ARCHIVIO GENNAIO 2007




 "Puntate le armi contro Israele."
Marwan Barghouti, il terrorista che deve scontare 5 ergastoli nelle carceri di Israele, eroe della sinistra radicale italiana che ne chiede la scarcerazione definendolo "uomo di pace", unico degno successore di Arafat, ha mandato un proclama ai palestinesi che sono nel pieno della guerra civile , godendo come matti nell'ammazzarsi a vicenda.
Il proclama del terrorista recita , fra altri deliri di una retorica da vomito, in modo molto chiaro :
" O nostro grande popolo, noi chiediamo ai nostri fratelli, agli eroi della lotta armata, di mantenere la purezza delle loro armi, a non diventare strumento per atti di combattimenti interni. Queste armi sono per la salvaguardia del paese e della sua gente, e devono essere, oggi più che mai, puntate contro l‚occupante israeliano."
L'appello pacifista di Barghouti e' stato ripreso da Abu Mazen, la mammoletta, anche lui ha raccomandato di rivolgere le armi contro Israele.
Beh, bisogna capirlo, povero fiorellino, ogni giorno praticamente rischia di essere fatto fuori da qualche picciotto di hamas, quindi se invece di puntare le armi contro di lui le puntassero contro Israele gli andrebbe di violino.

E i palestinesi obbediscono ai loro capi.
Mantengono la purezza delle loro armi bagnandole del sangue dei "fratelli", piu' purezza di cosi', e, per non contaminarle con sangue ebraico, quindi di scimmie e  maiali,  hanno mandato contro l'occupante israeliano, che non si sa bene cosa occupi, il solito neonazista ventenne, militante della Jihad , cresciuto in una famigliola  che si e' dichiarata orgogliosa del figlio assassino.
E cosi', per la gioia di mamma e papa', il giovane neonazista e' andato in gita a Eilat per farsi esplodere in una panetteria ammazzando tre ragazzi di nemmeno trent'anni, vittime dell'odio, dell'ignoranza , della barbarie di persone incapaci di fare altro che guerra e terrorismo.
La guerra se la fanno tra loro per intascare il pizzo di tutti i soldi che il mondo manda ai capimafia.
Il terrorismo lo dedicano a Israele, odiato nemico.
L'odio, l'unica cosa che riesce a unirli.
Interessante la reazione negli ambienti rosso/neri ( ogni allusione al calcio e' puramente casuale) italiani, molto interessante perche' pare che la colpa dell'attentato sia di Israele perche' non aveva previsto la cosa distruggendo preventivamente  il tunnel da cui e' uscito il topo di fogna. 
Quando invece Israele li distruggeva i tunnel gli stessi cerebrolesi urlavano che non era vero, che non c'era nessun tunnel, che era solo una scusa per bombardare i poveri innocenti palestinesi.
Avevi voglia a mandare in giro fotografie, niente da fare, "ve li scavate voi" dicevano.
Adesso invece , miracolosamente, i tunnel esistono e Israele se l'e' voluta perche' e' cosi' scemo da non averli distrutti. Non sanno i poveretti che i tunnel sono migliaia e che distruggerli tutti diventerebbe complicato vista la densita' della popolazione palestinese e  il particolare che la maggior parte viene scavata dai coraggiosi combattenti della Palestina nelle cucine delle abitazioni e sotto le culle dei pargoletti.
Secondo i media invece  Israele ha violato la tregua bombardando, dopo l'attentato, il tunnel da cui e' passato il neonazista.

Mi soffermo su questo perche' vorrei capire se quelli che scrivono le notizie stanno in letargo quando gli conviene per svegliarsi soltanto quando Israele reagisce ad un attentato.
Se stavano in letargo allora li informo che , da quando e' stata proclamata la tregua, alla fine di novembre, i palestinesi hanno fatto 140 lanci di missili qassam sulle citta' e kibbuz del Neghev. 
Israele non ha mai risposto quindi per i dormienti significa che la tregua non e' mai stata violata. Ragionamento liscio come l'olio ma puzzolente come come una fogna!
Anche Massimo D'Alema, ineffabile ministro degli esteri, quello che divide gli ebrei italiani in democratici se di sinistra, non democratici se no. Quello che definisce lobby la comunita' ebraica italiana. Quello che gli trema il baffetto al nominare Israele. Bene Baffetto ha detto che questo ultimo attentato nasce dalla volonta' di allontanare la prospettiva della pace mettendo a rischio il cessate il fuoco.
Insomma anche Baffetto sta volentieri in letargo. Se cosi' non fosse, se fosse sveglio e pensante, mi piacerebbe sapere  di quale prospettiva di pace sta parlando e di quale cavolo di tregua sta parlando!
Ce lo dice, signor Ministro? No? Non lo sa nemmeno lei? Immaginavo, pero' potrebbe sempre chiederlo a Hezbollah.
Insomma quello che ci ha confermato quest'ultimo attentato e' che Israele ha sempre torto,  che i palestinesi hanno sempre ragione e che chi non e' daccordo e' un fascista.
 Che  la Terra di Israele sia lieve per questi tre ragazzi ammazzati mentre lavoravano:
Emil Almaliakh, 23 anni  z.l.
Michael Ben Sa'adon, 27 anni z.l
Israel Samolia, 26 anni z.l.

 Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com - www.deborahfait.ilcannocchiale.it


PROBLEMI DIFFICILI
Ci sono problemi per i quali la discussione non finisce mai e che sembrano complessi, difficili, forse insolubili. E invece sono semplicemente mal posti. Ecco tre esempi, quasi di moda:
1) Il testamento biologico e l’eutanasia.
2) L’uso dell’ingegneria genetica, delle cellule staminali e della fecondazione assistita.
3) Il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.
Sulla base della logica, si potrebbe dire che tutte le attività che non danneggiano gli altri sono lecite. Per la Chiesa cattolica il suicidio e la masturbazione sono peccato ma per lo Stato non costituiscono reato. Il testamento biologico riguarda ciò che l’individuo dispone avvenga di sé quando non sarà in grado di deciderlo, non diversamente da come il testatore dispone in vita di ciò che avverrà dei suoi beni dopo la sua morte. Nel caso dell’eutanasia le cose sono ancora più chiare: colui che decide di cessare di vivere lo fa essendo pienamente in grado d’intendere e di volere. Dunque esercitando sul proprio corpo un diritto simile a quello di chi si fa tatuare, decide di dimagrire o si suicida. Anche le attività di cui al numero due non riguardano affatto i terzi: nessuno chiede ai cittadini di fornire cellule staminali o alle donne di farsi impiantare un ovulo. E lo stesso ragionamento è facile fare per i rapporti fra omosessuali. Chi non lo è non lo diverrà certo a causa di questa legge e gli stessi omosessuali non saranno certo costretti ad unirsi per la vita ad un loro simile. E allora di che si sta discutendo?
Il problema è esclusivamente religioso. Per l’eutanasia, i credenti rispondono che la vita è un dono di Dio e l’uomo non può disporne. Neanche se sta parlando della propria e nemmeno se soffre al punto che preferirebbe morire. Per il secondo problema dicono che gli scienziati e i medici maneggiano la vita e che essa, appunto, è sacra ed appartiene a Dio. Nel terzo caso, dicono che l’omosessualità è peccato (informarsi con Dante!) e dunque lo Stato non può sancire un simile rapporto. Non più di quanto non stabilisca regole sul modo di pagare le prestazioni delle prostitute: è una materia immorale ed è già molto se lo Stato non la sanziona penalmente.
A questo punto tutto è chiaro. Se si è miscredenti e coerenti, la soluzione è la liceità. Se si è religiosi, l’illiceità. E se infine si chiede chi ha ragione dei due gruppi si pone una domanda sbagliata, anche se gravida di storia.
Per secoli (e ancora oggi, spesso, nel mondo islamico) i credenti non hanno permesso ai non credenti di essere tali. Lo Chevalier de la Barre fu processato per avere (forse) maltrattato una statua del Cristo e (a quanto dicevano) non essersi scoperto il capo al passaggio della processione del Corpus Domini. Il diciannovenne fu condannato alla tortura ordinaria e a quella straordinaria per rivelare i nomi degli eventuali complici, poi ad avere il pugno e lingua tagliata, ad essere decapitato e bruciato. Il processo si tenne a Parigi e la sentenza fu eseguita nel 1766, in piena epoca dei lumi, non nell’alto Medio Evo. Un simile accanimento si spiega con la certezza di essere dal lato della ragione. I credenti non si fermano dinanzi al fatto che, con l’eutanasia, un essere umano decide della propria vita: per loro chi vuole morire e chi l’aiuta a morire feriscono un bene che non è loro, che è sacro, che è di Dio. E in nome di Dio si armano ed intervengono.

In conclusione non si tratta di sapere se i tre problemi sono razionali o irrazionali, morali o immorali, leciti o illeciti. Si tratta soltanto di sapere se la società deve dare ascolto alle convinzioni dei credenti o dei miscredenti. In democrazia basterebbe chiedere: per te la vita è sì o no un dono di Dio? E poi contare le teste. La discussione è totalmente inutile.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  - 31 gennaio 2007


LA LEGGE GENTILONI
Il 2 gennaio, Eric J. Lyman, su The Hollywood Reporter, media americano che segue l’industria cine-televisiva, ha spiegato che “l’Italia sta iniziando ad assomigliare a tutto il resto del mondo per il presidente di News Corp. Rupert Murdoch: terreno fertile di conquista”. Infatti la nuova legge sulle tv, firmata dal ministro Paolo Gentiloni, “indebolisce Mediaset” fissando un tetto del 45 per cento alla raccolta della pubblicità. Ora le reti di Berlusconi raccolgono il 66,38 per cento, e come ha protestato Fedele Confalonieri perderebbero un terzo del fatturato. La legge porta anche la stessa Mediaset e la Rai a trasferirsi dall’analogico, la tv com’è ora, al digitale entro il 30 novembre 2012. Da una parte Mediaset, oltre a dover spendere per portare Rete4 sul satellite, come dovrà fare anche la Rai con una sua rete, è costretta a investire sulla tv del futuro digitale, dall’altra però perde entrate pubblicitarie, non potendo peraltro contare sul canone, come la Rai, o sugli abbonamenti, come Sky di Murdoch. Un’analisi pubblicata dal New York Times e fatta da IT Media prevede che, con la riforma, Mediaset perderà circa 103 milioni di euro in un anno. E Sky? Guadagnerà 28 milioni di euro. Una bella notizia, per un’azienda che peraltro è già il terzo polo italiano, con quasi un terzo dell’intera torta (pubblicità, canone, abbonamenti, pay) dei ricavi del mercato tv, e per di più quasi monopolista in un settore, quello via satellite e pay. Vero, dicono, ma la tv ce l’hanno 22 milioni di famiglie e il satellite solo (solo?) 4 milioni. Però la tv analogica sta scomparendo, quindi Mediaset e Rai continueranno a farsi concorrenza sul digitale terrestre e sull’analogico, con meno risorse, mentre Sky potrà prosperare quasi indisturbata – e con più risorse – nel settore in cui gode di una posizione di dominio, con tanto di tutto-ilcalcio- minuto-per-minuto e con ritmi di crescita già elevati. Nel dicembre 2006 Sky, la rete preferita dal premier Prodi per le sue interviste in esclusiva, ha superato i 4 milioni di abbonati, più del doppio del luglio 2003, la sua data di nascita. La platea televisiva di Sky (stime Sky) è di 12 milioni di spettatori, con 160 canali. Non è già un terzo polo? Non saremo noi a dirlo, ma leggiamo, il 4 dicembre 2006, su Affari e Finanza di Repubblica, giornale non certo amico di Berlusca, che tra Mediaset e Sky “la distanza non appare incolmabile soprattutto guardando al tasso di crescita dei ricavi”, insomma “i tassi di crescita di Mediaset non sono esaltanti, né potrebbero esserlo visto che il mercato della tv è un mercato maturo. Quelli di Sky sembrano ancora in forte crescita”.
Penalizzare un settore già saturo e favorire un settore già in ascesa? Ce n’è bisogno? Ha senso? La Gentiloni è una riforma vecchia, che non tiene conto della fine della tv generalista analogica e della nuova tecnologia. La transizione al digitale va accelerata, ma sottrarre risorse non è la via giusta. Come non è una buona idea fissarsi contro quel 66,38 per cento di raccolta pubblicitaria di Mediaset, dimenticando magari quel 95 per cento di mercato pay di Sdy.

Dal “Foglio” di sabato 27 gennaio.


LA GUERRA IN IRAQ: UN ERRORE?
Chi è visceralmente filoamericano è profondamente infastidito ogni volta che sente calunniare gli Stati Uniti, ne vede mettere in dubbio la buona fede - a volte tanto profonda da sfiorare l’ingenuità - o vede misconoscere il grande debito che in tanti, nel mondo, abbiamo verso questo baluardo della libertà. L’America è un modello di vita che tutti seguono, mentre dicono di disprezzarlo. E ne imitano persino le balordaggini: la “musica” deleteria, la political correctness, l’antiamericanismo idealistico ed irenico, l’ignoranza senza scrupoli, la superficialità: tanto forte è l’irraggiamento della sua civiltà. A volte il filoamericano critico sembra più severo di coloro che dicono di odiare gli States e li prendono costantemente a modello.
Oggi una grande percentuale degli abitanti di questo mondo, anche negli Stati Uniti, considera la guerra in Iraq un errore. Dunque, dopo avere aspettato per quattro anni un’aurora che ancora non si vede, è bene che anche il più risoluto filoamericano si ponga il problema di questa valutazione.
La prima cosa da chiedersi è che cosa ha indotto Bush a rovesciare Saddam Hussein. Ovviamente, l’ipotesi della guerra per il petrolio è da Bar Sport. L’Iraq ha sempre venduto il suo petrolio e continuerà a venderlo: non lo regalerà certo all’America, cui anzi la guerra è costata infinitamente più di quanto avrebbe guadagnato con qualche eventuale sconto o con qualche contratto per le infrastrutture.
Né molto più seria è l’ipotesi delle armi di distruzione di massa. Anche ammesso che si credesse in buona fede nella loro esistenza - e Saddam Hussein fece di tutto perché in molti ci credessero - esse non avrebbero giustificato la guerra. Altrimenti non si capirebbe perché oggi non si attacca l’Iran e qualunque altro paese – per esempio la Corea del Nord – che rappresenti un pericolo per la pace.
Infine non sembra seria l’ipotesi che si sia voluto liberare l’Iraq da una orrenda tirannide perché, in questo caso, la lista degli altri paesi da liberare sarebb
e molto lunga. Come direbbe De Gaulle, sarebbe un “vaste programme”.

La ragione che è sembrata più plausibile è stata dunque quella geopolitica. Immaginando un Iraq pacifico e democratico nel centro del Medio Oriente si avrebbero le seguenti conseguenze: 1) un’interruzione geografica fra regimi tendenzialmente autocratici e con qualche propensione all’estremismo religioso: da un lato la Siria, la Palestina, l’Arabia Saudita, dall’altro l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan. 2) un evidente modello di libertà e di tolleranza laica, pur nell’ambito del Medio Oriente e pur in un paese privo di unità religiosa, che rappresenterebbe un esempio da imitare. 3) infine un paese amico dell’Occidente, cui lo legherebbe una comunanza di istituzioni di base: la libertà, la democrazia e, chissà, la prosperità economica che ad esse spesso si accompagna.
La speranza sarebbe dunque stata quella di cambiare il quadro politico di questo importante scacchiere, fino a costringere la storia a svoltare. Il presupposto, probabilmente, era che qualunque popolo preferisce la libertà alla schiavitù e la pace alla guerra. Qualunque popolo è lieto di vedersi regalare la democrazia, come la Germania, l’Italia e il Giappone del 1945, o di potersela infine permettere, come i popoli dell’Est Europa. Dunque – secondo questa teoria – bastava liberare l’Iraq da Saddam Hussein e il resto sarebbe venuto da sé. Come le altre volte.
Ma non è venuto da sé. Essendo caduto un governo crudele e poliziesco e avuta la libertà, gli irakeni hanno prima cercato di ammazzare gli americani, poi, quando questo è divenuto difficile, hanno spostato la carneficina verso i propri connazionali, macellandoli a decine, a centinaia, a migliaia. Con sprezzo della propria vita, la maggior parte delle volte. Tutto questo è così irragionevole, incomprensibile, assurdo che gli americani non lo hanno previsto. E neppure molti di noi europei. È pur vero che il popolo irakeno, nella sua quasi totalità, ha reagito come sperato: ha costituito dei partiti, si è recato a votare con entusiasmo malgrado i rischi e le minacce, ha fondato decine e decine di giornali, ha approvato una nuova costituzione, ha dato inizio ad una sorta di boom economico: ma tutto questo non è bastato a disarmare gli assassini. Fino a far vedere a tutto il mondo l’Iraq come un paese sul bordo della guerra civile e gli Stati Uniti come gli autori di un’impresa fallimentare.
Le questioni finali sono ora queste: è un vero fallimento? Alla lunga vincerà il terrorismo o vincerà la democrazia? Che ne sarà dell’Iraq quando gli americani lo abbandoneranno? Nessuno ha le risposte a queste domande. E per questo si tornerà a quella che ci si poneva da principio: la guerra in Iraq è stata un errore?
La risposta è probabilmente sì ma essa dovrebbe far piacere solo a chi è razzista. Infatti se la guerra è stata un errore i massimi dirigenti americani sono degli sprovveduti, ma se è stata un errore significa anche che certi popoli non sono come gli altri, non sono come l’Italia o il Giappone, o anche come la Polonia e l’Ungheria: non sono ancora degni della democrazia e di un governo civile.
Gli americani – i soliti ingenui - hanno creduto che tutti gli uomini sono uguali. Invece ce ne sono di inferiori che preferiscono il massacro alla democrazia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 28 gennaio 2007


27  gennaio 1945 - 27 gennaio 2007
IL DOVERE DI RICORDARE
                                                                       
         
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CHI NEGA LA SHOA' NEGA L'EVIDENZA
La sinistra radicale italiana e' rimasta sconvolta dalle parole del Presidente Napolitano "No all'antisemitismo anche se si traveste da antisionismo"  e ancora:
"Antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele".
Panicooooo.
 A molti politici di sinistra presenti gli e' venuto il coccolone, da voci di corridoio pare che alcuni abbiano corso il rischio di soffocare, rossi di rabbia come peperoni.
Panicooooo.
Tanto panico che giornali rossi come Liberazione e Manifesto non ne fanno cenno, come mai dette..." non le scriviamo cosi' e' come se non le avessimo sentite".
Censura anche da parte dell'Unita' che ne accenna sbrigativamente come sottotitolo e il quotidiano della Margherita relega il tutto , senza nominare il termine "antisionismo" in un breve trafiletto.
Panicooooo.
Un comunista mai pentito come Giorgio Napolitano si e' finalmente accorto che la sinistra radicale e semiradicale  e' antisemita esattamente come i fascisti soltanto che , a differenza dei fascisti, e' piu' ipocrita e nasconde il suo odio sotto forma di "critica legittima" allo stato di Israele.
Peccato che questa critica si trasformi sempre in condanna, diffamazione, delegittimazione, accuse di fascismo, di nazismo allo stato degli ebrei, parole vergognose, irreali, disumane  come " gli ebrei fanno ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto loro".
Peccato che i ragazzotti e cinquantenni nullafacenti dei centri sociali esprimano questa critica legittima bruciando bandiere e urlando slogan razzisti.   
Come faranno adesso i vari Diliberto, Cento, Caruso, Cossutta , Rashid e tutti i loro affezionati seguaci? Come faranno a smentire il loro Presidente?
Come faranno i bruciatori di bandiere?
Come faranno gli anonimi e i non anonimi  che scrivono in internet "Israele boia, israeliani assassini,  Palestina libera-Palestina rossa"?
L'ho letto proprio ieri, quasi che  l'anonimo scrittore, temendo la galera,  volesse sfogare il suo odio prima dell'entrata in vigore la legge Mastella, ho letto proprio ieri definire "bestie e animali" gli ebrei di Hebron ma non devono preoccuparsi gli antisemiti/antisionisti perche' la legge Mastella, gratta gratta,  prevede il carcere solo per "chi diffonda in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o l'odio razziale o etnico, ovvero inciti (detenzione da 6 mesi a 4 anni) a commettere o commetta atti di discriminazione...».
Percio'  per gli antisionisti va benissimo, dire " lo Stato di Israele deve essere distrutto"   non fara' parte di questi nuovi reati.
Anche per gli antisemiti va piu' che bene perche' il Negazionismo non fara' parte della Legge in questione e potranno scrivere sui muri "dieci, cento, mille Shoa' " come e' accaduto ieri ad Arezzo o disegnare collo spray Maghen David gialle sulla porta di una sinagoga come e' accaduto a Mantova.
Non gli accadra' niente.  
Quindi cosa e' cambiato? Niente, e' stato soltanto ripristinato e corretto il decreto Mancino che mai nessuno ha rispettato e credo che questa legge cadra' nel vuoto e fara' la stessa fine del vecchio decreto.
Maurizio Blondet e Susan Scheidt, eroi antisemiti della destra e della sinistra, gettonati in tutti i forum  rosso/neri,  potranno continuare a scrivere la loro propaganda di odio contro Israele.
I fascisti rossi potranno continuare indisturbati a cucire bandiere bianco/azzurre da bruciare,  su internet potra' continuare indisturbata la propaganda antiisraeliana e i pacifisti potranno continuare imperterriti a sputare il loro veleno e ad ascoltare distrattamente le minacce di distruzione di Israele da parte di Ahmadinejad.
Repubblica potra' presentare l'antisemita Norman Finkelstein, che  accusa Israele di usare l'Olocausto per giustificare la sua poltica contro i palestinesi,  come un eroe della liberta' di pensiero...purche' il pensiero sia contro Israele.
Ski potra' intervistare negazionisti come David Irving che ci ha informati che Auschwitz era un luogo di villeggiatura.
Moni Ovadia potra' continuare tranquillo a dissertare noiosamente contro lo stato ebraico da lui tanto odiato  e a parlare, altrettanto noiosamente,  dell'Olocausto con in testa la papalina araba. Pensando che, mentre venivano massacrati 6 milioni di ebrei, gli arabi erano alleati di Hitler, io quella papalina gliela farei mangiare molto volentieri.
Tutto uguale dunque.
A Giorgio Napolitano va il merito di aver fatto andare di traverso il respiro a qualcuno dei suoi compagni di partito.
A Giorgio Napolitano va il merito e l'onore di aver detto finalmente la verita' e, d'ora in poi, quelli che sghignazzavano sarcasticamente e facevano passare per matti visionari coloro che dicevano quanto fosse inesistente il confine tra l'odio per gli ebrei e l'odio per Israele, dovranno tacere.
Giorgio napolitano gli ha rotto le uova nel paniere.
Grazie Presidente, con quelle parole lei ha riscattato decenni di ingiustizia, anni e anni di insulti, lazzi e sberleffi  a chi diceva quello che lei ha affermato nel suo discorso.
Non sappiamo se lei lo pensi veramente o se l'ha detto per altri motivi , l'importante e' averlo fatto, l'importante e' aver dato un colpo alla superbia razzista di molti kompagni che si sentivano in diritto di diffamare Israele senza esternare mai una critica ai palestinesi, santi subito per loro, e se qualcuno glielo faceva notare rispondevano che e' legittima la critica a Israele.
Chiuso il discorso per questi infami.
Bene, d'ora in poi il discorso non sara' chiuso perche' uno di loro, una Personalita' di sinistra, la piu' alta Personalita italiana, lo ha detto: l'antisionismo va condannato esattamente come l'antisemitismo!
Punto e basta.
 Adesso pero'  e' doveroso il silenzio perche' oggi si commemora la pagina piu' vergognosa della storia dell'umanita', oggi ricordiamo solo un po' di piu' perche' la Memoria  deve vivere con noi sempre, ogni giorno della nostra vita, il ricordo dell'orrore deve far parte di noi perche' sei milioni di  ebrei sono stati assassinati, sei milioni dietro ai quali c'erano sei milioni di vite, di amori, di desideri, di sogni, di speranze, di giochi di bambini, di carezze.
Sei milioni, sei milioni.
Facciamo silenzio per sentire meglio il loro sussurro, lassu' nell'aria, dove sono arrivati uscendo dai camini dei forni crematori e da dove ci guardano.
Allo Yad vaShem di Gerusalemme , nel padiglione dei bambini, ci si ritrova improvvisamente nel  buio in mezzo a un cielo stellato dove un milione e mezzo di stelle hanno un nome e i nomi vengono elencati ininterrottamente un milione e mezzo di volte, come un'ossessione, l'ossessione dell'orrore accaduto solo 60 anni fa in un'Europa indifferente.
Ascoltiamo quei nomi bambini, ascoltiamo il sussurro di 6 milioni, in silenzio, e ricordiamo.
Ricordiamo anche i 500.000 Rom e Sinti, uniti agli ebrei nell'orrore, torturati, gasati, bruciati insieme agli ebrei.
Gli unici tre popoli che in Europa non hanno mai fatto guerre, assassinati.
Gli unici tre popoli disarmati e indifesi, trucidati e passati per i camini.
Rav Elio Toaff ha detto :" Chi nega la Shoa' nega l'evidenza".
Silenzio.
Ricordate.

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

Massima del giorno
Si rende agli amici morti l'affettuoso omaggio del nostro ricordo, ma purtroppo essi non sono per questo meno morti.
G.P.


MOLLICHINE
Siniora ha raccolto 7,6 mld di dollari per riparare i danni inferti al Libano da Israele. Che ha perso la guerra. Figuriamoci se l'avesse vinta.

Franco Giordano (Prc) ha parlato della natura poco pacifista del governo. E ora ci toccherà immaginare Prodi come un guerriero.

Sospetto di cartello sul prezzo della benzina. Come se non bastasse vedere che gli altri non l'abbassano.

Il "Foglio" chiede a D'Alema di sostenere Siniora contro Hezbollah. Non conoscendo l'arabo ci serviamo del giapponese: questo si chiamerebbe "seppuku".

Nel mirino del governo edicolanti, barbieri, benzinai. Ecco come si combattono le potenti lobby plutocratiche.

Sinistra ed estrema sinistra non sono d'accordo sulle coppie di fatto. Di fatto, sono una coppia disunita.

Padoa-Schioppa: "Una riduzione delle tasse potrà essere decisa solo nel 2008". E attuata nel... comunque non c'è premura.

Alessandro Bianchi: "L'asta per la privatizzazione dell‚Alitalia non dovrebbe andare deserta". E comunque ci affidiamo al vostro buon cuore.

Quattro morti a Gaza negli scontri tra Fatah e Hamas. Pare però che le pallottole fossero state fabbricate in Israele.

D'Alema (dal "Foglio"): "Per quanto mi riguarda, non sono attaccato alle poltrone". Ma quel plurale è inquietante. Per uno che non c'è attaccato...

LA NUOVA LEGGE SUL CINEMA PROPOSTA DA RIFONDAZIONE
Alcuni anziani barbogi, che forse ne hanno viste troppe, non vanno più al cinema. Molti, che un tempo lo consideravano lo svago principale, oggi lo trascurano: come del resto è dimostrato dalla diminuzione del numero di sale e di introiti.  Che questo dipenda dall’abbondanza d’immagini e di fiction fornite dalla televisione oppure da un calo del livello artistico delle produzioni, o da qualche altra cosa ancora, poco importa. Rispetto al periodo d’oro dello star system, è un fatto.
Nell’ambito di questa crisi s’inserisce la crisi del cinema italiano. Sono lontani gli anni del neorealismo. Sbiadisce la memoria di grandi registi come De Sica, Rossellini, Fellini. E perfino di geni discutibili e noiosi come Antonioni. Rimane il raffinatissimo Zeffirelli, ma – si sa –in epoca ellenistica l’arte prima diviene formalmente perfettissima,  poi muore.
Il cinema italiano è malato. Non possono farlo guarire film comici da avanspettacolo o storie di vita quotidiana recitate così così che non dicono nulla. A questo punto l’estrema sinistra trasferisce nell’ambito dell’arte la sua mentalità giustizialista e vuol risolvere tutto col codice penale. Quel pangiuridicismo che crede di risolvere tutti i problemi della politica gettando in galera qualche assessore avido. Quella mentalità per cui ciò che non ci piace è per ciò stesso illegale e ci deve pur essere un giudice per punire l’incauto. Da tutto questo nascerebbe una legge che obbliga i gestori di cinema e i dirigenti della televisione alla programmazione di una forte percentuale di film italiani o europei, in modo da limitare lo strapotere statunitense in questo campo. Uno strapotere che da un lato (pensano loro) sottrae spettatori alle nostre virtuose ed artistiche produzioni, dall’altro diffonde il germe della mentalità edonistica statunitense.
Ottimo provvedimento. Chi è convinto che i cavalli siano assetati e li porta alla fontana non fa forse un’opera meritoria? Il problema è che a volte i cavalli si rifiutano di bere. Nell’ambito del cinema, la conseguenza sarebbe che il pubblico si limiterebbe ad andare ancora di meno al cinema. O a fare ressa nelle sale solo quando i film sono americani proprio perché, essendo in minor numero, si sceglierebbero i migliori e ciò li renderebbe ancor più attraenti.
Una cosa è certa: alla sinistra l’idea che la gente debba essere libera di dire ciò che vuole, leggere ciò che vuole, vedere gli spettacoli che preferisce e divertirsi a modo suo non le va a sangue. La sua mentalità è veramente simile a quella teocratica: essendo in possesso di un bene indubitabile, non riesce a sfuggire alla tentazione d’imporlo con la forza. Non diversamente da come, nell’alto Medio Evo, si poneva a volte ai barbari l’alternativa tra essere uccisi e convertirsi al Cristianesimo. Lo si faceva per salvare le loro anime, che diamine!
Chi vive oggi in questa Italia di centro-sinistra ha a volte la sensazione che il passato più lontano non voglia morire. Che i progressisti siano coloro che ci vorrebbero far fare un salto indietro di un millennio o più. Che gli uomini continuino ad avere la vocazione dell’intolleranza e della redenzione dei reprobi. I quali reprobi vorremmo solo essere liberi di pensare e vivere a modo nostro, senza essere costretti, come Voltaire, ad emigrare in Inghilterra.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 24 gennaio 2007

Mollichine
Ghrewati, medico siriano in Italia: «la poligamia è un rimedio contro le tensioni sociali e i tumori della prostata e del seno». Basta prescriverla con una ricetta.

Casini: “Con una maggioranza diversa da quella governativa, Prodi dovrebbe trarne le conclusioni”. Cioè dovrebbe dare un ministero di peso a Casini.

Ruini ribadisce il no alle coppie di fatto. Nel caso, i preti le loro amanti devono sposarle.

L’Iran non accetta i controlli dell’AIEA. Alla lunga uno diviene sospettoso: vuoi vedere che questi vogliono acquisire una tecnologia nucleare?

Romano Prodi uomo del KGB? Ora comprendiamo perché è crollata l’Unione Sovietica.

Cossiga annuncia il suo voto contrario alla missione in Afghanistan. Perché? Ma è semplice: perché tutti si aspettavano che votasse a favore.

Ségolène Royal, come De Gaulle, s’dichiarata a favore del Québec indipendente. Solo che lei è mezzo metro meno alta di De Gaulle.

Pecoraro Scanio ha parlato di un “estremismo di centro” del governo. L’estremismo di centro è come la centralità degli estremi.

Gianni Pardo

L’ULTIMO SFOGO
Una nuova legge prevedrà “da sei mesi a quattro anni di carcere per chi incita alla discriminazione razziale, etnica, religiosa e di genere”. Accidenti, mi devo affrettare: innanzi tutto, le donne sono cretine;, noi uomini lo diciamo da sempre; quelle ebree sono anche malefiche, come siamo sporchi e delinquenti noi terroni. E i neri sono più cretini dei bianchi, vogliamo negarlo? Ma il peggio del peggio sono i musulmani, che – si sa – sono tutti poligami, prova ne sia che nei loro paesi ci sono in media quattro donne per ogni uomo. Ahhh…, l’ho detto. Ora mi metto buono buono a non correre rischi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 26 gennaio 2007

IL NEGAZIONISMO, GLI OROSCOPI, LA RELIGIONE
A molti sembra assurdo che il codice penale vada a vietare una tesi storica, per quanto peregrina, ma l’idea di punire il negazionismo con una sanzione penale non è delirante. Parecchi paesi, quali Svizzera, Austria, Germania, Belgio, Spagna, Lituania, già prevedono questo reato e lo storico David Irving è già stato in galera. Dunque del problema si deve parlare seriamente.
La prima questione riguarda il concetto di punibilità di un’opinione. Gaetano Quagliariello, sul “Giornale” del 24 gennaio, sostiene queste punibilità in quanto “esiste una differenza abissale tra libertà d'espressione e libertà di menzogna”. E fin qui, senza scomodare la Shoah, non si può che dargli ragione: sappiamo tutti che la libertà d’espressione non copre la calunnia, l’ingiuria, la diffamazione. “La bugia pubblica, sostiene poi il senatore, deve essere sanzionata in modo proporzionato al danno che produce, al singolo o alla comunità. Se si prescinde da questo principio elementare, si corre il rischio d'introdurre il relativismo nella cittadella della storia”. E qui invece si passa repentinamente dal pacifico all’azzardato. Il relativismo nella cittadella della storia ci risiede con buon diritto: è difficile a volte stabilire dove finiscono i fatti e dove comincia l’interpretazione dei fatti. Le stupidaggini, in campo storico, sono anch’esse teorie storiche. Se qualcuno afferma che Napoleone è stato soltanto un grande criminale sostiene una tesi che ben difficilmente convincerà gli storici francesi e no, ma non è detto che non trovi ascoltatori. Ed è comunque la critica dei colleghi storici, degli studiosi, e in generale dei lettori, quella che fa giustizia delle balordaggini.
In realtà, il discrimine di Quagliariello è un altro. Egli non sopporta che si sparino enormi bugie quando esse “concernono drammi collettivi dell'umanità che hanno causato morti innocenti, distruzioni, sofferenze mai prima immaginate”, cioè la Shoah. Quando “si spaccino per vere farneticazioni che disorientano e creano le premesse per lo sviluppo dell'anti-semitismo… Ci si trova al cospetto di un comportamento che può causare un danno alla società e che, come tale, può essere perseguito”. Perché oggi c’è un Ahmadinejad che vorrebbe uccidere tutti gli ebrei con la bomba atomica, perché si organizzano convegni negazionisti a Teheran, perché aumenta un po’ dovunque l’antisemitismo. Tuttavia, dopo avergli assicurato che si condivide con profonda convinzione il suo orrore per la Shoah e per chi vorrebbe rinnovarla, e che anzi non si perde occasione per difendere le ragioni degli ebrei, si deve osservare che il nocciolo della sua argomentazione è teoricamente inaccettabile.
Quagliariello sostiene che bisogna vietare le teorie platealmente infondate e nocive ma il negazionismo è lungi dall’essere l’unica. L’umanità intera è immersa in una serie di credenze infondate e nocive. Quando qualcuno dice “sono sfortunato” dice una sciocchezza che lo deresponsabilizza e gli impedisce di capire la realtà: la casualità di molti avvenimenti è del tutto incapace di prendere di mira qualcuno in particolare. E quante persone sanno che la sfortuna non esiste? Quando qualcuno pubblica gli oroscopi, mette in giro false credenze e alimenta la superstizione: e qualcuno può negare che la superstizione sia un bugia pubblica infondata e nociva? Quando la televisione finisce col far credere che il valore più alto, nella vita, è essere belli, non tende a disorientare i giovani?
Inoltre il criterio di falsità fondato sulla contraddizione con i documenti storici - o sull’assenza di documenti storici a sostegno - è giustissimo ma pericolosissimo. Un novello Tito Lucrezio Caro potrebbe dire che non esistono documenti storici che provino la predicazione di Gesù e soprattutto la sua resurrezione. Per unanime consenso, uno storico è reputato affidabile se non racconta fatti inverosimili: e si ha fiducia in Tucidide proprio perché ai racconti mitologici non dà mai credito. Ora, è verosimile una resurrezione? Non è forse arbitrario che reputiamo una leggenda del tutto incredibile quella dell’angelo che detta il Corano a Maometto mentre reputiamo verosimile la resurrezione di un morto già puzzolente come Lazzaro? Chi fa la differenza tra le fandonie dannose e le rispettabili convinzioni religiose? Lucrezio reputava la religione una bugia pubblica nociva e l’avrebbe volentieri sradicata dalla società: e non parlava certo del Cristianesimo, ancora di là da venire!
Qualcuno potrebbe scandalizzarsi del fatto che si mettano sullo stesso piano il negazionismo, gli oroscopi e la religione. Ma il parallelismo è fondato: il negazionismo è assurdo per gli storici, gli oroscopi sono assurdi per gli scienziati, la religione è assurda per i miscredenti. E questi ultimi non si possono trattare con disprezzo, visto che, oltre al citato Lucrezio, sono miscredenti molti illustri pensatori fra cui Voltaire e Nietzsche.
Il criterio della nocività della bugia pubblica non può essere adottato. Può essere adottato solo politicamente, nel senso che alcune bugie sono condivise o tollerate, mentre altre non sono né condivise né tollerate. Si vieti dunque il negazionismo, se proprio lo si vuole, ma in nome delle proprie convinzioni, non in nome di un principio generale.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 24 gennaio 2007

SPIE CHE MUOIONO, VESCOVI-SPIE CHE VANNO, PRODI-SPIE CHE RESTANO
Oggi sono seriamente preoccupata.
Non perché ho scoperto che Prodi è (stato?) un uomo del KGB.
No. Questo lo sapevo da tempo. Sono mesi che leggo la battaglia per la verità che Guzzanti sta portando avanti su "our man in Italy".
Né mi sconvolge il fatto che, di fronte a certe accuse, non esista uno straccio di procura che si decida ad indagare seriamente su questa vicenda, visto che sapete bene come la penso sulla magistratura italiana.
Non sono certo così ottimista e sognatrice da illudermi che Prodi abbia l'onestà politica e morale di dimettersi di fronte a uno scandalo di tale portata.
Mi angoscia molto di più il fatto che, dopo quello che è accaduto ieri sera, i nostri media continuino a far finta che la notizia non esista.
E lo trovo di una gravità incredibile.
I due più importanti network inglesi - BBC e ITV, considerati la bibbia dei nostri compagni, quando sparavano pallettoni sul precedente governo - in una terra libera ancora scossa dal'omicidio di Litvinenko, hanno trasmesso un'intervista inedita di quel poveraccio recentemente ucciso dal Polonio.
E questi dichiarava con estrema tranquillità di aver saputo dall'ex vice-capo dell'Fsb (ex Kgb)  - generale Trofimov, anche lui morto di morte naturale nel 2005, per aver incrociato accidentalmente una scarica di mitra proveniente dalla direzione opposta alla sua - che il nostro attuale presidente del consiglio, Romano Prodi (oggi uso nomi e cognomi), è, sin da tempi remoti, sempre stato considerato un uomo di riferimento del KGB in Italia.
Testuali parole: <<Trofimov non disse esattamente che Prodi era un agente del Kgb perché il Kgb evita di usare quella parola. Disse che Prodi era "un nostro uomo", un uomo del Kgb e che con Prodi il Kgb portava avanti in Italia qualche operazione segreta, sporca. Io ho capito che Prodi lavorava per il Kgb>>.
Così, una dichiarazione di un uomo, appena assassinato con metodi poco ortodossi, che ha suscitato un certo scalpore in Inghilterra, a noi non ci fa un baffo.
Il diretto interessato fa finta di niente e dalla Turchia si rifiuta persino di commentare, né permette ai due network inglesi di raccogliere almeno uno straccio di "no comment", da parte sua o almeno del fido Sircana.
E fa bene, a quanto pare.
Perché se il suo silenzio può essere comprensibile, anche se non giustificabile, altrettanto non si può dire dei nostri media che hanno dolosamente occultato la notizia.
L'unico quotidiano che oggi ne parla è il Giornale.
Il Corrierone l'ha liquidata in un trafiletto verso fine giornale, sostenendo semplicemente che i magistrati italiani l'avevano già esaminata e non la ritenevano attendibile.
Come se ci fidassimo ancora di quello che ritengono i nostri procuratori d'assalto. E poi perché inattendibile? Su quali basi? A seguito di un‚indagine vera e propria, o così, per puro istinto e sesto senso dei pm, tanto solerti ad archiviare tutto ciò che riguarda alcuni, quanto lesti ad arrestare e indagare su tutto ciò che riguarda altri.
E sopratutto, se l'avevano già esaminata perché non se n'è saputo niente, né è uscita nemmeno un'indiscrezione dalle cancellerie notoriamente colabrodo?
Stamattina, SkyTg24 era l'unico tg a dare la notizia, ma nelle edizioni successive è già sparita. Gli altri tacciono.
Ma vi sembra normale?

dal Blog di Barbara di Salvo

Massima del giorno
Il massimo del pessimismo si raggiunge quando si comprende che il massimo del male lo fa spesso chi vuol fare il massimo del bene.
G.P.

MOLLICHINE
Il governo ha varato la mobilità degli impiegati. Solo che rimane volontaria. Come se si chiedesse al capitone il suo parere sulla partecipazione al Natale.

Moltissimi parlamentari di centro-sinistra sono contro l’eutanasia. Per cominciare, meglio soffrire stando al governo che allontanarsene.

Pdci, Prd e Verdi, a causa della base di Vicenza, minacciano di rendere la vita impossibile al governo. Maramaldi.

Leoluca Orlando: “Prodi farebbe bene a dimettersi per riaffermare la propria leadership”. E magari a suicidarsi per vivere a lungo.

Gianni Pardo

ALARICO
Sergio Romano scrive oggi che le basi statunitensi in Italia non dovrebbero essere discusse in occasione dell’eventuale allargamento di quella di Vicenza ma nell’ambito del loro significato generale. Finché c’è stata la guerra fredda l’Italia ha partecipato ad un’alleanza difensiva contro un “nemico” comune; nelle condizioni attuali – essendo sparito quel nemico potenziale - è normale chiedersi quale sia il loro significato.
La prima cosa da sottolineare è che le basi straniere in Italia non sono “americane”, sono “Nato” e rappresentano la difesa del “lato sud” dell’alleanza. Dunque ogni nuova discussione sulle basi non riguarderebbe solo l’Italia ma l’intera alleanza. Non si può, unilateralmente, dire “basta”. Del resto, finché c’è stato il pericolo di un’aggressiva Unione Sovietica, non siamo forse stati ben contenti di sapere che in Baviera c’erano truppe americane che rappresentavano una garanzia di difesa? Che poi le basi in Italia siano occupate da americani, con equipaggiamento americano e comandate da americani, dipende più dalla tirchieria e dal pacifismo europei che dagli americani stessi. Senza di loro la Nato conterebbe pochissimo. Il problema dunque non è americani sì o americani no: il problema è quello di sapere se si può fare a meno dell’alleanza.
L’Unione Sovietica, per molto tempo l’“aggressore potenziale”, non esiste più; ma possiamo esser sicuri che l’Italia non ha e non avrà in futuro altri potenziali aggressori? Tenendo conto dell’esistenza della Nato, abbiamo sempre avuto un armamento poco più che simbolico; ci siamo attenuti al minimo richiesto perché sapevamo che in caso di bisogno avremmo avuto al nostro fianco gli alleati. Dunque non dobbiamo chiederci: “a che scopo mantenere basi straniere sul nostro territorio?”; dobbiamo chiederci: “rinunciando all’alleanza, siamo in grado di difenderci da soli?” Senza gli americani già qui, e rimanendo nella Nato, possiamo essere sicuri che la Francia e la Germania manderebbero i loro soldati a rischiare la vita per noi? Soprattutto in un mondo in cui alcuni paesi poco affidabili hanno o stanno per avere la bomba atomica?
Da decenni l’Italia spende, per gli armamenti, una frazione di ciò che spendono altri paesi. Non solo Israele, che per così dire si leva il pane di bocca per la difesa, ma anche paesi vicini come la Francia o la Gran Bretagna e soprattutto paesi ai quali di solito non si pensa molto, come la Cina. Se ci siamo permessi di spendere i nostri soldi diversamente è stato perché pensiamo che nessuno mai ci attaccherà. Perché siamo pacifici e pacifisti. Come se la storia non insegnasse l’esatto contrario. I governanti dal canto loro si sono contentati del fatto che l’Italia è stata inserita in un’alleanza difensiva affidabile. Cioè la Nato. Cioè quell’alleanza a causa della quale ci sono delle basi straniere in Italia. E qui il serpente si morde di nuovo la coda. Le basi sono americane piuttosto che tedesche o francesi soltanto perché gli americani vogliono essere pronti ad agire (si pensi alla guerra di Corea), mentre gli altri in caso di crisi alzano le sopracciglia, discutono, esitano. E Dio salvi chi ha bisogno di loro.
È lecito vedere come il fumo negli occhi gli americani a Sigonella, a Napoli o ad Aviano. E possiamo benissimo invitarli ad andarsene a casa. Purché siamo in grado di sostituirli: con un esercito vero, un’aviazione vera, una marina vera; e spendendo tutto quello che c’è da spendere. Perché in definitiva si tratta di una questione di soldi. L’estrema sinistra consentirà mai a questo esborso, a preferenza di ospedali, asili nido, pensioni ai cinquantenni e comunque opere pie? In un paese in cui si crede che la guerra sia uno sport per mentecatti criminali, e comunque un optional al quale basta dire “no, grazie”, quante speranze ci sono che si facciano sacrifici per una difesa credibile?
La Roma del basso impero reputava impensabile che i barbari osassero attaccarla e oggi troppi irridono chi indica i pericoli di un pacifismo estremo: e non c’è modo di convincerli. Ci riuscirebbe solo Alarico.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
 - 22 gennaio 2007

I DUE TROFEI
Leggendo Tucidide ci si imbatte più volte in battaglie al termine delle quali ambedue gli eserciti innalzavano il trofeo, simbolo e celebrazione della vittoria. È chiaro che i trofei erano in contraddizione: una battaglia non può essere vinta da ambedue i contendenti. Ma ad ognuno veniva proposto di credere alla propria vittoria e di dichiarare falsa quella dell’altro. Fra l’altro, se in una bugia ci si crede abbastanza seriamente, diviene verità. Per la Seconda Guerra Mondiale l’Italia ha l’atteggiamento d’un paese democratico che ha prevalso con le proprie forze sul bieco nemico nazista. Oltre Mentone e Lugano a questa balla non ci crede nessuno, ma in Italia la verità è questa. Basta innalzare il proprio trofeo. Magari il 25 aprile.
Il fenomeno non si limita alle battaglie e alle guerre. Perfino nella politica spicciola si possono avere interpretazioni che trasformano il mito in realtà. In Italia si è avuta la documentazione di un imponente aumento del gettito fiscale nel mese di giugno 2006, cioè mentre s’era appena costituito il governo di centro-sinistra, e la compagine di centro-destra s’è naturalmente affrettata a battere la grancassa per questo successo. Il centro-sinistra invece da un lato ha negato il fatto, dall’altro ha detto che, se aumento c’era stato, dipendeva dalla paura della severità fiscale del centro-sinistra. In altre parole la gente, sapendo che avrebbe vinto Prodi, s’era messa già da prima a non evadere le tasse.
Anche nel resto dell’anno, i conti sono andati meglio del previsto. Il centro-destra ne ha approfittato per proclamare che non era affatto vero che avesse lasciato i conti in disordine e per sottolineare anzi che dal punto di vista finanziario qualunque cosa avveniva nel 2006 era conseguenza della finanziaria del 2005, ma anche questo il centro-sinistra ha negato. Se era merito suo il miglioramento del gettito fiscale quando non era ancora al governo, figurarsi dopo!
Ovviamente, in questi casi la persona di buon senso amerebbe avere dati certi e una verità incontestabile. Ma sono impossibili. Fra le opposte fazioni si instaura una tale diffidenza che – come è avvenuto negli anni berlusconiani - non si crede neppure ai dati Istat. Se lo dice il mio nemico non è vero. E se non vedo come negarlo, significa che non ho capito il trucco.
In queste condizioni ognuno crede al proprio trofeo e bisogna aspettare i secoli per sapere chi ha vinto la battaglia. Quando magari la cosa non interessa più a nessuno.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 gennaio 2007

<<Mi hanno detto che era un uomo dei servizi segreti russi>>
Neppure un «no comment» ufficiale, da Palazzo Chigi. Un muro totale, la scelta di ignorare la notizia, nella speranza probabilmente che cadesse nel vuoto.
Malgrado i ripetuti tentativi della redazione di Itv, la più importante rete televisiva privata inglese, che supera per ascolti anche la più famosa Bbc, Romano Prodi e il suo staff non hanno voluto commentare in alcun modo il filmato andato in onda nella serata di ieri. E, soprattutto, le pesanti accuse lanciate al premier dall'ex spia russa Alexander Litvinenko, poi avvelenata con il polonio. Dalla Turchia hanno fatto semplicemente sapere che non avevano «nulla da dire».
La decisione di diffondere il video delle dichiarazioni, è stata presa in mattinata nella sede centrale di Independent Tv, in Grey Inn. Nella riunione di redazione il servizio è stato affidato all’anchorman di punta Bill Neely, molto popolare in Gran Bretagna, quello che ha sempre seguito la vicenda in questi mesi.
Proprio lui, nel primo pomeriggio, ha iniziato a lavorare insieme ai suoi collaboratori, per mettersi in contatto con il presidente del Consiglio Prodi, o almeno con il suo portavoce Silvio Sircana, o almeno con un rappresentante dell’ufficio-stampa che rispondesse ufficialmente che il Professore non voleva rispondere.
Neppure questo è stato possibile e a Londra ritengono questo fatto perlomeno «inusuale». Di solito, ad una richiesta del genere, si risponde almeno con un comunicato ufficiale, appunto di «no comment». La richiesta dell’Itv è stata trasmessa all’inizio con una e-mail che spiegava l’intenzione del network televisivo di diffondere il documento in suo possesso, in cui Litvinenko parlava in prima persona di fronte alla telecamera, con la traduzione in inglese del fratello, Maksim.
Altri tentativi, numerosi, sono stati fatti per telefono in tutto il pomeriggio. Agli uffici di Palazzo Chigi, però, ci si è sempre scontrati con un muro. Prima, è stato riferito che c’erano problemi tecnici a mettersi in contatto con il premier e i suoi collaboratori in viaggio ad Ankara. Poi, che la presidenza del Consiglio aveva informato Prodi, ma che la risposta alla richiesta era stata semplicemente: «Il presidente non vuole commentare».
Un rifiuto totale, al quale dalla Itv hanno replicato chiedendo almeno un comunicato ufficiale che dicesse proprio questo, una e-mail comunque di risposta. Imbarazzo, scuse, da Palazzo Chigi, ma alla fine niente di niente.
Da Londra sembra che lo stesso Bill Neely abbia provato a mettersi in contatto, senza successo, almeno con Sircana, chiamandolo sul suo cellulare personale. L’anchorman sperava di riuscire a registrare la risposta, per dimostrare che ogni tentativo era stato fatto per sentire anche la controparte del servizio e dare spazio alla sua versione dei fatti, che controbilanciasse quella del suo accusatore russo. Regola principe del giornalismo, non solo anglosassone. Ma Neely non ha mai parlato con Sircana e da Roma l’impressione che si riceveva era che si volesse glissare totalmente sulla vicenda.
Solo alla fine del pomeriggio, poco prima del telegiornale di punta delle 19,30 del suo principale canale, la redazione londinese di Itv ha desistito e ha mandato ugualmente in onda il servizio, comunicando seccamente ai telespettatori che «il primo ministro italiano refuse di commentare qualsiasi cosa».
La prossima mossa, a quanto sembra, sarà quella di inoltrare in ogni caso una richiesta formale a Palazzo Chigi, per richiedere un’intervista a Prodi o a chi per lui, sulla vicenda. Magari, attraverso l’ambasciata italiana a Londra, o cercando altri canali. Almeno, rimarrà agli atti.
«Ci avventuriamo in un mondo oscuro, di trame», ripete spesso Neely. E lui, come la sua rete, hanno fatto ogni sforzo per ottenere un riscontro da Palazzo Chigi, per dimostrare la serietà del network e la sua volontà di non essere strumentalizzato.
Dietro a tutta questa vicenda c’è anche la competizione agguerritissima tra Itv e Bbc. La seconda, rete istituzionale, aveva preannunciato rivelazioni sulla storia di Litvinenko. E forse anche questo ha determinato la scelta di Itv, televisione di largo pubblico seguitissima nel Regno, di non tenere nel cassetto il video-bom
ba.

Anna Maria Greco (“Il Giornale”)


Governo e sindacati: un'abbuffata di democrazia
Il governo decide di non decidere da solo. Loro, quelli di centrosinistra, sono democratici. Non governano a colpi di maggioranza, no. Loro decidono a colpi di tavoli, e di cene. Cene col Sindacato.
Ieri, il Governo dei veri democratici decide di riunirsi con i sindacati per decidere cosa fare sulle pensioni. Ma prima di cena arriva il diktat del sindacato: "Non si parla di pensioni!". Va bene, vanno a cena lo stesso. Poi, quando escono, annunciano: "L'età per andare in pensione non sale affatto a 60 anni - come stabiliva la riforma, pardon... la "riformicchia" del centrodestra - ma resta ai livelli attuali: 57 anni".
Che strano. Per essere democratici decidono di non decidere. Peggio: decidono che non decidono, che è meglio lasciar decidere ad altri, ai sindacati.
Allora il dubbio è legittimo: chi ci governa, il Governo eletto dagli elettori o il sindacato non eletto da nessuno? Perchè se non è il Governo a decidere, allora eleggiamo il Sindacato perchè decida direttamente lui, e così semplifichiamo le cose. Al massimo, chiediamogli (per rispetto della la democrazia) che il sindacato si consulti con qualcuno, per esempio con un signore che potremmo chiamare per comodità il "Signor Governo", prima di decidere.
Al Signor Governo, per gratificarlo - com'è giusto che sia - della sua prestazione di lavoro (lavoro che consiste nell'andare a cena coi sindacati tre o quattro volte all'anno) decidiamo allora di pagare uno stipendio, profumatissimo magari: diciamo 1 miliardo al mese, che è molto, ma sempre MOLTO meno di quello che comunque risparmiamo facendo a meno dei parlamentari, con tutti i privilegi e i benefits annessi e connessi. E così facendo, prendiamo due piccioni con una fava: per un verso dimostriamo di essere più, molto più, democratici di quanto siamo ora (dato che facciamo decidere al sindacato); per altro verso, risparmiamo un sacco di soldi, che potremo destinare a investimenti produttivi (tipo realizzare corsi di formazione per apprendisti sindacalisti).
Ed una volta ogni 5 anni organizziamo un concorso pubblico per chi debba andare a fare la parte del "Signor Governo" per la legislatura successiva.
L'uovo di colombo: un'abbuffata di democrazia.


a.marzano , dal forum dei radicali


IL PENTIMENTO
Il pentimento ha una sua grandezza. Il coraggio e l’onestà di riconoscere i propri errori sono ammirevoli. Rimane però il problema della valutazione del colpevole.
Chi non si pente rimane pericoloso e, per così dire, irrecuperabile. Scalzone ad esempio continua a vivere in un suo mondo delirante che ci lascerebbe indifferenti se non tendesse a distruggere il nostro e va dunque tenuto d’occhio.  Il pentito invece si inserisce nella società. Ma può essere considerato uno fra gli altri? Si può passare un colpo di spugna sul suo passato, che abbia o no scontato l’eventuale pena?
La risposta non può essere netta. Il Cattolicesimo, col sacramento della confessione, sostiene che è possibile cancellare la colpa e ritrovarsi nella grazia di Dio. Basta che il sacerdote pronunci alcune parole: “Ego te absolvo, in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti”. Ma perfino per i credenti rimane il problema: perdonare equivale a dimenticare? A non tenere conto di quell’azione nel giudizio sulla persona? Certamente no. Dunque la soluzione non può essere generale e il problema si riduce a questo: l’errore è scusabile o inescusabile?
I giovani allevati dalla retorica fascista nel culto della patria potevano trovare giusto che ci si battesse contro l’invasore.  Mentre altri giovani potevano pensare che continuare a combattere avrebbe solo prolungato l’agonia della patria la quale, del resto, era in mano ad un altro invasore: quello tedesco. In queste condizioni, nessuno può chiedere ai repubblichini o ai partigiani di pentirsi.  Viceversa, quando qualcuno progetta a freddo di uccidere a tradimento un generale, un capo d’industria o un giornalista, si può pensare ad un atteggiamento di buona fede? Francamente no. E non si può pensare di “perdonare” nemmeno dopo trent’anni di carcere. Nessuno può pagare questo genere di debito. Nessuno può riscattare una personalità capace di non vedere l’assurdità criminale di quel gesto.
Affermazioni di tale severità lasciano l’amaro in bocca. Vien quasi da chiedersi se non si stia omettendo il dovere umano di mettersi nei panni del colpevole. Ma la risposta che sale dall’intimo è netta: mai e poi la maggior parte le persone che ho conosciuto nella mia vita ed io stesso saremmo capaci di tanto. Costui è diverso da noi.
Non che l’omicidio sia inescusabile in ogni caso. Il tirannicidio è dichiarato lecito dalla stessa Chiesa Cattolica, per bocca di San Tommaso. Von Stauffenberg rimane un eroe, non un assassino. E se non si vuole sottilizzare anche Bruto e Cassio furono effettivamente uomini d’onore: uccisero Cesare perché, a loro parere, era l’unico modo di salvare la repubblica. Ma se Roma fosse stata una democrazia moderna, se fosse bastato aspettare qualche anno per avere una nuova elezione, il loro sarebbe stato un puro e semplice agguato. Un omicidio volontario da ergastolo. Esattamente come quello di Aldo Moro.
Anche coloro che si sono allontanati dal loro passato da decenni rimangono difficili da perdonare. Nessuno oggi può avere paura di Adriano Sofri, Sergio Segio, Lanfranco Pace e tanti altri, divenuti magari valenti giornalisti o comunque onesti borghesi: ma se è lecito per una volta parlare in prima persona, confesso di avere in questo campo dei pregiudizi indistruttibili. Vorrei tanto poter dimenticare la loro esistenza. Non riuscirò mai, non dico a perdonare, ma a considerare un mio simile colui che ha ucciso a freddo un innocente, per motivi evanescenti e deliranti. Aldo Moro mi era veramente antipatico ma per me è morto ieri mattina. La mia volontà di vendetta rimane intatta e inappagata. Mi accontento certamente della pena che i colpevoli hanno scontata ma il fossato che mi separa da chi si è reso colpevole di simili crimini non è stato colmato. E mai lo sarà.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 gennaio 2007

Vecchie paure e nuovi furbi
Negli States litigano sul riscaldamento globale gli esperti, cioè i metereologi. Il blog del Senato è intasato di risposte furibonde a quelli del "Weather channel", la tv tutta dedicata al tempo, che ha proposto la radiazione dal prestigioso albo AMS di quei metereologi che ardiscano sostenere che l'uomo non c'entra, che si tratta di un fenomeno naturale, per di più ciclico.
Tra gli interventi sentite questo di James Spann, esperto di ABC tv. "Faccio questo lavoro dal 1978 e conosco decine e decine di metereologi in tutto il Paese. Il nostro lavoro è studiare un grande volume di dati grezzi e cavarne una previsione per i seguenti sette giorni. Non conosco un solo metereologo tv che si beva la storiella del riscaldamento causato dall'uomo. Illustro perciò i dati elementari che bisogna sapere. Miliardi di dollari di finanziamenti finiscono nelle tasche della banda di quelli che "è colpa dell'uomo.
Niente di male, ma a quelli di Weather Channel vorrei dire che i soldi vanno guadagnati con conclusioni scientifiche, non balle. Il clima del pianeta va cambiando da quando Dio lo ha creato, continuerà a cambiare, e il riscaldamento degli ultimi dieci anni non è diverso da quello degli anni '30 e di altri decenni passati. Infine, non ci scordiamo che siamo alla fine dell'era glaciale nella quale il ghiaccio copriva la maggior parte del Nord America e del Nord Europa. Se non volete credere a me, cercate tutti quei metereologi senza legami con finanziamenti per ricerche sull'argomento. Quanto a me, non starò a sentire politici o giornalisti o sedicenti scienziati che si stanno arricchendo con la storia dell'uomo distruttore dell'ambiente". Bye bye Gore. Ad Alfonso nostro chi glielo dice?

MGM da DAGOSPIA

Massima del giorno
Tutti dobbiamo avere una patente per guidare un'automobile, in compenso nessuna patente è richiesta per guidare i figli.
G.P.

MOLLICHINE
Prodi contestato. A decine gli hanno gridato “Buffone!”. Cosa che, per fortuna, non costituisce reato.

Dovremmo ora avere mobilità e meritocrazia. La mobilità è possibile, ma chi manderà via Francesco Caruso dal Parlamento?

Unione divisa sull’Afghanistan. Un mio amico, distratto, pensava che una parte fosse per gli americani e l’altra per i talebani.

A Vicenza protestano gli studenti. Ieri, oggi, forse domani. Certo non domenica, che è già vacanza.

Gianni Pardo

LA VITTORIA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
Dario Di Vico, sul Corriere della Sera, si pone il problema del perché il Partito della Rifondazione Comunista, pur essendo il terzo della coalizione, finisca col dare la linea politica al governo Prodi. Ogni volta che c’è un contrasto, prevale il partito di Franco Giordano e Paolo Ferrero. Come mai? La risposta del giornalista è che “Rifondazione parla un lessico familiare ai gruppi dirigenti - centrali e periferici - dei Ds e dell’ex sinistra Dc, è il linguaggio del riformismo novecentesco con le sue granitiche certezze keynesiane e solidaristiche”, oltre che stataliste. Essa rappresenta dunque il concentrato di ciò che la sinistra ha visceralmente creduto per decenni, dai tempi del Blocco del Popolo, e cui non sa rinunciare nemmeno quando si rende conto del suo contrasto con le esperienze concrete.
L’attuale maggioranza si comporta con l’utopia di sinistra come un uomo con la donna di cui è innamorato. Pur avendo occhi non vede, pur avendo orecchie non sente. E se per caso vede e sente qualcosa, lo fa con la mala coscienza di chi si accusa di non amare abbastanza quella donna: tanto bella, tanto perfetta, tanto adorabile che imputarle qualcosa di vile e concreto è un sacrilegio.
Il paragone non vuole essere offensivo. Mentre il liberalismo parte dall’osservazione della realtà - la quale per esempio dice che il massimo di prosperità si ottiene col massimo di libertà economica, e dunque col libero corso degli egoismi economici individuali - il socialismo trascura la realtà e fissa lo sguardo su una società ideale: solidaristica, compassionevole, egalitaria e moralmente superiore. Felice perfino nelle difficoltà concrete, che soffre volentieri in nome dell’ideale. Colui che, pur essendo di sinistra, ha tendenza ad essere liberale e a tener conto della realtà, vede dunque se stesso come l’uomo che non ama abbastanza la donna ideale che ha avuto la fortuna d’incontrare. Sì, chiede troppo denaro per vestiti e gioielli; chiede somme che non ci si possono permettere, ma forse che la sua bellezza non è meritevole del meglio? E se non è disposta a rinunciare a qualche comodità, a qualche pensione anticipata o alla possibilità d’un avanzamento di carriera per mera anzianità (anche se batte la fiacca), come dirle di no? Non è forse la donna più bella del mondo, quella di cui si è innamorati da sempre?
Il dramma dell’attuale maggioranza è che non sa andare contro i propri pregiudizi. Le esperienze di decenni non sono state sufficienti per far crollare i miti. In Italia è la Russia che ha tradito l’Urss, non l’Urss che ha tradito il popolo: e da qui l’antipatia per la Russia attuale, cui non si perdona nulla. In Italia il muro di Berlino è ancora in piedi. Qui le utopie di Proudhon e Saint Simon, per non parlare di Marx, sono ancora vive. Certo, non si possono esprimere a voce altissima, lo stesso Papa ha condannato l’eresia dei catari: ma i veri puri rimangono catari di cuore. E per questo i Ds e la Margherita cedono all’estrema sinistra. Non sanno che cosa obiettare a Rifondazione Comunista che ha conservato lo slancio della gioventù e il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo. E se la realtà contraddice l’amore, tanto peggio per la realtà.
E per l’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 19 gennaio 2007

VICENZA: L’ITALIA AVEVA ASSUNTO UN IMPEGNO?
Nel precedente articolo, “Prodi: un sì che è un no”, s’era scritto che “l’Italia aveva assunto l’impegno di permettere l’allargamento della base e all’estero è inutile andare a raccontare che ciò aveva fatto l’odiato governo Berlusconi e non il morale, pacifista governo Prodi. In questi casi ci si chiede soltanto se l’Italia abbia una parola d’onore o no”. A distanza d’un paio di giorni si sa con maggiore chiarezza quali siano stati i rapporti tra Italia e Stati Uniti, al riguardo, e dunque va precisato il senso della parola “impegno”.
In primo luogo, bisogna dare atto alla sinistra estrema che riguardo a questo allargamento e alla sua collocazione non esiste, tecnicamente parlando, un documento, un accordo scritto, un trattato tra Stati Uniti e Italia. Può darsi – questa cosa rimane tutt’ora nebbiosa – che tale documento non fosse necessario, nell’ambito degli accordi Nato. Ma non bisogna nascondersi dietro un dito: non esiste un trattato e non esiste una firma. Per questo l’estrema sinistra sostiene che Prodi avrebbe benissimo potuto dire di no. Ma proprio questo non è vero.
Gli impegni aventi valore giuridico sono nati ben prima della carta e della stessa scrittura e ancora oggi per aggior parte sono verbali. Chi compra un pacchetto di sigarette, che lo sappia o no, pone in essere un contratto di compravendita a prestazioni corrispettive. Il gallerista che incassa il denaro prima di consegnare il quadro (inviato nella retrobottega per confezionarlo) si trova giuridicamente nella posizione di chi non ha ancora adempiuto l’obbligazione della propria prestazione, cioè la consegna di un oggetto che appartiene già al compratore (il contratto è istantaneo). Tanto che, se non lo consegna, commette il reato di appropriazione indebita. Chi pensa a tutte queste cose, nella vita quotidiana?
In campo giuridico, oltre che per i contratti non in forma scritta, c’è spazio perfino per  impegni non esattamente cogenti: le obbligazioni naturali. Chi perde al gioco non può essere obbligato dal giudice a pagare il suo debito ma se paga e si rivolge al giudice per avere indietro il denaro, si vede chiudere la porta in faccia: il diritto offre una sorta di riconoscimento a quelli che i profani chiamano, con azzeccata intuizione, debiti di onore.
Nell’ambito internazionale, non esiste un ordinamento giuridico al di sopra degli Stati. Tutti i “debiti” sono di onore. Non serve andare a cercare il foglio firmato o il trattato: se un dato paese ha, con atti concludenti, assicurato una cosa, e fa marcia indietro, si squalifica.
Nella specie, per la base di Vicenza, c’erano state assicurazioni informali del precedente governo ed altrettante assicurazioni dall’attuale governo. Si sono avute interrogazioni in parlamento, con risposte positive del ministro Parisi, contatti tra il governo e l’autorità locale per avere il suo assenso, ecc. Quando infine si è arrivati al dunque, Prodi avrebbe potuto certo dire di no, ma esattamente come un signore può rifiutarsi di pagare i debiti di gioco. Può farlo, chi dice di no. Purché non chieda mai più di sedere ad un tavolo da poker.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 19 gennaio 2007

LA VILLEGGIATURA IN LIBANO
Qualcuno si chiede come mai non abbiamo nessuna notizia del contingente italiano in Libano. È ovvio che dal silenzio è difficile ricavare serie conclusioni, ma a volte la semplice riflessione aiuta a capire. Se non ci si accorge di avere lo stomaco, i denti o il piede sinistro, significa che non si ha né mal di stomaco, né mal di denti né male al piede sinistro. E questo dovrebbe significare che in Libano va tutto bene, grazie. Tuttavia c’è una storiella napoletana che contraddice questo ottimismo.
Un re aveva bisogno di soldi, il popolo rumoreggiava, il ministro delle finanze ne riferiva con toni sempre più allarmati ma il re confermava: “Aumentate le tasse”. Finché un giorno, vedendo che il ministro non protestava più, il re gli chiese: “Ma avete ancora aumentato le tasse?” “Sì, maestà”. “E il popolo non minaccia la rivoluzione, come l’ultima volta?”. “No, maestà. Il popolo ride”. “Accidenti! Diminuite le tasse! Se il popolo ride significa che non le paga più”.
Il silenzio non sempre è positivo. Se, girando la chiave dell’accensione, il motore rimane assolutamente muto, non si può dire che sia una “buona nuova”. E anche il silenzio che proviene dal Libano forse non è una buona notizia. 
Esaminiamo gli attori sulla scena. Israele è rientrata nei suoi confini e questo è in linea con la sua volontà e i suoi interessi. Essa chiede infatti soltanto di vivere in pace. Se non riceve razzi sulla popolazione civile si dichiara soddisfatta. Il governo e l’esercito libanesi non hanno nessun interesse a provocare Israele perché conoscono bene quanto è costata (a loro, non agli Hezbollah) la rappresaglia israeliana. La retorica antisionista si compiace di sottolineare i problemi israeliani e di moltiplicare il numero dei libanesi innocenti morti (come se l’aviazione israeliana riuscisse a colpire solo donne e bambini) mentre il Libano fa il conto della ricostruzione delle installazioni distrutte e si mette le mani nei capelli. No, non è da Beiruth che possono venire problemi.
Rimangono gli Hezbollah. Costoro hanno capito alcune cose. Se creano di nuovo incidenti di frontiera, come hanno fatto mesi fa, si troveranno contro non solo un Libano irritatissimo per i danni subiti, ma un Israele che forse non vede l’ora di dimostrare, con una seconda manche, che può giocare anche meglio le proprie carte. Se oggi non agiscono è perché non è il momento di agire. Dovendo attaccare Israele, devono farlo con un’organizzazione ancora migliore dell’ultima volta: sia per confermare il loro “successo”, sia perché essi si considerano il “fer de lance”, il battaglione d’assalto della riscossa islamica auspicata da Iran e Siria. L’esercito libanese non ha nemmeno provato a disarmarli e attualmente prosegue indisturbato l’arrivo di rifornimenti attraverso la Siria: dunque – in silenzio - accumulano razzi ed armi in quantità.
E qui si arriva all’ultimo attore, quello che c’interessa. Il contingente italiano è in Libano per applicare la Risoluzione dell’Onu. Questa, per eliminare il rischio di un nuovo conflitto, include l’obbligo del disarmo degli Hezbollah ma nulla è stato fatto in questo senso, da nessuno. Per conseguenza il contingente internazionale è andato a testimoniare una pace e una calma che si sarebbero avuti anche senza di esso. Quando gli Hezbollah vorranno riprendere le ostilità, anche rimanendo a nord del fiume Litani, basterà che facciano partire dei razzi che cadano su Haifa ed altre città israeliane e lo scenario s’infiammerà di nuovo. Se non vorrà lasciarci le penne, il contingente internazionale dovrà scappar via alla massima velocità. Infatti non ha nessuna possibilità d’impedire il conflitto.
Ed ecco la risposta che si cercava: il contingente italiano in Libano è in villeggiatura. Quello che avrebbe dovuto fare, disarmare gli Hezbollah, non lo sta facendo e non lo farà e se scoppiasse di nuovo un conflitto si esibirebbe nella fuga più precipitosa di cui è capace: confermando la propria totale inutilità. A meno che l’utilità non sia stata, per un paio di giorni, la passerella di Prodi e D’Alema.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 18 gennaio 2007

IL SÌ DI PRODI È UN NO
Il sì di Prodi alla base americana di Vicenza merita qualche commento. Innanzi tutto si parla di “sì di Prodi” e non di “sì del governo” perché il governo non sarebbe stato unito su questa decisione. Poi può darsi che sia sbagliata anche l’espressione “sì di Prodi” perché il Presidente del Consiglio, se appena avesse potuto dire di no, pur di evitare guai alla sua maggioranza, quel “no” l’avrebbe gridato. S’è rimangiato il sì alla TAV, si sarebbe rimangiato il sì all’allargamento della base. Ma un paese, in ambito internazionale, si pone come un soggetto stabile: e questo comporta dei limiti. All’interno tutto può cambiare, all’esterno il soggetto rimane invariato al punto che deve rispondere degli impegni assunti anche da quel governo o quella forma istituzionale che ha rovesciato con una rivoluzione. Ancora oggi, molti decenni dopo, si parla di ottenere qualche forma di rimborso per i debiti contratti dagli zar con i risparmiatori occidentali. E se l’Urss si è rifiutata di prenderli in considerazione l’ha fatto confermando la spregiudicatezza morale della sinistra. Nello stesso modo, l’Italia aveva assunto l’impegno di permettere l’allargamento della base e all’estero è inutile andare a raccontare che ciò aveva fatto l’odiato governo Berlusconi e non il morale, pacifista governo Prodi. In questi casi ci si chiede soltanto se l’Italia abbia una parola d’onore o no. Se non l’ha, scende al di sotto di quei paesi, come il Cile di Allende, che “nazionalizzano senza indennizzo”, o di quei paesi, come l’Egitto di Nasser, che stracciano i trattati liberamente sottoscritti.
Ora si favoleggia d’un referendum della popolazione vicentina, dimenticando che si tratterebbe d’un referendum informale e locale, dunque sostanzialmente di un’indagine demoscopica, e dimenticando l’analogia con l’art.75 della Costituzione, per il quale i referendum non sono ammessi per gli accordi internazionali.
Certo, del diritto internazionale la sinistra non avrebbe tenuto nessun conto se al governo ci fosse stato Berlusconi. L’occasione per dichiarare il proprio odio per gli Stati Uniti, per Berlusconi e per ogni cosa che sia militare, sarebbe stata troppo ghiotta. Lo stesso Prodi avrebbe bofonchiato il proprio convinto sostegno per la protesta. Purtroppo stavolta al governo c’era proprio lui e il caso era disperato. E infatti molti davano per scontato il “no”. Ma Prodi ha tenuto conto del fatto che la storia avrebbe associato proprio il suo nome a questo episodio e s’è sentito costretto a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ha pubblicato il “sì” prima di riunire un Consiglio dei Ministri, pericolosissimo, sapendo che, a cose fatte, per smentirlo bisognerebbe fare cadere il governo.
L’Italia non è scesa al di sotto dell’Ecuador, che in questi giorni ha dichiarato che non pagherà i suoi debiti, solo con una furbata. Come si vede, la sinistra riesce ad essere corretta solo barando: ma la sua natura è quella di non esserlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
 - 17 gennaio 2007

MAI PIU'
Mentre la politica del governo italiano si sposta sempre di piu' verso il mondo islamico, mentre il ministro degli Esteri D'Alema viaggia da un paese arabo all'altro criticando l'America e bacchettando Israele.
Mentre sempre il suddetto Ministro definisce non democratici gli italiani ebrei che votano l'opposizione dopo essersi resi finalmente conto dell'andazzo antiisraeliano della sinistra.
Mentre l'Europa ormai sta camminando a grandi passi verso l'Eurabia che diventera' forse prima del 2050,  per decadenza culturale, per dabbenaggine  ma anche a causa dell'aumento di popolazione islamica in quasi tutte le nazioni che fanno parte dell'Unione Europea.
Mentre hamas dichiara ogni mattina, dopo il caffe', che non riconoscera' mai Israele e che fara' tutto quanto in suo potere per eliminarlo senza che nessuno se ne preoccupi, anzi con la sinistra che blatera che e' Israele a dover riconoscere il governo "democraticamente eletto" dei terroristi.
Mentre l'Occidente reagisce  in modo molto tiepido alle minacce di secondo Olocausto degli ebrei da parte di Ahmadinejad, in Occidente e in Italia ci si prepara a commemorare la Giornata della Memoria per  ricordare i sei milioni di ebrei dissoltisi nei crematori nazisti, fucilati davanti alle fosse comuni,  torturati, disumanizzati, trasformati in pergamene per lampadari, usati per esperimenti diabolici, sei milioni il cui spirito  aleggia in tutta Europa, le cui ceneri stanno ancora bruciando mentre vengono calpestate  e violate dall'odio rinnovato, dal desiderio di ripetere l'orrore, dall'oltraggio di chi nega e di chi odia il Paese che i superstiti hanno creato dal niente dell'aridita' desertica in Erez Israel.
In concomitanza con le iniziative organizzate per il Giorno della Memoria, a Torino viene organizzata una mostra fotografica sul "muro della vergogna" come lo chiamano i kompagni che usano abusivamente il termine di pacifisti. La mostra vuole portare l'attenzione sulle sofferenze dei palestinesi a causa della barriera eretta da Israele per difendersi dal terrorismo.
La mostra non dice che grazie a quella barriera  gli attentati terroristici sono diminuiti verticalmente tanto da segnalarne soltanti due nel 2006, rispetto ai 25.000 tentati e portati a compimento dal 2000 al 2005.
La mostra organizzata dalle ONG, dalla tavola per la Pace di Perugia, Comunita' salesiane e vari comuni italiani non tiene conto di questa realta', non dimostra compiacimento per la diminuzione dei morti israeliani, non informa ma, in nome del piu' falso e becero pacifismo, fa ancora e sempre propaganda contro Israele.
E' stata pensata bene la data? Forse si perche' chi avra' digerito ben bene la propaganda non sara' minimamente toccato dalla commozione e dallo sdegno di quello che le commemorazioni della Shoa' ricorderanno.
Bella pensata, pacifisti!
 Il 28 gennaio le manifestazioni vedranno due momenti, uno, pubblico, con le forze politiche che vorranno intervenire, in cui tutti insieme, ebrei, non ebrei, politici, gente comune faranno il solenne giuramento MAI PIU'.
Il secondo momento sara' quello che vivranno intimamente gli ebrei nei cimiteri e davanti ai monumeti della Memoria.
Questo incontro tra gli ebrei vivi e gli ebrei morti non ha bisogno di date ne' di commemorazioni istituzionalizzate, gli ebrei lo vivono quotidianamente da 60 anni. La Memoria, il Ricordo, il Dolore, la Disperazione sono scritti a caratteri indelebili sulla loro pelle, nelle loro viscere, nel loro cuore: 6 milioni di fratelli, parenti, amici. Un milione e mezzo di bambini torturati e poi trasformati in  fumo.
Figli ammazzati perche' il Popolo Maledetto  non avesse continuita'  e futuro.
No, non abbiamo bisogno del 28 gennaio per ricordarli, per amarli, per piangerli perche' sono dentro di noi, sono negli occhi dei nostri figli, oggi, sono nei bambini liberi e sani di Israele, sono nel nostro orgoglio di Popolo e nella nostra Speranza che ci ha permesso di ricostruire dalla sabbia un Paese pieno di aranceti e fiori mentre, appena usciti dai campi della morte, non avevamo nemmeno la forza di respirare.
No, non ci serve il 28 gennaio di ogni anno per amare e piangere, guardando il cielo, quelle anime bambine che da lassu' ci guardano.
No, non ci serve il 28 gennaio per pensare i loro nomi, ai loro teneri anni, al loro terrore, alla loro sorpresa che non ci fossero la mamma e il papa' a  difenderli dagli orchi che li facevano entrare nelle docce.
Non ci serve il 28 gennaio per piangere pensandoli mentre cadevano gli uni sugli altri quando  il gas non li lasciava piu' respirare.  E' invece molto importante che  esista, per legge e per Giustizia,  il Giorno della Memoria, perche' tutti gli altri, i distratti e i meno distratti, gli amici degli ebrei, quelli che si indignano e quelli che se ne fregano, quelli che amano Israele e quelli che lo criticano e lo giudicano,  guardando negli occhi gli ebrei superstiti e chinando il capo davanti al numero stampato sulla loro pelle e davanti ai cippi che ricordano i nomi dei quelli ridotti in fumo, possano gridare e giurare  MAI PIU'.
 MAI PIU.
Ai nostri nemici in Oriente e in Occidente..
 MAI PIU'.
Alla propaganda politica antisemita.
MAI PIU'.
Un solo ebreo verra' ucciso impunemente.
MAI PIU'.
Perche' gli ebrei hanno Israele, perche' gli ebrei hanno un grande esercito, perche' gli ebrei sono tornati in Patria e distruggere Israele oggi significherebbe distruggere il mondo intero.
 
Ricordatevelo bene:
MAI PIU'.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


MOLLICHINE
Fassino vuole “un tavolo” sulla riforma delle pensioni. Prodi pensa a una lastra di marmo.

Prodi ha schivato il problema della base americana dichiarando che esso riguarda soltanto un paese amico e vicino, la Libera Repubblica di Vicenza.

Il "Giornale", p. 14 del 14.1.’07: "…lo aveva capito subito che il netturbino e la moglie qualcosa dovevano pure c’entrare con quei quattro morti ammazzati". Come centrare l'errore del mese.

Scalzone torna in Italia. Panico nelle redazioni: quale direttore di testata, quale grande giornalista salterà per cedergli il posto?

Gasparri: “Io mi occupo di politica, di politica reale”. Ecco uno che sarebbe stato opportuno invitare nella reggia di Caserta.

Nessun paese, salvo l’Albania, è disposto ad ospitare gli ex-detenuti di Guantánamo. Ma Diliberto non ha qualche stanza libera?

Tarek Aziz chiede asilo politico all’Italia e al Vaticano. All’Italia che ha pianto su Saddam Hussein si capisce, ma al Vaticano?

Francesco Caruso agli americani: “Non sparate se nelle prossime ore ci saranno delle incursioni nelle vostre basi”. Si chiama giocare col fuoco (amico).

Veltroni: “Prodi è un uomo che ha dentro di se una forte ispirazione e anche una grande capacitá pragmatica”. Ed anche amici che gli fanno vento con le parole.

Prodi per Vicenza: “L’ex-governo non mi ha detto nulla”. E neanche la mamma.

FILOSOFIA DEL SESSO
“Il sesso è una delle cose più belle, naturali e sane che i soldi possono comprare.”--Tom Clancy (scrittore)

“Tu non conosci ‘quello sguardo’ che le donne mostrano quando hanno voglia di sesso? Io nemmeno.”--Steve Martin

“Il sesso è come il bridge. Se non hai un buon partner è meglio che tu abbia una buona mano.”--Woody Allen

“La bisessualità raddoppia immediatamente la probabilità di incontri il sabato sera”--Rodney Dangerfield (comico)

“C’è un buon numero di aggeggi meccanici per aumentare l’eccitazione sessuale, specialmente nelle donne. Primo fra di essi è la Mercedes-Benz 380SL.” -- Lynn Lavner (attrice comica, musicista e lesbica)

“Il sesso a 90 anni è come tentare di giocare a biliardo con una corda.”--George Burns (comico e attore morto a 100 anni)

“Il sesso è una delle nove ragioni per reincarnarsi. Le altre otto non sono importanti.” --George Burns

“Le donne possono essere capaci di fingere l’orgasmo. Gli uomini possono fingere intere relazioni.”--Sharon Stone

“La mia compagna ride sempre durante il sesso…non importa quello che sta leggendo.”--Steve Jobs (Fondatore, Apple Computers)

“Mia madre non ha mai notato l’ironia di dirmi che sono un figlio di puttana.”--Jack Nicholson (attore)

“Clinton ha mentito. Un uomo può dimenticarsi dove ha parcheggiato o dove vive, ma non dimenticherà mai il sesso orale, non importa per quanto sia stato maldestro.” Barbara Bush, madre dell’attuale presidente americano George W. Bush)

“Ah, sì, il divorzio, dal latino: strappare a un uomo i genitali attraverso il suo portafoglio.”--Robin Williams

“Le donne si lamentano della sindrome pre-mestruale, ma io la considero l’unico periodo del mese in cui posso essere me stessa.”--Roseanne (comica)

“Le donne hanno bisogno di una ragione per il sesso. Gli uomini hanno solo bisogno di un posto.” --Billy Crystal

“Secondo una nuova inchiesta, le donne dicono che si sentono più  a loro agio spogliandosi davanti a uomini che davanti ad altre donne. Dicono che le donne sono troppo critiche mentre, naturalmente, gli uomini sono solo grati.”--Robert De Niro
C’è una nuova crisi sanitaria. I medici riportano che molti uomini hanno reazioni allergiche ai preservativi di lattice. Dicono che causano notevoli gonfiori. Beh, qual’è il problema?” --Dustin Hoffman

“Nelle riviste per uomini ci sono pochi consigli per quanto riguarda il sesso. Gli uomini pensano, so quello che devo fare, mi basta vedere qualcuno nudo.” --Jerry Seinfeld (attore comico)

 “Il fatto è che Dio ha dato agli uomini un cervello e un pene, ma sangue sufficiente per farne funzionare solo uno alla volta.”--Robin Williams

(aforismi inviati da Glauco Romeo – USA)


TORNO SUBITO
Per Ospedalopoli, Piero Marrazzo si giustifica dicendo che governa da troppo poco tempo e scarica la colpa sulle precedenti gestioni (leggi Storace). Antonio Bassolino, invece, non potendosela prendere coi Borboni, abbozza.

Se i civili li accoppa, volontariamente e con premeditazione, Al Qaeda tutto va bene. Se a farlo, involontariamente e per errore, sono gli Usa e Israele, il fastidio provato da D'Alema è come il suo nome : Massimo.

Qualcuno avanza l'ipotesi che al vertice Unionista di Caserta si possano gettare le basi per un Prodi Bis. Praticamente, La ReggiaP2.

Pare che l'Ingegner Carlo De Benedetti abbia avviato le consultazioni per il dopo Prodi. A conferma che in Italia il Capo di Repubblica conta più di quello della Repubblica.

Natalino Russo Seminara


Massima del giorno
Non c'è donna più severa verso le adultere di quella che non ha ancora tradito suo marito.
G.P.


MOLLICHINE
Dicono che Prodi mente come respira. Solo più spesso.

Gli umoristi di sinistra non attaccano Prodi. Se proprio fossero costretti a sparare, sparerebbero sulla Croce Rossa.

Prodi: “Nessun freno alle riforme”. Ma non è questione di freno: manca il motore.

Riunione di Caserta: una vera svolta. Prima non si sapeva che cosa fare, ora si sa che comunque non si farà.

Olindo Romano e moglie “non avevano l’intenzione di uccidere”. Ah, beh.

D’Alema per l’Iraq: «l'aspetto fondamentale continua ad essere quello dell'azione militare e questo aspetto non ci convince».

Un’alternativa: l’esorcismo?

Fassino sull’attività di governo: “Vale la regola del budino: se è buono, lo si vede mangiandolo”. Ecco spiegato il calo di consensi dell’Unione.

Bossi sul Cdm di Caserta: “Non c’ero, non sono nobile”. E neanche ignobile: dunque, nessuna speranza.

Gianni Pardo

GENERAL ASSURED DESTRUCTION
L’Iran, malgrado le pressioni internazionali, sta facendo il necessario per dotarsi dell’armamento atomico. Inoltre, per bocca del suo uomo politico più importante, dichiara che farà di tutto per annientare Israele. Quali possono essere le conseguenze future?
Nel 1981, quando Saddam Hussein tentò di crearsi un armamento atomico, una spedizione di caccia bombardieri israeliani distrusse l’installazione denominata Osirak e l’Iraq rinunciò all’atomica. Oggi questo non sarebbe possibile. Le installazioni sono numerose, sono prevalentemente sotterranee e blindate, e non si può essere sicuri di fermare la produzione. Dunque bisogna porsi il problema di ciò che potrà avvenire dal momento in cui l’Iran disporrà della bomba atomica. Quali le conseguenze, se un missile ne facesse arrivare una su Gerusalemme? Israele è così piccola che un paio di bombe distruggerebbero la maggior parte della sua popolazione. Quale scenario difensivo si può dunque ipotizzare?
La prima cosa da dire è che la bomba, in sé, non è pericolosa: le pistole non sparano da sole. Se dunque il governo dell’Iran divenisse ragionevole, la sua bomba non farebbe più paura di quanta ne faccia quella pakistana o quella cinese. Il problema nasce – come s’è detto - dal fatto che l’Iran dichiara la propria volontà di distruggere Israele. Se quel governo confermasse la propria intenzione e cercasse di realizzarla, Gerusalemme potrebbe rispondere solo minacciando di uccidere il doppio o il triplo di persone. Tehran conta oltre sette milioni di abitanti. Mashhad, Isfahan e Shiraz, messe insieme, contano altri cinque milioni di abitanti. Dunque, con solo quattro città, si arriverebbe al doppio della popolazione d’Israele. Se oggi Israele non parla in questi termini è perché, in assenza d’un pericolo attuale, non c’è ragione di suscitare le reprimende internazionali. Sia detto di passaggio, reprimende assolutamente ipocrite: perché mai bisognerebbe tollerare le intenzioni aggressive iraniane e non bisognerebbe tollerare le intenzioni difensive israeliane? Ma si sa come va il mondo.
Purtroppo questa terribile ritorsione israeliana potrebbe non essere sufficiente. La mistica del martirio, l’idea della morte come porta del paradiso potrebbero condurre ad imprudenze devastanti. L’annientamento reciproco assicurato (la MAD, Mutual Assured Destruction della guerra fredda) non funziona quando un paese è governato da pazzi che inneggiano alla morte. I governanti sovietici, che pure non erano democratici, non per questo odiavano la popolazione dell’Urss. Hitler invece se avesse disposto della bomba atomica, nel 1945, l’avrebbe certamente usata. Il totale massacro della popolazione tedesca non l’avrebbe fermato dal momento che l’accusava d’essere composta di “vili”, indegna di lui e meritevole di perire.
Se la prospettiva d’una risposta ancor più devastante rischiasse di non essere sufficiente per fermare l’aggressore, Israele, dovrebbe allargarne le dimensioni. Non MAD ma GAD (General Assured Destruction) Dovrebbe annunciare che, essendo colpita da un’atomica, attaccherebbe immediatamente con armi nucleari non solo tutte le principali città dell’Iran, ma anche il Cairo, Damasco, Gaza, La Mecca, Karachi. Fino ad uccidere in un paio d’ore una trentina di milioni di persone. Una minaccia delirante? E perché mai? Qualcuno ha forse seriamente reagito alle minacce di Ahmadinejad? Se gli israeliani fossero per la maggior parte uccisi, perché dovrebbero lasciare in vita coloro che li odiano, o che hanno simpatizzato per coloro che li odiano? O perfino: perché dovrebbero lasciar sopravvivere coloro che non hanno fatto nulla per impedire che un intero popolo subisse una seconda Shoah? L’indifferenza con cui sono state accolte le parole di Ahmadinejad merita una pesante retribuzione.
Se per convivere con un galantuomo basta comportarsi bene; se per convivere con un delinquente basta prospettargli un prezzo troppo alto per la sua aggressione, con un pazzo è giusto minacciare l’apocalisse. Sperando che finalmente i terzi si attivino.
Sansone ha fatto crollare il tempio perché era schiavo, cieco e disonorato. Israele invece chiede solo di vivere in pace. Se non gli sarà consentito, pur agonizzando farà crollare la volta del tempio su tutti.


Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  - 14 gennaio 2007

D’ALEMA IL DISTRATTO
D’Alema ha un suo piano per la Palestina. E poiché non si vuole calunniarlo, ci si servirà di “virgolettati” del Corriere della Sera.
“Non basta parlare di processo di pace”, egli sostiene, “ma occorre un accordo di pace”. Giusto. Solo potrebbe accorgersi che per arrivare ad un accordo di pace, bisogna prima discuterne; e che comunque lui, attualmente sta per l’appunto e soltanto parlando di pace.
“Serve che le parti si riuniscano, sostenute dal quartetto, per affrontare le questioni aperte: i confini, lo status di Gerusalemme e i rifugiati”. D’Alema è distratto e non si è accorto che, sostenuta o no dal quartetto, la parte palestinese rifiuta questa riunione. È inutile parlare di “parti” quando gli israeliani sono sempre stati disposti ad una trattativa di pace mentre per i palestinesi, in particolare per Hamas, Israele continua a non esistere. È solo un’entità da eliminare, non con cui mettersi d’accordo.
Poi, secondo il nostro ministro, “bisogna discutere dei confini, dello status di Gerusalemme e dei rifugiati”. Per quanto riguarda i confini, qualche cosa si potrebbe anche stabilire di comune accordo. Ma la prima cosa da non dimenticare è che Israele, in quanto vincitore dell’ultima guerra, è il vero dominus del territorio. Il vincitore, se vuole, può annettersi il territorio del vinto, non diversamente da come l’Italia s’è annesso l’Alto Adige. E certo non con il plauso di Vienna.
Quanto a Gerusalemme è tutto un altro paio di maniche: Gerusalemme è stata annessa ed  è la capitale di Israele. Dunque l’idea di discuterne lo status è peregrina quanto sarebbe una Conferenza Internazionale per discutere lo status di Roma e vedere se non sia il caso di restituirla interamente al Papa cui apparteneva fino al 1870. Questa idea è addirittura offensiva per Israele.
Per quanto riguarda il problema dei rifugiati, D’Alema sa – o speriamo sappia - di fare esercizio di retorica. Essi sono lontani dalle loro case da molti decenni, hanno sistemato la loro vita diversamente e soprattutto si sono straordinariamente moltiplicati come numero. Se veramente desiderassero tornare si vedrebbero rispondere no sia da Israele, che ne sarebbe stravolto come composizione della popolazione, sia dal futuro governo palestinese: infatti la Palestina non potrebbe in nessun caso digerire una simile massa di gente. Su questo argomento Gerusalemme ha sempre dichiarato di non potere transigere e gli stessi dirigenti palestinesi agitano l’argomento per puri fini di propaganda. Ma D’Alema, distratto com’è, di tutto questo pare non sapere nulla.
Infine il ministro ha auspicato “il dispiegamento di una forza internazionale o di osservatori a Gaza e in parchi (?) della Cisgiordania”. Qui si palesa una totale ignoranza della situazione sul terreno. Una piccola forza internazionale può frapporsi tra due eserciti per eventualmente dire chi ha violato la tregua. Ma nei confronti del terrorismo – principale problema di quella regione – che cosa potrebbe fare? Ammesso che ci fosse un totale ritiro delle truppe israeliane, sarebbe in grado di arrestare tutti i terroristi che cercassero di infiltrarsi in Israele per compiere attentati contro cittadini inermi ed innocenti? E se un capo terrorista fosse colpevole d’avere organizzato un attentato, la forza multinazionale andrebbe ad arrestarlo, come oggi fa Tsahal, sotto le pietre e le raffiche di mitra dei miliziani? Insomma, anche se distratto, D’Alema è in grado di dire quale compito avrebbe questa forza internazionale? Che cosa dovrebbe osservare: in che modo i palestinesi cercano d’uccidere gli israeliani? O dovrebbe tenere ferma Israele mentre i terroristi la colpiscono?
Con D’Alema è veramente cominciata una fase nuova nella nostra politica internazionale. Quella in cui dobbiamo vergognarci del nostro ministro degli esteri.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  - 13 gennaio 2007

Toh, ora l'Economist non è più "autorevole"
L'Italia nel 2007 avrà il peggior Pil del mondo. Lo scrive il settimanale The Economist, non è la prima volta che accade (è la terza consecutiva) ma la novità è che improvvisamente il fatto sembra non interessare nessuno. Enfatizzata quando governava Berlusconi, la notizia ieri è letteralmente sparita dal circuito informativo nazionale. Non siamo tra quanti pensano che il settimanale londinese abbia ragione a priori e sia sempre accompagnabile dal prefisso «autorevole», né tra coloro che pensano che basti attaccare Berlusconi come fece l'ex direttore Bill Emmott per entrare nell‚Olimpo del giornalismo. Tuttavia il fenomeno è curioso e ci dà lo spunto per fare un paio di modeste riflessioni.
Regime. La vulgata dice che c'era all'epoca di Berlusconi ed è sparito quando si è intronizzato Prodi. In effetti, la censura in quel periodo buio della storia italiana era fortissima, ma con indomito coraggio nell'epoca nefasta del Cavaliere nero i quotidiani citavano l'Economist come una bolla papale, le televisioni vi dedicavano speciali e interviste, le agenzie di stampa sembravano il Tamigi in piena. Sfidavano il regime. Ora governa il centrosinistra e nulla s'ode, nessuno freme, tutto tace. La notizia è finita nel cestino perché quel regime non c'è più, siamo finalmente una nazione libera.
Crescita. È quella economica promessa dal presidente del Consiglio Prodi quando ha varato la legge finanziaria che dovrà dispiegare i suoi taumaturgici effetti nel 2007. L'Economist, con una semplice tabella, prende in esame le 43 nazioni più o meno industrializzate e da questo paragone emerge che l'Italia nel 2007 sarà il fanalino di coda mondiale. A noi del Giornale questo sembrava un metro di confronto sufficiente a spiegare che le parole di Prodi e del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa stridono con la realtà e che la crescita economica non ci sarà. All'epoca di Berlusconi questo fatto era degno di nota, ma da quando c'è Prodi le valutazioni econometriche (e giornalistiche) sono cambiate perché ormai siamo una nazione libera.
Politica. In Italia comprende tutte le sfere dello scibile. Interessantissima, per esempio, l'azione esemplare del vicepremier Francesco Rutelli contro Mel Gibson e il suo film Apocalypto, altamente diseducativo. Impegnati a prendere posizione e far sentire la vibrante protesta sulla questione della violenza e il declino della civiltà Maya, la politica non ha perso tempo nel commentare quel raffronto offerto dall'Economist. Neppure il centrodestra ha sentito l'impulso di darci una sbirciatina. Perché perdere tempo a leggere un noioso settimanale inglese quando si può tutti insieme appassionatamente commentare un film mai visto? Ormai siamo una nazione libera. E adulta.
Morale. È quella che il centrosinistra sta con pazienza e dedizione insegnando agli italiani. Ieri il ministro dell'Economia ci ha spiegato che va ritrovata l'ambizione nazionale e al primo posto della sua agenda ci sono i piloti, i magistrati e in generale gli italiani, quel popolo che, secondo lui, spende i suoi soldi in beni superflui e non prende esempio da Prodi che indossa lo stesso giaccone da sci da dieci anni (notizia fondamentale che ha conquistato le prime pagine dei giornali). Neppure una parola sul Pil (Prodotto interno lordo) e sull'Economist che imperterrito ci assegna la maglia nera, a dispetto di una Finanziaria virtuosa, approvata ovviamente per rilanciare la nazione libera.
Futuro. Siamo all'inizio di un anno da non dimenticare, è già facile immaginare sermoni dall'alto del Colle, pezzi di maggioranza dire cose opposte, propositi riformisti enunciati e bocciati perché altrimenti salta la maggioranza e pure la mosca al naso ai sindacati. Salvo sviluppi clamorosi, la fine dell'anno sarà come questo inizio. Il Paese avrà perso ancora tempo prezioso, ma non importa perché con eroismo l'Italia avrà guadagnato ancora un anno di libertà, in attesa che sopraggiunga, di nuovo, l'odiato regime e l'Economist torni ad essere letto e ancor più citato.

Mario Sechi © Il Giornale

Perché quella irachena non sia una vittoria perduta
Il discorso di George W. Bush, le reazioni in Iraq e negli Usa, le analisi di Toni Capuozzo e Amir Taheri
Da " Il FOGLIO",  per leggere clicca qui.


I rinunciatari
«Li abbiamo fermati. Partita chiusa»: il lapidario commento del segretario di Rifondazione, Giordano, sembra riassumere bene il senso dell'incontro di Caserta e, soprattutto, chiarisce chi siano i vincitori. Prodi ha indicato un vaste programme (avrebbe detto De Gaulle) che delinea la direttiva di marcia del governo. Di questo programma che parla di crescita, di infrastrutture (ma che succederà alla Tav?), eccetera, i punti salienti sembrano riguardare il forte impegno di spesa per il Mezzogiorno e la decisione di non fare la riforma dello «Stato sociale » (pensioni incluse) senza averla prima concordata con le parti sociali, con i sindacati.
La «fase due», per la quale si erano spesi Fassino e Rutelli, è archiviata, come volevano sia Prodi che l'ala massimalista della coalizione. E’ stata rinviata (ossia, tolta dall’agenda politica) quella riforma delle pensioni che solo poche settimane fa era stata indicata come lo strumento della riscossa riformista, di riforma della pubblica amministrazione non si dice nulla, e anche le liberalizzazioni subiscono uno stop, essendo state delegate, su richiesta di Rutelli, a un’apposita «cabina di regia». Ed è noto che ci si affida alle cabine di regia quando ci sono disaccordi al momento insormontabili che si spera di comporre con il tempo.
Domanda: come mai i riformisti hanno rinunciato a combattere? Forse la spiegazione sta nei numeri, e cioè negli eccellenti conti dello Stato. Non solo già prima dell'estate, con il governo appena insediato, era saltato fuori un inaspettato e forte incremento del gettito fiscale, ma ora si scopre addirittura che c'è stato anche un eccezionale miglioramento del deficit italiano: al punto che già per il 2006 l'Italia è scesa sotto il 3% (del rapporto deficit/ Pil, secondo Maastricht). Per inciso, forse i tanti che avevano parlato di «disastro economico» provocato dal governo del centrodestra dovrebbero chiedere scusa all’ex ministro dell’Economia, Tremonti: il disastro, manifestamente, non c'era.
Forse i riformisti si sono detti: con questi numeri ci potrebbe essere crescita economica anche senza bisogno di impegnarsi in logoranti guerre con sindacati, massimalisti e lobbies varie per riformare in profondità Stato sociale, pubblica amministrazione, eccetera. E se arriverà la crescita economica, i consensi per il centrosinistra torneranno a salire senza bisogno di riforme politicamente costose.
Ma forse c'è anche un’altra spiegazione. Quanto è accaduto a Caserta sembra la conferma di ciò che l'economista Nicola Rossi ha detto abbandonando i Ds: il riformismo, secondo Rossi, è in quell'area politica una pianta ormai essiccata. Forse è vero, tutto sommato, quanto dice Prodi, ossia che la contrapposizione massimalisti/riformisti sia solo una semplificazione giornalistica (nella quale, per alcuni mesi, ha creduto anche chi scrive). Forse, semplicemente, i «riformisti» non esistono o sono troppo deboli e dispersi per avere voce in capitolo. Come pensa, appunto, Rossi.
Forse bisognerebbe dare un’occhiata più attenta alla natura di quei partiti (e alle aspirazioni dei loro militanti e dei loro elettori) che siamo soliti chiamare «riformisti». Se non altro, perché è così che si sono sempre autodefiniti.

Angelo Panebianco - 13 gennaio 2007, Corriere della Sera

SAPEVATE
Una selezione dei problemi che i musulmani creano in Francia. Le fonti  sono indicate.
Sapevate che molti giovani musulmane reclamano l'esenzione dai corsi  di educazione fisica e di biologia, senza essere minimamente penalizzate in  sede di valutazione? (Fonte: Nouvel Observateur).   

Sapevate che le studentesse musulmane, al loro esame, possono  esigere ed ottenere di essere accompagnate dal proprio marito e di essere  esaminate da una donna ? (Fonte: Nouvel Observateur).   

Sapevate che un'associazione musulmana (« Unire » - Università  Parigi XIII). contesta il diritto di un professore "di cultura occidentale"  di valutare il lavoro di uno studente musulmano? (Fonte: L'Express).    

Sapevate che i musulmani, nelle scuole dove costituiscono la  maggioranza degli iscritti, reclamano ed ottengono l'esclusione a priori di  qualsiasi carne di maiale o non hallal (non permettendo alla minoranza  non musulmana una scelta alternativa)? (Fonte: sosFrance).   

Sapevate che i musulmani reclamano la radicale revisione dei libri  di storia, chiedendo l'integrazione degli avvenimenti medio-orientali ed un  excursus storico della propria religione secondo il loro punto di vista?  (Fonte: Nouvel Observateur).  

Sapevate che gli studenti musulmani, prendendo a pretesto la laicità  dello Stato francese, reclamano ed ottengono regolarmente la rimozione  degli alberi di Natale dalle varie scuole statali, a cominciare dalle  materne? (Fonte: Le Parisien).    

Sapevate che dal prossimo anno scolastico dai libri di testo  francesi verrà eliminato ogni riferimento a Carlo Martello e Giovanna  d'Arco, per non offendere i musulmani? (Fonte: sosFrance).   

Sapevate che le musulmane velate, studenti di medicina. esigono di  visitare e curare solo pazienti donna? (Fonte: Le Monde, Le Figaro).   

Sapevate che durante le manifestazioni contro la guerra in Irak,  certi "pacifisti" musulmani esibivano dei ritratti di Bin Laden e di Saddam  Hussein? (Fonte: Les 4 vérités).   

Sapevate che il pakistano Djamel, reo di aver  arsa viva la propria fidanzata che lo aveva lasciato, è stato acclamato  come un eroe dalla comunità musulmana della cittadina (Val de Marne) dove  risiede? (Fonte: Telegiornale di France3).    

Sapevate che un manuale di buona condotta "il lecito e l'illecito  nell'Islam", in vendita in Francia da più di dieci anni, spiega come un  buon musulmano debba colpire la propria moglie: "con la mano", senza  frusta, né bastone, risparmiando il viso? (Fonte: L'Express).   Per verificare il testo (in francese): http://www.fleurislam.net/media/doc/txt_nourrit.html  

Sapevate che piedipiatti delle milizie islamiche pattugliano le strade  di Anversa per tenere sotto controllo "i bianchi e razzisti" ed applicare  la propria legge? (Fonte: Libération).   

Sapevate che le altre comunità religiose (induiste, buddiste, ecc.)  non hanno mai avanzato rivendicazioni equivalenti? (Fonte: sosFrance).   

MOLLICHINE
I politici dell’Unione si riuniscono in una reggia. Panico fra le teste coronate. Loro dove, in un pollaio?

Meshaal (leader di hamas): Israele “è un dato di fatto”. Molti applaudono. Non hanno capito che è quel fatto, che si vuole eliminare.

Olmert sarà indagato per corruzione. Ecco un rischio che quell’onest’uomo di Saddam Hussein non avrebbe mai corso.

Monsignor Lucker ha criticato Chávez e costui ha mandato a dire: “Andrà all’inferno”. Poi ha ordinato a S.Pietro di provvedere.

Fassino: “Di Pietro è un po’ naïf”. Non ho un dizionario francese sottomano. Che faccio, traduco “cretino”?

Fassino: “La Cdl fa un uso strumentale del referendum”. Bondi: “Ma se l’hanno proposto loro!” Non capisce. Fanno un uso strumentale degli errori altrui. Malvagi.

Betori, segretario Cei: la poligamia “non può essere giustificata in nome della libertà religiosa”. Solo, de facto, dalla libertà sessuale: e potrebbe bastare.

D’Alema sulla Somalia: “L’Italia è contraria a iniziative unilaterali”. Si potrebbe per esempio coinvolgere al Qaeda, nella lotta alle Corti Islamiche.

La Merkel critica la Russia per la politica energetica. Non fa che “distruggere la fiducia degli europei” verso Mosca. Che non sapevano d’avere.

Scontro in Iraq. “Uccisi cinquanta islamisti”, dice il Foglio. Poi “Repubblica” scoprirà che erano solo donne e bambini sotto i cinque anni.

Chavez vuole realizzare il socialismo del XXI secolo. La demenza però rimane quella del XX.

Tokyo ripristina il Ministero della Difesa. Avviso alla Corea del Nord: la miglior difesa è l’attacco.


Gianni Pardo


I grandi giornali che a proposito del delitto di Erba hanno parlato in coro di “banalità del male”, hanno sbagliato. Questo concetto è fuor di luogo, al riguardo.

LA NON BANALITÀ DEL MALE

Molti, in occasione di crimini efferati commessi da persone fino al giorno prima insignificanti (come quello recente di Erba), citano “la banalità del male”. Il riferimento al libro di Hannah Arendt serve a sottolineare la contiguità fra “normalità” e “mostruosità”. Tuttavia, a costo d’andare contro l’opinione della maggior parte dei grandi giornali, va detto che questo riferimento è fuor di luogo. È vero, persone che fino a ieri sembravano normali, anzi, erano normali e banali, da un giorno all’altro possono scatenarsi, commettendo crimini di inaudita ferocia: ma non è affatto a questo che si riferiva Hannah Arendt.
Il male è banale quando – pressoché legittimamente – può essere visto come non male. Lo scambista che da sempre fa andare i treni nella direzione giusta considererà normale farlo anche quando il treno, invece di trasportare carbone, trasporta ebrei avviati ai campi di sterminio: è questa la banalità del male. Il male è banale ogni volta che colui che agisce può chiedere stralunato: chi, io? Ho solo azionato uno scambio. Ho solo organizzato, come Eichmann, i treni. Ho solo rastrellato chi mi era stato detto di rastrellare. E quando si tratta di ammassare delle persone nude in uno stanzone in cui poi farle morire col gas; quando infine, di fronte ad un’azione innegabilmente criminale, diviene più difficile reputarsi del tutto innocenti e normali, rimane ancora la scusa: “Io non c’entro, me l’hanno ordinato”. In tutto questo quadro non c’è affatto spazio per il crimine individuale.
La differenza fra Eichmann e i coniugi assassini di Erba è che Eichmann sarebbe stato incapace di commettere il loro crimine. Non avrebbe mai preso una simile iniziativa e il sangue gli avrebbe fatto orrore. L’assassino individuale invece è qualcuno che non ha le scuse “banali”. Non può dire “è il mio lavoro”, “dopo tutto in questo momento non sto facendo del male a nessuno”, “me l’hanno ordinato”. Il male – checché dicano tutti i grandi giornali - è banale non quando è commesso da una persona banale (in questo senso tutti i criminali sono tali) ma quando può rientrare nella banalità quotidiana. Quando può essere visto nella sua immensa malvagità solo dopo: quando si ha la giusta prospettiva e se ne percepiscono le grandi dimensioni.
Per tutto questo il delitto di Erba non è banale: è effettivamente orrendo. Orrenda è forse anche la natura umana che permette una violenza intraspecifica che mai verrebbe in mente ai primati o ai felini. Perché l’uomo sia diverso dagli altri mammiferi, perché siamo capaci di scendere al di sotto delle fiere, è un problema che non potrà certo essere risolto qui. Ognuno può dare la spiegazione che preferisce e la più semplice è che l’uomo, essendo stato capace di elevarsi col pensiero al di sopra dei propri istinti fino a giudicarli e contraddirli (per esempio col suicidio o con l’astenersi dall’avere figli) è anche capace, appunto, di contraddire l’istinto di conservazione della specie: fino ad uccidere il proprio simile. E questo tutto è fuorché banale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 12 gennaio 2007


Massima del giorno
Non perdo tempo con le ipotesi storiche. Sono già abbastanza ignorante riguardo alle certezze.
G.P.


L’EPICA DEI SE
Che cosa si potrebbe risparmiare, come bolletta energetica, se tutti gli esseri umani portassero un secchio d’acqua a testa sulla cima del Gran Sasso! Basterebbe convogliare tutta quell’acqua e ci sarebbe elettricità pulita per tutto il paese. Certo, ci sarebbe qualche difficoltà. Dove alloggerebbero i sei miliardi di essere umani per essere pronti, la mattina seguente, a intraprendere quella scalata? E chi li nutrirebbe? E che ne sarebbe del resto del mondo? E perché mai tutti gli uomini dovrebbero abbandonare il loro paese, la loro famiglia e tutto, per venire a fare i portatori d’acqua da noi?
Qualcuno potrebbe obiettare che l’ipotesi non va vista così. È come se si dicesse: avendo ogni giorno sei miliardi di secchi d’acqua in cima ad un monte, avremmo abbastanza acqua per un eccellente centrale idroelettrica. Ma anche questa frase è stupida. Certo, se il sole ci fosse anche di notte, risparmieremmo la bolletta della luce; se in mezzo il Sahara ci fosse una grande sorgente d’acqua lo si potrebbe coltivare; se i pesci avessero la gentilezza di concentrarsi tutti in un punto, pescare diverrebbe facilissimo. Queste ipotesi favolistiche non servono a nulla, se non a giudicare coloro che le formulano. Ma purtroppo non sono pochi.
A volte si confonde la realtà col sogno morale. È vero, se tutti gli uomini smettessero di fumare e dessero il denaro che spendevano per una nobile causa, quella nobile causa disporrebbe di ingenti finanziamenti. Ma innanzi tutto, perché mai tutti gli uomini dovrebbero smettere di fumare, se fino ad ora a farli smettere non è bastata la minaccia del cancro? E poi, se smettessero di fumare, chi ci assicura che sarebbero disposti a devolvere il denaro per la nostra causa e non per un’altra? O anche per un loro personale piacere? E quand’anche fossero disposti a darlo, quel denaro, con quale sistema lo si riscuoterebbe, come lo si convoglierebbe, chi controllerebbe che esso non sia sottratto lungo il cammino e come sarebbero ricompensati tutti coloro che fanno questo lavoro? E si è sicuri che queste spese non sopravanzerebbero i soldi che prima si spendevano per fumare?
Come si vede, non appena si formula una ipotesi mitologica, le obiezioni sono tante che c’è solo l’imbarazzo di doverne tralasciare qualche decina. Ma questo non scoraggia i moralisti e i “benaltristi”. I “benaltristi” sono coloro che dicono in ogni occasione: “C’è ben altro da fare, con quel denaro!” Quando ancora si discuteva del Ponte sullo Stretto di Messina, la somma necessaria fu spesa dai benaltristi  in cento altri modi, tutti diversi tra loro: per un totale di molto superiore all’importo dell’opera. Per giunta, essendo in grande misura finanziato da privati (in vista di un profitto), questo importo non corrispondeva affatto a denaro stanziato dallo Stato e dunque disponibile.
Infine, chi non ha sentito l’eterno ritornello del costo degli armamenti nel mondo? C’è sempre qualcuno che trasforma quelle spese – supposte inutili se non nocive – in panini imbottiti per i bambini. A dar retta a queste anime belle, in caso di aggressione ci si farebbe scudo con i panini.
Se scimuniti che fanno queste ipotesi se se ne sentisse solo uno ogni tanto, se appena fossero rari, si potrebbe perdonarli: al mondo c’è anche una minuscola Società della Terra Piatta che non s’è ancora arresa al sistema copernicano. Ma qui si tratta di legioni di persone. Dunque di una marea di stupidi che, come tali, hanno diritto al nostro rispetto. Se solo formassero un partito politico, rischierebbero infatti d’essere chiamati a formare il governo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 11 gennaio 2007

MOLLICHINE
Fassino: “Di Pietro è un po' naïf”. Non ho un dizionario francese sottomano. Che faccio, traduco “cretino”?

Fassino: “La Cdl fa un uso strumentale del referendum”. Bondi: “Ma se l’hanno proposto loro!” Non capisce. Fanno un uso strumentale degli errori altrui. Malvagi.

Betori, segretario Cei: la poligamia “non può essere giustificata in nome della libertà religiosa”. Solo, de facto, dalla libertà sessuale: e potrebbe bastare.

D’Alema sulla Somalia: “L’Italia è contraria a iniziative unilaterali”. Si potrebbe per esempio coinvolgere al Qaeda, nella lotta alle Corti Islamiche.

La Merkel critica la Russia per la politica energetica. Non fa che “distruggere la fiducia degli europei” verso Mosca. Che non sapevano d’avere.

Scontro in Iraq. “Uccisi cinquanta islamisti”, dice il Foglio. Poi “Repubblica” scoprirà che erano solo donne e bambini sotto i cinque anni.

Chavez vuole realizzare il socialismo del XXI secolo. La demenza però rimane quella del XX.

Tokyo ripristina il Ministero della Difesa. Avviso alla Corea del Nord: la miglior difesa è l’attacco.

I TIFOSI DELLA PIOGGIA
Saddam Hussein è morto da una decina di giorni e la discussione comincia appena a placarsi. È comprensibile: la pena capitale è sempre un argomento drammatico. Tuttavia è interessante chiedersi perché in Occidente si sia tanto parlato di questa vicenda e tanto poco, a suo tempo, delle impiccagioni di gruppo, in piazza, di Saddam Hussein. O perfino delle esecuzioni cinesi negli stadi di calcio, con il condannato inginocchiato e un colpo alla nuca. Forse la risposta non è difficile.
Saddam Hussein è stato uomo assolutamente indifendibile e la sua esecuzione ha messo in imbarazzo molte anime belle e molti commentatori. Costoro, pur di schierarsi almeno affettivamente dalla sua parte, hanno sottolineato le modalità dell’impiccagione, che certo non è mai stata una divertimento. Hanno apprezzato la compostezza del condannato, quasi che una persona sana di mente si metta a fare schiamazzi perché stanno per metterla a morte. E dimenticando che in questo campo è difficile battere quel nobile francese che, avviandosi alla ghigliottina prima della moglie, le disse: “Souffrez, madame, que pour une fois je passe devant vous” (Mi perdoni, signora, se per una volta passo prima di lei). Poi, ecco il computo dei secondi fra l’apertura della botola e la morte. La morte, si badi, non la perdita di coscienza: a quanto pare, con la rottura delle vertebre cervicali, questa è immediata. Lo scopo era spingere la gente a chiedersi: è ammissibile, è ciò che volevamo? Come se avessimo dovuto volerlo noi e non il popolo che di quel tiranno è stato per decenni vittima.
Nello stesso modo si è molto insistito sulla mancanza di rispetto per il condannato, per le grida inneggianti a Moktada Sadr, ecc. Dimenticando da che mondo è mondo la plebaglia svillaneggia i condannati. Perfino sulla croce di Gesù si scrisse Iesus Nazarenus Rex Iudeorum, facendo della pesante ironia sulla qualità di Messia che i suoi adepti gli attribuivano. Infine, per rendere ancor più drammatica l’impiccagione, ci si è messi a fantasticare sui disastri sociali che ne sarebbero conseguiti, sull’aggravamento del terrorismo, sulla guerra civile che si poteva scatenare. E invece non è avvenuto niente di speciale. La situazione irakena non si è aggravata, per la buona ragione che c’era e c’è ben poco da aggravare: ogni giorno muoiono decine di innocenti. E non in odio agli americani, come amano pensare i distratti e i disinformati, ma per rivalità religiose intra-irakene.
Insomma la maggior parte dei commenti sono stati improntati al desiderio, nemmeno molto nascosto, che questa esecuzione potesse creare difficoltà al governo irakeno. Questa Schadenfreude, questo desiderio di disgrazie è veramente assurdo se si pensa che quello irakeno è, insieme con la Turchia e l’Afghanistan, l’unico governo musulmano democratico.  È assurdo che si desideri il massimo dei problemi, il massimo dei guai per un paese che esce da una dittatura colpevole di aver massacrato decine di migliaia di cittadini, di avere scatenato due guerre di aggressione, di avere messo in pericolo la pace del Medio Oriente. Un paese che finalmente ha un governo legittimo anche per gli standard occidentali.
Tutto si spiega con la miseria morale e la stupidità suicida dell’antiamericanismo. L’Iraq è stato liberato dagli americani, l’eventuale pace e prosperità di quel paese sarebbero il frutto della loro azione e ne consegue che si è pronti ad applaudire qualunque cosa, anche casuale, che possa andare contro l’Iraq. Saddam Hussein è stato processato dagli irakeni, secondo leggi e procedure di un paese democratico, ed è stato messo a morte dagli irakeni ma non basta: si cerca di vedere in che modo la cosa possa essere vista come un disastro e una colpa degli americani.
Troppi europei sono come tifosi che applaudirebbero la pioggia se avesse il buon gusto di cadere solo sui calciatori della squadra avversaria. Napoleone beneficiò del sole di Austerlitz, gli europei vorrebbero che sugli americani cadessero solo fulmini. Chissà perché: gli Stati Uniti combattono una guerra in difesa dell’Occidente e noi, invece di essergliene grati, a momenti li odiamo per questo. E chissà, forse abbiamo ragione: forse meritiamo di perire.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 9 gennaio 2007

RITRATTO DEL POETA DA VECCHIO
Edoardo Sanguineti si è candidato a sindaco di Genova. Ecco il suo programma: “Restaurare l’odio di classe, perché i potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato».
Sanguineti è nato nel ’30. Del Novecento, non dell’Ottocento. Ma è come quei nobili del 1815 di cui Talleyrand diceva: “ils n’ont rien appris et rien oublié », non hanno imparato nulla e non hanno dimenticato nulla. I suoi settantasette anni, non che essere una garanzia di saggezza, sono una garanzia di cristallizzazione del pensiero. Di fedeltà ad una giovinezza scervellata, troppo lontana e vagheggiata per essere guardata con occhio critico. Quest’uomo che si vorrebbe più politico che poeta - mentre speriamo che sia miglior poeta che politico – ha una visione arcaica della società. Il suo è l’eterno grido di dolore della frustrazione impotente. Il forte occasionalmente battuto sogna la rivincita, il debole senza speranza si vendica con l’odio.
Il comunismo storico si è fondato su un’immensa bugia: quella per cui il povero è tale perché il ricco gli ha tolto il suo. La teoria marxista è l’incarnazione economica di un rancore sociale. Il plusvalore in realtà è una percentuale che va a compensare il capitale: se lo si elimina si fa diminuire la produzione di ricchezza dell’intero paese e si peggiora drammaticamente la vita dei proletari; come si è visto nei paesi comunisti. È ragionevole volersene impossessare, in odio al capitalista?  Gli operai inglesi, che Marx non riuscì a  convincere, vivevano meglio dei russi già nel 1800 e con la Rivoluzione Russa il divario si allargò piuttosto che restringersi: ma questo non bastò a diminuire il fascino della predicazione dell’odio, soprattutto in paesi meno pragmatici. Il comunismo, per chi ha potuto sognarlo mentre godeva della prosperità capitalista, ha promesso la vendetta sull’imprenditore, sul ricco, sul plusvalore. E questo gli ha assicurato una lunga vita.
Nietzsche ha giustamente osservato che il predatore divora la preda perché ha fame e non ha scrupoli. Mentre l’uomo ha bisogno di un lusso in più, quello di darsi ragione. Proprio per questo, per darsi una giustificazione morale, chi odia ribalta l’iniziativa: ti odio perché tu mi odii. In realtà, il candidato sindaco non potrebbe dimostrare che i potenti odiano i proletari: vivendo in democrazia, i politici trionfano accarezzando il popolo secondo il verso del pelo e i produttori di beni si arricchiscono assecondando i gusti e perfino i pregiudizi dei clienti.
Sanguineti di tutto questo non sa nulla. A parte il buonismo ora imperante, non si è chiesto perché la sinistra europea, salvo frange deliranti come quelle dei Comunisti Italiani, abbia smesso da decenni di parlare di odio di classe. Non si è accorto che nell’Unione Sovietica l’odio ha prodotto solo miseria e oppressione, in Cambogia il massacro di un terzo della popolazione, in Cina una carestia che ha provocato decine di milioni di morti. Non ha saputo nulla di tutto questo. È rimasto fermo al proprio rancore. Lui, innamorato della bellezza, afflitto da una bruttezza che sembra una malvagità del destino. E non gli hanno dato il Nobel! Hanno osato darlo a Dario Fo! Questo avrebbe dovuto indurlo a smettere di desiderarlo, quel premio, ma - come si è detto - l’orologio dell’uomo è fermo. Alla frustrazione, al rancore, all’odio della sua stessa classe, visto che non è un proletario.
All’anziano poeta non hanno detto che a Genova uno scaricatore di porto guadagna più di un professore di liceo. E che se lui alimenta l’odio di classe rischia di scatenare una rivolta dei professori contro gli scaricatori di porto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 8 gennaio 2007


Deja' vu!
Tutti avevamo  previsto che sarebbe accaduto. Lo avevo scritto piu' volte in questo periodo di "cessate il fuoco" mai rispettato dai palestinesi. Cose gia' viste decine di volte negli anni passati, tentativi di cessate il fuoco, il terrorista che si  fa esplodere  in Israele, Israele che risponde e i giornalisti che scrivono che "Israele fa saltare la tregua"
E'  incredibile che i giornalisti italiani non si rendano conto della figuraccia che fanno ogni volta che escludono le colpe dei palestinesi per far pesare il tutto sulle spalle, larghissime, di Israele. Forse lo sanno ma non gliene potrebbe fregar di meno visto che il loro compito e' proprio  questo: fare propaganda, sempre e comunque, far apparire i palestinesi come vittime e Israele come il Babau cattivo che li punisce sempre.
Andiamo per ordine, il 26 novembre viene dichiarato il cessate il fuoco tra hamas e esercito israeliano  a Gaza. Da quel giorno Zahal non ha piu' sparato un colpo mentre i palestinesi hanno fatto piovere su Israele 82 missili Kassam, 82 missili in 37 giorni. Qualcuno lo ha letto in Italia? Qualcuno informava gli italiani che kassam cadevano a pioggia su Sderot, Ashkelon, e su un kibbuz vicino alla linea di demarcazione? Qualcuno ha parlato dei due ragazzini di Sderot colpiti, entrambi in coma , uno dei due con una gamba amputata?
Dal giorno del cessate il fuoco i palestinesi non lo hanno rispettato ne' con Israele, ne' fra di loro.
Dal giorno del cessate il fuoco i palestinesi hanno bombardato Israele e si sono ammazzati fra di loro in una guerra civile di cui i media faticano a parlare per non denigrare troppo della gentaglia incapace di vivere senza ammazzare qualcuno.
Nei territori le fazioni si  affrontano quotidianamente, e' stata colpita la casa di Abu Mazen a Gaza, sono morti dei bambini colpiti per la strada, Fatah contro Hamas e Hamas contro tutti.
Io scrivevo: aspettiamo che Israele si stanchi  di farsi colpire senza reagire , aspettiamo che risponda e poi vedrete cosa succede.
E' accaduto. Non che Israele abbia risposto  ai missili che terrorizzano la popolazione del Neghev, no , semplicemente  Zahal stava per arrestare un terrorista della Jihad islamica a Ramallah, ne e' nato il solito scontro a fuoco, il solito gran casino con tutti i "miliziani" armati fino ai denti che sparavano contro i soldati che rispondevano al fuoco. Quattro palestinesi sono stati colpiti e uccisi, puo' anche essere che siano morti a causa di pallottole palestinesi come di quelle israeliane. Tutto e' possibile. Non e' che i miliziani palestinesi si preoccupino molto della sicurezza dei "civili" palestinesi visto che, quando si esercitano nella guerra civile, sono loro stessi a sparargli addosso.
Comunque i morti palestinesi ci sono stati e con Israele coinvolto alla grande, non morti palestinesi semplici ammazzati da altri palestinesi, questa volta i morti erano doc perche' colpiti dagli israeliani e  i giornalisti italiani si sono svegliati come per incanto, come Biancaneve baciata dal Principe Azzurro. Si sono svegliati, fatti un caffe'  e hanno incominciato a battere freneticamente sulle tastiere dei loro computer,  a leggere i titoli dei giornali sembra si siano telefonati per mettersi d'accordo sul tono dei titoloni : "Raid israeliano a Ramallah, uccisi 4 civili palestinesi".
Basta!  Infatti non serviva nient'altro  per far entrare nella testa dei lettori l'idea che, al solito, Israele si diverte ad ammazzare dei poveri innocenti.
Oggi e' stata incendiata la casa di un rappresentante di Hamas, hanno costretto i commercianti ad abbassare le saracinesche dei negozi  per una protesta imposta da hamas e sparano, passegggiano per le loro citta' e sparano, fanno funerali e sparano,  la guerra civile continua ma non interessa a nessuno e non interessera' a nessuno fino a quando non entrera' di nuovo Israele nel quadretto.
Ieri gli uomini di Fatah  hanno ammazzato tre di Hamas e le lotte tra le fazioni proseguono senza suscitare nessun interesse nei media, infatti  un controllo a caso della prima pagina di un giornale on line  mi da questi risultati:
- Effetto Serra, fine del Mediterraneo.
- Svolta nella strage di Erba.
- La lotteria bacia il centro sud.
- Via gli etiopi, scontri a Mogadisxcio. Un morto.
ecc.ecc.ecc.
Nessun titolo sugli scontri tra fazioni palestinesi, Israele non ce'ntra quindi non si scrive. 
Allora, con un barlume di speranza, vado alla pagina degli esteri e la' i titoli sono gli stessi della Prima Pagina con l'aggiunta di un caso di cannibalismo a Ruen, in Francia.
Nemmeno un accenno ai tre morti palestinesi ammazzati ieri sera  da altri palestinesi.
Non vedo Non sento Non parlo.
Questa e' l'etica dei giornalisti: vedo quello che mi interessa, sento solo quello che voglio, parlo solo per demonizzare Israele.
Li possino......
Alt! Un giornale che parla della guerra civile c'e', caspita, c'e , avevo pensato  male troppo presto. Il Manifesto ne parla, complimenti al Manifesto, sempre aggiornatissimo ma, un momento, cosa dice questo meraviglioso giornale  cosi' democratico, filo occidentale, filo amerikkkano, filo israeliano....cosa scrive l'ineffabile Michele Giorgio? Che la colpa della guerra civile e' di Bush e di Gerusalemme (strano deve essersi sbagliato, non ha scritto Tel Aviv ma proprio Gerusalemme, ha scritto il nome della Capitale di Israele. Bah, forse aveva mangiato troppo e aveva lo stomaco pesante).
Eccoci serviti, l'andazzo e' quello di sempre,  se non si puo' accusare Israele di assassinio di palestinesi si accusa Israele di essere coinvolto nel caos che sconvolge i territori.
Lo possino....
 Ma, se per caso  pensaste che sparare  e ammazzare sia l'unico hobby degli arabi dei territori palestinesi, sbagliereste perche' ne hanno un altro importantissimo: raccattare soldi.
Hanaye' e' tornato dal pellegrinaggio alla Mecca con 20 milioni di dollari  e armi che l'Egitto gli ha permesso di portare oltre il confine di Rafah, Gli USA hanno appena dato a Abu mazen 86 milioni di dollari, Israele 10 giorni fa gliene ha dati 100 di recupero tasse, poi l'Europa ....ma ormai ho perso il conto, dovrei assumere un ragioniere per tenere l'elenco di tutti i soldi che entrano nei territori e la' spariscono miracolosamente e istantaneamente.
Entrano milioni di dollari e, come per incanto, si trasformano in armi, Mercedes, ville e aerei personali. 
Nemmeno Hudini' sarebbe capace di simili magie.
Nemmeno il piu' idiota dei capi di stato potrebbe pensare di continuare a dargli soldi e questo ci fa capire che i capi di Stato passati e attuali siano peggio che idioti ma non ci voleva molto a capirlo.
 
Deborah Fait  -  www.informazionecorretta.com - www.deborahfait.ilcannocchiale.it
 

Massima del giorno
Il mio problema sociale: non riesco ad appendere il cervello insieme col cappello, nell'ingresso.
G.P.

MOLLICHINE
Firmato il decreto antipedofilia. È così severo che, ad ogni buon conto, smetterò di chiamare mia moglie "bambina".

Nuon Chea, ex leader dei Khmer rossi cambogiani, ha espresso il suo cordoglio per la morte di Saddam Hussein. Solidarietà fra colleghi.

Di Pietro: "Pecoraro Scanio è una persona intelligentissima". Complimenti tra geni.

Nicola Rossi lascia i Ds: l'unico modo d'andare a sinistra con serietà è guidare l'automobile in Inghilterra.

Livia Turco ordina ispezioni negli ospedali. Fino ad oggi pensava che tutto andasse benissimo.

Amato vuole controllare l'origine dei fondi per costruire le moschee. Sarà che in generale pecunia non olet, ma questa probabilmente puzza di petrolio.


Non tutti piangono per Saddam!  (lettera in redazione)
La polemica sta tutta qui: nessuno pianga la morte di Saddam Hussein. Il leader radicale Marco Pannella, libertario garantista e pacifista ad oltranza, talvolta si butta troppo a pesce morto sulla notizia del giorno. Le ragioni politiche, logiche e umanitarie che militano per la non esecuzione della meritatissima condanna capitale su Saddam Hussein sono tante ed evidenti. Sebbene la vendetta sia un piatto che si consuma freddo: infatti, fare oggi un martire dello scellerato ex raiss iracheno è esattamente ciò di cui l'Iraq non ha bisogno. Poi anche sul processo e la sua conduzione, compresi i tre omicidi susseguitisi nel tempo di altrettanti difensori degli imputati complici di Saddam nella rappresaglia genocida che seguì a un fallito attentato degli sciiti contro di lui, ci sarebbe molto da dire. Tecnicamente parlando e politicamente meditando, uccidere oggi l'ex tiranno sarebbe un regalo alla guerriglia qaedista sunnita che ha appunto bisogno di improbabili "eroi" regalati da errori di valutazione di opportunità che si susseguono da parte dell'occidente da quando è finita la guerra in Iraq ed è iniziata la guerriglia post bellica. Da qui però a rovinarsi la salute con un ennesimo sciopero di fame e sete perché la condanna a morte ormai definitiva sia commutata o quanto meno non eseguita, come ha creduto invece di volere fare l'amatissimo Marco Pannella, ci corre parecchio. Questa battaglia di principio è infatti degna di migliore causa e tentare di salvare la vita a un Hitler non è mai storicamente pagante. Oltre che elettoralmente. Infatti a nessuno venne in mente una campagna umanitaria per salvare Eichmann dal boia che lo impiccò in Israele nel 1961 né tantomeno per evitare ai gerarchi nazisti, giudicati abbastanza sommariamente a Norimberga, il patibolo cui andarono tutti incontro. Così come, fatte le debite proporzioni, nessuno (tanto meno i comunisti che adesso strepitano in difesa di Saddam e contro gli Usa e il governo iracheno) ha pianto una lacrima di troppo neanche sulla fucilazione sommaria e sul linciaggio postumo in quel di piazzale Loreto di Benito Mussolini e persino della incolpevole Claretta Petacci. Certo sono metodi che a volte ripugnano ma la storia chiede a molti popoli di fare il lavoro sporco per rimettere a posto i conti con i crimini contro l'umanità. E a molti dittatori conti salatissimi da pagare. Anche con la propria vita. E' stato così anche per Ceausescu ed oggi è stato il destino di Saddam. Pannella ha peraltro una concezione troppo mediatica di queste battaglie di principio: si butta a pesce sulla notizia che sta per forza di cose in prima pagina e si prende tutta la luce riflessa e l‚effetto traino. Intendiamoci, spesso, quasi sempre, fa benissimo. Cosa è mai la politica se non l‚interpretazione e l'incarnazione delle notizie del giorno da parte degli esponenti dei vari partiti? Viva la faccia, quindi, di quelli come Pannella. Con l'avvertenza però, in certi casi, di non andare troppo oltre. Va bene, infatti, urlare "nessuno tocchi Saddam", ma cosa diavolo c'entra lo sciopero della fame? Contro chi? Contro cosa? Perché? Pannella pensa forse che i i parenti dei curdi gasati ad Halabja, capiranno? Il rischio è di fare lo stesso ragionamento dei pm che pur di stare in prima pagina indagano su questioni pruriginose, ma non essenziali, come le vallette che vanno a letto con le mezze calze della politica da sottobosco per un posto in Rai.  Ed infatti, più che "nessuno tocchi Saddam", come andava ripetendo da diversi giorni era la nuova parola d'ordine di Radio radicale, viene da dire che se proprio in Iraq non si è potuto fare a meno di giustiziarlo, „nessuno lo pianga più del dovuto‰. Ricordandoci soprattutto chi era Saddam e cosa ha fatto ai curdi, agli sciiti, agli iracheni, ai palestinesi, agli israeliani. E si trovi il coraggio, molto poco politicamente corretto, di rassegnarsi al fatto che di gente come lui al mondo meno ce ne è e meglio lo stesso mondo va avanti. Con buona pace delle questioni di principio, di Cesare Beccaria, di "Nessuno tocchi Caino", di "Non c'è pace senza giustizia" e anche di Marco Pannella. Cosa non si farebbe per un po' di pubblicità....   gratis                                                                                       

G. C. Colosso

LA MORATORIA SULLA PENA DI MORTE
Le iniziative mondiali sono tanto ambiziose quanto inani. I paesi che fanno parte dell’Onu sono più di 190. Basta essere stati presenti ad una riunione di condominio con più di quaranta partecipanti per sapere che l’unanimità è difficile ottenerla anche se si propone la cosa più ovvia.  Per fortuna, nel condominio, con la maggioranza richiesta si può decidere qualunque cosa; ma se i partecipanti sono indipendenti, come nelle Nazioni Unite, e nessuno gli può imporre niente, l’unanimità è sostanzialmente esclusa in ogni caso.
L’Onu è un club nel quale ci si riunisce per parlare del più e del meno, farsi dei dispetti reciproci e condannare Israele. Per il resto, non serve a niente. E non è capace di niente. Neanche di essere unanime su un principio plausibile come una moratoria sulla pena di morte. Dunque il proporla serve solo a dimostrare quanto sono buoni e morali coloro che la chiedono: un festival della retorica.
La pena di morte non è né necessaria ed ineliminabile, come pensano alcuni, né una barbarie in ogni caso inaccettabile, come pensano altri. Il giudizio su di essa dipende dalla società interessata. Anche essendo civile, anche essendo moderna come la Francia dell’ultimo dopoguerra, una società può reputarla necessaria ed adeguata a certi crimini. Poi essa stessa, qualche decennio dopo, può sentirla come inaccettabile ed abolirla. E se queste differenze possono aversi all’interno dello stesso paese nel giro di qualche decennio, figurarsi quanto è verosimile che ascoltino Prodi e i suoi amici paesi che, rispetto all’Europa, sono secoli indietro. Paesi che hanno una diversa sensibilità per la violenza, che hanno una diversa considerazione della vita umana, ecc. I giapponesi erano capaci d’essere spietati con i prigionieri perché li disprezzavano; per la loro morale, al loro posto sarebbero dovuti morire in battaglia, piuttosto che darsi prigionieri: e dunque erano per ciò stesso dei vili che avevano preferito la vita all’onore. Questo avveniva negli anni ’40 del Novecento, quando l’Europa aveva già avuto decenni prima Florence Nightingale e conosceva da tempo la Convenzione di Ginevra. Sbagliavano, i giapponesi? Forse. Diciamo pure di sì. Ma questo mostra come, dinanzi allo stesso fatto, due civiltà possano reagire diversamente.
Tutto quello che potrebbe oggi produrre l’Onu sarebbe un predicozzo sulla pena di morte. Un documento che non allungherebbe di un minuto la vita degli infelici condannati. E che dunque avrebbe la stessa solenne efficacia delle più risolute Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza: come la Risoluzione che, ancora recentemente, ha imposto il disarmo degli Hezbollah.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 4 gennaio 2007


BATTERSI IL PETTO O BATTERE IL NEMICO
Le cause per il crollo degli imperi sono sempre complesse, ma una caratteristica comune è il venir meno dello slancio vitale di coloro che li crearono. I romani del periodo imperiale cominciarono a rifiutarsi di combattere per Roma, affidarono la difesa dei confini agli stessi barbari, si lasciarono andare a vivere nel lusso e gli stessi poveri a cercarono di vivere di elargizioni statali. Qualcosa di analogo avviene nelle famiglie dei “self made men”, cioè di coloro che si sono arricchiti col proprio lavoro. Costoro offrono alla famiglia una vita di agi e piaceri e ai propri figli una eccellente situazione di partenza: non hanno che da continuare l’opera paterna. Eppure, nella maggior parte dei casi, i figli sono inferiori ai genitori e son capaci di finire in miseria una vita cominciata nel lusso. Perché la vita troppo facile fa rammollire il carattere e si pensa soltanto a godere di ciò che si ha, senza preoccuparsi della difesa della propria vita e dei propri averi.
A questo schema potrebbe fare eccezione – per parecchi aspetti - la decadenza dell’Occidente europeo e cristiano. Infatti, contrariamente a ciò che avveniva nella Roma imperiale, gli Stati europei sono abbastanza forti, militarmente, da non dover temere i barbari. Hanno economie fiorenti e strutture statali che non invitano certo alla rivoluzione o all’anarchia. Hanno tutto ciò che si potrebbe desiderare per fare di questa propaggine dell’Eurasia un’isola felice, forte e stabile: e tuttavia questo “impero” è in pericolo per una ragione inaudita. Mentre i grandi imperi del passato sono crollati per un eccesso di piaceri, l’Europa rischia di crollare per un eccesso di doveri. Il dovere della comprensione, il dovere della mansuetudine, il dovere dell’ospitalità, il dovere della solidarietà, il dovere dell’altruismo, il dovere di un’empatia che sfiora la rinuncia alla legittima difesa. Il primitivo quasi non coglie l’umanità del proprio nemico e l’uccide con l’indifferenza di chi schiaccia una mosca. È troppo diversa dall’uomo perché ci si possa chiedere che cosa può provare. L’europeo invece, mentre è arciconvinto delle proprie ragioni – per esempio nel rispettare la donna come essere uguale all’uomo – di fronte ai peggiori episodi di maschilismo, quando non di schiavismo, di uno straniero nei confronti della moglie, tende a reagire dicendosi che non può ergersi a giudice di una diversa mentalità. Pensa che sarà magari giusto salvare quella donna, ma senza punire l’uomo il quale, poverino, aveva le sue buone ragioni. Seguiva un codice che non era il nostro ma era il suo, quello della sua comunità, quello della sua civiltà. Non si poteva neanche rendere conto che, essendo venuto a vivere in Europa, avrebbe dovuto seguirne lo stile di vita. E del resto, è giusto imporlo agli stranieri, quand’anche questo stile sia contenuto nel codice penale?
L’occidente rischia l’implosione per la tendenza a mettere sullo stesso piano se stesso e gli altri. Il proprio standard di vita e quello altrui. Con una tendenza addirittura a temere, ogni volta che c’è un contrasto, d’essere parziale in proprio favore. La conseguenza è che, nel dubbio, è più a favore del proprio nemico che di se stesso. Per fare la tara. Tutto questo potrebbe anche essere bellissimo se anche l’altro la pensasse nello stesso modo. In realtà l’Occidente si scontra con maree umane che non solo non hanno nessuna tendenza alla comprensione del diverso, ma nutrono nei confronti dell’Europa il rancore degli ex-colonizzati nei confronti degli ex-colonizzatori (anche quando con l’indipendenza non ci hanno affatto guadagnato), dei deboli verso i forti, degli ignoranti verso i colti e soprattutto dei poveri nei confronti dei ricchi. Perfino in questo campo gli occidentali riescono a battersi il petto, sposando la mentalità degli invidiosi i quali pensano che i ricchi non hanno nessun merito, per essere tali. Pensano che la ricchezza cada dal cielo e che il ricco dovrebbe dividerla col povero, dal momento che non ha nessun merito speciale per appropriarsene. Si invidia persino un paese come l’Italia, sovrappopolato, povero persino di pianure e del tutto sprovvisto di risorse naturali. Le nostre uniche risorse si chiamano Galileo, Volta, Marconi, una popolazione industriosa e colta, che è riuscita a creare ricchezza con le sue mani mentre i congolesi, che come risorse naturali dispongono di ogni ben di Dio, sono poveri e vivono malissimo. Sono cose chiarissime ma nulla può convincere il Terzo Mondo della loro evidenza. Neanche il caso del Giappone, afflitto da una drammatica scarsità di territorio e di risorse, che pure è stato capace di divenire una gigantesca potenza economica. Gli intellettuali europei continuano a guardare con simpatia alle idee dei poveri rancorosi del Terzo Mondo, per concludere inevitabilmente: “Dovremmo aiutarli di più. Dovremmo dividere con loro la nostra ricchezza”. In modo da essere poveri tutti.
Questa malattia mentale che si potrebbe chiamare “epidemia morale” mette in pericolo l’Occidente. Sono molti coloro che, portando alle estreme conseguenze questa mentalità, sostengono che l’Occidente merita di zugrunde gehen, come diceva Nietzsche: d’andare in rovina ed essere annullato. Non ha scontato abbastanza i propri peccati e questo sarebbe il giusto fio per le sue colpe.
L’impero romano avrebbe potuto sopravvivere, se i suoi cittadini avessero pensato a difenderlo, piuttosto che a godersi la vita soltanto. Noi europei occidentali forse non sopravvivremo, perché pensiamo più a batterci il petto che a battere il nemico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


IL GIURISTA PASQUALE SQUITIERI
Pasquale Squitieri è un uomo dalle grandi passioni umane e politiche ed ha un notevole coraggio intellettuale. Inoltre è un artista e agli artisti, in segno di gratitudine per ciò che ci donano, bisogna essere disposti a perdonare parecchio. Tuttavia questo non impedisce che gli si possa far notare che a volte potrebbe essere utile conoscere il detto latino “Sutor, ne ultra crepidam!”, ciabattino non andare oltre la scarpa; oppure, pur non essendo polentoni,  l’equivalente proverbio milanese che ingiunge: "Ofelè fa il to mestè", "Pasticciere, fai il tuo mestiere".
A proposito dell’impiccagione di Saddam Hussein il regista infatti afferma: «L’orrore non è quello di Piazzale Loreto e nemmeno quello dell’impiccagione di Saddam. L’orrore è nel voler spacciare per atti di giustizia quelli che invece sono soltanto dei crimini. Perché tali sono tutti i processi in cui la sentenza di morte sia già stata scritta».
La tesi è peggio che discutibile. È certamente sbagliato e criticabile che il giudice entri in aula, pur nell’incertezza delle risultanze processuali, con dei pregiudizi e avendo deciso come concluderà il caso. Ma questa critica vale nel caso – appunto – che le risultanze processuali siano dubbie. Se invece il fatto è chiaro ed indubitabile, come è chiara ed indubitabile la norma, che dubbi si possono avere? Gaetano Bresci uccise Umberto I dinanzi ad una folla. Chi mai sarebbe potuto entrare in aula chiedendosi che se Bresci fosse colpevole?
Ogni volta che il reato è chiaro e il suo autore indubitabile, come avviene nel caso di una credibile confessione dell’imputato stesso o quando ci sono infiniti testimoni, rimane solo il problema del tipo di pena e del suo quantum. Ovviamente, nella realtà giudiziaria le cose sono un po’ più complesse. L’imputato può aver diritto a beneficiare di circostanze attenuanti che modificano la sua responsabilità, può essere infermo di mente,  eccetera: il processo serve ad accertare tutte queste cose. Ma neanche un imputato totalmente infermo di mente, se assolto per questo, viene lasciato andare a casa.
E si può venire al caso di Saddam Hussein. Le colpe di questo bieco dittatore sono state tali che nessuno, neanche coloro che le hanno tentate tutte per difenderlo, hanno osato dire che non ha commesso gravissimi crimini. Di Stato: per esempio, il massacro dei curdi o il massacro per il quale è stato condannato. Private: per esempio l’assassinio di ambedue i suoi generi attirati in un trappola con la promessa del perdono. E gli specialisti della materia potrebbero allineare decine di altri fatti. Chi poteva pensare che un tribunale potesse assolverlo? L’unico problema era quello della pena: ma se la legge locale prevede la pena di morte, quando questa pena è irrogata ed eseguita si è nella fisiologia del diritto, non nella patologia.
Poi, certo, si può essere contro la pena di morte e a fortiori contro la pena di morte eseguita mediante impiccagione. Ma buttare lì disinvoltamente che ogni processo in cui i fatti non possono che condurre ad una condanna sia un processo inumano ed anzi un crimine è una responsabilità che si lascia volentieri al regista Paolo Squitieri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 4 gennaio 2007


NESSUNO TOCCHI ABELE
Il Primo Ministro iracheno Nuri Al Maliki in un'intervista telefonica replica alle critiche per l'impiccagione di Saddam Hussein dicendo a Prodi di pensare ai fatti suoi e di guardare  in casa propia alludendo a quanto accadde a Piazzale Loreto 62 anni fa.
La replica di Al Maliki e' al vetriolo "alla fine della seconda guerra mondiale, Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta 'Benito Mussolini' gli ha detto: 'il tribunale vi condanna a morte' e la sentenza è stata eseguita immediatamente".
Accanto a Benito Mussolini  c'era una donna, era innocente, la sua colpa era di essere l'amante del duce e nessuno ne ha avuto pieta'.
Fu condannata a morte senza processo anche Claretta Petacci, sforacchiata e appesa per i piedi vicino a Mussolini.
Poi li hanno tirati giu', gli hanno sputato addosso giocando a calcio colla testa del duce. 
Meritava tutto questo? si certo ma forse un processo andava meglio e lei, la Petacci, non meritava proprio niente se non la vita.
La dichiarazione di Al Maliki e' un chiaro invito a far meno le colombe visto che qualche scheletro nell'armadio Italia c'e' e non  puo' essere cancellato senza sentirsi dire  da che pulpito viene la fatidica predica.
Pannella, l'unico coerente con se stesso, fa il digiuno contro la pena di morte ma mi dispiacerebbe che gli accadesse qualcosa per colpa del tiranno giustiziato. Rischiare la salute per un criminale che meritava solo  di morire mi sembra troppo, caro Marco.
Il premier Prodi si e' detto sgomento per l'impiccagione di Saddam Hussein, i politici italiani hanno condiviso la sua opinione, tutti uniti , un bel NO  gridato verso Al Maliki, gli unici in Europa ad essere cosi' uniti nel condannare il tirannicidio.
Sicuramente lo sgomento non faceva parte dei  sentimenti prodiani quando Saddam Hussein bombardava Israele nel 1992.
Lo sa come vivevano gli israeliani in quel periodo , signor Prodi? Vivevano in camerette sigillate collo skotch e fogli di plastica alle finestre, vivevano colla maschera antigas a portata di mano e quando suonava la sirena e se la dovevano mettere, i bambini vomitavano, soffocavano, piangevano e soffrivano d'asma da paura.
Nessuno poteva uscire di casa senza la maschera a tracolla, nemmeno per andare a fare la spesa, nemmeno per andare al lavoro, nemmeno i bambini per andare a scuola.
39 scud sono stati lanciati contro Israele e ogni volta la paura era che fossero pieni di antrax e altre cosine del genere quindi oltre alla maschera dovevi avere in mano anche la siringa ma bisognava fare molta attenzione e non farsi prendere dal panico perche' se  ti facevi la puntura e non c'erano nell'aria le spore delll'antrace  morivi lo stesso.
Bella sensazione vero signor Prodi?
Ad ogni scud che mandava su Israele, il criminale finalmente  giustiziato, vicino al quale stava un  Arafat sbavante di felicita', urlava "faremo di Israele un grande forno crematorio".
Si e' sentito sgomento all'epoca, signor Prodi? Mi permetta di dubitarne.
Accettare come giusta la morte di Saddam Hussein non significa essere  per la pena di morte ma per la giustizia che doveva esser fatta nel nome delle sue vittime, nel nome del terrore che quel demonio aveva seminato in tutto il Medio Oriente . 
Noi in Israele  ricordiamo ancora  quei begli assegnini da 20.000 dollari cadauno che Saddam Hussein mandava alle famiglie dei terroristi che riuscivano ad ammazzare israeliani.
Ad ogni BUM  in Israele con relativi cadaveri smembrati, gambe, teste, pezzi di corpi sparsi sul selciato , piedi , sangue  che macchiava i muri delle case a decine di metri dal luogo dell'attentato , seguiva la consegna in pompa magna dell'assegno alla famiglia dell' autore dello scempio. L'assegno lo consegnava un sorridente  Arafat con bellissime cerimonie e baci bavosi stampati sui visi dei disumani parenti della bestia terrorista e di solito la madre lo mostrava orgogliosa alle telecamere. Era un po' meno orgogliosa se gli israeliani morti erano meno di dieci perche' averebbe voluto piu' sangue per meritarsi quel pezzo di carta, sporco come la sua anima e quella del figlio che aveva generato, che le sarebbe servito per farsi una bella casetta e per  educare altri figli al terrorismo.
E il mondo assisteva in silenzio!
Ricordo la nostra rabbia e ricordo tanto bene il silenzio del mondo e il senso di schifo che provavo.
I politici italiani che stanno protestando perche' giustizia e' stata fatta non facevano una piega quando accadevano queste tragedie in Israele, anzi andavano nei territori a portare la loro solidarieta' ai mostri maledetti.
Ricordo con altrettanto orrore che durante l'attacco a Israele, tra uno scud e l'altro, i politici italiani e europei raccomandavano al Governo e all'esercito israeliani  di non reagire.
Israele beccati gli scud e sta fermo! e gli scud piovevano su Tel Aviv e dintorni e i palestinesi, complici  di quella bestia disumana, disumani come lui, ballavano sui tetti delle case e urlavano "Forza Saddam, mira giusto!"
Il mondo va avanti , molto meglio di prima senza Saddam Hussein ma ci sono altre cosette che non  provocano sgomento in Prodi e meno ancora in D'alema. C'e' un ragazzo, Gilad Shalit, che e' da piu' di 6 mesi  nelle mani di hamas, la Croce Rossa Internazionale non ha mai potuto visitarlo, vietato, hamas non permette e la CRI non insiste tanto trattasi solo di un ragazzo israeliano. Per Gilad le trattativa vanno avanti da mesi , i palestinesi vogliono che siano liberati 1000 palestinesi galeotti in Israele, poi 1500, poi ancora non gli va bene perche' vogliono pezzi da novanta non mezze calzette.
1500 palestinesi per un solo ragazzo israeliano.
Loro stessi sanno di valere zero, di essere niente se non feccia, alzano la cifra e non sono mai contenti.
Signor D'Alema non trova esagerata la richiesta di 1000 /1500 palestinesi per un solo israeliano? No eh? Lei che ha trovato esagerata la risposta di Israele al rapimento di altri due soldati, all' uccisione di otto  della stessa pattuglia e del lancio di 4000 missili sul nord di Israele, lei adesso, D'Alema, tace? 
E continua a tacere anche per il cessate il fuoco mai rispettato dai palestinesi, tace anche Prodi e tacciono tutti, l'ONU non fa una piega ma scommetto che ha gia' la risoluzione di condanna pronta non appena Israele si decidera' a rispondere. Che bel maipolo di ipocriti.
Troppe ingiustizie accadono , troppi dittatori di cui si piange la morte, troppi Caini difesi e troppi Abele che soffrono a causa loro.
Io quindi mi dissocio da "Nessuno tocchi Caino" perche' Caino deve essere toccato, colpito, messo in condizione di non nuocere, si chiami Saddam o Hamas, Nasrallah o Ahmadinejad, non ha nessuna importanza e dopo tanti anni in cui si pensava solo a salvare i tanti Caino del mondo  io oggi mi metto a urlare con tutto il fiato che ho in corpo:
"NESSUNO TOCCHI ABELE"!

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com  - www.deborahfait.ilcannocchiale,it

Massima del giorno
L’illusione è una cosa meravigliosa. O meglio, lo sarebbe: se non ci fosse un dopo.
G.P.


Mastella: prescrizione giusta Di Pietro zavorra morale
Ha atteso il nuovo anno. Poi, Clemente Mastella confessa di non avercela fatta più. E così ieri, dopo giorni trascorsi a meditare, è sbottato: «Basta criminalizzare il comma Fuda. Qui occorre una valutazione più serena di tutta la vicenda».
Il ministro della Giustizia non ha digerito la polemica sull’affaire Fuda. Comma bistrattato, secondo Mastella, ingiustificatamente: «Si trattava di una prescrizione dei reati contabili che anziché durare vent’anni, come capita oggi per tanti amministratori, stabiliva un periodo contingentato nel tempo e quindi che il pagamento alla Corte dei Conti arrivasse non all’atto della delibera ma quando si era concepito o determinato il fatto in sé. Peraltro devo dire che nel 1996 le Camere decisero che, al massimo, per i reati contabili si poteva arrivare a una forma di prescrizione di cinque anni. Questo è il dato reale. E allora governava il centrosinistra...».
Ma è con Antonio Di Pietro che Mastella ha il dente avvelenato: «È mai possibile che per un atto politico lui, ministro del nostro governo, si rivolge al magistrato? E nessuno gli dice niente? All’ultimo Consiglio dei ministri non mi sono presentato per la storia del proiettile recapitato a mia moglie Sandra. Ma altrimenti, non so cosa sarebbe successo. Non rispondevo di me. Di lui non se ne può proprio più. Ma chi è? Il dogma della Giustizia? Io ho voluto evitare problemi, finora. Però non posso più accettare che questo qui si ponga come il moralizzatore sommo».
Il ministro delle Infrastrutture, secondo Mastella, sta sbagliando tutto: «Se lui è moralizzatore, io cosa sono, allora? Il mio capogruppo quel comma non l’ha firmato, e proprio perché sono libero da condizionamenti posso permettermi di parlare. Magari dicendo anche che quella norma è giusta. Ma lui? Il suo capogruppo ha firmato.... Vuole interpretare il ruolo di Sherlock Holmes? Lo faccia quando avremo una maggioranza granitica in Senato ». Dietro gli attacchi di Di Pietro, secondo il Guardasigilli, ci sarebbe però soprattutto un desiderio: «Quello di fregarmi. Ma non è colpa mia se non fa il ministro della Giustizia. Ha cercato di fregarmi già durante Mani pulite, però non ci è riuscito: perché io sono una persona perbene. Non ho nulla da nascondere: non sono compiacente con farabutti e delinquenti. E lui non è un eroe. Insomma basta con Di Pietro, basta con questa zavorra morale».
Una sola, però, sempre secondo Mastella, è la vera vittima di questa storia: Pietro Fuda. «Poveretto—commenta il ministro —. È venuto da me sconvolto e sconfortato, e gli ho dovuto fare coraggio. Fino a prova contraria è una persona perbene. Ha ideato questo comma solo per evitare una via crucis a tanti amministratori locali, cosa che ho anche tentato di spiegare a Prodi. Ma oramai si era scatenata la gazzarra su Fuda, visto come il diavolo tentatore e diventato famoso per una cosa che infame non è. Gli hanno buttato fango addosso solo perché è un brutto anatroccolo del Sud. Perché diciamoci la verità: non è un adone, è di Reggio Calabria, ha l’accento meridionale.... È stato la vittima di un vero e proprio episodio di razzismo. Fosse stato un senatore nato alNord, nessuno avrebbe pensato che a ispirarlo c’erano amici compiacenti».
Pietro Fuda, per Clemente Mastella, più che altro è il «vendicatore di tanti amministratori pubblici costretti da una legge iniqua a non beneficiare di una prescrizione per un reato contabile. I ladri sì e i sindaci no! Cose da pazzi. Tantissimi amministratori pubblici ci chiedono il riequilibrio di questa ingiustizia. Non si può essere rei a vita. E l’unico vero laico che ha capito questo problema è stato Piero Ostellino sul Corriere della Sera.Ma ci sono anche sentenze della Cassazione che spingono in tal senso».
Se poi a Mastella gli si domanda perché abbia deciso di fare questo outing così scomodo, replica sereno: «Perché non ho nulla da nascondere. Non l’ho ispirato io.E difendo un principio... Sono fatto così. Nessuno può farmi tacere con minacce di immoralità. Anzi, sapete la novità? Visto che Di Pietro da mesi parla solo di giustizia, da domani mi occuperò di infrastrutture. Ogni convegno, un bel discorso sulla Salerno- Reggio Calabria. Così, tanto per svagarmi un po’».

Angela Frenda - Dal Corriere della Sera del 3 gennaio 2007-01-03

NON PUOI UCCIDERMI DUE VOLTE
In occasione dell’esecuzione di Saddam Hussein parecchi commentatori hanno paventato una recrudescenza dei disordini, delle vendette, degli attentati. Non è la prima volta che questo avviene. Ogni volta che si assumono iniziative di difesa - la recinzione fra Israele e i territori occupati, l’invasione dell’Afghanistan,  le “uccisioni mirate” - la reazione costante è il consiglio di non irritare ancor più i terroristi. Qualcuno ha addirittura sostenuto che gli israeliani “causano” il terrorismo perché si difendono e a volte vanno perfino a sopprimere gli assassini.
Nessuno mette in dubbio le buone intenzioni di chi consiglia la moderazione e la rinuncia alla rappresaglia. Ma il terrorismo è una reazione o un’autonoma iniziativa? Ed è vero che la repressione fa aumentare l’aggressività dei criminali?
Ci sono dei casi chiari. In Algeria il terrorismo è un caso di (ingiustificabile) reazione. Il Fis aveva avuto un buon risultato alle elezioni e queste sono state messe in non cale da un golpe militare. I musulmani spietati che hanno ucciso, anche crudelmente, migliaia e migliaia di innocenti (musulmani come loro), potrebbero affermare di essere stati privati di una legittima vittoria con la violenza. Si ripete, le loro azioni sono orrende e inammissibili, e tuttavia tecnicamente può dirsi che il loro terrorismo è una “reazione”: viceversa, nel caso dei fatti dell’11 settembre 2001, il terrorismo non può essere considerato una reazione. Gli Stati Uniti non avevano fatto nulla, contro i terroristi o contro gli arabi in generale, per meritare un attentato insensato e inumano. Analogamente, in Iraq si vota, mentre prima non si votava; i giornali sono liberi, mentre prima non lo erano; l’economia è in netta ripresa e nessuno rischia d’essere imprigionato, ucciso o torturato senza nessuna garanzia legale: in che senso il terrorismo potrebbe dunque essere una reazione a tutto questo, soprattutto a danno della stessa popolazione civile irakena? L’ipotesi della guerra di religione strisciante è molto più verosimile.
Il terrorismo è l’arma dei deboli senza scrupoli. Chi è forte affronta il nemico a viso aperto: perché è convinto di batterlo. Il terrorista invece colpisce alle spalle. Tira la bomba e nasconde la mano. Non obbedisce a nessun codice di guerra o perfino di umanità proprio perché la sua forza è la violazione delle leggi del coraggio, della cavalleria, della lealtà. L’orrore che è capace di provocare è per lui non un freno ma lo scopo da raggiungere. Ecco perché spara nel mucchio, ecco perché non ha remore neppure se si tratta di uccidere i bambini di un asilo (Kyriat Shmona, Beslan). Ogni arretramento, ogni concessione del potere attaccato sono per il terrorista una prova del successo. Se la controparte è disposta a pagare mille per ottenere la liberazione di un ostaggio, che si sequestrino dieci, cento ostaggi per ottenere centomila. Se l’attentato ad una caserma può indurre le truppe di pace a lasciare il Libano, che si uccidano a tradimento cento soldati, per essere sicuri del risultato. Anzi, che se ne uccidano 253, come è avvenuto in Libano ai marines americani nel 1983.
I terroristi sono caratterizzati dalla slealtà e dalla spietatezza. Essi operano sempre al massimo delle loro possibilità. Se in Iraq riuscissero ad uccidere cento americani al giorno forse che i terroristi se ne priverebbero? Se in un mercato rionale potessero uccidere quaranta persone invece di venti, non lo farebbero? Se bin Laden avesse potuto prevedere il crollo delle Torri Gemelle, si sarebbe certo astenuto dal suo attentato?
L’unico atteggiamento ragionevole nei confronti del terrorismo è quello di non mostrare nessun cedimento, mai; nessuna apertura, mai; nessuna tregua, mai. Se qualcuno vuole ucciderti e fallisce, non perdonarlo: se no, la prossima volta prenderà meglio la mira.
Israele è riuscita a far diminuire in misura impressionante i suoi morti per terrorismo non mediante il dialogo con i palestinesi (che di dialogare non hanno nessuna voglia), e neppure cedendo territori o elargendo concessioni: c’è riuscita con la nuova recinzione. Lo stesso stillicidio di razzi dal sud del Libano si è fermato non perché qualcuno abbia dimostrato agli Hezbollah che sparare a caso contro la popolazione civile è da selvaggi, ma perché Tsahal è penetrata in Libano ed ha duramente colpito il Libano e il Partito di Dio.
Il terrorismo palestinese ha usato come attentatori suicidi non solo uomini ma anche donne incinte. Si è servito di ambulanze. Nel 2005 ha tentato di sacrificare – senza neppure chiedergli la sua opinione – un ragazzino di dodici anni. Per quanto riguarda le vittime, ha ucciso bambini, vecchi, donne, studenti. Ogni sorta di persone, magari mentre andavano al lavoro in autobus. Che può fare di peggio? Quando i terroristi minacciano mali ancora più grandi suggeriscono l’idea d’avere uno spazio di manovra che non hanno. Chi fa il massimo non può fare di più. E se potesse fare di più, dovrebbe prima spiegare perché e come se ne è astenuto fino a quel momento. Cosa che, attualmente, sarebbe possibile solo all’Ira irlandese. Questa organizzazione per parecchio tempo ha compiuto attentati sul suolo inglese mettendo delle bombe in dati luoghi e informando la polizia (con un codice con essa convenuto) in modo che esse potessero essere disinnescate in tempo. Il messaggio era chiaro: potremmo fare molto di più, potremmo provocare dei morti, ma non vogliamo uccidere nessuno. Solo l’Irish Republican Army, se minacciasse un di più di violenza, sarebbe credibile. Se lo fanno Hamas, Hezbollah o Al Qaeda, fanno ridere. E non bisogna tenerne conto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 2 gennaio 2007

LA NEBBIA AL SOMMO DEL GIORNALISMO: PAOLO MIELI
In Italia chi dirige il Corriere della Sera è una sorta di nume che siede sul picco più alto dell’Olimpo giornalistico. Ma a volte proprio a queste altezze la nebbia può essere fitta. Lo prova l’ultimo editoriale di Paolo Mieli (“Mai più patiboli. Per nessun motivo”), là dove scrive: “Il nostro sistema morale può tollerare un'uccisione a caldo con modalità che sappiamo non verranno mai accertate, ma non può più permettere lo stravolgimento di forme giuridiche per via di un esito che sempre e comunque apparirà scontato in partenza”. Né si tratta di una malaccorta affermazione sfuggita dalla penna: egli scrive infatti che “un despota, per quanto gravi siano stati i suoi crimini, o viene ucciso al momento della sconfitta e della sua cattura oppure «deve» restare in vita”. Queste affermazioni lasciano tramortiti per parecchi versi.
Innanzi tutto, dove sta scritto che l’Iraq o qualunque altro paese indipendente si debba conformare al nostro “sistema morale”? Questo punto di vista europocentrico, per non dire imperiale, richiederebbe che i paesi dell’Asia e dell’Africa, prima di agire si, accertassero che le loro azioni siano conformi al nostro codice. Cosa che già sarebbe stata altamente fantasiosa ai tempi della Regina Vittoria ed è oggi francamente inconcepibile. Ma la critica più seria riguarda il suggerimento del Direttore riguardo all’“uccisione a caldo”: un suggerimento che, nel momento stesso in cui vuole essere spregiudicato e machiavellico, si rivela maldestro. L’“uccisione a caldo” avrebbe richiesto che le autorità militari americane ordinassero ai loro sottoposti di sparare a vista a Saddam Hussein. Ebbene, Mieli si è chiesto quanto tempo, anzi, quante ore sarebbero passate tra l’emanazione di questo ordine e la sua pubblicazione sulla prima pagina del New York Times?  Il Duca Valentino poteva non tenere conto né della morale né delle leggi, se ciò gli era utile: perché non c’era una libera stampa pronta a svergognarlo. Ma una democrazia ha altre regole. In essa persino i furbi privi di scrupoli sono obbligati a comportarsi in altro modo. E Mieli ha torto se pensa che il sistema morale occidentale tolleri l’uccisione di una persona non appena la si cattura. In un caso simile si sarebbe ricoperti dal biasimo universale, per decenni. L’assassinio non avverrebbe  “con modalità che sappiamo non verranno mai accertate”, ma con modalità che sarebbero immediatamente note. Perfino nel caso in cui il tiranno fosse ucciso con le armi in pugno (e mentre tenta a sua volta di sparare sui suoi catturatori) non si smetterebbe di proclamare che lo si è ammazzato a freddo: esattamente come è avvenuto per Salvador Allende. Ci sono problemi che non ammettono una soluzione senza sbavature: e quello della fine di Saddam Hussein è uno di questi.
È vero: un processo al tiranno abbattuto potrà sempre far sospettare “lo stravolgimento di forme giuridiche per via di un esito che sempre e comunque apparirà scontato in partenza”. Ma è la via più civile per risolvere il problema e non ce ne sono altre. I primi che dovrebbero impararlo sono coloro che per decenni non hanno biasimato e ancora oggi non biasimano l’assassinio di Mussolini e, fatto ancor più vergognoso, della Petacci.
Lo stesso parallelo che Mieli stabilisce con il processo di Norimberga mostra delle falle. Se questo processo “non ha mai smesso di provocare tormenti” non è perché sia stato condannato a morte qualche bieco sterminatore, ma piuttosto per due ragioni: la validità della costituzione del collegio giudicante (mentre in Iraq hanno giudicato giudici irakeni in base alla legge irakena) e la violazione del principio nullum crimen sine lege. Si è infatti contestato il reato di avere posto in atto una guerra d’aggressione senza che mai prima un codice penale avesse ipotizzato l’esistenza di un simile crimine. E se le sentenze dei giudici di Norimberga sono ancora criticabili per avere mandato a morte un imbecille come Julius Streicher, colpevole più di odio che di azioni, non si può certo dire che le colpe di Saddam Hussein fossero le sue idee o le sue parole.
Un’ultima nota riguarda la critica corrente secondo cui con l’esecuzione si è impedito che Saddam Hussein fosse giudicato per altri e ben più gravi crimini. È facile rispondere che se si fosse dovuto giudicare Saddam Hussein per ognuno dei crimini commessi, ci sarebbe voluto tanto tempo che il tiranno sarebbe certamente morto di vecchiaia. In secondo luogo, se una persona merita la pena di morte per un reato, non è che si possa infliggergliene un’altra e un’altra ancora.
Ovviamente Mieli, come la maggior parte di noi, ha il diritto di essere contro la pena di morte: ma non è scritto da nessuna parte che la nostra personale opinione sia la norma del mondo; e proprio noi italiani non abbiamo il diritto d’indignarci e di scandalizzarci, quando la ghigliottina ha funzionato nello Stato della Chiesa fino al 1870 e quando si è avuto un dopoguerra come quello italiano nel Triangolo della Morte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 2 gennaio 2007