archivio gennaio 2008
Due o tre
cose sui PM milanesi, i media, Berlusconi
e il falso in bilancio.
Il falso in bilancio
non è stato depenalizzato, è stato reholato
in modo diverso.
Questo è
l'art. 2621 c.c. che prevede attualmente
il reato:
[I]. Salvo quanto previsto
dall'articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali,
i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili
societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l'intenzione
di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire
per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci,
nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla
legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali
non rispondenti al vero ancorchè oggetto di valutazioni ovvero
omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla
legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della
società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo
ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione,
sono puniti con l'arresto fino a due anni.
[II]. La punibilità è
estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni
posseduti o amministrati dalla società per conto
di terzi.
[III]. La punibilità è
esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo
sensibile la rappresentazione della situazione economica,
patrimoniale o finanziaria della società o del
gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è
comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano
una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo
delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione
del patrimonio netto non superiore all'1 per cento.
[IV]. In ogni caso il fatto
non è punibile se conseguenza di valutazioni
estimative che, singolarmente considerate, differiscono
in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.
[V]. Nei casi previsti dai
commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma
sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a
cento quote e l'interdizione dagli uffici direttivi delle
persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni,
dall'esercizio dell'ufficio di amministratore, sindaco,
liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione
dei documenti contabili societari, nonchè da ogni altro
ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica
o dell'impresa.
Il Tribunale di Milano ha ritenuto che
Berlusconi non abbia commesso nesuno di questi fatti.
(anto.guarnieri - forum radicale)
Non spiegarlo agli Italiani e fare
confusioni è facile, basterebbe far sapere che
anche per Francesi, Inglesi, Tedeschi, Spagnoli,
Americani, Olandesi..... il falso in bilancio, " di per
se ", non costituisce, giustamente, reato.
Falso in bilancio è qualsiasi
cosa iscritta nel bilancio aziendale che non rappresenti
correttamente una parte della situazione patrimoniale
dell'Azienda e che modifichi, conseguentemente, il saldo
finale: stop.
In questo senso sono falsi in bilancio
un mucchio di cose presenti nella contabilità
di tutte le aziende, pensa alla valutazione di un credito che
poi non potrà essere incassato per fuga o fallimento
del debitore e mille altre cose. La legge punisce, in maniera
esauriente, tutti gli eventuali reati che da questo falso in
bilancio siano derivati: se il bilancio è stato falsato
a scopo di evasione, a scopo di ottenere maggiori crediti, di alterare
in più o in meno la situazione patrimoniale...ecc. Per
ognuno di questi fatti concreti sono previste pene, quindi il
reato di falso in bilancio a cosa serve? a nulla, solo come strumento
di supposizione da parte di Pm che non hanno alcuna prova
riguardo ad un reato effettivo. Mantenere il falso in bilancio
è come accusare una persona perchè possiede un coltello
da cucina senza averlo denunciato: il coltello da cucina non necessita
di denuncia ma se lo uso per assassinare mia moglie sono accusato
ugualmente di omicidio anche se evito l'accuso di possesso abusivo
di arma. Molte persone sono colpite dal fascino ridondante del nome
: " falso in bilancio " ma è esattamente come un coltello da
cucina, se commetto reati sono ugualmente ed ampiamente punito, se non
ne commetto no.
Nel caso in specie, vista la motivazione,
evidentemente i giudici hanno verificato che non è
stato commesso alcun reato punibile o connesso al falso
in bilancio il quale, se c'è stato, non è
servito ad ottenere alcun vantaggio, altrimenti ne sarebbero
derivate accuse specifiche che nel caso SME non ci sono....
o no?
(m.bacci - forum radicale)
TABACCI E BACCINI
Stan Laurel e
Olvier Hardy, Caino e Abele, Oreste e Pilade, Bruto
e Cassio, le coppie maschili della storia sono innumerevoli.
Alcune fantastiche, come Tom & Jerry, altre tragiche
come Eteocle e Polinice, ma tutte accomunate da un destino
comune, nel far ridere o piangere. L’ultima coppia della serie
potrebbe essere quella di Bruno Tabacci e Mario Baccini, che
annunciano la loro intenzione di lasciare l’Udc. Ne hanno facoltà,
come si usa dire in Parlamento: ma l’iniziativa ha senso?
La loro ragione fondamentale è
questa: “nelle settimane scorse il partito aveva più
volte fatto capire di essere pronto ad una apertura ad un
governo di scopo che avesse posto la legge elettorale al centro
della propria iniziativa”, e “Il cambiamento di linea,
adottato da Casini in modo assolutamente strumentale da novembre
ad oggi, in completo dissenso dal mandato congressuale, da
lui e dal segretario Cesa votato, ci impone di trarne le conseguenze”.
Nobili e coerenti parole, che hanno il solo difetto di
essere in contrasto con la realtà. La prospettiva
delle elezioni è divenuta concreta e se l’Udc sostenesse
Marini, e la Cdl la scaricasse, dove andrebbe Casini? Perché
perdere l’autobus della vittoria?
Tecnicamente bisognerebbe sempre
applaudire una mossa politica conveniente per chi la compie:
ma non è detto che i Tabaccini ne ricaveranno
chissà che utilità. È molto difficile che
possano spostare l’ago della bilancia. Per giunta, Marini
ha detto che non si accontenterà di un governo rabberciato.
Un governicchio che sta in piedi con le stampelle e un paio
di senatori di maggioranza. Dunque essi escono dall’Udc per
ritrovarsi fuori, ma non “liberi”: piuttosto “all’addiaccio”.
È vero, essi parlano – ancora
una volta virtuosamente – di “costruire una alternativa di Centro
a questo bipolarismo muscolare, per rispondere alle
esigenze e alle aspettative di tanti cittadini”: ma
la loro poetica Rosa Bianca (“un fiore offerto alla speranza
degli italiani”) di quante divisioni dispone? Come si può
non capire che l’Italia si è avviata ormai da molti anni
ad un bipolarismo risoluto, in cui non c’è spazio né
per una terza forza né per i partitini di testimonianza?
La Democrazia Cristiana era disprezzata da molti ma al di
fuori di essa, al centro, non c’era né vita né speranza.
Tutte le “alternative” sono finite nella pattumiera della storia.
Lo stesso è oggi per il bipolarismo. Lo stesso aggettivo
da loro usato, “muscolare”, dimostra che il bipolarismo è
in piena vita, mentre la Rosa Bianca è bianca forse perché
esangue.
Baccini sosterrà Marini “se la
proposta è quella di fare una legge elettorale
di ispirazione proporzionale con preferenza”. Dimentica
che questa legge non sarebbe gradita né a Fi né
al Pd, perché perderebbero il prezioso premio di maggioranza.
Quel premio senza il quale oggi il centro-sinistra di
Prodi alla camera avrebbe lo stesso numero di deputati del
centro-destra (e senza i senatori a vita). Dunque Baccini
farà vincere Marini se Marini farà una legge
sgradita ai due massimi partiti? Atlante ed Ercole potrebbero
essere gelosi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 31 gennaio 2008
ANALISI DELLE PAROLE
DI NAPOLITANO
Napolitano
ha conferito l’incarico a Franco Marini, pure se, come
noto, la Cdl è rimasta ferma sulle proprie posizioni.
Il Presidente riconosce che la soluzione del governo
dell’esploratore “è stata considerata impraticabile
da quelle forze politiche che hanno indicato nello scioglimento
delle Camere e nella convocazione delle elezioni sulla base
della legge vigente il solo sbocco dell'attuale crisi politica”
ma – sostiene - sciogliere le Camere a meno di due anni dalla
loro costituzione è decisione tanto impegnativa che egli
preferisce tentare di evitarla. Dunque, dice, “ho chiesto al presidente
del Senato, facendo appello al suo senso di responsabilità
istituzionale, di verificare le possibilità di consenso su un
preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno ad
un governo funzionale all'approvazione di quel progetto e all'assunzione
delle decisioni più urgenti in alcuni campi”. E qui sta
il veleno: se avesse parlato solo della legge elettorale, qualcuno
avrebbe potuto sostenerlo, quel governo, ma si accenna “all'assunzione
delle decisioni più urgenti in alcuni campi”. L’incarico
include dunque qualunque legge Marini e la sua eventuale maggioranza
reputino urgente: e non sono urgenti la riforma della Giustizia,
della fiscalità, del precariato e via enumerando? E quanti
anni ci vorrebbero, per condurle in porto? Marini in sostanza
non è stato incaricato di costituire un governo esclusivamente
per la riforma elettorale, è stato incaricato di costituire
un governo normale, nel pieno delle sue funzioni.
Una noticina
può farsi a proposito del fatto che il Presidente
abbia parlato di “credibili impegni di più
costruttivo e fruttuoso dialogo tra gli opposti schieramenti,
dialogo da me costantemente auspicato e obbiettivamente
necessario qualunque sia il risultato di nuove elezioni”.
Obiettivamente? Dimentica, il Presidente, che dialoga chi ha
bisogno dell’altro, non chi è fortissimo e può
fare da solo. Prodi ha rifiutato il dialogo quando era debolissimo,
perché mai, se vincesse le elezioni con largo margine, dovrebbe
dialogare il centro-destra? E non lo sa, il Presidente, che chi dialoga
con Berlusconi è scomunicato? Ammettiamo che si sia trattato
di un po’ di retorica buonista: ma la retorica buonista è capace
di sostenere un governo?
La nuda sostanza
è che Napolitano ha conferito a Marini l’incarico
di formare il nuovo governo. Se il Presidente del Senato
troverà una maggioranza, avremo un governo. Se non la
troverà, avremo perso qualche giorno.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 2008
Lettera a Valentino
PARLATO.
Valentino Parlato,
Devo
darle atto di essersi civilmente schierato contro
il boicottaggio di Israele alla Fiera del libro di Torino,
boicottaggio proposto da elementi di sinistra duri e
puri nel loro odio antisionista, antiisraeliano, antisemita.
Non
sono rimasta sconvolta dalle lettere di protesta
di suoi lettori pubblicate sul Manifesto perche' sono
la dimostrazione di quello che io vado scrivendo da molti
anni: comunisti e fascisti sono uniti nell'odio contro il
Popolo Ebraico e contro Israele.
Sono
una cosa sola, due pezzi di una mela avvelenata che
si uniscono all'occasione.
Non
sono rimasta sconvolta nemmeno dall'espressione
"razza ebraica" tornato tristemente in auge tra il popolo
della sinistra italiana.
Non
mi stupisce neppure la rozza scelta del boicottaggio
culturale che non dovrebbe mai esistere ma ormai
la barbarie impera nella nostra povera Europa.
Quello
che mi ha lasciata letteralmente senza fiato, signor
Parlato, sono state le sue argomentazioni, le sue spiegazioni,
la sua, mi perdoni, ignoranza sull'argomento Israele-palestinesi.
I
suoi paragoni!!! Valentino Parlato, i suoi paragoni!
Lei
paragona i palestinesi agli ebrei, intelligenti e
perseguitati allo stesso modo.
Ma
si rende conto del razzismo che contengono queste
sue parole? Innanzitutto non si puo' affermare che un popolo
sia intelligente e un altro cretino, vi sono popoli piu'
o meno colti, piu' o meno attivi, piu' o meno progrediti
ma non intelligenti o cretini.
Pero'
mi metto al suo livello e vorrei ricordarle che
gli ebrei, perseguitati da 2000 anni, uccisi, decimati,
privi di diritti civili, hanno regalato all'Europa
scienza, musica, medicina.
Cultura,
Parlato, Cultura!
Gli
ebrei, questo popolo che ha subito l'Inquisizione,
i pogrom, la shoa', ha letteralmente nutrito l'Europa
con il suo sapere.
Gli
ebrei perseguitati non hanno mai avuto un'arma e
non hanno mai alzato un dito contro i loro persecutori.
E
allora come fa a paragonare i palestinesi a gli ebrei
Signor Parlato?
I
palestinesi, e diciamocelo, Parlato, in quarant'anni
di esistenza hanno prodotto solo terrorismo e miseria
nonostante i miliardi loro elargiti.
Israele
gli ha dato scuole e universita' che loro
hanno usato come covi per il terrorismo.
Israele
gli ha dato la tecnologia e loro l'hanno bruciata.
Intelligenti,
Parlato? Strana forma di intelligenza davvero,
ogni popolo cerca di progredire non di imbarbarirsi, ogni
popolo cerca di educare i propri figli non di farne dei
terroristi martiri assassini .
Si,
sono stati rinchiusi in campi dai loro fratelli arabi
e si sono lasciati usare per odio, felici di essere
considerati il simbolo dell'oppressione israeliana. Si
sono fatti sfruttare per inettitudine e per ottenere in
cambio la distruzione di Israele.
Hanno
usato tutta la violenza di cui sono capaci, hanno
ammazzato, sgozzato, linciato e lei li definisce perseguitati?
Ma lo sa cosa significa persecuzione? Forse dovrebbe informarsi
e magari andare a vedere quello che succede in Africa
ai popoli che voi avete rimosso dalle vostre menti perche'
l'unico chiodo fisso sono loro, i palestinesi, attraverso
i quali odiare gli ebrei, i sionisti, sti capitalisti del
cavolo, vero Parlato, che lavorano come matti per il Paese che
hanno e per renderlo sempre migliore.
Che
i popoli dell'Africa si fottano, la' non ci sono
ebrei da demonizzare.
Ma
lasciamo perdere i palestinesi e la loro fede nazista
ereditata da Haj Amin Al Husseini, il mufti zio di Arafat,
amico e collaboratore di Hitler e veniamo
alle sue perle signor Parlato.
Nell'intervista
all'Unita' lei afferma " Un vero Stato degli
ebrei non è mai esistito. Gli ebrei sono per definizione
la diaspora, che è stata una grande risorsa intellettuale».
Roba
che vado in svenimento, Parlato!
Si
rende conto ? Ma lei a scuola c'e' stato? Non ha imparato
che gli ebrei hanno avuto uno stato per 1000 anni con capitale
Hebron prima e poi Gerusalemme?
Come
si permette di delegittimare gli ebrei e di negarne
la storia? come si permette di dire che sono la
diaspora per definizione e che questo vi ha fatto tanto
comodo per la risorsa intellettuale che sono stati.
Ormai
non dovrei meravigliarmi piu' di niente , dopo 40
anni di antisemitismo comunista intrecciato con l'antisionismo.
Ne avete dette di tutti i colori, avete falsato la storia,
avete mitizzato e giustificato i terroristi ma che il
fondatore di un giornale faccia affermazioni simili e' scioccante
mi creda.
E
ci dica Parlato, quando mai i palestinesi hanno avuto
uno stato?
Mai,
pensi, MAI e lei per compensarli di questo e per
premiarli della loro barbarie vorrebbe uno stato per due
popoli. Ma bravo, ma bene, bis, e perche'?
Gli
ebrei non possono, secondo lei, avere il loro paese
come tutti i popoli di questo mondo dove vivere tranquilli
dopo tanto patire?
I
palestinesi hanno la Giordania perche' e' quella
la Palestina storica , tutto il resto lo hanno rifiutato
perche' le loro carte geogerafiche, probabilmente anche
le vostre, danno a Israele il nome di Palestina e non si
fermeranno fino a quando , come diceva il vostro guru Arafat,
non ci avranno gettati in mare.
No
no no, Parlato, Israele e' degli israeliani
non degli arabi ed e' uno stato ebraico, non islamico
ed e' una democrazia, non una dittatura.
Si
metta l'animo in pace e studi la Storia, quella vera,
non quella taroccata, e glielo dica ai vostri
amici palestinesi, Israele e' degli ebrei e non si torna indietro
nelle Storia, non possono pretendere oggi quello che hanno
ripetutamente rifiutato per 60 anni sperando in un altro
genocidio di ebrei come promesso dai loro fratelli arabi.
Glielo
aveva promesso anche Nasser , che lei definisce
, spero scherzando, "un egiziano democratico".
Mannaggia
, signor Parlato, se lei che e' un direttore di
giornale ha simili lacune, convinzioni e disinformazioni
storiche cosa si puo' sperare dai suoi giornalisti
!
E
cosa possiamo aspettarci dalla base che vi
legge: boicottaggio di Israele, bandiere di Israele bruciate,
negazionismo, isteria razzista che va a braccetto
con quella araba.
l'intelligentia
araba e' antiisraeliana, antisionista e antisemita.
L'Intelligentia
ebraica e israeliana di sinistra, e' antiisraeliana,
antisionista e, in alcuni casi purtroppo e' anche antisemita.
Siamo
rimasti solo noi ebrei cattivi a difendere Israele
ma lo faremo fino all'ultima goccia di sangue alla faccia
dei boccottaggi, dell'odio, della disinformazione.
In
questo quadro desolante di odi, delegittimazioni,
demonizzazioni, boicottagi, finalmente una buona notizia,
il Rabbino di Napoli Pierpaolo Pinhas Punturello
ha rifiutato l'invito della Jervolino in occasione delle
cerimonie per la Giornata della Memoria perche' la Sindaca
durante un incontro con una delegazione di palestinesi aveva paragonato
la situazione mediorientale all'occupazione nazista.
Ehhh
si, e' un viziaccio dei piu' sporchi, per fortuna
la Jervolino ha trovato un rabbino con una buona
dose di orgoglio cui esprimo tutta la mia ammirazione e solidarieta'.
Se
facessero tutti cosi' forse incomicereste a pensare
che qualcosa in voi, popolo della sinistra, non funziona.
Viva
gli ebrei cattivi, Valentino Parlato, perche' sono
quelli che amano Israele e la liberta'!
Quelli
buoni, alla Moni Ovadia, li lasciamo a voi.
Deborah
Fait - www.informazionecorretta.com
“PERCHÉ?”
Una cosa è
evidente finché nessuno chiede: “perché?”
Se qualcuno lo chiede, infatti, bisognerà dimostrarla.
E una cosa da dimostrare non è evidente.
Ciò
che non è evidente è perché bisogna fare
di tutto per salvare la legislatura. Qual è il danno,
se si va a votare? Ovviamente, dovrebbero rispondere alla
domanda quelli che sostengono questa tesi su tutti i giornali, ogni
santo giorno. E anche la Cei e la Confindustria che gli danno
una mano. In mancanza, si è costretti a giocare di fantasia.
1) Bisogna
salvare la legislatura perché sarebbe bene
che essa durasse cinque anni, come indica la Costituzione.
Giusto. Ma a parte il fatto che è come se
si dicesse “nessuno deve morire prima dei settant’anni”,
la maggior parte dei governi precedenti non è arrivata
ai cinque anni (Berlusconi è l’unico che sia rimasto
al governo per cinque anni) e le elezioni anticipate sono state
frequenti. Dunque, tutto questo, oltre ad essere normale, non
è poi così nocivo alla salute.
2) Bisogna
almeno cambiare la legge elettorale. E questo perché,
a), non permette il voto dei singoli candidati, b)
non assicura la stabilità, basta vedere la situazione
che si è avuta al Senato. Però, i partiti hanno
sempre avuto il potere di mettere o non mettere candidati
nelle loro liste, e le loro macchine elettorali si sono sempre
impegnate, con successo, a favore di quelli che esse
volevano favorire. E comunque, non è un particolare di
tale peso da farne dipendere la legislatura. Ma soprattutto
il centro-sinistra, in termini numerici, le elezioni al Senato
le ha perdute per oltre duecentomila voti, ed ha tuttavia avuto
due senatori in più; alla Camera le ha vinte per sei
decimillesimi di voto, ed ha avuto oltre sessanta deputati
in più: di che si lamenta? E se al Senato non è scattato
lo stesso premio di maggioranza della Camera è perché
così hanno voluto Ciampi e i suoi amici di sinistra. Se
la legge elettorale ha danneggiato qualcuno, è il centro-destra.
Senza il premio di maggioranza alla Camera si sarebbe avuto
un perfetto pareggio, senza il vantaggio dei Senatori a vita. Di
che si lamentano?
3) È
facile modificare la legge elettorale e andare subito
al voto con una legge migliore. Già. Ma se fosse
facile, come mai non è stato fatto, in diciotto
mesi, mentre tutti coralmente dicevano male della legge
elettorale in vigore? Non è che sia facile come realizzare
il moto perpetuo? E se non si riesce ad arrivare ad un accordo,
che si fa, si mantiene il governo transitorio fino alle calende
greche?
4) Ma
che calende greche, basta fissare un termine, per
esempio entro il venti maggio. Una scadenza fissa
come quella che Scalfaro dette a Berlusconi, quando lo
indusse a consentire la nascita del governo Dini? Abbiamo
già dato.
5) Si potrebbe
comunque costituire un governo sostanzialmente di
larghe intese per fare la legge elettorale e alcune grandi,
facili riforme (tesi di Veltroni), entro un anno. Chi
tocca i fili muore e chi si accorda con Berlusconi è
scomunicato: in Italia attualmente non c’è spazio per
le larghe intese e non si fanno prigionieri. Comunque, dal momento
che non si arriverebbe a nulla, con qualunque governo di questo
genere, questa soluzione sarebbe solo un modo per non andare
alle urne in questo momento. Essa è anzi talmente improbabile,
da far sorgere il sospetto che Veltroni l’abbia avanzata
per vedersela respingere ed andare subito ad elezioni, dissociandosi
dall’esperienza Prodi.
6) Che
male fa, comunque, un mandato esplorativo? E
che male farebbe organizzare una spedizione per andare
a chiedere il suo parere alla Sibilla Cumana, o per
scoprire l’Atlantide, o per studiare i costumi sessuali
dei celenterati? In Parlamento non si tratta di fare
cose che “non fanno male”, come cantare in coro canzoni napoletane,
ma di fare qualcosa di utile per la nazione. Specialmente
in un momento che tutti (come sempre) definiscono critico,
tanto che Cossiga afferma di avere votato per Prodi solo per
questo. Se c’è lo spazio per un serio governo, di destra
o di sinistra poco importa, che lo si costituisca. Se non
c’è, che si vada alle elezioni. Le esplorazioni lasciamole
ai fratelli Caboto e al comandante Cook.
Non riusciamo
a trovare altre ragioni, al momento, per sostenere
la tesi dell’inopportunità delle elezioni anticipate
subito, ed è un peccato. Ma potrebbero suggerirle i
lettori. Infatti sta a coloro che hanno quella opinione, sostenerne
le ragioni, non a chi si limita a chiedere: “perché?”
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 2008
TRADURRE VELTRONI
Dicevamo: “I politici sono una
manica di imbroglioni che parlano in modo che la gente capisca
una cosa, i colleghi ne capiscano un’altra mentre loro ne
pensano una terza”. Il comportamento di Veltroni, in questi giorni,
ne sembra la riprova.
Sin da
quando si è costituito il Partito Democratico,
l’interesse di Veltroni è stato quello di veder
cadere Prodi e andare presto alle urne. Quel governo si
rendeva ogni giorno più impopolare e bisognava che non
si perdesse il senso di novità rappresentato dal Partito
Democratico: ma Walter non poteva certo andare contro i suoi.
Soprattutto mentre era già chiaro che, votando, la coalizione
avrebbe perso. Si è dunque vivacchiato per mesi. Veltroni ha
vissuto con la crescente preoccupazione che, a poco a poco, l’elettorato
lo identificasse con questo governo e con i suoi risultati e nel
dubbio gli ha dato una bella botta quando ha dichiarato che alle prossime
elezioni il Pd andrà senza gli alleati di estrema sinistra:
critica implicita a Prodi e ai suoi cedimenti ai massimalisti.
Quando
infine il Professore è stato mandato a casa, ha
sicuramente tirato un enorme sospiro di sollievo: ma
il momento è drammatico. L’enorme impopolarità
accumulata fa sì che la situazione sia irrecuperabile:
nessuna speranza di vittoria e non gli rimane che trarre vantaggio
dalla sconfitta. Deve dissociarsi dall’esperienza appena
conclusa per poter dire, alle successive elezioni: “Prodi ha
governato male? Io governerò bene. La coalizione
di centro-sinistra è stata inefficiente e rissosa? Il mio
partito si presenta da solo, nuovo e coerente”. Se oggi si riesce
a “perdere bene”, si pongono le basi per una rimonta futura.
Il Pd sarà il deuteragonista, con Berlusconi, di un sistema
di tipo inglese o tedesco, arrivando finalmente al bipartitismo
ed esautorando i dinosauri della sinistra comunista.
Questa
è la verità, ma Veltroni non può
dirla. Deve sostenere il centro-sinistra, in pubblico,
mentre in privato prega che Berlusconi sia rigido nella
richiesta di elezioni e lo aiuta come può. Per esempio
dicendo che, trattandosi di regole che devono valere per
tutti, il governo di transizione deve essere sostenuto anche
da Berlusconi. Mentre sa benissimo che Berlusconi non lo sosterrà.
In secondo luogo fa finta di non vedere che le forze che più
sono terrorizzate dalle elezioni anticipate, pur di guadagnare
qualche settimana, supplicano che non si voti prima di giugno.
Sembrano implorare Berlusconi: “Che ti costa, concederci due
mesi?” Ed ecco invece che Veltroni oggi, dopo avere parlato con
Napolitano, ipotizza elezioni in primavera, sì, ma quella
del 2009! Oppure – si rassegna - elezioni entro pochi mesi, ma
non precisa neppure quanti: che altro poteva dire per terrorizzare
Berlusconi e indurlo ad essere più rigido del ghiaccio?
Nel ’94 il Cavaliere è stato imbrogliato da Scalfaro,
con la storia dei pochi mesi del governo Dini, e ora Veltroni parla
disinvoltamente di un anno e oltre? È come voler convincere
il Papa a dichiararsi ateo.
Veltroni
dice una cosa per il grande pubblico: “Oh, come sono
preoccupato del bene dell’Italia!”; un’altra per i politici:
“Io sono per le elezioni subito, e non me ne importa
nulla del fatto che per voi saranno un disastro”, e forse
ne pensa una terza. Che purtroppo non conosciamo.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 2008
DUGENTO CITRULLI
A DIR DI NO
Le
consultazioni del Presidente della Repubblica occupano
tutte le pagine dei giornali e sono riferite da tutti
i telegiornali. Non mancano inoltre – e anzi, sono
una valanga – i commenti dei quotidiani: su ciò
che avviene, su ciò che potrebbe avvenire, su ciò
che Tizio sostiene risolutamente e Caio nega risolutamente.
Con un risultato di indicibile noia. Si battaglia come se,
dalla discussione, potesse derivare qualche conseguenza.
I politici e i giornalisti sembrano un’assemblea di topi che
discutono se è giusto e morale che il gatto li mangi,
mentre in realtà l’unico interrogativo è se il gatto
abbia fame o no. Attualmente, tutto dipende da Berlusconi. Se
mantiene la sua richiesta di elezioni immediate, Napolitano non
potrà che sciogliere le camere. E se non le scioglie, basterà
che Berlusconi e i suoi neghino la fiducia all’eventuale governicchio
proposto, perché si vada alle elezioni: ritorno alla casella
di partenza. Tutto sta a vedere se il gatto insiste per mangiare.
Il commento si sposta allora
al perché ci siano tutte queste discussioni. Per
i giornalisti, si deve riconoscere che è il loro mestiere,
ma per i politici c’è da rimanere perplessi. Si direbbe
che essi credano, gridando tutti insieme, al potere magico della
voce umana. Se tutti gridiamo un grande “NO!”, corale, alto e
forte, possibile che non ci si dia retta? Possibile che il gatto
non ne tenga conto? E qui torna in mente un gustoso sonetto
di Giuseppe Giusti:
Che i più tirano
i meno è verità//posto che sia nei più
senno e virtù; //ma i meno, caro mio, tirano
i più, //se i più trattiene inerzia o asinità.
//Quando un intero popolo ti dà //sostegno di parole
e nulla più, //non impedisce che ti butti giù
//di pochi impronti la temerità. //Fingi che quattro
mi bastonin qui, //e lì ci sien dugento a dire: ohibò!
//senza scrollarsi o muoversi di lì; //e poi sappimi
dir come starò //con quattro indiavolati a far di sì,
//con dugento citrulli a dir di no.//
Se tutto il potere che
si ha è quello di dire di no, che si sia duecento
o duemila, non significa niente. Ecco perché le
discussioni di questi giorni sono noiose. Non c’è che
da vedere se domani Berlusconi manterrà la sua posizione.
Amen.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -28 gennaio
2008
VULGUS
VULT DECIPI
La
politica è il regno dell’ambizione, della menzogna,
dell’interesse. E per questo può appassionare
moltissimo chi non ha interessi, non è ambizioso
e soprattutto è innamorato della verità.
Sembra un paradosso e non lo è.
Il giusto vive una
vita di frustrazioni. Gli hanno raccontato
tante belle cose, quand’era piccolo, ed ha
commesso l’errore di crederci. Si è costantemente
comportato da persona per bene e non è arrivato
da nessuna parte. O solo a quei posti cui si giunge
per concorso, nella Pubblica Amministrazione, o per
sovrabbondante merito, nell’impresa privata. La vita gli impone
di riconoscere che qualcuno, con qualche merito in meno
e qualche spregiudicatezza in più, è andato parecchio
più lontano.
Se però è
saggio, e accetta il messaggio della realtà,
può scoprire che la politica è il campo
migliore per studiare l’umanità. È il mondo
in cui tutti si comportano secondo natura. Non secondo
la morale, non secondo le convenzioni, e neppure secondo
la cortesia o la correttezza: l’homo politicus, versione
ai raggi ics dell’homo sapiens, non mantiene la parola
data, tradisce, si muove solo per interesse, non conosce
la vergogna. Come un qualunque predatore, è distesamente,
serenamente, animalescamente amorale. Il saggio a questo
punto può sorridere: finalmente uno che non mi prende per
i fondelli! La gente chiama bugiardi i politici ma in realtà
essi sono più sinceri degli uomini normali: per coloro che
sanno leggerlo, il loro comportamento è autentico e privo
di ipocrisie. In un certo senso è addirittura più
onesto della media proprio perché non prova neppure, ad essere
onesto. Per chi vive quotidianamente nell’ipocrisia della società
borghese, oppresso dalla universale e falsa pretesa di essere corretti,
disinteressati, coerenti, beneducati, la politica è distensiva.
Basta guardare i politici di centro-sinistra, in questi giorni:
hanno detto per mesi ed anni che, cadendo Prodi, non rimaneva che
la via delle urne. Ora Prodi è caduto e loro non vogliono
andare alle urne, anzi dicono che votare sarebbe dannoso per il
Paese. Sono bugiardi? Ma no! È semplicemente cambiato il loro
interesse. Prima gli conveniva minacciare coloro che avrebbero potuto
far cadere il governo, ora gli conviene rinviare elezioni che prevedono
disastrose. Più sinceri di così! “Chi trova un amico
trova un tesoro”, dice la Bibbia; ed esiste tutta una retorica dell’amicizia
e della lealtà. Invece qui si dice: “in politica non esistono
amicizie, esistono interessi convergenti”. Le amicizie durano quanto
dura quella convergenza. Ah, che riposo.
Osservando la politica,
il giusto sente la gioia del commerciante che evita
un cattivo affare, quella del matematico che vede confermate
le proprie formule. “I politici sono una manica di imbroglioni
che parlano in modo che la gente capisca una cosa, i
colleghi ne capiscano un’altra mentre loro ne pensano una
terza, ma non prendono per i fondelli me, che ormai mi diverto
a decodificare il loro gioco”. Né ci si può
dispiacere seriamente per i propri connazionali. Benché
lo studio della storia sia obbligatorio sin dalla scuola elementare,
benché il buon senso insegni l’opposto, troppi credono al
dovere della moralità in politica. E allora è normale
che si sentano truffati. Se ascoltano deliziati le baggianate
dei politici, se li votano soltanto perché hanno detto quelle
baggianate, è sciocco che poi si lamentino. Sono andati da
Wanna Marchi e poi l’accusano di non averli guariti. Dimenticano che
“Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, è il volgo che vuol
essere ingannato, e allora che lo sia.
Lo strumento per capire
la politica non è la morale, è l’etologia:
purtroppo, mentre tutti conoscono la parola “morale”,
non tutti conoscono la parola “etologia”.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28 gennaio
2008
5 febbraio: fine
dei sogni
W
Obama, “i sogni possono diventare realtà”.
La rassegna di sogni che parte da Abramo Lincoln e
passa per Luther King e Malcom X, arrivando fino
a John Kennedy sta continuando, anzi proprio nel nome Kennedy
ha conosciuto il suo apice, con lo schieramento in massa
della famiglia al fianco del candidato dell’Illinois,
giovane, travolgente, nuovo. E così tutti hanno fatto
i loro calcoli. Dopo Kerry, adesso anche i Kennedy,
quindi il Partito: Obama è il candidato che a Denver
a fine agosto si accingerà a sfidare il candidato repubblicano.
In questo scenario ciò che si può vedere non
ha per nulla il sapore del sogno, ma soprattutto non ha nulla
di reale, anzi è un veloce viaggio nei luoghi comuni
da cui Obama dovrebbe ben guardarsi per non farsi fregare.
Perché in realtà Kerry è la pecora nera
del partito, dopo la sua sconfitta con Bush quattro anni fa,
perché Ted Kennedy è senatore ed uomo di considerazione
solo perché fratello di John e Bob, in una sorta di
riconoscimento morale dovuto alle tragedie del passato, visto
che più volte si è “bruciato” in scandali sessuali
ed economici. Ecco perché la “famiglia” ha fatto parlare
la mamma e non il politico, ovvero Caroline, quasi a voler
rappresentare l’anima sociale, quella più umile ed idealista
in appoggio ad Obama, proprio su quel NY Times che giorni prima
aveva incoronato pericolosamente Hillary. Gli appoggi insomma
possono essere scomodi, ma anche insulsi (pensate a Bill “Bob”
Clinton, cane da tartufo della padroncina Rodham, sempre più
Rodham). Stupisce la scarsa lungimiranza di qualche analista politico
che ha fatto troppo presto due più due. Se i Kennedy sono
per Obama anche Mary Shriver, figlia di Eunice Kennedy moglie di Schwarznegger
è per Obama in California, o Patrick figlio di Ted deputato nel
Rhode Island, o ancora Mary figlia di Bob potrebbe fare molto, essendo…ex
moglie di Cuomo, procuratore generale dello Stato. O ancora altri
figli di Bob sono influenti nel Massachussets…In questa analisi
kennediana, i repubblicani diventano democratici, i Kennedy diventano
“Partito”. Non è così. Il Partito Democratico da tempo
ha fornito molto più soldi ad Hillary che non ad Obama,
il quale deve ringraziare il generoso Sud, il buon aiuto di Jessie
Jackson, l’”azionariato popolare” avviato sul web per la sua campagna.
Il resto del partito è Nancy Pelosi, che non si è
schierata, ma è dalla parte di Hillary, certamente più
insopportabile, ma donna e profeta della grande borghesia newyorkese
che non ci pensa proprio a perdere i suoi privilegi. Il Partito
è fatto da numerosi ed influenti politici italo-americani
che non ci pensano proprio a lasciare il monopolio al Sud, per
giunta non quello repubblicano ma addirittura democratico. E’
una lotta sporca e Hillary lo sa. Volutamente sta indirizzando Obama
verso la strada senza uscita: la lotta economica ovvero poveri
contro ricchi, i giovani contro i vecchi e meno vecchi, i neri
contro i bianchi, le minoranze contro le maggioranze. E chi voterà
nel Super-Tuesday se non la devastante potenza industriale ed
economica americana: California, New York, Colorado quindi Denver,
Georgia quindi Atlanta, l’impero delle grandi multinazionali,
Missouri e St-Louis. Dalla parte di Obama il 5 febbraio ci sarà
il suo Illinois, il Minnesota, quella parte della Georgia che
soffre ancora dei pregiudizi nel profondo Sud, il Nuovo Messico dove
ci sono quegli ispanici che hanno già tradito Obama in Nevada.
Ecco, proprio il Nevada è l’emblema del dilemma Obama: i
dipendenti ed i sindacati dei casinò lo hanno votato, ma non
di certo i proprietari. L’America democratica sogna, ma si sveglierà
proprio il 5 febbraio, quando, paradossalmente potrebbe decidersi
molto ma non tutto (in tale marasma Texas, Ohio, Mississipi,
Washington, Massachussets), forse però quanto basta per capire
che nella scelta decisiva Hillary sarà in vantaggio su Obama.
Non tiriamo le cuoia ad Obama, semplicemente il realismo impone questo
e per molti sarà triste svegliarsi così bruscamente
dal “sogno americano”, ma parafrasando e modificando il finale di
“Pretty Woman”, siamo in America, tutti possono sognare, ma vincere
è un’altra cosa.
UN ARTICOLO DA INCORNICIARE
Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo
a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche:
la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni,
la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano
... Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi
che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante
del governo Prodi è stato di rendere più
probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi.
Qualcuno lo considererà un merito, personalmente
la considero una grave responsabilità che, con
la sua perenne litigiosità, si è assunto
l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però
anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare
agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare
le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente: come racconteranno
le vicende di questi anni gli storici di domani? Che cosa si
dirà della seconda Repubblica?
Azzardo una risposta.
Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014
come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso?
Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti,
ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi
storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati
da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio
fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano.
Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi
modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente
probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra
e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014
(o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno
di diventare Presidente della Repubblica).
Lo storico di domani
sarà meno accecato dall’amore
e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e
quindi riuscirà a vedere le cose freddamente.
Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra,
che giudicheranno negativamente «il ventennio»,
e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno
positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno
è: perché? Perché la sinistra è
uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima
Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di
nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è
stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere?
Su questo, sulle cause del ventennio
berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno
meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio.
Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò
a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe
dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie
nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta
da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia
mentale.
Nel 1956 i carri armati sovietici avevano
invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza
dei dirigenti del Pci (compreso l'attuale Presidente
della Repubblica) non aveva battuto ciglio. Tre anni
dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava
definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava
al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969).
Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico»
acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di
disprezzo e supponenza. Nel 1968 i carri armati sovietici
invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri
armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo
di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989
cadeva il muro di Berlino.
Nonostante tutto questo, occorrerà
attendere altri due anni perché, nel 1991, un
dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta
(la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato
di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione
a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come
si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione
del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico
veniva usato come un insulto?). Poi arriva la sconfitta
del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo
governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che,
dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra
della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza
per far capire anche al più lento bradipo del mondo
che è giunto il momento di accelerare il passo. E invece
no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni
per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che
nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro
di quarant’anni.
Naturalmente gli storici si chiederanno
anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale
come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta,
ma la mia è semplice (e so già che qualcuno
dirà che è semplicistica). Per poter
restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura
comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria
capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni,
manipolare le coscienze.
E ci è riuscita così bene
che quella capacità è sopravvissuta alle
ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi
è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra
non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare
la loro analisi della società italiana e accelerare
la costruzione di una forza genuinamente riformista,
ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria
capacità di manipolazione per combattere Berlusconi,
senza rendersi conto che così allontanavano - anziché
avvicinarlo - il momento di costruire una sinistra moderna, in
grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. E’ così
che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana,
è divenuto il marchio di un’era.
Visto con gli occhi di domani, il limite
di Veltroni non è di aver «diviso la
sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema,
di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a
lungo. Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo
Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio
di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a
fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni
di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.
Luca Ricolfi
ETERNA SPINELLEIDE
La tesi
del fondo di oggi di Barbara Spinelli è che
l’opposizione, essendo composta per la maggior parte
di delinquenti, vuole tornare al potere per procurarsi
l’impunità giudiziaria: infatti cita Contrada, Dell’Utri
e Cuffaro. In particolare stigmatizza, per quest’ultimo,
la difesa che ne ha fatto Casini e dimentica che, mentre
la sinistra tratta con i guanti Adriano Sofri, colpevole di
omicidio per responsabilità personale, i personaggi della
destra sono accusati di reati piuttosto evanescenti: Contrada
è accusato solamente da pentiti, a quanto dicono, e
Cuffaro è stato condannato in primo grado, per un reato non
certo infamante come l’omicidio. La cosa più significativa
è invece che se la sinistra onora tanto Sofri, e il centro
destra non smette di stimare Dell’Utri, è perché l’intera
nazione non ha fiducia nell’obiettività dei giudici. Berlusconi
non vuole restaurare il “governo della malavita”, ma la credibilità
della magistratura.
“I
partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far
quadrato attorno alla presunzione d’impunità che
sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà
il marchio del rinnovamento promesso”. La Spinelli è
una specialista dell’umorismo involontario. Come? Parla di presunzione
d’impunità, che non sta certo nella Costituzione,
e non si accorge che trattando Cuffaro da delinquente viola
rotondamente la presunzione d’innocenza, che invece
nella Costituzione troneggia? Dio sa se si sono avuti ribaltamenti
di giudizi, in questa Italia ideologica, e Cuffaro non
ha ancora perso la partita.
La
signora accusa poi Bossi di avere parlato di rivoluzione
e Berlusconi di “scendere in piazza”, lamentando
che queste cose eversive siano state dette “nell’indifferenza
generale”. E non si accorge che questo avviene
perché la gente, a differenza di lei, sa dare
il giusto peso alle esagerazioni retoriche. Incluse quelle
degli avversari politici.
Ma
c’è di peggio. “La Repubblica di Weimar, scrive,
aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica,
questi demagoghi”. Ci siamo: Berlusconi uguale Hitler.
Questa signora non ha mai capito la massima di Talleyrand, per
cui “ciò che è esagerato è insignificante”.
Il
secondo bersaglio, dopo l’Eterno Cavaliere, è
il Partito Democratico, qui criticato perché
non ha un programma, come non l’aveva Veltroni quando
è stato nominato, ecc. Tutte cose giuste. Solo che
lei non le ha dette quando il partito si è costituito
(come invece hanno fatto i giornali di opposta idea politica)
e le dice oggi solo per incolparlo della caduta di Prodi.
Una caduta che l’ha lasciata schiumante di rabbia perché
i partiti comunisti non torneranno più al potere, mentre
il Pd, per i suoi gusti, non è abbastanza di sinistra
ed è, anzi, colpevole proprio di volersi liberare degli
estremisti. A costo di “correre da solo”. Anche a non volerlo
sostenere, è chiaro che questo partito potrebbe rappresentare
il futuro di una sinistra moderna ed europea (come dice oggi
Ricolfi nello stesso giornale, “Vent’anni con Silvio”). E invece,
tutto quello che la signora vede è che “Veltroni ha poi detto
che il suo partito ‘correrà da solo alle prossime elezioni’,
e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo
(2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima
della caduta di Prodi)”. E dunque anathema sit.
Leggiamo
poi un’affermazione che trasuda indignazione: “è
il potere ciò cui sembra aspirare [il Pd] e non
il governare”. Come se la screziata coalizione di Prodi,
che lei rimpiange a calde lacrime, e in cui sono stati
messi insieme, pur di vincere, il diavolo e l’acqua
santa, non fosse stata costituita esclusivamente per giungere
al potere.
Riesce
infine a dare un colpo di zappa sui propri piedi
e su quelli di Prodi, di cui citando un passaggio del
discorso al Senato: «Sarebbe necessario innanzitutto
rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui
i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la
rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che
paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità
di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli
ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari;
né l’asservimento dell’informazione pubblica
al potere politico». Prodi dimentica che la debolezza
dell’esecutivo era stata ridotta dalla riforma costituzionale
del governo Berlusconi e che la sinistra si è fatta
promotrice di un referendum per abolirla. Riuscendoci. L’inammissibilità
dei voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri
è stata inaugurata dalla sinistra, non dalla destra,
precisamente contro il Ministro della Giustizia Mancuso.
La prassi delle crisi extraparlamentari non è affatto
un grave malvezzo: che qualcuno si dimetta quando un altro
gli dice “non ti voterò” o dopo che non l’avrà votato,
che cosa cambia? E non gliel’hanno forse caldamente raccomandato
D’Alema, Napolitano e centro altri, di non andare in Senato?
Tutti comportamenti anticostituzionali? Infine è divertente
l’accenno all’ “asservimento dell’informazione pubblica al
potere politico”: come se la Rai, in questi mesi, fosse stata
critica col governo e prona all’opposizione.
Per
la tesi generale, che con Berlusconi è “il vecchio
che avanza”, sarebbe bene che la Spinelli si mettesse
d’accordo con Ricolfi, che sostiene in maniera ottimamente
argomentata esattamente il contrario.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
. gennaio 2008
IL CONTO TOTALE
In
parecchi editoriali dei giornali di sinistra si parla
fino alla nausea di un governo “tecnico”, “istituzionale”
o comunque si voglia designare un esecutivo nato per
fare una nuova legge elettorale ed evitare elezioni
subito. Perché l’attuale legge è “un disastro”,
dicono: e con essa non si potrebbe andare alle urne. Ma
questa tesi offre il fianco a molte obiezioni.
Questa
legge non è affatto un disastro e non lo è
stata soprattutto per il centro-sinistra che alla
Camera ha beneficiato del premio di maggioranza da essa
previsto. Pur avendo avuto sei voti in più su diecimila,
in quel ramo del Parlamento esso non ha avuto mai problemi:
fino a mercoledì scorso incluso. Se poi, per il Senato,
si incolpa quella legge di non favorire a sufficienza il
vincitore con analogo premio di maggioranza (e dire che il centro-sinistra
ha avuto due senatori in più con 250.000 voti in meno!) non
bisogna dimenticare che essa è stata cambiata in questo
senso per volere di Ciampi. Fu questo loro sodale che,
da Presidente della Repubblica, a suo tempo non la firmò
e la rinviò alle camere.
La
realtà è molto più banale: i partiti
che sono certi di essere sconfitti, se ci sono elezioni
subito, e i giornali loro alleati, si stanno arrampicando
sulla retorica del bene del paese per ottenere una
tregua per riprendersi. La gazzella si affanna a spiegare al
leone i pericoli di una dieta con troppa carne.
Ma
la proposta del governo breve è balorda anche
per altre ragioni. Se i partiti, pur parlandone
continuamente, non si sono messi d’accordo nei mesi scorsi
neanche arrivando al dialogo fra Pd e Cdl, perché
dovrebbero farlo nei prossimi mesi? E ammesso che la proposta
fosse realistica, è concepibile che i partiti voterebbero
la fiducia a un governo senza sapere in anticipo quale tipo
di legge vuol fare? Nessuno infatti darebbe poteri ad un esecutivo
che lo danneggia. La discussione sulla legge elettorale si sposterebbe
dunque da dopo la fiducia a prima della fiducia a questo governo.
Rutelli, invece di invocare una nuova legge elettorale, e basta,
dovrebbe dirci quale legge elettorale e chi l’accetta. Per i grandi
partiti infatti va già bene la legge attuale (altro che
“Porcellum”!) e il referendum, nel caso, varrebbe oro. Se i partiti
di sinistra che chiedono il governo breve non si pongono questi
problemi è perché la loro disperazione è
tale che, pur di guadagnare tempo, metterebbero a capo del
governo persino Gianni Letta.
Il
problema rimane sempre: perché mai il Pdl e il
Pd (checché dica) dovrebbero mettersi d’accordo con
i “piccoli”? Per fare una legge elettorale a sé stessi
sfavorevole? Soprattutto il Pd che ha già dichiarato
di voler correre senza di loro?
La
proposta del centro-sinistra e dei suoi corifei giornalistici
suona come quella di chi, mentre l’arbitro sta
contando il pugile, ed è arrivato ad otto, propone
al vincitore che si fermi l’orologio, per dar tempo al vinto
di riprendersi. Perché mai Berlusconi e i suoi alleati
dovrebbero accettare di rinviare elezioni che li indicano
come favoriti? I commentatori, pur guardandosi accuratamente
dal precisare come dovrebbe essere la nuova legge elettorale,
parlano diffusamente di come dovrebbe essere il governo transitorio:
specificano dunque in che modo fermare l’orologio, se togliendogli
la pila, pestandolo sotto i piedi o buttandolo dalla finestra.
Si occupano del “come” e non del “se”, come se il centro-destra fosse
talmente sciocco da segare il ramo su cui è seduto. O da
dimenticare che il governo Dini, nato per durare settimane, durò
un anno e mezzo.
Al
centro-destra non si può chiedere nulla. Quando
davanti si ha un avversario esanime a terra, ben oltre
i rituali dieci secondi, il massimo che si può fare
è aiutare i barellieri a portarlo via.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 26 gennaio 2008
PTSD
Una cronaca personale
La fine del governo Prodi mi ha tramortito. Spesso,
di fronte ai piccoli fatti della vita, la mia mente
si diverte a stabilire collegamenti, risalire nel
tempo, azzardare previsioni. Ed ecco che cade un governo
di cui ho sperato la caduta da prima ancora che fosse
costituito, e tutto quello che so ricavarne è un risveglio
alle quattro del mattino, come mi avvenne, tanti anni fa,
quando decisi di separarmi da mia moglie. E con gli occhi
sbarrati, nel buio, non sono riuscito a trovare il bandolo
della matassa, la considerazione fondamentale, un qualunque
modo per digerire la notizia. Magari riaddormentandomi.
Alla fine, quando finalmente il cielo
ha cominciato a mostrare le prime tracce di luce, ho
risolto il mistero: non posso “sistemare” questo avvenimento,
nel mio intimo, semplicemente perché non riesco
a credere che sia finita. Ho vissuto questa ventina
di mesi con un tale stress, che neppure la fine dell’incubo
mi consente di svegliarmi ed uscirne.
Lo so, tutto questo può apparire
eccessivo a chi per quel governo ha votato e, magari,
lo ha approvato fino alla fine. Non pretendo di
pormi a modello. Non sto giudicando nessuno. Sto solo
esponendo un fatto personale, una cronaca intima in cui
altri potranno, se vogliono, riconoscersi.
Quando mi sono rassegnato ad una notte
di sonno rovinata ed ho cercato di guardare in faccia
la novità, mi sono proposto di riandare ai motivi
per cui dovrei essere felice e non stressato. Non vedrò
chiamare ministro uno come Pecoraro Scanio. Non sentirò più
affermazioni vetero-staliniste pronunciate ex cathedra da Di
liberto. Non rivedrò D’Alema a braccetto con un capo
Hezbollah o ridicolizzato dalle sue ripetute bugie internazionali
sul caso Mastrogiacomo. Non sopporterò più il sorriso
a sessantaquattro denti di Tommaso Padoa-Schioppa o le sue
odiose calunnie contro un galantuomo come il generale Speciale.
Ma la lista si è presto fermata. Non avevo voglia di
ripensare a tutte queste cose. Invece di gioire della loro fine,
ne soffrivo come prima e peggio di prima. La gioia di saperle finite
era superata dal sentimento di incubo che m’avevano dato per troppo
tempo.
E allora ho finalmente capito. Ho capito
la mia inerzia emotiva, la mia insonnia, la mia
nebbia mentale: soffro di PTSD, Post-Traumatic Stress
Disorder (o Desease). È la sindrome del fante che,
pure lontano miglia o settimane dal campo di battaglia,
si sveglia spaventato, forse i nemici sono penetrati
in casa. Che sobbalza ad un rumore improvviso, mentre la
sua mano corre ad un fucile che non c’è. Che sorride
ai fuochi d’artificio e nel contempo suda perché
in cuor suo ne ha paura. Questa sindrome si verifica anche
nella vita civile, quando non si riesce a superare un’esperienza
negativa, non si riesce a capire che non è più
attuale, non si riesce ad “uscirne”.
Non è che durante i cinque anni
del governo Berlusconi ci sia stato solo da sorridere.
Le occasioni per i giudizi severi non sono mancate.
Le gaffe del Cavaliere, le trame di Fini e Casini, per non
parlare dei sarchiaponi come la discontinuità di Casini
o il boicottaggio acrimonioso e inconcludente di un Follini,
che ha concluso la sua carriera autocertificandosi come
traditore. Tutto questo mi ha a lungo indignato. Ma solo indignato.
Mentre il governo Prodi è riuscito ad essere un incubo.
E mentre l’indignazione è un giudizio freddo e razionale,
l’incubo è un fenomeno totalizzante, capace, se protratto,
di condurre al PTSD.
Serve forse qualche
esempio di questa vertigine mentale. Come
si può non credere che sia un incubo sentire
decine di persone importanti e pensose che accusano
la legge elettorale di avere provocato l’ingovernabilità
mentre, con sei decimillesimi di voto in più, il governo
fruiva di una maggioranza di tutto riposo alla Camera
e al Senato aveva due senatori in più dopo avere avuto 250.000
voti in meno? Se è stata una “porcata”, è stata una “porcata”
contro il centro-destra. Poi questi stessi pensatori dicono che,
se si votasse di nuovo, si riprodurrebbe la stessa situazione
per il centro-destra. Come se fosse scritto che il
centro-destra debba vincere per sei decimillesimi. Non
è un incubo logico, questo? E tutto in proporzione. Abbiamo
visto un governo spappolato e rissoso, in cui ciascuno cantava
– e stonava – per suo conto, e Prodi continuava a parlare di un
governo seeerio, coeeeso, fooorte. Per favore, svegliatemi!
Proprio per questo,
perché questo incubo è durato
troppo a lungo, il risveglio è lento.
Lentissimo. Sì, d’accordo, l’infermiere ci
assicura sorridendo che oggi è il 25 gennaio,
che siamo ben svegli e che non c’è nessun governo
Prodi, nessun Padoa-Schioppa che dica che pagare le tasse
è bellissimo, nessun Bassolino e nessun Pecoraro
Scanio che neghino le loro responsabilità per la spazzatura
di Napoli. Ma se questa non fosse che una parentesi ironica
dell’incubo?
Per favore, datemi tempo.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 gennaio
2008
Ma non vi
vergognate?
"Haniye', ci ha convocati nel suo ufficio, siamo
entrati e abbiamo trovato lui e i suoi ministri, al
buio, seduti intorno al tavolo e davanti a ognuno
c'era una candela accesa. Strano, abbiamo pensato,
perche' era giorno e sulle scale c'era la luce elettrica!
Avevano chiuso tutte le tende per rendere la stanza completamente
buia. Ci ha ordinato di fotografare e di ritornare la
sera stessa. Siamo ritornati e abbiamo trovato il quartiere
al buio, nelle zone da cui venivamo invece c'era la luce,
e decine di donne e bambini per la strada con le candele accese
in mano".
Questi sono i racconti dei giornalisti
palestinesi arrivati ieri a Gerusalemme. Li abbiamo
visti e sentiti in diretta alla TV israeliana e stiamo
ancora ridendo.
Sembra impossibile che i palestinesi
siano tanto sicuri di poter prendere in giro il mondo
intero da arrivare a fare le sceneggiate "aiuto non abbiamo
la luce, Israele ci sta togliendo tutto!" persino durante
il giorno. Sono davvero arcisicuri che Eurabia creda ad ogni
loro parola.
Sembra impossibile ma hanno ragione,
il mondo gli crede, qualsiasi cosa dicano il mondo
pende dalle loro labbra e all'ONU ti schiaffano una
bella risoluzione contro Israele, senza nemmeno accennare
ai bombardamenti su Sderot.
Il mondo urla "Israele affama i palestinesi"
e li guarda, belli grassi, hanno persino la
pancia, i bambini hanno belle guanciotte rotonde pero'
continuano a gridare i soliti idioti "Israele affama i
palestinesi, non possiamo accettare una punizione collettiva".
A Sderot invece si? Sderot puo' essere
punita collettivamente? I bambini di Sderot possono
im-pazzire di paura? Sparano 50 missili al giorno, in
poco piu' di 2 anni sono caduti nel sud del Neghev piu'
di 9000 kassam .
Esiste paese al mondo che permetterebbe
questo inferno sulla propria popolazione civile?
Ditelo, ipocriti, esiste?
Vi prendono in giro e voi piangete per
loro e il signor Dalema rilascia dichiarazioni indecenti.
Incomprensibile reazione di Israele
a Gaza, signor Dalema?
Che schifo e che vergogna.
Che miserabili parole, signor Dalema.
Qualcuno ha forse sentito un commento
dalemiano sulle parole del becchino suo amico,
Nasrallah, che ha detto , con dovizia di particolari,
quali parti di corpi di soldati israeliani sono in suo
possesso?
Qualcuno ha sentito forse qualche commento
indignato da parte di qualche ministro eurabico
per le oscene dichiarazioni del becchino libanese?
E Condoleeza ha fatto qualche commento?
Silenzio.
Silenzio anche per la sceneggiata di
hamas, eppure anche in Italia qualcuno ne ha parlato,
se togliamo i media filopalestinesi, gli altri hanno
detto chiaramente che Israele non ha tagliato l'energia
elettrica, l'ha solo diminuita dopo aver chiesto per anni di
piantarla con i bombardamenti su Sderot.
Filippo Landi, che fa la cronaca da Gaza,
sta gongolando, parla di palestinesi che "invadono
pacificamente" l'Egitto sotto " lo sguardo affettuoso
dei soldati egiziani" mentre "Israele dice di mantenere
il blocco e i capi dell'esercito sono molto arrabbiati per
l'atteggiamento egiziano".
Landi dovrebbe fare il pittore perche'
con le parole e gli aggettivi al posto giusto ha fatto
un quadro perfetto della pacifica reazione palestinese alla
fame (!) e della bonta' egiziana contrapposta alla cattiveria
e alla rabbia di sti ebreacci di israeliani del cavolo.
Ehhh si, sono bravi, lo dico sempre,
sono furbi, lo dico sempre, hanno la propaganda
nel sangue, lo dico sempre, ormai sono 60 anni che prendono
tutti in giro e incassano soldi a palate, prima con
Arafat e adesso con i suoi discendenti furbi e imbroglioni
quanto lui.
I viveri che Israele fino a ieri, nonostante
i bombardamenti, ha mandato nella striscia sono
la', nei magazzini di hamas, non li danno alla popolazione
per creare il panico e quelli che sono nei negozi sono
incomprabili a causa dei prezzi alle stelle.
Loro stessi affamano la loro popolazione
per incolpare Israele ma nessuno lo dice.
Centinaia di gaziani sono curati negli
ospedali di Israele ma nessuno lo dice.
E la propaganda continua e oggi all'ONU
ci sara' un'altra riunione presieduta dalla Libia,
paese notoriamente democratico, per condannare Israele.
E in Europa l'odio contro gli ebrei
cresce a dismisura "poveri palestinesi, maledetti
ebrei".
Non si sa se ridere o piangere, c'e'
ben poco da ridere ma come non farlo, amaramente, nel
rendersi conto che persone civili e intelligenti,
in Europa e in tutto l'occidente, credono a questi pagliacci
malefici.
Leggo su internet solo maledizioni contro
Israele, se cerchi di dirgli come stanno le cose, ti
accusano di essere senza cuore perche' per "causa
vostra, maledetti, i bambini palestinesi ( sempre quelli
colle guanciotte belle grassocce) fanno la FAME"
Se gli fai notare quanto soffrono i
bambini di Sderot che non potranno fare una vita normale
a causa dei postumi del terrore cui sono sottoposti,
si mettono a ridere.
All'ONU in questo preciso momento
Israele e' sotto accusa.
In questo momento gli ambasciatori dei
paesi presenti all'ONU stanno dicendo che niente, nemmeno
i missili su Sderot, puo' giustificare Israele.
Credono fermamente a hamas, credono
perche' odiano Israele, odiano la civilta' e la democrazia,
odiano gli ebrei.
Io riesco a pensare solo alla nostra
gente a Sderot, al loro terrore, ai bambini che
non si riprenderanno piu', molti di questi bambini dal
giorno della loro nascita hanno sentito ogni giorno e ogni
notte i bum dei razzi , l'allarme suonare, i genitori
afferrarli tra le braccia e scappare da qualche parte per salvarsi.
I bambini di Sderot, sorridono, dicono
"si abbiamo paura", chiedono "perche'?"come chiedevano
perche' i bambini ebrei che i nazisti portavano
nei campi della morte.
I nuovi nazisti palestinesi tentano
di portarci alla follia ma fino a questo momento,
a parte l'amore del mondo per la loro barbarie travestita
da miseria e tanti soldi, sono riusciti soltanto a distruggere
la loro gioventu'.
I nostri bambini, i nostri giovani hanno
l'educazione e l'amore che li salvano.
La loro gioventu' ha solo odio, violenza
e ferocia.
In questa tragedia,
in questa solitudine totale in cui si trova
Israele, c'e' stata una luce, una voce fuori
dal coro, quella di Franco Frattini , ex ministro
degli Esteri italiano prima della disgrazia equivicina
Dalema, portavoce dell'UE che al summit di Herzelia
ha detto "L'Europa non puo' lasciare solo Israele" .
Grazie Ministro, spero
di rivederla presto al governo in Italia.
Deborah - www.informazionecorretta.com
E’ finita…ma
per chi?
Si è conclusa una delle parentesi più infelici
della storia italiana, già triste di suo.
Il secondo Governo Prodi cade, perde per 156 voti contro
161, con il no di Fisichella, figliol prodigo che ora
dovrà scegliere su quale destra buttarsi, quello di
Turigliatto che ha prenotato un volo per Cuba, per sentirsi
più rosso, il no del “lama” Barbato, l’astensione
di tal Scalera, l’assenza di Pallaro, tornato forse in Argentina
a provare aria più seria e pulita, quella di Andreotti
forse colpito da un feroce imbarazzo intestinale (ad augurarselo,
vista la bassa figura di uno statista ridottosi ormai a
macchiettista e uomo di tutte le stagioni). In questo scenario
di sputi, spinte, liti, per l’ennesima volta mostrato agli occhi
del mondo, Prodi va a casa, come è giusto che sia, come era
giusto non ergersi a vincitore, comandante della zattera in quella
notte di maggio, quando non aveva vinto nessuno e tutti avrebbero
dovuto governare per il bene del paese o tornare alle urne e costringere
la gente a scegliere. Adesso non sarà possibile farlo.
Ci sarà gente che potrebbe non andare a votare neppure a
cannonate, se lo scenario parlamentare ed elettorale rimarrà
intatto. Perché le strade sono due: governo istituzionale,
con riforme o referendum e cambio della legge elettorale (ammesso
che tutti i galoppini vengano convinti a scegliere il Referendum
piuttosto che andare al pic-nic) oppure nuove ed immediate
elezioni, dove i Turigliatto, i Rossi diverranno improvvisamente
Storace, Santanché e Mastella e Fisichella salteranno sempre
al di qua ed al di là del fiume nel futuro governo Berlusconi…Ora
un paese nuovo, si dice. Lo costruiranno il Cavaliere e Veltroni,
artefici del bombardamento definitivo di quel che restava di
un governo insulso e numericamente fasullo? E’ finita sì,
ma per chi? Non di certo per Prodi, che si è illuso di poter
compensare le magagnate di inizio anni Novanta, per cui ora sarà
sommerso da accuse e colpi bassi, ma potrà pur sempre difendersi,
come hanno fatto tutti in questi dieci anni o per Mastella, indagato
duro e puro che rivendica la legittimità della collusione
e continua a conservare il suo feudo medievale in Campania. Certamente
è quasi finita per il 50% delle famiglie sotto i 1.900 euro,
lo è per quattro milioni di precari presi per il culo dalle
imprese e dalla politica, per la gran parte delle aziende costrette
a sopportare una recessione devastante ed un aumento di prezzi sui
beni essenziali. A chi la patata bollente? Chi vorrà andare
a votare? E chi vorrà prendersi questo voto? Qualcuno dice
che adesso inizierà una pagina nuova. Basterà importare
il modello tedesco o francese o bisognerà importare anche i deputati?
Sento dire che l’incubo è finito…E’ appena iniziato e la
trappola è infernale. O un voto che costringerà il
centro-destra a governare con otto partiti (Udeur compreso) o un
lento ammorbante ed inciuciante governo tecnico o istituzionale
(magari proprio con Prodi o con Amato o con Veltroni che
dovrà stringere la mano a Forza Italia e lavorare per le riforme)
con un altro anno di immensa e tremenda sofferenza terapeutica
per il paese…un flagello per tutti gli italiani, che oggi,
a differenza di qualche piccolo fan, non festeggiano, anche
se di Forza Italia, perché hanno capito, hanno capito tutto
e sanno anche che in mezzo c’è uno scontro ancor più
crudele fra Magistratura e Politica e, a meno di non risolverla
alla pakistana, i tre poteri dello Stato se le daranno di santa
ragione. Ce lo chiediamo per il Kenya, forse è ora di
chiedercelo per l’Italia. Quanto vale questa democrazia?
Angelo M. Daddesio
RICCHEZZA
E POVERTÀ IN MUSICA
La musica include linea melodica, ritmo e al più
alto livello orchestrazione.
Il ritmo precede la melodia
perché lo si osserva già in natura: il battito del nostro
cuore, il rumore binario dei nostri passi, un rubinetto che gocciola. La
melodia rappresenta anch’essa un fenomeno naturale: con la propria voce
l’uomo è capace di modulare frequenze più alte o meno alte
e dunque “canta”. Tuttavia vi è un’immensa distanza fra la nenia
di un pastore e una sinfonia di Bruckner. La differenza risiede nella complessità.
Il canto rappresenta una linea melodica
unica, mentre l’orchestra rappresenta più
linee melodiche realizzate da più voci di tipo molti
diverso: il timbro di una viola e quello di un
corno sono lontanissimi. Monodia ed orchestra stanno
come l’uno sta alla serie dei numeri. E mentre per avere
successo la melodia dev’essere “bella”, facile e breve,
una grande sinfonia può essere costruita su tre o
quattro note e nasce dalla straordinaria capacità della
mente umana di concepire un’orchestrazione e, per così
dire, di esplicitare tutto ciò che si poteva dire su quelle
poche note. La differenza che passa fra la monodia e l’orchestrazione
è la stessa che si ritrova nel Cyrano di Bergerac quando
Christian dice a Roxane “je vous aime”, e lei risponde: “C’est
le thème. Brodez, brodez”, è il tema, ora ricamate,
ricamate. Parlare d’amore non è dire seccamente “je vous
aime” - cosa vicina ad una dichiarazione burocratica - è la
capacità di dire molte cose intorno a quel tema. Come Romeo
fa con Giulietta. Come Brahms fa con pochissime note e straordinarie
elaborazioni.
Gli strabilianti effetti ottenuti dall’orchestra,
a partire dalla lezione di Haydn, hanno però
condotto anche ad un risultato negativo. Da circa un
secolo e mezzo il compositore, con la mente alla complessità,
all’elaborazione, alla trovata sonora, ha spesso dimenticato
che si tratta di ricamare intorno a “je vous aime”,
non intorno a “je ne vous aime pas”. Non basta essere
grandissimi tecnici per essere grandissimi artisti. Se bastasse
essere grandissimi tecnici, Mahler sarebbe più grande
di Schubert e Lizst non sarebbe noto soprattutto per il “Sogno
d’amore”, melodia bellissima che fa pensare a Chopin.
Bisogna saper comporre ma bisogna anche partire da
una bella melodia, e saperla poi elaborare in modo
colto, rendendo costante il godimento dell’ascolto.
Nella “Pastorale” di Beethoven non c’è un momento di stanchezza
o di aridità. E Caikovskij ha tanto successo perché
maneggia – eccome! – l’orchestra, ma anche l’orecchio meno
esercitato percepisce in ogni momento la linea melodica
e i suoi sviluppi. Schubert è molto amato, a ragione,
anche se le sue sinfonie sono appena più complesse
dei suoi quartetti e dei suoi quintetti: perché la sua
l’orchestra narra una linea melodica incantevole, irresistibile,
di purezza mozartiana. E forse è un vero peccato
che Gershwin non fosse capace di orchestrare melodie come avrebbero
saputo fare Ravel o Richard Strauss.
Proprio per queste ragioni, all’interno della stessa
musica sinfonica, l’appassionato finisce col distinguere
la ricchezza e la povertà musicale. La ricchezza
è Mozart. Non solo questo genio sovrumano costruisce le
sue opere intorno ad una linea melodica fondamentale, ma nelle
variazioni, negli sviluppi mette tante altre “idee” musicali
che minori compositori avrebbero potuto utilizzare per altre
dieci opere. La povertà musicale è invece Wagner.
Su un tema melodico che il salisburghese avrebbe forse utilizzato
per una scena d’opera, il pomposo Richard scrive un’opera di quattro
ore. Facendo fuggire parecchi ascoltatori.
Si possono perdonare quegli autori che, diversamente
da Mozart e Schubert, non sono stati baciati in
fronte dalla musa e che fanno il possibile, in materia
d’invenzione. Basta pensare a Bruckner e a Mahler. Ma come
nascondersi che i più grandi risultati li hanno
ottenuti quando la loro sapienza compositiva si è
sposata con una bella melodia? La sinfonia di Mahler più
abbordabile è la prima, detta il Titano, ed è
di gran lunga la più ascoltata: proprio perché
riprende le belle melodie che inserite nei Lieder eines
Fahrenden Gesellen, insolito momento di grazia melodica
di questo compositore. Così come in molti preferiscono
a tutte le altre opere di Prokofief quella prima sinfonia “à
la Haydn”, detta Classica.
Si può insomma non trovare una grande melodia
da sviluppare con l’orchestra e si può comporre
con quel che si ha, ma non è il caso di disprezzare,
come fanno tanti contemporanei, quella “melodia” che
ha fatto grandi compositori come Schumann e Beethoven.
È Inutile dire che “non si può comporre come
nel Settecento e nell’Ottocento”, è sciocco dire
che la “melodia” è, a momenti, qualcosa di volgare.
È forse per questa mancanza di “invenzione” che il grande
pubblico non segue più la grande musica, tanto che essa
appare oggi morta. Si vive di archeologia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
P.S. Questo articolo
intende sollecitare l’intervento - e anche le critiche
- di un competente, nel caso si abbia la fortuna di
averlo fra i propri lettori.
PERCHÉ CLEMENTE
MASTELLA FA CADERE IL GOVERNO
Un’analisi di ciò che è successo ieri,
e una previsione su ciò che potrà succedere
domani, richiede la conoscenza dei fatti, che saranno
da prima riassunti.
Mastella è stato per lunghi mesi sentito dal
centro-sinistra come un corpo estraneo. I comunisti
lo hanno considerato un democristiano, quando
non un bigotto prono al papa. Molti lo hanno disprezzato come
leader regionale, un folcloristico maneggione, con
l’aggravante di essere un ilare ex-alleato di Berlusconi.
Anche per questo, quando se ne è data l’occasione, in
televisione, lo si è trattato come “free game”, selvaggina
non protetta: qualcuno su cui si può sparare a zero per
divertire gli spettatori nel Colosseo mediatico.
Di Pietro non gli ha perdonato d’essere abusivamente
seduto sulla poltrona che sarebbe giustamente
toccata a quel supremo moralizzatore ed eccelso giurista
che è lui stesso. Tanto da mettere becco ad ogni piè
sospinto nelle questioni di giustizia, senza che la maggioranza
gli ingiungesse di star zitto e dando luogo a saporiti
battibecchi col ministro in carica.
Infine si sono avute le accuse provenienti dalla
procura di Santa Maria di Capua Vetere. Si è detto
che Mastella si è dimesso perché un Ministro
della Giustizia accusato di gravi reati, con la moglie agli
arresti domiciliari, non può rimanere al suo posto.
Ma questo non è vero. Non che, in linea teorica, non
ne avrebbe avuto il dovere: tuttavia, in un paese in cui un
governatore di regione festeggia con i cannoli il fatto di essere
stato condannato a soli cinque anni di prigione, un presunto innocente,
accusato per giunta di reati risibili, sarebbe potuto rimanere
al suo posto per anni. Così come avrebbe potuto benissimo
continuare a convivere con i comunisti e con Di Pietro. Dunque
Mastella, a nostro parere, si è dimesso per altri motivi.
Per quello che si
può immaginare, in un primo momento
il leader dell’Udeur ha richiesto che la
maggioranza gli esprimesse senza riserve il proprio
sostegno, in particolare accettando in toto quanto da
lui detto in materia di giustizia, perché Di Pietro
aveva detto che non avrebbe votato questa mozione. E questo
sarebbe dovuto bastare per far cadere il governo. Ma ieri,
a sorpresa, Mastella e i suoi sono usciti dalla maggioranza
prima ancora di questo dibattito in Parlamento e la ragione
appare chiara: Prodi deve aver detto a Di Pietro che l’Udeur
faceva sul serio e gli ha ingiunto di non fare scherzi. Stavolta
veramente si andava tutti a casa. A questo punto il moralizzatore
e supremo giurista, malgrado i reboanti proclami precedenti, ha
chinato la testa e Mastella ha capito che in Parlamento il governo
sarebbe rimasto al suo posto. Non sarebbe stato possibile, dopo
avere ricevuto un appoggio costoso e incondizionato, votare mercoledì
contro Pecoraro Scanio e il governo. Dunque, o si faceva cadere
il governo immediatamente, prima ancora di questo dibattito
in Parlamento, appunto, o si perdeva l’autobus.
Rimane da spiegare perché l’Udeur
abbia voluto far cadere il governo. Qui le spiegazioni
sono meno ipotetiche. Si può innanzi tutto
eliminare tutta la questione giudiziaria della famiglia
del ministro, insignificante non solo per la tenuità
delle accuse, ma soprattutto perché non ne è
certo colpevole il governo. Probabilmente Prodi, se
avesse fra le mani il Procuratore della Repubblica di Santa
Maria di Capua Vetere, lo strangolerebbe volentieri. La
ragione sostanziale per far cadere il governo è che
questa era the last filling station before the desert, l’ultima
stazione di servizio prima del deserto. Fra poche settimane o
pochi mesi è fatale che avvenga una delle seguenti cose: 1)
il varo di una nuova legge elettorale come la vogliono Veltroni
e Berlusconi, che minaccia di morte i piccoli partiti e l’Udeur; 2)
l’approvazione del referendum, con minaccia di morte per l’Udeur; 3)
elezioni anticipate che, tenendosi con queste nuove regole, implicano
una minaccia di morte per l’Udeur. Unica soluzione, essendo inevitabile
uno dei due primi punti, andare alle elezioni anticipate ma con
le regole elettorali attuali, quelle del famigerato Porcellum, con
cui l’Udeur ha la sicurezza di sopravvivere e con cui potrebbe obbligare
il Partito Democratico a fargli posto nella coalizione di centro-sinistra.
Evidentemente Mastella ha reputato che
l’inerzia non sarebbe stata pagante. Non era ragionevole
pensare che questo governo sarebbe durato fino alla
scadenza naturale e dunque il rischio era che, per guadagnare
qualche mese in più, o forse solo qualche giorno
in più (fino a mercoledì), l’Udeur avrebbe
perso l’occasione d’oro di iscriversi nella storia e acquistare
crediti. Infatti, mentre i partiti di estrema sinistra,
caduto questo governo, potranno dire addio al potere Dio
sa per quanti lustri, Mastella avrà acquistato agli
occhi del centro-destra meriti immarcescibili, che quel
fine politico saprà benissimo come investire e far fruttare.
Anche per questo non poteva attendere mercoledì:
perché se mercoledì il governo fosse caduto
per i demeriti di Pecoraro Scanio, non sarebbe caduto per
i meriti di Mastella.
La conclusione è stata: ora o mai
più. Il toro è martoriato dai picadores
e dai banderilleros, ma il merito della sua morte
va al matador. L’Udeur ha posto le basi non solo per la
propria sopravvivenza, ma per un roseo futuro che oggi non
arride a tutti, nel centro-sinistra.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 22 gennaio 2008
WALTER
COLLEONI
In un vecchio film Nino Manfredi impersonava
un cardinale del Cinquecento, un po’ svanito e tremante,
che viveva a letto immerso nella sporcizia e nella puzza
d’orina. Era tanto malandato da non andare neppure in Conclave,
dove da tempo i cardinali si scontravano (arrivando all’assassinio)
per eleggere il nuovo Papa. Alla fine i porporati, non
riuscendoci, decisero di nominare un papa di transizione,
cioè qualcuno che non facesse ombra a nessuno, e scelsero
proprio quel cardinale pressoché morente.
Manfredi li riceve a letto, stremato,
e da prima fa le viste di non capire neppure ciò
che gli si dice. Solo poi, quando gli è stato ripetutamente
assicurato che è stato eletto papa, si leva in
piedi sul letto, cambia voce, smette di far tintinnare
col suo solito tremito le chiavi di Pietro che gli erano
state date, dimostra di stare benissimo (come Sisto V
in analoga vicenda) e, da monarca assoluto del Vaticano
e della Chiesa, diviene improvvisamente tremendo. Tanto che
comincia col fare arrestare i cardinali che gli hanno recato
la notizia dell’elezione.
L’episodio torna in mente nel momento
in cui Walter Veltroni scandisce queste parole:
«Lo voglio dire con assoluta chiarezza e formalità,
in modo anche da chiudere una porta dietro di me:
con qualsiasi sistema di voto il Pd correrà solo».
Sono appena ventisette parole, ma tali da far ricadere sulle
proprie natiche chi ha conosciuto per decenni un altro Walter
Veltroni.
Una lunga esperienza insegna a non
prendere troppo sul serio il prossimo. Prima uno
si chiede quali siano le conseguenze di un passaggio
del Rubiconde, poi – basta pensare alla recente marcia
indietro di Dini – è costretto alla conclusione,
meridionale e scettica, contenuta nel commento: “Cose
che si dicono!”
Tuttavia, per gioco,
vediamo le conseguenze nel caso fossero
“cose che si fanno”.
Il dramma della sinistra
italiana è il fatto che essa è condizionata
dall’alleanza con partiti anti-sistema come il
Pdci, i Verdi e in buona misura anche Prc. Questo le impedisce
sia di governare che di apparire come valida alternativa
democratica alla coalizione di centro-destra. Nella
situazione attuale però Veltroni sa che da un
lato il governo Prodi non può durare a lungo, dall’altro
che le prossime elezioni vedranno la sinistra soccombente
e proprio per questo intende trarre il massimo vantaggio da
questa sconfitta. Perdere per perdere, gli conviene depurare
il Pd delle sue appendici squalificanti per presentarsi,
alle successive elezioni, come l’unica seria alternativa
ad un governo di centro-destra. Nel 2013 o in qualunque altro
anno in cui si votasse, potrebbe sempre dire che, come ha rinunciato
nel 2008 all’alleanza con i “comunisti” e ci rinuncerà ancora.
Il Pd, dirà, è l’alternativa socialdemocratica e civile
ad un centro-destra altrettanto e civile. Nessun posto per massimalisti
e ricattatori.
Lo strumento per questa
operazione, di una vigoria impensabile in un
uomo che Forattini ha sempre disegnato come un bruco,
è una congiuntura elettorale in cui Veltroni si
presenta come un Colleoni (attenzione all’origine
del nome) capace – lui sì – di rivoltare l’Italia come
un calzino. Sia con l’attuale legge elettorale che con
quella che potrebbe emergere dal referendum, il partito
più grande ha il premio di maggioranza e il risultato
è che può fare a meno dei partitini. Ma Walter
sarà veramente degno del soprannome Colleoni?
Egli ha pure detto che
spera Berlusconi sia pronto a fare altrettanto,
che vada alle elezioni senza Lega, senza Udc e senza
An. Ma Berlusconi esita. Pure se i contrasti fra i partiti
del centro-destra sono stati tanto gravi da non permettere
una completa attuazione del programma, esiste fra loro
una convergenza programmatica che non esiste a sinistra.
Veltroni dunque ha la necessità di sganciarsi dai
partitini, Berlusconi la possibilità: e sceglierà
ciò che più gli converrà.
Ma siamo troppo abituati
alle delusioni. Anche se le previsioni di tutte
le televisioni, di tutti i giornali, e perfino della
rana sulla scaletta, dicono che pioverà, ci crederemo
solo quando saremo costretti a cambiarci d’abito, perché
zuppi dalla testa ai piedi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 gennaio 2008.
COSÌ FAN
TUTTI: E ALLORA?
Nel giorno in cui il Ministro della Giustizia Clemente
Mastella si è dimesso, accusato di “reati”
che tutti i politici commettono, “Corriere”, “Stampa”
e “Repubblica” ed altri ancora hanno usato questo titolo:
“Così fan tutti”. Si pone dunque il problema se
sia lecito punire ciò che fan tutti o no.
Se un reato è commesso da tutti, non cessa
di essere un reato. Se si è perseguiti per
averlo commesso, dire “lo fanno tutti” non è
un’esimente. Ma si può anche obiettare: se un
reato è commesso da tutti, perseguire un solo reo corrisponde
ad una violazione della giustizia distributiva. E avrebbe
ragione Cicerone: summum ius, summa iniuria.
Qualcuno può ampliare la prima tesi sostenendo
che, se lo Stato vuole interrompere un pessimo andazzo,
non ha che da cominciare a punire chi lo commette.
È ovvio che il primo condannato si sentirà
vittima di un’ingiustizia ma è un prezzo che si paga
per il recupero della legalità. Ragionamento
al quale si può opporre che lo Stato non ha affatto
il diritto di sacrificare un cittadino all’interesse
generale: male ha fatto a lasciar correre prima e ora non
può farne pagare il prezzo al singolo. Se lo Stato vuol
riprendere in mano la situazione, deve - cosa semplice e molto
praticata – emanare “nuove” leggi repressive, anche se
nuove non sono e servono soltanto a far pubblicità ai
propositi dello Stato.
Chi sostiene la non-punibilità di ciò
che fanno tutti può ampliare le proprie argomentazioni
agganciandosi alla filosofia del diritto. La
legge penale, come presidio del livello etico minimo da
salvaguardare nel paese (Kelsen), nasce dall’allarme
sociale. Se, al contrario, essa è violata da tutti,
è segno che quell’allarme sociale non lo provoca.
La gente considera quel “reato” uno dei tanti comportamenti
normali – più o meno piacevoli – della vita associata.
Un esempio è il senso vietato che praticamente tutti
i cittadini violano. Ce n’è almeno uno in ogni città.
Se lo violano tutti e non succede niente di grave, significa
che quel divieto è sbagliato. E i cittadini lo
correggono. Se uno parcheggia in seconda fila e non è
lesto a farsi da parte, suscita indubbiamente istinti omicidi,
ma se si scusa e si sposta immediatamente, troverà più
del novantanove per cento dei cittadini disposti a sorridergli.
Questo significa che l’allarme sociale lo suscita chi ostacola
il traffico, non chi viola le leggi della strada. Specie quando
non c’è un parcheggio nel raggio di mezzo chilometro.
E si torna al nocciolo della tesi, cioè all’allarme sociale.
Lo stesso per quanto riguarda i politici. Non si
può infilzare Mastella come l’unico disonesto.
Se un certo comportamento è universalmente
diffuso, è segno che il popolo italiano è
disposto a tollerarlo. Se il problema della spazzatura
nel napoletano è vecchio di anni ed anni, e i campani
hanno continuato a votare per Bassolino, qualche responsabilità
l’hanno anche loro. Per moralizzare la vita politica bisognerebbe
partire da più lontano e non è detto che ci
si riuscirebbe.
È vero, la raccomandazione è una cosa
orrenda. È lo strumento dell’ingiustizia. Il
modo in cui il meno valido scavalca il più valido.
Ma nella realtà il raccomandato spesso porta voti
al politico e li porta promettendo ai suoi amici di
favorirli: raccomandandoli a sua volta. Alzino la
mano coloro che non hanno mai cercato una raccomandazione.
Non c’è dubbio che ci saranno poche mani alzate
e di nessuno o quasi che sia noto. Perché per la
maggior parte saremo dei falliti. Dei disadattati, in questa
Italia dei furbi.
Questo significa che bisognerebbe assolvere Mastella
con tante scuse? Per la giustizia distributiva,
certamente sì. Per la giustizia astratta, certamente
no. Ma la considerazione pregnante è un’altra:
non si possono difendere i politici contro i magistrati,
né i magistrati contro i politici, né gli
uni e gli altri contro i cittadini, né i cittadini
contro quelle due caste. Perché se in questo paese scendesse
un angelo con la spada fiammeggiante non è detto che
troverebbe un Lot.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -18 gennaio
2008
Benvenuto
nel club, Santo Padre
E cosi' anche il Papa e' entrato nel club degli
indesiderati, di quelli che non hanno il permesso
di parlare negli atenei italiani. L'intolleranza
dei cretini, come giustamente li definisce Massimo
Caciari, ha vinto e Benedetto XVI che oggi
doveva parlare all'Univerita' La Sapienza, se ne
restera' a casa sua col suo bel discorso, veramente bello,
aperto, colto, degno di un insigne professore.
I cretini forse non si degneranno di leggerlo,
gli studenti perche' molto probabilmente non sanno
leggere e i professori perche' con tutto il caos che
hanno provocato si sentiranno tanto fighi da non
degnarsi di capire chi e' culturalmente infinitamente
superiore a loro.
Non voglio soffermarmi
sul Papa perche' gia' decine e decine
di articoli sono stati scritti ma vorrei
parlare di questi ragazzotti che insieme ai loro professori
ex sessantottini deprimenti e nostalgici stanno umiliando
il nostro Paese da molti anni, stanno demolendo
la democrazia, colpo su colpo, stanno demolendo l'Italia.
Intolleranza, ignoranza, idiozia, le tre i che
distinguono questa gentaglia che sa solo urlare
odio verso chi non e' come loro, verso chi e' democratico
e desidererebbe esprorre le proprie idee.
In vari atenei italiani i cretini hanno ripetutamente
impedito l'entrata a rappresentanti di Israele,
accolti a verdurate e a urla poco edificanti per
chi le gridava. Hanno tolto la parola a ebrei sionisti,
a politici e letterati israeliani per poi starnazzare
come pollastri quando i giovani ebrei romani sono andati
a manifestare a Teramo contro l'intervento del negazionista
David Irving. Ho letto gli insulti piu' vergognosi contro
la comunista' ebraica tacciata di fascismo perche'
non poteva accettare che chi nega da anni le sofferenze
infernali passate dagli ebrei nei campi della morte, andasse
a esporre le sue tesi malate e maleodoranti in un'universita'
pubblica.
Non si puo' permettere che una minoranza di
ignoranti, di violenti, di figli di papa' che manderei
a pala e picco nei campi, mettano in ginocchio la democrazia
di un paese e che rendano gli atenei luoghi pericolosi
e violenti dove non e' prudente entrare senza scorta
e che devono essere circondati dall'esercito per pemettere
a qualcuno di parlare.
Purtroppo assistiamo ogni giorno a manifestazioni
di odio e di intolleranza nel mondo della sinistra
e non solo in Italia.
Persino le femministe che sinceramente pensavo
si fossero estinte, sono tornate a nuova vita per
ricordarsi di essere contro Israele e rifiutare di
pubblicare sul famosissimo e storico MS, una pagina
che portava le fotografie di tre donne israeliane, Dalia
Itzik , presidentessa della Knesset, Dorit Beinisch presidentessa
della Corte Suprema e Zipi Livini, Ministra degli esteri.
Sotto le foto delle tre grandi donne israeliane
c'era solo la scritta " This is Israel". Questo
e' Israele, Paese dove le donne hanno raggiunto
l'uguaglianza, dove portano il fucile come i loro uomini
e dove arrivano, molte ancora giovani, ai massimi
livelli della societa'.
Pubblicare un foglio che lodi Israele attraverso
le sue donne? Quando mai?
Dunque queste ex femministe che hanno fatto carriera
e sono diventate delle cariatidi al punto di non
saper piu' parlare e protestare, che non hanno
mai detto una parola contro le impiccagioni di donne iraniane,
molte incinte, che non hanno mai criticato la
condizione della donna nell'Islam, che stanno zitte zitte,
buone buone di fronte a soprusi e sgozzamenti di altre
donne, sono improvvisamente tornate a nuova vita
per dire NO, le donne israeliane sul nostro giornale NO.
Peccato, da femminista che non ha fatto carriera
perche' rimasta fedele agli ideali di sempre,
che non si e' mai svenduta politicamente, che protesta
e urla contro le ingiustizie, che sta dalla parte sbagliata
perche' ama Israele, che viene calunniata e offesa
perche' denuncia i soprusi di una cultura di morte, devo
ammettere che quelle cariatidi, sinistre in tutti
i sensi, mi fanno pena.
Non hanno piu' niente se non il conto in banca
e la vergogna per quello che sono diventate.
Insomma, il mondo va sempre piu' alla rovescia,
si sta tornando al clima di terrore, si sta tornando
alle minacce, ai ricatti, alla violenza, si sta tornando
indietro.
Forse, al contrario di quanto pensava Einstein,
torneremo alla clava non a causa di una guerra ma
perche' ci verra' tolta la liberta' di pensiero e
la voglia di giustizia quindi la voglia di vivere.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
BERTOLDO
OSSERVA
1) A proposito di legge elettorale, i partiti
maggiori discutono con i minori quello che possono
offrire od ottenere, essendo però inteso
che, in caso di disaccordo, si tengono tutto.
2) Dopo avere detto ogni male possibile dell’attuale
legge elettorale, i partiti dell’estrema sinistra
si aggrappano ad essa pur di evitare il referendum,
e per “beneficiarne” sono perfino disposti a far cadere
il governo. Era un “Porcellum” o un “Angelicum”?
3) Pur di evitare le conseguenze del referendum,
i partitini andrebbero ad elezioni, che consegnerebbero
il paese a Berlusconi. Eterogenesi dei fini.
4) Cesare, tre parole: veni, vidi, vici. Prodi,
tre parole: duro perché faccio. Solo che
il primo non mentiva.
5) Dicono: il Porcellum fa schifo, le elezioni
anticipate e il referendum vanno evitati, Prodi
va sostenuto. Poi, Prodi sta sulle scatole a tutti,
meglio il Porcellum e meglio le elezioni anticipate.
E il detestabile referendum, per Pdl e Pd, è una
sorta di Babbo Natale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18
gennaio 2008
IL
CREAZIONISMO
Chi è nato parecchi decenni fa si è
sentito insegnare che l’uomo discende dalla scimmia.
Il darwinismo era allora un’evidenza come il sistema
copernicano, e le discussioni al riguardo puzzavano
di muffa ottocentesca. Poi, nei lustri recenti, s’è
cominciato a parlare di creazionismo e uno è stato
obbligato a consultare lo Zingarelli, apprendendo che si tratta
della “Teoria biologica secondo cui tutti gli animali
e le piante attualmente esistenti sarebbero stati creati
così come sono, e come tali si sarebbero mantenuti invariati
nel tempo”. La parola chiave è “creati”. Creare infatti
differisce da fabbricare perché il secondo rimanda ad
una modifica e ad un assemblaggio di materiali preesistenti,
mentre la creazione trae la cosa ex nihilo, cioè dal nulla.
Cosa che può fare solo Dio.
Se queste premesse sono esatte, non si capisce
come si possa discutere di creazionismo in campo
scientifico. Infatti, per la scienza, “nulla si
crea e nulla si distrugge”: dunque la creazione è
scientificamente impossibile. Inoltre, Dio esula
dalle ipotesi dimostrabili sperimentalmente, sia
in positivo che in negativo. Non si può dimostrare
né che Dio esiste né che Dio non esiste.
Si deduce da tutto questo che i credenti fanno
male a discutere con gli scienziati. Nessuno gli
vieta di credere ciò che vogliono credere,
incluso ciò che è narrato nel Genesi. Portare
la discussione sul piano scientifico sarebbe invece
come voler dimostrare che l’orbita della Terra
intorno al sole non può essere ellittica perché
Dio è perfetto e avrebbe potuto creare solo un cerchio.
Gli scienziati a loro volta non devono discutere
di creazionismo per una ragione opposta: la metafisica
non ha posto fra le ipotesi scientifiche. È
sciocco affermare che non si è mai osservata sperimentalmente
l’esistenza dello spirito. Il meccanicismo,
per la scienza, è un’ipotesi ineludibile.
Se oggi ci sono uomini, e un tempo non c’erano, è chiaro
che da qualcosa che non era un uomo si è arrivati all’uomo.
Nessuno dice che una scimmia un bel mattino abbia dichiarato:
“Da lunedì starò costantemente in piedi e
mi chiamerò uomo”. Si dice soltanto che non esiste un’ipotesi
alternativa. Non per lo scienziato. Se qualcuno sostiene che
l’uomo discende non dalle scimmie ma dalle foche o dalle aquile,
lo si ascolterà. Dice una sciocchezza, ma dice una sciocchezza
scientifica. Se invece dice che l’ha creato Dio non lo si ascolterà,
perché la sua ipotesi – essendo metafisica – non potrà
essere scientifica.
Un’ultima nota riguarda il creazionismo usato
per fini religiosi. Qualcuno dice infatti: io non
dimostro che l’uomo è stato creato da Dio. Io
dimostro che l’Universo com’è non può essersi
fatto da solo. Arrivo a Dio scientificamente, nel
senso che scientificamente non riesco a spiegare né
l’Universo, né il suo ordine, né l’uomo,
né la sua intelligenza.
Bel ragionamento, ma fallace. In primo luogo,
se non riesci a spiegare qualcosa, non è
che ne possa dedurre qualche altra cosa. Il mistero
non spiega nulla. Se si mura una bicicletta dentro
una stanza, e poi si abbatte il muro e la bicicletta
non c’è più, se ne può dedurre solo
che non c’è più. Si può discutere su
come sia sparita ma alla conclusione si giungerà solo
se e quando si dimostrerà chi e come l’abbia presa. Fino
ad allora non è dimostrato né che l’abbia sottratta
un angelo, né che l’acciaio nelle stanze chiuse
evapori né che la bicicletta sia divenuta invisibile.
In secondo luogo, la tesi secondo cui l’Universo
non può essersi fatto da sé risale ad Aristotele
e a San Tommaso d’Aquino: è la catena causale
che non può non fermarsi, altrimenti in infinitum
procederetur. E infinito è solo Dio. Ma se questo
ragionamento non ha convinto Immanuel Kant, che pure era credente,
non si vede perché debba convincere gli scienziati.
Questi, con lo stesso Kant, possono limitarsi a chiedere:
dimostrateci che l’Universo non è eterno. E avrebbero
partita vinta.
Il creazionismo è un argomento oggetto
di appassionate discussioni e qui se ne parla con
un atteggiamento infastidito, da presuntuosi. Con
l’aria provocatoria di dire “considero questa tesi troppo
sciocca per interessarmene seriamente”. E questo fa sì
che l’autore di queste righe meriti di essere adeguatamente
bacchettato.
Bacchettate che attende.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
gennaio 2008
IL REFERENDUM
La Corte Costituzionale ha ammesso i referendum.
Ora c’è una scadenza ineludibile a
primavera e si potrebbe osservare quanto segue.
1) Se il referendum si terrà, la risposta
dell’elettorato dovrà essere inevitabilmente
positiva proprio perché per mesi tutti i
partiti hanno detto tutto il male possibile dell’attuale
legge. Perfino al di là dei suoi effettivi
demeriti: non si può infatti dimenticare che se
alla Camera il governo Prodi non ha tutti i patemi
d’animo che ha in Senato è perché lì funziona
il cosiddetto Porcellum. Ma, come si diceva, è invalsa
la moda di dirne peste e corna per anni e sarebbe strano
che l’elettorato salvasse un sistema che per tutti è
stato “una porcata”.
2) Se passa il referendum, il premio di maggioranza
(proprio quello attuale), andrà al partito
(e non alla coalizione) che avrà la maggioranza
relativa. L’approvazione del referendum conviene dunque
esclusivamente al partito che può sperare di averla.
In Italia, esclusivamente, al Popolo delle Libertà
e al Partito Democratico. Già questo potrebbe spiegare perché,
dopo tutto, né Veltroni né Berlusconi
hanno realmente sofferto dell’impossibilità,
fino ad ora, di giungere ad un accordo su una nuova legge elettorale.
Se l’accordo manca, per loro il risultato del referendum
è un terno al lotto.
3) Chi invece ha tutto da perdere, sono i mini-partiti.
Se passa il referendum, perdono totalmente
il loro potere di ricatto. Alcuni addirittura (per
esempio il Pdci) rischiano di essere esclusi dalla coalizione
magari soltanto perché il Pd possa vantarsi di
non avere con sé i “comunisti”.
4) Il partito che ha più da guadagnare dal
referendum è quello di Berlusconi. Che è
poi la ragione per cui si reputava improbabile
che la Consulta desse il via libera. E che cosa possono
fare i piccoli partiti per evitare la catastrofe?
La risposta è solo una: evitare il referendum. Devono
fare cadere il governo ed andare a nuove elezioni
con la legge attuale. Secondo le previsioni vincerebbe
Berlusconi, ma i mini-partiti farebbero ancora come parte
della coalizione di centro-sinistra e rimarrebbero
in vita. Potrebbero sempre sperare in una rivincita. Mentre
se passa il referendum è morte sicura.
Ecco dunque le posizioni dei protagonisti, così
come sono ipotizzabili oggi. a) Romano Prodi è
interessato solo alla propria sopravvivenza politica
e cercherà di rimanere in carica, quale che
sia il risultato del referendum, finché qualcuno
non lo butterà giù; b) Veltroni ha l’interesse
di arrivare al referendum e poi andare alle elezioni;
la nuova legge, obbligando gli altri ad accodarsi, gli
darebbe il massimo di potere politico e un giorno,
chissà, la Presidenza del Consiglio; c) An
e Udc col referendum divengono alleati minori di Berlusconi
(il quale, forse, potrà fare a meno dell’uno
o dell’altro) ma possono sempre ottenere un’alleanza; d)
Berlusconi cade in piedi in ogni caso. Se passa il referendum,
diviene il ras della politica italiana, dal momento che
il suo è prevedibilmente quel partito di maggioranza
relativa cui la nuova legge assegnerebbe il premio. Se non
passa il referendum e si va prestissimo a nuove elezioni,
secondo i sondaggi dovrebbe vincere alla grande; e) chi
deciderà tutto saranno dunque, probabilmente, i mini-partiti,i
quali si trovano dinanzi ad un dilemma atroce: se continuano
a sostenere il governo, sopravvivono fino al referendum
ma con esso cessano di vivere o di contare; se invece fanno
cadere il governo, possono andare a nuove elezioni con la legge
attuale, magari perdendole, ma sopravvivrebbero come parte
(necessaria) della coalizione; ma sempre con la spada di Damocle
del referendum ammesso.
Nelle prossime settimane dovremmo uscire dalla
sindrome di noia e depressione in cui ci ha tuffati
un governo rissoso sopravvissuto solo col sostegno
di non-eletti centenari.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 17 gennaio 2008
AVERE TORTO AVENDO
RAGIONE
Per un vero miscredente, le cose che dice il
Papa sono spesso insulse quando non assurde ma egli
ha il diritto di dire ciò che reputa opportuno
dire. Soprattutto dal momento che, nel mondo moderno,
è permesso anche ai miscredenti dire la loro.
Ciò che è irritante, è che
i mezzi di comunicazione che dovrebbero essere
istituzionalmente neutrali (i giornali e soprattutto
la televisione di Stato) riferiscono ciò
che riguarda la religione solo dal punto di vista dei
credenti. A Natale si è capaci di esordire con parole
di questo genere: “Oggi, nel momento in cui ricorre l’anniversario
della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo…” In
questa semplice frase si accumulano fin troppe affermazioni
criticabili: in primo luogo, non ricorre affatto
la nascita di Gesù di Nazareth, per l’eccellente ragione
che la Chiesa non conosce il giorno di quella nascita.
Né mai ha sostenuto di conoscerlo. Dunque, si dà
per storico ciò che storico non è. Poi, con
tutto il rispetto per il personaggio soprannominato, “Nostro
Signore” possono dirlo i credenti, non i giornalisti Rai,
perché “nostro” corrisponderebbe a tutto il popolo italiano.
Cosa piuttosto azzardata.
Il Papa non ha nessun torto, per tutto questo.
Una buona metà degli italiani si crede in diritto
e in dovere di esprimersi così, mentre
l’altra metà, pro bono pacis, lascia correre.
E se i telegiornali si fanno un dovere di riportare
le quattro parole di circostanza che il Papa dice la
domenica, è forse colpa del Pontefice? Anche ad ammettere
che egli fosse un pifferaio magico, se i topi gli vanno
dietro, è colpa sua o dei topi? In Francia – dai tempi di
Clodoveo figlia prediletta della Chiesa – questioni del genere
non si pongono perché il Papa non è oggetto di questa
attenzione. Il che sembra essere profittevole sia per il
Papa stesso sia per i francesi in generale.
Nello stile, quanto è avvenuto all’Università
la Sapienza è inqualificabile: si accolgono
cortesemente anche gli ospiti di cui non si
condividono le opinioni. Quei professori, quegli studenti
sono riusciti ad avere torto in un campo in cui avevano
ragione: alcuni non ne possono più, di questo
atteggiamento devoto e prono del mondo ufficiale italiano.
Ma avrebbero dovuto contestare le autorità accademiche,
le televisioni, il governo, non il Papa. Joseph Ratzinger
è una persona seria e stimabile e rappresenta
il capo di una fede che tanta parte ha nella storia e nel
cuore del nostro paese.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
16 gennaio 2008
Tutti Papi e tutti
“Giudei”
Breve premessa: non c’è niente di più
deprimente del parlare del nulla, se poi il nulla
è addirittura papale e diventa rinuncia ed
incapacità di un confronto sereno, l’assunto finale
è che il declino italiano, e ripeto italiano,
è inesorabile. Potevamo aspettarcelo dal mondo politico
ed anche dal mondo accademico, ma dal mondo morale e
spirituale del mondo e dell’Italia, qual è il Vaticano,
no. E invece è caduta l’ultima frontiera. Il riassunto
delle puntate precedenti è che uno dei papi più rigidi
ed oltranzisti (almeno così all’apparenza ed è
difficile purtroppo decifrare la realtà) viene invitato
all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università
La Sapienza di Roma, un gruppo di un centinaio di docenti su circa
duemila, naturalmente appoggiato da studenti ignorantelli
in cerca di idoli di riscatto della loro inferiorità
contesta la visita e via alla gara del fanatismo, politico,
ideologico (?), cui il Vaticano ha partecipato in maniera
attiva e colpevole. Benedetto XVI non poteva di certo attendersi
applausi e consensi per il suo manifesto contro la pena di
morte, che in realtà è il manifesto a favore della vita
e che così esposto significa il no chiaro all’aborto, alla
contraccezione, all’eutanasia e quindi ad ogni forma di razionalismo
e di progressismo scientifico in argomento. E per questo motivo
il Vaticano non può pretendere che tutti ascoltino in
silenzio il Papa, in quanto Papa. Naturalmente nell’epoca del
degrado culturale, è difficile che la contestazione non
diventi inutile e bestiale rumore e che il silenzio non valga
se non è accondiscendenza. Striscioni, urla, proteste di scienziati
che si dicono tali, ma che in realtà sono solo figli bastardi
del ’68, quelli per cui la libertà è diventata ben
presto voglia di comando o repressione per non averne mai avuto abbastanza
ed essersi illusi. Scienziati? Ma quali scienziati, ne esistono ancora
in Italia? Non mi risulta. E comunque tanto è bastato per
la fiera delle intolleranze e dei fanatismi. L’Osservatore Romano,
da giornale di preghiera e riflessione sulle vicende vaticane e
sui pensieri del Papa e della Chiesa è diventata un organo
di battaglia elettorale che deve supportare un suo partito ed un suo
editore: la chiesa (con la c minuscola). Radio Vaticana che tuona contro,
contro l’aborto, contro il relativismo eppure lo abbraccia, ne è
intrisa. Per Radio Vaticana è ovvio essere come le altre radio:
appartenere ad un padrone. Ferrara, veterocomunista e bestemmiatore
che grida contro chi vuole usurpare la parola al Prof. Ratzinger,
cardinali e vescovi che vanno in televisione per urlare contro i
falsi miti e diventano uomini da salotto, da club televisivo, da vertice
di governo, preparano perfino l’agenda di alcuni politici. Politici
che si dicono laici e che non conoscono niente del laicismo, non
ascoltano i silenzi altrui, non conoscono la pietas verso la donna
stuprata, verso il malato morente, solo ma non ancora morto, verso
la ricerca di nuove cure, di nuove frontiere; altri che si dicono cristiani,
ma non hanno niente del Cristo, anzi hanno il livore dei “Giudei”, la
vanità dei Farisei, offendono la vita e pensano di salvare con
la legge. “Io faccio quello che voglio, ma da legislatore sarò
conforme alla mia coscienza”. Il laicismo come alibi, la legge come
speranza di redenzione. Ridere o piangere? Nella baldoria, come un uomo
ignorato nella festa, sfottuto dai violenti, beffato dai falsi amici,
c’è lui, il Prof. Ratzinger o Benedetto XVI, impaurito ed amareggiato
dal chiasso, lui, scelto da Giovanni Paolo II per fermare il TGV della
Chiesa dopo un ventennio di estrema velocità oppure ad ispirarsi
a lui e magari andare ancora più oltre, chissà, non
lo sapremo mai. Ciò che sappiamo è che Benedetto XVI è
un uomo (non un Papa), un uomo solo, ingannato, prono sui suoi studi
e per nulla ben voluto dal mondo, se non quello associazionista
delle bigottismo preparato ad hoc o quello delle persone conquistate
dalla Chiesa vera, quella che andava fra la gente con coraggio,
becca fischi e pallottole, ma non si fermava. E’ un uomo solo, perché
imprigionato dalla curia di porporati saccenti ed occhialuti che teorizzano
e non praticano ed impaurito dalla veemenza di nuove generazioni
ribelli e cafone, ricche dei loro padri eppure povere mentalmente.
E ne siamo dispiaciuti. Il vero laico, il vero cristiano gli chiede
di tirare fuori gli artigli, di conoscere il mondo oltre le sue
lezioni e le sue moratorie, di scendere dove ancora c’è
disperazione e non saccenza. Ora ci sarà una fila di caproni
pentiti che parlerà a vanvera sul No del Papa, ma per poco,
poi tutti alla buvette a ridere su Sarkozy e Carla Bruni. E’
lo specchio del mondo. Morto un Papa se ne fa un altro. Anzi, sarebbe
meglio non farne nemmeno più uno. Siamo tutti Papi. E
siamo tutti “Giudei”.
Angelo M. D’Addesio.
I SESSANT’ANNI
DELLA COSTITUZIONE ITALIANA
I competenti, quando parlano della Costituzione,
hanno spesso un atteggiamento vagamente ironico.
I principi generali sono infatti poco utilizzabili
e valgono quando si incarnano in norme specifiche.
Perché è nella specificazione che nasce il
diritto. La Costituzione ha proclamato l’uguaglianza
fra i sessi ma per anni alle donne non è stato concesso
di intraprendere carriere che si reputavano naturaliter
riservate agli uomini. Solo quando la società è
stata matura ci sono state donne giudici o donne piloti di aerei
da guerra. Non prima. Checché dicesse la Costituzione.
Si è detto e ripetuto che la Costituzione
richiedeva tempo per essere attuata ma sessant’anni
non sono stati sufficienti per porre rimedio
alla risibile astrattezza di certe statuizioni. Qui,
a titolo d’esempio, si parlerà di ciò che
riguarda i lavoratori.
La prima norma che lascia perplessi è l’articolo
1: “L'Italia è una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro”. Di serio qui c’è solo che
l’Italia è una Repubblica. Democratica,
infatti, è un aggettivo di cui si fregiavano anche
le cosiddette “Democrazie Popolari”, in realtà satrapie
sovietiche. Ma il peggio è l’espressione: “fondata
sul lavoro”. Che significa? E su che altro potrebbe essere
fondata, una repubblica, se per “fondata” si intende “che sopravvive
mediante”? Essa non è una ricca ereditiera, e neppure
una giovane disoccupata che continua a mangiare alla tavola
dei genitori. Qualunque paese vive delle risorse naturali
e del lavoro dei suoi cittadini: non ha e non può avere
altri redditi.
In realtà la definizione ha un valore politico
di sinistra. È un primo modo di cavarsi
il cappello dinanzi ai “lavoratori”. I costituenti
pensavano ai contadini e ai lavoratori delle industrie
(falce e martello), non certo agli avvocati, ai
cantanti lirici, ai professori d’università, ai
magistrati di cassazione o ai capitani d’industria. Tutte
persone che lavorano eccome: ma, stranamente, non comprese
nel concetto di “lavoratori”. Per quella retorica, erano
tali solo coloro di cui si poteva dire che erano “sfruttati”
perché il padrone sottraeva loro il “plusvalore”. È
per questo che fra di loro non erano compresi i meccanici,
i parrucchieri, gli idraulici, i falegnami. Costoro, essendo
autonomi, rientravano anzi a priori nella categoria degli
evasori fiscali.
La Costituzione tuttavia non si è fermata
a questa dichiarazione. Con l’art.4 ha stabilito
che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini
il diritto al lavoro e promuove le condizioni che
rendano effettivo questo diritto”.
“Il diritto al lavoro” è chiaramente un’iperbole.
Nessuno può ottenere un lavoro dal giudice
su semplice esibizione della carta costituzionale.
Dunque quel diritto non è un diritto. Ma forse
l’articolo si salva con la seconda metà: lo Stato
“promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
A parte il fatto che parlare di diritto “effettivo” è
un azzardo, perché nessuno ne ha mai beneficiato,
“promuovere” è un verbo di tale ambito che per realizzarlo
basterebbe dire: “per favore, assumete più gente
che potete”. Cosa che lascia il tempo che trova.
Poi c’è l’art. 36: “Il lavoratore ha diritto
ad una retribuzione proporzionata alla quantità
e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente
ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza
libera e dignitosa”. Questa norma è assolutamente
mitologica. Il lavoro deve offrire un vantaggio
al datore di lavoro (perché diversamente costui
non assumerebbe nessuno) e la sua retribuzione è
commisurata non ai bisogni del lavoratore, ma all’utilità
della prestazione. Solo lo Stato, vivendo di tributi, può
assumere lavoratori in perdita: ma se il principio
fosse esteso all’intera nazione non si vede chi e come
ripianerebbe il debito contratto da tutti. Inoltre, chi
assumerebbe il padre di una famiglia numerosa, se bisognasse
pagarlo in modo tale da potere mantenere dignitosamente
cinque figli? Gli si preferirebbe uno scapolo o una
donna al di là dell’età sinodale.
Molta gente crede
che i salari siano aumentabili all’infinito
(qualcuno li definì “una variabile indipendente”)
e dimentica che la prima sanzione è la non
assunzione e l’ultima il fallimento dell’impresa. Le
leggi economiche non sono deontologiche: sono,
per così dire, “fisiche”. Si può pagare
malissimo un maestro elementare perché davanti
al Provveditorato agli Studi c’è la fila e si deve
coprire d’oro un centravanti di calcio, perché
gli incassi che procura quell’artista della pedata sono
altissimi. Gli scioperi, le negoziazioni, i contratti
nazionali servono a stabilire il punto di equilibrio:
ma la sostanza è data dalla produttività.
Un contadino Masai non guadagnerà mai quanto un agricoltore
dello Iowa. Se per la sua prestazione il singolo
si vede offrire una somma con cui non riesce a sbarcare
il lunario, come alternativa ha un altro lavoro o la disoccupazione.
Oppure che qualcun altro, in casa, si procuri un reddito.
Certo non basterà sventolare l’art.36 della Costituzione.
L’Art. 38 offre ancora qualcosa al lavoratore:
“Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto
dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento
e all'assistenza sociale”. Questo articolo prevede
puramente e semplicemente il sussidio di disoccupazione,
cosa auspicabilissima. Ma la vanità del proclama
si vede da questo, che in sessant’anni di vita della
Repubblica il Parlamento non ha gli dato attuazione.
La stessa Cassa Integrazione riguarda alcuni privilegiati,
non certo la grande massa dei lavoratori.
Si può concludere con l’Art. 46: “Ai fini
della elevazione economica e sociale del lavoro
in armonia con le esigenze della produzione, la
Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a
collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle
leggi, alla gestione delle aziende”. Innanzi tutto,
ancora una volta, se un precetto non è attuato
in sessant’anni, è segno che esso o è inattuabile
o il paese non lo vuole. Poi, quando si dice “nei modi e nei
limiti stabiliti dalle leggi”, è come se si annullasse
la norma, perché la si sarebbe potuta attuare solo
formalmente: per esempio predisponendo in tutte le imprese
una cassetta con su scritto “Suggerimenti dei dipendenti”.
Mentre poi il datore di lavoro svuoterebbe la cassetta
come il cestino della carta straccia.
In questi decenni ci si è riempita la bocca
col dovere di “dare attuazione alla Costituzione”:
e dunque, quando si sono voluti creare posti di
lavoro e di sottogoverno, si sono create le Regioni.
Ma quando si è trattato di regolamentare il diritto
di sciopero, tutti avevano molto altro da fare.
Questi sessant’anni non ispirano grande commozione.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
gennaio 2008
P.S. Probabilmente fra un paio di giorni la Corte
Costituzionale dichiarerà ammissibile
o inammissibile il referendum sulla legge elettorale
ma nessuno sembra aspettare questa decisione come
la soluzione di un problema giuridico. Questo la dice
lunga sulla credibilità della Corte.
Da Bush a Baremboim passando
per Torino
George W. Bush sta continuando
il suo viaggio in Medio Oriente dopo aver
passato il suo ultimo giorno in Israele a Yad va Shem. E'
uscito dal Memorial dedicato al milione e mezzo di bambini massacrati
dai nazisti, piangendo, come tutti.
Entrare nella stanza dedicata
ai bambini e trovarsi nel buio mentre una musica
fievolissima che sembra un lamento chiude la gola,
poi a poco a poco ecco i volti di bambini e un mare di
luci che brillano mentre alcune voci recitano senza nessuna
esperessione i nomi delle piccole vittime del nazismo.
Un milione e mezzo di
nomi in ebraico, inglese, tedesco. Il nome di ognuno
e la sua eta', il nome e gli anni, il nome nelle luci riflesse
per un milione e mezzo di volte: 3 anni, 10 anni, 6 mesi, 15
anni,8 anni, 1 anno. Un milione e mezzo di nomi, ogni nome un'anima
di bambino, ogni nome nel fumo di quei camini laggiu' nell'inferno
dell'Europa.
Tornare alla luce del
sole di Gerusalemme, accecati dalle lacrime e dal
riverbero, senza parlare perche' e' impossibile dire
una sola parola. C'e' chi si siede su un muretto e scoppia in
lacrime.
George Bush e' uscito
con le lacrime agli acchi come chiunque abbia un'anima.
"Dovevamo bombardare
Auschwitz", mai nessun presidente lo aveva detto ma
lui che e' una persona emotiva ha avuto il coraggio e lo sdegno
per farlo.
Questo ai comunisti non
e' piaciuto. Tutti i giornali di sinistra hanno criticato
aspramente Bush per questa dichiarazione. Chissa' perche'!
Forse perche' bombardare le rotaie che portavano le vittime
al macello sarebbe stata un'azione poco pacifista e molti
sinistri di oggi ragionano cosi', bisogna difendere gli aguzzini
e dare addosso alle vittime.
Un'altra frase di Bush
ha scandalizzato tutta la sinistra radicale, la frase
piu' bella e piu' giusta, quella che ha messo in chiaro
il futuro di questa zona del Medioriente, poche parole
importanti :
"L'accordo dovra' stabilire
la Palestina come Patria dei palestinesi e Israele
come Patria del Popolo Ebraico"
Le parole di Bush sconvolgono
il sogno arabo-comunista di eliminare Israele con
l'entrata nel Paese di milioni di arabi e mette fine all'ipocrisia
degli stati arabi moderati, quelli che per distruggere Israele
vogliono usare la vaselina anziche' l'atomica, quelli che
si battono per la formula due popoli-due stati ma chiedono
che nello stato di Israele abbiano il diritto al ritorno i discendenti
(milioni) degli arabi usciti da Israele nel 1948 (600.000),
chiedono che nel futuro stato di Palesrtina gli ebrei non debbano
esistere e che quelli che oggi abitano in Giudea e Samaria se
ne debbano andare per rendere judenrein il paese che nascera' in purissimo
stile nazista.
Judenrein, parolaccia
che non disturba i pacifondai, "bombardare Aushwitz"
invece diventa uno scandalo.
Ma allora ho ragione io
quando dico che i pacifondai sono.....assomigliano....vogliono
le stesse cose dei.....ehhh si, vogliono le stesse cose
dei....di quelli che marciano a passo dell'oca....ma cosa
avete capito? Mica intendo i nazisti, no, assolutamente no,
i nazisti sono morti e sepolti, intendo...i loro eredi, i
guerriglieri hezbollah che marciano a passo dell'oca e salutano
colla mano tesa e quando arrivano davanti al loro fuehrer, scusate,
no, intendevo al loro capo Nasrallah, urlano a mano tesissima, come
un sol uomo HEIL.
Non gridano heil, dite?
E' vero, che sciocca,
avete ragione, gridano MORTE AGLI EBREI.
La
visita di Bush in Israele e territori e' stata
scandita dalla meteorologia :
il primo giorno a Gerusalemme
il sole splendeva,le bandiere americane appese ai
lampioni insieme a quelle israeliane, sventolavano contro
il cielo blu zaffiro di Gerusalemme, i bambini lo hanno
accolto cantando Hava Naghila e lui e Peres si sono messi
a ballare con loro. Nella residenza del Presidente Peres una bambina,
con una grazia infinita, ha cantato in ebraico e in inglese Somewhere
over the Rainbow offrendo ai due presidenti una rosa rossa mentre
il coro dei bambini ripeteva il ritornello in ebraico, inglese e arabo.
In seguito la conferenza
stampa e' stata fatta in inglese ed ebraico e sia Olmert
che i giornalisti israeliani passavano indifferentemente
da una lingua all'altra tanto che Bush ha usato le cuffie una
sola volta, ridendo, quando Olmert scherzando ha detto "adesso
parlo in ebraico cosi' il Presidente non mi capira'".
Gerusalemme ha dato a
Bush l'accoglienza che il Presidente degli Stati Uniti
meritava : sole, canti e onore. Il sole e' stato un regalo
speciale per la Capitale che accoglieva il Presidente
dell'unico Paese alleato di Israele.
Il secondo giorno a Ramallah:
pioggia, freddo, nemmeno una bandiera americana lungo
il viale fangoso che portava al Mukata, qualcuno sul marciapiede
gli mostrava invece il dito medio a mo' di saluto affettuoso.
Altrove, dove Bush non poteva vedere, i palestinesi, per scaldarsi
un po', bruciavano le bandiere americane e i ritratti del presidente
sotto i quali si leggevano slogan poco amichevoli.
La conferenza stampa di
Bush e Abu Mazen si e' svolta in una sala gelida dalle
pareti ricoperte di mattonelle di ceramica, freddo cane e
microfoni che non funzionavano, Quando parlava Abu Mazen
in arabo non funzionava la cuffia di Bush e viceversa quando
era il Presidente americano a parlare in inglese non funzionava
la cuffia di Abu Mazen.
Da morir dal piangere!
Il
terzo giorno di nuovo a Gerusalemme e splendeva il
sole.
Bush, dopo la visita a
Yad vaShem e' andato sul Monte delle Beatitudini e
in Galilea dove e' rimasto senza parole per la bellezza
del paesaggio, le coltivazioni senza fine di banane e campi
coltivati che sembra di essere in Nevada.
Infine, tra gli inni nazionali
israeliano e americano, baci e abbracci e volti sorridenti
e' partito alla volta di altri paesi arabi.
Mentre in Israele accadeva
tutto questo popo' di roba questo cosa stavano facendo
gli italiani comunisti ? Incredibile, stavano e stanno ancora
litigando perche' la Fiera del Libro di Torino e' stata dedicata
quest'anno a Israele.
ANATEMA per i comunisti.
Non saprei come giudicare
questa follia razzista. Vogliono invitare insieme
a Israele anche la Palestina che non c'e' ancora.
Quando hanno dedicato
la Mostra del Libro alla Turchia, i comunisti hanno
preteso anche la partecipazione dei Curdi o della Grecia?
Quando inviteranno la
Serbia pretenderanno anche il Kossovo?
Signori comunisti, vi
consiglio di darvi una calmata perche' il ridicolo
di cui vi siete coperti e' immenso.
Signori comunisti, abbiate
pazienza, tappatevi il naso e lasciate stare Israele
che non chiede mai di essere presente quando voi dedicate
le vostre cose solo ai palestinesi raccontando al pubblico
che vi segue menzogne plateali.
Signori comunisti,
capisco che la parola Israele vi faccia provare strane
pulsioni, conosciamo da 20 secoli questo tipo di pulsioni,
le abbiamo provate sulla nostra pelle ma e' ora che la smettiate,
lo dico per il vostro bene perche' ormai nessun essere pensante
vi crede piu'.
Siete solo dei ridicoli
pagliacci, provincialotti da strapazzo.
Per stare allegri ecco
una notizia dell'ultima ora : il grande musicista
ebreo israeliano Daniel Baremboim, un poveraccio pieno di
odio verso il suo Popolo, ha chiesto la cittadinanza palestinese
e il passaporto di quel paese che non c'e'.
Per avere il passaporto
che invece c'e', pur senza paese, fanno miracoli
sti palestinesi, non sanno fare le fognature ma hanno gia'
i passaporti, ha dovuto firmare quanto segue:
- di essere fedele
alla Palestina. (nessun problema, lo e' da sempre)
- di riconoscere che
il libero stato di Palestina e' la terra che va dal
fiume Giordano al Mediterraneo, da Naqura fino a Al Aqaba
e che appartiene al popolo palestinese.(Cancellato Israele)
- di riconoscere il
diritto al ritorno dei palestinesi nella loro terra
dove hanno vissuto per migliaia d'anni.(Negata la storia,
rifatta la loro storia personale inventata).
Baremboim ha firmato la
eliminazione di Israele per una Palestina dal fiume
al mare.
Ha firmato le menzogne,
l'odio e il tradimento.
Complimenti Vigliacco.
Deborah Fait
- www.informazionecorretta.com
LA PACE ATTRAVERSO LA GUERRA
Avevo scritto un articolo
con questa tesi: come ha detto Edward N. Luttwak, i
conflitti divengono eterni quando uno dei due non è
così completamente sconfitto, o scoraggiato, da accettare
la pace. Proporre dunque negoziati ai palestinesi per ottenere
la pace, come se essi avessero qualche cosa da offrire o qualche
potere di fare la guerra, è assurdo. Bisognerebbe al
contrario far capire loro che non hanno nulla da ottenere da atti
aggressivi. Oggi invece ci si inginocchia dinanzi a loro, addirittura
si parla assurdamente dei “diritti” dei palestinesi, come
se gli sconfitti avessero dei diritti: e non c’è pace dal
1948.
Prima però ho tentato di vedere
che cosa avesse scritto il politologo americano ed ho insperatamente
trovato l’articolo originale. E così ho visto che
era stato inutile scrivere l’articolo: Luttwak l’aveva
già fatto, e meglio di me. Non mi rimane che proporlo
agli amici.
Per chi non leggesse l’inglese,
propongo qui di seguito la traduzione di alcune frasi, che
danno una sufficiente idea della tesi. In corsivo qualche frase
di chiarimento. Ho inoltre colorato in viola le parti dell’articolo
(molto lungo) che si possono saltare, senza perdere l’essenziale
della tesi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 15 gennaio 2008
Foreign Affairs July/August
1999 - Give War a Chance - By
Edward N. Luttwak
Una
scomoda verità cui spesso non si bada è che, benché
la guerra sia un grande male, ha una grandissima virtù:
può risolvere i conflitti politici e condurre alla pace.
Ciò può avvenire quando tutti i belligeranti sono
stanchissimi o quando uno vince in modo decisivo. In ambedue i
casi la chiave del problema è che la lotta deve continuare
fino a che si raggiunga una risoluzione radicale. La guerra conduce
alla pace solo dopo essere passata attraverso una fase culminante
di violenza. Le speranze di un successo militare devono svanire
perché un compromesso divenga più attraente
che continuare il combattimento.
…
Secondo Luttwak gli armistizi,
imposti dale grandi potenze solo per far cessare lo spargimento
di sangue, sono nocivi, se non assolutamente momentanei.
Proprio perché impediscono la naturale conclusione
delle guerre.
Gli armistizi imposti, nel frattempo
- di nuovo, se non sono seguiti da accordi di pace negoziata
– congelano artificialmente e perpetuano indefinitamente
uno stato di guerra perché proteggono il lato più debole
dalle conseguenze del suo rifiuto di fare concessioni per
la pace.
…
La pace si afferma solo quando la
guerra è veramente finita.
…
La caratteristica essenziale di
queste entità (gli interventi internazionali) è
che esse si inseriscono in situazioni di guerra mentre
rifiutano di impegnarsi in combattimento. Alla lunga, questo
aggrava il danno. Se le Nazioni Uniti aiutassero il forte
a sconfiggere il debole più velocemente e in modo ancor
più decisivo, questo di fatto migliorerebbe il potenziale
che la guerra ha di condurre alla pace.
…
Il risultato finale è che
si impedisca l’emergere di un risultato coerente, che richiede
uno squilibrio di forza sufficiente per concludere la lotta.
…
Le attività di soccorso umanitario
sono le più disinteressate di tutti gli interventi
in Guerra, e gli interventi più distruttivi.
…
Mantenendo in vita i rifugiati in
condizioni spartane che incoraggiavano la loro rapida emigrazione
o la loro sistemazione in loco, i campi dell’UNRRA in Europa
avevano placato i risentimenti della guerra ed avevano contribuito
a disperdere le concentrazioni revansciste di gruppi nazionali.
Ma i campi dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency)
in Libano, Siria, Giordania, nella Palestina e nella Striscia di
Gaza hanno fornito nell’insieme un livello di vita più alto di
quello di cui la maggior parte dei contadini arabi avevano fruito
prima, offrendo una dieta più varia, una scuola normale, cure
mediche di livello superiore e senza la necessità di rompersi
la schiena arando campi pietrosi. Essi dunque ebbero l’effetto opposto,
divenendo residenze desiderabili piuttosto che campi di transito
che si bramava di abbandonare. Con l’incoraggiamento di parecchi
stati arabi, l’UNRWA trasformò civili in fuga in rifugiati a
vita che partorirono figli-rifugiati, i quali a loro volta ebbero figli-rifugiati
loro propri.
Durante mezzo secolo di attività,
l’UNRWA ha così perpetuato una nazione palestinese
di rifugiati, conservando i suoi risentimenti in condizioni
di freschezza come erano nel 1948 e mantenendo intatto il primo
sbocciare di emozioni revansciste. Attraverso la sua semplice
esistenza, l’UNRWA dissuade dall’integrazione nella società
locale ed inibisce l’emigrazione. La concentrazione dei palestinesi
nei campi, per di più, ha facilitato l’arruolamento
volontario o forzato di giovani rifugiati in organizzazioni armate
che lottano contro Israele e fra loro. L’UNRWA ha contribuito
a mezzo secolo di violenza arabo-israeliana ed ancora oggi ritarda
l’avvento della pace.
Se ogni guerra europea fosse stata
assistita dalle sue organizzazioni dopo la guerra, l’Europa
attuale sarebbe piena di campi giganti per milioni di discendenti
di Gallo-Romani sradicati, Vandali abbandonati, Borgognoni
sconfitti e Visigoti scacciati dalle loro terre – per non
parlare di più recenti nazioni, di rifugiati come i
tedeschi Sudeti del dopo 1945 (tre milioni dei quali furono espulsi
dalla Cecoslovacchia nel 1945). Una simile Europa sarebbe
rimasta un mosaico di tribù in guerra, non digerite e non
riconciliate, in campi separati in cui essere allevate.
…
Le élite politiche dovrebbe
attivamente resistere all’impulso emotivo di intervenire
nelle guerre di altri popoli, non perché esse sono indifferenti
alle sofferenze umane ma precisamente perché esse ne sono
profondamente toccata e vogliono favorire l’avvento della pace.
Le Nazioni Unite dovrebbero dissuadere dagli interventi multerali
invece di guidarli. Nuove regole dovrebbero essere stabilite
per le attività dell’Onu di soccorso per i rifugiati, per assicurare
che l’immediato aiuto sia velocemente seguito dal rimpatrio, dall’assorbimento
in loco o dall’emigrazione, escludendo che si stabiliscano
campi di rifugiati permanenti.
Ed ecco l’articolo originale -clicca qui- , in cui si ritroveranno le citazioni.
Un tuffo nel passato - di Piero Ostellino
La lettura dell' odierno
«Manifesto dei valori» del Partito democratico,
redatto da Alfredo Reichlin, (ri)suscita nello studioso di
filosofia e di scienza politica un irrefrenabile moto di ammirazione
per il «Manifesto del partito comunista » di Karl
Marx (e Friedrich Engels) del 1848. Tanto gli strumenti concettuali
utilizzati da Marx erano la punta più avanzata della
cultura della sua epoca, quanto quelli utilizzati da Reichlin
appaiono la retroguardia della cultura di oggi. Più che
il frutto del pensiero filosofico e politico contemporaneo,
il Manifesto del Pd sembra il risultato di uno scavo archeologico
nel socialismo utopistico, ieri degenerato storicamente nel
comunismo, oggi parzialmente mitigato dalle «dure repliche
della storia », la vittoria della democrazia liberale,
del capitalismo e dell'economia di mercato.
Il Pd, «un partito
aperto », «un laboratorio di idee e di
progetti», nasce dalla necessità di «interpretare
i processi storici e culturali in atto». Parrebbe
una riedizione, per quanto tarda, del socialismo scientifico
del giovane Marx del Manifesto del 1848, come «sociologia
del capitalismo». Invece, è filosofia della
storia, provvidenzialismo, modello teologico, nella (hegeliana)
convinzione che la storia proceda verso un fine ultimo e che
compito della politica sia quello di prevederne il cammino e di
gestirlo, mentre la storia procede secondo la regola della «prova
e dell' errore». Esigenza primaria del nuovo partito è,
dunque, «il governo delle conoscenze». Negazione,
questa, del concetto di «dispersione delle conoscenze »
che è alla base della sociologia moderna (Max Weber), dell'individualismo
metodologico (Friedrich von Hayek) e della società aperta
(Karl Popper), cioè del processo attraverso il quale gli uomini,
nella libertà, producono «inconsapevolmente » benefici
pubblici attraverso comportamenti individuali non prevedibili e programmabili.
Per il Pd, «la
libertà deve essere sostanziale e non puramente
formale ». È l'anacronistica riedizione
della convinzione dei marxisti che solo con l'abolizione dei
rapporti di produzione capitalistici e la sconfitta della
democrazia liberale sarebbe nata la piena libertà.
In che cosa, poi, consisterebbe tale libertà «sostanziale
» il Manifesto del Pd non lo dice chiaramente. Sembra
di capire si tratti (genericamente) della libertà cosiddetta
sociale di cui già Isaiah Berlin ha fatto giustizia nel
saggio Le due libertà. Quella negativa (liberale),
come «non impedimento» per l'Individuo; quella positiva
(democratica), come interferenza collettiva nella vita degli individui,
con le sue ricadute totalitarie. In realtà, l'aggettivo
«formale» certifica la superiorità della
libertà borghese rispetto ai regimi che hanno preceduto
la democrazia liberale e a quelli comunisti che le sono succeduti.
Un processo politico è descrivibile solo se individua
momenti in cui le regole del gioco sono formalizzate. In caso
contrario, non si può parlare di evoluzione del processo,
ma di «stato di natura» (ciascuno fa quello che gli
pare e vince il più forte). Il «Principe »
cioè, oggi, lo Stato e chi lo controlla, è legibus
solutus, non è esso stesso sottoposto a regole del gioco
(pre)definite.
«L'individuo,
lasciato al suo isolamento— dice a questo punto il Manifesto
del Pd— non potrebbe più fare appello a quella straordinaria
capacità creativa che viene non dal semplice scambio
economico, ma dalla memoria condivisa, dall'intelligenza
e dalla solidarietà, dai progetti di domani». E
ancora: «Noi vogliamo non una crescita indifferenziata
dei consumi e dei prodotti, ma uno sviluppo umano della persona,
orientato alla qualità della produzione e della vita».
Qui siamo alla traduzione dell'etica in politica, anticamera
della dittatura. Poiché in Marx non c'è una vera teoria
dello Stato, questa volta è Lenin di Stato e rivoluzione
a venire in soccorso dei redattori del Manifesto del Pd. Che
pasticcio... Potrei continuare. Ma mi fermo qui. Non perché
quello del Manifesto sia un programma pericoloso. Figuriamoci.
Solo perché a me pare unicamente il frutto di una memoria politicamente
ripudiata, ma culturalmente non ancora dimenticata.
Corriere
della Sera - 11 gennaio 2008
Commento
di Gianni Pardo: Ostellino lo dice in maniera molto
pudica, ma il senso è: “i comunisti rimangono comunisti”.
E SE OBAMA VINCESSE DAVVERO…?
Cosa potrebbe succedere se Barack
Obama vincesse davvero? Ovvero se riuscisse a vincere
solo la convention democratica, che sembra al momento essere
in mano sua, ma addirittura a superare anche il rivale repubblicano
e diventare l’uomo più potente del mondo (Putin escluso)
ed il primo inquilino della Casa Bianca? E’ meglio iniziare
a guardare lontano e quindi immaginare ciò che non più
solo un’utopia ma una realtà ma proprio per questo motivo
dobbiamo iniziare ad abbandonare il mondo dei balocchi e dei
sondaggi, quello delle trasformazioni e delle democrazie perfette
ed iniziare ad interrogarci se l’America vuole realmente l’utopia
ed è pronta ad affrontarla oppure come ha fatto già
altre volte, rifugga dalla medesima e preferisca ritornare al suo
bigottismo, al suo conservatorismo, perfino alla sua a volte
bieca real politik. Giornali, rotocalchi, sondaggi, grandi star
del cinema, della tv e milioni e milioni di cittadini americani
ci stanno e si stanno convincendo della rivoluzionarietà di queste
elezioni. L’America per la prima volta è infatti chiamata
a scegliere fra una donna leader che, marito a parte, ha una carriera
di tutto rispetto, un afro-americano che non rinnega le ispirazioni
islamiche, un giovane rampante che vive fra la malattia della moglie
e la voglia di emergere, un ambasciatore di origini ispaniche ed
ancora dall’altra parte, un veterano di guerra che la guerra l’ha
vissuta sulla propria pelle e non ha giocato a bigiare la leva, un
sindaco di origini italiane che ha risollevato una città dopo
una delle più grandi tragedie del nuovo millennio, per giunta,
un personaggio ricco, ma atipico e mormone. E’ vero, sono elezioni storiche
e chi vincerà un confronto di tal tipo sarà uno dei presidenti
più grandi d’America, pari a Jefferson, a Lincoln, a Roosevelt,
a Reagan, e lo sarà nel momento più basso della Casa
Bianca, devastata da scandali sessuali e incapacità plateale
a livello interno ed internazionale. E Obama è molto di più
di tutti gli altri, è una sintesi religiosa, è una politica
fuori dagli schemi partitici ed ideologici, è un uomo della
gente, è un uomo fuori dagli standard, è un messaggio culturale
nuovo, di rottura. In una parola: è un uomo fuori dal “sistema”.
E siamo veramente sicuri che il “sistema” lo accetti e che non lo faccia
fuori in qualunque modo durante la campagna elettorale, ammesso che ci
riesca, visto che Obama ha rivelato tutto ciò che di compromettente
potesse essergli rinfacciato? Obama rischia grosso, Obama è un
uomo pericoloso per quel “sistema”, di cui tanto sentiamo parlare nei
film, ma che esiste e che non è costituito da tv, da giornali,
da milioni di americani con le bandierine in mano, sebbene sappia ben
mischiarsi fra di loro. Ecco perché sono sicuro che Obama non arriverà
fino in fondo e non perché ci sia qualcuno più forte, ma
perché si ritroverà a lottare ad armi impari, contro qualcosa
di più forte di lui e che gli impedirà di diventare presidente
e forse per lui e per la sua famiglia potrebbe essere un bene. L’America
sogna l’utopia ma vive nella realtà ed in quella realtà ha
disfatto presidenti di questo tipo, ha ucciso Lincoln, ha ucciso John Kennedy
e suo fratello Bob, ha rinnegato la politica di Roosevelt subito dopo la
sua morte e lo ha fatto anche con altri leader anti-sistema, da Luther King
a Malcom X. L’America va di fretta e dimentica presto i suoi assassinii e
questo è un bene, ma è anche un male: vuol dire che il “sistema”
va avanti e può macinare uomini ed idee, ma non distruggere sé
stesso. Se Obama dovesse finire nell’ingranaggio, magari vincere la nomination
democratica ed andare oltre fino a scontrarsi, lui classico uomo di impeto
democratico contro il più classico e conservatore dei candidati come
Mc Cain, potrebbe diventare il primo presidente della nuova America o l’ennesima
stella abbattuta da un ignoto perché, come tante sono le questioni
ignote in America, ignote ed incontrollabili: da Hiroshima a Saigon,
da Cuba a Guantanamo, passando per Dallas e l’11 settembre. Ci sono
ormai tanti modi per colpire, tante forze che colpiscono e tanti modi
per mascherare chi ha colpito. Bhutto insegna qualcosa e quando qualcosa
deve succedere, non pensate che gli Usa siano diversi dal Pakistan,
non conta quello. Forse è solo dietrologia, fantasia addirittura.
C’è da augurarselo e da pregarci, come sta facendo la sua zia
keniana e non solo per lui, ma per il mondo.
Angelo M. Daddesio
Benvenuto Mr. Bush, Wellcome, Baruch Abba'
Arriva Mr Bush in Israele,
si stanno gia' srotolando i tappeti rossi all'aeroporto
Ben Gurion e Gerusalemme e' gia' vestita a festa ma chi ha
pensato di dare in anticipo il benvenuto al Presidente degli
Stati Uniti e' stato Hezbollah che oggi ha gia' sparato due
missili in Galilea, Israele, colpendo la cittadina di Shlomi.
"Benvenuto Presidente, dicono
quei missili, noi hezbollah siamo qui, siamo pronti
a ricominciare fino a quando non ragggiungeremo il
nostro sogno, la fine dell'esistenza di Israele, intanto riscaldiamo
un po' l'ambiente in suo onore, Presidente."
Quei missili, episodio gravissimo,
sembrano la ciliegina sulla torta dopo la notizia della
visita a hezbollah fatta da quella specie di ebreo
, tale Norman Finkelstein l'antisemita, che ha dichiarato:
" Gli hezbollah lottano per
difendere la loro patria".
Evidentemente l'esimio professore
pensa che Israele, pardon l'entita' sionista, debba
scomparire per diventare araba e islamica e, dopo aver dato
le dimissioni dalla DePaul University di Chicago, ha trovato
un'altra occupazione, presumibilmente molto redditizia,
che gli si confa': ambasciatore di odio antiebraico presso
il mondo arabo-islamico.
Molto meglio i soldi e l'ammirazione
dei nemici di Israele che fare il professore in USA col
rischio di dover insegnare anche a qualche odiato giudeo.
Con ebrei del genere chi ha
bisogno di Ahmadinejad?
Ma torniamo a Bush. Era dal
1998 che un presidente USA non veniva in Israele.
Nel 1998 Bill Clinton
ebbe un'accoglienza grandiosa fino a quando non lo abbiamo
visto piangere di commozione alle promesse di pace di Arafat
che urlava, come al solito mentendo, " Abbiamo cancellato il
comma dove chiediamo la distruzione di Israele".
Allora, noi israeliani sempre
un po' scettici di fronte alle sceneggiate arafattiane,
abbiamo fatto delle gran risate vedendo tremare il mento di
Clinton e i suoi occhi farsi lucidi.
Grande comunicatore il Presidente,
quasi quasi ci commuovevamo tutti.
Non avevano cancellato niente
naturalmente ma nessuno si era preso la briga di controllare,
era tanta la voglia di pace che per Arafat fu estremamente
facile prendere tutti per i fondelli.
Era il suo secondo lavoro,
il primo ammazzare ebrei.
Clinton aveva anche promesso,
con il consenso del Congresso, di portare l'ambasciata
USA a Gerusalemme entro il 20 gennaio 2001 ma poi si e' distratto
e tutto e' finito nel dimenticatoio chiamato "non facciamo
incazzare i palestinesi e il mondo arabo".
Eppure
Clinton era amico di Israele, l'America e' amica di
Israele, Bush e' amico di Israele ma anche gli amici, anche
gli alleati, sono purtroppo condizionati dalla violenza
e dalle minacce del mondo arabo.
Figurarsi i paesi che ci sono
nemici!
Bush arriva in Israele dopo
il summit di Annapolis per dare una spinta a Olmert
e a Abu Mazen che sembrano essersi impantanati in mille
problemi.
- I razzi kassam sul Neghev
continuano inesorabili, gli ultimi sono arrivati
fino a nord di Ashkelon.
- L'ala militare di Fatah
e' ancora attivissima nel terrorismo nonostante le
promesse e i giuramenti di sua maesta' Abu Mazen.
- Ammazzano civili israeliani,
soldati israeliani, sparano su tutto quello di
israeliano che gli capiti sotto tiro.
Del resto Abu Mazen puo' giurare
finche' vuole ma lui e i suoi pretoriani sono talmente
coinvolti nel terrorismo che le sue promesse valgono meno
di un soldo bucato.
- Nessun arabo palestinese
accettera' mai che Israele sia uno stato ebraico.
- I politici arabo-israeliani
hanno deciso di boicottare tutti quelli che appoggeranno
questa richiesta.
- Hezbollah ricomincia a provocare
Israele.
Caro Mr. Bush, non venga in
Israele a battere i pugni sul tavolo, provi a darci
una mano.
Siamo circondati da odio e
da violenza, siamo attaccati dentro Israele dagli arabi
di questo Paese che urlano come cornacchie ma che poi dicono
che non ci pensano nemmeno di andare in una futura Palestina.
Sempre in Israele, due ministri
laburisti vogliono liberare Marwan Barghouti, l'assassino,
capo dei Tanzim, un corpo di barbari ideato da Arafat e organizzato
dal Barghouti assassino sulla cui testa pesa un numero discreto
di ergastoli.
Abbiamo milioni di problemi
tra cui dare asilo e lavoro ai profughi del Darfur
e dall'Eritrea che scappano in Israele inseguiti dalle fucilate
degli egiziani.
Adesso abbiamo anche il problema
della danza del ventre perche' l'Egitto ci accusa di
rubare la cultura araba.
Come vede Presidente stiamo
nuotando in un mare di delirio cercando di tenerci a
galla alla meno peggio e le assicuro che e' faticoso.
Non venga a metterci una mano
sulla testa per farci affogare.
Siamo attaccati dai nostri
confini: i kassam a sud e adesso di nuovo , per la
seconda volta dal 2006, i katiusha a nord.
In cinque mesi abbiamo avuto
760 attacchi armati destinati ad aumentare come sempre
succede quando gli arabi sentono puzza di pace.
Oltre alle aggressioni palestinesi
e ai deliri arabi, siamo attaccati dall'opinione pubblica
di tutto il mondo che anziche' vedere la barbarie
palestinese li riempie di soldi e tace anche dopo aver saputo
che sacchi inviati dall'UE contenenti zucchero erano invece
pieni di nitrato di potassio da utilizzare per preparare
esplosivo o come propellente per razzi.
L'Unione Europea doveva aprire
un'inchiesta ma pare se ne sia dimenticata.
L'Europa non capisce niente,
Mr.Bush, e' troppo presa nell'intento di compiacere l'Islam
per capire qualcosa.
Siete voi americani i nostri
alleati, se lo ricordi Presidente, non traditeci.
Non e' la pace che vogliono,
loro odiano noi e ci vogliono morti ma sappia che odiano
anche lei e il suo Paese.
Noi siamo il Piccolo Demone
ma voi americani siete il Grande Demone, non lo dimentichi,
Presidente.
La Pace?
La pace non ci sara' a meno
che non accadano due cose impossibili :
1.
Che USA e tutto l'Occidente si schierino con Israele, coraggiosamente
e senza esitazioni. Basta lasciarci soli e dirci "dovete
fare questo, dovete dare quello".
Tutti con noi, tutte le democrazia
del mondo al grido VIVA ISRAELE .
2. Che le stesse democrazie dicano
ai palestinesi,"avete sempre rifiutato tutto per scegliere la
violenza, adesso non si torna indietro, il 48 e' passato col vostro
NO, Kartoum e' passato coi vostri tre NO NO NO. Il 2000 e' passato
col vostro terrorismo e l'ennesimo rifiuto. Adesso prenderete
quello che noi decideremo e poche storie!"
Lo so che e' solo un sogno, un
sogno impossibile dati i tempi che corrono ma
io vorrei altre due cose da Bush.
Vorrei che alla Knesset dichiarasse
:
" Porteremo la nostra Ambasciata
a Gerusalemme entro il 2008" e vorrei che andasse a Sderot
e dormisse per una notte sola in quella citta' martire e piena
di coraggio per capire cosa sono gli israeliani e soprattutto
per sentire e vedere chi sono i palestinesi.
Al brusco risveglio dovro' invece
rendermi conto che Bush ci dira' cosa dovremo fare e quanto
dovremo dare, che dal nord ricominceranno a piovere i razzi
katiusha e che da sud spareranno sempre i kassam, che Israele
non ha il diritto che chiedere il riconoscimento come stato ebraico,
che non ha il diritto di costruire case nei quartieri della sua
Capitale, che il mondo ci odia e che tutto continuera' come prima.
Benvenuto Mr. Bush, Wellcome, Baruch
Abba', non si preoccupi, era solo un bel sogno!
Pero' me lo lasci gridare : VIVA
ISRAELE, ORA E SEMPRE.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
IL PENPENPENPENTULTIMATUM
Prodi ha dichiarato che le
proposte di Dini sono materia di possibile discussione
e a questo punto Dini, sentiamo oggi, dà tempo a questo
governo fino ad aprile. La tentazione di dire “Ve l’avevo
detto” è miserabile ma, come diceva Oscar Wilde, se c’è
qualcosa cui non resisto è la tentazione”.
Nel dicembre scorso, ecco
le bellicose dichiarazioni di Dini: “Siamo pronti a
sostenere un governo che si impegni a realizzare questo programma
minimo. Se sarà espressione dell'attuale maggioranza,
bene. Ma chiediamo una risposta chiara, senza ambiguità,
al più tardi al momento della verifica prevista per metà
gennaio”.
E immediatamente, il 30 dicembre
2007 (Un coup d’épée dans l’eau”) io scrivevo:
“Dini sembra non immaginare che la risposta di Prodi sarà
un sì entusiastico su tutta la linea (così il suo
governo rimane a galla), con la riserva mentale - manifestata sottobanco
ai partiti dell’estrema sinistra – di non farne nulla”.
Ebbene, sono stato troppo
ottimista. Prodi non si è neppure strapazzato a
dire sì e Dini s’è accontentato della dichiarazione
(insignificante e ambigua) secondo cui ciò che lui ha
detto non era assolutamente demenziale. Quello di Dini non
era un ultimatum, e neppure un penultimatum. Era un penpenpenpentultimatum.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 9 gennaio 2008
IL NO DI KLAUS
La fama ha i suoi capricci.
È difficile dire perché l’intero paese si fosse
convinto che Klaus Cavemann fosse un grande saggio. Forse
un genio. Aveva pubblicato un paio di libri e molti articoli qua
e là, dimostrando un intelletto straordinario, ma aveva
sfuggito costantemente le tavole rotonde, le interviste, le
comparsate, e tuttavia questa costante assenza, invece di renderlo
antipatico, gli era tornata utile. Da un lato la maestà, come
insegna Shakespeare, è tanto più credibile quanto più
è lontana, dall’altro il semplice fatto di esprimersi solo
per iscritto faceva sì che le sue parole – spesso citate come
perle di verità – fossero formulate nella maniera più
chiara ed elegante. La sua evidente mancanza d’ambizione permetteva
inoltre a tutti di dirne bene senza temere di avere involontariamente
favorito un pericoloso concorrente.
Klaus avrebbe potuto gloriarsi
della celebrità acquisita, ed anche trarne qualche
profitto, ma la sua naturale misantropia gli faceva ipotizzare
come un calvario il contatto col prossimo. Soprattutto se
superava il numero di due. Aveva dunque degli amici e dei corrispondenti
via internet, ma per il resto la donna di servizio, obbedendo
agli ordini della moglie, lo proteggeva dal mondo esterno.
Opponeva agli estranei una barriera invalicabile; rispondeva
solo lei al telefono; apriva solo lei la porta; respingeva inesorabilmente
giornalisti, curiosi, sfaccendati e questuanti di ogni genere.
Tanto che, alla fine, il flusso era cessato. Si poteva inviare un’e-mail
ma sapendo che sarebbe rimasta senza risposta. Identificato il seccatore,
Klaus lo metteva nella sua immensa lista nera elettronica e il suo
computer ne buttava poi diligentemente la corrispondenza nella spazzatura,
senza neppure avvertirlo dell’arrivo.
Il paese viveva un momento di grande
incertezza. La gente trattava da incapaci, da corrotti e da
delinquenti tutti i politici, e il più grande partito viveva
una crisi nella crisi. Non riusciva a mettersi d’accordo sul
nome del leader. Il rischio era quello di una scissione e purtroppo
la scissione avrebbe probabilmente consegnato la primazia al secondo
partito: sarebbe stato un disastro.
Avvenne allora quello che tante
volte è avvenuto in conclave: nello scontro tra due
colossi molto agguerriti, vince un terzo che ha il vantaggio
di sembrare meno pericoloso dei protagonisti. Un Papa di
transizione, come si dice. E dal momento che la fama a volte
sembra considerare il rifiuto degli allori come un gioco a rimpiattino,
il risultato fu che un giornale lanciò la candidatura di
Cavemann. Dopo un primo momento di sorpresa, l’antipolitica, oltre
che i veti contrapposti, fecero il resto. L’elettorato del Partito
della Concordia cominciò a chiedersi: perché disprezziamo
questi politici? Perché ci sembrano tutti interessati.
Mentre Cavemann ha dimostrato di non avere interessi. Né personali
né economici. Le sue idee le regala addirittura. I nostri leader
ci sembrano sciocchi, mezze calzette che dicono ipocrite banalità?
Ebbene, Klaus è ammirato da tutti per la sua intelligenza.
Proviamolo. Male che vada, lo manderemo a casa.
La marea salì talmente che,
a furor di popolo, il Consiglio Nazionale del partito offrì
la carica di Segretario Unico al dr.Nikolaus Cavemann e la
notizia fu su tutti i giornali, provocando un unanime moto di
sollievo: finalmente una persona per bene, che forse avrebbe messo
in riga quella manica di polli che si becchettano l’uno con l’altro!
Ma il sollievo fu di breve durata. Il giorno dopo infatti Klaus,
senza neppure uscire di casa, inviò a tutti i giornali la
seguente lettera:
“Cari
elettori del Partito della Concordia,
vi ringrazio della stima
che mi avete manifestato, stima che probabilmente va
fin troppo al di là dei miei meriti reali, ma non posso
accettare il grande onore propostomi. Se accettassi lo
farei solo per spirito di servizio ma per lo stesso spirito di
servizio non posso farlo: perché vi farei fare un pessimo
affare. Non sono un politico professionista. Non so nulla della
vita dei partiti. Inoltre, l’ipotesi del potere non mi alletta.
Non sono adatto alla carica propostami, ecco tutto. E cerco di
spiegare perché.
Un capo ha come principale
dovere quello di far vincere il proprio partito. Per
fare questo, in democrazia, deve piacere a moltissimi: ma
chi vuole piacere a moltissimi non deve avere idee personali.
Deve rispecchiare, con le sue parole, ciò che gli elettori
già pensano. Deve promettere ciò che gli elettori
desiderano sentirsi promettere. Deve placcarsi sui loro giudizi
e pregiudizi. Per poi ovviamente tradire la fiducia ricevuta.
Vi fornisco degli esempi.
Se l’intero popolo è
furente per l’aumento del costo della vita, il bravo
capo promette il controllo dei prezzi; sanzioni per chi
cambia i cartellini; magari l’apertura di negozi di Stato
dove la merce è offerta a prezzo di costo. E questo
è un motivo di successo. Colui che dicesse invece:
‘Dai tempi di Diocleziano il controllo dei prezzi è
stato sempre impossibile. Se si stabilisce un calmiere o la merce
sparisce o la si trova solo al mercato nero”, come sarebbe considerato?
Ad andargli bene, si direbbe che è amico dei profittatori.
Se la gente si lamenta dell’alto
costo delle pigioni, il bravo capo promette una legge
per l’equo canone, col risultato che si falsa completamente
il mercato. Alcuni inquilini, forse ricchi, pagherebbero
pigioni risibili a proprietari forse poveri, altri non troverebbero
una casa e soprattutto sarebbe eliminata l’edilizia per creare
alloggi da locare. Le case per conseguenza sarebbero ancora più
rare, i prezzi ancora più alti e i contratti si farebbero
in nero. Tutto questo è chiaro? Ebbene, come reagirebbe
la gente al politico che dicesse questa verità? Lo odierebbe.
Non basterebbe dire: Lo so, le pigioni sono alte, e mi dispiace.
Ma se ci mettiamo le mani, o saranno ancora più alte o
non troverete una casa. E rimarrete con i vostri genitori fino a trent’anni”.
La gente si lamenta della
disoccupazione ma considererebbe un reprobo il politico
che dicesse: Renderò i lavoratori licenziabili per capriccio
e sui due piedi. Sarà orribile a dirsi ma dopo, sapendo
di potersi liberare senza difficoltà della persona sgradita
o inutile, chiunque assumerebbe senza esitare. Invece
con la sicurezza del posto per alcuni si ha la sicurezza della
disoccupazione per molti”. Pensate che il vostro partito avrebbe
molti voti se io dicessi cose di questo genere?
Facciamo invece l’ipotesi
che, dicendo le solite baggianate e facendo le solite
promesse, io guidassi il vostro partito alla vittoria. Poi,
da Presidente del Consiglio, che farei? Quello che ho promesso,
e non posso mantenere, o quello che è necessario e che
tuttavia non vi piace?
Il politico è costretto
a mentire. Se non mente, non lo eleggono; se mente,
poi gli rimproverano d’essere un bugiardo. Se fa buone leggi,
gli rimproverano gli effetti collaterali; se fa cattive leggi
gli rimproverano d’avere fatto cattive leggi. Solo l’ambizione,
una totale mancanza di scrupoli e un amore sfrenato per
il potere possono spingere un uomo ad intraprendere questa
carriera. Io, come sapete, non sono ambizioso. Ho stupidamente
degli scrupoli e del potere non m’importa affatto. Comandare
è troppo spesso un’occasione di contatto con persone che
si disistimano. Dunque non faccio al caso vostro.
Klaus Cavemann”.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 7 gennaio 2008
COLPIRE GLI EVASORI
Un titolo dal “Giornale”
(19 dicembre 2007): “La pressione tributaria a fine
2007 sarà superiore al 43% del pil. E la lotta all’evasione
porta altri 1700 milioni”.
La maggior parte dei lettori, dinanzi
a questo titolo, avrà avuto un moto di contentezza.
Sia per la lotta all’evasione ma anche perché l’aumento
del gettito suona come “denaro in più”: e chi è
mai scontento del “denaro in più”? Purtroppo, quando
il “denaro in più” deriva da una maggiore produzione di ricchezza,
c’è indubbiamente da brindare, ma se si tratta di una
più pesante imposizione fiscale, c’è da preoccuparsi.
L’imposizione fiscale è bifronte.
Per lo Stato, è il mezzo con cui può finanziare
la propria azione: pagare gli stipendi, costruire le strade,
edificare caserme ed ospedali. Per questo si pensa giustamente
che più denaro ha lo Stato, più cose farà per
la collettività. Ma c’è chi quel denaro lo versa.
E mentre lo Stato spende denaro non suo, prelevato con la forza,
il contribuente rinuncia a una parte del suo guadagno.
Ha diritto di rimpiangere questo denaro? In linea di principio no:
il denaro che si dà allo Stato è come se lo si desse
a sé stessi. Ma ci sono delle obiezioni.
Se un signore vuole un gelato, può
andare al bar più vicino e pagherà x. Se invece
telefona al bar per farsi mandare il gelato a casa, pagherà
anche il prezzo del trasporto. Un intermediario comporta sempre
un aumento del costo. Se dunque lo Stato fornisce al cittadino
un bene o un servizio che si sarebbe potuto procurare da sé,
glielo farà inevitabilmente pagare più caro. Per questo
dovrebbe limitarsi all’indispensabile.
Ma
c’è di peggio. Se il bar non ha concorrenti nell’ambito di chilometri,
agirà in regime di monopolio e potrà imporre qualunque prezzo.
Lo Stato spesso somiglia a un bar che vietasse l’apertura di altri bar.
Non solo fa pagare carissimi quei servizi che esso soltanto può offrire,
ma obbliga i cittadini ad accettare da lui quei servizi che essi potrebbero
procurarsi da soli. E qui è opportuno fornire un esempio.
Lo Stato obbliga tutti ad assicurarsi
con il SSN. Se questa assicurazione (costosissima) funziona
male, i cittadini sono spesso costretti a ricorrere a cliniche
e medici privati: ma in questo caso pagano due volte lo stesso
servizio. Lo Stato poteva fare come ha fatto per la responsabilità
civile automobilistica, poteva obbligare tutti ad assicurarsi.
E basta. Se gli ospedali fossero imprese che devono contendersi
la clientela, se le loro convenzioni con le società assicuratrici
avessero luogo in regime di concorrenza, si avrebbe un migliore
servizio a costi inferiori. Ma lo Stato, con la scusa di proteggere
meglio i cittadini, non vuole perdere il potere di sottogoverno,
le leve elettorali e tutto ciò che di pessimo ruota intorno
alla sanità pubblica.
Ecco una delle ragioni per cui
molta gente paga malvolentieri tasse ed imposte: lo Stato,
volendo fare molte cose, le fa male e a costi altissimi.
Chi amministra denaro altrui non
lo fa mai con la stessa cura con cui amministrerebbe il proprio.
In casa propria ognuno spegne la luce passando da una stanza
all’altra; qualcuno addirittura chiude la manetta del termosifone
nelle stanze in cui non conta di andare. Le stesse persone
in ufficio tengono tutte le luci accese e il riscaldamento al
massimo: a costo di aprire la finestra (“l’aria pura fa bene”).
E questi sono gli sprechi minimi! Ci sono infatti quelli giganteschi:
costruire una strada dove non serve (e sono miliardi); assumere
costantemente tre impiegati dove uno dovrebbe bastare o migliaia
di forestali inutili, come in Calabria. I guasti maggiori non
li fanno i lussi della “casta”: gli stipendi da favola, le pensioni
da nababbi dei privilegiati di Stato, la pensione di senatore
per chi ha esercitato quel mandato per due anni, sei mesi e un giorno.
I guasti maggiori li fanno gli sprechi e la corruzione clientelare.
Lo Stato va avanti a caso, senza preoccupazioni di economicità.
Tanto paga il contribuente. E da questo nasce la tentazione dell’evasione.
La lotta a questo malcostume rimane
sacrosanta. Non è giusto che alcuni paghino i servizi
ed altri no, mentre tutti ne beneficiano. Ma questa lotta sarebbe
molto più facile se l’imposizione non fosse di rapina.
Per una tassa del dieci per cento nessuno si darebbe la pena
di evadere, mentre se la tassa è del cinquanta per cento,
anche un onest’uomo si chiede come non pagarla.
C’è un ultimo, paradossale
motivo per non essere troppo contenti dell’aumento del gettito
fiscale. Gli evasori non sono soltanto grandi imprenditori
o avidi commercianti: sono anche milioni di cittadini -
idraulici, falegnami, muratori, insegnanti privati, venditori
senza licenza - che lavorano in nero. Costoro evadono le tasse,
certamente. Sono colpevoli, certamente. Vanno scovati e puniti,
certamente. Ma finché ciò non avviene, quei lavoratori
producono ricchezza. Alcuni si accontentato di guadagnare poco
e se dovessero mettersi in regola probabilmente smetterebbero di
produrre quella ricchezza. Non si sta facendo l’apologia del lavoro
in nero, rimane un’attività illecita, a volte addirittura
pericolosa per chi l’esercita, ma contribuisce notevolmente al
pil nazionale. Se la si sopprimesse, il paese migliorerebbe certamente
dal punto di vista giuridico e morale, ma sarebbe più povero.
Diversamente dal ladro che non produce ricchezza, e la sottrae soltanto
a chi l’ha prodotta, il lavoratore in nero contribuisce all’economia
del paese. Bisognerebbe, con una tassazione mite, indurlo ad
entrare nella legalità.
L’aumento del gettito dello Stato
è da applausi se consegue ad un aumento del pil, mentre
può causare un impoverimento generale se è solo
il risultato dell’aumento della pressione fiscale. Un’efficiente
lotta all’evasione va accoppiata ad una diminuzione della tassazione.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.
NO ALLA SPAZZATURA
È possibile che
qualcuno abbia seguito accuratamente le vicende della
spazzatura in Campania, ma i non direttamente interessati
sanno solo questo: che ogni volta che si individua un sito
per depositarvi l'immondizia, gli abitanti del luogo protestano,
creano blocchi stradali, minacciano la rivoluzione. Col
risultato paradossale che si è arrivati a spedire la spazzatura
in treno, da una regione povera come la Campania, addirittura
in Germania.
La gente sa benissimo
che quel materiale da qualche parte deve andare. Insiste
soltanto su un punto: "non qui". E poiché tutti dicono
"non qui", la somma dei "non qui" diviene "in nessun luogo".
Poiché però in natura nulla si crea e nulla si distrugge,
la spazzatura è ancora lì. Nelle strade di Napoli.
Lo Stato è gravemente colpevole di non avere imposto la
sua volontà a queste folle scervellate, ma queste folle
scervellate forse meritano la loro spazzatura.
La realtà contemporanea,
nei paesi sviluppati, è filtrata e depurata.
Si mangia carne, ma non si è mai visitato un macello.
Si mangia verdura, ma non ci si sporcano le scarpe nei campi.
Si aziona lo sciacquone del bagno ed è come se ciò
che c'era nella tazza sia andato a finire in un'altra galassia.
Per non parlare del contatto con la natura: molti non hanno mai
visto un toro o un asino da vicino, considerano un topo una sorta
di drago medievale e una blatta li fa andare in escandescenze: bisogna
cambiare casa? Una bella barzelletta tedesca riassume bene questo
fenomeno. Un cittadino ben vestito chiede ad un contadino: "Perché
mai allevate queste mucche, quando il latte potete trovarlo pulito
e ben confezionato sugli scaffali dei supermercati?"
L'uomo moderno ama chiudere
gli occhi su tutto ciò che potrebbe turbarlo.
Non vuole che gli si ricordi che tutti abbiamo bisogni fisiologici,
che le malattie più crudeli colpiscono a caso, che
un giorno moriremo. Il rifiuto della spazzatura risponde
a questa logica di rimozione, sostenuta dall'igienismo: a un
chilometro la spazzatura è ancora letale. Meglio averla
sul marcipiede di fronte alla porta di casa, forse.
Infine c'è la mania
di dire no. Non vogliamo il Ponte sullo Stretto, non
vogliamo l'alta velocità Lione-Torino, non vogliamo
i degassificatori, non vogliamo neppure che proviate a guarire
le malattie con nuove ricerche. L'Eden non aveva bisogno
nessuna di queste cose. E noi lì vogliamo tornare. Portandoci
dietro tutto, però, l'automobile, il telefonino, il
riscaldamento, la televisione. Cose che - attenzione! - non
dovrebbero funzionare col petrolio o col carbone, che schifo!,
ma con l'energia del pensiero di Pecoraro Scanio.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 gennaio 2008
LE DINASTIE
Un lettore chiede preoccupato
a Sergio Romano se quelle dei Bhutto o dei Kennedy
non siano “dinastie” e se a questo punto non sarebbe meglio
“tornare a re e regine”. L’ex-ambasciatore si limita ad
osservare il fatto: la situazione, dice, è di tipo
tribale; “non è molto diversa da quella dell'India,
dove il partito del Congresso appartiene alla famiglia Gandhi,
o da quella della Siria dove la leadership del partito Baath (e
quindi dello Stato) è un appannaggio della famiglia Assad”.
Tuttavia si potrebbe andare oltre la semplice constatazione.
Nella famosa “querelle
des anciens et des modernes”, i letterati francesi
comparavano gli artisti contemporanei e quelli antichi e i
sostenitori dei primi facevano notare che, nascendo dopo, è
come se, per arrivare più in alto, ci si potesse issare
sulle spalle di coloro che ci hanno preceduti. Questo forse
non vale per la letteratura, ma vale certo per le famiglie.
Ci sono uomini straordinari che, partendo praticamente da zero
(Napoleone), sono arrivati ai più alti trionfi, ma nella
maggior parte dei casi un certo livello di partenza è pressoché
indispensabile. Cesare è stato un genio politico e militare:
ma apparteneva alla gens iulia; e se così non fosse stato,
non avrebbe potuto intraprendere la carriera che l’ha condotto
ad essere il grande Cesare. Quella senatoriale era una casta
pressoché chiusa.
Il fenomeno non è
del resto riservato ai più alti strati sociali.
Non è raro che i figli degli attori divengano attori,
c’è addirittura una designazione linguistica, per loro:
“figli d’arte”; mentre questa carriera è assolutamente
impervia per i terzi. Analogamente, spesso si nota come i cognomi
più strani dei giornalisti, come Augias, dànno poi
altri giornalisti con lo stesso nome. Diventare giornalista è
difficile e la via più semplice è avere un famoso giornalista
come padre. Un medico diceva ironicamente che “il genio dei chirurghi
è ereditario”. Infatti il primario chirurgo spiana la strada
al figlio chirurgo a preferenza di un terzo, chirurgo pure lui, ma
figlio di un maestro elementare o di un orchestrale.
La raccomandazione è
un male. Un male particolarmente grande in Italia,
paese familista se mai ve ne fu uno: ma nel caso dei figli
la raccomandazione non è neppure necessaria. Gli esseri
umani si riproducono per perpetuare i propri geni: perché
non dovrebbero cercare di perpetuare anche il proprio successo
professionale?
Fra l’altro, nel far
questo sono aiutati dalla mentalità primitiva dell’umanità.
Tutti si lamentano dei favoritismi e nel contempo tendono
a credere che il figlio erediti una buona parte delle qualità
del padre. Se il genitore si chiamava Filippo II, è tanto
stupefacente che Alessandro, suo figlio, voglia essere Magno?
Adriano Sofri è un buon giornalista, suo figlio porta
lo stesso cognome, forse è come lui. Insomma, Benazir Bhutto
non sarebbe mai stata la prima donna a capo di un paese islamico
se suo padre non fosse stato Alì Bhutto. E addirittura
oggi è stato nominato a succederle, come capo del partito,
uno studente inglese di 19 anni, che non parla nemmeno urdu. Ma
ha il merito di essere figlio di Benazir. Ha metà dei suoi
geni nel sangue.
Al lettore bisognava
rispondere che il mondo ha, ancora oggi, una mentalità
da selvaggi. Il chirurgo che stigmatizza la carriera del
giovane collega solo perché figlio del primario, magari va
da un famoso avvocato che è tale solo perché ha ereditato
lo studio del padre.
La monarchia – rispetto
alla democrazia – è assurda. Ma proprio per questo
è più in linea con la natura umana.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 3 gennaio 2008
I francesi,
dopo avere decapitato il loro re, passano il tempo
a leggere pettegolezzi sulla famiglia reale inglese. Avrebbero
potuto tenersi i loro Luigi, magari arrivando a Luigi XX.
BUONISTI E CATTIVISTI
“Papà, che
vuol dire essere di destra o essere di sinistra?” Se
chi pone la domanda è almeno un liceale, si può
cominciare a parlare di economia classica, di economia
marxista, di dittatura del proletariato, di liberalismo. Ma
c’è una distinzione che sta ancora più a monte.
Sin dalla più tenera infanzia
l’uomo è sottoposto a due ordini di messaggi,
uno “buonista” e uno “cattivista”. Da un lato c’è
il Bambino Gesù, Cappuccetto Rosso, Babbo Natale,
la felicità dei buoni e il castigo dei cattivi. Dall’altro
c’è una realtà che parla un altro linguaggio. Se
non si sta attenti, si sbatte. E allo spigolo non importa se
siamo stati buoni o cattivi, se correvamo per tirare la coda
al gatto o per obbedire alla mamma. Si sbatte indipendentemente
dalla morale. Analogamente, non è vero che il delitto
non paga, a volte paga eccome: il piccolo bugiardo si mette nei
guai, il grande ne trae a volte immensi profitti.
L’ottimismo si sconta con amare
lezioni di pessimismo. Qualcuno è arrivato a dire
che “nessuna buona azione rimane mai impunita”. C’è
un abisso, tra la retorica buonista e l’insegnamento della
realtà. L’ingenuo si meraviglia di chi non mantiene la
parola data, il saggio stima e ringrazia chi la mantiene. Il buonista
pensa che i deputati e i senatori debbano agire disinteressatamente
per il bene del popolo che li ha eletti e quando sbatte il muso
contro una classe politica che è l’opposto, invece di
convincersi che chiedeva qualcosa di poco realistico, pensa
che i colpevoli siano quegli uomini in particolare, non “i politici”
in generale, e parla subito di mandarli via, di buttarli in galera,
di punirli per la loro immoralità. Sogna di sostituirli con
galantuomini devoti al bene comune e ovviamente non ci riesce. Tuttavia,
invece d’imparare che chiedeva l’impossibile, continua a lamentarsi
e a invocare una palingenesi. Cioè a sognare.
Il buonista è naturalmente
di sinistra, quando non è di destra. Chiede ai cittadini
e ai governanti un comportamento lodevole, non l’ottiene
mal ma non smette per questo di chiederlo e di porsi a giudice
di tutto e di tutti. Il “cattivista” è invece un cinico.
Avendo constatato che la politica è una faccenda sporca,
non chiede la perfetta onestà: chiede che non si esageri.
Preferisce un politico che reputa intelligente a uno che viene
detto onesto. Si accontenterebbe di poco perché per lui l’alternativa
non è il molto, è il niente.
Il “cattivista” dunque non
è di destra, perché il vero uomo di destra è
buonista. Anche costui sogna che col rigore della legge, col
pugno di ferro dell’uomo del destino, con l’applicazione ferrea
della morale dei padri, tutto rientrerà nell’ordine e si tornerà
al paradiso in terra.
Il vero cattivista è liberale.
È troppo disincantato per aderire ad una dottrina
salvifica. A questo mondo c’è solo un male minore
rispetto ad un male maggiore. E il male minore è spesso
rappresentato da chi ci lascia vivere a modo nostro, senza
chiederci troppo denaro e senza l’obbligo di conformarci ad un
(suo) ideale.
Il vero liberale è anche
immorale. Ad ogni piè sospinto chiede: “Ma a voi che cosa
importa, se faccio questo o quello? Che danno vi provoco?”
Invece i buonisti, per il suo bene, sarebbero felici di
imporgli le loro idee. E magari di metterlo in galera.
Al ragazzo che chiede che
differenza c’è tra destra e sinistra, basterebbe rispondere:
di destra o di sinistra è il professore che ti mette
un brutto voto, ti fa un predicozzo e cerca di farti sentire
un verme; liberale è invece il professore che ti
mette lo stesso brutto voto e ti sorride.
I buonisti e i liberali sono nemici
naturali, come le formiche e le termiti. Non si capiranno
mai.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 1 gennaio 2008