ARCHIVIO OTTOBRE 2006

 

NO SEX IN THE CITY
Per i tipi di Cairo editore (pp 223, euro 14.00) Mauro Suttora ha pubblicato il suo nuovo libro,  Riportiamo la recensione dall'Ansa:
Un po' diario, un po' inchiesta sul campo, un po' vademecum (in appendice tutti luoghi di cui si parla), ma sempre col sapore del ''vissuto'' autobiografico e con un gradevole umorismo: ecco le qualita' del libro di Mauro Suttora, milanese, classe 1959, giornalista Rizzoli, con un piede a Milano e l'altro a New York; uno che da una parte e' un bel campione di maschio italico in trasferta, e dall'altra un osservatore tanto smagato, da firmare rubriche di costume anche su settimanali americani importanti come Newsweek e New York Observer.
Come dire un nipotino di Casanova quanto ad avventure (non tutte riuscite) e un ammiratore di Tom Wolfe, quanto a curiosita', gusto del dettaglio e passione per il pettegolezzo. Piu' esattamente il libro pone questa domanda: che cosa succede a un giovane italiano, solo nella patria di 'Sex and the City', il serial divenuto la bibbia televisiva dei comportamenti sessuali americani?
La risposta dello scrittore suona piu' o meno cosi': nella vita febbrile di Manhattan, l'isola a piu' alto tasso di donne single del mondo, la realta' e' bizzarra proprio come appare nelle avventure delle guattro star della serie tv. E a volte anche di piu'. Le favolose donne di New York, tutte in carriera, perlopiu' nevrotiche ai limiti del comico, finalmente sono fotografate dalla prospettiva opposta: quella di un maschio single, per di piu' europeo, anzi italiano.

IL DIRITTO PENALE E LA RAI: DUE QUADRATURE DEL CIRCOLO

La quadratura del circolo non è difficile: è impossibile. Purtroppo però esistono problemi che, pur essendo insolubili, sono ineludibili. Uno è quello della libertà in relazione al diritto penale. Se credessimo al determinismo psicologico, nessuno sarebbe più colpevole delle proprie azioni. Sparirebbe la responsabilità e con essa il diritto penale, il giudizio, la prigione. E con loro la repressione del crimine. Inconcepibile. Ma se credessimo alla libertà dell’uomo  (che nessuno, nemmeno Kant, è riuscito a dimostrare), non si capirebbero parecchie attenuanti, elementi che influenzano una volontà che non dovrebbe essere influenzabile. Non si capirebbe l’attenuante della semi-infermità mentale: l’uomo ha sì o no il libero arbitrio o è una macchina che può guastarsi? Vero è che per l’infermità mentale alcuni parlano del cervello come di uno “strumento”, un pianoforte che può guastarsi mentre è in perfetta salute il pianista: solo che questa idea implica il concetto di anima spirituale, distinta dal corpo, anch’essa per nulla dimostrata. L’unica conclusione è che il diritto penale - inevitabilmente e contraddittoriamente - si richiama da una parte al concetto di uomo libero e dall’altra al concetto di uomo determinato.
Ad un livello infinitamente più basso un problema analogo si ha per la Rai in quanto servizio pubblico. Se servizio pubblico significasse trasmissioni di esclusivo interesse nazionale, i politici dovrebbero tenersene infinitamente lontani: essi infatti sono di parte e dunque non agiscono (almeno dal punto di vista dei loro oppositori) nell’interesse nazionale. Ma che ciò accada è del tutto inverosimile. Non è ipotizzabile che essi si astengano dall’influenzare un così potente mezzo per la cattura del consenso.
In secondo luogo, se servizio pubblico significasse agire nell’interesse della cultura nazionale, andrebbero escluse tutte quelle trasmissioni che, pur essendo divertenti per il pubblico, non lo “migliorano”. Niente trash, dunque; niente pettegolezzi; niente volgarità; niente dialetti, gergo, errori. Insomma una televisione utile, erudita, di notevole livello artistico e lontana dal cattivo gusto di tanti spettatori. Col risultato che il pubblico l’abbandonerebbe pressoché in massa in favore della televisione commerciale. A questo punto la Rai si ritroverebbe a parlare col muro e le si rimprovererebbe d’essere inutile, d’incassare il canone senza fornire il servizio. Dimenticando che un documentario sulle oloturie difficilmente potrà prevalere su uno spettacolo con comici volgari, canzoni di moda e donne seminude. E soprattutto scapperebbero i committenti di pubblicità. Nessuno paga per spot che nessuno vede. La Rai sarebbe costratta o a chiudere o ad ottenere un canone molto più alto: e che ne direbbe il paese di pagare tanto per programmi che nessuno vede?
La Rai è un servizio pubblico che non fa servizio pubblico. È un ircocervo che serve ai politici, anche a quelli ipocriti che ne deprecano il livello; è un’impresa che dispone di un canone per poi dare un servizio non diverso da Mediaset. Essa infine, a causa dei suoi alti costi di gestione (pubblica), non può fare a meno della pubblicità e per questo deve scendere a quei livelli che il suo stesso Presidente Petruccioli ha definito “al di sotto della decenza”. Questa è la realtà.
Diversamente dal diritto penale, tuttavia, il problema della Rai una soluzione l’ammette: basterebbe riconoscere che non è un servizio pubblico. Basterebbe abolire il canone e privatizzarla. Basterebbe con la moltiplicazione delle frequenze aprire l’etere a chiunque sia in grado di procurarsi un pubblico. O un’audience, come si dice nel gergo della televisione.
Ma i politici non rinunceranno mai a piazzare i loro protetti, non rinunceranno mai a distribuire migliaia di posti di lavoro a spese dello Stato, non rinunceranno mai ad un megafono potentissimo e pagato dai contribuenti. Ecco perché s’è parlato di quadratura del circolo.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


PROFUGHI EBREI, FINALMENTE SE NE PARLA
Finalmente si incomincia a parlare di un argomento da sempre volutamente  ignorato dai media e di conseguenza sconosciuto all'opinione pubblica: gli ebrei espulsi dai paesi arabi dopo la fondazione dello Stato di Israele.
Israele ne ha sempre accennato timidamente, quasi temendo di disturbare,  senza mai insistere sull'argomento a conferma della tesi che gli israeliani, a differenza degli arabi,  sono incapaci di farsi pubblicita'.
Gli 850.000 ebrei scacciati dai paesi arabi nel 1948, arrivati in Israele come profughi, sono diventati israeliani immediatamente e, nonostante i tanti, infiniti  problemi dovuti alla guerra, a malattie, malnutrizione, diverse abitudini igieniche e alimentari e un Paese poverissimo come era Israele assediato, furono subito assorbiti dal resto della popolazione e  accolti come fratelli.
 850.000 ebrei espulsi dopo averne confiscato i beni, dallo Yemen all'Egitto, dall'Arabia Saudita alla Siria, Dalla Libia, dal Marocco all'Iraq, ebrei che vivevano in quei paesi da centinaia d'anni, scacciati, molti uccisi, presi a pedate  e sbattuti fuori solo perche' a migliaia di chilometri di distanza era nato un Stato  di nome Israele, un paese minuscolo  non arabo e musulmano in mezzo all'immensita' araba e musulmana.
Inaccettabile per gli arabi.
Perche' si parla solo adesso dei profughi ebrei dai paesi arabi?  Non certo per avere soldi, non certo per riavere i loro beni perduti. E poi da chi? Dagli arabi? Quando mai  si sognerebbero di ridare agli ebrei quello che era degli ebrei.

Se ne parla per non dimenticare quella tragedia.
Se ne parla per cercare di riequilibrare la storia e il  ministro della Giustizia israeliano Meir Sheetrit, di origine marocchina,  ha finalmente fatto scoppiare il caso raccolto immediatamente dal gruppo " Giustizia per gli ebrei dei paesi arabi" che vuole documentare i fatti affinche' la loro storia  di 2500 anni non vada perduta. 
La storia drammatica di questi ebrei mediorientali doveva diventare il cavallo di battaglia di Israele per controbilanciare la propaganda araba sui profughi palestinesi , strombazzata ai quattro venti e bevuta  da tutti con sentimenti di odio e avversione verso Israele, colpevole di averli "scacciati". Grande menzogna poiche' la maggior parte usci' dal paese a causa della guerra, come sempre accade quando ci sono dei conflitti,  e i soldati arabi li rinchiusero subito in campi di raccolta impedendo loro di assimilarsi alle altre popolazioni arabe, col disegno evidente e cinico di usarli per demonizzare Israele e per  impietosire il mondo. 
Disegno perfettamente riuscito, al di la' di tutte le aspettative. Il mondo sbava pieta'.
Ci sono stati 600.000 profughi palestinesi nel 1948, che dico,  profughi! Profughissimi! Sono l'emblema del profugo! La santificazione del profugo, il profugo colla P maiuscola. Solo di loro si parla per sputare su Israele e per succhiare soldi alla comunita' internazionale.
Professionisti del marketing dell'odio , del ricatto e dell'autocommiserazione, gli arabi.
Avete mai letto  o sentito parlare di profughi ebrei?
Avete mai sentito parlare di quello che successe agli ebrei in Europa dopo la 2 WW e dopo la Shoa'? Furono immediatamente  dichiarati "indesiderabili" dall'Europa, quelli dei paesi arabi furono dichiarati  supperindesiderabili dai popoli di Maometto.
Eppure nessuno ne parla, nessuno denuncia, nessuno si incazza, nessuno si scandalizza. A nessuno frega niente della tragedia dei sopravvissuti in Europa costretti a vagare tra un "indesiderabile" all'altro, coperti di stracci, affamati, era loro preclusa persino la possibilita' di arrivare in Israele.
Dovevano, una volta usciti dai lager, sparire , diventare invisibili. INDESIDERABILI E INDESIDERATI, simbolo scomodo delle colpe europee.
Gli altri, quelli mediorientali, calcio in culo e via dopo previo spogliamento di ogni loro bene.
Non hanno mai suscitato la pieta', non hanno mai risvegliato l'interesse di nessuno, i cattocomunisti non li nominano neppure, hanno altro di cui occuparsi loro, devono inveire contro Israele, devono piagnucolare sui palestinesi e con i palestinesi.  
Fanno pena i palestinesi, poverini, tanto poverini, scacciati dalle loro case e ancora senza una patria, poverini, tanto poverini!

Dopo 60 anni sono ancora la', rinchiusi nei campi, quelli in Libano non hanno  i diritti civili, non sono  considerati libanesi, non possono nemmeno possedere una casa, un negozio, un pezzo di orto. Arabi tra arabi, odiati dagli arabi, discriminati dagli arabi.
Rinchiusi dagli arabi  per farli diventare sempre piu' cattivi come si fa con i cani da combattimento, piu' li bastonano e piu' feroci diventano.

Tutti i profughi del mondo, meno gli ebrei naturalmente,  sono stati  aiutati da un unico ufficio delle Nazioni Unite, un ufficetto per tutti; dai milioni di profughi europei, riesclusi  gli ebrei naturalmente, ai molti milioni di profughi africani, asiatici, tutti la' , rappresentati da  un inutile ufficetto del Palazzo di Vetro.
I 50 milioni di profughi europei reduci dalla 2 guerra mondiale non ci sono piu', hanno trovato la loro sistemazione e tutti fanno, felicemente o meno , parte di qualche nazione, quindi non hanno piu' bisogno di aiuti.
I molti milioni di rifugiati africani non li caga nessuno quindi anche per loro l'ufficetto e' inutile.
Esiste invece la Madre di tutti gli uffici per rifugiati, il famigerato URNWA, che rappresenta soltanto, e dico soltanto, i profughi arabi, diventati palestinesi, di 60 anni fa. Profughi per diritto ereditario. Unici al mondo ad essere profughi di padre in figlio, come le famiglie reali.
Mantenuti dalla carita' pubblica mondiale,   ricoperti di miliardi che vengono regolarmente intercettati e ingoiati  dai loro aguzzini, prima era Arafat , adesso i suoi
successori altrettanto corrotti e spietati.
Inutili i tentativi di Israele, dal 1967 in poi, di metterli a vivere in villaggi normali, Arafat minacciava di morte chiunque pensasse di accettare, inutili i recenti tentativi della comunita' internazionale di costruire case nella striscia di Gaza abbandonata da Israele per consentire all'ANP di gettare le basi di uno stato. Illusione!
Tutto Inutile, loro stanno la', rinchiusi, a pensare che la colpa sia  di Israele
tenuti in ostaggio da chi vuole la guerra e dai dirigenti, tutti palestinesi, dell'URNWA che e' una macchina mangiasoldi internazionale, il motivo principe, magna-magna generale,  per cui esistono ancora i campi profughi.
I soldi che si mangiano sono i soldi vostri, cari miei, soldi nostri per educare all'odio gente che doveva e poteva diventare parte di uno stato palestinese.
"E io pago" diceva Toto', gia' paghiamo tutti perche' ai palestinesi non interessa la Palestina, loro non vogliono la Palestina, non e' questo il loro problema.
Il loro problema e' l'esistenza di Israele.
La Palestina e' solo una scusa, fumo negli occhi per gli idioti buonisti occidentali e per scatenare le masse islamiche,  potevano farsela 60 anni fa la Palestina, hanno preferito allevare, come belve feroci, dei disgraziati che si sono moltiplicati fino a diventare da 600.000 quasi 7 milioni. Che figliate, ragazzi!
Una bella differenza con gli  850.000 profughi ebrei che , lavorando e assimilandosi al resto della popolazione israeliana, hanno fatto grande Israele.
Il  mondo non vuole riconoscerlo ma   dovranno rassegnarsi i difensori dei palestinesi e dovranno chiedersi come mai questa disparita' di risultati tra profughi della stessa area geografica e nello stesso periodo storico . Dovranno riconoscere gli amatori degli arabi che quei 600mila sono stati cinicamente usati per demonizzare Israele, per giustificare la guerra, per motivare il terrorismo e per avere tanti cani rabbiosi fuori di testa pronti a fare le bombe umane.
I cattocomunisti, quelli che urlano palestina libera, quelli che odiano Israele, dovranno riconoscere  che la Palestina poteva essere libera e autonoma 60 anni fa ma che i primi a non volerlo sono stati gli arabi.
Dovranno riconoscerlo? Cosa sto scrivendo? Quando mai? Potrebbero riconoscerlo se fossero persone pensanti, se non fossero cosi' obnubilati dall'odio antisemita, se non fossero cosi' manigoldi e amanti del fondamentalismo antioccidentale. 
600mila arabi vivono in miseria, senza mai lavorare, senza aver mai lavorato,  ostaggi dei loro fratelli e del loro odio, da 60 anni in campi schifosi, lerci, senza  fogne, dove se tocchi qualcosa hai la cagarella per due settimane almeno. L'unico periodo vivibile della loro vita di eterni  profughi l'hanno avuta durante l'occupazione israeliana dopo il 1967, Israele gli aveva costruito le fogne, li mandava a scuola, voleva sistemarli in villaggi normali e vivibili, aveva tentato di farne degli esseri umani.
Sono letteralmente precipitati in un baratro di merda quando i territori sono passati all'ANP e qualcuno, sottovoce, lo ammette.
Che differenza di amore per la propria gente, che diversita' di valori, di civilta' e cultura:
gli 850.000 ebrei mediorientali e del nord Africa cessarono di essere profughi i nel momento stesso  in cui arrivarono  in Erez Israel, 60 anni fa,  oggi i loro  discendenti sono  imprenditori, scienziati, ministri, politici.
Uno e' anche diventato Presidente dello Stato ...beh lasciamo perdere...magari era meglio se lui restava in Iraq.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

Roba da matti
Già possono controlare, con qualsiasi scusa, il mio telefono,  adesso vorrebbero -per legge-  schedarmi, indagare sul mio conto corrente bancario, sapere se a pranzo mangio filetto o due uova,  se vado o no dal dentista oppure dallo strizzacervelli.
Eppure, da giorni,  leggo  vibrate e sdegnate proteste  da parte di quello che vuole per legge curiosare nei fatti miei:  il signor Prodi.
E' successo
 che alcuni  funzionari pubblici -già individuati- s'intromettessero senza autorizzazione  nella banca dati del cervellone dell'Ufficio delle Entrate per controllare la situazione patrimoniale di Prodi e vari altri Vip  - ad esempio: Silvio Berlusconi, la Ferilli, qualche calciatore, non so più quale Presidente della Repubblica e una smazzolata di invelinati  alla Giogia Palmas.
Bene, Prodi - alla ricerca  di qualche cosa da dare in pasto ai media  per alleggerire le sue evidentissime difficoltà politiche -  
con l'aiutino della solita Procura della Repubblica di Milano (che tempismo, signora mia...) ha alzato un minaccioso polverone mediatico (ieri, il  TG1 c'ha aperto la serata)  gridando addirittura al "complotto"...  contro di lui.
Grottesco.
E meno male che non governano, credo, i comunisti.


cp, 28 ottobre 2006

L’OSPITE È SACRO, PURCHÉ DISARMATO
È lecito difendere la democrazia in maniera antidemocratica? Non è un gioco di parole. È un problema simile al famoso paradosso di Eumenide. Questo cretese disse: “Tutti i cretesi sono bugiardi”. Ora, se tutti i cretesi fossero stati bugiardi, avrebbe dovuto esserlo anche Eumenide, che era cretese e che in questo caso aveva invece detto una cosa vera. Se invece tutti i cretesi fossero stati veridici, Eumenide avrebbe contraddetto l’assunto nel momento in cui mentiva asserendo che tutti i cretesi erano bugiardi. Non se ne esce. Nello stesso modo, uno degli assunti della democrazia è che tutti i cittadini sono liberi: ma se un cittadino vuole togliere la libertà agli altri (e dunque distruggere la democrazia), è il caso di togliergli la libertà di provarci?
Il problema si è già posto concretamente. Una legge italiana ha vietato la ricostituzione del partito fascista: è stata una legge democratica? In altri paesi è stato vietato il partito comunista: è stata una legge democratica? La risposta più ovvia è “no”, perché un popolo libero deve avere anche la libertà di votare per chi vuole: ma poi si pensa ad Hitler, andato al potere in seguito ad un’elezione; alla tragedia cecoslovacca del 1948; a quella più recente e ancora in atto in Algeria e ci si scopre a desiderare d’impedire che il popolo corra alla propria rovina. Ma non è detto che il rimedio sia migliore del male. Allende ha abusato della democrazia ed ha talmente danneggiato il Cile da condurlo sull’orlo della guerra civile; Pinochet, che il “Cile” l’ha normalizzato e perfino reso prospero, l’ha fatto con grave danno per la democrazia ed i diritti umani: la padella o la brace?
Il nodo gordiano non si può tagliare con un colpo di spada: ci si dovrà contentare di stabilire se la libertà democratica ammetta dei limiti. Le anime belle e gli idealisti in generale ovviamente diranno di no. Non amano il grigio e per loro una cosa dev’essere o bianca o nera. Sostengono che in democrazia anche chi propagandasse l’avvento di un tiranno alla Stalin dovrebbe essere tollerato. Chi invece crede che la realtà non sia così risoluta nella divisione fra perfetto e imperfetto, e preferisce salvarsi la vita piuttosto che l’anima, tende ad evitare che, in nome del massimo, si perda anche il minimo. Meglio una democrazia laica sorvegliata dai militari, come la Turchia, che uno Stato integralista musulmano al confine con la Grecia.
In base al buon senso il problema ammette dunque qualche accettabile soluzione. Per cominciare, va messo fuori gioco chi predica un cambio di regime violento. Un simile sconvolgimento è contro le regole della democrazia. Chi desidera cambiare governo deve solo vincere le elezioni con una confortevole maggioranza, e se non le vince così, non ha diritto di imporre cambiamenti in altro modo. Poco importa che chi predica questa “violenza salvifica” appaia del tutto in buona fede, del tutto disinteressato, del tutto preoccupato delle sorti del paese: la democrazia, quando è in gioco la propria sopravvivenza, non deve sottilizzare e dev’essere capace di mostrare i denti.

Nello stesso modo va eliminata l’influenza di tutti coloro che appaiono lottare contro la tolleranza e la libertà, visto che esse sono essenziali per la democrazia. E questo è ormai divenuto un problema attuale. In Europa gli immigrati islamici intolleranti, sostenuti dai fanatici rimasti nei loro paesi, non solo sognano d’imporre la loro religione anche all’Occidente (e sarebbe cosa lecita, se attuata per via di predicazione), ma pretendono di mantenere le loro usanze anche quando queste sono contro le regole della democrazia. Essi si permettono perfino di minacciare una reazione violenta verso chi fa presenti i diritti della democrazia occidentale, incluso quello di scherzare anche sulla religione. Questo è molto difficile da tollerare.
In Occidente ognuno può vestirsi come meglio crede, di rosso o di viola a pallini gialli, se così preferisce, purché non offenda la pubblica decenza ma nessuno può coprirsi il viso perché l’identificabilità corrisponde ad esigenze di ordine pubblico. Inoltre, il fenomeno cambia colore se si scopre che una musulmana ha il viso coperto non per libera scelta ma come risultato di un’imposizione della famiglia, perché in questo caso si è di fronte ad una violenza privata che lo Stato è in dovere di reprimere. Bisogna “stangare” chiunque commetta questo genere di delitto che, essendo commesso fra le mura domestiche, è fra i più pericolosi, fra i più subdoli e spesso fra i più dolorosi. Analogamente, in Occidente ognuno può sposare chi vuole ma non può sposare più di una donna. Poco importa se altrove le leggi sono diverse, when in Rome do as the Romans do, dicevano gli inglesi, se vai a Roma segui le regole di vita dei romani. Dunque niente poligamia, anche se il Profeta è stato poligamico. In Occidente nessuno pretende, anche se fervente cristiano, di avere diritto ad interruzioni del lavoro perché in certe ora desidera pregare: dunque, chi vuole vivere in Occidente deve rassegnarsi a lavorare senza interruzione e ad avere come giorno libero la domenica, anche se nel suo paese il giorno festivo è il sabato o il venerdì. Non si può pretendere che il menu della mensa aziendale tenga conto delle prescrizioni delle varie religioni. Nessuno può pretendere d’imporre i propri usi e costumi ad un altro paese. E se qualche islamico si scandalizza per la presenza del crocifisso in luoghi pubblici, la risposta immediata dovrebbe essere l’espulsione dell’impudente. Non perché siamo arrabbiatamente cristiani, ma perché l’intollerante è un pericolo per la democrazia.
Il problema con gli islamici è appunto che, da ferventi della loro religione, sono intolleranti: e questo è un peccato contro la democrazia così grave da metterli fuori di essa. Bisogna accogliere a braccia aperte chiunque sia disposto a vivere con noi e come noi, ma se qualcuno pretende di violare le nostre leggi, sia pure all’interno della sua famiglia, o se pretende di minacciarci se ci comportiamo in maniera a lui sgradita, il dovere dell’ospitalità cessa e si pensa con nostalgia a Carlo Martello, a don Giovanni d’Austria e a Eugenio di Savoia.
L’ospite è sacro, purché disarmato.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

«In guerra anche le parole sono proiettili»
Un tempo, soldati, marinai e avieri determinavano l'esito della guerra, ma non è più così. Oggi, produttori televisivi, columnist, predicatori e politici svolgono un ruolo fondamentale nel decidere il giusto modo in cui l'Occidente debba combattere. Questo cambiamento ha delle grosse implicazioni.
In un conflitto convenzionale come la Seconda  guerra mondiale, i combattimenti si fondarono su due prodromi così elementari da passare pressoché inosservati. Il primo di essi consistette in ciò: le forze armate convenzionali ingaggiarono un'accanita lotta, volta a conseguire la vittoria. Gli avversari dispiegarono file serrate di soldati, file di carri-armati, flotte navali e squadre aeree. Milioni di giovani andarono in guerra, mentre i civili subirono privazioni. Strategia e intelligence furono importanti, ma la densità della popolazione, l'economia e gli arsenali contarono ancora di più. Un osservatore poteva valutare il progresso della guerra tenendo conto di fattori oggettivi come la produttività siderurgica, le scorte petrolifere, la cantieristica navale e il controllo di terra. Il secondo prodromo consistette in ciò: la popolazione di ogni parte in guerra appoggiò la sua leadership nazionale. Sicuramente, traditori e dissidenti andavano stanati, ma i governanti godettero di un ampio consenso. Questo in particolar modo in Unione Sovietica, dove perfino le folli uccisioni di massa di Stalin non fermarono la popolazione dal sacrificare la propria vita per la "Madre Russia"
.
Entrambi gli aspetti di questo paradigma sono adesso scomparsi in Occidente. Innanzitutto, l'idea di combattere accanitamente per ottenere la vittoria contro le forze nemiche convenzionali è pressoché scomparsa, rimpiazzata dalla sfida più indiretta di operazioni di guerriglia, insurrezioni, intifada e atti di terrorismo. Questo nuovo schema è stato applicato ai francesi in Algeria, agli americani in Vietnam e ai sovietici in Afghanistan. Attualmente, esso si applica agli israeliani contro i palestinesi, alle forze di coalizione in Iraq e nella guerra al terrorismo. Questo cambiamento implica che ciò che l'esercito americano definisce "la conta del fagiolo" - computare il numero delle armi e dei soldati - è oggi pressoché irrilevante, come lo sono le diagnosi dell'economia o il controllo del territorio. Le guerre asimmetriche sono simili alle operazioni di polizia molto più che le battaglie delle ere precedenti. Come nella lotta al crimine, la parte che gode di una vasta superiorità di forze agisce in base a un'ampia gamma di costrizioni, mentre la parte più debole infrange apertamente leggi e tabù nel perseguire senza scrupoli i propri obiettivi. In secondo luogo, la solidarietà e il consenso di una volta non esistono più. Questo processo di disfacimento è in corso da oltre un secolo (a partire dalla posizione assunta dall'opinione pubblica britannica riguardo alla Guerra anglo-boera del 1899-1902). Come scrissi nel 2005: "Il concetto di fedeltà e lealtà è sostanzialmente cambiato. Tradizionalmente, una persona era fedele alla sua comunità d'origine. Uno spagnolo o uno svedese erano devoti al loro monarca, un francese alla sua Repubblica e un americano alla sua Costituzione. Oggi, questo presupposto è obsoleto ed è stato rimpiazzato da un senso di fedeltà ad una società politica, come il socialismo, il progressismo o l'islamismo, tanto per citare alcune opzioni. I legami geografici e sociali rivestono un'importanza minore rispetto a una volta".
Con i vincoli di fedeltà adesso tirati in ballo, le guerre vengono decise più sulle pagine degli editoriali e in misura minore sul campo di battaglia. Buone argomentazioni, efficace retorica, sagaci presentazioni dei fatti in una luce favorevole a un governo e la guerra di cifre dei sondaggi contano molto più che prendere una collina o attraversare un fiume. Solidarietà, morale, lealtà e comprensione sono le nuove armi. Gli opinion leaders sono le nuove bandiere e i nuovi generali. Perciò, come scrissi nell'agosto 2005, i governi occidentali "devono considerare le public relations come parte integrante della loro strategia". Perfino nel caso dell'acquisizione di armi atomiche da parte del regime iraniano, la soluzione è rappresentata dall'opinione pubblica occidentale e non dagli arsenali dell'Occidente. Se uniti, gli europei e gli americani avranno buone probabilità di dissuadere gli iraniani dall'andare avanti con le armi nucleari. Se saranno invece disuniti, gli iraniani si sentiranno incoraggiati a portare a compimento l'impresa. Ciò che Carl von Clausewitz definisce "il centro di gravità" della guerra si è spostato dalla forza delle armi ai cuori e alle menti dei cittadini. Gli iraniani accettano le conseguenze delle armi nucleari? Gli iracheni accolgono le truppe della coalizione come dei liberatori? I palestinesi sono disposti a sacrificare le loro vite negli attentati suicidi? Europei e canadesi desiderano avere una credibile forza militare? Gli americani vedono nell'Islamismo un potenziale pericolo?
Gli strateghi non-occidentali riconoscono la supremazia della politica e si focalizzano su di essa. Una serie di trionfi - in Algeria nel 1962, in Vietnam nel 1975, e in Afghanistan nel 1989 - sono tutti dipesi dall'erosione della volontà politica. Il numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, ha di recente codificato questa idea, osservando che oltre la metà delle battaglie islamiste "si svolgono sul campo di battaglia dei media". L'Occidente è fortunato a predominare nelle arene militari ed economiche, ma esse non sono più sufficienti. Insieme ai suoi nemici, esso deve prestare la dovuta attenzione alle pubbliche relazioni della guerra.

Daniel Pipes
,  per l'Opinione - ottobre 2006

SAMIRA E JAMILA,  ARABE ITALIANE IN CERCA DI LIBERTÀ
Caro Dago, mi sono proprio rotta di pseudo imam trasformati in divi televisivi, di cardinali che li sostengono, di comunisti senza se e senza ma, che dicono che il velo è una libertà individuale, che loro ci tengono tanto, di ospiti di Porta a Porta come l'aspirante kamikaza egiziana di ieri sera, di dibattiti che dovrebbero essere sul velo e finiscono con "è una speculazione della destra, è una colpa della sinistra". Le sciagurate non le chiama nessuno, non gliene frega niente. Allora ti mando due letterine in cui parlano loro, quelle che non gli piace il velo con tutto il resto del trattamento. Ne ricevo a centinaia, forse per questo gli sto sullo stomaco, e certo non sono la sola. Potremmo metterci insieme e incartarci a Palazzo Chigi, ma anche l'arcivescovado di Milano
Mgm
(Maria Giovanna Maglie)
 
Mi chiamo Samira, sono marocchina e sto in Italia da 10 anni, dall‚età di 9 anni. Andava tutto bene finchè ho cominciato a frequentare un ragazzo italiano della mia età, per il quale in casa mia è iniziato l'inferno.
Mio padre Driss vuole che cominci a portare il velo, non vuole farmi uscire più nemmeno per comprarmi un libro, e in piu‚ ha cominciato a prendermi a schiaffi e a calci, appena vedo alzare una mano il cuore comincia a battermi forte. Lo odio, ti giuro che lo odio. Io sono Italiana, mi sento italiana e non voglio rinunciare alla mia libertà, e non voglio portare il velo perché non voglio essere ipocrita con la religione.
Scusami cara signora, ma non ce la faccio più, voglio scappare magari in Francia dato che parlo francese, e magari potrei anche cambiare nome.
Mi dispiace solo per mia madre ma anche lei è convinta che io debba andarmene via prima che succeda una disgrazia oppure che gli faccia fare io a lui la fine di Hina.
Vi giuro non ho più lacrime da asciugare, quelle lacrime che ti danno quel momento di pausa per far passare la rabbia. Voglio chiedervi se conoscevate un‚associazione di donne in Francia che possa aiutarmi a vivere la mia vita in pace, cosa che mia madre non ha potuto avere facendo la schiava in Italia per tutta la vita. Attendo una vostra risposta.
Conosco tante amiche che si trovano nella mia stessa situazione, alcune delle quali sono finite in centri in cui non possono nemmeno fare una telefonata, vivendo nella paura. Io non voglio fare questa fine, il mondo è grande e voglio vivere la mia vita!
Continuate a denunciare, io sono una vigliacca!
Samira

 
Sono una ragazza 22 enne di origine marocchina che appartiene ai cosiddetti immigrati di seconda generazione. Sono residente in Italia fin dalla tenera eta' di 6 anni e per questo non parlo correttamente quella che tutti chiamano la mia lingua madre cioe' l'arabo.
Le scrivo per chiederLe un aiuto. Io ed il mio fidanzato abbiamo deciso di sposarci (lui e' cittadino italiano) e ci e' stato detto che serve il nulla osta da richiedere all'ambasciata marocchina, ma quest'ultima non lo vuole rilasciare per motivi religiosi, cioe' viene rilasciato solo se il mio fidanzato si converte all'islam. Dato che siamo in Italia e la costituzione italiana prevede la libertà religiosa l'ambasciata marocchina non commette un'azione illegale? Mi sono rivolta al consolato con tutto il rispetto e la gentilezza possibili, ma loro mi hanno offesa, insultata, umiliata come se fossi una criminale, una poco di buono che sta per commettere chissà quale grave reato. Mi hanno detto che se sposerò un infedele merito solo l'inferno.
Mi chiedo: ma che gente lavora nel consolato che dovrebbe rappresentare il Marocco?! Si tratta di persone poco disponibili, maleducate e cattive, oserei dire pericolose. Pensi che mi hanno addirittura minacciata. Ed ora si rifiutano anche di rinnovarmi il passaporto perchè secondo loro io non merito niente. Sono disperata, non so cosa fare; a volte mi sembra di vivere un incubo che temo non finirà mai.
Non ho fatto del male a nessuno, lavoro onestamente come impiegata, voglio solo sposare la persona che amo e vivere una vita tranquilla e serena. E quando avrò dei figli insegnerò loro che gli esseri umani sono tutti allo stesso livello e che ognuno merita rispetto.
Io vivo il dramma tipico della seconda generazione, mi sento una straniera in patria!
Amo l'Italia ma le sue leggi mi considerano come l'immigrato appena arrivato ieri. Invece di fare di noi una risorsa, ci rende i figli di nessuno, dei diseredati senza identità, in balia delle tradizioni peggiori di quelli che non sono più i nostri Paesi. Spero che Lei mi risponda con urgenza al seguente indirizzo di posta elettronica Grazie di cuore.
Jamila.


da Dagospia 25 Ottobre 2006

A D'Alema piacciono Iran e Venezuela
C'eravamo tanto amati. Dopo i Bye bye, Condi al telefono e le voci sapientemente diffuse dall'ufficio stampa di D'Alema su una Condoleezza Rice non insensibile al fascino discreto di Baffino, i giornali americani descrivono un segretario di Stato furibondo con il governo italiano e il suo ministro degli Esteri. Non bastassero gli ordini alle truppe in Libano perché fingano di guardare dall'altra parte mentre convogli di camion portano dalla Siria tonnellate di armi iraniane agli Hezbollah, ora c'è anche il rifiuto di sostenere la candidatura del Guatemala per un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che di fatto - anche se l'Italia si astiene - favorisce l'altro candidato, il Venezuela del presidente Hugo Chavez.
Le diverse biografie pubblicate di recente dipingono Chavez - il primo capo di Stato straniero ricevuto in pompa magna alla nuova Camera dei Deputati da Bertinotti - come un autentico bandido, non nel senso metaforico per cui si dà del bandito a chi, per esempio, opprime i contribuenti con tasse persecutorie, perché in quel caso per gli italiani non occorrerebbe andare a cercarne esempi in Venezuela. No: Hugo Chavez ha esercitato tecnicamente la professione di bandido occupato a taglieggiare commercianti e industriali prima da civile e poi da militare con metodi che - se riferiti a Putin - farebbero dire al presidente russo che la vera mafia sta in Venezuela.

Negli ultimi anni il banditismo di Chavez è passato dai semplici traffici ai brogli elettorali, da una retorica che chiama Bush «il Diavolo» e applaude le dichiarazioni di Ahmadinejad sullo sterminio di Israele. Non si tratta solo di parole: negli ultimi due anni sono stati firmati una ventina di trattati di cooperazione fra l'Iran e il regime venezuelano. Il sostegno del caudillo di un Paese occidentale e cattolico a tre ore di volo da Miami non è solo un bel colpo propagandistico per gli ayatollah iraniani. Teheran ha anche bisogno di basi per una rete di agenti segreti che ha da tempo sostituito quella sovietica come la più capillare presenza d'intelligence ostile agli Usa nel continente americano.
Secondo Washington, la centrale dello spionaggio iraniano è una fabbrica di trattori venezuelana chiamata Veniran, una joint venture fra Chavez e gli iraniani. La Veniran, di cui l'agricoltura venezuelana non ha bisogno, è in realtà una copertura per far viaggiare fra Caracas e Teheran decine di agenti dei servizi iraniani, e per trasferire in America Latina - in container che li presentano come pezzi per trattori - armi e munizioni per vari gruppi insurrezionalisti sudamericani. La tesi secondo cui l'Italia non può votare contro il Venezuela all'Onu perché in quel Paese c'è una forte comunità di origine italiana è una bugia che la diplomazia americana ha smascherato in pochi minuti. Gli italiani in Venezuela sono imprenditori e commercianti, e non fanno certo parte di quei gruppi di contadini e operai che fanno da materia prima alle adunate di piazza di Chavez. Le associazioni italiane sono semmai in prima linea nelle manifestazioni che domandano a Chavez di togliere il disturbo. L'atteggiamento del governo Prodi e di D'Alema non è dunque destinato a favorire gli italiani in Venezuela, ma la tenuta dell'esecutivo in balia di Bertinotti e Diliberto, ai congressi dei cui partiti si inneggia regolarmente a Chavez. Bye bye dunque all'amicizia con gli Stati Uniti: anche lì, come da noi, hanno capito che per il governo italiano la bugia è una risorsa strategica

Massimo Introvigne da "Il Giornal
e"


SCONTENTARE TUTTI
Con un apprezzabile sofisma Prodi ha sostenuto che la sua Finanziaria scontenta tutti perché non favorisce nessuno e dunque è socialmente equa. Il ragionamento sarebbe ineccepibile se ineccepibili fossero le premesse. Un provvedimento può scontentare tutti perché tutti si attendevano qualche vantaggio e non l’hanno avuto oppure perché nessuno si attendeva uno svantaggio e tutti l’hanno avuto. I casi non sono identici: se si scontentano gli avidi è un conto, se si danneggiano coloro che non chiedevano nulla è un altro conto.
In realtà il malcontento deriva non solo da un innegabile aumento della pressione fiscale ma anche da alcune gaffes difficilmente scusabili. La reintroduzione della tassa di successione, per esempio. Se il governo Berlusconi l’aveva abolita è perché, oltre ad essere odiosa, il suo gettito pareggiava più o meno le spese per l’esazione. Ora invece il governo è riuscito a realizzare il seguente capolavoro: prima Prodi, durante la campagna elettorale, ha sparato una serie di cifre diverse, riguardo al suo livello di partenza; poi ha concluso che non l’avrebbero reitrondotta; infine, prima l’hanno reintrodotta con un machiavello contabile (si pagava la tassa ma non si chiamava tassa di successione), facendosi dare di magliaro; poi l’ha reintrodotta chiamandola col suo nome per i patrimoni al di sopra del milione di euro per singolo erede e non per gli intimi, cioè per una piccola minoranza: ottenendo un gettito risibile a fronte di una pessima figura di fronte agli elettori. Ha insomma fatto contenti solo i più arrabbiati fra gli invidiosi della prosperità altrui.
Più o meno lo stesso è avvenuto con altri provvedimenti, annunciati, modificati, rilanciati, reinterpretati: l’imposta sulle agenzie immobiliari (che ha provocato un terremoto in Borsa), il Tfr, la tassa sui Suv, l’aumento dell’imposta sui redditi finanziari, ecc. Prodi e compagni sono riusciti nel capolavoro di far funzionare al contrario l’effetto annuncio. Se si dice che, per i prossimi vent’anni, le case nuove non pagheranno l’ICI, si dà un enorme impulso alla costruzione di case di cui rimarrà qualcosa anche se poi si dirà che l’esenzione è per un solo anno. Il presente governo invece ha minacciato disastri e punizioni in tutti i campi; ha trattato tutti da evasori, quando non da delinquenti; ha promesso lacrime e sangue col risultato che la gente, che mai ha letto o leggerà una Legge Finanziaria, si è convinta che Visco, Padoa Schioppa e Prodi sono d’accordo per sfilargli parecchi bigliettoni dalla tasca. Che l’impressione sia fondata o no non è quello che qui interessa: quello che interessa è la goffaggine politica d’un governo che sembra demente. Ma demente non è.

Tutto si spiega con le basi ideologiche dei partiti di estrema sinistra, oggi dominanti. Per i comunisti, come  direbbero i filosofi che parlano tedesco, non importa il Sein ma il Sollen: non l’essere ma il dover essere. La prosperità del paese deve derivare da un diverso modello produttivo: generoso e non egoistico, collettivistico e non privatistico. Se poi, cercando di applicarlo, si realizza un’autentica miseria sociale, come nelle Democrazie Popolari, questo non è un motivo per non applicare la teoria che, essendo un articolo di fede, prevale sulla scienza. Come ha detto Lenin (o è stato Hegel?): “Se la realtà non seguirà le idee, tanto peggio per la realtà”.
In Italia alcuni partiti sono vissuti per decenni vendendo miti: il mito del ricco che è tale a spese del povero; il mito dell’ingiustizia dell’eredità, per cui è ricco uno il cui padre meritava d’essere ricco (Jean-Jacques Rousseau); il mito per cui chi possiede una casa è un benestante, infatti il semplice operaio proletario non la possiede. Per non parlare del mito della rendita finanziaria, di cui si dimentica la funzione di serbatoio di capitali per la produzione.
Oggi questi partiti sono simili a quel campione di pentathlon che in una favola di Esopo si vantava sempre d’avere effettuato uno strabiliante salto, a Rodi. Un ascoltatore alla fine, spazientito, gli disse: “Hic Rhodus, hic salta”, qui siamo a Rodi, e qui ora salta. I comunisti hanno scalpitato per i cinque anni del governo Berlusconi e anche per tutti i decenni precedenti, e ora sono stati improvvisamente chiamati a deliver, cioè a realizzare quanto promesso, e non vogliono tirarsi indietro. Quello che pensano però lo pensano solo loro e neanche la maggioranza dell’Unione li segue. Ecco perché la Finanziaria ha scontentato tutti. Semplicemente tutti quelli che hanno il senso del reale.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

LA TERZA SIMONA...
Sta a casa sua, quindi bene, benissimo. La "terza Simona", però, tornerà a casa dai genitori in pompa magna, atteso a Ciampino da qualche televisione e da (pochi) politici, de sinistra (la maggioranza ha saggiamente deciso di non assecondare tali squallidi copioni).
Racconterà che sono stati buoni, gentili ed affabili, e che in effetti gli okkupanti farebbero bene ad andarsene al più presto.
La solita solfa, il solito vomitevole deja vu eticopoliticistico da (comunis)tardi noglobal convinti di influenzare con le loro sceneggiate l'opinione pubblica la quale, sconvolta dal susseguirsi "drammatico" di siffatti eventi "effetti della guerra" e non di altro, con un sussulto di indignazione dovrebbe fare pressione sui governi perchè ci si ritiri lasciando gli autoctoni liberi di scannarsi fra di loro. Resta solo da scoprire (questo sì) a chi realmente vanno i soldi che vengono spesi per la "liberazione" di questi "eroi".
Che palle!

Intervento di  A. Marzano,  condiviso da cp.


Velo islamico strumento di penetrazione del fondamentalismo
«Lei è un'ignorante, è falsa», peggio ancora «lei semina l'odio, è un'infedele ». L'accusa pesantissima, che in termini coranici si traduce con la condanna a morte, è diretta all'onorevole Daniela Santanchè di An. A scagliarla è Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate, appena conclusa una già rovente puntata di «Controcorrente» negli studi milanesi di Sky sulla questione cruciale del velo islamico. Nel corso della trasmissione condotta da Corrado Formigli e andata in onda venerdì sera, la Santanchè aveva sostenuto che «il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto dal Corano».
Ciò in risposta all'affermazione della giovane Asmae Dachan, figlia del presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), secondo cui «il velo è un atto di fede come la preghiera e l'elemosina, è un fattore di adorazione di Dio». La replica di Abu Shwaima è stata impietosa eminacciosa: «Non è vero che nel Corano non ci sia l'obbligo del velo. Io sono un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di islam. Voi siete degli ignoranti di islam e non avete il diritto di interpretare il Corano ». Successivamente, rivolto all'altra ospite negli studi di Sky a Roma, Dunia Ettaib, rappresentante dell‚Unione delle donne marocchine in Italia, tenacemente contraria al velo, Abu Shwaima ha sentenziato con un italiano approssimativo (quasi la dimostrazione della difficoltà di integrarsi per un integralista che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese ma che coltiva l'ambizione di convertire gli italiani all'islam): «Il velo è una legge che Dio ha mandato. È Dio che lo dice, l'uomo non può negarlo. Se uno crede nell'islam lo segue. Senza essere uno che non crede, di dire che non lo deve portare».

A questo punto Dunia chiede lumi (questo scambio di battute non è però andato in onda): «E quelle che non portano il velo non sono musulmane?». Secca la risposta di Abu Shwaima: «Il velo è un obbligo di Dio. Quelle che non credono in questo non sono musulmane». Quindi le musulmane che non portano il velo sarebbero delle miscredenti e delle apostate, altra accusa che si trasformerebbe nella condanna a morte. È un nuovo episodio che dovrebbe spingere gli italiani a guardare in faccia la realtà per quella che è e non per quella che immaginano che sia o sperano che diventi, partendo dal vissuto dei suoi protagonisti e affrancandosi dai filtri ideologici, culturali e religiosi che portano alla mistificazione della realtà. E la questione del velo islamico va considerata per il significato che le danno coloro che in Italia si ergono a rappresentanti dei musulmani. Prendiamo atto del fatto che Abu Shwaima, autodesignatosi imam della moschea di Segrate, nonché «emiro del Centro islamico di Milano e Lombardia», è sia fondatore e membro del «Consiglio dei saggi» d e l - l'Ucoii, sia responsabile della Da'wa, ovvero della propaganda islamica, della Fioe (Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa), che è la cornice unitaria delle organizzazioni affiliate ai Fratelli musulmani nel nostro continente.
Prendiamo atto del fatto che Asmae Dachan è portavoce dell'Admi (Associazione delle donne musulmane in Italia), creatura dell'Ucoii. Ebbene per entrambi il velo è un obbligo islamico, con la conseguenza esplicita della condanna, implicitamente anche a morte, delle donne che non lo indossano o si schierano contro il velo perché sarebbero delle infedeli, miscredenti e apostate. Questa è la realtà di cui dovrebbero finalmente rendersi conto i politici di sinistra e di destra che hanno legittimato il velo islamico sulla base del «buonsenso» (una versione islamicamente corretta di equidistanza o equivicinanza tra il velo integrale e il capo scoperto), o se ne sono addirittura innamorati perché sarebbe esteticamente bello, i magistrati che hanno accreditato nel nostro codice laico con una sentenza definitiva il velo come una prescrizione islamica, i religiosi cattolici che dicono sì al velo islamico purché non si metta in discussione il sì al crocifisso nella sfera pubblica, le donne italiane che risultano indifferenti alla sorte delle musulmane.
Prendano atto che il velo è lo strumento principale di penetrazione sociale dei Fratelli musulmani perché porta alla sottomissione della donna e alla formazione di una «comunità islamica» forgiata dalla sharia. Mobilitiamoci pertanto per salvaguardare il diritto delle musulmane a non portare il velo, per sostenere una maggioranza di musulmane che oggi è sostanzialmente laica e liberale, per difendere l'Italia dall'ideologia oscurantista e totalitaria che si nasconde dietro al velo. Prima che sia tardi.

Magdi Allam - Corriere della Sera - 22 ottobre 2006

ANCORA E SEMPRE "MORTE A ISRAELE"
Alain Pellegrini, capo delle forze ONU in Libano, ha dichiarato che l'unifil potrebbe usare le armi per impedire le incursioni aeree di Israele.
Le dichiarazioni di Pellegrini che minacciano  uno stato sovrano e democratico sono una provocazione  gravissima e confermano il fatto che l'Unifil sia  la non per impedire ai terroristi di aggredire Israele ma per impedire a Israele di rispondere alle aggressioni e di difendersi inoltre corrono voci non smentite che l'Italia e la Francia forniscano il Libano di armi che molto facilmente potrebbero finire in mano a hezbollah.
 Si fa sempre piu' chiaro il motivo della missione di pace dei caschi blu: minacciare Israele e dare al governo libanese i mezzi per aiutare i terroristi.
E' ancora piu' lampante il motivo per cui non  hanno permesso a Israele  di continuare la guerra.
Basta guerra, pace pace, miagolavano  in Europa, in USA, all'ONU.
Basta guerra un cavolo e pace pace un altro cavolo.
Dove siete pacifisti? Adesso che l'Italia vende armi al Libano per colpire Israele  state zitti? dove siete finiti?
Io vi sputo addosso, pacifisti.
Lo faccio con grande gusto soprattutto leggendo le vostre dichiarazioni sul web, la vostra soddisfazione perche' Israele non e' arrivato a vincere come voleva, la vostra solidarieta' ai non umani come voi  che odiano Israele.
Vi risputo addosso pacifisti ipocriti.
 La missione di "pace" in Libano mirava  semplicemente a ricacciare Israele dentro i suoi confini per permettere a hezbollah di riprendere forze e di riarmarsi. "Vittoria Vittoria" gridano i terroristi. A Beiruth si fanno manifestazioni con migliaia di persone  che rispondono urlando "Vittoria vittoria".
Imbecilli, sono senza casa, meta' del loro paese non esiste piu',  hezbollah li ha ridotti a degli accattoni ma loro urlano Vittoria Vittoria.

E' questo fanatismo che impedira' sempre agli arabi di diventare persone degne di stare al mondo. Non sono uomini, ne' donne , ne' bambini quelli che di fronte a migliaia di morti e sapendo di essere ostaggi  di un'organizzazione di terroristi che non ha esistato a usarli come scudi umani, gridano Vittoria Vittoria.
Non sono uomini donne e bambini i palestinesi che si lasciano usare, affamare, ammazzare da hamas e prima da Arafat e gridano "Morte a Israele".
Morte a Hannaye, morte a Arafat ( quando era ancora demoniacamente vivo) morte ai corrrotti che li tengono nei campi da 60 anni e che li usano come carne da macello. Questo dovrebbero gridare. Invece urlano "morte a Israele" perche' cosi' gli hanno insegnato.
E io gli sputo addosso.
 Non sono uomini donne e bambini quelli che fanno parte delle famose masse islamiche  che pendono dalla bocca del nano di Teheran e vanno in delirio quando lo sentono dire, quotidianamente, che Israele sta per essere eliminato dalla mappa del mondo.
No non sono uomini ne' donne  ne' bambini, non sono persone.
E io gli sputo addosso.
A questo punto, siccome conosco i miei polli, so che qualcuno mi dira' "non devi generalizzare".
Certo certo  generalizzare e' sempre sbagliato ma quando ieri vedevo in Tv le masse islamiche andare in delirio, rispondere come un sol uomo alle parole del nano, non mi e' balenato il pensiero che forse qualcuno era in casa , qualche donna a preparare il pranzo , qualche vecchietto invalido, qualche bambino molto piccolo.
Beh, mi spiace ma io parlo di quello che vedo e ho visto masse di invasati che moltiplicate per tutti i paesi arabo-islamici fanno una folla enorme, milioni di invasati urlanti "Israele deve essere eliminato dalla mappa del mondo".
E io gli sputo addosso.
Mahmoud Zahar,  delfino di Hannaye, ha dichiarato ieri che "Israele contamina il Medio oriente quindi e' destinato a scomparire" e le masse gli hanno risposto urlando, strappandosi i capelli dalla gioia, sparando in aria dove arriva arriva se muore qualcuno chi se ne frega. Uomini donne e bambini che non sono persone.
E io gli sputo addosso. 
I nostri nemici si stanno armando a dismisura, a Gaza entrano armi a non finire, Israele fa saltare decine di tunnel al giorno ma non basta. Nel giro di poco tempo al sud avremo una situazione pericolosissima, gli attacchi contro Israele sono quotidiani, le minacce di rapire altri soldati anche. Che fare? L'unica cosa possibile, rendersi conto che solo Israele puo' difendere se stesso e che il mondo sta a guardare e ci blocca quando vede che gli arabi se la vedono brutta.
Bene, Israele non deve fermarsi, Israele deve colpire, Israele non deve accettare nessun "ordine" di ritiro perche' la posta in gioco e' troppo alta, la posta in gioco e' la nostra esistenza. Nessuno ci difendera', nemmeno a parole. Nessuno, come nessuno si indigna alle dichiarazioni del nano, anzi lo invitano all'ONU e Prrrodi gli stringe la mano sorridendo soddisfatto. E Israele dovrebbe accontentare questa gentaglia complice di chi ci vuole morti?
A Gaza la gente patisce la fame ma i capi, i boss, i maledetti capoccia di Fatah e Hamas seguono la scuola di Arafat e fanno in modo di affamarli sempre di piu' perche' siano sempre piu' rabbiosi e sempre meno umani e pronti a lanciarsi contro Israele a fauci grondanti odio perche' sono cosi' imbecilli da non capire che i loro  capoccia che li hanno ridotti cosi', che e' stato Arafat a farne una popolazione di cani rabbiosi per raggiungere i suoi obiettivi :il potere assoluto e l'eliminazione di Israele. 
Al nord la situazione e' come prima della guerra. Nasrallah minaccia, Nasrallah si arma, l'Italia e la Francia lo aiutano, Unifil gioca a briscola  e prima o poi ricominceranno gli attacchi, i missili sul Nord della Galilea.
Mi auguro che nel frattempo in Israele vengano cambiati il Capo di Stato Maggiore e il Ministro della Difesa, magari anche il Primo Ministro e che la prossima volta di Nasrallah non resti nemmeno il turbante. 
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


ANTIMAFIA DANCE
È tornata una griffe, "I ragazzi di Calabria" (ma non crescono mai?) che nell'anniversario dell'omicidio Fortugno rispolverano i vecchi lenzuoli "e adesso ammazzateci tutti" e atrocemente ballano e cantano scritturati dai tg. Servirebbero più palle ma non al circo, senonchè "l'antimafia dei pannolini", come la chiama un amico siciliano che purtroppo finirà ammazzato, è piena d'aspiranti galoppini e candidati a un altro reality. Ammazzateci tutti? E perchè? La mafia non ragiona così, i ragazzini li lascia cantare e ballare, li lascia fare finchè loro la lasciano fare. E alla politica che con la mafia ci convive va bene, va benissimo che ci siano giovani esaltati a cantare e ballare senza disturbare nessuno: tanto, Peppino Impastato è diventato "un'icona", come Che Guevara, senza eredi. Ho conosciuto un leaderino di questi ragazzini calabresi. Quant'è carino. Senza baffi è anche meglio. Uno schianto. Da calendario. Non un accessorio fuori posto. Le fanciulle se lo mangiavano cogli occhi mentre lui le struggeva di slogan patetici, "le sue idee (di Fortugno) camminano con le nostre gambe", splendido, anche meglio di "ammazzateci tutti". Un futuro nella pubblicità. Anche perchè, secondo regola, sotto lo slogan niente. "E se ti uccidono?", s'accoravano le adoranti. "Chissà" sospirava lui, lo sguardo perso all'orizzonte. Poi finiva lo show e allora i nomi e cognomi, o almeno allusioni precise, li faceva. Alla politica. Però sul palco no, sul palco scivolava, si vedeva subito che il suo obiettivo immediato era la televisione, in attesa di rimbalzare in qualche Palazzo. E infatti eccolo punutale a quella fiera del populismo che è Annozero, la versione engagée di Lucignolo. Quante chiacchiere inutili, quanto sgomitare penoso. Quante frasi ad effetto, "da noi non tutto è mafia", "l'antimafia c'è e si batte", "tenere alta la guardia", "non abbassare la testa", e l'obbligatorio, fatale vittimistico "ammazzateci tutti". In Calabria ne hanno uccisi trentatrè negli ultimi mesi, e meno male che ci sono i giovani di professione a tenere alta la guardia ballando e cantando. Su Fortugno tutti mormorano tutto, hanno spedito la moglie in Parlamento per neutralizzarla ma pure ieri sera i ragazzi di Locri, professione ragazzi, ripetevano che "i mandanti ancora non si conoscono". Davvero? Sai che dà fastidio alla mafia? I testimoni, non i ballerini. Quanto ne ho pieni i coglioni, di tutte queste recite.

Massimo Del Papa - massimo.delpapa@tin.it

Massima del giorno
Il diritto internazionale come vigile urbano funziona benissimo. È come carabiniere che è un disastro.


MOLLICHINE
Prodi per l’Alitalia: “i limiti dell’Unione europea sono tali da non poter dare sussidi, stiamo quindi riflettendo…” Su come chiamarli.

Prodi: “Il ddl Gentiloni è una proposta mite”. Come dice il dentista, “forse le farò un po’ male”.

La bomba nordcoreana un bluff?  Può darsi. Ma chi si vanta  d'avere commesso un delitto certo non si vergognerà di attuarlo.

Niente tasse di successione, avevano promesso: sicuro come la morte. Ora la tassa ci sarà. Per evitare la morte, abbiamo qualche speranza?

Prodi: fiducia sulla Finanziaria. Ecco la formula: “Avete fiducia in me, quando vi dico che se non la votate andiamo tutti a casa?”

Bush firma la legge sugli interrogatori ai presunti terroristi. Una legge garantista: pare perfino che qualcuno possa sopravvivere.

Bersani: “Prioritaria la lotta all’evasione, poi abbasseremo le tasse”. Poi. E considerando che essa è stata promessa da tutti i governi…

Follini esce dall’Udc e, a fortiori, dalla Cdl. È un atto di coraggio: passa dal tradimento all’ostilità aperta.

Fassino: “No al principio una testa un voto per il Partito democratico”. Giusto. Se dovessero votare solo quelli che hanno un testa…!

Indagate dalla magistratura le Iene (e non gli onorevoli) per l’inchiesta sui parlamentari drogati. A proposito, un’inchiestina sui magistrati?

G.P.


LA POLIZIA SPARA
Abdel Mohamed ruba un’auto, un vigile cerca di fermarlo ma lui lo investe. Il vigile, benché ferito, spara due colpi e ferisce il ladro a un braccio. Il Tribunale di Milano ha condannato il vigile a due anni per lesioni volontarie aggravate e il ladro marocchino a un anno per furto. I giornali, ovviamente, se ne scandalizzano.
Un poliziotto non ha più diritti di usare una pistola di quanti ne abbia un privato cittadino. Se ne può servire per legittima difesa ma non contro qualcuno solo perché ha disobbedito ad un ordine. Mentre nei telefilm (soprattutto americani) tutti abbiamo visto mille volte la polizia che spara per fermare il fuggiasco, nella realtà questo non è permesso. La cosa tuttavia va tanto contro il buon senso che i poliziotti (spinti anche dall’istinto del cacciatore) continuano a sparare al ladro e all’assassino che scappano. I giudici si trovano dunque dinanzi ad un bivio: se applicano la legge, devono punire il poliziotto, con grave danno per l’ordine pubblico e grida di scandalo sui giornali.  Se non la applicano, violano la legge e autorizzano eventuali carabinieri dal grilletto facile a mettere a morte qualcuno solo perché colpevole di mancato arresto all’alt.

Il dilemma spesso induce a decisioni aberranti e vagamente ridicole. Il poliziotto, imbeccato dall’avvocato, dichiara che ha sparato in aria e non sa come sia stato colpito il malfattore; oppure dichiara d’avere sparato a terra e che il malcapitato è stato colpito di rimbalzo; o che ha mirato alle gambe (ma sarebbero sempre lesioni volontarie) ed è sorpreso che il poveraccio sia morto; o infine, con perfetta faccia tosta, che l’arma gli è caduta di mano ed ha esploso un colpo da sola. Mirando benissimo.  Il giudice a questo punto fa finta d’essere tanto scemo da credergli: non vuole infatti condannare penalmente un pubblico ufficiale che ha creduto di fare il proprio dovere; ed inoltre è opportuno non far sapere in giro che a termini di legge si può fare marameo ad un carabiniere che estragga la sua pistola.
La conclusione da trarre è che la legge va riformata. Non ci si può permettere né di dare ai poliziotti un’indiscriminata licenza di uccidere né di ridicolizzare la polizia giudiziaria. La decisione da cui si è partiti è un eccellente caso di scuola. È ovvio che non si è trattato di legittima difesa, perché nel momento in cui il ladro aveva oltrepassato il vigile la minaccia non era più attuale. Viceversa, la ferita al braccio è significativa dell’intenzione dello sparatore, che ha mirato al tronco ponendo in essere un evidente ed innegabile tentato omicidio: tant’è vero che questa era stata l’imputazione originaria. Invece il giudice ha fatto finta di credere che il poliziotto, novello eroe del Far West, avesse effettivamente mirato al braccio. Ma qualunque decisione avesse preso, sarebbe stato criticabile.
Su come dovrebbe essere formulata una più ragionevole norma penale, in questo campo,  c’è molto da discutere e certamente, se il Parlamento se ne occupasse, i pareri diversi non mancherebbero. Il discrimine tuttavia pare sia il seguente: colui che viola la legge deve ancora beneficiare di tutte le garanzie di legge? Chi vuole che i poliziotti non abbiano mai il diritto di sparare sostiene che non si può condannare a morte un ladro o un arrogante che disobbedisce. E, quanto all’eventuale diritto di sparare alle gambe, obietta che sarebbe poi facile sostenere che si è sbagliata la mira. Chi invece vuole che i poliziotti non siano resi impotenti contro i delinquenti risponde con le esigenze di ordine pubblico. Chi non si ferma all’alt dei carabinieri si mette volontariamente a rischio ed è giusto che paghi per la propria tracotanza.
Ognuno può pensarla come vuole ma sarebbe bene porre un termine all’attuale ipocrisia. Decisioni come quella del Tribunale di Milano non sono né in linea con la legge (si è trattato di tentato omicidio) né con l’opinione pubblica (che avrebbe tributato un applauso al vigile). Bisognerebbe mettere il giudice in condizione di applicare leggi plausibili.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 20 ottobre 2006


MARITALIS AFFECTIO
Negli Stati Uniti le coppie non sposate (55,9 milioni) hanno sopravanzato le coppie sposate (55,2 milioni). A Manhattan, addirittura, le coppie sposate sono solo il 26%. Se bisognasse scrivere un titolo di giornale, si potrebbe colorire il fatto così: “Gli americani non si sposano più”.
Quando si tratta di vasti fenomeni è piuttosto azzardato trarre deduzioni generali: ma qui sembra ovvio che le donne tengono meno al matrimonio. Infatti se in caso di rottura del rapporto, essendo pubblicamente “non vergini”, esse temessero di “perdere la faccia”, oggi come un tempo insisterebbero per essere sposate. Il gran numero di convivenze dimostra invece che la donna che vive in concubinato – per usare la terminologia del diritto canonico – non per questo perde la sua rispettabilità. Una volta la sostanza del matrimonio era data dalle annotazioni anagrafiche e, per i cristiani, dalla festa in chiesa e con i parenti: era il matrimonio indissolubile. Oggi ci si rende conto che il successo dell’unione non dipende dalla cerimonia e dai registri e che esso non è più solido del concubinato solo perché iniziato dinanzi al sindaco: se va male, è previsto che si possa divorziare. Il divorzio è un dramma, ma anche una lunga convivenza che si rompe è un dramma. In un mondo in cui la miscredenza sostanziale è molto più vasta di quella cosciente e dichiarata, la cerimonia delle nozze è divenuta una formalità, se non addirittura un’occasione mondana in cui il kitsch è spesso imperante. Il matrimonio non fa più parte del mito ed è considerato più uno stato di fatto che di diritto.

Il quadro delineato per alcuni potrebbe essere la prova di una grave decadenza dei costumi. Questo “matrimonio” tuttavia, non che essere chissà che novità, è un ritorno all’antico. Nel diritto romano esisteva certo la cerimonia delle nozze ma essa aveva meno importanza di quanto ne abbia, per esempio, per la Chiesa Cattolica. Per i romani (che conoscevano anche il divorzio e il ripudio) il matrimonio aveva come sostanza queste due condizioni: cohabitatio e maritalis affectio. Era la situazione in cui si trovavano un uomo e una donna che vivevano insieme e si volevano bene. E cessava quando cessava una delle condizioni.
I moralisti in questi casi dicono: “troppo comodo”. Pensano infatti che rendendo i vincoli ferrei - come quando alla donna s’impediva di lavorare perché fosse costretta a dipendere dal marito – si rende solido il matrimonio. E non s’accorgono di confondere matrimonio e carcere, coabitazione e inferno.
Alla situazione attuale si è probabilmente giunti partendo dalla contraccezione e dalla svalutazione della verginità femminile. Oggi il rapporto uomo-donna lo si vede con occhi da adulti: lo si giudica non dalla formalità del vincolo ma dalla sua sostanza, cioè da ciò che i partner vivono giorno per giorno. Lo stesso titolo di “moglie” ha perso molta della sua importanza e in alcuni paesi la cosa è facilitata dalla lingua stessa: in francese, in tedesco e in spagnolo moglie si dice semplicemente “donna”: “ma femme”, “meine Frau”, “mi mujer”.
A favore della convivenza gioca infine il fatto che alcune persone sono talmente ingenue da credere che il matrimonio sia un vincolo eterno. Tanto che  hanno meno remore a trattare con disinvoltura il partner, esattamente come alcuni figli trattano male i genitori perché non potranno comunque smettere di essere tali. Fino al disastro. Nella convivenza invece si sa che si è legati solo dall’affetto e dagli interessi comuni. Dunque bisogna coltivare questi legami, perché sono la struttura portante della coppia: chi sa d’avere a che fare con un meccanismo che può guastarsi lo rispetta di più.
L’intuizione del poeta a volte precorre i tempi. Decenni fa Georges Brassens scrisse e cantò una canzone, “La non-demande en mariage” (“La non-proposta di matrimonio”), in cui un uomo chiede ad una donna di vivere con lui ma assolutamente evitando tutta la prosa e le formalità del matrimonio. Brassens chiedeva amore ed offriva amore. Avrebbe fatto parte del 26% degli abitanti di New York.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

L’Impero di mezzo
Kim Jong Il mostra la contraddizione tra gli interessi e la retorica di Pechino
Le evidenti difficoltà del governo di Pechino a maneggiare la dittatura nordcoreana, sempre più paranoica e pericolosa, mettono in evidenza il contrasto tra l’interesse strategico cinese e l’orientamento dell’opinione pubblica interna, largamente favorevole alla dinastia dei Kim, che è stata presentata per mezzo secolo come un eroico baluardo contro l’imperialismo. I leader cinesi, che sono passati attraverso le follie egualitarie della rivoluzione culturale, sanno bene quanto sia insostenibile la situazione coreana. Hanno tentato di avviare anche la Corea del nord sulla via del capitalismo, la stessa che hanno imboccato loro dopo aver sconfitto i maoisti che proprio di questo (per la verità non infondatamente) li accusavano. Ma la Corea del nord non è il Vietnam, con un partito unico capace di flessibiltà politica. A Pyongyang c’è solo la dinastia regnante e l’esercito. Accettando e moderando le sanzioni, la Cina cerca di premere sulle forze armate coreane per spingerle a qualche forma di pronunciamento, perché teme che un’implosione del regime apra la strada a un’unificazione alla tedesca, dominata da Seul, che potrebbe avere sull’impero cinese qualche effetto simile a quello che ebbe la caduta del Muro su quello sovietico. Questo evidente interesse geopolitico della Cina, di cui sono consapevoli i circoli dirigenti, è però largamente impopolare nel paese. Ai cinesi le vicende del 1950/’53 sono state raccontate, come peraltro si continua a scrivere sui loro libri di storia, in modo del tutto contrario a come si sono svolte realmente. L’aggressione di Kim Il Sung al Sud, la sua sconfitta sul campo, dalla quale è stato salvato per l’intervento di un milione di soldati cinesi, è stata trasformata in un’epopea di resistenza alle mire di espansione americane. Così il governo di Pechino si trova, forse per la prima volta, a dover fare i conti con un’opinione pubblica, intossicata dalle sue stesse menzogne, della quale però deve tener conto.
 In questa contraddizione si esprime in modo plastico l’ambiguità di fondo della situazione cinese, la sua economia selvaggiamente capitalistica che convive con la retorica nazionalistica, ultima eredità del comunismo e principale giustificazione del regime a partito unico. Il dittatore nordcoreano probabilmente si rende conto di queste difficoltà del suo protettore e tende a esasperarle con le minacce di nuovi esperimenti nucleari, assieme alla pretesa di rapporti diretti con l’America.


da "Il Foglio"


FINANZIARIA AVVICENTE...
Ammettiamolo: mai una finanziaria era stata così emozionante, così avvincente, così piena di suspence. La riforma dell´Irpef, per esempio, doveva colpire i ricchi (oltre i 70 mila euro). Poi la soglia della ricchezza è salita a 75 mila. Poi è scesa a 40 mila. Ieri si è scoperto che ci rimetterà anche un semplice impiegato con moglie a carico e 29 mila euro di reddito. Lui però è contento: è ricco e non lo sapeva.
Nella scuola, 50 mila insegnanti dovevano essere espulsi. Poi il governo ci aveva ripensato. Ieri mattina sono stati di nuovo messi "in esubero". Ieri sera avevano riconquistato il posto (ma tre di loro, nel frattempo, hanno avuto un infarto).
Brillante la performance automobilistica. "Più tasse sui Suv, esonero dal bollo per le euro 4". Ieri mattina è caduto l´esonero. Nel pomeriggio sono svanite le tasse sui Suv. Alle 8 di sera le tasse sui Suv sono rispuntate, ma l´esonero per le euro 4 no. Boom delle vendite di biciclette.
Novità positive invece per le tasse di successione. Prima venivano colpiti anche i trivani di periferia, da ieri sono esentati gli attici in centro. E´ una buona notizia per gli agonizzanti (ai quali il governo raccomanda comunque di aspettare il voto finale).

Sebastiano Messina per "la Repubblica"

SENTI CHI PARLA!
Leggo l'ultima dichiarazione alla stampa del Presidente della Repubblica e, al di la del merito,  due sono le considerazioni che mi scappano.
La prima è che Ciampi, messo a confronto con Napolitano, è un apprendista...
L'altra dipende dal modo in cui il Presidente interpreta l'art  87 della Costituzione vigente ( "Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere."... ) attenuando, con le sue estemporanee dichiarazioni al di fuori del Parlamento,  il carattere della funzione neutrale di garanzia, prendendo - di fatto -  parte alla competizione politica, dilatando, di conseguenza,   i confini dell'azione politica del Colle.

cp, 18 ottobre 2006


Zitti miei Prodi
Se colui che i giornali principali (Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 ore e Stampa) non più di quattro mesi fa dipingevano come il salvatore dell‚'Italia, il liberatore dal giogo berlusconiano, adesso viene trattato con spirito critico, ma non certo con ostilità, come invece sostiene l'interessato, evidentemente un motivo ci sarà.
Romano Prodi non può prendersela con la stampa se viene attaccato insieme con il suo governo. Non può prendersela perché la stampa era tutta con lui, tifava per lui, gli tirava la volata, cercava di far cadere l'avversario ad ogni curva, anche imbrogliando o falsificando la realtà. Oggi l'opinione pubblica sta cambiando radicalmente e in modo inaspettatamente rapido e il Professore, invece di riflettere sui motivi, invece di fare un minimo di autocritica passa al contrattacco. E si cimenta nello sport che egli stesso contestava a Berlusconi. "Ce l'hanno tutti con me", piange il premier, che, evidentemente, giudica il diritto di critica uno sport da praticare solo nei confronti del leader di Forza Italia. Nella passata legislatura, secondo il Professore, attaccare Berlusconi significava esercitare la libertà di stampa, pungolare il manovratore. Oggi che il manovratore è lui, guai a chi dice una parola men che positiva. Ieri per certi giornalisti fare le pulci al governo Berlusconi era un punto d'onore, una medaglia al petto, oggi criticare il governo Prodi rappresenta un ingiusto e ingiustificato attacco a palazzo Chigi. Insomma, il premier detta la "nota" ai giornali, ordina ciò che devono scrivere:
- parlare in modo indignato delle intercettazioni che lo riguardano;
- tacere dello scandaloso caso Rovati e del tentativo del governo di accaparrarsi Telecom;
- descrivere quanto è bella e buona la Finanziaria, occultare le decine di tasse che lui, Padoa Schioppa e Visco hanno messo a punto per il sistematico massacro degli italiani;
- passare sopra le generalizzate accuse di evasione fiscale lanciate alla cieca contro intere categorie di lavoratori;
- ignorare il fatto che secondo questo governo i "nuovi ricchi" devono essere ricercati anche tra chi guadagna 50mila euro l'anno e spesso fa fatica ad arrivare alla fine del mese per l'aumento dei prezzi legati all'euro.
Dopo aver occupato tutto senza un minimo di vergogna, Prodi sembra ben deciso ad occupare anche le redazioni dei giornali. Ma nessuno userà l'unica parola adatta per descrivere questo suo comportamento: censura. Prodi vuole la censura. Se fosse per lui ordinerebbe cosa scrivere e come scriverlo, cosa tacere. Non è un caso che egli citi l'unico giornale che l'ha rispettato: L'Unità. E Padellaro oggi lo ringrazia continuando a difenderlo. Arrivando perfino a sostenere che mentre Berlusconi si lamentava a torto, perché per di più possiede i mezzi d'informazione, Prodi si lamenta per fatti specifici senza possedere alcunché. Una precisazione è d'obbligo: pur possedendo mezzi d'informazione, Berlusconi è stato ed è sistematicamente attaccato. Questo significa che ha garantito la più totale libertà d'informazione, assicurando perciò campo libero a chi non lo ha mai amato e l'ha sempre dimostrato. Prodi ha invece sempre goduto di ottima stampa. Se adesso qualche autorevole giornale gli sta voltando le spalle forse è perché nel buon lavoro di questo sciagurato governo crede solo e soltanto lui.

Da "Poteresinistro"


OTTO MILIONI DI BAIONETTE  (noi, nell'ottobre del 2005, l'avevamo scritto...)
«Quattro milioni alle Primarie per Prodi?» dichiara il ministro della Giustizia, Clemente Mastella «Non lo so, erano tantissimi, ma proprio quattro milioni non credo. Vedo che oggi si cercano con la lanterna, come Diogene, questi quattro milioni. Ma se non si trovano è perché, evidentemente, non c‚erano. L'anno scorso ci fu una partecipazione straordinaria, che io stesso non mi aspettavo. Ripeto: furono tantissimi, magari due milioni, ecco, non più di due milioni».

DARTI DEL CRETINO? TROPPA FATICA
Le persone che partecipano ai forum in generale non dispongono di nessuna tribuna. Dunque approfittano di queste finestre aperte sul mondo per farsi sentire. E fin qui, non c’è niente da dire. La perplessità nasce quando (troppo spesso) i partecipanti non hanno tanto la voglia di esprimere le loro idee quanto quella di duellare a suon d’insulti con chi non la pensa come loro. È qui ch’è difficile seguirli. Se qualcuno sostiene che, per risparmiare sulla bolletta petrolifera, bisognerebbe trasformare tutte le auto a metano, si potrebbe discutere con lui sulla base dei costi e dei problemi che la soluzione comporta. Ma se qualcuno sostiene che il problema si risolve dando finalmente via libera a quel motore ad acqua che le multinazionali tengono nascosto, perché discutere? Anzi, perché strapazzarsi a dargli del cretino?
Accanto al “cretino tecnologico”, c’è poi il fanatico politico. Colui che non solo sostiene una certa tesi, magari assurda (“la politica internazionale è determinata solo dal petrolio”), ma nel momento in cui qualcuno gliela contesta, invece di difenderla con i suoi argomenti passa direttamente agli insulti. E qui comincia l’escalation. Chi gli risponde è più o meno un fanatico come lui e risponde subito con la stessa moneta: tanto che si dimentica la materia del contendere e il forum diviene una sterile palestra di ingiurie. Sterile perché, mentre l’invettiva è un genere letterario, nel forum gli insulti sono più o meno sempre gli stessi: pesanti, ripetitivi, volgari. Non si discute di qualcosa, ma di qualcuno: del proprio avversario. Duellando per vedere chi riesce a ferire meglio l’altro.
Alcuni però con questo gioco non si divertono: a certi interlocutori non hanno nemmeno interesse a dare del cretino. Non per buona educazione, ma perché non serve a niente: se sono cretini, non cambieranno. La stupidità non è una colpa, è una caratteristica personale.
Una nota riguarda in particolare le ingiurie che gli altri possono rivolgere a me. Sarò presuntuoso ma gli insulti in quanto tali riescono solo ad annoiarmi. Se ho parlato della “Guerra dei Sei Giorni che nel maggio 1968 sconvolse il Vicino Oriente” e qualcuno mi dice che, per uno che s’impanca a commentatore politico, non è perdonabile sbagliare la data di una guerra così importante, non che annoiarmi soffrirò per la meritata reprimenda: eppure non sarò stato insultato. Se invece ho scritto che nella Seconda Guerra Mondiale l’influenza militare della Resistenza italiana è stata pressoché nulla, e qualcuno mi dà del cretino, non soffrirò affatto. Perché la sua affermazione è una baggianata ed io, non che essere offeso, avrei tendenza a rispondergli: “Potrei dimostrarti che hai torto ma per insegnare qualcosa a un ignorante come te vorrei essere pagato”.
È questo che meraviglia. Il fatto che tanta gente sia tanto umile da mettersi a dialogare con chi reputa un escremento umano. Se si è ragionevolmente sicuri che l’interlocutore è tanto ignorante, stupido, fanatico che mai e poi mai riconoscerà qualcosa, per quanto evidente essa sia, è inutile stare a spiegargliela con parole diverse. Per dirne una, non bisogna mai parlare di Berlusconi e men che meno difenderlo. Quell’uomo avrà i suoi difetti e le sue colpe ma l’odio nei suoi confronti è un tracoma all’ultimo stadio e contro l’odio non esiste nessun argomento. Basti dire che una volta una signora, per dimostrarne la nequizia, accennò ai suoi “occhi di serpente”. Beh, certo, se uno ha gli occhi di serpente…
I forum – e soprattutto i forum di successo – soffrono di questa mentalità. Ed è un vero peccato. Se la discussione fosse serena e vertesse sui fatti e sulle idee, tutti potremmo imparare qualcosa. Ma questo richiederebbe informazione e mancanza di fanatismo: due caratteristiche rare.
I forum non sono sedi di discussione ma di sfogo. I partecipanti tirano alla testa di turco dell’avversario e a loro volta gli offrono la propria come bersaglio. Buon divertimento.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

Pyongyang : Costrette all'aborto le donne sospettate di aver concepito il bambino con un padre cinese
Il regime di Pyongyang è ossessionato dalla «purezza della razza» tanto da incentivare l'uccisione di bambini affetti da disabilità e costringere all'aborto le donne sospettate di aver concepito il bambino con un padre cinese. È quanto filtra dalla strettissima censura, grazie ad alcune testimonianze rese da rifugiati all'estero e riportate dal «Sunday Times».
Il dottore nordcoreano Ri Kwang-chol, fuggito l'anno scorso a Seul, ha raccontato nel corso di un convegno nella capitale sudocreana che il regime di Kim Jong-Il ordina al personale medico di uccidere i bambini che alla nascita presentano malformazioni o handicap. «In Corea del Nord non ci sono persone con difetti fisici», ha affermato Ri, precisando di non aver mai commesso personalmente un tale crimine. Gli esuli nordcoreani a Seul affermano, tuttavia, che Ri stia tenendo un profilo basso, temendo rappresaglie da parte dell'intelligence nordcoreana, non nuova ad esecuzioni mirate di dissidenti che hanno trovato rifugio in Corea del Sud.
Altro capitolo della follia della dittatura, fondata sul concetto mistico della «superiorità della razza nordcoreana», è quello relativo agli aborti coatti con cui vengono punite relazioni sessuali «deviate» e nascite «indesiderate». Una donna di 30 anni, che si fa chiamare Han Myong-suk, ha riferito di essere scappata per ben due volte dal Paese, grazie all'aiuto dei sudcoreani e di un'ong cristiana statunitense. Han ha raccontato di essere stata venduta da alcuni trafficanti ad un agricoltore cinese.
Rimasta incinta del suo padrone e, quando ormai era giunta al quinto mese di gravidanza, è stata arrestata dalla polizia cinese che l'ha riconsegnata alle autorità nordcoreane. Rinchiusa in uno dei tre carceri femminili nordcoreani - situati nelle città di Sinuju, Onsong e Chongin - Han ha detto di essere stata picchiata e presa a calci alla pancia da un secondino, avendo sfidato l'ordine di abortire. Una settimana più tardi la donna è stata condotta in una clinica della prigione dove gli è stato estratto il feto.
La storia, sopravvissuta ad anni di lavori forzari, è una preziosa testimonianza della pratica degli aborti coatti in Corea del Nord, di cui si parlò per la prima volta in un rapporto nel 2003 stilato da David Hawk, ricercatore del gruppo umanitario 'US Commitee of Human Riughts', sulla base di otto diversi casi documentati. Hawk non ha esitato a parlare di «fenomeni di repressione estrema in Corea del Nord», arrivando a concludere che il regime pratica l«'infanticidio etnico».

Da "La Stampa"


Il colpo basso dei soliti noti. La soluzione liberale c'è: privatizzare la Rai.
Rieccoli. I Robin Hood dell‚etere, quelli che rubano ai ricchi per regalare ai poveri, hanno di nuovo invaso la foresta di Sherwood delle frequenze. Via una rete Mediaset, via una rete Rai, si abbassa  il soffitto della raccolta pubblicitaria televisiva, si riduce di un paio di miliardi il tetto di quella complessiva e si chiama il tutto liberalizzazione. Come se il problema dello scarso ossigeno dell'informazione italiana avesse un nome e un cognome. Quello, ovviamente, di Silvio Berlusconi.
Non è così, come tutti sanno. Il virus italiano è molto più diffuso: sta nell'intreccio, da una parte, fra potere economico e potere editoriale; da un'altra, nell'intreccio fra potere editoriale e potere politico. La stampa e la televisione in Italia sono una espressione del potere, non il suo antidoto, come capita generalmente nei paesi democratici. Questo è il problema, irrisolvibile fino a quando non sarà affidato al mercato e soltanto al mercato il meccanismo di selezione delle fonti d'informazione.

Il disegno di legge Gentiloni va in questa direzione? Al contrario: il suo scopo è quello di aprire una radura nella foresta della televisione generalista per consentire l'inserimento forzoso di un terzo soggetto capace di sfidare ad armi (quasi) pari l'attuale bipolarismo. Il tutto nel giro di quindici mesi. Il tempo necessario perché l'attuale merchant bank governativa (che almeno 15 lune conta di durare) possa pilotare la nascita e lo sviluppo del terzo polo, sull'esempio, così ben riuscito, delle privatizzazioni di Autostrade e di  Telecom. Con quale vantaggio per la libertà e il mercato è facile prevedere: nessuno. Ma con indubbio rafforzamento del controllo dell'informazione da parte del Centrosinistra. Che già oggi, a ben guardare, ha poco da lamentarsi. Tutti i grandi giornali sono al suo fianco, la Rai è stata risanata no ma risantorizzata sì, dai Tg o dalle trasmissioni di approfondimento di Mediaset (vedi Matrix e la Costanzo Corporation) ha ben poco da temere.
Era possibile intervenire diversamente e più seriamente? Oppure la situazione è così compromessa da rendere inutile ogni tentativo di dare uno scossone liberale all'informazione italiana, televisiva e non? Certo che la soluzione liberale esiste. E' la liberazione di Nottingham dall'odioso sceriffo governativo (a qualunque schieramento appartenga, sia chiaro), vale a dire la privatizzazione della Rai, Raiuno Raidue e Raitre, e la messa sul mercato di un'azienda che non svolge alcuna funzione di servizio pubblico che non possano svolgere i privati. La strada maestra è questa, armare i banditi della foresta è invece soltanto un artificio conservatore. La nascita di una grande azienda capace di concorrere ad armi pari con Mediaset potrebbe favorire (non garantire, ci mancherebbe altro, siamo in Italia) una crescita qualitativa dell'intero sistema televisivo (informazione e intrattenimento), ed avere ripercussioni positive anche sull'informazione scritta. Ma è proprio questa possibilità che si vuole esorcizzare ad ogni costo. E' probabile, anzi certo per quanto ne so, che se il Governo Prodi avesse scelto questa soluzione da Mediaset si sarebbero levate proteste ancora  più veementi di quelle odierne. Ma di fronte a un intervento limpido a favore dello sviluppo di un mercato concorrenziale le obiezioni non avrebbero retto a lungo. Oggi invece Fedele Confalonieri ha perfettamente ragione nel denunciare il tentativo di scardinare un'azienda che si è guadagnata sul campo (minato) ogni punto di crescita, e Silvio Berlusconi ha perfettamente ragione di ribellarsi a un colpo basso della maggioranza contro il leader dell‚opposizione. Se il progetto del Governo  andasse in porto avremmo aziende meno capaci di crescita e un mercato ancora più recintato. La legge Gentiloni è soltanto l'ennesima puntata dell'interminabile, bruttissima, fiction "Chi controlla la Tv in Italia".

Marco Taradash


Italia, il nostro partner migliore. Dice hezbollah.
Ghaleb Abu Zeinab, consigliere di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, ha dato il benvenuto in Libano a Romano Prodi con queste parole : "è il benvenuto nel nostro Paese, apprezziamo la sua decisione di venire in Libano e riconosciamo il ruolo positivo che l'Italia sta svolgendo"
Nabil Kaouk, presentato da Lorenzo Cremonesi come massima autorita‚ del partito di dio, durante un'intervista condotta dal giornalista con grande rispetto e deferenza, definisce l'Italia il "Nostro partner migliore e piu' prossimo".
L'Italia , dunque, e' rispettata, amata , apprezzata dai terroristi.
L'Italia, un nome un garanzia per hezbollah, il partito degli "assassini di dio"
Sinceramente non ne andrei fiera.

I giornali sono tornati a parlare del Libano solo in occasione dell'affettuosa visita di Prodi a Seniora e per il benvenuto ricevuto dai terroristi. La cosa tragica e' che non ne parlano con vergogna, no, ci mancherebbe, raccontano con emozione dei nostri soldati mandati la' a osservare, intervistano terroristi con orgoglio e ammirazione, le televisioni mandano servizi in cui si vede Prodi passare in rassegna le truppe, con orgoglio, come se fossero davvero la' per impedire ai terroristi di attaccare Israele e non per permettere ai terroristi di riarmarsi in santa pace, difendendoli da Israele, nemico comune, che assiste preoccupato a quello che sta accadendo in Libano.
Israele denuncia il riarmo di hezbollah ma nessuno ascolta, tutti hanno altro da fare, Persino la Condi Rice, in prossimita' di elezioni, va a parlare agli arabo-palestinesi-americani per dire un sacco di stronzate.
L'Europa invece tace, esausta, occupata a pararsi il culo dagli attacchi dell'islam alla democrazia e soprattutto occupata a comprare quintali di metaforici panetti di burro per far scivolare meglio lo stupro della liberta' nel culo dei cittadini europei.
I terroristi libanesi dicono con arroganza ai giornalisti "Le nostre armi sono ben nascoste e non le troverete mai". Una presa in giro anche perche' l'Unifil si guarda bene dal cercare le armi, potrebbero essere pericolose.
Li prendono in giro e non si offendono perche' sono succubi, perche' ne sono schiavi, perche' "con quella bocca puoi dire cio' che vuoi e se lo dici contro Israele meglio".
"Non troverete mai le nostre armi e ne abbiamo tante!"
Non si offendono perche' li amano e perche' ne hanno paura, anzi gli hanno detto chiaro e tondo, ancora prima di imbarcarsi sulle navi da guerra, che loro le armi non le vogliono trovare, non ci pensano nemmeno.
Proibito scrivere che in Libano Unifil non fa letteralmente niente, proibito dire che hezbollah si sta riarmando alla grande ricevendo camionate di armi e esplosivi da terra e navi piene di katiusche dal mare sotto l‚occhio affettuoso dei caschi blu.
C'e' sempre stato un feeling particolare tra le truppe dell'ONU e i terroristi se questi ultimi hanno come controparte Israele, lo stesso affettuoso rapporto che si nota sempre tra Europa e assassini arabi.
Affetto, simpatia, ammirazione, giustificazioni per ogni barbarie.
I toni cambiano invece quando l'argomento e‚ Israele, allora ecco che spunta il dente avvelenato, ecco che il giornalista di turno si scatena e via con menzogne e calunnie, accuse e demonizzazioni. Ogni giornalista, ad esclusione di quelli liberi e democratici, diventa una jena assetata di carogne quando scrive un articolo su Israele. Diventa rabbioso, cattivo, bugiardo, gli cola la bava sulla tastiera del computer.
Basta che scriva -Israele- ed ecco che nasce in lui, come per magia, la bestia antica, antichissima dell'odio e allora via con i soliti stereotipi, le solite leggende metropolitane, le calunnie, la propaganda, il taroccamento della storia passata e recente.

C'e' un altro argomento dimenticato dai media: Gaza.
Le prime pagine dei giornali e dei telegiornali che mettevano sempre in rilievo il "povero palestinese ammazzato dal perfido Israele", adesso preferiscono parlare di Shumacher. Perche'? Semplicissimo, i palestinesi si stanno ammazzando fra loro, decine di morti, violenza, distruzione e allora e' meglio guardare altrove.
Non sarebbe bello scrivere qualcosa che potrebbe metterli in cattiva luce e far capire alla gente quello che in realta‚ sono : sanguinari, violenti, parassiti e incapaci di fare altro che non sia terrorismo e guerra.
Quando parlavano dei cosiddetti kamikaze, gli assassini suicidi, scrivevano milioni di parole per giustificarli , per attribuire a Israele la colpa di ogni attentato che faceva saltare per aria decine di ebrei alla volta.
"E' l'unico modo che hanno per difendersi dall'occupazione - non hanno armi, l'unica arma che hanno sono i kamikaze kamikaze kamikaze - Israele occupa occupa occupa, Israele nazista nazista nazista - i palestinesi lottano per la liberta' liberta' liberta' - devono ammazzare ammazzare ammazzare gli ebrei cattivi cattivi cattivi "
E allora come possono giustificare la realta' che i loro beniamini si ammazzino tra loro, non hanno ancora trovato la formula per incolpare Israele anche di questo ma verra', abbiate fede, verra'!
Qualche mentecatto ha gia' tentato di farlo ma alla fine, onde evitare di fare gaffes offensive per gli arabi, hanno preferito il silenzio e Schumacher.
Silenzio anche sui soldati israeliani rapiti, sulle offerte di Israele di liberare galeotti palestinesi, offerte sempre respinte con ulteriori richieste.
Silenzio sulle quotidiane dichiarazioni del primo ministro palestinese: non riconosceremo mai Israele.
Silenzio, ipocrita silenzio.
Mentre Romano Prodi era in Libano a fare il filo a Siniora e ai pretoriani di Nasrallah, in Italia un altro Prodi, certo Paolo, si divertiva a scrivere sull'Unita‚ un'accozzaglia di porcherie, luoghi comuni, bugie, degne dei peggiori pregiudizi antisemiti conditi con odio, taroccamento della storia.
C'e' tutto, proprio tutto nel suo articolo: Israele stato non democratico e confessionale, i poveri palestinesi cacciati dalla "loro" terra e via via uno snocciolamento di rivoltanti storielle , le stesse che hanno alimentato per decenni l'odio antisemita dei cattocomunisti. Non manca proprio niente nell'articolo di Prodi fratello , nemmeno Sabra e Chatila le cui immagini, secondo costui, si sovrappongono a quelle dell'antico genocidio.
Ma bene, bravo, Prodi fratello! Ma lei dove ha studiato? Alla scuola privata di Arafat? Era compagno di banco di Diliberto?

E poi, "antico genocidio", Prodi fratello, perbacco, e' successo solo 70 anni fa!
Molti sopravvissuti sono ancora vivi e lei tenta di farlo passare per uno dei tanti genocidi della storia antica, Prodi fratello, e lo paragona ignobilmente a Sabra e Chatila .
Ignobile e vergognoso.
Ma lei chi e' Paolo Prodi? Da dove esce?
Ma non glielo ha detto nessuno che Israele e‚ una democrazia parlamentare, un paese assolutamente libero per tutti, non glielo ha mai detto nessuno che Israele non e‚ uno stato confessionale ma uno stato ebraico democratico dove tutte, dico tutte, le religioni hanno pari diritti? In assoluto.
Israele non ha la costituzione, scrive Prodi fratello. Che barba, che noia, che poca fantasia! Sempre le stesse cose, inventatevi qualcosa di nuovo, perdio!
Nemmeno la piu' grande democrazia esistente al mondo, quella inglese, ha una costituzione. Non lo sapeva?
Sarebbe troppo lungo e doloroso commentare l'articolo di Prodi fratello, manca la forza, uno si sente sfibrato, spossato, disperato nel vedere che niente cambia negli anni, che le schifose bugie che i comunisti dicevano 20 o 30 anni fa vengono ripetute oggi pari pari come se niente fosse, colla stessa arroganza, lo stesso odio, la stessa ignoranza, la stessa fetentissima faccia di bronzo.
La storiella dei poveri palestinesi cacciati dalla loro terra che non era loro e da cui scapparono a causa della guerra scatenta dai loro fratellini arabi, e‚ il cavallo di battaglia di tutti gli antisemiti cattocomunisti e serve oggi per dire che quei profughi devono "ri-tornare". Peccato che i 700mila del 48 oggi siano piu‚ di 7 milioni e siano tanto inetti da fare i profughi per mestiere e per diritto ereditario in attesa del colpaccio, distruggere dal di dentro il tanto odiato stato ebraico.
Era il sogno di Arafat da quando era nella culla.
E Sabra e Chatila? Che dire? Dopo 30 anni c'e' sempre qualche ignobile persona che attribuisce a Israele la colpa di un massacro perpetrato dai falangisti libanesi.
Menachem Begin, uscendo dalla sinagoga, nel giorno di Yom Kippur del 1982 disse a un amico "Incredibile! Cristiani ammazzano arabi e a chi danno la colpa? Agli ebrei!"
Si, e' incredibile ma la cosa piu‚ sorprendente e vergognosa e‚ che oggi, nel 2006, esiste ancora chi ne e' convinto.

Deborah Fait - INFORMAZIONECORRETTA


DIAMO UN'ANIMA LIBERTARIA AL CENTRODESTRA
Se per la politica non è più il tempo delle ideologie, è di nuovo il tempo delle idee. Ciò che distingue il centrodestra dal centrosinistra è l'idea di una società in cui a prevalere siano gli individui, le persone, con le loro libertà, le loro responsabilità e i loro meriti; dove il mercato, dei beni come delle idee, prevalga sullo Stato. L'idea di una società basata sul rifiuto di ogni costruzione sociale che imponga dall'alto uno schema di valori e di soluzioni. L'idea di un paese ancorato, anche nelle scelte politiche internazionali, ai valori della propria identità "occidentale" di cui sono parte integrante e costitutiva quelle conquiste civili, eredità dell'umanesimo liberale e cristiano, che oggi marcano la distanza rispetto alle culture teocratiche e autoritarie.
Ci riconosciamo in un centrodestra che è liberale innanzitutto perché è antistatalista. Sulle questioni "eticamente sensibili", concordiamo sulla necessità di una seria riflessione sui limiti della scienza applicata. Ma non pensiamo che, su questi temi, la politica liberale possa assegnare ogni potere allo Stato, senza riconoscere alcun diritto alla libertà dell'individuo.
Il centrodestra non può contrapporsi allo statalismo economico e civile, e costruire allo stesso tempo un fronte compatto a difesa dello "statalismo etico". Questo sarebbe un errore di carattere culturale, storico, politico ed elettorale. Il rapporto fra tradizione e innovazione, anche nel campo delle convinzioni morali e dei comportamenti privati, può meglio svilupparsi sul piano del conflitto delle idee e del mercato delle soluzioni e non su quello della "conquista dello Stato". Tutto ciò non pregiudica, anzi esalta, il ruolo pubblico e attivo della tradizione, anche religiosa, proprio perché non la priva di occasioni di verifica reale, e non ne affida una artificiosa immutabilità alla tutela della legge.
Scelgono Forza Italia e la Cdl milioni di antistatalisti, "cattolici" o "laici", che sulle questioni etiche hanno idee e posizioni che incontrano sempre, salvo eccezioni, l'ostilità del centrodestra. Milioni di persone che, come noi, sono favorevoli, o non ostili a priori, alle unioni civili omosessuali, alla ricerca scientifica sugli embrioni soprannumerari destinati comunque alla distruzione, al testamento biologico o a una regolamentazione dell'eutanasia, a una legislazione sulla droga che non alimenti la mafia e la violenza. E che lo sono, come noi lo siamo, per ragioni quasi sempre diverse da quelle genericamente e scontatamente "di sinistra".
A tutti loro una coalizione compattamente schierata su politiche d'ispirazione confessionale per i temi etici finirebbe per chiudere la porta in faccia. Un centrodestra, moderato ma liberale, senza un'anima libertaria finisce per essere zoppo politicamente ed elettoralmente. Diamo un'anima libertaria al centrodestra.

Vittorio Feltri, Giordano Bruno Guerri, Alessandro Cecchi Paone, Tiziana Maiolo, Luca Barbareschi, Roberta Tatafiore, Mauro Mellini, Sofia Ventura, Andrea Marcenaro, Francesca Scopelliti, Mauro Suttora, Emilia Rossi, Raimondo Cubeddu, Dario Fertilio, Filippo Facci, Arturo Gismondi, Maria Luisa Rossi Hawkins, Nicholas Farrel, Ivan Maravigna, Sandra Fei, Ernesto Caccavale, Arturo Diaconale


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NOTIZIA ESPLOSIVA: SIAMO I MIGLIORI
Finalmente, grazie a Prodi e D'Alena,  per qualcuno nel mondo "l'Italia è il miglior partner". Peccato che quel qualcuno sia l'organizzazione terrorista Hezbollah.
Addio "professore"
Il professore Nicola Matteucci, ottant'anni, è morto l'altra sera nella sua casa di Bologna, colpito da un improvviso collasso mentre era assieme ad alcuni famigliari. I funerali saranno venerdì alle 11 nella chiesa di San Giovanni in Calamosco a Bologna.

Nicola Metteucci era un amico.  A metà dei primi  anni 90,  ci s'incontrava - a parlare di riforme e politica -  in un ristorantino di via Gerusalemme, a Bologna. Con Giulio Peppini e Sofia Ventura, tra una tagliatella e un fritto bolognese, il "professore"  stupiva per la  lucidità e la modernità dei suoi consigli di liberale senza compromessi e per la disponibilità ad accompagnarci a far comizi e tavoli di propaganda, tra Bologna e la Romagna,   in una mitica campagna elettorale dove la nostra lista,  di liberali in libera uscita da Pannella,  prese -senza rimpianti- una batosta micidiale. Bei tempi!
Addio "professore".

cp, 11 ottobre 2006

LA TURCHIA DI DON ANDREA E QUELLA DELLA DIFFIDENZA
(Pensieri nel Web – Religione o Cultura)
Il 5 febbraio, Don Andrea Santoro veniva freddato nella sua Chiesa di S. Maria a Trabzon, nella parte della Turchia più difficile dal punto di vista sociale e religioso da un giovane sedicenne che, entrando nella Chiesa, gridando “Allah è grande”, vibrava contro il sacerdote due colpi di pistola alla schiena. Trabzon o Trebisonda, nella sua versione italiana, è la città che più soffre la lontananza con il mare, con i porti che volgono verso il Mediterraneo e l’Europa, perché economicamente isolata, ma soprattutto difficile per la sua tendenza all’Islam radicale, quello che in Armenia, in Azerbaijan ha preso piede negli anni del crollo sovietico. Ieri, in un tribunale che ha svolto tutto il processo all’omicida di Don Andrea Santoro, a porte chiuse, non si è aperto quello spiraglio di giustizia e di serenità, che una sentenza dovrebbe dare. Ohuzhan Akdi, un giovane di sedici anni, l’assassino materiale di Don Andrea è stato condannato a 18 anni. Troppo banale pensare ad un solo colpevole ed identificarlo in un giovane che, nella migliore delle ipotesi è stato fuorviato o istigato da capi spirituali ben più preparati e convinti di lui, in un periodo già abbastanza critico (Ricorderete tutti la polemica scatenata dallo Jitland Posten e di lì a poco dal France Soir, colpevoli di aver pubblicato vignette satiriche su Maometto) e che nella peggiore delle ipotesi, quella che crediamo più consona, è stato “mandato” da organizzazioni e gruppi destabilizzanti radicali, come Hitzb Ut-Tahrir, associazione terroristica che opera in tutto il Caucaso, o i gruppi di estrema destra o perfino come il partito di governo, di Erdogan, “Giustizia e Sviluppo”, che ha ricevuto non poche accuse in passato. D’altronde l’episodio di Don Andrea non fu affatto isolato. Il 19 maggio il giudice turco Ozbilgin che aveva vietato il velo islamico alle insegnanti fu ucciso da un avvocato legato ad ambienti dell’estrema destra ed è di pochi mesi fa la notizia che un sacerdote francese è stato aggredito nella stessa Chiesa di Trabzon, che aveva preso in cura, nella speranza di poterla riaprire al pubblico e di ricominciare un ciclo. La Turchia, un po’ come la Russia di questi giorni, chiude il caso, facendo ben attenzione a non crearlo. Anzi, se il caso di Don Santoro è stato liquidato con una condanna alquanto frettolosa, le polemiche contro il discorso di Benedetto XVI, tenuto a Ratisbona sono state mal gestite perfino in sede politica. Perfino il primo ministro turco ha incalzato il Pontefice, avvertendole che in Turchia il “presidente gli riferirà le cose necessarie per lo scivolamento della lingua con cui ha mancato di rispetto al nostro Profeta”, definendo “manovre”, le precisazioni e le successive scuse del Papa. Gran parte del Parlamento turco mostra avversità per la visita del Papa e ricorda l’avversità dell’allora Cardinale Ratzinger sull’adesione all’UE della Turchia, definita dal medesimo “realtà estranea alla civiltà europea”.
Non è un caso che il comandante dell’esercito turco, Ilker Basburg, abbia ricordato lo scorso settembre che la minaccia reazionaria ha raggiunto livelli allarmanti e che ci sono tentativi sistematici di erodere i principi su cui si fondava la rivoluzione di Ataturk.
In un paese dove il 97% delle persone è di religione musulmana, il 2% si dichiara agnostico e solo l’1% è di religione cattolica, Don Andrea Santoro ha scommesso sul dialogo interreligioso, difficile, quasi impossibile, ma che ha aperto una possibile “finestra per il Medio Oriente”, come poi si è realmente chiamata la sua associazione che prosegue in questo cammino. Da uomo concreto, conosceva bene le minacce che avrebbe potuto subire e come la sua Chiesa fosse un obiettivo facile ed importante, ma ha continuato coraggiosamente, fino all’ultimo il suo compito. Ora anche il Vaticano inizia ad accorgersi di lui e della sua missione e lo proporrà come martire della fede, anche se sarebbe meglio parlare di “fedi”. Ecco cosa scriveva, in una lettera da Trebisonda ai suoi fedeli italiani, di una realtà che sembra, ancor oggi, dopo questo processo, ostica e chiusa:
“Voi e la Turchia, chi l’avrebbe detto che avrei portato in grembo due figli che si cozzano fra loro pur essendo fratelli nello stesso Abramo?”.”Avverto in me motivi per amare e gli uni e gli altri…Ma avverto anche delle lontananze tra loro, ma a volte solo camuffate da dichiarazioni di amicizia, di rispetto, a volte davvero lenite da sforzi sinceri di fatti da più parti per capirsi, accettarsi…Altre volte ho l’impressione che questi mondi non si parlino in profondità, ma facciano come quelle coppie che parlano solo di spesa, di bollette, di mobili da spostare e di salute dei figli e si illudono di comunicare, invece diventano sempre più estranei…”.

Angelo M. D’Addesio  


TdC
Il premio "TdC della settimana" viene assegnato ad  Antonio Di Pietro, ministro della Repubblica, che,  intervistato da Simona Ventura a Quelli che il calcio, per definire il comportamento del  deputato Sergio De Gregorio - uscito dal suo gruppo parlamentare e quindi considerato da di Di Pietro un traditore - l'ha chiamato "un perfetto giudeo".
Complimenti!


L’ATOMICA NORDCOREANA
Il test atomico nordcoreano – oltre ad essere una fonte di preoccupazione - si presta a molte considerazioni e anche in questa sede se ne possono fare due, assolutamente elementari.
In primo luogo bisogna rispondere ai molti che chiedono, magari in buona fede, perché mai bisognerebbe scandalizzarsi dell’atomica nordcoreana, quando tanti altri paesi nel mondo – inclusi alcuni non di sangue blu come l’India, il Pakistan e Israele – ne sono già in possesso e nessuno se ne preoccupa. La domanda sottintende l’uguaglianza di tutti i paesi del mondo non diversamente da come tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge. Ma proprio in questo sbaglia. In una democrazia, dove in linea teorica tutti vi hanno diritto, il porto d’armi (mai da guerra) è concesso con molte limitazioni e molte cautele. Nessuno considera ovvia la pistola al fianco del mafioso quanto quella al fianco del carabiniere. Passando all’ambito internazionale, non si possono mettere sullo stesso piano paesi pacifici come l’India o la Francia e paesi retti da teocrati fanatici, come l’Iran, o da aggressivi affamatori del popolo, come Kim Jong Il. Ci si preoccupa infatti dell’uso che essi potrebbero fare di armi tanto potenti. La Corea del Nord potrebbe, dopo il fallimento del 1950, attaccare di nuovo la Corea del Sud, così come l’Iran potrebbe usare l’atomica per distruggere Israele.  Infiammando in ambedue i casi il mondo intero.
A questo punto molti obietteranno che mentre uno Stato ha, al suo interno, il potere di concedere o non concedere il porto d’armi, nell’ambito internazionale non esiste un Super-Stato che abbia questi poteri. Qualunque intervento e persino qualunque pressione è dunque illegale. Ma anche questa tesi è sbagliata. Mentre all’interno d’uno Stato esiste un ordinamento giuridico che a termini di legge rilascia o no il porto d’armi, nell’ambito internazione non esiste un Super-Stato ma esiste la legge del più forte. E se uno Stato forte non tollera che uno Stato debole faccia qualcosa, lo Stato debole deve fare attenzione, molta attenzione. Può certo contare sulla pavidità della comunità internazionale (l’eterno spirito di Monaco!) ma a volte, tirandogli la coda, si corre il rischio che il leone non si limiti solo a ruggire.
Anche all’interno di un paese, l’uguaglianza è un’utile fictio iuris. Non solo tutti gli esseri umani sono diversi, ma in che modo il giovane potrebbe essere uguale al vecchio, il povero al ricco, il colto all’analfabeta?
L’uguaglianza è utile per evitare le ingiustizie del passato ma non è il riconoscimento d’una verità obiettiva. Nell’ambito internazionale per giunta vige lo stato di natura e non c’è retorica che tenga: il debole conterà sempre meno del forte. Manca forse la legge ma non manca affatto la sanzione.
Esistono differenze di potenza ed esistono differenze per così dire morali. L’Unione Sovietica, che Ronald Reagan definiva the Evil Empire (l’Impero del Male), era tuttavia retta da persone responsabili. Ecco perché perfino la bomba all’idrogeno, nelle sue mani, non era un pericolo per l’umanità. Mao era invece allarmante quando diceva che, in caso di conflitto atomico, anche se fosse morta la metà dei cinesi (ai suoi tempi, mezzo miliardo di persone), ne sarebbero rimasti abbastanza per continuare la guerra. Dimostrava un’assoluta noncuranza per la vita dei propri cittadini, figurarsi per quella degli altri! Non diversamente l’Iran, quando parla di distruggere Israele, sa benissimo che per la ritorsione atomica morirebbero quanto meno i sette milioni di abitanti di Teheran. Dunque i discorsi di Ahmadinejad significano che a lui della vita di quei sette milioni di iraniani non importa nulla. Si può permettere ad un simile delinquente di andare in giro con una pistola al fianco?
La Corea del Nord non è uno Stato qualunque: è uno Stato canaglia. Innanzi tutto perché nel 1950 ha aggredito senza provocazione, e per puri fini espansionistici, la Corea del Sud. E potrebbe rifarlo oggi, con l’atomica. Poi è canaglia per come affama i propri sudditi: in nessun’altra parte del mondo si muore così facilmente di fame. Infine perché la sua irresponsabilità morale è un pericolo per il mondo intero. L’atomica a Pyongyang sarebbe come sapere che c’è un pazzo omicida armato che gira libero per il nostro quartiere. Si rassegnino, le anime belle: non tutti gli Stati sono uguali.
La seconda considerazione riguarda un altro dei tanti pregiudizi correnti: che i problemi vadano sempre risolti col dialogo e non con la forza. Questo bel principio non risponde al quesito: che si fa, se col dialogo non si ottiene nulla e il danno è imminente? Se la donna aggredita da un violentatore non riesce a farlo desistere col dialogo, ha sì o no il diritto di ricorrere alla forza, per esempio quella di uno spray accecante? Questo è il problema.
Nel caso della Corea, come nel caso dell’Iran, chi legge i giornali sa benissimo che i negoziati per indurli a non continuare sulla vita dell’atomica vanno avanti da anni. Da tanti anni da essere riferiti ormai con titoli microscopici e solo da giornali attenti all’attualità internazionale. Ed ecco che, dopo tanti apparenti passi avanti e tanti consistenti passi indietro, il negoziato sfocia nel test nucleare. La Corea del Nord è una potenza atomica. Che cosa bisogna fare, a questo punto? Continuare un dialogo per impedirle un test nucleare che ha già fatto?
Ciascuno darà la sua risposta e molti risponderanno che sono disposti a correre il rischio di morire sotto un’atomica con gli occhi a mandorla. Gente ammirevole.  Pronta a sacrificare la propria vita sull’altare della non violenza. Ma c’è pure chi, se si parla di sacrificare una vita, preferisce che sia l’altrui.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 10 ottobre 2006

Lepanto, 7 ottobre 1571















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IL DISPREZZO
La vicenda del prof.Redeker, come quelle precedenti riguardanti le vignette islamiche danesi, l'assassinio di van Gogh e tutte le altre a partire dalla lontana fatwa contro Salman Rushdie, hanno costituito l'occasione per appassionate difese del diritto degli Occidentali d'essere se stessi. Del diritto di non rinunciare alla propria civiltà e in primo luogo alla libertà di parola. Ma se alcuni hanno protestato ad alta voce (Oriana Fallaci), magari dichiarandosi stanchi di vivere nella paura e sotto ricatto (Giuliano Ferrara), molti altri hanno taciuto e tacciono per quieto vivere. Un quieto vivere che corrisponde puramente e semplicemente alla volontà di non mettersi in condizioni d'avere paura.
Chi invece è troppo ignoto e troppo insignificante per avere paura potrebbe gridare la propria indignazione senza correre nessun pericolo: innanzi tutto perché nessuno lo sentirebbe. Dunque se tace potrebbe farlo, tristemente, per un'altra ragione. Perché si chiede se coloro che alzano la voce, credendo di rendere un servizio all'Europa e magari rischiando, sono utili a qualcosa. Lo storia insegna infatti che neanche un imperatore romano come Giuliano l'Apostata, pure fornito di poteri illimitati, poté frenare il suo mondo una volta che ebbe imboccato la via della decadenza. Un'Europa che crede così poco nei propri valori e che non è disposta a combattere per essi è pronta a consegnarsi ai barbari. E può dunque suscitare un silenzioso disprezzo.
Il singolo che denuncia la gravità della situazione non serve a nulla. Neanche alla grama soddisfazione del classico rinfacciamento: "Ve l'avevo detto". Perché non l'avrà detto solo lui, l'avranno detto in mille o diecimila. Solo che quando centinaia e centinaia di milioni di europei non lo dicono, non lo capiscono, non lo sentono, non c'è speranza. Si dice dei più ottusi che "vedono la luce solo quando ne sentono il calore": in questo caso, gli europei "vedranno il pericolo quando sarà troppo tardi".
Non c'è da piangere, sulla sorte dell'Occidente. Pur senza indulgere ad una visione provvidenziale o finalistica della storia, è chiaro che anche nell'ipotesi banalmente deterministica delle vicende umane ognuno è responsabile del proprio destino. E dal momento che - come diceva Paul Valéry - anche le civiltà sono mortali, forse è già suonata la nostra ultima ora.
Beati i vecchi, che moriranno prima di vedere in rovina il mondo che hanno conosciuto ed amato.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it   -- 7 ottobre 2006


La grande paura.
Il professor Robert Redeker, docente di filosofia in un liceo di Tolosa, e' stato, come sappiamo, minacciato di morte dall'islam e, per aggiungere il danno alla beffa, e' stato anche licenziato dal preside cuordileone dell'Istituto  Pierre-Paul Riquet.
Conosciamo anche il motivo di questo accanimento contro il docente: aveva espresso una sua legittima opinione scrivendo di ritenere il Corano un libro di odio e violenza con cui ogni musulmano viene educato.
Fatwa islamica e licenziamento in tronco francoeurabico, come da copione.
La paura e' ormai un sentimento comune tra gli europei che sono ancora europei, cioe' occidentali, cioe' persone civili e libere. Tra gli eurabici invece e' strisciante un sentimento diverso: odio, derisione e difesa ad oltranza dell'islam.
Gli eurabici  meno fanatici dicono " non dovete generalizzare, l'islam non e' tutto fondamentalista", come se fosse facile non generalizzare dal momento che nessuno puo' piu' parlare come prima, che nessuno puo' esprimere una libera opinione su quanto sta accadendo senza correre il rischio di essere minacciato o in casi peggiori senza essere sventrato o sgozzato.
Non sono tutti fondamentalisti i musulmani? D'accordo, fuori i nomi allora e saro' la prima a fare i debiti distinguo: l'islam e' fondamentalista e violento meno......Abu-tizio, Abu-caio  e Abu-sempronio.
La verita' e' che almeno il 15% dell'islam e' fondamentalista, quindi se i musulmani nel mondo sono quasi 2 miliardi il conto e' presto fatto. Gli altri? gli altri sono in parte simpatizzanti quindi arruolabili e in parte silenziosi quindi complici.
Legittimamente mi chiedo  se in silenzio approvano o in silenzio condannano ma visto che non parlano la differenza e' irrilevante.
L'Europa non si ribella, vengono minacciate di morte le persone che vogliono ancora essere libere, viene minacciato di morte persino il Papa senza che nessun capo di governo prenda le sue difese, si cancellano dai teatri opere che possono offendere la sensibilita' islamica, si processa Oriana Fallaci, lasciata sola, peggio, derisa e dileggiata persino nella sua malattia. 
Si costringe a scappare in America l'autore delle vignette sull'islam e il processo contro di lui e' gia' pronto..
L' Italia, sempre in prima fila per scempiaggine politica, ha dato la consulta islamica in mano ai piu' fondamentalisti tra i musulmani, cioe' i musulmani italiani, tra i quali ci saranno anche bravissime persone,  sono rappresentati al governo da chi aspetta con gioia la distruzione di Israele, da chi appoggia i lanciatori di Cristi in croce dalle finestre  e da dichiarati e pericolosi naziislamici
Si nazisilamci, tra i peggiori, i piu' violenti, i piu' razzisti, i piu' antisemiti, i piu' antioccidentali. Gentaglia della peggior specie.
Roba da Guiness dei primati, nemmeno la Francia riesce a imitarci, nemmeno la Svezia.    
La grande paura.

Giuliano Ferrara scrive , tra il serio e il faceto, di avere paura e  ha ragione. Paura della violenza islamica ma soprattutto paura di perdere la liberta'.
La grande paura di non poter piu' parlare, di non potersi piu' vestire come si vuole, la paura di essere costretti a sottostare ai ricatti, paura di  dover pensare ad ogni cosa che si fa o che si dice, terrore di disegnare una vignetta, di raccontare una barzelletta, di rappresentare un'opera che parli , bene o  male, di Maometto perche' e' vietato per un infedele nominare il Profeta.
Paura, paura, paura.
Non e' solo l'islam che fa paura ma chi lo sostiene, chi lo difende.
Basta entrare in un qualsiasi forum di sinistra per rendersi conto dell'odio di questa gente per l'occidente e per Israele. Fora in cui si sghignazza se Israele avvisa l'Occidente del pericolo Iran, fora in cui si parla di Israele calunniando e offendendo, continuando a difendere arabi, islam e palestinesi contro ogni evidenza. Fora in cui si odiano e si disprezzano  apertamente gli israeliani che si difendono dalla violenza dei nemici.
E' difficile  capire, terrorizza cercare di capire.
Leggere le opinioni di semplici cittadini, anche colti e intelligenti,  che scrivono su internet significa venire travolti dal disgusto e dalla rabbia, una rabbia immensa, uno schifo fisico, un senso di vomito la' alla bocca dello stomaco.
Quando un forum "comunista" passa per moderato e' ancora piu' pericoloso perche' non si leggono insulti, anzi si leggono articoli, documenti, in genere di quei tre o quattro israeliani che odiano il loro Paese, sempre quelli, sempre gli stessi, amati dai comunisti perche' sono ebrei antisemiti.
I fora di sinistra ne sono pieni, la frasi ricorrenti "noi non odiamo Israele ma la sua politica, ecco cosa scrive un israeliano democratico" e giu' copia incolla di articoli dei vari Pappe, Avneri, Atzmon, Dviri,  tutti a dire che Israele e' fascista, nazista, violento, terrorista e chi piu' ne ha piu' ne netta. Chi legge, se non sa, crede ed ecco che il seme dell'odio incomincia a dare i suoi frutti. E non esiste l'antidoto.
Questi sono quelli che fanno paura  perche' fanno scuola, questi sono quelli che stanno consegnando l'Europa all'islam.
L'Europa che merita di morire, l'Europa debole, fifona, senza palle, senza coraggio.

Purtroppo in Europa  esiste lo stesso fenomeno dell'islam: ci sono i fanatici che vogliono distruggere la liberta' occidentale , ci sono quelli che in silenzio li appoggiano e infine ci sono i muti  che non si sa cosa pensino e che se la fanno nelle mutande aspettando che qualcuno risolva il problema. Se il problema sara' risolto  dai musulmani, i muti sono gia' pronti a calarsi le brache e a mettere lo scafandro a mogli e sorelle.
Ma allora chi difendera' l'Europa? Chi impedira' all'Europa di soccombere, di  morire per rinascere Eurabia?
C'e' chi dice che il baluardo che puo' ancora difendere l'Europa sia  Israele perche' Israele non ha paura.
No, Israele non ha paura, non puo' permettersi di  avere paura ma non e' solo questo che fa grande questo paese, non e' solo il coraggio ma la consapevolezza della  proprio identita'.
"Sono ebreo e sono israeliano, non sono piu' una "pecora del ghetto", non mi ucciderete piu' e se lo farete pagherete caro.
Israele e' la mia Terra e voi non la toccherete, e' nostra ed e' l'unica che abbiamo".
Questo grida Israele.
Il coraggio e l'identita'.
L'Europa non ha piu' ne l'uno ne' l'altra quindi e' preda del feroce Saladino che sogna ancora e sempre di passarci a fil di spada,  realta' rifiutata dagli europei con la solita stupida frase "esagerati, non tutto l'islam e' fondamentalista e integralista".
Chi rifiuta e teme la realta' e' destinato a farsene travolgere.
Poi sara' la fine e la spada sara' il pericolo minore se paragonato alla LIBERTA' e alla DIGNITA' perdute.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

«Hezbollah fa arrivare camion di missili, Unifil osserva»
Visto che non ne parla più nessuno, continuo a farlo io. Non so se il silenzio sul Libano sia dovuto a quella legge non scritta del giornalismo per cui a un'abbuffata segue una fisiologica quaresima. Sta di fatto che tutto tace, tranne il buon Lorenzo Cremonesi, ma sulla rentrèe scolastica, e solo a pagina sessantuno del Corsera. O non sarà che le notizie, dal Libano, sono un po' imbarazzanti? Mica per i militari che abbiamo inviato laggiù, che sono gli stessi dell'Iraq e dell'Afghanistan, gente cui non può essere imputata la genericità del mandato, e che anzi rischiano di scontare, come sempre, le incertezze della politica. Non sarà che rischiano di essere imbarazzanti per chi ha presentato la missione libanese come il caposaldo della fine dell'approccio unilaterale, come il ritorno dell'Europa saggia e dialogante, contro la cecità bellicista delle missioni irachene, e forse, anche di quella afghana? La settimana scorsa avevamo annunciato il ritiro, previsto per la domenica, l'inizio dello Yom Kippur, dell'ultimo soldato israeliano dal sud del Libano. E così è stato. Sollevavamo qualche dubbio sulla reale capacità e volontà dei comandi Unifil a gestire il dopo. Ma neppure se fossimo stati più pessi- misti avremmo potuto immaginare che succedesse quello che è successo, in silenzio. E' successo che Hezbollah ha rioccupato in modo ordinato e coordinato tutte le sue basi di comando, tutte le basi da cui ha lanciato missili contro Israele nella guerra dei trentaquattro giorni. Ora, non occorre essere grandi strateghi per vedere nella mossa un gesto politico, più che militare. Certo, le basi da cui Hezbollah coordinava la sua resistenza e organizzava il lancio di missili erano posizionate nei luoghi strategicamente migliori, per lo scopo. Ma è altrettanto certo che Israele, dopo giorni e giorni di incursioni aeree e infine una lunga presenza sul terreno, ha ormai una mappa dettagliata di quei centri di comando, ciò che li rende meno difendibili. Dunque la mossa può avere una sola ragione: un esibito, e persino cerimonioso ritorno allo status quo ante, a quell'11 luglio che fu il giorno precedente il conflitto. Tanto che il ritorno è stato celebrato con la riapparizione in pubblico - la prima dopo la guerra- dello sceicco Nabil Qauq, responsabile delle brigate addette al lancio dei missili di Hezbollah. Tanto che il ritorno non è avvenuto nottetempo e furtivamente, ma alla luce del sole, con posti di blocco che l'esercito libanese - e, di conseguenza, l'Unifil - si sono guardati bene dal rimuovere, e con la dichiarazione di cinque aree definite "zone militari", nelle quali Hezbollah non solo conta su sguardi distratti o silenzi complici, ma suggerisce o intima di starsene alla larga. L'elenco? Majdal Zoun, Jouhaya, Siddiquine, Dej Amess, Tebnin: un elenco che al profano può non dire molto, ma che dice qualcosa agli israeliani - sono le aree da cui venivano lanciati i missili Hezbollah - e che dirà qualcosa ai comandi Unifil, che dovranno evidenziarle sulla mappa come zone da evitare, piuttosto che da monitorare. Nelle stesse ore l'Unifil rendeva note le proprie regole d'ingaggio, che dicevano tutto e niente. Per i Caschi blu è legittimo reagire ad attività ostili di qualunque tipo, in nome dell'autodifesa. L'uso della forza è consentito anche oltre i limiti dell'autodifesa per garantire che le aree di operazione dell'Unifil non vengano utilizzate per attività ostili, e per stroncare tentativi di impedire con la forza l'applicazione del mandato del Consiglio di sicurezza, oltre che per proteggere civili minacciati da violenze fisiche. Apparentemente c'è di che sostanziare la risoluzione Onu 1701, ma anche la possibilità di ricoprirla della stessa polvere che avvolge da trent‚anni la missione Unifil nel sud del Libano, perché tutto è lasciato alla discrezionalità dei comandi, e tutto è vago. Hezbollah, che ovviamente non è nominata nelle regole d'ingaggio, può ben ritenere che vi si parli di minacce israeliane, e non riconoscersi nella dizione "attività ostili". E infatti, per sgomberare il campo da equivoci e per richiamare i comandi Unifil a una corretta e comoda esegesi delle regole d'ingaggio, si è rischierata come un pavone a mezzogiorno. E‚ stata più prudente e circospetta l'altra mossa, il giorno successivo, martedì. Da tempo si sapeva che voli iraniani atterravano nella base siriana di Qusayr, appena al di qua del confine libanese. E si sapeva che nella base alcune facilities‚ erano state praticamente appaltate alle guardie rivoluzionarie iraniane. Martedì si è andati oltre, come rivelano i satelliti. E' stato approntato un convoglio di sei camion. Due carichi di missili di vario tipo, quattro colmi di mortai e armi automatiche. Il convoglio ha passato la frontiera al varco tra Qusayr e il Monte Libano, e si è diretto verso sudovest. Un convoglio simile attendeva di vedere se il primo avesse incontrato dei problemi, prima di seguirne le mosse. Dunque la prima consegna di armi da parte dei supporter siro-iraniani, dopo il cessate il fuoco del 14 agosto è avvenuta. Bilancio: altro che disarmo di Hezbollah, la missione sembra quasi fornire uno scudo inconsapevole, imbarazzato e distratto al riarmo. E Israele ? Il governo tace, nessuna denuncia, nessun allarme: sarebbe la pubblica ammissione, dopo tante polemiche, che la guerra dei trentaquattro giorni è stata un fallimento, e che le speranze nella missione internazionale sono state mal riposte. Ancora una volta il pallino è nelle mani di Hezbollah, o di Damasco e Teheran, con molte opzioni, dalla preparazione di un nuovo conflitto, con Unifil terzo litigante che soffre, alla presa del governo di Beirut. Ma la prima carta giocata è bella pesante: tra Hezbollah e Unifil un quieto modus vivendi è stato già indicato, suggerito, imposto nei fatti. Se non vi va, fate un segno.
Il Foglio -   Toni Capuozzo

Repetita iuvant
Parecchi mesi fa Gianni Pardo scrisse un articolo in cui deprecava l’eccesso di passionalità e di invettive che affligge il dibattito sui blog. Se sperava che questo inducesse i frequentatori di “Capperi!” a modificare il loro comportamento, si è chiaramente sbagliato. Tuttavia rimane ancora lecito invitare tutti ad essere più cortesi, soprattutto tenendo conto che l’insulto, come si sa, nulla aggiunge alle argomentazioni e al contrario rende la discussione più sterile. Si bada più alla schermaglia degli insulti che alla sostanza del dibattito che infatti, spesso, non verte più sull’argomento trattato dall’articolo.
Per chi non l’avesse letta allora, la pagina di Gianni Pardo.

LO STILE DEL DIBATTITO
Il mondo dei giornali on-line e dei “blog” ha questo, d’interessante, che in esso si ritrovano articoli (riportati) di grandi giornalisti; articoli di giornalisti dilettanti o di semplici amici di chi gestisce il blog e infine – ma forse bisognerebbe dire soprattutto – i commenti senza censura di tutti coloro che vogliono intervenire. Costoro moltiplicano le invettive e le parolacce, come alzassero la voce per farsi ascoltare. Evidentemente, in un’epoca in cui la volgarità ha conquistato la tribuna televisiva in prima serata, non è certo il caso di scandalizzarsi per qualche “cazzo” o per qualche “vaffanculo”. Ma è utile uno stile che eufemisticamente si può chiamare “colorito”?
Uno di questi “commentatori” dalle parole occasionalmente pesanti scriveva: <spero che qualche "martellata dialettica" riesca a far conseguire alla vita sociale di questo Belpaese un sia pur modesto risultato dal momento che i carezzevoli ammonimenti frequentemente presenti in questo forum non vengono mai recepiti dalle loro [dei politici] orecchie: [bisogna] catapultare (a ragione) vagonate di "shit" perchè qualcosa si muova!”
La tesi è invalida per parecchie ragioni. In primo luogo i politici, se appena appena non sono gli assessori ai servizi cimiteriali di un paese di mille abitanti, non hanno il tempo per leggere i blog e men che meno i commenti agli articoli. Poi la tesi è invalida soprattutto perché con quello stile non si può sperare neppure di fare riflettere nessuno. Chi “scrive col cuore” non convince il lettore che “col cuore” è di parere diverso. Con lo stile appassionato ed aggressivo ci si chiude nel guscio dell’io e si induce il prossimo a chiudersi nel guscio dell’io.
Se si lascia il piano razionale e ci si lascia andare a quello dei sentimenti, anche i dati inoppugnabili non spostano d’un millimetro l’oppositore. Costui invece d’inchinarsi ai fatti dirà che non sono veri, dirà che l’altro (visto che scrive e pensa “col cuore”) magari li ha inventati. O che li ha inventati il grande giornale da cui sono stati tratti. In totale si dispenserà dall’essere ragionevole e si limiterà ad opporre ai sentimenti di chi scrive i suoi propri.
Una terza critica riguarda l’espressione appassionata e in prima persona, che è lo stile dei giovani. Lo stile della tempesta ormonale, del diario e della lettera d’amore: tutte cose che il buon gusto e la professionalità impongono di mettere da parte. La paroletta “io” squalifica un po’ il testo; i ricordi personali annoiano e suonano sempre presuntuosi; l’eccesso di sentimenti è sempre un po’ impudico. Insomma ha ragione Flaubert: meglio sparire dietro il proprio testo.
È vero, esiste un’Oriana Fallaci che di queste regole ha fatto strame: ma da un lato c’è gente che non riesce a leggerla, dall’altro non sempre ciò che vale per uno vale per tutti. Forse lei ha avuto una particolare arte, nell’esprimersi in questo modo o, più probabilmente,  ha azzeccato i sentimenti di molti lettori e questo corrisponde a dire che ha sfondato porte aperte. È stata applaudita da gente che già la pensava come lei.
Un libro di citazioni si apriva con questo esergo: “Non citare, dimmi quello che hai da dire”. Nello stesso modo, si potrebbe dire: “Risparmiami la tua presenza, i punti esclamativi e le parolacce: dimmi quello che hai da dire”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 24 ottobre 2005


Un prezioso articolo di Mario Cervi sul “Giornale” di oggi, 6 ottobre 2006
Chi ha a cuore le istituzioni probabilmente si augurava - anche se le sue simpatie politiche andavano altrove - che Romano Prodi trovasse motivazioni convincenti, o almeno decenti, nella difesa del suo comportamento per l’affaire Telecom Italia. Non è mai un bel vedere quello d’un Presidente del Consiglio che, messo di fronte a sue precise responsabilità negli sviluppi d’una vicenda dai contorni torbidi, sceglie la strada della negazione pura e semplice: senza la minima prova a conforto. Come Tecoppa che, condannato per ubriachezza dal pretore, replicava sobriamente: «Non accetto».
Nel discolparsi, Prodi ha sfiorato l’umorismo. Ad esempio con la frase «sono stato accusato perfino di mentire e di sottrarmi al confronto con il Parlamento». Perfino? Ma proprio sulla sua menzogna s’impernia lo scandalo. Si può anche capire, benché la procedura risulti equivoca, che il capo del governo s’interessi alle modifiche proprietarie d’un colosso aziendale come Telecom. Prodi poteva ammetterlo, con franchezza, e spiegare la genesi del progetto di Palazzo Chigi. Gliel’avrebbero rimproverato, ma avrebbe avuto qualche buon argomento - l’interesse nazionale, la delicatezza del settore delle telecomunicazioni - per difendersi.
Invece no, dice che Tronchetti Provera non gli aveva fatto cenno dei suoi autentici propositi, e dopo la secca smentita dell’ex presidente di Telecom insiste. Pur senza dargli esplicitamente del bugiardo, come ci si sarebbe aspettato. Perché uno dei due mente, e suppongo che i più, inclusi tanti ulivisti, abbiano in testa un’idea molto precisa. S’è indignato Prodi perché i soliti maligni - ossia in pratica la totalità dei commentatori - gli hanno imputato la volontà d’evitare il dibattito parlamentare. Macché. Smaniava dalla voglia di presentarsi alla Camera e al Senato, il ministro Gentiloni l’aveva voluto precedere ma lui se n’era lestamente sbarazzato.
Per tenermi su questa traccia finanziario-umoristica, rileverò che secondo Prodi le dimissioni del suo consigliere Angelo Rovati «hanno fugato ogni dubbio». Straordinario. Sospetto che nessuno o quasi nessuno prima di Prodi abbia visto nell’uscita di scena d’un personaggio chiacchierato la dimostrazione della sua innocenza (o dell’innocenza di chi stava sopra di lui). L’uscita di Nixon dalla Casa Bianca non ha fugato ogni dubbio, e neppure la rinuncia del ministro Profumo in Inghilterra o - se vogliamo passare dalla politica al pecoreccio - la rinuncia di Luciano Moggi alle cariche che occupava nella Juventus. D’improvviso scopriamo che la dimissione equivale non a un riconoscimento di colpa ma a un’assoluzione. Non è mai troppo tardi per imparare.
Il centrodestra ha ripetutamente chiesto che dopo Angelo Rovati si dimetta anche - e a maggior ragione - Romano Prodi. Per tutta risposta s’è visto addebitare «demagogia e strumentalizzazioni». L’opposizione fa il suo mestiere. Non mi sembra tuttavia che esageri se invoca l’allontanamento d’un premier bugiardo. In Ungheria il bugiardo che regge il governo è rimasto al suo posto, ma dopo avere affrontato una ribellione popolare. Altro ambiente. Da noi si insorge per un rigore negato alla squadra del cuore, ma il Presidente del Consiglio che si concede qualche affronto alla verità cosa volete che sia? Gli alleati del Professore sono alquanto in imbarazzo ma forse le supereranno nel nome della coalizione, e soprattutto dei posti di governo. Cento e passa, un record nazionale, valgono pure qualche bugia.  


Il socialismo rimasto senza socialisti
In questi giorni è apparso sulla Repubblica, un articolo di Marc Lazard intitolato: «Il socialismo tormento dei socialisti». Una riflessione approfondita e molto argomentata che sollecita alcune considerazioni e pone qualche quesito. Chi sono, ad esempio, i socialisti «tormentati»? Abituati alla vecchia geografia politica italiana, verrebbe da pensare che tale riferimento riguardi i militanti, i dirigenti dell'ex Psi, protagonisti di una grande diaspora ed incapaci di riaggregarsi. Oppure che la questione interessi quanti si dichiarano socialisti e riformisti: ma non hanno inteso, pur cambiando spesso nome, definirsi ufficialmente tali. E per i quali, in realtà, il socialismo risulta essere un espediente tattico prima che una cultura politica.
In realtà ha ragione il politologo francese quando afferma che il socialismo si è sempre adattato alla realtà: in questo, distinguendosi dalla tradizione comunista il cui approccio (come insegna François Furet) nasce da un'ideologia predeterminata entro cui costringere la realtà stessa. Il socialismo, in effetti, rifiuta senza mezzi termini l'idea dell'esistenza di una oligarchia (sia pure avanguardia consapevole o «Partito Democratico») cui spetta di dettare la linea alla quale deve uniformarsi l'intera collettività: perché esso parte dalla base, non dal vertice. E muove dalla considerazione che la democrazia non è oligarchia o mito: ma è il risultato dell'impegno individuale e collettivo per affrancare i meno privilegiati dalla povertà materiale e culturale (Matteotti, Direttive del Partito Socialista Unitario, 1923), assicurando loro un futuro di libertà in una società organizzata e fatta di regole nella quale, però, sia libera in ogni settore l'iniziativa del singolo.
Lo stesso articolo 3 della Costituzione, ha come obiettivo dell'azione pubblica la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Ma come si rimuovono tali ostacoli? Come si favorisce il progresso economico e sociale di un Paese? Prima che dalla storia del socialismo (in Italia, Francia, Austria, Germania) si distaccassero le frange anarchiche e massimaliste, la risposta al quesito consisteva nell'alternativa tra riforme e rivoluzione. Ci ha pensato la drammatica storia dell'illusione rivoluzionaria ad indicare nelle riforme lo strumento più autentico e caratterizzante dell'agire politico socialista: improntato al perseguimento convinto della democrazia «sostanziale»; un ideale che, nel secondo dopoguerra, ha ispirato la costruzione di tutti i sistemi di welfare in Europa.

Scomparso il Psi sono dunque anche scomparsi questi ideali, questi punti di riferimento? O il riformismo è stato acquisito come cultura politica da chi, soprattutto in Europa, sostiene di rappresentare una forza socialdemocratica moderna? La risposta non è particolarmente complessa: i socialisti ci sono ancora, gli ideali socialisti sono il loro punto di riferimento. Ma per essere credibili, quando si sceglie un percorso che contraddice la propria, documentata, sbagliatissima storia, occorre affrontare con coraggio ed il massimo di chiarezza la rivisitazione del proprio passato, degli errori commessi. Ad oggi, però, di tutto questo non c'è traccia, anzi: si è passati con disinvoltura da un capitolo all'altro della nostra storia solo con cambiamenti di facciata. Così, tra partiti politici scomparsi ed altri sottoposti a maquillage, la cultura riformista è divenuta un semplice enunciato, a volte persino imbarazzante, e le riforme necessarie al Paese, fumosi obiettivi da raggiungere. Fra i tormenti della gestione dell'attuale maggioranza e della correlativa gestazione del partito democratico, ad esempio, non risultano indicati a chiare lettere obiettivi che il governo Berlusconi ha cercato invece di raggiungere. Le riforme avviate nei settori del lavoro, dell'istruzione, dell'ordinamento giudiziario, l'avvio delle grandi opere, l'impostazione di una rinnovata politica dell'approvvigionamento energetico e la modernizzazione del welfare sono state scandite da altrettanti provvedimenti che oggi si dichiara di voler destrutturate arrestando un cammino di sviluppo e modernizzazione del Paese già intrapreso. E sul quale si poteva discutere, intervenire; ma che non si doveva né negare, né cancellare.
Invece, nel dibattito sul nuovo partito democratico, sembrano prevalere su tutto elementi molto simili a quelli che hanno sempre caratterizzato il compromesso storico. Mentre sembra passato un secolo (ma eravamo negli anni Novanta) da quando l'alternativa riformista si confermò, dopo decenni di travaglio storico, come l'unica via per «uscire dalla crisi e governare il cambiamento». Quando Craxi, nel suo intervento al Congresso socialista di Bari del 27 giugno 1991, propose di impostare su basi nuove la prospettiva dell'unità dei socialisti. Ma quel ragionamento politico, quella prospettiva, non hanno avuto seguito. I primi atti della nuova maggioranza indicano infatti un cammino senza identità, che rimette indietro le lancette della storia rispetto alle stesse democrazie europee. E quando, nel corso del varo di una finanziaria, si affigge un manifesto in cui è scritto «anche i ricchi piangano» c'è di che preoccuparsi. Il governo Berlusconi aveva impostato la sua azione su una strategia riformista, senza pregiudizi di ordine ideologico ma con il solo scopo della ripresa economico sociale del Paese. Ora il futuro si presenta inquietante: il risultato del connubio tra chi si autodefinisce socialista e riformista e chi vuol far piangere i ricchi (ma soprattutto il ceto medio) è sotto gli occhi di tutti. Alle incerte, allarmanti prospettive sociali si aggiunge un futuro politico confuso e preoccupante. Tanto più in presenza di una finanziaria che delega ad un'oligarchia contraddittoria e raffazzonata, il controllo della vita e del futuro dei cittadini. Con il determinante contributo di chi ha cambiato tante volte nome ma è rimasto una sola cosa: socialista senza socialismo.

*Francesco Colucci,  deputato di Forza Italia

Di questo articolo, che riguarda l’Italia e il presente, è forse ancor più interessante cogliere qualcosa che non riguarda solo l’Italia e non riguarda solo il presente.
Come si sa, nella mentalità comune il socialismo è una forma attenuata di comunismo. Oppure  il comunismo una forma integralista e pura di socialismo: non per caso la Russia era l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. In realtà non è così. Lo si deduce molto chiaramente anche da questo articolo quando leggiamo che il comunismo, “(come insegna François Furet), nasce da un'ideologia predeterminata entro cui costringere la realtà stessa”. Mentre il socialismo “rifiuta l'idea dell'esistenza di una oligarchia… cui spetta di dettare la linea alla quale deve uniformarsi l'intera collettività: perché esso parte dalla base, non dal vertice. E muove dalla considerazione che la democrazia non è oligarchia o mito”.
Come si vede la distinzione fondamentale non è la purezza dell’ideologia collettivista soltanto, ma la base stessa dell’ideologia. Per il comunismo essa è una teoria che va imposta al popolo, alla realtà e alla storia, quand’anche popolo, realtà e storia vi si opponessero; mentre per il socialismo la base dell’ideologia è la volontà di riscatto del popolo. Una volontà di riscatto che guida l’ideologia e non ne è guidata. Il popolo rifiuta nettamente sia l’oligarchia degli illuminati, unici interpreti della teoria e del modo giusto di guidare la collettività, sia il mito, che mirando all’utopia, trascura il reale e danneggia il popolo.
Si potrebbe esprimere tutto questo in modo più semplice dicendo che il socialismo è una teoria politica che lotta a favore del popolo che rimane padrone anche di quell’ideologia, mentre il comunismo è una religione che, partendo dall’alto di un’astrazione e tendendo ad un mito, non tiene conto della volontà della collettività stessa, cui s’impone con la forza di un’indiscutibile rivelazione. E dunque chi è comunista non è laico. E forse non è neppure razionale.


Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 6 ottobre 2006


IL GOVERNO CHE SBAGLIA
In democrazia il cambio di governanti avviene per volontà popolare e chi aspira al potere può arrivarci soltanto proponendosi come migliore e criticando chi già guida il paese. Dunque la dicotomia essenziale è: da un lato c’è chi fa, dall’altro c’è chi critica.
La cosa non sarebbe grave se i terzi, cioè i cittadini, fossero in grado di giudicare  chi ha ragione e chi ha torto. Ma non sempre è facile. Se in automobile chi ha il volante va a cinquanta orari in città e chi lo critica vorrebbe che andasse a ottanta, i passeggeri sui sedili posteriori diranno che la critica è sciocca e pericolosa. Se al contrario un neurochirurgo opera e un altro neurochirurgo va gridando che in quel modo ammazzerà il paziente, i terzi non potranno avere un’opinione propria. Dovranno giudicare dalle facce degli interessati o al massimo da quelle degli astanti: uno sforzo che rimane privo di riferimenti fondati e autonomi.
Per quanto riguarda lo Stato è anche peggio. La sua macchina è complicatissima e i cittadini ben difficilmente possono avere un’opinione personale seria. Essi sono dunque indotti a giudicarla soprattutto dagli effetti che li riguardano personalmente. La nazionalizzazione di certi servizi, magari rovinosa per la collettività, è un problema ideologico; l’aumento del prezzo degli alimentari è un problema che si incontra non appena si va al supermercato. E riguardo ad esso la gente impreca molto più sentitamente che per l’ideologia.
Ecco il cuore dei difetti della democrazia: dalla “scarsità dei beni” (dogma di partenza dell’economia) si passa all’insoddisfazione esistenziale, alimentata e incoraggiata dall’opposizione. Col risultato che qualunque governo, anche se ha ben agito, presto o tardi sarà spazzato via da una critica magari mitologica. Se la gente chiedeva una Rolls Royce, e il governo le ha fatto avere una Rolls Royce, la critica dirà che poteva fargliela avere con posacene d’oro. Non solo. Perfino i provvedimenti rispetto ai quali la collettività intera è entusiasticamente d’accordo sollevano le critiche di alcuni interessati: l’illuminazione elettrica delle strade è stata certamente la benvenuta ma non certo per i lampionai, che hanno perso il lavoro.
Tutto questo produce una sorta di scoraggiamento di fondo. Se si è d’accordo col governo, perché lo si vede calunniato (i posacenere d’oro); se si è in disaccordo, perché esso danneggia il paese. E purtroppo non esiste un’autorità indipendente che dica se realmente il governo sta agendo bene o male. Il potere logora infatti perfino chi merita i più grandi applausi, tant’è vero che dopo la guerra gli inglesi votarono contro quel Churchill che li aveva salvati dal disastro.
Queste considerazioni hanno un loro lato consolante. Quando si è tristi a proposito dell’Italia, della politica, delle reazioni del popolo e dei giornali, bisogna ricordare che la democrazia include questi difetti e rimane il miglior tipo di governo possibile. Anche l’opposizione, andando al potere, vuol fare il bene della collettività. Magari sbagliando nell’identificarlo. Ma alla lunga la collettività riesce a distinguere un governo che ha veramente provocato disastri da uno che non li ha provocati.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 5 ottobre 2006


Pensando alle "urla di gioia e scherno sul corpo dell'italiano ucciso a Kabul"
<<... Un tempo , non avevo sulle labbra che libertà. Per colazione la spalmavo sui crostini, tutto il giorno la masticavo, portavo fra la gente un alito deliziosamente fresco e profumato di libertà. Assestavo questa parola maiuscola a chiunque mi contraddiceva, l'avevo messa al servizio dei miei desideri e della mia potenza. ... Bisogna perdonarmi per quelle imprudenze, non sapevo quel che facevo. Non sapevo che la libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure  un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Solo in un'aula tetra, solo sulla pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di fronte a se stessi o al giudizio altrui. Alla fine di ogni atto di libertà, c'è una sentenza; per questo la libertà pesa troppo, specie quando si ha la febbre, o si è inquieti, o non si ama nessuno...>> (Albert Camus, La Caduta, ed. Bompiani, pag. 82, 83)

cp, 3 ottobre 2006