archivio aprile 2008
I soldati del Faraone
!
Questa sera, in Israele, domani nella diaspora,
ha fine la settimana di Pesach ed esplode la festa di Mimouna,
tradizionale e gioiosa celebrazione di origine ebreo-marocchina
che segna la fine del divieto di mangiare hametz e l'inizio della
primavera.
Si aprono le porte di casa, si mettono a disposizione
di chiunque tavolate di dolciumi, ogni tipo di delicatezze,
leccornie e tanta allegria, musica e balli.
La sera del Seder quasi tutti in Israele hanno
lasciato due posti liberi alle tavole imbandite, uno per il profeta
Elia e uno per i nostri soldati rapiti e scomparsi nel buio tunnel
della barbarie araba. Alla fine della cena e della Hagada', la storia
della Liberazione dalla schiavitu', il grido che, per disperazione,
abbiamo ripetuto per 2000 anni, e che oggi continua per tradizione
( e forse per scaramanzia)
"L'anno prossimo a Gerusalemme".
Finita la schiavitu', liberta', liberta' per
il popolo ebraico, i soldati del Faraone ci inseguono ma le onde
del Mar Rosso si chiudono su di loro.
Liberi!
Non avevamo altro che un sogno, il sogno di
Israele.
Liberi!
Oggi abbiamo Israele e ce lo vogliono togliere.
Liberi!
Oggi abbiamo un esercito glorioso che ci difende.
Liberi!
Oggi abbiamo ancora tanto odio da combattere.
Ma come fanno a odiare tanto? Non esiste una
sola parte del mondo in cui non si urlino insulti contro Israele.
Carter , il peggior presidente nocciolina americano,
quello che ci accusa di apartheid e che guadagna fior di soldoni
col libro antisemita che ha scritto, e' andato da Meshal, capo
dei terroristi di hamas.
E' andato, contro il parere di tutti, perche'
lui, l'angioletto, vuole che facciamo la pace ed e' ritornato
esultante perche' il capomafia palestinese, residente a Damasco,
gli ha risposto:
" Ma certo, se Iraele si ritira entro i confini
pre 67, rinuncia a Giudea, Samaria, Gerusalemme, Golan e magari
anche a qualcosaltro, tipo difesa e sicurezza, io che sono un capomafia
generoso concedo allo stato sionista 10 anni di TREGUA".
Mannaggia, com'e' buono lei, mister Meshal.
E fra 10 anni, quando praticamente Israele sara'
relegato dentro pochi kilometri quadrati, e voi vi sarete armati
fino ai denti, magari anche con armi nucleari, cosa faremo? Ci
mettiamo a giocare a moscacieca cosi' ci gettate in mare con minor
fatica?
Bastasse nocciolina
Carter ! Lui e' solo uno dei tanti nostri odiatori.
Abbiamo anche un'ebrea, premio nobel per la
letteratura, Nadine Gordimer, sudafricana, comunista, candidata
al Premio Israele...perche' Israele premia persino i propri nemici
se no come farebbe ad essere cosi' naive e autolesionista....una
ottantaquattrenne che odia Israele e che e' sprofondata nel dilemma:
vado , non vado, accetto o non accetto il premio prestigioso da quel
paesaccio schifoso ?
Un'altra ebrea antisemita americana( gli ebrei
antisemiti non mancano mai, si autofecondano), Susan Sontag,
aveva ricevuto il premio Israele nel 2001 e all'epoca la comunistissima
Gordimer l'aveva invitata a non andare a ritirarlo in spregio al
paese fascista che osa difendersi dai loro adorati palestinesi.
La Sontag, invece aveva ceduto alla propria
superbia , ed era andata a Gerusalemme, ahi ahi ahi, Gerusalemme
Capitale di Israele ahi ahi ahi che tradimento per i suoi protetti,
a ritirare premio e onori.
Io glieli avrei sventolati sotto il naso e poi
le avrei detto "Ci abbiamo ripensato, Sontag, ci odi troppo per
meritarti questo. Pussa via!".
Sarebbe stata una scenetta con i fiocchi, di
quelle che ti rappacificano col mondo intero.
Nadine Gordimer, ebrea, comunista, antisemita
ha detto in un'intervista di aver ricevuto centinaia di email
che la invitano a non andare a Gerusalemme e a rifiutare sprezzantemente
il premio.
Primi fra tutti Hilary e Steven Rose, la britannica
coppia maledetta e malefica, leader del boicottaggio culturale
contro Israele, che addirittura la implorano di non farsi complice
della politica razzista israeliana..
Nadine Gordimer ci deve pensare, superfluo dire
che spererei per lei la stessa scenetta sognata per la Sonntag.
Ma come fanno a odiare tanto e con tanta costanza,
senza mai perdere un colpo?
Come fanno?? Non si stancano?
In Italia qualche decerebrato criminale ha di
nuovo contestato la Brigata Ebraica, durante le celebrazioni
del 25 aprile.
Sbeffeggiato il ricordo dei 5000 ebrei sionisti
venuti a liberare l'Italia dal nazifascismo e insultata la loro
bandiera.
Partigiani ebrei insultati e minacciati da un
paio di comunisti senza anima, cervello, cuore e anche senza
vergogna.
Direte, ma dai, solo pochi idioti ideologizizzati.
Si ma sempre pochi di troppo.
E cosa succede a Torino, alla viglia dell'inaugurazione
della Fiera del Libro, ospite d'onore Israele?
Ehhh, a Torino si affilano le unghie, i soliti
decerebrati criminali si preparano a boicottare Israele e la
cultura israeliana, si preparano con manifestazioni di odio, picchetti
con bandiere palestinesi, cartelloni in cui si fa sempre il paragone
sionismo = nazismo.
Maledetti maledetti maledetti.
L'odio che hanno, anziche' soffocarli, li rigenera,
La lista e' lunga ma non completa e credo che aumentera' perche'
l'odio gli da forza, l'odio li fa vivere, l'odio contro l'ebreo
sotto ogni forma, sia di uomo singolo che di Nazione:
Action, ASP, Associazione Svizzera Palestina, Associazione
Casa della Pace (Roma), Associazione di amicizia Italia- palestina
(Firenze), Associazione di amicizia Sardegna-Palestina, Associazione
Ghassan Kanafani -- LUCCA, Associazione I Mediterranei (Milano),
Associazione Michele Mancino (Roma), Associazione politico-culturale
L?altra Lombardia - SU LA TESTA, Associazione Wael Zwaiter, Associazione
Zaatar -- GENOVA, Carc, Cecina Social Forum, Centro di Iniziativa Popolare
(Roma), Centro occupato autogestito Transiti (Milano), Centro popolare
occupato La Fucina (Sesto S. Giovanni), Centro Sociale Vittoria (Milano),
Che fare? Redazione di Salerno, Circolo Arci Agorà (Pisa),
Collettivo 20 luglio (Scienze Politiche Università di Palermo),
Collettivo internazionalista di Napoli, Collettivo Orientale di Napoli,
Comitato Ricordare la Nakba (Torino), Comitato di solidarietà
con il popolo palestinese (Torino), Comitato di solidarietà
internazionalista Dino Frisullo, Comitato di sostegno alla resistenza
palestinese (Versilia), Comitato Palestina Bologna, Comitato Palestina
nel cuore (Roma), Comitato promotore per il boicottaggio (Torino),
Comunità Araba (Napoli), Comunità palestinese di Roma
e del Lazio, Confederazione Cobas, Comitato di solidarietà
con l'intifada -- Palermo, Coordinamento per l'unità dei comunisti,
Coordinamento toscano di solidarietà con la Palestina, Corrispondenze
metropolitane, (Roma), Forum Palestina, Gruppo di sostegno al popolo
palestinese (Massa e Carrara), Infopal (redazione), International
Solidarity Movement (Italia), Libreria Gramigna (Catania), Lotta e
unità per l'organizzazione proletaria, Militanz CdP (Napoli),
Nuovi partigiani della Pace (Torino), Partito Comunista dei Lavoratori,
Partito dei Comunisti italiani, Progetto "La Sicilia con la Palestina",
redazione de "L'Ernesto", redazione di "Resistenze.org", redazione
di Salento "Che fare?", Rete dei Comunisti, rete nazionale Disarmiamoli!,
rete No War -- Roma e Lazio, Salaam, ragazzi dell'Olivo (Trieste),
Spazio Antagonista Newroz (Pisa) Unione Democratica Arabo Palestinese
(Italia), ...
Impressionante, decisamente.
I soldatacci del Faraone ci inseguono ancora
per sterminarci ma noi siamo qui ormai!
Noi siamo in Israele, liberi, dinamici e, nonostante
le tragedie che ci colpiscono e il continuo stato di guerra, siamo
anche pieni di gioia di vivere.
Siamo liberi in Israele, abbiamo creato una
Nazione dal niente, abbiamo creato una Casa per il Popolo Ebraico,
una Casa bellissima, piena di verde e di fiori, di cervelli, di
cultura, di Sapere, di giovani meravigliosi e felici.
Liberi in Israele e prima o poi le acque del
Mar Rosso si chiuderanno ancora una volta sui nostri odiatori.
La storia insegna, comunisti dei miei stivali:
tutti quelli che hanno voluto il nostro male si sono estinti
miseramente e noi siamo ancora qui.
Liberi in Israele, pronti a festeggiare i primi
60 anni del nostro Paese, i primi 60 anni dell'era moderna,
con 5000 anni di storia negli occhi dei nostri figli che , forti
del nostro passato, guardano al futuro, con vigore, forza d'animo
e speranza.
Pesach, la
Festa della Liberta', e' finita.
Si mangi, si balli, e si canti!
E chi ci odia si soffochi col suo stesso veleno.
Deborah
Fait -http://www.informazionecorretta.com
UNA TESTIMONIANZA
SUL ‘68
L’italiano che nel 1922 aveva vent’anni, ne
ebbe poi quarantatré nel 1945: tutto si può dire,
tranne che non abbia conosciuto il fascismo per esperienza. E tuttavia
c’è una differenza fra chi ha affrontato il fenomeno da storico,
da politologo, da economista, e chi in quel periodo ha guidato un autobus
urbano, è stato pediatra o meccanico. Questi ultimi hanno vissuto
il tempo del fascismo ma non l’hanno “studiato”: sono dei testimoni,
non dei maestri della materia.
Questa esperienza io l’ho fatta col famoso ’68.
In quell’anno ero abbondantemente maggiorenne ma sin dal primo
momento l’ho ritenuto un fenomeno così superficiale, così
sciocco, così passeggero, da sdegnare di occuparmene. E
a fortiori di studiarlo. Non avrei mai previsto che se ne sarebbe
parlato seriamente, magari per trarre bilanci, ben quarant’anni dopo.
Oggi ne parlo dunque da testimone e non da competente.
Il ’68 sul momento mi è sembrato una
moda, anzi, uno scimmiottamento dell’America. Un fenomeno nato
da quello stesso spirito di imitazione che ha spinto i francesi,
titolari del mitico cognac, a bere whisky. E un po’ tutti, in Europa,
a parlare di meeting invece che di incontri, di management invece
che di gestione, di party invece che di festicciola. A Berkeley, in
California, dei giovani smidollati avevano cominciato a fare follie,
a contestare tutto e tutti, e la cosa piaceva. Dunque tutti furono
americani. In Francia anzi – col professionismo della rivoluzione
che è caratteristico di quella nazione – si arrivò alle
rivolte di strada. Al pericolo per la stabilità della Repubblica.
A De Gaulle che vola in Germania per parlare col Generale Massu ed
essere sicuro del sostegno dell’esercito. Ma a Parigi la mini-rivoluzione
che aveva come insegna “la fantaisie au pouvoir” (ma non andava oltre
la fantasia come programma politico) presto si smarrì. I francesi
sfilarono in massa per dichiarare il loro appoggio a De Gaulle, manifestarono
l’ovvia richiesta che si mettesse un termine al “bordel” ed ebbero
due settimane di vacanza. Il Maggio Francese’68 si sgonfiò come
un soufflé fatto male, anche se i giornali di sinistra (in particolare
un indimenticabile Nouvel Observateur) scrissero: “à la rentrée
on remet ça”, in autunno ricominceremo. Non ricominciò
nulla. Il ’68 era finito.
Il caso dell’Italia, come spesso avviene, è
particolare. Da noi le mode arrivano in ritardo ma mettono radici
più profonde che altrove. Quando in America Berkeley era
ridivenuta soltanto un’università, e in tutta l’Europa quella
stagione rimaneva un episodio, in Italia i militanti del ’68 divennero
legione, fino a formare una generazione che, non essendosi mai impegnata
in un’azione concreta, poté considerarsi rivoluzionaria e coraggiosa
solo perché nessuno le sbarrò la strada. I sessantottini,
ai miei occhi, erano come bambini che agitavano spade di legno, ma nessuno
osava opporsi per paura di passare per parruccone.
La società adulta sembrava vergognarsi
di sé e dei propri valori e i giovani, privi di modelli, elevarono
ad ideologia la ricreazione scolastica. Sembravano tutti adolescenti
finalmente liberi dal controllo dei grandi. E che cosa fanno, costoro,
se li si lascia fare? Cercano di fare l’amore con le coetanee; dichiarano
che gli adulti sono stupidi mentre loro sono belli e intelligenti; pensano
a divertirsi e non a studiare (ma vogliono essere promossi lo stesso)
e i più pensosi dichiarano che il mondo non ha aspettato che
loro per introdurre nella vita la fantasia, la libertà, la
poesia.
Li guardavo con compatimento. Capivo benissimo
che volessero fare l’amore con le ragazze: era il punto di vista
del testosterone. Capivo meno che accusassero chi non si comportava
come una prostituta di avere dei pregiudizi. Mi indignavo vedendo
che non si rendevano conto del fatto che anche loro sarebbero divenuti
degli adulti. E come tali si sarebbero comportati. “Notai”, avrebbe
detto Georges Brassens.
L’enorme sciocchezza che stava al fondo dei
loro sentimenti era l’idea che la società fosse organizzata
com’era organizzata solo per far dispetto ai giovani. La severità
dei professori è sempre servita per far sì che un
ingegnere costruisca case e ponti che non rovinano, medici che non
ammazzano, magistrati che non commettono troppe ingiustizie. Per questo
ero sicuro che, passata la ventata, tutto sarebbe tornato esattamente
come prima. E qui mi sbagliavo.
Il ’68 è passato, ed anche il ’78, ed
anche l’88, ma non tutto è stato come prima. Una ventata
di liberazione e di contestazione, anche se al prezzo di qualche
sbracamento, ha reso più guardinghi coloro che disponevano
del potere. Ha effettivamente liberalizzato costumi sessuali che
prima erano eccessivamente repressivi e ha dato la sensazione di
un rinnovamento. Nulla di profondo, come quando si ridipingono le pareti
senza cambiare né i muri né il mobilio: ma meglio di
niente.
È rimasta da allora una certa tendenza
alla “togetherness”, a far gruppo per non sentirsi soli, anche
se non è cosa che aiuti il senso critico e l’indipendenza
del pensiero. La volontà di abolire la gelosia, allora proclamata,
si è ovviamente rivelata inane, ma ha contribuito a rendere
ridicoli certi atteggiamenti, specialmente nel Sud Italia. Il tentativo
della coppia aperta non poteva che essere sterile, ma ha contribuito
a demitizzare il sesso. L’incoraggiamento ai timidi e agli “inferiori”,
la tolleranza, il femminismo sono altre cose positive, anche se spesso
più di facciata che di sostanza. Il pacifismo irenico, infine,
è stato solo una sciocchezza, ma esso non è dipeso dal ’68.
È una baggianata eterna.
Il tempo è passato. I sessantottini sono
diventati “notaires”, e se hanno avuto delle figlie hanno fatto
di tutto perché non si comportassero come prostitute. Inoltre,
quando hanno avuto bisogno di un medico, non si sono informati su
quale fosse di mentalità più aperta: hanno cercato
il più competente. Come facevano gli orribili adulti di una
volta. Quelli che all’università bocciavano con disinvoltura
gli studenti impreparati.
Il reducismo dei sessantottini – o quello che
ne rimane - è un fenomeno puramente italiano e patetico.
In Grecia, al tempo dei grandi tragici, si mettevano alla berlina
coloro che, per troppo tempo, avevano magnificato la battaglia
di Maratona. Il reducismo di quegli opliti era divenuto fastidioso,
un po’ come le celebrazioni della Resistenza in Italia. Ma almeno,
che diamine, quei soldati avevano veramente combattuto; avevano veramente
salvato la Grecia dai persiani. Invece i sessantottini hanno celebrato
e celebrano una rivoluzione che non hanno fatta, rischi che non hanno
corso, idee politiche che non hanno avuto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
25 aprile 2008
ALITALIA:
I VERI COLPEVOLI
Oggi ci si trova ad affrontare il problema Alitalia
negli stessi termini in cui lo si sarebbe affrontato dieci
anni fa: solo che, affrontandolo allora, non avremmo buttato
al vento le imposte che i cittadini hanno pagato stringendo i
denti ed imprecando sottovoce. Di chi la colpa? I tecnici daranno
al riguardo particolareggiate risposte, ma ne esiste una che va
dai pochi, i governanti, ai molti, i semplici cittadini.
L’Alitalia è una compagnia aerea fallita
da molti anni, dal punto di vista economico: se continua a
volare non perde il proprio denaro, ma il nostro denaro. Se
lo Stato ha continuato a tenerla in piedi (ad un costo stratosferico,
da venti a ventottomila miliardi di lire) è perché,
nel caso avesse chiuso, avrebbe creato un problema troppo grosso.
Il governo non ha finanziato l’Alitalia perché l’amasse, e
neppure perché sperasse di vederla riprendersi economicamente:
ha solo rinviato il problema alla legislatura successiva. Fino
al momento in cui nessuno ha fatto credito alla Compagnia e l’Unione
Europea non ha vietato allo Stato italiano di continuare a svenarsi.
Anzi a salassare i cittadini.
Il professore di fisica non proverebbe mai a
realizzare il moto perpetuo, l’ignorante ancora tenta. Nello stesso
modo, mentre l’economista sa che chi opera in deficit finirà
col chiudere, il politico si chiede se la chiusura gli procurerà
dei moti di piazza, o addirittura la caduta del governo, e a quel
punto, dal momento che paga Pantalone, compra qualche mese o anno
di pace. Come diceva Andreotti, meglio tirare a campare che tirare
le cuoia. Anche se tirare a campare costa un bel po’ di denaro ai cittadini.
Ma che importa, il denaro dei cittadini?
Tutto questo non serve a condannare Silvio Berlusconi
o Romano Prodi, anche se ambedue hanno governato per anni. L’errore
è nel sistema politico-sociale, dominato dai sindacati,
dalla demagogia, da “ideali” che non tengono conto dell’economia.
Un Paese come l’Italia mai e poi mai dovrebbe
detenere senza necessità quote di proprietà di una
società che potrebbe operare in regime privatistico. Il
contatto con la mano pubblica è esiziale. Non appena dipendenti
e sindacati hanno la sensazione di avere come controparte la cosa pubblica,
sanno che possono tirare la corda indefinitamente. L’impresa non fallirà
mai, non più di quanto può fallire il Ministero della
Difesa. Lo sanno per esperienza: da quanti decenni sono in passivo le
ferrovie?
L’Italia è vittima dei suoi ideali e
dei suoi dogmi. Quando una branca di attività è
molto importante, milioni di cittadini pensano che dovrebbe
occuparsene lo Stato: per moralizzarla e calmierarla. Poi, quando
lo si fa, non si ha né la moralizzazione né l’economia
dei costi, e si perde anzi la possibilità di rivolgersi ad
altri, ma questo non insegna nulla. Gli italiani passano a sognare
la successiva nazionalizzazione. L’ideale prevale sull’esperienza.
Tutto questo tocca il suo colmo con l’Alitalia.
Se, per le ferrovie, si poteva dire che erano il mezzo di trasporto
dei poveri, e dunque assolutamente strategico soprattutto per
un paese stretto e lungo come l’Italia, che dire per la compagnia
aerea? Erano forse i poveri che volevano risparmiare tempo sulla tratta
Roma-Milano? Essi affrontavano senza fiatare le ventiquattr’ore
e più di treno tra Siracusa e Torino, perché gli aeroplani
costavano di più. Dunque il finanziamento alla compagnia
aerea è stato un favore ai ricchi, non ai poveri; e non gli si è
neppure fatto un reale favore: infatti volare con Alitalia costa moltissimo.
Se l’Italia fosse regalata a Ryanair, chissà quanto risparmieremmo.
Oggi finalmente è l’Unione Europea -
non i politici, non la società indignata – a vietare che
si continui a gettare denaro nel pozzo senza fondo di quella
società. Siamo come quei giocatori impenitenti che smettono
di frequentare il casinò solo quando li buttano in galera.
Sono da compiangere tutti i governi: qualunque cosa facciano, saranno
duramente criticati. Il problema è quello di far galleggiare
un ferro da stiro col divieto di modificarlo. Bisogna solo “convincerlo”
a non affondare.
Quelli che non sono da compiangere sono gli
italiani, che pure tanto hanno pagato e pagano. Perché
se in passato qualcuno avesse lasciato Alitalia al suo destino,
e si fossero visti in piazza migliaia di dipendenti improvvisamente
disoccupati, che magari avessero bloccato autostrade e distrutto
vetrine, i nostri cari connazionali avrebbero dato ragione ai dimostranti
e torto ai governi. E allora, come disse qualcuno che conosceva
l’Italia, “quelli che tu difendi non sono migliori di quelli che tu
attacchi”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 aprile
2008
Fuksas
Chissà perché Massimiliano
Fuksas, architetto di meritata fama, solitamente persona dal
tratto gradevole e gentile, ha voluto esporsi a una così
goffa brutta figura nel corso dell'ultima puntata di Annozero.
Tuonava furente e indignato contro Berlusconi,
reo di aver dato prova per l'ennesima volta della sua abissale
ignoranza attribuendo erroneamente a Giulio Cesare una massima
che invece era di Cicerone. E invece no, Plutarco alla mano, aveva
ragione Berlusconi.
Che figuraccia. Il depositario della cultura
e del sapere sbaragliato dal videocrate grossolano, dal parvenu
senza stile, dal prototipo dell'Italia incolta che fa il pieno
di voti e umilia la nobile minoranza delle buone letture. E delle
buone maniere. Fuori tempo massimo, è come se Fuksas avesse
voluto fare il verso a quella corporazione dei colti che da quindici
anni sembra consumarsi e intristirsi nella maledizione del suffragio
universale. Inebriata dalla presunzione della propria superiorità
morale, si è inabissata in quella caricatura dell'eccellenza
che Luca Ricolfi ha definito «complesso dei migliori»,
vituperando senza requie la nuova plebe teleguidata e priva a suo
dire di ogni nozione etica ed estetica (e di etichetta).
Quando Ricolfi si è chiesto se
la sinistra culturale avesse il sentore di quanto la sua immagine
risultasse quella di una «casta» supponente, boriosa,
snobistica, insomma decisamente «antipatica» la risposta
standard, formulata non senza una nota di fastidio intellettuale
da Michele Serra, era che l'antipatia del rigore e della serietà
in politica è sempre meglio di una simpatia prefabbricata,
di una piacioneria demagogica che vellica spudoratamente gli umori
più primitivi dell' elettorato. Come se l'antipatia dei «migliori»
fosse un tratto caratteriale e non un crampo culturale che scava un
fossato con l'Italia reale, consegnata imperiosamente nel recinto
maleodorante della volgarità, del plebeismo chiassoso e pacchiano,
dell'inferiorità etica e sociale.
E via allora alle recriminazioni contro
gli effluvi del «grigio diluvio democratico»,
quella gretta potenza dei numeri deplorata da Gabriele D'Annunzio
con un'immagine che è traslocata in un campo culturale e
ideologico non previsto dal superomismo dannunziano. E sempre
con le stesse invettive, con le stesse pose improntate al disgusto,
con l'aria afflitta di chi trova repellente il mondo dei più,
tutto un tramestio di vongole e di Suv, e di massaie ipnotizzate dalla
televisione. Un dualismo antropologico che ha trovato espressione
nel cinema (Ferie d'agosto di Paolo Virzì), nel chiacchiericcio
giornalistico, persino nella saggistica più complessa e profonda,
con un indimenticabile studio di Gustavo Zagrebelsky del 1995 in
cui si avanzava la certezza che la «massa manovrabile»
e sobillata delle democrazie plebiscitarie, nella scelta tra Barabba
e Gesù, non possa che infliggere il «crucifige!»
al misconosciuto Figlio di Dio.
Ecco il retroterra che, nella sua disputa
televisiva con il Caimano, ha ispirato l'incauto Fuksas. Che
potrebbe utilmente correggersi dando l'esempio al ceto dei
colti frastornato dalla sconfitta: rimettendosi a studiare. È
meno gratificante che dilettarsi nel «complesso dei migliori»,
ma non è una pena così tremenda.
Pierluigi Battista - Da: corriere.it
IL VIZIO DI BERE
PETROLIO
I giornali ripetono ogni giorno che i
prezzi del petrolio salgono a livelli impensabili e parlano
dell’aumento del costo dei prodotti alimentari di base, tanto
che si parla di un imminente problema della fame per molti milioni
di persone. Per questo secondo caso, alcuni dànno la colpa
alla concorrenza della produzione agricola di biocarburanti. Il
fatto è dubbio ma poco importa: se il prezzo del petrolio
fosse basso, non converrebbe certo produrre etanolo. Il problema
del greggio e il problema alimentare sarebbero dunque solo uno, il
prezzo dell’energia.
Per l’energia si può fare un parallelo
col vizio del bere. Anche un bambino sa che l’alcool, salvo
un bicchiere di vino a pasto, fa male. E tuttavia fra “sapere”
in teoria e “sapere” anche emotivamente, c’è molta differenza.
È per questo che tanta gente beve. Perché sul momento
non vede le conseguenze negative e le rinvia inconsciamente ad
un incerto domani che, spera, non arriverà mai. Ma arriva.
Per decenni, i catastrofisti hanno predetto
l’imminente esaurimento del petrolio e, con Malthus, i pericoli
della sovrappopolazione. Esageravano, certo. Il petrolio
ha continuato a sgorgare copioso per molto tempo e perfino le
popolazioni che morivano di fame hanno cominciato a mangiare meglio
(India, Cina). È stato come se il medico avesse detto al bevitore
che, stranamente, il suo fegato era migliorato invece che peggiorato,
dall’ultima visita. Ma la realtà è testarda. Ciò
che è fatale si verifichi, prima o poi si verifica. Prima
è stato necessario sorridere dei catastrofisti, ora è
necessario svegliare chi crede che stiamo attraversando una crisi
congiunturale.
Il costo dell’energia aumenta perché
aumenta la domanda, e questa domanda è improbabile
che venga meno perché è improbabile che gli italiani
ricomincino a circolare in calesse. Dunque il problema va affrontato
a viso aperto: che avverrà, quando il prezzo dell’energia
“impazzirà”, nel senso che si aprirà un’asta spietata
per accaparrarsi il greggio ed avere la possibilità di circolare
ancora in automobile?
L’asta sarà ovviamente vinta da
chi può pagare il prezzo più alto. Europei occidentali
e statunitensi, per cominciare. Ma costoro dovranno rassegnarsi
a pagare un prezzo tanto salato da costringere milioni di cinesi
o milioni di indiani ad andare a piedi. Inoltre, gli Stati che
fino ad ora hanno avuto nelle accise sui carburanti una generosissima
mucca da mungere, dovranno rassegnarsi ad abbassarle moltissimo,
perché diversamente il Paese rischierà la recessione.
Infine, malgrado la riduzione della domanda, il prezzo del greggio
salirà lo stesso. In natura non si crea nuovo petrolio e
la produzione nel tempo andrà a scendere.
Rimane, per gli impianti fissi, la soluzione
nucleare. Questa è ottima da molti punti di vista ma da
un lato non è adeguata alla circolazione su gomma, dall’altro
richiede, per essere adottata da Paesi “spensierati” come l’Italia,
parecchi anni. Non si creano centrali nel giro di pochi mesi. La Francia
avrà problemi soprattutto sulle strade, l’Italia avrà problemi
sulle strade, nelle case e nelle fabbriche.
L’ultima speranza - ma solo per gli impianti
fissi - è che gli scienziati realizzino la fusione nucleare.
A quel punto si disporrebbe di una quantità di energia
elettrica praticamente infinita, perché avremmo creato
un sole artificiale. Ma ci si prova da decenni e non ci si riesce.
Chissà, forse è impossibile.
Attualmente, all’orizzonte si vedono solo
nuvoloni neri. Il futuro tuttavia ha la caratteristica fondamentale
d’essere imprevedibile e sperare non costa nulla.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 23 aprile 2008
VITTORIO MANGANO
Ogni tanto si hanno delle curiosità.
Si sente citare Marcione come qualcuno che una persona colta
dovrebbe conoscere e si va a cercare chi è in qualche
enciclopedia. Scoprendo che non si tratta né di un politico
del Sud, né di un giocatore di calcio né di un console
romano. Qualcosa di analogo può avvenire con le date. Uno
che ami la Sinfonia Fantastica di Berlioz non può non apprezzarne
l’estro, l’originalità spesso audace, la distanza che lo
separa da quel Settecento regolare e un po’ paludato che fu il
secolo di Haydn. A naso, uno piazzerebbe quell’opera dopo la Quarta
di Brahms e prima del Titano di Mahler. Poi si va a guardare un’enciclopedia
e si scopre con sbalordimento che quell’opera fu scritta appena
ventun anni dopo la morte di Haydn. Bisogna rivoluzionare tutto
quello che si sapeva e si pensava al riguardo.
Un’esperienza del genere si può
vivere se si è stanchi di sentir parlare di quel tale
Vittorio Mangano, stalliere di Berlusconi ad Arcore. Lo si
cita da quattordici e più anni, come prova dei rapporti
fra il Cavaliere e la mafia, ed uno può immaginare chissà
che: poi va a guardare i dati e scopre che si è completamente
fuori registro. Questo tizio, pluripregiudicato e appassionato
di cavalli, è stato “stalliere” ad Arcore negli anni 1973-’75.
Sostanzialmente vent’anni prima che Berlusconi entrasse in politica.
Come, e tutto quello che si è
detto e scritto? Che senso ha pestare l’acqua nel mortaio
rispetto ad un rapporto – per quanto se ne sa solo professionale
– che si sarebbe concluso vent’anni prima di quando avrebbe
potuto avere importanza per la politica? E se fra questo Vittorio
Mangano e Berlusconi ci fossero stati rapporti “mafiosi”, non sarebbero
bastati vent’anni, dal 1973 al 1993, perché la magistratura
indagasse su di essi, e accusasse Berlusconi? È proprio infondato
il sospetto che si rivanghi su tutti i toni questa storia solo perché
si conta sulla superficialità dei lettori? Si continua a ripetere
“Mangano stalliere di Berlusconi ed emerito mafioso”, in modo che la
gente faccia il collegamento. E beva la panzana. Come l’ha bevuta fino
ad ora chi qui scrive. Solo oggi ho scoperto che la presenza di Mangano
ad Arcore era finita vent’anni prima che Berlusconi scendesse in campo.
Potrei giustificarmi dicendo che non ho mai dato importanza alla
cosa e per questo non ho verificato: ma rimane il fatto che, per
anni, non ho tenuto conto del fondamentale dato temporale. La disinformazia,
di cui la sinistra è maestra, per una volta ha funzionato anche
con me.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
-20 aprile 2008
INTERVISTA A DI
PIETRO
L’intervista a Di Pietro (di Monica
Guerzoni, sul “Corriere”) è sapida. Ecco alcuni passaggi
con qualche commento in corsivo.
È stato proprio il Cavaliere
dal 2001 al 2006 ad aver creato insicurezza. È uscito
di notte a violentare le ragazze? S’è appostato accanto agli
Uffici Postali per rapinare le vecchiette? E comunque non si capisce
perché la sicurezza non è stata creata neppure
negli anni del centro-sinistra, 1996-2001 e 2006-2008. Solo il Cavaliere
poteva crearla?
Agli italiani non importa nulla della
separazione delle carriere, chiedono più poliziotti
nelle strade, rimpatrio immediato dei clandestini… si potrebbe
chiedere a Di Pietro se la sinistra avrebbe approvato queste misure
o non le avrebbe definite fasciste. E si potrebbe anche chiedere se
il suo partito avrebbe votato a favore.
Noi siamo il partito del fare, il Pdl
è quello delle parole. Per fortuna, Berlusconi non
dispone di un copy right, per gli slogan.
Bisogna ridurre da tre a due i gradi
di giudizio e varare una legge di una riga per l'esecuzione
anticipata della pena, dopo il primo grado di giudizio, per
i reati più gravi...». Grande esempio di civiltà
giuridica. Non merita commento.
Berlusconi è un pericolo. Il
suo ritorno è l'avvento della dittatura dolce. Di Pietro
è in ritardo di un giro. L’antiberlusconismo viscerale
non è più di moda.
La sua politica si basa sul libero
arbitrio. Il nostro senatore non distingue l’arbitrio (la
possibilità di agire senza limiti di regole) dal libero
arbitrio, categoria teologica, chiamata correntemente libertà
di agire.
Dando dell'eroe a Mangano ha rivalutato
la classe mafiosa. Dell’Utri e Berlusconi hanno detto che
Mangano è stato eroico nel non calunniare degli innocenti.
Visto che, secondo Di Pietro e molti altri, in questo hanno sbagliato,
se ne prenda nota: è eroico chi calunnia gli innocenti.
Inoltre, si veda l’articolo seguente.
Tocca a noi aprire gli occhi ai cittadini.
Ma molti, visti gli oftalmologi, temiamo di restare ciechi.
Se la magistratura non si adegua lui
[Berlusconi] la porta dallo psichiatra? E se invece fa
follie Di Pietro l’applaude?
Intervistatrice: Si dice che non voglia
fare il gruppo unico col Pd perché da sola l'Idv ottiene
cinque milioni di rimborsi in più. “È squalificante
e riduttivo, risponde Di Pietro, i soldi non vanno a noi
ma all'attività del gruppo”. Al suo gruppo. Che è come
dire: non li metto nella tasca della giacca, ma in quella dei pantaloni.
Intervistatrice: È disposto
ad allearsi con l'Udc, come piacerebbe a D'Alema? “Se Casini
sottoscrive un impegno formale a non candidare persone condannate
allora sì”. Meglio un cretino incensurato che un genio
della politica che ha avuto la sfortuna di ammazzare un pedone? Questa
possibile simpatia per i cretini è sospetta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
-.20 aprile 2008
Un
paese a rovescio
Un lettore di Camillo, Carlo, mi fa
notare che l'Italia ora è ufficialmente il paese che
considera reato arruolare addetti alla sicurezza in Iraq (rinvio
a giudizio di Stefio, uno degli ex ostaggi italiani) e lecito
arruolare kamikaze che insanguinano l'Iraq (giudice Clementina
Forleo .
I comunisti non ci saranno più,
ma finché ci saranno questi magistrati non ne usciremo.+
Dal blog CAMILLO
L’ESTREMA
SINISTRA È MORTA?
Il risultato delle recenti elezioni
ha fatto dire a molti che, finalmente, il muro di Berlino
è caduto anche in Italia. Il nostro Parlamento – come
quello dei paesi più avanzati – non ha più comunisti.
Gli italiani si sono accorti che l’ideologia della falce e martello
ha fatto il suo tempo e non costituisce una risposta ai problemi
contemporanei. Ed altro ancora. Ma sempre nel senso che gli elettori
hanno decretato la fine di una formula di partito. In Parlamento
ci sarebbero solo moderati di centro e di centro-destra, con ciò
stesso affermando che la sinistra in quanto tale è morta.
Se è lecito andare contro l’opinione
dei più, si può invece sostenere che tutto è
sbagliato. Non è vero che da un giorno all’altro tutti
coloro che votavano per Rifondazione o per Diliberto siano
diventati moderati. Sono ancora lì, tutti vivi e vegeti.
E sono ancora comunisti. Ciò che è venuto a mancare
è il loro voto all’estrema sinistra. E per capire come mai
ciò sia avvenuto, bisogna mettersi nei panni di uno che ha sempre
votato a sinistra, prima Pci e poi, costantemente, Prc.
“Io sono per il comunismo, dirà
costui, puramente e semplicemente. Magari senza gli orrori
dello stalinismo, ma sono per il capitalismo di Stato, per
una vera uguaglianza dei cittadini e per il potere ai lavoratori.
Dunque, se non avessi altre preoccupazioni politiche, voterei
ancora per il Prc. Ma ho visto come sono andate le cose col premio
di maggioranza regionale al Senato. Prodi ha visto i sorci verdi
e non è caduto prima per miracolo. Ora quei figli di buona
donna di Veltroni e dei suoi amici ci hanno scaricati e noi rischiamo
di non avere senatori: in quante regioni supereremo l’otto per
cento? Forse in poche. Forse in nessuna. Dunque se voto per il Prc
non concludo nulla. Non sono contento di aiutare Veltroni ma se
voglio almeno andare contro Berlusconi, non mi rimane che turarmi
il naso e votare Pd. Non ho scelta. Per impedire che il Paese ricada
nelle mani della destra reazionaria, dovrò sperare che vincano
dei timidi e ipocriti centristi”.
Se il ragionamento è esatto
ne deriva che non è successa nessuna di quelle meditazioni
epocali che si descrivevano all’inizio. Non è caduto
nessun muro di Berlino e i comunisti non sono affatto diminuiti
di numero. Soprattutto dal momento che sono tali per rocciosa
convinzione. È solo avvenuto che la legge elettorale ha reso
irrilevante chi non raggiunge il quattro per cento alla Camera e
l’otto per cento al Senato. Nelle precedenti elezioni l’Unione aveva
eliminato il problema, perché aveva accolto i piccoli partiti
sotto le sue ali. Stavolta ha invece accettato solo l’Idv (decretandone
l’immeritato successo) ed ha fatto sparire la sinistra estrema.
Nessuna maturazione politologica, nessuno sconvolgimento epocale,
nessuna rivoluzione nel quadro politico. Solo l’applicazione di una
legge elettorale diversa.
Ecco perché la domanda: la sinistra
estrema ha un futuro? è mal posta. Ciò che ci
si dovrebbe chiedere è: la sinistra estrema ha un futuro
parlamentare? E qui la risposta è semplice: no. I risultati
del 14 aprile dimostrano che la legge elettorale favorisce i
grandi partiti e dunque essi non rinunceranno facilmente agli utilissimi
sbarramenti.
In conclusione non sono stati gli elettori
che hanno decretato la morte dei partiti comunisti, è
stata la legge elettorale. Questa ha dimostrato da un lato
che la sinistra estrema non ha un sufficiente supporto nel paese
(diversamente avrebbe superato gli sbarramenti), dall’altro
che, di fronte all’interesse dei due grandi partiti di massa,
non ha speranze.
La sinistra probabilmente non ha un
futuro parlamentare solo perché non glielo consentiranno.
Il superamento ideologico dell’estremismo avverrà col tempo
e con la coscienza dell’irrilevanza elettorale. Solo allora l’elettorato
supererà questa sindrome adolescenziale chiamata comunismo
italiano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 19 aprile 2008
L’ERRORE DEL PD
La tendenza ad attribuire tutta una
politica ad una sola persona sembra irresistibile. Berlusconi
guida una maggioranza di centinaia di persone ma domani si dirà
“Berlusconi ha fatto questo”, “Berlusconi ha fatto quello”. Nello
stesso modo, si attribuiscono a Walter Veltroni decisioni ed
atteggiamenti che non possono essere solo suoi personali. Un solo
uomo non può imporre un cambio di direzione drammatico rispetto
a tutto ciò che la sinistra ha fatto in Italia negli ultimi
sessant’anni. Di solito è vera la battuta che piaceva tanto
a Indro Montanelli: “Sono il loro capo e dunque li seguo”.
Perché i Ds e la Margherita
hanno deciso di fondersi nel Pd e di scaricare la sinistra
comunista? In attesa del verdetto della storia, si può
azzardare quanto segue:
1) Nel corso del 2007 Ds e Margherita
si sono resi conto che il governo Prodi era troppo a rischio
per durare per l’intera legislatura. Ogni giorno al potere
poteva essere l’ultimo.
2) Si sono inoltre resi conto che quel
governo aveva dato pessima prova di sé e che gli
umori dell’elettorato non lasciavano presagire nulla di buono.
3) La prevedibile sconfitta si sarebbe
avuta sia alleandosi con i comunisti sia senza di loro.
4) Si poteva dunque approfittare della
congiuntura sfavorevole per rassegnarsi al presente e
seminare per il futuro. Cioè le elezioni successive
(2013?).
5) Fra l’altro, la legge elettorale
avrebbe creato il sentimento del “voto utile”, drenando dunque
molti voti della sinistra massimalista a favore del Pd: pur
di costituire un “argine a Berlusconi”. Operazione riuscita
al di là dei calcoli, col totale azzeramento di quella sinistra.
Fin qui tutto bene. L’unico errore
è stato quello d’imbarcare nella coalizione i radicali
e Di Pietro. Per i primi, si poteva correre il rischio di
irritare i cattolici se l’apporto avesse rappresentato quel
minimo di voti che poteva determinare la vittoria: ma in vista
di una sconfitta, a che scopo accettarli? Il partitino di Pannella
è certo molto, molto più decente della sinistra estrema,
ma condivide con essa l’obbedienza a principi che valgono più
del vincolo di coalizione. Recentemente Rifondazione e gli altri
hanno ingoiato molti rospi, pur di non far cadere il governo: si può
essere sicuri che i radicali avrebbero fatto altrettanto? Tuttavia
sono pochi, senza simbolo, e l’operazione rimane plausibile. Cosa diversa
è invece l’alleanza con Di Pietro.
Questo partito è unipersonale.
È puramente e semplicemente il partito di Di Pietro
e questo signore, oltre ad avere la caratteristica di apparire
rozzo sia nell’espressione che nei programmi, dev’essere discutibile,
come approccio umano, se la maggior parte di coloro che si sono
messi con lui l’hanno presto abbandonato. È dunque un alleato
pericoloso, sia per il suo prevedibile comportamento futuro,
sia per l’immagine del Pd. Già oggi, a meno di una settimana
dalle elezioni, Veltroni si trova a dover mettere pezze al mancato
ingresso dell’Idv nel gruppo unico, contrariamente a quanto promesso.
E c’è di peggio. Il Pd doveva
sapere che, lasciando a Di Pietro il simbolo sulla scheda
per effetto del “voto utile” ne avrebbe gonfiato la rappresentanza
parlamentare. Mentre lo salvava dall’insignificanza, e forse
dalla sparizione – chi è sicuro che da solo avrebbe raggiunto
il 4%? - ne aumentava il potere di tribuna e di ricatto. Un’estrema
imprudenza. Per giunta senza apprezzabili vantaggi.
Se il Pd si fosse presentato alle elezioni
veramente da solo, come si è vantato di fare e come
non ha fatto, i suoi elettori avrebbero saputo che la scelta
era secca: o Berlusconi o Veltroni. Il partito avrebbe forse perso
qualche voto, ma non molti: forse che gli elettori di Di Pietro
avrebbero votato per Berlusconi? Comunque, avrebbe mantenuto la coesione
e l’unità d’azione. Invece, accettando l’Idv, ha permesso a
molti elettori che non amavano né Berlusconi né il Pd di
votare per l’Idv, rassicurandoli che così non avrebbero disperso
i loro voti. In altri termini, il Pd ha “gonfiato” l’Idv non diversamente
da come Berlusconi ha gonfiato la Lega, fino a farle avere il più
grande successo. Ma mentre Bossi, da parecchi anni ormai, si è dimostrato
un fedele alleato, Di Pietro è una mina vagante. Un uomo più
interessato alle proprie ubbie e ai propri interessi che al programma della
propria coalizione.
Il Pd si è allevata la serpe
in seno. Anzi, l’ha fatta crescere fino ad essere un grosso
pitone: persino nel momento in cui si tratta soltanto di fare
opposizione, l’ex-pm pretende già di essere il Ministro della
Giustizia del Governo Ombra. E comunque il dominus della materia
giudiziaria.
La conclusione è mesta. Un liberale
è lieto della nascita di un grande partito laburista
e dell’avvento di un bipartitismo perfetto. Ma non può
che essere triste all’idea che questo partito, nel momento
della propria nascita, si procuri un inutile inquinamento interno.
Rimane solo da sperare che se il Pd dovesse vincere, in futuro,
vinca da solo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
PRODI, LA POLENA
Romano Prodi non è un uomo
simpatico. Piace poco ai milioni che hanno di lui un’immagine
televisiva, piace pochissimo a chi lo conosce personalmente.
È inoltre un uomo a proposito del quale milioni di italiani
si sono chiesti come sia potuto arrivare così in alto.
Ora è stato sbattuto fuori dalla vita politica e si può
tentare di capirne la parabola.
Il Professore ha fatto carriera perché
ha coltivato le amicizie giuste e si è sempre comportato
nella carica come si aspettava il king maker di turno. Fino
a fare un altro passo avanti. Per questo ruolo, il professore
ha le caratteristiche migliori: niente idee personali, niente
scrupoli, nessuna preoccupazione di dignità. Nasce quasi
un parallelo con Molotov. Stalin eliminava senza pietà gli
alti membri del partito, Molotov rimaneva sempre al suo posto, difeso
dalla corazza di una totale, acritica obbedienza a Stalin. Non
chiese spiegazioni a Stalin nemmeno quando mandò in Siberia
sua moglie: lo aveva deciso il capo e tanto bastava. Molotov è
fra i pochi grandi del partito che siano morti di morte naturale.
Prodi è la versione civile
e occidentale di Molotov. Questi obbediva a Stalin, incarnazione
del potere, Prodi al potere stesso, chiunque l’incarnasse.
In particolare all’establishment. È così che, un gradino
dopo l’altro, è arrivato dove tanti altri non avrebbero
mai saputo arrivare.
Per fornire un esempio del suo metodo
di carriera, si ricordi la svendita della Sme. Per favorire
Carlo De Benedetti, Prodi cercò di vendere per poco
meno di cinquecento milioni di lire un’impresa che, smembrata,
fu in seguito venduta per un totale quattro o cinque volte superiore.
Non gli sarebbe probabilmente entrata una lira, in tasca, a causa
di quella vendita: ma quale asse di ferro, in seguito!
Questo spiega le sue fortune.
Nel 1996 il partito più forte del centro-sinistra lo mise al posto
di comando perché non voleva che la coalizione fosse rappresentata
da un “comunista”; perché, non disponendo di un partito suo, Prodi
non avrebbe mai potuto imporre la propria volontà; perché queste
caratteristiche potevano farlo apparire super partes, e infine perché
c’era la garanzia del suo carattere: l’uomo era conosciuto per
essere un fedele esecutore della volontà dei suoi mandanti.
Purtroppo, giunto al potere, Prodi non diede grande prova di sé.
Tanto è vero che
fu sostituito da D’Alema e Amato. Il centro-sinistra tentò allora
la carta Rutelli e quando anche questa fallì, alle condizioni di
prima, e per le stesse ragioni (siamo nel 2006), si ripescò Prodi.
Le
elezioni andarono “bene” ma Prodi, prima ancora di giurare
dinanzi a Napolitano, si trovò costretto ad imbarcare nel
governo il più grande numero di ministri e sottosegretari
che si ricordi. Ovviamente perché doveva rispondere all’appetito
di troppi commensali, autorizzati a fare la voce grossa. Da
quel momento si tratta di tenere in vita il governo ed è un
compito impossibile: l’alleanza è rissosa, indisciplinata,
contraddittoria. Capace solo di paralizzare il governo. E Prodi
fa miracoli. Da un lato subisce stoicamente i peggiori affronti,
incluso quello di ministri che manifestano in piazza contro il
governo di cui fanno parte, dall’altro ruggisce dei ridicoli “qui
comando io!”, per poi chinare la testa, come al solito. Ma non
si schioda. Difficilmente un altro sarebbe riuscito a far durare
questo governo una ventina di mesi: bisogna cavarsi il cappello. Purtroppo
il risultato è stato l’esecutivo più impopolare della
storia repubblicana. E quando il Parlamento gli ha negato la fiducia,
è stata una catastrofe. Non solo il centro-sinistra ha subito
percepito che avrebbe perso le prossime elezioni, ma ha dato la colpa
di tutto al professore. Veltroni e l’intero Pd hanno fatto l’impossibile
per far credere che loro erano un partito nuovo. Un partito d’opposizione
a Prodi, nientemeno, di cui avevano l’aria di vergognarsi, e questo mentre
era Presidente dello stesso Pd. S.Pietro ha rinnegato Cristo tre volte,
il Pd ha rinnegato Prodi mille volte, apertamente oppure con la damnatio
memoriae: comportandosi cioè come se non esistesse. Come se
non fosse mai esistito.
Tutto questo fino al 23 marzo. Quel
giorno Prodi, stanco di affronti, si dimette da Presidente
del Pd. Nobilmente, queste dimissioni non le rende note. Non
vuole che si dica che ha contribuito alla sconfitta annunciata.
Ci tiene tuttavia, scegliendo quella data, a far sapere che, se il Pd
non lo ama, nemmeno lui ormai ama il Pd: e non ne farà parte
nemmeno se vincesse le elezioni.
La storia potrebbe indurre a sentire
una certa solidarietà. L’uomo non è simpatico,
come si è detto, ma tutti coloro che si sono serviti
di lui avrebbero dovuto almeno tributargli un certo rispetto.
E invece lo hanno trattato come un capro espiatorio, l’hanno licenziato
come un servo che ha demeritato.
Purtroppo, la solidarietà
è resa difficile dal fatto che il professore ha rovinato
la sua bella uscita di scena con una frase che non avrebbe
dovuto mai dire: “Io ho battuto due volte Berlusconi e ora loro
m’hanno messo da canto”. Questo lo rende patetico. Dimostra che
non ha compreso il senso della propria parabola. È vero
che i suoi alleati lo hanno messo da canto, è vero che sono
degli ingrati, ma non è vero che lui ha battuto Berlusconi.
Non è la polena che trascina la nave, è la nave che la spinge
avanti la polena. Prodi è stato l’uomo di paglia della coalizione,
il suo prestanome, il suo alibi, tutto, tranne che il vero capo.
Questa battuta trasforma un uomo
mediocre, forse maltrattato al di là dei suoi demeriti,
in un caso umano. Se Prodi ha questa opinione di sé,
cade da un piedestallo molto alto. E il fatto che il piedestallo
sia immaginario non impedisce che la caduta sia per lui molto
più dolorosa. Meglio sarebbe stato che avesse una più
esatta coscienza di sé.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 17 aprile 2008
Cipollone digerito:
la faccia di Diliberto!
Lo so, lo so, e' troppo facile dire
"non vedro' piu' la faccia di Diliberto, non lo sentiro'
piu' inveire contro Israele !".
Facile, che cavolo di analisi
politica e'? Analisi sempliciotta e molto stupida ma
che da una di quelle soddisfazioni come poche!
Altro che parolone, decine di
giornalisti delle maggiori testate, altro che Porta a
Porta o Matrix, la morale di quello che e' successo si riassume
tutta in una sola frase ""non vedro' piu' la faccia di Diliberto,
non lo sentiro' piu' inveire contro Israele !".
Ahhhh, il cipollone e' stato digerito.
come diceva il grande Gaber!
Mi rendo conto pero' che ci vuole
altro per commentare quello che e' successo in Italia
e capire il motivo della enorme ghigliottina che si e' abbattuta
senza pieta' su un rispettabile numero di politici
scaraventando tante illustri teste nel cestone del hofinitodifarpolitica,
eliminando cosi' tutti i partiti della sinistra radicale,
razzista, antisemita, violenta e bruciabandiere.
Ringraziando gli italiani,
meno quel milione che li ha votati, sono finiti nella monnezza politica
anche i fascistoni alla Storace/Santanche', il primo e' colui che non comprerebbe
mai un biglietto per Gerusalemme, la seconda e' la bionda che ama far politica
col dito medio alzato.
Via, non ci sono piu', spazzati
e, speriamo, spezzati per qualche anno almeno.
Aiutooo, come faremo senza la
sinistra, ululano gli analisti.
Come! La sinistra moderata c'e'
se no Veltroni cosa ci sta a fare!
E' stata eliminata , grazie a
tutti gli dei dell'Olimpo, la sinistra cattiva, quella
fatta di imbecilli in kefia che urlano contro Israele, contro
l'America. Ci siamo liberati della feccia che adora hamas, hezbollah,
Ben Laden, di quei pacifinti che andavano a inchinarsi davanti
a Arafat e piu' ebrei faceva ammazzare piu' si inchinavano,
adoranti e felici, disgustosamente ipocriti e razzisti.
Cento, Agnoletto, Bertinotti,
Morgantini e i loro scagnozzi. Ve li ricordate sorridenti
tra lacrime di emozione, al Mukata mentre si facevano sbrodolare
da Arafat.
Diliberto che, solo a nominare
Israele, cambiava espressione.
Ci siamo liberati di quei decerebrati
che urlavano "10, 100, 1000 Nassirya".
Non vivendo in Italia non entro
nel merito dei problemi interni, pare enormi, che hanno
fatto stravincere Berlusconi, vivendo in Israele entro
invece nel merito della indegna politica estera portata avanti
dalla sinistra che non c'e' piu', una politica razzista,
violenta, piena di odio, lo stesso odio nazifascista di triste
memoria.
Vivendo in Israele mi piace pensare
che le tante brave persone che votavano a sinistra per
affetto, tradizione familiare e convinzione si siano stancate
di vedere dei cretinetti in kefiah al seguito dell'intellettuale
meno pensante al mondo, l'emerito Vattimo che tra le varie
porcherie razziste contro Israele ha anche firmato un appello
CONTRO i Monaci tibetani, torturatori, secondo lui, dei poveri cinesi.
Forse le brave persone di sinistra
si sono stancate di cortei con bandiere bruciate, forse
si sono stancate di sentire dipingere Israele come il Male
del mondo visto che molti tra essi conoscono e apprezzano
questo Paese, alcuni lo amano incondizionatamente.
Forse chi votava a sinistra si
e' stancato di vedere i tesori dell'arte italiana sepolti
sotto bivacchi di poveracci che non sanno dove andare a dormire
e si accampano nelle piu' belle piazze italiane campando tra un
taccheggio, uno scippo , uno stupro.
Forse le brave persone
di sinistra si sono scandalizzate delle esternazioni di
Dalema, delle sue passeggiate con terroristi, dei suoi consigli
di avvicinarsi al mondo degli assassini da lui tanto apprezzati,
delle aperture di tutta la sinistra all'islam radicale mentre
si sbeffeggiano persone come Magdi Allam e si fanno vignette
con svastiche contro Fiamma Nirenstein.
Mi piace pensare che dopo tanti
anni di insulti, di violenze, di nullafacenti dei centri
sociali pronti a tirarsi giu' i pantaloni davanti alla bandiera
di Israele e al gonfalone della Brigata Ebraica.....
Mi piace pensare che dopo
la creazione dell'ucoii, un'equivoca organizzazione
islamica composta da biechi e loschi figuri, con le sue
campagne di odio antisemita, forse, chissa', le brave persone
di sinistra si sono stancate di votare per partiti che hanno
fatto del razzismo e del filoislamismo radicale e fondamentalista
la loro politica senza preoccuparsi minimamente degli italiani
e del problema di arrivare alla fine del mese, di avere una casa,
un lavoro, uno stipendio decente.
Come puo' un ricercatore italiano
a 900 euro al mese votare per la sinistra che demonizza
Israele quando sa che in quel malefico paese un ricercartore
pari suo, se bravo, riceve un laboratorio con dei dottoranti,
con la casa pagata per tre anni e uno stipendio di tutto
rispetto.
Come puo', una persona per bene,
credere a una sinistra cosi' fuori dal mondo reale da
arrivare a vendersi agli intellettuali piu' stronzi tra gli
stronzi, pieni di idee razziste oltre che di soldi, strapieni di
false ideologie e depositari di enormi menzogne, fregandosene
della gente comune che lavora e suda un misero stipendio.
La sinistra e la destra radicali
sono scomparsi, le motivazioni saranno innumerevoli, le
analisi le sentiamo da ore e le sentiremo per giorni e giorni
ma, per una italiana di Israele , che ama Israele, che sa cosa
e' Israele, e' consolante pensare che tanti milioni di italiani
di sinistra non siano, nonostante la propaganda battente dei
segretari di partito, razzisti e antisemiti.
Un'italiana di Israele, dopo la
scomparsa di Rifondazione Comunista dal governo, dall'opposizione,
da tutto e le dimissioni di Bertinotti, spera che il Parlamento
Europeo faccia un bel pacco postale della signora Luisa Morgantini
e la mandi dritta, senza fermate intermedie, a Ramallah a piangere
per il suo adorato martire in nome del quale ha insultato e demonizzato
Israele per tanti anni.
Un'italiana di Israele ama sperare
di non vedere piu' , mai piu', pacifisti razzisti inneggianti
ai kamikaze e , dopo tanti anni di mal di fegato, e' felice
di pensare che adesso saranno loro, gli antiisraeliani, a
bersi ettolitri di Maalox.
E poi, sara' anche un cavolo di
analisi politica, ma , fatemelo dire ancora, ancora per
10, 100 1000 volte:
che meraviglia non vedere piu'
la faccia di Diliberto e dei suoi giannizzeri!
Deborah Fait -www.informazionecorretta.com
CHE COSA È
CAMBIATO
1) I risultati della consultazione
elettorale hanno concretizzato le premesse politiche
poste nel gennaio di quest’anno dal Pd, quando, per bocca
di Veltroni, ha dichiarato che, in future possibili elezioni,
“avrebbe corso da solo”. Questa risoluzione non fu sul momento
compresa nella sua gravità. Essa implicava la presa
di coscienza del fallimento della formula del governo in
carica (tanto è vero che in molti hanno accusato Veltroni
della stessa caduta di Prodi), significava l’ammissione che la
sinistra estrema era inadatta a governare un paese come l’Italia
e significava infine che, pur di scrollarsi di dosso l’ipoteca
comunista, il Pd era disposto a perdere le prossime elezioni e puntare
sulle successive. Oggi l’elettorato ha ribadito queste conclusioni
in maniera ancor più brutale e drammatica di come esse fossero
state comprese sul momento. Non si è limitato a ridimensionare
Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e fuorusciti
dai Ds, li ha letteralmente spazzati via: ha decretato la fine
del comunismo come realtà politica. Per l’Italia, questo è
un fenomeno simile alla caduta del muro di Berlino per l’Europa.
2) Il fatto politico
ha un riflesso sociologico. Segna la fine dell’utopia
nel mondo intellettuale italiano. Prima il socialismo è
stato una forma attenuata e timida di comunismo, ora è
una forma arcaica e superata di socialdemocrazia. Il comunista
è passato da antesignano coraggioso a caudatario irrilevante.
L’Italia è uscita da una sorta di minore età politica.
Non è più un mondo in cui si possono sognare palingenesi
rivoluzionarie. Si è entrati nel concerto delle grandi democrazie
occidentali, quelle in cui si tratta di governare un po’ meglio dei
predecessori, se possibile, e non di mettere al muro i reprobi e far
trionfare il Bene sul Male.
3) Tutto questo è
stato dovuto non solo al risultato delle elezioni, ma alle conseguenze
della vigente legge elettorale. Per anni le si è
attribuita ogni possibile colpa e per così dire la
responsabilità dell’ingovernabilità del Paese. In molti
hanno addirittura affermato che essa avrebbe provocato
l’instabilità di qualunque futuro governo, soprattutto al
Senato. I risultati attuali dimostrano invece che essa, se
ha provocato disastri nel 2006, è perché le due coalizioni
hanno pareggiato, non perché la legge provocasse l’ingovernabilità.
Non solo: gli attuali risultati dimostrano pure che, col premio
di maggioranza e con le sue soglie del quattro e dell’otto per
cento, la legge ha provocato una semplificazione drammatica del
quadro politico. Non è solo l’elettorato che ha eliminato
la Sinistra Arcobaleno e il resto dei “nanetti”, è il deprecato
Porcellum, che Dio l’abbia in gloria.
4) Le elezioni hanno pure riconfermato
che nelle grandi democrazie, al di fuori delle grandi
formazioni, non c’è salvezza. Per molto tempo in Italia,
influenzati dalla mentalità proporzionalistica, molti
politici uscivano sbattendo la porta dal partito, se si verificava
uno screzio con la dirigenza, e ne fondavano uno nuovo. Poi,
magari con l’uno o il due per cento, si rimaneva politicamente
vivi. Oggi, pure con un grande numero di voti, Casini si deve limitare
ad una presenza simbolica, in Senato: extra Ecclesiam nulla salus.
5) Un punto sul quale si è
in disaccordo con la maggior parte dei commentatori è
il successo della Lega Nord e dell’Italia dei Valori. Si
è molto insistito sui numeri di queste due formazioni,
così come si è sottolineato, da sinistra, che pur perdendo
le elezioni, il Pd ha aumentato i suoi consensi. Tutto questo
è sbagliato. Se, per effetto della legge elettorale, non si assegna
nessun seggio a chi ha avuto il tre e novantanove per cento alla
Camera, e fino al sette e novantanove per cento al Senato, è
ovvio che i rimanenti partiti si divideranno le spoglie degli
eliminati. Il Pd non ha “aumentato i propri consensi”: ha raccolto
buona parte dei voti che andavano a Rifondazione Comunista, ai Comunisti
Italiani ecc. Gli elettori, che non sono scemi, hanno capito che il
Pd poteva rappresentare un argine a Berlusconi e la Sinistra Arcobaleno
no. Nello stesso modo, non è che improvvisamente il Nord si sia
innamorato di Bossi: è che i cittadini sono stati liberi di
votarlo sapendo che i loro voti non sarebbero andati dispersi. Se la Lega
non fosse stata alleata di Berlusconi avrebbe forse subito la stessa identica
sorte dell’Unione di Centro di Casini, al Senato. Lo stesso discorso vale
per Di Pietro e il suo partitino unipersonale. Se il Pd non l’avesse accolto
nel suo seno (e forse ciò facendo ha commesso un errore), perché
mai avrebbe dovuto avere più successo di un partito ideologico e molto
più serio come quello di Bertinotti? La tanto deprecata legge elettorale
ha avuto non solo un effetto semplificatore, eliminando i piccoli partiti,
ma anche un effetto pantografo sui partiti che facevano parte di una delle
due coalizioni possibili vincitrici. Non ha vinto Di Pietro, non ha vinto
Bossi, è il quadro politico che è totalmente cambiato. Mentre
prima il grande partito di centro-sinistra non avrebbe neppure osato sperare
di superare la soglia del trenta per cento, ora che l’ha ampiamente superata
ha scoperto che questa bella cifra è insufficiente. L’Italia si
è avviata al Bipartitismo perfetto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 15 aprile 2008
LA PENSATA DI SARTORI
Sartori è spesso accreditato
del titolo di “miglior politologo italiano” ed è
un titolo che saremmo lieti meritasse: che Dio benedica
una persona come lui, importante ma incline al sorriso e all’ironia.
Purtroppo non è probabile che l’ultimo articolo che
ha pubblicato sul Corriere della Sera possa servire a contribuire
alla sua fama di miglior politologo. Ecco il nocciolo della sua
argomentazione (che lui chiama autoironicamente “pensata”):
“Sapendo usare il voto disgiunto
tra le due Camere ne possiamo ricavare un voto-rifiuto,
un voto che puramente e semplicemente dice no. Mettiamo che
al Senato io voti Veltroni e invece per la Camera io voti Berlusconi
(o viceversa). In tal caso il mio secondo voto pareggia e cancella
il primo. L'effetto sull'esito elettorale è zero. Però
io ho votato, e quel mio voto esprime senza ombra di dubbio il secco
rifiuto del Palazzo e della Casta. Si dice che come elettori
siamo impotenti. Sì. Ma se, mettiamo, 10 milioni di italiani
votassero così, allora saremmo potentissimi”.
Poche e chiare idee. Purtroppo
assurde.
Mettiamo che cento elettori
su trecento (il trenta percento che oggi si asterrebbe,
secondo Sartori) segua il consiglio del professore. I primi
cinquanta votano al Senato per il Pd e alla Camera per il
Pdl, mentre i secondi cinquanta votano alla Camera per il Pd
e al Senato per il Pdl. In totale si avranno cento voti per la
Camera e cento per il Senato. E dal momento che i voti sono anonimi,
una volta che dall’urna del Senato escono cento voti, poniamo,
per il Pd, come sapere che metà di questi elettori per la
Camera ha votato per il Pdl? La “pensata” del prof.Sartori avrebbe
un senso se i voti fossero firmati e se, oltre che per il partito
votato, i Presidenti di Seggio li suddividessero per autori, in
modo da vedere se i due voti sono coerenti. Non è nemmeno
fantapolitica, è un’impossibilità tecnica. Non solo
si andrebbe contro la segretezza del voto, ma mentre oggi si mettono
l’una sull’altra, poniamo, le schede per la Sinistra Arcobaleno,
secondo Sartori bisognerebbe fare tanti mucchi (di due schede,
normalmente) quanti sono gli elettori. Per vedere quali sono scompagnate.
Si occuperebbero le piazze antistanti i seggi.
Infine fa sorridere l’ipotesi:
“se, mettiamo, 10 milioni di italiani votassero così,
allora saremmo potentissimi”. Suona come quei sogni: “Se
gli italiani mi dessero un euro ciascuno, avrei oltre cinquanta
milioni di euro”. Vero. E se Bill Gates mi nominasse erede
universale e si suicidasse, sarebbe anche meglio.
Diciamo la verità,
Sartori avrebbe potuto “pensarla” meglio.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 10 aprile 2008
UNA DIATRIBA FRA
FREQUENTATORI DI “CAPPERI!”
Leggo solo oggi lo sfogo
di Nicola de Veredicis, che legge Capperi! dal lontano
Sudafrica, ed aggiungo che mi ha pure inviato privatamente
una lettera: “Vorrei tanto scusarmi per il mio sfogo di ieri
sera su Capperi. Immagino di averla imbarazzata, sia con le
mie lodi sperticate che con il mio atteggiamento villano. Purtroppo
sono molto impulsivo, ci ho visto rosso e non sono riuscito
a frenarmi. Prometto che non accadra’ mai più”. Questo
– credo io – chiuderà la questione. Anche con andrea, con cui
de Veredicis ha già composto lo screzio.
Per quanto riguarda le
lodi al mio indirizzo, non mi sono preso la briga di
contestarle perché, così come una smentita “è
una notizia data due volte”, contestare le lodi corrisponde
a rinnovarle. L’unica è sorridere, dire grazie e passare
oltre.
Il commento che segue non riguarderà
dunque me o andrea ma proprio Nicola de Veredicis, che si
autodefinisce un impulsivo e per questo esprime la propria
stima di un altro essere umano con parole che forse nessuno merita.
E di cui alla fine si è persino scusato. Ma questo è
indicativo del suo carattere. Ci sono persone – diciamo la maggioranza
– che si mettono d’impegno a non ammirare nessuno. Anzi, se
possibile, disprezzano tutti. Trovano che l’ammirazione sia cosa
da fans di cantanti pop o da sciocchi suggestionabili. Le persone superiori
– pensano - non si lasciano impressionare da nessuno. Se qualcuno
gli dice “Tizio è intelligente” sono felici di rispondere
con un sorriso scettico: “Trovi?” E questo dovrebbe significare: “Non
posso dire altrettanto, perché lo trovo meno intelligente di
me”.
Proprio per questo, per
evitare questo atteggiamento insieme misero ed ingiusto,
bisognerebbe ammirare chi ammira. Prima ancora di sapere
se l’oggetto della sua ammirazione sia stato ben scelto. Ricordo
il male che mi faceva, in anni lontani, sentir parlare male
di Charles De Gaulle. Sapevo tanto, di lui, ed avevo perfino letto
le sue memorie. Un uomo di tante spanne superiore non alla media,
ma alla media dei migliori, che non mi vergogno di confessare
che alla sua morte, uomo fatto, ho pianto calde lacrime. Le sue parole
per l’appello ai francesi del 1940, ritrasmesse dalla radio francese
ancora in quell’occasione, hanno sempre avuto la capacità di
sconvolgermi.
Analogamente, è
con delizia che, leggendo Nietzsche per la prima volta,
mi sono sentito un cretino. Ecco, potevo ammirare un’intelligenza
di livello quasi sovrumano! Non tutto era convincente,
certo. Quel filosofo è tutt’altro condivisibile in toto:
ma per ammirarlo basta ciò che ha scritto di buono. Il
resto, ed anche ciò che ha scritto di cattivo, lo si
può dimenticare. Come si deve dimenticare che Mozart, come
essere umano, era solamente un mediocre, per non dire uno scervellato.
Di Mozart bisogna ascoltare solo la musica. E poi prosternarsi
fino a toccare terra con la fronte. Forse l’umanità tutta
intera non ha fatto nulla, per meritare un simile miracolo.
Torno a Nicola de Veredicis
per dire che andrea gli deve perdonare qualche insulto
ed io qualche complimento, ma tutti dobbiamo complimentarci
con lui per la sua generosità. Non so praticamente
niente, di lui, ma credo che un simile uomo sia capace di
slanci verso le cose belle, sia capace d’amicizia, sia capace
d’amore. E in un piccolo mondo come quello di “Capperi!” - dove
a volte si è gareggiato in insulti - uno che si debba scusare
per avere lodato troppo è una bella eccezione. Dovremmo ammirarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 9 aprile 2008
IL VOTO UTILE,
IL VOTO INUTILE
Nessun voto è
inutile, ha detto il Presidente Napolitano il mese
scorso. Ed effettivamente esso quanto meno serve ad indicare
la propria partecipazione alla vita politica. Ma se si vota
per il partito dei suonatori di ocarina,
non è
detto che si determinino i destini della nazione.
Il voto
è utile se può influire sulla vittoria.
Finché in Italia è stata in vigore la legge
proporzionale, qualunque voto che fosse dato ai partiti di un
dato schieramento politico aveva un peso perché quand’anche
si fosse raggiunto solo l’un per cento, si sarebbe avuto l’un
per cento di rappresentanti e si sarebbe contribuito all’eventuale
coalizione di governo.
In Italia,
con l’attuale legge elettorale, c’è un premio
di maggioranza che dà al partito - o alla coalizione
- che ha più voti il 55% dei seggi alla Camera. Come
è avvenuto per il governo Prodi: con sei decimillesimi
di voti
in più,
ha avuto alla Camera una confortevole maggioranza.
Dunque chi ottiene un singolo voto in più non ha più
bisogno non solo dei partiti che hanno l’un per cento ma neanche
di un partito che avesse il dieci per cento
dei voti.
Può sembrare strano ma è così. Nella
situazione attuale, chiunque non voti per il Pd oppure per
il Pdl, rischia di eleggere solo dei rappresentanti dell’opposizione,
e questo chiunque vada al governo. Chi è di
sinistra
e non vota per il Pd, favorisce la destra; chi è
destra e non vota Pdl, favorisce la sinistra.
Naturalmente,
chi vuole dare un voto ideologico e di testimonianza,
per esempio perché è comunista, potrà benissimo
votare per la Sinistra-Arcobaleno. Ma il suo voto servirà
soltanto a far sentire il proprio punto di vista, alla Camera,
senza che mai questo influisca sulla decisione.
Qualcuno
fa però notare che è così alla Camera ma
non al Senato. Lì anche un solo senatore può fare
la differenza. Ed è vero. Ma si dimentica in primo luogo
che il premio di maggioranza esiste anche per il Senato,
anche se su base regionale, e ne beneficiano dunque soprattutto
i due partiti maggiori.
E soprattutto
che per partecipare alla spartizione dei seggi senatoriali
bisogna raggiungere l’otto per cento dei suffragi: cosa
tutt’altro che agevole.
In questa
situazione bisogna ricordare che col proprio voto,
se non si può ottenere che vada al potere chi si vuole,
si può almeno cercare d’impedire che ci vada chi non
si vuole. Il comunista farebbe bene a votare per il Pd, se non vuole
Berlusconi a Palazzo Chigi. E viceversa. Se poi qualcuno preferisce
non rinunciare alla propria bandiera, sappia almeno che gli resterà
in mano solo questo: la sua bandiera.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2008
SPOSARE JOHN WAYNE
Ci sono argomenti su
cui è piacevole discutere, purché non si abbia
la pretesa della scientificità. Uno di questi è
il rapporto uomo-donna.
C’è un bel detto
spagnolo che insegna: a las mujeres les gustan los
sinvergüenzas, alle donne piacciono gli spudorati.
Effettivamente, molte di loro sono affascinate dall’uomo
sicuro di sé, avventuroso e un po’ spaccone.
Uno di cui si dice che
abbia un passato di successo con le donne e che sia
dunque un po’ mascalzone. Tanto che conquistarlo corrisponde
a vincere un confronto con molte competitrici.
Questo schema è
confermato dal cinema. Soprattutto in passato, quando
ancora non si cercavano ad ogni costo argomenti nuovi, il
protagonista non era mai sposato: sia perché era destinato
ad innamorarsi nel corso del film, sia perché avrebbe
avuto meno fascino. Gli sposati sembrano pratiche archiviate,
aperitivi analcolici, calabroni senza pungiglione. Proprio
per accentuare le caratteristiche “virili” del protagonista,
in molti western l’eroe arrivava da “nowhere” (non si sa dove),
vinceva sui cattivi, affascinava la protagonista, e alla fine
se ne andava verso “nowhere”. Forse l’amava, quella donna: ma
il suo destino era quello di non mettere radici. Il cavaliere
errante non può divenire un padre di famiglia che zappa e annaffia.
Los sinvergüenzas
hanno un notevole fascino ma la loro natura non è
priva di controindicazioni e la gioia della loro conquista
dura poco. Infatti la donna che s’è innamorata dell’uomo
dalle mille avventure galanti ora lo
vorrebbe solo per sé
e vorrebbe che il brillante mascalzone si trasformasse
in un onesto borghese capace di cambiare i pannolini.
Ha conosciuto l’iperbole dello scapolo ed ora vorrebbe
un premuroso padre di famiglia. S’è innamorata di un lupo
e ora vorrebbe avere accanto a sé un cane. Per questo
comincia a rimproverargli, non senza ragione, le caratteristiche
da cui era stata affascinata.
È pazza, questa
donna che chiede l’impossibile? è pazzo quest’uomo
che si sposa senza essere capace di essere un padre di famiglia?
Probabilmente no.
Tutto potrebbe dipendere
dal fatto che noi esseri umani, essendo dei mammiferi,
condividiamo con i colleghi molte caratteristiche. Presso
le scimmie, presso i leoni, e presso molte altre specie, esiste
un capobranco che è tale perché più
forte degli altri maschi. Questo spiega perché le donne
amano, più degli uomini belli, gli uomini ricchi, gli uomini
che hanno atto carriera e comunque gli uomini di successo: essi
sono infatti i più adeguati alla sopravvivenza della specie.
Questi animali alfa, tuttavia, hanno in natura il diritto di accoppiarsi
con tutte le femmine del branco, magari escludendone gli altri
maschi, e dunque, istintivamente, si comportano da “mascalzoni”.
Il guaio è che, nella specie umana, le cure parentali
sono estremamente lunghe e la femmina non è in grado di occuparsene
da sola. Questo rende necessaria la coppia e qui entrano in
conflitto gli istinti. La donna da un lato si orienta verso il capobranco,
dall’altro sente l’esigenza della coppia; il capobranco da un lato
desidera immortalare i propri geni con tutte le femmine che incontra
(e non ha nessun interesse alle cure parentali), dall’altro una
volta o l’altra s’innamora e si sposa.
Questo crea il contrasto.
La donna, divenuta moglie, non cessa di rimproverare
al marito di mancare ai suoi doveri. Lui continuerà ad
avere l’istinto di diffondere i propri geni (adulterio programmatico,
si potrebbe chiamare), lei continuerà a volere che lui
non faccia coppia con altre, per non disperdere le proprie energie
su più famiglie a scapito della prole legittima.
Nessuno è pazzo,
né la donna né l’uomo: solo recitano parti
diverse, nei diversi momenti. Prima lei vorrebbe essere la
preferita del branco e lui vorrebbe aggiungerla alla collezione,
poi lei vorrebbe essere la partner di una coppia con prole
mentre lui sogna ancora il suo harem. E poiché questi
ruoli sono inconciliabili, nascono drammi e tragedie.
All’uomo che vuol diffondere
i propri geni bisognerebbe dire che, in un’epoca in
cui i duelli non sono di moda, non rischia più di vedersi
infilzare da un marito furente, ma rischia – non meno pericolosamente
- di vedersi chiedere gli alimenti per tutti i bambini che
ha messo al mondo. Rischia inoltre una costosissima causa di divorzio.
Alla donna bisognerebbe dire che, se vuole un marito tranquillo
e casalingo, non deve scegliere l’eroe western, ma l’impiegato
col posto sicuro. Un lavoratore che non beve, non gioca e non
fuma, come predicavano le nonne di una volta.
Non si può aver
tutto.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 5 aprile 2008
Bertinotti:
"Walter superficiale, perderà. Prodi una delusione"
Intervista al presidente
della Camera che fa il pronostico sul voto. E boccia
Prodi: su di lui avevamo investito tanto... Poi aggiunge:
nel Pd è tutti contro tutti
«Entrare qui fa
sempre un po' impressione», sussurro intimidito.
«Lo dice a me», risponde Fausto Bertinotti.
Per accedere all'ufficio del presidente della Camera si
attraversano saloni con affreschi, tappeti, arazzi, stucchi
e quadri che da soli risolverebbero il problema salariale di
un intero villaggio operaio. Ci sediamo nel salottino sotto un
Sironi e accanto a un Mafai. Dall'altra parte della stanza un
mappamondo antico e un De Chirico. Fino a qualche tempo fa Bertinotti
diceva di rimanere estasiato davanti agli scioperi. Chissà
se stando qui, da terza carica dello Stato, per quasi due anni,
gli si sono modificati i gusti.
Si è trattato
bene, eh?
«Quei quadri li
ho trovati tutti qui. Non ho aggiunto né tolto
nulla».
Però le piacciono.
«Alcuni no. Altri,
come questo Sironi, me li porterei via».
È giunta l'ora
di smammare, in effetti. Ha già fatto gli scatoloni?
«Li farò.
Ho poca roba».
Non si è mai
sentito a disagio?
«Un po' sì,
all'inizio. Non le nego».
E poi?
«Poi ho subito
la fascinazione della simbologia repubblicana. Mi sento
molto vicino a Piero Calamandrei...».
Eh, vicino a Calamandrei,
ma forse meno vicino agli operai veri, che si sono
un po' imbufaliti con lei.
«Solo una parte».
Davanti alle fabbriche
vi snobbano. Gli operai votano centrodestra.
«È vero,
questo è uno dei temi fondamentali. L'ho capito
a Torino, ai funerali dei morti della Thyssen».
Quando fischiarono i
sindacalisti?
«Fischiarono i
politici, i sindacalisti, persino la Fiom. E lì
ho capito che per gli operai non esiste più il “noi sinistra”,
nemmeno il “noi sindacato”. Esiste solo il “noi operai”. Si
percepisce la loro solitudine».
E lei pensa di poter
recuperare gli operai partendo da questa stanza con
i quadri preziosi?
«Recuperarli no.
Penso di poter reinventare, ricomporre una coscienza
di classe che esiste. Anche se noi non la vediamo».
Perché?
«Perché
studiamo solo frammenti di quel mondo».
Non capisco.
«Noi parliamo
di precari, di call center, di immigrati... Non capiamo
che tutti insieme formano una classe nuova, che chiede una
nuova rivoluzione, come un tempo la chiedeva la classe
operaia».
Mi sembra di leggere
un libro di storia. Anzi: preistoria.
«Guardi che nel
'65-67 tutti scrivevano che la vecchia classe operaia
era morta, uccisa dall'immigrazione. Nessuno prevedeva
l'esplosione del '68-69».
Siamo alla vigilia di
un nuovo biennio rosso e non lo sappiamo?
«So che su questo
lei può fare dell'ironia. Ma io sono convinto che
sia tempo di una rivincita di classe».
E la rivincita di classe
la fa la Sinistra Arcobaleno? Ma le pare possibile?
Con quel nome?
«A me Sinistra
Arcobaleno piace. C'è la sinistra, cioè c'è
la nostra storia. E c'è l'arcobaleno, che rappresenta
le forze nuove, l'ecologismo e il femminismo. Non è
un tradimento delle radici, ma nemmeno un ritorno al passato».
Però state già
litigando: Ferrero protesta, Marco Rizzo non vuole rinunciare
alla falce e martello, i verdi fremono...
«Il nostro è
un parto. E tutti i parti hanno le doglie».
Capisco l'etica della
sofferenza. Ma perché un elettore dovrebbe votare
un partito che sicuramente non riuscirà mai a realizzare
il suo programma?
«Per far nascere
una nuova coscienza di classe. Per dare forza al progetto
di chi non vuole governare il sistema fondato sul capitalismo,
ma vuole rivoluzionarlo».
Sento il profumo delle
barricate...
«Mi piace la campagna
elettorale, mi piacciono i comizi...».
Pensavo le piacesse
di più la tv, a giudicare dalle presenze.
«Non faccia ironia.
Siamo primi nei talk show, ma ultimi nei tg. La
tv è importante. Ma lo spostamento del baricentro delle
emozioni si nota nelle piazze».
E che baricentro ha
notato?
«Il momento di
maggiore emotività è quando si toccano i temi
della persona, a cominciare dall'aborto».
Eh sì, lì
c'è un bel baricentro. L'altro giorno gliel'hanno
tirato in testa a Ferrara.
«Non sono mai
stato così lontano dalle posizioni politiche
di Giuliano, ma quello che è successo a Bologna
lo trovo inaccettabile. La violenza va espulsa dalla politica».
Alitalia: dov'è
l'errore?
«L'errore è
stato infilarsi a testa bassa in una trattativa, prima
scegliendo il competitore e rimandando a dopo le questioni
politiche».
Colpa di Prodi, quindi?
«Prodi ha sbagliato
nella trattativa. E poi ha sbagliato, in modo grave,
ad attaccare i sindacati».
Non è l'unico
errore del suo alleato.
«Sì, ho
avuto una forte delusione da lui. Ci avevamo investito
molto».
Che cos'è successo?
«Abbiamo commesso
un errore di fondo: quel programma di 280 pagine».
Roba da ridere...
«Sì, non
mi sfugge il lato divertente. Un po' naif. Però
lì sotto c’è la vera ragione del disastro: pensavamo
di avere trovato il manuale del governo. Come si risolve
questo problema? Vai a pagina 243. E quest'altro? Vai
a pagina 32. Ma non è così che si governa. Bisogna
trovare un'intesa di fondo».
Quando ha capito che
quell'esperienza era finita?
«A giugno-luglio.
L'incontro con le parti sociali, il welfare. E pensare
che sarebbe bastato poco...».
Per fare che?
«Per farci cambiare
idea. Se Prodi avesse detto: alziamo l'età pensionabile
per tutti, tranne per gli operai, forse...».
Lei è un inguaribile
utopista. Prodi è stato sommerso da problemi
irrisolti. A cominciare dall'immondizia. A proposito:
pensa che Bassolino deve dimettersi?
«Quell'esperienza
di governo regionale che abbiamo fatto insieme è
finita. In Campania dobbiamo andare al più presto a elezioni».
Veltroni ha impostato
tutta la campagna elettorale dicendo che si è
liberato di voi. Questa è la novità del Pd. Non ci
sono più i veti della sinistra.
«Noi il partito
dei veti? E i veti del Pd?».
Che fa? Ribalta l'accusa?
«Questo sfizio
voglio proprio togliermelo. Non ci sono solo i veti
espressi con il no. Ci sono anche i veti silenziosi. Il silenzio
dissenso».
Per esempio?
«Per esempio abbiamo
fatto una proposta per detassare gli aumenti delle
tariffe. Il Pd col suo silenzio lo ha impedito. Ci sono molte
cose non fatte da questo governo, anche in articulo mortis,
per colpa del Pd».
Chi vincerà le
elezioni?
«Sicuramente Veltroni
le perderà».
Perché?
«Perché
con questa sua linea non entra nel profondo della
società. Ci riesce meglio il centrodestra».
Eppure lui è
un abile comunicatore...
«Sì, ha
un'immagine molto forte. Ma resta in superficie, non
fa sognare, e quindi non entra in contatto, per esempio, con
la classe operaia. E poi ha un handicap».
Quale?
«La coalizione
ripropone le liti del passato: Binetti contro radicali,
Di Pietro, etc...».
Anche senza di voi?
«Anche di più.
Noi siamo stati sempre ragionevoli».
Ragionevoli? Sembrate
fuori dal tempo.
«Io sogno soltanto
uno sviluppo diverso».
Sogna, appunto.
«Ma no. Per esempio:
perché non è possibile uno sviluppo che parta
da salari più alti e orari di lavoro ridotti?».
Perché saremmo
fuori dal mercato.
«Ma no, in Germania
hanno costi del lavoro più alti di noi...».
Il mondo non finisce
a Berlino. E la Romania? L’India? La Cina?
«Allora le devo
proprio leggere quello che dice Marchionne...».
Marchionne?
«Ma sì,
me lo lasci cercare». (Si alza, scartabella
per un po’ nell’armadio, si agita, poi fa chiamare una ragazza
della segreteria che in due minuti esce col desiderato papiro).
Di che si tratta?
«La relazione
di Sergio Marchionne all’assemblea degli industriali
di Torino. Legga qui».
Leggo: «... se
il lavoro diretto rappresenta il 6-7 per cento del
totale del costo del prodotto le vere cause delle grandi perdite
operative vanno cercate altrove...».
«Capito? Ora legga
qui».
«... (ho avuto
la sensazione) che i mercati finanziari cercassero
avidamente lo spargimento di sangue nell’azienda...».
«Spargimento di
sangue: capisce? È Marchionne che parla, non
Bertinotti. Adesso legga qui».
Dice che «ritenere
per definizione positive le riduzioni di organico»
è una «fissazione di analisti finanziari e commentatori
economici liberali».
«Adesso... No,
meglio che ci fermiamo».
Lei conosce Marchionne
a memoria. Dunque non vi lega solo l’eleganza.
«No, ecco, vorrei
evitare quest’effetto. Mi promette che userà quelle
citazioni con parsimonia?».
Che fa, si pente?
«Meglio non esagerare.
Piuttosto: conosce la mia rivista? “Alternative per
il socialismo”. È appena uscito il numero 5: ci trova
molti dei temi trattati qui».
E una dose rassicurante
di Marx e Lenin. Con tutto quel Marchionne cominciavo
a preoccuparmi.
«In effetti...».
Non è che adesso
mi elogia pure Tremonti?
«Ho letto il suo
libro. E ho trovato nel suo pensiero una grande lucidità:
vede ciò che i neo-liberisti, apologeti della modernizzazione,
non riescono a vedere».
Marchionne, Tremonti...
Però lei continua a dire che okkupare è
giusto e rende le case migliori...
«Non lo dico in
generale. Quella frase era applicata a un caso concreto,
a un’esperienza reale».
Non è che lei
vuole ancora far piangere i ricchi?
«Piangere magari
no. Però se ridessero un po’ meno non mi dispiacerebbe».
Lei però intanto
continuerà a ridere anche come ex presidente
della Camera. Manterrà tutti i privilegi...
«Beh, però
è giusto che chi ha servito il Paese, interpretandone
lo spirito, mantenga un minimo di corredo istituzionale».
Avrà l’ufficio...
«Quello è
giusto...».
La scorta...
«Quella è
questione di sicurezza».
Le segretarie...
«L’ha vista quella
che è entrata prima per cercare il discorso
di Marchionne»?.
Eccome no.
«Sono cinque o
sei come lei. Io avevo davanti due possibilità:
tenerne la metà con uno stipendio più alto o
tenerle tutte con lo stipendio più basso. Non ho avuto
dubbi».
Tutte con lo stipendio
basso.
«Esatto».
Ho l’impressione che
lei ci voglia tutti poveri.
«Le segretarie
le paga il partito, però».
Auto blu e benefit glieli
paghiamo noi, però.
«Qualcosa abbiamo
fatto qui a Montecitorio per ridurre i costi della
politica».
Troppo poco.
«Ha ragione. L’ha
visto questo Sironi?».
Giù le mani.
«Ah, come mi piacerebbe
portarlo via...».
Intervista a cura di
Mario Giordano - il Giornale
IL CAFFÈ NUCLEARE
È difficile leggere
l’intervista di Giovanni Valentini a Carlo Rubbia
senza aver voglia di sorridere. Innanzi tutto è
del genere “in ginocchio” e questo non dovrebbe avvenire mai.
Poi chi sta in ginocchio dimostra di saperne perfino meno
del sottoscritto: e non è facile.
Scrive Valentini: “Andiamo
a lezione di Energia da un docente d'eccezione come
Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica”. Che è come dire
che si va a lezione di ortopedia da un premio Nobel per l’istologia.
È vero, le ossa sono composte di cellule, ma non è
che essere premio Nobel per l’istologia aiuti poi tanto,
per ridurre fratture e risolvere problemi osteologici. A Valentini
basta che uno sia premio Nobel? A molti no. Se ci rompiamo
un osso, sarà banale, ma andiamo da un ortopedico.
“A Ginevra”, ci
informa Valentini, “il professore s'è ritirato
a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla
presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia”.
Che sia indegna lo dice lui, che sia sicura è quanto
basta. Se vogliamo seguire il principio della spiegazione
più semplice (rasoio di Occam) non è forse lecito
pensare che l’abbiano escluso perché in quel campo non capisce
niente? Perché mai tutti quelli che possono decidere, all’Enea,
sarebbero degli incompetenti, e lui solo sarebbe intelligente?
Non basta dire, come fa il giornalista, che l’Enea è “avviluppato
dalle pastoie della burocrazia e della politica romana”. Valentini
dimentica che questa politica romana, in materia ambientale,
è stata dominata, dalle ultime elezioni, da un certo Pecoraro
Scanio; quello stesso che a suo dire ha nominato Rubbia “presidente
di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove
fonti rinnovabili”.
A proposito di queste
fonti, Valentini non ha paura di citare gli specchi
ustori di Archimede. Domani citerà le ali di cera
di Dedalo e Icaro per risolvere il problema dell’Alitalia.
“Il primo documento
che il professore squaderna preoccupato sul tavolo
– scrive Repubblica - è un rapporto dell'Energy Watch
Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con
la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori
indipendenti”. Indipendenti nel senso che l’IEA, l’Agenzia
Internazionale per l’Energia, non li ha accolti e forse reputa
che dicano sciocchezze. Sicché il “confronto impietoso”
di cui parla Valentini non è detto che debba essere impietoso
per l’IEA: potrebbe esserlo proprio per il Watch Group.
A partire da qui, ci
si imbarca in tutta una serie di previsioni e controprevisioni,
che si possono saltare a piè pari: le previsioni
sbagliate sono pressoché la norma e comunque il futuro
è sulle ginocchia di Giove.
Si passi al presente.
“La produzione [nucleare] tende a calare per mancanza
di materia prima”, dice Rubbia. Un’assoluta novità.
“Anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro
35-40 anni”. A parte il fatto che – si ripete – di previsioni
sbagliate sono piene le fosse, noi avevamo letto qualcosa
di esattamente contrario. “Dobbiamo sviluppare la più
importante fonte energetica che la natura mette da sempre a
nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè
il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra". Poesia
a parte, il sole ha il difetto di fornire un basso “salto energetico”.
Con l’acqua ad oltre cento gradi, si ha il vapore che ha fatto
muovere le prime locomotive, con l’acqua a sessanta gradi, miscelandola,
si fa la doccia. Dal punto di vista industriale il sole fornisce moltissima
energia ma in forma inutilizzabile, se non a costi pesantemente antieconomici.
Ecco perché si va avanti sfruttando il nucleare, il gas, il
petrolio o il carbone. E questo taglia la testa al toro. È
come se ad un indiano che suda si dicesse: vuoi risparmiare il denaro
dell’acqua minerale del bar? Troverai acqua ottima e freddissima sull’Everest.
Valentini fa una timida
obiezione: “C'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare.
Secondo lei, sbagliano tutti?” Ma Rubbia non tentenna. È ovvio che
sbagliano tutti. Ha l’atteggiamento di chi, al bar, sostiene che il motore
ad acqua esiste eccome, però non è commercializzato perché
tutti sono a libro paga delle multinazionali del petrolio. A cominciare
dai giornalisti che ne nascondono l’esistenza, dagli industriali che guadagnerebbero
di meno con quel motore, da tutta una congiura mondiale contro questo signore
che beve il suo caffè. If you can believe this, you can believe everything
, dicono gli inglesi: se puoi credere questo, puoi credere qualunque cosa.
Poi Rubbia
chiede a sua volta: “E sa quanto conta il nucleare
nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento”.
Personalmente per l’elettricità ho sempre letto che
conta per il 70%. E gliene avanza, tant’è vero che la
vendono a noi, in Italia. Evidentemente leggiamo giornali
diversi. “Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati
sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale
atomico”. In primo luogo, sono talmente “alti” che l’energia la
vendono a noi e ci guadagnano. Poi, sono talmente alti che il
costo dell’elettricità in Francia è molto inferiore a
quello italiano. Infine non si vede proprio che cosa c’entra
l’energia nucleare con l’arsenale atomico. Evidentemente, c’è
ancora caffè, nella tazzina.
Domanda
di Valentini: “Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"?”,
e questa è una domanda cretina. Se “sicuro” significa
“che non potrà mai provocare incidenti”, neanche un
martello è sicuro. E infatti Rubbia ha agio di rispondere:
"Non esiste un nucleare sicuro”. Ma mentre questo suona come
una condanna, bisogna ricordare che non esistono neppure
automobili sicure, aeroplani sicuri, carrozze sicure. Neppure
camminando si è sicuri. Infatti Curie è morto mentre
andava a piedi per strada e immaginiamo che Rubbia vada e torni
da Ginevra attraverso i campi.
Poi il
professore vanta le possibilità dell’uso del torio,
che non permette di fabbricare bombe atomiche (per quello che
c’entra!) e lo dà per una sorta di panacea. Si legge invece
su Wikipedia: “In particolare il progetto proposto di reattore
ad amplificazione di energia dovrebbe impiegare torio. Poiché
il torio è più abbondante dell'uranio, i progetti
delle cupole dei reattori nucleari incorporano il torio nel loro
ciclo del combustibile nucleare”. Nella prima frase, l’uso del torio
sarebbe allo stadio di progetto (“dovrebbe”), nella seconda (“incorporano”)
viene dato per attuato. In ambedue i casi, l’idea di Rubbia è
insignificante. O non è attuale o è già attuata.
“Lei sarebbe
in grado di progettare un impianto di questo tipo?”,
chiede Valentini: e per questo bisognerebbe licenziarlo
dal giornale. O mandarlo come inviato al Festival di Sanremo.
Come vuole
che un impianto estremamente complesso possa essere
progettato da un solo uomo? Per giunta quando questo uomo
non è neanche un tecnico della produzione di energia
nucleare? Valentini ha un’idea della complessità di
queste installazioni? Rubbia tuttavia non ha il senso dell’umorismo
e gli risponde seriamente: "E' già stato fatto e la
tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo
da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari
ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo
una discreta quantità di energia". Perfetto, no? E qui si torna
all’atteggiamento di cui si diceva. Mentre si sorseggia il caffè,
si dà del cretino al resto del mondo. Abbiamo in tasca la
migliore soluzione per la Nazionale di calcio, per i rifiuti in
Campania, per l’Alitalia, ed anche per il basso livello dei nostri
parlamentari: “Tutti in galera!”
Infine
il premio Nobel espone la sua soluzione per il problema
energetico. L’energia solare. “Basti pensare che un ipotetico
quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato,
potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta.
… Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area
equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe
un anello solare grande come il raccordo di Roma". Il prof.Battaglia,
che della produzione di energia è un tecnico, ha scritto
cento volte che questi progetti sono economicamente assurdi
e incapaci, dal punto di vista industriale, di sopperire alle
esigenze di un paese moderno. Ma l’incompetente fa un ragionamento
ancora più semplice: nessuno Stato guidato da persone
sane di mente si metterebbe a dipendere dal petrolio, o dal carbone,
o dal gas, di cui non dispone sul proprio territorio (basti pensare
al Giappone), se potesse cavarsela col sole. Dunque, se l’energia
solare non è sfruttata come dice Rubbia, significa che o è
impossibile o non conviene. E tanto basta.
“Il sole,
però, non c'è sempre e invece l'energia occorre
di giorno e di notte, d'estate e d'inverno”, obietta finalmente
il giornalista. E Rubbia: “D'accordo. E infatti, i nuovi
impianti solari termodinamici a concentrazione catturano
l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino
a quando serve”. A questo punto, l’apprendista giornalista dovrebbe
chiedere: “Scusi, professore, quali speciali contenitori?”
Perché, come si sa, immagazzinare l’energia è sempre
difficilissimo, comunque costoso, a volte impossibile. Se fosse
stato facile, invece di avere auto a benzina con un pesante
accumulatore per la messa in moto, avremmo auto elettriche con “speciali
contenitori”.
“Se è
così semplice, perché allora non si fa?”,
chiede Valentini, ed ecco l’ispirata risposta: “Il sole
non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta”. Ma
a questo punto la tazzina di caffè è vuota
e dobbiamo occuparci di cose più serie.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 4 aprile 2008
GLI ASSEGNI DI
VELTRONI
I commercianti hanno
una regola: non fare mai credito a chi si è atteggiato
a ricco. Chi non è stato perplesso prima di comprare,
chi non ha discusso il prezzo, chi è “superiore
a queste piccole miserie” è esattamente il tipo che ti
rifila un assegno scoperto. È disinvolto perché
sa che non pagherà.
Veltroni è
una persona gradevole e gentile. Nel suo caso il buonismo
offre quanto meno il vantaggio del sorriso piuttosto che
del ghigno. Ma in questi ultimi giorni di campagna elettorale
fa sospettare che tenga in mano tutta una mazzetta di assegni
a vuoto. “Aboliremo le liste d’attesa negli ospedali”, dice.
“Diminuiremo il numero dei parlamentari”. “Aboliremo cinquemila
leggi prima della fine dell’anno”, “Daremo una paga di minimo
mille euro a qualunque lavoratore, anche precario”. “Aboliremo
le tasse universitarie”… la lista è troppo lunga per ricordarla
senza omissioni. Per non parlare di un generale e non meglio
specificato “cambiamento”, il quale significherebbe che fino
ad oggi in Italia tutto è andato male (anche se governava
il centro-sinistra!) e domani, vincendo il Pd, tutto dovrebbe
andar bene. Non solo: dimenticando che quasi tutti i candidati
del suo partito (di cui Prodi è presidente) hanno fatto
parte dell’esecutivo. Siamo realisti, in due anni esso non avrebbe
certo potuto fare tutte quelle cose: ma almeno una, perché
non l’ha fatta?
Nel marzo del 1994
Berlusconi vinse le elezioni e nel dicembre il suo
governo cadde. Poco più di sei mesi. Chi ha buona memoria
ricorda che il centro-sinistra per mesi parlò del
dovere di “rimediare ai disastri del governo Berlusconi”. Ora,
se in sei mesi si possono provocare disastri, come mai in due
anni non si può fare almeno una cosa giusta? E comunque,
perché mai le stesse persone che non hanno saputo fare nessuna
delle riforme di cui parla oggi Veltroni, governando lo stesso paese
in una situazione ancora peggiore (Prodi beneficiò in un primo
momento di una congiuntura economica favorevole), dovrebbero
riuscire dove prima fallirono?
Si torna alla teoria
dell’assegno scoperto. Veltroni è così convinto
di perdere le elezioni, che promette a ruota libera tutto ciò
che non sarà chiamato a mantenere. Ci saremmo aspettati
di meglio, da lui. Da lui e da tutto un gruppo di persone
che spande etica a piene mani. Che dà lezioni di morale
a tutti. Che si è associato non al partito degli interessi
elettorali, ma all’Italia dei Valori.
In politica noi cinici
ci leviamo il cappello dinanzi alle mosse di successo:
“Del modo tenuto dal duca Valentino…” E allora il punto diviene:
questi discorsi fanno guadagnare voti, a Veltroni? Gli italiani
sono dunque tanto imbecilli? E - seconda domanda - come
mai i rappresentanti del centro-destra gliela fanno passare
liscia, e non chiedono a Walter, dalla mattina alla sera, come
farebbe a mantenere queste promesse? Per esempio, come ridurrebbe
i tempi delle cure negli ospedali? A meno che “aboliremo le
liste d’attesa” non significhi “cureremo chi ci fa simpatia, anche
se è arrivato per ultimo, e gli altri si arrangino”.
Abolire i tempi d’attesa significa moltiplicare gli ospedali,
le sale operatorie, le macchine par la tac, mille costosissime
strutture: con quale coraggio Veltroni osa illudere persone che
soffrono? E poi, “aboliremo cinquemila leggi entro il 2008”. Abbiamo
fatto il calcolo, sono 32 leggi per giorno lavorativo. Veramente
si può ascoltare un’affermazione del genere senza sghignazzare?
Mille euro al mese per i precari. Ottimo. C’è solo un piccolo
problema: se un datore di lavoro, che assumerebbe ad ottocento euro,
non assume a mille, che vantaggio ne ha il precario?
Ma a che serve ragionare? È come cercare
di dimostrare a Cenerentola che la zucca è una
zucca e non una carrozza.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it
- 3 aprile 2008
TURCHIA E DEMOCRAZIA
La Corte Costituzionale
di Ankara ha dato all’unanimità il via libera
al procedimento di scioglimento del Partito Akp. Se si
arrivasse a tale scioglimento, 71 dei suoi esponenti, fra
cui il premier Recep Erdogan e il presidente Abdullah
Gul, sarebbero interdetti dall’attività politica per cinque
anni. Non è difficile vedere quale possa essere l’impatto
di una simile decisione.
Le ragioni che
muovono la Corte Costituzionale, e con essa gli alti
vertici militari, nascono dalla progressiva islamizzazione
del paese: cosa che ha potuto constatare chiunque abbia
visitato la Turchia più volte, negli ultimi anni. Il
panorama urbano è a poco a poco cambiato e il Paese intero
appare meno laico. Ecco perché la legge varata in gennaio,
che aboliva il divieto del velo per le donne che vanno all’università,
ha assunto questa importanza: era la punta di un iceberg
che osava sfidare il laicismo ufficiale.
L’Akp somiglia
a quei partiti la cui ispirazione è nello stesso
tempo chiara ed inconfessata. Il Movimento Sociale Italiano
degli inizi, ad esempio, fu un partito che, pur essendo
fascista di cuore, non poteva ammetterlo. La legge lo vietava.
Ma fascista era e come tale era sentito dall’intera comunità
italiana. Chi ne chiedeva la soppressione a termini di legge si
sentiva rispondere che non sarebbe servito a niente: sarebbe rinato
come Partito dei Patrioti, Partito Nazionale, Partito della Fedeltà,
continuando lo stesso ad essere il Partito Nazionale Fascista
in salsa democratica. Ma il Msi almeno era un partito minoritario;
l’Akp, partito “islamico moderato”, invece non solo in questo
momento ha il potere, ma di moderato ha solo la facciata. La
sua deriva religiosa è stata costante.
La Corte Costituzionale
ha già sciolto venti partiti, in passato.
La democrazia è sopravvissuta ma è comprensibile
che la maggioranza parlamentare - che rischia d’essere colpita
a morte - definisca quello della Corte un “tentativo di golpe
giudiziario”. L’Akp è al potere in base a libere elezioni
ed ha il diritto di governare. Teoricamente potrebbe anzi introdurre
la sciarià e dichiarare l’islamismo religione di Stato: solo
che una simile ipotesi provocherebbe forse una guerra civile.
E questo merita spiegazione.
La Turchia ha
rovinosamente perso la Prima Guerra Mondiale. Il
disastro è stato tale che essa ne è uscita
solo mediante la volontà di ferro di Mustafà
Kemal. Questi ha rifiutato le umiliazioni delle Potenze
vincitrici ed ha soprattutto capito che il suo Paese, se voleva
sopravvivere, doveva rinascere su altre basi. Cosa che ha ottenuto
col massimo di risolutezza, se non di brutalità: tanto
che in pochi anni ha totalmente cambiato il volto della nazione.
Ha rigidamente imposto il laicismo dello Stato e da un giorno
all’altro ha staccato la Turchia dall’Asia per portarla nel
Ventesimo Secolo e in Europa. La gratitudine per Atatürk (che
significa “padre dei turchi”) è stata sconfinata, tanto che
fino a poco tempo fa gli orologi pubblici sono rimasti fermi all’ora
della morte di questo padre della patria. Il kemalismo è divenuto
una sorta di religione di Stato.
Dopo questa
rivoluzione, la libertà politica nel Paese è
stata totale, con un solo limite: la fedeltà al kemalismo,
un’ideologia di cui i militari ed i magistrati sono i grandi
sacerdoti. Il governo e il parlamento possono fare ciò che
vogliono ma i principi fondamentali – soprattutto il laicismo -
devono essere rispettati. Se non lo sono, i militari sono pronti
a reimporli con le armi.
E qui si pone
il problema: chi dovremmo sostenere, i kemalisti
o i filo-islamici? Questi ultimi hanno il favore delle
urne (non plebiscitario, ma l’hanno), e tanto l’Unione
Europea quanto i media occidentali, occhiuti come sono nella
salvaguardia dei principi formali della democrazia, non
esitano a dargli ragione. Ma rimane lecito ritenere, sulla base
delle esperienze fatte, che è opportuno spezzare la deriva
confessionale, con ogni mezzo. Non si difende la democrazia
permettendole di farsi assassinare da una teocrazia. Di questo sono
più coscienti le persone colte e gli anziani (come i giudici
della Corte Costituzionale) che i giovani.
Una spiegazione
merita infine il fatto che la Turchia odierna abbia
tentazioni islamiste più forti che ottant’anni
fa, quando il Califfato era ancora recente e le tradizioni
musulmane universalmente diffuse. Allora tutti avevano
sotto gli occhi le conseguenze negative di quella mentalità
ed aderirono entusiasticamente al kemalismo; oggi,
i turchi sono come quegli ex-alcolisti che reputano che un
buon bicchiere se lo possono permettere. Con le conseguenze
che conosciamo.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 1 aprile 2008
ETERNA SPINELLEDIE:
MARZO 2008
Si omette la
parte iniziale dell’articolo di Barbara Spinelli.
È una sorta di tema di liceo: aria fritta incorniciata
d’alloro. Andiamo alla sostanza. I commenti sono
in corsivo e tra parentesi.
L’esperienza
dei governi Berlusconi l’abbiamo avuta ma contrariamente
a quello che sperava Montanelli non ne siamo usciti
vaccinati, (e la conseguenza non è, come si
potrebbe pensare, che forse non era una malattia e Montanelli
si sbagliava. No. La conseguenza è che oltre metà
degli italiani è scema e Barbara Spinelli non glielo manda
a dire) come forse non siamo usciti vaccinati neppure
dal fascismo (Per i distratti: Berlusconi=fascismo. E l’Italia,
per l’esattezza, è fascista da 86 anni, visto non ne è
uscita). Non è solo l’anomalia del politico-imprenditore
(attenzione: è anomalo il politico-imprenditore.
Non sono anomali il politico-magistrato, il politico-avvocato,
il politico-operatore di cinema, il politico-medico, il
politico-imprenditore-purché-non-sia-Berlusconi,
il politico-ingegnere…E soprattutto non è anomalo il
politico-senz’arte né parte. Che oltre tutto,
se non l’arte, la parte se la farà) che nascondiamo
alla nostra vista. Sono interi segmenti di realtà che
tanti s’ostinano a ignorare. Quel che costoro vedono sono
le innumerevoli cose consolatorie che Berlusconi mette
davanti agli occhi degli italiani perché non s’accorgano
di come corrono, e verso dove. (Mentre Veltroni in
questi giorni non sta promettendo niente. Per esempio, proprio
oggi, ha parlato di “abolire 5.000 - dicesi cinquemila -
leggi. Facciamo che Veltroni vinca le elezioni e facciamo che
costituisca il governo entro la fine di aprile. Tolti due mesi di
ferie, rimangono sei mesi, centottanta giorni. Se escludiamo
le domeniche, rimangono 155 giorni. Questo significa che il Parlamento
veltroniano abrogherebbe trentadue leggi al giorno. Ci creda chi
vuole. Anzi, no, siamo obbligati a crederci tutti: perché è
Berlusconi quello che “mette dinanzi agli occhi” degli elettori cose
consolatorie, mentre Veltroni offre solo granitiche certezze).
Che cosa non
si vuol vedere, della realtà e dei suoi precipizi?
In primo luogo: la piccolezza cui sono ormai ridotti gli
Stati-nazione, specie in un paese, come il nostro, gravato
da un debito che l’impiglia nell’impotenza. (Chi,
se non una poetessa, poteva scegliere il verbo “impigliare”?)
L’Alitalia è emblematica perché
l’idea che tanti se ne fanno è completamente distorta:
non è una grande compagnia, anche se ieri lo fu. Spende cronicamente
più di quello che guadagna, e nell’economia-mondo il
suo peso è nullo. A Friburgo, giovedì, Prodi ha parlato
il linguaggio dei fatti (com’è uso fare,
lo sanno tutti, soprattutto durante i mesi durante i quali è
stato a capo di un governo serio, forte, coeso e destinato a durare
tutta la legislatura) e dell’Occasione da cogliere quando
si è augurato che l’Alitalia possa «essere riammessa
nel grande circuito internazionale delle linee aeree»,
e «partecipare al grande schema europeo del trasporto aereo».
(Dopo questo sforzo di augurio, Romano Prodi ha
dovuto asciugarsi la fronte madida di sudore). Da soli magari
potremmo farcela, ma con sacrifici probabilmente ancora più
grandi di quelli oggi previsti.
La realtà che urge
contemplare non è solo questa, come abbiamo visto: è la debolezza
delle istituzioni italiane, dell’imperio della legge, della giustizia. È
il pallore mortale d’una classe dirigente (nel dubbio, tocchiamo ferro)
che non produce anticorpi pronti a sbarrare il cammino a chi fa politica
privatizzandola per proprio tornaconto, e sistematicamente non edifica ma
distrugge. Per esempio Milano Due. È stato necessario che intervenisse
il Financial Times, per dire che Berlusconi, con il suo no a Air France,
puntava semplicemente alla bancarotta d’Alitalia. (È stato necessario
il Financial Times, in mancanza di una nuova puntata della Bibbia).
In una democrazia
solida è difficile che un imprenditore senza
senso dello Stato e del bene comune vada al potere più
volte (abbiamo la prova, per una volta, di questa mancanza
di senso dello Stato e del bene comune in Berlusconi:
lo dice Barbara Spinelli), senza esser scartato prima
di tentare o ritentare. (Non solo: senza che quella
manica di imbecilli degli italiani abbia ascoltato il monito
della Pizia, pardon, della Spinelli). Quanto alla fragilità
delle istituzioni democratiche, i fatti creati dai governi
Berlusconi parlano da sé. Le leggi ad personam sono
un esempio. Ma c’è anche quel che è accaduto nella
caserma di Bolzaneto, tra il 20 e il 22 luglio 2001 dopo il G-8
di Genova. È una macchia che non sarà dimenticata,
e il governo d’allora ne è responsabile. (Mentre
il governo attuale non è responsabile né della spazzatura
di Napoli, né della situazione dell’Alitalia, né
del drammatico impennarsi dei prezzi – massima inflazione da dodici
anni - né di niente. Quello di Prodi è stato un governo
talmente serio, forte e coeso, che se appena si fosse mosso, avrebbe
realizzato il Paradiso in terra. Ma il Fato non l’ha permesso.
In compenso, non ha sbagliato una mossa. Nessuna nuova alluvione a Firenze,
nessun nuovo terremoto nel Belice, nessuna caserma Bolzaneto. Anzi,
non è piovuto né troppo né troppo poco,
e se nei fiumi non è scorso latte, è perché le relative
quote sono contingentate. Ecco perché ha lasciato un imperituro
e grato ricordo, in tutti gli italiani). La recente requisitoria
del pubblico ministero al processo su Genova è chiara: «Alla
tortura si è andati molto vicini». (E, come si sa, i
pubblici ministeri hanno sempre ragione. Tanto che se poi i giudici
assolvono - per esempio, nel caso di Andreotti - è segno
che in Italia non c’è giustizia. Solo i pubblici ministeri e
Marco Travaglio dicono la verità. E Barbara Spinelli, ovviamente).
Le violenze elencate non sono diverse da quelle praticate a Guantanamo
o Abu Ghraib. (Mentre sono diversissime da quelle che si praticavano
nei sotterranei della Lubianka o nelle carceri delle democrazia popolari.
Ma è facile sapere il perché: forse che nei gulag c’erano
gli americani? No. E dunque non è vero che lì i detenuti
stessero male. Se morivano, è perché gli stravizi fanno
male alla salute).
Lo storico Marco Revelli
ha ragione a concludere, scoraggiato, che il silenzio su Bolzaneto aprirà
un baratro impaurente (impaurente? Forse voleva dire “spaventante”? oppure
“terroroso”? oppure “intimorevole”?) fra molti giovani e le istituzioni.
Il modo in cui la requisitoria è stata
banalizzata creerà la «fuoriuscita di un’altra
Italia dall’Italia ufficiale» (il manifesto, 13
marzo 2008). (Accidenti, prima la signora ha citato il Financial
Times, ma ora gioca pesante: una che cita il “manifesto” non potrà
mai subire nessuna contestazione, sarebbe come mettere in discussione
la “Verità fatta giornale”). Ancora una volta, la realtà
vien fatta evaporare. Il male non visto a Bolzaneto… (ma
accidenti, chi è che non l’ha visto? Oppure, detto in
altro modo: ciò che non è stato visto, siamo sicuri
che ci fosse? O era qualcosa di diverso da ciò che crede d’aver
visto la giornalista? Ma soprattutto, che diamine dice? Si
sta celebrando un processo proprio per conoscere la verità
e lei dà per scontato che i giudici sono ciechi? O chiudono
gli occhi?
Non
so il lettore, ma io sono stanco. Chi vuole prosegua
da solo la lettura di accomodi e clicchi qui
. Incontrerà ancora Pascal, Malebranche, la folle du logis
ed altre perle di cultura e saggezza. Io no, mi fermo, sono stanco.
E poi, soprattutto, Domine, non sum dignus.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it -aprile 2008