ARCHIVIO FEBBRAIO 2008
LA LEGITTIMA DIFESA INTERNAZIONALE
Da anni, senza indossare una divisa e facendosi scudo della popolazione civile, i terroristi palestinesi sparano razzi sulle città israeliane. Sperano che ammazzino dei civili e ogni tanto, malgrado i brevi preavvisi delle autorità locali e la corsa ai rifugi, ci riescono. Ovviamente le proteste della popolazione israeliana sono state altissime ma il governo di Gerusalemme non ha saputo come fare per arrestare questo stillicidio di attacchi. Dal canto suo la comunità internazionale ha considerato i missili sugli israeliani un inconveniente meteorologico. È andata così finché i palestinesi non hanno migliorato la mira e la gittata dei loro razzi: allora la protesta dei cittadini è salita alle stelle ed ha provocato l’azione militare in atto. Tutto questo sembra normale e non è.
Non è normale che la società internazionale - tanto sensibile da piangere sulla morte di uno o due bambini colpiti per sbaglio - consideri ammissibile che i palestinesi i civili cerchino di colpirli intenzionalmente. Soprattutto non è normale che consideri “risposta non adeguata” un’azione militare mirante alla distruzione dei missili e dei terroristi che li lanciano. E tuttavia non è questo l’argomento di queste righe. Ciò che interessa è commentare il concetto di “risposta adeguata”.
Se il nemico che attacca è disposto a perdere cento uomini, non è risposta adeguata uccidere cento dei suoi uomini. Se si vuole evitare l’attacco, bisogna convincerlo che ne perderebbe non cento ma mille o duemila. La dissuasione funziona quando si minaccia una dolorosa asimmetria. La risposta è “adeguata” quando, di fatto, è in grado di convincere l’avversario. A un nemico ragionevole, basta minacciare un male appena più grande, a dei fanatici a volte non basta neppure dire “ucciderò dieci dei tuoi per ognuno dei miei”. La risposta adeguata non è scritta nelle stelle: è esattamente quella capace di ottenere l’effetto di dissuasione. Quand’anche bisognasse attuare un massacro.
Le critiche rivolte a Tsahal sono assurde. Visto che il governo locale, democraticamente eletto, è d’accordo con i terroristi, quell’esercito avrebbe il diritto di distruggere tutto, nella Striscia di Gaza, fino a coprire il raggio d’azione dei missili. In realtà si limita ad un’azione mirata a colpire i colpevoli, anche se ci sono danni collaterali. I coraggiosi assassini infatti si mescolano alla popolazione civile.
Ma forse è anche assurda l’azione di Tsahal. Perché c’è una risposta più semplice.
Il codice penale italiano prevede la legittima difesa all’art.52: “Non e' punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”. Se dunque Israele rispondesse ai missili palestinesi con un’azione simmetrica e contraria, cioè con missili fatti cadere a pioggia sulle città palestinesi, o sulla stessa Gaza, eserciterebbe il diritto alla legittima difesa. Ovviamente, sulla base della dottrina della dissuasione, dovrebbe inviarne  cinque o dieci per ognuno che ha ricevuto, e certo non le si potrebbe rimproverare di avere missili più potenti e più precisi di quelli di cui dispone Hamas. Quando poi i palestinesi cominciassero a vivere nell’angoscia in cui sono vissuti fino ad ora gli abitanti di Sderot, chissà che non comincerebbero a capire che senso ha il divieto di uccidere i vicini di casa  . Questa sarebbe la “difesa proporzionata all’offesa”.
Il mondo non si rende conto che il proprio atteggiamento, nei confronti di Israele, è pericoloso. La reazione furente all’ingiustizia può condurre un paese civile come la Gran Bretagna a bruciare vivi, intenzionalmente, cento o duecentomila civili colpevoli solo di essere tedeschi, come è avvenuto a Dresda. Chi, magari sostenuto dall’opinione pubblica internazionale o dall’Onu, crede di potere minacciare impunemente di morte sei milioni di ebrei non si rende conto che, dinanzi alla concreta prospettiva di un nuovo olocausto, Gerusalemme ucciderebbe tutti i palestinesi e tutti gli iraniani. Non sei milioni di nemici, ma dieci volte tanto.
Poi, come si dice, non ci rimarrebbero neanche gli occhi per piangere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 marzo 2008

IL FASCISMO QUOTIDIANO
Questo articolo di Mario Cervi corrisponde con estrema esattezza a ciò che gli anziani, che hanno vissuto quel periodo in prima persona, ricordano del fascismo. Fra l’altro, se questo era l’atteggiamento normale nella “nordica Milano”, s’immagini con quanta ironia fosse considerato il fascismo nel Sud.
Tuttora si discute, perfino con accanimento, se il fascismo sia stato solo autoritario o anche totalitario, se debba essere avvicinato per le sue caratteristiche alle più feroci dittature del Novecento, addirittura tracciando loro la strada, o se invece sia stato,con la diarchia Re-Duce, una singolare e ambigua creatura politica. Della quale – lo considero sottinteso - la repressione era comunque un elemento indispensabile.
 Al dibattito partecipano con slancio studiosi che il fascismo non l’hanno conosciuto se non attraverso le carte: il che è del tutto normale. Gli storici possono e debbono risalire indietro negli anni e nei secoli. Magari concedendosi, quando trattano vicende antiche, qualche maggiore libertà. «Sai Mario -mi diceva un giorno Indro Montanelli che nelle storie di Roma e dei Greci era stato pungente e divertente - Nerone non può dare querela, Fanfani può».
 Più che legittime, dunque, le incursioni nel fascismo di chi non l’ha vissuto. Ma,avendolo io vissuto dall’infanzia alla giovinezza, ho l’impressione che al fascismo siano addebitate, se non lo si è visto da vicino, spietatezze inesistenti, e attribuiti meriti che non ha avuto. Le due scuole di pensiero che sul fascismo si scontrano – la demonizzatrice e l’indulgente – obbediscono anche, la prima soprattutto, a un impulso politico. Bisogna enfatizzare i crimini del Regime per poi enfatizzare anche le glorie dell’antifascismo e della Resistenza.
 A questo proposito ritengo tuttavia necessario porre un punto fermo. Il fascismo è finito il25 luglio 1943. Il periodo fosco e tragico della Repubblica di Salò appartiene al nazifascismo, che fu cosa diversa e assai più turpe e sanguinaria. L’intrecciare quei due periodi costituisce un consapevole o inconsapevole falso. Un fatto dev’essere sempre tenuto a mente quando ci si riferisce al fascismo «normale»: tra i proclami, le intimazioni, gli slogan, le mistiche, le minacce vociferate dagli altoparlanti e la realtà del Paese correva una distanza siderale. Quasi nulla di ciò che era scritto, decretato, urlato trovava corrispondenza nella vita quotidiana, e dunque l’esercitarsi su quei documenti è interessante ma spesso fuorviante.
 Nato nel 1921, sono cresciuto nella Milano del «quadrilatero d’oro» che allora ospitava - prima che fossero scacciati dai troppo osannati «stilisti» - artigiani, botteghe, gente minuta. Ho fatto le elementari nella scuola di via Spiga. Per una visita di Mussolini a Milano noi bambini - doverosamente in divisa di Balilla - eravamo stati allineati in via Manzoni, ma l’Insonne tardava a passare e allora le mamme vennero una dopo l’altra a prendersi i pargoli,con la svogliata opposizione di centurioni e seniori in orbace che vedevano in pericolo la scenografia. Al passaggio del Duce la barriera di folla s’era ricomposta, ma di bambini ne rimanevano pochi.
 Poi vennero per me il ginnasio e il liceo al Parini. La cui attuale sede in via Goito era ancora in costruzione quando entrai in prima media: ci ospitava il collegio Longone nell’edificio occupato attualmente dalla Questura, in via Fatebenefratelli. Il fascismo fu per noi ragazzi un orpello fastidioso, non una passione e nemmeno una persecuzione. Mi guarderò bene dall’affermare, per farmene immeritatamente vanto,che il Parini fosse antifascista. Lo erano, in maniera ragionata e risoluta, solo alcuni di noi studenti. Voglio citare Antonio Cederna che per retroterra familiare e culturale poteva meglio valutare non gli aspetti grotteschi - visibili a tutti - mala povertà ideologica e politica del fascismo. Eravamo mormoratori, al più, non ci sfuggiva il coté comico della propaganda mussoliniana: ci divertivamo, nella mia classe, con imitazioni del giornale radio e dei suoi accenti vibranti.
 Ricordo due presidi, Guido Vitali che fu un raffinato traduttore dell’Eneide e, dopo di lui, Garavoglia. I docenti ignoravano la politica. Non saprei dire oggi come la pensasse Augusto Vicinelli, professore d’italiano, o come la pensasse il famoso latinista e grecista Edmondo D’Arbela (ma insegnava in un’altra sezione). I presidi dovevano, nelle solennità patriottiche o fasciste, tenere un discorsetto, ed era molto coinvolgente, nel tenerlo, Guido Vitali: che per tutta ricompensa, essendo ebreo,fu cacciato a causa delle leggi razziali. Quel provvedimento odioso rivelò a noi che gli volevamo bene la faccia crudele del regime. I giustificazionisti spiegano che c’era una gran differenza fra le leggi razziali italiane e quelle tedesche: nella lettera e soprattutto nell’applicazione. Lo so. E se pensiamo ai milioni di vittime nei campi di sterminio la perdita del lavoro può sembrare blanda. Era invece, per chi la subiva, una tragedia personale e professionale, oltre che una ingiustizia spaventosa.
 Chiamato alle armi - anzi «volontario» forzato - come tutti gli universitari della mia classe,ho conosciuto l’impreparazione penosa delle forze armate, la disorganizzazione, il disordine. Il battaglione cui appartenevo doveva essere mandato in Africa Settentrionale, un altro battaglione con molti miei compagni del corso allievi ufficiali era previsto che andasse in Sardegna. E loro un po’ ci prendevano in giro, chiamandoci «i morituri». Il mio battaglione finì nelle forze d’occupazione in Grecia, quello della Sardegna finì in Russia, e non ne tornò quasi nessuno. Con il suo bellicismo di cartapesta, la sua caricatura della romanità, le veline del Minculpop, i fogli d’ordine staraciani, le umilianti sconfitte militari - si può perdere una guerra ma uscirne a testa alta, l’Italia ne è uscita malamente -, il fascismo ha fatto molto male al Paese. Non dimentico poi né le condanne del Tribunale speciale, né l’Ovra, né il confino che sicuramente era cosa diversa da una villeggiatura. Non si tratta di negare le brutalità fasciste, si tratta di dimensionarle, raffrontandole ai comportamenti dei veri totalitarismi. I condannati dal Tribunale speciale e i confinati, sotto Stalin sarebbero stati tutti giustiziati, e con loro amici e parenti fino alla terza o alla quarta generazione. Una cosa soprattutto vorrei – da testimone - sottolineare. Il fascismo - quello precedente il 25 luglio - poteva incutere insofferenza, avversione, disprezzo. Paura no. O meglio: incuteva paura a una minoranza piccolissima e nobile di antifascisti dichiarati e schedati.
 La paura che negli autentici totalitarismi è sempre presente, aleggia ovunque, determina viltà e delazioni, nell’Italia in camicia nera non la si avvertiva. Quando Mussolini decise, con un grossolano errore di calcolo, di precipitare l’Italia nella Seconda guerra mondiale, era diffusa nel Paese, che amava la Francia, l’impressione che la Germania avesse già vinto la guerra: e che il Duce avesse agito con cinismo ma con realismo. Nessuna fabbrica si fermò. C’era, si dirà, la sorveglianza poliziesca. C’era anche nel marzo del 1943, quando in molte industrie del Nord ci furono scioperi, nonostante l’apparato poliziesco e le leggi di guerra. Scioperi antifascisti, si è sottolineato. Sì, scioperi antifascisti. Ma contro il fascismo che ormai, era evidente, stava perdendo la guerra.
Mario Cervi

A proposito della vicenda dei fratelli di Gravina Se si chiede la certezza della pena si pretenda la certezza della colpa
C'è un film che ben rende la realtà di una giustizia macchinosa e burocratica che schiaccia il cittadino in un confronto impari, e che soprattutto racconta l'effetto devastante che un errore giudiziario può avere sulla vita di una persona.
Il film è "Detenuto in attesa di giudizio", la regia è di Nanny Loy ed è stato girato nel 1971. La 7 lo ha trasmesso venerdì sera, e rivederlo alla luce della vicenda dei fratelli di Gravina fa un certo effetto.
Per mesi Filippo Pappalardi è stato l'uomo che ha ucciso i suoi due figli e ne ha nascosto i corpi. Con le accuse di sequestro di persona, duplice omicidio volontario e occultamento di cadavere, il 27 novembre è stato arrestato e oggi è ancora in carcere. Quando i corpi di Salvatore e Francesco sono stati ritrovati, e si è parlato di morte  accidentale, i pm e gli investigatori si sono guardati bene dal mettere in discussione l'impianto
accusatorio su cui avevano lavorato sino a quel momento.
Di più. Senza curarsi di chiarire su quale base fosse formulata la nuova ipotesi di indagine, hanno rilanciato, spiegando che i due fratellini erano caduti nella cisterna inseguiti dal padre. Tesi adottata dai giornali che hanno titolato sul virgolettato prontamente fornito dai magistrati. D'altronde la costruzione del "mostro" a tutto tondo - l'uomo era conosciuto come un uomo violento - era talmente passata nell'immaginario collettivo che Walter Veltroni, nello studio del tg di Emilio Fede quando è arrivata la notizia del ritrovamento dei cadaveri dei bambini, si è lasciato sfuggire un commento incauto attribuendo di fatto a Pappalardi la responsabilità.
Il punto però è che - sia o meno Pappalardi colpevole - per ora si parla di ipotesi investigative.


Non c'è stato nessun processo, nessuna sentenza. Invece di parlare nelle sedi appropriate i pubblici ministeri parlano sui giornali, con una visibilità che non è pari a quella della difesa. E i giornali fanno da grancassa ad ogni aggiornamento investigativo arrivi dalle procure. Di processi celebrati sui giornali e mai arrivati in aula se ne contano a decine. Sono casi giudiziari, ma sono anche vite - in questo caso quelle di un'intera famiglia - passate nel tritacarne dei mass media. Una gogna pubblica a cui ci si è oramai assuefatti, senza che né ai magistrati né ai giornalisti venga in mente di fare un passo indietro. Perché prima della certezza della pena, sarebbe più giusto pretendere la certezza della colpa.

da "Liberazione"

TUTTE STUPIDAGGINI
Dal gennaio 2008 l’attenzione di tutti è appuntata sulla caduta del governo Prodi e sulla competizione elettorale. Tuttavia, il vero avvenimento potrebbe essere un altro: la separazione del Partito Democratico da quei partiti che oggi sono confluiti nella Sinistra Arcobaleno.
Dalla fine della guerra, l’Italia ha avuto il più grande partito comunista del mondo libero e la sinistra moderata italiana, unica in Europa, ne è stata costantemente ipnotizzata. I socialisti sembravano scusarsi di non essere comunisti e i comunisti li guardavano come compagni privi di coraggio. Anzi, come politicanti inclini al compromesso, per sporchi interessi. La regola comunista che impone “pas d’ennemi à gauche” (nessun nemico a sinistra, nessuno che stia a sinistra può essere nostro avversario) si è estesa a tutto l’arco costituzionale e ha fatto sì che tutti abbiano cercato di cooptare i comunisti. Lo ha fatto anche la Dc e comunque si è mantenuto nei loro confronti un atteggiamento umile, come di chi dicesse: “lo so, sono un peccatore, ma non riesco a non peccare”. In Europa il socialismo è stato il fratello maggiore e il comunismo il fratello minore, da noi invece il fratello maggiore, quello coraggioso e perbene, è stato il comunismo, mentre il socialismo è stato il fratello minore, forse non cattivo ma certo non rigorosamente morale. E chi si meravigliava di questo stato di cose era guardato come un marziano importuno.
Questo atteggiamento ha avuto riflessi concreti all’inizio degli Anni ’90. I partiti si erano sporcata le mani con le ruberie e la corruzione generalizzata ma, mentre di questo erano colpevoli tutti, la sanzione (anche giudiziaria) ha colpito solo i partiti moderati e i socialisti. I comunisti, per definizione e per amnistia, sono rimasti duri e puri. Il loro partito è stato l’unico trionfatore e quello che poteva ancora vantarsi: “pas d’ennemi à gauche”. La stessa Rifondazione Comunista rimaneva un partito fratello con cui eventualmente si poteva andare al potere.
Lo schema ha funzionato finché la sinistra è stata all’opposizione. Da quei banchi si può protestare per qualunque cosa, si può chiedere la luna, si può denunciare ogni malefatta vera o presunta: ma le cose cambiano quando si va al potere. Qui “non si può mangiare la torta ed averla intatta”: e per questo i governi non sono durati. La prima volta sono caduti a ripetizione ed hanno lasciato un brutto ricordo, la seconda volta la legislatura è abortita dopo meno di due anni. Ora, finalmente, alla sinistra moderata è stato chiaro che non avrebbe mai più vinto le elezioni, alleandosi con la sinistra estrema, e per questo ha capito ciò che la storia e l’esperienza di tutta l’Europa le hanno ripetuto per decenni: che il comunismo è una teoria sbagliata che non va d’accordo né con la libertà né con la prosperità. Lo ha capito per interesse, lo ha capito con sessant’anni di ritardo, quando qualcuno non ci sperava più, ma c’è lo stesso da rimanerne stupiti. E si sarebbe lieti di avere delle spiegazioni.
Si immagini un astronomo che ha una governante appassionata di astrologia. Lo scienziato cerca per anni di spiegarle che i pianeti non possono avere nessuna influenza sulla vita degli uomini; che le costellazioni sono sistemazioni assolutamente arbitrarie della volta celeste; che i nomi ad esse dati sono di pura fantasia; che nascere in un periodo o l’altro dell’anno ha ben poca influenza sul carattere e sulle vicissitudini degli uomini e infine che è tecnicamente impossibile prevedere il futuro. La donna lo ascolta sempre lusingata dell’attenzione ma lo stesso, ogni mattina, come prima cosa legge l’oroscopo. L’astronomo infine si rassegna: è una mania innocente.
Un giorno la governante, tornando da fuori, dice tutta contenta di avere incontrato uno zio che non vedeva da decenni e l’astronomo non sa resistere alla tentazione: “C’era scritto, nel tuo oroscopo, che oggi avresti fatto un incontro importante?”
- L’oroscopo? chiede la donna con aria stupita. Ma non lo leggo da anni!
- E come mai?
- Sono tutte stupidaggini.
Dopo che il Pd ha deciso di correre da solo e di scaricare i comunisti, uno ha voglia di chiedere: e la lotta di classe? E la ridistribuzione della ricchezza? E il salario variabile indipendente? E l’illicenziabilità per chiunque? Possiamo immaginare la risposta:
-Tutte stupidaggini.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-1 marzo 2008

LISTE BUFALA!
Una volta c'erano le liste civetta. Oggi ci sono le liste bufala. Cambia l'animale, ma il concetto è sempre lo stesso: fregatura, inganno, imbroglio, turlupinatura, chiamatelo come vi pare. Perché stavolta parliamo dell'ultima supercandidata di Veltroni, la cosiddetta paladina dei precari.

L'avete letto su tutti i giornali: si chiama Loredana Ilardi da Palermo, operatrice di call center, stipendio 700 euro al mese. Una così ti pare che al Pd se la fanno sfuggire? E infatti: «Siamo il partito del lavoro», dichiara il segretario ai giornalisti abbracciando la sua protetta. Sorrisoni alle telecamere e vai con lo spot: siamo coi precari, aiutiamo i precari, viva i precari. Dice Walter: «La vera emergenza sono i precari». Continua: «È un dovere lottare per i precari». E ancora: «Loredana è lo specchio dei precari».

Bene: manca solo un piccolo particolare, proprio una bazzecola: dovete sapere che Loredana... non è precaria. Tiene un fior di posto fisso: contratto a tempo indeterminato. Ce l'ha messo per iscritto il suo datore di lavoro. Citiamo la sua lettera. «Gentile direttore - scrivono dalla ditta - la famosissima Loredana Ilardi, sbandierata da Walter come rappresentante dei precari d'Italia, non è assolutamente precaria. A suo tempo fummo noi a comunicarle l'indeterminato. E quanto ai 700 euro mensili, è ovvio: è un part time a 4 ore!». Capito? Se questo è l'emblema del precariato, allora Valeria Marini è l'emblema delle bionde naturali.

Ma si può? Ci ripetono da anni che l'Italia brulica di precari, sono dappertutto, dietro le porte, sotto i tappeti, a momenti escono dai tombini, i precari. E chi scelgono come rappresentante? Una col posto fisso. E va be‚ allora ditelo che è una pagliacciata: ci mettiamo il naso rosso, il cappellino e tanti saluti. Già si faticava a restar seri con la candidatura di Marianna Madia nel Lazio: ci dicono che è una «giovane venuta dal nulla», e poi si scopre che è amicissima di Enrico Letta, Giovanni Minoli e del figlio di Napolitano. Oggi ci presentano l'eroina dei precari, che però in realtà non è precaria neanche un po'. Insomma, altro che facce nuove: nel Pd candidano facce doppie.

Però adesso ci viene la curiosità: ma allora come le sceglie, Veltroni? Cioè, dove li trova i cosiddetti volti nuovi? È la stessa Ilardi a rivelarcelo, sulle pagine locali di Repubblica: «Domenica scorsa ci siamo incontrati a una manifestazione della Cgil - racconta lei -: abbiamo parlato e mi ha fatto la proposta». Tutto qui? È così che funziona? Ti incontro per caso e ti faccio la proposta? Tipo colpo di fulmine? Cioè, se domani Veltroni incontra per strada un pastore tedesco, candida in parlamento un pastore tedesco? E magari ce lo spaccia pure come simbolo dei precari?

Ora, va bene scherzare, ma intendiamoci: non ce l'abbiamo tanto con la ragazza candidata, che tra l'altro, seppur sottovoce, l'ha ammesso, che precaria non lo è più. Ce l'abbiamo con Veltroni che ce la vende per quello che non è. Perché questo significa prenderci per i fondelli a tempo indeterminato. Perché, se così stanno le cose, i grandi nomi del Pd altro non sono che specchietti per le allodole.

Anzi, per polli: e i polli in questione siamo noi che votiamo. Non solo: i polli in questione sono anche i tanti lavoratori precari - quelli autentici - che sul serio fanno le notti al centralino del telefono amico. Ma c'è poco da fare: se il telefono non è amico di Veltroni, loro il seggio se lo scordano. Perché questa, a quanto pare, è la trasparenza di Walter. Quella sì, davvero precaria.

Federico Novella per Il Giornale

IL TRILEMMA
Di seguito, parti di un articolo  del “Giornale” del 28 febbraio 2008, cui seguirà un commento che sollecita le risposte dei lettori.
“Roma - Niente archiviazione per Antonio Di Pietro, accusato di truffa, falso e appropriazione indebita per i rimborsi elettorali all’Italia dei Valori. … L’uomo che ha trascinato in tribunale il ministro [è] Mario Di Domenico, socio fondatore e fino al 2003 segretario di Idv, convinto che i fatti da lui rivelati configurino un reato e non semplicemente una discutibile condotta, così come affermato dal pm prima di chiedere l’archiviazione. Il «caso Di Pietro» sembra ruotare tutto intorno al giallo di un verbale che reca la data del 31 marzo 2003. Quel giorno i tre soci del «partito del gabbiano», Di Pietro, Di Domenico e l’onorevole Silvana Mura (tesoriera dell’Idv e anch’essa sotto inchiesta) si sarebbero ritrovati a Busto Arsizio per approvare il bilancio, indispensabile per accedere al rimborso elettorale. Su una copia di quel verbale, presentato in tribunale dall’Idv, compaiono le firme di tutti i presenti. Ma Di Domenico, e questo è il punto centrale dell’intera vicenda, ha dichiarato che in quella città non ha mai messo piede e che quindi la sua firma in calce alla fotocopia del documento è falsa.
Per conoscere la verità basterebbe prendere l’originale del verbale d’assemblea senza accontentarsi della fotocopia, che per di più, ha spiegato il legale di Di Domenico, Roberto Ruggiero, è senza data. Ma la procura, ad oggi, quell’originale non lo ha mai acquisito. Delle due, l’una: o qualcuno ha falsificato l’atto, oppure ha mentito Di Domenico. Se fosse vera questa seconda ipotesi, perché il denunciante non è stato incriminato per calunnia? Per il pm, invece, non ci sono dubbi. Il giallo del verbale non è stato sufficiente per chiedere il rinvio a giudizio dell’ex magistrato, anche per via della «rilevata conflittualità estrema che ispira l’attuale esponente».
Poco importa, dunque, che i fatti siano veri o falsi, e che questi fatti abbiamo portato all’approvazione di un bilancio prodromica all’incasso di soldi pubblici. Ciò che conta è l’eccessivo coinvolgimento emotivo di Di Domenico. … Di Domenico, due giorni fa, intervistato da Radio Radicale, ha spiegato che quella firma falsa posta in calce all’approvazione del bilancio dell’Idv, potrebbe configurare il reato di falso ideologico. … Quanto all’ipotesi di truffa, Di Domenico si chiede «in che modo Di Pietro, come socio unico della società di capitali Antocri abbia potuto acquistare, in due anni, 21 vani immobiliari al centro di Milano e di Roma, per un costo vicino ai due milioni e mezzo di euro». Da qui il sospetto del denunciante che quegli immobili siano stati acquistati stornando i soldi dal rimborso elettorale.
Gian Marco Chiocci e Luca Rocca”
Di un articolo di giornale si può pensare ciò che si vuole ma qui esiste un dilemma o, come diceva un burlone, un trilemma. O la firma sul verbale è falsa e Di Pietro è colpevole di falso e truffa. Proprio per questo risulta incredibile che la Procura non abbia acquisito l’originale del verbale, per ordinare una perizia calligrafica. Misteri dell’amministrazione della giustizia. O la firma sul verbale è vera e Di Domenico è colpevole di calunnia (reato del quale attualmente non è indiziato). Oppure niente di tutto questo è vero, e il “Giornale” dovrebbe essere denunziato per diffamazione a danno di Di Pietro e di Di Domenico. Ma non risulta neanche questo. A voi la parola.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it .. 28 febbraio 2008


L’ATTENZIONE POLARIZZATA
Ci sono degli scherzi rivelatori. Ne citiamo due. Per misurare l’intelligenza di uno studente, diceva professore, basta il test della vasca. Io chiedo: “Per vuotare una vasca disponiamo di un cucchiaino, di una tazza e di un secchio. Lei che cosa usa?” La persona normale dice “un secchio”, la persona intelligente dice “tolgo il tappo”.
Secondo scherzo. Si chiede: “So che tu sei competente in molte cose, per questo ti chiedo: si dice quattordici e undici fa ventiquattro o quattordici e undici fanno ventiquattro?” Molti risponderebbero “meglio fanno ventiquattro”, provocando la risata dell’altro: “Quattordici e undici fanno venticinque!”
In ambedue queste storielle c’è il sottinteso che si può far passare per scemo un po’ chiunque. In particolare chi ha – o crede di avere – una mentalità logica. In realtà, le persone che dànno la risposta sbagliata sono più intelligenti di quelle che danno la risposta giusta.
L’intelligenza, per essere produttiva, deve essere indirizzata al nocciolo del problema. Al test della vasca lo studente che da prima ha detto “il secchio”, e si è visto ridere sul muso, potrebbe dire: “Professore, posso farle una domanda io? Quanta acqua c’è, nella vasca?”. Il professore lo guarderebbe come un marziano ma lo studente potrebbe spiegare che, se acqua ce ne fosse pochissima, e solo nell’incavo del tappo, potrebbe essere il cucchiaino lo strumento più adeguato. Il professore a questo punto direbbe indignato: “Ma lei vuole cavillare? Noi abbiamo presunto che la vasca fosse piena!” “Ed io ho presunto che gli unici strumenti fossero quei tre, che il tappo non si potesse togliere. Allora, chi è lo scemo?”
Chi offre tre possibilità intende con ciò stesso che non ce ne sia una quarta. Diversamente l’interrogato potrebbe rispondere: io non uso né il cucchiaino, né la tazza, né il secchio e neppure tolgo il tappo perché non mi voglio bagnare. Chiamo la donna di servizio. Analogamente, se si offrono due varianti della stessa frase, si chiede una consulenza linguistica, non aritmetica. Chi si accorgesse subito dell’errore nell’addizione potrebbe sentirsi rimproverare che, quando gli mostrano la luna col dito, lui guarda il dito.
L’identificazione del problema è fondamentale per la polarizzazione dello sforzo intellettuale nell’unica direzione giusta. Il linguista non perde tempo per rifare l’addizione, perché non è quello che gli si chiede. Né trova umiliante che non abbia visto il banale errore dell’addizione perché, da umanista, farà probabilmente parte di quelle persone che, ai test d’intelligenza, risultano meno dotate di quanto non siano. Mentre dinanzi ad una sequenza di numeri chi ama la matematica ha forse l’acquolina in bocca, il cervello degli umanisti si chiude immediatamente e mentalmente gli si para davanti un cartello con su scritto, in caratteri enormi, “non hai speranza”. Ed è vero.
Nell’antichità non avevano trovato il test della vasca da bagno ma ridevano di gusto all’immagine dell’astronomo che, per guardare il cielo, cadeva in un fosso. Non si accorgevano di dire implicitamente che un asino, o loro stessi, risultavano così più intelligenti dell’astronomo. E non comprendevano neppure che, se la civiltà deve andare avanti, invece di irridere il vecchio astronomo caduto nel fosso, la prossima volta avrebbero dovuto fornirgli un asino che lo portasse dove doveva andare, dandogli anche la possibilità di studiare il cielo per strada.
Per non cadere nel fosso bastano gli asini.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27 febbraio 2008


ALCUNI COMMENTI AL PROGRAMMA DEL PD
Il programma del Pd è chiaramente un programma al quale non hanno messo mano i comunisti. Rispetto al governo Prodi è infatti un “programma d’opposizione”: e questo dimostra che la lunga associazione con gli estremisti di sinistra è stata un errore storico. Tanto grave che i Ds e la Margherita hanno creduto di potere avere un futuro solo liberandosi di loro. Insomma, prima hanno irriso Berlusconi che parlava di comunisti, ora i comunisti, loro, li hanno buttati a mare.
Il programma per certi versi è un libro dei sogni: non perché dica cose sbagliate ma perché in Italia le cose giuste a volte non si possono fare. C’è chi resiste. Passino i “tagli alla spesa” (finché si sta sulle generali, tutti d’accordo) ma che dire dell’eliminazione delle Province? Che servano a qualcosa o che non servano a niente, le Province sono centri di potere e fonti di stipendi. E se Berlusconi, con una maggioranza di granito, non è riuscito a scalfire certi gruppi di pressione (anche perché sponsorizzati dall’Udc, oppure sponsorizzati da Alleanza Nazionale, oppure sponsorizzati da ambedue), quante probabilità di riuscita avrebbe un governo di centro-sinistra, contro cui sparerebbero a palle incatenate sia il centro-destra sia l’estrema sinistra?
La riduzione delle imposte è ovviamente un programma allettante; addirittura necessario, in considerazione della congiuntura economica: ma non è mai stato il programma della sinistra. E per questo è poco credibile. Comunque, onore a chi riconosce le ragioni dell’avversario.
Si parla poi di testamento biologico e di riconoscimento dei diritti delle persone stabilmente conviventi. Progetti estremamente laici. Perfino estremamente razionali, se si vuole: ma contro i quali lottano la Chiesa e almeno mezzo Pd. Siamo sicuri che sia realistico annunciarli? Già oggi Famiglia Cristiana fa fuoco e fiamme contro la presenza dei Radicali, e contro la candidatura di Umberto Veronesi: è credibile, questa parte dei progetti? È solo coraggiosa.
Per le intercettazioni, il Pd è a favore “se servono all’autorità giudiziaria”, ma è necessario che qualcuno “risponda delle violazioni alla riservatezza”. E qui si ha voglia di sorridere. “Se servono all’autorità giudiziaria”, si dice. Ma non è la stessa autorità giudiziaria, che decide? E soprattutto, che senso ha dire che qualcuno dovrebbe “rispondere delle violazioni alla (recte “della”) riservatezza”? Forse che, fino ad oggi, è stato lecito violarla, la riservatezza? E se fino ad oggi nessuno ne ha risposto, perché dovremmo credere che si riuscirà in futuro a stroncare questo malvezzo? Diverso sarebbe il caso se si spiegasse in che modo si intende contrastare il deprecabile fenomeno.
Veltroni dice poi “basta con l’ambientalismo del no”. Atteggiamento da applaudire. Ma chi ha soffiato per anni sul fuoco dell’ambientalismo del no? I Ds e la Margherita , pur di non scontentare l’estrema sinistra e i Verdi sono andati perfino contro Mercedes Bresso, Ds, Presidente della Regione Piemonte, quando costei si batteva per la Tav. Oggi riconoscono che è stato un errore. E perché non cominciano col chiedere scusa alla Bresso e poi a tutti gli italiani? Dicano “basta” al governo, dimenticando che al governo ci sono stati proprio loro.
Il Pd è a favore di rigassificatori, termovalorizzatori, e Tav Torino-Lione. Tutte cose che erano sbagliate per il governo Prodi e che ora sono giuste per il partito presieduto da Romano Prodi. Come cambiano le cose, nel giro di un mese!
Mille euro ai precari. Bellissimo. Ma chi li paga? Se li deve pagare il datore di lavoro, bisogna sempre ricordare che l’alternativa è la non assunzione. L’idealista può benissimo invocare la carità per i poveri e l’assistenza gratuita per i malati, perché il suo mestiere è quello d’indicare la strada, non di pagare la benzina: ma per lo Stato è tutt’altra faccenda.
Poi si parla “un fondo per le cure odontoiatriche”. Eh sì, tutti abbiamo pagato un bel po’ di soldi, per esse. Tanto che qualcuno ha chiesto ad un famoso dirigente dell’associazione dei dentisti perché mai l’assistenza non fosse gratuita come per il resto delle specializzazioni. La risposta è stata lapidaria: “Non tutti hanno bisogno dell’ortopedico, dell’urologo o dell’oculista, ma tutti, prima o poi, hanno bisogno del dentista. Lo Stato non si può permettere questa spesa e la lascia dunque a carico dei cittadini. Ecco tutto”. Veltroni e i suoi amici hanno trovato il modo di risolvere questo problema?
Infine il programma propone una sola Camera con 470 deputati e un Senato delle autonomie con 100 rappresentanti. Cioè più o meno ciò che aveva realizzato il governo Berlusconi, con quella riforma costituzionale che il centro-sinistra si è fatto un punto d’onore di affossare. Che tristezza.
Prodi ha governato male e ora il Pd – di cui Prodi è presidente - propone un drastico cambiamento di rotta. La sterzata è giusta, ma non è meglio lasciar guidare chi quella strada la conosce meglio, perché l’ha sempre praticata?
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 febbraio 2008

L’ONESTÀ DEL CORRIERE DELLA SERA
Oggi nello “strillo” della pagina di apertura del Corriere on-line si legge: Il Cavaliere all’attacco di Veltroni. “Io sono laureato, lui è solo diplomato”. Traduzione: io sono una persona colta e Veltroni è un ignorante. Che la cosa sia vera o no, nessuna persona di buon gusto direbbe mai una cosa del genere. Non solo è difficile stabilire chi è più o meno colto, ma certo non basta sventolare una laurea, per questo. Il Cavaliere in questa occasione avrebbe dimostrato quel pessimo gusto che a ragione gli attribuisce la sinistra.
A ragione se il fatto fosse vero. Aprendo l’articolo, infatti, il titolo cambia. “Veltroni diplomato? Io solo laureato”. E qui il senso è diverso.  Si intuisce che non lui si è vantato di avere un titolo di studio superiore a quello di Veltroni, ma che al contrario qualcuno gli ha segnalato il titolo di studio di Walter come fosse chissà che. Per questo il Cavaliere avrebbe risposto ironicamente di essere “solo” laureato. Immaginiamo che, sporgendosi dal finestrino di una Punto,  qualcuno irrida un pedone sotto la pioggia: “Te la vedi brutta, nevvero?” E immaginiamo pure che il pedone, sventolandone le chiavi, gli risponda: “Sì, hai ragione: proprio oggi sarei dovuto uscire con la mia Ferrari”. Chi potrebbe dargli torto? Ma neanche questo secondo titolo dice la verità. Meglio leggere l’articolo.
“ROMA - Nel giorno in cui sfuma l'ipotesi delle larghe intese, Silvio Berlusconi va all'attacco del suo avversario. E lo fa con una battuta legata alla passione per il cinema dell'ex sindaco di Roma. Lo spunto glielo dà una donna che, intervenendo ad una convention romana di Forza Italia, si qualifica come attrice e gli chiede un impiego. «Deve farsi assumere da Veltroni - ha detto Berlusconi - è lui che ha il diploma in cinematografia, io sono semplicemente laureato con 110 su 110, non può venire da me. La signora -ha poi proseguito l'ex premier rivolgendosi alla platea- ha con me un rapporto continuativo: mi dice sempre, voglio lavorare nel cinema. Signora - ha proseguito - io non posso più telefonare a Saccá, le prometto che andrò a casa di Saccá e userò il citofono».
Ah, è così. Dunque, in primo luogo, si afferma che è sfumata l’ipotesi delle larghe intese, mentre Berlusconi, a domanda, ha soltanto concesso che in caso di pareggio non farebbe come Prodi. A sentire il Corriere della Sera si direbbe invece che, convinto di vincere con un piccolissimo margine, il Cavaliere proporrebbe a Veltroni la Grosse Koalition e Veltroni, pur avendo perduto le elezioni, rifiuterebbe sdegnosamente l’offerta. O gran virtù dei cavalieri antichi, direbbe l’Ariosto.
Ma il nostro problema sono i titoli di studio. È evidente che Berlusconi ha scherzato sulla vicenda Saccà e sul titolo di studio di Veltroni, che ha anzi trasformato in un “diploma in cinematografia” che forse non ha. Ci risulta infatti che Walter sia proiezionista. Non un artista del cinema, dunque, ma uno che sta nella cabina di proiezione dei locali in cui si proiettano i film. Ma questo non è il punto: il punto è che Berlusconi ha fatto una battuta e il Corriere della Sera si è comportato come i carabinieri delle barzellette. Tanto che, invece di ridere con Berlusconi, forse rideremo di Paolo Mieli.
Il Corriere non ha simpatia per Berlusconi. È un suo diritto. Potrebbe dire che è un pessimo politico, che si comporta da padrone del suo partito, che è un male per l’Italia, ma una cosa dovrebbe evitare: stravolgere le notizie. Perché, invece di danneggiare Berlusconi, danneggia se stesso.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  24 febbraio 2008

CUBA: FINE DEL REGIME?
Robert Kagan, sul New York Times, si augura che la malattia di Fidel Castro e il passaggio del testimone al fratello Raúl possano essere l’occasione d’oro per riportare Cuba alla democrazia. Gli Stati Uniti dovrebbero revocare l’embargo in cambio di elezioni veramente libere: con una libera stampa, con veri partiti di opposizione, sotto controllo internazionale. La più semplice risposta che si potrebbe dare a questo progetto è costituita da due parole nella lingua più familiare a quel politologo: wishful thinking. Pio desiderio.
La democrazia è un regime desiderabile per i molti, non per i pochi. Per il popolo, non per il tiranno. Quando si parla col tiranno bisogna sempre tenere presente che la democrazia non è nel suo interesse: alle sue orecchie suona solo come la proposta di rinunciare al potere e ritirarsi a vita privata. Se gli va bene. Perfino un autocrate timorato di Dio, sinceramente dedito al bene del suo paese e fra i meno sanguinari della storia, come Francisco Franco, è rimasto el Caudillo fino alla fine. Ha preparato la Spagna alla democrazia, ma per dopo la sua morte. Finché ha avuto un alito di vita, è rimasto l’Unto del Signore.
Può certo avvenire che l’autocrate lasci il potere volontariamente (Silla, Pinochet), ma è di gran lunga il caso meno frequente. Le tirannie di solito cessano, oltre che per la morte dell’interessato, per una sconfitta militare, per una rivolta di palazzo o per una rivoluzione di piazza. Anche in questi casi, tuttavia, la fine del regime si ha perché si è insinuato il germe della rivolta. Qualcuno – una persona o un gruppo di persone - si sente abbastanza forte e sostenuto per rovesciare un potere che non fa più la paura che faceva un tempo. Se nessuno si è azzardato a complottare contro Stalin è perché il georgiano era un tale genio, nella repressione spietata, che si rischiava la testa a solo pensare che egli non fosse Dio in terra. Bastava un gesto, uno sguardo, un sospetto, e tutto era perduto. Se invece è stato facile sbarazzarsi di Gorbaciov, che pure sulla carta aveva gli stessi poteri di Stalin, è perché nessuno ne era terrorizzato. Era venuta meno la molla principale del potere tirannico, per come afferma Montesquieu: la paura.
Le tirannie possono dunque cessare per vari motivi ma l’ultimo della lista è certo quello di cui parla Kagan. Che cosa può importare a Fidel Castro o a suo fratello, della fine dell’embargo degli Stati Uniti? A loro personalmente non manca nulla. E nemmeno ai loro accoliti. Inoltre quell’embargo è una scusa preziosa per giustificare la drammatica indigenza in cui vive il popolo. La fandonia è tanto assurda (l’isola può commerciare col resto del mondo) quanto comoda: ma gli adoratori di Castro, a Cuba come in paesi tanto lontani quanto l’Italia, l’ingoiano entusiasti.
Può darsi che il prolisso regime castrista si avvii alla sua fine perché tutto ciò che è umano ha un termine. Può darsi che ci siano già in giro, all’Havana, i germi della sua decomposizione. Può darsi che qualcuno stia solo aspettando che Fidel non ci sia più, per sbarazzarsi della sua controfigura e prendere il potere. Ma quando? E poi, per passare alla democrazia o per instaurare un’altra dittatura? Nessuno può dirlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 febbraio 2008

Quell'ignorante di Michele Serra Michele Serra è il teorico della superiorità della razza di sinistra, questo si sa. La cosa che non sapevo era che l'umoralista di Rep. fosse anche digiuno di informazioni elementari. Gli mancano le basi, si diceva una volta. Ecco che cosa ha scritto oggi: "Ahmadinejad non è affatto un dittatore. E´ un presidente liberamente eletto, che governa nel nome del popolo" e altre scemenze del genere. Serra non sa che l'Iran non è una democrazia, non sa che i candidati alla presidenza e al Parlamento e alle cariche locali sono scelti dal clero, cioè dai dittatori teocratici installatisi a Teheran nel 1979. Serra non ha idea di che cosa sia il principio costituzionale della Velayat-e Faghih, cioè del governo del saggio, cioè degli ayatollah, che guida tutto: lo stato, l'esercito, la giustizia. Serra non sa niente, ma scrive senza sapere di non sapere niente. Qualcuno gli segnali non dico gli articoli di Carlo Panella, perché sarebbe troppo, ma almeno quelli che spiegano perfettamente come funziona la teocrazia iraniana pubblicati da Repubblica.

dal blog Camillo


LA SPAZZATURA DI LAVOISIER
In un giorno di grande calura molti, incontrando un amico, cominciano col dire: “Accidenti che caldo, vero?” Come se servisse a qualcosa. Come se l’altro non sudasse anche lui. Wittgenstein ha più o meno detto che su cui di cui non si può dire nulla di ragionevole è meglio tacere: e se questo vale per una giornata calda, figurarsi per la spazzatura di Napoli. Chi non è indignato, chi non dice che bisognerebbe risolvere questo problema, chi non dice che la Pubblica Amministrazione è imperdonabile, per questo disastro? Tutto è talmente ovvio che, seguendo l’invito del filosofo austriaco, è meglio non parlare della spazzatura di Napoli, se non per capire l’origine sociologica del fenomeno.
L’immondizia è, per definizione, qualcosa che nessuno vuole. Non volerla significa “portatela lontano da me”. Ma “lontano” è un termine relativo. Pechino è lontana e Atene è vicina, ma non per chi abita a Tokyo. E ogni volta che qualcuno non vuole i rifiuti accanto a sé è come se dicesse che li vuole più vicini a qualcun altro. Soprattutto in una regione con alta densità di popolazione come la Campania. Il problema può divenire insolubile. O, almeno, è insolubile se non si considera la fine del famoso principio per cui “nulla si crea e nulla si distrugge”: Lavoisier infatti ha concluso “ma tutto si trasforma”. Se i rifiuti non possono essere distrutti, si possono trasformare. E si trasformano con i termovalorizzatori. Fin qui la ragionevolezza.
Il pregiudizio però la pensa diversamente: i rifiuti non devono stare da nessuna parte, perché dovunque sonno vicini a qualcuno. Se poi si parla di trasformarli, tutti, ammaestrati dagli ecologisti, obiettano: ci hanno anche detto che gli inceneritori, i termovalorizzatori, o come volete chiamarli, producono schifezze. A cominciare dall’anidride carbonica. E dunque non vogliamo neppure quelli. E allora? Non rimane che pregare San Gennaro di risolvere il problema e, nell’attesa, lasciare la monnezza marcire per strada.
L’episodio è significativo per più di un verso. Viviamo in un periodo di tale prosperità, di tale comodità del vivere, che i principi del povero Lavoisier fanno sorridere. Rifiutiamo l’energia del nostro tempo, cioè l’energia nucleare? E non succede niente, ce la caviamo lo stesso: le lampadine si accendono, i televisori scintillano con mille colori, che problemi ci sono? L’elettricità costa cara? Non è colpa di nessuno. Se qualcosa non è disponibile nel nostro territorio l’importiamo. Se qualcosa non ci piace, decretiamo che non esiste. La scopiamo sotto il tappeto. Siamo tutti adepti di un mondo perfetto e inverosimile in cui i moralisti vorrebbero vietare l’aborto legale e la prostituzione, illudendosi che spariscano dalla pratica;  in cui i treni corrono veloci a base di pannelli solari, anche quando non c’è il sole; in cui gli insetti e le malattie delle piante stanno lontani dalle nostre colture biologiche solo per farci piacere e per farci vedere che apprezzano i nostri principi. Insomma, l’umanità è dissennata e l’umanità italiana è dissennata al quadrato. Quel ch’è peggio, la realtà non ci disillude se non con grande ritardo. Anni fa si fece una colletta per la fame in India, dimenticando quanti sono gli indiani e quanti siamo noi: ma il gesto era così bello che noi allora abbiamo risolto il problema della fame del Terzo Mondo.
Per questo si può benedire la spazzatura di Napoli. Finalmente un disastro cui non si è saputo porre rimedio neppure a costi pazzeschi. Finalmente Lavoisier vince. Finalmente un emerito ministro come Pecoraro Scanio riesce a vedere che i termovalorizzatori (che in Germania bruciano la spazzatura napoletana) sarebbero, forse, chissà, magari una cosa utile. E con una cura di fosforo comprenderebbe perfino che la raccolta differenziata ha senso se poi ci sono delle industrie capaci di servirsi di quel vetro, di quel metallo, di quella plastica, di quella carta.
Deprecare la spazzatura a Napoli? Per niente. Forse sarebbe bene che tutta l’Italia fosse ricoperta dai rifiuti. Molti non conoscono Lavoisier ma tutti riconoscono la puzza della spazzatura: e se è l’unica cosa che sanno “leggere”, è bene fornirgliene una copia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 febbraio 2008


Noi, germi cancerogeni
Un amico mi scrive per sapere come mai manca, a volte, il mio articolo settimanale su informazionecorretta perche', dice,  e' un appuntamento cui e' abituato e quando non lo trova rimane deluso. Che dire? Fa piacere avere lettori affezionati ma provero' a spiegare ancora una volta  il blocco che mi prende e la rabbia che mi assale, una rabbia furibonda che fa tremare le mani sulla tastiera, una rabbia cui segue il vuoto totale che poi lentamente si riempie della disperazione di sentirsi tanto odiati, disumanizzati, trasformati in un'entita' astratta da umiliare, boicottare, dileggiare, un popolo trasformato in un microbo da eliminare per la buona salute mondiale.
Uno apre gli occhi alla mattina, accende la radio e sente una persona, che probabilmente dovrebbe curarsi il cervello, dire con calma e freddezza che Israele e' un germe cancerogeno, uno sporco microbo di cui il mondo deve liberarsi  quanto prima. Questa persona non e' un qualsiasi cittadino di questo mondo ma e' il presidente di una nazione immensa, l'Iran, che sta preparando il mezzo necessario per distruggere questo cancro fatto di 5 milioni di ebrei israeliani.
Ahmadinejad vuole spazzare via Israele, vuole estirpare il cancro, vuole liberare il mondo da questo virus. Lo sta gridando da anni, non da giorni, da molti anni, senza mai stancarsi.
E il mondo che dice?
Niente.
Il mondo aspetta le Olimpiadi di Pechino (a proposito, chissa' se il professor Vattimo sa che una volta esisteva il Tibet).
Niente.

Il mondo non dice niente perche' la disumanizzazione in atto da anni contro Israele che sembra abitato solo da soldati o religiosi, comunque brutti e cattivi, si e' insinuata nella mente della gente in modo tale da trasformare in un Male Cosmico un popolo fatto di famiglie, di bambini, di vecchi, di innamorati, di artisti, di intellettuali, di gente che lavora, che ha il raffreddore, che ride, che piange, di persone che hanno sofferto e soffrono.
La battente propaganda  araba ha raggiunto risultati che solo il nazifascismo e il comunismo erano riusciti ad ottenere tanto da poter sterminare milioni e milioni di ebrei, in Europa e in Unione Sovietica, senza che nessuno alzasse un dito. 
Bene, andiamo avanti.
Dopo aver appreso di essere un germe cancerogeno e un malefico virus, uno  che fa? Va a bere il caffe' per tirarsi un po' su la pressione.
Apre il giornale e cosa legge?  Che in USA e Canada, alcune universita' preparano La settimana dell''apartheid, una settimanina di odio in cui, oltre ad accusare Israele  delle solite malefatte,  si chiedera' formalmente che Israele diventi Palestina  e che ebrei e arabi vivano insieme in questo nuovo stato in cui gli ebrei diventerebbero una minoranza di dhimmi per poi scomparire per sempre.
C'e' chi ama la settimana bianca sulla neve e chi preferisce la settimana di odio antiebraico sognando una definitiva Shoa'.
Questione di gusti.

 
Sempre quel povero Uno  che ormai sente un senso di soffocamento, volta pagina del giornale e viene informato che il vicepresidente del Parlamento Europeo, Luisa Morgantini,  nella sua immensa bonta',  consiglia gli israeliani di piantarla di rispondere ai kassam che piovono sul Neghev, della serie "state buoni , fatevi ammazzare e tutti vi ameranno".
Si, perche' , oltre al soldato e al religioso che ammorbano con la loro illegittima presenza la Palestina, esistono tre categorie di ebrei nell'immaginario comune:
Gli ebrei morti che, se sono tanti, qualche milione, fanno tenerezza , si possono organizzare giornate della memoria, ricordarli con qualche lacrimuccia,  tanti  bei discorsi, fare bella figura e, cosa che non guasta, propaganda elettorale.
Gli ebrei vivi  che, se si difendono, sono invece fastidiosi, antipatici, fascisti, peggio di Ben Laden, perche' non rientrano negli schemi europei abituati da sempre all'ebreo che non si ribella, che soffre in silenzio, che si rifugia nella preghiera o nei libri in attesa del prossimo massacro.
Infine  il peggio del peggio,  l'ebreo col fucile in mano e la testa alta, pronto a rispondere al fuoco nemico, questo ebreo  li spiazza, li sconvolge e li fa infuriare tanto da avere la bava alla bocca.
Beh, ormai il caffe' ha preso il sapore del fiele e uno, prima di mettersi a lavorare,  pensa di andare a fare un giro in internet e la' raggiunge l'apocalisse, affoga in  un mare, un oceano, una galassia di odio allo stato puro. 
C'e' di tutto e di piu'. La testa gira perche' si non sa cosa leggere:
Si incomincia con le puntate sul boicottaggio di Israele al Salone del Libro, con le dichiarazioni di  follia dei seguaci del filosofo torinese Vattimo e del suo fratello nello spirito Tariq Ramadan.
La gente parla  di questa vergogna ? Fa commenti? Si , ne parla ma  con molta calma, senza indignarsi, ormai l'uomo della strada e' abituato a  sentire che Israele e' il demonio, che Israele e' l'assassino ( lo legge ad ogni passo anche sui muri delle citta' italiane), che Israele ammazza i bambini quindi e' normale che un simile demonio sia boicottato.
Cosa c'e' di strano?!

La gente sente  la notizia e non  gli si muove neanche un pelo.
Gli unici a indignarsi siamo noi ebrei, e neanche tutti, e naturalmente chi ci ama e ama Israele.
Prosegui la lettura in questo cosmo di odio e leggi che uno dei tanti tizi che ammorbano il web con   siti antisemiti, ha postato un elenco di ebrei e presunti ebrei accusandoli di voler conquistare il  mondo e controllare tutto e tutti.
Cambi sito e trovi un altro elenco, quello di intellettuali di pura razza ariana firmatari  di un documento intitolato "Gaza vivra'" in cui si elencano  le menzogne piu' rivoltanti e le infamita' piu' disgustose. Tra i firmatari di questa porcheria non tutti sono di pura razza ariana, vi sono anche islamici e anche qualche ebreo che vorrebbe tanto poter essere ariano ma non puo'  e allora si sfoga odiando se stesso.
Tiri un sospiro, lasci il computer per overdose di odio,  prendi una sigaretta nel tentativo di calmarti, accendi la TV e ti trovi davanti Stella Pende, inviata di Panorama, che parla di Gaza e dice, presa dalla foga e dall'indignazione, che Gaza e' il posto piu' popolato del mondo e che unmilioneemezzo di persone sono tenute prigioniere in uno spazio piccolissimo. "Peggio di Abu Graib e molto peggio di Guantanamo", grida agitatissima.
Non nomina hamas, non parla del colpo di stato di Haniye' che, dopo aver ammazzato centinaia di palestinesi, si e' separato da Mahmud Abbas perche' questi  voleva  dialogare con Israele. Non accenna alle migliaia di kassam che piovono su Sderot e l'intervista si conclude con una immagine della bionda giornalista  che , rispettosamente velata, parla con la belva di Hamas, il boss Haniye'.
Alla fine uno si mette a lavorare anche per distrarsi  e tirare il fiato e alla pausa  pranzo viene a sapere che Gerusalemme e' una Capitale senza stato  intorno.
Lo dice il sito http://www.monopolyworldvote.com/en_US/world che in origine aveva situato Gerusalemme in Israele ma che aveva subito corretto  a causa delle proteste arabe.
Gerusalemme e' senza Stato, di conseguenza Israele, unica nazione al mondo, e' priva di capitale.
Nessuna meraviglia, lo dicono da 60 anni, lo dicono per paura, per vilta', per convinzione, dipende se sono naziislamici , comunisti o semplicemente dei cagasotto.
Credete sia finita? Illusi! C' e' Google Earth che definisce Kiryat Yam, citta' israeliana vicina a Haifa,  territorio palestinese perche'  costruita, secondo G.E., sulle rovine di una villaggio arabo. La citta' protesta immediatamente,   il sindaco porta le prove dell'errore ma Google non smentisce e non cancella. La falsa notizia restera' la' per anni a nutrire di odio l'animo della gente.

E cosi' si va avanti tutto il giorno, ogni giorno e' la stessa musica, ogni giorno si viene mitragliati da diffamazioni, da bugie, da delegittimazioni, da ingiurie.
Vieni a sapere, e la nausea ti assale forte, che il Centro Culturale Candiani di Mestre proietta il film "Jenin Jenin, quello che il mondo deve sapere di Mohammad Bakri".
L'evento, organizzato in collaborazione con Pax Christi, e te pareva che non c'entravano , rientra nelle iniziative di solidarietà al regista arabo israeliano, finito sotto processo, perché accusato da cinque soldati di vilipendio delle forze armate israeliane.
Mohamed Bakri e' un mistificatore, un imbroglione, lui stesso ha ammesso di aver lavorato di fantasia ma, siccome e' palestinese,  gli si deve credere, siccome e' palestinese bisogna raccogliere soldi per pagare il processo intentato contro di lui  e da lui perso,  dai soldati israeliani entrati a Jenin.
Insomma  non ci lasciano vivere, non ci permettono di respirare, gli attacchi contro Israele sono quotidiani e ti avvolgono come una tela appiccicosa di ragno da cui non riesci a liberarti e piu' cerchi di toglierla piu' ti appiccica addosso. Un odio e una cattiveria mai espressi contro nessun altro stato al mondo, contro nessun altro popolo.
Tutto questo va inesorabilmente a mescolarsi alla disperazione per  i kassam che colpiscono Sderot facendo morti e feriti e le persone pazze di paura.
Alla preoccupazione per le minacce di hezbollah che si sta preparando a un'altro attacco missilistico contro Israele che sta gia' disponendo i patriot.
Alla pretesa dei palestinesi di avere Gerusalemme e di mandarci in casa i loro profughi.
Alle ingiurie che ci piovono addosso.
Noi ebrei, scimmie e maiali per tutto il mondo arabo.
Noi ebrei, germe cancerogeno per il dittatore iraniano.
Noi ebrei, cancro immondo per hezbollah e hamas e per i loro amici.
Sporchi ebrei per l'occidente che non capisce che difendere Israele sarebbe difendere se stesso.
Anni fa dicevano Israele discolpati.
Oggi dicono  Israele muori.
 
 Deborah Fait - www.intormazionecorretta.com

CANDIDARE O NO I CONDANNATI
Secondo “La Stampa”, il Pd e Di Pietro avrebbero deciso di non candidare persone penalmente condannate, anche se solo in primo grado. E sono in molti ad essere di questo parere. Si sostiene che chi deve votare le leggi e chi ci deve governare deve essere al di sopra di ogni sospetto. È vero che a norma della Costituzione il cittadino normale deve essere considerato innocente fino a sentenza passata in giudicato, anche se ci volessero dodici anni: ma il politico, per non apparire favorito come appartenente alla “casta superiore”, come ventila Riccardo Barenghi sulla Stampa, non deve approfittare di questa regola. Raramente si sono messe insieme tante affermazioni discutibili.
Quando la Costituente ha stabilito il principio dell’art.27 – “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” – lo ha fatto non per favorire una categoria di cittadini ma in base al principio che, prima di quella condanna, non si può sapere se la persona sia colpevole o no. Anzi, dal momento che l’esistenza stessa del procedimento è pregiudizievole per il buon nome dell’imputato, questo buon nome deve essere tutelato. La sentenza finale potrebbe essere d’assoluzione e per questo è giusto che sia condannato per diffamazione chi chiamasse assassino un condannato per omicidio in primo e secondo grado.
Tutto questo, al cittadino comune, sembra garantismo eccessivo. E non lo è affatto. Non bisogna dimenticare che una buona percentuale di accusati è assolta. Dunque, penalizzarli permettendo a tutti di metterli alla gogna, mentre sono ancora sub iudice, o vietare loro di fare politica, corrisponderebbe a condannarli prima di sapere se sono colpevoli. Inoltre, alcuni reati sono per così dire “professionali”. Un giornalista può essere stato condannato per diffamazione, perché il suo mestiere lo espone sempre a commettere questo reato, così come un camionista può essere stato condannato per omicidio colposo, visto che col suo mestiere rischia infinitamente di più di una casalinga. In altri termini, bisognerebbe prendere in considerazione quei reati che sono insieme dolosi (la diffamazione lo è, l’omicidio colposo non lo è) e gravi (la diffamazione non lo è, l’omicidio colposo lo è). Ma a questo provvede già la legge, che prevede l’interdizione dai pubblici uffici.
Dopo tutti questi rilievi precisamente tecnici, è il caso di esporne uno più di fondo. Coloro che invocano quella norma scambiano la giustizia umana per la giustizia divina. I giudici non sono i moralizzatori della società, non sono i raddrizzatori dei torti, non sono né Zorro né Michele Arcangelo con la spada fiammeggiante. Stabiliscono una “verità processuale”, non una verità effettiva. Nel senso che la verità effettiva può essere diversa da quella processuale: il condannato con sentenza definitiva per omicidio potrebbe non aver commesso il fatto, checché abbiano detto tre gradi di giudizio. Infatti, se così non fosse, non esisterebbe l’istituto della revisione del processo. Se poi si ammettesse il principio che piace tanto agli incompetenti (e a Di Pietro), cioè se si stabilisse l’incandidabilità di chi è condannato in primo grado, o peggio solo imputato, la possibilità di fare politica dipenderebbe dal beneplacito di tutti i Pm d’Italia. Sei mesi prima delle elezioni un quisque de populo con la toga sulle spalle, fra Bolzano e Trapani, potrebbe accusare un politico di aver rubato la Torre di Pisa (l’esempio è di Piero Calamandrei), e quel politico sarebbe escluso dalla tornata elettorale. Per poi essere assolto con tante scuse. Come si possono sostenere seriamente simili tesi? Almeno mezza Italia nutre più che un sospetto che nei confronti di Silvio Berlusconi sia stato posto in essere un eccezionale accanimento giudiziario (si pensi già soltanto al processo Sme): come affidare ai giudici un potere politico esorbitante?

Infine è assurdo sostenere che l’applicazione dell’art.27 della Costituzione ai politici costituisca un favore alla “casta” dei politici. Sarebbe come dire che ognuno di noi ha il diritto di ubriacarsi o di divorziare ma nel caso dei parlamentari è un favore per la casta, e dovrebbe essere loro vietato per legge. Loro devono essere di esempio. Si passerebbe così al privilegio negativo. Un privilegio in latino era una “lex in privos lata” - legge ad personam, diremmo oggi - e si tratta di un’ingiustizia sia che favorisca qualcuno, sia che lo sfavorisca.
La legge deve essere uguale per tutti e simili progetti dovrebbero essere abbandonati. Anche da certi ex-magistrati che dovrebbero tornare all’università. Per studiare agraria.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008


FERRARA
Giuliano Ferrara, per fama universale, è un uomo intelligente. Secondo gli ingenui l’intelligenza dovrebbe tenere lontani dalle sciocchezze, ma non è così. Nell’uomo raramente essa è alla guida dei comportamenti personali. La maggior parte delle volte è ottima per risolvere problemi tecnici, ma non per altro.
S’immagini che un uomo molto dotato si innamori di un’ochetta: forse che sarà meno innamorato di un uomo mediocre? Userà il suo acume per trovare genialità nelle sue osservazioni ingenue; freschezza poetica nel suo infantilismo; grazia sovrumana nelle sue moine. Tutta la sua capacità logica sarà utilizzata per dare ragione alla sua emotività. Solo quando l’innamoramento sarà finito si meraviglierà lui stesso di avere adorato quella donna. L’intelligenza, in questi campi, serve a poco.
Ferrara è in queste condizioni. Non si è innamorato di una donna ma di un’idea madre, e ora cerca di sposarne la figlia. L’idea madre è che nulla sia più nobile di una concezione religiosa della vita, anche se Dio non dovesse esistere ed anche se non si appartiene ad una data Chiesa. Per questo il suo “Foglio” si è trasformato in una sorta di giornale di monaci miscredenti, o di laici in cotta e stola. Un illeggibile ossimoro cartaceo.
Fino a questo punto, bastava saltare tutti gli articoli in cui si parlava di mistero, di Dio, di Chiesa, di oltretomba e di metafisica varia. Il giornale rimaneva leggibile per il resto, anzi col vantaggio di richiedere meno tempo di prima. Il guaio è nato quando ha cercato di sposare una delle idee-figlie: stavolta la lotta contro l’aborto.
Per sapere con quali argomenti ha sostenuto questa battaglia bisognerebbe aver letto il suo giornale, su questi argomenti, cosa che non abbiamo fatto. Anche perché si rimaneva bloccati alla semplice parola “moratoria” che significa “sospensione”: e come si può sospendere l’aborto? O lo Stato sospende la validità della legge 194 - rendendo l’aborto un reato, come era prima - oppure tutte le donne che hanno deciso di abortire rinunciano al progetto, per fare un piacere a Giuliano Ferrara. Poiché ambedue le proposte sembrano deliranti, ci si può sentire esentati dal leggere le paginate che il Foglio ha dedicato all’argomento. Se qualcuno può dimostrare in meno di mezza pagina perché questo concetto di moratoria è azzeccato, applicato a questo argomento, in molti gliene saremo grati.
Ferrara si è innamorato di questa crociata e ci si è buttato a capofitto. Ha scambiato la propria infatuazione per sacro fuoco, il ridicolo per sprezzo del pericolo. Ha dimostrato ancora una volta la validità del vecchio proverbio per cui Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. Com’era ovvio, i grandi partiti si sono ben guardati dal dargli corda. Molti – Berlusconi in testa – gli vogliono bene, ma averlo a fianco, in una campagna elettorale, è un pericolo gravissimo. Già un partito di centro-destra rischia sempre di essere ritenuto vagamente chiesastico, arretrato e codino; ci mancherebbe che si associasse con qualcuno che può essere ritenuto anti-femminista, reazionario, maniaco religioso. E che vuole rendere di nuovo reato l’aborto, dopo che al riguardo si è anche avuto un referendum.
Molti anni fa, dopo che Ugo La Malfa ebbe preso una posizione che gli risultava incomprensibile, Montanelli scrisse che La Malfa era stato sostituito da uno che si chiamava Ugo La Malfa, aveva l’aspetto di Ugo La Malfa ma non poteva essere il vero Ugo La Malfa. Nello stesso modo, in molti aspettiamo che il tempo ci restituisca Giuliano Ferrara. Quello vero.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
20 febbraio 2008

D’ALEMA L’INGENUO
D’Alema, a Radioanch’io di oggi 20 febbraio 2008. ha affermato: "Conosco Veltroni da molti anni e questa immagine buonista e ingenua non gli si attaglia. Ha invece una volonta' molto forte e determinata. Anzi, al di la' degli spigoli, qualche volta credo di essere piu' ingenuo io...".
Il grande Montanelli, per spiegare come si possono dire due cose sostanzialmente opposte con le stesse parole, forniva questo esempio: se di uno dico “è cinico ma intelligente”, lo lodo; se invece dico “è intelligente ma cinico” lo critico. La tesi si adatta benissimo alle parole di D’Alema. Si può sostenere che egli ha voluto smentire l’immagine di uomo molle e mite che si è cucita su Veltroni, riaffermandone la “volontà molto forte e determinata”, ma quell’aggiunta, “qualche volta credo di essere piu' ingenuo io...”, che avrebbe dovuto solo costituire un’iperbole, può anche essere letta come una pugnalata al candidato premier.
Veltroni un uomo mite? In realtà è uno che, come Sisto V, ha dato ad intendere di non tenere affatto alla carica di papa solo per ottenere ancor meglio l’investitura. Si è tenuto fuori dalla politica attiva, ha parlato di Terzo Mondo e di Africa, ha promesso che, finita la sindacatura, si sarebbe ritirato a vita privata (magari per riprendere l’aratura del campo di Cincinnato!), ed ecco che improvvisamente realizza un capolavoro: da sindaco nemmeno uscente (non si sa mai) a ras della Margherita e dei Ds riuniti nel Pd. Ottenuto questo, ha rinnegato sostanzialmente Prodi, affinché il discredito di quel nome non gli ricadesse sulle spalle, ha emarginato D’Alema, di cui nessuno parla e infine – approfittando del fatto che una vittoria è improbabile – ha effettuato una virata verso il centro che corrisponde alla Bad Godesberg tedesca: all’accettazione della natura socialdemocratica e sostanzialmente anticomunista di un moderno partito di sinistra europeo.
Ecco quello che ha voluto dire D’Alema: Veltroni un buono? Veltroni è uno che non si è sporcato le mani e che oggi fa le scarpe a Prodi, a Bertinotti, a Diliberto, a Percoraro Scanio, a Angius e soprattutto a me. D’Alema il velenoso, D’Alema con gli spigoli? No. D’Alema l’ingenuo. Tutto quello che posso sperare, nel caso di un’imprevista vittoria, è di avere un posto da ministro. Sotto di lui.
Veltroni è buono come la rana pescatrice: offre ai pesci di passaggio una finta esca per poi farne un solo boccone. Almeno, questa sembra essere l’opinione del nostro ministro degli esteri.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 febbraio 2008


PRODI IL BUONO
Lunedì questo giornale ha pubblicato un mio articolo in cui criticavo la politica del governo Prodi e invitavo sia Berlusconi sia Veltroni a non fornirci una ricostruzione insincera della storia di questa legislatura. Ieri, sotto forma di lettera al Direttore, è uscita una piccata e assai prolissa risposta di Romano Prodi, in cui mi si accusa di scorrettezza, mancanza di scrupoli, faziosità, mistificazione.
L'Italia è una democrazia, e La Stampa è un giornale indipendente, che ospita opinioni, analisi, valutazioni di persone che pensano con la propria testa. È stupefacente che il presidente del Consiglio, non gradendo un articolo uscito su un quotidiano, non trovi di meglio che accusare l'editorialista che l'ha scritto di «sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale», o di farsi veicolo di una «mistificazione elettoralistica». Naturalmente si può e si deve discutere e contro-argomentare, polemizzare e opporre cifre a cifre, analisi ad analisi, ma è ben triste vedere la massima autorità politica del nostro paese che si riduce ad accusare di malafede uno studioso che, su un giornale libero, riferisce dei risultati delle sue analisi e scrive quello che pensa.
Quanto al merito della controversia, qui posso dire soltanto che l'autodifesa di Prodi non mi ha convinto per niente, e che il lettore interessato a conoscere la mia risposta può trovarla sul sito della rivista Polena (www.polena.net ). Anzi, visti gli argomenti del presidente del Consiglio, sono ancora più persuaso di prima del punto centrale della mia analisi: il governo Prodi ha perso un'occasione d'oro per correggere in modo apprezzabile i conti pubblici, e lascia un'eredità difficile al governo che verrà.
Quel che vorrei fare qui, invece, è una breve riflessione su me stesso e sulla cultura politica della sinistra. Prodi può non saperlo, ma non ho mai partecipato ad alcuna competizione elettorale, né intendo farlo oggi o in futuro. Letteralmente non capisco in quale competizione sarei impegnato, quali interessi vorrei difendere, e perché mai vorrei farlo. Fra noi due, ho l'impressione che sia più il presidente del Consiglio uscente ad avere qualche interesse a «sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale»…
Quanto a me, sono solo un cittadino che si riconosce in molti valori della sinistra, anche se questa sinistra mi piace poco. E non già per le sue idee, che spesso condivido, ma per la sua refrattarietà al lavoro degli studiosi indipendenti. Il mio lavoro è analizzare i dati, cercare di capire che cosa succede, provare a raccontarlo con parole comprensibili, nei libri come sulla stampa. Ma quando mi azzardo a farlo, i miei amici di sinistra si adombrano, e i politici si irritano. I primi, i miei amici, hanno un'insaziabile volontà di aver ragione, di sentirsi sempre e comunque dalla parte giusta, di dare sempre e comunque torto agli avversari politici. I secondi, i politici di sinistra, non sono abituati ad ascoltare, e vedono come un traditore chiunque dica qualcosa che sembri dannoso per la causa. Non si chiedono mai: è vero? è falso? come lo sai? Preferiscono domandarti: perché lo dici? a chi giova? da che parte stai?
Così, a 55 anni dalla morte di Stalin, e a quasi 20 dalla caduta del muro di Berlino, troppo spesso la cultura di sinistra rimane quella di sempre: chiusa anche quando predica il dialogo, arrogante anche quando è gentile, resistente ai fatti anche quando è colta. Peccato, sarebbe bello vivere in un mondo in cui chi ha qualcosa da dire (o da ridire) si limita a esporre i suoi argomenti. Senza offendere il prossimo. E soprattutto senza accusarlo, solo perché pensa diverso, di essere passato con il nemico.

LUCA RICOLFI da “La Stampa”
Ed ecco l’articolo che si può leggere su www.polena.net

CASTRO IL GRANDE
Fidel Castro si è dimesso da Presidente di Cuba e già in mattinata, sui giornali on line, compaiono dei commenti. Non è che i giornalisti siano fulminei, è che di solito, per molti grandi personaggi, si tiene prudenzialmente nel cassetto un articolo da pubblicare in caso di morte, con pochi aggiustamenti. Si chiama “coccodrillo” proprio perché sono lacrime ipocrite, in conserva. In questo caso, anche se si tratta di commentare solo una “quasi morte” politica, i coccodrilli tornano utili.
Quello di Stefano Biolchini, sul Sole 24 Ore, si segnala per la sua fatuità. Pur col programma di descrivere luci ed ombre del regime castrista, non riesce ad evitare la tentazione di descrivere Castro come un grand’uomo. Un Davide che ha resistito ai giganti cattivi. “Ha fronteggiato - da far tremare i polsi - l'ostile vicinanza di, nell'ordine: Dwight D. Eisenhower, John F. Kennedy, Lyndon B.Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton, George W. Bush”.  Non amazzasette ma ammazzadieci. “Per te ho pugnato, per te ho vinto”. Ma dove Biolchini si dà la zappa sui piedi, azzerando totalmente la propria credibilità, è quando è sicuro dell’eccellente sanità pubblica cubana, “come ha testimoniato la scottante inchiesta di Michael Moore”. Ah, allora, se lo dice Michael Moore!
Lasciando alla loro sorte i flabellari e i corifei, che pure scrivono su cotanti giornali, è giusto chiedersi in che modo si possano giudicare gli autocrati.
In Italia abbiamo una solida democrazia e un personaggio come Romano Prodi tutto è, salvo che un pericoloso dittatore. E tuttavia, la capacità di mentire di quest’uomo, anche di fronte all’evidenza contraria (“un governo forte, serio, coeso…”), è assolutamente straordinaria. E se tanto può barare, e perfino essere  creduto da alcuni, un uomo che decine di giornali smentiscono da mane a sera, come pretendere di sapere tutta la verità in paesi in cui la libertà di stampa è un mito, dove non c’è neppure la libertà di emigrare e dove certi mali “non esistono” semplicemente perché è vietato dire che esistono?  La verità, sui dittatori, si sa solo quando i loro regimi finiscono. E non subito ma parecchio tempo dopo. Sul momento prevale la tanto frequente confusione fra “celebre” e “stimabile”, per cui molti articoli suonano celebrazioni quando non epicedi. Per sapere la verità su Stalin son passati circa trentacinque anni e la leggenda aveva messo tali radici che molti da prima non hanno voluto credere alle rivelazioni. Diliberto, addirittura, vorrebbe ancora oggi che i russi cedessero all’Italia la mummia di Lenin, che a lui personalmente è tanto cara. Non gli è ancora arrivata la notizia che il caro estinto è stato il maestro di Stalin in materia di massacri per fanatismo politico.
Per prudenza, condanniamo Castro in quanto dittatore e per il resto aspettiamo che si dissipi la nebbia. Ma che nessuno ce lo presenti come un Davide eroico o come un benefattore del suo popolo. Almeno questo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -19 febbraio 2008


IL FRAZIONISMO
Temi come la dissenteria o il frazionismo sono di stretta competenza rispettivamente dei medici e dei politologi. Ma come non è necessario essere medici per cercare di evitare la prima, ai non-politologi è permesso deprecare il secondo.
Il frazionismo è la tendenza alla “rottura” dell’unità del partito: la maggioranza è di parere bianco, noi otto siamo di parere nero, ce ne andiamo e fondiamo un altro partito in cui il parere nero è centrale. Cosa lecita e legittima, in democrazia. Secondo la Costituzione, infatti, “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art.49).
L’espressione “con metodo democratico” però può essere intesa in due modi. Il primo, il più importante e il più ovvio, è che nessun partito può avere come programma la presa del potere con la forza. Ma si potrebbe anche ipotizzare un secondo significato: l’obbligo della democrazia all’interno dei partiti. Non è perché il partito cui si aderisce ha scelto una strada sbagliata che bisogna lasciarlo e fargli la guerra. Chinare la testa dinanzi alla volontà dei più non è mancanza di coraggio o di dignità: è semplicemente accettare che in democrazia non prevale la ragione (sempre ammettendo che chi contesta abbia ragione) ma il numero. Anche se a volte può portare a risultati abnormi.
Si ipotizzi un sistema elettorale in cui ci sia un’astensione del 50%, si abbia un premio di maggioranza che consenta al partito più forte di governare e che alle elezioni i partiti abbiano avuto i seguenti risultati: A 27%, B 25%, C 13% e il rimanente dei partitini il 25%. Il partito col 27% ottiene il potere. Ammettendo che su un dato provvedimento si spacchi, prevale il 14%. Ma poiché ha votato solo la metà dei cittadini, quel 14% rappresenta in realtà il 7% dei cittadini, i quali  impongono la loro volontà al rimanente  93% della popolazione. Pessimo metodo? Forse. Ma non se n’è trovato uno migliore. Se proprio quel provvedimento non piace, non rimane, la volta seguente, che andare a votare per un partito che la pensi diversamente. La possibilità di fare marcia indietro è il più prezioso merito della democrazia.
Chi fa politica attiva in un partito deve mettere in conto che, qualche volta, sarà in disaccordo con esso e dovrà lo stesso obbedire. Il frazionismo contiene in sé l’errore di ritenere che un dato punto sia irrinunciabile, che quella decisione sia foriera di un nuovo diluvio, che bisogna salvare la patria. E contiene anche l’errore di ritenere che non esista sul mercato un altro partito al quale aderire e che sia necessario fondarne uno nuovo. Possibile che il buon senso politologico si sia tutto rannicchiato nel gruppetto di contestatori che vanno dal disegnatore a farsi creare un nuovo simbolo?
Ma fra le molle del frazionismo c’è la vanità. Finché si fa parte di un partito, si è numero in platea; se se ne esce con strepito, si ottengono i titoli dei giornali e forse perfino la risibile qualifica di segretario di un partito di quattro gatti. La vanità è una spinta potente e i media la premiano. Tabacci era nell’Udc, l’Udc nella Cdl, e Tabacci era obiettivamente un alleato di Berlusconi; ma Berlusconi Tabacci non lo sopportava proprio e il suo fucile, invece di sparare contro il nemico, sparava contro le retrovie. Soprattutto per questo era spesso invitato nei talk show guidati da giornalisti di sinistra. Essi potevano indicarlo col dito: “Vedete? Questo lo dice uno che non ha interesse ad andare contro la Cdl, visto che ne fa parte!”

Un regalo avvelenato. Perché i Tabacci (bisogna parlare al plurale, il caso è tutt’altro che unico) si montano la testa, vanno a fondare un loro partito, come hanno fatto tanti altri prima di loro, e il risultato è un pulviscolo di sigle che non contano niente. Soprattutto quando la maggioranza è solida o quando ci si avvia al bipartitismo.
Il centro politico italiano è un buon esempio di questo errore. La Dc è stata per molti decenni una coalizione di centro (non un partito, anche se lo era formalmente) che ha dominato l’Italia. Tanto che uscendo da essa non c’era salvezza: ci hanno provato in molti e nessuno è sopravvissuto. Oggi invece i nostalgici di quel partito, dimentichi del passato, fanno il contrario. Senza avere il 30% della Balena Bianca si contendono a graffi e morsi il dieci per cento o giù di lì che rappresentano tutti insieme. Certo, se domani la bilancia avesse bisogno di un ago, potrebbero anche ritrovare il potere d’interdizione che qualcuno di loro ha avuto in passato: ma è certo che, se il bipartitismo verso il quale ci si avvia funzionerà come si deve, rischiano veramente di finire nella pattumiera della storia.
Meritoriamente di segno opposto è il comportamento dell’attuale sinistra, che pure è composta dai partiti più ideologici. Nella congiuntura attuale si sono resi conto che, rimanendo separati, rischierebbero di sparire ed hanno buttato all’aria le loro identità. Meglio essere meno importanti, meno noti, meno intervistati, ma politicamente vivi, piuttosto che titolari di un marchio che nessuno vota e che non supera lo sbarramento. L’Arcobaleno non andrà al governo ma manterrà la sua visibilità e la sua voce. Non poteva ottenere di più. Ma è sempre qualcosa di meglio e di più serio della situazione in cui si sono messi gli indegni eredi di quel grande, pragmatico e unitario partito dei professionisti della politica che fu la Democrazia Cristiana.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -18 febbraio 2008


A CHI PIACE IL PROFETA GIULIANO?
Per anni ci siamo sentiti presi in giro dai catto-comunisti, comunisti dentro, ma cattolici fuori, figli di quella famosa teoria per cui la “Dc comandava su ricatto del Pci, costretta implicitamente ad ogni concessione morale per il buon governo”. Oggi ci sentiamo presi in giro dai catto-liberali e dal Ppl,  che, organizzato con i migliori auspici, ha avuto il tempo ed il buon senso di deviare da Casini (anche perché Casini aspetta buone notizie da Veltroni e dal Partito Democratico, ovvero quello che la Royal e Bayrou non hanno voluto fare in Francia), ma non quello di fare altrettanto da Ferrara e dalla Rosa Bianca. L’apparentamento con Ferrara si farà e si farà con una lista anti-aborto o pro-life, benedetta dalla Chiesa di Ratzinger e di Bagnasco (e non da quella di Tettamanzi, Martini e dei cardinali sudafricani e sudamericani che sono un altro partito), istigata, sotto una coltre di falso razionalismo, a fare ciò che Berlusconi e Fini non possono fare, ovvero fanatizzare contro i Radicali, gridare allo scempio genetico ed alla libertà senza controllo, a sua volta portata avanti dall’estrema sinistra e mettere in imbarazzo il Pd che sull’argomento è diviso fra le sortite della Binetti e le iniziative femministe della Turco. Sappiamo bene che in politica i tranelli, anche i tranelli ideologici e perfino quelli morali, sono importanti, anzi necessari per guadagnare consensi, per fare breccia nelle vecchie generazioni, insomma per guadagnare voti. Nessuno si scandalizzi, in politica queste cose fanno parte del gioco, a meno di non voler essere duri e puri e vivere chiusi in quattro mura. E’ triste però che un dibattito sulla Legge 194, sull’aborto, che è poi anche un dibattito sulla ricerca scientifica, sull’eugenetica, sia diventato in Italia come in Spagna, un’ arena politica dove le persone non devono capire, ma solo tifare in modo ignorante ed anche arrogante. La tesi del Prof. Ratzinger è proprio questa, dal referendum alle elezioni di quest’anno, la Chiesa cerca un nugolo di intellettuali che possa fare movimento laico, unirsi ai movimenti cattolici e quindi entrare nel grande teatro della politica, sbandierare nelle piazze, un tema riservato, delicato, umanamente complesso e moralmente già terribile per la coscienza di ogni donna, in nome della difesa della vita e della depravazione della scienza di nuova generazione…Perché è questo che si legge sotto le righe…E di questo nugolo fa parte anche la Rosa Bianca, un ennesimo partito costruito per evitare emorragie a sinistra (giusta compensazione a Casini) e per dichiararsi cattolici “socialmente impegnati”, moralisti eccellenti contro ogni peccato umano e nato in quel famoso family-day, dove si contestava il peccato mortale dei PACS, contro la giustezza del matrimonio (o dei matrimoni, accettati dalla Chiesa, anche se molteplici ed anche se annullati dalla Sacra Rota a suon di soldini). Cosa hanno a che fare queste persone con Berlusconi? Con un uomo dichiaratosi laico e liberale, ispiratosi a Craxi sin dal 1994, quindi scevro da implicazioni religiose e da grandi patti di ferro con il Vaticano? Con un Partito delle Libertà, che già mette in preventivo di estrometterne una (la parola d’ordine è modificare, anzi rivedere), la libera scelta della donna sulla maternità? Nulla. Eppure si apparentano, dove il termine apparentamento è guidato dalla frase “Sono con voi, ma fate voi!”. Apparentamento, paradossalmente un “PACS politico”, dove ci si unisce, ma ognuno fa quello che gli pare, salvo poi incontrarsi su qualcosa, che siano le poltrone o le simpatie vaticane. Ci saremmo aspettati più maturità. Pensate al dilemma di uomini come Taradash e Dalla Vedova che nel lontano ’70 erano figli putativi di Pannella e Bonino nelle piazze per l’aborto ed ora si ritrovano lui, Ferrara, “Giuliano di Tarso”, fulminato su Via della Conciliazione, dal Prof. Ratzinger , il quale gli ha chiesto di non perseguitare più la Chiesa con il suo fare da criticante violento e blasfemo ma anzi di guidare la piccola chiesa politica, dove non è importante capire, discutere, incontrarsi ma denunciare il “debosciarsi” dei nostri tempi. Pensate al dramma dei forzisti, divisi fra chi si sente libero e laico e chi invece farà ferro e fuoco su quel dibattito da Badget Bozzo. Un compromesso che forze nuove come il Ppl (e mettiamoci anche il Pd), non dovrebbero accettare. Anche perché mi sembra fossero contrari ai PACS…

Angelo M. Daddesio  

L’UDC DA SOLA
Casini ha sciolto la riserva arrivando alla conclusione inevitabile: il suo partito corre da solo. Ovviamente, non si tratta di una decisione adottata volentieri. L’intera Udc, se avesse potuto mantenere il suo simbolo e la sua indipendenza, sarebbe stata felice di apparentarsi con il Pdl: sarebbe stata un’assicurazione di successo e di partecipazione all’eventuale premio di maggioranza. Viceversa, la corsa in solitario diviene velleitaria. La stessa designazione di “Casini Presidente”, obbligatoria in base all’attuale legge elettorale, ha una connotazione derisoria, come si sorride leggendo “Mastella Presidente”, “Bertinotti Presidente” o “Santanché Presidente”.
Dinanzi a questo evento, si tende a dare un giudizio: ha fatto bene o ha fatto male, l’Udc, a irrigidirsi nella sua indipendenza? Ha fatto bene o ha fatto male il Pdl a non consentirle l’apparentamento? Nessuno può rispondere. Berlusconi ha probabilmente agito sulla base dei sondaggi, ma nessuno può assicurargli che essi dicano la verità e soprattutto che fra due mesi l’elettorato sarà dello stesso parere. La risposta ai dubbi la darà il 14 di aprile.

L’Udc comunque si trova ad affrontare parecchie difficoltà. Secondo la situazione che si è venuta a creare, o vince il Pdl, di cui l’Udc non è alleata, o vince il Pd, di cui l’Udc non è alleata: in ambedue i casi il partito di Casini si trova all’opposizione, con un pacchetto di voti che non fa né paura né gola a nessuno. E dal momento che attualmente si escludono alleanze dopo il voto, si condanna all’irrilevanza.
Per fare tutte le ipotesi, prima del voto è difficile l’alleanza dell’Udc con il Pd, perché non è detto che i suoi elettori la seguirebbero. È difficile l’alleanza con la Rosa Bianca, se non in condizioni di sudditanza (Tabacci Presidente, sul simbolo?); è difficile l’alleanza con Mastella, sia per le caratteristiche del partito dell’ex-ministro della giustizia, sia per il discredito che, in tanta parte d’Italia salvo che nel suo feudo, ricade sul politico di Ceppaloni. È perfino difficile il mantenimento dell’alleanza con i ras udiccini della Sicilia, perché i politici dell’isola sono estremamente sensibili al loro personale interesse. Molti, già da prima, si sono avviati a mettersi al riparo sotto le ali di Berlusconi. In totale, per motivi poco comprensibili, l’Udc si è messa in una situazione drammatica. Non pare verosimile che, dietro la facciata, ci sia solo l’ovvio malanimo personale di Casini nei confronti di Berlusconi, cui quest’ultimo ha infine deciso di rispondere con la stessa moneta. Ma non si trova una spiegazione diversa.
Il punto di vista dell’elettorato è anch’esso da prendere in considerazione. Prima, quando l’Udc era alleata della Cdl, si poteva votare per essa sia per testimoniare la propria fedeltà ai valori cristiani, sia per far deviare la Cdl nella direzione che si riteneva più giusta. E infatti l’Udc non si è affatto privata di questa rendita di posizione per frenare Berlusconi ogni volta che ha voluto. Viceversa, nel momento in cui l’Udc corre da sola, chi vota per essa è cosciente che il proprio voto diverrà di testimonianza o di opposizione. Chi comanderà si chiamerà Veltroni o Berlusconi e nessuno darà ascolto all’opinione di Casini. A questo punto, come escludere che si preferisca spendere il proprio voto quanto meno contro Berlusconi o contro Veltroni, con qualche effetto sulla politica nazionale, piuttosto che per Casini, non concludendo nulla? Il rischio è quello di un ridimensionamento impressionante del partito che – particolare non insignificante – non sarà neppure in grado di offrire occasioni di carriera politica negli enti locali. La scelta dell’Udc, se qualche effetto serio potrebbe avere nella politica nazionale, è quello di far perdere il Pdl. Ma, se questa sia una soddisfazione sufficiente per l’autoaffondamento, è da vedersi.
Casini e i suoi meglio avrebbero fatto a chinare la testa dinanzi al più forte. In politica questo è tutt’altro che umiliante. Sarebbero rimasti nell’area del potere, col tempo avrebbero forse ricuperato non solo la loro influenza ma persino la loro indipendenza. Ma anche l’imprudenza è una delle molle della storia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 16 febbraio 2008

PERCHÉ BERLUSCONI È DURO CON L’UDC
Le notizie scono scarne e bisogna cavarsela con i pochi elementi sicuri. La direzione del partito ha autorizzato Casini a non insistere per l’alleanza con il Pdl: l’Udc dovrebbe correre da sola. Candidato sarebbe lo stesso Casini e l’offerta, per la vanità di chiunque, è appetitosa. Ma l’interessato ha chiesto un po’ di tempo. “Poco fa ho telefonato a Berlusconi – ha dichiarato - un gesto che mi sembrava importante, ma non l'ho trovato, era occupato e mi richiamerà più tardi. È giusto che lo chiami io, definiremo nelle prossime ore il da farsi”. Esegesi di queste parole. Casini cerca Berlusconi, Berlusconi non cerca Casini. Pur avendo appreso che Pierferdinando gli accorda solo poche ore, non si precipita a cercarlo. Che sia una grave imprudenza o no di vedrà: ma soggettivamente questo atteggiamento dimostra che Berlusconi pensa di non avere nulla da temere. Tutti i rischi e i costi – a suo parere – sono a carico dell’Udc. Questa interpretazione è ribadita dal fatto che, sempre secondo Casini, il Cavaliere “era occupato”. Diamine, occupato a fare cosa? Che cosa vale più del 4, 5, 6% alle prossime elezioni? C’è da sperare che veramente Berlusconi fosse occupatissimo: perché diversamente si tratta di un’estrema sicurezza di sé ed anche di uno sgarbo.
“Queste sono ore decisive - spiega Casini - entro sabato devo sciogliere la riserva sulla richiesta del mio partito di candidarmi alla presidenza del Consiglio”. E prosegue: “Se non ci saranno le condizioni per un'intesa, non avremo altra scelta, faremo una battaglia politica vera, non di testimonianza, ci sarà uno scontro come quello tra Bertinotti e Veltroni”. Un momento: se il Cavaliere consentisse l’apparentamento, l’Udc sosterebbe a spada tratta il Pdl, e se non si facesse l’apparentamento promette uno scontro? Ma allora non è a favore o contro il suo programma: si chiede solo se il Pdl è un alleato o no. Inoltre, dal momento che poco oltre promette di andare all’opposizione se vincesse il Pd, è segno che l’Udc va all’opposizione in ogni caso. Casini potrebbe dire: “Sono contro tutti”. Ma anche “Solo contro tutti”.
Né vale l’esempio dell’Arcobaleno, la cui singolarità programmatica è stata proprio la ragione delle difficoltà governative di Prodi. Per fare un’opposizione dura all’eventuale governo Berlusconi, Casini dovrebbe dimostrare di essersi convertito a un’altra idea politica, e quale è rimasta sul mercato? Il marxismo? Il Papa Re?
L’Udc chiede di poter correre alle elezioni con il proprio simbolo, al pari della Lega. Dimentica che, a parte alcune sparate infelici, la Lega non ha procurato seri problemi al governo Berlusconi, mentre l’Udc (do you remember Follini?) li ha procurati eccome. Poi, che la Lega è un partito territoriale e l’Udc no. Infine, quando Casini dice: “Diventare ministro degli Esteri è una cosa piacevolissima, ma non a prezzo del silenzio politico: oggi mi si chiede di rinunciare a me stesso, tutto mi si può chiedere ma non questo”, c’è da pensare che, per lui, rinunciare a se stessi, anzi, il silenzio politico significa rinunciare al diritto di sparare a palle incatenate contro l’alleato di governo. Magari dopo avere beneficiato, in caso di vittoria, di una fetta del premio di maggioranza. Se così fosse, bene fa Berlusconi a chiudergli la porta in faccia: in materia di contestazioni interne e boccate di veleno, ha già dato.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 15 febbraio 2008


BUONI, ANZI BUONISSIMI
Quattro studenti universitari in sedia a rotelle hanno cercato casa, a Roma, e si son visti dire di no in dieci agenzie. Semplicemente perché minorati. “In alcune non sono neanche riusciti ad entrare, tenuti sulla porta quasi fossero una vergogna”. La cosa è stata documentata dalla televisione Retesole, che ha filmato i rifiuti, come dice Repubblica. A chi si presentava sano e arzillo venivano proposti degli appartamenti, mentre per loro non c’erano possibilità (YouTube, www.youtube.com/watch?v=Kw5xTOGLA8M). Uno degli studenti ha aggiunto: "È successo con le agenzie, ma anche con i privati. Appena mi vedevano cambiavano faccia, neanche fossi un mostro”.
Il primo – e più ovvio – commento, è che la società si riempie la bocca di belle parole ma in concreto discrimina spietatamente. Bisognerebbe certamente intervenire per contrastare questi atteggiamenti ma è anche interessante comprendere il fenomeno.
La nostra società vuole disperatamente ignorare la malattia, la morte, tutto ciò che contrasta con una visione della vita da pubblicità televisiva. Un tempo il popolo non osava pronunciare la parola “tubercolosi” e ancora oggi molta gente, invece di dire “cancro”, dice “una brutta malattia” oppure “un male che non concede scampo”. Chissà, non nominandole, quelle malattie non compariranno. Un pensiero magico, ovviamente. L’umanità non resiste alla convinzione che le parole siano anche sostanza e pur di non parlare di morte dice di qualcuno che è “scomparso”, è “mancato”, “se n’è andato”. Se è una donna gentile o un bambino, addirittura, che  “sono volati in Cielo”.
In questo quadro rientrano le reazioni al cieco, al paralitico, al down. A tutti gli sfortunati che il male ha colpito in maniera visibile. A parole, tutti commossi e generosi, mentre in concreto la loro reazione è: “Sparisci dalla mia vista, in modo che io possa continuare ad ignorare la tua esistenza”.
E non è tutto. Le agenzie hanno anche professionalmente calcolato che, dopo avere locato un appartamento a quei quattro disabili, i vicini si sarebbero lamentati. Vicini che in teoria si farebbero in quattro per gli sfortunati, in concreto non li vogliono accanto.
A questo si aggiunge il fatto che lo Stato ha tendenza ad essere buono a spese altrui e i danneggiati da questa “bontà” hanno tendenza a difendersi. Si faccia l’ipotesi che i quattro studenti paralitici non paghino la pigione: che scriverebbero i giornali nel caso (improbabile) che la giustizia facesse il suo corso e i Carabinieri li sloggiassero con la forza? Foto, televisioni, deputati che si straccerebbero le vesti. Il pianto greco sarebbe nazionale. Non è forse vero che, in molti provvedimenti, lo Stato nega lo sfratto quando in casa c’è un minorato, un vecchio oltre una certa età, una donna incinta? Tutti casi pietosi, che lo Stato però dovrebbe risolvere offrendo lui una casa, non costringendo il padrone di casa ad ospitarli. Il risultato di questo atteggiamento della società – buona, anzi buonissima – è che ogni persona prudente non loca la propria casa ai vecchi, ai disabili, alle donne incinte, alle famiglie numerose, ai poveri. Così lo Stato continua ad essere buono, anzi buonissimo, come eco di una società buona, anzi buonissima.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -14 febbraio 2008

H5N1: ASSOLUZIONE
La mentalità di ciascuno è largamente influenzata dall’ambiente nel quale vive. Se un londinese incontra in Oxford Street una ragazza in minigonna, non ci fa caso. Una moda come un’altra. Se la stessa ragazza volesse passeggiare (s)vestita in quel modo alla Mecca, rischierebbe una bella quantità di frustate. Il londinese ha difficoltà a capire il punto di vista del saudita e il saudita ha difficoltà a capire il punto di vista del londinese. A queste semplici ovvietà si è tentati di pensare osservando il baccano che si è fatto perché un tizio, che scrive su un piccolo blog, ha pubblicato una lista di 162 docenti universitari ebrei, o amici degli ebrei, da emarginare o chissà che. Scandalo.
Scandalo per tutti, ma non per chi frequenta i blog, una sorta di pubblicazione su Internet. La cosa cui si può più facilmente paragonarli è un volantino caduto per terra, sul marciapiede. Chi vuole può chinarsi a raccoglierlo e leggerlo ma la maggior parte tira diritto. Anche perché di quei volantini ce ne sono migliaia, forse decine di migliaia. Infatti chiunque può aprire un blog e scriverci quello che vuole: anche i deliri più sgrammaticati e improbabili, perché nessuno è obbligato a leggerlo. In effetti, è molto più facile aprire un blog che trovare lettori. Tant’è vero che la tendenza generale, sia degli autori sia di coloro che commentano i “post” (articoli), è quella di gridare, come sempre avviene quando si teme di non essere ascoltati.
Tutto ciò premesso, devo dire che conoscevo quella sigla, H5N1, oggi incriminata per la lista dei docenti. Ho dato un’occhiata, molti mesi fa, e il giudizio è stato fulminante: un povero pazzo antisemita. Uno che utilizza la libertà totale della Rete per dar libero sfogo ai suoi fantasmi e al suo delirio paranoico. Primo grado, secondo grado e Cassazione: da non leggere. Per quanto interessante o provocatorio potesse essere il titolo del “pezzo”. E tutto è rimasto lì. Per chi conosce il mondo dei blog, lo scandalo della pubblicazione dei 162 nomi è molto minore. È la minigonna per il londinese.
Questo ambiente ha come qualità fondamentale una libertà totale. Concede la parola assolutamente a tutti, senza nessun tipo di censura. E per giunta la condisce con la totale irresponsabilità. Pochi firmano con nome e cognome, nessuno con l’indirizzo e i nickname sono la regola. Dunque si assiste a duelli verbali infiniti, conditi degli insulti più fantasiosi o coprolalici, fra un Re Artù e un’Aquila Verde, fra Berty e JCM, fra Aldo T. e Nonnincarriola. Si parla con la libertà che si ha dallo psicoanalista. L’idea che l’altro reagisca con una querela per ingiurie sembra addirittura balzana. Non solo per l’obiettiva difficoltà di identificare l’offensore, quanto perché è fuori dalle regole del gioco.  H5N1 scrive stupidaggini antisemite? L’unica soluzione è non leggerlo neppure. E dimenticarlo. Chi baderebbe, vedendo passare un banco di sardine, ad una sardina deforme?
Proprio per queste ragioni tutti gli attuali progetti di denuncia per istigazione all’odio razziale e, chissà, impiccagione, per un povero demente, sembrano esagerati. H5N1 è stato indotto a non moderare la propria stupidità dalla presunzione di libertà assoluta indotta dal Web.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 14 febbraio 2008


SHOW DOWN
Per mesi si è parlato di extragettito, di surplus, di “tesoretto”, insomma di soldi in più incassati dallo Stato. Poco importa se come conseguenza dell’aumentata pressione fiscale o perché Prodi è fortunato. Il governo si è comunque vantato di questa bonanza e la discussione non è stata sull’esistenza del peculio ma sul modo della sua distribuzione.
Dopo il 24 gennaio, un po’ per la situazione drammatica in cui vivono parecchi lavoratori a reddito fisso, un po’ per non regalare al prossimo governo la popolarità derivante dal provvedimento, in molti hanno chiesto che la distribuzione di questo denaro avvenisse immediatamente. Padoa-Schioppa però, secondo Repubblica e secondo assolutamente tutti i più grandi giornali, ha risposto che “il tesoretto non esiste”. Come, non esiste? Il ministro avrebbe ribadito: “L'ho detto a dicembre: il tesoretto non esiste. E nel frattempo la situazione è peggiorata”.

L’Italia è sgomenta di fronte ad affermazioni così perentorie. I politici di sinistra e i sindacati in particolare reagiscono in maniera furibonda. Il Presidente della Camera è stentoreo: “Le risorse ci sono e vanno usate per aumentare i salari”. E, non lo dice ma è ovvio, il ministro è un bugiardo. O è stato un bugiardo prima, e con lui tutto il governo, o è un bugiardo oggi. Poi, da perfetto comunista modello Luciano Lama, Bertinotti prosegue: “Non sono impugnabili limiti di bilancio contro la questione fondamentale di chi con mille euro non arriva a fine mese”. Impugnabili è uno strano aggettivo, ma ciò che l’ineffabile Fausto intende è chiarissimo: limiti di bilancio? E che ce ne importa? I soldi ai lavoratori bisogna darli. “Il salario è una variabile indipendente”.
Ed ecco Bonanni: “A noi risulta che l'extragettito ammonti a più di 10 mld di euro ed ecco perché riteniamo un errore non averlo redistribuito a lavoratori e pensionati”. Bonanni è un altro che si dichiara ingannato da Padoa-Schioppa. O prima o attualmente.
Epifani si accorge dell’atteggiamento contraddittorio dell’esecutivo: “Sul tesoretto la posizione del governo, anche se sfiduciato, è un po' imbarazzante”. Se il denaro non c’era, perché hanno detto che c’era? E se c’è, perché dicono che non c’è? Imbarazzante è un aggettivo piuttosto mite.
Angeletti invece va giù piatto e accusa il governo di disonestà: “le risorse per realizzare l’intervento a favore dei salari c'erano e ci sono. Ma il governo troverà il modo di farle sparire per utilizzarle in un'altra direzione”. Secondo un altro giornale, le parole esatte sono: “il taglio delle tasse per i lavoratori dipendenti, [non sarà attuato] nè da questo governo nè dal prossimo: chiunque vincerà ci spiegherà che non ci sono le risorse per tagliare le tasse ai dipendenti, ma ad altri sì”. Dunque l’annuncio dell’extragettito, prima, era un imbroglio perfettamente doloso.
Il bello è che il governo è contraddetto dallo stesso governo. Ecco Cesare Damiano, ministro del Lavoro: “le risorse per i salari ci sono, secondo i dati che io conosco. Ma bisogna fare presto, perché diminuire la pressione fiscale sulle retribuzioni è un bene per il Paese al di là degli schieramenti politici”.  Non solo ci sono, le risorse, ma bisogna utilizzarle subito, per non lasciare questo vantaggio al centro-destra. E invece Padoa-Schioppa, ministro che tutti il mondo ci invidia, dice che non ci sono. Bugiardo! dice l’uno. Bugiardo! ritorce l’altro. Aspettando che intervenga la signora maestra.
Padoa-Schioppa, visto che grandinava, ha poi detto che è meglio aspettare un mese, per avere cifre ufficiali: ma neanche questa mossa prudente è plausibile. Se le cifre non erano chiare prima, perché sono stati annunciati il tesoretto e le prodezze di questo governo? E se le cifre non sono chiare oggi, perché affermare risolutamente “il tesoretto non esiste”? Questo ministro non ha il dono della parola, ha il difetto della parola.
Abbiamo avuto un governo che si vanta di successi che non ha; che ha ingannato i suoi stessi ministri e i sindacati; un governo al quale, in vista di elezioni estremamente difficili per la sinistra, si è chiesta una mossa che procurasse popolarità. Questo ha costretto il super-ministro dell’economia, come un giocatore di poker cui si dice “vedo”, a posar giù le sue carte e mostrarle. Si chiama show down: il momento in cui si confessa il proprio bluff.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  febbraio 2008

PAROLE FAMOSE
Veltroni: "Non sono gli italiani che devono rialzarsi, ma la politica". Gli italiani possono rimanere a terra.
Veltroni: "Noi siamo il cambiamento. La Cdl ha già governato l'Italia per sette anni e propone di farlo esattamente come prima". Squadra vincente non si cambia.
Veltroni: "Non ci sono due Italie". Ci sono solo state Due Sicilie.
Giordano: "Questa [nostra] sinistra non farà mai le larghe intese”. Anche perché nessuno ci vuole.
Veltroni: "Il Partito democratico è nato per unire l'Italia". E Cavour: “Allora io che ho fatto?”
Veltroni: "Il bipolarismo è stato incapace di uscire dallo scontro ideologico". Il Pd non corre rischi. Non ha un’ideologia.
Veltroni ha detto: "Comincia un tempo nuovo per l'Italia". È quasi primavera.
Veltroni: "Il governo Prodi ha risanato l'economia". Basta ripeterlo.
Veltroni: " Oggi è possibile aumentare gli stipendi". È stato impossibile solo fino al 24 gennaio.
Veltroni: "Bisogna ritrovare lo spirito di essere italiani". Speriamo che lui per primo smetterà di dire We can, I care ed altre americanate.
Veltroni: "Il nostro Paese deve tornare ad aver fiducia nel futuro". L’avrà. Dopo il 13 aprile.
Storace: "Il Pdl è un partito che non ci interessa". Non è maturo, disse la volpe.
Diliberto: "Veltroni-Berlusconi promessi sposi". Che rabbia, per una zitella.
Pecoraro Scanio: "L'unica vera novità per l'ambiente, la laicità, i diritti e i lavoratori è la Sinistra Arcobaleno”. Anche l’Aids, qualche anno fa, è stata una novità.
Cesare Salvi: "Appare chiaro l'accordo fra Berlusconi e Veltroni per dividersi il potere in Italia". Che calunnia. Ognuno di loro il potere lo vuole tutto per sé.
Rosy Bindi: "Da Veltroni discorso forte e bello". Come mai, con idee così confuse su “forte e bello”, non si è sposata?
Gasparri: "Che banale questo Veltroni. Usa slogan che noi a destra mettevamo sui manifesti vent'anni fa". E che può saperne, Walter? Vent’anni fa aveva dieci anni e non si occupava di politica.

Gianni Pardo

Frasi tratte da “Diretta – Politica” di “Repubblica


FINI E LA SUA INVERSIONE AD U
L’intervista di Gianfranco Fini a Fabrizio De Feo, sul “Giornale”, è utile per spiegare il comportamento del leader di Alleanza Nazionale, ed anche la sua svolta da quando (novembre 2007) sputava, per così dire, su Berlusconi, ad oggi, quando sembra disposto a sposarlo.
Tutto è dipeso, a nostro parere, da ciò che è avvenuto il 14 gennaio. Non è il giorno in cui è caduto Prodi: è il giorno in cui la Corte Costituzionale ha ammesso il referendum abrogativo di alcune norme dell’attuale legge elettorale. Questa consultazione, dal risultato positivo inevitabile – inevitabile dopo tutto il male che si è detto dell’attuale legge elettorale – avrebbe consegnato il premio di maggioranza al partito (non alla coalizione) che avesse ottenuto il maggior numero di voti. E questo partito, da anni ormai, è Forza Italia. Dunque, passando il referendum, il partito di Berlusconi avrebbe governato il Paese. Proprio per questo in molti pensavamo che il referendum non sarebbe stato ammesso. Ma lo è stato. E per conseguenza tutti hanno tratto un sospiro di sollievo vedendo cadere il governo prima che, in maggio, il referendum stravolgesse il panorama politico.
Si è evitato il referendum ma è rimasto il premio di maggioranza (340 deputati, a meno che non ne siano stati eletti di più con i voti raccolti) per la coalizione vincente. E fuori dalla coalizione nulla salus. Nel centro-destra è stato subito chiaro che, volenti o nolenti, se si vuole vincere bisogna tornare alla coalizione del 2001. Berlusconi è vivo, ruspante e ancora perfettamente sulla breccia. O con lui o al freddo: e Fini non ci ha pensato due volte.
Le elezioni anticipate però non eliminano il referendum: lo spostano nel tempo. Oggi Fini e Casini aiuterebbero Berlusconi a vincere e nel 2009, passato il referendum (che il premio di maggioranza lo attribuisce al partito, e non alla coalizione vincente), alle prime elezioni Berlusconi o il suo successore potrebbero scaricarli.
Fini ha dunque preferito ottenere subito, a buone condizioni contrattuali, una solida assicurazione: entrare, insieme con Berlusconi in un nuovo partito - senza nessuna umiliazione, dato che sparisce anche il simbolo di Forza Italia - in modo che, anche dopo, possa beneficiare del potere, se pure condividendolo con Berlusconi. De Feo chiede infatti quale sia stata la scintilla per questa fusione, ed ecco la risposta: “A Berlusconi ho detto: ma se ci fosse la legge elettorale scaturita dal referendum, faremmo la lista unica? Berlusconi mi ha risposto di sì. … E abbiamo rotto gli indugi”.
Certo, la mossa di Fini può suonare azzardata. Lui stesso infatti dice: “Innanzitutto da domani sarò impegnatissimo a spiegare al partito che cosa sta accadendo”. E ci dovrebbe riuscire: se un linguaggio i politici capiscono, è quello dell’interesse. Poi sarà indetto un congresso, si discuterà, ma i fatti hanno la testa dura.
Per quanto riguarda invece l’Udc e il Pdl, basti dire che l’Udc non vuole rinunciare al proprio simbolo e Berlusconi non l’accetta come alleato esterno e un po’ infido. Ma questa è una partita che si sta ancora giocando.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 11 febbraio 2008

DOCUMENTAZIONE
Da un articolo di Gianni Pennacchi – “il Giornale”, venerdì 08 febbraio 2008 - breve statistica legislativa di un governo di cui la sinistra si è affannata a dire su tutti i toni che “ha operato bene”.
omissis
Nella travagliata XV legislatura il numero di provvedimenti approvati dalle Camere è stato bassissimo. Ma i costi del Parlamento restano altissimi. La cifra sale se si considera pure la spesa di Palazzo Chigi
Roma - Se son care le leggi sfornate in questa fulminea legislatura? Carissime, ci sono costate un tesoro da fare invidia ai Nibelunghi. A saperlo, ogni buon padre di famiglia si sarebbe industriato con tutte le forze per farla morire prima dei 22 mesi che ha vivacchiato sotto il governo di Romano Prodi e del centrosinistra. Sì, lor signori han resistito in rianimazione con le bombole, ma la fabbrica delle leggi ha prodotto il fatturato più basso dell’intera storia repubblicana. E invece di mettersi in cassa integrazione, hanno speso come in tempi di vacche grasse. Sapete quante leggi hanno varato, con gran sudore, dal 28 aprile 2006 giorno inaugurale della XV legislatura, al 24 gennaio scorso quando il governo è stato sfiduciato dal Senato? Di fatto, 61. E poiché nel frattempo Camera e Senato ci son costati quasi 3 miliardi di euro (per l’esattezza 2.902.840.121), ogni massaia può fare il conto. Sono 47 milioni e mezzo di euro, per l’esattezza 47.587.542 euro a provvedimento. Sì, quasi cento miliardi delle vecchie lire per fare una legge.
E si lamentano che la legislatura «è durata troppo poco», poverini «ci hanno fatto lasciare il lavoro a metà». Se li lasciavi andare avanti con questi ritmi, è capace che ti chiedevano anche il premio di produzione oltre all’aumento. Dite che è un calcolo sbrigativo e semplicistico, perché il Parlamento non fa soltanto leggi ma pure «sindacato ispettivo» (interrogazioni e interpellanze) e commissioni di inchiesta? Sì, sì, hai voglia ad ispezionare, ma se il potere legislativo non legifera, che potere è? Calcolo provocatorio certamente, e devono ringraziare che nel conto ci sono solo i ratei mensili di spesa della Camera e del Senato. Se aggiungessimo anche la spesa di Palazzo Chigi e dei ministeri, che in fin dei conti han governato (si fa per dire) per decreti, il costo medio di una legge salirebbe oltre la decenza e la vergogna.
Più che magro, il prodotto di questi 22 mesi è misero. Sono arrivate al traguardo della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale 26 conversioni in legge di decreti governativi, 23 leggi presentate dal governo e 12 di iniziativa parlamentare, 28 ratifiche di accordi o normative internazionali. Quest’ultime sono atti dovuti, passano fulminee in commissione senza emendamenti né storie, quel che ha richiesto un po’ di serio lavoro sono le 61 leggi «vere». Dite che la fine «traumatica» ha probabilmente vanificato chissà quante leggi che avevano compiuto il giro di boa, lasciandoli lavorare forse avrebbero recuperato sulla produzione? Purtroppo no, il ritmo è quello lento delle approvazioni definitive. Tant’è che la fabbrica ha chiuso i battenti lasciando 66 progetti di legge approvati soltanto da Montecitorio e 27 da Palazzo Madama. Sì, la strozzatura era al Senato, non si sapeva? Vuol dire che pur di non correre il rischio di farsi male nella Camera Alta, l’Unione ha preferito incrociare le braccia e legiferare col contagocce.
Nessun’altra legislatura, ha registrato una media così bassa. Il centrosinistra è riuscito a battere in negativo pure se stesso: nei primi 22 mesi del primo governo Prodi infatti, le leggi prodotte sono state il doppio. Per non dire della scorsa legislatura, che dal 30 maggio 2001 al 26 febbraio 2003 ha sfornato 188 leggi, comprese le conversioni di decreti, avendone in palleggio soltanto 22 al Senato e 21 a Montecitorio. Più preziose di queste 61 leggi lasciate in lascito dalla XV legislatura, non ne avevamo mai avute.

Preziose in valuta corrente ovviamente, col metro del vil danaro del contribuente, perché se poi vai a vederne la sostanza, appaiono tutt’altro che epocali o incisive, di quelle che han cambiato la storia o i costumi civili. A parte le leggi finanziarie e di bilancio per il 2007 e il 2008, c’è solo l’indulto, come grande legge. Le quattro sunteggiate in apertura di questa pagina sono chicche, ma anche termometro della mediocrità. Aggiungeteci l’istituzione del «Giorno della memoria» per le vittime di terrorismo e stragi, volendo l’abolizione della pena di morte nei codici militari, le misure per la salute e la sicurezza sul lavoro (risultate però insufficienti pochi mesi dopo il varo), e il paesaggio è pressoché completo. Niente di sostanziale.


L’INCUBO CONDIVISO
Il governo Prodi è caduto il 24 gennaio, esattamente due settimane fa. Grammaticalmente, il tempo giusto per parlarne sarebbe il passato prossimo, ma la tentazione universale è quella di parlarne al passato remoto. I richiami alle prodezze di quel governo sono divenuti sempre più radi e guardinghi e nessuno avrebbe potuto immaginare che, dal giorno dopo, la coalizione sarebbe stata tanto criticata e screditata. A sinistra molti  si esprimono come se di quel governo fossero stati all’opposizione e il Pd, addirittura, si presenta come l’arca con cui salvarsi dal diluvio.
All’opposizione in parecchi abbiamo vissuto quei mesi come un incubo. Abbiamo avuto per questo la tentazione di trattare noi stessi da nevrotici ed ecco che oggi quel mondo, che costituì per ventidue mesi la coalizione di governo, è visto da tutti come qualcosa da cui mondarsi. Prodi osò parlare (temerariamente) di governo “serio e coeso” mentre oggi si riconosce che non fu una buona idea mettere insieme integralisti cattolici e no-global, mentalità progressista e misoneismo verde. Ma soprattutto mettere insieme comunisti giurassici e moderati di sinistra: tanto che il Pd ha visto la salvezza solo nell’amputazione. Il corpo sarà monco, ma almeno sopravvivrà. Certo, ciò facendo Veltroni ha anche gettato nella disperazione Sd, Prc, Pdci e Verdi: ma come sostenere che non se lo meritavano?
Questo induce a rivedere sotto un’altra luce quanto si scriveva all’indomani della caduta del governo. Sembrava che esagerassimo, parlando di incubo finito, e invece, dinanzi all’attuale, rigida posizione del Pd, apprendiamo con stupore che il disgusto delle dichiarazioni di Diliberto, delle sparate di Pecoraro-Scanio, dei ricatti e degli atteggiamenti gladiatori dell’estrema sinistra, non era solo nostro: era della maggior parte della coalizione. Che infatti preferisce perdere le prossime elezioni che allearsi con i massimalisti.
Ecco perché si parla di passato remoto. Oggi sembra inconcepibile che piccole schegge dell’elettorato possano dettare la politica del governo o comunque condizionarla. I piccoli, da che tuonavano contro il Presidente del Consiglio, sono ridotti a bussare, bussare, e bussare ad una porta che non viene aperta. E non tanto perché il Pd possa fare a meno di loro, quanto perché ci si è finalmente convinti che il comunismo è morto. Gli zombie potrebbero far prevalere il Pd, è vero, ma solo momentaneamente. E incamminandolo verso il cimitero. Meglio stare fermi per un giro, per poi vincere la prossima corsa.
Se il Pd riuscirà nell’operazione, se veramente si affrancherà dalla sinistra estrema, sia pure pagandone il prezzo, avrà reso un enorme servigio all’Italia. Molti, che alle prossime elezioni voteranno per il centro-destra, dinanzi ad una cattiva prova del futuro governo potrebbero votare per il Partito Democratico. Perché esso non sarà composito, bloccato e indecente come il governo Prodi.
In Italia per decenni abbiamo avuto un bipartitismo imperfetto, con la Democrazia Cristiana sempre al potere e il Partito Comunista sempre all’opposizione. Poi, per un decennio abbondante, abbiamo avuto un bipartitismo in cui il centro-sinistra era alleato con i comunisti, e la prova è stata pessima. Ora ci avviamo ad un bipartitismo senza i comunisti, cioè alla situazione inglese, spagnola, tedesca: europea.
Finalmente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 8 febbraio 2008

Le scelte e la storia.
La scelta del Partito democratico di presentarsi da solo alle prossime elezioni politiche non va tenuta nel conto di un espediente. È un fatto, certo, che se la coalizione di centrosinistra si fosse riproposta tal quale si era presentata nel 2006, l'esito sarebbe stato per lei disastroso. E questa catastrofe, va detto, si sarebbe avuta non già per la prova del governo Prodi che, anzi, nelle condizioni date ha offerto una prestazione di tutto rispetto. L'esito per il centrosinistra sarebbe stato molto negativo proprio per le «condizioni date» e cioè per la conclamata indisponibilità di micropartiti e piccole correnti a farsi carico della logica di coalizione, ovvero del rispetto del principio di maggioranza all'interno della coalizione stessa. Walter Veltroni, dunque, non poteva presentarsi alla guida di un partito legato a soci indisciplinati oltreché inaffidabili ed è costretto, sì costretto a correre in solitudine.

Ma, a questo punto della storia della sinistra italiana, si tratta di una costrizione provvidenziale che lo obbliga a tagliare con un colpo netto un nodo che altrimenti sarebbe rimasto ancora a lungo aggrovigliato. Di che cosa stiamo parlando? Dal 1861, dalla formazione del nostro Stato unitario, anche prima della nascita e dell'affermazione del Partito socialista, in Italia la sinistra di governo fu quella di ex adepti del movimento garibaldino e mazziniano (adepti di rango: Agostino Depretis, Giovanni Nicotera, Francesco Crispi) che lasciavano dietro di sé nel territorio di provenienza, un campo antisistema, parte consistente della loro legittimazione. L'identità forte restava appannaggio dei loro compagni rimasti sul terreno della radicalità: ai transfughi rimaneva un' identità dimidiata, la necessità di attestare di continuo una qualche fedeltà agli ideali di un tempo, l'obbligo morale di proporre misure in cui credevano poco, solo per dimostrare al loro elettorato potenziale rimasto fuori dal sistema di appartenere ancora a una stessa famiglia. E per avere libertà di manovra nella complicata arte del governo toccò loro, alla sinistra storica, persino di elevare a dottrina il trasformismo (1882).

Le questioni legate alla figura del transfuga che si stacca dal ceppo d'origine si proposero anche fuori dai nostri confini, ad esempio per Alexandre Millerand, il primo socialista francese che nel 1899 entrò nel governo di difesa repubblicana presieduto da Waldeck-Rousseau. Ma presto i socialisti di Francia vennero a capo di questo problema, dopo appena quindici anni, allorché nel corso della prima guerra mondiale ˜ con Jules Guesde e Marcel Sebat in rappresentanza dell'intero partito ˜ entrarono nel governo (di grande coalizione) presieduto da Viviani. In quegli stessi giorni i laburisti inglesi facevano il loro ingresso nei gabinetti (anche questi di coalizione) di Asquith e Lloyd George. E subito dopo la Grande guerra i socialdemocratici tedeschi Ebert e Scheidemann guidarono i primi governi della Repubblica di Weimar. In altre parole i socialisti dell'Europa più avanzata già all'inizio del Novecento, prima o a ridosso della Rivoluzione d'ottobre, si addossarono responsabilità ministeriali dandosi ˜ in conformità all'occasione ˜ una salda identità via via sempre più riformista.

Da noi le cose andarono diversamente. I primi socialisti che andarono al governo, Leonida Bissolati e Ivanoe
Bonomi nel 1916, lo fecero anche loro da transfughi alla guida di una piccola formazione scissionista che si era staccata dal Psi quattro anni prima. E dopo il conflitto Filippo Turati, pur avendo capito fino in fondo che cosa si dovesse fare, non riuscì a divincolarsi per portare il suo partito in un gabinetto che grazie alla forza dei socialisti avrebbe potuto sbarrare la strada al movimento mussoliniano. Poi fu il ventennio dei fascismi e della stringente logica per cui i socialisti europei furono costretti ad aderire ai fronti popolari, cioè all'alleanza con i comunisti. Ma, finita la seconda guerra mondiale, i laburisti inglesi di Attlee, i socialisti francesi di Guy Mollet e Ramadier, quelli tedeschi di Schumacher ruppero subito con i comunisti staliniani riprendendo con ciò la loro identità originaria e con essa la via del governo. In Italia no. I socialisti nostrani ancorché (particolare non irrilevante) nel 1946 fossero il primo partito della sinistra italiana restarono, unici nell'Europa democratica, avvinghiati al Pci in un legame frontista. Si staccò, è vero, nel 1947 Giuseppe Saragat ma il suo piccolo partito socialdemocratico, come già era stato per Bonomi e Bissolati, portò con sé una parte infinitesimale della sinistra che pressoché al completo rimase egemonizzata dal Pci nel campo della radicalità antisistema. E quando negli Anni Sessanta i socialisti di Pietro Nenni andarono finalmente al governo, il grosso dell'elettorato (con annessa l'identità vera della sinistra italiana) restò con il Pci all'opposizione. Insomma qui in Italia non è mai accaduto che il principale partito della sinistra si mettesse nelle condizioni di candidarsi davvero a governare - con un programma coerente di riforme coraggiose sì ma compatibili  - al riparo da veti e intrusioni da parte di entità politiche collocate su posizioni estreme. Mai.

L'unità nazionale (1976-1979) fu altra cosa e neanche l'Ulivo prodiano  - che pure è stato il progenitore del Partito democratico -  può essere considerato qualcosa di simile ai confratelli socialisti europei che dall‚inizio del secolo scorso hanno avuto (ed esercitato in prima persona) responsabilità di governo. Se non altro perché l'Ulivo non si è mai candidato a governare libero da ipoteche di sinistra. Oggi, per la prima volta dopo centoquarantasette anni, questo accade anche da noi. E grazie al fatto che Rifondazione mostra di aver ben compreso - pur non facendolo proprio - il senso di questa evoluzione, il divorzio della sinistra riformista da quella massimalista e rivoluzionaria avviene in un clima che si può definire di separazione consensuale.

Quello che sta accadendo al Partito democratico (sempre che Veltroni riesca a tenere duro al cospetto delle irragionevoli obiezioni di alcuni dei suoi) è qualcosa che va al di là di ciò che si deciderà il 13 e 14 aprile. Se il suo partito uscirà consacrato da un risultato abbondantemente superiore al 30 per cento, anche in caso di sconfitta potrà dispiegare una politica potente in grado di dare frutti molto prima di quanto si pensi. È vero che la Casa delle libertà al nastro di partenza per la corsa del 13 aprile ha maggiori e non immeritate chances di vittoria ma è vero altresì che la coalizione berlusconiana è in grande ritardo sulla via della formazione di un partito unico. E questo, agli occhi di chi come noi ha a cuore la stabilità e la funzionalità del sistema politico italiano, peserà. Silvio Berlusconi è ancora in tempo per dare un'accelerazione a questo progetto che ha sempre dichiarato essere il suo. Se lo facesse questa sarebbe una seconda positiva sorpresa che darebbe un carattere storico a questa campagna elettorale.

Paolo Mieli
- CdS

Dove va l'Italia?





























Ho due immagini davanti agli occhi, la prima e' quella di giovani nazisti no global che ieri hanno esposto bandiere palestinesi dalle finestre del Palazzo della Fiera del Libro di Torino insieme a un grande cartello dove avevano scritto a mano "NO ISRAELE" ....
NO AGLI EBREI E AI CANI scrivevano i loro kamerati 60 anni fa.
La seconda immagine e' la madre di uno dei terroristi suicidi che seduta davanti a casa alza le dita della mano a V di VITTORIA.
Vittoria! mio figlio, il martire, ha ammazzato un'ebrea e ne ha feriti 40. Poteva far meglio ma accontentiamoci.
Immagini terribili di puro odio e di fanatico razzismo antiebraico, di due gruppi vicini ideologicamente, i nazisti italiani e i nazisti palestinesi, uniti da un virus disumano di assoluta stupidita'.
Per anni, molti anni, io ed tanti altri abbiamo messo in guardia contro il nuovo antisemitismo degli italiani, antisemitismo non piu' solo fascista, da sempre chiaro e lampante, diretto contro gli ebrei come razza da eliminare ma un antisemitismo molto piu' subdolo perche' mascherato  da buonismo, da diritti umani, da terzomondismo, da democrazia: l'antisemitismo della sinistra che tutti noi sionisti abbiamo sofferto sulla nostra pelle durante le nostre battaglie per difendere in Italia l'immagine di Israele.
Abbiamo subito di tutto dai buonisti stupidi e ipocriti, dai democratici terzomondisti, dagli antisemiti di "A morte Israele",  ci siamo beccati spintoni, invettive, botte, negozi bruciati, bandiere date alle fiamme, minacce di morte, telefonate minatorie, non ci hanno fatto mancare niente, avevamo pero' la speranza che questa isteria razzista della sinistra italiana fosse un fenomeno storico passeggero e che alla fine giornalisti, politici e segretari di partito si sarebbero stancati di aizzare  branchi di giovinastri cretini e ignoranti contro Israele .
Speravamo che, vedendo gli sforzi di Israele verso la pace anche a costo di lacrime e sangue dei propri cittadini, avrebbero riconosciuto che l'odio, la violenza e la voglia di guerra erano e sono  una peculiarita' di quelli che stanno bovinamente difendendo da 40 anni.

Speravamo e sbagliavamo perche' quando l'odio diventa patologico oltre che genetico non c'e' niente che possa neutralizzarlo, infatti si e' allargato  come una enorme macchia d'olio in tutto il mondo, complice la propaganda battente degli arabi, l'infiltrarsi in occidente di milioni di islamici  che sono riusciti a riportare alla luce del sole quel sentimento che fa parte del DNA di ogni uomo affetto da cretinismo, l'odio contro gli ebrei.
Il boicottaggio di Israele non e' una novita'. lo fanno da anni in Inghilterra, lo hanno fatto universitari italiani e statunitensi, e' stato usato  in  avvenimenti sportivi, come i Giochi della Gioventu' di alcuni anni fa in cui ci si rifiuto' di accogliere gli atleti israeliani se non fossero stati invitati anche quelli palestinesi che pero' non esistevano, infatti alla fine e' venuto solo il portabandiera e dietro a lui il vuoto.
Credevamo di aver visto tutto con i cortei di italiani travestiti da kamikaze, con le manifestazioni in cui si bruciaavano bandiere israeliane, con i barbari e macabri slogan, credevamo di aver gia' raggiunto l'apice del male e ancora una volta sbagliavamo.
Il culmine lo stiamo vivendo in questi giorni dopo la decisione della dirigenza della Fiera del Libro  di dedicare a Israele la manifestazione di quest'anno in occasione del sessantesimo dell'Indipendenza.
Apriti cielo!
La sinistra estrema e' insorta: Israele NO, si sono messi a urlare, guidati dal capobranco Vattimo e dal Comunista Italiano Rizzo e, nanturalmente, da quel Tariq Ramadan che appoggia la lapidazione delle donne e la distruzione di Israele, una personcina a modo molto rispettata in Europa e ospite d'onore in tutti i salotti che si rispettino !

 
Non gli interessa la storia di cui sono assolutamente digiuni e Vattimo lo dimostro' ampiamente  durante un confronto con Fiamma Nirenstein in cui l'intellettuale fece una figura talmente ridicola che chiunque meno borioso di lui sarebbe scomparso dalla vita pubblica per almeno una ventina d'anni.
Non gli fa nessun  effetto se gli si racconta che Israele gia' nel 48  voleva dividere con gli arabi la Terra pur di poter vivere in pace.
Gli spieghi che gli arabi hanno rifiutato  e che poi hanno invaso questo paese per distruggerlo?
Alzano le spalle e rispondono "voi non dovevate venire qui, questa era terra araba"
Gli racconti che qui gli ebrei sono sempre vissuti da 5000 anni a questa parte e che gli arabi sono per la maggior parte arrivati dai paesi circostanti, gli fai un elenco di numeri?
Alzano le spalle dicono che non e' vero. Loro hanno i numeri taroccati dalla propagadnda palestino-comunista.
Gli dici che gli ebrei prima ancora di avere uno stato e senza sapere che lo avrebbero avuto vi avevano gia' costruito ospedali, scuole, universita', teatri?
"perche' siete colonialisti" ti rispondono. Gli arabi non volevano tutto questo, secondo i cretini, gli arabi volevano la loro bella malaria, le loro belle casette di fango impastato colla paglia, il loro bel tracoma e vivere felici e contenti senza ebrei tra i piedi.
Gli ebrei, come urlava il loro mufti, dovevano essere ammazzati tutti. 
Non serve a niente spiegargli che i palestinesi hanno continuato una politica assolutamente stupida e assassina per 40 anni , non serve a niente ricordargli  che da Gaza gli ebrei se ne sono andati due anni e mezzo fa. "Israele ha deciso da solo" ti rispondono i cretini. Chissa' con chi doveva decidere visto che non ha mai avuto un interlocutore e, comunque, Gaza era libera e tutta per loro come chiedevano dal 1967.
C'era bisogno che i palestinesi ne prendessero possesso distruggendo tutto, bruciando ogni cosa? Non potevano  dimostrare di essere uomini, di volere un paese  mettendosi a lavorare per creare anziche' distruggere?
Tutto inutile, non gli interessa, la verita' la rifuggono , vogliono odiare e basta, e' il solito virus, la solita malattia incurabile che  li rendeva ciechi di furore come li vedevo, nelle scuole d'Italia dove parlavo, sbavarmi sul viso rabbia feroce e urlarmi "assassini,  assassini, andate via di la'".
 

Israele NO, oggi.
Ebrei NO , Juden rauss , ieri.
 
Un bellissimo articolo di Aldo Grasso sul Corriere chiede agli intellettuali  e ai conduttori della  televisione  italiana di prendere posizione.
Dove sono? Da qualche parte saranno ma improvvisamente sordi e muti, non sento non vedo non parlo.
Israele? non conosciamo grazie.
 
I giovani che si sono presentati ieri al Palazzo della Fiera a Torino con le bandiere palestinesi e il cartello NO ISRAELE, hanno dato a tutto il mondo civile una dimostrazione di sinistra barbarie perche' boicottare una democrazia, rifiutare la partecipazione di Israele a una manifestazione culturale , significa negare di fatto il suo diritto all'esistenza.
Negare il diritto all'esistenza di una Nazione qualsiasi e, nello specifico, di un paese democratico che ha fatto della cultura la propria bandiera e della pace la propria speranza , e' un crimine contro l'umanita'.
 
Juden Rauss, fuori gli ebrei dalle universita' e dalle scuole del Regno. Leggi razziali fasciste 1938.
 
Juden Rauss, fuori Israele dalla Fiera del libro. Leggi razziali comuniste 2008.
   
E' in questa direzione che va l'Italia?
 
La mia speranza e' che la giustizia e la fermezza  vincano contro questa masnada di portatori di infamia.
Il mio sogno e' che  la Fiera del Libro, quando aprira',  venga pacificamente invasa  da migliaia di cittadini con le bandiere di Israele e dell'Italia per dire ai barbari che  il nazismo non passera', che la liberta' non verra' offesa e che la cultura vincera' sempre.
 
Deborah Fait. www.informazionecorretta.com


MAURO DORMITAT
Ezio Mauro scrive editoriali che, pur faziosi, hanno in generale una loro ragionevolezza. Ma stavolta, come diceva Flaiano, “l’insuccesso [della sinistra] gli ha dato alla testa” e nel suo editoriale di oggi smarrona qualche po’. Del resto, quandoquidem bonus dormitat Homerus, a volte anche Omero non è eccelso.
Secondo Mauro, Berlusconi, alla famelica ricerca di una rivincita, “raduna i reprobi e i convertiti, dopo l'ora d'aria”.  L’ora d’aria sarebbe quella che il popolo italiano ha avuto per ventidue mesi: perché prima, con Berlusconi, è stato in carcere per cinque anni. Queste sono esagerazioni da galera. Con ora d’aria, naturalmente.
Poco prima aveva scritto: “la destra guarda al voto di aprile come a un giudizio di Dio ritardato”. Traduciamo: la destra reputa che meritava di vincere, il successo le fu rubato dall’Unione e ora, in secondo grado, Dio interviene a fare giustizia. Tutta questa ironia è bella e saporita ma contraria al significato dell’espressione “giudizio di Dio”. Storicamente questo espediente decideva un processo - che non si riusciva a risolvere diversamente - con un procedimento altamente aleatorio e non fondato sulle prove, ed anzi in qualche caso impossibile (ad esempio sopravvivere all’annegamento, il famoso witch pond). Qui invece nessuno fa dipendere niente dal caso o da un miracolo: Berlusconi reputa di avere il sostegno degli italiani e vuole solo giocare una “partita di ritorno”. Come quando una squadra ha perso, all’andata, per zero a uno su rigore al novantesimo, e le rimane una bella rabbia. Il richiamo al giudizio di Dio è assolutamente fuor di luogo.
Mauro ha però altri rimproveri, in canna: “la destra (che) non ha saputo cambiare una legge elettorale sbagliata e dannosa, e non ha voluto due riforme essenziali per la governabilità e la legittimità del sistema”.  Qui egli raggiunge vette inusitate di cecità politica e storica. La destra non ha saputo cambiare una legge elettorale sbagliata? Forse ci saremo distratti, ma non sono Prodi e i suoi amici quelli che hanno avuto il potere per ventidue mesi? E forse che la legge elettorale richiede una maggioranza qualificata? Con la loro maggioranza semplice non potevano forse modificarla in quattro e quattr’otto, se solo fossero stati d’accordo sul come modificarla? Solo che non lo erano, questo è il punto. E si vuol dare al centro-destra la colpa di tutto questo?
Per quanto riguarda la governabilità, il centro-destra ha varato una riforma costituzionale che risolveva proprio questi problemi con provvedimenti che anche il Pd ora riprende nel suo programma. E chi ha promosso un referendum per annullarle, quelle riforme? Il centro-sinistra. Anche questo ha dimenticato, Mauro?
L’ultima perla è questa: l’editoriale parla della “disconnessione di molti cittadini dalla vicenda pubblica. Qualcosa che la destra ha incoraggiato corteggiando l'antipolitica”. E i girotondi sono forse di destra? Beppe Grillo è di destra? I movimenti extraparlamentari, tipo black block, no global e violenti vari, sono forse di destra? Mauro da un lato e molti italiani dall’altro dobbiamo aver visto un diverso film.
Questo Direttore è a capo di uno dei due più grandi giornali d’Italia. A questi livelli, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di meglio.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 febbraio 2008


LA LEZIONE DEI FATTI
La politica è un oceano di parole su cui galleggiano i fatti: gli unici che contano e gli unici che permettono di orientarsi. Le parole pesano e contano solo nella misura in cui annunciano fatti o sono esse stesse dei fatti. E quelli più importanti delle scorse settimane sono due: la dichiarazione di Veltroni che il Pd andrà da solo alle urne, quando che sia, e la defezione di Mastella, che ha sostanzialmente risposto: “e sia ora”.
Nel Pd ci si è resi conto che la formula Prodi – a sinistra tutti dentro la coalizione – è fallita. Troppe contraddizioni, troppi ricatti, troppe minacce. Si è capito che una volta o l’altra sarebbe andata male e il governo Prodi sarebbe caduto. Il tentativo di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa si è rivelato sterile.
Questo per il passato. Per il futuro, vista l’enorme impopolarità del governo Prodi, è stato chiaro che alle successive elezioni si sarebbero avute ben poche speranze di vittoria. E non bisogna dimenticare che, anche in caso di miracolo, non c’era speranza di poter poi governare con la vecchia formula. Se non ce l’ha fatta Prodi, totalmente privo di scrupoli, chi altri potrebbe farcela? L’unica seria speranza è stata dunque quella di porre le premesse di una vittoria nel 2016 (nel caso Prodi fosse riuscito a completare la legislatura), o prima, se Prodi fosse caduto prima. E, in effetti, Prodi è durato ben poco tempo dopo questa presa di posizione: tant’è vero che in parecchi hanno sostenuto che è stato Veltroni a far cadere il governo. Dunque, in barba a tutti gli epicedi sul governo appena caduto, la data fatidica si è fortunatamente avvicinata. Il Pd dovrebbe avere qualche seria speranza di vincere nel 2013, non nel 2016. Per quella data, questo grande partito socialdemocratico potrebbe presentarsi come il grande contenitore della sinistra moderata – si può dire laburista? – da contrapporre a un partito o a una coerente coalizione di moderati di  centro-destra. I conservatori.
Qualcuno si stupirà di queste date: 2016, 2013, che sembrano lontanissime: il fatto è che sono inevitabili. Il governo Prodi e i suoi risultati sono oggi molto poco stimati. Se vincerà Berlusconi e se, come è già avvenuto, riuscirà a governare per cinque anni, ogni progetto si sposta automaticamente al 2013. Veltroni si è chiesto: come vincere e governare nel 2013? La risposta è stata: scaricando i comunisti – inassimilabili – e tutti coloro che intendono ricattare il governo. Per questo ha proposto una forza moderata, europea, unitaria, credibile anche per il centro. Un partito che potrebbe pescare, anche al centro, molti più voti di quanti ne peschi una coalizione appesantita dall’accusa di apparentamento con i comunisti. Questo spiega il comportamento di Veltroni e del Pd fino a questi giorni.
Anche Mastella e i suoi amici hanno ragionato sulla base dei fatti. Dopo la dichiarazione di ammissibilità del referendum, è stato chiaro che o i partiti si sarebbero messi d’accordo per una nuova legge elettorale - che, per essere approvata dal Pd e Fi, doveva necessariamente penalizzare e forse far sparire i partitini - oppure si sarebbe andati al referendum che, anch’esso, avrebbe azzerato i partitini. L’unica speranza era quella di andare ad elezioni prima del referendum, con l’attuale legge: e per questo si è fatto cadere il governo.
Per quanto riguarda la scelta di campo, dopo la dichiarazione di Veltroni, l’Udeur avrebbe la possibilità di sciogliersi e confluire nel Pd. Ma innanzi tutto non è detto che sarebbe accettato, e poi questo farebbe perdere a Mastella la sua leadership. Invece, avendo anche il merito dell’assassinio di Prodi, l’Udeur si troverà la strada spianata verso la coalizione di centro-destra. Qui, appunto, non c’è un solo partito ma una coalizione che dunque accetterà molto più facilmente un nuovo ospite. Per giunta ideologicamente nient’affatto lontano. Tutto questo significa sopravvivenza per l’Udeur e per Mastella personalmente.
Questo è ciò che raccontano i fatti: Veltroni, per vincere in futuro, ha scaricato i comunisti e Prodi. Mastella ha accelerato il processo per evitare una nuova legge elettorale e potrebbe salvarsi raggiungendo il suo vecchio schieramento di centro-destra. E tout va pour le mieux dans le meilleur des mondes (tutto va per il meglio nel migliore dei mondi), come diceva Pangloss nel Candide.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 6 febbraio 2008


EPILOGO
Se, per un’insolita congiuntura meteorologica, un ciclone colossale si avvicinasse a New York, è ovvio che l’intera città sarebbe in allarme. Si prenderebbero tutte le opportune precauzioni e quei giorni sarebbero vissuti tutti nel segno dell’imminente catastrofe. Se poi invece il ciclone deviasse dal corso previsto o si dissolvesse prima di toccare la città, non se ne parlerebbe più. Il suo mancato passaggio non lascerebbe conseguenze. Ci sono avvenimenti che, una volta che siano verificati, chiudono il problema. Al punto che, qualche giorno dopo, pare strano che tutti se ne siano tanto interessati. Il tentativo di Marini si è concluso ed oggi è chiaro a tutti ciò che ad alcuni fu chiaro sin da principio: si è perduta una settimana. Si andrà alle elezioni con l’attuale legge elettorale e nessuno ne morirà.
Votare di nuovo, quando cade un governo e non c’è una maggioranza alternativa in Parlamento, è la cosa più banale e naturale. Purtroppo in Italia, come diceva un amico inglese, nothing is simple. Si è riusciti a creare uno psicodramma sul nulla, su una legge elettorale che è stata già applicata senza che crollasse il mondo e senza che il Parlamento uscito da quelle votazioni l’abbia modificata. Se ne è parlato, oh sì. Ma parlarne senza modificarla significa che o non la si voleva cambiare, oppure che ognuno voleva cambiarla in maniera diversa. Caduto il governo, la parte che prevedeva la propria sconfitta ha messo in scena una tragedia, come se quella legge elettorale potesse condurre l’Italia all’ingovernabilità (recentemente dovuta invece al sostanziale pareggio nei voti) e come se Annibale fosse alle porte. E soprattutto come se, con un minimo di buona volontà, la si potesse modificare in quindici giorni, mentre Marini, rimettendo l’incarico, ha onestamente dichiarato: “Non ho riscontrato l’esistenza di una significativa maggioranza su una precisa ipotesi di riforma”. Finalmente Napolitano ha visto che non ci sono né trazzere né tunnel: c’è solo la via maestra che conduce al voto. E lì si va.
Si diceva giorni fa che è poco credibile la gazzella che cerca di spiegare al leone che la dieta di carne può causare acido urico. Tutto il discutere che si è fatto dal 25 gennaio ad oggi è stato miserevole. Veltroni, quanto meno a parole, voleva guadagnare un anno per dare alla gente il tempo di dimenticare Prodi; molti volevano guadagnare alcuni mesi per arrivare alla pensione di parlamentari; Cossiga, come sempre originale, ha battuto il record votando la fiducia al governo “per la situazione nel Kossovo”: di cui nessuno parla più. In realtà le proteste del centro-sinistra erano quelle del tacchino che vorrebbe spostare la data del Natale.
Nella nostra Italia le cose più semplici diventano per forza delle sceneggiate, con prefiche, pianto e stridor di denti. Fra l’altro gli sforzi del centro-sinistra – biasimi, blandizie, promesse di benefici, appelli ai più alti ideali ecc. – sono suonati come un’ammissione preventiva di sconfitta. E quando si deve ancora salire sul ring questa è tutt’altro che una mossa intelligente. Tutti hanno tendenza a tifare per il vincitore. Dire in anticipo che l’avversario ha i guanti truccati, che è brutto e cattivo, che forse l’arbitro non è imparziale, che la luce dà fastidio agli occhi, dimostra che in realtà si ha paura dei bicipiti dell’altro pugilatore. E si è dei pessimi perdenti.
In vista delle elezioni il Pd dovrebbe dire: “il governo è caduto, anche perché la nostra coalizione era troppo eterogenea. Ora ci presenteremo con una coalizione coerente e governeremo meglio. Dateci una seconda chance”. Poi, se perdesse lo stesso, almeno non sarebbe un cattivo perdente, pronto più allo sgambetto che allo scontro le
ale.
Quando la morte è inevitabile, non rimane che affrontarla con stile. Durante la Rivoluzione, una coppia di nobili fu condannata alla ghigliottina. Saliti sul palco, il marito si avvicinò per primo al boia dicendo alla moglie: “Madame, souffrez que pour une fois je passe devant vous”, “Signora, voglia permettermi per una volta di non darle la precedenza”.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  - 4 febbraio 2008

Questo articolo è interessante per il parallelo che si può stabilire con Silvio Berlusconi. La traduzione è mia e rimpiango che nessuno me la paghi. G.P.
ALL YOU NEED IS HATE

Ho esitato per qualche tempo se sì o no scrivere questa colonna, ed ho esitato per paura di favorire l’agenda che è il suo obiettivo. Intendo l’agenda dell’odio  per Hillary Clinton .
L’esistenza di questo odio non è certo una notizia – ci si riferisce abitualmente ad esso, da parte dei commentatori di questa campagna ed è stato documentato in saggi e libri – ma i particolari possono ancora stupire quando si vanno a studiare più da vicino.  Nell’edizione di gennaio del GQ, Jason Horowitz ha descritto il mondo degli odiatori di Hillary e ne ha intervistati parecchi. Horowitz trova che le caratterizzazioni ostili della Clinton non si assommano in una coerente descrizione della sua odiosità. Ella è diffamata perché è una femminista e perché non lo è, per essere della sinistra estrema e per essere “un falco guerrafondaio”, per essere atea e per essere “spaventosamente fondamentalista”, per essere la vittima dei peccatucci di suoi marito e per averli permessi. “È, conclude Horowitz, un vaso nel quale [i suoi detrattori] possono versare qualunque cosa detestino”. (In questo è la controparte di Gorge W.Bush, che ha più o meno la stessa funzione per molti liberal).
Questo non significa che non ci siano motivi razionali e ben considerati per opporsi alla candidatura della Clinton. Può dispiacervi il suo programma politico (che lei non è riluttante a spiegare anche nei particolari). Potrebbe non riuscirvi di superare il suo passato voto per autorizzare la guerra in Iraq. Potreste pensare che la sua personalità non è adatta al compito di ispirare ed unire il popolo americano. Potreste credere che se questa è una campagna elettorale per ottenere un vero cambiamento, lei non è la persona che possa realizzarlo.
Ma le persone e i gruppi che Horowitz esamina hanno condotto le critiche della Clinton a ciò che i giornalisti sportivi chiamano “il livello successivo”, in questo caso il livello della vituperazione personale, non connessa ai fatti, e che spesso dei fatti non tiene conto. Queste persone sono ossessionate da cose come lo stile della sua pettinatura, la “stranezza” dei suoi occhi  - “L’analisi degli occhi della Clinton è uno dei temi favoriti fra i più rabbiosi dei suoi avversari” – ed essi smerciano e riciclano argomenti da ciò che Horowitz chiama “I documenti pazzi”: è la candidata di Osama bin Laden; uccide i gatti; è una strega (e questo non nel senso metaforico).
Ma questa lista, per quanto possa essere deprimente, non comincia neppure a cogliere la follia dei membri più appassionati di questo culto. Un tizio mi ha spedito 24 lunghissimi documenti selezionati da quelli che lui chiama la sua “documentazione su Hillary”. Se prestate fede a questa documentazione, Hillary Clinton è un’assassina, una ladra di appartamenti, una che distrugge i beni altrui, una ricattatrice, una violentatrice psicologica, una criminale in giacca e cravatta, un’adultera, una bestemmiatrice, una bugiarda, la proprietaria di una polizia segreta, un’usuraia, una misogina, una subornatrice di testimoni, una criminale da strada, un’intimidatrice delinquenziale, una vessatrice ed una sociopatica. Queste accuse sono “sostenute” con conclusioni basate su una logica insinuante, tortuosa, stiracchiata, e fotografie che – si dichiara – parlano da sole. Ma che non lo fanno.
A paragone di tutto questo, la campagna più arrabbiata contro John Kerry è stata un modello di obiettività. Quando il titolo di una sezione della “Documentazione su Hillary” recita: “I Clinton hanno mai ammazzato qualcuno?” - e si rende presto conto che questa è una domanda retorica come chiedere “Il Papa è cattolico?” – uno capisce di essere entrato nel paese delle favole.
Horowitz ammonisce che, a mano a mano che la campagna diviene più infuocata, questo “tipo di discorso probabilmente non rimarrà ai margini per lungo tempo”, ed egli predice che una parte di esso sarà usata dagli attivisti repubblicani. Ma esso attende dietro la curva, poiché lo spirito che lo informa si è già aperto una strada nei principali media. Rispettati commentatori politici dedicano tempo prezioso sui loro network per profonde analisi del modo in cui lei ride. Ognuno la rimprovera per ciò che suo marito fa o per ciò che non fa (e per questo si è creato il composto “Billary”). Se lei risponde aggressivamente alle domande, è stridula. Se modera il suo tono, sta solo recitando. Se piange, è che sta fingendo. Se non piange, è troppo mascolina. Se si veste in maniera tradizionale, è sciatta. Se no, è assurdamente provocante.
Omissis
L’analogia più stretta è con l’antisemitismo. Ma prima che voi pensiate di inserire un commento, sappiate che non intendo che queste due cose siano simili nel loro significato o nel danno che possono fare. È soltanto che ambedue si nutrono d’aria e fioriscono indipendentemente da qualunque cosa che stia fuori dalle loro ossessioni. L’antisemitismo non ha bisogno degli ebrei e l’anti-Hillarysmo non ha bisogno di Hillary, salvo che come un pretesto per la sua immaginazione collettiva. Comunque vada questa campagna, l’odio per Hillary, come il rock ‘n’ roll, non passerà di moda.

Stanley Fish - Dal New York Times, 3 Febbraio 2008


PERCHÉ MARINI
Molte persone di buon senso si chiedono: che senso ha avuto l’incarico a Marini? Si sa che non c’è più una maggioranza di centro-sinistra. Si sa che Casini non è disposto a saltare il fosso. Berlusconi ha detto chiaro e tondo che non accetta altro che le elezioni anticipate. Allora, perché Napolitano non ha evitato di perdere tempo – essendo noto che la mancanza di un governo è un danno per il paese – sciogliendo immediatamente le Camere?
La politica non vive solo di fatti: vive anche di come essi sono visti e vissuti. La fine della legislatura è inevitabile ma la gente non passa il proprio tempo a seguire da vicino le vicende del “Palazzo”. Se dunque Napolitano avesse immediatamente agito con realismo, la gente avrebbe pensato a disinteresse per la stabilità del paese; a supina accettazione dei voleri di Berlusconi; a uno sgarbo alla sinistra, in omaggio ai futuri padroni. La gente avrebbe detto: “Ma lui non ci ha nemmeno provato, a salvare la legislatura! Con qualche transfuga in Senato, un Presidente incaricato non avrebbe potuto trovare una nuova maggioranza? Il centro-sinistra è inciampato e lui ne ha approfittato per dargli il colpo di grazia”.
Proprio per evitare tutto questo, il Presidente ha fatto finta di sperare l’impossibile ed ha dato un incarico impossibile a Marini. Questi, da parte sua, ha sempre saputo di fare un buco nell’acqua: ma alla fine, probabilmente per le enormi pressioni ricevute, ha accettato. Si è dunque persa una settimana per fare contenti gli italiani. Per far sì che tutti si convincessero che Napolitano non ce l’ha col centro-sinistra e che se non si prosegue la legislatura è perché non si può fare diversamente.
Marini, in omaggio alla propria intelligenza, non ha nascosto il suo pessimismo; dal momento che lo sfacelo dell’Unione va oltre i semplici numeri, ha affermato che non avrebbe accettato di essere a capo di un governo sostenuto da un senatore o due di vantaggio; infine, coerentemente col senso del mandato ricevuto, non si è limitato a consultare i grandi partiti, ma ha scomodato la Confindustria, i sindacati, la Confcommercio, perfino i partiti individuali e a momenti anche la bocciofila di Abbiategrasso. Tutto per poter dire: “Ci ho provato col massimo scrupolo, ho sentito tutti. Se andiamo alle elezioni non è per colpa di Napolitano; e neppure mia, ovviamente”.
La sinistra ha tratto e trarrà tutta la possibile utilità, da questo valzer degli incontri. Sosterrà che ci saranno nuove elezioni per colpa di Berlusconi come se, senza Berlusconi, gli italiani andassero a braccetto e d’accordo su tutto. Ma bisogna capirla: ognuno tesse col filo che ha.
Un ultimo dubbio riguarda che cosa seguirà lo scioglimento delle Camere. Napolitano infatti potrebbe accettare la rinuncia di Marini e far gestire le elezioni al governo Prodi. Oppure potrebbe incaricare Marini di formare un governo, che non otterrebbe la fiducia del Parlamento e gestirebbe le elezioni, con un doppio vantaggio per la sinistra:  perdere ancora tempo e togliere di mezzo l’impopolare Prodi. Ma questo lo si vedrà a giorni.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 3 febbraio 2008

MOLLICHINA

Enzo Bianco accusa Fini di volere le elezioni “Perché sente profumo di potere”. Strano rimprovero. È come accusare un gatto di essere eccitato sentendo odore di pesce

OPERETTA
Io voto, tu voti, egli vota, noi votiamo, voi votate, tutti votano...ma quello che decidiamo col nostro voto non conta nulla, perchè arriva il sindacato insalutato ospite e non votato da nessuno e cambia le carte in tavola. Non basta che partecipi ai "tavoli" su tutto, che metta i veti, che inserisca i propri uomini nei posti chiave delle istituzioni, che il Governo democraticamente eletto non sia libero di far nulla se non si siede al "tavolo" a negoziare tutto, dal diametro delle speci pescabili di mollusco alle leggi finanziarie. Non basta. Ora dev'essere consultato per sapere se si deve andare a votare o no.
E' davvero una commedia dell'assurdo, un paese da operetta.

a.marzano


L’ILARE UMOR NERO DI SARTORI
Contraddire Sartori è sbagliato perché scrive con tono scanzonato e si rischia di discutere seriamente una barzelletta. Inoltre egli reputa più o meno escrementi le figure più importanti della nazione, a cominciare da Prodi e Berlusconi, e non ha senso che lo contraddica un assoluto nessuno. Ma poiché non è l’unico ad avere una natura giocosa, sarà pure lecito scherzare un po’.
Il sorriso nasce già all’inizio dell’articolo: “I politici disinteressati che operano soltanto nell'interesse del Paese sono oramai rari”. Ma come, si interessa di politica da almeno sessant’anni, e dopo avere sempre trattato tutti da ingenui, quando non da scemi, usa un avverbio, “oramai”? Quando e dove li ha visti, questi politici disinteressati? Era forse disinteressato Pericle, addirittura accusato di peculato? Erano disinteressati Cesare o Innocenzo III, che pure era Papa?
Parla poi di mandare a casa questa insopportabile “casta”: ma chi dovrebbe sostituirla? Quale convento contiene questi santi, quale campo stanno arando, questi novelli Cincinnati? Si può essere professori di fama internazionale, editorialisti del Corriere della Sera, e poi dire cose del genere?
Scrive ancora Sartori: “il Mattarellum e il Berlusco-Prodismo ci hanno regalato carrozzoni «coatti» che imbarcano cani e gatti e che propongono offerte fumose e intrinsecamente contraddittorie”. In questo c’è del vero: più è grande una coalizione, più contraddizioni contiene al suo interno. La Democrazia Cristiana, che pure era un solo partito, conteneva al suo interno tutto e il contrario di tutto. Si ebbe addirittura l’ufficializzazione di queste contraddizioni: le “correnti”, partiti di secondo livello, con tanto di nome: dorotei, basisti, demitiani, morotei, ecc. Neppure nel bipartitismo perfetto di democrazie sicure come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti tutti quelli che appartengono ad un partito la pensano nello stesso modo su tutto. E allora, che critica è questa? Forse che il Pd, nuovo com’è, non contiene contraddizioni al proprio interno? Tutto sta a vedere se le contraddizioni siano digeribili (Dc) o indigeribili (Unione).
I politici, pure interessati, non sono “tutti egualmente dannosi per l'interesse generale. A Berlusconi conviene (per sé) saltare la riforma elettorale? Sì. A Veltroni conviene (per sé) avere la riforma elettorale? Sì. La differenza è che mentre l'utile del Cavaliere confligge con l'interesse del Paese, l'utile di Veltroni è anche nell'interesse del Paese. Su una scala da 0 (cinismo puro) a 10 (altruismo massimo), in questa partita piazzerei Berlusconi a zero e Veltroni a 5”. Innanzi tutto, chi dice che l’interesse del Paese sia quello di dilazionare un’inevitabile tornata elettorale? Poi Sartori dimentica che lo stesso discorso, con gli stessi compunti e virtuosi atteggiamenti, a Berlusconi fu fatto da Scalfaro, in modo da rinviare le elezioni. Elezioni che, contrariamente agli impegni, si tennero molto, molto tempo dopo. Quando l’indignazione per il ribaltone era sbollita. Berlusconi allora fu fesso: ma gli si può chiedere di essere fesso a ripetizione? Scalfaro non era in buona fede e Veltroni lo è? A parte il fatto che sicura è solo la morte, chat échaudé craint l’eau froide, gatto scottato teme anche l’acqua fredda.
Qualche dubbio si può invece avere sulla sincerità di Sartori quando scrive: “In Senato giace quasi pronta una buona proposta di riforma (la bozza Bianco) sulla quale un accordo trasversale potrebbe essere stipulato in pochissimi giorni”. In pochissimi giorni quando non sono bastati moltissimi mesi? Che peccato, che Napolitano non abbia incaricato lui, invece di Marini!
“Se Berlusconi dicesse di sì, sarebbe cosa fatta. Ma Berlusconi dice di no, perché a lui, dicevo, l'interesse del Paese non importa un fico secco. Si avverta: una piccola generosità non lo danneggerebbe di molto e gli farebbe fare, in compenso, una bella figura”. Qui si dimentica che Berlusconi  dice no, ma non è che tutti gli altri vogliano la stessa legge: ché anzi è questa la ragione per cui non si è arrivati ad un accordo prima.  Neanche a loro importa un fico secco, dell’interesse dell’Italia?
La verità è che Sartori ha un’antipatia viscerale per Berlusconi e non l’approverebbe nemmeno se moltiplicasse i pani e i pesci e l’unico serio motivo per leggerne gli editoriali è che essi sono sempre conditi da un ilare umor nero, gradevole come un caffè amaro.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -1 febbraio 2008