hanno rifiutato e che
poi hanno invaso questo paese per distruggerlo?
Alzano le spalle e rispondono "voi non dovevate venire
qui, questa era terra araba"
Gli racconti che qui gli ebrei sono sempre vissuti
da 5000 anni a questa parte e che gli arabi sono per
la maggior parte arrivati dai paesi circostanti,
gli fai un elenco di numeri?
Alzano le spalle dicono che non e' vero. Loro hanno
i numeri taroccati dalla propagadnda palestino-comunista.
Gli dici che gli ebrei prima ancora di avere uno
stato e senza sapere che lo avrebbero avuto vi avevano
gia' costruito ospedali, scuole, universita', teatri?
"perche' siete colonialisti" ti rispondono. Gli
arabi non volevano tutto questo, secondo i cretini,
gli arabi volevano la loro bella malaria, le loro
belle casette di fango impastato colla paglia, il loro
bel tracoma e vivere felici e contenti senza ebrei tra i
piedi.
Gli ebrei, come urlava il loro mufti, dovevano essere
ammazzati tutti.
Non serve a niente spiegargli che i palestinesi
hanno continuato una politica assolutamente stupida
e assassina per 40 anni , non serve a niente ricordargli
che da Gaza gli ebrei se ne sono andati due anni e mezzo
fa. "Israele ha deciso da solo" ti rispondono i cretini.
Chissa' con chi doveva decidere visto che non ha mai avuto
un interlocutore e, comunque, Gaza era libera e tutta per loro
come chiedevano dal 1967.
C'era bisogno che i palestinesi ne prendessero possesso
distruggendo tutto, bruciando ogni cosa? Non potevano
dimostrare di essere uomini, di volere un paese
mettendosi a lavorare per creare anziche' distruggere?
Tutto inutile, non gli interessa, la verita' la rifuggono
, vogliono odiare e basta, e' il solito virus, la
solita malattia incurabile che li rendeva ciechi
di furore come li vedevo, nelle scuole d'Italia dove parlavo,
sbavarmi sul viso rabbia feroce e urlarmi "assassini,
assassini, andate via di la'".
Israele NO, oggi.
Ebrei NO , Juden rauss , ieri.
Un bellissimo articolo di Aldo Grasso sul Corriere
chiede agli intellettuali e ai conduttori della
televisione italiana di prendere posizione.
Dove sono? Da qualche parte saranno ma improvvisamente
sordi e muti, non sento non vedo non parlo.
Israele? non conosciamo grazie.
I giovani che si sono presentati ieri al Palazzo
della Fiera a Torino con le bandiere palestinesi
e il cartello NO ISRAELE, hanno dato a tutto il mondo
civile una dimostrazione di sinistra barbarie perche'
boicottare una democrazia, rifiutare la partecipazione
di Israele a una manifestazione culturale , significa
negare di fatto il suo diritto all'esistenza.
Negare il diritto all'esistenza di una Nazione qualsiasi
e, nello specifico, di un paese democratico che ha
fatto della cultura la propria bandiera e della pace la
propria speranza , e' un crimine contro l'umanita'.
Juden Rauss, fuori gli ebrei dalle universita' e
dalle scuole del Regno. Leggi razziali fasciste 1938.
Juden Rauss, fuori Israele dalla Fiera del libro.
Leggi razziali comuniste 2008.
E' in questa direzione che va l'Italia?
La mia speranza e' che la giustizia e la fermezza
vincano contro questa masnada di portatori di infamia.
Il mio sogno e' che la Fiera del Libro, quando
aprira', venga pacificamente invasa da migliaia
di cittadini con le bandiere di Israele e dell'Italia
per dire ai barbari che il nazismo non passera',
che la liberta' non verra' offesa e che la cultura vincera'
sempre.
Deborah Fait. www.informazionecorretta.com
MAURO DORMITAT
Ezio Mauro scrive editoriali che, pur faziosi, hanno
in generale una loro ragionevolezza. Ma stavolta,
come diceva Flaiano, “l’insuccesso [della sinistra]
gli ha dato alla testa” e nel suo editoriale di oggi
smarrona qualche po’. Del resto, quandoquidem bonus dormitat
Homerus, a volte anche Omero non è eccelso.
Secondo Mauro, Berlusconi, alla famelica ricerca
di una rivincita, “raduna i reprobi e i convertiti,
dopo l'ora d'aria”. L’ora d’aria sarebbe quella
che il popolo italiano ha avuto per ventidue mesi: perché
prima, con Berlusconi, è stato in carcere per cinque
anni. Queste sono esagerazioni da galera. Con ora d’aria,
naturalmente.
Poco prima aveva scritto: “la destra guarda al voto
di aprile come a un giudizio di Dio ritardato”. Traduciamo:
la destra reputa che meritava di vincere, il successo
le fu rubato dall’Unione e ora, in secondo grado,
Dio interviene a fare giustizia. Tutta questa ironia
è bella e saporita ma contraria al significato
dell’espressione “giudizio di Dio”. Storicamente questo
espediente decideva un processo - che non si riusciva
a risolvere diversamente - con un procedimento altamente
aleatorio e non fondato sulle prove, ed anzi in qualche
caso impossibile (ad esempio sopravvivere all’annegamento,
il famoso witch pond). Qui invece nessuno fa dipendere niente
dal caso o da un miracolo: Berlusconi reputa di avere il sostegno
degli italiani e vuole solo giocare una “partita di ritorno”.
Come quando una squadra ha perso, all’andata, per zero a uno
su rigore al novantesimo, e le rimane una bella rabbia. Il richiamo
al giudizio di Dio è assolutamente fuor di luogo.
Mauro ha però altri rimproveri, in canna: “la
destra (che) non ha saputo cambiare una legge elettorale
sbagliata e dannosa, e non ha voluto due riforme
essenziali per la governabilità e la legittimità del
sistema”. Qui egli raggiunge vette inusitate di cecità
politica e storica. La destra non ha saputo cambiare
una legge elettorale sbagliata? Forse ci saremo distratti,
ma non sono Prodi e i suoi amici quelli che hanno avuto
il potere per ventidue mesi? E forse che la legge elettorale
richiede una maggioranza qualificata? Con la loro maggioranza
semplice non potevano forse modificarla in quattro e quattr’otto,
se solo fossero stati d’accordo sul come modificarla? Solo
che non lo erano, questo è il punto. E si vuol dare al centro-destra
la colpa di tutto questo?
Per quanto riguarda la governabilità, il centro-destra
ha varato una riforma costituzionale che risolveva
proprio questi problemi con provvedimenti che anche il
Pd ora riprende nel suo programma. E chi ha promosso un
referendum per annullarle, quelle riforme? Il centro-sinistra.
Anche questo ha dimenticato, Mauro?
L’ultima perla è questa: l’editoriale parla
della “disconnessione di molti cittadini dalla vicenda
pubblica. Qualcosa che la destra ha incoraggiato
corteggiando l'antipolitica”. E i girotondi sono forse
di destra? Beppe Grillo è di destra? I movimenti extraparlamentari,
tipo black block, no global e violenti vari, sono forse
di destra? Mauro da un lato e molti italiani dall’altro
dobbiamo aver visto un diverso film.
Questo Direttore è a capo di uno dei due più
grandi giornali d’Italia. A questi livelli, sarebbe
stato lecito aspettarsi qualcosa di meglio.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 febbraio
2008
LA LEZIONE DEI
FATTI
La politica è un oceano di parole su cui galleggiano
i fatti: gli unici che contano e gli unici che permettono
di orientarsi. Le parole pesano e contano solo
nella misura in cui annunciano fatti o sono esse stesse
dei fatti. E quelli più importanti delle scorse
settimane sono due: la dichiarazione di Veltroni che il Pd andrà
da solo alle urne, quando che sia, e la defezione di Mastella,
che ha sostanzialmente risposto: “e sia ora”.
Nel Pd ci si è resi conto che la formula Prodi
– a sinistra tutti dentro la coalizione – è fallita.
Troppe contraddizioni, troppi ricatti, troppe minacce.
Si è capito che una volta o l’altra sarebbe andata
male e il governo Prodi sarebbe caduto. Il tentativo di
mettere insieme il diavolo e l’acqua santa si è rivelato
sterile. Questo
per il passato. Per il futuro, vista l’enorme impopolarità
del governo Prodi, è stato chiaro che alle successive
elezioni si sarebbero avute ben poche speranze di vittoria.
E non bisogna dimenticare che, anche in caso di miracolo, non
c’era speranza di poter poi governare con la vecchia formula.
Se non ce l’ha fatta Prodi, totalmente privo di scrupoli, chi
altri potrebbe farcela? L’unica seria speranza è stata
dunque quella di porre le premesse di una vittoria nel 2016 (nel
caso Prodi fosse riuscito a completare la legislatura), o prima,
se Prodi fosse caduto prima. E, in effetti, Prodi è durato
ben poco tempo dopo questa presa di posizione: tant’è
vero che in parecchi hanno sostenuto che è stato Veltroni
a far cadere il governo. Dunque, in barba a tutti gli epicedi sul
governo appena caduto, la data fatidica si è fortunatamente
avvicinata. Il Pd dovrebbe avere qualche seria speranza di vincere
nel 2013, non nel 2016. Per quella data, questo grande partito
socialdemocratico potrebbe presentarsi come il grande contenitore
della sinistra moderata – si può dire laburista? – da contrapporre
a un partito o a una coerente coalizione di moderati di
centro-destra. I conservatori.
Qualcuno si stupirà di queste date: 2016, 2013,
che sembrano lontanissime: il fatto è che
sono inevitabili. Il governo Prodi e i suoi risultati
sono oggi molto poco stimati. Se vincerà Berlusconi
e se, come è già avvenuto, riuscirà a
governare per cinque anni, ogni progetto si sposta automaticamente
al 2013. Veltroni si è chiesto: come vincere e
governare nel 2013? La risposta è stata: scaricando
i comunisti – inassimilabili – e tutti coloro che intendono
ricattare il governo. Per questo ha proposto una
forza moderata, europea, unitaria, credibile anche per il
centro. Un partito che potrebbe pescare, anche al centro,
molti più voti di quanti ne peschi una coalizione
appesantita dall’accusa di apparentamento con i comunisti.
Questo spiega il comportamento di Veltroni e del Pd fino a questi
giorni.
Anche Mastella e i suoi amici hanno ragionato sulla
base dei fatti. Dopo la dichiarazione di ammissibilità
del referendum, è stato chiaro che o i partiti si
sarebbero messi d’accordo per una nuova legge elettorale
- che, per essere approvata dal Pd e Fi, doveva necessariamente
penalizzare e forse far sparire i partitini - oppure
si sarebbe andati al referendum che, anch’esso,
avrebbe azzerato i partitini. L’unica speranza era quella
di andare ad elezioni prima del referendum, con l’attuale
legge: e per questo si è fatto cadere il governo.
Per quanto riguarda la scelta di campo, dopo la dichiarazione
di Veltroni, l’Udeur avrebbe la possibilità
di sciogliersi e confluire nel Pd. Ma innanzi tutto non
è detto che sarebbe accettato, e poi questo farebbe
perdere a Mastella la sua leadership. Invece, avendo
anche il merito dell’assassinio di Prodi, l’Udeur si
troverà la strada spianata verso la coalizione di
centro-destra. Qui, appunto, non c’è un solo partito
ma una coalizione che dunque accetterà molto più facilmente
un nuovo ospite. Per giunta ideologicamente nient’affatto
lontano. Tutto questo significa sopravvivenza per l’Udeur e per
Mastella personalmente.
Questo è ciò che raccontano i fatti:
Veltroni, per vincere in futuro, ha scaricato i comunisti
e Prodi. Mastella ha accelerato il processo per evitare
una nuova legge elettorale e potrebbe salvarsi raggiungendo
il suo vecchio schieramento di centro-destra. E tout
va pour le mieux dans le meilleur des mondes (tutto va per
il meglio nel migliore dei mondi), come diceva Pangloss nel
Candide.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 6 febbraio
2008
EPILOGO
Se, per un’insolita congiuntura meteorologica,
un ciclone colossale si avvicinasse a New York, è
ovvio che l’intera città sarebbe in allarme. Si prenderebbero
tutte le opportune precauzioni e quei giorni sarebbero
vissuti tutti nel segno dell’imminente catastrofe.
Se poi invece il ciclone deviasse dal corso previsto
o si dissolvesse prima di toccare la città, non
se ne parlerebbe più. Il suo mancato passaggio non lascerebbe
conseguenze. Ci sono avvenimenti che, una volta che siano
verificati, chiudono il problema. Al punto che, qualche
giorno dopo, pare strano che tutti se ne siano tanto interessati.
Il tentativo di Marini si è concluso ed oggi è
chiaro a tutti ciò che ad alcuni fu chiaro sin da principio:
si è perduta una settimana. Si andrà alle elezioni con
l’attuale legge elettorale e nessuno ne morirà.
Votare di nuovo, quando cade un governo
e non c’è una maggioranza alternativa in Parlamento,
è la cosa più banale e naturale.
Purtroppo in Italia, come diceva un amico inglese, nothing
is simple. Si è riusciti a creare uno psicodramma
sul nulla, su una legge elettorale che è stata già
applicata senza che crollasse il mondo e senza che il Parlamento
uscito da quelle votazioni l’abbia modificata. Se ne è
parlato, oh sì. Ma parlarne senza modificarla significa
che o non la si voleva cambiare, oppure che ognuno voleva
cambiarla in maniera diversa. Caduto il governo, la parte che
prevedeva la propria sconfitta ha messo in scena una tragedia,
come se quella legge elettorale potesse condurre l’Italia all’ingovernabilità
(recentemente dovuta invece al sostanziale pareggio nei voti) e come
se Annibale fosse alle porte. E soprattutto come se, con
un minimo di buona volontà, la si potesse modificare
in quindici giorni, mentre Marini, rimettendo l’incarico, ha
onestamente dichiarato: “Non ho riscontrato l’esistenza di
una significativa maggioranza su una precisa ipotesi di riforma”.
Finalmente Napolitano ha visto che non ci sono né trazzere
né tunnel: c’è solo la via maestra che conduce al
voto. E lì si va.
Si diceva giorni fa che è poco credibile
la gazzella che cerca di spiegare al leone che
la dieta di carne può causare acido urico.
Tutto il discutere che si è fatto dal 25 gennaio
ad oggi è stato miserevole. Veltroni, quanto meno a
parole, voleva guadagnare un anno per dare alla gente
il tempo di dimenticare Prodi; molti volevano guadagnare
alcuni mesi per arrivare alla pensione di parlamentari; Cossiga,
come sempre originale, ha battuto il record votando la fiducia
al governo “per la situazione nel Kossovo”: di cui nessuno
parla più. In realtà le proteste del centro-sinistra
erano quelle del tacchino che vorrebbe spostare la data
del Natale.
Nella nostra Italia le cose più semplici
diventano per forza delle sceneggiate, con prefiche,
pianto e stridor di denti. Fra l’altro gli sforzi
del centro-sinistra – biasimi, blandizie, promesse
di benefici, appelli ai più alti ideali ecc. – sono
suonati come un’ammissione preventiva di sconfitta.
E quando si deve ancora salire sul ring questa è
tutt’altro che una mossa intelligente. Tutti hanno tendenza
a tifare per il vincitore. Dire in anticipo che l’avversario
ha i guanti truccati, che è brutto e cattivo, che
forse l’arbitro non è imparziale, che la luce dà
fastidio agli occhi, dimostra che in realtà si
ha paura dei bicipiti dell’altro pugilatore. E si è
dei pessimi perdenti.
In vista delle elezioni il Pd dovrebbe dire: “il
governo è caduto, anche perché la nostra
coalizione era troppo eterogenea. Ora ci presenteremo
con una coalizione coerente e governeremo meglio.
Dateci una seconda chance”. Poi, se perdesse lo stesso,
almeno non sarebbe un cattivo perdente, pronto più
allo sgambetto che allo scontro leale.
Quando la morte è inevitabile, non rimane
che affrontarla con stile. Durante la Rivoluzione,
una coppia di nobili fu condannata alla ghigliottina.
Saliti sul palco, il marito si avvicinò per primo
al boia dicendo alla moglie: “Madame, souffrez que pour
une fois je passe devant vous”, “Signora, voglia permettermi
per una volta di non darle la precedenza”.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
4 febbraio 2008
Questo articolo
è interessante per il parallelo che si può
stabilire con Silvio Berlusconi. La traduzione
è mia e rimpiango che nessuno me la paghi.
G.P.
ALL YOU NEED IS
HATE
Ho esitato per qualche tempo se sì o no
scrivere questa colonna, ed ho esitato per paura
di favorire l’agenda che è il suo obiettivo.
Intendo l’agenda dell’odio per Hillary Clinton
.
L’esistenza di questo odio non è certo una
notizia – ci si riferisce abitualmente ad esso, da
parte dei commentatori di questa campagna ed è stato
documentato in saggi e libri – ma i particolari possono ancora
stupire quando si vanno a studiare più da vicino.
Nell’edizione di gennaio del GQ, Jason Horowitz ha descritto il
mondo degli odiatori di Hillary e ne ha intervistati parecchi.
Horowitz trova che le caratterizzazioni ostili della
Clinton non si assommano in una coerente descrizione della
sua odiosità. Ella è diffamata perché è
una femminista e perché non lo è, per essere della
sinistra estrema e per essere “un falco guerrafondaio”,
per essere atea e per essere “spaventosamente fondamentalista”,
per essere la vittima dei peccatucci di suoi marito e per
averli permessi. “È, conclude Horowitz, un vaso
nel quale [i suoi detrattori] possono versare qualunque
cosa detestino”. (In questo è la controparte di Gorge
W.Bush, che ha più o meno la stessa funzione per molti
liberal).
Questo non significa che non ci siano motivi razionali
e ben considerati per opporsi alla candidatura
della Clinton. Può dispiacervi il suo programma
politico (che lei non è riluttante a spiegare anche
nei particolari). Potrebbe non riuscirvi di superare il suo
passato voto per autorizzare la guerra in Iraq. Potreste
pensare che la sua personalità non è adatta al compito
di ispirare ed unire il popolo americano. Potreste credere che
se questa è una campagna elettorale per ottenere un vero
cambiamento, lei non è la persona che possa realizzarlo.
Ma le persone e i gruppi che Horowitz esamina hanno
condotto le critiche della Clinton a ciò
che i giornalisti sportivi chiamano “il livello successivo”,
in questo caso il livello della vituperazione personale,
non connessa ai fatti, e che spesso dei fatti non tiene
conto. Queste persone sono ossessionate da cose come lo
stile della sua pettinatura, la “stranezza” dei suoi occhi
- “L’analisi degli occhi della Clinton è uno dei temi
favoriti fra i più rabbiosi dei suoi avversari” – ed essi smerciano
e riciclano argomenti da ciò che Horowitz chiama “I documenti
pazzi”: è la candidata di Osama bin Laden; uccide i gatti;
è una strega (e questo non nel senso metaforico).
Ma questa lista, per quanto possa essere deprimente,
non comincia neppure a cogliere la follia dei
membri più appassionati di questo culto. Un tizio
mi ha spedito 24 lunghissimi documenti selezionati da quelli
che lui chiama la sua “documentazione su Hillary”. Se prestate
fede a questa documentazione, Hillary Clinton è
un’assassina, una ladra di appartamenti, una che distrugge
i beni altrui, una ricattatrice, una violentatrice
psicologica, una criminale in giacca e cravatta, un’adultera,
una bestemmiatrice, una bugiarda, la proprietaria di
una polizia segreta, un’usuraia, una misogina, una subornatrice
di testimoni, una criminale da strada, un’intimidatrice
delinquenziale, una vessatrice ed una sociopatica. Queste
accuse sono “sostenute” con conclusioni basate su una logica insinuante,
tortuosa, stiracchiata, e fotografie che – si dichiara
– parlano da sole. Ma che non lo fanno.
A paragone di tutto questo, la campagna più
arrabbiata contro John Kerry è stata un modello
di obiettività. Quando il titolo di una sezione
della “Documentazione su Hillary” recita: “I Clinton
hanno mai ammazzato qualcuno?” - e si rende presto conto
che questa è una domanda retorica come chiedere “Il Papa
è cattolico?” – uno capisce di essere entrato nel
paese delle favole.
Horowitz ammonisce che, a mano a mano che la campagna
diviene più infuocata, questo “tipo di discorso
probabilmente non rimarrà ai margini per
lungo tempo”, ed egli predice che una parte di esso sarà
usata dagli attivisti repubblicani. Ma esso attende dietro
la curva, poiché lo spirito che lo informa si è
già aperto una strada nei principali media. Rispettati
commentatori politici dedicano tempo prezioso sui loro
network per profonde analisi del modo in cui lei ride. Ognuno
la rimprovera per ciò che suo marito fa o per ciò
che non fa (e per questo si è creato il composto “Billary”).
Se lei risponde aggressivamente alle domande, è stridula.
Se modera il suo tono, sta solo recitando. Se piange,
è che sta fingendo. Se non piange, è troppo mascolina.
Se si veste in maniera tradizionale, è sciatta. Se no,
è assurdamente provocante.
Omissis
L’analogia più stretta è con l’antisemitismo.
Ma prima che voi pensiate di inserire un commento,
sappiate che non intendo che queste due cose siano
simili nel loro significato o nel danno che possono fare.
È soltanto che ambedue si nutrono d’aria e fioriscono
indipendentemente da qualunque cosa che stia fuori dalle
loro ossessioni. L’antisemitismo non ha bisogno degli
ebrei e l’anti-Hillarysmo non ha bisogno di Hillary, salvo
che come un pretesto per la sua immaginazione collettiva.
Comunque vada questa campagna, l’odio per Hillary, come
il rock ‘n’ roll, non passerà di moda.
Stanley Fish - Dal New York Times, 3 Febbraio 2008
PERCHÉ MARINI
Molte persone di buon senso si chiedono: che senso
ha avuto l’incarico a Marini? Si sa che non
c’è più una maggioranza di centro-sinistra.
Si sa che Casini non è disposto a saltare
il fosso. Berlusconi ha detto chiaro e tondo che non
accetta altro che le elezioni anticipate. Allora, perché
Napolitano non ha evitato di perdere tempo – essendo noto che
la mancanza di un governo è un danno per il paese –
sciogliendo immediatamente le Camere?
La politica non vive solo di fatti: vive anche
di come essi sono visti e vissuti. La fine della
legislatura è inevitabile ma la gente non
passa il proprio tempo a seguire da vicino le vicende
del “Palazzo”. Se dunque Napolitano avesse immediatamente
agito con realismo, la gente avrebbe pensato a disinteresse
per la stabilità del paese; a supina accettazione dei
voleri di Berlusconi; a uno sgarbo alla sinistra, in omaggio
ai futuri padroni. La gente avrebbe detto: “Ma lui non ci ha
nemmeno provato, a salvare la legislatura! Con qualche transfuga
in Senato, un Presidente incaricato non avrebbe potuto trovare
una nuova maggioranza? Il centro-sinistra è inciampato
e lui ne ha approfittato per dargli il colpo di grazia”.
Proprio per evitare tutto questo, il Presidente
ha fatto finta di sperare l’impossibile ed ha
dato un incarico impossibile a Marini. Questi, da parte
sua, ha sempre saputo di fare un buco nell’acqua: ma
alla fine, probabilmente per le enormi pressioni ricevute,
ha accettato. Si è dunque persa una settimana per
fare contenti gli italiani. Per far sì che tutti
si convincessero che Napolitano non ce l’ha col centro-sinistra
e che se non si prosegue la legislatura è perché
non si può fare diversamente.
Marini, in omaggio alla propria intelligenza,
non ha nascosto il suo pessimismo; dal momento
che lo sfacelo dell’Unione va oltre i semplici
numeri, ha affermato che non avrebbe accettato
di essere a capo di un governo sostenuto da un senatore o
due di vantaggio; infine, coerentemente col senso del
mandato ricevuto, non si è limitato a consultare
i grandi partiti, ma ha scomodato la Confindustria, i sindacati,
la Confcommercio, perfino i partiti individuali
e a momenti anche la bocciofila di Abbiategrasso. Tutto
per poter dire: “Ci ho provato col massimo scrupolo, ho sentito
tutti. Se andiamo alle elezioni non è per colpa di
Napolitano; e neppure mia, ovviamente”.
La sinistra ha tratto e trarrà tutta la possibile
utilità, da questo valzer degli incontri.
Sosterrà che ci saranno nuove elezioni per
colpa di Berlusconi come se, senza Berlusconi, gli italiani
andassero a braccetto e d’accordo su tutto. Ma bisogna
capirla: ognuno tesse col filo che ha.
Un ultimo dubbio riguarda che cosa seguirà lo
scioglimento delle Camere. Napolitano infatti potrebbe
accettare la rinuncia di Marini e far gestire le elezioni
al governo Prodi. Oppure potrebbe incaricare Marini
di formare un governo, che non otterrebbe la fiducia del
Parlamento e gestirebbe le elezioni, con un doppio vantaggio
per la sinistra: perdere ancora tempo e togliere
di mezzo l’impopolare Prodi. Ma questo lo si vedrà
a giorni.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 3
febbraio 2008
MOLLICHINA
Enzo Bianco accusa Fini di volere le elezioni “Perché
sente profumo di potere”. Strano rimprovero. È come
accusare un gatto di essere eccitato sentendo odore
di pesce
OPERETTA
Io voto,
tu voti, egli vota, noi votiamo, voi votate,
tutti votano...ma quello che decidiamo col nostro
voto non conta nulla, perchè arriva il sindacato
insalutato ospite e non votato da nessuno e cambia le
carte in tavola. Non basta che partecipi ai "tavoli" su
tutto, che metta i veti, che inserisca i propri uomini
nei posti chiave delle istituzioni, che il Governo democraticamente
eletto non sia libero di far nulla se non si siede
al "tavolo" a negoziare tutto, dal diametro delle speci
pescabili di mollusco alle leggi finanziarie. Non basta.
Ora dev'essere consultato per sapere se si deve andare a votare
o no.
E' davvero una commedia dell'assurdo, un paese
da operetta.
a.marzano
L’ILARE UMOR NERO
DI SARTORI
Contraddire Sartori è sbagliato perché
scrive con tono scanzonato e si rischia di discutere
seriamente una barzelletta. Inoltre egli reputa più
o meno escrementi le figure più importanti della
nazione, a cominciare da Prodi e Berlusconi, e non ha
senso che lo contraddica un assoluto nessuno. Ma poiché
non è l’unico ad avere una natura giocosa, sarà
pure lecito scherzare un po’.
Il sorriso nasce già all’inizio dell’articolo:
“I politici disinteressati che operano soltanto
nell'interesse del Paese sono oramai rari”. Ma come,
si interessa di politica da almeno sessant’anni,
e dopo avere sempre trattato tutti da ingenui, quando non
da scemi, usa un avverbio, “oramai”? Quando e dove li ha
visti, questi politici disinteressati? Era forse disinteressato
Pericle, addirittura accusato di peculato? Erano
disinteressati Cesare o Innocenzo III, che pure era
Papa?
Parla poi di mandare a casa questa insopportabile
“casta”: ma chi dovrebbe sostituirla? Quale
convento contiene questi santi, quale campo stanno
arando, questi novelli Cincinnati? Si può essere
professori di fama internazionale, editorialisti
del Corriere della Sera, e poi dire cose del genere?
Scrive ancora Sartori: “il Mattarellum e il
Berlusco-Prodismo ci hanno regalato carrozzoni
«coatti» che imbarcano cani e gatti e
che propongono offerte fumose e intrinsecamente contraddittorie”.
In questo c’è del vero: più è
grande una coalizione, più contraddizioni
contiene al suo interno. La Democrazia Cristiana, che
pure era un solo partito, conteneva al suo interno tutto e
il contrario di tutto. Si ebbe addirittura l’ufficializzazione
di queste contraddizioni: le “correnti”, partiti di
secondo livello, con tanto di nome: dorotei, basisti,
demitiani, morotei, ecc. Neppure nel bipartitismo perfetto
di democrazie sicure come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti
tutti quelli che appartengono ad un partito la pensano nello
stesso modo su tutto. E allora, che critica è questa? Forse
che il Pd, nuovo com’è, non contiene contraddizioni al
proprio interno? Tutto sta a vedere se le contraddizioni siano
digeribili (Dc) o indigeribili (Unione).
I politici, pure interessati, non sono “tutti
egualmente dannosi per l'interesse generale.
A Berlusconi conviene (per sé) saltare la
riforma elettorale? Sì. A Veltroni conviene (per
sé) avere la riforma elettorale? Sì.
La differenza è che mentre l'utile del Cavaliere
confligge con l'interesse del Paese, l'utile di Veltroni
è anche nell'interesse del Paese. Su una scala da
0 (cinismo puro) a 10 (altruismo massimo), in questa partita
piazzerei Berlusconi a zero e Veltroni a 5”. Innanzi tutto,
chi dice che l’interesse del Paese sia quello di dilazionare
un’inevitabile tornata elettorale? Poi Sartori dimentica
che lo stesso discorso, con gli stessi compunti e virtuosi
atteggiamenti, a Berlusconi fu fatto da Scalfaro, in modo
da rinviare le elezioni. Elezioni che, contrariamente agli
impegni, si tennero molto, molto tempo dopo. Quando l’indignazione
per il ribaltone era sbollita. Berlusconi allora fu fesso:
ma gli si può chiedere di essere fesso a ripetizione?
Scalfaro non era in buona fede e Veltroni lo è? A parte
il fatto che sicura è solo la morte, chat échaudé
craint l’eau froide, gatto scottato teme anche l’acqua fredda.
Qualche dubbio si può invece avere sulla
sincerità di Sartori quando scrive: “In Senato
giace quasi pronta una buona proposta di riforma
(la bozza Bianco) sulla quale un accordo trasversale
potrebbe essere stipulato in pochissimi giorni”. In pochissimi
giorni quando non sono bastati moltissimi mesi? Che peccato,
che Napolitano non abbia incaricato lui, invece di Marini!
“Se Berlusconi dicesse di sì, sarebbe
cosa fatta. Ma Berlusconi dice di no, perché
a lui, dicevo, l'interesse del Paese non importa
un fico secco. Si avverta: una piccola generosità
non lo danneggerebbe di molto e gli farebbe fare, in compenso,
una bella figura”. Qui si dimentica che Berlusconi
dice no, ma non è che tutti gli altri vogliano la
stessa legge: ché anzi è questa la ragione
per cui non si è arrivati ad un accordo prima. Neanche
a loro importa un fico secco, dell’interesse dell’Italia?
La verità è che Sartori ha un’antipatia
viscerale per Berlusconi e non l’approverebbe
nemmeno se moltiplicasse i pani e i pesci e l’unico
serio motivo per leggerne gli editoriali è che
essi sono sempre conditi da un ilare umor nero, gradevole
come un caffè amaro.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -1
febbraio 2008