Archivio Agosto 2007
MOLLICHINE
Sinistra moderata: “Se i ministri sfilano contro
il governo cade il governo”. Sinistra estrema: “Noi
comunque sfiliamo”. Sinistra moderata: “E allora
sfilate pure ma il governo non cade”.
Asor
Rosa, a proposito dei “lavavetri”: “Mi dimetto
da intellettuale di sinistra”. Se si dimette da
intellettuale fa anche meglio.
Rosy Bindi: «Libereremo le città dai lavavetri
se riusciremo a liberarli dalle loro condizioni».
Li assumiamo come consulenti ministeriali
alla pulizia?
Il Guardian sulla Brambilla: “niente fotografie
se non dopo parrucchiere e truccatore”. E allora?
Almeno i suoi capelli non sono trapiantati.
Clooney, cui si contesta di fare da testimonial
alle multinazionali che odia, risponde: “bisogna
anche guadagnarsi da vivere”. Cosa vietata alle
multinazionali.
Licandro (Pdci) su Mastella: “Figuriamoci se lascia
la poltrona di ministro!” perché i ministri
scendono in piazza contro il governo. E figuriamoci
se lo lasciano i ministri d’estrema sinistra, pur di
protestare.
Gianni Pardo, domenica 2 settembre 2007
IL GIUSTIZIALISMO
In Italia, influenzati dall’etimologia della
la parola, al giustizialismo si è finiti
col dare un significato affatto particolare e, checché
ne dicano i dizionari, oggi con quel termine si intende
altro.
Generalmente si pensa che il giustizialismo sia
la tendenza all’applicazione quanto più è
possibile severa della legge che non guarda in faccia a
nessuno, che è anzi particolarmente rude nei
confronti di chi, per posizione, censo o amicizie altolocate,
potrebbe sperare di farla franca. E si diviene
anzi tanto diffidenti da protestare se una persona importante
beneficia di una norma favorevole. Se si lascia a piede
libero un ignoto cittadino, e magari questo ignoto cittadino
commette poi un reato, il giustizialista difende ancora
i giudici e la loro fedele applicazione della legge. Se
invece il beneficio è applicato a Previti, che certo
non rappresenta un pericolo per la società, gli ultras
rimangono con l’amaro in bocca. Ma veramente è così
per legge? Ma veramente non si poteva fare diversamente?
Per il giustizialista
i giudici, e soprattutto gli inquirenti, non perseguono
mai un innocente; dunque la loro opera è
costantemente meritoria, anche quando tengono in galera
un imputato che sia poi assolto con formula piena.
In realtà per il giustizialista la formula non è
affatto piena e anzi (si veda il caso Andreotti) ci si contorce
per dimostrare che la sentenza di assoluzione è in realtà
una sentenza di condanna. Spesso, senza neanche leggere
una riga delle carte, prevale l’idea che probabilmente quel
delinquente è stato assolto per un cavillo trovato
da un avvocato strapagato e corrotto. Benché
colui che ha assolto l’imputato sia un magistrato, benché
sia un magistrato colui che prima lo ha tenuto in custodia
preventiva per mesi, benché fra i due ci sia un contrasto
insanabile di opinione e benché per legge abbia ragione
il decidente e torto il requirente, per il giustizialista,
miracolosamente, sono infallibili tutti e due. Il secondo ha
fatto bene ad assolvere un innocente, ma il primo ha fatto
bene a tenerlo in galera.
Molte persone non capiscono che i mali della
società derivano in grande misura dalla stessa natura
umana, dall’egoismo, dalla stupidità, dall’avidità,
dall’incompetenza; e confondono il male con il reato.
Reputano dunque che tutto potrebbe essere risolto
applicando il codice penale. Questo atteggiamento ha perfino
fatto nascere un neologismo, il “pangiuridicismo”, un parente
non troppo lontano da quel “governo dei tecnici” che rappresenta
il mito salvifico di chi non capisce che un tecnico al governo
diviene un politico.
Anni fa un personaggio del cinema, un giudice,
aveva come motto: “Tutti dentro!” Era un antesignano.
Per i giustizialisti non esistono galantuomini
ma solo colpevoli non ancora scoperti. Pensano dell’innocenza
ciò che il dottor Knock di Jules Romains pensava
della salute: “È uno stato che non promette nulla di
buono”.
Lasciando da parte i dizionari e le loro definizioni
storicamente corrette, si potrebbe dire
che il giustizialismo è “la tendenza nevrotica
ad una palingenesi sociale mediante il diritto penale,
presumendo che tutti siano disonesti, salvo il giustizialista
stesso”. E se è così, il giustizialismo
è una forma di demenza sociale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1° settembre
2007
IL PILASTRO ASSASSINO
Andrea Marcenaro, sul “Foglio”, riferisce di
un libro appena pubblicato (“Zero. Perché
la versione ufficiale sull’11 settembre è
un falso”, Piemme, pp. 412, 17,50 €) in cui si legge che,
secondo Giulietto Chiesa, “il cosiddetto terrorismo
internazionale è emanazione diretta e indiretta
dei servizi segreti israeliani e americani”; secondo
Gianni Vattimo, sono gli stessi Stati Uniti che hanno deciso
di autoterrorizzarsi nel nome dell’impero americano planetario;
infine, secondo l’economista Modugno, la tragedia
dell’11 settembre è stata dovuta all’esigenza
di “bloccare il precipitare della Borsa che stava per
crollare e ridare vigore alla domanda”. Marcenaro conclude
mestamente: “E poi dicono che la rubrica di satira è questa”.
Ma, a ben riflettere, non c’è nulla da ridere.
La nevrosi è spesso caratterizzata da un
disconoscimento della realtà. L’edipico affetto
da eiaculazione precoce non riesce a convincersi,
per così dire, che la donna che ha davanti non
sia sua madre; il claustrofobico non riesce a credere
alla sicurezza degli ascensori; il portatore d’ogni
tipo di fobia non può essere guarito né da
una dimostrazione scientifica né da una banale statistica:
la caratteristica del suo atteggiamento è la sordità
al messaggio della realtà. Questo rischio è
anche più forte presso gli intellettuali. La conoscenza
della realtà migliora con lo studio ma la cultura comporta
un rischio: l’approfondimento fa allontanare dall’evidenza
e può per ciò stesso favorire la nevrosi. È
un circolo che merita spiegazione.
Quando gli scienziati cominciarono a capire che
esistevano i microbi, e che questi esseri invisibili
sono capaci di ucciderci, molti reagirono con
scetticismo. “Io non li vedo neppure, peso ottanta
chili e questi esseri tanto più piccoli dei pidocchi
dovrebbero portarmi alla tomba?” Oggi sappiamo che i
microbi uccidono eccome, ma molti intellettuali, sempre protesi
a capire ciò che non è ancora chiaro, possono
essere indotti, paradossalmente, a credere anche in qualcosa
di fantastico o addirittura di delirante. Accettano facilmente
l’idea che potrebbero essere i primi a vedere qualcosa
che gli altri ancora non vedono e rischiano di mettere
quasi sullo stesso piano il certo e l’ipotetico; ciò
che si vede solo al microscopio e ciò che non si vede
affatto; magari perché non esiste.
Nell’ambito politico
e storico questo fenomeno produce inverosimili ricostruzioni
del passato. Spaccia le ipotesi più
strampalate per rivelazioni. Ci sono argomenti, come
l’assassinio di Kennedy o la morte di Lady Diana, in
cui il polverone sollevato dall’emozione non si posa
mai. Perché molti non vogliono che si posi. Sono come
i bambini che, arrivati al “vissero felici e contenti”,
chiedono che la favola sia raccontata di nuovo, partendo dal
principio. Il pubblico ingenuo da un lato e l’intellettuale
sganciato dalla realtà non si saziano di rivelazioni che
non sono tali, di ipotesi che nulla sostiene, di supposti
complotti universali che nulla riesce a smentire. Semplicemente
perché, come nel “Magnifico Cornuto” di Crommelynck, nulla
si può dimostrare a chi è risoluto a non credere neppure
all’evidenza. L’ideale degli ideali sarebbe dimostrare che Papa
Ratzinger è l’amante segreto della Regina Elisabetta e che
insieme hanno ucciso la principessa Diana con una mela avvelenata
consegnata da Crudelia Demon.
Gli intellettuali rischiano di essere sordi ai
messaggi della realtà perché si sono abituati
a vivere su un piano parallelo rispetto all’esperienza
quotidiana. Invece di riconoscere la genialità
economica del negoziante al piano terra, che guadagna
- e merita di guadagnare - tanto più di loro, lo
schiacciano, nel loro intimo, con la propria cultura. Sognano
un mondo in cui gli imprenditori, tutti, guadagnino
meno di loro, perché loro sanno chi erano Archimede
e Paolo Diacono, Machiavelli e Kutuzov, il Ghirlandaio
e Max Weber. E per questo aderiscono alle teorie politiche
più folli. Alle utopie più sconsiderate e dannose,
come il comunismo. E quando il comunismo viene considerato
dai più un’ipotesi smentita dalla storia, ecco che la
loro fantasia anticapitalista e antiamericana ipotizza
che gli Stati Uniti abbiano provocato loro stessi la tragedia
dell’11 settembre 2001. In attesa di sostenere che un pilastro
del Pont de l’Alma si è spostato dalla sua sede naturale
per pararsi dinanzi alla Mercedes di Lady Diana e ucciderla,
ipotesi alternativa a quella di Ratzinger e della Regina Elisabetta.
Non è il caso di confutare Giulietto Chiesa
o Vattimo. Non bisogna lasciarsi andare a diagnosi
per le quali non si ha competenza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 30 agosto 2007
PICCOLA NOTA SULLA
LOGICA DI BERTINOTTI
Bertinotti, a proposito dei "lavavetri": «Dubito
sempre quando la severità interviene
sugli ultimi invece che sui primi colpevoli, in
questo caso il racket». Bertinotti insomma spera
che, eliminato il racket, i "lavavetri" possano finalmente
lavorare assolutamente in proprio. Mentre non sarebbe
contento se, eliminando i "lavavetri" dagli incroci,
il racket fosse eliminato dalla mancanza del reddito che
questi fornivano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 29 agosto 2007
IL NUOVO SOVRANO
2
Un articolo di Carlo
Giovanardi che sembra scritto per sostenere la tesi
esposta nell’articolo di qualche giorno fa.
Come spesso avviene, alcuni episodi accaduti
a metà agosto hanno improvvisamente attirato
l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica
su realtà scarsamente conosciute. Com’è possibile,
si sono chiesti sconcertati i cittadini, che ad uno
psicopatico, già autore di un efferato omicidio,
sia stato possibile uccidere ancora, senza aver scontato
un giorno di custodia cautelare; che analoga decisione
abbiano assunto i magistrati per un guidatore ubriaco, già
fermato in passato con tanto di ritiro della patente, dopo
che ha travolto ed ucciso una donna; che soltanto dopo l’intervento
del ministro della Giustizia si siano aperte le porte del carcere
per un incendiario, colto in flagranza di un reato che è
costato quest’anno la perdita di vite umane.
Bisognerebbe girare la domanda all’ex Guardasigilli
del governo Prodi, Oliviero Diliberto, ora
segretario dei Comunisti italiani, teorizzatore
di una giustizia che non deve colpire quelli
che lui definisce i «poveracci», ma
i veri criminali, quelli che si annidano fra i «colletti
bianchi» della politica e della finanza. Bisognerebbe
poi leggere qualcosa della produzione teorica
di tanti magistrati aderenti a Magistratura Democratica
e dintorni per accorgersi che la loro visione della giustizia
non è tanto diversa da quella di Diliberto. Si capisce
allora perché nei casi sopraccitati le condizioni
dettate dal Codice di Procedura Penale per la custodia
cautelare, pericolo di fuga, inquinamento delle prove,
possibilità di reiterazione del reato, non sono
state ritenute sussistenti, anche se i reati di omicidio
e di incendio doloso erano stati consumati. E si capisce anche
perché, viceversa, cittadini incensurati, dal principe
Vittorio Emanuele al finanziere Stefano Ricucci, vengano senza
tanti complimenti associati alle patrie galere, accusati di
aver commesso reati che troppo spesso nel prosieguo del processo,
quando si arriva ad un processo, si scopre che reati non erano.
Ne sanno qualcosa decine di esponenti politici che, agli inizi
degli anni ’90, si videro improvvisamente distrutti, marchiati
da una esperienza carceraria certamente non risarcita dalla
successiva archiviazione o dall’assoluzione con formula piena.
Ne sa qualcosa il comandante provinciale dei
Carabinieri di Campobasso, colonnello Maurizio
Coppola, che dopo aver scontato tre mesi di custodia
cautelare, su richiesta del procuratore della
Repubblica di Larino, l’ex parlamentare della sinistra
Nicola Magrone, scarcerato il 15 di agosto, si è
visto applicare in soprappiù la misura interdittiva della
residenza a Campobasso. Di quale misfatto può
essersi macchiato il colonnello per giustificare tale
trattamento? Secondo l’accusa il trasferimento di un
appuntato da un ufficio all’altro per poter spiare un
capitano e riferire al colonnello stesso su certe indagini
riguardanti persone con le quali Coppola non ha mai avuto
rapporti in Molise. Incredibile? Incredibile ma vero!
Malgrado le interrogazioni
parlamentari non sappiamo come la pensi
sul caso il ministro della Giustizia e neppure il
Consiglio Superiore della Magistratura, visto che,
in questi giorni c’è stato da più parti virtuosamente
spiegato che il Codice è così rigoroso da non permettere
neppure di arrestare chi cagiona con il suo comportamento
la morte di altri. A meno che l’onorevole Diliberto non
abbia fatto scuola e sempre più i cittadini debbano
pagare le conseguenze della vittoria del centrosinistra
non soltanto con più tasse ma anche con più «poveracci»
in libertà e più «colletti bianchi» in
galera, prima che in un’aula di Tribunale qualcuno
abbia dimostrato la loro colpevolezza.
Carlo Giovanardi, Deputato Udc
IL DIO PIROMANE
Il fare è difficile. Perfino un’impresa
banale, come sturare un lavandino, può costringere
un grande chirurgo o un direttore di banca ad arrendersi.
E nessuno è capace, salvo uno scultore professionista,
di realizzare una quelle statue retoriche e magari
kitsch che riempiono i cimiteri. Il distruggere invece
è facile: anche uno scemo saprebbe innaffiare di
benzina un quadro celebre e dargli fuoco. La conseguenza
di questa disparità è che l’uomo capace si sforza
di “fare”, perché anche una piccola cosa è meritoria,
mentre l’uomo incapace (imbecille, nevrotico, folle) non
si rassegna alla propria nullità e cade nell’equivoco
di mettere sullo stesso piano il fare e il disfare. Leonardo
è stato capace di dipingere la Gioconda, io sarei in
grado di distruggerla in meno tempo di quanto lui ne ha impiegato
a dipingerla.
In estate, quando tutto è asciutto e secco,
l’incendio è una tentazione. Infatti a nessuno
verrebbe in mente, per sfogare il proprio istinto
di morte, di distruggere un muro: la pietra è dura
e il muro, per così dire, si difende benissimo. Quanto
meno impone un duro lavoro. Viceversa, per
provocare una devastazione immane, basta un accendino.
Un semplice gesto e pochi minuti dopo il fuocherello
appiccato ad un paio di foglie con quella fiammella nata per
accendere una sigaretta diviene un rogo, un incendio, un
disastro ecologico di cui magari domani parleranno le televisioni.
Quale gloria! L’imbecille rischia di sentirsi una sorta di
divinità. Qualcosa che la natura – e gli uomini – hanno
creato in molti decenni, lui è capace di annullarlo senza
fatica. Con un solo gesto.
La lotta contro i piromani è disperata.
Bisognerebbe cercare di attuare quel “vaste
programme” che scoraggiò De Gaulle: la lotta ai
cretini. Non c’è dubbio, bisognerebbe punire
molto severamente il piromane, se si riesce ad identificarlo:
ma la speranza di vincere la guerra è veramente
scarsa. La maggior parte delle volte il piromane
è un individuo che agisce in un posto solitario e poco
in vista come può essere il folto di un bosco.
Che rischi corre? Praticamente nessuno. Col suo accendino,
in un giorno ventoso, dispone d’una sorta di onnipotenza.
È un dio idiota, indubbiamente: ma nell’Olimpo
c’è un piccolo posto anche per lui.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, - 27 agosto
2007
Senza corpo non
senza voce
Non c’è un corpo, ma soprattutto non c’è
una voce, una parola che abbia parlato di Enzo
Baldoni e solo Dio sa, quanto sia importante per un
giornalista, per un free lance, per un comunicatore,
per un libero scrittore (perché in frontiera, in
guerra si è tutti uguali, in culo alla burocrazia)
avere ancora una “voce”, anche se non c’è un volto con
cui parlare o un corpo su cui piangere. Il tempo passa e
cancella tutto, come l’acqua cancella ciò che c’è
scritto sulla sabbia così il nome di Enzo Baldoni a tre anni
dalla sua morte, non fa più effetto a nessuno, neppure
a chi si ubriacava al grido delle parola “pace”, “no alla
guerra” e dileggiava i governi precedenti, accusava gli invasori
dell’Iraq, pensando che andare via non fosse poi così peggio
che conquistare. Ma la voce, quella dei giornalisti, di chi racconta,
di chi riconosce che essere giornalisti “è un lavoro
sporco, ma qualcuno deve pur farlo!”, come amava dire proprio Baldoni,
anche quella viene mistificata, si colora di politica e diventa
di serie A o di serie B. E’ così che il rapimento di Mastrogiacomo
è diventato un dilemma, una questione scabrosa per tre paesi
o che il rapimento ed il successivo rilascio di Giuliana Sgrena
è divenuto un caso internazionale, in cui un onesto (ed
altrettanto dimenticato) lavoratore dello Stato ha perso la vita.
Ma la morte di Raffaele Ciriello no. Quella di Enzo Baldoni nemmeno.
Ed allora meglio pensare che c’è qualcuno che ancora grida
rabbia, come la moglie Giusi Bonsignore, che in questi giorni ha
ammesso amaramente che “non è stato fatto abbastanza, anzi,
penso che non sia stato fatto niente, per far sì che il corpo
di Enzo potesse tornare a casa. Mio marito è stato dimenticato”.
Signora, non lo avrà quel corpo. Anzi lo ha avuto, quando
la vigliaccheria degli sporchi assassini estremisti ne mostrò
il volto spento e tumefatto per mostrarne la morte e tv e blog fecero
a gara di ipocrisia ad invitare tutti a non mostrarlo, mentre
era ormai a disposizione di tutti gli utenti. Dovere di cronaca,
si disse, mah…! E non lo avrà perché la pace di cui parlava
suo marito ha anch’essa un colore ed in questo momento c’è chi
non lo alza più quel vessillo, perché scolorirebbe le
intenzioni di qualche uomo in giacca a cravatta.
Dimenticato Enzo
Baldoni? Non da tutti. In molti non hanno
dimenticato quel mezzo sorriso beffardo che
accompagnava l’ultimatum cui era stato costretto
dai fondamentalisti di Al Qaeda per barattare un
rilascio che non ci sarebbe mai stato. Enzo Baldoni
era lì, fermo, nella sua posa disinvolta di
cronista che raccontava storie, dalle alture del Messico
con Marcos, fra i guerriglieri e le miserie di Timor
Est, fino alla sua stessa morte. Non lo dimenticano
quanti ancora scrivono per lui con il nome che era del suo
blog “Bloghdad” (http://bloghdad.splinder.com/), e che
appartengono alla mailing list ed alla comunità virtuale
e non che fondò, quando ancora scriveva
per la rivista Linus, i bloggers della “Zonker’s
zone” che lo ricordano così: “siamo stati indubbiamente
fortunati, perché di Enzo abbiamo conosciuto
almeno due lati davvero importanti. Uno è il ruolo
di carismatico mentore: da quel grande curioso (o ficcanaso)
che era, amava moltissimo interessarsi delle vite altrui,
e quando vi percepiva il disagio o l’inappagamento,
era abilissimo a guidare le persone su percorsi dove trovare
insospettate possibilità… e com’era felice quando
gli riusciva di aprire gli occhi, o una buona strada, a qualcuno.
Non si contano in Zonker’s Zone, e immagino anche altrove,
le vite che sono così cambiate in meglio (compresa
peraltro quella di chi scrive), grazie all’aiuto, quando non
alle vere e proprie istigazioni, di Enzo. L’altro lato, peraltro
strettamente correlato al precedente, è quello ispirato
dal suo incrollabile ottimismo, l’aspetto più ironico
e scherzoso di Enzo, la sua gioia del divertimento e della buona
compagnia, il non prendersi mai troppo sul serio e il capire che
le cose sono quasi sempre più semplici e meno brutte di quel
che sembrano: basta usare una visuale quel minimo tollerante su
se stessi e sul mondo, perdonarsi e perdonare i difetti, e piantarla
una buona volta di pensare per forza negativo, cosa che Enzo definiva
“Un cancro che ti mangia dentro”. E quando sento questo, penso che quel
corpo che non c’è, dopo tre anni, tutto sommato abbia una voce,
non quella dei ministranti, dei potenti salvificatori, della cassa di
risonanza dei grandi media, ma quella dei liberi scrittori, nulla nel
vasto mondo burocratico delle tessere, ma tanto nel mondo reale,
quello in cui si muore per vivere e lasciare una voce, come un po’
era quel “Terzani in miniatura” di Enzo Baldoni.
Angelo M. D'Addesio
I GIUDICI E I PIROMANI
I giudici non
sono simpatici. Innanzi tutto sono figure
genitoriali e punitive: e chi si consideri
un adulto sente di non avere bisogno di un padre
oltre quello che la natura gli ha già assegnato.
Poi, in Italia, pur essendo numerosi come in altri
paesi sviluppati, i magistrati forniscono un servizio che,
per la sua lentezza, è semplicemente scandaloso.
Infine sembrano fruire di un fastidioso privilegio di impunità.
Accoppiano ad una sorta di pretesa di infallibilità
il principio per cui qualunque critica “è una delegittimazione”.
Insomma, ce n’è abbastanza per pensare che, se qualcuno
difende i giudici, deve avere buone ragioni per farlo. Ed oggi
sembra essere questo il caso.
L’Italia vive la
tragedia degli incendi boschivi e, giustamente, tutti
sono amareggiati per il fatto che i colpevoli, quando
si trovano, non vengono puniti adeguatamente: a cominciare
dal fatto che spesso rimangono a piede libero.
Molti, anche ai più alti livelli, dànno
la colpa di questo ai giudici. Li accusano di essere
“garantisti fuor di luogo”, di “mancare di coraggio”,
di essere sostanzialmente correi di questo tremendo
andazzo. E tuttavia, per una volta, i giudici sono totalmente
innocenti.
Il caso emblematico è quello di un piromane
che qualche giorno fa ha appiccato un incendio
in cui sono morte persone. Il grande pubblico
si è stupito che il colpevole fosse accusato soltanto
di omicidio colposo. Questo tizio, si è detto,
ha rovinato ettari ed ettari di terreno e ha provocato
la morte di esseri umani, possibile che lo si accusi
di un reato identico a quello di chi ha un malaugurato
incidente stradale? Tutti dimenticano che, perché
il giudice decidesse diversamente, sarebbe stato necessario
provare che quel tale aveva appiccato gli incendi allo
scopo di uccidere qualcuno: il che non solo era fuori dalla
fattispecie, ma sarebbe anche inverosimile perché
all’aperto, salvo casi sfortunati, gli esseri umani se vedono
delle fiamme si allontanano. Dunque, intanto qualcuno
muore in quanto si crei una situazione imprevedibile.
Diverso sarebbe il caso se qualcuno appiccasse
il fuoco tutto intorno ad una casa in mezzo
ad un bosco, in modo da non lasciare via di fuga agli
abitanti: in quel caso si sarebbe in presenza di un
omicidio volontario, e la sanzione salirebbe certo
a più di due decenni di carcere: ma quando uno
stupido o un disonesto appicca le fiamme ad un bosco, per
la legge attuale è solo colpevole di incendio doloso;
e poi, nel caso malaugurato ci scappi il morto, di omicidio
colposo. Di che altro?
Se non si è contenti di questo stato di
cose, si modifichi la legge. Si crei il reato
di incendio boschivo. Si inaspriscano le pene.
Si decreti l’arresto obbligatorio: ma per il resto,
che diamine si pretende, dai giudici? Che creino
le leggi? Che mandino in galera qualcuno, anche
se il codice non lo prevede e prima di un giudizio definitivo,
solo perché i lettori di giornali sono indignati?
Se proprio si vogliono criticare i giudici,
si insista sulla lentezza della legge. Si
dica che è meglio una giustizia approssimativa
che una denegata giustizia, come si ha con i processi
annosi. Ma spingere i giudici a credersi legislatori
più di quanto già non facciano, è
più di una stupidaggine: è un pericolo per
la certezza del diritto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 agosto
2007
IL GATTO DI LONDRA
Ho conosciuto Londra nelle condizioni più
strane: il sole splendeva da mane a sera, ci faceva
un caldo impressionante, non conoscevo ancora
l’inglese, ero senza soldi e cercavo lavoro come
lavapiatti. Ciononostante il giorno del mio arrivo
la polizia, pur di non lasciarmi in mezzo alla
strada a mezzanotte, mi aveva trovato il letto in una
pensione di Kensington, sicché abitavo nel quartiere
dei ricchi. Ed ero felice. Purtroppo poi la burocrazia
m’impose di lasciare i piatti sporchi a qualcun altro
e di tornare a fare il laureato nel mio paese: ma questa
è una lunga storia e qui il protagonista invece
è un altro. È un gatto.
Un giorno che passavo fra quegli eleganti palazzi
bianchi, con l’ingresso a loggetta affiancato
da due colonne e con ai lati una lunga, severa cancellata
nera, incontrai un gattone ben pasciuto. Mi guardò
con serena indifferenza ed io mi avvicinai. In realtà
lo feci senza molte speranze. Nella Sicilia da cui provenivo
i gatti stabilivano con gli umani una distanza prudenziale
di almeno tre o quattro metri. Non che i gatti isolani
fossero particolarmente selvaggi, solo avevano l’esperienza
d’un paese in cui gli asini erano martoriati dalla
mattina alla sera con bastonate, i cavalli sudavano su
tutte le strade ed avevano la loro razione di frustate, i cani
prendevano pedate e i gatti non avevano neanche il diritto
di essere nutriti. “Che vadano a cercarsi i loro topi”, dicevano
le massaie. Il cibo del resto era scarso per tutti e non
c’erano resti. Era una Sicilia primitiva, potrà dire
qualcuno. Effettivamente, in buona misura, lo era. Ma
era soprattutto povera. Infatti quegli stessi siciliani,
ora che sono diventati più prosperi, spendono un capitale
per mettere fiori sui loro balconi, cosa che in quel lontano
passato era molto rara, e comprano nei supermercati il cibo
per i pets, come ora si designano gli animali di compagnia.
Inoltre, insorgerebbero come un sol uomo se vedessero
maltrattare un animale.
Mi avvicinai dunque
al gatto londinese più che altro per
il piacere di vederlo da vicino, per quanto possibile,
e lui continuò a guardarmi sereno con l’aria
di dire: “E ora vediamo che vuole questo qui”. Volevo
solo carezzarlo. Allungai dunque delicatamente la
mano e subito sentii sotto i polpastrelli la morbida
dolcezza di quella pelliccia. Il gatto si lasciò
carezzare ed anzi cominciò a ricambiare socchiudendo
gli occhi, inarcando un po’ la schiena, forse addirittura
– ma questo non posso giurarlo – fece le fusa.
Ero profondamente impressionato. Ma tu guarda!
pensavo. Non mi conosce, non sa nemmeno che
d’inglese conosco sì e no cento parole, e
tuttavia pensa che fra questi dieci milioni di persone
che abitano Londra non ce ne sia una che approfitterà
di questo contatto per fargli del male. Questo è
un paese in cui nascere gatti è una fortuna. È
un paese in cui il rispetto dei terzi e un po’ di fiducia
nel prossimo si estende perfino a questa bestiolina.
E capii allora perché perfino Marx si rifugiò
a Londra.
Oggi avviene anche in Italia che dei gatti
non siano diffidenti. La nostra coscienza
“animalista” ha fatto enormi progressi. Ma quel gatto,
più o meno mezzo secolo fa, m’ha insegnato una
cosa fondamentale: non sono la religione e l’ordinamento
giuridico che rendeono la società com’è.
È la società che crea un ordinamento giuridico
e una religione a sua immagine. Una società in cui
si rispettano anche i gatti è una società
in cui si rispettano i cittadini e perfino gli stranieri.
Quel gatto fruiva di un Habeas Corpus di cui i gatti siciliani
non avevano ancora avuto notizia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
26 agosto 2007
BERLUSCONI RISOLVE
UNA DISPUTA TEOLOGICA
Gli intellettuali e i maîtres à
penser “equidistanti” reputano che per accreditarsi
come tali ogni tanto devono dare addosso
a Berlusconi. In passato, chi si voleva liberale, ogni
tanto doveva sparare a zero sul fascismo, diversamente
non sarebbe sfuggito al dogma per cui “chi non è
comunista è fascista”. Oggi questo principio è
meno in voga, ma c’è una nuova regola: si può
essere di sinistra, di centro e perfino di destra, ma
berlusconiani no: se no si diviene una macchietta. Come
Bondi o Emilio Fede.
Galli della Loggia ieri è passato per
le acque lustrali dell’antiberlusconismo scrivendo
nel suo editoriale queste parole: “«Forza Italia
era un partito di plastica, e di plastica è
rimasto, nel senso che non ci sono iscritti, non c'è
discussione. C'è solo il capo, e il capo è
lui per una sola ragione: perché ha le televisioni
e un mucchio di soldi, e quindi paga tutto e ogni
cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali».
E il suo squisito pensiero merita esegesi.
Nelle sue righe ci sono cose opinabili e cose
certe. Che Forza Italia, col suo mezzo
milione di iscritti, sia un partito di plastica,
è opinabile. Come è opinabile, ma
un po’ meno, che un partito inconsistente, in cui
non si discute ecc., sia il primo partito d’Italia.
Chissà, forse anche l’Italia è di plastica
e per questo si riconosce in esso. Ma, si ripete, tutto questo è opinabile.
Più interessante è l’affermazione secondo
cui Berlusconi è il capo “: perché ha le
televisioni e un mucchio di soldi, e quindi paga tutto
e ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali”.
Perché questo non sembra opinabile.
È lecito attaccare Berlusconi - qualcuno
direbbe anzi che è doveroso - ma non
si può farlo in modo contraddittorio. Di Cesare
si diceva che era “il marito di tutte le mogli e la moglie
di tutti i mariti”, e la cosa, per quanto incredibile,
trova una conciliazione nella bisessualità.
Ma non c’è modo di accusare qualcuno di avere
guadagnato e perso denaro in un solo affare. In questo
caso si esce dall’opinabile per rientrare nell’assurdo:
se prima d’intraprendere un affare uno ha centomila euro
in tasca, a conclusione di esso o ne ha di più o ne
ha di meno, tertium non datur. Per conseguenza, quando si accusa
Berlusconi di essere il capo del suo partito perché paga
di tasca sua “tutto e ogni cosa, incluse naturalmente le campagne
elettorali”, è ovvio che, secondo Galli della Loggia,
Berlusconi con la politica ci perde eccome. Per cavarsi
lo sfizio d’essere un capopartito e un presidente del consiglio,
è capace di spendere milioni, forse miliardi di euro.
E passi. Ma come la mettiamo con la vecchia accusa che, prima
d’entrare in politica, era coperto di debiti ed in seguito non
ne ha più avuti?
Se a cento antiberlusconiani si chiede per
quale ragione il Cavaliere è sceso in
campo, si otterrà, come risposta, al novanta
per cento: “per guadagnarci denaro”; “per ripianare
i suoi debiti”; o perfino, più brutalmente,
“per toglierci i soldi dal portafogli”. E ora chi
andrà a dirlo, a costoro, che la loro testa
di turco non solo non fa politica per interessi economici
ma che anzi, eccezione da segnare albo lapillo, è
l’unico che ci perde, e alla grande? Non finanzia l’elezione
di un singolo deputato, lui, ma un intero partito, “tutto
ed ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali”.
Nella scolastica si discuteva appassionatamente
il problema teorico se Dio, essendo onnipotente,
potesse anche fare l’assurdo o se l’assurdo
rappresentasse un limite alla sua onnipotenza.
La conclusione quasi umoristica fu che “Dio potrebbe
fare l’assurdo ma non lo fa”, mentre Berlusconi ha
superato le perplessità di quei teologi. Egli
è un tale diavolo che è stato capace di
scassinare una cassaforte la quale, dopo la sua incursione,
contiene più denaro e meno denaro di prima.
Mistero gaudioso del pensiero di Galli della Loggia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 25 agosto 2007
CERCO LAVORO
Quando si è anziani e si è fatta
la propria vita, alcuni problemi si guardano
con occhi diversi. È difficile capire veramente
i problemi dell’innamorato, quando l’ultima volta
che si è vissuta questa esperienza è
stata trenta o quarant’anni prima. E soprattutto
è difficile condividere adeguatamente lo scoramento
del giovane che non sa come guadagnarsi da vivere,
come entrare in un mondo che sembra organizzato
per andare avanti indefinitamente senza il suo contributo.
Gli occupati lo guardano con una sorta di commiserazione:
“Lasci pure il suo curriculum”, gli dicono: con lo
stesso tono con cui si accetta il foglietto di pubblicità,
cercando già con gli occhi il cestello della spazzatura
in cui liberarsene.
Un tempo colui che voleva avviarsi ad un
lavoro – poniamo di barbiere – era accolto
per favore da un barbiere il quale non solo
non lo pagava ma per parecchio tempo lo adibiva
a scopare i capelli caduti per terra, a spazzolare
il vestito del cliente e ad ogni altra minuta
incombenza servile. Ovviamente questa situazione,
non ardentemente appetita, era ampiamente disponibile.
Solo col tempo il barbiere, magari spinto dalla necessità,
permetteva al giovane di rubargli a poco a poco il mestiere
(ad insegnarglielo non ci pensava proprio) e solo in capo
ad anni ed anni il garzone diveniva a sua volta barbiere.
In una moderna società organizzata il
lavoro è un bene prezioso perché
il giovane appena assunto in banca, fresco
di diploma o di laurea, segue un corso (pagato!) di qualche
mese e immediatamente dopo siede dietro uno sportello.
Da quel giorno guadagna più o meno ciò
che guadagnerà anche in seguito. È ovvio che
questo salto - da giovane disoccupato a uomo sistemato,
con un vero “posto di lavoro” - rappresenta una sorta di
miracolo. Ed è altrettanto ovvio che esso si verifica in condizioni
speciali: il padre farmacista che “assume” il figlio laureato
in farmacia, il giovane brillantissimo capace di arrivare
fra i primissimi in un concorso e, soprattutto, il
raccomandato di ferro, assunto in una banca o in una
ditta.
Se il lavoro
è un bene prezioso, è ovvio che se
ne faccia commercio ai livelli più
alti. Il politico che riesce a far avere il posto
di portalettere ad un giovane avrà la gratitudine
imperitura di una famiglia e di tutto il suo parentado.
Ma c’è chi è figlio di nessuno. Chi non
rientra né fra i geni, né fra i i figli
di farmacisti, né fra i raccomandati. Una volta
che ha il suo titolo di studio in mano, magari ben meritato,
non sa a chi rivolgersi e che fare. La società è
una cittadella chiusa da un muro senza falle, che non gli
offre nulla: non un posto di lavoro nel commercio, non un
posto di ragioniere e neppure un posto di apprendista
barbiere: infatti, alle condizioni attuali, i barbieri non
vogliono più apprendisti. Se sfoglia le offerte di
lavoro, scopre che si tratta di lavori immaginari (la vendita
delle enciclopedie porta a porta!) o, ancor peggio, di trucchi
affinché chi offre il lavoro viva a spese di chi lo cerca.
Chi ha fatto questa esperienza difficilmente
la dimentica. Chi si è umiliato a scrivere
a tutte le imprese di cui riesce ad avere l’indirizzo,
o perfino a cercare lavoro porta a porta, lasciando
dappertutto il suo curriculum, sa che significa
sentirsi un morto di fame; un paria; quasi un mendicante.
La ragazzetta troppo truccata che sta dietro la
porta a vetri dell’impresa da quattro soldi guarda
il laureato postulante con l’atteggiamento di contenuta
scortesia che ha il nobile nei confronti del plebeo:
lei infatti un lavoro ce l’ha e quel tale, con tutta la sua
laurea e magari le sue lingue, non è nessuno.
Chi è solo, chi non ha un padre capace
di spianargli la strada, ha l’occasione per
misurare la distanza fra la retorica corrente e la
realtà. Chi non è aiutato fa il suo
ingresso nella vita nella maniera più drammatica.
Una persona che conosco bene, quando uscii dall’Aula
Magna con la sua brava laurea (110/110!), fu abbastanza
realista per esclamare, allargando le braccia:
“Ed eccomi disoccupato!” E tuttavia la coscienza di avviarsi
ad affrontare la traversata del deserto non è
che sia chissà che consolazione. Soprattutto
se poi si conferma che è un posto senz’acqua,
senza oasi, senza neanche un cammello per portare il bagaglio.
Quelli che non sono stati aiutati, nel debutto
lavorativo, ricordano con uno stringimento
di cuore i loro inizi; e sorridono amaramente della
retorica per cui la gioventù è il
momento della libertà e della spensieratezza.
La libertà e la spensieratezza cominciano
il giorno in cui si va in pensione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 23 agosto 2007
INTELLETTUALI E POLITICA
Ruggero Guarini, con la consueta brillantezza,
ha notato che gli intellettuali non hanno
solo la vocazione di seguire e lodare le autocrazie,
ma anche la vocazione di crearle. E scrive
ironicamente: “Penso insomma che sia giunta l’ora
di onorarli, gli intellettuali, ricordando finalmente
che i moderni totalitarismi, di cui li si accusa
sempre di essere stati soltanto i trombettieri e i valletti,
è al contrario una loro specialissima trovata,
anzi forse la più grande di tutte le loro creazioni. Rousseau,
Robespierre, Danton, Marat e Saint-Just non erano intellettuali?
E non erano intellettuali anche Marx, Engels, Lenin,
Stalin e Mao? E non lo erano pure Mussolini e Hitler?”
Egli osserva
pure che “mentre non tutti gli intellettuali
appartengono alla specie dei tiranni (attuali o
virtuali), tutti i tiranni (attuali o virtuali) appartengono
alla specie degli intellettuali”.
Il fenomeno riguarda “i moderni totalitarismi”
ma una spiegazione esige che si risalga più
indietro nel tempo.
La storia comincia con la scrittura ma la
scrittura non ha creato l’alfabetizzazione
di massa. Per millenni i lettori non hanno
avuto il denaro per procurarsi quel bene costosissimo
che era il libro: pergamena o papiro non sono mai
stati alla portata di tutti. Se anche alcuni hanno
letto il De Bello Gallico pochi mesi dopo che Cesare ha
finito di scriverlo, nel corso dei secoli il numero
dei lettori, che pure si è allargato, non è
mai divenuto grande: la lettura è rimasta un privilegio
di pochi.
Con l’invenzione della carta il costo del
libro è molto diminuito ma ogni copia
è stata il risultato dell’interminabile
lavoro di un copista. Costui, monaco o laico, anche
se non viveva nel lusso, di quel lavoro doveva
pur vivere: e ciò ha continuato a mantenere
il libro fra i beni rari, inavvicinabili per la massa.
Tutti i popoli sono stati analfabeti con percentuali
incredibili, costantemente al di sopra del novanta
per cento.
L’invenzione della stampa a caratteri mobili
ha posto un termine a questo stato di
cose e il prezzo del libro è crollato fino
ad essere abbordabile da una grande massa
di lettori. Si è avuto un drammatico aumento dell’alfabetizzazione
e nel Settecento ci si è addirittura
potuti permettere di spendere quotidianamente denaro
per il piacere della carta stampata: e sono nati
i giornali.
Con l’alfabetizzazione di massa è
nata l’opinione pubblica. La Rivoluzione
Francese non è stata la conseguenza, come pensano
gli ingenui, delle cattive condizioni di vita
delle plebi francesi (ché anzi, rispetto al passato
o ad altri paesi europei, i francesi vivevano accettabilmente):
oltre che all’insipienza di Luigi XVI, essa è
stata dovuta al fatto che l’opinione pubblica ha sentito
come insopportabile e anacronistica la monarchia assoluta.
Parigi si rendeva conto che, al di là della Manica,
il re non era un autocrate e i cittadini avevano il diritto
di influire sul proprio destino. Dunque hanno fatto di
più, per quel grande sconvolgimento, le Lettres
Anglaises di un Voltaire dalla parrucca incipriata che le
varie jacqueries. La Rivoluzione Francese è stata a
tal punto una rivoluzione intellettuale che ancora oggi, quando
si parla di estremismo ideologico, si parla di giacobinismo.
E non si è ancora placata la discussione sull’opportunità
del Terrore.
Gli uomini sono figli del loro tempo. Mentre
una volta chi prendeva il potere se ne impossessava
come fosse riuscito ad ammazzare un cinghiale,
dal Settecento in poi nessuno si è sottratto
al dovere della giustificazione ideologica del
proprio imperio. Un po’ perché comandare in nome
di un’ideologia è anche più facile, molto
perché il tiranno moderno, essendo stato da giovane
un lettore, non sfugge alla tentazione di sentirsi
un intellettuale. Il tiranno di Siracusa poté
vendere come schiavo Platone che era andato da lui per
realizzare le proprie utopie; oggi lo stesso tiranno
si crederebbe lui stesso Platone e quelle utopie cercherebbe
di realizzarle in proprio. Lenin non ha fatto la
rivoluzione per dare il potere a Lenin, ma per darlo
al comunismo.
Se è facile capire come mai tutti i
tiranni moderni siano tendenzialmente
degli intellettuali, non è facile capire
come mai gli intellettuali, che pure dovrebbero
avere un notevole senso critico, si siano tanto
spesso resi responsabili di pochezza mentale e
di bassa adulazione dei dittatori. Non solo infatti
fu sostanzialmente unanime il consenso a Mussolini
- anche da parte di coloro che, dopo il 1943, divennero
comunisti - ma i laudatores di Stalin, nell’Unione Sovietica
e nel mondo intero, sono stati innumerevoli. Per ammettere
i crimini dei tiranni più spietati, Stalin e Mao,
gli intellettuali hanno atteso che fossero certificati
dalla dirigenza russa e cinese. Fino a quel momento,
pur di continuare a credere che quei vessilliferi
dell’ideologia fossero giganti benefici, sono stati volontariamente
ciechi e sordi.
La spiegazione
della tendenza servile e filo-tirannica
degli intellettuali può essere azzardata
con uno schema proiettivo. L’intellettuale vive
quotidianamente nel contrasto fra ciò che
la sua mente riesce ad abbracciare - la storia, l’economia,
la politica, la religione - e la sua impotenza d’individuo
e per questo aderisce idealmente ad un uomo o un
ideale “forte”. Identificandosi col proprio idolo
sfugge alla propria miseria reale, non diversamente
da chi, comodamente seduto nei posti numerati, sbraita
allo stadio e si considera “uno sportivo”.
La maggior parte degli intellettuali non
esercita né un mestiere manuale né
un’attività produttiva a rischio: per conseguenza
da un lato ha tendenza ad avere una sorta
di insensibilità all’economia, dall’altro una
tendenza irrefrenabile all’utopia. Dal momento
che il tiranno, mentre incarcera ed uccide, promette
la felicità a tutti in nome di un diverso modello
di società, l’intellettuale chiude gli occhi
e crede più a quello che sente che a quello
che vede. Nel 1948 l’Italia è stata salvata
dal dominio di Stalin più dalle beghine indottrinate
dai parroci che dagli intellettuali: questi ultimi
erano troppo impegnati a sognare il Piccolo Padre.
Clemenceau ha detto che la guerra è
una cosa troppo seria per lasciarla fare
ai generali. In politica si potrebbe dire che
se una cosa è sostenuta dagli intellettuali
e dagli insegnanti si può essere ragionevolmente
sicuri che è sbagliata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
-20 agosto 2007
Re-lax
IL NUOVO SOVRANO
In molti, in questi giorni, hanno sottolineato
il contrasto fra l’estrema severità
di buona parte della magistratura nei confronti
di alcuni e il suo eccesso di longanimità e garantismo
nei confronti di altri. Da un lato si opprimono
con lunghe carcerazioni persone famose, ricche
o della buona società, accusate di reati
magari gravi ma che certo non mettono in pericolo
l’incolumità del prossimo (ricordate Scaramella?),
mentre si è benevoli con i poveracci,
anche quando sono assassini, perché sono vittime
del loro ambiente e delle ingiustizie sociali. Per
certa mentalità i colletti bianchi non hanno giustificazione
e vanno stangati mentre i delinquenti “popolari” sono
da considerare con comprensione: magari lasciando
a piede libero fior di criminali che poi magari uccidono.
Con questo double standard (due pesi e due misure), molti
sentono di combattere una battaglia giusta e coraggiosa,
che in realtà non è né giusta né coraggiosa.
E la cosa merita spiegazione.
Per secoli e secoli, il potere è stato
concentrato nelle mani di un solo uomo.
I molti, perché spaventati, perché ingenuamente
convinti dalla propaganda di Stato, o ancor più
spesso per mettersi dal lato del più forte,
si sono lasciati andare alla piaggeria più
smaccata nei confronti dell’autocrate, al servilismo
più abietto e all’iniquità più
sfacciata a favore del potente. A quale membro
del bas clergé si sarebbe mai dato ragione,
quand’anche l’avesse avuta, se il suo avversario fosse
stato Richelieu? E quando Voltaire fu aggredito dagli
sgherri dello Chevalier de Rohan, la buona società
e il re forse che lo difesero? Si fecero le più matte
risate, all’idea del roturier fatto bastonare da un nobile
(1).
Tuttavia,
proprio pochi anni dopo questo episodio
si è avuta la Rivoluzione Francese ed
è cambiato il sovrano. Prima era il re, poi
è stato il popolo, come dice anche la
Costituzione Italiana. E così come prima
i potenti – i nobili – erano in ogni caso alleati
del re e dei loro pari, in seguito il popolo è divenuto
un feticcio cui tributare lo stesso servilismo, la stessa
adulazione un tempo riservati al monarca. La vocazione
a sostenere chi comanda anche quando ha torto rimane
prevalente: e questa vocazione non è né giusta
né coraggiosa. Un tempo si parlava di “nobiltà
di spada” e “nobiltà di toga”, oggi la “nobiltà di
toga” non esiste più e la magistratura proviene da
famiglie borghesi, anche povere, in cui un giovane si
dimostra così bravo negli studi da superare l’esame
per l’ingresso in quell’ordine. Nel favorire “il popolo”,
il magistrato attuale non raramente favorisce la propria
casta e la propria ideologia populistica non diversamente
da come i nobili, al tempo di Luigi XV, si schierarono con quello
sciocco di Rohan contro Voltaire, colpevole d’irriverenza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 18 agosto 2007
1) L’episodio
è abbastanza gustoso per meritare d’essere
raccontato. Voltaire era linguacciuto
e provava una sorta di voluttà nell’irridere
gli sciocchi. Una volta forse esagerò,
con un giovane nobile, e costui, impettito, gli
ricordò che apparteneva alla nobile casata dei
Rohan, mentre lui, Voltaire, non era nessuno. Poteva
finire con una risata ma il filosofo lo tramortì definitivamente
con questa immortale risposta: “Monsieur, mon nom,
je le commence; vous finissez le vôtre”, “Signore,
io sono il primo della mia schiatta, voi l’ultimo della vostra”.
Lo chevalier non solo lo fece bastonare dai suoi sicari ma, approfittando
del fatto che un nobile non si batteva a duello con un non nobile,
rifiutò il duello che Voltaire chiedeva insistentemente.
Tanto insistentemente che il re lo mise alla Bastiglia
e poi lo costrinse ad emigrare in Inghilterra.
VISCO VS ROSSI
Il viceministro dell'Economia Vincenzo
Visco critica i telegiornali che hanno
dato a Valentino Rossi la possibilità di dire
che non si sente né un mostro né un evasore
fiscale. "Da un lato c'è lo Stato e dall'altro
il contribuente - dice - e ora non mi pare giusto
che se il contribuente è un cittadino importante
debba occupare la scena mediatica da solo". Il sottosegretario
dimentica però che non è Rossi che ha cominciato
a parlare dei fatti suoi in pubblico: è l'Italia
intera che, imbeccata dai telegiornali, lo ha trattato
da mostro, da egoista, da imbroglione e, soprattutto
da evasore fiscale. Si è arrivati al punto che il campione
è stato condannato solennemente e dal pulpito,
nientemeno, da un parroco. E dopo che tutto questo Visco può
affermare che Valentino "ha parlato senza contraddittorio"?
È la pubblicistica italiana che, fino ad oggi, l'ha infangato
senza contraddittorio. Senza contraddittorio e, forse,
senza nessuna giustificazione. Infatti lo stesso Visco dice:
"Se lui dimostrerà di essere residente in Inghilterra,
non ha molto da temere". E in verità questo sembra pacifico.
E allora?
Non sappiamo se Valentino Rossi abbia
sì o no mancato al suo dovere nei confronti
del fisco italiano. Sappiamo invece per sicuro
che Visco, se avesse taciuto, avrebbe dimostrato
un migliore stile. Ma questo è un esercizio
che ai ministri di centro-sinistra risulta oltre
le possibilità umane.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 17 agosto 2007
LE FRUSTATE
SUL BOUNTY
Oggi sui giornali si leggono dichiarazioni
che dovrebbero essere allarmanti. Il
Partito della Rifondazione Comunista, che pure
ha compuntamene stigmatizzato le parole in
libertà (eufemismo) di Francesco Caruso, ha
dichiarato che la legge Biagi dovrà essere
abolita o profondamente cambiata, altrimenti in autunno
non voterà il pacchetto sul Welfare. Buona parte
del centro-sinistra sostiene invece che la cosa sarebbe
estremamente dannosa e alcuni senatori sono disposti
a far cadere il governo, piuttosto che votare l’eliminazione
di una legge più che utile indispensabile. Insomma,
è come se ognuno dicesse: “In autunno o si fa come
dico io cade il governo”, e poiché le cose da fare
sono in contraddizione, se solo parlassero sul serio,
il governo avrebbe non i mesi ma i giorni contati.
Ma parlano sul serio?
In una delle
tante edizioni degli “Ammutinati
del Bounty” (quella del 1935, divenuta classica,
con Charles Laughton) c’è un episodio
notevole. In un momento di collera il secondo
(Clark Gable, nel film) ordina la fustigazione di
un marinaio. Poi, rendendosi conto di avere esagerato,
va dal capitano Bligh per chiedere che la punizione
sia annullata ma il capitano non annulla la punizione,
gli ordina anzi di comandarla e di assistervi dal
principio alla fine. Un ufficiale – è il messaggio
di quel duro uomo di mare – non cambia opinione
e non si smentisce neppure se si rende conto di avere
sbagliato. Questo atteggiamento è discutibile,
indubbiamente. C’è anzi chi sostiene che
“solo gli imbecilli non cambiano mai opinione”. Ma se
è magari necessario cambiare opinione una volta
o due nella vita, tanto che la conversione ha una sua
grandezza a volte eroica, certo non dà prova di
carattere e di idee chiare chi le opinioni le cambia
continuamente, a poca distanza di tempo e anche dopo
averle proclamate nella maniera più stentorea.
È il caso del centro-sinistra.
Chi ha sperato che questa maggioranza
andasse a casa è stata delusa cento volte
perché, mentre c’erano tutte le premesse
per la rottura, la rottura non si è mai verificata:
questo, per l’eccellente ragione che tutti hanno
la sana abitudine di non mantenere la parola
data. Ed allora anche i proclami di questi giorni
lasciano il tempo che trovano. Non solo gli uomini
politici di sinistra non hanno l’eccesso di coerenza
di capitan Bligh (quello vero, eccellente professionista,
si salvò benché abbandonato su una barca
in mezzo al Pacifico), ma non hanno nessuna preoccupazione
di dignità e credibilità. Ed è
di questa credibilità che si vuole oggi cantare
l’epicedio.
Nessuno può pretendere che la fazione
cui siamo contrari si comporti in
maniera ammirevole. Se si comportasse in
maniera ammirevole, diverrebbe la nostra
fazione. Ma rimane lecito sperare un certo
livello di civiltà, un certo livello
di rispetto di sé e degli elettori. Un
certo livello di credibilità: ed è proprio
ciò che manca drammaticamente alla compagine
che attualmente governa l’Italia. Ogni giorno è
l’occasione per un moto di disgusto, per un rigurgito
esofageo, per scuotere la testa senza avere più nemmeno
la forza di esprimere il proprio disprezzo. Nessuno chiede
al Prc di far cadere il governo, e nessuno lo chiede ai
senatori che reputano l’abolizione della legge Biagi
una iattura. Si vorrebbe soltanto che non pubblicassero
quei proclami bellicosi oppure che mantenessero la parola
data. Ma sappiamo di chiedere troppo ed è questo
che disgusta molti, inclusi parecchi elettori di centro-sinistra.
Questa maggioranza, pur di galleggiare, è disposta a
somigliare più a un escremento che a una corazzata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 15 agosto 2007
PRO HAMAS
Il 12 agosto 2007 Romano Prodi è
intervenuto sulla questione piuttosto
confusa (per le molte dichiarazioni contrastanti
di ministri e leader politici di maggioranza)
dei rapporti dell'Italia con Hamas.
Hamas esiste, ha sostenuto Prodi e dunque
bisogna parlarci. Auitandola "ade
volvere" perché "lavori per la pace".
Un programma del tutto irrealistico,
soprattutto se Hamas non pagherà nessun
prezzo politico per la sua intransigenza e la
sua costante rivendicazione della legittimità
del terrorismo.
E l'essenza della politica di Prodi
è appinto che terroristi e dittature
mediorentali non devono pagare nessun prezzo
politico, mai. Aiutarli ad "evolvere"
significa, di fatto, aiutarli politicamente, sottraendoli
all'isolamento, e anche finanziariamente.
Esemplare di questa mentalità è
la dichiarazione di Prodi sulla Siria.
La quale ha chiesto aiuto per il problema
dei profughi iracheni che si affollano entro
i suoi confini, fuggendo dal terrorismo che Damasco
sostiene insieme all'alleato iraniano.
E' segno che il regime vuole
uscire dall'isolamento, che si apre all'Occidente
e alla pace, ha concluso Prodi. Dunque,
gli aiuti devono essere forniti.
No. E' segno che un regime in difficoltà
vuole il sostegno dell'Occidente. Ma non si
impegna a cessare il sostegno al terrorismo, (
di Hezbollah, di Hamas, dei jihadisti in Iraq), a riconoscere
Israele, ad allentare la presa sul Libano.
Prodi appare disposto a dare a Bashar
Assad ciò che chiede, senza ricevere
nulla in cambio. Per convertirlo "alla pace".
Naturalmente, sui quotidiani del 13
agosto, si è subito fatto sentire
il coro dei laudatori acritici della politica
di apertura ad Hamas e a Damasco.
Scontrandosi con un irragionevole centro
destra "sempre all´attacco"
il coraggioso Prodi si avventura su un terreno
"enormemente spinoso" alla ricerca di "strade
di pace in Medio Oriente".
E' la versione di Marco Marozzi su La
REPUBBLICA, a pagina 11. Ecco il testo:
clicca qui.
(da informazionecorretta.com)
IL GENERALE AGOSTO
Chi in agosto rimane in casa propria,
o perché è già tornato dalle ferie,
o perché deve ancora andarci, o più
semplicemente perché non ne ha, fa un’inevitabile
esperienza: quella di vivere in un mondo
in pausa. È chiusa la farmacia dell’angolo,
l’idraulico non risponde nemmeno al cellulare,
i grandi giornalisti non scrivono editoriali,
i politici per la maggior parte tacciono. Sono anche
loro impegnati a “staccare”; a fare i bagni; a
stare con la famiglia. Insomma sembra che il mondo,
per un momento, dimentichi le sue preoccupazioni e le
sue attività normali. Questa è un’esperienza
in negativo nel senso che, se qualcosa c’è da
dedurne, deriva dall’assenza di ciò che ci si aspettava.
Molti, molti
anni fa, quando il cinema era il principale svago
degli italiani, le città erano costantemente
tappezzate da manifesti che pubblicizzavano
la programmazione dei vari locali. Era
quasi un genere artistico. Alcune immagini
– Clark Gable che incombe sul viso volto all’insù
di Vivien Leigh, per “Via col Vento” – sono rimaste
nella memoria degli anziani. Poi, un giorno, il
governo pensò di trarre più soldi
da questa pratica e aumentò drammaticamente l’imposta:
i gestori, per protesta, smisero di affiggere i manifesti
e scoprirono che i clienti, al cinema, non diminuivano.
Il fisco fu scornato e l’Italia scoprì che di
quella pubblicità si poteva fare a meno.
Nel mese di agosto, si ha la tentazione
di pensare che tutte le diatribe dell’inverno,
tutti i problemi dai quali pareva dipendere
la sopravvivenza dell’Italia per non dire
del pianeta, possono essere serenamente dimenticati.
Se non si risolve il problema del rapporto
fra pensionati e fondi per pagare le pensioni, una volta
o l’altra ci sarà qualche grave problema,
è innegabile: ma, se non se ne parla, si può
fare come se quel problema non esistesse. Fino ad
arrivare – con uno sforzo di fantasia – a chiedersi: ma
esiste o non esiste?
In realtà i motivi di preoccupazione
non scompaiono solo perché si vive
fra il 41° e il 72° giorno dopo il solstizio
d’estate. Ma una lezione si può trarre,
da questa tendenza a darsi assenti: ed è che
nella stagione fredda si è forse messa troppa
passione, troppa partecipazione, nei dibattiti. Che
governi Prodi o Berlusconi, dopo tutto, che importa?
Il sole d’agosto è ugualmente caldo. Se oggi si
votasse, ognuno sceglierebbe la parte che preferisce, ma
nell’attesa la scelta è fra il gelato di fragola e quello
di nocciola. Il discrimine veramente importante è
fra la salute e la malattia.
Agosto ci dovrebbe insegnare che in questo
mese abbiamo tendenza ad esagerare nel
nostro disinteresse per le vicende dell’Italia
e del mondo; ma per converso ci dovrebbe insegnare
anche che, nel resto dei mesi, forse esageriamo
nell’interesse e nell’acredine della partigianeria.
Il Generale Inverno vinse Napoleone, il Generale
Agosto potrebbe vincere la faziosità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 14 agosto 2007
ZUCCA VUOTA?
I magistrati, si sa, sono intoccabili.
Una casta di intoccabili che si coprono
a vicenda. Il Parlamento vuole modificare
le leggi che governano la magistratura? La
casta s'irrigidisce, minaccia e, di norma, riesce
a bloccare tutto.
Due referendum per introdurre negli
ordinamenti la responsabilità civile del
magistrato, milioni di cittadini votano
per la riforma... la casta, ricattando il
Parlamento, impedisce la riforma voluta dai
cittadini.
Un magistrato sbaglia (capita, no?),
la casta fa muro, la colpa è non del singolo
magistrato ma delle leggi.
Si tengono in galera preventiva, per
mesi, persone per fatti irrilevanti,
ma un indagato di omicidio con pesanti
prove ed indizi viene, dal magistrato,
lasciato libero e il libero assassino commette
un secondo omicidio... mentre, per la polizia
che ne richiedeva l'arresto, esistessero elementi
più che sufficienti per affidarlo, da subito,
alle patrie galere.
Anche qui la casta, in tv e sui giornali,
difende il magistrato. La colpa - solita
favola - alla legge.
La favola non è quella di Biancaneve
e la zucca è vuota.
cp, 13 luglio 2007