ARCHIVIO FEBBRAIO 2007
IL BARONE DI MÜNCHHAUSEN
Marco Follini è
al centro dell’attenzione del momento e si può
esaminare il suo caso particolare. Ci si servirà dell’intervista
concessa al “Corriere della Sera”il 24 febbraio 2007.
Più di 1.500 parole fumose, sottili e inconsistenti.
Se ne esce storditi come quando si ascoltano le spiegazioni
di un competente di elettronica senza capirle e senza esserne
convinti, visto che l’uomo non ispira fiducia. Tuttavia
si identificano due punti interessanti. Innanzi tutto, come previsto,
il traditore sostiene d’essere stato fermo mentre si è
spostato il mondo. Le parole sono: “Ho il vezzo di dire sempre
le stesse cose, a costo di una certa monotonia”. Ma si può
lasciare lì questa scusa pietosa e passare al punto centrale.
Il traditore si giustifica
con un bene più grande della sua propria rispettabilità.
Se poi è megalomane, si propone come il salvatore
della patria. E infatti Follini dice: “Non milito da quella
parte [il centro-sinistra]. Indico obiettivi che dovrebbero
appartenere al senso comune degli uni e degli altri. Il mio
è il tentativo di sottrarre il governo, e quindi la politica,
alle pressioni delle minoranze più laterali. Mi propongo
di partecipare, se ci riesco, alla costruzione di un nuovo centrosinistra,
e di ancorare questa costruzione più vicino al centro”.
Fino ad ora, la confusione delle lingue. Ora arriva Follini e il governo
non subisce più i ricatti dei Comunisti Italiani, dei Verdi,
di Rifondazione, di Caruso o di Casarini. Se l’uomo non fosse polverosamente
democristiano e se avesse il senso dell’umorismo, si direbbe che
parla come il barone di Münchhausen. Prima la posizione dell’Italia
nel mondo è in discussione e tutto è in crisi, poi
con Follini tutto si appiana. Come quando Gesù calmò con
un gesto una tempesta sul lago di Tiberiade. Uno si stropiccia gli occhi.
Follini non ha detto
queste baggianate distrattamente. Infatti dice ancora:
“Concorro alla ricerca della salvezza politica ma soprattutto
all'evoluzione del centrosinistra”. La salvezza della
politica! Bontà sua, usa il verbo “concorro”, ma è
chiaro che, senza di lui, il mondo crollerebbe. E infatti
aggiunge: “A lungo ci siamo chiesti: come se ne esce? Con il
mio voto cerco di dare una risposta”. E gli occhi sono irritati,
a forze di stropicciarli.
Questo senatore dell’Udc
non ha né la grandezza di un Bruto, né
la scaltrezza di un Temistocle e neppure idee chiare.
È solo un rompiscatole vocazionale. Domani potrebbe
dare fastidio al centro-sinistra senza neppure ricavarne
un vantaggio personale, facendo sorgere il dubbio che sia
uno sciocco. Nella galleria delle statue, non starà certo
accanto a Charles De Gaulle.
Gianni Pardo, -
25 febbraio 2007
Pap Khouma, direttore
di El Ghibliì: intervista sul Senegal
D: In quale
situazione politica, sociale, umanitaria giunge il
Senegal a queste imminenti elezioni presidenziali?
Posso dire
che ciò che so per esperienza indiretta sul mio
paese, in virtù dei contatti che ho dall’Italia. E’
difficile pertanto esprimere un parere netto. Il Senegal resta
uno dei paesi più poveri del mondo, anche se dai dati
che rilevo, dicono che la situazione sta cambiando, sul piano
economico c’è stata anche una crescita di più del
5%, almeno fino a quando non c’è stata l’aumento del prezzo
del petrolio nell’estate scorsa. Non si può parlare di
grandi cambiamenti, perché nel caso del Senegal, si parte
da una base, se non nulla, comunque molto lontana e nel complesso
lo standard economico è tutt’altro che roseo.
Sul piano
sociale mi sembra che ci sia abbastanza libertà
d’espressione. Ad esempio su un sito che si chiama
“Reuni” vedo uno scambio di opinione molto vivace, soprattutto
nell’ultima settimana della campagna elettorale; insomma
la gente è libera di dire ciò che vuole ed al di
là di tutto, sia il presidente della Repubblica che gli
altri candidati non si sono lanciati accuse gravi.
D:
Eppure in questi giorni perfino la Chiesa Cattolica,
come i Capi Spirituali Islamici, i Marabut, hanno invitato
alla calma la popolazione e le manifestazioni sono
aumentate, con l’avvicinarsi delle elezioni. E’ il segno che
potrebbe verificarsi qualche disordine?
No. Non credo.
Poco più di dieci giorni fa i leader dell’opposizione
sono stati fermati per qualche ora, a causa di un
corteo non autorizzato, però non ci sono stati
incidenti. Sul normale e pacifico svolgimento delle elezioni
sono abbastanza fiducioso.
D:
In questi sette anni di presidenza di Wade, il Senegal
è cresciuto notevolmente ed è diventato un vero
e proprio cantiere, caratterizzato da attività economiche
sempre maggiori, incentivi per le imprese. Insomma il Senegal
si è attivato molto. Come giudica questa situazione?
Gli indicatori
di crescita attuali sottolineano che nel 2011 o nel
2012 il Senegal entrerà a far parte del gruppo
dei paesi emergenti, sempre però che la crescita
annua del 5% di questi anni riesca a rimanere costante. Ma comunque,
ripeto, la situazione nel complesso non cambierà.
La povertà potrà diminuire in alcune aree, ma il
paese continuerà a fare fatica. Ci vorrà molto tempo
e bisogna tenere conto del fatto che il Senegal non ha risorse,
non ha petrolio, ha soltanto il mare e la pesca. Il resto del
paese è costituito dalla Savana.
D:
Ecco, il nodo della pesca è cruciale. Fino a
pochi anni fa il Senegal aveva uno dei mari più pescosi,
poi sono arrivati i barconi europei e asiatici a rastrellare
cernie, orate e sogliole per i mercati occidentali…
E’ sempre stato così e continuerà
ad essere così. Dagli spagnoli, ai giapponesi,
ai cinesi, che sicuramente arriveranno anche lì tra pochissimo.
Continuerà ad essere così a meno che il Senegal
non inizi ad organizzarsi, cosa difficile con i politici
corrotti da cui è governato. C’è stato un periodo
politico durante la presidenza di Abdou Diouf, il predecessore
di Wade, in cui gli scandali di corruzione si susseguivano
e gente povera diventava ricca in maniera molto sporca, purché
vicina al governo. Wade è lì da sette anni e
la storia si è ripetuta. Egli è diventato smisuratamente
ricco ed ha arricchito il suo entourage. Insomma la corruzione
continua. Fino a quando ci sarà gente che invece
di governare penserà ad andare al potere per scopi personali
o per arricchire i propri parenti, è difficile pensare
che il Senegal possa uscire da quest’era drammatica.
D:
Nella regione meridionale del Casamance, prosegue
la guerriglia di chi chiede l’indipendenza dal paese?
Come mai in questa regione continua questo stato di
assedio?
E’ un conflitto
che dura in realtà da più di venti anni.
Il mese scorso è morto l’Abbé Diamachoune
Senghor, il sacerdote cattolico che ha fondato il Movimento
delle Forze Democratiche della Casamance che ha scatenato
inizialmente la guerriglia. Dopo anni di arresti e ribellioni,
ha firmato un accordo di pace nel 2004, ma come si sa, in
queste cose ci sono sempre gli estremismi. Io non posso
comprendere un tipo di ribellione interna al Senegal, perché
ho una visione più ampia, una visione panafricana. Sono
d’accordo con Obikwolo, c’è bisogno di un’unione fra
stati africani, di una confederazione e questo può essere
anche il modo per cambiare la situazione economica, ma anche sociale
di diversi paesi “balcanizzati” africani. Io tendo al pensiero di
Kwame Nkrumah, ex presidente del Ghana che è un panafricanista
convinto. Io sono per le entità regionali, se non continentali.
Ad esempio una federazione che va dal Senegal, al Niger, al Togo,
al Benin, che pur conservando la loro autonomia possano federarsi.
D:
Il Senegal ha abolito la pena di morte nel 2004 ed
ancora prima ha instaurato un regime democratico pluripartitico.
Il paese non ha mai subito un colpo di stato (l’unico
in Africa). E’ dunque un modello di democrazia per tutti i paesi
africani?
Sì,
già dagli anni Settanta il Senegal può contare
su un sistema pluripartitico; prima i partiti che avevano
accesso alle elezioni erano solo tre. Attualmente però
la cosa è diventata paradossale, visto che ci sono quindici
candidati che concorrono alle elezioni. Il Senegal è
stato uno dei primi paesi ad aprirsi in questo senso, ma basta
avere cinquanta partiti per definirsi “democratici”? Certamente
c’è stata anche l’alternanza, ma questa c’è anche
a Capo Verde, anche nel Mali. Ci sono piccoli passi di democrazia.
D: Torniamo alle elezioni. Nella
competizione è favorito anche il vecchio presidente
Wade, o i suoi avversari Seck o Nassa potranno insidiarlo?
Il presidente
attuale è ancora fortemente favorito. Niassa
è un personaggio altrettanto vecchio e ripetitivo.
E’ stato già in politica con il primo presidente Senghor,
poi con Diouf; Seck è un personaggio troppo controverso,
è stato più volte accusato di corruzione,
di voto di scambio. Penso che Wade possa vincere facilmente.
D:
Esistono rapporti politici oltre che di vicinanza
sui temi dell’immigrazione fra il nostro paese ed il Senegal?
No, non molti.
Wade è poco conosciuto qui in Italia. In passato
con i socialisti, durante il governo Craxi c’era un rapporto
forte di collaborazione e vicinanza con l’internazionale
socialista e quindi con il partito socialista senegalese
di Diouf. In ogni caso già dal 1987, o poco prima
i senegalesi all’estero, per la precisione in Italia possono
votare per corrispondenza.
D:
Per il rilancio dell’Africa e per un progetto panafricano,
reputa importanti i Social Forum, l’ultimo dei quali
si è tenuto proprio in Africa, a Nairobi?
Non so cosa
hanno prodotto i vari Social Forum da Porto Alegre
in poi. Non sono inutili, ma non servono alla causa del
panafricanismo. L’unità degli africani può partire
unicamente dagli africani. E’ vero che esiste l’Unione Africana,
che crea già un’ integrazione fra i diversi Stati africani
e di cui si sente parlare molto nei giornali, ma non funziona
perché la gente non è coinvolta e tutto diventa
un semplice discorso fra capi di vertici e presidenti.
Pap
Khouma è direttore responsabile della rivista
on-line sull’immigrazione El Ghibli, Per dodici anni
ha girato l'Italia, invitato da scuole di diverso ordine e
grado a svolgere "lezioni" sulla storia e la cultura africana,
e sui temi della multiculturalità. Ha partecipato come
relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali,
presso le maggiori università italiane (Milano, Roma, Bologna),
sui grandi temi dell'immigrazione, della cultura e della letteratura
, e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze
negli Stati Uniti (Africa/Italy: an interdisciplinary international
symposium, Miami University, Oxford, Ohio; Immigration et intégration,
Sénégal/ Italy/ France, Northwestern University
of Chicago; Società multiculturale, Queen's College
of New York; Letteratura degli immigrati in Italia, Casa
italiana of New York University).
Intervista
a cura di Angelo M. D’Addesio
I DODICI COMANDAMENTI
COMMENTATI
Ecco i
dodici punti imposti da Prodi per la rinascita del
governo
1.
«Rispetto degli impegni internazionali e di
pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera
e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni
internazionali, derivanti dall'appartenenza all'Unione
Europea e all'Alleanza Atlantica, con riferimento anche
al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan.
Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del
patrimonio rappresentato dalle comunità italiane
all'estero».
L’Italia, se è un paese civile,
mantiene gli impegni assunti. Questo punto dunque
è peggio che tautologico. È come se un cittadino
s’impegnasse a non uccidere e non rubare. Il semplice
fatto che dichiari una cosa del genere è come
se ammettesse d’essere un potenziale ladro o un potenziale
assassino. Ed è triste dover dire che, trattandosi
dell’Unione, l’impegno è utile: la tentazione di delinquere,
come si è visto, è stata e potrebbe ancora essere
forte.
2. «Impegno
forte per la cultura, scuola, università,
ricerca e innovazione».
E chi può
disinteressarsi di cultura, scuola, università
ecc.? Forse la novità consiste nel fatto che l’impegno
è “forte”…
3. «Rapida
attuazione del piano infrastrutturale e in particolare
ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione).
Impegno sulla mobilità sostenibile».
Tav. Ecco
un impegno chiaro e serio. Quasi stupisce. Anche se,
per la verità, esso deriva dal punto uno: l’Italia
si era già impegnata, per questo “corridoio
europeo”, e il fatto che si sia fatto per mesi il pesce
in barile indica solo, oltre la debolezza del nostro esecutivo,
la nostra vocazione alla trattativa interminabile e levantina.
4. «Programma
per l'efficienza e la diversificazione delle
fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e
realizzazione rigassificatori».
L’accenno
alle “fonti rinnovabili” è aria fritta, ma quello
ai rigassificatori no. Se sono utili, ben vengano. Rimarrà
da vedere se sia più forte il governo di Roma o il consiglio
comunale di Leccapadella del Morto o quello di Grattalazucca
sulla Melassa.
5. «Prosecuzione
dell'azione di liberalizzazioni e di tutela del
cittadino consumatore nell'ambito dei servizi e delle
professioni».
La parola
qualificante è “prosecuzione”. Significa che
si attaccheranno non le inefficienze burocratiche
e i poteri forti, ma gli artigiani, gli indipendenti e tutti
coloro che non hanno santi nel paradiso del centro-sinistra.
Come prima. Alcuni toccheranno ferro.
6. «Attenzione
permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno,
a partire dalla sicurezza».
La solita
giaculatoria.
7. «Azione concreta e immediata
di riduzione significativa della spesa pubblica
e della spesa legata alle attività politiche e
istituzionali (costi della politica)».
Ottimo
proposito: ma non è Prodi che ha creato il governo
più elefantiaco della storia repubblicana? Abbiamo
capito: è un’altra giaculatoria.
8. «Riordino
del sistema previdenziale con grande attenzione
alle compatibilità finanziarie e privilegiando le
pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota
delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione
della spesa che passa attraverso anche l'unificazione degli
enti previdenziali».
Questo,
come il caso della Tav, è un impegno serio. Ma
è vago. Non sarebbe stato meglio scrivere meno
parole ma almeno queste tre: “applicazione dello scalone”?
La “compatibilità” è una parola ad elastico con
la quale si potrebbe rinviare tutto ai nostri nipoti.
9. «Rilancio
delle politiche a sostegno della famiglia attraverso
l'estensione universale di assegni familiari più
corposi e un piano concreto di aumento significativo degli
asili nido».
Malgrado
la grande visione dell’azione politica e le parole
robuste che la descrivono, il punto è inutile.
Quando si parla di aumentare gli assegni familiari
o aumentare gli asili nido, si è tutti d’accordo:
il problema è quello del finanziamento.
10. «Rapida
soluzione della incompatibilità tra incarichi,
di governo e parlamentari, secondo le modalità
già concordate».
Se questo
proposito è “secondo le modalità già concordate”,
che necessità c’era di scriverlo? E se, pur essendo
“secondo le modalità già concordate”, prima
non è stato applicato, perché dovrebbe esserlo
ora? O bisogna credere che tutti i punti del programma
che non sono ricordati nel dodecalogo non sono più
validi?
11. «Il
portavoce del presidente, al fine di dare maggiore
coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce
dell'esecutivo».
Il portavoce
del presidente diviene portavoce dell’esecutivo.
E nessun altro avrà il diritto di parlare? Questo
punto o è inapplicabile o è dittatoriale. Solo
Stalin riuscì a far star zitti tutti. E poiché
Prodi non è Stalin, questo punto somiglia ad una grida
manzoniana.
12. «In
coerenza con tale principio, per assicurare piena
efficacia all'azione di governo, al presidente del Consiglio
è riconosciuta l'autorità di esprimere in
maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso
di contrasto».
Innanzi
tutto, se le parole hanno un senso, in caso di contrasto
il governo non ha una posizione unitaria. Dunque non
si tratta dell’“autorità di esprimere” la posizione
del governo, ma dell’“autorità di deciderla”.
E questo dovrebbe significare che Prodi – visto che qualche
contrasto c’è sempre - avrebbe il diritto di prevalere,
da solo, sul Consiglio dei Ministri. Il che è leggermente
anticostituzionale.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 23 febbraio
2007
CRISI DI GOVERNO:
UN PASTICCIO COMPIUTO DA PASTICCIONI
INTERVISTA A MASSIMO GRAMELLINI
D: Una crisi
di governo annunciata…Forse troppo, al punto che
già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto
sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe
finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra
oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori
a vita?
GRAMELLINI:
Un pasticcio compiuto da pasticcioni.
D: Che
cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo
Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico,
elezioni: quale l’ipotesi più concreta?
GRAMELLINI
: Tutto come prima, tranne D’Alema, capro espiatorio
D: Il
governo cade alla prima vera difficoltà in politica
estera e mentre Londra annuncia il ritiro dei soldati
da Kabul ed il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati
in Iraq. Non è forse finita realmente la stagione delle
truppe occidentali in Iraq ed Afghanistan?
GRAMELLINI:
Siamo al crepuscolo di una politica, quella di Bush.
Ma ancora non se ne intravede un’altra.
D:Quali
saranno le reazioni del mondo, in particolare degli
Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?
GRAMELLINI:
Chiederanno che torni un governo il prima possibile
e saranno accontentati
D: E’
possibile pensare ancora ad una riforma elettorale
oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?
GRAMELLINI:
La riforma, come sempre, la faranno i cittadini con
il referendum.
D: E
giungiamo alla “fantapolitica”. Elezioni, il prossimo
anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza
Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro,
da tempo dissociatisi dalla Casa delle Libertà?
GRAMELLINI:
Non è detto, se l’Unione candidasse Veltroni.
Ma in ogni caso non credo proprio che si voterà.
Massimo Granellini è vicedirettore
ed editorialista de La Stampa.
Intervista a cura di Angelo M. D’Addesio
TEMO UN PRODI BIS PIU' SVENTATO E MALDESTRO DEL
PRIMO
INTERVISTA
A LUCA SOFRI
D: Una crisi
di governo annunciata…Forse troppo, al punto che
già da alcuni giorni il ministro D’Alema aveva fatto
sapere che in caso di bocciatura della mozione, tutto sarebbe
finito. Un regolamento di conti interno nella sinistra
oppure una riuscita spallata dell’opposizione e dei senatori
a vita?
Nessuno
dei due: D’Alema ha fatto una cosa da paese normale,
pur sapendo che il paese normale non è, ma
sperando che la sua forzatura lo facesse diventare tale
per un giorno. Gli è andata male: il paese non è
normale mai, la maggioranza in senato troppo fragile per
tollerare anche il minimo capriccio. Non è stato un accidente
imprevedibile: è stato quel che era ovvio accadesse.
D: Che
cosa succederà dopo le dimissioni di Prodi? Governo
Prodi-bis, grande coalizione, governo tecnico,
elezioni: quale l’ipotesi più concreta?
Temo un Prodi-bis, più
sventato e maldestro del primo. Ma temo anche ogni alternativa.
Il fatto è che non ci sono maggioranze compatte
e apprezzabili. In Italia, non in parlamento.
D: Il governo cade alla
prima vera difficoltà in politica estera e mentre
Londra annuncia il ritiro dei soldati da Baghdad ed
il Congresso boccia l’invio di nuovi soldati in Iraq. Non
è forse finita realmente la stagione delle truppe occidentali
in Iraq ed Afghanistan?
Non so
se sia finita: certo, vendere alla gente le ragioni
per stare là anche a fare cose buone è
diventato molto difficile, dopo tutte quelle cattive
che sono state fatte.
D: Quali
saranno le reazioni del mondo, in particolare degli
Stati Uniti a questa tempestiva crisi politica in Italia?
Alzeranno
un sopracciglio e si occuperanno d’altro, aspettando
di sapere della prossima. (perché “tempestiva”?)
5)
E’ possibile pensare ancora ad una riforma elettorale
oppure si voterà ancora con il famoso “porcellum”?
È
inevitabile. È vero che qui siamo capaci di tutti,
ma la ripetizione di quella cialtronata mi pare impensabile.
E tutti lo stanno dicendo.
6)
Arriviamo alla fanta-politica. Elezioni, il prossimo
anno. Sarà una travolgente vittoria di Forza
Italia ed An? E che ruolo avranno i partiti di centro,
da tempo dissociatisi con la Casa delle Libertà?
E che ne sarà del centro-sinistra ormai sfaldato?
Travolgente
non c’è niente e nessuno. Se vincono, vincono
grazie allo spappolamento della sinistra, come accadde
– viceversa – all’ultimo giro. Quanto alla sinistra, le
farebbe bene una bella batosta: ma non avverrà,
e saremmo ancora con le crisi di governo nel 2020.
Intervista a cura di
Angelo M. D’Addesio
L'informazione
su Blair
Non ci
fosse stata la crisi di governo, oggi i giornali italiani
avrebbero aperto sulla notizia data nelle pagine interne
e cioè che "anche Blair lascia la guerra unilaterale
di Bush". Basta aver letto, o ascoltato, il discorso
di Blair per sapere che è successo l'opposto.
Oggi, per dire, il leftist Guardian non aveva nemmeno la
notizia in prima pagina (al contrario del commie Independent).
Gli inglesi resteranno anche per tutto il 2008 e sta addirittura
per partire il principe Harry, pronti ad aumentare le truppe
se le cose dovessero peggiorare. Ridurrano soltanto di 1.600
uomini il contingente a Bassora, perché lì non ci
sono qaidisti né insurgents sunnit (ma ci sono le squadracce
sciite). Comunque oggi Blair ha ribadito che "we have the
full combat capability that is there, so if we are needed to go
back in in any set of circumstances, we can. The whole purpose
of us being in a support role is precisely to do that". (C.ROCCA,
Foglio)
Il fattore «C» è svanito nel
giorno della sfida
«Cuor
contento, il cul l'aiuta!», ridevano i suoi
uomini con un ritocco goliardico all'antico proverbio.
E lui, Romano, ha fatto finta di crederci sul serio, che
alla fine con un po' di fortuna tutto si sarebbe sistemato.
E a chi toccava ferro perché il suo governo aveva
giurato il 17 maggio proprio come nel '96, rispondeva:
«Ma nooo! Stavolta non era venerdì 17!».
E
per mesi aveva ostentato una fiducia esagerata: «È
un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!».
Macché. È finita come l'altra volta. Sorridevano
tutti, a vederlo grondare d'ottimismo. Lui, incurante,
tirava diritto: «Me l'ha insegnato mio padre. Diceva
che quando i soldati vanno in guerra quelli con la faccia
triste non tornano mai». Intorno era tutto un baccano
di galletti e galline, pulcini e capponi decisissimi ciascuno
ad avere tutto e subito: l'abolizione della Bossi-Fini e il
ritiro dall'Iraq e la manica larga sugli spinelli e la chiusura
del Cpt e i Pacs alla Zapatero e l'aliquota per i «ricchi»
al 47% e il muso duro ai vescovi e una legge sull'eutanasia e la
rimozione della riforma Moratti e la supertassa sulle jeep e
mille altre cose ora clericali e ora laiciste, ora moderatissime
e ora radicalissime. E lui: «Siamo sereeeni. Seri e sereeeni».
Ricordate
cosa disse quando andò a Palermo ad appoggiare
Rita Borsellino? Disse che sì, certo, c'era
un po' di caos ma dovuto solo alla fase di collaudo:
«Vi assicuro che presto il governo sarà a punto
e girerà come il motore di una Ducati o una Ferraaaari».
Lo fischiavano e sorrideva. Lo insultavano e sorrideva.
Gli facevano gli agguati e sorrideva. Deciso a non
darla vinta ai pessimisti che gli additavano i nuvoloni prefigurando
bufere: «Conoscete la barzelletta? A un aspirante
ferroviere viene chiesto cosa farebbe in caso di nebbia se ci
fossero due treni in arrivo sullo stesso binario. "Agiterei
la bandiera" risponde. E se la nebbia fosse così fitta
da impedire di vedere la bandiera? "Accenderei le fiaccole". E se
la nebbia fosse così fitta da impedire di veder le fiaccole?
"Userei i petardi". E se la nebbia fosse così fitta da
aver inumidito i petardi? "Allora chiamerei mia moglie: Rosina, vieni
a vedere che disastro!"».
Insomma:
perché avrebbe dovuto andare tutto storto?
Poche settimane prima delle politiche aveva detto a
Giampaolo Pansa: «Se vinciamo e si fa il governo,
a quel punto non esiste una via di mezzo: se cado io, o
se i miei mi fanno cadere, cade anche il governo e si va
di nuovo a votare. A me non piace mediare. Voglio governare.
Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri,
non si discuterà, ma si deciderà».
Sì, ciao. Una via crucis quotidiana. Con la maggioranza
che al Senato perdeva un pezzo al giorno. E andava sotto
su questo e sotto su quello. E via via si sfilacciavano i rapporti
non solo politici ma umani.
Presidente, preoccupato? Ma no,
rispondeva agli amici di Die Zeit dubbiosi su come
avrebbe fatto a tener insieme i nove pezzi dell'Unione:
«All´interno dei vostri due partiti di
coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo
nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato
molto più tempo a stringere il patto di coalizione
rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho
fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente
della Repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia.
Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta
più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione
comunista, i Comunisti italiani. Ma a confronto di Lafontaine,
è qualcosa di abbastanza innocuo». Quindi, perché
dare peso a qualche capitombolo?
Succedeva
anche a Bettino Craxi, che se ne infischiava: «Sono
stato presidente del Consiglio quattro anni, sono
andato sotto 180 volte e non è mai accaduto nulla».
E mentre gli elettori assistevano attoniti alla cagnara,
che raggiunse l'apoteosi nella elaborazione della Finanziaria
«modello avanti-indré», lui spargeva
ottimismo come quando spiegò a Gianni Riotta: «Ci
sono stati quattro casi di coscienza sull'Afghanistan, è
vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni
con più agio sarebbe stato più facile, ma così
è più thrilling, c'è più avventura.
Vuole la verità? È più sexy!».
Un martello pneumatico, era: «Abbiamo
avuto l'incarico di governare dagli elettori
di cinque continenti. E governeremo». «C'è
l'impegno di tutti affinché questa coalizione vada
avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è
questa. Non cambia. Dura l'intera legislatura».
«Resteremo uniti e governeremo per cinque anni,
ridaremo all'Italia un ruolo serio e internazionale».
«È una squadra, la nostra, coesa e omogenea,
dureremo cinque anni». «Sono tornato ieri dalla
Cina e non ho sentito nessuno che mi abbia detto che il governo
non è fortissimo. La fiducia è totale, completa.
Dureremo cinque anni». E le ruggini nella maggioranza?
«Ripeto, il mio governo governerà. Punto».
E sbuffava: «Sulle missioni internazionali si deciderà
a maggioranza ma quando c'è da decidere, io decido».
Sullo
sfondo, nell'immaginario suo e in quello degli altri,
compreso Silvio Berlusconi che arrivò a
sospirare «sì, questi reggono cinque
anni», c'era sempre l'evocazione di quel «fattore
C.» cantato ironicamente da Edmondo Berselli: «Il
Culo di Prodi è una categoria mitologica. Come tutti
i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente,
come un prodigio preternaturale, una chimera, una fenice,
una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile».
Macché,
è finita come nel '98. E' andato alla conta
e ha perso. E chi è stato stavolta, a volere il
braccio di ferro? Massimo D'Alema. L'uomo che secondo
Adriano Sofri «è cresciuto alla scuola di Craxi,
il più grande giocatore d'azzardo del dopoguerra».
Quello che, indicato dai più sospettosi come
colui che aveva ordito la prima caduta di Romano, aveva
mandato a dire per bocca di Fabrizio Rondolino che lui certi
errori non li faceva: «Massimo, Mussi e Minniti fecero
i conti il giorno prima. E mi ricordo che D' Alema, alle dieci
di sera, ci disse: "Siamo sotto di uno". Lo sapevamo noi e lo
sapevano anche a palazzo Chigi. Tant'è vero che all'indomani,
all'alba, Minniti incontrò Cossiga per chiedergli l'astensione.
Perciò, in aula, prima della fiducia, Violante dalla
presidenza chiese a Prodi se voleva parlare. Avrebbe dovuto
dire che era disposto a prendere anche altri voti oltre a quelli
della sua maggioranza, così avrebbe ottenuto l'appoggio
di Cossiga, ma lui non lo fece, e andò sotto».
«Come
hanno fatto, ad andar sotto di nuovo?», si
chiedono oggi basiti gli elettori di sinistra. Ma i maligni
tornano a farsi un'altra domanda. Partendo da una
confidenza dalemiana: «Il gioco d'azzardo è
divertente come calcolo delle probabilità, funzione,
strategia. Ma non mi piace l'elemento maniacale. A un certo
punto non hai più il governo di te stesso. A me piace
il gioco in cui uno non perde mai il controllo di sé,
anzi assume il controllo del campo e di tutti gli attori in
gioco. Questo sì, mi piace». Ecco: sfidando la sinistra
più accesa, alla vigilia del voto di ieri, con quell'alternativa
secca riassunta dal manifesto col titolo «Kabul o morte»,
quale calcolo aveva fatto esattamente, Baffin di Ferro? Ha perduto
il controllo o lo sapeva, che finiva così?
Gian Antonio Stella - 22 febbraio
2007
Piccolo
commento di Gianni Pardo:
Gian Antonio Stella è sempre stato
velenoso a proposito di Berlusconi. Quando è stato
al governo e quando è stato all’opposizione. Ognuno
ha diritto alle sue antipatie. Ma che potesse essere velenoso
con il centro-sinistra che ha sempre sostenuto e con Prodi
in particolare, ora che è caduto, non era prevedibile.
Questo comportamento è definito “il calcio dell’asino”.
E a noi pare cosa asinina.
SEI CONSIDERAZIONI SULLA CRISI
Uno.
Le ipotesi prevalenti, dopo la caduta del governo,
sono il reincarico a Prodi o nuove elezioni. Per
il reincarico, lo stesso Prodi, il Presidente della Repubblica
e i commentatori politici sono d’accordo su un punto:
che la fiducia ad un governo fotocopia non avrebbe senso
perché rimarrebbero presenti gli stessi germi che hanno
ucciso il primo governo. Dunque, quand’anche la coalizione
rimanesse immutata, ci dovrebbero essere condizioni diverse
che si riassumono in una: l’assicurazione da parte di tutti i
partiti di un sostegno forte, costante, indubbio ed indiscutibile
al governo. Senza distinguo personali, senza questioni di principio
e senza atteggiamenti di lotta e di governo. Belle parole di cui
i segretari di tutti i partiti potrebbero perfino essere sinceramente
convinti: il punto è che venderebbero la pelle dell’orso prima
d’averlo ucciso. In effetti, non è mancato a Prodi il sostegno
dei partiti, è mancato il sostegno di alcuni senatori. E
allora la domanda diviene: chi mai, quale segretario di partito o
capogruppo parlamentare può dare assicurazioni sul comportamento
altrui? Anni fa una senatrice di Rifondazione Comunista - dovendo
votare a favore del governo perché così ordinava il partito
- lo fece piangendo. Ma ce lo si può aspettare da tutti e sempre?
Questo
gran parlare che si fa delle condizioni diverse per
un governo “forte e serio” (per usare i due aggettivi
di cui Prodi abusa) è insulso. Una maggioranza è
tale o quando è tanto ampia da assorbire qualche
occasionale dissenso o quando è tanto coesa che, pure
con un voto solo di maggioranza, può sempre essere
certa di contare su quel voto.
Due.
Molti sostengono che non si possa andare a votare
perché l’attuale legge elettorale è pessima,
perché essa può dar luogo a due maggioranze
diverse alla Camera e al Senato e perché le liste
sono formate dai partiti. Le obiezioni non sono fondate. Le
due maggioranze diverse sono sempre possibili perché
diversi sono i due elettorati. Inoltre le proporzioni in
questo momento sarebbero identiche nelle due Camere se in
quella dei Deputati
il centro-sinistra non beneficiasse di un generoso premio
di maggioranza: e allora, di che si lamenta? Senza quel
premio avrebbe alla Camera gli sessi problemi che ha al Senato
e forse più. Quanto alla scelta dei candidati, forse che
prima un quisque de populo, cioè uno qualunque poteva pretendere
di essere incluso nella lista di un qualunque partito? E, se
l’avesse potuto pretendere, che probabilità avrebbe
avuto di essere eletto, se non fosse stato sostenuto dal partito?
Insomma, la differenza, fra prima ed ora, è ben piccola.
In secondo luogo, qualunque costituzionalista confermerà
che una legge elettorale priva di difetti non esiste. Dunque, che
si voti con questa o con un altra legge, ci sarà sempre
qualche scontento.
Tre.
Sulla caduta della maggioranza si hanno due interpretazioni
fondamentali: una la farebbe dipendere semplicemente
dal voto di due senatori di sinistra e di tre senatori
a vita, l’altra – dietrologica e pensosa – la farebbe dipendere
dallo scontento che questa maggioranza ha provocato in
Vaticano, negli Stati Uniti e in Confindustria. Innanzi
tutto, sembra giusto, prima di guardare alle stelle, guardare
dove si mettono i piedi: e si vede subito che il governo
è caduto per il voto contrario del Senato, non per qualche
fattucchieria. Poi, la distinzione è pretestuosa. Se qualcuno
vota contro il governo è perché non ne approva
l’azione: e che sia perché non è abbastanza filoamericano
o abbastanza anti-americano, che importa? Ciascuno ha le proprie
convinzioni e se queste non sono coerenti, in una coalizione, il
governo cade. Amen.
Quattro.
Una nota curiosa riguarda un rimbalzo di borsa che,
alla caduta del governo, ha fatto guadagnare a Berlusconi
– secondo quanto dicono – cinquanta milioni di euro. Può
essere. Ma prima di scandalizzarsi o fare i moralisti,
ci si è chiesto quanto avesse perduto, Berlusconi,
con l’annuncio del progetto Gentiloni? Un rialzo della temperatura
corporea di quattro gradi è un fatto allarmante,
certo: a meno che prima la temperatura non fosse di trentadue
gradi.
Cinque.
D’Alema aveva detto: se il Senato non approva, tutti
a casa. Il Senato non ha approvato e tutti sono
andati a casa. La cosa ha molto meravigliato gli italiani.
Questo la dice lunga sulla stima che abbiamo dei nostri
parlamentari. Si direbbe che la loro parola sembra non
valga assolutamente nulla. Non rimane che sperare in una lunga
serie di atti onorevoli, in modo che si possa tornare a stupirsi
della patologia, e non della fisiologia.
Sei.
Un’ultima considerazione merita l’atteggiamento che
milioni di persone hanno avuto negli scorsi mesi. Che
il sostegno al centro-sinistra in Senato fosse risicatissimo,
che il centro sinistra dipendesse dai senatori a vita,
è stato evidente sin dal primo giorno. Ma dal momento
che passavano le settimane e il governo non cadeva, moltissimi
italiani, alcuni felici, altri infelici, hanno dimenticato
che quel sostegno era risicatissimo e che i senatori a vita
non erano piccoli soldatini del centro-sinistra. La situazione
è stata simile a quella di chi, guidando sul ghiaccio,
e non essendo scivolato per il primo chilometro, dimentichi che
sul ghiaccio si scivola. C’è dunque stato un eccesso di
pessimismo nel centro-destra e un eccesso di ottimismo nel centro-sinistra.
Sarebbe stato necessario, sulla base del buon senso, non dare
il governo né per morente né per longevo. Sin
dai tempi degli antichi greci, infatti, il futuro sta sulle ginocchia
di Giove.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 22 febbraio 2007
GOVERNO BATTUTO
II governo è stato battuto al Senato
per due voti sulla risoluzione per approvare la
relazione di politica estera del ministro Massimo D'Alema.
Opposizione laica ai Dico
La polemica sulla regolamentazione delle coppie di
fatto si sta polarizzando in una diatriba tra gerarchia
ecclesiastica e laicisti, secondo uno schema tanto
facile quanto impreciso.
Quello che è destinato a subire la concorrenza
del similmatrimonio ideato da Barbara Pollastrini
e Rosy Bindi,
infatti, non è il sacramento matrimoniale,
ma il matrimonio civile. Negli ultimi giorni però
hanno cominciato a farsi sentire le ragioni dei laici,
che si oppongono a un pasticcio paternalistico,a una omologazione
forzata dall'alto di tipi diversi di convivenza, all'indebolimento
del sistema di valori civili, del rapporto tra diritti
e doveri, su cui
è fondata la famiglia. Piero Ostellino, Giulio
Tremonti e Antonio Martino, seppure sotto profili
differenti, vedono nella statalizzazione
dei rapporti affettivi una intromissione nella sfera
privata che ogni laico dovrebbe considerare impropria,
e, nelle forme in cui è proposta, pericolosa.
I problemi di tutela dei diritti individuali, spiegano,
si può realizzare in altre forme, in modo contrattuale
o a partire dalla regolamentazione, già
esistente, della convivenza anagrafica.
Il carattere più insidioso dei Dico, infatti,
consiste nell'ideologia di cui sono espressione. L'idea
che ogni legittimo desiderio individuale diventa
un "bisogno" che deve ricevere una sanzione giuridica,
statale, come "diritto" di carattere collettivo, porta
alla distruzione di ogni equilibrio tra libertà e
responsabilità, oltre che all'omologazione tra
condizioni diverse, che perdono la loro stessa originaria
libertà.
Una delle più antiche e serie regole dei laici
è che lo stato non deve mettere il naso tra
le lenzuola. Paradossalmente ora sono i laicisti a volerlo
fare, col pretesto della garanzia di diritti individuali,
che non sarebbero più tali una volta assogettati
a una nuova normativa e istituzionalizzati in un nuovo
modello. In tutto questo, comè evidente, il sacramento
matrimoniale non c'entra niente.
C'entra molto, invece, la laicissima concezione della
libertà e della responsabilità.
Da "Il Foglio" del 20 gennaio 2007
BARBARA SPINELLI E LA GERMANIA
S’immagini un placido signore che vive la terza
età in perfetta salute, in una bella casa silenziosa
e con un bel panorama, in una stanza invasa da
bella musica sinfonica e in cui ogni tanto entra la donna
che egli ama e che lo ama. Il tutto condito da una bella
tazza di tè e da letture interessanti: non è facile
concepire che ci sia da temere la gelosia degli dei?
E allora non rimane che imporsi un cilicio. Qualcosa che
riporti il tapino al suo livello di mortale, ben più in
basso di quello in cui i felici abitatori dell’Olimpo pasteggiano
a nettare e ambrosia. Non rimane insomma che leggere l’editoriale
di Barbara Spinelli, capace di atterrire a prima vista non solo
per la sua lunghezza, ma anche perché, con supremo gusto
grafico, l’autrice è riuscita a scrivere ben 1.043 parole
senza andare a capo. Esprimeva insomma un pensiero così logico
e strettamente concatenato che, con un alinea, si sarebbe perso
il filo. Dev’essere un capolavoro. Basta munirsi di bombola
e pinne.
Come antipasto si è obbligati a sorbire tutta
una serie di affermazioni catastrofiche riguardanti
gli Stati Uniti. Hanno perso in Iraq. Stanno per perdere
in Afghanistan. Tengono le basi in Europa per capriccio.
Ammazzano la gente al Cermis e nessuno paga. “La loro
forza ha cessato d’esser sinonimo di egemonia globale”
e questa, come si sa, è ora appannaggio di Andorra.
Gli States sono diventati così deboli che in Afghanistan
“si preparano a nuove offensive, costringendo gli occidentali
a operazioni militari preventive inizialmente non concordate”.
E la Spinelli è gentile, con gli Stati Uniti, perché
non dice tutto: per esempio che il Big Mac della MacDonald’s
fa aumentare il colesterolo.
Ingurgitato l’antipasto, si
passa al “plat de résistance”, il piatto forte. Ma
ci si rende presto conto di essere inadeguati.
Inadeguati in un modo tutto speciale e che va spiegato.
Nella lingua inglese c’è una sorta di grido
di accusa devastante che interrompe ogni tanto il
dialogo casalingo: “You are not listening!”, “Tu non
mi ascolti neppure!”. Avviene infatti che se qualcuno parla
a lungo e in maniera noiosa, l’ascoltatore, non potendosi
appisolare (per esempio perché in piedi), “stacchi”,
mentalmente, e non capisca più ciò che l’altro,
o l’altra, sta dicendo. Tanto da provocare la reazione:
you are not listening! È questo l’effetto dell’articolo
della Spinelli: fra citazioni, richiami storici, presunte
sottigliezze e distillati di politica, uno alla fine si chiede
perplesso: ma che cosa ha detto? E magari riconosce:
“I was not listening”.
Per questo, ci si limiterà ad una nota marginale:
quella concernente il diverso trattamento dei
brigatisti in Germania e in Italia. In Germania, sostiene
la Spinelli, “Stato e magistratura s’apprestano a
sospendere pene o a graziare gli ultimi terroristi.
… Gli atti di clemenza giudiziaria avvengono indipendentemente
dal pentimento pubblico dei terroristi, confermando
che lo Stato di diritto funziona quando la giustizia non
è determinata solo dalla voce delle vittime ma dalle
regole che essa dà a se stessa”. Chi legge queste parole
si rende conto che la Germania dev’essere stata molto più
generosa e nobile dell’Italia, in questo campo. Peccato che non
sia vero.
La stampa tedesca discute con passione, in questi
giorni, il caso di Brigitte Mohnhaupt, ex-terrorista
non pentita. Non è stata ancora graziata,
questa donna, e non ha ottenuto nemmeno la libertà vigilata
o quello che sia (che dovrebbe scattare il 27 marzo): ma
la cosa ha già suscitato scandalo. Konrad Freiberg, del
sindacato di polizia, protesta perché i colpevoli questi
benefici “non se li sono meritati, e cioè non hanno mostrato
pentimento”. Ma si conosce la storia della Mohnhaupt? La donna
è stata arrestata una prima volta il 9 giugno 1972, è
stata condannata a cinque anni e li ha scontati. Arrestata una
seconda volta l’11 novembre del 1982, è stata in carcere
da allora: e fra qualche mese saranno venticinque anni. Venticinque.
E la Spinelli parla di “atti di clemenza giudiziaria”. In
Italia non sconta venticinque anni neppure chi è condannato
all’ergastolo.
Ma c’è di peggio. Il grande pubblico tedesco
ha scoperto, con scandalo, che alcuni ex-terroristi
hanno usufruito di qualche permesso di uscita dal
carcere: gite, le hanno chiamate (Ausflüge). Come
quelle concesse due volte l’anno a Christian Klar. Per
avere un’idea di ciò di cui si tratta, bisogna sapere
che queste begleitete Ausflüge, gite accompagnate,
avvengono fra almeno due poliziotti e… con i piedi legati
(Fussfesseln). Una cosa del genere, in Italia, chissà
quali proteste avrebbe sollevato. Ma la Spinelli sa tutto,
sulla Germania e sulla sua magnanimità riguardo ai
terroristi: e ce ne riferisce la lezione.
Una volta Mario Cervi, del “Giornale”, scrisse
un commento immortale a proposito del Financial
Times. “È un giornale che stimo molto, disse più
o meno. I suoi articoli sono documentati, approfonditi,
esaurienti. Li ho trovati tutti così, salvo
nei casi in cui sul fatto avevo notizie di prima mano”.
Nello stesso modo, per quanto riguarda la Germania
e il trattamento che offre ai terroristi, sappiamo
che la Spinelli forse si fa delle illusioni. Quanto
al resto, invece, è documentata, approfondita, esauriente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 19 febbraio
2007
L'ombra del compagno
Stalin sul corteo «pacifista»
anti Usa
Come sono smemorati questi militanti del Carc («Comitato
di appoggio alla resistenza per il comunismo»).
Nei loro opuscoli, che sabato a Vicenza andavano
a ruba, viene infatti proposta una teoria che fin dalla
sua denominazione ufficiale - «marxismo-leninismo-maoismo»
- risulta priva di ogni riferimento a Baffone. Eppure è
proprio lui il vero creatore della grande fede pacifista
che anche grazie a loro ha trovato la sua ultima gagliarda
espressione nella manifestazione vicentina. Ragion
per cui in questi giorni il compagno Koba deve sentirsi molto
soddisfatto. A cinquantaquattro anni dalla sua morte
può infatti constatare che la sinistra italiana
continua allegramente a sventolare la stessa gloriosa
bandiera che le aveva consegnato negli ultimi anni della sua vita.
La bandiera è ovviamente quella della pax antiamericana.
Che è diventato da un pezzo il nòcciolo
ideologico della sinistra europea. E che perciò
potrebbe anche sembrare un parto originale delle menti
dei suoi ultimi maestri. Ma che invece è appunto
una vecchia trovata di Stalin. Anzi fu la sua ultima
invenzione. Il grande trucco con cui, subito dopo la fine
della seconda guerra mondiale, poté completare la costruzione
del suo personaggio aggiungendo alle sembianze del piccolo
padre del comunismo mondiale quelle del grande padre della
Pace universale. Una trovata che trovò il suo principale
strumento nel famoso movimento dei Partigiani della Pace, diretta
emanazione dell'Internazionale Comunista. Note sono le
imprese di quel movimento. Esso promosse una raffica di festival,
convegni, conferenze, marce, cortei, dibattiti, mostre e simili,
sventagliando un unico tema: la denuncia dello spirito guerrafondaio
dell'imperialismo americano e la contestuale esaltazione
dell'anima pacifista del comunismo russo e del suo capo.
Poco contava, dunque, che proprio in quegli anni tutte le infamie
del comunismo reale in tutto l'Est europeo (forche, gulag, massacri)
fossero scaturite dalla sua testa. O che la presenza di sciami
di agenti segreti e sicofanti a lui devoti nei settori più nevralgici
e influenti della società americana (apparati statali e militari,
centri della ricerca nucleare, mondo universitario, grande stampa,
ambienti artistici e culturali, Hollywood e dintorni) non era affatto
una fantasia del senatore Mc Carthy.
A dispetto di ogni suo misfatto, il bersaglio di
quel movimento erano sempre e soltanto i crimini dell'America.
Da allora è passato più di mezzo secolo.
Stalin è morto. L'Urss non c'è più.
Il comunismo è un reperto archeologico. Il movimento
dei partigiani della pace è diventato un piccolo
paragrafo della storia della guerra fredda. Ma il suo grande
ideale - il pacifismo in salsa antiamericana - sopravvive
intatto nel cuore della nuova sinistra europea.
Da "Il Giornale"
articolo di di Ruggero Guarini - lunedì
19 febbraio 2007, 07:00
Massima del giorno
L’uomo moderno trova indecente la natura: vorrebbe
i leoni vegetariani e gli erbivori talmente sensibili
da mangiare l’erba ma non i fiori.
G.P.
MOLLICHINE
Rosy Bindi, parlando dei Dico: «Io amo pensare
alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio».
E quali siano le cose di Dio e quali no, lo dirà
lei al Papa.
Bertinotti: “Se non fossi Presidente della Camera,
andrei a Vicenza”. E se l’Italia fosse un paese
serio, lui non sarebbe Presidente della Camera.
Per Di Pietro Cento è un irresponsabile.
Ma si sbaglia. Nel centro-sinistra Cento non è
irresponsabile, Cento sono irresponsabili.
Prodi, sui Dico, dal “Corriere” del 16.2’.07: “No
comment e comment no”. È nata una nuova lingua
inglese.
Carfagna: “I gay sono costituzionalmente sterili”.
“Ragioni come Hitler”, le ha risposto Luxuria: e
le ha presentato i propri otto figli.
Amato: “I neobrigatisti sono dei ritardati del Ventesimo
secolo, un tempo che non c’è più”.
Vero. Ma solo da sei anni.
Abu Omar vorrebbe rientrare in Italia. Eh già,
in Egitto i giudici l’hanno gettato in galera.
Approvata la riforma dei servizi segreti. Se abbiamo
fatto bene i calcoli, dev’essere l’ottantaduesima.
Guglielmo Epifani: “Il sindacato non può ricevere
lezioni”. Neanche in una classe differenziale?
Condannato Ernst Zuendel, un negazionista, a Mannheim.
Cinque anni di carcere. Quando uscirà di galera
noi negheremo che ci sia mai entrato.
A VICENZA TUTTO BENE:
PERCHÉ?
Se un avvenimento che scientificamente deve obbligatoriamente
verificarsi, per esempio la caduta per terra
di un sasso abbandonato a sé stesso, non
si verifica, bisogna indagare perché. Può
sembrare curioso che si indaghi su un “non avvenimento”,
ma è necessario per sapere se è errata la
teoria che lo faceva attendere.
La storia insegna che ogni volta che si è parlato
di fenomeni di ambito mondiale, di proteste antimilitariste
e ogni volta che ci sono entrati gli yankees,
tutte le manifestazioni sono finite in episodi di
violenza. A Vicenza si è trattato di un fenomeno
di ambito mondiale, militare, americano per giunta,
e non è successo niente. Il sasso è rimasto
fermo a mezz’aria. Galileo aveva dunque torto?
Il fatto che la manifestazione di Vicenza sia stata
pacifica prova che la violenza non è un
fatto spontaneo o ricollegabile a certi argomenti
(la globalizzazione, gli americani, la guerra), ma qualcosa
che vogliono certi ambienti. E che gli stessi ambienti
possono vietare.
La vulgata costante della sinistra estrema è
che le violenze, i feriti e, in qualche caso, i morti
sono la conseguenza delle improvvide e brutali
iniziative della polizia. Questa tesi è manifestamente
assurda. I poliziotti e i carabinieri non aspettano altro,
nei giorni di manifestazioni come in tutti gli altri, che
finisca il loro turno e possano andare a casa senza neanche
essersi sporcata la divisa. E nessun Ministro dell’Interno
mai si sognerebbe di fomentare le violenze. Fra l’altro,
se lo facesse sarebbe denunziato dagli stessi poliziotti,
perché proprio loro sarebbero mandati a pagare di persona
senza necessità. Il fatto si saprebbe. La verità
è che le devastazioni dei black bloc e di consimili
energumeni sono volute dai black bloc e da consimili energumeni.
Le violenze di piazza, volute dall’estrema sinistra
e dalla sinistra extraparlamentare (ammesso che
si possano distinguere), non sempre hanno lo scopo
di far pervenire un messaggio politico. Spesso si richiamano
a tesi fumose o assurde. In realtà hanno lo scopo
istintuale di menar le mani, di andare contro l’establishment,
contro Berlusconi perché porta la cravatta, e di picchiare
gli sbirri, cioè contro le figure paterne di questi
figli maleducati e complessati.
La mancata violenza di Vicenza non sta ad indicare
che erano pacifici coloro che in altre occasioni sono
stati violenti: la mancata violenza di Vicenza sta
ad indicare che gli è stato ordinato di star buoni,
altrimenti. Chi poteva ordinarla stavolta ha ritenuto che
la violenza non fosse produttiva di effetti positivi. Si va
dunque contro Prodi, ma senza fargli troppo male. Si dice no
al governo, ma senza rischiare di farlo cadere. Anzi, si dimostra
che, volendo, si è perfettamente pacifici.
Quello che questi signori non hanno capito è
che dimostrando di essere capaci di essere violenti
e di essere capaci di essere non violenti , hanno
anche dimostrato che la polizia non c’entra per nulla.
È inutile dare la colpa ad essa o al motivo della
manifestazione: sono violenti perché vogliono essere
violenti. E tali rimangono anche quando, a Vicenza, per
una volta, secondo gli ordini o le minacce ricevute dal servizio
d’ordine politico, sfilano senza bruciare automobili o picchiare
questurini.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 febbraio
2007
FORSE BASTEREBBE IL CAPITALISMO...
D: Hamas e Fatah hanno stipulato un accordo
alla Mecca per un governo di unità nazionale.
Come vedete questo ennesimo tentativo di unire
due anime diverse della politica palestinese? Meglio
essere ottimisti o dubbiosi?
L: Non si può ancora dire se si deve essere ottimisti
o dubbiosi riguardo l'accordo raggiunto da Hamas
e Fatah, anche se io propenderei per l'ultima ipotesi.
Mi spiego meglio: a parte la questione del riconoscimento
di Israele, che non è stata risolta, e di quello degli
accordi di pace siglati in precedenza dall'Olp, non credo
che si possa essere ottimisti riguardo ad una eventuale fine
delle ostilità, sia all'interno della Palestina che in
Israele. Stiamo infatti parlando di accordi politici che,
a mio avviso, dovrebbero essere preceduti da decisioni economiche.
Se la nostra speranza è quella di vedere finalmente la pace
in quella zona del Medio Oriente, dovremmo cercare di spingere
affinché si adottino delle riforme di tipo finanziario
che siano in grado di creare una condizione democratica stabile.
Per fare ciò, però, si ha bisogno di avviare un
processo di sviluppo capitalistico che porti a sua volta alla
creazione di una classe imprenditoriale, la quale possa in
seguito fungere da controaltare alla politica governativa e da
base alla crescita di una borghesia. In effetti, sentire parlare
di accordi politici raggiunti da entità quali Fatah e Hamas
mi fa un po’ venire in mente i tempi in cui i partiti rappresentavano
il potere governativo nei paesi ex-comunisti...
D: Cosa potrà cambiare dal punto di
vista politico dopo questa alleanza? Sarà possibile
conservarla per un buon periodo di tempo e quindi
programmare nuovi incontri comuni con Israele?
L: Riguardo invece alla possibilità che questo
accordo si riveli duraturo o che sia possibile, tramite
esso, pervenire a trattative di pace con Israele,
mi sento di essere cauto. Non ci sono state infatti,
da quanto mi risulta, rinunce all'uso della violenza.
Per quanto attiene ad Hamas, si tratta di un movimento
islamico che ha tra i suoi scopi primari la liberazione
dei territori palestinesi ancora sotto controllo israeliano
per mezzo del debellamento di Israele. Non sono certo
obbiettivi sui quali si possa trovare un qualche tipo
di accordo con altre organizzazioni come l'Olp che invece
riconobbe il diritto ad esistere dello stato ebraico
nel lontano 1988. Tenendo conto che Fatah è stata
fondata da Arafat alla fine degli anni cinquanta e fa parte dell'organizzazione
per la liberazione della Palestina, non ci si può al momento
attendere una convergenza di ideali tra le due organizzazioni,
a meno di clamorosi cambi di rotta.
D: C’è chi ha abbozzato ad un logorìo
delle leadership di Haniyeh e di Abu Mazen,
chiedendo un ricambio, magari soprattutto in Marwan
Barghouti ed in altri leader di Hamas più collaborativi
di Haniyeh guidato da Meshal. Potrà verificarsi
questa successione?
L: Non credo che per il momento si possano verificare
cambi al vertice, visto che ci troviamo alla
vigilia della formazione del governo di unità
nazionale, ma staremo a vedere. Fondamentale sarà
l'incontro del 19 febbraio in cui si incontreranno il
Primo Ministro Israeliano Ehud Olmert, Mahmoud Abbas
e Condy Rice. Olmert chiede a gran voce l'applicazione
delle regole poste dai quattro mediatori per il Medio
Oriente (Usa, Unione Europea, Russia, Nazioni Unite)
che prevedono il riconoscimento dello Stato di Israele
da parte palestinese e la rinuncia all'utilizzo
della violenza. Certo è che ci sarà bisogno di tutta
l'abilità diplomatica possibile per dirimere
tali questioni. Per quanto riguarda eventuali successori,
oltre a Marwan Barghouti, il quale sembra possedere tutti
i requisiti necessari per ricoprire il ruolo di Haniyeh,
non fosse altro che per la sua inclinazione al riconciliamento
con Israele, si parla anche Mohammed Shbair, che è
stato presidente della Università Islamica di Gaza per
tredici anni. Non credo molto in un eventuale (possibile)
presa del potere da parte di Mashal, nel senso che quest'ultimo
mi pare fermo su posizioni troppo guerrafondaie nei confronti
dello Stato israeliano, è anche vero, però, che
egli gode di un certo credito politico. Veniamo ad Abbas: le elezioni
Presidenziali palestinesi del Gennaio 2005 furono da lui vinte
con un ampio margine nei confronti di Barghouti. Una volta
diventato presidente, "Abu Mazen" si è quantomeno distinto
per la sua ostilità all'uso delle armi e questo mi sembra
molto importante, forse in una situazione così instabile
si dovrebbe tentare di conservare quello che già c'è di
buono piuttosto che effettuare rischiosi salti nel buio.
D: In proposito cosa si può dire della
situazione umanitaria del popolo palestinese e quindi
anche delle continue situazioni di pericolo che
la gente vive per le guerre intestine e per le rappresaglie
israeliane?
L: Ad oggi le condizioni
del popolo palestinese dipendono in larga parte
dagli aiuti di stati come l'Iran o dai finanziatori
sauditi. Hamas e al Fatah ricoprono il ruolo di "partiti
sociali" che si occupano cioè degli aiuti umanitari
per la popolazione e delle cure mediche oltre che degli
alloggi, un po' come faceva il partito fascista in Italia.
È questa una situazione che deriva dal deserto politico
palestinese. Mi ricollego a quello che ho detto in risposta
alla prima domanda: il passo fondamentale da compiere riguarda
la riforma economica, ma fino a che la Palestina sarà
in balia degli aiuti provenienti dall'Iran, la situazione non
potrà che essere conflittuale. A mio avviso il famoso
"quartetto" Russia, Usa, Europa e Nazioni Unite, dovrebbe preoccuparsi
di instaurare le condizioni necessarie e sufficienti ad
una vita sociale decente nei territori palestinesi. In questo
caso non c'è niente di meglio che ricordare le parole di
Gesù quando diceva che per sfamare qualcuno è meglio
insegnagli a pescare che non dargli del pesce.
D: Potranno mai esserci passi in avanti
nel riconoscimento di Israele, da parte di Hamas,
oltre che di Fatah e quindi una possibile convivenza
fra i due popoli, con le due rispettive terre? Cosa bisognerà
fare perché ciò avvenga?
L: Questa è proprio una bella domanda, anche
se di più ampio respiro, racchiude in sé
quelle che sono le preoccupazioni della gente. È
mai possibile che un conflitto perduri per tutti questi
anni? Quali sono le cause prime della sua esistenza?
Cosa si può fare per debellarlo definitivamente?
Esistono molti approcci diversi alle spiegazioni delle radici
di una guerra. C'è chi, con un'interpretazione filo-marxista,
ne esalta i motivi economici e di lotta per il potere, c'è
chi, più "popperianamente" (mi passi il termine) tenta
di analizzarne le molteplici cause e di cavare così
risposte più panoramiche, c'è chi mette in risalto i
motivi culturali e religiosi (e qui mi viene in mente Weber).
Io credo si debba tentare di essere onesti e riconoscere che le
guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, che
esse dipendano da motivi religiosi, politici, economici o tutti
insieme, si deve tentare di creare le condizioni affinché
questi motivi perdano la loro efficacia nel tempo. In questo
senso ci sono due programmi necessari da porre in atto: un
sistema economico che funzioni e sia in grado di garantire la sussistenza
alla maggioranza delle persone e un sistema culturale che sia
in grado di insegnare alle stesse a collocare la religione, il potere
e le differenze etniche nella giusta prospettiva. Non si può
uccidere il prossimo per divergenze di questo tipo, l'ignoranza
è, a mio modesto avviso, la madre di tutti i mali.
D: Il nodo di
Gerusalemme. Gli israeliani la vogliono come città
simbolo, i palestinesi come capitale del nuovo stato palestinese.
Perché questa centralità e questo stillicidio
verso Gerusalemme? In fondo Gaza o Ramallah sono diventate
un simbolo ancor più importante dell’autonomia
palestinese…E perché non ci si può fermare al
compromesso su Gerusalemme Est?
L: Gerusalemme ai tempi delle invasioni romane
fu l'ultima città ad essere conquistata. Pompeo
Magno ed, in seguito, Tito e Vespasiano dovettero faticare
non poco per riuscire ad averla e a sedare la ribellione
giudea. Gerusalemme come sede e luogo natio delle più
importanti religioni monoteiste del mondo è una
città d'importanza culturale unica al mondo. È
sacra per i cristiani perché proprio lì mori e
risorse il figlio di Dio. È sacra per i musulmani in
quanto è li che il Profeta Muhammed salì al cielo.
É sacra per gli ebrei, che ancora pregano disperandosi,
movendo la testa in avanti e indietro davanti al muro del
pianto. È uno dei luoghi più gravidi di storia del
mondo e poter usufruire del suo carisma rappresenta un'opportunità
di importanza innegabile. Proviamo ad immaginarci che cosa
vorrebbe dire amministrare una città simile per un governo:
significherebbe poter contare su introiti enormi e prestigio
smisurato. Non sarebbe lo stesso se ci si dovesse accontentare
di una parte della città, eppoi francamente le capitali divise
ci hanno un po' stufato. Gerusalemme è forse uno
dei nodi principali attorno ai quali verte in conflitto
israelo-palestinese. Forse la soluzione migliore sarebbe quella
di darla in gestione ad una giunta internazionale che sia super
partes. Voglio dire, un po' come quando dei bambini si
litigano un giocattolo e la cosa migliore da fare è non
darlo a nessuno dei due fino a che gli interessi di entrambi per
quell'oggetto siano dirottati altrove. D'altronde stiamo parlando
di un caso che ha creato abbastanza problemi fino questo punto;
sarebbe ora di trovare delle soluzioni, per quanto dolorose
possano sembrare. È vero che Gaza e Ramallah sono diventate
un simbolo importante dell'autonomia palestinese, ma non posseggono
l'importanza politica di Gerusalemme e non potranno mai essere
paragonate alla Città Santa, un po' come Firenze e Napoli
sono città importanti ma non così tanto quanto Roma.
(Intervista a cura di Angelo M. Daddesio)
Andrea Loquenzi è giornalista e blogger
professionista. Collabora per War News e Fondazione
Magna Carta ed è studioso di politica
mediorientale. Gestisce altresì un blog http://middleastnews.blogspot.com/
interamente dedicato alle notizie sulla situazione
in Medio Oriente.