ARCHIVIO DI FEBBRAIO 2005
Le primarie dell'Unione superate persino dalla mezza democrazia egiziana
Abbiamo finalmente capito qual era il modello istituzionale cui si ispiravano le primarie monocefale che si dovrebbero celebrare nell’Unione di centrosinistra per incoronare il candidato Romano Prodi. Si tratta, più o meno, dello stesso meccanismo che finora ha portato alla nomina del rais egiziano. Il parlamento del Cairo designava, con una maggioranza dei due terzi, il candidato presidente, che è sempre il presidente uscente. Poi si svolgeva un referendum con il quale il popolo veniva chiamato a esprimersi su un solo candidato, il quale risultava trionfalmente “eletto”, ma con un sistema che si faceva fatica a definire democratico. Ora però, anche in Egitto, qualcosa si muove. Condoleezza Rice si è molto irritata per l’arresto di un dissidente egiziano e, ancora di più, perché un vertice arabo e del G8, che si doveva tenere al Cairo il mese prossimo per discutere di democrazia, è stato annullato da Hosni Mubarak. Di fronte alle pressioni degli americani, che hanno com’è noto il pallino dell’esportazione della democrazia, Mubarak è stato indotto a proporre una modifica al meccanismo elettorale. Sarà sempre il parlamento a definire le candidature ma, per la prima volta nella storia egiziana, dai faraoni in poi, i candidati sottoposti al voto popolare saranno più d’uno. La proposta di Mubarak è stata approvata entusiasticamente dallo stesso parlamento che altrettanto entusiasticamente aveva appoggiato l’arresto di quelli che chiedevano la stessa cosa fino a una settimana prima. Ora Prodi potrebbe seguire l’esempio del rais e presentarsi alla prossima assise dell’Unione per ripetere un suo antico slogan, “competition is competition”, e per aggiungere che con un candidato solo la competizione non c’è. Può darsi che, in questo caso, l’entusiasmo non assuma i toni levantini, soprattutto tra i Ds che vedono come il fumo negli occhi la candidatura di Fausto Bertinotti. D’altra parte è un po’ difficile per chi denuncia ad ogni piè sospinto il “degrado” della democrazia, rimanere indietro persino rispetto al regime autocratico egiziano (da Il Foglio)

Million dollar baby
Vincitore di quattro premi Oscar  'Million dollar baby', ha avuto la meglio su   'The Aviator' di Martin Scorsese.

Tre modi diversi di essere studenti
Mentre dei farabutti in Italia impedivano all'ambasciatore di Israele di parlare all'Universita' di Firenze i loro amici nei territori preparavano l'attentato di stanotte a Tel Aviv.
Per il momento abbiamo cinque morti e piu' di 50 feriti alcuni dei quali molto gravi. Ragazzi, esattamente come i manigoldi di Firenze, ragazzi come i terroristi palestinesi.
Ragazzi israeliani che erano in fila per andare a ballare in un locale di fronte al mare di Tel Aviv .
Qualcuno in Italia ha voluto giustificare la vergognosa contestazione all'ambasciatore Gol, qualcuno ha addirittura osato dire che i farabutti non erano nazi-comunisti, che la sinistra e' un'altra cosa. Peccato che urlassero dentro l'Ateneo di Firenze "Palestina libera Palestina rossa" e che tutti faccciano parte di partiti della sinistra i cui leader dichiarano che Israele e' uno "stato terrorista" o  vanno in Libano per incontrare i loro amici del cuore , i terroristi Hezbollah.
Posso immaginare, data la loro completa assenza di moralita', l'urlo di soddisfazione che avra' accolto la notizia dei ragazzi assassinati in Israele dai loro maledetti amici. Posso immaginare le feste e l'esaltazione per questa ennesima strage di giovani ebrei loro coetanei.
Ieri sera, come era accaduto quattro anni fa al Dolphinarium di Tel Aviv, dei ragazzi di Israele non hanno fatto nemmeno in tempo ad entrare nel locale quando, alle 23.20, uno studente universitario palestinese  di 21 anni, Abdullah Badran, si e' fatto esplodere in mezzo a loro per ammazzarli.
Vediamo quindi tre diversi modi di essere studenti.
In Italia usano il tempo per creare comitati e cellule politiche e per impedire la democrazia.
Usano il loro tempo per fare violenza sui rappresentanti di una nazione odiata, Israele, una democrazia nel cuore del mondo fanatico arabo da loro tanto apprezzato.
Usano il loro tempo per organizzare cortei violenti inneggianti alle dittature di tutto il mondo, spaccare vetrine e bruciare cassonetti.
Manigoldi.
Nei territori palestinesi gli studenti universitari, degni compari di quelli italiani, organizzano attentati per ammazzare giovani come loro purche' ebrei e israeliani. Lo fanno da sempre e di tempo ne hanno a volonta'  tanto le Universita' nei territori sono sempre chiuse per sciopero e occupate da criminali terroristi ventenni.
Un bel futuro per la non ancora esistente Palestina.
Un  futuro  in mano a giovani assassini, fanatici pieni di odio e innamorati della violenza  e della dittature, degni figli di Arafat.
Assassini.
In Israele gli studenti universitari fanno una cosa strana: studiano.
Nella vita fanno un'altra cosa strana : difendono il loro paese dai manigoldi e dagli assassini e quando vogliono distrarsi e il venerdi sera vanno a ballare per esorcizzare le preoccupazioni e la paura  vengono raccolti a pezzi in un lago di sangue.
Sangue innocente di ragazzi che avrebbero voluto vivere in pace.
Fate festa, farabutti di Firenze, rallegratevi perche' siete cosi' idioti da non capire che quelli ad essere senza futuro siete voi con le vostre anime perse e il vostro odio.
Fate festa, bruciate bandiere, urlate "palestina libera palestina rossa" perche' non sapete fare altro nella vita e vi lasciate incantare da quelli piu' grandi e furbi di voi. Suppongo che questo assassino, Abdullah Badran, entrera' a far parte della rosa dei vostri eroi.
Io piango per i giovani di Israele che sono stati assassinati stanotte, per voi e i vostri amici assassini palestinesi solo tanto disprezzo.
Deborah Fait -
informazionecorretta

Massima del giorno
Non ci affrettiamo a denunciare i nostri difetti. Se ne occuperanno volentieri i nostri amici.
G.P.


MOLLICHINE
Unione. Una parola che normalmente indica uno stato di fatto. In politica indica invece un desiderio.

Bush: "L'idea di attaccare l'Iran è ridicola. Ma nessuna opzione è esclusa". Traduzione: io non intendo affogarti,  ma tu sta‚ lontano dall'acqua.

Alcuni studenti volevano impedire all‚ambasciatore israeliano di parlare. Forse l'avrebbero sentito meglio se avesse avuto una certa cintura e si fosse fatto esplodere.

"Liberate Giuliana Sgrena,  liberatela!" ha ingiunto Ciampi. Urge ripasso grammaticale. L'imperativo è il modo per dare gli ordini.

Il Csm ha bocciato (16 sì,  3 no e 1 astenuto) la ex legge Cirielli ("Salva Previti"). Tutto regolare,  se Csm significasse "Club sempre malevolo".

Pisanu: "Per liberare Giuliana Sgrena non lasceremo nulla d'intentato". Magari una seduta spiritica bipartisan con Prodi?

Sgrena. La tv irachena Al Sharqiya aveva parlato di "liberazione imminente". Secondo il Manifesto si trattava di "un falso allarme". Allarme?

Castelli per l'Ue: "Declassare l'italiano è un'umiliazione intollerabile". Ma per farsi capire avrebbe dovuto dire: "The down-grading of Italian is an intolerable humiliation".

Putin: "La democrazia per noi è un fatto acquisito". Acquisito e messo in archivio?

Gianni Pardo


IL PROFESSORE VOLENTEROSO e la political correctness
Massimo Gramellini, sulla Stampa, commenta con scandalo una sentenza della Cassazione (peraltro più mite di quella d'Appello) con cui un professore è stato  "condannato a una multa e al pagamento delle spese processuali" per avere cercato di "strappare il telefonino a una studentessa strafottente che si rifiutava di spegnerlo durante le lezioni". Il professore, in questo caso, è stato giudicato colpevole di tentata violenza privata, in quanto in fin dei conti quel telefonino non gliel'ha neppure tolto di mano.
Secondo il giornalista, la sentenza va contro il senso comune. E qui si potrebbe aggiungere che un giurista, ammesso che osasse discutere l'opinione della Cassazione, avrebbe potuto dire che l'azione del professore non rientrava nell'<abuso dei mezzi di correzione e di disciplina>, art.571 del codice penale, come forse il caso andava più rettamente inquadrato, e dunque essa non era punibile. Ma il punto sostanziale risiede altrove.
La scuola è un estensione della famiglia e della sua azione educativa. Ecco perché tutti si aspettano dai docenti atteggiamenti non meramente amministrativi o tecnici, ma sensibili, umani e pieni di buona volontà: ben al di là dell'insegnamento puro e semplice. Si vuole insomma che i docenti siano quasi dei genitori e abbiano un'attività in linea con la patria potestà. I docenti, da parte loro, essendo del tutto digiuni di diritto, intendono la loro professione a tal punto in linea con questi precetti che, se s'indignano, hanno tendenza a dare uno scappellotto all'allievo esattamente come farebbero col proprio figlio. Anzi, proprio in base a questo sentimento: "In questo caso darei uno schiaffo a mio figlio, che è carne della mia carne, e devo lasciarla passare liscia a costui?"
La conseguenza di tutto questo è che fin troppo spesso finiscono sui giornali, per violenze o altro, quei docenti che più ingenuamente e appassionatamente cercano di fare il proprio lavoro. Magari avranno qualche fragilità psichica: ma nessuno può chiedere ad una maestra elementare d'avere il sistema nervoso d'acciaio d'un incursore della Marina.

Un professore più solido e meglio informato, nel caso del telefonino, non si sarebbe alzato dalla cattedra. Avrebbe detto freddamente alla ragazza: "S'accomodi fuori". Anzi, l'avrebbe mandata dal Preside con un rapporto sul registro. Non si sarebbe scomodato, avrebbe dato una lezione all'intera classe e non sarebbe finito dinanzi al giudice.
Viviamo tuttavia in un tempo in cui anche le autorità, a volte, si alleano con chi va contro la legge. Perché questo ordina la political correctness. Se un cittadino ingiungesse ad Commissario di polizia di obbedire alla legge e rimuovere un blocco stradale d'origine sindacale (in flagranza d'un grave reato), e non ottenendolo lo denunciasse alla magistratura, forse si vedrebbe condannare lui stesso per calunnia. Il blocco stradale, che manderebbe in galera per anni - da due a dodici - i tre o quattro che lo facessero senza avallo politico, diviene lecito quando a commetterlo sono centinaia di persone. Ma così va il mondo da oltre mezzo secolo.
Un professore fece rapporto ad alcuni maturandi che, non temendo più la bocciatura, disturbavano la lezione. Nello spirito di cui sopra, il Preside, per motivi politici, decise di non sostenerlo. E non prese nessun provvedimento. Il professore, che insolitamente disponeva di cultura giuridica, a questo punto non si scompose: dal giorno dopo, in classe, si mise a leggere un libro per i fatti suoi. Da principio gli studenti fecero festa. Poi videro che la cosa si prolungava e cominciarono a preoccuparsi per gli esami di fine d'anno. Finì che tutti insieme, loro e il Preside, andarono dal professore a chiedergli scusa e a pregarlo di riprendere il suo lavoro. Questi infatti aveva dalla sua un'arma imbattibile: "Sono stato disturbato; il Preside, titolare delle sanzioni disciplinari, non mi ha sostenuto; sono nell'impossibilità d'insegnare: dunque non insegno". Nel nostro Paese il diritto di fare il proprio lavoro a volte ha questo prezzo.
Si può solo sentire pietà per i tanti professori che sbagliano per eccesso di buona volontà. Bisognerebbe insegnargli che, in un mondo in cui i genitori sono contro i più normali mezzi di coercizione e di disciplina, l'essenziale è arrivare in orario e promuovere tutti, anche se sono dei perfetti asini. In questo caso si sarà amati dai Direttori Didattici, dai Presidi, dai Provveditori agli Studi, dai Ministri e, soprattutto, dagli studenti e dalle loro famiglie.
Gianni Pardo, 26 febbraio 2005

PRODI EXPORT
Romano Prodi ha scritto una pagina intera sul Corriere per spiegare che l'articolo 11 della nostra Costituzione costituisce "un rifiuto fermo e assoluto" alla guerra. Solo che non è vero. "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli". Le dittature, va da sé, offendono la libertà dei popoli. Fare una guerra a una dittatura significa difendere la libertà di quei popoli oppressi, non offenderla. E' ovvio, no? Ed è anche scritto in italiano. Essendo stati liberati da un intervento armato, ovviamente i costituenti non avrebbero mai potuto escludere le ragioni di una guerra contro una dittatura.
Prodi ha anche scritto che "l'Onu è, nella quasi generalità dei casi, l'unica istituzione dalla quale può legittimamente derivare l'approvazione della comunità internazionale".
La "quasi generalità" è un modo di dire per escludere la guerra che il governo dell'Ulivo fece alla Serbia per evitare, preventivamente, che si consumasse un genocidio in Kosovo. Una guerra giustificata dalle fosse comuni, che poi non sono mai state trovate. Una guerra geostrategica contro un dittatore che nel bel mezzo dell'Europa impediva l'allargamento della Nato e dell'Unione europea. Una guerra che ha avuto l'effetto domino dell'esportazione della democrazia. Una guerra senza l'Onu (anzi senza nemmeno una risoluzione dell'Onu). Ricorda qualcosa?
Prodi dice di averla fatta lui, da Bruxelles, l'esportazione. Una barzelletta, visto che tutti sanno che dobbiamo la democrazia in Europa dell'est alla guerra fredda vinta da Ronald Reagan, con l'aiuto del Papa. Allora lo schieramento che oggi sostiene Prodi stava coscientemente, o di fatto, con quelli che volevano esportare la dittatura, non la democrazia. (da Camillo, il blog di Christian Rocca)

«Furio Colombo, un uomo per tutte le stagioni»
Senza che per questo lo si possa confrontare con Tommaso Moro, anche Furio Colombo potrebbe essere definito un uomo per tutte le stagioni. Esplicitamente e sinceramente amico di Israele all’epoca del suo mandato di direttore dell’ Istituto Culturale di New York, amico di Israele ai tempi del suo mandato parlamentare, Colombo ha poi diretto per alcuni anni uno degli organi di stampa di più marcata ed incandescente avversione nei confronti di Israele che rispecchia e modella l’ opinione di larga parte del partito del quale esso è portavoce ufficiale; ed ora, in coincidenza con la sua sostituzione alla guida di quel giornale, Colombo ha scoperto che negli anni della sua direzione quel quotidiano e quel partito sono stati ingiusti ed ottusi nel giudicare il governo Sharon, che sta conducendo Israele verso una difficile pace con il recalcitrante vicino palestinese. Bentornato fra gli amici di un tempo, Furio Colombo!
Tutto ciò potrebbe rimanere poco interessante per noi osservatori esterni se non innescasse una nostra riflessione sull’insieme di cui questa vicenda è parte e sintomo.
Popper ci aiuta in questo tentativo di comprensione, quando sintetizza la differenza fra estremisti e riformisti nel loro diverso approccio alla realtà: i primi la vogliono cambiare tutta e subito, ma soprattutto vogliono il tutto o il nulla, mentre i secondi seguono la via faticosa e tortuosa dei cambiamenti graduali del mondo, al termine dei quali si intravede quel cambiamento globale e radicale che somiglia a quanto avrebbero voluto gli estremisti, incapaci invece di avvicinarvisi.
Così è la sinistra di casa nostra: eternamente divisa sui metodi, idealista ma incapace di trasformare i suoi nobili voli pindarici in pragmatiche iniziative sociali o politiche; e la sua versione estremista tende a prevalere, non certo numericamente ma nella funzione di indirizzo ideologico, contaminando con una certa sua congenita incapacità di capire e gestire la realtà (Popper) anche le altre componenti.

Applichiamo questa analisi alla visione che di Israele, dei suoi governi, della sua linea politica, dei suoi problemi ha la sinistra in generale. Vedremo che gli amici di Israele, quanti a sinistra ne comprendono il dramma e ne condividono almeno nella sostanza le scelte, ci sono e sono anche molti: ma sono intimiditi, messi a tacere, emarginati nel dibattito interno e poco visibili dall’esterno. Chi urla più forte, chi di fatto determina il tono della discussione, è la sinistra radicale, un conglomerato di individui, gruppi, partiti, movimenti che nell’essere contro il sanguinario Israele, contro il demone Sharon, contro una pace di compromesso trovano il loro coagulante.
Cerchiamo nella cronaca più recente una dimostrazione di questo assunto. A Firenze un gruppo di sciagurati studenti di Scienze Politiche - chi scrive si è laureato in Scienze Politiche nel glorioso Istituto Cesare Alfieri che ora sperabilmente arrossisce di vergogna – impedisce all’ambasciatore di Israele, invitato, di prendere la parola, come già era successo non molto tempo fa a Pisa. Ma poi qualcuno ritiene di poter affermare che quella contestazione è fascista e non può essere definita di sinistra: come se anche a sinistra non esistesse, ed in forma particolarmente evidente proprio quando si tratta di Israele, quella profonda voragine culturale e nemica delle libertà (al plurale: di pensiero, di parola, di scelta) che oramai abbiamo accettato di definire semplicisticamente come fascista, ma che più correttamente dovrebbe essere etichettata come oscurantista.
La sinistra nobile, quella con radicate tradizioni di libertà, quella che è sicuramente maggioritaria, deve subire in un sofferto silenzio: si avvicinano elezioni, bisogna battere l’ avversario, ogni voto è utile – anche a costo di perdere in dignità.
Ma torniamo ad Israele. Da questo atteggiamento ostinatamente negativo, accecato dall’ideologia ed incapace di una analisi critica, scaturisce talvolta l’antisemitismo, che è cosa ben diversa dalla critica per quanto aspra; più volte lo abbiamo denunciato come un male oscuro di una certa sinistra, ma fortunatamente non di tutta la sinistra. Abbiamo letto che è in corso un dibattito autocritico in quella parte della sinistra che, facendo capo al PCI ed ai sindacati ad esso legati, tollerò per incapacità di comprendere e di agire il terrorismo brigatista che covava nei suoi anfratti. Le Brigate Rosse hanno ucciso molte persone innocenti, ma hanno perso. L’ antisemitismo non ha ucciso, anche se non è meno doloroso e devastante, e perderà anch’ esso: ma non per merito della sinistra, che ne scopre gli orrori, e scopre di averne consentito l’espandersi, quando è troppo tardi. (da informazionecorretta)

CREDENTE
Ma Fausto Bertinotti e' ateo? "Sarei cosi' prudente da evitare una risposta conchiusa. Se me lo avesse chiesto a 20 oppure a 30 anni, avrei risposto senza esitazione: si'. Oggi, pur non essendo credente, eviterei risposte cosi' definitive. Non e' il segno di chi ha oggi un'incertezza, ma di chi non vuole negarsi la ricerca".
Cosi' il segretario di Rifondazione comunista a Panorama.


BUON GIORNO, MARCO
Uno si sveglia, si stiracchia, poi,  trascinandosi,  s'infila sotto la  doccia.  In radio il  mitico Bordin ha già iniziato la rassegna stampa. Dopo un poco, finita la doccia e anche la rassegna stampa, mentre ci si insapona  per farsi la barba,  arriva, in voce, Marco Pannella. La trasmissione è un poco disturbata...:  "Sto partendo... frushhh..  sono all'aereoporto...frushhh",  sembra Radio Londra che annuncia lo sbarco in Normandia:  "Servono tempo, denaro, generosità e fiducia", questa frase è ripetuta una, due,  tre volte. E ancora: "religione delle libertà, religione delle libertà, religione delle libertà". E poi: "C'è un'aggiunta per il Vaticano: 'so-do-mia...' Anzi no, sbagliavo: 'si-mo-nia, si-mo-nia si-mo-mia...'". Il rasoio rimane a mezz'aria: "Non sono impazzito sono davvero pazzo... Sono Marco che vi augura buon giorno, buona lotta, buona fiducia in voi stesssi...". Buon giorno anche a te,  Marco.  
(cp. 24-02-2005)

L'ACME E IL POSSIBILE TRACOLLO DEL TERRORISMO
Un pugno sul naso fa male. Due pugni anche di più ed il violento può dunque pensare che, aumentando le dosi, si aumentino gli effetti. Tuttavia, la storia a volte dimostra il contrario. Può avvenire che, inanellando vittorie su vittorie, alla fine si giunga al disastro. È la parabola di Alessandro, di Napoleone, di Hitler. Ha maggiori probabilità di duratura vittoria chi, anche attraverso i successi militari, cerca la pace: il miglior esempio, in questo campo, è quello di Ottaviano Augusto.
Scendendo da questi grandi esempi a vicende più umili e più recenti, chi ha vissuto la stagione del terrorismo, in Italia, ricorda come le Brigate Rosse sembrassero imbattibili ed invulnerabili. Non si identificava nessuno, non si arrestava nessuno e intanto la litania degli ammazzati sembrava infinita. Proprio non s'intravedeva la luce, in fondo al tunnel. La cosa sembrò toccare il fondo, irreversibile, col sequestro di Moro e l'assassinio a freddo della numerosa scorta. Ma proprio qui si verificò il fenomeno di cui si diceva prima: il più grande e più sanguinoso "successo" dei brigatisti divenne per loro l'inizio della fine. O perché l'orrore aveva toccato il suo punto più alto, o perché i politici cominciarono finalmente ad avere paura personalmente, si cambiò atteggiamento0 sia politicamente si giuridicamente. Lo Stato divenne più risoluto e varò anche la legislazione che premiava gli eventuali pentiti. Certo è che, nel giro di qualche anno, il terrorismo italiano divenne un ricordo.
Qualcosa di analogo avvenne con l'attacco alle Twin Towers di New York.  Il terrorismo musulmano esisteva da decenni, con decine di migliaia di morti. Basti pensare all'annoso macello algerino e allo stillicidio di morti in Israele. Tuttavia il mondo sembrava sopportare questa peste, senza speranza. Come nel caso delle molte vittime delle Br, non si reagiva, ci si dichiarava impotenti dinanzi ad un fenomeno apparentemente inarrestabile. Per questo bin Laden e gli altri hanno forse pensato che, se un pugno faceva male anche al mendicante, una serie di pugni al principe, in questo caso gli Stati Uniti, avrebbe avuto un effetto devastante e vincente. Ma si sbagliavano. A tirare la coda al drago si rischia d‚esserne inceneriti.
Gli Stati Uniti, per fare un esempio, non avevano avuto nessun interesse a proteggere il governo algerino e i civili di quell‚infelice paese da una seria assurda di macabri sgozzamenti. Ché anzi, se se ne fossero interessati, sarebbero stati accusati da tutti d'interventismo imperiale. Ma quando sono stati colpiti personalmente, sulla base d'una reazione che in tutte le legislazioni ha fatto nascere l'esimente della legittima difesa, hanno deciso di colpire sempre e dovunque i loro nemici. Per giunta, anche i loro possibili nemici. Il giorno dopo l'11 settembre 2001 arabi e musulmani hanno esultato, nelle piazze, ma quanti di loro potevano immaginare che di lì a qualche mese i Taliban, padroni d'un paese poverissimo e perduto nel mezzo dell'Asia, sarebbero stati attaccati dagli Stati Uniti, sarebbero stati rovesciati, e il loro paese sarebbe diventato una pedina degli americani? Ancora meno si poteva immaginare che questa catena di reazioni avrebbe condotto a spodestare Saddam Hussein, non per le armi di distruzione di massa, di cui troppo e a sproposito s'è parlato, da tutte le parti, ma per cambiare completamente la mappa politica della regione. E questo mentre i terroristi, in oltre quattro anni, non riuscivano a mettere a segno nessun grande attentato, in America.
Gli Stati Uniti hanno ottenuto successi non solo militari ma anche politici. Il loro atteggiamento ha del tutto cancellato il sentimento d'impunità che ogni rogue state (stato canaglia) poteva coltivare all'interno dei suoi confini. Oggi gli Stati Uniti passano il tempo a ripetere che non intendono invadere né la Corea del Nord né l'Iran, ma il fatto che debbano dirlo significa che tutti l'ipotizzano e lo temono. E questo è già un risultato di proporzioni impressionanti.

Una seconda traccia del mutato atteggiamento degli Stati Uniti è la situazione in Palestina. Finché il terrorismo è stato "affare degli altri", gli Stati Uniti hanno cercato la pace con le offerte e gli accordi. Quando  è divenuto "affar loro", hanno abbandonato ogni forma di tolleranza nei confronti dei terroristi e ogni forma di sostegno ad Arafat, di cui s'è finalmente ammesso che era un ostacolo sulla via della pace. Hanno dato via libera a Sharon sia per difendere Israele con la barriera sia con gli omicidi mirati di capi terroristi, finché, alla morte di Arafat, anche da parte palestinese si è giunti in tutta fretta alla  ricerca d'una forma di convivenza pacifica. I palestinesi hanno capito che gli Stati Uniti non li sostengono più come un tempo Clinton sostenne Arafat, e che Israele è divenuto ogni giorno più invulnerabile e ogni giorno più capace di sopprimere a domicilio chi attenta alla sua sicurezza. La politica della carota clintoniana fallì, il bastone di Bush e Sharon ha fatto miracoli.
In totale l'attentato dell'11 settembre 2001, che sembrava annunciare l'alba d'una sanguinosa riscossa araba, ha costituito l'acme del terrorismo e insieme l'inizio del suo tramonto. È ovvio che, soprattutto se l'esperimento democratico irakeno riesce, il tempo lavora contro i terroristi. La stessa crudeltà con cui cercano d'impedire una vita normale e libera, in Iraq, perfino sacrificando con attacchi suicidi i loro uomini, dimostra quanto essi temano la riuscita di questo esperimento. Quanto essi temano l'eventuale effetto domino nella regione. L'Afghanistan era lontano da tutto, spopolato e insignificante, una democrazia che confini con la Turchia, la Siria, la Giordania, l'Arabia Saudita, il Kuwait, l'Iran sarebbe un esempio di valore dirompente. Il livello inaudito di terrorismo forse indica il livello inaudito di pericolo percepito dagli integralisti islamici. E corrispondentemente le dimensioni d'un eventuale successo della democrazia.
È troppo presto per dirlo. Ma se l'avventura afgana e irakena dovesse produrre questi effetti positivi, bisognerebbe dire grazie a bin Laden. Gli Stati Uniti non avrebbero dato inizio alla guerra al terrorismo, nel mondo, se non si fossero sentiti essi stessi in pericolo: ma di un'eventuale vittoria sul terrorismo beneficerebbe tutto il mondo civile e pacifico.
Gianni Pardo 24 febbraio 2005

ARRAFATTI
Grave episodio di contestazione a Firenze nei confronti dell'ambasciatore di Israele in Italia, Ehud Gol, invitato a tenere una lezione sul Medio Oriente alla facoltà di giurisprudenza dell'ateneo fiorentino.
Studenti inneggianti alla Palestina hanno esposto uno striscione e bandiere palestinesi interrompendo la lezione, e gridando slogan e  ingiurie all'indirizzo del premier Sharon e contro Israele.
Agenti della Digos hanno allontanato gli studenti contestatori, alcuni dei quali hanno opposto resistenza.  "È scandaloso -ha detto l'ambasciatore di Israele Ehud Gol- che un gruppo di ignoranti fascisti non mi permetta di parlare. Sono degli ignoranti che non sanno nulla nè di Israele, nè della Palestina, nè della situazione in Medio Oriente"


Il presidente e la marijuana
George W. Bush ha ammesso di aver fatto uso di marijuana, ma ha aggiunto di non averlo mai detto pubblicamente per non dare un cattivo esempio ai figli. L'ammissione è stata fatta durante un colloquio privato con un suo amico Doug Wead, ex esponente dello staff di Bush senior. Wead ha registrato la conversazione all'insaputa dal presidente e il nastro è stato mandato in onda dalla rete Abc e pubblicato dal New York Times.

Alzatevi in piedi e applaudite Israele
La Knesset ha votato il disimpegno da Gaza.
Sono stati liberati 500 prigionieri e altri 400 seguiranno nonostante le proteste dei parenti delle vittime del terrorismo. Erano tutti in silenzio davanti alle prigioni con le fotografie dei loro cari morti  tra le mani. Non una parola, solo quelle fotografie e le lacrime che scendevano  lungo il viso.
Israele deve dimostrare buona volonta', come sempre, solo che questo non e‚ solo buona volonta‚ e‚ il dramma, e‚ chiedere il nostro sangue e ferire le nostre anime, e‚ pretendere da Israele cose che mai a nessun altro paese e‚ stato richiesto  e che nessun paese del mondo avrebbe mai accettato.
Israele mette in gioco la propria esistenza e Sharon la propria vita  non per una certezza di pace ma per una semplice speranza.
Siamo preoccupati, abbiamo paura perche' non sappiamo se tutto questo ci permettera' di fare una vita diversa. Molti israeliani sono ottimisti e fiduciosi, altri sono molto scettici ma solo il futuro dira' chi aveva ragione. L'unica  cosa certa e' che gli arabi non ci lasceranno mai in pace e che non c'e' altra soluzione al di fuori della guerra fino alla fine di uno dei due  o tentare la pace a costo di terribili sacrifici.  17 ministri contro 5 hanno scelto.   Mentre noi viviamo la nostra tragedia nazionale con una tensione incredibile non sapendo dove ci portera' tutta questa generosita' nei confronti di chi non ha mai pensato ad altro che a distruggerci, cerchiamo di distrarci osservando   quello che accade fuori di qui.  
In Italia ballano e cantano per la liberazione di Giuliana Sgrena portando striscioni incomprensibili del tipo "liberate la pace".  Cosa significa "liberate la pace"?
Per i manifestanti significa lasciare l'Iraq in mano alla "resistenza", cioe' ai tagliatori di gole.  La pace non si libera, si conquista con fatica e con dolore, spesso attraverso la guerra.   Slogans cosi' stupidi, grondanti luoghi comuni, sdolcinati e mielosi se li possono permettere soltanto quelli che non sanno cosa siano  guerra e terrorismo che poi sono gli stessi che al Parlamento europeo difendono a spada tratta la Siria, l'Iran e che rifiutano di considerare terroristi i terroristi.
Gli stessi che fanno sapere al mondo islamico di essere a sua disposizione.
Mentre nel Vecchio Mondo annegano nella melassa dei luoghi comuni e  i politici europei parlano, parlano, parlano e dicono stupidaggini, Israele sa trovare la forza e il coraggio  di reagire a quattro anni e mezzo da incubo e entro settembre la Striscia di Gaza sara' judenrein.
Cosa direbbe il mondo se Israele chiedesse la par condicio e facesse uscire dal Paese altrettanti arabi? Inutile chiederselo, la risposta la sappiamo.  E nei territori? Cosa succede nei territori?  Sono contenti?  No , vogliono di piu‚, non gli basta, non gli bastera‚ mai.
Stanno preparando un paese decente?
Macche‚, anziche' varare le riforme promesse da anni hanno appena  ufficializzato la pena di morte.  Le condanne a morte ci sono sempre state  durante la dittatura di Arafat ma nessuno ne parlava in un' Europa sempre solidale  coi crimini palestinesi.
Tutti zitti, muti, mai una critica all'amichetto Arafat, guardavano dall'altra parte. Avvenivano fucilazioni senza processi , cadaveri e non ancora cadaveri legati alle macchine e trascinati in giro per le citta', cadaveri appesi per i piedi e presi a coltellate dai  "pacifici" cittadini palestinesi.
L'Italia del "liberate la pace" non vedeva niente, viveva in un sonno profondo, un letargo da cui usciva solo  per condannare Israele e per manifestare con le bandiere palestinesi, poi di nuovo a nanna.
A questo punto farei  un invito a quegli italiani  che hanno saputo solo insultarci e condannarci,  che hanno sempre espresso la loro simpatia a chi voleva la nostra morte.
A quelli che hanno saputo disprezzarci .
A coloro che urlavano "a morte".
A  quei politici e a quei giornalisti che hanno usato le loro parole e le loro penne per spargere veleno e per demonizzarci:
Alzatevi in piedi, giu' il cappello  e applaudite Israele.

Deborah Fait -
informazionecorretta

Massima del giorno
Il tempo passa e non lascia tracce. Un po‚ come quelle tombe romane o cartaginesi che è impensabile puzzino.
G.P.


MOLLICHINE
Dal 16 febbraio è in vigore il protocollo di Kyoto. Sarà scrupolosamente applicato da tutti quei paesi che non devono far nulla per applicarlo.

Bush: John Negroponte dovrà "colpire i terroristi prima che ci colpiscano". Una dichiarazione da cui pare Al Zarqawi sia rimasto molto copito.

Iraq: in tre giorni 29 morti per vari attentati. Due righe in cronaca. L'inflazione,  nel campo del delitto,  si chiama assuefazione.

"L'Ecofin: si‚ al piano italiano di stabilità". Suggeriamo un titolo all‚Unità: "Un'altra figuraccia internazionale dell'Italia".

L'Ecofin dà il via alla procedura per deficit eccessivo (5,5) contro la Grecia. Il deficit è molto grande. E la Grecia è molto più piccola di Francia e Germania.

Scrive Ferrara: "perfino Furio Colombo si è accorto che era Arafat,  l'ostacolo al negoziato". Come,  "perfino"? Se un uomo di sinistra s'accorge d'un errore prima che siano passati vent'anni è un genio.

Il premio "è giornalismo",  come riferisce in una cronaca osannante Luigi La Spina,  è stato attribuito a Barbara Spinelli da una giuria composta da Enzo Biagi,  Giorgio Bocca,  Curzio Maltese,  Gianni Riotta e Gian Antonio Stella. Come mai una simile giuria non l'ha assegnato,  che so,  a Vittorio Feltri?

Allerta dei servizi segreti: "via dall'Iraq i giornalisti italiani". Soprattutto quelli che non hanno l'abilità di lavorare dal balcone del Palestine.

Radicali vicini all'intesa con l'Unione. Pannella,  da liberale e liberista diviene socialdemocratico e statalista. Sic transit.

Cinzia Banelli. "Mi sono pentita per mio figlio". È l'Italia. Anche i Br tengono famiglia.

Ingroia e Prestipino restano pm nel processo contro il prefetto Mori e il tenente De Caprio. Il ruolo del cattivo,  dopo quello del protagonista,  resta sempre il più ambito.

Abu Moussa, segretario della Lega araba: "Presto la Siria ritirerà le truppe dal Libano". Quanto avremmo preferito un preciso "fra due anni"!

Gianni Pardo


IL PUNTO DI VISTA DEI POSTERI
Berlusconi fu un imprenditore che, dal'oggi al domani - o più esattamente in un paio di mesi - fondò un partito politico, vinse le elezioni e divenne Primo Ministro. Se si considerano i tempi, fece molto più in fretta di Napoleone. Per questo fu inevitabilmente destinato ad essere un mito. Positivo o negativo è da vedere.
Berlusconi, nato piccolo borghese e divenuto stramiliardario, conquistò il governo per meno d'un anno, nel 1994. In seguito dovette scontare sei anni d'opposizione. Riuscì tuttavia a tornare al potere e, questa volta, per un'intera legislatura. Come non era mai successo nell'Italia repubblicana: e il mito ne uscì ancora ingrandito.

Una delle conseguenze della leggenda fu che la gente gli attribuì tutti i poteri possibili. Dal momento che era ricchissimo, dal momento che era il capo del partito più forte e dal momento che era Capo del Governo, che cosa c'era che non potesse fare? Si dimenticava che l'Italia era una Repubblica, e non una dittatura e che in essa il Primo Ministro aveva meno poteri che in tutti gli altri grandi paesi democratici. Berlusconi non poteva mandar via un ministro, non poteva sciogliere le camere, dipendeva in tutto e per tutto dal suo partito, dagli alleati, dalle leggi. Se gli fosse venuto l'uzzolo di scendere in strada e prendere un autobus, non aveva il potere per intimare all'autista di farlo salire fuori dalla sua fermata. Dicevano che possedeva tre televisioni private ed era il padrone sostanziale delle tre reti pubbliche: di fatto compariva in esse molto meno di altri e i comici (tutti), pur accusandolo di cose fantastiche, non l'accusavano d'avere chiesto ad un singolo giornalista di dir bene di lui o modificare qualcosa.
Ovviamente, questo non esclude che avesse un potere immenso. Nel suo partito, tutti sapevano che, cadendo in disgrazia, avrebbero potuto considerare conclusa la loro carriera politica. Ma questo potere non si estendeva ai partiti alleati e ai loro rappresentanti. L'uomo che "poteva tutto" passava il suo tempo a mediare fra i membri della sua coalizione. A mettere pace, a rappezzare gli strappi che si producevano or qui or là, a difendersi dagli attacchi di amici e nemici e perfino, dopo tutto questo, a governare il paese. Aveva magari la più grande influenza ma in Italia nessuno, neppure lui, poteva decidere qualcosa d'importante obbligando gli altri a seguirlo. Probabilmente questa era la conseguenza della volontà dei costituenti, scottati dalla dittatura di Mussolini, ma è certo che Berlusconi non aveva tutto il potere che molti suoi sostenitori (e soprattutto tutti i suoi critici) pensavano avesse. L'azione del governo dipendeva da lui ma anche da tutta la sua coalizione ed dalla congiuntura internazionale. La quale congiuntura, unita ai disastri naturali che colpirono l'Italia nel suo tempo, fu tanto negativa che qualcuno con acredine arrivò a dire che "Berlusconi porta sfiga".
Napoleone ci mise più tempo di Berlusconi, per conquistare il potere: ma infine lo conquistò, il potere. Mentre Berlusconi conquistò soltanto la carica di Primo Ministro. Cosa che in Italia era molto lontana dal potere.
Le leggende e i miti non sono il miglior modo di studiare la storia. Storicamente Berlusconi va giudicato con moderazione. Se fece male, non tutta la colpa fu sua; se fece bene non tutto il merito fu suo.
Gianni Pardo, 13 febbraio 2005

In Irak s'è fatto meglio.
Il quarto referendum della storia spagnola dalla fine della dittatura si è chiuso con una netta vittoria del sì alla costituzione europea (76,73% contro il 17,24% di no). Ma c'è anche stata la partecipazione più bassa mai registrata in una consultazione popolare, ha votato solo il 43%.  In Irak s'è fatto meglio!
Articolo de El Pais


In testa un Kyoto fisso
<<Farà freddissimo. No, caldissimo. Fa niente: è il carnevale del Protocollo sui gas nocivi, in vigore  dal 16 febbraio. Ecco  quanto ci costa e a cosa non serve. >>  
Riccardo Cascioli per Il Domenicale, clicca qui per leggere l'articolo.


Prodi non incanta i consiglieri di George Bush
Avrà ragione Paolo Franchi che, sul “Corriere della Sera”, dà fiducia alla “svolta” filo-americana di Romano Prodi? O coglierà nel segno Antonio Polito che, dalle colonne del “Riformista”, mette in guardia dalla deriva social-gollista del leader dell’Unione? L’ottimismo di Franchi si poggia di certo su un legittimo auspicio, ma anche su basi tutt’altro che solide. Un amichevole “welcome Mr. President”, in calce ad un articolo su “Repubblica”, è troppo poco per arruolare il Professore tra gli amici di Bush. Soprattutto dopo il voto contrario alla missione italiana in Irak, fortemente voluto proprio da Prodi. L’analisi del direttore del “Riformista” invece trova molti più riscontri nella realtà. Secondo Polito sbagliano coloro che credono che l’Unione non abbia una politica estera o che questa sia il tallone d’Achille della coalizione. Prodi non solo ha in mente una strategia ben definita, ma proprio la politica estera dovrà rappresentare nei suoi piani uno dei cavalli di battaglia per la prossima campagna elettorale. Il prodiano “riportiamo l’Italia in Europa”, non è uno slogan così per dire. E’ l’indice di una precisa volontà di riallineare Roma all’asse Parigi-Berlino. Il dialogo con gli Usa, certo dovrà riprendere: ne è convinto anche Prodi. Ma in una chiave decisamente antagonistica. Insomma come scrive Polito, “niente è più alternativo al berlusconismo della politica estera di Prodi”. Quel che teme però Polito è che le idee di Prodi siano perfettamente chiare all’amministrazione americana. Tanto chiare che, alla fine, Bush finirà per essere “il più forte alleato di Berlusconi” alle prossime elezioni politiche. Il direttore del “Riformista”, attento osservatore delle cose americane, sa bene che (per la prima volta dopo tanti anni di disinteresse più o meno marcato) a Washington si sono fatti un’idea molto precisa della situazione politica in Italia. La teoria è semplice e rimbalza con inusuale frequenza in tutti gli ambienti che in qualche modo influenzano la visione del presidente: “Se a Roma ci fosse stato un governo diverso – dicono - l’Italia non si sarebbe rivelata quell’alleato fedele che è stato”. Lo ripetono nei colloqui informali molti tra i consiglieri al dipartimento di Stato, lo spiegano nei corsi di relazioni internazionali all’università professori come Shalini Venturelli dell’American University di Washington, lo scrivono ripetutamente nelle loro note i ricercatori dei think-tank conservatori più autorevoli come John Hulsman della Heritage Foundation. Molti degli appunti che sono piovuti sulla scrivania del presidente Usa alla vigilia del suo viaggio in Europa mettono in guardia Bush dal rinascere della vecchia leadership franco-tedesca impostata su una concezione dell’Europa come contropotere globale rispetto agli Stati Uniti. E sottolineano il pericolo che, con un cambio di maggioranza, anche l’Italia si riunisca a quell’asse. Particolare non del tutto gradito al presidente.
Cristina Missiroli per l'Opinione


Europa, attenta la Pace dipende soltanto da noi.
"Oggi l'America e l'Europa possono far imboccare alla Storia la strada della speranza. Cogliere questo momento richiede realismo",  così il presidente George W. Bush ieri a Bruxelles.
Clicca qui per il testo completo del discorso di Bush.


DON LUIGI GIUSSANI
Luigi Giussani era nato nel 1922 a Desio, un paese nei dintorni di Milano. Giovanissimo, Giussani è entrato nel seminario diocesano di Milano, proseguendo gli studi e infine completandoli presso la Facoltà teologica di Venegono sotto la guida di maestri come Gaetano Corti, Giovanni Colombo, Carlo Colombo e Carlo Figini. Ordinato sacerdote, don Giussani si dedica all'insegnamento presso lo stesso seminario di Venegono. In quegli anni si specializza nello studio della teologia orientale (specie sugli slavofili), della teologia protestante americana e nell'approfondimento della motivazione razionale dell’adesione alla fede e alla Chiesa. A metà degli anni Cinquanta lascia l'insegnamento in seminario per quello nelle scuole medie superiori. Per dieci anni, dal 1954 al 1964, insegna al Liceo classico «Berchet» di Milano. Dal 1964 al 1990 terrà la cattedra di Introduzione alla Teologia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In più di un’occasione viene inviato dai superiori negli Stati Uniti per periodi di studio. È stato creato Monsignore da Giovanni Paolo II nel 1983 con il titolo di Prelato d'onore di Sua Santità.
Ma la storia di Giussani è soprattutto la storia di Comunione e Libarazione,  di cui il sacerdote milanese è stato il fondatore ma anche l'anima. Tutto ha inizio negli anni Cinquanta, quando Giussani intuisce la necessità di ricostruire una presenza cristiana in ambito studentesco. All’epoca il «Gius» insegnava alla facoltà teologica di Venegono (Varese), ma ben presto decise di dedicarsi solamente all’insegnamento della religione nella scuola. L’esperienza di un piccolo gruppo di studenti del liceo classico Berchet di Milano, che si riuniva attorno a lui, darà vita a Gioventù Studentesca. Era l'inizio di quello che con gli anni diventerà Cl, con circa 48 mila membri della Fraternità in 64 paesi del mondo. L'allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, incoraggiò fortemente Giussani a proseguire l’avventura. Ben presto Gioventù Studentesca si diffuse in altre città italiane e dopo il Sessantotto cominciò a coinvolgere universitari e adulti. Cl nel 1960 ricevette il riconoscimento canonico dall'abate ordinario di Montecassino mentre i primi gruppi di fraternità si costituiscono nella seconda metà degli anni Settanta per iniziativa di ex universitari che desiderano approfondire l'appartenenza alla Chiesa. Il Vaticano, per volere di Giovanni Paolo II che ha sempre creduto nella forza dei movimenti, riconoscerà la Fraternità di Comunione e Liberazione nel 1982. Col tempo i gruppi appartenenti alla Fraternità diedero vita ad opere culturali e caritative. Un vero e proprio arcipelago a cominciare dalla Compagnia delle Opere, con sedi in Italia e all'estero; dal Banco Alimentare che fornisce vitto quotidiano a mezzo milione di poveri in Italia; il Banco Farmaceutico ma anche centri di solidarietà per aiutare carcerati, disoccupati e famiglie bisognose. E poi il Meeting di Rimini, kermesse politico-culturale di fine estate.

A VOLTE RITORNANO
Ricordate Pino Arlacchi,? 
Massì, quel   vice segretario generale delle Nazioni Unite che, al tempo dei taleban, pensò bene di risolvere il problema della droga prodotta in Afganistan finanziando con milioni di dollari i taleban che con quei soldi avrebbero dovuto sostituire le coltivazioni di oppio con quelle di frumento e patate. Ricordate? E ricordate com'è andata a finire? Con i soldi del signor Arlacchi i taleban, invece di intervenire sui campi di papavero, si comprarono le armi...
Bene, oggi  Pino Arlacchi, che deve essere furbisssimo ma monotono,  ci riprova. Intervistato dall'Unità  (clicca qui per il testo dell'intervista) il nostro eroe propone che l'Italia "ritiri il contingente militare - dall'Irak, ndr - e decida che la cifra che viene spesa annualmente per la missione dei nostri soldati in Iraq - una cifra enorme, che si aggira attorno ai 200 milioni euro - venga messa a disposizione del governo iracheno per la formazione della polizia irachena». Capito l'antifona?   (cp, 18-02-2005)

L'UNIONE FA LA PORCA
Causa troppi candidati rinviate le primarie dell’Unione (ex Ulivo)  all’autunno 2005. Se tutto va bene, gli iracheni avranno un governo prima che il centrosinistra abbia scelto un leader.

Bagdad aderisce alla Corte penale internazionale
La commissione elettorale irachena ha ufficializzato ieri la composizione del nuovo parlamento di Baghdad, a maggioranza sciita. Subito dopo il primo ministro iracheno ad interim Iyad Allawi con un decreto legge ha deciso di far aderire il paese allo statuto di Roma che, nel 1998, istituì la Corte penale internazionale (Cpi). La Cpi è il primo tribunale permanente incaricato di perseguire crimini di guerra, crimini contro l‚umanità e genocidi in tutto il mondo. Leggi l'articolo di Le Monde.

I POLITICI DISONESTI
La maggior parte delle persone reputa che i politici siano in larga maggioranza disonesti. Ha ragione? Forse sì. Ma non nel senso che pensa.
Il politico è qualcuno che appartiene ad un partito. Questo implica che, nella maggior parte dei casi, avrà opinioni in linea con quel partito. Ma implica anche che, nei casi in cui ciò non dovesse verificarsi, sarà lo stesso obbligato a seguire la linea ufficiale. Se richiesto, dovrà addirittura sostenere pubblicamente un'opinione che è opposta alla sua. È onesto, questo? La risposta ovvia è no: ma non è detto che sia la migliore. Infatti, se i partiti non fossero disciplinati, non peserebbero molto. Chi fa politica è un po‚ come se avesse venduto l'anima al diavolo e alcuni principi normali si ribaltano. Il politico onesto non è colui che segue la propria coscienza; è colui che, anche nel segreto dell'urna, vota come gli ha ordinato di fare il suo partito. Il "franco tiratore", in particolare non è un eroe, soprattutto perché non è disposto a pagare per la propria opinione: è un solo un traditore.
Al di fuori delle aule parlamentari i rimproveri che si fanno ai politici sono soprattutto questi tre: sono bugiardi, non hanno scrupoli e rubano.
Per il primo punto, si avrebbe voglia di rispondere: il popolo imputet sibi, se la prenda con se stesso. Se, da sempre, vuole sentirsi dire certe cose, e se, da sempre, segue i demagoghi e li vota, come può pretendere che i politici gli dicano la verità?
Gli scrupoli, viceversa, sono un lusso, soprattutto in un ambiente spietato. Dinanzi ad una soglia il cavaliere dice alla dama: "La prego, dopo di lei". Ma in caso d'incendio tutti, incluso quel cavaliere, si precipitano verso l'uscita per uscire per primi, a costo di calpestare qualcuno ed uccidere i più deboli. L'interesse personale, quando è forte, fa dimenticare tutto. E del resto la massa dei cittadini è severissima solo quando parla dei comportamenti altrui. Non c'è custode della morale sessuale più arcigna della signora che non ha ancora fatto le corna al marito. Viceversa, quando si è implicati personalmente le cose cambiano. Tutti scoprono mille impensate giustificazioni e mille distinguo; tutti cercano scorciatoie e raccomandazioni; provano ad evadere le tasse; mentono spudoratamente ogni volta che gli conviene: proprio non si capisce con quale coraggio non vorrebbero perdonare nulla ai politici. Non è giusto crocifiggerli sui principi che proclamano, visto che anche i cittadini quei principi li proclamano e non li applicano.

Al di là di questo, la gente non ha idea di che cosa siano il bilancio dello Stato, la strategia internazionale, i rapporti di forza, la macroeconomia, la ragion di Stato e mille altri fattori importanti senza i quali è impossibile sapere che cosa fare. Viceversa tutti sono capaci di decidere, nel loro tinello, con la bocca piena, senza conoscere nemmeno la storia e la geografia che si studiano alle medie, chi ha fatto bene e chi ha fatto male, quale politico va bene e quale è cretino. La gente li giudica come giudicherebbe il proprio vicino di casa, sulla base di argomentazioni peggio che rozze e d'una ipocrita morale piccolo borghese che avrebbe fatto venire un coccolone a Machiavelli. 
La politica internazionale, in particolare, non è affare da educande. È un campo in cui, per millenni, tradimenti ed assassini sono stati all'ordine del giorno. La gente dimentica che se i politici, per obbedire agli ideali più alti, non facessero l'interesse del Paese, nessuno glielo perdonerebbe. Parlando al futuro si chiedono ideali ma parlando al passato si pretendono risultati. I politici, secondo i moralisti, dovrebbero vincere anche con un braccio legato dietro la schiena ma se perdono non sarà certo la loro onestà a salvarli. Molti decenni non hanno ancora spento le risate provocate dall‚ingenuità di Chamberlain, a Monaco, nel 1938: e tuttavia, sul momento, tutti l'applaudirono fino a scorticarsi le mani.

Infine il denaro. I politici più di altri hanno l'occasione di rubare e dunque avrebbero diritto di condannarli tutti coloro che hanno avuto l'occasione di rubare e non ne hanno approfittato. Questo - si può esserne sicuri - ridurrebbe grandemente il numero dei giudici.
In secondo luogo, per molto tempo tutti i partiti si sono sostenuti con le tangenti. Di esse non hanno approfittato solo i partiti lontani dal potere, dunque prevalentemente per mancanza d'occasione: i radicali e, in misura minore, i missini. E che dire di tutti gli altri? Che forse sono meno colpevoli di quanto non si pensi. Come poteva il politico non commettere concussioni in serie, se da esse dipendevano siano le finanze del partito che la sua stessa sopravvivenza politica? Il furto era istituzionalizzato e costituivo un preciso, ineludibile dovere di chiunque accettava d'essere messo in un posto in cui poteva rubare. Come stupirsi infine se, educato in questa scuola di latrocinio, qualche politico (ed è un miracolo che si parli di qualche politico), abbia rubato anche pro domo sua? È giusto condannarlo, certamente, ma non è lecito meravigliarsi del suo comportamento.
Infine c'è stata la stagione di Mani Pulite. Sarebbe bello essere autorizzati a reputare che l'Italia abbia finalmente scoperto il marcio ed abbia avuto una reazione d'indignazione. Purtroppo non è stato così. Se i giudici avessero sempre obbedito alle leggi avrebbero agito molto tempo prima, nei decenni precedenti. Nel momento stesso in cui questo sistema della corruzione e del peculato andava avanti alla grande ed era noto a tutti, da sempre. Ma i Procuratori della Repubblica sembravano vivere nel Paese delle Meraviglie. Tanto inverosimili dovevano apparire loro le denunce che le archiviavano in massa. Chissà, forse erano delle anime candide, incapaci di concepirlo, il male, e a fortiori di perseguirlo.
La magistratura negli anni di Mani Pulite non ha indagato e condannato in obbedienza alla legge. L'ha fatto conformemente alla legge, ma non obbedendo alla legge. Coloro che dovrebbero essere i custodi istituzionali di quel "minimo etico" che alcuni credono costituisca il nocciolo del diritto si sono mossi solo quando il clima politico, o peggio gli interessi della loro fazione, gliel'hanno chiesto.
La conclusione è che la questione dell'onestà dei politici è inutile e stucchevole. Quello che importa non è la loro onestà ma la positività della loro azione. Se un emerito disonesto fosse riuscito, mettendosi in tasca l'equivalente di cento milioni di euro, a tenere l'Italia fuori dalla Seconda Guerra Mondiale, non avrebbe forse meritato l'eterna gratitudine degli italiani, a preferenza dell'integerrimo Benito Mussolini?
Gianni Pardo, 18 febbraio 2005


"Quando va in onda l'appello della Sgrena, per la prima volta un vero telegiornale sull'Iraq"
Basta il titolo dell'articolo di Furio Colombo (madam Verdurin), pubblicato oggi da L'Unità,  per capire di che pasta è fatto l'uomo.
Quanto alla sua morale, alla distinzione  tra il giusto e l'ingiusto, il bene e il male, il lecito e l'illecito, be', quella  non vale il
capolavoro di  Duchamp. (cp, 17-02-2005)

ITALIENI
L'Unione prodiana (ex Ulivo) ha votato no al rifinanziamento della missione di pace in Iraq. Insomma, lasciate che gli sgozzatori facciano il loro porco mestiere, in pace.
 Anche  negli Stati Uniti si è votato per il rifinanziamento,  ma le cose sono andate diversamente. Kerry,  l'icona dell'Ulivo ai tempi delle elezioni presidenziali americane, ha appoggiato le proposte del governo Bush.
Dunque,  Kerry, nei fatti, si è  ricordato che in politica estera prima di essere all'opposizione è  americano;  quelli dell'Unione prodiana (ex Ulivo), nei fatti,   in politica estera si sentono più all'opposizione che italiani.
(cp, 17-02-2005)

Massima del giorno
La gratitudine, in campo storico e politico, è troppo spesso postuma.
G.P.


MOLLICHINE
Castelli criticato per aver detto che ora Ciampi dovrà in ogni caso firmare la riforma della giustizia. L'infame osa ripetere ciò che dice la Costituzione.

Arresti di mafiosi,  volevano approfittare del Ponte sullo stretto di Messina. Ma, allora, veramente si farà!

Prodi: "Non bisogna dare alla lettera di K.Annan un significato opposto a quello che ha". Ma perché non ci dice il vero senso?

Autobombe in Iraq,  in Israele,  in Libano. Accidenti,  invecchiamo. Pensare che siamo nati quando le automobili servivano per viaggiare.

Pare che Massimo D'Alema abbia proposto per scherzo di spedire Fausto Bertinotti in Iraq. Pare (pare) che Bertinotti abbia proposto per scherzo di spedire D'Alema all'inferno.

Panebianco,  sul Corriere,  ha scritto che "è difficile piegare i più acerrimi nemici dei radicali". Quasi quanto distinguere un aggettivo normale da un superlativo.

Secondo Prodi "la minoranza della Fed che ha votato in maniera difforme durante l'assemblea" è solo un "rametto" dell'Ulivo. Fed? Ulivo? Ma non si chiamava Unione?

Gianni Pardo


 SPERIAMO DI AVERE FORTUNA
Sono andata a visitare il Giardino dell'Eden dei bambini di Sderot e ne sono uscita sconvolta,  piena di ammirazione e di rabbia.
La mia ammirazione va a chi lo ha realizzato, alla delicatezza, all'attenzione, alla sensibilita' che sono serviti per creare questo piccolo pezzo di mondo senza paure e senza incubi.
All'esterno un grande giardino, tanti alberi da frutto dai cui rami  pendono cestini di paglia pieni di fiori, tutto intorno fontanelle zampillanti, grandi gabbie  di coniglietti con panchine e seggiolini per i bambini, vialetti di pietre bianche, luci colorate che diffondono colori strani e misteriosi tra i tronchi degli alberi dove sembra di veder spuntare folletti sorridenti.
Il rumore rasserenante dell'acqua  sui ciottoli.
All'interno grandi ambienti pieni di luci soffuse, vasche di sabbia , spostando la sabbia colle mani si disegnano strisce di luci diverse , rosse, verdi, gialle sistemate magicamente sotto le vasche.
Da questa stanza si entra in un ambiente il cui pavimento e' fatto di materassi ad acqua dove i bambini si tuffano, si sdraiano e parlano  dopo aver fatto la jacuzzi e i massaggi rilassanti in stanze da bagno calde e profumate .
Un sogno , un sogno artificiale per coccolarli, per consolarli delle paure che vivono nel loro ambiente naturale quando piovono i missili e quando sentono il rumore delle bombe vicino a casa. Un sogno che e' servito a rasserenare bambini che sentivano di autobus che esplodevano e che la notte bagnavano il letto per la paura o che non mangiavano fino a quando il papa', i fratelli, le sorelle  soldato non tornavano a casa .
Israele tutto, paese nato dall'amore e dal sogno, poteva essere un Giardino dell'Eden.
I primi sionisti hanno lavorato, dissodato, sudato sangue sulla sabbia,  sulle pietre e nelle paludi  sperando di  creare un paradiso ma  il sogno e' stato brutalmente distrutto dalla violenza e dall'odio.
"Lavorate con noi " aveva invocato Ben Gurion.
Invece hanno sparato contro di noi.
La loro parola d'ordine e' sempre stata "ammazza un ebreo e andrai in paradiso"
Israele e' stato attaccato dagli arabi e demonizzato dagli occidentali, messo con le spalle al muro, accusato di nefandezze mai commesse, di aver rubato terre di altri.
Terre comprate, terre deserte e desolate , terre conquistate ma mai rubate eppure in occidente era questa la menzogna cui tutti hanno bovinamente creduto.

Dopo quasi 60 anni di dolore  Israele coraggiosamente e ancora una volta rinuncia a territori in cambio della pace desiderata  e decide di trasportare i suoi cittadini via dalle case dove vivono da quattro generazioni.
Sempre il solito leitmotiv che vale solo per Israele, unico paese al mondo che deve dare terra in cambio di pace e non pace in cambio di pace.
Israele non e' in colpa, tutto quello che e' successo dal 48 in poi, tutta la tragedia, l'hanno voluta e l'hanno imposta gli arabi col loro odio e l'ossessione di distruggere una democrazia nascente nel bel mezzo di un mondo teocratico di fanatici simpatizzanti del nazismo.
Non e' stato Israele a rifiutare il piano di spartizione dell'ONU, non e' stato Israele a iniziare le guerre. Non e' Israele che ha scritto nella sua dichiarazione di Indipendenza che gli arabi palestinesi debbano essere gettati a mare e annientati.
Non e' Israele a linciare i palestinesi, ne' e' Israele che fa saltare autobus nei territori palestinesi.
Israele  ha sempre teso la mano, sdegnosamente rifiutata dal nemico, Israele ha sempre concesso territori, inutilmente, Israele ha sempre liberato prigionieri , usati poi per il terrorismo.
Israele ha firmato trattati di tregua e persino di pace, sempre disattesi.
Mentre Israele sperava nella pace  gli altri organizzavano una lunga e atroce guerra. 
Eppure, incredibilmente e immoralmente,  e' Israele che deve continuare a fare concessioni, Il governo  liberera' 900 detenuti palestinesi e ritirera' le proprie truppe da cinque città della Cisgiordania (Gerico, Tulkarem, Betlemme, Qalquilya e Ramallah).
In luglio avra' inizio l'esodo da Gaza.

In cambio ai palestinesi si chiede semplicemente di non ammazzarci, di non venire a farsi esplodere in mezzo ai nostri figli. Gli si chiede quindi di non fare le bestie feroci. Che sforzo! 
E' vero che dalla morte di Arafat le cose sono cambiate radicalmente, sembra un altro mondo, ringraziamoli,  Abu Mazen promette varie cose anche se non ha la forza di portarle a termine, ringraziamo pure lui. Dopo il summit di Sharm sono stati fatti dei passi avanti verso una vera e propria tregua, niente kamikaze, bonta' loro,  ma chi deve fare concessioni dolorose e' sempre Israele a causa del mito infame che la Palestina e' dei palestinesi.

Deborah Fait - informazionecorretta

BERTINOTTI AVREBBE OBBEDITO?
Lucia Annunziata, in un articolo della "Stampa" sostiene che, in occasione del rifinanziamento della missione italiana in Iraq, l'opposizione avrebbe dovuto astenersi o, ancora meglio, votare sì: la sinistra ha perso un'occasione. Il titolo del suo articolo tuttavia è "Una doppia occasione mancata": perché a suo parere in questo caso ha sbagliato anche la maggioranza. "Quel governo ha chiesto con calore e urgenza al centrosinistra di ripensare alla sua posizione: ma cosa ha davvero fatto per ottenerne il consenso?"
Il problema che lei non si è posto è però un altro: siamo sicuri che al governo convenisse cooptare l'opposizione, in questo voto?
L'Unione avrebbe potuto votare sì sostenendo che la situazione è cambiata. La guerra era sbagliata e una vera sinistra s'oppone a qualunque guerra: tuttavia, avrebbe potuto aggiungere, come diceva don Abbondio se un cristiano ha ricevuto un pugno sul naso neanche il Papa glielo può levare. Nello stesso modo, dal momento che la guerra è finita e dal momento che l'Iraq in concreto s'avvia alla normalizzazione, è bene aiutare gli iracheni nel loro cammino verso la democrazia. "La guerra fa parte del passato e votiamo sì": ecco che cos'era nel suo interesse dell'Unione dire. Essa stessa doveva capirlo. Senza che nessuno glielo spiegasse alla lavagna o l'allettasse in tutti i modi.
Invece, votando no, che cosa ha ottenuto? Ha offerto a Berlusconi e soci il destro di dire: avete visto? Non c'è più la guerra; in Iraq c'è un evidente problema d'ordine pubblico; c'è un evidente anelito democratico; le nostre truppe sono in quel paese ad esplicita richiesta dell‚Onu e d'un governo più o meno legittimato dal voto popolare, e questi che decidono? Votano ancora no. Ancora e sempre no. Sapete perché? Perché sono antiamericani viscerali; perché qualunque cosa proponga Berlusconi loro devono dire di no; perché così è piaciuto a Bertinotti, la cui credibilità come governante dell'Italia tutti sono in grado di giudicare. Perché, insomma, non hanno cultura di governo.
Perché mai il centro-destra avrebbe dovuto cercare di sedurre, con spiegazioni e blandizie varie, l'Unione? Dei suoi voti il governo non aveva alcun bisogno. Chi dunque ha ricavato un vantaggio, dal voto negativo del centro-sinistra?
Il quesito è così serio che non ci si può esimere dallo sforzo di capire. Probabilmente l'Unione s'è appiattita su Bertinotti perché, mentre la Margherita e i Ds vogliono andare al governo, e per questo sono disposti ad ingoiare un rospo enorme, non è detto che altrettanto sarebbero disposti a fare i Comunisti Italiani, i Verdi e Bertinotti. Obbligando tutti gli alleati al no s'è dimostrato che l'Unione è una vera Unione, tanto che, per vera disciplina di coalizione, molti hanno votato diversamente da come gli dettava la coscienza e il buon senso. Ma è stato un affare?
Se in seguito tutti fossero disposti a sacrificare le loro personali convinzioni per obbedire a ciò che ha stabilito la  maggioranza della coalizione, sarebbe non un affare ma l'affare del secolo. Il frazionismo è stato da sempre il punto debole della sinistra ed ora lo si sarebbe superato. Il punto è che stavolta ha ceduto la parte più accomodante, non la parte più "dura"; quella che vuol vincere ad ogni costo le elezioni, non quella che a suo tempo fece cadere Prodi. E poi non si è ceduto su qualcosa d'ininfluente nella politica italiana. Sarebbe la stessa cosa, il giorno in cui fosse in gioco un serio interesse dei Ds o della Margherita? Quel giorno, Bertinotti, che nella coalizione è minoritario, preferirebbe l'unità della sinistra o l'interesse del suo partito, essenzialmente "di testimonianza comunista"? Già oggi ci si può chiedere: se il centro-sinistra avesse deciso di votare a favore del finanziamento della missione italiana in Iraq, Bertinotti avrebbe obbedito?

Si può temere che sia adatto ai moderati della sinistra ciò che qualcuno disse a Chamberlain, dopo Monaco: "Avete voluto la pace al prezzo del disonore, ma avrete il disonore e la guerra".
Gianni Pardo, 16 febbraio 2005


Voto sull'Iraq: la politica del nonsense e quella del buon senso
Da Il Riformista: Quel che è successo ieri al Senato è molto semplice: l’opposizione vuole la fine della missione italiana in Iraq e il governo vuole confermarla per tutto il tempo necessario. No, un momento, ha spiegato D’Alema a La Repubblica con una presa di posizione preventiva: non vogliamo finanziare le truppe, ma questo non significa che debbono rientrare subito. Nel frattempo, ha ironizzato Marini, mangeranno i pesci del Tigri. Ma, si sa, la politique politicienne non obbedisce alla logica formale, bensì a una dialettica tutta sua, che potremmo definire para-hegeliana. Consapevole che non c’è logica in questa follia, un gruppo di parlamentari della Fed che chiameremo «i magnifici 39», si è distinto chiedendo un odg per l’astensione. Gli intrepidi sono stati respinti, hanno insistito. Hanno votato nella Fed. Ma il loro voto (ecco la perfidia para-hegeliana) non sarà lo stesso che esprimeranno nelle aule parlamentari, perché hanno deciso di sottomettersi volentieri alla superiore disciplina politica. Berlusconi ha preso la palla al balzo, è arrivato in Senato e ha invitato i dissidenti del centrosinistra a distinguersi davvero, votando sì in Parlamento. Orrenda manovra? Pura strumentalizzazione? E’ così per l’academia para- hegeliana. Certo non lo è per chi ancora ragiona con le categorie della logica formale. Intendiamoci, bene ha fatto Marini a promuovere il distinguo. E benissimo ha fatto Rutelli ad appoggiarlo, sia pur sull’onda di una irrefrenabile irritazione. Noi che non abbiamo mai smesso di invitare l’opposizione a giocare in campo aperto, a non fare catenaccio per paura di Bertinotti, a non offrire il destro a Berlusconi perché si presenti come il leader del buon senso contro i leader del nonsense, non possiamo che apprezzare il distinguo dei riformisti. Ma chi tra gli elettori capisce tutti gli zigzag, le contorsioni ulcerose, i rotolamenti epilettici, gli avvitamenti udineschi? Sì è sì, no è no. Motivati, spiegati, fondati, ma chiari. Quanto a Berlusconi, non è certo la sua grandezza di statista che lo tiene a galla. Ieri gli è stata alzata la palla, e lui si è limitato a mettere la mano per schiacciarla oltre la rete.

Prodi, il pifferaio dell’arcobaleno
Da Il Foglio: Il discorso di Berlusconi in Senato era ieri impeccabile, con l’Onu e tutto il resto perfettamente a posto, le elezioni con la buona partecipazione al voto, il calendario costituzionale, il ruolo di pacificazione delle truppe nostre e della coalizione, la richiesta di non abbandonare il paese da parte delle sue autorità legittime, troppa grazia Sant’Antonio. La nomenclatura di centro sinistra sa bene che le cose stanno precisamente così, e Fassino o D’Alema o Rutelli da premier avrebbero fatto un identico discorso, senza alternative. Prodi ha invece imposto, per il bene mitico dell’unità della sua alleanza, la rinuncia alla politica estera, una posizione demagogica di mera compiacenza verso Rifondazione comunista e gli altri gruppi pacifisti organici, a prezzo di una devastante perdita di credibilità come forza di governo. I diessini l’hanno coperto, per presunto realismo elettorale, mentre i due maggiori leader della Margherita hanno cercato e ottenuto una distinzione nel voto interno alla Federazione riformista, proponendo l’astensione al Senato e coagulando una minoranza consistente che voterà “no” al rifinanziamento della missione italiana a Nassiriyah solo per disciplina di gruppo. A parte l’Unione, che sembra la caricatura di una manifestazione pacifista arrivata in ritardo, guidata da uno stanco pifferaio dell’arcobaleno, tutto il resto nel mondo si muove. E’ vero che ci vorrà del tempo a sanare la contesa transatlantica sull’Iraq, e come ricorda Fred Hiatt Bush ha usato 27 volte la parola “libertà” nel suo discorso, mentre Schroeder a Monaco l’ha impiegata zero volte. Ma sebbene stabilità, realismo, cautela e molta paura siano ancora le linee dirimenti della cultura politica europea del dopo 11 settembre, ed è comprensibile che sia così, qualcosa sta cambiando. Alla guida del cambiamento c’è proprio la congiuntura interna irachena. Il Washington Post osservava ieri che il risultato del voto di 8 milioni e mezzo di iracheni “è più favorevole a una politica di ricostruzione della nazione di quanto ci si sarebbe aspettato” e che “le paure di chi prevedeva un regime filo-iraniano fondato sul fanatismo religioso sembrano infondate”. Soprattutto, il grande giornale liberal di Washington affermava che, “sebbene la maggioranza degli iracheni sia a disagio per l’occupazione americana e straniera, i sunniti sono praticamente soli nel chiedere il ritiro delle truppe”. Se fossero accontentati, conclude il giornale, coloro che preferiscono la guerra civile alle elezioni “avrebbero la strada spianata”. Che Prodi ragioni come un sunnita ex baathista, vabbè, sarà la Gruber a fargli da portavoce; ma che i professionisti politici della sinistra italiana debbano andargli dietro, compresa una minoranza vigile e cosciente, questo è un mistero poco gaudioso.

Il Cavaliere «anticomunista» piace al popolo degli indecisi
Articolo di Renato Mannheimer, Corriere della Sera
<<
A poche settimane dalle elezioni regionali - evento cruciale, anche in vista delle politiche dell’anno prossimo - Berlusconi ha improvvisamente mutato registro comunicativo. Fino a dicembre i suoi messaggi erano connotati dalla concretezza, dalla sottolineatura delle «cose fatte» e delle «promesse mantenute», prima fra tutte la riduzione della pressione fiscale. Da qualche tempo, invece, il focus della comunicazione è (ri)diventato ideologico, volto spesso a ricordare il «peccato originale» che caratterizzerebbe le forze di opposizione: l’inguaribile voglia di instaurare un regime comunista. Cambiamento non casuale. Da sempre il Cavaliere studia accuratamente la sua strategia comunicativa: nulla - dalla semplice battuta alla più complessa dichiarazione - è mai stato improvvisato, anche se talvolta sembrava tale. Per questo, molti osservatori si sono sorpresi della riproposizione di tematiche che essi ritenevano obsolete e, di conseguenza, scarsamente efficaci. Il che, però, è vero solo in parte. Effettivamente, la «minaccia del comunismo» non è considerata tale dalla maggioranza degli italiani. Solo poco più del 10% (con un lieve incremento al crescere dell’età) intravede un vero pericolo per il Paese. E una percentuale simile (quasi metà dell’elettorato del Prc e poco più di un quinto dei votanti ds) lo reputa al contrario un’opportunità. Anzi, adottando un’ottica di possibili minacce, è relativamente più diffuso (anche in questo caso da parte di una netta minoranza) il timore del fascismo. Ma, nonostante la sua scarsa popolarità, l’anticomunismo costituisce un argomento valido per segmenti non trascurabili di elettorato. Sia in quanto tale (un quarto dei votanti per il centrodestra reputa comunque il comunismo un pericolo attuale), sia, specialmente, per ciò che evoca. Berlusconi, in particolare, si richiama alla sfera degli interessi economici. Rivolgendosi agli elettori già conquistati con il «contratto» del 2001. E oggi in larga misura indecisi, non completamente convinti del mantenimento delle promesse di allora, malgrado i recenti provvedimenti. Il Cavaliere tenta di persuadere costoro che un eventuale successo del centrosinistra - che potrebbe realizzarsi anche grazie ai loro consensi - peggiorerebbe ulteriormente la loro situazione. Non tanto con una« «vera» instaurazione del comunismo (che serve solo come spettro evocativo) quanto, assai più concretamente, con la possibile lesione di interessi attuali. E’ una tecnica comunicativa che l’opposizione non dovrebbe sottovalutare. Specie se accompagnata da nuove promesse di sgravi fiscali per i prossimi mesi. Non è forse un caso che il consenso per Berlusconi sia aumentato significativamente proprio nelle ultime settimane. >>

Formigoni, complotti e barili di petrolio
Articolo di Paolo Pillitteri per L'Opinione
<<La bomba Oil for Food esplosa sotto il Pirellone è alla stadio giornalistico, non è neppure nuova e rientra in quel tipo di giornalismo investigativo anglo-italiano che a volta anticipa a volte accompagna ed orienta ben precise inchieste penali, soprattutto quelle contro i potenti della politica. Non contiene neppure la notitia criminis perché esclude che Formigoni sia indagato. E allora? Allora c'è che “Il Sole 24 Ore” di De Bortoli che l'ha lanciata a freddo, un po' come fece Mieli nel 1994 col suo "Corsera" con l'avviso di garanzia al premier in prima pagina, non è un giornale qualsiasi, ma della Confindustria, (in)direttamente di quel Luca Cordero di Montezemolo antagonista del Cavaliere, non simpatizzante, per via dell'Alfa Romeo dimenticata, di Roberto Formigoni. Recitano i gossip intorno al governatore: tremate, tremate, De Bortoli e Mieli son tornati! Un complotto, come gridano non pochi amici di CL, dall'on. Lupi a Maurizio Bernardo contro colui che, oggettivamente rappresenta il simbolo della potenza quasi imbattibile, al Nord,della CdL. In verità, il governatore della Lombardia sarebbe diventato il più potente, il vero dominus della politica lombarda, se gli fosse stato consentito di fare la propria lista, aperta alla società, di spiccate carature riformiste, con un bel po’ di ex come un Borghini già in Giunta, un Tognoli ben piazzato a gestire i baroni del Policlinico, e uno snob come Bassetti disponibile a votarlo. Gente rispettabile, un poco fanée, con pochissimi voti ma con una certa allure. Era la lista ad personam sponsorizzata con una punta di guasconeria dal postcomunista Sergio Scalpelli, più noto come dott. Stranamore per via delle fascinose ma sempre in bilico architetture politiche, e con più decisione dal “Corriere della sera” - prima di De Bortoli ora di Mieli - grazie ad un feeling mai cessato fra aree solferiniane postcomuniste e ambiti riformisti milanesi. La lista personale avrebbe indubbiamente fatto la differenza, innanzitutto tagliando le ali all'arroganza leghista mettendola all'angolo e poi facendo crescere i voti “esterni” alla CdL, compresi quelli di un elettorato laico, socialista, liberale in crisi di astensioni, deluso, illuso dal Cavaliere. Se fosse andata in porto, la Lista Formigoni avrebbe letteralmente fatto piazza pulita di partiti, insegne, dirigenti, carriere, prospettive, ponendosi al centro della politica del nord oltre il Polo, oltre questo bipolarismo, oltre lo stesso Berlusconi. L'ira funesta di Bossi fu scaraventata fra le ruote di questa iniziativa, ma dietro c'era il premier. Formigoni abbozzò e cedette senza nemmeno combattere, col risultato finale di scontentare tutti, ma
proprio tutti: quelli di FI,dal sempre ostile Paolo Romani a un Berlusconi un po’ così, per aver osato ribellarsi, quelli di Via Bellerio, sede leghista, ai quali aveva fatto vedere i sorci verdi dell'emarginazione. E, soprattutto, quelli di via Solferino coi quali aveva intessuto da tempo accordi e amicizie in funzione di una lista il cui menù era indicato innanzitutto dal giornale, ed ora è finito in niente, o quasi. Ecco perché la bomba giornalistica preoccupa lo stesso Premier oltre che l'entourage formigoniano e rischia di intossicare e fuorviare la campagna elettorale per via dell'oggettivo indebolimento del capolista, del “Pesidente di tutti”.Tanto più che uno come Piero Bassetti Lionheart, ha già mandato a dire che voterà il diessino Sarfatti in regione se il Formigoni “sbanda” sul piano morale. Che carino. Eppure, l'idea del complotto mediatico con sottofondo politico non è da escludere, posto che lo stesso palazzo di Via Solferino ne è, storicamente, la prova “fisica” vivente con le sue successive trasformazioni, prima negate e poi approvate dalle istanze comunali superiori, tanti anni fa. Si evocano complotti, manine e manone dei Poteri Forti, qualcuno già recrimina: ah,se il Roberto avesse fatto la sua lista, accontentando quei poteri, chissà.... Ma, come sempre, la partita si gioca, si vince e si perde nella politica.>>

KOFI ANNAN E LA SINISTRA ITALIANA
Kofi Annan ha invitato la comunità internazionale «già amaramente divisa sull'Iraq, a riconoscere che condividiamo tutti un compito comune: indirizzare l'Iraq dal nuovo punto di partenza, il successo delle elezioni, verso un futuro pacifico, prospero e democratico»; "ha sottolineato che tale compito ricade soprattutto su chi si oppose alla guerra" ed ha sottolineato: "Precisamente perché non fu d'accordo sulle prime operazioni in Iraq, l'Onu ha adesso una credibilità che è enormemente richiesta e ha accesso ai gruppi che devono partecipare al nuovo processo politico, se vogliamo che la pace prevalga. È ora che noi usiamo questo capitale".  "È un'opportunità elettrizzante - ha scritto Kofi Annan - è molto importante che la transizione [verso la democrazia] abbia successo" (dal Corriere della Sera, 13/2/2005).
Le due conclusioni che sarebbe ovvio trarre da queste lunghe citazioni sono: bisogna applaudire Kofi Annan per la posizione che ha finalmente preso e fatto prendere all'Onu e bisogna aspettarsi che l'Unione, in Italia, cambi completamente atteggiamento, riguardo all'Iraq. Infatti il tanto auspicato impegno dell'Onu, prima esistente sulla carta (Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza) ha ora anche l'avallo esplicito e risonante del Segretario dell'Onu. Ma, appunto, si possono trarre, queste due conclusioni? Assolutamente no.
Annan - e l'Onu con lui - non hanno nessun merito, nella svolta positiva che si è avuta in Iraq. Quando il funzionario De Mello è stato assassinato, l'Onu - coraggiosamente -  si è ritirata dall‚Iraq e la sensazione della sua assenza è stata così palpabile che, malgrado le note Risoluzioni, tutti sono convinti che le forze della coalizione sono in Iraq in violazione della volontà dell'Onu. Anzi, ne sono così rocciosamente sicuri, da potere spendere, nella vita politica italiana, il concetto che sosterrebbero l'azione dell'Italia in Iraq se fosse sotto l'egida dell'Onu. Dimenticando che già lo è.
Annan ha ripreso la parola solo dopo la svolta costituita dalle elezioni del 30 gennaio. Tanto che oggi dice: "Nessuno può non essere rimasto commosso dal coraggio dimostrato dagli iracheni recandosi alle urne. L'Onu è molto orgogliosa di averli potuti aiutare sul piano sia politico sia tecnico".  Ma l'Onu non ha nulla di cui essere orgogliosa. Proprio perché non li ha aiutati né sul piano politico, né sul piano tecnico né, soprattutto, sul piano militare. Senza gli americani, e solo per l'azione dell‚Onu, queste elezioni non si sarebbero mai tenute.  Di che va dunque parlando, Kofi Annan? Vuole mettere il cappello sui meriti altrui, dopo avere perfino definito illegale l'occupazione dell'Iraq?
La seconda conclusione è quella per cui la sinistra italiana dovrebbe oggi riconoscere che, se si vuole seguire la volontà dell'Onu, bisogna rimanere in Iraq. Bisogna cioè aiutare gli iracheni a compiere il resto del percorso almeno fino al varo della Costituzione e comunque finché i governanti locali ce lo chiederanno. Ma questo è impossibile. La sinistra, dominata da Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti Italiani ed altri fini politologi, è contro la missione italiana non perché non è sotto egida Onu (come dicono, mentendo), ma solo perché capeggiata dagli americani. Ora che Kofi Annan ha detto quel che ha detto, forse che gli americani sono divenuti meno numerosi? E allora gli ex-comunisti e coloro che non osano smentirli rimangono contro la missione italiana ed anche contro il suo semplice finanziamento.
La conclusione vera che si è autorizzati a trarre è che l'Onu e il suo segretario meritano il nostro disprezzo. L'Onu è un'organizzazione incapace d'una seria azione internazionale. Spesso è incapace (si pensi alla strage del Darfur) persino di parole coraggiose. Quanto al giudizio sull'attuale opposizione, in questo campo, non può cambiare. Infatti in campo internazionale essa non ha idee politiche ma solo viscere antiamericane.
Gianni Pardo, 13 febbraio 2005


Prix international de la laïcité
La giuria del "Prix international de la laïcité" ha attribuito il premio 2005 a Maurizio Turco, già Presidente dei deputati radicali al Parlamento europeo, l'annuncio è stato dato dal Comité Laïcité République (CLR), organizzatore del premio. Il deputato socialista, Christian Bataille, che ha presieduto la giuria, ha assegnato l'attribuzione del premio a Maurizio Turco per "la sua azione di fronte al Vaticano che ha la pretesa di guidare la riflessione degli italiani e degli europei". La cerimonia di consegna del premio avverrà il 13 maggio, al Comune di Parigi, da parte del Sindaco Bertrand Delanoë.
Dichiarazione di Maurizio Turco :
"Nel ringraziare gli organizzatori e la giuria del premio, voglio ricordare in questo momento, tra gli altri, Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, militanti liberali antitotalitaristi, antifascisti, anticomunisti e anticlericali che pagarono per le loro lotte prima! con il confino e il carcere fascista, poi con l'ostracismo conformista. Senza dimenticare l'impegno anticlericale, democratico e liberale di cattolici come Don Romolo Murri e Don Carlo Falconi. Un particolare grazie a Marco Pannella, che ci ha trasmesso la memoria delle loro vite e delle loro lotte, incarnandole e facendole vivere.
Siamo e continueremo ad essere militanti di una lotta per la libertà della persona e la liberazione dall'occupante, sia esso di territori o di coscienze. In nome di quell'anticlericalismo della religiosità laica."


Rossanda offre lezioni irricevibili sulla democrazia, la pace e la guerra
Come Rossana Rossanda, anche noi vorremmo riabbracciare presto Giuliana Sgrena, e c’eravamo perfino preoccupati di riaccogliere con dignità i mercenari rapiti (uno fu ucciso e si comportò in modo semplicemente grandioso), insomma quei giovanotti che si guadagnavano la mesata in Iraq proteggendo le imprese occidentali o saudite dai mozzorecchi di al Zarqawi e che furono vilipesi e sputtanati dal Manifesto e da qualche magistrato cattivo scrittore. Osserviamo in questi casi la regola elementare del silenzio stampa fino a soluzione trovata, a ostaggio liberato, e mettiamo la sordina a ogni forma di polemica, pensiamo sia giusto concentrarci sul risultato, perché la liberazione di un sequestrato è un fine rispetto al quale il sequestrato non deve mai diventare un mezzo. E’ infatti proprio dei cattivi maestri mescolare emozioni umane dirette e polemiche ideologiche oblique di non buona fattura, lezioni irricevibili su libertà e democrazia. Spiace che Rossanda abbia fatto proprio questo in una intervista a Repubblica piuttosto insolente, il cui cuore teorico, diciamo così, è spiegare e rispiegare al suo pubblico che chi rapisce e magari fucila o decapita civili di ogni nazionalità, di ogni sesso e di ogni religione non è un “resistente”. Se siamo ancora a questo, siamo molto indietro. Se c’è ancora bisogno di dire simili ovvietà per persuadere i tuoi, vuol dire che fino ad oggi si sono dette cose piuttosto eccentriche, a esser gentili. Noi questa incombenza, se dio vuole, non l’abbiamo. Può essere che gli americani siano un branco di imperialisti, sempre il solito complesso militare industriale petrolifero immaginato dalla propaganda della guerra fredda e mentalmente trasferito nei nostri giorni come un filamento di cometa dalla cultura pacifista militante. Può anche essere che siano, gli americani, un paese egemone aggredito, il quale risponde all’aggressione terrorista con un’analisi intelligente e coraggiosa della realtà, con l’idea strategica di espandere la democrazia nel mondo arabo e islamico, partendo dai paesi in cui un’azione di forza si rende storicamente doverosa e possibile. La guerra deforma chi la fa e chi la subisce, su questo è facile essere d’accordo, ma anche chi la osservi deve fare attenzione a indirizzare nei luoghi giusti la compassione, oltre che registrare il giudizio. Rossanda dovrebbe guardare il film “Turtles Can Fly”, girato da un curdo iraniano. Racconta di bambini curdi spaesati e miseri che si procurano una parabola nel nord iracheno (dove il 30 gennaio si è votato in massa), aspettano con ansia la liberazione dalla tirannia, cioè l’invasione americana, e passano dalle nudità triviali della tv occidentale alla vista smagliante delle divise pesanti di quei ragazzoni che stanno correndo a liberarli. “Immagini di cui essere orgogliosi”, commenta Anthony Lane, del New Yorker. Da Il Foglio 12 febbraio 2005

Anniversario del Concordato tra Stato e Chiesa


Massima del giorno
Metterci una pietra sopra? No. Una pietra, messa sopra qualcosa, impedisce di vedere quello che c'è sotto.
G.P.


MOLLICHINE
Assolti i quattro elicotteristi che si erano rifiutati di volare in Iraq. Secondo il Gip "il fatto non sussiste". Anzi,  non c'è nessun paese che si chiami Iraq.

Ciampi: "Possiamo commemorare le foibe con continuità". Ogni giorno,  prima dei pasti.

La Corea denuncia "i tentativi di Bush di isolare e soffocare la Repubblica democratica popolare di Corea". In USA, frenetici acquisti di atlanti per sapere dov'è.

Berlusconi: "Il ricordo impedisce di riprendere la strada dell'odio". Infatti,  si sa: chi odia non ricorda più perché.

Casini (foibe): "nessuno deve usare la memoria per alimentare divisioni". Assassinati e assassini,  todos caballeros.

Prodi,  in politica estera,  dà più retta a Rifondazione che ai Ds o alla Margherita. Aveva ragione Machiavelli: meglio essere temuti che amati.

L'Unione: "No alla missione in Iraq se non cambia mandato e finalità". Finora la finalità è stata quella di favorire la democrazia. Cambiamo?

Per la giornalista Sgrena,  molti,  in molte parti del mondo,  fanno il possibile. Cioè nulla.

Marzano: "La partita Fiat-Gm è aperta a tutte le soluzioni". Aperta come la cancelleria in cui portare i libri.

V.Parlato,  del "Manifesto",  ha ammesso che la Sgrena non era assicurata. Assicurata? Mentre andava a trovare amici?

Fiat. Per i sindacati: "Il governo non può stare a guardare". Infatti. Visto quello che le è costata in passato,  potrebbe anche applaudire.

Gianni Pardo

I RADICALI
I radicali, in questi giorni, hanno proposto ad ambedue le coalizioni di accoglierli come "ospiti". In campo politico la parola "ospite" non era ancora stata usata, per quanto se ne sa, e dunque bisognerà darle un contenuto.
Se essa significasse che i radicali, accolti in una coalizione, si impegnano a farne parte, a votare come stabilito dal gruppo dirigente e, insomma, ad esserle fedeli, l'offerta ad ambedue i poli sarebbe indecente, una sorta di meretricio politico. Non ci si può indifferentemente iscrivere al partito del diavolo o a quello dell'acqua santa. Ma questo, conoscendo i radicali, e Pannella personalmente, è assurdo.
Rimane l'altra ipotesi: "noi siamo ospiti, beneficiamo delle comodità della casa ma non ci impegniamo a nulla". E allora non si capisce perché una coalizione dovrebbe accoglierli. Anche ad ammettere che portino in dote - vogliamo essere generosi -  un quattro per cento, a che scopo lucrare questo quattro per cento quando, alla prima occasione di contrasto ideologico, i radicali voterebbero contro la coalizione che li ha fatti eleggere? Ci sarebbe certo il vantaggio d'aver contribuito a far vincere la coalizione: ma rimane lo stesso il dubbio: se la coalizione avrebbe vinto anche senza di loro, a che scopo accoglierli? E se invece ha avuto bisogno di loro, per vincere, non potrebbe cadere proprio per la loro defezione?
I radicali avrebbero dovuto chiedersi a quale dei due poli si sentivano più affini e chiedere di iscriversi ad esso, se pure contrattando spazi di libertà su certi temi o chiedendo sostegno in favore di alcuni punti programmatici. Ad esempio: "Siamo più affini alla Casa delle libertà, ma chiediamo libertà di voto a favore dei referendum e una politica più risolutamente liberista: per il resto saremo alleati fedeli e disciplinati". È credibile, che i radicali facciano un discorso del genere? Francamente no. Il piacere d'essere irriverenti, d"essere il "Pierino" della situazione, è troppo forte, in loro. Né tengono molto conto della realtà: per essi l'ideale, quando non il sogno, pesa più della concretezza. E allora per i radicali non c'è spazio né nelle coalizioni né, chissà, nella politica italiana.
Se questa fosse la verità, avremmo perduto, per amore dell'ottimo, qualcosa di molto buono. Un vero partito laico, un vero partito liberista, un vero partito liberale. Purtroppo i radicali non capiscono che anche un simile partito dev'essere capace di fare i conti con la realtà.
Gianni Pardo, 12 febbraio 2005

Azzardo due o tre cose sui miei amici radicali
No, con alti e basi, ma non ho mai davvero pensato che la proposta pannelliana di chiedere ospitalità ad uno dei due “poli” fosse credibile (a Roma la chiamano "tirar 'na sòla").  Ora, a dispetto di ogni più ottimistica previsione,  bisogna pur dire che non se ne può più dei tiremmolla di Marco Pannella.
Che palle! Da settimane, Pannella -  sotto le luci delle telecamere  e tra decine di periodisti che l’aspettano dietro l’angolo  -    incontra, sollecita, lusinga,  piagnucola e minaccia a destra e a manca.
Nel frattempo, nei sondaggi,  i radicali sono cresciuti di un mezzo punto...  o di un punto emmezzo.  Ma, si sa,  il gioco è bello quando è corto;   i rischi di una involuzione negativa sono tutti presenti,  un poco come  le performance di Capezzone a Markette. 
A dirla tutta,  quelli del centrosinistra - più sgambati -  il gioco l’avevano capito fin dall’inizio e non l'hanno mai giocato davvero,  trattando Marco Pannella da paria: occhi dolci e  una lisciatina di pelo dal Bertinotti (!),   due paroline al Congresso dei DS e Prodi a far da biscia. 
Quelli del centrodestra  -   per bocca di Berlusconi  -   hanno accettato  le condizioni (si, tutte, vedi l'intervento di Berlusconi al Consiglio Nazionale di FI) e l’hanno incontrato oramai non si sa più quante volte...  e tutte le volte Pannella da una parte a tirar per la giacchetta  il centrosinistra e  dall’altra cercare il prossimo incontro con Berlusconi ... mentre, nello  spazio-tempo  lasciato vuoto in questo gioco dei due cantoni, s'inserivano  Bossi, Buttiglione, Mastella, Scalfaro, Rosy Bindi, Rutelli ...

Ma fra poco  casca l’asino.
Fra pochi giorni si saprà se il pressing pannelliano, dopo la visibilità,  avrà portato  una data non balneare per il voto referendario.
Un altro obiettivo sarà così raggiunto e si potrà,   con grandi e lunghissime  imprecazioni radiofoniche contro le colpe dell’uno e dell’altro polo,  comunicare  che i radicali non hanno trovato ospitalità ...oppure l'hanno trovata e via  -  non senza passare per  l'orgogliosa  drammatizzazione da picciotti che, eroicamente,   non accettano o accettano di stare a bottega  con i "corleonesi"   con i "palermitani"  -  a tentare l'impossibile raccolta  firme per presentare ovunque possibile  liste (Pannella? Bonino? Coscioni?)  alle regionali,  imprecando contro la cattiveria e la crudeltà del resto del mondo impossibile.
Scommettiamo?
(cp, 11-02-2005)

CHE FANTASIA…
   

Una cosa è certa: hanno risparmiato sul brand design…

Il “no” di Prodi sull’Iraq consegna il Centrosinistra alla demagogia
Piero Fassino aveva compiuto un atto di coraggio, ma anche di realismo politico. Aveva detto che i resistenti in Iraq sono gli elettori, non i decapitatori. Aveva aggiunto che la questione delle libertà e delle tirannidi è diventata questione decisiva di “politica preventiva” nel mondo dell’11 settembre. Aveva in sostanza tirato le somme dei cambiamenti avvenuti e in corso: il graduale coinvolgimento dell’Onu nella legittimazione dei governi di Baghdad, il rispetto del calendario politico e costituzionale autorizzato adesso da milioni di elettori iracheni, la ripresa di rapporti diplomatici accettabili e molto meno rancorosi tra americani ed europei. La sua svolta, come sempre a sinistra destinata a rimanere incompiuta ed esposta alle insidiose arti della retromarcia, non ha trovato sponde nel centrodestra, dove Berlusconi ha chiuso la partita con un sonoro “avevamo ragione noi”. Ma questo rimbalzo, questo muro di gomma elettorale, soprattutto da parte di un avversario diffidente verso le tecniche della politica, era prevedibile. Meno prevedibile la retromarcia innestata dal capo della coalizione di centrosinistra, da Romano Prodi in persona. Il segretario dei Ds ha dovuto spiegare ieri, con un ragionamento trasversale, che se le cose andassero avanti così, e se per azzardo il centrosinistra vincesse le elezioni, sarebbe allora necessario prevedere che la politica estera sia gestita in Parlamento “a geometria variabile”. Il che vuol dire, semplicemente, che per avere una credibile voce in capitolo nel mondo, l’Italia governata dal centrosinistra dovrebbe chiedere e ottenere i voti della coalizione berlusconiana. Questo avvertimento di Fassino contro l’autolesionismo, perché una coalizione senza una politica estera non è una coalizione, deriva dal fatto che Prodi ha sacrificato all’unità demagogica del suo fronte il dovere di definire una posizione attendibile sul principale teatro geopolitico del mondo, l’Iraq, e ha agitato un vuoto richiamo all’Onu, superato dai fatti, invece di impegnare gli alleati in un voto di astensione sulla missione italiana, misura realistica di ciò che sta cambiando. Prodi fa questo contro Fassino e contro il partito di Rutelli e Marini, che dopo le elezioni a Baghdad avevano messo tutti sull’avviso, esigendo la fine della chiacchiera pacifista e un nuovo inizio politico per l’alleanza. Se i due maggiori partiti del centrosinistra non hanno la forza di convincerlo che si tratta di un plateale errore, vuol dire che non hanno la forza. Punto e basta.
Dal "Il Foglio" del 10/02/2005

Quando per il "Corriere" Craxi era il nemico
Certo,  fa un poco sorridere leggere su Liberazione un articolo di Rina Gagliardi contro la nuova "linea politica" del Corriere della Sera.     Ma la Gagliardi, che dev'essere una con la memoria lunga, non ha mandato giù il fatto che, secondo lei,  in questi giorni il Corriere della Sera si è impegnato a riabilitare la figura politica di Bettino Craxi. "Una scelta politica (ed editoriale) del tutto legittima... però, - scrive la Gagliardi -  per rendere l'operazione davvero convincente, bisognerebbe fare un ultimo salto: la revisione (autocritica) anche di se stessi, del proprio passato, delle proprie stesse battaglie.".
Se Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale  uscito  ieri sul Corriere, nel fare  "l'elenco molto minuzioso di tutti gli errori commessi, a suo parere, dalla sinistra " inserisce tra questi errori  la «delegittimazione radicale di Craxi e del suo progetto, dipinti come frutto di una mutazione genetica», la Gagliardi ha "un sussulto".
Ma come,  si chiede l'editorialista di Liberazione,  "Galli della Loggia non diventò famoso (si fa per dire) proprio per esser stato definito da Bettino Craxi un intellettuale dei miei stivali?".
E Paolo Mieli? Ce n'è anche per il nuovo direttore del Corriere. Memoria lunga Gagliardi si ricorda che nel 1992 proprio Paolo Mieli " invitò "a "seppellire" Craxi in un editoriale ... che si intitolava «Dal bunker al baratro», dove si diceva che «Craxi «ha perso da tempo il contatto con la realtà» e che anzi «ha perso la sua partita indipendentemente da quella che sarà la sentenza dei giudici»?"...  
Che dire? Certo, se nell'Italia del terzo millennio gli industriali pugliesi si spellano le mani ad applaudire il rifondatore comunista Nichi Vendola... oppure se Romano Prodi,  per non pagare pegno e confidando nella buona stampa che tutto gli perdona, s'attacca al tram dell'Onu che è già passato... cosa volete che sia, caduto il  Muro di Berlino e depotenziato il KGB,  la mancata autocritica del Corriere?
(cp, 10-02-2005)


Il tilt logico degli amici della Sgrena
Temo che al “Manifesto” stiano sbagliando tutto. Ieri hanno fatto trasmettere, dalle televisioni arabe, un video nel quale parlano di Giuliana Sgrena, la giornalista rapita in Iraq, descrivendola come avversaria della guerra. Come se fosse un titolo, una caratteristica agevolante le trattative. Se lo fosse se ne dovrebbe sentire tutto il peso la sgradevole presenza: un giornalista che, al contrario, sostenga le ragioni della guerra ha forse meno diritto di esercitare la professione, o, addirittura, di vivere? (Nelle stesse ore hanno ammazzato un giornalista arabo che raccontava le ragioni degli americani). Ma l’argomento è irrilevante, o controproducente. Sgrena è comunque vista, dagli integralisti religiosi, come una nemica, e proprio per le cose che ha scritto in favore delle donne, della libertà, del diritto all’autodeterminazione. E’ un tilt logico quello di confondere le cose che da noi sono “giuste”, mischiarle alla convinzione che la guerra sia ingiusta, e dedurne che chi sostiene le due tesi è necessariamente un amico dei “resistenti” iracheni. Le cose non stanno così. Ed occorre guardare ancor più in profondità. Può darsi che questi rapimenti rispondano al solo desiderio di ricavarne i soldi del riscatto. Nel qual caso ogni ragionamento politico lascia il tempo che trova ed il problema si biforca: da una parte stabilire se è giusto pagare, dall’altra trovare il canale per poterlo fare. Ma può anche darsi che vi sia una “linea politica”, dietro i rapimenti. In questo caso non possiamo far finta di non vedere che, attualmente, nelle mani dei banditi si trovano due giornaliste, una italiana ed una francese, ambedue contrarie alla guerra, ambedue al lavoro presso testate che si sono battute contro la guerra. Possibile che i terroristi siano così scemi? Magari, invece, si tratta di gruppi che si sentono in pericolo perché l’abbattimento di Saddam ne scopre i traffici e ne denuncia gli arricchimenti e, quindi, lanciano segnali forti a quella parte del mondo occidentale che con Saddam, quindi con loro stessi, non ha lesinato comprensione e desiderio di concludere affari economici. In ogni caso, la salvezza di Giuliana Sgrena è oggi legata, come ieri quella degli altri ostaggi, allo spazio di manovra che verrà offerto ai servizi che seguono le nostre truppe. Il resto è folklore, e di macabro cattivo gusto. (Davide Giacalone - L'Opinione)

SCONTRO DI RELIGIONI
Il centro sinistra continua a proclamare che Prodi è il candidato della coalizione e che sarà lui lo sfidante di Berlusconi. Benché non abbia un partito, dietro di sé, benché non abbia un programma, benché non sia carismatico e sia anzi goffo, il professore sembra inamovibile. Ha vinto una volta e potrebbe vincere ancora, si dice.
Franco Mauri (cioè Cossiga) ha scritto sulla "Stampa" che, per quanto riguarda il centro-sinistra, è lecito avere le idee chiare: "Il programma sarà quello di Rifondazione,  un po' mitigato". E gli si può dar ragione: il prevedibile, relativo successo di Bertinotti alle primarie costringerà il centro-sinistra a prendere in seria considerazione la percentuale di consensi ottenuta dal leader di quel partito. Nello stesso articolo l'ex-presidente ha pure scritto che il programma di Fassino è "il solito antiberlusconismo". Poiché le due cose non sono in contraddizione, si può in sintesi affermare che il programma del centro-sinistra è quello di Rifondazione, un po‚ mitigato, e l'antiberlusconismo. Ce n'è abbastanza per vincere?
... Clicca qui per proseguire nella lettura.
Gianni Pardo - 09.02.2005

FRESCHI DI STAMPA
Sul "Riformista",  Emanuele Macaluso:
<<Titolo - Colombo: le persone di sinistra che dissentono dall'Unità, sono al servizio del Cavaliere
L'Unità ha pubblicato in due pagine una intervista, sul Congresso Ds, di Furio Colombo a Piero Fassino. Nulla di nuovo rispetto alla relazione e alle conclusioni congressuali. Leggendo invece le domande del direttore, abbiamo avuto l’impressione che l’intervista servisse ad ottenere dal segretario Ds un certificato di buona condotta riformista. Soprattutto si cercava di far dire a Fassino che l’accusa all’Unità di “sinistra radicale” partiva dalla destra e, purtroppo, c’è chi la usa a sinistra rendendo un servizio al nemico berlusconiano. E’ un’offesa essere definiti «sinistra radicale»? Nel vecchio partito socialista di Turati, L’Avanti era la “sinistra radicale”, con Mussolini, ma anche con Serrati e Nenni. Negli anni sessanta, col centro-sinistra nenniano, L’Avanti di Riccardo Lombardi era etichettato di “sinistrismo” antigovernativo. Ma nessuno pensava che fosse il “nemico” a mettere quell’“etichetta” in bocca ai compagni che criticavano L’Avanti. Colombo invece nega che persone di sinistra possano dissentire dalle linee del suo giornale, senza essere al servizio del Cavaliere. Altro che “sinistra radicale”, per l’Unità c’è solo una radicale e un po’ infantile sospettosità.>>


Avvenire, articolo di V.E.Parsi:
<<Titolo: Un Iran democratico darebbe un contributo determinante alla stabilità della regione.
Tamburi di guerra sulla strada per Teheran? Sono contrastanti le deduzioni che si possono trarre dalle dichiarazioni, interviste e analisi che provengono da Washington e Londra. I fatti, innanzitutto. Il governo degli ayatollah è nel mirino di Casa Bianca e di Downing Street per due dossier, differenti ma pericolosamente intrecciati. È fortemente indiziato di avere un programma clandestino di sviluppo di armamenti nucleari. È ritenuto uno dei principali sponsor di formazioni terroristiche mediorientali, principalmente l'Hezbollah. Il pericolo è quindi duplice. Il regime di Teheran potrebbe divenire una grande potenza regionale in grado di sfidare Israele (aspirazione di cui non fa mistero) e insieme la fornitrice di bombe nucleari sporche per i gruppi del terrorismo mediorientale. ...>>.  Clicca qui per proseguire nella lettura.>>


Corriere della Sera, articolo di Fabrizio Roncone

<<Titolo: Il Centrosinistra non condivide il paragone fra Pci e il Nazismo
Il Commissario Franco Frattini compare sul marciapiede di via del Corso a metà pomeriggio - nel palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma presentano un libro dal titolo: «La Costituzione europea. Un primo commento» - ma il commento che chiedono subito a lui è sulla questione, sul dibattito che rotola giù da Bruxelles, e che lo stesso Frattini ha reso ufficiale, con una lettera pubblicata proprio dal Corriere . E lui, Frattini, risponde ancora, ribadendo quanto già detto agli europarlamentari Vytautas Landsbergis, lituano, e Joszef Szajer, ungherese, i quali avevano sostenuto un documento nel quale si chiedeva al titolare del portafoglio «Giustizia, Libertà e Sicurezza» di mettere sullo stesso piano i simboli del nazismo (la svastica) - che Frattini appunto vuol mettere al bando - e quelli del comunismo (la falce e il martello). ... >>.
  Clicca qui per proseguire nella lettura.


C'e' il sole a Sharm el Sheikh
Torno indietro col pensiero a quasi 5 anni fa e all'altro summit per la pace organizzato da Clinton e finito cosi' male. Da allora abbiamo passato 5 anni di guerra del terrore, abbiamo avuto tanti, troppi morti e  perso ormai ogni speranza di pace  fino alla morte mai abbastanza  benetta del responsabile delle sofferenze di israeliani e palestinesi.
Ricordo come in Israele eravamo pieni di speranza, ricordo di aver pensato che Arafat era troppo contento, infatti  l'atmosfera di isterica allegria del primo incontro a Camp David  avrebbe dovuto farci sospettare  che il serpente stesse preparando il suo morso finale, pieno di veleno.
Cosi' e' stato  e il suo veleno ha contaminato le nostre vite, ha riempito i nostri cimiteri, ha ridotto i palestinesi alla miseria morale e materiale trasformandoli, piu' di prima,  in feroci assassini assetati di sangue.
Ma e' morto e oggi a Sharm el Sheikh c'e' il sole.
Condoleeza Rice ha incontrato Sharon, poi si e' recata a Ramallah all'incontro con Abu Mazen alla Mukata dove , unica tra tutti i grandi del mondo, ha avuto il coraggio di non fermarsi davanti alla tomba di Arafat. La sua macchina e' entrata nel cortile della Mukata, nemmeno uno sguardo e' stato rivolto al mausoleo del dittatore maledetto e i palestinesi non hanno osato dire una sola parola di protesta consapevoli del lauto assegno di 40 milioni di dollari che il Segretario di Stato aveva in tasca.
Grandissima Condoleeza, cosi' diversa dai ministri senza palle europei che, come tremavano  prima davanti al dittatore vivo, adesso strisciano davanti alla sua tomba. Incapaci di dignita', come tanti vermi.
Oggi c'e' il sole che splende a Sharm el Sheikh, le bandiere   israeliane, palestinesi ed egiziane sventolano insieme contro il cielo azzurro.
Arafat aveva sempre rifiutato il permesso di esporre la bandiera di Israele. Sembra tanto tanto tempo fa.
Sharon e' stato accolto da Mubarak con tutti gli onori , quasi con affetto, il nostro primo Ministro sembrava avvolto da un'atmosfera di serena aspettativa.  Abbiamo visto  il colloquio tranquillo con re Abdallah e infine quello tanto atteso tra Sharon e Abu Mazen per una colazione di lavoro. Sorridenti e tranquilli, strette di mano cordiali, nessun tipo di nervosismo anche perche' l'incontro di oggi e' solo per proclamare il cessate il fuoco e per dare il via ai negoziati.
In Israele viviamo questi momenti con ottimismo mescolato a scetticismo, siamo contenti ma fingiamo di non crederci del tutto. Non vogliamo farci prendere dalla commozione ma quelle strette di mano e quei sorrisi ci penetrano nel cuore.
C'e' il sole a Sharm el Sheikh e fra un'ora dovremmo avere l'annuncio del cessate il fuoco.
Basta attentati, basta morti, basta lacrime,  la strada va verso una pace sofferta e piena di rinunce ma almeno i nostri figli non moriranno piu'.
Abbiamo Paura? si abbiamo paura che qualche erede di Arafat e ancora pieno del suo veleno decida, come aveva sempre fatto il dittatore, che le speranze debbano essere affogate nel sangue.
Adesso pero' c'e' il sole a Sharm el Sheikh.
Deborah Fait - informazionecorretta

Massima del giorno
Mi chiedo se l'umanità sopravvivrà. E se la cosa debba preoccuparmi.
G.P.


CHI SI’ E CHI NO
A Teheran per giovedì sono convocate dal regime manifestazioni di massa in occasione del 26° anniversario della rivoluzione islamica del 1979. Il portavoce del ministero degli esteri Hamid-Reza Asefi ha spiegato che il dieci febbraio “gli americani avranno la possibilità di vedere con i loro occhi quanto gli iraniani sono attaccati al sistema che li governa e di come reagiscono alle recenti minacce”. Con spontaneo e sincero entusiasmo, immaginiamo.
Intanto, Agenzia Radicale  ci informa che la Prefettura di Parigi ha cancellato la manifestazione della resistenza iraniana in piazza Trocadéro a favore della democrazia e contro la violazione dei diritti umani in Iran, prevista per giovedì prossimo.
Insomma, cari dissidenti iraniani: se volete dimostrare, tornatevene a Tehran…
…e se passate da quelle parti, in centro città vicino alla chiesa armena, andatevi a rivedere pure questo:



Dal sito del fotografo tedesco freelance Hans Rossel.
In basso, la scritta in rosso dice "Morte all'America" quella in verde letteralmente "Noi neanche per un secondo (dialogheremo) ci accorderemo con l'America"
(Grazie a Lilit  )
(ale tap, 8.02.05)


MA SENTI QUESTO
L'ex premier sovietico Mikhail Gorbaciov, come una Lilly Gruber qualsiasi, in un articolo per "la Stampa"  sulle elezioni irachene,  scrive che "considerarle valide (o addirittura un trionfo della democrazia) è offesa alla democrazia e cosa priva di senso comune".
Da che pulpito! Questa la voglio raccontare. Nel giugno del 1991, su invito delle municipalità di Vilnius e Kaunas, grazie alla richiesta  di alcuni studenti lituani,  mi trovavo, con una delegazione ufficiale della Regione Emilia Romagna,  in Lituania.
Sapevamo ben poco di quel paese. Quegli studenti, mesi prima, mi avevano contattato per denunciare le violenze che i lituani subivano quotidianamente dai militari sovietici che stazionavano nel paese. I fatti denunciati da quegli studenti erano terribili, come terribile era il silenzio  dei media europei su quanto avveniva nei paesi baltici. Ancor più terribile, per loro, la santificazione che gli occidentali facevano di Mikhail Gorbaciov,  il loro oppressore.
Grazie alle mie insistenze,  e soprattutto grazie  alla disponibilità dell'allora  Presidente della Regione Emilia Ronagna, Luciano Guerzoni - comunista atipico ma soprattutto un galantuomo - fu composta una delegazione e si decise di  andare in Lituania.
Partimmo in cinque. Atterrammo verso mezzanotte a Vilnius. Aeroporto completamente al buio;  subito non capimmo. I nostri referenti locali - anche la città era completamente al buio - ci accompagnarono  in albergo.  Agli incroci, i fari del pulmino illuminavano  operai  al lavoro. Che strane usanze! Lavorare  di notte e al buio! Solo più tardi, in albergo, sapemmo che  era in corso l'occupazione della città  da parte delle truppe sovietiche e che  quegli operai lituani, per confondere le idee ai russi, stavano smontando  le targhe delle strade.
La mattina, mentre realizzavamo che la storia ci stava cascando addosso,  i blindati sovietici,  veloci e carichi di soldati,  erano ovunque.  Insomma,  mentre  ad Oslo -in quelle ore- veniva consegnato il Nobel  per la pace a Gorbaciov,  le sue truppe non solo occupavano militarmente la città, ma attaccavano, con mezzi corazzati,  il legittimo Parlamento lituano.  Solo grazie ai corpi di  decine di migliaia di persone che si  fecero scudo (morirono sotto i cingolati una quindicina di persone),  al Parlamento venne risparmiata l'umiliazione di una occupazione.
Quella mattina, invitati dal presidente Landsbergis,  raggiungemmo il Parlamento. Strade, evidentemente per impedire sgradevoli sorprese,   bloccate da zigzaganti barriere di cemento.  Nei varchi  civili armati; tutt'intorno migliaia di persone;  sacchetti di sabbia alle finestre;  all'interno via vai di deputati armati di mitra. In una stanza a pianterreno,  un piccolo studio televisivo (i sovietici già occupavano militarmente giornali,  radio e televisione) trasmetteva con mezzi di fortuna. Noi, unici occidentali in quel momento presenti a Vilnius, finimmo sotto quella telecamera a dichiarare la nostra solidarietà al popolo lituano che manifestava per la propria indipendenza.
Quando, dopo aver incontrato il Presidente e parlato con numerosi deputati,  uscimmo dal Parlamento (conservo ancora quel pass  con su scritto "Visitor").  La folla, che evidentemente seguiva quella televisione, ci riconobbe e l'abbraccio fu totale. Piangevano i lituani, piangevamo noi.  Mille i racconti di quella eroica  resistenza nonviolenta e popolare;   ho ancora negli occhi e nel cuore le parole di una donna che,   abbracciandomi,  in uno stentato inglese non smetteva di ripetermi singhiozzando:  <<In quanti dovremo morire per la nostra libertà?>>.
Mikhail Gorbaciov ,
te possino...
(cp, 08-02-2005)


Iraq: gli scettici ora si preoccupano dell'allarme sharia
Da "Il Foglio": Ecco, ora c’è “l’allarme sharia”. Chi non ha mai creduto potesse accadere quello che sta succedendo oggi in Iraq, cioè un faticoso ma spedito cammino verso la democrazia, è alla ricerca spasmodica di una nuova frontiera di critiche per alimentare scetticismo e disfattismo. Oggi il menu prevede che Al Sistani voglia imporre la legge islamica. Solo che non è vero. Come non è stato vero niente di tutto ciò che i difensori dello status quo tirannico hanno raccontato ai propri lettori ed elettori. Avevano detto che la liberazione dell’Iraq avrebbe provocato milioni di rifugiati, avevano detto che l’America stava perdendo la guerra nel deserto, avevano detto che il processo politico non sarebbe mai iniziato, avevano detto che i nuovi leader erano marionette degli americani, avevano detto che i bombaroli erano Resistenti, avevano detto che sarebbe stato un nuovo Vietnam, avevano detto che Bush avrebbe perso la Casa Bianca, avevano detto che non c’erano le condizioni per votare, avevano detto che sarebbero state elezioni-farsa, avevano detto che la democrazia non si esporta e che le piazze arabe sarebbero insorte. Ecco: lasciate per la prima volta libere di dire la loro, le piazze arabe sono insorte davvero: hanno votato “Zarqawi go home” e smentito il partito dei menagramo. Ora gli stessi che ci hanno ammorbato con il relativismo culturale e le lodi all’Islam-religione-di-pace denunciano il pericolo che in un paese islamico la legge islamica possa entrare nella Costituzione. E’ molto probabile che anche questa previsione finisca come le altre. Sistani, infatti, chiede che le leggi del nuovo Iraq non contrastino con l’Islam. Questo dibattito peraltro c’è già stato ai tempi della Costituzione provvisoria. In quel testo “l’Islam è la religione di Stato” e “una fonte della legislazione”. Una fonte, non la fonte. Il dibattito sembra simile a quello sulle radici cristiane nella Costituzione europea più che agli scenari apocalittici del lilligruberismo nostrano. Tanto più che sia i partiti iracheni sia Sistani ribadiscono di non volere affatto uno Stato teocratico. Anche questa passerà. Poi il partito dei menagramo evocherà un asse Baghdad-Teheran ignorando che gli iraniani sono gli avversari principali della rivoluzione democratica di Sistani; annuncerà una guerra civile con i sunniti; spiegherà che i curdi sono a un passo dalla secessione e bla-bla-bla fino alla successiva smentita, ma sempre col ditino alzato.

 Più che il congresso della Quercia è sembrato l’assemblea del sindacato giornalisti Rai
Da Il Tempo, articolo di Cerasoli: Dopo l’abbuffata diessina di tre giorni di proclami, contraddizioni, volantinaggi antiberlusconiani, star Tv, talk show improvvisati ed ex teletribuni allo sbando, ci siamo svegliati con gli occhi gonfi e ci siamo chiesti: ma era il congresso dei Ds o quello dell’Usigrai? Era l’adunata dello Zoo di Fassino e D’Alema o la convention della Tivù di sinistra? La sede giusta per un serio dibattito di partito o solo l’occasione per dire «io c’ero» da parte di pseudo intellettuali, registi, attori e dirigenti caduti in disgrazia? Con che faccia, all’indomani del congresso della Quercia chiamato «nostro» dalla maggioranza dei personaggi dello spettacolo e dell’informazione che sono intervenuti sul palco, la sinistra farà appelli per una Tv e un’informazione «indipendenti» dalla politica e dai partiti? Come farà Giulietti a difendere gli indifendibili e a chiamare «faziosi» tutti gli altri? E con che coraggio proprio il segretario del Ds Fassino, che a volte sembra pure una persona saggia, ha aperto il congresso dicendo «basta alla vergogna del CdA Rai» e chiedendo alla Cdl di «disegnare insieme un nuovo vertice della Tv pubblica indipendente e professionale»... Seguito poi a ruota dallo stesso capogruppo Ds in Vigilanza Giulietti che ha proposto anche alcuni nomi che la maggioranza dovrebbe fare «secondo lui» per questo nuovo CdA «indipendente». Per quale strano motivo i giornalisti, i registi e i dirigenti Tv che votano Ds, vanno a braccetto con Fassino e D’Alema, fanno comizi al congresso del «loro» partito, dovrebbero essere più «liberi e indipendenti» di quelli che votano per la Cdl? Alzi la mano ad esempio chi ritiene «libera e indipendente» l’ex presidente della Rai Lucia Annunziata, professionista inceccepibile che quando era ancora in sella, quasi si scusò con i Ds per non esser riuscita a riportare in Rai Santoro e non aver difeso abbastanza la Guzzanti. Per fortuna la Lucy, ora inviata della Stampa, nel suo intervento dal palco Ds ha evitato di dire il «nostro» congresso, ma si è limitata al «vostro». Non ha invece nessuna remora il regista Ettore Scola che ormai interviene come un dirigente della Quercia e di professione (oltre a firmare bei film) firma appelli politici in quantità industriale e naturalmente tutti pro-Ulivo. Inutile farsi domande sull’indipendenza politica dell’ex telediva Lilli Gruber (che, fatta la sua scelta, ora sta pure zitta) e su quel telepredicatore prestato all’Europa che è Michele Santoro, il quale si è esibito dal Palaottomatica attaccando con la schiuma alla bocca Berlusconi, il governo e la Rai, in maniera così gratuitamente faziosa che lo stesso senatore diessino De Benedetti si è alzato indignato dalla sedia e, minacciando di restituire la sua tessera, ha gridato: «Dopo questo intervento devastante, tutti possono dire qualunque cosa...». Che campioni di indipendenza. Processano per direttissima Riccardo Berti perché ha lavorato nello staff del premier, nello stesso momento in cui venerano in diretta il segretario dei Ds. Hanno fatto «Quelli che il congresso...» e non se ne sono resi conto. Prendiamo quel bravo ragazzo di Giovanni Floris. È stato così bravo che, appena è sceso dal palco Veltroni, ha fatto abbassare le luci in sala ed è partito con un’edizione speciale di Ballarò. Roba che se Giovanni Masotti si fosse azzardato solo ad accennare una cosa simile al consiglio nazionale di Forza Italia, l’avrebbero lapidato seduta stante. E invece no. Il bravo Floris è «indipendente». Anzi è l’unico conduttore indipendente rimasto in Rai, perché gli altri li hanno fatti tutti fuori. Così non gli è parso vero di ricordare come ha conosciuto la Resistenza dai ricordi dei suoi genitori, di presentare il «corto» sulla Liberazione e di intervistare un gruppo di partigiani. Davvero una bella puntata.

BIDONE PRODI
Da Dagospia: “Le riunioni con Prodi erano solo un casino”, ha rivelato un commissario europeo al giornalista inglese George Parker, corrispondente da Bruxelles del Financial Times. E la stampa italiana si è ben guardata dal riferire quello che avrebbe urlato a squarciagola se si fosse trattato di Berlusconi. Il quotidiano britannico sta ricoprendo di elogi il capo portoghese Barroso della nuova commissione. “Per ora Barroso ha ottenuto il rispetto dei 25 leader nazionali europei, requisito senza prezzo per un lavoro nel quale il successo dipende dalla capacità di convincere questo gruppo eterogeneo a procedere nella stessa direzione”.
E Prodi invece, si chiede il lettore della City? Il predecessore di Barroso “perse subito questo rispetto all’inizio del suo mandato, per diventare una figura marginale nei vertici europei, un esecutore delle decisioni dei capi di governo”. Ma le riunioni della Commissione Barroso? Beh, si respira tutta un’altra aria, “un’atmosfera manageriale”, riferisce il Financial Times. Mentre si sa bene che “meetings with Prodi were a mess”, espressione che si traduce esattamente “un casino”. “Invece, adesso, grazie al clima di collegialità, la riunione si apre e si chiude in una volta sola”.
Gli attacchi a Prodi dalla stampa britannica sono stati un tormentone per l’intera legislatura europea. E’ stato definito ridicolo e inconcludente, velleitario e vendicativo. Prima l’avevano voluto loro, poi non gli è andato più bene. Il professore di Bologna, raccomandato dai veri fondatori dell’Ulivo Gianni Agnelli, il cardinal Martini e il banchiere Bazoli, era stato scelto da Jacques Delors (specie di segretario della super loggia “Notre Europe”).
Appoggiato dai banchieri francesi e britannici, era stato portato per mano a Bruxelles da Tony Blair. Prodi era già naufragato con il suo governo in Italia ed era già ben noto. Si sapeva che era solo una macchietta capace di regalare l’Alfa Romeo ad Agnelli o la Sme a De Benedetti. I cosiddetti “poteri forti” europei lo scelsero ma in poche settimane scoprirono che era un bidone. E, infuriati con se stessi, continuano a insultarlo. Non è giusto, povero Prodi, se il maggiordomo era un pasticcione la colpa è solo di chi lo ha assunto.

IL BENE E IL MALE
Eccolo,  Romano Prodi tra i suoi "compagni" al congresso dei DS.  «C'è chi parla con superficialità, di un'Italia divisa tra il bene e il male....  noi non parleremmo mai così dell'Italia»,  tuona dal palco -  come  riferisce il Corrierone -  l'unico uomo abilitato alle primarie "fai da te".  Peccato che, sempre sul  Corriere della Sera (pag. 12 - 5 febbraio),  viene pubblicata una lettera di Gian Carlo Caselli. Nella lettera Caselli se la prende con il senatore Bobbio che, sempre al Corriere, aveva dichiarato: <<il successore di Vigna non sia Caselli, perché quest'ultimo non mi sembra presentare le necessarie caratteristiche di imparzialità>>. Caselli, che con il bene e il male deve avere lo stesso rapporto che Prodi ha con le primarie,   vede nelle parole del senatore "una voglia di <<regime>>" ed ecco   spuntare la categoria del "male"... che, come si dice,  "se lo conosci lo eviti".  Ma va!  ... Work in progress.
(cp, 05-02-2005)


Sequestro Sgrena, gli integralisti non fanno distinzioni
Da Il Messaggero, articolo di Marco Guidi: "La tentazione sarebbe quella di dire che ci troviamo di fronte a un sequestro anomalo. Come se esistessero sequestri normali, rapimenti effettuati secondo le regole. Tuttavia quello di cui è stata vittima ieri Giuliana Sgrena, inviata del Manifesto , si distacca anche da altri sequestri in cui sono state coinvolte delle donne, come Simona Pari e Simona Torretta, e ricorda invece quello dell’inviata di Libération , Florence Aubenas, di cui oggi scade un mese esatto dal rapimento senza nessuna notizia. ...". Clicca qui per leggere l'articolo

Glucksmann: l'Iraq insegna il coraggio della democrazia
Da "L'Avvenire" intervista di Marina Corradi a Glucksmann: <<Professor Glucksmann, contro ogni previsione, e contro il terrore degli attentati nelle strade e nei seggi elettorali, gli iracheni sono andati a votare in una percentuale che sfiora il 70%. Che spiegazione dà a questo straordinario afflusso alle urne? «Non direi che gli iracheni hanno votato malgrado le minacce di al-Zarqawi, ma proprio a causa di queste minacce . Quella del popolo iracheno è stata una reazione coraggiosa, estremamente coraggiosa. Il voto di domenica ha un significato chiarissimo: il rigetto del terrorismo, quel terrorismo che ha fatto di tutto per impedire le elezioni, e ha perso la sua sfida»....>> Clicca qui per il testo dell'intervista.

E' MANIFESTO
E' possibile distinguere in Iraq tra terrorismo e guerriglia? Per "Il Manifesto", almeno fino ad ieri, no. Anche Al Zarqawi, infatti, per il quotidiano comunista è il capo di un "gruppo di guerriglia".
Leggere per credere:
<<Il gruppo della guerriglia irachena (!!!!! ndr) che fa capo a Abu Musab al Zarqawi minaccia di vendicare l'uccisione di 4 detenuti avvenuta durante i disordini scoppiati lunedì a Camp Bucca, nella parte meridionale del paese, al termine, secondo quanto riportato dai militari americani, di una perquisizione di routine. Con una dichiarazione su Internet, il gruppo guidato da Al Zarqawi annuncia che attaccherà le prigioni sotto controllo americano in Iraq: «In cosa è consistito il crimine di questi indifesi prigionieri?», vi si legge. «Vi puniremo, se Dio vorrà».>>

 SFIGA A SINISTRA
Da "Il Manifesto", articolo di Luiciana Castellina: "L'afflusso alle urne in Iraq - certamente più ampio di quello inizialmente previsto - ha riacceso un confronto sui nodi che quel conflitto ha aperto. E' destino che la vicenda di questo disgraziato paese finisca sempre per trovarsi in mezzo ai momenti peggiori della vita della sinistra italiana. Fu così nel 1991, quando il voto sulla partecipazione alla prima guerra del Golfo spaccò il Pci che stava sciogliendosi; torna all'odg ora, mentre la Gad sta faticosamente cercando di nascere per presentarsi alla sfida con Berlusconi. Per fortuna non sembra adesso destinato a lacerare i Ds: nella sua relazione al congresso Fassino, pur con molte vaghezze («dobbiamo avviare», «dobbiamo discutere»: con chi? con Allawi? con Bush?) ha tenuto ferma la posizione assunta da Prodi e approvata da Bertinotti: ritiro delle forze occupanti, eventuale invio di forze Onu. ...". Clicca qui per leggere l'articolo.

MAGICO VELTRONI
Da l'Opinione: "In campagna elettorale, si sa, non si va tanto per il sottile. Alcune volte però si esagera in maniera vistosa. L’antefatto: in molti quartieri di Roma per parcheggiare si deve pagare 1 euro l’ora. Sono esentati i “residenti”. Il Comune di Roma, sindaco Veltroni, per fare cassa, aveva deciso di revocare questo “beneficio”, imponendo anche ai residenti un forfait di 36 euro l’anno. Facili, facilissime polemiche dell’opposizione. Imbarazzo in Campidoglio, qualche settimana di schermaglia difensiva, dicendo che le nuove tasse erano colpa del governo centrale che non stanziava fondi sufficienti, e poi, da due giorni, la trionfale invasione di manifesti su tutti i muri di Roma: “Veltroni abolisce la tassa sui parcheggi!”. Della serie, dopo Berlusconi, anche Walter cala le tasse. Bravo Veltroni!... già, ma chi l’aveva messa la tassa?"

Rapita in Irak una giornalista italiana
Dalle agenzie: Giuliana Sgrena, del Manifesto, è stata sequestrata da uomini armati presso l'università di Baghdad.  Era diretta con il suo interprete nella moschea sunnita di al Kastl, nella zona dell' università di Baghdad, dove si trova un gruppo di esuli da Falluja che la giornalista aveva deciso di incontrare.
Secondo una prima ricostruzione è stata sequestrata da quattro uomini armati mentre era a bordo di una macchina vicino al ponte di Jadriyah, nella zona centrale di Baghdad. Una volta fermata la vettura, Giuliana Sgrena è stata trascinata via. Il suo interprete ha riferito l' accaduto ad una pattuglia di soldati americani.
l rapimento è stato vissuto praticamente in diretta da un' altra giornalista italiana, Barbara Schiavulli, a Baghdad per conto dell' agenzia radiofonica Grt, che ha ricevuto, mentre era in albergo, una telefonata muta: «Giuliana - ha detto Barbara Schiavulli - era la mia compagna di stanza. Mi ha chiamato un'ora fa mentre la stavano portando via. Ho sentito gli spari. Ho cominciato a gridare 'Giuliana, Giulianà, ma non mi ha risposto». «Stamattina - aggiunge la giornalista - dovevamo uscire insieme, ma all' ultimo momento io ci ho ripensato. Dovevamo fare un servizio sui profughi di Falluja, in una moschea
sunnita, quindi vicino all'università di Baghdad. Ho sentito gli spari. Ho provato a richiamarla e ho parlato col suo traduttore. Mi ha detto che un commando ha sparato alla macchina li ha fatti scendere e ha preso in ostaggio la giornalista. Il suo traduttore è adesso in mano all'esercito americano, che lo sta interrogando».
I colleghi del Manifesto riferiscono di averla sentita stamane: «Non sembrava ci fossero complicazioni, stiamo verificando la veridicità della notizia». Giuliana Sgrena da anni segue e studia le vicende del fondamentalismo islamico e ha seguito sul campo anche la guerra in Afghanistan.

Massima del giorno
Non sempre la prudenza è buona consigliera. Fu la prudenza, la madre della Seconda Guerra Mondiale.
G.P.


MOLLICHINA
Fassino sul voto del 30 gennaio: "Non possiamo far finta che non sia successo nulla". E chi fa finta? Quelle della sinistra sono lacrime vere.
Gianni Pardo

Scandalo Onu "Food-for-Oil"
Ieri la commissione indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite ha reso noto un rapporto nel quale accusa l'ex responsabile del progetto Petrolio in cambio di cibo di aver "gravemente violato l'integrità dell'Onu". Secondo la commissione tra il 1996 e il 2003 Benon V. Sevan, cipriota, ha aiutato la compagnia petrolifera di proprietà di un suo amico ad avere contratti molto favorevoli per vendere il greggio iracheno.
Articolo del New York Times, Clicca qui per leggere l'articolo.


Berlusconi vuole i Radicali alleati nella Cdl allargata
Da "L'Opinione", articolo di Dimitri Buffa
<<"Siamo pronti ad un patto di ospitalità elettorale, che si concretizzi alle elezioni. I radicali sono liberali, liberisti e in futuro con loro sono possibili intese programmatiche".
Alle 18 e 30 di ieri, in apertura del Consiglio nazionale di Forza Italia, per il premier Silvio Berlusconi il dado delle nuove alleanze all’interno di una Cdl allargata era tratto. Con buona pace di Volontè dell’Udc, di Pedrizzi di An e di mezza Lega Nord a cominciare dal ministro delle Riforme Roberto Calderoli. Tutta gente che vede Pannella e Bonino come il fumo agli occhi.
“Su certe questioni, la droga, la procreazione assistita, la differenza "resta", ha ammesso il presidente del Consiglio, "ma dobbiamo riconoscere che le loro idee hanno piena cittadinanza; noi siamo una vera Casa delle Libertà. Credo che nei prossimi giorni ci inconteremo".
... >>. Clicca qui per leggere l'articolo.

La Quercia produce uno show senza idee.
Articolo di Aldo Torchiaro. <<Il segretario del primo partito della sinistra italiana non si elegge, si “proclama”, si “acclama”, si “designa” con il lungo applauso che incorona Piero Fassino per una seconda volta, e risuona, in quel del PalaLottomatica così come era stato a Pesaro, all’unisono. Quello che i 1576 delegati al congresso hanno tributato, con due minuti di applausi, non è stato l’atto conclusivo di una tre giorni di dibattito: è stato l’incipit dei lavori. La prima cosa che ha stabilito un congresso che non stabilisce, ma tutt’al più registra le decisioni prese nella segreteria, è stata la presa d’ atto di chi e come gestirà la Quercia nei prossimi anni. Il gruppo dirigente dei Ds si ripresenta in blocco e garantisce da subito: non cambieremo niente. Piero Fassino segretario chiama immediatamente a sé “la famiglia” di sempre: infarcisce la sua relazione di salamelecchi all’indirizzo di tutto l’establishment di via Nazionale e “propone” Massimo D’Alema come presidente del partito. ...>>.  Clicca qui per leggere l'articolo.

CONGRESSO DS: CI VUOLE L'ONU O CI VOGLIONO FAR FESSI?
Oddio, ma questi chi vogliono far fessi? Ci risiamo,   dopo Prodi, anche Fassino dal palco del Congresso propone ciò che, come ha ricordato Cristian Rocca oggi su Il Foglio (clicca qui per il testo dell'articolo),   è già in corso e chiede una risoluzione che c'è già:
Eccolo il Fassino pensiero: "Si insedi subito il nuovo parlamento. Si formi il nuovo governo rappresentativo di tutte le diverse comunità. Si operi perché anche quei settori di popolazione sunnita che hanno rifiutato le elezioni si sentano parte
della nazione irakena e si adotti una Costituzione" e quindi  "Si convochi il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e in quella sede si decida l'avvio del ritiro delle truppe d'occupazione e la loro eventuale sostituzione con una forza multinazionale di pace sotto egida ONU" .  

Al via i lavori del terzo congresso dei DS
Alle 16.00 con circa un’ora di ritardo rispetto al previsto si sono aperti i lavori del terzo Congresso dei Democratici di sinistra. Praticamente tutti i 1570 delegati hanno preso posto all’interno del Palalottomatica.
A fare da colonna sonora del terzo congresso dei DS tre brani: Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, l'Internazionale e l’Inno di Mameli.  

Dopo la lettura del messaggio di auguri che il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha inviato all’assise diessina, la parola passa al Presidente del Parlamento europeo, Josep Borrell.
Subito dopo la presidenza del congresso  ha fornito i risultati dei congressi di base. Alla mozione del segretario andato il 79,1% dei voti, a quella di Fabio Mussi il 14,56%, alla mozione di Cesare Salvi il 3,98%, a quella di Fulvia Bandoli il 2,36%.
Come da programma, dopo la proclamazione di Fassino, il neoeletto segretario ha iniziato lo svolgimento della sua relazione.


OPUS GAY
Da "La Repubblica" apprendiamo che, grazie all'articolo 19 della "famigerata" (sic) legge Bossi-Fini sull'immigrazione (art. 19: "in nessun caso può disporsi l'espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali, ovvero possa richiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione"),  un giovane senegalese, irregolare, ha potuto evitare l'espulsione,  perché omosessuale.
Lo ha stabilito una sentenza del giudice di pace di Torino, che ha sottolineato come nel paese di origine dell'immigrato l'omosessualità sia perseguita con il carcere.
E’ bene ricordare ai Vendola nostrani che in quattro paesi islamici gli omosessuali sono tutt'oggi sottoposti alla pena di morte: Iran, Arabia Saudita, Mauritania e Sudan. In altri venti paesi musulmani  i rapporti omosessuali rimangono reato,  come  in altri settanta paesi, tra cui spiccano Cuba e la  Cina comunista.

ELETTOROPOLI
E’ cominciata la campagna elettorale per le regionali. Me ne sono accorto stamattina.  Con la posta, ho ricevuto una rivista patinata di 24 pagine,  a colori,  inviatami dall’Ufficio relazioni con il pubblico  della Regione Emilia-Romagna.
Così ho imparato, come gli altri 4.101.324 abitanti dell’ Emilia-Romagna,  che  mi trovo nel migliore dei mondi possibile (“il posto giusto per costruire il futuro”,  recita la copertina)  dove, anche se ci sono i treni normalmente in ritardo, nessuno occupa le stazioni... e dove, anche se ci sono le Procure della Repubblica,  mai s'è visto perseguire un  reato che riguarda la pubblica amministrazione... insomma,  un Presidente e ben dodici (12!) assessori, tutti al nostro servizio e tutti sconosciuti... (cp, 03-02-2005)

LETTERA DI MARCO PANNELLA
 Care e cari,
   
mentre vi scrivo non sappiamo davvero se e come potremo usufruire di quella "ospitalità" che abbiamo richiesto ai due Poli, con chi e in quali condizioni.
    Se arriveremo, entro due o tre giorni, ad avere idee e acquisizioni chiare comincerà il più difficile. Il problema è questo: ad oggi noi siamo in condizioni di raccogliere le firme necessarie per presentare le liste al massimo in 6 o 7 province, sulle oltre 100. E le liste, intanto, vanno fatte, le migliori e più "aperte" (per qualità), e siamo più o meno a zero.
    L'intera operazione, come vi è noto, ha come condizione da parte nostra "liste radicali ovunque", nelle 14 Regioni, nell'ambito dell'accordo nazionale eventualmente raggiunto. La situazione è tale che, se questa "ospitalità" ovunque venisse accordata, rischiamo fortemente di non poterne usufruire (e di far mancare quindi il nostro apporto) perché... non ci siamo.
    Realisticamente dobbiamo aver costituito le oltre cento liste nostre entro il 10-12 febbraio per poter poi su di esse raccogliere le firme di presentazione. Dobbiamo aggiungere un altro elemento di essenziale importanza: per la prima volta affronteremo la prova elettorale assolutamente senza una... lira. Negli ultimi 5 anni abbiamo partecipato a tutte le prove elettorali attraverso posta, il cui costo è - per ciascun invio - di miliardi di vecchie lire. Per le europee abbiamo raggiunto il risultato (modesto, come sappiamo) indebitandoci in modo appena sopportabile fino al 2009, esattamente per la somma che annualmente riscuoteremo come rimborso elettorale di qui ad allora.     Ma gli interessi passivi che dobbiamo pagare alle banche è di notevole peso... Già oggi far fronte a questa situazione è per noi di davvero estrema difficoltà, e siamo determinati a non cedere.
    Occorre quindi una mobilitazione di tutte e di tutti coloro che comprendono che senza usare il proprio apporto, per modesto che possa sembrare, non è materialmente possibile farcela: ABBIAMO ESTREMO BISOGNO DI RISORSE UMANE, FINANZIARIE, ORGANIZZATIVE DA SUBITO, DAL MOMENTO STESSO IN CUI QUESTE RIGHE VI GIUNGERANNO. Nell'area radicale, già da settimane, non pochi che prestano la loro attività sono in grave ritardo per riscuotere i loro modesti compensi.
     Vi rivolgo quindi un personale appello: fate tutto il possibile, di più: il necessario. Quale sia, a ciascuno il comprenderlo, il deciderlo, il farlo.
     Non ho tempo né modo di dedicare ora altro tempo a questo messaggio che vi invio. Grazie per l'attenzione e per tutto.... Rispondetemi, ve ne prego, a stretto giro di e-mail. Per ora non possiamo nemmeno affrontare la spesa di inviarlo per posta a tutte e tutti gli iscritti e i sostenitori dei quali non abbiamo recapiti elettronici.
           
 Marco Pannella,
Bruxelles, 2 febbraio 2005.

MODESTA PROPOSTA
Asteniamoci dal discutere sulle cellule staminali e prendiamo la decisione migliore: i radicali con la CDL e la Mussolini con Diliberto.
Paolo della Sala - leguerreciviliblog


All’indomani delle elezioni in Iraq, il centrosinistra tenta buffi equilibrismi
Da "Il Foglio": "Franco Marini, uomo forte della Margherita, sull’Iraq ha sempre avuto un’opinione lontana da quella dei pacifisti “senza se e senza ma”. L’anno scorso rifiutò di votare la mozione del centrosinistra per il ritiro del contingente italiano e oggi, dopo il successo del voto in Iraq, dice chiaro e tondo che, quando torneranno alla carica sullo stesso argomento, “li prenderemo a pernacchie”. Intanto si apre la discussione in Parlamento sul rifinanziamento della missione e, puntualmente, ritorna (da Verdi, comunisti assortiti e sinistra Ds) la richiesta di un ritiro immediato. Per loro le elezioni non contano nulla, sono una farsa o, come dicono i Comunisti italiani, non si sono svolte nemmeno perché sono solo una “truffa mediatica”. Neppure il contorto ragionamento di Alberto Asor Rosa, il quale scopre all’improvviso che “l’ostilità al regime di Saddam era profonda”, li induce a ragionare. Romano Prodi, di fronte a questa ennesima divisione politica dell’opposizione, nega l’evidenza e si rifugia nella fantapolitica. L’Onu, dice, deve mettere in campo una forza multinazionale che sostituisca quella oggi impegnata a combattere il terrorismo in Iraq. Intanto, sulla questione reale, quella della missione italiana che c’è, non su quella dell’Onu che non esiste, Prodi tace prudentemente, per non spiacere alle opposte fazioni della sua coalizione. Il centrosinistra ha trovato l’unità solo nel chiedere che la discussione parlamentare sulla missione venga preceduta da un dibattito accademico sui massimi sistemi, sulla pace e sulla guerra, nel tentativo di sostituire la responsabilità delle scelte con la retorica delle frasi. Così, dopo lo scontato rifiuto della maggioranza di governo, ha potuto unirsi nella protesta. Se non si trattasse di una questione seria, anzi tragica – basti pensare quanto sia costata e costi in vite umane – ci sarebbe da divertirsi di fronte all’infantilismo da assemblea studentesca di chi pensa di aggirare un problema politico con una mozione sull’ordine dei lavori. E’ quel che accade a chi fatica a prendere atto della realtà, quando non gli piace."

STORIE DI BAMBINI E MENZOGNE
Era già successo con il bambino morto in uno scontro a fuoco tra terroristi palestinesi e esercito israelinano. Il bambino (nella foto) era stato ucciso da colpi d'arma da fuoco provenienti dalla parte palestinese... ma tutti i giornali titolavano:  "Bambino ucciso dagli isrraeliani".
In questi giorni,  di nuovo  i mezzi di comunicazione, fidandosi esclusivamente delle informazioni di parte palestinese, incolpano gli israeliani di uccidere i bambini.  Ecco i fatti.  ll 31/01/ 2005, ANSA e TG3 hanno trasmesso come dati di  fatto, fidandosi delle false accuse da parte palestinese, che i soldati israeliani avevano sparato ed ucciso una bambina palestinese in una scuola a Rafah e ferito un'altra.
La pronta smentita da parte del portavoce dell'esercito israeliano non è stata riferita da questi organi di  (dis)informazione.
Il giorno dopo, 01/02/2005,  i palestinesi hanno arrestato un arabo palestinese, sospettato di aver ucciso la bambina e sequestrato il suo fucile, con cui "sparava in aria"  per celebrare  il suo ritorno dalla Mecca, confermando la versione  israeliana.
Questa notizia   non è stata pubblicata  dal sito  ansa.it.
Così come non è stata trasmessa  dal TG3,  confermando la sensazione  che questi organi di (dis)informazione trasmettono solo,  come nelle migliori tradizioni antisemite, notizie contro Israele.
Nonostante   i palestinesi abbiano arrestato l'arabo che ha  ucciso la  bambina  a Rafah,   i mezzi di comunicazione  continuano ad accusare Israele d'aver ucciso una bambina palestinese, come ha  fatto anche  oggi RAI NEWS  24 nel notiziario  trasmesso su RAI 3.
Se non bastasse, il  26/01/2005  terroristi palestinesi sparano 2 colpi di mortai sugli insediamenti civili israeliani nel sud della striscia di Gaza.   Uno di quei 2 colpi cade vicino ad una  casa araba a Dir El Ballakh, uccidendo una bambina araba.   La propaganda filopalestinese si affretta ad accusare  i soldati israeliani.
Il portavoce dell'esercito israeliano precisa che e'  stato il colpo di mortaio dei terroristi  palestinesi ad uccidere la bambina.
Invece,  secondo RAINEWS24, "Bambina palestinese uccisa dall' esercito Israeliano"
Anche il CorseraLa Repubblica  danno identica notizia. La Repubblica, successivamente ha tolto la notizia.  In nessuno dei casi  è stata pubblicata la smentita.
E questo dopo che i mezzi d'informazione hanno riempito pagine e pagine e pianto abbondanti lacrime, evidentemente  di coccodrillo,  nella giornata della memoria!
(si ringrazia Honest Reporting Italia)


"Non sopporto gli irsuti inquisitori che pontificano dalle affrescate stanze curiali"
Quando stamattina nel chiudere la rassegna stampa di Radio Radicale il Direttore Bordin ha girato la palla ad un Marco Pannella particolarmente tonico in collegamento da Bruxelles, gli orecchi del distratto ascoltatore imbottigliato nel traffico già si accingevano all’ascolto di una prevedibile omelia di gratitudine per il fatto che oggi sia Repubblica che Corriere  e Riformista aprano con un editoriale pro-radicali.
E invece, diavolo d’un Pannella, ci ha spiazzati un’altra volta.
Liquidato il suddetto lieto evento con pochi secondi di convenevoli, il Nostro  (!,  ndr) ha invece ingaggiato un alleluia di un buon quarto d’ora per celebrare l’intervista al prete-manager Don Verzé che il Corriere pubblica oggi con il titolo ad effetto: “Verzé: fecondazione, «Cattolici possono dire sì»”.
Personaggio anomalo, ‘sto Verzé. Non è il solito prete progressista “del dissenso”, come giustamente fa notare l’intervistatore Aldo Cazzullo, al quale il fondatore del San Raffaele aveva già rilasciato a settembre un’intervista scandalosamente filoberlusconiana . Quella di oggi è ancora più sorprendente.  Eccone un florilegio:
«Mi auguro che molti sacerdoti diventino medici e biologi, e molti medici e biologi diventino anche filosofi, umanisti e teologi: in modo che si capisca che la verità va incontro ai liberi, ai liberi anche da se stessi. Non amo la Chiesa proibizionista. Amo la Chiesa illuminante. Nulla può fermare la scienza. La libertà, come la ricerca, va spiegata e rispettata; allora scansa il libertinismo distruttivo, perché è accompagnata dalla responsabilità individuale. […] Il fare può essere immorale; ma il non fare, e subito, lo può essere più spesso».
E ancora:

«Il mio embrione è il mio essere: corpo, intelletto, spirito, in unum. Guai a chi avesse toccato il mio esistere, fossi anche cieco e talassemico; gli spaccherei la testa. Così farebbe Pannella, se a suo tempo avessero toccato il lui ancora pannellino. Che poi era sempre il lui, il grande Pannella, in nuce […] I nostri ricercatori stanno mettendo a punto una tecnica contro la talassemia che interviene sui gameti femminili anziché sull’embrione. Si evita così la selezione discriminatoria degli embrioni, permettendo la fecondazione solo di ovociti sani».
Ma per la Chiesa – incalza Cazzullo - la fecondazione in vitro è moralmente inaccettabile.
Apriti cielo:
«La fecondazione omologa va vista come completamento dell’atto coniugale. Non sopporto gli irsuti inquisitori che pretendono di alzare il lenzuolo del letto nuziale; mi pare impudico. Credo che a suo tempo la Chiesa accetterà la fecondazione omologa in vitro, come accetterà, almeno per situazioni limite, la pillola contraccettiva e il preservativo. Per farlo capire a certi proibizionisti basterebbe che uscissero dalle affrescate stanze curiali e si intrattenessero per un po’ nelle favelas e nei tuguri africani. […] Tutti hanno il diritto di avere figli. Qualcuno può rinunziarvi, come ho fatto io; ma la scelta è individuale. Negare il diritto di avere figli è una stupidaggine contro natura».
Crescendo wagneriano:

Non cambierebbe quindi la legge?
«Perché no? Ma non subito».
Ma un cattolico potrebbe votare sì?
«Se è un cattolico libero, avverte la responsabilità di quel che fa, ha vera consapevolezza di sé e del valore del suo sé, in teoria potrebbe».
Finale col botto:
«Al banco del laboratorio lo scienziato cammina con la sua testa. I ricercatori bisogna accompagnarli, non giudicarli. Detesto quelle persone che, intendendosi molto di dogmatica e di etica, credono di intendersi anche di biologia. Che arrivano al tavolo di una discussione delicata come quella sull’embrione con la faccia arcigna di chi ha già un giudizio sull’interlocutore».


Sarà stata l’oscillazione del segnale radio in galleria, ma mi è parso che nel commentare queste parole la voce di Pannella rasentasse la commozione: “Don Verzé dà voce al 90% dei cattolici che da due-tre generazioni vive le proprie profonde convinzioni in scandaloso dissenso dalle gerarchie vaticane… erano quattro mesi che aspettavo questa intervista”.
Perché quattro mesi?
Perché tanto è il tempo trascorso dalla pubblicazione del libro autobiografico  di Don Verzé, del quale Rosy Bindi, querela alla mano, aveva prontamente chiesto al Tribunale di Milano il ritiro dal commercio oltre a 500mila euro di danni - e che invece Pannella, entusiasta, definisce nientemeno che “profetico”.
A pagg. 106-109 il sacerdote veronese stila la seguente agenda delle “cose da riformare” nella Chiesa:
"a) celibato del clero cattolico latino;
 b) attribuzione di poteri ministeriali a laici 'probati', donne comprese;
 c) sacramenti ai divorziati;
 d) uso di anticoncezionali;
 e) procreazione assistita;
 f) non si può sonnecchiare accontentandosi di divieti contro una scienza biologica che irresistibilmente corre.       Il guarire è un sacramento imperativo-cristologico;
 g) coinvolgimento dei fedeli nelle scelte gerarchiche, episcopato compreso".


«Chissà cosa starà succedendo stasera alla Cei, presso la Segreteria di Stato, nei corridoi del Vaticano» si era chiesto Pannella, commentando il 27 settembre a Radio Radicale le anticipazioni diffuse dalla stampa sul contenuto del libro. «Don Verzè dice cose che non si sentono da tempo, nemmeno in Europa, nemmeno dai luterani o dai valdesi», aveva aggiunto.
E ancora: «Ci vorrebbe un Don Verzè anche nella politica italiana, in quella comunista e in quella laica». Che pensasse a se stesso?
(ale tap, 02.02.05)


Massima del giorno
La coerenza, in politica, è fare costantemente il proprio interesse.
 G.P.


MOLLICHINE
Veltroni, al "Giornale": "Il comunismo per me [giovane] era odioso e nemico". Per questo lo sposai.

"Berlusconi non affronta le primarie per paura",  ha detto Castagnetti. Che invece non ha paura di niente. Neppure del ridicolo.

La sinistra è contenta del voto iracheno ma è contro la guerra. Cioè è a favore della procreazione ma contro il sesso.

Prodi: "da oggi lavoro alla costruzione del programma". Prima ha detto di poterne scrivere 40 in un giorno. Se ci lavora una settimana,  avremo 280 programmi.

In Iraq percentuali di voto superiori a quelle statunitensi. Suggeriamo un commento all'<Unità>: "Non sono ancora maturi per la democrazia".

Saddam Hussein,  pur avendone il diritto,  non voterà (manca il seggio). Il semplice porsi di questo problema fa la differenza tra democrazia e dittatura.

L'Eurispes  vede un'Italia più povera e pessimista. Come sempre catastrofico. Al sentire il suo nome,  c'è già chi tocca ferro.

Bertinotti dopo il voto: "ogni giorno in cui continuiamo la guerra è un giorno in più di insulto alla coscienza di quel Paese e un giorno perso per costruire la pace". Ma abbiamo visto lo stesso film?

Bertinotti: "Quello iracheno non è un voto libero". Ah, i bei tempi di Saddam!

Gianni Pardo - 01.02.2005


Che noia. Chiudetegli la bocca, vi prego.
Chiudetegli la bocca, vi prego. Non se ne può più. C'è un problema di soprannumero. Sono troppi». Daniele Scalise, giornalista di "Prima comunicazione", redattore della rubrica "Froci" sul "Foglio" e omosessuale, si è «rotto i coglioni» di vedere gay ovunque.
Mentre l'omo-mondo festeggia il successo di audience dello sceneggiato "Mio figlio", c'è chi non si accoda alla sbornia mediatica e si mette di traverso alla nuova tendenza. «Non voglio fare lo snob», dice Scalise, «ma questo pollaio pigolante mi innervosisce. C'è chi dice che sia necessario per arrivare alla normalità. Che questo sia l'unico modo per ottenere una legge sulle unioni gay. Mi auguro che sia così, ma intanto inorridisco. Anche perché il vero obiettivo dovrebbe essere l'opposto della visibilità».
Cioè? «Rendere l'omosessualità invisibile, assicurando ai gay gli stessi diritti degli eterosessuali. Raggiunto questo obiettivo sarebbe bene che dei finocchi non si parlasse più». Eppure in tv spopolano. Fanno audience.
«Già. E può essere che Alfonso Signorini e il telefilm "Will&Grace" servano a qualcosa, però la maggior parte di questi spettacoli e film a sfondo omosessuale sono esteticamente ripugnanti. Il mio fidanzato dice che invece di prendere gli attori dalla strada (come faceva Pasoliní, ndr), ora li prendono nei canili».
Non le è piaciuto nemmeno il telefilm "Mio figlio", quello con Lando Buzzanca? «Ne ho visto un quarto d'ora e sono scappato». E “I fantastici 5”, il programma su La7? «Ho seguito la prima puntata e ancora rido: cinque improbabili finocchiette che cercano di far diventare gay un etero». Veramente vorrebbero farlo diventare trendy. «Si, profumandolo come una prostituta, appendendo tende viola da bordello alle finestre e piazzandogli quattro candele in casa? Ma non scherziamo!».

Be', si dice che in fatto di moda e di arte gli omosessuali abbiano una sensibilità superiore. «Non c'è nulla di speciale nell'omosessualità Basta che uno sia frocio perché diventi Michelangelo o Nureyev? Non mi si venga a raccontare questa balla», esclama Scalise dando sorprendentemente ragione a Oriana Fallaci, che aveva sostenuto proprio lo stesso concetto nel suo ultimo libro, “Oriana Fallaci Intervista sé stessa” (Rizzoli International), in un brano pubblicato anche nel "magazine" n. 2 del 2005.
Che gli omosessuali siano apprezzati per le loro battaglie libertarie, almeno questo lo può ammettere. O no? «Quelli che lottano davvero sono una minoranza», spiega il giornalista. «Il 99% degli omosessuali è sposato con figli. O celibe per caso. Oppure racconta balle come quelle di Alfonso Pecoraro Scanio».
Quali balle, scusi, il leader dei Verdi ha fatto coming out. «Sì ma ha detto che è bisessuale. Una balla. Come è una balla quella di Alessandro Cecchi Paone che vuole convincere tutti di essere mezzo gay e mezzo Alessandro Magno. Ma facce ride. Sono tutti riflessi condizionati con cui vorrebbero affermare che ogni tanto praticano la fica. Di fronte a tutto questo io mi fermo. Sto male».
Ma delle produzioni tv non si salva proprio niente? «L'unico capolavoro della stagione», dice Scalise, concludendo il suo gay-zapping, «è andato in onda su La7 il film a puntate “Angels in America”. Dopodiché è ovvio che io sia felicissimo perché vengono pubblicati molti libri e molte rubriche di autori gay. Ma non so se la presenza di tutti questi froci in tv sia positiva.
Potrebbe essere una moda passeggera senza conseguenze pratiche o, ancora peggio, un nuovo loculo dove vengono piazzati e dimenticati gli omosessuali. Il punto vero però è un altro». Quale? «Io sono per le cose belle e in giro vedo solo mediocrità». Addirittura? «Sì. Che noia. Quasi quasi mollo pure la rubrica "Froci"».
Vittorio Zincone per il Corriere della Sera magazine.


Arrestati i due islamici prosciolti a Milano
La magistratura di Brescia ha rinnovato l’ordinanza di custodia cautelare per terrorismo internazionale nei confronti di Noureddine Drissi e Kamel Hamroui. Si tratta dei due presunti estremisti islamici per i quali il GUP di Milano, Clementina Forleo, nei giorni scorsi aveva trasmesso gli atti a Brescia, dichiarandosi incompetente e revocando a loro carico la misura di custodia cautelare in relazione al terrorismo internazionale.
Su richiesta del procuratore aggiunto di Brescia, Roberto Di Martino, il GIP ha anche rinnovato la custodia cautelare per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per questo reato i due si trovano ancora in carcere.
Con la stessa sentenza-ordinanza con cui il GUP Forleo si dichiarava incompetente, erano stati assolti dall'accusa di terrorismo internazionale altri tre imputati nel processo milanese che erano, invece, stati condannati per reati cosiddetti satellite. La sentenza-ordinanza del GUP Forleo era stata al centro di numerose polemiche per quella parte di motivazione secondo cui la guerriglia, in un contesto bellico, non è terrorismo.
 corriere.it - 1° febbraio 2005


RAZZISMI E TRISTEZZE AL FORUM SOCIALE DI PORTO ALEGRE
(ANSA)  Un boicottaggio mondiale dei prodotti israeliani e' stato proposto oggi al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre per combattere ''l'apartheid alla sudafricana'' che il governo di Ariel Sharon starebbe applicando ai palestinesi.
''Con l'inizio della costruzione del muro attorno ai territori palestinesi da parte del governo israeliano - si legge in un documento firmato dalle principali ong palestinesi presenti al vertice sociale alternativo - la politica adottata dal primo ministro Sharon in relazione alla Palestina si e' caratterizzata definitivamente come un'apartheid somigliante a quella praticata in Sudafrica''.
La reazione proposta a Porto Alegre e' quella di sanzioni, boicottaggi e disinvestimenti a danno delle imprese e delle istituzioni israeliane, ''stessi strumenti che hanno aiutato ad  abbattere il regime segregazionista di Pretoria''. Un elenco di prodotti israeliani da boicottare e' gia' stato collocato su internet a cura della Campagna Palestinese Anti Apartheid. ''Una minaccia internazionale all'equilibrio finanziario di Israele - ha affermato Jamal Juma, a capo di questa ong palestinese - puo' funzionare per convincere Tel Aviv ad una revisione della politica repressiva contro di noi".

«L'Europa si arrende a Castro»
   Pubblichiamo, dal Corsera,  questo articolo di Vaclav Havel (ex presidente della Repubblica Ceca)
"Ho un vivo ricordo delle situazioni un po’ ridicole, leggermente temerarie e piuttosto penose in cui si ritrovavano durante la Guerra Fredda i diplomatici occidentali a Praga. Ogni volta dovevano affrontare la delicata questione: invitare o meno alle celebrazioni delle loro ambasciate i vari firmatari di Charta 77, gli attivisti per i diritti umani, i critici del regime comunista, i politici destituiti, o anche gli scrittori, i giornalisti e gli studiosi messi al bando— gente di cui i diplomatici erano generalmente amici. A volte noi dissidenti non eravamo invitati, ma ricevevamo delle scuse, e a volte avevamo l’invito ma non lo accettavamo per non complicare la vita ai nostri coraggiosi amici diplomatici.
Oppure eravamo invitati un po’ prima nella speranza che ce ne saremmo andati prima dell’arrivo dei rappresentanti ufficiali, il che a volte funzionava e a volte no. Quando non funzionava, o i rappresentanti ufficiali se ne andavano in segno di protesta contro la nostra presenza, o ce ne andavamo noi in tutta fretta, o facevamo tutti finta di non vederci o — raramente — iniziavamo a conversare gli uni con gli altri, ed erano spesso i soli momenti di dialogo tra il regime e l’opposizione (senza contare gli incontri ai processi). Tutto questo succedeva quando la Cortina di Ferro divideva l'Europa— ed il mondo—in blocchi opposti. Non ricordo alcuna occasione in cui, a quei tempi, l'Occidente o una sua organizzazione qualsiasi (Nato, Comunità Europea ecc.) abbia pubblicamente emesso un appello, raccomandazione o disposizione attestante che qualche gruppo specifico di persone dotate di mente indipendente — o comunque vogliamo definirle—non dovesse ricevere inviti a feste, celebrazioni e ricevimenti diplomatici. Oggi però sta succedendo. Una tra le istituzioni democratiche più forti e potenti del mondo—l’Unione Europea — non si fa scrupolo nel promettere pubblicamente alla dittatura cubana che la segregazione diplomatica sarà restaurata. Le ambasciate della Ue all'Avana adesso redigeranno le loro liste degli ospiti conformemente ai desideri del governo cubano.

La scarsa lungimiranza del primo ministro socialista spagnolo José Zapatero ha prevalso. Proviamo ad immaginare cosa capiterà: in ogni ambasciata europea, qualcuno verrà incaricato di setacciare le liste, nome per nome, e di valutare se e in che misura le persone in questione si comportano liberamente o parlano liberamente in pubblico, fino a che punto criticano il regime, o semagari siano ex detenuti politici. Gli elenchi saranno accorciati e le cancellazioni fatte, e ciò spesso implicherà anche l’eliminazione di buoni amici personali dei diplomatici incaricati della cernita. Difficilmente riesco a pensare per la Ue un modo migliore per disonorare i nobili ideali di libertà, eguaglianza e diritti umani sposati dall' Unione — principi, invero, riaffermati nella Carta costituzionale. Per proteggere i profitti delle multinazionali europee nei loro alberghi all’Avana, l’Unione smetterà d’invitare le persone di mente aperta alle ambasciate della Ue, e capirà chi è da escludere dall'espressione sul viso del dittatore e dei suoi sodali. Difficile immaginare un patto più vergognoso. I dissidenti cubani, ovviamente, faranno volentieri a meno dei cocktail party occidentali. Questa persecuzione graverà di certo sulla loro difficile lotta, ma naturalmente le sopravvivranno.
La domanda è se vi sopravvivrà la Ue. Oggi la Ue balla al suono della musica di Fidel Castro. Questo significa che domani potrebbe tentare di aggiudicarsi l’appalto per la costruzione di basi missilistiche sulla costa della Repubblica Popolare Cinese. Il giorno dopo, potrebbe permettere che le sue decisioni sulla Cecenia siano dettate dai consiglieri del presidente Vladimir Putin. In seguito, per qualche ragione ignota, potrebbe condizionare la sua assistenza all'Africa da legami fraterni coi peggiori dittatori del continente. Dove si andrà a finire? Col rilascio di Milosevic? Col negare il visto all’attivista russo dei diritti umani Sergej Kovalyov? Con le scuse a Saddam Hussein? Con l’apertura dei negoziati di pace con Al Qaeda? È suicida per la Ue attingere alle peggiori tradizioni politiche europee, il cui denominatore comune è l’idea che si debba essere arrendevoli col male, e che il modo migliore per conseguire la pace passi attraverso l’indifferenza verso l’altrui libertà. È vero l’esatto contrario: politiche del genere esibiscono indifferenza per la propria libertà e preparano la via alla guerra. Sono fermamente convinto che i nuovi membri della Ue non dimenticheranno le proprie esperienze del totalitarismo e dell'opposizione nonviolenta al male, e che quelle esperienze si rifletteranno nel loro comportamento in seno agli organi europei. Ad ogni modo, potrebbe essere questo il loro miglior contributo alle comuni basi spirituali, morali e politiche di un’Europa unita."
Vaclav Havel (ex presidente della Repubblica Ceca)- 31 gennaio 2005