archivio gennaio 2008
Due o tre cose sui PM milanesi, i media,  Berlusconi e il falso in bilancio.
Il falso in bilancio non è stato depenalizzato, è stato reholato in modo diverso.
Questo è l'art. 262
1 c.c. che prevede attualmente il reato:

[I]. Salvo quanto previsto dall'articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l'intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorchè oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l'arresto fino a due anni.
[II]. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.
[III]. La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all'1 per cento.
[IV]. In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.
[V]. Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l'interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall'esercizio dell'ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonchè da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell'impresa.
 
Il Tribunale di Milano ha ritenuto che Berlusconi non abbia commesso nesuno di questi fatti.
(anto.guarnieri - forum radicale)

Non spiegarlo agli Italiani e fare confusioni è facile, basterebbe far sapere che  anche per  Francesi, Inglesi, Tedeschi, Spagnoli, Americani, Olandesi.....  il falso in bilancio, " di per se ", non costituisce, giustamente, reato.
Falso in bilancio è qualsiasi cosa iscritta nel bilancio aziendale che non rappresenti correttamente una parte della situazione patrimoniale dell'Azienda e che modifichi, conseguentemente, il saldo finale: stop.
In questo senso sono falsi in bilancio un mucchio di cose presenti nella contabilità di tutte le aziende, pensa alla valutazione di un credito che poi non potrà essere incassato per fuga o fallimento del debitore e mille altre cose. La legge punisce, in maniera esauriente, tutti gli eventuali reati che da questo falso in bilancio siano derivati: se il bilancio è stato falsato a scopo di evasione, a scopo di ottenere maggiori crediti, di alterare in più o in meno la situazione patrimoniale...ecc. Per ognuno di questi fatti concreti sono previste pene, quindi il reato di falso in bilancio a cosa serve? a nulla, solo come strumento di supposizione da parte di Pm che non hanno alcuna prova riguardo ad un reato effettivo. Mantenere il falso in bilancio è come accusare una persona perchè possiede un coltello da cucina senza averlo denunciato: il coltello da cucina non necessita di denuncia ma se lo uso per assassinare mia moglie sono accusato ugualmente di omicidio anche se evito l'accuso di possesso abusivo di arma. Molte persone sono colpite dal fascino ridondante del nome : " falso in bilancio " ma è esattamente come un coltello da cucina, se commetto reati sono ugualmente ed ampiamente punito, se non ne commetto no.
Nel caso in specie, vista la motivazione, evidentemente i giudici hanno verificato che non è stato commesso alcun reato punibile o connesso al falso in bilancio il quale, se c'è stato, non è servito ad ottenere alcun vantaggio, altrimenti ne sarebbero derivate accuse specifiche che nel caso SME non ci sono.... o no?
(m.bacci - forum radicale)

TABACCI E BACCINI
Stan Laurel e Olvier Hardy, Caino e Abele, Oreste e Pilade, Bruto e Cassio, le coppie maschili della storia sono innumerevoli. Alcune fantastiche, come Tom & Jerry, altre tragiche come Eteocle e Polinice, ma tutte accomunate da un destino comune, nel far ridere o piangere. L’ultima coppia della serie potrebbe essere quella di Bruno Tabacci e Mario Baccini, che annunciano la loro intenzione di lasciare l’Udc. Ne hanno facoltà, come si usa dire in Parlamento: ma l’iniziativa ha senso?
La loro ragione fondamentale è questa: “nelle settimane scorse il partito aveva più volte fatto capire di essere pronto ad una apertura ad un governo di scopo che avesse posto la legge elettorale al centro della propria iniziativa”, e “Il cambiamento di linea, adottato da Casini in modo assolutamente strumentale da novembre ad oggi, in completo dissenso dal mandato congressuale, da lui e dal segretario Cesa votato, ci impone di trarne le conseguenze”. Nobili e coerenti parole, che hanno il solo difetto di essere in contrasto con la realtà. La prospettiva delle elezioni è divenuta concreta e se l’Udc sostenesse Marini, e la Cdl la scaricasse, dove andrebbe Casini? Perché perdere l’autobus della vittoria?
Tecnicamente bisognerebbe sempre applaudire una mossa politica conveniente per chi la compie: ma non è detto che i Tabaccini ne ricaveranno chissà che utilità. È molto difficile che possano spostare l’ago della bilancia. Per giunta, Marini ha detto che non si accontenterà di un governo rabberciato. Un governicchio che sta in piedi con le stampelle e un paio di senatori di maggioranza. Dunque essi escono dall’Udc per ritrovarsi fuori, ma non “liberi”: piuttosto “all’addiaccio”.
È vero, essi parlano – ancora una volta virtuosamente – di “costruire una alternativa di Centro a questo bipolarismo muscolare, per rispondere alle esigenze e alle aspettative di tanti cittadini”: ma la loro poetica Rosa Bianca (“un fiore offerto alla speranza degli italiani”) di quante divisioni dispone? Come si può non capire che l’Italia si è avviata ormai da molti anni ad un bipolarismo risoluto, in cui non c’è spazio né per una terza forza né per i partitini di testimonianza? La Democrazia Cristiana era disprezzata da molti ma al di fuori di essa, al centro, non c’era né vita né speranza. Tutte le “alternative” sono finite nella pattumiera della storia. Lo stesso è oggi per il bipolarismo. Lo stesso aggettivo da loro usato, “muscolare”, dimostra che il bipolarismo è in piena vita, mentre la Rosa Bianca è bianca forse perché esangue.
Baccini sosterrà Marini “se la proposta è quella di fare una legge elettorale di ispirazione proporzionale con preferenza”. Dimentica che questa legge non sarebbe gradita né a Fi né al Pd, perché perderebbero il prezioso premio di maggioranza. Quel premio senza il quale oggi il centro-sinistra di Prodi alla camera avrebbe lo stesso numero di deputati del centro-destra (e senza i senatori a vita). Dunque Baccini farà vincere Marini se Marini farà una legge sgradita ai due massimi partiti? Atlante ed Ercole potrebbero essere gelosi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 31 gennaio 2008

ANALISI DELLE PAROLE DI NAPOLITANO
Napolitano  ha conferito l’incarico a Franco Marini, pure se, come noto, la Cdl è rimasta ferma sulle proprie posizioni. Il Presidente riconosce che la soluzione del governo dell’esploratore “è stata considerata impraticabile da quelle forze politiche che hanno indicato nello scioglimento delle Camere e nella convocazione delle elezioni sulla base della legge vigente il solo sbocco dell'attuale crisi politica” ma – sostiene - sciogliere le Camere a meno di due anni dalla loro costituzione è decisione tanto impegnativa che egli preferisce tentare di evitarla. Dunque, dice, “ho chiesto al presidente del Senato, facendo appello al suo senso di responsabilità istituzionale, di verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno ad un governo funzionale all'approvazione di quel progetto e all'assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi”. E qui sta il veleno: se avesse parlato solo della legge elettorale, qualcuno avrebbe potuto sostenerlo, quel governo, ma si accenna “all'assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi”. L’incarico include dunque qualunque legge Marini e la sua eventuale maggioranza reputino urgente: e non sono urgenti la riforma della Giustizia, della fiscalità, del precariato e via enumerando? E quanti anni ci vorrebbero, per condurle in porto? Marini in sostanza non è stato incaricato di costituire un governo esclusivamente per la riforma elettorale, è stato incaricato di costituire un governo normale, nel pieno delle sue funzioni.
Una noticina può farsi a proposito del fatto che il Presidente abbia parlato di “credibili impegni di più costruttivo e fruttuoso dialogo tra gli opposti schieramenti, dialogo da me costantemente auspicato e obbiettivamente necessario qualunque sia il risultato di nuove elezioni”. Obiettivamente? Dimentica, il Presidente, che dialoga chi ha bisogno dell’altro, non chi è fortissimo e può fare da solo. Prodi ha rifiutato il dialogo quando era debolissimo, perché mai, se vincesse le elezioni con largo margine, dovrebbe dialogare il centro-destra? E non lo sa, il Presidente, che chi dialoga con Berlusconi è scomunicato? Ammettiamo che si sia trattato di un po’ di retorica buonista: ma la retorica buonista è capace di sostenere un governo?
La nuda sostanza è che Napolitano ha conferito a Marini l’incarico di formare il nuovo governo. Se il Presidente del Senato troverà una maggioranza, avremo un governo. Se non la troverà, avremo perso qualche giorno.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 2008

Lettera a Valentino PARLATO.
Valentino Parlato,
Devo darle atto di essersi civilmente schierato contro il boicottaggio di Israele alla Fiera del libro di Torino, boicottaggio proposto da elementi di sinistra duri  e puri nel loro odio antisionista,  antiisraeliano, antisemita.
Non sono rimasta sconvolta dalle lettere di protesta di suoi lettori pubblicate sul Manifesto perche' sono la dimostrazione di quello che io vado scrivendo da molti anni: comunisti e fascisti sono uniti nell'odio contro il Popolo Ebraico e contro Israele.
Sono una cosa sola, due pezzi di una mela avvelenata che si uniscono all'occasione.
Non sono rimasta sconvolta nemmeno dall'espressione "razza ebraica" tornato tristemente in auge tra il popolo della sinistra italiana.
Non mi stupisce neppure la rozza  scelta del boicottaggio culturale che non dovrebbe mai esistere ma  ormai la barbarie impera nella nostra povera Europa.
Quello che mi ha lasciata letteralmente senza fiato, signor Parlato, sono state le sue argomentazioni, le sue spiegazioni, la sua, mi perdoni, ignoranza sull'argomento Israele-palestinesi.
I suoi paragoni!!! Valentino Parlato, i suoi paragoni!
Lei paragona i palestinesi agli ebrei, intelligenti e perseguitati allo stesso modo.
Ma si rende conto del razzismo che contengono queste sue parole? Innanzitutto non si puo' affermare che un popolo sia intelligente e un altro cretino, vi sono popoli piu' o meno colti, piu' o meno attivi, piu' o meno progrediti  ma non intelligenti o cretini.
Pero' mi metto al suo livello e vorrei ricordarle che gli ebrei, perseguitati da 2000 anni, uccisi, decimati, privi di diritti civili, hanno regalato  all'Europa  scienza, musica, medicina.
Cultura, Parlato, Cultura!
Gli ebrei, questo  popolo che ha subito l'Inquisizione, i pogrom, la shoa', ha letteralmente nutrito l'Europa con  il suo sapere.
Gli ebrei perseguitati non hanno mai avuto un'arma e non hanno mai alzato un dito contro i loro persecutori.
E allora come fa a paragonare i palestinesi  a gli ebrei Signor Parlato?
I palestinesi, e diciamocelo, Parlato, in quarant'anni di esistenza hanno prodotto solo terrorismo e miseria nonostante i miliardi loro elargiti.   
Israele gli ha dato scuole e universita' che  loro hanno usato come covi per il terrorismo.
Israele gli ha dato la tecnologia e loro l'hanno bruciata.
Intelligenti, Parlato? Strana forma di intelligenza davvero, ogni popolo cerca di progredire non di imbarbarirsi, ogni popolo cerca di educare i propri figli non di farne dei terroristi martiri assassini .
 
Si, sono stati rinchiusi in campi dai loro fratelli arabi e si sono lasciati usare per odio, felici di essere considerati il simbolo dell'oppressione israeliana. Si sono fatti sfruttare per inettitudine  e per ottenere in cambio la distruzione di Israele.
Hanno usato tutta la violenza di cui sono capaci, hanno ammazzato, sgozzato, linciato e lei  li definisce perseguitati? Ma lo sa cosa significa persecuzione? Forse dovrebbe informarsi e magari andare a vedere quello che succede in Africa ai popoli che voi avete rimosso dalle vostre menti  perche' l'unico chiodo fisso  sono  loro, i palestinesi, attraverso i quali odiare gli ebrei, i sionisti, sti capitalisti del cavolo, vero Parlato, che lavorano come matti per il Paese che hanno e per renderlo sempre migliore.
Che i popoli dell'Africa si fottano, la' non ci sono ebrei da demonizzare.
Ma lasciamo perdere i palestinesi e la loro fede nazista ereditata da Haj Amin Al Husseini, il mufti zio di Arafat, amico e collaboratore di Hitler  e  veniamo alle sue perle signor Parlato.  
Nell'intervista all'Unita' lei afferma " Un vero Stato degli ebrei non è mai esistito. Gli ebrei sono per definizione la diaspora, che è stata una grande risorsa intellettuale».
Roba che vado in svenimento, Parlato!
Si rende conto ? Ma lei a scuola c'e' stato? Non ha imparato che gli ebrei hanno avuto uno stato per 1000 anni con capitale  Hebron prima e poi  Gerusalemme? 
Come si permette di delegittimare gli ebrei e di negarne la storia? come si permette di dire che  sono  la diaspora per definizione  e che questo vi ha fatto tanto  comodo per la risorsa intellettuale che sono stati.
Ormai non dovrei meravigliarmi piu' di niente , dopo 40 anni di antisemitismo comunista intrecciato con l'antisionismo. Ne avete dette di tutti i colori, avete falsato la storia, avete mitizzato e giustificato i terroristi  ma che il fondatore di un giornale faccia affermazioni simili e' scioccante mi creda.
E ci dica Parlato, quando mai i palestinesi hanno avuto uno stato?
Mai, pensi, MAI e lei per compensarli di questo e per premiarli della loro barbarie vorrebbe uno stato per due popoli. Ma bravo, ma bene, bis, e perche'?
Gli ebrei non possono, secondo lei, avere il loro paese come tutti i popoli di questo mondo dove vivere tranquilli dopo tanto patire?
I palestinesi hanno la Giordania perche' e' quella la Palestina storica , tutto il resto lo hanno rifiutato perche' le loro carte geogerafiche, probabilmente anche le vostre, danno a Israele il nome di Palestina e non si fermeranno fino a quando , come diceva il vostro guru  Arafat, non ci avranno gettati in mare.
No no no,  Parlato,  Israele e'  degli israeliani non degli arabi ed e' uno stato ebraico, non islamico ed e' una democrazia, non una dittatura.
Si metta l'animo in pace e studi la Storia, quella vera, non quella  taroccata,  e glielo dica ai vostri amici palestinesi, Israele e' degli ebrei e non si torna indietro nelle Storia, non possono pretendere oggi quello che hanno ripetutamente rifiutato  per 60 anni sperando in un altro genocidio di ebrei come promesso dai loro fratelli arabi.
Glielo aveva promesso anche Nasser , che lei definisce , spero scherzando, "un egiziano democratico".
Mannaggia , signor Parlato, se lei che e' un direttore di giornale ha simili lacune, convinzioni  e disinformazioni storiche  cosa si puo' sperare dai suoi giornalisti !
E cosa  possiamo  aspettarci dalla base che vi legge: boicottaggio di Israele, bandiere di Israele bruciate, negazionismo,  isteria razzista  che va a braccetto con quella araba.
l'intelligentia araba e' antiisraeliana, antisionista e antisemita.
L'Intelligentia ebraica e israeliana di sinistra, e' antiisraeliana, antisionista e, in alcuni casi purtroppo e' anche antisemita.
Siamo rimasti solo noi ebrei cattivi a difendere Israele ma lo faremo fino all'ultima goccia di sangue alla faccia dei boccottaggi,  dell'odio, della disinformazione.
In questo quadro desolante  di odi, delegittimazioni, demonizzazioni, boicottagi, finalmente una buona notizia,  il Rabbino di Napoli Pierpaolo Pinhas Punturello  ha rifiutato l'invito della Jervolino in occasione delle cerimonie per la Giornata della Memoria perche' la Sindaca durante un incontro con una delegazione di palestinesi aveva paragonato  la situazione mediorientale all'occupazione nazista.
Ehhh si, e' un viziaccio dei piu' sporchi,  per fortuna la Jervolino ha trovato un rabbino con  una buona dose di orgoglio cui esprimo tutta la mia ammirazione e solidarieta'.
Se facessero tutti cosi' forse incomicereste a pensare che qualcosa in voi, popolo della sinistra, non funziona.
Viva gli ebrei cattivi, Valentino Parlato, perche' sono quelli che amano Israele e la liberta'!
Quelli buoni, alla Moni Ovadia, li lasciamo a voi.
 
Deborah Fait   - www.informazionecorretta.com

“PERCHÉ?”
Una cosa è evidente finché nessuno chiede: “perché?” Se qualcuno lo chiede, infatti, bisognerà dimostrarla. E una cosa da dimostrare non è evidente.
Ciò che non è evidente è perché bisogna fare di tutto per salvare la legislatura. Qual è il danno, se si va a votare? Ovviamente, dovrebbero rispondere alla domanda quelli che sostengono questa tesi su tutti i giornali, ogni santo giorno. E anche la Cei e la Confindustria che gli danno una mano. In mancanza, si è costretti a giocare di fantasia.
1) Bisogna salvare la legislatura perché sarebbe bene che essa durasse cinque anni, come indica la Costituzione. Giusto. Ma a parte il fatto che è come se si dicesse “nessuno deve morire prima dei settant’anni”, la maggior parte dei governi precedenti non è arrivata ai cinque anni (Berlusconi è l’unico che sia rimasto al governo per cinque anni) e le elezioni anticipate sono state frequenti. Dunque, tutto questo, oltre ad essere normale, non è poi così nocivo alla salute.
2) Bisogna almeno cambiare la legge elettorale. E questo perché, a), non permette il voto dei singoli candidati, b) non assicura la stabilità, basta vedere la situazione che si è avuta al Senato. Però, i partiti hanno sempre avuto il potere di mettere o non mettere candidati nelle loro liste, e le loro macchine elettorali si sono sempre impegnate, con successo, a favore di quelli che esse volevano favorire. E comunque, non è un particolare di tale peso da farne dipendere la legislatura. Ma soprattutto il centro-sinistra, in termini numerici, le elezioni al Senato le ha perdute per oltre duecentomila voti, ed ha tuttavia avuto due senatori in più; alla Camera le ha vinte per sei decimillesimi di voto, ed ha avuto oltre sessanta deputati in più: di che si lamenta? E se al Senato non è scattato lo stesso premio di maggioranza della Camera è perché così hanno voluto Ciampi e i suoi amici di sinistra. Se la legge elettorale ha danneggiato qualcuno, è il centro-destra. Senza il premio di maggioranza alla Camera si sarebbe avuto un perfetto pareggio, senza il vantaggio dei Senatori a vita. Di che si lamentano?
3) È facile modificare la legge elettorale e andare subito al voto con una legge migliore. Già. Ma se fosse facile, come mai non è stato fatto, in diciotto mesi, mentre tutti coralmente dicevano male della legge elettorale in vigore? Non è che sia facile come realizzare il moto perpetuo? E se non si riesce ad arrivare ad un accordo, che si fa, si mantiene il governo transitorio fino alle calende greche?
4) Ma che calende greche, basta fissare un termine, per esempio entro il venti maggio. Una scadenza fissa come quella che Scalfaro dette a Berlusconi, quando lo indusse a consentire la nascita del governo Dini? Abbiamo già dato.
5) Si potrebbe comunque costituire un governo sostanzialmente di larghe intese per fare la legge elettorale e alcune grandi, facili riforme (tesi di Veltroni), entro un anno. Chi tocca i fili muore e chi si accorda con Berlusconi è scomunicato: in Italia attualmente non c’è spazio per le larghe intese e non si fanno prigionieri. Comunque, dal momento che non si arriverebbe a nulla, con qualunque governo di questo genere, questa soluzione sarebbe solo un modo per non andare alle urne in questo momento.  Essa è anzi talmente improbabile, da far sorgere il sospetto che Veltroni l’abbia avanzata per vedersela respingere ed andare subito ad elezioni, dissociandosi dall’esperienza Prodi.
6) Che male fa, comunque, un mandato esplorativo? E che male farebbe organizzare una spedizione per andare a chiedere il suo parere alla Sibilla Cumana, o per scoprire l’Atlantide, o per studiare i costumi sessuali dei celenterati? In Parlamento non si tratta di fare cose che “non fanno male”, come cantare in coro canzoni napoletane, ma di fare qualcosa di utile per la nazione. Specialmente in un momento che tutti (come sempre) definiscono critico, tanto che Cossiga afferma di avere votato per Prodi solo per questo. Se c’è lo spazio per un serio governo, di destra o di sinistra poco importa, che lo si costituisca. Se non c’è, che si vada alle elezioni. Le esplorazioni lasciamole ai fratelli Caboto e al comandante Cook.
Non riusciamo a trovare altre ragioni, al momento, per sostenere la tesi dell’inopportunità delle elezioni anticipate subito, ed è un peccato. Ma potrebbero suggerirle i lettori. Infatti sta a coloro che hanno quella opinione, sostenerne le ragioni, non a chi si limita a chiedere: “perché?”

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 2008

TRADURRE VELTRONI
Dicevamo: “I politici sono una manica di imbroglioni che parlano in modo che la gente capisca una cosa, i colleghi ne capiscano un’altra mentre loro ne pensano una terza”. Il comportamento di Veltroni, in questi giorni, ne sembra la riprova.
Sin da quando si è costituito il Partito Democratico, l’interesse di Veltroni è stato quello di veder cadere Prodi e andare presto alle urne. Quel governo si rendeva ogni giorno più impopolare e bisognava che non si perdesse il senso di novità rappresentato dal Partito Democratico: ma Walter non poteva certo andare contro i suoi. Soprattutto mentre era già chiaro che, votando, la coalizione avrebbe perso. Si è dunque vivacchiato per mesi. Veltroni ha vissuto con la crescente preoccupazione che, a poco a poco, l’elettorato lo identificasse con questo governo e con i suoi risultati e nel dubbio gli ha dato una bella botta quando ha dichiarato che alle prossime elezioni il Pd andrà senza gli alleati di estrema sinistra: critica implicita a Prodi e ai suoi cedimenti ai massimalisti.
Quando infine il Professore è stato mandato a casa, ha sicuramente tirato un enorme sospiro di sollievo: ma il momento è drammatico. L’enorme impopolarità accumulata fa sì che la situazione sia irrecuperabile: nessuna speranza di vittoria e non gli rimane che trarre vantaggio dalla sconfitta. Deve dissociarsi dall’esperienza appena conclusa per poter dire, alle successive elezioni: “Prodi ha governato male? Io governerò bene. La coalizione di centro-sinistra è stata inefficiente e rissosa? Il mio partito si presenta da solo, nuovo e coerente”. Se oggi si riesce a “perdere bene”, si pongono le basi per una rimonta futura. Il Pd sarà il deuteragonista, con Berlusconi, di un sistema di tipo inglese o tedesco, arrivando finalmente al bipartitismo ed esautorando i dinosauri della sinistra comunista.
Questa è la verità, ma Veltroni non può dirla. Deve sostenere il centro-sinistra,  in pubblico, mentre in privato prega che Berlusconi sia rigido nella richiesta di elezioni e lo aiuta come può. Per esempio dicendo che, trattandosi di regole che devono valere per tutti, il governo di transizione deve essere sostenuto anche da Berlusconi. Mentre sa benissimo che Berlusconi non lo sosterrà. In secondo luogo fa finta di non vedere che le forze che più sono terrorizzate dalle elezioni anticipate, pur di guadagnare qualche settimana, supplicano che non si voti prima di giugno. Sembrano implorare Berlusconi: “Che ti costa, concederci due mesi?” Ed ecco invece che Veltroni oggi, dopo avere parlato con Napolitano, ipotizza elezioni in primavera, sì, ma quella del 2009! Oppure – si rassegna - elezioni entro pochi mesi, ma non precisa neppure quanti: che altro poteva dire per terrorizzare Berlusconi e indurlo ad essere più rigido del ghiaccio? Nel ’94 il Cavaliere è stato imbrogliato da Scalfaro, con la storia dei pochi mesi del governo Dini, e ora Veltroni parla disinvoltamente di un anno e oltre? È come voler convincere il Papa a dichiararsi ateo.
Veltroni dice una cosa per il grande pubblico: “Oh, come sono preoccupato del bene dell’Italia!”; un’altra per i politici: “Io sono per le elezioni subito, e non me ne importa nulla del fatto che per voi saranno un disastro”, e forse ne pensa una terza. Che purtroppo non conosciamo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 200
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DUGENTO CITRULLI A DIR DI NO
Le consultazioni del Presidente della Repubblica occupano tutte le pagine dei giornali e sono riferite da tutti i telegiornali. Non mancano inoltre – e anzi, sono una valanga – i commenti dei quotidiani: su ciò che avviene, su ciò che potrebbe avvenire, su ciò che Tizio sostiene risolutamente e Caio nega risolutamente. Con un risultato di indicibile noia. Si battaglia come se, dalla discussione, potesse derivare qualche conseguenza. I politici e i giornalisti sembrano un’assemblea di topi che discutono se è giusto e morale che il gatto li mangi, mentre in realtà l’unico interrogativo è se il gatto abbia fame o no. Attualmente, tutto dipende da Berlusconi. Se mantiene la sua richiesta di elezioni immediate, Napolitano non potrà che sciogliere le camere. E se non le scioglie, basterà che Berlusconi e i suoi neghino la fiducia all’eventuale governicchio proposto, perché si vada alle elezioni: ritorno alla casella di partenza. Tutto sta a vedere se il gatto insiste per mangiare.
Il commento si sposta allora al perché ci siano tutte queste discussioni. Per i giornalisti, si deve riconoscere che è il loro mestiere, ma per i politici c’è da rimanere perplessi. Si direbbe che essi credano, gridando tutti insieme, al potere magico della voce umana. Se tutti gridiamo un grande “NO!”, corale, alto e forte, possibile che non ci si dia retta? Possibile che il gatto non ne tenga conto? E qui torna in mente un gustoso sonetto di Giuseppe Giusti:
Che i più tirano i meno è verità//posto che sia nei più senno e virtù; //ma i meno, caro mio, tirano i più, //se i più trattiene inerzia o asinità. //Quando un intero popolo ti dà //sostegno di parole e nulla più, //non impedisce che ti butti giù //di pochi impronti la temerità. //Fingi che quattro mi bastonin qui, //e lì ci sien dugento a dire: ohibò! //senza scrollarsi o muoversi di lì; //e poi sappimi dir come starò //con quattro indiavolati a far di sì, //con dugento citrulli a dir di no.//
Se tutto il potere che si ha è quello di dire di no, che si sia duecento o duemila, non significa niente. Ecco perché le discussioni di questi giorni sono noiose. Non c’è che da vedere se domani Berlusconi manterrà la sua posizione. Amen.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -28 gennaio 2008


VULGUS VULT DECIPI
La politica è il regno dell’ambizione, della menzogna, dell’interesse. E per questo può appassionare moltissimo chi non ha interessi, non è ambizioso e soprattutto è innamorato della verità. Sembra un paradosso e non lo è.
Il giusto vive una vita di frustrazioni. Gli hanno raccontato tante belle cose, quand’era piccolo, ed ha commesso l’errore di crederci. Si è costantemente comportato da persona per bene e non è arrivato da nessuna parte. O solo a quei posti cui si giunge per concorso, nella Pubblica Amministrazione, o per sovrabbondante merito, nell’impresa privata. La vita gli impone di riconoscere che qualcuno, con qualche merito in meno e qualche spregiudicatezza in più, è andato parecchio più lontano.
Se però è saggio, e accetta il messaggio della realtà, può scoprire che la politica è il campo migliore per studiare l’umanità. È il mondo in cui tutti si comportano secondo natura. Non secondo la morale, non secondo le convenzioni, e neppure secondo la cortesia o la correttezza: l’homo politicus, versione ai raggi ics dell’homo sapiens, non mantiene la parola data, tradisce, si muove solo per interesse, non conosce la vergogna. Come un qualunque predatore, è distesamente, serenamente, animalescamente amorale. Il saggio a questo punto può sorridere: finalmente uno che non mi prende per i fondelli! La gente chiama bugiardi i politici ma in realtà essi sono più sinceri degli uomini normali: per coloro che sanno leggerlo, il loro comportamento è autentico e privo di ipocrisie. In un certo senso è addirittura più onesto della media proprio perché non prova neppure, ad essere onesto. Per chi vive quotidianamente nell’ipocrisia della società borghese, oppresso dalla universale e falsa pretesa di essere corretti, disinteressati, coerenti, beneducati, la politica è distensiva. Basta guardare i politici di centro-sinistra, in questi giorni: hanno detto per mesi ed anni che, cadendo Prodi, non rimaneva che la via delle urne. Ora Prodi è caduto e loro non vogliono andare alle urne, anzi dicono che votare sarebbe dannoso per il Paese. Sono bugiardi? Ma no! È semplicemente cambiato il loro interesse. Prima gli conveniva minacciare coloro che avrebbero potuto far cadere il governo, ora gli conviene rinviare elezioni che prevedono disastrose. Più sinceri di così! “Chi trova un amico trova un tesoro”, dice la Bibbia; ed esiste tutta una retorica dell’amicizia e della lealtà. Invece qui si dice: “in politica non esistono amicizie, esistono interessi convergenti”. Le amicizie durano quanto dura quella convergenza. Ah, che riposo.
Osservando la politica, il giusto sente la gioia del commerciante che evita un cattivo affare, quella del matematico che vede confermate le proprie formule. “I politici sono una manica di imbroglioni che parlano in modo che la gente capisca una cosa, i colleghi ne capiscano un’altra mentre loro ne pensano una terza, ma non prendono per i fondelli me, che ormai mi diverto a decodificare il loro gioco”. Né ci si può dispiacere seriamente per i propri connazionali. Benché lo studio della storia sia obbligatorio sin dalla scuola elementare, benché il buon senso insegni l’opposto, troppi credono al dovere della moralità in politica. E allora è normale che si sentano truffati. Se ascoltano deliziati le baggianate dei politici, se li votano soltanto perché hanno detto quelle baggianate, è sciocco che poi si lamentino. Sono andati da Wanna Marchi e poi l’accusano di non averli guariti. Dimenticano che “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, è il volgo che vuol essere ingannato, e allora che lo sia. 
Lo strumento per capire la politica non è la morale, è l’etologia: purtroppo, mentre tutti conoscono la parola “morale”, non tutti conoscono la parola “etologia”.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it   - 28 gennaio 2008


5 febbraio: fine dei sogni
W Obama, “i sogni possono diventare realtà”. La rassegna di sogni che parte da Abramo Lincoln e passa per Luther King e Malcom X, arrivando fino a John Kennedy sta continuando, anzi proprio nel nome Kennedy ha conosciuto il suo apice, con lo schieramento in massa della famiglia al fianco del candidato dell’Illinois, giovane, travolgente, nuovo. E così tutti hanno fatto i loro calcoli. Dopo Kerry, adesso anche i Kennedy, quindi il Partito: Obama è il candidato che a Denver a fine agosto si accingerà a sfidare il candidato repubblicano. In questo scenario ciò che si può vedere non ha per nulla il sapore del sogno, ma soprattutto non ha nulla di reale, anzi è un veloce viaggio nei luoghi comuni da cui Obama dovrebbe ben guardarsi per non farsi fregare. Perché in realtà Kerry è la pecora nera del partito, dopo la sua sconfitta con Bush quattro anni fa, perché Ted Kennedy è senatore ed uomo di considerazione solo perché fratello di John e Bob, in una sorta di riconoscimento morale dovuto alle tragedie del passato, visto che più volte si è “bruciato” in scandali sessuali ed economici. Ecco perché la “famiglia” ha fatto parlare la mamma e non il politico, ovvero Caroline, quasi a voler rappresentare l’anima sociale, quella più umile ed idealista in appoggio ad Obama, proprio su quel NY Times che giorni prima aveva incoronato pericolosamente Hillary. Gli appoggi insomma possono essere scomodi, ma anche insulsi (pensate a Bill “Bob” Clinton, cane da tartufo della padroncina Rodham, sempre più Rodham). Stupisce la scarsa lungimiranza di qualche analista politico che ha fatto troppo presto due più due. Se i Kennedy sono per Obama anche Mary Shriver, figlia di Eunice Kennedy moglie di Schwarznegger è per Obama in California, o Patrick figlio di Ted deputato nel Rhode Island, o ancora Mary figlia di Bob potrebbe fare molto, essendo…ex moglie di Cuomo, procuratore generale dello Stato. O ancora altri figli di Bob sono influenti nel Massachussets…In questa analisi kennediana, i repubblicani diventano democratici, i Kennedy diventano “Partito”. Non è così. Il Partito Democratico da tempo ha fornito molto più soldi ad Hillary che non ad Obama, il quale deve ringraziare il generoso Sud, il buon aiuto di Jessie Jackson, l’”azionariato popolare” avviato sul web per la sua campagna. Il resto del partito è Nancy Pelosi, che non si è schierata, ma è dalla parte di Hillary, certamente più insopportabile, ma donna e profeta della grande borghesia newyorkese che non ci pensa proprio a perdere i suoi privilegi. Il Partito è fatto da numerosi ed influenti politici italo-americani che non ci pensano proprio a lasciare il monopolio al Sud, per giunta non quello repubblicano ma addirittura democratico. E’ una lotta sporca e Hillary lo sa. Volutamente sta indirizzando Obama verso la strada senza uscita: la lotta economica ovvero poveri contro ricchi, i giovani contro i vecchi e meno vecchi, i neri contro i bianchi, le minoranze contro le maggioranze. E chi voterà nel Super-Tuesday se non la devastante potenza industriale ed economica americana: California, New York, Colorado quindi Denver, Georgia quindi Atlanta, l’impero delle grandi multinazionali, Missouri e St-Louis. Dalla parte di Obama il 5 febbraio ci sarà il suo Illinois, il Minnesota, quella parte della Georgia che soffre ancora dei pregiudizi nel profondo Sud, il Nuovo Messico dove ci sono quegli ispanici che hanno già tradito Obama in Nevada. Ecco, proprio il Nevada è l’emblema del dilemma Obama: i dipendenti ed i sindacati dei casinò lo hanno votato, ma non di certo i proprietari. L’America democratica sogna, ma si sveglierà proprio il 5 febbraio, quando, paradossalmente potrebbe decidersi molto ma non tutto (in tale marasma Texas, Ohio, Mississipi, Washington, Massachussets), forse però quanto basta per capire che nella scelta decisiva Hillary sarà in vantaggio su Obama. Non tiriamo le cuoia ad Obama, semplicemente il realismo impone questo e per molti sarà triste svegliarsi così bruscamente dal “sogno americano”, ma parafrasando e modificando il finale di “Pretty Woman”, siamo in America, tutti possono sognare, ma vincere è un’altra cosa.   

Angelo M. Daddesio


UN ARTICOLO DA INCORNICIARE
Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche: la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni, la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano ... Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi. Qualcuno lo considererà un merito, personalmente la considero una grave responsabilità che, con la sua perenne litigiosità, si è assunto l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente: come racconteranno le vicende di questi anni gli storici di domani? Che cosa si dirà della seconda Repubblica?
Azzardo una risposta. Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica).
Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente «il ventennio», e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è: perché? Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere?
Su questo, sulle cause del ventennio berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio. Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia mentale.
Nel 1956 i carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti del Pci (compreso l'attuale Presidente della Repubblica) non aveva battuto ciglio. Tre anni dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969). Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico» acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di disprezzo e supponenza. Nel 1968 i carri armati sovietici invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989 cadeva il muro di Berlino.
Nonostante tutto questo, occorrerà attendere altri due anni perché, nel 1991, un dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta (la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico veniva usato come un insulto?). Poi arriva la sconfitta del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che, dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza per far capire anche al più lento bradipo del mondo che è giunto il momento di accelerare il passo. E invece no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro di quarant’anni.
Naturalmente gli storici si chiederanno anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta, ma la mia è semplice (e so già che qualcuno dirà che è semplicistica). Per poter restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni, manipolare le coscienze.
E ci è riuscita così bene che quella capacità è sopravvissuta alle ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare la loro analisi della società italiana e accelerare la costruzione di una forza genuinamente riformista, ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria capacità di manipolazione per combattere Berlusconi, senza rendersi conto che così allontanavano - anziché avvicinarlo - il momento di costruire una sinistra moderna, in grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. E’ così che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana, è divenuto il marchio di un’era.
Visto con gli occhi di domani, il limite di Veltroni non è di aver «diviso la sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema, di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a lungo. Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.
Luca Ricolfi


ETERNA SPINELLEIDE
La tesi del fondo di oggi di Barbara Spinelli è che l’opposizione, essendo composta per la maggior parte di delinquenti, vuole tornare al potere per procurarsi l’impunità giudiziaria: infatti cita Contrada, Dell’Utri e Cuffaro. In particolare stigmatizza, per quest’ultimo, la difesa che ne ha fatto Casini e dimentica che, mentre la sinistra tratta con i guanti Adriano Sofri, colpevole di omicidio per responsabilità personale, i personaggi della destra sono accusati di reati piuttosto evanescenti: Contrada è accusato solamente da pentiti, a quanto dicono,  e Cuffaro è stato condannato in primo grado, per un reato non certo infamante come l’omicidio. La cosa più significativa è invece che se la sinistra onora tanto Sofri, e il centro destra non smette di stimare Dell’Utri, è perché l’intera nazione non ha fiducia nell’obiettività dei giudici. Berlusconi non vuole restaurare il “governo della malavita”, ma la credibilità della magistratura.
“I partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso”. La Spinelli è una specialista dell’umorismo involontario. Come? Parla di presunzione d’impunità, che non sta certo nella Costituzione, e non si accorge che trattando Cuffaro da delinquente viola rotondamente la presunzione d’innocenza, che invece nella Costituzione troneggia? Dio sa se si sono avuti ribaltamenti di giudizi, in questa Italia ideologica, e Cuffaro non ha ancora perso la partita.
La signora accusa poi Bossi di avere parlato di rivoluzione e Berlusconi di “scendere in piazza”, lamentando che queste cose eversive siano state dette “nell’indifferenza generale”. E non si accorge che questo avviene perché la gente, a differenza di lei, sa dare il giusto peso alle esagerazioni retoriche. Incluse quelle degli avversari politici.
Ma c’è di peggio. “La Repubblica di Weimar, scrive, aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica, questi demagoghi”. Ci siamo: Berlusconi uguale Hitler. Questa signora non ha mai capito la massima di Talleyrand, per cui “ciò che è esagerato è insignificante”.
Il secondo bersaglio, dopo l’Eterno Cavaliere, è il Partito Democratico, qui criticato perché non ha un programma, come non l’aveva Veltroni quando è stato nominato, ecc. Tutte cose giuste. Solo che lei non le ha dette quando il partito si è costituito (come invece hanno fatto i giornali di opposta idea politica) e le dice oggi solo per incolparlo della caduta di Prodi. Una caduta che l’ha lasciata schiumante di rabbia perché i partiti comunisti non torneranno più al potere, mentre il Pd, per i suoi gusti, non è abbastanza di sinistra ed è, anzi, colpevole proprio di volersi liberare degli estremisti. A costo di “correre da solo”. Anche a non volerlo sostenere, è chiaro che questo partito potrebbe rappresentare il futuro di una sinistra moderna ed europea (come dice oggi Ricolfi nello stesso giornale, “Vent’anni con Silvio”). E invece, tutto quello che la signora vede è che “Veltroni ha poi detto che il suo partito ‘correrà da solo alle prossime elezioni’, e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi)”. E dunque anathema sit.
Leggiamo poi un’affermazione che trasuda indignazione: “è il potere ciò cui sembra aspirare [il Pd] e non il governare”. Come se la screziata coalizione di Prodi, che lei rimpiange a calde lacrime, e in cui sono stati messi insieme, pur di vincere, il diavolo e l’acqua santa, non fosse stata costituita esclusivamente per giungere al potere.
Riesce infine a dare un colpo di zappa sui propri piedi e su quelli di Prodi, di cui citando un passaggio del discorso al Senato: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica al potere politico». Prodi dimentica che la debolezza dell’esecutivo era stata ridotta dalla riforma costituzionale del governo Berlusconi e che la sinistra si è fatta promotrice di un referendum per abolirla. Riuscendoci. L’inammissibilità dei voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri è stata inaugurata dalla sinistra, non dalla destra, precisamente contro il Ministro della Giustizia Mancuso. La prassi delle crisi extraparlamentari non è affatto un grave malvezzo: che qualcuno si dimetta quando un altro gli dice “non ti voterò” o dopo che non l’avrà votato, che cosa cambia? E non gliel’hanno forse caldamente raccomandato D’Alema, Napolitano e centro altri, di non andare in Senato? Tutti comportamenti anticostituzionali? Infine è divertente l’accenno all’ “asservimento dell’informazione pubblica al potere politico”: come se la Rai, in questi mesi, fosse stata critica col governo e prona all’opposizione.
Per la tesi generale, che con Berlusconi è “il vecchio che avanza”, sarebbe bene che la Spinelli si mettesse d’accordo con Ricolfi, che sostiene in maniera ottimamente argomentata esattamente il contrario.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it .  gennaio 2008


IL CONTO TOTALE
In parecchi editoriali dei giornali di sinistra si parla fino alla nausea di un governo “tecnico”, “istituzionale” o comunque si voglia designare un esecutivo nato per fare una nuova legge elettorale ed evitare elezioni subito. Perché l’attuale legge è “un disastro”, dicono: e con essa non si potrebbe andare alle urne. Ma questa tesi offre il fianco a molte obiezioni.
Questa legge non è affatto un disastro e non lo è stata soprattutto per il centro-sinistra che alla Camera ha beneficiato del premio di maggioranza da essa previsto. Pur avendo avuto sei voti in più su diecimila, in quel ramo del Parlamento esso non ha avuto mai problemi: fino a mercoledì scorso incluso. Se poi, per il Senato, si incolpa quella legge di non favorire a sufficienza il vincitore con analogo premio di maggioranza (e dire che il centro-sinistra ha avuto due senatori in più con 250.000 voti in meno!) non bisogna dimenticare che essa è stata cambiata in questo senso per volere di Ciampi. Fu questo  loro sodale che, da Presidente della Repubblica, a suo tempo non la firmò e la rinviò alle camere.
La realtà è molto più banale: i partiti che sono certi di essere sconfitti, se ci sono elezioni subito, e i giornali loro alleati, si stanno arrampicando sulla retorica del bene del paese per ottenere una tregua per riprendersi. La gazzella si affanna a spiegare al leone i pericoli di una dieta con troppa carne.
Ma la proposta del governo breve è balorda anche per altre ragioni. Se i partiti, pur parlandone continuamente, non si sono messi d’accordo nei mesi scorsi neanche arrivando al dialogo fra Pd e Cdl, perché dovrebbero farlo nei prossimi mesi? E ammesso che la proposta fosse realistica, è concepibile che i partiti voterebbero la fiducia a un governo senza sapere in anticipo quale tipo di legge vuol fare? Nessuno infatti darebbe poteri ad un esecutivo che lo danneggia. La discussione sulla legge elettorale si sposterebbe dunque da dopo la fiducia a prima della fiducia a questo governo. Rutelli, invece di invocare una nuova legge elettorale, e basta, dovrebbe dirci quale legge elettorale e chi l’accetta. Per i grandi partiti infatti va già bene la  legge attuale (altro che “Porcellum”!) e il referendum, nel caso, varrebbe oro. Se i partiti di sinistra che chiedono il governo breve non si pongono questi problemi è perché la loro disperazione è tale che, pur di guadagnare tempo, metterebbero a capo del governo persino Gianni Letta.
Il problema rimane sempre: perché mai il Pdl e il Pd (checché dica) dovrebbero mettersi d’accordo con i “piccoli”? Per fare una legge elettorale a sé stessi sfavorevole? Soprattutto il Pd che ha già dichiarato di voler correre senza di loro?
La proposta del centro-sinistra e dei suoi corifei giornalistici suona come quella di chi, mentre l’arbitro sta contando il pugile, ed è arrivato ad otto, propone al vincitore che si fermi l’orologio, per dar tempo al vinto di riprendersi. Perché mai Berlusconi e i suoi alleati dovrebbero accettare di rinviare elezioni che li indicano come favoriti? I commentatori, pur guardandosi accuratamente dal precisare come dovrebbe essere la nuova legge elettorale, parlano diffusamente di come dovrebbe essere il governo transitorio: specificano dunque in che modo fermare l’orologio, se togliendogli la pila, pestandolo sotto i piedi o buttandolo dalla finestra. Si occupano del “come” e non del “se”, come se il centro-destra fosse talmente sciocco da segare il ramo su cui è seduto. O da dimenticare che il governo Dini, nato per durare settimane, durò un anno e mezzo.
 Al centro-destra non si può chiedere nulla. Quando davanti si ha un avversario esanime a terra, ben oltre i rituali dieci secondi, il massimo che si può fare è aiutare i barellieri a portarlo via.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 gennaio 2008

PTSD
Una cronaca personale

La fine del governo Prodi mi ha tramortito. Spesso, di fronte ai piccoli fatti della vita, la mia mente si diverte a stabilire collegamenti, risalire nel tempo, azzardare previsioni. Ed ecco che cade un governo di cui ho sperato la caduta da prima ancora che fosse costituito, e tutto quello che so ricavarne è un risveglio alle quattro del mattino, come mi avvenne, tanti anni fa, quando decisi di separarmi da mia moglie. E con gli occhi sbarrati, nel buio, non sono riuscito a trovare il bandolo della matassa, la considerazione fondamentale, un qualunque modo per digerire la notizia. Magari riaddormentandomi.
Alla fine, quando finalmente il cielo ha cominciato a mostrare le prime tracce di luce, ho risolto il mistero: non posso “sistemare” questo avvenimento, nel mio intimo, semplicemente perché non riesco a credere che sia finita. Ho vissuto questa ventina di mesi con un tale stress, che neppure la fine dell’incubo mi consente di svegliarmi ed uscirne.
Lo so, tutto questo può apparire eccessivo a chi per quel governo ha votato e, magari, lo ha approvato fino alla fine. Non pretendo di pormi a modello. Non sto giudicando nessuno. Sto solo esponendo un fatto personale, una cronaca intima in cui altri potranno, se vogliono, riconoscersi.
Quando mi sono rassegnato ad una notte di sonno rovinata ed ho cercato di guardare in faccia la novità, mi sono proposto di riandare ai motivi per cui dovrei essere felice e non stressato. Non vedrò chiamare ministro uno come Pecoraro Scanio. Non sentirò più affermazioni vetero-staliniste pronunciate ex cathedra da Di liberto. Non rivedrò D’Alema a braccetto con un capo Hezbollah o ridicolizzato dalle sue ripetute bugie internazionali sul caso Mastrogiacomo. Non sopporterò più il sorriso a sessantaquattro denti di Tommaso Padoa-Schioppa o le sue odiose calunnie contro un galantuomo come il generale Speciale. Ma la lista si è presto fermata. Non avevo voglia di ripensare a tutte queste cose. Invece di gioire della loro fine, ne soffrivo come prima e peggio di prima. La gioia di saperle finite era superata dal sentimento di incubo che m’avevano dato per troppo tempo.
E allora ho finalmente capito. Ho capito la mia inerzia emotiva, la mia insonnia, la mia nebbia mentale: soffro di PTSD, Post-Traumatic Stress Disorder (o Desease). È la sindrome del fante che, pure lontano miglia o settimane dal campo di battaglia, si sveglia spaventato, forse i nemici sono penetrati in casa. Che sobbalza ad un rumore improvviso, mentre la sua mano corre ad un fucile che non c’è. Che sorride ai fuochi d’artificio e nel contempo suda perché in cuor suo ne ha paura. Questa sindrome si verifica anche nella vita civile, quando non si riesce a superare un’esperienza negativa, non si riesce a capire che non è più attuale, non si riesce ad “uscirne”.
Non è che durante i cinque anni del governo Berlusconi ci sia stato solo da sorridere. Le occasioni per i giudizi severi non sono mancate. Le gaffe del Cavaliere, le trame di Fini e Casini, per non parlare dei sarchiaponi come la discontinuità di Casini o il boicottaggio acrimonioso e inconcludente di un Follini, che ha concluso la sua carriera autocertificandosi come traditore. Tutto questo mi ha a lungo indignato. Ma solo indignato. Mentre il governo Prodi è riuscito ad essere un incubo. E mentre l’indignazione è un giudizio freddo e razionale, l’incubo è un fenomeno totalizzante, capace, se protratto, di condurre al PTSD.
Serve forse qualche esempio di questa vertigine mentale. Come si può non credere che sia un incubo sentire decine di persone importanti e pensose che accusano la legge elettorale di avere provocato l’ingovernabilità mentre, con sei decimillesimi di voto in più, il governo fruiva di una maggioranza di tutto riposo alla Camera e al Senato aveva due senatori in più dopo avere avuto 250.000 voti in meno? Se è stata una “porcata”, è stata una “porcata” contro il centro-destra. Poi questi stessi pensatori dicono che, se si votasse di nuovo, si riprodurrebbe la stessa situazione per il centro-destra. Come se fosse scritto che il centro-destra debba vincere per sei decimillesimi. Non è un incubo logico, questo? E tutto in proporzione. Abbiamo visto un governo spappolato e rissoso, in cui ciascuno cantava – e stonava – per suo conto, e Prodi continuava a parlare di un governo seeerio, coeeeso, fooorte. Per favore, svegliatemi!
Proprio per questo, perché questo incubo è durato troppo a lungo, il risveglio è lento. Lentissimo. Sì, d’accordo, l’infermiere ci assicura sorridendo che oggi è il 25 gennaio, che siamo ben svegli e che non c’è nessun governo Prodi, nessun Padoa-Schioppa che dica che pagare le tasse è bellissimo, nessun Bassolino e nessun Pecoraro Scanio che neghino le loro responsabilità per la spazzatura di Napoli. Ma se questa non fosse che una parentesi ironica dell’incubo?
Per favore, datemi tempo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 gennaio 2008

Ma non vi vergognate?
"Haniye', ci ha convocati nel suo ufficio, siamo entrati e abbiamo trovato lui e i suoi ministri, al buio, seduti intorno al tavolo e davanti a ognuno c'era una candela accesa. Strano, abbiamo pensato, perche' era giorno e sulle scale c'era la luce elettrica! Avevano chiuso tutte le tende per rendere la stanza completamente buia. Ci ha ordinato di fotografare  e di ritornare la sera stessa. Siamo ritornati e abbiamo trovato il quartiere al buio, nelle zone da cui venivamo invece c'era la luce,   e decine di donne e bambini per la strada con le candele accese in mano".
Questi sono i racconti dei giornalisti palestinesi arrivati ieri a Gerusalemme. Li abbiamo visti e sentiti in diretta alla TV israeliana e stiamo ancora ridendo.
Sembra impossibile che i palestinesi siano tanto sicuri di poter prendere in giro il mondo intero da arrivare a fare le sceneggiate "aiuto non abbiamo la luce, Israele ci sta togliendo tutto!" persino durante il giorno. Sono davvero arcisicuri che Eurabia creda ad ogni loro parola.
 
Sembra impossibile ma hanno ragione, il mondo gli crede, qualsiasi cosa dicano il mondo pende dalle loro labbra e all'ONU  ti schiaffano una bella risoluzione contro Israele, senza nemmeno accennare ai bombardamenti su Sderot.
Il mondo urla "Israele affama i palestinesi" e li guarda, belli grassi, hanno persino la pancia, i bambini hanno belle guanciotte rotonde pero' continuano a gridare i soliti idioti "Israele affama i palestinesi, non possiamo accettare una punizione collettiva".
A Sderot invece si? Sderot puo' essere punita collettivamente? I bambini di Sderot possono im-pazzire di paura? Sparano 50 missili al giorno, in poco piu' di 2 anni sono caduti  nel sud del Neghev piu' di 9000 kassam .
Esiste paese al mondo che permetterebbe questo inferno sulla propria popolazione civile? Ditelo, ipocriti, esiste? 
 
Vi prendono in giro e voi piangete per loro e il signor Dalema rilascia dichiarazioni indecenti.
Incomprensibile reazione di Israele a Gaza, signor Dalema?
Che schifo e che vergogna.
Che miserabili parole, signor Dalema.
Qualcuno ha forse sentito un commento dalemiano sulle parole del becchino suo amico, Nasrallah, che ha detto , con dovizia di particolari, quali parti di corpi di soldati israeliani sono in suo possesso?
Qualcuno ha sentito forse qualche commento indignato da parte di qualche ministro eurabico per le oscene dichiarazioni del becchino libanese?
E Condoleeza ha fatto qualche commento?
Silenzio.
Silenzio anche per la sceneggiata di hamas, eppure anche in Italia qualcuno ne ha parlato, se togliamo i media filopalestinesi, gli altri hanno detto chiaramente che Israele non ha tagliato l'energia elettrica, l'ha solo diminuita dopo aver chiesto per anni di piantarla con i bombardamenti su Sderot.
Filippo Landi, che fa la cronaca da Gaza, sta gongolando, parla di palestinesi che "invadono pacificamente" l'Egitto sotto " lo sguardo affettuoso dei soldati egiziani" mentre "Israele dice di mantenere il blocco e i capi dell'esercito sono molto arrabbiati per l'atteggiamento egiziano".
Landi dovrebbe fare  il pittore perche' con le parole e gli aggettivi al posto giusto ha fatto un quadro perfetto della pacifica reazione palestinese alla fame (!) e della bonta' egiziana contrapposta alla cattiveria e alla rabbia di sti ebreacci di israeliani del cavolo.
Ehhh si, sono bravi, lo dico sempre, sono furbi, lo dico sempre, hanno la propaganda nel sangue, lo dico sempre, ormai sono 60 anni che prendono tutti in giro e incassano soldi a palate, prima con Arafat e adesso con i suoi discendenti furbi e imbroglioni quanto lui.
I viveri che Israele fino a ieri, nonostante i bombardamenti, ha mandato nella striscia sono la', nei magazzini di hamas, non li danno alla popolazione per creare il panico e quelli che sono nei negozi sono incomprabili a causa dei prezzi alle stelle.
Loro stessi affamano la loro popolazione per incolpare Israele ma nessuno lo dice.
Centinaia di gaziani sono curati negli ospedali di Israele ma nessuno lo dice. 
E la propaganda continua e oggi all'ONU ci sara' un'altra riunione presieduta dalla Libia, paese notoriamente democratico, per condannare Israele.
E  in Europa l'odio contro gli ebrei cresce a dismisura "poveri palestinesi, maledetti ebrei".
Non si sa se ridere o piangere, c'e' ben poco da ridere ma come non farlo, amaramente, nel rendersi conto che persone civili e intelligenti, in Europa e in tutto l'occidente, credono a questi pagliacci malefici.    
Leggo su internet solo maledizioni contro Israele, se cerchi di dirgli come stanno le cose, ti accusano di essere senza cuore perche' per "causa vostra, maledetti, i bambini palestinesi ( sempre quelli colle guanciotte  belle grassocce) fanno la FAME"
Se gli fai notare quanto soffrono i bambini di Sderot che non potranno fare una vita normale a causa dei postumi del terrore cui sono sottoposti, si mettono a ridere.
 
 All'ONU in questo preciso momento Israele e' sotto accusa.
In questo momento gli ambasciatori dei paesi presenti all'ONU stanno dicendo che niente, nemmeno i missili su Sderot, puo' giustificare Israele.
Credono fermamente a hamas, credono perche' odiano Israele, odiano la civilta' e la democrazia, odiano gli ebrei.
Io riesco a pensare solo  alla nostra gente a Sderot, al loro terrore, ai bambini che non si riprenderanno piu', molti di questi bambini dal giorno della loro nascita hanno sentito ogni giorno e ogni notte i bum dei razzi , l'allarme suonare, i genitori afferrarli tra le braccia e scappare da qualche parte per salvarsi.
I bambini di Sderot, sorridono, dicono "si abbiamo paura", chiedono "perche'?"come chiedevano perche' i bambini ebrei che i nazisti portavano nei campi della morte.
I nuovi nazisti palestinesi tentano di portarci alla follia ma fino a questo momento, a parte l'amore del mondo per la loro barbarie travestita da miseria e tanti soldi, sono riusciti soltanto a distruggere la loro gioventu'.
I nostri bambini, i nostri giovani hanno l'educazione e l'amore che li salvano.
La loro gioventu' ha solo odio, violenza e ferocia.
 
In questa tragedia,