ARCHIVIO OTTOBRE 2006
NO SEX IN THE CITY
Per i tipi di Cairo editore
(pp 223, euro 14.00) Mauro Suttora ha pubblicato il suo nuovo libro, Riportiamo
la recensione dall'Ansa:
Un po' diario, un po' inchiesta sul campo,
un po' vademecum (in appendice tutti luoghi
di cui si parla), ma sempre col sapore del
''vissuto'' autobiografico e con un gradevole
umorismo: ecco le qualita' del libro di Mauro Suttora,
milanese, classe 1959, giornalista Rizzoli, con
un piede a Milano e l'altro a New York; uno che da una
parte e' un bel campione di maschio italico in trasferta,
e dall'altra un osservatore tanto smagato, da
firmare rubriche di costume anche su settimanali
americani importanti come Newsweek e New York Observer.
Come dire un
nipotino di Casanova quanto ad avventure (non
tutte riuscite) e un ammiratore di Tom Wolfe,
quanto a curiosita', gusto del dettaglio
e passione per il pettegolezzo. Piu'
esattamente il libro pone questa domanda: che
cosa succede a un giovane italiano, solo nella patria di
'Sex and the City', il serial divenuto la bibbia televisiva
dei comportamenti sessuali americani?
La risposta
dello scrittore suona piu' o meno cosi':
nella vita febbrile di Manhattan, l'isola
a piu' alto tasso di donne single del mondo,
la realta' e' bizzarra proprio come appare nelle
avventure delle guattro star della serie tv.
E a volte anche di piu'. Le favolose donne di New York,
tutte in carriera, perlopiu' nevrotiche ai
limiti del comico, finalmente sono fotografate
dalla prospettiva opposta: quella di un maschio single,
per di piu' europeo, anzi italiano.
IL
DIRITTO PENALE
E LA RAI: DUE QUADRATURE DEL CIRCOLO
La quadratura del circolo non è
difficile: è impossibile. Purtroppo
però esistono problemi che, pur essendo
insolubili, sono ineludibili. Uno
è quello della libertà in relazione
al diritto penale. Se credessimo al determinismo
psicologico, nessuno sarebbe più colpevole
delle proprie azioni. Sparirebbe la responsabilità
e con essa il diritto penale, il giudizio, la prigione.
E con loro la repressione del crimine. Inconcepibile.
Ma se credessimo alla libertà dell’uomo (che
nessuno, nemmeno Kant, è riuscito a dimostrare),
non si capirebbero parecchie attenuanti, elementi
che influenzano una volontà che non dovrebbe essere
influenzabile. Non si capirebbe l’attenuante della semi-infermità
mentale: l’uomo ha sì o no il libero arbitrio o è
una macchina che può guastarsi? Vero è
che per l’infermità mentale alcuni parlano del
cervello come di uno “strumento”, un pianoforte che può
guastarsi mentre è in perfetta salute il pianista:
solo che questa idea implica il concetto di anima spirituale,
distinta dal corpo, anch’essa per nulla dimostrata. L’unica
conclusione è che il diritto penale - inevitabilmente
e contraddittoriamente - si richiama da una parte
al concetto di uomo libero e dall’altra al concetto
di uomo determinato.
Ad un livello
infinitamente più basso un
problema analogo si ha per la Rai in quanto servizio
pubblico. Se servizio pubblico significasse
trasmissioni di esclusivo interesse nazionale,
i politici dovrebbero tenersene infinitamente
lontani: essi infatti sono di parte e dunque
non agiscono (almeno dal punto di vista dei loro
oppositori) nell’interesse nazionale. Ma che ciò
accada è del tutto inverosimile. Non è
ipotizzabile che essi si astengano dall’influenzare
un così potente mezzo per la cattura del consenso.
In secondo luogo, se servizio pubblico
significasse agire nell’interesse
della cultura nazionale, andrebbero escluse
tutte quelle trasmissioni che, pur essendo divertenti
per il pubblico, non lo “migliorano”.
Niente trash, dunque; niente pettegolezzi; niente
volgarità; niente dialetti, gergo, errori.
Insomma una televisione utile, erudita, di notevole
livello artistico e lontana dal cattivo
gusto di tanti spettatori. Col risultato che il pubblico
l’abbandonerebbe pressoché in massa in favore
della televisione commerciale. A questo punto
la Rai si ritroverebbe a parlare col muro e le si rimprovererebbe
d’essere inutile, d’incassare il canone senza
fornire il servizio. Dimenticando che un documentario
sulle oloturie difficilmente potrà prevalere
su uno spettacolo con comici volgari, canzoni di
moda e donne seminude. E soprattutto scapperebbero
i committenti di pubblicità. Nessuno paga per
spot che nessuno vede. La Rai sarebbe costratta o a
chiudere o ad ottenere un canone molto più alto: e che
ne direbbe il paese di pagare tanto per programmi che nessuno
vede?
La Rai è un servizio pubblico che
non fa servizio pubblico. È un ircocervo
che serve ai politici, anche a quelli
ipocriti che ne deprecano il livello;
è un’impresa che dispone di un canone per
poi dare un servizio non diverso da Mediaset. Essa
infine, a causa dei suoi alti costi di gestione
(pubblica), non può fare a meno della pubblicità
e per questo deve scendere a quei livelli che il
suo stesso Presidente Petruccioli ha definito “al
di sotto della decenza”. Questa è la realtà.
Diversamente dal diritto penale, tuttavia,
il problema della Rai una soluzione
l’ammette: basterebbe riconoscere che non
è un servizio pubblico. Basterebbe abolire
il canone e privatizzarla. Basterebbe con
la moltiplicazione delle frequenze aprire l’etere
a chiunque sia in grado di procurarsi un pubblico.
O un’audience, come si dice nel gergo della televisione.
Ma i politici non rinunceranno mai a
piazzare i loro protetti, non rinunceranno
mai a distribuire migliaia di posti
di lavoro a spese dello Stato, non rinunceranno
mai ad un megafono potentissimo e pagato dai contribuenti.
Ecco perché s’è parlato di quadratura
del circolo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
PROFUGHI EBREI,
FINALMENTE
SE NE PARLA
Finalmente si incomincia a parlare
di un argomento da sempre volutamente
ignorato dai media e di conseguenza sconosciuto
all'opinione pubblica: gli ebrei espulsi
dai paesi arabi dopo la fondazione dello
Stato di Israele.
Israele ne ha sempre accennato timidamente,
quasi temendo di disturbare, senza
mai insistere sull'argomento a conferma
della tesi che gli israeliani, a differenza degli
arabi, sono incapaci di farsi pubblicita'.
Gli 850.000 ebrei scacciati dai paesi
arabi nel 1948, arrivati in Israele come
profughi, sono diventati israeliani immediatamente
e, nonostante i tanti, infiniti problemi
dovuti alla guerra, a malattie, malnutrizione,
diverse abitudini igieniche e alimentari
e un Paese poverissimo come era Israele assediato,
furono subito assorbiti dal resto della popolazione
e accolti come fratelli.
850.000 ebrei espulsi dopo averne
confiscato i beni, dallo Yemen
all'Egitto, dall'Arabia Saudita alla Siria,
Dalla Libia, dal Marocco all'Iraq, ebrei
che vivevano in quei paesi da centinaia d'anni,
scacciati, molti uccisi, presi a pedate
e sbattuti fuori solo perche' a migliaia di chilometri
di distanza era nato un Stato di nome Israele,
un paese minuscolo non arabo e musulmano in mezzo
all'immensita' araba e musulmana.
Inaccettabile per gli arabi.
Perche' si parla solo adesso dei profughi
ebrei dai paesi arabi? Non certo
per avere soldi, non certo per riavere i loro beni
perduti. E poi da chi? Dagli arabi? Quando mai
si sognerebbero di ridare agli ebrei quello che
era degli ebrei.
Se ne parla
per non dimenticare quella tragedia.
Se ne parla per cercare di riequilibrare
la storia e il ministro della
Giustizia israeliano Meir Sheetrit, di origine
marocchina, ha finalmente fatto scoppiare
il caso raccolto immediatamente dal gruppo
" Giustizia per gli ebrei dei paesi arabi"
che vuole documentare i fatti affinche' la loro
storia di 2500 anni non vada perduta.
La storia drammatica di questi ebrei
mediorientali doveva diventare il
cavallo di battaglia di Israele per controbilanciare
la propaganda araba sui profughi
palestinesi , strombazzata ai quattro venti e bevuta
da tutti con sentimenti di odio e avversione verso
Israele, colpevole di averli "scacciati".
Grande menzogna poiche' la maggior parte usci' dal
paese a causa della guerra, come sempre accade
quando ci sono dei conflitti, e i soldati arabi
li rinchiusero subito in campi di raccolta impedendo
loro di assimilarsi alle altre popolazioni
arabe, col disegno evidente e cinico di usarli per
demonizzare Israele e per impietosire il mondo.
Disegno perfettamente riuscito, al
di la' di tutte le aspettative. Il
mondo sbava pieta'.
Ci sono stati 600.000 profughi palestinesi
nel 1948, che dico, profughi! Profughissimi!
Sono l'emblema del profugo! La santificazione
del profugo, il profugo colla P maiuscola.
Solo di loro si parla per sputare su Israele
e per succhiare soldi alla comunita' internazionale.
Professionisti del marketing dell'odio
, del ricatto e dell'autocommiserazione,
gli arabi.
Avete mai letto o sentito parlare
di profughi ebrei?
Avete mai sentito parlare di quello
che successe agli ebrei in Europa
dopo la 2 WW e dopo la Shoa'? Furono immediatamente
dichiarati "indesiderabili" dall'Europa, quelli dei
paesi arabi furono dichiarati supperindesiderabili
dai popoli di Maometto.
Eppure nessuno ne parla, nessuno denuncia,
nessuno si incazza, nessuno
si scandalizza. A nessuno frega niente
della tragedia dei sopravvissuti in Europa
costretti a vagare tra un "indesiderabile" all'altro,
coperti di stracci, affamati, era loro preclusa
persino la possibilita' di arrivare in
Israele.
Dovevano, una volta usciti dai lager,
sparire , diventare invisibili. INDESIDERABILI
E INDESIDERATI, simbolo scomodo delle
colpe europee.
Gli altri, quelli mediorientali, calcio
in culo e via dopo previo spogliamento
di ogni loro bene.
Non hanno mai suscitato la pieta',
non hanno mai risvegliato l'interesse
di nessuno, i cattocomunisti non li nominano
neppure, hanno altro di cui occuparsi loro,
devono inveire contro Israele, devono piagnucolare
sui palestinesi e con i palestinesi.
Fanno pena i palestinesi, poverini,
tanto poverini, scacciati dalle
loro case e ancora senza una patria, poverini,
tanto poverini!
Dopo 60
anni sono ancora la', rinchiusi
nei campi, quelli in Libano non hanno i diritti
civili, non sono considerati libanesi, non
possono nemmeno possedere una casa, un negozio,
un pezzo di orto. Arabi tra arabi, odiati dagli
arabi, discriminati dagli arabi.
Rinchiusi dagli arabi per farli
diventare sempre piu' cattivi come si
fa con i cani da combattimento, piu' li bastonano
e piu' feroci diventano.
Tutti i
profughi del mondo, meno gli
ebrei naturalmente, sono stati aiutati da
un unico ufficio delle Nazioni Unite, un ufficetto
per tutti; dai milioni di profughi europei, riesclusi
gli ebrei naturalmente, ai molti milioni di profughi
africani, asiatici, tutti la' , rappresentati
da un inutile ufficetto del Palazzo di
Vetro.
I 50 milioni di profughi europei reduci
dalla 2 guerra mondiale non ci sono piu',
hanno trovato la loro sistemazione e tutti
fanno, felicemente o meno , parte di qualche
nazione, quindi non hanno piu' bisogno di aiuti.
I molti milioni di rifugiati africani
non li caga nessuno quindi anche per
loro l'ufficetto e' inutile.
Esiste invece la Madre di tutti gli
uffici per rifugiati, il famigerato
URNWA, che rappresenta soltanto, e dico
soltanto, i profughi arabi, diventati palestinesi,
di 60 anni fa. Profughi per diritto ereditario.
Unici al mondo ad essere profughi di padre
in figlio, come le famiglie reali.
Mantenuti dalla carita' pubblica mondiale,
ricoperti di miliardi che vengono regolarmente
intercettati e ingoiati dai loro aguzzini,
prima era Arafat , adesso i suoi
successori altrettanto corrotti e spietati.
Inutili i tentativi di Israele, dal
1967 in poi, di metterli a vivere in
villaggi normali, Arafat minacciava di morte
chiunque pensasse di accettare, inutili i recenti tentativi
della comunita' internazionale di costruire
case nella striscia di Gaza abbandonata da Israele
per consentire all'ANP di gettare le basi di
uno stato. Illusione!
Tutto Inutile, loro stanno la', rinchiusi,
a pensare che la colpa sia di Israele
tenuti in ostaggio da chi vuole la guerra
e dai dirigenti, tutti palestinesi,
dell'URNWA che e' una macchina mangiasoldi internazionale,
il motivo principe, magna-magna generale,
per cui esistono ancora i campi profughi.
I soldi che si mangiano sono i soldi
vostri, cari miei, soldi nostri per
educare all'odio gente che doveva e poteva
diventare parte di uno stato palestinese.
"E io pago" diceva Toto', gia' paghiamo
tutti perche' ai palestinesi non
interessa la Palestina, loro non vogliono la
Palestina, non e' questo il loro problema.
Il loro problema e' l'esistenza di Israele.
La Palestina e' solo una scusa, fumo
negli occhi per gli idioti buonisti
occidentali e per scatenare le masse islamiche,
potevano farsela 60 anni fa la Palestina,
hanno preferito allevare, come belve
feroci, dei disgraziati che si sono moltiplicati fino
a diventare da 600.000 quasi 7 milioni. Che figliate,
ragazzi!
Una
bella differenza con gli
850.000 profughi ebrei che , lavorando e assimilandosi
al resto della popolazione israeliana, hanno
fatto grande Israele.
Il mondo non vuole riconoscerlo
ma dovranno rassegnarsi i difensori
dei palestinesi e dovranno chiedersi
come mai questa disparita' di risultati
tra profughi della stessa area geografica
e nello stesso periodo storico . Dovranno riconoscere
gli amatori degli arabi che quei 600mila
sono stati cinicamente usati per demonizzare Israele,
per giustificare la guerra, per motivare il terrorismo
e per avere tanti cani rabbiosi fuori di testa pronti
a fare le bombe umane.
I cattocomunisti, quelli che urlano
palestina libera, quelli che odiano
Israele, dovranno riconoscere che la Palestina
poteva essere libera e autonoma
60 anni fa ma che i primi a non volerlo sono
stati gli arabi.
Dovranno riconoscerlo? Cosa sto scrivendo?
Quando mai? Potrebbero riconoscerlo
se fossero persone pensanti, se non
fossero cosi' obnubilati dall'odio antisemita,
se non fossero cosi' manigoldi e amanti del
fondamentalismo antioccidentale.
600mila arabi vivono in miseria, senza
mai lavorare, senza aver mai lavorato,
ostaggi dei loro fratelli e del loro odio,
da 60 anni in campi schifosi, lerci, senza
fogne, dove se tocchi qualcosa hai la cagarella
per due settimane almeno. L'unico periodo vivibile
della loro vita di eterni profughi l'hanno
avuta durante l'occupazione israeliana dopo
il 1967, Israele gli aveva costruito le fogne, li mandava
a scuola, voleva sistemarli in villaggi normali
e vivibili, aveva tentato di farne degli esseri
umani.
Sono letteralmente precipitati in un
baratro di merda quando i territori
sono passati all'ANP e qualcuno, sottovoce,
lo ammette.
Che differenza di amore per la propria
gente, che diversita' di valori, di
civilta' e cultura:
gli 850.000 ebrei mediorientali e
del nord Africa cessarono di essere
profughi i nel momento stesso in cui arrivarono
in Erez Israel, 60 anni fa, oggi i loro
discendenti sono imprenditori, scienziati, ministri,
politici.
Uno e' anche diventato Presidente dello
Stato ...beh lasciamo perdere...magari
era meglio se lui restava in Iraq.
Deborah
Fait - informazionecorretta
Roba da matti
Già possono controlare, con qualsiasi
scusa, il mio telefono, adesso vorrebbero
-per legge- schedarmi, indagare sul mio
conto corrente bancario, sapere se a pranzo
mangio filetto o due uova, se vado o
no dal dentista oppure dallo strizzacervelli.
Eppure, da giorni, leggo vibrate
e sdegnate proteste da parte di quello
che vuole per legge curiosare nei fatti
miei: il signor Prodi.
E' successo che alcuni
funzionari pubblici -già individuati- s'intromettessero
senza autorizzazione nella
banca dati del cervellone dell'Ufficio
delle Entrate per controllare la situazione
patrimoniale di Prodi e vari altri Vip - ad
esempio: Silvio Berlusconi, la Ferilli, qualche
calciatore, non so più quale Presidente della
Repubblica e una smazzolata di invelinati alla Giogia
Palmas.
Bene, Prodi - alla ricerca di
qualche cosa da dare in pasto ai media
per alleggerire le sue evidentissime
difficoltà politiche - con l'aiutino della
solita Procura della Repubblica di Milano (che tempismo, signora mia...) ha
alzato un minaccioso polverone mediatico (ieri, il TG1 c'ha aperto
la serata) gridando addirittura al "complotto"... contro
di lui.
Grottesco.
E meno male che non governano, credo,
i comunisti.
cp, 28 ottobre 2006
L’OSPITE È
SACRO, PURCHÉ DISARMATO
È lecito difendere la democrazia
in maniera antidemocratica? Non
è un gioco di parole. È un problema
simile al famoso paradosso di Eumenide.
Questo cretese disse: “Tutti i cretesi sono
bugiardi”. Ora, se tutti i cretesi fossero stati
bugiardi, avrebbe dovuto esserlo anche Eumenide,
che era cretese e che in questo caso aveva invece
detto una cosa vera. Se invece tutti i cretesi fossero
stati veridici, Eumenide avrebbe contraddetto
l’assunto nel momento in cui mentiva asserendo
che tutti i cretesi erano bugiardi. Non se ne esce.
Nello stesso modo, uno degli assunti della democrazia
è che tutti i cittadini sono liberi: ma se un
cittadino vuole togliere la libertà agli altri
(e dunque distruggere la democrazia), è il caso
di togliergli la libertà di provarci?
Il problema si è già posto
concretamente. Una legge italiana
ha vietato la ricostituzione del partito
fascista: è stata una legge democratica?
In altri paesi è stato vietato il partito
comunista: è stata una legge democratica?
La risposta più ovvia è “no”, perché
un popolo libero deve avere anche la libertà di
votare per chi vuole: ma poi si pensa ad Hitler, andato
al potere in seguito ad un’elezione; alla
tragedia cecoslovacca del 1948; a quella più
recente e ancora in atto in Algeria e ci si scopre
a desiderare d’impedire che il popolo corra
alla propria rovina. Ma non è detto che il rimedio
sia migliore del male. Allende ha abusato della
democrazia ed ha talmente danneggiato il Cile da condurlo
sull’orlo della guerra civile; Pinochet, che il
“Cile” l’ha normalizzato e perfino reso prospero, l’ha
fatto con grave danno per la democrazia ed i diritti umani:
la padella o la brace?
Il nodo gordiano non si può tagliare
con un colpo di spada: ci si dovrà
contentare di stabilire se la libertà democratica
ammetta dei limiti. Le anime belle e
gli idealisti in generale ovviamente diranno
di no. Non amano il grigio e per loro una cosa
dev’essere o bianca o nera. Sostengono che
in democrazia anche chi propagandasse l’avvento
di un tiranno alla Stalin dovrebbe essere tollerato.
Chi invece crede che la realtà non sia così
risoluta nella divisione fra perfetto e imperfetto,
e preferisce salvarsi la vita piuttosto che
l’anima, tende ad evitare che, in nome del massimo,
si perda anche il minimo. Meglio una democrazia
laica sorvegliata dai militari, come la Turchia, che
uno Stato integralista musulmano al confine con la Grecia.
In base al buon senso il problema
ammette dunque qualche accettabile
soluzione. Per cominciare, va messo
fuori gioco chi predica un cambio di
regime violento. Un simile sconvolgimento è
contro le regole della democrazia. Chi desidera
cambiare governo deve solo vincere le elezioni
con una confortevole maggioranza, e se non le
vince così, non ha diritto di imporre
cambiamenti in altro modo. Poco importa che chi predica
questa “violenza salvifica” appaia del tutto in buona
fede, del tutto disinteressato, del tutto preoccupato
delle sorti del paese: la democrazia, quando è
in gioco la propria sopravvivenza, non deve sottilizzare
e dev’essere capace di mostrare i denti.
Nello
stesso modo va eliminata l’influenza
di tutti coloro che appaiono lottare contro
la tolleranza e la libertà, visto che esse
sono essenziali per la democrazia. E questo è
ormai divenuto un problema attuale. In Europa gli
immigrati islamici intolleranti, sostenuti dai fanatici
rimasti nei loro paesi, non solo sognano d’imporre
la loro religione anche all’Occidente (e sarebbe
cosa lecita, se attuata per via di predicazione),
ma pretendono di mantenere le loro usanze anche quando
queste sono contro le regole della democrazia. Essi
si permettono perfino di minacciare una reazione violenta
verso chi fa presenti i diritti della democrazia
occidentale, incluso quello di scherzare anche
sulla religione. Questo è molto difficile da tollerare.
In Occidente ognuno può vestirsi
come meglio crede, di rosso o di
viola a pallini gialli, se così preferisce,
purché non offenda la pubblica decenza
ma nessuno può coprirsi il viso perché l’identificabilità
corrisponde ad esigenze di ordine pubblico.
Inoltre, il fenomeno cambia colore se si scopre
che una musulmana ha il viso coperto non per libera
scelta ma come risultato di un’imposizione della
famiglia, perché in questo caso si è di
fronte ad una violenza privata che lo Stato è in
dovere di reprimere. Bisogna “stangare” chiunque commetta
questo genere di delitto che, essendo commesso
fra le mura domestiche, è fra i più pericolosi,
fra i più subdoli e spesso fra i più
dolorosi. Analogamente, in Occidente ognuno può
sposare chi vuole ma non può sposare più di
una donna. Poco importa se altrove le leggi sono diverse,
when in Rome do as the Romans do, dicevano
gli inglesi, se vai a Roma segui le regole di vita dei
romani. Dunque niente poligamia, anche se il Profeta è
stato poligamico. In Occidente nessuno pretende, anche se
fervente cristiano, di avere diritto ad interruzioni del
lavoro perché in certe ora desidera pregare: dunque,
chi vuole vivere in Occidente deve rassegnarsi a lavorare
senza interruzione e ad avere come giorno libero la domenica,
anche se nel suo paese il giorno festivo è il sabato
o il venerdì. Non si può pretendere che
il menu della mensa aziendale tenga conto delle prescrizioni
delle varie religioni. Nessuno può pretendere d’imporre
i propri usi e costumi ad un altro paese. E se qualche islamico
si scandalizza per la presenza del crocifisso in luoghi
pubblici, la risposta immediata dovrebbe essere l’espulsione
dell’impudente. Non perché siamo arrabbiatamente
cristiani, ma perché l’intollerante è un pericolo
per la democrazia.
Il problema con gli islamici è
appunto che, da ferventi della loro religione,
sono intolleranti: e questo è un peccato
contro la democrazia così grave da metterli
fuori di essa. Bisogna accogliere a braccia
aperte chiunque sia disposto a vivere con noi
e come noi, ma se qualcuno pretende di violare le
nostre leggi, sia pure all’interno della sua famiglia,
o se pretende di minacciarci se ci comportiamo in
maniera a lui sgradita, il dovere dell’ospitalità cessa
e si pensa con nostalgia a Carlo Martello, a don Giovanni
d’Austria e a Eugenio di Savoia.
L’ospite è sacro, purché
disarmato.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
«In
guerra
anche le parole sono proiettili»
Un tempo, soldati, marinai e avieri
determinavano l'esito della guerra,
ma non è più così. Oggi,
produttori televisivi, columnist,
predicatori e politici svolgono
un ruolo fondamentale nel decidere il giusto
modo in cui l'Occidente debba combattere. Questo
cambiamento ha delle grosse implicazioni.
In un conflitto convenzionale come
la Seconda guerra mondiale, i combattimenti
si fondarono su due prodromi così
elementari da passare pressoché inosservati. Il
primo di essi consistette in ciò: le forze
armate convenzionali ingaggiarono un'accanita
lotta, volta a conseguire la vittoria.
Gli avversari dispiegarono file serrate di soldati,
file di carri-armati, flotte navali e squadre
aeree. Milioni di giovani andarono in guerra, mentre
i civili subirono privazioni. Strategia e intelligence
furono importanti, ma la densità della popolazione,
l'economia e gli arsenali contarono ancora
di più. Un osservatore poteva valutare il
progresso della guerra tenendo conto di fattori
oggettivi come la produttività siderurgica,
le scorte petrolifere, la cantieristica navale e il
controllo di terra. Il secondo prodromo consistette in
ciò: la popolazione di ogni parte in guerra appoggiò
la sua leadership nazionale. Sicuramente, traditori
e dissidenti andavano stanati, ma i governanti
godettero di un ampio consenso. Questo in particolar
modo in Unione Sovietica, dove perfino le folli uccisioni
di massa di Stalin non fermarono la popolazione
dal sacrificare la propria vita per la "Madre Russia".
Entrambi
gli aspetti di questo paradigma sono adesso
scomparsi in Occidente. Innanzitutto, l'idea
di combattere accanitamente per ottenere la
vittoria contro le forze nemiche convenzionali è
pressoché scomparsa, rimpiazzata dalla sfida più
indiretta di operazioni di guerriglia, insurrezioni,
intifada e atti di terrorismo. Questo nuovo schema
è stato applicato ai francesi in Algeria, agli
americani in Vietnam e ai sovietici in Afghanistan.
Attualmente, esso si applica agli israeliani contro i palestinesi,
alle forze di coalizione in Iraq e nella guerra al terrorismo.
Questo cambiamento implica che ciò che l'esercito
americano definisce "la conta del fagiolo" - computare
il numero delle armi e dei soldati - è oggi pressoché
irrilevante, come lo sono le diagnosi dell'economia o il controllo
del territorio. Le guerre asimmetriche sono simili alle operazioni
di polizia molto più che le battaglie delle ere precedenti.
Come nella lotta al crimine, la parte che gode di una vasta superiorità
di forze agisce in base a un'ampia gamma di costrizioni, mentre
la parte più debole infrange apertamente leggi e tabù
nel perseguire senza scrupoli i propri obiettivi. In secondo
luogo, la solidarietà e il consenso di una volta non esistono
più. Questo processo di disfacimento è in corso
da oltre un secolo (a partire dalla posizione assunta dall'opinione
pubblica britannica riguardo alla Guerra anglo-boera del 1899-1902).
Come scrissi nel 2005: "Il concetto di fedeltà e lealtà
è sostanzialmente cambiato. Tradizionalmente, una persona
era fedele alla sua comunità d'origine. Uno spagnolo o
uno svedese erano devoti al loro monarca, un francese alla sua
Repubblica e un americano alla sua Costituzione. Oggi, questo
presupposto è obsoleto ed è stato rimpiazzato da
un senso di fedeltà ad una società politica, come il socialismo,
il progressismo o l'islamismo, tanto per citare alcune opzioni.
I legami geografici e sociali rivestono un'importanza minore
rispetto a una volta".
Con i vincoli di fedeltà adesso
tirati in ballo, le guerre vengono
decise più sulle pagine degli editoriali
e in misura minore sul campo di battaglia.
Buone argomentazioni, efficace retorica, sagaci
presentazioni dei fatti in una luce favorevole
a un governo e la guerra di cifre dei sondaggi
contano molto più che prendere una collina
o attraversare un fiume. Solidarietà, morale,
lealtà e comprensione sono le nuove armi.
Gli opinion leaders sono le nuove
bandiere e i nuovi generali. Perciò, come
scrissi nell'agosto 2005, i governi occidentali "devono
considerare le public relations
come parte integrante della loro strategia". Perfino
nel caso dell'acquisizione di armi atomiche da
parte del regime iraniano, la soluzione è rappresentata
dall'opinione pubblica occidentale e non dagli
arsenali dell'Occidente. Se uniti, gli europei e gli americani
avranno buone probabilità di dissuadere gli
iraniani dall'andare avanti con le armi nucleari. Se
saranno invece disuniti, gli iraniani si sentiranno
incoraggiati a portare a compimento l'impresa. Ciò
che Carl von Clausewitz definisce "il centro di gravità"
della guerra si è spostato dalla forza delle armi
ai cuori e alle menti dei cittadini. Gli iraniani accettano
le conseguenze delle armi nucleari? Gli iracheni accolgono
le truppe della coalizione come dei liberatori? I palestinesi
sono disposti a sacrificare le loro vite negli attentati
suicidi? Europei e canadesi desiderano avere una credibile
forza militare? Gli americani vedono nell'Islamismo un
potenziale pericolo?
Gli
strateghi non-occidentali riconoscono
la supremazia della politica e
si focalizzano su di essa. Una serie
di trionfi - in Algeria nel 1962, in Vietnam
nel 1975, e in Afghanistan nel 1989 - sono tutti
dipesi dall'erosione della volontà
politica. Il numero due di Al-Qaeda, Ayman
al-Zawahiri, ha di recente codificato questa
idea, osservando che oltre la metà delle
battaglie islamiste "si svolgono sul campo di battaglia
dei media". L'Occidente è fortunato a predominare
nelle arene militari ed economiche, ma esse non
sono più sufficienti. Insieme ai suoi nemici,
esso deve prestare la dovuta attenzione alle pubbliche
relazioni della guerra.
Daniel
Pipes,
per l'Opinione - ottobre 2006
SAMIRA E JAMILA,
ARABE
ITALIANE IN CERCA DI LIBERTÀ
Caro Dago, mi sono proprio rotta
di pseudo imam trasformati in divi
televisivi, di cardinali che li sostengono,
di comunisti senza se e senza ma, che dicono
che il velo è una libertà individuale,
che loro ci tengono tanto, di ospiti di Porta
a Porta come l'aspirante kamikaza egiziana di
ieri sera, di dibattiti che dovrebbero essere sul
velo e finiscono con "è una speculazione
della destra, è una colpa della sinistra". Le sciagurate
non le chiama nessuno, non gliene frega niente.
Allora ti mando due letterine in cui parlano loro,
quelle che non gli piace il velo con tutto il resto
del trattamento. Ne ricevo a centinaia, forse per
questo gli sto sullo stomaco, e certo non sono la sola.
Potremmo metterci insieme e incartarci a Palazzo Chigi,
ma anche l'arcivescovado di Milano
Mgm (Maria
Giovanna Maglie)
Mi chiamo
Samira, sono marocchina e sto in
Italia da 10 anni, dall‚età di 9 anni. Andava
tutto bene finchè ho cominciato
a frequentare un ragazzo italiano della mia età,
per il quale in casa mia è iniziato
l'inferno.
Mio padre Driss vuole che cominci
a portare il velo, non vuole farmi
uscire più nemmeno per comprarmi
un libro, e in piu‚ ha cominciato a prendermi
a schiaffi e a calci, appena vedo alzare una mano il
cuore comincia a battermi forte. Lo odio, ti giuro
che lo odio. Io sono Italiana, mi sento italiana e
non voglio rinunciare alla mia libertà, e non
voglio portare il velo perché non voglio essere
ipocrita con la religione.
Scusami cara signora, ma non ce
la faccio più, voglio scappare
magari in Francia dato che parlo francese,
e magari potrei anche cambiare nome.
Mi dispiace solo per mia madre ma
anche lei è convinta che io debba
andarmene via prima che succeda una disgrazia
oppure che gli faccia fare io a lui la
fine di Hina.
Vi giuro non ho più lacrime
da asciugare, quelle lacrime che
ti danno quel momento di pausa per far passare
la rabbia. Voglio chiedervi se conoscevate
un‚associazione di donne in Francia che
possa aiutarmi a vivere la mia vita in pace,
cosa che mia madre non ha potuto avere facendo
la schiava in Italia per tutta la vita. Attendo
una vostra risposta.
Conosco tante amiche che si trovano
nella mia stessa situazione, alcune
delle quali sono finite in centri in cui
non possono nemmeno fare una telefonata,
vivendo nella paura. Io non voglio fare questa
fine, il mondo è grande e voglio vivere la
mia vita!
Continuate a denunciare, io sono
una vigliacca!
Samira
Sono
una ragazza 22 enne di origine
marocchina che appartiene ai cosiddetti
immigrati di seconda generazione. Sono
residente in Italia fin dalla tenera eta' di
6 anni e per questo non parlo correttamente
quella che tutti chiamano la mia lingua madre cioe'
l'arabo.
Le scrivo per chiederLe un aiuto.
Io ed il mio fidanzato abbiamo deciso
di sposarci (lui e' cittadino italiano)
e ci e' stato detto che serve il nulla osta
da richiedere all'ambasciata marocchina,
ma quest'ultima non lo vuole rilasciare per
motivi religiosi, cioe' viene rilasciato solo
se il mio fidanzato si converte all'islam. Dato
che siamo in Italia e la costituzione italiana
prevede la libertà religiosa l'ambasciata marocchina
non commette un'azione illegale? Mi sono rivolta
al consolato con tutto il rispetto e la gentilezza
possibili, ma loro mi hanno offesa, insultata, umiliata
come se fossi una criminale, una poco di buono che
sta per commettere chissà quale grave reato. Mi
hanno detto che se sposerò un infedele merito solo
l'inferno.
Mi chiedo: ma che gente lavora nel
consolato che dovrebbe rappresentare
il Marocco?! Si tratta di persone
poco disponibili, maleducate e cattive,
oserei dire pericolose. Pensi che mi hanno
addirittura minacciata. Ed ora si rifiutano anche
di rinnovarmi il passaporto perchè secondo
loro io non merito niente. Sono disperata, non so cosa
fare; a volte mi sembra di vivere un incubo che temo
non finirà mai.
Non ho fatto del male a nessuno,
lavoro onestamente come impiegata,
voglio solo sposare la persona che
amo e vivere una vita tranquilla e serena. E quando
avrò dei figli insegnerò loro che gli
esseri umani sono tutti allo stesso livello e che
ognuno merita rispetto.
Io vivo il dramma tipico della seconda
generazione, mi sento una straniera
in patria!
Amo l'Italia ma le sue leggi mi
considerano come l'immigrato appena
arrivato ieri. Invece di fare di noi
una risorsa, ci rende i figli di nessuno, dei
diseredati senza identità, in balia
delle tradizioni peggiori di quelli che
non sono più i nostri Paesi. Spero che Lei mi
risponda con urgenza al seguente indirizzo di posta
elettronica Grazie di cuore.
Jamila.
da
Dagospia 25 Ottobre 2006
A D'Alema
piacciono
Iran e Venezuela
C'eravamo tanto amati. Dopo i Bye
bye, Condi al telefono e le voci sapientemente
diffuse dall'ufficio stampa di
D'Alema su una Condoleezza Rice non insensibile
al fascino discreto di Baffino, i giornali
americani descrivono un segretario di
Stato furibondo con il governo italiano e il suo
ministro degli Esteri. Non bastassero gli
ordini alle truppe in Libano perché fingano di guardare
dall'altra parte mentre convogli di camion portano
dalla Siria tonnellate di armi iraniane agli Hezbollah,
ora c'è anche il rifiuto di sostenere la
candidatura del Guatemala per un seggio al Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite, che di fatto
- anche se l'Italia si astiene - favorisce l'altro
candidato, il Venezuela del presidente Hugo Chavez.
Le diverse biografie pubblicate
di recente dipingono Chavez - il
primo capo di Stato straniero ricevuto
in pompa magna alla nuova Camera dei Deputati
da Bertinotti - come un autentico bandido,
non nel senso metaforico per cui si dà
del bandito a chi, per esempio, opprime i contribuenti
con tasse persecutorie, perché in quel
caso per gli italiani non occorrerebbe andare a
cercarne esempi in Venezuela. No: Hugo Chavez ha esercitato
tecnicamente la professione di bandido occupato
a taglieggiare commercianti e industriali prima da
civile e poi da militare con metodi che - se riferiti
a Putin - farebbero dire al presidente russo che la
vera mafia sta in Venezuela.
Negli
ultimi anni il banditismo di
Chavez è passato dai semplici traffici
ai brogli elettorali, da una retorica
che chiama Bush «il Diavolo» e applaude
le dichiarazioni di Ahmadinejad sullo sterminio
di Israele. Non si tratta solo di parole:
negli ultimi due anni sono stati firmati
una ventina di trattati di cooperazione fra
l'Iran e il regime venezuelano. Il sostegno del
caudillo di un Paese occidentale e cattolico a tre
ore di volo da Miami non è solo un bel colpo
propagandistico per gli ayatollah iraniani. Teheran
ha anche bisogno di basi per una rete di agenti segreti
che ha da tempo sostituito quella sovietica come la più
capillare presenza d'intelligence ostile agli Usa nel
continente americano.
Secondo Washington, la centrale
dello spionaggio iraniano è
una fabbrica di trattori venezuelana
chiamata Veniran, una joint venture fra
Chavez e gli iraniani. La Veniran, di cui
l'agricoltura venezuelana non ha bisogno,
è in realtà una copertura per far viaggiare
fra Caracas e Teheran decine di agenti dei servizi
iraniani, e per trasferire in America Latina - in
container che li presentano come pezzi per trattori
- armi e munizioni per vari gruppi insurrezionalisti
sudamericani. La tesi secondo cui l'Italia non
può votare contro il Venezuela all'Onu perché
in quel Paese c'è una forte comunità di
origine italiana è una bugia che la diplomazia
americana ha smascherato in pochi minuti. Gli italiani
in Venezuela sono imprenditori e commercianti, e non
fanno certo parte di quei gruppi di contadini e operai
che fanno da materia prima alle adunate di piazza
di Chavez. Le associazioni italiane sono semmai
in prima linea nelle manifestazioni che domandano
a Chavez di togliere il disturbo. L'atteggiamento
del governo Prodi e di D'Alema non è dunque
destinato a favorire gli italiani in Venezuela,
ma la tenuta dell'esecutivo in balia di Bertinotti
e Diliberto, ai congressi dei cui partiti si inneggia
regolarmente a Chavez. Bye bye dunque all'amicizia con
gli Stati Uniti: anche lì, come da noi, hanno capito
che per il governo italiano la bugia è una risorsa
strategica
Massimo Introvigne da "Il Giornale"
SCONTENTARE TUTTI
Con un apprezzabile sofisma Prodi
ha sostenuto che la sua Finanziaria
scontenta tutti perché non favorisce nessuno
e dunque è socialmente equa.
Il ragionamento sarebbe ineccepibile se ineccepibili
fossero le premesse. Un provvedimento
può scontentare tutti perché tutti si attendevano
qualche vantaggio e non l’hanno avuto
oppure perché nessuno si attendeva uno svantaggio
e tutti l’hanno avuto. I casi non sono identici:
se si scontentano gli avidi è un conto,
se si danneggiano coloro che non chiedevano nulla
è un altro conto.
In realtà il malcontento deriva
non solo da un innegabile aumento
della pressione fiscale ma anche da alcune
gaffes difficilmente scusabili. La reintroduzione
della tassa di successione, per esempio.
Se il governo Berlusconi l’aveva abolita
è perché, oltre ad essere odiosa,
il suo gettito pareggiava più o meno
le spese per l’esazione. Ora invece il governo
è riuscito a realizzare il seguente capolavoro:
prima Prodi, durante la campagna elettorale, ha
sparato una serie di cifre diverse, riguardo al
suo livello di partenza; poi ha concluso che non l’avrebbero
reitrondotta; infine, prima l’hanno reintrodotta
con un machiavello contabile (si pagava la tassa
ma non si chiamava tassa di successione), facendosi
dare di magliaro; poi l’ha reintrodotta chiamandola
col suo nome per i patrimoni al di sopra del milione di
euro per singolo erede e non per gli intimi, cioè
per una piccola minoranza: ottenendo un gettito risibile
a fronte di una pessima figura di fronte agli elettori.
Ha insomma fatto contenti solo i più arrabbiati fra gli
invidiosi della prosperità altrui.
Più o meno lo stesso è
avvenuto con altri provvedimenti,
annunciati, modificati, rilanciati,
reinterpretati: l’imposta sulle agenzie
immobiliari (che ha provocato un terremoto
in Borsa), il Tfr, la tassa sui Suv, l’aumento
dell’imposta sui redditi finanziari, ecc.
Prodi e compagni sono riusciti nel capolavoro
di far funzionare al contrario l’effetto annuncio.
Se si dice che, per i prossimi vent’anni, le case
nuove non pagheranno l’ICI, si dà un enorme impulso
alla costruzione di case di cui rimarrà qualcosa
anche se poi si dirà che l’esenzione è per
un solo anno. Il presente governo invece ha minacciato
disastri e punizioni in tutti i campi; ha trattato
tutti da evasori, quando non da delinquenti; ha promesso
lacrime e sangue col risultato che la gente, che mai
ha letto o leggerà una Legge Finanziaria, si è
convinta che Visco, Padoa Schioppa e Prodi sono d’accordo
per sfilargli parecchi bigliettoni dalla tasca. Che
l’impressione sia fondata o no non è quello che qui
interessa: quello che interessa è la goffaggine politica
d’un governo che sembra demente. Ma demente non è.
Tutto
si spiega con le basi ideologiche
dei partiti di estrema sinistra, oggi
dominanti. Per i comunisti, come direbbero
i filosofi che parlano tedesco, non
importa il Sein ma il Sollen: non l’essere
ma il dover essere. La prosperità del paese
deve derivare da un diverso modello produttivo:
generoso e non egoistico, collettivistico
e non privatistico. Se poi, cercando di applicarlo,
si realizza un’autentica miseria sociale, come
nelle Democrazie Popolari, questo non è un motivo
per non applicare la teoria che, essendo un articolo
di fede, prevale sulla scienza. Come ha detto Lenin (o
è stato Hegel?): “Se la realtà non seguirà le
idee, tanto peggio per la realtà”.
In Italia alcuni partiti sono vissuti
per decenni vendendo miti: il
mito del ricco che è tale a spese del
povero; il mito dell’ingiustizia dell’eredità,
per cui è ricco uno il cui padre
meritava d’essere ricco (Jean-Jacques
Rousseau); il mito per cui chi possiede una casa è
un benestante, infatti il semplice operaio proletario
non la possiede. Per non parlare del mito
della rendita finanziaria, di cui si dimentica la funzione
di serbatoio di capitali per la produzione.
Oggi questi partiti sono simili
a quel campione di pentathlon che
in una favola di Esopo si vantava sempre
d’avere effettuato uno strabiliante salto,
a Rodi. Un ascoltatore alla fine, spazientito,
gli disse: “Hic Rhodus, hic salta”, qui siamo
a Rodi, e qui ora salta. I comunisti hanno
scalpitato per i cinque anni del governo Berlusconi
e anche per tutti i decenni precedenti, e ora
sono stati improvvisamente chiamati a deliver,
cioè a realizzare quanto promesso, e non vogliono
tirarsi indietro. Quello che pensano però lo
pensano solo loro e neanche la maggioranza
dell’Unione li segue. Ecco perché la Finanziaria
ha scontentato tutti. Semplicemente tutti quelli che
hanno il senso del reale.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
LA TERZA SIMONA...
Sta a casa sua, quindi bene, benissimo.
La "terza Simona", però,
tornerà a casa dai genitori in pompa
magna, atteso a Ciampino da qualche
televisione e da (pochi) politici, de sinistra
(la maggioranza ha saggiamente deciso
di non assecondare tali squallidi copioni).
Racconterà che sono stati
buoni, gentili ed affabili, e che
in effetti gli okkupanti farebbero
bene ad andarsene al più presto.
La solita solfa, il solito vomitevole
deja vu eticopoliticistico
da (comunis)tardi noglobal convinti di influenzare
con le loro sceneggiate l'opinione pubblica
la quale, sconvolta dal susseguirsi
"drammatico" di siffatti eventi "effetti
della guerra" e non di altro, con un sussulto
di indignazione dovrebbe fare pressione sui
governi perchè ci si ritiri lasciando gli autoctoni
liberi di scannarsi fra di loro. Resta solo
da scoprire (questo sì) a chi realmente vanno
i soldi che vengono spesi per la "liberazione" di questi
"eroi".
Che palle!
Intervento di A. Marzano,
condiviso da cp.
Velo islamico
strumento di penetrazione del fondamentalismo
«Lei è un'ignorante,
è falsa», peggio ancora
«lei semina l'odio, è
un'infedele ». L'accusa pesantissima,
che in termini coranici si traduce con la
condanna a morte, è diretta all'onorevole
Daniela Santanchè di An. A scagliarla
è Ali Abu Shwaima, imam della moschea di
Segrate, appena conclusa una già rovente
puntata di «Controcorrente» negli studi milanesi
di Sky sulla questione cruciale del velo islamico.
Nel corso della trasmissione condotta da Corrado
Formigli e andata in onda venerdì sera, la
Santanchè aveva sostenuto che «il velo non
è un simbolo religioso, non è prescritto
dal Corano».
Ciò in risposta all'affermazione
della giovane Asmae Dachan,
figlia del presidente dell'Ucoii (Unione
delle comunità e organizzazioni islamiche
in Italia), secondo cui «il velo è
un atto di fede come la preghiera e l'elemosina,
è un fattore di adorazione di Dio».
La replica di Abu Shwaima è stata impietosa
eminacciosa: «Non è vero che
nel Corano non ci sia l'obbligo del velo. Io sono
un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di islam.
Voi siete degli ignoranti di islam e non avete
il diritto di interpretare il Corano ». Successivamente,
rivolto all'altra ospite negli studi di Sky
a Roma, Dunia Ettaib, rappresentante dell‚Unione
delle donne marocchine in Italia, tenacemente contraria
al velo, Abu Shwaima ha sentenziato con un
italiano approssimativo (quasi la dimostrazione
della difficoltà di integrarsi per un integralista
che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese ma che
coltiva l'ambizione di convertire gli italiani all'islam):
«Il velo è una legge che Dio ha mandato.
È Dio che lo dice, l'uomo non può negarlo.
Se uno crede nell'islam lo segue. Senza essere uno che
non crede, di dire che non lo deve portare».
A
questo punto Dunia chiede lumi
(questo scambio di battute non è
però andato in onda): «E quelle
che non portano il velo non sono musulmane?».
Secca la risposta di Abu Shwaima: «Il
velo è un obbligo di Dio. Quelle che non
credono in questo non sono musulmane».
Quindi le musulmane che non portano il velo sarebbero
delle miscredenti e delle apostate, altra accusa
che si trasformerebbe nella condanna a morte. È
un nuovo episodio che dovrebbe spingere gli italiani
a guardare in faccia la realtà per quella che
è e non per quella che immaginano che sia o
sperano che diventi, partendo dal vissuto dei suoi
protagonisti e affrancandosi dai filtri ideologici,
culturali e religiosi che portano alla mistificazione
della realtà. E la questione del velo islamico
va considerata per il significato che le danno coloro
che in Italia si ergono a rappresentanti dei musulmani.
Prendiamo atto del fatto che Abu Shwaima, autodesignatosi
imam della moschea di Segrate, nonché «emiro
del Centro islamico di Milano e Lombardia», è
sia fondatore e membro del «Consiglio dei saggi»
d e l - l'Ucoii, sia responsabile della Da'wa, ovvero
della propaganda islamica, della Fioe (Federazione
delle organizzazioni islamiche in Europa), che è
la cornice unitaria delle organizzazioni affiliate
ai Fratelli musulmani nel nostro continente.
Prendiamo atto del fatto che Asmae
Dachan è portavoce dell'Admi
(Associazione delle donne musulmane in
Italia), creatura dell'Ucoii. Ebbene
per entrambi il velo è un obbligo
islamico, con la conseguenza esplicita della
condanna, implicitamente anche a morte, delle
donne che non lo indossano o si schierano contro
il velo perché sarebbero delle infedeli, miscredenti
e apostate. Questa è la realtà di cui dovrebbero
finalmente rendersi conto i politici di sinistra
e di destra che hanno legittimato il velo islamico
sulla base del «buonsenso» (una versione islamicamente
corretta di equidistanza o equivicinanza
tra il velo integrale e il capo scoperto), o
se ne sono addirittura innamorati perché sarebbe
esteticamente bello, i magistrati che hanno accreditato
nel nostro codice laico con una sentenza
definitiva il velo come una prescrizione islamica,
i religiosi cattolici che dicono sì al velo
islamico purché non si metta in discussione il
sì al crocifisso nella sfera pubblica, le donne italiane
che risultano indifferenti alla sorte delle musulmane.
Prendano atto che il velo è
lo strumento principale di penetrazione
sociale dei Fratelli musulmani
perché porta alla sottomissione della
donna e alla formazione di una «comunità
islamica» forgiata dalla sharia. Mobilitiamoci
pertanto per salvaguardare il diritto
delle musulmane a non portare il velo, per sostenere una
maggioranza di musulmane che oggi è sostanzialmente
laica e liberale, per difendere l'Italia dall'ideologia
oscurantista e totalitaria che si nasconde
dietro al velo. Prima che sia tardi.
Magdi Allam - Corriere della Sera
- 22 ottobre 2006
ANCORA E SEMPRE
"MORTE A ISRAELE"
Alain Pellegrini, capo delle
forze ONU in Libano, ha dichiarato
che l'unifil potrebbe usare le armi
per impedire le incursioni aeree di
Israele.
Le dichiarazioni di Pellegrini
che minacciano uno stato sovrano
e democratico sono una provocazione gravissima
e confermano il fatto che l'Unifil
sia la non per impedire ai terroristi di
aggredire Israele ma per impedire a Israele
di rispondere alle aggressioni e di difendersi
inoltre corrono voci non smentite che l'Italia
e la Francia forniscano il Libano di armi
che molto facilmente potrebbero finire in mano
a hezbollah.
Si fa sempre piu' chiaro
il motivo della missione di pace
dei caschi blu: minacciare Israele e
dare al governo libanese i mezzi per
aiutare i terroristi.
E' ancora piu' lampante il motivo
per cui non hanno permesso a Israele
di continuare la guerra.
Basta guerra, pace pace, miagolavano
in Europa, in USA, all'ONU.
Basta guerra un cavolo e pace
pace un altro cavolo.
Dove siete pacifisti? Adesso che
l'Italia vende armi al Libano
per colpire Israele state zitti? dove
siete finiti?
Io vi sputo addosso, pacifisti.
Lo faccio con grande gusto soprattutto
leggendo le vostre dichiarazioni
sul web, la vostra soddisfazione
perche' Israele non e' arrivato a vincere
come voleva, la vostra solidarieta' ai
non umani come voi che odiano Israele.
Vi risputo addosso pacifisti
ipocriti.
La missione di "pace" in
Libano mirava semplicemente a
ricacciare Israele dentro i suoi confini
per permettere a hezbollah di riprendere
forze e di riarmarsi. "Vittoria Vittoria"
gridano i terroristi. A Beiruth si fanno
manifestazioni con migliaia di persone che
rispondono urlando "Vittoria vittoria".
Imbecilli, sono senza casa, meta'
del loro paese non esiste piu',
hezbollah li ha ridotti a degli accattoni ma
loro urlano Vittoria Vittoria.
E'
questo fanatismo che impedira' sempre
agli arabi di diventare persone degne di
stare al mondo. Non sono uomini, ne' donne
, ne' bambini quelli che di fronte a migliaia
di morti e sapendo di essere ostaggi
di un'organizzazione di terroristi che non ha
esistato a usarli come scudi umani, gridano
Vittoria Vittoria.
Non sono uomini donne e bambini
i palestinesi che si lasciano
usare, affamare, ammazzare da hamas
e prima da Arafat e gridano "Morte a Israele".
Morte a Hannaye, morte a Arafat
( quando era ancora demoniacamente
vivo) morte ai corrrotti che li tengono
nei campi da 60 anni e che li usano come carne
da macello. Questo dovrebbero gridare.
Invece urlano "morte a Israele" perche' cosi'
gli hanno insegnato.
E io gli sputo addosso.
Non sono uomini donne e
bambini quelli che fanno parte
delle famose masse islamiche che pendono
dalla bocca del nano di Teheran e vanno
in delirio quando lo sentono dire, quotidianamente,
che Israele sta per essere eliminato dalla
mappa del mondo.
No non sono uomini ne' donne
ne' bambini, non sono persone.
E io gli sputo addosso.
A questo punto, siccome conosco
i miei polli, so che qualcuno mi
dira' "non devi generalizzare".
Certo certo generalizzare
e' sempre sbagliato ma quando
ieri vedevo in Tv le masse islamiche
andare in delirio, rispondere come un sol
uomo alle parole del nano, non mi e' balenato
il pensiero che forse qualcuno era in casa
, qualche donna a preparare il pranzo , qualche vecchietto
invalido, qualche bambino molto piccolo.
Beh, mi spiace ma io parlo di quello
che vedo e ho visto masse di invasati
che moltiplicate per tutti i paesi
arabo-islamici fanno una folla enorme,
milioni di invasati urlanti "Israele deve
essere eliminato dalla mappa del mondo".
E io gli sputo addosso.
Mahmoud Zahar, delfino di Hannaye,
ha dichiarato ieri che "Israele
contamina il Medio oriente quindi e' destinato
a scomparire" e le masse gli hanno
risposto urlando, strappandosi i capelli
dalla gioia, sparando in aria dove
arriva arriva se muore qualcuno chi se ne frega.
Uomini donne e bambini che non sono persone.
E io gli sputo addosso.
I nostri
nemici si stanno armando a dismisura,
a Gaza entrano armi a non finire, Israele
fa saltare decine di tunnel al giorno ma
non basta. Nel giro di poco tempo al sud avremo
una situazione pericolosissima, gli
attacchi contro Israele sono quotidiani, le
minacce di rapire altri soldati anche. Che
fare? L'unica cosa possibile, rendersi conto
che solo Israele puo' difendere se stesso e che
il mondo sta a guardare e ci blocca quando vede
che gli arabi se la vedono brutta.
Bene, Israele non deve fermarsi,
Israele deve colpire, Israele
non deve accettare nessun "ordine" di ritiro
perche' la posta in gioco e' troppo alta,
la posta in gioco e' la nostra esistenza. Nessuno
ci difendera', nemmeno a parole. Nessuno,
come nessuno si indigna alle dichiarazioni del
nano, anzi lo invitano all'ONU e Prrrodi gli stringe
la mano sorridendo soddisfatto. E Israele
dovrebbe accontentare questa gentaglia complice
di chi ci vuole morti?
A Gaza la gente patisce la fame
ma i capi, i boss, i maledetti capoccia
di Fatah e Hamas seguono la scuola
di Arafat e fanno in modo di affamarli sempre
di piu' perche' siano sempre piu' rabbiosi e sempre
meno umani e pronti a lanciarsi contro
Israele a fauci grondanti odio perche' sono cosi'
imbecilli da non capire che i loro capoccia
che li hanno ridotti cosi', che e' stato Arafat
a farne una popolazione di cani rabbiosi per raggiungere
i suoi obiettivi :il potere assoluto e l'eliminazione
di Israele.
Al nord la situazione e' come prima
della guerra. Nasrallah minaccia,
Nasrallah si arma, l'Italia e la Francia
lo aiutano, Unifil gioca a briscola e prima
o poi ricominceranno gli attacchi, i missili sul
Nord della Galilea.
Mi auguro che nel frattempo in
Israele vengano cambiati il Capo
di Stato Maggiore e il Ministro della
Difesa, magari anche il Primo Ministro
e che la prossima volta di Nasrallah non
resti nemmeno il turbante.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com