ARCHIVIO FEBBRAIO 2008
LA LEGITTIMA DIFESA INTERNAZIONALE
Da anni, senza indossare una divisa e facendosi scudo della popolazione civile, i terroristi palestinesi sparano razzi sulle città israeliane. Sperano che ammazzino dei civili e ogni tanto, malgrado i brevi preavvisi delle autorità locali e la corsa ai rifugi, ci riescono. Ovviamente le proteste della popolazione israeliana sono state altissime ma il governo di Gerusalemme non ha saputo come fare per arrestare questo stillicidio di attacchi. Dal canto suo la comunità internazionale ha considerato i missili sugli israeliani un inconveniente meteorologico. È andata così finché i palestinesi non hanno migliorato la mira e la gittata dei loro razzi: allora la protesta dei cittadini è salita alle stelle ed ha provocato l’azione militare in atto. Tutto questo sembra normale e non è.
Non è normale che la società internazionale - tanto sensibile da piangere sulla morte di uno o due bambini colpiti per sbaglio - consideri ammissibile che i palestinesi i civili cerchino di colpirli intenzionalmente. Soprattutto non è normale che consideri “risposta non adeguata” un’azione militare mirante alla distruzione dei missili e dei terroristi che li lanciano. E tuttavia non è questo l’argomento di queste righe. Ciò che interessa è commentare il concetto di “risposta adeguata”.
Se il nemico che attacca è disposto a perdere cento uomini, non è risposta adeguata uccidere cento dei suoi uomini. Se si vuole evitare l’attacco, bisogna convincerlo che ne perderebbe non cento ma mille o duemila. La dissuasione funziona quando si minaccia una dolorosa asimmetria. La risposta è “adeguata” quando, di fatto, è in grado di convincere l’avversario. A un nemico ragionevole, basta minacciare un male appena più grande, a dei fanatici a volte non basta neppure dire “ucciderò dieci dei tuoi per ognuno dei miei”. La risposta adeguata non è scritta nelle stelle: è esattamente quella capace di ottenere l’effetto di dissuasione. Quand’anche bisognasse attuare un massacro.
Le critiche rivolte a Tsahal sono assurde. Visto che il governo locale, democraticamente eletto, è d’accordo con i terroristi, quell’esercito avrebbe il diritto di distruggere tutto, nella Striscia di Gaza, fino a coprire il raggio d’azione dei missili. In realtà si limita ad un’azione mirata a colpire i colpevoli, anche se ci sono danni collaterali. I coraggiosi assassini infatti si mescolano alla popolazione civile.
Ma forse è anche assurda l’azione di Tsahal. Perché c’è una risposta più semplice.
Il codice penale italiano prevede la legittima difesa all’art.52: “Non e' punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”. Se dunque Israele rispondesse ai missili palestinesi con un’azione simmetrica e contraria, cioè con missili fatti cadere a pioggia sulle città palestinesi, o sulla stessa Gaza, eserciterebbe il diritto alla legittima difesa. Ovviamente, sulla base della dottrina della dissuasione, dovrebbe inviarne  cinque o dieci per ognuno che ha ricevuto, e certo non le si potrebbe rimproverare di avere missili più potenti e più precisi di quelli di cui dispone Hamas. Quando poi i palestinesi cominciassero a vivere nell’angoscia in cui sono vissuti fino ad ora gli abitanti di Sderot, chissà che non comincerebbero a capire che senso ha il divieto di uccidere i vicini di casa  . Questa sarebbe la “difesa proporzionata all’offesa”.
Il mondo non si rende conto che il proprio atteggiamento, nei confronti di Israele, è pericoloso. La reazione furente all’ingiustizia può condurre un paese civile come la Gran Bretagna a bruciare vivi, intenzionalmente, cento o duecentomila civili colpevoli solo di essere tedeschi, come è avvenuto a Dresda. Chi, magari sostenuto dall’opinione pubblica internazionale o dall’Onu, crede di potere minacciare impunemente di morte sei milioni di ebrei non si rende conto che, dinanzi alla concreta prospettiva di un nuovo olocausto, Gerusalemme ucciderebbe tutti i palestinesi e tutti gli iraniani. Non sei milioni di nemici, ma dieci volte tanto.
Poi, come si dice, non ci rimarrebbero neanche gli occhi per piangere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 marzo 2008

IL FASCISMO QUOTIDIANO
Questo articolo di Mario Cervi corrisponde con estrema esattezza a ciò che gli anziani, che hanno vissuto quel periodo in prima persona, ricordano del fascismo. Fra l’altro, se questo era l’atteggiamento normale nella “nordica Milano”, s’immagini con quanta ironia fosse considerato il fascismo nel Sud.
Tuttora si discute, perfino con accanimento, se il fascismo sia stato solo autoritario o anche totalitario, se debba essere avvicinato per le sue caratteristiche alle più feroci dittature del Novecento, addirittura tracciando loro la strada, o se invece sia stato,con la diarchia Re-Duce, una singolare e ambigua creatura politica. Della quale – lo considero sottinteso - la repressione era comunque un elemento indispensabile.
 Al dibattito partecipano con slancio studiosi che il fascismo non l’hanno conosciuto se non attraverso le carte: il che è del tutto normale. Gli storici possono e debbono risalire indietro negli anni e nei secoli. Magari concedendosi, quando trattano vicende antiche, qualche maggiore libertà. «Sai Mario -mi diceva un giorno Indro Montanelli che nelle storie di Roma e dei Greci era stato pungente e divertente - Nerone non può dare querela, Fanfani può».
 Più che legittime, dunque, le incursioni nel fascismo di chi non l’ha vissuto. Ma,avendolo io vissuto dall’infanzia alla giovinezza, ho l’impressione che al fascismo siano addebitate, se non lo si è visto da vicino, spietatezze inesistenti, e attribuiti meriti che non ha avuto. Le due scuole di pensiero che sul fascismo si scontrano – la demonizzatrice e l’indulgente – obbediscono anche, la prima soprattutto, a un impulso politico. Bisogna enfatizzare i crimini del Regime per poi enfatizzare anche le glorie dell’antifascismo e della Resistenza.
 A questo proposito ritengo tuttavia necessario porre un punto fermo. Il fascismo è finito il25 luglio 1943. Il periodo fosco e tragico della Repubblica di Salò appartiene al nazifascismo, che fu cosa diversa e assai più turpe e sanguinaria. L’intrecciare quei due periodi costituisce un consapevole o inconsapevole falso. Un fatto dev’essere sempre tenuto a mente quando ci si riferisce al fascismo «normale»: tra i proclami, le intimazioni, gli slogan, le mistiche, le minacce vociferate dagli altoparlanti e la realtà del Paese correva una distanza siderale. Quasi nulla di ciò che era scritto, decretato, urlato trovava corrispondenza nella vita quotidiana, e dunque l’esercitarsi su quei documenti è interessante ma spesso fuorviante.
 Nato nel 1921, sono cresciuto nella Milano del «quadrilatero d’oro» che allora ospitava - prima che fossero scacciati dai troppo osannati «stilisti» - artigiani, botteghe, gente minuta. Ho fatto le elementari nella scuola di via Spiga. Per una visita di Mussolini a Milano noi bambini - doverosamente in divisa di Balilla - eravamo stati allineati in via Manzoni, ma l’Insonne tardava a passare e allora le mamme vennero una dopo l’altra a prendersi i pargoli,con la svogliata opposizione di centurioni e seniori in orbace che vedevano in pericolo la scenografia. Al passaggio del Duce la barriera di folla s’era ricomposta, ma di bambini ne rimanevano pochi.
 Poi vennero per me il ginnasio e il liceo al Parini. La cui attuale sede in via Goito era ancora in costruzione quando entrai in prima media: ci ospitava il collegio Longone nell’edificio occupato attualmente dalla Questura, in via Fatebenefratelli. Il fascismo fu per noi ragazzi un orpello fastidioso, non una passione e nemmeno una persecuzione. Mi guarderò bene dall’affermare, per farmene immeritatamente vanto,che il Parini fosse antifascista. Lo erano, in maniera ragionata e risoluta, solo alcuni di noi studenti. Voglio citare Antonio Cederna che per retroterra familiare e culturale poteva meglio valutare non gli aspetti grotteschi - visibili a tutti - mala povertà ideologica e politica del fascismo. Eravamo mormoratori, al più, non ci sfuggiva il coté comico della propaganda mussoliniana: ci divertivamo, nella mia classe, con imitazioni del giornale radio e dei suoi accenti vibranti.
 Ricordo due presidi, Guido Vitali che fu un raffinato traduttore dell’Eneide e, dopo di lui, Garavoglia. I docenti ignoravano la politica. Non saprei dire oggi come la pensasse Augusto Vicinelli, professore d’italiano, o come la pensasse il famoso latinista e grecista Edmondo D’Arbela (ma insegnava in un’altra sezione). I presidi dovevano, nelle solennità patriottiche o fasciste, tenere un discorsetto, ed era molto coinvolgente, nel tenerlo, Guido Vitali: che per tutta ricompensa, essendo ebreo,fu cacciato a causa delle leggi razziali. Quel provvedimento odioso rivelò a noi che gli volevamo bene la faccia crudele del regime. I giustificazionisti spiegano che c’era una gran differenza fra le leggi razziali italiane e quelle tedesche: nella lettera e soprattutto nell’applicazione. Lo so. E se pensiamo ai milioni di vittime nei campi di sterminio la perdita del lavoro può sembrare blanda. Era invece, per chi la subiva, una tragedia personale e professionale, oltre che una ingiustizia spaventosa.
 Chiamato alle armi - anzi «volontario» forzato - come tutti gli universitari della mia classe,ho conosciuto l’impreparazione penosa delle forze armate, la disorganizzazione, il disordine. Il battaglione cui appartenevo doveva essere mandato in Africa Settentrionale, un altro battaglione con molti miei compagni del corso allievi ufficiali era previsto che andasse in Sardegna. E loro un po’ ci prendevano in giro, chiamandoci «i morituri». Il mio battaglione finì nelle forze d’occupazione in Grecia, quello della Sardegna finì in Russia, e non ne tornò quasi nessuno. Con il suo bellicismo di cartapesta, la sua caricatura della romanità, le veline del Minculpop, i fogli d’ordine staraciani, le umilianti sconfitte militari - si può perdere una guerra ma uscirne a testa alta, l’Italia ne è uscita malamente -, il fascismo ha fatto molto male al Paese. Non dimentico poi né le condanne del Tribunale speciale, né l’Ovra, né il confino che sicuramente era cosa diversa da una villeggiatura. Non si tratta di negare le brutalità fasciste, si tratta di dimensionarle, raffrontandole ai comportamenti dei veri totalitarismi. I condannati dal Tribunale speciale e i confinati, sotto Stalin sarebbero stati tutti giustiziati, e con loro amici e parenti fino alla terza o alla quarta generazione. Una cosa soprattutto vorrei – da testimone - sottolineare. Il fascismo - quello precedente il 25 luglio - poteva incutere insofferenza, avversione, disprezzo. Paura no. O meglio: incuteva paura a una minoranza piccolissima e nobile di antifascisti dichiarati e schedati.
 La paura che negli autentici totalitarismi è sempre presente, aleggia ovunque, determina viltà e delazioni, nell’Italia in camicia nera non la si avvertiva. Quando Mussolini decise, con un grossolano errore di calcolo, di precipitare l’Italia nella Seconda guerra mondiale, era diffusa nel Paese, che amava la Francia, l’impressione che la Germania avesse già vinto la guerra: e che il Duce avesse agito con cinismo ma con realismo. Nessuna fabbrica si fermò. C’era, si dirà, la sorveglianza poliziesca. C’era anche nel marzo del 1943, quando in molte industrie del Nord ci furono scioperi, nonostante l’apparato poliziesco e le leggi di guerra. Scioperi antifascisti, si è sottolineato. Sì, scioperi antifascisti. Ma contro il fascismo che ormai, era evidente, stava perdendo la guerra.
Mario Cervi

A proposito della vicenda dei fratelli di Gravina Se si chiede la certezza della pena si pretenda la certezza della colpa
C'è un film che ben rende la realtà di una giustizia macchinosa e burocratica che schiaccia il cittadino in un confronto impari, e che soprattutto racconta l'effetto devastante che un errore giudiziario può avere sulla vita di una persona.
Il film è "Detenuto in attesa di giudizio", la regia è di Nanny Loy ed è stato girato nel 1971. La 7 lo ha trasmesso venerdì sera, e rivederlo alla luce della vicenda dei fratelli di Gravina fa un certo effetto.
Per mesi Filippo Pappalardi è stato l'uomo che ha ucciso i suoi due figli e ne ha nascosto i corpi. Con le accuse di sequestro di persona, duplice omicidio volontario e occultamento di cadavere, il 27 novembre è stato arrestato e oggi è ancora in carcere. Quando i corpi di Salvatore e Francesco sono stati ritrovati, e si è parlato di morte  accidentale, i pm e gli investigatori si sono guardati bene dal mettere in discussione l'impianto
accusatorio su cui avevano lavorato sino a quel momento.
Di più. Senza curarsi di chiarire su quale base fosse formulata la nuova ipotesi di indagine, hanno rilanciato, spiegando che i due fratellini erano caduti nella cisterna inseguiti dal padre. Tesi adottata dai giornali che hanno titolato sul virgolettato prontamente fornito dai magistrati. D'altronde la costruzione del "mostro" a tutto tondo - l'uomo era conosciuto come un uomo violento - era talmente passata nell'immaginario collettivo che Walter Veltroni, nello studio del tg di Emilio Fede quando è arrivata la notizia del ritrovamento dei cadaveri dei bambini, si è lasciato sfuggire un commento incauto attribuendo di fatto a Pappalardi la responsabilità.
Il punto però è che - sia o meno Pappalardi colpevole - per ora si parla di ipotesi investigative.


Non c'è stato nessun processo, nessuna sentenza. Invece di parlare nelle sedi appropriate i pubblici ministeri parlano sui giornali, con una visibilità che non è pari a quella della difesa. E i giornali fanno da grancassa ad ogni aggiornamento investigativo arrivi dalle procure. Di processi celebrati sui giornali e mai arrivati in aula se ne contano a decine. Sono casi giudiziari, ma sono anche vite - in questo caso quelle di un'intera famiglia - passate nel tritacarne dei mass media. Una gogna pubblica a cui ci si è oramai assuefatti, senza che né ai magistrati né ai giornalisti venga in mente di fare un passo indietro. Perché prima della certezza della pena, sarebbe più giusto pretendere la certezza della colpa.

da "Liberazione"

TUTTE STUPIDAGGINI
Dal gennaio 2008 l’attenzione di tutti è appuntata sulla caduta del governo Prodi e sulla competizione elettorale. Tuttavia, il vero avvenimento potrebbe essere un altro: la separazione del Partito Democratico da quei partiti che oggi sono confluiti nella Sinistra Arcobaleno.
Dalla fine della guerra, l’Italia ha avuto il più grande partito comunista del mondo libero e la sinistra moderata italiana, unica in Europa, ne è stata costantemente ipnotizzata. I socialisti sembravano scusarsi di non essere comunisti e i comunisti li guardavano come compagni privi di coraggio. Anzi, come politicanti inclini al compromesso, per sporchi interessi. La regola comunista che impone “pas d’ennemi à gauche” (nessun nemico a sinistra, nessuno che stia a sinistra può essere nostro avversario) si è estesa a tutto l’arco costituzionale e ha fatto sì che tutti abbiano cercato di cooptare i comunisti. Lo ha fatto anche la Dc e comunque si è mantenuto nei loro confronti un atteggiamento umile, come di chi dicesse: “lo so, sono un peccatore, ma non riesco a non peccare”. In Europa il socialismo è stato il fratello maggiore e il comunismo il fratello minore, da noi invece il fratello maggiore, quello coraggioso e perbene, è stato il comunismo, mentre il socialismo è stato il fratello minore, forse non cattivo ma certo non rigorosamente morale. E chi si meravigliava di questo stato di cose era guardato come un marziano importuno.
Questo atteggiamento ha avuto riflessi concreti all’inizio degli Anni ’90. I partiti si erano sporcata le mani con le ruberie e la corruzione generalizzata ma, mentre di questo erano colpevoli tutti, la sanzione (anche giudiziaria) ha colpito solo i partiti moderati e i socialisti. I comunisti, per definizione e per amnistia, sono rimasti duri e puri. Il loro partito è stato l’unico trionfatore e quello che poteva ancora vantarsi: “pas d’ennemi à gauche”. La stessa Rifondazione Comunista rimaneva un partito fratello con cui eventualmente si poteva andare al potere.
Lo schema ha funzionato finché la sinistra è stata all’opposizione. Da quei banchi si può protestare per qualunque cosa, si può chiedere la luna, si può denunciare ogni malefatta vera o presunta: ma le cose cambiano quando si va al potere. Qui “non si può mangiare la torta ed averla intatta”: e per questo i governi non sono durati. La prima volta sono caduti a ripetizione ed hanno lasciato un brutto ricordo, la seconda volta la legislatura è abortita dopo meno di due anni. Ora, finalmente, alla sinistra moderata è stato chiaro che non avrebbe mai più vinto le elezioni, alleandosi con la sinistra estrema, e per questo ha capito ciò che la storia e l’esperienza di tutta l’Europa le hanno ripetuto per decenni: che il comunismo è una teoria sbagliata che non va d’accordo né con la libertà né con la prosperità. Lo ha capito per interesse, lo ha capito con sessant’anni di ritardo, quando qualcuno non ci sperava più, ma c’è lo stesso da rimanerne stupiti. E si sarebbe lieti di avere delle spiegazioni.
Si immagini un astronomo che ha una governante appassionata di astrologia. Lo scienziato cerca per anni di spiegarle che i pianeti non possono avere nessuna influenza sulla vita degli uomini; che le costellazioni sono sistemazioni assolutamente arbitrarie della volta celeste; che i nomi ad esse dati sono di pura fantasia; che nascere in un periodo o l’altro dell’anno ha ben poca influenza sul carattere e sulle vicissitudini degli uomini e infine che è tecnicamente impossibile prevedere il futuro. La donna lo ascolta sempre lusingata dell’attenzione ma lo stesso, ogni mattina, come prima cosa legge l’oroscopo. L’astronomo infine si rassegna: è una mania innocente.
Un giorno la governante, tornando da fuori, dice tutta contenta di avere incontrato uno zio che non vedeva da decenni e l’astronomo non sa resistere alla tentazione: “C’era scritto, nel tuo oroscopo, che oggi avresti fatto un incontro importante?”
- L’oroscopo? chiede la donna con aria stupita. Ma non lo leggo da anni!
- E come mai?
- Sono tutte stupidaggini.
Dopo che il Pd ha deciso di correre da solo e di scaricare i comunisti, uno ha voglia di chiedere: e la lotta di classe? E la ridistribuzione della ricchezza? E il salario variabile indipendente? E l’illicenziabilità per chiunque? Possiamo immaginare la risposta:
-Tutte stupidaggini.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-1 marzo 2008

LISTE BUFALA!
Una volta c'erano le liste civetta. Oggi ci sono le liste bufala. Cambia l'animale, ma il concetto è sempre lo stesso: fregatura, inganno, imbroglio, turlupinatura, chiamatelo come vi pare. Perché stavolta parliamo dell'ultima supercandidata di Veltroni, la cosiddetta paladina dei precari.

L'avete letto su tutti i giornali: si chiama Loredana Ilardi da Palermo, operatrice di call center, stipendio 700 euro al mese. Una così ti pare che al Pd se la fanno sfuggire? E infatti: «Siamo il partito del lavoro», dichiara il segretario ai giornalisti abbracciando la sua protetta. Sorrisoni alle telecamere e vai con lo spot: siamo coi precari, aiutiamo i precari, viva i precari. Dice Walter: «La vera emergenza sono i precari». Continua: «È un dovere lottare per i precari». E ancora: «Loredana è lo specchio dei precari».

Bene: manca solo un piccolo particolare, proprio una bazzecola: dovete sapere che Loredana... non è precaria. Tiene un fior di posto fisso: contratto a tempo indeterminato. Ce l'ha messo per iscritto il suo datore di lavoro. Citiamo la sua lettera. «Gentile direttore - scrivono dalla ditta - la famosissima Loredana Ilardi, sbandierata da Walter come rappresentante dei precari d'Italia, non è assolutamente precaria. A suo tempo fummo noi a comunicarle l'indeterminato. E quanto ai 700 euro mensili, è ovvio: è un part time a 4 ore!». Capito? Se questo è l'emblema del precariato, allora Valeria Marini è l'emblema delle bionde naturali.

Ma si può? Ci ripetono da anni che l'Italia brulica di precari, sono dappertutto, dietro le porte, sotto i tappeti, a momenti escono dai tombini, i precari. E chi scelgono come rappresentante? Una col posto fisso. E va be‚ allora ditelo che è una pagliacciata: ci mettiamo il naso rosso, il cappellino e tanti saluti. Già si faticava a restar seri con la candidatura di Marianna Madia nel Lazio: ci dicono che è una «giovane venuta dal nulla», e poi si scopre che è amicissima di Enrico Letta, Giovanni Minoli e del figlio di Napolitano. Oggi ci presentano l'eroina dei precari, che però in realtà non è precaria neanche un po'. Insomma, altro che facce nuove: nel Pd candidano facce doppie.

Però adesso ci viene la curiosità: ma allora come le sceglie, Veltroni? Cioè, dove li trova i cosiddetti volti nuovi? È la stessa Ilardi a rivelarcelo, sulle pagine locali di Repubblica: «Domenica scorsa ci siamo incontrati a una manifestazione della Cgil - racconta lei -: abbiamo parlato e mi ha fatto la proposta». Tutto qui? È così che funziona? Ti incontro per caso e ti faccio la proposta? Tipo colpo di fulmine? Cioè, se domani Veltroni incontra per strada un pastore tedesco, candida in parlamento un pastore tedesco? E magari ce lo spaccia pure come simbolo dei precari?

Ora, va bene scherzare, ma intendiamoci: non ce l'abbiamo tanto con la ragazza candidata, che tra l'altro, seppur sottovoce, l'ha ammesso, che precaria non lo è più. Ce l'abbiamo con Veltroni che ce la vende per quello che non è. Perché questo significa prenderci per i fondelli a tempo indeterminato. Perché, se così stanno le cose, i grandi nomi del Pd altro non sono che specchietti per le allodole.

Anzi, per polli: e i polli in questione siamo noi che votiamo. Non solo: i polli in questione sono anche i tanti lavoratori precari - quelli autentici - che sul serio fanno le notti al centralino del telefono amico. Ma c'è poco da fare: se il telefono non è amico di Veltroni, loro il seggio se lo scordano. Perché questa, a quanto pare, è la trasparenza di Walter. Quella sì, davvero precaria.

Federico Novella per Il Giornale

IL TRILEMMA
Di seguito, parti di un articolo  del “Giornale” del 28 febbraio 2008, cui seguirà un commento che sollecita le risposte dei lettori.
“Roma - Niente archiviazione per Antonio Di Pietro, accusato di truffa, falso e appropriazione indebita per i rimborsi elettorali all’Italia dei Valori. … L’uomo che ha trascinato in tribunale il ministro [è] Mario Di Domenico, socio fondatore e fino al 2003 segretario di Idv, convinto che i fatti da lui rivelati configurino un reato e non semplicemente una discutibile condotta, così come affermato dal pm prima di chiedere l’archiviazione. Il «caso Di Pietro» sembra ruotare tutto intorno al giallo di un verbale che reca la data del 31 marzo 2003. Quel giorno i tre soci del «partito del gabbiano», Di Pietro, Di Domenico e l’onorevole Silvana Mura (tesoriera dell’Idv e anch’essa sotto inchiesta) si sarebbero ritrovati a Busto Arsizio per approvare il bilancio, indispensabile per accedere al rimborso elettorale. Su una copia di quel verbale, presentato in tribunale dall’Idv, compaiono le firme di tutti i presenti. Ma Di Domenico, e questo è il punto centrale dell’intera vicenda, ha dichiarato che in quella città non ha mai messo piede e che quindi la sua firma in calce alla fotocopia del documento è falsa.
Per conoscere la verità basterebbe prendere l’originale del verbale d’assemblea senza accontentarsi della fotocopia, che per di più, ha spiegato il legale di Di Domenico, Roberto Ruggiero, è senza data. Ma la procura, ad oggi, quell’originale non lo ha mai acquisito. Delle due, l’una: o qualcuno ha falsificato l’atto, oppure ha mentito Di Domenico. Se fosse vera questa seconda ipotesi, perché il denunciante non è stato incriminato per calunnia? Per il pm, invece, non ci sono dubbi. Il giallo del verbale non è stato sufficiente per chiedere il rinvio a giudizio dell’ex magistrato, anche per via della «rilevata conflittualità estrema che ispira l’attuale esponente».
Poco importa, dunque, che i fatti siano veri o falsi, e che questi fatti abbiamo portato all’approvazione di un bilancio prodromica all’incasso di soldi pubblici. Ciò che conta è l’eccessivo coinvolgimento emotivo di Di Domenico. … Di Domenico, due giorni fa, intervistato da Radio Radicale, ha spiegato che quella firma falsa posta in calce all’approvazione del bilancio dell’Idv, potrebbe configurare il reato di falso ideologico. … Quanto all’ipotesi di truffa, Di Domenico si chiede «in che modo Di Pietro, come socio unico della società di capitali Antocri abbia potuto acquistare, in due anni, 21 vani immobiliari al centro di Milano e di Roma, per un costo vicino ai due milioni e mezzo di euro». Da qui il sospetto del denunciante che quegli immobili siano stati acquistati stornando i soldi dal rimborso elettorale.
Gian Marco Chiocci e Luca Rocca”
Di un articolo di giornale si può pensare ciò che si vuole ma qui esiste un dilemma o, come diceva un burlone, un trilemma. O la firma sul verbale è falsa e Di Pietro è colpevole di falso e truffa. Proprio per questo risulta incredibile che la Procura non abbia acquisito l’originale del verbale, per ordinare una perizia calligrafica. Misteri dell’amministrazione della giustizia. O la firma sul verbale è vera e Di Domenico è colpevole di calunnia (reato del quale attualmente non è indiziato). Oppure niente di tutto questo è vero, e il “Giornale” dovrebbe essere denunziato per diffamazione a danno di Di Pietro e di Di Domenico. Ma non risulta neanche questo. A voi la parola.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it .. 28 febbraio 2008


L’ATTENZIONE POLARIZZATA
Ci sono degli scherzi rivelatori. Ne citiamo due. Per misurare l’intelligenza di uno studente, diceva professore, basta il test della vasca. Io chiedo: “Per vuotare una vasca disponiamo di un cucchiaino, di una tazza e di un secchio. Lei che cosa usa?” La persona normale dice “un secchio”, la persona intelligente dice “tolgo il tappo”.
Secondo scherzo. Si chiede: “So che tu sei competente in molte cose, per questo ti chiedo: si dice quattordici e undici fa ventiquattro o quattordici e undici fanno ventiquattro?” Molti risponderebbero “meglio fanno ventiquattro”, provocando la risata dell’altro: “Quattordici e undici fanno venticinque!”
In ambedue queste storielle c’è il sottinteso che si può far passare per scemo un po’ chiunque. In particolare chi ha – o crede di avere – una mentalità logica. In realtà, le persone che dànno la risposta sbagliata sono più intelligenti di quelle che danno la risposta giusta.
L’intelligenza, per essere produttiva, deve essere indirizzata al nocciolo del problema. Al test della vasca lo studente che da prima ha detto “il secchio”, e si è visto ridere sul muso, potrebbe dire: “Professore, posso farle una domanda io? Quanta acqua c’è, nella vasca?”. Il professore lo guarderebbe come un marziano ma lo studente potrebbe spiegare che, se acqua ce ne fosse pochissima, e solo nell’incavo del tappo, potrebbe essere il cucchiaino lo strumento più adeguato. Il professore a questo punto direbbe indignato: “Ma lei vuole cavillare? Noi abbiamo presunto che la vasca fosse piena!” “Ed io ho presunto che gli unici strumenti fossero quei tre, che il tappo non si potesse togliere. Allora, chi è lo scemo?”
Chi offre tre possibilità intende con ciò stesso che non ce ne sia una quarta. Diversamente l’interrogato potrebbe rispondere: io non uso né il cucchiaino, né la tazza, né il secchio e neppure tolgo il tappo perché non mi voglio bagnare. Chiamo la donna di servizio. Analogamente, se si offrono due varianti della stessa frase, si chiede una consulenza linguistica, non aritmetica. Chi si accorgesse subito dell’errore nell’addizione potrebbe sentirsi rimproverare che, quando gli mostrano la luna col dito, lui guarda il dito.
L’identificazione del problema è fondamentale per la polarizzazione dello sforzo intellettuale nell’unica direzione giusta. Il linguista non perde tempo per rifare l’addizione, perché non è quello che gli si chiede. Né trova umiliante che non abbia visto il banale errore dell’addizione perché, da umanista, farà probabilmente parte di quelle persone che, ai test d’intelligenza, risultano meno dotate di quanto non siano. Mentre dinanzi ad una sequenza di numeri chi ama la matematica ha forse l’acquolina in bocca, il cervello degli umanisti si chiude immediatamente e mentalmente gli si para davanti un cartello con su scritto, in caratteri enormi, “non hai speranza”. Ed è vero.
Nell’antichità non avevano trovato il test della vasca da bagno ma ridevano di gusto all’immagine dell’astronomo che, per guardare il cielo, cadeva in un fosso. Non si accorgevano di dire implicitamente che un asino, o loro stessi, risultavano così più intelligenti dell’astronomo. E non comprendevano neppure che, se la civiltà deve andare avanti, invece di irridere il vecchio astronomo caduto nel fosso, la prossima volta avrebbero dovuto fornirgli un asino che lo portasse dove doveva andare, dandogli anche la possibilità di studiare il cielo per strada.
Per non cadere nel fosso bastano gli asini.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27 febbraio 2008


ALCUNI COMMENTI AL PROGRAMMA DEL PD
Il programma del Pd è chiaramente un programma al quale non hanno messo mano i comunisti. Rispetto al governo Prodi è infatti un “programma d’opposizione”: e questo dimostra che la lunga associazione con gli estremisti di sinistra è stata un errore storico. Tanto grave che i Ds e la Margherita hanno creduto di potere avere un futuro solo liberandosi di loro. Insomma, prima hanno irriso Berlusconi che parlava di comunisti, ora i comunisti, loro, li hanno buttati a mare.
Il programma per certi versi è un libro dei sogni: non perché dica cose sbagliate ma perché in Italia le cose giuste a volte non si possono fare. C’è chi resiste. Passino i “tagli alla spesa” (finché si sta sulle generali, tutti d’accordo) ma che dire dell’eliminazione delle Province? Che servano a qualcosa o che non servano a niente, le Province sono centri di potere e fonti di stipendi. E se Berlusconi, con una maggioranza di granito, non è riuscito a scalfire certi gruppi di pressione (anche perché sponsorizzati dall’Udc, oppure sponsorizzati da Alleanza Nazionale, oppure sponsorizzati da ambedue), quante probabilità di riuscita avrebbe un governo di centro-sinistra, contro cui sparerebbero a palle incatenate sia il centro-destra sia l’estrema sinistra?
La riduzione delle imposte è ovviamente un programma allettante; addirittura necessario, in considerazione della congiuntura economica: ma non è mai stato il programma della sinistra. E per questo è poco credibile. Comunque, onore a chi riconosce le ragioni dell’avversario.
Si parla poi di testamento biologico e di riconoscimento dei diritti delle persone stabilmente conviventi. Progetti estremamente laici. Perfino estremamente razionali, se si vuole: ma contro i quali lottano la Chiesa e almeno mezzo Pd. Siamo sicuri che sia realistico annunciarli? Già oggi Famiglia Cristiana fa fuoco e fiamme contro la presenza dei Radicali, e contro la candidatura di Umberto Veronesi: è credibile, questa parte dei progetti? È solo coraggiosa.
Per le intercettazioni, il Pd è a favore “se servono all’autorità giudiziaria”, ma è necessario che qualcuno “risponda delle violazioni alla riservatezza”. E qui si ha voglia di sorridere. “Se servono all’autorità giudiziaria”, si dice. Ma non è la stessa autorità giudiziaria, che decide? E soprattutto, che senso ha dire che qualcuno dovrebbe “rispondere delle violazioni alla (recte “della”) riservatezza”? Forse che, fino ad oggi, è stato lecito violarla, la riservatezza? E se fino ad oggi nessuno ne ha risposto, perché dovremmo credere che si riuscirà in futuro a stroncare questo malvezzo? Diverso sarebbe il caso se si spiegasse in che modo si intende contrastare il deprecabile fenomeno.
Veltroni dice poi “basta con l’ambientalismo del no”. Atteggiamento da applaudire. Ma chi ha soffiato per anni sul fuoco dell’ambientalismo del no? I Ds e la Margherita , pur di non scontentare l’estrema sinistra e i Verdi sono andati perfino contro Mercedes Bresso, Ds, Presidente della Regione Piemonte, quando costei si batteva per la Tav. Oggi riconoscono che è stato un errore. E perché non cominciano col chiedere scusa alla Bresso e poi a tutti gli italiani? Dicano “basta” al governo, dimenticando che al governo ci sono stati proprio loro.
Il Pd è a favore di rigassificatori, termovalorizzatori, e Tav Torino-Lione. Tutte cose che erano sbagliate per il governo Prodi e che ora sono giuste per il partito presieduto da Romano Prodi. Come cambiano le cose, nel giro di un mese!
Mille euro ai precari. Bellissimo. Ma chi li paga? Se li deve pagare il datore di lavoro, bisogna sempre ricordare che l’alternativa è la non assunzione. L’idealista può benissimo invocare la carità per i poveri e l’assistenza gratuita per i malati, perché il suo mestiere è quello d’indicare la strada, non di pagare la benzina: ma per lo Stato è tutt’altra faccenda.
Poi si parla “un fondo per le cure odontoiatriche”. Eh sì, tutti abbiamo pagato un bel po’ di soldi, per esse. Tanto che qualcuno ha chiesto ad un famoso dirigente dell’associazione dei dentisti perché mai l’assistenza non fosse gratuita come per il resto delle specializzazioni. La risposta è stata lapidaria: “Non tutti hanno bisogno dell’ortopedico, dell’urologo o dell’oculista, ma tutti, prima o poi, hanno bisogno del dentista. Lo Stato non si può permettere questa spesa e la lascia dunque a carico dei cittadini. Ecco tutto”. Veltroni e i suoi amici hanno trovato il modo di risolvere questo problema?
Infine il programma propone una sola Camera con 470 deputati e un Senato delle autonomie con 100 rappresentanti. Cioè più o meno ciò che aveva realizzato il governo Berlusconi, con quella riforma costituzionale che il centro-sinistra si è fatto un punto d’onore di affossare. Che tristezza.
Prodi ha governato male e ora il Pd – di cui Prodi è presidente - propone un drastico cambiamento di rotta. La sterzata è giusta, ma non è meglio lasciar guidare chi quella strada la conosce meglio, perché l’ha sempre praticata?
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 febbraio 2008

L’ONESTÀ DEL CORRIERE DELLA SERA
Oggi nello “strillo” della pagina di apertura del Corriere on-line si legge: Il Cavaliere all’attacco di Veltroni. “Io sono laureato, lui è solo diplomato”. Traduzione: io sono una persona colta e Veltroni è un ignorante. Che la cosa sia vera o no, nessuna persona di buon gusto direbbe mai una cosa del genere. Non solo è difficile stabilire chi è più o meno colto, ma certo non basta sventolare una laurea, per questo. Il Cavaliere in questa occasione avrebbe dimostrato quel pessimo gusto che a ragione gli attribuisce la sinistra.
A ragione se il fatto fosse vero. Aprendo l’articolo, infatti, il titolo cambia. “Veltroni diplomato? Io solo laureato”. E qui il senso è diverso.  Si intuisce che non lui si è vantato di avere un titolo di studio superiore a quello di Veltroni, ma che al contrario qualcuno gli ha segnalato il titolo di studio di Walter come fosse chissà che. Per questo il Cavaliere avrebbe risposto ironicamente di essere “solo” laureato. Immaginiamo che, sporgendosi dal finestrino di una Punto,  qualcuno irrida un pedone sotto la pioggia: “Te la vedi brutta, nevvero?” E immaginiamo pure che il pedone, sventolandone le chiavi, gli risponda: “Sì, hai ragione: proprio oggi sarei dovuto uscire con la mia Ferrari”. Chi potrebbe dargli torto? Ma neanche questo secondo titolo dice la verità. Meglio leggere l’articolo.
“ROMA - Nel giorno in cui sfuma l'ipotesi delle larghe intese, Silvio Berlusconi va all'attacco del suo avversario. E lo fa con una battuta legata alla passione per il cinema dell'ex sindaco di Roma. Lo spunto glielo dà una donna che, intervenendo ad una convention romana di Forza Italia, si qualifica come attrice e gli chiede un impiego. «Deve farsi assumere da Veltroni - ha detto Berlusconi - è lui che ha il diploma in cinematografia, io sono semplicemente laureato con 110 su 110, non può venire da me. La signora -ha poi proseguito l'ex premier rivolgendosi alla platea- ha con me un rapporto continuativo: mi dice sempre, voglio lavorare nel cinema. Signora - ha proseguito - io non posso più telefonare a Saccá, le prometto che andrò a casa di Saccá e userò il citofono».
Ah, è così. Dunque, in primo luogo, si afferma che è sfumata l’ipotesi delle larghe intese, mentre Berlusconi, a domanda, ha soltanto concesso che in caso di pareggio non farebbe come Prodi. A sentire il Corriere della Sera si direbbe invece che, convinto di vincere con un piccolissimo margine, il Cavaliere proporrebbe a Veltroni la Grosse Koalition e Veltroni, pur avendo perduto le elezioni, rifiuterebbe sdegnosamente l’offerta. O gran virtù dei cavalieri antichi, direbbe l’Ariosto.
Ma il nostro problema sono i titoli di studio. È evidente che Berlusconi ha scherzato sulla vicenda Saccà e sul titolo di studio di Veltroni, che ha anzi trasformato in un “diploma in cinematografia” che forse non ha. Ci risulta infatti che Walter sia proiezionista. Non un artista del cinema, dunque, ma uno che sta nella cabina di proiezione dei locali in cui si proiettano i film. Ma questo non è il punto: il punto è che Berlusconi ha fatto una battuta e il Corriere della Sera si è comportato come i carabinieri delle barzellette. Tanto che, invece di ridere con Berlusconi, forse rideremo di Paolo Mieli.
Il Corriere non ha simpatia per Berlusconi. È un suo diritto. Potrebbe dire che è un pessimo politico, che si comporta da padrone del suo partito, che è un male per l’Italia, ma una cosa dovrebbe evitare: stravolgere le notizie. Perché, invece di danneggiare Berlusconi, danneggia se stesso.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  24 febbraio 2008

CUBA: FINE DEL REGIME?
Robert Kagan, sul New York Times, si augura che la malattia di Fidel Castro e il passaggio del testimone al fratello Raúl possano essere l’occasione d’oro per riportare Cuba alla democrazia. Gli Stati Uniti dovrebbero revocare l’embargo in cambio di elezioni veramente libere: con una libera stampa, con veri partiti di opposizione, sotto controllo internazionale. La più semplice risposta che si potrebbe dare a questo progetto è costituita da due parole nella lingua più familiare a quel politologo: wishful thinking. Pio desiderio.
La democrazia è un regime desiderabile per i molti, non per i pochi. Per il popolo, non per il tiranno. Quando si parla col tiranno bisogna sempre tenere presente che la democrazia non è nel suo interesse: alle sue orecchie suona solo come la proposta di rinunciare al potere e ritirarsi a vita privata. Se gli va bene. Perfino un autocrate timorato di Dio, sinceramente dedito al bene del suo paese e fra i meno sanguinari della storia, come Francisco Franco, è rimasto el Caudillo fino alla fine. Ha preparato la Spagna alla democrazia, ma per dopo la sua morte. Finché ha avuto un alito di vita, è rimasto l’Unto del Signore.
Può certo avvenire che l’autocrate lasci il potere volontariamente (Silla, Pinochet), ma è di gran lunga il caso meno frequente. Le tirannie di solito cessano, oltre che per la morte dell’interessato, per una sconfitta militare, per una rivolta di palazzo o per una rivoluzione di piazza. Anche in questi casi, tuttavia, la fine del regime si ha perché si è insinuato il germe della rivolta. Qualcuno – una persona o un gruppo di persone - si sente abbastanza forte e sostenuto per rovesciare un potere che non fa più la paura che faceva un tempo. Se nessuno si è azzardato a complottare contro Stalin è perché il georgiano era un tale genio, nella repressione spietata, che si rischiava la testa a solo pensare che egli non fosse Dio in terra. Bastava un gesto, uno sguardo, un sospetto, e tutto era perduto. Se invece è stato facile sbarazzarsi di Gorbaciov, che pure sulla carta aveva gli stessi poteri di Stalin, è perché nessuno ne era terrorizzato. Era venuta meno la molla principale del potere tirannico, per come afferma Montesquieu: la paura.
Le tirannie possono dunque cessare per vari motivi ma l’ultimo della lista è certo quello di cui parla Kagan. Che cosa può importare a Fidel Castro o a suo fratello, della fine dell’embargo degli Stati Uniti? A loro personalmente non manca nulla. E nemmeno ai loro accoliti. Inoltre quell’embargo è una scusa preziosa per giustificare la drammatica indigenza in cui vive il popolo. La fandonia è tanto assurda (l’isola può commerciare col resto del mondo) quanto comoda: ma gli adoratori di Castro, a Cuba come in paesi tanto lontani quanto l’Italia, l’ingoiano entusiasti.
Può darsi che il prolisso regime castrista si avvii alla sua fine perché tutto ciò che è umano ha un termine. Può darsi che ci siano già in giro, all’Havana, i germi della sua decomposizione. Può darsi che qualcuno stia solo aspettando che Fidel non ci sia più, per sbarazzarsi della sua controfigura e prendere il potere. Ma quando? E poi, per passare alla democrazia o per instaurare un’altra dittatura? Nessuno può dirlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 febbraio 2008

Quell'ignorante di Michele Serra Michele Serra è il teorico della superiorità della razza di sinistra, questo si sa. La cosa che non sapevo era che l'umoralista di Rep. fosse anche digiuno di informazioni elementari. Gli mancano le basi, si diceva una volta. Ecco che cosa ha scritto oggi: "Ahmadinejad non è affatto un dittatore. E´ un presidente liberamente eletto, che governa nel nome del popolo" e altre scemenze del genere. Serra non sa che l'Iran non è una democrazia, non sa che i candidati alla presidenza e al Parlamento e alle cariche locali sono scelti dal clero, cioè dai dittatori teocratici installatisi a Teheran nel 1979. Serra non ha idea di che cosa sia il principio costituzionale della Velayat-e Faghih, cioè del governo del saggio, cioè degli ayatollah, che guida tutto: lo stato, l'esercito, la giustizia. Serra non sa niente, ma scrive senza sapere di non sapere niente. Qualcuno gli segnali non dico gli articoli di Carlo Panella, perché sarebbe troppo, ma almeno quelli che spiegano perfettamente come funziona la teocrazia iraniana pubblicati da Repubblica.

dal blog Camillo


LA SPAZZATURA DI LAVOISIER
In un giorno di grande calura molti, incontrando un amico, cominciano col dire: “Accidenti che caldo, vero?” Come se servisse a qualcosa. Come se l’altro non sudasse anche lui. Wittgenstein ha più o meno detto che su cui di cui non si può dire nulla di ragionevole è meglio tacere: e se questo vale per una giornata calda, figurarsi per la spazzatura di Napoli. Chi non è indignato, chi non dice che bisognerebbe risolvere questo problema, chi non dice che la Pubblica Amministrazione è imperdonabile, per questo disastro? Tutto è talmente ovvio che, seguendo l’invito del filosofo austriaco, è meglio non parlare della spazzatura di Napoli, se non per capire l’origine sociologica del fenomeno.
L’immondizia è, per definizione, qualcosa che nessuno vuole. Non volerla significa “portatela lontano da me”. Ma “lontano” è un termine relativo. Pechino è lontana e Atene è vicina, ma non per chi abita a Tokyo. E ogni volta che qualcuno non vuole i rifiuti accanto a sé è come se dicesse che li vuole più vicini a qualcun altro. Soprattutto in una regione con alta densità di popolazione come la Campania. Il problema può divenire insolubile. O, almeno, è insolubile se non si considera la fine del famoso principio per cui “nulla si crea e nulla si distrugge”: Lavoisier infatti ha concluso “ma tutto si trasforma”. Se i rifiuti non possono essere distrutti, si possono trasformare. E si trasformano con i termovalorizzatori. Fin qui la ragionevolezza.
Il pregiudizio però la pensa diversamente: i rifiuti non devono stare da nessuna parte, perché dovunque sonno vicini a qualcuno. Se poi si parla di trasformarli, tutti, ammaestrati dagli ecologisti, obiettano: ci hanno anche detto che gli inceneritori, i termovalorizzatori, o come volete chiamarli, producono schifezze. A cominciare dall’anidride carbonica. E dunque non vogliamo neppure quelli. E allora? Non rimane che pregare San Gennaro di risolvere il problema e, nell’attesa, lasciare la monnezza marcire per strada.
L’episodio è significativo per più di un verso. Viviamo in un periodo di tale prosperità, di tale comodità del vivere, che i principi del povero Lavoisier fanno sorridere. Rifiutiamo l’energia del nostro tempo, cioè l’energia nucleare? E non succede niente, ce la caviamo lo stesso: le lampadine si accendono, i televisori scintillano con mille colori, che problemi ci sono? L’elettricità costa cara? Non è colpa di nessuno. Se qualcosa non è disponibile nel nostro territorio l’importiamo. Se qualcosa non ci piace, decretiamo che non esiste. La scopiamo sotto il tappeto. Siamo tutti adepti di un mondo perfetto e inverosimile in cui i moralisti vorrebbero vietare l’aborto legale e la prostituzione, illudendosi che spariscano dalla pratica;  in cui i treni corrono veloci a base di pannelli solari, anche quando non c’è il sole; in cui gli insetti e le malattie delle piante stanno lontani dalle nostre colture biologiche solo per farci piacere e per farci vedere che apprezzano i nostri principi. Insomma, l’umanità è dissennata e l’umanità italiana è dissennata al quadrato. Quel ch’è peggio, la realtà non ci disillude se non con grande ritardo. Anni fa si fece una colletta per la fame in India, dimenticando quanti sono gli indiani e quanti siamo noi: ma il gesto era così bello che noi allora abbiamo risolto il problema della fame del Terzo Mondo.
Per questo si può benedire la spazzatura di Napoli. Finalmente un disastro cui non si è saputo porre rimedio neppure a costi pazzeschi. Finalmente Lavoisier vince. Finalmente un emerito ministro come Pecoraro Scanio riesce a vedere che i termovalorizzatori (che in Germania bruciano la spazzatura napoletana) sarebbero, forse, chissà, magari una cosa utile. E con una cura di fosforo comprenderebbe perfino che la raccolta differenziata ha senso se poi ci sono delle industrie capaci di servirsi di quel vetro, di quel metallo, di quella plastica, di quella carta.
Deprecare la spazzatura a Napoli? Per niente. Forse sarebbe bene che tutta l’Italia fosse ricoperta dai rifiuti. Molti non conoscono Lavoisier ma tutti riconoscono la puzza della spazzatura: e se è l’unica cosa che sanno “leggere”, è bene fornirgliene una copia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 febbraio 2008


Noi, germi cancerogeni
Un amico mi scrive per sapere come mai manca, a volte, il mio articolo settimanale su informazionecorretta perche', dice,  e' un appuntamento cui e' abituato e quando non lo trova rimane deluso. Che dire? Fa piacere avere lettori affezionati ma provero' a spiegare ancora una volta  il blocco che mi prende e la rabbia che mi assale, una rabbia furibonda che fa tremare le mani sulla tastiera, una rabbia cui segue il vuoto totale che poi lentamente si riempie della disperazione di sentirsi tanto odiati, disumanizzati, trasformati in un'entita' astratta da umiliare, boicottare, dileggiare, un popolo trasformato in un microbo da eliminare per la buona salute mondiale.
Uno apre gli occhi alla mattina, accende la radio e sente una persona, che probabilmente dovrebbe curarsi il cervello, dire con calma e freddezza che Israele e' un germe cancerogeno, uno sporco microbo di cui il mondo deve liberarsi  quanto prima. Questa persona non e' un qualsiasi cittadino di questo mondo ma e' il presidente di una nazione immensa, l'Iran, che sta preparando il mezzo necessario per distruggere questo cancro fatto di 5 milioni di ebrei israeliani.
Ahmadinejad vuole spazzare via Israele, vuole estirpare il cancro, vuole liberare il mondo da questo virus. Lo sta gridando da anni, non da giorni, da molti anni, senza mai stancarsi.
E il mondo che dice?
Niente.
Il mondo aspetta le Olimpiadi di Pechino (a proposito, chissa' se il professor Vattimo sa che una volta esisteva il Tibet).
Niente.

Il mondo non dice niente perche' la disumanizzazione in atto da anni contro Israele che sembra abitato solo da soldati o religiosi, comunque brutti e cattivi, si e' insinuata nella mente della gente in modo tale da trasformare in un Male Cosmico un popolo fatto di famiglie, di bambini, di vecchi, di innamorati, di artisti, di intellettuali, di gente che lavora, che ha il raffreddore, che ride, che piange, di persone che hanno sofferto e soffrono.
La battente propaganda  araba ha raggiunto risultati che solo il nazifascismo e il comunismo erano riusciti ad ottenere tanto da poter sterminare milioni e milioni di ebrei, in Europa e in Unione Sovietica, senza che nessuno alzasse un dito. 
Bene, andiamo avanti.
Dopo aver appreso di essere un germe cancerogeno e un malefico virus, uno  che fa? Va a bere il caffe' per tirarsi un po' su la pressione.
Apre il giornale e cosa legge?  Che in USA e Canada, alcune universita' preparano La settimana dell''apartheid, una settimanina di odio in cui, oltre ad accusare Israele  delle solite malefatte,  si chiedera' formalmente che Israele diventi Palestina  e che ebrei e arabi vivano insieme in questo nuovo stato in cui gli ebrei diventerebbero una minoranza di dhimmi per poi scomparire per sempre.
C'e' chi ama la settimana bianca sulla neve e chi preferisce la settimana di odio antiebraico sognando una definitiva Shoa'.
Questione di gusti.

 
Sempre quel povero Uno  che ormai sente un senso di soffocamento, volta pagina del giornale e viene informato che il vicepresidente del Parlamento Europeo, Luisa Morgantini,  nella sua immensa bonta',  consiglia gli israeliani di piantarla di rispondere ai kassam che piovono sul Neghev, della serie "state buoni , fatevi ammazzare e tutti vi ameranno".
Si, perche' , oltre al soldato e al religioso che ammorbano con la loro illegittima presenza la Palestina, esistono tre categorie di ebrei nell'immaginario comune:
Gli ebrei morti che, se sono tanti, qualche milione, fanno tenerezza , si possono organizzare giornate della memoria, ricordarli con qualche lacrimuccia,  tanti  bei discorsi, fare bella figura e, cosa che non guasta, propaganda elettorale.
Gli ebrei vivi  che, se si difendono, sono invece fastidiosi, antipatici, fascisti, peggio di Ben Laden, perche' non rientrano negli schemi europei abituati da sempre all'ebreo che non si ribella, che soffre in silenzio, che si rifugia nella preghiera o nei libri in attesa del prossimo massacro.
Infine  il peggio del peggio,  l'ebreo col fucile in mano e la testa alta, pronto a rispondere al fuoco nemico, questo ebreo  li spiazza, li sconvolge e li fa infuriare tanto da avere la bava alla bocca.
Beh, ormai il caffe' ha preso il sapore del fiele e uno, prima di mettersi a lavorare,  pensa di andare a fare un giro in internet e la' raggiunge l'apocalisse, affoga in  un mare, un oceano, una galassia di odio allo stato puro. 
C'e' di tutto e di piu'. La testa gira perche' si non sa cosa leggere:
Si incomincia con le puntate sul boicottaggio di Israele al Salone del Libro, con le dichiarazioni di  follia dei seguaci del filosofo torinese Vattimo e del suo fratello nello spirito Tariq Ramadan.
La gente parla  di questa vergogna ? Fa commenti? Si , ne parla ma  con molta calma, senza indignarsi, ormai l'uomo della strada e' abituato a  sentire che Israele e' il demonio, che Israele e' l'assassino ( lo legge ad ogni passo anche sui muri delle citta' italiane), che Israele ammazza i bambini quindi e' normale che un simile demonio sia boicottato.
Cosa c'e' di strano?!

La gente sente  la notizia e non  gli si muove neanche un pelo.
Gli unici a indignarsi siamo noi ebrei, e neanche tutti, e naturalmente chi ci ama e ama Israele.
Prosegui la lettura in questo cosmo di odio e leggi che uno dei tanti tizi che ammorbano il web con   siti antisemiti, ha postato un elenco di ebrei e presunti ebrei accusandoli di voler conquistare il  mondo e controllare tutto e tutti.
Cambi sito e trovi un altro elenco, quello di intellettuali di pura razza ariana firmatari  di un documento intitolato "Gaza vivra'" in cui si elencano  le menzogne piu' rivoltanti e le infamita' piu' disgustose. Tra i firmatari di questa porcheria non tutti sono di pura razza ariana, vi sono anche islamici e anche qualche ebreo che vorrebbe tanto poter essere ariano ma non puo'  e allora si sfoga odiando se stesso.
Tiri un sospiro, lasci il computer per overdose di odio,  prendi una sigaretta nel tentativo di calmarti, accendi la TV e ti trovi davanti Stella Pende, inviata di Panorama, che parla di Gaza e dice, presa dalla foga e dall'indignazione, che Gaza e' il posto piu' popolato del mondo e che unmilioneemezzo di persone sono tenute prigioniere in uno spazio piccolissimo. "Peggio di Abu Graib e molto peggio di Guantanamo", grida agitatissima.
Non nomina hamas, non parla del colpo di stato di Haniye' che, dopo aver ammazzato centinaia di palestinesi, si e' separato da Mahmud Abbas perche' questi  voleva  dialogare con Israele. Non accenna alle migliaia di kassam che piovono su Sderot e l'intervista si conclude con una immagine della bionda giornalista  che , rispettosamente velata, parla con la belva di Hamas, il boss Haniye'.
Alla fine uno si mette a lavorare anche per distrarsi  e tirare il fiato e alla pausa  pranzo viene a sapere che Gerusalemme e' una Capitale senza stato  intorno.
Lo dice il sito http://www.monopolyworldvote.com/en_US/world che in origine aveva situato Gerusalemme in Israele ma che aveva subito corretto  a causa delle proteste arabe.
Gerusalemme e' senza Stato, di conseguenza Israele, unica nazione al mondo, e' priva di capitale.
Nessuna meraviglia, lo dicono da 60 anni, lo dicono per paura, per vilta', per convinzione, dipende se sono naziislamici , comunisti o semplicemente dei cagasotto.
Credete sia finita? Illusi! C' e' Google Earth che definisce Kiryat Yam, citta' israeliana vicina a Haifa,  territorio palestinese perche'  costruita, secondo G.E., sulle rovine di una villaggio arabo. La citta' protesta immediatamente,   il sindaco porta le prove dell'errore ma Google non smentisce e non cancella. La falsa notizia restera' la' per anni a nutrire di odio l'animo della gente.

E cosi' si va avanti tutto il giorno, ogni giorno e' la stessa musica, ogni giorno si viene mitragliati da diffamazioni, da bugie, da delegittimazioni, da ingiurie.
Vieni a sapere, e la nausea ti assale forte, che il Centro Culturale Candiani di Mestre proietta il film "Jenin Jenin, quello che il mondo deve sapere di Mohammad Bakri".
L'evento, organizzato in collaborazione con Pax Christi, e te pareva che non c'entravano , rientra nelle iniziative di solidarietà al regista arabo israeliano, finito sotto processo, perché accusato da cinque soldati di vilipendio delle forze armate israeliane.
Mohamed Bakri e' un mistificatore, un imbroglione, lui stesso ha ammesso di aver lavorato di fantasia ma, siccome e' palestinese,  gli si deve credere, siccome e' palestinese bisogna raccogliere soldi per pagare il processo intentato contro di lui  e da lui perso,  dai soldati israeliani entrati a Jenin.
Insomma  non ci lasciano vivere, non ci permettono di respirare, gli attacchi contro Israele sono quotidiani e ti avvolgono come una tela appiccicosa di ragno da cui non riesci a liberarti e piu' cerchi di toglierla piu' ti appiccica addosso. Un odio e una cattiveria mai espressi contro nessun altro stato al mondo, contro nessun altro popolo.
Tutto questo va inesorabilmente a mescolarsi alla disperazione per  i kassam che colpiscono Sderot facendo morti e feriti e le persone pazze di paura.
Alla preoccupazione per le minacce di hezbollah che si sta preparando a un'altro attacco missilistico contro Israele che sta gia' disponendo i patriot.
Alla pretesa dei palestinesi di avere Gerusalemme e di mandarci in casa i loro profughi.
Alle ingiurie che ci piovono addosso.
Noi ebrei, scimmie e maiali per tutto il mondo arabo.
Noi ebrei, germe cancerogeno per il dittatore iraniano.
Noi ebrei, cancro immondo per hezbollah e hamas e per i loro amici.
Sporchi ebrei per l'occidente che non capisce che difendere Israele sarebbe difendere se stesso.
Anni fa dicevano Israele discolpati.
Oggi dicono  Israele muori.
 
 Deborah Fait - www.intormazionecorretta.com

CANDIDARE O NO I CONDANNATI
Secondo “La Stampa”, il Pd e Di Pietro avrebbero deciso di non candidare persone penalmente condannate, anche se solo in primo grado. E sono in molti ad essere di questo parere. Si sostiene che chi deve votare le leggi e chi ci deve governare deve essere al di sopra di ogni sospetto. È vero che a norma della Costituzione il cittadino normale deve essere considerato innocente fino a sentenza passata in giudicato, anche se ci volessero dodici anni: ma il politico, per non apparire favorito come appartenente alla “casta superiore”, come ventila Riccardo Barenghi sulla Stampa, non deve approfittare di questa regola. Raramente si sono messe insieme tante affermazioni discutibili.
Quando la Costituente ha stabilito il principio dell’art.27 – “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” – lo ha fatto non per favorire una categoria di cittadini ma in base al principio che, prima di quella condanna, non si può sapere se la persona sia colpevole o no. Anzi, dal momento che l’esistenza stessa del procedimento è pregiudizievole per il buon nome dell’imputato, questo buon nome deve essere tutelato. La sentenza finale potrebbe essere d’assoluzione e per questo è giusto che sia condannato per diffamazione chi chiamasse assassino un condannato per omicidio in primo e secondo grado.
Tutto questo, al cittadino comune, sembra garantismo eccessivo. E non lo è affatto. Non bisogna dimenticare che una buona percentuale di accusati è assolta. Dunque, penalizzarli permettendo a tutti di metterli alla gogna, mentre sono ancora sub iudice, o vietare loro di fare politica, corrisponderebbe a condannarli prima di sapere se sono colpevoli. Inoltre, alcuni reati sono per così dire “professionali”. Un giornalista può essere stato condannato per diffamazione, perché il suo mestiere lo espone sempre a commettere questo reato, così come un camionista può essere stato condannato per omicidio colposo, visto che col suo mestiere rischia infinitamente di più di una casalinga. In altri termini, bisognerebbe prendere in considerazione quei reati che sono insieme dolosi (la diffamazione lo è, l’omicidio colposo non lo è) e gravi (la diffamazione non lo è, l’omicidio colposo lo è). Ma a questo provvede già la legge, che prevede l’interdizione dai pubblici uffici.
Dopo tutti questi rilievi precisamente tecnici, è il caso di esporne uno più di fondo. Coloro che invocano quella norma scambiano la giustizia umana per la giustizia divina. I giudici non sono i moralizzatori della società, non sono i raddrizzatori dei torti, non sono né Zorro né Michele Arcangelo con la spada fiammeggiante. Stabiliscono una “verità processuale”, non una verità effettiva. Nel senso che la verità effettiva può essere diversa da quella processuale: il condannato con sentenza definitiva per omicidio potrebbe non aver commesso il fatto, checché abbiano detto tre gradi di giudizio. Infatti, se così non fosse, non esisterebbe l’istituto della revisione del processo. Se poi si ammettesse il principio che piace tanto agli incompetenti (e a Di Pietro), cioè se si stabilisse l’incandidabilità di chi è condannato in primo grado, o peggio solo imputato, la possibilità di fare politica dipenderebbe dal beneplacito di tutti i Pm d’Italia. Sei mesi prima delle elezioni un quisque de populo con la toga sulle spalle, fra Bolzano e Trapani, potrebbe accusare un politico di aver rubato la Torre di Pisa (l’esempio è di Piero Calamandrei), e quel politico sarebbe escluso dalla tornata elettorale. Per poi essere assolto con tante scuse. Come si possono sostenere seriamente simili tesi? Almeno mezza Italia nutre più che un sospetto che nei confronti di Silvio Berlusconi sia stato posto in essere un eccezionale accanimento giudiziario (si pensi già soltanto al processo Sme): come affidare ai giudici un potere politico esorbitante?

Infine è assurdo sostenere che l’applicazione dell’art.27 della Costituzione ai politici costituisca un favore alla “casta” dei politici. Sarebbe come dire che ognuno di noi ha il diritto di ubriacarsi o di divorziare ma nel caso dei parlamentari è un favore per la casta, e dovrebbe essere loro vietato per legge. Loro devono essere di esempio. Si passerebbe così al privilegio negativo. Un privilegio in latino era una “lex in privos lata” - legge ad personam, diremmo oggi - e si tratta di un’ingiustizia sia che favorisca qualcuno, sia che lo sfavorisca.
La legge deve essere uguale per tutti e simili progetti dovrebbero essere abbandonati. Anche da certi ex-magistrati che dovrebbero tornare all’università. Per studiare agraria.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008


FERRARA
Giuliano Ferrara, per fama universale, è un uomo intelligente. Secondo gli ingenui l’intelligenza dovrebbe tenere lontani dalle sciocchezze, ma non è così. Nell’uomo raramente essa è alla guida dei comportamenti personali. La maggior parte delle volte è ottima per risolvere problemi tecnici, ma non per altro.
S’immagini che un uomo molto dotato si innamori di un’ochetta: forse che sarà meno innamorato di un uomo mediocre? Userà il suo acume per trovare genialità nelle sue osservazioni ingenue; freschezza poetica nel suo infantilismo; grazia sovrumana nelle sue moine. Tutta la sua capacità logica sarà utilizzata per dare ragione alla sua emotività. Solo quando l’innamoramento sarà finito si meraviglierà lui stesso di avere adorato quella donna. L’intelligenza, in questi campi, serve a poco.
Ferrara è in queste condizioni. Non si è innamorato di una donna ma di un’idea madre, e ora cerca di sposarne la figlia. L’idea madre è che nulla sia più nobile di una concezione religiosa della vita, anche se Dio non dovesse esistere ed anche se non si appartiene ad una data Chiesa. Per questo il suo “Foglio” si è trasformato in una sorta di giornale di monaci miscredenti, o di laici in cotta e stola. Un illeggibile ossimoro cartaceo.
Fino a questo punto, bastava saltare tutti gli articoli in cui si parlava di mistero, di Dio, di Chiesa, di oltretomba e di metafisica varia. Il giornale rimaneva leggibile per il resto, anzi col vantaggio di richiedere meno tempo di prima. Il guaio è nato quando ha cercato di sposare una delle idee-figlie: stavolta la lotta contro l’aborto.
Per sapere con quali argomenti ha sostenuto questa battaglia bisognerebbe aver letto il suo giornale, su questi argomenti, cosa che non abbiamo fatto. Anche perché si rimaneva bloccati alla semplice parola “moratoria” che significa “sospensione”: e come si può sospendere l’aborto? O lo Stato sospende la validità della legge 194 - rendendo l’aborto un reato, come era prima - oppure tutte le donne che hanno deciso di abortire rinunciano al progetto, per fare un piacere a Giuliano Ferrara. Poiché ambedue le proposte sembrano deliranti, ci si può sentire esentati dal leggere le paginate che il Foglio ha dedicato all’argomento. Se qualcuno può dimostrare in meno di mezza pagina perché questo concetto di moratoria è azzeccato, applicato a questo argomento, in molti gliene saremo grati.
Ferrara si è innamorato di questa crociata e ci si è buttato a capofitto. Ha scambiato la propria infatuazione per sacro fuoco, il ridicolo per sprezzo del pericolo. Ha dimostrato ancora una volta la validità del vecchio proverbio per cui Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. Com’era ovvio, i grandi partiti si sono ben guardati dal dargli corda. Molti – Berlusconi in testa – gli vogliono bene, ma averlo a fianco, in una campagna elettorale, è un pericolo gravissimo. Già un partito di centro-destra rischia sempre di essere ritenuto vagamente chiesastico, arretrato e codino; ci mancherebbe che si associasse con qualcuno che può essere ritenuto anti-femminista, reazionario, maniaco religioso. E che vuole rendere di nuovo reato l’aborto, dopo che al riguardo si è anche avuto un referendum.
Molti anni fa, dopo che Ugo La Malfa ebbe preso una posizione che gli risultava incomprensibile, Montanelli scrisse che La Malfa era stato sostituito da uno che si chiamava Ugo La Malfa, aveva l’aspetto di Ugo La Malfa ma non poteva essere il vero Ugo La Malfa. Nello stesso modo, in molti aspettiamo che il tempo ci restituisca Giuliano Ferrara. Quello vero.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
20 febbraio 2008

D’ALEMA L’INGENUO
D’Alema, a Radioanch’io di oggi 20 febbraio 2008. ha affermato: "Conosco Veltroni da molti anni e questa immagine buonista e ingenua non gli si attaglia. Ha invece una volonta' molto forte e determinata. Anzi, al di la' degli spigoli, qualche volta credo di essere piu' ingenuo io...".
Il grande Montanelli, per spiegare come si possono dire due cose sostanzialmente opposte con le stesse parole, forniva questo esempio: se di uno dico “è cinico ma intelligente”, lo lodo; se invece dico “è intelligente ma cinico” lo critico. La tesi si adatta benissimo alle parole di D’Alema. Si può sostenere che egli ha voluto smentire l’immagine di uomo molle e mite che si è cucita su Veltroni, riaffermandone la “volontà molto forte e determinata”, ma quell’aggiunta, “qualche volta credo di essere piu' ingenuo io...”, che avrebbe dovuto solo costituire un’iperbole, può anche essere letta come una pugnalata al candidato premier.
Veltroni un uomo mite? In realtà è uno che, come Sisto V, ha dato ad intendere di non tenere affatto alla carica di papa solo per ottenere ancor meglio l’investitura. Si è tenuto fuori dalla politica attiva, ha parlato di Terzo Mondo e di Africa, ha promesso che, finita la sindacatura, si sarebbe ritirato a vita privata (magari per riprendere l’aratura del campo di Cincinnato!), ed ecco che improvvisamente realizza un capolavoro: da sindaco nemmeno uscente (non si sa mai) a ras della Margherita e dei Ds riuniti nel Pd. Ottenuto questo, ha rinnegato sostanzialmente Prodi, affinché il discredito di quel nome non gli ricadesse sulle spalle, ha emarginato D’Alema, di cui nessuno parla e infine – approfittando del fatto che una vittoria è improbabile – ha effettuato una virata verso il centro che corrisponde alla Bad Godesberg tedesca: all’accettazione della natura socialdemocratica e sostanzialmente anticomunista di un moderno partito di sinistra europeo.
Ecco quello che ha voluto dire D’Alema: Veltroni un buono? Veltroni è uno che non si è sporcato le mani e che oggi fa le scarpe a Prodi, a Bertinotti, a Diliberto, a Percoraro Scanio, a Angius e soprattutto a me. D’Alema il velenoso, D’Alema con gli spigoli? No. D’Alema l’ingenuo. Tutto quello che posso sperare, nel caso di un’imprevista vittoria, è di avere un posto da ministro. Sotto di lui.
Veltroni è buono come la rana pescatrice: offre ai pesci di passaggio una finta esca per poi farne un solo boccone. Almeno, questa sembra essere l’opinione del nostro ministro degli esteri.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008


PRODI IL BUONO
Lunedì questo giornale ha pubblicato un mio articolo in cui criticavo la politica del governo Prodi e invitavo sia Berlusconi sia Veltroni a non fornirci una ricostruzione insincera della storia di questa legislatura. Ieri, sotto forma di lettera al Direttore, è uscita una piccata e assai prolissa risposta di Romano Prodi, in cui mi si accusa di scorrettezza, mancanza di scrupoli, faziosità, mistificazione.
L'Italia è una democrazia, e La Stampa è un giornale indipendente, che ospita opinioni, analisi, valutazioni di persone che pensano con la propria testa. È stupefacente che il presidente del Consiglio, non gradendo un articolo uscito su un quotidiano, non trovi di meglio che accusare l'editorialista che l'ha scritto di «sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale», o di farsi veicolo di una «mistificazione elettoralistica». Naturalmente si può e si deve discutere e contro-argomentare, polemizzare e opporre cifre a cifre, analisi ad analisi, ma è ben triste vedere la massima autorità politica del nostro paese che si riduce ad accusare di malafede uno studioso che, su un giornale libero, riferisce dei risultati delle sue analisi e scrive quello che pensa.
Quanto al merito della controversia, qui posso dire soltanto che l'autodifesa di Prodi non mi ha convinto per niente, e che il lettore interessato a conoscere la mia risposta può trovarla sul sito della rivista Polena (www.polena.net ). Anzi, visti gli argomenti del presidente del Consiglio, sono ancora più persuaso di prima del punto centrale della mia analisi: il governo Prodi ha perso un'occasione d'oro per correggere in modo apprezzabile i conti pubblici, e lascia un'eredità difficile al governo che verrà.
Quel che vorrei fare qui, invece, è una breve riflessione su me stesso e sulla cultura politica della sinistra. Prodi può non saperlo, ma non ho mai partecipato ad alcuna competizione elettorale, né intendo farlo oggi o in futuro. Letteralmente non capisco in quale competizione sarei impegnato, quali interessi vorrei difendere, e perché mai vorrei farlo. Fra noi due, ho l'impressione che sia più il presidente del Consiglio uscente ad avere qualche interesse a «sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale»…
Quanto a me, sono solo un cittadino che si riconosce in molti valori della sinistra, anche se questa sinistra mi piace poco. E non già per le sue idee, che spesso condivido, ma per la sua refrattarietà al lavoro degli studiosi indipendenti. Il mio lavoro è analizzare i dati, cercare di capire che cosa succede, provare a raccontarlo con parole comprensibili, nei libri come sulla stampa. Ma quando mi azzardo a farlo, i miei amici di sinistra si adombrano, e i politici si irritano. I primi, i miei amici, hanno un'insaziabile volontà di aver ragione, di sentirsi sempre e comunque dalla parte giusta, di dare sempre e comunque torto agli avversari politici. I secondi, i politici di sinistra, non sono abituati ad ascoltare, e vedono come un traditore chiunque dica qualcosa che sembri dannoso per la causa. Non si chiedono mai: è vero? è falso? come lo sai? Preferiscono domandarti: perché lo dici? a chi giova? da che parte stai?
Così, a 55 anni dalla morte di Stalin, e a quasi 20 dalla caduta del muro di Berlino, troppo spesso la cultura di sinistra rimane quella di sempre: chiusa anche quando predica il dialogo, arrogante anche quando è gentile, resistente ai fatti anche quando è colta. Peccato, sarebbe bello vivere in un mondo in cui chi ha qualcosa da dire (o da ridire) si limita a esporre i suoi argomenti. Senza offendere il prossimo. E soprattutto senza accusarlo, solo perché pensa diverso, di essere passato con il nemico.

LUCA RICOLFI da “La Stampa”
Ed ecco l’articolo che si può leggere su www.polena.net

CASTRO IL GRANDE
Fidel Castro si è dimesso da Presidente di Cuba e già in mattinata, sui giornali on line, compaiono dei commenti. Non è che i giornalisti siano fulminei, è che di solito, per molti grandi personaggi, si tiene prudenzialmente nel cassetto un articolo da pubblicare in caso di morte, con pochi aggiustamenti. Si chiama “coccodrillo” proprio perché sono lacrime ipocrite, in conserva. In questo caso, anche se si tratta di commentare solo una “quasi morte” politica, i coccodrilli tornano utili.
Quello di Stefano Biolchini, sul Sole 24 Ore, si segnala per la sua fatuità. Pur col programma di descrivere luci ed ombre del regime castrista, non riesce ad evitare la tentazione di descrivere Castro come un grand’uomo. Un Davide che ha resistito ai giganti cattivi. “Ha fronteggiato - da far tremare i polsi - l'ostile vicinanza di, nell'ordine: Dwight D. Eisenhower, John F. Kennedy, Lyndon B.Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton, George W. Bush”.  Non amazzasette ma ammazzadieci. “Per te ho pugnato, per te ho vinto”. Ma dove Biolchini si dà la zappa sui piedi, azzerando totalmente la propria credibilità, è quando è sicuro dell’eccellente sanità pubblica cubana, “come ha testimoniato la scottante inchiesta di Michael Moore”. Ah, allora, se lo dice Michael Moore!
Lasciando alla loro sorte i flabellari e i corifei, che pure scrivono su cotanti giornali, è giusto chiedersi in che m