ARCHIVIO
DI FEBBRAIO 2005
Le primarie dell'Unione
superate persino dalla mezza democrazia egiziana
Abbiamo finalmente
capito qual era il modello istituzionale cui si ispiravano
le primarie monocefale che si dovrebbero celebrare nell’Unione
di centrosinistra per incoronare il candidato Romano
Prodi. Si tratta, più o meno, dello stesso meccanismo
che finora ha portato alla nomina del rais egiziano. Il
parlamento del Cairo designava, con una maggioranza dei
due terzi, il candidato presidente, che è sempre il presidente
uscente. Poi si svolgeva un referendum con il quale il popolo
veniva chiamato a esprimersi su un solo candidato, il quale
risultava trionfalmente “eletto”, ma con un sistema che si
faceva fatica a definire democratico. Ora però, anche in
Egitto, qualcosa si muove. Condoleezza Rice si è molto
irritata per l’arresto di un dissidente egiziano e, ancora di
più, perché un vertice arabo e del G8, che si doveva
tenere al Cairo il mese prossimo per discutere di democrazia,
è stato annullato da Hosni Mubarak. Di fronte alle pressioni
degli americani, che hanno com’è noto il pallino dell’esportazione
della democrazia, Mubarak è stato indotto a proporre una
modifica al meccanismo elettorale. Sarà sempre il parlamento
a definire le candidature ma, per la prima volta nella storia
egiziana, dai faraoni in poi, i candidati sottoposti al voto popolare
saranno più d’uno. La proposta di Mubarak è stata approvata
entusiasticamente dallo stesso parlamento che altrettanto entusiasticamente
aveva appoggiato l’arresto di quelli che chiedevano la stessa
cosa fino a una settimana prima. Ora Prodi potrebbe seguire
l’esempio del rais e presentarsi alla prossima assise dell’Unione
per ripetere un suo antico slogan, “competition is competition”,
e per aggiungere che con un candidato solo la competizione non c’è.
Può darsi che, in questo caso, l’entusiasmo non assuma i
toni levantini, soprattutto tra i Ds che vedono come il fumo negli
occhi la candidatura di Fausto Bertinotti. D’altra parte è
un po’ difficile per chi denuncia ad ogni piè sospinto il “degrado”
della democrazia, rimanere indietro persino rispetto al regime autocratico
egiziano (da Il Foglio)
Million dollar
baby
Vincitore
di quattro premi Oscar 'Million
dollar baby', ha avuto la meglio su 'The Aviator' di Martin Scorsese.
Tre modi diversi
di essere studenti
Mentre dei farabutti
in Italia impedivano all'ambasciatore di Israele di parlare
all'Universita' di Firenze i loro amici nei territori preparavano
l'attentato di stanotte a Tel Aviv.
Per
il momento abbiamo cinque morti e piu' di 50 feriti
alcuni dei quali molto gravi. Ragazzi, esattamente
come i manigoldi di Firenze, ragazzi come i terroristi
palestinesi.
Ragazzi
israeliani che erano in fila per andare a ballare
in un locale di fronte al mare di Tel Aviv .
Qualcuno
in Italia ha voluto giustificare la vergognosa contestazione
all'ambasciatore Gol, qualcuno ha addirittura osato
dire che i farabutti non erano nazi-comunisti, che
la sinistra e' un'altra cosa. Peccato che urlassero dentro
l'Ateneo di Firenze "Palestina libera Palestina rossa"
e che tutti faccciano parte di partiti della sinistra i cui
leader dichiarano che Israele e' uno "stato terrorista" o
vanno in Libano per incontrare i loro amici del cuore , i terroristi
Hezbollah.
Posso
immaginare, data la loro completa assenza di moralita',
l'urlo di soddisfazione che avra' accolto la notizia
dei ragazzi assassinati in Israele dai loro maledetti
amici. Posso immaginare le feste e l'esaltazione per questa
ennesima strage di giovani ebrei loro coetanei.
Ieri
sera, come era accaduto quattro anni fa al Dolphinarium
di Tel Aviv, dei ragazzi di Israele non hanno
fatto nemmeno in tempo ad entrare nel locale quando,
alle 23.20, uno studente universitario palestinese
di 21 anni, Abdullah Badran, si e' fatto esplodere in
mezzo a loro per ammazzarli.
Vediamo quindi tre diversi modi
di essere studenti.
In
Italia usano il tempo per creare comitati e cellule
politiche e per impedire la democrazia.
Usano
il loro tempo per fare violenza sui rappresentanti
di una nazione odiata, Israele, una democrazia nel cuore
del mondo fanatico arabo da loro tanto apprezzato.
Usano
il loro tempo per organizzare cortei violenti inneggianti
alle dittature di tutto il mondo, spaccare vetrine
e bruciare cassonetti.
Manigoldi.
Nei
territori palestinesi gli studenti universitari,
degni compari di quelli italiani, organizzano attentati
per ammazzare giovani come loro purche' ebrei e
israeliani. Lo fanno da sempre e di tempo ne hanno a volonta'
tanto le Universita' nei territori sono sempre chiuse per
sciopero e occupate da criminali terroristi ventenni.
Un
bel futuro per la non ancora esistente Palestina.
Un
futuro in mano a giovani assassini, fanatici pieni
di odio e innamorati della violenza e della dittature,
degni figli di Arafat.
Assassini.
In
Israele gli studenti universitari fanno una cosa
strana: studiano.
Nella
vita fanno un'altra cosa strana : difendono il loro
paese dai manigoldi e dagli assassini e quando vogliono
distrarsi e il venerdi sera vanno a ballare per esorcizzare
le preoccupazioni e la paura vengono raccolti a
pezzi in un lago di sangue.
Sangue
innocente di ragazzi che avrebbero voluto vivere
in pace.
Fate
festa, farabutti di Firenze, rallegratevi perche'
siete cosi' idioti da non capire che quelli ad essere
senza futuro siete voi con le vostre anime perse e il
vostro odio.
Fate
festa, bruciate bandiere, urlate "palestina libera
palestina rossa" perche' non sapete fare altro nella
vita e vi lasciate incantare da quelli piu' grandi
e furbi di voi. Suppongo che questo assassino, Abdullah
Badran, entrera' a far parte della rosa dei vostri eroi.
Io
piango per i giovani di Israele che sono stati assassinati
stanotte, per voi e i vostri amici assassini palestinesi
solo tanto disprezzo.
Deborah Fait - informazionecorretta
Massima del
giorno
Non
ci affrettiamo a denunciare i nostri difetti. Se ne
occuperanno volentieri i nostri amici.
G.P.
MOLLICHINE
Unione.
Una parola che normalmente indica uno stato di fatto.
In politica indica invece un desiderio.
Bush:
"L'idea di attaccare l'Iran è ridicola. Ma nessuna
opzione è esclusa". Traduzione: io non intendo
affogarti, ma tu sta‚ lontano dall'acqua.
Alcuni
studenti volevano impedire all‚ambasciatore israeliano
di parlare. Forse l'avrebbero sentito meglio se avesse
avuto una certa cintura e si fosse fatto esplodere.
"Liberate
Giuliana Sgrena, liberatela!" ha ingiunto Ciampi.
Urge ripasso grammaticale. L'imperativo è il
modo per dare gli ordini.
Il
Csm ha bocciato (16 sì, 3 no e 1 astenuto)
la ex legge Cirielli ("Salva Previti"). Tutto regolare,
se Csm significasse "Club sempre malevolo".
Pisanu:
"Per liberare Giuliana Sgrena non lasceremo nulla
d'intentato". Magari una seduta spiritica bipartisan con
Prodi?
Sgrena.
La tv irachena Al Sharqiya aveva parlato di "liberazione
imminente". Secondo il Manifesto si trattava di
"un falso allarme". Allarme?
Castelli
per l'Ue: "Declassare l'italiano è un'umiliazione
intollerabile". Ma per farsi capire avrebbe dovuto
dire: "The down-grading of Italian is an intolerable
humiliation".
Putin:
"La democrazia per noi è un fatto acquisito".
Acquisito e messo in archivio?
Gianni
Pardo
IL PROFESSORE VOLENTEROSO
e la political correctness
Massimo
Gramellini, sulla Stampa, commenta con scandalo
una sentenza della Cassazione (peraltro più mite di
quella d'Appello) con cui un professore è stato
"condannato a una multa e al pagamento delle spese processuali"
per avere cercato di "strappare il telefonino a una studentessa
strafottente che si rifiutava di spegnerlo durante le
lezioni". Il professore, in questo caso, è stato
giudicato colpevole di tentata violenza privata, in quanto
in fin dei conti quel telefonino non gliel'ha neppure tolto
di mano.
Secondo
il giornalista, la sentenza va contro il senso comune.
E qui si potrebbe aggiungere che un giurista, ammesso
che osasse discutere l'opinione della Cassazione, avrebbe
potuto dire che l'azione del professore non rientrava
nell'<abuso dei mezzi di correzione e di disciplina>,
art.571 del codice penale, come forse il caso andava più
rettamente inquadrato, e dunque essa non era punibile.
Ma il punto sostanziale risiede altrove.
La
scuola è un estensione della famiglia e della
sua azione educativa. Ecco perché tutti si
aspettano dai docenti atteggiamenti non meramente
amministrativi o tecnici, ma sensibili, umani e pieni di
buona volontà: ben al di là dell'insegnamento
puro e semplice. Si vuole insomma che i docenti siano quasi
dei genitori e abbiano un'attività in linea con la patria
potestà. I docenti, da parte loro, essendo del tutto
digiuni di diritto, intendono la loro professione a tal punto
in linea con questi precetti che, se s'indignano, hanno tendenza
a dare uno scappellotto all'allievo esattamente come farebbero
col proprio figlio. Anzi, proprio in base a questo sentimento:
"In questo caso darei uno schiaffo a mio figlio, che è carne
della mia carne, e devo lasciarla passare liscia a costui?"
La
conseguenza di tutto questo è che fin troppo
spesso finiscono sui giornali, per violenze o altro,
quei docenti che più ingenuamente e appassionatamente
cercano di fare il proprio lavoro. Magari avranno qualche
fragilità psichica: ma nessuno può chiedere ad una
maestra elementare d'avere il sistema nervoso d'acciaio d'un incursore
della Marina.
Un professore più
solido e meglio informato, nel caso del telefonino, non si
sarebbe alzato dalla cattedra. Avrebbe detto freddamente
alla ragazza: "S'accomodi fuori". Anzi, l'avrebbe mandata
dal Preside con un rapporto sul registro. Non si sarebbe scomodato,
avrebbe dato una lezione all'intera classe e non sarebbe finito
dinanzi al giudice.
Viviamo
tuttavia in un tempo in cui anche le autorità,
a volte, si alleano con chi va contro la legge. Perché
questo ordina la political correctness. Se un
cittadino ingiungesse ad Commissario di polizia di obbedire
alla legge e rimuovere un blocco stradale d'origine sindacale
(in flagranza d'un grave reato), e non ottenendolo lo denunciasse
alla magistratura, forse si vedrebbe condannare lui stesso
per calunnia. Il blocco stradale, che manderebbe in galera
per anni - da due a dodici - i tre o quattro che lo facessero
senza avallo politico, diviene lecito quando a commetterlo
sono centinaia di persone. Ma così va il mondo da oltre
mezzo secolo.
Un
professore fece rapporto ad alcuni maturandi che,
non temendo più la bocciatura, disturbavano la lezione.
Nello spirito di cui sopra, il Preside, per motivi
politici, decise di non sostenerlo. E non prese nessun provvedimento.
Il professore, che insolitamente disponeva di cultura
giuridica, a questo punto non si scompose: dal giorno
dopo, in classe, si mise a leggere un libro per i fatti
suoi. Da principio gli studenti fecero festa. Poi videro
che la cosa si prolungava e cominciarono a preoccuparsi
per gli esami di fine d'anno. Finì che tutti insieme,
loro e il Preside, andarono dal professore a chiedergli
scusa e a pregarlo di riprendere il suo lavoro. Questi infatti
aveva dalla sua un'arma imbattibile: "Sono stato disturbato;
il Preside, titolare delle sanzioni disciplinari, non mi ha sostenuto;
sono nell'impossibilità d'insegnare: dunque non insegno". Nel
nostro Paese il diritto di fare il proprio lavoro a volte ha questo
prezzo.
Si
può solo sentire pietà per i tanti professori
che sbagliano per eccesso di buona volontà.
Bisognerebbe insegnargli che, in un mondo in cui
i genitori sono contro i più normali mezzi di coercizione
e di disciplina, l'essenziale è arrivare in
orario e promuovere tutti, anche se sono dei perfetti
asini. In questo caso si sarà amati dai Direttori Didattici,
dai Presidi, dai Provveditori agli Studi, dai Ministri
e, soprattutto, dagli studenti e dalle loro famiglie.
Gianni
Pardo, 26 febbraio 2005
PRODI EXPORT
Romano Prodi ha scritto una pagina
intera sul Corriere per spiegare che l'articolo
11 della nostra Costituzione costituisce "un rifiuto
fermo e assoluto" alla guerra. Solo che non è vero.
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli". Le dittature, va
da sé, offendono la libertà dei popoli. Fare
una guerra a una dittatura significa difendere la libertà
di quei popoli oppressi, non offenderla. E' ovvio, no? Ed è
anche scritto in italiano. Essendo stati liberati da un intervento
armato, ovviamente i costituenti non avrebbero mai potuto escludere
le ragioni di una guerra contro una dittatura.
Prodi ha anche scritto che "l'Onu è, nella
quasi generalità dei casi, l'unica istituzione dalla
quale può legittimamente derivare l'approvazione
della comunità internazionale".
La "quasi generalità" è un modo di dire
per escludere la guerra che il governo dell'Ulivo
fece alla Serbia per evitare, preventivamente,
che si consumasse un genocidio in Kosovo. Una guerra
giustificata dalle fosse comuni, che poi non sono mai
state trovate. Una guerra geostrategica contro un
dittatore che nel bel mezzo dell'Europa impediva l'allargamento
della Nato e dell'Unione europea. Una guerra che ha avuto
l'effetto domino dell'esportazione della democrazia. Una
guerra senza l'Onu (anzi senza nemmeno una risoluzione dell'Onu).
Ricorda qualcosa?
Prodi dice di averla fatta lui, da Bruxelles, l'esportazione.
Una barzelletta, visto che tutti sanno che dobbiamo
la democrazia in Europa dell'est alla guerra fredda
vinta da Ronald Reagan, con l'aiuto del Papa. Allora
lo schieramento che oggi sostiene Prodi stava coscientemente,
o di fatto, con quelli che volevano esportare
la dittatura, non la democrazia. (da Camillo, il blog di Christian
Rocca)
«Furio
Colombo, un uomo per tutte le stagioni»
Senza che per questo lo si possa
confrontare con Tommaso Moro, anche Furio Colombo potrebbe
essere definito un uomo per tutte le stagioni. Esplicitamente
e sinceramente amico di Israele all’epoca del suo mandato
di direttore dell’ Istituto Culturale di New York, amico di Israele
ai tempi del suo mandato parlamentare, Colombo ha poi diretto
per alcuni anni uno degli organi di stampa di più marcata
ed incandescente avversione nei confronti di Israele che rispecchia
e modella l’ opinione di larga parte del partito del quale esso
è portavoce ufficiale; ed ora, in coincidenza con la sua
sostituzione alla guida di quel giornale, Colombo ha scoperto che
negli anni della sua direzione quel quotidiano e quel partito sono
stati ingiusti ed ottusi nel giudicare il governo Sharon, che sta
conducendo Israele verso una difficile pace con il recalcitrante vicino
palestinese. Bentornato fra gli amici di un tempo, Furio Colombo!
Tutto ciò potrebbe rimanere
poco interessante per noi osservatori esterni se non
innescasse una nostra riflessione sull’insieme di cui questa
vicenda è parte e sintomo.
Popper ci aiuta in questo tentativo
di comprensione, quando sintetizza la differenza fra
estremisti e riformisti nel loro diverso approccio alla realtà:
i primi la vogliono cambiare tutta e subito, ma soprattutto
vogliono il tutto o il nulla, mentre i secondi seguono la via
faticosa e tortuosa dei cambiamenti graduali del mondo, al termine
dei quali si intravede quel cambiamento globale e radicale che
somiglia a quanto avrebbero voluto gli estremisti, incapaci invece
di avvicinarvisi.
Così è la sinistra
di casa nostra: eternamente divisa sui metodi, idealista
ma incapace di trasformare i suoi nobili voli pindarici
in pragmatiche iniziative sociali o politiche; e la sua versione
estremista tende a prevalere, non certo numericamente ma nella
funzione di indirizzo ideologico, contaminando con una certa
sua congenita incapacità di capire e gestire la realtà
(Popper) anche le altre componenti.
Applichiamo questa analisi alla
visione che di Israele, dei suoi governi, della sua linea
politica, dei suoi problemi ha la sinistra in generale. Vedremo
che gli amici di Israele, quanti a sinistra ne comprendono
il dramma e ne condividono almeno nella sostanza le scelte,
ci sono e sono anche molti: ma sono intimiditi, messi a tacere,
emarginati nel dibattito interno e poco visibili dall’esterno.
Chi urla più forte, chi di fatto determina il tono della
discussione, è la sinistra radicale, un conglomerato di
individui, gruppi, partiti, movimenti che nell’essere contro
il sanguinario Israele, contro il demone Sharon, contro una pace
di compromesso trovano il loro coagulante.
Cerchiamo nella cronaca più
recente una dimostrazione di questo assunto. A Firenze
un gruppo di sciagurati studenti di Scienze Politiche -
chi scrive si è laureato in Scienze Politiche nel glorioso
Istituto Cesare Alfieri che ora sperabilmente arrossisce di
vergogna – impedisce all’ambasciatore di Israele, invitato, di
prendere la parola, come già era successo non molto tempo
fa a Pisa. Ma poi qualcuno ritiene di poter affermare che quella
contestazione è fascista e non può essere definita
di sinistra: come se anche a sinistra non esistesse, ed in forma
particolarmente evidente proprio quando si tratta di Israele, quella
profonda voragine culturale e nemica delle libertà (al
plurale: di pensiero, di parola, di scelta) che oramai abbiamo
accettato di definire semplicisticamente come fascista, ma che
più correttamente dovrebbe essere etichettata come oscurantista.
La sinistra nobile, quella
con radicate tradizioni di libertà, quella che
è sicuramente maggioritaria, deve subire in un sofferto
silenzio: si avvicinano elezioni, bisogna battere l’ avversario,
ogni voto è utile – anche a costo di perdere in dignità.
Ma torniamo ad Israele. Da
questo atteggiamento ostinatamente negativo, accecato
dall’ideologia ed incapace di una analisi critica, scaturisce
talvolta l’antisemitismo, che è cosa ben diversa dalla
critica per quanto aspra; più volte lo abbiamo denunciato
come un male oscuro di una certa sinistra, ma fortunatamente non
di tutta la sinistra. Abbiamo letto che è in corso un dibattito
autocritico in quella parte della sinistra che, facendo capo al
PCI ed ai sindacati ad esso legati, tollerò per incapacità
di comprendere e di agire il terrorismo brigatista che covava
nei suoi anfratti. Le Brigate Rosse hanno ucciso molte persone
innocenti, ma hanno perso. L’ antisemitismo non ha ucciso, anche
se non è meno doloroso e devastante, e perderà anch’ esso:
ma non per merito della sinistra, che ne scopre gli orrori, e scopre
di averne consentito l’espandersi, quando è troppo tardi.
(da informazionecorretta)
CREDENTE
Ma Fausto Bertinotti
e' ateo? "Sarei cosi' prudente da evitare una
risposta conchiusa. Se me lo avesse chiesto a 20 oppure
a 30 anni, avrei risposto senza esitazione: si'. Oggi, pur
non essendo credente, eviterei risposte cosi' definitive. Non
e' il segno di chi ha oggi un'incertezza, ma di chi non vuole
negarsi la ricerca".
Cosi' il segretario
di Rifondazione comunista a Panorama.
BUON GIORNO, MARCO
Uno si sveglia, si stiracchia,
poi, trascinandosi, s'infila sotto la doccia.
In radio il mitico Bordin ha già iniziato la rassegna
stampa. Dopo un poco, finita la doccia e anche la rassegna
stampa, mentre ci si insapona per farsi la barba, arriva,
in voce, Marco Pannella. La trasmissione è un poco disturbata...:
"Sto partendo... frushhh.. sono all'aereoporto...frushhh",
sembra Radio Londra che annuncia lo sbarco in Normandia:
"Servono tempo, denaro, generosità e fiducia",
questa frase è ripetuta una, due, tre volte.
E ancora: "religione delle libertà, religione delle
libertà, religione delle libertà". E poi:
"C'è un'aggiunta per il Vaticano: 'so-do-mia...'
Anzi no, sbagliavo: 'si-mo-nia, si-mo-nia si-mo-mia...'".
Il rasoio rimane a mezz'aria: "Non sono impazzito
sono davvero pazzo... Sono Marco che vi augura buon giorno, buona
lotta, buona fiducia in voi stesssi...". Buon giorno anche
a te, Marco.
(cp. 24-02-2005)
L'ACME E IL POSSIBILE
TRACOLLO DEL TERRORISMO
Un pugno sul naso fa male. Due
pugni anche di più ed il violento può dunque pensare
che, aumentando le dosi, si aumentino gli effetti. Tuttavia,
la storia a volte dimostra il contrario. Può avvenire
che, inanellando vittorie su vittorie, alla fine si giunga
al disastro. È la parabola di Alessandro, di Napoleone,
di Hitler. Ha maggiori probabilità di duratura vittoria chi,
anche attraverso i successi militari, cerca la pace: il miglior
esempio, in questo campo, è quello di Ottaviano Augusto.
Scendendo da questi grandi esempi
a vicende più umili e più recenti, chi ha vissuto
la stagione del terrorismo, in Italia, ricorda come le
Brigate Rosse sembrassero imbattibili ed invulnerabili. Non
si identificava nessuno, non si arrestava nessuno e intanto
la litania degli ammazzati sembrava infinita. Proprio non s'intravedeva
la luce, in fondo al tunnel. La cosa sembrò toccare
il fondo, irreversibile, col sequestro di Moro e l'assassinio
a freddo della numerosa scorta. Ma proprio qui si verificò
il fenomeno di cui si diceva prima: il più grande e più
sanguinoso "successo" dei brigatisti divenne per loro l'inizio
della fine. O perché l'orrore aveva toccato il suo punto più
alto, o perché i politici cominciarono finalmente ad avere
paura personalmente, si cambiò atteggiamento0 sia politicamente
si giuridicamente. Lo Stato divenne più risoluto e varò
anche la legislazione che premiava gli eventuali pentiti. Certo è
che, nel giro di qualche anno, il terrorismo italiano divenne un ricordo.
Qualcosa di analogo avvenne
con l'attacco alle Twin Towers di New York. Il
terrorismo musulmano esisteva da decenni, con decine di migliaia
di morti. Basti pensare all'annoso macello algerino e allo
stillicidio di morti in Israele. Tuttavia il mondo sembrava sopportare
questa peste, senza speranza. Come nel caso delle molte vittime
delle Br, non si reagiva, ci si dichiarava impotenti dinanzi
ad un fenomeno apparentemente inarrestabile. Per questo bin Laden
e gli altri hanno forse pensato che, se un pugno faceva male anche
al mendicante, una serie di pugni al principe, in questo caso
gli Stati Uniti, avrebbe avuto un effetto devastante e vincente. Ma
si sbagliavano. A tirare la coda al drago si rischia d‚esserne inceneriti.
Gli Stati Uniti, per fare
un esempio, non avevano avuto nessun interesse a proteggere
il governo algerino e i civili di quell‚infelice paese da
una seria assurda di macabri sgozzamenti. Ché anzi,
se se ne fossero interessati, sarebbero stati accusati da
tutti d'interventismo imperiale. Ma quando sono stati colpiti
personalmente, sulla base d'una reazione che in tutte le legislazioni
ha fatto nascere l'esimente della legittima difesa, hanno deciso
di colpire sempre e dovunque i loro nemici. Per giunta, anche
i loro possibili nemici. Il giorno dopo l'11 settembre 2001 arabi
e musulmani hanno esultato, nelle piazze, ma quanti di loro potevano
immaginare che di lì a qualche mese i Taliban, padroni d'un
paese poverissimo e perduto nel mezzo dell'Asia, sarebbero stati attaccati
dagli Stati Uniti, sarebbero stati rovesciati, e il loro paese sarebbe
diventato una pedina degli americani? Ancora meno si poteva immaginare
che questa catena di reazioni avrebbe condotto a spodestare Saddam
Hussein, non per le armi di distruzione di massa, di cui troppo
e a sproposito s'è parlato, da tutte le parti, ma per cambiare
completamente la mappa politica della regione. E questo mentre i
terroristi, in oltre quattro anni, non riuscivano a mettere a segno
nessun grande attentato, in America.
Gli Stati Uniti hanno ottenuto
successi non solo militari ma anche politici. Il loro
atteggiamento ha del tutto cancellato il sentimento d'impunità
che ogni rogue state (stato canaglia) poteva coltivare all'interno
dei suoi confini. Oggi gli Stati Uniti passano il tempo a
ripetere che non intendono invadere né la Corea del Nord
né l'Iran, ma il fatto che debbano dirlo significa che tutti
l'ipotizzano e lo temono. E questo è già un risultato
di proporzioni impressionanti.
Una seconda traccia del mutato
atteggiamento degli Stati Uniti è la situazione in Palestina.
Finché il terrorismo è stato "affare degli altri",
gli Stati Uniti hanno cercato la pace con le offerte e gli
accordi. Quando è divenuto "affar loro", hanno abbandonato
ogni forma di tolleranza nei confronti dei terroristi e ogni
forma di sostegno ad Arafat, di cui s'è finalmente ammesso
che era un ostacolo sulla via della pace. Hanno dato via libera
a Sharon sia per difendere Israele con la barriera sia con gli omicidi
mirati di capi terroristi, finché, alla morte di Arafat,
anche da parte palestinese si è giunti in tutta fretta alla
ricerca d'una forma di convivenza pacifica. I palestinesi hanno capito
che gli Stati Uniti non li sostengono più come un tempo Clinton
sostenne Arafat, e che Israele è divenuto ogni giorno più
invulnerabile e ogni giorno più capace di sopprimere a domicilio
chi attenta alla sua sicurezza. La politica della carota clintoniana
fallì, il bastone di Bush e Sharon ha fatto miracoli.
In totale l'attentato dell'11
settembre 2001, che sembrava annunciare l'alba d'una
sanguinosa riscossa araba, ha costituito l'acme del terrorismo
e insieme l'inizio del suo tramonto. È ovvio che, soprattutto
se l'esperimento democratico irakeno riesce, il tempo lavora
contro i terroristi. La stessa crudeltà con cui cercano d'impedire
una vita normale e libera, in Iraq, perfino sacrificando con attacchi
suicidi i loro uomini, dimostra quanto essi temano la riuscita di
questo esperimento. Quanto essi temano l'eventuale effetto domino nella
regione. L'Afghanistan era lontano da tutto, spopolato e insignificante,
una democrazia che confini con la Turchia, la Siria, la Giordania, l'Arabia
Saudita, il Kuwait, l'Iran sarebbe un esempio di valore dirompente.
Il livello inaudito di terrorismo forse indica il livello inaudito di
pericolo percepito dagli integralisti islamici. E corrispondentemente
le dimensioni d'un eventuale successo della democrazia.
È troppo presto
per dirlo. Ma se l'avventura afgana e irakena dovesse
produrre questi effetti positivi, bisognerebbe dire grazie
a bin Laden. Gli Stati Uniti non avrebbero dato inizio alla
guerra al terrorismo, nel mondo, se non si fossero sentiti essi
stessi in pericolo: ma di un'eventuale vittoria sul terrorismo
beneficerebbe tutto il mondo civile e pacifico.
Gianni Pardo
24 febbraio 2005
ARRAFATTI
Grave episodio di
contestazione a Firenze nei confronti dell'ambasciatore
di Israele in Italia, Ehud Gol, invitato a tenere una
lezione sul Medio Oriente alla facoltà di giurisprudenza
dell'ateneo fiorentino.
Studenti inneggianti
alla Palestina hanno esposto uno striscione e bandiere
palestinesi interrompendo la lezione, e gridando slogan
e ingiurie all'indirizzo del premier Sharon e contro
Israele.
Agenti della Digos
hanno allontanato gli studenti contestatori, alcuni
dei quali hanno opposto resistenza. "È
scandaloso -ha detto l'ambasciatore di Israele Ehud Gol-
che un gruppo di ignoranti fascisti non mi permetta
di parlare. Sono degli ignoranti che non sanno nulla nè
di Israele, nè della Palestina, nè della situazione
in Medio Oriente"
Il presidente
e la marijuana
George W. Bush ha ammesso
di aver fatto uso di marijuana, ma ha aggiunto di
non averlo mai detto pubblicamente per non dare un cattivo
esempio ai figli. L'ammissione è stata fatta durante
un colloquio privato con un suo amico Doug Wead, ex esponente
dello staff di Bush senior. Wead ha registrato la conversazione
all'insaputa dal presidente e il nastro è stato mandato
in onda dalla rete Abc e pubblicato dal New York
Times.
Alzatevi in piedi
e applaudite Israele
La Knesset
ha votato il disimpegno da Gaza.
Sono stati
liberati 500 prigionieri e altri 400 seguiranno nonostante
le proteste dei parenti delle vittime del terrorismo.
Erano tutti in silenzio davanti alle prigioni con le
fotografie dei loro cari morti tra le mani. Non una parola,
solo quelle fotografie e le lacrime che scendevano lungo
il viso.
Israele deve
dimostrare buona volonta', come sempre, solo che
questo non e‚ solo buona volonta‚ e‚ il dramma, e‚ chiedere
il nostro sangue e ferire le nostre anime, e‚ pretendere
da Israele cose che mai a nessun altro paese e‚ stato richiesto
e che nessun paese del mondo avrebbe mai accettato.
Israele mette
in gioco la propria esistenza e Sharon la propria
vita non per una certezza di pace ma per una semplice
speranza.
Siamo preoccupati,
abbiamo paura perche' non sappiamo se tutto questo
ci permettera' di fare una vita diversa. Molti israeliani
sono ottimisti e fiduciosi, altri sono molto scettici
ma solo il futuro dira' chi aveva ragione. L'unica
cosa certa e' che gli arabi non ci lasceranno mai in pace e
che non c'e' altra soluzione al di fuori della guerra fino alla
fine di uno dei due o tentare la pace a costo di terribili
sacrifici. 17 ministri contro 5 hanno scelto.
Mentre noi viviamo la nostra tragedia nazionale con
una tensione incredibile non sapendo dove ci portera' tutta
questa generosita' nei confronti di chi non ha mai pensato
ad altro che a distruggerci, cerchiamo di distrarci osservando
quello che accade fuori di qui.
In Italia ballano
e cantano per la liberazione di Giuliana Sgrena portando
striscioni incomprensibili del tipo "liberate la pace".
Cosa significa "liberate la pace"?
Per i manifestanti
significa lasciare l'Iraq in mano alla "resistenza",
cioe' ai tagliatori di gole. La pace non si libera,
si conquista con fatica e con dolore, spesso attraverso
la guerra. Slogans cosi' stupidi, grondanti luoghi
comuni, sdolcinati e mielosi se li possono permettere soltanto
quelli che non sanno cosa siano guerra e terrorismo
che poi sono gli stessi che al Parlamento europeo difendono
a spada tratta la Siria, l'Iran e che rifiutano di considerare
terroristi i terroristi.
Gli stessi
che fanno sapere al mondo islamico di essere a sua
disposizione.
Mentre nel
Vecchio Mondo annegano nella melassa dei luoghi comuni
e i politici europei parlano, parlano, parlano
e dicono stupidaggini, Israele sa trovare la forza e il
coraggio di reagire a quattro anni e mezzo da incubo
e entro settembre la Striscia di Gaza sara' judenrein.
Cosa direbbe
il mondo se Israele chiedesse la par condicio e facesse
uscire dal Paese altrettanti arabi? Inutile chiederselo,
la risposta la sappiamo. E nei territori?
Cosa succede nei territori? Sono contenti? No
, vogliono di piu‚, non gli basta, non gli bastera‚ mai.
Stanno preparando un paese
decente?
Macche‚, anziche'
varare le riforme promesse da anni hanno appena
ufficializzato la pena di morte. Le condanne a morte
ci sono sempre state durante la dittatura di
Arafat ma nessuno ne parlava in un' Europa sempre solidale
coi crimini palestinesi.
Tutti zitti,
muti, mai una critica all'amichetto Arafat, guardavano
dall'altra parte. Avvenivano fucilazioni senza processi
, cadaveri e non ancora cadaveri legati alle macchine e
trascinati in giro per le citta', cadaveri appesi per i piedi
e presi a coltellate dai "pacifici" cittadini palestinesi.
L'Italia del
"liberate la pace" non vedeva niente, viveva in un
sonno profondo, un letargo da cui usciva solo per
condannare Israele e per manifestare con le bandiere
palestinesi, poi di nuovo a nanna.
A questo punto
farei un invito a quegli italiani che hanno
saputo solo insultarci e condannarci, che hanno sempre
espresso la loro simpatia a chi voleva la nostra
morte.
A quelli che
hanno saputo disprezzarci .
A coloro che
urlavano "a morte".
A quei
politici e a quei giornalisti che hanno usato le
loro parole e le loro penne per spargere veleno e per
demonizzarci:
Alzatevi in
piedi, giu' il cappello e applaudite Israele.
Deborah Fait
- informazionecorretta
Massima del giorno
Il tempo passa
e non lascia tracce. Un po‚ come quelle tombe romane
o cartaginesi che è impensabile puzzino.
G.P.
MOLLICHINE
Dal 16 febbraio
è in vigore il protocollo di Kyoto. Sarà
scrupolosamente applicato da tutti quei paesi che non devono
far nulla per applicarlo.
Bush: John
Negroponte dovrà "colpire i terroristi prima che
ci colpiscano". Una dichiarazione da cui pare Al Zarqawi
sia rimasto molto copito.
Iraq: in tre
giorni 29 morti per vari attentati. Due righe in cronaca.
L'inflazione, nel campo del delitto, si chiama
assuefazione.
"L'Ecofin:
si‚ al piano italiano di stabilità". Suggeriamo
un titolo all‚Unità: "Un'altra figuraccia internazionale
dell'Italia".
L'Ecofin dà
il via alla procedura per deficit eccessivo (5,5)
contro la Grecia. Il deficit è molto grande. E la Grecia
è molto più piccola di Francia e Germania.
Scrive Ferrara:
"perfino Furio Colombo si è accorto che era
Arafat, l'ostacolo al negoziato". Come, "perfino"?
Se un uomo di sinistra s'accorge d'un errore prima che
siano passati vent'anni è un genio.
Il premio "è giornalismo", come
riferisce in una cronaca osannante Luigi La Spina, è
stato attribuito a Barbara Spinelli da una giuria composta
da Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Curzio Maltese,
Gianni Riotta e Gian Antonio Stella. Come mai una simile giuria
non l'ha assegnato, che so, a Vittorio Feltri?
Allerta dei
servizi segreti: "via dall'Iraq i giornalisti italiani".
Soprattutto quelli che non hanno l'abilità di lavorare
dal balcone del Palestine.
Radicali vicini
all'intesa con l'Unione. Pannella, da liberale
e liberista diviene socialdemocratico e statalista. Sic
transit.
Cinzia Banelli.
"Mi sono pentita per mio figlio". È l'Italia.
Anche i Br tengono famiglia.
Ingroia e
Prestipino restano pm nel processo contro il prefetto
Mori e il tenente De Caprio. Il ruolo del cattivo,
dopo quello del protagonista, resta sempre il più
ambito.
Abu Moussa,
segretario della Lega araba: "Presto la Siria ritirerà
le truppe dal Libano". Quanto avremmo preferito un preciso
"fra due anni"!
Gianni
Pardo
IL PUNTO DI VISTA
DEI POSTERI
Berlusconi fu un imprenditore
che, dal'oggi al domani - o più esattamente in un paio
di mesi - fondò un partito politico, vinse le elezioni
e divenne Primo Ministro. Se si considerano i tempi, fece
molto più in fretta di Napoleone. Per questo fu inevitabilmente
destinato ad essere un mito. Positivo o negativo è da
vedere.
Berlusconi, nato piccolo borghese
e divenuto stramiliardario, conquistò il governo
per meno d'un anno, nel 1994. In seguito dovette scontare sei
anni d'opposizione. Riuscì tuttavia a tornare al potere
e, questa volta, per un'intera legislatura. Come non era mai successo
nell'Italia repubblicana: e il mito ne uscì ancora ingrandito.
Una delle conseguenze della leggenda
fu che la gente gli attribuì tutti i poteri possibili.
Dal momento che era ricchissimo, dal momento che era il capo
del partito più forte e dal momento che era Capo del Governo,
che cosa c'era che non potesse fare? Si dimenticava che l'Italia
era una Repubblica, e non una dittatura e che in essa il Primo Ministro
aveva meno poteri che in tutti gli altri grandi paesi democratici.
Berlusconi non poteva mandar via un ministro, non poteva sciogliere
le camere, dipendeva in tutto e per tutto dal suo partito, dagli alleati,
dalle leggi. Se gli fosse venuto l'uzzolo di scendere in strada e prendere
un autobus, non aveva il potere per intimare all'autista di farlo
salire fuori dalla sua fermata. Dicevano che possedeva tre televisioni
private ed era il padrone sostanziale delle tre reti pubbliche: di
fatto compariva in esse molto meno di altri e i comici (tutti), pur accusandolo
di cose fantastiche, non l'accusavano d'avere chiesto ad un singolo
giornalista di dir bene di lui o modificare qualcosa.
Ovviamente, questo non esclude
che avesse un potere immenso. Nel suo partito, tutti
sapevano che, cadendo in disgrazia, avrebbero potuto considerare
conclusa la loro carriera politica. Ma questo potere non
si estendeva ai partiti alleati e ai loro rappresentanti. L'uomo
che "poteva tutto" passava il suo tempo a mediare fra i membri
della sua coalizione. A mettere pace, a rappezzare gli strappi che
si producevano or qui or là, a difendersi dagli attacchi
di amici e nemici e perfino, dopo tutto questo, a governare
il paese. Aveva magari la più grande influenza ma in Italia
nessuno, neppure lui, poteva decidere qualcosa d'importante obbligando
gli altri a seguirlo. Probabilmente questa era la conseguenza
della volontà dei costituenti, scottati dalla dittatura di
Mussolini, ma è certo che Berlusconi non aveva tutto il potere
che molti suoi sostenitori (e soprattutto tutti i suoi critici)
pensavano avesse. L'azione del governo dipendeva da lui ma anche da
tutta la sua coalizione ed dalla congiuntura internazionale. La
quale congiuntura, unita ai disastri naturali che colpirono l'Italia
nel suo tempo, fu tanto negativa che qualcuno con acredine arrivò
a dire che "Berlusconi porta sfiga".
Napoleone ci mise più
tempo di Berlusconi, per conquistare il potere: ma
infine lo conquistò, il potere. Mentre Berlusconi
conquistò soltanto la carica di Primo Ministro. Cosa che
in Italia era molto lontana dal potere.
Le leggende e i miti non sono
il miglior modo di studiare la storia. Storicamente Berlusconi
va giudicato con moderazione. Se fece male, non tutta la
colpa fu sua; se fece bene non tutto il merito fu suo.
Gianni Pardo, 13 febbraio
2005
In Irak s'è
fatto meglio.
Il quarto referendum della
storia spagnola dalla fine della dittatura si è
chiuso con una netta vittoria del sì alla costituzione
europea (76,73% contro il 17,24% di no). Ma c'è anche
stata la partecipazione più bassa mai registrata in una
consultazione popolare, ha votato solo il 43%. In Irak
s'è fatto meglio!
Articolo de El Pais
In testa un Kyoto
fisso
<<Farà freddissimo.
No, caldissimo. Fa niente: è il carnevale del
Protocollo sui gas nocivi, in vigore dal 16 febbraio.
Ecco quanto ci costa e a cosa non serve. >>
Riccardo Cascioli per
Il Domenicale, clicca qui per leggere l'articolo.
Prodi non
incanta i consiglieri di George Bush
Avrà ragione
Paolo Franchi che, sul “Corriere della Sera”, dà
fiducia alla “svolta” filo-americana di Romano Prodi? O coglierà
nel segno Antonio Polito che, dalle colonne del “Riformista”,
mette in guardia dalla deriva social-gollista del leader dell’Unione?
L’ottimismo di Franchi si poggia di certo su un legittimo
auspicio, ma anche su basi tutt’altro che solide. Un amichevole
“welcome Mr. President”, in calce ad un articolo
su “Repubblica”, è troppo poco per arruolare il Professore
tra gli amici di Bush. Soprattutto dopo il voto contrario alla
missione italiana in Irak, fortemente voluto proprio da Prodi.
L’analisi del direttore del “Riformista” invece trova molti più
riscontri nella realtà. Secondo Polito sbagliano coloro
che credono che l’Unione non abbia una politica estera o che questa
sia il tallone d’Achille della coalizione. Prodi non solo ha in
mente una strategia ben definita, ma proprio la politica estera dovrà
rappresentare nei suoi piani uno dei cavalli di battaglia per la prossima
campagna elettorale. Il prodiano “riportiamo l’Italia in Europa”,
non è uno slogan così per dire. E’ l’indice di una precisa
volontà di riallineare Roma all’asse Parigi-Berlino. Il
dialogo con gli Usa, certo dovrà riprendere: ne è convinto
anche Prodi. Ma in una chiave decisamente antagonistica. Insomma
come scrive Polito, “niente è più alternativo al berlusconismo
della politica estera di Prodi”. Quel che teme però Polito
è che le idee di Prodi siano perfettamente chiare all’amministrazione
americana. Tanto chiare che, alla fine, Bush finirà per essere
“il più forte alleato di Berlusconi” alle prossime elezioni
politiche. Il direttore del “Riformista”, attento osservatore
delle cose americane, sa bene che (per la prima volta dopo tanti
anni di disinteresse più o meno marcato) a Washington si sono
fatti un’idea molto precisa della situazione politica in Italia.
La teoria è semplice e rimbalza con inusuale frequenza in
tutti gli ambienti che in qualche modo influenzano la visione del
presidente: “Se a Roma ci fosse stato un governo diverso – dicono
- l’Italia non si sarebbe rivelata quell’alleato fedele che è
stato”. Lo ripetono nei colloqui informali molti tra i consiglieri al
dipartimento di Stato, lo spiegano nei corsi di relazioni internazionali
all’università professori come Shalini Venturelli dell’American
University di Washington, lo scrivono ripetutamente nelle loro
note i ricercatori dei think-tank conservatori più autorevoli
come John Hulsman della Heritage Foundation. Molti degli appunti
che sono piovuti sulla scrivania del presidente Usa alla vigilia
del suo viaggio in Europa mettono in guardia Bush dal rinascere della
vecchia leadership franco-tedesca impostata su una concezione dell’Europa
come contropotere globale rispetto agli Stati Uniti. E sottolineano
il pericolo che, con un cambio di maggioranza, anche l’Italia si
riunisca a quell’asse. Particolare non del tutto gradito al presidente.
Cristina Missiroli
per l'Opinione
Europa, attenta
la Pace dipende soltanto da noi.
"Oggi l'America e l'Europa possono
far imboccare alla Storia la strada della speranza. Cogliere
questo momento richiede realismo", così il presidente
George W. Bush ieri a Bruxelles.
Clicca qui per il testo completo del discorso
di Bush.
DON LUIGI GIUSSANI
Luigi Giussani era
nato nel 1922 a Desio, un paese nei dintorni di Milano.
Giovanissimo, Giussani è entrato nel seminario diocesano
di Milano, proseguendo gli studi e infine completandoli
presso la Facoltà teologica di Venegono sotto la guida
di maestri come Gaetano Corti, Giovanni Colombo, Carlo Colombo
e Carlo Figini. Ordinato sacerdote, don Giussani si dedica
all'insegnamento presso lo stesso seminario di Venegono. In quegli
anni si specializza nello studio della teologia orientale (specie
sugli slavofili), della teologia protestante americana e nell'approfondimento
della motivazione razionale dell’adesione alla fede e alla
Chiesa. A metà degli anni Cinquanta lascia l'insegnamento
in seminario per quello nelle scuole medie superiori. Per
dieci anni, dal 1954 al 1964, insegna al Liceo classico «Berchet»
di Milano. Dal 1964 al 1990 terrà la cattedra di Introduzione
alla Teologia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano. In più di un’occasione viene inviato dai superiori
negli Stati Uniti per periodi di studio. È stato creato
Monsignore da Giovanni Paolo II nel 1983 con il titolo di Prelato
d'onore di Sua Santità.
Ma la storia di
Giussani è soprattutto la storia di Comunione
e Libarazione, di cui il sacerdote milanese è
stato il fondatore ma anche l'anima. Tutto ha inizio negli
anni Cinquanta, quando Giussani intuisce la necessità
di ricostruire una presenza cristiana in ambito studentesco.
All’epoca il «Gius» insegnava alla facoltà
teologica di Venegono (Varese), ma ben presto decise di
dedicarsi solamente all’insegnamento della religione nella
scuola. L’esperienza di un piccolo gruppo di studenti del liceo
classico Berchet di Milano, che si riuniva attorno a lui, darà
vita a Gioventù Studentesca. Era l'inizio di quello che con
gli anni diventerà Cl, con circa 48 mila membri della Fraternità
in 64 paesi del mondo. L'allora arcivescovo di Milano Giovanni
Battista Montini, futuro Paolo VI, incoraggiò fortemente
Giussani a proseguire l’avventura. Ben presto Gioventù Studentesca
si diffuse in altre città italiane e dopo il Sessantotto
cominciò a coinvolgere universitari e adulti. Cl nel 1960
ricevette il riconoscimento canonico dall'abate ordinario di
Montecassino mentre i primi gruppi di fraternità si costituiscono
nella seconda metà degli anni Settanta per iniziativa
di ex universitari che desiderano approfondire l'appartenenza alla
Chiesa. Il Vaticano, per volere di Giovanni Paolo II che ha
sempre creduto nella forza dei movimenti, riconoscerà la
Fraternità di Comunione e Liberazione nel 1982. Col tempo
i gruppi appartenenti alla Fraternità diedero vita ad opere
culturali e caritative. Un vero e proprio arcipelago a cominciare
dalla Compagnia delle Opere, con sedi in Italia e all'estero;
dal Banco Alimentare che fornisce vitto quotidiano a mezzo milione
di poveri in Italia; il Banco Farmaceutico ma anche centri di solidarietà
per aiutare carcerati, disoccupati e famiglie bisognose. E poi
il Meeting di Rimini, kermesse politico-culturale di fine estate.
A VOLTE RITORNANO
Ricordate
Pino Arlacchi,? Massì,
quel vice segretario generale delle Nazioni Unite
che, al tempo dei taleban, pensò bene di risolvere
il problema della droga prodotta in Afganistan finanziando con milioni di
dollari i taleban che con quei soldi avrebbero dovuto sostituire le
coltivazioni di oppio con quelle di frumento e patate. Ricordate? E ricordate
com'è andata a finire? Con i soldi del signor Arlacchi i taleban,
invece di intervenire sui campi di papavero, si comprarono le armi...
Bene, oggi Pino Arlacchi, che
deve essere furbisssimo ma monotono, ci riprova.
Intervistato dall'Unità (clicca qui per il testo dell'intervista)
il nostro eroe propone
che l'Italia "ritiri il contingente militare
- dall'Irak, ndr - e decida che la cifra che viene
spesa annualmente per la missione dei nostri soldati in
Iraq - una cifra enorme, che si aggira attorno ai 200
milioni euro - venga messa a disposizione del governo iracheno
per la formazione della polizia irachena». Capito l'antifona? (cp, 18-02-2005)
L'UNIONE FA LA
PORCA
Causa
troppi candidati rinviate le primarie dell’Unione
(ex Ulivo) all’autunno 2005. Se tutto va bene,
gli iracheni avranno un governo prima che il centrosinistra
abbia scelto un leader.
Bagdad aderisce
alla Corte penale internazionale
La commissione
elettorale irachena ha ufficializzato ieri la composizione
del nuovo parlamento di Baghdad, a maggioranza sciita.
Subito dopo il primo ministro iracheno ad interim Iyad
Allawi con un decreto legge ha deciso di far aderire il
paese allo statuto di Roma che, nel 1998, istituì la
Corte penale internazionale (Cpi). La Cpi è il primo
tribunale permanente incaricato di perseguire crimini
di guerra, crimini contro l‚umanità e genocidi in tutto
il mondo. Leggi l'articolo
di Le Monde.
I POLITICI DISONESTI
La maggior
parte delle persone reputa che i politici siano in
larga maggioranza disonesti. Ha ragione? Forse sì.
Ma non nel senso che pensa.
Il politico
è qualcuno che appartiene ad un partito. Questo
implica che, nella maggior parte dei casi, avrà
opinioni in linea con quel partito. Ma implica anche che,
nei casi in cui ciò non dovesse verificarsi, sarà
lo stesso obbligato a seguire la linea ufficiale. Se richiesto,
dovrà addirittura sostenere pubblicamente un'opinione
che è opposta alla sua. È onesto, questo? La risposta
ovvia è no: ma non è detto che sia la migliore.
Infatti, se i partiti non fossero disciplinati, non peserebbero
molto. Chi fa politica è un po‚ come se avesse venduto l'anima
al diavolo e alcuni principi normali si ribaltano. Il politico
onesto non è colui che segue la propria coscienza; è
colui che, anche nel segreto dell'urna, vota come gli ha ordinato
di fare il suo partito. Il "franco tiratore", in particolare
non è un eroe, soprattutto perché non è disposto
a pagare per la propria opinione: è un solo un traditore.
Al di fuori
delle aule parlamentari i rimproveri che si fanno ai
politici sono soprattutto questi tre: sono bugiardi,
non hanno scrupoli e rubano.
Per il primo
punto, si avrebbe voglia di rispondere: il popolo
imputet sibi, se la prenda con se stesso.
Se, da sempre, vuole sentirsi dire certe cose, e se,
da sempre, segue i demagoghi e li vota, come può pretendere
che i politici gli dicano la verità?
Gli scrupoli,
viceversa, sono un lusso, soprattutto in un ambiente
spietato. Dinanzi ad una soglia il cavaliere dice alla
dama: "La prego, dopo di lei". Ma in caso d'incendio tutti,
incluso quel cavaliere, si precipitano verso l'uscita per
uscire per primi, a costo di calpestare qualcuno ed uccidere
i più deboli. L'interesse personale, quando è
forte, fa dimenticare tutto. E del resto la massa dei cittadini
è severissima solo quando parla dei comportamenti altrui.
Non c'è custode della morale sessuale più arcigna
della signora che non ha ancora fatto le corna al marito. Viceversa,
quando si è implicati personalmente le cose cambiano.
Tutti scoprono mille impensate giustificazioni e mille distinguo;
tutti cercano scorciatoie e raccomandazioni; provano ad evadere
le tasse; mentono spudoratamente ogni volta che gli conviene:
proprio non si capisce con quale coraggio non vorrebbero perdonare
nulla ai politici. Non è giusto crocifiggerli sui principi
che proclamano, visto che anche i cittadini quei principi li
proclamano e non li applicano.
Al
di là di questo, la gente non ha idea di che
cosa siano il bilancio dello Stato, la strategia internazionale,
i rapporti di forza, la macroeconomia, la ragion di
Stato e mille altri fattori importanti senza i quali è
impossibile sapere che cosa fare. Viceversa tutti sono capaci
di decidere, nel loro tinello, con la bocca piena, senza conoscere
nemmeno la storia e la geografia che si studiano alle medie,
chi ha fatto bene e chi ha fatto male, quale politico va bene
e quale è cretino. La gente li giudica come giudicherebbe
il proprio vicino di casa, sulla base di argomentazioni
peggio che rozze e d'una ipocrita morale piccolo borghese che
avrebbe fatto venire un coccolone a Machiavelli.
La politica
internazionale, in particolare, non è affare da
educande. È un campo in cui, per millenni, tradimenti
ed assassini sono stati all'ordine del giorno. La gente
dimentica che se i politici, per obbedire agli ideali più
alti, non facessero l'interesse del Paese, nessuno glielo
perdonerebbe. Parlando al futuro si chiedono ideali ma parlando
al passato si pretendono risultati. I politici, secondo i moralisti,
dovrebbero vincere anche con un braccio legato dietro la schiena
ma se perdono non sarà certo la loro onestà a salvarli.
Molti decenni non hanno ancora spento le risate provocate dall‚ingenuità
di Chamberlain, a Monaco, nel 1938: e tuttavia, sul momento,
tutti l'applaudirono fino a scorticarsi le mani.
Infine il denaro. I politici più
di altri hanno l'occasione di rubare e dunque avrebbero diritto
di condannarli tutti coloro che hanno avuto l'occasione
di rubare e non ne hanno approfittato. Questo - si
può esserne sicuri - ridurrebbe grandemente il numero
dei giudici.
In
secondo luogo, per molto tempo tutti i partiti si
sono sostenuti con le tangenti. Di esse non hanno approfittato
solo i partiti lontani dal potere, dunque prevalentemente
per mancanza d'occasione: i radicali e, in misura minore,
i missini. E che dire di tutti gli altri? Che forse sono
meno colpevoli di quanto non si pensi. Come poteva il politico
non commettere concussioni in serie, se da esse dipendevano siano
le finanze del partito che la sua stessa sopravvivenza politica?
Il furto era istituzionalizzato e costituivo un preciso, ineludibile
dovere di chiunque accettava d'essere messo in un posto
in cui poteva rubare. Come stupirsi infine se, educato in
questa scuola di latrocinio, qualche politico (ed è un miracolo
che si parli di qualche politico), abbia rubato anche
pro domo sua? È giusto condannarlo, certamente,
ma non è lecito meravigliarsi del suo comportamento.
Infine c'è
stata la stagione di Mani Pulite. Sarebbe bello essere
autorizzati a reputare che l'Italia abbia finalmente
scoperto il marcio ed abbia avuto una reazione d'indignazione.
Purtroppo non è stato così. Se i giudici
avessero sempre obbedito alle leggi avrebbero agito molto
tempo prima, nei decenni precedenti. Nel momento stesso in cui
questo sistema della corruzione e del peculato andava avanti
alla grande ed era noto a tutti, da sempre. Ma i Procuratori
della Repubblica sembravano vivere nel Paese delle Meraviglie.
Tanto inverosimili dovevano apparire loro le denunce che le archiviavano
in massa. Chissà, forse erano delle anime candide, incapaci
di concepirlo, il male, e a fortiori di perseguirlo.
La magistratura
negli anni di Mani Pulite non ha indagato e condannato
in obbedienza alla legge. L'ha fatto conformemente
alla legge, ma non obbedendo alla legge. Coloro che dovrebbero
essere i custodi istituzionali di quel "minimo etico"
che alcuni credono costituisca il nocciolo del diritto si sono
mossi solo quando il clima politico, o peggio gli interessi
della loro fazione, gliel'hanno chiesto.
La conclusione
è che la questione dell'onestà dei politici
è inutile e stucchevole. Quello che importa non
è la loro onestà ma la positività della
loro azione. Se un emerito disonesto fosse riuscito, mettendosi
in tasca l'equivalente di cento milioni di euro, a tenere
l'Italia fuori dalla Seconda Guerra Mondiale, non avrebbe
forse meritato l'eterna gratitudine degli italiani, a preferenza
dell'integerrimo Benito Mussolini?
Gianni
Pardo, 18 febbraio 2005
"Quando
va in onda l'appello della Sgrena, per la prima
volta un vero telegiornale sull'Iraq"
Basta
il titolo dell'articolo di Furio Colombo
(madam Verdurin), pubblicato oggi da L'Unità, per
capire di che pasta è fatto l'uomo. Quanto alla sua morale, alla distinzione tra il giusto
e l'ingiusto, il bene e il male, il lecito
e l'illecito, be', quella non vale il capolavoro
di Duchamp. (cp, 17-02-2005)
ITALIENI
L'Unione
prodiana (ex Ulivo) ha votato no al rifinanziamento
della missione di pace in Iraq. Insomma, lasciate che
gli sgozzatori facciano il loro porco mestiere, in
pace.
Anche
negli Stati Uniti si è votato per il rifinanziamento,
ma le cose sono andate diversamente. Kerry, l'icona dell'Ulivo
ai tempi delle elezioni presidenziali americane, ha appoggiato le proposte del governo Bush.
Dunque,
Kerry, nei fatti, si è ricordato che
in politica estera prima di essere all'opposizione è
americano; quelli dell'Unione prodiana (ex Ulivo),
nei fatti, in politica estera si sentono più
all'opposizione che italiani.
(cp, 17-02-2005)
Massima del giorno
La gratitudine, in campo storico e politico, è
troppo spesso postuma.
G.P.
MOLLICHINE
Castelli
criticato per aver detto che ora Ciampi dovrà
in ogni caso firmare la riforma della giustizia. L'infame
osa ripetere ciò che dice la Costituzione.
Arresti
di mafiosi, volevano approfittare del Ponte sullo
stretto di Messina. Ma, allora, veramente si farà!
Prodi:
"Non bisogna dare alla lettera di K.Annan un significato
opposto a quello che ha". Ma perché non ci
dice il vero senso?
Autobombe
in Iraq, in Israele, in Libano. Accidenti,
invecchiamo. Pensare che siamo nati quando le automobili servivano
per viaggiare.
Pare
che Massimo D'Alema abbia proposto per scherzo di
spedire Fausto Bertinotti in Iraq. Pare (pare) che
Bertinotti abbia proposto per scherzo di spedire D'Alema
all'inferno.
Panebianco,
sul Corriere, ha scritto che "è difficile
piegare i più acerrimi nemici dei radicali". Quasi
quanto distinguere un aggettivo normale da un superlativo.
Secondo
Prodi "la minoranza della Fed che ha votato in
maniera difforme durante l'assemblea" è solo
un "rametto" dell'Ulivo. Fed? Ulivo? Ma non
si chiamava Unione?
Gianni
Pardo
SPERIAMO
DI AVERE FORTUNA
Sono andata
a visitare il Giardino dell'Eden dei bambini di Sderot e ne sono uscita sconvolta,
piena di ammirazione e di rabbia.
La mia ammirazione
va a chi lo ha realizzato, alla delicatezza, all'attenzione,
alla sensibilita' che sono serviti per creare questo
piccolo pezzo di mondo senza paure e senza incubi.
All'esterno
un grande giardino, tanti alberi da frutto dai cui
rami pendono cestini di paglia pieni di fiori, tutto intorno
fontanelle zampillanti, grandi gabbie di coniglietti
con panchine e seggiolini per i bambini, vialetti
di pietre bianche, luci colorate che diffondono colori
strani e misteriosi tra i tronchi degli alberi dove sembra
di veder spuntare folletti sorridenti.
Il rumore rasserenante
dell'acqua sui ciottoli.
All'interno
grandi ambienti pieni di luci soffuse, vasche di sabbia
, spostando la sabbia colle mani si disegnano strisce di
luci diverse , rosse, verdi, gialle sistemate magicamente sotto
le vasche.
Da questa stanza
si entra in un ambiente il cui pavimento e' fatto
di materassi ad acqua dove i bambini si tuffano, si sdraiano
e parlano dopo aver fatto la jacuzzi e i massaggi
rilassanti in stanze da bagno calde e profumate .
Un sogno ,
un sogno artificiale per coccolarli, per consolarli
delle paure che vivono nel loro ambiente naturale quando
piovono i missili e quando sentono il rumore delle bombe
vicino a casa. Un sogno che e' servito a rasserenare bambini
che sentivano di autobus che esplodevano e che la notte
bagnavano il letto per la paura o che non mangiavano fino
a quando il papa', i fratelli, le sorelle soldato non
tornavano a casa .
Israele tutto,
paese nato dall'amore e dal sogno, poteva essere
un Giardino dell'Eden.
I primi sionisti
hanno lavorato, dissodato, sudato sangue sulla sabbia,
sulle pietre e nelle paludi sperando di creare
un paradiso ma il sogno e' stato brutalmente distrutto
dalla violenza e dall'odio.
"Lavorate con
noi " aveva invocato Ben Gurion.
Invece hanno
sparato contro di noi.
La loro parola
d'ordine e' sempre stata "ammazza un ebreo e andrai
in paradiso"
Israele e'
stato attaccato dagli arabi e demonizzato dagli occidentali,
messo con le spalle al muro, accusato di nefandezze
mai commesse, di aver rubato terre di altri.
Terre comprate,
terre deserte e desolate , terre conquistate ma mai
rubate eppure in occidente era questa la menzogna cui
tutti hanno bovinamente creduto.
Dopo quasi 60 anni di dolore Israele coraggiosamente
e ancora una volta rinuncia a territori in cambio
della pace desiderata e decide di trasportare i suoi
cittadini via dalle case dove vivono da quattro generazioni.
Sempre il solito
leitmotiv che vale solo per Israele, unico paese
al mondo che deve dare terra in cambio di pace e non pace
in cambio di pace.
Israele non
e' in colpa, tutto quello che e' successo dal 48 in
poi, tutta la tragedia, l'hanno voluta e l'hanno imposta
gli arabi col loro odio e l'ossessione di distruggere una
democrazia nascente nel bel mezzo di un mondo teocratico di
fanatici simpatizzanti del nazismo.
Non e' stato
Israele a rifiutare il piano di spartizione dell'ONU,
non e' stato Israele a iniziare le guerre. Non e' Israele
che ha scritto nella sua dichiarazione di Indipendenza
che gli arabi palestinesi debbano essere gettati a
mare e annientati.
Non e' Israele
a linciare i palestinesi, ne' e' Israele che fa saltare
autobus nei territori palestinesi.
Israele
ha sempre teso la mano, sdegnosamente rifiutata dal
nemico, Israele ha sempre concesso territori, inutilmente,
Israele ha sempre liberato prigionieri , usati poi per il
terrorismo.
Israele ha
firmato trattati di tregua e persino di pace, sempre
disattesi.
Mentre Israele
sperava nella pace gli altri organizzavano una
lunga e atroce guerra.
Eppure, incredibilmente
e immoralmente, e' Israele che deve continuare a
fare concessioni, Il governo liberera' 900 detenuti
palestinesi e ritirera' le proprie truppe da cinque città
della Cisgiordania (Gerico, Tulkarem, Betlemme, Qalquilya
e Ramallah).
In luglio avra'
inizio l'esodo da Gaza.
In cambio ai palestinesi si chiede semplicemente
di non ammazzarci, di non venire a farsi esplodere
in mezzo ai nostri figli. Gli si chiede quindi di non fare
le bestie feroci. Che sforzo!
E' vero che
dalla morte di Arafat le cose sono cambiate radicalmente,
sembra un altro mondo, ringraziamoli, Abu Mazen
promette varie cose anche se non ha la forza di portarle
a termine, ringraziamo pure lui. Dopo il summit di Sharm
sono stati fatti dei passi avanti verso una vera e propria
tregua, niente kamikaze, bonta' loro, ma chi deve
fare concessioni dolorose e' sempre Israele a causa del mito
infame che la Palestina e' dei palestinesi.
Deborah Fait - informazionecorretta
BERTINOTTI AVREBBE
OBBEDITO?
Lucia Annunziata,
in un articolo della "Stampa"
sostiene che, in occasione del rifinanziamento della
missione italiana in Iraq, l'opposizione avrebbe dovuto
astenersi o, ancora meglio, votare sì: la sinistra
ha perso un'occasione. Il titolo del suo articolo tuttavia
è "Una doppia occasione mancata": perché a suo
parere in questo caso ha sbagliato anche la maggioranza. "Quel
governo ha chiesto con calore e urgenza al centrosinistra di
ripensare alla sua posizione: ma cosa ha davvero fatto per ottenerne
il consenso?"
Il problema
che lei non si è posto è però un altro:
siamo sicuri che al governo convenisse cooptare l'opposizione,
in questo voto?
L'Unione
avrebbe potuto votare sì sostenendo che la situazione
è cambiata. La guerra era sbagliata e una vera sinistra
s'oppone a qualunque guerra: tuttavia, avrebbe potuto
aggiungere, come diceva don Abbondio se un cristiano ha ricevuto
un pugno sul naso neanche il Papa glielo può levare.
Nello stesso modo, dal momento che la guerra è finita e
dal momento che l'Iraq in concreto s'avvia alla normalizzazione,
è bene aiutare gli iracheni nel loro cammino verso la
democrazia. "La guerra fa parte del passato e votiamo sì":
ecco che cos'era nel suo interesse dell'Unione dire. Essa stessa
doveva capirlo. Senza che nessuno glielo spiegasse alla lavagna
o l'allettasse in tutti i modi.
Invece,
votando no, che cosa ha ottenuto? Ha offerto a Berlusconi
e soci il destro di dire: avete visto? Non c'è
più la guerra; in Iraq c'è un evidente problema
d'ordine pubblico; c'è un evidente anelito democratico;
le nostre truppe sono in quel paese ad esplicita richiesta
dell‚Onu e d'un governo più o meno legittimato dal voto
popolare, e questi che decidono? Votano ancora no. Ancora e
sempre no. Sapete perché? Perché sono antiamericani
viscerali; perché qualunque cosa proponga Berlusconi
loro devono dire di no; perché così è piaciuto
a Bertinotti, la cui credibilità come governante dell'Italia
tutti sono in grado di giudicare. Perché, insomma,
non hanno cultura di governo.
Perché
mai il centro-destra avrebbe dovuto cercare di sedurre,
con spiegazioni e blandizie varie, l'Unione? Dei suoi
voti il governo non aveva alcun bisogno. Chi dunque ha
ricavato un vantaggio, dal voto negativo del centro-sinistra?
Il quesito
è così serio che non ci si può esimere
dallo sforzo di capire. Probabilmente l'Unione s'è
appiattita su Bertinotti perché, mentre la
Margherita e i Ds vogliono andare al governo, e per questo
sono disposti ad ingoiare un rospo enorme, non è detto
che altrettanto sarebbero disposti a fare i Comunisti Italiani,
i Verdi e Bertinotti. Obbligando tutti gli alleati al no
s'è dimostrato che l'Unione è una vera Unione,
tanto che, per vera disciplina di coalizione, molti
hanno votato diversamente da come gli dettava la coscienza
e il buon senso. Ma è stato un affare?
Se in seguito
tutti fossero disposti a sacrificare le loro personali
convinzioni per obbedire a ciò che ha stabilito
la maggioranza della coalizione, sarebbe non
un affare ma l'affare del secolo. Il frazionismo è
stato da sempre il punto debole della sinistra ed ora lo si sarebbe
superato. Il punto è che stavolta ha ceduto la parte
più accomodante, non la parte più "dura"; quella
che vuol vincere ad ogni costo le elezioni, non quella che a suo
tempo fece cadere Prodi. E poi non si è ceduto su qualcosa
d'ininfluente nella politica italiana. Sarebbe la stessa cosa,
il giorno in cui fosse in gioco un serio interesse dei Ds o
della Margherita? Quel giorno, Bertinotti, che nella coalizione
è minoritario, preferirebbe l'unità della sinistra
o l'interesse del suo partito, essenzialmente "di testimonianza
comunista"? Già oggi ci si può chiedere: se il
centro-sinistra avesse deciso di votare a favore del finanziamento
della missione italiana in Iraq, Bertinotti avrebbe obbedito?
Si
può temere che sia adatto ai moderati della
sinistra ciò che qualcuno disse a Chamberlain,
dopo Monaco: "Avete voluto la pace al prezzo del disonore,
ma avrete il disonore e la guerra".
Gianni
Pardo, 16 febbraio 2005
Voto sull'Iraq:
la politica del nonsense e quella del buon senso
Da Il Riformista: Quel che
è successo ieri al Senato è molto semplice:
l’opposizione vuole la fine della missione italiana
in Iraq e il governo vuole confermarla per tutto il tempo
necessario. No, un momento, ha spiegato D’Alema a La Repubblica
con una presa di posizione preventiva: non vogliamo finanziare
le truppe, ma questo non significa che debbono rientrare
subito. Nel frattempo, ha ironizzato Marini, mangeranno i
pesci del Tigri. Ma, si sa, la politique politicienne non
obbedisce alla logica formale, bensì a una dialettica tutta
sua, che potremmo definire para-hegeliana. Consapevole che non
c’è logica in questa follia, un gruppo di parlamentari della
Fed che chiameremo «i magnifici 39», si è distinto
chiedendo un odg per l’astensione. Gli intrepidi sono stati respinti,
hanno insistito. Hanno votato nella Fed. Ma il loro voto (ecco
la perfidia para-hegeliana) non sarà lo stesso che esprimeranno
nelle aule parlamentari, perché hanno deciso di sottomettersi
volentieri alla superiore disciplina politica. Berlusconi ha preso
la palla al balzo, è arrivato in Senato e ha invitato i dissidenti
del centrosinistra a distinguersi davvero, votando sì in
Parlamento. Orrenda manovra? Pura strumentalizzazione? E’ così
per l’academia para- hegeliana. Certo non lo è per chi ancora
ragiona con le categorie della logica formale. Intendiamoci,
bene ha fatto Marini a promuovere il distinguo. E benissimo ha fatto
Rutelli ad appoggiarlo, sia pur sull’onda di una irrefrenabile irritazione.
Noi che non abbiamo mai smesso di invitare l’opposizione a giocare
in campo aperto, a non fare catenaccio per paura di Bertinotti, a
non offrire il destro a Berlusconi perché si presenti come il
leader del buon senso contro i leader del nonsense, non possiamo che
apprezzare il distinguo dei riformisti. Ma chi tra gli elettori capisce
tutti gli zigzag, le contorsioni ulcerose, i rotolamenti epilettici,
gli avvitamenti udineschi? Sì è sì, no è
no. Motivati, spiegati, fondati, ma chiari. Quanto a Berlusconi, non
è certo la sua grandezza di statista che lo tiene a galla. Ieri
gli è stata alzata la palla, e lui si è limitato a mettere
la mano per schiacciarla oltre la rete.
Prodi, il pifferaio
dell’arcobaleno
Da Il
Foglio: Il discorso di Berlusconi in Senato
era ieri impeccabile, con l’Onu e tutto il resto perfettamente
a posto, le elezioni con la buona partecipazione al voto,
il calendario costituzionale, il ruolo di pacificazione
delle truppe nostre e della coalizione, la richiesta di non
abbandonare il paese da parte delle sue autorità legittime,
troppa grazia Sant’Antonio. La nomenclatura di centro
sinistra sa bene che le cose stanno precisamente così,
e Fassino o D’Alema o Rutelli da premier avrebbero fatto
un identico discorso, senza alternative. Prodi ha invece imposto,
per il bene mitico dell’unità della sua alleanza, la rinuncia
alla politica estera, una posizione demagogica di mera compiacenza
verso Rifondazione comunista e gli altri gruppi pacifisti organici,
a prezzo di una devastante perdita di credibilità come
forza di governo. I diessini l’hanno coperto, per presunto
realismo elettorale, mentre i due maggiori leader della Margherita
hanno cercato e ottenuto una distinzione nel voto interno alla
Federazione riformista, proponendo l’astensione al Senato e coagulando
una minoranza consistente che voterà “no” al rifinanziamento
della missione italiana a Nassiriyah solo per disciplina di gruppo.
A parte l’Unione, che sembra la caricatura di una manifestazione
pacifista arrivata in ritardo, guidata da uno stanco pifferaio dell’arcobaleno,
tutto il resto nel mondo si muove. E’ vero che ci vorrà del
tempo a sanare la contesa transatlantica sull’Iraq, e come ricorda
Fred Hiatt Bush ha usato 27 volte la parola “libertà” nel
suo discorso, mentre Schroeder a Monaco l’ha impiegata zero volte.
Ma sebbene stabilità, realismo, cautela e molta paura siano
ancora le linee dirimenti della cultura politica europea del dopo
11 settembre, ed è comprensibile che sia così, qualcosa
sta cambiando. Alla guida del cambiamento c’è proprio la congiuntura
interna irachena. Il Washington Post osservava ieri che il risultato
del voto di 8 milioni e mezzo di iracheni “è più favorevole
a una politica di ricostruzione della nazione di quanto ci si sarebbe
aspettato” e che “le paure di chi prevedeva un regime filo-iraniano
fondato sul fanatismo religioso sembrano infondate”. Soprattutto,
il grande giornale liberal di Washington affermava che, “sebbene la
maggioranza degli iracheni sia a disagio per l’occupazione americana
e straniera, i sunniti sono praticamente soli nel chiedere il ritiro
delle truppe”. Se fossero accontentati, conclude il giornale, coloro
che preferiscono la guerra civile alle elezioni “avrebbero la strada
spianata”. Che Prodi ragioni come un sunnita ex baathista, vabbè,
sarà la Gruber a fargli da portavoce; ma che i professionisti
politici della sinistra italiana debbano andargli dietro, compresa
una minoranza vigile e cosciente, questo è un mistero poco
gaudioso.
Il Cavaliere «anticomunista»
piace al popolo degli indecisi
Articolo
di Renato Mannheimer, Corriere della Sera
<<A poche
settimane dalle elezioni regionali - evento cruciale,
anche in vista delle politiche dell’anno prossimo
- Berlusconi ha improvvisamente mutato registro comunicativo.
Fino a dicembre i suoi messaggi erano connotati dalla
concretezza, dalla sottolineatura delle «cose fatte»
e delle «promesse mantenute», prima fra tutte
la riduzione della pressione fiscale. Da qualche tempo,
invece, il focus della comunicazione è (ri)diventato
ideologico, volto spesso a ricordare il «peccato
originale» che caratterizzerebbe le forze di opposizione:
l’inguaribile voglia di instaurare un regime comunista.
Cambiamento non casuale. Da sempre il Cavaliere studia
accuratamente la sua strategia comunicativa: nulla - dalla
semplice battuta alla più complessa dichiarazione -
è mai stato improvvisato, anche se talvolta sembrava tale.
Per questo, molti osservatori si sono sorpresi della riproposizione
di tematiche che essi ritenevano obsolete e, di conseguenza,
scarsamente efficaci. Il che, però, è vero
solo in parte. Effettivamente, la «minaccia del comunismo»
non è considerata tale dalla maggioranza degli italiani.
Solo poco più del 10% (con un lieve incremento al crescere
dell’età) intravede un vero pericolo per il Paese. E una
percentuale simile (quasi metà dell’elettorato del
Prc e poco più di un quinto dei votanti ds) lo reputa al
contrario un’opportunità. Anzi, adottando un’ottica di
possibili minacce, è relativamente più diffuso (anche
in questo caso da parte di una netta minoranza) il timore del
fascismo. Ma, nonostante la sua scarsa popolarità, l’anticomunismo
costituisce un argomento valido per segmenti non trascurabili
di elettorato. Sia in quanto tale (un quarto dei votanti per il
centrodestra reputa comunque il comunismo un pericolo attuale),
sia, specialmente, per ciò che evoca. Berlusconi, in particolare,
si richiama alla sfera degli interessi economici. Rivolgendosi
agli elettori già conquistati con il «contratto»
del 2001. E oggi in larga misura indecisi, non completamente convinti
del mantenimento delle promesse di allora, malgrado i recenti provvedimenti.
Il Cavaliere tenta di persuadere costoro che un eventuale
successo del centrosinistra - che potrebbe realizzarsi anche
grazie ai loro consensi - peggiorerebbe ulteriormente la loro
situazione. Non tanto con una« «vera» instaurazione
del comunismo (che serve solo come spettro evocativo) quanto,
assai più concretamente, con la possibile lesione di interessi
attuali. E’ una tecnica comunicativa che l’opposizione non dovrebbe
sottovalutare. Specie se accompagnata da nuove promesse di sgravi fiscali
per i prossimi mesi. Non è forse un caso che il consenso per
Berlusconi sia aumentato significativamente proprio nelle ultime settimane.
>>
Formigoni, complotti
e barili di petrolio
Articolo di Paolo
Pillitteri per L'Opinione
<<La
bomba Oil for Food esplosa sotto il Pirellone è
alla stadio giornalistico, non è neppure nuova e
rientra in quel tipo di giornalismo investigativo anglo-italiano
che a volta anticipa a volte accompagna ed orienta ben
precise inchieste penali, soprattutto quelle contro i potenti
della politica. Non contiene neppure la notitia criminis
perché esclude che Formigoni sia indagato. E allora?
Allora c'è che “Il Sole 24 Ore” di De Bortoli che l'ha
lanciata a freddo, un po' come fece Mieli nel 1994 col suo
"Corsera" con l'avviso di garanzia al premier in prima pagina,
non è un giornale qualsiasi, ma della Confindustria, (in)direttamente
di quel Luca Cordero di Montezemolo antagonista del Cavaliere,
non simpatizzante, per via dell'Alfa Romeo dimenticata, di
Roberto Formigoni. Recitano i gossip intorno al governatore:
tremate, tremate, De Bortoli e Mieli son tornati! Un complotto,
come gridano non pochi amici di CL, dall'on. Lupi a Maurizio
Bernardo contro colui che, oggettivamente rappresenta il simbolo
della potenza quasi imbattibile, al Nord,della CdL. In verità,
il governatore della Lombardia sarebbe diventato il più
potente, il vero dominus della politica lombarda, se gli fosse stato
consentito di fare la propria lista, aperta alla società,
di spiccate carature riformiste, con un bel po’ di ex come un Borghini
già in Giunta, un Tognoli ben piazzato a gestire i baroni
del Policlinico, e uno snob come Bassetti disponibile a votarlo.
Gente rispettabile, un poco fanée, con pochissimi voti
ma con una certa allure. Era la lista ad personam sponsorizzata con
una punta di guasconeria dal postcomunista Sergio Scalpelli, più
noto come dott. Stranamore per via delle fascinose ma sempre in bilico
architetture politiche, e con più decisione dal “Corriere
della sera” - prima di De Bortoli ora di Mieli - grazie ad un
feeling mai cessato fra aree solferiniane postcomuniste e ambiti
riformisti milanesi. La lista personale avrebbe indubbiamente fatto
la differenza, innanzitutto tagliando le ali all'arroganza leghista
mettendola all'angolo e poi facendo crescere i voti “esterni” alla
CdL, compresi quelli di un elettorato laico, socialista, liberale
in crisi di astensioni, deluso, illuso dal Cavaliere. Se fosse andata
in porto, la Lista Formigoni avrebbe letteralmente fatto piazza
pulita di partiti, insegne, dirigenti, carriere, prospettive,
ponendosi al centro della politica del nord oltre il Polo, oltre
questo bipolarismo, oltre lo stesso Berlusconi. L'ira funesta
di Bossi fu scaraventata fra le ruote di questa iniziativa, ma
dietro c'era il premier. Formigoni abbozzò e cedette senza
nemmeno combattere, col risultato finale di scontentare tutti,
ma proprio tutti: quelli di FI,dal sempre
ostile Paolo Romani a un Berlusconi un po’ così, per aver
osato ribellarsi, quelli di Via Bellerio,
sede leghista, ai quali aveva fatto vedere i sorci verdi dell'emarginazione.
E, soprattutto, quelli di via Solferino coi quali aveva intessuto
da tempo accordi e amicizie in funzione di una lista il cui menù
era indicato innanzitutto dal giornale, ed ora è finito
in niente, o quasi. Ecco perché la bomba giornalistica preoccupa
lo stesso Premier oltre che l'entourage formigoniano e rischia
di intossicare e fuorviare la campagna elettorale per via dell'oggettivo
indebolimento del capolista, del “Pesidente di tutti”.Tanto
più che uno come Piero Bassetti Lionheart, ha già
mandato a dire che voterà il diessino Sarfatti in regione
se il Formigoni “sbanda” sul piano morale. Che carino. Eppure,
l'idea del complotto mediatico con sottofondo politico non è
da escludere, posto che lo stesso palazzo di Via Solferino ne è,
storicamente, la prova “fisica” vivente con le sue successive trasformazioni,
prima negate e poi approvate dalle istanze comunali superiori,
tanti anni fa. Si evocano complotti, manine e manone dei Poteri Forti,
qualcuno già recrimina: ah,se il Roberto avesse fatto la
sua lista, accontentando quei poteri, chissà.... Ma, come
sempre, la partita si gioca, si vince e si perde nella politica.>>
KOFI ANNAN E LA
SINISTRA ITALIANA
Kofi Annan
ha invitato la comunità internazionale «già
amaramente divisa sull'Iraq, a riconoscere che condividiamo
tutti un compito comune: indirizzare l'Iraq dal nuovo
punto di partenza, il successo delle elezioni, verso
un futuro pacifico, prospero e democratico»; "ha sottolineato
che tale compito ricade soprattutto su chi si oppose alla
guerra" ed ha sottolineato: "Precisamente perché non fu
d'accordo sulle prime operazioni in Iraq, l'Onu ha adesso una
credibilità che è enormemente richiesta e ha accesso
ai gruppi che devono partecipare al nuovo processo politico,
se vogliamo che la pace prevalga. È ora che noi usiamo questo
capitale". "È un'opportunità elettrizzante -
ha scritto Kofi Annan - è molto importante che la transizione
[verso la democrazia] abbia successo" (dal Corriere della
Sera, 13/2/2005).
Le due conclusioni
che sarebbe ovvio trarre da queste lunghe citazioni
sono: bisogna applaudire Kofi Annan per la posizione
che ha finalmente preso e fatto prendere all'Onu e bisogna
aspettarsi che l'Unione, in Italia, cambi completamente
atteggiamento, riguardo all'Iraq. Infatti il tanto auspicato
impegno dell'Onu, prima esistente sulla carta (Risoluzioni del
Consiglio di Sicurezza) ha ora anche l'avallo esplicito e
risonante del Segretario dell'Onu. Ma, appunto, si possono trarre,
queste due conclusioni? Assolutamente no.
Annan -
e l'Onu con lui - non hanno nessun merito, nella
svolta positiva che si è avuta in Iraq. Quando
il funzionario De Mello è stato assassinato, l'Onu
- coraggiosamente - si è ritirata dall‚Iraq
e la sensazione della sua assenza è stata così
palpabile che, malgrado le note Risoluzioni, tutti sono
convinti che le forze della coalizione sono in Iraq in
violazione della volontà dell'Onu. Anzi, ne sono così
rocciosamente sicuri, da potere spendere, nella vita politica
italiana, il concetto che sosterrebbero l'azione dell'Italia
in Iraq se fosse sotto l'egida dell'Onu. Dimenticando che
già lo è.
Annan ha
ripreso la parola solo dopo la svolta costituita dalle
elezioni del 30 gennaio. Tanto che oggi dice: "Nessuno
può non essere rimasto commosso dal coraggio dimostrato
dagli iracheni recandosi alle urne. L'Onu è molto
orgogliosa di averli potuti aiutare sul piano sia politico
sia tecnico". Ma l'Onu non ha nulla di cui essere
orgogliosa. Proprio perché non li ha aiutati né
sul piano politico, né sul piano tecnico né, soprattutto,
sul piano militare. Senza gli americani, e solo per l'azione
dell‚Onu, queste elezioni non si sarebbero mai tenute. Di
che va dunque parlando, Kofi Annan? Vuole mettere il cappello
sui meriti altrui, dopo avere perfino definito illegale l'occupazione
dell'Iraq?
La seconda
conclusione è quella per cui la sinistra italiana
dovrebbe oggi riconoscere che, se si vuole seguire
la volontà dell'Onu, bisogna rimanere in Iraq. Bisogna
cioè aiutare gli iracheni a compiere il resto del
percorso almeno fino al varo della Costituzione e comunque
finché i governanti locali ce lo chiederanno.
Ma questo è impossibile. La sinistra, dominata da Rifondazione
Comunista, Verdi, Comunisti Italiani ed altri fini politologi,
è contro la missione italiana non perché non
è sotto egida Onu (come dicono, mentendo), ma solo perché
capeggiata dagli americani. Ora che Kofi Annan ha detto quel
che ha detto, forse che gli americani sono divenuti meno numerosi?
E allora gli ex-comunisti e coloro che non osano smentirli
rimangono contro la missione italiana ed anche contro il suo
semplice finanziamento.
La conclusione
vera che si è autorizzati a trarre è che
l'Onu e il suo segretario meritano il nostro disprezzo.
L'Onu è un'organizzazione incapace d'una seria azione
internazionale. Spesso è incapace (si pensi alla strage
del Darfur) persino di parole coraggiose. Quanto al giudizio
sull'attuale opposizione, in questo campo, non può
cambiare. Infatti in campo internazionale essa non ha idee politiche
ma solo viscere antiamericane.
Gianni Pardo,
13 febbraio 2005
Prix international
de la laïcité
La giuria
del "Prix international de la laïcité"
ha attribuito il premio 2005 a Maurizio Turco, già
Presidente dei deputati radicali al Parlamento
europeo, l'annuncio è stato dato dal Comité Laïcité
République (CLR), organizzatore del premio. Il
deputato socialista, Christian Bataille, che ha presieduto
la giuria, ha assegnato l'attribuzione del premio a Maurizio
Turco per "la sua azione di fronte al Vaticano che
ha la pretesa di guidare la riflessione degli italiani e degli
europei". La cerimonia di consegna del premio avverrà
il 13 maggio, al Comune di Parigi, da parte del Sindaco Bertrand
Delanoë.
Dichiarazione
di Maurizio Turco :
"Nel ringraziare gli organizzatori e la giuria
del premio, voglio ricordare in questo momento, tra
gli altri, Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, militanti
liberali antitotalitaristi, antifascisti, anticomunisti
e anticlericali che pagarono per le loro lotte prima!
con il confino e il carcere fascista, poi con l'ostracismo
conformista. Senza dimenticare l'impegno anticlericale,
democratico e liberale di cattolici come Don Romolo Murri
e Don Carlo Falconi. Un particolare grazie a Marco Pannella,
che ci ha trasmesso la memoria delle loro vite e delle loro
lotte, incarnandole e facendole vivere.
Siamo
e continueremo ad essere militanti di una lotta per
la libertà della persona e la liberazione dall'occupante,
sia esso di territori o di coscienze. In nome di quell'anticlericalismo
della religiosità laica."
Rossanda offre
lezioni irricevibili sulla democrazia, la pace e la
guerra
Come Rossana Rossanda, anche noi vorremmo riabbracciare
presto Giuliana Sgrena, e c’eravamo perfino preoccupati
di riaccogliere con dignità i mercenari rapiti
(uno fu ucciso e si comportò in modo semplicemente grandioso),
insomma quei giovanotti che si guadagnavano la mesata
in Iraq proteggendo le imprese occidentali o saudite dai
mozzorecchi di al Zarqawi e che furono vilipesi e sputtanati
dal Manifesto e da qualche magistrato cattivo scrittore.
Osserviamo in questi casi la regola elementare del silenzio
stampa fino a soluzione trovata, a ostaggio liberato, e mettiamo
la sordina a ogni forma di polemica, pensiamo sia giusto concentrarci
sul risultato, perché la liberazione di un sequestrato
è un fine rispetto al quale il sequestrato non deve
mai diventare un mezzo. E’ infatti proprio dei cattivi maestri
mescolare emozioni umane dirette e polemiche ideologiche oblique
di non buona fattura, lezioni irricevibili su libertà e democrazia.
Spiace che Rossanda abbia fatto proprio questo in una intervista
a Repubblica piuttosto insolente, il cui cuore teorico, diciamo
così, è spiegare e rispiegare al suo pubblico
che chi rapisce e magari fucila o decapita civili di ogni nazionalità,
di ogni sesso e di ogni religione non è un “resistente”. Se
siamo ancora a questo, siamo molto indietro. Se c’è ancora
bisogno di dire simili ovvietà per persuadere i tuoi, vuol
dire che fino ad oggi si sono dette cose piuttosto eccentriche,
a esser gentili. Noi questa incombenza, se dio vuole, non l’abbiamo.
Può essere che gli americani siano un branco di imperialisti,
sempre il solito complesso militare industriale petrolifero immaginato
dalla propaganda della guerra fredda e mentalmente trasferito nei
nostri giorni come un filamento di cometa dalla cultura pacifista
militante. Può anche essere che siano, gli americani, un paese
egemone aggredito, il quale risponde all’aggressione terrorista con
un’analisi intelligente e coraggiosa della realtà, con l’idea
strategica di espandere la democrazia nel mondo arabo e islamico,
partendo dai paesi in cui un’azione di forza si rende storicamente
doverosa e possibile. La guerra deforma chi la fa e chi la subisce,
su questo è facile essere d’accordo, ma anche chi la osservi
deve fare attenzione a indirizzare nei luoghi giusti la compassione,
oltre che registrare il giudizio. Rossanda dovrebbe guardare il film
“Turtles Can Fly”, girato da un curdo iraniano. Racconta di bambini
curdi spaesati e miseri che si procurano una parabola nel nord iracheno
(dove il 30 gennaio si è votato in massa), aspettano con ansia
la liberazione dalla tirannia, cioè l’invasione americana,
e passano dalle nudità triviali della tv occidentale alla vista
smagliante delle divise pesanti di quei ragazzoni che stanno correndo
a liberarli. “Immagini di cui essere orgogliosi”, commenta Anthony
Lane, del New Yorker. Da Il Foglio 12 febbraio 2005
Anniversario
del Concordato tra Stato e Chiesa
Massima del giorno
Metterci una
pietra sopra? No. Una pietra, messa sopra qualcosa,
impedisce di vedere quello che c'è sotto.
G.P.
MOLLICHINE
Assolti
i quattro elicotteristi che si erano rifiutati di
volare in Iraq. Secondo il Gip "il fatto non sussiste".
Anzi, non c'è nessun paese che si chiami Iraq.
Ciampi:
"Possiamo commemorare le foibe con continuità".
Ogni giorno, prima dei pasti.
La Corea
denuncia "i tentativi di Bush di isolare e soffocare
la Repubblica democratica popolare di Corea". In
USA, frenetici acquisti di atlanti per sapere dov'è.
Berlusconi:
"Il ricordo impedisce di riprendere la strada dell'odio".
Infatti, si sa: chi odia non ricorda più
perché.
Casini (foibe):
"nessuno deve usare la memoria per alimentare divisioni".
Assassinati e assassini, todos caballeros.
Prodi,
in politica estera, dà più retta a Rifondazione
che ai Ds o alla Margherita. Aveva ragione Machiavelli:
meglio essere temuti che amati.
L'Unione:
"No alla missione in Iraq se non cambia mandato e
finalità". Finora la finalità è stata
quella di favorire la democrazia. Cambiamo?
Per la giornalista
Sgrena, molti, in molte parti del mondo,
fanno il possibile. Cioè nulla.
Marzano:
"La partita Fiat-Gm è aperta a tutte le soluzioni".
Aperta come la cancelleria in cui portare i libri.
V.Parlato,
del "Manifesto", ha ammesso che la Sgrena non era
assicurata. Assicurata? Mentre andava a trovare amici?
Fiat. Per
i sindacati: "Il governo non può stare a guardare".
Infatti. Visto quello che le è costata in
passato, potrebbe anche applaudire.
Gianni Pardo
I RADICALI
I radicali,
in questi giorni, hanno proposto ad ambedue le coalizioni
di accoglierli come "ospiti". In campo politico la parola
"ospite" non era ancora stata usata, per quanto se ne sa,
e dunque bisognerà darle un contenuto.
Se
essa significasse che i radicali, accolti in una
coalizione, si impegnano a farne parte, a votare come
stabilito dal gruppo dirigente e, insomma, ad esserle
fedeli, l'offerta ad ambedue i poli sarebbe indecente,
una sorta di meretricio politico. Non ci si può
indifferentemente iscrivere al partito del diavolo o a quello
dell'acqua santa. Ma questo, conoscendo i radicali, e Pannella
personalmente, è assurdo.
Rimane
l'altra ipotesi: "noi siamo ospiti, beneficiamo
delle comodità della casa ma non ci impegniamo a
nulla". E allora non si capisce perché una coalizione
dovrebbe accoglierli. Anche ad ammettere che portino
in dote - vogliamo essere generosi - un quattro
per cento, a che scopo lucrare questo quattro per cento quando,
alla prima occasione di contrasto ideologico, i radicali
voterebbero contro la coalizione che li ha fatti eleggere?
Ci sarebbe certo il vantaggio d'aver contribuito a far vincere
la coalizione: ma rimane lo stesso il dubbio: se la coalizione
avrebbe vinto anche senza di loro, a che scopo accoglierli? E se
invece ha avuto bisogno di loro, per vincere, non potrebbe cadere
proprio per la loro defezione?
I
radicali avrebbero dovuto chiedersi a quale dei due
poli si sentivano più affini e chiedere di iscriversi
ad esso, se pure contrattando spazi di libertà su certi
temi o chiedendo sostegno in favore di alcuni punti programmatici.
Ad esempio: "Siamo più affini alla Casa delle libertà,
ma chiediamo libertà di voto a favore dei referendum
e una politica più risolutamente liberista: per il
resto saremo alleati fedeli e disciplinati". È credibile,
che i radicali facciano un discorso del genere? Francamente
no. Il piacere d'essere irriverenti, d"essere il "Pierino"
della situazione, è troppo forte, in loro. Né
tengono molto conto della realtà: per essi l'ideale,
quando non il sogno, pesa più della concretezza.
E allora per i radicali non c'è spazio né nelle coalizioni
né, chissà, nella politica italiana.
Se
questa fosse la verità, avremmo perduto,
per amore dell'ottimo, qualcosa di molto buono. Un vero
partito laico, un vero partito liberista, un vero partito
liberale. Purtroppo i radicali non capiscono che anche
un simile partito dev'essere capace di fare i conti con la
realtà.
Gianni
Pardo, 12 febbraio 2005
Azzardo due
o tre cose sui miei amici radicali
No, con alti e basi, ma non ho mai davvero pensato
che la proposta pannelliana di chiedere ospitalità
ad uno dei due “poli” fosse credibile (a Roma la chiamano
"tirar 'na sòla"). Ora,
a dispetto di ogni più ottimistica previsione,
bisogna pur dire che non se ne può più dei tiremmolla
di Marco Pannella.
Che palle! Da settimane,
Pannella - sotto le luci delle telecamere e tra decine
di periodisti che l’aspettano dietro l’angolo -
incontra, sollecita, lusinga, piagnucola e minaccia a destra
e a manca.
Nel frattempo, nei
sondaggi, i radicali sono cresciuti di un mezzo punto...
o di un punto emmezzo. Ma, si sa, il gioco è
bello quando è corto; i rischi
di una involuzione negativa sono tutti presenti,
un poco come le performance di Capezzone
a Markette.
A dirla tutta, quelli
del centrosinistra - più sgambati -
il gioco l’avevano capito fin dall’inizio e non l'hanno
mai giocato davvero, trattando Marco Pannella da paria:
occhi dolci e una lisciatina di pelo dal Bertinotti
(!), due paroline al Congresso dei DS e Prodi a
far da biscia.
Quelli del centrodestra - per bocca di
Berlusconi - hanno accettato le condizioni
(si, tutte, vedi l'intervento di Berlusconi al Consiglio
Nazionale di FI) e l’hanno incontrato oramai non si sa
più quante volte... e tutte le volte Pannella
da una parte a tirar per la giacchetta il centrosinistra
e dall’altra cercare il prossimo incontro con Berlusconi
... mentre, nello spazio-tempo lasciato vuoto in
questo gioco dei due cantoni, s'inserivano Bossi, Buttiglione,
Mastella, Scalfaro, Rosy Bindi, Rutelli ...
Ma fra poco casca
l’asino.
Fra pochi giorni si saprà se il pressing pannelliano,
dopo la visibilità, avrà portato
una data non balneare per il voto referendario. Un altro obiettivo sarà così raggiunto
e si potrà, con grandi
e lunghissime imprecazioni radiofoniche contro le colpe
dell’uno e dell’altro polo, comunicare
che i radicali non hanno trovato ospitalità ...oppure
l'hanno trovata e via - non senza passare per
l'orgogliosa drammatizzazione da picciotti che, eroicamente,
non accettano o accettano di stare a bottega con
i "corleonesi" con i "palermitani" - a
tentare l'impossibile raccolta firme per presentare ovunque
possibile liste (Pannella? Bonino? Coscioni?)
alle regionali, imprecando contro la cattiveria e la crudeltà
del resto del mondo impossibile.
Scommettiamo?
(cp, 11-02-2005)
CHE FANTASIA…
Una cosa è certa:
hanno risparmiato sul brand design…
Il “no” di
Prodi sull’Iraq consegna il Centrosinistra alla
demagogia
Piero Fassino aveva compiuto un atto di coraggio,
ma anche di realismo politico. Aveva detto che
i resistenti in Iraq sono gli elettori, non i decapitatori.
Aveva aggiunto che la questione delle libertà
e delle tirannidi è diventata questione decisiva di
“politica preventiva” nel mondo dell’11 settembre. Aveva in
sostanza tirato le somme dei cambiamenti avvenuti e
in corso: il graduale coinvolgimento dell’Onu nella legittimazione
dei governi di Baghdad, il rispetto del calendario politico
e costituzionale autorizzato adesso da milioni di
elettori iracheni, la ripresa di rapporti diplomatici
accettabili e molto meno rancorosi tra americani ed europei.
La sua svolta, come sempre a sinistra destinata a rimanere
incompiuta ed esposta alle insidiose arti della retromarcia,
non ha trovato sponde nel centrodestra, dove Berlusconi
ha chiuso la partita con un sonoro “avevamo ragione noi”. Ma
questo rimbalzo, questo muro di gomma elettorale, soprattutto
da parte di un avversario diffidente verso le tecniche della
politica, era prevedibile. Meno prevedibile la retromarcia
innestata dal capo della coalizione di centrosinistra, da
Romano Prodi in persona. Il segretario dei Ds ha dovuto spiegare
ieri, con un ragionamento trasversale, che se le cose andassero
avanti così, e se per azzardo il centrosinistra
vincesse le elezioni, sarebbe allora necessario prevedere che
la politica estera sia gestita in Parlamento “a geometria variabile”.
Il che vuol dire, semplicemente, che per avere una credibile voce
in capitolo nel mondo, l’Italia governata dal centrosinistra dovrebbe
chiedere e ottenere i voti della coalizione berlusconiana.
Questo avvertimento di Fassino contro l’autolesionismo, perché
una coalizione senza una politica estera non è una coalizione,
deriva dal fatto che Prodi ha sacrificato all’unità demagogica
del suo fronte il dovere di definire una posizione attendibile
sul principale teatro geopolitico del mondo, l’Iraq, e ha agitato
un vuoto richiamo all’Onu, superato dai fatti, invece di impegnare
gli alleati in un voto di astensione sulla missione italiana, misura
realistica di ciò che sta cambiando. Prodi fa questo contro Fassino
e contro il partito di Rutelli e Marini, che dopo le elezioni a Baghdad
avevano messo tutti sull’avviso, esigendo la fine della chiacchiera
pacifista e un nuovo inizio politico per l’alleanza. Se i due maggiori
partiti del centrosinistra non hanno la forza di convincerlo
che si tratta di un plateale errore, vuol dire che non hanno la
forza. Punto e basta.
Dal "Il Foglio"
del 10/02/2005
Quando per
il "Corriere" Craxi era il nemico
Certo,
fa un poco sorridere leggere su Liberazione un articolo di Rina Gagliardi contro
la nuova "linea politica" del Corriere della
Sera. Ma la Gagliardi, che dev'essere una
con la memoria lunga, non ha mandato giù il fatto
che, secondo lei, in questi giorni il Corriere della
Sera si è impegnato a riabilitare la figura politica di
Bettino Craxi. "Una scelta politica (ed editoriale)
del tutto legittima... però, - scrive la Gagliardi
- per rendere l'operazione davvero convincente,
bisognerebbe fare un ultimo salto: la revisione (autocritica)
anche di se stessi, del proprio passato, delle proprie stesse
battaglie.".
Se Ernesto
Galli della Loggia, in un editoriale uscito ieri
sul Corriere, nel fare "l'elenco molto minuzioso
di tutti gli errori commessi, a suo parere, dalla sinistra
" inserisce tra questi errori la «delegittimazione
radicale di Craxi e del suo progetto, dipinti come
frutto di una mutazione genetica», la Gagliardi ha
"un sussulto".
Ma come,
si chiede l'editorialista di Liberazione, "Galli
della Loggia non diventò famoso (si fa per dire)
proprio per esser stato definito da Bettino Craxi un
intellettuale dei miei stivali?".
E Paolo
Mieli? Ce n'è anche per il nuovo direttore del
Corriere. Memoria lunga Gagliardi si ricorda che nel
1992 proprio Paolo Mieli " invitò "a "seppellire" Craxi
in un editoriale ... che si intitolava «Dal bunker
al baratro», dove si diceva che «Craxi «ha
perso da tempo il contatto con la realtà» e che
anzi «ha perso la sua partita indipendentemente da quella
che sarà la sentenza dei giudici»?"...
Che dire?
Certo, se nell'Italia del terzo millennio gli industriali
pugliesi si spellano le mani ad applaudire il rifondatore
comunista Nichi Vendola... oppure se Romano Prodi,
per non pagare pegno e confidando nella buona stampa
che tutto gli perdona, s'attacca al tram dell'Onu che
è già passato... cosa volete che sia, caduto
il Muro di Berlino e depotenziato il KGB, la
mancata autocritica del Corriere?
(cp, 10-02-2005)
Il tilt logico
degli amici della Sgrena
Temo che al
“Manifesto” stiano sbagliando tutto. Ieri hanno fatto
trasmettere, dalle televisioni arabe, un video nel
quale parlano di Giuliana Sgrena, la giornalista rapita
in Iraq, descrivendola come avversaria della guerra. Come
se fosse un titolo, una caratteristica agevolante le trattative.
Se lo fosse se ne dovrebbe sentire tutto il peso la sgradevole
presenza: un giornalista che, al contrario, sostenga le ragioni
della guerra ha forse meno diritto di esercitare la professione,
o, addirittura, di vivere? (Nelle stesse ore hanno ammazzato
un giornalista arabo che raccontava le ragioni degli americani).
Ma l’argomento è irrilevante, o controproducente. Sgrena
è comunque vista, dagli integralisti religiosi, come una
nemica, e proprio per le cose che ha scritto in favore delle donne,
della libertà, del diritto all’autodeterminazione.
E’ un tilt logico quello di confondere le cose che da noi sono
“giuste”, mischiarle alla convinzione che la guerra sia ingiusta,
e dedurne che chi sostiene le due tesi è necessariamente
un amico dei “resistenti” iracheni. Le cose non stanno così.
Ed occorre guardare ancor più in profondità. Può
darsi che questi rapimenti rispondano al solo desiderio di ricavarne
i soldi del riscatto. Nel qual caso ogni ragionamento politico
lascia il tempo che trova ed il problema si biforca: da una parte
stabilire se è giusto pagare, dall’altra trovare il canale
per poterlo fare. Ma può anche darsi che vi sia una “linea politica”,
dietro i rapimenti. In questo caso non possiamo far finta di non vedere
che, attualmente, nelle mani dei banditi si trovano due giornaliste,
una italiana ed una francese, ambedue contrarie alla guerra, ambedue
al lavoro presso testate che si sono battute contro la guerra. Possibile
che i terroristi siano così scemi? Magari, invece, si tratta
di gruppi che si sentono in pericolo perché l’abbattimento
di Saddam ne scopre i traffici e ne denuncia gli arricchimenti e, quindi,
lanciano segnali forti a quella parte del mondo occidentale che con
Saddam, quindi con loro stessi, non ha lesinato comprensione e desiderio
di concludere affari economici. In ogni caso, la salvezza di Giuliana
Sgrena è oggi legata, come ieri quella degli altri ostaggi, allo
spazio di manovra che verrà offerto ai servizi che seguono le
nostre truppe. Il resto è folklore, e di macabro cattivo gusto.
(Davide Giacalone - L'Opinione)
SCONTRO
DI RELIGIONI
Il centro sinistra continua a proclamare che
Prodi è il candidato della coalizione e che
sarà lui lo sfidante di Berlusconi. Benché
non abbia un partito, dietro di sé, benché
non abbia un programma, benché non sia carismatico
e sia anzi goffo, il professore sembra inamovibile.
Ha vinto una volta e potrebbe vincere ancora, si dice.
Franco Mauri (cioè Cossiga) ha scritto sulla
"Stampa" che, per quanto riguarda il centro-sinistra,
è lecito avere le idee chiare: "Il programma
sarà quello di Rifondazione, un po' mitigato".
E gli si può dar ragione: il prevedibile, relativo
successo di Bertinotti alle primarie costringerà
il centro-sinistra a prendere in seria considerazione
la percentuale di consensi ottenuta dal leader di quel
partito. Nello stesso articolo l'ex-presidente ha pure
scritto che il programma di Fassino è "il solito antiberlusconismo".
Poiché le due cose non sono in contraddizione,
si può in sintesi affermare che il programma del
centro-sinistra è quello di Rifondazione, un po‚
mitigato, e l'antiberlusconismo. Ce n'è abbastanza per vincere?
... Clicca
qui per proseguire nella
lettura.
Gianni Pardo -
09.02.2005
FRESCHI DI STAMPA
Sul "Riformista",
Emanuele Macaluso:
<<Titolo - Colombo: le persone di sinistra
che dissentono dall'Unità, sono al servizio
del Cavaliere
L'Unità ha pubblicato in due pagine una intervista,
sul Congresso Ds, di Furio Colombo a Piero
Fassino. Nulla di nuovo rispetto alla relazione
e alle conclusioni congressuali. Leggendo invece le domande
del direttore, abbiamo avuto l’impressione che l’intervista
servisse ad ottenere dal segretario Ds un certificato
di buona condotta riformista. Soprattutto si cercava
di far dire a Fassino che l’accusa all’Unità di “sinistra
radicale” partiva dalla destra e, purtroppo, c’è chi
la usa a sinistra rendendo un servizio al nemico berlusconiano.
E’ un’offesa essere definiti «sinistra radicale»?
Nel vecchio partito socialista di Turati, L’Avanti era
la “sinistra radicale”, con Mussolini, ma anche con Serrati
e Nenni. Negli anni sessanta, col centro-sinistra nenniano,
L’Avanti di Riccardo Lombardi era etichettato di “sinistrismo”
antigovernativo. Ma nessuno pensava che fosse il “nemico” a mettere
quell’“etichetta” in bocca ai compagni che criticavano L’Avanti.
Colombo invece nega che persone di sinistra possano dissentire
dalle linee del suo giornale, senza essere al servizio del Cavaliere.
Altro che “sinistra radicale”, per l’Unità c’è solo
una radicale e un po’ infantile sospettosità.>>
Avvenire, articolo di
V.E.Parsi:
<<Titolo: Un Iran democratico darebbe un contributo
determinante alla stabilità della regione.
Tamburi di guerra sulla strada per Teheran? Sono
contrastanti le deduzioni che si possono trarre dalle
dichiarazioni, interviste e analisi che provengono
da Washington e Londra. I fatti, innanzitutto. Il governo
degli ayatollah è nel mirino di Casa Bianca e di
Downing Street per due dossier, differenti ma pericolosamente
intrecciati. È fortemente indiziato di avere un
programma clandestino di sviluppo di armamenti nucleari.
È ritenuto uno dei principali sponsor di formazioni
terroristiche mediorientali, principalmente l'Hezbollah.
Il pericolo è quindi duplice. Il regime di Teheran
potrebbe divenire una grande potenza regionale in grado
di sfidare Israele (aspirazione di cui non fa mistero) e insieme
la fornitrice di bombe nucleari sporche per i gruppi del
terrorismo mediorientale. ...>>. Clicca
qui per proseguire nella lettura.>>
Corriere della Sera, articolo di Fabrizio
Roncone
<<Titolo: Il Centrosinistra non condivide
il paragone fra Pci e il Nazismo
Il Commissario Franco Frattini compare sul marciapiede
di via del Corso a metà pomeriggio - nel
palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio
di Roma presentano un libro dal titolo: «La Costituzione
europea. Un primo commento» - ma il commento che
chiedono subito a lui è sulla questione, sul dibattito
che rotola giù da Bruxelles, e che lo stesso Frattini
ha reso ufficiale, con una lettera pubblicata proprio dal Corriere
. E lui, Frattini, risponde ancora, ribadendo quanto già
detto agli europarlamentari Vytautas
Landsbergis, lituano, e Joszef Szajer, ungherese,
i quali avevano sostenuto un documento nel quale si chiedeva
al titolare del portafoglio «Giustizia, Libertà
e Sicurezza» di mettere sullo stesso piano i simboli
del nazismo (la svastica) - che Frattini appunto vuol mettere
al bando - e quelli del comunismo (la falce e il martello).
... >>. Clicca qui per proseguire nella lettura.
C'e' il sole
a Sharm el Sheikh
Torno indietro col pensiero a quasi 5 anni fa
e all'altro summit per la pace organizzato da Clinton
e finito cosi' male. Da allora abbiamo passato 5 anni
di guerra del terrore, abbiamo avuto tanti, troppi morti
e perso ormai ogni speranza di pace fino alla
morte mai abbastanza benetta del responsabile delle sofferenze
di israeliani e palestinesi.
Ricordo come in Israele eravamo pieni di speranza,
ricordo di aver pensato che Arafat era troppo
contento, infatti l'atmosfera di isterica allegria
del primo incontro a Camp David avrebbe dovuto
farci sospettare che il serpente stesse preparando il
suo morso finale, pieno di veleno.
Cosi' e' stato e il suo veleno ha contaminato
le nostre vite, ha riempito i nostri cimiteri,
ha ridotto i palestinesi alla miseria morale e
materiale trasformandoli, piu' di prima, in feroci
assassini assetati di sangue.
Ma e' morto e oggi a Sharm el Sheikh c'e' il sole.
Condoleeza Rice ha incontrato Sharon, poi si
e' recata a Ramallah all'incontro con Abu Mazen
alla Mukata dove , unica tra tutti i grandi del
mondo, ha avuto il coraggio di non fermarsi davanti alla
tomba di Arafat. La sua macchina e' entrata nel cortile della
Mukata, nemmeno uno sguardo e' stato rivolto al mausoleo
del dittatore maledetto e i palestinesi non hanno osato dire
una sola parola di protesta consapevoli del lauto assegno
di 40 milioni di dollari che il Segretario di Stato aveva in
tasca.
Grandissima Condoleeza, cosi' diversa dai ministri
senza palle europei che, come tremavano
prima davanti al dittatore vivo, adesso strisciano
davanti alla sua tomba. Incapaci di dignita', come
tanti vermi.
Oggi c'e' il sole che splende a Sharm el Sheikh,
le bandiere israeliane, palestinesi ed egiziane
sventolano insieme contro il cielo azzurro.
Arafat aveva sempre rifiutato il permesso di
esporre la bandiera di Israele. Sembra tanto
tanto tempo fa.
Sharon e' stato accolto da Mubarak con tutti
gli onori , quasi con affetto, il nostro primo
Ministro sembrava avvolto da un'atmosfera di
serena aspettativa. Abbiamo visto il colloquio tranquillo
con re Abdallah e infine quello tanto atteso tra
Sharon e Abu Mazen per una colazione di lavoro. Sorridenti
e tranquilli, strette di mano cordiali, nessun tipo
di nervosismo anche perche' l'incontro di oggi e' solo
per proclamare il cessate il fuoco e per dare il via ai negoziati.
In Israele viviamo questi momenti con ottimismo
mescolato a scetticismo, siamo contenti ma
fingiamo di non crederci del tutto. Non vogliamo
farci prendere dalla commozione ma quelle strette di
mano e quei sorrisi ci penetrano nel cuore.
C'e' il sole a Sharm el Sheikh e fra un'ora dovremmo
avere l'annuncio del cessate il fuoco.
Basta attentati, basta morti, basta lacrime,
la strada va verso una pace sofferta e piena di rinunce
ma almeno i nostri figli non moriranno piu'.
Abbiamo Paura? si abbiamo paura che qualche
erede di Arafat e ancora pieno del suo veleno
decida, come aveva sempre fatto il dittatore, che
le speranze debbano essere affogate nel sangue.
Adesso pero' c'e' il sole a Sharm el Sheikh.
Deborah Fait - informazionecorretta
Massima del
giorno
Mi chiedo se l'umanità sopravvivrà.
E se la cosa debba preoccuparmi.
G.P.
CHI SI’ E CHI NO
A Teheran per
giovedì sono convocate dal regime manifestazioni
di massa in occasione del 26° anniversario
della rivoluzione islamica del 1979. Il portavoce
del ministero degli esteri Hamid-Reza Asefi ha
spiegato che il dieci febbraio “gli americani avranno
la possibilità di vedere con i loro occhi quanto gli iraniani
sono attaccati al sistema che li governa e di come
reagiscono alle recenti minacce”. Con spontaneo e sincero
entusiasmo, immaginiamo.
Intanto, Agenzia
Radicale ci informa che la Prefettura
di Parigi ha cancellato la manifestazione
della resistenza iraniana in piazza Trocadéro
a favore della democrazia e contro la violazione dei
diritti umani in Iran, prevista per giovedì
prossimo.
Insomma, cari dissidenti iraniani: se volete
dimostrare, tornatevene a Tehran…
…e se passate da quelle parti, in centro città
vicino alla chiesa armena, andatevi a rivedere
pure questo:
Dal sito del fotografo
tedesco freelance Hans Rossel.
In basso, la scritta in rosso dice "Morte all'America"
quella in verde letteralmente "Noi neanche
per un secondo (dialogheremo) ci accorderemo
con l'America"
(Grazie a Lilit )
(ale tap, 8.02.05)
MA SENTI QUESTO
L'ex premier sovietico Mikhail Gorbaciov,
come una Lilly Gruber qualsiasi, in un articolo per "la Stampa" sulle
elezioni irachene, scrive che "considerarle
valide (o addirittura un trionfo della
democrazia) è offesa alla democrazia e cosa
priva di senso comune".
Da che pulpito! Questa la voglio raccontare.
Nel giugno del 1991, su invito delle municipalità
di Vilnius e Kaunas, grazie alla richiesta
di alcuni studenti lituani, mi trovavo, con
una delegazione ufficiale della Regione Emilia Romagna,
in Lituania.
Sapevamo ben poco di quel paese. Quegli studenti,
mesi prima, mi avevano contattato per denunciare
le violenze che i lituani subivano quotidianamente
dai militari sovietici che stazionavano nel paese.
I fatti denunciati da quegli studenti erano terribili,
come terribile era il silenzio dei media europei su
quanto avveniva nei paesi baltici. Ancor più terribile,
per loro, la santificazione che gli occidentali facevano
di Mikhail Gorbaciov, il loro oppressore.
Grazie alle mie insistenze, e soprattutto
grazie alla disponibilità dell'allora Presidente
della Regione Emilia Ronagna, Luciano Guerzoni
- comunista atipico ma soprattutto un galantuomo -
fu composta una delegazione e si decise di andare
in Lituania.
Partimmo in cinque. Atterrammo verso mezzanotte
a Vilnius. Aeroporto completamente al buio;
subito non capimmo. I nostri referenti locali -
anche la città era completamente al buio - ci accompagnarono
in albergo. Agli incroci, i fari del pulmino illuminavano
operai al lavoro. Che strane usanze! Lavorare di
notte e al buio! Solo più tardi, in albergo, sapemmo
che era in corso l'occupazione della città
da parte delle truppe sovietiche e che quegli operai
lituani, per confondere le idee ai russi, stavano smontando
le targhe delle strade.
La mattina, mentre realizzavamo che la storia
ci stava cascando addosso, i blindati sovietici,
veloci e carichi di soldati, erano ovunque.
Insomma, mentre ad Oslo -in quelle ore-
veniva consegnato il Nobel per la pace a Gorbaciov,
le sue truppe non solo occupavano militarmente la città,
ma attaccavano, con mezzi corazzati, il legittimo
Parlamento lituano. Solo grazie ai corpi di
decine di migliaia di persone che si fecero scudo
(morirono sotto i cingolati una quindicina di persone),
al Parlamento venne risparmiata l'umiliazione di una
occupazione.
Quella mattina, invitati dal presidente Landsbergis,
raggiungemmo il Parlamento. Strade, evidentemente
per impedire sgradevoli sorprese,
bloccate da zigzaganti barriere di cemento. Nei
varchi civili armati; tutt'intorno migliaia
di persone; sacchetti di sabbia alle finestre;
all'interno via vai di deputati armati di mitra. In una
stanza a pianterreno, un piccolo studio televisivo
(i sovietici già occupavano militarmente giornali,
radio e televisione) trasmetteva con mezzi di fortuna.
Noi, unici occidentali in quel momento presenti a Vilnius,
finimmo sotto quella telecamera a dichiarare la nostra
solidarietà al popolo lituano che manifestava per la propria
indipendenza. Quando,
dopo aver incontrato il Presidente e parlato con
numerosi deputati, uscimmo dal Parlamento (conservo ancora
quel pass con su scritto "Visitor").
La folla, che evidentemente seguiva quella televisione, ci
riconobbe e l'abbraccio fu totale. Piangevano i lituani,
piangevamo noi. Mille i racconti di quella eroica
resistenza nonviolenta e popolare; ho ancora negli
occhi e nel cuore le parole di una donna che, abbracciandomi,
in uno stentato inglese non smetteva di ripetermi singhiozzando:
<<In quanti dovremo morire per la nostra libertà?>>.
Mikhail Gorbaciov , te possino...
(cp, 08-02-2005)
Iraq: gli
scettici ora si preoccupano dell'allarme sharia
Da "Il Foglio": Ecco,
ora c’è “l’allarme sharia”. Chi non ha mai creduto
potesse accadere quello che sta succedendo oggi in
Iraq, cioè un faticoso ma spedito cammino verso
la democrazia, è alla ricerca spasmodica
di una nuova frontiera di critiche per alimentare
scetticismo e disfattismo. Oggi il menu prevede che
Al Sistani voglia imporre la legge islamica. Solo
che non è vero. Come non è stato vero niente
di tutto ciò che i difensori dello status quo
tirannico hanno raccontato ai propri lettori ed elettori.
Avevano detto che la liberazione dell’Iraq avrebbe provocato
milioni di rifugiati, avevano detto che l’America stava
perdendo la guerra nel deserto, avevano detto che il processo
politico non sarebbe mai iniziato, avevano detto che i
nuovi leader erano marionette degli americani, avevano detto
che i bombaroli erano Resistenti, avevano detto che sarebbe
stato un nuovo Vietnam, avevano detto che Bush avrebbe
perso la Casa Bianca, avevano detto che non c’erano le condizioni
per votare, avevano detto che sarebbero state elezioni-farsa,
avevano detto che la democrazia non si esporta e che le
piazze arabe sarebbero insorte. Ecco: lasciate per la
prima volta libere di dire la loro, le piazze arabe sono insorte
davvero: hanno votato “Zarqawi go home” e smentito il partito
dei menagramo. Ora gli stessi che ci hanno ammorbato con
il relativismo culturale e le lodi all’Islam-religione-di-pace
denunciano il pericolo che in un paese islamico la legge
islamica possa entrare nella Costituzione. E’ molto probabile
che anche questa previsione finisca come le altre. Sistani,
infatti, chiede che le leggi del nuovo Iraq non contrastino con
l’Islam. Questo dibattito peraltro c’è già stato
ai tempi della Costituzione provvisoria. In quel testo “l’Islam
è la religione di Stato” e “una fonte della legislazione”.
Una fonte, non la fonte. Il dibattito sembra simile a quello
sulle radici cristiane nella Costituzione europea più che
agli scenari apocalittici del lilligruberismo nostrano. Tanto più
che sia i partiti iracheni sia Sistani ribadiscono di non volere
affatto uno Stato teocratico. Anche questa passerà. Poi
il partito dei menagramo evocherà un asse Baghdad-Teheran
ignorando che gli iraniani sono gli avversari principali della
rivoluzione democratica di Sistani; annuncerà una guerra
civile con i sunniti; spiegherà che i curdi sono a un passo
dalla secessione e bla-bla-bla fino alla successiva smentita, ma
sempre col ditino alzato.
Più che
il congresso della Quercia è sembrato l’assemblea del
sindacato giornalisti Rai
Da Il Tempo, articolo di Cerasoli: Dopo
l’abbuffata diessina di tre giorni di proclami,
contraddizioni, volantinaggi antiberlusconiani,
star Tv, talk show improvvisati ed ex teletribuni
allo sbando, ci siamo svegliati con gli occhi
gonfi e ci siamo chiesti: ma era il congresso dei Ds o
quello dell’Usigrai? Era l’adunata dello Zoo di Fassino
e D’Alema o la convention della Tivù di sinistra?
La sede giusta per un serio dibattito di partito o solo
l’occasione per dire «io c’ero» da parte di pseudo
intellettuali, registi, attori e dirigenti caduti in disgrazia?
Con che faccia, all’indomani del congresso della Quercia
chiamato «nostro» dalla maggioranza dei
personaggi dello spettacolo e dell’informazione che sono
intervenuti sul palco, la sinistra farà appelli per
una Tv e un’informazione «indipendenti» dalla
politica e dai partiti? Come farà Giulietti a
difendere gli indifendibili e a chiamare «faziosi»
tutti gli altri? E con che coraggio proprio il segretario
del Ds Fassino, che a volte sembra pure una persona
saggia, ha aperto il congresso dicendo «basta alla vergogna
del CdA Rai» e chiedendo alla Cdl di «disegnare
insieme un nuovo vertice della Tv pubblica indipendente e professionale»...
Seguito poi a ruota dallo stesso capogruppo Ds
in Vigilanza Giulietti che ha proposto anche alcuni
nomi che la maggioranza dovrebbe fare «secondo
lui» per questo nuovo CdA «indipendente».
Per quale strano motivo i giornalisti, i registi e i
dirigenti Tv che votano Ds, vanno a braccetto con Fassino
e D’Alema, fanno comizi al congresso del «loro»
partito, dovrebbero essere più «liberi e indipendenti»
di quelli che votano per la Cdl? Alzi la mano ad esempio chi
ritiene «libera e indipendente» l’ex presidente della
Rai Lucia Annunziata, professionista inceccepibile che
quando era ancora in sella, quasi si scusò con i Ds per
non esser riuscita a riportare in Rai Santoro e non aver difeso
abbastanza la Guzzanti. Per fortuna la Lucy, ora inviata
della Stampa, nel suo intervento dal palco Ds ha evitato di
dire il «nostro» congresso, ma si è limitata
al «vostro». Non ha invece nessuna remora il regista
Ettore Scola che ormai interviene come un dirigente della
Quercia e di professione (oltre a firmare bei film) firma appelli
politici in quantità industriale e naturalmente tutti
pro-Ulivo. Inutile farsi domande sull’indipendenza politica
dell’ex telediva Lilli Gruber (che, fatta la sua scelta, ora
sta pure zitta) e su quel telepredicatore prestato all’Europa
che è Michele Santoro, il quale si è esibito dal
Palaottomatica attaccando con la schiuma alla bocca Berlusconi,
il governo e la Rai, in maniera così gratuitamente faziosa
che lo stesso senatore diessino De Benedetti si è alzato
indignato dalla sedia e, minacciando di restituire la sua tessera,
ha gridato: «Dopo questo intervento devastante,
tutti possono dire qualunque cosa...». Che campioni
di indipendenza. Processano per direttissima Riccardo
Berti perché ha lavorato nello staff del premier, nello
stesso momento in cui venerano in diretta il segretario
dei Ds. Hanno fatto «Quelli che il congresso...»
e non se ne sono resi conto. Prendiamo quel bravo ragazzo di
Giovanni Floris. È stato così bravo che, appena è
sceso dal palco Veltroni, ha fatto abbassare le luci in sala
ed è partito con un’edizione speciale di Ballarò.
Roba che se Giovanni Masotti si fosse azzardato solo ad accennare
una cosa simile al consiglio nazionale di Forza Italia, l’avrebbero
lapidato seduta stante. E invece no. Il bravo Floris è «indipendente».
Anzi è l’unico conduttore indipendente rimasto in Rai,
perché gli altri li hanno fatti tutti fuori. Così non
gli è parso vero di ricordare come ha conosciuto la Resistenza
dai ricordi dei suoi genitori, di presentare il «corto»
sulla Liberazione e di intervistare un gruppo di partigiani. Davvero
una bella puntata.
BIDONE PRODI
Da Dagospia: “Le riunioni
con Prodi erano solo un casino”, ha rivelato un commissario
europeo al giornalista inglese George Parker, corrispondente
da Bruxelles del Financial Times. E la stampa italiana
si è ben guardata dal riferire quello che avrebbe urlato
a squarciagola se si fosse trattato di Berlusconi. Il quotidiano
britannico sta ricoprendo di elogi il capo portoghese Barroso
della nuova commissione. “Per ora Barroso ha ottenuto il rispetto
dei 25 leader nazionali europei, requisito senza prezzo per
un lavoro nel quale il successo dipende dalla capacità
di convincere questo gruppo eterogeneo a procedere nella stessa
direzione”.
E Prodi invece, si chiede il lettore della
City? Il predecessore di Barroso “perse subito
questo rispetto all’inizio del suo mandato, per
diventare una figura marginale nei vertici europei,
un esecutore delle decisioni dei capi di governo”.
Ma le riunioni della Commissione Barroso? Beh, si
respira tutta un’altra aria, “un’atmosfera manageriale”,
riferisce il Financial Times. Mentre si sa bene che
“meetings with Prodi were a mess”, espressione che si traduce
esattamente “un casino”. “Invece, adesso, grazie al clima
di collegialità, la riunione si apre e si chiude
in una volta sola”.
Gli attacchi a Prodi dalla stampa britannica
sono stati un tormentone per l’intera legislatura
europea. E’ stato definito ridicolo e inconcludente,
velleitario e vendicativo. Prima l’avevano voluto
loro, poi non gli è andato più bene. Il
professore di Bologna, raccomandato dai veri fondatori
dell’Ulivo Gianni Agnelli, il cardinal Martini e
il banchiere Bazoli, era stato scelto da Jacques
Delors (specie di segretario della super loggia “Notre
Europe”).
Appoggiato dai banchieri francesi e britannici,
era stato portato per mano a Bruxelles da
Tony Blair. Prodi era già naufragato con il
suo governo in Italia ed era già ben noto. Si
sapeva che era solo una macchietta capace di regalare
l’Alfa Romeo ad Agnelli o la Sme a De Benedetti. I cosiddetti
“poteri forti” europei lo scelsero ma in poche settimane
scoprirono che era un bidone. E, infuriati con se stessi,
continuano a insultarlo. Non è giusto, povero
Prodi, se il maggiordomo era un pasticcione la
colpa è solo di chi lo ha assunto.
IL BENE E IL MALE
Eccolo, Romano Prodi tra i suoi "compagni"
al congresso dei DS. «C'è
chi parla con superficialità, di un'Italia
divisa tra il bene e il male.... noi non parleremmo
mai così dell'Italia», tuona dal
palco - come riferisce il Corrierone
- l'unico uomo abilitato alle primarie "fai
da te". Peccato che, sempre
sul Corriere della Sera (pag. 12 - 5 febbraio),
viene pubblicata una lettera di Gian Carlo Caselli.
Nella lettera Caselli se la prende con il senatore
Bobbio che, sempre al Corriere, aveva dichiarato:
<<il successore di Vigna non sia
Caselli, perché quest'ultimo non mi sembra presentare
le necessarie caratteristiche di imparzialità>>.
Caselli, che con il bene e il male deve avere lo
stesso rapporto che Prodi ha con le primarie, vede
nelle parole del senatore "una voglia di <<regime>>"
ed ecco spuntare la categoria del "male"...
che, come si dice, "se lo conosci lo eviti".
Ma va! ... Work in progress.
(cp, 05-02-2005)
Sequestro
Sgrena, gli integralisti non fanno distinzioni
Da Il Messaggero, articolo di Marco Guidi:
"La tentazione sarebbe quella di
dire che ci troviamo di fronte a un sequestro anomalo.
Come se esistessero sequestri normali, rapimenti
effettuati secondo le regole. Tuttavia quello
di cui è stata vittima ieri Giuliana Sgrena, inviata
del Manifesto , si distacca anche da altri sequestri
in cui sono state coinvolte delle donne, come Simona
Pari e Simona Torretta, e ricorda invece quello dell’inviata
di Libération , Florence Aubenas, di cui oggi
scade un mese esatto dal rapimento senza nessuna notizia.
...". Clicca qui per
leggere l'articolo
Glucksmann:
l'Iraq insegna il coraggio della democrazia
Da "L'Avvenire" intervista di Marina Corradi
a Glucksmann: <<Professor Glucksmann,
contro ogni previsione, e contro il terrore
degli attentati nelle strade e nei seggi elettorali,
gli iracheni sono andati a votare in una percentuale
che sfiora il 70%. Che spiegazione dà a questo
straordinario afflusso alle urne? «Non direi che
gli iracheni hanno votato malgrado le minacce di
al-Zarqawi, ma proprio a causa
di queste minacce . Quella del popolo iracheno è stata
una reazione coraggiosa, estremamente coraggiosa. Il
voto di domenica ha un significato chiarissimo: il rigetto
del terrorismo, quel terrorismo che ha fatto di tutto
per impedire le elezioni, e ha perso la sua sfida»....>>
Clicca qui per il testo dell'intervista.
E' MANIFESTO
E' possibile distinguere
in Iraq tra terrorismo e guerriglia? Per "Il Manifesto",
almeno fino ad ieri, no. Anche Al Zarqawi, infatti, per
il quotidiano comunista è il capo di un "gruppo
di guerriglia".
Leggere per credere:
<<Il gruppo della guerriglia irachena
(!!!!! ndr) che fa capo a Abu Musab al
Zarqawi minaccia di vendicare l'uccisione di 4
detenuti avvenuta durante i disordini scoppiati lunedì
a Camp Bucca, nella parte meridionale del paese, al termine,
secondo quanto riportato dai militari americani,
di una perquisizione di routine. Con una dichiarazione
su Internet, il gruppo guidato da Al Zarqawi annuncia
che attaccherà le prigioni sotto controllo americano
in Iraq: «In cosa è consistito il crimine
di questi indifesi prigionieri?», vi si legge. «Vi
puniremo, se Dio vorrà».>>
SFIGA A SINISTRA
Da "Il Manifesto", articolo di Luiciana Castellina:
"L'afflusso alle urne in Iraq - certamente
più ampio di quello inizialmente previsto
- ha riacceso un confronto sui nodi che quel conflitto
ha aperto. E' destino che la vicenda di questo disgraziato
paese finisca sempre per trovarsi in mezzo ai momenti
peggiori della vita della sinistra italiana. Fu così
nel 1991, quando il voto sulla partecipazione alla prima
guerra del Golfo spaccò il Pci che stava sciogliendosi;
torna all'odg ora, mentre la Gad sta faticosamente cercando
di nascere per presentarsi alla sfida con Berlusconi.
Per fortuna non sembra adesso destinato a lacerare i Ds:
nella sua relazione al congresso Fassino, pur con molte vaghezze
(«dobbiamo avviare», «dobbiamo discutere»:
con chi? con Allawi? con Bush?) ha tenuto ferma la
posizione assunta da Prodi e approvata da Bertinotti:
ritiro delle forze occupanti, eventuale invio di forze Onu.
...". Clicca qui per
leggere l'articolo.
MAGICO
VELTRONI
Da l'Opinione: "In campagna elettorale,
si sa, non si va tanto per il sottile. Alcune
volte però si esagera in maniera vistosa. L’antefatto:
in molti quartieri di Roma per parcheggiare si
deve pagare 1 euro l’ora. Sono esentati i “residenti”.
Il Comune di Roma, sindaco Veltroni, per fare cassa,
aveva deciso di revocare questo “beneficio”, imponendo
anche ai residenti un forfait di 36 euro l’anno.
Facili, facilissime polemiche dell’opposizione. Imbarazzo
in Campidoglio, qualche settimana di schermaglia difensiva,
dicendo che le nuove tasse erano colpa del governo
centrale che non stanziava fondi sufficienti, e
poi, da due giorni, la trionfale invasione di manifesti
su tutti i muri di Roma: “Veltroni abolisce la tassa sui
parcheggi!”. Della serie, dopo Berlusconi, anche Walter
cala le tasse. Bravo Veltroni!... già, ma chi
l’aveva messa la tassa?"
Rapita in
Irak una giornalista italiana
Dalle agenzie: Giuliana Sgrena, del Manifesto,
è stata sequestrata da uomini armati
presso l'università di Baghdad. Era
diretta con il suo interprete nella moschea sunnita
di al Kastl, nella zona dell' università di Baghdad,
dove si trova un gruppo di esuli da Falluja che la
giornalista aveva deciso di incontrare.
Secondo una prima ricostruzione è stata
sequestrata da quattro uomini armati mentre
era a bordo di una macchina vicino al ponte di Jadriyah,
nella zona centrale di Baghdad. Una volta fermata
la vettura, Giuliana Sgrena è stata trascinata
via. Il suo interprete ha riferito l' accaduto ad una pattuglia
di soldati americani.
l rapimento è stato vissuto praticamente
in diretta da un' altra giornalista italiana,
Barbara Schiavulli, a Baghdad per conto dell'
agenzia radiofonica Grt, che ha ricevuto, mentre
era in albergo, una telefonata muta: «Giuliana -
ha detto Barbara Schiavulli - era la mia compagna di
stanza. Mi ha chiamato un'ora fa mentre la stavano portando
via. Ho sentito gli spari. Ho cominciato a gridare 'Giuliana,
Giulianà, ma non mi ha risposto». «Stamattina
- aggiunge la giornalista - dovevamo uscire insieme,
ma all' ultimo momento io ci ho ripensato. Dovevamo
fare un servizio sui profughi di Falluja, in una moschea
sunnita, quindi vicino all'università
di Baghdad. Ho sentito gli spari. Ho provato
a richiamarla e ho parlato col suo traduttore. Mi ha
detto che un commando ha sparato alla macchina li
ha fatti scendere e ha preso in ostaggio la giornalista.
Il suo traduttore è adesso in mano all'esercito
americano, che lo sta interrogando».
I colleghi del Manifesto riferiscono di averla
sentita stamane: «Non sembrava ci fossero
complicazioni, stiamo verificando la veridicità
della notizia». Giuliana Sgrena da anni
segue e studia le vicende del fondamentalismo islamico
e ha seguito sul campo anche la guerra in Afghanistan.
Massima del giorno
Non sempre la prudenza è buona consigliera.
Fu la prudenza, la madre della Seconda Guerra
Mondiale.
G.P.
MOLLICHINA
Fassino sul voto del 30 gennaio: "Non possiamo
far finta che non sia successo nulla". E
chi fa finta? Quelle della sinistra sono lacrime vere.
Gianni Pardo
Scandalo Onu
"Food-for-Oil"
Ieri la commissione indipendente
d'inchiesta delle Nazioni Unite ha reso noto
un rapporto nel quale accusa l'ex responsabile del
progetto Petrolio in cambio di cibo di aver "gravemente
violato l'integrità dell'Onu". Secondo la commissione
tra il 1996 e il 2003 Benon V. Sevan, cipriota, ha
aiutato la compagnia petrolifera di proprietà di
un suo amico ad avere contratti molto favorevoli per vendere
il greggio iracheno.
Articolo del New York Times,
Clicca qui per leggere
l'articolo.
Berlusconi
vuole i Radicali alleati nella Cdl allargata
Da "L'Opinione", articolo
di Dimitri Buffa
<<"Siamo pronti ad un patto di ospitalità
elettorale, che si concretizzi alle elezioni. I
radicali sono liberali, liberisti e in futuro con
loro sono possibili intese programmatiche".
Alle 18 e 30 di ieri, in apertura del Consiglio
nazionale di Forza Italia, per il premier Silvio
Berlusconi il dado delle nuove alleanze all’interno
di una Cdl allargata era tratto. Con buona pace di Volontè
dell’Udc, di Pedrizzi di An e di mezza Lega Nord a cominciare
dal ministro delle Riforme Roberto Calderoli. Tutta gente
che vede Pannella e Bonino come il fumo agli occhi.
“Su certe questioni, la droga, la procreazione
assistita, la differenza "resta", ha ammesso
il presidente del Consiglio, "ma dobbiamo
riconoscere che le loro idee hanno piena cittadinanza;
noi siamo una vera Casa delle Libertà. Credo
che nei prossimi giorni ci inconteremo". ...
>>. Clicca qui per leggere l'articolo.
La Quercia
produce uno show senza idee.
Articolo di Aldo Torchiaro. <<Il segretario
del primo partito della sinistra italiana non
si elegge, si “proclama”, si “acclama”, si “designa”
con il lungo applauso che incorona Piero Fassino per una
seconda volta, e risuona, in quel del PalaLottomatica
così come era stato a Pesaro, all’unisono. Quello
che i 1576 delegati al congresso hanno tributato, con due
minuti di applausi, non è stato l’atto conclusivo di
una tre giorni di dibattito: è stato l’incipit dei lavori.
La prima cosa che ha stabilito un congresso che non stabilisce,
ma tutt’al più registra le decisioni prese nella
segreteria, è stata la presa d’ atto di chi e come
gestirà la Quercia nei prossimi anni. Il gruppo dirigente
dei Ds si ripresenta in blocco e garantisce da subito: non
cambieremo niente. Piero Fassino segretario chiama immediatamente
a sé “la famiglia” di sempre: infarcisce la sua relazione di
salamelecchi all’indirizzo di tutto l’establishment di via Nazionale
e “propone” Massimo D’Alema come presidente del partito. ...>>.
Clicca qui per leggere l'articolo.
CONGRESSO
DS: CI VUOLE L'ONU O CI VOGLIONO
FAR FESSI?
Oddio,
ma questi chi vogliono far fessi? Ci risiamo, dopo
Prodi, anche Fassino dal palco del Congresso propone ciò
che, come ha ricordato Cristian Rocca oggi su Il Foglio (clicca
qui per
il testo dell'articolo), è già in corso e chiede
una risoluzione che c'è già:
Eccolo il Fassino pensiero: "Si insedi
subito il nuovo parlamento. Si formi il nuovo
governo rappresentativo di tutte le diverse comunità.
Si operi perché anche quei settori di popolazione
sunnita che hanno rifiutato le elezioni si sentano
parte della
nazione irakena e si adotti una Costituzione" e quindi
"Si convochi il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e
in quella sede si decida l'avvio del ritiro delle
truppe d'occupazione e la loro eventuale sostituzione
con una forza multinazionale di pace sotto egida ONU" .
Al via i lavori
del terzo congresso dei DS
Alle 16.00 con circa un’ora
di ritardo rispetto al previsto si sono aperti
i lavori del terzo Congresso
dei Democratici di sinistra. Praticamente tutti
i 1570 delegati hanno preso posto all’interno del Palalottomatica.
A fare da colonna sonora del terzo congresso dei
DS tre brani: Il cielo è sempre più blu
di Rino Gaetano, l'Internazionale e l’Inno di Mameli.
Dopo la lettura del messaggio di auguri che il
Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi,
ha inviato all’assise diessina, la parola passa al
Presidente del Parlamento europeo, Josep Borrell.
Subito dopo la presidenza del congresso ha fornito
i risultati dei congressi di base. Alla mozione del
segretario andato il 79,1% dei voti, a quella
di Fabio Mussi il 14,56%, alla mozione di Cesare Salvi il
3,98%, a quella di Fulvia Bandoli il 2,36%.
Come da programma, dopo la proclamazione di Fassino,
il neoeletto segretario ha iniziato lo svolgimento
della sua relazione.
OPUS GAY
Da "La
Repubblica" apprendiamo che,
grazie all'articolo 19 della "famigerata"
(sic) legge Bossi-Fini sull'immigrazione (art.
19: "in nessun caso può disporsi l'espulsione
o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero
possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza,
sesso, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche,
condizioni personali o sociali, ovvero possa richiare di
essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto
dalla persecuzione"), un giovane senegalese, irregolare,
ha potuto evitare l'espulsione, perché omosessuale.
Lo ha stabilito una sentenza del giudice di pace
di Torino, che ha sottolineato come nel paese di
origine dell'immigrato l'omosessualità sia perseguita
con il carcere.
E’ bene ricordare ai Vendola nostrani che in quattro
paesi islamici gli omosessuali sono tutt'oggi sottoposti
alla pena di morte: Iran, Arabia Saudita, Mauritania
e Sudan. In altri venti paesi musulmani i rapporti
omosessuali rimangono reato, come in altri settanta
paesi, tra cui spiccano Cuba e la Cina comunista.
ELETTOROPOLI
E’ cominciata la campagna
elettorale per le regionali. Me ne sono accorto stamattina.
Con la posta, ho ricevuto una rivista patinata di 24 pagine,
a colori, inviatami dall’Ufficio relazioni con il pubblico
della Regione Emilia-Romagna.
Così ho imparato, come gli altri 4.101.324
abitanti dell’ Emilia-Romagna, che mi trovo
nel migliore dei mondi possibile (“il posto
giusto per costruire il futuro”, recita la copertina)
dove, anche se ci sono i treni normalmente in ritardo,
nessuno occupa le stazioni... e dove, anche se ci sono
le Procure della Repubblica, mai s'è visto perseguire
un reato che riguarda la pubblica amministrazione...
insomma, un Presidente e ben dodici (12!) assessori,
tutti al nostro servizio e tutti sconosciuti... (cp,
03-02-2005)
LETTERA DI MARCO
PANNELLA
Care e cari,
mentre vi
scrivo non sappiamo davvero se e come potremo
usufruire di quella "ospitalità" che abbiamo
richiesto ai due Poli, con chi e in quali condizioni.
Se arriveremo, entro
due o tre giorni, ad avere idee e acquisizioni
chiare comincerà il più difficile. Il
problema è questo: ad oggi noi siamo in condizioni di
raccogliere le firme necessarie per presentare le liste al
massimo in 6 o 7 province, sulle oltre 100. E le liste, intanto,
vanno fatte, le migliori e più "aperte" (per qualità),
e siamo più o meno a zero.
L'intera operazione,
come vi è noto, ha come condizione da parte
nostra "liste radicali ovunque", nelle 14 Regioni,
nell'ambito dell'accordo nazionale eventualmente
raggiunto. La situazione è tale che, se questa
"ospitalità" ovunque venisse accordata, rischiamo
fortemente di non poterne usufruire (e di far mancare
quindi il nostro apporto) perché... non ci siamo.
Realisticamente dobbiamo
aver costituito le oltre cento liste nostre entro
il 10-12 febbraio per poter poi su di esse raccogliere
le firme di presentazione. Dobbiamo aggiungere un
altro elemento di essenziale importanza: per la
prima volta affronteremo la prova elettorale assolutamente
senza una... lira. Negli ultimi 5 anni abbiamo partecipato
a tutte le prove elettorali attraverso posta, il cui
costo è - per ciascun invio - di miliardi di vecchie lire.
Per le europee abbiamo raggiunto il risultato (modesto,
come sappiamo) indebitandoci in modo appena sopportabile
fino al 2009, esattamente per la somma che annualmente riscuoteremo
come rimborso elettorale di qui ad allora. Ma
gli interessi passivi che dobbiamo pagare alle banche
è di notevole peso... Già oggi far fronte a
questa situazione è per noi di davvero estrema difficoltà,
e siamo determinati a non cedere.
Occorre quindi una mobilitazione
di tutte e di tutti coloro che comprendono
che senza usare il proprio apporto, per modesto
che possa sembrare, non è materialmente possibile
farcela: ABBIAMO ESTREMO BISOGNO DI RISORSE UMANE, FINANZIARIE,
ORGANIZZATIVE DA SUBITO, DAL MOMENTO STESSO IN CUI
QUESTE RIGHE VI GIUNGERANNO. Nell'area radicale, già
da settimane, non pochi che prestano la loro attività
sono in grave ritardo per riscuotere i loro modesti compensi.
Vi rivolgo quindi un
personale appello: fate tutto il possibile, di
più: il necessario. Quale sia, a ciascuno il
comprenderlo, il deciderlo, il farlo.
Non ho tempo né
modo di dedicare ora altro tempo a questo messaggio
che vi invio. Grazie per l'attenzione e per tutto....
Rispondetemi, ve ne prego, a stretto giro di e-mail.
Per ora non possiamo nemmeno affrontare la spesa di inviarlo
per posta a tutte e tutti gli iscritti e i sostenitori
dei quali non abbiamo recapiti elettronici.
Marco Pannella, Bruxelles, 2 febbraio 2005.
MODESTA
PROPOSTA
Asteniamoci dal discutere sulle cellule staminali
e prendiamo la decisione migliore: i radicali
con la CDL e la Mussolini con Diliberto.
Paolo della Sala - leguerreciviliblog
All’indomani delle
elezioni in Iraq, il centrosinistra
tenta buffi equilibrismi
Da "Il Foglio": "Franco Marini, uomo forte
della Margherita, sull’Iraq ha sempre avuto
un’opinione lontana da quella dei pacifisti
“senza se e senza ma”. L’anno scorso rifiutò di
votare la mozione del centrosinistra per il ritiro del
contingente italiano e oggi, dopo il successo del
voto in Iraq, dice chiaro e tondo che, quando torneranno
alla carica sullo stesso argomento, “li prenderemo a
pernacchie”. Intanto si apre la discussione in Parlamento
sul rifinanziamento della missione e, puntualmente,
ritorna (da Verdi, comunisti assortiti e sinistra Ds)
la richiesta di un ritiro immediato. Per loro le elezioni
non contano nulla, sono una farsa o, come dicono i Comunisti
italiani, non si sono svolte nemmeno perché sono
solo una “truffa mediatica”. Neppure il contorto ragionamento
di Alberto Asor Rosa, il quale scopre all’improvviso
che “l’ostilità al regime di Saddam era profonda”, li
induce a ragionare. Romano Prodi, di fronte a questa ennesima
divisione politica dell’opposizione, nega l’evidenza e
si rifugia nella fantapolitica. L’Onu, dice, deve mettere
in campo una forza multinazionale che sostituisca quella oggi impegnata
a combattere il terrorismo in Iraq. Intanto, sulla questione
reale, quella della missione italiana che c’è, non
su quella dell’Onu che non esiste, Prodi tace prudentemente,
per non spiacere alle opposte fazioni della sua coalizione.
Il centrosinistra ha trovato l’unità solo nel chiedere
che la discussione parlamentare sulla missione venga preceduta
da un dibattito accademico sui massimi sistemi, sulla pace
e sulla guerra, nel tentativo di sostituire la responsabilità
delle scelte con la retorica delle frasi. Così, dopo
lo scontato rifiuto della maggioranza di governo, ha potuto
unirsi nella protesta. Se non si trattasse di una questione
seria, anzi tragica – basti pensare quanto sia costata e costi
in vite umane – ci sarebbe da divertirsi di fronte all’infantilismo
da assemblea studentesca di chi pensa di aggirare un problema
politico con una mozione sull’ordine dei lavori. E’ quel
che accade a chi fatica a prendere atto della realtà,
quando non gli piace."
STORIE DI BAMBINI
E MENZOGNE
Era già successo con il bambino morto
in uno scontro a fuoco tra terroristi palestinesi
e esercito israelinano. Il bambino (nella foto)
era stato ucciso da colpi d'arma da fuoco provenienti
dalla parte palestinese... ma tutti i giornali
titolavano: "Bambino ucciso dagli isrraeliani".
In questi giorni, di nuovo i mezzi
di comunicazione, fidandosi esclusivamente delle
informazioni di parte palestinese, incolpano
gli israeliani di uccidere i bambini. Ecco
i fatti. ll 31/01/ 2005, ANSA e TG3 hanno trasmesso
come dati di fatto, fidandosi delle false accuse
da parte palestinese, che i soldati israeliani avevano
sparato ed ucciso una bambina palestinese in una scuola
a Rafah e ferito un'altra.
La pronta smentita da parte del portavoce
dell'esercito israeliano non è
stata riferita da questi organi di (dis)informazione.
Il giorno dopo, 01/02/2005, i palestinesi
hanno arrestato un arabo palestinese, sospettato
di aver ucciso la bambina e sequestrato
il suo fucile, con cui "sparava in aria" per
celebrare il suo ritorno dalla Mecca,
confermando
la versione israeliana.
Questa notizia non è stata
pubblicata dal sito ansa.it.
Così
come non è stata trasmessa dal TG3, confermando
la sensazione che questi organi
di (dis)informazione trasmettono solo, come
nelle migliori tradizioni antisemite, notizie contro
Israele.
Nonostante i palestinesi abbiano
arrestato
l'arabo che ha ucciso la bambina a Rafah,
i mezzi di comunicazione continuano ad
accusare Israele d'aver ucciso una bambina palestinese,
come ha fatto anche oggi RAI NEWS 24 nel notiziario
trasmesso su RAI 3.
Se non bastasse, il 26/01/2005 terroristi
palestinesi sparano 2 colpi di mortai sugli
insediamenti civili israeliani nel sud
della striscia di Gaza. Uno di quei 2 colpi
cade vicino ad una casa araba a Dir El Ballakh,
uccidendo una bambina araba. La propaganda filopalestinese
si affretta ad accusare i soldati israeliani.
Il portavoce dell'esercito israeliano precisa
che e' stato il colpo di mortaio dei
terroristi palestinesi
ad uccidere la bambina.
Invece, secondo RAINEWS24, "Bambina
palestinese uccisa dall' esercito Israeliano"
Anche il Corsera
e La
Repubblica danno
identica notizia. La Repubblica, successivamente
ha tolto la notizia. In nessuno dei casi
è stata pubblicata la smentita.
E questo dopo che i mezzi d'informazione
hanno riempito pagine e pagine e pianto
abbondanti lacrime, evidentemente di coccodrillo,
nella giornata della memoria!
(si ringrazia Honest Reporting Italia)
"Non sopporto
gli irsuti inquisitori che pontificano
dalle affrescate stanze curiali"
Quando stamattina nel chiudere la rassegna stampa
di Radio Radicale il Direttore Bordin ha girato
la palla ad un Marco Pannella particolarmente tonico
in collegamento da Bruxelles, gli orecchi del distratto
ascoltatore imbottigliato nel traffico già si
accingevano all’ascolto di una prevedibile omelia di
gratitudine per il fatto che oggi sia Repubblica che
Corriere
e Riformista aprano con un editoriale pro-radicali.
E invece, diavolo d’un Pannella, ci ha spiazzati
un’altra volta.
Liquidato il suddetto lieto evento con pochi
secondi di convenevoli, il Nostro (!,
ndr) ha invece ingaggiato un alleluia di un buon quarto
d’ora per celebrare l’intervista al prete-manager
Don Verzé che il Corriere pubblica oggi con il titolo
ad effetto: “Verzé: fecondazione, «Cattolici
possono dire sì»”.
Personaggio anomalo, ‘sto Verzé. Non
è il solito prete progressista “del dissenso”,
come giustamente fa notare l’intervistatore Aldo
Cazzullo, al quale il fondatore del San Raffaele aveva
già rilasciato a settembre un’intervista
scandalosamente filoberlusconiana . Quella di oggi è ancora più
sorprendente. Eccone un florilegio:
«Mi auguro che molti sacerdoti diventino
medici e biologi, e molti medici e biologi diventino
anche filosofi, umanisti e teologi: in modo
che si capisca che la verità va incontro ai liberi,
ai liberi anche da se stessi. Non amo la Chiesa proibizionista.
Amo la Chiesa illuminante. Nulla può fermare
la scienza. La libertà, come la ricerca, va
spiegata e rispettata; allora scansa il libertinismo
distruttivo, perché è accompagnata dalla responsabilità
individuale. […] Il fare può essere immorale; ma
il non fare, e subito, lo può essere più
spesso».
E ancora:
«Il mio embrione è il mio
essere: corpo, intelletto, spirito, in unum.
Guai a chi avesse toccato il mio esistere, fossi
anche cieco e talassemico; gli spaccherei la testa.
Così farebbe Pannella, se a suo tempo avessero
toccato il lui ancora pannellino. Che poi era sempre
il lui, il grande Pannella, in nuce […] I nostri
ricercatori stanno mettendo a punto una tecnica contro
la talassemia che interviene sui gameti femminili anziché
sull’embrione. Si evita così la selezione discriminatoria
degli embrioni, permettendo la fecondazione solo di
ovociti sani».
Ma per la Chiesa – incalza Cazzullo
- la fecondazione in vitro è moralmente inaccettabile.
Apriti cielo:
«La fecondazione omologa va vista
come completamento dell’atto coniugale. Non sopporto
gli irsuti inquisitori che pretendono di alzare
il lenzuolo del letto nuziale; mi pare impudico. Credo
che a suo tempo la Chiesa accetterà la fecondazione
omologa in vitro, come accetterà, almeno per
situazioni limite, la pillola contraccettiva e il preservativo.
Per farlo capire a certi proibizionisti basterebbe
che uscissero dalle affrescate stanze curiali e si intrattenessero
per un po’ nelle favelas e nei tuguri africani. […] Tutti
hanno il diritto di avere figli. Qualcuno può
rinunziarvi, come ho fatto io; ma la scelta è individuale.
Negare il diritto di avere figli è una stupidaggine contro
natura».
Crescendo wagneriano:
Non cambierebbe quindi la legge?
«Perché no? Ma non subito».
Ma un cattolico potrebbe votare sì?
«Se è un cattolico libero, avverte
la responsabilità di quel che fa, ha vera
consapevolezza di sé e del valore del suo
sé, in teoria potrebbe».
Finale col botto:
«Al banco del laboratorio lo scienziato
cammina con la sua testa. I ricercatori bisogna
accompagnarli, non giudicarli. Detesto quelle
persone che, intendendosi molto di dogmatica e di etica,
credono di intendersi anche di biologia. Che arrivano
al tavolo di una discussione delicata come quella
sull’embrione con la faccia arcigna di chi ha già
un giudizio sull’interlocutore».
Sarà stata l’oscillazione del
segnale radio in galleria, ma mi è parso
che nel commentare queste parole la voce di Pannella
rasentasse la commozione: “Don Verzé
dà voce al 90% dei cattolici che da due-tre generazioni
vive le proprie profonde convinzioni in scandaloso dissenso
dalle gerarchie vaticane… erano quattro mesi che aspettavo
questa intervista”.
Perché quattro mesi?
Perché tanto è il tempo trascorso dalla
pubblicazione del libro autobiografico
di Don Verzé, del quale Rosy Bindi, querela alla mano,
aveva prontamente chiesto al Tribunale di Milano
il ritiro dal commercio oltre a 500mila euro di danni
- e che invece Pannella, entusiasta, definisce nientemeno
che “profetico”.
A pagg. 106-109 il sacerdote veronese stila
la seguente agenda delle “cose da riformare”
nella Chiesa:
"a) celibato del clero
cattolico latino;
b) attribuzione di poteri ministeriali
a laici 'probati', donne comprese;
c) sacramenti ai divorziati;
d) uso di anticoncezionali;
e) procreazione assistita;
f) non si può sonnecchiare accontentandosi
di divieti contro una scienza biologica che
irresistibilmente corre. Il
guarire è un sacramento imperativo-cristologico;
g) coinvolgimento dei fedeli nelle scelte
gerarchiche, episcopato compreso".
«Chissà cosa starà
succedendo stasera alla Cei, presso la Segreteria
di Stato, nei corridoi del Vaticano»
si era chiesto Pannella, commentando il 27 settembre
a Radio Radicale le anticipazioni diffuse dalla stampa
sul contenuto del libro. «Don Verzè dice
cose che non si sentono da tempo, nemmeno in Europa, nemmeno
dai luterani o dai valdesi», aveva aggiunto.
E ancora: «Ci vorrebbe un Don Verzè
anche nella politica italiana, in quella comunista
e in quella laica». Che pensasse
a se stesso?
(ale tap, 02.02.05)
Massima del giorno
La coerenza, in politica, è fare costantemente
il proprio interesse.
G.P.
MOLLICHINE
Veltroni, al "Giornale": "Il comunismo per
me [giovane] era odioso e nemico". Per
questo lo sposai.
"Berlusconi non affronta le primarie per paura",
ha detto Castagnetti. Che invece non ha paura di niente.
Neppure del ridicolo.
La sinistra è contenta del voto iracheno
ma è contro la guerra. Cioè è a
favore della procreazione ma contro il sesso.
Prodi: "da oggi lavoro alla costruzione del
programma". Prima ha detto di poterne scrivere
40 in un giorno. Se ci lavora una settimana,
avremo 280 programmi.
In Iraq percentuali di voto superiori a quelle
statunitensi. Suggeriamo un commento all'<Unità>:
"Non sono ancora maturi per la democrazia".
Saddam Hussein, pur avendone il diritto,
non voterà (manca il seggio). Il semplice
porsi di questo problema fa la differenza tra democrazia
e dittatura.
L'Eurispes vede un'Italia più povera
e pessimista. Come sempre catastrofico. Al sentire
il suo nome, c'è già chi tocca
ferro.
Bertinotti dopo il voto: "ogni giorno in cui
continuiamo la guerra è un giorno in più
di insulto alla coscienza di quel Paese e un giorno
perso per costruire la pace". Ma abbiamo visto
lo stesso film?
Bertinotti: "Quello iracheno non è
un voto libero". Ah, i bei tempi di Saddam!
Gianni Pardo - 01.02.2005
Che noia.
Chiudetegli la bocca, vi prego.
Chiudetegli la bocca, vi prego. Non se ne può
più. C'è un problema di soprannumero.
Sono troppi». Daniele Scalise, giornalista
di "Prima comunicazione", redattore della rubrica
"Froci" sul "Foglio" e omosessuale, si è «rotto
i coglioni» di vedere gay ovunque.
Mentre l'omo-mondo festeggia il successo di
audience dello sceneggiato "Mio figlio",
c'è chi non si accoda alla sbornia mediatica e
si mette di traverso alla nuova tendenza. «Non
voglio fare lo snob», dice Scalise, «ma
questo pollaio pigolante mi innervosisce. C'è
chi dice che sia necessario per arrivare alla normalità.
Che questo sia l'unico modo per ottenere una legge
sulle unioni gay. Mi auguro che sia così, ma intanto
inorridisco. Anche perché il vero obiettivo dovrebbe
essere l'opposto della visibilità».
Cioè? «Rendere l'omosessualità
invisibile, assicurando ai gay gli stessi diritti
degli eterosessuali. Raggiunto questo obiettivo
sarebbe bene che dei finocchi non si parlasse più».
Eppure in tv spopolano. Fanno audience.
«Già. E può essere che Alfonso
Signorini e il telefilm "Will&Grace"
servano a qualcosa, però la maggior parte
di questi spettacoli e film a sfondo omosessuale sono
esteticamente ripugnanti. Il mio fidanzato dice
che invece di prendere gli attori dalla strada (come
faceva Pasoliní, ndr), ora li prendono nei canili».
Non le è piaciuto nemmeno il telefilm
"Mio figlio", quello con Lando Buzzanca? «Ne
ho visto un quarto d'ora e sono scappato».
E “I fantastici 5”, il programma su La7? «Ho
seguito la prima puntata e ancora rido: cinque improbabili
finocchiette che cercano di far diventare gay un etero».
Veramente vorrebbero farlo diventare trendy. «Si,
profumandolo come una prostituta, appendendo tende viola
da bordello alle finestre e piazzandogli quattro candele
in casa? Ma non scherziamo!».
Be', si dice che in fatto di moda e di
arte gli omosessuali abbiano una sensibilità
superiore. «Non c'è nulla di speciale nell'omosessualità
Basta che uno sia frocio perché diventi Michelangelo
o Nureyev? Non mi si venga a raccontare questa
balla», esclama Scalise dando sorprendentemente
ragione a Oriana Fallaci, che aveva sostenuto
proprio lo stesso concetto nel suo ultimo libro, “Oriana
Fallaci Intervista sé stessa” (Rizzoli International),
in un brano pubblicato anche nel "magazine" n. 2 del
2005.
Che gli omosessuali siano apprezzati per le
loro battaglie libertarie, almeno questo lo può
ammettere. O no? «Quelli che lottano davvero
sono una minoranza», spiega il giornalista.
«Il 99% degli omosessuali è sposato con
figli. O celibe per caso. Oppure racconta balle come
quelle di Alfonso Pecoraro Scanio».
Quali balle, scusi, il leader dei Verdi ha fatto
coming out. «Sì ma ha detto che è
bisessuale. Una balla. Come è una balla quella
di Alessandro Cecchi Paone che vuole convincere
tutti di essere mezzo gay e mezzo Alessandro Magno.
Ma facce ride. Sono tutti riflessi condizionati
con cui vorrebbero affermare che ogni tanto praticano
la fica. Di fronte a tutto questo io mi fermo. Sto
male».
Ma delle produzioni tv non si salva proprio
niente? «L'unico capolavoro della stagione»,
dice Scalise, concludendo il suo gay-zapping, «è
andato in onda su La7 il film a puntate “Angels in America”.
Dopodiché è ovvio che io sia felicissimo perché
vengono pubblicati molti libri e molte rubriche di autori
gay. Ma non so se la presenza di tutti questi froci
in tv sia positiva.
Potrebbe essere una moda passeggera senza conseguenze
pratiche o, ancora peggio, un nuovo loculo
dove vengono piazzati e dimenticati gli omosessuali.
Il punto vero però è un altro».
Quale? «Io sono per le cose belle e in giro
vedo solo mediocrità». Addirittura?
«Sì. Che noia. Quasi quasi mollo pure la
rubrica "Froci"».
Vittorio Zincone per il Corriere della
Sera magazine.
Arrestati
i due islamici prosciolti a Milano
La magistratura di Brescia ha rinnovato l’ordinanza
di custodia cautelare per terrorismo internazionale
nei confronti di Noureddine Drissi e Kamel
Hamroui. Si tratta dei due presunti estremisti
islamici per i quali il GUP di Milano, Clementina Forleo,
nei giorni scorsi aveva trasmesso gli atti a Brescia,
dichiarandosi incompetente e revocando a loro carico
la misura di custodia cautelare in relazione al terrorismo
internazionale.
Su richiesta del procuratore aggiunto di
Brescia, Roberto Di Martino, il GIP ha anche
rinnovato la custodia cautelare per favoreggiamento
dell'immigrazione clandestina. Per questo reato
i due si trovano ancora in carcere.
Con la stessa sentenza-ordinanza con cui
il GUP Forleo si dichiarava incompetente, erano
stati assolti dall'accusa di terrorismo internazionale
altri tre imputati nel processo milanese che erano,
invece, stati condannati per reati cosiddetti satellite.
La sentenza-ordinanza del GUP Forleo era stata
al centro di numerose polemiche per quella parte di
motivazione secondo cui la guerriglia, in un contesto
bellico, non è terrorismo.
corriere.it - 1° febbraio 2005
RAZZISMI E TRISTEZZE
AL FORUM SOCIALE DI PORTO
ALEGRE
(ANSA) Un boicottaggio
mondiale dei prodotti israeliani e' stato
proposto oggi al Forum Sociale Mondiale
di Porto Alegre per combattere ''l'apartheid alla
sudafricana'' che il governo di Ariel Sharon starebbe
applicando ai palestinesi.
''Con l'inizio della costruzione del muro
attorno ai territori palestinesi da parte
del governo israeliano - si legge in un documento
firmato dalle principali ong palestinesi presenti
al vertice sociale alternativo - la politica adottata
dal primo ministro Sharon in relazione alla Palestina
si e' caratterizzata definitivamente come un'apartheid
somigliante a quella praticata in Sudafrica''.
La reazione proposta a Porto Alegre e' quella
di sanzioni, boicottaggi e disinvestimenti
a danno delle imprese e delle istituzioni israeliane,
''stessi strumenti che hanno aiutato ad abbattere
il regime segregazionista di Pretoria''.
Un elenco di prodotti israeliani da boicottare e' gia'
stato collocato su internet a cura della Campagna
Palestinese Anti Apartheid. ''Una minaccia internazionale
all'equilibrio finanziario di Israele - ha affermato
Jamal Juma, a capo di questa ong palestinese - puo'
funzionare per convincere Tel Aviv ad una revisione
della politica repressiva contro di noi".
«L'Europa
si arrende a Castro»
Pubblichiamo, dal Corsera,
questo articolo di Vaclav Havel (ex presidente
della Repubblica Ceca)
"Ho un vivo ricordo delle situazioni un
po’ ridicole, leggermente temerarie e
piuttosto penose in cui si ritrovavano durante la Guerra
Fredda i diplomatici occidentali a Praga. Ogni
volta dovevano affrontare la delicata questione:
invitare o meno alle celebrazioni delle loro
ambasciate i vari firmatari di Charta 77, gli
attivisti per i diritti umani, i critici del regime
comunista, i politici destituiti, o anche gli scrittori,
i giornalisti e gli studiosi messi al bando— gente
di cui i diplomatici erano generalmente amici. A
volte noi dissidenti non eravamo invitati, ma ricevevamo
delle scuse, e a volte avevamo l’invito ma non lo accettavamo
per non complicare la vita ai nostri coraggiosi amici
diplomatici.
Oppure eravamo invitati un po’ prima nella
speranza che ce ne saremmo andati prima
dell’arrivo dei rappresentanti ufficiali, il che
a volte funzionava e a volte no. Quando non funzionava,
o i rappresentanti ufficiali se ne andavano
in segno di protesta contro la nostra presenza, o ce ne
andavamo noi in tutta fretta, o facevamo tutti finta di
non vederci o — raramente — iniziavamo a conversare gli
uni con gli altri, ed erano spesso i soli momenti di dialogo
tra il regime e l’opposizione (senza contare gli incontri
ai processi). Tutto questo succedeva quando la Cortina di
Ferro divideva l'Europa— ed il mondo—in blocchi opposti. Non ricordo
alcuna occasione in cui, a quei tempi, l'Occidente o una sua
organizzazione qualsiasi (Nato, Comunità Europea ecc.)
abbia pubblicamente emesso un appello, raccomandazione o
disposizione attestante che qualche gruppo specifico di persone
dotate di mente indipendente — o comunque vogliamo definirle—non
dovesse ricevere inviti a feste, celebrazioni e ricevimenti
diplomatici. Oggi però sta succedendo. Una tra le istituzioni
democratiche più forti e potenti del mondo—l’Unione
Europea — non si fa scrupolo nel promettere pubblicamente
alla dittatura cubana che la segregazione diplomatica sarà
restaurata. Le ambasciate della Ue all'Avana adesso redigeranno
le loro liste degli ospiti conformemente ai desideri del governo
cubano.
La scarsa lungimiranza
del primo ministro socialista spagnolo José
Zapatero ha prevalso. Proviamo ad immaginare
cosa capiterà: in ogni ambasciata europea,
qualcuno verrà incaricato di setacciare le
liste, nome per nome, e di valutare se e in che misura
le persone in questione si comportano liberamente o parlano
liberamente in pubblico, fino a che punto criticano il regime,
o semagari siano ex detenuti politici. Gli elenchi saranno
accorciati e le cancellazioni fatte, e ciò spesso implicherà
anche l’eliminazione di buoni amici personali dei diplomatici
incaricati della cernita. Difficilmente riesco
a pensare per la Ue un modo migliore per disonorare
i nobili ideali di libertà, eguaglianza e diritti
umani sposati dall' Unione — principi, invero, riaffermati
nella Carta costituzionale. Per proteggere i profitti
delle multinazionali europee nei loro alberghi all’Avana,
l’Unione smetterà d’invitare le persone di mente
aperta alle ambasciate della Ue, e capirà chi è
da escludere dall'espressione sul viso del dittatore e dei
suoi sodali. Difficile immaginare un patto più
vergognoso. I dissidenti cubani, ovviamente, faranno volentieri
a meno dei cocktail party occidentali. Questa persecuzione
graverà di certo sulla loro difficile lotta, ma naturalmente
le sopravvivranno.
La domanda è se vi sopravvivrà la Ue.
Oggi la Ue balla al suono della musica di Fidel
Castro. Questo significa che domani potrebbe
tentare di aggiudicarsi l’appalto per la costruzione
di basi missilistiche sulla costa della Repubblica
Popolare Cinese. Il giorno dopo, potrebbe permettere
che le sue decisioni sulla Cecenia siano dettate
dai consiglieri del presidente Vladimir Putin. In
seguito, per qualche ragione ignota, potrebbe condizionare
la sua assistenza all'Africa da legami fraterni coi
peggiori dittatori del continente. Dove si andrà
a finire? Col rilascio di Milosevic? Col negare il visto
all’attivista russo dei diritti umani Sergej Kovalyov? Con
le scuse a Saddam Hussein? Con l’apertura dei negoziati
di pace con Al Qaeda? È suicida per la Ue attingere
alle peggiori tradizioni politiche europee, il cui denominatore
comune è l’idea che si debba essere arrendevoli col male,
e che il modo migliore per conseguire la pace passi attraverso
l’indifferenza verso l’altrui libertà. È vero l’esatto
contrario: politiche del genere esibiscono indifferenza per la
propria libertà e preparano la via alla guerra. Sono fermamente
convinto che i nuovi membri della Ue non dimenticheranno le
proprie esperienze del totalitarismo e dell'opposizione
nonviolenta al male, e che quelle esperienze si rifletteranno
nel loro comportamento in seno agli organi europei. Ad ogni
modo, potrebbe essere questo il loro miglior contributo alle
comuni basi spirituali, morali e politiche di un’Europa unita."
Vaclav Havel (ex presidente della
Repubblica Ceca)- 31 gennaio 2005