ARCHIVIO FEBBRAIO 2008
LA LEGITTIMA DIFESA
INTERNAZIONALE
Da anni, senza indossare una divisa e facendosi
scudo della popolazione civile, i terroristi palestinesi sparano
razzi sulle città israeliane. Sperano che ammazzino dei
civili e ogni tanto, malgrado i brevi preavvisi delle autorità
locali e la corsa ai rifugi, ci riescono. Ovviamente le proteste
della popolazione israeliana sono state altissime ma il governo
di Gerusalemme non ha saputo come fare per arrestare questo stillicidio
di attacchi. Dal canto suo la comunità internazionale ha considerato
i missili sugli israeliani un inconveniente meteorologico. È
andata così finché i palestinesi non hanno migliorato
la mira e la gittata dei loro razzi: allora la protesta dei cittadini
è salita alle stelle ed ha provocato l’azione militare in
atto. Tutto questo sembra normale e non è.
Non è normale
che la società internazionale - tanto sensibile da piangere
sulla morte di uno o due bambini colpiti per sbaglio - consideri
ammissibile che i palestinesi i civili cerchino di colpirli intenzionalmente.
Soprattutto non è normale
che consideri “risposta non adeguata” un’azione militare mirante
alla distruzione dei missili e dei terroristi che li lanciano. E tuttavia
non è questo l’argomento di queste righe. Ciò che
interessa è commentare il concetto di “risposta adeguata”.
Se il nemico
che attacca è disposto a perdere cento uomini, non è
risposta adeguata uccidere cento dei suoi uomini. Se si vuole
evitare l’attacco, bisogna convincerlo che ne perderebbe non
cento ma mille o duemila. La dissuasione funziona quando si minaccia
una dolorosa asimmetria. La risposta è “adeguata” quando, di fatto,
è in grado di convincere l’avversario. A un nemico ragionevole,
basta minacciare un male appena più grande, a dei fanatici
a volte non basta neppure dire “ucciderò dieci dei tuoi per ognuno
dei miei”. La risposta adeguata non è scritta nelle stelle: è
esattamente quella capace di ottenere l’effetto di dissuasione. Quand’anche
bisognasse attuare un massacro.
Le critiche rivolte a Tsahal sono assurde.
Visto che il governo locale, democraticamente eletto, è
d’accordo con i terroristi, quell’esercito avrebbe il diritto
di distruggere tutto, nella Striscia di Gaza, fino a coprire
il raggio d’azione dei missili. In realtà si limita ad un’azione
mirata a colpire i colpevoli, anche se ci sono danni collaterali.
I coraggiosi assassini infatti si mescolano alla popolazione civile.
Ma forse è anche assurda l’azione di
Tsahal. Perché c’è una risposta più semplice.
Il codice penale italiano prevede la legittima
difesa all’art.52: “Non e' punibile chi ha commesso il fatto
per esservi stato costretto dalla necessità di difendere
un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una
offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”.
Se dunque Israele rispondesse ai missili palestinesi con un’azione
simmetrica e contraria, cioè con missili fatti cadere a pioggia
sulle città palestinesi, o sulla stessa Gaza, eserciterebbe
il diritto alla legittima difesa. Ovviamente, sulla base della dottrina
della dissuasione, dovrebbe inviarne cinque o dieci per ognuno
che ha ricevuto, e certo non le si potrebbe rimproverare di avere
missili più potenti e più precisi di quelli di cui dispone
Hamas. Quando poi i palestinesi cominciassero a vivere nell’angoscia
in cui sono vissuti fino ad ora gli abitanti di Sderot, chissà
che non comincerebbero a capire che senso ha il divieto di uccidere i
vicini di casa . Questa sarebbe la “difesa proporzionata all’offesa”.
Il mondo non si rende conto che il proprio
atteggiamento, nei confronti di Israele, è pericoloso.
La reazione furente all’ingiustizia può condurre un paese
civile come la Gran Bretagna a bruciare vivi, intenzionalmente,
cento o duecentomila civili colpevoli solo di essere tedeschi,
come è avvenuto a Dresda. Chi, magari sostenuto dall’opinione
pubblica internazionale o dall’Onu, crede di potere minacciare impunemente
di morte sei milioni di ebrei non si rende conto che, dinanzi alla
concreta prospettiva di un nuovo olocausto, Gerusalemme ucciderebbe
tutti i palestinesi e tutti gli iraniani. Non sei milioni di nemici,
ma dieci volte tanto.
Poi, come si dice, non ci rimarrebbero neanche
gli occhi per piangere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 2 marzo 2008
IL
FASCISMO QUOTIDIANO
Questo articolo
di Mario Cervi corrisponde con estrema esattezza a ciò
che gli anziani, che hanno vissuto quel periodo in prima persona,
ricordano del fascismo. Fra l’altro, se questo era l’atteggiamento
normale nella “nordica Milano”, s’immagini con quanta ironia fosse
considerato il fascismo nel Sud.
Tuttora si discute, perfino con accanimento,
se il fascismo sia stato solo autoritario o anche totalitario,
se debba essere avvicinato per le sue caratteristiche alle più
feroci dittature del Novecento, addirittura tracciando loro la
strada, o se invece sia stato,con la diarchia Re-Duce, una singolare
e ambigua creatura politica. Della quale – lo considero sottinteso
- la repressione era comunque un elemento indispensabile.
Al dibattito
partecipano con slancio studiosi che il fascismo non l’hanno
conosciuto se non attraverso le carte: il che è del tutto
normale. Gli storici possono e debbono risalire indietro negli anni
e nei secoli. Magari concedendosi, quando trattano vicende antiche,
qualche maggiore libertà. «Sai Mario -mi diceva un
giorno Indro Montanelli che nelle storie di Roma e dei Greci era stato
pungente e divertente - Nerone non può dare querela, Fanfani
può».
Più che legittime,
dunque, le incursioni nel fascismo di chi non l’ha vissuto. Ma,avendolo io
vissuto dall’infanzia alla giovinezza, ho l’impressione che al fascismo siano
addebitate, se non lo si è visto da vicino, spietatezze inesistenti,
e attribuiti meriti che non ha avuto. Le due scuole di pensiero che sul fascismo
si scontrano – la demonizzatrice e l’indulgente – obbediscono anche, la prima
soprattutto, a un impulso politico. Bisogna enfatizzare i crimini del Regime
per poi enfatizzare anche le glorie dell’antifascismo e della Resistenza.
A questo proposito ritengo tuttavia necessario
porre un punto fermo. Il fascismo è finito il25 luglio
1943. Il periodo fosco e tragico della Repubblica di Salò
appartiene al nazifascismo, che fu cosa diversa e assai più
turpe e sanguinaria. L’intrecciare quei due periodi costituisce
un consapevole o inconsapevole falso. Un fatto dev’essere sempre tenuto
a mente quando ci si riferisce al fascismo «normale»:
tra i proclami, le intimazioni, gli slogan, le mistiche, le minacce
vociferate dagli altoparlanti e la realtà del Paese correva una
distanza siderale. Quasi nulla di ciò che era scritto, decretato,
urlato trovava corrispondenza nella vita quotidiana, e dunque l’esercitarsi
su quei documenti è interessante ma spesso fuorviante.
Nato nel 1921, sono cresciuto nella Milano
del «quadrilatero d’oro» che allora ospitava -
prima che fossero scacciati dai troppo osannati «stilisti»
- artigiani, botteghe, gente minuta. Ho fatto le elementari nella
scuola di via Spiga. Per una visita di Mussolini a Milano noi
bambini - doverosamente in divisa di Balilla - eravamo stati allineati
in via Manzoni, ma l’Insonne tardava a passare e allora le mamme
vennero una dopo l’altra a prendersi i pargoli,con la svogliata opposizione
di centurioni e seniori in orbace che vedevano in pericolo la scenografia.
Al passaggio del Duce la barriera di folla s’era ricomposta, ma
di bambini ne rimanevano pochi.
Poi vennero per me il ginnasio e il liceo
al Parini. La cui attuale sede in via Goito era ancora in costruzione
quando entrai in prima media: ci ospitava il collegio Longone
nell’edificio occupato attualmente dalla Questura, in via Fatebenefratelli.
Il fascismo fu per noi ragazzi un orpello fastidioso, non una passione
e nemmeno una persecuzione. Mi guarderò bene dall’affermare,
per farmene immeritatamente vanto,che il Parini fosse antifascista.
Lo erano, in maniera ragionata e risoluta, solo alcuni di noi studenti.
Voglio citare Antonio Cederna che per retroterra familiare e culturale
poteva meglio valutare non gli aspetti grotteschi - visibili a tutti
- mala povertà ideologica e politica del fascismo. Eravamo mormoratori,
al più, non ci sfuggiva il coté comico della propaganda
mussoliniana: ci divertivamo, nella mia classe, con imitazioni del
giornale radio e dei suoi accenti vibranti.
Ricordo due
presidi, Guido Vitali che fu un raffinato traduttore dell’Eneide
e, dopo di lui, Garavoglia. I docenti ignoravano la politica.
Non saprei dire oggi come la pensasse Augusto Vicinelli, professore
d’italiano, o come la pensasse il famoso latinista e grecista Edmondo
D’Arbela (ma insegnava in un’altra sezione). I presidi dovevano,
nelle solennità patriottiche o fasciste, tenere un discorsetto,
ed era molto coinvolgente, nel tenerlo, Guido Vitali: che per
tutta ricompensa, essendo ebreo,fu cacciato a causa delle leggi
razziali. Quel provvedimento odioso rivelò a noi che gli volevamo
bene la faccia crudele del regime. I giustificazionisti spiegano
che c’era una gran differenza fra le leggi razziali italiane e
quelle tedesche: nella lettera e soprattutto nell’applicazione. Lo
so. E se pensiamo ai milioni di vittime nei campi di sterminio la
perdita del lavoro può sembrare blanda. Era invece, per chi
la subiva, una tragedia personale e professionale, oltre che una ingiustizia
spaventosa.
Chiamato alle armi - anzi «volontario»
forzato - come tutti gli universitari della mia classe,ho conosciuto
l’impreparazione penosa delle forze armate, la disorganizzazione,
il disordine. Il battaglione cui appartenevo doveva essere mandato
in Africa Settentrionale, un altro battaglione con molti miei
compagni del corso allievi ufficiali era previsto che andasse
in Sardegna. E loro un po’ ci prendevano in giro, chiamandoci «i
morituri». Il mio battaglione finì nelle forze d’occupazione
in Grecia, quello della Sardegna finì in Russia, e non ne
tornò quasi nessuno. Con il suo bellicismo di cartapesta, la
sua caricatura della romanità, le veline del Minculpop, i
fogli d’ordine staraciani, le umilianti sconfitte militari - si può
perdere una guerra ma uscirne a testa alta, l’Italia ne è uscita
malamente -, il fascismo ha fatto molto male al Paese. Non dimentico
poi né le condanne del Tribunale speciale, né l’Ovra,
né il confino che sicuramente era cosa diversa da una villeggiatura.
Non si tratta di negare le brutalità fasciste, si tratta di dimensionarle,
raffrontandole ai comportamenti dei veri totalitarismi. I condannati
dal Tribunale speciale e i confinati, sotto Stalin sarebbero stati
tutti giustiziati, e con loro amici e parenti fino alla terza o alla
quarta generazione. Una cosa soprattutto vorrei – da testimone - sottolineare.
Il fascismo - quello precedente il 25 luglio - poteva incutere insofferenza,
avversione, disprezzo. Paura no. O meglio: incuteva paura a una minoranza
piccolissima e nobile di antifascisti dichiarati e schedati.
La paura che negli autentici totalitarismi
è sempre presente, aleggia ovunque, determina viltà
e delazioni, nell’Italia in camicia nera non la si avvertiva.
Quando Mussolini decise, con un grossolano errore di calcolo,
di precipitare l’Italia nella Seconda guerra mondiale, era diffusa
nel Paese, che amava la Francia, l’impressione che la Germania avesse
già vinto la guerra: e che il Duce avesse agito con cinismo ma
con realismo. Nessuna fabbrica si fermò. C’era, si dirà,
la sorveglianza poliziesca. C’era anche nel marzo del 1943, quando in
molte industrie del Nord ci furono scioperi, nonostante l’apparato poliziesco
e le leggi di guerra. Scioperi antifascisti, si è sottolineato. Sì,
scioperi antifascisti. Ma contro il fascismo che ormai, era evidente,
stava perdendo la guerra.
Mario Cervi
A proposito della
vicenda dei fratelli di Gravina Se si chiede la certezza della
pena si pretenda la certezza della colpa
C'è un film che ben rende la realtà
di una giustizia macchinosa e burocratica che schiaccia il
cittadino in un confronto impari, e che soprattutto racconta
l'effetto devastante che un errore giudiziario può avere
sulla vita di una persona.
Il film è "Detenuto in attesa di giudizio",
la regia è di Nanny Loy ed è stato girato nel 1971.
La 7 lo ha trasmesso venerdì sera, e rivederlo alla luce della
vicenda dei fratelli di Gravina fa un certo effetto.
Per mesi Filippo Pappalardi è stato
l'uomo che ha ucciso i suoi due figli e ne ha nascosto i corpi.
Con le accuse di sequestro di persona, duplice omicidio volontario
e occultamento di cadavere, il 27 novembre è stato arrestato
e oggi è ancora in carcere. Quando i corpi di Salvatore e
Francesco sono stati ritrovati, e si è parlato di morte accidentale,
i pm e gli investigatori si sono guardati bene dal mettere in discussione
l'impianto
accusatorio su cui avevano lavorato sino
a quel momento.
Di più. Senza curarsi di chiarire
su quale base fosse formulata la nuova ipotesi di indagine,
hanno rilanciato, spiegando che i due fratellini erano caduti
nella cisterna inseguiti dal padre. Tesi adottata dai giornali
che hanno titolato sul virgolettato prontamente fornito dai magistrati.
D'altronde la costruzione del "mostro" a tutto tondo - l'uomo era
conosciuto come un uomo violento - era talmente passata nell'immaginario
collettivo che Walter Veltroni, nello studio del tg di Emilio Fede
quando è arrivata la notizia del ritrovamento dei cadaveri dei
bambini, si è lasciato sfuggire un commento incauto attribuendo
di fatto a Pappalardi la responsabilità.
Il punto però è che - sia o
meno Pappalardi colpevole - per ora si parla di ipotesi investigative.
Non c'è stato nessun processo, nessuna sentenza. Invece
di parlare nelle sedi appropriate i pubblici ministeri parlano
sui giornali, con una visibilità che non è pari a
quella della difesa. E i giornali fanno da grancassa ad ogni aggiornamento
investigativo arrivi dalle procure. Di processi celebrati sui giornali
e mai arrivati in aula se ne contano a decine. Sono casi giudiziari,
ma sono anche vite - in questo caso quelle di un'intera famiglia -
passate nel tritacarne dei mass media. Una gogna pubblica a cui ci
si è oramai assuefatti, senza che né ai magistrati né
ai giornalisti venga in mente di fare un passo indietro. Perché
prima della certezza della pena, sarebbe più giusto pretendere
la certezza della colpa.
da
"Liberazione"
TUTTE STUPIDAGGINI
Dal gennaio 2008 l’attenzione di tutti
è appuntata sulla caduta del governo Prodi e sulla
competizione elettorale. Tuttavia, il vero avvenimento potrebbe
essere un altro: la separazione del Partito Democratico da quei
partiti che oggi sono confluiti nella Sinistra Arcobaleno.
Dalla fine della guerra, l’Italia ha
avuto il più grande partito comunista del mondo libero
e la sinistra moderata italiana, unica in Europa, ne è
stata costantemente ipnotizzata. I socialisti sembravano scusarsi
di non essere comunisti e i comunisti li guardavano come compagni
privi di coraggio. Anzi, come politicanti inclini al compromesso,
per sporchi interessi. La regola comunista che impone “pas d’ennemi
à gauche” (nessun nemico a sinistra, nessuno che stia a sinistra
può essere nostro avversario) si è estesa a tutto l’arco
costituzionale e ha fatto sì che tutti abbiano cercato di
cooptare i comunisti. Lo ha fatto anche la Dc e comunque si è
mantenuto nei loro confronti un atteggiamento umile, come di chi dicesse:
“lo so, sono un peccatore, ma non riesco a non peccare”. In Europa
il socialismo è stato il fratello maggiore e il comunismo il
fratello minore, da noi invece il fratello maggiore, quello coraggioso
e perbene, è stato il comunismo, mentre il socialismo è
stato il fratello minore, forse non cattivo ma certo non rigorosamente
morale. E chi si meravigliava di questo stato di cose era guardato come
un marziano importuno.
Questo atteggiamento ha avuto riflessi
concreti all’inizio degli Anni ’90. I partiti si erano sporcata
le mani con le ruberie e la corruzione generalizzata ma, mentre
di questo erano colpevoli tutti, la sanzione (anche giudiziaria)
ha colpito solo i partiti moderati e i socialisti. I comunisti,
per definizione e per amnistia, sono rimasti duri e puri. Il
loro partito è stato l’unico trionfatore e quello che poteva
ancora vantarsi: “pas d’ennemi à gauche”. La stessa Rifondazione
Comunista rimaneva un partito fratello con cui eventualmente si poteva
andare al potere.
Lo schema ha funzionato finché
la sinistra è stata all’opposizione. Da quei banchi si
può protestare per qualunque cosa, si può chiedere
la luna, si può denunciare ogni malefatta vera o presunta:
ma le cose cambiano quando si va al potere. Qui “non si può
mangiare la torta ed averla intatta”: e per questo i governi
non sono durati. La prima volta sono caduti a ripetizione ed hanno
lasciato un brutto ricordo, la seconda volta la legislatura è
abortita dopo meno di due anni. Ora, finalmente, alla sinistra
moderata è stato chiaro che non avrebbe mai più vinto
le elezioni, alleandosi con la sinistra estrema, e per questo ha capito
ciò che la storia e l’esperienza di tutta l’Europa le hanno ripetuto
per decenni: che il comunismo è una teoria sbagliata che non
va d’accordo né con la libertà né con la prosperità.
Lo ha capito per interesse, lo ha capito con sessant’anni di ritardo,
quando qualcuno non ci sperava più, ma c’è lo stesso
da rimanerne stupiti. E si sarebbe lieti di avere delle spiegazioni.
Si immagini un astronomo che ha una governante
appassionata di astrologia. Lo scienziato cerca per anni
di spiegarle che i pianeti non possono avere nessuna influenza
sulla vita degli uomini; che le costellazioni sono sistemazioni
assolutamente arbitrarie della volta celeste; che i nomi ad esse dati
sono di pura fantasia; che nascere in un periodo o l’altro dell’anno
ha ben poca influenza sul carattere e sulle vicissitudini degli uomini
e infine che è tecnicamente impossibile prevedere il futuro.
La donna lo ascolta sempre lusingata dell’attenzione ma lo stesso,
ogni mattina, come prima cosa legge l’oroscopo. L’astronomo infine
si rassegna: è una mania innocente.
Un giorno la governante, tornando da fuori, dice tutta contenta
di avere incontrato uno zio che non vedeva da decenni e l’astronomo
non sa resistere alla tentazione: “C’era scritto, nel tuo oroscopo,
che oggi avresti fatto un incontro importante?”
-
L’oroscopo? chiede la donna con aria stupita. Ma non lo leggo
da anni!
-
E come mai?
-
Sono tutte stupidaggini.
Dopo
che il Pd ha deciso di correre da solo e di scaricare i comunisti,
uno ha voglia di chiedere: e la lotta di classe? E la ridistribuzione
della ricchezza? E il salario variabile indipendente? E l’illicenziabilità
per chiunque? Possiamo immaginare la risposta:
-Tutte
stupidaggini.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -1 marzo 2008
LISTE BUFALA!
Una volta c'erano le liste civetta. Oggi
ci sono le liste bufala. Cambia l'animale, ma il concetto è
sempre lo stesso: fregatura, inganno, imbroglio, turlupinatura,
chiamatelo come vi pare. Perché stavolta parliamo dell'ultima
supercandidata di Veltroni, la cosiddetta paladina dei precari.
L'avete letto su tutti i giornali: si
chiama Loredana Ilardi da Palermo, operatrice di call center,
stipendio 700 euro al mese. Una così ti pare che al Pd se
la fanno sfuggire? E infatti: «Siamo il partito del lavoro»,
dichiara il segretario ai giornalisti abbracciando la sua protetta.
Sorrisoni alle telecamere e vai con lo spot: siamo coi precari,
aiutiamo i precari, viva i precari. Dice Walter: «La vera emergenza
sono i precari». Continua: «È un dovere lottare
per i precari». E ancora: «Loredana è lo specchio
dei precari».
Bene: manca solo un piccolo particolare,
proprio una bazzecola: dovete sapere che Loredana... non
è precaria. Tiene un fior di posto fisso: contratto a
tempo indeterminato. Ce l'ha messo per iscritto il suo datore
di lavoro. Citiamo la sua lettera. «Gentile direttore - scrivono
dalla ditta - la famosissima Loredana Ilardi, sbandierata da Walter
come rappresentante dei precari d'Italia, non è assolutamente
precaria. A suo tempo fummo noi a comunicarle l'indeterminato.
E quanto ai 700 euro mensili, è ovvio: è un part
time a 4 ore!». Capito? Se questo è l'emblema del precariato,
allora Valeria Marini è l'emblema delle bionde naturali.
Ma si può? Ci ripetono da anni che l'Italia brulica
di precari, sono dappertutto, dietro le porte, sotto i tappeti,
a momenti escono dai tombini, i precari. E chi scelgono come
rappresentante? Una col posto fisso. E va be‚ allora ditelo
che è una pagliacciata: ci mettiamo il naso rosso, il cappellino
e tanti saluti. Già si faticava a restar seri con la candidatura
di Marianna Madia nel Lazio: ci dicono che è una «giovane
venuta dal nulla», e poi si scopre che è amicissima
di Enrico Letta, Giovanni Minoli e del figlio di Napolitano. Oggi
ci presentano l'eroina dei precari, che però in realtà
non è precaria neanche un po'. Insomma, altro che facce nuove:
nel Pd candidano facce doppie.
Però adesso ci viene la curiosità:
ma allora come le sceglie, Veltroni? Cioè, dove li
trova i cosiddetti volti nuovi? È la stessa Ilardi a rivelarcelo,
sulle pagine locali di Repubblica: «Domenica scorsa ci
siamo incontrati a una manifestazione della Cgil - racconta lei
-: abbiamo parlato e mi ha fatto la proposta». Tutto
qui? È così che funziona? Ti incontro per caso e ti faccio
la proposta? Tipo colpo di fulmine? Cioè, se domani Veltroni
incontra per strada un pastore tedesco, candida in parlamento un pastore
tedesco? E magari ce lo spaccia pure come simbolo dei precari?
Ora, va bene scherzare, ma intendiamoci:
non ce l'abbiamo tanto con la ragazza candidata, che tra
l'altro, seppur sottovoce, l'ha ammesso, che precaria non lo
è più. Ce l'abbiamo con Veltroni che ce la vende
per quello che non è. Perché questo significa prenderci
per i fondelli a tempo indeterminato. Perché, se così
stanno le cose, i grandi nomi del Pd altro non sono che specchietti
per le allodole.
Anzi, per polli: e i polli in questione
siamo noi che votiamo. Non solo: i polli in questione sono
anche i tanti lavoratori precari - quelli autentici - che
sul serio fanno le notti al centralino del telefono amico. Ma c'è
poco da fare: se il telefono non è amico di Veltroni, loro
il seggio se lo scordano. Perché questa, a quanto pare, è
la trasparenza di Walter. Quella sì, davvero precaria.
Federico Novella per Il Giornale
IL TRILEMMA
Di
seguito, parti di un articolo
del “Giornale” del 28 febbraio 2008, cui seguirà
un commento che sollecita le risposte dei lettori.
“Roma - Niente archiviazione per Antonio
Di Pietro, accusato di truffa, falso e appropriazione indebita
per i rimborsi elettorali all’Italia dei Valori. … L’uomo che
ha trascinato in tribunale il ministro [è] Mario Di Domenico,
socio fondatore e fino al 2003 segretario di Idv, convinto che
i fatti da lui rivelati configurino un reato e non semplicemente una
discutibile condotta, così come affermato dal pm prima di
chiedere l’archiviazione. Il «caso Di Pietro» sembra
ruotare tutto intorno al giallo di un verbale che reca la data del
31 marzo 2003. Quel giorno i tre soci del «partito del gabbiano»,
Di Pietro, Di Domenico e l’onorevole Silvana Mura (tesoriera dell’Idv
e anch’essa sotto inchiesta) si sarebbero ritrovati a Busto Arsizio
per approvare il bilancio, indispensabile per accedere al rimborso elettorale.
Su una copia di quel verbale, presentato in tribunale dall’Idv, compaiono
le firme di tutti i presenti. Ma Di Domenico, e questo è il
punto centrale dell’intera vicenda, ha dichiarato che in quella città
non ha mai messo piede e che quindi la sua firma in calce alla fotocopia
del documento è falsa.
Per
conoscere la verità basterebbe prendere l’originale del
verbale d’assemblea senza accontentarsi della fotocopia,
che per di più, ha spiegato il legale di Di Domenico,
Roberto Ruggiero, è senza data. Ma la procura, ad oggi, quell’originale
non lo ha mai acquisito. Delle due, l’una: o qualcuno ha falsificato
l’atto, oppure ha mentito Di Domenico. Se fosse vera questa seconda
ipotesi, perché il denunciante non è stato incriminato
per calunnia? Per il pm, invece, non ci sono dubbi. Il giallo del
verbale non è stato sufficiente per chiedere il rinvio a giudizio
dell’ex magistrato, anche per via della «rilevata conflittualità
estrema che ispira l’attuale esponente».
Poco
importa, dunque, che i fatti siano veri o falsi, e che questi
fatti abbiamo portato all’approvazione di un bilancio prodromica
all’incasso di soldi pubblici. Ciò che conta è
l’eccessivo coinvolgimento emotivo di Di Domenico. … Di Domenico,
due giorni fa, intervistato da Radio Radicale, ha spiegato
che quella firma falsa posta in calce all’approvazione del bilancio
dell’Idv, potrebbe configurare il reato di falso ideologico.
… Quanto all’ipotesi di truffa, Di Domenico si chiede «in che
modo Di Pietro, come socio unico della società di capitali Antocri
abbia potuto acquistare, in due anni, 21 vani immobiliari al
centro di Milano e di Roma, per un costo vicino ai due milioni e mezzo
di euro». Da qui il sospetto del denunciante che quegli
immobili siano stati acquistati stornando i soldi dal rimborso elettorale.
Gian
Marco Chiocci e Luca Rocca”
Di
un articolo di giornale si può pensare ciò che
si vuole ma qui esiste un dilemma o, come diceva un burlone,
un trilemma. O la firma sul verbale è falsa e Di Pietro
è colpevole di falso e truffa. Proprio per questo risulta
incredibile che la Procura non abbia acquisito l’originale del
verbale, per ordinare una perizia calligrafica. Misteri dell’amministrazione
della giustizia. O la firma sul verbale è vera e Di Domenico
è colpevole di calunnia (reato del quale attualmente non è
indiziato). Oppure niente di tutto questo è vero, e il “Giornale”
dovrebbe essere denunziato per diffamazione a danno di Di Pietro
e di Di Domenico. Ma non risulta neanche questo. A voi la parola.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
.. 28 febbraio 2008
L’ATTENZIONE POLARIZZATA
Ci sono degli scherzi rivelatori.
Ne citiamo due. Per misurare l’intelligenza di uno studente,
diceva professore, basta il test della vasca. Io chiedo:
“Per vuotare una vasca disponiamo di un cucchiaino, di una tazza
e di un secchio. Lei che cosa usa?” La persona normale dice
“un secchio”, la persona intelligente dice “tolgo il tappo”.
Secondo scherzo. Si chiede: “So
che tu sei competente in molte cose, per questo ti chiedo:
si dice quattordici e undici fa ventiquattro o quattordici
e undici fanno ventiquattro?” Molti risponderebbero “meglio
fanno ventiquattro”, provocando la risata dell’altro: “Quattordici
e undici fanno venticinque!”
In ambedue queste storielle c’è
il sottinteso che si può far passare per scemo un po’
chiunque. In particolare chi ha – o crede di avere – una mentalità
logica. In realtà, le persone che dànno la risposta
sbagliata sono più intelligenti di quelle che danno la risposta
giusta.
L’intelligenza, per essere produttiva,
deve essere indirizzata al nocciolo del problema. Al test
della vasca lo studente che da prima ha detto “il secchio”, e
si è visto ridere sul muso, potrebbe dire: “Professore, posso
farle una domanda io? Quanta acqua c’è, nella vasca?”. Il
professore lo guarderebbe come un marziano ma lo studente potrebbe
spiegare che, se acqua ce ne fosse pochissima, e solo nell’incavo
del tappo, potrebbe essere il cucchiaino lo strumento più adeguato.
Il professore a questo punto direbbe indignato: “Ma lei vuole cavillare?
Noi abbiamo presunto che la vasca fosse piena!” “Ed io ho presunto
che gli unici strumenti fossero quei tre, che il tappo non si potesse
togliere. Allora, chi è lo scemo?”
Chi offre tre possibilità
intende con ciò stesso che non ce ne sia una quarta.
Diversamente l’interrogato potrebbe rispondere: io non uso né
il cucchiaino, né la tazza, né il secchio e neppure
tolgo il tappo perché non mi voglio bagnare. Chiamo la donna
di servizio. Analogamente, se si offrono due varianti della stessa
frase, si chiede una consulenza linguistica, non aritmetica. Chi
si accorgesse subito dell’errore nell’addizione potrebbe sentirsi rimproverare
che, quando gli mostrano la luna col dito, lui guarda il dito.
L’identificazione del problema è
fondamentale per la polarizzazione dello sforzo intellettuale
nell’unica direzione giusta. Il linguista non perde tempo
per rifare l’addizione, perché non è quello che
gli si chiede. Né trova umiliante che non abbia visto il
banale errore dell’addizione perché, da umanista, farà
probabilmente parte di quelle persone che, ai test d’intelligenza,
risultano meno dotate di quanto non siano. Mentre dinanzi ad una
sequenza di numeri chi ama la matematica ha forse l’acquolina in
bocca, il cervello degli umanisti si chiude immediatamente e mentalmente
gli si para davanti un cartello con su scritto, in caratteri enormi,
“non hai speranza”. Ed è vero.
Nell’antichità non avevano
trovato il test della vasca da bagno ma ridevano di gusto
all’immagine dell’astronomo che, per guardare il cielo, cadeva
in un fosso. Non si accorgevano di dire implicitamente che un
asino, o loro stessi, risultavano così più intelligenti
dell’astronomo. E non comprendevano neppure che, se la civiltà
deve andare avanti, invece di irridere il vecchio astronomo caduto
nel fosso, la prossima volta avrebbero dovuto fornirgli un asino
che lo portasse dove doveva andare, dandogli anche la possibilità
di studiare il cielo per strada.
Per non cadere nel fosso bastano
gli asini.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 27 febbraio 2008
ALCUNI COMMENTI AL PROGRAMMA DEL
PD
Il programma del Pd è chiaramente
un programma al quale non hanno messo mano i comunisti.
Rispetto al governo Prodi è infatti un “programma
d’opposizione”: e questo dimostra che la lunga associazione
con gli estremisti di sinistra è stata un errore storico.
Tanto grave che i Ds e la Margherita hanno creduto di potere
avere un futuro solo liberandosi di loro. Insomma, prima hanno irriso
Berlusconi che parlava di comunisti, ora i comunisti, loro, li
hanno buttati a mare.
Il programma per certi versi è
un libro dei sogni: non perché dica cose sbagliate ma
perché in Italia le cose giuste a volte non si possono
fare. C’è chi resiste. Passino i “tagli alla spesa” (finché
si sta sulle generali, tutti d’accordo) ma che dire dell’eliminazione
delle Province? Che servano a qualcosa o che non servano a niente,
le Province sono centri di potere e fonti di stipendi. E se Berlusconi,
con una maggioranza di granito, non è riuscito a scalfire
certi gruppi di pressione (anche perché sponsorizzati dall’Udc,
oppure sponsorizzati da Alleanza Nazionale, oppure sponsorizzati
da ambedue), quante probabilità di riuscita avrebbe un governo
di centro-sinistra, contro cui sparerebbero a palle incatenate
sia il centro-destra sia l’estrema sinistra?
La riduzione delle imposte è
ovviamente un programma allettante; addirittura necessario,
in considerazione della congiuntura economica: ma non
è mai stato il programma della sinistra. E per questo è
poco credibile. Comunque, onore a chi riconosce le ragioni dell’avversario.
Si parla poi di testamento biologico
e di riconoscimento dei diritti delle persone stabilmente
conviventi. Progetti estremamente laici. Perfino estremamente
razionali, se si vuole: ma contro i quali lottano la Chiesa
e almeno mezzo Pd. Siamo sicuri che sia realistico annunciarli?
Già oggi Famiglia Cristiana fa fuoco e fiamme contro la presenza
dei Radicali, e contro la candidatura di Umberto Veronesi: è
credibile, questa parte dei progetti? È solo coraggiosa.
Per le intercettazioni, il Pd è
a favore “se servono all’autorità giudiziaria”, ma è
necessario che qualcuno “risponda delle violazioni alla riservatezza”.
E qui si ha voglia di sorridere. “Se servono all’autorità
giudiziaria”, si dice. Ma non è la stessa autorità
giudiziaria, che decide? E soprattutto, che senso ha dire che qualcuno
dovrebbe “rispondere delle violazioni alla (recte “della”)
riservatezza”? Forse che, fino ad oggi, è stato lecito
violarla, la riservatezza? E se fino ad oggi nessuno ne ha risposto,
perché dovremmo credere che si riuscirà in futuro a stroncare
questo malvezzo? Diverso sarebbe il caso se si spiegasse in che
modo si intende contrastare il deprecabile fenomeno.
Veltroni dice poi “basta con l’ambientalismo
del no”. Atteggiamento da applaudire. Ma chi ha soffiato
per anni sul fuoco dell’ambientalismo del no? I Ds e la Margherita
, pur di non scontentare l’estrema sinistra e i Verdi sono
andati perfino contro Mercedes Bresso, Ds, Presidente della
Regione Piemonte, quando costei si batteva per la Tav. Oggi riconoscono
che è stato un errore. E perché non cominciano col
chiedere scusa alla Bresso e poi a tutti gli italiani? Dicano “basta”
al governo, dimenticando che al governo ci sono stati proprio
loro.
Il Pd è a favore di rigassificatori,
termovalorizzatori, e Tav Torino-Lione. Tutte cose che
erano sbagliate per il governo Prodi e che ora sono giuste
per il partito presieduto da Romano Prodi. Come cambiano le
cose, nel giro di un mese!
Mille
euro ai precari. Bellissimo. Ma chi li paga? Se li deve
pagare il datore di lavoro, bisogna sempre ricordare che
l’alternativa è la non assunzione. L’idealista può
benissimo invocare la carità per i poveri e l’assistenza
gratuita per i malati, perché il suo mestiere è
quello d’indicare la strada, non di pagare la benzina: ma per lo
Stato è tutt’altra faccenda.
Poi
si parla “un fondo per le cure odontoiatriche”. Eh sì,
tutti abbiamo pagato un bel po’ di soldi, per esse. Tanto che
qualcuno ha chiesto ad un famoso dirigente dell’associazione
dei dentisti perché mai l’assistenza non fosse gratuita come
per il resto delle specializzazioni. La risposta è stata
lapidaria: “Non tutti hanno bisogno dell’ortopedico, dell’urologo
o dell’oculista, ma tutti, prima o poi, hanno bisogno del
dentista. Lo Stato non si può permettere questa spesa e la
lascia dunque a carico dei cittadini. Ecco tutto”. Veltroni e i suoi
amici hanno trovato il modo di risolvere questo problema?
Infine
il programma propone una sola Camera con 470 deputati
e un Senato delle autonomie con 100 rappresentanti. Cioè
più o meno ciò che aveva realizzato il governo Berlusconi,
con quella riforma costituzionale che il centro-sinistra si
è fatto un punto d’onore di affossare. Che tristezza.
Prodi
ha governato male e ora il Pd – di cui Prodi è presidente
- propone un drastico cambiamento di rotta. La sterzata è
giusta, ma non è meglio lasciar guidare chi quella strada
la conosce meglio, perché l’ha sempre praticata?
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 febbraio 2008
L’ONESTÀ DEL CORRIERE DELLA SERA
Oggi nello “strillo” della pagina
di apertura del Corriere on-line si legge: Il Cavaliere
all’attacco di Veltroni. “Io sono laureato, lui è solo
diplomato”. Traduzione: io sono una persona colta e Veltroni
è un ignorante. Che la cosa sia vera o no, nessuna persona
di buon gusto direbbe mai una cosa del genere. Non solo è difficile
stabilire chi è più o meno colto, ma certo non basta sventolare
una laurea, per questo. Il Cavaliere in questa occasione avrebbe dimostrato
quel pessimo gusto che a ragione gli attribuisce la sinistra.
A
ragione se il fatto fosse vero. Aprendo l’articolo, infatti,
il titolo cambia. “Veltroni diplomato? Io solo laureato”.
E qui il senso è diverso. Si intuisce che non lui
si è vantato di avere un titolo di studio superiore a
quello di Veltroni, ma che al contrario qualcuno gli ha segnalato
il titolo di studio di Walter come fosse chissà che.
Per questo il Cavaliere avrebbe risposto ironicamente di essere
“solo” laureato. Immaginiamo che, sporgendosi dal finestrino di
una Punto, qualcuno irrida un pedone sotto la pioggia: “Te la
vedi brutta, nevvero?” E immaginiamo pure che il pedone, sventolandone
le chiavi, gli risponda: “Sì, hai ragione: proprio oggi
sarei dovuto uscire con la mia Ferrari”. Chi potrebbe dargli torto?
Ma neanche questo secondo titolo dice la verità. Meglio
leggere l’articolo.
“ROMA
- Nel giorno in cui sfuma l'ipotesi delle larghe intese,
Silvio Berlusconi va all'attacco del suo avversario. E
lo fa con una battuta legata alla passione per il cinema dell'ex
sindaco di Roma. Lo spunto glielo dà una donna che, intervenendo
ad una convention romana di Forza Italia, si qualifica come
attrice e gli chiede un impiego. «Deve farsi assumere da
Veltroni - ha detto Berlusconi - è lui che ha il diploma
in cinematografia, io sono semplicemente laureato con 110
su 110, non può venire da me. La signora -ha poi proseguito
l'ex premier rivolgendosi alla platea- ha con me un rapporto
continuativo: mi dice sempre, voglio lavorare nel cinema. Signora
- ha proseguito - io non posso più telefonare a Saccá,
le prometto che andrò a casa di Saccá e userò il
citofono».
Ah,
è così. Dunque, in primo luogo, si afferma che
è sfumata l’ipotesi delle larghe intese, mentre Berlusconi,
a domanda, ha soltanto concesso che in caso di pareggio non
farebbe come Prodi. A sentire il Corriere della Sera si direbbe
invece che, convinto di vincere con un piccolissimo margine, il
Cavaliere proporrebbe a Veltroni la Grosse Koalition e Veltroni,
pur avendo perduto le elezioni, rifiuterebbe sdegnosamente l’offerta.
O gran virtù dei cavalieri antichi, direbbe l’Ariosto.
Ma il nostro problema sono i titoli
di studio. È evidente che Berlusconi ha scherzato
sulla vicenda Saccà e sul titolo di studio di Veltroni,
che ha anzi trasformato in un “diploma in cinematografia” che
forse non ha. Ci risulta infatti che Walter sia proiezionista. Non
un artista del cinema, dunque, ma uno che sta nella cabina di proiezione
dei locali in cui si proiettano i film. Ma questo non è
il punto: il punto è che Berlusconi ha fatto una battuta
e il Corriere della Sera si è comportato come i carabinieri
delle barzellette. Tanto che, invece di ridere con Berlusconi,
forse rideremo di Paolo Mieli.
Il Corriere non ha simpatia per
Berlusconi. È un suo diritto. Potrebbe dire che è
un pessimo politico, che si comporta da padrone del suo partito,
che è un male per l’Italia, ma una cosa dovrebbe evitare:
stravolgere le notizie. Perché, invece di danneggiare Berlusconi,
danneggia se stesso.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it 24 febbraio
2008
CUBA: FINE DEL REGIME?
Robert Kagan, sul New York Times,
si augura che la malattia di Fidel Castro e il passaggio
del testimone al fratello Raúl possano essere l’occasione
d’oro per riportare Cuba alla democrazia. Gli Stati Uniti
dovrebbero revocare l’embargo in cambio di elezioni veramente
libere: con una libera stampa, con veri partiti di opposizione,
sotto controllo internazionale. La più semplice risposta
che si potrebbe dare a questo progetto è costituita da
due parole nella lingua più familiare a quel politologo: wishful
thinking. Pio desiderio.
La democrazia è un regime
desiderabile per i molti, non per i pochi. Per il popolo,
non per il tiranno. Quando si parla col tiranno bisogna sempre
tenere presente che la democrazia non è nel suo interesse:
alle sue orecchie suona solo come la proposta di rinunciare
al potere e ritirarsi a vita privata. Se gli va bene. Perfino un autocrate
timorato di Dio, sinceramente dedito al bene del suo paese e
fra i meno sanguinari della storia, come Francisco Franco, è
rimasto el Caudillo fino alla fine. Ha preparato la Spagna alla
democrazia, ma per dopo la sua morte. Finché ha avuto un alito
di vita, è rimasto l’Unto del Signore.
Può certo avvenire che
l’autocrate lasci il potere volontariamente (Silla,
Pinochet), ma è di gran lunga il caso meno frequente. Le
tirannie di solito cessano, oltre che per la morte dell’interessato,
per una sconfitta militare, per una rivolta di palazzo o per
una rivoluzione di piazza. Anche in questi casi, tuttavia, la
fine del regime si ha perché si è insinuato il germe
della rivolta. Qualcuno – una persona o un gruppo di persone
- si sente abbastanza forte e sostenuto per rovesciare un potere
che non fa più la paura che faceva un tempo. Se nessuno si
è azzardato a complottare contro Stalin è perché
il georgiano era un tale genio, nella repressione spietata, che
si rischiava la testa a solo pensare che egli non fosse Dio
in terra. Bastava un gesto, uno sguardo, un sospetto, e tutto era
perduto. Se invece è stato facile sbarazzarsi di Gorbaciov,
che pure sulla carta aveva gli stessi poteri di Stalin, è perché
nessuno ne era terrorizzato. Era venuta meno la molla principale del
potere tirannico, per come afferma Montesquieu: la paura.
Le tirannie possono dunque cessare
per vari motivi ma l’ultimo della lista è certo
quello di cui parla Kagan. Che cosa può importare a Fidel
Castro o a suo fratello, della fine dell’embargo degli Stati
Uniti? A loro personalmente non manca nulla. E nemmeno ai loro
accoliti. Inoltre quell’embargo è una scusa preziosa
per giustificare la drammatica indigenza in cui vive il popolo.
La fandonia è tanto assurda (l’isola può commerciare
col resto del mondo) quanto comoda: ma gli adoratori di Castro,
a Cuba come in paesi tanto lontani quanto l’Italia, l’ingoiano
entusiasti.
Può darsi che il prolisso
regime castrista si avvii alla sua fine perché
tutto ciò che è umano ha un termine. Può darsi
che ci siano già in giro, all’Havana, i germi della sua
decomposizione. Può darsi che qualcuno stia solo aspettando
che Fidel non ci sia più, per sbarazzarsi della sua controfigura
e prendere il potere. Ma quando? E poi, per passare alla democrazia
o per instaurare un’altra dittatura? Nessuno può dirlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 25 febbraio 2008
Quell'ignorante di Michele Serra
Michele Serra è il
teorico della superiorità della razza di sinistra,
questo si sa. La cosa che non sapevo era che l'umoralista di Rep.
fosse anche digiuno di informazioni elementari. Gli mancano
le basi, si diceva una volta. Ecco che cosa ha scritto oggi:
"Ahmadinejad non è affatto un dittatore. E´ un presidente
liberamente eletto, che governa nel nome del popolo" e altre
scemenze del genere. Serra non sa che l'Iran non è una
democrazia, non sa che i candidati alla presidenza e al Parlamento
e alle cariche locali sono scelti dal clero, cioè dai dittatori
teocratici installatisi a Teheran nel 1979. Serra non ha idea
di che cosa sia il principio costituzionale della Velayat-e Faghih,
cioè del governo del saggio, cioè degli ayatollah, che
guida tutto: lo stato, l'esercito, la giustizia. Serra non sa niente,
ma scrive senza sapere di non sapere niente. Qualcuno gli segnali non
dico gli articoli di Carlo Panella, perché sarebbe troppo, ma
almeno quelli che spiegano perfettamente come funziona la teocrazia
iraniana pubblicati da Repubblica.
dal blog Camillo
LA SPAZZATURA DI LAVOISIER
In un
giorno di grande calura
molti, incontrando un amico, cominciano col dire:
“Accidenti che caldo, vero?” Come se servisse a qualcosa. Come
se l’altro non sudasse anche lui. Wittgenstein ha più
o meno detto che su cui di cui non si può dire nulla di
ragionevole è meglio tacere: e se questo vale per una
giornata calda, figurarsi per la spazzatura di Napoli. Chi
non è indignato, chi non dice che bisognerebbe risolvere
questo problema, chi non dice che la Pubblica Amministrazione
è imperdonabile, per questo disastro? Tutto è talmente
ovvio che, seguendo l’invito del filosofo austriaco, è
meglio non parlare della spazzatura di Napoli, se non per capire
l’origine sociologica del fenomeno.
L’immondizia è, per
definizione, qualcosa che nessuno vuole. Non volerla
significa “portatela lontano da me”. Ma “lontano” è un termine
relativo. Pechino è lontana e Atene è vicina, ma
non per chi abita a Tokyo. E ogni volta che qualcuno non vuole
i rifiuti accanto a sé è come se dicesse che li vuole
più vicini a qualcun altro. Soprattutto in una regione con
alta densità di popolazione come la Campania. Il problema può
divenire insolubile. O, almeno, è insolubile se non si considera
la fine del famoso principio per cui “nulla si crea e nulla si distrugge”:
Lavoisier infatti ha concluso “ma tutto si trasforma”. Se i rifiuti
non possono essere distrutti, si possono trasformare. E si trasformano
con i termovalorizzatori. Fin qui la ragionevolezza.
Il pregiudizio però
la pensa diversamente: i rifiuti non devono stare da
nessuna parte, perché dovunque sonno vicini a qualcuno.
Se poi si parla di trasformarli, tutti, ammaestrati dagli ecologisti,
obiettano: ci hanno anche detto che gli inceneritori, i termovalorizzatori,
o come volete chiamarli, producono schifezze. A cominciare
dall’anidride carbonica. E dunque non vogliamo neppure quelli.
E allora? Non rimane che pregare San Gennaro di risolvere il
problema e, nell’attesa, lasciare la monnezza marcire per strada.
L’episodio è significativo
per più di un verso. Viviamo in un periodo di
tale prosperità, di tale comodità del vivere,
che i principi del povero Lavoisier fanno sorridere. Rifiutiamo
l’energia del nostro tempo, cioè l’energia nucleare?
E non succede niente, ce la caviamo lo stesso: le lampadine
si accendono, i televisori scintillano con mille colori, che problemi
ci sono? L’elettricità costa cara? Non è colpa
di nessuno. Se qualcosa non è disponibile nel nostro territorio
l’importiamo. Se qualcosa non ci piace, decretiamo che non esiste.
La scopiamo sotto il tappeto. Siamo tutti adepti di un mondo
perfetto e inverosimile in cui i moralisti vorrebbero vietare l’aborto
legale e la prostituzione, illudendosi che spariscano dalla pratica;
in cui i treni corrono veloci a base di pannelli solari, anche
quando non c’è il sole; in cui gli insetti e le malattie
delle piante stanno lontani dalle nostre colture biologiche
solo per farci piacere e per farci vedere che apprezzano i nostri
principi. Insomma, l’umanità è dissennata e l’umanità
italiana è dissennata al quadrato. Quel ch’è peggio,
la realtà non ci disillude se non con grande ritardo. Anni
fa si fece una colletta per la fame in India, dimenticando quanti
sono gli indiani e quanti siamo noi: ma il gesto era così bello
che noi allora abbiamo risolto il problema della fame del Terzo Mondo.
Per questo si può benedire
la spazzatura di Napoli. Finalmente un disastro cui
non si è saputo porre rimedio neppure a costi pazzeschi.
Finalmente Lavoisier vince. Finalmente un emerito ministro
come Pecoraro Scanio riesce a vedere che i termovalorizzatori
(che in Germania bruciano la spazzatura napoletana) sarebbero,
forse, chissà, magari una cosa utile. E con una cura di
fosforo comprenderebbe perfino che la raccolta differenziata
ha senso se poi ci sono delle industrie capaci di servirsi di quel
vetro, di quel metallo, di quella plastica, di quella carta.
Deprecare la spazzatura a
Napoli? Per niente. Forse sarebbe bene che tutta l’Italia
fosse ricoperta dai rifiuti. Molti non conoscono Lavoisier
ma tutti riconoscono la puzza della spazzatura: e se è
l’unica cosa che sanno “leggere”, è bene fornirgliene
una copia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 21 febbraio 2008
Noi, germi cancerogeni
Un amico mi scrive per
sapere come mai manca, a volte, il mio articolo settimanale
su informazionecorretta perche', dice, e' un appuntamento
cui e' abituato e quando non lo trova rimane deluso. Che
dire? Fa piacere avere lettori affezionati ma provero' a spiegare
ancora una volta il blocco che mi prende e la rabbia
che mi assale, una rabbia furibonda che fa tremare le mani
sulla tastiera, una rabbia cui segue il vuoto totale che poi
lentamente si riempie della disperazione di sentirsi tanto odiati,
disumanizzati, trasformati in un'entita' astratta da umiliare, boicottare,
dileggiare, un popolo trasformato in un microbo da eliminare per
la buona salute mondiale.
Uno apre gli occhi alla
mattina, accende la radio e sente una persona, che
probabilmente dovrebbe curarsi il cervello, dire con calma
e freddezza che Israele e' un germe cancerogeno, uno sporco
microbo di cui il mondo deve liberarsi quanto prima. Questa
persona non e' un qualsiasi cittadino di questo mondo ma e'
il presidente di una nazione immensa, l'Iran, che sta preparando
il mezzo necessario per distruggere questo cancro fatto di 5
milioni di ebrei israeliani.
Ahmadinejad vuole spazzare
via Israele, vuole estirpare il cancro, vuole liberare
il mondo da questo virus. Lo sta gridando da anni, non
da giorni, da molti anni, senza mai stancarsi.
E il mondo che dice?
Niente.
Il mondo aspetta le Olimpiadi
di Pechino (a proposito, chissa' se il professor Vattimo
sa che una volta esisteva il Tibet).
Niente.
Il mondo non dice niente perche'
la disumanizzazione in atto da anni contro Israele che sembra
abitato solo da soldati o religiosi, comunque brutti e cattivi,
si e' insinuata nella mente della gente in modo tale da trasformare
in un Male Cosmico un popolo fatto di famiglie, di bambini, di
vecchi, di innamorati, di artisti, di intellettuali, di gente
che lavora, che ha il raffreddore, che ride, che piange, di persone
che hanno sofferto e soffrono.
La battente propaganda
araba ha raggiunto risultati che solo il nazifascismo
e il comunismo erano riusciti ad ottenere tanto da poter
sterminare milioni e milioni di ebrei, in Europa e in Unione
Sovietica, senza che nessuno alzasse un dito.
Bene, andiamo avanti.
Dopo aver appreso di essere
un germe cancerogeno e un malefico virus, uno
che fa? Va a bere il caffe' per tirarsi un po' su la pressione.
Apre il giornale e cosa
legge? Che in USA e Canada, alcune universita'
preparano La settimana dell''apartheid, una settimanina
di odio in cui, oltre ad accusare Israele delle solite
malefatte, si chiedera' formalmente che Israele diventi Palestina
e che ebrei e arabi vivano insieme in questo nuovo stato in cui
gli ebrei diventerebbero una minoranza di dhimmi per poi scomparire
per sempre.
C'e' chi ama la settimana
bianca sulla neve e chi preferisce la settimana di
odio antiebraico sognando una definitiva Shoa'.
Questione di gusti.
Sempre quel povero Uno che
ormai sente un senso di soffocamento, volta pagina del giornale
e viene informato che il vicepresidente del Parlamento
Europeo, Luisa Morgantini, nella sua immensa bonta',
consiglia gli israeliani di piantarla di rispondere ai kassam
che piovono sul Neghev, della serie "state buoni , fatevi ammazzare
e tutti vi ameranno".
Si, perche' , oltre al
soldato e al religioso che ammorbano con la loro illegittima
presenza la Palestina, esistono tre categorie di ebrei nell'immaginario
comune:
Gli ebrei morti che, se
sono tanti, qualche milione, fanno tenerezza , si
possono organizzare giornate della memoria, ricordarli con
qualche lacrimuccia, tanti bei discorsi, fare bella
figura e, cosa che non guasta, propaganda elettorale.
Gli ebrei vivi che,
se si difendono, sono invece fastidiosi, antipatici,
fascisti, peggio di Ben Laden, perche' non rientrano negli
schemi europei abituati da sempre all'ebreo che non si ribella,
che soffre in silenzio, che si rifugia nella preghiera o nei
libri in attesa del prossimo massacro.
Infine il peggio
del peggio, l'ebreo col fucile in mano e la testa
alta, pronto a rispondere al fuoco nemico, questo ebreo
li spiazza, li sconvolge e li fa infuriare tanto da avere
la bava alla bocca.
Beh, ormai il caffe' ha
preso il sapore del fiele e uno, prima di mettersi
a lavorare, pensa di andare a fare un giro in internet
e la' raggiunge l'apocalisse, affoga in un mare, un oceano,
una galassia di odio allo stato puro.
C'e' di tutto e di piu'.
La testa gira perche' si non sa cosa leggere:
Si incomincia con le puntate
sul boicottaggio di Israele al Salone del Libro, con
le dichiarazioni di follia dei seguaci del filosofo torinese
Vattimo e del suo fratello nello spirito Tariq Ramadan.
La gente parla di
questa vergogna ? Fa commenti? Si , ne parla ma
con molta calma, senza indignarsi, ormai l'uomo della strada
e' abituato a sentire che Israele e' il demonio, che
Israele e' l'assassino ( lo legge ad ogni passo anche sui muri
delle citta' italiane), che Israele ammazza i bambini quindi e'
normale che un simile demonio sia boicottato.
Cosa c'e' di strano?!
La gente sente la notizia
e non gli si muove neanche un pelo.
Gli unici a indignarsi
siamo noi ebrei, e neanche tutti, e naturalmente chi
ci ama e ama Israele.
Prosegui la lettura in
questo cosmo di odio e leggi che uno dei tanti tizi
che ammorbano il web con siti antisemiti, ha postato
un elenco di ebrei e presunti ebrei accusandoli di voler conquistare
il mondo e controllare tutto e tutti.
Cambi sito e trovi un
altro elenco, quello di intellettuali di pura razza
ariana firmatari di un documento intitolato "Gaza vivra'"
in cui si elencano le menzogne piu' rivoltanti e le infamita'
piu' disgustose. Tra i firmatari di questa porcheria non tutti
sono di pura razza ariana, vi sono anche islamici e anche qualche
ebreo che vorrebbe tanto poter essere ariano ma non puo'
e allora si sfoga odiando se stesso.
Tiri un sospiro, lasci
il computer per overdose di odio, prendi una sigaretta
nel tentativo di calmarti, accendi la TV e ti trovi davanti
Stella Pende, inviata di Panorama, che parla di Gaza e dice,
presa dalla foga e dall'indignazione, che Gaza e' il posto
piu' popolato del mondo e che unmilioneemezzo di persone sono
tenute prigioniere in uno spazio piccolissimo. "Peggio di Abu
Graib e molto peggio di Guantanamo", grida agitatissima.
Non nomina hamas, non
parla del colpo di stato di Haniye' che, dopo aver
ammazzato centinaia di palestinesi, si e' separato da Mahmud
Abbas perche' questi voleva dialogare con Israele.
Non accenna alle migliaia di kassam che piovono su Sderot
e l'intervista si conclude con una immagine della bionda giornalista
che , rispettosamente velata, parla con la belva di Hamas,
il boss Haniye'.
Alla fine uno si mette
a lavorare anche per distrarsi e tirare il fiato
e alla pausa pranzo viene a sapere che Gerusalemme e'
una Capitale senza stato intorno.
Lo dice il sito http://www.monopolyworldvote.com/en_US/world
che in origine aveva situato Gerusalemme in Israele
ma che aveva subito corretto a causa delle proteste
arabe.
Gerusalemme e' senza Stato,
di conseguenza Israele, unica nazione al mondo, e'
priva di capitale.
Nessuna meraviglia, lo
dicono da 60 anni, lo dicono per paura, per vilta',
per convinzione, dipende se sono naziislamici , comunisti
o semplicemente dei cagasotto.
Credete sia finita? Illusi!
C' e' Google Earth che definisce Kiryat Yam, citta'
israeliana vicina a Haifa, territorio palestinese perche'
costruita, secondo G.E., sulle rovine di una villaggio arabo.
La citta' protesta immediatamente, il sindaco porta
le prove dell'errore ma Google non smentisce e non cancella.
La falsa notizia restera' la' per anni a nutrire di odio l'animo
della gente.
E cosi' si va avanti tutto il giorno,
ogni giorno e' la stessa musica, ogni giorno si viene mitragliati
da diffamazioni, da bugie, da delegittimazioni, da ingiurie.
Vieni a sapere, e la nausea
ti assale forte, che il Centro Culturale Candiani
di Mestre proietta il film "Jenin Jenin, quello che il mondo
deve sapere di Mohammad Bakri".
L'evento, organizzato
in collaborazione con Pax Christi, e te pareva che
non c'entravano , rientra nelle iniziative di solidarietà
al regista arabo israeliano, finito sotto processo, perché
accusato da cinque soldati di vilipendio delle forze armate
israeliane.
Mohamed Bakri e' un mistificatore,
un imbroglione, lui stesso ha ammesso di aver lavorato
di fantasia ma, siccome e' palestinese, gli si deve credere,
siccome e' palestinese bisogna raccogliere soldi per pagare il
processo intentato contro di lui e da lui perso, dai soldati
israeliani entrati a Jenin.
Insomma non ci lasciano
vivere, non ci permettono di respirare, gli attacchi
contro Israele sono quotidiani e ti avvolgono come una tela
appiccicosa di ragno da cui non riesci a liberarti e piu'
cerchi di toglierla piu' ti appiccica addosso. Un odio e una
cattiveria mai espressi contro nessun altro stato al mondo,
contro nessun altro popolo.
Tutto questo va inesorabilmente
a mescolarsi alla disperazione per i kassam che
colpiscono Sderot facendo morti e feriti e le persone pazze
di paura.
Alla preoccupazione per
le minacce di hezbollah che si sta preparando a un'altro
attacco missilistico contro Israele che sta gia' disponendo
i patriot.
Alla pretesa dei palestinesi
di avere Gerusalemme e di mandarci in casa i loro profughi.
Alle ingiurie che ci piovono
addosso.
Noi ebrei, scimmie e maiali
per tutto il mondo arabo.
Noi ebrei, germe cancerogeno
per il dittatore iraniano.
Noi ebrei, cancro immondo
per hezbollah e hamas e per i loro amici.
Sporchi ebrei per l'occidente
che non capisce che difendere Israele sarebbe difendere
se stesso.
Anni fa dicevano Israele
discolpati.
Oggi dicono Israele
muori.
Deborah Fait - www.intormazionecorretta.com
CANDIDARE O NO I CONDANNATI
Secondo “La Stampa”, il
Pd e Di Pietro avrebbero deciso di non candidare persone
penalmente condannate, anche se solo in primo grado. E sono
in molti ad essere di questo parere. Si sostiene che chi deve
votare le leggi e chi ci deve governare deve essere al di sopra
di ogni sospetto. È vero che a norma della Costituzione
il cittadino normale deve essere considerato innocente fino
a sentenza passata in giudicato, anche se ci volessero dodici
anni: ma il politico, per non apparire favorito come appartenente
alla “casta superiore”, come ventila Riccardo Barenghi sulla Stampa,
non deve approfittare di questa regola. Raramente si sono messe insieme
tante affermazioni discutibili.
Quando la Costituente
ha stabilito il principio dell’art.27 – “l’imputato
non è considerato colpevole sino alla condanna
definitiva” – lo ha fatto non per favorire una categoria di cittadini
ma in base al principio che, prima di quella condanna, non
si può sapere se la persona sia colpevole o no. Anzi,
dal momento che l’esistenza stessa del procedimento è
pregiudizievole per il buon nome dell’imputato, questo buon nome
deve essere tutelato. La sentenza finale potrebbe essere d’assoluzione
e per questo è giusto che sia condannato per diffamazione
chi chiamasse assassino un condannato per omicidio in primo
e secondo grado.
Tutto questo, al cittadino
comune, sembra garantismo eccessivo. E non lo è
affatto. Non bisogna dimenticare che una buona percentuale
di accusati è assolta. Dunque, penalizzarli permettendo
a tutti di metterli alla gogna, mentre sono ancora sub iudice,
o vietare loro di fare politica, corrisponderebbe a condannarli
prima di sapere se sono colpevoli. Inoltre, alcuni reati sono
per così dire “professionali”. Un giornalista può
essere stato condannato per diffamazione, perché il suo mestiere
lo espone sempre a commettere questo reato, così come un
camionista può essere stato condannato per omicidio colposo,
visto che col suo mestiere rischia infinitamente di più di
una casalinga. In altri termini, bisognerebbe prendere in considerazione
quei reati che sono insieme dolosi (la diffamazione lo è, l’omicidio
colposo non lo è) e gravi (la diffamazione non lo è,
l’omicidio colposo lo è). Ma a questo provvede già
la legge, che prevede l’interdizione dai pubblici uffici.
Dopo tutti questi rilievi
precisamente tecnici, è il caso di esporne uno più
di fondo. Coloro che invocano quella norma scambiano la giustizia
umana per la giustizia divina. I giudici non sono i moralizzatori
della società, non sono i raddrizzatori dei torti,
non sono né Zorro né Michele Arcangelo con la spada
fiammeggiante. Stabiliscono una “verità processuale”, non
una verità effettiva. Nel senso che la verità effettiva
può essere diversa da quella processuale: il condannato con
sentenza definitiva per omicidio potrebbe non aver commesso il fatto,
checché abbiano detto tre gradi di giudizio. Infatti, se così
non fosse, non esisterebbe l’istituto della revisione del processo.
Se poi si ammettesse il principio che piace tanto agli incompetenti
(e a Di Pietro), cioè se si stabilisse l’incandidabilità
di chi è condannato in primo grado, o peggio solo imputato,
la possibilità di fare politica dipenderebbe dal beneplacito
di tutti i Pm d’Italia. Sei mesi prima delle elezioni un quisque de
populo con la toga sulle spalle, fra Bolzano e Trapani, potrebbe
accusare un politico di aver rubato la Torre di Pisa (l’esempio è
di Piero Calamandrei), e quel politico sarebbe escluso dalla tornata
elettorale. Per poi essere assolto con tante scuse. Come si possono
sostenere seriamente simili tesi? Almeno mezza Italia nutre più
che un sospetto che nei confronti di Silvio Berlusconi sia stato
posto in essere un eccezionale accanimento giudiziario (si pensi
già soltanto al processo Sme): come affidare ai giudici un
potere politico esorbitante?
Infine è assurdo sostenere
che l’applicazione dell’art.27 della Costituzione ai politici
costituisca un favore alla “casta” dei politici. Sarebbe come
dire che ognuno di noi ha il diritto di ubriacarsi o di divorziare
ma nel caso dei parlamentari è un favore per la casta, e
dovrebbe essere loro vietato per legge. Loro devono essere di esempio.
Si passerebbe così al privilegio negativo. Un privilegio
in latino era una “lex in privos lata” - legge ad personam, diremmo
oggi - e si tratta di un’ingiustizia sia che favorisca qualcuno, sia
che lo sfavorisca.
La legge deve essere uguale
per tutti e simili progetti dovrebbero essere abbandonati.
Anche da certi ex-magistrati che dovrebbero tornare all’università.
Per studiare agraria.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008
FERRARA
Giuliano Ferrara, per fama
universale, è un uomo intelligente. Secondo gli
ingenui l’intelligenza dovrebbe tenere lontani dalle sciocchezze,
ma non è così. Nell’uomo raramente essa è
alla guida dei comportamenti personali. La maggior parte
delle volte è ottima per risolvere problemi tecnici,
ma non per altro.
S’immagini che un uomo
molto dotato si innamori di un’ochetta: forse che sarà
meno innamorato di un uomo mediocre? Userà il suo acume
per trovare genialità nelle sue osservazioni ingenue;
freschezza poetica nel suo infantilismo; grazia sovrumana
nelle sue moine. Tutta la sua capacità logica sarà
utilizzata per dare ragione alla sua emotività. Solo
quando l’innamoramento sarà finito si meraviglierà
lui stesso di avere adorato quella donna. L’intelligenza, in questi
campi, serve a poco.
Ferrara è in queste
condizioni. Non si è innamorato di una donna ma
di un’idea madre, e ora cerca di sposarne la figlia. L’idea
madre è che nulla sia più nobile di una concezione
religiosa della vita, anche se Dio non dovesse esistere ed anche
se non si appartiene ad una data Chiesa. Per questo il suo “Foglio”
si è trasformato in una sorta di giornale di monaci miscredenti,
o di laici in cotta e stola. Un illeggibile ossimoro cartaceo.
Fino a questo punto, bastava
saltare tutti gli articoli in cui si parlava di mistero,
di Dio, di Chiesa, di oltretomba e di metafisica varia. Il
giornale rimaneva leggibile per il resto, anzi col vantaggio
di richiedere meno tempo di prima. Il guaio è nato quando
ha cercato di sposare una delle idee-figlie: stavolta la lotta
contro l’aborto.
Per sapere con quali argomenti
ha sostenuto questa battaglia bisognerebbe aver letto
il suo giornale, su questi argomenti, cosa che non abbiamo
fatto. Anche perché si rimaneva bloccati alla semplice
parola “moratoria” che significa “sospensione”: e come si può
sospendere l’aborto? O lo Stato sospende la validità della legge
194 - rendendo l’aborto un reato, come era prima - oppure tutte
le donne che hanno deciso di abortire rinunciano al progetto,
per fare un piacere a Giuliano Ferrara. Poiché ambedue le proposte
sembrano deliranti, ci si può sentire esentati
dal leggere le paginate che il Foglio ha dedicato all’argomento.
Se qualcuno può dimostrare in meno di mezza pagina
perché questo concetto di moratoria è azzeccato, applicato
a questo argomento, in molti gliene saremo grati.
Ferrara si è innamorato
di questa crociata e ci si è buttato a capofitto.
Ha scambiato la propria infatuazione per sacro fuoco, il
ridicolo per sprezzo del pericolo. Ha dimostrato ancora
una volta la validità del vecchio proverbio per cui Giove
rende pazzi coloro che vuol perdere. Com’era ovvio, i grandi
partiti si sono ben guardati dal dargli corda. Molti – Berlusconi
in testa – gli vogliono bene, ma averlo a fianco, in una campagna
elettorale, è un pericolo gravissimo. Già un partito
di centro-destra rischia sempre di essere ritenuto vagamente chiesastico,
arretrato e codino; ci mancherebbe che si associasse con qualcuno
che può essere ritenuto anti-femminista, reazionario, maniaco
religioso. E che vuole rendere di nuovo reato l’aborto, dopo che al
riguardo si è anche avuto un referendum.
Molti anni fa, dopo che
Ugo La Malfa ebbe preso una posizione che gli risultava
incomprensibile, Montanelli scrisse che La Malfa era stato
sostituito da uno che si chiamava Ugo La Malfa, aveva l’aspetto
di Ugo La Malfa ma non poteva essere il vero Ugo La Malfa.
Nello stesso modo, in molti aspettiamo che il tempo ci restituisca
Giuliano Ferrara. Quello vero.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it 20 febbraio 2008
D’ALEMA L’INGENUO
D’Alema, a Radioanch’io
di oggi 20 febbraio 2008. ha affermato: "Conosco Veltroni
da molti anni e questa immagine buonista e ingenua non gli
si attaglia. Ha invece una volonta' molto forte e determinata.
Anzi, al di la' degli spigoli, qualche volta credo di essere
piu' ingenuo io...".
Il grande Montanelli,
per spiegare come si possono dire due cose sostanzialmente
opposte con le stesse parole, forniva questo esempio:
se di uno dico “è cinico ma intelligente”, lo lodo; se invece
dico “è intelligente ma cinico” lo critico. La tesi
si adatta benissimo alle parole di D’Alema. Si può
sostenere che egli ha voluto smentire l’immagine di uomo molle
e mite che si è cucita su Veltroni, riaffermandone la “volontà
molto forte e determinata”, ma quell’aggiunta, “qualche volta credo
di essere piu' ingenuo io...”, che avrebbe dovuto solo costituire
un’iperbole, può anche essere letta come una pugnalata al
candidato premier.
Veltroni un uomo mite?
In realtà è uno che, come Sisto V, ha dato ad intendere
di non tenere affatto alla carica di papa solo per ottenere
ancor meglio l’investitura. Si è tenuto fuori dalla
politica attiva, ha parlato di Terzo Mondo e di Africa,
ha promesso che, finita la sindacatura, si sarebbe ritirato
a vita privata (magari per riprendere l’aratura del campo
di Cincinnato!), ed ecco che improvvisamente realizza un capolavoro:
da sindaco nemmeno uscente (non si sa mai) a ras della Margherita
e dei Ds riuniti nel Pd. Ottenuto questo, ha rinnegato sostanzialmente
Prodi, affinché il discredito di quel nome non gli ricadesse
sulle spalle, ha emarginato D’Alema, di cui nessuno parla
e infine – approfittando del fatto che una vittoria è improbabile
– ha effettuato una virata verso il centro che corrisponde alla
Bad Godesberg tedesca: all’accettazione della natura socialdemocratica
e sostanzialmente anticomunista di un moderno partito di sinistra
europeo.
Ecco quello che ha voluto
dire D’Alema: Veltroni un buono? Veltroni è uno
che non si è sporcato le mani e che oggi fa le scarpe
a Prodi, a Bertinotti, a Diliberto, a Percoraro Scanio, a Angius
e soprattutto a me. D’Alema il velenoso, D’Alema con gli spigoli?
No. D’Alema l’ingenuo. Tutto quello che posso sperare,
nel caso di un’imprevista vittoria, è di avere un posto
da ministro. Sotto di lui.
Veltroni è buono
come la rana pescatrice: offre ai pesci di passaggio
una finta esca per poi farne un solo boccone. Almeno, questa
sembra essere l’opinione del nostro ministro degli esteri.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008
PRODI IL BUONO
Lunedì questo
giornale ha pubblicato un mio articolo in cui criticavo
la politica del governo Prodi e invitavo sia Berlusconi
sia Veltroni a non fornirci una ricostruzione insincera
della storia di questa legislatura. Ieri, sotto forma di
lettera al Direttore, è uscita una piccata e assai prolissa
risposta di Romano Prodi, in cui mi si accusa di scorrettezza,
mancanza di scrupoli, faziosità, mistificazione.
L'Italia è una
democrazia, e La Stampa è un giornale indipendente,
che ospita opinioni, analisi, valutazioni di persone che
pensano con la propria testa. È stupefacente che il
presidente del Consiglio, non gradendo un articolo uscito su
un quotidiano, non trovi di meglio che accusare l'editorialista
che l'ha scritto di «sostenere le proprie tesi in vista della
competizione elettorale», o di farsi veicolo di una «mistificazione
elettoralistica». Naturalmente si può e si
deve discutere e contro-argomentare, polemizzare e opporre
cifre a cifre, analisi ad analisi, ma è ben triste vedere
la massima autorità politica del nostro paese che si riduce
ad accusare di malafede uno studioso che, su un giornale libero,
riferisce dei risultati delle sue analisi e scrive quello che pensa.
Quanto al merito della
controversia, qui posso dire soltanto che l'autodifesa
di Prodi non mi ha convinto per niente, e che il lettore
interessato a conoscere la mia risposta può trovarla
sul sito della rivista Polena (www.polena.net ). Anzi, visti
gli argomenti del presidente del Consiglio, sono ancora più
persuaso di prima del punto centrale della mia analisi: il governo
Prodi ha perso un'occasione d'oro per correggere in modo apprezzabile
i conti pubblici, e lascia un'eredità difficile al governo
che verrà.
Quel che vorrei fare
qui, invece, è una breve riflessione su me stesso
e sulla cultura politica della sinistra. Prodi può
non saperlo, ma non ho mai partecipato ad alcuna competizione
elettorale, né intendo farlo oggi o in futuro. Letteralmente
non capisco in quale competizione sarei impegnato, quali interessi
vorrei difendere, e perché mai vorrei farlo. Fra
noi due, ho l'impressione che sia più il presidente
del Consiglio uscente ad avere qualche interesse a «sostenere
le proprie tesi in vista della competizione elettorale»…
Quanto a me, sono solo
un cittadino che si riconosce in molti valori della
sinistra, anche se questa sinistra mi piace poco. E non
già per le sue idee, che spesso condivido, ma per la sua
refrattarietà al lavoro degli studiosi indipendenti. Il mio
lavoro è analizzare i dati, cercare di capire che
cosa succede, provare a raccontarlo con parole comprensibili,
nei libri come sulla stampa. Ma quando mi azzardo a farlo,
i miei amici di sinistra si adombrano, e i politici si irritano.
I primi, i miei amici, hanno un'insaziabile volontà
di aver ragione, di sentirsi sempre e comunque dalla parte giusta,
di dare sempre e comunque torto agli avversari politici. I secondi,
i politici di sinistra, non sono abituati ad ascoltare, e vedono
come un traditore chiunque dica qualcosa che sembri dannoso per
la causa. Non si chiedono mai: è vero? è falso? come
lo sai? Preferiscono domandarti: perché lo dici? a chi giova?
da che parte stai?
Così, a 55 anni
dalla morte di Stalin, e a quasi 20 dalla caduta del
muro di Berlino, troppo spesso la cultura di sinistra rimane
quella di sempre: chiusa anche quando predica il dialogo,
arrogante anche quando è gentile, resistente ai fatti
anche quando è colta. Peccato, sarebbe bello vivere
in un mondo in cui chi ha qualcosa da dire (o da ridire) si
limita a esporre i suoi argomenti. Senza offendere il prossimo.
E soprattutto senza accusarlo, solo perché pensa diverso,
di essere passato con il nemico.
LUCA RICOLFI
da “La Stampa”
Ed ecco l’articolo che
si può leggere su www.polena.net
CASTRO IL GRANDE
Fidel Castro si è
dimesso da Presidente di Cuba e già in mattinata,
sui giornali on line, compaiono dei commenti. Non è che
i giornalisti siano fulminei, è che di solito, per molti grandi
personaggi, si tiene prudenzialmente nel cassetto un articolo
da pubblicare in caso di morte, con pochi aggiustamenti. Si
chiama “coccodrillo” proprio perché sono lacrime ipocrite,
in conserva. In questo caso, anche se si tratta di commentare
solo una “quasi morte” politica, i coccodrilli tornano utili.
Quello di Stefano
Biolchini, sul Sole 24 Ore, si segnala per la sua fatuità.
Pur col programma di descrivere luci ed ombre del regime
castrista, non riesce ad evitare la tentazione di descrivere
Castro come un grand’uomo. Un Davide che ha resistito ai
giganti cattivi. “Ha fronteggiato - da far tremare i polsi - l'ostile
vicinanza di, nell'ordine: Dwight D. Eisenhower, John F. Kennedy,
Lyndon B.Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter,
Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton, George W. Bush”.
Non amazzasette ma ammazzadieci. “Per te ho pugnato, per te ho
vinto”. Ma dove Biolchini si dà la zappa sui piedi, azzerando
totalmente la propria credibilità, è quando è
sicuro dell’eccellente sanità pubblica cubana, “come
ha testimoniato la scottante inchiesta di Michael Moore”. Ah, allora,
se lo dice Michael Moore!
Lasciando alla loro
sorte i flabellari e i corifei, che pure scrivono
su cotanti giornali, è giusto chiedersi in che m