archivio gennaio 2008
Due o tre cose sui PM milanesi, i media,  Berlusconi e il falso in bilancio.
Il falso in bilancio non è stato depenalizzato, è stato reholato in modo diverso.
Questo è l'art. 262
1 c.c. che prevede attualmente il reato:

[I]. Salvo quanto previsto dall'articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l'intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorchè oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l'arresto fino a due anni.
[II]. La punibilità è estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.
[III]. La punibilità è esclusa se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all'1 per cento.
[IV]. In ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.
[V]. Nei casi previsti dai commi terzo e quarto, ai soggetti di cui al primo comma sono irrogate la sanzione amministrativa da dieci a cento quote e l'interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese da sei mesi a tre anni, dall'esercizio dell'ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, nonchè da ogni altro ufficio con potere di rappresentanza della persona giuridica o dell'impresa.
 
Il Tribunale di Milano ha ritenuto che Berlusconi non abbia commesso nesuno di questi fatti.
(anto.guarnieri - forum radicale)

Non spiegarlo agli Italiani e fare confusioni è facile, basterebbe far sapere che  anche per  Francesi, Inglesi, Tedeschi, Spagnoli, Americani, Olandesi.....  il falso in bilancio, " di per se ", non costituisce, giustamente, reato.
Falso in bilancio è qualsiasi cosa iscritta nel bilancio aziendale che non rappresenti correttamente una parte della situazione patrimoniale dell'Azienda e che modifichi, conseguentemente, il saldo finale: stop.
In questo senso sono falsi in bilancio un mucchio di cose presenti nella contabilità di tutte le aziende, pensa alla valutazione di un credito che poi non potrà essere incassato per fuga o fallimento del debitore e mille altre cose. La legge punisce, in maniera esauriente, tutti gli eventuali reati che da questo falso in bilancio siano derivati: se il bilancio è stato falsato a scopo di evasione, a scopo di ottenere maggiori crediti, di alterare in più o in meno la situazione patrimoniale...ecc. Per ognuno di questi fatti concreti sono previste pene, quindi il reato di falso in bilancio a cosa serve? a nulla, solo come strumento di supposizione da parte di Pm che non hanno alcuna prova riguardo ad un reato effettivo. Mantenere il falso in bilancio è come accusare una persona perchè possiede un coltello da cucina senza averlo denunciato: il coltello da cucina non necessita di denuncia ma se lo uso per assassinare mia moglie sono accusato ugualmente di omicidio anche se evito l'accuso di possesso abusivo di arma. Molte persone sono colpite dal fascino ridondante del nome : " falso in bilancio " ma è esattamente come un coltello da cucina, se commetto reati sono ugualmente ed ampiamente punito, se non ne commetto no.
Nel caso in specie, vista la motivazione, evidentemente i giudici hanno verificato che non è stato commesso alcun reato punibile o connesso al falso in bilancio il quale, se c'è stato, non è servito ad ottenere alcun vantaggio, altrimenti ne sarebbero derivate accuse specifiche che nel caso SME non ci sono.... o no?
(m.bacci - forum radicale)

TABACCI E BACCINI
Stan Laurel e Olvier Hardy, Caino e Abele, Oreste e Pilade, Bruto e Cassio, le coppie maschili della storia sono innumerevoli. Alcune fantastiche, come Tom & Jerry, altre tragiche come Eteocle e Polinice, ma tutte accomunate da un destino comune, nel far ridere o piangere. L’ultima coppia della serie potrebbe essere quella di Bruno Tabacci e Mario Baccini, che annunciano la loro intenzione di lasciare l’Udc. Ne hanno facoltà, come si usa dire in Parlamento: ma l’iniziativa ha senso?
La loro ragione fondamentale è questa: “nelle settimane scorse il partito aveva più volte fatto capire di essere pronto ad una apertura ad un governo di scopo che avesse posto la legge elettorale al centro della propria iniziativa”, e “Il cambiamento di linea, adottato da Casini in modo assolutamente strumentale da novembre ad oggi, in completo dissenso dal mandato congressuale, da lui e dal segretario Cesa votato, ci impone di trarne le conseguenze”. Nobili e coerenti parole, che hanno il solo difetto di essere in contrasto con la realtà. La prospettiva delle elezioni è divenuta concreta e se l’Udc sostenesse Marini, e la Cdl la scaricasse, dove andrebbe Casini? Perché perdere l’autobus della vittoria?
Tecnicamente bisognerebbe sempre applaudire una mossa politica conveniente per chi la compie: ma non è detto che i Tabaccini ne ricaveranno chissà che utilità. È molto difficile che possano spostare l’ago della bilancia. Per giunta, Marini ha detto che non si accontenterà di un governo rabberciato. Un governicchio che sta in piedi con le stampelle e un paio di senatori di maggioranza. Dunque essi escono dall’Udc per ritrovarsi fuori, ma non “liberi”: piuttosto “all’addiaccio”.
È vero, essi parlano – ancora una volta virtuosamente – di “costruire una alternativa di Centro a questo bipolarismo muscolare, per rispondere alle esigenze e alle aspettative di tanti cittadini”: ma la loro poetica Rosa Bianca (“un fiore offerto alla speranza degli italiani”) di quante divisioni dispone? Come si può non capire che l’Italia si è avviata ormai da molti anni ad un bipolarismo risoluto, in cui non c’è spazio né per una terza forza né per i partitini di testimonianza? La Democrazia Cristiana era disprezzata da molti ma al di fuori di essa, al centro, non c’era né vita né speranza. Tutte le “alternative” sono finite nella pattumiera della storia. Lo stesso è oggi per il bipolarismo. Lo stesso aggettivo da loro usato, “muscolare”, dimostra che il bipolarismo è in piena vita, mentre la Rosa Bianca è bianca forse perché esangue.
Baccini sosterrà Marini “se la proposta è quella di fare una legge elettorale di ispirazione proporzionale con preferenza”. Dimentica che questa legge non sarebbe gradita né a Fi né al Pd, perché perderebbero il prezioso premio di maggioranza. Quel premio senza il quale oggi il centro-sinistra di Prodi alla camera avrebbe lo stesso numero di deputati del centro-destra (e senza i senatori a vita). Dunque Baccini farà vincere Marini se Marini farà una legge sgradita ai due massimi partiti? Atlante ed Ercole potrebbero essere gelosi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 31 gennaio 2008

ANALISI DELLE PAROLE DI NAPOLITANO
Napolitano  ha conferito l’incarico a Franco Marini, pure se, come noto, la Cdl è rimasta ferma sulle proprie posizioni. Il Presidente riconosce che la soluzione del governo dell’esploratore “è stata considerata impraticabile da quelle forze politiche che hanno indicato nello scioglimento delle Camere e nella convocazione delle elezioni sulla base della legge vigente il solo sbocco dell'attuale crisi politica” ma – sostiene - sciogliere le Camere a meno di due anni dalla loro costituzione è decisione tanto impegnativa che egli preferisce tentare di evitarla. Dunque, dice, “ho chiesto al presidente del Senato, facendo appello al suo senso di responsabilità istituzionale, di verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno ad un governo funzionale all'approvazione di quel progetto e all'assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi”. E qui sta il veleno: se avesse parlato solo della legge elettorale, qualcuno avrebbe potuto sostenerlo, quel governo, ma si accenna “all'assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi”. L’incarico include dunque qualunque legge Marini e la sua eventuale maggioranza reputino urgente: e non sono urgenti la riforma della Giustizia, della fiscalità, del precariato e via enumerando? E quanti anni ci vorrebbero, per condurle in porto? Marini in sostanza non è stato incaricato di costituire un governo esclusivamente per la riforma elettorale, è stato incaricato di costituire un governo normale, nel pieno delle sue funzioni.
Una noticina può farsi a proposito del fatto che il Presidente abbia parlato di “credibili impegni di più costruttivo e fruttuoso dialogo tra gli opposti schieramenti, dialogo da me costantemente auspicato e obbiettivamente necessario qualunque sia il risultato di nuove elezioni”. Obiettivamente? Dimentica, il Presidente, che dialoga chi ha bisogno dell’altro, non chi è fortissimo e può fare da solo. Prodi ha rifiutato il dialogo quando era debolissimo, perché mai, se vincesse le elezioni con largo margine, dovrebbe dialogare il centro-destra? E non lo sa, il Presidente, che chi dialoga con Berlusconi è scomunicato? Ammettiamo che si sia trattato di un po’ di retorica buonista: ma la retorica buonista è capace di sostenere un governo?
La nuda sostanza è che Napolitano ha conferito a Marini l’incarico di formare il nuovo governo. Se il Presidente del Senato troverà una maggioranza, avremo un governo. Se non la troverà, avremo perso qualche giorno.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 2008

Lettera a Valentino PARLATO.
Valentino Parlato,
Devo darle atto di essersi civilmente schierato contro il boicottaggio di Israele alla Fiera del libro di Torino, boicottaggio proposto da elementi di sinistra duri  e puri nel loro odio antisionista,  antiisraeliano, antisemita.
Non sono rimasta sconvolta dalle lettere di protesta di suoi lettori pubblicate sul Manifesto perche' sono la dimostrazione di quello che io vado scrivendo da molti anni: comunisti e fascisti sono uniti nell'odio contro il Popolo Ebraico e contro Israele.
Sono una cosa sola, due pezzi di una mela avvelenata che si uniscono all'occasione.
Non sono rimasta sconvolta nemmeno dall'espressione "razza ebraica" tornato tristemente in auge tra il popolo della sinistra italiana.
Non mi stupisce neppure la rozza  scelta del boicottaggio culturale che non dovrebbe mai esistere ma  ormai la barbarie impera nella nostra povera Europa.
Quello che mi ha lasciata letteralmente senza fiato, signor Parlato, sono state le sue argomentazioni, le sue spiegazioni, la sua, mi perdoni, ignoranza sull'argomento Israele-palestinesi.
I suoi paragoni!!! Valentino Parlato, i suoi paragoni!
Lei paragona i palestinesi agli ebrei, intelligenti e perseguitati allo stesso modo.
Ma si rende conto del razzismo che contengono queste sue parole? Innanzitutto non si puo' affermare che un popolo sia intelligente e un altro cretino, vi sono popoli piu' o meno colti, piu' o meno attivi, piu' o meno progrediti  ma non intelligenti o cretini.
Pero' mi metto al suo livello e vorrei ricordarle che gli ebrei, perseguitati da 2000 anni, uccisi, decimati, privi di diritti civili, hanno regalato  all'Europa  scienza, musica, medicina.
Cultura, Parlato, Cultura!
Gli ebrei, questo  popolo che ha subito l'Inquisizione, i pogrom, la shoa', ha letteralmente nutrito l'Europa con  il suo sapere.
Gli ebrei perseguitati non hanno mai avuto un'arma e non hanno mai alzato un dito contro i loro persecutori.
E allora come fa a paragonare i palestinesi  a gli ebrei Signor Parlato?
I palestinesi, e diciamocelo, Parlato, in quarant'anni di esistenza hanno prodotto solo terrorismo e miseria nonostante i miliardi loro elargiti.   
Israele gli ha dato scuole e universita' che  loro hanno usato come covi per il terrorismo.
Israele gli ha dato la tecnologia e loro l'hanno bruciata.
Intelligenti, Parlato? Strana forma di intelligenza davvero, ogni popolo cerca di progredire non di imbarbarirsi, ogni popolo cerca di educare i propri figli non di farne dei terroristi martiri assassini .
 
Si, sono stati rinchiusi in campi dai loro fratelli arabi e si sono lasciati usare per odio, felici di essere considerati il simbolo dell'oppressione israeliana. Si sono fatti sfruttare per inettitudine  e per ottenere in cambio la distruzione di Israele.
Hanno usato tutta la violenza di cui sono capaci, hanno ammazzato, sgozzato, linciato e lei  li definisce perseguitati? Ma lo sa cosa significa persecuzione? Forse dovrebbe informarsi e magari andare a vedere quello che succede in Africa ai popoli che voi avete rimosso dalle vostre menti  perche' l'unico chiodo fisso  sono  loro, i palestinesi, attraverso i quali odiare gli ebrei, i sionisti, sti capitalisti del cavolo, vero Parlato, che lavorano come matti per il Paese che hanno e per renderlo sempre migliore.
Che i popoli dell'Africa si fottano, la' non ci sono ebrei da demonizzare.
Ma lasciamo perdere i palestinesi e la loro fede nazista ereditata da Haj Amin Al Husseini, il mufti zio di Arafat, amico e collaboratore di Hitler  e  veniamo alle sue perle signor Parlato.  
Nell'intervista all'Unita' lei afferma " Un vero Stato degli ebrei non è mai esistito. Gli ebrei sono per definizione la diaspora, che è stata una grande risorsa intellettuale».
Roba che vado in svenimento, Parlato!
Si rende conto ? Ma lei a scuola c'e' stato? Non ha imparato che gli ebrei hanno avuto uno stato per 1000 anni con capitale  Hebron prima e poi  Gerusalemme? 
Come si permette di delegittimare gli ebrei e di negarne la storia? come si permette di dire che  sono  la diaspora per definizione  e che questo vi ha fatto tanto  comodo per la risorsa intellettuale che sono stati.
Ormai non dovrei meravigliarmi piu' di niente , dopo 40 anni di antisemitismo comunista intrecciato con l'antisionismo. Ne avete dette di tutti i colori, avete falsato la storia, avete mitizzato e giustificato i terroristi  ma che il fondatore di un giornale faccia affermazioni simili e' scioccante mi creda.
E ci dica Parlato, quando mai i palestinesi hanno avuto uno stato?
Mai, pensi, MAI e lei per compensarli di questo e per premiarli della loro barbarie vorrebbe uno stato per due popoli. Ma bravo, ma bene, bis, e perche'?
Gli ebrei non possono, secondo lei, avere il loro paese come tutti i popoli di questo mondo dove vivere tranquilli dopo tanto patire?
I palestinesi hanno la Giordania perche' e' quella la Palestina storica , tutto il resto lo hanno rifiutato perche' le loro carte geogerafiche, probabilmente anche le vostre, danno a Israele il nome di Palestina e non si fermeranno fino a quando , come diceva il vostro guru  Arafat, non ci avranno gettati in mare.
No no no,  Parlato,  Israele e'  degli israeliani non degli arabi ed e' uno stato ebraico, non islamico ed e' una democrazia, non una dittatura.
Si metta l'animo in pace e studi la Storia, quella vera, non quella  taroccata,  e glielo dica ai vostri amici palestinesi, Israele e' degli ebrei e non si torna indietro nelle Storia, non possono pretendere oggi quello che hanno ripetutamente rifiutato  per 60 anni sperando in un altro genocidio di ebrei come promesso dai loro fratelli arabi.
Glielo aveva promesso anche Nasser , che lei definisce , spero scherzando, "un egiziano democratico".
Mannaggia , signor Parlato, se lei che e' un direttore di giornale ha simili lacune, convinzioni  e disinformazioni storiche  cosa si puo' sperare dai suoi giornalisti !
E cosa  possiamo  aspettarci dalla base che vi legge: boicottaggio di Israele, bandiere di Israele bruciate, negazionismo,  isteria razzista  che va a braccetto con quella araba.
l'intelligentia araba e' antiisraeliana, antisionista e antisemita.
L'Intelligentia ebraica e israeliana di sinistra, e' antiisraeliana, antisionista e, in alcuni casi purtroppo e' anche antisemita.
Siamo rimasti solo noi ebrei cattivi a difendere Israele ma lo faremo fino all'ultima goccia di sangue alla faccia dei boccottaggi,  dell'odio, della disinformazione.
In questo quadro desolante  di odi, delegittimazioni, demonizzazioni, boicottagi, finalmente una buona notizia,  il Rabbino di Napoli Pierpaolo Pinhas Punturello  ha rifiutato l'invito della Jervolino in occasione delle cerimonie per la Giornata della Memoria perche' la Sindaca durante un incontro con una delegazione di palestinesi aveva paragonato  la situazione mediorientale all'occupazione nazista.
Ehhh si, e' un viziaccio dei piu' sporchi,  per fortuna la Jervolino ha trovato un rabbino con  una buona dose di orgoglio cui esprimo tutta la mia ammirazione e solidarieta'.
Se facessero tutti cosi' forse incomicereste a pensare che qualcosa in voi, popolo della sinistra, non funziona.
Viva gli ebrei cattivi, Valentino Parlato, perche' sono quelli che amano Israele e la liberta'!
Quelli buoni, alla Moni Ovadia, li lasciamo a voi.
 
Deborah Fait   - www.informazionecorretta.com

“PERCHÉ?”
Una cosa è evidente finché nessuno chiede: “perché?” Se qualcuno lo chiede, infatti, bisognerà dimostrarla. E una cosa da dimostrare non è evidente.
Ciò che non è evidente è perché bisogna fare di tutto per salvare la legislatura. Qual è il danno, se si va a votare? Ovviamente, dovrebbero rispondere alla domanda quelli che sostengono questa tesi su tutti i giornali, ogni santo giorno. E anche la Cei e la Confindustria che gli danno una mano. In mancanza, si è costretti a giocare di fantasia.
1) Bisogna salvare la legislatura perché sarebbe bene che essa durasse cinque anni, come indica la Costituzione. Giusto. Ma a parte il fatto che è come se si dicesse “nessuno deve morire prima dei settant’anni”, la maggior parte dei governi precedenti non è arrivata ai cinque anni (Berlusconi è l’unico che sia rimasto al governo per cinque anni) e le elezioni anticipate sono state frequenti. Dunque, tutto questo, oltre ad essere normale, non è poi così nocivo alla salute.
2) Bisogna almeno cambiare la legge elettorale. E questo perché, a), non permette il voto dei singoli candidati, b) non assicura la stabilità, basta vedere la situazione che si è avuta al Senato. Però, i partiti hanno sempre avuto il potere di mettere o non mettere candidati nelle loro liste, e le loro macchine elettorali si sono sempre impegnate, con successo, a favore di quelli che esse volevano favorire. E comunque, non è un particolare di tale peso da farne dipendere la legislatura. Ma soprattutto il centro-sinistra, in termini numerici, le elezioni al Senato le ha perdute per oltre duecentomila voti, ed ha tuttavia avuto due senatori in più; alla Camera le ha vinte per sei decimillesimi di voto, ed ha avuto oltre sessanta deputati in più: di che si lamenta? E se al Senato non è scattato lo stesso premio di maggioranza della Camera è perché così hanno voluto Ciampi e i suoi amici di sinistra. Se la legge elettorale ha danneggiato qualcuno, è il centro-destra. Senza il premio di maggioranza alla Camera si sarebbe avuto un perfetto pareggio, senza il vantaggio dei Senatori a vita. Di che si lamentano?
3) È facile modificare la legge elettorale e andare subito al voto con una legge migliore. Già. Ma se fosse facile, come mai non è stato fatto, in diciotto mesi, mentre tutti coralmente dicevano male della legge elettorale in vigore? Non è che sia facile come realizzare il moto perpetuo? E se non si riesce ad arrivare ad un accordo, che si fa, si mantiene il governo transitorio fino alle calende greche?
4) Ma che calende greche, basta fissare un termine, per esempio entro il venti maggio. Una scadenza fissa come quella che Scalfaro dette a Berlusconi, quando lo indusse a consentire la nascita del governo Dini? Abbiamo già dato.
5) Si potrebbe comunque costituire un governo sostanzialmente di larghe intese per fare la legge elettorale e alcune grandi, facili riforme (tesi di Veltroni), entro un anno. Chi tocca i fili muore e chi si accorda con Berlusconi è scomunicato: in Italia attualmente non c’è spazio per le larghe intese e non si fanno prigionieri. Comunque, dal momento che non si arriverebbe a nulla, con qualunque governo di questo genere, questa soluzione sarebbe solo un modo per non andare alle urne in questo momento.  Essa è anzi talmente improbabile, da far sorgere il sospetto che Veltroni l’abbia avanzata per vedersela respingere ed andare subito ad elezioni, dissociandosi dall’esperienza Prodi.
6) Che male fa, comunque, un mandato esplorativo? E che male farebbe organizzare una spedizione per andare a chiedere il suo parere alla Sibilla Cumana, o per scoprire l’Atlantide, o per studiare i costumi sessuali dei celenterati? In Parlamento non si tratta di fare cose che “non fanno male”, come cantare in coro canzoni napoletane, ma di fare qualcosa di utile per la nazione. Specialmente in un momento che tutti (come sempre) definiscono critico, tanto che Cossiga afferma di avere votato per Prodi solo per questo. Se c’è lo spazio per un serio governo, di destra o di sinistra poco importa, che lo si costituisca. Se non c’è, che si vada alle elezioni. Le esplorazioni lasciamole ai fratelli Caboto e al comandante Cook.
Non riusciamo a trovare altre ragioni, al momento, per sostenere la tesi dell’inopportunità delle elezioni anticipate subito, ed è un peccato. Ma potrebbero suggerirle i lettori. Infatti sta a coloro che hanno quella opinione, sostenerne le ragioni, non a chi si limita a chiedere: “perché?”

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 2008

TRADURRE VELTRONI
Dicevamo: “I politici sono una manica di imbroglioni che parlano in modo che la gente capisca una cosa, i colleghi ne capiscano un’altra mentre loro ne pensano una terza”. Il comportamento di Veltroni, in questi giorni, ne sembra la riprova.
Sin da quando si è costituito il Partito Democratico, l’interesse di Veltroni è stato quello di veder cadere Prodi e andare presto alle urne. Quel governo si rendeva ogni giorno più impopolare e bisognava che non si perdesse il senso di novità rappresentato dal Partito Democratico: ma Walter non poteva certo andare contro i suoi. Soprattutto mentre era già chiaro che, votando, la coalizione avrebbe perso. Si è dunque vivacchiato per mesi. Veltroni ha vissuto con la crescente preoccupazione che, a poco a poco, l’elettorato lo identificasse con questo governo e con i suoi risultati e nel dubbio gli ha dato una bella botta quando ha dichiarato che alle prossime elezioni il Pd andrà senza gli alleati di estrema sinistra: critica implicita a Prodi e ai suoi cedimenti ai massimalisti.
Quando infine il Professore è stato mandato a casa, ha sicuramente tirato un enorme sospiro di sollievo: ma il momento è drammatico. L’enorme impopolarità accumulata fa sì che la situazione sia irrecuperabile: nessuna speranza di vittoria e non gli rimane che trarre vantaggio dalla sconfitta. Deve dissociarsi dall’esperienza appena conclusa per poter dire, alle successive elezioni: “Prodi ha governato male? Io governerò bene. La coalizione di centro-sinistra è stata inefficiente e rissosa? Il mio partito si presenta da solo, nuovo e coerente”. Se oggi si riesce a “perdere bene”, si pongono le basi per una rimonta futura. Il Pd sarà il deuteragonista, con Berlusconi, di un sistema di tipo inglese o tedesco, arrivando finalmente al bipartitismo ed esautorando i dinosauri della sinistra comunista.
Questa è la verità, ma Veltroni non può dirla. Deve sostenere il centro-sinistra,  in pubblico, mentre in privato prega che Berlusconi sia rigido nella richiesta di elezioni e lo aiuta come può. Per esempio dicendo che, trattandosi di regole che devono valere per tutti, il governo di transizione deve essere sostenuto anche da Berlusconi. Mentre sa benissimo che Berlusconi non lo sosterrà. In secondo luogo fa finta di non vedere che le forze che più sono terrorizzate dalle elezioni anticipate, pur di guadagnare qualche settimana, supplicano che non si voti prima di giugno. Sembrano implorare Berlusconi: “Che ti costa, concederci due mesi?” Ed ecco invece che Veltroni oggi, dopo avere parlato con Napolitano, ipotizza elezioni in primavera, sì, ma quella del 2009! Oppure – si rassegna - elezioni entro pochi mesi, ma non precisa neppure quanti: che altro poteva dire per terrorizzare Berlusconi e indurlo ad essere più rigido del ghiaccio? Nel ’94 il Cavaliere è stato imbrogliato da Scalfaro, con la storia dei pochi mesi del governo Dini, e ora Veltroni parla disinvoltamente di un anno e oltre? È come voler convincere il Papa a dichiararsi ateo.
Veltroni dice una cosa per il grande pubblico: “Oh, come sono preoccupato del bene dell’Italia!”; un’altra per i politici: “Io sono per le elezioni subito, e non me ne importa nulla del fatto che per voi saranno un disastro”, e forse ne pensa una terza. Che purtroppo non conosciamo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 gennaio 200
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DUGENTO CITRULLI A DIR DI NO
Le consultazioni del Presidente della Repubblica occupano tutte le pagine dei giornali e sono riferite da tutti i telegiornali. Non mancano inoltre – e anzi, sono una valanga – i commenti dei quotidiani: su ciò che avviene, su ciò che potrebbe avvenire, su ciò che Tizio sostiene risolutamente e Caio nega risolutamente. Con un risultato di indicibile noia. Si battaglia come se, dalla discussione, potesse derivare qualche conseguenza. I politici e i giornalisti sembrano un’assemblea di topi che discutono se è giusto e morale che il gatto li mangi, mentre in realtà l’unico interrogativo è se il gatto abbia fame o no. Attualmente, tutto dipende da Berlusconi. Se mantiene la sua richiesta di elezioni immediate, Napolitano non potrà che sciogliere le camere. E se non le scioglie, basterà che Berlusconi e i suoi neghino la fiducia all’eventuale governicchio proposto, perché si vada alle elezioni: ritorno alla casella di partenza. Tutto sta a vedere se il gatto insiste per mangiare.
Il commento si sposta allora al perché ci siano tutte queste discussioni. Per i giornalisti, si deve riconoscere che è il loro mestiere, ma per i politici c’è da rimanere perplessi. Si direbbe che essi credano, gridando tutti insieme, al potere magico della voce umana. Se tutti gridiamo un grande “NO!”, corale, alto e forte, possibile che non ci si dia retta? Possibile che il gatto non ne tenga conto? E qui torna in mente un gustoso sonetto di Giuseppe Giusti:
Che i più tirano i meno è verità//posto che sia nei più senno e virtù; //ma i meno, caro mio, tirano i più, //se i più trattiene inerzia o asinità. //Quando un intero popolo ti dà //sostegno di parole e nulla più, //non impedisce che ti butti giù //di pochi impronti la temerità. //Fingi che quattro mi bastonin qui, //e lì ci sien dugento a dire: ohibò! //senza scrollarsi o muoversi di lì; //e poi sappimi dir come starò //con quattro indiavolati a far di sì, //con dugento citrulli a dir di no.//
Se tutto il potere che si ha è quello di dire di no, che si sia duecento o duemila, non significa niente. Ecco perché le discussioni di questi giorni sono noiose. Non c’è che da vedere se domani Berlusconi manterrà la sua posizione. Amen.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -28 gennaio 2008


VULGUS VULT DECIPI
La politica è il regno dell’ambizione, della menzogna, dell’interesse. E per questo può appassionare moltissimo chi non ha interessi, non è ambizioso e soprattutto è innamorato della verità. Sembra un paradosso e non lo è.
Il giusto vive una vita di frustrazioni. Gli hanno raccontato tante belle cose, quand’era piccolo, ed ha commesso l’errore di crederci. Si è costantemente comportato da persona per bene e non è arrivato da nessuna parte. O solo a quei posti cui si giunge per concorso, nella Pubblica Amministrazione, o per sovrabbondante merito, nell’impresa privata. La vita gli impone di riconoscere che qualcuno, con qualche merito in meno e qualche spregiudicatezza in più, è andato parecchio più lontano.
Se però è saggio, e accetta il messaggio della realtà, può scoprire che la politica è il campo migliore per studiare l’umanità. È il mondo in cui tutti si comportano secondo natura. Non secondo la morale, non secondo le convenzioni, e neppure secondo la cortesia o la correttezza: l’homo politicus, versione ai raggi ics dell’homo sapiens, non mantiene la parola data, tradisce, si muove solo per interesse, non conosce la vergogna. Come un qualunque predatore, è distesamente, serenamente, animalescamente amorale. Il saggio a questo punto può sorridere: finalmente uno che non mi prende per i fondelli! La gente chiama bugiardi i politici ma in realtà essi sono più sinceri degli uomini normali: per coloro che sanno leggerlo, il loro comportamento è autentico e privo di ipocrisie. In un certo senso è addirittura più onesto della media proprio perché non prova neppure, ad essere onesto. Per chi vive quotidianamente nell’ipocrisia della società borghese, oppresso dalla universale e falsa pretesa di essere corretti, disinteressati, coerenti, beneducati, la politica è distensiva. Basta guardare i politici di centro-sinistra, in questi giorni: hanno detto per mesi ed anni che, cadendo Prodi, non rimaneva che la via delle urne. Ora Prodi è caduto e loro non vogliono andare alle urne, anzi dicono che votare sarebbe dannoso per il Paese. Sono bugiardi? Ma no! È semplicemente cambiato il loro interesse. Prima gli conveniva minacciare coloro che avrebbero potuto far cadere il governo, ora gli conviene rinviare elezioni che prevedono disastrose. Più sinceri di così! “Chi trova un amico trova un tesoro”, dice la Bibbia; ed esiste tutta una retorica dell’amicizia e della lealtà. Invece qui si dice: “in politica non esistono amicizie, esistono interessi convergenti”. Le amicizie durano quanto dura quella convergenza. Ah, che riposo.
Osservando la politica, il giusto sente la gioia del commerciante che evita un cattivo affare, quella del matematico che vede confermate le proprie formule. “I politici sono una manica di imbroglioni che parlano in modo che la gente capisca una cosa, i colleghi ne capiscano un’altra mentre loro ne pensano una terza, ma non prendono per i fondelli me, che ormai mi diverto a decodificare il loro gioco”. Né ci si può dispiacere seriamente per i propri connazionali. Benché lo studio della storia sia obbligatorio sin dalla scuola elementare, benché il buon senso insegni l’opposto, troppi credono al dovere della moralità in politica. E allora è normale che si sentano truffati. Se ascoltano deliziati le baggianate dei politici, se li votano soltanto perché hanno detto quelle baggianate, è sciocco che poi si lamentino. Sono andati da Wanna Marchi e poi l’accusano di non averli guariti. Dimenticano che “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”, è il volgo che vuol essere ingannato, e allora che lo sia. 
Lo strumento per capire la politica non è la morale, è l’etologia: purtroppo, mentre tutti conoscono la parola “morale”, non tutti conoscono la parola “etologia”.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it   - 28 gennaio 2008


5 febbraio: fine dei sogni
W Obama, “i sogni possono diventare realtà”. La rassegna di sogni che parte da Abramo Lincoln e passa per Luther King e Malcom X, arrivando fino a John Kennedy sta continuando, anzi proprio nel nome Kennedy ha conosciuto il suo apice, con lo schieramento in massa della famiglia al fianco del candidato dell’Illinois, giovane, travolgente, nuovo. E così tutti hanno fatto i loro calcoli. Dopo Kerry, adesso anche i Kennedy, quindi il Partito: Obama è il candidato che a Denver a fine agosto si accingerà a sfidare il candidato repubblicano. In questo scenario ciò che si può vedere non ha per nulla il sapore del sogno, ma soprattutto non ha nulla di reale, anzi è un veloce viaggio nei luoghi comuni da cui Obama dovrebbe ben guardarsi per non farsi fregare. Perché in realtà Kerry è la pecora nera del partito, dopo la sua sconfitta con Bush quattro anni fa, perché Ted Kennedy è senatore ed uomo di considerazione solo perché fratello di John e Bob, in una sorta di riconoscimento morale dovuto alle tragedie del passato, visto che più volte si è “bruciato” in scandali sessuali ed economici. Ecco perché la “famiglia” ha fatto parlare la mamma e non il politico, ovvero Caroline, quasi a voler rappresentare l’anima sociale, quella più umile ed idealista in appoggio ad Obama, proprio su quel NY Times che giorni prima aveva incoronato pericolosamente Hillary. Gli appoggi insomma possono essere scomodi, ma anche insulsi (pensate a Bill “Bob” Clinton, cane da tartufo della padroncina Rodham, sempre più Rodham). Stupisce la scarsa lungimiranza di qualche analista politico che ha fatto troppo presto due più due. Se i Kennedy sono per Obama anche Mary Shriver, figlia di Eunice Kennedy moglie di Schwarznegger è per Obama in California, o Patrick figlio di Ted deputato nel Rhode Island, o ancora Mary figlia di Bob potrebbe fare molto, essendo…ex moglie di Cuomo, procuratore generale dello Stato. O ancora altri figli di Bob sono influenti nel Massachussets…In questa analisi kennediana, i repubblicani diventano democratici, i Kennedy diventano “Partito”. Non è così. Il Partito Democratico da tempo ha fornito molto più soldi ad Hillary che non ad Obama, il quale deve ringraziare il generoso Sud, il buon aiuto di Jessie Jackson, l’”azionariato popolare” avviato sul web per la sua campagna. Il resto del partito è Nancy Pelosi, che non si è schierata, ma è dalla parte di Hillary, certamente più insopportabile, ma donna e profeta della grande borghesia newyorkese che non ci pensa proprio a perdere i suoi privilegi. Il Partito è fatto da numerosi ed influenti politici italo-americani che non ci pensano proprio a lasciare il monopolio al Sud, per giunta non quello repubblicano ma addirittura democratico. E’ una lotta sporca e Hillary lo sa. Volutamente sta indirizzando Obama verso la strada senza uscita: la lotta economica ovvero poveri contro ricchi, i giovani contro i vecchi e meno vecchi, i neri contro i bianchi, le minoranze contro le maggioranze. E chi voterà nel Super-Tuesday se non la devastante potenza industriale ed economica americana: California, New York, Colorado quindi Denver, Georgia quindi Atlanta, l’impero delle grandi multinazionali, Missouri e St-Louis. Dalla parte di Obama il 5 febbraio ci sarà il suo Illinois, il Minnesota, quella parte della Georgia che soffre ancora dei pregiudizi nel profondo Sud, il Nuovo Messico dove ci sono quegli ispanici che hanno già tradito Obama in Nevada. Ecco, proprio il Nevada è l’emblema del dilemma Obama: i dipendenti ed i sindacati dei casinò lo hanno votato, ma non di certo i proprietari. L’America democratica sogna, ma si sveglierà proprio il 5 febbraio, quando, paradossalmente potrebbe decidersi molto ma non tutto (in tale marasma Texas, Ohio, Mississipi, Washington, Massachussets), forse però quanto basta per capire che nella scelta decisiva Hillary sarà in vantaggio su Obama. Non tiriamo le cuoia ad Obama, semplicemente il realismo impone questo e per molti sarà triste svegliarsi così bruscamente dal “sogno americano”, ma parafrasando e modificando il finale di “Pretty Woman”, siamo in America, tutti possono sognare, ma vincere è un’altra cosa.   

Angelo M. Daddesio


UN ARTICOLO DA INCORNICIARE
Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche: la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni, la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano ... Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi. Qualcuno lo considererà un merito, personalmente la considero una grave responsabilità che, con la sua perenne litigiosità, si è assunto l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente: come racconteranno le vicende di questi anni gli storici di domani? Che cosa si dirà della seconda Repubblica?
Azzardo una risposta. Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica).
Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente «il ventennio», e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è: perché? Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere?
Su questo, sulle cause del ventennio berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio. Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia mentale.
Nel 1956 i carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti del Pci (compreso l'attuale Presidente della Repubblica) non aveva battuto ciglio. Tre anni dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969). Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico» acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di disprezzo e supponenza. Nel 1968 i carri armati sovietici invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989 cadeva il muro di Berlino.
Nonostante tutto questo, occorrerà attendere altri due anni perché, nel 1991, un dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta (la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico veniva usato come un insulto?). Poi arriva la sconfitta del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che, dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza per far capire anche al più lento bradipo del mondo che è giunto il momento di accelerare il passo. E invece no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro di quarant’anni.
Naturalmente gli storici si chiederanno anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta, ma la mia è semplice (e so già che qualcuno dirà che è semplicistica). Per poter restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni, manipolare le coscienze.
E ci è riuscita così bene che quella capacità è sopravvissuta alle ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare la loro analisi della società italiana e accelerare la costruzione di una forza genuinamente riformista, ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria capacità di manipolazione per combattere Berlusconi, senza rendersi conto che così allontanavano - anziché avvicinarlo - il momento di costruire una sinistra moderna, in grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. E’ così che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana, è divenuto il marchio di un’era.
Visto con gli occhi di domani, il limite di Veltroni non è di aver «diviso la sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema, di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a lungo. Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.
Luca Ricolfi


ETERNA SPINELLEIDE
La tesi del fondo di oggi di Barbara Spinelli è che l’opposizione, essendo composta per la maggior parte di delinquenti, vuole tornare al potere per procurarsi l’impunità giudiziaria: infatti cita Contrada, Dell’Utri e Cuffaro. In particolare stigmatizza, per quest’ultimo, la difesa che ne ha fatto Casini e dimentica che, mentre la sinistra tratta con i guanti Adriano Sofri, colpevole di omicidio per responsabilità personale, i personaggi della destra sono accusati di reati piuttosto evanescenti: Contrada è accusato solamente da pentiti, a quanto dicono,  e Cuffaro è stato condannato in primo grado, per un reato non certo infamante come l’omicidio. La cosa più significativa è invece che se la sinistra onora tanto Sofri, e il centro destra non smette di stimare Dell’Utri, è perché l’intera nazione non ha fiducia nell’obiettività dei giudici. Berlusconi non vuole restaurare il “governo della malavita”, ma la credibilità della magistratura.
“I partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso”. La Spinelli è una specialista dell’umorismo involontario. Come? Parla di presunzione d’impunità, che non sta certo nella Costituzione, e non si accorge che trattando Cuffaro da delinquente viola rotondamente la presunzione d’innocenza, che invece nella Costituzione troneggia? Dio sa se si sono avuti ribaltamenti di giudizi, in questa Italia ideologica, e Cuffaro non ha ancora perso la partita.
La signora accusa poi Bossi di avere parlato di rivoluzione e Berlusconi di “scendere in piazza”, lamentando che queste cose eversive siano state dette “nell’indifferenza generale”. E non si accorge che questo avviene perché la gente, a differenza di lei, sa dare il giusto peso alle esagerazioni retoriche. Incluse quelle degli avversari politici.
Ma c’è di peggio. “La Repubblica di Weimar, scrive, aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica, questi demagoghi”. Ci siamo: Berlusconi uguale Hitler. Questa signora non ha mai capito la massima di Talleyrand, per cui “ciò che è esagerato è insignificante”.
Il secondo bersaglio, dopo l’Eterno Cavaliere, è il Partito Democratico, qui criticato perché non ha un programma, come non l’aveva Veltroni quando è stato nominato, ecc. Tutte cose giuste. Solo che lei non le ha dette quando il partito si è costituito (come invece hanno fatto i giornali di opposta idea politica) e le dice oggi solo per incolparlo della caduta di Prodi. Una caduta che l’ha lasciata schiumante di rabbia perché i partiti comunisti non torneranno più al potere, mentre il Pd, per i suoi gusti, non è abbastanza di sinistra ed è, anzi, colpevole proprio di volersi liberare degli estremisti. A costo di “correre da solo”. Anche a non volerlo sostenere, è chiaro che questo partito potrebbe rappresentare il futuro di una sinistra moderna ed europea (come dice oggi Ricolfi nello stesso giornale, “Vent’anni con Silvio”). E invece, tutto quello che la signora vede è che “Veltroni ha poi detto che il suo partito ‘correrà da solo alle prossime elezioni’, e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi)”. E dunque anathema sit.
Leggiamo poi un’affermazione che trasuda indignazione: “è il potere ciò cui sembra aspirare [il Pd] e non il governare”. Come se la screziata coalizione di Prodi, che lei rimpiange a calde lacrime, e in cui sono stati messi insieme, pur di vincere, il diavolo e l’acqua santa, non fosse stata costituita esclusivamente per giungere al potere.
Riesce infine a dare un colpo di zappa sui propri piedi e su quelli di Prodi, di cui citando un passaggio del discorso al Senato: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica al potere politico». Prodi dimentica che la debolezza dell’esecutivo era stata ridotta dalla riforma costituzionale del governo Berlusconi e che la sinistra si è fatta promotrice di un referendum per abolirla. Riuscendoci. L’inammissibilità dei voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri è stata inaugurata dalla sinistra, non dalla destra, precisamente contro il Ministro della Giustizia Mancuso. La prassi delle crisi extraparlamentari non è affatto un grave malvezzo: che qualcuno si dimetta quando un altro gli dice “non ti voterò” o dopo che non l’avrà votato, che cosa cambia? E non gliel’hanno forse caldamente raccomandato D’Alema, Napolitano e centro altri, di non andare in Senato? Tutti comportamenti anticostituzionali? Infine è divertente l’accenno all’ “asservimento dell’informazione pubblica al potere politico”: come se la Rai, in questi mesi, fosse stata critica col governo e prona all’opposizione.
Per la tesi generale, che con Berlusconi è “il vecchio che avanza”, sarebbe bene che la Spinelli si mettesse d’accordo con Ricolfi, che sostiene in maniera ottimamente argomentata esattamente il contrario.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it .  gennaio 2008


IL CONTO TOTALE
In parecchi editoriali dei giornali di sinistra si parla fino alla nausea di un governo “tecnico”, “istituzionale” o comunque si voglia designare un esecutivo nato per fare una nuova legge elettorale ed evitare elezioni subito. Perché l’attuale legge è “un disastro”, dicono: e con essa non si potrebbe andare alle urne. Ma questa tesi offre il fianco a molte obiezioni.
Questa legge non è affatto un disastro e non lo è stata soprattutto per il centro-sinistra che alla Camera ha beneficiato del premio di maggioranza da essa previsto. Pur avendo avuto sei voti in più su diecimila, in quel ramo del Parlamento esso non ha avuto mai problemi: fino a mercoledì scorso incluso. Se poi, per il Senato, si incolpa quella legge di non favorire a sufficienza il vincitore con analogo premio di maggioranza (e dire che il centro-sinistra ha avuto due senatori in più con 250.000 voti in meno!) non bisogna dimenticare che essa è stata cambiata in questo senso per volere di Ciampi. Fu questo  loro sodale che, da Presidente della Repubblica, a suo tempo non la firmò e la rinviò alle camere.
La realtà è molto più banale: i partiti che sono certi di essere sconfitti, se ci sono elezioni subito, e i giornali loro alleati, si stanno arrampicando sulla retorica del bene del paese per ottenere una tregua per riprendersi. La gazzella si affanna a spiegare al leone i pericoli di una dieta con troppa carne.
Ma la proposta del governo breve è balorda anche per altre ragioni. Se i partiti, pur parlandone continuamente, non si sono messi d’accordo nei mesi scorsi neanche arrivando al dialogo fra Pd e Cdl, perché dovrebbero farlo nei prossimi mesi? E ammesso che la proposta fosse realistica, è concepibile che i partiti voterebbero la fiducia a un governo senza sapere in anticipo quale tipo di legge vuol fare? Nessuno infatti darebbe poteri ad un esecutivo che lo danneggia. La discussione sulla legge elettorale si sposterebbe dunque da dopo la fiducia a prima della fiducia a questo governo. Rutelli, invece di invocare una nuova legge elettorale, e basta, dovrebbe dirci quale legge elettorale e chi l’accetta. Per i grandi partiti infatti va già bene la  legge attuale (altro che “Porcellum”!) e il referendum, nel caso, varrebbe oro. Se i partiti di sinistra che chiedono il governo breve non si pongono questi problemi è perché la loro disperazione è tale che, pur di guadagnare tempo, metterebbero a capo del governo persino Gianni Letta.
Il problema rimane sempre: perché mai il Pdl e il Pd (checché dica) dovrebbero mettersi d’accordo con i “piccoli”? Per fare una legge elettorale a sé stessi sfavorevole? Soprattutto il Pd che ha già dichiarato di voler correre senza di loro?
La proposta del centro-sinistra e dei suoi corifei giornalistici suona come quella di chi, mentre l’arbitro sta contando il pugile, ed è arrivato ad otto, propone al vincitore che si fermi l’orologio, per dar tempo al vinto di riprendersi. Perché mai Berlusconi e i suoi alleati dovrebbero accettare di rinviare elezioni che li indicano come favoriti? I commentatori, pur guardandosi accuratamente dal precisare come dovrebbe essere la nuova legge elettorale, parlano diffusamente di come dovrebbe essere il governo transitorio: specificano dunque in che modo fermare l’orologio, se togliendogli la pila, pestandolo sotto i piedi o buttandolo dalla finestra. Si occupano del “come” e non del “se”, come se il centro-destra fosse talmente sciocco da segare il ramo su cui è seduto. O da dimenticare che il governo Dini, nato per durare settimane, durò un anno e mezzo.
 Al centro-destra non si può chiedere nulla. Quando davanti si ha un avversario esanime a terra, ben oltre i rituali dieci secondi, il massimo che si può fare è aiutare i barellieri a portarlo via.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 gennaio 2008

PTSD
Una cronaca personale

La fine del governo Prodi mi ha tramortito. Spesso, di fronte ai piccoli fatti della vita, la mia mente si diverte a stabilire collegamenti, risalire nel tempo, azzardare previsioni. Ed ecco che cade un governo di cui ho sperato la caduta da prima ancora che fosse costituito, e tutto quello che so ricavarne è un risveglio alle quattro del mattino, come mi avvenne, tanti anni fa, quando decisi di separarmi da mia moglie. E con gli occhi sbarrati, nel buio, non sono riuscito a trovare il bandolo della matassa, la considerazione fondamentale, un qualunque modo per digerire la notizia. Magari riaddormentandomi.
Alla fine, quando finalmente il cielo ha cominciato a mostrare le prime tracce di luce, ho risolto il mistero: non posso “sistemare” questo avvenimento, nel mio intimo, semplicemente perché non riesco a credere che sia finita. Ho vissuto questa ventina di mesi con un tale stress, che neppure la fine dell’incubo mi consente di svegliarmi ed uscirne.
Lo so, tutto questo può apparire eccessivo a chi per quel governo ha votato e, magari, lo ha approvato fino alla fine. Non pretendo di pormi a modello. Non sto giudicando nessuno. Sto solo esponendo un fatto personale, una cronaca intima in cui altri potranno, se vogliono, riconoscersi.
Quando mi sono rassegnato ad una notte di sonno rovinata ed ho cercato di guardare in faccia la novità, mi sono proposto di riandare ai motivi per cui dovrei essere felice e non stressato. Non vedrò chiamare ministro uno come Pecoraro Scanio. Non sentirò più affermazioni vetero-staliniste pronunciate ex cathedra da Di liberto. Non rivedrò D’Alema a braccetto con un capo Hezbollah o ridicolizzato dalle sue ripetute bugie internazionali sul caso Mastrogiacomo. Non sopporterò più il sorriso a sessantaquattro denti di Tommaso Padoa-Schioppa o le sue odiose calunnie contro un galantuomo come il generale Speciale. Ma la lista si è presto fermata. Non avevo voglia di ripensare a tutte queste cose. Invece di gioire della loro fine, ne soffrivo come prima e peggio di prima. La gioia di saperle finite era superata dal sentimento di incubo che m’avevano dato per troppo tempo.
E allora ho finalmente capito. Ho capito la mia inerzia emotiva, la mia insonnia, la mia nebbia mentale: soffro di PTSD, Post-Traumatic Stress Disorder (o Desease). È la sindrome del fante che, pure lontano miglia o settimane dal campo di battaglia, si sveglia spaventato, forse i nemici sono penetrati in casa. Che sobbalza ad un rumore improvviso, mentre la sua mano corre ad un fucile che non c’è. Che sorride ai fuochi d’artificio e nel contempo suda perché in cuor suo ne ha paura. Questa sindrome si verifica anche nella vita civile, quando non si riesce a superare un’esperienza negativa, non si riesce a capire che non è più attuale, non si riesce ad “uscirne”.
Non è che durante i cinque anni del governo Berlusconi ci sia stato solo da sorridere. Le occasioni per i giudizi severi non sono mancate. Le gaffe del Cavaliere, le trame di Fini e Casini, per non parlare dei sarchiaponi come la discontinuità di Casini o il boicottaggio acrimonioso e inconcludente di un Follini, che ha concluso la sua carriera autocertificandosi come traditore. Tutto questo mi ha a lungo indignato. Ma solo indignato. Mentre il governo Prodi è riuscito ad essere un incubo. E mentre l’indignazione è un giudizio freddo e razionale, l’incubo è un fenomeno totalizzante, capace, se protratto, di condurre al PTSD.
Serve forse qualche esempio di questa vertigine mentale. Come si può non credere che sia un incubo sentire decine di persone importanti e pensose che accusano la legge elettorale di avere provocato l’ingovernabilità mentre, con sei decimillesimi di voto in più, il governo fruiva di una maggioranza di tutto riposo alla Camera e al Senato aveva due senatori in più dopo avere avuto 250.000 voti in meno? Se è stata una “porcata”, è stata una “porcata” contro il centro-destra. Poi questi stessi pensatori dicono che, se si votasse di nuovo, si riprodurrebbe la stessa situazione per il centro-destra. Come se fosse scritto che il centro-destra debba vincere per sei decimillesimi. Non è un incubo logico, questo? E tutto in proporzione. Abbiamo visto un governo spappolato e rissoso, in cui ciascuno cantava – e stonava – per suo conto, e Prodi continuava a parlare di un governo seeerio, coeeeso, fooorte. Per favore, svegliatemi!
Proprio per questo, perché questo incubo è durato troppo a lungo, il risveglio è lento. Lentissimo. Sì, d’accordo, l’infermiere ci assicura sorridendo che oggi è il 25 gennaio, che siamo ben svegli e che non c’è nessun governo Prodi, nessun Padoa-Schioppa che dica che pagare le tasse è bellissimo, nessun Bassolino e nessun Pecoraro Scanio che neghino le loro responsabilità per la spazzatura di Napoli. Ma se questa non fosse che una parentesi ironica dell’incubo?
Per favore, datemi tempo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 gennaio 2008

Ma non vi vergognate?
"Haniye', ci ha convocati nel suo ufficio, siamo entrati e abbiamo trovato lui e i suoi ministri, al buio, seduti intorno al tavolo e davanti a ognuno c'era una candela accesa. Strano, abbiamo pensato, perche' era giorno e sulle scale c'era la luce elettrica! Avevano chiuso tutte le tende per rendere la stanza completamente buia. Ci ha ordinato di fotografare  e di ritornare la sera stessa. Siamo ritornati e abbiamo trovato il quartiere al buio, nelle zone da cui venivamo invece c'era la luce,   e decine di donne e bambini per la strada con le candele accese in mano".
Questi sono i racconti dei giornalisti palestinesi arrivati ieri a Gerusalemme. Li abbiamo visti e sentiti in diretta alla TV israeliana e stiamo ancora ridendo.
Sembra impossibile che i palestinesi siano tanto sicuri di poter prendere in giro il mondo intero da arrivare a fare le sceneggiate "aiuto non abbiamo la luce, Israele ci sta togliendo tutto!" persino durante il giorno. Sono davvero arcisicuri che Eurabia creda ad ogni loro parola.
 
Sembra impossibile ma hanno ragione, il mondo gli crede, qualsiasi cosa dicano il mondo pende dalle loro labbra e all'ONU  ti schiaffano una bella risoluzione contro Israele, senza nemmeno accennare ai bombardamenti su Sderot.
Il mondo urla "Israele affama i palestinesi" e li guarda, belli grassi, hanno persino la pancia, i bambini hanno belle guanciotte rotonde pero' continuano a gridare i soliti idioti "Israele affama i palestinesi, non possiamo accettare una punizione collettiva".
A Sderot invece si? Sderot puo' essere punita collettivamente? I bambini di Sderot possono im-pazzire di paura? Sparano 50 missili al giorno, in poco piu' di 2 anni sono caduti  nel sud del Neghev piu' di 9000 kassam .
Esiste paese al mondo che permetterebbe questo inferno sulla propria popolazione civile? Ditelo, ipocriti, esiste? 
 
Vi prendono in giro e voi piangete per loro e il signor Dalema rilascia dichiarazioni indecenti.
Incomprensibile reazione di Israele a Gaza, signor Dalema?
Che schifo e che vergogna.
Che miserabili parole, signor Dalema.
Qualcuno ha forse sentito un commento dalemiano sulle parole del becchino suo amico, Nasrallah, che ha detto , con dovizia di particolari, quali parti di corpi di soldati israeliani sono in suo possesso?
Qualcuno ha sentito forse qualche commento indignato da parte di qualche ministro eurabico per le oscene dichiarazioni del becchino libanese?
E Condoleeza ha fatto qualche commento?
Silenzio.
Silenzio anche per la sceneggiata di hamas, eppure anche in Italia qualcuno ne ha parlato, se togliamo i media filopalestinesi, gli altri hanno detto chiaramente che Israele non ha tagliato l'energia elettrica, l'ha solo diminuita dopo aver chiesto per anni di piantarla con i bombardamenti su Sderot.
Filippo Landi, che fa la cronaca da Gaza, sta gongolando, parla di palestinesi che "invadono pacificamente" l'Egitto sotto " lo sguardo affettuoso dei soldati egiziani" mentre "Israele dice di mantenere il blocco e i capi dell'esercito sono molto arrabbiati per l'atteggiamento egiziano".
Landi dovrebbe fare  il pittore perche' con le parole e gli aggettivi al posto giusto ha fatto un quadro perfetto della pacifica reazione palestinese alla fame (!) e della bonta' egiziana contrapposta alla cattiveria e alla rabbia di sti ebreacci di israeliani del cavolo.
Ehhh si, sono bravi, lo dico sempre, sono furbi, lo dico sempre, hanno la propaganda nel sangue, lo dico sempre, ormai sono 60 anni che prendono tutti in giro e incassano soldi a palate, prima con Arafat e adesso con i suoi discendenti furbi e imbroglioni quanto lui.
I viveri che Israele fino a ieri, nonostante i bombardamenti, ha mandato nella striscia sono la', nei magazzini di hamas, non li danno alla popolazione per creare il panico e quelli che sono nei negozi sono incomprabili a causa dei prezzi alle stelle.
Loro stessi affamano la loro popolazione per incolpare Israele ma nessuno lo dice.
Centinaia di gaziani sono curati negli ospedali di Israele ma nessuno lo dice. 
E la propaganda continua e oggi all'ONU ci sara' un'altra riunione presieduta dalla Libia, paese notoriamente democratico, per condannare Israele.
E  in Europa l'odio contro gli ebrei cresce a dismisura "poveri palestinesi, maledetti ebrei".
Non si sa se ridere o piangere, c'e' ben poco da ridere ma come non farlo, amaramente, nel rendersi conto che persone civili e intelligenti, in Europa e in tutto l'occidente, credono a questi pagliacci malefici.    
Leggo su internet solo maledizioni contro Israele, se cerchi di dirgli come stanno le cose, ti accusano di essere senza cuore perche' per "causa vostra, maledetti, i bambini palestinesi ( sempre quelli colle guanciotte  belle grassocce) fanno la FAME"
Se gli fai notare quanto soffrono i bambini di Sderot che non potranno fare una vita normale a causa dei postumi del terrore cui sono sottoposti, si mettono a ridere.
 
 All'ONU in questo preciso momento Israele e' sotto accusa.
In questo momento gli ambasciatori dei paesi presenti all'ONU stanno dicendo che niente, nemmeno i missili su Sderot, puo' giustificare Israele.
Credono fermamente a hamas, credono perche' odiano Israele, odiano la civilta' e la democrazia, odiano gli ebrei.
Io riesco a pensare solo  alla nostra gente a Sderot, al loro terrore, ai bambini che non si riprenderanno piu', molti di questi bambini dal giorno della loro nascita hanno sentito ogni giorno e ogni notte i bum dei razzi , l'allarme suonare, i genitori afferrarli tra le braccia e scappare da qualche parte per salvarsi.
I bambini di Sderot, sorridono, dicono "si abbiamo paura", chiedono "perche'?"come chiedevano perche' i bambini ebrei che i nazisti portavano nei campi della morte.
I nuovi nazisti palestinesi tentano di portarci alla follia ma fino a questo momento, a parte l'amore del mondo per la loro barbarie travestita da miseria e tanti soldi, sono riusciti soltanto a distruggere la loro gioventu'.
I nostri bambini, i nostri giovani hanno l'educazione e l'amore che li salvano.
La loro gioventu' ha solo odio, violenza e ferocia.
 
In questa tragedia, in questa solitudine totale in cui si trova Israele, c'e' stata una luce, una voce fuori dal coro, quella  di Franco Frattini , ex ministro degli Esteri italiano prima della disgrazia equivicina Dalema, portavoce dell'UE che al summit di Herzelia ha detto "L'Europa non puo' lasciare solo Israele" .
 
Grazie Ministro, spero di rivederla presto al governo in Italia.
 
Deborah  - www.informazionecorretta.com 

E’ finita…ma per chi?
Si è conclusa una delle parentesi più infelici della storia italiana, già triste di suo. Il secondo Governo Prodi cade, perde per 156 voti contro 161, con il no di Fisichella, figliol prodigo che ora dovrà scegliere su quale destra buttarsi, quello di Turigliatto che ha prenotato un volo per Cuba, per sentirsi più rosso, il no del “lama” Barbato, l’astensione di tal Scalera, l’assenza di Pallaro, tornato forse in Argentina a provare aria più seria e pulita, quella di Andreotti forse colpito da un feroce imbarazzo intestinale (ad augurarselo, vista la bassa figura di uno statista ridottosi ormai a macchiettista e uomo di tutte le stagioni). In questo scenario di sputi, spinte, liti, per l’ennesima volta mostrato agli occhi del mondo, Prodi va a casa, come è giusto che sia, come era giusto non ergersi a vincitore, comandante della zattera in quella notte di maggio, quando non aveva vinto nessuno e tutti avrebbero dovuto governare per il bene del paese o tornare alle urne e costringere la gente a scegliere. Adesso non sarà possibile farlo. Ci sarà gente che potrebbe non andare a votare neppure a cannonate, se lo scenario parlamentare ed elettorale rimarrà intatto. Perché le strade sono due: governo istituzionale, con riforme o referendum e cambio della legge elettorale (ammesso che tutti i galoppini vengano convinti a scegliere il Referendum piuttosto che andare al pic-nic) oppure nuove ed immediate elezioni, dove i Turigliatto, i Rossi diverranno improvvisamente Storace, Santanché e Mastella e Fisichella salteranno sempre al di qua ed al di là del fiume nel futuro governo Berlusconi…Ora un paese nuovo, si dice. Lo costruiranno il Cavaliere e Veltroni, artefici del bombardamento definitivo di quel che restava di un governo insulso e numericamente fasullo? E’ finita sì, ma per chi? Non di certo per Prodi, che si è illuso di poter compensare le magagnate di inizio anni Novanta, per cui ora sarà sommerso da accuse e colpi bassi, ma potrà pur sempre difendersi, come hanno fatto tutti in questi dieci anni o per Mastella, indagato duro e puro che rivendica la legittimità della collusione e continua a conservare il suo feudo medievale in Campania. Certamente è quasi finita per il 50% delle famiglie sotto i 1.900 euro, lo è per quattro milioni di precari presi per il culo dalle imprese e dalla politica, per la gran parte delle aziende costrette a sopportare una recessione devastante ed un aumento di prezzi sui beni essenziali. A chi la patata bollente? Chi vorrà andare a votare? E chi vorrà prendersi questo voto? Qualcuno dice che adesso inizierà una pagina nuova. Basterà importare il modello tedesco o francese o bisognerà importare anche i deputati? Sento dire che l’incubo è finito…E’ appena iniziato e la trappola è infernale. O un voto che costringerà il centro-destra a governare con otto partiti (Udeur compreso) o un lento ammorbante ed inciuciante governo tecnico o istituzionale (magari proprio con Prodi o con Amato o con Veltroni che dovrà stringere la mano a Forza Italia e lavorare per le riforme) con un altro anno di immensa e tremenda sofferenza terapeutica per il paese…un flagello per tutti gli italiani, che oggi, a differenza di qualche piccolo fan, non festeggiano, anche se di Forza Italia, perché hanno capito, hanno capito tutto e sanno anche che in mezzo c’è uno scontro ancor più crudele fra Magistratura e Politica e, a meno di non risolverla alla pakistana, i tre poteri dello Stato se le daranno di santa ragione. Ce lo chiediamo per il Kenya, forse è ora di chiedercelo per l’Italia. Quanto vale questa democrazia?

Angelo M. Daddesio


RICCHEZZA E POVERTÀ IN MUSICA
La musica include linea melodica, ritmo e al più alto livello orchestrazione.
Il ritmo precede la melodia perché lo si osserva già in natura: il battito del nostro cuore, il rumore binario dei nostri passi, un rubinetto che gocciola. La melodia rappresenta anch’essa un fenomeno naturale: con la propria voce l’uomo è capace di modulare frequenze più alte o meno alte e dunque “canta”. Tuttavia vi è un’immensa distanza fra la nenia di un pastore e una sinfonia di Bruckner. La differenza risiede nella complessità. Il canto rappresenta una linea melodica unica, mentre l’orchestra rappresenta più linee melodiche realizzate da più voci di tipo molti diverso: il timbro di una viola e quello di un corno sono lontanissimi. Monodia ed orchestra stanno come l’uno sta alla serie dei numeri. E mentre per avere successo la melodia dev’essere “bella”, facile e breve, una grande sinfonia può essere costruita su tre o quattro note e nasce dalla straordinaria capacità della mente umana di concepire un’orchestrazione e, per così dire, di esplicitare tutto ciò che si poteva dire su quelle poche note. La differenza che passa fra la monodia e l’orchestrazione è la stessa che si ritrova nel Cyrano di Bergerac quando Christian dice a Roxane “je vous aime”, e lei risponde: “C’est le thème. Brodez, brodez”, è il tema, ora ricamate, ricamate. Parlare d’amore non è dire seccamente “je vous aime” - cosa vicina ad una dichiarazione burocratica - è la capacità di dire molte cose intorno a quel tema. Come Romeo fa con Giulietta. Come Brahms fa con pochissime note e straordinarie elaborazioni.
Gli strabilianti effetti ottenuti dall’orchestra, a partire dalla lezione di Haydn, hanno però condotto anche ad un risultato negativo. Da circa un secolo e mezzo il compositore, con la mente alla complessità, all’elaborazione, alla trovata sonora, ha spesso dimenticato che si tratta di ricamare intorno a “je vous aime”, non intorno a “je ne vous aime pas”. Non basta essere grandissimi tecnici per essere grandissimi artisti. Se bastasse essere grandissimi tecnici, Mahler sarebbe più grande di Schubert e Lizst non sarebbe noto soprattutto per il “Sogno d’amore”, melodia bellissima che fa pensare a Chopin.
Bisogna saper comporre ma bisogna anche partire da una bella melodia, e saperla poi elaborare in modo colto, rendendo costante il godimento dell’ascolto. Nella “Pastorale” di Beethoven non c’è un momento di stanchezza o di aridità. E Caikovskij ha tanto successo perché maneggia – eccome! – l’orchestra, ma anche l’orecchio meno esercitato percepisce in ogni momento la linea melodica e i suoi sviluppi. Schubert è molto amato, a ragione, anche se le sue sinfonie sono appena più complesse dei suoi quartetti e dei suoi quintetti: perché la sua l’orchestra narra una linea melodica incantevole, irresistibile, di purezza mozartiana. E forse è un vero peccato che Gershwin non fosse capace di orchestrare melodie come avrebbero saputo fare Ravel o Richard Strauss.
Proprio per queste ragioni, all’interno della stessa musica sinfonica, l’appassionato finisce col distinguere la ricchezza e la povertà musicale. La ricchezza è Mozart. Non solo questo genio sovrumano costruisce le sue opere intorno ad una linea melodica fondamentale, ma nelle variazioni, negli sviluppi mette tante altre “idee” musicali che minori compositori avrebbero potuto utilizzare per altre dieci opere. La povertà musicale è invece Wagner. Su un tema melodico che il salisburghese avrebbe forse utilizzato per una scena d’opera, il pomposo Richard scrive un’opera di quattro ore. Facendo fuggire parecchi ascoltatori.
Si possono perdonare quegli autori che, diversamente da Mozart e Schubert, non sono stati baciati in fronte dalla musa e che fanno il possibile, in materia d’invenzione. Basta pensare a Bruckner e a Mahler. Ma come nascondersi che i più grandi risultati li hanno ottenuti quando la loro sapienza compositiva si è sposata con una bella melodia? La sinfonia di Mahler più abbordabile è la prima, detta il Titano, ed è di gran lunga la più ascoltata: proprio perché riprende le belle melodie che inserite nei Lieder eines Fahrenden Gesellen, insolito momento di grazia melodica di questo compositore. Così come in molti preferiscono a tutte le altre opere di Prokofief quella prima sinfonia “à la Haydn”, detta Classica.
Si può insomma non trovare una grande melodia da sviluppare con l’orchestra e si può comporre con quel che si ha, ma non è il caso di disprezzare, come fanno tanti contemporanei, quella “melodia” che ha fatto grandi compositori come Schumann e Beethoven. È Inutile dire che “non si può comporre come nel Settecento e nell’Ottocento”, è sciocco dire che la “melodia” è, a momenti, qualcosa di volgare. È forse per questa mancanza di “invenzione” che il grande pubblico non segue più la grande musica, tanto che essa appare oggi morta. Si vive di archeologia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

P.S. Questo articolo intende sollecitare l’intervento - e anche le critiche - di un competente, nel caso si abbia la fortuna di averlo fra i propri lettori.

PERCHÉ CLEMENTE MASTELLA FA CADERE IL GOVERNO
Un’analisi di ciò che è successo ieri, e una previsione su ciò che potrà succedere domani, richiede la conoscenza dei fatti, che saranno da  prima riassunti.
Mastella è stato per lunghi mesi sentito dal centro-sinistra come un corpo estraneo. I comunisti lo hanno considerato un democristiano, quando non un bigotto prono al papa. Molti lo hanno disprezzato come leader regionale, un folcloristico maneggione, con l’aggravante di essere un ilare ex-alleato di Berlusconi. Anche per questo, quando se ne è data l’occasione, in televisione, lo si è trattato come “free game”, selvaggina non protetta: qualcuno su cui si può sparare a zero per divertire gli spettatori nel Colosseo mediatico.
Di Pietro non gli ha perdonato d’essere abusivamente seduto sulla poltrona che sarebbe giustamente toccata a quel supremo moralizzatore ed eccelso giurista che è lui stesso. Tanto da mettere becco ad ogni piè sospinto nelle questioni di giustizia, senza che la maggioranza gli ingiungesse di star zitto e dando luogo a saporiti battibecchi col ministro in carica.
Infine si sono avute le accuse provenienti dalla procura di Santa Maria di Capua Vetere. Si è detto che Mastella si è dimesso perché un Ministro della Giustizia accusato di gravi reati, con la moglie agli arresti domiciliari, non può rimanere al suo posto. Ma questo non è vero. Non che, in linea teorica, non ne avrebbe avuto il dovere: tuttavia, in un paese in cui un governatore di regione festeggia con i cannoli il fatto di essere stato condannato a soli cinque anni di prigione, un presunto innocente, accusato per giunta di reati risibili, sarebbe potuto rimanere al suo posto per anni. Così come avrebbe potuto benissimo continuare a convivere con i comunisti e con Di Pietro. Dunque Mastella, a nostro parere, si è dimesso per altri motivi.
Per quello che si può immaginare, in un primo momento il leader dell’Udeur ha richiesto che la maggioranza gli esprimesse senza riserve il proprio sostegno, in particolare accettando in toto quanto da lui detto in materia di giustizia, perché Di Pietro aveva detto che non avrebbe votato questa mozione. E questo sarebbe dovuto bastare per far cadere il governo. Ma ieri, a sorpresa, Mastella e i suoi sono usciti dalla maggioranza prima ancora di questo dibattito in Parlamento e la ragione appare chiara: Prodi deve aver detto a Di Pietro che l’Udeur faceva sul serio e gli ha ingiunto di non fare scherzi. Stavolta veramente si andava tutti a casa. A questo punto il moralizzatore e supremo giurista, malgrado i reboanti proclami precedenti, ha chinato la testa e Mastella ha capito che in Parlamento il governo sarebbe rimasto al suo posto. Non sarebbe stato possibile, dopo avere ricevuto un appoggio costoso e incondizionato, votare mercoledì contro Pecoraro Scanio e il governo. Dunque, o si faceva cadere il governo immediatamente, prima ancora di questo dibattito in Parlamento, appunto, o si perdeva l’autobus.
Rimane da spiegare perché l’Udeur abbia voluto far cadere il governo. Qui le spiegazioni sono meno ipotetiche. Si può innanzi tutto eliminare tutta la questione giudiziaria della famiglia del ministro, insignificante non solo per la tenuità delle accuse, ma soprattutto perché non ne è certo colpevole il governo. Probabilmente Prodi, se avesse fra le mani il Procuratore della Repubblica di Santa Maria di Capua Vetere, lo strangolerebbe volentieri.  La ragione sostanziale per far cadere il governo è che questa era the last filling station before the desert, l’ultima stazione di servizio prima del deserto. Fra poche settimane o pochi mesi è fatale che avvenga una delle seguenti cose: 1) il varo di una nuova legge elettorale come la vogliono Veltroni e Berlusconi, che minaccia di morte i piccoli partiti e l’Udeur; 2) l’approvazione del referendum, con minaccia di morte per l’Udeur; 3) elezioni anticipate che, tenendosi con queste nuove regole, implicano una minaccia di morte per l’Udeur. Unica soluzione, essendo inevitabile uno dei due primi punti, andare alle elezioni anticipate ma con le regole elettorali attuali, quelle del famigerato Porcellum, con cui l’Udeur ha la sicurezza di sopravvivere e con cui potrebbe obbligare il Partito Democratico a fargli posto nella coalizione di centro-sinistra.
Evidentemente Mastella ha reputato che l’inerzia non sarebbe stata pagante. Non era ragionevole pensare che questo governo sarebbe durato fino alla scadenza naturale e dunque il rischio era che, per guadagnare qualche mese in più, o forse solo qualche giorno in più (fino a mercoledì), l’Udeur avrebbe perso l’occasione d’oro di iscriversi nella storia e acquistare crediti. Infatti, mentre i partiti di estrema sinistra, caduto questo governo, potranno dire addio al potere Dio sa per quanti lustri, Mastella avrà acquistato agli occhi del centro-destra meriti immarcescibili, che quel fine politico saprà benissimo come investire e far fruttare. Anche per questo non poteva attendere mercoledì: perché se mercoledì il governo fosse caduto per i demeriti di Pecoraro Scanio, non sarebbe caduto per i meriti di Mastella.
La conclusione è stata: ora o mai più. Il toro è martoriato dai picadores e dai banderilleros, ma il merito della sua morte va al matador. L’Udeur ha posto le basi non solo per la propria sopravvivenza, ma per un roseo futuro che oggi non arride a tutti, nel centro-sinistra.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 gennaio 2008


WALTER COLLEONI
In un vecchio film Nino Manfredi  impersonava un cardinale del Cinquecento, un po’ svanito e tremante, che viveva a letto immerso nella sporcizia e nella puzza d’orina. Era tanto malandato da non andare neppure in Conclave, dove da tempo i cardinali si scontravano (arrivando all’assassinio) per eleggere il nuovo Papa. Alla fine i porporati, non riuscendoci, decisero di nominare un papa di transizione, cioè qualcuno che non facesse ombra a nessuno, e scelsero proprio quel cardinale pressoché morente.
Manfredi li riceve a letto, stremato, e da prima fa le viste di non capire neppure ciò che gli si dice. Solo poi, quando gli è stato ripetutamente assicurato che è stato eletto papa, si leva in piedi sul letto, cambia voce, smette di far tintinnare col suo solito tremito le chiavi di Pietro che gli erano state date, dimostra di stare benissimo (come Sisto V in analoga vicenda) e, da monarca assoluto del Vaticano e della Chiesa, diviene improvvisamente tremendo. Tanto che comincia col fare arrestare i cardinali che gli hanno recato la notizia dell’elezione.
L’episodio torna in mente nel momento in cui Walter Veltroni scandisce queste parole: «Lo voglio dire con assoluta chiarezza e formalità, in modo anche da chiudere una porta dietro di me: con qualsiasi sistema di voto il Pd correrà solo». Sono appena ventisette parole, ma tali da far ricadere sulle proprie natiche chi ha conosciuto per decenni un altro Walter Veltroni.
Una lunga esperienza insegna a non prendere troppo sul serio il prossimo. Prima uno si chiede quali siano le conseguenze di un passaggio del Rubiconde, poi – basta pensare alla recente marcia indietro di Dini – è costretto alla conclusione, meridionale e scettica, contenuta nel commento: “Cose che si dicono!”
Tuttavia, per gioco, vediamo le conseguenze nel caso fossero “cose che si fanno”.
Il dramma della sinistra italiana è il fatto che essa è condizionata dall’alleanza con partiti anti-sistema come il Pdci, i Verdi e in buona misura anche Prc. Questo le impedisce sia di governare che di apparire come valida alternativa democratica alla coalizione di centro-destra. Nella situazione attuale però Veltroni sa che da un lato il governo Prodi non può durare a lungo, dall’altro che le prossime elezioni vedranno la sinistra soccombente e proprio per questo intende trarre il massimo vantaggio da questa sconfitta. Perdere per perdere, gli conviene depurare il Pd delle sue appendici squalificanti per presentarsi, alle successive elezioni, come l’unica seria alternativa ad un governo di centro-destra. Nel 2013 o in qualunque altro anno in cui si votasse, potrebbe sempre dire che, come ha rinunciato nel 2008 all’alleanza con i “comunisti” e ci rinuncerà ancora. Il Pd, dirà, è l’alternativa socialdemocratica e civile ad un centro-destra altrettanto e civile. Nessun posto per massimalisti e ricattatori.
Lo strumento per questa operazione, di una vigoria impensabile in un uomo che Forattini ha sempre disegnato come un bruco, è una congiuntura elettorale in cui Veltroni si presenta come un Colleoni (attenzione all’origine del nome) capace – lui sì – di rivoltare l’Italia come un calzino. Sia con l’attuale legge elettorale che con quella che potrebbe emergere dal referendum, il partito più grande ha il premio di maggioranza e il risultato è che può fare a meno dei partitini. Ma Walter sarà veramente degno del soprannome Colleoni?
Egli ha pure detto che spera Berlusconi sia pronto a fare altrettanto, che vada alle elezioni senza Lega, senza Udc e senza An. Ma Berlusconi esita. Pure se i contrasti fra i partiti del centro-destra sono stati tanto gravi da non permettere una completa attuazione del programma, esiste fra loro una convergenza programmatica che non esiste a sinistra. Veltroni dunque  ha la necessità di sganciarsi dai partitini, Berlusconi la possibilità: e sceglierà ciò che più gli converrà.
Ma siamo troppo abituati alle delusioni. Anche se le previsioni di tutte le televisioni, di tutti i giornali, e perfino della rana sulla scaletta, dicono che pioverà, ci crederemo solo quando saremo costretti a cambiarci d’abito, perché zuppi dalla testa ai piedi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 20 gennaio 2008.

COSÌ FAN TUTTI: E ALLORA?
Nel giorno in cui il Ministro della Giustizia Clemente Mastella si è dimesso, accusato di “reati” che tutti i politici commettono, “Corriere”, “Stampa” e “Repubblica” ed altri ancora hanno usato questo titolo: “Così fan tutti”. Si pone dunque il problema se sia lecito punire ciò che fan tutti o no.
Se un reato è commesso da tutti, non cessa di essere un reato. Se si è perseguiti per averlo commesso, dire “lo fanno tutti” non è un’esimente. Ma si può anche obiettare: se un reato è commesso da tutti, perseguire un solo reo corrisponde ad una violazione della giustizia distributiva. E avrebbe ragione Cicerone: summum ius, summa iniuria.
Qualcuno può ampliare la prima tesi sostenendo che, se lo Stato vuole interrompere un pessimo andazzo, non ha che da cominciare a punire chi lo commette.  È ovvio che il primo condannato si sentirà vittima di un’ingiustizia ma è un prezzo che si paga per il recupero della legalità. Ragionamento al quale si può opporre che lo Stato non ha affatto il diritto di sacrificare un cittadino all’interesse generale: male ha fatto a lasciar correre prima e ora non può farne pagare il prezzo al singolo. Se lo Stato vuol riprendere in mano la situazione, deve - cosa semplice e molto praticata – emanare “nuove” leggi repressive, anche se nuove non sono e servono soltanto a far pubblicità ai propositi dello Stato.
Chi sostiene la non-punibilità di ciò che fanno tutti può ampliare le proprie argomentazioni agganciandosi alla filosofia del diritto. La legge penale, come presidio del livello etico minimo da salvaguardare nel paese (Kelsen), nasce dall’allarme sociale. Se, al contrario, essa è violata da tutti, è segno che quell’allarme sociale non lo provoca. La gente considera quel “reato” uno dei tanti comportamenti normali – più o meno piacevoli – della vita associata. Un esempio è il senso vietato che praticamente tutti i cittadini violano. Ce n’è almeno uno in ogni città. Se lo violano tutti e non succede niente di grave, significa che quel divieto è sbagliato. E i cittadini lo correggono. Se uno parcheggia in seconda fila e non è lesto a farsi da parte, suscita indubbiamente istinti omicidi,  ma se si scusa e si sposta immediatamente, troverà più del novantanove per cento dei cittadini disposti a sorridergli. Questo significa che l’allarme sociale lo suscita chi ostacola il traffico, non chi viola le leggi della strada. Specie quando non c’è un parcheggio nel raggio di mezzo chilometro. E si torna al nocciolo della tesi, cioè all’allarme sociale.
Lo stesso per quanto riguarda i politici. Non si può infilzare Mastella come l’unico disonesto. Se un certo comportamento è universalmente diffuso, è segno che il popolo italiano è disposto a tollerarlo. Se il problema della spazzatura nel napoletano è vecchio di anni ed anni, e i campani hanno continuato a votare per Bassolino, qualche responsabilità l’hanno anche loro. Per moralizzare la vita politica bisognerebbe partire da più lontano e non è detto che ci si riuscirebbe.
È vero, la raccomandazione è una cosa orrenda. È lo strumento dell’ingiustizia. Il modo in cui il meno valido scavalca il più valido. Ma nella realtà il raccomandato spesso porta voti al politico e li porta promettendo ai suoi amici di favorirli: raccomandandoli a sua volta. Alzino la mano coloro che non hanno mai cercato una raccomandazione. Non c’è dubbio che ci saranno poche mani alzate e di nessuno o quasi che sia noto. Perché per la maggior parte saremo dei falliti. Dei disadattati, in questa Italia dei furbi.
Questo significa che bisognerebbe assolvere Mastella con tante scuse? Per la giustizia distributiva, certamente sì. Per la giustizia astratta, certamente no. Ma la considerazione pregnante è un’altra: non si possono difendere i politici contro i magistrati, né i magistrati contro i politici, né gli uni e gli altri contro i cittadini, né i cittadini contro quelle due caste. Perché se in questo paese scendesse un angelo con la spada fiammeggiante non è detto che troverebbe un Lot.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -18 gennaio 2008

Benvenuto nel club, Santo Padre
E cosi' anche il Papa e' entrato nel club degli indesiderati, di quelli che non hanno il permesso di parlare negli atenei italiani. L'intolleranza  dei cretini, come giustamente li definisce Massimo Caciari, ha vinto e Benedetto XVI  che oggi doveva parlare all'Univerita' La Sapienza, se ne restera' a casa sua col suo bel discorso, veramente bello, aperto, colto, degno di un insigne professore.
I cretini forse non si degneranno di leggerlo, gli studenti perche' molto probabilmente  non sanno leggere e i professori perche' con tutto il caos che hanno provocato si sentiranno tanto fighi da non degnarsi di capire chi e' culturalmente infinitamente superiore a loro.
 
Non voglio soffermarmi sul Papa perche' gia' decine e decine di articoli sono stati scritti ma vorrei parlare di questi ragazzotti che insieme ai loro professori ex sessantottini deprimenti e nostalgici stanno umiliando il nostro Paese  da molti anni, stanno demolendo la democrazia, colpo su colpo, stanno demolendo l'Italia.
Intolleranza, ignoranza, idiozia, le tre i che distinguono questa gentaglia che sa solo urlare odio verso chi non e' come loro,  verso chi e' democratico e desidererebbe esprorre  le proprie idee.
In vari atenei italiani i cretini hanno ripetutamente impedito l'entrata a rappresentanti di Israele, accolti a verdurate e a urla poco edificanti per chi le gridava. Hanno  tolto la parola a ebrei sionisti, a politici  e letterati israeliani per poi starnazzare come pollastri quando i giovani ebrei romani sono andati a manifestare a Teramo contro l'intervento del negazionista David Irving. Ho letto gli insulti piu' vergognosi contro la comunista' ebraica tacciata di fascismo perche' non poteva accettare che chi nega da anni le sofferenze infernali passate dagli ebrei nei campi della morte, andasse a esporre le sue tesi malate e maleodoranti  in un'universita' pubblica.
Non si puo' permettere che una  minoranza  di ignoranti, di violenti, di figli di papa' che manderei a pala e picco nei campi, mettano in ginocchio la democrazia di un paese e che rendano gli atenei luoghi pericolosi e violenti dove non e' prudente  entrare senza scorta e che  devono essere circondati dall'esercito per pemettere a qualcuno di parlare.
Purtroppo assistiamo ogni giorno a manifestazioni di odio e di intolleranza nel mondo della sinistra e non solo in Italia.
Persino le femministe che sinceramente pensavo si fossero estinte, sono tornate a nuova vita per ricordarsi di essere contro Israele e rifiutare di pubblicare sul famosissimo e storico  MS, una pagina che portava le fotografie di tre donne israeliane, Dalia Itzik , presidentessa della Knesset, Dorit Beinisch presidentessa della Corte Suprema e Zipi Livini, Ministra degli esteri.
Sotto le foto delle tre grandi donne israeliane c'era solo la scritta " This is Israel". Questo e' Israele, Paese dove le donne hanno raggiunto l'uguaglianza, dove portano il fucile come i loro uomini e dove arrivano, molte ancora giovani, ai massimi livelli della societa'. 
Pubblicare un foglio che lodi  Israele attraverso le sue donne? Quando mai? 
Dunque queste ex femministe che hanno fatto carriera  e sono diventate delle cariatidi  al punto di non saper piu' parlare e protestare,  che non hanno mai detto una parola contro le impiccagioni di donne iraniane, molte incinte, che non hanno mai  criticato la condizione della donna nell'Islam, che stanno zitte zitte, buone buone di fronte a soprusi e sgozzamenti di altre donne, sono improvvisamente tornate a  nuova vita  per dire NO, le donne israeliane sul nostro giornale NO.
Peccato, da femminista che non ha fatto carriera perche' rimasta fedele agli  ideali di sempre, che non si e' mai svenduta politicamente, che protesta  e urla contro le ingiustizie, che sta dalla parte sbagliata perche' ama Israele, che viene calunniata e offesa perche' denuncia i soprusi di una cultura di morte, devo ammettere  che quelle cariatidi, sinistre in tutti i sensi, mi fanno pena.
Non hanno piu' niente se non il conto in banca  e la vergogna per quello che sono diventate.
Insomma, il mondo va sempre piu' alla rovescia, si sta tornando al clima di terrore, si sta tornando alle minacce, ai ricatti, alla violenza, si sta tornando indietro.
Forse, al contrario di quanto pensava Einstein, torneremo alla clava non a causa di una guerra ma perche' ci verra' tolta la liberta' di pensiero e la voglia di giustizia quindi la voglia di vivere.

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com 

BERTOLDO OSSERVA
1) A proposito di legge elettorale, i partiti maggiori discutono con i minori quello che possono offrire od ottenere, essendo però inteso che, in caso di disaccordo, si tengono tutto.

2) Dopo avere detto ogni male possibile dell’attuale legge elettorale, i partiti dell’estrema sinistra si aggrappano ad essa pur di evitare il referendum, e per “beneficiarne” sono perfino disposti a far cadere il governo. Era un “Porcellum” o un “Angelicum”?

3) Pur di evitare le conseguenze del referendum, i partitini andrebbero ad elezioni, che consegnerebbero il paese a Berlusconi. Eterogenesi dei fini.

4) Cesare, tre parole: veni, vidi, vici. Prodi, tre parole: duro perché faccio. Solo che il primo non mentiva.

5) Dicono: il Porcellum fa schifo, le elezioni anticipate e il referendum vanno evitati, Prodi va sostenuto. Poi, Prodi sta sulle scatole a tutti, meglio il Porcellum e meglio le elezioni anticipate. E il detestabile referendum, per Pdl e Pd, è una sorta di Babbo Natale.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 gennaio 2008


IL CREAZIONISMO
Chi è nato parecchi decenni fa si è sentito insegnare che l’uomo discende dalla scimmia. Il darwinismo era allora un’evidenza come il sistema copernicano, e le discussioni al riguardo puzzavano di muffa ottocentesca. Poi, nei lustri recenti, s’è cominciato a parlare di creazionismo e uno è stato obbligato a consultare lo Zingarelli, apprendendo che si tratta della “Teoria biologica secondo cui tutti gli animali e le piante attualmente esistenti sarebbero stati creati così come sono, e come tali si sarebbero mantenuti invariati nel tempo”. La parola chiave è “creati”. Creare infatti differisce da fabbricare perché il secondo rimanda ad una modifica e ad un assemblaggio di materiali preesistenti, mentre la creazione trae la cosa ex nihilo, cioè dal nulla. Cosa che può fare solo Dio.
Se queste premesse sono esatte, non si capisce come si possa discutere di creazionismo in campo scientifico. Infatti, per la scienza, “nulla si crea e nulla si distrugge”: dunque la creazione è scientificamente impossibile. Inoltre, Dio esula dalle ipotesi dimostrabili sperimentalmente, sia in positivo che in negativo. Non si può dimostrare né che Dio esiste né che Dio non esiste.
Si deduce da tutto questo che i credenti fanno male a discutere con gli scienziati. Nessuno gli vieta di credere ciò che vogliono credere, incluso ciò che è narrato nel Genesi. Portare la discussione sul piano scientifico sarebbe invece come voler dimostrare che l’orbita della Terra intorno al sole non può essere ellittica perché Dio è perfetto e avrebbe potuto creare solo un cerchio.
Gli scienziati a loro volta non devono discutere di creazionismo per una ragione opposta: la metafisica non ha posto fra le ipotesi scientifiche. È sciocco affermare che non si è mai osservata sperimentalmente l’esistenza dello spirito. Il meccanicismo, per la scienza, è un’ipotesi ineludibile. Se oggi ci sono uomini, e un tempo non c’erano, è chiaro che da qualcosa che non era un uomo si è arrivati all’uomo. Nessuno dice che una scimmia un bel mattino abbia dichiarato: “Da lunedì starò costantemente in piedi e mi chiamerò uomo”. Si dice soltanto che non esiste un’ipotesi alternativa. Non per lo scienziato. Se qualcuno sostiene che l’uomo discende non dalle scimmie ma dalle foche o dalle aquile, lo si ascolterà. Dice una sciocchezza, ma dice una sciocchezza scientifica. Se invece dice che l’ha creato Dio non lo si ascolterà, perché la sua ipotesi – essendo metafisica – non potrà essere scientifica.
Un’ultima nota riguarda il creazionismo usato per fini religiosi. Qualcuno dice infatti: io non dimostro che l’uomo è stato creato da Dio. Io dimostro che l’Universo com’è non può essersi fatto da solo. Arrivo a Dio scientificamente, nel senso che scientificamente non riesco a spiegare né l’Universo, né il suo ordine, né l’uomo, né la sua intelligenza.
Bel ragionamento, ma fallace. In primo luogo, se non riesci a spiegare qualcosa, non è che ne possa dedurre qualche altra cosa. Il mistero non spiega nulla. Se si mura una bicicletta dentro una stanza, e poi si abbatte il muro e la bicicletta non c’è più, se ne può dedurre solo che non c’è più. Si può discutere su come sia sparita ma alla conclusione si giungerà solo se e quando si dimostrerà chi e come l’abbia presa. Fino ad allora non è dimostrato né che l’abbia sottratta un angelo, né che l’acciaio nelle stanze chiuse evapori né che la bicicletta sia divenuta invisibile.
In secondo luogo, la tesi secondo cui l’Universo non può essersi fatto da sé risale ad Aristotele e a San Tommaso d’Aquino: è la catena causale che non può non fermarsi, altrimenti in infinitum procederetur. E infinito è solo Dio. Ma se questo ragionamento non ha convinto Immanuel Kant, che pure era credente, non si vede perché debba convincere gli scienziati. Questi, con lo stesso Kant, possono limitarsi a chiedere: dimostrateci che l’Universo non è eterno. E avrebbero partita vinta.
Il creazionismo è un argomento oggetto di appassionate discussioni e qui se ne parla con un atteggiamento infastidito, da presuntuosi. Con l’aria provocatoria di dire “considero questa tesi troppo sciocca per interessarmene seriamente”. E questo fa sì che l’autore di queste righe meriti di essere adeguatamente bacchettato.
Bacchettate che attende.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  gennaio 2008

IL REFERENDUM
La Corte Costituzionale ha ammesso i referendum. Ora c’è una scadenza ineludibile a primavera e si potrebbe osservare quanto segue.
1) Se il referendum si terrà, la risposta dell’elettorato dovrà essere inevitabilmente positiva proprio perché per mesi tutti i partiti hanno detto tutto il male possibile dell’attuale legge. Perfino al di là dei suoi effettivi demeriti: non si può infatti dimenticare che se alla Camera il governo Prodi non ha tutti i patemi d’animo che ha in Senato è perché lì funziona il cosiddetto Porcellum. Ma, come si diceva, è invalsa la moda di dirne peste e corna per anni e sarebbe strano che l’elettorato salvasse un sistema che per tutti è stato “una porcata”.
2) Se passa il referendum, il premio di maggioranza (proprio quello attuale), andrà al partito (e non alla coalizione) che avrà la maggioranza relativa. L’approvazione del referendum conviene dunque esclusivamente al partito che può sperare di averla. In Italia, esclusivamente, al Popolo delle Libertà e al Partito Democratico. Già questo potrebbe spiegare perché, dopo tutto, né Veltroni né Berlusconi hanno realmente sofferto dell’impossibilità, fino ad ora, di giungere ad un accordo su una nuova legge elettorale. Se l’accordo manca, per loro il risultato del referendum è un terno al lotto.
3) Chi invece ha tutto da perdere, sono i mini-partiti. Se passa il referendum, perdono totalmente il loro potere di ricatto. Alcuni addirittura (per esempio il Pdci) rischiano di essere esclusi dalla coalizione magari soltanto perché il Pd possa vantarsi di non avere con sé i “comunisti”.
4) Il partito che ha più da guadagnare dal referendum è quello di Berlusconi. Che è poi la ragione per cui si reputava improbabile che la Consulta desse il via libera. E che cosa possono fare i piccoli partiti per evitare la catastrofe? La risposta è solo una: evitare il referendum. Devono fare cadere il governo ed andare a nuove elezioni con la legge attuale. Secondo le previsioni vincerebbe Berlusconi, ma i mini-partiti farebbero ancora come parte della coalizione di centro-sinistra e rimarrebbero in vita. Potrebbero sempre sperare in una rivincita. Mentre se passa il referendum è morte sicura.
Ecco dunque le posizioni dei protagonisti, così come sono ipotizzabili oggi. a) Romano Prodi è interessato solo alla propria sopravvivenza politica e cercherà di rimanere in carica, quale che sia il risultato del referendum, finché qualcuno non lo butterà giù; b) Veltroni ha l’interesse di arrivare al referendum e poi andare alle elezioni; la nuova legge, obbligando gli altri ad accodarsi, gli darebbe il massimo di potere politico e un giorno, chissà, la Presidenza del Consiglio; c) An e Udc col referendum divengono alleati minori di Berlusconi (il quale, forse, potrà fare a meno dell’uno o dell’altro) ma possono sempre ottenere un’alleanza; d) Berlusconi cade in piedi in ogni caso. Se passa il referendum, diviene il ras della politica italiana, dal momento che il suo è prevedibilmente quel partito di maggioranza relativa cui la nuova legge assegnerebbe il premio. Se non passa il referendum e si va prestissimo a nuove elezioni, secondo i sondaggi dovrebbe vincere alla grande; e) chi deciderà tutto saranno dunque, probabilmente, i mini-partiti,i quali si trovano dinanzi ad un dilemma atroce: se continuano a sostenere il governo, sopravvivono fino al referendum ma con esso cessano di vivere o di contare; se invece fanno cadere il governo, possono andare a nuove elezioni con la legge attuale, magari perdendole, ma sopravvivrebbero come parte (necessaria) della coalizione; ma sempre con la spada di Damocle del referendum ammesso.
Nelle prossime settimane dovremmo uscire dalla sindrome di noia e depressione in cui ci ha tuffati un governo rissoso sopravvissuto solo col sostegno di non-eletti centenari.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 17 gennaio 2008

AVERE TORTO AVENDO RAGIONE
Per un vero miscredente, le cose che dice il Papa sono spesso insulse quando non assurde ma egli ha il diritto di dire ciò che reputa opportuno dire. Soprattutto dal momento che, nel mondo moderno, è permesso anche ai miscredenti dire la loro.
Ciò che è irritante, è che i mezzi di comunicazione che dovrebbero essere istituzionalmente neutrali (i giornali e  soprattutto la televisione di Stato) riferiscono ciò che riguarda la religione solo dal punto di vista dei credenti. A Natale si è capaci di esordire con parole di questo genere: “Oggi, nel momento in cui ricorre l’anniversario della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo…” In questa semplice frase si accumulano fin troppe affermazioni criticabili: in primo luogo, non ricorre affatto la nascita di Gesù di Nazareth, per l’eccellente ragione che la Chiesa non conosce il giorno di quella nascita. Né mai ha sostenuto di conoscerlo. Dunque, si dà per storico ciò che storico non è. Poi, con tutto il rispetto per il personaggio soprannominato, “Nostro Signore” possono dirlo i credenti, non i giornalisti Rai, perché “nostro” corrisponderebbe a tutto il popolo italiano. Cosa piuttosto azzardata.
Il Papa non ha nessun torto, per tutto questo. Una buona metà degli italiani si crede in diritto e in dovere di esprimersi così, mentre l’altra metà, pro bono pacis, lascia correre. E se i telegiornali si fanno un dovere di riportare le quattro parole di circostanza che il Papa dice la domenica, è forse colpa del Pontefice? Anche ad ammettere che egli fosse un pifferaio magico, se i topi gli vanno dietro, è colpa sua o dei topi? In Francia – dai tempi di Clodoveo figlia prediletta della Chiesa – questioni del genere non si pongono perché il Papa non è oggetto di questa attenzione. Il che sembra essere profittevole sia per il Papa stesso sia per i francesi in generale.
Nello stile, quanto è avvenuto all’Università la Sapienza è inqualificabile: si accolgono cortesemente anche gli ospiti di cui non si condividono le opinioni. Quei professori, quegli studenti sono riusciti ad avere torto in un campo in cui avevano ragione: alcuni non ne possono più, di questo atteggiamento devoto e prono del mondo ufficiale italiano. Ma avrebbero dovuto contestare le autorità accademiche, le televisioni, il governo, non il Papa. Joseph Ratzinger è una persona seria e stimabile e rappresenta il capo di una fede che tanta parte ha nella storia e nel cuore del nostro paese.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 16 gennaio 2008


Tutti Papi e tutti “Giudei”
Breve premessa: non c’è niente di più deprimente del parlare del nulla, se poi il nulla è addirittura papale e diventa rinuncia ed incapacità di un confronto sereno, l’assunto finale è che il declino italiano, e ripeto italiano, è inesorabile. Potevamo aspettarcelo dal mondo politico ed anche dal mondo accademico, ma dal mondo morale e spirituale del mondo e dell’Italia, qual è il Vaticano, no. E invece è caduta l’ultima frontiera. Il riassunto delle puntate precedenti è che uno dei papi più rigidi ed oltranzisti (almeno così all’apparenza ed è difficile purtroppo decifrare la realtà) viene invitato all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università La Sapienza di Roma, un gruppo di un centinaio di docenti su circa duemila, naturalmente appoggiato da studenti ignorantelli in cerca di idoli di riscatto della loro inferiorità contesta la visita e via alla gara del fanatismo, politico, ideologico (?), cui il Vaticano ha partecipato in maniera attiva e colpevole. Benedetto XVI non poteva di certo attendersi applausi e consensi per il suo manifesto contro la pena di morte, che in realtà è il manifesto a favore della vita e che così esposto significa il no chiaro all’aborto, alla contraccezione, all’eutanasia e quindi ad ogni forma di razionalismo e di progressismo scientifico in argomento. E per questo motivo il Vaticano non può pretendere che tutti ascoltino in silenzio il Papa, in quanto Papa. Naturalmente nell’epoca del degrado culturale, è difficile che la contestazione non diventi inutile e bestiale rumore e che il silenzio non valga se non è accondiscendenza. Striscioni, urla, proteste di scienziati che si dicono tali, ma che in realtà sono solo figli bastardi del ’68, quelli per cui la libertà è diventata ben presto voglia di comando o repressione per non averne mai avuto abbastanza ed essersi illusi. Scienziati? Ma quali scienziati, ne esistono ancora in Italia? Non mi risulta. E comunque tanto è bastato per la fiera delle intolleranze e dei fanatismi. L’Osservatore Romano, da giornale di preghiera e riflessione sulle vicende vaticane e sui pensieri del Papa e della Chiesa è diventata un organo di battaglia elettorale che deve supportare un suo partito ed un suo editore: la chiesa (con la c minuscola). Radio Vaticana che tuona contro, contro l’aborto, contro il relativismo eppure lo abbraccia, ne è intrisa. Per Radio Vaticana è ovvio essere come le altre radio: appartenere ad un padrone. Ferrara, veterocomunista e bestemmiatore che grida contro chi vuole usurpare la parola al Prof. Ratzinger, cardinali e vescovi che vanno in televisione per urlare contro i falsi miti e diventano uomini da salotto, da club televisivo, da vertice di governo, preparano perfino l’agenda di alcuni politici. Politici che si dicono laici e che non conoscono niente del laicismo, non ascoltano i silenzi altrui, non conoscono la pietas verso la donna stuprata, verso il malato morente, solo ma non ancora morto, verso la ricerca di nuove cure, di nuove frontiere; altri che si dicono cristiani, ma non hanno niente del Cristo, anzi hanno il livore dei “Giudei”, la vanità dei Farisei, offendono la vita e pensano di salvare con la legge. “Io faccio quello che voglio, ma da legislatore sarò conforme alla mia coscienza”. Il laicismo come alibi, la legge come speranza di redenzione. Ridere o piangere? Nella baldoria, come un uomo ignorato nella festa, sfottuto dai violenti, beffato dai falsi amici, c’è lui, il Prof. Ratzinger o Benedetto XVI, impaurito ed amareggiato dal chiasso, lui, scelto da Giovanni Paolo II per fermare il TGV della Chiesa dopo un ventennio di estrema velocità oppure ad ispirarsi a lui e magari andare ancora più oltre, chissà, non lo sapremo mai. Ciò che sappiamo è che Benedetto XVI è un uomo (non un Papa), un uomo solo, ingannato, prono sui suoi studi e per nulla ben voluto dal mondo, se non quello associazionista delle bigottismo preparato ad hoc o quello delle persone conquistate dalla Chiesa vera, quella che andava fra la gente con coraggio, becca fischi e pallottole, ma non si fermava. E’ un uomo solo, perché imprigionato dalla curia di porporati saccenti ed occhialuti che teorizzano e non praticano ed impaurito dalla veemenza di nuove generazioni ribelli e cafone, ricche dei loro padri eppure povere mentalmente. E ne siamo dispiaciuti. Il vero laico, il vero cristiano gli chiede di tirare fuori gli artigli, di conoscere il mondo oltre le sue lezioni e le sue moratorie, di scendere dove ancora c’è disperazione e non saccenza. Ora ci sarà una fila di caproni pentiti che parlerà a vanvera sul No del Papa, ma per poco, poi tutti alla buvette a ridere su Sarkozy e Carla Bruni. E’ lo specchio del mondo. Morto un Papa se ne fa un altro. Anzi, sarebbe meglio non farne nemmeno più uno. Siamo tutti Papi. E siamo tutti “Giudei”.

Angelo M. D’Addesio.


I SESSANT’ANNI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA
I competenti, quando parlano della Costituzione, hanno spesso un atteggiamento vagamente ironico. I principi generali sono infatti poco utilizzabili e valgono quando si incarnano in norme specifiche. Perché è nella specificazione che nasce il diritto. La Costituzione ha proclamato l’uguaglianza fra i sessi ma per anni alle donne non è stato concesso di intraprendere carriere che si reputavano naturaliter riservate agli uomini. Solo quando la società è stata matura ci sono state donne giudici o donne piloti di aerei da guerra. Non prima. Checché dicesse la Costituzione.
Si è detto e ripetuto che la Costituzione richiedeva tempo per essere attuata ma sessant’anni non sono stati sufficienti per porre rimedio alla risibile astrattezza di certe statuizioni. Qui, a titolo d’esempio, si parlerà di ciò che riguarda i lavoratori.
La prima norma che lascia perplessi è l’articolo 1: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Di serio qui c’è solo che l’Italia è una Repubblica. Democratica, infatti, è un aggettivo di cui si fregiavano anche le cosiddette “Democrazie Popolari”, in realtà satrapie sovietiche. Ma il peggio è l’espressione: “fondata sul lavoro”. Che significa? E su che altro potrebbe essere fondata, una repubblica, se per “fondata” si intende “che sopravvive mediante”? Essa non è una ricca ereditiera, e neppure una giovane disoccupata che continua a mangiare alla tavola dei genitori. Qualunque paese vive delle risorse naturali e del lavoro dei suoi cittadini: non ha e non può avere altri redditi.
In realtà la definizione ha un valore politico di sinistra. È un primo modo di cavarsi il cappello dinanzi ai “lavoratori”. I costituenti pensavano ai contadini e ai lavoratori delle industrie (falce e martello), non certo agli avvocati, ai cantanti lirici, ai professori d’università, ai magistrati di cassazione o ai capitani d’industria. Tutte persone che lavorano eccome: ma, stranamente, non comprese nel concetto di “lavoratori”. Per quella retorica, erano tali solo coloro di cui si poteva dire che erano “sfruttati” perché il padrone sottraeva loro il “plusvalore”. È per questo che fra di loro non erano compresi i meccanici, i parrucchieri, gli idraulici, i falegnami. Costoro, essendo autonomi, rientravano anzi a priori nella categoria degli evasori fiscali.
La Costituzione tuttavia non si è fermata a questa dichiarazione. Con l’art.4 ha stabilito che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
“Il diritto al lavoro” è chiaramente un’iperbole. Nessuno può ottenere un lavoro dal giudice su semplice esibizione della carta costituzionale. Dunque quel diritto non è un diritto. Ma forse l’articolo si salva con la seconda metà: lo Stato “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. A parte il fatto che parlare di diritto “effettivo” è un azzardo, perché nessuno ne ha mai beneficiato, “promuovere” è un verbo di tale ambito che per realizzarlo basterebbe dire: “per favore, assumete più gente che potete”. Cosa che lascia il tempo che trova.
Poi c’è l’art. 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. Questa norma è assolutamente mitologica. Il lavoro deve offrire un vantaggio al datore di lavoro (perché diversamente costui non assumerebbe nessuno) e la sua retribuzione è commisurata non ai bisogni del lavoratore, ma all’utilità della prestazione. Solo lo Stato, vivendo di tributi, può assumere lavoratori in perdita: ma se il principio fosse esteso all’intera nazione non si vede chi e come ripianerebbe il debito contratto da tutti. Inoltre, chi assumerebbe il padre di una famiglia numerosa, se bisognasse pagarlo in modo tale da potere mantenere dignitosamente cinque figli? Gli si preferirebbe uno scapolo o una donna al di là dell’età sinodale.
Molta gente crede che i salari siano aumentabili all’infinito (qualcuno li definì “una variabile indipendente”) e dimentica che la prima sanzione è la non assunzione e l’ultima il fallimento dell’impresa. Le leggi economiche non sono deontologiche: sono, per così dire, “fisiche”. Si può pagare malissimo un maestro elementare perché davanti al Provveditorato agli Studi c’è la fila e si deve coprire d’oro un centravanti di calcio, perché gli incassi che procura quell’artista della pedata sono altissimi. Gli scioperi, le negoziazioni, i contratti nazionali servono a stabilire il punto di equilibrio: ma la sostanza è data dalla produttività. Un contadino Masai non guadagnerà mai quanto un agricoltore dello Iowa. Se per la sua prestazione il singolo si vede offrire una somma con cui non riesce a sbarcare il lunario, come alternativa ha un altro lavoro o la disoccupazione. Oppure che qualcun altro, in casa, si procuri un reddito. Certo non basterà sventolare l’art.36 della Costituzione.
L’Art. 38 offre ancora qualcosa al lavoratore: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale”. Questo articolo prevede puramente e semplicemente il sussidio di disoccupazione, cosa auspicabilissima. Ma la vanità del proclama si vede da questo, che in sessant’anni di vita della Repubblica il Parlamento non ha gli dato attuazione. La stessa Cassa Integrazione riguarda alcuni privilegiati, non certo la grande massa dei lavoratori.
Si può concludere con l’Art. 46: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Innanzi tutto, ancora una volta, se un precetto non è attuato in sessant’anni, è segno che esso o è inattuabile o il paese non lo vuole. Poi, quando si dice “nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi”, è come se si annullasse la norma, perché la si sarebbe potuta attuare solo formalmente: per esempio predisponendo in tutte le imprese una cassetta con su scritto “Suggerimenti dei dipendenti”. Mentre poi il datore di lavoro svuoterebbe la cassetta come il cestino della carta straccia.
In questi decenni ci si è riempita la bocca col dovere di “dare attuazione alla Costituzione”: e dunque, quando si sono voluti creare posti di lavoro e di sottogoverno, si sono create le Regioni. Ma quando si è trattato di regolamentare il diritto di sciopero, tutti avevano molto altro da fare.
Questi sessant’anni non ispirano grande commozione.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - gennaio 2008

P.S. Probabilmente fra un paio di giorni la Corte Costituzionale dichiarerà ammissibile o inammissibile il referendum sulla legge elettorale ma nessuno sembra aspettare questa decisione come la soluzione di un problema giuridico. Questo la dice lunga sulla credibilità della Corte.





Da Bush a Baremboim passando per Torino
George W. Bush sta continuando il suo viaggio in Medio Oriente  dopo aver  passato il suo ultimo giorno in Israele a Yad va Shem. E' uscito dal Memorial dedicato al milione e mezzo di bambini massacrati dai nazisti, piangendo, come tutti.
Entrare nella stanza dedicata ai bambini  e  trovarsi nel buio mentre una musica fievolissima che sembra un lamento  chiude la gola, poi a poco a poco  ecco i volti di bambini e un mare di luci che brillano mentre alcune voci recitano senza nessuna esperessione i nomi delle piccole vittime del nazismo.
Un milione e mezzo di nomi  in ebraico, inglese, tedesco. Il nome di ognuno e la sua eta', il nome e gli anni, il nome nelle luci riflesse per un milione e mezzo di volte: 3 anni, 10 anni, 6 mesi, 15 anni,8 anni, 1 anno. Un milione e mezzo di nomi, ogni nome un'anima di bambino, ogni nome nel fumo di quei camini laggiu' nell'inferno dell'Europa.
Tornare alla luce del sole di Gerusalemme, accecati dalle lacrime e dal riverbero, senza  parlare perche' e' impossibile dire una sola parola. C'e' chi si siede su un muretto e scoppia in lacrime.
George Bush e' uscito con le lacrime agli acchi come chiunque abbia un'anima.
 "Dovevamo bombardare Auschwitz", mai nessun presidente lo aveva detto ma lui che e' una persona emotiva ha avuto il coraggio e lo sdegno per farlo.
Questo ai comunisti non e' piaciuto. Tutti i giornali di sinistra hanno criticato aspramente Bush per questa dichiarazione. Chissa' perche'! Forse perche' bombardare le rotaie che portavano le vittime al macello sarebbe stata un'azione poco pacifista e molti sinistri di oggi ragionano cosi', bisogna difendere gli aguzzini e dare addosso alle vittime.
Un'altra frase di Bush ha scandalizzato tutta la sinistra radicale, la frase piu' bella e  piu' giusta, quella che ha messo in chiaro il futuro di questa zona del Medioriente, poche parole importanti :
"L'accordo dovra' stabilire la Palestina come Patria dei palestinesi e Israele come Patria del Popolo Ebraico"
Le parole di Bush sconvolgono il sogno arabo-comunista di eliminare Israele con l'entrata nel Paese di milioni di arabi e mette fine all'ipocrisia degli stati arabi moderati, quelli che per distruggere Israele vogliono usare la vaselina anziche' l'atomica,  quelli che si battono per la formula  due popoli-due stati ma chiedono che nello stato di  Israele abbiano il diritto al ritorno i discendenti (milioni) degli arabi usciti da Israele nel 1948  (600.000), chiedono che nel futuro stato di Palesrtina gli ebrei non debbano esistere e che quelli che oggi  abitano in Giudea e Samaria se ne debbano andare per rendere judenrein il paese che nascera' in purissimo stile nazista.
Judenrein, parolaccia che non disturba i pacifondai, "bombardare Aushwitz" invece diventa uno scandalo.
Ma allora ho ragione io quando dico che i pacifondai sono.....assomigliano....vogliono le stesse cose dei.....ehhh si, vogliono le stesse cose dei....di quelli che marciano a passo dell'oca....ma cosa avete capito? Mica intendo i nazisti, no, assolutamente no, i nazisti sono morti e sepolti,  intendo...i loro eredi, i guerriglieri hezbollah che marciano a passo dell'oca e salutano colla mano tesa e quando arrivano davanti al loro fuehrer, scusate, no, intendevo al loro capo Nasrallah, urlano a mano tesissima, come un sol uomo HEIL.
Non gridano heil, dite?
E' vero, che sciocca, avete ragione, gridano MORTE AGLI EBREI.
 
La visita di Bush in Israele e territori e' stata  scandita dalla meteorologia :
il primo giorno a Gerusalemme il sole splendeva,le bandiere americane appese ai lampioni insieme a quelle israeliane, sventolavano contro il cielo blu zaffiro di Gerusalemme,  i bambini lo hanno accolto cantando Hava Naghila e lui e Peres si sono messi a ballare con loro. Nella residenza del Presidente Peres una bambina, con una grazia infinita, ha cantato in ebraico e in inglese Somewhere over the Rainbow offrendo ai due presidenti una rosa rossa mentre il coro dei bambini ripeteva il ritornello in ebraico, inglese e arabo.
In seguito la conferenza stampa e' stata fatta in inglese ed ebraico e sia Olmert che i giornalisti israeliani passavano indifferentemente da una lingua all'altra tanto che Bush ha usato le cuffie una sola volta, ridendo,  quando Olmert scherzando ha detto "adesso parlo in ebraico cosi' il Presidente non mi capira'".
Gerusalemme ha dato a Bush l'accoglienza che il Presidente degli Stati Uniti meritava : sole, canti e onore. Il sole e' stato un regalo speciale per la  Capitale che accoglieva il Presidente dell'unico Paese alleato di Israele.
 
Il secondo giorno a Ramallah: pioggia, freddo, nemmeno una bandiera americana lungo il viale fangoso che portava al Mukata, qualcuno sul marciapiede  gli mostrava invece il dito medio a mo' di saluto affettuoso. Altrove, dove Bush non poteva vedere, i palestinesi, per scaldarsi un po', bruciavano le bandiere americane e i ritratti del presidente sotto i quali si leggevano slogan poco  amichevoli. 
La conferenza stampa di Bush e Abu Mazen si e' svolta in una sala gelida dalle pareti ricoperte di mattonelle di ceramica, freddo cane e microfoni che non funzionavano, Quando parlava Abu Mazen in arabo non funzionava la cuffia di Bush e viceversa quando era il Presidente americano a parlare in inglese non funzionava la cuffia di Abu Mazen.
Da morir dal piangere!
 
Il terzo giorno di nuovo a Gerusalemme e splendeva il sole.
Bush, dopo la visita a Yad vaShem e' andato sul Monte delle Beatitudini e in Galilea dove e' rimasto  senza parole per la bellezza del paesaggio, le coltivazioni senza fine di banane e campi coltivati che sembra di essere in Nevada.
Infine, tra gli inni nazionali israeliano e americano, baci e abbracci e volti sorridenti e' partito alla volta di altri paesi arabi.
 
Mentre in Israele accadeva tutto questo popo' di roba questo cosa stavano facendo gli italiani comunisti ? Incredibile, stavano e stanno ancora  litigando perche' la Fiera del Libro di Torino e' stata dedicata quest'anno a Israele.
ANATEMA per i comunisti.
Non saprei come giudicare questa follia razzista. Vogliono invitare insieme a Israele anche la Palestina che non c'e' ancora.
Quando hanno dedicato la Mostra del Libro alla Turchia, i comunisti hanno preteso anche la partecipazione dei Curdi o della Grecia?
Quando inviteranno la Serbia pretenderanno anche il Kossovo?
Signori comunisti, vi consiglio di darvi una calmata perche' il ridicolo di cui vi siete coperti e' immenso.
Signori comunisti, abbiate pazienza, tappatevi il naso e lasciate stare Israele che non chiede mai di essere presente quando voi dedicate le vostre cose solo ai palestinesi raccontando al pubblico che vi segue menzogne plateali.
Signori comunisti,  capisco che la parola Israele vi faccia provare strane pulsioni, conosciamo da 20 secoli questo tipo di pulsioni, le abbiamo provate sulla nostra pelle ma e' ora che la smettiate, lo dico per il vostro bene perche' ormai nessun essere pensante vi crede piu'. 
Siete solo dei ridicoli pagliacci, provincialotti da strapazzo.
Per stare allegri ecco una notizia dell'ultima ora : il grande musicista ebreo israeliano Daniel Baremboim, un poveraccio pieno di odio verso il suo Popolo, ha chiesto la cittadinanza palestinese e il passaporto di quel paese che non c'e'.
Per avere il passaporto che invece c'e', pur senza paese, fanno miracoli sti palestinesi, non sanno fare le fognature ma hanno gia' i passaporti, ha dovuto firmare  quanto segue:
- di essere fedele alla Palestina. (nessun problema, lo e' da sempre)
- di riconoscere che il libero stato di Palestina e' la terra che va dal fiume Giordano al Mediterraneo, da Naqura fino a Al Aqaba e che appartiene al popolo palestinese.(Cancellato Israele)
- di riconoscere il diritto al ritorno dei palestinesi nella loro terra dove hanno vissuto per migliaia d'anni.(Negata la storia, rifatta la loro storia personale inventata).
Baremboim ha firmato la eliminazione di Israele per una Palestina dal fiume al mare.
Ha firmato le menzogne, l'odio e il tradimento.
Complimenti Vigliacco.
 
 Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

LA PACE ATTRAVERSO LA GUERRA
Avevo scritto un articolo con questa tesi: come ha detto Edward N. Luttwak, i conflitti divengono eterni quando uno dei due non è così completamente sconfitto, o scoraggiato, da accettare la pace. Proporre dunque negoziati ai palestinesi per ottenere la pace, come se essi avessero qualche cosa da offrire o qualche potere di fare la guerra, è assurdo. Bisognerebbe al contrario far capire loro che non hanno nulla da ottenere da atti aggressivi. Oggi invece ci si inginocchia dinanzi a loro, addirittura si parla assurdamente dei “diritti” dei palestinesi, come se gli sconfitti avessero dei diritti: e non c’è pace dal 1948.
Prima però ho tentato di vedere che cosa avesse scritto il politologo americano ed ho insperatamente trovato l’articolo originale. E così ho visto che era stato inutile scrivere l’articolo: Luttwak l’aveva già fatto, e meglio di me. Non mi rimane che proporlo agli amici.
Per chi non leggesse l’inglese, propongo qui di seguito la traduzione di alcune frasi, che danno una sufficiente idea della tesi. In corsivo qualche frase di chiarimento. Ho inoltre colorato in viola le parti dell’articolo (molto lungo) che si possono saltare, senza perdere l’essenziale della tesi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 15 gennaio 2008

Foreign Affairs  July/August 1999  - Give War a Chance  - By Edward N. Luttwak

Una scomoda verità cui spesso non si bada è che, benché la guerra sia un grande male, ha una grandissima virtù: può risolvere i conflitti politici e condurre alla pace. Ciò può avvenire quando tutti i belligeranti sono stanchissimi o quando uno vince in modo decisivo. In ambedue i casi la chiave del problema è che la lotta deve continuare fino a che si raggiunga una risoluzione radicale. La guerra conduce alla pace solo dopo essere passata attraverso una fase culminante di violenza. Le speranze di un successo militare devono svanire perché un compromesso divenga più attraente che continuare il combattimento.

Secondo Luttwak gli armistizi, imposti dale grandi potenze solo per far cessare lo spargimento di sangue, sono nocivi, se non assolutamente momentanei. Proprio perché impediscono la naturale conclusione delle guerre.
Gli armistizi imposti, nel frattempo - di nuovo, se non sono seguiti da accordi di pace negoziata – congelano artificialmente e perpetuano indefinitamente uno stato di guerra perché proteggono il lato più debole dalle conseguenze del suo rifiuto di fare concessioni per la pace.

La pace si afferma solo quando la guerra è veramente finita.

La caratteristica essenziale di queste entità (gli interventi internazionali) è che esse si  inseriscono in situazioni di guerra mentre rifiutano di impegnarsi in combattimento. Alla lunga, questo aggrava il danno. Se le Nazioni Uniti aiutassero il forte a sconfiggere il debole più velocemente e in modo ancor più decisivo, questo di fatto migliorerebbe il potenziale che la guerra ha di condurre alla pace.

Il risultato finale è che si impedisca l’emergere di un risultato coerente, che richiede uno squilibrio di forza sufficiente per concludere la lotta.

Le attività di soccorso umanitario sono le più disinteressate di tutti gli interventi in Guerra, e gli interventi più distruttivi.

Mantenendo in vita i rifugiati in condizioni spartane che incoraggiavano la loro rapida emigrazione o la loro sistemazione in loco, i campi dell’UNRRA in Europa avevano placato i risentimenti della guerra ed avevano contribuito a disperdere le concentrazioni revansciste di gruppi nazionali. Ma i campi dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) in Libano, Siria, Giordania, nella Palestina e nella Striscia di Gaza hanno fornito nell’insieme un livello di vita più alto di quello di cui la maggior parte dei contadini arabi avevano fruito prima, offrendo una dieta più varia, una scuola normale, cure mediche di livello superiore e senza la necessità di rompersi la schiena arando campi pietrosi. Essi dunque ebbero l’effetto opposto, divenendo residenze desiderabili piuttosto che campi di transito che si bramava di abbandonare. Con l’incoraggiamento di parecchi stati arabi, l’UNRWA trasformò civili in fuga in rifugiati a vita che partorirono figli-rifugiati, i quali a loro volta ebbero figli-rifugiati loro propri.
Durante mezzo secolo di attività, l’UNRWA ha così perpetuato una nazione palestinese di rifugiati, conservando i suoi risentimenti in condizioni di freschezza come erano nel 1948 e mantenendo intatto il primo sbocciare di emozioni revansciste. Attraverso la sua semplice esistenza, l’UNRWA dissuade dall’integrazione nella società locale ed inibisce l’emigrazione. La concentrazione dei palestinesi nei campi, per di più, ha facilitato l’arruolamento volontario o forzato di giovani rifugiati in organizzazioni armate che lottano contro Israele e fra loro. L’UNRWA ha contribuito a mezzo secolo di violenza arabo-israeliana ed ancora oggi ritarda l’avvento della pace.
Se ogni guerra europea fosse stata assistita dalle sue organizzazioni dopo la guerra, l’Europa attuale sarebbe piena di campi giganti per milioni di discendenti di Gallo-Romani sradicati, Vandali abbandonati, Borgognoni sconfitti e Visigoti scacciati dalle loro terre – per non parlare di più recenti nazioni, di rifugiati come i tedeschi Sudeti del dopo 1945 (tre milioni dei quali furono espulsi dalla Cecoslovacchia nel 1945). Una simile Europa sarebbe rimasta un mosaico di tribù in guerra, non digerite e non riconciliate, in campi separati in cui essere allevate.

Le élite politiche dovrebbe attivamente resistere all’impulso emotivo di intervenire nelle guerre di altri popoli, non perché esse sono indifferenti alle sofferenze umane ma precisamente perché esse ne sono profondamente toccata e vogliono favorire l’avvento della pace. Le Nazioni Unite dovrebbero dissuadere dagli interventi multerali invece di guidarli. Nuove regole dovrebbero essere stabilite per le attività dell’Onu di soccorso per i rifugiati, per assicurare che l’immediato aiuto sia velocemente seguito dal rimpatrio, dall’assorbimento in loco o dall’emigrazione, escludendo che si stabiliscano campi di rifugiati permanenti.

Ed ecco l’articolo originale -clicca qui- , in cui si ritroveranno le citazioni.

Un tuffo nel passato -  di Piero Ostellino
La lettura dell' odierno «Manifesto dei valori» del Partito democratico, redatto da Alfredo Reichlin, (ri)suscita nello studioso di filosofia e di scienza politica un irrefrenabile moto di ammirazione per il «Manifesto del partito comunista » di Karl Marx (e Friedrich Engels) del 1848. Tanto gli strumenti concettuali utilizzati da Marx erano la punta più avanzata della cultura della sua epoca, quanto quelli utilizzati da Reichlin appaiono la retroguardia della cultura di oggi. Più che il frutto del pensiero filosofico e politico contemporaneo, il Manifesto del Pd sembra il risultato di uno scavo archeologico nel socialismo utopistico, ieri degenerato storicamente nel comunismo, oggi parzialmente mitigato dalle «dure repliche della storia », la vittoria della democrazia liberale, del capitalismo e dell'economia di mercato.
Il Pd, «un partito aperto », «un laboratorio di idee e di progetti», nasce dalla necessità di «interpretare i processi storici e culturali in atto». Parrebbe una riedizione, per quanto tarda, del socialismo scientifico del giovane Marx del Manifesto del 1848, come «sociologia del capitalismo». Invece, è filosofia della storia, provvidenzialismo, modello teologico, nella (hegeliana) convinzione che la storia proceda verso un fine ultimo e che compito della politica sia quello di prevederne il cammino e di gestirlo, mentre la storia procede secondo la regola della «prova e dell' errore». Esigenza primaria del nuovo partito è, dunque, «il governo delle conoscenze». Negazione, questa, del concetto di «dispersione delle conoscenze » che è alla base della sociologia moderna (Max Weber), dell'individualismo metodologico (Friedrich von Hayek) e della società aperta (Karl Popper), cioè del processo attraverso il quale gli uomini, nella libertà, producono «inconsapevolmente » benefici pubblici attraverso comportamenti individuali non prevedibili e programmabili.
Per il Pd, «la libertà deve essere sostanziale e non puramente formale ». È l'anacronistica riedizione della convinzione dei marxisti che solo con l'abolizione dei rapporti di produzione capitalistici e la sconfitta della democrazia liberale sarebbe nata la piena libertà. In che cosa, poi, consisterebbe tale libertà «sostanziale » il Manifesto del Pd non lo dice chiaramente. Sembra di capire si tratti (genericamente) della libertà cosiddetta sociale di cui già Isaiah Berlin ha fatto giustizia nel saggio Le due libertà. Quella negativa (liberale), come «non impedimento» per l'Individuo; quella positiva (democratica), come interferenza collettiva nella vita degli individui, con le sue ricadute totalitarie. In realtà, l'aggettivo «formale» certifica la superiorità della libertà borghese rispetto ai regimi che hanno preceduto la democrazia liberale e a quelli comunisti che le sono succeduti. Un processo politico è descrivibile solo se individua momenti in cui le regole del gioco sono formalizzate. In caso contrario, non si può parlare di evoluzione del processo, ma di «stato di natura» (ciascuno fa quello che gli pare e vince il più forte). Il «Principe » cioè, oggi, lo Stato e chi lo controlla, è legibus solutus, non è esso stesso sottoposto a regole del gioco (pre)definite.
«L'individuo, lasciato al suo isolamento— dice a questo punto il Manifesto del Pd— non potrebbe più fare appello a quella straordinaria capacità creativa che viene non dal semplice scambio economico, ma dalla memoria condivisa, dall'intelligenza e dalla solidarietà, dai progetti di domani». E ancora: «Noi vogliamo non una crescita indifferenziata dei consumi e dei prodotti, ma uno sviluppo umano della persona, orientato alla qualità della produzione e della vita». Qui siamo alla traduzione dell'etica in politica, anticamera della dittatura. Poiché in Marx non c'è una vera teoria dello Stato, questa volta è Lenin di Stato e rivoluzione a venire in soccorso dei redattori del Manifesto del Pd. Che pasticcio... Potrei continuare. Ma mi fermo qui. Non perché quello del Manifesto sia un programma pericoloso. Figuriamoci. Solo perché a me pare unicamente il frutto di una memoria politicamente ripudiata, ma culturalmente non ancora dimenticata.

Corriere della Sera - 11 gennaio 2008
Commento di Gianni Pardo: Ostellino lo dice in maniera molto pudica, ma il senso è: “i comunisti rimangono comunisti”.

E SE OBAMA VINCESSE DAVVERO…?
Cosa potrebbe succedere se Barack Obama vincesse davvero? Ovvero se riuscisse a vincere solo la convention democratica, che sembra al momento essere in mano sua, ma addirittura a superare anche il rivale repubblicano e diventare l’uomo più potente del mondo (Putin escluso) ed il primo inquilino della Casa Bianca? E’ meglio iniziare a guardare lontano e quindi immaginare ciò che non più solo un’utopia ma una realtà ma proprio per questo motivo dobbiamo iniziare ad abbandonare il mondo dei balocchi e dei sondaggi, quello delle trasformazioni e delle democrazie perfette ed iniziare ad interrogarci se l’America vuole realmente l’utopia ed è pronta ad affrontarla oppure come ha fatto già altre volte, rifugga dalla medesima e preferisca ritornare al suo bigottismo, al suo conservatorismo, perfino alla sua a volte bieca real politik. Giornali, rotocalchi, sondaggi, grandi star del cinema, della tv e milioni e milioni di cittadini americani ci stanno e si stanno convincendo della rivoluzionarietà di queste elezioni. L’America per la prima volta è infatti chiamata a scegliere fra una donna leader che, marito a parte, ha una carriera di tutto rispetto, un afro-americano che non rinnega le ispirazioni islamiche, un giovane rampante che vive fra la malattia della moglie e la voglia di emergere, un ambasciatore di origini ispaniche ed ancora dall’altra parte, un veterano di guerra che la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle e non ha giocato a bigiare la leva, un sindaco di origini italiane che ha risollevato una città dopo una delle più grandi tragedie del nuovo millennio, per giunta, un personaggio ricco, ma atipico e mormone. E’ vero, sono elezioni storiche e chi vincerà un confronto di tal tipo sarà uno dei presidenti più grandi d’America, pari a Jefferson, a Lincoln, a Roosevelt, a Reagan, e lo sarà nel momento più basso della Casa Bianca, devastata da scandali sessuali e incapacità plateale a livello interno ed internazionale. E Obama è molto di più di tutti gli altri, è una sintesi religiosa, è una politica fuori dagli schemi partitici ed ideologici, è un uomo della gente, è un uomo fuori dagli standard, è un messaggio culturale nuovo, di rottura. In una parola: è un uomo fuori dal “sistema”. E siamo veramente sicuri che il “sistema” lo accetti e che non lo faccia fuori in qualunque modo durante la campagna elettorale, ammesso che ci riesca, visto che Obama ha rivelato tutto ciò che di compromettente potesse essergli rinfacciato? Obama rischia grosso, Obama è un uomo pericoloso per quel “sistema”, di cui tanto sentiamo parlare nei film, ma che esiste e che non è costituito da tv, da giornali, da milioni di americani con le bandierine in mano, sebbene sappia ben mischiarsi fra di loro. Ecco perché sono sicuro che Obama non arriverà fino in fondo e non perché ci sia qualcuno più forte, ma perché si ritroverà a lottare ad armi impari, contro qualcosa di più forte di lui e che gli impedirà di diventare presidente e forse per lui e per la sua famiglia potrebbe essere un bene. L’America sogna l’utopia ma vive nella realtà ed in quella realtà ha disfatto presidenti di questo tipo, ha ucciso Lincoln, ha ucciso John Kennedy e suo fratello Bob, ha rinnegato la politica di Roosevelt subito dopo la sua morte e lo ha fatto anche con altri leader anti-sistema, da Luther King a Malcom X. L’America va di fretta e dimentica presto i suoi assassinii e questo è un bene, ma è anche un male: vuol dire che il “sistema” va avanti e può macinare uomini ed idee, ma non distruggere sé stesso. Se Obama dovesse finire nell’ingranaggio, magari vincere la nomination democratica ed andare oltre fino a scontrarsi, lui classico uomo di impeto democratico contro il più classico e conservatore dei candidati come Mc Cain, potrebbe diventare il primo presidente della nuova America o l’ennesima stella abbattuta da un ignoto perché, come tante sono le questioni ignote in America, ignote ed incontrollabili: da Hiroshima a Saigon, da Cuba a Guantanamo, passando per Dallas e l’11 settembre. Ci sono ormai tanti modi per colpire, tante forze che colpiscono e tanti modi per mascherare chi ha colpito. Bhutto insegna qualcosa e quando qualcosa deve succedere, non pensate che gli Usa siano diversi dal Pakistan, non conta quello. Forse è solo dietrologia, fantasia addirittura. C’è da augurarselo e da pregarci, come sta facendo la sua zia keniana e non solo per lui, ma per il mondo.        
Angelo M. Daddesio

Benvenuto Mr. Bush, Wellcome, Baruch Abba'
Arriva Mr Bush in Israele, si stanno gia' srotolando i tappeti rossi all'aeroporto Ben Gurion e Gerusalemme e' gia' vestita a festa ma chi ha  pensato di dare in anticipo il benvenuto al Presidente degli Stati Uniti e' stato Hezbollah che oggi ha gia' sparato due missili in Galilea, Israele, colpendo la cittadina di Shlomi.
"Benvenuto Presidente, dicono quei missili,  noi hezbollah siamo qui, siamo pronti a ricominciare  fino a quando non ragggiungeremo il nostro sogno, la fine dell'esistenza di Israele, intanto riscaldiamo un po' l'ambiente in suo onore, Presidente."
Quei missili, episodio gravissimo, sembrano la ciliegina sulla torta dopo la notizia della visita  a hezbollah fatta da quella specie di ebreo , tale Norman Finkelstein l'antisemita, che ha dichiarato:
" Gli hezbollah lottano per difendere la loro patria".
Evidentemente l'esimio professore pensa che Israele, pardon l'entita' sionista, debba scomparire per diventare araba e islamica e, dopo aver dato le dimissioni  dalla DePaul University di Chicago, ha trovato un'altra occupazione,  presumibilmente molto redditizia, che gli si confa': ambasciatore di odio antiebraico presso il mondo arabo-islamico.
Molto meglio i soldi e l'ammirazione dei nemici di Israele che fare il professore in USA col rischio di dover insegnare anche a qualche odiato giudeo.  
Con ebrei del genere chi ha bisogno di Ahmadinejad?
 
Ma torniamo a Bush. Era dal 1998 che un presidente USA non veniva in Israele.
Nel 1998  Bill Clinton ebbe un'accoglienza grandiosa fino a quando non lo abbiamo visto piangere di commozione alle promesse di pace di Arafat che urlava, come al solito mentendo, " Abbiamo cancellato il comma dove chiediamo la distruzione di Israele".
Allora, noi israeliani sempre un po' scettici di fronte alle sceneggiate arafattiane, abbiamo fatto delle gran risate vedendo tremare il mento di Clinton e i suoi occhi farsi lucidi.
Grande comunicatore il Presidente, quasi quasi ci commuovevamo  tutti.
Non avevano cancellato niente naturalmente  ma nessuno si era preso la briga di controllare,  era tanta  la voglia di pace che per Arafat fu estremamente facile prendere tutti per i fondelli.
Era il suo secondo lavoro, il primo ammazzare ebrei.
Clinton aveva anche promesso, con il consenso del Congresso, di portare l'ambasciata USA a Gerusalemme entro il 20 gennaio 2001 ma poi si e' distratto e tutto e' finito nel dimenticatoio chiamato "non facciamo incazzare i palestinesi e il mondo arabo".
Eppure Clinton era amico di Israele, l'America e' amica di Israele, Bush e' amico di Israele ma anche gli amici, anche gli alleati, sono purtroppo condizionati dalla violenza e dalle minacce del mondo arabo.
Figurarsi i paesi che ci sono nemici!
Bush arriva in Israele dopo il summit di Annapolis per dare una spinta a Olmert e a Abu Mazen  che sembrano essersi impantanati in mille problemi.
- I razzi kassam sul Neghev continuano inesorabili,  gli ultimi sono arrivati fino a nord di  Ashkelon.
- L'ala militare di Fatah e' ancora attivissima nel terrorismo nonostante le promesse e i giuramenti di sua maesta' Abu Mazen.
- Ammazzano civili israeliani, soldati israeliani, sparano su tutto quello  di israeliano che  gli capiti sotto tiro.
Del resto Abu Mazen puo' giurare finche' vuole ma lui e i suoi pretoriani sono talmente coinvolti nel terrorismo che le sue promesse valgono meno di un soldo bucato.
- Nessun arabo palestinese accettera' mai che Israele sia uno stato ebraico.
- I politici arabo-israeliani hanno deciso di boicottare tutti quelli che appoggeranno questa richiesta.
- Hezbollah ricomincia a provocare Israele.
 
Caro Mr. Bush, non venga in Israele a battere i pugni sul tavolo, provi a darci una mano.
Siamo circondati da odio e da violenza, siamo attaccati dentro Israele dagli arabi di questo Paese che urlano come cornacchie ma che poi dicono che non ci pensano nemmeno di andare in una futura Palestina.
Sempre in Israele, due ministri laburisti  vogliono liberare Marwan Barghouti, l'assassino, capo dei Tanzim, un corpo di barbari ideato da Arafat e organizzato dal Barghouti assassino sulla cui testa pesa un numero discreto di ergastoli.
Abbiamo milioni di problemi tra cui dare asilo e lavoro ai profughi del Darfur  e dall'Eritrea che scappano in Israele inseguiti dalle fucilate degli egiziani.
Adesso abbiamo anche il problema della danza del ventre perche' l'Egitto ci accusa di rubare la cultura araba.
Come vede Presidente stiamo nuotando in un mare di delirio cercando di tenerci a galla alla meno peggio e le assicuro che e' faticoso.
Non venga a metterci una mano sulla testa per farci affogare.
 
Siamo attaccati dai nostri confini:  i kassam a sud e adesso di nuovo , per la seconda volta dal 2006, i katiusha a nord.
In cinque mesi abbiamo avuto 760 attacchi armati destinati ad aumentare come sempre succede  quando gli arabi sentono puzza di pace.
 
Oltre alle aggressioni palestinesi e ai deliri arabi, siamo attaccati dall'opinione pubblica di tutto il mondo  che anziche' vedere la barbarie palestinese li riempie di soldi e tace anche dopo aver saputo che sacchi inviati dall'UE contenenti zucchero erano invece pieni di  nitrato di potassio da utilizzare per preparare esplosivo o come propellente per razzi.
L'Unione Europea doveva aprire un'inchiesta ma pare se ne sia dimenticata.
L'Europa non capisce niente, Mr.Bush, e' troppo presa nell'intento di compiacere l'Islam per capire qualcosa.
Siete voi americani i nostri alleati, se lo ricordi Presidente, non traditeci.
Non e' la pace che vogliono, loro odiano noi e ci vogliono morti ma sappia che odiano anche lei e il suo Paese.
Noi siamo il Piccolo Demone ma voi americani siete il Grande Demone, non lo dimentichi, Presidente.
La Pace?
La pace non ci sara' a meno che non accadano due cose impossibili :
1. Che  USA e tutto l'Occidente si schierino con Israele, coraggiosamente  e senza esitazioni. Basta lasciarci soli e dirci "dovete fare questo, dovete dare quello".
Tutti con noi, tutte le democrazia del mondo al grido VIVA ISRAELE .
 
2. Che le stesse democrazie dicano ai palestinesi,"avete sempre rifiutato tutto per scegliere la violenza, adesso non si torna indietro, il 48 e' passato col vostro NO, Kartoum e' passato coi vostri tre NO NO NO. Il 2000 e' passato col vostro terrorismo e l'ennesimo rifiuto. Adesso prenderete quello che noi decideremo e poche storie!"
 
Lo so che e' solo un sogno,  un sogno impossibile dati i tempi che corrono ma
io vorrei altre due cose da Bush.
Vorrei che alla Knesset  dichiarasse :
" Porteremo la nostra Ambasciata a Gerusalemme entro il 2008" e vorrei che andasse a Sderot e dormisse per una notte sola in quella citta' martire e piena di coraggio per capire cosa sono gli israeliani e soprattutto per sentire e vedere chi sono i palestinesi.
 
Al brusco risveglio dovro' invece rendermi conto che Bush ci dira' cosa dovremo fare e quanto dovremo dare, che dal nord ricominceranno a piovere i razzi katiusha e che da sud  spareranno sempre i kassam, che Israele non ha il diritto che chiedere il riconoscimento come stato ebraico, che non ha il diritto di costruire case nei quartieri della sua Capitale, che il mondo ci odia e che tutto continuera' come prima.
 
Benvenuto Mr. Bush, Wellcome, Baruch Abba', non si preoccupi, era solo un bel sogno!
Pero' me lo lasci gridare : VIVA ISRAELE, ORA E SEMPRE.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

IL PENPENPENPENTULTIMATUM
Prodi ha dichiarato che le proposte di Dini sono materia di possibile discussione e a questo punto Dini, sentiamo oggi, dà tempo a questo governo fino ad aprile. La tentazione di dire “Ve l’avevo detto” è miserabile ma, come diceva Oscar Wilde, se c’è qualcosa cui non resisto è la tentazione”.
Nel dicembre scorso, ecco le bellicose dichiarazioni di Dini: “Siamo pronti a sostenere un governo che si impegni a realizzare questo programma minimo. Se sarà espressione dell'attuale maggioranza, bene. Ma chiediamo una risposta chiara, senza ambiguità, al più tardi al momento della verifica prevista per metà gennaio”.
E immediatamente, il 30 dicembre 2007 (Un coup d’épée dans l’eau”) io scrivevo: “Dini sembra non immaginare che la risposta di Prodi sarà un sì entusiastico su tutta la linea (così il suo governo rimane a galla), con la riserva mentale - manifestata sottobanco ai partiti dell’estrema sinistra – di non farne nulla”.
Ebbene, sono stato troppo ottimista. Prodi non si è neppure strapazzato a dire sì e Dini s’è accontentato della dichiarazione (insignificante e ambigua) secondo cui ciò che lui ha detto non era assolutamente demenziale. Quello di Dini non era un ultimatum, e neppure un penultimatum. Era un penpenpenpentultimatum.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 gennaio 2008


IL NO DI KLAUS
La fama ha i suoi capricci. È difficile dire perché l’intero paese si fosse convinto che Klaus Cavemann fosse un grande saggio. Forse un genio. Aveva pubblicato un paio di libri e molti articoli qua e là, dimostrando un intelletto straordinario, ma aveva sfuggito costantemente le tavole rotonde, le interviste, le comparsate, e tuttavia questa costante assenza, invece di renderlo antipatico, gli era tornata utile. Da un lato la maestà, come insegna Shakespeare, è tanto più credibile quanto più è lontana, dall’altro il semplice fatto di esprimersi solo per iscritto faceva sì che le sue parole – spesso citate come perle di verità – fossero formulate nella maniera più chiara ed elegante. La sua evidente mancanza d’ambizione permetteva inoltre a tutti di dirne bene senza temere di avere involontariamente favorito un pericoloso concorrente.
Klaus avrebbe potuto gloriarsi della celebrità acquisita, ed anche trarne qualche profitto, ma la sua naturale misantropia gli faceva ipotizzare come un calvario il contatto col prossimo. Soprattutto se superava il numero di due. Aveva dunque degli amici e dei corrispondenti via internet, ma per il resto la donna di servizio, obbedendo agli ordini della moglie, lo proteggeva dal mondo esterno. Opponeva agli estranei una barriera invalicabile; rispondeva solo lei al telefono; apriva solo lei la porta; respingeva inesorabilmente giornalisti, curiosi, sfaccendati e questuanti di ogni genere. Tanto che, alla fine, il flusso era cessato. Si poteva inviare un’e-mail ma sapendo che sarebbe rimasta senza risposta. Identificato il seccatore, Klaus lo metteva nella sua immensa lista nera elettronica e il suo computer ne buttava poi diligentemente la corrispondenza nella spazzatura, senza neppure avvertirlo dell’arrivo.
Il paese viveva un momento di grande incertezza. La gente trattava da incapaci, da corrotti e da delinquenti tutti i politici, e il più grande partito viveva una crisi nella crisi. Non riusciva a mettersi d’accordo sul nome del leader. Il rischio era quello di una scissione e purtroppo la scissione avrebbe probabilmente consegnato la primazia al secondo partito: sarebbe stato un disastro.
Avvenne allora quello che tante volte è avvenuto in conclave: nello scontro tra due colossi molto agguerriti, vince un terzo che ha il vantaggio di sembrare meno pericoloso dei protagonisti. Un Papa di transizione, come si dice. E dal momento che la fama a volte sembra considerare il rifiuto degli allori come un gioco a rimpiattino, il risultato fu che un giornale lanciò la candidatura di Cavemann. Dopo un primo momento di sorpresa, l’antipolitica, oltre che i veti contrapposti, fecero il resto. L’elettorato del Partito della Concordia cominciò a chiedersi: perché disprezziamo questi politici? Perché ci sembrano tutti interessati. Mentre Cavemann ha dimostrato di non avere interessi. Né personali né economici. Le sue idee le regala addirittura. I nostri leader ci sembrano sciocchi, mezze calzette che dicono ipocrite banalità? Ebbene, Klaus è ammirato da tutti per la sua intelligenza. Proviamolo. Male che vada, lo manderemo a casa.
La marea salì talmente che, a furor di popolo, il Consiglio Nazionale del partito offrì la carica di Segretario Unico al dr.Nikolaus Cavemann e la notizia fu su tutti i giornali, provocando un unanime moto di sollievo: finalmente una persona per bene, che forse avrebbe messo in riga quella manica di polli che si becchettano l’uno con l’altro! Ma il sollievo fu di breve durata. Il giorno dopo infatti Klaus, senza neppure uscire di casa, inviò a tutti i giornali la seguente lettera:

“Cari elettori del Partito della Concordia,
vi ringrazio della stima che mi avete manifestato, stima che probabilmente va fin troppo al di là dei miei meriti reali, ma non posso accettare il grande onore propostomi. Se accettassi lo farei solo per spirito di servizio ma per lo stesso spirito di servizio non posso farlo: perché vi farei fare un pessimo affare. Non sono un politico professionista. Non so nulla della vita dei partiti. Inoltre, l’ipotesi del potere non mi alletta. Non sono adatto alla carica propostami, ecco tutto. E cerco di spiegare perché.
Un capo ha come principale dovere quello di far vincere il proprio partito. Per fare questo, in democrazia, deve piacere a moltissimi: ma chi vuole piacere a moltissimi non deve avere idee personali. Deve rispecchiare, con le sue parole, ciò che gli elettori già pensano. Deve promettere ciò che gli elettori desiderano sentirsi promettere. Deve placcarsi sui loro giudizi e pregiudizi. Per poi ovviamente tradire la fiducia ricevuta.
Vi fornisco degli esempi.
Se l’intero popolo è furente per l’aumento del costo della vita, il bravo capo promette il controllo dei prezzi; sanzioni per chi cambia i cartellini; magari l’apertura di negozi di Stato dove la merce è offerta a prezzo di costo. E questo è un motivo di successo. Colui che dicesse invece: ‘Dai tempi di Diocleziano il controllo dei prezzi è stato sempre impossibile. Se si stabilisce un calmiere o la merce sparisce o la si trova solo al mercato nero”, come sarebbe considerato? Ad andargli bene, si direbbe che è amico dei profittatori.
Se la gente si lamenta dell’alto costo delle pigioni, il bravo capo promette una legge per l’equo canone, col risultato che si falsa completamente il mercato. Alcuni inquilini, forse ricchi, pagherebbero pigioni risibili a proprietari forse poveri, altri non troverebbero una casa e soprattutto sarebbe eliminata l’edilizia per creare alloggi da locare. Le case per conseguenza sarebbero ancora più rare, i prezzi ancora più alti e i contratti si farebbero in nero. Tutto questo è chiaro? Ebbene, come reagirebbe la gente al politico che dicesse questa verità? Lo odierebbe. Non basterebbe dire: Lo so, le pigioni sono alte, e mi dispiace. Ma se ci mettiamo le mani, o saranno ancora più alte o non troverete una casa. E rimarrete con i vostri genitori fino a trent’anni”.
La gente si lamenta della disoccupazione ma considererebbe un reprobo il politico che dicesse: Renderò i lavoratori licenziabili per capriccio e sui due piedi. Sarà orribile a dirsi ma dopo, sapendo di potersi liberare senza difficoltà della persona sgradita o inutile, chiunque assumerebbe senza esitare. Invece con la sicurezza del posto per alcuni si ha la sicurezza della disoccupazione per molti”. Pensate che il vostro partito avrebbe molti voti se io dicessi cose di questo genere?
Facciamo invece l’ipotesi che, dicendo le solite baggianate e facendo le solite promesse, io guidassi il vostro partito alla vittoria. Poi, da Presidente del Consiglio, che farei? Quello che ho promesso, e non posso mantenere, o quello che è necessario e che tuttavia non vi piace?
Il politico è costretto a mentire. Se non mente, non lo eleggono; se mente, poi gli rimproverano d’essere un bugiardo. Se fa buone leggi, gli rimproverano gli effetti collaterali; se fa cattive leggi gli rimproverano d’avere fatto cattive leggi. Solo l’ambizione, una totale mancanza di scrupoli e un amore sfrenato per il potere possono spingere un uomo ad intraprendere questa carriera. Io, come sapete, non sono ambizioso. Ho stupidamente degli scrupoli e del potere non m’importa affatto. Comandare è troppo spesso un’occasione di contatto con persone che si disistimano. Dunque non faccio al caso vostro.
Klaus Cavemann”.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 gennaio 2008

COLPIRE GLI EVASORI
Un titolo dal “Giornale” (19 dicembre 2007): “La pressione tributaria a fine 2007 sarà superiore al 43% del pil. E la lotta all’evasione porta altri 1700 milioni”.
La maggior parte dei lettori, dinanzi a questo titolo, avrà avuto un moto di contentezza. Sia per la lotta all’evasione ma anche perché l’aumento del gettito suona come “denaro in più”: e chi è mai scontento del “denaro in più”? Purtroppo, quando il “denaro in più” deriva da una maggiore produzione di ricchezza, c’è indubbiamente da brindare, ma se si tratta di una più pesante imposizione fiscale, c’è da preoccuparsi.
L’imposizione fiscale è bifronte. Per lo Stato, è il mezzo con cui può finanziare la propria azione: pagare gli stipendi, costruire le strade, edificare caserme ed ospedali. Per questo si pensa giustamente che più denaro ha lo Stato, più cose farà per la collettività. Ma c’è chi quel denaro lo versa. E mentre lo Stato spende denaro non suo, prelevato con la forza, il contribuente  rinuncia a una parte del suo guadagno. Ha diritto di rimpiangere questo denaro? In linea di principio no: il denaro che si dà allo Stato è come se lo si desse a sé stessi. Ma ci sono delle obiezioni.
Se un signore vuole un gelato, può andare al bar più vicino e pagherà x. Se invece telefona al bar per farsi mandare il gelato a casa, pagherà anche il prezzo del trasporto. Un intermediario comporta sempre un aumento del costo. Se dunque lo Stato fornisce al cittadino un bene o un servizio che si sarebbe potuto procurare da sé, glielo farà inevitabilmente pagare più caro. Per questo dovrebbe limitarsi all’indispensabile.
Ma c’è di peggio. Se il bar non ha concorrenti nell’ambito di chilometri, agirà in regime di monopolio e potrà imporre qualunque prezzo. Lo Stato spesso somiglia a un bar che vietasse l’apertura di altri bar. Non solo fa pagare carissimi quei servizi che esso soltanto può offrire, ma obbliga i cittadini ad accettare da lui quei servizi che essi potrebbero procurarsi da soli. E qui è opportuno fornire un esempio.
Lo Stato obbliga tutti ad assicurarsi con il SSN. Se questa assicurazione (costosissima) funziona male, i cittadini sono spesso costretti a ricorrere a cliniche e medici privati: ma in questo caso pagano due volte lo stesso servizio. Lo Stato poteva fare come ha fatto per la responsabilità civile automobilistica, poteva obbligare tutti ad assicurarsi. E basta. Se gli ospedali fossero imprese che devono contendersi la clientela, se le loro convenzioni con le società assicuratrici  avessero luogo in regime di concorrenza, si avrebbe un migliore servizio a costi inferiori. Ma lo Stato, con la scusa di proteggere meglio i cittadini, non vuole perdere il potere di sottogoverno, le leve elettorali e tutto ciò che di pessimo ruota intorno alla sanità pubblica.
Ecco una delle ragioni per cui molta gente paga malvolentieri tasse ed imposte: lo Stato, volendo fare molte cose, le fa male e a costi altissimi.
Chi amministra denaro altrui non lo fa mai con la stessa cura con cui amministrerebbe il proprio. In casa propria ognuno spegne la luce passando da una stanza all’altra; qualcuno addirittura chiude la manetta del termosifone nelle stanze in cui non conta di andare. Le stesse persone in ufficio tengono tutte le luci accese e il riscaldamento al massimo: a costo di aprire la finestra (“l’aria pura fa bene”). E questi sono gli sprechi minimi! Ci sono infatti quelli giganteschi: costruire una strada dove non serve (e sono miliardi); assumere costantemente tre impiegati dove uno dovrebbe bastare o migliaia di forestali inutili, come in Calabria. I guasti maggiori non li fanno i lussi della “casta”: gli stipendi da favola, le pensioni da nababbi dei privilegiati di Stato, la pensione di senatore per chi ha esercitato quel mandato per due anni, sei mesi e un giorno. I guasti maggiori li fanno gli sprechi e la corruzione clientelare. Lo Stato va avanti a caso, senza preoccupazioni di economicità. Tanto paga il contribuente. E da questo nasce la tentazione dell’evasione.
La lotta a questo malcostume rimane sacrosanta. Non è giusto che alcuni paghino i servizi ed altri no, mentre tutti ne beneficiano. Ma questa lotta sarebbe molto più facile se l’imposizione non fosse di rapina. Per una tassa del dieci per cento nessuno si darebbe la pena di evadere, mentre se la tassa è del cinquanta per cento, anche un onest’uomo si chiede come non pagarla.
C’è un ultimo, paradossale motivo per non essere troppo contenti dell’aumento del gettito fiscale. Gli evasori non sono soltanto grandi imprenditori o avidi commercianti: sono anche milioni di cittadini - idraulici, falegnami, muratori, insegnanti privati, venditori senza licenza - che lavorano in nero. Costoro evadono le tasse, certamente. Sono colpevoli, certamente. Vanno scovati e puniti, certamente. Ma finché ciò non avviene, quei lavoratori producono ricchezza. Alcuni si accontentato di guadagnare poco e se dovessero mettersi in regola probabilmente smetterebbero di produrre quella ricchezza. Non si sta facendo l’apologia del lavoro in nero, rimane un’attività illecita, a volte addirittura pericolosa per chi l’esercita, ma contribuisce notevolmente al pil nazionale. Se la si sopprimesse, il paese migliorerebbe certamente dal punto di vista giuridico e morale, ma sarebbe più povero. Diversamente dal ladro che non produce ricchezza, e la sottrae soltanto a chi l’ha prodotta, il lavoratore in nero contribuisce all’economia del paese. Bisognerebbe, con una tassazione mite, indurlo ad entrare nella legalità.
L’aumento del gettito dello Stato è da applausi se consegue ad un aumento del pil, mentre può causare un impoverimento generale se è solo il risultato dell’aumento della pressione fiscale. Un’efficiente lotta all’evasione va accoppiata ad una diminuzione della tassazione.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.


NO ALLA SPAZZATURA
È possibile che qualcuno abbia seguito accuratamente le vicende della spazzatura in Campania, ma i non direttamente interessati sanno solo questo: che ogni volta che si individua un sito per depositarvi l'immondizia, gli abitanti del luogo protestano, creano blocchi stradali, minacciano la rivoluzione. Col risultato paradossale che si è arrivati a spedire la spazzatura in treno, da una regione povera come la Campania, addirittura in Germania.

La gente sa benissimo che quel materiale da qualche parte deve andare. Insiste soltanto su un punto: "non qui". E poiché tutti dicono "non qui", la somma dei "non qui" diviene "in nessun luogo". Poiché però in natura nulla si crea e nulla si distrugge, la spazzatura è ancora lì. Nelle strade di Napoli. Lo Stato è gravemente colpevole di non avere imposto la sua volontà a queste folle scervellate, ma queste folle scervellate forse meritano la loro spazzatura.

La realtà contemporanea, nei paesi sviluppati, è filtrata e depurata. Si mangia carne, ma non si è mai visitato un macello. Si mangia verdura, ma non ci si sporcano le scarpe nei campi. Si aziona lo sciacquone del bagno ed è come se ciò che c'era nella tazza sia andato a finire in un'altra galassia. Per non parlare del contatto con la natura: molti non hanno mai visto un toro o un asino da vicino, considerano un topo una sorta di drago medievale e una blatta li fa andare in escandescenze: bisogna cambiare casa? Una bella barzelletta tedesca riassume bene questo fenomeno. Un cittadino ben vestito chiede ad un contadino: "Perché mai allevate queste mucche, quando il latte potete trovarlo pulito e ben confezionato sugli scaffali dei supermercati?"

L'uomo moderno ama chiudere gli occhi su tutto ciò che potrebbe turbarlo. Non vuole che gli si ricordi che tutti abbiamo bisogni fisiologici, che le malattie più crudeli colpiscono a caso, che un giorno moriremo. Il rifiuto della spazzatura risponde a questa logica di rimozione, sostenuta dall'igienismo: a un chilometro la spazzatura è ancora letale. Meglio averla sul marcipiede di fronte alla porta di casa, forse.

Infine c'è la mania di dire no. Non vogliamo il Ponte sullo Stretto, non vogliamo l'alta velocità Lione-Torino, non vogliamo i degassificatori, non vogliamo neppure che proviate a guarire le malattie con nuove ricerche. L'Eden non aveva bisogno nessuna di queste cose. E noi lì vogliamo tornare. Portandoci dietro tutto, però, l'automobile, il telefonino, il riscaldamento, la televisione. Cose che - attenzione! - non dovrebbero funzionare col petrolio o col carbone, che schifo!, ma con l'energia del pensiero di Pecoraro Scanio.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  - 2 gennaio 2008

LE DINASTIE
Un lettore chiede preoccupato a Sergio Romano se quelle dei Bhutto o dei Kennedy non siano “dinastie” e se a questo punto non sarebbe meglio “tornare a re e regine”.  L’ex-ambasciatore si limita ad osservare il fatto: la situazione, dice, è di tipo tribale; “non è molto diversa da quella dell'India, dove il partito del Congresso appartiene alla famiglia Gandhi, o da quella della Siria dove la leadership del partito Baath (e quindi dello Stato) è un appannaggio della famiglia Assad”. Tuttavia si potrebbe andare oltre la semplice constatazione.
Nella famosa “querelle des anciens et des modernes”, i letterati francesi comparavano gli artisti contemporanei e quelli antichi e i sostenitori dei primi facevano notare che, nascendo dopo, è come se, per arrivare più in alto, ci si potesse issare sulle spalle di coloro che ci hanno preceduti. Questo forse non vale per la letteratura, ma vale certo per le famiglie. Ci sono uomini straordinari che, partendo praticamente da zero (Napoleone), sono arrivati ai più alti trionfi, ma nella maggior parte dei casi un certo livello di partenza è pressoché indispensabile. Cesare è stato un genio politico e militare: ma apparteneva alla gens iulia; e se così non fosse stato, non avrebbe potuto intraprendere la carriera che l’ha condotto ad essere il grande Cesare. Quella senatoriale era una casta pressoché chiusa.
Il fenomeno non è del resto riservato ai più alti strati sociali. Non è raro che i figli degli attori divengano attori, c’è addirittura una designazione linguistica, per loro:  “figli d’arte”; mentre questa carriera è assolutamente impervia per i terzi. Analogamente, spesso si nota come i cognomi più strani dei giornalisti, come Augias, dànno poi altri giornalisti con lo stesso nome. Diventare giornalista è difficile e la via più semplice è avere un famoso giornalista come padre. Un medico diceva ironicamente che “il genio dei chirurghi è ereditario”. Infatti il primario chirurgo spiana la strada al figlio chirurgo a preferenza di un terzo, chirurgo pure lui, ma figlio di un maestro elementare o di un orchestrale.
La raccomandazione è un male. Un male particolarmente grande in Italia, paese familista se mai ve ne fu uno: ma nel caso dei figli la raccomandazione non è neppure necessaria. Gli esseri umani si riproducono per perpetuare i propri geni: perché non dovrebbero cercare di perpetuare anche il proprio successo professionale?
Fra l’altro, nel far questo sono aiutati dalla mentalità primitiva dell’umanità. Tutti si lamentano dei favoritismi e nel contempo tendono a credere che il figlio erediti una buona parte delle qualità del padre. Se il genitore si chiamava Filippo II, è tanto stupefacente che Alessandro, suo figlio, voglia essere Magno? Adriano Sofri è un buon giornalista, suo figlio porta lo stesso cognome, forse è come lui. Insomma, Benazir Bhutto non sarebbe mai stata la prima donna a capo di un paese islamico se suo padre non fosse stato Alì Bhutto. E addirittura oggi è stato nominato a succederle, come capo del partito, uno studente inglese di 19 anni, che non parla nemmeno urdu. Ma ha il merito di essere figlio di Benazir. Ha metà dei suoi geni nel sangue.
Al lettore bisognava rispondere che il mondo ha, ancora oggi, una mentalità da selvaggi. Il chirurgo che stigmatizza la carriera del giovane collega solo perché figlio del primario, magari va da un famoso avvocato che è tale solo perché ha ereditato lo studio del padre.
La monarchia – rispetto alla democrazia – è assurda. Ma proprio per questo è più in linea con la natura umana.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 3 gennaio 2008

I francesi, dopo avere decapitato il loro re, passano il tempo a leggere pettegolezzi sulla famiglia reale inglese. Avrebbero potuto tenersi i loro Luigi, magari arrivando a Luigi XX.


BUONISTI E CATTIVISTI
“Papà, che vuol dire essere di destra o essere di sinistra?” Se chi pone la domanda è almeno un liceale, si può cominciare a parlare di economia classica, di economia marxista, di dittatura del proletariato, di liberalismo. Ma c’è una distinzione che sta ancora più a monte.
Sin dalla più tenera infanzia l’uomo è sottoposto a due ordini di messaggi, uno “buonista” e uno “cattivista”. Da un lato c’è il Bambino Gesù, Cappuccetto Rosso, Babbo Natale, la felicità dei buoni e il castigo dei cattivi. Dall’altro c’è una realtà che parla un altro linguaggio. Se non si sta attenti, si sbatte. E allo spigolo non importa se siamo stati buoni o cattivi, se correvamo per tirare la coda al gatto o per obbedire alla mamma. Si sbatte indipendentemente dalla morale. Analogamente, non è vero che il delitto non paga, a volte paga eccome: il piccolo bugiardo si mette nei guai, il grande ne trae a volte immensi profitti.
L’ottimismo si sconta con amare lezioni di pessimismo. Qualcuno è arrivato a dire che “nessuna buona azione rimane mai impunita”. C’è un abisso, tra la retorica buonista e l’insegnamento della realtà. L’ingenuo si meraviglia di chi non mantiene la parola data, il saggio stima e ringrazia chi la mantiene. Il buonista pensa che i deputati e i senatori debbano agire disinteressatamente per il bene del popolo che li ha eletti e quando sbatte il muso contro una classe politica che è l’opposto, invece di convincersi che chiedeva qualcosa di poco realistico, pensa che i colpevoli siano quegli uomini in particolare, non “i politici” in generale, e parla subito di mandarli via, di buttarli in galera, di punirli per la loro immoralità. Sogna di sostituirli con galantuomini devoti al bene comune e ovviamente non ci riesce. Tuttavia, invece d’imparare che chiedeva l’impossibile, continua a lamentarsi e a invocare una palingenesi. Cioè a sognare.
Il buonista è naturalmente di sinistra, quando non è di destra. Chiede ai cittadini e ai governanti un comportamento lodevole, non l’ottiene mal ma non smette per questo di chiederlo e di porsi a giudice di tutto e di tutti. Il “cattivista” è invece un cinico. Avendo constatato che la politica è una faccenda sporca, non chiede la perfetta onestà: chiede che non si esageri. Preferisce un politico che reputa intelligente a uno che viene detto onesto. Si accontenterebbe di poco perché per lui l’alternativa non è il molto, è il niente.
 Il “cattivista” dunque non è di destra, perché il vero uomo di destra è buonista. Anche costui sogna che col rigore della legge, col pugno di ferro dell’uomo del destino, con l’applicazione ferrea della morale dei padri, tutto rientrerà nell’ordine e si tornerà al paradiso in terra.
Il vero cattivista è liberale. È troppo disincantato per aderire ad una dottrina salvifica. A questo mondo c’è solo un male minore rispetto ad un male maggiore. E il male minore è spesso rappresentato da chi ci lascia vivere a modo nostro, senza chiederci troppo denaro e senza l’obbligo di conformarci ad un (suo) ideale.
 Il vero liberale è anche immorale. Ad ogni piè sospinto chiede: “Ma a voi che cosa importa, se faccio questo o quello? Che danno vi provoco?” Invece i buonisti, per il suo bene, sarebbero felici di imporgli le loro idee. E magari di metterlo in galera.
 Al ragazzo che chiede che differenza c’è tra destra e sinistra, basterebbe rispondere: di destra o di sinistra è il professore che ti mette un brutto voto, ti fa un predicozzo e cerca di farti sentire un verme; liberale è invece il professore che ti mette lo stesso brutto voto e ti sorride.
I buonisti e i liberali sono nemici naturali, come le formiche e le termiti. Non si capiranno mai.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 1 gennaio 2008