ARCHIVIO OTTOBRE 2006

 

NO SEX IN THE CITY
Per i tipi di Cairo editore (pp 223, euro 14.00) Mauro Suttora ha pubblicato il suo nuovo libro,  Riportiamo la recensione dall'Ansa:
Un po' diario, un po' inchiesta sul campo, un po' vademecum (in appendice tutti luoghi di cui si parla), ma sempre col sapore del ''vissuto'' autobiografico e con un gradevole umorismo: ecco le qualita' del libro di Mauro Suttora, milanese, classe 1959, giornalista Rizzoli, con un piede a Milano e l'altro a New York; uno che da una parte e' un bel campione di maschio italico in trasferta, e dall'altra un osservatore tanto smagato, da firmare rubriche di costume anche su settimanali americani importanti come Newsweek e New York Observer.
Come dire un nipotino di Casanova quanto ad avventure (non tutte riuscite) e un ammiratore di Tom Wolfe, quanto a curiosita', gusto del dettaglio e passione per il pettegolezzo. Piu' esattamente il libro pone questa domanda: che cosa succede a un giovane italiano, solo nella patria di 'Sex and the City', il serial divenuto la bibbia televisiva dei comportamenti sessuali americani?
La risposta dello scrittore suona piu' o meno cosi': nella vita febbrile di Manhattan, l'isola a piu' alto tasso di donne single del mondo, la realta' e' bizzarra proprio come appare nelle avventure delle guattro star della serie tv. E a volte anche di piu'. Le favolose donne di New York, tutte in carriera, perlopiu' nevrotiche ai limiti del comico, finalmente sono fotografate dalla prospettiva opposta: quella di un maschio single, per di piu' europeo, anzi italiano.

IL DIRITTO PENALE E LA RAI: DUE QUADRATURE DEL CIRCOLO

La quadratura del circolo non è difficile: è impossibile. Purtroppo però esistono problemi che, pur essendo insolubili, sono ineludibili. Uno è quello della libertà in relazione al diritto penale. Se credessimo al determinismo psicologico, nessuno sarebbe più colpevole delle proprie azioni. Sparirebbe la responsabilità e con essa il diritto penale, il giudizio, la prigione. E con loro la repressione del crimine. Inconcepibile. Ma se credessimo alla libertà dell’uomo  (che nessuno, nemmeno Kant, è riuscito a dimostrare), non si capirebbero parecchie attenuanti, elementi che influenzano una volontà che non dovrebbe essere influenzabile. Non si capirebbe l’attenuante della semi-infermità mentale: l’uomo ha sì o no il libero arbitrio o è una macchina che può guastarsi? Vero è che per l’infermità mentale alcuni parlano del cervello come di uno “strumento”, un pianoforte che può guastarsi mentre è in perfetta salute il pianista: solo che questa idea implica il concetto di anima spirituale, distinta dal corpo, anch’essa per nulla dimostrata. L’unica conclusione è che il diritto penale - inevitabilmente e contraddittoriamente - si richiama da una parte al concetto di uomo libero e dall’altra al concetto di uomo determinato.
Ad un livello infinitamente più basso un problema analogo si ha per la Rai in quanto servizio pubblico. Se servizio pubblico significasse trasmissioni di esclusivo interesse nazionale, i politici dovrebbero tenersene infinitamente lontani: essi infatti sono di parte e dunque non agiscono (almeno dal punto di vista dei loro oppositori) nell’interesse nazionale. Ma che ciò accada è del tutto inverosimile. Non è ipotizzabile che essi si astengano dall’influenzare un così potente mezzo per la cattura del consenso.
In secondo luogo, se servizio pubblico significasse agire nell’interesse della cultura nazionale, andrebbero escluse tutte quelle trasmissioni che, pur essendo divertenti per il pubblico, non lo “migliorano”. Niente trash, dunque; niente pettegolezzi; niente volgarità; niente dialetti, gergo, errori. Insomma una televisione utile, erudita, di notevole livello artistico e lontana dal cattivo gusto di tanti spettatori. Col risultato che il pubblico l’abbandonerebbe pressoché in massa in favore della televisione commerciale. A questo punto la Rai si ritroverebbe a parlare col muro e le si rimprovererebbe d’essere inutile, d’incassare il canone senza fornire il servizio. Dimenticando che un documentario sulle oloturie difficilmente potrà prevalere su uno spettacolo con comici volgari, canzoni di moda e donne seminude. E soprattutto scapperebbero i committenti di pubblicità. Nessuno paga per spot che nessuno vede. La Rai sarebbe costratta o a chiudere o ad ottenere un canone molto più alto: e che ne direbbe il paese di pagare tanto per programmi che nessuno vede?
La Rai è un servizio pubblico che non fa servizio pubblico. È un ircocervo che serve ai politici, anche a quelli ipocriti che ne deprecano il livello; è un’impresa che dispone di un canone per poi dare un servizio non diverso da Mediaset. Essa infine, a causa dei suoi alti costi di gestione (pubblica), non può fare a meno della pubblicità e per questo deve scendere a quei livelli che il suo stesso Presidente Petruccioli ha definito “al di sotto della decenza”. Questa è la realtà.
Diversamente dal diritto penale, tuttavia, il problema della Rai una soluzione l’ammette: basterebbe riconoscere che non è un servizio pubblico. Basterebbe abolire il canone e privatizzarla. Basterebbe con la moltiplicazione delle frequenze aprire l’etere a chiunque sia in grado di procurarsi un pubblico. O un’audience, come si dice nel gergo della televisione.
Ma i politici non rinunceranno mai a piazzare i loro protetti, non rinunceranno mai a distribuire migliaia di posti di lavoro a spese dello Stato, non rinunceranno mai ad un megafono potentissimo e pagato dai contribuenti. Ecco perché s’è parlato di quadratura del circolo.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


PROFUGHI EBREI, FINALMENTE SE NE PARLA
Finalmente si incomincia a parlare di un argomento da sempre volutamente  ignorato dai media e di conseguenza sconosciuto all'opinione pubblica: gli ebrei espulsi dai paesi arabi dopo la fondazione dello Stato di Israele.
Israele ne ha sempre accennato timidamente, quasi temendo di disturbare,  senza mai insistere sull'argomento a conferma della tesi che gli israeliani, a differenza degli arabi,  sono incapaci di farsi pubblicita'.
Gli 850.000 ebrei scacciati dai paesi arabi nel 1948, arrivati in Israele come profughi, sono diventati israeliani immediatamente e, nonostante i tanti, infiniti  problemi dovuti alla guerra, a malattie, malnutrizione, diverse abitudini igieniche e alimentari e un Paese poverissimo come era Israele assediato, furono subito assorbiti dal resto della popolazione e  accolti come fratelli.
 850.000 ebrei espulsi dopo averne confiscato i beni, dallo Yemen all'Egitto, dall'Arabia Saudita alla Siria, Dalla Libia, dal Marocco all'Iraq, ebrei che vivevano in quei paesi da centinaia d'anni, scacciati, molti uccisi, presi a pedate  e sbattuti fuori solo perche' a migliaia di chilometri di distanza era nato un Stato  di nome Israele, un paese minuscolo  non arabo e musulmano in mezzo all'immensita' araba e musulmana.
Inaccettabile per gli arabi.
Perche' si parla solo adesso dei profughi ebrei dai paesi arabi?  Non certo per avere soldi, non certo per riavere i loro beni perduti. E poi da chi? Dagli arabi? Quando mai  si sognerebbero di ridare agli ebrei quello che era degli ebrei.

Se ne parla per non dimenticare quella tragedia.
Se ne parla per cercare di riequilibrare la storia e il  ministro della Giustizia israeliano Meir Sheetrit, di origine marocchina,  ha finalmente fatto scoppiare il caso raccolto immediatamente dal gruppo " Giustizia per gli ebrei dei paesi arabi" che vuole documentare i fatti affinche' la loro storia  di 2500 anni non vada perduta. 
La storia drammatica di questi ebrei mediorientali doveva diventare il cavallo di battaglia di Israele per controbilanciare la propaganda araba sui profughi palestinesi , strombazzata ai quattro venti e bevuta  da tutti con sentimenti di odio e avversione verso Israele, colpevole di averli "scacciati". Grande menzogna poiche' la maggior parte usci' dal paese a causa della guerra, come sempre accade quando ci sono dei conflitti,  e i soldati arabi li rinchiusero subito in campi di raccolta impedendo loro di assimilarsi alle altre popolazioni arabe, col disegno evidente e cinico di usarli per demonizzare Israele e per  impietosire il mondo. 
Disegno perfettamente riuscito, al di la' di tutte le aspettative. Il mondo sbava pieta'.
Ci sono stati 600.000 profughi palestinesi nel 1948, che dico,  profughi! Profughissimi! Sono l'emblema del profugo! La santificazione del profugo, il profugo colla P maiuscola. Solo di loro si parla per sputare su Israele e per succhiare soldi alla comunita' internazionale.
Professionisti del marketing dell'odio , del ricatto e dell'autocommiserazione, gli arabi.
Avete mai letto  o sentito parlare di profughi ebrei?
Avete mai sentito parlare di quello che successe agli ebrei in Europa dopo la 2 WW e dopo la Shoa'? Furono immediatamente  dichiarati "indesiderabili" dall'Europa, quelli dei paesi arabi furono dichiarati  supperindesiderabili dai popoli di Maometto.
Eppure nessuno ne parla, nessuno denuncia, nessuno si incazza, nessuno si scandalizza. A nessuno frega niente della tragedia dei sopravvissuti in Europa costretti a vagare tra un "indesiderabile" all'altro, coperti di stracci, affamati, era loro preclusa persino la possibilita' di arrivare in Israele.
Dovevano, una volta usciti dai lager, sparire , diventare invisibili. INDESIDERABILI E INDESIDERATI, simbolo scomodo delle colpe europee.
Gli altri, quelli mediorientali, calcio in culo e via dopo previo spogliamento di ogni loro bene.
Non hanno mai suscitato la pieta', non hanno mai risvegliato l'interesse di nessuno, i cattocomunisti non li nominano neppure, hanno altro di cui occuparsi loro, devono inveire contro Israele, devono piagnucolare sui palestinesi e con i palestinesi.  
Fanno pena i palestinesi, poverini, tanto poverini, scacciati dalle loro case e ancora senza una patria, poverini, tanto poverini!

Dopo 60 anni sono ancora la', rinchiusi nei campi, quelli in Libano non hanno  i diritti civili, non sono  considerati libanesi, non possono nemmeno possedere una casa, un negozio, un pezzo di orto. Arabi tra arabi, odiati dagli arabi, discriminati dagli arabi.
Rinchiusi dagli arabi  per farli diventare sempre piu' cattivi come si fa con i cani da combattimento, piu' li bastonano e piu' feroci diventano.

Tutti i profughi del mondo, meno gli ebrei naturalmente,  sono stati  aiutati da un unico ufficio delle Nazioni Unite, un ufficetto per tutti; dai milioni di profughi europei, riesclusi  gli ebrei naturalmente, ai molti milioni di profughi africani, asiatici, tutti la' , rappresentati da  un inutile ufficetto del Palazzo di Vetro.
I 50 milioni di profughi europei reduci dalla 2 guerra mondiale non ci sono piu', hanno trovato la loro sistemazione e tutti fanno, felicemente o meno , parte di qualche nazione, quindi non hanno piu' bisogno di aiuti.
I molti milioni di rifugiati africani non li caga nessuno quindi anche per loro l'ufficetto e' inutile.
Esiste invece la Madre di tutti gli uffici per rifugiati, il famigerato URNWA, che rappresenta soltanto, e dico soltanto, i profughi arabi, diventati palestinesi, di 60 anni fa. Profughi per diritto ereditario. Unici al mondo ad essere profughi di padre in figlio, come le famiglie reali.
Mantenuti dalla carita' pubblica mondiale,   ricoperti di miliardi che vengono regolarmente intercettati e ingoiati  dai loro aguzzini, prima era Arafat , adesso i suoi
successori altrettanto corrotti e spietati.
Inutili i tentativi di Israele, dal 1967 in poi, di metterli a vivere in villaggi normali, Arafat minacciava di morte chiunque pensasse di accettare, inutili i recenti tentativi della comunita' internazionale di costruire case nella striscia di Gaza abbandonata da Israele per consentire all'ANP di gettare le basi di uno stato. Illusione!
Tutto Inutile, loro stanno la', rinchiusi, a pensare che la colpa sia  di Israele
tenuti in ostaggio da chi vuole la guerra e dai dirigenti, tutti palestinesi, dell'URNWA che e' una macchina mangiasoldi internazionale, il motivo principe, magna-magna generale,  per cui esistono ancora i campi profughi.
I soldi che si mangiano sono i soldi vostri, cari miei, soldi nostri per educare all'odio gente che doveva e poteva diventare parte di uno stato palestinese.
"E io pago" diceva Toto', gia' paghiamo tutti perche' ai palestinesi non interessa la Palestina, loro non vogliono la Palestina, non e' questo il loro problema.
Il loro problema e' l'esistenza di Israele.
La Palestina e' solo una scusa, fumo negli occhi per gli idioti buonisti occidentali e per scatenare le masse islamiche,  potevano farsela 60 anni fa la Palestina, hanno preferito allevare, come belve feroci, dei disgraziati che si sono moltiplicati fino a diventare da 600.000 quasi 7 milioni. Che figliate, ragazzi!
Una bella differenza con gli  850.000 profughi ebrei che , lavorando e assimilandosi al resto della popolazione israeliana, hanno fatto grande Israele.
Il  mondo non vuole riconoscerlo ma   dovranno rassegnarsi i difensori dei palestinesi e dovranno chiedersi come mai questa disparita' di risultati tra profughi della stessa area geografica e nello stesso periodo storico . Dovranno riconoscere gli amatori degli arabi che quei 600mila sono stati cinicamente usati per demonizzare Israele, per giustificare la guerra, per motivare il terrorismo e per avere tanti cani rabbiosi fuori di testa pronti a fare le bombe umane.
I cattocomunisti, quelli che urlano palestina libera, quelli che odiano Israele, dovranno riconoscere  che la Palestina poteva essere libera e autonoma 60 anni fa ma che i primi a non volerlo sono stati gli arabi.
Dovranno riconoscerlo? Cosa sto scrivendo? Quando mai? Potrebbero riconoscerlo se fossero persone pensanti, se non fossero cosi' obnubilati dall'odio antisemita, se non fossero cosi' manigoldi e amanti del fondamentalismo antioccidentale. 
600mila arabi vivono in miseria, senza mai lavorare, senza aver mai lavorato,  ostaggi dei loro fratelli e del loro odio, da 60 anni in campi schifosi, lerci, senza  fogne, dove se tocchi qualcosa hai la cagarella per due settimane almeno. L'unico periodo vivibile della loro vita di eterni  profughi l'hanno avuta durante l'occupazione israeliana dopo il 1967, Israele gli aveva costruito le fogne, li mandava a scuola, voleva sistemarli in villaggi normali e vivibili, aveva tentato di farne degli esseri umani.
Sono letteralmente precipitati in un baratro di merda quando i territori sono passati all'ANP e qualcuno, sottovoce, lo ammette.
Che differenza di amore per la propria gente, che diversita' di valori, di civilta' e cultura:
gli 850.000 ebrei mediorientali e del nord Africa cessarono di essere profughi i nel momento stesso  in cui arrivarono  in Erez Israel, 60 anni fa,  oggi i loro  discendenti sono  imprenditori, scienziati, ministri, politici.
Uno e' anche diventato Presidente dello Stato ...beh lasciamo perdere...magari era meglio se lui restava in Iraq.
 
Deborah Fait - informazionecorretta

Roba da matti
Già possono controlare, con qualsiasi scusa, il mio telefono,  adesso vorrebbero -per legge-  schedarmi, indagare sul mio conto corrente bancario, sapere se a pranzo mangio filetto o due uova,  se vado o no dal dentista oppure dallo strizzacervelli.
Eppure, da giorni,  leggo  vibrate e sdegnate proteste  da parte di quello che vuole per legge curiosare nei fatti miei:  il signor Prodi.
E' successo
 che alcuni  funzionari pubblici -già individuati- s'intromettessero senza autorizzazione  nella banca dati del cervellone dell'Ufficio delle Entrate per controllare la situazione patrimoniale di Prodi e vari altri Vip  - ad esempio: Silvio Berlusconi, la Ferilli, qualche calciatore, non so più quale Presidente della Repubblica e una smazzolata di invelinati  alla Giogia Palmas.
Bene, Prodi - alla ricerca  di qualche cosa da dare in pasto ai media  per alleggerire le sue evidentissime difficoltà politiche -  
con l'aiutino della solita Procura della Repubblica di Milano (che tempismo, signora mia...) ha alzato un minaccioso polverone mediatico (ieri, il  TG1 c'ha aperto la serata)  gridando addirittura al "complotto"...  contro di lui.
Grottesco.
E meno male che non governano, credo, i comunisti.


cp, 28 ottobre 2006

L’OSPITE È SACRO, PURCHÉ DISARMATO
È lecito difendere la democrazia in maniera antidemocratica? Non è un gioco di parole. È un problema simile al famoso paradosso di Eumenide. Questo cretese disse: “Tutti i cretesi sono bugiardi”. Ora, se tutti i cretesi fossero stati bugiardi, avrebbe dovuto esserlo anche Eumenide, che era cretese e che in questo caso aveva invece detto una cosa vera. Se invece tutti i cretesi fossero stati veridici, Eumenide avrebbe contraddetto l’assunto nel momento in cui mentiva asserendo che tutti i cretesi erano bugiardi. Non se ne esce. Nello stesso modo, uno degli assunti della democrazia è che tutti i cittadini sono liberi: ma se un cittadino vuole togliere la libertà agli altri (e dunque distruggere la democrazia), è il caso di togliergli la libertà di provarci?
Il problema si è già posto concretamente. Una legge italiana ha vietato la ricostituzione del partito fascista: è stata una legge democratica? In altri paesi è stato vietato il partito comunista: è stata una legge democratica? La risposta più ovvia è “no”, perché un popolo libero deve avere anche la libertà di votare per chi vuole: ma poi si pensa ad Hitler, andato al potere in seguito ad un’elezione; alla tragedia cecoslovacca del 1948; a quella più recente e ancora in atto in Algeria e ci si scopre a desiderare d’impedire che il popolo corra alla propria rovina. Ma non è detto che il rimedio sia migliore del male. Allende ha abusato della democrazia ed ha talmente danneggiato il Cile da condurlo sull’orlo della guerra civile; Pinochet, che il “Cile” l’ha normalizzato e perfino reso prospero, l’ha fatto con grave danno per la democrazia ed i diritti umani: la padella o la brace?
Il nodo gordiano non si può tagliare con un colpo di spada: ci si dovrà contentare di stabilire se la libertà democratica ammetta dei limiti. Le anime belle e gli idealisti in generale ovviamente diranno di no. Non amano il grigio e per loro una cosa dev’essere o bianca o nera. Sostengono che in democrazia anche chi propagandasse l’avvento di un tiranno alla Stalin dovrebbe essere tollerato. Chi invece crede che la realtà non sia così risoluta nella divisione fra perfetto e imperfetto, e preferisce salvarsi la vita piuttosto che l’anima, tende ad evitare che, in nome del massimo, si perda anche il minimo. Meglio una democrazia laica sorvegliata dai militari, come la Turchia, che uno Stato integralista musulmano al confine con la Grecia.
In base al buon senso il problema ammette dunque qualche accettabile soluzione. Per cominciare, va messo fuori gioco chi predica un cambio di regime violento. Un simile sconvolgimento è contro le regole della democrazia. Chi desidera cambiare governo deve solo vincere le elezioni con una confortevole maggioranza, e se non le vince così, non ha diritto di imporre cambiamenti in altro modo. Poco importa che chi predica questa “violenza salvifica” appaia del tutto in buona fede, del tutto disinteressato, del tutto preoccupato delle sorti del paese: la democrazia, quando è in gioco la propria sopravvivenza, non deve sottilizzare e dev’essere capace di mostrare i denti.

Nello stesso modo va eliminata l’influenza di tutti coloro che appaiono lottare contro la tolleranza e la libertà, visto che esse sono essenziali per la democrazia. E questo è ormai divenuto un problema attuale. In Europa gli immigrati islamici intolleranti, sostenuti dai fanatici rimasti nei loro paesi, non solo sognano d’imporre la loro religione anche all’Occidente (e sarebbe cosa lecita, se attuata per via di predicazione), ma pretendono di mantenere le loro usanze anche quando queste sono contro le regole della democrazia. Essi si permettono perfino di minacciare una reazione violenta verso chi fa presenti i diritti della democrazia occidentale, incluso quello di scherzare anche sulla religione. Questo è molto difficile da tollerare.
In Occidente ognuno può vestirsi come meglio crede, di rosso o di viola a pallini gialli, se così preferisce, purché non offenda la pubblica decenza ma nessuno può coprirsi il viso perché l’identificabilità corrisponde ad esigenze di ordine pubblico. Inoltre, il fenomeno cambia colore se si scopre che una musulmana ha il viso coperto non per libera scelta ma come risultato di un’imposizione della famiglia, perché in questo caso si è di fronte ad una violenza privata che lo Stato è in dovere di reprimere. Bisogna “stangare” chiunque commetta questo genere di delitto che, essendo commesso fra le mura domestiche, è fra i più pericolosi, fra i più subdoli e spesso fra i più dolorosi. Analogamente, in Occidente ognuno può sposare chi vuole ma non può sposare più di una donna. Poco importa se altrove le leggi sono diverse, when in Rome do as the Romans do, dicevano gli inglesi, se vai a Roma segui le regole di vita dei romani. Dunque niente poligamia, anche se il Profeta è stato poligamico. In Occidente nessuno pretende, anche se fervente cristiano, di avere diritto ad interruzioni del lavoro perché in certe ora desidera pregare: dunque, chi vuole vivere in Occidente deve rassegnarsi a lavorare senza interruzione e ad avere come giorno libero la domenica, anche se nel suo paese il giorno festivo è il sabato o il venerdì. Non si può pretendere che il menu della mensa aziendale tenga conto delle prescrizioni delle varie religioni. Nessuno può pretendere d’imporre i propri usi e costumi ad un altro paese. E se qualche islamico si scandalizza per la presenza del crocifisso in luoghi pubblici, la risposta immediata dovrebbe essere l’espulsione dell’impudente. Non perché siamo arrabbiatamente cristiani, ma perché l’intollerante è un pericolo per la democrazia.
Il problema con gli islamici è appunto che, da ferventi della loro religione, sono intolleranti: e questo è un peccato contro la democrazia così grave da metterli fuori di essa. Bisogna accogliere a braccia aperte chiunque sia disposto a vivere con noi e come noi, ma se qualcuno pretende di violare le nostre leggi, sia pure all’interno della sua famiglia, o se pretende di minacciarci se ci comportiamo in maniera a lui sgradita, il dovere dell’ospitalità cessa e si pensa con nostalgia a Carlo Martello, a don Giovanni d’Austria e a Eugenio di Savoia.
L’ospite è sacro, purché disarmato.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

«In guerra anche le parole sono proiettili»
Un tempo, soldati, marinai e avieri determinavano l'esito della guerra, ma non è più così. Oggi, produttori televisivi, columnist, predicatori e politici svolgono un ruolo fondamentale nel decidere il giusto modo in cui l'Occidente debba combattere. Questo cambiamento ha delle grosse implicazioni.
In un conflitto convenzionale come la Seconda  guerra mondiale, i combattimenti si fondarono su due prodromi così elementari da passare pressoché inosservati. Il primo di essi consistette in ciò: le forze armate convenzionali ingaggiarono un'accanita lotta, volta a conseguire la vittoria. Gli avversari dispiegarono file serrate di soldati, file di carri-armati, flotte navali e squadre aeree. Milioni di giovani andarono in guerra, mentre i civili subirono privazioni. Strategia e intelligence furono importanti, ma la densità della popolazione, l'economia e gli arsenali contarono ancora di più. Un osservatore poteva valutare il progresso della guerra tenendo conto di fattori oggettivi come la produttività siderurgica, le scorte petrolifere, la cantieristica navale e il controllo di terra. Il secondo prodromo consistette in ciò: la popolazione di ogni parte in guerra appoggiò la sua leadership nazionale. Sicuramente, traditori e dissidenti andavano stanati, ma i governanti godettero di un ampio consenso. Questo in particolar modo in Unione Sovietica, dove perfino le folli uccisioni di massa di Stalin non fermarono la popolazione dal sacrificare la propria vita per la "Madre Russia"
.
Entrambi gli aspetti di questo paradigma sono adesso scomparsi in Occidente. Innanzitutto, l'idea di combattere accanitamente per ottenere la vittoria contro le forze nemiche convenzionali è pressoché scomparsa, rimpiazzata dalla sfida più indiretta di operazioni di guerriglia, insurrezioni, intifada e atti di terrorismo. Questo nuovo schema è stato applicato ai francesi in Algeria, agli americani in Vietnam e ai sovietici in Afghanistan. Attualmente, esso si applica agli israeliani contro i palestinesi, alle forze di coalizione in Iraq e nella guerra al terrorismo. Questo cambiamento implica che ciò che l'esercito americano definisce "la conta del fagiolo" - computare il numero delle armi e dei soldati - è oggi pressoché irrilevante, come lo sono le diagnosi dell'economia o il controllo del territorio. Le guerre asimmetriche sono simili alle operazioni di polizia molto più che le battaglie delle ere precedenti. Come nella lotta al crimine, la parte che gode di una vasta superiorità di forze agisce in base a un'ampia gamma di costrizioni, mentre la parte più debole infrange apertamente leggi e tabù nel perseguire senza scrupoli i propri obiettivi. In secondo luogo, la solidarietà e il consenso di una volta non esistono più. Questo processo di disfacimento è in corso da oltre un secolo (a partire dalla posizione assunta dall'opinione pubblica britannica riguardo alla Guerra anglo-boera del 1899-1902). Come scrissi nel 2005: "Il concetto di fedeltà e lealtà è sostanzialmente cambiato. Tradizionalmente, una persona era fedele alla sua comunità d'origine. Uno spagnolo o uno svedese erano devoti al loro monarca, un francese alla sua Repubblica e un americano alla sua Costituzione. Oggi, questo presupposto è obsoleto ed è stato rimpiazzato da un senso di fedeltà ad una società politica, come il socialismo, il progressismo o l'islamismo, tanto per citare alcune opzioni. I legami geografici e sociali rivestono un'importanza minore rispetto a una volta".
Con i vincoli di fedeltà adesso tirati in ballo, le guerre vengono decise più sulle pagine degli editoriali e in misura minore sul campo di battaglia. Buone argomentazioni, efficace retorica, sagaci presentazioni dei fatti in una luce favorevole a un governo e la guerra di cifre dei sondaggi contano molto più che prendere una collina o attraversare un fiume. Solidarietà, morale, lealtà e comprensione sono le nuove armi. Gli opinion leaders sono le nuove bandiere e i nuovi generali. Perciò, come scrissi nell'agosto 2005, i governi occidentali "devono considerare le public relations come parte integrante della loro strategia". Perfino nel caso dell'acquisizione di armi atomiche da parte del regime iraniano, la soluzione è rappresentata dall'opinione pubblica occidentale e non dagli arsenali dell'Occidente. Se uniti, gli europei e gli americani avranno buone probabilità di dissuadere gli iraniani dall'andare avanti con le armi nucleari. Se saranno invece disuniti, gli iraniani si sentiranno incoraggiati a portare a compimento l'impresa. Ciò che Carl von Clausewitz definisce "il centro di gravità" della guerra si è spostato dalla forza delle armi ai cuori e alle menti dei cittadini. Gli iraniani accettano le conseguenze delle armi nucleari? Gli iracheni accolgono le truppe della coalizione come dei liberatori? I palestinesi sono disposti a sacrificare le loro vite negli attentati suicidi? Europei e canadesi desiderano avere una credibile forza militare? Gli americani vedono nell'Islamismo un potenziale pericolo?
Gli strateghi non-occidentali riconoscono la supremazia della politica e si focalizzano su di essa. Una serie di trionfi - in Algeria nel 1962, in Vietnam nel 1975, e in Afghanistan nel 1989 - sono tutti dipesi dall'erosione della volontà politica. Il numero due di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, ha di recente codificato questa idea, osservando che oltre la metà delle battaglie islamiste "si svolgono sul campo di battaglia dei media". L'Occidente è fortunato a predominare nelle arene militari ed economiche, ma esse non sono più sufficienti. Insieme ai suoi nemici, esso deve prestare la dovuta attenzione alle pubbliche relazioni della guerra.

Daniel Pipes
,  per l'Opinione - ottobre 2006

SAMIRA E JAMILA,  ARABE ITALIANE IN CERCA DI LIBERTÀ
Caro Dago, mi sono proprio rotta di pseudo imam trasformati in divi televisivi, di cardinali che li sostengono, di comunisti senza se e senza ma, che dicono che il velo è una libertà individuale, che loro ci tengono tanto, di ospiti di Porta a Porta come l'aspirante kamikaza egiziana di ieri sera, di dibattiti che dovrebbero essere sul velo e finiscono con "è una speculazione della destra, è una colpa della sinistra". Le sciagurate non le chiama nessuno, non gliene frega niente. Allora ti mando due letterine in cui parlano loro, quelle che non gli piace il velo con tutto il resto del trattamento. Ne ricevo a centinaia, forse per questo gli sto sullo stomaco, e certo non sono la sola. Potremmo metterci insieme e incartarci a Palazzo Chigi, ma anche l'arcivescovado di Milano
Mgm
(Maria Giovanna Maglie)
 
Mi chiamo Samira, sono marocchina e sto in Italia da 10 anni, dall‚età di 9 anni. Andava tutto bene finchè ho cominciato a frequentare un ragazzo italiano della mia età, per il quale in casa mia è iniziato l'inferno.
Mio padre Driss vuole che cominci a portare il velo, non vuole farmi uscire più nemmeno per comprarmi un libro, e in piu‚ ha cominciato a prendermi a schiaffi e a calci, appena vedo alzare una mano il cuore comincia a battermi forte. Lo odio, ti giuro che lo odio. Io sono Italiana, mi sento italiana e non voglio rinunciare alla mia libertà, e non voglio portare il velo perché non voglio essere ipocrita con la religione.
Scusami cara signora, ma non ce la faccio più, voglio scappare magari in Francia dato che parlo francese, e magari potrei anche cambiare nome.
Mi dispiace solo per mia madre ma anche lei è convinta che io debba andarmene via prima che succeda una disgrazia oppure che gli faccia fare io a lui la fine di Hina.
Vi giuro non ho più lacrime da asciugare, quelle lacrime che ti danno quel momento di pausa per far passare la rabbia. Voglio chiedervi se conoscevate un‚associazione di donne in Francia che possa aiutarmi a vivere la mia vita in pace, cosa che mia madre non ha potuto avere facendo la schiava in Italia per tutta la vita. Attendo una vostra risposta.
Conosco tante amiche che si trovano nella mia stessa situazione, alcune delle quali sono finite in centri in cui non possono nemmeno fare una telefonata, vivendo nella paura. Io non voglio fare questa fine, il mondo è grande e voglio vivere la mia vita!
Continuate a denunciare, io sono una vigliacca!
Samira

 
Sono una ragazza 22 enne di origine marocchina che appartiene ai cosiddetti immigrati di seconda generazione. Sono residente in Italia fin dalla tenera eta' di 6 anni e per questo non parlo correttamente quella che tutti chiamano la mia lingua madre cioe' l'arabo.
Le scrivo per chiederLe un aiuto. Io ed il mio fidanzato abbiamo deciso di sposarci (lui e' cittadino italiano) e ci e' stato detto che serve il nulla osta da richiedere all'ambasciata marocchina, ma quest'ultima non lo vuole rilasciare per motivi religiosi, cioe' viene rilasciato solo se il mio fidanzato si converte all'islam. Dato che siamo in Italia e la costituzione italiana prevede la libertà religiosa l'ambasciata marocchina non commette un'azione illegale? Mi sono rivolta al consolato con tutto il rispetto e la gentilezza possibili, ma loro mi hanno offesa, insultata, umiliata come se fossi una criminale, una poco di buono che sta per commettere chissà quale grave reato. Mi hanno detto che se sposerò un infedele merito solo l'inferno.
Mi chiedo: ma che gente lavora nel consolato che dovrebbe rappresentare il Marocco?! Si tratta di persone poco disponibili, maleducate e cattive, oserei dire pericolose. Pensi che mi hanno addirittura minacciata. Ed ora si rifiutano anche di rinnovarmi il passaporto perchè secondo loro io non merito niente. Sono disperata, non so cosa fare; a volte mi sembra di vivere un incubo che temo non finirà mai.
Non ho fatto del male a nessuno, lavoro onestamente come impiegata, voglio solo sposare la persona che amo e vivere una vita tranquilla e serena. E quando avrò dei figli insegnerò loro che gli esseri umani sono tutti allo stesso livello e che ognuno merita rispetto.
Io vivo il dramma tipico della seconda generazione, mi sento una straniera in patria!
Amo l'Italia ma le sue leggi mi considerano come l'immigrato appena arrivato ieri. Invece di fare di noi una risorsa, ci rende i figli di nessuno, dei diseredati senza identità, in balia delle tradizioni peggiori di quelli che non sono più i nostri Paesi. Spero che Lei mi risponda con urgenza al seguente indirizzo di posta elettronica Grazie di cuore.
Jamila.


da Dagospia 25 Ottobre 2006

A D'Alema piacciono Iran e Venezuela
C'eravamo tanto amati. Dopo i Bye bye, Condi al telefono e le voci sapientemente diffuse dall'ufficio stampa di D'Alema su una Condoleezza Rice non insensibile al fascino discreto di Baffino, i giornali americani descrivono un segretario di Stato furibondo con il governo italiano e il suo ministro degli Esteri. Non bastassero gli ordini alle truppe in Libano perché fingano di guardare dall'altra parte mentre convogli di camion portano dalla Siria tonnellate di armi iraniane agli Hezbollah, ora c'è anche il rifiuto di sostenere la candidatura del Guatemala per un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che di fatto - anche se l'Italia si astiene - favorisce l'altro candidato, il Venezuela del presidente Hugo Chavez.
Le diverse biografie pubblicate di recente dipingono Chavez - il primo capo di Stato straniero ricevuto in pompa magna alla nuova Camera dei Deputati da Bertinotti - come un autentico bandido, non nel senso metaforico per cui si dà del bandito a chi, per esempio, opprime i contribuenti con tasse persecutorie, perché in quel caso per gli italiani non occorrerebbe andare a cercarne esempi in Venezuela. No: Hugo Chavez ha esercitato tecnicamente la professione di bandido occupato a taglieggiare commercianti e industriali prima da civile e poi da militare con metodi che - se riferiti a Putin - farebbero dire al presidente russo che la vera mafia sta in Venezuela.

Negli ultimi anni il banditismo di Chavez è passato dai semplici traffici ai brogli elettorali, da una retorica che chiama Bush «il Diavolo» e applaude le dichiarazioni di Ahmadinejad sullo sterminio di Israele. Non si tratta solo di parole: negli ultimi due anni sono stati firmati una ventina di trattati di cooperazione fra l'Iran e il regime venezuelano. Il sostegno del caudillo di un Paese occidentale e cattolico a tre ore di volo da Miami non è solo un bel colpo propagandistico per gli ayatollah iraniani. Teheran ha anche bisogno di basi per una rete di agenti segreti che ha da tempo sostituito quella sovietica come la più capillare presenza d'intelligence ostile agli Usa nel continente americano.
Secondo Washington, la centrale dello spionaggio iraniano è una fabbrica di trattori venezuelana chiamata Veniran, una joint venture fra Chavez e gli iraniani. La Veniran, di cui l'agricoltura venezuelana non ha bisogno, è in realtà una copertura per far viaggiare fra Caracas e Teheran decine di agenti dei servizi iraniani, e per trasferire in America Latina - in container che li presentano come pezzi per trattori - armi e munizioni per vari gruppi insurrezionalisti sudamericani. La tesi secondo cui l'Italia non può votare contro il Venezuela all'Onu perché in quel Paese c'è una forte comunità di origine italiana è una bugia che la diplomazia americana ha smascherato in pochi minuti. Gli italiani in Venezuela sono imprenditori e commercianti, e non fanno certo parte di quei gruppi di contadini e operai che fanno da materia prima alle adunate di piazza di Chavez. Le associazioni italiane sono semmai in prima linea nelle manifestazioni che domandano a Chavez di togliere il disturbo. L'atteggiamento del governo Prodi e di D'Alema non è dunque destinato a favorire gli italiani in Venezuela, ma la tenuta dell'esecutivo in balia di Bertinotti e Diliberto, ai congressi dei cui partiti si inneggia regolarmente a Chavez. Bye bye dunque all'amicizia con gli Stati Uniti: anche lì, come da noi, hanno capito che per il governo italiano la bugia è una risorsa strategica

Massimo Introvigne da "Il Giornal
e"


SCONTENTARE TUTTI
Con un apprezzabile sofisma Prodi ha sostenuto che la sua Finanziaria scontenta tutti perché non favorisce nessuno e dunque è socialmente equa. Il ragionamento sarebbe ineccepibile se ineccepibili fossero le premesse. Un provvedimento può scontentare tutti perché tutti si attendevano qualche vantaggio e non l’hanno avuto oppure perché nessuno si attendeva uno svantaggio e tutti l’hanno avuto. I casi non sono identici: se si scontentano gli avidi è un conto, se si danneggiano coloro che non chiedevano nulla è un altro conto.
In realtà il malcontento deriva non solo da un innegabile aumento della pressione fiscale ma anche da alcune gaffes difficilmente scusabili. La reintroduzione della tassa di successione, per esempio. Se il governo Berlusconi l’aveva abolita è perché, oltre ad essere odiosa, il suo gettito pareggiava più o meno le spese per l’esazione. Ora invece il governo è riuscito a realizzare il seguente capolavoro: prima Prodi, durante la campagna elettorale, ha sparato una serie di cifre diverse, riguardo al suo livello di partenza; poi ha concluso che non l’avrebbero reitrondotta; infine, prima l’hanno reintrodotta con un machiavello contabile (si pagava la tassa ma non si chiamava tassa di successione), facendosi dare di magliaro; poi l’ha reintrodotta chiamandola col suo nome per i patrimoni al di sopra del milione di euro per singolo erede e non per gli intimi, cioè per una piccola minoranza: ottenendo un gettito risibile a fronte di una pessima figura di fronte agli elettori. Ha insomma fatto contenti solo i più arrabbiati fra gli invidiosi della prosperità altrui.
Più o meno lo stesso è avvenuto con altri provvedimenti, annunciati, modificati, rilanciati, reinterpretati: l’imposta sulle agenzie immobiliari (che ha provocato un terremoto in Borsa), il Tfr, la tassa sui Suv, l’aumento dell’imposta sui redditi finanziari, ecc. Prodi e compagni sono riusciti nel capolavoro di far funzionare al contrario l’effetto annuncio. Se si dice che, per i prossimi vent’anni, le case nuove non pagheranno l’ICI, si dà un enorme impulso alla costruzione di case di cui rimarrà qualcosa anche se poi si dirà che l’esenzione è per un solo anno. Il presente governo invece ha minacciato disastri e punizioni in tutti i campi; ha trattato tutti da evasori, quando non da delinquenti; ha promesso lacrime e sangue col risultato che la gente, che mai ha letto o leggerà una Legge Finanziaria, si è convinta che Visco, Padoa Schioppa e Prodi sono d’accordo per sfilargli parecchi bigliettoni dalla tasca. Che l’impressione sia fondata o no non è quello che qui interessa: quello che interessa è la goffaggine politica d’un governo che sembra demente. Ma demente non è.

Tutto si spiega con le basi ideologiche dei partiti di estrema sinistra, oggi dominanti. Per i comunisti, come  direbbero i filosofi che parlano tedesco, non importa il Sein ma il Sollen: non l’essere ma il dover essere. La prosperità del paese deve derivare da un diverso modello produttivo: generoso e non egoistico, collettivistico e non privatistico. Se poi, cercando di applicarlo, si realizza un’autentica miseria sociale, come nelle Democrazie Popolari, questo non è un motivo per non applicare la teoria che, essendo un articolo di fede, prevale sulla scienza. Come ha detto Lenin (o è stato Hegel?): “Se la realtà non seguirà le idee, tanto peggio per la realtà”.
In Italia alcuni partiti sono vissuti per decenni vendendo miti: il mito del ricco che è tale a spese del povero; il mito dell’ingiustizia dell’eredità, per cui è ricco uno il cui padre meritava d’essere ricco (Jean-Jacques Rousseau); il mito per cui chi possiede una casa è un benestante, infatti il semplice operaio proletario non la possiede. Per non parlare del mito della rendita finanziaria, di cui si dimentica la funzione di serbatoio di capitali per la produzione.
Oggi questi partiti sono simili a quel campione di pentathlon che in una favola di Esopo si vantava sempre d’avere effettuato uno strabiliante salto, a Rodi. Un ascoltatore alla fine, spazientito, gli disse: “Hic Rhodus, hic salta”, qui siamo a Rodi, e qui ora salta. I comunisti hanno scalpitato per i cinque anni del governo Berlusconi e anche per tutti i decenni precedenti, e ora sono stati improvvisamente chiamati a deliver, cioè a realizzare quanto promesso, e non vogliono tirarsi indietro. Quello che pensano però lo pensano solo loro e neanche la maggioranza dell’Unione li segue. Ecco perché la Finanziaria ha scontentato tutti. Semplicemente tutti quelli che hanno il senso del reale.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

LA TERZA SIMONA...
Sta a casa sua, quindi bene, benissimo. La "terza Simona", però, tornerà a casa dai genitori in pompa magna, atteso a Ciampino da qualche televisione e da (pochi) politici, de sinistra (la maggioranza ha saggiamente deciso di non assecondare tali squallidi copioni).
Racconterà che sono stati buoni, gentili ed affabili, e che in effetti gli okkupanti farebbero bene ad andarsene al più presto.
La solita solfa, il solito vomitevole deja vu eticopoliticistico da (comunis)tardi noglobal convinti di influenzare con le loro sceneggiate l'opinione pubblica la quale, sconvolta dal susseguirsi "drammatico" di siffatti eventi "effetti della guerra" e non di altro, con un sussulto di indignazione dovrebbe fare pressione sui governi perchè ci si ritiri lasciando gli autoctoni liberi di scannarsi fra di loro. Resta solo da scoprire (questo sì) a chi realmente vanno i soldi che vengono spesi per la "liberazione" di questi "eroi".
Che palle!

Intervento di  A. Marzano,  condiviso da cp.


Velo islamico strumento di penetrazione del fondamentalismo
«Lei è un'ignorante, è falsa», peggio ancora «lei semina l'odio, è un'infedele ». L'accusa pesantissima, che in termini coranici si traduce con la condanna a morte, è diretta all'onorevole Daniela Santanchè di An. A scagliarla è Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate, appena conclusa una già rovente puntata di «Controcorrente» negli studi milanesi di Sky sulla questione cruciale del velo islamico. Nel corso della trasmissione condotta da Corrado Formigli e andata in onda venerdì sera, la Santanchè aveva sostenuto che «il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto dal Corano».
Ciò in risposta all'affermazione della giovane Asmae Dachan, figlia del presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), secondo cui «il velo è un atto di fede come la preghiera e l'elemosina, è un fattore di adorazione di Dio». La replica di Abu Shwaima è stata impietosa eminacciosa: «Non è vero che nel Corano non ci sia l'obbligo del velo. Io sono un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di islam. Voi siete degli ignoranti di islam e non avete il diritto di interpretare il Corano ». Successivamente, rivolto all'altra ospite negli studi di Sky a Roma, Dunia Ettaib, rappresentante dell‚Unione delle donne marocchine in Italia, tenacemente contraria al velo, Abu Shwaima ha sentenziato con un italiano approssimativo (quasi la dimostrazione della difficoltà di integrarsi per un integralista che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese ma che coltiva l'ambizione di convertire gli italiani all'islam): «Il velo è una legge che Dio ha mandato. È Dio che lo dice, l'uomo non può negarlo. Se uno crede nell'islam lo segue. Senza essere uno che non crede, di dire che non lo deve portare».

A questo punto Dunia chiede lumi (questo scambio di battute non è però andato in onda): «E quelle che non portano il velo non sono musulmane?». Secca la risposta di Abu Shwaima: «Il velo è un obbligo di Dio. Quelle che non credono in questo non sono musulmane». Quindi le musulmane che non portano il velo sarebbero delle miscredenti e delle apostate, altra accusa che si trasformerebbe nella condanna a morte. È un nuovo episodio che dovrebbe spingere gli italiani a guardare in faccia la realtà per quella che è e non per quella che immaginano che sia o sperano che diventi, partendo dal vissuto dei suoi protagonisti e affrancandosi dai filtri ideologici, culturali e religiosi che portano alla mistificazione della realtà. E la questione del velo islamico va considerata per il significato che le danno coloro che in Italia si ergono a rappresentanti dei musulmani. Prendiamo atto del fatto che Abu Shwaima, autodesignatosi imam della moschea di Segrate, nonché «emiro del Centro islamico di Milano e Lombardia», è sia fondatore e membro del «Consiglio dei saggi» d e l - l'Ucoii, sia responsabile della Da'wa, ovvero della propaganda islamica, della Fioe (Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa), che è la cornice unitaria delle organizzazioni affiliate ai Fratelli musulmani nel nostro continente.
Prendiamo atto del fatto che Asmae Dachan è portavoce dell'Admi (Associazione delle donne musulmane in Italia), creatura dell'Ucoii. Ebbene per entrambi il velo è un obbligo islamico, con la conseguenza esplicita della condanna, implicitamente anche a morte, delle donne che non lo indossano o si schierano contro il velo perché sarebbero delle infedeli, miscredenti e apostate. Questa è la realtà di cui dovrebbero finalmente rendersi conto i politici di sinistra e di destra che hanno legittimato il velo islamico sulla base del «buonsenso» (una versione islamicamente corretta di equidistanza o equivicinanza tra il velo integrale e il capo scoperto), o se ne sono addirittura innamorati perché sarebbe esteticamente bello, i magistrati che hanno accreditato nel nostro codice laico con una sentenza definitiva il velo come una prescrizione islamica, i religiosi cattolici che dicono sì al velo islamico purché non si metta in discussione il sì al crocifisso nella sfera pubblica, le donne italiane che risultano indifferenti alla sorte delle musulmane.
Prendano atto che il velo è lo strumento principale di penetrazione sociale dei Fratelli musulmani perché porta alla sottomissione della donna e alla formazione di una «comunità islamica» forgiata dalla sharia. Mobilitiamoci pertanto per salvaguardare il diritto delle musulmane a non portare il velo, per sostenere una maggioranza di musulmane che oggi è sostanzialmente laica e liberale, per difendere l'Italia dall'ideologia oscurantista e totalitaria che si nasconde dietro al velo. Prima che sia tardi.

Magdi Allam - Corriere della Sera - 22 ottobre 2006

ANCORA E SEMPRE "MORTE A ISRAELE"
Alain Pellegrini, capo delle forze ONU in Libano, ha dichiarato che l'unifil potrebbe usare le armi per impedire le incursioni aeree di Israele.
Le dichiarazioni di Pellegrini che minacciano  uno stato sovrano e democratico sono una provocazione  gravissima e confermano il fatto che l'Unifil sia  la non per impedire ai terroristi di aggredire Israele ma per impedire a Israele di rispondere alle aggressioni e di difendersi inoltre corrono voci non smentite che l'Italia e la Francia forniscano il Libano di armi che molto facilmente potrebbero finire in mano a hezbollah.
 Si fa sempre piu' chiaro il motivo della missione di pace dei caschi blu: minacciare Israele e dare al governo libanese i mezzi per aiutare i terroristi.
E' ancora piu' lampante il motivo per cui non  hanno permesso a Israele  di continuare la guerra.
Basta guerra, pace pace, miagolavano  in Europa, in USA, all'ONU.
Basta guerra un cavolo e pace pace un altro cavolo.
Dove siete pacifisti? Adesso che l'Italia vende armi al Libano per colpire Israele  state zitti? dove siete finiti?
Io vi sputo addosso, pacifisti.
Lo faccio con grande gusto soprattutto leggendo le vostre dichiarazioni sul web, la vostra soddisfazione perche' Israele non e' arrivato a vincere come voleva, la vostra solidarieta' ai non umani come voi  che odiano Israele.
Vi risputo addosso pacifisti ipocriti.
 La missione di "pace" in Libano mirava  semplicemente a ricacciare Israele dentro i suoi confini per permettere a hezbollah di riprendere forze e di riarmarsi. "Vittoria Vittoria" gridano i terroristi. A Beiruth si fanno manifestazioni con migliaia di persone  che rispondono urlando "Vittoria vittoria".
Imbecilli, sono senza casa, meta' del loro paese non esiste piu',  hezbollah li ha ridotti a degli accattoni ma loro urlano Vittoria Vittoria.

E' questo fanatismo che impedira' sempre agli arabi di diventare persone degne di stare al mondo. Non sono uomini, ne' donne , ne' bambini quelli che di fronte a migliaia di morti e sapendo di essere ostaggi  di un'organizzazione di terroristi che non ha esistato a usarli come scudi umani, gridano Vittoria Vittoria.
Non sono uomini donne e bambini i palestinesi che si lasciano usare, affamare, ammazzare da hamas e prima da Arafat e gridano "Morte a Israele".
Morte a Hannaye, morte a Arafat ( quando era ancora demoniacamente vivo) morte ai corrrotti che li tengono nei campi da 60 anni e che li usano come carne da macello. Questo dovrebbero gridare. Invece urlano "morte a Israele" perche' cosi' gli hanno insegnato.
E io gli sputo addosso.
 Non sono uomini donne e bambini quelli che fanno parte delle famose masse islamiche  che pendono dalla bocca del nano di Teheran e vanno in delirio quando lo sentono dire, quotidianamente, che Israele sta per essere eliminato dalla mappa del mondo.
No non sono uomini ne' donne  ne' bambini, non sono persone.
E io gli sputo addosso.
A questo punto, siccome conosco i miei polli, so che qualcuno mi dira' "non devi generalizzare".
Certo certo  generalizzare e' sempre sbagliato ma quando ieri vedevo in Tv le masse islamiche andare in delirio, rispondere come un sol uomo alle parole del nano, non mi e' balenato il pensiero che forse qualcuno era in casa , qualche donna a preparare il pranzo , qualche vecchietto invalido, qualche bambino molto piccolo.
Beh, mi spiace ma io parlo di quello che vedo e ho visto masse di invasati che moltiplicate per tutti i paesi arabo-islamici fanno una folla enorme, milioni di invasati urlanti "Israele deve essere eliminato dalla mappa del mondo".
E io gli sputo addosso.
Mahmoud Zahar,  delfino di Hannaye, ha dichiarato ieri che "Israele contamina il Medio oriente quindi e' destinato a scomparire" e le masse gli hanno risposto urlando, strappandosi i capelli dalla gioia, sparando in aria dove arriva arriva se muore qualcuno chi se ne frega. Uomini donne e bambini che non sono persone.
E io gli sputo addosso. 
I nostri nemici si stanno armando a dismisura, a Gaza entrano armi a non finire, Israele fa saltare decine di tunnel al giorno ma non basta. Nel giro di poco tempo al sud avremo una situazione pericolosissima, gli attacchi contro Israele sono quotidiani, le minacce di rapire altri soldati anche. Che fare? L'unica cosa possibile, rendersi conto che solo Israele puo' difendere se stesso e che il mondo sta a guardare e ci blocca quando vede che gli arabi se la vedono brutta.
Bene, Israele non deve fermarsi, Israele deve colpire, Israele non deve accettare nessun "ordine" di ritiro perche' la posta in gioco e' troppo alta, la posta in gioco e' la nostra esistenza. Nessuno ci difendera', nemmeno a parole. Nessuno, come nessuno si indigna alle dichiarazioni del nano, anzi lo invitano all'ONU e Prrrodi gli stringe la mano sorridendo soddisfatto. E Israele dovrebbe accontentare questa gentaglia complice di chi ci vuole morti?
A Gaza la gente patisce la fame ma i capi, i boss, i maledetti capoccia di Fatah e Hamas seguono la scuola di Arafat e fanno in modo di affamarli sempre di piu' perche' siano sempre piu' rabbiosi e sempre meno umani e pronti a lanciarsi contro Israele a fauci grondanti odio perche' sono cosi' imbecilli da non capire che i loro  capoccia che li hanno ridotti cosi', che e' stato Arafat a farne una popolazione di cani rabbiosi per raggiungere i suoi obiettivi :il potere assoluto e l'eliminazione di Israele. 
Al nord la situazione e' come prima della guerra. Nasrallah minaccia, Nasrallah si arma, l'Italia e la Francia lo aiutano, Unifil gioca a briscola  e prima o poi ricominceranno gli attacchi, i missili sul Nord della Galilea.
Mi auguro che nel frattempo in Israele vengano cambiati il Capo di Stato Maggiore e il Ministro della Difesa, magari anche il Primo Ministro e che la prossima volta di Nasrallah non resti nemmeno il turbante. 
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com