archivio DICEMBRE 2006



IL TIRANNICIDIO
Nel buonismo imperante, la violenza è stramaledetta. Si fa anzi a gara per essere più capaci degli altri di comprendere l’incomprensibile, giustificare l’ingiustificabile, perdonare l’imperdonabile. Si dimentica che ci si può permettere di escludere la violenza dalla pratica corrente solo perché essa è divenuta monopolio dello Stato. La “forza pubblica” rende inutile la privata. Ma la violenza non cessa per questo di esistere. Non appena dei singoli cercassero di forzare la porta della nostra casa per aggredirci, telefoneremmo ai Carabinieri aspettandoci che vengano: e non per convincere a parole i malintenzionati, magari mentre quelli continuano a darsi da fare col piede di porco, ma per sbatterli in galera con la forza. E se i Carabinieri non potessero intervenire, ci metteremmo noi stessi a sparare. Il singolo dunque può rinunciare alla violenza solo in quanto possa chiedere ad un altro di usarla per lui: ma se quest’altro non c’è o è troppo lontano, non rimane che andare tutti in giro con la Colt alla cintura. Come nel Far West.
In uno Stato ordinato, l’esercizio della violenza legale è piramidale: il carabiniere obbedisce al maresciallo, questi al capitano e tutti al Ministro competente, il quale a sua volta obbedisce al Parlamento e al Governo in un sistema di checks and balances (garanzie). Quando invece si giunge al potere incontrastato di un singolo, l’autocrate ha un potere senza confini e non esiste nessuna possibilità di ricorrere a qualcuno sopra di lui. Questo innesca il tirannicidio, ammesso da molti illustri pensatori ed anche da Tommaso  d’Aquino per il quale esso si configura come una forma di legittima difesa della società “quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore” (citazione tratta dal “Foglio”).  Appunto: al di sopra del dittatore non c’è nessuno.
Il potere assoluto si paga col rischio del tirannicidio. È come se il popolo dicesse: “Se tu, autorità suprema, rifiuti di sottoporti al mio scrutinio, alla tua nuda violenza posso rispondere solo con la nuda violenza del tirannicidio”. Come capiva il Caligola di Albert Camus, il tiranno  è l’unico uomo libero del paese. Dunque la sua semplice esistenza toglie la libertà all’intero popolo e ne giustifica la legittima difesa. Ecco perché la violenza delle Brigate Rosse non aveva giustificazione: in Italia si votava regolarmente.

Più sfumato è il problema del tirannicidio quando il tiranno sia ormai caduto. Quando il despota è vinto, tecnicamente non è più tale. È un ex-capo di Stato e non mette in pericolo la libertà dei cittadini. Essendo però un privato cittadino può e deve essere giudicato: ma per gli eventuali crimini commessi, non per la sua attività politica. Mussolini non avrebbe potuto essere giudicato perché aveva dominato l’Italia, ma per avere  commissionato l’omicidio di qualcuno, se mai l’ha fatto. Invece oggi in Italia si biasima l’esecuzione di un bieco e crudele tiranno come Saddam Hussein, mentre non si hanno ripensamenti riguardo all’assassinio senza processo di Mussolini e della sua incolpevole amante.
L’eventuale condanna a morte dell’ex-tiranno deve avere il normale valore retributivo di questa sanzione. Poi – certo – si può essere contro di essa: ma se questa pena è prevista, l’esecuzione fa parte della normale amministrazione della giustizia.
In conclusione, il pianto greco per Saddam Hussein è del tutto fuor di luogo: è solo un condannato fra gli altri. Fra gli innumerevoli colleghi della Cina, passati per le armi per crimini infinitamente inferiori. Inoltre è vagamente surreale sentir condannare l’esecuzione di Saddam perché “contraria alla nostra civiltà”. ¿E che cosa gliene importa, agli irakeni, della nostra civiltà? ¿A parte il fatto che fino a pochi decenni fa la ghigliottina funzionava così bene nello Stato Pontificio, noi che ci sbracciamo ogni giorno per permettere agli islamici di avere le loro moschee, la loro poligamia, il loro modo di macellare gli ovini, cioè di avere la loro civiltà, con quale coraggio li giudichiamo se condannano a morte uno dei più grandi criminali del secolo? ¿Per lui andiamo ad esaminare nei dettagli se c’è qualcosa di discutibile nella procedura, quando di procedura certi paesi non si sono mai troppo interessati? ¿ E men che meno se ne è mai interessato lo stesso Saddam? Si è perfino rimproverato alla giustizia irakena di averlo condannato ed ucciso prima di celebrare altri processi per altri crimini, magari più grandi (la gasificazione dei curdi), come se si potessero infliggere più condanne a morte alla stessa persona. Dimenticando le volte in cui abbiamo sorriso della giustizia americana capace di condannare un sessantenne a centotrenta anni di carcere. Se poi si fosse fatto giudicare Saddam Hussein da un tribunale internazionale, si sarebbe contestato il fatto che egli non era giudicato dai suoi, ma da estranei vincitori. Per impiccarlo insomma, come per Giufà, l’unico albero adatto era il prezzemolo.
C’è da pensare che la difesa di Saddam Hussein nasconda un semplice dato di solidarietà affettiva, per i nostri pensatori di sinistra: Hussein era contro gli americani. E questo basta per offrirgli tutti i sostegni possibili.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 31 dicembre 2006

Premio peggior editorialista 2006 dei giornali borghesi
Avevo pensato di premiare Gad Lerner, per l'opera omnia e in particolare per quel memorabile editoriale in cui spiegava che le proteste mediorientali anti vignette di Maometto erano un'invenzione dei giornali occidentali. Ma con un colpo di genio oggi è arrivato Michele Serra a bruciare l'amico Gad sul traguardo. Il pezzo di oggi è un capolavoro.
"Per buona parte del mondo islamico Saddam diventerà un martire. E non è necessario essere laureati alla Sorbona per capirlo, basterebbe il buon senso, basterebbe fare zapping su televisioni di altre province, non solo della nostra. La morte è un bonus politico davvero immeritato per un ducetto locale che solo l´infinita stoltezza dell´amministrazione Bush (che disgrazia per il povero pianeta Terra) ha deciso di identificare con il terrorismo islamista. Sbagliando analisi, sbagliando tattica e strategia, credendo ciecamente nelle proprie bugie e nelle proprie ossessioni, regalando ai santuari dei fanatici un leader inesistente, un santino da inalberare nei cortei furenti di folle inferocite e ignoranti.
Terribile momento, terribili prospettive: questa guerra maledetta e mendace ha allungato di molti chilometri la miccia dell´odio religioso, ha rafforzato nel mondo povero l´idea funesta di un Occidente invasore e neocolonialista, che vuole fare il padrone in casa altrui, imporre le proprie leggi, insediare governi "amici". Globalizzazione vuol dire, anche, che pagheremo tutti, anche chi è innocente, il prezzo dello sguardo fesso di George W. Bush. Lo sguardo più antiamericano della storia".
Ora, a parte le stupidaggini e le falsità contenute nell'articolo e l'ignoranza palese delle cose di cui scrive, vorrei far notare questa cosa del Bush fesso. E' considerato normale sostenere che Bush sia scemo. Io non so Michele Serra, ma Bush si è laureato in STORIA a Yale (con voti migliori di quelli di John Kerry), ha fatto il master in business administration ad Harvard, ha vinto due elezioni da governatore in uno degli Stati più importanti d'America e di salda tradizione democratica e poi due, anzi tre con le midterm del 2002, elezioni nazionali nel paese più potente del mondo. Però è fesso. E dovete crederci se lo dice un intelligentone - nonché teorico della superiorità antropologica della razza di sinistra - che nella vita ha diretto un inserto di barzellette allegato al giornale del Partito Comunista.
29 dicembre da Camillo, il blog di Cristian Rocca

"Altro che Saddam... E Mussolini?"
BAGDAD - Le autorità italiane che criticano l'impiccagione di Saddam, non ricordano cosa accadde a Piazzale Loreto? E' questo uno dei passaggi dell'intervista telefonica all'emittente Al Iraqiya concessa da Yassim Majid, uno dei consiglieri del premier iracheno Nuri Al Maliki. Respingendo le critiche avanzate nei confronti di Bagdad da diversi paesi europei ("sono affari interni del mio Paese"), Majid rimanda al mittente in particolare lo "sgomento" espresso da Romano Prodi, attraverso un parallelo con la morte di Mussolini.
"Coloro che ci criticano hanno forse dimenticato i crimini commessi dal regime di Saddam Hussein contro gli iracheni e contro l'umanità", premette Majid. E al premier italiano l'esponente iracheno replica ricordando che "alla fine della seconda guerra mondiale, Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta 'Benito Mussolini' gli ha detto: 'il tribunale vi condanna a morte' e la sentenza è stata eseguita immediatamente".
"I Paesi europei che condannano l'esecuzione - prosegue Majid - dovrebbero ricordare che "non hanno il diritto di interferire negli affari degli altri paesi, che hanno le loro proprie leggi".
Nei giorni scorsi, prima dell'esecuzione della condanna a morte di Saddam, Prodi aveva reso ufficiale la posizione dell'Italia che, aveva detto, resta "contraria alla pena capitale, sempre e comunque", anche nel caso dell'ex presidente iracheno. "Pur senza voler sminuire i crimini di cui si è macchiato Saddam Hussein e la ferocia con cui ha gestito il potere durante il regime - aveva aggiunto il presidente del Consiglio - e pur nel rispetto dell'autonomia e della legittimità delle istituzioni irachene, non posso non esprimere la ferma contrarietà del governo italiano e mia personale alla condanna a morte dell'ex rais".
Lo scorso 29 dicembre, appena un giorno prima dell'impiccagione, Prodi aveva rivolto un appello a chi aveva condannato Saddam "affinché prevalgano la saggezza e la magnanimità ". "La decisione di procedere all'esecuzione di Saddam Hussein - aveva detto - ci riempie di sgomento".
(31 dicembre 2006) da "La Repubblica"  <http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/esteri/iraq-105/maliki-prodi/maliki-prodi.html#up>

                         
                  Felice Anno Nuovo
                                            

SADDAM E' STATO IMPICCATO: MEGLIO COSI'
E' stato impiccato all'alba. Mi vengono in mente due considerazioni, una umana e l'altra politica. Ho sempre avuto dubbi sul proclama assoluto di dogmi quali " nessuno tocchi Caino ". Penso che in questo campo si dovrebbe distinguere astenendoci di pronunciare formule etiche di principio che assomigliano tanto, troppo, ad espressioni religiose. Saddam non è stato un assassino comune, di quelli che agiscono in relazione a situazioni contingenti, e nemmeno un serial killer che ha provato impulsi irrefrenabili e patologici ad uccidere. Non ha ucciso per soldi, per gelosia o per mille altri motivi di umana meschinità verso i quali è auspicabile, se non clemenza, almeno una risposta di livello più civile. Saddam ha perpretato stragi sistematiche e continuate per oltre trent'anni, di avversari politici e minoranze etniche e/o religiose in maniera del tutto simile a quelle nazifasciste nei confronti dei quali responsabili gli stati occidentali misero in piedi Norimberga. Non si capisce per quale motivo i glorificatori della decisione del CLN di uccidere Mussolini ( meno responsabile di Saddam ) senza processo oggi belino sul collo tirato di questo stronzo. Saddam, e molti come lui, non sono Caino, sono mostri che nascono al fine di privare della vita altri esseri umani ed è un fine che perseguono freddamente, per anni. Lasciarlo al mondo sarebbe stato, a mio avviso, un affronto a quelle decine di migliaia di morti che si è lasciato dietro, niente dogmi quindi e cominciamo a comprendere che ci sono tante eccezioni nei buoni principi, così tante che i buoni principi sarebbe meglio sussurrarli piano piano anzichè gridarli a gran voce.
Dal punto di vista politico....stiamo scherzando? Se l'obbiettivo è quello di dare credito al governo irakeno come si poteva fare a meno di giustiziare rapidamente Saddam? Nel mondo arabo la pena di morte per impiccagione è di gran lunga la minore delle pene da infliggere ad uno come Saddam, se fosse stato diversamente pochi avrebbero capito in Irak, nessuno avrebbe compreso una trasformazione della pena nell'ergastolo e anche chi aderisce alle politche del nuovo governo irakeno avrebbe iniziato ad avere seri dubbi. Saddam diventerà un martire sunnita? certo, sicuro che lo diventerà perchè laggiù le cose funzionano così. Ma se fosse rimasto vivo, oltre ad i suoi fedelissimi che magari aumentaranno un po' avrebbe messo in testa seri dubbi anche nei suoi avversari....è morto Saddam, il mondo non è meglio di prima ma nemmeno peggio, solo un po' più coerente.

Mirko Bacci

Massima del giorno
Spesso, coloro che si ammantano nella nobiltà del loro operato, ciò fanno per evitare più accurati controlli su di esso.
G.P.


MOLLICHINA
Migliore (Rc), oggi: “Aboliamo lo scalone e aumentiamo le pensioni minime”. L’anno venturo: “Aboliamo il lavoro, aumentiamo i salari!”

CI SI PUÒ FIDARE DELLA  SCIENZA?
La lettura di un libro di filosofia della scienza può gettare nello sconforto. Si credeva di avere delle certezze indubitabili e si apprende che proprio quelle certezze non sono tali. Anzi, sono istituzionalmente discutibili e ribaltabili. Il colpo di grazia lo dà poi il criterio della Fehlbarkeitstheorie, o Fälschungsmöglichkeit di Karl Popper per cui (riassumendo) “una proposizione può definirsi scientifica solo se è falsificabile”. Parole da cui parecchi deducono che, essendo falsificabile, è sbagliata o almeno dubbia. E questo è un errore.
Si prenda un’affermazione non falsificabile, per quanto banale: “Ieri notte ho sognato mio nonno”. Chi può dimostrare che la cosa sia vera? E chi può dimostrare che sia falsa? Ecco perché in nessun caso questa può essere un’affermazione scientifica. Un esempio più serio è l’affermazione secondo cui “Leonardo è un artista più grande di Raffaello”: essa è inconfutabile non nel senso che nessuno possa dubitarne ma, al contrario, nel senso che non è dimostrabile né che sia falsa né che sia vera. Nel campo del gusto, e in generale dell’arte, le dimostrazioni sono impossibili. Nello stesso modo è non falsificabile un’affermazione come “Dio esiste” perché, come ha spiegato Kant, la non esistenza o l’esistenza di Dio non si possono provare. Se viceversa qualcuno afferma che “il tale medicinale abbassa la pressione”, basta fare degli esperimenti in ospedale per sapere se l’affermazione è vera o falsa. Se si dimostra vera, l’azione di quel medicinale diviene una piccola “verità scientifica”; se invece l’abbassamento della pressione non si verifica, la tesi è confutata e quell’affermazione – che pure era scientifica perché falsificabile – si rivela falsa.
La falsificabilità, come si vede, non corrisponde affatto alla falsità, che è solamente una delle sue possibili conclusioni. Chi prova a falsificare una teoria (a partire dalla stessa persona che l’ha formulata) lo fa spera ndo di sbattere sempre contro conferme di essa, tanto da poter affermare che non ha falle. Viceversa, le affermazioni delle quali non è possibile dimostrare la falsità o la verità mediante un ragionamento o un esperimento, non sono scientifiche. In questo senso la cura Di Bella del cancro era scientifica perché falsificabile ma, appunto, è stata dimostrata falsa.
Ovviamente la distinzione non è netta. Una teoria scientifica è un’ipotesi che risolve molti problemi e rimane scientifica anche se non li risolve tutti: si ricordi la lunga discussione sulla natura quantica od ondulatoria della luce. Essa ha comunque diritto di soppiantare la teoria preesistente se risolve un maggior numero di problemi. Il sistema tolemaico è stato soppiantato dal sistema copernicano non perché il primo non fosse scientifico, ma perché quello nuovo  spiegava più cose, e meglio. Fino a non lasciare zone d’ombra. Viceversa la psicoanalisi è una teoria molto discutibile perché difficilmente falsificabile nel senso popperiano del termine. Molti sono sorpresi dall’idea – tuttavia banale - che una verità scientifica è tale fino a prova del contrario.

Dal punto di vista sociale, le questioni sollevate dall’epistemologia sono state una manna per chi aveva tanta voglia di mettere in discussione la scienza come fonte di “verità”. Molti sono stati felici quando Heisenberg ha formulato la legge per cui “è impossibile determinare contemporaneamente posizione e quantità di moto o di energia e tempo di misura di una particella con una precisione superiore a un valore dato”. Questo “principio di indeterminazione” per molti appariva come una mazzata al determinismo scientifico. Nello stesso modo, alcuni tentano pateticamente di ribaltare l’evoluzionismo per tornare ad un improbabile (e “infalsificabile”) creazionismo.
La scienza ride delle contestazioni dei profani. Mettere in dubbio la rotondità della Terra è un esercizio per perdigiorno. Una diagnosi di cancro all’ultimo stadio non lascia spazio né alle incertezze né ai miracoli. È solo ai margini della scienza che regna l’incertezza: ma è un’incertezza che a volte promette verità future. Inoltre, nella realtà corrente gli uomini non hanno da fare con l’infinitamente grande o con l’infinitamente piccolo: pochissimi si occupano d’astronomia o vanno a sbattere contro quel famoso “principio di indeterminazione” e quasi nella totalità dei casi la scienza formula affermazioni perentorie che sarebbe sciocco discutere. Come sarebbe sciocco mettere in dubbio l’attrazione della Terra. Del resto, basta abbandonare a se stesso un bicchiere di cristallo ad un metro dal suolo per sentire la realtà darci del cretino con fragore.
La scienza è una grande conquista dell’umanità ma non bisogna commettere l’errore di attribuirle compiti non suoi. La scienza non deve e non può occuparsi di Dio. Così come non ha il compito di distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, il buono dal cattivo. Sono tutti campi scientificamente “infalsificabili”. E chi crede che un grande scienziato, solo perché tale, sia più saggio o intelligente di altri in campi non scientifici, si sbaglia di grosso. Come era incongruo, per dimostrare l’esistenza di Dio, citare il fatto che ci credesse Einstein.
Gli uomini hanno veramente bisogno di mitizzare qualcuno o qualcosa. Per loro o la scienza è un imbroglio (e mitizzano la filosofia), o credono che essa sia l’unica fonte di verità e che possa risolvere problemi non suoi. Galileo e Bacone vanno ringraziati perché ci hanno regalato, con gli sviluppi del loro metodo, la lavatrice e la televisione: ma per quanto riguarda la felicità, la saggezza, il bene e il male, continueremo a discuterne con Socrate e Pascal.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 dicembre 2006


Gerald Batten su Prodi - Litvinenko - con sottotitoli (clicca sull'immagine, si aprirà la pagina di YouTube, nella striscia Search digita il nome Prodi e clicca su Search, si aprirà una nuova pagina, il video si trova sotto il titolo "Prodi spia del kgb)


GUZZANTI: LA MIA RISPOSTA A PRODI E A TUTTI COLORO CHE DA SINISTRA PRETENDONO DI CRITICARMI PER ESSERE STATO IMPECCABILMENTE RESPONSABILE E ISTITUZIONALE, COME I FATTI DIMOSTRANO
Ho molto apprezzato la spasmodica prudenza con cui il signor Presidente del Consiglio dei Ministri ci ha voluto far sapere che le commissioni parlamentari devono fare il loro lavoro e non cercare di far paura agli avversari politici. Tuttavia, per quanto prudente fino a rasentare la crisi di nervi, una tale presa di posizione somiglia a quella di chi avverte che non sta bene derubare gli anziani o bollire i bambini durante le carestie. Ma Prodi tira in ballo i costi delle Commissioni e dice che ‘La commissione Mitrokhin e’ costata un sacco, come anche la commissione Telekom-Serbja. Bisogna riflettere, le commissioni parlamentari non possono essere strumentalizzate per abbattere gli avversari politici”. E lì si sbaglia di grosso, perché la Commissione Mitrokhin è costata pochissimo rispetto alla Commissione Stragi (l’unica paragonabile per omogeneità) con la differenza che la Stragi non ha neanche prodotto una relazione finale, ma al massimo un interessante libro-intervista del suo presidente, mentre la Commissione Mitrokhin ha prodotto ben due relazioni: una discussa e approvata a maggioranza che è dunque un documento del Parlamento della Repubblica e una seconda che è rimasta una “relazione del Presidente” perché fu presentata a campagna elettorale aperta e tre commissari ritennero più importante la loro campagna e fecero mancare il numero legale. Ma anche quella seconda relazione porta le firme dei commissari ed è un documento del Parlamento.
Circolano poi da quando Scaramella è in prigione le notizie più stravaganti sulla Commissione. Adesso si discute seriamente del fatto che il consulente Scaramella non mi avrebbe avvertito del “diminuito pericolo” rispetto ad un possibile attentato, come se costui fosse stato, anziché un collaboratore della Commissione, un ufficiale di polizia. Scaramella per la verità non mi parlò mai di un attentato nei miei confronti, ma mi avvertì di aver passato alla polizia di Stato alcune informazioni da lui ricevute, credo da Litvinenko, sul transito del famoso camioncino ucraino che portava imprecisate armi.
Furono le agenzie di stampa a rendere noto il sequestro e gli arresti il 16 ottobre del 2005 e fu il cortese direttore del Mattino di Napoli ad avvertirmi con una telefonata amichevole che i suoi redattori presso la Procura avevano raccolto una voce secondo cui io avrei potuto essere l’obiettivo di un attentato. Al processo di teramo ho udito di nuovo e più volte questa spiegazione, anche se nessuno me l’ha fornita ufficialmente. La notizia fu comunque pesante: le granate Rpg servono per far saltare una casa, una macchina blindata, un carro armato e io presi moglie e figli e li portai fuori dall’Italia per un paio di settimane. Presi atto del fatto che lo Stato mi aveva elevato la scorta al secondo livello come l’ambasciatore di Israele e sta di fatto che da tre anni vivo come un recluso agli arresti domiciliari.
Ma l’idea che il dottor Mario Scaramella dovesse, lui, avvertirmi del fatto che, non so in base a quali valutazioni, il rischio nei miei confronti dovesse considerarsi diminuito, mi appare strampalata e del tutto impropria: Scaramella non era il mio addetto alla sicurezza e poiché l’arresto degli ucraini e il sequestro delle granate furono operati dalla polizia di Stato, ho sempre pensato e ancora penso che siano la Polizia o gli organismi di intelligence a doversi occupare di queste faccende e non un consulente di Commissione parlamentare.
Ho trovato poi altrettanto bizzarra, per non dir altro, l’idea che possa essere stata considerata sbagliata la mia scelta, che al contrario rivendico come istituzionale e saggia, di non voler incontrare personalmente sia Alexander Litvinenko che qualsiasi altro dei russi che erano le fonti personali del consulente Mario Scaramella. Benissimo ho fatto perché così ho evitato, malgrado le sue insistenti richieste, di incontrare il tristemente famoso Eugenij Limarev che ha fornito la prima fabbricazione contro di me a Repubblica, dicendo di avermi incontrato e di aver avuto da me indicazioni sulla fabbricazione di dossier su esponenti politici.
Voglio anche a questo proposito essere chiaro ancora una volta: la Commissione Mitrokhin ha lavorato per quattro anni nel silenzio più sconfortante, compiendo un lavoro noiosissimo e serissimo e non si è mai e poi mai occupata di costruire dossier o comunque li si voglia chiamare sul conto di esponenti politici.
L’unico politico sul quale non ho redatto alcun “dossier” ma su cui viceversa ho indagato pubblicamente e alla luce del sole è stato Romano Prodi (ma per questioni meno rilevanti ci siamo occupati anche di Lamberto Dini e Massimo D’Alema nella loro qualità di Presidenti del Consiglio durante la gestione del dossier Mitrokhin) i cui comportamenti mi sembravano e mi sembrano tuttora degni di attenzione storica - non giudiziaria – sia per la cosiddetta “seduta spiritica” che fece scappare i brigatisti che avevano Moro, sia per il fatto che la società Nomisma a Mosca fosse in joint-venture direttamente con il braccio economico del Kgb, e poi per la benevola approvazione in corso d’opera del golpe contro Gorbaciov, per il fatto che il Sismi sotto la sua responsabilità di Presidente del Consiglio violò le norme della legge 801 e non indagò mai sul materiale Mitrokhin e infine perché il povero Litvinenko (morto ammazzato) riferì che il suo amico ed ex capo Anatolij Trofimov (morto ammazzato anche lui) gli aveva sconsigliato di vivere in Italia “dove ci sono tantissimi politici legati al Kgb e dove Prodi è il nostro uomo”.

Per carità, forse mi sbaglio, forse sono un visionario, ma indagando su questi aspetti della vita politica del professor Prodi io ho ritenuto di assolvere a quanto la legge 90 del 2002 prescriveva alla Commissione bicamerale parlamentare d’Inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’Intelligence italiana.
Quindi, mai furono costruiti dossier di sorta, ma semmai un esposto denuncia che io stesso un anno fa, il 22 dicembre 2005, portai con le mie mani a Palazzo di Giustizia a Piazzale Clodio di Roma e consegnai nelle mani del gentilissimo signor procuratore capo dott. Giovanni Ferrara, che poi provvide a inoltrare al Tribunale dei ministri e che, se ricordo bene, mi offrì un tè nel suo studio. Altro che sordidi dossier.
Quindi il presidente Prodi non ha di che lamentarsi: come lui stesso ricorderà, il 2 dicembre del 2005 io esposi tutte le ragioni che consideravo e considero valide per indagare su di lui in una emittente televisiva privata, la “Nessuno tv” che poi ho saputo da Cossiga essere molto vicina a Massimo D’Alema. In quell’occasione il professor Prodi annunciò una querela che poi la prudenza gli suggerì di non portare avanti.
Colgo l’occasione, l’ho già fatto una volta in chiave semiseria e lo faccio oggi in chiave serissima, per esprimere un dubbio: vuoi vedere che c’è qualcuno che aizzandomi contro i cani cerca di farmi inferocire per danneggiare proprio il professor Prodi e contribuire alla sua demolizione? Non è una domanda peregrina. Io credo che lo stesso professor Prodi dovrebbe porsela: la Commissione Mitrokhin era finita ed era silenziata, tutto taceva, tutto era calmo. Poi, l’uragano. Un caso? Certamente, spiega Gordievsky, non per caso Litvinenko fu avvelenato in modo tale da far passare proprio Scaramella per il suo assassino. Certamente non per caso Scaramella è stato illuminato come un topo in trappola e sbattuto in galera, udite udite, per aver calunniato un agente del Kgb che secondo lui ordiva attentati. Ora – sottopongo l’osservazione al prudente professor Prodi – ve l’immaginate voi un collaboratore della Commissione Stragi, quella che stabilì che ogni fatto di terrorismo dipese dalla Cia, arrestato e gettato nelle segrete di Regina Coeli per aver “calunniato” un agente della Cia? Suvvia, neanche la fantasia più perversa potrebbe mettere in scena un tale evento.
Invece oggi abbiamo Scaramella in galera per aver calunniato un uomo del Kgb, Litvinenko morto ammazzato e un fuoco di batteria di interviste prefabbricate e, alla verifica, più o meno false.

Adesso la novità del giorno sarebbe che io dovrei spiegare perché non volli ascoltare Alexander Litvinenko in Commissione Mitrokhin, dopo aver saggiamente scelto di non incontrarlo privatamente, perché questo sarebbe stato istituzionalmente inaccettabile. Ebbene, la ragione è che Alexander Litvinenko, che non era un collaboratore della Mitrokhin ma una fonte personale e privata di un collaboratore della Mitrokhin, non era un testimone diretto di nulla. Purtroppo, l’appena assassinato Litvinenko poteva soltanto citare l’appena assassinato Trofimov. Non sapeva nulla dell’Italia, ma sapeva che chi sapeva dell’Italia gli “aveva detto che”. Inoltre, non c’era assolutamente il tempo e il modo, in chiusura dei lavori di vincere le feroci resistenze dell’opposizione di sinistra nella Commissione e di convocare un Ufficio di Presidenza allargato, che a sua volta convocasse una assemblea generale.
La mia decisione da Presidente era e resta sovrana: io non devo né posso risponderne a nessuno. Ho agito secondo la mia coscienza e secondo la legge, fra l’altro proprio a tutela di Prodi e a tutela della Commissione che io non volevo fosse usata come strumento di campagna elettorale.
Per questo, quando Mario Scaramella depositò i materiali che aveva elaborato e raccolto su Litvinenko e li portò, come era suo dovere, alla Commissione, io mi assunsi la responsabilità di fermarli all’Ufficio del protocollo segretandoli. E lì sono rimasti.
Ma accadde anche un fatto esterno, che ho già ricordato: il 3 aprile di quest’anno il deputato europeo britannico Gerald Batten chiese in una seduta pubblica una commissione d’inchiesta sui trascorsi di Prodi con l’Unione Sovietica citando il suo “elettore Alexander Litvinenko che mi ha riferito quel che gli disse il generale Trofimov e cioè che l’Italia è piena di politici collusi con il Kgb e che là Romano prodi è il nostro uomo”. Questa uscita pubblica di Batten fu separata e indipendente dall’attività della Commissione Mitrokhin, anche se lo stesso Batten riferì nell’Europarlamento che Litvinenko aveva fornito le stesse informazioni anche al Parlamento italiano.
Dunque, ricapitolando, Scaramella non mi doveva dare alcuna informazione sul “livello” di pericolo, alto o basso, in cui mi trovavo; Litvinenko non fu da me incontrato per una scelta istituzionale; non fu possibile neanche iniziare una procedura di audizione per mancanza di tempo; non ritenni che le sue dichiarazioni, per quanto scioccanti sul “nostro uomo”, dovessero essere date in pasto al pubblico essendo purtroppo indimostrabili.

Certo, aggiungo oggi, l’assassinio di Litvinenko e le sue modalità pongono la scena sotto altre luci e altre ombre. Io oggi mi sento autorizzato a pensare che qualcuno abbia voluto chiudere la bocca a quel povero profugo e abbia anche voluto infangarlo e distruggerne la credibilità, per depotenziare le sue rivelazioni. E sono molto curioso di vedere se e quali linee investigative i magistrati avranno il coraggio di prendere, oltre quelle a tutela della indubbia onorabilità di un vecchio agente del Kgb.

Il Giornale,  29 dicembre 2006

PROVOCAZIONE ASTRONOMICA
Possiamo smettere per un po’ di parlare di politica?
Tesi 1: se l’universo è in espansione, deve avere un centro. Tesi 2: se l’universo è in espansione in tutte le direzioni con la stessa accelerazione, la terra è al centro dell’Universo: e questo sembra francamente inverosimile.
Questo testo propone un quesito ai competenti, partendo da alcun osservazioni elementari e riducendo il problema a due dimensioni: per riportarlo alle tre dimensioni basterà poi aggiungere le direzioni “su” e “giù”.
S’immagini un uomo al centro di una piazza, con intorno altri quattro uomini. Se questi uomini si allontanassero da lui uno verso nord, uno verso est, uno verso sud e uno verso ovest a velocità costante (o con accelerazione uguale e costante), si avrebbe la situazione che si ha osservando l’universo dalla Terra: tutti gli astri si allontano da noi a velocità tanto maggiore quanto più sono lontani, e questo allontanamento è uguale (nella nostra ipotesi a due dimensioni) in tutte e quattro i punti cardinali.
Ma l’universo, ci insegnano, non ha un centro. L’espansione è nello stesso momento in tutte le direzioni e ogni corpo si allontana dall’altro: sopra, sotto, a destra e a manca. Solo che la cosa non pare possibile. Si torni all’esempio della piazza. Ci sono quattro uomini uno vicino all’altro e, a cento metri ad est da loro, un quinto uomo. Ora ecco che i quattro uomini, come nella prima ipotesi, si allontano verso i quattro punti cardinali. I due che vanno verso nord e verso sud, cioè lungo una rotta tangenziale rispetto al quinto uomo, rimarranno pressoché alla stessa distanza dal quinto uomo. Quello che andrà ad ovest si allontanerà dal quinto uomo alla stessa velocità di cui all’ipotesi precedente, mentre l’uomo che va verso est dovrebbe addirittura avvicinarsi al quinto uomo piuttosto che allontanarsene. L’ipotesi che sia possibile un movimento uniformemente accelerato di allontanamento da un astro da parte di tutti gli altri è possibile solo se questo astro è al centro dell’universo. E poiché pare veramente improbabile che il centro dell’universo sia un pianeta insignificante come la Terra, o anche una stella di quarta categoria come il Sole, si chiedono lumi a chi ne sa di più.
Perché questo è un problema che lascia veramente perplessi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28 dicembre 2006

LA PENA DI MORTE PER SADDAM HUSSEIN
Alcuni sono contro la pena di morte sulla base di argomentazioni. Dicono per esempio che si tratta d’una pena “inumana”, che non si può mai escludere l’errore giudiziario, che la pena capitale è irreversibile ed altro ancora. Altri hanno come argomento centrale un sentimento di rigetto. Sono contro la pena di morte, e basta. Quasi rifiutano di discutere la cosa. Costoro, come Giacinto Pannella, sono spesso lodevoli nella loro coerenza: sono incondizionatamente contro la pena di morte per chiunque, incluso il peggiore degli uomini. Incluso Saddam Hussein.
Poiché però ci sono persone che preferiscono ragionare su qualunque cosa, e che si fidano moderatamente del proprio sentimento, si desidera porre una questione. Chi è contro la pena di morte comunque, lo è perché considera la vita umana sacra, tanto che l’uomo non ha potere su di essa. Ma questa affermazione richiede una dimostrazione. Se si dice che “la vita è un dono di Dio” si deve provare l’esistenza di Dio; che Dio abbia creato la vita; e che la vita sia un dono. Una strada tutta in salita. E comunque l’argomento non è opponibile a chi non crede all’esistenza di Dio, a chi non crede in un Dio provvidenziale e infine ai molti che, per le più diverse ragioni, non reputano che la vita sia un dono ma un’occasione di sofferenza.
Rimane il secondo argomento fra quelli scelti per aprire la discussione: che la pena di morte sia inumana. Indubbiamente essa è tale se si pensa alla fredda organizzazione e ai particolari triviali dell’esecuzione, all’eventuale sofferenza del condannato e all’angoscia sua e delle persone cui dovesse essere caro. Ma tutto questo significa che la pena è “inumana”? Certamente no. Se uccidere l’uomo fosse inumano, lo stesso condannato non avrebbe ucciso. Nella maggior parte delle specie animali la violenza intraspecifica non conduce alla morte del simile, neanche nel corso degli scontri più furiosi per le femmine. Mentre l’omicidio è una delle caratteristiche umane come lo è quell’omicidio di gruppo che si chiama guerra e che poche altre specie animali (per esempio le formiche) conoscono.
Infine il problema dell’errore giudiziario. È certamente un argomento serio, anche se non serio come farebbero credere i tanti film: al cinema pare infatti che nel braccio della morte ci siano solo innocenti ingiustamente condannati. Tuttavia, l’orrore per un’esecuzione capitale inflitta a qualcuno che poi si scopre innocente è giustificato e va tenuto da conto. Per questo bisognerebbe che il giudice (o la giuria) fossero estremamente sicuri della colpevolezza dell’accusato. Come del resto richiede qualunque legislazione civile. Ma nel caso di Saddam Hussein la colpevolezza era evidente ancor prima che il processo cominciasse. Lasciando da parte le uccisioni in massa, come quella di cui al processo; lasciando da parte lo sterminio dei curdi; lasciando da parte le torture e gli assassini commessi all’ingrosso in suo nome, Hussein si è reso colpevole perfino di assassini privati e familiari: quando i suoi due generi fuggirono in Giordania, egli dopo qualche tempo dichiarò pubblicamente che li perdonava e che potevano tornare a Baghdad. Quelli gli credettero e lui all’arrivo li fece uccidere. Nel caso di Saddam Hussein il dubbio sulla colpevolezza può averlo solo un analfabeta o qualcuno che non legge i giornali.
Ecco perché si invitano qui i lettori a dire per quale ragione, a loro parere, bisognerebbe sostenere l’azione di Pannella oppure per quale ragione bisognerebbe giudicarla fuor di luogo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27 dicembre 2006


LETTERA AD UN AMICO DI SINISTRA
Mio caro amico,
mi sorprendo a guardarti come si guarda il coniuge mentre si discute della separazione legale. Da un lato si sa che è la soluzione migliore, che non è il caso di tirare avanti, che il seguito non potrà che essere peggiore. Dall’altro ci si chiede smarriti: ma non è questa la persona di cui mi sono un tempo innamorato? non è questa la persona con cui ho condiviso anni belli? non è forse vero che ci intendevamo così bene, che ci sentivamo nati per stare insieme?
Con l’amico di sinistra ho infatti in comune tante, tante cose. Lui desidera ardentemente il bene dell’umanità, e anch’io lo desidero; lui vuole la pace nel mondo e la voglio anch’io; lui auspica la pietà per i più deboli e io pure la vorrei. La lista delle convergenze è così lunga che la lascio a mezzo. Anche perché, contrariamente a tanti che si sentono dei moderati e sono dei filistei, sono personalmente molto sensibile agli ideali. Sono disinteressato; sono quasi uno svagato adolescente che dà più importanza all’arte e all’amicizia che al denaro; un immaturo, se si vuole. Quasi fossi di sinistra anch’io. E tuttavia la separazione legale è inevitabile. Infatti non ci dividono i fini, ci dividono i mezzi.

Il mio amico di sinistra vorrebbe migliorare l’umanità. Vorrebbe convincerla a fare piuttosto il bene comune che il proprio. Anche perché, se tutti lo facessero, ognuno avrebbe alla fine anche più di quello che avrebbe avuto agendo solo nel proprio interesse, per puro egoismo. La collaborazione, la concordia, la scrupolosa onestà e l’amore vicendevole producono risultati meravigliosi, anche economicamente. E il mio amico potrebbe chiedermi: non sei forse d’accordo?
Certo che sì, risponderei. In quel mondo si vivrebbe tutti meglio ed io sarei prontissimo a fare la mia parte, forse cercherei perfino di dare il buon esempio. Ma io credo all’esperienza. E tutte le frasi che precedono sono ammorbate da una paroletta piccolissima e devastante: “se”. Se l’umanità fosse così, se si comportasse cosà, se si facesse questo, se si facesse quello. E non ci si chiede abbastanza se l’umanità ne sia capace. Non si guarda alle esperienze concrete del passato. Ci si rifiuta di vedere che tutti gli esperimenti fondati sull’ideale hanno prodotto miseria e disastri, mentre gli esperimenti fondati sulla concorrenza spietata, e perfino sull’egoismo e sull’avidità, hanno prodotto prosperità. Semplicemente perché ciò che si fonda sull’egoismo ha basi solidissime nella natura umana, ciò che si fonda sull’altruismo conduce il fallimento. L’altruismo è una molla debole. Così debole che di solito finisce con il maltrattamento dell’altruista da parte degli egoisti. O addirittura con lo sfruttamento dell’intera società da parte di un egoista che parla di altruismo: si chiama dittatura del proletariato.
Ecco ciò che mi separa dall’amico di sinistra. La penso come lui. Vorrei – come lui – che l’umanità fosse diversa. Ma mentre lui spera che lo sia, magari domani, io non lo spero. Né domani né mai. Gli animali sgomitano per mangiare per primi e di più, magari minacciando i più deboli e obbligandoli ad aspettare per vedere se ne rimarrà per loro. Il più forte si nutre per primo e ovviamente fa la parte del leone. L’uomo è diverso, mi direbbe il mio amico. Ed è vero, sembra diverso. Quando c’è abbastanza da mangiare. Quando si è in pace. Quando non si corrono rischi. Ma quando si tratta di sopravvivere, quando si rischia di morire di fame, allora gli uomini dimenticano le buone maniere; e sgomitano; e ringhiano e mordono come cani randagi.
Sono costretto a separarmi dal mio amico di sinistra perché lui crede che gli uomini possano divenire angeli, mentre io temo che perfino gli angeli, sotto il manto di luce, nascondano coda e piedi caprini.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28 dicembre 2006


SCARAMELLA E' STATO MESSO IN GALERA PER AVER CALUNNIATO UN AGENTE UCRAINO. NON CI CREDETE? FATE MALE: QUESTA E' L'ITALIA, BABY
A cominciare da questa lettera al direttore de "il Giornale", Capperi,net seguirà, con articoli e commenti,  la vicenda legata alla "Commisione Mitrokhin"
Caro direttore
Qualche volta ho usato della tua ospitalità non come giornalista, ma come presidente della Mitrokhin, visto che di quella Commissione bicamerale d'inchiesta a nessuno importava un fico secco: non una notizia in un telegiornale, niente Vespa, Ballarò, Matrix, nulla di nulla mai. Allora mi disperavo, sia da giornalista che da parlamentare per lo stato della (dis)informazione in Italia.
Bei tempi, verrebbe da dire oggi. Di colpo, senza alcun preavviso, accade una serie di fatti imprevedibili. Alexander Litvinenko (un russo di cui pochissimi in Italia oltre me conoscevano l'esistenza) scopre di essere stato avvelenato e, facendo due più due, pensa di aver avuto la polpetta dal suo commensale Maro Scaramella al famoso Sushi Bar di Piccadilly Circus di Londra. E di colpo, flash!, si accendono tutti i fari, gli spot, le torce elettriche del pianeta mediatico puntate su un solo uomo: l'equivoco, ambiguo, misterioso italiano (gli aggettivi vengono venduti in kit da 10, 20 e 30 pezzi) che sedeva con il povero russo trasportato in ospedale, senza capelli e che è probabilmente l'assassino. Insomma, Scaramella. Ancora nessuno parlava di Polonio 210 e anzi nessuno sapeva neanche che cosa fosse.
Poi si scopre che il povero Litvinenko non è stato ammazzato con il Tallio (un topicida) ma con un veleno nucleare che costa alcuni miliardi al microgrammo e che è stato usato però in maniera maldestra tanto che il vero luogo in cui l'avvelenamento è avvenuto, l'hotel Millennium di Londra, è contaminato e molti dipendenti si contorcono dal dolore e vengono ospedalizzati.
A questo punto si scopre che Scaramella con il polonio e con l'avvelenamento di Litvinenko non c'entra niente, perché a dare la polpetta avvelenata al russo erano stati quattro agenti maschi una donna che si erano piazzati già da due settimane nell'hotel Millennium aspettando che Scaramella arrivasse a Londra per l'annuale sessione dell'International Maritime Organization e che incontrasse l'esule amico della povera Anna Politkovskaja.
Che le cose siano andate in questo modo me lo ha spiegato "on the record" Oleg Gordievsky che ha collaborato con Scotland Yard e che è stato fatto passare per il grande accusatore di Scaramella, mentre è in realtà il suo paladino e strenuo difensore come posso dimostrare, a differenza di qualcun altro che non può dimostrare niente. La sua intervista è stata pubblicata sul tuo Giornale
Non so se i nostri lettori, caro direttore, si rendono conto dell'enormità della cosa: tutto tace per anni su di me, la Mitrokhin e Scaramella finché una squadra di assassini non viene inviata a Londra per ammazzare Litvinenko e per incastrare Scaramella, sicché la conseguenza cronologica successiva è che in Italia, da quel momento non un istante prima, si scatena l'inferno mediatico su Scaramella e poi su di me come ex Presidente della Commissione Mitrokhin e quindi sulla Commissione stessa e sull'intero Parlamento della precedente legislatura versando fango con le idrovore sulla parte politica che oggi è in minoranza parlamentare, benché sia maggioranza larghissima nel Paese.
E qui veniamo all'arresto di Scaramella della vigilia di Natale e la sua traduzione a sirene spiegate a Regina Coeli a Roma. Ho passato la giornata di ieri a rispondere a colleghi giornalisti italiani e stranieri che mi facevano tutti la stessa domanda: che ne pensavo di quell'arresto, che cosa sapevo, che cosa potevo dire.
Ho risposto che Mario Scaramella sapeva di trovare le manette sotto la scaletta dell'aereo quando ha deciso di rientrare perché ha detto: "La polizia inglese mi ha avvertito di essere tenuta a far sapere alla polizia italiana con quale volo rientrerò. Ciò può voler dire una sola cosa: che intendono arrestarmi e di fare del mio arresto un momento mediatico, sbattendomi nei telegiornali e sulle prime pagine". Gli avevo chiesto perché non trascorresse almeno i tre giorni di Natale a Londra per rientrare il 27, oggi, e mi ha dato questa risposta: "Io qui ho finito quel che dovevo fare. La polizia inglese mi ha rilasciato un attestato di ringraziamento per la collaborazione e non ho motivo per restare qui. Se vogliono farmi passare Natale in carcere anziché con i miei bambini, che posso fare? Ho la coscienza a posto e le carte in regola".
Questo è quanto so. Ho poi letto sulle agenzie che quest'uomo sarebbe stato arrestato per un reato veramente grave: calunnia aggravata e continuata. Contro chi? Qualcuno ha pensato a Prodi, ma il presidente del Consiglio non c'entra. Sembra invece che c'entri un ucraino che Scaramella avrebbe accusato di terrorismo, non so. Giudichino i lettori: il tremendo Scaramella, il personaggio oscuro e ambiguo perché lavorava per la Commissione Mitrokhin, viene catturato come un terrorista sotto l'aereo che lo riporta a casa e messo in gattabuia perché accusato di calunnia nei confronti di un uomo dell'intelligence ucraina, un certo Talik. Dì la verità, direttore, hai mai sentito una storia del genere? Un uomo sbattuto in galera a Natale per un ordine di custodia cautelare, cioè di arresto, per aver calunniato un agente segreto ucraino?
Intanto, come sai, subito dopo la morte di Litvinenko, il quotidiano "La Repubblica" ha pubblicato il 26 novembre, un mese fa, una devastante intervista che era stata tenuta nel cassetto per quasi due anni, di un certo Eugenij Limarev e un'intervista postuma a Litvinenko, il quale che non può smentire e di cui a quanto pare non esiste alcuna registrazione. Questo Limarev, che io non ho mai voluto conoscere malgrado le sue insistenze, mi ha accusato di reati da ergastolo, come aver predisposto una sorta di servizio segreto parallelo (c'è sempre in Italia un servizio segreto parallelo, o "spezzoni deviati" come si usa dire in sinistrese avanzato) e di aver schedato insigni uomini politici e altri assolutamente ignoti. Naturalmente è tutto assolutamente falso, salvo il fatto che io ho indagato a lungo su Romano Prodi e l'ho fatto alla luce del sole. Ma l'accusa si regge puntellandosi sempre su Scaramella che viene servito ormai come un ibrido fra Scaramouche e Pulcinella, spadaccino teatrale e maschera napoletana.
Nessuno chiede frattanto conto a Repubblica del fatto che ha taciuto di gravissime notizie di reato, ancorché false, e di averle tirate fuori quando a Londra scatta la trappola a due posti, una mortale per Litvinenko e una mediatica per Scaramella. Nulla da obiettare. Tutto regolare. Nessuno chiede neanche le prove dell'attendibilità delle interviste, dichiarate "on the record". Nessuno si chiede neanche perché Gordievsky sia oggi tanto furioso per quel che gli è stato attribuito fra virgolette e mi abbia chiesto la versione inglese dell‚articolo, o come mai sia svanita, come il sorriso del gatto del Cheshire, proprio l'intervista di Gordievsky dal sito del quotidiano che l'ha clamorosamente pubblicata.

Nessuno si chiede nulla. Tutto normale, nel mondo mediatico in cui la sinistra comanda e spadroneggia. Nessuno, neppure, chiede al signor ministro degli Interni con quale coraggio e con quali risultati abbia lanciato una "inchiesta sulla Commissione Mitrokhin" che in realtà era un'inchiesta sul personale di polizia, servizi e carabinieri, sulla base dell'unica intervista di Limarev pubblicata - bravi, avete indovinato - da Repubblica.
Nessuno ha trovato nulla da commentare sul fatto che il Copaco, che ha il potere di controllo sui servizi segreti, abbia certificato come bufala l'ipotesi di una collaborazione ambigua e losca fra "spezzoni" di servizi segreti e la Commissione Mitrokhin. Tutte ipotesi demenziali, ma che hanno consigliato quel simpatico personaggio che si chiama Clemente Mastella a dichiarare che "Guzzanti è indifendibile". Da quali accuse, di grazia, signor Guardasigilli?
Insomma, non è questo, signor direttore, un Paese meraviglioso? In Pinocchio, il giudice avverte il burattino:"Mio caro, il fatto che siate innocente è la più lampante dimostrazione che siete colpevole". Ora, gentile direttore, io non voglio abusare né dell'ospitalità, né della pazienza dei tuoi lettori i quali, quasi soli nel panorama del "lettorato" italiano, hanno almeno avuto il privilegio di una informazione costante della vicenda Mitrokhin.
Ma in genere i poveri italiani, finché non si è scatenato l'inferno determinato dall'assassinio di Litvinenko e dalla trappola londinese del Kgb per Scaramella non hanno saputo nulla di nulla della Commissione, dei suoi noiosissimi, burocratici, ma fondamentali lavori, sicché gli italiani di fronte all'arresto di Natale del mostro Scaramella sono frastornati, non capiscono molto, salvo il fatto che tutto ciò non quadra, che tutto ciò appare come un infernale meccanismo ad orologeria, comprese le mie famose intercettazioni vergognosamente illegali e che costituiscono un attacco golpista alle prerogative del Parlamento, nelle quali però, badi bene, io prendo a male parole proprio Scaramella accusandolo di volermi dare come prove, prove che a mio parere non provavano nulla. Dunque, se proprio le famose intercettazioni dimostrano la mia trasparenza, quelle intercettazioni diventano però una miscela esplosiva se mescolate con le invenzioni del mercenario Limarev con cui il famoso quotidiano cui ho dedicato io stesso quattordici anni della mia vita ha aperto le danze di questo ballo satanico-politico volto a screditare metà dell'Italia, metà degli italiani, metà del Parlamento.
A chi mi chiede che cosa mi aspetto, rispondo con la rituale fiducia nella magistratura: i magistrati hanno un'occasione d'oro per mostrare trasparenza e verità. Alcuni di loro li conosco e so che politicamente sono orientati in maniera diversa dalla mia. Sono sicuro che la loro opinione politica non farà loro velo e spero dunque che facciano presto e bene il loro lavoro.

Quanto a me, la mia forsennata campagna per la verità non conoscerà soste né tentennamenti: qualcuno qui ha commesso l'errore madornale di scoperchiare per metà il vaso di Pandora-Mitrokhin che era stato tenuto prudentemente serrato per anni. Adesso scoprono che non potranno più a richiuderlo e questo sarà un bene per la verità e, di conseguenza, un bene per la libertà giacché, ne converrai anche tu caro direttore, non si dà libertà se la verità è tenuta in ceppi e torturata con le tenaglie.
Grazie ancora una volta per avermi ospitato.

Sen. Paolo Guzzanti - Già Presidente della Commissione Mitrokin (per altre informazioni,  www.paologuzzanti.it )

Massima del giorno
Se avessero chiesto al cardinale Bellarmino "Quanto fa 5 x 5?" forse avrebbe risposto: "Quid prodest ecclesiae?"
G.P.

MOLLICHINE
È stato rivelato che i radicali hanno messo statuine gay nel presepe. Non solo: pare che i pastori abbiano una relazione innaturale con le pecore.

D'Alema sostiene Siniora e Abu Mazen. Visto il suo intuito politico, siamo preoccupati per loro.

I sindacati dell'Alitalia minacciano l‚ipotesi estrema del blocco totale. Risultato che però si otterrebbe anche più facilmente col fallimento.

I preti preoccupati per la nuova legge sulle "coppie di fatto". Alle amanti potranno continuare a negare il matrimonio, ma il Pacs?


Gesù e Maria palestinesi
E' finito il Natale. E' finita Chanukka'. E' arrivata la neve in Israele e, finalmente , tanta pioggia. .
I fedeli cristiani a Betlemme erano pochi per la Messa del 25 dicembre, ogni anno di meno. Dal 90% di prima porcesso di "pace" di Oslo i cristiani si sono ridotti al 9%  contro il 90% dei musulmani e, se si va avanti di questo passo,  Betlemme finira' per diventare la citta' del C'era una volta...C'era una volta una citta' che diede i natali a un bambino ebreo  di nome Gesu'...e a Betlemme arriveranno i cristiani dal resto del mondo ma non ci saranno piu' nativi cristiani nella citta'.
Arafat aveva ridotto i cristiani palestinesi  alla stregua di dhimmi, abitanti sottomessi  dell'ANP, minacciati quotidianamente dal governo mafioso e terrorista  del Boccadirosa in kefiah, soggetti al pagamento del pizzo per lavorare.
Oggi il potere e' di hamas e i pochi cristiani rimasti continuano ad avere paura, vengono scacciati dalle loro case per far posto a islamici, i loro affari vengono boicottati , sono costretti ad osservare il Ramadan e la Sharia, hanno paura di portare al collo la catenina con la croce.
Il Primo Ministro Ismail Haniyeh, a Teheran per la conferenza negazionista della Shoa' , ha detto di essere il protettore della terra islamica di Palestina.

Naturalmente gli arabi e gli europei loro seguaci dicono che i cristiani se ne vanno da Betlemme per colpa di Israele e della guerra, semplice no? Dare la colpa a Israele va sempre bene, tutti ci credono, tutti lo accettano. Abbiamo dovuto digerire  ben altro, abbiamo dovuto sopportare la falsificazione della storia del Medio Oriente versione Arafat il quale ha cambiato i numeri, ha fatto credere che i palestinesi esistessero qui da sempre,  li ha  fatti  discendere prima  dai cananei, poi dai filistini, lui poteva, il mondo gli credeva, era ai suoi piedi. Tutto quello che usciva dalla sua bocca era la sacra verita' e il risultato e' stato la demonizzazione di Israele e il disconoscimento del suo diritto all'esistenza.
Che gli arabi siano arrivati a moltiplicarsi in Palestina come conseguenza della presenza ebraica non interessa, che nel 1800 siano stati poche migliaia  aumentando via via che gli ebrei offrivano loro lavoro tirandoli fuori dalla miseria dei paesi da cui fuggivano non lo dice  nessuno.
Che le immigrazioni arabe in Palestina siano avvenute  dal 1880 al 1948 non lo crede nessuno.
Che, grazie agli ebrei, la mortalita' dei bambini arabi sia diminuita verticalmente non interessa.
Per anni, e ancora oggi, la propaganda di Arafat e' stata  Vangelo, si sono scritti libri di storia falsificati, i media hanno strombazzato ai quattro venti le sue teorie aumentando in occidente e a dismisura l'odio contro gli ebrei, facendo rinascere da sotto le ceneri l'antisemitismo. 
Ma Arafat ha fatto molto di piu' , non solo ha cambiato la storia mettendo Israele perennemente sul banco degli imputati e parlando della sua obbligatoria distruzione, Arafat ha rubato a Gesu' la sua ebraicita' e lo ha fatto passare per palestinese.
Gesu' non era un ebreo per Boccadirosa in kefiah, Gesu' era arabo palestinese, figlio della Palestina, quale non si sa .
Arafat , oltre a essere un grande criminale , era anche pazzo ma  le sue teorie folli , le sue menzogne indegne, la sua retorica piagnucolante  hanno messo radici  e dalle radici sono nati  i suoi cloni e ancora oggi un buon numero di cattocomunisti e' pronto a giurare, contro ogni logica e prova storica, che Gesu' fosse un arabo palestinese.

Lo ricorda inesorabilmente, circa una volta all'anno, Vauro con le sue vignette ignobili,  sempre puntuale lui con i suoi disegnini di Gesu' Bambino  che piange e si lamenta perche'  ancora aggredito dai cattivi giudei.
Lo ricorda quest'anno quel giornale britannico  che fa dell'antisemitismo la sua battaglia di sempre ,l'Indipendent che , come avvisa Honestreporting, approfitta delle feste di Natale per descrivere  Maria, Madre di Gesu', come una "rifugiata palestinese a Betlemme" e parla delle donne palestinesi incinte come "Le Marie del 21 secolo che soffrono come la Maria di 2000 anni fa".
Si puo' ridere, ci si puo' chiedere come sia possibile essere tanto miseramente  idioti  ma dobbiamo pensare con paura, che un solo uomo e' riuscito in 40 anni di potere assoluto a rubare Gesu' ai cristiani di Betlemme , a defraudare Gesu' della sua ebraicita' e a cambiare la storia del Medio Oriente facendo diventare Israele il demonio "occupante terra palestinese".
Una bugia ripetuta in un mondo antisemita diventa subito verita' assoluta e
Arafat ha fatto per 40 anni un corso propedeutico di odio  che continua a dare risultati  in Occidente e nel mondo arabo-islamico.
I sentimenti antiebraici del mondo occidentale hanno trovato in Arafat un profeta del Male e gli ebrei e Israele continuano a pagarne le conseguenze perche' il profeta ha figliato e oggi abbiamo Hamas, abbiamo Ahmadinejad, abbiamo i Neturei Karta, abbiamo conferenze per appurare che l'Olocausto non e' mai esistito e che la sua invenzione e' servita solo a creare uno stato fittizio , Israele, che, essendo fittizio, deve essere distrutto.
Quante volte abbiamo sentito queste teorie  diaboliche uscire dalla boccaccia di Arafat mentre  veniva coccolato dai cattocomunisti occidentali e portato in trionfo di nazione in nazione in Europa.
Betlemme non tornera' mai piu' quella di una volta, tempo una decina d'anni,  sara' la citta' del "c'era una volta".
Forse solo oggi la Chiesa si sta rendendo conto che aver protetto e aiutato un mostro per dare addosso a Israele ha portato al dissolvimento della popolazione cristiana  nei territori palestinesi, popolazione che  oggi non raggiunge il 2%. I cristiani palestinesi devono ringraziare Monsignor Sabbah e la sua politica filoterrorista e filoarafattiana.
Non bisogna mai dimenticare queste verita', mai dimenticare il Male fatto dal terrorista palestinese piu' amato, protetto e finanziato  dal mondo.
Non dimentichiamolo mai, bisogna parlarne, bisogna ricordare, bisogna smentire, dobbiamo difenderci anche da questo , non solo dalle bombe, dobbiamo difenderci dal Male  perche' le colpe verranno date al capro espiatorio di sempre, Israele.

 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

LA SOLUZIONE DEL PROBLEMA INSOLUBILE
Narra la leggenda che nella città di Gordio c’era un aratro il cui timone era fissato con un nodo così stretto e complicato che – si diceva – chi fosse riuscito a scioglierlo sarebbe divenuto il padrone del mondo. Poi a Gordio arrivò Alessandro il Macedone che estrasse la spada e tagliò il nodo. Era un problema insolubile o no? La risposta dipendeva da come si pretendeva che fosse risolto. Nel corso dei secoli i problemi sono stati spesso risolti alla maniera di Alessandro Magno. Il problema dello spazio vitale, per esempio. Non solo le invasioni barbariche stanno lì a dimostrare che una popolazione può sterminarne un’altra e vivere serena sul suo territorio ma il procedimento si è ripetuto un’infinità di volte. Ancora nel Settecento e nell’Ottocento i coloni americani hanno scacciato o massacrato i pellerossa. I selvaggi fondamentalmente non erano agricoltori e potevano sopravvivere disponendo di spazi pressoché sconfinati, i coloni invece avevano bisogno di terra da coltivare e di steccati per i loro allevamenti. Lo scontro fu inevitabile e prevalse il più forte. Il problema insolubile fu risolto.
Gli esempi di soluzione di problemi insolubili non si limitano alle invasioni. In Iraq arriva la democrazia e la gente dà libero sfogo alle proprie tendenze alla violenza. Sotto Saddam Hussein non c’erano né libertà né scrupoli di umanità e di terrorismo non si parlava neppure. E non è un’eccezione: non ci sono stati né terrorismo né moti di piazza contro Stalin, Hitler, Mao. Quando la repressione è feroce il rivoluzionario si calma. E in Iraq ci sarebbe presto la pace, almeno nelle strade, se tornasse al potere un nuovo Saddam Hussein. La gente sarebbe torturata e uccisa in luoghi chiusi.
Un ultimo esempio è quello della Palestina. Anche questo è un problema insolubile: Israele è disposta a dare mezza Palestina, i palestinesi la vogliono tutta, ammazzando tutti gli israeliani. È difficile concepire un compromesso. Anzi, non esiste, come giustamente dice Al Zawahiri. Ma se per sciogliere questo nodo non fosse obbligatorio usare le mani, se fosse lecito usare la spada, il problema cesserebbe d’essere insolubile. Israele dovrebbe sterminare i palestinesi? Certamente no. Ma ci sarebbe da essere tanto, tanto più contenti se tutti coloro che creano problemi risolubili con la spada si rendessero conto che, in fondo, beneficiano della benevolenza del loro nemico.
Tutti i simil-ribelli che sfilano per le strade dei paesi