ARCHIVIO FEBBRAIO 2007




IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN
Marco Follini è al centro dell’attenzione del momento e si può esaminare il suo caso particolare. Ci si servirà dell’intervista concessa al “Corriere della Sera”il 24 febbraio 2007. Più di 1.500 parole fumose, sottili e inconsistenti. Se ne esce storditi come quando si ascoltano le spiegazioni di un competente di elettronica senza capirle e senza esserne convinti, visto che l’uomo non ispira fiducia. Tuttavia si identificano due punti interessanti. Innanzi tutto, come previsto, il traditore sostiene d’essere stato fermo mentre si è spostato il mondo. Le parole sono: “Ho il vezzo di dire sempre le stesse cose, a costo di una certa monotonia”.  Ma si può lasciare lì questa scusa pietosa e passare al punto centrale.
Il traditore si giustifica con un bene più grande della sua propria rispettabilità. Se poi è megalomane, si propone come il salvatore della patria. E infatti Follini dice: “Non milito da quella parte [il centro-sinistra]. Indico obiettivi che dovrebbero appartenere al senso comune degli uni e degli altri. Il mio è il tentativo di sottrarre il governo, e quindi la politica, alle pressioni delle minoranze più laterali. Mi propongo di partecipare, se ci riesco, alla costruzione di un nuovo centrosinistra, e di ancorare questa costruzione più vicino al centro”.  Fino ad ora, la confusione delle lingue. Ora arriva Follini e il governo non subisce più i ricatti dei Comunisti Italiani, dei Verdi, di Rifondazione, di Caruso o di Casarini. Se l’uomo non fosse polverosamente democristiano e se avesse il senso dell’umorismo, si direbbe che parla come il barone di Münchhausen. Prima la posizione dell’Italia nel mondo è in discussione e tutto è in crisi, poi con Follini tutto si appiana. Come quando Gesù calmò con un gesto una tempesta sul lago di Tiberiade. Uno si stropiccia gli occhi.
Follini non ha detto queste baggianate distrattamente. Infatti dice ancora: “Concorro alla ricerca della salvezza politica ma soprattutto all'evoluzione del centrosinistra”. La salvezza della politica! Bontà sua, usa il verbo “concorro”, ma è chiaro che, senza di lui, il mondo crollerebbe. E infatti aggiunge: “A lungo ci siamo chiesti: come se ne esce? Con il mio voto cerco di dare una risposta”. E gli occhi sono irritati, a forze di stropicciarli.
Questo senatore dell’Udc non ha né la grandezza di un Bruto, né la scaltrezza di un Temistocle e neppure idee chiare. È solo un rompiscatole vocazionale. Domani potrebbe dare fastidio al centro-sinistra senza neppure ricavarne un vantaggio personale, facendo sorgere il dubbio che sia uno sciocco. Nella galleria delle statue, non starà certo accanto a Charles De Gaulle.

Gianni Pardo,  - 25 febbraio 2007


Pap Khouma, direttore di El Ghibliì: intervista sul Senegal
D: In quale situazione politica, sociale, umanitaria giunge il Senegal a queste imminenti elezioni presidenziali?

Posso dire che ciò che so per esperienza indiretta sul mio paese, in virtù dei contatti che ho dall’Italia. E’ difficile pertanto esprimere un parere netto. Il Senegal resta uno dei paesi più poveri del mondo, anche se dai dati che rilevo, dicono che la situazione sta cambiando, sul piano economico c’è stata anche una crescita di più del 5%, almeno fino a quando non c’è stata l’aumento del prezzo del petrolio nell’estate scorsa. Non si può parlare di grandi cambiamenti, perché nel caso del Senegal, si parte da una base, se non nulla, comunque molto lontana e nel complesso lo standard economico è tutt’altro che roseo.
Sul piano sociale mi sembra che ci sia abbastanza libertà d’espressione. Ad esempio su un sito che si chiama “Reuni” vedo uno scambio di opinione molto vivace, soprattutto nell’ultima settimana della campagna elettorale; insomma la gente è libera di dire ciò che vuole ed al di là di tutto, sia il presidente della Repubblica che gli altri candidati non si sono lanciati accuse gravi.

D: Eppure in questi giorni perfino la Chiesa Cattolica, come i Capi Spirituali Islamici, i Marabut, hanno invitato alla calma la popolazione e le manifestazioni sono aumentate, con l’avvicinarsi delle elezioni. E’ il segno che potrebbe verificarsi qualche disordine?

No. Non credo. Poco più di dieci giorni fa i leader dell’opposizione sono stati fermati per qualche ora, a causa di un corteo non autorizzato, però non ci sono stati incidenti. Sul normale e pacifico svolgimento delle elezioni sono abbastanza fiducioso.

D: In questi sette anni di presidenza di Wade, il Senegal è cresciuto notevolmente ed è diventato un vero e proprio cantiere, caratterizzato da attività economiche sempre maggiori, incentivi per le imprese. Insomma il Senegal si è attivato molto. Come giudica questa situazione?

Gli indicatori di crescita attuali sottolineano che nel 2011 o nel 2012 il Senegal entrerà a far parte del gruppo dei paesi emergenti, sempre però che la crescita annua del 5% di questi anni riesca a rimanere costante. Ma comunque, ripeto, la situazione nel complesso non cambierà. La povertà potrà diminuire in alcune aree, ma il paese continuerà a fare fatica. Ci vorrà molto tempo e bisogna tenere conto del fatto che il Senegal non ha risorse, non ha petrolio, ha soltanto il mare e la pesca. Il resto del paese è costituito dalla Savana.

D: Ecco, il nodo della pesca è cruciale. Fino a pochi anni fa il Senegal aveva uno dei mari più pescosi, poi sono arrivati i barconi europei e asiatici a rastrellare cernie, orate e sogliole per i mercati occidentali…

E’ sempre stato così e continuerà ad essere così. Dagli spagnoli, ai giapponesi, ai cinesi, che sicuramente arriveranno anche lì tra pochissimo. Continuerà ad essere così a meno che il Senegal non inizi ad organizzarsi, cosa difficile con i politici corrotti da cui è governato. C’è stato un periodo politico durante la presidenza di Abdou Diouf, il predecessore di Wade, in cui gli scandali di corruzione si susseguivano e gente povera diventava ricca in maniera molto sporca, purché vicina al governo. Wade è lì da sette anni e la storia si è ripetuta. Egli è diventato smisuratamente ricco ed ha arricchito il suo entourage. Insomma la corruzione continua. Fino a quando ci sarà gente che invece di governare penserà ad andare al potere per scopi personali o per arricchire i propri parenti, è difficile pensare che il Senegal possa uscire da quest’era drammatica.

D: Nella regione meridionale del Casamance, prosegue la guerriglia di chi chiede l’indipendenza dal paese? Come mai in questa regione continua questo stato di assedio?

E’ un conflitto che dura in realtà da più di venti anni. Il mese scorso è morto l’Abbé Diamachoune Senghor, il sacerdote cattolico che ha fondato il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance che ha scatenato inizialmente la guerriglia. Dopo anni di arresti e ribellioni, ha firmato un accordo di pace nel 2004, ma come si sa, in queste cose ci sono sempre gli estremismi. Io non posso comprendere un tipo di ribellione interna al Senegal, perché ho una visione più ampia, una visione panafricana. Sono d’accordo con Obikwolo, c’è bisogno di un’unione fra stati africani, di una confederazione e questo può essere anche il modo per cambiare la situazione economica, ma anche sociale di diversi paesi “balcanizzati” africani. Io tendo al pensiero di Kwame Nkrumah, ex presidente del Ghana che è un panafricanista convinto. Io sono per le entità regionali, se non continentali. Ad esempio una federazione che va dal Senegal, al Niger, al Togo, al Benin, che pur conservando la loro autonomia possano federarsi.

D: Il Senegal ha abolito la pena di morte nel 2004 ed ancora prima ha instaurato un regime democratico pluripartitico. Il paese non ha mai subito un colpo di stato (l’unico in Africa). E’ dunque un modello di democrazia per tutti i paesi africani?

Sì, già dagli anni Settanta il Senegal può contare su un sistema pluripartitico; prima i partiti che avevano accesso alle elezioni erano solo tre. Attualmente però la cosa è diventata paradossale, visto che ci sono quindici candidati che concorrono alle elezioni. Il Senegal è stato uno dei primi paesi ad aprirsi in questo senso, ma basta avere cinquanta partiti per definirsi “democratici”? Certamente c’è stata anche l’alternanza, ma questa c’è anche a Capo Verde, anche nel Mali. Ci sono piccoli passi di democrazia.

D: Torniamo alle elezioni. Nella competizione è favorito anche il vecchio presidente Wade, o i suoi avversari Seck o Nassa potranno insidiarlo?

Il presidente attuale è ancora fortemente favorito. Niassa è un personaggio altrettanto vecchio e ripetitivo. E’ stato già in politica con il primo presidente Senghor, poi con Diouf; Seck è un personaggio troppo controverso, è stato più volte accusato di corruzione, di voto di scambio. Penso che Wade possa vincere facilmente.

D: Esistono rapporti politici oltre che di vicinanza sui temi dell’immigrazione fra il nostro paese ed il Senegal?

No, non molti. Wade è poco conosciuto qui in Italia. In passato con i socialisti, durante il governo Craxi c’era un rapporto forte di collaborazione e vicinanza con l’internazionale socialista e quindi con il partito socialista senegalese di Diouf. In ogni caso già dal 1987, o poco prima i senegalesi all’estero, per la precisione in Italia possono votare per corrispondenza.

D: Per il rilancio dell’Africa e per un progetto panafricano, reputa importanti i Social Forum, l’ultimo dei quali si è tenuto proprio in Africa, a Nairobi?

Non so cosa hanno prodotto i vari Social Forum da Porto Alegre in poi. Non sono inutili, ma non servono alla causa del panafricanismo. L’unità degli africani può partire unicamente dagli africani. E’ vero che esiste l’Unione Africana, che crea già un’ integrazione fra i diversi Stati africani e di cui si sente parlare molto nei giornali, ma non funziona perché la gente non è coinvolta e tutto diventa un semplice discorso fra capi di vertici e presidenti.

Pap Khouma è direttore responsabile della rivista on-line sull’immigrazione El Ghibli, Per dodici anni ha girato l'Italia, invitato da scuole di diverso ordine e grado a svolgere "lezioni" sulla storia e la cultura africana, e sui temi della multiculturalità. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali, presso le maggiori università italiane (Milano, Roma, Bologna), sui grandi temi dell'immigrazione, della cultura e della letteratura , e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti (Africa/Italy: an interdisciplinary international symposium, Miami University, Oxford, Ohio; Immigration et intégration, Sénégal/ Italy/ France, Northwestern University of Chicago; Società multiculturale, Queen's College of New York; Letteratura degli immigrati in Italia, Casa italiana of New York University).
 

Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio


I DODICI COMANDAMENTI COMMENTATI
Ecco i dodici punti imposti da Prodi per la rinascita del governo
1. «Rispetto degli impegni internazionali e di pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall'appartenenza all'Unione Europea e all'Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan. Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all'estero».

L’Italia, se è un paese civile, mantiene gli impegni assunti. Questo punto dunque è peggio che tautologico. È come se un cittadino s’impegnasse a non uccidere e non rubare. Il semplice fatto che dichiari una cosa del genere è come se ammettesse d’essere un potenziale ladro o un potenziale assassino. Ed è triste dover dire che, trattandosi dell’Unione, l’impegno è utile: la tentazione di delinquere, come si è visto, è stata e potrebbe ancora essere forte.
2. «Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione».
E chi può disinteressarsi di cultura, scuola, università ecc.? Forse la novità consiste nel fatto che l’impegno è “forte”…
3. «Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione). Impegno sulla mobilità sostenibile».
Tav. Ecco un impegno chiaro e serio. Quasi stupisce. Anche se, per la verità, esso deriva dal punto uno: l’Italia si era già impegnata, per questo “corridoio europeo”, e il fatto che si sia fatto per mesi il pesce in barile indica solo, oltre la debolezza del nostro esecutivo, la nostra vocazione alla trattativa interminabile e levantina.
4. «Programma per l'efficienza e la diversificazione delle fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e realizzazione rigassificatori».
L’accenno alle “fonti rinnovabili” è aria fritta, ma quello ai rigassificatori no. Se sono utili, ben vengano. Rimarrà da vedere se sia più forte il governo di Roma o il consiglio comunale di Leccapadella del Morto o quello di  Grattalazucca sulla Melassa.
5. «Prosecuzione dell'azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell'ambito dei servizi e delle professioni».
La parola qualificante è “prosecuzione”. Significa che si attaccheranno non le inefficienze burocratiche e i poteri forti, ma gli artigiani, gli indipendenti e tutti coloro che non hanno santi nel paradiso del centro-sinistra. Come prima. Alcuni toccheranno ferro.
6. «Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza».
La solita giaculatoria.

7. «Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)».
Ottimo proposito: ma non è Prodi che ha creato il governo più elefantiaco della storia repubblicana? Abbiamo capito: è un’altra giaculatoria.
8. «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l'unificazione degli enti previdenziali».
Questo, come il caso della Tav, è un impegno serio. Ma è vago. Non sarebbe stato meglio scrivere meno parole ma almeno queste tre: “applicazione dello scalone”? La “compatibilità” è una parola ad elastico con la quale si potrebbe rinviare tutto ai nostri nipoti.
9. «Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l'estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido».
Malgrado la grande visione dell’azione politica e le parole robuste che la descrivono, il punto è inutile. Quando si parla di aumentare gli assegni familiari o aumentare gli asili nido, si è tutti d’accordo: il problema è quello del finanziamento.
10. «Rapida soluzione della incompatibilità tra incarichi, di governo e parlamentari, secondo le modalità già concordate».
Se questo proposito è “secondo le modalità già concordate”, che necessità c’era di scriverlo? E se, pur essendo “secondo le modalità già concordate”, prima non è stato applicato, perché dovrebbe esserlo ora? O bisogna credere che tutti i punti del programma che non sono ricordati nel dodecalogo non sono più validi?
11. «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell'esecutivo».
Il portavoce del presidente diviene portavoce dell’esecutivo. E nessun altro avrà il diritto di parlare? Questo punto o è inapplicabile o è dittatoriale. Solo Stalin riuscì a far star zitti tutti. E poiché Prodi non è Stalin, questo punto somiglia ad una grida manzoniana.
12. «In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all'azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto».
Innanzi tutto, se le parole hanno un senso, in caso di contrasto il governo non ha una posizione unitaria. Dunque non si tratta dell’“autorità di esprimere” la posizione del governo, ma dell’“autorità di deciderla”. E questo dovrebbe significare che Prodi – visto che qualche contrasto c’è sempre - avrebbe il diritto di prevalere, da solo, sul Consiglio dei Ministri. Il che è leggermente anticostituzionale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 23 febbraio 2007

CRISI DI GOVERNO: UN PASTICCIO COMPIUTO DA PASTICCIONI
INTERVISTA A MASSIMO GRAMELLINI
D: Una crisi di governo annunciata…Forse troppo, al punto che già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori a vita?

GRAMELLINI: Un pasticcio compiuto da pasticcioni.

D: Che cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico, elezioni: quale l’ipotesi più concreta?

GRAMELLINI : Tutto come prima, tranne D’Alema, capro espiatorio

D: Il governo cade alla prima vera difficoltà in politica estera e mentre Londra annuncia il ritiro dei soldati da Kabul ed il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati in Iraq. Non è forse finita realmente la stagione delle truppe occidentali in Iraq ed Afghanistan?

GRAMELLINI: Siamo al crepuscolo di una politica, quella di Bush. Ma ancora non se ne intravede un’altra.

D:Quali saranno le reazioni del mondo, in particolare degli Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?

GRAMELLINI: Chiederanno che torni un governo il prima possibile e saranno accontentati

D: E’ possibile pensare ancora ad una riforma elettorale oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?

GRAMELLINI: La riforma, come sempre, la faranno i cittadini con il referendum.

D: E giungiamo alla “fantapolitica”. Elezioni, il prossimo anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro, da tempo dissociatisi dalla Casa delle Libertà?

GRAMELLINI: Non è detto, se l’Unione candidasse Veltroni. Ma in ogni caso non credo proprio che si voterà.

Massimo Granellini è vicedirettore ed editorialista de La Stampa.

Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio

TEMO UN PRODI BIS PIU' SVENTATO E MALDESTRO DEL PRIMO
INTERVISTA A LUCA SOFRI

D: Una crisi di governo annunciata…Forse troppo, al punto che già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori a vita?

Nessuno dei due: D’Alema ha fatto una cosa da paese normale, pur sapendo che il paese normale non è, ma sperando che la sua forzatura lo facesse diventare tale per un giorno. Gli è andata male: il paese non è normale mai, la maggioranza in senato troppo fragile per tollerare anche il minimo capriccio. Non è stato un accidente imprevedibile: è stato quel che era ovvio accadesse.

D: Che cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico, elezioni: quale l’ipotesi più concreta?


Temo un Prodi-bis, più sventato e maldestro del primo. Ma temo anche ogni alternativa. Il fatto è che non ci sono maggioranze compatte e apprezzabili. In Italia, non in parlamento.

D: Il governo cade alla prima vera difficoltà in politica estera e mentre Londra annuncia il ritiro dei soldati da Baghdad ed il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati in Iraq. Non è forse finita realmente la stagione delle truppe occidentali in Iraq ed Afghanistan?

Non so se sia finita: certo, vendere alla gente le ragioni per stare là anche a fare cose buone è diventato molto difficile, dopo tutte quelle cattive che sono state fatte.

D: Quali saranno le reazioni del mondo, in particolare degli Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?

Alzeranno un sopracciglio e si occuperanno d’altro, aspettando di sapere della prossima. (perché “tempestiva”?)

5)      E’ possibile pensare ancora ad una riforma elettorale oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?

È inevitabile. È vero che qui siamo capaci di tutti, ma la ripetizione di quella cialtronata mi pare impensabile. E tutti lo stanno dicendo.

6)      Arriviamo alla fanta-politica. Elezioni, il prossimo anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro, da tempo dissociatisi con la Casa delle Libertà? E che ne sarà del centro-sinistra ormai sfaldato?

Travolgente non c’è niente e nessuno. Se vincono, vincono grazie allo spappolamento della sinistra, come accadde – viceversa – all’ultimo giro. Quanto alla sinistra, le farebbe bene una bella batosta: ma non avverrà, e saremmo ancora con le crisi di governo nel 2020.

Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio

L'informazione su Blair
Non ci fosse stata la crisi di governo, oggi i giornali italiani avrebbero aperto sulla notizia data nelle pagine interne e cioè che "anche Blair lascia la guerra unilaterale di Bush". Basta aver letto, o ascoltato, il discorso di Blair  per sapere che è successo l'opposto. Oggi, per dire, il leftist Guardian non aveva nemmeno la notizia in prima pagina (al contrario del commie Independent). Gli inglesi resteranno anche per tutto il 2008 e sta addirittura per partire il principe Harry, pronti ad aumentare le truppe se le cose dovessero peggiorare. Ridurrano soltanto di 1.600 uomini il contingente a Bassora, perché lì non ci sono qaidisti né insurgents sunnit (ma ci sono le squadracce sciite). Comunque oggi Blair ha ribadito che "we have the full combat capability that is there, so if we are needed to go back in in any set of circumstances, we can. The whole purpose of us being in a support role is precisely to do that". (C.ROCCA, Foglio)

Il fattore «C» è svanito nel giorno della sfida
«Cuor contento, il cul l'aiuta!», ridevano i suoi uomini con un ritocco goliardico all'antico proverbio. E lui, Romano, ha fatto finta di crederci sul serio, che alla fine con un po' di fortuna tutto si sarebbe sistemato. E a chi toccava ferro perché il suo governo aveva giurato il 17 maggio proprio come nel '96, rispondeva: «Ma nooo! Stavolta non era venerdì 17!».
E per mesi aveva ostentato una fiducia esagerata: «È un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!». Macché. È finita come l'altra volta. Sorridevano tutti, a vederlo grondare d'ottimismo. Lui, incurante, tirava diritto: «Me l'ha insegnato mio padre. Diceva che quando i soldati vanno in guerra quelli con la faccia triste non tornano mai». Intorno era tutto un baccano di galletti e galline, pulcini e capponi decisissimi ciascuno ad avere tutto e subito: l'abolizione della Bossi-Fini e il ritiro dall'Iraq e la manica larga sugli spinelli e la chiusura del Cpt e i Pacs alla Zapatero e l'aliquota per i «ricchi» al 47% e il muso duro ai vescovi e una legge sull'eutanasia e la rimozione della riforma Moratti e la supertassa sulle jeep e mille altre cose ora clericali e ora laiciste, ora moderatissime e ora radicalissime. E lui: «Siamo sereeeni. Seri e sereeeni».
Ricordate cosa disse quando andò a Palermo ad appoggiare Rita Borsellino? Disse che sì, certo, c'era un po' di caos ma dovuto solo alla fase di collaudo: «Vi assicuro che presto il governo sarà a punto e girerà come il motore di una Ducati o una Ferraaaari». Lo fischiavano e sorrideva. Lo insultavano e sorrideva. Gli facevano gli agguati e sorrideva. Deciso a non darla vinta ai pessimisti che gli additavano i nuvoloni prefigurando bufere: «Conoscete la barzelletta? A un aspirante ferroviere viene chiesto cosa farebbe in caso di nebbia se ci fossero due treni in arrivo sullo stesso binario. "Agiterei la bandiera" risponde. E se la nebbia fosse così fitta da impedire di vedere la bandiera? "Accenderei le fiaccole". E se la nebbia fosse così fitta da impedire di veder le fiaccole? "Userei i petardi". E se la nebbia fosse così fitta da aver inumidito i petardi? "Allora chiamerei mia moglie: Rosina, vieni a vedere che disastro!"».
Insomma: perché avrebbe dovuto andare tutto storto? Poche settimane prima delle politiche aveva detto a Giampaolo Pansa: «Se vinciamo e si fa il governo, a quel punto non esiste una via di mezzo: se cado io, o se i miei mi fanno cadere, cade anche il governo e si va di nuovo a votare. A me non piace mediare. Voglio governare. Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri, non si discuterà, ma si deciderà». Sì, ciao. Una via crucis quotidiana. Con la maggioranza che al Senato perdeva un pezzo al giorno. E andava sotto su questo e sotto su quello. E via via si sfilacciavano i rapporti non solo politici ma umani.

Presidente, preoccupato? Ma no, rispondeva agli amici di Die Zeit dubbiosi su come avrebbe fatto a tener insieme i nove pezzi dell'Unione: «All´interno dei vostri due partiti di coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato molto più tempo a stringere il patto di coalizione rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente della Repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia. Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione comunista, i Comunisti italiani. Ma a confronto di Lafontaine, è qualcosa di abbastanza innocuo». Quindi, perché dare peso a qualche capitombolo?
Succedeva anche a Bettino Craxi, che se ne infischiava: «Sono stato presidente del Consiglio quattro anni, sono andato sotto 180 volte e non è mai accaduto nulla». E mentre gli elettori assistevano attoniti alla cagnara, che raggiunse l'apoteosi nella elaborazione della Finanziaria «modello avanti-indré», lui spargeva ottimismo come quando spiegò a Gianni Riotta: «Ci sono stati quattro casi di coscienza sull'Afghanistan, è vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni con più agio sarebbe stato più facile, ma così è più thrilling, c'è più avventura. Vuole la verità? È più sexy!».

Un martello pneumatico, era: «Abbiamo avuto l'incarico di governare dagli elettori di cinque continenti. E governeremo». «C'è l'impegno di tutti affinché questa coalizione vada avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è questa. Non cambia. Dura l'intera legislatura». «Resteremo uniti e governeremo per cinque anni, ridaremo all'Italia un ruolo serio e internazionale». «È una squadra, la nostra, coesa e omogenea, dureremo cinque anni». «Sono tornato ieri dalla Cina e non ho sentito nessuno che mi abbia detto che il governo non è fortissimo. La fiducia è totale, completa. Dureremo cinque anni». E le ruggini nella maggioranza? «Ripeto, il mio governo governerà. Punto». E sbuffava: «Sulle missioni internazionali si deciderà a maggioranza ma quando c'è da decidere, io decido».
Sullo sfondo, nell'immaginario suo e in quello degli altri, compreso Silvio Berlusconi che arrivò a sospirare «sì, questi reggono cinque anni», c'era sempre l'evocazione di quel «fattore C.» cantato ironicamente da Edmondo Berselli: «Il Culo di Prodi è una categoria mitologica. Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio preternaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile».
Macché, è finita come nel '98. E' andato alla conta e ha perso. E chi è stato stavolta, a volere il braccio di ferro? Massimo D'Alema. L'uomo che secondo Adriano Sofri «è cresciuto alla scuola di Craxi, il più grande giocatore d'azzardo del dopoguerra». Quello che, indicato dai più sospettosi come colui che aveva ordito la prima caduta di Romano, aveva mandato a dire per bocca di Fabrizio Rondolino che lui certi errori non li faceva: «Massimo, Mussi e Minniti fecero i conti il giorno prima. E mi ricordo che D' Alema, alle dieci di sera, ci disse: "Siamo sotto di uno". Lo sapevamo noi e lo sapevano anche a palazzo Chigi. Tant'è vero che all'indomani, all'alba, Minniti incontrò Cossiga per chiedergli l'astensione. Perciò, in aula, prima della fiducia, Violante dalla presidenza chiese a Prodi se voleva parlare. Avrebbe dovuto dire che era disposto a prendere anche altri voti oltre a quelli della sua maggioranza, così avrebbe ottenuto l'appoggio di Cossiga, ma lui non lo fece, e andò sotto».
«Come hanno fatto, ad andar sotto di nuovo?», si chiedono oggi basiti gli elettori di sinistra. Ma i maligni tornano a farsi un'altra domanda. Partendo da una confidenza dalemiana: «Il gioco d'azzardo è divertente come calcolo delle probabilità, funzione, strategia. Ma non mi piace l'elemento maniacale. A un certo punto non hai più il governo di te stesso. A me piace il gioco in cui uno non perde mai il controllo di sé, anzi assume il controllo del campo e di tutti gli attori in gioco. Questo sì, mi piace». Ecco: sfidando la sinistra più accesa, alla vigilia del voto di ieri, con quell'alternativa secca riassunta dal manifesto col titolo «Kabul o morte», quale calcolo aveva fatto esattamente, Baffin di Ferro? Ha perduto il controllo o lo sapeva, che finiva così?
Gian Antonio Stella  -  22 febbraio 2007

Piccolo commento di Gianni Pardo:
Gian Antonio Stella è sempre stato velenoso a proposito di Berlusconi. Quando è stato al governo e quando è stato all’opposizione. Ognuno ha diritto alle sue antipatie. Ma che potesse essere velenoso con il centro-sinistra che ha sempre sostenuto e con Prodi in particolare, ora che è caduto, non era prevedibile. Questo comportamento è definito “il calcio dell’asino”. E a noi pare cosa asinina.

SEI CONSIDERAZIONI SULLA CRISI
Uno. Le ipotesi prevalenti, dopo la caduta del governo, sono il reincarico a Prodi o nuove elezioni. Per il reincarico, lo stesso Prodi, il Presidente della Repubblica e i commentatori politici sono d’accordo su un punto: che la fiducia ad un governo fotocopia non avrebbe senso perché rimarrebbero presenti gli stessi germi che hanno ucciso il primo governo. Dunque, quand’anche la coalizione rimanesse immutata, ci dovrebbero essere condizioni diverse che si riassumono in una: l’assicurazione da parte di tutti i partiti di un sostegno forte, costante, indubbio ed indiscutibile al governo. Senza distinguo personali, senza questioni di principio e senza atteggiamenti di lotta e di governo. Belle parole di cui i segretari di tutti i partiti potrebbero perfino essere sinceramente convinti: il punto è che venderebbero la pelle dell’orso prima d’averlo ucciso. In effetti, non è mancato a Prodi il sostegno dei partiti, è mancato il sostegno di alcuni senatori. E allora la domanda diviene: chi mai, quale segretario di partito o capogruppo parlamentare può dare assicurazioni sul comportamento altrui? Anni fa una senatrice di Rifondazione Comunista - dovendo votare a favore del governo perché così ordinava il partito - lo fece piangendo. Ma ce lo si può aspettare da tutti e sempre?
Questo gran parlare che si fa delle condizioni diverse per un governo  “forte e serio” (per usare i due aggettivi di cui Prodi abusa) è insulso. Una maggioranza è tale o quando è tanto ampia da assorbire qualche occasionale dissenso o quando è tanto coesa che, pure con un voto solo di maggioranza, può sempre essere certa di contare su quel voto.
Due. Molti sostengono che non si possa andare a votare perché l’attuale legge elettorale è pessima, perché essa può dar luogo a due maggioranze diverse alla Camera e al Senato e perché le liste sono formate dai partiti. Le obiezioni non sono fondate. Le due maggioranze diverse sono sempre possibili perché diversi sono i due elettorati. Inoltre le proporzioni in questo momento sarebbero identiche nelle due Camere se in quella dei
Deputati il centro-sinistra non beneficiasse di un generoso premio di maggioranza: e allora, di che si lamenta? Senza quel premio avrebbe alla Camera gli sessi problemi che ha al Senato e forse più. Quanto alla scelta dei candidati, forse che prima un quisque de populo, cioè uno qualunque poteva pretendere di essere incluso nella lista di un qualunque partito? E, se l’avesse potuto pretendere, che probabilità avrebbe avuto di essere eletto, se non fosse stato sostenuto dal partito? Insomma, la differenza, fra prima ed ora, è ben piccola. In secondo luogo, qualunque costituzionalista confermerà che una legge elettorale priva di difetti non esiste. Dunque, che si voti con questa o con un altra legge, ci sarà sempre qualche scontento.
Tre. Sulla caduta della maggioranza si hanno due interpretazioni fondamentali: una la farebbe dipendere semplicemente dal voto di due senatori di sinistra e di tre senatori a vita, l’altra – dietrologica e pensosa – la farebbe dipendere dallo scontento che questa maggioranza ha provocato in Vaticano, negli Stati Uniti e in Confindustria. Innanzi tutto, sembra giusto, prima di guardare alle stelle, guardare dove si mettono i piedi: e si vede subito che il governo è caduto per il voto contrario del Senato, non per qualche fattucchieria. Poi, la distinzione è pretestuosa. Se qualcuno vota contro il governo è perché non ne approva l’azione: e che sia perché non è abbastanza filoamericano o abbastanza anti-americano, che importa? Ciascuno ha le proprie convinzioni e se queste non sono coerenti, in una coalizione, il governo cade. Amen.
Quattro. Una nota curiosa riguarda un rimbalzo di borsa che, alla caduta del governo, ha fatto guadagnare a Berlusconi – secondo quanto dicono – cinquanta milioni di euro. Può essere. Ma prima di scandalizzarsi o fare i moralisti, ci si è chiesto quanto avesse perduto, Berlusconi, con l’annuncio del progetto Gentiloni? Un rialzo della temperatura corporea di quattro gradi è un fatto allarmante, certo: a meno che prima la temperatura non fosse di trentadue gradi.
Cinque. D’Alema aveva detto: se il Senato non approva, tutti a casa. Il Senato non ha approvato e tutti sono andati a casa. La cosa ha molto meravigliato gli italiani. Questo la dice lunga sulla stima che abbiamo dei nostri parlamentari. Si direbbe che la loro parola sembra non valga assolutamente nulla. Non rimane che sperare in una lunga serie di atti onorevoli, in modo che si possa tornare a stupirsi della patologia, e non della fisiologia.
Sei. Un’ultima considerazione merita l’atteggiamento che milioni di persone hanno avuto negli scorsi mesi. Che il sostegno al centro-sinistra in Senato fosse risicatissimo, che il centro sinistra dipendesse dai senatori a vita, è stato evidente sin dal primo giorno. Ma dal momento che passavano le settimane e il governo non cadeva, moltissimi italiani, alcuni felici, altri infelici, hanno dimenticato che quel sostegno era risicatissimo e che i senatori a vita non erano piccoli soldatini del centro-sinistra. La situazione è stata simile a quella di chi, guidando sul ghiaccio, e non essendo scivolato per il primo chilometro, dimentichi che sul ghiaccio si scivola. C’è dunque stato un eccesso di pessimismo nel centro-destra e un eccesso di ottimismo nel centro-sinistra. Sarebbe stato necessario, sulla base del buon senso, non dare il governo né per morente né per longevo. Sin dai tempi degli antichi greci, infatti, il futuro sta sulle ginocchia di Giove.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 febbraio 2007



GOVERNO BATTUTO
II governo è stato battuto al Senato per due voti sulla risoluzione per approvare la relazione di politica estera del ministro Massimo D'Alema.

Opposizione laica ai Dico
La polemica sulla regolamentazione delle coppie di fatto si sta polarizzando in una diatriba tra gerarchia ecclesiastica e laicisti, secondo uno schema tanto facile quanto impreciso.
Quello che è destinato a subire la concorrenza del similmatrimonio ideato da Barbara Pollastrini e  Rosy Bindi,
infatti, non è il sacramento matrimoniale, ma il matrimonio civile. Negli ultimi giorni però hanno cominciato a farsi sentire le ragioni dei laici, che si oppongono a un pasticcio paternalistico,a una omologazione forzata dall'alto di tipi diversi di convivenza, all'indebolimento del sistema di valori civili, del rapporto tra diritti e doveri, su cui
è fondata la famiglia. Piero Ostellino, Giulio Tremonti e Antonio Martino, seppure sotto profili differenti, vedono nella statalizzazione
dei rapporti affettivi una intromissione nella sfera privata che ogni laico dovrebbe considerare impropria, e, nelle forme in cui è proposta, pericolosa.
I problemi di tutela dei diritti individuali, spiegano, si può realizzare in altre forme, in modo contrattuale o a partire dalla regolamentazione, già esistente, della convivenza anagrafica.
Il carattere più insidioso dei Dico, infatti, consiste nell'ideologia di cui sono espressione. L'idea che ogni legittimo desiderio individuale diventa un "bisogno" che deve ricevere una sanzione giuridica, statale, come "diritto" di carattere collettivo, porta alla distruzione di ogni equilibrio tra libertà e responsabilità, oltre che all'omologazione tra condizioni diverse, che perdono la loro stessa originaria libertà.
Una delle più antiche e serie regole dei laici è che lo stato non deve mettere il naso tra le lenzuola. Paradossalmente ora sono i laicisti a volerlo fare, col pretesto della garanzia di diritti individuali, che non sarebbero più tali una volta assogettati a una nuova normativa e istituzionalizzati in un nuovo modello. In tutto questo, comè evidente, il sacramento matrimoniale non c'entra niente.
C'entra molto, invece, la laicissima concezione della libertà e della responsabilità.

Da "Il Foglio" del 20 gennaio 2007


BARBARA SPINELLI E LA GERMANIA
S’immagini un placido signore che vive la terza età in perfetta salute, in una bella casa silenziosa e con un bel panorama, in una stanza invasa da bella musica sinfonica e in cui ogni tanto entra la donna che egli ama e che lo ama. Il tutto condito da una bella tazza di tè e da letture interessanti: non è facile concepire che ci sia da temere la gelosia degli dei? E allora non rimane che imporsi un cilicio. Qualcosa che riporti il tapino al suo livello di mortale, ben più in basso di quello in cui i felici abitatori dell’Olimpo pasteggiano a nettare e ambrosia. Non rimane insomma che leggere l’editoriale di Barbara Spinelli, capace di atterrire a prima vista non solo per la sua lunghezza, ma anche perché, con supremo gusto grafico, l’autrice è riuscita a scrivere ben 1.043 parole senza andare a capo. Esprimeva insomma un pensiero così logico e strettamente concatenato che, con un alinea, si sarebbe perso il filo. Dev’essere un capolavoro. Basta munirsi di bombola e pinne.
Come antipasto si è obbligati a sorbire tutta una serie di affermazioni catastrofiche riguardanti gli Stati Uniti. Hanno perso in Iraq. Stanno per perdere in Afghanistan. Tengono le basi in Europa per capriccio. Ammazzano la gente al Cermis e nessuno paga. “La loro forza ha cessato d’esser sinonimo di egemonia globale” e questa, come si sa, è ora appannaggio di Andorra. Gli States sono diventati così deboli che in Afghanistan “si preparano a nuove offensive, costringendo gli occidentali a operazioni militari preventive inizialmente non concordate”. E la Spinelli è gentile, con gli Stati Uniti, perché non dice tutto: per esempio che il Big Mac della MacDonald’s fa aumentare il colesterolo.

Ingurgitato l’antipasto, si passa al “plat de résistance”, il piatto forte. Ma ci si rende presto conto di essere inadeguati. Inadeguati in un modo tutto speciale e che va spiegato.
Nella lingua inglese c’è una sorta di grido di accusa devastante che interrompe ogni tanto il dialogo casalingo: “You are not listening!”, “Tu non mi ascolti neppure!”. Avviene infatti che se qualcuno parla a lungo e in maniera noiosa, l’ascoltatore, non potendosi appisolare (per esempio perché in piedi), “stacchi”, mentalmente, e non capisca più ciò che l’altro, o l’altra, sta dicendo. Tanto da provocare la reazione: you are not listening! È questo l’effetto dell’articolo della Spinelli: fra citazioni, richiami storici, presunte sottigliezze e distillati di politica, uno alla fine si chiede perplesso: ma che cosa ha detto? E magari riconosce: “I was not listening”.
Per questo, ci si limiterà ad una nota marginale: quella concernente il diverso trattamento dei brigatisti in Germania e in Italia. In Germania, sostiene la Spinelli, “Stato e magistratura s’apprestano a sospendere pene o a graziare gli ultimi terroristi. … Gli atti di clemenza giudiziaria avvengono indipendentemente dal pentimento pubblico dei terroristi, confermando che lo Stato di diritto funziona quando la giustizia non è determinata solo dalla voce delle vittime ma dalle regole che essa dà a se stessa”. Chi legge queste parole si rende conto che la Germania dev’essere stata molto più generosa e nobile dell’Italia, in questo campo. Peccato che non sia vero.
La stampa tedesca discute con passione, in questi giorni, il caso di Brigitte Mohnhaupt, ex-terrorista non pentita. Non è stata ancora graziata, questa donna, e non ha ottenuto nemmeno la libertà vigilata o quello che sia (che dovrebbe scattare il 27 marzo): ma la cosa ha già suscitato scandalo. Konrad Freiberg, del sindacato di polizia, protesta perché i colpevoli questi benefici “non se li sono meritati, e cioè non hanno mostrato pentimento”. Ma si conosce la storia della Mohnhaupt? La donna è stata arrestata una prima volta il 9 giugno 1972, è stata condannata a cinque anni e li ha scontati. Arrestata una seconda volta l’11 novembre del 1982, è stata in carcere da allora: e fra qualche mese saranno venticinque anni. Venticinque. E la Spinelli parla di “atti di clemenza giudiziaria”. In Italia non sconta venticinque anni neppure chi è condannato all’ergastolo.
Ma c’è di peggio. Il grande pubblico tedesco ha scoperto, con scandalo, che alcuni ex-terroristi hanno usufruito di qualche permesso di uscita dal carcere: gite, le hanno chiamate (Ausflüge). Come quelle concesse due volte l’anno a Christian Klar. Per avere un’idea di ciò di cui si tratta, bisogna sapere che queste begleitete Ausflüge, gite accompagnate, avvengono fra almeno due poliziotti e… con i piedi legati (Fussfesseln). Una cosa del genere, in Italia, chissà quali proteste avrebbe sollevato. Ma la Spinelli sa tutto, sulla Germania e sulla sua magnanimità riguardo ai terroristi: e ce ne riferisce la lezione.
Una volta Mario Cervi, del “Giornale”, scrisse un commento immortale a proposito del Financial Times. “È un giornale che stimo molto, disse più o meno. I suoi articoli sono documentati, approfonditi, esaurienti. Li ho trovati tutti così, salvo nei casi in cui sul fatto avevo notizie di prima mano”.
Nello stesso modo, per quanto riguarda la Germania e il trattamento che offre ai terroristi, sappiamo che la Spinelli forse si fa delle illusioni. Quanto al resto, invece, è documentata, approfondita, esauriente.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 19 febbraio 2007


L'ombra del compagno Stalin sul corteo «pacifista» anti Usa
Come sono smemorati questi militanti del Carc («Comitato di appoggio alla resistenza per il comunismo»). Nei loro opuscoli, che sabato a Vicenza andavano a ruba, viene infatti proposta una teoria che fin dalla sua denominazione ufficiale - «marxismo-leninismo-maoismo» - risulta priva di ogni riferimento a Baffone. Eppure è proprio lui il vero creatore della grande fede pacifista che anche grazie a loro ha trovato la sua ultima gagliarda espressione nella manifestazione vicentina. Ragion per cui in questi giorni il compagno Koba deve sentirsi molto soddisfatto. A cinquantaquattro anni dalla sua morte può infatti constatare che la sinistra italiana continua allegramente a sventolare la stessa gloriosa bandiera che le aveva consegnato negli ultimi anni della sua vita.
La bandiera è ovviamente quella della pax antiamericana. Che è diventato da un pezzo il nòcciolo ideologico della sinistra europea. E che perciò potrebbe anche sembrare un parto originale delle menti dei suoi ultimi maestri. Ma che invece è appunto una vecchia trovata di Stalin. Anzi fu la sua ultima invenzione. Il grande trucco con cui, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, poté completare la costruzione del suo personaggio aggiungendo alle sembianze del piccolo padre del comunismo mondiale quelle del grande padre della Pace universale. Una trovata che trovò il suo principale strumento nel famoso movimento dei Partigiani della Pace, diretta emanazione dell'Internazionale Comunista. Note sono le imprese di quel movimento. Esso promosse una raffica di festival, convegni, conferenze, marce, cortei, dibattiti, mostre e simili, sventagliando un unico tema: la denuncia dello spirito guerrafondaio dell'imperialismo americano e la contestuale esaltazione dell'anima pacifista del comunismo russo e del suo capo. Poco contava, dunque, che proprio in quegli anni tutte le infamie del comunismo reale in tutto l'Est europeo (forche, gulag, massacri) fossero scaturite dalla sua testa. O che la presenza di sciami di agenti segreti e sicofanti a lui devoti nei settori più nevralgici e influenti della società americana (apparati statali e militari, centri della ricerca nucleare, mondo universitario, grande stampa, ambienti artistici e culturali, Hollywood e dintorni) non era affatto una fantasia del senatore Mc Carthy.
A dispetto di ogni suo misfatto, il bersaglio di quel movimento erano sempre e soltanto i crimini dell'America.
Da allora è passato più di mezzo secolo. Stalin è morto. L'Urss non c'è più. Il comunismo è un reperto archeologico. Il movimento dei partigiani della pace è diventato un piccolo paragrafo della storia della guerra fredda. Ma il suo grande ideale - il pacifismo in salsa antiamericana - sopravvive intatto nel cuore della nuova sinistra europea.

Da "Il Giornale" articolo di di Ruggero Guarini  - lunedì 19 febbraio 2007, 07:00

Massima del giorno
L’uomo moderno trova indecente la natura: vorrebbe i leoni vegetariani e gli erbivori talmente sensibili da mangiare l’erba ma non i fiori.

G.P.


MOLLICHINE
Rosy Bindi, parlando dei Dico: «Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio». E quali siano le cose di Dio e quali no, lo dirà lei al Papa.

Bertinotti: “Se non fossi Presidente della Camera, andrei a Vicenza”. E se l’Italia fosse un paese serio, lui non sarebbe Presidente della Camera.

Per Di Pietro Cento è un irresponsabile. Ma si sbaglia. Nel centro-sinistra Cento non è irresponsabile, Cento sono irresponsabili.

Prodi, sui Dico, dal “Corriere” del 16.2’.07: “No comment e comment no”. È nata una nuova lingua inglese.

Carfagna: “I gay sono costituzionalmente sterili”. “Ragioni come Hitler”, le ha risposto Luxuria: e le ha presentato i propri otto figli.

Amato: “I neobrigatisti sono dei ritardati del Ventesimo secolo, un tempo che non c’è più”. Vero. Ma solo da sei anni.

Abu Omar vorrebbe rientrare in Italia. Eh già, in Egitto i giudici l’hanno gettato in galera.

Approvata la riforma dei servizi segreti. Se abbiamo fatto bene i calcoli, dev’essere l’ottantaduesima.

Guglielmo Epifani: “Il sindacato non può ricevere lezioni”. Neanche in una classe differenziale?

Condannato Ernst Zuendel, un negazionista, a Mannheim. Cinque anni di carcere. Quando uscirà di galera noi negheremo che ci sia mai entrato.

A VICENZA TUTTO BENE: PERCHÉ?
Se un avvenimento che scientificamente deve obbligatoriamente verificarsi, per esempio la caduta per terra di un sasso abbandonato a sé stesso, non si verifica, bisogna indagare perché. Può sembrare curioso che si indaghi su un “non avvenimento”, ma è necessario per sapere se è errata la teoria che lo faceva attendere.
La storia insegna che ogni volta che si è parlato di fenomeni di ambito mondiale, di proteste antimilitariste e ogni volta che ci sono entrati gli yankees, tutte le manifestazioni sono finite in episodi di violenza. A Vicenza si è trattato di un fenomeno di ambito mondiale, militare, americano per giunta, e non è successo niente. Il sasso è rimasto fermo a mezz’aria. Galileo aveva dunque torto?
Il fatto che la manifestazione di Vicenza sia stata pacifica prova che la violenza non è un fatto spontaneo o ricollegabile a certi argomenti (la globalizzazione, gli americani, la guerra), ma qualcosa che vogliono certi ambienti. E che gli stessi ambienti possono vietare.
La vulgata costante della sinistra estrema è che le violenze, i feriti e, in qualche caso, i morti sono la conseguenza delle improvvide e brutali iniziative della polizia. Questa tesi è manifestamente assurda. I poliziotti e i carabinieri non aspettano altro, nei giorni di manifestazioni come in tutti gli altri, che finisca il loro turno e possano andare a casa senza neanche essersi sporcata la divisa. E nessun Ministro dell’Interno mai si sognerebbe di fomentare le violenze. Fra l’altro, se lo facesse sarebbe denunziato dagli stessi poliziotti, perché proprio loro sarebbero mandati a pagare di persona senza necessità. Il fatto si saprebbe. La verità è che le devastazioni dei black bloc e di consimili energumeni sono volute dai black bloc e da consimili energumeni.
Le violenze di piazza, volute dall’estrema sinistra e dalla sinistra extraparlamentare (ammesso che si possano distinguere), non sempre hanno lo scopo di far pervenire un messaggio politico. Spesso si richiamano a tesi fumose o assurde. In realtà hanno lo scopo istintuale di menar le mani, di andare contro l’establishment, contro Berlusconi perché porta la cravatta, e di picchiare gli sbirri, cioè contro le figure paterne di questi figli maleducati e complessati.
La mancata violenza di Vicenza non sta ad indicare che erano pacifici coloro che in altre occasioni sono stati violenti: la mancata violenza di Vicenza sta ad indicare che gli è stato ordinato di star buoni, altrimenti. Chi poteva ordinarla stavolta ha ritenuto che la violenza non fosse produttiva di effetti positivi. Si va dunque contro Prodi, ma senza fargli troppo male. Si dice no al governo, ma senza rischiare di farlo cadere. Anzi, si dimostra che, volendo, si è perfettamente pacifici.
Quello che questi signori non hanno capito è che dimostrando di essere capaci di essere violenti e di essere capaci di essere non violenti , hanno anche dimostrato che la polizia non c’entra per nulla. È inutile dare la colpa ad essa o al motivo della manifestazione: sono violenti perché vogliono essere violenti. E tali rimangono anche quando, a Vicenza, per una volta, secondo gli ordini o le minacce ricevute dal servizio d’ordine politico, sfilano senza bruciare automobili o picchiare questurini.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 febbraio 2007


FORSE BASTEREBBE IL CAPITALISMO...
D: Hamas e Fatah hanno stipulato un accordo alla Mecca per un governo di unità nazionale. Come vedete questo ennesimo tentativo di unire due anime diverse della politica palestinese? Meglio essere ottimisti o dubbiosi?

L: Non si può ancora dire se si deve essere ottimisti o dubbiosi riguardo l'accordo raggiunto da Hamas e Fatah, anche se io propenderei per l'ultima ipotesi.  Mi spiego meglio: a parte la questione del riconoscimento di Israele, che non è stata risolta, e di quello degli accordi di pace siglati in precedenza dall'Olp, non credo che si possa essere ottimisti riguardo ad una eventuale fine delle ostilità, sia all'interno della Palestina che in Israele.  Stiamo infatti parlando di accordi politici che, a mio avviso, dovrebbero essere preceduti da decisioni economiche.  Se la nostra speranza è quella di vedere finalmente la pace in quella zona del Medio Oriente, dovremmo cercare di spingere affinché si adottino delle riforme di tipo finanziario che siano in grado di creare una condizione democratica stabile.  Per fare ciò, però, si ha bisogno di avviare un processo di sviluppo capitalistico che porti a sua volta alla creazione di una classe imprenditoriale, la quale possa in seguito fungere da controaltare alla politica governativa e da base alla crescita di una borghesia. In effetti, sentire parlare di accordi politici raggiunti da entità quali Fatah e Hamas mi fa un po’ venire in mente i tempi in cui i partiti rappresentavano il potere governativo nei paesi ex-comunisti...

D: Cosa potrà cambiare dal punto di vista politico dopo questa alleanza? Sarà possibile conservarla per un buon periodo di tempo e quindi programmare nuovi incontri comuni con Israele?

L: Riguardo invece alla possibilità che questo accordo si riveli duraturo o che sia possibile, tramite esso, pervenire a trattative di pace con Israele, mi sento di essere cauto. Non ci sono state infatti, da quanto mi risulta, rinunce all'uso della violenza.  Per quanto attiene ad Hamas, si tratta di un movimento islamico che ha tra i suoi scopi primari la liberazione dei territori palestinesi ancora sotto controllo israeliano per mezzo del debellamento di Israele.  Non sono certo obbiettivi sui quali si possa trovare un qualche tipo di accordo con altre organizzazioni come l'Olp che invece riconobbe il diritto ad esistere dello stato ebraico nel lontano 1988.  Tenendo conto che Fatah è stata fondata da Arafat alla fine degli anni cinquanta e fa parte dell'organizzazione per la liberazione della Palestina, non ci si può al momento attendere una convergenza di ideali tra le due organizzazioni, a meno di clamorosi cambi di rotta. 

D: C’è chi ha abbozzato ad un logorìo delle leadership di Haniyeh e di Abu Mazen, chiedendo un ricambio, magari soprattutto in Marwan Barghouti ed in altri leader di Hamas più collaborativi di Haniyeh guidato da Meshal. Potrà verificarsi questa successione?

L: Non credo che per il momento si possano verificare cambi al vertice, visto che ci troviamo alla vigilia della formazione del governo di unità nazionale, ma staremo a vedere. Fondamentale sarà l'incontro del 19 febbraio in cui si incontreranno il Primo Ministro Israeliano Ehud Olmert, Mahmoud Abbas e Condy Rice. Olmert chiede a gran voce l'applicazione delle regole poste dai quattro mediatori per il Medio Oriente (Usa, Unione Europea, Russia, Nazioni Unite) che prevedono il riconoscimento dello Stato di Israele da parte palestinese e la rinuncia all'utilizzo della violenza. Certo è che ci sarà bisogno di tutta l'abilità diplomatica possibile per dirimere tali questioni. Per quanto riguarda eventuali successori, oltre a Marwan Barghouti, il quale sembra possedere tutti i requisiti necessari per ricoprire il ruolo di Haniyeh, non fosse altro che per la sua inclinazione al riconciliamento con Israele, si parla anche Mohammed Shbair, che è stato presidente della Università Islamica di Gaza per tredici anni. Non credo molto in un eventuale (possibile) presa del potere da parte di Mashal, nel senso che quest'ultimo mi pare fermo su posizioni troppo guerrafondaie nei confronti dello Stato israeliano, è anche vero, però, che egli gode di un certo credito politico. Veniamo ad Abbas: le elezioni Presidenziali palestinesi del Gennaio 2005 furono da lui vinte con un ampio margine nei confronti di Barghouti. Una volta diventato presidente, "Abu Mazen" si è quantomeno distinto per la sua ostilità all'uso delle armi e questo mi sembra molto importante, forse in una situazione così instabile si dovrebbe tentare di conservare quello che già c'è di buono piuttosto che effettuare rischiosi salti nel buio.

D: In proposito cosa si può dire della situazione umanitaria del popolo palestinese e quindi anche delle continue situazioni di pericolo che la gente vive per le guerre intestine e per le rappresaglie israeliane?

L: Ad oggi le condizioni del popolo palestinese dipendono in larga parte dagli aiuti di stati come l'Iran o dai finanziatori sauditi. Hamas e al Fatah ricoprono il ruolo di "partiti sociali" che si occupano cioè degli aiuti umanitari per la popolazione e delle cure mediche oltre che degli alloggi, un po' come faceva il partito fascista in Italia. È questa una situazione che deriva dal deserto politico palestinese. Mi ricollego a quello che ho detto in risposta alla prima domanda: il passo fondamentale da compiere riguarda la riforma economica, ma fino a che la Palestina sarà in balia degli aiuti provenienti dall'Iran, la situazione non potrà che essere conflittuale.  A mio avviso il famoso "quartetto" Russia, Usa, Europa e Nazioni Unite, dovrebbe preoccuparsi di instaurare le condizioni necessarie e sufficienti ad una vita sociale decente nei territori palestinesi. In questo caso non c'è niente di meglio che ricordare le parole di Gesù quando diceva che per sfamare qualcuno è meglio insegnagli a pescare che non dargli del pesce.

D: Potranno mai esserci passi in avanti nel riconoscimento di Israele, da parte di Hamas, oltre che di Fatah e quindi una possibile convivenza fra i due popoli, con le due rispettive terre? Cosa bisognerà fare perché ciò avvenga?

L: Questa è proprio una bella domanda, anche se di più ampio respiro, racchiude in sé quelle che sono le preoccupazioni della gente. È mai possibile che un conflitto perduri per tutti questi anni?  Quali sono le cause prime della sua esistenza? Cosa si può fare per debellarlo definitivamente?  Esistono molti approcci diversi alle spiegazioni delle radici di una guerra. C'è chi, con un'interpretazione filo-marxista, ne esalta i motivi economici e di lotta per il potere, c'è chi, più "popperianamente" (mi passi il termine) tenta di analizzarne le molteplici cause e di cavare così risposte più panoramiche, c'è chi mette in risalto i motivi culturali e religiosi (e qui mi viene in mente Weber).  Io credo si debba tentare di essere onesti e riconoscere che le guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, che esse dipendano da motivi religiosi, politici, economici o tutti insieme, si deve tentare di creare le condizioni affinché questi motivi perdano la loro efficacia nel tempo.  In questo senso ci sono due programmi necessari da porre in atto: un sistema economico che funzioni e sia in grado di garantire la sussistenza alla maggioranza delle persone e un sistema culturale che sia in grado di insegnare alle stesse a collocare la religione, il potere e le differenze etniche nella giusta prospettiva.  Non si può uccidere il prossimo per divergenze di questo tipo, l'ignoranza è, a mio modesto avviso, la madre di tutti i mali.

D: Il nodo di Gerusalemme. Gli israeliani la vogliono come città simbolo, i palestinesi come capitale del nuovo stato palestinese. Perché questa centralità e questo stillicidio verso Gerusalemme? In fondo Gaza o Ramallah sono diventate un simbolo ancor più importante dell’autonomia palestinese…E perché non ci si può fermare al compromesso su Gerusalemme Est?

L: Gerusalemme ai tempi delle invasioni romane fu l'ultima città ad essere conquistata.  Pompeo Magno ed, in seguito, Tito e Vespasiano dovettero faticare non poco per riuscire ad averla e a sedare la ribellione giudea. Gerusalemme come sede e luogo natio delle più importanti religioni monoteiste del mondo è una città d'importanza culturale unica al mondo. È sacra per i cristiani perché proprio lì mori e risorse il figlio di Dio. È sacra per i musulmani in quanto è li che il Profeta Muhammed salì al cielo.  É sacra per gli ebrei, che ancora pregano disperandosi, movendo la testa in avanti e indietro davanti al muro del pianto. È uno dei luoghi più gravidi di storia del mondo e poter usufruire del suo carisma rappresenta un'opportunità di importanza innegabile. Proviamo ad immaginarci che cosa vorrebbe dire amministrare una città simile per un governo: significherebbe poter contare su introiti enormi e prestigio smisurato. Non sarebbe lo stesso se ci si dovesse accontentare di una parte della città, eppoi francamente le capitali divise ci hanno un po' stufato. Gerusalemme è forse uno dei nodi principali attorno ai quali verte in conflitto israelo-palestinese. Forse la soluzione migliore sarebbe quella di darla in gestione ad una giunta internazionale che sia super partes.  Voglio dire, un po' come quando dei bambini si litigano un giocattolo e la cosa migliore da fare è non darlo a nessuno dei due fino a che gli interessi di entrambi per quell'oggetto siano dirottati altrove. D'altronde stiamo parlando di un caso che ha creato abbastanza problemi fino questo punto; sarebbe ora di trovare delle soluzioni, per quanto dolorose possano sembrare. È vero che Gaza e Ramallah sono diventate un simbolo importante dell'autonomia palestinese, ma non posseggono l'importanza politica di Gerusalemme e non potranno mai essere paragonate alla Città Santa, un po' come Firenze e Napoli sono città importanti ma non così tanto quanto Roma.
(Intervista a cura di   Angelo M. Daddesio)
Andrea Loquenzi è giornalista e blogger professionista. Collabora per War News e Fondazione Magna Carta ed è studioso di politica mediorientale. Gestisce altresì un blog http://middleastnews.blogspot.com/ interamente dedicato alle notizie sulla situazione in Medio Oriente.