ARCHIVIO FEBBRAIO 2007
IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN
Marco Follini è
al centro dell’attenzione del momento e si può
esaminare il suo caso particolare. Ci si servirà dell’intervista
concessa al “Corriere della Sera”il 24 febbraio 2007.
Più di 1.500 parole fumose, sottili e inconsistenti.
Se ne esce storditi come quando si ascoltano le spiegazioni
di un competente di elettronica senza capirle e senza esserne
convinti, visto che l’uomo non ispira fiducia. Tuttavia
si identificano due punti interessanti. Innanzi tutto, come previsto,
il traditore sostiene d’essere stato fermo mentre si è
spostato il mondo. Le parole sono: “Ho il vezzo di dire sempre
le stesse cose, a costo di una certa monotonia”. Ma si può
lasciare lì questa scusa pietosa e passare al punto centrale.
Il traditore si giustifica
con un bene più grande della sua propria rispettabilità.
Se poi è megalomane, si propone come il salvatore
della patria. E infatti Follini dice: “Non milito da quella
parte [il centro-sinistra]. Indico obiettivi che dovrebbero
appartenere al senso comune degli uni e degli altri. Il mio
è il tentativo di sottrarre il governo, e quindi la politica,
alle pressioni delle minoranze più laterali. Mi propongo
di partecipare, se ci riesco, alla costruzione di un nuovo centrosinistra,
e di ancorare questa costruzione più vicino al centro”.
Fino ad ora, la confusione delle lingue. Ora arriva Follini e il governo
non subisce più i ricatti dei Comunisti Italiani, dei Verdi,
di Rifondazione, di Caruso o di Casarini. Se l’uomo non fosse polverosamente
democristiano e se avesse il senso dell’umorismo, si direbbe che
parla come il barone di Münchhausen. Prima la posizione dell’Italia
nel mondo è in discussione e tutto è in crisi, poi
con Follini tutto si appiana. Come quando Gesù calmò con
un gesto una tempesta sul lago di Tiberiade. Uno si stropiccia gli occhi.
Follini non ha detto
queste baggianate distrattamente. Infatti dice ancora:
“Concorro alla ricerca della salvezza politica ma soprattutto
all'evoluzione del centrosinistra”. La salvezza della
politica! Bontà sua, usa il verbo “concorro”, ma è
chiaro che, senza di lui, il mondo crollerebbe. E infatti
aggiunge: “A lungo ci siamo chiesti: come se ne esce? Con il
mio voto cerco di dare una risposta”. E gli occhi sono irritati,
a forze di stropicciarli.
Questo senatore dell’Udc
non ha né la grandezza di un Bruto, né
la scaltrezza di un Temistocle e neppure idee chiare.
È solo un rompiscatole vocazionale. Domani potrebbe
dare fastidio al centro-sinistra senza neppure ricavarne
un vantaggio personale, facendo sorgere il dubbio che sia
uno sciocco. Nella galleria delle statue, non starà certo
accanto a Charles De Gaulle.
Gianni Pardo, -
25 febbraio 2007
Pap Khouma, direttore
di El Ghibliì: intervista sul Senegal
D: In quale
situazione politica, sociale, umanitaria giunge il
Senegal a queste imminenti elezioni presidenziali?
Posso dire
che ciò che so per esperienza indiretta sul mio
paese, in virtù dei contatti che ho dall’Italia. E’
difficile pertanto esprimere un parere netto. Il Senegal resta
uno dei paesi più poveri del mondo, anche se dai dati
che rilevo, dicono che la situazione sta cambiando, sul piano
economico c’è stata anche una crescita di più del
5%, almeno fino a quando non c’è stata l’aumento del prezzo
del petrolio nell’estate scorsa. Non si può parlare di
grandi cambiamenti, perché nel caso del Senegal, si parte
da una base, se non nulla, comunque molto lontana e nel complesso
lo standard economico è tutt’altro che roseo.
Sul piano
sociale mi sembra che ci sia abbastanza libertà
d’espressione. Ad esempio su un sito che si chiama
“Reuni” vedo uno scambio di opinione molto vivace, soprattutto
nell’ultima settimana della campagna elettorale; insomma
la gente è libera di dire ciò che vuole ed al di
là di tutto, sia il presidente della Repubblica che gli
altri candidati non si sono lanciati accuse gravi.
D:
Eppure in questi giorni perfino la Chiesa Cattolica,
come i Capi Spirituali Islamici, i Marabut, hanno invitato
alla calma la popolazione e le manifestazioni sono
aumentate, con l’avvicinarsi delle elezioni. E’ il segno che
potrebbe verificarsi qualche disordine?
No. Non credo.
Poco più di dieci giorni fa i leader dell’opposizione
sono stati fermati per qualche ora, a causa di un
corteo non autorizzato, però non ci sono stati
incidenti. Sul normale e pacifico svolgimento delle elezioni
sono abbastanza fiducioso.
D:
In questi sette anni di presidenza di Wade, il Senegal
è cresciuto notevolmente ed è diventato un vero
e proprio cantiere, caratterizzato da attività economiche
sempre maggiori, incentivi per le imprese. Insomma il Senegal
si è attivato molto. Come giudica questa situazione?
Gli indicatori
di crescita attuali sottolineano che nel 2011 o nel
2012 il Senegal entrerà a far parte del gruppo
dei paesi emergenti, sempre però che la crescita
annua del 5% di questi anni riesca a rimanere costante. Ma comunque,
ripeto, la situazione nel complesso non cambierà.
La povertà potrà diminuire in alcune aree, ma il
paese continuerà a fare fatica. Ci vorrà molto tempo
e bisogna tenere conto del fatto che il Senegal non ha risorse,
non ha petrolio, ha soltanto il mare e la pesca. Il resto del
paese è costituito dalla Savana.
D:
Ecco, il nodo della pesca è cruciale. Fino a
pochi anni fa il Senegal aveva uno dei mari più pescosi,
poi sono arrivati i barconi europei e asiatici a rastrellare
cernie, orate e sogliole per i mercati occidentali…
E’ sempre stato così e continuerà
ad essere così. Dagli spagnoli, ai giapponesi,
ai cinesi, che sicuramente arriveranno anche lì tra pochissimo.
Continuerà ad essere così a meno che il Senegal
non inizi ad organizzarsi, cosa difficile con i politici
corrotti da cui è governato. C’è stato un periodo
politico durante la presidenza di Abdou Diouf, il predecessore
di Wade, in cui gli scandali di corruzione si susseguivano
e gente povera diventava ricca in maniera molto sporca, purché
vicina al governo. Wade è lì da sette anni e
la storia si è ripetuta. Egli è diventato smisuratamente
ricco ed ha arricchito il suo entourage. Insomma la corruzione
continua. Fino a quando ci sarà gente che invece
di governare penserà ad andare al potere per scopi personali
o per arricchire i propri parenti, è difficile pensare
che il Senegal possa uscire da quest’era drammatica.
D:
Nella regione meridionale del Casamance, prosegue
la guerriglia di chi chiede l’indipendenza dal paese?
Come mai in questa regione continua questo stato di
assedio?
E’ un conflitto
che dura in realtà da più di venti anni.
Il mese scorso è morto l’Abbé Diamachoune
Senghor, il sacerdote cattolico che ha fondato il Movimento
delle Forze Democratiche della Casamance che ha scatenato
inizialmente la guerriglia. Dopo anni di arresti e ribellioni,
ha firmato un accordo di pace nel 2004, ma come si sa, in
queste cose ci sono sempre gli estremismi. Io non posso
comprendere un tipo di ribellione interna al Senegal, perché
ho una visione più ampia, una visione panafricana. Sono
d’accordo con Obikwolo, c’è bisogno di un’unione fra
stati africani, di una confederazione e questo può essere
anche il modo per cambiare la situazione economica, ma anche sociale
di diversi paesi “balcanizzati” africani. Io tendo al pensiero di
Kwame Nkrumah, ex presidente del Ghana che è un panafricanista
convinto. Io sono per le entità regionali, se non continentali.
Ad esempio una federazione che va dal Senegal, al Niger, al Togo,
al Benin, che pur conservando la loro autonomia possano federarsi.
D:
Il Senegal ha abolito la pena di morte nel 2004 ed
ancora prima ha instaurato un regime democratico pluripartitico.
Il paese non ha mai subito un colpo di stato (l’unico
in Africa). E’ dunque un modello di democrazia per tutti i paesi
africani?
Sì,
già dagli anni Settanta il Senegal può contare
su un sistema pluripartitico; prima i partiti che avevano
accesso alle elezioni erano solo tre. Attualmente però
la cosa è diventata paradossale, visto che ci sono quindici
candidati che concorrono alle elezioni. Il Senegal è
stato uno dei primi paesi ad aprirsi in questo senso, ma basta
avere cinquanta partiti per definirsi “democratici”? Certamente
c’è stata anche l’alternanza, ma questa c’è anche
a Capo Verde, anche nel Mali. Ci sono piccoli passi di democrazia.
D: Torniamo alle elezioni. Nella
competizione è favorito anche il vecchio presidente
Wade, o i suoi avversari Seck o Nassa potranno insidiarlo?
Il presidente
attuale è ancora fortemente favorito. Niassa
è un personaggio altrettanto vecchio e ripetitivo.
E’ stato già in politica con il primo presidente Senghor,
poi con Diouf; Seck è un personaggio troppo controverso,
è stato più volte accusato di corruzione,
di voto di scambio. Penso che Wade possa vincere facilmente.
D:
Esistono rapporti politici oltre che di vicinanza
sui temi dell’immigrazione fra il nostro paese ed il Senegal?
No, non molti.
Wade è poco conosciuto qui in Italia. In passato
con i socialisti, durante il governo Craxi c’era un rapporto
forte di collaborazione e vicinanza con l’internazionale
socialista e quindi con il partito socialista senegalese
di Diouf. In ogni caso già dal 1987, o poco prima
i senegalesi all’estero, per la precisione in Italia possono
votare per corrispondenza.
D:
Per il rilancio dell’Africa e per un progetto panafricano,
reputa importanti i Social Forum, l’ultimo dei quali
si è tenuto proprio in Africa, a Nairobi?
Non so cosa
hanno prodotto i vari Social Forum da Porto Alegre
in poi. Non sono inutili, ma non servono alla causa del
panafricanismo. L’unità degli africani può partire
unicamente dagli africani. E’ vero che esiste l’Unione Africana,
che crea già un’ integrazione fra i diversi Stati africani
e di cui si sente parlare molto nei giornali, ma non funziona
perché la gente non è coinvolta e tutto diventa
un semplice discorso fra capi di vertici e presidenti.
Pap
Khouma è direttore responsabile della rivista
on-line sull’immigrazione El Ghibli, Per dodici anni
ha girato l'Italia, invitato da scuole di diverso ordine e
grado a svolgere "lezioni" sulla storia e la cultura africana,
e sui temi della multiculturalità. Ha partecipato come
relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali,
presso le maggiori università italiane (Milano, Roma, Bologna),
sui grandi temi dell'immigrazione, della cultura e della letteratura
, e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze
negli Stati Uniti (Africa/Italy: an interdisciplinary international
symposium, Miami University, Oxford, Ohio; Immigration et intégration,
Sénégal/ Italy/ France, Northwestern University
of Chicago; Società multiculturale, Queen's College
of New York; Letteratura degli immigrati in Italia, Casa
italiana of New York University).
Intervista
a cura di Angelo M. D’Addesio
I DODICI COMANDAMENTI
COMMENTATI
Ecco i
dodici punti imposti da Prodi per la rinascita del
governo
1.
«Rispetto degli impegni internazionali e di
pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera
e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni
internazionali, derivanti dall'appartenenza all'Unione
Europea e all'Alleanza Atlantica, con riferimento anche
al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan.
Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del
patrimonio rappresentato dalle comunità italiane
all'estero».
L’Italia, se è un paese civile,
mantiene gli impegni assunti. Questo punto dunque
è peggio che tautologico. È come se un cittadino
s’impegnasse a non uccidere e non rubare. Il semplice
fatto che dichiari una cosa del genere è come
se ammettesse d’essere un potenziale ladro o un potenziale
assassino. Ed è triste dover dire che, trattandosi
dell’Unione, l’impegno è utile: la tentazione di delinquere,
come si è visto, è stata e potrebbe ancora essere
forte.
2. «Impegno
forte per la cultura, scuola, università,
ricerca e innovazione».
E chi può
disinteressarsi di cultura, scuola, università
ecc.? Forse la novità consiste nel fatto che l’impegno
è “forte”…
3. «Rapida
attuazione del piano infrastrutturale e in particolare
ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione).
Impegno sulla mobilità sostenibile».
Tav. Ecco
un impegno chiaro e serio. Quasi stupisce. Anche se,
per la verità, esso deriva dal punto uno: l’Italia
si era già impegnata, per questo “corridoio
europeo”, e il fatto che si sia fatto per mesi il pesce
in barile indica solo, oltre la debolezza del nostro esecutivo,
la nostra vocazione alla trattativa interminabile e levantina.
4. «Programma
per l'efficienza e la diversificazione delle
fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e
realizzazione rigassificatori».
L’accenno
alle “fonti rinnovabili” è aria fritta, ma quello
ai rigassificatori no. Se sono utili, ben vengano. Rimarrà
da vedere se sia più forte il governo di Roma o il consiglio
comunale di Leccapadella del Morto o quello di Grattalazucca
sulla Melassa.
5. «Prosecuzione
dell'azione di liberalizzazioni e di tutela del
cittadino consumatore nell'ambito dei servizi e delle
professioni».
La parola
qualificante è “prosecuzione”. Significa che
si attaccheranno non le inefficienze burocratiche
e i poteri forti, ma gli artigiani, gli indipendenti e tutti
coloro che non hanno santi nel paradiso del centro-sinistra.
Come prima. Alcuni toccheranno ferro.
6. «Attenzione
permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno,
a partire dalla sicurezza».
La solita
giaculatoria.
7. «Azione concreta e immediata
di riduzione significativa della spesa pubblica
e della spesa legata alle attività politiche e
istituzionali (costi della politica)».
Ottimo
proposito: ma non è Prodi che ha creato il governo
più elefantiaco della storia repubblicana? Abbiamo
capito: è un’altra giaculatoria.
8. «Riordino
del sistema previdenziale con grande attenzione
alle compatibilità finanziarie e privilegiando le
pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota
delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione
della spesa che passa attraverso anche l'unificazione degli
enti previdenziali».
Questo,
come il caso della Tav, è un impegno serio. Ma
è vago. Non sarebbe stato meglio scrivere meno
parole ma almeno queste tre: “applicazione dello scalone”?
La “compatibilità” è una parola ad elastico con
la quale si potrebbe rinviare tutto ai nostri nipoti.
9. «Rilancio
delle politiche a sostegno della famiglia attraverso
l'estensione universale di assegni familiari più
corposi e un piano concreto di aumento significativo degli
asili nido».
Malgrado
la grande visione dell’azione politica e le parole
robuste che la descrivono, il punto è inutile.
Quando si parla di aumentare gli assegni familiari
o aumentare gli asili nido, si è tutti d’accordo:
il problema è quello del finanziamento.
10. «Rapida
soluzione della incompatibilità tra incarichi,
di governo e parlamentari, secondo le modalità
già concordate».
Se questo
proposito è “secondo le modalità già concordate”,
che necessità c’era di scriverlo? E se, pur essendo
“secondo le modalità già concordate”, prima
non è stato applicato, perché dovrebbe esserlo
ora? O bisogna credere che tutti i punti del programma
che non sono ricordati nel dodecalogo non sono più
validi?
11. «Il
portavoce del presidente, al fine di dare maggiore
coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce
dell'esecutivo».
Il portavoce
del presidente diviene portavoce dell’esecutivo.
E nessun altro avrà il diritto di parlare? Questo
punto o è inapplicabile o è dittatoriale. Solo
Stalin riuscì a far star zitti tutti. E poiché
Prodi non è Stalin, questo punto somiglia ad una grida
manzoniana.
12. «In
coerenza con tale principio, per assicurare piena
efficacia all'azione di governo, al presidente del Consiglio
è riconosciuta l'autorità di esprimere in
maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso
di contrasto».
Innanzi
tutto, se le parole hanno un senso, in caso di contrasto
il governo non ha una posizione unitaria. Dunque non
si tratta dell’“autorità di esprimere” la posizione
del governo, ma dell’“autorità di deciderla”.
E questo dovrebbe significare che Prodi – visto che qualche
contrasto c’è sempre - avrebbe il diritto di prevalere,
da solo, sul Consiglio dei Ministri. Il che è leggermente
anticostituzionale.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 23 febbraio
2007
CRISI DI GOVERNO:
UN PASTICCIO COMPIUTO DA PASTICCIONI
INTERVISTA A MASSIMO GRAMELLINI
D: Una crisi
di governo annunciata…Forse troppo, al punto che
già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto
sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe
finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra
oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori
a vita?
GRAMELLINI:
Un pasticcio compiuto da pasticcioni.
D: Che
cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo
Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico,
elezioni: quale l’ipotesi più concreta?
GRAMELLINI
: Tutto come prima, tranne D’Alema, capro espiatorio
D: Il
governo cade alla prima vera difficoltà in politica
estera e mentre Londra annuncia il ritiro dei soldati
da Kabul ed il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati
in Iraq. Non è forse finita realmente la stagione delle
truppe occidentali in Iraq ed Afghanistan?
GRAMELLINI:
Siamo al crepuscolo di una politica, quella di Bush.
Ma ancora non se ne intravede un’altra.
D:Quali
saranno le reazioni del mondo, in particolare degli
Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?
GRAMELLINI:
Chiederanno che torni un governo il prima possibile
e saranno accontentati
D: E’
possibile pensare ancora ad una riforma elettorale
oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?
GRAMELLINI:
La riforma, come sempre, la faranno i cittadini con
il referendum.
D: E
giungiamo alla “fantapolitica”. Elezioni, il prossimo
anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza
Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro,
da tempo dissociatisi dalla Casa delle Libertà?
GRAMELLINI:
Non è detto, se l’Unione candidasse Veltroni.
Ma in ogni caso non credo proprio che si voterà.
Massimo Granellini è vicedirettore
ed editorialista de La Stampa.
Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio
TEMO UN PRODI BIS PIU' SVENTATO E MALDESTRO DEL
PRIMO
INTERVISTA
A LUCA SOFRI
D: Una crisi
di governo annunciata…Forse troppo, al punto che
già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto
sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe
finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra
oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori
a vita?
Nessuno
dei due: D’Alema ha fatto una cosa da paese normale,
pur sapendo che il paese normale non è, ma
sperando che la sua forzatura lo facesse diventare tale
per un giorno. Gli è andata male: il paese non è
normale mai, la maggioranza in senato troppo fragile per
tollerare anche il minimo capriccio. Non è stato un accidente
imprevedibile: è stato quel che era ovvio accadesse.
D: Che
cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo
Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico,
elezioni: quale l’ipotesi più concreta?
Temo un Prodi-bis, più
sventato e maldestro del primo. Ma temo anche ogni alternativa.
Il fatto è che non ci sono maggioranze compatte
e apprezzabili. In Italia, non in parlamento.
D: Il governo cade alla
prima vera difficoltà in politica estera e mentre
Londra annuncia il ritiro dei soldati da Baghdad ed
il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati in Iraq. Non
è forse finita realmente la stagione delle truppe occidentali
in Iraq ed Afghanistan?
Non so
se sia finita: certo, vendere alla gente le ragioni
per stare là anche a fare cose buone è
diventato molto difficile, dopo tutte quelle cattive
che sono state fatte.
D: Quali
saranno le reazioni del mondo, in particolare degli
Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?
Alzeranno
un sopracciglio e si occuperanno d’altro, aspettando
di sapere della prossima. (perché “tempestiva”?)
5)
E’ possibile pensare ancora ad una riforma elettorale
oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?
È
inevitabile. È vero che qui siamo capaci di tutti,
ma la ripetizione di quella cialtronata mi pare impensabile.
E tutti lo stanno dicendo.
6)
Arriviamo alla fanta-politica. Elezioni, il prossimo
anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza
Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro,
da tempo dissociatisi con la Casa delle Libertà?
E che ne sarà del centro-sinistra ormai sfaldato?
Travolgente
non c’è niente e nessuno. Se vincono, vincono
grazie allo spappolamento della sinistra, come accadde
– viceversa – all’ultimo giro. Quanto alla sinistra, le
farebbe bene una bella batosta: ma non avverrà,
e saremmo ancora con le crisi di governo nel 2020.
Intervista a cura di
Angelo M. D’Addesio
L'informazione
su Blair
Non ci
fosse stata la crisi di governo, oggi i giornali italiani
avrebbero aperto sulla notizia data nelle pagine interne
e cioè che "anche Blair lascia la guerra unilaterale
di Bush". Basta aver letto, o ascoltato, il discorso
di Blair per sapere che è successo l'opposto.
Oggi, per dire, il leftist Guardian non aveva nemmeno la
notizia in prima pagina (al contrario del commie Independent).
Gli inglesi resteranno anche per tutto il 2008 e sta addirittura
per partire il principe Harry, pronti ad aumentare le truppe
se le cose dovessero peggiorare. Ridurrano soltanto di 1.600
uomini il contingente a Bassora, perché lì non ci
sono qaidisti né insurgents sunnit (ma ci sono le squadracce
sciite). Comunque oggi Blair ha ribadito che "we have the
full combat capability that is there, so if we are needed to go
back in in any set of circumstances, we can. The whole purpose
of us being in a support role is precisely to do that". (C.ROCCA,
Foglio)
Il fattore «C» è svanito nel
giorno della sfida
«Cuor
contento, il cul l'aiuta!», ridevano i suoi
uomini con un ritocco goliardico all'antico proverbio.
E lui, Romano, ha fatto finta di crederci sul serio, che
alla fine con un po' di fortuna tutto si sarebbe sistemato.
E a chi toccava ferro perché il suo governo aveva
giurato il 17 maggio proprio come nel '96, rispondeva:
«Ma nooo! Stavolta non era venerdì 17!».
E
per mesi aveva ostentato una fiducia esagerata: «È
un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!».
Macché. È finita come l'altra volta. Sorridevano
tutti, a vederlo grondare d'ottimismo. Lui, incurante,
tirava diritto: «Me l'ha insegnato mio padre. Diceva
che quando i soldati vanno in guerra quelli con la faccia
triste non tornano mai». Intorno era tutto un baccano
di galletti e galline, pulcini e capponi decisissimi ciascuno
ad avere tutto e subito: l'abolizione della Bossi-Fini e il
ritiro dall'Iraq e la manica larga sugli spinelli e la chiusura
del Cpt e i Pacs alla Zapatero e l'aliquota per i «ricchi»
al 47% e il muso duro ai vescovi e una legge sull'eutanasia e la
rimozione della riforma Moratti e la supertassa sulle jeep e
mille altre cose ora clericali e ora laiciste, ora moderatissime
e ora radicalissime. E lui: «Siamo sereeeni. Seri e sereeeni».
Ricordate
cosa disse quando andò a Palermo ad appoggiare
Rita Borsellino? Disse che sì, certo, c'era
un po' di caos ma dovuto solo alla fase di collaudo:
«Vi assicuro che presto il governo sarà a punto
e girerà come il motore di una Ducati o una Ferraaaari».
Lo fischiavano e sorrideva. Lo insultavano e sorrideva.
Gli facevano gli agguati e sorrideva. Deciso a non
darla vinta ai pessimisti che gli additavano i nuvoloni prefigurando
bufere: «Conoscete la barzelletta? A un aspirante
ferroviere viene chiesto cosa farebbe in caso di nebbia se ci
fossero due treni in arrivo sullo stesso binario. "Agiterei
la bandiera" risponde. E se la nebbia fosse così fitta
da impedire di vedere la bandiera? "Accenderei le fiaccole". E se
la nebbia fosse così fitta da impedire di veder le fiaccole?
"Userei i petardi". E se la nebbia fosse così fitta da
aver inumidito i petardi? "Allora chiamerei mia moglie: Rosina, vieni
a vedere che disastro!"».
Insomma:
perché avrebbe dovuto andare tutto storto?
Poche settimane prima delle politiche aveva detto a
Giampaolo Pansa: «Se vinciamo e si fa il governo,
a quel punto non esiste una via di mezzo: se cado io, o
se i miei mi fanno cadere, cade anche il governo e si va
di nuovo a votare. A me non piace mediare. Voglio governare.
Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri,
non si discuterà, ma si deciderà».
Sì, ciao. Una via crucis quotidiana. Con la maggioranza
che al Senato perdeva un pezzo al giorno. E andava sotto
su questo e sotto su quello. E via via si sfilacciavano i rapporti
non solo politici ma umani.
Presidente, preoccupato? Ma no,
rispondeva agli amici di Die Zeit dubbiosi su come
avrebbe fatto a tener insieme i nove pezzi dell'Unione:
«All´interno dei vostri due partiti di
coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo
nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato
molto più tempo a stringere il patto di coalizione
rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho
fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente
della Repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia.
Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta
più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione
comunista, i Comunisti italiani. Ma a confronto di Lafontaine,
è qualcosa di abbastanza innocuo». Quindi, perché
dare peso a qualche capitombolo?
Succedeva
anche a Bettino Craxi, che se ne infischiava: «Sono
stato presidente del Consiglio quattro anni, sono
andato sotto 180 volte e non è mai accaduto nulla».
E mentre gli elettori assistevano attoniti alla cagnara,
che raggiunse l'apoteosi nella elaborazione della Finanziaria
«modello avanti-indré», lui spargeva
ottimismo come quando spiegò a Gianni Riotta: «Ci
sono stati quattro casi di coscienza sull'Afghanistan, è
vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni
con più agio sarebbe stato più facile, ma così
è più thrilling, c'è più avventura.
Vuole la verità? È più sexy!».
Un martello pneumatico, era: «Abbiamo
avuto l'incarico di governare dagli elettori
di cinque continenti. E governeremo». «C'è
l'impegno di tutti affinché questa coalizione vada
avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è
questa. Non cambia. Dura l'intera legislatura».
«Resteremo uniti e governeremo per cinque anni,
ridaremo all'Italia un ruolo serio e internazionale».
«È una squadra, la nostra, coesa e omogenea,
dureremo cinque anni». «Sono tornato ieri dalla
Cina e non ho sentito nessuno che mi abbia detto che il governo
non è fortissimo. La fiducia è totale, completa.
Dureremo cinque anni». E le ruggini nella maggioranza?
«Ripeto, il mio governo governerà. Punto».
E sbuffava: «Sulle missioni internazionali si deciderà
a maggioranza ma quando c'è da decidere, io decido».
Sullo
sfondo, nell'immaginario suo e in quello degli altri,
compreso Silvio Berlusconi che arrivò a
sospirare «sì, questi reggono cinque
anni», c'era sempre l'evocazione di quel «fattore
C.» cantato ironicamente da Edmondo Berselli: «Il
Culo di Prodi è una categoria mitologica. Come tutti
i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente,
come un prodigio preternaturale, una chimera, una fenice,
una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile».
Macché,
è finita come nel '98. E' andato alla conta
e ha perso. E chi è stato stavolta, a volere il
braccio di ferro? Massimo D'Alema. L'uomo che secondo
Adriano Sofri «è cresciuto alla scuola di Craxi,
il più grande giocatore d'azzardo del dopoguerra».
Quello che, indicato dai più sospettosi come
colui che aveva ordito la prima caduta di Romano, aveva
mandato a dire per bocca di Fabrizio Rondolino che lui certi
errori non li faceva: «Massimo, Mussi e Minniti fecero
i conti il giorno prima. E mi ricordo che D' Alema, alle dieci
di sera, ci disse: "Siamo sotto di uno". Lo sapevamo noi e lo
sapevano anche a palazzo Chigi. Tant'è vero che all'indomani,
all'alba, Minniti incontrò Cossiga per chiedergli l'astensione.
Perciò, in aula, prima della fiducia, Violante dalla
presidenza chiese a Prodi se voleva parlare. Avrebbe dovuto
dire che era disposto a prendere anche altri voti oltre a quelli
della sua maggioranza, così avrebbe ottenuto l'appoggio
di Cossiga, ma lui non lo fece, e andò sotto».
«Come
hanno fatto, ad andar sotto di nuovo?», si
chiedono oggi basiti gli elettori di sinistra. Ma i maligni
tornano a farsi un'altra domanda. Partendo da una
confidenza dalemiana: «Il gioco d'azzardo è
divertente come calcolo delle probabilità, funzione,
strategia. Ma non mi piace l'elemento maniacale. A un certo
punto non hai più il governo di te stesso. A me piace
il gioco in cui uno non perde mai il controllo di sé,
anzi assume il controllo del campo e di tutti gli attori in
gioco. Questo sì, mi piace». Ecco: sfidando la sinistra
più accesa, alla vigilia del voto di ieri, con quell'alternativa
secca riassunta dal manifesto col titolo «Kabul o morte»,
quale calcolo aveva fatto esattamente, Baffin di Ferro? Ha perduto
il controllo o lo sapeva, che finiva così?
Gian Antonio Stella - 22 febbraio
2007
Piccolo
commento di Gianni Pardo:
Gian Antonio Stella è sempre stato
velenoso a proposito di Berlusconi. Quando è stato
al governo e quando è stato all’opposizione. Ognuno
ha diritto alle sue antipatie. Ma che potesse essere velenoso
con il centro-sinistra che ha sempre sostenuto e con Prodi
in particolare, ora che è caduto, non era prevedibile.
Questo comportamento è definito “il calcio dell’asino”.
E a noi pare cosa asinina.
SEI CONSIDERAZIONI SULLA CRISI
Uno.
Le ipotesi prevalenti, dopo la caduta del governo,
sono il reincarico a Prodi o nuove elezioni. Per
il reincarico, lo stesso Prodi, il Presidente della Repubblica
e i commentatori politici sono d’accordo su un punto:
che la fiducia ad un governo fotocopia non avrebbe senso
perché rimarrebbero presenti gli stessi germi che hanno
ucciso il primo governo. Dunque, quand’anche la coalizione
rimanesse immutata, ci dovrebbero essere condizioni diverse
che si riassumono in una: l’assicurazione da parte di tutti i
partiti di un sostegno forte, costante, indubbio ed indiscutibile
al governo. Senza distinguo personali, senza questioni di principio
e senza atteggiamenti di lotta e di governo. Belle parole di cui
i segretari di tutti i partiti potrebbero perfino essere sinceramente
convinti: il punto è che venderebbero la pelle dell’orso prima
d’averlo ucciso. In effetti, non è mancato a Prodi il sostegno
dei partiti, è mancato il sostegno di alcuni senatori. E
allora la domanda diviene: chi mai, quale segretario di partito o
capogruppo parlamentare può dare assicurazioni sul comportamento
altrui? Anni fa una senatrice di Rifondazione Comunista - dovendo
votare a favore del governo perché così ordinava il partito
- lo fece piangendo. Ma ce lo si può aspettare da tutti e sempre?
Questo
gran parlare che si fa delle condizioni diverse per
un governo “forte e serio” (per usare i due aggettivi
di cui Prodi abusa) è insulso. Una maggioranza è
tale o quando è tanto ampia da assorbire qualche
occasionale dissenso o quando è tanto coesa che, pure
con un voto solo di maggioranza, può sempre essere
certa di contare su quel voto.
Due.
Molti sostengono che non si possa andare a votare
perché l’attuale legge elettorale è pessima,
perché essa può dar luogo a due maggioranze
diverse alla Camera e al Senato e perché le liste
sono formate dai partiti. Le obiezioni non sono fondate. Le
due maggioranze diverse sono sempre possibili perché
diversi sono i due elettorati. Inoltre le proporzioni in
questo momento sarebbero identiche nelle due Camere se in
quella dei Deputati
il centro-sinistra non beneficiasse di un generoso premio
di maggioranza: e allora, di che si lamenta? Senza quel
premio avrebbe alla Camera gli sessi problemi che ha al Senato
e forse più. Quanto alla scelta dei candidati, forse che
prima un quisque de populo, cioè uno qualunque poteva pretendere
di essere incluso nella lista di un qualunque partito? E, se
l’avesse potuto pretendere, che probabilità avrebbe
avuto di essere eletto, se non fosse stato sostenuto dal partito?
Insomma, la differenza, fra prima ed ora, è ben piccola.
In secondo luogo, qualunque costituzionalista confermerà
che una legge elettorale priva di difetti non esiste. Dunque, che
si voti con questa o con un altra legge, ci sarà sempre
qualche scontento.
Tre.
Sulla caduta della maggioranza si hanno due interpretazioni
fondamentali: una la farebbe dipendere semplicemente
dal voto di due senatori di sinistra e di tre senatori
a vita, l’altra – dietrologica e pensosa – la farebbe dipendere
dallo scontento che questa maggioranza ha provocato in
Vaticano, negli Stati Uniti e in Confindustria. Innanzi
tutto, sembra giusto, prima di guardare alle stelle, guardare
dove si mettono i piedi: e si vede subito che il governo
è caduto per il voto contrario del Senato, non per qualche
fattucchieria. Poi, la distinzione è pretestuosa. Se qualcuno
vota contro il governo è perché non ne approva
l’azione: e che sia perché non è abbastanza filoamericano
o abbastanza anti-americano, che importa? Ciascuno ha le proprie
convinzioni e se queste non sono coerenti, in una coalizione, il
governo cade. Amen.
Quattro.
Una nota curiosa riguarda un rimbalzo di borsa che,
alla caduta del governo, ha fatto guadagnare a Berlusconi
– secondo quanto dicono – cinquanta milioni di euro. Può
essere. Ma prima di scandalizzarsi o fare i moralisti,
ci si è chiesto quanto avesse perduto, Berlusconi,
con l’annuncio del progetto Gentiloni? Un rialzo della temperatura
corporea di quattro gradi è un fatto allarmante,
certo: a meno che prima la temperatura non fosse di trentadue
gradi.
Cinque.
D’Alema aveva detto: se il Senato non approva, tutti
a casa. Il Senato non ha approvato e tutti sono
andati a casa. La cosa ha molto meravigliato gli italiani.
Questo la dice lunga sulla stima che abbiamo dei nostri
parlamentari. Si direbbe che la loro parola sembra non
valga assolutamente nulla. Non rimane che sperare in una lunga
serie di atti onorevoli, in modo che si possa tornare a stupirsi
della patologia, e non della fisiologia.
Sei.
Un’ultima considerazione merita l’atteggiamento che
milioni di persone hanno avuto negli scorsi mesi. Che
il sostegno al centro-sinistra in Senato fosse risicatissimo,
che il centro sinistra dipendesse dai senatori a vita,
è stato evidente sin dal primo giorno. Ma dal momento
che passavano le settimane e il governo non cadeva, moltissimi
italiani, alcuni felici, altri infelici, hanno dimenticato
che quel sostegno era risicatissimo e che i senatori a vita
non erano piccoli soldatini del centro-sinistra. La situazione
è stata simile a quella di chi, guidando sul ghiaccio,
e non essendo scivolato per il primo chilometro, dimentichi che
sul ghiaccio si scivola. C’è dunque stato un eccesso di
pessimismo nel centro-destra e un eccesso di ottimismo nel centro-sinistra.
Sarebbe stato necessario, sulla base del buon senso, non dare
il governo né per morente né per longevo. Sin
dai tempi degli antichi greci, infatti, il futuro sta sulle ginocchia
di Giove.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 22 febbraio 2007
GOVERNO BATTUTO
II governo è stato battuto al Senato
per due voti sulla risoluzione per approvare la
relazione di politica estera del ministro Massimo D'Alema.
Opposizione laica ai Dico
La polemica sulla regolamentazione delle coppie di
fatto si sta polarizzando in una diatriba tra gerarchia
ecclesiastica e laicisti, secondo uno schema tanto
facile quanto impreciso.
Quello che è destinato a subire la concorrenza
del similmatrimonio ideato da Barbara Pollastrini
e Rosy Bindi,
infatti, non è il sacramento matrimoniale,
ma il matrimonio civile. Negli ultimi giorni però
hanno cominciato a farsi sentire le ragioni dei laici,
che si oppongono a un pasticcio paternalistico,a una omologazione
forzata dall'alto di tipi diversi di convivenza, all'indebolimento
del sistema di valori civili, del rapporto tra diritti
e doveri, su cui
è fondata la famiglia. Piero Ostellino, Giulio
Tremonti e Antonio Martino, seppure sotto profili
differenti, vedono nella statalizzazione
dei rapporti affettivi una intromissione nella sfera
privata che ogni laico dovrebbe considerare impropria,
e, nelle forme in cui è proposta, pericolosa.
I problemi di tutela dei diritti individuali, spiegano,
si può realizzare in altre forme, in modo contrattuale
o a partire dalla regolamentazione, già
esistente, della convivenza anagrafica.
Il carattere più insidioso dei Dico, infatti,
consiste nell'ideologia di cui sono espressione. L'idea
che ogni legittimo desiderio individuale diventa
un "bisogno" che deve ricevere una sanzione giuridica,
statale, come "diritto" di carattere collettivo, porta
alla distruzione di ogni equilibrio tra libertà e
responsabilità, oltre che all'omologazione tra
condizioni diverse, che perdono la loro stessa originaria
libertà.
Una delle più antiche e serie regole dei laici
è che lo stato non deve mettere il naso tra
le lenzuola. Paradossalmente ora sono i laicisti a volerlo
fare, col pretesto della garanzia di diritti individuali,
che non sarebbero più tali una volta assogettati
a una nuova normativa e istituzionalizzati in un nuovo
modello. In tutto questo, comè evidente, il sacramento
matrimoniale non c'entra niente.
C'entra molto, invece, la laicissima concezione della
libertà e della responsabilità.
Da "Il Foglio" del 20 gennaio 2007
BARBARA SPINELLI E LA GERMANIA
S’immagini un placido signore che vive la terza
età in perfetta salute, in una bella casa silenziosa
e con un bel panorama, in una stanza invasa da
bella musica sinfonica e in cui ogni tanto entra la donna
che egli ama e che lo ama. Il tutto condito da una bella
tazza di tè e da letture interessanti: non è facile
concepire che ci sia da temere la gelosia degli dei?
E allora non rimane che imporsi un cilicio. Qualcosa che
riporti il tapino al suo livello di mortale, ben più in
basso di quello in cui i felici abitatori dell’Olimpo pasteggiano
a nettare e ambrosia. Non rimane insomma che leggere l’editoriale
di Barbara Spinelli, capace di atterrire a prima vista non solo
per la sua lunghezza, ma anche perché, con supremo gusto
grafico, l’autrice è riuscita a scrivere ben 1.043 parole
senza andare a capo. Esprimeva insomma un pensiero così logico
e strettamente concatenato che, con un alinea, si sarebbe perso
il filo. Dev’essere un capolavoro. Basta munirsi di bombola
e pinne.
Come antipasto si è obbligati a sorbire tutta
una serie di affermazioni catastrofiche riguardanti
gli Stati Uniti. Hanno perso in Iraq. Stanno per perdere
in Afghanistan. Tengono le basi in Europa per capriccio.
Ammazzano la gente al Cermis e nessuno paga. “La loro
forza ha cessato d’esser sinonimo di egemonia globale”
e questa, come si sa, è ora appannaggio di Andorra.
Gli States sono diventati così deboli che in Afghanistan
“si preparano a nuove offensive, costringendo gli occidentali
a operazioni militari preventive inizialmente non concordate”.
E la Spinelli è gentile, con gli Stati Uniti, perché
non dice tutto: per esempio che il Big Mac della MacDonald’s
fa aumentare il colesterolo.
Ingurgitato l’antipasto, si
passa al “plat de résistance”, il piatto forte. Ma
ci si rende presto conto di essere inadeguati.
Inadeguati in un modo tutto speciale e che va spiegato.
Nella lingua inglese c’è una sorta di grido
di accusa devastante che interrompe ogni tanto il
dialogo casalingo: “You are not listening!”, “Tu non
mi ascolti neppure!”. Avviene infatti che se qualcuno parla
a lungo e in maniera noiosa, l’ascoltatore, non potendosi
appisolare (per esempio perché in piedi), “stacchi”,
mentalmente, e non capisca più ciò che l’altro,
o l’altra, sta dicendo. Tanto da provocare la reazione:
you are not listening! È questo l’effetto dell’articolo
della Spinelli: fra citazioni, richiami storici, presunte
sottigliezze e distillati di politica, uno alla fine si chiede
perplesso: ma che cosa ha detto? E magari riconosce:
“I was not listening”.
Per questo, ci si limiterà ad una nota marginale:
quella concernente il diverso trattamento dei
brigatisti in Germania e in Italia. In Germania, sostiene
la Spinelli, “Stato e magistratura s’apprestano a
sospendere pene o a graziare gli ultimi terroristi.
… Gli atti di clemenza giudiziaria avvengono indipendentemente
dal pentimento pubblico dei terroristi, confermando
che lo Stato di diritto funziona quando la giustizia non
è determinata solo dalla voce delle vittime ma dalle
regole che essa dà a se stessa”. Chi legge queste parole
si rende conto che la Germania dev’essere stata molto più
generosa e nobile dell’Italia, in questo campo. Peccato che non
sia vero.
La stampa tedesca discute con passione, in questi
giorni, il caso di Brigitte Mohnhaupt, ex-terrorista
non pentita. Non è stata ancora graziata,
questa donna, e non ha ottenuto nemmeno la libertà vigilata
o quello che sia (che dovrebbe scattare il 27 marzo): ma
la cosa ha già suscitato scandalo. Konrad Freiberg, del
sindacato di polizia, protesta perché i colpevoli questi
benefici “non se li sono meritati, e cioè non hanno mostrato
pentimento”. Ma si conosce la storia della Mohnhaupt? La donna
è stata arrestata una prima volta il 9 giugno 1972, è
stata condannata a cinque anni e li ha scontati. Arrestata una
seconda volta l’11 novembre del 1982, è stata in carcere
da allora: e fra qualche mese saranno venticinque anni. Venticinque.
E la Spinelli parla di “atti di clemenza giudiziaria”. In
Italia non sconta venticinque anni neppure chi è condannato
all’ergastolo.
Ma c’è di peggio. Il grande pubblico tedesco
ha scoperto, con scandalo, che alcuni ex-terroristi
hanno usufruito di qualche permesso di uscita dal
carcere: gite, le hanno chiamate (Ausflüge). Come
quelle concesse due volte l’anno a Christian Klar. Per
avere un’idea di ciò di cui si tratta, bisogna sapere
che queste begleitete Ausflüge, gite accompagnate,
avvengono fra almeno due poliziotti e… con i piedi legati
(Fussfesseln). Una cosa del genere, in Italia, chissà
quali proteste avrebbe sollevato. Ma la Spinelli sa tutto,
sulla Germania e sulla sua magnanimità riguardo ai
terroristi: e ce ne riferisce la lezione.
Una volta Mario Cervi, del “Giornale”, scrisse
un commento immortale a proposito del Financial
Times. “È un giornale che stimo molto, disse più
o meno. I suoi articoli sono documentati, approfonditi,
esaurienti. Li ho trovati tutti così, salvo
nei casi in cui sul fatto avevo notizie di prima mano”.
Nello stesso modo, per quanto riguarda la Germania
e il trattamento che offre ai terroristi, sappiamo
che la Spinelli forse si fa delle illusioni. Quanto
al resto, invece, è documentata, approfondita, esauriente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 19 febbraio
2007
L'ombra del compagno
Stalin sul corteo «pacifista»
anti Usa
Come sono smemorati questi militanti del Carc («Comitato
di appoggio alla resistenza per il comunismo»).
Nei loro opuscoli, che sabato a Vicenza andavano
a ruba, viene infatti proposta una teoria che fin dalla
sua denominazione ufficiale - «marxismo-leninismo-maoismo»
- risulta priva di ogni riferimento a Baffone. Eppure è
proprio lui il vero creatore della grande fede pacifista
che anche grazie a loro ha trovato la sua ultima gagliarda
espressione nella manifestazione vicentina. Ragion
per cui in questi giorni il compagno Koba deve sentirsi molto
soddisfatto. A cinquantaquattro anni dalla sua morte
può infatti constatare che la sinistra italiana
continua allegramente a sventolare la stessa gloriosa
bandiera che le aveva consegnato negli ultimi anni della sua vita.
La bandiera è ovviamente quella della pax antiamericana.
Che è diventato da un pezzo il nòcciolo
ideologico della sinistra europea. E che perciò
potrebbe anche sembrare un parto originale delle menti
dei suoi ultimi maestri. Ma che invece è appunto
una vecchia trovata di Stalin. Anzi fu la sua ultima
invenzione. Il grande trucco con cui, subito dopo la fine
della seconda guerra mondiale, poté completare la costruzione
del suo personaggio aggiungendo alle sembianze del piccolo
padre del comunismo mondiale quelle del grande padre della
Pace universale. Una trovata che trovò il suo principale
strumento nel famoso movimento dei Partigiani della Pace, diretta
emanazione dell'Internazionale Comunista. Note sono le
imprese di quel movimento. Esso promosse una raffica di festival,
convegni, conferenze, marce, cortei, dibattiti, mostre e simili,
sventagliando un unico tema: la denuncia dello spirito guerrafondaio
dell'imperialismo americano e la contestuale esaltazione
dell'anima pacifista del comunismo russo e del suo capo.
Poco contava, dunque, che proprio in quegli anni tutte le infamie
del comunismo reale in tutto l'Est europeo (forche, gulag, massacri)
fossero scaturite dalla sua testa. O che la presenza di sciami
di agenti segreti e sicofanti a lui devoti nei settori più nevralgici
e influenti della società americana (apparati statali e militari,
centri della ricerca nucleare, mondo universitario, grande stampa,
ambienti artistici e culturali, Hollywood e dintorni) non era affatto
una fantasia del senatore Mc Carthy.
A dispetto di ogni suo misfatto, il bersaglio di
quel movimento erano sempre e soltanto i crimini dell'America.
Da allora è passato più di mezzo secolo.
Stalin è morto. L'Urss non c'è più.
Il comunismo è un reperto archeologico. Il movimento
dei partigiani della pace è diventato un piccolo
paragrafo della storia della guerra fredda. Ma il suo grande
ideale - il pacifismo in salsa antiamericana - sopravvive
intatto nel cuore della nuova sinistra europea.
Da "Il Giornale"
articolo di di Ruggero Guarini - lunedì
19 febbraio 2007, 07:00
Massima del giorno
L’uomo moderno trova indecente la natura: vorrebbe
i leoni vegetariani e gli erbivori talmente sensibili
da mangiare l’erba ma non i fiori.
G.P.
MOLLICHINE
Rosy Bindi, parlando dei Dico: «Io amo pensare
alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio».
E quali siano le cose di Dio e quali no, lo dirà
lei al Papa.
Bertinotti: “Se non fossi Presidente della Camera,
andrei a Vicenza”. E se l’Italia fosse un paese
serio, lui non sarebbe Presidente della Camera.
Per Di Pietro Cento è un irresponsabile.
Ma si sbaglia. Nel centro-sinistra Cento non è
irresponsabile, Cento sono irresponsabili.
Prodi, sui Dico, dal “Corriere” del 16.2’.07: “No
comment e comment no”. È nata una nuova lingua
inglese.
Carfagna: “I gay sono costituzionalmente sterili”.
“Ragioni come Hitler”, le ha risposto Luxuria: e
le ha presentato i propri otto figli.
Amato: “I neobrigatisti sono dei ritardati del Ventesimo
secolo, un tempo che non c’è più”.
Vero. Ma solo da sei anni.
Abu Omar vorrebbe rientrare in Italia. Eh già,
in Egitto i giudici l’hanno gettato in galera.
Approvata la riforma dei servizi segreti. Se abbiamo
fatto bene i calcoli, dev’essere l’ottantaduesima.
Guglielmo Epifani: “Il sindacato non può ricevere
lezioni”. Neanche in una classe differenziale?
Condannato Ernst Zuendel, un negazionista, a Mannheim.
Cinque anni di carcere. Quando uscirà di galera
noi negheremo che ci sia mai entrato.
A VICENZA TUTTO BENE:
PERCHÉ?
Se un avvenimento che scientificamente deve obbligatoriamente
verificarsi, per esempio la caduta per terra
di un sasso abbandonato a sé stesso, non
si verifica, bisogna indagare perché. Può
sembrare curioso che si indaghi su un “non avvenimento”,
ma è necessario per sapere se è errata la
teoria che lo faceva attendere.
La storia insegna che ogni volta che si è parlato
di fenomeni di ambito mondiale, di proteste antimilitariste
e ogni volta che ci sono entrati gli yankees,
tutte le manifestazioni sono finite in episodi di
violenza. A Vicenza si è trattato di un fenomeno
di ambito mondiale, militare, americano per giunta,
e non è successo niente. Il sasso è rimasto
fermo a mezz’aria. Galileo aveva dunque torto?
Il fatto che la manifestazione di Vicenza sia stata
pacifica prova che la violenza non è un
fatto spontaneo o ricollegabile a certi argomenti
(la globalizzazione, gli americani, la guerra), ma qualcosa
che vogliono certi ambienti. E che gli stessi ambienti
possono vietare.
La vulgata costante della sinistra estrema è
che le violenze, i feriti e, in qualche caso, i morti
sono la conseguenza delle improvvide e brutali
iniziative della polizia. Questa tesi è manifestamente
assurda. I poliziotti e i carabinieri non aspettano altro,
nei giorni di manifestazioni come in tutti gli altri, che
finisca il loro turno e possano andare a casa senza neanche
essersi sporcata la divisa. E nessun Ministro dell’Interno
mai si sognerebbe di fomentare le violenze. Fra l’altro,
se lo facesse sarebbe denunziato dagli stessi poliziotti,
perché proprio loro sarebbero mandati a pagare di persona
senza necessità. Il fatto si saprebbe. La verità
è che le devastazioni dei black bloc e di consimili
energumeni sono volute dai black bloc e da consimili energumeni.
Le violenze di piazza, volute dall’estrema sinistra
e dalla sinistra extraparlamentare (ammesso che
si possano distinguere), non sempre hanno lo scopo
di far pervenire un messaggio politico. Spesso si richiamano
a tesi fumose o assurde. In realtà hanno lo scopo
istintuale di menar le mani, di andare contro l’establishment,
contro Berlusconi perché porta la cravatta, e di picchiare
gli sbirri, cioè contro le figure paterne di questi
figli maleducati e complessati.
La mancata violenza di Vicenza non sta ad indicare
che erano pacifici coloro che in altre occasioni sono
stati violenti: la mancata violenza di Vicenza sta
ad indicare che gli è stato ordinato di star buoni,
altrimenti. Chi poteva ordinarla stavolta ha ritenuto che
la violenza non fosse produttiva di effetti positivi. Si va
dunque contro Prodi, ma senza fargli troppo male. Si dice no
al governo, ma senza rischiare di farlo cadere. Anzi, si dimostra
che, volendo, si è perfettamente pacifici.
Quello che questi signori non hanno capito è
che dimostrando di essere capaci di essere violenti
e di essere capaci di essere non violenti , hanno
anche dimostrato che la polizia non c’entra per nulla.
È inutile dare la colpa ad essa o al motivo della
manifestazione: sono violenti perché vogliono essere
violenti. E tali rimangono anche quando, a Vicenza, per
una volta, secondo gli ordini o le minacce ricevute dal servizio
d’ordine politico, sfilano senza bruciare automobili o picchiare
questurini.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 febbraio
2007
FORSE BASTEREBBE IL CAPITALISMO...
D: Hamas e Fatah hanno stipulato un accordo
alla Mecca per un governo di unità nazionale.
Come vedete questo ennesimo tentativo di unire
due anime diverse della politica palestinese? Meglio
essere ottimisti o dubbiosi?
L: Non si può ancora dire se si deve essere ottimisti
o dubbiosi riguardo l'accordo raggiunto da Hamas
e Fatah, anche se io propenderei per l'ultima ipotesi.
Mi spiego meglio: a parte la questione del riconoscimento
di Israele, che non è stata risolta, e di quello degli
accordi di pace siglati in precedenza dall'Olp, non credo
che si possa essere ottimisti riguardo ad una eventuale fine
delle ostilità, sia all'interno della Palestina che in
Israele. Stiamo infatti parlando di accordi politici che,
a mio avviso, dovrebbero essere preceduti da decisioni economiche.
Se la nostra speranza è quella di vedere finalmente la pace
in quella zona del Medio Oriente, dovremmo cercare di spingere
affinché si adottino delle riforme di tipo finanziario
che siano in grado di creare una condizione democratica stabile.
Per fare ciò, però, si ha bisogno di avviare un
processo di sviluppo capitalistico che porti a sua volta alla
creazione di una classe imprenditoriale, la quale possa in
seguito fungere da controaltare alla politica governativa e da
base alla crescita di una borghesia. In effetti, sentire parlare
di accordi politici raggiunti da entità quali Fatah e Hamas
mi fa un po’ venire in mente i tempi in cui i partiti rappresentavano
il potere governativo nei paesi ex-comunisti...
D: Cosa potrà cambiare dal punto di
vista politico dopo questa alleanza? Sarà possibile
conservarla per un buon periodo di tempo e quindi
programmare nuovi incontri comuni con Israele?
L: Riguardo invece alla possibilità che questo
accordo si riveli duraturo o che sia possibile, tramite
esso, pervenire a trattative di pace con Israele,
mi sento di essere cauto. Non ci sono state infatti,
da quanto mi risulta, rinunce all'uso della violenza.
Per quanto attiene ad Hamas, si tratta di un movimento
islamico che ha tra i suoi scopi primari la liberazione
dei territori palestinesi ancora sotto controllo israeliano
per mezzo del debellamento di Israele. Non sono certo
obbiettivi sui quali si possa trovare un qualche tipo
di accordo con altre organizzazioni come l'Olp che invece
riconobbe il diritto ad esistere dello stato ebraico
nel lontano 1988. Tenendo conto che Fatah è stata
fondata da Arafat alla fine degli anni cinquanta e fa parte dell'organizzazione
per la liberazione della Palestina, non ci si può al momento
attendere una convergenza di ideali tra le due organizzazioni,
a meno di clamorosi cambi di rotta.
D: C’è chi ha abbozzato ad un logorìo
delle leadership di Haniyeh e di Abu Mazen,
chiedendo un ricambio, magari soprattutto in Marwan
Barghouti ed in altri leader di Hamas più collaborativi
di Haniyeh guidato da Meshal. Potrà verificarsi
questa successione?
L: Non credo che per il momento si possano verificare
cambi al vertice, visto che ci troviamo alla
vigilia della formazione del governo di unità
nazionale, ma staremo a vedere. Fondamentale sarà
l'incontro del 19 febbraio in cui si incontreranno il
Primo Ministro Israeliano Ehud Olmert, Mahmoud Abbas
e Condy Rice. Olmert chiede a gran voce l'applicazione
delle regole poste dai quattro mediatori per il Medio
Oriente (Usa, Unione Europea, Russia, Nazioni Unite)
che prevedono il riconoscimento dello Stato di Israele
da parte palestinese e la rinuncia all'utilizzo
della violenza. Certo è che ci sarà bisogno di tutta
l'abilità diplomatica possibile per dirimere
tali questioni. Per quanto riguarda eventuali successori,
oltre a Marwan Barghouti, il quale sembra possedere tutti
i requisiti necessari per ricoprire il ruolo di Haniyeh,
non fosse altro che per la sua inclinazione al riconciliamento
con Israele, si parla anche Mohammed Shbair, che è
stato presidente della Università Islamica di Gaza per
tredici anni. Non credo molto in un eventuale (possibile)
presa del potere da parte di Mashal, nel senso che quest'ultimo
mi pare fermo su posizioni troppo guerrafondaie nei confronti
dello Stato israeliano, è anche vero, però, che
egli gode di un certo credito politico. Veniamo ad Abbas: le elezioni
Presidenziali palestinesi del Gennaio 2005 furono da lui vinte
con un ampio margine nei confronti di Barghouti. Una volta
diventato presidente, "Abu Mazen" si è quantomeno distinto
per la sua ostilità all'uso delle armi e questo mi sembra
molto importante, forse in una situazione così instabile
si dovrebbe tentare di conservare quello che già c'è di
buono piuttosto che effettuare rischiosi salti nel buio.
D: In proposito cosa si può dire della
situazione umanitaria del popolo palestinese e quindi
anche delle continue situazioni di pericolo che
la gente vive per le guerre intestine e per le rappresaglie
israeliane?
L: Ad oggi le condizioni
del popolo palestinese dipendono in larga parte
dagli aiuti di stati come l'Iran o dai finanziatori
sauditi. Hamas e al Fatah ricoprono il ruolo di "partiti
sociali" che si occupano cioè degli aiuti umanitari
per la popolazione e delle cure mediche oltre che degli
alloggi, un po' come faceva il partito fascista in Italia.
È questa una situazione che deriva dal deserto politico
palestinese. Mi ricollego a quello che ho detto in risposta
alla prima domanda: il passo fondamentale da compiere riguarda
la riforma economica, ma fino a che la Palestina sarà
in balia degli aiuti provenienti dall'Iran, la situazione non
potrà che essere conflittuale. A mio avviso il famoso
"quartetto" Russia, Usa, Europa e Nazioni Unite, dovrebbe preoccuparsi
di instaurare le condizioni necessarie e sufficienti ad
una vita sociale decente nei territori palestinesi. In questo
caso non c'è niente di meglio che ricordare le parole di
Gesù quando diceva che per sfamare qualcuno è meglio
insegnagli a pescare che non dargli del pesce.
D: Potranno mai esserci passi in avanti
nel riconoscimento di Israele, da parte di Hamas,
oltre che di Fatah e quindi una possibile convivenza
fra i due popoli, con le due rispettive terre? Cosa bisognerà
fare perché ciò avvenga?
L: Questa è proprio una bella domanda, anche
se di più ampio respiro, racchiude in sé
quelle che sono le preoccupazioni della gente. È
mai possibile che un conflitto perduri per tutti questi
anni? Quali sono le cause prime della sua esistenza?
Cosa si può fare per debellarlo definitivamente?
Esistono molti approcci diversi alle spiegazioni delle radici
di una guerra. C'è chi, con un'interpretazione filo-marxista,
ne esalta i motivi economici e di lotta per il potere, c'è
chi, più "popperianamente" (mi passi il termine) tenta
di analizzarne le molteplici cause e di cavare così
risposte più panoramiche, c'è chi mette in risalto i
motivi culturali e religiosi (e qui mi viene in mente Weber).
Io credo si debba tentare di essere onesti e riconoscere che le
guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, che
esse dipendano da motivi religiosi, politici, economici o tutti
insieme, si deve tentare di creare le condizioni affinché
questi motivi perdano la loro efficacia nel tempo. In questo
senso ci sono due programmi necessari da porre in atto: un
sistema economico che funzioni e sia in grado di garantire la sussistenza
alla maggioranza delle persone e un sistema culturale che sia
in grado di insegnare alle stesse a collocare la religione, il potere
e le differenze etniche nella giusta prospettiva. Non si può
uccidere il prossimo per divergenze di questo tipo, l'ignoranza
è, a mio modesto avviso, la madre di tutti i mali.
D: Il nodo di
Gerusalemme. Gli israeliani la vogliono come città
simbolo, i palestinesi come capitale del nuovo stato palestinese.
Perché questa centralità e questo stillicidio
verso Gerusalemme? In fondo Gaza o Ramallah sono diventate
un simbolo ancor più importante dell’autonomia
palestinese…E perché non ci si può fermare al
compromesso su Gerusalemme Est?
L: Gerusalemme ai tempi delle invasioni romane
fu l'ultima città ad essere conquistata. Pompeo
Magno ed, in seguito, Tito e Vespasiano dovettero faticare
non poco per riuscire ad averla e a sedare la ribellione
giudea. Gerusalemme come sede e luogo natio delle più
importanti religioni monoteiste del mondo è una
città d'importanza culturale unica al mondo. È
sacra per i cristiani perché proprio lì mori e
risorse il figlio di Dio. È sacra per i musulmani in
quanto è li che il Profeta Muhammed salì al cielo.
É sacra per gli ebrei, che ancora pregano disperandosi,
movendo la testa in avanti e indietro davanti al muro del
pianto. È uno dei luoghi più gravidi di storia del
mondo e poter usufruire del suo carisma rappresenta un'opportunità
di importanza innegabile. Proviamo ad immaginarci che cosa
vorrebbe dire amministrare una città simile per un governo:
significherebbe poter contare su introiti enormi e prestigio
smisurato. Non sarebbe lo stesso se ci si dovesse accontentare
di una parte della città, eppoi francamente le capitali divise
ci hanno un po' stufato. Gerusalemme è forse uno
dei nodi principali attorno ai quali verte in conflitto
israelo-palestinese. Forse la soluzione migliore sarebbe quella
di darla in gestione ad una giunta internazionale che sia super
partes. Voglio dire, un po' come quando dei bambini si
litigano un giocattolo e la cosa migliore da fare è non
darlo a nessuno dei due fino a che gli interessi di entrambi per
quell'oggetto siano dirottati altrove. D'altronde stiamo parlando
di un caso che ha creato abbastanza problemi fino questo punto;
sarebbe ora di trovare delle soluzioni, per quanto dolorose
possano sembrare. È vero che Gaza e Ramallah sono diventate
un simbolo importante dell'autonomia palestinese, ma non posseggono
l'importanza politica di Gerusalemme e non potranno mai essere
paragonate alla Città Santa, un po' come Firenze e Napoli
sono città importanti ma non così tanto quanto Roma.
(Intervista a cura di Angelo M. Daddesio)
Andrea Loquenzi è giornalista e blogger
professionista. Collabora per War News e Fondazione
Magna Carta ed è studioso di politica
mediorientale. Gestisce altresì un blog http://middleastnews.blogspot.com/
interamente dedicato alle notizie sulla situazione
in Medio Oriente.
IL COMUNISMO DA PRINCIPIO ATTIVO AD ECCIPIENTE
Il comunismo, per Marx, doveva trionfare in Inghilterra.
La previsione era che il completo successo della
società borghese sarebbe stato infine superato
dalla fase finale della storia, costituita dal comunismo.
Questo fenomeno era dunque teoricamente inconcepibile
in una Russia la cui società borghese presentava
uno dei più bassi livelli di sviluppo. Avvenne
però che alcuni rivoluzionari marxisti presero
il potere a San Pietroburgo e diedero inizio all’avventura
della Russia comunista. Il comunismo s’incarnò
ad Est invece che a Nord.
Il proletariato sarebbe dovuto essere il nuovo sovrano
e avrebbe dovuto esercitare direttamente il potere
attraverso i soviet ma di fatto fu subito scontento
del nuovo assetto politico: tanto che i nuovi governanti
si resero presto conto che, se si fosse votato democraticamente,
il popolo li avrebbe immediatamente spazzati via. Decisero
dunque di “fare il bene dei cittadini” con la forza e crearono
il binomio inscindibile comunismo-dittatura.
Per Marx, che aveva origini
socialiste e libertarie, il binomio avrebbe avuto
come difetto la dittatura; per quei governanti,
invece, la dittatura si rivelò subito un grande
pregio: consentiva quella tirannia verso cui l’Oriente,
sin dai tempi di Dario e Serse, aveva sempre avuto
una fortissima tendenza. Inoltre il regime s’accoppiava
con una teoria demagogica che suonava come musica alle
orecchie dei popoli, almeno finché non la sperimentavano
personalmente. Il tiranno orientale, presentandosi
come un grande benefattore, diveniva il padrone assoluto
del suo paese. Il comunismo, in origine il principio attivo
di cui la forza avrebbe dovuto essere l’ancella, veniva degradato
ad edulcorante verbale. Non la forza per applicare il comunismo,
ma il comunismo per applicare la forza.
Il regime comunista andava oltre la tirannia orientale.
Questa tendeva allo Stato patrimoniale, non al
dominio del pensiero; il tiranno voleva essere obbedito,
riverito e arricchito. Il comunismo invece, essendo
una dottrina integralista, estendeva il dominio a tutti
i campi. Con la centralizzazione dell’economia non
chiedeva una percentuale della ricchezza prodotta: s’impadroniva
di tutta la produzione. Con la dottrina di Stato si
arrogava il diritto di dominare le menti e d’imporre il
pensiero unico; tanto da trattare da nemico del popolo
chiunque dissentisse.
Il comunismo è una idolatria dello Stato
incarnato nel Segretario del Partito, nuovo nome
del Tiranno Orientale, per il quale si è perfino
riesumato, nel solco della tradizione, qualche forma
di divinizzazione: come avvenne per Stalin.
Si può rappresentare questa parabola discendente
come un tragico gioco del domino: il comunismo risulta
sgradito alle masse; mantiene dunque il potere con
la forza; per applicare la forza instaura la dittatura;
i dittatori sono felici di adottare un regime che, ammantandosi
d’ideali populistici, rende ancor più sicuro
un potere assoluto che stavolta si estende fino alle idee.
Le nazioni dell’oriente – sin dal tempo della lotta fra greci
e persiani – hanno avuto tendenza a ricadere nella tirannide,
ed ecco perché è stato più facile che
– contrariamente a ciò che pensava Marx – il
comunismo si affermasse in codeste nazioni prive
di grandi tradizioni democratiche. Non è stato il comunismo
che ha realizzato la tirannide, è la tirannide che
ha realizzato i comunismo: l’assoluto ideale del potere
assoluto.
Il marxismo avrebbe dovuto essere il principio attivo
di una panacea universale e libertaria, è
divenuto un mero eccipiente della dittatura.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 17
febbraio 2007
LA VITA IN DIRETTA
Questa settimana, per tre pomeriggi consecutivi,
la trasmissione La Vita In Diretta condotta da Michele
Cucuzza, ha mandato in onda alcuni servizi sui
soldati israeliani rapiti da hezbollah nel luglio
del 2006.
Michele Cucuzza, con grande coraggio, ha detto
e ripetuto insistendo varie volte, quasi a voler
mettere la cosa in chiaro, che i due soldati sono stati
rapiti in territorio israeliano mentre facevano la
solita ronda di controllo, in un'operazione di terrorismo
hezbollah che uccise otto componenti del gruppo e rapi'
Ehud Godwasser e Eldad Regev.
Dal 12 luglio nessuno ne sa piu' niente e
nessuno ha potuto vedere i due ragazzi, i terroristi
hanno rifiutato le visite della Croce Rossa e
i messaggi delle famiglie sono fermi nell'ufficio del
presidente della CRI di Beirut che non ha mai potuto
consegnarli ai prigionieri a causa del veto di hezbollah.
Non si sa se sono vivi o morti, non si sa dove sono,
non si sa, se vivi, come stanno. Sette mesi
di silenzio.
Come al solito, anche in questo rapimento, si tocca
con mano la crudelta' e la barbarie di hezbollah,
la mancanza del piu' elementare senso di umanita' nel
rifiuto di dare notizie ai genitori, la tecnica
di lasciare le famiglie nel dubbio e' la piu' assoluta
forma di incivilta' e ferocia.
Il "Partito di Dio" non e' nuovo a queste
forme di barbarie, basta pensare al caso di
Ron Arad. Per anni i terroristi hanno mandato
informazioni contrastanti per confondere chi chiedeva
notizie, una volta informavano che era morto,
un'altra che era vivo, poi anni di silenzio, cosi' per 20
anni, finche' la mamma di Ron non e' morta di crepacuore.
E ancora oggi non si sa niente di lui.
La grande paura e'
che facciano questo gioco crudele, che tanto li diverte,
anche con Ehud e Eldad.
Michele Cucuzza ha raccontato tutto con grande
sensibilita' e intelligenza, collegandosi con
Israele dove la bravissima Antonella Delprino intervistava,
in casa loro, una bella casa piena di luce, i
genitori di Ehud, parlava con la mamma, col padre, desiderosi
di aprirsi e raccontare la tragedia, la tensione cui
sono sottoposti da tanti mesi, tutto espresso con un dolore
dignitoso e tanta speranza, "l'unica cosa che ci resta e' la
speranza" diceva la mamma di Ehud mentre preparava il vassoio
con l'aranciata per la troupe italiana.
Credo sia uno dei pochi servizi della RAI
dalla parte di Israele, con gli israeliani
protagonisti buoni, sofferenti...umani , dentro
le loro case, e dando ai telespettatori un messaggio
finalmente positivo e la consapevolezza dell'eroismo
quotidiano della gente israeliana che non si lascia
abbattere da guerra e terrorismo e va avanti a testa alta
anche quando non sa niente dei propri figli, anche quando
il dolore e' insopportabile.
Credo sia la prima volta che la RAI fa vedere il
dolore in Israele, la vita vera e le tragedie,
l'umanita' e la mancanza di odio o rancore per il nemico,
anche quando ti lancia missili in mezzo al salotto
di casa, anche quando ti ammazza i figli.
E' stata interrotta la solita routine di
programmi TV che hanno sempre dato , con spietata ipocrisia,
l'immagine di un Israele truce con soldatacci
cattivi e religiosi fanatici da contrapporre al
quadretto patetico e poetico dei palestinesi povere
vittime innocenti.
Quanta rabbia e quanto dolore nel vedere come Israele
viene presentato al pubblico italiano, quanto
impotente sdegno nel vedere ingiuriato un Paese
che nonostante Intifade, guerre e mattanze di famiglie
intere non ha mai perso la sua anima, la sua umanita',
la sua democrazia.
Anche durante la guerra col Libano le immagini
mostravano le distruzioni a Beirut, i libanesi
che piangevano, i cadaveri dei libanesi in tutte
le posizioni ma della Galilea distrutta da 4000 missili
katiusha, delle case crollate, dei morti israeliani,
delle foreste bruciate nessuno ha visto niente.
Cucuzza ha fatto parlare le famiglie di due ragazzi
rapiti mentre facevano il loro lavoro in territorio
israeliano, ha fatto capire la tragedia con cui
Israele convive da tanti anni senza che ne sia
intaccata la voglia di liberta', di gioia di vivere
grazie all'eroismo quotidiano degli israeliani.
Un eroismo fatto di piccole cose, anche di salire
ogni giorno su un autobus.
Michele Cucuzza ha avuto il merito di interrompere
per un momento la trottola della propaganda antiisraeliana,
l'ha fermata di colpo nel salotto di mamma Goldwasser,
l'ha bloccata con i filmati dei bambini palestinesi
cui si insegna ad amare la morte e a diventare martiri
per ammazzare i figli di cani israeliani.
"A morte gi ebrei' gridavano in coro plotoncini
di bambini palestinesi in marcia di addestramento,
potavano avere forse otto, dieci anni.
"La morte e' bella, non c'e' niente piu' bello
della morte" diceva sorridendo una bambina di
11 anni.
Il pubblico presente nello Studio della Vita in
diretta guardava allucinato, incredulo, nessuno
glielo aveva mai detto che i bambini palestinesi vengono
sistematicamente violentati da famiglie e dal
sistema per farne degli assassini.
E' stato intervistato, in qualita' di esperto,
anche Furio Colombo che, forse coinvolto dall' atmosfera
di simpatia e presa di coscienza creata dal conduttore,
e' arrivato ad esclamare " In Israele l'apartheid?
ma quale apartheid? L'apartheid e' nella testa di chi lo
dice!"
E a questo punto stavo per cadere dalla sedia.
Troppo , era troppo, una trasmissione senza odio
contro Israele, una trasmissione di verita' che
non metteva Israele sul banco degli imputati, nessuno
che demonizzava, nessuno che accusava, nessuno che
sputava veleno e menzogne.
Possibile? Stavo sognando?
No, era tutto vero, stavo assistendo a un avvenimento
raro e prezioso, a un racconto senza retorica
della realta' di Israele, non vedevo facce distorte
dall'odio ma volti seri in cui si leggeva la la pieta'
per due ragazzi e per le le loro famiglie, vedevo simpatia
per Israele, finalmente, e infine sentivo un impetuoso
Colombo riconoscere che l'apartheid sta
nella testa di chi lancia l'accusa infame, tra questi "chi"
molti suoi compagni di partito e molti politici del governo in
carica.
Troppa grazia, miele puro che mi scorreva nelle
vene! Ambrosia per il mio cuore!
Non siamo abituati a guardare una trasmissione
su Israele senza farci andare la pressione a
mille per le porcherie che solitamente vengono
dette.
I genitori dei due ragazzi rapiti e la moglie di
Ehud (intervistata anche a Unomattina da Monica
Maggioni) sono arrivati in Italia per sensibilizzare
le autorita', per essere ricevuti in udienza
dal Papa e, ahinoi, dal Ministro degli Esteri Massimo
D'Alema intervistato per l'occasione da Antonella
Delprino, brava, precisa e concisa.
D'Alema era un po' nervoso, come gli capita sempre
quando c'e' Israele di mezzo e deve ricordarsi di essere
equivicino, aveva la solita espressione da
"lei non sa chi sono io" che mi fa venire regolarmente
la pelle d'oca.
Ha risposto bofonchiando, con sufficienza e lunghe
pause alla Prodi, alle domande precise della
giornalista ma quando quest'ultima gli ha chiesto
"Lei pensa che hezbollah sia credibile?" ecco che Baffetto
si e' trasformato, da Mister Hide e' diventato Dottor
Jeckill in un batter di ciglia, si e' alzato in tutta
la sua , bassa, statura e ha risposto con tutta la sua
arroganza " credibili...sono loro gli interlocutori..
credibili....sono loro....che...quindi la sua domanda e'..inutile
e inopportuna".
E le ha girato le spalle andandosene, cafonissimo,
lasciandola col microfono sospeso per aria.
Antonella Delprino aveva osato mettere in dubbio
la credibilita' e la sincerita' dei suoi amichetti
del cuore! Roba da pazzi!
Un ringraziamento sentito e sincero a Michele
Cucuzza, a Antonella Delprino, a tutta l'equipe
della Vita in Diretta e, perche' no, alla RAI sperando
che questo bellissimo intermezzo non sia solo un episodio
e che gli italiani possano conoscere e apprezzare
finalmente, dopo tanti anni di propaganda filopalestinese, interrotta
solo dai Telegiornali di Claudio Pagliara, il vero Israele.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
- <http://www.deborahfait.ilcannocchiale.it>
MOLLICHINE
Pecoraro Scanio: “A Vicenza non ci vado. Faccio
il ministro e mi occupo dell'impatto ambientale
sulle opere”. Ma Prodi non ha detto che quello
di Vicenza è un problema urbanistico ed ambientale?
Scalzone per Vicenza: “Se ci sono sassaiole resto”.
Un momento, da che lato?
Diliberto va a Vicenza. Lui non fa parte di questo
governo. Anzi, non fa parte neppure dell’Occidente.
Americani alla larga da Vicenza. Diliberto: “Mi
sembra grottesco che siamo visti come pericolosi”.
Ma un rimedio c’è: basterebbe non esserlo.
I nuovi brigatisti: “Nulla resterà impunito,
la bandiera che è caduta l’abbiamo ripresa”.
Ah, era una bandiera? Era sembrata un P38.
Chiedono a Diliberto: “Che cosa cambia dopo
gli arresti dei terroristi?” «Nulla».
E soprattutto non le sue simpatie.
M.Sacconi: “la Francia è stata generosa con
i terroristi altrui, coi propri è stata durissima”.
Per i francesi: “ça s’appelle jouer
aux pédés avec le cul d’autrui”.
Diliberto: “Bisogna far vedere che Berlusconi
ci fa schifo”. Molti invece per Diliberto non
si strapazzano neppure.
“Io sono diverso da Berlusconi”, dice Diliberto.
Ma esagera: anche lui è umano.
Gennaro Migliore (Prc), «i centri sociali
rappresentano un argine contro il terrorismo».
Contro o intorno?
Gianni Pardo
SANZIONI ALL'IRAN, L'EUROPA SVICOLA
Non occorreva la sfera di cristallo per prevedere
il finale del film. Il film è l'ormai
noto caso del nucleare iraniano. E i protagonisti
sono gli Stati Uniti e l'Europa.
Dopo estenuanti trattative (con Russia e Cina),
in dicembre l'Onu ha varato una risoluzione che
impone sanzioni al regime per indurlo a bloccare il programma
nucleare. Poche ore dopo quel voto (unanime) Ahmadinejad
annunciò l'avvio di 3mila centrifughe per l'arricchimento
dell'uranio.
Quasi due mesi dopo quel voto, gli americani
cominciano a lamentarsi con gli europei troppo
morbidi e accomodanti nel mettere in atto le sanzioni.
Le misure coercitive sono lì, stampate nero
su bianco nella risoluzione Onu, eppure gli europei,
che tanto amano la diplomazia multialterale incarnata nel
Palazzo di Vetro, se non aggirano il provvedimento fanno
di tutto per non metterlo ini pratica nella sua globalità.
Olmert mercoledì ha detto che se le sanzioni
fossero rispettate il nucleare di Teheran resterebbe
al palo,..
Credo abbia ragione. Il problema è che la
premessa, la condizionale non tiene. Così
l'ambasciatore Usa all'Aiea, Gregory Shulte, ha pensato
bene di bacchettare gli europei: Signori - ha detto
da Monaco - perché continuano con agevolazioni
di credito a favorire le esportazioni di Teheran?
E perché non prendono gli europei misure per scoraggiare
gli investimenti e le transazioni finanziarie?
In realtà agli europei ogni chiusura del
mercato persiano fa paura.
Germania Francia e Italia sono i maggiori beneficiari.
Export alle stelle e ricchi progetti di cooperazione
per la realizzazione di infrastrutture o per
la creazione di poli tecnologici e industriali bastano
a spiegare forse la ritrosia con cui la Ue adotta (applica)
le risoluzioni. Insomma bene la voce grossa quando si
tratta di scrivere risoluzioni, ma quando bisogna farle
rispettare ecco che tornano gli interessi di bottega.
E gli americani, fessi, a passare per i cattivi.
blogwolfie
Novità librarie: Autodafé.
L'Europa, gli ebrei e l'antisemitismo
IL LIBRO
Quando si parla di antisemitismo, il pensiero
corre alle persecuzioni degli anni '30 e '40
del secolo scorso, sfociate nell'Olocausto. E il
confronto con l'oggi porta a concludere che quel problema
è stato sostanzialmente superato, o riemerge
in forme episodiche e molto circoscritte, che a
qualcuno possono sembrare perfino folkloristiche.
Ma l'antisemitismo a sfondo razziale, così intimamente
associato al nazismo, rappresentò un'aberrazione
rispetto all'odio antiebraico che lo aveva preceduto.
Tutte le più vecchie forme di pregiudizio
antiebraico - dalle dottrine cristiane al disprezzo
marxista per gli ebrei, all'ostilità antiebraica
di liberali e illuministi - avevano in realtà
un altro elemento in comune: per gli antisemiti, gli
ebrei avevano «un problema» (di natura religiosa
o sociale, o socio-economica, o storica), che era
parte della loro identità e che costituiva un ostacolo
alla loro piena integrazione nella società.
Essi avrebbero potuto «salvarsi» convertendosi,
assimilandosi, o unendosi alle forze della rivoluzione.
E, in effetti, in tutti quei casi in cui gli ebrei cedettero
al doppio ricatto di minacce e lusinghe, ottennero non solo
uguaglianza e integrazione, ma spesso alte cariche e importanti
onorificenze.
L'antisemitismo
attuale è una variante di
questo vecchio pregiudizio: trova come scusa non
un supposto tratto biologico malvagio, bensì un'opinione
e un comportamento degli ebrei nei confronti d'Israele
che sono espressione, prima di tutto, della
loro identità. Nel clima attuale, si assiste
insomma all'emarginazione di ebrei filo-israeliani
o a una crescente pressione su di loro perché abbandonino
le loro posizioni su Israele e Medio Oriente e si conformino
al paradigma dominante. Le loro opinioni trovano sempre
meno spazio sui giornali europei ed è possibile che
la narrativa storiografica revisionista che forma il
nucleo accademico di delegittimazione d'Israele, vinca
la battaglia dei libri di testo negli atenei e trionfi sugli
scaffali delle librerie (rendendo sempre più precaria
tra le élite la posizione di Israele e degli ebrei che
lo sostengono).
Naturalmente, una dissociazione chiara (e,
se possibile, frequentemente ribadita) da Israele
e dalla sua politica può rendere gli ebrei che
la pronunciano socialmente più accettabili.
L'AUTORE
Emanuele Ottolenghi è nato a Bologna.
Ha conseguito la laurea in Scienze Politiche
all'Università di Bologna e un Ph.D. all'Università
Ebraica di Gerusalemme. Dal 1998 al 2006 ha
insegnato Storia d'Israele all'Università di
Oxford, dov‚era Leone Ginzburg Senior Fellow in Israel Studies
presso l'Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies
e il Middle East Centre del St. Antony's College. Da settembre
2006 dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles.
Per comperare il libro, clicca qui.
Massima del giorno
Sapevamo
tutti che non sono necessarie ragioni per
amare. Berlusconi ci ha fatto capire che non sono
necessarie neanche per odiare.
MOLLICHINE
Mesic
attacca Napolitano sulle foibe. L’Italia
si sorprende che la Croazia non sappia ciò che
neppure l’Unità sapeva, fino a quindici giorni fa.
D’Alema ha convocato l’ambasciatore croato.
Sintesi del colloquio: “Ma insomma, che pretendete,
d’essere più comunisti di me?”
Pietro
Ichino sulle Br: “Bisogna andare avanti
senza chinare la testa”. Nessun Inchino.
Prodi sui Dico: “Le polemiche non mi toccano,
sono sereno”. Cioè: “Me ne frego anche
del Papa”.
Coppie di fatto in crescita costante, in odio
al matrimonio. Chissà, quando ci saranno
i Dico, si creeranno i mini-Dico in odio ai Dico.
La Boccassini per dieci anni ha pensato a Berlusconi
e a buttarlo in galera. Ora ha arrestato chi
lo voleva uccidere: che sia una manifestazione
di gelosia?
Gianni Pardo
DICO: NO PROBLEM
Salvo errori, sui giornali si è recentemente
letto che, negli Stati Uniti, le coppie non
sposate che vivono more uxorio hanno superato
in percentuale quelle regolarmente sposate. Se
è vero che ciò che avviene negli Stati Uniti
si ripete poi pari pari da noi, questo dovrebbe significare
che oggi molte coppie hanno perso di vista il legame
tra cerimonia del matrimonio e relazione che dura nel
tempo: la seconda non ha bisogno della prima.
Il movimento è comprensibile in quanto
ciò che si ottiene col matrimonio oggi si
può ottenere per via di contratti civili
o di miglioramenti legislativi: per esempio, ambedue
i genitori possono riconoscere i figli e questi si
troveranno dunque ad essere inseriti in una famiglia pressoché
normale. Avranno un vero padre (di cui, almeno fino a qualche
giorno fa, portavano il cognome) e una vera madre.
Si è persa nella nebbia quell’aura di peccato (sono
amanti!) che circondava una volta le convivenze. Oggi sposarsi
è qualcosa che si può decidere in qualunque
momento: essenziale rimane solo il rapporto fra gli interessati.
Il matrimonio come cerimonia è nato probabilmente
da un’esigenza di pubblicità. A
partire da un certo momento una coppia dichiarava
a tutti la propria volontà di vivere
insieme e l’intera comunità era avvertita di
tenersi sessualmente lontana da quella donna (già
“prenotata” come madre dei figli che sarebbero nati)
e da quell’uomo (che aveva già il peso di una
famiglia da sostenere). Questo spiega perché si
fanno le “pubblicazioni”, si invitano amici e parenti in grande
quantità, si è felici se ne parla l’intera
città.
Oggi
l’esigenza rituale è molto
meno sentita. Se un uomo e una donna vivono insieme,
amici e parenti li considerano coppia. E il dovere
di fedeltà è lo stesso che nelle coppie sposate:
anche fra queste, se uno dei due tradisce l’altro,
non casca il mondo. O ci si mette una pietra sopra o
ci si separa. Tutto ciò posto, in un mondo in cui
le coppie più normali, pur potendo sposarsi,
non lo fanno e si assumono lo stesso tutti gli oneri del matrimonio,
mal si comprende perché altre coppie, magari omosessuali,
tengano tanto a questo rito o a qualcosa di
simile.
Gli omosessuali non hanno bisogno di fare sapere
al mondo che i figli di quella donna hanno
un padre e lei non è una puttana. Non hanno
uno stringente dovere di fedeltà e non rischiano
di dover mantenere il figlio del “coniuge” infedele.
Non hanno insomma, per il matrimonio, gli stessi
motivi delle coppie eterosessuali. E allora?
Probabilmente,
le loro ragioni sono di ordine sentimentale: due
che si amano hanno a volte tanta voglia di dirlo
in giro, che il rito del matrimonio serve anche a questo.
Poi ci sono ovviamente ragioni di ordine pratico: il matrimonio
offre conseguenze giuridiche che alcuni reputano appetibili.
Se si considera il matrimonio come lo si è
considerato per decine di migliaia di anni, consentirlo
agli omosessuali sembra un assurdo. Sarebbe come
concedere una licenza di pesca per pescare in un lago
in cui non ci sono pesci. Riguardo alle esigenze concrete,
può invece dirsi: a) che gli interessati potrebbero
supplire al fatto di “non essere sposati” con contratti
di diritto civile; b) che lo Stato potrebbe farli contenti
stabilendo un tipo di contratto “riassuntivo” che includa
parecchie pattuizioni standard delle coppie che intendono
vivere insieme (modo di contribuzione alle spese comuni,
mutua assistenza, obbligo degli alimenti, volontà
testamentarie – che rimarrebbero tuttavia modificabili ad libitum
– regole in caso di separazione, ecc).
I
membri della coppia potrebbero dunque
o scegliere le singole pattuizioni (caso a), magari
rivolgendosi ad un avvocato, oppure, se volessero andare
per le spicce, potrebbero (caso b) andare da
un notaio e firmare insieme il contratto riassuntivo
(nominato, dunque, non innominato) previsto dalla legge
per chi intende sottoscriverlo. Difficilmente si
potrebbe parlare di “matrimonio degli omosessuali”, di
“matrimonio di serie B” o addirittura dire che si mette
in pericolo la famiglia legittima. È ben difficile
disconoscere a dei privati il diritto di firmare privatamente
un contratto che impegna solo loro.
Se, dopo tutto questo, gli omosessuali fossero
ancora scontenti, si potrebbe rimanere col sospetto
che non hanno fatto un discorso giuridico
ma hanno manifestato un’incompressibile tendenza
al kitsch: i begli abiti, gli amici che buttano
il riso, la marcia nuziale di Mendelssohn ed i confetti.
Dio liberi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
febbraio 2007
GLI SPRECATI PARAGONI FRA BRIGATE VECCHIE E NUOVE
Le Brigate Rosse (la loro pallida sottospecie)
sono fra noi…ed abbiamo anche il coraggio di
stupirci, magari di chiederci il perché. Ci
sono tutti i sintomi della loro comparsa: un “governicchio”
debole, né di destra, né di sinistra,
né moderato, ma neppure radicale; un conflitto
sociale serpeggiante che tocca i ceti deboli che ormai
hanno innescato da tempo una lotta fra poveri, su lavoro,
tasse, case popolari, precariato e tentazione di appoggiarsi
alla delinquenza; il livello culturale basso, infimo
della gioventù italiana, costituita da figli di
sessantottini, genitori svogliati ed arricchiti, complici
delle libertà dei figli di spaccare bastoni in testa
ai carabinieri, di fare corse con le automobili nelle
periferie di città, di abusare di cellulari, compagni più
deboli, professori sessantottini indulgenti e qualunque
forma di oggetto o strumento contro cui gridare la voglia
di onnipotenza giovanile e libertaria.
Il contraltare di tutto ciò sta negli
obiettivi che le nuove Brigate Rosse volevano
colpire: Berlusconi (che pur leader d’opposizione,
rimane il personaggio politicamente ed economicamente
più rilevante nel paese, a conferma dell’inutilità
di Prodi), Mediaset, l’azienda della mercificazione
pubblicitaria di massa, Sky, il colosso di tutti
i desideri italiani, dal cinema allo
sport, pagati a suon di soldini e decoder agevolati, Ichino,
il simbolo di una classe di giornalisti tecnici, non più
idealisti, ma concreti analizzatori dei fenomeni sociali
con i grafici più che con la penna; Libero, il quotidiano
per eccellenza più schierato, ma anche più
imprevedibile e quindi più pericoloso, perché può
svincolarsi in ogni momento e suscitare clamore in molta gente;
l’ENI, l’esempio dello Stato che non muore, ma che si improvvisa
privato per continuare a mangiare dal pubblico.
Ecco le nuove Brigate Rosse hanno minacciato
le più grandi potenze, ma al tempo stesso
anche le più grandi anomalie e per questo più
che vendetta o tragedia, cercavano di essere anch’esse
un simbolo mediatico, pubblicitario, nulla più.
Essi contavano sull’odio verso chi gestisce miliardi sulla
pelle del fanatico di calcio e cinema, o chi è il magnate
più odiato per principio per eccellenza, o su chi succhia
dallo Stato da privato, o su chi critica il popolo lavoratore,
analizzando sotto forma di dati e forza-lavoro e non in chiave
umana ed umanistica. Essi si aspettavano di confondersi ai
sindacati che scioperano nelle fabbriche, ai no-global che
protestano a Vicenza, ai partiti estremi che contestano la Chiesa
e che sarebbero stato la giusta appendice al loro movimento d’opinione.
Perché le nuove Brigate Rosse, che imbrattano
i muri, lasciano volantini per le strade,
sono un movimento d’opinione, nulla più.
Potrebbero essere perfino un partito se non si fossero
presentate sotto quel nome e non avessero paventato
minacce, ma solo accuse.
Le
BR di una volta ragionavano, pianificavano,
sceglievano obiettivi facili, ma sensibili e strategici:
piccoli pesci che contassero nell’oceano e non sparavano
siluri direttamente in mare aperto, magari aspirando
(come appunto le nuove BR), di prendere subito
il pesce più grosso. Erano professori, quadri d’azienda,
giornalisti, perfino editori o docenti universitari ed
erano a volte inter-classisti. Le BR di oggi sono costituite
da sindacalisti esautorati per eccesso di movimento,
da giovani esagitati che sognano la purificazione della
società e sognano di cambiare il mondo, spaccandolo
dalla cima, da piccoli operai che cadono nella rete della rabbia
sociale e cercano vendetta per l’ingiusta miseria cui lo Stato
li sottopone. Ma non hanno una mente. Hanno un braccio, magari
forte, che rischia però di stancarsi dopo il primo sfogo.
Non hanno parti politiche che li destreggiano, perché nessuno,
(rivolto a chi li vede come appendici di Diliberto, Caruso e
Casarini e dei loro partiti, ha a che vedere con loro). Bravi
teoricamente ad imitare le vecchie BR, non ne hanno né
la preparazione intellettuale, né la serenità mentale
di chi non ha nulla da perdere.
No. Le nuove BR sono il simbolo della disperazione
sociale, per questo sono subito sgominati,
perché frenetiche, sole, isolate, rabbiose
ma anche inesperte, istintive e giovani. Mi sono
affacciato oggi nei tanti Forum e siti comunisti di
nome (non so di fatto) come quello del Partito Marxista-Leninista
o del nuovo PCI o del PCI internazionalista o di battaglia
comunista. Nessuno appoggia le BR, nessuno ne loda
le gesta, nessuno ne fa riferimento. Anzi il PMLI dice
apertamente in un suo comunicato che non hanno a che fare
con loro. Con queste premesse, sono tranquillo, le BR non
esistono più, ma con tali governi, tali tassazioni,
tali vuoti di riforma, tale sminuimento nei valori di
lavoro, ricerca e gioventù, diverremo tutti BR, “Brigantelli
Rabbiosi” o “Bastonati Retribuiti”.
Angelo M. D’Addesio
IL LATO DI CHI PARLA, IL LATO DI CHI ASCOLTA
Il
cardinale Camillo Ruini ha detto: “Ci esprimeremo [noi vescovi,
sui Dico] in modo vincolante per i cattolici”. E non è
difficile capire in che senso e con quale risolutezza lo
faranno. Per questo la mobilitazione contro l’ingerenza della
Chiesa è già cominciata e in questi giorni raggiunge
toni forti e risentiti. Ma sembra una polemica insulsa.
Il laico che non sia di sinistra potrebbe approfittare
di questa occasione o per dare addosso alla
sinistra (è sempre una battaglia comoda,
quando si ha al proprio fianco la Chiesa Cattolica)
o per dare addosso alla Chiesa e ai vescovi (è sempre
una battaglia comoda, quando si ha al proprio fianco
l’intellighenzia di sinistra, cioè tutta). Ma il laico
liberale non riesce a sfuggire alla tentazione di
farsi nemici tutti quanti.
La Chiesa è istituzionalmente il baluardo
che la società ha costruito a difesa dei
propri istinti di sopravvivenza. Essa dunque è
a favore della tradizione, della gerontocrazia,
dei maschi, della demografia galoppante (presidio della
specie quando c’era un’alta mortalità infantile),
dei massimi limiti sessuali (perché non si conosceva
la contraccezione), ecc. Il miscredente può
trovare assurdo associarsi a questa religione. Può
non accettare un potere che limita tanto la sua libertà,
che gli impone di pensare e credere alcune cose, che si
arroga il diritto di dargli ordini di comportamento. Ma questo
gli dà il diritto di uscire dalla comunità dei
credenti, non di contestarla. Tecnicamente la Chiesa Cattolica
è assolutista: in campo politico lo Stato della Città
del Vaticano è una monarchia assoluta elettiva, in campo
religioso non c’è libertà di pensiero. La Chiesa
ha il diritto di dichiarare eretico chiunque non sia d’accordo
con essa. Ecco perché essa può esprimersi “in modo
vincolante”: non per tutti, ma per coloro che si dicono
cattolici sì.
Ovviamente, dinanzi alla sottolineatura di
questi lati duri e ferrei della dottrina cattolica,
i credenti hanno tendenza a protestare: confermando
così che il laico è riuscito ad alienarseli.
Ma la domanda è: c’è qualcosa di sbagliato?
E allora di che ci si lamenta? Anche ad ammettere
che si fosse messa in cattiva luce la fede cattolica,
chi è obbligato a dichiararsi cattolico e soprattutto
cattolico osservante?
I politici di sinistra tuonano contro la Chiesa
perché – dicono - interferisce nell’autonomia
legislativa della Repubblica. Ma hanno torto.
Non si può imporre ai vescovi di star zitti o
al papa di non dire la sua. Altrimenti si arriverebbe all’assurdo
per cui in campo politico può dire le peggiori
sciocchezze il primo venuto e non un sacerdote o il
supremo rappresentante della religione prevalente
in Italia. Il problema, si deve capire, non sta dal lato
di chi parla, ma dal lato di chi ascolta. E potrebbe
non ascoltare.
I singoli cattolici e i partiti che si dichiarano
cattolici sono tenuti ad una doppia lealtà:
alla Repubblica dal punto di vista legale e al
Papa dal punto di vista religioso. Quando le due
sudditanze entrano in conflitto, sta agli interessati
dichiarare a chi va la loro lealtà, mettendo
in conto il biasimo o la sanzioni dell’altra. Se dunque
la Cei dovesse dichiarare che chi vota a favore dei
Dico è in peccato mortale, i cattolici non avranno
nessun motivo di strepitare. Sempre che vogliano continuare
a chiamarsi cattolici. In questa materia la Chiesa, dal
punto di vista della dottrina, non si appella al diritto
canonico o a ciò che pensa la maggioranza degli italiani:
si richiama ad un (fantomatico) diritto naturale che
preesiste al diritto positivo, lo sovrasta ed è emanazione
di quella volontà divina di cui il Papa è interprete.
Si ha il diritto
di essere cattolici e si ha il diritto di
non esserlo; ma non si ha è il diritto di fare
a modo proprio rimanendo buoni cattolici: questi,
diversamente dai protestanti, sono tenuti all’obbedienza
al Papa. Se non gli va, si facciano anche loro
protestanti, smettano di essere cristiani ma non contestino
un’autorità dogmaticamente incontestabile. La verità
è che col volgere dei secoli si è passati
dagli autodafé – cioè dalla pena di morte inflitta
per “deviazionismo religioso” – alla pretesa che la dottrina
della Chiesa si adatti a ciò che desidera la piazza.
E questo è troppo. Tanto varrebbe fare papa Masaniello.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 13 febbraio 2007
Succede di tutto
Per
gli ebrei del mondo e per Israele non c'e'
pace, non c'e' mai stata e mai ci sara'.
Succede proprio di tutto.
Il mondo ebraico e' sotto schock a causa del
libro infame e infamante di un uomo che probabilmente
non ha ancora risolto il complesso di Edipo e che, forse
per superare la fama del Padre, l'amatissimo Rabbino
Elio Toaff, e' arrivato a compiere l'azione piu' scellerata
per un ebreo: il tradimento del proprio Popolo rispolverando
dal lontanissimo passato una menzogna che potra' metterlo
ancora in serio pericolo.
Ariel Toaff, ancora di lui si parla, si
e' guadagnato fama e successo mettendo alla gogna
l'intero Popolo Ebraico, infischiandosene evidentemente
poiche' non puo' aver fatto passare sette anni,
tanto e' durata la stesura del libro, senza il dubbio
che questa menzogna avrebbe fatto uscire dalle
pustole dell'odio antisemita umori purulenti
pronti a ridiventare endemici.
Lo avra' certamente pensato e se ne e' strafregato,
con disonore suo e col disprezzo degli
ebrei.
Gli antisemiti del mondo si sono gia' scatenati,
altro che fama Ariel Toaff, lei e' oggi l'uomo
piu' famoso del mondo.
500 siti antisemiti internazionali citano
"l'illustre professore di storia" osannandolo
" ma allora era tutto vero....maledetti
ebrei....probabilmente lo fanno ancora....certo
se lo dice un ebreo, uno storico di fama internazionale.....".
Questi sono i pensieri degli antisemiti piu'
puri nella loro sporcizia, quelli terra terra,
che vivono crogiolandosi nell'odio per l'Ebreo.
Gli altri, i piu' politicizzati tra gli antisemiti,
invece, cambiano musica, colpevolizzano
l'eroe per dimostrare la falsita' di Israele
e fanno passare il libro di Ariel Toaff per una
"subdola manovra sionista tesa a dirottare l'attenzione
su crimini ebraici di 500 anni fa per distogliere
l'attenzione dai crimini sionisti di oggi".
Si,
come dice Fiamma Nierenstein, i tanti Ahmadinejad
del mondo stanno andando a nozze e brindano
con grande soddisfazione al Toaff figlio per merito
del quale, all'antisionismo contro Israele, si aggiungera'
il mai sopito antigiudaismo, l'odio contro l'ebreo
che succhia il sangue dei cristiani, che succhia
i soldi dei cristiani, l'ebreo dal naso adunco e i canini
pronunciati, come veniva raffigurato ieri e come
viene raffigurato oggi in tutto, tutto, il mondo
islamico.
Da oggi in poi sara'
ancora piu' pericoloso essere ebrei, da oggi in
poi non verranno aggrediti gli ebrei colpevoli
di essere solo sporchi sionisti ma tutti indistintamente
perche', come Popolo, abbiamo ricevuto un bel
regalo da Ariel Toaff: il marchio del vampiro.
Sopravviveremo anche a questo, gli ebrei
tireranno su la testa e sapranno difendersi,
non tema professore, noi sapremo affrontare
anche questa prova e ne usciramo a testa alta.
Lei abbassi la sua, professore, non osi piu'
guardare negli occhi un ebreo, neanche se
stesso davanti allo specchio, e magari, un domani,
se non avra' di meglio da fare , rispolveri la
storia delle streghe che nelle foreste d'Europa praticavano
il Sabba tra orge e animali, o umani, sventrati
finche' non le bruciavano sui roghi ma, attenzione,
dovra' far credere che anche le streghe erano ebree
se no non interessera' a nessuno.
Succede proprio di tutto.
Israele si mette a fare lavori in corso per
riparare una massicciata crollata a causa
di una nevicata e scoppia il furore islamico anche
se i lavori sono esterni al Monte del Tempio, una
ventina di metri distanti dall'entrata ai luoghi
sacri islamici.
Furore, guerriglia, paesi islamici che ordinano
a Israele di smettere subito gli scavi. Israele
non e' padrone, in casa sua, sul suo territorio,
di riparare alcunche', Israele non e' padrone di
eseguire scavi archeologici, gli ebrei non sono padroni
di andare a pregare sul Monte del Tempio, il luogo piu'
sacro dell'ebraismo a causa del razzismo e dell'intolleranza
islamici.
Per contro, loro, i musulmani, si permettono
di scavare quanto vogliono e di gettare in
discarica ogni pietra, ogni capitello, ogni simbolo
della presenza dell'antico Tempio di Salomone.
Loro possono, il mondo tace come ha sempre
taciuto, Israele protesta ma non puo' fare
di piu' senza il pericolo di scatenare un'ennesima
sanguinosa rivolta.
Lo dico piu' forte: signori paladini della
liberta' religiosa che fate tanto casino
in Europa per i diritti dei musulmani: gli ebrei
non possono andare a pregare sul Monte del Tempio!
Avete sentito?
I musulmani si, tutto il Monte del Tempio
ormai e' nelle loro mani, distruggono ogni
prova archeologica dell'antichissima presenza
ebraica, tirano pietre sugli ebrei che pregano
davanti al Muro del Pianto.
I musulmani possono pregare in tutte le loro
centinaia di moschee sparse in Israele.
Gli ebrei non possono andare sul Monte del
Tempio, che e' territorio israeliano, senza
correre pericolo di vita!
Avete sentito bene, paladini della liberta'?
Avete niente da dire? No? Ne ero sicura.
Succede proprio
di tutto.
Succede che Azmi
Bishara, deputato arabo della Knesset, traditore
del paese che lo stipendia lautamente e
che lui dovrebbe rappresentare, amico e ammiratore
di Hezbollah , assertore del dogma islamico
che Israele non deve esistere ma deve diventare uno
stato binazionale quindi scomparire del tutto, questo
ceffo trova anche il tempo, tra tanta attivita'
antiisraeliana, per continuare a sputare nel piatto,
molto ricco, dove mangia.
I fatti: in Israele c'e' una nuova legge
che prevede il servizio civile per chi non voglia
andare all'esercito, per i religiosi non
sionisti e per gli arabi. In nome dell'uguaglianza
e della parita' di diritti i giovani arabi/israeliani
possono scegliere se servire Zahal o meno.
Fin qua nessun problema, anzi e' la dimostrazione
che in Israele tutti i cittadini sono uguali
e che ai giovani arabi viene data la possibilita'
e il diritto di non fare i soldati ma di occuparsi della
loro comunita', cioe' dei vecchietti arabi, dei bambini
arabi, delle istituzioni nelle comunita' arabe del
paese. Questo servizio civile dura un anno e chi lo fa
riceve in cambio tutte le agevolazioni proprie di chi fa il
soldato, sacrificando ben tre anni della sua vita,
cioe' aiuti finanziari per gli studi universitari, per
acquistare una casa, per avere un prestito a tassi molto bassi
in banca ecc..
E il signor Bishara, che gira il mondo
urlando che in Israele gli arabi sono discriminati,
cosa combina?
Va di villaggio in villaggio, di comunita'
in comunita', in Israele, a tenere comizi
urlanti in cui ordina ai ragazzi e ragazze arabi
di rifiutare il servizio civile, come quello militare.
Li obbliga quindi a rinunciare a un diritto,
a tutte le agevolazioni che avrebbero da
tale diritto.
Li invita, detto in parole semplici e chiare,
ad autodiscriminarsi!
La motivazione che lui, in perfetto stile
Arafat, urla alle piazze e' semplice quanto
scellerata: "Israele vuole israelizzarvi! Ribellatevi!
Rifiutate la democrazia. Noi non sappiamo
che farcene della democrazia!".
Dopodiche', con la faccia di bronzo che si
ritrova, andra' di sezione in sezione dei
partiti di sinistra in Italia, andra' di universita'
in universita' in Europa a dire che , in Israele,
paese che lui odia ma di cui si mette in tasca i soldi,
gli arabi sono cittadini di serie bi, emme, zeta!
Che lui lo dica non e' strano conoscendo la
persona, la cosa strana e' che in Italia
gli credono e gli sbattono tappeti rossi sotto i piedi.
Che dico mai? perche' non dovrebbero credergli?
L'odio contro Israele e' fatto anche nella totale
fiducia che certuni, certi tanti, hanno nella
abominevole propaganda antiisraeliana.
Succede proprio di tutto e di piu'.
Non esiste un limite umano all'odio contro
gli ebrei e contro Israele.
Ne siamo letteralmente circondati , vi nuotiamo
dentro, a volte annaspando, ma la testa
resta sempre orgogliosamente alzata perche' siamo
ebrei e per quanti tentativi si facciano, nessuno e'
mai riuscito a farci annegare.
Non ci riuscira' Ariel Toaff, non ci riuscira'
Ahmandinejad, nemmeno gli integralisti
islamici, ne' Azmi Bishara e men che meno tutti
i maledetti antisemiti di cui e' pieno il mondo!
Deborah Fait -www.informazionecorretta.vom
- <http://www.deborahfait.ilcannocchiale.it>
11 febbraio: Anniversario
del Concordato tra Stato e Chiesa
Nulla da dichiarare?
DEL PERICOLO DEL DIRITTO MORALE
Una
delle caratteristiche che differenziano
il diritto dalla morale è l’esteriorità.
La legge si rivolge ai comportamenti e non
ai pensieri o ai sentimenti. Essa richiede di essere
osservata anche se non si è d’accordo e perfino
se la si disprezza: ché anzi di questo non si cura,
a meno che quel disprezzo non sostanzi un autonomo
reato (istigazione a delinquere).
Questo atteggiamento è molto diverso
da quello richiesto dalla morale. La morale
bada più all’intenzione che al risultato.
Essa castiga il falso devoto, il filisteo che compie
i gesti richiesti ma non con i sentimenti richiesti.
Il Cristianesimo, se pure invita a dare a Cesare quel che
è di Cesare (norma esteriore), nell’ambito morale
apprezza più chi ha l’intenzione di agir bene che
chi rispetta la norma religiosa esteriore (“Il sabato è
fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”, Marco 2, 27.).
Nel mondo moderno, un po’ per il decadere del
sentimento religioso e un po’ per la tendenza
allo Stato etico, la legge diviene la norma pregnante
della società. La gente si stupisce quando
un comportamento negativo non è sanzionato
dalla legge, quasi che questa dovesse regolare ogni
momento della vita di tutti. Un tempo si considerava un
diritto del pater familias quello di tiranneggiare i propri
figli o la moglie. In seguito – molto opportunamente – è
nato il reato di maltrattamenti in famiglia (art.570 C.p.)
ma la tendenza non si è fermata qui. Anzi è
andata troppo lontano e il maestro che una volta era sanzionato
solo nel caso di eccessi nelle punizioni corporali degli
alunni (art.571 C.p.), oggi rischia grosso se umilia uno
scolaro asino dinanzi a tutti.
Il testo giuridico in cui morale e diritto
si confondono di più è la Costituzione.
In essa la maggior parte degli articoli ha un alto
e lodevole valore e infatti essa costituisce una garanzia
per tutti i cittadini. Purtroppo in essa esistono norme
dal contenuto non identificabile e non sanzionabile
le quali potrebbero prestarsi, se l’Italia prendesse
una brutta piega, ad inammissibili abusi.
Si prenda l’Art.1: “L’Italia
è una Repubblica democratica fondata sul
lavoro. \ La sovranità appartiene al popolo
che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione”. Già si potrebbe discutere sull’aggettivo
“democratica”. Qual è una repubblica non democratica?
La Roma repubblicana era democratica o no? E basta
chiamarsi democratici? Come dimenticare che tutti
i satelliti sovietici dell’Est Europa si definivano repubbliche
democratiche? La parola repubblica bastava e avanzava.
Ma sopratutto è sbalorditiva l’affermazione per
cui la Repubblica è “fondata sul lavoro”. Dal momento
che il lavoro in sé non esiste, si fa ovviamente
riferimento ai lavoratori. Ma chi sono, costoro? Tutti, salvo
i pensionati? Tutti, salvo le casalinghe (come se non lavorassero!)?
Tutti, salvo gli ecclesiastici? Oppure, Dio non voglia,
tutti salvo coloro che lavorano senza sporcarsi le mani, cioè
una massa di persone che va dai maestri elementari ai deputati
e ai senatori?
Uno
è costretto a fare sforzi di fantasia.
Forse i costituenti volevano escludere i
parassiti, come se si fosse nel 1788? I nobili proprietari
terrieri? Ma, anche in questo caso, a parte il
fatto che “tutti i cittadini sono uguali dinanzi
alla legge”, come dice la stessa Costituzione, essi
erano già, nel 1947, una sparutissima minoranza;
e poi chi ha detto che il proprietario terriero,
nobile o no, non lavora? Se non amministra oculatamente
i suoi fondi finirà col perderli. Amministrare una
grande proprietà è forse diverso dal dirigere
una banca?
A questo punto, dinanzi a questa serie di
perplessità, si può fare l’ipotesi
che “fondata sul lavoro” significasse “che dal lavoro
spera di ottenere la propria prosperità”.
Bella scoperta: e da che altro potrebbe derivare, la
ricchezza?
Ma ecco un’altra
ipotesi: forse si voleva dire che la Repubblica
aveva in particolare simpatia i lavoratori (anche se non
abbiamo saputo chi siano), e che essa avrebbe cercato
di favorirli più degli altri. Ma non è
incostituzionale preferire alcuni cittadini?
L’articolo è francamente insostenibile.
Né più sostenibile è quell’altro che
parla di diritto al lavoro. Si ha un diritto quando
si può ottenere forzosamente rivolgendosi al giudice:
non un lavoro.
Un altro esempio, l’art.3: "È compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale, che, limitando di fatto
la libertà e l'eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana
e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica, economica e sociale
del Paese". Ecco un'accozzaglia di parole retoriche
che giuridicamente (e la Costituzione dovrebbe essere
un testo giuridico) non significano assolutamente niente.
In compenso sono sono pericolose.
L'eguaglianza dei cittadini, una volta che
vada oltre il sacro principio teorico e si
incarni nella “rimozione degli ostacoli” alla sua
attuazione, può significare il sequestro di ogni
bene ai Kulaki e il loro massacro se resistono.
Anche quell'operazione tendeva all'“uguaglianza dei
cittadini”: non tutti infatti erano proprietari terrieri.
Ecco perché bisogna preferire le norme dal contenuto
concreto e identificabile a norme dal contenuto ideologico
che ciascuno può stravolgere come meglio crede.
La formulazione dell’articolo 3, per la parte
in cui l’imperativo è inconsistente e impossibile
da sanzionare, non è giuridica; per la parte in
cui indica dei comportamenti è pericolosa per l’interpretazione
che se ne potrebbe dare. L’Italia non ha massacrato i suoi
Kulaki ma nel ’68 ha avuto gente che protestava contro
la bocciatura negli esami universitari, sostenendo che
era una discriminazione. L’uguaglianza dei cittadini richiedeva
che si desse il 18 politico a tutti, magari con un esame
di gruppo in cui parlava l’unico che aveva studiato.
Recentemente
la Corte Costituzionale ha reintrodotto
la possibilità dell'appello del PM contro la sentenza
d'assoluzione. Solo che qui da un lato c’è
un privato che paga l’avvocato di tasca sua ed
è tenuto sulla graticola per anni, dall’altro la
polizia dello Stato, i carabinieri, la magistratura
e tutta l’indolente organizzazione della giustizia.
Bella uguaglianza. Poi, quando un magistrato in primo
grado ha assolto il cittadino questi – non che poter
protestare che è già stato sottoposto a
giudizio (ne bis in idem); non che poter protestare che,
anche a sussistere qualche dubbio sulla sua innocenza,
il dubbio è sufficiente per l’assoluzione, ecco
si trova costretto a riprendere il calvario. Magari fino
in Cassazione. La nostra Costituzione dunque, secondo l’interpretazione
della “Consulta”, reputerebbe inammissibile un istituto
che in Inghilterra, patria dell'habeas corpus, è
in vigore da secoli.
Ancor
più serio è il discorso sull’art.27.
I primi due paragrafi non si prestano a discussioni
e si è anzi lieti di vederli contenuti
nella Costituzione ma è allarmante il
quarto: “Le pene non possono consistere in trattamenti
contrari al senso di umanità e devono tendere
alla rieducazione del condannato”. In Italia – grazie
al cielo – esso fa pensare a biblioteche all’interno
delle carceri, a corsi di storia o di informatica per
i detenuti, o al coinvolgimento dei carcerati nell’amministrazione
della comunità. Ma se il governo divenisse autoritario
ed ideologico, se facesse leggi contro il dissenso,
se mettesse in carcere chi critica l’autorità,
come non vedere che quella “rieducazione” potrebbe portare,
come in Cina, ai “campi di rieducazione”? “Non solo starai
in carcere ma, dal momento che tendo a rieducarti, dovrai
studiare la dottrina del partito e dire che ne sei convinto”.
Finché si vieta di percuotere il carcerato,
o di tenerlo in galera senza un ordine del magistrato,
sia lode alla Costituzione: ma perché affidare
allo Stato il diritto di dire ciò che è
bene e ciò che è male? Perché consentirgli
di insegnare la morale, mentre tiene qualcuno in
galera? Oggi il pericolo non è attuale ma è
lecito avere paura di una Costituzione che tende tanto chiaramente
“al bene”. Ancor più se si pensa che questo poi potrà
essere affidato ai singoli amministratori della giustizia
o ai politici. La strada dell’inferno è lastricata
di buone intenzioni.
Per alcuni lo stato etico è un'evidenza,
per altri un pericolo. Per alcuni c'è
confusione tra etica, politica e diritto, per altri
questa è la radice della dittatura. Per alcuni una
norma di ambito amplissimo ed incerto è nobilissima,
per altri è aria fritta (se non applicata)
e pericolosa (se applicata male).
L’esteriorità del diritto, la sua alterità
e la sua giusta distanza dalla morale sono una garanzia
di libertà. Oscar Wilde è stato
giudicato e messo in galera per motivi che oggi
tutti reputerebbero assurdi ma che, appunto, allora
furono reputati innegabili. Una Costituzione è
tanto più liberale e tanto più rassicurante quanto
meno si occupa della felicità e della santità
dei suoi cittadini.
Forse la Costituzione ideale è quella
inglese, che non esiste.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 11 febbraio 2007
Dico: Taradash, "Perché
da liberale dico no a un mostro giuridico".
C’è un’ingerenza impropria del Vaticano
nelle cose dello Stato a proposito dei Dico?
No in generale (perché l’ingerenza dei gruppi
di pressione è il sale della società aperta),
sì, a mio parere, nel caso di monsignor Fisichella
che, vedi l’intervista al Corriere della Sera di ieri,
si rivolge direttamente ai parlamentari cattolici e ingiunge
loro di seguire le disposizioni della Chiesa. Occorre
reagire, anche se in nome del lato oscuro dei rapporti fra
Stato e Chiesa, il Concordato. Ma quello che dovrebbe altrettanto
se non di più preoccupare i laici di cultura liberale
è l’ingerenza dello Stato nel “cerchio magico” delle
libertà personali. E cos’altro sono i Dico se non un intervento
che mira alla statalizzazione della libera unione fra due persone?
Il governo offre, in cambio della rinuncia alla libertà
di stare insieme senza controllo esterno, una serie di vantaggi
concreti e richiede qualche assunzione di doveri. E propone un
pacchetto di norme che finiscono per dare ragione alle proteste
del cardinale Ruini e della Cei. Diritti (in linea di principio,
poi si vedrà) di serie A, doveri (teorici) di serie C.
Un’alternativa effettiva al matrimonio, almeno
a quello civile, quando i Dico entrassero un
vigore. Certo, probabilmente è tutta una
bolla di sapone, è possibile che i Dico facciano
la fine delle “liberalizzazioni” di Bersani (che in molti
casi sono pratiche interventiste a tutela del consumatore
in un quadro di mercato asfittico, che tale resta:
vedi l’abolizione del ticket sulle ricariche, che slitta
a non si sa quando). Ma resta il fatto che si viene a minare
contemporaneamente non la famiglia, come dicono i conservatori
- perché la famiglia preesiste alle leggi -
ma l’istituto del matrimonio civile da una parte e le libere
convivenze dall’altra. E lo si fa sia con gli strumenti dello
stato sociale, senza neppure sapere se le casse dello Stato
reggeranno all’urto, sia con interventi mirati ad alterare
le norme che regolano i contratti fra gli individui.
Invece, ad esempio, di rendere meno punitive le procedure
e i tempi del divorzio consensuale, invece di abolire o rivedere
le norme sulla successione “legittima”, si crea una terza
forma di matrimonio nel segno della libertà vigilata
e dell’irresponsabilità diffusa.
Perché tutto questo pasticcio? Semplicemente
perché il Governo “progressista” si è
assoggettato all’omofobia di cui è
intrisa tanto la tradizione della Chiesa quanto la
cultura prevalente a destra come a sinistra. Invece
di stabilire norme ad hoc per garantire diritti alle
coppie omosessuali che soffrono di una effettiva discriminazione
nei confronti di quelle etero, si è preferito
scegliere - contro il diritto - la tutela. Una tutela che,
per mascherare ancora di più i vantaggi che potrebbero
ricavarne le persone omosessuali, ricacciate nell’ombra,
viene estesa a quasi tutti i casi possibili e immaginabili di
coabitazione. Col bel risultato di dare vita all’ennesima
mostruosità statalista e di ridurre ancora un po’
lo spazio delle libertà individuali.
da Il Giornale di domenica 11 febbraio 2007
NOI NON DIMENTICHIAMO
Alla fine della
Seconda guerra mondiale, mentre tutta l'Italia,
grazie all'esercito Anglo-Americano,
veniva liberata dall'occupazione nazista, a Trieste
e nell'Istria (sino ad allora territorio italiano)
si è vissuto l'inizio di una tragedia: la
"liberazione" avvenne ad opera dell'esercito
comunista jugoslavo agli ordini del maresciallo
Tito.
350.000 italiani abitanti dell'Istria,
di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare
ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro,
gli amici e gli affetti incalzati dalle bande
armate jugoslave. Decine di migliaia furono uccisi
nelle Foibe o nei campi di concentramento titini. La
loro colpa era di essere italiani e di non voler cadere
sotto un regime comunista.
Trieste, dopo aver subito più di un
mese di occupazione jugoslava, ancora oggi
ricordati come "i quaranta giorni del terrore",
visse per 9 anni sotto il controllo di
un Governo Militare Alleato (americano ed inglese),
in attesa che le diplomazie decidessero la sua sorte.
Solo nell'ottobre del 1954 l'Italia prese
il pieno controllo di Trieste, lasciando
l'Istria all'amministrazione jugoslava.
E solo nel 1975, con il Trattato di Osimo,
l'Italia rinunciò definitivamente, e
senza alcuna contropartita, ad ogni pretesa su
parte dell'Istria, terra italiana sin da quando
era provincia dell'Impero romano.
Il 10 febbraio è il giorno che l'Italia
dedica alla memoria della tragedia degli
italiani e di tutte le vittime delle Foibe e dell'Esodo
dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati.
L'Adele
Giovedì
scorso - in silenzio - all'età di 86 anni, è
morta a Roma Adele Faccio, storica esponente radicale,
protagonista con il suo impegno delle iniziative
per i diritti civili negli anni '70.
Il mio ricordo, è un suo piccolo,
e coloratissimo, dipinto, che
conservo con affetto, regalatomi una delle ultime
volte che- saranno dieci anni- ci siamo incontrati;
e, ancora, l'immagine dell'Adele appoggiata al bastone,
testa all'insù, la mantella
di lana grossa che scivola via, ad ammirare
la cupola del Correggio nel duomo di Parma.
L'Adele, l'ultima cena a Gualtieri - da
Giuseppe e Tosca, con Marco Scarpati
e Giulio e Stella e Giovanzana e Sergio e gli
altri amici carissimi - non era potuta venire...
poi le cene sono finite... ci siamo persi di
vista, io in altro indaffarato, lei, di cui ogni
tanto chedevo notizie, a fare i conti con gli acciacchi
dell'età...
Sono triste. Ciao Adele.
cp, 10 febbraio 2007
Diritti e doveri delle persone
stabilmente conviventi
Qui il testo del progetto di legge presentato
dal Governo.
Voi cosa ne pensate?
Perché, Ariel Toaff?
Non ho ancora letto il libro di Ariel Toaff "Pasque di sangue",
titolo thriller, ho letto pero' tutti gli articoli che
ne parlano e tutte le interviste degli storici
piu' accreditati a dare il loro giudizio.
Nessuno concorda con l'autore.
Ho sentito la disperazione degli ebrei italiani,
ho sentito la loro paura e la loro rabbia
che proprio uno di loro sia andato a rimestare
nel fango del passato, un passato che e' costato
la vita di centinaia di migliaia di ebrei nei secoli.
L'accusa dei sacrifici rituali perseguita
gli ebrei dal tempo della Santa Inquisizione
e questa accusa viene ripetuta ancora oggi
dagli antisemiti e dalla propaganda islamica. Sui
media dei paesi arabo/musulmani non passa giorno
che non venga pubblicata una vignetta che raffigura
l'ebreo con la bocca grondante sangue e il cadaverino
di un bambino , arabo in questo caso, tra le mani.
E' un classico.
Quando ho letto la notizia del libro di Toaff
mi sono fatta prendere dalla rabbia, una rabbia cieca,
una tale disperazione che pensavo freneticamente
"non e' vero, non e' vero, adesso mi sveglio e
mi rendero' conto di non aver letto niente di tutto
questo", mi girava la testa, non sapevo che fare, immaginavo
per noi ebrei altre centinaia d'anni di accuse,
di demonizzazioni, vedevo il pregiudizio sempre
pronto a trasformarsi in odio.
Mi sembrava di essere
Cassandra.
Vedevo decenni di fatiche fatte, peregrinando
di scuola in scuola, di assemblea in
assemblea, di universita' in universita', per
far capire, per spiegare, per presentare documenti
comprovanti l'innocenza degli ebrei dall'accusa
infamante del sacrificio rituale, gettati al vento
e perduti a causa della voglia di scoop di uno di noi.
Tanto lavoro, tanta passione, tanta fatica
e anche tanto pericolo di aggressioni, gettati
via, tutto inutile. Abbiamo lavorato per niente.
Per niente, per dover ricominciare tutto
da capo.
Grazie a Ariel Toaff.
Ricordo quanto si e' prodigato a Bolzano
e a Trento Federico Steinhaus, Presidente
della Comunita' Ebraica della Regione per combattere
il pregiudizio dei trentini.
Ricordo quanto ci siamo dati da fare perche'
la municipalita' di Trento togliesse il Santo
davanti al Simonino nella piazzetta omonima.
Ricordo quando siamo andati, emozionatissimi,
davanti all'ex sinagoga di Trento a portare
una targa che ricorda il sacrificio degli ebrei
accusati ingiustamente e impiccati dopo essere stati
torturati .
Erano con noi il Vescovo e il Sindaco della
citta' e per noi quel risultato era grandioso
perche' avevamo riscattato l'onore dei nostri
morti.
Avevamo un groppo in gola.
Tutto inutile. Tutto per niente.
Grazie a Ariel Toaff.
Ricordo lo sforzo per far comprendere alla
gente che per gli ebrei il sangue e' impuro, che
la Bibbia lo definisce "abominevole" e vedo
ancora davanti agli occhi l'espressione spesso ironicamente
incredula sui volti degli irriducibili dell'odio.
La domanda che
esce spontanea e' PERCHE'?
Perche' un ebreo, un rabbino, il figlio del
grande Elio Toaff e' arrivato a scrivere
una cosa del genere?
Lui dice di averci messo sette anni per scriverlo
e in sette anni non gli e' mai balenato
il pensiero che stava riportandoci indietro di
cinque secoli?
Non gli e' mai venuto in mente che questo
libro avrebbe scatenato l'antisemitismo
che in Europa e' ancora cosi' vivo?
Lui si lamenta
di essere accusato senza che nessuno abbia
letto il libro.
Non serve leggerlo, bastano il titolo
e il sottotitolo per far entrare nella testa
della gente il tarlo del "ahhh ma allora era
tutto vero!".
Ecco, il gioco e' fatto. Basta sempre cosi'
poco per accusare gli ebrei.
Adesso Ariel Toaff fa la vittima, dice di
essere messo alla gogna inutilmente, accusa
coloro che lo accusano ma chi lo accusa non sono solo
i rabbini, non e' solo suo Padre che si rifiuta di vederlo,
chi lo accusa sono proprio gli storici cristiani.
Lo smentisce la Chiesa per bocca di un suo
storico Padre Iginio Rogger:
«Per noi, e per la scienza storica,
il caso Simonino era chiarito. Chi vuole rimetterlo
in discussione, deve poter documentare
un'indagine storica dello stesso livello, altrettanto
rigorosa, prima di impugnare ciò che generazioni
di studiosi hanno appurato».
Lo smentisce lo storico del Medio Evo Diego
Quaglioni, professore di storia del diritto medievale
e moderno alla facoltà di giurisprudenza
dell‚università di Trento e autore, con Anna Esposito,
della pubblicazione in veste critica con introduzione
giuridica e istituzionale del testo dei verbali
processuali del processo agli ebrei per la morte
di Simone da Trento.
Il professor Quaglioni si dichiara "stupito"
e aggiunge:
" E‚ una tesi aberrante dal punto di vista
non ideologico o confessionale, ma storico.
Io quei verbali li ho curati e so bene di che
cosa parlo: sono testi cui non si puo credere in modo
ingenuo altrimenti si torna indietro a una lettura
prescientifica, acritica, astorica: quella dei gesuiti
a fine 800 e dei francescani antigiudaici del Œ700......A
Trento nel 1475, subito dopo i fatti e la condanna il
papa mandò un inquisitore domenicano a verificare
se il processo si fosse svolto regolarmente. Questi si
convinse che i verbali erano costruiti. Tornò a Roma
convinto dell‚innocenza degli ebrei e che ci fosse lo zampino
del vescvo e suoi uomini. A Roma si aprì un procedimento
davanti a una commissione speciale che giudicò che
le forme erano state rispettate. Non possediamo più gli
originali dei processi, abbiamo copie fornite a Roma dal
vescovo di Trento che organizzò il processo. L‚inquisitore
apostolico scrisse una difesa degli ebrei, che io ho
pubblicato 20 anni fa e si può leggere in biblioteca."
E ancora scrive
Diego Quaglioni:"Come si fa a rilanciare
quell‚accusa infamante ammantandola di storicità?
E‚ per me inaudito, non perché sia incline
a tesi innocentiste, ma perché sono uno storico
del diritto, che usa normalmente gli strumenti della
filologia dei testi giuridici e delle interpretazioni
delle fonti processuali. Sono stupefatto delle conclusioni
cui giunge Toaff, cui ho cercato di raccomandare molta
prudenza ricordandogli che quelle fonti sono inaffidabili
per loro natura".
E allora perche', Ariel Toaff? Come ebrea
che si occupa da sempre di combattere l'antisemitismo
e l'antisionismo mi sento in diritto di chiederle
"Perche'? ".
Ho sentito che il libro e' andato a ruba
e che a Roma non se ne trova piu' una copia, certo
non ne avra' venduti tanti quando scriveva di
cucina ebraica, meglio cambiare argomento, dunque.
Il sangue tira sempre e quando si parla di
ebrei tira ancor di piu'.
Continuero' a chiedere perche', a provare
tanta rabbia, ad essere disperata nel vedere
che noi ebrei non abbiamo bisogno di andare a
cercare i nemici lontano, li abbiamo tra
noi, sia che si parli di ebraismo che di Israele.
Li abbiamo tra noi perche' siamo abituati
a mettere sempre tutto in discussione, a
scavare, a dire cose che potrebbero nuocerci,
vogliamo essere piu' realisti del re, vogliamo sentirci
cosi' equi da diventare masochisti fino alla paranoia
ma a tutto c'e' un limite e allora....
Perche' Ariel Toaff?
Perche' ha voluto mettere gli ebrei sulla
graticola per altri cent'anni, se bastera'?
Perche' ha voluto dare un simile dolore a
suo Padre cosi' anziano, cosi' amato e rispettato
da tutti?
Ha avuto sette anni per pensarci e non si
e' fermato, allora, mi permetta, dubito che
lo abbia fatto per amore
della verita'.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
- http://www.deborahfait.ilcannocchiale.it
Infrastrutture, l’Italia presto
pagherà il conto del suo immobilismo
(ma in compenso noi abbiamo Pecoraro Scanio)
La Spagna, in quest’ultimo ventennio,
ha realizzato uno straordinario miracolo
economico. Il premier Zapatero, esagerando nell’entusiasmo
ma venendo subito preso sul serio da alcuni ambienti
catastrofistici italiani, ha detto, di recente,
che la Spagna mira a superare economicamente l’Italia.
L’obiettivo però è tutt’altro che a portata
di mano perché il ritmo di crescita della Spagna
si è andato affievolendo in questi ultimi anni.
Resta il fatto che, in un paio di decenni, la Spagna è
uscita dal suo sottosviluppo. Partendo da un’economia prevalentemente
agricola, è riuscita a costruirsi una ragguardevole
dimensione industriale e una struttura di servizi
non meno importante (basti pensare alle sue grandi banche
che oggi sono presenti in modo economicamente aggressivo
in molti paesi stranieri compresa l’Italia).
Alla base del boom economico spagnolo,
lo dicono gli studi più accreditati,
ci stanno le opere pubbliche e l’edilizia privata.
In Spagna infatti le grandi opere infrastrutturali
sono state realizzate in tempi brevi, utilizzando
ampiamente i fondi europei e mobilitando su di esse tutte
le risorse private disponibili, ottenendo così
dei risultati economici sorprendenti.
Per misurare questo boom, in confronto
all’Italia, bastano pochi dati.
Quando il nostro paese aveva già realizzato
l’intera Autostrada del Sole, la Spagna non disponeva
di un chilometro di autostrada. Adesso invece
la Spagna può fare affidamento su 237 chilometri
di autostrada per milione di abitanti contro
i nostri 111, meno della metà. In Italia si
paga ancora il conto salato dello slogan pauperistico,
vetero-rurale e sostanzialmente demente di “piccolo è
bello” in omaggio al quale, durante questi ultimi 25 anni, sono
state boicottate tutte le grandi opere. Il raddoppio
dell’autostrada Bologna- Firenze (opera necessaria agli
occhi di tutti), pur prevista da oltre un ventennio, non
è mai stata mai realizzata. E’ passato, ma dopo un
lunghissimo braccio di ferro con le forze politiche contrarie
alle grandi opere, solo uno scampolo come quello della cosiddetta
“Variante di valico” che, per di più, un quarto di secolo
dopo, non è ancora entrata completamente in funzione.
Fu un buon interprete di questa assurda posizione il relatore
del Pci che, nei primi anni Sessanta, spiegò alla Camera
che le autostrade non erano “assolutamente necessarie” ed era “meglio
che lo stato devolvesse quei denari al miglioramento della rete
stradale già esistente”. L’avversione alle grandi infrastrutture
era da noi così acuta che l’Italia, unico paese al
mondo, approvò addirittura per legge il divieto di
costruzione di nuove autostrade. Con tale legge si riuscì
a bloccare non solo le nuove autostrade finanziate dallo
stato, ma anche quelle che eventualmente fossero state
realizzate con il solo capitale privato. Con quella legge infatti
non si voleva ridurre la spesa pubblica ma si voleva semplicemente
strozzare, per via legislativa, la stessa idea che potessero
essere costruite nuove autostrade, considerate evidentemente,
all’epoca, come strumenti del demonio, non come infrastrutture
idonee a facilitare lo spostamento delle persone e delle merci
senza per questo gravare sulle casse dello stato, visto che
sono gli stessi utenti a pagare, con il pedaggio, la costruzione
e la manutenzione delle autostrade stesse.
Anche
se la legge che blocca la costruzione di
nuove autostrade è stata abolita, resta,
in molti, la mentalità anti-industrialista
ed anti-modernizzatrice che si propone
di bloccare in Italia tutte le grandi infrastrutture:
dalle nuove autostrade, alla Tav in Val di
Susa, al Mose e così via.
E’, questa,
la stessa mentalità che, ai tempi del primo
centrosinistra, con la benedizione di
Ugo la Malfa, finì per bloccare l’introduzione
in Italia della tv a colori, nella convinzione
che essa avrebbe rammollito gli italiani distogliendoli
da compiti ben più importanti. Tale motivazione,
oggi, fa ridere a crepapelle, tanto sembra
inutilmente didattico- precettiva ma, allora, l’idea
era considerata così seria da guadagnarsi agevolmente
la maggioranza parlamentare . Il risultato di quella
legge fu un doppio fallimento. Primo, perché non
riuscì a bloccare le trasmissioni tv a colori che
finirono per imporsi ugualmente, se non altro perché,
al nord, i più danarosi, comprando i nuovi apparecchi
tv all’estero, potevano seguire le trasmissioni a colori
della Tv svizzera italiana. Il secondo fallimento consistette
nel fatto che, quando, per forza di cose, anche in Italia
furono adottate le trasmissioni tv a colori, l’industria italiana
dei televisori (dalla Geloso alla Brionvega) che prima
di questa trovata legislativa era in ottima forma, fu letteralmente
travolta dalla concorrenza straniera che possedeva linee di
prodotti consolidate nella ricezione dei programmi tv a
colori.
E cosi, mentre i cinesi hanno realizzato,
in soli cinque anni e due giorni, i 1.142
chilometri della Pechino-Lasha, in Tibet,
una ferrovia che si inerpica quindi fino al tetto del
mondo, le rotaie per l’alta velocità fra Milano
e Roma, la cui posa in opera era iniziata trent’anni fa,
deve essere, da noi, ancora conclusa.
Anche il progetto dell’alta velocità
in Val di Susa, a sentire il ministro Alessandro
Bianchi, va tenuto ancora a bagnomaria per poterlo
discutere adeguatamente con tutti gli aventi diritto
(e anche quelli che il diritto non ce l’hanno) nonostante
la realizzazione dell’opera sia stata annunciata
diciotto anni fa dal Consiglio dei ministri della Cee,
diciassette anni fa ci sia stata presentazione ufficiale
del tunnel della Val di Susa, tredici fa venne apposta la firma
dell’accordo fra Francia ed Italia, dodici fa venne formulata
la promessa che la nuova tratta sarebbe stata ultimata “entro
il duemila”, dieci fa venne assunta la decisione di
convincere anche i più renitenti con ulteriori approfondimenti.
Intanto nella Corea del Sud stanno realizzando, a
tempo di record e in un colpo solo, una linea ferroviaria
ad alta velocità di 410 chilometri dei quali 120 saranno
su ponti e 190 in galleria.
Mentre in Italia si discute senza
limiti di tempo, negli altri paesi, anche
i più arretrati (ma per quanto?) si sta
andando a rotta di collo. La sede per l’ultima
riunione dei paesi asiatici, ad esempio, è
stata decisa a favore di Hanoi (Vietnam) a gennaio
del 2006. Non disponendo di una struttura idonea ad
ospitarla, il governo vietnamita ha deciso di costruirne
una che il 18 dicembre 2006 (otto mesi dopo) ha accolto
l’Apec Summit. Il palazzo non è una catapecchia ma
dispone di un sala conferenze in grado di ospitare 3.800
persone (pur avendone bisogno, non abbiamo, in Italia, una
sala congressi così capiente) e di altre 30 sale
riunioni. La sala ristorante può mettere a tavola
1.500 persone. Il palazzo ospita anche una banca, l’ufficio
postale, bar, ristoranti, negozi.
Da noi invece il Centro Congressi
Italia di Roma, progettato da Massimiliano
Fuksas e selezionato nel febbraio del 2000,
a sei anni di distanza non è stato ancora nemmeno
iniziato. Persino in Romania ci battono: il
grattacielo che è in corso di realizzazione
a Bucarest vicino alla chiesa di San Giuseppe (e che
per questo ha provocato le proteste del Vaticano) pur
essendo stato iniziato solo nell’ottobre scorso,
quattro mesi dopo è già arrivato al decimo
piano.
Pierluigi Magnaschi da "il Foglio"
del 9 febbraio 2007
IL P.N.F. SOFRI E OLGA D’ANTONA
Parlare
di Sofri è particolarmente fastidioso
perché, sull’uomo, si incontrano due
opposte spinte irrazionali: da un lato il fanatismo
di chi deve ad ogni costo difendere un esponente
della sinistra intellettuale (il più
grande potere che ci sia in Italia) e dall’altro l’antipatia
viscerale che l’uomo è capace di suscitare
in una enorme massa di italiani. Tutto questo è
talmente vero che ciascuno dovrebbe, prima di aprire bocca,
chiedersi: io da che parte sto? E poi, per controbilanciare
le proprie spinte emotive, magari non dire nulla.
Per questo si può discutere del
problema solo allargandolo parecchio e discutendo
dei seguenti argomenti: 1) La funzione della
pena; 2) La redenzione del condannato dal
punto di vista umano e dal punto di vista sociale;
3) La redenzione dal punto di vista politico.
Nell’amministrazione della giustizia
la pena serve a tenere lontano dalla società
un individuo che si è mal comportato (sicurezza
sociale); a far vedere ai terzi che cosa
succede a chi si comporta male (prevenzione
generale); ad imporre a chi ha provocato dolore di
soffrire a sua volta, per ben comprendere qual è
stato l’effetto della sua azione (valore retributivo
della pena, prevenzione speciale).
La pena dovrebbe inoltre tendere alla
rieducazione del condannato, cioè
al suo pieno recupero all’interno della società.
Dal punto di vista umano questa redenzione,
anche se molto rara, è pienamente possibile:
dal punto di vista sociale il conto è un altro.
Non molti sarebbero contenti di sapere d’avere per vicino
di casa un ex-sicario, anche se ha già scontato la
pena, e nessuno assumerebbe come autista per la propria
moglie un ex-condannato per stupro. E dal punto di vista politico
va anche peggio.
Il politico – a torto o a ragione – si
propone come un modello e per il maestro
non si accettano macchie, né presenti né
passate. Basta fare questa domanda: se Mussolini
– mai condannato per omicidio - fosse sopravvissuto
alla guerra, e avesse dichiarato d’essersi
pentito e d’essere un sincero democratico, gli si sarebbe
permesso di fondare e dirigere un partito politico?
Si può ora venire a Sofri. Indubbiamente
il comportamento di questo signore è quello
di un pacifico, beneducato intellettuale.
Il fatto è che non è stato condannato per
cattiva educazione, è stato condannato
per omicidio. Le sue proteste di innocenza non
commuovono nessuno che frequenti i palazzi di giustizia:
le carceri, si sa, sono piene d’innocenti. Anzi,
non che renderlo più degno di benevolenza,
le proteste d’innocenza sono allarmanti: significano
che non riconosce la buona fede di quella miriade di giudici
che lo ha condannato oppure che è afflitto
da una visione così distorta dalla realtà da
non accorgersi di ciò di cui si accorgono tutti i
giudici. Magari sarebbe in grado di rifare, con perfetta
buona coscienza, ciò che ha già fatto una volta?
Altra obiezione che si fa riguardo ad
Adriano Sofri: è stato messo in galera
con decenni di ritardo. L’obiezione non ha senso.
La pena ha valore retributivo e dunque lo Stato intende
fare pagare a qualcuno il male fatto anche se
è passato molto tempo. È vero che stabilisce
tempi per la prescrizione della pena, ma questi tempi
non sono scattati per Sofri.
Come se non bastasse
quest’uomo, benché oggi circoli liberamente,
tecnicamente è un condannato per
omicidio che dovrebbe riprendere ad espiare la
sua pena. Dovrebbe. A questo punto si capisce
il lamento della signora Olga D’Antona, parlamentare
dei Ds, nel vederlo fra i principali invitati
alla discussione nel momento in cui si cerca di riformare
il suo partito: “Qual è il messaggio simbolico
di questa scelta?”, chiede. «Se si ritiene che Sofri
sia vittima di un errore giudiziario, in base a elementi
concreti, perché non chiedere la revisione del
processo per scagionarlo e cercare i veri colpevoli?” E qui la
signora D’Antona fa finta di dimenticare che il processo per
revisione ha già avuto luogo. Poi prosegue: “Adriano
Sofri è stato condannato con sentenza passata in giudicato
e non ha finito di scontare la sua pena. A questo punto
mi chiedo perché il gruppo dirigente del mio partito,
che è partito di governo, lo sceglie come interlocutore
privilegiato, in un passaggio che indubbiamente è un
passaggio epocale nel nostro partito e nella storia della politica
italiana».
Tutto questo rappresenta una sorta di
nemesi, nella storia del diritto penale
in Italia. Per anni la sinistra, pur di andare
contro i propri “nemici” veri o presunti, ha mitizzato
la magistratura. L’ha soffusa di un alone d’intangibile
sacertas e quasi d’infallibilità. Ha
prestato fiducia alla leggenda del bacio di Andreotti
a Riina, perché ci credevano alcuni giudici
inquirenti; ha creduto ad un Enzo Tortora spacciatore
di droga perché così diceva un giudice di primo
grado; ha creduto ad un Corrado Carnevale venale e
disonesto solo perché così desideravano sentir
dire parecchi giudici le cui sentenze erano state cassate.
E alla fine, quando i castelli di carte sono crollati,
pur di salvare capra e cavoli hanno detto che la magistratura
era infallibile, perché se è vero che aveva
condannato Tortora, tenuto sulla graticola per anni Carnevale
ed Andreotti, era anche vero che alla fine li aveva prosciolti
da tutto.
Questo meccanismo di mitizzazione di un’organizzazione
umana e fallibile, che andrebbe
rispettata sì, ma anche considerata
con fraterna comprensione, ha trovato una pietra
d’inciampo in Sofri. Una volta che, contrariamente
alle proprie smanie accusatorie e dietrologiche,
è stata convinta dell’innocenza di un accusato,
la sinistra si è trovata di fronte ad una
magistratura unanimemente colpevolista ed ha dovuto
scegliere: o sostenere la sacertas, l’intangibilità,
l’infallibilità del giudice o sostenere contro
venti e maree l’innocenza dell’amico. E ha
scelto la seconda soluzione. Trovandosi a sostenere
un condannato che nega la giustezza del verdetto. La signora
D’Antona, parlamentare diessina, non gliela fa però
passare liscia. Dice infatti: “Ma se invece è colpevole,
come la magistratura ha ritenuto, chiedo ai dirigenti del
mio partito, che hanno ricoperto e ricoprono importanti incarichi
di governo (presidente e vicepresidente del Consiglio,
ministro della Giustizia, ministro degli Esteri) se, in un Paese
democratico, questo non rappresenti un vulnus nei rapporti
con una delle più importanti istituzioni dello Stato,
cioè nei confronti della magistratura, che ha emesso
una sentenza definitiva, infliggendo una pena non ancora
completamente scontata».
Fassino e compagni si sono arrampicati
sugli specchi ma i fatti sono quelli che
sono. La coerenza passa sempre dopo la politica.
In realtà, quando si è stati condannati
per associazione sovversiva, per terrorismo
o per omicidio, bisognerebbe avere il buon gusto di tenersi
lontani dalla politica. A meno che il paese non
sia tanto magnanimo da accettare un Mussolini, pentito
e democratico, come capo del “Partito della Nuova
Felicità” (P.n.f.).
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 9 febbraio 2007
SHOA’: INTERVISTA AD ANTIMO
MARANDOLA (EBRAISMO E DINTORNI)
D: Nei giorni scorsi la memoria dell’Olocausto
è stata rivissuta in molti eventi
e momenti. E’ una memoria ancora viva ed importante
nei popoli e nella gente?
MARANDOLA: La Shoà viene ricordata
in modo pessimo principalmente perché
viene trasmessa una falsa convinzione e cioè
che la Shoà sia finita con l’abbattimento
dei cancelli di Auschwitz. La Shoà invece
continua e se non assume i caratteri della distruzione
di massa lo si deve solo al fatto che è nato
lo Stato di Israele e il tentativo arabo di completare
l’opera di Hitler si è scontrato con l’esercito
Israeliano. Le guerre di aggressione del 1948, 1956,
1967, 1973 e i massacri terroristici ancora in atto
sono stati tentativi di far scomparire Israele e tutti
gli ebrei. Se Israele avesse perso una sola di queste guerre Hitler
avrebbe avuto la sua vittoria postuma.
Inoltre occorre ricordare che i caduti
nella guerra del 1948 per il 75% erano
sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti e in
750.000 hanno resistito e vinto contro cento milioni
di arabi perché non potevano fare neppure un
passo indietro.
Questo non viene ricordato per lo stesso
motivo per cui fino a qualche anno fa
gli ebrei con gli striscioni della Brigata Ebraica,
che tanto ha contribuito alla liberazione dell’Italia,
e che volevano partecipare alle sfilate del
25 aprile venivano cacciati a forza mentre da sempre
in dette sfilate hanno partecipato i palestinesi
che erano alleati dei nazisti.
D: Che cosa vuol dire essere
Ebrei, in questo altrettanto difficile
periodo storico?
M: Essere ebrei
oggi significa la stessa cosa che ha sempre
significato e che viene ripetuta ogni volta che
cantiamo l’HaTikvà, l’Inno Nazionale
d’Israele: sperare di poter vivere un giorno
in pace nella nostra terra di Sion e di Gerusalemme.
Quella ebraica è una Civiltà
dalla quale il mondo avrebbe molto da
imparare e non mi riferisco solo al contributo
dato alla qualità della vita donata al mondo
intero dal 75% dei Premi Nobel di religione ebraica,
ma penso all’arte, alla letteratura, alla musica
ed alla pedagogia. E penso ai principi religiosi che ispirano
ogni ebreo a ricercare con tutte le sue forze l’amore
e la pace. Bisognerebbe ricordare che la frase “ama
il prossimo tuo come te stesso” è stata citata da
Gesù che l’aveva appresa studiando la Torà ebraica….
D:
Un giorno la nota giornalista Nirenstein, mi disse
che l’avversione contro Israele non può essere
spiegata in un nessun altro modo, se
non con intrinseche ragioni razziali e religiose
e non politiche o economiche. La considera
una giusta osservazione? E perché tanto odio verso
una cultura, un credo, un modo di vivere come quello
ebraico?
M: L’affermazione di Fiamma è senz’altro
giusta ma aggiungerei che c’è anche
una nemesi storica.
L’antisemitismo è nato come antigiudaismo
cristiano. Gesù che era ebreo e che
non ha mai detto una sola frase che non fosse citazione
della Torà, decine di anni dopo la
sua morte si è visto attribuire la paternità
della fondazione di una nuova religione che veniva
prescelta come religione di stato dall’allora impero
Globale – diremmo oggi – che era il regno Romano. Successivamente
con il crollo della romanità la religione cristiana
ha ereditato la potenza economica dell’impero
ed ha dedicato la sua forza nel distruggere lo scomodo testimone.
Quindi l’ebreo è diventato l’uccisore di Cristo
per i cristiani che avevano eletto come proprio trono
proprio quella Roma che era stata il centro di potere da
cui era partito l’ordine di uccidere Gesù per mezzo del
Sommo Sacerdote eletto da Roma e da 160 anni collaborazionista
dei romani. Nel medioevo vennero vietati tutti i mestieri
relegando l’ebreo al servizio di banca ma con tassi che
venivano decisi dal principe come oggi la Banca d’Italia
decide il Prime Rate. Per azzerare i debiti dei Principi
e dei Cardinali non c’era di meglio che aizzare il popolino
indebitato ad uccidere gli ebrei e bruciare i registri
mentre si consolidava l’immagine dell’ebreo strozzino.
Sulla scia della predicazione antigiudaica
del cristianesimo l’ebreo è diventato
il ricco banchiere per i comunisti e il comunista
per i nazisti. Ogni frustrato di ogni epoca
ha avuto bisogno del “suo” ebreo per scaricare
l’invidia, le frustrazioni e l’ignoranza ma la matrice
originaria è sempre quella cristiana e cattolica
in particolare. Basti confrontare le disposizioni
naziste per capire che non avevano inventato nulla
ma avevano solo portato alle estreme conseguenze quanto
predicato e deciso per secoli dalla chiesa cattolica.
D: In tanti
paesi, l’Olocausto è già
considerato un reato ed altri paesi si stanno
adeguando. Spera che ciò possa accadere anche
in Italia?
M: Lo spero ma non mi illudo serva a
molto. Servirebbe molto di più svelenire
l’informazione giornalistica che coltiva
l’ignoranza e la peggiore informazione sul
mondo ebraico che oggi si identifica con Israele.
Faccio un esempio per tutti: non viene mai spiegato
chi sono veramente i palestinesi e la stragrande
maggioranza del popolo europeo e mondiale ha maturato
la convinzione che i palestinesi stessero a casa
loro e che un giorno sono sbarcati gli ebrei ed hanno
usurpato la loro terra. E’ bene dare un’occhiata ai dati
storici:
1012 - 587 a.C. Regno Israelitico; 587-
539 a.C. Babilonia; 539 – 332 a.C. Persia;
332 – 142 a.C. sovrani ellenisti; 142 – 63 a.C.
Asmonei; 63 - 330 d.C. Romani; 330 – 636 Bisanzio;
636 – 661 Primi califfi Musulmani; 661 – 750
Omayyadi; 750 - 972 Abbasidi; 972 - 1071 Fatimidi; 1071
- 1098 Selghiucidi; 1099 - 1291 Crociati; 1291 - 1517
Mamelucchi; 1517 - 1917 Ottomani;
1920 - 1948 Inglesi; 1948 a oggi Stato
d'Israele
Bisognerebbe quindi garantire un informazione
corretta e lavorare sull’emancipazione
culturale ma in attesa di questo miracolo
ben venga la repressione di qualsiasi forma
di antisemitismo.
D:
La politica fa molta retorica, nelle scuole
e fra i giovani il 20% ignora il significato
della parola Shoah e tanta gente confonde
l’appoggio ad altre cause con l’anti-semitismo
e l’anti-sionismo. Quanto è utile ricordare
e quanto lo è per persone che sembrano non dare
importanza alla ricorrenza?
M: Ricordare va bene ma bisogna avere
il coraggio di andare ad indicare le forme
moderne dell’antisemitismo. Per due anni
sono andato ad Auschwitz con i giovani delle scuole
romane che andavano nell’ambito del programma
varato dal sindaco Veltroni ma non c’è stato
modo di poter andare oltre la celebrazione degli
ebrei morti al punto che alcuni giovani entravano
ad Auschwitz avendo al collo la kefia senza sapere che è
l’edizione aggiornata della svastica nazista. Bisogna
smetterla di far credere che un ragazzo deve stare
attento a riconoscere il nazismo nel suo quartiere osservando
che non ci siano tizi che marciano con il passo dell’oca
e con i baffetti. Oggi il nazismo si maschera dietro il
giornalista che dovendo dare la notizia di diecine di ebrei
maciullati in un attacco terroristico in una pizzeria
incomincia il servizio dicendo “Durissima sarà la
reazione di Israele…” o come l’Osservatore Romano che a proposito
di Jenin scrisse che si trattava di “.. una persecuzione
che si trasformava in sterminio…” senza mai più dire
che gli accertamenti Onu sul campo chiarirono senza ombra
di dubbio che le stragi famigerate non c’erano mai state
o che le altrettanto famigerate stragi di Sabra e Chatila
fatte da Sharon erano invece state fatte dai Cristiani Maroniti
ecc ecc.
Antimo Marandola, direttore, responsabile
di Ebraismo e Dintorni (www.ebraismoedintorni.it/),
giornale on-line e periodico di informazione
e di diffusione della cultura Ebraica ed israeliana.
Intervista a cura di Angelo
M. D'Addesio.
SCALZONE
Può darsi che questa sia una scempiaggine,
può darsi che sia un modo di cedere
a quella mentalità contemporanea che invece
di ragionare guarda e che invece di distinguere vero
da falso distingue bello da brutto. Certo è
che Oreste Scalzone dovrebbe ingrassare. Perché?
Innanzi tutto perché un uomo della sua età
non dovrebbe avere l’aria macilenta, affamata
e spelacchiata. Uno lo guarda e pensa: è ovvio
che un uomo del genere abbia voglia di cambiare la
società. In quella com’è, quale imprenditore
lo assumerebbe, quale donna si lascerebbe baciare
da lui?
Inoltre, il suo presentarsi orgogliosamente
con il vanto di essere quello di un tempo,
di non essersi pentito di nulla e di non avere
trovato che ci fosse nulla da imparare, fa pensare
che questa sia una meravigliosa ciambella
di salvataggio dopo che il transatlantico è
affondato. Il transatlantico era quel movimento
di sinistra guidato dall’Unione Sovietica
che ad un certo momento sembrò espandersi irresistibilmente,
fino a fare intravedere un trionfo mondiale. I comunisti,
allora, si sentivano gli araldi del mondo
nuovo, i profeti della possibile felicità,
i vindici dei popoli oppressi. Ma il transatlantico
è affondato. Le possibilità che il comunismo
trionfi in Russia, dove pure dominò per
settant’anni, non sono maggiori che in Portogallo
o in Belgio. Oggi Scalzone arriva con la spada sguainata
a guidare il popolo alla riscossa e non si accorge di
non avere nessuno dietro. È patetico. Ricorda
l’Enrico IV di Pirandello: la follia che un tempo fu
vera oggi è recitata perché conviene, perché
consente di avere i titoli dei giornali, di sentirsi vivi,
di scandalizzare una società torpida e filistea. Una
società che combatte a morte – o fa finta di combattere
a morte – per non permettere nuovi dormitori per gli americani,
in quel di Vicenza: dalla palingenesi mondiale ai problemi
dell’intendance.
L’uomo si definisce “un pessimo maestro”.
Non basta “cattivo”, certo. I cattivi
maestri si sono accasati, hanno fatto il nido,
riscuotono, come Toni Negri, una pensione dallo
Stato. Per essere maestri di rivoluzione,
e soprattutto di rivoluzioni impossibili, bisogna
essere pessimi. E ogni tanto – proprio per mostrarsi
pessimo e farsi criticare anche dalle frange estreme
– Scalzone dice cose come questa: “se qualcuno si mette
a bruciare una bandiera americana, solo perché americana,
io sarò tra quelli che l’andranno a spegnere,
così come contesterò cori idioti del tipo ‘10-100-1000
Nassiriyah’. Sono cose che non hanno niente di rivoluzionario”.
Eh sì. Qualcuno addirittura se n’era accorto
anche ventisette anni fa, quando lui scappò
dall’Italia.
Se Sanguineti straparla di odio di classe,
tiè, una bacchettata anche
a lui: è “un demagogo volgare e irresponsabile”.
Quanto meno Scalzone otterrà così
dai bravi borghesi un ohibò scandalizzato: perché
Sanguineti sarà pure un demagogo; sarà
pure irresponsabile; ma quanto ad essere volgare,
è volgare più o meno quanto la regina d’Inghilterra.
E tuttavia, come avrebbe detto Cyrano, “quel geste!”
Dare del volgare a Sanguineti! È più o
meno come sparare all’arciduca d’Austria, a Sarajevo.
“Se dici che sei contro ogni tipo di violenza, gli ingiunge
poi Scalzone, fammi la cortesia di lasciare a casa
l’odio di classe”. E dunque la rivoluzione bisognerà
farla senza odio. I futuri militanti scalzoniani diranno
alla vittima: “Non ti sparo perché ti odio, anzi ti amo,
e tu ricambiami stando fermo: se no rischio di sbagliare la
mira”.
Scalzone rimane un rivoluzionario. Serio,
non folcloristico. Serio, non radical chic.
Serio, tanto da dire “La ricreazione è
finita. Sarò come la spina nella zampa di un cane”.
Purtroppo, si può dubitare che lui sia una
spina e, cosa ancora più grave, che esista il
cane.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 7 febbraio 2007
È VERO QUELLO CHE SI
DICE DELLE ANATRE SELVATICHE
Aspirato
dai fari, sorge dalla notte, con un volo languido,
e le ali aperte, all’altezza del parabrezza.
Poi si tuffa, fantomatico, fuori dalla
vista. Contro la calandra del furgone produce un
rumore così morbido e tenue che il maresciallo
Lhomond potrebbe averlo solo immaginato. L’autista
non ha reagito. L’altra, dietro, non avrà visto
nulla. Una giovane. Lhomond non riuscirà mai
ad abituarcisi. Per quanto lo riguarda, suo padre
era un gendarme e sua madre era una donna. L’altra,
dietro, è una donna-gendarme. Con questo caldo,
suda come una donna? O come un gendarme? Pudico, Lhomond
apre il suo vetro, evacuando la domanda come si scaccia via
un tafano. Un lampo senza tuono imbianca il cielo.
(...) Clicca
qui per continuare.
Racconto di Marc-Alfred
Pellerin, dal “Figaro” del 12 agosto
1998
(traduzione di Gianni Pardo)
PUNTO DI VISTA DEI PACIFISTI
La guerra è indubbiamente orribile. È tanto orribile
che sono più facilmente i semplici cittadini
i più entusiasti all’idea di combattere (e vincere!),
piuttosto che i generali. Chi la guerra la conosce
per esperienza non può che odiarla e cercare di
evitarla. I professionisti non solo sanno che, come sul
ring, anche il vincitore riceve molti pugni, ma sa soprattutto
che gli imprevisti sono sempre tali e tanti da non
poter mai prevedere seriamente nulla. E allora perché
correre rischi, perché provocare morti e distruzioni
se non si sa neppure se ne varrà la pena?
Se questa è la mentalità dei
militari, figurarsi quale può
essere quella dei pacifisti. Essi allineano le seguenti
ragioni. 1) La guerra è orribile, provoca
lutti, distruzioni, dolore, tanto che, a cose
fatte, praticamente nessuno è contento d’avervi
partecipato. Noi siamo dunque contro la partecipazione
a qualunque guerra. 2) I competenti a volte
ci dicono che una determinata guerra è “giusta”,
“opportuna”, “doverosa”, ma noi rispondiamo che i
competenti non raramente si sbagliano (lo confessano
loro stessi) e che comunque i benefici sono eventuali
mentre le morti, i lutti e il dolore sono certi. 3)
E proprio per tutto questo non perdiamo il tempo ad esaminare
i singoli casi: siamo contro le armi e la guerra in ogni
caso.
Affermazioni non del tutto infondate. A che cosa
è veramente servita la Prima Guerra
Mondiale se, interrogati sulle sue cause, molti
non sanno che rispondere e se tutti hanno difficoltà
a descriverne i risultati? Va bene, è crollato
l’Impero Ottomano, l’Italia ha riottenuto il Veneto
e il Trentino, la Francia l’Alsazia e la Lorena. Ma
nel Trentino ed anche nel Veneto molta gente rimpiange gli
Asburgo, il Vicino Oriente era più ordinato e pacifico
sotto la ferula di Istanbul, e dopo tutto l’Alsazia e la
Lorena non è che poi soffrissero tanto, sotto il potere
guglielmino. Valeva la pena di provocare decine e decine
di milioni di morti? Né va meglio per la Seconda Guerra
Mondiale. In che cosa Hitler (che l’ha voluta) ha migliorato
il destino della Germania? I tedeschi partirono con l’entusiasmo
di chi si sentiva invincibile (e per qualche mese tali apparvero),
ma sappiamo tutti quali furono le conseguenze finali.
I fatti più recenti non smentiscono
questo pessimismo. L’Afghanistan sta
meglio di prima, si dice, ma la pace non s’è
ancora ottenuta e non si sa che avverrà quando
le truppe dell’Onu andranno via. Si può chiedere
ai nostri giovani di combattere e morire per
fare da poliziotti a paesi che non sono in grado
di governarsi? Non è meglio abbandonarli
alla loro sorte? Questo ragionamento vale per ogni missione
all’estero. Che ciascuno pensi per sé. L’Italia,
che non è nemmeno in grado di pensare a se stessa,
la smetta di agitare la sua spada di latta.
Dopo tutto quanto
si è detto, non si vede francamente come
si possa dar torto ai pacifisti. Eppure
essi hanno torto. Perché, come si dice,
“provano troppo”.
Dal fatto che impegnarsi in una guerra
sia molto spesso un errore non se ne può
dedurre che si abbia sempre la possibilità di
scegliere se essere coinvolti o no. Se uno Stato
vicino vuole invaderci come rispondiamo: “Prego,
s’accomodi?” E, a proposito di ostilità agli armamenti,
si ricordi che il rischio dell’aggressione aumenta
se si è inermi: il vicino bellicoso è incoraggiato
dalla prospettiva di una vittoria facile. Se il Belgio,
nel 1940, fosse stato un osso duro, Hitler forse non
l’avrebbe invaso. Lo dicevano già i Romani, si vis
pacem para bellum, gli armamenti sono la migliore garanzia
di pace.
Ma la vera, grande obiezione al pacifismo
è questa: dal fatto che la guerra sia
spesso sbagliata non si può dedurre che
sia sempre sbagliata. E ciò fa un’enorme differenza.
Nessuno chiude gli occhi sulle miserie
e le tragedie della guerra, ma per dipingere
il quadro concreto bisognerebbe anche
chiedersi quale sarebbe stato il risultato,
se essa non ci fosse stata. A volte può
essere utile dare inizio ad una piccola guerra per
evitarne una grande. Se la Francia, seguendo i termini
del Trattato di Versailles, avesse impedito con la
forza (cioè penetrando col proprio esercito nella
Ruhr) il riarmo di Hitler, forse si sarebbe evitata la
Seconda Guerra Mondiale. Ma la Francia era dominata
dai pacifisti: e la Wehrmacht fece presto il suo solenne
ingresso a Parigi.
Del resto è proprio questo il motivo
per cui l’Inghilterra fu così risolutamente
contraria a Napoleone. La battaglia di Waterloo
si svolse su suolo belga, e i pacifisti, se fossero
esistiti, avrebbero potuto chiedere
perché mai dei giovani inglesi dovessero
andare a morire lì. In realtà a Londra
non importava che poco prima la Francia avesse ghigliottinato
il suo re o che Napoleone fosse il frutto della Rivoluzione:
importava la sua tendenza al dominio dell’intera Europa.
Questo metteva in pericolo l’indipendenza inglese.
E la cosa si è riprodotta oltre un secolo dopo.
Hitler non aveva né l’intenzione né l’interesse
di inimicarsi l’Inghilterra, paese germanico come
il suo e cui avrebbe volentieri lasciato il resto
del mondo. Questa mentalità spiega fra l’altro il
folle volo di Rudolf Hess. Ma Londra, ancora una volta,
guardava lontano. È inutile aspettare che le uova del
drago si schiudano: un Hitler dominatore dell’intera
Europa avrebbe reso la Gran Bretagna sua vassalla: meglio
prendere le armi, meglio lottare per la Polonia che per la
propria sopravvivenza.
In conclusione, pure ammesso che la
partecipazione volontaria ad una guerra
sia nella maggior parte dei casi un errore,
dal momento che non è un errore in tutti i casi,
bisogna badare alla situazione in concreto
e sperare che i propri governanti non siano dei dementi.
Il pacifismo pregiudiziale e incondizionato è
comunque assurdo.
I pacifisti dovrebbero anzi sostenere
quelle guerre che, scansate o perse,
condurrebbero il loro paese al disastro o alla
schiavitù.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 6 febbraio 2007
LA BUSSOLA DI ROUSSEAU
Jean-Jacques Rousseau, in contrasto
col razionalismo illuminista, è
il profeta del sentimento. Cosa in sé non negativa,
se solo avesse limitato l’ambito del sentimento
a ciò che è di sua competenza: purtroppo,
egli ne ha anche fatto una bussola morale.
Per distinguere il bene dal male l’uomo ideale di Rousseau
non legge Socrate, Aristotele o Tommaso d’Aquino:
“sente” ciò che deve fare e non ha bisogno di altri
dati. Questo principio non è solo gravemente sbagliato,
è anche altamente pericoloso. Il melanconico
che uccide i suoi cari per “liberarli dal male di vivere”
fa in perfetta buona fede qualcosa che è in linea con
i suoi sentimenti: ma il reato si chiama strage e il colpevole
è chiuso in un manicomio criminale.
Lo straordinario successo del messaggio
di Rousseau merita una spiegazione.
Se si dice ad un’assemblea di ingegneri che
gli ingegneri sono più intelligenti dei
filosofi, si avranno maggiori possibilità d’essere
creduti che se lo si dice ad un’assemblea di
filosofi. Il messaggio a volte è credibile non
per la sua validità astratta ma per la predisposizione
dell’ascoltatore a recepirlo. È questo
lo strumento di lavoro di maghi e truffatori. Nel
caso del messaggio di Rousseau, dal momento che
tutti gli uomini hanno una forte affettività e pochi
un forte raziocinio, tutto è stato abbastanza facile.
Inoltre, cosa eccezionale, intorno al 1750 si usciva
da un periodo di estrema razionalità, anzi
di mentalità scientifica, e gli uomini furono felici
d’essere autorizzati ad essere sentimentali, innamorati,
irrazionali. Belli e nobili anche se privi di senso del
reale. Un mondo in cui Werther, invece d’essere un perdente,
diveniva un modello. Ed anche un mondo, qualche decennio
dopo, in cui dei Fourier, dei Saint-Simon, dei Proudhon
potevano sognare una società armonica, tenuta insieme
dalla passione (sentimentale) del bene comune: il socialismo.
Il romanticismo – morto come teoria
letteraria con Madame Bovary, nel 1856
– non è mai morto nella società. Ancora
oggi molti usano l’aggettivo “romantico” al posto
di “sentimentale”, se non addirittura di
“sensibile ai bei sentimenti e al bello”, quasi
che chi non è romantico non fosse sensibile a queste
cose e il sentimento non fosse esistito prima
dello Sturm und Drang.
Il romanticismo
fa sì che ci si impietosisca – a parole
– per tutti i mali del mondo, per esempio
la guerra; che si sia politically correct, perché
siamo tutti ipersensibili anche in conto terzi; che
si protesti, senza suggerire una soluzione, per ogni
cosa storta di cui si viene a conoscenza; che si propongano
soluzioni senza verificarne la fattibilità,
per esempio a proposito delle energie rinnovabili;
che si abbia voglia di delegare allo Stato, supposto efficiente
e morale, ogni incombenza, rifiutandosi di vedere
che in realtà lo Stato è inefficiente, costoso
e spesso rappresentato da persone corrotte. Si potrebbe
continuare all’infinito.
Il romantico non concepisce che gli
si oppongano obiezioni razionali e prosaiche.
La stella polare di Rousseau gli dice che
ha ragione; anzi, che chi gli dà torto
lo fa per spregevoli ragioni di denaro o per
mera stupidità. Il romantico fa di coloro
che confessano di avere interessi, nella vita,
e di preferire per esempio la prosperità all’ideale,
delle teste di turco. È questa la molla della
protesta contro il G8, contro la globalizzazione, contro
le multinazionali. I giovani violenti sono vindici
dei poveri, dei puri di cuore che si oppongono agli
adoratori di Mammona. Se poi uno gli rivelasse che, senza
le industrie moderne, sarebbero miserabili come i contadini
medievali, che quegli stessi abiti che hanno addosso
non potrebbero permetterseli, che magari andrebbero
scalzi come i poveri sono andati per secoli, non ci crederebbero.
Che c’entra! Persone buone come loro dovrebbero essere
costrette ad avere freddo ai piedi?
Il sentimento come stella polare è
una tabe del cervello. La realtà non segue
regole morali: segue regole meccanicistiche,
economiche, razionali, scientifiche. Se seguisse
leggi morali ci sarebbe mai un giovane buono che muore
di cancro? E sarebbe morto a trentun anni, di sifilide
per giunta, un poeta del pentagramma come Franz Schubert?
In Italia esistono partiti politici
la cui base elettorale è composta
di sentimentali. Per esempio, quelli di estrema
sinistra. Il loro imbarazzo oggi deriva
dal fatto che un paese si governa con la ragione,
non con gli slogan. O con la condanna dell’arci-cattivo
Berlusconi. Né è ragionevole distruggere
tutto quello che è stato fatto, per esempio la
riforma Maroni o la legge Biagi: il prezzo per il paese
sarebbe troppo alto. Ma l’equazione rimane insolubile,
per i partiti dei sentimentali. Se essi hanno affermato
che si potrebbe dare abbastanza corrente elettrica
all’intero paese con i mulini a vento, come non essere
delusi, se una volta al governo, non realizzano quel
progetto? La verità è che si può cavalcare
la tigre ma nessuno è andato veramente lontano,
con quella cavalcatura.
Qui non si tratta di criticare un momento
politico o determinati partiti.
Qui si sta parlando della natura dell’umanità
e di certi lati della democrazia. Il disastro
di cui si parla sale dal basso. Se la maggioranza
è sentimentale, se la maggioranza “ragiona”
così, tanto vale rassegnarsi. Le conseguenze
negative saranno meritate.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it-
30 gennaio 2007
Massima del giorno
Il cane che per affetto vi applica
due zampe fangose sul vestito bianco
non può che essere assolto, sulla base del
sentimento: ma chi paga la smacchiatoria?
G.P.
MOLLICHINA
D'Alema: "il Partito democratico in
Italia non esiste ma governa". Un po'
come il saracino del Berni che "andava combattendo
ed era morto".
Gianni Pardo
COVARE LA VIOLENZA
Molti dei miei amici sanno che sono
catanese e si chiederanno come mai, mentre
tutta l’Italia parla di Catania, io non ne parlo.
Anzi, non ascolto neppure i molti servizi
che la radio e la televisione ci infliggono.
La risposta è semplice.
Ho sempre trovato insopportabile la
tolleranza dello Stato per le violazioni
della legalità, per esempio nel
corso degli scioperi: ferrovie bloccate, autostrade
interrotte, manifestazioni aggressive. Non dico
che bisognerebbe mettere in atto, nei confronti
dei facinorosi, una reazione drastica come quelle
delle dittature (che infatti non hanno mai manifestazioni
violente di piazza), ma perché tollerare
un reato in flagranza? Perché permettere
che sia impedito ai cittadini di usare la strada o
la ferrovia che hanno contribuito a creare e mantenere
con i loro soldi?
Chi tollera l’illegalità
deve mettere in conto la sbavatura, l’eccesso
di aggressività, il colpo
non previsto e magari casuale, oltre che l’intervento
di un piccolo delinquente protetto dall’anonimato.
La tragedia che occasionalmente si
verifica non è imprevista, è naturale
come è naturale un incidente d’auto mortale
in una corsa che si svolge con spettatori
ai margini, come al tempo della Mille Miglia. Ciò
che si è verificato a Catania poteva verificarsi
dovunque, non è questione di terroni o polentoni:
se no che cosa sarebbero gli hooligans, super-polentoni?
L’Italia non solo tollera da tempo
immemorabile l’illegalità, ma
addirittura glorifica un Carlo Giuliani perché
è morto durante la nobile impresa di cercare
d’ammazzare un carabiniere. Gli si intitola
anzi una stanza in Parlamento. In queste condizioni,
c’è da meravigliarsi che ci scappi il morto
ogni tanto? C’è solo da meravigliarsi che non
ci scappi più spesso.
In Italia non sono permessi gli idranti,
magari con un liquido colorato per
identificare i facinorosi. Non si sente parlare
di pallottole di gomma. Non si usano mezzi
brutali per reprimere l’illegalità e nel caso
che un violento – quelli che non sono andati a casa
quando il cielo s’è annuvolato lo sono
tutti – ci lasci le penne, la polizia viene esaminata
con tutta la severità del codice penale
letto in una stanza pulita, silenziosa, e in cui l’usciere
bada che non si sia disturbati. Delle conseguenze
dei moti di piazza ha più da temere la polizia che
gli stessi rivoluzionari immaginari. Ragazzi viziati
ma non per questo meno disposti a colpire e far male.
In questa occasione, la radio, la televisione,
i giornali, tutti si sono solo lasciati
andare ad uno tsunami di retorica. Che non
serve a niente. Ci fosse stato un migliore
ordine pubblico, Raciti non sarebbe morto.
E neanche quello sventato di Carlo Giuliani.
È sull’ordine pubblico che bisogna piangere.
Infine io sono catanese come potrei
essere trentino. Non vivo a Catania,
vivo a casa mia. E la città non m’interessa
- né per sostenerla né per condannarla
- più di quanto m’interesserebbero Grosseto
o Narvik. Non frequento lo stadio, non m’interesso
di calcio e cerco anzi di nascondere la mia sostanziale
meraviglia per l’importanza che si dà a
questo gioco meno bello e dal risultato più aleatorio
di tanti altri.
In conclusione i “fatti di Catania”
non sono i fatti di Catania. Sono i fatti
dell’Italia. Stavolta un povero poliziotto
è morto qui, fosse morto a Macerata,
sarebbero stati i fatti di Macerata. Fosse successo
a Pordenone ci si chiederebbe se gli abitanti
di Pordenone non siano più violenti di
quelli di Cuneo o Trapani. Stupidaggini. Come una stupidaggine
è sospendere il campionato per una domenica
o due. Sarà cambiato qualcosa, dopo?
La verità è che dovunque
si tolleri la violenza si cova la morte.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 5 febbraio 2007
Breve e appassionata storia del
kibbuz
Mi sono sempre chiesta quale fosse
il motivo dell' avversione dei giovani
di sinistra per Israele. Non ho mai avuto risposta
e continuo a pensare che i giovani,
sognatori per natura, dovrebbero provare amore
per un paese nato dall'idealismo e dal lavoro.
Soprattutto chi si dice di sinistra
dovrebbe rispettare l'unico paese
al mondo dove si e' realizzato il socialismo democratico
con il fenomeno unico del kibbuz.
Invece no!
Loro odiano Israele e la loro simpatia
va tutta al buio violento e assassino
dei suoi nemici arabi e islamici, questi giovani
di sinistra dimostrano di preferire la violenza
della dittatura anziche' guardare alla realta'
di un piccolo Paese che si difende strenuamente
con coraggio e senza mai mettere in discussione i valori
democratici che lo hanno guidato dal giorno della
fondazione.
Quando, verso la seconda meta' dell'
800, i primi chaluzim ( pionieri) arrivarono
in Palestina dalle varie nazioni europee,
per ricongiungersi agli ebrei, per lo piu' religiosi,
che vivevano e pregavano nelle citta' sante
di Israele, la regione, sotto il dominio
ottomano, era abitata da tribu' seminomadi
di beduini in continua guerra con gli arabi insediati
nei villaggi in mezzo al deserto.
La vita era misera, le malattie imperversavano,
la terra era desolata come la descrivono
tutti i viaggiatori che ebbero la ventura di
attraversarla.
La vita dei primi pionieri fu di estrema
fatica e pericolo, lavoravano spaccandosi
la schiena, nel fango, nella sabbia, nelle
paludi che avevano infestato di malaria tutta
la zona e dovevano difendersi dai banditi di
una regione selvaggia e senza leggi.
Faticavano perche' volevano creare
un'isola di pace per gli ebrei perseguitati
in Europa; erano tutti giovani , non abituati
alla fatica fisica, erano studiosi, medici, studenti,
uomini e donne insieme, si tirarono su le maniche,
misero in spalla il fucile per difendersi dai
predoni, presero tra le mani pala e piccone e incominciarono
a spaccare i massi del deserto sassoso di Palestina.
Bonificarono le paludi, risanarono
la zona dalla malaria che mieteva morti
in quantita' fra gli arabi , guarirono dal tracoma
i figli dei beduini, e furono un faro per altri
giovani ebrei europei ardenti di ideali e desiderosi
di vivere come ebrei senza paura e senza piu'
umiliazioni.
Furono un faro anche per gli arabi
dei paesi limitrofi che arrivarono
a cercare lavoro presso gli ebrei.
Nel 1909 un gruppo di giovani rumeni,
10 ragazzi e due ragazze fondarono,
sul Mar di Galilea, (Lago di Tiberiade) il primo
kibbuz, Degania. Costruirono delle capanne
e incominciarono a lavorare. Nel 1932 erano
gia' 1000 persone.
Oggi Degania vive di turismo
e di agricoltura ed e' un meraviglioso kibbuz
bagnato dalle acque del lago.
A quel primo kibbuz molti altri ne
seguirono dal nord fino all'estremo sud
del paese, quasi vicino al Mar Rosso, kibbuzim
laici e religiosi, alcuni con migliaia di membri e
altri con poche decine, alcuni sul mare altri
in mezzo al deserto a coltivare pomodori, verdure,
fiori.
Il lavoro dei pionieri ha reso Israele
lussureggiante, i pozzi artesiani
costruiti con tanta fatica perche' significava
scavare per centinaia di metri fino a
trovare l'acqua, si trasformarono in kilometri
di tubi che portavano la benedizione dell'acqua in
tutto il paese con una rete idrica perfetta e il
Movimento divenne la spina dorsale di Israele
e l'espressione stessa del sionismo e della liberta'.
Il kibbuz e' una comunita' che si
basa sulla totale democrazia, ogni
decisione viene presa tra tutti i membri che,
al compimento del diciottesimo anno,
hanno facolta' di parola e di voto.
Ogni figlio del kibbuz e' figlio della
comunita', tutti si prendono cura dei
bambini anche se la Guerra del Golfo, con
la paura dei gas tossici e dei missili di Saddam Hussein,
ha trasformato questa realta' e i
genitori hanno voluto i figli a casa. Si sono
svuotate le case dei bambini, situate sempre
al centro della comunita' per essere difese meglio,
e si sono ingrandite la case delle famiglie.
Oggi il kibbuz non e' solo una comunita'
agricola ma si e' trasformato in centri
scientifici; in scuole di agricoltura; in
centri industriali con fabbriche di vario
tipo, dai mobili agli occhiali; in centri
ittici dove si allevano pesci ornamentali che vengono
esportati in tutto il mondo; in allevamenti
di cavalli, di lama, in fattorie collettive dove
le mucche pascolano nei prati e le colture sono
biologiche.
La trasformazione e' avvenuta per
stare al passo coi tempi ma la vita delle
persone e soprattutto i loro ideali sono rimasti
intatti.
Il kibbuz e' diventato anche il luogo
migliore per abituare i nuovi immigranti
alla realta' di un paese diverso da quelli
di origine, a Israele dove la vita non e' facile,
dove si lavora molto, dove si conosce la paura della
guerra e del terrorismo, dove ci si sacrifica
ancora per un ideale.
I Falasha', gli ebrei etiopi, che
hanno tante difficolta' ad inseririsi
in una societa' tecnologicamente avanzata e
moderna trovano in queste comunita' la sicurezza
che la vita di citta' non puo' dare e che tanto li
spaventa.
Il kibbuz ricorda loro i valori del
villaggio africano dove tutti aiutavano
tutti, dove i bambini erano figli di tutti,
dove nessuno era mai solo.
Si insegna l'ebraico ai nuovi arrivati
da tutto il mondo, si educa ai valori
dell'uguaglianza e della dignita' umana e a
conoscere la cultura e la storia di Israele
.
Il kibbuz e' stato anche il rifugio
per i libanesi che, per non essere uccisi
da hezbollah, dovettero fuggire dal Libano
nel 2000 quando Israele si ritiro' dalla fascia
di sicurezza. Vennero accolti, protetti,
impararono l'ebraico e oggi molti di loro sono completamente
inseriti nella vita del Paese, lavorano e
mandano i figli a scuola e non abbandonano il kibbuz.
Col passar del tempo,
per innumerevoli motivi: la voglia di citta' dei
giovani, il benessere, il consumismo, il processo
di pace che aveva esaltato tutti e il pericolo dei missili
di Saddam Hussein, il Movimento e' entrato in crisi
e ha perso molti membri, persone che volevano avere un lavoro
diverso, piu' soldi, meno regole, piu' divertimenti ma
e' stato un problema temporaneo perche' le radici non si
cancellano e l'ideale sionista vive ancora.
Oggi il kibbuz e' rinato a nuova vita
e ha ricominciato ad assorbire altri
giovani, intere famiglie, tutte persone desiderose
di tornare alla natura, all'idealismo,
all'origine di Israele e dei suoi valori. Molti
israeliani stanno tornando ad apprezzare gli
ideali dei Padri Fondatori, di quei pionieri che non chiedevano
che di poter lavorare per sviluppare la
Terra che amavano e per la quale erano disposti a
fare ogni sacrificio.
I kibbuzim gia' esistenti vengono
ingranditi, altri vengono fondati, vengono
anche affittate case ai "cittadini" che
godono di tutti i servizi della comunita' ma, a differenza
dei mebri , non hanno diritto di voto,
sono semplici affittuari felici di godere della
vita pastorale che hanno un consiglio interno
per rappresentare i loro interessi all'interno
del kibbuz.
Il numero dei "kibbuznikim" (abitanti
del kibbuz) sale ogni anno dell'1% e all'ufficio
dei kibbuzim di Tel Aviv c'e' la ressa,
le richieste sono innumerevoli tanto
che si pensa di aumentarne la popolazione di 30.000
nuovi membri.
I "figli del kibbuz" ritornano, molti
per nostalgia e altri perche' la vita
vi si e' fatta meno faticosa, il lavoro meno
pesante e le regole, ferree fino a qualche anno
fa, piu' miti e accettabili persino dai giovanissimi.
Molti anni fa Bruno Bettelheim scrisse
un libro meraviglioso e oggi introvabile
che si intitolava "I figli del sogno", figli
nati per creare un paese dal nulla, un
sogno realizzato con immensa fatica e tanti
morti, un sogno che molti hanno tentato e tentano
di distruggere, un sogno realizzato che alcuni
definiscono un cancro.
Un cancro eh? Civilta', cultura, prati
verdi, coltivazioni nella sabbia che
non si sa come fanno a crescere.
Un cancro, vero? Tecnologia, ricerca
scientifica da cui tutto il mondo trae vantaggio,
democrazia e gente che lavora, produce
e crea.
Un cancro? diciamo una perla incuneata
nell'immensita' dell'odio, della
barbarie e del rifiuto arabo, una perla che
tutti vorrebbero depredare.
Un cancro? Israele
e' l'unico paese al mondo dove, alla
fine del 20 secolo, gli alberi sono aumentati
anziche' diminuire.
Un cancro? Israele ha dato al mondo
il primo movimento ecologico, il
Keren Kayemet LeIsrael, fondato nel 1902.
Un cancro? Israele ha dato al mondo
il sindacato, l' Histadrut, nato nel
1920. Gli ebrei sono stati quindi l'unico popolo
a creare un sindacato senza avere uno
Stato.
Un cancro? Alla sua fondazione Israele
aveva gia' ospedali, scuole, universita',
centri di ricerca, teatri, il tutto creato tra
enormi difficolta' nei primi anni del '900
quando ancora non esisteva la speranza concreta
di avere uno Stato.
Un cacro, eh? magari ci fossero
tanti cancri del genere in giro per il
mondo.
Come e' possibile, dunque, che
molti giovani europei odino chi ha
costruito un Paese con l'ideale dell'amore,
con la fatica, la volonta', la speranza
di un mondo e di una vita migliori creando dall'assoluto
nulla un Paese che poteva essere per tutti
gli abitanti della zona ma che gli arabi hanno rifiutato
negandone il diritto all'esistenza.
Se c'e' un popolo che qui ha diritto
di esistere questo e' il popolo ebraico
perche' la Terra e' di chi la ama e la rispetta,
la nutre non di chi la distrugge.
Come si puo' odiare una democrazia
con un passato cosi' doloroso per simpatizzare
con chi vuole eliminarla?
Come e' possibile che i giovani italiani
odino i giovani israeliani conoscendo i loro
sacrifici e il pericolo quotidiano di
morire a vent'anni?
Tante domande senza risposta che
riempiono di malicnonia ma per fortuna
i Figli di Israele non badano ai loro
coetanei europei che li insultano, li calunniano,
li scacciano dai locali quando vanno all'estero,
per fortuna i Figli di Israele hanno altro a
cui pensare e altro in cui credere.
Hanno un Paese che amano, che e' in
continuo sviluppo e che devono difendere
dai predatori.
Per fortuna i Figli del Sogno
tornano sempre a casa .
http://www.kibbutz.org.il/eng/welcome.htm
Deborah Fait. - www.informazionecorretta.com
- www.deborahfait.ilcannocchiale.it
IL CREAZIONISMO PUÒ ESSERE SCIENTIFICO?
Il creazionismo è la teoria che
afferma l’insufficienza dell’evoluzionismo
per spiegare l’esistenza di tante specie
di esseri viventi. Esso nasce dalla convinzione
che la strabiliante e ordinata complessità
della natura non può essere effetto del caso.
Dunque alcuni ipotizzano un dio creatore
(creazionismo), altri si fermano alla constatazione
che nella natura può ravvisarsi un progetto intelligente
(intelligent design, I.D.). Questa seconda ipotesi
tuttavia rinvia alla prima, dal momento non può
esistere un progetto se non esiste un progettista.
La discussione – iniziata nell’Ottocento – ha avuto
una ripresa negli anni recenti. Qui si vorrebbe solo vedere
se in linea astrattamente teorica sia possibile dimostrare
scientificamente il creazionismo.
Innanzi tutto va detto che l’affermazione
per cui “la strabiliante e ordinata
complessità della natura non può
essere effetto del caso” significa esclusivamente
“io non ci credo”. Cosa legittima ma che non
costituisce certo una dimostrazione. Chiunque ha
il diritto di dire “non credo alla relatività di Einstein”,
ma questo scetticismo non ha nessun valore scientifico.
Chi dice “io non credo al caso” non ha più
armi dialettiche di chi gli risponde “io invece sì”.
Poi vediamo in che modo i creazionisti
potrebbero sostenere che l’I.D.
è scientificamente inevitabile. Essi potrebbero
dire: immaginiamo che Giuseppe e Giovanni siano
murati in una casa senza aperture e che il
giorno dopo, abbattendo il muro dell’ingresso, si
trovi che Giuseppe è stato ammazzato a coltellate.
Chi potrebbe essere l’assassino? Noi non abbiamo
assistito all’assassinio, non abbiamo prove a carico
di Giovanni, ma ovviamente Giovanni è
il colpevole visto che scientificamente non può
essere stato nessun altro. Nello stesso modo, se il
reale non può essere il frutto del caso, diviene scientificamente
vero che ci deve essere qualcosa oltre il caso,
oltre il constatabile, oltre la materia.
Il ragionamento è impressionante
ma ribaltabile. Riprendiamo l’ipotesi.
Apriamo la casa e troviamo Giuseppe ammazzato
e Giovanni vivo e vegeto. Dal momento che in casa
non ci poteva essere nessun altro, e dal momento
che non crediamo che Giovanni sia capace di uccidere qualcuno
(esattamente come qualcuno crede il caso incapace di
dar luogo alla vita), ne deduciamo che il signor I.D.,
anche se non sappiamo nulla di lui e come ha fatto,
è intervenuto nella casa uccidendo Giuseppe.
Come si vede il ragionamento dei creazionisti
è fallace per due ragioni:
perché si passa dal livello scientifico
(un uomo può uccidere un altro uomo) al livello
metafisico (l’autore non materiale di
un progetto intelligente), e poi perché si passa
da un “non credo” ingiustificato ad un “credo”
altrettanto ingiustificato.
È lecito credere alla creazione
e perfino, in barba a tutta la geologia,
al fatto che il mondo sia stato creato nel 4004
avanti Cristo, come qualcuno calcolò.
Ma perché pretendere che questo sia razionale,
innegabile e fondato sulla scienza? È
sufficiente che sia fondato sulla fede e non si vede
perché non ci se ne debba accontentare.
Lo “spirito”,
il progettista intelligente ed anche Dio sono
fuori dall’ambito delle cose che si possono
osservare. Dunque la scienza riguardo a
loro non può dir nulla, non può
affermare né la loro esistenza né la loro
inesistenza, talmente tutto ciò è fuori
da ciò che può maneggiare con i propri
strumenti. È come se la scienza dicesse “non
chiedete a me di confermare o smentire le vostre credenze.
Esattamente come non posso confermare o smentire
l’affermazione per cui il David di Donatello è una
statua bellissima”.
Tornando al livello teorico, anche
ad ammettere che il reale non possa
essere effetto del caso non se ne può dedurre
né Dio né un Divino Progettista (dal
momento l’Intelligent Design senza il Designer
non ha senso). Infatti, dal non sapere una cosa
non se ne deduce un’altra, soprattutto se quest’altra
cosa è un deus ex machina, una soluzione
non in linea col problema. Se si pone il problema
di quante volte bisognerebbe gettare dieci dadi perché
essi diano tutti quanti un sei, i competenti di
statistica si lanciano in calcoli complicati e vengono
fuori con numeri enormi (sei alla decima?), tanto
che si ha tendenza a dire: il fenomeno è impossibile!
Ma impossibile non è la parola giusta. La parola
giusta è “rarissimo”. Se fosse impossibile i competenti
di statistica non potrebbero calcolarlo.
Con la statistica, e in generale
col caso, si rimane nell’ambito del problema.
Se invece si sostiene che “si potranno avere dieci
dadi che mostrano un sei solo se un dio viene a girare
tutti i dadi nel modo giusto” si formula un’affermazione
fuori dalle probabilità statistiche,
e dunque fuori dalla scienza. La scienza non
può ipotizzare cause che non siano materiali.
È questo il discrimine essenziale.
Nessuno può dimostrare che Dio non
esiste (Kant), nessuno può negare la possibilità
che Dio abbia creato il mondo, poco importa quando
e in quanto tempo: i credenti hanno tutto
il diritto di credere ciò che credono. L’unica
cosa inammissibile è che essi pretendano
di credere in qualcosa di scientifico. La scienza
non può che formulare affermazioni sulla base del
metodo galileiano. Parlare di creazione – che fra
l’altro andrebbe contro il principio fisico per
cui nulla si crea e nulla si distrugge – è scientificamente
un’eresia, anzi una balordaggine. Come chi affermasse
come verità scientifica la bellezza di un quadro
o dicesse che il verde è scientificamente immorale.
I creazionisti dovrebbero capire
che il fatto che gli scienziati neanche
vogliano discutere con loro non è il risultato
di un pregiudizio o di una forma di ostilità
alla religione. Essi si comportano come dei
chimici che si rifiutassero di discutere con dei musicisti,
sulla base della musica di Mozart, che CO2
non è la formula dell’anidride carbonica.
Il creazionismo non dovrebbe superare
la soglia della chiesa. Già il
sagrato non è più di sua competenza.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 3 febbraio 2007
Massima del giorno
Se sono egoista con te e tu con
me, alla fine pareggeremo. Lo stesso
se siamo generosi. Ma nel primo caso saremo
all'inferno, nel secondo in paradiso.
G.P
MOLLICHINE
Morti e feriti negli scontri fra Hamas e Fatah.
Preoccupazioni in occidente, ma
infondate: in loco le considerano discussioni
politiche.
Tutti i paesi dell’Onu non negano
l’Olocausto. Alcuni anzi l’approvano.
Testimone di Geova fa condannare
i medici che l’hanno salvata con
una trasfusione che lei rifiutava. Così
imparano. E pensare che avrebbe potuto
imparare lei!
La Cassazione chiede riforme al
governo sulla giustizia. Otto mesi
di vacanza l’anno?
Mastella: processi in cinque anni
o vado via. Ma ci vorranno cinque anni
per saperlo.
Ahmadinejad: “Israele scomparirà”.
Eh sì: tout passe, tout
lasse, tout casse. Anche Ahmadinejad.
L’Alitalia è in deficit per
opera di dipendenti e sindacati.
Non bisognerebbe cambiare la proprietà
ma i dipendenti e i sindacati.
Veronica umilia Silvio per i complimenti
fatti in pubblico a delle belle donne.
Così impara. Certe cose si fanno in privato.
Una battuta non mia: “Ségolène
Royal ha lo stesso problema
della Garbo: passare dal muto al parlato”.
Il segretario della Cei: “Per le
convivenze eterosessuali basta il
codice civile”. Meno male. Temevamo dicesse
penale.
Un merito della vicenda Veronica:
mi ha dispensato per un giorno dall’ascoltare
le rassegne stampa.