ARCHIVIO FEBBRAIO 2007




IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN
Marco Follini è al centro dell’attenzione del momento e si può esaminare il suo caso particolare. Ci si servirà dell’intervista concessa al “Corriere della Sera”il 24 febbraio 2007. Più di 1.500 parole fumose, sottili e inconsistenti. Se ne esce storditi come quando si ascoltano le spiegazioni di un competente di elettronica senza capirle e senza esserne convinti, visto che l’uomo non ispira fiducia. Tuttavia si identificano due punti interessanti. Innanzi tutto, come previsto, il traditore sostiene d’essere stato fermo mentre si è spostato il mondo. Le parole sono: “Ho il vezzo di dire sempre le stesse cose, a costo di una certa monotonia”.  Ma si può lasciare lì questa scusa pietosa e passare al punto centrale.
Il traditore si giustifica con un bene più grande della sua propria rispettabilità. Se poi è megalomane, si propone come il salvatore della patria. E infatti Follini dice: “Non milito da quella parte [il centro-sinistra]. Indico obiettivi che dovrebbero appartenere al senso comune degli uni e degli altri. Il mio è il tentativo di sottrarre il governo, e quindi la politica, alle pressioni delle minoranze più laterali. Mi propongo di partecipare, se ci riesco, alla costruzione di un nuovo centrosinistra, e di ancorare questa costruzione più vicino al centro”.  Fino ad ora, la confusione delle lingue. Ora arriva Follini e il governo non subisce più i ricatti dei Comunisti Italiani, dei Verdi, di Rifondazione, di Caruso o di Casarini. Se l’uomo non fosse polverosamente democristiano e se avesse il senso dell’umorismo, si direbbe che parla come il barone di Münchhausen. Prima la posizione dell’Italia nel mondo è in discussione e tutto è in crisi, poi con Follini tutto si appiana. Come quando Gesù calmò con un gesto una tempesta sul lago di Tiberiade. Uno si stropiccia gli occhi.
Follini non ha detto queste baggianate distrattamente. Infatti dice ancora: “Concorro alla ricerca della salvezza politica ma soprattutto all'evoluzione del centrosinistra”. La salvezza della politica! Bontà sua, usa il verbo “concorro”, ma è chiaro che, senza di lui, il mondo crollerebbe. E infatti aggiunge: “A lungo ci siamo chiesti: come se ne esce? Con il mio voto cerco di dare una risposta”. E gli occhi sono irritati, a forze di stropicciarli.
Questo senatore dell’Udc non ha né la grandezza di un Bruto, né la scaltrezza di un Temistocle e neppure idee chiare. È solo un rompiscatole vocazionale. Domani potrebbe dare fastidio al centro-sinistra senza neppure ricavarne un vantaggio personale, facendo sorgere il dubbio che sia uno sciocco. Nella galleria delle statue, non starà certo accanto a Charles De Gaulle.

Gianni Pardo,  - 25 febbraio 2007


Pap Khouma, direttore di El Ghibliì: intervista sul Senegal
D: In quale situazione politica, sociale, umanitaria giunge il Senegal a queste imminenti elezioni presidenziali?

Posso dire che ciò che so per esperienza indiretta sul mio paese, in virtù dei contatti che ho dall’Italia. E’ difficile pertanto esprimere un parere netto. Il Senegal resta uno dei paesi più poveri del mondo, anche se dai dati che rilevo, dicono che la situazione sta cambiando, sul piano economico c’è stata anche una crescita di più del 5%, almeno fino a quando non c’è stata l’aumento del prezzo del petrolio nell’estate scorsa. Non si può parlare di grandi cambiamenti, perché nel caso del Senegal, si parte da una base, se non nulla, comunque molto lontana e nel complesso lo standard economico è tutt’altro che roseo.
Sul piano sociale mi sembra che ci sia abbastanza libertà d’espressione. Ad esempio su un sito che si chiama “Reuni” vedo uno scambio di opinione molto vivace, soprattutto nell’ultima settimana della campagna elettorale; insomma la gente è libera di dire ciò che vuole ed al di là di tutto, sia il presidente della Repubblica che gli altri candidati non si sono lanciati accuse gravi.

D: Eppure in questi giorni perfino la Chiesa Cattolica, come i Capi Spirituali Islamici, i Marabut, hanno invitato alla calma la popolazione e le manifestazioni sono aumentate, con l’avvicinarsi delle elezioni. E’ il segno che potrebbe verificarsi qualche disordine?

No. Non credo. Poco più di dieci giorni fa i leader dell’opposizione sono stati fermati per qualche ora, a causa di un corteo non autorizzato, però non ci sono stati incidenti. Sul normale e pacifico svolgimento delle elezioni sono abbastanza fiducioso.

D: In questi sette anni di presidenza di Wade, il Senegal è cresciuto notevolmente ed è diventato un vero e proprio cantiere, caratterizzato da attività economiche sempre maggiori, incentivi per le imprese. Insomma il Senegal si è attivato molto. Come giudica questa situazione?

Gli indicatori di crescita attuali sottolineano che nel 2011 o nel 2012 il Senegal entrerà a far parte del gruppo dei paesi emergenti, sempre però che la crescita annua del 5% di questi anni riesca a rimanere costante. Ma comunque, ripeto, la situazione nel complesso non cambierà. La povertà potrà diminuire in alcune aree, ma il paese continuerà a fare fatica. Ci vorrà molto tempo e bisogna tenere conto del fatto che il Senegal non ha risorse, non ha petrolio, ha soltanto il mare e la pesca. Il resto del paese è costituito dalla Savana.

D: Ecco, il nodo della pesca è cruciale. Fino a pochi anni fa il Senegal aveva uno dei mari più pescosi, poi sono arrivati i barconi europei e asiatici a rastrellare cernie, orate e sogliole per i mercati occidentali…

E’ sempre stato così e continuerà ad essere così. Dagli spagnoli, ai giapponesi, ai cinesi, che sicuramente arriveranno anche lì tra pochissimo. Continuerà ad essere così a meno che il Senegal non inizi ad organizzarsi, cosa difficile con i politici corrotti da cui è governato. C’è stato un periodo politico durante la presidenza di Abdou Diouf, il predecessore di Wade, in cui gli scandali di corruzione si susseguivano e gente povera diventava ricca in maniera molto sporca, purché vicina al governo. Wade è lì da sette anni e la storia si è ripetuta. Egli è diventato smisuratamente ricco ed ha arricchito il suo entourage. Insomma la corruzione continua. Fino a quando ci sarà gente che invece di governare penserà ad andare al potere per scopi personali o per arricchire i propri parenti, è difficile pensare che il Senegal possa uscire da quest’era drammatica.

D: Nella regione meridionale del Casamance, prosegue la guerriglia di chi chiede l’indipendenza dal paese? Come mai in questa regione continua questo stato di assedio?

E’ un conflitto che dura in realtà da più di venti anni. Il mese scorso è morto l’Abbé Diamachoune Senghor, il sacerdote cattolico che ha fondato il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance che ha scatenato inizialmente la guerriglia. Dopo anni di arresti e ribellioni, ha firmato un accordo di pace nel 2004, ma come si sa, in queste cose ci sono sempre gli estremismi. Io non posso comprendere un tipo di ribellione interna al Senegal, perché ho una visione più ampia, una visione panafricana. Sono d’accordo con Obikwolo, c’è bisogno di un’unione fra stati africani, di una confederazione e questo può essere anche il modo per cambiare la situazione economica, ma anche sociale di diversi paesi “balcanizzati” africani. Io tendo al pensiero di Kwame Nkrumah, ex presidente del Ghana che è un panafricanista convinto. Io sono per le entità regionali, se non continentali. Ad esempio una federazione che va dal Senegal, al Niger, al Togo, al Benin, che pur conservando la loro autonomia possano federarsi.

D: Il Senegal ha abolito la pena di morte nel 2004 ed ancora prima ha instaurato un regime democratico pluripartitico. Il paese non ha mai subito un colpo di stato (l’unico in Africa). E’ dunque un modello di democrazia per tutti i paesi africani?

Sì, già dagli anni Settanta il Senegal può contare su un sistema pluripartitico; prima i partiti che avevano accesso alle elezioni erano solo tre. Attualmente però la cosa è diventata paradossale, visto che ci sono quindici candidati che concorrono alle elezioni. Il Senegal è stato uno dei primi paesi ad aprirsi in questo senso, ma basta avere cinquanta partiti per definirsi “democratici”? Certamente c’è stata anche l’alternanza, ma questa c’è anche a Capo Verde, anche nel Mali. Ci sono piccoli passi di democrazia.

D: Torniamo alle elezioni. Nella competizione è favorito anche il vecchio presidente Wade, o i suoi avversari Seck o Nassa potranno insidiarlo?

Il presidente attuale è ancora fortemente favorito. Niassa è un personaggio altrettanto vecchio e ripetitivo. E’ stato già in politica con il primo presidente Senghor, poi con Diouf; Seck è un personaggio troppo controverso, è stato più volte accusato di corruzione, di voto di scambio. Penso che Wade possa vincere facilmente.

D: Esistono rapporti politici oltre che di vicinanza sui temi dell’immigrazione fra il nostro paese ed il Senegal?

No, non molti. Wade è poco conosciuto qui in Italia. In passato con i socialisti, durante il governo Craxi c’era un rapporto forte di collaborazione e vicinanza con l’internazionale socialista e quindi con il partito socialista senegalese di Diouf. In ogni caso già dal 1987, o poco prima i senegalesi all’estero, per la precisione in Italia possono votare per corrispondenza.

D: Per il rilancio dell’Africa e per un progetto panafricano, reputa importanti i Social Forum, l’ultimo dei quali si è tenuto proprio in Africa, a Nairobi?

Non so cosa hanno prodotto i vari Social Forum da Porto Alegre in poi. Non sono inutili, ma non servono alla causa del panafricanismo. L’unità degli africani può partire unicamente dagli africani. E’ vero che esiste l’Unione Africana, che crea già un’ integrazione fra i diversi Stati africani e di cui si sente parlare molto nei giornali, ma non funziona perché la gente non è coinvolta e tutto diventa un semplice discorso fra capi di vertici e presidenti.

Pap Khouma è direttore responsabile della rivista on-line sull’immigrazione El Ghibli, Per dodici anni ha girato l'Italia, invitato da scuole di diverso ordine e grado a svolgere "lezioni" sulla storia e la cultura africana, e sui temi della multiculturalità. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali, presso le maggiori università italiane (Milano, Roma, Bologna), sui grandi temi dell'immigrazione, della cultura e della letteratura , e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti (Africa/Italy: an interdisciplinary international symposium, Miami University, Oxford, Ohio; Immigration et intégration, Sénégal/ Italy/ France, Northwestern University of Chicago; Società multiculturale, Queen's College of New York; Letteratura degli immigrati in Italia, Casa italiana of New York University).
 

Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio


I DODICI COMANDAMENTI COMMENTATI
Ecco i dodici punti imposti da Prodi per la rinascita del governo
1. «Rispetto degli impegni internazionali e di pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall'appartenenza all'Unione Europea e all'Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan. Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all'estero».

L’Italia, se è un paese civile, mantiene gli impegni assunti. Questo punto dunque è peggio che tautologico. È come se un cittadino s’impegnasse a non uccidere e non rubare. Il semplice fatto che dichiari una cosa del genere è come se ammettesse d’essere un potenziale ladro o un potenziale assassino. Ed è triste dover dire che, trattandosi dell’Unione, l’impegno è utile: la tentazione di delinquere, come si è visto, è stata e potrebbe ancora essere forte.
2. «Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione».
E chi può disinteressarsi di cultura, scuola, università ecc.? Forse la novità consiste nel fatto che l’impegno è “forte”…
3. «Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione). Impegno sulla mobilità sostenibile».
Tav. Ecco un impegno chiaro e serio. Quasi stupisce. Anche se, per la verità, esso deriva dal punto uno: l’Italia si era già impegnata, per questo “corridoio europeo”, e il fatto che si sia fatto per mesi il pesce in barile indica solo, oltre la debolezza del nostro esecutivo, la nostra vocazione alla trattativa interminabile e levantina.
4. «Programma per l'efficienza e la diversificazione delle fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e realizzazione rigassificatori».
L’accenno alle “fonti rinnovabili” è aria fritta, ma quello ai rigassificatori no. Se sono utili, ben vengano. Rimarrà da vedere se sia più forte il governo di Roma o il consiglio comunale di Leccapadella del Morto o quello di  Grattalazucca sulla Melassa.
5. «Prosecuzione dell'azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell'ambito dei servizi e delle professioni».
La parola qualificante è “prosecuzione”. Significa che si attaccheranno non le inefficienze burocratiche e i poteri forti, ma gli artigiani, gli indipendenti e tutti coloro che non hanno santi nel paradiso del centro-sinistra. Come prima. Alcuni toccheranno ferro.
6. «Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza».
La solita giaculatoria.

7. «Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)».
Ottimo proposito: ma non è Prodi che ha creato il governo più elefantiaco della storia repubblicana? Abbiamo capito: è un’altra giaculatoria.
8. «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l'unificazione degli enti previdenziali».
Questo, come il caso della Tav, è un impegno serio. Ma è vago. Non sarebbe stato meglio scrivere meno parole ma almeno queste tre: “applicazione dello scalone”? La “compatibilità” è una parola ad elastico con la quale si potrebbe rinviare tutto ai nostri nipoti.
9. «Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l'estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido».
Malgrado la grande visione dell’azione politica e le parole robuste che la descrivono, il punto è inutile. Quando si parla di aumentare gli assegni familiari o aumentare gli asili nido, si è tutti d’accordo: il problema è quello del finanziamento.
10. «Rapida soluzione della incompatibilità tra incarichi, di governo e parlamentari, secondo le modalità già concordate».
Se questo proposito è “secondo le modalità già concordate”, che necessità c’era di scriverlo? E se, pur essendo “secondo le modalità già concordate”, prima non è stato applicato, perché dovrebbe esserlo ora? O bisogna credere che tutti i punti del programma che non sono ricordati nel dodecalogo non sono più validi?
11. «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell'esecutivo».
Il portavoce del presidente diviene portavoce dell’esecutivo. E nessun altro avrà il diritto di parlare? Questo punto o è inapplicabile o è dittatoriale. Solo Stalin riuscì a far star zitti tutti. E poiché Prodi non è Stalin, questo punto somiglia ad una grida manzoniana.
12. «In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all'azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto».
Innanzi tutto, se le parole hanno un senso, in caso di contrasto il governo non ha una posizione unitaria. Dunque non si tratta dell’“autorità di esprimere” la posizione del governo, ma dell’“autorità di deciderla”. E questo dovrebbe significare che Prodi – visto che qualche contrasto c’è sempre - avrebbe il diritto di prevalere, da solo, sul Consiglio dei Ministri. Il che è leggermente anticostituzionale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 23 febbraio 2007

CRISI DI GOVERNO: UN PASTICCIO COMPIUTO DA PASTICCIONI
INTERVISTA A MASSIMO GRAMELLINI
D: Una crisi di governo annunciata…Forse troppo, al punto che già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori a vita?

GRAMELLINI: Un pasticcio compiuto da pasticcioni.

D: Che cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico, elezioni: quale l’ipotesi più concreta?

GRAMELLINI : Tutto come prima, tranne D’Alema, capro espiatorio

D: Il governo cade alla prima vera difficoltà in politica estera e mentre Londra annuncia il ritiro dei soldati da Kabul ed il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati in Iraq. Non è forse finita realmente la stagione delle truppe occidentali in Iraq ed Afghanistan?

GRAMELLINI: Siamo al crepuscolo di una politica, quella di Bush. Ma ancora non se ne intravede un’altra.

D:Quali saranno le reazioni del mondo, in particolare degli Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?

GRAMELLINI: Chiederanno che torni un governo il prima possibile e saranno accontentati

D: E’ possibile pensare ancora ad una riforma elettorale oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?

GRAMELLINI: La riforma, come sempre, la faranno i cittadini con il referendum.

D: E giungiamo alla “fantapolitica”. Elezioni, il prossimo anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro, da tempo dissociatisi dalla Casa delle Libertà?

GRAMELLINI: Non è detto, se l’Unione candidasse Veltroni. Ma in ogni caso non credo proprio che si voterà.

Massimo Granellini è vicedirettore ed editorialista de La Stampa.

Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio

TEMO UN PRODI BIS PIU' SVENTATO E MALDESTRO DEL PRIMO
INTERVISTA A LUCA SOFRI

D: Una crisi di governo annunciata…Forse troppo, al punto che già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori a vita?

Nessuno dei due: D’Alema ha fatto una cosa da paese normale, pur sapendo che il paese normale non è, ma sperando che la sua forzatura lo facesse diventare tale per un giorno. Gli è andata male: il paese non è normale mai, la maggioranza in senato troppo fragile per tollerare anche il minimo capriccio. Non è stato un accidente imprevedibile: è stato quel che era ovvio accadesse.

D: Che cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico, elezioni: quale l’ipotesi più concreta?


Temo un Prodi-bis, più sventato e maldestro del primo. Ma temo anche ogni alternativa. Il fatto è che non ci sono maggioranze compatte e apprezzabili. In Italia, non in parlamento.

D: Il governo cade alla prima vera difficoltà in politica estera e mentre Londra annuncia il ritiro dei soldati da Baghdad ed il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati in Iraq. Non è forse finita realmente la stagione delle truppe occidentali in Iraq ed Afghanistan?

Non so se sia finita: certo, vendere alla gente le ragioni per stare là anche a fare cose buone è diventato molto difficile, dopo tutte quelle cattive che sono state fatte.

D: Quali saranno le reazioni del mondo, in particolare degli Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?

Alzeranno un sopracciglio e si occuperanno d’altro, aspettando di sapere della prossima. (perché “tempestiva”?)

5)      E’ possibile pensare ancora ad una riforma elettorale oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?

È inevitabile. È vero che qui siamo capaci di tutti, ma la ripetizione di quella cialtronata mi pare impensabile. E tutti lo stanno dicendo.

6)      Arriviamo alla fanta-politica. Elezioni, il prossimo anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro, da tempo dissociatisi con la Casa delle Libertà? E che ne sarà del centro-sinistra ormai sfaldato?

Travolgente non c’è niente e nessuno. Se vincono, vincono grazie allo spappolamento della sinistra, come accadde – viceversa – all’ultimo giro. Quanto alla sinistra, le farebbe bene una bella batosta: ma non avverrà, e saremmo ancora con le crisi di governo nel 2020.

Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio

L'informazione su Blair
Non ci fosse stata la crisi di governo, oggi i giornali italiani avrebbero aperto sulla notizia data nelle pagine interne e cioè che "anche Blair lascia la guerra unilaterale di Bush". Basta aver letto, o ascoltato, il discorso di Blair  per sapere che è successo l'opposto. Oggi, per dire, il leftist Guardian non aveva nemmeno la notizia in prima pagina (al contrario del commie Independent). Gli inglesi resteranno anche per tutto il 2008 e sta addirittura per partire il principe Harry, pronti ad aumentare le truppe se le cose dovessero peggiorare. Ridurrano soltanto di 1.600 uomini il contingente a Bassora, perché lì non ci sono qaidisti né insurgents sunnit (ma ci sono le squadracce sciite). Comunque oggi Blair ha ribadito che "we have the full combat capability that is there, so if we are needed to go back in in any set of circumstances, we can. The whole purpose of us being in a support role is precisely to do that". (C.ROCCA, Foglio)

Il fattore «C» è svanito nel giorno della sfida
«Cuor contento, il cul l'aiuta!», ridevano i suoi uomini con un ritocco goliardico all'antico proverbio. E lui, Romano, ha fatto finta di crederci sul serio, che alla fine con un po' di fortuna tutto si sarebbe sistemato. E a chi toccava ferro perché il suo governo aveva giurato il 17 maggio proprio come nel '96, rispondeva: «Ma nooo! Stavolta non era venerdì 17!».
E per mesi aveva ostentato una fiducia esagerata: «È un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!». Macché. È finita come l'altra volta. Sorridevano tutti, a vederlo grondare d'ottimismo. Lui, incurante, tirava diritto: «Me l'ha insegnato mio padre. Diceva che quando i soldati vanno in guerra quelli con la faccia triste non tornano mai». Intorno era tutto un baccano di galletti e galline, pulcini e capponi decisissimi ciascuno ad avere tutto e subito: l'abolizione della Bossi-Fini e il ritiro dall'Iraq e la manica larga sugli spinelli e la chiusura del Cpt e i Pacs alla Zapatero e l'aliquota per i «ricchi» al 47% e il muso duro ai vescovi e una legge sull'eutanasia e la rimozione della riforma Moratti e la supertassa sulle jeep e mille altre cose ora clericali e ora laiciste, ora moderatissime e ora radicalissime. E lui: «Siamo sereeeni. Seri e sereeeni».
Ricordate cosa disse quando andò a Palermo ad appoggiare Rita Borsellino? Disse che sì, certo, c'era un po' di caos ma dovuto solo alla fase di collaudo: «Vi assicuro che presto il governo sarà a punto e girerà come il motore di una Ducati o una Ferraaaari». Lo fischiavano e sorrideva. Lo insultavano e sorrideva. Gli facevano gli agguati e sorrideva. Deciso a non darla vinta ai pessimisti che gli additavano i nuvoloni prefigurando bufere: «Conoscete la barzelletta? A un aspirante ferroviere viene chiesto cosa farebbe in caso di nebbia se ci fossero due treni in arrivo sullo stesso binario. "Agiterei la bandiera" risponde. E se la nebbia fosse così fitta da impedire di vedere la bandiera? "Accenderei le fiaccole". E se la nebbia fosse così fitta da impedire di veder le fiaccole? "Userei i petardi". E se la nebbia fosse così fitta da aver inumidito i petardi? "Allora chiamerei mia moglie: Rosina, vieni a vedere che disastro!"».
Insomma: perché avrebbe dovuto andare tutto storto? Poche settimane prima delle politiche aveva detto a Giampaolo Pansa: «Se vinciamo e si fa il governo, a quel punto non esiste una via di mezzo: se cado io, o se i miei mi fanno cadere, cade anche il governo e si va di nuovo a votare. A me non piace mediare. Voglio governare. Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri, non si discuterà, ma si deciderà». Sì, ciao. Una via crucis quotidiana. Con la maggioranza che al Senato perdeva un pezzo al giorno. E andava sotto su questo e sotto su quello. E via via si sfilacciavano i rapporti non solo politici ma umani.

Presidente, preoccupato? Ma no, rispondeva agli amici di Die Zeit dubbiosi su come avrebbe fatto a tener insieme i nove pezzi dell'Unione: «All´interno dei vostri due partiti di coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato molto più tempo a stringere il patto di coalizione rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente della Repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia. Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione comunista, i Comunisti italiani. Ma a confronto di Lafontaine, è qualcosa di abbastanza innocuo». Quindi, perché dare peso a qualche capitombolo?
Succedeva anche a Bettino Craxi, che se ne infischiava: «Sono stato presidente del Consiglio quattro anni, sono andato sotto 180 volte e non è mai accaduto nulla». E mentre gli elettori assistevano attoniti alla cagnara, che raggiunse l'apoteosi nella elaborazione della Finanziaria «modello avanti-indré», lui spargeva ottimismo come quando spiegò a Gianni Riotta: «Ci sono stati quattro casi di coscienza sull'Afghanistan, è vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni con più agio sarebbe stato più facile, ma così è più thrilling, c'è più avventura. Vuole la verità? È più sexy!».

Un martello pneumatico, era: «Abbiamo avuto l'incarico di governare dagli elettori di cinque continenti. E governeremo». «C'è l'impegno di tutti affinché questa coalizione vada avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è questa. Non cambia. Dura l'intera legislatura». «Resteremo uniti e governeremo per cinque anni, ridaremo all'Italia un ruolo serio e internazionale». «È una squadra, la nostra, coesa e omogenea, dureremo cinque anni». «Sono tornato ieri dalla Cina e non ho sentito nessuno che mi abbia detto che il governo non è fortissimo. La fiducia è totale, completa. Dureremo cinque anni». E le ruggini nella maggioranza? «Ripeto, il mio governo governerà. Punto». E sbuffava: «Sulle missioni internazionali si deciderà a maggioranza ma quando c'è da decidere, io decido».
Sullo sfondo, nell'immaginario suo e in quello degli altri, compreso Silvio Berlusconi che arrivò a sospirare «sì, questi reggono cinque anni», c'era sempre l'evocazione di quel «fattore C.» cantato ironicamente da Edmondo Berselli: «Il Culo di Prodi è una categoria mitologica. Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio preternaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile».
Macché, è finita come nel '98. E' andato alla conta e ha perso. E chi è stato stavolta, a volere il braccio di ferro? Massimo D'Alema. L'uomo che secondo Adriano Sofri «è cresciuto alla scuola di Craxi, il più grande giocatore d'azzardo del dopoguerra». Quello che, indicato dai più sospettosi come colui che aveva ordito la prima caduta di Romano, aveva mandato a dire per bocca di Fabrizio Rondolino che lui certi errori non li faceva: «Massimo, Mussi e Minniti fecero i conti il giorno prima. E mi ricordo che D' Alema, alle dieci di sera, ci disse: "Siamo sotto di uno". Lo sapevamo noi e lo sapevano anche a palazzo Chigi. Tant'è vero che all'indomani, all'alba, Minniti incontrò Cossiga per chiedergli l'astensione. Perciò, in aula, prima della fiducia, Violante dalla presidenza chiese a Prodi se voleva parlare. Avrebbe dovuto dire che era disposto a prendere anche altri voti oltre a quelli della sua maggioranza, così avrebbe ottenuto l'appoggio di Cossiga, ma lui non lo fece, e andò sotto».
«Come hanno fatto, ad andar sotto di nuovo?», si chiedono oggi basiti gli elettori di sinistra. Ma i maligni tornano a farsi un'altra domanda. Partendo da una confidenza dalemiana: «Il gioco d'azzardo è divertente come calcolo delle probabilità, funzione, strategia. Ma non mi piace l'elemento maniacale. A un certo punto non hai più il governo di te stesso. A me piace il gioco in cui uno non perde mai il controllo di sé, anzi assume il controllo del campo e di tutti gli attori in gioco. Questo sì, mi piace». Ecco: sfidando la sinistra più accesa, alla vigilia del voto di ieri, con quell'alternativa secca riassunta dal manifesto col titolo «Kabul o morte», quale calcolo aveva fatto esattamente, Baffin di Ferro? Ha perduto il controllo o lo sapeva, che finiva così?
Gian Antonio Stella  -  22 febbraio 2007

Piccolo commento di Gianni Pardo:
Gian Antonio Stella è sempre stato velenoso a proposito di Berlusconi. Quando è stato al governo e quando è stato all’opposizione. Ognuno ha diritto alle sue antipatie. Ma che potesse essere velenoso con il centro-sinistra che ha sempre sostenuto e con Prodi in particolare, ora che è caduto, non era prevedibile. Questo comportamento è definito “il calcio dell’asino”. E a noi pare cosa asinina.

SEI CONSIDERAZIONI SULLA CRISI
Uno. Le ipotesi prevalenti, dopo la caduta del governo, sono il reincarico a Prodi o nuove elezioni. Per il reincarico, lo stesso Prodi, il Presidente della Repubblica e i commentatori politici sono d’accordo su un punto: che la fiducia ad un governo fotocopia non avrebbe senso perché rimarrebbero presenti gli stessi germi che hanno ucciso il primo governo. Dunque, quand’anche la coalizione rimanesse immutata, ci dovrebbero essere condizioni diverse che si riassumono in una: l’assicurazione da parte di tutti i partiti di un sostegno forte, costante, indubbio ed indiscutibile al governo. Senza distinguo personali, senza questioni di principio e senza atteggiamenti di lotta e di governo. Belle parole di cui i segretari di tutti i partiti potrebbero perfino essere sinceramente convinti: il punto è che venderebbero la pelle dell’orso prima d’averlo ucciso. In effetti, non è mancato a Prodi il sostegno dei partiti, è mancato il sostegno di alcuni senatori. E allora la domanda diviene: chi mai, quale segretario di partito o capogruppo parlamentare può dare assicurazioni sul comportamento altrui? Anni fa una senatrice di Rifondazione Comunista - dovendo votare a favore del governo perché così ordinava il partito - lo fece piangendo. Ma ce lo si può aspettare da tutti e sempre?
Questo gran parlare che si fa delle condizioni diverse per un governo  “forte e serio” (per usare i due aggettivi di cui Prodi abusa) è insulso. Una maggioranza è tale o quando è tanto ampia da assorbire qualche occasionale dissenso o quando è tanto coesa che, pure con un voto solo di maggioranza, può sempre essere certa di contare su quel voto.
Due. Molti sostengono che non si possa andare a votare perché l’attuale legge elettorale è pessima, perché essa può dar luogo a due maggioranze diverse alla Camera e al Senato e perché le liste sono formate dai partiti. Le obiezioni non sono fondate. Le due maggioranze diverse sono sempre possibili perché diversi sono i due elettorati. Inoltre le proporzioni in questo momento sarebbero identiche nelle due Camere se in quella dei
Deputati il centro-sinistra non beneficiasse di un generoso premio di maggioranza: e allora, di che si lamenta? Senza quel premio avrebbe alla Camera gli sessi problemi che ha al Senato e forse più. Quanto alla scelta dei candidati, forse che prima un quisque de populo, cioè uno qualunque poteva pretendere di essere incluso nella lista di un qualunque partito? E, se l’avesse potuto pretendere, che probabilità avrebbe avuto di essere eletto, se non fosse stato sostenuto dal partito? Insomma, la differenza, fra prima ed ora, è ben piccola. In secondo luogo, qualunque costituzionalista confermerà che una legge elettorale priva di difetti non esiste. Dunque, che si voti con questa o con un altra legge, ci sarà sempre qualche scontento.
Tre. Sulla caduta della maggioranza si hanno due interpretazioni fondamentali: una la farebbe dipendere semplicemente dal voto di due senatori di sinistra e di tre senatori a vita, l’altra – dietrologica e pensosa – la farebbe dipendere dallo scontento che questa maggioranza ha provocato in Vaticano, negli Stati Uniti e in Confindustria. Innanzi tutto, sembra giusto, prima di guardare alle stelle, guardare dove si mettono i piedi: e si vede subito che il governo è caduto per il voto contrario del Senato, non per qualche fattucchieria. Poi, la distinzione è pretestuosa. Se qualcuno vota contro il governo è perché non ne approva l’azione: e che sia perché non è abbastanza filoamericano o abbastanza anti-americano, che importa? Ciascuno ha le proprie convinzioni e se queste non sono coerenti, in una coalizione, il governo cade. Amen.
Quattro. Una nota curiosa riguarda un rimbalzo di borsa che, alla caduta del governo, ha fatto guadagnare a Berlusconi – secondo quanto dicono – cinquanta milioni di euro. Può essere. Ma prima di scandalizzarsi o fare i moralisti, ci si è chiesto quanto avesse perduto, Berlusconi, con l’annuncio del progetto Gentiloni? Un rialzo della temperatura corporea di quattro gradi è un fatto allarmante, certo: a meno che prima la temperatura non fosse di trentadue gradi.
Cinque. D’Alema aveva detto: se il Senato non approva, tutti a casa. Il Senato non ha approvato e tutti sono andati a casa. La cosa ha molto meravigliato gli italiani. Questo la dice lunga sulla stima che abbiamo dei nostri parlamentari. Si direbbe che la loro parola sembra non valga assolutamente nulla. Non rimane che sperare in una lunga serie di atti onorevoli, in modo che si possa tornare a stupirsi della patologia, e non della fisiologia.
Sei. Un’ultima considerazione merita l’atteggiamento che milioni di persone hanno avuto negli scorsi mesi. Che il sostegno al centro-sinistra in Senato fosse risicatissimo, che il centro sinistra dipendesse dai senatori a vita, è stato evidente sin dal primo giorno. Ma dal momento che passavano le settimane e il governo non cadeva, moltissimi italiani, alcuni felici, altri infelici, hanno dimenticato che quel sostegno era risicatissimo e che i senatori a vita non erano piccoli soldatini del centro-sinistra. La situazione è stata simile a quella di chi, guidando sul ghiaccio, e non essendo scivolato per il primo chilometro, dimentichi che sul ghiaccio si scivola. C’è dunque stato un eccesso di pessimismo nel centro-destra e un eccesso di ottimismo nel centro-sinistra. Sarebbe stato necessario, sulla base del buon senso, non dare il governo né per morente né per longevo. Sin dai tempi degli antichi greci, infatti, il futuro sta sulle ginocchia di Giove.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 febbraio 2007



GOVERNO BATTUTO
II governo è stato battuto al Senato per due voti sulla risoluzione per approvare la relazione di politica estera del ministro Massimo D'Alema.

Opposizione laica ai Dico
La polemica sulla regolamentazione delle coppie di fatto si sta polarizzando in una diatriba tra gerarchia ecclesiastica e laicisti, secondo uno schema tanto facile quanto impreciso.
Quello che è destinato a subire la concorrenza del similmatrimonio ideato da Barbara Pollastrini e  Rosy Bindi,
infatti, non è il sacramento matrimoniale, ma il matrimonio civile. Negli ultimi giorni però hanno cominciato a farsi sentire le ragioni dei laici, che si oppongono a un pasticcio paternalistico,a una omologazione forzata dall'alto di tipi diversi di convivenza, all'indebolimento del sistema di valori civili, del rapporto tra diritti e doveri, su cui
è fondata la famiglia. Piero Ostellino, Giulio Tremonti e Antonio Martino, seppure sotto profili differenti, vedono nella statalizzazione
dei rapporti affettivi una intromissione nella sfera privata che ogni laico dovrebbe considerare impropria, e, nelle forme in cui è proposta, pericolosa.
I problemi di tutela dei diritti individuali, spiegano, si può realizzare in altre forme, in modo contrattuale o a partire dalla regolamentazione, già esistente, della convivenza anagrafica.
Il carattere più insidioso dei Dico, infatti, consiste nell'ideologia di cui sono espressione. L'idea che ogni legittimo desiderio individuale diventa un "bisogno" che deve ricevere una sanzione giuridica, statale, come "diritto" di carattere collettivo, porta alla distruzione di ogni equilibrio tra libertà e responsabilità, oltre che all'omologazione tra condizioni diverse, che perdono la loro stessa originaria libertà.
Una delle più antiche e serie regole dei laici è che lo stato non deve mettere il naso tra le lenzuola. Paradossalmente ora sono i laicisti a volerlo fare, col pretesto della garanzia di diritti individuali, che non sarebbero più tali una volta assogettati a una nuova normativa e istituzionalizzati in un nuovo modello. In tutto questo, comè evidente, il sacramento matrimoniale non c'entra niente.
C'entra molto, invece, la laicissima concezione della libertà e della responsabilità.

Da "Il Foglio" del 20 gennaio 2007


BARBARA SPINELLI E LA GERMANIA
S’immagini un placido signore che vive la terza età in perfetta salute, in una bella casa silenziosa e con un bel panorama, in una stanza invasa da bella musica sinfonica e in cui ogni tanto entra la donna che egli ama e che lo ama. Il tutto condito da una bella tazza di tè e da letture interessanti: non è facile concepire che ci sia da temere la gelosia degli dei? E allora non rimane che imporsi un cilicio. Qualcosa che riporti il tapino al suo livello di mortale, ben più in basso di quello in cui i felici abitatori dell’Olimpo pasteggiano a nettare e ambrosia. Non rimane insomma che leggere l’editoriale di Barbara Spinelli, capace di atterrire a prima vista non solo per la sua lunghezza, ma anche perché, con supremo gusto grafico, l’autrice è riuscita a scrivere ben 1.043 parole senza andare a capo. Esprimeva insomma un pensiero così logico e strettamente concatenato che, con un alinea, si sarebbe perso il filo. Dev’essere un capolavoro. Basta munirsi di bombola e pinne.
Come antipasto si è obbligati a sorbire tutta una serie di affermazioni catastrofiche riguardanti gli Stati Uniti. Hanno perso in Iraq. Stanno per perdere in Afghanistan. Tengono le basi in Europa per capriccio. Ammazzano la gente al Cermis e nessuno paga. “La loro forza ha cessato d’esser sinonimo di egemonia globale” e questa, come si sa, è ora appannaggio di Andorra. Gli States sono diventati così deboli che in Afghanistan “si preparano a nuove offensive, costringendo gli occidentali a operazioni militari preventive inizialmente non concordate”. E la Spinelli è gentile, con gli Stati Uniti, perché non dice tutto: per esempio che il Big Mac della MacDonald’s fa aumentare il colesterolo.

Ingurgitato l’antipasto, si passa al “plat de résistance”, il piatto forte. Ma ci si rende presto conto di essere inadeguati. Inadeguati in un modo tutto speciale e che va spiegato.
Nella lingua inglese c’è una sorta di grido di accusa devastante che interrompe ogni tanto il dialogo casalingo: “You are not listening!”, “Tu non mi ascolti neppure!”. Avviene infatti che se qualcuno parla a lungo e in maniera noiosa, l’ascoltatore, non potendosi appisolare (per esempio perché in piedi), “stacchi”, mentalmente, e non capisca più ciò che l’altro, o l’altra, sta dicendo. Tanto da provocare la reazione: you are not listening! È questo l’effetto dell’articolo della Spinelli: fra citazioni, richiami storici, presunte sottigliezze e distillati di politica, uno alla fine si chiede perplesso: ma che cosa ha detto? E magari riconosce: “I was not listening”.
Per questo, ci si limiterà ad una nota marginale: quella concernente il diverso trattamento dei brigatisti in Germania e in Italia. In Germania, sostiene la Spinelli, “Stato e magistratura s’apprestano a sospendere pene o a graziare gli ultimi terroristi. … Gli atti di clemenza giudiziaria avvengono indipendentemente dal pentimento pubblico dei terroristi, confermando che lo Stato di diritto funziona quando la giustizia non è determinata solo dalla voce delle vittime ma dalle regole che essa dà a se stessa”. Chi legge queste parole si rende conto che la Germania dev’essere stata molto più generosa e nobile dell’Italia, in questo campo. Peccato che non sia vero.
La stampa tedesca discute con passione, in questi giorni, il caso di Brigitte Mohnhaupt, ex-terrorista non pentita. Non è stata ancora graziata, questa donna, e non ha ottenuto nemmeno la libertà vigilata o quello che sia (che dovrebbe scattare il 27 marzo): ma la cosa ha già suscitato scandalo. Konrad Freiberg, del sindacato di polizia, protesta perché i colpevoli questi benefici “non se li sono meritati, e cioè non hanno mostrato pentimento”. Ma si conosce la storia della Mohnhaupt? La donna è stata arrestata una prima volta il 9 giugno 1972, è stata condannata a cinque anni e li ha scontati. Arrestata una seconda volta l’11 novembre del 1982, è stata in carcere da allora: e fra qualche mese saranno venticinque anni. Venticinque. E la Spinelli parla di “atti di clemenza giudiziaria”. In Italia non sconta venticinque anni neppure chi è condannato all’ergastolo.
Ma c’è di peggio. Il grande pubblico tedesco ha scoperto, con scandalo, che alcuni ex-terroristi hanno usufruito di qualche permesso di uscita dal carcere: gite, le hanno chiamate (Ausflüge). Come quelle concesse due volte l’anno a Christian Klar. Per avere un’idea di ciò di cui si tratta, bisogna sapere che queste begleitete Ausflüge, gite accompagnate, avvengono fra almeno due poliziotti e… con i piedi legati (Fussfesseln). Una cosa del genere, in Italia, chissà quali proteste avrebbe sollevato. Ma la Spinelli sa tutto, sulla Germania e sulla sua magnanimità riguardo ai terroristi: e ce ne riferisce la lezione.
Una volta Mario Cervi, del “Giornale”, scrisse un commento immortale a proposito del Financial Times. “È un giornale che stimo molto, disse più o meno. I suoi articoli sono documentati, approfonditi, esaurienti. Li ho trovati tutti così, salvo nei casi in cui sul fatto avevo notizie di prima mano”.
Nello stesso modo, per quanto riguarda la Germania e il trattamento che offre ai terroristi, sappiamo che la Spinelli forse si fa delle illusioni. Quanto al resto, invece, è documentata, approfondita, esauriente.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 19 febbraio 2007


L'ombra del compagno Stalin sul corteo «pacifista» anti Usa
Come sono smemorati questi militanti del Carc («Comitato di appoggio alla resistenza per il comunismo»). Nei loro opuscoli, che sabato a Vicenza andavano a ruba, viene infatti proposta una teoria che fin dalla sua denominazione ufficiale - «marxismo-leninismo-maoismo» - risulta priva di ogni riferimento a Baffone. Eppure è proprio lui il vero creatore della grande fede pacifista che anche grazie a loro ha trovato la sua ultima gagliarda espressione nella manifestazione vicentina. Ragion per cui in questi giorni il compagno Koba deve sentirsi molto soddisfatto. A cinquantaquattro anni dalla sua morte può infatti constatare che la sinistra italiana continua allegramente a sventolare la stessa gloriosa bandiera che le aveva consegnato negli ultimi anni della sua vita.
La bandiera è ovviamente quella della pax antiamericana. Che è diventato da un pezzo il nòcciolo ideologico della sinistra europea. E che perciò potrebbe anche sembrare un parto originale delle menti dei suoi ultimi maestri. Ma che invece è appunto una vecchia trovata di Stalin. Anzi fu la sua ultima invenzione. Il grande trucco con cui, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, poté completare la costruzione del suo personaggio aggiungendo alle sembianze del piccolo padre del comunismo mondiale quelle del grande padre della Pace universale. Una trovata che trovò il suo principale strumento nel famoso movimento dei Partigiani della Pace, diretta emanazione dell'Internazionale Comunista. Note sono le imprese di quel movimento. Esso promosse una raffica di festival, convegni, conferenze, marce, cortei, dibattiti, mostre e simili, sventagliando un unico tema: la denuncia dello spirito guerrafondaio dell'imperialismo americano e la contestuale esaltazione dell'anima pacifista del comunismo russo e del suo capo. Poco contava, dunque, che proprio in quegli anni tutte le infamie del comunismo reale in tutto l'Est europeo (forche, gulag, massacri) fossero scaturite dalla sua testa. O che la presenza di sciami di agenti segreti e sicofanti a lui devoti nei settori più nevralgici e influenti della società americana (apparati statali e militari, centri della ricerca nucleare, mondo universitario, grande stampa, ambienti artistici e culturali, Hollywood e dintorni) non era affatto una fantasia del senatore Mc Carthy.
A dispetto di ogni suo misfatto, il bersaglio di quel movimento erano sempre e soltanto i crimini dell'America.
Da allora è passato più di mezzo secolo. Stalin è morto. L'Urss non c'è più. Il comunismo è un reperto archeologico. Il movimento dei partigiani della pace è diventato un piccolo paragrafo della storia della guerra fredda. Ma il suo grande ideale - il pacifismo in salsa antiamericana - sopravvive intatto nel cuore della nuova sinistra europea.

Da "Il Giornale" articolo di di Ruggero Guarini  - lunedì 19 febbraio 2007, 07:00

Massima del giorno
L’uomo moderno trova indecente la natura: vorrebbe i leoni vegetariani e gli erbivori talmente sensibili da mangiare l’erba ma non i fiori.

G.P.


MOLLICHINE
Rosy Bindi, parlando dei Dico: «Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio». E quali siano le cose di Dio e quali no, lo dirà lei al Papa.

Bertinotti: “Se non fossi Presidente della Camera, andrei a Vicenza”. E se l’Italia fosse un paese serio, lui non sarebbe Presidente della Camera.

Per Di Pietro Cento è un irresponsabile. Ma si sbaglia. Nel centro-sinistra Cento non è irresponsabile, Cento sono irresponsabili.

Prodi, sui Dico, dal “Corriere” del 16.2’.07: “No comment e comment no”. È nata una nuova lingua inglese.

Carfagna: “I gay sono costituzionalmente sterili”. “Ragioni come Hitler”, le ha risposto Luxuria: e le ha presentato i propri otto figli.

Amato: “I neobrigatisti sono dei ritardati del Ventesimo secolo, un tempo che non c’è più”. Vero. Ma solo da sei anni.

Abu Omar vorrebbe rientrare in Italia. Eh già, in Egitto i giudici l’hanno gettato in galera.

Approvata la riforma dei servizi segreti. Se abbiamo fatto bene i calcoli, dev’essere l’ottantaduesima.

Guglielmo Epifani: “Il sindacato non può ricevere lezioni”. Neanche in una classe differenziale?

Condannato Ernst Zuendel, un negazionista, a Mannheim. Cinque anni di carcere. Quando uscirà di galera noi negheremo che ci sia mai entrato.

A VICENZA TUTTO BENE: PERCHÉ?
Se un avvenimento che scientificamente deve obbligatoriamente verificarsi, per esempio la caduta per terra di un sasso abbandonato a sé stesso, non si verifica, bisogna indagare perché. Può sembrare curioso che si indaghi su un “non avvenimento”, ma è necessario per sapere se è errata la teoria che lo faceva attendere.
La storia insegna che ogni volta che si è parlato di fenomeni di ambito mondiale, di proteste antimilitariste e ogni volta che ci sono entrati gli yankees, tutte le manifestazioni sono finite in episodi di violenza. A Vicenza si è trattato di un fenomeno di ambito mondiale, militare, americano per giunta, e non è successo niente. Il sasso è rimasto fermo a mezz’aria. Galileo aveva dunque torto?
Il fatto che la manifestazione di Vicenza sia stata pacifica prova che la violenza non è un fatto spontaneo o ricollegabile a certi argomenti (la globalizzazione, gli americani, la guerra), ma qualcosa che vogliono certi ambienti. E che gli stessi ambienti possono vietare.
La vulgata costante della sinistra estrema è che le violenze, i feriti e, in qualche caso, i morti sono la conseguenza delle improvvide e brutali iniziative della polizia. Questa tesi è manifestamente assurda. I poliziotti e i carabinieri non aspettano altro, nei giorni di manifestazioni come in tutti gli altri, che finisca il loro turno e possano andare a casa senza neanche essersi sporcata la divisa. E nessun Ministro dell’Interno mai si sognerebbe di fomentare le violenze. Fra l’altro, se lo facesse sarebbe denunziato dagli stessi poliziotti, perché proprio loro sarebbero mandati a pagare di persona senza necessità. Il fatto si saprebbe. La verità è che le devastazioni dei black bloc e di consimili energumeni sono volute dai black bloc e da consimili energumeni.
Le violenze di piazza, volute dall’estrema sinistra e dalla sinistra extraparlamentare (ammesso che si possano distinguere), non sempre hanno lo scopo di far pervenire un messaggio politico. Spesso si richiamano a tesi fumose o assurde. In realtà hanno lo scopo istintuale di menar le mani, di andare contro l’establishment, contro Berlusconi perché porta la cravatta, e di picchiare gli sbirri, cioè contro le figure paterne di questi figli maleducati e complessati.
La mancata violenza di Vicenza non sta ad indicare che erano pacifici coloro che in altre occasioni sono stati violenti: la mancata violenza di Vicenza sta ad indicare che gli è stato ordinato di star buoni, altrimenti. Chi poteva ordinarla stavolta ha ritenuto che la violenza non fosse produttiva di effetti positivi. Si va dunque contro Prodi, ma senza fargli troppo male. Si dice no al governo, ma senza rischiare di farlo cadere. Anzi, si dimostra che, volendo, si è perfettamente pacifici.
Quello che questi signori non hanno capito è che dimostrando di essere capaci di essere violenti e di essere capaci di essere non violenti , hanno anche dimostrato che la polizia non c’entra per nulla. È inutile dare la colpa ad essa o al motivo della manifestazione: sono violenti perché vogliono essere violenti. E tali rimangono anche quando, a Vicenza, per una volta, secondo gli ordini o le minacce ricevute dal servizio d’ordine politico, sfilano senza bruciare automobili o picchiare questurini.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 febbraio 2007


FORSE BASTEREBBE IL CAPITALISMO...
D: Hamas e Fatah hanno stipulato un accordo alla Mecca per un governo di unità nazionale. Come vedete questo ennesimo tentativo di unire due anime diverse della politica palestinese? Meglio essere ottimisti o dubbiosi?

L: Non si può ancora dire se si deve essere ottimisti o dubbiosi riguardo l'accordo raggiunto da Hamas e Fatah, anche se io propenderei per l'ultima ipotesi.  Mi spiego meglio: a parte la questione del riconoscimento di Israele, che non è stata risolta, e di quello degli accordi di pace siglati in precedenza dall'Olp, non credo che si possa essere ottimisti riguardo ad una eventuale fine delle ostilità, sia all'interno della Palestina che in Israele.  Stiamo infatti parlando di accordi politici che, a mio avviso, dovrebbero essere preceduti da decisioni economiche.  Se la nostra speranza è quella di vedere finalmente la pace in quella zona del Medio Oriente, dovremmo cercare di spingere affinché si adottino delle riforme di tipo finanziario che siano in grado di creare una condizione democratica stabile.  Per fare ciò, però, si ha bisogno di avviare un processo di sviluppo capitalistico che porti a sua volta alla creazione di una classe imprenditoriale, la quale possa in seguito fungere da controaltare alla politica governativa e da base alla crescita di una borghesia. In effetti, sentire parlare di accordi politici raggiunti da entità quali Fatah e Hamas mi fa un po’ venire in mente i tempi in cui i partiti rappresentavano il potere governativo nei paesi ex-comunisti...

D: Cosa potrà cambiare dal punto di vista politico dopo questa alleanza? Sarà possibile conservarla per un buon periodo di tempo e quindi programmare nuovi incontri comuni con Israele?

L: Riguardo invece alla possibilità che questo accordo si riveli duraturo o che sia possibile, tramite esso, pervenire a trattative di pace con Israele, mi sento di essere cauto. Non ci sono state infatti, da quanto mi risulta, rinunce all'uso della violenza.  Per quanto attiene ad Hamas, si tratta di un movimento islamico che ha tra i suoi scopi primari la liberazione dei territori palestinesi ancora sotto controllo israeliano per mezzo del debellamento di Israele.  Non sono certo obbiettivi sui quali si possa trovare un qualche tipo di accordo con altre organizzazioni come l'Olp che invece riconobbe il diritto ad esistere dello stato ebraico nel lontano 1988.  Tenendo conto che Fatah è stata fondata da Arafat alla fine degli anni cinquanta e fa parte dell'organizzazione per la liberazione della Palestina, non ci si può al momento attendere una convergenza di ideali tra le due organizzazioni, a meno di clamorosi cambi di rotta. 

D: C’è chi ha abbozzato ad un logorìo delle leadership di Haniyeh e di Abu Mazen, chiedendo un ricambio, magari soprattutto in Marwan Barghouti ed in altri leader di Hamas più collaborativi di Haniyeh guidato da Meshal. Potrà verificarsi questa successione?

L: Non credo che per il momento si possano verificare cambi al vertice, visto che ci troviamo alla vigilia della formazione del governo di unità nazionale, ma staremo a vedere. Fondamentale sarà l'incontro del 19 febbraio in cui si incontreranno il Primo Ministro Israeliano Ehud Olmert, Mahmoud Abbas e Condy Rice. Olmert chiede a gran voce l'applicazione delle regole poste dai quattro mediatori per il Medio Oriente (Usa, Unione Europea, Russia, Nazioni Unite) che prevedono il riconoscimento dello Stato di Israele da parte palestinese e la rinuncia all'utilizzo della violenza. Certo è che ci sarà bisogno di tutta l'abilità diplomatica possibile per dirimere tali questioni. Per quanto riguarda eventuali successori, oltre a Marwan Barghouti, il quale sembra possedere tutti i requisiti necessari per ricoprire il ruolo di Haniyeh, non fosse altro che per la sua inclinazione al riconciliamento con Israele, si parla anche Mohammed Shbair, che è stato presidente della Università Islamica di Gaza per tredici anni. Non credo molto in un eventuale (possibile) presa del potere da parte di Mashal, nel senso che quest'ultimo mi pare fermo su posizioni troppo guerrafondaie nei confronti dello Stato israeliano, è anche vero, però, che egli gode di un certo credito politico. Veniamo ad Abbas: le elezioni Presidenziali palestinesi del Gennaio 2005 furono da lui vinte con un ampio margine nei confronti di Barghouti. Una volta diventato presidente, "Abu Mazen" si è quantomeno distinto per la sua ostilità all'uso delle armi e questo mi sembra molto importante, forse in una situazione così instabile si dovrebbe tentare di conservare quello che già c'è di buono piuttosto che effettuare rischiosi salti nel buio.

D: In proposito cosa si può dire della situazione umanitaria del popolo palestinese e quindi anche delle continue situazioni di pericolo che la gente vive per le guerre intestine e per le rappresaglie israeliane?

L: Ad oggi le condizioni del popolo palestinese dipendono in larga parte dagli aiuti di stati come l'Iran o dai finanziatori sauditi. Hamas e al Fatah ricoprono il ruolo di "partiti sociali" che si occupano cioè degli aiuti umanitari per la popolazione e delle cure mediche oltre che degli alloggi, un po' come faceva il partito fascista in Italia. È questa una situazione che deriva dal deserto politico palestinese. Mi ricollego a quello che ho detto in risposta alla prima domanda: il passo fondamentale da compiere riguarda la riforma economica, ma fino a che la Palestina sarà in balia degli aiuti provenienti dall'Iran, la situazione non potrà che essere conflittuale.  A mio avviso il famoso "quartetto" Russia, Usa, Europa e Nazioni Unite, dovrebbe preoccuparsi di instaurare le condizioni necessarie e sufficienti ad una vita sociale decente nei territori palestinesi. In questo caso non c'è niente di meglio che ricordare le parole di Gesù quando diceva che per sfamare qualcuno è meglio insegnagli a pescare che non dargli del pesce.

D: Potranno mai esserci passi in avanti nel riconoscimento di Israele, da parte di Hamas, oltre che di Fatah e quindi una possibile convivenza fra i due popoli, con le due rispettive terre? Cosa bisognerà fare perché ciò avvenga?

L: Questa è proprio una bella domanda, anche se di più ampio respiro, racchiude in sé quelle che sono le preoccupazioni della gente. È mai possibile che un conflitto perduri per tutti questi anni?  Quali sono le cause prime della sua esistenza? Cosa si può fare per debellarlo definitivamente?  Esistono molti approcci diversi alle spiegazioni delle radici di una guerra. C'è chi, con un'interpretazione filo-marxista, ne esalta i motivi economici e di lotta per il potere, c'è chi, più "popperianamente" (mi passi il termine) tenta di analizzarne le molteplici cause e di cavare così risposte più panoramiche, c'è chi mette in risalto i motivi culturali e religiosi (e qui mi viene in mente Weber).  Io credo si debba tentare di essere onesti e riconoscere che le guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, che esse dipendano da motivi religiosi, politici, economici o tutti insieme, si deve tentare di creare le condizioni affinché questi motivi perdano la loro efficacia nel tempo.  In questo senso ci sono due programmi necessari da porre in atto: un sistema economico che funzioni e sia in grado di garantire la sussistenza alla maggioranza delle persone e un sistema culturale che sia in grado di insegnare alle stesse a collocare la religione, il potere e le differenze etniche nella giusta prospettiva.  Non si può uccidere il prossimo per divergenze di questo tipo, l'ignoranza è, a mio modesto avviso, la madre di tutti i mali.

D: Il nodo di Gerusalemme. Gli israeliani la vogliono come città simbolo, i palestinesi come capitale del nuovo stato palestinese. Perché questa centralità e questo stillicidio verso Gerusalemme? In fondo Gaza o Ramallah sono diventate un simbolo ancor più importante dell’autonomia palestinese…E perché non ci si può fermare al compromesso su Gerusalemme Est?

L: Gerusalemme ai tempi delle invasioni romane fu l'ultima città ad essere conquistata.  Pompeo Magno ed, in seguito, Tito e Vespasiano dovettero faticare non poco per riuscire ad averla e a sedare la ribellione giudea. Gerusalemme come sede e luogo natio delle più importanti religioni monoteiste del mondo è una città d'importanza culturale unica al mondo. È sacra per i cristiani perché proprio lì mori e risorse il figlio di Dio. È sacra per i musulmani in quanto è li che il Profeta Muhammed salì al cielo.  É sacra per gli ebrei, che ancora pregano disperandosi, movendo la testa in avanti e indietro davanti al muro del pianto. È uno dei luoghi più gravidi di storia del mondo e poter usufruire del suo carisma rappresenta un'opportunità di importanza innegabile. Proviamo ad immaginarci che cosa vorrebbe dire amministrare una città simile per un governo: significherebbe poter contare su introiti enormi e prestigio smisurato. Non sarebbe lo stesso se ci si dovesse accontentare di una parte della città, eppoi francamente le capitali divise ci hanno un po' stufato. Gerusalemme è forse uno dei nodi principali attorno ai quali verte in conflitto israelo-palestinese. Forse la soluzione migliore sarebbe quella di darla in gestione ad una giunta internazionale che sia super partes.  Voglio dire, un po' come quando dei bambini si litigano un giocattolo e la cosa migliore da fare è non darlo a nessuno dei due fino a che gli interessi di entrambi per quell'oggetto siano dirottati altrove. D'altronde stiamo parlando di un caso che ha creato abbastanza problemi fino questo punto; sarebbe ora di trovare delle soluzioni, per quanto dolorose possano sembrare. È vero che Gaza e Ramallah sono diventate un simbolo importante dell'autonomia palestinese, ma non posseggono l'importanza politica di Gerusalemme e non potranno mai essere paragonate alla Città Santa, un po' come Firenze e Napoli sono città importanti ma non così tanto quanto Roma.
(Intervista a cura di   Angelo M. Daddesio)
Andrea Loquenzi è giornalista e blogger professionista. Collabora per War News e Fondazione Magna Carta ed è studioso di politica mediorientale. Gestisce altresì un blog http://middleastnews.blogspot.com/ interamente dedicato alle notizie sulla situazione in Medio Oriente.

IL COMUNISMO DA PRINCIPIO ATTIVO AD ECCIPIENTE
Il comunismo, per Marx, doveva trionfare in Inghilterra. La previsione era che il completo successo della società borghese sarebbe stato infine superato dalla fase finale della storia, costituita dal comunismo. Questo fenomeno era dunque teoricamente inconcepibile in una Russia la cui società borghese presentava uno dei più bassi livelli di sviluppo. Avvenne però che alcuni rivoluzionari marxisti presero il potere a San Pietroburgo e diedero inizio all’avventura della Russia comunista. Il comunismo s’incarnò ad Est invece che a Nord.
Il proletariato sarebbe dovuto essere il nuovo sovrano e avrebbe dovuto esercitare direttamente il potere attraverso i soviet ma di fatto fu subito scontento del nuovo assetto politico: tanto che i nuovi governanti si resero presto conto che, se si fosse votato democraticamente, il popolo li avrebbe immediatamente spazzati via. Decisero dunque di “fare il bene dei cittadini” con la forza e crearono il binomio inscindibile comunismo-dittatura.

Per Marx, che aveva origini socialiste e libertarie, il binomio avrebbe avuto come difetto la dittatura; per quei governanti, invece, la dittatura si rivelò subito un grande pregio: consentiva quella tirannia verso cui l’Oriente, sin dai tempi di Dario e Serse, aveva sempre avuto una fortissima tendenza. Inoltre il regime s’accoppiava con una teoria demagogica che suonava come musica alle orecchie dei popoli, almeno finché non la sperimentavano personalmente. Il tiranno orientale, presentandosi come un grande benefattore, diveniva il padrone assoluto del suo paese. Il comunismo, in origine il principio attivo di cui la forza avrebbe dovuto essere l’ancella, veniva degradato ad edulcorante verbale. Non la forza per applicare il comunismo, ma il comunismo per applicare la forza.
Il regime comunista andava oltre la tirannia orientale. Questa tendeva allo Stato patrimoniale, non al dominio del pensiero; il tiranno voleva essere obbedito, riverito e arricchito. Il comunismo invece, essendo una dottrina integralista, estendeva il dominio a tutti i campi.  Con la centralizzazione dell’economia non chiedeva una percentuale della ricchezza prodotta: s’impadroniva di tutta la produzione. Con la dottrina di Stato si arrogava il diritto di dominare le menti e d’imporre il pensiero unico; tanto da trattare da nemico del popolo chiunque dissentisse.
Il comunismo è una idolatria dello Stato incarnato nel Segretario del Partito, nuovo nome del Tiranno Orientale, per il quale si è perfino riesumato, nel solco della tradizione, qualche forma di divinizzazione: come avvenne per Stalin.
Si può rappresentare questa parabola discendente come un tragico gioco del domino: il comunismo risulta sgradito alle masse; mantiene dunque il potere con la forza; per applicare la forza instaura la dittatura; i dittatori sono felici di adottare un regime che, ammantandosi d’ideali populistici, rende ancor più sicuro un potere assoluto che stavolta si estende fino alle idee. Le nazioni dell’oriente – sin dal tempo della lotta fra greci e persiani – hanno avuto tendenza a ricadere nella tirannide, ed ecco perché è stato più facile che – contrariamente a ciò che pensava Marx  – il comunismo si affermasse in codeste nazioni prive di grandi tradizioni democratiche. Non è stato il comunismo che ha realizzato la tirannide, è la tirannide che ha realizzato i comunismo: l’assoluto ideale del potere assoluto.
Il marxismo avrebbe dovuto essere il principio attivo di una panacea universale e libertaria, è divenuto un mero eccipiente della dittatura.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 17 febbraio 2007


LA VITA IN DIRETTA
Questa settimana, per tre pomeriggi consecutivi, la trasmissione La Vita In Diretta condotta da Michele Cucuzza, ha mandato in onda alcuni servizi sui soldati israeliani rapiti da hezbollah nel luglio del 2006.
Michele Cucuzza, con grande coraggio, ha detto e ripetuto insistendo varie volte, quasi a voler mettere la cosa in chiaro, che i due soldati sono stati rapiti in territorio israeliano mentre facevano la solita ronda di controllo, in un'operazione di terrorismo hezbollah che uccise otto componenti del gruppo e rapi' Ehud Godwasser e Eldad Regev.
Dal 12  luglio nessuno ne sa piu' niente e nessuno ha potuto vedere i due ragazzi, i terroristi hanno rifiutato le visite della Croce Rossa e  i messaggi delle famiglie  sono fermi nell'ufficio del presidente della CRI di Beirut che non  ha mai potuto consegnarli ai prigionieri a causa del veto di hezbollah.
Non si sa se sono vivi o morti, non si sa dove sono, non si sa, se vivi, come stanno. Sette  mesi di silenzio.
Come al solito, anche in questo rapimento, si tocca con mano la crudelta' e la barbarie di hezbollah,  la mancanza del piu' elementare senso di umanita' nel rifiuto di  dare notizie ai genitori, la tecnica di  lasciare le famiglie  nel dubbio e' la piu' assoluta forma di incivilta' e ferocia. 
Il  "Partito di Dio" non e' nuovo a queste forme di barbarie, basta pensare al caso di Ron Arad. Per anni i terroristi hanno mandato informazioni contrastanti per confondere chi chiedeva notizie,  una volta informavano che era morto, un'altra che era vivo, poi anni di silenzio, cosi' per 20 anni, finche' la mamma di Ron non e' morta di crepacuore. E ancora oggi non si sa niente di lui.

La grande paura e' che facciano questo gioco crudele, che tanto li diverte, anche con Ehud e Eldad.
Michele Cucuzza ha raccontato tutto con grande sensibilita' e intelligenza, collegandosi con Israele dove la bravissima Antonella Delprino intervistava, in casa loro, una bella casa piena di luce,  i genitori di Ehud,  parlava con la mamma, col padre, desiderosi di aprirsi e raccontare la tragedia, la tensione cui sono sottoposti da tanti mesi, tutto espresso  con un dolore  dignitoso e tanta speranza, "l'unica cosa che ci resta e' la speranza" diceva la mamma di Ehud mentre preparava il vassoio con l'aranciata per la troupe italiana.
Credo sia uno dei pochi servizi della RAI  dalla parte di Israele,  con gli israeliani protagonisti buoni, sofferenti...umani , dentro le loro case, e dando ai telespettatori un messaggio finalmente  positivo  e la consapevolezza dell'eroismo quotidiano della gente israeliana che non si lascia abbattere da guerra e terrorismo e va avanti a testa alta anche quando non sa niente dei propri figli, anche quando il dolore e' insopportabile.
Credo sia la prima volta che la RAI fa vedere il dolore in Israele, la vita vera e le tragedie, l'umanita' e la mancanza di odio o rancore per il nemico, anche quando ti lancia missili in mezzo al salotto di casa, anche quando ti ammazza i figli.
E' stata interrotta  la solita routine di  programmi TV che hanno sempre dato , con spietata ipocrisia,   l'immagine di un Israele truce con soldatacci  cattivi e religiosi fanatici da contrapporre al quadretto patetico e poetico  dei  palestinesi povere vittime innocenti.
Quanta rabbia e quanto dolore nel vedere come Israele viene presentato al pubblico italiano, quanto impotente sdegno nel vedere ingiuriato un Paese che nonostante Intifade, guerre e mattanze di famiglie intere non ha mai perso la sua anima, la sua umanita',  la sua democrazia. 
Anche durante la guerra col Libano le immagini mostravano le distruzioni a Beirut, i libanesi che piangevano, i cadaveri dei libanesi in tutte le posizioni ma della Galilea distrutta da 4000 missili katiusha, delle case crollate, dei morti israeliani, delle foreste bruciate nessuno ha visto niente.  
Cucuzza ha fatto parlare le famiglie di due ragazzi rapiti mentre facevano il loro lavoro in territorio israeliano, ha fatto capire la tragedia con cui  Israele convive da tanti  anni senza che ne sia  intaccata la voglia di liberta', di gioia di vivere  grazie all'eroismo  quotidiano degli israeliani.
Un eroismo fatto di piccole cose, anche di salire ogni giorno su un autobus.
Michele Cucuzza ha avuto il merito di interrompere per un momento la trottola della propaganda antiisraeliana, l'ha fermata di colpo nel salotto di mamma Goldwasser, l'ha bloccata con i filmati dei bambini palestinesi cui si insegna ad amare la morte  e a diventare martiri per ammazzare i figli di cani israeliani.
"A morte gi ebrei' gridavano in coro plotoncini di bambini palestinesi in marcia di addestramento, potavano avere forse otto, dieci anni.
"La morte e' bella, non c'e' niente piu' bello della morte" diceva sorridendo una bambina di 11 anni.
Il pubblico presente nello Studio della Vita in diretta guardava allucinato, incredulo, nessuno glielo aveva mai detto che i bambini palestinesi vengono sistematicamente violentati da famiglie e dal sistema per farne degli assassini.
 
E' stato intervistato, in qualita' di esperto,  anche Furio Colombo che, forse coinvolto dall' atmosfera di simpatia e presa di coscienza creata dal conduttore,  e' arrivato ad esclamare " In Israele l'apartheid? ma quale apartheid? L'apartheid e' nella testa di chi lo dice!"  
E a questo punto stavo per cadere dalla sedia. Troppo , era troppo, una trasmissione  senza odio contro Israele, una trasmissione di verita' che non metteva Israele sul banco degli imputati, nessuno che demonizzava, nessuno che accusava, nessuno che sputava veleno e menzogne.
Possibile? Stavo sognando?
No, era tutto vero, stavo assistendo a un avvenimento raro e prezioso, a un racconto senza retorica della realta' di Israele, non vedevo facce distorte dall'odio ma volti seri in cui si leggeva la la pieta'  per due ragazzi e per le le loro famiglie, vedevo simpatia per Israele, finalmente,  e infine sentivo  un impetuoso Colombo  riconoscere  che l'apartheid sta  nella testa di chi lancia l'accusa infame, tra questi "chi"  molti suoi compagni di partito e molti politici del governo in carica.
Troppa grazia, miele puro che mi scorreva nelle vene!  Ambrosia per il mio cuore!
Non siamo abituati a guardare una trasmissione su Israele senza farci andare la pressione  a mille  per le porcherie che solitamente vengono dette.
I genitori dei due ragazzi rapiti e la moglie di Ehud (intervistata anche a Unomattina da Monica Maggioni) sono arrivati  in Italia per sensibilizzare le autorita',  per essere ricevuti in udienza dal Papa  e, ahinoi, dal Ministro degli Esteri Massimo D'Alema intervistato per l'occasione da Antonella Delprino, brava, precisa e concisa. 
D'Alema era un po' nervoso, come gli capita sempre quando c'e' Israele di mezzo e deve ricordarsi di essere equivicino,  aveva la solita espressione  da "lei non sa chi sono io" che mi fa venire regolarmente  la pelle d'oca.
Ha risposto bofonchiando, con sufficienza e lunghe pause alla Prodi,  alle domande precise della giornalista ma quando quest'ultima gli ha chiesto "Lei pensa che hezbollah sia credibile?" ecco che Baffetto si e' trasformato, da Mister Hide e' diventato Dottor Jeckill in un batter di ciglia, si e' alzato in tutta la sua , bassa, statura e ha risposto con tutta la sua  arroganza " credibili...sono loro gli interlocutori.. credibili....sono loro....che...quindi la sua domanda e'..inutile e inopportuna".
E le ha girato le spalle andandosene, cafonissimo, lasciandola col microfono sospeso per aria.
Antonella Delprino aveva osato mettere in dubbio la credibilita' e la sincerita' dei suoi amichetti del cuore!  Roba da pazzi!
Un ringraziamento sentito e sincero a Michele Cucuzza, a Antonella Delprino, a tutta l'equipe della Vita in Diretta e, perche' no, alla RAI sperando che questo bellissimo intermezzo non sia solo un episodio e che gli italiani possano conoscere e apprezzare  finalmente, dopo tanti anni di propaganda filopalestinese, interrotta solo dai Telegiornali di Claudio Pagliara, il vero Israele.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com -  <http://www.deborahfait.ilcannocchiale.it>

 MOLLICHINE
Pecoraro Scanio: “A Vicenza non ci vado. Faccio il ministro e mi occupo dell'impatto ambientale sulle opere”.  Ma Prodi non ha detto che quello di Vicenza è un problema urbanistico ed ambientale?

Scalzone per Vicenza: “Se ci sono sassaiole resto”. Un momento, da che lato?

Diliberto va a Vicenza. Lui non fa parte di questo governo. Anzi, non fa parte neppure dell’Occidente.

Americani alla larga da Vicenza. Diliberto: “Mi sembra grottesco che siamo visti come pericolosi”. Ma un rimedio c’è: basterebbe non esserlo.

I nuovi brigatisti: “Nulla resterà impunito, la bandiera che è caduta l’abbiamo ripresa”. Ah, era una bandiera? Era sembrata un P38.

Chiedono a Diliberto:  “Che cosa cambia dopo gli arresti dei terroristi?”  «Nulla». E soprattutto non le sue simpatie.

M.Sacconi: “la Francia è stata generosa con i terroristi altrui, coi propri è stata durissima”. Per i francesi: “ça s’appelle jouer aux pédés avec le cul d’autrui”.

Diliberto: “Bisogna far vedere che Berlusconi ci fa schifo”. Molti invece per Diliberto non si strapazzano neppure.

“Io sono diverso da Berlusconi”, dice Diliberto. Ma esagera: anche lui è umano.

Gennaro Migliore (Prc), «i centri sociali rappresentano un argine contro il terrorismo». Contro o intorno?

Gianni Pardo


SANZIONI ALL'IRAN, L'EUROPA SVICOLA
Non occorreva la sfera di cristallo per prevedere il finale del film. Il film è l'ormai noto caso del nucleare iraniano. E i protagonisti sono gli Stati Uniti e l'Europa.
Dopo estenuanti trattative (con Russia e Cina), in dicembre l'Onu ha varato una risoluzione che impone sanzioni al regime per indurlo a bloccare il programma nucleare. Poche ore dopo quel voto (unanime) Ahmadinejad annunciò l'avvio di 3mila centrifughe per l'arricchimento dell'uranio.
Quasi due mesi dopo quel voto, gli americani cominciano a lamentarsi con gli europei troppo morbidi e accomodanti nel mettere in atto le sanzioni. Le misure coercitive sono lì, stampate nero su bianco nella risoluzione Onu, eppure gli europei, che tanto amano la diplomazia multialterale incarnata nel Palazzo di Vetro, se non aggirano il provvedimento fanno di tutto per non metterlo ini pratica nella sua globalità.
Olmert mercoledì ha detto che se le sanzioni fossero rispettate il nucleare di Teheran resterebbe al palo,..
Credo abbia ragione. Il problema è che la premessa, la condizionale non tiene. Così l'ambasciatore Usa all'Aiea, Gregory Shulte, ha pensato bene di bacchettare gli europei: Signori - ha detto da Monaco - perché continuano con agevolazioni di credito a favorire le esportazioni di Teheran? E perché non prendono gli europei misure per scoraggiare gli investimenti e le transazioni finanziarie?
In realtà agli europei ogni chiusura del mercato persiano fa paura.
Germania Francia e Italia sono i maggiori beneficiari. Export alle stelle e ricchi progetti di cooperazione per la realizzazione di infrastrutture o per la creazione di poli tecnologici e industriali bastano a spiegare forse la ritrosia con cui la Ue adotta (applica) le risoluzioni. Insomma bene la voce grossa quando si tratta di scrivere risoluzioni, ma quando bisogna farle rispettare ecco che tornano gli interessi di bottega.
E gli americani, fessi, a passare per i cattivi.

blogwolfie


Novità librarie: Autodafé. L'Europa, gli ebrei e l'antisemitismo
IL LIBRO
Quando si parla di antisemitismo, il pensiero corre alle persecuzioni degli anni '30 e '40 del secolo scorso, sfociate nell'Olocausto. E il confronto con l'oggi porta a concludere che quel problema è stato sostanzialmente superato, o riemerge in forme episodiche e molto circoscritte, che a qualcuno possono sembrare perfino folkloristiche. Ma l'antisemitismo a sfondo razziale, così intimamente associato al nazismo, rappresentò un'aberrazione rispetto all'odio antiebraico che lo aveva preceduto.
Tutte le più vecchie forme di pregiudizio antiebraico - dalle dottrine cristiane al disprezzo marxista per gli ebrei, all'ostilità antiebraica di liberali e illuministi - avevano in realtà un altro elemento in comune: per gli antisemiti, gli ebrei avevano «un problema» (di natura religiosa o sociale, o socio-economica, o storica), che era parte della loro identità e che costituiva un ostacolo alla loro piena integrazione nella società. Essi avrebbero potuto «salvarsi» convertendosi, assimilandosi, o unendosi alle forze della rivoluzione. E, in effetti, in tutti quei casi in cui gli ebrei cedettero al doppio ricatto di minacce e lusinghe, ottennero non solo uguaglianza e integrazione, ma spesso alte cariche e importanti onorificenze.

L'antisemitismo attuale è una variante di questo vecchio pregiudizio: trova come scusa non un supposto tratto biologico malvagio, bensì un'opinione e un comportamento degli ebrei nei confronti d'Israele che sono espressione, prima di tutto, della loro identità. Nel clima attuale, si assiste insomma all'emarginazione di ebrei filo-israeliani o a una crescente pressione su di loro perché abbandonino le loro posizioni su Israele e Medio Oriente e si conformino al paradigma dominante. Le loro opinioni trovano sempre meno spazio sui giornali europei ed è possibile che la narrativa storiografica revisionista che forma il nucleo accademico di delegittimazione d'Israele, vinca la battaglia dei libri di testo negli atenei e trionfi sugli scaffali delle librerie (rendendo sempre più precaria tra le élite la posizione di Israele e degli ebrei che lo sostengono).
Naturalmente, una dissociazione chiara (e, se possibile, frequentemente ribadita) da Israele e dalla sua politica può rendere gli ebrei che la pronunciano socialmente più accettabili.

L'AUTORE
Emanuele Ottolenghi  è nato a Bologna. Ha conseguito la laurea in Scienze Politiche all'Università di Bologna e un Ph.D. all'Università Ebraica di Gerusalemme. Dal 1998 al 2006 ha insegnato Storia d'Israele all'Università di Oxford, dov‚era Leone Ginzburg Senior Fellow in Israel Studies presso l'Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies e il Middle East Centre del St. Antony's College. Da settembre 2006 dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles.


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Massima del giorno
Sapevamo tutti che non sono necessarie ragioni per amare. Berlusconi ci ha fatto capire che non sono necessarie neanche per odiare.

MOLLICHINE
Mesic attacca Napolitano sulle foibe. L’Italia si sorprende che la Croazia non sappia ciò che neppure l’Unità sapeva, fino a quindici giorni fa.

D’Alema ha convocato l’ambasciatore croato. Sintesi del colloquio: “Ma insomma, che pretendete, d’essere più comunisti di me?”

Pietro Ichino sulle Br: “Bisogna andare avanti senza chinare la testa”. Nessun Inchino.

Prodi sui Dico: “Le polemiche non mi toccano, sono sereno”. Cioè: “Me ne frego anche del Papa”.

Coppie di fatto in crescita costante, in odio al matrimonio. Chissà, quando ci saranno i Dico, si creeranno i mini-Dico in odio ai Dico.

La Boccassini per dieci anni ha pensato a Berlusconi e a buttarlo in galera. Ora ha arrestato chi lo voleva uccidere: che sia una manifestazione di gelosia?

Gianni Pardo


DICO: NO PROBLEM
Salvo errori, sui giornali si è recentemente letto che, negli Stati Uniti, le coppie non sposate che vivono more uxorio hanno superato in percentuale quelle regolarmente sposate. Se è vero che ciò che avviene negli Stati Uniti si ripete poi pari pari da noi, questo dovrebbe significare che oggi molte coppie hanno perso di vista il legame tra cerimonia del matrimonio e relazione che dura nel tempo: la seconda non ha bisogno della prima.
Il movimento è comprensibile in quanto ciò che si ottiene col matrimonio oggi si può ottenere per via di contratti civili o di miglioramenti legislativi: per esempio, ambedue i genitori possono riconoscere i figli e questi si troveranno dunque ad essere inseriti in una famiglia pressoché normale. Avranno un vero padre (di cui, almeno fino a qualche giorno fa, portavano il cognome) e una vera madre. Si è persa nella nebbia quell’aura di peccato (sono amanti!) che circondava una volta le convivenze. Oggi sposarsi è qualcosa che si può decidere in qualunque momento: essenziale rimane solo il rapporto fra gli interessati.
Il matrimonio come cerimonia è nato probabilmente da un’esigenza di pubblicità. A partire da un certo momento una coppia dichiarava a tutti la propria volontà di vivere insieme e l’intera comunità era avvertita di tenersi sessualmente lontana da quella donna (già “prenotata” come madre dei figli che sarebbero nati) e da quell’uomo (che aveva già il peso di una famiglia da sostenere). Questo spiega perché si fanno le “pubblicazioni”, si invitano amici e parenti in grande quantità, si è felici se ne parla l’intera città.

Oggi l’esigenza rituale è molto meno sentita. Se un uomo e una donna vivono insieme, amici e parenti li considerano coppia. E il dovere di fedeltà è lo stesso che nelle coppie sposate: anche fra queste, se uno dei due tradisce l’altro, non casca il mondo. O ci si mette una pietra sopra o ci si separa. Tutto ciò posto, in un mondo in cui le coppie più normali, pur potendo sposarsi, non lo fanno e si assumono lo stesso tutti gli oneri del matrimonio, mal si comprende perché altre coppie, magari omosessuali, tengano tanto a questo rito o a qualcosa di simile.
Gli omosessuali non hanno bisogno di fare sapere al mondo che i figli di quella donna hanno un padre e lei non è una puttana. Non hanno uno stringente dovere di fedeltà e non rischiano di dover mantenere il figlio del “coniuge” infedele. Non hanno insomma, per il matrimonio, gli stessi motivi delle coppie eterosessuali. E allora?

Probabilmente, le loro ragioni sono di ordine sentimentale:  due che si amano hanno a volte tanta voglia di dirlo in giro, che il rito del matrimonio serve anche a questo. Poi ci sono ovviamente ragioni di ordine pratico: il matrimonio offre conseguenze giuridiche che alcuni reputano appetibili.
Se si considera il matrimonio come lo si è considerato per decine di migliaia di anni, consentirlo agli omosessuali sembra un assurdo. Sarebbe come concedere una licenza di pesca per pescare in un lago in cui non ci sono pesci. Riguardo alle esigenze concrete, può invece dirsi: a) che gli interessati potrebbero supplire al fatto di “non essere sposati” con contratti di diritto civile; b) che lo Stato potrebbe farli contenti stabilendo un tipo di contratto “riassuntivo” che includa parecchie pattuizioni standard delle coppie che intendono vivere insieme (modo di contribuzione alle spese comuni, mutua assistenza, obbligo degli alimenti, volontà testamentarie – che rimarrebbero tuttavia modificabili ad libitum – regole in caso di separazione, ecc).

I membri della coppia potrebbero dunque o scegliere le singole pattuizioni (caso a), magari rivolgendosi ad un avvocato, oppure, se volessero andare per le spicce, potrebbero (caso b) andare da un notaio e firmare insieme il contratto riassuntivo (nominato, dunque, non innominato) previsto dalla legge per chi intende sottoscriverlo. Difficilmente si potrebbe parlare di “matrimonio degli omosessuali”, di “matrimonio di serie B” o addirittura dire che si mette in pericolo la famiglia legittima. È ben difficile disconoscere a dei privati il diritto di firmare privatamente un contratto che impegna solo loro.
Se, dopo tutto questo, gli omosessuali fossero ancora scontenti, si potrebbe rimanere col sospetto che non hanno fatto un discorso giuridico ma hanno manifestato un’incompressibile tendenza al kitsch: i begli abiti, gli amici che buttano il riso, la marcia nuziale di Mendelssohn ed i confetti. Dio liberi.


Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  febbraio 2007


GLI SPRECATI PARAGONI FRA BRIGATE VECCHIE E NUOVE
Le Brigate Rosse (la loro pallida sottospecie) sono fra noi…ed abbiamo anche il coraggio di stupirci, magari di chiederci il perché. Ci sono tutti i sintomi della loro comparsa: un “governicchio” debole, né di destra, né di sinistra, né moderato, ma neppure radicale; un conflitto sociale serpeggiante che tocca i ceti deboli che ormai hanno innescato da tempo una lotta fra poveri, su lavoro, tasse, case popolari, precariato e tentazione di appoggiarsi alla delinquenza; il livello culturale basso, infimo della gioventù italiana, costituita da figli di sessantottini, genitori svogliati ed arricchiti, complici delle libertà dei figli di spaccare bastoni in testa ai carabinieri, di fare corse con le automobili nelle periferie di città, di abusare di cellulari, compagni più deboli, professori sessantottini indulgenti e qualunque forma di oggetto o strumento contro cui gridare la voglia di onnipotenza giovanile e libertaria.
Il contraltare di tutto ciò sta negli obiettivi che le nuove Brigate Rosse volevano colpire: Berlusconi (che pur leader d’opposizione, rimane il personaggio politicamente ed economicamente più rilevante nel paese, a conferma dell’inutilità di Prodi), Mediaset, l’azienda della mercificazione pubblicitaria di massa, Sky, il colosso di tutti i desideri italiani, dal cinema allo sport, pagati a suon di soldini e decoder agevolati, Ichino, il simbolo di una classe di giornalisti tecnici, non più idealisti, ma concreti analizzatori dei fenomeni sociali con i grafici più che con la penna; Libero, il quotidiano per eccellenza più schierato, ma anche più imprevedibile e quindi più pericoloso, perché può svincolarsi in ogni momento e suscitare clamore in molta gente; l’ENI, l’esempio dello
Stato che non muore, ma che si improvvisa privato per continuare a mangiare dal pubblico.
Ecco le nuove Brigate Rosse hanno minacciato le più grandi potenze, ma al tempo stesso anche le più grandi anomalie e per questo più che vendetta o tragedia, cercavano di essere anch’esse un simbolo mediatico, pubblicitario, nulla più. Essi contavano sull’odio verso chi gestisce miliardi sulla pelle del fanatico di calcio e cinema, o chi è il magnate più odiato per principio per eccellenza, o su chi succhia dallo Stato da privato, o su chi critica il popolo lavoratore, analizzando sotto forma di dati e forza-lavoro e non in chiave umana ed umanistica. Essi si aspettavano di confondersi ai sindacati che scioperano nelle fabbriche, ai no-global che protestano a Vicenza, ai partiti estremi che contestano la Chiesa e che sarebbero stato la giusta appendice al loro movimento d’opinione.
Perché le nuove Brigate Rosse, che imbrattano i muri, lasciano volantini per le strade, sono un movimento d’opinione, nulla più. Potrebbero essere perfino un partito se non si fossero presentate sotto quel nome e non avessero paventato minacce, ma solo accuse.

Le BR di una volta ragionavano, pianificavano, sceglievano obiettivi facili, ma sensibili e strategici: piccoli pesci che contassero nell’oceano e non sparavano siluri direttamente in mare aperto, magari aspirando (come appunto le nuove BR), di prendere subito il pesce più grosso. Erano professori, quadri d’azienda, giornalisti, perfino editori o docenti universitari ed erano a volte inter-classisti. Le BR di oggi sono costituite da sindacalisti esautorati per eccesso di movimento, da giovani esagitati che sognano la purificazione della società e sognano di cambiare il mondo, spaccandolo dalla cima, da piccoli operai che cadono nella rete della rabbia sociale e cercano vendetta per l’ingiusta miseria cui lo Stato li sottopone. Ma non hanno una mente. Hanno un braccio, magari forte, che rischia però di stancarsi dopo il primo sfogo. Non hanno parti politiche che li destreggiano, perché nessuno, (rivolto a chi li vede come appendici di Diliberto, Caruso e Casarini e dei loro partiti, ha a che vedere con loro). Bravi teoricamente ad imitare le vecchie BR, non ne hanno né la preparazione intellettuale, né la serenità mentale di chi non ha nulla da perdere.
No. Le nuove BR sono il simbolo della disperazione sociale, per questo sono subito sgominati, perché frenetiche, sole, isolate, rabbiose ma anche inesperte, istintive e giovani. Mi sono affacciato oggi nei tanti Forum e siti comunisti di nome (non so di fatto) come quello del Partito Marxista-Leninista o del nuovo PCI o del PCI internazionalista o di battaglia comunista. Nessuno appoggia le BR, nessuno ne loda le gesta, nessuno ne fa riferimento. Anzi il PMLI dice apertamente in un suo comunicato che non hanno a che fare con loro. Con queste premesse, sono tranquillo, le BR non esistono più, ma con tali governi, tali tassazioni, tali vuoti di riforma, tale sminuimento nei valori di lavoro, ricerca e gioventù, diverremo tutti BR, “Brigantelli Rabbiosi” o “Bastonati Retribuiti”.

Angelo M. D’Addesio 
       

IL LATO DI CHI PARLA, IL LATO DI CHI ASCOLTA
Il cardinale Camillo Ruini ha detto: “Ci esprimeremo [noi vescovi, sui Dico] in modo vincolante per i cattolici”. E non è difficile capire in che senso e con quale risolutezza lo faranno. Per questo la mobilitazione contro l’ingerenza della Chiesa è già cominciata e in questi giorni raggiunge toni forti e risentiti. Ma sembra una polemica insulsa.
Il laico che non sia di sinistra potrebbe approfittare di questa occasione o per dare addosso alla sinistra (è sempre una battaglia comoda, quando si ha al proprio fianco la Chiesa Cattolica) o per dare addosso alla Chiesa e ai vescovi (è sempre una battaglia comoda, quando si ha al proprio fianco l’intellighenzia di sinistra, cioè tutta). Ma il laico liberale non riesce a sfuggire alla tentazione di farsi nemici tutti quanti.
La Chiesa è istituzionalmente il baluardo che la società ha costruito a difesa dei propri istinti di sopravvivenza. Essa dunque è a favore della tradizione, della gerontocrazia, dei maschi, della demografia galoppante (presidio della specie quando c’era un’alta mortalità infantile), dei massimi limiti sessuali (perché non si conosceva la contraccezione), ecc. Il miscredente può trovare assurdo associarsi a questa religione. Può non accettare un potere che limita tanto la sua libertà, che gli impone di pensare e credere alcune cose, che si arroga il diritto di dargli ordini di comportamento. Ma questo gli dà il diritto di uscire dalla comunità dei credenti, non di contestarla. Tecnicamente la Chiesa Cattolica è assolutista: in campo politico lo Stato della Città del Vaticano è una monarchia assoluta elettiva, in campo religioso non c’è libertà di pensiero. La Chiesa ha il diritto di dichiarare eretico chiunque non sia d’accordo con essa. Ecco perché essa può esprimersi “in modo vincolante”: non per tutti, ma per coloro che si dicono cattolici sì.
Ovviamente, dinanzi alla sottolineatura di questi lati duri e ferrei della dottrina cattolica, i credenti hanno tendenza a protestare: confermando così che il laico è riuscito ad alienarseli. Ma la domanda è: c’è qualcosa di sbagliato? E allora di che ci si lamenta? Anche ad ammettere che si fosse messa in cattiva luce la fede cattolica, chi è obbligato a dichiararsi cattolico e soprattutto cattolico osservante?
I politici di sinistra tuonano contro la Chiesa perché – dicono - interferisce nell’autonomia legislativa della Repubblica. Ma hanno torto. Non si può imporre ai vescovi di star zitti o al papa di non dire la sua. Altrimenti si arriverebbe all’assurdo per cui in campo politico può dire le peggiori sciocchezze il primo venuto e non un sacerdote o il supremo rappresentante della religione prevalente in Italia. Il problema, si deve capire, non sta dal lato di chi parla, ma dal lato di chi ascolta. E potrebbe non ascoltare.
I singoli cattolici e i partiti che si dichiarano cattolici sono tenuti ad una doppia lealtà: alla Repubblica dal punto di vista legale e al Papa dal punto di vista religioso. Quando le due sudditanze entrano in conflitto, sta agli interessati dichiarare a chi va la loro lealtà, mettendo in conto il biasimo o la sanzioni dell’altra. Se dunque  la Cei dovesse dichiarare che chi vota a favore dei Dico è in peccato mortale, i cattolici non avranno nessun motivo di strepitare. Sempre che vogliano continuare a chiamarsi cattolici. In questa materia la Chiesa, dal punto di vista della dottrina, non si appella al diritto canonico o a ciò che pensa la maggioranza degli italiani: si richiama ad un (fantomatico) diritto naturale che preesiste al diritto positivo, lo sovrasta ed è emanazione di quella volontà divina di cui il Papa è interprete.

Si ha il diritto di essere cattolici e si ha il diritto di non esserlo; ma non si ha è il diritto di fare a modo proprio rimanendo buoni cattolici: questi, diversamente dai protestanti, sono tenuti all’obbedienza al Papa. Se non gli va, si facciano anche loro protestanti, smettano di essere cristiani ma non contestino un’autorità dogmaticamente incontestabile. La verità è che col volgere dei secoli si è passati dagli autodafé – cioè dalla pena di morte inflitta per “deviazionismo religioso” – alla pretesa che la dottrina della Chiesa si adatti a ciò che desidera la piazza. E questo è troppo. Tanto varrebbe fare papa Masaniello.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 13 febbraio 2007


Succede di tutto
Per gli ebrei del mondo e per Israele non c'e' pace, non c'e' mai stata e mai ci sara'.
Succede proprio  di tutto.
Il mondo ebraico e' sotto schock a causa del libro infame e infamante di un uomo che probabilmente  non ha ancora risolto il complesso di Edipo e che, forse per superare la fama del Padre, l'amatissimo Rabbino Elio Toaff, e' arrivato a compiere l'azione  piu'  scellerata per un ebreo: il tradimento del proprio  Popolo rispolverando dal lontanissimo passato una menzogna che potra' metterlo ancora in serio pericolo.
Ariel Toaff, ancora di lui si parla,  si e' guadagnato fama e successo mettendo alla gogna l'intero Popolo Ebraico, infischiandosene  evidentemente poiche' non puo' aver fatto passare sette anni, tanto e' durata la stesura del libro, senza il dubbio che questa menzogna avrebbe fatto uscire dalle pustole dell'odio antisemita  umori purulenti  pronti a ridiventare endemici.
Lo avra' certamente pensato e se ne e' strafregato, con disonore suo e col disprezzo degli ebrei.
Gli antisemiti del mondo si sono gia' scatenati, altro che fama Ariel Toaff, lei e' oggi l'uomo piu' famoso del mondo.
500 siti antisemiti internazionali  citano "l'illustre professore di storia"  osannandolo " ma allora era tutto vero....maledetti ebrei....probabilmente lo fanno ancora....certo se lo dice un ebreo, uno storico di fama internazionale.....".
Questi sono i pensieri degli antisemiti piu' puri nella loro sporcizia, quelli terra terra, che  vivono crogiolandosi nell'odio per l'Ebreo.
Gli altri, i piu' politicizzati tra gli antisemiti, invece, cambiano musica, colpevolizzano l'eroe per dimostrare la falsita' di Israele  e  fanno passare il libro di Ariel Toaff per una "subdola manovra sionista tesa a dirottare l'attenzione su crimini ebraici di 500 anni fa per distogliere l'attenzione dai crimini sionisti di oggi".
 

Si, come dice Fiamma Nierenstein, i tanti Ahmadinejad del mondo stanno andando a nozze e brindano con grande soddisfazione al Toaff figlio per merito del quale, all'antisionismo  contro Israele, si aggiungera' il mai sopito antigiudaismo, l'odio contro l'ebreo  che succhia il sangue dei cristiani, che succhia i soldi dei cristiani, l'ebreo dal naso adunco e i canini pronunciati, come veniva  raffigurato ieri e come viene raffigurato oggi in tutto, tutto,  il mondo islamico. 
Da oggi in poi sara' ancora piu' pericoloso essere ebrei, da oggi in poi non verranno  aggrediti gli ebrei colpevoli di essere solo sporchi sionisti ma tutti indistintamente perche', come Popolo,  abbiamo ricevuto un bel regalo da Ariel Toaff: il marchio del vampiro.
Sopravviveremo anche a questo, gli ebrei tireranno su la testa e sapranno difendersi, non tema professore, noi sapremo affrontare anche questa prova e ne usciramo a testa alta.
Lei abbassi la sua, professore, non osi piu' guardare negli occhi un ebreo, neanche se stesso davanti allo specchio,  e magari, un domani, se non avra' di meglio da fare , rispolveri la storia delle streghe che nelle foreste d'Europa praticavano il Sabba tra orge e animali, o umani,  sventrati finche' non le bruciavano sui roghi ma,  attenzione,  dovra'  far credere che anche le streghe erano ebree se no non interessera' a nessuno.
 
Succede proprio di tutto.
Israele si mette a fare lavori in corso per riparare una massicciata crollata a causa di una nevicata e scoppia il furore islamico anche se i lavori sono esterni al Monte del Tempio, una ventina di metri distanti dall'entrata ai luoghi sacri islamici.
Furore, guerriglia, paesi islamici che ordinano a Israele di smettere subito gli scavi. Israele non e' padrone, in casa sua, sul suo territorio, di riparare alcunche', Israele non e' padrone di eseguire scavi archeologici, gli ebrei non sono padroni di andare a pregare sul Monte del Tempio, il luogo piu' sacro dell'ebraismo a causa del razzismo e dell'intolleranza islamici.
Per contro, loro, i musulmani, si permettono di scavare quanto vogliono e di gettare in discarica ogni pietra, ogni capitello, ogni simbolo della presenza dell'antico Tempio di Salomone.
Loro possono, il mondo tace come ha sempre taciuto, Israele protesta ma non puo' fare di piu' senza il pericolo di scatenare un'ennesima sanguinosa rivolta.
Lo dico piu' forte: signori paladini della liberta' religiosa che fate tanto casino in Europa per i diritti dei musulmani: gli  ebrei non possono andare a pregare sul Monte del Tempio!
Avete sentito?
I musulmani si, tutto il Monte del Tempio ormai e' nelle loro mani, distruggono ogni prova archeologica dell'antichissima presenza ebraica, tirano pietre sugli ebrei che pregano  davanti al Muro del Pianto.
I musulmani possono pregare in tutte le loro centinaia di moschee sparse  in Israele.
Gli ebrei non possono andare sul Monte del Tempio, che e' territorio israeliano,  senza correre pericolo di vita!
Avete sentito bene, paladini della liberta'?
Avete niente da dire? No? Ne ero sicura.

 
Succede proprio di tutto.
Succede che Azmi Bishara, deputato arabo della Knesset, traditore del paese che lo stipendia lautamente e che lui dovrebbe rappresentare,  amico e ammiratore di Hezbollah , assertore del dogma islamico che  Israele non deve esistere ma deve diventare uno stato binazionale quindi scomparire del tutto, questo ceffo  trova anche il tempo, tra tanta attivita' antiisraeliana,  per continuare a sputare nel piatto, molto ricco,  dove mangia.
I fatti: in Israele c'e' una nuova  legge che prevede il servizio civile per chi non voglia andare all'esercito, per i religiosi non sionisti e per gli arabi. In nome dell'uguaglianza  e della parita' di diritti  i giovani arabi/israeliani possono scegliere se servire Zahal o meno.
Fin qua nessun problema, anzi e' la dimostrazione che in Israele tutti i cittadini sono uguali e che ai giovani arabi viene data la possibilita' e il diritto di non fare i soldati ma di occuparsi della loro comunita', cioe' dei vecchietti arabi, dei bambini arabi, delle istituzioni nelle comunita' arabe del paese. Questo servizio civile dura un anno e chi lo fa riceve in cambio tutte le agevolazioni proprie di chi fa il soldato, sacrificando ben  tre anni della sua vita, cioe'  aiuti finanziari per gli studi universitari, per acquistare una casa, per avere un prestito a tassi molto bassi in banca ecc..
E  il signor  Bishara, che gira il mondo urlando che in Israele gli arabi sono discriminati, cosa combina?
Va di villaggio in villaggio, di comunita' in comunita', in Israele, a tenere comizi urlanti in cui ordina ai ragazzi e ragazze arabi di rifiutare il servizio civile, come quello militare.
Li obbliga quindi a rinunciare a un diritto, a tutte le agevolazioni che avrebbero da tale diritto.
Li invita, detto in parole semplici e chiare,  ad autodiscriminarsi!
La motivazione che lui, in perfetto stile Arafat, urla alle piazze e' semplice quanto scellerata:  "Israele vuole israelizzarvi! Ribellatevi! Rifiutate la democrazia. Noi non sappiamo che farcene della democrazia!".
Dopodiche', con la faccia di bronzo che si ritrova,   andra' di sezione in sezione dei partiti di sinistra in Italia, andra' di universita' in universita' in Europa a dire che , in Israele, paese che lui odia ma di cui si mette in tasca i soldi, gli arabi sono cittadini di serie bi, emme, zeta!  
Che lui lo dica non e' strano conoscendo la persona, la cosa strana e' che  in Italia gli credono e gli sbattono tappeti rossi sotto i piedi.
Che dico mai? perche' non dovrebbero credergli?  L'odio contro Israele e' fatto anche nella totale fiducia che certuni, certi tanti, hanno nella abominevole propaganda antiisraeliana.
 
Succede proprio di tutto e di piu'. 
Non esiste un limite umano all'odio contro gli ebrei e contro Israele.
Ne siamo letteralmente circondati , vi nuotiamo dentro, a volte annaspando,  ma la testa resta sempre orgogliosamente alzata perche' siamo ebrei e per quanti tentativi si facciano, nessuno e' mai riuscito a farci annegare.
Non ci riuscira' Ariel Toaff, non ci riuscira' Ahmandinejad, nemmeno gli integralisti islamici, ne' Azmi Bishara  e men che meno tutti i maledetti antisemiti di cui e' pieno il mondo!
 
Deborah Fait -www.informazionecorretta.vom - <http://www.deborahfait.ilcannocchiale.it>


11 febbraio: Anniversario del Concordato tra Stato e Chiesa
Nulla da dichiarare?

DEL PERICOLO DEL DIRITTO MORALE
Una delle caratteristiche che differenziano il diritto dalla morale è l’esteriorità. La legge si rivolge ai comportamenti e non ai pensieri o ai sentimenti. Essa richiede di essere osservata anche se non si è d’accordo e perfino se la si disprezza: ché anzi di questo non si cura, a meno che quel disprezzo non sostanzi un autonomo reato (istigazione a delinquere).
Questo atteggiamento è molto diverso da quello richiesto dalla morale. La morale bada più all’intenzione che al risultato. Essa castiga il falso devoto, il filisteo che compie i gesti richiesti ma non con i sentimenti richiesti. Il Cristianesimo, se pure invita a dare a Cesare quel che è di Cesare (norma esteriore), nell’ambito morale apprezza più chi ha l’intenzione di agir bene che chi rispetta la norma religiosa esteriore (“Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”, Marco 2, 27.).
Nel mondo moderno, un po’ per il decadere del sentimento religioso e un po’ per la tendenza allo Stato etico, la legge diviene la norma pregnante della società. La gente si stupisce quando un comportamento negativo non è sanzionato dalla legge, quasi che questa dovesse regolare ogni momento della vita di tutti. Un tempo si considerava un diritto del pater familias quello di tiranneggiare i propri figli o la moglie. In seguito – molto opportunamente – è nato il reato di maltrattamenti in famiglia (art.570 C.p.) ma la tendenza non si è fermata qui. Anzi è andata troppo lontano e il maestro che una volta era sanzionato solo nel caso di eccessi nelle punizioni corporali degli alunni (art.571 C.p.), oggi rischia grosso se umilia uno scolaro asino dinanzi a tutti.
Il testo giuridico in cui morale e diritto si confondono di più è la Costituzione. In essa la maggior parte degli articoli ha un alto e lodevole valore e infatti essa costituisce una garanzia per tutti i cittadini. Purtroppo in essa esistono norme dal contenuto non identificabile e non sanzionabile le quali potrebbero prestarsi, se l’Italia prendesse una brutta piega, ad inammissibili abusi.

Si prenda l’Art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. \ La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Già si potrebbe discutere sull’aggettivo “democratica”. Qual è una repubblica non democratica? La Roma repubblicana era democratica o no? E basta chiamarsi democratici? Come dimenticare che tutti i satelliti sovietici dell’Est Europa si definivano repubbliche democratiche? La parola repubblica bastava e avanzava. Ma sopratutto è sbalorditiva l’affermazione per cui la Repubblica è “fondata sul lavoro”. Dal momento che il lavoro in sé non esiste, si fa ovviamente riferimento ai lavoratori. Ma chi sono, costoro? Tutti, salvo i pensionati? Tutti, salvo le casalinghe (come se non lavorassero!)? Tutti, salvo gli ecclesiastici? Oppure, Dio non voglia, tutti salvo coloro che lavorano senza sporcarsi le mani, cioè una massa di persone che va dai maestri elementari ai deputati e ai senatori?

Uno è costretto a fare sforzi di fantasia. Forse i costituenti volevano escludere i parassiti, come se si fosse nel 1788? I nobili proprietari terrieri? Ma, anche in questo caso, a parte il fatto che “tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge”, come dice la stessa Costituzione, essi erano già, nel 1947, una sparutissima minoranza; e poi chi ha detto che il proprietario terriero, nobile o no, non lavora? Se non amministra oculatamente i suoi fondi finirà col perderli. Amministrare una grande proprietà è forse diverso dal dirigere una banca?
A questo punto, dinanzi a questa serie di perplessità, si può fare l’ipotesi che “fondata sul lavoro” significasse “che dal lavoro spera di ottenere la propria prosperità”. Bella scoperta: e da che altro potrebbe derivare, la ricchezza?

Ma ecco un’altra ipotesi: forse si voleva dire che la Repubblica aveva in particolare simpatia i lavoratori (anche se non abbiamo saputo chi siano), e che essa avrebbe cercato di favorirli più degli altri. Ma non è incostituzionale preferire alcuni cittadini?
L’articolo è francamente insostenibile. Né più sostenibile è quell’altro che parla di diritto al lavoro. Si ha un diritto quando si può ottenere forzosamente rivolgendosi al giudice: non un lavoro.
Un altro esempio, l’art.3: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Ecco un'accozzaglia di parole retoriche che giuridicamente (e la Costituzione dovrebbe essere un testo giuridico) non significano assolutamente niente. In compenso sono sono pericolose.
L'eguaglianza dei cittadini, una volta che vada oltre il sacro principio teorico e si incarni nella “rimozione degli ostacoli” alla sua attuazione,  può significare il sequestro di ogni bene ai Kulaki e il loro massacro se resistono. Anche quell'operazione tendeva all'“uguaglianza dei cittadini”: non tutti infatti erano proprietari terrieri. Ecco perché bisogna preferire le norme dal contenuto concreto e identificabile a norme dal contenuto ideologico che ciascuno può stravolgere come meglio crede. La formulazione dell’articolo 3, per la parte in cui l’imperativo è inconsistente e impossibile da sanzionare, non è giuridica; per la parte in cui indica dei comportamenti è pericolosa per l’interpretazione che se ne potrebbe dare. L’Italia non ha massacrato i suoi Kulaki  ma nel ’68 ha avuto gente che protestava contro la bocciatura negli esami universitari, sostenendo che era una discriminazione. L’uguaglianza dei cittadini richiedeva che si desse il 18 politico a tutti, magari con un esame di gruppo in cui parlava l’unico che aveva studiato.

Recentemente la Corte Costituzionale ha reintrodotto la possibilità dell'appello del PM contro la sentenza d'assoluzione. Solo che qui da un lato c’è un privato che paga l’avvocato di tasca sua ed è tenuto sulla graticola per anni, dall’altro la polizia dello Stato, i carabinieri, la magistratura e tutta l’indolente organizzazione della giustizia. Bella uguaglianza. Poi, quando un magistrato in primo grado ha assolto il cittadino questi – non che poter protestare che è già stato sottoposto a giudizio (ne bis in idem); non che poter protestare che, anche a sussistere qualche dubbio sulla sua innocenza, il dubbio è sufficiente per l’assoluzione, ecco si trova costretto a riprendere il calvario. Magari fino in Cassazione. La nostra Costituzione dunque, secondo l’interpretazione della “Consulta”,  reputerebbe inammissibile un istituto che in Inghilterra, patria dell'habeas corpus, è in vigore da secoli.
Ancor più serio è il discorso sull’art.27. I primi due paragrafi non si prestano a discussioni e si è anzi lieti di vederli contenuti nella Costituzione ma è allarmante il quarto: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In Italia – grazie al cielo – esso fa pensare a biblioteche all’interno delle carceri, a corsi di storia o di informatica per i detenuti, o al coinvolgimento dei carcerati nell’amministrazione della comunità. Ma se il governo divenisse autoritario ed ideologico, se facesse leggi contro il dissenso, se mettesse in carcere chi critica l’autorità, come non vedere che quella “rieducazione” potrebbe portare, come in Cina, ai “campi di rieducazione”? “Non solo starai in carcere ma, dal momento che tendo a rieducarti, dovrai studiare la dottrina del partito e dire che ne sei convinto”.
Finché si vieta di percuotere il carcerato, o di tenerlo in galera senza un ordine del magistrato, sia lode alla Costituzione: ma perché affidare allo Stato il diritto di dire ciò che è bene e ciò che è male? Perché consentirgli di insegnare la morale, mentre tiene qualcuno in galera? Oggi il pericolo non è attuale ma è lecito avere paura di una Costituzione che tende tanto chiaramente “al bene”. Ancor più se si pensa che questo poi potrà essere affidato ai singoli amministratori della giustizia o ai politici. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Per alcuni lo stato etico è un'evidenza, per altri un pericolo. Per alcuni c'è confusione tra etica, politica e diritto, per altri questa è la radice della dittatura. Per alcuni una norma di ambito amplissimo ed incerto è nobilissima, per altri è aria fritta (se non applicata) e pericolosa (se applicata male).
L’esteriorità del diritto, la sua alterità e la sua giusta distanza dalla morale sono una garanzia di libertà.  Oscar Wilde è stato giudicato e messo in galera per motivi che oggi tutti reputerebbero assurdi ma che, appunto, allora furono reputati innegabili. Una Costituzione è tanto più liberale e tanto più rassicurante quanto meno si occupa della felicità e della santità dei suoi cittadini.
Forse la Costituzione ideale è quella inglese, che non esiste.


Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 11 febbraio 2007


Dico: Taradash, "Perché da liberale dico no a un mostro giuridico".
C’è un’ingerenza impropria del Vaticano nelle cose dello Stato a proposito dei Dico? No in generale (perché l’ingerenza dei gruppi di pressione è il sale della società aperta), sì, a mio parere, nel caso di monsignor Fisichella che, vedi l’intervista al Corriere della Sera di ieri, si rivolge direttamente ai parlamentari cattolici e ingiunge loro di seguire le disposizioni della Chiesa. Occorre reagire, anche se in nome del lato oscuro dei rapporti fra Stato e Chiesa, il Concordato. Ma quello che dovrebbe altrettanto se non di più preoccupare i laici di cultura liberale è l’ingerenza dello Stato nel “cerchio magico” delle libertà personali. E cos’altro sono i Dico se non un intervento che mira alla statalizzazione della libera unione fra due persone? Il governo offre, in cambio della rinuncia alla libertà di stare insieme senza controllo esterno, una serie di vantaggi concreti e richiede qualche assunzione di doveri. E propone un pacchetto di norme che finiscono per dare ragione alle proteste del cardinale Ruini e della Cei. Diritti (in linea di principio, poi si vedrà) di serie A, doveri (teorici) di serie C.
Un’alternativa effettiva al matrimonio, almeno a quello civile, quando i Dico entrassero un vigore. Certo, probabilmente è tutta una bolla di sapone, è possibile che i Dico facciano la fine delle “liberalizzazioni” di Bersani (che in molti casi sono pratiche interventiste a tutela del consumatore in un quadro di mercato asfittico, che tale resta: vedi l’abolizione del ticket sulle ricariche, che slitta a non si sa quando). Ma resta il fatto che si viene a minare contemporaneamente non la famiglia, come dicono i conservatori - perché la famiglia preesiste alle leggi - ma l’istituto del matrimonio civile da una parte e le libere convivenze dall’altra. E lo si fa sia con gli strumenti dello stato sociale, senza neppure sapere se le casse dello Stato reggeranno all’urto, sia con interventi mirati ad alterare le norme che regolano i contratti fra gli individui. Invece, ad esempio, di rendere meno punitive le procedure e i tempi del divorzio consensuale, invece di abolire o rivedere le norme sulla successione “legittima”, si crea una terza forma di matrimonio nel segno della libertà vigilata e dell’irresponsabilità diffusa.
Perché tutto questo pasticcio? Semplicemente perché il Governo “progressista” si è assoggettato all’omofobia di cui è intrisa tanto la tradizione della Chiesa quanto la cultura prevalente a destra come a sinistra. Invece di stabilire norme ad hoc per garantire diritti alle coppie omosessuali che soffrono di una effettiva discriminazione nei confronti di quelle etero, si è preferito scegliere - contro il diritto - la tutela. Una tutela che, per mascherare ancora di più i vantaggi che potrebbero ricavarne le persone omosessuali, ricacciate nell’ombra, viene estesa a quasi tutti i casi possibili e immaginabili di coabitazione. Col bel risultato di dare vita all’ennesima mostruosità statalista e di ridurre ancora un po’ lo spazio delle libertà individuali.


da Il Giornale di domenica 11 febbraio 2007

NOI NON DIMENTICHIAMO
Alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre tutta l'Italia, grazie all'esercito Anglo-Americano, veniva liberata dall'occupazione nazista, a Trieste e nell'Istria (sino ad allora territorio italiano) si è vissuto l'inizio di una tragedia: la "liberazione" avvenne ad opera dell'esercito comunista jugoslavo agli ordini del maresciallo Tito.

350.000 italiani abitanti dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro, gli amici e gli affetti incalzati dalle bande armate jugoslave. Decine di migliaia furono uccisi nelle Foibe o nei campi di concentramento titini. La loro colpa era di essere italiani e di non voler cadere sotto un regime comunista.
Trieste, dopo aver subito più di un mese di occupazione jugoslava, ancora oggi ricordati come "i quaranta giorni del terrore", visse per 9 anni sotto il controllo di un Governo Militare Alleato (americano ed inglese), in attesa che le diplomazie decidessero la sua sorte.

Solo nell'ottobre del 1954 l'Italia prese il pieno controllo di Trieste, lasciando l'Istria all'amministrazione jugoslava.
E solo nel 1975, con il Trattato di Osimo, l'Italia rinunciò definitivamente, e senza alcuna contropartita, ad ogni pretesa su parte dell'Istria, terra italiana sin da quando era provincia dell'Impero romano.

Il 10 febbraio è il giorno che l'Italia dedica alla memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle Foibe e dell'Esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati.


L'Adele
Giovedì scorso - in silenzio - all'età di 86 anni, è morta a Roma Adele Faccio, storica esponente radicale, protagonista con il suo impegno delle iniziative per i diritti civili negli anni '70.
Il mio ricordo,  è  un suo piccolo, e coloratissimo,   dipinto,   che conservo con affetto, regalatomi una delle ultime volte che- saranno dieci anni- ci siamo incontrati;  e, ancora,  l'immagine dell'Adele appoggiata al bastone, testa all'insù,   la mantella di lana grossa che scivola via,   ad ammirare la cupola del Correggio nel duomo di Parma.
L'Adele, l'ultima cena a Gualtieri - da Giuseppe e Tosca,  con  Marco Scarpati e Giulio e Stella e Giovanzana e Sergio e  gli altri amici carissimi -  non era potuta venire... poi le cene sono finite...   ci siamo persi di vista,  io in altro indaffarato,  lei, di cui ogni tanto chedevo notizie, a  fare i conti con gli acciacchi dell'età...
Sono triste. Ciao Adele.

cp, 10 febbraio 2007


Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi
Qui il testo del progetto di legge presentato dal Governo.
Voi cosa ne pensate?


Perché, Ariel Toaff?
Non ho ancora letto il libro di Ariel Toaff "Pasque di sangue", titolo thriller, ho letto pero' tutti gli articoli che ne parlano e tutte le interviste degli  storici piu' accreditati a dare il loro giudizio.
Nessuno concorda con l'autore.
Ho sentito la disperazione degli ebrei italiani, ho sentito la loro paura e la loro rabbia che proprio uno di loro sia andato a rimestare nel fango del passato, un passato che e' costato  la vita di centinaia di migliaia di ebrei nei secoli.
L'accusa dei sacrifici rituali perseguita gli ebrei dal tempo della Santa Inquisizione e questa accusa viene ripetuta ancora oggi dagli antisemiti e dalla propaganda islamica. Sui media dei paesi arabo/musulmani non passa giorno che non venga pubblicata una vignetta che raffigura l'ebreo con la bocca grondante sangue e il cadaverino di un bambino , arabo in questo caso, tra le mani. E' un classico.
Quando ho letto la notizia del libro di Toaff  mi sono fatta prendere dalla rabbia, una rabbia cieca, una tale disperazione che  pensavo freneticamente "non e' vero, non e' vero, adesso mi sveglio e mi rendero' conto di non aver letto niente di tutto questo", mi girava la testa, non sapevo che fare, immaginavo per  noi ebrei altre centinaia d'anni di accuse, di demonizzazioni, vedevo  il pregiudizio sempre pronto a trasformarsi in odio.

Mi sembrava di essere Cassandra.
Vedevo decenni di  fatiche fatte, peregrinando di scuola in scuola, di assemblea in assemblea, di universita' in universita',  per far capire, per spiegare, per presentare documenti comprovanti l'innocenza degli ebrei dall'accusa infamante del sacrificio rituale, gettati al vento e perduti a causa della voglia di scoop di uno di noi.
Tanto lavoro, tanta passione, tanta fatica e anche tanto pericolo di aggressioni, gettati via, tutto inutile. Abbiamo lavorato per niente.

Per niente, per dover ricominciare tutto da capo.
Grazie a Ariel Toaff.
Ricordo quanto si e' prodigato a Bolzano e a Trento Federico Steinhaus, Presidente della Comunita' Ebraica della Regione per combattere il pregiudizio dei trentini.
Ricordo quanto ci siamo dati da fare perche' la municipalita' di Trento togliesse il Santo davanti al Simonino nella piazzetta omonima.
Ricordo quando siamo andati, emozionatissimi,  davanti all'ex sinagoga di Trento a portare  una targa che ricorda il sacrificio degli ebrei accusati ingiustamente e impiccati dopo essere stati torturati .
Erano con noi il Vescovo e il Sindaco della citta' e per noi quel risultato era grandioso perche' avevamo riscattato l'onore dei nostri morti.
Avevamo  un groppo in gola.
Tutto inutile. Tutto per niente.
Grazie a Ariel Toaff.
  
Ricordo lo sforzo per far comprendere alla gente che per gli ebrei il sangue e' impuro, che la Bibbia lo definisce "abominevole" e vedo ancora davanti agli occhi l'espressione spesso ironicamente incredula sui volti degli  irriducibili dell'odio.

La domanda che esce spontanea e' PERCHE'?
Perche' un ebreo, un rabbino, il figlio del grande Elio Toaff e' arrivato a scrivere una cosa del genere?
Lui dice di averci messo sette anni per scriverlo e in sette anni non gli e' mai balenato il pensiero che stava riportandoci indietro di cinque secoli?
Non gli e' mai venuto in mente che questo libro avrebbe scatenato l'antisemitismo che in Europa e' ancora cosi' vivo?

Lui  si lamenta di essere accusato senza che nessuno abbia letto il libro.
Non serve leggerlo, bastano  il titolo e il sottotitolo per far entrare nella testa della gente il tarlo del "ahhh ma allora era tutto  vero!".
Ecco, il gioco e' fatto. Basta sempre cosi' poco per accusare gli ebrei.
Adesso Ariel Toaff fa la vittima, dice di essere messo alla gogna inutilmente, accusa coloro che lo accusano ma chi lo accusa non sono solo i rabbini, non e' solo suo Padre che si rifiuta di vederlo, chi lo accusa sono proprio gli storici cristiani.
Lo smentisce la Chiesa per bocca di un suo storico Padre Iginio Rogger:
«Per noi, e per la scienza storica, il caso Simonino era chiarito. Chi vuole rimetterlo in discussione, deve poter documentare un'indagine storica dello stesso livello, altrettanto rigorosa, prima di impugnare ciò che generazioni di studiosi hanno appurato».

Lo smentisce lo storico del Medio Evo Diego Quaglioni, professore di storia del diritto medievale e moderno alla facoltà di giurisprudenza dell‚università di Trento e autore, con Anna Esposito, della pubblicazione in veste critica con introduzione giuridica e istituzionale del testo dei verbali processuali del processo agli ebrei per la morte di Simone da Trento.
Il professor Quaglioni si dichiara "stupito" e aggiunge:
" E‚ una tesi aberrante dal punto di vista non ideologico o confessionale, ma storico. Io quei verbali li ho curati e so bene di che cosa parlo: sono testi cui non si puo credere in modo ingenuo altrimenti si torna indietro a una lettura prescientifica, acritica, astorica: quella dei gesuiti a fine 800 e dei francescani antigiudaici del Œ700......A Trento nel 1475, subito dopo i fatti e la condanna il papa mandò un inquisitore domenicano a verificare se il processo si fosse svolto regolarmente. Questi si convinse che i verbali erano costruiti. Tornò a Roma convinto dell‚innocenza degli ebrei e che ci fosse lo zampino del vescvo e suoi uomini. A Roma si aprì un procedimento davanti a una commissione speciale che giudicò che le forme erano state rispettate. Non possediamo più gli originali dei processi, abbiamo copie fornite a Roma dal vescovo di Trento che organizzò il processo. L‚inquisitore apostolico scrisse una difesa degli ebrei, che io ho pubblicato 20 anni fa e si può leggere in biblioteca."

E ancora scrive Diego Quaglioni:"Come si fa a rilanciare quell‚accusa infamante ammantandola di storicità? E‚ per me inaudito, non perché sia incline a tesi innocentiste, ma perché sono uno storico del diritto, che usa normalmente gli strumenti della filologia dei testi giuridici e delle interpretazioni delle fonti processuali. Sono stupefatto delle conclusioni cui giunge Toaff, cui ho cercato di raccomandare molta prudenza ricordandogli che quelle fonti sono inaffidabili per loro natura".
 
E allora perche',  Ariel Toaff? Come ebrea che si occupa da sempre di combattere l'antisemitismo e l'antisionismo mi sento in diritto di chiederle "Perche'? ".
Ho sentito che il libro e' andato a ruba e che a Roma non se ne trova piu' una copia, certo non ne avra' venduti tanti quando scriveva di cucina ebraica, meglio cambiare argomento, dunque.
Il sangue tira sempre e quando si parla di ebrei tira ancor di piu'.
Continuero' a chiedere perche',  a provare tanta rabbia, ad essere disperata nel vedere che noi ebrei non abbiamo bisogno di andare a cercare i nemici lontano, li abbiamo tra  noi, sia che si parli di ebraismo  che di Israele.
Li abbiamo tra noi perche' siamo abituati a mettere sempre tutto in discussione, a scavare, a dire cose che potrebbero nuocerci, vogliamo essere piu' realisti del re, vogliamo sentirci cosi' equi da diventare masochisti fino alla paranoia ma a tutto c'e' un limite e allora....    
Perche' Ariel Toaff?
Perche' ha voluto mettere gli ebrei sulla graticola per altri cent'anni, se bastera'?
Perche' ha voluto dare un simile dolore a suo Padre cosi' anziano, cosi' amato e rispettato da tutti?
Ha avuto sette anni per pensarci e non si e' fermato, allora, mi permetta, dubito che lo
abbia fatto per amore della verita'.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com - http://www.deborahfait.ilcannocchiale.it

Infrastrutture, l’Italia presto pagherà il conto del suo immobilismo
(ma in compenso noi abbiamo Pecoraro Scanio)

La Spagna, in quest’ultimo ventennio, ha realizzato uno straordinario miracolo economico. Il premier Zapatero, esagerando nell’entusiasmo ma venendo subito preso sul serio da alcuni ambienti catastrofistici italiani, ha detto, di recente, che la Spagna mira a superare economicamente l’Italia. L’obiettivo però è tutt’altro che a portata di mano perché il ritmo di crescita della Spagna si è andato affievolendo in questi ultimi anni. Resta il fatto che, in un paio di decenni, la Spagna è uscita dal suo sottosviluppo. Partendo da un’economia prevalentemente agricola, è riuscita a costruirsi una ragguardevole dimensione industriale e una struttura di servizi non meno importante (basti pensare alle sue grandi banche che oggi sono presenti in modo economicamente aggressivo in molti paesi stranieri compresa l’Italia).
 Alla base del boom economico spagnolo, lo dicono gli studi più accreditati, ci stanno le opere pubbliche e l’edilizia privata. In Spagna infatti le grandi opere infrastrutturali sono state realizzate in tempi brevi, utilizzando ampiamente i fondi europei e mobilitando su di esse tutte le risorse private disponibili, ottenendo così dei risultati economici sorprendenti.
 Per misurare questo boom, in confronto all’Italia, bastano pochi dati. Quando il nostro paese aveva già realizzato l’intera Autostrada del Sole, la Spagna non disponeva di un chilometro di autostrada. Adesso invece la Spagna può fare affidamento su 237 chilometri di autostrada per milione di abitanti contro i nostri 111, meno della metà. In Italia si paga ancora il conto salato dello slogan pauperistico, vetero-rurale e sostanzialmente demente di “piccolo è bello” in omaggio al quale, durante questi ultimi 25 anni, sono state boicottate tutte le grandi opere. Il raddoppio dell’autostrada Bologna- Firenze (opera necessaria agli occhi di tutti), pur prevista da oltre un ventennio, non è mai stata mai realizzata. E’ passato, ma dopo un lunghissimo braccio di ferro con le forze politiche contrarie alle grandi opere, solo uno scampolo come quello della cosiddetta “Variante di valico” che, per di più, un quarto di secolo dopo, non è ancora entrata completamente in funzione. Fu un buon interprete di questa assurda posizione il relatore del Pci che, nei primi anni Sessanta, spiegò alla Camera che le autostrade non erano “assolutamente necessarie” ed era “meglio che lo stato devolvesse quei denari al miglioramento della rete stradale già esistente”. L’avversione alle grandi infrastrutture era da noi così acuta che l’Italia, unico paese al mondo, approvò addirittura per legge il divieto di costruzione di nuove autostrade. Con tale legge si riuscì a bloccare non solo le nuove autostrade finanziate dallo stato, ma anche quelle che eventualmente fossero state realizzate con il solo capitale privato. Con quella legge infatti non si voleva ridurre la spesa pubblica ma si voleva semplicemente strozzare, per via legislativa, la stessa idea che potessero essere costruite nuove autostrade, considerate evidentemente, all’epoca, come strumenti del demonio, non come infrastrutture idonee a facilitare lo spostamento delle persone e delle merci senza per questo gravare sulle casse dello stato, visto che sono gli stessi utenti a pagare, con il pedaggio, la costruzione e la manutenzione delle autostrade stesse.

 
Anche se la legge che blocca la costruzione di nuove autostrade è stata abolita, resta, in molti, la mentalità anti-industrialista ed anti-modernizzatrice che si propone di bloccare in Italia tutte le grandi infrastrutture: dalle nuove autostrade, alla Tav in Val di Susa, al Mose e così via.
 E’, questa, la stessa mentalità che, ai tempi del primo centrosinistra, con la benedizione di Ugo la Malfa, finì per bloccare l’introduzione in Italia della tv a colori, nella convinzione che essa avrebbe rammollito gli italiani distogliendoli da compiti ben più importanti. Tale motivazione, oggi, fa ridere a crepapelle, tanto sembra inutilmente didattico- precettiva ma, allora, l’idea era considerata così seria da guadagnarsi agevolmente la maggioranza parlamentare . Il risultato di quella legge fu un doppio fallimento. Primo, perché non riuscì a bloccare le trasmissioni tv a colori che finirono per imporsi ugualmente, se non altro perché, al nord, i più danarosi, comprando i nuovi apparecchi tv all’estero, potevano seguire le trasmissioni a colori della Tv svizzera italiana. Il secondo fallimento consistette nel fatto che, quando, per forza di cose, anche in Italia furono adottate le trasmissioni tv a colori, l’industria italiana dei televisori (dalla Geloso alla Brionvega) che prima di questa trovata legislativa era in ottima forma, fu letteralmente travolta dalla concorrenza straniera che possedeva linee di prodotti consolidate nella ricezione dei programmi tv a colori.
 E cosi, mentre i cinesi hanno realizzato, in soli cinque anni e due giorni, i 1.142 chilometri della Pechino-Lasha, in Tibet, una ferrovia che si inerpica quindi fino al tetto del mondo, le rotaie per l’alta velocità fra Milano e Roma, la cui posa in opera era iniziata trent’anni fa, deve essere, da noi, ancora conclusa.
 Anche il progetto dell’alta velocità in Val di Susa, a sentire il ministro Alessandro Bianchi, va tenuto ancora a bagnomaria per poterlo discutere adeguatamente con tutti gli aventi diritto (e anche quelli che il diritto non ce l’hanno) nonostante la realizzazione dell’opera sia stata annunciata diciotto anni fa dal Consiglio dei ministri della Cee, diciassette anni fa ci sia stata presentazione ufficiale del tunnel della Val di Susa, tredici fa venne apposta la firma dell’accordo fra Francia ed Italia, dodici fa venne formulata la promessa che la nuova tratta sarebbe stata ultimata “entro il duemila”, dieci fa venne assunta la decisione di convincere anche i più renitenti con ulteriori approfondimenti. Intanto nella Corea del Sud stanno realizzando, a tempo di record e in un colpo solo, una linea ferroviaria ad alta velocità di 410 chilometri dei quali 120 saranno su ponti e 190 in galleria.
 Mentre in Italia si discute senza limiti di tempo, negli altri paesi, anche i più arretrati (ma per quanto?) si sta andando a rotta di collo. La sede per l’ultima riunione dei paesi asiatici, ad esempio, è stata decisa a favore di Hanoi (Vietnam) a gennaio del 2006. Non disponendo di una struttura idonea ad ospitarla, il governo vietnamita ha deciso di costruirne una che il 18 dicembre 2006 (otto mesi dopo) ha accolto l’Apec Summit. Il palazzo non è una catapecchia ma dispone di un sala conferenze in grado di ospitare 3.800 persone (pur avendone bisogno, non abbiamo, in Italia, una sala congressi così capiente) e di altre 30 sale riunioni. La sala ristorante può mettere a tavola 1.500 persone. Il palazzo ospita anche una banca, l’ufficio postale, bar, ristoranti, negozi.
 Da noi invece il Centro Congressi Italia di Roma, progettato da Massimiliano Fuksas e selezionato nel febbraio del 2000, a sei anni di distanza non è stato ancora nemmeno iniziato. Persino in Romania ci battono: il grattacielo che è in corso di realizzazione a Bucarest vicino alla chiesa di San Giuseppe (e che per questo ha provocato le proteste del Vaticano) pur essendo stato iniziato solo nell’ottobre scorso, quattro mesi dopo è già arrivato al decimo piano.


Pierluigi Magnaschi  da "il Foglio" del 9 febbraio 2007

IL P.N.F. SOFRI E OLGA D’ANTONA
 
Parlare di Sofri è particolarmente fastidioso perché, sull’uomo, si incontrano due opposte spinte irrazionali: da un lato il fanatismo di chi deve ad ogni costo difendere un esponente della sinistra intellettuale (il più grande potere che ci sia in Italia) e dall’altro l’antipatia viscerale che l’uomo è capace di suscitare in una enorme massa di italiani. Tutto questo è talmente vero che ciascuno dovrebbe, prima di aprire bocca, chiedersi: io da che parte sto? E poi, per controbilanciare le proprie spinte emotive, magari non dire nulla.
Per questo si può discutere del problema solo allargandolo parecchio e discutendo dei seguenti argomenti: 1) La funzione della pena; 2) La redenzione del condannato dal punto di vista umano e dal punto di vista sociale; 3) La redenzione dal punto di vista politico.
Nell’amministrazione della giustizia la pena serve a tenere lontano dalla società un individuo che si è mal comportato (sicurezza sociale); a far vedere ai terzi che cosa succede a chi si comporta male (prevenzione generale); ad imporre a chi ha provocato dolore di soffrire a sua volta, per ben comprendere qual è stato l’effetto della sua azione (valore retributivo della pena, prevenzione speciale).
La pena dovrebbe inoltre tendere alla rieducazione del condannato, cioè al suo pieno recupero all’interno della società. Dal punto di vista umano questa redenzione, anche se molto rara, è pienamente possibile: dal punto di vista sociale il conto è un altro. Non molti sarebbero contenti di sapere d’avere per vicino di casa un ex-sicario, anche se ha già scontato la pena, e nessuno assumerebbe come autista per la propria moglie un ex-condannato per stupro. E dal punto di vista politico va anche peggio.
Il politico – a torto o a ragione – si propone come un modello e per il maestro non si accettano macchie, né presenti né passate. Basta fare questa domanda: se Mussolini – mai condannato per omicidio - fosse sopravvissuto alla guerra, e avesse dichiarato d’essersi pentito e d’essere un sincero democratico, gli si sarebbe permesso di fondare e dirigere un partito politico?

Si può ora venire a Sofri. Indubbiamente il comportamento di questo signore è quello di un pacifico, beneducato intellettuale. Il fatto è che non è stato condannato per cattiva educazione, è stato condannato per omicidio. Le sue proteste di innocenza non commuovono nessuno che frequenti i palazzi di giustizia: le carceri, si sa, sono piene d’innocenti. Anzi, non che renderlo più degno di benevolenza, le proteste d’innocenza sono allarmanti: significano che non riconosce la buona fede di quella miriade di giudici che lo ha condannato oppure che è afflitto da una visione così distorta dalla realtà da non accorgersi di ciò di cui si accorgono tutti i giudici. Magari sarebbe in grado di rifare, con perfetta buona coscienza, ciò che ha già fatto una volta?
Altra obiezione che si fa riguardo ad Adriano Sofri: è stato messo in galera con decenni di ritardo. L’obiezione non ha senso. La pena ha valore retributivo e dunque lo Stato intende fare pagare a qualcuno il male fatto anche se è passato molto tempo. È vero che stabilisce tempi per la prescrizione della pena, ma questi tempi non sono scattati per Sofri.

Come se non bastasse quest’uomo, benché oggi circoli liberamente, tecnicamente è un condannato per omicidio che dovrebbe riprendere ad espiare la sua pena. Dovrebbe. A questo punto si capisce il lamento della signora Olga D’Antona, parlamentare dei Ds, nel vederlo fra i principali invitati alla discussione nel momento in cui si cerca di riformare il suo partito: “Qual è il messaggio simbolico di questa scelta?”, chiede. «Se si ritiene che Sofri sia vittima di un errore giudiziario, in base a elementi concreti, perché non chiedere la revisione del processo per scagionarlo e cercare i veri colpevoli?” E qui la signora D’Antona fa finta di dimenticare che il processo per revisione ha già avuto luogo. Poi prosegue: “Adriano Sofri è stato condannato con sentenza passata in giudicato e non ha finito di scontare la sua pena. A questo punto mi chiedo perché il gruppo dirigente del mio partito, che è partito di governo, lo sceglie come interlocutore privilegiato, in un passaggio che indubbiamente è un passaggio epocale nel nostro partito e nella storia della politica italiana».
Tutto questo rappresenta una sorta di nemesi, nella storia del diritto penale in Italia. Per anni la sinistra, pur di andare contro i propri “nemici” veri o presunti, ha mitizzato la magistratura. L’ha soffusa di un alone d’intangibile sacertas e quasi d’infallibilità. Ha prestato fiducia alla leggenda del bacio di Andreotti a Riina, perché ci credevano alcuni giudici inquirenti; ha creduto ad un Enzo Tortora spacciatore di droga perché così diceva un giudice di primo grado; ha creduto ad un Corrado Carnevale venale e disonesto solo perché così desideravano sentir dire parecchi giudici le cui sentenze erano state cassate. E alla fine, quando i castelli di carte sono crollati, pur di salvare capra e cavoli hanno detto che la magistratura era infallibile, perché se è vero che aveva condannato Tortora, tenuto sulla graticola per anni Carnevale ed Andreotti, era anche vero che alla fine li aveva prosciolti da tutto.
Questo meccanismo di mitizzazione di un’organizzazione umana e fallibile, che andrebbe rispettata sì, ma anche considerata con fraterna comprensione, ha trovato una pietra d’inciampo in Sofri. Una volta che, contrariamente alle proprie smanie accusatorie e dietrologiche, è stata convinta dell’innocenza di un accusato, la sinistra si è trovata di fronte ad una magistratura unanimemente colpevolista ed ha dovuto scegliere: o sostenere la sacertas, l’intangibilità, l’infallibilità del giudice o sostenere contro venti e maree l’innocenza dell’amico. E ha scelto la seconda soluzione. Trovandosi a sostenere un condannato che nega la giustezza del verdetto. La signora D’Antona, parlamentare diessina, non gliela fa però passare liscia. Dice infatti: “Ma se invece è colpevole, come la magistratura ha ritenuto, chiedo ai dirigenti del mio partito, che hanno ricoperto e ricoprono importanti incarichi di governo (presidente e vicepresidente del Consiglio, ministro della Giustizia, ministro degli Esteri) se, in un Paese democratico, questo non rappresenti un vulnus nei rapporti con una delle più importanti istituzioni dello Stato, cioè nei confronti della magistratura, che ha emesso una sentenza definitiva, infliggendo una pena non ancora completamente scontata».
Fassino e compagni si sono arrampicati sugli specchi ma i fatti sono quelli che sono. La coerenza passa sempre dopo la politica. In realtà, quando si è stati condannati per associazione sovversiva, per terrorismo o per omicidio, bisognerebbe avere il buon gusto di tenersi lontani dalla politica. A meno che il paese non sia tanto magnanimo da accettare un Mussolini, pentito e democratico, come capo del “Partito della Nuova Felicità” (P.n.f.).


Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 febbraio 2007

SHOA’: INTERVISTA AD ANTIMO MARANDOLA (EBRAISMO E DINTORNI)
D: Nei giorni scorsi la memoria dell’Olocausto è stata rivissuta in molti eventi e momenti. E’ una memoria ancora viva ed importante nei popoli e nella gente?

MARANDOLA: La Shoà viene ricordata in modo pessimo principalmente perché viene trasmessa una falsa convinzione e cioè che la Shoà sia finita con l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. La Shoà invece continua e se non assume i caratteri della distruzione di massa lo si deve solo al fatto che è nato lo Stato di Israele e il tentativo arabo di completare l’opera di Hitler si è scontrato con l’esercito Israeliano. Le guerre di aggressione del 1948, 1956, 1967, 1973 e i massacri terroristici ancora in atto sono stati tentativi di far scomparire Israele e tutti gli ebrei. Se Israele avesse perso una sola di queste guerre Hitler avrebbe avuto la sua vittoria postuma.
Inoltre occorre ricordare che i caduti nella guerra del 1948 per il 75% erano sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti e in 750.000 hanno resistito e vinto contro cento milioni di arabi perché non potevano fare neppure un passo indietro.
Questo non viene ricordato per lo stesso motivo per cui fino a qualche anno fa gli ebrei con gli striscioni della Brigata Ebraica, che tanto ha contribuito alla liberazione dell’Italia, e che volevano partecipare alle sfilate del 25 aprile venivano cacciati a forza mentre da sempre in dette sfilate hanno partecipato i palestinesi che erano alleati dei nazisti.

D: Che cosa vuol dire essere Ebrei, in questo altrettanto difficile periodo storico?

M: Essere ebrei oggi significa la stessa cosa che ha sempre significato e che viene ripetuta ogni volta che cantiamo l’HaTikvà, l’Inno Nazionale d’Israele: sperare di poter vivere un giorno in pace nella nostra terra di Sion e di Gerusalemme.
Quella ebraica è una Civiltà dalla quale il mondo avrebbe molto da imparare e non mi riferisco solo al contributo dato alla qualità della vita donata al mondo intero dal 75% dei Premi Nobel di religione ebraica, ma penso all’arte, alla letteratura, alla musica ed alla pedagogia. E penso ai principi religiosi che ispirano ogni ebreo a ricercare con tutte le sue forze l’amore e la pace. Bisognerebbe ricordare che la frase “ama il prossimo tuo come te stesso” è stata citata da Gesù che l’aveva appresa studiando la Torà ebraica….

D: Un giorno la nota giornalista Nirenstein, mi disse che l’avversione contro Israele non può essere spiegata in un nessun altro modo, se non con intrinseche ragioni razziali e religiose e non politiche o economiche. La considera una giusta osservazione? E perché tanto odio verso una cultura, un credo, un modo di vivere come quello ebraico?

M: L’affermazione di Fiamma è senz’altro giusta ma aggiungerei che c’è anche una nemesi storica.
L’antisemitismo è nato come antigiudaismo cristiano. Gesù che era ebreo e che non ha mai detto una sola frase che non fosse citazione della Torà, decine di anni dopo la sua morte si è visto attribuire la paternità della fondazione di una nuova religione che veniva prescelta come religione di stato dall’allora impero Globale – diremmo oggi – che era il regno Romano. Successivamente con il crollo della romanità la religione cristiana ha ereditato la potenza economica dell’impero ed ha dedicato la sua forza nel distruggere lo scomodo testimone. Quindi l’ebreo è diventato l’uccisore di Cristo per i cristiani che avevano eletto come proprio trono proprio quella Roma che era stata il centro di potere da cui era partito l’ordine di uccidere Gesù per mezzo del Sommo Sacerdote eletto da Roma e da 160 anni collaborazionista dei romani. Nel medioevo vennero vietati tutti i mestieri relegando l’ebreo al servizio di banca ma con tassi che venivano decisi dal principe come oggi la Banca d’Italia decide il Prime Rate. Per azzerare i debiti dei Principi e dei Cardinali non c’era di meglio che aizzare il popolino indebitato ad uccidere gli ebrei e bruciare i registri mentre si consolidava l’immagine dell’ebreo strozzino.
Sulla scia della predicazione antigiudaica del cristianesimo l’ebreo è diventato il ricco banchiere per i comunisti e il comunista per i nazisti. Ogni frustrato di ogni epoca ha avuto bisogno del “suo” ebreo per scaricare l’invidia, le frustrazioni e l’ignoranza ma la matrice originaria è sempre quella cristiana e cattolica in particolare. Basti confrontare le disposizioni naziste per capire che non avevano inventato nulla ma avevano solo portato alle estreme conseguenze quanto predicato e deciso per secoli dalla chiesa cattolica.

D: In tanti paesi, l’Olocausto è già considerato un reato ed altri paesi si stanno adeguando. Spera che ciò possa accadere anche in Italia?

M: Lo spero ma non mi illudo serva a molto. Servirebbe molto di più svelenire l’informazione giornalistica che coltiva l’ignoranza e la peggiore informazione sul mondo ebraico che oggi si identifica con Israele. Faccio un esempio per tutti: non viene mai spiegato chi sono veramente i palestinesi e la stragrande maggioranza del popolo europeo e mondiale ha maturato la convinzione che i palestinesi stessero a casa loro e che un giorno sono sbarcati gli ebrei ed hanno usurpato la loro terra. E’ bene dare un’occhiata ai dati storici:
1012 - 587 a.C. Regno Israelitico; 587- 539 a.C. Babilonia; 539 – 332 a.C. Persia; 332 – 142 a.C. sovrani ellenisti; 142 – 63 a.C. Asmonei; 63 - 330 d.C. Romani; 330 – 636 Bisanzio; 636 – 661 Primi califfi Musulmani;  661 – 750 Omayyadi; 750 - 972 Abbasidi; 972 - 1071 Fatimidi; 1071 - 1098 Selghiucidi; 1099 - 1291 Crociati; 1291 - 1517 Mamelucchi; 1517 - 1917 Ottomani;
1920 - 1948 Inglesi; 1948 a oggi Stato d'Israele
Bisognerebbe quindi garantire un informazione corretta e lavorare sull’emancipazione culturale ma in attesa di questo miracolo ben venga la repressione di qualsiasi forma di antisemitismo.

D: La politica fa molta retorica, nelle scuole e fra i giovani il 20% ignora il significato della parola Shoah e tanta gente confonde l’appoggio ad altre cause con l’anti-semitismo e l’anti-sionismo. Quanto è utile ricordare e quanto lo è per persone che sembrano non dare importanza alla ricorrenza?

M: Ricordare va bene ma bisogna avere il coraggio di andare ad indicare le forme moderne dell’antisemitismo. Per due anni sono andato ad Auschwitz con i giovani delle scuole romane che andavano nell’ambito del programma varato dal sindaco Veltroni ma non c’è stato modo di poter andare oltre la celebrazione degli ebrei morti al punto che alcuni giovani entravano ad Auschwitz avendo al collo la kefia senza sapere che è l’edizione aggiornata della svastica nazista. Bisogna smetterla di far credere che un ragazzo deve stare attento a riconoscere il nazismo nel suo quartiere osservando che non ci siano tizi che marciano con il passo dell’oca e con i baffetti. Oggi il nazismo si maschera dietro il giornalista che dovendo dare la notizia di diecine di ebrei maciullati in un attacco terroristico in una pizzeria incomincia il servizio dicendo “Durissima sarà la reazione di Israele…” o come l’Osservatore Romano che a proposito di Jenin scrisse che si trattava di “.. una persecuzione che si trasformava in sterminio…” senza mai più dire che gli accertamenti Onu sul campo chiarirono senza ombra di dubbio che le stragi famigerate non c’erano mai state o che le altrettanto famigerate stragi di Sabra e Chatila fatte da Sharon erano invece state fatte dai Cristiani Maroniti ecc ecc.

Antimo Marandola, direttore, responsabile di Ebraismo e Dintorni (www.ebraismoedintorni.it/), giornale on-line  e periodico di informazione e di diffusione della cultura Ebraica ed israeliana. 

Intervista a cura di Angelo M. D'Addesio.

SCALZONE
Può darsi che questa sia una scempiaggine, può darsi che sia un modo di cedere a quella mentalità contemporanea che invece di ragionare guarda e che invece di distinguere vero da falso distingue bello da brutto. Certo è che Oreste Scalzone dovrebbe ingrassare. Perché? Innanzi tutto perché un uomo della sua età non dovrebbe avere l’aria macilenta, affamata e spelacchiata. Uno lo guarda e pensa: è ovvio che un uomo del genere abbia voglia di cambiare la società. In quella com’è, quale imprenditore lo assumerebbe, quale donna si lascerebbe baciare da lui?
Inoltre, il suo presentarsi orgogliosamente con il vanto di essere quello di un tempo, di non essersi pentito di nulla e di non avere trovato che ci fosse nulla da imparare, fa pensare che questa sia una meravigliosa ciambella di salvataggio dopo che il transatlantico è affondato. Il transatlantico era quel movimento di sinistra guidato dall’Unione Sovietica che ad un certo momento sembrò espandersi irresistibilmente, fino a fare intravedere un trionfo mondiale. I comunisti, allora, si sentivano gli araldi del mondo nuovo, i profeti della possibile felicità, i vindici dei popoli oppressi. Ma il transatlantico è affondato. Le possibilità che il comunismo trionfi in Russia, dove pure dominò per settant’anni, non sono maggiori che in Portogallo o in Belgio. Oggi Scalzone arriva con la spada sguainata a guidare il popolo alla riscossa e non si accorge di non avere nessuno dietro. È patetico. Ricorda l’Enrico IV di Pirandello: la follia che un tempo fu vera oggi è recitata perché conviene, perché consente di avere i titoli dei giornali, di sentirsi vivi, di scandalizzare una società torpida e filistea. Una società che combatte a morte – o fa finta di combattere a morte – per non permettere nuovi dormitori per gli americani, in quel di Vicenza: dalla palingenesi mondiale ai problemi dell’intendance.
L’uomo si definisce “un pessimo maestro”. Non basta “cattivo”, certo. I cattivi maestri si sono accasati, hanno fatto il nido, riscuotono, come Toni Negri, una pensione dallo Stato. Per essere maestri di rivoluzione, e soprattutto di rivoluzioni impossibili, bisogna essere pessimi. E ogni tanto – proprio per mostrarsi pessimo e farsi criticare anche dalle frange estreme – Scalzone dice cose come questa: “se qualcuno si mette a bruciare una bandiera americana, solo perché americana, io sarò tra quelli che l’andranno a spegnere, così come contesterò cori idioti del tipo ‘10-100-1000 Nassiriyah’. Sono cose che non hanno niente di rivoluzionario”. Eh sì. Qualcuno addirittura se n’era accorto anche ventisette anni fa, quando lui scappò dall’Italia.
Se Sanguineti straparla di odio di classe, tiè, una bacchettata anche a lui: è “un demagogo volgare e irresponsabile”. Quanto meno Scalzone otterrà così dai bravi borghesi un ohibò scandalizzato: perché Sanguineti sarà pure un demagogo; sarà pure irresponsabile; ma quanto ad essere volgare, è volgare più o meno quanto la regina d’Inghilterra. E tuttavia, come avrebbe detto Cyrano, “quel geste!” Dare del volgare a Sanguineti! È più o meno come sparare all’arciduca d’Austria, a Sarajevo. “Se dici che sei contro ogni tipo di violenza, gli ingiunge poi Scalzone, fammi la cortesia di lasciare a casa l’odio di classe”. E dunque la rivoluzione bisognerà farla senza odio. I futuri militanti scalzoniani diranno alla vittima: “Non ti sparo perché ti odio, anzi ti amo, e tu ricambiami stando fermo: se no rischio di sbagliare la mira”.
Scalzone rimane un rivoluzionario. Serio, non folcloristico. Serio, non radical chic. Serio, tanto da dire “La ricreazione è finita. Sarò come la spina nella zampa di un cane”. Purtroppo, si può dubitare che lui sia una spina e, cosa ancora più grave, che esista il cane.


Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 7 febbraio 2007


È VERO QUELLO CHE SI DICE DELLE ANATRE SELVATICHE
Aspirato dai fari, sorge dalla notte, con un volo languido, e le ali aperte, all’altezza del parabrezza. Poi si tuffa, fantomatico, fuori dalla vista. Contro la calandra del furgone produce un rumore così morbido e tenue che il maresciallo Lhomond potrebbe averlo solo immaginato. L’autista non ha reagito. L’altra, dietro, non avrà visto nulla. Una giovane. Lhomond non riuscirà mai ad abituarcisi. Per quanto lo riguarda, suo padre era un gendarme e sua madre era una donna. L’altra, dietro, è una donna-gendarme. Con questo caldo, suda come una donna? O come un gendarme? Pudico, Lhomond apre il suo vetro, evacuando la domanda come si scaccia via un tafano. Un lampo senza tuono imbianca il cielo. (...) Clicca qui per continuare.

Racconto di Marc-Alfred Pellerin, dal “Figaro” del 12 agosto 1998
(traduzione di Gianni Pardo)


PUNTO DI VISTA DEI PACIFISTI
La guerra è indubbiamente orribile. È tanto orribile che sono più facilmente i semplici cittadini i più entusiasti all’idea di combattere (e vincere!), piuttosto che i generali. Chi la guerra la conosce per esperienza non può che odiarla e cercare di evitarla. I professionisti non solo sanno che, come sul ring, anche il vincitore riceve molti pugni, ma sa soprattutto che gli imprevisti sono sempre tali e tanti da non poter mai prevedere seriamente nulla. E allora perché correre rischi, perché provocare morti e distruzioni se non si sa neppure se ne varrà la pena?
Se questa è la mentalità dei militari, figurarsi quale può essere quella dei pacifisti. Essi allineano le seguenti ragioni. 1) La guerra è orribile, provoca lutti, distruzioni, dolore, tanto che, a cose fatte, praticamente nessuno è contento d’avervi partecipato. Noi siamo dunque contro la partecipazione a qualunque guerra. 2) I competenti a volte ci dicono che una determinata guerra è “giusta”, “opportuna”, “doverosa”, ma noi rispondiamo che i competenti non raramente si sbagliano (lo confessano loro stessi) e che comunque i benefici sono eventuali mentre le morti, i lutti e il dolore sono certi. 3) E proprio per tutto questo non perdiamo il tempo ad esaminare i singoli casi: siamo contro le armi e la guerra in ogni caso.

Affermazioni non del tutto infondate. A che cosa è veramente servita la Prima Guerra Mondiale se, interrogati sulle sue cause, molti non sanno che rispondere e se tutti hanno difficoltà a descriverne i risultati? Va bene, è crollato l’Impero Ottomano, l’Italia ha riottenuto il Veneto e il Trentino, la Francia l’Alsazia e la Lorena. Ma nel Trentino ed anche nel Veneto molta gente rimpiange gli Asburgo, il Vicino Oriente era più ordinato e pacifico sotto la ferula di Istanbul, e dopo tutto l’Alsazia e la Lorena non è che poi soffrissero tanto, sotto il potere guglielmino. Valeva la pena di provocare decine e decine di milioni di morti? Né va meglio per la Seconda Guerra Mondiale. In che cosa Hitler (che l’ha voluta) ha migliorato il destino della Germania? I tedeschi partirono con l’entusiasmo di chi si sentiva invincibile (e per qualche mese tali apparvero), ma sappiamo tutti quali furono le conseguenze finali.
I fatti più recenti non smentiscono questo pessimismo. L’Afghanistan sta meglio di prima, si dice, ma la pace non s’è ancora ottenuta e non si sa che avverrà quando le truppe dell’Onu andranno via. Si può chiedere ai nostri giovani di combattere e morire per fare da poliziotti a paesi che non sono in grado di governarsi? Non è meglio abbandonarli alla loro sorte? Questo ragionamento vale per ogni missione all’estero. Che ciascuno pensi per sé. L’Italia, che non è nemmeno in grado di pensare a se stessa, la smetta di agitare la sua spada di latta.

Dopo tutto quanto si è detto, non si vede francamente come si possa dar torto ai pacifisti. Eppure essi hanno torto. Perché, come si dice, “provano troppo”.
Dal fatto che impegnarsi in una guerra sia molto spesso un errore non se ne può dedurre che si abbia sempre la possibilità di scegliere se essere coinvolti o no. Se uno Stato vicino vuole invaderci come rispondiamo: “Prego, s’accomodi?” E, a proposito di ostilità agli armamenti, si ricordi che il rischio dell’aggressione aumenta se si è inermi: il vicino bellicoso è incoraggiato dalla prospettiva di una vittoria facile. Se il Belgio, nel 1940, fosse stato un osso duro, Hitler forse non l’avrebbe invaso. Lo dicevano già i Romani, si vis pacem para bellum, gli armamenti sono la migliore garanzia di pace.
Ma la vera, grande obiezione al pacifismo è questa: dal fatto che la guerra sia spesso sbagliata non si può dedurre che sia sempre sbagliata. E ciò fa un’enorme differenza.
Nessuno chiude gli occhi sulle miserie e le tragedie della guerra, ma per dipingere il quadro concreto bisognerebbe anche chiedersi quale sarebbe stato il risultato, se essa non ci fosse stata.  A volte può essere utile dare inizio ad una piccola guerra per evitarne una grande. Se la Francia, seguendo i termini del Trattato di Versailles, avesse impedito con la forza (cioè penetrando col proprio esercito nella Ruhr) il riarmo di Hitler, forse si sarebbe evitata la Seconda Guerra Mondiale. Ma la Francia era dominata dai pacifisti: e la Wehrmacht fece presto il suo solenne ingresso a Parigi.
Del resto è proprio questo il motivo per cui l’Inghilterra fu così risolutamente contraria a Napoleone. La battaglia di Waterloo si svolse su suolo belga, e i pacifisti, se fossero esistiti, avrebbero potuto chiedere perché mai dei giovani inglesi dovessero andare a morire lì. In realtà a Londra non importava che poco prima la Francia avesse ghigliottinato il suo re o che Napoleone fosse il frutto della Rivoluzione: importava la sua tendenza al dominio dell’intera Europa. Questo metteva in pericolo l’indipendenza inglese. E la cosa si è riprodotta oltre un secolo dopo. Hitler non aveva né l’intenzione né l’interesse di inimicarsi l’Inghilterra, paese germanico come il suo e cui avrebbe volentieri lasciato il resto del mondo. Questa mentalità spiega fra l’altro il folle volo di Rudolf Hess. Ma Londra, ancora una volta, guardava lontano. È inutile aspettare che le uova del drago si schiudano: un Hitler dominatore dell’intera Europa avrebbe reso la Gran Bretagna sua vassalla: meglio prendere le armi, meglio lottare per la Polonia che per la propria sopravvivenza.
In conclusione, pure ammesso che la partecipazione volontaria ad una guerra sia nella maggior parte dei casi un errore, dal momento che non è un errore in tutti i casi, bisogna badare alla situazione in concreto e sperare che i propri governanti non siano dei dementi. Il pacifismo pregiudiziale e incondizionato è comunque assurdo.
I pacifisti dovrebbero anzi sostenere quelle guerre che, scansate o perse, condurrebbero il loro paese al disastro o alla schiavitù.


Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 6 febbraio 2007


LA BUSSOLA DI ROUSSEAU
Jean-Jacques Rousseau, in contrasto col razionalismo illuminista, è il profeta del sentimento. Cosa in sé non negativa, se solo avesse limitato l’ambito del sentimento a ciò che è di sua competenza: purtroppo, egli ne ha anche fatto una bussola morale. Per distinguere il bene dal male l’uomo ideale di Rousseau non legge Socrate, Aristotele o Tommaso d’Aquino: “sente” ciò che deve fare e non ha bisogno di altri dati. Questo principio non è solo gravemente sbagliato, è anche altamente pericoloso. Il melanconico che uccide i suoi cari per “liberarli dal male di vivere” fa in perfetta buona fede qualcosa che è in linea con i suoi sentimenti: ma il reato si chiama strage e il colpevole è chiuso in un manicomio criminale.
Lo straordinario successo del messaggio di Rousseau merita una spiegazione. Se si dice ad un’assemblea di ingegneri che gli ingegneri sono più intelligenti dei filosofi, si avranno maggiori possibilità d’essere creduti che se lo si dice ad un’assemblea di filosofi. Il messaggio a volte è credibile non per la sua validità astratta ma per la predisposizione dell’ascoltatore a recepirlo. È questo lo strumento di lavoro di maghi e truffatori. Nel caso del messaggio di Rousseau, dal momento che tutti gli uomini hanno una forte affettività e pochi un forte raziocinio, tutto è stato abbastanza facile. Inoltre, cosa eccezionale, intorno al 1750 si usciva da un periodo di estrema razionalità, anzi di mentalità scientifica, e gli uomini furono felici d’essere autorizzati ad essere sentimentali, innamorati, irrazionali. Belli e nobili anche se privi di senso del reale. Un mondo in cui Werther, invece d’essere un perdente, diveniva un modello. Ed anche un mondo, qualche decennio dopo, in cui dei Fourier, dei Saint-Simon, dei Proudhon potevano sognare una società armonica, tenuta insieme dalla passione (sentimentale) del bene comune: il socialismo.
Il romanticismo – morto come teoria letteraria con Madame Bovary, nel 1856 – non è mai morto nella società. Ancora oggi molti usano l’aggettivo “romantico” al posto di “sentimentale”, se non addirittura di “sensibile ai bei sentimenti e al bello”, quasi che chi non è romantico non fosse sensibile a queste cose e il sentimento non fosse esistito prima dello Sturm und Drang.

Il romanticismo fa sì che ci si impietosisca – a parole – per tutti i mali del mondo, per esempio la guerra; che si sia politically correct, perché siamo tutti ipersensibili anche in conto terzi; che si protesti, senza suggerire una soluzione, per ogni cosa storta di cui si viene a conoscenza; che si propongano soluzioni senza verificarne la fattibilità, per esempio a proposito delle energie rinnovabili; che si abbia voglia di delegare allo Stato, supposto efficiente e morale, ogni incombenza, rifiutandosi di vedere che in realtà lo Stato è inefficiente, costoso e spesso rappresentato da persone corrotte. Si potrebbe continuare all’infinito.
Il romantico non concepisce che gli si oppongano obiezioni razionali e prosaiche. La stella polare di Rousseau gli dice che ha ragione; anzi, che chi gli dà torto lo fa per spregevoli ragioni di denaro o per mera stupidità. Il romantico fa di coloro che confessano di avere interessi, nella vita, e di preferire per esempio la prosperità all’ideale, delle teste di turco. È questa la molla della protesta contro il G8, contro la globalizzazione, contro le multinazionali. I giovani violenti sono vindici dei poveri, dei puri di cuore che si oppongono agli adoratori di Mammona. Se poi uno gli rivelasse che, senza le industrie moderne, sarebbero miserabili come i contadini medievali, che quegli stessi abiti che hanno addosso non potrebbero permetterseli, che magari andrebbero scalzi come i poveri sono andati per secoli, non ci crederebbero. Che c’entra! Persone buone come loro dovrebbero essere costrette ad avere freddo ai piedi?
Il sentimento come stella polare è una tabe del cervello. La realtà non segue regole morali: segue regole meccanicistiche, economiche, razionali, scientifiche. Se seguisse leggi morali ci sarebbe mai un giovane buono che muore di cancro? E sarebbe morto a trentun anni, di sifilide per giunta, un poeta del pentagramma come Franz Schubert?
In Italia esistono partiti politici la cui base elettorale è composta di sentimentali. Per esempio, quelli di estrema sinistra. Il loro imbarazzo oggi deriva dal fatto che un paese si governa con la ragione, non con gli slogan. O con la condanna dell’arci-cattivo Berlusconi. Né è ragionevole distruggere tutto quello che è stato fatto, per esempio la riforma Maroni o la legge Biagi: il prezzo per il paese sarebbe troppo alto. Ma l’equazione rimane insolubile, per i partiti dei sentimentali. Se essi hanno affermato che si potrebbe dare abbastanza corrente elettrica all’intero paese con i mulini a vento, come non essere delusi, se una volta al governo, non realizzano quel progetto? La verità è che si può cavalcare la tigre ma nessuno è andato veramente lontano, con quella cavalcatura.
Qui non si tratta di criticare un momento politico o determinati partiti. Qui si sta parlando della natura dell’umanità e di certi lati della democrazia. Il disastro di cui si parla sale dal basso. Se la maggioranza è sentimentale, se la maggioranza “ragiona” così, tanto vale rassegnarsi. Le conseguenze negative saranno meritate.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it- 30 gennaio 2007

Massima del giorno
Il cane che per affetto vi applica due zampe fangose sul vestito bianco non può che essere assolto, sulla base del sentimento: ma chi paga la smacchiatoria?
G.P.


MOLLICHINA
D'Alema: "il Partito democratico in Italia non esiste ma governa". Un po' come il saracino del Berni che "andava combattendo ed era morto".

Gianni Pardo

COVARE LA VIOLENZA
Molti dei miei amici sanno che sono catanese e si chiederanno come mai, mentre tutta l’Italia parla di Catania, io non ne parlo. Anzi, non ascolto neppure i molti servizi che la radio e la televisione ci infliggono. La risposta è semplice.
Ho sempre trovato insopportabile la tolleranza dello Stato per le violazioni della legalità, per esempio nel corso degli scioperi: ferrovie bloccate, autostrade interrotte, manifestazioni aggressive. Non dico che bisognerebbe mettere in atto, nei confronti dei facinorosi, una reazione drastica come quelle delle dittature (che infatti non hanno mai manifestazioni violente di piazza), ma perché tollerare un reato in flagranza? Perché permettere che sia impedito ai cittadini di usare la strada o la ferrovia che hanno contribuito a creare e mantenere con i loro soldi?

Chi tollera l’illegalità deve mettere in conto la sbavatura, l’eccesso di aggressività, il colpo non previsto e magari casuale, oltre che l’intervento di un piccolo delinquente protetto dall’anonimato. La tragedia che occasionalmente si verifica non è imprevista, è naturale come è naturale un incidente d’auto mortale in una corsa che si svolge con spettatori ai margini, come al tempo della Mille Miglia. Ciò che si è verificato a Catania poteva verificarsi dovunque, non è questione di terroni o polentoni: se no che cosa sarebbero gli hooligans, super-polentoni?
L’Italia non solo tollera da tempo immemorabile l’illegalità, ma addirittura glorifica un Carlo Giuliani perché è morto durante la nobile impresa di cercare d’ammazzare un carabiniere. Gli si intitola anzi una stanza in Parlamento. In queste condizioni, c’è da meravigliarsi che ci scappi il morto ogni tanto? C’è solo da meravigliarsi che non ci scappi più spesso.
In Italia non sono permessi gli idranti, magari con un liquido colorato per identificare i facinorosi. Non si sente parlare di pallottole di gomma. Non si usano mezzi brutali per reprimere l’illegalità e nel caso che un violento – quelli che non sono andati a casa quando il cielo s’è annuvolato lo sono tutti – ci lasci le penne, la polizia viene esaminata con tutta la severità del codice penale letto in una stanza pulita, silenziosa, e in cui l’usciere bada che non si sia disturbati. Delle conseguenze dei moti di piazza ha più da temere la polizia che gli stessi rivoluzionari immaginari. Ragazzi viziati ma non per questo meno disposti a colpire e far male.
In questa occasione, la radio, la televisione, i giornali, tutti si sono solo lasciati andare ad uno tsunami di retorica. Che non serve a niente. Ci fosse stato un migliore ordine pubblico, Raciti non sarebbe morto. E neanche quello sventato di Carlo Giuliani. È sull’ordine pubblico che bisogna piangere.
Infine io sono catanese come potrei essere trentino. Non vivo a Catania, vivo a casa mia. E la città non m’interessa - né per sostenerla né per condannarla - più di quanto m’interesserebbero Grosseto o Narvik. Non frequento lo stadio, non m’interesso di calcio e cerco anzi di nascondere la mia sostanziale meraviglia per l’importanza che si dà a questo gioco meno bello e dal risultato più aleatorio di tanti altri.
In conclusione i “fatti di Catania” non sono i fatti di Catania. Sono i fatti dell’Italia. Stavolta un povero poliziotto è morto qui, fosse morto a Macerata, sarebbero stati i fatti di Macerata. Fosse successo a Pordenone ci si chiederebbe se gli abitanti di Pordenone non siano più violenti di quelli di Cuneo o Trapani. Stupidaggini. Come una stupidaggine è sospendere il campionato per una domenica o due. Sarà cambiato qualcosa, dopo?
La verità è che dovunque si tolleri la violenza si cova la morte.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 5 febbraio 2007

Breve e appassionata storia del kibbuz
Mi sono sempre chiesta quale fosse il motivo dell' avversione dei giovani di sinistra per Israele. Non ho mai avuto risposta e continuo a pensare che  i giovani, sognatori per natura, dovrebbero provare amore per un paese nato dall'idealismo e dal lavoro.
Soprattutto chi si dice di sinistra dovrebbe rispettare  l'unico paese al mondo dove si e' realizzato il socialismo democratico con il fenomeno unico del kibbuz.
Invece no!
Loro odiano Israele e  la loro simpatia va tutta al buio violento e assassino dei suoi nemici arabi e islamici, questi giovani di sinistra dimostrano di preferire la violenza della dittatura anziche' guardare alla realta' di un piccolo Paese che si difende strenuamente con coraggio e senza mai mettere in discussione i valori democratici che lo hanno guidato dal giorno della fondazione.
 
Quando, verso la seconda meta' dell' 800,  i primi chaluzim ( pionieri) arrivarono in Palestina  dalle varie nazioni europee, per ricongiungersi agli ebrei, per lo piu' religiosi, che vivevano e pregavano nelle citta' sante di Israele,  la regione, sotto il dominio ottomano, era  abitata da tribu' seminomadi di beduini  in continua guerra con gli arabi insediati nei villaggi in mezzo al deserto.
La vita era misera, le malattie imperversavano, la terra era desolata come la descrivono tutti i viaggiatori  che ebbero la ventura di attraversarla.
La vita dei primi pionieri fu di estrema fatica e pericolo, lavoravano spaccandosi la schiena, nel fango, nella sabbia, nelle paludi che avevano infestato di malaria tutta la zona e dovevano difendersi dai banditi di una regione selvaggia e senza leggi.
Faticavano perche' volevano creare un'isola di pace per gli ebrei perseguitati in Europa; erano tutti giovani , non abituati alla fatica fisica, erano studiosi, medici, studenti, uomini e donne insieme,  si tirarono su le maniche, misero in spalla il fucile per difendersi dai predoni, presero tra le mani pala e piccone e incominciarono a spaccare i massi del deserto sassoso di Palestina.
Bonificarono le paludi, risanarono la zona dalla malaria che mieteva morti in quantita' fra gli arabi , guarirono dal tracoma i figli dei beduini, e furono un faro per altri giovani ebrei europei ardenti di ideali e desiderosi di vivere come ebrei senza paura e senza piu' umiliazioni.
Furono un faro anche per gli arabi dei paesi limitrofi che arrivarono a cercare lavoro presso gli ebrei.
Nel 1909 un gruppo di giovani rumeni, 10 ragazzi e due ragazze fondarono, sul Mar di Galilea, (Lago di Tiberiade) il primo kibbuz, Degania. Costruirono delle capanne e incominciarono a lavorare. Nel 1932 erano gia' 1000 persone.

Oggi Degania vive di turismo e di agricoltura ed e' un meraviglioso kibbuz bagnato dalle acque del lago.
A quel primo kibbuz molti altri ne seguirono  dal nord fino all'estremo sud del paese, quasi vicino al Mar Rosso, kibbuzim laici e religiosi, alcuni con migliaia di membri e altri con poche decine, alcuni sul mare altri in mezzo al deserto a coltivare pomodori, verdure, fiori.
Il lavoro dei pionieri ha reso Israele lussureggiante, i pozzi artesiani costruiti con tanta fatica perche' significava scavare per centinaia di metri fino a trovare l'acqua, si trasformarono in kilometri di tubi che portavano la benedizione dell'acqua in tutto il paese con una rete idrica perfetta e il Movimento divenne la spina dorsale di Israele e l'espressione stessa del sionismo e della liberta'.
Il kibbuz e' una comunita' che si basa sulla totale democrazia, ogni decisione viene presa tra tutti i membri che, al  compimento del diciottesimo anno,  hanno facolta' di parola e di voto.
Ogni figlio del kibbuz e' figlio della comunita', tutti si prendono cura dei bambini anche se la Guerra del Golfo,  con la paura dei gas tossici e dei missili di Saddam Hussein, ha trasformato questa realta' e  i genitori hanno voluto i figli a casa. Si sono svuotate le case dei bambini, situate sempre al centro della comunita' per essere difese meglio, e si sono ingrandite la case delle famiglie. 
Oggi il kibbuz non e' solo una comunita' agricola ma si e' trasformato in centri scientifici; in scuole di agricoltura; in centri industriali con  fabbriche di vario tipo, dai mobili agli occhiali;  in centri ittici dove si allevano pesci ornamentali che vengono esportati in tutto il mondo;  in allevamenti di cavalli, di lama, in fattorie collettive dove le mucche pascolano nei prati e le colture sono biologiche.
La trasformazione e' avvenuta per stare al passo coi tempi ma la vita delle persone e soprattutto i loro ideali sono rimasti intatti.
Il kibbuz e' diventato anche il luogo migliore per abituare i nuovi immigranti  alla realta' di un paese diverso da quelli di origine, a Israele dove la vita non e' facile,  dove si lavora molto, dove si conosce la paura della guerra e del terrorismo, dove ci si sacrifica ancora per un ideale.
I Falasha', gli ebrei etiopi, che hanno tante difficolta' ad inseririsi in una societa' tecnologicamente avanzata e moderna trovano in queste  comunita' la sicurezza che la vita di citta' non puo' dare e che tanto li spaventa.
Il kibbuz ricorda loro i valori del villaggio africano dove tutti aiutavano tutti, dove i bambini erano figli di tutti, dove nessuno era mai solo.
Si insegna l'ebraico ai nuovi arrivati da tutto il mondo,  si educa ai valori dell'uguaglianza e della dignita' umana e a conoscere la cultura e la storia di Israele .
Il kibbuz e' stato anche il rifugio per i libanesi che, per non essere uccisi da hezbollah,  dovettero fuggire dal Libano nel 2000 quando Israele si ritiro' dalla fascia di sicurezza. Vennero accolti, protetti, impararono l'ebraico e oggi molti di loro sono completamente inseriti nella vita del Paese, lavorano e mandano i figli a scuola e non abbandonano il kibbuz.  

Col passar del tempo, per innumerevoli motivi: la voglia di citta' dei giovani, il benessere, il consumismo, il processo di pace che aveva esaltato tutti e il pericolo dei missili di Saddam Hussein, il Movimento  e' entrato in crisi e ha perso molti membri, persone che volevano  avere un lavoro diverso, piu' soldi, meno regole, piu' divertimenti ma e' stato un problema  temporaneo perche' le radici non si cancellano e  l'ideale sionista vive ancora.
Oggi il kibbuz e' rinato a nuova vita e ha ricominciato ad assorbire altri giovani, intere famiglie, tutte persone desiderose di tornare alla natura, all'idealismo, all'origine di Israele e dei suoi valori. Molti  israeliani stanno tornando ad apprezzare  gli ideali dei Padri Fondatori, di quei pionieri che non chiedevano che di poter lavorare per sviluppare la Terra che amavano e per la quale erano disposti a fare ogni sacrificio.
I kibbuzim  gia' esistenti vengono ingranditi, altri vengono fondati, vengono anche affittate case ai "cittadini"  che godono di tutti i servizi della comunita' ma, a differenza dei mebri , non hanno diritto di voto, sono semplici affittuari felici di godere della vita pastorale  che  hanno un consiglio interno per rappresentare i loro interessi all'interno del kibbuz.
Il numero dei "kibbuznikim" (abitanti del kibbuz) sale ogni anno dell'1% e all'ufficio dei kibbuzim di Tel Aviv c'e' la ressa,  le  richieste sono innumerevoli  tanto che si pensa di aumentarne la popolazione di  30.000 nuovi membri.
I "figli del kibbuz" ritornano, molti per nostalgia e altri  perche' la vita vi  si e' fatta meno faticosa, il lavoro meno pesante e le regole, ferree fino a qualche anno fa, piu' miti e accettabili  persino dai giovanissimi.
Molti anni fa Bruno Bettelheim scrisse un libro meraviglioso e oggi introvabile  che si intitolava "I figli del sogno", figli nati per creare un paese dal nulla, un sogno realizzato con immensa fatica e tanti morti, un sogno che molti hanno tentato e tentano di distruggere, un sogno realizzato che alcuni definiscono un cancro.
Un cancro eh? Civilta', cultura, prati verdi,  coltivazioni nella sabbia che non si sa come fanno a crescere.
Un cancro, vero? Tecnologia, ricerca scientifica  da cui tutto il mondo trae vantaggio,  democrazia  e gente che lavora, produce e crea.
Un cancro? diciamo una perla  incuneata nell'immensita' dell'odio, della barbarie e del rifiuto  arabo, una perla che tutti vorrebbero depredare.   

Un cancro? Israele e' l'unico paese al mondo dove, alla fine del 20 secolo, gli alberi sono aumentati anziche' diminuire.
Un cancro? Israele ha dato al mondo il primo movimento ecologico, il Keren Kayemet LeIsrael, fondato nel 1902.
Un cancro? Israele ha dato al mondo il sindacato, l' Histadrut, nato nel 1920. Gli ebrei sono stati quindi l'unico popolo a creare un sindacato senza avere uno Stato.
Un cancro? Alla sua fondazione Israele aveva gia' ospedali, scuole, universita', centri di ricerca, teatri, il tutto creato tra enormi difficolta' nei primi anni del '900 quando ancora non esisteva la speranza concreta di avere uno Stato.
Un cacro, eh?  magari ci fossero tanti cancri del genere in giro per il mondo.
 
Come  e' possibile, dunque,  che molti  giovani europei odino chi ha costruito un Paese con l'ideale dell'amore, con la fatica, la volonta', la speranza di un mondo e di una vita migliori creando dall'assoluto nulla un Paese che poteva essere per tutti gli abitanti della zona ma che gli arabi hanno rifiutato negandone il diritto all'esistenza.
Se c'e' un popolo che qui  ha diritto di esistere questo  e' il popolo ebraico perche' la Terra e' di chi la ama e la rispetta, la nutre  non di chi la distrugge.
 
Come si puo' odiare una democrazia con un passato cosi' doloroso per simpatizzare con chi vuole eliminarla?
Come e' possibile che i giovani italiani  odino i giovani israeliani conoscendo i loro sacrifici e il pericolo quotidiano  di morire a vent'anni? 
Tante domande senza risposta che riempiono di malicnonia  ma per fortuna i Figli di Israele non badano ai loro coetanei europei che li insultano, li calunniano, li scacciano dai locali quando vanno all'estero, per fortuna i Figli di Israele hanno altro a cui pensare e altro in cui credere.
Hanno un Paese che amano, che e' in continuo sviluppo e che  devono difendere dai predatori.
Per fortuna i  Figli del Sogno tornano sempre a casa .
 http://www.kibbutz.org.il/eng/welcome.htm
 
Deborah Fait. - www.informazionecorretta.com -  www.deborahfait.ilcannocchiale.it

IL CREAZIONISMO PUÒ ESSERE SCIENTIFICO?
Il creazionismo è la teoria che afferma l’insufficienza dell’evoluzionismo per spiegare l’esistenza di tante specie di esseri viventi. Esso nasce dalla convinzione che la strabiliante e ordinata complessità della natura non può essere effetto del caso. Dunque alcuni ipotizzano un dio creatore (creazionismo), altri si fermano alla constatazione che nella natura può ravvisarsi un progetto intelligente (intelligent design, I.D.). Questa seconda ipotesi tuttavia rinvia alla prima, dal momento non può esistere un progetto se non esiste un progettista. La discussione – iniziata nell’Ottocento – ha avuto una ripresa negli anni recenti. Qui si vorrebbe solo vedere se in linea astrattamente teorica sia possibile dimostrare scientificamente il creazionismo.
Innanzi tutto va detto che l’affermazione per cui “la strabiliante e ordinata complessità della natura non può essere effetto del caso” significa esclusivamente “io non ci credo”. Cosa legittima ma che non costituisce certo una dimostrazione. Chiunque ha il diritto di dire “non credo alla relatività di Einstein”, ma questo scetticismo non ha nessun valore scientifico. Chi dice “io non credo al caso” non ha più armi dialettiche di chi gli risponde “io invece sì”.
Poi vediamo in che modo i creazionisti potrebbero sostenere che l’I.D. è scientificamente inevitabile. Essi potrebbero dire: immaginiamo che Giuseppe e Giovanni siano murati in una casa senza aperture e che il giorno dopo, abbattendo il muro dell’ingresso, si trovi che Giuseppe è stato ammazzato a coltellate. Chi potrebbe essere l’assassino? Noi non abbiamo assistito all’assassinio, non abbiamo prove a carico di Giovanni, ma ovviamente Giovanni è il colpevole visto che scientificamente non può essere stato nessun altro. Nello stesso modo, se il reale non può essere il frutto del caso, diviene scientificamente vero che ci deve essere qualcosa oltre il caso, oltre il constatabile, oltre la materia.
Il ragionamento è impressionante ma ribaltabile. Riprendiamo l’ipotesi. Apriamo la casa e troviamo Giuseppe ammazzato e Giovanni vivo e vegeto. Dal momento che in casa non ci poteva essere nessun altro, e dal momento che non crediamo che Giovanni sia capace di uccidere qualcuno (esattamente come qualcuno crede il caso incapace di dar luogo alla vita), ne deduciamo che il signor I.D., anche se non sappiamo nulla di lui e come ha fatto, è intervenuto nella casa uccidendo Giuseppe.
Come si vede il ragionamento dei creazionisti è fallace per due ragioni: perché si passa dal livello scientifico (un uomo può uccidere un altro uomo) al livello metafisico (l’autore non materiale di un progetto intelligente), e poi perché si passa da un “non credo” ingiustificato ad un “credo” altrettanto ingiustificato.
È lecito credere alla creazione e perfino, in barba a tutta la geologia,  al fatto che il mondo sia stato creato nel 4004 avanti Cristo, come qualcuno calcolò. Ma perché pretendere che questo sia razionale, innegabile e fondato sulla scienza? È sufficiente che sia fondato sulla fede e non si vede perché non ci se ne debba accontentare.

Lo “spirito”, il progettista intelligente ed anche Dio sono fuori dall’ambito delle cose che si possono osservare. Dunque la scienza riguardo a loro non può dir nulla, non può affermare né la loro esistenza né la loro inesistenza, talmente tutto ciò è fuori da ciò che può maneggiare con i propri strumenti. È come se la scienza dicesse “non chiedete a me di confermare o smentire le vostre credenze. Esattamente come non posso confermare o smentire l’affermazione per cui il David di Donatello è una statua bellissima”.
Tornando al livello teorico, anche ad ammettere che il reale non possa essere effetto del caso non se ne può dedurre né Dio né un Divino Progettista (dal momento l’Intelligent Design senza il Designer non ha senso). Infatti, dal non sapere una cosa non se ne deduce un’altra, soprattutto se quest’altra cosa è un deus ex machina, una soluzione non in linea col problema. Se si pone il problema di quante volte bisognerebbe gettare dieci dadi perché essi diano tutti quanti un sei, i competenti di statistica si lanciano in calcoli complicati e vengono fuori con numeri enormi (sei alla decima?), tanto che si ha tendenza a dire: il fenomeno è impossibile! Ma impossibile non è la parola giusta. La parola giusta è “rarissimo”. Se fosse impossibile i competenti di statistica non potrebbero calcolarlo.
Con la statistica, e in generale col caso,  si rimane nell’ambito del problema. Se invece si sostiene che “si potranno avere dieci dadi che mostrano un sei solo se un dio viene a girare tutti i dadi nel modo giusto” si formula un’affermazione fuori dalle probabilità statistiche, e dunque fuori dalla scienza. La scienza non può ipotizzare cause che non siano materiali.
È questo il discrimine essenziale. Nessuno può dimostrare che Dio non esiste (Kant), nessuno può negare la possibilità che Dio abbia creato il mondo, poco importa quando e in quanto tempo: i credenti hanno tutto il diritto di credere ciò che credono. L’unica cosa inammissibile è che essi pretendano di credere in qualcosa di scientifico.  La scienza non può che formulare affermazioni sulla base del metodo galileiano. Parlare di creazione – che fra l’altro andrebbe contro il principio fisico per cui nulla si crea e nulla si distrugge – è scientificamente un’eresia, anzi una balordaggine. Come chi affermasse come verità scientifica la bellezza di un quadro o dicesse che il verde è scientificamente immorale.
 I creazionisti dovrebbero capire che il fatto che gli scienziati neanche vogliano discutere con loro non è il risultato di un pregiudizio o di una forma di ostilità alla religione. Essi si comportano come dei chimici che si rifiutassero di discutere con dei musicisti, sulla base della musica di Mozart, che CO2 non è la formula dell’anidride carbonica.
Il creazionismo non dovrebbe superare la soglia della chiesa. Già il sagrato non è più di sua competenza.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 3 febbraio 2007


Massima del giorno
Se sono egoista con te e tu con me, alla fine pareggeremo. Lo stesso se siamo generosi. Ma nel primo caso saremo all'inferno, nel secondo in paradiso.
G.P

MOLLICHINE
Morti e feriti negli scontri fra Hamas e Fatah. Preoccupazioni in occidente, ma infondate: in loco le considerano discussioni politiche.

Tutti i paesi dell’Onu non negano l’Olocausto. Alcuni anzi l’approvano.

Testimone di Geova fa condannare i medici che l’hanno salvata con una trasfusione che lei rifiutava. Così imparano. E pensare che avrebbe potuto imparare lei!

La Cassazione chiede riforme al governo sulla giustizia. Otto mesi di vacanza l’anno?

Mastella: processi in cinque anni o vado via. Ma ci vorranno cinque anni per saperlo.

Ahmadinejad: “Israele scomparirà”. Eh sì: tout passe, tout lasse, tout casse. Anche Ahmadinejad.

L’Alitalia è in deficit per opera di dipendenti e sindacati. Non bisognerebbe cambiare la proprietà ma i dipendenti e i sindacati.

Veronica umilia Silvio per i complimenti fatti in pubblico a delle belle donne. Così impara. Certe cose si fanno in privato.

Una battuta non mia: “Ségolène Royal ha lo stesso problema della Garbo: passare dal muto al parlato”.

Il segretario della Cei: “Per le convivenze eterosessuali basta il codice civile”. Meno male. Temevamo dicesse penale.

Un merito della vicenda Veronica: mi ha dispensato per un giorno dall’ascoltare le rassegne stampa.