archivio DICEMBRE 2006
IL TIRANNICIDIO
Nel
buonismo imperante, la violenza è stramaledetta.
Si fa anzi a gara per essere più capaci degli
altri di comprendere l’incomprensibile, giustificare
l’ingiustificabile, perdonare l’imperdonabile. Si
dimentica che ci si può permettere di escludere la violenza
dalla pratica corrente solo perché essa è
divenuta monopolio dello Stato. La “forza pubblica” rende
inutile la privata. Ma la violenza non cessa per questo di esistere.
Non appena dei singoli cercassero di forzare la porta della
nostra casa per aggredirci, telefoneremmo ai Carabinieri aspettandoci
che vengano: e non per convincere a parole i malintenzionati,
magari mentre quelli continuano a darsi da fare col piede
di porco, ma per sbatterli in galera con la forza. E se i Carabinieri
non potessero intervenire, ci metteremmo noi stessi a sparare.
Il singolo dunque può rinunciare alla violenza solo
in quanto possa chiedere ad un altro di usarla per lui: ma se
quest’altro non c’è o è troppo lontano, non rimane
che andare tutti in giro con la Colt alla cintura. Come nel Far
West.
In uno Stato ordinato,
l’esercizio della violenza legale è
piramidale: il carabiniere obbedisce al maresciallo,
questi al capitano e tutti al Ministro competente,
il quale a sua volta obbedisce al Parlamento e al Governo
in un sistema di checks and balances (garanzie). Quando
invece si giunge al potere incontrastato di un singolo,
l’autocrate ha un potere senza confini e non esiste nessuna
possibilità di ricorrere a qualcuno sopra di lui. Questo
innesca il tirannicidio, ammesso da molti illustri pensatori
ed anche da Tommaso d’Aquino per il quale esso si
configura come una forma di legittima difesa della società
“quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore”
(citazione tratta dal “Foglio”). Appunto: al di sopra del
dittatore non c’è nessuno.
Il
potere assoluto si paga col rischio del tirannicidio.
È come se il popolo dicesse: “Se tu, autorità
suprema, rifiuti di sottoporti al mio scrutinio,
alla tua nuda violenza posso rispondere solo con la nuda
violenza del tirannicidio”. Come capiva il Caligola
di Albert Camus, il tiranno è l’unico uomo libero
del paese. Dunque la sua semplice esistenza toglie la libertà
all’intero popolo e ne giustifica la legittima difesa. Ecco
perché la violenza delle Brigate Rosse non aveva giustificazione:
in Italia si votava regolarmente.
Più sfumato
è il problema del tirannicidio quando
il tiranno sia ormai caduto. Quando il despota
è vinto, tecnicamente non è più tale.
È un ex-capo di Stato e non mette in pericolo la
libertà dei cittadini. Essendo però un privato cittadino
può e deve essere giudicato: ma per gli eventuali
crimini commessi, non per la sua attività politica.
Mussolini non avrebbe potuto essere giudicato perché
aveva dominato l’Italia, ma per avere commissionato
l’omicidio di qualcuno, se mai l’ha fatto. Invece oggi
in Italia si biasima l’esecuzione di un bieco e crudele
tiranno come Saddam Hussein, mentre non si hanno ripensamenti
riguardo all’assassinio senza processo di Mussolini e della
sua incolpevole amante.
L’eventuale
condanna a morte dell’ex-tiranno deve avere il
normale valore retributivo di questa sanzione.
Poi – certo – si può essere contro di essa: ma se
questa pena è prevista, l’esecuzione fa parte
della normale amministrazione della giustizia.
In
conclusione, il pianto greco per Saddam Hussein è
del tutto fuor di luogo: è solo un condannato
fra gli altri. Fra gli innumerevoli colleghi della
Cina, passati per le armi per crimini infinitamente inferiori.
Inoltre è vagamente surreale sentir condannare l’esecuzione
di Saddam perché “contraria alla nostra civiltà”.
¿E che cosa gliene importa, agli irakeni, della
nostra civiltà? ¿A parte il fatto che fino
a pochi decenni fa la ghigliottina funzionava così bene
nello Stato Pontificio, noi che ci sbracciamo ogni giorno per
permettere agli islamici di avere le loro moschee, la loro
poligamia, il loro modo di macellare gli ovini, cioè di
avere la loro civiltà, con quale coraggio li giudichiamo
se condannano a morte uno dei più grandi criminali del secolo?
¿Per lui andiamo ad esaminare nei dettagli se c’è
qualcosa di discutibile nella procedura, quando di procedura certi
paesi non si sono mai troppo interessati? ¿ E men che meno se
ne è mai interessato lo stesso Saddam? Si è perfino rimproverato
alla giustizia irakena di averlo condannato ed ucciso prima di
celebrare altri processi per altri crimini, magari più grandi
(la gasificazione dei curdi), come se si potessero infliggere più
condanne a morte alla stessa persona. Dimenticando le volte in
cui abbiamo sorriso della giustizia americana capace di condannare
un sessantenne a centotrenta anni di carcere. Se poi si fosse
fatto giudicare Saddam Hussein da un tribunale internazionale,
si sarebbe contestato il fatto che egli non era giudicato dai suoi,
ma da estranei vincitori. Per impiccarlo insomma, come per Giufà,
l’unico albero adatto era il prezzemolo.
C’è
da pensare che la difesa di Saddam Hussein nasconda
un semplice dato di solidarietà affettiva, per i
nostri pensatori di sinistra: Hussein era contro gli americani.
E questo basta per offrirgli tutti i sostegni possibili.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 31 dicembre
2006
Premio peggior
editorialista 2006 dei giornali borghesi
Avevo
pensato di premiare Gad Lerner, per l'opera omnia
e in particolare per quel memorabile editoriale
in cui spiegava che le proteste mediorientali anti vignette
di Maometto erano un'invenzione dei giornali occidentali.
Ma con un colpo di genio oggi è arrivato Michele
Serra a bruciare l'amico Gad sul traguardo. Il pezzo di
oggi è un capolavoro.
"Per buona parte del
mondo islamico Saddam diventerà un martire. E non è
necessario essere laureati alla Sorbona per capirlo, basterebbe
il buon senso, basterebbe fare zapping su televisioni di
altre province, non solo della nostra. La morte è un
bonus politico davvero immeritato per un ducetto locale che solo
l´infinita stoltezza dell´amministrazione
Bush (che disgrazia per il povero pianeta Terra) ha
deciso di identificare con il terrorismo islamista. Sbagliando
analisi, sbagliando tattica e strategia, credendo ciecamente
nelle proprie bugie e nelle proprie ossessioni, regalando
ai santuari dei fanatici un leader inesistente, un santino
da inalberare nei cortei furenti di folle inferocite e ignoranti.
Terribile momento,
terribili prospettive: questa guerra maledetta e mendace
ha allungato di molti chilometri la miccia dell´odio
religioso, ha rafforzato nel mondo povero l´idea
funesta di un Occidente invasore e neocolonialista, che
vuole fare il padrone in casa altrui, imporre le proprie
leggi, insediare governi "amici". Globalizzazione vuol
dire, anche, che pagheremo tutti, anche chi è innocente,
il prezzo dello sguardo fesso di George W. Bush. Lo sguardo
più antiamericano della storia".
Ora, a parte le stupidaggini
e le falsità contenute nell'articolo e l'ignoranza
palese delle cose di cui scrive, vorrei far notare questa
cosa del Bush fesso. E' considerato normale sostenere che Bush
sia scemo. Io non so Michele Serra, ma Bush si è laureato
in STORIA a Yale (con voti migliori di quelli di John Kerry), ha
fatto il master in business administration ad Harvard, ha vinto
due elezioni da governatore in uno degli Stati più importanti
d'America e di salda tradizione democratica e poi due,
anzi tre con le midterm del 2002, elezioni nazionali nel
paese più potente del mondo. Però è
fesso. E dovete crederci se lo dice un intelligentone - nonché
teorico della superiorità antropologica della razza
di sinistra - che nella vita ha diretto un inserto di
barzellette allegato al giornale del Partito Comunista.
29 dicembre da Camillo,
il blog di Cristian Rocca
"Altro che Saddam...
E Mussolini?"
BAGDAD
- Le autorità italiane che criticano l'impiccagione
di Saddam, non ricordano cosa accadde a Piazzale
Loreto? E' questo uno dei passaggi dell'intervista
telefonica all'emittente Al Iraqiya concessa da Yassim
Majid, uno dei consiglieri del premier iracheno Nuri Al Maliki.
Respingendo le critiche avanzate nei confronti di Bagdad
da diversi paesi europei ("sono affari interni del mio Paese"),
Majid rimanda al mittente in particolare lo "sgomento" espresso
da Romano Prodi, attraverso un parallelo con la morte di Mussolini.
"Coloro che ci criticano
hanno forse dimenticato i crimini commessi dal regime
di Saddam Hussein contro gli iracheni e contro l'umanità",
premette Majid. E al premier italiano l'esponente iracheno
replica ricordando che "alla fine della seconda guerra mondiale,
Mussolini è stato processato per un solo minuto.
Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta
'Benito Mussolini' gli ha detto: 'il tribunale vi condanna
a morte' e la sentenza è stata eseguita immediatamente".
"I Paesi europei che condannano
l'esecuzione - prosegue Majid - dovrebbero ricordare
che "non hanno il diritto di interferire negli affari degli
altri paesi, che hanno le loro proprie leggi".
Nei giorni scorsi, prima
dell'esecuzione della condanna a morte di Saddam,
Prodi aveva reso ufficiale la posizione dell'Italia
che, aveva detto, resta "contraria alla pena capitale,
sempre e comunque", anche nel caso dell'ex presidente
iracheno. "Pur senza voler sminuire i crimini di cui si
è macchiato Saddam Hussein e la ferocia con cui ha
gestito il potere durante il regime - aveva aggiunto il presidente
del Consiglio - e pur nel rispetto dell'autonomia e della
legittimità delle istituzioni irachene, non posso non
esprimere la ferma contrarietà del governo italiano e mia
personale alla condanna a morte dell'ex rais".
Lo scorso 29 dicembre,
appena un giorno prima dell'impiccagione, Prodi
aveva rivolto un appello a chi aveva condannato Saddam
"affinché prevalgano la saggezza e la magnanimità
". "La decisione di procedere all'esecuzione di Saddam Hussein
- aveva detto - ci riempie di sgomento".
(31 dicembre 2006)
da "La Repubblica" <http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/esteri/iraq-105/maliki-prodi/maliki-prodi.html#up>
Felice Anno
Nuovo
SADDAM E' STATO
IMPICCATO: MEGLIO COSI'
E' stato impiccato all'alba. Mi vengono in mente
due considerazioni, una umana e l'altra politica.
Ho sempre avuto dubbi sul proclama assoluto di dogmi quali
" nessuno tocchi Caino ". Penso che in questo campo si dovrebbe
distinguere astenendoci di pronunciare formule etiche
di principio che assomigliano tanto, troppo, ad espressioni
religiose. Saddam non è stato un assassino comune,
di quelli che agiscono in relazione a situazioni contingenti,
e nemmeno un serial killer che ha provato impulsi irrefrenabili
e patologici ad uccidere. Non ha ucciso per soldi, per gelosia
o per mille altri motivi di umana meschinità verso i quali
è auspicabile, se non clemenza, almeno una risposta di
livello più civile. Saddam ha perpretato stragi sistematiche
e continuate per oltre trent'anni, di avversari politici e minoranze
etniche e/o religiose in maniera del tutto simile a quelle
nazifasciste nei confronti dei quali responsabili gli stati
occidentali misero in piedi Norimberga. Non si capisce per quale
motivo i glorificatori della decisione del CLN di uccidere Mussolini
( meno responsabile di Saddam ) senza processo oggi belino sul
collo tirato di questo stronzo. Saddam, e molti come lui, non sono
Caino, sono mostri che nascono al fine di privare della vita altri
esseri umani ed è un fine che perseguono freddamente, per
anni. Lasciarlo al mondo sarebbe stato, a mio avviso, un affronto
a quelle decine di migliaia di morti che si è lasciato dietro,
niente dogmi quindi e cominciamo a comprendere che ci sono tante
eccezioni nei buoni principi, così tante che i buoni principi
sarebbe meglio sussurrarli piano piano anzichè gridarli a gran
voce.
Dal punto di vista politico....stiamo
scherzando? Se l'obbiettivo è quello di
dare credito al governo irakeno come si poteva fare
a meno di giustiziare rapidamente Saddam? Nel mondo arabo
la pena di morte per impiccagione è di gran lunga
la minore delle pene da infliggere ad uno come Saddam, se fosse
stato diversamente pochi avrebbero capito in Irak,
nessuno avrebbe compreso una trasformazione della pena
nell'ergastolo e anche chi aderisce alle politche del nuovo
governo irakeno avrebbe iniziato ad avere seri dubbi. Saddam
diventerà un martire sunnita? certo, sicuro che lo diventerà
perchè laggiù le cose funzionano così. Ma
se fosse rimasto vivo, oltre ad i suoi fedelissimi che
magari aumentaranno un po' avrebbe messo in testa seri dubbi
anche nei suoi avversari....è morto Saddam, il mondo non
è meglio di prima ma nemmeno peggio, solo un po' più
coerente.
Mirko Bacci
Massima del giorno
Spesso, coloro che si ammantano nella nobiltà
del loro operato, ciò fanno per evitare più
accurati controlli su di esso.
G.P.
MOLLICHINA
Migliore (Rc), oggi: “Aboliamo lo scalone e aumentiamo
le pensioni minime”. L’anno venturo: “Aboliamo
il lavoro, aumentiamo i salari!”
CI SI PUÒ
FIDARE DELLA SCIENZA?
La lettura di un libro di filosofia della scienza
può gettare nello sconforto. Si credeva di avere
delle certezze indubitabili e si apprende che proprio
quelle certezze non sono tali. Anzi, sono istituzionalmente
discutibili e ribaltabili. Il colpo di grazia lo
dà poi il criterio della Fehlbarkeitstheorie, o
Fälschungsmöglichkeit di Karl Popper per cui (riassumendo)
“una proposizione può definirsi scientifica
solo se è falsificabile”. Parole da cui parecchi deducono
che, essendo falsificabile, è sbagliata o almeno
dubbia. E questo è un errore.
Si prenda un’affermazione non falsificabile, per
quanto banale: “Ieri notte ho sognato mio nonno”.
Chi può dimostrare che la cosa sia vera? E chi può
dimostrare che sia falsa? Ecco perché in nessun caso
questa può essere un’affermazione scientifica.
Un esempio più serio è l’affermazione secondo
cui “Leonardo è un artista più grande di
Raffaello”: essa è inconfutabile non nel senso che
nessuno possa dubitarne ma, al contrario, nel senso che non
è dimostrabile né che sia falsa né che sia
vera. Nel campo del gusto, e in generale dell’arte, le dimostrazioni
sono impossibili. Nello stesso modo è non falsificabile
un’affermazione come “Dio esiste” perché, come ha
spiegato Kant, la non esistenza o l’esistenza di Dio non si
possono provare. Se viceversa qualcuno afferma che “il tale
medicinale abbassa la pressione”, basta fare degli esperimenti
in ospedale per sapere se l’affermazione è vera o falsa.
Se si dimostra vera, l’azione di quel medicinale diviene una
piccola “verità scientifica”; se invece l’abbassamento
della pressione non si verifica, la tesi è confutata
e quell’affermazione – che pure era scientifica perché
falsificabile – si rivela falsa.
La falsificabilità, come si vede, non corrisponde
affatto alla falsità, che è solamente
una delle sue possibili conclusioni. Chi prova a falsificare
una teoria (a partire dalla stessa persona che l’ha
formulata) lo fa spera ndo di sbattere sempre contro conferme
di essa, tanto da poter affermare che non ha falle. Viceversa,
le affermazioni delle quali non è possibile dimostrare
la falsità o la verità mediante un ragionamento
o un esperimento, non sono scientifiche. In questo senso la
cura Di Bella del cancro era scientifica perché falsificabile
ma, appunto, è stata dimostrata falsa.
Ovviamente la distinzione non è netta. Una
teoria scientifica è un’ipotesi che risolve
molti problemi e rimane scientifica anche se non li
risolve tutti: si ricordi la lunga discussione sulla
natura quantica od ondulatoria della luce. Essa ha comunque
diritto di soppiantare la teoria preesistente se risolve
un maggior numero di problemi. Il sistema tolemaico è
stato soppiantato dal sistema copernicano non perché
il primo non fosse scientifico, ma perché quello nuovo
spiegava più cose, e meglio. Fino a non lasciare zone
d’ombra. Viceversa la psicoanalisi è una teoria molto discutibile
perché difficilmente falsificabile nel senso popperiano
del termine. Molti sono sorpresi dall’idea – tuttavia banale
- che una verità scientifica è tale fino a prova del
contrario.
Dal punto di vista sociale,
le questioni sollevate dall’epistemologia sono state una
manna per chi aveva tanta voglia di mettere in discussione
la scienza come fonte di “verità”. Molti sono stati
felici quando Heisenberg ha formulato la legge per cui “è
impossibile determinare contemporaneamente posizione e quantità
di moto o di energia e tempo di misura di una particella con
una precisione superiore a un valore dato”. Questo “principio
di indeterminazione” per molti appariva come una mazzata al
determinismo scientifico. Nello stesso modo, alcuni tentano
pateticamente di ribaltare l’evoluzionismo per tornare
ad un improbabile (e “infalsificabile”) creazionismo.
La scienza ride delle contestazioni dei profani.
Mettere in dubbio la rotondità della Terra è
un esercizio per perdigiorno. Una diagnosi di cancro
all’ultimo stadio non lascia spazio né alle incertezze
né ai miracoli. È solo ai margini della
scienza che regna l’incertezza: ma è un’incertezza che
a volte promette verità future. Inoltre, nella realtà
corrente gli uomini non hanno da fare con l’infinitamente grande
o con l’infinitamente piccolo: pochissimi si occupano d’astronomia
o vanno a sbattere contro quel famoso “principio di
indeterminazione” e quasi nella totalità dei casi la
scienza formula affermazioni perentorie che sarebbe sciocco
discutere. Come sarebbe sciocco mettere in dubbio l’attrazione
della Terra. Del resto, basta abbandonare a se stesso un bicchiere
di cristallo ad un metro dal suolo per sentire la realtà
darci del cretino con fragore.
La scienza è una grande conquista dell’umanità
ma non bisogna commettere l’errore di attribuirle
compiti non suoi. La scienza non deve e non può
occuparsi di Dio. Così come non ha il compito
di distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, il
buono dal cattivo. Sono tutti campi scientificamente “infalsificabili”.
E chi crede che un grande scienziato, solo perché
tale, sia più saggio o intelligente di altri
in campi non scientifici, si sbaglia di grosso. Come era
incongruo, per dimostrare l’esistenza di Dio, citare il
fatto che ci credesse Einstein.
Gli uomini hanno veramente bisogno di mitizzare qualcuno
o qualcosa. Per loro o la scienza è un imbroglio
(e mitizzano la filosofia), o credono che
essa sia l’unica fonte di verità e che possa risolvere
problemi non suoi. Galileo e Bacone vanno ringraziati
perché ci hanno regalato, con gli sviluppi del
loro metodo, la lavatrice e la televisione: ma per quanto
riguarda la felicità, la saggezza, il bene e il male,
continueremo a discuterne con Socrate e Pascal.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 dicembre
2006
Gerald Batten
su Prodi - Litvinenko - con sottotitoli
(clicca sull'immagine, si aprirà la pagina
di YouTube, nella striscia Search digita il
nome Prodi e clicca su Search, si aprirà una nuova
pagina, il video si trova sotto il titolo "Prodi spia
del kgb)
GUZZANTI: LA MIA
RISPOSTA A PRODI E A TUTTI COLORO CHE
DA SINISTRA PRETENDONO DI CRITICARMI PER
ESSERE STATO IMPECCABILMENTE RESPONSABILE E ISTITUZIONALE,
COME I FATTI DIMOSTRANO
Ho molto apprezzato la spasmodica prudenza con cui
il signor Presidente del Consiglio dei Ministri ci ha
voluto far sapere che le commissioni parlamentari devono
fare il loro lavoro e non cercare di far paura agli avversari
politici. Tuttavia, per quanto prudente fino a rasentare la
crisi di nervi, una tale presa di posizione somiglia a quella
di chi avverte che non sta bene derubare gli anziani o bollire
i bambini durante le carestie. Ma Prodi tira in ballo i costi
delle Commissioni e dice che ‘La commissione Mitrokhin e’ costata
un sacco, come anche la commissione Telekom-Serbja. Bisogna
riflettere, le commissioni parlamentari non possono essere
strumentalizzate per abbattere gli avversari politici”.
E lì si sbaglia di grosso, perché la Commissione
Mitrokhin è costata pochissimo rispetto alla Commissione
Stragi (l’unica paragonabile per omogeneità)
con la differenza che la Stragi non ha neanche prodotto una
relazione finale, ma al massimo un interessante libro-intervista
del suo presidente, mentre la Commissione Mitrokhin ha
prodotto ben due relazioni: una discussa e approvata a maggioranza
che è dunque un documento del Parlamento della Repubblica
e una seconda che è rimasta una “relazione del
Presidente” perché fu presentata a campagna elettorale
aperta e tre commissari ritennero più importante
la loro campagna e fecero mancare il numero legale. Ma anche
quella seconda relazione porta le firme dei commissari ed
è un documento del Parlamento.
Circolano poi da quando Scaramella è in prigione
le notizie più stravaganti sulla Commissione.
Adesso si discute seriamente del fatto che il
consulente Scaramella non mi avrebbe avvertito del “diminuito
pericolo” rispetto ad un possibile attentato, come se
costui fosse stato, anziché un collaboratore della
Commissione, un ufficiale di polizia. Scaramella per
la verità non mi parlò mai di un attentato nei miei
confronti, ma mi avvertì di aver passato alla polizia
di Stato alcune informazioni da lui ricevute, credo da
Litvinenko, sul transito del famoso camioncino ucraino che
portava imprecisate armi.
Furono le agenzie di stampa a rendere noto il sequestro
e gli arresti il 16 ottobre del 2005 e fu il cortese
direttore del Mattino di Napoli ad avvertirmi
con una telefonata amichevole che i suoi redattori presso
la Procura avevano raccolto una voce secondo cui io
avrei potuto essere l’obiettivo di un attentato. Al processo
di teramo ho udito di nuovo e più volte questa spiegazione,
anche se nessuno me l’ha fornita ufficialmente. La notizia
fu comunque pesante: le granate Rpg servono per far saltare
una casa, una macchina blindata, un carro armato e io presi
moglie e figli e li portai fuori dall’Italia per un paio di
settimane. Presi atto del fatto che lo Stato mi aveva elevato
la scorta al secondo livello come l’ambasciatore di Israele
e sta di fatto che da tre anni vivo come un recluso agli arresti
domiciliari.
Ma l’idea che il dottor Mario
Scaramella dovesse, lui, avvertirmi del fatto che,
non so in base a quali valutazioni, il rischio nei
miei confronti dovesse considerarsi diminuito, mi appare
strampalata e del tutto impropria: Scaramella non era
il mio addetto alla sicurezza e poiché l’arresto
degli ucraini e il sequestro delle granate furono operati
dalla polizia di Stato, ho sempre pensato e ancora penso
che siano la Polizia o gli organismi di intelligence a doversi
occupare di queste faccende e non un consulente di Commissione
parlamentare.
Ho trovato poi altrettanto bizzarra, per non dir
altro, l’idea che possa essere stata considerata
sbagliata la mia scelta, che al contrario rivendico
come istituzionale e saggia, di non voler incontrare
personalmente sia Alexander Litvinenko che qualsiasi
altro dei russi che erano le fonti personali del consulente
Mario Scaramella. Benissimo ho fatto perché così
ho evitato, malgrado le sue insistenti richieste, di incontrare
il tristemente famoso Eugenij Limarev che ha fornito
la prima fabbricazione contro di me a Repubblica, dicendo
di avermi incontrato e di aver avuto da me indicazioni sulla
fabbricazione di dossier su esponenti politici.
Voglio anche a questo proposito essere chiaro ancora
una volta: la Commissione Mitrokhin ha lavorato
per quattro anni nel silenzio più sconfortante,
compiendo un lavoro noiosissimo e serissimo e non si
è mai e poi mai occupata di costruire dossier o comunque
li si voglia chiamare sul conto di esponenti politici.
L’unico politico sul quale non ho redatto alcun
“dossier” ma su cui viceversa ho indagato pubblicamente
e alla luce del sole è stato Romano Prodi (ma
per questioni meno rilevanti ci siamo occupati anche di
Lamberto Dini e Massimo D’Alema nella loro qualità
di Presidenti del Consiglio durante la gestione del
dossier Mitrokhin) i cui comportamenti mi sembravano e
mi sembrano tuttora degni di attenzione storica - non
giudiziaria – sia per la cosiddetta “seduta spiritica” che
fece scappare i brigatisti che avevano Moro, sia per il fatto
che la società Nomisma a Mosca fosse in joint-venture
direttamente con il braccio economico del Kgb, e poi
per la benevola approvazione in corso d’opera del golpe
contro Gorbaciov, per il fatto che il Sismi sotto la sua responsabilità
di Presidente del Consiglio violò le norme della legge 801
e non indagò mai sul materiale Mitrokhin e infine
perché il povero Litvinenko (morto ammazzato) riferì
che il suo amico ed ex capo Anatolij Trofimov (morto ammazzato
anche lui) gli aveva sconsigliato di vivere in Italia
“dove ci sono tantissimi politici legati al Kgb e dove Prodi
è il nostro uomo”.
Per carità,
forse mi sbaglio, forse sono un visionario,
ma indagando su questi aspetti della vita politica
del professor Prodi io ho ritenuto di assolvere
a quanto la legge 90 del 2002 prescriveva alla Commissione
bicamerale parlamentare d’Inchiesta sul dossier
Mitrokhin e l’Intelligence italiana.
Quindi, mai furono costruiti dossier di sorta,
ma semmai un esposto denuncia che io stesso un anno
fa, il 22 dicembre 2005, portai con le mie mani a Palazzo
di Giustizia a Piazzale Clodio di Roma e consegnai nelle
mani del gentilissimo signor procuratore capo dott. Giovanni
Ferrara, che poi provvide a inoltrare al Tribunale dei ministri
e che, se ricordo bene, mi offrì un tè nel
suo studio. Altro che sordidi dossier.
Quindi il presidente Prodi non ha di che lamentarsi:
come lui stesso ricorderà, il 2 dicembre
del 2005 io esposi tutte le ragioni che consideravo
e considero valide per indagare su di lui in una emittente
televisiva privata, la “Nessuno tv” che poi ho saputo
da Cossiga essere molto vicina a Massimo D’Alema. In quell’occasione
il professor Prodi annunciò una querela che poi la prudenza
gli suggerì di non portare avanti.
Colgo l’occasione, l’ho già fatto una volta
in chiave semiseria e lo faccio oggi in chiave serissima,
per esprimere un dubbio: vuoi vedere che c’è
qualcuno che aizzandomi contro i cani cerca di farmi inferocire
per danneggiare proprio il professor Prodi e contribuire
alla sua demolizione? Non è una domanda peregrina.
Io credo che lo stesso professor Prodi dovrebbe porsela: la
Commissione Mitrokhin era finita ed era silenziata, tutto
taceva, tutto era calmo. Poi, l’uragano. Un caso? Certamente,
spiega Gordievsky, non per caso Litvinenko fu avvelenato
in modo tale da far passare proprio Scaramella per il suo assassino.
Certamente non per caso Scaramella è stato illuminato come
un topo in trappola e sbattuto in galera, udite udite, per aver
calunniato un agente del Kgb che secondo lui ordiva attentati.
Ora – sottopongo l’osservazione al prudente professor Prodi – ve l’immaginate
voi un collaboratore della Commissione Stragi, quella che stabilì
che ogni fatto di terrorismo dipese dalla Cia, arrestato e gettato
nelle segrete di Regina Coeli per aver “calunniato” un agente della
Cia? Suvvia, neanche la fantasia più perversa potrebbe mettere
in scena un tale evento.
Invece oggi abbiamo Scaramella in galera per aver
calunniato un uomo del Kgb, Litvinenko morto ammazzato
e un fuoco di batteria di interviste prefabbricate
e, alla verifica, più o meno false.
Adesso la novità
del giorno sarebbe che io dovrei spiegare perché non volli
ascoltare Alexander Litvinenko in Commissione Mitrokhin,
dopo aver saggiamente scelto di non incontrarlo privatamente,
perché questo sarebbe stato istituzionalmente inaccettabile.
Ebbene, la ragione è che Alexander Litvinenko, che non
era un collaboratore della Mitrokhin ma una fonte personale
e privata di un collaboratore della Mitrokhin, non
era un testimone diretto di nulla. Purtroppo, l’appena assassinato
Litvinenko poteva soltanto citare l’appena assassinato
Trofimov. Non sapeva nulla dell’Italia, ma sapeva che chi sapeva
dell’Italia gli “aveva detto che”. Inoltre, non c’era assolutamente
il tempo e il modo, in chiusura dei lavori di vincere le feroci
resistenze dell’opposizione di sinistra nella Commissione
e di convocare un Ufficio di Presidenza allargato, che
a sua volta convocasse una assemblea generale.
La mia decisione da Presidente era e resta sovrana:
io non devo né posso risponderne a nessuno.
Ho agito secondo la mia coscienza e secondo la legge,
fra l’altro proprio a tutela di Prodi e a tutela della
Commissione che io non volevo fosse usata come strumento
di campagna elettorale.
Per questo, quando Mario Scaramella depositò
i materiali che aveva elaborato e raccolto su Litvinenko
e li portò, come era suo dovere, alla Commissione,
io mi assunsi la responsabilità di fermarli all’Ufficio
del protocollo segretandoli. E lì sono rimasti.
Ma accadde anche un fatto esterno, che ho già
ricordato: il 3 aprile di quest’anno il deputato europeo
britannico Gerald Batten chiese in una seduta pubblica
una commissione d’inchiesta sui trascorsi di Prodi
con l’Unione Sovietica citando il suo “elettore Alexander
Litvinenko che mi ha riferito quel che gli disse il generale
Trofimov e cioè che l’Italia è piena di politici
collusi con il Kgb e che là Romano prodi è
il nostro uomo”. Questa uscita pubblica di Batten fu separata
e indipendente dall’attività della Commissione Mitrokhin,
anche se lo stesso Batten riferì nell’Europarlamento
che Litvinenko aveva fornito le stesse informazioni
anche al Parlamento italiano.
Dunque, ricapitolando, Scaramella non mi doveva
dare alcuna informazione sul “livello” di pericolo,
alto o basso, in cui mi trovavo; Litvinenko non fu da
me incontrato per una scelta istituzionale; non fu possibile
neanche iniziare una procedura di audizione per
mancanza di tempo; non ritenni che le sue dichiarazioni,
per quanto scioccanti sul “nostro uomo”, dovessero essere
date in pasto al pubblico essendo purtroppo indimostrabili.
Certo, aggiungo oggi,
l’assassinio di Litvinenko e le sue modalità pongono
la scena sotto altre luci e altre ombre. Io oggi
mi sento autorizzato a pensare che qualcuno abbia voluto
chiudere la bocca a quel povero profugo e abbia anche voluto
infangarlo e distruggerne la credibilità, per
depotenziare le sue rivelazioni. E sono molto curioso di
vedere se e quali linee investigative i magistrati avranno
il coraggio di prendere, oltre quelle a tutela della indubbia
onorabilità di un vecchio agente del Kgb.
Il Giornale, 29
dicembre 2006
PROVOCAZIONE ASTRONOMICA
Possiamo smettere per un po’ di parlare di politica?
Tesi 1: se l’universo è in espansione, deve
avere un centro. Tesi 2: se l’universo è in
espansione in tutte le direzioni con la stessa
accelerazione, la terra è al centro dell’Universo: e
questo sembra francamente inverosimile.
Questo testo propone un quesito ai competenti,
partendo da alcun osservazioni elementari e
riducendo il problema a due dimensioni: per riportarlo
alle tre dimensioni basterà poi aggiungere le
direzioni “su” e “giù”.
S’immagini un uomo al centro di una piazza, con
intorno altri quattro uomini. Se questi uomini
si allontanassero da lui uno verso nord, uno verso
est, uno verso sud e uno verso
ovest
a velocità costante (o con accelerazione uguale e
costante), si avrebbe la situazione che si ha osservando
l’universo dalla Terra: tutti gli astri si allontano
da noi a velocità tanto maggiore quanto più sono lontani,
e questo allontanamento è uguale (nella nostra
ipotesi a due dimensioni) in tutte e quattro i punti cardinali.
Ma l’universo, ci insegnano, non ha un centro.
L’espansione è nello stesso momento in tutte
le direzioni e ogni corpo si allontana dall’altro:
sopra, sotto, a destra e a manca. Solo che la cosa
non pare possibile. Si torni all’esempio della piazza.
Ci sono quattro uomini uno vicino all’altro e, a cento
metri ad est da loro, un quinto uomo. Ora ecco che i quattro
uomini, come nella prima ipotesi, si allontano verso
i quattro punti cardinali. I due che vanno verso nord e
verso sud, cioè lungo una rotta tangenziale rispetto
al quinto uomo, rimarranno pressoché alla stessa distanza
dal quinto uomo. Quello che andrà ad ovest si allontanerà
dal quinto uomo alla stessa velocità di cui all’ipotesi
precedente, mentre l’uomo che va verso est dovrebbe addirittura
avvicinarsi al quinto uomo piuttosto che allontanarsene.
L’ipotesi che sia possibile un movimento uniformemente accelerato
di allontanamento da un astro da parte di tutti gli altri
è possibile solo se questo astro è al centro dell’universo.
E poiché pare veramente improbabile che il centro dell’universo
sia un pianeta insignificante come la Terra, o anche una
stella di quarta categoria come il Sole, si chiedono lumi a
chi ne sa di più.
Perché questo è un problema che lascia
veramente perplessi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28
dicembre 2006
LA PENA DI MORTE
PER SADDAM HUSSEIN
Alcuni sono contro la pena di morte sulla base
di argomentazioni. Dicono per esempio che si tratta
d’una pena “inumana”, che non si può mai escludere
l’errore giudiziario, che la pena capitale è irreversibile
ed altro ancora. Altri hanno come argomento centrale
un sentimento di rigetto. Sono contro la pena di morte,
e basta. Quasi rifiutano di discutere la cosa. Costoro,
come Giacinto Pannella, sono spesso lodevoli nella loro coerenza:
sono incondizionatamente contro la pena di morte per chiunque,
incluso il peggiore degli uomini. Incluso Saddam Hussein.
Poiché però
ci sono persone che preferiscono ragionare su qualunque
cosa, e che si fidano moderatamente del proprio sentimento,
si desidera porre una questione. Chi è contro
la pena di morte comunque, lo è perché
considera la vita umana sacra, tanto che l’uomo non ha potere
su di essa. Ma questa affermazione richiede una dimostrazione.
Se si dice che “la vita è un dono di Dio” si deve provare
l’esistenza di Dio; che Dio abbia creato la vita; e che
la vita sia un dono. Una strada tutta in salita. E comunque
l’argomento non è opponibile a chi non crede all’esistenza
di Dio, a chi non crede in un Dio provvidenziale e infine
ai molti che, per le più diverse ragioni, non reputano
che la vita sia un dono ma un’occasione di sofferenza.
Rimane il secondo argomento fra quelli scelti
per aprire la discussione: che la pena di morte sia
inumana. Indubbiamente essa è tale se si pensa
alla fredda organizzazione e ai particolari triviali
dell’esecuzione, all’eventuale sofferenza del condannato
e all’angoscia sua e delle persone cui dovesse essere
caro. Ma tutto questo significa che la pena è “inumana”?
Certamente no. Se uccidere l’uomo fosse inumano, lo stesso
condannato non avrebbe ucciso. Nella maggior parte delle specie
animali la violenza intraspecifica non conduce alla morte
del simile, neanche nel corso degli scontri più furiosi
per le femmine. Mentre l’omicidio è una delle caratteristiche
umane come lo è quell’omicidio di gruppo che si chiama
guerra e che poche altre specie animali (per esempio le formiche)
conoscono.
Infine il problema dell’errore giudiziario. È
certamente un argomento serio, anche se non serio come
farebbero credere i tanti film: al cinema pare
infatti che nel braccio della morte ci siano solo innocenti
ingiustamente condannati. Tuttavia, l’orrore per
un’esecuzione capitale inflitta a qualcuno che poi
si scopre innocente è giustificato e va tenuto da conto.
Per questo bisognerebbe che il giudice (o la giuria) fossero
estremamente sicuri della colpevolezza dell’accusato.
Come del resto richiede qualunque legislazione civile. Ma nel
caso di Saddam Hussein la colpevolezza era evidente ancor
prima che il processo cominciasse. Lasciando da parte le
uccisioni in massa, come quella di cui al processo; lasciando
da parte lo sterminio dei curdi; lasciando da parte le torture
e gli assassini commessi all’ingrosso in suo nome, Hussein
si è reso colpevole perfino di assassini privati e familiari:
quando i suoi due generi fuggirono in Giordania, egli dopo qualche
tempo dichiarò pubblicamente che li perdonava e che potevano
tornare a Baghdad. Quelli gli credettero e lui all’arrivo li fece
uccidere. Nel caso di Saddam Hussein il dubbio sulla colpevolezza
può averlo solo un analfabeta o qualcuno che non legge i giornali.
Ecco perché si invitano qui i lettori a dire
per quale ragione, a loro parere, bisognerebbe
sostenere l’azione di Pannella oppure per quale
ragione bisognerebbe giudicarla fuor di luogo.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27
dicembre 2006
LETTERA AD UN AMICO DI
SINISTRA
Mio caro amico,
mi sorprendo a guardarti come si guarda il coniuge
mentre si discute della separazione legale. Da
un lato si sa che è la soluzione migliore, che non
è il caso di tirare avanti, che il seguito non potrà
che essere peggiore. Dall’altro ci si chiede smarriti:
ma non è questa la persona di cui mi sono
un tempo innamorato? non è questa la persona con
cui ho condiviso anni belli? non è forse vero che
ci intendevamo così bene, che ci sentivamo nati
per stare insieme?
Con l’amico di sinistra ho infatti in comune tante,
tante cose. Lui desidera ardentemente il bene
dell’umanità, e anch’io lo desidero; lui vuole
la pace nel mondo e la voglio anch’io; lui auspica
la pietà per i più deboli e io pure la vorrei.
La lista delle convergenze è così lunga che
la lascio a mezzo. Anche perché, contrariamente a tanti
che si sentono dei moderati e sono dei filistei, sono personalmente
molto sensibile agli ideali. Sono disinteressato; sono quasi
uno svagato adolescente che dà più importanza
all’arte e all’amicizia che al denaro; un immaturo, se si vuole.
Quasi fossi di sinistra anch’io. E tuttavia la separazione legale
è inevitabile. Infatti non ci dividono i fini, ci dividono
i mezzi.
I
l mio amico di sinistra
vorrebbe migliorare l’umanità. Vorrebbe convincerla
a fare piuttosto il bene comune che il proprio. Anche
perché, se tutti lo facessero, ognuno avrebbe
alla fine anche più di quello che avrebbe avuto
agendo solo nel proprio interesse, per puro egoismo.
La collaborazione, la concordia, la scrupolosa
onestà e l’amore vicendevole producono risultati
meravigliosi, anche economicamente. E il mio amico
potrebbe chiedermi: non sei forse d’accordo?
Certo che sì, risponderei. In quel mondo
si vivrebbe tutti meglio ed io sarei prontissimo
a fare la mia parte, forse cercherei perfino di
dare il buon esempio. Ma io credo all’esperienza.
E tutte le frasi che precedono sono ammorbate da
una paroletta piccolissima e devastante: “se”. Se l’umanità
fosse così, se si comportasse cosà, se si facesse
questo, se si facesse quello. E non ci si chiede abbastanza
se l’umanità ne sia capace. Non si guarda alle esperienze
concrete del passato. Ci si rifiuta di vedere che tutti
gli esperimenti fondati sull’ideale hanno prodotto miseria
e disastri, mentre gli esperimenti fondati sulla concorrenza
spietata, e perfino sull’egoismo e sull’avidità,
hanno prodotto prosperità. Semplicemente perché
ciò che si fonda sull’egoismo ha basi solidissime nella
natura umana, ciò che si fonda sull’altruismo conduce
il fallimento. L’altruismo è una molla debole. Così
debole che di solito finisce con il maltrattamento dell’altruista
da parte degli egoisti. O addirittura con lo sfruttamento
dell’intera società da parte di un egoista che parla di altruismo:
si chiama dittatura del proletariato.
Ecco ciò che mi separa dall’amico di sinistra.
La penso come lui. Vorrei – come lui – che l’umanità
fosse diversa. Ma mentre lui spera che lo sia, magari
domani, io non lo spero. Né domani né mai. Gli
animali sgomitano per mangiare per primi e di più,
magari minacciando i più deboli e obbligandoli ad aspettare
per vedere se ne rimarrà per loro. Il più forte
si nutre per primo e ovviamente fa la parte del leone. L’uomo
è diverso, mi direbbe il mio amico. Ed è vero, sembra
diverso. Quando c’è abbastanza da mangiare. Quando
si è in pace. Quando non si corrono rischi. Ma quando si
tratta di sopravvivere, quando si rischia di morire di fame,
allora gli uomini dimenticano le buone maniere; e sgomitano;
e ringhiano e mordono come cani randagi.
Sono costretto a separarmi dal mio amico di sinistra
perché lui crede che gli uomini possano divenire
angeli, mentre io temo che perfino gli angeli, sotto
il manto di luce, nascondano coda e piedi caprini.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28
dicembre 2006
SCARAMELLA E' STATO
MESSO IN GALERA PER AVER CALUNNIATO UN AGENTE UCRAINO. NON CI CREDETE? FATE
MALE: QUESTA E' L'ITALIA, BABY
A cominciare
da questa lettera al direttore de "il Giornale",
Capperi,net seguirà, con articoli e
commenti, la vicenda legata alla "Commisione
Mitrokhin"
Caro direttore
Qualche volta ho usato della tua ospitalità
non come giornalista, ma come presidente della
Mitrokhin, visto che di quella Commissione bicamerale
d'inchiesta a nessuno importava un fico secco:
non una notizia in un telegiornale, niente Vespa,
Ballarò, Matrix, nulla di nulla mai. Allora mi
disperavo, sia da giornalista che da parlamentare per
lo stato della (dis)informazione in Italia.
Bei tempi, verrebbe da dire oggi. Di colpo, senza
alcun preavviso, accade una serie di fatti imprevedibili.
Alexander Litvinenko (un russo di cui pochissimi
in Italia oltre me conoscevano l'esistenza) scopre
di essere stato avvelenato e, facendo due più due,
pensa di aver avuto la polpetta dal suo commensale Maro
Scaramella al famoso Sushi Bar di Piccadilly Circus
di Londra. E di colpo, flash!, si accendono tutti i fari,
gli spot, le torce elettriche del pianeta mediatico puntate
su un solo uomo: l'equivoco, ambiguo, misterioso italiano
(gli aggettivi vengono venduti in kit da 10, 20 e 30 pezzi)
che sedeva con il povero russo trasportato in ospedale,
senza capelli e che è probabilmente l'assassino.
Insomma, Scaramella. Ancora nessuno parlava di Polonio
210 e anzi nessuno sapeva neanche che cosa fosse.
Poi si scopre che il povero Litvinenko non è
stato ammazzato con il Tallio (un topicida) ma con
un veleno nucleare che costa alcuni miliardi al
microgrammo e che è stato usato però in maniera
maldestra tanto che il vero luogo in cui l'avvelenamento
è avvenuto, l'hotel Millennium di Londra,
è contaminato e molti dipendenti si contorcono
dal dolore e vengono ospedalizzati.
A questo punto si scopre che
Scaramella con il polonio e con l'avvelenamento
di Litvinenko non c'entra niente, perché a dare
la polpetta avvelenata al russo erano stati quattro
agenti maschi una donna che si erano piazzati già da
due settimane nell'hotel Millennium aspettando che Scaramella
arrivasse a Londra per l'annuale sessione dell'International
Maritime Organization e che incontrasse l'esule amico
della povera Anna Politkovskaja.
Che le cose siano andate in questo modo me lo ha
spiegato "on the record" Oleg Gordievsky che
ha collaborato con Scotland Yard e che è stato
fatto passare per il grande accusatore di Scaramella,
mentre è in realtà il suo paladino e strenuo
difensore come posso dimostrare, a differenza di qualcun
altro che non può dimostrare niente. La sua intervista
è stata pubblicata sul tuo Giornale
Non so se i nostri lettori, caro direttore, si
rendono conto dell'enormità della cosa: tutto
tace per anni su di me, la Mitrokhin e Scaramella finché
una squadra di assassini non viene inviata a Londra per
ammazzare Litvinenko e per incastrare Scaramella,
sicché la conseguenza cronologica successiva
è che in Italia, da quel momento non un istante
prima, si scatena l'inferno mediatico su Scaramella e
poi su di me come ex Presidente della Commissione Mitrokhin
e quindi sulla Commissione stessa e sull'intero Parlamento
della precedente legislatura versando fango con le idrovore
sulla parte politica che oggi è in minoranza parlamentare,
benché sia maggioranza larghissima nel Paese.
E qui veniamo all'arresto di Scaramella della
vigilia di Natale e la sua traduzione a sirene
spiegate a Regina Coeli a Roma. Ho passato la giornata
di ieri a rispondere a colleghi giornalisti italiani
e stranieri che mi facevano tutti la stessa domanda:
che ne pensavo di quell'arresto, che cosa sapevo,
che cosa potevo dire.
Ho risposto che Mario Scaramella sapeva di trovare
le manette sotto la scaletta dell'aereo quando
ha deciso di rientrare perché ha detto: "La polizia
inglese mi ha avvertito di essere tenuta a far
sapere alla polizia italiana con quale volo rientrerò.
Ciò può voler dire una sola cosa: che intendono
arrestarmi e di fare del mio arresto un momento mediatico,
sbattendomi nei telegiornali e sulle prime pagine".
Gli avevo chiesto perché non trascorresse almeno
i tre giorni di Natale a Londra per rientrare il 27, oggi, e
mi ha dato questa risposta: "Io qui ho finito quel che dovevo
fare. La polizia inglese mi ha rilasciato un attestato di ringraziamento
per la collaborazione e non ho motivo per restare qui.
Se vogliono farmi passare Natale in carcere anziché
con i miei bambini, che posso fare? Ho la coscienza a posto
e le carte in regola".
Questo è
quanto so. Ho poi letto sulle agenzie che quest'uomo
sarebbe stato arrestato per un reato veramente
grave: calunnia aggravata e continuata. Contro
chi? Qualcuno ha pensato a Prodi, ma il presidente
del Consiglio non c'entra. Sembra invece che c'entri
un ucraino che Scaramella avrebbe accusato di terrorismo,
non so. Giudichino i lettori: il tremendo Scaramella,
il personaggio oscuro e ambiguo perché lavorava
per la Commissione Mitrokhin, viene catturato come
un terrorista sotto l'aereo che lo riporta a casa e messo
in gattabuia perché accusato di calunnia nei confronti
di un uomo dell'intelligence ucraina, un certo Talik.
Dì la verità, direttore, hai mai sentito
una storia del genere? Un uomo sbattuto in galera a Natale
per un ordine di custodia cautelare, cioè di arresto,
per aver calunniato un agente segreto ucraino?
Intanto, come sai, subito dopo la morte di Litvinenko,
il quotidiano "La Repubblica" ha pubblicato
il 26 novembre, un mese fa, una devastante intervista
che era stata tenuta nel cassetto per quasi due anni,
di un certo Eugenij Limarev e un'intervista postuma a
Litvinenko, il quale che non può smentire e di cui
a quanto pare non esiste alcuna registrazione. Questo
Limarev, che io non ho mai voluto conoscere malgrado le sue
insistenze, mi ha accusato di reati da ergastolo, come aver
predisposto una sorta di servizio segreto parallelo (c'è
sempre in Italia un servizio segreto parallelo, o "spezzoni
deviati" come si usa dire in sinistrese avanzato) e di aver
schedato insigni uomini politici e altri assolutamente ignoti.
Naturalmente è tutto assolutamente falso, salvo
il fatto che io ho indagato a lungo su Romano Prodi e l'ho fatto
alla luce del sole. Ma l'accusa si regge puntellandosi sempre
su Scaramella che viene servito ormai come un ibrido fra
Scaramouche e Pulcinella, spadaccino teatrale e maschera napoletana.
Nessuno chiede frattanto conto a Repubblica del
fatto che ha taciuto di gravissime notizie di
reato, ancorché false, e di averle tirate fuori quando
a Londra scatta la trappola a due posti, una mortale per
Litvinenko e una mediatica per Scaramella. Nulla da obiettare.
Tutto regolare. Nessuno chiede neanche le prove dell'attendibilità
delle interviste, dichiarate "on the record". Nessuno si
chiede neanche perché Gordievsky sia oggi tanto
furioso per quel che gli è stato attribuito fra virgolette
e mi abbia chiesto la versione inglese dell‚articolo, o
come mai sia svanita, come il sorriso del gatto del Cheshire,
proprio l'intervista di Gordievsky dal sito del quotidiano
che l'ha clamorosamente pubblicata.
Nessuno si chiede
nulla. Tutto normale, nel mondo mediatico in cui la
sinistra comanda e spadroneggia. Nessuno,
neppure, chiede al signor ministro degli Interni con
quale coraggio e con quali risultati abbia lanciato una
"inchiesta sulla Commissione Mitrokhin" che in realtà
era un'inchiesta sul personale di polizia, servizi e
carabinieri, sulla base dell'unica intervista di Limarev
pubblicata - bravi, avete indovinato - da Repubblica.
Nessuno ha trovato nulla da commentare sul fatto
che il Copaco, che ha il potere di controllo sui
servizi segreti, abbia certificato come bufala
l'ipotesi di una collaborazione ambigua e losca fra
"spezzoni" di servizi segreti e la Commissione Mitrokhin.
Tutte ipotesi demenziali, ma che hanno consigliato
quel simpatico personaggio che si chiama Clemente Mastella
a dichiarare che "Guzzanti è indifendibile".
Da quali accuse, di grazia, signor Guardasigilli?
Insomma, non è questo, signor direttore,
un Paese meraviglioso? In Pinocchio, il giudice
avverte il burattino:"Mio caro, il fatto che siate
innocente è la più lampante dimostrazione che
siete colpevole". Ora, gentile direttore, io non
voglio abusare né dell'ospitalità, né
della pazienza dei tuoi lettori i quali, quasi soli nel panorama
del "lettorato" italiano, hanno almeno avuto il
privilegio di una informazione costante della vicenda
Mitrokhin.
Ma in genere i poveri italiani, finché non
si è scatenato l'inferno determinato dall'assassinio
di Litvinenko e dalla trappola londinese del
Kgb per Scaramella non hanno saputo nulla di nulla della
Commissione, dei suoi noiosissimi, burocratici,
ma fondamentali lavori, sicché gli italiani
di fronte all'arresto di Natale del mostro Scaramella
sono frastornati, non capiscono molto, salvo il fatto che
tutto ciò non quadra, che tutto ciò appare
come un infernale meccanismo ad orologeria, comprese le
mie famose intercettazioni vergognosamente illegali e che
costituiscono un attacco golpista alle prerogative del
Parlamento, nelle quali però, badi bene, io prendo
a male parole proprio Scaramella accusandolo di volermi
dare come prove, prove che a mio parere non provavano nulla.
Dunque, se proprio le famose intercettazioni dimostrano la
mia trasparenza, quelle intercettazioni diventano però
una miscela esplosiva se mescolate con le invenzioni del mercenario
Limarev con cui il famoso quotidiano cui ho dedicato io stesso
quattordici anni della mia vita ha aperto le danze di questo ballo
satanico-politico volto a screditare metà dell'Italia,
metà degli italiani, metà del Parlamento.
A chi mi chiede che cosa mi aspetto, rispondo
con la rituale fiducia nella magistratura: i
magistrati hanno un'occasione d'oro per mostrare
trasparenza e verità. Alcuni di loro li conosco
e so che politicamente sono orientati in maniera diversa
dalla mia. Sono sicuro che la loro opinione politica non
farà loro velo e spero dunque che facciano presto e
bene il loro lavoro.
Quanto a me, la mia
forsennata campagna per la verità non conoscerà
soste né tentennamenti: qualcuno qui ha commesso l'errore
madornale di scoperchiare per metà il vaso di Pandora-Mitrokhin
che era stato tenuto prudentemente serrato per anni. Adesso
scoprono che non potranno più a richiuderlo e questo
sarà un bene per la verità e, di conseguenza, un
bene per la libertà giacché, ne converrai anche
tu caro direttore, non si dà libertà se la verità
è tenuta in ceppi e torturata con le tenaglie.
Grazie ancora una volta per avermi ospitato.
Sen.
Paolo Guzzanti - Già Presidente della Commissione
Mitrokin
(per
altre informazioni, www.paologuzzanti.it
)
Massima del giorno
Se avessero chiesto al cardinale Bellarmino "Quanto
fa 5 x 5?" forse avrebbe risposto: "Quid prodest
ecclesiae?"
G.P.
MOLLICHINE
È stato rivelato che i radicali hanno messo
statuine gay nel presepe. Non solo: pare che i pastori
abbiano una relazione innaturale con le pecore.
D'Alema sostiene Siniora e Abu Mazen. Visto il
suo intuito politico, siamo preoccupati per loro.
I sindacati dell'Alitalia minacciano l‚ipotesi
estrema del blocco totale. Risultato che però
si otterrebbe anche più facilmente col fallimento.
I preti preoccupati per la nuova legge sulle
"coppie di fatto". Alle amanti potranno continuare
a negare il matrimonio, ma il Pacs?
Gesù
e Maria palestinesi
E' finito il Natale. E' finita Chanukka'. E' arrivata
la neve in Israele e, finalmente , tanta pioggia.
.
I fedeli cristiani a Betlemme erano pochi per
la Messa del 25 dicembre, ogni anno di meno.
Dal 90% di prima porcesso di "pace" di Oslo i cristiani
si sono ridotti al 9% contro il 90% dei musulmani
e, se si va avanti di questo passo, Betlemme
finira' per diventare la citta' del C'era una volta...C'era
una volta una citta' che diede i natali a un bambino
ebreo di nome Gesu'...e a Betlemme arriveranno i cristiani
dal resto del mondo ma non ci saranno piu' nativi cristiani
nella citta'.
Arafat aveva ridotto i cristiani palestinesi
alla stregua di dhimmi, abitanti sottomessi dell'ANP,
minacciati quotidianamente dal governo mafioso
e terrorista del Boccadirosa in kefiah, soggetti
al pagamento del pizzo per lavorare.
Oggi il potere e' di hamas e i pochi cristiani
rimasti continuano ad avere paura, vengono
scacciati dalle loro case per far posto a islamici,
i loro affari vengono boicottati , sono costretti
ad osservare il Ramadan e la Sharia, hanno paura di
portare al collo la catenina con la croce.
Il Primo Ministro Ismail Haniyeh, a Teheran per
la conferenza negazionista della Shoa' , ha detto
di essere il protettore della terra islamica di
Palestina.
Naturalmente gli
arabi e gli europei loro seguaci dicono che i cristiani
se ne vanno da Betlemme per colpa di Israele e
della guerra, semplice no? Dare la colpa a Israele
va sempre bene, tutti ci credono, tutti lo accettano.
Abbiamo dovuto digerire ben altro, abbiamo dovuto
sopportare la falsificazione della storia del Medio Oriente
versione Arafat il quale ha cambiato i numeri, ha fatto credere
che i palestinesi esistessero qui da sempre, li
ha fatti discendere prima dai cananei, poi dai
filistini, lui poteva, il mondo gli credeva, era ai suoi
piedi. Tutto quello che usciva dalla sua bocca era la sacra
verita' e il risultato e' stato la demonizzazione di Israele
e il disconoscimento del suo diritto all'esistenza.
Che gli arabi siano arrivati a moltiplicarsi
in Palestina come conseguenza della presenza
ebraica non interessa, che nel 1800 siano stati
poche migliaia aumentando via via che gli ebrei offrivano
loro lavoro tirandoli fuori dalla miseria dei
paesi da cui fuggivano non lo dice nessuno.
Che le immigrazioni arabe in Palestina siano
avvenute dal 1880 al 1948 non lo crede nessuno.
Che, grazie agli ebrei, la mortalita' dei bambini
arabi sia diminuita verticalmente non interessa.
Per anni, e ancora oggi, la propaganda di Arafat
e' stata Vangelo, si sono scritti libri di storia
falsificati, i media hanno strombazzato ai quattro
venti le sue teorie aumentando in occidente e a dismisura
l'odio contro gli ebrei, facendo rinascere da sotto
le ceneri l'antisemitismo.
Ma Arafat ha fatto molto di piu' , non solo ha
cambiato la storia mettendo Israele perennemente
sul banco degli imputati e parlando della sua
obbligatoria distruzione, Arafat ha rubato a Gesu'
la sua ebraicita' e lo ha fatto passare per palestinese.
Gesu' non era un ebreo per Boccadirosa in kefiah,
Gesu' era arabo palestinese, figlio della Palestina,
quale non si sa .
Arafat , oltre a essere un grande criminale ,
era anche pazzo ma le sue teorie folli , le
sue menzogne indegne, la sua retorica piagnucolante
hanno messo radici e dalle radici sono nati
i suoi cloni e ancora oggi un buon numero di cattocomunisti
e' pronto a giurare, contro ogni logica e prova storica,
che Gesu' fosse un arabo palestinese.
Lo ricorda inesorabilmente,
circa una volta all'anno, Vauro con
le sue vignette ignobili, sempre puntuale lui con
i suoi disegnini di Gesu' Bambino che piange e
si lamenta perche' ancora aggredito dai cattivi giudei.
Lo ricorda quest'anno quel giornale britannico
che fa dell'antisemitismo la sua battaglia di sempre
,l'Indipendent che , come avvisa Honestreporting,
approfitta delle feste di Natale per descrivere
Maria, Madre di Gesu', come una "rifugiata palestinese
a Betlemme" e parla delle donne palestinesi incinte
come "Le Marie del 21 secolo che soffrono come la Maria
di 2000 anni fa".
Si puo' ridere, ci si puo' chiedere come sia possibile
essere tanto miseramente idioti ma
dobbiamo pensare con paura, che un solo uomo
e' riuscito in 40 anni di potere assoluto a rubare Gesu'
ai cristiani di Betlemme , a defraudare Gesu' della
sua ebraicita' e a cambiare la storia del Medio Oriente
facendo diventare Israele il demonio "occupante terra
palestinese".
Una bugia ripetuta in un mondo antisemita diventa
subito verita' assoluta e
Arafat ha fatto per 40 anni un corso propedeutico
di odio che continua a dare risultati in
Occidente e nel mondo arabo-islamico.
I sentimenti antiebraici del mondo occidentale
hanno trovato in Arafat un profeta del Male
e gli ebrei e Israele continuano a pagarne le conseguenze
perche' il profeta ha figliato e oggi abbiamo
Hamas, abbiamo Ahmadinejad, abbiamo i Neturei Karta,
abbiamo conferenze per appurare che l'Olocausto non e'
mai esistito e che la sua invenzione e' servita solo a
creare uno stato fittizio , Israele, che, essendo fittizio,
deve essere distrutto.
Quante volte abbiamo sentito queste teorie
diaboliche uscire dalla boccaccia di Arafat mentre
veniva coccolato dai cattocomunisti occidentali
e portato in trionfo di nazione in nazione in Europa.
Betlemme non tornera' mai piu' quella di una volta,
tempo una decina d'anni, sara' la citta'
del "c'era una volta".
Forse solo oggi la Chiesa si sta rendendo conto
che aver protetto e aiutato un mostro per dare
addosso a Israele ha portato al dissolvimento
della popolazione cristiana nei territori palestinesi,
popolazione che oggi non raggiunge
il 2%. I cristiani palestinesi devono ringraziare Monsignor
Sabbah e la sua politica filoterrorista e filoarafattiana.
Non bisogna mai dimenticare queste verita', mai
dimenticare il Male fatto dal terrorista palestinese
piu' amato, protetto e finanziato dal mondo.
Non dimentichiamolo mai, bisogna parlarne, bisogna
ricordare, bisogna smentire, dobbiamo difenderci
anche da questo , non solo dalle bombe, dobbiamo
difenderci dal Male perche' le colpe verranno
date al capro espiatorio di sempre, Israele.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
LA
SOLUZIONE DEL PROBLEMA INSOLUBILE
Narra la leggenda che nella città di Gordio
c’era un aratro il cui timone era fissato con
un nodo così stretto e complicato che – si diceva
– chi fosse riuscito a scioglierlo sarebbe divenuto il padrone
del mondo. Poi a Gordio arrivò Alessandro il Macedone
che estrasse la spada e tagliò il nodo. Era un problema
insolubile o no? La risposta dipendeva da come si pretendeva
che fosse risolto. Nel corso dei secoli i problemi sono
stati spesso risolti alla maniera di Alessandro Magno. Il problema
dello spazio vitale, per esempio. Non solo le invasioni barbariche
stanno lì a dimostrare che una popolazione può
sterminarne un’altra e vivere serena sul suo territorio
ma il procedimento si è ripetuto un’infinità di
volte. Ancora nel Settecento e nell’Ottocento i coloni
americani hanno scacciato o massacrato i pellerossa. I selvaggi
fondamentalmente non erano agricoltori e potevano sopravvivere
disponendo di spazi pressoché sconfinati, i coloni invece
avevano bisogno di terra da coltivare e di steccati per i loro
allevamenti. Lo scontro fu inevitabile e prevalse il più
forte. Il problema insolubile fu risolto.
Gli esempi di soluzione di problemi insolubili
non si limitano alle invasioni. In Iraq arriva
la democrazia e la gente dà libero sfogo
alle proprie tendenze alla violenza. Sotto Saddam Hussein
non c’erano né libertà né scrupoli di
umanità e di terrorismo non si parlava neppure.
E non è un’eccezione: non ci sono stati né
terrorismo né moti di piazza contro Stalin, Hitler,
Mao. Quando la repressione è feroce il rivoluzionario
si calma. E in Iraq ci sarebbe presto la pace, almeno
nelle strade, se tornasse al potere un nuovo Saddam Hussein.
La gente sarebbe torturata e uccisa in luoghi chiusi.
Un ultimo esempio è quello della Palestina.
Anche questo è un problema insolubile:
Israele è disposta a dare mezza Palestina,
i palestinesi la vogliono tutta, ammazzando tutti
gli israeliani. È difficile concepire un compromesso.
Anzi, non esiste, come giustamente dice Al Zawahiri.
Ma se per sciogliere questo nodo non fosse obbligatorio
usare le mani, se fosse lecito usare la spada, il problema
cesserebbe d’essere insolubile. Israele dovrebbe sterminare
i palestinesi? Certamente no. Ma ci sarebbe da essere
tanto, tanto più contenti se tutti coloro che creano
problemi risolubili con la spada si rendessero conto che,
in fondo, beneficiano della benevolenza del loro nemico.
Tutti i simil-ribelli che sfilano per le strade
dei paesi