archivio aprile 2008


I soldati del Faraone !
Questa sera, in Israele, domani nella diaspora, ha fine la settimana di Pesach ed esplode la festa di Mimouna, tradizionale e gioiosa celebrazione di origine ebreo-marocchina che segna la fine del divieto di mangiare hametz e l'inizio della primavera.
Si aprono le porte di casa, si mettono a disposizione di chiunque tavolate di dolciumi, ogni tipo di delicatezze, leccornie e tanta allegria, musica e balli.
La sera del Seder quasi tutti in Israele hanno lasciato due posti liberi alle tavole imbandite, uno per il profeta Elia e uno per i nostri soldati rapiti e scomparsi nel buio tunnel della barbarie araba. Alla fine della cena e della Hagada', la storia della Liberazione dalla schiavitu', il grido che, per disperazione, abbiamo ripetuto per 2000 anni, e che oggi continua per tradizione ( e forse per scaramanzia)
"L'anno prossimo a Gerusalemme".
Finita la schiavitu', liberta', liberta' per il popolo ebraico, i soldati del Faraone ci inseguono ma le onde del Mar Rosso si chiudono su di loro.

Liberi!
Non avevamo altro che un sogno, il sogno di Israele.
Liberi!
Oggi abbiamo Israele e ce lo vogliono togliere.
Liberi!
Oggi abbiamo un esercito glorioso che ci difende.
Liberi!
Oggi abbiamo ancora tanto odio da combattere.

Ma come fanno a odiare tanto? Non esiste una sola parte del mondo in cui non si urlino insulti contro Israele.
Carter , il peggior presidente nocciolina americano, quello che ci accusa di apartheid e che guadagna fior di soldoni col libro antisemita che ha scritto, e' andato da Meshal, capo dei terroristi di hamas.
E' andato, contro il parere di tutti, perche' lui, l'angioletto, vuole che facciamo la pace ed e' ritornato esultante perche' il capomafia palestinese, residente a Damasco, gli ha risposto:
" Ma certo, se Iraele si ritira entro i confini pre 67, rinuncia a Giudea, Samaria, Gerusalemme, Golan e magari anche a qualcosaltro, tipo difesa e sicurezza, io che sono un capomafia generoso concedo allo stato sionista 10 anni di TREGUA".
Mannaggia, com'e' buono lei, mister Meshal.
E fra 10 anni, quando praticamente Israele sara' relegato dentro pochi kilometri quadrati, e voi vi sarete armati fino ai denti, magari anche con armi nucleari, cosa faremo? Ci mettiamo a giocare a moscacieca cosi' ci gettate in mare con minor fatica?
Bastasse nocciolina Carter ! Lui e' solo uno dei tanti nostri odiatori.
Abbiamo anche un'ebrea, premio nobel per la letteratura, Nadine Gordimer, sudafricana, comunista, candidata al Premio Israele...perche' Israele premia persino i propri nemici se no come farebbe ad essere cosi' naive e autolesionista....una ottantaquattrenne che odia Israele e che e' sprofondata nel dilemma: vado , non vado, accetto o non accetto il premio prestigioso da quel paesaccio schifoso ?
Un'altra ebrea antisemita americana( gli ebrei antisemiti non mancano mai, si autofecondano), Susan Sontag, aveva ricevuto il premio Israele nel 2001 e all'epoca la comunistissima Gordimer l'aveva invitata a non andare a ritirarlo in spregio al paese fascista che osa difendersi dai loro adorati palestinesi.
La Sontag, invece aveva ceduto alla propria superbia , ed era andata a Gerusalemme, ahi ahi ahi, Gerusalemme Capitale di Israele ahi ahi ahi che tradimento per i suoi protetti, a ritirare premio e onori.
Io glieli avrei sventolati sotto il naso e poi le avrei detto "Ci abbiamo ripensato, Sontag, ci odi troppo per meritarti questo. Pussa via!".
Sarebbe stata una scenetta con i fiocchi, di quelle che ti rappacificano col mondo intero.
Nadine Gordimer, ebrea, comunista, antisemita ha detto in un'intervista di aver ricevuto centinaia di email che la invitano a non andare a Gerusalemme e a rifiutare sprezzantemente il premio.
Primi fra tutti Hilary e Steven Rose, la britannica coppia maledetta e malefica, leader del boicottaggio culturale contro Israele, che addirittura la implorano di non farsi complice della politica razzista israeliana..
Nadine Gordimer ci deve pensare, superfluo dire che spererei per lei la stessa scenetta sognata per la Sonntag.

Ma come fanno a odiare tanto e con tanta costanza, senza mai perdere un colpo?
Come fanno?? Non si stancano?
In Italia qualche decerebrato criminale ha di nuovo contestato la Brigata Ebraica, durante le celebrazioni del 25 aprile.
Sbeffeggiato il ricordo dei 5000 ebrei sionisti venuti a liberare l'Italia dal nazifascismo e insultata la loro bandiera.
Partigiani ebrei insultati e minacciati da un paio di comunisti senza anima, cervello, cuore e anche senza vergogna.
Direte, ma dai, solo pochi idioti ideologizizzati.
Si ma sempre pochi di troppo.
E cosa succede a Torino, alla viglia dell'inaugurazione della Fiera del Libro, ospite d'onore Israele?
Ehhh, a Torino si affilano le unghie, i soliti decerebrati criminali si preparano a boicottare Israele e la cultura israeliana, si preparano con manifestazioni di odio, picchetti con bandiere palestinesi, cartelloni in cui si fa sempre il paragone sionismo = nazismo.
Maledetti maledetti maledetti.
L'odio che hanno, anziche' soffocarli, li rigenera, La lista e' lunga ma non completa e credo che aumentera' perche' l'odio gli da forza, l'odio li fa vivere, l'odio contro l'ebreo sotto ogni forma, sia di uomo singolo che di Nazione:
Action, ASP,
Associazione Svizzera Palestina, Associazione Casa della Pace (Roma), Associazione di amicizia Italia- palestina (Firenze), Associazione di amicizia Sardegna-Palestina, Associazione Ghassan Kanafani -- LUCCA, Associazione I Mediterranei (Milano), Associazione Michele Mancino (Roma), Associazione politico-culturale L?altra Lombardia - SU LA TESTA, Associazione Wael Zwaiter, Associazione Zaatar -- GENOVA, Carc, Cecina Social Forum, Centro di Iniziativa Popolare (Roma), Centro occupato autogestito Transiti (Milano), Centro popolare occupato La Fucina (Sesto S. Giovanni), Centro Sociale Vittoria (Milano), Che fare? Redazione di Salerno, Circolo Arci Agorà (Pisa), Collettivo 20 luglio (Scienze Politiche Università di Palermo), Collettivo internazionalista di Napoli, Collettivo Orientale di Napoli, Comitato Ricordare la Nakba (Torino), Comitato di solidarietà con il popolo palestinese (Torino), Comitato di solidarietà internazionalista Dino Frisullo, Comitato di sostegno alla resistenza palestinese (Versilia), Comitato Palestina Bologna, Comitato Palestina nel cuore (Roma), Comitato promotore per il boicottaggio (Torino), Comunità Araba (Napoli), Comunità palestinese di Roma e del Lazio, Confederazione Cobas, Comitato di solidarietà con l'intifada -- Palermo, Coordinamento per l'unità dei comunisti, Coordinamento toscano di solidarietà con la Palestina, Corrispondenze metropolitane, (Roma), Forum Palestina, Gruppo di sostegno al popolo palestinese (Massa e Carrara), Infopal (redazione), International Solidarity Movement (Italia), Libreria Gramigna (Catania), Lotta e unità per l'organizzazione proletaria, Militanz CdP (Napoli), Nuovi partigiani della Pace (Torino), Partito Comunista dei Lavoratori, Partito dei Comunisti italiani, Progetto "La Sicilia con la Palestina", redazione de "L'Ernesto", redazione di "Resistenze.org", redazione di Salento "Che fare?", Rete dei Comunisti, rete nazionale Disarmiamoli!, rete No War -- Roma e Lazio, Salaam, ragazzi dell'Olivo (Trieste), Spazio Antagonista Newroz (Pisa) Unione Democratica Arabo Palestinese (Italia), ...

Impressionante, decisamente.
I soldatacci del Faraone ci inseguono ancora per sterminarci ma noi siamo qui ormai!
Noi siamo in Israele, liberi, dinamici e, nonostante le tragedie che ci colpiscono e il continuo stato di guerra, siamo anche pieni di gioia di vivere.
Siamo liberi in Israele, abbiamo creato una Nazione dal niente, abbiamo creato una Casa per il Popolo Ebraico, una Casa bellissima, piena di verde e di fiori, di cervelli, di cultura, di Sapere, di giovani meravigliosi e felici.
Liberi in Israele e prima o poi le acque del Mar Rosso si chiuderanno ancora una volta sui nostri odiatori.
La storia insegna, comunisti dei miei stivali: tutti quelli che hanno voluto il nostro male si sono estinti miseramente e noi siamo ancora qui.
Liberi in Israele, pronti a festeggiare i primi 60 anni del nostro Paese, i primi 60 anni dell'era moderna, con 5000 anni di storia negli occhi dei nostri figli che , forti del nostro passato, guardano al futuro, con vigore, forza d'animo e speranza.

Pesach, la Festa della Liberta', e' finita.
Si mangi, si balli, e si canti!
E chi ci odia si soffochi col suo stesso veleno.


Deborah Fait -http://www.informazionecorretta.com

UNA TESTIMONIANZA SUL ‘68
L’italiano che nel 1922 aveva vent’anni, ne ebbe poi quarantatré nel 1945: tutto si può dire, tranne che non abbia conosciuto il fascismo per esperienza. E tuttavia c’è una differenza fra chi ha affrontato il fenomeno da storico, da politologo, da economista, e chi in quel periodo ha guidato un autobus urbano, è stato pediatra o meccanico. Questi ultimi hanno vissuto il tempo del fascismo ma non l’hanno “studiato”: sono dei testimoni, non dei maestri della materia.
Questa esperienza io l’ho fatta col famoso ’68. In quell’anno ero abbondantemente maggiorenne ma sin dal primo momento l’ho ritenuto un fenomeno così superficiale, così sciocco, così passeggero, da sdegnare di occuparmene. E a fortiori di studiarlo. Non avrei mai previsto che se ne sarebbe parlato seriamente, magari per trarre bilanci, ben quarant’anni dopo. Oggi ne parlo dunque da testimone e non da competente.
Il ’68 sul momento mi è sembrato una moda, anzi, uno scimmiottamento dell’America. Un fenomeno nato da quello stesso spirito di imitazione che ha spinto i francesi, titolari del mitico cognac, a bere whisky. E un po’ tutti, in Europa, a parlare di meeting invece che di incontri, di management invece che di gestione, di party invece che di festicciola. A Berkeley, in California, dei giovani smidollati avevano cominciato a fare follie, a contestare tutto e tutti, e la cosa piaceva. Dunque tutti furono americani. In Francia anzi – col professionismo della rivoluzione che è caratteristico di quella nazione – si arrivò alle rivolte di strada. Al pericolo per la stabilità della Repubblica. A De Gaulle che vola in Germania per parlare col Generale Massu ed essere sicuro del sostegno dell’esercito.  Ma a Parigi la mini-rivoluzione che aveva come insegna “la fantaisie au pouvoir” (ma non andava oltre la fantasia come programma politico) presto si smarrì. I francesi sfilarono in massa per dichiarare il loro appoggio a De Gaulle, manifestarono l’ovvia richiesta che si mettesse un termine al “bordel” ed ebbero due settimane di vacanza. Il Maggio Francese’68 si sgonfiò come un soufflé fatto male, anche se i giornali di sinistra (in particolare un indimenticabile Nouvel Observateur) scrissero: “à la rentrée on remet ça”, in autunno ricominceremo. Non ricominciò nulla. Il ’68 era finito.
Il caso dell’Italia, come spesso avviene, è particolare. Da noi le mode arrivano in ritardo ma mettono radici più profonde che altrove. Quando in America Berkeley era ridivenuta soltanto un’università, e in tutta l’Europa quella stagione rimaneva un episodio, in Italia i militanti del ’68 divennero legione, fino a formare una generazione che, non essendosi mai impegnata in un’azione concreta, poté considerarsi rivoluzionaria e coraggiosa solo perché nessuno le sbarrò la strada. I sessantottini, ai miei occhi, erano come bambini che agitavano spade di legno, ma nessuno osava opporsi per paura di passare per parruccone.
La società adulta sembrava vergognarsi di sé e dei propri valori e i giovani, privi di modelli, elevarono ad ideologia la ricreazione scolastica. Sembravano tutti adolescenti finalmente liberi dal controllo dei grandi. E che cosa fanno, costoro, se li si lascia fare? Cercano di fare l’amore con le coetanee; dichiarano che gli adulti sono stupidi mentre loro sono belli e intelligenti; pensano a divertirsi e non a studiare (ma vogliono essere promossi lo stesso) e i più pensosi dichiarano che il mondo non ha aspettato che loro per introdurre nella vita la fantasia, la libertà, la poesia.
Li guardavo con compatimento. Capivo benissimo che volessero fare l’amore con le ragazze: era il punto di vista del testosterone. Capivo meno che accusassero chi non si comportava come una prostituta di avere dei pregiudizi. Mi indignavo vedendo che non si rendevano conto del fatto che anche loro sarebbero divenuti degli adulti. E come tali si sarebbero comportati. “Notai”, avrebbe detto Georges Brassens.
L’enorme sciocchezza che stava al fondo dei loro sentimenti era l’idea che la società fosse organizzata com’era organizzata solo per far dispetto ai giovani. La severità dei professori è sempre servita per far sì che un ingegnere costruisca case e ponti che non rovinano, medici che non ammazzano, magistrati che non commettono troppe ingiustizie. Per questo ero sicuro che, passata la ventata, tutto sarebbe tornato esattamente come prima. E qui mi sbagliavo.
Il ’68 è passato, ed anche il ’78, ed anche l’88, ma non tutto è stato come prima. Una ventata di liberazione e di contestazione, anche se al prezzo di qualche sbracamento, ha reso più guardinghi coloro che disponevano del potere. Ha effettivamente liberalizzato costumi sessuali che prima erano eccessivamente repressivi e ha dato la sensazione di un rinnovamento. Nulla di profondo, come quando si ridipingono le pareti senza cambiare né i muri né il mobilio: ma meglio di niente.
È rimasta da allora una certa tendenza alla “togetherness”, a far gruppo per non sentirsi soli, anche se non è cosa che aiuti il senso critico e l’indipendenza del pensiero. La volontà di abolire la gelosia, allora proclamata, si è ovviamente rivelata inane, ma ha contribuito a rendere ridicoli certi atteggiamenti, specialmente nel Sud Italia. Il tentativo della coppia aperta non poteva che essere sterile, ma ha contribuito a demitizzare il sesso. L’incoraggiamento ai timidi e agli “inferiori”, la tolleranza, il femminismo sono altre cose positive, anche se spesso più di facciata che di sostanza. Il pacifismo irenico, infine, è stato solo una sciocchezza, ma esso non è dipeso dal ’68. È una baggianata eterna.
Il tempo è passato. I sessantottini sono diventati “notaires”, e se hanno avuto delle figlie hanno fatto di tutto perché non si comportassero come prostitute. Inoltre, quando hanno avuto bisogno di un medico, non si sono informati su quale fosse di mentalità più aperta: hanno cercato il più competente. Come facevano gli orribili adulti di una volta. Quelli che all’università bocciavano con disinvoltura gli studenti impreparati.
Il reducismo dei sessantottini – o quello che ne rimane - è un fenomeno puramente italiano e patetico. In Grecia, al tempo dei grandi tragici, si mettevano alla berlina coloro che, per troppo tempo, avevano magnificato la battaglia di Maratona. Il reducismo di quegli opliti era divenuto fastidioso, un po’ come le celebrazioni della Resistenza in Italia. Ma almeno, che diamine, quei soldati avevano veramente combattuto; avevano veramente salvato la Grecia dai persiani. Invece i sessantottini hanno celebrato e celebrano una rivoluzione che non hanno fatta, rischi che non hanno corso, idee politiche che non hanno avuto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 aprile 2008

ALITALIA: I VERI COLPEVOLI
Oggi ci si trova ad affrontare il problema Alitalia negli stessi termini in cui lo si sarebbe affrontato dieci anni fa: solo che, affrontandolo allora, non avremmo buttato al vento le imposte che i cittadini hanno pagato stringendo i denti ed imprecando sottovoce. Di chi la colpa? I tecnici daranno al riguardo particolareggiate risposte, ma ne esiste una che va dai pochi, i governanti, ai molti, i semplici cittadini.
L’Alitalia è una compagnia aerea fallita da molti anni, dal punto di vista economico: se continua a volare non perde il proprio denaro, ma il nostro denaro. Se lo Stato ha continuato a tenerla in piedi (ad un costo stratosferico, da venti a ventottomila miliardi di lire) è perché, nel caso avesse chiuso, avrebbe creato un problema troppo grosso. Il governo non ha finanziato l’Alitalia perché l’amasse, e neppure perché sperasse di vederla riprendersi economicamente: ha solo rinviato il problema alla legislatura successiva. Fino al momento in cui nessuno ha fatto credito alla Compagnia e l’Unione Europea non ha vietato allo Stato italiano di continuare a svenarsi. Anzi a salassare i cittadini.
Il professore di fisica non proverebbe mai a realizzare il moto perpetuo, l’ignorante ancora tenta. Nello stesso modo, mentre l’economista sa che chi opera in deficit finirà col chiudere, il politico si chiede se la chiusura gli procurerà dei moti di piazza, o addirittura la caduta del governo, e a quel punto, dal momento che paga Pantalone, compra qualche mese o anno di pace. Come diceva Andreotti, meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Anche se tirare a campare costa un bel po’ di denaro ai cittadini. Ma che importa, il denaro dei cittadini?
Tutto questo non serve a condannare Silvio Berlusconi o Romano Prodi, anche se ambedue hanno governato per anni. L’errore è nel sistema politico-sociale, dominato dai sindacati, dalla demagogia, da “ideali” che non tengono conto dell’economia.
Un Paese come l’Italia mai e poi mai dovrebbe detenere senza necessità quote di proprietà di una società che potrebbe operare in regime privatistico. Il contatto con la mano pubblica è esiziale. Non appena dipendenti e sindacati hanno la sensazione di avere come controparte la cosa pubblica, sanno che possono tirare la corda indefinitamente. L’impresa non fallirà mai, non più di quanto può fallire il Ministero della Difesa. Lo sanno per esperienza: da quanti decenni sono in passivo le ferrovie?
L’Italia è vittima dei suoi ideali e dei suoi dogmi. Quando una branca di attività è molto importante, milioni di cittadini pensano che dovrebbe occuparsene lo Stato: per moralizzarla e calmierarla. Poi, quando lo si fa, non si ha né la moralizzazione né l’economia dei costi, e si perde anzi la possibilità di rivolgersi ad altri, ma questo non insegna nulla. Gli italiani passano a sognare la successiva nazionalizzazione. L’ideale prevale sull’esperienza.
Tutto questo tocca il suo colmo con l’Alitalia. Se, per le ferrovie, si poteva dire che erano il mezzo di trasporto dei poveri, e dunque assolutamente strategico soprattutto per un paese stretto e lungo come l’Italia, che dire per la compagnia aerea? Erano forse i poveri che volevano risparmiare tempo sulla tratta Roma-Milano? Essi affrontavano senza fiatare le ventiquattr’ore e più di treno tra Siracusa e Torino, perché gli aeroplani costavano di più. Dunque il finanziamento alla compagnia aerea è stato un favore ai ricchi, non ai poveri; e non gli si è neppure fatto un reale favore: infatti volare con Alitalia costa moltissimo. Se l’Italia fosse regalata a Ryanair, chissà quanto risparmieremmo.
Oggi finalmente è l’Unione Europea - non i politici, non la società indignata – a vietare che si continui a gettare denaro nel pozzo senza fondo di quella società. Siamo come quei giocatori impenitenti che smettono di frequentare il casinò solo quando li buttano in galera. Sono da compiangere tutti i governi: qualunque cosa facciano, saranno duramente criticati. Il problema è quello di far galleggiare un ferro da stiro col divieto di modificarlo. Bisogna solo “convincerlo” a non affondare.
Quelli che non sono da compiangere sono gli italiani, che pure tanto hanno pagato e pagano. Perché se in passato qualcuno avesse lasciato Alitalia al suo destino, e si fossero visti in piazza migliaia di dipendenti improvvisamente disoccupati, che magari avessero bloccato autostrade e distrutto vetrine, i nostri cari connazionali avrebbero dato ragione ai dimostranti e torto ai governi. E allora, come disse qualcuno che conosceva l’Italia, “quelli che tu difendi non sono migliori di quelli che tu attacchi”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 aprile 2008

Fuksas
Chissà perché Massimiliano Fuksas, architetto di meritata fama, solitamente persona dal tratto gradevole e gentile, ha voluto esporsi a una così goffa brutta figura nel corso dell'ultima puntata di Annozero.
Tuonava furente e indignato contro Berlusconi, reo di aver dato prova per l'ennesima volta della sua abissale ignoranza attribuendo erroneamente a Giulio Cesare una massima che invece era di Cicerone. E invece no, Plutarco alla mano, aveva ragione Berlusconi.
Che figuraccia. Il depositario della cultura e del sapere sbaragliato dal videocrate grossolano, dal parvenu senza stile, dal prototipo dell'Italia incolta che fa il pieno di voti e umilia la nobile minoranza delle buone letture. E delle buone maniere. Fuori tempo massimo, è come se Fuksas avesse voluto fare il verso a quella corporazione dei colti che da quindici anni sembra consumarsi e intristirsi nella maledizione del suffragio universale. Inebriata dalla presunzione della propria superiorità morale, si è inabissata in quella caricatura dell'eccellenza che Luca Ricolfi ha definito «complesso dei migliori», vituperando senza requie la nuova plebe teleguidata e priva a suo dire di ogni nozione etica ed estetica (e di etichetta).
Quando Ricolfi si è chiesto se la sinistra culturale avesse il sentore di quanto la sua immagine risultasse quella di una «casta» supponente, boriosa, snobistica, insomma decisamente «antipatica» la risposta standard, formulata non senza una nota di fastidio intellettuale da Michele Serra, era che l'antipatia del rigore e della serietà in politica è sempre meglio di una simpatia prefabbricata, di una piacioneria demagogica che vellica spudoratamente gli umori più primitivi dell' elettorato. Come se l'antipatia dei «migliori» fosse un tratto caratteriale e non un crampo culturale che scava un fossato con l'Italia reale, consegnata imperiosamente nel recinto maleodorante della volgarità, del plebeismo chiassoso e pacchiano, dell'inferiorità etica e sociale.
E via allora alle recriminazioni contro gli effluvi del «grigio diluvio democratico», quella gretta potenza dei numeri deplorata da Gabriele D'Annunzio con un'immagine che è traslocata in un campo culturale e ideologico non previsto dal superomismo dannunziano. E sempre con le stesse invettive, con le stesse pose improntate al disgusto, con l'aria afflitta di chi trova repellente il mondo dei più, tutto un tramestio di vongole e di Suv, e di massaie ipnotizzate dalla televisione. Un dualismo antropologico che ha trovato espressione nel cinema (Ferie d'agosto di Paolo Virzì), nel chiacchiericcio giornalistico, persino nella saggistica più complessa e profonda, con un indimenticabile studio di Gustavo Zagrebelsky del 1995 in cui si avanzava la certezza che la «massa manovrabile» e sobillata delle democrazie plebiscitarie, nella scelta tra Barabba e Gesù, non possa che infliggere il «crucifige!» al misconosciuto Figlio di Dio.
Ecco il retroterra che, nella sua disputa televisiva con il Caimano, ha ispirato l'incauto Fuksas. Che potrebbe utilmente correggersi dando l'esempio al ceto dei colti frastornato dalla sconfitta: rimettendosi a studiare. È meno gratificante che dilettarsi nel «complesso dei migliori», ma non è una pena così tremenda.

Pierluigi Battista - Da: corriere.it

IL VIZIO DI BERE PETROLIO
I giornali ripetono ogni giorno che i prezzi del petrolio salgono a livelli impensabili e parlano dell’aumento del costo dei prodotti alimentari di base, tanto che si parla di un imminente problema della fame per molti milioni di persone. Per questo secondo caso, alcuni dànno la colpa alla concorrenza della produzione agricola di biocarburanti. Il fatto è dubbio ma poco importa: se il prezzo del petrolio fosse basso, non converrebbe certo produrre etanolo. Il problema del greggio e il problema alimentare sarebbero dunque solo uno, il prezzo dell’energia.
Per l’energia si può fare un parallelo col vizio del bere. Anche un bambino sa che l’alcool, salvo un bicchiere di vino a pasto, fa male. E tuttavia fra “sapere” in teoria e “sapere” anche emotivamente, c’è molta differenza. È per questo che tanta gente beve. Perché sul momento non vede le conseguenze negative e le rinvia inconsciamente ad un incerto domani che, spera, non arriverà mai. Ma arriva.
Per decenni, i catastrofisti hanno predetto l’imminente esaurimento del petrolio e, con Malthus, i pericoli della sovrappopolazione. Esageravano, certo. Il petrolio ha continuato a sgorgare copioso per molto tempo e perfino le popolazioni che morivano di fame hanno cominciato a mangiare meglio (India, Cina). È stato come se il medico avesse detto al bevitore che, stranamente, il suo fegato era migliorato invece che peggiorato, dall’ultima visita. Ma la realtà è testarda. Ciò che è fatale si verifichi, prima o poi si verifica. Prima è stato necessario sorridere dei catastrofisti, ora è necessario svegliare chi crede che stiamo attraversando una crisi congiunturale.
Il costo dell’energia aumenta perché aumenta la domanda, e questa domanda è improbabile che venga meno perché è improbabile che gli italiani ricomincino a circolare in calesse. Dunque il problema va affrontato a viso aperto: che avverrà, quando il prezzo dell’energia “impazzirà”, nel senso che si aprirà un’asta spietata per accaparrarsi il greggio ed avere la possibilità di circolare ancora in automobile?
L’asta sarà ovviamente vinta da chi può pagare il prezzo più alto. Europei occidentali e statunitensi, per cominciare. Ma costoro dovranno rassegnarsi a pagare un prezzo tanto salato da costringere milioni di cinesi o milioni di indiani ad andare a piedi. Inoltre, gli Stati che fino ad ora hanno avuto nelle accise sui carburanti una generosissima mucca da mungere, dovranno rassegnarsi ad abbassarle moltissimo, perché diversamente il Paese rischierà la recessione. Infine, malgrado la riduzione della domanda, il prezzo del greggio salirà lo stesso. In natura non si crea nuovo petrolio e la produzione nel tempo andrà a scendere.
Rimane, per gli impianti fissi, la soluzione nucleare. Questa è ottima da molti punti di vista ma da un lato non è adeguata alla circolazione su gomma, dall’altro richiede, per essere adottata da Paesi “spensierati” come l’Italia, parecchi anni. Non si creano centrali nel giro di pochi mesi. La Francia avrà problemi soprattutto sulle strade, l’Italia avrà problemi sulle strade, nelle case e nelle fabbriche.
L’ultima speranza - ma solo per gli impianti fissi - è che gli scienziati realizzino la fusione nucleare. A quel punto si disporrebbe di una quantità di energia elettrica praticamente infinita, perché avremmo creato un sole artificiale. Ma ci si prova da decenni e non ci si riesce. Chissà, forse è impossibile.
Attualmente, all’orizzonte si vedono solo nuvoloni neri. Il futuro tuttavia ha la caratteristica fondamentale d’essere imprevedibile e sperare non costa nulla.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 23 aprile 2008

VITTORIO MANGANO
Ogni tanto si hanno delle curiosità. Si sente citare Marcione come qualcuno che una persona colta dovrebbe conoscere e si va a cercare chi è in qualche enciclopedia. Scoprendo che non si tratta né di un politico del Sud, né di un giocatore di calcio né di un console romano. Qualcosa di analogo può avvenire con le date. Uno che ami la Sinfonia Fantastica di Berlioz non può non apprezzarne l’estro, l’originalità spesso audace, la distanza che lo separa da quel Settecento regolare e un po’ paludato che fu il secolo di Haydn. A naso, uno piazzerebbe quell’opera dopo la Quarta di Brahms e prima del Titano di Mahler. Poi si va a guardare un’enciclopedia e si scopre con sbalordimento che quell’opera fu scritta appena ventun anni dopo la morte di Haydn. Bisogna rivoluzionare tutto quello che si sapeva e si pensava al riguardo.
Un’esperienza del genere si può vivere se si è stanchi di sentir parlare di quel tale Vittorio Mangano, stalliere di Berlusconi ad Arcore. Lo si cita da quattordici e più anni, come prova dei rapporti fra il Cavaliere e la mafia, ed uno può immaginare chissà che: poi va a guardare i dati e scopre che si è completamente fuori registro. Questo tizio, pluripregiudicato e appassionato di cavalli, è stato  “stalliere” ad Arcore negli anni 1973-’75. Sostanzialmente vent’anni prima che Berlusconi entrasse in politica.
Come, e tutto quello che si è detto e scritto? Che senso ha pestare l’acqua nel mortaio rispetto ad un rapporto – per quanto se ne sa solo professionale – che si sarebbe concluso vent’anni prima di quando avrebbe potuto avere importanza per la politica? E se fra questo Vittorio Mangano e Berlusconi ci fossero stati rapporti “mafiosi”, non sarebbero bastati vent’anni, dal 1973 al 1993, perché la magistratura indagasse su di essi, e accusasse Berlusconi? È proprio infondato il sospetto che si rivanghi su tutti i toni questa storia solo perché si conta sulla superficialità dei lettori? Si continua a ripetere “Mangano stalliere di Berlusconi ed emerito mafioso”, in modo che la gente faccia il collegamento. E beva la panzana. Come l’ha bevuta fino ad ora chi qui scrive. Solo oggi ho scoperto che la presenza di Mangano ad Arcore era finita vent’anni prima che Berlusconi scendesse in campo. Potrei giustificarmi dicendo che non ho mai dato importanza alla cosa e per questo non ho verificato: ma rimane il fatto che, per anni, non ho tenuto conto del fondamentale dato temporale. La disinformazia, di cui la sinistra è maestra, per una volta ha funzionato anche con me.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -20 aprile 2008

INTERVISTA A DI PIETRO
L’intervista a Di Pietro (di Monica Guerzoni, sul “Corriere”) è sapida. Ecco alcuni passaggi con qualche commento in corsivo.
È stato proprio il Cavaliere dal 2001 al 2006 ad aver creato insicurezza. È uscito di notte a violentare le ragazze? S’è appostato accanto agli Uffici Postali per rapinare le vecchiette? E comunque non si capisce perché la sicurezza non è stata creata neppure negli anni del centro-sinistra, 1996-2001 e 2006-2008. Solo il Cavaliere poteva crearla?
Agli italiani non importa nulla della separazione delle carriere, chiedono più poliziotti nelle strade, rimpatrio immediato dei clandestini… si potrebbe chiedere a Di Pietro se la sinistra avrebbe approvato queste misure o non le avrebbe definite fasciste. E si potrebbe anche chiedere se il suo partito avrebbe votato a favore.
Noi siamo il partito del fare, il Pdl è quello delle parole. Per fortuna, Berlusconi non dispone di un copy right, per gli slogan.
Bisogna ridurre da tre a due i gradi di giudizio e varare una legge di una riga per l'esecuzione anticipata della pena, dopo il primo grado di giudizio, per i reati più gravi...». Grande esempio di civiltà giuridica. Non merita commento.
Berlusconi è un pericolo. Il suo ritorno è l'avvento della dittatura dolce. Di Pietro è in ritardo di un giro. L’antiberlusconismo viscerale non è più di moda.
La sua politica si basa sul libero arbitrio. Il nostro senatore non distingue l’arbitrio (la possibilità di agire senza limiti di regole) dal libero arbitrio, categoria teologica, chiamata correntemente libertà di agire.
Dando dell'eroe a Mangano ha rivalutato la classe mafiosa. Dell’Utri e Berlusconi hanno detto che Mangano è stato eroico nel non calunniare degli innocenti. Visto che, secondo Di Pietro e molti altri, in questo hanno sbagliato, se ne prenda nota: è eroico chi calunnia gli innocenti. Inoltre, si veda l’articolo seguente.
Tocca a noi aprire gli occhi ai cittadini. Ma molti, visti gli oftalmologi, temiamo di restare ciechi.
Se la magistratura non si adegua lui [Berlusconi] la porta dallo psichiatra? E se invece fa follie Di Pietro l’applaude?
Intervistatrice: Si dice che non voglia fare il gruppo unico col Pd perché da sola l'Idv ottiene cinque milioni di rimborsi in più. “È squalificante e riduttivo, risponde Di Pietro,  i soldi non vanno a noi ma all'attività del gruppo”. Al suo gruppo. Che è come dire: non li metto nella tasca della giacca, ma in quella dei pantaloni.
Intervistatrice: È disposto ad allearsi con l'Udc, come piacerebbe a D'Alema? “Se Casini sottoscrive un impegno formale a non candidare persone condannate allora sì”. Meglio un cretino incensurato che un genio della politica che ha avuto la sfortuna di ammazzare un pedone? Questa possibile simpatia per i cretini è sospetta.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -.20 aprile 2008

Un paese a rovescio  
Un lettore di Camillo, Carlo, mi fa notare che l'Italia ora è ufficialmente il paese che considera reato arruolare addetti alla sicurezza in Iraq (rinvio a giudizio di Stefio, uno degli ex ostaggi italiani) e lecito  arruolare kamikaze che insanguinano l'Iraq (giudice Clementina Forleo .
I comunisti non ci saranno più, ma finché ci saranno questi magistrati non ne usciremo.+

Dal blog CAMILLO


L’ESTREMA SINISTRA È MORTA?
Il risultato delle recenti elezioni ha fatto dire a molti che, finalmente, il muro di Berlino è caduto anche in Italia. Il nostro Parlamento – come quello dei paesi più avanzati – non ha più comunisti. Gli italiani si sono accorti che l’ideologia della falce e martello ha fatto il suo tempo e non costituisce una risposta ai problemi contemporanei. Ed altro ancora. Ma sempre nel senso che gli elettori hanno decretato la fine di una formula di partito. In Parlamento ci sarebbero solo moderati di centro e di centro-destra, con ciò stesso affermando che la sinistra in quanto tale è morta.
Se è lecito andare contro l’opinione dei più, si può invece sostenere che tutto è sbagliato. Non è vero che da un giorno all’altro tutti coloro che votavano per Rifondazione o per Diliberto siano diventati moderati. Sono ancora lì, tutti vivi e vegeti. E sono ancora comunisti. Ciò che è venuto a mancare è il loro voto all’estrema sinistra. E per capire come mai ciò sia avvenuto, bisogna mettersi nei panni di uno che ha sempre votato a sinistra, prima Pci e poi, costantemente, Prc.
“Io sono per il comunismo, dirà costui, puramente e semplicemente. Magari senza gli orrori dello stalinismo, ma sono per il capitalismo di Stato, per una vera uguaglianza dei cittadini e per il potere ai lavoratori. Dunque, se non avessi altre preoccupazioni politiche, voterei ancora per il Prc. Ma ho visto come sono andate le cose col premio di maggioranza regionale al Senato. Prodi ha visto i sorci verdi e non è caduto prima per miracolo. Ora quei figli di buona donna di Veltroni e dei suoi amici ci hanno scaricati e noi rischiamo di non avere senatori: in quante regioni supereremo l’otto per cento? Forse in poche. Forse in nessuna. Dunque se voto per il Prc non concludo nulla. Non sono contento di aiutare Veltroni ma se voglio almeno andare contro Berlusconi, non mi rimane che turarmi il naso e votare Pd. Non ho scelta. Per impedire che il Paese ricada nelle mani della destra reazionaria, dovrò sperare che vincano dei timidi e ipocriti centristi”.
Se il ragionamento è esatto ne deriva che non è successa nessuna di quelle meditazioni epocali che si descrivevano all’inizio. Non è caduto nessun muro di Berlino e i comunisti non sono affatto diminuiti di numero. Soprattutto dal momento che sono tali per rocciosa convinzione. È solo avvenuto che la legge elettorale ha reso irrilevante chi non raggiunge il quattro per cento alla Camera e l’otto per cento al Senato. Nelle precedenti elezioni l’Unione aveva eliminato il problema, perché aveva accolto i piccoli partiti sotto le sue ali. Stavolta ha invece accettato solo l’Idv (decretandone l’immeritato successo) ed ha fatto sparire la sinistra estrema. Nessuna maturazione politologica, nessuno sconvolgimento epocale, nessuna rivoluzione nel quadro politico. Solo l’applicazione di una legge elettorale diversa.
Ecco perché la domanda: la sinistra estrema ha un futuro? è mal posta. Ciò che ci si dovrebbe chiedere è: la sinistra estrema ha un futuro parlamentare? E qui la risposta è semplice: no. I risultati del 14 aprile dimostrano che la legge elettorale favorisce i grandi partiti e dunque essi non rinunceranno facilmente agli utilissimi sbarramenti.
In conclusione non sono stati gli elettori che hanno decretato la morte dei partiti comunisti, è stata la legge elettorale. Questa ha dimostrato da un lato che la sinistra estrema non ha un sufficiente supporto nel paese (diversamente avrebbe superato gli sbarramenti), dall’altro che, di fronte all’interesse dei due grandi partiti di massa, non ha speranze.
La sinistra probabilmente non ha un futuro parlamentare solo perché non glielo consentiranno. Il superamento ideologico dell’estremismo avverrà col tempo e con la coscienza dell’irrilevanza elettorale. Solo allora l’elettorato supererà questa sindrome adolescenziale chiamata comunismo italiano.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 19 aprile 2008


L’ERRORE DEL PD
La tendenza ad attribuire tutta una politica ad una sola persona sembra irresistibile. Berlusconi guida una maggioranza di centinaia di persone ma domani si dirà “Berlusconi ha fatto questo”, “Berlusconi ha fatto quello”. Nello stesso modo, si attribuiscono a Walter Veltroni decisioni ed atteggiamenti che non possono essere solo suoi personali. Un solo uomo non può imporre un cambio di direzione drammatico rispetto a tutto ciò che la sinistra ha fatto in Italia negli ultimi sessant’anni. Di solito è vera la battuta che piaceva tanto a Indro Montanelli: “Sono il loro capo e dunque li seguo”.
Perché i Ds e la Margherita hanno deciso di fondersi nel Pd e di scaricare la sinistra comunista? In attesa del verdetto della storia, si può azzardare quanto segue:
1) Nel corso del 2007 Ds e Margherita si sono resi conto che il governo Prodi era troppo a rischio per durare per l’intera legislatura. Ogni giorno al potere poteva essere l’ultimo.
2) Si sono inoltre resi conto che quel governo aveva dato pessima prova di sé e che gli umori dell’elettorato non lasciavano presagire nulla di buono.
3) La prevedibile sconfitta si sarebbe avuta sia alleandosi con i comunisti sia senza di loro.
4) Si poteva dunque approfittare della congiuntura sfavorevole per rassegnarsi al presente e seminare per il futuro. Cioè le elezioni successive (2013?).
5) Fra l’altro, la legge elettorale avrebbe creato il sentimento del “voto utile”, drenando dunque molti voti della sinistra massimalista a favore del Pd: pur di costituire un “argine a Berlusconi”. Operazione riuscita al di là dei calcoli, col totale azzeramento di quella sinistra.
Fin qui tutto bene. L’unico errore è stato quello d’imbarcare nella coalizione i radicali e Di Pietro. Per i primi, si poteva correre il rischio di irritare i cattolici se l’apporto avesse rappresentato quel minimo di voti che poteva determinare la vittoria: ma in vista di una sconfitta, a che scopo accettarli? Il partitino di Pannella è certo molto, molto più decente della sinistra estrema, ma condivide con essa l’obbedienza a principi che valgono più del vincolo di coalizione. Recentemente Rifondazione e gli altri hanno ingoiato molti rospi, pur di non far cadere il governo: si può essere sicuri che i radicali avrebbero fatto altrettanto? Tuttavia sono pochi, senza simbolo, e l’operazione rimane plausibile. Cosa diversa è invece l’alleanza con Di Pietro.
Questo partito è unipersonale. È puramente e semplicemente il partito di Di Pietro e questo signore, oltre ad avere la caratteristica di apparire rozzo sia nell’espressione che nei programmi, dev’essere discutibile, come approccio umano, se la maggior parte di coloro che si sono messi con lui l’hanno presto abbandonato. È dunque un alleato pericoloso, sia per il suo prevedibile comportamento futuro, sia per l’immagine del Pd. Già oggi, a meno di una settimana dalle elezioni, Veltroni si trova a dover mettere pezze al mancato ingresso dell’Idv nel gruppo unico, contrariamente a quanto promesso.
E c’è di peggio. Il Pd doveva sapere che, lasciando a Di Pietro il simbolo sulla scheda per effetto del “voto utile” ne avrebbe gonfiato la rappresentanza parlamentare. Mentre lo salvava dall’insignificanza, e forse dalla sparizione – chi è sicuro che da solo avrebbe raggiunto il 4%? - ne aumentava il potere di tribuna e di ricatto. Un’estrema imprudenza. Per giunta senza apprezzabili vantaggi.
Se il Pd si fosse presentato alle elezioni veramente da solo, come si è vantato di fare e come non ha fatto, i suoi elettori avrebbero saputo che la scelta era secca: o Berlusconi o Veltroni. Il partito avrebbe forse perso qualche voto, ma non molti: forse che gli elettori di Di Pietro avrebbero votato per Berlusconi? Comunque, avrebbe mantenuto la coesione e l’unità d’azione. Invece, accettando l’Idv, ha permesso a molti elettori che non amavano né Berlusconi né il Pd di votare per l’Idv, rassicurandoli che così non avrebbero disperso i loro voti. In altri termini, il Pd ha “gonfiato” l’Idv non diversamente da come Berlusconi ha gonfiato la Lega, fino a farle avere il più grande successo. Ma mentre Bossi, da parecchi anni ormai, si è dimostrato un fedele alleato, Di Pietro è una mina vagante. Un uomo più interessato alle proprie ubbie e ai propri interessi che al programma della propria coalizione.
Il Pd si è allevata la serpe in seno. Anzi, l’ha fatta crescere fino ad essere un grosso pitone: persino nel momento in cui si tratta soltanto di fare opposizione, l’ex-pm pretende già di essere il Ministro della Giustizia del Governo Ombra. E comunque il dominus della materia giudiziaria.
La conclusione è mesta. Un liberale è lieto della nascita di un grande partito laburista e dell’avvento di un bipartitismo perfetto. Ma non può che essere triste all’idea che questo partito, nel momento della propria nascita, si procuri un inutile inquinamento interno. Rimane solo da sperare che se il Pd dovesse vincere, in futuro, vinca da solo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

PRODI, LA POLENA
Romano Prodi non è un uomo simpatico. Piace poco ai milioni che hanno di lui un’immagine televisiva, piace pochissimo a chi lo conosce personalmente. È inoltre un uomo a proposito del quale milioni di italiani si sono chiesti come sia potuto arrivare così in alto. Ora è stato sbattuto fuori dalla vita politica e si può tentare di capirne la parabola.
Il Professore ha fatto carriera perché ha coltivato le amicizie giuste e si è sempre comportato nella carica come si aspettava il king maker di turno. Fino a fare un altro passo avanti. Per questo ruolo, il professore ha le caratteristiche migliori: niente idee personali, niente scrupoli, nessuna preoccupazione di dignità. Nasce quasi un parallelo con Molotov. Stalin eliminava senza pietà gli alti membri del partito, Molotov rimaneva sempre al suo posto, difeso dalla corazza di una totale, acritica obbedienza a Stalin. Non chiese spiegazioni a Stalin nemmeno quando mandò in Siberia sua moglie: lo aveva deciso il capo e tanto bastava. Molotov è fra i pochi grandi del partito che siano morti di morte naturale.
Prodi è la versione civile e occidentale di Molotov. Questi obbediva a Stalin, incarnazione del potere, Prodi al potere stesso, chiunque l’incarnasse. In particolare all’establishment. È così che, un gradino dopo l’altro, è arrivato dove tanti altri non avrebbero mai saputo arrivare.
Per fornire un esempio del suo metodo di carriera, si ricordi la svendita della Sme. Per favorire Carlo De Benedetti, Prodi cercò di vendere per poco meno di cinquecento milioni di lire un’impresa che, smembrata, fu in seguito venduta per un totale quattro o cinque volte superiore. Non gli sarebbe probabilmente entrata una lira, in tasca, a causa di quella vendita: ma quale asse di ferro, in seguito!
Questo spiega le sue fortune. Nel 1996 il partito più forte del centro-sinistra lo mise al posto di comando perché non voleva che la coalizione fosse rappresentata da un “comunista”; perché, non disponendo di un partito suo, Prodi non avrebbe mai potuto imporre la propria volontà; perché queste caratteristiche potevano farlo apparire super partes, e infine perché c’era la garanzia del suo carattere: l’uomo era conosciuto per essere un fedele esecutore della volontà dei suoi mandanti. Purtroppo, giunto al potere, Prodi non diede grande prova di sé. Tanto è vero che fu sostituito da D’Alema e Amato. Il centro-sinistra tentò allora la carta Rutelli e quando anche questa fallì, alle condizioni di prima, e per le stesse ragioni (siamo nel 2006), si ripescò Prodi.
Le elezioni andarono “bene” ma Prodi, prima ancora di giurare dinanzi a Napolitano, si trovò costretto ad imbarcare nel governo il più grande numero di ministri e sottosegretari che si ricordi. Ovviamente perché doveva rispondere all’appetito di troppi commensali, autorizzati a fare la voce grossa. Da quel momento si tratta di tenere in vita il governo ed è un compito impossibile: l’alleanza è rissosa, indisciplinata, contraddittoria. Capace solo di paralizzare il governo. E Prodi fa miracoli. Da un lato subisce stoicamente i peggiori affronti, incluso quello di ministri che manifestano in piazza contro il governo di cui fanno parte, dall’altro ruggisce dei ridicoli “qui comando io!”, per poi chinare la testa, come al solito. Ma non si schioda. Difficilmente un altro sarebbe riuscito a far durare questo governo una ventina di mesi: bisogna cavarsi il cappello. Purtroppo il risultato è stato l’esecutivo più impopolare della storia repubblicana. E quando il Parlamento gli ha negato la fiducia, è stata una catastrofe. Non solo il centro-sinistra ha subito percepito che avrebbe perso le prossime elezioni, ma ha dato la colpa di tutto al professore. Veltroni e l’intero Pd hanno fatto l’impossibile per far credere che loro erano un partito nuovo. Un partito d’opposizione a Prodi, nientemeno, di cui avevano l’aria di vergognarsi, e questo mentre era Presidente dello stesso Pd. S.Pietro ha rinnegato Cristo tre volte, il Pd ha rinnegato Prodi mille volte, apertamente oppure con la damnatio memoriae: comportandosi cioè come se non esistesse. Come se non fosse mai esistito.
Tutto questo fino al 23 marzo. Quel giorno Prodi, stanco di affronti, si dimette da Presidente del Pd. Nobilmente, queste dimissioni non le rende note. Non vuole che si dica che ha contribuito alla sconfitta annunciata. Ci tiene tuttavia, scegliendo quella data, a far sapere che, se il Pd non lo ama, nemmeno lui ormai ama il Pd: e non ne farà parte nemmeno se vincesse le elezioni.
La storia potrebbe indurre a sentire una certa solidarietà. L’uomo non è simpatico, come si è detto, ma tutti coloro che si sono serviti di lui avrebbero dovuto almeno tributargli un certo rispetto. E invece lo hanno trattato come un capro espiatorio, l’hanno licenziato come un servo che ha demeritato.
Purtroppo, la solidarietà è resa difficile dal fatto che il professore ha rovinato la sua bella uscita di scena con una frase che non avrebbe dovuto mai dire: “Io ho battuto due volte Berlusconi e ora loro m’hanno messo da canto”. Questo lo rende patetico. Dimostra che non ha compreso il senso della propria parabola. È vero che i suoi alleati lo hanno messo da canto, è vero che sono degli ingrati, ma non è vero che lui ha battuto Berlusconi. Non è la polena che trascina la nave, è la nave che la spinge avanti la polena. Prodi è stato l’uomo di paglia della coalizione, il suo prestanome, il suo alibi, tutto, tranne che il vero capo.
Questa battuta trasforma un uomo mediocre, forse maltrattato al di là dei suoi demeriti, in un caso umano. Se Prodi ha questa opinione di sé, cade da un piedestallo molto alto. E il fatto che il piedestallo sia immaginario non impedisce che la caduta sia per lui molto più dolorosa. Meglio sarebbe stato che avesse una più esatta coscienza di sé.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 17 aprile 2008

Cipollone digerito: la faccia di Diliberto!
Lo so, lo so, e' troppo facile dire "non vedro' piu' la faccia di Diliberto, non lo sentiro' piu' inveire contro Israele !".
Facile, che cavolo di analisi politica e'? Analisi sempliciotta e molto stupida ma che da una di quelle soddisfazioni come poche!
Altro che parolone, decine di giornalisti delle maggiori testate, altro che Porta a Porta o Matrix, la morale di quello che e' successo si riassume tutta in una sola frase ""non vedro' piu' la faccia di Diliberto, non lo sentiro' piu' inveire contro Israele !".
Ahhhh, il cipollone e' stato digerito. come diceva il grande Gaber!
Mi rendo conto pero' che ci vuole altro per commentare quello che e' successo  in Italia e capire il motivo della enorme ghigliottina che si e' abbattuta  senza pieta'  su  un rispettabile numero di politici  scaraventando tante illustri teste nel cestone del hofinitodifarpolitica, eliminando cosi' tutti i partiti della sinistra radicale, razzista, antisemita, violenta e bruciabandiere.
Ringraziando gli italiani, meno quel milione che li ha votati, sono  finiti nella monnezza politica anche i fascistoni alla Storace/Santanche', il primo e' colui che non comprerebbe mai un biglietto per Gerusalemme, la seconda e' la bionda che ama far politica col dito medio alzato.
Via, non ci sono piu', spazzati e, speriamo, spezzati per qualche anno almeno.
Aiutooo, come faremo senza la sinistra, ululano gli analisti.
Come! La sinistra moderata c'e' se no Veltroni cosa ci sta a fare!
E' stata eliminata , grazie a tutti gli dei dell'Olimpo, la sinistra cattiva, quella fatta di imbecilli in kefia che urlano contro Israele, contro l'America. Ci siamo liberati della feccia che adora hamas, hezbollah, Ben Laden, di quei pacifinti che andavano a inchinarsi davanti a Arafat e piu' ebrei faceva ammazzare piu' si  inchinavano, adoranti e felici, disgustosamente ipocriti e razzisti.
Cento, Agnoletto, Bertinotti, Morgantini e i loro scagnozzi. Ve li ricordate sorridenti tra lacrime di emozione, al Mukata mentre si facevano sbrodolare da Arafat.
Diliberto che, solo a nominare Israele, cambiava espressione.  
Ci siamo liberati di quei decerebrati che urlavano "10, 100, 1000 Nassirya".
Non vivendo in Italia non entro nel merito  dei problemi interni, pare enormi, che hanno fatto stravincere Berlusconi, vivendo in Israele entro invece nel merito della indegna politica estera portata avanti dalla sinistra che non c'e' piu', una politica razzista,  violenta,  piena di odio, lo stesso odio nazifascista di triste memoria.
Vivendo in Israele mi piace pensare che le tante brave persone che votavano a sinistra per affetto, tradizione familiare e convinzione si siano stancate  di vedere dei cretinetti in kefiah al seguito dell'intellettuale meno pensante al mondo, l'emerito Vattimo che tra le varie porcherie razziste contro Israele ha anche firmato un appello CONTRO i Monaci tibetani, torturatori, secondo lui, dei poveri cinesi.
Forse le brave persone di sinistra si sono stancate di  cortei con bandiere bruciate, forse si sono stancate di sentire dipingere Israele come il Male del mondo visto che molti tra essi  conoscono e  apprezzano questo Paese, alcuni lo amano incondizionatamente.
Forse chi votava a sinistra si e' stancato di vedere i tesori dell'arte italiana sepolti sotto bivacchi di poveracci che non sanno dove andare a dormire e si accampano nelle piu' belle piazze italiane campando tra un taccheggio, uno scippo , uno stupro.
Forse le brave persone di sinistra si sono scandalizzate delle esternazioni di Dalema, delle sue passeggiate con terroristi, dei suoi consigli  di avvicinarsi al mondo degli assassini da lui tanto apprezzati, delle aperture di tutta la sinistra all'islam radicale mentre si sbeffeggiano persone come Magdi Allam e si fanno vignette con svastiche contro Fiamma Nirenstein.
Mi piace pensare che dopo tanti anni di insulti, di violenze, di nullafacenti dei centri sociali pronti a tirarsi giu' i pantaloni davanti alla bandiera di Israele e al gonfalone della Brigata Ebraica.....
Mi piace pensare che  dopo la creazione dell'ucoii, un'equivoca organizzazione islamica composta da biechi e loschi figuri,  con le sue campagne di odio antisemita, forse, chissa', le brave persone di sinistra si sono stancate di votare per partiti che hanno fatto del razzismo e del filoislamismo radicale e fondamentalista la loro politica senza preoccuparsi minimamente degli italiani e del problema di arrivare alla fine del mese, di avere una casa, un lavoro, uno stipendio decente.
Come puo' un ricercatore italiano a 900 euro al mese votare per la sinistra che demonizza Israele quando sa che in quel malefico paese un ricercartore pari suo, se bravo, riceve un laboratorio con dei dottoranti, con la casa pagata per tre anni e uno stipendio di tutto rispetto.
Come puo', una persona per bene, credere a una sinistra cosi' fuori dal mondo reale da arrivare a vendersi agli intellettuali piu' stronzi tra gli stronzi, pieni di idee razziste oltre che di soldi, strapieni di false ideologie e depositari di enormi menzogne, fregandosene della gente comune che lavora e suda un misero stipendio.
La sinistra e la destra radicali sono scomparsi, le motivazioni saranno innumerevoli, le analisi le sentiamo da ore e le sentiremo per giorni e giorni ma, per una italiana di Israele , che ama Israele, che sa cosa e' Israele, e' consolante pensare che tanti milioni di italiani di sinistra non siano, nonostante la propaganda battente dei segretari di partito, razzisti e antisemiti.
Un'italiana di Israele, dopo la scomparsa di Rifondazione Comunista dal governo, dall'opposizione, da tutto e le dimissioni di Bertinotti, spera che il Parlamento Europeo faccia un bel pacco postale della signora Luisa Morgantini e la mandi dritta, senza fermate intermedie, a Ramallah a piangere per il suo adorato martire in nome del quale ha insultato e demonizzato Israele per tanti anni.
Un'italiana di Israele ama sperare di non vedere piu' , mai piu', pacifisti razzisti inneggianti ai kamikaze e , dopo tanti anni di mal di fegato, e' felice di pensare che adesso saranno loro, gli antiisraeliani,  a bersi ettolitri di Maalox.
 
E poi, sara' anche un cavolo di analisi politica, ma , fatemelo dire ancora, ancora per 10, 100 1000 volte:
che meraviglia non vedere piu' la faccia di Diliberto e dei suoi giannizzeri!
 
Deborah Fait -www.informazionecorretta.com

CHE COSA È CAMBIATO
1) I risultati della consultazione elettorale hanno concretizzato le premesse politiche poste nel gennaio di quest’anno dal Pd, quando, per bocca di Veltroni, ha dichiarato che, in future possibili elezioni, “avrebbe corso da solo”. Questa risoluzione non fu sul momento compresa nella sua gravità. Essa implicava la presa di coscienza del fallimento della formula del  governo in carica (tanto è vero che in molti hanno accusato Veltroni della stessa caduta di Prodi), significava l’ammissione che la sinistra estrema era inadatta a governare un paese come l’Italia e significava infine che, pur di scrollarsi di dosso l’ipoteca comunista, il Pd era disposto a perdere le prossime elezioni e puntare sulle successive. Oggi l’elettorato ha ribadito queste conclusioni in maniera ancor più brutale e drammatica di come esse fossero state comprese sul momento. Non si è limitato a ridimensionare Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e fuorusciti dai Ds, li ha letteralmente spazzati via: ha decretato la fine del comunismo come realtà politica. Per l’Italia, questo è un fenomeno simile alla caduta del muro di Berlino per l’Europa.
2) Il fatto politico ha un riflesso sociologico. Segna la fine dell’utopia nel mondo intellettuale italiano. Prima il socialismo è stato una forma attenuata e timida di comunismo, ora è una forma arcaica e superata di socialdemocrazia. Il comunista è passato da antesignano coraggioso a caudatario irrilevante. L’Italia è uscita da una sorta di minore età politica. Non è più un mondo in cui si possono sognare palingenesi rivoluzionarie. Si è entrati nel concerto delle grandi democrazie occidentali, quelle in cui si tratta di governare un po’ meglio dei predecessori, se possibile, e non di mettere al muro i reprobi e far trionfare il Bene sul Male.
3) Tutto questo è stato dovuto non solo al risultato delle elezioni, ma alle conseguenze della vigente legge elettorale. Per anni le si è attribuita ogni possibile colpa e per così dire la responsabilità dell’ingovernabilità del Paese. In molti hanno addirittura affermato che essa avrebbe provocato l’instabilità di qualunque futuro governo, soprattutto al Senato. I risultati attuali dimostrano invece che essa, se ha provocato disastri nel 2006, è perché le due coalizioni hanno pareggiato, non perché la legge provocasse l’ingovernabilità. Non solo: gli attuali risultati dimostrano pure che, col premio di maggioranza e con le sue soglie del quattro e dell’otto per cento, la legge ha provocato una semplificazione drammatica del quadro politico. Non è solo l’elettorato che ha eliminato la Sinistra Arcobaleno e il resto dei “nanetti”, è il deprecato Porcellum, che Dio l’abbia in gloria.
4) Le elezioni hanno pure riconfermato che nelle grandi democrazie, al di fuori delle grandi formazioni, non c’è salvezza. Per molto tempo in Italia, influenzati dalla mentalità proporzionalistica, molti politici uscivano sbattendo la porta dal partito, se si verificava uno screzio con la dirigenza, e ne fondavano uno nuovo. Poi, magari con l’uno o il due per cento, si rimaneva politicamente vivi. Oggi, pure con un grande numero di voti, Casini si deve limitare ad una presenza simbolica, in Senato: extra Ecclesiam nulla salus.
5) Un punto sul quale si è in disaccordo con la maggior parte dei commentatori è il successo della Lega Nord e dell’Italia dei Valori. Si è molto insistito sui numeri di queste due formazioni, così come si è sottolineato, da sinistra, che pur perdendo le elezioni, il Pd ha aumentato i suoi consensi. Tutto questo è sbagliato. Se, per effetto della legge elettorale, non si assegna nessun seggio a chi ha avuto il tre e novantanove per cento alla Camera, e fino al sette e novantanove per cento al Senato, è ovvio che i rimanenti partiti si divideranno le spoglie degli eliminati. Il Pd non ha “aumentato i propri consensi”: ha raccolto buona parte dei voti che andavano a Rifondazione Comunista, ai Comunisti Italiani ecc. Gli elettori, che non sono scemi, hanno capito che il Pd poteva rappresentare un argine a Berlusconi e la Sinistra Arcobaleno no. Nello stesso modo, non è che improvvisamente il Nord si sia innamorato di Bossi: è che i cittadini sono stati liberi di votarlo sapendo che i loro voti non sarebbero andati dispersi. Se la Lega non fosse stata alleata di Berlusconi avrebbe forse subito la stessa identica sorte dell’Unione di Centro di Casini, al Senato. Lo stesso discorso vale per Di Pietro e il suo partitino unipersonale. Se il Pd non l’avesse accolto nel suo seno (e forse ciò facendo ha commesso un errore), perché mai avrebbe dovuto avere più successo di un partito ideologico e molto più serio come quello di Bertinotti? La tanto deprecata legge elettorale ha avuto non solo un effetto semplificatore, eliminando i piccoli partiti, ma anche un effetto pantografo sui partiti che facevano parte di una delle due coalizioni possibili vincitrici. Non ha vinto Di Pietro, non ha vinto Bossi, è il quadro politico che è totalmente cambiato. Mentre prima il grande partito di centro-sinistra non avrebbe neppure osato sperare di superare la soglia del trenta per cento, ora che l’ha ampiamente superata ha scoperto che questa bella cifra è insufficiente. L’Italia si è avviata al Bipartitismo perfetto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 15 aprile 2008

LA PENSATA DI SARTORI
Sartori è spesso accreditato del titolo di “miglior politologo italiano” ed è un titolo che saremmo lieti meritasse: che Dio benedica una persona come lui, importante ma incline al sorriso e all’ironia. Purtroppo non è probabile che l’ultimo articolo che ha pubblicato sul Corriere della Sera possa servire a contribuire alla sua fama di miglior politologo. Ecco il nocciolo della sua argomentazione (che lui chiama autoironicamente “pensata”):
“Sapendo usare il voto disgiunto tra le due Camere ne possiamo ricavare un voto-rifiuto, un voto che puramente e semplicemente dice no. Mettiamo che al Senato io voti Veltroni e invece per la Camera io voti Berlusconi (o viceversa). In tal caso il mio secondo voto pareggia e cancella il primo. L'effetto sull'esito elettorale è zero. Però io ho votato, e quel mio voto esprime senza ombra di dubbio il secco rifiuto del Palazzo e della Casta. Si dice che come elettori siamo impotenti. Sì. Ma se, mettiamo, 10 milioni di italiani votassero così, allora saremmo potentissimi”.
Poche e chiare idee. Purtroppo assurde.
Mettiamo che cento elettori su trecento (il trenta percento che oggi si asterrebbe, secondo Sartori) segua il consiglio del professore. I primi cinquanta votano al Senato per il Pd e alla Camera per il Pdl, mentre i secondi cinquanta votano alla Camera per il Pd e al Senato per il Pdl. In totale si avranno cento voti per la Camera e cento per il Senato. E dal momento che i voti sono anonimi, una volta che dall’urna del Senato escono cento voti, poniamo, per il Pd, come sapere che metà di questi elettori per la Camera ha votato per il Pdl? La “pensata” del prof.Sartori avrebbe un senso se i voti fossero firmati e se, oltre che per il partito votato, i Presidenti di Seggio li suddividessero per autori, in modo da vedere se i due voti sono coerenti. Non è nemmeno fantapolitica, è un’impossibilità tecnica. Non solo si andrebbe contro la segretezza del voto, ma mentre oggi si mettono l’una sull’altra, poniamo, le schede per la Sinistra Arcobaleno, secondo Sartori bisognerebbe fare tanti mucchi (di due schede, normalmente) quanti sono gli elettori. Per vedere quali sono scompagnate. Si occuperebbero le piazze antistanti i seggi.
Infine fa sorridere l’ipotesi: “se, mettiamo, 10 milioni di italiani votassero così, allora saremmo potentissimi”. Suona come quei sogni: “Se gli italiani mi dessero un euro ciascuno, avrei oltre cinquanta milioni di euro”. Vero. E se Bill Gates mi nominasse erede universale e si suicidasse, sarebbe anche meglio.
Diciamo la verità, Sartori avrebbe potuto “pensarla” meglio.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 10 aprile 2008

UNA DIATRIBA FRA FREQUENTATORI DI “CAPPERI!”
Leggo solo oggi lo sfogo di Nicola de Veredicis, che legge Capperi! dal lontano Sudafrica, ed aggiungo che mi ha pure inviato privatamente una lettera: “Vorrei tanto scusarmi per il mio sfogo di ieri sera su Capperi. Immagino di averla imbarazzata, sia con le mie lodi sperticate che con il mio atteggiamento villano. Purtroppo sono molto impulsivo, ci ho visto rosso e non sono riuscito a frenarmi. Prometto che non accadra’ mai più”. Questo – credo io – chiuderà la questione. Anche con andrea, con cui de Veredicis ha già composto lo screzio.
Per quanto riguarda le lodi al mio indirizzo, non mi sono preso la briga di contestarle perché, così come una smentita “è una notizia data due volte”, contestare le lodi corrisponde a rinnovarle. L’unica è sorridere, dire grazie e passare oltre.

Il commento che segue non riguarderà dunque me o andrea ma proprio Nicola de Veredicis, che si autodefinisce un impulsivo e per questo esprime la propria stima di un altro essere umano con parole che forse nessuno merita. E di cui alla fine si è persino scusato. Ma questo è indicativo del suo carattere. Ci sono persone – diciamo la maggioranza – che si mettono d’impegno a non ammirare nessuno. Anzi, se possibile, disprezzano tutti. Trovano che l’ammirazione sia cosa da fans di cantanti pop o da sciocchi suggestionabili. Le persone superiori – pensano - non si lasciano impressionare da nessuno. Se qualcuno gli dice “Tizio è intelligente” sono felici di rispondere con un sorriso scettico: “Trovi?” E questo dovrebbe significare: “Non posso dire altrettanto, perché lo trovo meno intelligente di me”.
Proprio per questo, per evitare questo atteggiamento insieme misero ed ingiusto, bisognerebbe ammirare chi ammira. Prima ancora di sapere se l’oggetto della sua ammirazione sia stato ben scelto. Ricordo il male che mi faceva, in anni lontani, sentir parlare male di Charles De Gaulle. Sapevo tanto, di lui, ed avevo perfino letto le sue memorie. Un uomo di tante spanne superiore non alla media, ma alla media dei migliori, che non mi vergogno di confessare che alla sua morte, uomo fatto, ho pianto calde lacrime. Le sue parole per l’appello ai francesi del 1940, ritrasmesse dalla radio francese ancora in quell’occasione, hanno sempre avuto la capacità di sconvolgermi.
Analogamente, è con delizia che, leggendo Nietzsche per la prima volta, mi sono sentito un cretino. Ecco, potevo ammirare un’intelligenza di livello quasi sovrumano! Non tutto era convincente, certo. Quel filosofo è tutt’altro condivisibile in toto: ma per ammirarlo basta ciò che ha scritto di buono. Il resto, ed anche ciò che ha scritto di cattivo, lo si può dimenticare. Come si deve dimenticare che Mozart, come essere umano, era solamente un mediocre, per non dire uno scervellato. Di Mozart bisogna ascoltare solo la musica. E poi prosternarsi fino a toccare terra con la fronte. Forse l’umanità tutta intera non ha fatto nulla, per meritare un simile miracolo.
Torno a Nicola de Veredicis per dire che andrea gli deve perdonare qualche insulto ed io qualche complimento, ma tutti dobbiamo complimentarci con lui per la sua generosità. Non so praticamente niente, di lui, ma credo che un simile uomo sia capace di slanci verso le cose belle, sia capace d’amicizia, sia capace d’amore. E in un piccolo mondo come quello di “Capperi!” - dove a volte si è gareggiato in insulti - uno che si debba scusare per avere lodato troppo è una bella eccezione. Dovremmo ammirarlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 9 aprile 2008


IL VOTO UTILE, IL VOTO INUTILE
Nessun voto è inutile, ha detto il Presidente Napolitano il mese scorso. Ed effettivamente esso quanto meno serve ad indicare la propria partecipazione alla vita politica. Ma se si vota per il partito dei suonatori di ocarina,
non è detto che si determinino i destini della nazione.
Il voto è utile se può influire sulla vittoria. Finché in Italia è stata in vigore la legge proporzionale, qualunque voto che fosse dato ai partiti di un dato schieramento politico aveva un peso perché quand’anche si fosse raggiunto solo l’un per cento, si sarebbe avuto l’un per cento di rappresentanti e si sarebbe contribuito all’eventuale coalizione di governo.
In Italia, con l’attuale legge elettorale, c’è un premio di maggioranza che dà al partito - o alla coalizione - che ha più voti il 55% dei seggi alla Camera. Come è avvenuto per il governo Prodi: con sei decimillesimi di voti
in più, ha avuto alla Camera una confortevole maggioranza. Dunque chi ottiene un singolo voto in più non ha più bisogno non solo dei partiti che hanno l’un per cento ma neanche di un partito che avesse il dieci per cento
dei voti. Può sembrare strano ma è così. Nella situazione attuale, chiunque non voti per il Pd oppure per il Pdl, rischia di eleggere solo dei rappresentanti dell’opposizione, e questo chiunque vada al governo. Chi è di
sinistra e non vota per il Pd, favorisce la destra; chi è destra e non vota Pdl, favorisce la sinistra.
Naturalmente, chi vuole dare un voto ideologico e di testimonianza, per esempio perché è comunista, potrà benissimo votare per la Sinistra-Arcobaleno. Ma il suo voto servirà soltanto a far sentire il proprio punto di vista, alla Camera, senza che mai questo influisca sulla decisione.
Qualcuno fa però notare che è così alla Camera ma non al Senato. Lì anche un solo senatore può fare la differenza. Ed è vero. Ma si dimentica in primo luogo che il premio di maggioranza esiste anche per il Senato, anche se su base regionale, e ne beneficiano dunque soprattutto i due partiti maggiori.
E soprattutto che per partecipare alla spartizione dei seggi senatoriali bisogna raggiungere l’otto per cento dei suffragi: cosa tutt’altro che agevole.
In questa situazione bisogna ricordare che col proprio voto, se non si può ottenere che vada al potere chi si vuole, si può almeno cercare d’impedire che ci vada chi non si vuole. Il comunista farebbe bene a votare per il Pd, se non vuole Berlusconi a Palazzo Chigi. E viceversa. Se poi qualcuno preferisce non rinunciare alla propria bandiera, sappia almeno che gli resterà in mano solo questo: la sua bandiera.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2008

SPOSARE JOHN WAYNE
Ci sono argomenti su cui è piacevole discutere, purché non si abbia la pretesa della scientificità. Uno di questi è il rapporto uomo-donna.
C’è un bel detto spagnolo che insegna: a las mujeres les gustan los sinvergüenzas, alle donne piacciono gli spudorati. Effettivamente, molte di loro sono affascinate dall’uomo sicuro di sé, avventuroso e un po’ spaccone.
Uno di cui si dice che abbia un passato di successo con le donne e che sia dunque un po’ mascalzone. Tanto che conquistarlo corrisponde a vincere un confronto con molte competitrici.
Questo schema è confermato dal cinema. Soprattutto in passato, quando ancora non si cercavano ad ogni costo argomenti nuovi, il protagonista non era mai sposato: sia perché era destinato ad innamorarsi nel corso del film, sia perché avrebbe avuto meno fascino. Gli sposati sembrano pratiche archiviate, aperitivi analcolici, calabroni senza pungiglione. Proprio per accentuare le caratteristiche “virili” del protagonista, in molti western l’eroe arrivava da “nowhere” (non si sa dove), vinceva sui cattivi, affascinava la protagonista, e alla fine se ne andava verso “nowhere”. Forse l’amava, quella donna: ma il suo destino era quello di non mettere radici. Il cavaliere errante non può divenire un padre di famiglia che zappa e annaffia.
Los sinvergüenzas hanno un notevole fascino ma la loro natura non è priva di controindicazioni e la gioia della loro conquista dura poco. Infatti la donna che s’è innamorata dell’uomo dalle mille avventure galanti ora lo
vorrebbe solo per sé e vorrebbe che il brillante mascalzone si trasformasse in un onesto borghese capace di cambiare i pannolini. Ha conosciuto l’iperbole dello scapolo ed ora vorrebbe un premuroso padre di famiglia. S’è innamorata di un lupo e ora vorrebbe avere accanto a sé un cane. Per questo comincia a rimproverargli, non senza ragione, le caratteristiche da cui era stata affascinata.
È pazza, questa donna che chiede l’impossibile? è pazzo quest’uomo che si sposa senza essere capace di essere un padre di famiglia? Probabilmente no.
Tutto potrebbe dipendere dal fatto che noi esseri umani, essendo dei mammiferi, condividiamo con i colleghi molte caratteristiche. Presso le scimmie, presso i leoni, e presso molte altre specie, esiste un capobranco che è tale perché più forte degli altri maschi. Questo spiega perché le donne amano, più degli uomini belli, gli uomini ricchi, gli uomini che hanno atto carriera e comunque gli uomini di successo: essi sono infatti i più adeguati alla sopravvivenza della specie. Questi animali alfa, tuttavia, hanno in natura il diritto di accoppiarsi con tutte le femmine del branco, magari escludendone gli altri maschi, e dunque, istintivamente, si comportano da “mascalzoni”. Il guaio è che, nella specie umana, le cure parentali sono estremamente lunghe e la femmina non è in grado di occuparsene da sola. Questo rende necessaria la coppia e qui entrano in conflitto gli istinti. La donna da un lato si orienta verso il capobranco, dall’altro sente l’esigenza della coppia; il capobranco da un lato desidera immortalare i propri geni con tutte le femmine che incontra (e non ha nessun interesse alle cure parentali), dall’altro una volta o l’altra s’innamora e si sposa.
Questo crea il contrasto. La donna, divenuta moglie, non cessa di rimproverare al marito di mancare ai suoi doveri. Lui continuerà ad avere l’istinto di diffondere i propri geni (adulterio programmatico, si potrebbe chiamare), lei continuerà a volere che lui non faccia coppia con altre, per non disperdere le proprie energie su più famiglie a  scapito della prole legittima.
Nessuno è pazzo, né la donna né l’uomo: solo recitano parti diverse, nei diversi momenti. Prima lei vorrebbe essere la preferita del branco e lui vorrebbe aggiungerla alla collezione, poi lei vorrebbe essere la partner di una coppia con prole mentre lui sogna ancora il suo harem. E poiché questi ruoli sono inconciliabili, nascono drammi e tragedie.
All’uomo che vuol diffondere i propri geni bisognerebbe dire che, in un’epoca in cui i duelli non sono di moda, non rischia più di vedersi infilzare da un marito furente, ma rischia – non meno pericolosamente - di vedersi chiedere gli alimenti per tutti i bambini che ha messo al mondo. Rischia inoltre una costosissima causa di divorzio. Alla donna bisognerebbe dire che, se vuole un marito tranquillo e casalingo, non deve scegliere l’eroe western, ma l’impiegato col posto sicuro. Un lavoratore che non beve,  non gioca e non fuma, come  predicavano le nonne di una volta.
Non si può aver tutto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 5 aprile 2008

Bertinotti: "Walter superficiale, perderà. Prodi una delusione"
Intervista al presidente della Camera che fa il pronostico sul voto. E boccia Prodi: su di lui avevamo investito tanto... Poi aggiunge: nel Pd è tutti contro tutti
«Entrare qui fa sempre un po' impressione», sussurro intimidito. «Lo dice a me», risponde Fausto Bertinotti. Per accedere all'ufficio del presidente della Camera si attraversano saloni con affreschi, tappeti, arazzi, stucchi e quadri che da soli risolverebbero il problema salariale di un intero villaggio operaio. Ci sediamo nel salottino sotto un Sironi e accanto a un Mafai. Dall'altra parte della stanza un mappamondo antico e un De Chirico. Fino a qualche tempo fa Bertinotti diceva di rimanere estasiato davanti agli scioperi. Chissà se stando qui, da terza carica dello Stato, per quasi due anni, gli si sono modificati i gusti.
Si è trattato bene, eh?
«Quei quadri li ho trovati tutti qui. Non ho aggiunto né tolto nulla».
Però le piacciono.
«Alcuni no. Altri, come questo Sironi, me li porterei via».
È giunta l'ora di smammare, in effetti. Ha già fatto gli scatoloni?
«Li farò. Ho poca roba».
Non si è mai sentito a disagio?
«Un po' sì, all'inizio. Non le nego».
E poi?
«Poi ho subito la fascinazione della simbologia repubblicana. Mi sento molto vicino a Piero Calamandrei...».
Eh, vicino a Calamandrei, ma forse meno vicino agli operai veri, che si sono un po' imbufaliti con lei.
«Solo una parte».
Davanti alle fabbriche vi snobbano. Gli operai votano centrodestra.
«È vero, questo è uno dei temi fondamentali. L'ho capito a Torino, ai funerali dei morti della Thyssen».
Quando fischiarono i sindacalisti?
«Fischiarono i politici, i sindacalisti, persino la Fiom. E lì ho capito che per gli operai non esiste più il “noi sinistra”, nemmeno il “noi sindacato”. Esiste solo il “noi operai”. Si percepisce la loro solitudine».
E lei pensa di poter recuperare gli operai partendo da questa stanza con i quadri preziosi?
«Recuperarli no. Penso di poter reinventare, ricomporre una coscienza di classe che esiste. Anche se noi non la vediamo».
Perché?
«Perché studiamo solo frammenti di quel mondo».
Non capisco.
«Noi parliamo di precari, di call center, di immigrati... Non capiamo che tutti insieme formano una classe nuova, che chiede una nuova rivoluzione, come un tempo la chiedeva la classe operaia».
Mi sembra di leggere un libro di storia. Anzi: preistoria.
«Guardi che nel '65-67 tutti scrivevano che la vecchia classe operaia era morta, uccisa dall'immigrazione. Nessuno prevedeva l'esplosione del '68-69».
Siamo alla vigilia di un nuovo biennio rosso e non lo sappiamo?
«So che su questo lei può fare dell'ironia. Ma io sono convinto che sia tempo di una rivincita di classe».
E la rivincita di classe la fa la Sinistra Arcobaleno? Ma le pare possibile? Con quel nome?
«A me Sinistra Arcobaleno piace. C'è la sinistra, cioè c'è la nostra storia. E c'è l'arcobaleno, che rappresenta le forze nuove, l'ecologismo e il femminismo. Non è un tradimento delle radici, ma nemmeno un ritorno al passato».
Però state già litigando: Ferrero protesta, Marco Rizzo non vuole rinunciare alla falce e martello, i verdi fremono...
«Il nostro è un parto. E tutti i parti hanno le doglie».
Capisco l'etica della sofferenza. Ma perché un elettore dovrebbe votare un partito che sicuramente non riuscirà mai a realizzare il suo programma?
«Per far nascere una nuova coscienza di classe. Per dare forza al progetto di chi non vuole governare il sistema fondato sul capitalismo, ma vuole rivoluzionarlo».
Sento il profumo delle barricate...
«Mi piace la campagna elettorale, mi piacciono i comizi...».
Pensavo le piacesse di più la tv, a giudicare dalle presenze.
«Non faccia ironia. Siamo primi nei talk show, ma ultimi nei tg. La tv è importante. Ma lo spostamento del baricentro delle emozioni si nota nelle piazze».
E che baricentro ha notato?
«Il momento di maggiore emotività è quando si toccano i temi della persona, a cominciare dall'aborto».
Eh sì, lì c'è un bel baricentro. L'altro giorno gliel'hanno tirato in testa a Ferrara.
«Non sono mai stato così lontano dalle posizioni politiche di Giuliano, ma quello che è successo a Bologna lo trovo inaccettabile. La violenza va espulsa dalla politica».
Alitalia: dov'è l'errore?
«L'errore è stato infilarsi a testa bassa in una trattativa, prima scegliendo il competitore e rimandando a dopo le questioni politiche».
Colpa di Prodi, quindi?
«Prodi ha sbagliato nella trattativa. E poi ha sbagliato, in modo grave, ad attaccare i sindacati».
Non è l'unico errore del suo alleato.
«Sì, ho avuto una forte delusione da lui. Ci avevamo investito molto».
Che cos'è successo?
«Abbiamo commesso un errore di fondo: quel programma di 280 pagine».
Roba da ridere...
«Sì, non mi sfugge il lato divertente. Un po' naif. Però lì sotto c’è la vera ragione del disastro: pensavamo di avere trovato il manuale del governo. Come si risolve questo problema? Vai a pagina 243. E quest'altro? Vai a pagina 32. Ma non è così che si governa. Bisogna trovare un'intesa di fondo».
Quando ha capito che quell'esperienza era finita?
«A giugno-luglio. L'incontro con le parti sociali, il welfare. E pensare che sarebbe bastato poco...».
Per fare che?
«Per farci cambiare idea. Se Prodi avesse detto: alziamo l'età pensionabile per tutti, tranne per gli operai, forse...».
Lei è un inguaribile utopista. Prodi è stato sommerso da problemi irrisolti. A cominciare dall'immondizia. A proposito: pensa che Bassolino deve dimettersi?
«Quell'esperienza di governo regionale che abbiamo fatto insieme è finita. In Campania dobbiamo andare al più presto a elezioni».
Veltroni ha impostato tutta la campagna elettorale dicendo che si è liberato di voi. Questa è la novità del Pd. Non ci sono più i veti della sinistra.
«Noi il partito dei veti? E i veti del Pd?».
Che fa? Ribalta l'accusa?
«Questo sfizio voglio proprio togliermelo. Non ci sono solo i veti espressi con il no. Ci sono anche i veti silenziosi. Il silenzio dissenso».
Per esempio?
«Per esempio abbiamo fatto una proposta per detassare gli aumenti delle tariffe. Il Pd col suo silenzio lo ha impedito. Ci sono molte cose non fatte da questo governo, anche in articulo mortis, per colpa del Pd».
Chi vincerà le elezioni?
«Sicuramente Veltroni le perderà».
Perché?
«Perché con questa sua linea non entra nel profondo della società. Ci riesce meglio il centrodestra».
Eppure lui è un abile comunicatore...
«Sì, ha un'immagine molto forte. Ma resta in superficie, non fa sognare, e quindi non entra in contatto, per esempio, con la classe operaia. E poi ha un handicap».
Quale?
«La coalizione ripropone le liti del passato: Binetti contro radicali, Di Pietro, etc...».
Anche senza di voi?
«Anche di più. Noi siamo stati sempre ragionevoli».
Ragionevoli? Sembrate fuori dal tempo.
«Io sogno soltanto uno sviluppo diverso».
Sogna, appunto.
«Ma no. Per esempio: perché non è possibile uno sviluppo che parta da salari più alti e orari di lavoro ridotti?».
Perché saremmo fuori dal mercato.
«Ma no, in Germania hanno costi del lavoro più alti di noi...».
Il mondo non finisce a Berlino. E la Romania? L’India? La Cina?
«Allora le devo proprio leggere quello che dice Marchionne...».
Marchionne?
«Ma sì, me lo lasci cercare». (Si alza, scartabella per un po’ nell’armadio, si agita, poi fa chiamare una ragazza della segreteria che in due minuti esce col desiderato papiro).
Di che si tratta?
«La relazione di Sergio Marchionne all’assemblea degli industriali di Torino. Legga qui».
Leggo: «... se il lavoro diretto rappresenta il 6-7 per cento del totale del costo del prodotto le vere cause delle grandi perdite operative vanno cercate altrove...».
«Capito? Ora legga qui».
«... (ho avuto la sensazione) che i mercati finanziari cercassero avidamente lo spargimento di sangue nell’azienda...».
«Spargimento di sangue: capisce? È Marchionne che parla, non Bertinotti. Adesso legga qui».
Dice che «ritenere per definizione positive le riduzioni di organico» è una «fissazione di analisti finanziari e commentatori economici liberali».
«Adesso... No, meglio che ci fermiamo».
Lei conosce Marchionne a memoria. Dunque non vi lega solo l’eleganza.
«No, ecco, vorrei evitare quest’effetto. Mi promette che userà quelle citazioni con parsimonia?».
Che fa, si pente?
«Meglio non esagerare. Piuttosto: conosce la mia rivista? “Alternative per il socialismo”. È appena uscito il numero 5: ci trova molti dei temi trattati qui».
E una dose rassicurante di Marx e Lenin. Con tutto quel Marchionne cominciavo a preoccuparmi.
«In effetti...».
Non è che adesso mi elogia pure Tremonti?
«Ho letto il suo libro. E ho trovato nel suo pensiero una grande lucidità: vede ciò che i neo-liberisti, apologeti della modernizzazione, non riescono a vedere».
Marchionne, Tremonti... Però lei continua a dire che okkupare è giusto e rende le case migliori...
«Non lo dico in generale. Quella frase era applicata a un caso concreto, a un’esperienza reale».
Non è che lei vuole ancora far piangere i ricchi?
«Piangere magari no. Però se ridessero un po’ meno non mi dispiacerebbe».
Lei però intanto continuerà a ridere anche come ex presidente della Camera. Manterrà tutti i privilegi...
«Beh, però è giusto che chi ha servito il Paese, interpretandone lo spirito, mantenga un minimo di corredo istituzionale».
Avrà l’ufficio...
«Quello è giusto...».
La scorta...
«Quella è questione di sicurezza».
Le segretarie...
«L’ha vista quella che è entrata prima per cercare il discorso di Marchionne»?.
Eccome no.
«Sono cinque o sei come lei. Io avevo davanti due possibilità: tenerne la metà con uno stipendio più alto o tenerle tutte con lo stipendio più basso. Non ho avuto dubbi».
Tutte con lo stipendio basso.
«Esatto».
Ho l’impressione che lei ci voglia tutti poveri.
«Le segretarie le paga il partito, però».
Auto blu e benefit glieli paghiamo noi, però.
«Qualcosa abbiamo fatto qui a Montecitorio per ridurre i costi della politica».
Troppo poco.
«Ha ragione. L’ha visto questo Sironi?».
Giù le mani.
«Ah, come mi piacerebbe portarlo via...».


Intervista a cura di Mario Giordano - il Giornale


IL CAFFÈ NUCLEARE
È difficile leggere l’intervista di Giovanni Valentini a Carlo Rubbia senza aver voglia di sorridere.  Innanzi tutto è del genere “in ginocchio” e questo non dovrebbe avvenire mai. Poi chi sta in ginocchio dimostra di saperne perfino meno del sottoscritto: e non è facile.
Scrive Valentini: “Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica”. Che è come dire che si va a lezione di ortopedia da un premio Nobel per l’istologia. È vero, le ossa sono composte di cellule, ma non è che essere premio Nobel per l’istologia aiuti poi tanto, per ridurre fratture e risolvere problemi osteologici. A Valentini basta che uno sia premio Nobel? A molti no. Se ci rompiamo un osso, sarà banale, ma andiamo da un ortopedico.
 “A Ginevra”, ci informa Valentini, “il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia”. Che sia indegna lo dice lui, che sia sicura è quanto basta. Se vogliamo seguire il principio della spiegazione più semplice (rasoio di Occam) non è forse lecito pensare che l’abbiano escluso perché in quel campo non capisce niente? Perché mai tutti quelli che possono decidere, all’Enea, sarebbero degli incompetenti, e lui solo sarebbe intelligente? Non basta dire, come fa il giornalista, che l’Enea è “avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana”. Valentini dimentica che questa politica romana, in materia ambientale, è stata dominata, dalle ultime elezioni, da un certo Pecoraro Scanio; quello stesso che a suo dire ha nominato Rubbia “presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili”.
A proposito di queste fonti, Valentini non ha paura di citare gli specchi ustori di Archimede. Domani citerà le ali di cera di Dedalo e Icaro per risolvere il problema dell’Alitalia.
“Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo – scrive Repubblica - è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti”. Indipendenti nel senso che l’IEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, non li ha accolti e forse reputa che dicano sciocchezze. Sicché il “confronto impietoso” di cui parla Valentini non è detto che debba essere impietoso per l’IEA: potrebbe esserlo proprio per il Watch Group.
A partire da qui, ci si imbarca in tutta una serie di previsioni e controprevisioni, che si possono saltare a piè pari: le previsioni sbagliate sono pressoché la norma e comunque il futuro è sulle ginocchia di Giove.
Si passi al presente. “La produzione [nucleare] tende a calare per mancanza di materia prima”, dice Rubbia. Un’assoluta novità. “Anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni”. A parte il fatto che – si ripete – di previsioni sbagliate sono piene le fosse, noi avevamo letto qualcosa di esattamente contrario. “Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra". Poesia a parte, il sole ha il difetto di fornire un basso “salto energetico”. Con l’acqua ad oltre cento gradi, si ha il vapore che ha fatto muovere le prime locomotive, con l’acqua a sessanta gradi, miscelandola, si fa la doccia. Dal punto di vista industriale il sole fornisce moltissima energia ma in forma inutilizzabile, se non a costi pesantemente antieconomici. Ecco perché si va avanti sfruttando il nucleare, il gas, il petrolio o il carbone. E questo taglia la testa al toro. È come se ad un indiano che suda si dicesse: vuoi risparmiare il denaro dell’acqua minerale del bar? Troverai acqua ottima e freddissima sull’Everest.
Valentini fa una timida obiezione: “C'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?” Ma Rubbia non tentenna. È ovvio che sbagliano tutti. Ha l’atteggiamento di chi, al bar, sostiene che il motore ad acqua esiste eccome, però non è commercializzato perché tutti sono a libro paga delle multinazionali del petrolio. A cominciare dai giornalisti che ne nascondono l’esistenza, dagli industriali che guadagnerebbero di meno con quel motore, da tutta una congiura mondiale contro questo signore che beve il suo caffè. If you can believe this, you can believe everything , dicono gli inglesi: se puoi credere questo, puoi credere qualunque cosa.
Poi Rubbia chiede a sua volta: “E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento”. Personalmente per l’elettricità ho sempre letto che conta per il 70%. E gliene avanza, tant’è vero che la vendono a noi, in Italia. Evidentemente leggiamo giornali diversi. “Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico”. In primo luogo, sono talmente “alti” che l’energia la vendono a noi e ci guadagnano. Poi, sono talmente alti che il costo dell’elettricità in Francia è molto inferiore a quello italiano. Infine non si vede proprio che cosa c’entra l’energia nucleare con l’arsenale atomico. Evidentemente, c’è ancora caffè, nella tazzina.
Domanda di Valentini: “Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"?”, e questa è una domanda cretina. Se “sicuro” significa “che non potrà mai provocare incidenti”, neanche un martello è sicuro. E infatti Rubbia ha agio di rispondere: "Non esiste un nucleare sicuro”. Ma mentre questo suona come una condanna, bisogna ricordare che non esistono neppure automobili sicure, aeroplani sicuri, carrozze sicure. Neppure camminando si è sicuri. Infatti Curie è morto mentre andava a piedi per strada e immaginiamo che Rubbia vada e torni da Ginevra attraverso i campi.
Poi il professore vanta le possibilità dell’uso del torio, che non permette di fabbricare bombe atomiche (per quello che c’entra!) e lo dà per una sorta di panacea. Si legge invece su Wikipedia: “In particolare il progetto proposto di reattore ad amplificazione di energia dovrebbe impiegare torio. Poiché il torio è più abbondante dell'uranio, i progetti delle cupole dei reattori nucleari incorporano il torio nel loro ciclo del combustibile nucleare”. Nella prima frase, l’uso del torio sarebbe allo stadio di progetto (“dovrebbe”), nella seconda (“incorporano”) viene dato per attuato. In ambedue i casi, l’idea di Rubbia è insignificante. O non è attuale o è già attuata.
“Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?”, chiede Valentini: e per questo bisognerebbe licenziarlo dal giornale. O mandarlo come inviato al Festival di Sanremo.
Come vuole che un impianto estremamente complesso possa essere progettato da un solo uomo? Per giunta quando questo uomo non è neanche un tecnico della produzione di energia nucleare? Valentini ha un’idea della complessità di queste installazioni? Rubbia tuttavia non ha il senso dell’umorismo e gli risponde seriamente: "E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia". Perfetto, no? E qui si torna all’atteggiamento di cui si diceva. Mentre si sorseggia il caffè, si dà del cretino al resto del mondo. Abbiamo in tasca la migliore soluzione per la Nazionale di calcio, per i rifiuti in Campania, per l’Alitalia, ed anche per il basso livello dei nostri parlamentari: “Tutti in galera!”
Infine il premio Nobel espone la sua soluzione per il problema energetico. L’energia solare. “Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. … Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma". Il prof.Battaglia, che della produzione di energia è un tecnico, ha scritto cento volte che questi progetti sono economicamente assurdi e incapaci, dal punto di vista industriale, di sopperire alle esigenze di un paese moderno. Ma l’incompetente fa un ragionamento ancora più semplice: nessuno Stato guidato da persone sane di mente si metterebbe a dipendere dal petrolio, o dal carbone, o dal gas, di cui non dispone sul proprio territorio (basti pensare al Giappone), se potesse cavarsela col sole. Dunque, se l’energia solare non è sfruttata come dice Rubbia, significa che o è impossibile o non conviene. E tanto basta.
“Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno”, obietta finalmente il giornalista. E Rubbia: “D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve”. A questo punto, l’apprendista giornalista dovrebbe chiedere: “Scusi, professore, quali speciali contenitori?” Perché, come si sa, immagazzinare l’energia è sempre difficilissimo, comunque costoso, a volte impossibile. Se fosse stato facile, invece di avere auto a benzina con un pesante accumulatore per la messa in moto, avremmo auto elettriche con “speciali contenitori”.
“Se è così semplice, perché allora non si fa?”, chiede Valentini, ed ecco l’ispirata risposta: “Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta”. Ma a questo punto la tazzina di caffè è vuota e dobbiamo occuparci di cose più serie.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 4 aprile 2008


GLI ASSEGNI DI VELTRONI
I commercianti hanno una regola: non fare mai credito a chi si è atteggiato a ricco. Chi non è stato perplesso prima di comprare, chi non ha discusso il prezzo, chi è “superiore a queste piccole miserie” è esattamente il tipo che ti rifila un assegno scoperto. È disinvolto perché sa che non pagherà.
Veltroni è una persona gradevole e gentile. Nel suo caso il buonismo offre quanto meno il vantaggio del sorriso piuttosto che del ghigno. Ma in questi ultimi giorni di campagna elettorale fa sospettare che tenga in mano tutta una mazzetta di assegni a vuoto. “Aboliremo le liste d’attesa negli ospedali”, dice. “Diminuiremo il numero dei parlamentari”. “Aboliremo cinquemila leggi prima della fine dell’anno”, “Daremo una paga di minimo mille euro a qualunque lavoratore, anche precario”.  “Aboliremo le tasse universitarie”… la lista è troppo lunga per ricordarla senza omissioni. Per non parlare di un generale e non meglio specificato “cambiamento”, il quale significherebbe che fino ad oggi in Italia tutto è andato male (anche se governava il centro-sinistra!) e domani, vincendo il Pd, tutto dovrebbe andar bene. Non solo: dimenticando che quasi tutti i candidati del suo partito (di cui Prodi è presidente) hanno fatto parte dell’esecutivo. Siamo realisti, in due anni esso non avrebbe certo potuto fare tutte quelle cose: ma almeno una, perché non l’ha fatta?
Nel marzo del 1994 Berlusconi vinse le elezioni e nel dicembre il suo governo cadde. Poco più di sei mesi. Chi ha buona memoria ricorda che il centro-sinistra per mesi parlò del dovere di “rimediare ai disastri del governo Berlusconi”. Ora, se in sei mesi si possono provocare disastri, come mai in due anni non si può fare almeno una cosa giusta? E comunque, perché mai le stesse persone che non hanno saputo fare nessuna delle riforme di cui parla oggi Veltroni, governando lo stesso paese in una situazione ancora peggiore (Prodi beneficiò in un primo momento di una congiuntura economica favorevole), dovrebbero riuscire dove prima fallirono?
Si torna alla teoria dell’assegno scoperto. Veltroni è così convinto di perdere le elezioni, che promette a ruota libera tutto ciò che non sarà chiamato a mantenere. Ci saremmo aspettati di meglio, da lui. Da lui e da tutto un gruppo di persone che spande etica a piene mani. Che dà lezioni di morale a tutti. Che si è associato non al partito degli interessi elettorali, ma all’Italia dei Valori.
In politica noi cinici ci leviamo il cappello dinanzi alle mosse di successo: “Del modo tenuto dal duca Valentino…” E allora il punto diviene: questi discorsi fanno guadagnare voti, a Veltroni? Gli italiani sono dunque tanto imbecilli? E - seconda domanda - come mai i rappresentanti del centro-destra gliela fanno passare liscia, e non chiedono a Walter, dalla mattina alla sera, come farebbe a mantenere queste promesse? Per esempio, come ridurrebbe i tempi delle cure negli ospedali? A meno che “aboliremo le liste d’attesa” non significhi “cureremo chi ci fa simpatia, anche se è arrivato per ultimo, e gli altri si arrangino”. Abolire i tempi d’attesa significa moltiplicare gli ospedali, le sale operatorie, le macchine par la tac, mille costosissime strutture: con quale coraggio Veltroni osa illudere persone che soffrono? E poi, “aboliremo cinquemila leggi entro il 2008”. Abbiamo fatto il calcolo, sono 32 leggi per giorno lavorativo. Veramente si può ascoltare un’affermazione del genere senza sghignazzare? Mille euro al mese per i precari. Ottimo. C’è solo un piccolo problema: se un datore di lavoro, che assumerebbe ad ottocento euro, non assume a mille, che vantaggio ne ha il precario?
Ma a che serve ragionare? È come cercare di dimostrare a Cenerentola che la zucca è una zucca e non una carrozza.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 3 aprile 2008

TURCHIA E DEMOCRAZIA
La Corte Costituzionale di Ankara ha dato all’unanimità il via libera al procedimento di scioglimento del Partito Akp. Se si arrivasse a tale scioglimento, 71 dei suoi esponenti, fra cui il premier Recep Erdogan e il presidente Abdullah Gul, sarebbero interdetti dall’attività politica per cinque anni. Non è difficile vedere quale possa essere l’impatto di una simile decisione.
Le ragioni che muovono la Corte Costituzionale, e con essa gli alti vertici militari, nascono dalla progressiva islamizzazione del paese: cosa che ha potuto constatare chiunque abbia visitato la Turchia più volte, negli ultimi anni. Il panorama urbano è a poco a poco cambiato e il Paese intero appare meno laico. Ecco perché la legge varata in gennaio, che aboliva il divieto del velo per le donne che vanno all’università, ha assunto questa importanza: era la punta di un iceberg che osava sfidare il laicismo ufficiale.
L’Akp somiglia a quei partiti la cui ispirazione è nello stesso tempo chiara ed inconfessata. Il Movimento Sociale Italiano degli inizi, ad esempio, fu un partito che, pur essendo fascista di cuore, non poteva ammetterlo. La legge lo vietava. Ma fascista era e come tale era sentito dall’intera comunità italiana. Chi ne chiedeva la soppressione a termini di legge si sentiva rispondere che non sarebbe servito a niente: sarebbe rinato come Partito dei Patrioti, Partito Nazionale, Partito della Fedeltà, continuando lo stesso ad essere il Partito Nazionale Fascista in salsa democratica. Ma il Msi almeno era un partito minoritario; l’Akp, partito “islamico moderato”, invece non solo in questo momento ha il potere, ma di moderato ha solo la facciata. La sua deriva religiosa è stata costante.
La Corte Costituzionale ha già sciolto venti partiti, in passato. La democrazia è sopravvissuta ma è comprensibile che la maggioranza parlamentare - che rischia d’essere colpita a morte - definisca quello della Corte un “tentativo di golpe giudiziario”. L’Akp è al potere in base a libere elezioni ed ha il diritto di governare. Teoricamente potrebbe anzi introdurre la sciarià e dichiarare l’islamismo religione di Stato: solo che una simile ipotesi provocherebbe forse una guerra civile. E questo merita spiegazione.
La Turchia ha rovinosamente perso la Prima Guerra Mondiale. Il disastro è stato tale che essa ne è uscita solo mediante la volontà di ferro di Mustafà Kemal. Questi ha rifiutato le umiliazioni delle Potenze vincitrici ed ha soprattutto capito che il suo Paese, se voleva sopravvivere, doveva rinascere su altre basi. Cosa che ha ottenuto col massimo di risolutezza, se non di brutalità: tanto che in pochi anni ha totalmente cambiato il volto della nazione. Ha rigidamente imposto il laicismo dello Stato e da un giorno all’altro ha staccato la Turchia dall’Asia per portarla nel Ventesimo Secolo e in Europa. La gratitudine per Atatürk (che significa “padre dei turchi”) è stata sconfinata, tanto che fino a poco tempo fa gli orologi pubblici sono rimasti fermi all’ora della morte di questo padre della patria. Il kemalismo è divenuto una sorta di religione di Stato.
Dopo questa rivoluzione, la libertà politica nel Paese è stata totale, con un solo limite: la fedeltà al kemalismo, un’ideologia di cui i militari ed i magistrati sono i grandi sacerdoti. Il governo e il parlamento possono fare ciò che vogliono ma i principi fondamentali – soprattutto il laicismo - devono essere rispettati. Se non lo sono, i militari sono pronti a reimporli con le armi.
E qui si pone il problema: chi dovremmo sostenere, i kemalisti o i filo-islamici? Questi ultimi hanno il favore delle urne (non plebiscitario, ma l’hanno), e tanto l’Unione Europea quanto i media occidentali, occhiuti come sono nella salvaguardia dei principi formali della democrazia, non esitano a dargli ragione. Ma rimane lecito ritenere, sulla base delle esperienze fatte, che è opportuno spezzare la deriva confessionale, con ogni mezzo. Non si difende la democrazia permettendole di farsi assassinare da una teocrazia. Di questo sono più coscienti le persone colte e gli anziani (come i giudici della Corte Costituzionale) che i giovani.
Una spiegazione merita infine il fatto che la Turchia odierna abbia tentazioni islamiste più forti che ottant’anni fa, quando il Califfato era ancora recente e le tradizioni musulmane universalmente diffuse. Allora tutti avevano sotto gli occhi le conseguenze negative di quella mentalità ed aderirono entusiasticamente al kemalismo;  oggi, i turchi sono come quegli ex-alcolisti che reputano che un buon bicchiere se lo possono permettere. Con le conseguenze che conosciamo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1 aprile 2008

ETERNA SPINELLEDIE: MARZO 2008
Si omette la parte iniziale dell’articolo di Barbara Spinelli. È una sorta di tema di liceo: aria fritta incorniciata d’alloro. Andiamo alla sostanza. I commenti sono in corsivo e tra parentesi.
L’esperienza dei governi Berlusconi l’abbiamo avuta ma contrariamente a quello che sperava Montanelli non ne siamo usciti vaccinati, (e la conseguenza non è, come si potrebbe pensare, che forse non era una malattia e Montanelli si sbagliava. No. La conseguenza è che oltre metà degli italiani è scema e Barbara Spinelli non glielo manda a dire) come forse non siamo usciti vaccinati neppure dal fascismo (Per i distratti: Berlusconi=fascismo. E l’Italia, per l’esattezza, è fascista da 86 anni, visto non ne è uscita). Non è solo l’anomalia del politico-imprenditore (attenzione: è anomalo il politico-imprenditore. Non sono anomali il politico-magistrato, il politico-avvocato, il politico-operatore di cinema, il politico-medico, il politico-imprenditore-purché-non-sia-Berlusconi, il politico-ingegnere…E soprattutto non è anomalo il politico-senz’arte né parte. Che oltre tutto, se non l’arte, la parte se la farà) che nascondiamo alla nostra vista. Sono interi segmenti di realtà che tanti s’ostinano a ignorare. Quel che costoro vedono sono le innumerevoli cose consolatorie che Berlusconi mette davanti agli occhi degli italiani perché non s’accorgano di come corrono, e verso dove. (Mentre Veltroni in questi giorni non sta promettendo niente. Per esempio, proprio oggi, ha parlato di “abolire 5.000  - dicesi cinquemila - leggi. Facciamo che Veltroni vinca le elezioni e facciamo che costituisca il governo entro la fine di aprile. Tolti due mesi di ferie, rimangono sei mesi, centottanta giorni. Se escludiamo le domeniche, rimangono 155 giorni. Questo significa che il Parlamento veltroniano abrogherebbe trentadue leggi al giorno. Ci creda chi vuole. Anzi, no, siamo obbligati a crederci tutti: perché è Berlusconi quello che “mette dinanzi agli occhi” degli elettori cose consolatorie, mentre Veltroni offre solo granitiche certezze).
Che cosa non si vuol vedere, della realtà e dei suoi precipizi? In primo luogo: la piccolezza cui sono ormai ridotti gli Stati-nazione, specie in un paese, come il nostro, gravato da un debito che l’impiglia nell’impotenza. (Chi, se non una poetessa, poteva scegliere il verbo “impigliare”?) L’Alitalia è emblematica perché l’idea che tanti se ne fanno è completamente distorta: non è una grande compagnia, anche se ieri lo fu. Spende cronicamente più di quello che guadagna, e nell’economia-mondo il suo peso è nullo. A Friburgo, giovedì, Prodi ha parlato il linguaggio dei fatti (com’è uso fare, lo sanno tutti, soprattutto durante i mesi durante i quali è stato a capo di un governo serio, forte, coeso e destinato a durare tutta la legislatura) e dell’Occasione da cogliere quando si è augurato che l’Alitalia possa «essere riammessa nel grande circuito internazionale delle linee aeree», e «partecipare al grande schema europeo del trasporto aereo». (Dopo questo sforzo di augurio, Romano Prodi ha dovuto asciugarsi la fronte madida di sudore). Da soli magari potremmo farcela, ma con sacrifici probabilmente ancora più grandi di quelli oggi previsti
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La realtà che urge contemplare non è solo questa, come abbiamo visto: è la debolezza delle istituzioni italiane, dell’imperio della legge, della giustizia. È il pallore mortale d’una classe dirigente (nel dubbio, tocchiamo ferro) che non produce anticorpi pronti a sbarrare il cammino a chi fa politica privatizzandola per proprio tornaconto, e sistematicamente non edifica ma distrugge. Per esempio Milano Due. È stato necessario che intervenisse il Financial Times, per dire che Berlusconi, con il suo no a Air France, puntava semplicemente alla bancarotta d’Alitalia. (È stato necessario il Financial Times, in mancanza di una nuova puntata della Bibbia).
In una democrazia solida è difficile che un imprenditore senza senso dello Stato e del bene comune vada al potere più volte (abbiamo la prova, per una volta, di questa mancanza di senso dello Stato e del bene comune in Berlusconi: lo dice Barbara Spinelli), senza esser scartato prima di tentare o ritentare. (Non solo: senza che quella manica di imbecilli degli italiani abbia ascoltato il monito della Pizia, pardon, della Spinelli). Quanto alla fragilità delle istituzioni democratiche, i fatti creati dai governi Berlusconi parlano da sé. Le leggi ad personam sono un esempio. Ma c’è anche quel che è accaduto nella caserma di Bolzaneto, tra il 20 e il 22 luglio 2001 dopo il G-8 di Genova. È una macchia che non sarà dimenticata, e il governo d’allora ne è responsabile. (Mentre il governo attuale non è responsabile né della spazzatura di Napoli, né della situazione dell’Alitalia, né del drammatico impennarsi dei prezzi – massima inflazione da dodici anni - né di niente. Quello di Prodi è stato un governo talmente serio, forte e coeso, che se appena si fosse mosso, avrebbe realizzato il Paradiso in terra. Ma il Fato non l’ha permesso. In compenso, non ha sbagliato una mossa. Nessuna nuova alluvione a Firenze, nessun nuovo terremoto nel Belice, nessuna caserma Bolzaneto. Anzi, non è piovuto né troppo né troppo poco,  e se nei fiumi non è scorso latte, è perché le relative quote sono contingentate. Ecco perché ha lasciato un imperituro e grato ricordo, in tutti gli italiani). La recente requisitoria del pubblico ministero al processo su Genova è chiara: «Alla tortura si è andati molto vicini». (E, come si sa, i pubblici ministeri hanno sempre ragione. Tanto che se poi i giudici assolvono  - per esempio, nel caso di Andreotti - è segno che in Italia non c’è giustizia. Solo i pubblici ministeri e Marco Travaglio dicono la verità. E Barbara Spinelli, ovviamente). Le violenze elencate non sono diverse da quelle praticate a Guantanamo o Abu Ghraib. (Mentre sono diversissime da quelle che si praticavano nei sotterranei della Lubianka o nelle carceri delle democrazia popolari. Ma è facile sapere il perché: forse che nei gulag c’erano gli americani? No. E dunque non è vero che lì i detenuti stessero male. Se morivano, è perché gli stravizi fanno male alla salute).
Lo storico Marco Revelli ha ragione a concludere, scoraggiato, che il silenzio su Bolzaneto aprirà un baratro impaurente (impaurente? Forse voleva dire “spaventante”? oppure “terroroso”? oppure “intimorevole”?) fra molti giovani e le istituzioni. Il modo in cui la requisitoria è stata banalizzata creerà la «fuoriuscita di un’altra Italia dall’Italia ufficiale» (il manifesto, 13 marzo 2008). (Accidenti, prima la signora ha citato il Financial Times, ma ora gioca pesante: una che cita il “manifesto” non potrà mai subire nessuna contestazione, sarebbe come mettere in discussione la “Verità fatta giornale”). Ancora una volta, la realtà vien fatta evaporare. Il male non visto a Bolzaneto… (ma accidenti, chi è che non l’ha visto? Oppure, detto in altro modo: ciò che non è stato visto, siamo sicuri che ci fosse? O era qualcosa di diverso da ciò che crede d’aver visto la giornalista? Ma soprattutto, che diamine dice? Si sta celebrando un processo proprio per conoscere la verità e lei dà per scontato che i giudici sono ciechi? O chiudono gli occhi?
Non so il lettore, ma io sono stanco. Chi vuole prosegua da solo la lettura di accomodi e clicchi qui . Incontrerà ancora Pascal, Malebranche, la folle du logis ed altre perle di cultura e saggezza. Io no, mi fermo, sono stanco. E poi, soprattutto, Domine, non sum dignus.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -aprile 2008