ARCHIVIO OTTOBRE 2006
NO SEX IN THE CITY
Per i tipi di Cairo editore
(pp 223, euro 14.00) Mauro Suttora ha pubblicato il suo nuovo libro, Riportiamo
la recensione dall'Ansa:
Un po' diario, un po' inchiesta sul campo,
un po' vademecum (in appendice tutti luoghi
di cui si parla), ma sempre col sapore del
''vissuto'' autobiografico e con un gradevole
umorismo: ecco le qualita' del libro di Mauro Suttora,
milanese, classe 1959, giornalista Rizzoli, con
un piede a Milano e l'altro a New York; uno che da una
parte e' un bel campione di maschio italico in trasferta,
e dall'altra un osservatore tanto smagato, da
firmare rubriche di costume anche su settimanali
americani importanti come Newsweek e New York Observer.
Come dire un
nipotino di Casanova quanto ad avventure (non
tutte riuscite) e un ammiratore di Tom Wolfe,
quanto a curiosita', gusto del dettaglio
e passione per il pettegolezzo. Piu'
esattamente il libro pone questa domanda: che
cosa succede a un giovane italiano, solo nella patria di
'Sex and the City', il serial divenuto la bibbia televisiva
dei comportamenti sessuali americani?
La risposta
dello scrittore suona piu' o meno cosi':
nella vita febbrile di Manhattan, l'isola
a piu' alto tasso di donne single del mondo,
la realta' e' bizzarra proprio come appare nelle
avventure delle guattro star della serie tv.
E a volte anche di piu'. Le favolose donne di New York,
tutte in carriera, perlopiu' nevrotiche ai
limiti del comico, finalmente sono fotografate
dalla prospettiva opposta: quella di un maschio single,
per di piu' europeo, anzi italiano.
IL
DIRITTO PENALE
E LA RAI: DUE QUADRATURE DEL CIRCOLO
La quadratura del circolo non è
difficile: è impossibile. Purtroppo
però esistono problemi che, pur essendo
insolubili, sono ineludibili. Uno
è quello della libertà in relazione
al diritto penale. Se credessimo al determinismo
psicologico, nessuno sarebbe più colpevole
delle proprie azioni. Sparirebbe la responsabilità
e con essa il diritto penale, il giudizio, la prigione.
E con loro la repressione del crimine. Inconcepibile.
Ma se credessimo alla libertà dell’uomo (che
nessuno, nemmeno Kant, è riuscito a dimostrare),
non si capirebbero parecchie attenuanti, elementi
che influenzano una volontà che non dovrebbe essere
influenzabile. Non si capirebbe l’attenuante della semi-infermità
mentale: l’uomo ha sì o no il libero arbitrio o è
una macchina che può guastarsi? Vero è
che per l’infermità mentale alcuni parlano del
cervello come di uno “strumento”, un pianoforte che può
guastarsi mentre è in perfetta salute il pianista:
solo che questa idea implica il concetto di anima spirituale,
distinta dal corpo, anch’essa per nulla dimostrata. L’unica
conclusione è che il diritto penale - inevitabilmente
e contraddittoriamente - si richiama da una parte
al concetto di uomo libero e dall’altra al concetto
di uomo determinato.
Ad un livello
infinitamente più basso un
problema analogo si ha per la Rai in quanto servizio
pubblico. Se servizio pubblico significasse
trasmissioni di esclusivo interesse nazionale,
i politici dovrebbero tenersene infinitamente
lontani: essi infatti sono di parte e dunque
non agiscono (almeno dal punto di vista dei loro
oppositori) nell’interesse nazionale. Ma che ciò
accada è del tutto inverosimile. Non è
ipotizzabile che essi si astengano dall’influenzare
un così potente mezzo per la cattura del consenso.
In secondo luogo, se servizio pubblico
significasse agire nell’interesse
della cultura nazionale, andrebbero escluse
tutte quelle trasmissioni che, pur essendo divertenti
per il pubblico, non lo “migliorano”.
Niente trash, dunque; niente pettegolezzi; niente
volgarità; niente dialetti, gergo, errori.
Insomma una televisione utile, erudita, di notevole
livello artistico e lontana dal cattivo
gusto di tanti spettatori. Col risultato che il pubblico
l’abbandonerebbe pressoché in massa in favore
della televisione commerciale. A questo punto
la Rai si ritroverebbe a parlare col muro e le si rimprovererebbe
d’essere inutile, d’incassare il canone senza
fornire il servizio. Dimenticando che un documentario
sulle oloturie difficilmente potrà prevalere
su uno spettacolo con comici volgari, canzoni di
moda e donne seminude. E soprattutto scapperebbero
i committenti di pubblicità. Nessuno paga per
spot che nessuno vede. La Rai sarebbe costratta o a
chiudere o ad ottenere un canone molto più alto: e che
ne direbbe il paese di pagare tanto per programmi che nessuno
vede?
La Rai è un servizio pubblico che
non fa servizio pubblico. È un ircocervo
che serve ai politici, anche a quelli
ipocriti che ne deprecano il livello;
è un’impresa che dispone di un canone per
poi dare un servizio non diverso da Mediaset. Essa
infine, a causa dei suoi alti costi di gestione
(pubblica), non può fare a meno della pubblicità
e per questo deve scendere a quei livelli che il
suo stesso Presidente Petruccioli ha definito “al
di sotto della decenza”. Questa è la realtà.
Diversamente dal diritto penale, tuttavia,
il problema della Rai una soluzione
l’ammette: basterebbe riconoscere che non
è un servizio pubblico. Basterebbe abolire
il canone e privatizzarla. Basterebbe con
la moltiplicazione delle frequenze aprire l’etere
a chiunque sia in grado di procurarsi un pubblico.
O un’audience, come si dice nel gergo della televisione.
Ma i politici non rinunceranno mai a
piazzare i loro protetti, non rinunceranno
mai a distribuire migliaia di posti
di lavoro a spese dello Stato, non rinunceranno
mai ad un megafono potentissimo e pagato dai contribuenti.
Ecco perché s’è parlato di quadratura
del circolo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
PROFUGHI EBREI,
FINALMENTE
SE NE PARLA
Finalmente si incomincia a parlare
di un argomento da sempre volutamente
ignorato dai media e di conseguenza sconosciuto
all'opinione pubblica: gli ebrei espulsi
dai paesi arabi dopo la fondazione dello
Stato di Israele.
Israele ne ha sempre accennato timidamente,
quasi temendo di disturbare, senza
mai insistere sull'argomento a conferma
della tesi che gli israeliani, a differenza degli
arabi, sono incapaci di farsi pubblicita'.
Gli 850.000 ebrei scacciati dai paesi
arabi nel 1948, arrivati in Israele come
profughi, sono diventati israeliani immediatamente
e, nonostante i tanti, infiniti problemi
dovuti alla guerra, a malattie, malnutrizione,
diverse abitudini igieniche e alimentari
e un Paese poverissimo come era Israele assediato,
furono subito assorbiti dal resto della popolazione
e accolti come fratelli.
850.000 ebrei espulsi dopo averne
confiscato i beni, dallo Yemen
all'Egitto, dall'Arabia Saudita alla Siria,
Dalla Libia, dal Marocco all'Iraq, ebrei
che vivevano in quei paesi da centinaia d'anni,
scacciati, molti uccisi, presi a pedate
e sbattuti fuori solo perche' a migliaia di chilometri
di distanza era nato un Stato di nome Israele,
un paese minuscolo non arabo e musulmano in mezzo
all'immensita' araba e musulmana.
Inaccettabile per gli arabi.
Perche' si parla solo adesso dei profughi
ebrei dai paesi arabi? Non certo
per avere soldi, non certo per riavere i loro beni
perduti. E poi da chi? Dagli arabi? Quando mai
si sognerebbero di ridare agli ebrei quello che
era degli ebrei.
Se ne parla
per non dimenticare quella tragedia.
Se ne parla per cercare di riequilibrare
la storia e il ministro della
Giustizia israeliano Meir Sheetrit, di origine
marocchina, ha finalmente fatto scoppiare
il caso raccolto immediatamente dal gruppo
" Giustizia per gli ebrei dei paesi arabi"
che vuole documentare i fatti affinche' la loro
storia di 2500 anni non vada perduta.
La storia drammatica di questi ebrei
mediorientali doveva diventare il
cavallo di battaglia di Israele per controbilanciare
la propaganda araba sui profughi
palestinesi , strombazzata ai quattro venti e bevuta
da tutti con sentimenti di odio e avversione verso
Israele, colpevole di averli "scacciati".
Grande menzogna poiche' la maggior parte usci' dal
paese a causa della guerra, come sempre accade
quando ci sono dei conflitti, e i soldati arabi
li rinchiusero subito in campi di raccolta impedendo
loro di assimilarsi alle altre popolazioni
arabe, col disegno evidente e cinico di usarli per
demonizzare Israele e per impietosire il mondo.
Disegno perfettamente riuscito, al
di la' di tutte le aspettative. Il
mondo sbava pieta'.
Ci sono stati 600.000 profughi palestinesi
nel 1948, che dico, profughi! Profughissimi!
Sono l'emblema del profugo! La santificazione
del profugo, il profugo colla P maiuscola.
Solo di loro si parla per sputare su Israele
e per succhiare soldi alla comunita' internazionale.
Professionisti del marketing dell'odio
, del ricatto e dell'autocommiserazione,
gli arabi.
Avete mai letto o sentito parlare
di profughi ebrei?
Avete mai sentito parlare di quello
che successe agli ebrei in Europa
dopo la 2 WW e dopo la Shoa'? Furono immediatamente
dichiarati "indesiderabili" dall'Europa, quelli dei
paesi arabi furono dichiarati supperindesiderabili
dai popoli di Maometto.
Eppure nessuno ne parla, nessuno denuncia,
nessuno si incazza, nessuno
si scandalizza. A nessuno frega niente
della tragedia dei sopravvissuti in Europa
costretti a vagare tra un "indesiderabile" all'altro,
coperti di stracci, affamati, era loro preclusa
persino la possibilita' di arrivare in
Israele.
Dovevano, una volta usciti dai lager,
sparire , diventare invisibili. INDESIDERABILI
E INDESIDERATI, simbolo scomodo delle
colpe europee.
Gli altri, quelli mediorientali, calcio
in culo e via dopo previo spogliamento
di ogni loro bene.
Non hanno mai suscitato la pieta',
non hanno mai risvegliato l'interesse
di nessuno, i cattocomunisti non li nominano
neppure, hanno altro di cui occuparsi loro,
devono inveire contro Israele, devono piagnucolare
sui palestinesi e con i palestinesi.
Fanno pena i palestinesi, poverini,
tanto poverini, scacciati dalle
loro case e ancora senza una patria, poverini,
tanto poverini!
Dopo 60
anni sono ancora la', rinchiusi
nei campi, quelli in Libano non hanno i diritti
civili, non sono considerati libanesi, non
possono nemmeno possedere una casa, un negozio,
un pezzo di orto. Arabi tra arabi, odiati dagli
arabi, discriminati dagli arabi.
Rinchiusi dagli arabi per farli
diventare sempre piu' cattivi come si
fa con i cani da combattimento, piu' li bastonano
e piu' feroci diventano.
Tutti i
profughi del mondo, meno gli
ebrei naturalmente, sono stati aiutati da
un unico ufficio delle Nazioni Unite, un ufficetto
per tutti; dai milioni di profughi europei, riesclusi
gli ebrei naturalmente, ai molti milioni di profughi
africani, asiatici, tutti la' , rappresentati
da un inutile ufficetto del Palazzo di
Vetro.
I 50 milioni di profughi europei reduci
dalla 2 guerra mondiale non ci sono piu',
hanno trovato la loro sistemazione e tutti
fanno, felicemente o meno , parte di qualche
nazione, quindi non hanno piu' bisogno di aiuti.
I molti milioni di rifugiati africani
non li caga nessuno quindi anche per
loro l'ufficetto e' inutile.
Esiste invece la Madre di tutti gli
uffici per rifugiati, il famigerato
URNWA, che rappresenta soltanto, e dico
soltanto, i profughi arabi, diventati palestinesi,
di 60 anni fa. Profughi per diritto ereditario.
Unici al mondo ad essere profughi di padre
in figlio, come le famiglie reali.
Mantenuti dalla carita' pubblica mondiale,
ricoperti di miliardi che vengono regolarmente
intercettati e ingoiati dai loro aguzzini,
prima era Arafat , adesso i suoi
successori altrettanto corrotti e spietati.
Inutili i tentativi di Israele, dal
1967 in poi, di metterli a vivere in
villaggi normali, Arafat minacciava di morte
chiunque pensasse di accettare, inutili i recenti tentativi
della comunita' internazionale di costruire
case nella striscia di Gaza abbandonata da Israele
per consentire all'ANP di gettare le basi di
uno stato. Illusione!
Tutto Inutile, loro stanno la', rinchiusi,
a pensare che la colpa sia di Israele
tenuti in ostaggio da chi vuole la guerra
e dai dirigenti, tutti palestinesi,
dell'URNWA che e' una macchina mangiasoldi internazionale,
il motivo principe, magna-magna generale,
per cui esistono ancora i campi profughi.
I soldi che si mangiano sono i soldi
vostri, cari miei, soldi nostri per
educare all'odio gente che doveva e poteva
diventare parte di uno stato palestinese.
"E io pago" diceva Toto', gia' paghiamo
tutti perche' ai palestinesi non
interessa la Palestina, loro non vogliono la
Palestina, non e' questo il loro problema.
Il loro problema e' l'esistenza di Israele.
La Palestina e' solo una scusa, fumo
negli occhi per gli idioti buonisti
occidentali e per scatenare le masse islamiche,
potevano farsela 60 anni fa la Palestina,
hanno preferito allevare, come belve
feroci, dei disgraziati che si sono moltiplicati fino
a diventare da 600.000 quasi 7 milioni. Che figliate,
ragazzi!
Una
bella differenza con gli
850.000 profughi ebrei che , lavorando e assimilandosi
al resto della popolazione israeliana, hanno
fatto grande Israele.
Il mondo non vuole riconoscerlo
ma dovranno rassegnarsi i difensori
dei palestinesi e dovranno chiedersi
come mai questa disparita' di risultati
tra profughi della stessa area geografica
e nello stesso periodo storico . Dovranno riconoscere
gli amatori degli arabi che quei 600mila
sono stati cinicamente usati per demonizzare Israele,
per giustificare la guerra, per motivare il terrorismo
e per avere tanti cani rabbiosi fuori di testa pronti
a fare le bombe umane.
I cattocomunisti, quelli che urlano
palestina libera, quelli che odiano
Israele, dovranno riconoscere che la Palestina
poteva essere libera e autonoma
60 anni fa ma che i primi a non volerlo sono
stati gli arabi.
Dovranno riconoscerlo? Cosa sto scrivendo?
Quando mai? Potrebbero riconoscerlo
se fossero persone pensanti, se non
fossero cosi' obnubilati dall'odio antisemita,
se non fossero cosi' manigoldi e amanti del
fondamentalismo antioccidentale.
600mila arabi vivono in miseria, senza
mai lavorare, senza aver mai lavorato,
ostaggi dei loro fratelli e del loro odio,
da 60 anni in campi schifosi, lerci, senza
fogne, dove se tocchi qualcosa hai la cagarella
per due settimane almeno. L'unico periodo vivibile
della loro vita di eterni profughi l'hanno
avuta durante l'occupazione israeliana dopo
il 1967, Israele gli aveva costruito le fogne, li mandava
a scuola, voleva sistemarli in villaggi normali
e vivibili, aveva tentato di farne degli esseri
umani.
Sono letteralmente precipitati in un
baratro di merda quando i territori
sono passati all'ANP e qualcuno, sottovoce,
lo ammette.
Che differenza di amore per la propria
gente, che diversita' di valori, di
civilta' e cultura:
gli 850.000 ebrei mediorientali e
del nord Africa cessarono di essere
profughi i nel momento stesso in cui arrivarono
in Erez Israel, 60 anni fa, oggi i loro
discendenti sono imprenditori, scienziati, ministri,
politici.
Uno e' anche diventato Presidente dello
Stato ...beh lasciamo perdere...magari
era meglio se lui restava in Iraq.
Deborah
Fait - informazionecorretta
Roba da matti
Già possono controlare, con qualsiasi
scusa, il mio telefono, adesso vorrebbero
-per legge- schedarmi, indagare sul mio
conto corrente bancario, sapere se a pranzo
mangio filetto o due uova, se vado o
no dal dentista oppure dallo strizzacervelli.
Eppure, da giorni, leggo vibrate
e sdegnate proteste da parte di quello
che vuole per legge curiosare nei fatti
miei: il signor Prodi.
E' successo che alcuni
funzionari pubblici -già individuati- s'intromettessero
senza autorizzazione nella
banca dati del cervellone dell'Ufficio
delle Entrate per controllare la situazione
patrimoniale di Prodi e vari altri Vip - ad
esempio: Silvio Berlusconi, la Ferilli, qualche
calciatore, non so più quale Presidente della
Repubblica e una smazzolata di invelinati alla Giogia
Palmas.
Bene, Prodi - alla ricerca di
qualche cosa da dare in pasto ai media
per alleggerire le sue evidentissime
difficoltà politiche - con l'aiutino della
solita Procura della Repubblica di Milano (che tempismo, signora mia...) ha
alzato un minaccioso polverone mediatico (ieri, il TG1 c'ha aperto
la serata) gridando addirittura al "complotto"... contro
di lui.
Grottesco.
E meno male che non governano, credo,
i comunisti.
cp, 28 ottobre 2006
L’OSPITE È
SACRO, PURCHÉ DISARMATO
È lecito difendere la democrazia
in maniera antidemocratica? Non
è un gioco di parole. È un problema
simile al famoso paradosso di Eumenide.
Questo cretese disse: “Tutti i cretesi sono
bugiardi”. Ora, se tutti i cretesi fossero stati
bugiardi, avrebbe dovuto esserlo anche Eumenide,
che era cretese e che in questo caso aveva invece
detto una cosa vera. Se invece tutti i cretesi fossero
stati veridici, Eumenide avrebbe contraddetto
l’assunto nel momento in cui mentiva asserendo
che tutti i cretesi erano bugiardi. Non se ne esce.
Nello stesso modo, uno degli assunti della democrazia
è che tutti i cittadini sono liberi: ma se un
cittadino vuole togliere la libertà agli altri
(e dunque distruggere la democrazia), è il caso
di togliergli la libertà di provarci?
Il problema si è già posto
concretamente. Una legge italiana
ha vietato la ricostituzione del partito
fascista: è stata una legge democratica?
In altri paesi è stato vietato il partito
comunista: è stata una legge democratica?
La risposta più ovvia è “no”, perché
un popolo libero deve avere anche la libertà di
votare per chi vuole: ma poi si pensa ad Hitler, andato
al potere in seguito ad un’elezione; alla
tragedia cecoslovacca del 1948; a quella più
recente e ancora in atto in Algeria e ci si scopre
a desiderare d’impedire che il popolo corra
alla propria rovina. Ma non è detto che il rimedio
sia migliore del male. Allende ha abusato della
democrazia ed ha talmente danneggiato il Cile da condurlo
sull’orlo della guerra civile; Pinochet, che il
“Cile” l’ha normalizzato e perfino reso prospero, l’ha
fatto con grave danno per la democrazia ed i diritti umani:
la padella o la brace?
Il nodo gordiano non si può tagliare
con un colpo di spada: ci si dovrà
contentare di stabilire se la libertà democratica
ammetta dei limiti. Le anime belle e
gli idealisti in generale ovviamente diranno
di no. Non amano il grigio e per loro una cosa
dev’essere o bianca o nera. Sostengono che
in democrazia anche chi propagandasse l’avvento
di un tiranno alla Stalin dovrebbe essere tollerato.
Chi invece crede che la realtà non sia così
risoluta nella divisione fra perfetto e imperfetto,
e preferisce salvarsi la vita piuttosto che
l’anima, tende ad evitare che, in nome del massimo,
si perda anche il minimo. Meglio una democrazia
laica sorvegliata dai militari, come la Turchia, che
uno Stato integralista musulmano al confine con la Grecia.
In base al buon senso il problema
ammette dunque qualche accettabile
soluzione. Per cominciare, va messo
fuori gioco chi predica un cambio di
regime violento. Un simile sconvolgimento è
contro le regole della democrazia. Chi desidera
cambiare governo deve solo vincere le elezioni
con una confortevole maggioranza, e se non le
vince così, non ha diritto di imporre
cambiamenti in altro modo. Poco importa che chi predica
questa “violenza salvifica” appaia del tutto in buona
fede, del tutto disinteressato, del tutto preoccupato
delle sorti del paese: la democrazia, quando è
in gioco la propria sopravvivenza, non deve sottilizzare
e dev’essere capace di mostrare i denti.
Nello
stesso modo va eliminata l’influenza
di tutti coloro che appaiono lottare contro
la tolleranza e la libertà, visto che esse
sono essenziali per la democrazia. E questo è
ormai divenuto un problema attuale. In Europa gli
immigrati islamici intolleranti, sostenuti dai fanatici
rimasti nei loro paesi, non solo sognano d’imporre
la loro religione anche all’Occidente (e sarebbe
cosa lecita, se attuata per via di predicazione),
ma pretendono di mantenere le loro usanze anche quando
queste sono contro le regole della democrazia. Essi
si permettono perfino di minacciare una reazione violenta
verso chi fa presenti i diritti della democrazia
occidentale, incluso quello di scherzare anche
sulla religione. Questo è molto difficile da tollerare.
In Occidente ognuno può vestirsi
come meglio crede, di rosso o di
viola a pallini gialli, se così preferisce,
purché non offenda la pubblica decenza
ma nessuno può coprirsi il viso perché l’identificabilità
corrisponde ad esigenze di ordine pubblico.
Inoltre, il fenomeno cambia colore se si scopre
che una musulmana ha il viso coperto non per libera
scelta ma come risultato di un’imposizione della
famiglia, perché in questo caso si è di
fronte ad una violenza privata che lo Stato è in
dovere di reprimere. Bisogna “stangare” chiunque commetta
questo genere di delitto che, essendo commesso
fra le mura domestiche, è fra i più pericolosi,
fra i più subdoli e spesso fra i più
dolorosi. Analogamente, in Occidente ognuno può
sposare chi vuole ma non può sposare più di
una donna. Poco importa se altrove le leggi sono diverse,
when in Rome do as the Romans do, dicevano
gli inglesi, se vai a Roma segui le regole di vita dei
romani. Dunque niente poligamia, anche se il Profeta è
stato poligamico. In Occidente nessuno pretende, anche se
fervente cristiano, di avere diritto ad interruzioni del
lavoro perché in certe ora desidera pregare: dunque,
chi vuole vivere in Occidente deve rassegnarsi a lavorare
senza interruzione e ad avere come giorno libero la domenica,
anche se nel suo paese il giorno festivo è il sabato
o il venerdì. Non si può pretendere che
il menu della mensa aziendale tenga conto delle prescrizioni
delle varie religioni. Nessuno può pretendere d’imporre
i propri usi e costumi ad un altro paese. E se qualche islamico
si scandalizza per la presenza del crocifisso in luoghi
pubblici, la risposta immediata dovrebbe essere l’espulsione
dell’impudente. Non perché siamo arrabbiatamente
cristiani, ma perché l’intollerante è un pericolo
per la democrazia.
Il problema con gli islamici è
appunto che, da ferventi della loro religione,
sono intolleranti: e questo è un peccato
contro la democrazia così grave da metterli
fuori di essa. Bisogna accogliere a braccia
aperte chiunque sia disposto a vivere con noi
e come noi, ma se qualcuno pretende di violare le
nostre leggi, sia pure all’interno della sua famiglia,
o se pretende di minacciarci se ci comportiamo in
maniera a lui sgradita, il dovere dell’ospitalità cessa
e si pensa con nostalgia a Carlo Martello, a don Giovanni
d’Austria e a Eugenio di Savoia.
L’ospite è sacro, purché
disarmato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
«In
guerra
anche le parole sono proiettili»
Un tempo, soldati, marinai e avieri
determinavano l'esito della guerra,
ma non è più così. Oggi,
produttori televisivi, columnist,
predicatori e politici svolgono
un ruolo fondamentale nel decidere il giusto
modo in cui l'Occidente debba combattere. Questo
cambiamento ha delle grosse implicazioni.
In un conflitto convenzionale come
la Seconda guerra mondiale, i combattimenti
si fondarono su due prodromi così
elementari da passare pressoché inosservati. Il
primo di essi consistette in ciò: le forze
armate convenzionali ingaggiarono un'accanita
lotta, volta a conseguire la vittoria.
Gli avversari dispiegarono file serrate di soldati,
file di carri-armati, flotte navali e squadre
aeree. Milioni di giovani andarono in guerra, mentre
i civili subirono privazioni. Strategia e intelligence
furono importanti, ma la densità della popolazione,
l'economia e gli arsenali contarono ancora
di più. Un osservatore poteva valutare il
progresso della guerra tenendo conto di fattori
oggettivi come la produttività siderurgica,
le scorte petrolifere, la cantieristica navale e il
controllo di terra. Il secondo prodromo consistette in
ciò: la popolazione di ogni parte in guerra appoggiò
la sua leadership nazionale. Sicuramente, traditori
e dissidenti andavano stanati, ma i governanti
godettero di un ampio consenso. Questo in particolar
modo in Unione Sovietica, dove perfino le folli uccisioni
di massa di Stalin non fermarono la popolazione
dal sacrificare la propria vita per la "Madre Russia".
Entrambi
gli aspetti di questo paradigma sono adesso
scomparsi in Occidente. Innanzitutto, l'idea
di combattere accanitamente per ottenere la
vittoria contro le forze nemiche convenzionali è
pressoché scomparsa, rimpiazzata dalla sfida più
indiretta di operazioni di guerriglia, insurrezioni,
intifada e atti di terrorismo. Questo nuovo schema
è stato applicato ai francesi in Algeria, agli
americani in Vietnam e ai sovietici in Afghanistan.
Attualmente, esso si applica agli israeliani contro i palestinesi,
alle forze di coalizione in Iraq e nella guerra al terrorismo.
Questo cambiamento implica che ciò che l'esercito
americano definisce "la conta del fagiolo" - computare
il numero delle armi e dei soldati - è oggi pressoché
irrilevante, come lo sono le diagnosi dell'economia o il controllo
del territorio. Le guerre asimmetriche sono simili alle operazioni
di polizia molto più che le battaglie delle ere precedenti.
Come nella lotta al crimine, la parte che gode di una vasta superiorità
di forze agisce in base a un'ampia gamma di costrizioni, mentre
la parte più debole infrange apertamente leggi e tabù
nel perseguire senza scrupoli i propri obiettivi. In secondo
luogo, la solidarietà e il consenso di una volta non esistono
più. Questo processo di disfacimento è in corso
da oltre un secolo (a partire dalla posizione assunta dall'opinione
pubblica britannica riguardo alla Guerra anglo-boera del 1899-1902).
Come scrissi nel 2005: "Il concetto di fedeltà e lealtà
è sostanzialmente cambiato. Tradizionalmente, una persona
era fedele alla sua comunità d'origine. Uno spagnolo o
uno svedese erano devoti al loro monarca, un francese alla sua
Repubblica e un americano alla sua Costituzione. Oggi, questo
presupposto è obsoleto ed è stato rimpiazzato da
un senso di fedeltà ad una società politica, come il socialismo,
il progressismo o l'islamismo, tanto per citare alcune opzioni.
I legami geografici e sociali rivestono un'importanza minore
rispetto a una volta".
Con i vincoli di fedeltà adesso
tirati in ballo, le guerre vengono
decise più sulle pagine degli editoriali
e in misura minore sul campo di battaglia.
Buone argomentazioni, efficace retorica, sagaci
presentazioni dei fatti in una luce favorevole
a un governo e la guerra di cifre dei sondaggi
contano molto più che prendere una collina
o attraversare un fiume. Solidarietà, morale,
lealtà e comprensione sono le nuove armi.
Gli opinion leaders sono le nuove
bandiere e i nuovi generali. Perciò, come
scrissi nell'agosto 2005, i governi occidentali "devono
considerare le public relations
come parte integrante della loro strategia". Perfino
nel caso dell'acquisizione di armi atomiche da
parte del regime iraniano, la soluzione è rappresentata
dall'opinione pubblica occidentale e non dagli
arsenali dell'Occidente. Se uniti, gli europei e gli americani
avranno buone probabilità di dissuadere gli
iraniani dall'andare avanti con le armi nucleari. Se
saranno invece disuniti, gli iraniani si sentiranno
incoraggiati a portare a compimento l'impresa. Ciò
che Carl von Clausewitz definisce "il centro di gravità"
della guerra si è spostato dalla forza delle armi
ai cuori e alle menti dei cittadini. Gli iraniani accettano
le conseguenze delle armi nucleari? Gli iracheni accolgono
le truppe della coalizione come dei liberatori? I palestinesi
sono disposti a sacrificare le loro vite negli attentati
suicidi? Europei e canadesi desiderano avere una credibile
forza militare? Gli americani vedono nell'Islamismo un
potenziale pericolo?
Gli
strateghi non-occidentali riconoscono
la supremazia della politica e
si focalizzano su di essa. Una serie
di trionfi - in Algeria nel 1962, in Vietnam
nel 1975, e in Afghanistan nel 1989 - sono tutti
dipesi dall'erosione della volontà
politica. Il numero due di Al-Qaeda, Ayman
al-Zawahiri, ha di recente codificato questa
idea, osservando che oltre la metà delle
battaglie islamiste "si svolgono sul campo di battaglia
dei media". L'Occidente è fortunato a predominare
nelle arene militari ed economiche, ma esse non
sono più sufficienti. Insieme ai suoi nemici,
esso deve prestare la dovuta attenzione alle pubbliche
relazioni della guerra.
Daniel
Pipes,
per l'Opinione - ottobre 2006
SAMIRA E JAMILA,
ARABE
ITALIANE IN CERCA DI LIBERTÀ
Caro Dago, mi sono proprio rotta
di pseudo imam trasformati in divi
televisivi, di cardinali che li sostengono,
di comunisti senza se e senza ma, che dicono
che il velo è una libertà individuale,
che loro ci tengono tanto, di ospiti di Porta
a Porta come l'aspirante kamikaza egiziana di
ieri sera, di dibattiti che dovrebbero essere sul
velo e finiscono con "è una speculazione
della destra, è una colpa della sinistra". Le sciagurate
non le chiama nessuno, non gliene frega niente.
Allora ti mando due letterine in cui parlano loro,
quelle che non gli piace il velo con tutto il resto
del trattamento. Ne ricevo a centinaia, forse per
questo gli sto sullo stomaco, e certo non sono la sola.
Potremmo metterci insieme e incartarci a Palazzo Chigi,
ma anche l'arcivescovado di Milano
Mgm (Maria
Giovanna Maglie)
Mi chiamo
Samira, sono marocchina e sto in
Italia da 10 anni, dall‚età di 9 anni. Andava
tutto bene finchè ho cominciato
a frequentare un ragazzo italiano della mia età,
per il quale in casa mia è iniziato
l'inferno.
Mio padre Driss vuole che cominci
a portare il velo, non vuole farmi
uscire più nemmeno per comprarmi
un libro, e in piu‚ ha cominciato a prendermi
a schiaffi e a calci, appena vedo alzare una mano il
cuore comincia a battermi forte. Lo odio, ti giuro
che lo odio. Io sono Italiana, mi sento italiana e
non voglio rinunciare alla mia libertà, e non
voglio portare il velo perché non voglio essere
ipocrita con la religione.
Scusami cara signora, ma non ce
la faccio più, voglio scappare
magari in Francia dato che parlo francese,
e magari potrei anche cambiare nome.
Mi dispiace solo per mia madre ma
anche lei è convinta che io debba
andarmene via prima che succeda una disgrazia
oppure che gli faccia fare io a lui la
fine di Hina.
Vi giuro non ho più lacrime
da asciugare, quelle lacrime che
ti danno quel momento di pausa per far passare
la rabbia. Voglio chiedervi se conoscevate
un‚associazione di donne in Francia che
possa aiutarmi a vivere la mia vita in pace,
cosa che mia madre non ha potuto avere facendo
la schiava in Italia per tutta la vita. Attendo
una vostra risposta.
Conosco tante amiche che si trovano
nella mia stessa situazione, alcune
delle quali sono finite in centri in cui
non possono nemmeno fare una telefonata,
vivendo nella paura. Io non voglio fare questa
fine, il mondo è grande e voglio vivere la
mia vita!
Continuate a denunciare, io sono
una vigliacca!
Samira
Sono
una ragazza 22 enne di origine
marocchina che appartiene ai cosiddetti
immigrati di seconda generazione. Sono
residente in Italia fin dalla tenera eta' di
6 anni e per questo non parlo correttamente
quella che tutti chiamano la mia lingua madre cioe'
l'arabo.
Le scrivo per chiederLe un aiuto.
Io ed il mio fidanzato abbiamo deciso
di sposarci (lui e' cittadino italiano)
e ci e' stato detto che serve il nulla osta
da richiedere all'ambasciata marocchina,
ma quest'ultima non lo vuole rilasciare per
motivi religiosi, cioe' viene rilasciato solo
se il mio fidanzato si converte all'islam. Dato
che siamo in Italia e la costituzione italiana
prevede la libertà religiosa l'ambasciata marocchina
non commette un'azione illegale? Mi sono rivolta
al consolato con tutto il rispetto e la gentilezza
possibili, ma loro mi hanno offesa, insultata, umiliata
come se fossi una criminale, una poco di buono che
sta per commettere chissà quale grave reato. Mi
hanno detto che se sposerò un infedele merito solo
l'inferno.
Mi chiedo: ma che gente lavora nel
consolato che dovrebbe rappresentare
il Marocco?! Si tratta di persone
poco disponibili, maleducate e cattive,
oserei dire pericolose. Pensi che mi hanno
addirittura minacciata. Ed ora si rifiutano anche
di rinnovarmi il passaporto perchè secondo
loro io non merito niente. Sono disperata, non so cosa
fare; a volte mi sembra di vivere un incubo che temo
non finirà mai.
Non ho fatto del male a nessuno,
lavoro onestamente come impiegata,
voglio solo sposare la persona che
amo e vivere una vita tranquilla e serena. E quando
avrò dei figli insegnerò loro che gli
esseri umani sono tutti allo stesso livello e che
ognuno merita rispetto.
Io vivo il dramma tipico della seconda
generazione, mi sento una straniera
in patria!
Amo l'Italia ma le sue leggi mi
considerano come l'immigrato appena
arrivato ieri. Invece di fare di noi
una risorsa, ci rende i figli di nessuno, dei
diseredati senza identità, in balia
delle tradizioni peggiori di quelli che
non sono più i nostri Paesi. Spero che Lei mi
risponda con urgenza al seguente indirizzo di posta
elettronica Grazie di cuore.
Jamila.
da
Dagospia 25 Ottobre 2006
A D'Alema
piacciono
Iran e Venezuela
C'eravamo tanto amati. Dopo i Bye
bye, Condi al telefono e le voci sapientemente
diffuse dall'ufficio stampa di
D'Alema su una Condoleezza Rice non insensibile
al fascino discreto di Baffino, i giornali
americani descrivono un segretario di
Stato furibondo con il governo italiano e il suo
ministro degli Esteri. Non bastassero gli
ordini alle truppe in Libano perché fingano di guardare
dall'altra parte mentre convogli di camion portano
dalla Siria tonnellate di armi iraniane agli Hezbollah,
ora c'è anche il rifiuto di sostenere la
candidatura del Guatemala per un seggio al Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite, che di fatto
- anche se l'Italia si astiene - favorisce l'altro
candidato, il Venezuela del presidente Hugo Chavez.
Le diverse biografie pubblicate
di recente dipingono Chavez - il
primo capo di Stato straniero ricevuto
in pompa magna alla nuova Camera dei Deputati
da Bertinotti - come un autentico bandido,
non nel senso metaforico per cui si dà
del bandito a chi, per esempio, opprime i contribuenti
con tasse persecutorie, perché in quel
caso per gli italiani non occorrerebbe andare a
cercarne esempi in Venezuela. No: Hugo Chavez ha esercitato
tecnicamente la professione di bandido occupato
a taglieggiare commercianti e industriali prima da
civile e poi da militare con metodi che - se riferiti
a Putin - farebbero dire al presidente russo che la
vera mafia sta in Venezuela.
Negli
ultimi anni il banditismo di
Chavez è passato dai semplici traffici
ai brogli elettorali, da una retorica
che chiama Bush «il Diavolo» e applaude
le dichiarazioni di Ahmadinejad sullo sterminio
di Israele. Non si tratta solo di parole:
negli ultimi due anni sono stati firmati
una ventina di trattati di cooperazione fra
l'Iran e il regime venezuelano. Il sostegno del
caudillo di un Paese occidentale e cattolico a tre
ore di volo da Miami non è solo un bel colpo
propagandistico per gli ayatollah iraniani. Teheran
ha anche bisogno di basi per una rete di agenti segreti
che ha da tempo sostituito quella sovietica come la più
capillare presenza d'intelligence ostile agli Usa nel
continente americano.
Secondo Washington, la centrale
dello spionaggio iraniano è
una fabbrica di trattori venezuelana
chiamata Veniran, una joint venture fra
Chavez e gli iraniani. La Veniran, di cui
l'agricoltura venezuelana non ha bisogno,
è in realtà una copertura per far viaggiare
fra Caracas e Teheran decine di agenti dei servizi
iraniani, e per trasferire in America Latina - in
container che li presentano come pezzi per trattori
- armi e munizioni per vari gruppi insurrezionalisti
sudamericani. La tesi secondo cui l'Italia non
può votare contro il Venezuela all'Onu perché
in quel Paese c'è una forte comunità di
origine italiana è una bugia che la diplomazia
americana ha smascherato in pochi minuti. Gli italiani
in Venezuela sono imprenditori e commercianti, e non
fanno certo parte di quei gruppi di contadini e operai
che fanno da materia prima alle adunate di piazza
di Chavez. Le associazioni italiane sono semmai
in prima linea nelle manifestazioni che domandano
a Chavez di togliere il disturbo. L'atteggiamento
del governo Prodi e di D'Alema non è dunque
destinato a favorire gli italiani in Venezuela,
ma la tenuta dell'esecutivo in balia di Bertinotti
e Diliberto, ai congressi dei cui partiti si inneggia
regolarmente a Chavez. Bye bye dunque all'amicizia con
gli Stati Uniti: anche lì, come da noi, hanno capito
che per il governo italiano la bugia è una risorsa
strategica
Massimo Introvigne da "Il Giornale"
SCONTENTARE TUTTI
Con un apprezzabile sofisma Prodi
ha sostenuto che la sua Finanziaria
scontenta tutti perché non favorisce nessuno
e dunque è socialmente equa.
Il ragionamento sarebbe ineccepibile se ineccepibili
fossero le premesse. Un provvedimento
può scontentare tutti perché tutti si attendevano
qualche vantaggio e non l’hanno avuto
oppure perché nessuno si attendeva uno svantaggio
e tutti l’hanno avuto. I casi non sono identici:
se si scontentano gli avidi è un conto,
se si danneggiano coloro che non chiedevano nulla
è un altro conto.
In realtà il malcontento deriva
non solo da un innegabile aumento
della pressione fiscale ma anche da alcune
gaffes difficilmente scusabili. La reintroduzione
della tassa di successione, per esempio.
Se il governo Berlusconi l’aveva abolita
è perché, oltre ad essere odiosa,
il suo gettito pareggiava più o meno
le spese per l’esazione. Ora invece il governo
è riuscito a realizzare il seguente capolavoro:
prima Prodi, durante la campagna elettorale, ha
sparato una serie di cifre diverse, riguardo al
suo livello di partenza; poi ha concluso che non l’avrebbero
reitrondotta; infine, prima l’hanno reintrodotta
con un machiavello contabile (si pagava la tassa
ma non si chiamava tassa di successione), facendosi
dare di magliaro; poi l’ha reintrodotta chiamandola
col suo nome per i patrimoni al di sopra del milione di
euro per singolo erede e non per gli intimi, cioè
per una piccola minoranza: ottenendo un gettito risibile
a fronte di una pessima figura di fronte agli elettori.
Ha insomma fatto contenti solo i più arrabbiati fra gli
invidiosi della prosperità altrui.
Più o meno lo stesso è
avvenuto con altri provvedimenti,
annunciati, modificati, rilanciati,
reinterpretati: l’imposta sulle agenzie
immobiliari (che ha provocato un terremoto
in Borsa), il Tfr, la tassa sui Suv, l’aumento
dell’imposta sui redditi finanziari, ecc.
Prodi e compagni sono riusciti nel capolavoro
di far funzionare al contrario l’effetto annuncio.
Se si dice che, per i prossimi vent’anni, le case
nuove non pagheranno l’ICI, si dà un enorme impulso
alla costruzione di case di cui rimarrà qualcosa
anche se poi si dirà che l’esenzione è per
un solo anno. Il presente governo invece ha minacciato
disastri e punizioni in tutti i campi; ha trattato
tutti da evasori, quando non da delinquenti; ha promesso
lacrime e sangue col risultato che la gente, che mai
ha letto o leggerà una Legge Finanziaria, si è
convinta che Visco, Padoa Schioppa e Prodi sono d’accordo
per sfilargli parecchi bigliettoni dalla tasca. Che
l’impressione sia fondata o no non è quello che qui
interessa: quello che interessa è la goffaggine politica
d’un governo che sembra demente. Ma demente non è.
Tutto
si spiega con le basi ideologiche
dei partiti di estrema sinistra, oggi
dominanti. Per i comunisti, come direbbero
i filosofi che parlano tedesco, non
importa il Sein ma il Sollen: non l’essere
ma il dover essere. La prosperità del paese
deve derivare da un diverso modello produttivo:
generoso e non egoistico, collettivistico
e non privatistico. Se poi, cercando di applicarlo,
si realizza un’autentica miseria sociale, come
nelle Democrazie Popolari, questo non è un motivo
per non applicare la teoria che, essendo un articolo
di fede, prevale sulla scienza. Come ha detto Lenin (o
è stato Hegel?): “Se la realtà non seguirà le
idee, tanto peggio per la realtà”.
In Italia alcuni partiti sono vissuti
per decenni vendendo miti: il
mito del ricco che è tale a spese del
povero; il mito dell’ingiustizia dell’eredità,
per cui è ricco uno il cui padre
meritava d’essere ricco (Jean-Jacques
Rousseau); il mito per cui chi possiede una casa è
un benestante, infatti il semplice operaio proletario
non la possiede. Per non parlare del mito
della rendita finanziaria, di cui si dimentica la funzione
di serbatoio di capitali per la produzione.
Oggi questi partiti sono simili
a quel campione di pentathlon che
in una favola di Esopo si vantava sempre
d’avere effettuato uno strabiliante salto,
a Rodi. Un ascoltatore alla fine, spazientito,
gli disse: “Hic Rhodus, hic salta”, qui siamo
a Rodi, e qui ora salta. I comunisti hanno
scalpitato per i cinque anni del governo Berlusconi
e anche per tutti i decenni precedenti, e ora
sono stati improvvisamente chiamati a deliver,
cioè a realizzare quanto promesso, e non vogliono
tirarsi indietro. Quello che pensano però lo
pensano solo loro e neanche la maggioranza
dell’Unione li segue. Ecco perché la Finanziaria
ha scontentato tutti. Semplicemente tutti quelli che
hanno il senso del reale.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
LA TERZA SIMONA...
Sta a casa sua, quindi bene, benissimo.
La "terza Simona", però,
tornerà a casa dai genitori in pompa
magna, atteso a Ciampino da qualche
televisione e da (pochi) politici, de sinistra
(la maggioranza ha saggiamente deciso
di non assecondare tali squallidi copioni).
Racconterà che sono stati
buoni, gentili ed affabili, e che
in effetti gli okkupanti farebbero
bene ad andarsene al più presto.
La solita solfa, il solito vomitevole
deja vu eticopoliticistico
da (comunis)tardi noglobal convinti di influenzare
con le loro sceneggiate l'opinione pubblica
la quale, sconvolta dal susseguirsi
"drammatico" di siffatti eventi "effetti
della guerra" e non di altro, con un sussulto
di indignazione dovrebbe fare pressione sui
governi perchè ci si ritiri lasciando gli autoctoni
liberi di scannarsi fra di loro. Resta solo
da scoprire (questo sì) a chi realmente vanno
i soldi che vengono spesi per la "liberazione" di questi
"eroi".
Che palle!
Intervento di A. Marzano,
condiviso da cp.
Velo islamico
strumento di penetrazione del fondamentalismo
«Lei è un'ignorante,
è falsa», peggio ancora
«lei semina l'odio, è
un'infedele ». L'accusa pesantissima,
che in termini coranici si traduce con la
condanna a morte, è diretta all'onorevole
Daniela Santanchè di An. A scagliarla
è Ali Abu Shwaima, imam della moschea di
Segrate, appena conclusa una già rovente
puntata di «Controcorrente» negli studi milanesi
di Sky sulla questione cruciale del velo islamico.
Nel corso della trasmissione condotta da Corrado
Formigli e andata in onda venerdì sera, la
Santanchè aveva sostenuto che «il velo non
è un simbolo religioso, non è prescritto
dal Corano».
Ciò in risposta all'affermazione
della giovane Asmae Dachan,
figlia del presidente dell'Ucoii (Unione
delle comunità e organizzazioni islamiche
in Italia), secondo cui «il velo è
un atto di fede come la preghiera e l'elemosina,
è un fattore di adorazione di Dio».
La replica di Abu Shwaima è stata impietosa
eminacciosa: «Non è vero che
nel Corano non ci sia l'obbligo del velo. Io sono
un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di islam.
Voi siete degli ignoranti di islam e non avete
il diritto di interpretare il Corano ». Successivamente,
rivolto all'altra ospite negli studi di Sky
a Roma, Dunia Ettaib, rappresentante dell‚Unione
delle donne marocchine in Italia, tenacemente contraria
al velo, Abu Shwaima ha sentenziato con un
italiano approssimativo (quasi la dimostrazione
della difficoltà di integrarsi per un integralista
che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese ma che
coltiva l'ambizione di convertire gli italiani all'islam):
«Il velo è una legge che Dio ha mandato.
È Dio che lo dice, l'uomo non può negarlo.
Se uno crede nell'islam lo segue. Senza essere uno che
non crede, di dire che non lo deve portare».
A
questo punto Dunia chiede lumi
(questo scambio di battute non è
però andato in onda): «E quelle
che non portano il velo non sono musulmane?».
Secca la risposta di Abu Shwaima: «Il
velo è un obbligo di Dio. Quelle che non
credono in questo non sono musulmane».
Quindi le musulmane che non portano il velo sarebbero
delle miscredenti e delle apostate, altra accusa
che si trasformerebbe nella condanna a morte. È
un nuovo episodio che dovrebbe spingere gli italiani
a guardare in faccia la realtà per quella che
è e non per quella che immaginano che sia o
sperano che diventi, partendo dal vissuto dei suoi
protagonisti e affrancandosi dai filtri ideologici,
culturali e religiosi che portano alla mistificazione
della realtà. E la questione del velo islamico
va considerata per il significato che le danno coloro
che in Italia si ergono a rappresentanti dei musulmani.
Prendiamo atto del fatto che Abu Shwaima, autodesignatosi
imam della moschea di Segrate, nonché «emiro
del Centro islamico di Milano e Lombardia», è
sia fondatore e membro del «Consiglio dei saggi»
d e l - l'Ucoii, sia responsabile della Da'wa, ovvero
della propaganda islamica, della Fioe (Federazione
delle organizzazioni islamiche in Europa), che è
la cornice unitaria delle organizzazioni affiliate
ai Fratelli musulmani nel nostro continente.
Prendiamo atto del fatto che Asmae
Dachan è portavoce dell'Admi
(Associazione delle donne musulmane in
Italia), creatura dell'Ucoii. Ebbene
per entrambi il velo è un obbligo
islamico, con la conseguenza esplicita della
condanna, implicitamente anche a morte, delle
donne che non lo indossano o si schierano contro
il velo perché sarebbero delle infedeli, miscredenti
e apostate. Questa è la realtà di cui dovrebbero
finalmente rendersi conto i politici di sinistra
e di destra che hanno legittimato il velo islamico
sulla base del «buonsenso» (una versione islamicamente
corretta di equidistanza o equivicinanza
tra il velo integrale e il capo scoperto), o
se ne sono addirittura innamorati perché sarebbe
esteticamente bello, i magistrati che hanno accreditato
nel nostro codice laico con una sentenza
definitiva il velo come una prescrizione islamica,
i religiosi cattolici che dicono sì al velo
islamico purché non si metta in discussione il
sì al crocifisso nella sfera pubblica, le donne italiane
che risultano indifferenti alla sorte delle musulmane.
Prendano atto che il velo è
lo strumento principale di penetrazione
sociale dei Fratelli musulmani
perché porta alla sottomissione della
donna e alla formazione di una «comunità
islamica» forgiata dalla sharia. Mobilitiamoci
pertanto per salvaguardare il diritto
delle musulmane a non portare il velo, per sostenere una
maggioranza di musulmane che oggi è sostanzialmente
laica e liberale, per difendere l'Italia dall'ideologia
oscurantista e totalitaria che si nasconde
dietro al velo. Prima che sia tardi.
Magdi Allam - Corriere della Sera
- 22 ottobre 2006
ANCORA E SEMPRE
"MORTE A ISRAELE"
Alain Pellegrini, capo delle
forze ONU in Libano, ha dichiarato
che l'unifil potrebbe usare le armi
per impedire le incursioni aeree di
Israele.
Le dichiarazioni di Pellegrini
che minacciano uno stato sovrano
e democratico sono una provocazione gravissima
e confermano il fatto che l'Unifil
sia la non per impedire ai terroristi di
aggredire Israele ma per impedire a Israele
di rispondere alle aggressioni e di difendersi
inoltre corrono voci non smentite che l'Italia
e la Francia forniscano il Libano di armi
che molto facilmente potrebbero finire in mano
a hezbollah.
Si fa sempre piu' chiaro
il motivo della missione di pace
dei caschi blu: minacciare Israele e
dare al governo libanese i mezzi per
aiutare i terroristi.
E' ancora piu' lampante il motivo
per cui non hanno permesso a Israele
di continuare la guerra.
Basta guerra, pace pace, miagolavano
in Europa, in USA, all'ONU.
Basta guerra un cavolo e pace
pace un altro cavolo.
Dove siete pacifisti? Adesso che
l'Italia vende armi al Libano
per colpire Israele state zitti? dove
siete finiti?
Io vi sputo addosso, pacifisti.
Lo faccio con grande gusto soprattutto
leggendo le vostre dichiarazioni
sul web, la vostra soddisfazione
perche' Israele non e' arrivato a vincere
come voleva, la vostra solidarieta' ai
non umani come voi che odiano Israele.
Vi risputo addosso pacifisti
ipocriti.
La missione di "pace" in
Libano mirava semplicemente a
ricacciare Israele dentro i suoi confini
per permettere a hezbollah di riprendere
forze e di riarmarsi. "Vittoria Vittoria"
gridano i terroristi. A Beiruth si fanno
manifestazioni con migliaia di persone che
rispondono urlando "Vittoria vittoria".
Imbecilli, sono senza casa, meta'
del loro paese non esiste piu',
hezbollah li ha ridotti a degli accattoni ma
loro urlano Vittoria Vittoria.
E'
questo fanatismo che impedira' sempre
agli arabi di diventare persone degne di
stare al mondo. Non sono uomini, ne' donne
, ne' bambini quelli che di fronte a migliaia
di morti e sapendo di essere ostaggi
di un'organizzazione di terroristi che non ha
esistato a usarli come scudi umani, gridano
Vittoria Vittoria.
Non sono uomini donne e bambini
i palestinesi che si lasciano
usare, affamare, ammazzare da hamas
e prima da Arafat e gridano "Morte a Israele".
Morte a Hannaye, morte a Arafat
( quando era ancora demoniacamente
vivo) morte ai corrrotti che li tengono
nei campi da 60 anni e che li usano come carne
da macello. Questo dovrebbero gridare.
Invece urlano "morte a Israele" perche' cosi'
gli hanno insegnato.
E io gli sputo addosso.
Non sono uomini donne e
bambini quelli che fanno parte
delle famose masse islamiche che pendono
dalla bocca del nano di Teheran e vanno
in delirio quando lo sentono dire, quotidianamente,
che Israele sta per essere eliminato dalla
mappa del mondo.
No non sono uomini ne' donne
ne' bambini, non sono persone.
E io gli sputo addosso.
A questo punto, siccome conosco
i miei polli, so che qualcuno mi
dira' "non devi generalizzare".
Certo certo generalizzare
e' sempre sbagliato ma quando
ieri vedevo in Tv le masse islamiche
andare in delirio, rispondere come un sol
uomo alle parole del nano, non mi e' balenato
il pensiero che forse qualcuno era in casa
, qualche donna a preparare il pranzo , qualche vecchietto
invalido, qualche bambino molto piccolo.
Beh, mi spiace ma io parlo di quello
che vedo e ho visto masse di invasati
che moltiplicate per tutti i paesi
arabo-islamici fanno una folla enorme,
milioni di invasati urlanti "Israele deve
essere eliminato dalla mappa del mondo".
E io gli sputo addosso.
Mahmoud Zahar, delfino di Hannaye,
ha dichiarato ieri che "Israele
contamina il Medio oriente quindi e' destinato
a scomparire" e le masse gli hanno
risposto urlando, strappandosi i capelli
dalla gioia, sparando in aria dove
arriva arriva se muore qualcuno chi se ne frega.
Uomini donne e bambini che non sono persone.
E io gli sputo addosso.
I nostri
nemici si stanno armando a dismisura,
a Gaza entrano armi a non finire, Israele
fa saltare decine di tunnel al giorno ma
non basta. Nel giro di poco tempo al sud avremo
una situazione pericolosissima, gli
attacchi contro Israele sono quotidiani, le
minacce di rapire altri soldati anche. Che
fare? L'unica cosa possibile, rendersi conto
che solo Israele puo' difendere se stesso e che
il mondo sta a guardare e ci blocca quando vede
che gli arabi se la vedono brutta.
Bene, Israele non deve fermarsi,
Israele deve colpire, Israele
non deve accettare nessun "ordine" di ritiro
perche' la posta in gioco e' troppo alta,
la posta in gioco e' la nostra esistenza. Nessuno
ci difendera', nemmeno a parole. Nessuno,
come nessuno si indigna alle dichiarazioni del
nano, anzi lo invitano all'ONU e Prrrodi gli stringe
la mano sorridendo soddisfatto. E Israele
dovrebbe accontentare questa gentaglia complice
di chi ci vuole morti?
A Gaza la gente patisce la fame
ma i capi, i boss, i maledetti capoccia
di Fatah e Hamas seguono la scuola
di Arafat e fanno in modo di affamarli sempre
di piu' perche' siano sempre piu' rabbiosi e sempre
meno umani e pronti a lanciarsi contro
Israele a fauci grondanti odio perche' sono cosi'
imbecilli da non capire che i loro capoccia
che li hanno ridotti cosi', che e' stato Arafat
a farne una popolazione di cani rabbiosi per raggiungere
i suoi obiettivi :il potere assoluto e l'eliminazione
di Israele.
Al nord la situazione e' come prima
della guerra. Nasrallah minaccia,
Nasrallah si arma, l'Italia e la Francia
lo aiutano, Unifil gioca a briscola e prima
o poi ricominceranno gli attacchi, i missili sul
Nord della Galilea.
Mi auguro che nel frattempo in
Israele vengano cambiati il Capo
di Stato Maggiore e il Ministro della
Difesa, magari anche il Primo Ministro
e che la prossima volta di Nasrallah non
resti nemmeno il turbante.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
ANTIMAFIA DANCE
È tornata una griffe, "I
ragazzi di Calabria" (ma non crescono
mai?) che nell'anniversario dell'omicidio
Fortugno rispolverano i vecchi lenzuoli
"e adesso ammazzateci tutti" e atrocemente ballano
e cantano scritturati dai tg. Servirebbero più
palle ma non al circo, senonchè "l'antimafia
dei pannolini", come la chiama un amico siciliano
che purtroppo finirà ammazzato, è
piena d'aspiranti galoppini e candidati a
un altro reality. Ammazzateci tutti? E perchè?
La mafia non ragiona così, i ragazzini
li lascia cantare e ballare, li lascia fare finchè
loro la lasciano fare. E alla politica che con la mafia
ci convive va bene, va benissimo che ci siano
giovani esaltati a cantare e ballare senza disturbare
nessuno: tanto, Peppino Impastato è diventato
"un'icona", come Che Guevara, senza eredi. Ho conosciuto
un leaderino di questi ragazzini calabresi. Quant'è
carino. Senza baffi è anche meglio. Uno schianto. Da
calendario. Non un accessorio fuori posto.
Le fanciulle se lo mangiavano cogli occhi mentre lui
le struggeva di slogan patetici, "le sue idee (di Fortugno)
camminano con le nostre gambe", splendido, anche meglio
di "ammazzateci tutti". Un futuro nella pubblicità.
Anche perchè, secondo regola, sotto lo
slogan niente. "E se ti uccidono?", s'accoravano le
adoranti. "Chissà" sospirava lui, lo sguardo
perso all'orizzonte. Poi finiva lo show e allora
i nomi e cognomi, o almeno allusioni precise, li faceva.
Alla politica. Però sul palco no, sul palco scivolava,
si vedeva subito che il suo obiettivo immediato era
la televisione, in attesa di rimbalzare in qualche Palazzo.
E infatti eccolo punutale a quella fiera del populismo
che è Annozero, la versione engagée
di Lucignolo. Quante chiacchiere inutili, quanto
sgomitare penoso. Quante frasi ad effetto, "da noi non
tutto è mafia", "l'antimafia c'è e si batte",
"tenere alta la guardia", "non abbassare la testa",
e l'obbligatorio, fatale vittimistico "ammazzateci tutti".
In Calabria ne hanno uccisi trentatrè negli ultimi
mesi, e meno male che ci sono i giovani di professione a tenere
alta la guardia ballando e cantando. Su Fortugno tutti mormorano
tutto, hanno spedito la moglie in Parlamento per neutralizzarla
ma pure ieri sera i ragazzi di Locri, professione ragazzi,
ripetevano che "i mandanti ancora non si conoscono".
Davvero? Sai che dà fastidio alla mafia? I testimoni,
non i ballerini. Quanto ne ho pieni i coglioni, di tutte queste
recite.
Massimo Del Papa
- massimo.delpapa@tin.it
Massima del giorno
Il diritto internazionale come
vigile urbano funziona benissimo.
È come carabiniere che è un
disastro.
MOLLICHINE
Prodi per l’Alitalia: “i limiti
dell’Unione europea sono tali
da non poter dare sussidi, stiamo
quindi riflettendo…” Su come chiamarli.
Prodi: “Il ddl Gentiloni è
una proposta mite”. Come dice il dentista,
“forse le farò un po’ male”.
La bomba nordcoreana un bluff?
Può darsi. Ma chi si vanta d'avere
commesso un delitto certo non si vergognerà
di attuarlo.
Niente tasse di successione,
avevano promesso: sicuro come
la morte. Ora la tassa ci sarà.
Per evitare la morte, abbiamo qualche
speranza?
Prodi: fiducia sulla Finanziaria.
Ecco la formula: “Avete fiducia
in me, quando vi dico che se non la
votate andiamo tutti a casa?”
Bush firma la legge sugli interrogatori
ai presunti terroristi. Una
legge garantista: pare perfino che
qualcuno possa sopravvivere.
Bersani: “Prioritaria la lotta
all’evasione, poi abbasseremo
le tasse”. Poi. E considerando che essa
è stata promessa da tutti i governi…
Follini esce dall’Udc e, a fortiori,
dalla Cdl. È un atto di
coraggio: passa dal tradimento all’ostilità
aperta.
Fassino: “No al principio una
testa un voto per il Partito democratico”.
Giusto. Se dovessero votare
solo quelli che hanno un testa…!
Indagate dalla magistratura
le Iene (e non gli onorevoli) per
l’inchiesta sui parlamentari drogati.
A proposito, un’inchiestina sui magistrati?
G.P.
LA POLIZIA SPARA
Abdel Mohamed ruba un’auto,
un vigile cerca di fermarlo ma
lui lo investe. Il vigile, benché ferito,
spara due colpi e ferisce il ladro a un
braccio. Il Tribunale di Milano ha condannato il
vigile a due anni per lesioni volontarie aggravate
e il ladro marocchino a un anno per furto. I giornali,
ovviamente, se ne scandalizzano.
Un poliziotto non ha più
diritti di usare una pistola di
quanti ne abbia un privato cittadino.
Se ne può servire per legittima difesa
ma non contro qualcuno solo perché ha disobbedito
ad un ordine. Mentre nei telefilm (soprattutto
americani) tutti abbiamo visto mille
volte la polizia che spara per fermare il fuggiasco,
nella realtà questo non è permesso. La cosa
tuttavia va tanto contro il buon senso che i poliziotti
(spinti anche dall’istinto del cacciatore) continuano
a sparare al ladro e all’assassino che scappano.
I giudici si trovano dunque dinanzi ad un bivio: se
applicano la legge, devono punire il poliziotto, con
grave danno per l’ordine pubblico e grida di scandalo
sui giornali. Se non la applicano, violano la legge
e autorizzano eventuali carabinieri dal grilletto facile
a mettere a morte qualcuno solo perché colpevole
di mancato arresto all’alt.
Il
dilemma spesso induce a decisioni
aberranti e vagamente ridicole.
Il poliziotto, imbeccato dall’avvocato,
dichiara che ha sparato in aria e non sa come
sia stato colpito il malfattore; oppure
dichiara d’avere sparato a terra e che il
malcapitato è stato colpito di rimbalzo;
o che ha mirato alle gambe (ma sarebbero sempre lesioni
volontarie) ed è sorpreso che il poveraccio
sia morto; o infine, con perfetta faccia tosta,
che l’arma gli è caduta di mano ed ha esploso
un colpo da sola. Mirando benissimo. Il
giudice a questo punto fa finta d’essere tanto scemo
da credergli: non vuole infatti condannare penalmente
un pubblico ufficiale che ha creduto di fare il proprio
dovere; ed inoltre è opportuno non far
sapere in giro che a termini di legge si può
fare marameo ad un carabiniere che estragga la sua
pistola.
La conclusione da trarre è
che la legge va riformata. Non ci si
può permettere né di dare ai poliziotti
un’indiscriminata licenza di uccidere
né di ridicolizzare la polizia giudiziaria.
La decisione da cui si è partiti è
un eccellente caso di scuola. È ovvio
che non si è trattato di legittima difesa,
perché nel momento in cui il ladro aveva oltrepassato
il vigile la minaccia non era più attuale.
Viceversa, la ferita al braccio è significativa
dell’intenzione dello sparatore, che ha mirato
al tronco ponendo in essere un evidente ed
innegabile tentato omicidio: tant’è vero che
questa era stata l’imputazione originaria. Invece
il giudice ha fatto finta di credere che il poliziotto,
novello eroe del Far West, avesse effettivamente
mirato al braccio. Ma qualunque decisione avesse
preso, sarebbe stato criticabile.
Su come dovrebbe essere formulata
una più ragionevole norma penale,
in questo campo, c’è molto da
discutere e certamente, se il Parlamento
se ne occupasse, i pareri diversi non mancherebbero.
Il discrimine tuttavia pare sia
il seguente: colui che viola la legge deve
ancora beneficiare di tutte le garanzie di legge?
Chi vuole che i poliziotti non abbiano mai
il diritto di sparare sostiene che non si può condannare
a morte un ladro o un arrogante che disobbedisce.
E, quanto all’eventuale diritto di sparare
alle gambe, obietta che sarebbe poi facile sostenere
che si è sbagliata la mira. Chi invece vuole
che i poliziotti non siano resi impotenti contro
i delinquenti risponde con le esigenze di ordine pubblico.
Chi non si ferma all’alt dei carabinieri si mette
volontariamente a rischio ed è giusto che paghi
per la propria tracotanza.
Ognuno può pensarla come
vuole ma sarebbe bene porre un
termine all’attuale ipocrisia. Decisioni
come quella del Tribunale di Milano
non sono né in linea con la legge (si
è trattato di tentato omicidio)
né con l’opinione pubblica (che avrebbe
tributato un applauso al vigile). Bisognerebbe
mettere il giudice in condizione di applicare
leggi plausibili.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 20 ottobre 2006
MARITALIS AFFECTIO
Negli Stati Uniti le coppie
non sposate (55,9 milioni) hanno
sopravanzato le coppie sposate (55,2 milioni).
A Manhattan, addirittura, le coppie
sposate sono solo il 26%. Se bisognasse
scrivere un titolo di giornale, si potrebbe
colorire il fatto così: “Gli americani
non si sposano più”.
Quando si tratta di vasti fenomeni
è piuttosto azzardato
trarre deduzioni generali: ma qui sembra
ovvio che le donne tengono meno al matrimonio.
Infatti se in caso di rottura del
rapporto, essendo pubblicamente “non vergini”,
esse temessero di “perdere la faccia”,
oggi come un tempo insisterebbero
per essere sposate. Il gran numero di convivenze
dimostra invece che la donna che
vive in concubinato – per usare la terminologia
del diritto canonico – non per questo perde
la sua rispettabilità. Una volta
la sostanza del matrimonio era data dalle annotazioni
anagrafiche e, per i cristiani, dalla festa
in chiesa e con i parenti: era il matrimonio
indissolubile. Oggi ci si rende conto che
il successo dell’unione non dipende dalla cerimonia
e dai registri e che esso non è più solido
del concubinato solo perché iniziato dinanzi
al sindaco: se va male, è previsto che si possa
divorziare. Il divorzio è un dramma, ma anche
una lunga convivenza che si rompe è un dramma.
In un mondo in cui la miscredenza sostanziale è
molto più vasta di quella cosciente e dichiarata,
la cerimonia delle nozze è divenuta una formalità,
se non addirittura un’occasione mondana in
cui il kitsch è spesso imperante. Il matrimonio
non fa più parte del mito ed è considerato
più uno stato di fatto che di diritto.
Il
quadro delineato per alcuni potrebbe
essere la prova di una grave decadenza
dei costumi. Questo “matrimonio” tuttavia,
non che essere chissà che novità,
è un ritorno all’antico. Nel diritto
romano esisteva certo la cerimonia delle nozze
ma essa aveva meno importanza di quanto ne
abbia, per esempio, per la Chiesa Cattolica.
Per i romani (che conoscevano anche il divorzio
e il ripudio) il matrimonio aveva come sostanza queste
due condizioni: cohabitatio e maritalis affectio.
Era la situazione in cui si trovavano un uomo e una
donna che vivevano insieme e si volevano bene. E cessava
quando cessava una delle condizioni.
I moralisti in questi casi
dicono: “troppo comodo”. Pensano
infatti che rendendo i vincoli ferrei
- come quando alla donna s’impediva
di lavorare perché fosse costretta a
dipendere dal marito – si rende solido il
matrimonio. E non s’accorgono di confondere
matrimonio e carcere, coabitazione e inferno.
Alla situazione attuale si
è probabilmente giunti partendo
dalla contraccezione e dalla svalutazione
della verginità femminile. Oggi
il rapporto uomo-donna lo si vede con occhi da adulti:
lo si giudica non dalla formalità del
vincolo ma dalla sua sostanza, cioè da ciò
che i partner vivono giorno per giorno. Lo stesso
titolo di “moglie” ha perso molta della sua importanza
e in alcuni paesi la cosa è facilitata
dalla lingua stessa: in francese, in tedesco e in
spagnolo moglie si dice semplicemente “donna”: “ma
femme”, “meine Frau”, “mi mujer”.
A favore della convivenza gioca
infine il fatto che alcune persone
sono talmente ingenue da credere
che il matrimonio sia un vincolo eterno.
Tanto che hanno meno remore a trattare
con disinvoltura il partner, esattamente
come alcuni figli trattano male i genitori
perché non potranno comunque smettere
di essere tali. Fino al disastro. Nella convivenza
invece si sa che si è legati solo dall’affetto
e dagli interessi comuni. Dunque bisogna
coltivare questi legami, perché sono la
struttura portante della coppia: chi sa d’avere
a che fare con un meccanismo che può guastarsi
lo rispetta di più.
L’intuizione del poeta a volte
precorre i tempi. Decenni fa Georges
Brassens scrisse e cantò una canzone,
“La non-demande en mariage” (“La non-proposta
di matrimonio”), in cui un uomo chiede
ad una donna di vivere con lui ma assolutamente
evitando tutta la prosa e le formalità
del matrimonio. Brassens chiedeva amore ed
offriva amore. Avrebbe fatto parte del 26% degli
abitanti di New York.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
L’Impero di mezzo
Kim Jong Il mostra la contraddizione
tra gli interessi e la retorica
di Pechino
Le evidenti difficoltà del
governo di Pechino a maneggiare
la dittatura nordcoreana, sempre
più paranoica e pericolosa, mettono
in evidenza il contrasto tra l’interesse
strategico cinese e l’orientamento dell’opinione
pubblica interna, largamente favorevole
alla dinastia dei Kim, che è stata presentata
per mezzo secolo come un eroico baluardo contro
l’imperialismo. I leader cinesi, che sono passati
attraverso le follie egualitarie della rivoluzione
culturale, sanno bene quanto sia insostenibile
la situazione coreana. Hanno tentato di
avviare anche la Corea del nord sulla via del capitalismo,
la stessa che hanno imboccato loro dopo aver
sconfitto i maoisti che proprio di questo (per
la verità non infondatamente) li accusavano.
Ma la Corea del nord non è il Vietnam, con un
partito unico capace di flessibiltà politica.
A Pyongyang c’è solo la dinastia regnante e l’esercito.
Accettando e moderando le sanzioni, la Cina cerca
di premere sulle forze armate coreane per spingerle
a qualche forma di pronunciamento, perché teme che
un’implosione del regime apra la strada a un’unificazione
alla tedesca, dominata da Seul, che potrebbe
avere sull’impero cinese qualche effetto simile
a quello che ebbe la caduta del Muro su quello sovietico.
Questo evidente interesse geopolitico della Cina,
di cui sono consapevoli i circoli dirigenti, è però
largamente impopolare nel paese. Ai cinesi le vicende
del 1950/’53 sono state raccontate, come peraltro
si continua a scrivere sui loro libri di storia, in modo
del tutto contrario a come si sono svolte realmente. L’aggressione
di Kim Il Sung al Sud, la sua sconfitta sul campo,
dalla quale è stato salvato per l’intervento di
un milione di soldati cinesi, è stata trasformata
in un’epopea di resistenza alle mire di espansione
americane. Così il governo di Pechino si trova, forse
per la prima volta, a dover fare i conti con un’opinione
pubblica, intossicata dalle sue stesse menzogne,
della quale però deve tener conto.
In questa contraddizione
si esprime in modo plastico l’ambiguità
di fondo della situazione cinese, la sua
economia selvaggiamente capitalistica
che convive con la retorica nazionalistica,
ultima eredità del comunismo
e principale giustificazione del regime a partito
unico. Il dittatore nordcoreano probabilmente
si rende conto di queste difficoltà del suo
protettore e tende a esasperarle con le
minacce di nuovi esperimenti nucleari,
assieme alla pretesa di rapporti diretti con l’America.
da "Il Foglio"
FINANZIARIA AVVICENTE...
Ammettiamolo: mai una finanziaria
era stata così emozionante,
così avvincente, così
piena di suspence. La riforma
dell´Irpef, per esempio, doveva
colpire i ricchi (oltre i 70 mila euro).
Poi la soglia della ricchezza è salita
a 75 mila. Poi è scesa a 40 mila. Ieri si
è scoperto che ci rimetterà anche un semplice
impiegato con moglie a carico e 29 mila euro
di reddito. Lui però è contento:
è ricco e non lo sapeva.
Nella scuola, 50 mila insegnanti
dovevano essere espulsi. Poi
il governo ci aveva ripensato. Ieri
mattina sono stati di nuovo messi "in
esubero". Ieri sera avevano riconquistato
il posto (ma tre di loro, nel frattempo, hanno
avuto un infarto).
Brillante la performance
automobilistica. "Più tasse
sui Suv, esonero dal bollo per le euro
4". Ieri mattina è caduto l´esonero.
Nel pomeriggio sono svanite
le tasse sui Suv. Alle 8 di sera le tasse sui
Suv sono rispuntate, ma l´esonero per
le euro 4 no. Boom delle vendite di biciclette.
Novità positive invece
per le tasse di successione. Prima
venivano colpiti anche i trivani di periferia,
da ieri sono esentati gli attici
in centro. E´ una buona notizia per gli
agonizzanti (ai quali il governo raccomanda
comunque di aspettare il voto finale).
Sebastiano Messina per "la
Repubblica"
SENTI CHI PARLA!
Leggo l'ultima dichiarazione
alla stampa del Presidente della
Repubblica e, al di la del merito,
due sono le considerazioni che mi scappano.
La prima è che Ciampi,
messo a confronto con Napolitano,
è un apprendista...
L'altra dipende dal modo
in cui il Presidente interpreta
l'art 87 della Costituzione vigente
( "Il Presidente della Repubblica è
il capo dello Stato e rappresenta l'unità
nazionale. Può inviare messaggi alle Camere."...
) attenuando, con le sue estemporanee
dichiarazioni al di fuori del Parlamento, il
carattere della funzione neutrale di garanzia,
prendendo - di fatto - parte alla competizione
politica, dilatando, di conseguenza,
i confini dell'azione politica del Colle.
cp, 18 ottobre 2006
Zitti miei
Prodi
Se colui che i giornali principali (Corriere
della Sera, Repubblica, Sole 24 ore e Stampa)
non più di quattro mesi fa dipingevano come
il salvatore dell‚'Italia, il liberatore dal
giogo berlusconiano, adesso viene trattato con
spirito critico, ma non certo con ostilità,
come invece sostiene l'interessato, evidentemente
un motivo ci sarà.
Romano Prodi non
può prendersela con la stampa se viene attaccato
insieme con il suo governo. Non può
prendersela perché la stampa era tutta con lui,
tifava per lui, gli tirava la volata, cercava di
far cadere l'avversario ad ogni curva, anche imbrogliando
o falsificando la realtà. Oggi l'opinione
pubblica sta cambiando radicalmente e in modo inaspettatamente
rapido e il Professore, invece di riflettere sui
motivi, invece di fare un minimo di autocritica passa
al contrattacco. E si cimenta nello sport che egli stesso
contestava a Berlusconi. "Ce l'hanno tutti con me", piange
il premier, che, evidentemente, giudica il diritto di critica
uno sport da praticare solo nei confronti del leader
di Forza Italia. Nella passata legislatura, secondo il
Professore, attaccare Berlusconi significava esercitare
la libertà di stampa, pungolare il manovratore. Oggi
che il manovratore è lui, guai a chi dice una parola men
che positiva. Ieri per certi giornalisti fare le pulci al
governo Berlusconi era un punto d'onore, una medaglia al petto,
oggi criticare il governo Prodi rappresenta un ingiusto e ingiustificato
attacco a palazzo Chigi. Insomma, il premier detta la "nota"
ai giornali, ordina ciò che devono scrivere:
- parlare in modo indignato delle intercettazioni
che lo riguardano;
- tacere dello scandaloso caso Rovati e del
tentativo del governo di accaparrarsi Telecom;
- descrivere quanto è bella e buona
la Finanziaria, occultare le decine di
tasse che lui, Padoa Schioppa e Visco hanno messo
a punto per il sistematico massacro degli italiani;
- passare sopra le generalizzate accuse di
evasione fiscale lanciate alla cieca contro
intere categorie di lavoratori;
- ignorare il fatto che secondo questo governo
i "nuovi ricchi" devono essere ricercati
anche tra chi guadagna 50mila euro l'anno e
spesso fa fatica ad arrivare alla fine del mese
per l'aumento dei prezzi legati all'euro.
Dopo aver occupato tutto senza un minimo di
vergogna, Prodi sembra ben deciso ad occupare
anche le redazioni dei giornali. Ma nessuno userà
l'unica parola adatta per descrivere questo suo
comportamento: censura. Prodi vuole la censura. Se fosse
per lui ordinerebbe cosa scrivere e come scriverlo,
cosa tacere. Non è un caso che egli citi l'unico
giornale che l'ha rispettato: L'Unità. E Padellaro
oggi lo ringrazia continuando a difenderlo. Arrivando
perfino a sostenere che mentre Berlusconi si lamentava
a torto, perché per di più possiede i mezzi
d'informazione, Prodi si lamenta per fatti specifici senza
possedere alcunché. Una precisazione è d'obbligo:
pur possedendo mezzi d'informazione, Berlusconi è
stato ed è sistematicamente attaccato. Questo significa
che ha garantito la più totale libertà d'informazione,
assicurando perciò campo libero a chi non lo ha
mai amato e l'ha sempre dimostrato. Prodi ha invece sempre
goduto di ottima stampa. Se adesso qualche autorevole giornale
gli sta voltando le spalle forse è perché nel buon
lavoro di questo sciagurato governo crede solo e soltanto
lui.
Da "Poteresinistro"
OTTO MILIONI DI
BAIONETTE
(noi,
nell'ottobre del 2005,
l'avevamo scritto...)

«
Quattro milioni alle Primarie
per Prodi?»
dichiara il ministro
della Giustizia, Clemente Mastella «Non
lo so, erano tantissimi, ma proprio quattro
milioni non credo. Vedo che oggi si cercano con
la lanterna, come Diogene, questi quattro milioni.
Ma se non si trovano è perché, evidentemente,
non c‚erano. L'anno scorso ci fu una partecipazione
straordinaria, che io stesso non mi aspettavo. Ripeto:
furono tantissimi, magari due milioni, ecco, non
più di due milioni».
DARTI DEL CRETINO?
TROPPA FATICA
Le persone che partecipano ai forum in generale
non dispongono di nessuna tribuna. Dunque
approfittano di queste finestre aperte sul mondo
per farsi sentire. E fin qui, non c’è niente
da dire. La perplessità nasce quando (troppo spesso)
i partecipanti non hanno tanto la voglia di esprimere
le loro idee quanto quella di duellare a suon d’insulti
con chi non la pensa come loro. È qui ch’è
difficile seguirli. Se qualcuno sostiene che, per risparmiare
sulla bolletta petrolifera, bisognerebbe trasformare
tutte le auto a metano, si potrebbe discutere con
lui sulla base dei costi e dei problemi che la soluzione
comporta. Ma se qualcuno sostiene che il problema si
risolve dando finalmente via libera a quel motore ad acqua
che le multinazionali tengono nascosto, perché
discutere? Anzi, perché strapazzarsi a dargli del
cretino?
Accanto al “cretino
tecnologico”, c’è poi il fanatico politico.
Colui che non solo sostiene una certa tesi, magari
assurda (“la politica internazionale è
determinata solo dal petrolio”), ma nel momento
in cui qualcuno gliela contesta, invece di difenderla
con i suoi argomenti passa direttamente agli insulti.
E qui comincia l’escalation. Chi gli risponde
è più o meno un fanatico come lui e risponde
subito con la stessa moneta: tanto che si dimentica
la materia del contendere e il forum diviene una sterile
palestra di ingiurie. Sterile perché, mentre
l’invettiva è un genere letterario, nel forum gli insulti
sono più o meno sempre gli stessi: pesanti, ripetitivi,
volgari. Non si discute di qualcosa, ma di qualcuno: del
proprio avversario. Duellando per vedere chi riesce
a ferire meglio l’altro.
Alcuni però con questo gioco non si divertono:
a certi interlocutori non hanno nemmeno
interesse a dare del cretino. Non per buona
educazione, ma perché non serve a niente: se sono
cretini, non cambieranno. La stupidità non è
una colpa, è una caratteristica personale.
Una nota riguarda in particolare le ingiurie
che gli altri possono rivolgere a me. Sarò
presuntuoso ma gli insulti in quanto tali riescono
solo ad annoiarmi. Se ho parlato della “Guerra dei
Sei Giorni che nel maggio 1968 sconvolse il Vicino
Oriente” e qualcuno mi dice che, per uno che s’impanca
a commentatore politico, non è perdonabile
sbagliare la data di una guerra così importante,
non che annoiarmi soffrirò per la meritata reprimenda:
eppure non sarò stato insultato. Se invece ho scritto
che nella Seconda Guerra Mondiale l’influenza militare
della Resistenza italiana è stata pressoché
nulla, e qualcuno mi dà del cretino, non soffrirò
affatto. Perché la sua affermazione è una baggianata
ed io, non che essere offeso, avrei tendenza a rispondergli:
“Potrei dimostrarti che hai torto ma per insegnare qualcosa
a un ignorante come te vorrei essere pagato”.
È questo che meraviglia. Il fatto che
tanta gente sia tanto umile da mettersi
a dialogare con chi reputa un escremento umano.
Se si è ragionevolmente sicuri che l’interlocutore
è tanto ignorante, stupido, fanatico
che mai e poi mai riconoscerà qualcosa, per quanto
evidente essa sia, è inutile stare a spiegargliela
con parole diverse. Per dirne una, non bisogna
mai parlare di Berlusconi e men che meno difenderlo.
Quell’uomo avrà i suoi difetti e le sue colpe
ma l’odio nei suoi confronti è un tracoma all’ultimo
stadio e contro l’odio non esiste nessun argomento.
Basti dire che una volta una signora, per dimostrarne
la nequizia, accennò ai suoi “occhi di serpente”. Beh, certo,
se uno ha gli occhi di serpente…
I forum – e soprattutto i forum di successo
– soffrono di questa mentalità. Ed
è un vero peccato. Se la discussione fosse
serena e vertesse sui fatti e sulle idee, tutti
potremmo imparare qualcosa. Ma questo richiederebbe
informazione e mancanza di fanatismo: due caratteristiche
rare.
I forum non sono sedi di discussione ma di
sfogo. I partecipanti tirano alla testa di turco
dell’avversario e a loro volta gli offrono
la propria come bersaglio. Buon divertimento.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Pyongyang : Costrette
all'aborto le donne sospettate
di aver concepito il bambino con un padre
cinese
Il regime di Pyongyang è ossessionato
dalla «purezza della razza» tanto
da incentivare l'uccisione di bambini affetti da
disabilità e costringere all'aborto le donne sospettate
di aver concepito il bambino con un padre
cinese. È quanto filtra dalla strettissima
censura, grazie ad alcune testimonianze rese da
rifugiati all'estero e riportate dal «Sunday
Times».
Il dottore nordcoreano Ri Kwang-chol, fuggito
l'anno scorso a Seul, ha raccontato nel corso
di un convegno nella capitale sudocreana che
il regime di Kim Jong-Il ordina al personale medico
di uccidere i bambini che alla nascita presentano
malformazioni o handicap. «In Corea del Nord
non ci sono persone con difetti fisici», ha affermato
Ri, precisando di non aver mai commesso personalmente
un tale crimine. Gli esuli nordcoreani a Seul affermano,
tuttavia, che Ri stia tenendo un profilo basso, temendo
rappresaglie da parte dell'intelligence nordcoreana, non
nuova ad esecuzioni mirate di dissidenti che hanno trovato
rifugio in Corea del Sud.
Altro capitolo della follia della dittatura,
fondata sul concetto mistico della «superiorità
della razza nordcoreana», è
quello relativo agli aborti coatti con cui vengono
punite relazioni sessuali «deviate» e
nascite «indesiderate». Una donna di
30 anni, che si fa chiamare Han Myong-suk, ha riferito
di essere scappata per ben due volte dal Paese, grazie
all'aiuto dei sudcoreani e di un'ong cristiana statunitense.
Han ha raccontato di essere stata venduta da alcuni trafficanti
ad un agricoltore cinese.
Rimasta incinta del suo padrone e, quando
ormai era giunta al quinto mese di gravidanza,
è stata arrestata dalla polizia cinese
che l'ha riconsegnata alle autorità nordcoreane.
Rinchiusa in uno dei tre carceri femminili
nordcoreani - situati nelle città di Sinuju, Onsong
e Chongin - Han ha detto di essere stata picchiata e
presa a calci alla pancia da un secondino, avendo sfidato
l'ordine di abortire. Una settimana più tardi
la donna è stata condotta in una clinica della prigione
dove gli è stato estratto il feto.
La storia, sopravvissuta ad anni di lavori
forzari, è una preziosa testimonianza
della pratica degli aborti coatti in Corea del
Nord, di cui si parlò per la prima volta in un rapporto
nel 2003 stilato da David Hawk, ricercatore del
gruppo umanitario 'US Commitee of Human Riughts', sulla base
di otto diversi casi documentati. Hawk non ha esitato a parlare
di «fenomeni di repressione estrema in Corea
del Nord», arrivando a concludere che il regime
pratica l«'infanticidio etnico».
Da "La Stampa"
Il colpo basso dei soliti noti. La soluzione liberale
c'è: privatizzare
la Rai.
Rieccoli. I
Robin Hood dell‚etere, quelli che rubano
ai ricchi per regalare ai poveri, hanno
di nuovo invaso la foresta di Sherwood delle frequenze.
Via una rete Mediaset, via una rete Rai, si abbassa
il soffitto della raccolta pubblicitaria televisiva,
si riduce di un paio di miliardi il tetto di quella
complessiva e si chiama il tutto liberalizzazione.
Come se il problema dello scarso ossigeno dell'informazione
italiana avesse un nome e un cognome. Quello, ovviamente,
di Silvio Berlusconi.
Non è così, come tutti sanno.
Il virus italiano è molto più diffuso:
sta nell'intreccio, da una parte, fra potere
economico e potere editoriale; da un'altra, nell'intreccio
fra potere editoriale e potere politico. La stampa
e la televisione in Italia sono una espressione
del potere, non il suo antidoto, come capita generalmente
nei paesi democratici. Questo è il problema,
irrisolvibile fino a quando non sarà affidato al
mercato e soltanto al mercato il meccanismo di selezione delle
fonti d'informazione.
Il disegno di
legge Gentiloni va in questa direzione?
Al contrario: il suo scopo è quello di
aprire una radura nella foresta della televisione
generalista per consentire l'inserimento forzoso
di un terzo soggetto capace di sfidare ad armi (quasi)
pari l'attuale bipolarismo. Il tutto nel giro di
quindici mesi. Il tempo necessario perché l'attuale
merchant bank governativa (che almeno
15 lune conta di durare) possa pilotare la nascita
e lo sviluppo del terzo polo, sull'esempio, così
ben riuscito, delle privatizzazioni di Autostrade e
di Telecom. Con quale vantaggio per la libertà
e il mercato è facile prevedere: nessuno. Ma con indubbio
rafforzamento del controllo dell'informazione da
parte del Centrosinistra. Che già oggi, a ben guardare,
ha poco da lamentarsi. Tutti i grandi giornali sono al
suo fianco, la Rai è stata risanata no ma risantorizzata
sì, dai Tg o dalle trasmissioni di approfondimento
di Mediaset (vedi Matrix e la Costanzo Corporation) ha ben
poco da temere.
Era possibile intervenire diversamente e
più seriamente? Oppure la situazione è
così compromessa da rendere inutile ogni tentativo
di dare uno scossone liberale all'informazione
italiana, televisiva e non? Certo che la soluzione
liberale esiste. E' la liberazione di Nottingham
dall'odioso sceriffo governativo (a qualunque schieramento
appartenga, sia chiaro), vale a dire la privatizzazione
della Rai, Raiuno Raidue e Raitre, e la messa sul mercato
di un'azienda che non svolge alcuna funzione di servizio
pubblico che non possano svolgere i privati. La strada
maestra è questa, armare i banditi della foresta è
invece soltanto un artificio conservatore. La nascita
di una grande azienda capace di concorrere ad armi pari
con Mediaset potrebbe favorire (non garantire, ci mancherebbe
altro, siamo in Italia) una crescita qualitativa dell'intero
sistema televisivo (informazione e intrattenimento),
ed avere ripercussioni positive anche sull'informazione
scritta. Ma è proprio questa possibilità
che si vuole esorcizzare ad ogni costo. E' probabile, anzi
certo per quanto ne so, che se il Governo Prodi avesse scelto
questa soluzione da Mediaset si sarebbero levate proteste
ancora più veementi di quelle odierne. Ma di
fronte a un intervento limpido a favore dello sviluppo di un
mercato concorrenziale le obiezioni non avrebbero retto a lungo.
Oggi invece Fedele Confalonieri ha perfettamente ragione nel
denunciare il tentativo di scardinare un'azienda che si è
guadagnata sul campo (minato) ogni punto di crescita, e
Silvio Berlusconi ha perfettamente ragione di ribellarsi a
un colpo basso della maggioranza contro il leader dell‚opposizione.
Se il progetto del Governo andasse in porto avremmo aziende
meno capaci di crescita e un mercato ancora più recintato.
La legge Gentiloni è soltanto l'ennesima puntata dell'interminabile,
bruttissima, fiction "Chi controlla la Tv in Italia".
Marco
Taradash
Italia, il
nostro partner migliore.
Dice hezbollah.
Ghaleb Abu Zeinab, consigliere di Hassan
Nasrallah, il leader di Hezbollah, ha dato
il benvenuto in Libano a Romano Prodi con queste
parole : "è il benvenuto nel nostro Paese,
apprezziamo la sua decisione di venire in Libano
e riconosciamo il ruolo positivo che l'Italia sta
svolgendo"
Nabil Kaouk, presentato da Lorenzo Cremonesi
come massima autorita‚ del partito di dio,
durante un'intervista condotta dal giornalista
con grande rispetto e deferenza, definisce l'Italia
il "Nostro partner migliore e piu' prossimo".
L'Italia , dunque, e' rispettata, amata
, apprezzata dai terroristi.
L'Italia, un nome un garanzia per hezbollah,
il partito degli "assassini di dio"
Sinceramente non ne andrei fiera.
I giornali
sono tornati a parlare del Libano solo
in occasione dell'affettuosa visita di Prodi
a Seniora e per il benvenuto ricevuto dai terroristi.
La cosa tragica e' che non ne parlano con
vergogna, no, ci mancherebbe, raccontano con
emozione dei nostri soldati mandati la' a osservare,
intervistano terroristi con orgoglio e ammirazione,
le televisioni mandano servizi in cui si vede
Prodi passare in rassegna le truppe, con orgoglio, come
se fossero davvero la' per impedire ai terroristi di attaccare
Israele e non per permettere ai terroristi di riarmarsi
in santa pace, difendendoli da Israele, nemico comune,
che assiste preoccupato a quello che sta accadendo in
Libano.
Israele denuncia il riarmo di hezbollah
ma nessuno ascolta, tutti hanno altro da
fare, Persino la Condi Rice, in prossimita' di elezioni,
va a parlare agli arabo-palestinesi-americani per
dire un sacco di stronzate.
L'Europa invece tace, esausta, occupata
a pararsi il culo dagli attacchi dell'islam
alla democrazia e soprattutto occupata a comprare
quintali di metaforici panetti di burro per
far scivolare meglio lo stupro della liberta' nel
culo dei cittadini europei.
I terroristi libanesi dicono con arroganza
ai giornalisti "Le nostre armi sono ben
nascoste e non le troverete mai". Una presa in
giro anche perche' l'Unifil si guarda bene dal cercare le
armi, potrebbero essere pericolose.
Li prendono in giro e non si offendono perche'
sono succubi, perche' ne sono schiavi,
perche' "con quella bocca puoi dire cio' che vuoi
e se lo dici contro Israele meglio".
"Non troverete mai le nostre armi e ne abbiamo
tante!"
Non si offendono perche' li amano e perche'
ne hanno paura, anzi gli hanno detto chiaro
e tondo, ancora prima di imbarcarsi sulle navi
da guerra, che loro le armi non le vogliono trovare,
non ci pensano nemmeno.
Proibito scrivere che in Libano Unifil non
fa letteralmente niente, proibito dire che
hezbollah si sta riarmando alla grande ricevendo
camionate di armi e esplosivi da terra e navi piene
di katiusche dal mare sotto l‚occhio affettuoso
dei caschi blu.
C'e' sempre stato un feeling particolare
tra le truppe dell'ONU e i terroristi se
questi ultimi hanno come controparte Israele,
lo stesso affettuoso rapporto che si nota
sempre tra Europa e assassini arabi.
Affetto, simpatia, ammirazione, giustificazioni
per ogni barbarie.
I toni cambiano invece quando l'argomento
e‚ Israele, allora ecco che spunta il
dente avvelenato, ecco che il giornalista di
turno si scatena e via con menzogne e calunnie, accuse
e demonizzazioni. Ogni giornalista, ad esclusione
di quelli liberi e democratici, diventa una jena
assetata di carogne quando scrive un articolo su Israele.
Diventa rabbioso, cattivo, bugiardo, gli cola la bava
sulla tastiera del computer.
Basta che scriva -Israele- ed ecco che
nasce in lui, come per magia, la bestia antica,
antichissima dell'odio e allora via con i soliti
stereotipi, le solite leggende metropolitane,
le calunnie, la propaganda, il taroccamento
della storia passata e recente.
C'e' un altro
argomento dimenticato dai media: Gaza.
Le prime pagine dei giornali e dei telegiornali
che mettevano sempre in rilievo il "povero
palestinese ammazzato dal perfido Israele",
adesso preferiscono parlare di Shumacher.
Perche'? Semplicissimo, i palestinesi si stanno ammazzando
fra loro, decine di morti, violenza, distruzione
e allora e' meglio guardare altrove.
Non sarebbe bello scrivere qualcosa che
potrebbe metterli in cattiva luce e far capire
alla gente quello che in realta‚ sono : sanguinari,
violenti, parassiti e incapaci di fare altro che
non sia terrorismo e guerra.
Quando parlavano dei cosiddetti kamikaze,
gli assassini suicidi, scrivevano milioni
di parole per giustificarli , per attribuire a
Israele la colpa di ogni attentato che faceva
saltare per aria decine di ebrei alla volta.
"E' l'unico modo che hanno per difendersi
dall'occupazione - non hanno armi, l'unica
arma che hanno sono i kamikaze kamikaze kamikaze
- Israele occupa occupa occupa, Israele nazista
nazista nazista - i palestinesi lottano per la
liberta' liberta' liberta' - devono ammazzare ammazzare
ammazzare gli ebrei cattivi cattivi cattivi "
E allora come possono giustificare la realta'
che i loro beniamini si ammazzino tra
loro, non hanno ancora trovato la formula per incolpare
Israele anche di questo ma verra', abbiate
fede, verra'!
Qualche mentecatto ha gia' tentato di farlo
ma alla fine, onde evitare di fare gaffes
offensive per gli arabi, hanno preferito il silenzio
e Schumacher.
Silenzio anche sui soldati israeliani rapiti,
sulle offerte di Israele di liberare
galeotti palestinesi, offerte sempre respinte
con ulteriori richieste.
Silenzio sulle quotidiane dichiarazioni
del primo ministro palestinese: non riconosceremo
mai Israele.
Silenzio, ipocrita silenzio.
Mentre Romano Prodi era in Libano a fare
il filo a Siniora e ai pretoriani di Nasrallah,
in Italia un altro Prodi, certo Paolo, si divertiva
a scrivere sull'Unita‚ un'accozzaglia di porcherie,
luoghi comuni, bugie, degne dei peggiori pregiudizi
antisemiti conditi con odio, taroccamento della
storia.
C'e' tutto, proprio tutto nel suo articolo:
Israele stato non democratico e confessionale,
i poveri palestinesi cacciati dalla "loro"
terra e via via uno snocciolamento di rivoltanti
storielle , le stesse che hanno alimentato per
decenni l'odio antisemita dei cattocomunisti. Non
manca proprio niente nell'articolo di Prodi fratello
, nemmeno Sabra e Chatila le cui immagini, secondo
costui, si sovrappongono a quelle dell'antico
genocidio.
Ma bene, bravo, Prodi fratello! Ma lei
dove ha studiato? Alla scuola privata
di Arafat? Era compagno di banco di Diliberto?
E poi, "antico
genocidio", Prodi fratello, perbacco,
e' successo solo 70 anni fa!
Molti sopravvissuti sono ancora vivi e
lei tenta di farlo passare per uno dei tanti
genocidi della storia antica, Prodi fratello,
e lo paragona ignobilmente a Sabra e Chatila .
Ignobile e vergognoso.
Ma lei chi e' Paolo Prodi? Da dove esce?
Ma non glielo ha detto nessuno che Israele
e‚ una democrazia parlamentare, un paese
assolutamente libero per tutti, non glielo ha mai
detto nessuno che Israele non e‚ uno stato confessionale
ma uno stato ebraico democratico dove tutte,
dico tutte, le religioni hanno pari diritti? In assoluto.
Israele non ha la costituzione, scrive
Prodi fratello. Che barba, che noia,
che poca fantasia! Sempre le stesse cose, inventatevi
qualcosa di nuovo, perdio!
Nemmeno la piu' grande democrazia esistente
al mondo, quella inglese, ha una costituzione.
Non lo sapeva?
Sarebbe troppo lungo e doloroso commentare
l'articolo di Prodi fratello, manca la
forza, uno si sente sfibrato, spossato, disperato
nel vedere che niente cambia negli anni, che le schifose
bugie che i comunisti dicevano 20 o 30 anni
fa vengono ripetute oggi pari pari come se niente
fosse, colla stessa arroganza, lo stesso odio, la
stessa ignoranza, la stessa fetentissima faccia di bronzo.
La storiella dei poveri palestinesi cacciati
dalla loro terra che non era loro e da cui
scapparono a causa della guerra scatenta dai
loro fratellini arabi, e‚ il cavallo di battaglia di
tutti gli antisemiti cattocomunisti e serve oggi
per dire che quei profughi devono "ri-tornare".
Peccato che i 700mila del 48 oggi siano piu‚ di
7 milioni e siano tanto inetti da fare i profughi per
mestiere e per diritto ereditario in attesa del colpaccio,
distruggere dal di dentro il tanto odiato stato ebraico.
Era il sogno di Arafat da quando era nella
culla.
E Sabra e Chatila? Che dire? Dopo 30 anni
c'e' sempre qualche ignobile persona che
attribuisce a Israele la colpa di un massacro
perpetrato dai falangisti libanesi.
Menachem Begin, uscendo dalla sinagoga,
nel giorno di Yom Kippur del 1982 disse a
un amico "Incredibile! Cristiani ammazzano
arabi e a chi danno la colpa? Agli ebrei!"
Si, e' incredibile ma la cosa piu‚ sorprendente
e vergognosa e‚ che oggi, nel 2006, esiste
ancora chi ne e' convinto.
Deborah Fait - INFORMAZIONECORRETTA
DIAMO UN'ANIMA
LIBERTARIA AL CENTRODESTRA
Se per la politica non è più il
tempo delle ideologie, è di nuovo il
tempo delle idee. Ciò che distingue il centrodestra
dal centrosinistra è l'idea di una società
in cui a prevalere siano gli individui, le persone,
con le loro libertà, le loro responsabilità
e i loro meriti; dove il mercato, dei beni come delle idee,
prevalga sullo Stato. L'idea di una società
basata sul rifiuto di ogni costruzione sociale che
imponga dall'alto uno schema di valori e di soluzioni.
L'idea di un paese ancorato, anche nelle scelte politiche
internazionali, ai valori della propria identità
"occidentale" di cui sono parte integrante e costitutiva
quelle conquiste civili, eredità dell'umanesimo
liberale e cristiano, che oggi marcano la distanza
rispetto alle culture teocratiche e autoritarie.
Ci riconosciamo in un centrodestra che è
liberale innanzitutto perché è antistatalista.
Sulle questioni "eticamente sensibili",
concordiamo sulla necessità di una seria
riflessione sui limiti della scienza applicata. Ma
non pensiamo che, su questi temi, la politica liberale
possa assegnare ogni potere allo Stato, senza
riconoscere alcun diritto alla libertà dell'individuo.
Il centrodestra non può contrapporsi
allo statalismo economico e civile, e costruire
allo stesso tempo un fronte compatto a difesa
dello "statalismo etico". Questo sarebbe
un errore di carattere culturale, storico, politico
ed elettorale. Il rapporto fra tradizione e innovazione,
anche nel campo delle convinzioni morali e dei comportamenti
privati, può meglio svilupparsi sul piano
del conflitto delle idee e del mercato delle soluzioni
e non su quello della "conquista dello Stato". Tutto
ciò non pregiudica, anzi esalta, il ruolo pubblico e
attivo della tradizione, anche religiosa, proprio perché
non la priva di occasioni di verifica reale, e non ne
affida una artificiosa immutabilità alla tutela
della legge.
Scelgono Forza Italia e la Cdl milioni
di antistatalisti, "cattolici" o "laici",
che sulle questioni etiche hanno idee e posizioni
che incontrano sempre, salvo eccezioni, l'ostilità
del centrodestra. Milioni di persone che, come noi,
sono favorevoli, o non ostili a priori, alle unioni
civili omosessuali, alla ricerca scientifica sugli embrioni
soprannumerari destinati comunque alla distruzione,
al testamento biologico o a una regolamentazione
dell'eutanasia, a una legislazione sulla droga che
non alimenti la mafia e la violenza. E che lo sono, come
noi lo siamo, per ragioni quasi sempre diverse da quelle
genericamente e scontatamente "di sinistra".
A tutti loro una coalizione compattamente
schierata su politiche d'ispirazione confessionale
per i temi etici finirebbe per chiudere la porta
in faccia. Un centrodestra, moderato ma liberale,
senza un'anima libertaria finisce per essere
zoppo politicamente ed elettoralmente. Diamo un'anima
libertaria al centrodestra.
Vittorio Feltri, Giordano Bruno
Guerri, Alessandro Cecchi Paone, Tiziana
Maiolo, Luca Barbareschi, Roberta Tatafiore,
Mauro Mellini, Sofia Ventura, Andrea Marcenaro,
Francesca Scopelliti, Mauro Suttora, Emilia
Rossi, Raimondo Cubeddu, Dario Fertilio, Filippo
Facci, Arturo Gismondi, Maria Luisa Rossi Hawkins,
Nicholas Farrel, Ivan Maravigna, Sandra Fei, Ernesto
Caccavale, Arturo Diaconale
Se vuoi aderire
clicca qui.
NOTIZIA ESPLOSIVA:
SIAMO I MIGLIORI
Finalmente, grazie a Prodi e D'Alena,
per qualcuno nel mondo "l'Italia è
il miglior partner". Peccato che quel qualcuno
sia l'organizzazione terrorista Hezbollah.
Addio "professore"
Il professore Nicola Matteucci, ottant'anni,
è morto l'altra sera nella sua casa di Bologna,
colpito da un improvviso collasso mentre
era assieme ad alcuni famigliari. I funerali
saranno venerdì alle 11 nella chiesa di San Giovanni
in Calamosco a Bologna.
Nicola Metteucci era un amico.
A metà dei primi anni 90,
ci s'incontrava - a parlare di riforme e politica
- in un ristorantino di via Gerusalemme, a Bologna.
Con Giulio Peppini e Sofia Ventura, tra una tagliatella
e un fritto bolognese, il "professore" stupiva per
la lucidità e la modernità dei suoi
consigli di liberale senza compromessi e per la disponibilità
ad accompagnarci a far comizi e tavoli di propaganda, tra
Bologna e la Romagna, in una mitica campagna
elettorale dove la nostra lista, di liberali
in libera uscita da Pannella, prese -senza rimpianti-
una batosta micidiale. Bei tempi!
Addio "professore".
cp, 11
ottobre
2006
LA TURCHIA DI DON ANDREA
E QUELLA DELLA DIFFIDENZA
(Pensieri nel Web –
Religione o Cultura)
Il 5 febbraio, Don Andrea Santoro veniva
freddato nella sua Chiesa di S. Maria a
Trabzon, nella parte della Turchia più difficile
dal punto di vista sociale e religioso da un giovane
sedicenne che, entrando nella Chiesa, gridando “Allah
è grande”, vibrava contro il sacerdote due colpi
di pistola alla schiena. Trabzon o Trebisonda, nella
sua versione italiana, è la città che più
soffre la lontananza con il mare, con i porti che volgono
verso il Mediterraneo e l’Europa, perché economicamente
isolata, ma soprattutto difficile per la sua
tendenza all’Islam radicale, quello che in Armenia,
in Azerbaijan ha preso piede negli anni del crollo sovietico.
Ieri, in un tribunale che ha svolto tutto il processo all’omicida
di Don Andrea Santoro, a porte chiuse, non si è aperto
quello spiraglio di giustizia e di serenità,
che una sentenza dovrebbe dare. Ohuzhan Akdi, un giovane
di sedici anni, l’assassino materiale di Don Andrea è
stato condannato a 18 anni. Troppo banale pensare ad un
solo colpevole ed identificarlo in un giovane che,
nella migliore delle ipotesi è stato fuorviato o istigato
da capi spirituali ben più preparati e convinti di lui,
in un periodo già abbastanza critico (Ricorderete tutti
la polemica scatenata dallo Jitland Posten e di lì a poco
dal France Soir, colpevoli di aver pubblicato vignette satiriche
su Maometto) e che nella peggiore delle ipotesi, quella che crediamo
più consona, è stato “mandato” da organizzazioni
e gruppi destabilizzanti radicali, come Hitzb Ut-Tahrir, associazione
terroristica che opera in tutto il Caucaso, o i gruppi di estrema
destra o perfino come il partito di governo, di Erdogan, “Giustizia
e Sviluppo”, che ha ricevuto non poche accuse in passato. D’altronde
l’episodio di Don Andrea non fu affatto isolato. Il 19 maggio il
giudice turco Ozbilgin che aveva vietato il velo islamico alle insegnanti
fu ucciso da un avvocato legato ad ambienti dell’estrema destra
ed è di pochi mesi fa la notizia che un sacerdote francese è
stato aggredito nella stessa Chiesa di Trabzon, che aveva preso
in cura, nella speranza di poterla riaprire al pubblico e di ricominciare
un ciclo. La Turchia, un po’ come la Russia di questi giorni, chiude
il caso, facendo ben attenzione a non crearlo. Anzi, se il caso di
Don Santoro è stato liquidato con una condanna alquanto frettolosa,
le polemiche contro il discorso di Benedetto XVI, tenuto a Ratisbona
sono state mal gestite perfino in sede politica. Perfino il primo ministro
turco ha incalzato il Pontefice, avvertendole che in Turchia il “presidente
gli riferirà le cose necessarie per lo scivolamento della
lingua con cui ha mancato di rispetto al nostro Profeta”, definendo
“manovre”, le precisazioni e le successive scuse del Papa. Gran
parte del Parlamento turco mostra avversità per la visita
del Papa e ricorda l’avversità dell’allora Cardinale Ratzinger
sull’adesione all’UE della Turchia, definita dal medesimo “realtà
estranea alla civiltà europea”.
Non è un
caso che il comandante dell’esercito turco,
Ilker Basburg, abbia ricordato lo scorso settembre
che la minaccia reazionaria ha raggiunto livelli
allarmanti e che ci sono tentativi sistematici di
erodere i principi su cui si fondava la rivoluzione
di Ataturk.
In un paese dove il 97% delle persone è
di religione musulmana, il 2% si dichiara
agnostico e solo l’1% è di religione cattolica,
Don Andrea Santoro ha scommesso sul dialogo
interreligioso, difficile, quasi impossibile, ma
che ha aperto una possibile “finestra per il Medio
Oriente”, come poi si è realmente chiamata
la sua associazione che prosegue in questo cammino.
Da uomo concreto, conosceva bene le minacce che avrebbe
potuto subire e come la sua Chiesa fosse un obiettivo
facile ed importante, ma ha continuato coraggiosamente,
fino all’ultimo il suo compito. Ora anche il Vaticano
inizia ad accorgersi di lui e della sua missione e
lo proporrà come martire della fede, anche se sarebbe
meglio parlare di “fedi”. Ecco cosa scriveva, in una lettera
da Trebisonda ai suoi fedeli italiani, di una realtà
che sembra, ancor oggi, dopo questo processo, ostica e chiusa:
“Voi e la Turchia, chi l’avrebbe detto che
avrei portato in grembo due figli che si cozzano
fra loro pur essendo fratelli nello stesso Abramo?”.”Avverto
in me motivi per amare e gli uni e gli altri…Ma
avverto anche delle lontananze tra loro, ma a volte
solo camuffate da dichiarazioni di amicizia, di rispetto,
a volte davvero lenite da sforzi sinceri di
fatti da più parti per capirsi, accettarsi…Altre
volte ho l’impressione che questi mondi non si parlino
in profondità, ma facciano come quelle coppie
che parlano solo di spesa, di bollette, di mobili da spostare
e di salute dei figli e si illudono di comunicare, invece
diventano sempre più estranei…”.
Angelo M. D’Addesio
TdC
Il premio "TdC
della settimana" viene assegnato ad Antonio
Di Pietro, ministro della Repubblica,
che, intervistato da Simona Ventura a Quelli
che il calcio, per definire il comportamento
del deputato Sergio De Gregorio - uscito dal suo
gruppo parlamentare e quindi considerato da di Di Pietro
un traditore - l'ha chiamato "un perfetto giudeo".
Complimenti!
L’ATOMICA NORDCOREANA
Il test atomico nordcoreano – oltre ad
essere una fonte di preoccupazione -
si presta a molte considerazioni e anche in questa
sede se ne possono fare due, assolutamente
elementari.
In primo luogo bisogna rispondere ai molti
che chiedono, magari in buona fede, perché
mai bisognerebbe scandalizzarsi dell’atomica
nordcoreana, quando tanti altri paesi nel mondo
– inclusi alcuni non di sangue blu come l’India,
il Pakistan e Israele – ne sono già in possesso e
nessuno se ne preoccupa. La domanda sottintende l’uguaglianza
di tutti i paesi del mondo non diversamente da
come tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge.
Ma proprio in questo sbaglia. In una democrazia,
dove in linea teorica tutti vi hanno diritto,
il porto d’armi (mai da guerra) è concesso con
molte limitazioni e molte cautele. Nessuno considera
ovvia la pistola al fianco del mafioso quanto quella al
fianco del carabiniere. Passando all’ambito internazionale,
non si possono mettere sullo stesso piano paesi pacifici
come l’India o la Francia e paesi retti da teocrati fanatici,
come l’Iran, o da aggressivi affamatori del popolo, come
Kim Jong Il. Ci si preoccupa infatti dell’uso che essi potrebbero
fare di armi tanto potenti. La Corea del Nord potrebbe, dopo
il fallimento del 1950, attaccare di nuovo la Corea del Sud, così
come l’Iran potrebbe usare l’atomica per distruggere Israele.
Infiammando in ambedue i casi il mondo intero.
A questo punto molti obietteranno che mentre
uno Stato ha, al suo interno, il potere
di concedere o non concedere il porto d’armi,
nell’ambito internazionale non esiste un
Super-Stato che abbia questi poteri. Qualunque intervento
e persino qualunque pressione è dunque illegale.
Ma anche questa tesi è sbagliata. Mentre all’interno
d’uno Stato esiste un ordinamento giuridico che
a termini di legge rilascia o no il porto d’armi, nell’ambito
internazione non esiste un Super-Stato ma esiste
la legge del più forte. E se uno Stato forte non
tollera che uno Stato debole faccia qualcosa, lo Stato
debole deve fare attenzione, molta attenzione. Può
certo contare sulla pavidità della comunità
internazionale (l’eterno spirito di Monaco!) ma a volte,
tirandogli la coda, si corre il rischio che il leone non
si limiti solo a ruggire.
Anche all’interno di un paese, l’uguaglianza
è un’utile fictio iuris. Non solo
tutti gli esseri umani sono diversi, ma in
che modo il giovane potrebbe essere uguale al vecchio,
il povero al ricco, il colto all’analfabeta?
L’uguaglianza è utile per
evitare le ingiustizie del passato ma non
è il riconoscimento d’una verità obiettiva.
Nell’ambito internazionale per giunta vige
lo stato di natura e non c’è retorica che tenga:
il debole conterà sempre meno del forte. Manca
forse la legge ma non manca affatto la sanzione.
Esistono differenze di potenza ed esistono
differenze per così dire morali.
L’Unione Sovietica, che Ronald Reagan definiva
the Evil Empire (l’Impero del Male), era tuttavia
retta da persone responsabili. Ecco perché
perfino la bomba all’idrogeno, nelle sue mani, non
era un pericolo per l’umanità. Mao era invece
allarmante quando diceva che, in caso di conflitto atomico,
anche se fosse morta la metà dei cinesi (ai suoi
tempi, mezzo miliardo di persone), ne sarebbero rimasti
abbastanza per continuare la guerra. Dimostrava un’assoluta
noncuranza per la vita dei propri cittadini, figurarsi
per quella degli altri! Non diversamente l’Iran, quando parla
di distruggere Israele, sa benissimo che per la ritorsione
atomica morirebbero quanto meno i sette milioni di abitanti
di Teheran. Dunque i discorsi di Ahmadinejad significano
che a lui della vita di quei sette milioni di iraniani non
importa nulla. Si può permettere ad un simile delinquente
di andare in giro con una pistola al fianco?
La Corea del Nord non è uno Stato qualunque:
è uno Stato canaglia. Innanzi tutto
perché nel 1950 ha aggredito senza provocazione,
e per puri fini espansionistici, la Corea
del Sud. E potrebbe rifarlo oggi, con l’atomica.
Poi è canaglia per come affama i propri
sudditi: in nessun’altra parte del mondo si muore
così facilmente di fame. Infine perché la
sua irresponsabilità morale è un pericolo
per il mondo intero. L’atomica a Pyongyang sarebbe
come sapere che c’è un pazzo omicida armato che gira
libero per il nostro quartiere. Si rassegnino, le anime
belle: non tutti gli Stati sono uguali.
La seconda considerazione riguarda un altro
dei tanti pregiudizi correnti: che i problemi
vadano sempre risolti col dialogo e non con
la forza. Questo bel principio non risponde al
quesito: che si fa, se col dialogo non si ottiene
nulla e il danno è imminente? Se la donna aggredita
da un violentatore non riesce a farlo desistere
col dialogo, ha sì o no il diritto di ricorrere
alla forza, per esempio quella di uno spray accecante?
Questo è il problema.
Nel caso della Corea, come nel caso dell’Iran,
chi legge i giornali sa benissimo che
i negoziati per indurli a non continuare sulla
vita dell’atomica vanno avanti da anni. Da tanti
anni da essere riferiti ormai con titoli microscopici
e solo da giornali attenti all’attualità internazionale.
Ed ecco che, dopo tanti apparenti passi avanti e tanti
consistenti passi indietro, il negoziato sfocia
nel test nucleare. La Corea del Nord è una potenza
atomica. Che cosa bisogna fare, a questo punto? Continuare
un dialogo per impedirle un test nucleare che ha già
fatto?
Ciascuno darà la sua risposta e molti
risponderanno che sono disposti
a correre il rischio di morire sotto un’atomica
con gli occhi a mandorla. Gente ammirevole.
Pronta a sacrificare la propria vita sull’altare
della non violenza. Ma c’è pure chi, se si
parla di sacrificare una vita, preferisce che sia
l’altrui.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 10
ottobre 2006
Lepanto, 7 ottobre
1571
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qui.
IL DISPREZZO
La vicenda del prof.Redeker, come quelle
precedenti riguardanti le vignette
islamiche danesi, l'assassinio di van Gogh
e tutte le altre a partire dalla lontana fatwa
contro Salman Rushdie, hanno costituito l'occasione
per appassionate difese del diritto degli Occidentali
d'essere se stessi. Del diritto di non rinunciare
alla propria civiltà e in primo luogo alla libertà
di parola. Ma se alcuni hanno protestato ad alta
voce (Oriana Fallaci), magari dichiarandosi stanchi
di vivere nella paura e sotto ricatto (Giuliano Ferrara),
molti altri hanno taciuto e tacciono per quieto
vivere. Un quieto vivere che corrisponde puramente
e semplicemente alla volontà di non mettersi in condizioni
d'avere paura.
Chi invece è troppo ignoto e troppo
insignificante per avere paura
potrebbe gridare la propria indignazione senza
correre nessun pericolo: innanzi tutto perché
nessuno lo sentirebbe. Dunque se tace potrebbe
farlo, tristemente, per un'altra ragione. Perché
si chiede se coloro che alzano la voce, credendo
di rendere un servizio all'Europa e magari rischiando,
sono utili a qualcosa. Lo storia insegna
infatti che neanche un imperatore romano come Giuliano
l'Apostata, pure fornito di poteri illimitati,
poté frenare il suo mondo una volta che ebbe imboccato
la via della decadenza. Un'Europa che crede così
poco nei propri valori e che non è disposta a combattere
per essi è pronta a consegnarsi ai barbari. E può
dunque suscitare un silenzioso disprezzo.
Il singolo che denuncia la gravità
della situazione non serve a nulla.
Neanche alla grama soddisfazione del classico
rinfacciamento: "Ve l'avevo detto". Perché
non l'avrà detto solo lui, l'avranno detto
in mille o diecimila. Solo che quando centinaia
e centinaia di milioni di europei non lo dicono,
non lo capiscono, non lo sentono, non c'è
speranza. Si dice dei più ottusi che "vedono la
luce solo quando ne sentono il calore": in questo
caso, gli europei "vedranno il pericolo quando sarà
troppo tardi".
Non c'è da piangere, sulla sorte
dell'Occidente. Pur senza indulgere
ad una visione provvidenziale o finalistica
della storia, è chiaro che anche nell'ipotesi
banalmente deterministica delle vicende
umane ognuno è responsabile del proprio
destino. E dal momento che - come diceva Paul
Valéry - anche le civiltà sono mortali,
forse è già suonata la nostra ultima ora.
Beati i vecchi, che moriranno prima di
vedere in rovina il mondo che hanno conosciuto
ed amato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
-- 7 ottobre 2006
La grande
paura.
Il professor Robert Redeker, docente di
filosofia in un liceo di Tolosa, e' stato,
come sappiamo, minacciato di morte dall'islam
e, per aggiungere il danno alla beffa, e' stato
anche licenziato dal preside cuordileone dell'Istituto
Pierre-Paul Riquet.
Conosciamo anche il motivo di questo accanimento
contro il docente: aveva espresso una
sua legittima opinione scrivendo di ritenere
il Corano un libro di odio e violenza con cui
ogni musulmano viene educato.
Fatwa islamica e licenziamento in tronco
francoeurabico, come da copione.
La paura e' ormai un sentimento comune
tra gli europei che sono ancora europei,
cioe' occidentali, cioe' persone civili
e libere. Tra gli eurabici invece e'
strisciante un sentimento diverso: odio, derisione
e difesa ad oltranza dell'islam.
Gli eurabici meno fanatici dicono
" non dovete generalizzare, l'islam non
e' tutto fondamentalista", come se fosse
facile non generalizzare dal momento che nessuno
puo' piu' parlare come prima, che nessuno puo'
esprimere una libera opinione su quanto sta accadendo
senza correre il rischio di essere minacciato
o in casi peggiori senza essere sventrato o sgozzato.
Non sono tutti fondamentalisti i musulmani?
D'accordo, fuori i nomi allora e saro'
la prima a fare i debiti distinguo: l'islam
e' fondamentalista e violento meno......Abu-tizio,
Abu-caio e Abu-sempronio.
La verita' e' che almeno il 15% dell'islam
e' fondamentalista, quindi se i musulmani
nel mondo sono quasi 2 miliardi il conto e'
presto fatto. Gli altri? gli altri sono in parte
simpatizzanti quindi arruolabili e in parte
silenziosi quindi complici.
Legittimamente mi chiedo se in silenzio
approvano o in silenzio condannano
ma visto che non parlano la differenza e' irrilevante.
L'Europa non si ribella, vengono minacciate
di morte le persone che vogliono ancora
essere libere, viene minacciato di morte
persino il Papa senza che nessun capo di governo
prenda le sue difese, si cancellano dai teatri
opere che possono offendere la sensibilita' islamica,
si processa Oriana Fallaci, lasciata sola, peggio,
derisa e dileggiata persino nella sua malattia.
Si costringe a scappare in America l'autore
delle vignette sull'islam e il processo
contro di lui e' gia' pronto..
L' Italia, sempre in prima fila per scempiaggine
politica, ha dato la consulta islamica
in mano ai piu' fondamentalisti tra i musulmani,
cioe' i musulmani italiani, tra i quali ci saranno
anche bravissime persone, sono rappresentati
al governo da chi aspetta con gioia la distruzione
di Israele, da chi appoggia i lanciatori di
Cristi in croce dalle finestre e da dichiarati e pericolosi
naziislamici
Si nazisilamci, tra i peggiori, i piu'
violenti, i piu' razzisti, i piu' antisemiti,
i piu' antioccidentali. Gentaglia della
peggior specie.
Roba da Guiness dei primati, nemmeno la
Francia riesce a imitarci, nemmeno la
Svezia.
La grande paura.
Giuliano
Ferrara scrive , tra il serio e
il faceto, di avere paura e ha ragione. Paura
della violenza islamica ma soprattutto paura
di perdere la liberta'.
La grande paura di non poter piu' parlare,
di non potersi piu' vestire come si
vuole, la paura di essere costretti a sottostare
ai ricatti, paura di dover pensare ad ogni
cosa che si fa o che si dice, terrore di disegnare una
vignetta, di raccontare una barzelletta, di rappresentare
un'opera che parli , bene o male, di Maometto
perche' e' vietato per un infedele nominare il Profeta.
Paura, paura, paura.
Non e' solo l'islam che fa paura ma chi
lo sostiene, chi lo difende.
Basta entrare in un qualsiasi forum di
sinistra per rendersi conto dell'odio
di questa gente per l'occidente e per Israele.
Fora in cui si sghignazza se Israele avvisa
l'Occidente del pericolo Iran, fora in cui si parla
di Israele calunniando e offendendo, continuando
a difendere arabi, islam e palestinesi contro ogni
evidenza. Fora in cui si odiano e si disprezzano
apertamente gli israeliani che si difendono dalla
violenza dei nemici.
E' difficile capire, terrorizza cercare
di capire.
Leggere le opinioni di semplici cittadini,
anche colti e intelligenti, che scrivono
su internet significa venire travolti dal disgusto
e dalla rabbia, una rabbia immensa, uno schifo
fisico, un senso di vomito la' alla bocca dello
stomaco.
Quando un forum "comunista" passa per
moderato e' ancora piu' pericoloso perche'
non si leggono insulti, anzi si leggono articoli,
documenti, in genere di quei tre o quattro israeliani
che odiano il loro Paese, sempre quelli,
sempre gli stessi, amati dai comunisti perche' sono
ebrei antisemiti.
I fora di sinistra ne sono pieni, la frasi
ricorrenti "noi non odiamo Israele ma
la sua politica, ecco cosa scrive un israeliano
democratico" e giu' copia incolla di articoli dei
vari Pappe, Avneri, Atzmon, Dviri, tutti a dire
che Israele e' fascista, nazista, violento, terrorista
e chi piu' ne ha piu' ne netta. Chi legge, se non sa,
crede ed ecco che il seme dell'odio incomincia a dare
i suoi frutti. E non esiste l'antidoto.
Questi sono quelli che fanno paura
perche' fanno scuola, questi sono quelli
che stanno consegnando l'Europa all'islam.
L'Europa che merita di morire, l'Europa
debole, fifona, senza palle, senza
coraggio.
Purtroppo
in Europa esiste lo stesso fenomeno dell'islam:
ci sono i fanatici che vogliono distruggere
la liberta' occidentale , ci sono quelli che
in silenzio li appoggiano e infine ci sono i
muti che non si sa cosa pensino e che se la
fanno nelle mutande aspettando che qualcuno risolva
il problema. Se il problema sara' risolto
dai musulmani, i muti sono gia' pronti a calarsi le
brache e a mettere lo scafandro a mogli e sorelle.
Ma allora chi difendera' l'Europa? Chi
impedira' all'Europa di soccombere, di
morire per rinascere Eurabia?
C'e' chi dice che il baluardo che puo'
ancora difendere l'Europa sia Israele
perche' Israele non ha paura.
No, Israele non ha paura, non puo' permettersi
di avere paura ma non e' solo questo che
fa grande questo paese, non e' solo il coraggio
ma la consapevolezza della proprio identita'.
"Sono ebreo e sono israeliano, non sono
piu' una "pecora del ghetto", non mi ucciderete
piu' e se lo farete pagherete caro.
Israele e' la mia Terra e voi non la toccherete,
e' nostra ed e' l'unica che abbiamo".
Questo grida Israele.
Il coraggio e l'identita'.
L'Europa non ha piu' ne l'uno ne' l'altra
quindi e' preda del feroce Saladino
che sogna ancora e sempre di passarci a fil
di spada, realta' rifiutata dagli europei
con la solita stupida frase "esagerati,
non tutto l'islam e' fondamentalista e integralista".
Chi rifiuta e teme la realta' e' destinato
a farsene travolgere.
Poi sara' la fine e la spada sara' il
pericolo minore se paragonato alla
LIBERTA' e alla DIGNITA' perdute.
Deborah Fait - informazionecorretta
«Hezbollah
fa arrivare
camion di missili, Unifil osserva»
Visto che non ne parla più nessuno,
continuo a farlo io. Non so se il silenzio
sul Libano sia dovuto a quella legge non scritta
del giornalismo per cui a un'abbuffata segue una
fisiologica quaresima. Sta di fatto che tutto
tace, tranne il buon Lorenzo Cremonesi, ma sulla
rentrèe scolastica, e solo a pagina sessantuno
del Corsera. O non sarà che le notizie,
dal Libano, sono un po' imbarazzanti? Mica per i militari
che abbiamo inviato laggiù, che sono gli
stessi dell'Iraq e dell'Afghanistan, gente cui non
può essere imputata la genericità del
mandato, e che anzi rischiano di scontare, come sempre,
le incertezze della politica. Non sarà che rischiano
di essere imbarazzanti per chi ha presentato la missione
libanese come il caposaldo della fine dell'approccio
unilaterale, come il ritorno dell'Europa saggia
e dialogante, contro la cecità bellicista delle missioni
irachene, e forse, anche di quella afghana? La settimana
scorsa avevamo annunciato il ritiro, previsto per la
domenica, l'inizio dello Yom Kippur, dell'ultimo soldato
israeliano dal sud del Libano. E così è stato.
Sollevavamo qualche dubbio sulla reale capacità
e volontà dei comandi Unifil a gestire il dopo. Ma
neppure se fossimo stati più pessi- misti avremmo potuto
immaginare che succedesse quello che è successo,
in silenzio. E' successo che Hezbollah ha rioccupato in modo
ordinato e coordinato tutte le sue basi di comando, tutte
le basi da cui ha lanciato missili contro Israele
nella guerra dei trentaquattro giorni. Ora, non occorre
essere grandi strateghi per vedere nella mossa un gesto politico,
più che militare. Certo, le basi da cui Hezbollah coordinava
la sua resistenza e organizzava il lancio di missili erano
posizionate nei luoghi strategicamente migliori, per lo scopo.
Ma è altrettanto certo che Israele, dopo giorni e giorni
di incursioni aeree e infine una lunga presenza sul terreno,
ha ormai una mappa dettagliata di quei centri di comando, ciò che
li rende meno difendibili. Dunque la mossa può avere una
sola ragione: un esibito, e persino cerimonioso ritorno allo
status quo ante, a quell'11 luglio che fu il giorno
precedente il conflitto.
Tanto che il ritorno è stato celebrato con la riapparizione
in pubblico - la prima dopo la guerra- dello sceicco
Nabil Qauq, responsabile delle brigate addette al lancio
dei missili di Hezbollah. Tanto che il ritorno non è
avvenuto nottetempo e furtivamente, ma alla luce del sole,
con posti di blocco che l'esercito libanese - e, di
conseguenza, l'Unifil - si sono guardati bene dal rimuovere,
e con la dichiarazione di cinque aree definite "zone militari",
nelle quali Hezbollah non solo conta su sguardi distratti
o silenzi complici, ma suggerisce o intima di starsene alla
larga. L'elenco? Majdal Zoun, Jouhaya, Siddiquine, Dej
Amess, Tebnin: un elenco che al profano può non dire molto,
ma che dice qualcosa agli israeliani - sono le aree da
cui venivano lanciati i missili Hezbollah - e che dirà
qualcosa ai comandi Unifil, che dovranno evidenziarle sulla mappa
come zone da evitare, piuttosto che da monitorare. Nelle stesse
ore l'Unifil rendeva note le proprie regole d'ingaggio, che dicevano
tutto e niente. Per i Caschi blu è legittimo reagire
ad attività ostili di qualunque tipo, in nome dell'autodifesa.
L'uso della forza è consentito anche oltre i limiti
dell'autodifesa per garantire che le aree di operazione
dell'Unifil non vengano utilizzate per attività
ostili, e per stroncare tentativi di impedire con la forza
l'applicazione del mandato del Consiglio di sicurezza, oltre
che per proteggere civili minacciati da violenze fisiche.
Apparentemente c'è di che sostanziare la risoluzione
Onu 1701, ma anche la possibilità di ricoprirla della
stessa polvere che avvolge da trent‚anni la missione Unifil
nel sud del Libano, perché tutto è lasciato alla
discrezionalità dei comandi, e tutto è vago. Hezbollah,
che ovviamente non è nominata nelle regole d'ingaggio,
può ben ritenere che vi si parli di minacce israeliane,
e non riconoscersi nella dizione "attività ostili". E infatti,
per sgomberare il campo da equivoci e per richiamare i comandi
Unifil a una corretta e comoda esegesi delle regole d'ingaggio,
si è rischierata come un pavone a mezzogiorno. E‚
stata più prudente e circospetta l'altra mossa, il giorno
successivo, martedì. Da tempo si sapeva che voli iraniani
atterravano nella base siriana di Qusayr, appena al di qua del
confine libanese. E si sapeva che nella base alcune facilities‚
erano state praticamente appaltate alle guardie rivoluzionarie
iraniane. Martedì si è andati oltre, come rivelano
i satelliti. E' stato approntato un convoglio di sei camion. Due
carichi di missili di vario tipo, quattro colmi di mortai e armi
automatiche. Il convoglio ha passato la frontiera al varco tra
Qusayr e il Monte Libano, e si è diretto verso sudovest.
Un convoglio simile attendeva di vedere se il primo avesse incontrato
dei problemi, prima di seguirne le mosse. Dunque la prima consegna
di armi da parte dei supporter siro-iraniani, dopo il cessate
il fuoco del 14 agosto è avvenuta. Bilancio: altro che
disarmo di Hezbollah, la missione sembra quasi fornire uno scudo inconsapevole,
imbarazzato e distratto al riarmo. E Israele ? Il governo tace,
nessuna denuncia, nessun allarme: sarebbe la pubblica ammissione,
dopo tante polemiche, che la guerra dei trentaquattro giorni
è stata un fallimento, e che le speranze nella missione
internazionale sono state mal riposte. Ancora una volta il pallino
è nelle mani di Hezbollah, o di Damasco e Teheran, con
molte opzioni, dalla preparazione di un nuovo conflitto, con Unifil
terzo litigante che soffre, alla presa del governo di Beirut.
Ma la prima carta giocata è bella pesante: tra Hezbollah e
Unifil un quieto modus vivendi è stato già
indicato, suggerito, imposto nei fatti. Se non vi va, fate un
segno.
Il
Foglio - Toni Capuozzo
Repetita iuvant
Parecchi
mesi fa Gianni Pardo scrisse un articolo in
cui deprecava l’eccesso di passionalità
e di invettive che affligge il dibattito sui
blog. Se sperava che questo inducesse i frequentatori
di “Capperi!” a modificare il loro comportamento,
si è chiaramente sbagliato. Tuttavia
rimane ancora lecito invitare tutti ad essere più
cortesi, soprattutto tenendo conto che l’insulto, come
si sa, nulla aggiunge alle argomentazioni e al contrario
rende la discussione più sterile. Si bada più
alla schermaglia degli insulti che alla sostanza del dibattito
che infatti, spesso, non verte più sull’argomento
trattato dall’articolo.
Per chi non l’avesse letta allora, la
pagina di Gianni Pardo.
LO STILE DEL
DIBATTITO
Il mondo
dei giornali on-line e dei “blog”
ha questo, d’interessante, che in esso si ritrovano
articoli (riportati) di grandi giornalisti;
articoli di giornalisti dilettanti o di
semplici amici di chi gestisce il blog e infine
– ma forse bisognerebbe dire soprattutto – i commenti
senza censura di tutti coloro che vogliono intervenire.
Costoro moltiplicano le invettive e le parolacce, come
alzassero la voce per farsi ascoltare. Evidentemente,
in un’epoca in cui la volgarità ha conquistato
la tribuna televisiva in prima serata, non
è certo il caso di scandalizzarsi per qualche
“cazzo” o per qualche “vaffanculo”. Ma è utile
uno stile che eufemisticamente si può chiamare
“colorito”?
Uno di questi
“commentatori” dalle parole occasionalmente pesanti scriveva:
<spero che qualche "martellata dialettica"
riesca a far conseguire alla vita sociale di questo
Belpaese un sia pur modesto risultato dal momento che i
carezzevoli ammonimenti frequentemente presenti in questo
forum non vengono mai recepiti dalle loro [dei politici]
orecchie: [bisogna] catapultare (a ragione) vagonate di "shit"
perchè qualcosa si muova!”
La tesi è invalida per parecchie
ragioni. In primo luogo i politici, se
appena appena non sono gli assessori ai servizi
cimiteriali di un paese di mille abitanti,
non hanno il tempo per leggere i blog e men che
meno i commenti agli articoli. Poi la tesi è
invalida soprattutto perché con quello stile
non si può sperare neppure di fare riflettere
nessuno. Chi “scrive col cuore” non convince il lettore
che “col cuore” è di parere diverso. Con lo
stile appassionato ed aggressivo ci si chiude nel
guscio dell’io e si induce il prossimo a chiudersi
nel guscio dell’io.
Se si lascia il piano razionale e ci
si lascia andare a quello dei sentimenti,
anche i dati inoppugnabili non spostano
d’un millimetro l’oppositore. Costui
invece d’inchinarsi ai fatti dirà che non sono
veri, dirà che l’altro (visto che scrive
e pensa “col cuore”) magari li ha inventati. O
che li ha inventati il grande giornale da cui
sono stati tratti. In totale si dispenserà dall’essere
ragionevole e si limiterà ad opporre ai sentimenti
di chi scrive i suoi propri.
Una terza critica riguarda l’espressione
appassionata e in prima persona,
che è lo stile dei giovani. Lo stile
della tempesta ormonale, del diario e della
lettera d’amore: tutte cose che il buon gusto
e la professionalità impongono di mettere da parte.
La paroletta “io” squalifica un po’ il testo; i
ricordi personali annoiano e suonano sempre presuntuosi;
l’eccesso di sentimenti è sempre
un po’ impudico. Insomma ha ragione Flaubert:
meglio sparire dietro il proprio testo.
È vero, esiste un’Oriana Fallaci
che di queste regole ha fatto strame:
ma da un lato c’è gente che non riesce a leggerla,
dall’altro non sempre ciò che vale per
uno vale per tutti. Forse lei ha avuto una particolare
arte, nell’esprimersi in questo modo o, più
probabilmente, ha azzeccato i sentimenti di molti
lettori e questo corrisponde a dire che ha sfondato
porte aperte. È stata applaudita da gente
che già la pensava come lei.
Un libro di citazioni si apriva con questo
esergo: “Non citare, dimmi quello
che hai da dire”. Nello stesso modo, si potrebbe
dire: “Risparmiami la tua presenza, i punti
esclamativi e le parolacce: dimmi quello
che hai da dire”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 24 ottobre 2005
Un prezioso articolo
di Mario Cervi
sul “Giornale” di oggi, 6 ottobre 2006
Chi ha a cuore le istituzioni probabilmente
si augurava - anche se le sue simpatie
politiche andavano altrove - che Romano Prodi
trovasse motivazioni convincenti, o almeno
decenti, nella difesa del suo comportamento
per l’affaire Telecom Italia. Non è mai
un bel vedere quello d’un Presidente del Consiglio
che, messo di fronte a sue precise responsabilità
negli sviluppi d’una vicenda dai contorni torbidi, sceglie
la strada della negazione pura e semplice: senza la minima
prova a conforto. Come Tecoppa che, condannato per ubriachezza
dal pretore, replicava sobriamente: «Non
accetto».
Nel discolparsi,
Prodi ha sfiorato l’umorismo. Ad esempio
con la frase «sono stato accusato
perfino di mentire e di sottrarmi al confronto
con il Parlamento». Perfino? Ma proprio
sulla sua menzogna s’impernia lo scandalo. Si
può anche capire, benché la procedura risulti
equivoca, che il capo del governo s’interessi
alle modifiche proprietarie d’un colosso aziendale
come Telecom. Prodi poteva ammetterlo, con franchezza,
e spiegare la genesi del progetto di Palazzo Chigi.
Gliel’avrebbero rimproverato, ma avrebbe avuto qualche
buon argomento - l’interesse nazionale, la delicatezza
del settore delle telecomunicazioni - per difendersi.
Invece no, dice che Tronchetti Provera
non gli aveva fatto cenno dei suoi
autentici propositi, e dopo la secca smentita
dell’ex presidente di Telecom insiste. Pur
senza dargli esplicitamente del bugiardo,
come ci si sarebbe aspettato. Perché uno dei
due mente, e suppongo che i più, inclusi
tanti ulivisti, abbiano in testa un’idea molto
precisa. S’è indignato Prodi perché i
soliti maligni - ossia in pratica la totalità
dei commentatori - gli hanno imputato la volontà
d’evitare il dibattito parlamentare. Macché.
Smaniava dalla voglia di presentarsi alla Camera e
al Senato, il ministro Gentiloni l’aveva voluto precedere
ma lui se n’era lestamente sbarazzato.
Per tenermi su questa traccia finanziario-umoristica,
rileverò che secondo Prodi
le dimissioni del suo consigliere Angelo
Rovati «hanno fugato ogni dubbio».
Straordinario. Sospetto che nessuno o quasi
nessuno prima di Prodi abbia visto nell’uscita
di scena d’un personaggio chiacchierato la
dimostrazione della sua innocenza (o dell’innocenza
di chi stava sopra di lui). L’uscita di Nixon
dalla Casa Bianca non ha fugato ogni dubbio, e
neppure la rinuncia del ministro Profumo in Inghilterra
o - se vogliamo passare dalla politica al pecoreccio
- la rinuncia di Luciano Moggi alle cariche che occupava
nella Juventus. D’improvviso scopriamo che la dimissione
equivale non a un riconoscimento di colpa ma a un’assoluzione.
Non è mai troppo tardi per imparare.
Il centrodestra ha ripetutamente chiesto
che dopo Angelo Rovati si dimetta anche
- e a maggior ragione - Romano Prodi. Per tutta
risposta s’è visto addebitare «demagogia
e strumentalizzazioni». L’opposizione
fa il suo mestiere. Non mi sembra tuttavia che esageri
se invoca l’allontanamento d’un premier
bugiardo. In Ungheria il bugiardo che regge il
governo è rimasto al suo posto, ma dopo avere affrontato
una ribellione popolare. Altro ambiente. Da
noi si insorge per un rigore negato alla squadra
del cuore, ma il Presidente del Consiglio che si concede
qualche affronto alla verità cosa volete che sia?
Gli alleati del Professore sono alquanto in imbarazzo
ma forse le supereranno nel nome della coalizione, e
soprattutto dei posti di governo. Cento e passa, un
record nazionale, valgono pure qualche bugia.
Il socialismo
rimasto senza
socialisti
In questi giorni è apparso sulla
Repubblica, un articolo di Marc Lazard
intitolato: «Il socialismo tormento dei
socialisti». Una riflessione approfondita
e molto argomentata che sollecita alcune
considerazioni e pone qualche quesito. Chi sono,
ad esempio, i socialisti «tormentati»?
Abituati alla vecchia geografia politica italiana,
verrebbe da pensare che tale riferimento riguardi
i militanti, i dirigenti dell'ex Psi, protagonisti
di una grande diaspora ed incapaci di riaggregarsi.
Oppure che la questione interessi quanti si dichiarano
socialisti e riformisti: ma non hanno inteso,
pur cambiando spesso nome, definirsi ufficialmente
tali. E per i quali, in realtà, il socialismo
risulta essere un espediente tattico prima che una cultura
politica.
In realtà ha ragione il politologo
francese quando afferma che il socialismo
si è sempre adattato alla realtà:
in questo, distinguendosi dalla
tradizione comunista il cui approccio (come insegna
François Furet) nasce da un'ideologia predeterminata
entro cui costringere la realtà stessa.
Il socialismo, in effetti, rifiuta senza mezzi termini
l'idea dell'esistenza di una oligarchia (sia pure
avanguardia consapevole o «Partito Democratico»)
cui spetta di dettare la linea alla quale deve
uniformarsi l'intera collettività: perché
esso parte dalla base, non dal vertice. E muove dalla
considerazione che la democrazia non è
oligarchia o mito: ma è il risultato dell'impegno
individuale e collettivo per affrancare i meno privilegiati
dalla povertà materiale e culturale (Matteotti,
Direttive del Partito Socialista Unitario, 1923),
assicurando loro un futuro di libertà in una società
organizzata e fatta di regole nella quale, però,
sia libera in ogni settore l'iniziativa del singolo.
Lo stesso articolo 3 della Costituzione,
ha come obiettivo dell'azione pubblica
la rimozione degli ostacoli di ordine economico
e sociale, che, limitando di fatto la libertà
e la uguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione
di tutti i lavoratori all'organizzazione
politica, economica e sociale del Paese. Ma come si
rimuovono tali ostacoli? Come si favorisce il progresso
economico e sociale di un Paese? Prima che dalla
storia del socialismo (in Italia, Francia, Austria,
Germania) si distaccassero le frange anarchiche e massimaliste,
la risposta al quesito consisteva nell'alternativa
tra riforme e rivoluzione. Ci ha pensato la drammatica
storia dell'illusione rivoluzionaria ad indicare
nelle riforme lo strumento più autentico e
caratterizzante dell'agire politico socialista: improntato
al perseguimento convinto della democrazia «sostanziale»;
un ideale che, nel secondo dopoguerra, ha ispirato
la costruzione di tutti i sistemi di welfare in Europa.
Scomparso
il Psi sono dunque anche scomparsi
questi ideali, questi punti di riferimento?
O il riformismo è stato acquisito come
cultura politica da chi, soprattutto in Europa,
sostiene di rappresentare una forza socialdemocratica
moderna? La risposta non è particolarmente
complessa: i socialisti ci sono ancora, gli ideali
socialisti sono il loro punto di riferimento.
Ma per essere credibili, quando si sceglie un percorso
che contraddice la propria, documentata, sbagliatissima
storia, occorre affrontare con coraggio ed il massimo
di chiarezza la rivisitazione del proprio passato,
degli errori commessi. Ad oggi, però, di tutto
questo non c'è traccia, anzi: si è passati
con disinvoltura da un capitolo all'altro della nostra
storia solo con cambiamenti di facciata. Così,
tra partiti politici scomparsi ed altri sottoposti a
maquillage, la cultura riformista è divenuta un
semplice enunciato, a volte persino imbarazzante,
e le riforme necessarie al Paese, fumosi obiettivi da raggiungere.
Fra i tormenti della gestione dell'attuale maggioranza
e della correlativa gestazione del partito democratico,
ad esempio, non risultano indicati a chiare lettere
obiettivi che il governo Berlusconi ha cercato invece
di raggiungere. Le riforme avviate nei settori del lavoro,
dell'istruzione, dell'ordinamento giudiziario, l'avvio
delle grandi opere, l'impostazione di una rinnovata
politica dell'approvvigionamento energetico e la modernizzazione
del welfare sono state scandite da altrettanti provvedimenti
che oggi si dichiara di voler destrutturate arrestando
un cammino di sviluppo e modernizzazione del Paese già
intrapreso. E sul quale si poteva discutere, intervenire;
ma che non si doveva né negare, né cancellare.
Invece, nel dibattito sul nuovo partito
democratico, sembrano prevalere
su tutto elementi molto simili a quelli che
hanno sempre caratterizzato il compromesso
storico. Mentre sembra passato un secolo (ma
eravamo negli anni Novanta) da quando l'alternativa
riformista si confermò, dopo decenni
di travaglio storico, come l'unica via per «uscire
dalla crisi e governare il cambiamento».
Quando Craxi, nel suo intervento al Congresso
socialista di Bari del 27 giugno 1991, propose di impostare
su basi nuove la prospettiva dell'unità dei socialisti.
Ma quel ragionamento politico, quella prospettiva,
non hanno avuto seguito. I primi atti della nuova maggioranza
indicano infatti un cammino senza identità, che
rimette indietro le lancette della storia rispetto alle
stesse democrazie europee. E quando, nel corso del
varo di una finanziaria, si affigge un manifesto in cui
è scritto «anche i ricchi piangano» c'è
di che preoccuparsi. Il governo Berlusconi aveva impostato
la sua azione su una strategia riformista, senza pregiudizi
di ordine ideologico ma con il solo scopo della ripresa economico
sociale del Paese. Ora il futuro si presenta inquietante: il
risultato del connubio tra chi si autodefinisce socialista e riformista
e chi vuol far piangere i ricchi (ma soprattutto il ceto medio)
è sotto gli occhi di tutti. Alle incerte, allarmanti prospettive
sociali si aggiunge un futuro politico confuso e preoccupante.
Tanto più in presenza di una finanziaria che delega
ad un'oligarchia contraddittoria e raffazzonata, il controllo
della vita e del futuro dei cittadini. Con il determinante
contributo di chi ha cambiato tante volte nome ma è rimasto
una sola cosa: socialista senza socialismo.
*Francesco
Colucci, deputato di Forza Italia
Di questo
articolo, che riguarda l’Italia
e il presente, è forse ancor più interessante
cogliere qualcosa che non riguarda solo
l’Italia e non riguarda solo il presente.
Come si sa, nella mentalità comune
il socialismo è una forma attenuata
di comunismo. Oppure il comunismo una forma
integralista e pura di socialismo: non per caso la
Russia era l’Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche. In realtà non è così.
Lo si deduce molto chiaramente anche da questo
articolo quando leggiamo che il comunismo, “(come
insegna François Furet), nasce da un'ideologia
predeterminata entro cui costringere la realtà
stessa”. Mentre il socialismo “rifiuta l'idea dell'esistenza
di una oligarchia… cui spetta di dettare la linea
alla quale deve uniformarsi l'intera collettività:
perché esso parte dalla base, non dal vertice. E
muove dalla considerazione che la democrazia non è
oligarchia o mito”.
Come si vede la distinzione fondamentale
non è la purezza dell’ideologia collettivista
soltanto, ma la base stessa dell’ideologia.
Per il comunismo essa è una teoria
che va imposta al popolo, alla realtà e alla
storia, quand’anche popolo, realtà e storia
vi si opponessero; mentre per il socialismo
la base dell’ideologia è la volontà di riscatto
del popolo. Una volontà di riscatto che guida
l’ideologia e non ne è guidata. Il popolo rifiuta
nettamente sia l’oligarchia degli illuminati,
unici interpreti della teoria e del modo giusto di guidare
la collettività, sia il mito, che mirando all’utopia,
trascura il reale e danneggia il popolo.
Si potrebbe esprimere tutto questo in
modo più semplice dicendo che il socialismo
è una teoria politica che lotta
a favore del popolo che rimane padrone anche
di quell’ideologia, mentre il comunismo
è una religione che, partendo dall’alto di un’astrazione
e tendendo ad un mito, non tiene conto
della volontà della collettività stessa, cui
s’impone con la forza di un’indiscutibile rivelazione.
E dunque chi è comunista non è laico. E
forse non è neppure razionale.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
6 ottobre 2006
IL GOVERNO CHE
SBAGLIA
In democrazia il cambio di governanti
avviene per volontà popolare e chi
aspira al potere può arrivarci soltanto proponendosi
come migliore e criticando chi già guida
il paese. Dunque la dicotomia essenziale è:
da un lato c’è chi fa, dall’altro c’è
chi critica.
La cosa non sarebbe grave se i terzi,
cioè i cittadini, fossero in grado
di giudicare chi ha ragione e chi ha torto.
Ma non sempre è facile. Se in automobile
chi ha il volante va a cinquanta orari in
città e chi lo critica vorrebbe che andasse
a ottanta, i passeggeri sui sedili posteriori
diranno che la critica è sciocca e pericolosa.
Se al contrario un neurochirurgo opera e un
altro neurochirurgo va gridando che in quel modo
ammazzerà il paziente, i terzi non potranno avere
un’opinione propria. Dovranno giudicare dalle
facce degli interessati o al massimo da quelle
degli astanti: uno sforzo che rimane privo di riferimenti
fondati e autonomi.
Per quanto riguarda lo Stato è
anche peggio. La sua macchina è
complicatissima e i cittadini ben difficilmente
possono avere un’opinione personale
seria. Essi sono dunque indotti a giudicarla soprattutto
dagli effetti che li riguardano personalmente.
La nazionalizzazione di certi servizi, magari
rovinosa per la collettività, è un
problema ideologico; l’aumento del prezzo degli alimentari
è un problema che si incontra non appena
si va al supermercato. E riguardo ad esso la gente
impreca molto più sentitamente che per l’ideologia.
Ecco il cuore dei difetti della democrazia:
dalla “scarsità dei beni” (dogma
di partenza dell’economia) si passa all’insoddisfazione
esistenziale, alimentata e incoraggiata
dall’opposizione. Col risultato che
qualunque governo, anche se ha ben agito, presto
o tardi sarà spazzato via da una critica magari
mitologica. Se la gente chiedeva una Rolls Royce,
e il governo le ha fatto avere una Rolls Royce, la critica
dirà che poteva fargliela avere con posacene d’oro.
Non solo. Perfino i provvedimenti rispetto ai quali
la collettività intera è entusiasticamente
d’accordo sollevano le critiche di alcuni interessati:
l’illuminazione elettrica delle strade è stata
certamente la benvenuta ma non certo per i lampionai,
che hanno perso il lavoro.
Tutto questo produce una sorta di scoraggiamento
di fondo. Se si è d’accordo
col governo, perché lo si vede calunniato
(i posacenere d’oro); se si è in disaccordo,
perché esso danneggia il paese. E purtroppo
non esiste un’autorità indipendente che dica
se realmente il governo sta agendo bene o male.
Il potere logora infatti perfino chi merita i più
grandi applausi, tant’è vero che dopo la guerra gli
inglesi votarono contro quel Churchill che li aveva
salvati dal disastro.
Queste considerazioni hanno un loro
lato consolante. Quando si è
tristi a proposito dell’Italia, della politica,
delle reazioni del popolo e dei giornali,
bisogna ricordare che la democrazia include
questi difetti e rimane il miglior tipo di governo
possibile. Anche l’opposizione, andando al
potere, vuol fare il bene della collettività.
Magari sbagliando nell’identificarlo. Ma alla
lunga la collettività riesce a distinguere un
governo che ha veramente provocato disastri da
uno che non li ha provocati.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 5 ottobre 2006
Pensando alle "urla di
gioia e scherno sul corpo dell'italiano ucciso a Kabul"
<<... Un tempo , non avevo sulle
labbra che libertà. Per colazione
la spalmavo sui crostini, tutto il giorno
la masticavo, portavo fra la gente un alito
deliziosamente fresco e profumato di libertà.
Assestavo questa parola maiuscola a chiunque
mi contraddiceva, l'avevo messa al servizio
dei miei desideri e della mia potenza. ... Bisogna
perdonarmi per quelle imprudenze, non sapevo quel
che facevo. Non sapevo che la libertà non è una
ricompensa, né una decorazione che si festeggi con
lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie.
Oh! no, anzi è lavoro ingrato, una corsa di
resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente
spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti
amorevolmente. Solo in un'aula tetra, solo sulla
pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di
fronte a se stessi o al giudizio altrui. Alla fine di ogni
atto di libertà, c'è una sentenza; per questo
la libertà pesa troppo, specie quando si ha la febbre,
o si è inquieti, o non si ama nessuno...>>
(Albert Camus, La Caduta, ed. Bompiani, pag. 82, 83)
cp, 3 ottobre 2006