Archivio Agosto 2007


MOLLICHINE
Sinistra moderata: “Se i ministri sfilano contro il governo cade il governo”. Sinistra estrema: “Noi comunque sfiliamo”. Sinistra moderata: “E allora sfilate pure ma il governo non cade”.

Asor Rosa, a proposito dei “lavavetri”: “Mi dimetto da intellettuale di sinistra”. Se si dimette da intellettuale fa anche meglio.

Rosy Bindi: «Libereremo le città dai lavavetri se riusciremo a liberarli dalle loro condizioni». Li assumiamo come consulenti ministeriali alla pulizia?

Il Guardian sulla Brambilla: “niente fotografie se non dopo parrucchiere e truccatore”. E allora? Almeno i suoi capelli non sono trapiantati.

Clooney, cui si contesta di fare da testimonial alle multinazionali che odia, risponde: “bisogna anche guadagnarsi da vivere”. Cosa vietata alle multinazionali.

Licandro (Pdci) su Mastella: “Figuriamoci se lascia la poltrona di ministro!” perché i ministri scendono in piazza contro il governo. E figuriamoci se lo lasciano i ministri d’estrema sinistra, pur di protestare.

Gianni Pardo, domenica 2 settembre 2007


IL GIUSTIZIALISMO
In Italia, influenzati dall’etimologia della la parola, al giustizialismo si è finiti col dare un significato affatto particolare e, checché ne dicano i dizionari, oggi con quel termine si intende altro.
Generalmente si pensa che il giustizialismo sia la tendenza all’applicazione quanto più è possibile severa della legge che non guarda in faccia a nessuno, che è anzi particolarmente rude nei confronti di chi, per posizione, censo o amicizie altolocate, potrebbe sperare di farla franca. E si diviene anzi tanto diffidenti da protestare se una persona importante beneficia di una norma favorevole. Se si lascia a piede libero un ignoto cittadino, e magari questo ignoto cittadino commette poi un reato, il giustizialista difende ancora i giudici e la loro fedele applicazione della legge. Se invece il beneficio è applicato a Previti, che certo non rappresenta un pericolo per la società, gli ultras rimangono con l’amaro in bocca. Ma veramente è così per legge? Ma veramente non si poteva fare diversamente?

Per il giustizialista i giudici, e soprattutto gli inquirenti, non perseguono mai un innocente; dunque la loro opera è costantemente meritoria, anche quando tengono in galera un imputato che sia poi assolto con formula piena. In realtà per il giustizialista la formula non è affatto piena e anzi (si veda il caso Andreotti) ci si contorce per dimostrare che la sentenza di assoluzione è in realtà una sentenza di condanna. Spesso, senza neanche leggere una riga delle carte, prevale l’idea che probabilmente quel delinquente è stato assolto per un cavillo trovato da un avvocato strapagato e corrotto. Benché colui che ha assolto l’imputato sia un magistrato, benché sia un magistrato colui che prima lo ha tenuto in custodia preventiva per mesi, benché fra i due ci sia un contrasto insanabile di opinione e benché per legge abbia ragione il decidente e torto il requirente, per il giustizialista, miracolosamente, sono infallibili tutti e due. Il secondo ha fatto bene ad assolvere un innocente, ma il primo ha fatto bene a tenerlo in galera.
Molte persone non capiscono che i mali della società derivano in grande misura dalla stessa natura umana, dall’egoismo, dalla stupidità, dall’avidità, dall’incompetenza; e confondono il male con il reato. Reputano dunque che tutto potrebbe essere risolto applicando il codice penale. Questo atteggiamento ha perfino fatto nascere un neologismo, il “pangiuridicismo”, un parente non troppo lontano da quel “governo dei tecnici” che rappresenta il mito salvifico di chi non capisce che un tecnico al governo diviene un politico.
Anni fa un personaggio del cinema, un giudice, aveva come motto: “Tutti dentro!” Era un antesignano. Per i giustizialisti non esistono galantuomini ma solo  colpevoli non ancora scoperti. Pensano dell’innocenza ciò che il dottor Knock di Jules Romains pensava della salute: “È uno stato che non promette nulla di buono”.
Lasciando da parte i dizionari e le loro definizioni storicamente corrette, si potrebbe dire che il giustizialismo è “la tendenza nevrotica ad una palingenesi sociale mediante il diritto penale, presumendo che tutti siano disonesti, salvo il giustizialista stesso”. E se è così, il giustizialismo è una forma di demenza sociale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1° settembre  2007


IL PILASTRO ASSASSINO
Andrea Marcenaro, sul “Foglio”, riferisce di un libro appena pubblicato (“Zero. Perché la versione ufficiale sull’11 settembre è un falso”, Piemme, pp. 412, 17,50 €) in cui si legge che, secondo  Giulietto Chiesa, “il cosiddetto terrorismo internazionale è emanazione diretta e indiretta dei servizi segreti israeliani e americani”; secondo Gianni Vattimo, sono gli stessi Stati Uniti che hanno deciso di autoterrorizzarsi nel nome dell’impero americano planetario; infine, secondo l’economista Modugno, la tragedia dell’11 settembre  è stata dovuta all’esigenza di “bloccare il precipitare della Borsa che stava per crollare e ridare vigore alla domanda”. Marcenaro conclude mestamente: “E poi dicono che la rubrica di satira è questa”. Ma, a ben riflettere, non c’è nulla da ridere.
La nevrosi è spesso caratterizzata da un disconoscimento della realtà. L’edipico affetto da eiaculazione precoce non riesce a convincersi, per così dire, che la donna che ha davanti non sia sua madre; il claustrofobico non riesce a credere alla sicurezza degli ascensori; il portatore d’ogni tipo di fobia non può essere guarito né da una dimostrazione scientifica né da una banale statistica: la caratteristica del suo atteggiamento è la sordità al messaggio della realtà. Questo rischio è anche più forte presso gli intellettuali. La conoscenza della realtà migliora con lo studio ma la cultura comporta un rischio: l’approfondimento fa allontanare dall’evidenza e può per ciò stesso favorire la nevrosi. È un circolo che merita spiegazione.
Quando gli scienziati cominciarono a capire che esistevano i microbi, e che questi esseri invisibili sono capaci di ucciderci, molti reagirono con scetticismo. “Io non li vedo neppure, peso ottanta chili e questi esseri tanto più piccoli dei pidocchi dovrebbero portarmi alla tomba?” Oggi sappiamo che i microbi uccidono eccome, ma molti intellettuali, sempre protesi a capire ciò che non è ancora chiaro, possono essere indotti, paradossalmente, a credere anche in qualcosa di fantastico o addirittura di delirante. Accettano facilmente l’idea che potrebbero essere i primi a vedere qualcosa che gli altri ancora non vedono e rischiano di mettere quasi sullo stesso piano il certo e l’ipotetico; ciò che si vede solo al microscopio e ciò che non si vede affatto; magari perché non esiste.

Nell’ambito politico e storico questo fenomeno produce inverosimili ricostruzioni del passato. Spaccia le ipotesi più strampalate per rivelazioni. Ci sono argomenti, come l’assassinio di Kennedy o la morte di Lady Diana, in cui il polverone sollevato dall’emozione non si posa mai. Perché molti non vogliono che si posi. Sono come i bambini che, arrivati al “vissero felici e contenti”, chiedono che la favola sia raccontata di nuovo, partendo dal principio. Il pubblico ingenuo da un lato e l’intellettuale sganciato dalla realtà non si saziano di rivelazioni che non sono tali, di ipotesi che nulla sostiene, di supposti complotti universali che nulla riesce a smentire. Semplicemente perché, come nel “Magnifico Cornuto” di Crommelynck, nulla si può dimostrare a chi è risoluto a non credere neppure all’evidenza. L’ideale degli ideali sarebbe dimostrare che Papa Ratzinger è l’amante segreto della Regina Elisabetta e che insieme hanno ucciso la principessa Diana con una mela avvelenata consegnata da Crudelia Demon.
Gli intellettuali rischiano di essere sordi ai messaggi della realtà perché si sono abituati a vivere su un piano parallelo rispetto all’esperienza quotidiana. Invece di riconoscere la genialità economica del negoziante al piano terra, che guadagna - e merita di guadagnare - tanto più di loro, lo schiacciano, nel loro intimo, con la propria cultura. Sognano un mondo in cui gli imprenditori, tutti, guadagnino meno di loro, perché loro sanno chi erano Archimede e Paolo Diacono, Machiavelli e Kutuzov, il Ghirlandaio e Max Weber. E per questo aderiscono alle teorie politiche più folli. Alle utopie più sconsiderate e dannose, come il comunismo. E quando il comunismo viene considerato dai più un’ipotesi smentita dalla storia, ecco che la loro fantasia anticapitalista e antiamericana ipotizza che gli Stati Uniti abbiano provocato loro stessi la tragedia dell’11 settembre 2001. In attesa di sostenere che un pilastro del Pont de l’Alma si è spostato dalla sua sede naturale per pararsi dinanzi alla Mercedes di Lady Diana e ucciderla, ipotesi alternativa a quella di Ratzinger e della Regina Elisabetta.
Non è il caso di confutare Giulietto Chiesa o Vattimo. Non bisogna lasciarsi andare a diagnosi per le quali non si ha competenza.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 30 agosto 2007

PICCOLA NOTA SULLA LOGICA DI BERTINOTTI
Bertinotti, a proposito dei "lavavetri": «Dubito sempre quando la severità interviene sugli ultimi invece che sui primi colpevoli, in questo caso il racket». Bertinotti insomma spera che, eliminato il racket, i "lavavetri" possano finalmente lavorare assolutamente in proprio. Mentre non sarebbe contento se, eliminando i "lavavetri" dagli incroci, il racket fosse eliminato dalla mancanza del reddito che questi fornivano.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 29 agosto 2007


IL NUOVO SOVRANO 2
Un articolo di Carlo Giovanardi che sembra scritto per sostenere la tesi esposta nell’articolo di qualche giorno fa.
Come spesso avviene, alcuni episodi accaduti a metà agosto hanno improvvisamente attirato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica su realtà scarsamente conosciute. Com’è possibile, si sono chiesti sconcertati i cittadini, che ad uno psicopatico, già autore di un efferato omicidio, sia stato possibile uccidere ancora, senza aver scontato un giorno di custodia cautelare; che analoga decisione abbiano assunto i magistrati per un guidatore ubriaco, già fermato in passato con tanto di ritiro della patente, dopo che ha travolto ed ucciso una donna; che soltanto dopo l’intervento del ministro della Giustizia si siano aperte le porte del carcere per un incendiario, colto in flagranza di un reato che è costato quest’anno la perdita di vite umane.
Bisognerebbe girare la domanda all’ex Guardasigilli del governo Prodi, Oliviero Diliberto, ora segretario dei Comunisti italiani, teorizzatore di una giustizia che non deve colpire quelli che lui definisce i «poveracci», ma i veri criminali, quelli che si annidano fra i «colletti bianchi» della politica e della finanza. Bisognerebbe poi leggere qualcosa della produzione teorica di tanti magistrati aderenti a Magistratura Democratica e dintorni per accorgersi che la loro visione della giustizia non è tanto diversa da quella di Diliberto. Si capisce allora perché nei casi sopraccitati le condizioni dettate dal Codice di Procedura Penale per la custodia cautelare, pericolo di fuga, inquinamento delle prove, possibilità di reiterazione del reato, non sono state ritenute sussistenti, anche se i reati di omicidio e di incendio doloso erano stati consumati. E si capisce anche perché, viceversa, cittadini incensurati, dal principe Vittorio Emanuele al finanziere Stefano Ricucci, vengano senza tanti complimenti associati alle patrie galere, accusati di aver commesso reati che troppo spesso nel prosieguo del processo, quando si arriva ad un processo, si scopre che reati non erano. Ne sanno qualcosa decine di esponenti politici che, agli inizi degli anni ’90, si videro improvvisamente distrutti, marchiati da una esperienza carceraria certamente non risarcita dalla successiva archiviazione o dall’assoluzione con formula piena.
Ne sa qualcosa il comandante provinciale dei Carabinieri di Campobasso, colonnello Maurizio Coppola, che dopo aver scontato tre mesi di custodia cautelare, su richiesta del procuratore della Repubblica di Larino, l’ex parlamentare della sinistra Nicola Magrone, scarcerato il 15 di agosto, si è visto applicare in soprappiù la misura interdittiva della residenza a Campobasso. Di quale misfatto può essersi macchiato il colonnello per giustificare tale trattamento? Secondo l’accusa il trasferimento di un appuntato da un ufficio all’altro per poter spiare un capitano e riferire al colonnello stesso su certe indagini riguardanti persone con le quali Coppola non ha mai avuto rapporti in Molise. Incredibile? Incredibile ma vero!

Malgrado le interrogazioni parlamentari non sappiamo come la pensi sul caso il ministro della Giustizia e neppure il Consiglio Superiore della Magistratura, visto che, in questi giorni c’è stato da più parti virtuosamente spiegato che il Codice è così rigoroso da non permettere neppure di arrestare chi cagiona con il suo comportamento la morte di altri. A meno che l’onorevole Diliberto non abbia fatto scuola e sempre più i cittadini debbano pagare le conseguenze della vittoria del centrosinistra non soltanto con più tasse ma anche con più «poveracci» in libertà e più «colletti bianchi» in galera, prima che in un’aula di Tribunale qualcuno abbia dimostrato la loro colpevolezza.

Carlo Giovanardi, Deputato Udc


IL DIO PIROMANE
Il fare è difficile. Perfino un’impresa banale, come sturare un lavandino, può costringere un grande chirurgo o un direttore di banca ad arrendersi. E nessuno è capace, salvo uno scultore professionista, di realizzare una quelle statue retoriche e magari kitsch che riempiono i cimiteri. Il distruggere invece è facile: anche uno scemo saprebbe innaffiare di benzina un quadro celebre e dargli fuoco. La conseguenza di questa disparità è che l’uomo capace si sforza di “fare”, perché anche una piccola cosa è meritoria, mentre l’uomo incapace (imbecille, nevrotico, folle) non si rassegna alla propria nullità e cade nell’equivoco di mettere sullo stesso piano il fare e il disfare. Leonardo è stato capace di dipingere la Gioconda, io sarei in grado di distruggerla in meno tempo di quanto lui ne ha impiegato a dipingerla.
In estate, quando tutto è asciutto e secco, l’incendio è una tentazione. Infatti a nessuno verrebbe in mente, per sfogare il proprio istinto di morte, di distruggere un muro: la pietra è dura e il muro, per così dire, si difende benissimo. Quanto meno impone  un duro lavoro. Viceversa, per provocare una devastazione immane, basta un accendino. Un semplice gesto e pochi minuti dopo il fuocherello appiccato ad un paio di foglie con quella fiammella nata per accendere una sigaretta diviene un rogo, un incendio, un disastro ecologico di cui magari domani parleranno le televisioni. Quale gloria! L’imbecille rischia di sentirsi una sorta di divinità. Qualcosa che la natura – e gli uomini – hanno creato in molti decenni, lui è capace di annullarlo senza fatica. Con un solo gesto.
La lotta contro i piromani è disperata. Bisognerebbe cercare di attuare quel “vaste programme” che scoraggiò De Gaulle: la lotta ai cretini. Non c’è dubbio, bisognerebbe punire molto severamente il piromane, se si riesce ad identificarlo: ma la speranza di vincere la guerra è veramente scarsa. La maggior parte delle volte il piromane è un individuo che agisce in un posto solitario e poco in vista come può essere il folto di un bosco. Che rischi corre? Praticamente nessuno. Col suo accendino, in un giorno ventoso, dispone d’una sorta di onnipotenza. È un dio idiota, indubbiamente: ma nell’Olimpo c’è un piccolo posto anche per lui.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, - 27 agosto 2007

Senza corpo non senza voce
Non c’è un corpo, ma soprattutto non c’è una voce, una parola che abbia parlato di Enzo Baldoni e solo Dio sa, quanto sia importante per un giornalista, per un free lance, per un comunicatore, per un libero scrittore (perché in frontiera, in guerra si è tutti uguali, in culo alla burocrazia) avere ancora una “voce”, anche se non c’è un volto con cui parlare o un corpo su cui piangere. Il tempo passa e cancella tutto, come l’acqua cancella ciò che c’è scritto sulla sabbia così il nome di Enzo Baldoni a tre anni dalla sua morte, non fa più effetto a nessuno, neppure a chi si ubriacava al grido delle parola “pace”, “no alla guerra” e dileggiava i governi precedenti, accusava gli invasori dell’Iraq, pensando che andare via non fosse poi così peggio che conquistare. Ma la voce, quella dei giornalisti, di chi racconta, di chi riconosce che essere giornalisti “è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo!”, come amava dire proprio Baldoni, anche quella viene mistificata, si colora di politica e diventa di serie A o di serie B. E’ così che il rapimento di Mastrogiacomo è diventato un dilemma, una questione scabrosa per tre paesi o che il rapimento ed il successivo rilascio di Giuliana Sgrena è divenuto un caso internazionale, in cui un onesto (ed altrettanto dimenticato) lavoratore dello Stato ha perso la vita. Ma la morte di Raffaele Ciriello no. Quella di Enzo Baldoni nemmeno. Ed allora meglio pensare che c’è qualcuno che ancora grida rabbia, come la moglie Giusi Bonsignore, che in questi giorni ha ammesso amaramente che “non è stato fatto abbastanza, anzi, penso che non sia stato fatto niente, per far sì che il corpo di Enzo potesse tornare a casa. Mio marito è stato dimenticato”. Signora, non lo avrà quel corpo. Anzi lo ha avuto, quando la vigliaccheria degli sporchi assassini estremisti ne mostrò il volto spento e tumefatto per mostrarne la morte e tv e blog fecero a gara di ipocrisia ad invitare tutti a non mostrarlo, mentre era ormai a disposizione di tutti gli utenti. Dovere di cronaca, si disse, mah…! E non lo avrà perché la pace di cui parlava suo marito ha anch’essa un colore ed in questo momento c’è chi non lo alza più quel vessillo, perché scolorirebbe le intenzioni di qualche uomo in giacca a cravatta.
Dimenticato Enzo Baldoni? Non da tutti. In molti non hanno dimenticato quel mezzo sorriso beffardo che accompagnava l’ultimatum cui era stato costretto dai fondamentalisti di Al Qaeda per barattare un rilascio che non ci sarebbe mai stato. Enzo Baldoni era lì, fermo, nella sua posa disinvolta di cronista che raccontava storie, dalle alture del Messico con Marcos, fra i guerriglieri e le miserie di Timor Est, fino alla sua stessa morte. Non lo dimenticano quanti ancora scrivono per lui con il nome che era del suo blog “Bloghdad” (http://bloghdad.splinder.com/), e che appartengono alla mailing list ed alla comunità virtuale e non che fondò, quando ancora scriveva per la rivista Linus, i bloggers della “Zonker’s zone” che lo ricordano così: “siamo stati indubbiamente fortunati, perché di Enzo abbiamo conosciuto almeno due lati davvero importanti. Uno è il ruolo di carismatico mentore: da quel grande curioso (o ficcanaso) che era, amava moltissimo interessarsi delle vite altrui, e quando vi percepiva il disagio o l’inappagamento, era abilissimo a guidare le persone su percorsi dove trovare insospettate possibilità… e com’era felice quando gli riusciva di aprire gli occhi, o una buona strada, a qualcuno. Non si contano in Zonker’s Zone, e immagino anche altrove, le vite che sono così cambiate in meglio (compresa peraltro quella di chi scrive), grazie all’aiuto, quando non alle vere e proprie istigazioni, di Enzo. L’altro lato, peraltro strettamente correlato al precedente, è quello ispirato dal suo incrollabile ottimismo, l’aspetto più ironico e scherzoso di Enzo, la sua gioia del divertimento e della buona compagnia, il non prendersi mai troppo sul serio e il capire che le cose sono quasi sempre più semplici e meno brutte di quel che sembrano: basta usare una visuale quel minimo tollerante su se stessi e sul mondo, perdonarsi e perdonare i difetti, e piantarla una buona volta di pensare per forza negativo, cosa che Enzo definiva “Un cancro che ti mangia dentro”. E quando sento questo, penso che quel corpo che non c’è, dopo tre anni, tutto sommato abbia una voce, non quella dei ministranti, dei potenti salvificatori, della cassa di risonanza dei grandi media, ma quella dei liberi scrittori, nulla nel vasto mondo burocratico delle tessere, ma tanto nel mondo reale, quello in cui si muore per vivere e lasciare una voce, come un po’ era quel “Terzani in miniatura” di Enzo Baldoni. 

Angelo M.  D'Addesio

I GIUDICI E I PIROMANI
I giudici non sono simpatici. Innanzi tutto sono figure genitoriali e punitive: e chi si consideri un adulto sente di non avere bisogno di un padre oltre quello che la natura gli ha già assegnato. Poi, in Italia, pur essendo numerosi come in altri paesi sviluppati, i magistrati forniscono un servizio che, per la sua lentezza, è semplicemente scandaloso. Infine sembrano fruire di un fastidioso privilegio di impunità. Accoppiano ad una sorta di pretesa di infallibilità il principio per cui qualunque critica “è una delegittimazione”. Insomma, ce n’è abbastanza per pensare che, se qualcuno difende i giudici, deve avere buone ragioni per farlo. Ed oggi sembra essere questo il caso.
L’Italia vive la tragedia degli incendi boschivi e, giustamente, tutti sono amareggiati per il fatto che i colpevoli, quando si trovano, non vengono puniti adeguatamente: a cominciare dal fatto che spesso rimangono a piede libero. Molti, anche ai più alti livelli, dànno la colpa di questo ai giudici. Li accusano di essere “garantisti fuor di luogo”, di “mancare di coraggio”, di essere sostanzialmente correi di questo tremendo andazzo. E tuttavia, per una volta, i giudici sono totalmente innocenti.
Il caso emblematico è quello di un piromane che qualche giorno fa ha appiccato un incendio in cui sono morte persone. Il grande pubblico si è stupito che il colpevole fosse accusato soltanto di omicidio colposo. Questo tizio, si è detto, ha rovinato ettari ed ettari di terreno e ha provocato la morte di esseri umani, possibile che lo si accusi di un reato identico a quello di chi ha un malaugurato incidente stradale? Tutti dimenticano che, perché il giudice decidesse diversamente, sarebbe stato necessario provare che quel tale aveva appiccato gli incendi allo scopo di uccidere qualcuno: il che non solo era fuori dalla fattispecie, ma sarebbe anche inverosimile perché all’aperto, salvo casi sfortunati, gli esseri umani se vedono delle fiamme si allontanano. Dunque, intanto qualcuno muore in quanto si crei una situazione imprevedibile.
Diverso sarebbe il caso se qualcuno appiccasse il fuoco tutto intorno ad una casa in mezzo ad un bosco, in modo da non lasciare via di fuga agli abitanti: in quel caso si sarebbe in presenza di un omicidio  volontario, e la sanzione salirebbe certo a più di due decenni di carcere: ma quando uno stupido o un disonesto appicca le fiamme ad un bosco, per la legge attuale è solo colpevole di incendio doloso; e poi, nel caso malaugurato ci scappi il morto, di omicidio colposo. Di che altro?
Se non si è contenti di questo stato di cose, si modifichi la legge. Si crei il reato di incendio boschivo. Si inaspriscano le pene. Si decreti l’arresto obbligatorio: ma per il resto, che diamine si pretende, dai giudici? Che creino le leggi? Che mandino in galera qualcuno, anche se il codice non lo prevede e prima di un giudizio definitivo, solo perché i lettori di giornali sono indignati?
Se proprio si vogliono criticare i giudici, si insista sulla lentezza della legge. Si dica che è meglio una giustizia approssimativa che una denegata giustizia, come si ha con i processi annosi. Ma spingere i giudici a credersi legislatori più di quanto già non facciano, è più di una stupidaggine: è un pericolo per la certezza del diritto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 agosto 2007


IL GATTO DI LONDRA
Ho conosciuto Londra nelle condizioni più strane: il sole splendeva da mane a sera, ci faceva un caldo impressionante, non conoscevo ancora l’inglese, ero senza soldi e cercavo lavoro come lavapiatti. Ciononostante il giorno del mio arrivo la polizia, pur di non lasciarmi in mezzo alla strada a mezzanotte, mi aveva trovato il letto in una pensione di Kensington, sicché abitavo nel quartiere dei ricchi. Ed ero felice. Purtroppo poi la burocrazia m’impose di lasciare i piatti sporchi a qualcun altro e di tornare a fare il laureato nel mio paese: ma questa è una lunga storia e qui il protagonista invece è un altro. È un gatto.
Un giorno che passavo fra quegli eleganti palazzi bianchi, con l’ingresso a loggetta affiancato da due colonne e con ai lati una lunga, severa cancellata nera, incontrai un gattone ben pasciuto. Mi guardò con serena indifferenza ed io mi avvicinai. In realtà lo feci senza molte speranze. Nella Sicilia da cui provenivo i gatti stabilivano con gli umani una distanza prudenziale di almeno tre o quattro metri. Non che i gatti isolani fossero particolarmente selvaggi, solo avevano l’esperienza d’un paese in cui gli asini erano martoriati dalla mattina alla sera con bastonate, i cavalli sudavano su tutte le strade ed avevano la loro razione di frustate, i cani prendevano pedate e i gatti non avevano neanche il diritto di essere nutriti. “Che vadano a cercarsi i loro topi”, dicevano le massaie. Il cibo del resto era scarso per tutti e non c’erano resti. Era una Sicilia primitiva, potrà dire qualcuno. Effettivamente, in buona misura, lo era. Ma era soprattutto povera. Infatti quegli stessi siciliani, ora che sono diventati più prosperi, spendono un capitale per mettere fiori sui loro balconi, cosa che in quel lontano passato era molto rara, e comprano nei supermercati il cibo per i pets, come ora si designano gli animali di compagnia. Inoltre, insorgerebbero come un sol uomo se vedessero maltrattare un animale.

Mi avvicinai dunque al gatto londinese più che altro per il piacere di vederlo da vicino, per quanto possibile, e lui continuò a guardarmi sereno con l’aria di dire: “E ora vediamo che vuole questo qui”. Volevo solo carezzarlo. Allungai dunque delicatamente la mano e subito sentii sotto i polpastrelli la morbida dolcezza di quella pelliccia. Il gatto si lasciò carezzare ed anzi cominciò a ricambiare socchiudendo gli occhi, inarcando un po’ la schiena, forse addirittura – ma questo non posso giurarlo – fece le fusa.
Ero profondamente impressionato. Ma tu guarda! pensavo. Non mi conosce, non sa nemmeno che d’inglese conosco sì e no cento parole, e tuttavia pensa che fra questi dieci milioni di persone che abitano Londra non ce ne sia una che approfitterà di questo contatto per fargli del male. Questo è un paese in cui nascere gatti è una fortuna. È un paese in cui il rispetto dei terzi e un po’ di fiducia nel prossimo si estende perfino a questa bestiolina. E capii allora perché perfino Marx si rifugiò a Londra.
Oggi avviene anche in Italia che dei gatti non siano diffidenti. La nostra coscienza “animalista” ha fatto enormi progressi. Ma quel gatto, più o meno mezzo secolo fa, m’ha insegnato una cosa fondamentale: non sono la religione e l’ordinamento giuridico che rendeono la società com’è. È la società che crea un ordinamento giuridico e una religione a sua immagine. Una società in cui si rispettano anche i gatti è una società in cui si rispettano i cittadini e perfino gli stranieri. Quel gatto fruiva di un Habeas Corpus di cui i gatti siciliani non avevano ancora avuto notizia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  -  26 agosto 2007


BERLUSCONI RISOLVE UNA DISPUTA TEOLOGICA
Gli intellettuali e i maîtres à penser “equidistanti” reputano che per accreditarsi come tali ogni tanto devono dare addosso a Berlusconi. In passato, chi si voleva liberale, ogni tanto doveva sparare a zero sul fascismo, diversamente non sarebbe sfuggito al dogma per cui “chi non è comunista è fascista”. Oggi questo principio è meno in voga, ma c’è una nuova regola: si può essere di sinistra, di centro e perfino di destra, ma berlusconiani no: se no si diviene una macchietta. Come Bondi o Emilio Fede.
Galli della Loggia ieri è passato per le acque lustrali dell’antiberlusconismo  scrivendo nel suo editoriale queste parole: “«Forza Italia era un partito di plastica, e di plastica è rimasto, nel senso che non ci sono iscritti, non c'è discussione. C'è solo il capo, e il capo è lui per una sola ragione: perché ha le televisioni e un mucchio di soldi, e quindi paga tutto e ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali». E il suo squisito pensiero merita esegesi.
Nelle sue righe ci sono cose opinabili e cose certe. Che Forza Italia, col suo mezzo milione di iscritti, sia un partito di plastica, è opinabile. Come è opinabile, ma un po’ meno, che un partito inconsistente, in cui non si discute ecc., sia il primo partito d’Italia. Chissà, forse anche l’Italia è di plastica e per questo si riconosce in esso.
Ma, si ripete, tutto questo è opinabile. Più interessante è l’affermazione secondo cui Berlusconi è il capo “: perché ha le televisioni e un mucchio di soldi, e quindi paga tutto e ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali”. Perché questo non sembra opinabile.
È lecito attaccare Berlusconi - qualcuno direbbe anzi che è doveroso - ma non si può farlo in modo contraddittorio. Di Cesare si diceva che era “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”, e la cosa, per quanto incredibile, trova una conciliazione nella bisessualità. Ma non c’è modo di accusare qualcuno di avere guadagnato e perso denaro in un solo affare. In questo caso si esce dall’opinabile per rientrare nell’assurdo: se prima d’intraprendere un affare uno ha centomila euro in tasca, a conclusione di esso o ne ha di più o ne ha di meno, tertium non datur. Per conseguenza, quando si accusa Berlusconi di essere il capo del suo partito perché paga di tasca sua “tutto e ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali”, è ovvio che, secondo Galli della Loggia, Berlusconi con la politica ci perde eccome. Per cavarsi lo sfizio d’essere un capopartito e un presidente del consiglio, è capace di spendere milioni, forse miliardi di euro. E passi. Ma come la mettiamo con la vecchia accusa che, prima d’entrare in politica, era coperto di debiti ed in seguito non ne ha più avuti?
Se a cento antiberlusconiani si chiede per quale ragione il Cavaliere è sceso in campo, si otterrà, come risposta, al novanta per cento: “per guadagnarci denaro”; “per ripianare i suoi debiti”; o perfino, più brutalmente, “per toglierci i soldi dal portafogli”. E ora chi andrà a dirlo, a costoro, che la loro testa di turco non solo non fa politica per interessi economici ma che anzi, eccezione da segnare albo lapillo, è l’unico che ci perde, e alla grande? Non finanzia l’elezione di un singolo deputato, lui, ma un intero partito, “tutto ed ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali”.
Nella scolastica si discuteva appassionatamente il problema teorico se Dio, essendo onnipotente, potesse anche fare l’assurdo o se l’assurdo rappresentasse un limite alla sua onnipotenza. La conclusione quasi umoristica fu che “Dio potrebbe fare l’assurdo ma non lo fa”, mentre Berlusconi ha superato le perplessità di quei teologi. Egli è un tale diavolo che è stato capace di scassinare una cassaforte la quale, dopo la sua incursione, contiene più denaro e meno denaro di prima. Mistero gaudioso del pensiero di Galli della Loggia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 agosto 2007


CERCO LAVORO
Quando si è anziani e si è fatta la propria vita, alcuni problemi si guardano con occhi diversi. È difficile capire veramente i problemi dell’innamorato, quando l’ultima volta che si è vissuta questa esperienza è stata trenta o quarant’anni prima. E soprattutto è difficile condividere adeguatamente lo scoramento del giovane che non sa come guadagnarsi da vivere, come entrare in un mondo che sembra organizzato per andare avanti indefinitamente senza il suo contributo. Gli occupati lo guardano con una sorta di commiserazione: “Lasci pure il suo curriculum”, gli dicono: con lo stesso tono con cui si accetta il foglietto di pubblicità, cercando già con gli occhi il cestello della spazzatura in cui liberarsene.
Un tempo colui che voleva avviarsi ad un lavoro – poniamo di barbiere – era accolto per favore da un barbiere il quale non solo non lo pagava ma per parecchio tempo lo adibiva a scopare i capelli caduti per terra, a spazzolare il vestito del cliente e ad ogni altra minuta incombenza servile. Ovviamente questa situazione, non ardentemente appetita, era ampiamente disponibile. Solo col tempo il barbiere, magari spinto dalla necessità, permetteva al giovane di rubargli a poco a poco il mestiere (ad insegnarglielo non ci pensava proprio) e solo in capo ad anni ed anni il garzone diveniva a sua volta barbiere.
In una moderna società organizzata il lavoro è un bene prezioso perché  il giovane appena assunto in banca, fresco di diploma o di laurea, segue un corso (pagato!) di qualche mese e immediatamente dopo siede dietro uno sportello. Da quel giorno guadagna più o meno ciò che guadagnerà anche in seguito. È ovvio che questo salto - da giovane disoccupato a uomo sistemato, con un vero “posto di lavoro” - rappresenta una sorta di miracolo. Ed è altrettanto ovvio che esso si verifica in condizioni speciali: il padre farmacista che “assume” il figlio laureato in farmacia, il giovane brillantissimo capace di arrivare fra i primissimi in un concorso e, soprattutto, il raccomandato di ferro, assunto in una banca o in una ditta.

Se il lavoro è un bene prezioso, è ovvio che se ne faccia commercio ai livelli più alti. Il politico che riesce a far avere il posto di portalettere ad un giovane avrà la gratitudine imperitura di una famiglia e di tutto il suo parentado. Ma c’è chi è figlio di nessuno. Chi non rientra né fra i geni, né fra i i figli di farmacisti, né fra i raccomandati. Una volta che ha il suo titolo di studio in mano, magari ben meritato, non sa a chi rivolgersi e che fare. La società è una cittadella chiusa da un muro senza falle, che non gli offre nulla: non un posto di lavoro nel commercio, non un posto di ragioniere e neppure un posto di apprendista barbiere: infatti, alle condizioni attuali, i barbieri non vogliono più apprendisti. Se sfoglia le offerte di lavoro, scopre che si tratta di lavori immaginari (la vendita delle enciclopedie porta a porta!) o, ancor peggio, di trucchi affinché chi offre il lavoro viva a spese di chi lo cerca.
Chi ha fatto questa esperienza difficilmente la dimentica. Chi si è umiliato a scrivere a tutte le imprese di cui riesce ad avere l’indirizzo, o perfino a cercare lavoro porta a porta, lasciando dappertutto il suo curriculum, sa che significa sentirsi un morto di fame; un paria; quasi un mendicante. La ragazzetta troppo truccata che sta dietro la porta a vetri dell’impresa da quattro soldi guarda il laureato postulante con l’atteggiamento di contenuta scortesia che ha il nobile nei confronti del plebeo: lei infatti un lavoro ce l’ha e quel tale, con tutta la sua laurea e magari le sue lingue, non è nessuno.
Chi è solo, chi non ha un padre capace di spianargli la strada, ha l’occasione per misurare la distanza fra la retorica corrente e la realtà. Chi non è aiutato fa il suo ingresso nella vita nella maniera più drammatica. Una persona che conosco bene, quando uscii dall’Aula Magna con la sua brava laurea (110/110!), fu abbastanza realista per esclamare, allargando le braccia: “Ed eccomi disoccupato!” E tuttavia la coscienza di avviarsi ad affrontare la traversata del deserto non è che sia chissà che consolazione. Soprattutto se poi si conferma che è un posto senz’acqua, senza oasi, senza neanche un cammello per portare il bagaglio.
Quelli che non sono stati aiutati, nel debutto lavorativo, ricordano con uno stringimento di cuore i loro inizi; e sorridono amaramente della retorica per cui la gioventù è il momento della libertà e della spensieratezza.
La libertà e la spensieratezza cominciano il giorno in cui si va in pensione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 agosto 2007


INTELLETTUALI E POLITICA
Ruggero Guarini, con la consueta brillantezza, ha notato che gli intellettuali non hanno solo la vocazione di seguire e lodare le autocrazie, ma anche la vocazione di crearle. E scrive ironicamente: “Penso insomma che sia giunta l’ora di onorarli, gli intellettuali, ricordando finalmente che i moderni totalitarismi, di cui li si accusa sempre di essere stati soltanto i trombettieri e i valletti, è al contrario una loro specialissima trovata, anzi forse la più grande di tutte le loro creazioni. Rousseau, Robespierre, Danton, Marat e Saint-Just non erano intellettuali? E non erano intellettuali anche Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao? E non lo erano pure Mussolini e Hitler?” Egli osserva pure che “mentre non tutti gli intellettuali appartengono alla specie dei tiranni (attuali o virtuali), tutti i tiranni (attuali o virtuali) appartengono alla specie degli intellettuali”.
Il fenomeno riguarda “i moderni totalitarismi” ma una spiegazione esige che si risalga più indietro nel tempo.
La storia comincia con la scrittura ma la scrittura non ha creato l’alfabetizzazione di massa. Per millenni i lettori non hanno avuto il denaro per procurarsi quel bene costosissimo che era il libro: pergamena o papiro non sono mai stati alla portata di tutti. Se anche alcuni hanno letto il De Bello Gallico pochi mesi dopo che Cesare ha finito di scriverlo, nel corso dei secoli il numero dei lettori, che pure si è allargato, non è mai divenuto grande: la lettura è rimasta un privilegio di pochi.
Con l’invenzione della carta il costo del libro è molto diminuito ma ogni copia è stata il risultato dell’interminabile lavoro di un copista. Costui, monaco o laico, anche se non viveva nel lusso, di quel lavoro doveva pur vivere: e ciò ha continuato a mantenere il libro fra i beni rari, inavvicinabili per la massa. Tutti i popoli sono stati analfabeti con percentuali incredibili, costantemente al di sopra del novanta per cento.
L’invenzione della stampa a caratteri mobili ha posto un termine a questo stato di cose e il prezzo del libro è crollato fino ad essere abbordabile da una grande massa di lettori. Si è avuto un drammatico aumento dell’alfabetizzazione e nel Settecento ci si è addirittura potuti permettere di spendere quotidianamente denaro per il piacere della carta stampata: e sono nati i giornali.
Con l’alfabetizzazione di massa è nata l’opinione pubblica. La Rivoluzione Francese non è stata la conseguenza, come pensano gli ingenui, delle cattive condizioni di vita delle plebi francesi (ché anzi, rispetto al passato o ad altri paesi europei, i francesi vivevano accettabilmente): oltre che all’insipienza di Luigi XVI, essa è stata dovuta al fatto che l’opinione pubblica ha sentito come insopportabile e anacronistica la monarchia assoluta. Parigi si rendeva conto che, al di là della Manica, il re non era un autocrate e i cittadini avevano il diritto di influire sul proprio destino. Dunque hanno fatto di più, per quel grande sconvolgimento, le Lettres Anglaises di un Voltaire dalla parrucca incipriata che le varie jacqueries. La Rivoluzione Francese è stata a tal punto una rivoluzione intellettuale che ancora oggi, quando si parla di estremismo ideologico, si parla di giacobinismo. E non si è ancora placata la discussione sull’opportunità del Terrore.
Gli uomini sono figli del loro tempo. Mentre una volta chi prendeva il potere se ne impossessava come fosse riuscito ad ammazzare un cinghiale, dal Settecento in poi nessuno si è sottratto al dovere della giustificazione ideologica del proprio imperio. Un po’ perché comandare in nome di un’ideologia è anche più facile, molto perché il tiranno moderno, essendo stato da giovane un lettore, non sfugge alla tentazione di sentirsi un intellettuale. Il tiranno di Siracusa poté vendere come schiavo Platone che era andato da lui per realizzare le proprie utopie; oggi lo stesso tiranno si crederebbe lui stesso Platone e quelle utopie cercherebbe di realizzarle in proprio. Lenin non ha fatto la rivoluzione per dare il potere a Lenin, ma per darlo al comunismo.
Se è facile capire come mai tutti i tiranni moderni siano tendenzialmente degli intellettuali, non è facile capire come mai gli intellettuali, che pure dovrebbero avere un notevole senso critico, si siano tanto spesso resi responsabili di pochezza mentale e di bassa adulazione dei dittatori. Non solo infatti fu sostanzialmente unanime il consenso a Mussolini - anche da parte di coloro che, dopo il 1943, divennero comunisti - ma i laudatores di Stalin, nell’Unione Sovietica e nel mondo intero, sono stati innumerevoli. Per ammettere i crimini dei tiranni più spietati, Stalin e Mao, gli intellettuali hanno atteso che fossero certificati dalla dirigenza russa e cinese. Fino a quel momento, pur di continuare a credere che quei vessilliferi dell’ideologia fossero giganti benefici, sono stati volontariamente ciechi e sordi.

La spiegazione della tendenza servile e filo-tirannica degli intellettuali può essere azzardata con uno schema proiettivo. L’intellettuale vive quotidianamente nel contrasto fra ciò che la sua mente riesce ad abbracciare - la storia, l’economia, la politica, la religione - e la sua impotenza d’individuo e per questo aderisce idealmente ad un uomo o un ideale “forte”. Identificandosi col proprio idolo sfugge alla propria miseria reale, non diversamente da chi, comodamente seduto nei posti numerati, sbraita allo stadio e si considera “uno sportivo”.
La maggior parte degli intellettuali non esercita né un mestiere manuale né un’attività produttiva a rischio: per conseguenza da un lato ha tendenza ad avere una sorta di insensibilità all’economia, dall’altro una tendenza irrefrenabile all’utopia. Dal momento che il tiranno, mentre incarcera ed uccide, promette la felicità a tutti in nome di un diverso modello di società, l’intellettuale chiude gli occhi e crede più a quello che sente che a quello che vede. Nel 1948 l’Italia è stata salvata dal dominio di Stalin più dalle beghine indottrinate dai parroci che dagli intellettuali: questi ultimi erano troppo impegnati a sognare il Piccolo Padre.
Clemenceau ha detto che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali. In politica si potrebbe dire che se una cosa è sostenuta dagli intellettuali e dagli insegnanti si può essere ragionevolmente sicuri che è sbagliata.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -20 agosto 2007


Re-lax












IL NUOVO SOVRANO
In molti, in questi giorni, hanno sottolineato il contrasto fra l’estrema severità di buona parte della magistratura nei confronti di alcuni e il suo eccesso di longanimità e garantismo nei confronti di altri. Da un lato si opprimono con lunghe carcerazioni persone famose, ricche o della buona società, accusate di reati magari gravi ma che certo non mettono in pericolo l’incolumità del prossimo (ricordate Scaramella?), mentre si è benevoli con i poveracci, anche quando sono assassini, perché sono vittime del loro ambiente e delle ingiustizie sociali. Per certa mentalità i colletti bianchi non hanno giustificazione e vanno stangati mentre i delinquenti “popolari” sono da considerare con comprensione: magari lasciando a piede libero fior di criminali che poi magari uccidono. Con questo double standard (due pesi e due misure), molti sentono di combattere una battaglia giusta e coraggiosa, che in realtà non è né giusta né coraggiosa. E la cosa merita spiegazione.
Per secoli e secoli, il potere è stato concentrato nelle mani di un solo uomo. I molti, perché spaventati, perché ingenuamente convinti dalla propaganda di Stato, o ancor più spesso per mettersi dal lato del più forte, si sono lasciati andare alla piaggeria più smaccata nei confronti dell’autocrate, al servilismo più abietto e all’iniquità più sfacciata a favore del potente. A quale membro del bas clergé si sarebbe mai dato ragione, quand’anche l’avesse avuta, se il suo avversario fosse stato Richelieu? E quando Voltaire fu aggredito dagli sgherri dello Chevalier de Rohan, la buona società e il re forse che lo difesero? Si fecero le più matte risate, all’idea del roturier fatto bastonare da un nobile (1).

Tuttavia, proprio pochi anni dopo questo episodio si è avuta la Rivoluzione Francese ed è cambiato il sovrano. Prima era il re, poi è stato il popolo, come dice anche la Costituzione Italiana. E così come prima i potenti – i nobili – erano in ogni caso alleati del re e dei loro pari, in seguito il popolo è divenuto un feticcio cui tributare lo stesso servilismo, la stessa adulazione un tempo riservati al monarca. La vocazione a sostenere chi comanda anche quando ha torto rimane prevalente: e questa vocazione non è né giusta né coraggiosa. Un tempo si parlava di “nobiltà di spada” e “nobiltà di toga”, oggi la “nobiltà di toga” non esiste più e la magistratura proviene da famiglie borghesi, anche povere, in cui un giovane si dimostra così bravo negli studi da superare l’esame per l’ingresso in quell’ordine. Nel favorire “il popolo”, il magistrato attuale non raramente favorisce la propria casta e la propria ideologia populistica non diversamente da come i nobili, al tempo di Luigi XV, si schierarono con quello sciocco di Rohan contro Voltaire, colpevole d’irriverenza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 agosto 2007

1) L’episodio è abbastanza gustoso per meritare d’essere raccontato. Voltaire era linguacciuto e provava una sorta di voluttà nell’irridere gli sciocchi. Una volta forse esagerò, con un giovane nobile, e costui, impettito, gli ricordò che apparteneva alla nobile casata dei Rohan, mentre lui, Voltaire, non era nessuno. Poteva finire con una risata ma il filosofo lo tramortì definitivamente con questa immortale risposta: “Monsieur, mon nom, je le commence; vous finissez le vôtre”, “Signore, io sono il primo della mia schiatta, voi l’ultimo della vostra”. Lo chevalier non solo lo fece bastonare dai suoi sicari ma, approfittando del fatto che un nobile non si batteva a duello con un non nobile, rifiutò il duello che Voltaire chiedeva insistentemente. Tanto insistentemente che il re lo mise alla Bastiglia e poi lo costrinse ad emigrare in Inghilterra.

VISCO VS ROSSI
Il viceministro dell'Economia Vincenzo Visco critica i telegiornali che hanno dato a Valentino Rossi la possibilità di dire che non si sente né un mostro né un evasore fiscale. "Da un lato c'è lo Stato e dall'altro il contribuente - dice - e ora non mi pare giusto che se il contribuente è un cittadino importante debba occupare la scena mediatica da solo". Il sottosegretario dimentica però che non è Rossi che ha cominciato a parlare dei fatti suoi in pubblico: è l'Italia intera che, imbeccata dai telegiornali, lo ha trattato da mostro, da egoista, da imbroglione e, soprattutto da evasore fiscale. Si è arrivati al punto che il campione è stato condannato solennemente e dal pulpito, nientemeno, da un parroco. E dopo che tutto questo Visco può affermare che Valentino "ha parlato senza contraddittorio"? È la pubblicistica italiana che, fino ad oggi, l'ha infangato senza contraddittorio. Senza contraddittorio e, forse, senza nessuna giustificazione. Infatti lo stesso Visco dice: "Se lui dimostrerà di essere residente in Inghilterra, non ha molto da temere". E in verità questo sembra pacifico. E allora?
Non sappiamo se Valentino Rossi abbia sì o no mancato al suo dovere nei confronti del fisco italiano. Sappiamo invece per sicuro che Visco, se avesse taciuto, avrebbe dimostrato un migliore stile. Ma questo è un esercizio che ai ministri di centro-sinistra risulta oltre le possibilità umane.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 17 agosto 2007


 LE FRUSTATE SUL BOUNTY
Oggi sui giornali si leggono dichiarazioni che dovrebbero essere allarmanti. Il Partito della Rifondazione Comunista, che pure ha compuntamene stigmatizzato le parole in libertà (eufemismo) di Francesco Caruso, ha dichiarato che la legge Biagi dovrà essere abolita o profondamente cambiata, altrimenti in autunno non voterà il pacchetto sul Welfare. Buona parte del centro-sinistra sostiene invece che la cosa sarebbe estremamente dannosa e alcuni senatori sono disposti a far cadere il governo, piuttosto che votare l’eliminazione di una legge più che utile indispensabile. Insomma, è come se ognuno dicesse: “In autunno o si fa come dico io cade il governo”, e poiché le cose da fare sono in contraddizione, se solo parlassero sul serio, il governo avrebbe non i mesi ma i giorni contati. Ma parlano sul serio?
In una delle tante edizioni degli “Ammutinati del Bounty” (quella del 1935, divenuta classica, con Charles Laughton) c’è un episodio notevole. In  un momento di collera il secondo (Clark Gable, nel film) ordina la fustigazione di un marinaio. Poi, rendendosi conto di avere esagerato, va dal capitano Bligh per chiedere che la punizione sia annullata ma il capitano non annulla la punizione, gli ordina anzi di comandarla e di assistervi dal principio alla fine. Un ufficiale – è il messaggio di quel duro uomo di mare – non cambia opinione e non si smentisce neppure se si rende conto di avere sbagliato. Questo atteggiamento è discutibile, indubbiamente. C’è anzi chi sostiene che “solo gli imbecilli non cambiano mai opinione”. Ma se è magari necessario cambiare opinione una volta o due nella vita, tanto che la conversione ha una sua grandezza a volte eroica, certo non dà prova di carattere e di idee chiare chi le opinioni le cambia continuamente, a poca distanza di tempo e anche dopo averle proclamate nella maniera più stentorea.
È il caso del centro-sinistra. Chi ha sperato che questa maggioranza andasse a casa è stata delusa cento volte perché, mentre c’erano tutte le premesse per la rottura, la rottura non si è mai verificata: questo, per l’eccellente ragione che tutti hanno la sana abitudine di non mantenere la parola data. Ed allora anche i proclami di questi giorni lasciano il tempo che trovano. Non solo gli uomini politici di sinistra non hanno l’eccesso di coerenza di capitan Bligh (quello vero, eccellente professionista, si salvò benché abbandonato su una barca in mezzo al Pacifico), ma non hanno nessuna preoccupazione di dignità e credibilità. Ed è di questa credibilità che si vuole oggi cantare l’epicedio.
Nessuno può pretendere che la fazione cui siamo contrari si comporti in maniera ammirevole. Se si comportasse in maniera ammirevole, diverrebbe la nostra fazione. Ma rimane lecito sperare un certo livello di civiltà, un certo livello di rispetto di sé e degli elettori. Un certo livello di credibilità: ed è proprio ciò che manca drammaticamente alla compagine che attualmente governa l’Italia. Ogni giorno è l’occasione per un moto di disgusto, per un rigurgito esofageo, per scuotere la testa senza avere più nemmeno la forza di esprimere il proprio disprezzo. Nessuno chiede al Prc di far cadere il governo, e nessuno lo chiede ai senatori che reputano l’abolizione della legge Biagi una iattura. Si vorrebbe soltanto che non pubblicassero quei proclami bellicosi oppure che mantenessero la parola data. Ma sappiamo di chiedere troppo ed è questo che disgusta molti, inclusi parecchi elettori di centro-sinistra. Questa maggioranza, pur di galleggiare, è disposta a somigliare più a un escremento che a una corazzata.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15 agosto 2007

PRO HAMAS
Il 12 agosto 2007 Romano Prodi è intervenuto sulla questione piuttosto confusa (per le molte dichiarazioni contrastanti di ministri e leader politici di maggioranza) dei rapporti dell'Italia con Hamas.
Hamas esiste, ha sostenuto Prodi e dunque bisogna parlarci. Auitandola "ade volvere" perché "lavori per la pace".
Un programma del tutto irrealistico, soprattutto se Hamas non pagherà nessun prezzo politico per la sua intransigenza e la sua costante rivendicazione della legittimità del terrorismo.
E l'essenza della politica di Prodi è appinto che terroristi e dittature mediorentali non devono pagare nessun prezzo politico, mai. Aiutarli ad "evolvere" significa, di fatto, aiutarli politicamente, sottraendoli all'isolamento, e anche finanziariamente.
Esemplare di questa mentalità è la dichiarazione di Prodi sulla Siria. La quale ha chiesto aiuto per il problema dei profughi iracheni che si affollano entro i suoi confini, fuggendo dal terrorismo che Damasco sostiene insieme all'alleato iraniano.
 E' segno che il regime  vuole uscire dall'isolamento, che si apre all'Occidente e alla pace,  ha concluso Prodi. Dunque, gli aiuti devono essere forniti.
No. E' segno che un regime in difficoltà vuole il sostegno dell'Occidente. Ma non si  impegna a cessare il sostegno al terrorismo, ( di Hezbollah, di Hamas, dei jihadisti in Iraq), a riconoscere Israele, ad allentare la presa sul Libano.
Prodi appare  disposto a dare a Bashar Assad  ciò che chiede, senza ricevere nulla in cambio. Per convertirlo "alla pace".

Naturalmente, sui quotidiani del 13 agosto, si è subito fatto sentire il coro dei laudatori acritici della politica di apertura ad Hamas e a Damasco.
Scontrandosi con un irragionevole centro destra "sempre all´attacco" il coraggioso Prodi si avventura su un terreno "enormemente spinoso" alla ricerca di "strade di pace in Medio Oriente".
E' la versione di Marco Marozzi su La REPUBBLICA, a pagina 11. Ecco il testo: clicca qui.
(da informazionecorretta.com)

IL GENERALE AGOSTO
Chi in agosto rimane in casa propria, o perché è già tornato dalle ferie, o perché deve ancora andarci, o più semplicemente perché non ne ha, fa un’inevitabile esperienza: quella di vivere in un mondo in pausa. È chiusa la farmacia dell’angolo, l’idraulico non risponde nemmeno al cellulare, i grandi giornalisti non scrivono editoriali, i politici per la maggior parte tacciono. Sono anche loro impegnati a “staccare”; a fare i bagni; a stare con la famiglia. Insomma sembra che il mondo, per un momento, dimentichi le sue preoccupazioni e le sue attività normali. Questa è un’esperienza in negativo nel senso che, se qualcosa c’è da dedurne, deriva dall’assenza di ciò che ci si aspettava.
Molti, molti anni fa, quando il cinema era il principale svago degli italiani, le città erano costantemente tappezzate da manifesti che pubblicizzavano la programmazione dei vari locali. Era quasi un genere artistico. Alcune immagini – Clark Gable che incombe sul viso volto all’insù di Vivien Leigh, per “Via col Vento” – sono rimaste nella memoria degli anziani. Poi, un giorno, il governo pensò di trarre più soldi da questa pratica e aumentò drammaticamente l’imposta: i gestori, per protesta, smisero di affiggere i manifesti e scoprirono che i clienti, al cinema, non diminuivano. Il fisco fu scornato e l’Italia scoprì che di quella pubblicità si poteva fare a meno.
Nel mese di agosto, si ha la tentazione di pensare che tutte le diatribe dell’inverno, tutti i problemi dai quali pareva dipendere la sopravvivenza dell’Italia per non dire del pianeta, possono essere serenamente dimenticati. Se non si risolve il problema del rapporto fra pensionati e fondi per pagare le pensioni, una volta o l’altra ci sarà qualche grave problema,  è innegabile: ma, se non se ne parla, si può fare come se quel problema non esistesse. Fino ad arrivare – con uno sforzo di fantasia – a chiedersi: ma esiste o non esiste?
In realtà i motivi di preoccupazione non scompaiono solo perché si vive fra il 41° e il 72° giorno dopo il solstizio d’estate. Ma una lezione si può trarre, da questa tendenza a darsi assenti: ed è che nella stagione fredda si è forse messa troppa passione, troppa partecipazione, nei dibattiti. Che governi Prodi o Berlusconi, dopo tutto, che importa? Il sole d’agosto è ugualmente caldo. Se oggi si votasse, ognuno sceglierebbe la parte che preferisce, ma nell’attesa la scelta è fra il gelato di fragola e quello di nocciola. Il discrimine veramente importante è fra la salute e la malattia.
Agosto ci dovrebbe insegnare che in questo mese abbiamo tendenza ad esagerare nel nostro disinteresse per le vicende dell’Italia e del mondo; ma per converso ci dovrebbe insegnare anche che, nel resto dei mesi, forse esageriamo nell’interesse e nell’acredine della partigianeria. Il Generale Inverno vinse Napoleone, il Generale Agosto potrebbe vincere la faziosità.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 14 agosto 2007


ZUCCA VUOTA?
I magistrati, si sa, sono intoccabili. Una casta di intoccabili che si coprono a vicenda. Il Parlamento vuole  modificare le leggi che governano la magistratura? La casta s'irrigidisce,  minaccia e, di norma,  riesce a bloccare tutto.
Due referendum per introdurre negli ordinamenti  la responsabilità civile del magistrato,  milioni di cittadini votano per la riforma... la casta, ricattando il Parlamento,  impedisce la riforma voluta dai cittadini.
Un magistrato sbaglia (capita, no?),  la casta fa muro,  la colpa è non del singolo magistrato ma delle leggi.
Si tengono in galera preventiva, per mesi,  persone per fatti irrilevanti,  ma un indagato di omicidio con pesanti prove ed indizi viene, dal magistrato,  lasciato libero e il libero assassino commette un secondo omicidio... mentre, per la polizia che ne richiedeva l'arresto, esistessero elementi più che sufficienti per affidarlo, da subito,  alle patrie galere.
Anche qui la casta, in tv e sui giornali,  difende il magistrato. La colpa - solita favola - alla legge.
La favola non è quella di Biancaneve e la zucca è vuota.

cp, 13 luglio 2007