ARCHIVIO GENNAIO 2007
"Puntate le
armi contro Israele."
Marwan Barghouti, il terrorista che deve scontare
5 ergastoli nelle carceri di Israele, eroe della
sinistra radicale italiana che ne chiede la scarcerazione
definendolo "uomo di pace", unico degno successore
di Arafat, ha mandato un proclama ai palestinesi che
sono nel pieno della guerra civile , godendo come matti nell'ammazzarsi
a vicenda.
Il proclama del terrorista recita , fra altri deliri
di una retorica da vomito, in modo molto chiaro
:
" O nostro grande popolo, noi chiediamo ai nostri
fratelli, agli eroi della lotta armata, di mantenere
la purezza delle loro armi, a non diventare strumento
per atti di combattimenti interni. Queste armi sono per
la salvaguardia del paese e della sua gente, e devono essere,
oggi più che mai, puntate contro l‚occupante israeliano."
L'appello pacifista di Barghouti e' stato ripreso
da Abu Mazen, la mammoletta, anche lui ha raccomandato
di rivolgere le armi contro Israele.
Beh, bisogna capirlo, povero fiorellino, ogni giorno
praticamente rischia di essere fatto fuori da qualche
picciotto di hamas, quindi se invece di puntare le armi
contro di lui le puntassero contro Israele gli andrebbe di
violino.
E
i palestinesi obbediscono ai loro capi.
Mantengono la purezza delle loro armi bagnandole
del sangue dei "fratelli", piu' purezza di cosi',
e, per non contaminarle con sangue ebraico, quindi
di scimmie e maiali, hanno mandato contro
l'occupante israeliano, che non si sa bene cosa occupi,
il solito neonazista ventenne, militante della Jihad
, cresciuto in una famigliola che si e' dichiarata orgogliosa
del figlio assassino.
E cosi', per la gioia di mamma e papa', il giovane
neonazista e' andato in gita a Eilat per farsi esplodere
in una panetteria ammazzando tre ragazzi di nemmeno
trent'anni, vittime dell'odio, dell'ignoranza , della
barbarie di persone incapaci di fare altro che guerra e terrorismo.
La guerra se la fanno tra loro per intascare il pizzo
di tutti i soldi che il mondo manda ai capimafia.
Il terrorismo lo dedicano a Israele, odiato nemico.
L'odio, l'unica cosa che riesce a unirli.
Interessante la reazione negli ambienti rosso/neri
( ogni allusione al calcio e' puramente casuale)
italiani, molto interessante perche' pare che la
colpa dell'attentato sia di Israele perche' non aveva
previsto la cosa distruggendo preventivamente
il tunnel da cui e' uscito il topo di fogna.
Quando invece Israele li distruggeva i tunnel gli
stessi cerebrolesi urlavano che non era vero, che
non c'era nessun tunnel, che era solo una scusa per
bombardare i poveri innocenti palestinesi.
Avevi voglia a mandare in giro fotografie, niente
da fare, "ve li scavate voi" dicevano.
Adesso invece , miracolosamente, i tunnel esistono
e Israele se l'e' voluta perche' e' cosi' scemo
da non averli distrutti. Non sanno i poveretti che
i tunnel sono migliaia e che distruggerli tutti diventerebbe
complicato vista la densita' della popolazione palestinese
e il particolare che la maggior parte viene scavata
dai coraggiosi combattenti della Palestina nelle cucine
delle abitazioni e sotto le culle dei pargoletti.
Secondo i media invece Israele ha violato la
tregua bombardando, dopo l'attentato, il tunnel
da cui e' passato il neonazista.
Mi
soffermo su questo perche' vorrei capire se
quelli che scrivono le notizie stanno in letargo quando
gli conviene per svegliarsi soltanto quando Israele
reagisce ad un attentato.
Se stavano in letargo allora li informo che , da
quando e' stata proclamata la tregua, alla fine
di novembre, i palestinesi hanno fatto 140 lanci
di missili qassam sulle citta' e kibbuz del Neghev.
Israele non ha mai risposto quindi per i dormienti
significa che la tregua non e' mai stata violata.
Ragionamento liscio come l'olio ma puzzolente come
come una fogna!
Anche Massimo D'Alema, ineffabile ministro degli
esteri, quello che divide gli ebrei italiani in democratici
se di sinistra, non democratici se no. Quello
che definisce lobby la comunita' ebraica italiana. Quello
che gli trema il baffetto al nominare Israele. Bene Baffetto
ha detto che questo ultimo attentato nasce dalla volonta'
di allontanare la prospettiva della pace mettendo a
rischio il cessate il fuoco.
Insomma anche Baffetto sta volentieri in letargo.
Se cosi' non fosse, se fosse sveglio e pensante,
mi piacerebbe sapere di quale prospettiva di pace
sta parlando e di quale cavolo di tregua sta parlando!
Ce lo dice, signor Ministro? No? Non lo sa nemmeno
lei? Immaginavo, pero' potrebbe sempre chiederlo
a Hezbollah.
Insomma quello che ci ha confermato quest'ultimo
attentato e' che Israele ha sempre torto, che i palestinesi
hanno sempre ragione e che chi non e' daccordo
e' un fascista.
Che la Terra di Israele sia lieve per questi
tre ragazzi ammazzati mentre lavoravano:
Emil Almaliakh, 23 anni z.l.
Michael Ben Sa'adon, 27 anni z.l
Israel Samolia, 26 anni z.l.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
- www.deborahfait.ilcannocchiale.it
PROBLEMI DIFFICILI
Ci sono problemi per i quali la discussione non finisce
mai e che sembrano complessi, difficili, forse
insolubili. E invece sono semplicemente mal posti. Ecco
tre esempi, quasi di moda:
1) Il testamento biologico e l’eutanasia.
2) L’uso dell’ingegneria genetica, delle cellule
staminali e della fecondazione assistita.
3) Il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.
Sulla base della logica, si potrebbe dire che tutte
le attività che non danneggiano gli altri sono
lecite. Per la Chiesa cattolica il suicidio e la masturbazione
sono peccato ma per lo Stato non costituiscono reato.
Il testamento biologico riguarda ciò che l’individuo
dispone avvenga di sé quando non sarà in
grado di deciderlo, non diversamente da come il testatore
dispone in vita di ciò che avverrà dei suoi beni
dopo la sua morte. Nel caso dell’eutanasia le cose sono ancora
più chiare: colui che decide di cessare di vivere lo fa
essendo pienamente in grado d’intendere e di volere. Dunque esercitando
sul proprio corpo un diritto simile a quello di chi si fa tatuare,
decide di dimagrire o si suicida. Anche le attività di cui al
numero due non riguardano affatto i terzi: nessuno chiede
ai cittadini di fornire cellule staminali o alle donne di
farsi impiantare un ovulo. E lo stesso ragionamento è facile
fare per i rapporti fra omosessuali. Chi non lo è non lo
diverrà certo a causa di questa legge e gli stessi omosessuali
non saranno certo costretti ad unirsi per la vita ad un loro
simile. E allora di che si sta discutendo?
Il problema è esclusivamente religioso. Per
l’eutanasia, i credenti rispondono che la vita è
un dono di Dio e l’uomo non può disporne. Neanche
se sta parlando della propria e nemmeno se soffre al
punto che preferirebbe morire. Per il secondo problema dicono
che gli scienziati e i medici maneggiano la vita e che
essa, appunto, è sacra ed appartiene a Dio. Nel terzo
caso, dicono che l’omosessualità è peccato (informarsi
con Dante!) e dunque lo Stato non può sancire un simile
rapporto. Non più di quanto non stabilisca regole
sul modo di pagare le prestazioni delle prostitute: è una materia
immorale ed è già molto se lo Stato non la sanziona
penalmente.
A questo punto tutto è chiaro. Se si è
miscredenti e coerenti, la soluzione è la liceità.
Se si è religiosi, l’illiceità. E
se infine si chiede chi ha ragione dei due gruppi si pone
una domanda sbagliata, anche se gravida di storia.
Per secoli (e ancora oggi, spesso, nel mondo islamico)
i credenti non hanno permesso ai non credenti di
essere tali. Lo Chevalier de la Barre fu processato per
avere (forse) maltrattato una statua del Cristo e (a
quanto dicevano) non essersi scoperto il capo al passaggio
della processione del Corpus Domini. Il diciannovenne
fu condannato alla tortura ordinaria e a quella straordinaria
per rivelare i nomi degli eventuali complici, poi ad avere
il pugno e lingua tagliata, ad essere decapitato e bruciato.
Il processo si tenne a Parigi e la sentenza fu eseguita
nel 1766, in piena epoca dei lumi, non nell’alto Medio Evo. Un
simile accanimento si spiega con la certezza di essere dal lato
della ragione. I credenti non si fermano dinanzi al fatto che,
con l’eutanasia, un essere umano decide della propria vita: per
loro chi vuole morire e chi l’aiuta a morire feriscono un bene
che non è loro, che è sacro, che è di Dio. E
in nome di Dio si armano ed intervengono.
In
conclusione non si tratta di sapere se i tre
problemi sono razionali o irrazionali, morali o immorali,
leciti o illeciti. Si tratta soltanto di sapere
se la società deve dare ascolto alle convinzioni
dei credenti o dei miscredenti. In democrazia basterebbe
chiedere: per te la vita è sì o no un dono
di Dio? E poi contare le teste. La discussione è
totalmente inutile.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
31 gennaio 2007
LA LEGGE GENTILONI
Il 2 gennaio, Eric J. Lyman, su The Hollywood Reporter,
media americano che segue l’industria cine-televisiva,
ha spiegato che “l’Italia sta iniziando ad assomigliare
a tutto il resto del mondo per il presidente di News
Corp. Rupert Murdoch: terreno fertile di conquista”.
Infatti la nuova legge sulle tv, firmata dal ministro
Paolo Gentiloni, “indebolisce Mediaset” fissando un tetto
del 45 per cento alla raccolta della pubblicità.
Ora le reti di Berlusconi raccolgono il 66,38 per cento, e
come ha protestato Fedele Confalonieri perderebbero un
terzo del fatturato. La legge porta anche la stessa Mediaset
e la Rai a trasferirsi dall’analogico, la tv com’è ora,
al digitale entro il 30 novembre 2012. Da una parte Mediaset,
oltre a dover spendere per portare Rete4 sul satellite, come
dovrà fare anche la Rai con una sua rete, è costretta
a investire sulla tv del futuro digitale, dall’altra però
perde entrate pubblicitarie, non potendo peraltro contare sul
canone, come la Rai, o sugli abbonamenti, come Sky di Murdoch.
Un’analisi pubblicata dal New York Times e fatta da IT Media prevede
che, con la riforma, Mediaset perderà circa 103 milioni
di euro in un anno. E Sky? Guadagnerà 28 milioni di euro.
Una bella notizia, per un’azienda che peraltro è già
il terzo polo italiano, con quasi un terzo dell’intera torta
(pubblicità, canone, abbonamenti, pay) dei ricavi
del mercato tv, e per di più quasi monopolista in un settore,
quello via satellite e pay. Vero, dicono, ma la tv ce l’hanno
22 milioni di famiglie e il satellite solo (solo?) 4 milioni. Però
la tv analogica sta scomparendo, quindi Mediaset e Rai continueranno
a farsi concorrenza sul digitale terrestre e sull’analogico,
con meno risorse, mentre Sky potrà prosperare quasi indisturbata
– e con più risorse – nel settore in cui gode di una posizione
di dominio, con tanto di tutto-ilcalcio- minuto-per-minuto e
con ritmi di crescita già elevati. Nel dicembre 2006 Sky,
la rete preferita dal premier Prodi per le sue interviste in esclusiva,
ha superato i 4 milioni di abbonati, più del doppio del
luglio 2003, la sua data di nascita. La platea televisiva di Sky
(stime Sky) è di 12 milioni di spettatori, con 160 canali.
Non è già un terzo polo? Non saremo noi a dirlo, ma
leggiamo, il 4 dicembre 2006, su Affari e Finanza di Repubblica,
giornale non certo amico di Berlusca, che tra Mediaset e Sky “la
distanza non appare incolmabile soprattutto guardando al tasso
di crescita dei ricavi”, insomma “i tassi di crescita di Mediaset
non sono esaltanti, né potrebbero esserlo visto che il mercato
della tv è un mercato maturo. Quelli di Sky sembrano ancora
in forte crescita”.
Penalizzare un settore già saturo e favorire
un settore già in ascesa? Ce n’è bisogno?
Ha senso? La Gentiloni è una riforma vecchia,
che non tiene conto della fine della tv generalista
analogica e della nuova tecnologia. La transizione al
digitale va accelerata, ma sottrarre risorse non è
la via giusta. Come non è una buona idea fissarsi
contro quel 66,38 per cento di raccolta pubblicitaria di
Mediaset, dimenticando magari quel 95 per cento di mercato
pay di Sdy.
Dal “Foglio” di sabato 27 gennaio.
LA GUERRA IN IRAQ:
UN ERRORE?
Chi è visceralmente filoamericano è
profondamente infastidito ogni volta che sente calunniare
gli Stati Uniti, ne vede mettere in dubbio la buona
fede - a volte tanto profonda da sfiorare l’ingenuità
- o vede misconoscere il grande debito che in tanti, nel
mondo, abbiamo verso questo baluardo della libertà.
L’America è un modello di vita che tutti seguono,
mentre dicono di disprezzarlo. E ne imitano persino le balordaggini:
la “musica” deleteria, la political correctness, l’antiamericanismo
idealistico ed irenico, l’ignoranza senza scrupoli, la superficialità:
tanto forte è l’irraggiamento della sua civiltà.
A volte il filoamericano critico sembra più severo
di coloro che dicono di odiare gli States e li prendono costantemente
a modello.
Oggi una grande percentuale degli abitanti di
questo mondo, anche negli Stati Uniti, considera
la guerra in Iraq un errore. Dunque, dopo avere
aspettato per quattro anni un’aurora che ancora non si vede,
è bene che anche il più risoluto filoamericano
si ponga il problema di questa valutazione.
La prima cosa da chiedersi è che cosa ha indotto
Bush a rovesciare Saddam Hussein. Ovviamente,
l’ipotesi della guerra per il petrolio è da Bar
Sport. L’Iraq ha sempre venduto il suo petrolio e continuerà
a venderlo: non lo regalerà certo all’America,
cui anzi la guerra è costata infinitamente più
di quanto avrebbe guadagnato con qualche eventuale sconto o con
qualche contratto per le infrastrutture.
Né molto più seria è l’ipotesi
delle armi di distruzione di massa. Anche ammesso
che si credesse in buona fede nella loro esistenza
- e Saddam Hussein fece di tutto perché in
molti ci credessero - esse non avrebbero giustificato la
guerra. Altrimenti non si capirebbe perché oggi non
si attacca l’Iran e qualunque altro paese – per esempio la
Corea del Nord – che rappresenti un pericolo per la pace.
Infine non sembra seria l’ipotesi che si sia voluto
liberare l’Iraq da una orrenda tirannide perché,
in questo caso, la lista degli altri paesi da liberare
sarebbe molto lunga. Come direbbe
De Gaulle, sarebbe un “vaste programme”.
La
ragione che è sembrata più plausibile
è stata dunque quella geopolitica. Immaginando
un Iraq pacifico e democratico nel centro del Medio
Oriente si avrebbero le seguenti conseguenze: 1) un’interruzione
geografica fra regimi tendenzialmente autocratici
e con qualche propensione all’estremismo religioso: da un
lato la Siria, la Palestina, l’Arabia Saudita, dall’altro
l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan. 2) un evidente modello
di libertà e di tolleranza laica, pur nell’ambito
del Medio Oriente e pur in un paese privo di unità
religiosa, che rappresenterebbe un esempio da imitare. 3)
infine un paese amico dell’Occidente, cui lo legherebbe una
comunanza di istituzioni di base: la libertà, la
democrazia e, chissà, la prosperità economica
che ad esse spesso si accompagna.
La speranza sarebbe dunque stata quella di cambiare
il quadro politico di questo importante scacchiere,
fino a costringere la storia a svoltare. Il
presupposto, probabilmente, era che qualunque popolo
preferisce la libertà alla schiavitù e la pace
alla guerra. Qualunque popolo è lieto di vedersi
regalare la democrazia, come la Germania, l’Italia e il
Giappone del 1945, o di potersela infine permettere, come
i popoli dell’Est Europa. Dunque – secondo questa teoria
– bastava liberare l’Iraq da Saddam Hussein e il resto
sarebbe venuto da sé. Come le altre volte.
Ma non è venuto da sé. Essendo caduto
un governo crudele e poliziesco e avuta la libertà,
gli irakeni hanno prima cercato di ammazzare
gli americani, poi, quando questo è divenuto difficile,
hanno spostato la carneficina verso i propri connazionali,
macellandoli a decine, a centinaia, a migliaia.
Con sprezzo della propria vita, la maggior parte delle
volte. Tutto questo è così irragionevole, incomprensibile,
assurdo che gli americani non lo hanno previsto. E neppure
molti di noi europei. È pur vero che il popolo
irakeno, nella sua quasi totalità, ha reagito come
sperato: ha costituito dei partiti, si è recato a votare
con entusiasmo malgrado i rischi e le minacce, ha fondato decine
e decine di giornali, ha approvato una nuova costituzione, ha
dato inizio ad una sorta di boom economico: ma tutto questo
non è bastato a disarmare gli assassini. Fino a far vedere
a tutto il mondo l’Iraq come un paese sul bordo della guerra civile
e gli Stati Uniti come gli autori di un’impresa fallimentare.
Le questioni finali sono ora queste: è un
vero fallimento? Alla lunga vincerà il terrorismo
o vincerà la democrazia? Che ne sarà dell’Iraq
quando gli americani lo abbandoneranno? Nessuno ha
le risposte a queste domande. E per questo si tornerà
a quella che ci si poneva da principio: la guerra in Iraq è
stata un errore?
La risposta è probabilmente sì ma essa
dovrebbe far piacere solo a chi è razzista.
Infatti se la guerra è stata un errore i massimi
dirigenti americani sono degli sprovveduti, ma se
è stata un errore significa anche che certi
popoli non sono come gli altri, non sono come l’Italia
o il Giappone, o anche come la Polonia e l’Ungheria: non sono
ancora degni della democrazia e di un governo civile.
Gli americani – i soliti ingenui - hanno creduto
che tutti gli uomini sono uguali. Invece ce ne
sono di inferiori che preferiscono il massacro
alla democrazia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
28 gennaio 2007
27
gennaio 1945 - 27 gennaio 2007
IL
DOVERE DI RICORDARE
Link
CHI NEGA LA SHOA'
NEGA L'EVIDENZA
La sinistra radicale italiana e' rimasta sconvolta
dalle parole del Presidente Napolitano "No
all'antisemitismo anche se si traveste da antisionismo"
e ancora:
"Antisionismo significa
negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle
ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza
oggi, al di là dei governi che si alternano
nella guida di Israele".
Panicooooo.
A
molti politici di sinistra presenti gli
e' venuto il coccolone, da voci di corridoio
pare che alcuni abbiano corso il rischio di soffocare,
rossi di rabbia come peperoni.
Panicooooo.
Tanto
panico che giornali rossi come Liberazione
e Manifesto non ne fanno cenno, come mai dette..."
non le scriviamo cosi' e' come se non le avessimo sentite".
Censura
anche da parte dell'Unita' che ne accenna
sbrigativamente come sottotitolo e il quotidiano
della Margherita relega il tutto , senza nominare
il termine "antisionismo" in un breve trafiletto.
Panicooooo.
Un
comunista mai pentito come Giorgio Napolitano
si e' finalmente accorto che la sinistra radicale
e semiradicale e' antisemita esattamente come
i fascisti soltanto che , a differenza dei fascisti, e'
piu' ipocrita e nasconde il suo odio sotto forma di "critica
legittima" allo stato di Israele.
Peccato che questa
critica si trasformi sempre in condanna, diffamazione,
delegittimazione, accuse di fascismo, di
nazismo allo stato degli ebrei, parole vergognose,
irreali, disumane come " gli ebrei fanno ai palestinesi
quello che i nazisti hanno fatto loro".
Peccato che i ragazzotti e cinquantenni nullafacenti
dei centri sociali esprimano questa critica
legittima bruciando bandiere e urlando slogan razzisti.
Come faranno adesso i vari Diliberto, Cento,
Caruso, Cossutta , Rashid e tutti i loro affezionati
seguaci? Come faranno a smentire il loro Presidente?
Come faranno i bruciatori di bandiere?
Come faranno gli anonimi e i non anonimi
che scrivono in internet "Israele boia, israeliani
assassini, Palestina libera-Palestina rossa"?
L'ho letto proprio ieri, quasi che l'anonimo
scrittore, temendo la galera, volesse sfogare
il suo odio prima dell'entrata in vigore la legge
Mastella, ho letto proprio ieri definire "bestie e
animali" gli ebrei di Hebron ma non devono preoccuparsi
gli antisemiti/antisionisti perche' la legge Mastella,
gratta gratta, prevede il carcere solo per "chi
diffonda in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità
o l'odio razziale o etnico, ovvero inciti (detenzione da 6 mesi
a 4 anni) a commettere o commetta atti di discriminazione...».
Percio' per gli antisionisti va benissimo,
dire " lo Stato di Israele deve essere distrutto"
non fara' parte di questi nuovi reati.
Anche per gli antisemiti va piu' che bene perche'
il Negazionismo non fara' parte della Legge
in questione e potranno scrivere sui muri "dieci,
cento, mille Shoa' " come e' accaduto ieri ad Arezzo
o disegnare collo spray Maghen David gialle sulla porta
di una sinagoga come e' accaduto a Mantova.
Non gli accadra' niente.
Quindi cosa e' cambiato? Niente, e' stato soltanto
ripristinato e corretto il decreto Mancino che
mai nessuno ha rispettato e credo che questa legge
cadra' nel vuoto e fara' la stessa fine del vecchio
decreto.
Maurizio Blondet e Susan Scheidt, eroi antisemiti
della destra e della sinistra, gettonati in
tutti i forum rosso/neri, potranno continuare
a scrivere la loro propaganda di odio contro Israele.
I fascisti rossi potranno continuare indisturbati
a cucire bandiere bianco/azzurre da bruciare,
su internet potra' continuare indisturbata la
propaganda antiisraeliana e i pacifisti potranno continuare
imperterriti a sputare il loro veleno e ad ascoltare
distrattamente le minacce di distruzione di Israele
da parte di Ahmadinejad.
Repubblica potra' presentare l'antisemita Norman
Finkelstein, che accusa Israele di usare l'Olocausto
per giustificare la sua poltica contro
i palestinesi, come un eroe della liberta' di pensiero...purche'
il pensiero sia contro Israele.
Ski potra' intervistare negazionisti come David
Irving che ci ha informati che Auschwitz era un
luogo di villeggiatura.
Moni Ovadia potra' continuare tranquillo a dissertare
noiosamente contro lo stato ebraico da lui
tanto odiato e a parlare, altrettanto noiosamente,
dell'Olocausto con in testa la papalina araba. Pensando
che, mentre venivano massacrati 6 milioni di ebrei,
gli arabi erano alleati di Hitler, io quella papalina
gliela farei mangiare molto volentieri.
Tutto uguale dunque.
A Giorgio Napolitano
va il merito di aver fatto andare di traverso il
respiro a qualcuno dei suoi compagni di partito.
A Giorgio Napolitano va il merito e l'onore di
aver detto finalmente la verita' e, d'ora in poi,
quelli che sghignazzavano sarcasticamente e facevano
passare per matti visionari coloro che dicevano quanto fosse
inesistente il confine tra l'odio per gli ebrei e l'odio
per Israele, dovranno tacere.
Giorgio napolitano gli ha rotto le uova nel paniere.
Grazie Presidente, con quelle parole lei ha riscattato
decenni di ingiustizia, anni e anni di
insulti, lazzi e sberleffi a chi diceva quello
che lei ha affermato nel suo discorso.
Non sappiamo se lei lo pensi veramente o se l'ha
detto per altri motivi , l'importante e' averlo
fatto, l'importante e' aver dato un colpo alla superbia
razzista di molti kompagni che si sentivano in
diritto di diffamare Israele senza esternare mai una
critica ai palestinesi, santi subito per loro, e se qualcuno
glielo faceva notare rispondevano che e' legittima la
critica a Israele.
Chiuso il discorso per questi infami.
Bene, d'ora in poi il discorso non sara' chiuso
perche' uno di loro, una Personalita' di sinistra,
la piu' alta Personalita italiana, lo ha detto:
l'antisionismo va condannato esattamente come l'antisemitismo!
Punto e basta.
Adesso pero' e' doveroso il silenzio
perche' oggi si commemora la pagina piu' vergognosa
della storia dell'umanita', oggi ricordiamo solo
un po' di piu' perche' la Memoria deve vivere con noi
sempre, ogni giorno della nostra vita, il ricordo dell'orrore
deve far parte di noi perche' sei milioni di ebrei
sono stati assassinati, sei milioni dietro ai quali
c'erano sei milioni di vite, di amori, di desideri, di sogni,
di speranze, di giochi di bambini, di carezze.
Sei milioni, sei milioni.
Facciamo silenzio per sentire meglio il loro
sussurro, lassu' nell'aria, dove sono arrivati
uscendo dai camini dei forni crematori e da dove
ci guardano.
Allo Yad vaShem di Gerusalemme , nel padiglione
dei bambini, ci si ritrova improvvisamente
nel buio in mezzo a un cielo stellato dove un
milione e mezzo di stelle hanno un nome e i nomi vengono
elencati ininterrottamente un milione e mezzo di
volte, come un'ossessione, l'ossessione dell'orrore
accaduto solo 60 anni fa in un'Europa indifferente.
Ascoltiamo quei nomi bambini, ascoltiamo il sussurro
di 6 milioni, in silenzio, e ricordiamo.
Ricordiamo anche i 500.000 Rom e Sinti, uniti
agli ebrei nell'orrore, torturati, gasati,
bruciati insieme agli ebrei.
Gli unici tre popoli che in Europa non hanno
mai fatto guerre, assassinati.
Gli unici tre popoli disarmati e indifesi, trucidati
e passati per i camini.
Rav Elio Toaff ha detto :" Chi nega la Shoa'
nega l'evidenza".
Silenzio.
Ricordate.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Massima del giorno
Si rende agli amici morti l'affettuoso omaggio
del nostro ricordo, ma purtroppo essi non sono
per questo meno morti.
G.P.
MOLLICHINE
Siniora ha raccolto 7,6 mld di dollari per riparare
i danni inferti al Libano da Israele. Che
ha perso la guerra. Figuriamoci se l'avesse vinta.
Franco Giordano (Prc) ha parlato della natura
poco pacifista del governo. E ora ci toccherà
immaginare Prodi come un guerriero.
Sospetto di cartello sul prezzo della benzina.
Come se non bastasse vedere che gli altri non
l'abbassano.
Il "Foglio" chiede a D'Alema di sostenere Siniora
contro Hezbollah. Non conoscendo l'arabo ci
serviamo del giapponese: questo si chiamerebbe
"seppuku".
Nel mirino del governo edicolanti, barbieri,
benzinai. Ecco come si combattono le potenti
lobby plutocratiche.
Sinistra ed estrema sinistra non sono d'accordo
sulle coppie di fatto. Di fatto, sono una coppia
disunita.
Padoa-Schioppa: "Una riduzione delle tasse potrà
essere decisa solo nel 2008". E attuata nel...
comunque non c'è premura.
Alessandro Bianchi: "L'asta per la privatizzazione
dell‚Alitalia non dovrebbe andare deserta". E
comunque ci affidiamo al vostro buon cuore.
Quattro morti a Gaza negli scontri tra Fatah
e Hamas. Pare però che le pallottole fossero
state fabbricate in Israele.
D'Alema (dal "Foglio"): "Per quanto mi riguarda,
non sono attaccato alle poltrone". Ma quel plurale
è inquietante. Per uno che non c'è attaccato...
LA NUOVA LEGGE
SUL CINEMA PROPOSTA DA RIFONDAZIONE
Alcuni anziani barbogi, che forse ne hanno viste
troppe, non vanno più al cinema. Molti,
che un tempo lo consideravano lo svago principale,
oggi lo trascurano: come del resto è dimostrato
dalla diminuzione del numero di sale e di introiti.
Che questo dipenda dall’abbondanza d’immagini e di
fiction fornite dalla televisione oppure da un calo del
livello artistico delle produzioni, o da qualche altra
cosa ancora, poco importa. Rispetto al periodo d’oro
dello star system, è un fatto.
Nell’ambito di questa crisi s’inserisce la crisi
del cinema italiano. Sono lontani gli anni del
neorealismo. Sbiadisce la memoria di grandi registi
come De Sica, Rossellini, Fellini. E perfino di geni
discutibili e noiosi come Antonioni. Rimane il raffinatissimo
Zeffirelli, ma – si sa –in epoca ellenistica l’arte
prima diviene formalmente perfettissima, poi muore.
Il cinema italiano è malato. Non possono
farlo guarire film comici da avanspettacolo
o storie di vita quotidiana recitate così così
che non dicono nulla. A questo punto l’estrema sinistra trasferisce
nell’ambito dell’arte la sua mentalità giustizialista
e vuol risolvere tutto col codice penale. Quel pangiuridicismo
che crede di risolvere tutti i problemi della politica
gettando in galera qualche assessore avido. Quella mentalità
per cui ciò che non ci piace è per ciò stesso
illegale e ci deve pur essere un giudice per punire l’incauto.
Da tutto questo nascerebbe una legge che obbliga i gestori
di cinema e i dirigenti della televisione alla programmazione
di una forte percentuale di film italiani o europei, in modo
da limitare lo strapotere statunitense in questo campo. Uno strapotere
che da un lato (pensano loro) sottrae spettatori alle nostre
virtuose ed artistiche produzioni, dall’altro diffonde il germe
della mentalità edonistica statunitense.
Ottimo provvedimento. Chi è convinto che
i cavalli siano assetati e li porta alla fontana
non fa forse un’opera meritoria? Il problema è
che a volte i cavalli si rifiutano di bere. Nell’ambito
del cinema, la conseguenza sarebbe che il pubblico
si limiterebbe ad andare ancora di meno al cinema.
O a fare ressa nelle sale solo quando i film sono americani proprio
perché, essendo in minor numero, si sceglierebbero
i migliori e ciò li renderebbe ancor più attraenti.
Una cosa è certa: alla sinistra l’idea che
la gente debba essere libera di dire ciò
che vuole, leggere ciò che vuole, vedere gli spettacoli
che preferisce e divertirsi a modo suo non le
va a sangue. La sua mentalità è veramente simile
a quella teocratica: essendo in possesso di un bene indubitabile,
non riesce a sfuggire alla tentazione d’imporlo con
la forza. Non diversamente da come, nell’alto Medio Evo,
si poneva a volte ai barbari l’alternativa tra essere
uccisi e convertirsi al Cristianesimo. Lo si faceva per salvare
le loro anime, che diamine!
Chi vive oggi in questa Italia di centro-sinistra
ha a volte la sensazione che il passato più
lontano non voglia morire. Che i progressisti siano
coloro che ci vorrebbero far fare un salto indietro di
un millennio o più. Che gli uomini continuino ad
avere la vocazione dell’intolleranza e della redenzione
dei reprobi. I quali reprobi vorremmo solo essere liberi
di pensare e vivere a modo nostro, senza essere costretti,
come Voltaire, ad emigrare in Inghilterra.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 24 gennaio 2007
Mollichine
Ghrewati, medico siriano in Italia: «la
poligamia è un rimedio contro le tensioni
sociali e i tumori della prostata e del seno».
Basta prescriverla con una ricetta.
Casini: “Con una maggioranza diversa da quella
governativa, Prodi dovrebbe trarne le conclusioni”.
Cioè dovrebbe dare un ministero di peso a
Casini.
Ruini ribadisce il no alle coppie di fatto. Nel
caso, i preti le loro amanti devono sposarle.
L’Iran non accetta i controlli dell’AIEA. Alla
lunga uno diviene sospettoso: vuoi vedere
che questi vogliono acquisire una tecnologia
nucleare?
Romano Prodi uomo del KGB? Ora comprendiamo
perché è crollata l’Unione Sovietica.
Cossiga annuncia il suo voto contrario alla
missione in Afghanistan. Perché? Ma
è semplice: perché tutti si aspettavano
che votasse a favore.
Ségolène Royal, come De Gaulle,
s’dichiarata a favore del Québec indipendente.
Solo che lei è mezzo metro meno alta di De
Gaulle.
Pecoraro Scanio ha parlato di un “estremismo
di centro” del governo. L’estremismo di centro è
come la centralità degli estremi.
Gianni Pardo
L’ULTIMO SFOGO
Una nuova legge prevedrà “da sei mesi
a quattro anni di carcere per chi incita alla
discriminazione razziale, etnica, religiosa e di
genere”. Accidenti, mi devo affrettare: innanzi tutto,
le donne sono cretine;, noi uomini lo diciamo da
sempre; quelle ebree sono anche malefiche, come siamo
sporchi e delinquenti noi terroni. E i neri sono più
cretini dei bianchi, vogliamo negarlo? Ma il peggio
del peggio sono i musulmani, che – si sa – sono tutti
poligami, prova ne sia che nei loro paesi ci sono in media
quattro donne per ogni uomo. Ahhh…, l’ho detto. Ora mi metto
buono buono a non correre rischi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
26 gennaio 2007
IL NEGAZIONISMO,
GLI OROSCOPI, LA RELIGIONE
A molti sembra assurdo che il codice penale
vada a vietare una tesi storica, per quanto
peregrina, ma l’idea di punire il negazionismo con
una sanzione penale non è delirante. Parecchi
paesi, quali Svizzera, Austria, Germania, Belgio,
Spagna, Lituania, già prevedono questo reato
e lo storico David Irving è già stato in galera.
Dunque del problema si deve parlare seriamente.
La prima questione
riguarda il concetto di punibilità di un’opinione.
Gaetano Quagliariello, sul “Giornale” del
24 gennaio, sostiene queste punibilità in quanto
“esiste una differenza abissale tra libertà
d'espressione e libertà di menzogna”. E fin qui,
senza scomodare la Shoah, non si può che dargli
ragione: sappiamo tutti che la libertà d’espressione
non copre la calunnia, l’ingiuria, la diffamazione.
“La bugia pubblica, sostiene poi il senatore, deve essere
sanzionata in modo proporzionato al danno che produce,
al singolo o alla comunità. Se si prescinde da questo
principio elementare, si corre il rischio d'introdurre
il relativismo nella cittadella della storia”. E qui invece
si passa repentinamente dal pacifico all’azzardato. Il
relativismo nella cittadella della storia ci risiede con
buon diritto: è difficile a volte stabilire dove
finiscono i fatti e dove comincia l’interpretazione dei fatti.
Le stupidaggini, in campo storico, sono anch’esse teorie
storiche. Se qualcuno afferma che Napoleone è stato
soltanto un grande criminale sostiene una tesi che ben difficilmente
convincerà gli storici francesi e no, ma non è
detto che non trovi ascoltatori. Ed è comunque la critica
dei colleghi storici, degli studiosi, e in generale dei lettori,
quella che fa giustizia delle balordaggini.
In realtà, il discrimine di Quagliariello
è un altro. Egli non sopporta che si sparino
enormi bugie quando esse “concernono drammi collettivi
dell'umanità che hanno causato morti innocenti,
distruzioni, sofferenze mai prima immaginate”, cioè
la Shoah. Quando “si spaccino per vere farneticazioni
che disorientano e creano le premesse per lo sviluppo
dell'anti-semitismo… Ci si trova al cospetto di un comportamento
che può causare un danno alla società e
che, come tale, può essere perseguito”. Perché oggi
c’è un Ahmadinejad che vorrebbe uccidere tutti gli
ebrei con la bomba atomica, perché si organizzano convegni
negazionisti a Teheran, perché aumenta un po’ dovunque
l’antisemitismo. Tuttavia, dopo avergli assicurato che
si condivide con profonda convinzione il suo orrore per la
Shoah e per chi vorrebbe rinnovarla, e che anzi non si perde
occasione per difendere le ragioni degli ebrei, si deve osservare
che il nocciolo della sua argomentazione è teoricamente
inaccettabile.
Quagliariello sostiene
che bisogna vietare le teorie platealmente infondate e nocive
ma il negazionismo è lungi dall’essere l’unica.
L’umanità intera è immersa in una serie
di credenze infondate e nocive. Quando qualcuno dice “sono
sfortunato” dice una sciocchezza che lo deresponsabilizza
e gli impedisce di capire la realtà: la casualità
di molti avvenimenti è del tutto incapace di prendere
di mira qualcuno in particolare. E quante persone
sanno che la sfortuna non esiste? Quando qualcuno
pubblica gli oroscopi, mette in giro false credenze e alimenta
la superstizione: e qualcuno può negare che la superstizione
sia un bugia pubblica infondata e nociva? Quando la
televisione finisce col far credere che il valore più
alto, nella vita, è essere belli, non tende a disorientare
i giovani?
Inoltre il criterio di falsità fondato sulla
contraddizione con i documenti storici - o sull’assenza
di documenti storici a sostegno - è giustissimo
ma pericolosissimo. Un novello Tito Lucrezio Caro
potrebbe dire che non esistono documenti storici
che provino la predicazione di Gesù e soprattutto
la sua resurrezione. Per unanime consenso, uno storico
è reputato affidabile se non racconta fatti inverosimili:
e si ha fiducia in Tucidide proprio perché ai racconti
mitologici non dà mai credito. Ora, è verosimile
una resurrezione? Non è forse arbitrario che reputiamo
una leggenda del tutto incredibile quella dell’angelo che
detta il Corano a Maometto mentre reputiamo verosimile la
resurrezione di un morto già puzzolente come Lazzaro?
Chi fa la differenza tra le fandonie dannose e le rispettabili
convinzioni religiose? Lucrezio reputava la religione una
bugia pubblica nociva e l’avrebbe volentieri sradicata dalla
società: e non parlava certo del Cristianesimo,
ancora di là da venire!
Qualcuno potrebbe scandalizzarsi del fatto che
si mettano sullo stesso piano il negazionismo,
gli oroscopi e la religione. Ma il parallelismo è
fondato: il negazionismo è assurdo per gli storici,
gli oroscopi sono assurdi per gli scienziati, la religione
è assurda per i miscredenti. E questi ultimi
non si possono trattare con disprezzo, visto che, oltre
al citato Lucrezio, sono miscredenti molti illustri
pensatori fra cui Voltaire e Nietzsche.
Il criterio della nocività della bugia
pubblica non può essere adottato. Può
essere adottato solo politicamente, nel senso
che alcune bugie sono condivise o tollerate,
mentre altre non sono né condivise né tollerate.
Si vieti dunque il negazionismo, se proprio lo
si vuole, ma in nome delle proprie convinzioni, non in nome
di un principio generale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -
24 gennaio 2007
SPIE CHE MUOIONO,
VESCOVI-SPIE CHE VANNO, PRODI-SPIE CHE RESTANO
Oggi sono seriamente preoccupata.
Non perché ho scoperto che Prodi è
(stato?) un uomo del KGB.
No. Questo lo sapevo da tempo. Sono mesi che
leggo la battaglia per la verità che Guzzanti
sta portando avanti su "our man in Italy".
Né mi sconvolge il fatto che, di fronte
a certe accuse, non esista uno straccio di
procura che si decida ad indagare seriamente
su questa vicenda, visto che sapete bene come la penso
sulla magistratura italiana.
Non sono certo così ottimista e sognatrice
da illudermi che Prodi abbia l'onestà
politica e morale di dimettersi di fronte a uno
scandalo di tale portata.
Mi angoscia molto di più il fatto che, dopo
quello che è accaduto ieri sera, i nostri
media continuino a far finta che la notizia
non esista.
E lo trovo di una gravità incredibile.
I due più importanti network inglesi
- BBC e ITV, considerati la bibbia dei nostri compagni,
quando sparavano pallettoni sul precedente
governo - in una terra libera ancora scossa dal'omicidio
di Litvinenko, hanno trasmesso un'intervista inedita
di quel poveraccio recentemente ucciso dal Polonio.
E questi dichiarava con estrema tranquillità
di aver saputo dall'ex vice-capo dell'Fsb (ex Kgb)
- generale Trofimov, anche lui morto di morte naturale
nel 2005, per aver incrociato accidentalmente una
scarica di mitra proveniente dalla direzione opposta
alla sua - che il nostro attuale presidente del consiglio,
Romano Prodi (oggi uso nomi e cognomi), è, sin
da tempi remoti, sempre stato considerato un uomo di riferimento
del KGB in Italia.
Testuali parole: <<Trofimov non disse
esattamente che Prodi era un agente del Kgb
perché il Kgb evita di usare quella parola.
Disse che Prodi era "un nostro uomo", un uomo del Kgb
e che con Prodi il Kgb portava avanti in Italia qualche
operazione segreta, sporca. Io ho capito che Prodi lavorava
per il Kgb>>.
Così, una dichiarazione di un uomo,
appena assassinato con metodi poco ortodossi,
che ha suscitato un certo scalpore in Inghilterra,
a noi non ci fa un baffo.
Il diretto interessato fa finta di niente e
dalla Turchia si rifiuta persino di commentare,
né permette ai due network inglesi di raccogliere
almeno uno straccio di "no comment", da parte sua
o almeno del fido Sircana.
E fa bene, a quanto pare.
Perché se il suo silenzio può essere
comprensibile, anche se non giustificabile,
altrettanto non si può dire dei nostri media
che hanno dolosamente occultato la notizia.
L'unico quotidiano che oggi ne parla è il Giornale.
Il Corrierone l'ha liquidata in un trafiletto
verso fine giornale, sostenendo semplicemente
che i magistrati italiani l'avevano già
esaminata e non la ritenevano attendibile.
Come se ci fidassimo ancora di quello che ritengono
i nostri procuratori d'assalto. E poi perché
inattendibile? Su quali basi? A seguito di un‚indagine
vera e propria, o così, per puro istinto e sesto
senso dei pm, tanto solerti ad archiviare tutto ciò
che riguarda alcuni, quanto lesti ad arrestare e indagare
su tutto ciò che riguarda altri.
E sopratutto, se l'avevano già esaminata
perché non se n'è saputo niente, né
è uscita nemmeno un'indiscrezione dalle cancellerie
notoriamente colabrodo?
Stamattina, SkyTg24 era l'unico tg a dare la
notizia, ma nelle edizioni successive è
già sparita. Gli altri tacciono.
Ma vi sembra normale?
dal Blog di Barbara
di Salvo
Massima del giorno
Il massimo del pessimismo si raggiunge quando
si comprende che il massimo del male lo fa
spesso chi vuol fare il massimo del bene.
G.P.
MOLLICHINE
Il governo ha varato la mobilità degli impiegati.
Solo che rimane volontaria. Come se si chiedesse
al capitone il suo parere sulla partecipazione
al Natale.
Moltissimi parlamentari di centro-sinistra
sono contro l’eutanasia. Per cominciare, meglio
soffrire stando al governo che allontanarsene.
Pdci, Prd e Verdi, a causa della base di Vicenza,
minacciano di rendere la vita impossibile
al governo. Maramaldi.
Leoluca Orlando: “Prodi farebbe bene a dimettersi
per riaffermare la propria leadership”.
E magari a suicidarsi per vivere a lungo.
Gianni Pardo
ALARICO
Sergio Romano scrive oggi che le basi statunitensi
in Italia non dovrebbero essere discusse in
occasione dell’eventuale allargamento di quella
di Vicenza ma nell’ambito del loro significato generale.
Finché c’è stata la guerra fredda l’Italia
ha partecipato ad un’alleanza difensiva contro un
“nemico” comune; nelle condizioni attuali – essendo
sparito quel nemico potenziale - è normale
chiedersi quale sia il loro significato.
La prima cosa da sottolineare
è che le basi straniere in Italia non sono
“americane”, sono “Nato” e rappresentano la difesa
del “lato sud” dell’alleanza. Dunque ogni nuova discussione
sulle basi non riguarderebbe solo l’Italia ma
l’intera alleanza. Non si può, unilateralmente,
dire “basta”. Del resto, finché c’è stato
il pericolo di un’aggressiva Unione Sovietica, non siamo
forse stati ben contenti di sapere che in Baviera c’erano
truppe americane che rappresentavano una garanzia di difesa?
Che poi le basi in Italia siano occupate da americani,
con equipaggiamento americano e comandate da americani,
dipende più dalla tirchieria e dal pacifismo
europei che dagli americani stessi. Senza di loro la Nato conterebbe
pochissimo. Il problema dunque non è americani sì
o americani no: il problema è quello di sapere se
si può fare a meno dell’alleanza.
L’Unione Sovietica, per molto
tempo l’“aggressore potenziale”, non esiste
più; ma possiamo esser sicuri che l’Italia
non ha e non avrà in futuro altri potenziali
aggressori? Tenendo conto dell’esistenza della
Nato, abbiamo sempre avuto un armamento poco più
che simbolico; ci siamo attenuti al minimo richiesto
perché sapevamo che in caso di bisogno avremmo
avuto al nostro fianco gli alleati. Dunque non dobbiamo
chiederci: “a che scopo mantenere basi straniere sul nostro
territorio?”; dobbiamo chiederci: “rinunciando all’alleanza,
siamo in grado di difenderci da soli?” Senza gli americani
già qui, e rimanendo nella Nato, possiamo essere
sicuri che la Francia e la Germania manderebbero i loro soldati
a rischiare la vita per noi? Soprattutto in un mondo in cui
alcuni paesi poco affidabili hanno o stanno per avere la bomba
atomica?
Da decenni l’Italia spende, per
gli armamenti, una frazione di ciò che spendono
altri paesi. Non solo Israele, che per così
dire si leva il pane di bocca per la difesa, ma anche
paesi vicini come la Francia o la Gran Bretagna e soprattutto
paesi ai quali di solito non si pensa molto, come la Cina.
Se ci siamo permessi di spendere i nostri soldi diversamente
è stato perché pensiamo che nessuno mai ci
attaccherà. Perché siamo pacifici e pacifisti.
Come se la storia non insegnasse l’esatto contrario.
I governanti dal canto loro si sono contentati del
fatto che l’Italia è stata inserita in un’alleanza
difensiva affidabile. Cioè la Nato. Cioè
quell’alleanza a causa della quale ci sono delle basi straniere
in Italia. E qui il serpente si morde di nuovo la coda.
Le basi sono americane piuttosto che tedesche o francesi
soltanto perché gli americani vogliono essere pronti
ad agire (si pensi alla guerra di Corea), mentre gli altri
in caso di crisi alzano le sopracciglia, discutono, esitano.
E Dio salvi chi ha bisogno di loro.
È lecito vedere come il fumo
negli occhi gli americani a Sigonella, a Napoli
o ad Aviano. E possiamo benissimo invitarli ad andarsene
a casa. Purché siamo in grado di sostituirli:
con un esercito vero, un’aviazione vera, una marina
vera; e spendendo tutto quello che c’è da spendere.
Perché in definitiva si tratta di una questione
di soldi. L’estrema sinistra consentirà mai a questo
esborso, a preferenza di ospedali, asili nido, pensioni
ai cinquantenni e comunque opere pie? In un paese in cui
si crede che la guerra sia uno sport per mentecatti criminali,
e comunque un optional al quale basta dire “no, grazie”,
quante speranze ci sono che si facciano sacrifici per una
difesa credibile?
La Roma del basso impero reputava
impensabile che i barbari osassero attaccarla
e oggi troppi irridono chi indica i pericoli
di un pacifismo estremo: e non c’è modo di convincerli.
Ci riuscirebbe solo Alarico.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 gennaio 2007
I DUE TROFEI
Leggendo Tucidide ci si imbatte più volte
in battaglie al termine delle quali ambedue
gli eserciti innalzavano il trofeo, simbolo
e celebrazione della vittoria. È chiaro che i trofei
erano in contraddizione: una battaglia non può
essere vinta da ambedue i contendenti. Ma ad ognuno
veniva proposto di credere alla propria vittoria e di
dichiarare falsa quella dell’altro. Fra l’altro, se
in una bugia ci si crede abbastanza seriamente, diviene
verità. Per la Seconda Guerra Mondiale l’Italia
ha l’atteggiamento d’un paese democratico che ha prevalso con
le proprie forze sul bieco nemico nazista. Oltre Mentone
e Lugano a questa balla non ci crede nessuno, ma in Italia la
verità è questa. Basta innalzare il proprio trofeo.
Magari il 25 aprile.
Il
fenomeno non si limita alle battaglie
e alle guerre. Perfino nella politica spicciola
si possono avere interpretazioni che trasformano
il mito in realtà. In Italia si è
avuta la documentazione di un imponente aumento del
gettito fiscale nel mese di giugno 2006, cioè mentre s’era
appena costituito il governo di centro-sinistra, e la compagine
di centro-destra s’è naturalmente affrettata
a battere la grancassa per questo successo. Il centro-sinistra
invece da un lato ha negato il fatto, dall’altro
ha detto che, se aumento c’era stato, dipendeva dalla paura
della severità fiscale del centro-sinistra. In
altre parole la gente, sapendo che avrebbe vinto Prodi,
s’era messa già da prima a non evadere le tasse.
Anche
nel resto dell’anno, i conti sono
andati meglio del previsto. Il centro-destra ne
ha approfittato per proclamare che non era affatto
vero che avesse lasciato i conti in disordine e
per sottolineare anzi che dal punto di vista finanziario
qualunque cosa avveniva nel 2006 era conseguenza
della finanziaria del 2005, ma anche questo il centro-sinistra
ha negato. Se era merito suo il miglioramento del gettito
fiscale quando non era ancora al governo, figurarsi dopo!
Ovviamente,
in questi casi la persona di buon senso
amerebbe avere dati certi e una verità incontestabile.
Ma sono impossibili. Fra le opposte fazioni
si instaura una tale diffidenza che – come è
avvenuto negli anni berlusconiani - non si crede neppure
ai dati Istat. Se lo dice il mio nemico non è
vero. E se non vedo come negarlo, significa che non ho
capito il trucco.
In
queste condizioni ognuno crede al proprio
trofeo e bisogna aspettare i secoli per sapere
chi ha vinto la battaglia. Quando magari la cosa
non interessa più a nessuno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it www.pardo.ilcannocchiale.it
- 21 gennaio 2007
<<Mi
hanno detto che era un uomo dei servizi segreti
russi>>
Neppure un «no comment» ufficiale,
da Palazzo Chigi. Un muro totale, la scelta di
ignorare la notizia, nella speranza probabilmente
che cadesse nel vuoto.
Malgrado i ripetuti tentativi della redazione
di Itv, la più importante rete televisiva
privata inglese, che supera per ascolti anche
la più famosa Bbc, Romano Prodi e il suo
staff non hanno voluto commentare in alcun modo
il filmato andato in onda nella serata di ieri. E,
soprattutto, le pesanti accuse lanciate al premier
dall'ex spia russa Alexander Litvinenko, poi avvelenata
con il polonio. Dalla Turchia hanno fatto semplicemente
sapere che non avevano «nulla da dire».
La decisione di diffondere il video delle
dichiarazioni, è stata presa in mattinata
nella sede centrale di Independent Tv, in Grey
Inn. Nella riunione di redazione il servizio è
stato affidato all’anchorman di punta Bill Neely,
molto popolare in Gran Bretagna, quello che ha sempre
seguito la vicenda in questi mesi.
Proprio lui, nel primo pomeriggio, ha iniziato
a lavorare insieme ai suoi collaboratori, per
mettersi in contatto con il presidente del
Consiglio Prodi, o almeno con il suo portavoce Silvio
Sircana, o almeno con un rappresentante dell’ufficio-stampa
che rispondesse ufficialmente che il Professore
non voleva rispondere.
Neppure questo è stato possibile e
a Londra ritengono questo fatto perlomeno «inusuale».
Di solito, ad una richiesta del genere,
si risponde almeno con un comunicato ufficiale,
appunto di «no comment». La richiesta
dell’Itv è stata trasmessa all’inizio con una
e-mail che spiegava l’intenzione del network televisivo
di diffondere il documento in suo possesso, in
cui Litvinenko parlava in prima persona di fronte alla
telecamera, con la traduzione in inglese del fratello,
Maksim.
Altri tentativi, numerosi, sono stati fatti
per telefono in tutto il pomeriggio. Agli uffici
di Palazzo Chigi, però, ci si è sempre
scontrati con un muro. Prima, è stato riferito
che c’erano problemi tecnici a mettersi in contatto
con il premier e i suoi collaboratori in viaggio ad
Ankara. Poi, che la presidenza del Consiglio aveva
informato Prodi, ma che la risposta alla richiesta era
stata semplicemente: «Il presidente non vuole
commentare».
Un rifiuto totale, al quale dalla Itv hanno
replicato chiedendo almeno un comunicato
ufficiale che dicesse proprio questo, una e-mail
comunque di risposta. Imbarazzo, scuse, da
Palazzo Chigi, ma alla fine niente di niente.
Da Londra sembra che lo stesso Bill Neely abbia
provato a mettersi in contatto, senza successo,
almeno con Sircana, chiamandolo sul suo cellulare
personale. L’anchorman sperava di riuscire a
registrare la risposta, per dimostrare che ogni
tentativo era stato fatto per sentire anche la controparte
del servizio e dare spazio alla sua versione dei fatti,
che controbilanciasse quella del suo accusatore
russo. Regola principe del giornalismo, non solo anglosassone.
Ma Neely non ha mai parlato con Sircana e da Roma l’impressione
che si riceveva era che si volesse glissare totalmente
sulla vicenda.
Solo alla fine del pomeriggio, poco prima
del telegiornale di punta delle 19,30 del
suo principale canale, la redazione londinese
di Itv ha desistito e ha mandato ugualmente in onda
il servizio, comunicando seccamente ai telespettatori
che «il primo ministro italiano refuse di
commentare qualsiasi cosa».
La prossima mossa, a quanto sembra, sarà
quella di inoltrare in ogni caso una richiesta
formale a Palazzo Chigi, per richiedere un’intervista
a Prodi o a chi per lui, sulla vicenda. Magari,
attraverso l’ambasciata italiana a Londra, o cercando
altri canali. Almeno, rimarrà agli atti.
«Ci avventuriamo
in un mondo oscuro, di trame», ripete
spesso Neely. E lui, come la sua rete,
hanno fatto ogni sforzo per ottenere un riscontro
da Palazzo Chigi, per dimostrare la serietà
del network e la sua volontà di non essere strumentalizzato.
Dietro a tutta questa vicenda c’è anche
la competizione agguerritissima tra Itv e Bbc.
La seconda, rete istituzionale, aveva preannunciato
rivelazioni sulla storia di Litvinenko. E forse
anche questo ha determinato la scelta di Itv, televisione
di largo pubblico seguitissima nel Regno, di non
tenere nel cassetto il video-bomba.
Anna Maria Greco (“Il Giornale”)
Governo e
sindacati: un'abbuffata di democrazia
Il governo decide di non decidere da solo.
Loro, quelli di centrosinistra, sono democratici.
Non governano a colpi di maggioranza, no. Loro
decidono a colpi di tavoli, e di cene. Cene col
Sindacato.
Ieri, il Governo dei veri democratici
decide di riunirsi con i sindacati per decidere
cosa fare sulle pensioni. Ma prima di cena arriva
il diktat del sindacato: "Non si parla di pensioni!".
Va bene, vanno a cena lo stesso. Poi, quando escono, annunciano:
"L'età per andare in pensione non sale affatto a
60 anni - come stabiliva la riforma, pardon... la "riformicchia"
del centrodestra - ma resta ai livelli attuali: 57
anni".
Che strano. Per essere democratici
decidono di non decidere. Peggio: decidono
che non decidono, che è meglio lasciar decidere
ad altri, ai sindacati.
Allora il dubbio è legittimo:
chi ci governa, il Governo eletto dagli elettori
o il sindacato non eletto da nessuno? Perchè
se non è il Governo a decidere, allora eleggiamo
il Sindacato perchè decida direttamente lui,
e così semplifichiamo le cose. Al massimo, chiediamogli
(per rispetto della la democrazia) che il sindacato si
consulti con qualcuno, per esempio con un signore
che potremmo chiamare per comodità il "Signor Governo",
prima di decidere.
Al Signor Governo, per gratificarlo
- com'è giusto che sia - della sua prestazione
di lavoro (lavoro che consiste nell'andare
a cena coi sindacati tre o quattro volte all'anno)
decidiamo allora di pagare uno stipendio, profumatissimo
magari: diciamo 1 miliardo al mese, che è
molto, ma sempre MOLTO meno di quello che comunque
risparmiamo facendo a meno dei parlamentari, con tutti
i privilegi e i benefits annessi e connessi. E così
facendo, prendiamo due piccioni con una fava: per un verso
dimostriamo di essere più, molto più,
democratici di quanto siamo ora (dato che facciamo
decidere al sindacato); per altro verso, risparmiamo un
sacco di soldi, che potremo destinare a investimenti produttivi
(tipo realizzare corsi di formazione per apprendisti sindacalisti).
Ed una volta ogni 5 anni organizziamo
un concorso pubblico per chi debba andare
a fare la parte del "Signor Governo" per la legislatura
successiva.
L'uovo di colombo: un'abbuffata
di democrazia.
a.marzano , dal forum dei radicali
IL PENTIMENTO
Il pentimento ha una sua grandezza. Il coraggio
e l’onestà di riconoscere i propri errori sono
ammirevoli. Rimane però il problema della
valutazione del colpevole.
Chi non si pente rimane pericoloso e, per
così dire, irrecuperabile. Scalzone ad esempio
continua a vivere in un suo mondo delirante
che ci lascerebbe indifferenti se non tendesse
a distruggere il nostro e va dunque tenuto d’occhio.
Il pentito invece si inserisce nella società.
Ma può essere considerato uno fra gli altri?
Si può passare un colpo di spugna sul suo passato,
che abbia o no scontato l’eventuale pena?
La risposta non può essere netta. Il
Cattolicesimo, col sacramento della
confessione, sostiene che è possibile cancellare
la colpa e ritrovarsi nella grazia di Dio. Basta
che il sacerdote pronunci alcune parole: “Ego te
absolvo, in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti”.
Ma perfino per i credenti rimane il problema: perdonare
equivale a dimenticare? A non tenere conto di quell’azione
nel giudizio sulla persona? Certamente no. Dunque la
soluzione non può essere generale e il problema
si riduce a questo: l’errore è scusabile o inescusabile?
I giovani allevati dalla retorica fascista
nel culto della patria potevano trovare giusto
che ci si battesse contro l’invasore. Mentre
altri giovani potevano pensare che continuare a combattere
avrebbe solo prolungato l’agonia della patria
la quale, del resto, era in mano ad un altro invasore:
quello tedesco. In queste condizioni, nessuno può
chiedere ai repubblichini o ai partigiani di pentirsi.
Viceversa, quando qualcuno progetta a freddo di uccidere
a tradimento un generale, un capo d’industria o un giornalista,
si può pensare ad un atteggiamento di buona
fede? Francamente no. E non si può pensare di “perdonare”
nemmeno dopo trent’anni di carcere. Nessuno può pagare
questo genere di debito. Nessuno può riscattare
una personalità capace di non vedere l’assurdità
criminale di quel gesto.
Affermazioni di tale severità lasciano
l’amaro in bocca. Vien quasi da chiedersi se
non si stia omettendo il dovere umano di mettersi
nei panni del colpevole. Ma la risposta che sale
dall’intimo è netta: mai e poi la maggior parte le
persone che ho conosciuto nella mia vita ed io stesso
saremmo capaci di tanto. Costui è diverso da noi.
Non che l’omicidio sia inescusabile in ogni
caso. Il tirannicidio è dichiarato lecito
dalla stessa Chiesa Cattolica, per bocca di
San Tommaso. Von Stauffenberg rimane un eroe, non un
assassino. E se non si vuole sottilizzare anche
Bruto e Cassio furono effettivamente uomini d’onore:
uccisero Cesare perché, a loro parere,
era l’unico modo di salvare la repubblica. Ma se Roma
fosse stata una democrazia moderna, se fosse bastato
aspettare qualche anno per avere una nuova elezione, il
loro sarebbe stato un puro e semplice agguato. Un omicidio
volontario da ergastolo. Esattamente come quello di Aldo
Moro.
Anche coloro che si sono allontanati dal
loro passato da decenni rimangono difficili
da perdonare. Nessuno oggi può avere paura
di Adriano Sofri, Sergio Segio, Lanfranco Pace e tanti
altri, divenuti magari valenti giornalisti o comunque
onesti borghesi: ma se è lecito per una
volta parlare in prima persona, confesso di avere in questo
campo dei pregiudizi indistruttibili. Vorrei tanto
poter dimenticare la loro esistenza. Non riuscirò
mai, non dico a perdonare, ma a considerare un mio
simile colui che ha ucciso a freddo un innocente, per
motivi evanescenti e deliranti. Aldo Moro mi era veramente
antipatico ma per me è morto ieri mattina. La mia
volontà di vendetta rimane intatta e inappagata. Mi accontento
certamente della pena che i colpevoli hanno scontata
ma il fossato che mi separa da chi si è reso colpevole
di simili crimini non è stato colmato. E mai lo sarà.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 20 gennaio 2007
Vecchie paure e
nuovi furbi
Negli States litigano sul riscaldamento
globale gli esperti, cioè i metereologi.
Il blog del Senato è intasato di risposte
furibonde a quelli del "Weather channel", la tv
tutta dedicata al tempo, che ha proposto la radiazione
dal prestigioso albo AMS di quei metereologi che
ardiscano sostenere che l'uomo non c'entra, che si
tratta di un fenomeno naturale, per di più ciclico.
Tra
gli interventi sentite questo
di James Spann, esperto di ABC tv. "Faccio
questo lavoro dal 1978 e conosco decine e
decine di metereologi in tutto il Paese. Il nostro lavoro
è studiare un grande volume di dati grezzi
e cavarne una previsione per i seguenti sette giorni.
Non conosco un solo metereologo tv che si beva la storiella
del riscaldamento causato dall'uomo. Illustro
perciò i dati elementari che bisogna sapere. Miliardi
di dollari di finanziamenti finiscono nelle tasche della
banda di quelli che "è colpa dell'uomo.
Niente
di male, ma a quelli di Weather Channel vorrei
dire che i soldi vanno guadagnati con conclusioni
scientifiche, non balle. Il clima del pianeta va
cambiando da quando Dio lo ha creato, continuerà a
cambiare, e il riscaldamento degli ultimi dieci anni
non è diverso da quello degli anni '30 e di altri
decenni passati. Infine, non ci scordiamo che siamo alla
fine dell'era glaciale nella quale il ghiaccio copriva
la maggior parte del Nord America e del Nord Europa. Se non
volete credere a me, cercate tutti quei metereologi senza
legami con finanziamenti per ricerche sull'argomento.
Quanto a me, non starò a sentire politici o giornalisti
o sedicenti scienziati che si stanno arricchendo con la
storia dell'uomo distruttore dell'ambiente". Bye bye
Gore. Ad Alfonso nostro chi glielo dice?
MGM
da DAGOSPIA
Massima del giorno
Tutti dobbiamo avere una patente per
guidare un'automobile, in compenso nessuna
patente è richiesta per guidare i figli.
G.P.
MOLLICHINE
Prodi contestato. A decine gli hanno
gridato “Buffone!”. Cosa che, per fortuna,
non costituisce reato.
Dovremmo ora avere mobilità e meritocrazia.
La mobilità è possibile, ma chi
manderà via Francesco Caruso dal Parlamento?
Unione divisa sull’Afghanistan. Un mio
amico, distratto, pensava che una parte fosse
per gli americani e l’altra per i talebani.
A Vicenza protestano gli studenti. Ieri,
oggi, forse domani. Certo non domenica,
che è già vacanza.
Gianni Pardo
LA VITTORIA DI
RIFONDAZIONE COMUNISTA
Dario Di Vico, sul Corriere della Sera,
si pone il problema del perché il Partito
della Rifondazione Comunista, pur essendo
il terzo della coalizione, finisca col dare
la linea politica al governo Prodi. Ogni volta
che c’è un contrasto, prevale il partito di Franco
Giordano e Paolo Ferrero. Come mai? La risposta
del giornalista è che “Rifondazione parla un
lessico familiare ai gruppi dirigenti - centrali e periferici
- dei Ds e dell’ex sinistra Dc, è il linguaggio
del riformismo novecentesco con le sue granitiche certezze
keynesiane e solidaristiche”, oltre che stataliste.
Essa rappresenta dunque il concentrato di ciò che
la sinistra ha visceralmente creduto per decenni, dai tempi
del Blocco del Popolo, e cui non sa rinunciare nemmeno
quando si rende conto del suo contrasto con le esperienze
concrete.
L’attuale maggioranza
si comporta con l’utopia di sinistra
come un uomo con la donna di cui è
innamorato. Pur avendo occhi non vede, pur avendo
orecchie non sente. E se per caso vede e sente
qualcosa, lo fa con la mala coscienza di chi si accusa
di non amare abbastanza quella donna: tanto bella,
tanto perfetta, tanto adorabile che imputarle
qualcosa di vile e concreto è un sacrilegio.
Il paragone non vuole essere offensivo.
Mentre il liberalismo parte dall’osservazione
della realtà - la quale per esempio
dice che il massimo di prosperità si ottiene
col massimo di libertà economica, e dunque
col libero corso degli egoismi economici individuali
- il socialismo trascura la realtà
e fissa lo sguardo su una società ideale: solidaristica,
compassionevole, egalitaria e moralmente
superiore. Felice perfino nelle difficoltà
concrete, che soffre volentieri in nome dell’ideale.
Colui che, pur essendo di sinistra, ha tendenza
ad essere liberale e a tener conto della realtà,
vede dunque se stesso come l’uomo che non ama abbastanza
la donna ideale che ha avuto la fortuna d’incontrare.
Sì, chiede troppo denaro per vestiti e gioielli;
chiede somme che non ci si possono permettere, ma forse
che la sua bellezza non è meritevole del meglio? E se
non è disposta a rinunciare a qualche comodità,
a qualche pensione anticipata o alla possibilità d’un
avanzamento di carriera per mera anzianità (anche se batte
la fiacca), come dirle di no? Non è forse la donna
più bella del mondo, quella di cui si è innamorati
da sempre?
Il dramma dell’attuale maggioranza è
che non sa andare contro i propri pregiudizi.
Le esperienze di decenni non sono state sufficienti
per far crollare i miti. In Italia è
la Russia che ha tradito l’Urss, non l’Urss che
ha tradito il popolo: e da qui l’antipatia per la
Russia attuale, cui non si perdona nulla. In Italia
il muro di Berlino è ancora in piedi. Qui le utopie
di Proudhon e Saint Simon, per non parlare di Marx, sono
ancora vive. Certo, non si possono esprimere a voce altissima,
lo stesso Papa ha condannato l’eresia dei catari: ma
i veri puri rimangono catari di cuore. E per questo i Ds
e la Margherita cedono all’estrema sinistra. Non sanno che
cosa obiettare a Rifondazione Comunista che ha conservato
lo slancio della gioventù e il coraggio di gettare il
cuore oltre l’ostacolo. E se la realtà contraddice
l’amore, tanto peggio per la realtà.
E per l’Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
19 gennaio 2007
VICENZA: L’ITALIA
AVEVA ASSUNTO UN IMPEGNO?
Nel precedente articolo, “Prodi: un sì
che è un no”, s’era scritto che “l’Italia
aveva assunto l’impegno di permettere l’allargamento
della base e all’estero è inutile andare
a raccontare che ciò aveva fatto l’odiato
governo Berlusconi e non il morale, pacifista governo
Prodi. In questi casi ci si chiede soltanto se
l’Italia abbia una parola d’onore o no”. A distanza
d’un paio di giorni si sa con maggiore chiarezza quali
siano stati i rapporti tra Italia e Stati Uniti, al
riguardo, e dunque va precisato il senso della parola “impegno”.
In primo luogo, bisogna dare atto alla
sinistra estrema che riguardo a questo
allargamento e alla sua collocazione non esiste,
tecnicamente parlando, un documento, un accordo
scritto, un trattato tra Stati Uniti e Italia.
Può darsi – questa cosa rimane tutt’ora nebbiosa
– che tale documento non fosse necessario, nell’ambito
degli accordi Nato. Ma non bisogna nascondersi dietro
un dito: non esiste un trattato e non esiste una firma.
Per questo l’estrema sinistra sostiene che Prodi
avrebbe benissimo potuto dire di no. Ma proprio questo
non è vero.
Gli impegni aventi valore giuridico sono
nati ben prima della carta e della stessa
scrittura e ancora oggi per aggior parte sono verbali.
Chi compra un pacchetto di sigarette, che lo sappia
o no, pone in essere un contratto di compravendita
a prestazioni corrispettive. Il gallerista che
incassa il denaro prima di consegnare il quadro (inviato
nella retrobottega per confezionarlo) si trova
giuridicamente nella posizione di chi non ha ancora
adempiuto l’obbligazione della propria prestazione,
cioè la consegna di un oggetto che appartiene
già al compratore (il contratto è istantaneo).
Tanto che, se non lo consegna, commette il reato di
appropriazione indebita. Chi pensa a tutte queste cose,
nella vita quotidiana?
In campo giuridico, oltre che per i contratti
non in forma scritta, c’è spazio perfino
per impegni non esattamente cogenti:
le obbligazioni naturali. Chi perde al gioco non può
essere obbligato dal giudice a pagare il suo debito ma se paga
e si rivolge al giudice per avere indietro il denaro, si
vede chiudere la porta in faccia: il diritto offre una sorta
di riconoscimento a quelli che i profani chiamano, con
azzeccata intuizione, debiti di onore.
Nell’ambito internazionale, non esiste
un ordinamento giuridico al di sopra
degli Stati. Tutti i “debiti” sono di onore.
Non serve andare a cercare il foglio firmato
o il trattato: se un dato paese ha, con atti concludenti,
assicurato una cosa, e fa marcia indietro, si squalifica.
Nella specie, per la base di Vicenza,
c’erano state assicurazioni informali
del precedente governo ed altrettante assicurazioni
dall’attuale governo. Si sono avute
interrogazioni in parlamento, con risposte positive
del ministro Parisi, contatti tra il governo
e l’autorità locale per avere il suo assenso,
ecc. Quando infine si è arrivati al dunque,
Prodi avrebbe potuto certo dire di no, ma esattamente
come un signore può rifiutarsi di pagare i
debiti di gioco. Può farlo, chi dice di no.
Purché non chieda mai più di sedere ad un tavolo
da poker.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 19 gennaio 2007
LA VILLEGGIATURA
IN LIBANO
Qualcuno si chiede come mai non abbiamo
nessuna notizia del contingente italiano
in Libano. È ovvio che dal silenzio è
difficile ricavare serie conclusioni, ma a volte
la semplice riflessione aiuta a capire. Se non ci
si accorge di avere lo stomaco, i denti o il piede
sinistro, significa che non si ha né mal
di stomaco, né mal di denti né male al piede
sinistro. E questo dovrebbe significare che in Libano
va tutto bene, grazie. Tuttavia c’è una storiella
napoletana che contraddice questo ottimismo.
Un re aveva bisogno di soldi, il popolo
rumoreggiava, il ministro delle finanze
ne riferiva con toni sempre più allarmati ma
il re confermava: “Aumentate le tasse”. Finché
un giorno, vedendo che il ministro non protestava
più, il re gli chiese: “Ma avete ancora
aumentato le tasse?” “Sì, maestà”. “E il
popolo non minaccia la rivoluzione, come l’ultima volta?”.
“No, maestà. Il popolo ride”. “Accidenti! Diminuite
le tasse! Se il popolo ride significa che non le paga più”.
Il silenzio non sempre è positivo.
Se, girando la chiave dell’accensione,
il motore rimane assolutamente muto, non si
può dire che sia una “buona nuova”. E anche
il silenzio che proviene dal Libano forse non è
una buona notizia.
Esaminiamo gli attori sulla scena. Israele
è rientrata nei suoi confini e questo
è in linea con la sua volontà e i suoi interessi.
Essa chiede infatti soltanto di vivere in pace.
Se non riceve razzi sulla popolazione civile si
dichiara soddisfatta. Il governo e l’esercito libanesi
non hanno nessun interesse a provocare Israele perché
conoscono bene quanto è costata (a loro, non agli
Hezbollah) la rappresaglia israeliana. La retorica antisionista
si compiace di sottolineare i problemi israeliani
e di moltiplicare il numero dei libanesi innocenti morti
(come se l’aviazione israeliana riuscisse a colpire solo donne
e bambini) mentre il Libano fa il conto della ricostruzione
delle installazioni distrutte e si mette le mani nei capelli.
No, non è da Beiruth che possono venire problemi.
Rimangono gli Hezbollah. Costoro hanno
capito alcune cose. Se creano di nuovo
incidenti di frontiera, come hanno fatto mesi
fa, si troveranno contro non solo un Libano irritatissimo
per i danni subiti, ma un Israele che forse
non vede l’ora di dimostrare, con una seconda manche,
che può giocare anche meglio le proprie
carte. Se oggi non agiscono è perché non
è il momento di agire. Dovendo attaccare Israele,
devono farlo con un’organizzazione ancora migliore
dell’ultima volta: sia per confermare il loro “successo”,
sia perché essi si considerano il “fer de lance”,
il battaglione d’assalto della riscossa islamica
auspicata da Iran e Siria. L’esercito libanese non ha
nemmeno provato a disarmarli e attualmente prosegue indisturbato
l’arrivo di rifornimenti attraverso la Siria: dunque – in
silenzio - accumulano razzi ed armi in quantità.
E qui si arriva all’ultimo attore, quello
che c’interessa. Il contingente italiano
è in Libano per applicare la Risoluzione
dell’Onu. Questa, per eliminare il rischio di un
nuovo conflitto, include l’obbligo del disarmo
degli Hezbollah ma nulla è stato fatto in
questo senso, da nessuno. Per conseguenza il contingente
internazionale è andato a testimoniare
una pace e una calma che si sarebbero avuti
anche senza di esso. Quando gli Hezbollah vorranno
riprendere le ostilità, anche rimanendo a
nord del fiume Litani, basterà che facciano partire
dei razzi che cadano su Haifa ed altre città israeliane
e lo scenario s’infiammerà di nuovo. Se non vorrà
lasciarci le penne, il contingente internazionale dovrà
scappar via alla massima velocità. Infatti
non ha nessuna possibilità d’impedire il conflitto.
Ed ecco la risposta che si cercava: il
contingente italiano in Libano è
in villeggiatura. Quello che avrebbe dovuto fare,
disarmare gli Hezbollah, non lo sta facendo e
non lo farà e se scoppiasse di nuovo un conflitto
si esibirebbe nella fuga più precipitosa
di cui è capace: confermando la propria totale inutilità.
A meno che l’utilità non sia stata, per
un paio di giorni, la passerella di Prodi e D’Alema.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
18 gennaio 2007
IL SÌ DI
PRODI È UN NO
Il sì di Prodi alla base americana
di Vicenza merita qualche commento.
Innanzi tutto si parla di “sì di Prodi” e non
di “sì del governo” perché il governo non
sarebbe stato unito su questa decisione. Poi può
darsi che sia sbagliata anche l’espressione “sì di
Prodi” perché il Presidente del Consiglio, se appena avesse
potuto dire di no, pur di evitare guai alla sua maggioranza,
quel “no” l’avrebbe gridato. S’è rimangiato
il sì alla TAV, si sarebbe rimangiato il sì
all’allargamento della base. Ma un paese, in ambito
internazionale, si pone come un soggetto stabile: e questo
comporta dei limiti. All’interno tutto può
cambiare, all’esterno il soggetto rimane invariato al punto
che deve rispondere degli impegni assunti anche da quel governo
o quella forma istituzionale che ha rovesciato con una
rivoluzione. Ancora oggi, molti decenni dopo, si parla
di ottenere qualche forma di rimborso per i debiti contratti
dagli zar con i risparmiatori occidentali. E se l’Urss si è
rifiutata di prenderli in considerazione l’ha fatto confermando
la spregiudicatezza morale della sinistra. Nello stesso
modo, l’Italia aveva assunto l’impegno di permettere l’allargamento
della base e all’estero è inutile andare a raccontare
che ciò aveva fatto l’odiato governo Berlusconi e
non il morale, pacifista governo Prodi. In questi casi ci
si chiede soltanto se l’Italia abbia una parola d’onore
o no. Se non l’ha, scende al di sotto di quei paesi, come il
Cile di Allende, che “nazionalizzano senza indennizzo”,
o di quei paesi, come l’Egitto di Nasser, che stracciano
i trattati liberamente sottoscritti.
Ora
si favoleggia d’un referendum della popolazione
vicentina, dimenticando che si tratterebbe
d’un referendum informale e locale, dunque
sostanzialmente di un’indagine demoscopica,
e dimenticando l’analogia con l’art.75 della Costituzione,
per il quale i referendum non sono ammessi
per gli accordi internazionali.
Certo,
del diritto internazionale la sinistra
non avrebbe tenuto nessun conto se al governo ci
fosse stato Berlusconi. L’occasione per dichiarare
il proprio odio per gli Stati Uniti, per Berlusconi
e per ogni cosa che sia militare, sarebbe stata
troppo ghiotta. Lo stesso Prodi avrebbe bofonchiato
il proprio convinto sostegno per la protesta. Purtroppo
stavolta al governo c’era proprio lui e il caso era disperato.
E infatti molti davano per scontato il “no”. Ma Prodi ha
tenuto conto del fatto che la storia avrebbe associato
proprio il suo nome a questo episodio e s’è sentito costretto
a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ha pubblicato il “sì”
prima di riunire un Consiglio dei Ministri, pericolosissimo,
sapendo che, a cose fatte, per smentirlo bisognerebbe
fare cadere il governo.
L’Italia
non è scesa al di sotto dell’Ecuador,
che in questi giorni ha dichiarato che non pagherà
i suoi debiti, solo con una furbata. Come si vede,
la sinistra riesce ad essere corretta solo barando:
ma la sua natura è quella di non esserlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 17 gennaio
2007
MAI PIU'
Mentre la politica del governo italiano
si sposta sempre di piu' verso il mondo
islamico, mentre il ministro degli Esteri D'Alema
viaggia da un paese arabo all'altro criticando
l'America e bacchettando Israele.
Mentre sempre il suddetto Ministro definisce non
democratici gli italiani ebrei che votano l'opposizione dopo
essersi resi finalmente conto dell'andazzo antiisraeliano della
sinistra.
Mentre l'Europa ormai sta camminando
a grandi passi verso l'Eurabia che diventera'
forse prima del 2050, per decadenza
culturale, per dabbenaggine ma anche a causa
dell'aumento di popolazione islamica in quasi
tutte le nazioni che fanno parte dell'Unione
Europea.
Mentre hamas dichiara
ogni mattina, dopo il caffe', che
non riconoscera' mai Israele e che fara'
tutto quanto in suo potere per eliminarlo senza
che nessuno se ne preoccupi, anzi con la sinistra
che blatera che e' Israele a dover riconoscere
il governo "democraticamente eletto" dei terroristi.
Mentre l'Occidente reagisce in modo
molto tiepido alle minacce di secondo Olocausto
degli ebrei da parte di Ahmadinejad, in
Occidente e in Italia ci si prepara a commemorare
la Giornata della Memoria per ricordare
i sei milioni di ebrei dissoltisi nei crematori nazisti,
fucilati davanti alle fosse comuni, torturati,
disumanizzati, trasformati in pergamene per lampadari,
usati per esperimenti diabolici, sei milioni
il cui spirito aleggia in tutta Europa, le cui
ceneri stanno ancora bruciando mentre vengono calpestate
e violate dall'odio rinnovato, dal desiderio di ripetere
l'orrore, dall'oltraggio di chi nega e di chi odia
il Paese che i superstiti hanno creato dal niente dell'aridita'
desertica in Erez Israel.
In concomitanza con le iniziative organizzate
per il Giorno della Memoria, a Torino viene
organizzata una mostra fotografica sul "muro
della vergogna" come lo chiamano i kompagni che
usano abusivamente il termine di pacifisti. La
mostra vuole portare l'attenzione sulle sofferenze
dei palestinesi a causa della barriera eretta da
Israele per difendersi dal terrorismo.
La mostra non dice che grazie a quella
barriera gli attentati terroristici sono
diminuiti verticalmente tanto da segnalarne
soltanti due nel 2006, rispetto ai 25.000
tentati e portati a compimento dal 2000 al
2005.
La mostra organizzata dalle ONG, dalla
tavola per la Pace di Perugia, Comunita'
salesiane e vari comuni italiani non tiene conto
di questa realta', non dimostra compiacimento
per la diminuzione dei morti israeliani, non informa
ma, in nome del piu' falso e becero pacifismo,
fa ancora e sempre propaganda contro Israele.
E' stata pensata bene la data? Forse
si perche' chi avra' digerito ben bene
la propaganda non sara' minimamente toccato dalla
commozione e dallo sdegno di quello che le commemorazioni
della Shoa' ricorderanno.
Bella pensata, pacifisti!
Il 28 gennaio le manifestazioni
vedranno due momenti, uno, pubblico,
con le forze politiche che vorranno intervenire,
in cui tutti insieme, ebrei, non ebrei, politici,
gente comune faranno il solenne giuramento MAI
PIU'.
Il secondo momento sara' quello che
vivranno intimamente gli ebrei nei
cimiteri e davanti ai monumeti della Memoria.
Questo incontro tra gli ebrei vivi e
gli ebrei morti non ha bisogno di date
ne' di commemorazioni istituzionalizzate,
gli ebrei lo vivono quotidianamente da 60 anni.
La Memoria, il Ricordo, il Dolore, la Disperazione
sono scritti a caratteri indelebili sulla
loro pelle, nelle loro viscere, nel loro cuore:
6 milioni di fratelli, parenti, amici. Un milione
e mezzo di bambini torturati e poi trasformati
in fumo.
Figli ammazzati perche' il Popolo Maledetto
non avesse continuita' e futuro.
No, non abbiamo bisogno
del 28 gennaio per ricordarli,
per amarli, per piangerli perche' sono
dentro di noi, sono negli occhi dei nostri figli,
oggi, sono nei bambini liberi e sani di Israele,
sono nel nostro orgoglio di Popolo e nella nostra
Speranza che ci ha permesso di ricostruire dalla sabbia
un Paese pieno di aranceti e fiori mentre, appena
usciti dai campi della morte, non avevamo nemmeno la forza
di respirare.
No, non ci serve il 28 gennaio
di ogni anno per amare e piangere, guardando
il cielo, quelle anime bambine che da lassu'
ci guardano.
No, non ci serve il 28 gennaio
per pensare i loro nomi, ai loro
teneri anni, al loro terrore, alla loro sorpresa
che non ci fossero la mamma e il papa' a
difenderli dagli orchi che li facevano
entrare nelle docce.
Non ci serve il 28 gennaio
per piangere pensandoli mentre cadevano
gli uni sugli altri quando il gas non li
lasciava piu' respirare. E'
invece molto importante che esista, per legge
e per Giustizia, il Giorno della Memoria, perche'
tutti gli altri, i distratti e i meno distratti,
gli amici degli ebrei, quelli che si indignano e quelli
che se ne fregano, quelli che amano Israele e quelli che
lo criticano e lo giudicano, guardando negli occhi gli
ebrei superstiti e chinando il capo davanti al numero stampato
sulla loro pelle e davanti ai cippi che ricordano i nomi
dei quelli ridotti in fumo, possano gridare e giurare MAI
PIU'.
MAI
PIU.
Ai nostri nemici in Oriente
e in Occidente..
MAI
PIU'.
Alla propaganda politica
antisemita.
MAI PIU'.
Un solo ebreo verra' ucciso
impunemente.
MAI PIU'.
Perche' gli ebrei hanno
Israele, perche' gli ebrei hanno
un grande esercito, perche' gli ebrei sono tornati
in Patria e distruggere Israele oggi significherebbe
distruggere il mondo intero.
Ricordatevelo bene:
MAI PIU'.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
MOLLICHINE
Fassino vuole “un tavolo” sulla riforma
delle pensioni. Prodi pensa a una
lastra di marmo.
Prodi ha schivato il problema della base
americana dichiarando che esso riguarda
soltanto un paese amico e vicino, la Libera Repubblica
di Vicenza.
Il "Giornale", p. 14 del 14.1.’07: "…lo
aveva capito subito che il netturbino
e la moglie qualcosa dovevano pure c’entrare
con quei quattro morti ammazzati". Come centrare
l'errore del mese.
Scalzone torna in Italia. Panico nelle
redazioni: quale direttore di testata,
quale grande giornalista salterà per
cedergli il posto?
Gasparri: “Io mi occupo di politica,
di politica reale”. Ecco uno che sarebbe
stato opportuno invitare nella reggia di Caserta.
Nessun paese, salvo l’Albania, è
disposto ad ospitare gli ex-detenuti di
Guantánamo. Ma Diliberto non ha qualche
stanza libera?
Tarek Aziz chiede asilo politico all’Italia
e al Vaticano. All’Italia che ha pianto
su Saddam Hussein si capisce, ma al Vaticano?
Francesco Caruso agli americani: “Non
sparate se nelle prossime ore ci saranno
delle incursioni nelle vostre basi”. Si
chiama giocare col fuoco (amico).
Veltroni: “Prodi è un uomo che
ha dentro di se una forte ispirazione
e anche una grande capacitá pragmatica”.
Ed anche amici che gli fanno vento con
le parole.
Prodi per Vicenza: “L’ex-governo non
mi ha detto nulla”. E neanche la mamma.
FILOSOFIA DEL SESSO
“Il sesso è una delle cose più
belle, naturali e sane che i soldi possono
comprare.”--Tom Clancy (scrittore)
“Tu
non conosci ‘quello sguardo’ che le donne
mostrano quando hanno voglia di sesso? Io
nemmeno.”--Steve Martin
“Il
sesso è come il bridge. Se non hai un
buon partner è meglio che tu abbia una
buona mano.”--Woody Allen
“La
bisessualità raddoppia immediatamente
la probabilità di incontri il sabato
sera”--Rodney Dangerfield (comico)
“C’è un buon
numero di aggeggi meccanici per
aumentare l’eccitazione sessuale, specialmente
nelle donne. Primo fra di essi è
la Mercedes-Benz 380SL.” -- Lynn Lavner (attrice
comica, musicista e lesbica)
“Il sesso a 90 anni è come tentare
di giocare a biliardo con una corda.”--George
Burns (comico e attore morto a 100 anni)
“Il sesso è una delle nove ragioni
per reincarnarsi. Le altre otto non
sono importanti.” --George Burns
“Le donne possono essere capaci di fingere
l’orgasmo. Gli uomini possono
fingere intere relazioni.”--Sharon Stone
“La mia compagna ride sempre durante
il sesso…non importa quello che sta
leggendo.”--Steve Jobs (Fondatore, Apple Computers)
“Mia madre non ha mai notato l’ironia
di dirmi che sono un figlio di puttana.”--Jack
Nicholson (attore)
“Clinton ha mentito. Un uomo può
dimenticarsi dove ha parcheggiato o dove
vive, ma non dimenticherà mai il sesso orale,
non importa per quanto sia stato maldestro.” Barbara
Bush, madre dell’attuale presidente americano George
W. Bush)
“Ah, sì, il divorzio, dal latino:
strappare a un uomo i genitali attraverso
il suo portafoglio.”--Robin Williams
“Le donne si lamentano della sindrome
pre-mestruale, ma io la considero
l’unico periodo del mese in cui posso essere
me stessa.”--Roseanne (comica)
“Le donne hanno bisogno di una ragione
per il sesso. Gli uomini hanno solo
bisogno di un posto.” --Billy Crystal
“Secondo una nuova inchiesta, le donne
dicono che si sentono più a loro
agio spogliandosi davanti a uomini che
davanti ad altre donne. Dicono che le donne
sono troppo critiche mentre, naturalmente, gli
uomini sono solo grati.”--Robert De Niro
C’è una nuova crisi sanitaria.
I medici riportano che molti uomini
hanno reazioni allergiche ai preservativi
di lattice. Dicono che causano notevoli gonfiori.
Beh, qual’è il problema?” --Dustin Hoffman
“Nelle riviste per uomini ci sono pochi
consigli per quanto riguarda il sesso.
Gli uomini pensano, so quello che devo fare,
mi basta vedere qualcuno nudo.” --Jerry Seinfeld
(attore comico)
“Il fatto è che Dio ha dato
agli uomini un cervello e un pene, ma
sangue sufficiente per farne funzionare solo
uno alla volta.”--Robin Williams
(aforismi inviati da Glauco Romeo
– USA)
TORNO SUBITO
Per Ospedalopoli, Piero Marrazzo si
giustifica dicendo che governa da troppo
poco tempo e scarica la colpa sulle precedenti
gestioni (leggi Storace). Antonio Bassolino,
invece, non potendosela prendere coi Borboni,
abbozza.
Se
i civili li accoppa, volontariamente
e con premeditazione, Al Qaeda tutto
va bene. Se a farlo, involontariamente e per
errore, sono gli Usa e Israele, il fastidio provato
da D'Alema è come il suo nome : Massimo.
Qualcuno
avanza l'ipotesi che al
vertice Unionista di Caserta si possano gettare
le basi per un Prodi Bis. Praticamente, La
ReggiaP2.
Pare
che l'Ingegner Carlo De Benedetti
abbia avviato le consultazioni per il dopo
Prodi. A conferma che in Italia il Capo di
Repubblica conta più di quello della
Repubblica.
Natalino Russo Seminara
Massima
del giorno
Non c'è donna più severa
verso le adultere di quella che non
ha ancora tradito suo marito.
G.P.
MOLLICHINE
Dicono che Prodi mente come respira.
Solo più spesso.
Gli umoristi di sinistra non attaccano
Prodi. Se proprio fossero costretti
a sparare, sparerebbero sulla Croce Rossa.
Prodi: “Nessun freno alle riforme”.
Ma non è questione di freno: manca il
motore.
Riunione di Caserta: una vera svolta.
Prima non si sapeva che cosa fare, ora
si sa che comunque non si farà.
Olindo Romano e moglie “non avevano
l’intenzione di uccidere”. Ah, beh.
D’Alema per l’Iraq: «l'aspetto
fondamentale continua ad essere quello
dell'azione militare e questo aspetto non ci
convince».
Un’alternativa: l’esorcismo?
Fassino sull’attività di governo:
“Vale la regola del budino: se è
buono, lo si vede mangiandolo”. Ecco spiegato
il calo di consensi dell’Unione.
Bossi sul Cdm di Caserta: “Non c’ero,
non sono nobile”. E neanche ignobile:
dunque, nessuna speranza.
Gianni Pardo
GENERAL ASSURED
DESTRUCTION
L’Iran, malgrado le pressioni internazionali,
sta facendo il necessario per dotarsi
dell’armamento atomico. Inoltre, per bocca
del suo uomo politico più importante,
dichiara che farà di tutto per annientare
Israele. Quali possono essere le conseguenze
future?
Nel 1981, quando Saddam Hussein tentò
di crearsi un armamento atomico, una spedizione
di caccia bombardieri israeliani distrusse
l’installazione denominata Osirak e l’Iraq
rinunciò all’atomica. Oggi questo non sarebbe
possibile. Le installazioni sono numerose, sono
prevalentemente sotterranee e blindate, e non
si può essere sicuri di fermare la produzione.
Dunque bisogna porsi il problema di ciò che
potrà avvenire dal momento in cui l’Iran disporrà
della bomba atomica. Quali le conseguenze, se un missile
ne facesse arrivare una su Gerusalemme? Israele
è così piccola che un paio di bombe distruggerebbero
la maggior parte della sua popolazione. Quale scenario
difensivo si può dunque ipotizzare?
La prima cosa da dire è che la
bomba, in sé, non è pericolosa:
le pistole non sparano da sole. Se dunque il
governo dell’Iran divenisse ragionevole, la
sua bomba non farebbe più paura di quanta
ne faccia quella pakistana o quella cinese. Il problema
nasce – come s’è detto - dal fatto che l’Iran dichiara
la propria volontà di distruggere Israele.
Se quel governo confermasse la propria intenzione
e cercasse di realizzarla, Gerusalemme potrebbe rispondere
solo minacciando di uccidere il doppio o il triplo
di persone. Tehran conta oltre sette milioni di abitanti.
Mashhad, Isfahan e Shiraz, messe insieme, contano
altri cinque milioni di abitanti. Dunque, con solo
quattro città, si arriverebbe al doppio della
popolazione d’Israele. Se oggi Israele non parla
in questi termini è perché, in assenza d’un
pericolo attuale, non c’è ragione di suscitare
le reprimende internazionali. Sia detto di passaggio, reprimende
assolutamente ipocrite: perché mai bisognerebbe
tollerare le intenzioni aggressive iraniane e non bisognerebbe
tollerare le intenzioni difensive israeliane? Ma si sa
come va il mondo.
Purtroppo questa terribile ritorsione
israeliana potrebbe non essere sufficiente.
La mistica del martirio, l’idea della morte
come porta del paradiso potrebbero condurre
ad imprudenze devastanti. L’annientamento
reciproco assicurato (la MAD, Mutual Assured
Destruction della guerra fredda) non funziona
quando un paese è governato da pazzi che inneggiano
alla morte. I governanti sovietici, che pure
non erano democratici, non per questo odiavano
la popolazione dell’Urss. Hitler invece se avesse disposto
della bomba atomica, nel 1945, l’avrebbe certamente
usata. Il totale massacro della popolazione tedesca
non l’avrebbe fermato dal momento che l’accusava
d’essere composta di “vili”, indegna di lui e meritevole
di perire.
Se la prospettiva d’una risposta ancor
più devastante rischiasse di non
essere sufficiente per fermare l’aggressore,
Israele, dovrebbe allargarne le dimensioni.
Non MAD ma GAD (General Assured Destruction) Dovrebbe
annunciare che, essendo colpita da un’atomica,
attaccherebbe immediatamente con armi nucleari
non solo tutte le principali città dell’Iran,
ma anche il Cairo, Damasco, Gaza, La Mecca,
Karachi. Fino ad uccidere in un paio d’ore una trentina
di milioni di persone. Una minaccia delirante?
E perché mai? Qualcuno ha forse seriamente reagito
alle minacce di Ahmadinejad? Se gli israeliani
fossero per la maggior parte uccisi, perché
dovrebbero lasciare in vita coloro che li odiano, o che
hanno simpatizzato per coloro che li odiano? O perfino:
perché dovrebbero lasciar sopravvivere coloro
che non hanno fatto nulla per impedire che un intero
popolo subisse una seconda Shoah? L’indifferenza con cui
sono state accolte le parole di Ahmadinejad merita una
pesante retribuzione.
Se per convivere con un galantuomo
basta comportarsi bene; se per convivere
con un delinquente basta prospettargli
un prezzo troppo alto per la sua aggressione,
con un pazzo è giusto minacciare l’apocalisse.
Sperando che finalmente i terzi si attivino.
Sansone ha fatto crollare il tempio
perché era schiavo, cieco e disonorato.
Israele invece chiede solo di vivere in pace.
Se non gli sarà consentito, pur agonizzando
farà crollare la volta del tempio su tutti.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 14 gennaio 2007
D’ALEMA IL DISTRATTO
D’Alema ha un suo piano per la Palestina.
E poiché non si vuole calunniarlo, ci
si servirà di “virgolettati” del Corriere della Sera.
“Non basta parlare di processo di pace”,
egli sostiene, “ma occorre un accordo
di pace”. Giusto. Solo potrebbe accorgersi che
per arrivare ad un accordo di pace, bisogna prima
discuterne; e che comunque lui, attualmente
sta per l’appunto e soltanto parlando di pace.
“Serve che le parti si riuniscano,
sostenute dal quartetto, per affrontare
le questioni aperte: i confini, lo status
di Gerusalemme e i rifugiati”. D’Alema è
distratto e non si è accorto che, sostenuta
o no dal quartetto, la parte palestinese rifiuta questa
riunione. È inutile parlare di “parti”
quando gli israeliani sono sempre stati disposti ad
una trattativa di pace mentre per i palestinesi,
in particolare per Hamas, Israele continua a non esistere.
È solo un’entità da eliminare, non
con cui mettersi d’accordo.
Poi, secondo il nostro ministro, “bisogna
discutere dei confini, dello status
di Gerusalemme e dei rifugiati”. Per quanto
riguarda i confini, qualche cosa si potrebbe
anche stabilire di comune accordo. Ma la prima
cosa da non dimenticare è che Israele, in
quanto vincitore dell’ultima guerra, è il
vero dominus del territorio. Il vincitore, se vuole,
può annettersi il territorio del vinto,
non diversamente da come l’Italia s’è annesso
l’Alto Adige. E certo non con il plauso di Vienna.
Quanto a Gerusalemme è tutto un
altro paio di maniche: Gerusalemme è
stata annessa ed è la capitale di Israele.
Dunque l’idea di discuterne lo status
è peregrina quanto sarebbe una Conferenza
Internazionale per discutere lo status di Roma e
vedere se non sia il caso di restituirla interamente
al Papa cui apparteneva fino al 1870. Questa idea
è addirittura offensiva per Israele.
Per quanto riguarda il problema dei
rifugiati, D’Alema sa – o speriamo sappia
- di fare esercizio di retorica. Essi sono
lontani dalle loro case da molti decenni,
hanno sistemato la loro vita diversamente e soprattutto
si sono straordinariamente moltiplicati
come numero. Se veramente desiderassero tornare
si vedrebbero rispondere no sia da Israele, che ne
sarebbe stravolto come composizione della
popolazione, sia dal futuro governo palestinese: infatti
la Palestina non potrebbe in nessun caso digerire una
simile massa di gente. Su questo argomento Gerusalemme
ha sempre dichiarato di non potere transigere e gli
stessi dirigenti palestinesi agitano l’argomento
per puri fini di propaganda. Ma D’Alema, distratto
com’è, di tutto questo pare non sapere nulla.
Infine il ministro ha auspicato “il
dispiegamento di una forza internazionale
o di osservatori a Gaza e in parchi
(?) della Cisgiordania”. Qui si palesa una totale
ignoranza della situazione sul terreno. Una piccola
forza internazionale può frapporsi tra due eserciti
per eventualmente dire chi ha violato la tregua. Ma nei
confronti del terrorismo – principale problema di quella
regione – che cosa potrebbe fare? Ammesso che
ci fosse un totale ritiro delle truppe israeliane,
sarebbe in grado di arrestare tutti i terroristi che cercassero
di infiltrarsi in Israele per compiere attentati contro
cittadini inermi ed innocenti? E se un capo terrorista
fosse colpevole d’avere organizzato un attentato, la forza
multinazionale andrebbe ad arrestarlo, come oggi fa
Tsahal, sotto le pietre e le raffiche di mitra
dei miliziani? Insomma, anche se distratto, D’Alema
è in grado di dire quale compito avrebbe questa forza
internazionale? Che cosa dovrebbe osservare: in che
modo i palestinesi cercano d’uccidere gli israeliani?
O dovrebbe tenere ferma Israele mentre i terroristi la
colpiscono?
Con D’Alema è veramente cominciata
una fase nuova nella nostra politica
internazionale. Quella in cui dobbiamo
vergognarci del nostro ministro degli esteri.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 13 gennaio 2007
Toh, ora l'Economist
non è più "autorevole"
L'Italia nel 2007 avrà il peggior
Pil del mondo. Lo scrive il settimanale
The Economist, non è la prima volta
che accade (è la terza consecutiva) ma
la novità è che improvvisamente il
fatto sembra non interessare nessuno. Enfatizzata
quando governava Berlusconi, la notizia ieri
è letteralmente sparita dal circuito informativo
nazionale. Non siamo tra quanti pensano che il
settimanale londinese abbia ragione a priori e
sia sempre accompagnabile dal prefisso «autorevole»,
né tra coloro che pensano che basti attaccare
Berlusconi come fece l'ex direttore Bill Emmott
per entrare nell‚Olimpo del giornalismo. Tuttavia
il fenomeno è curioso e ci dà lo spunto
per fare un paio di modeste riflessioni.
Regime. La vulgata dice che c'era
all'epoca di Berlusconi ed è sparito
quando si è intronizzato Prodi. In effetti,
la censura in quel periodo buio della storia italiana
era fortissima, ma con indomito coraggio nell'epoca
nefasta del Cavaliere nero i quotidiani citavano
l'Economist come una bolla papale, le televisioni
vi dedicavano speciali e interviste, le agenzie
di stampa sembravano il Tamigi in piena. Sfidavano
il regime. Ora governa il centrosinistra e nulla
s'ode, nessuno freme, tutto tace. La notizia è
finita nel cestino perché quel regime non c'è più,
siamo finalmente una nazione libera.
Crescita. È quella economica
promessa dal presidente del Consiglio
Prodi quando ha varato la legge finanziaria
che dovrà dispiegare i suoi taumaturgici effetti
nel 2007. L'Economist, con una semplice tabella,
prende in esame le 43 nazioni più o meno
industrializzate e da questo paragone emerge che l'Italia
nel 2007 sarà il fanalino di coda mondiale.
A noi del Giornale questo sembrava un metro di
confronto sufficiente a spiegare che le parole di Prodi
e del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa
stridono con la realtà e che la crescita economica
non ci sarà. All'epoca di Berlusconi questo
fatto era degno di nota, ma da quando c'è Prodi
le valutazioni econometriche (e giornalistiche)
sono cambiate perché ormai siamo una nazione
libera.
Politica. In Italia
comprende tutte le sfere dello
scibile. Interessantissima, per esempio,
l'azione esemplare del vicepremier Francesco
Rutelli contro Mel Gibson e il suo film Apocalypto,
altamente diseducativo. Impegnati a prendere
posizione e far sentire la vibrante protesta
sulla questione della violenza e il declino
della civiltà Maya, la politica non ha perso tempo
nel commentare quel raffronto offerto dall'Economist.
Neppure il centrodestra ha sentito l'impulso di darci
una sbirciatina. Perché perdere tempo a leggere
un noioso settimanale inglese quando si può tutti
insieme appassionatamente commentare un film mai visto?
Ormai siamo una nazione libera. E adulta.
Morale. È quella che il centrosinistra sta
con pazienza e dedizione insegnando agli italiani. Ieri il ministro
dell'Economia ci ha spiegato che va ritrovata l'ambizione nazionale
e al primo posto della sua agenda ci sono i piloti, i magistrati
e in generale gli italiani, quel popolo che, secondo lui, spende
i suoi soldi in beni superflui e non prende esempio da Prodi che indossa
lo stesso giaccone da sci da dieci anni (notizia fondamentale che ha
conquistato le prime pagine dei giornali). Neppure una parola sul Pil
(Prodotto interno lordo) e sull'Economist che imperterrito ci assegna
la maglia nera, a dispetto di una Finanziaria virtuosa, approvata
ovviamente per rilanciare la nazione libera.
Futuro. Siamo all'inizio di un anno
da non dimenticare, è già
facile immaginare sermoni dall'alto del Colle,
pezzi di maggioranza dire cose opposte,
propositi riformisti enunciati e bocciati
perché altrimenti salta la maggioranza e pure
la mosca al naso ai sindacati. Salvo sviluppi
clamorosi, la fine dell'anno sarà come questo
inizio. Il Paese avrà perso ancora tempo prezioso,
ma non importa perché con eroismo l'Italia
avrà guadagnato ancora un anno di libertà,
in attesa che sopraggiunga, di nuovo, l'odiato
regime e l'Economist torni ad essere letto e ancor
più citato.
Mario Sechi © Il Giornale
Perché quella
irachena non sia una vittoria perduta
Il discorso di George W. Bush, le reazioni
in Iraq e negli Usa, le analisi di Toni
Capuozzo e Amir Taheri
Da " Il FOGLIO", per leggere clicca
qui.
I rinunciatari
«Li
abbiamo fermati. Partita
chiusa»: il lapidario commento del segretario
di Rifondazione, Giordano, sembra riassumere
bene il senso dell'incontro di Caserta e,
soprattutto, chiarisce chi siano i vincitori.
Prodi ha indicato un vaste programme (avrebbe
detto De Gaulle) che delinea la direttiva di marcia
del governo. Di questo programma che parla di
crescita, di infrastrutture (ma che succederà
alla Tav?), eccetera, i punti salienti sembrano
riguardare il forte impegno di spesa per il Mezzogiorno
e la decisione di non fare la riforma dello «Stato
sociale » (pensioni incluse) senza averla prima
concordata con le parti sociali, con i sindacati.
La
«fase due», per la
quale si erano spesi Fassino e Rutelli, è
archiviata, come volevano sia Prodi che l'ala
massimalista della coalizione. E’ stata rinviata
(ossia, tolta dall’agenda politica) quella
riforma delle pensioni che solo poche settimane
fa era stata indicata come lo strumento della riscossa
riformista, di riforma della pubblica amministrazione
non si dice nulla, e anche le liberalizzazioni
subiscono uno stop, essendo state delegate, su richiesta
di Rutelli, a un’apposita «cabina di regia».
Ed è noto che ci si affida alle cabine
di regia quando ci sono disaccordi al momento insormontabili
che si spera di comporre con il tempo.
Domanda:
come mai i riformisti hanno
rinunciato a combattere? Forse la spiegazione
sta nei numeri, e cioè negli eccellenti
conti dello Stato. Non solo già prima dell'estate,
con il governo appena insediato, era saltato
fuori un inaspettato e forte incremento
del gettito fiscale, ma ora si scopre addirittura
che c'è stato anche un eccezionale miglioramento
del deficit italiano: al punto che già
per il 2006 l'Italia è scesa sotto il 3% (del rapporto
deficit/ Pil, secondo Maastricht). Per inciso, forse
i tanti che avevano parlato di «disastro economico»
provocato dal governo del centrodestra dovrebbero chiedere
scusa all’ex ministro dell’Economia, Tremonti: il
disastro, manifestamente, non c'era.
Forse
i riformisti si sono detti: con questi
numeri ci potrebbe essere crescita economica
anche senza bisogno di impegnarsi
in logoranti guerre con sindacati, massimalisti
e lobbies varie per riformare in profondità
Stato sociale, pubblica amministrazione, eccetera.
E se arriverà la crescita economica, i consensi
per il centrosinistra torneranno a salire senza bisogno
di riforme politicamente costose.
Ma
forse c'è anche un’altra spiegazione.
Quanto è accaduto a Caserta sembra la
conferma di ciò che l'economista
Nicola Rossi ha detto abbandonando i Ds: il riformismo,
secondo Rossi, è in quell'area politica
una pianta ormai essiccata. Forse è vero,
tutto sommato, quanto dice Prodi, ossia che la
contrapposizione massimalisti/riformisti sia
solo una semplificazione giornalistica (nella
quale, per alcuni mesi, ha creduto anche chi scrive).
Forse, semplicemente, i «riformisti» non
esistono o sono troppo deboli e dispersi per avere voce
in capitolo. Come pensa, appunto, Rossi.
Forse
bisognerebbe dare un’occhiata più
attenta alla natura di quei partiti (e alle
aspirazioni dei loro militanti e dei loro elettori)
che siamo soliti chiamare «riformisti».
Se non altro, perché è così
che si sono sempre autodefiniti.
Angelo Panebianco - 13
gennaio 2007, Corriere della Sera
SAPEVATE
Una selezione dei problemi
che i musulmani creano in Francia. Le
fonti sono indicate.
Sapevate che molti giovani musulmane
reclamano l'esenzione dai corsi
di educazione fisica e di biologia, senza essere
minimamente penalizzate in sede di valutazione?
(Fonte: Nouvel Observateur).
Sapevate
che le studentesse musulmane,
al loro esame, possono esigere ed ottenere di
essere accompagnate dal proprio marito e
di essere esaminate da una donna ? (Fonte: Nouvel
Observateur).
Sapevate
che un'associazione musulmana
(« Unire » - Università Parigi
XIII). contesta il diritto di un professore
"di cultura occidentale" di valutare il lavoro
di uno studente musulmano? (Fonte: L'Express).
Sapevate
che i musulmani, nelle scuole
dove costituiscono la maggioranza
degli iscritti, reclamano ed ottengono l'esclusione
a priori di qualsiasi carne di maiale
o non hallal (non permettendo alla minoranza
non musulmana una scelta alternativa)? (Fonte:
sosFrance).
Sapevate
che i musulmani reclamano la radicale revisione
dei libri di storia, chiedendo l'integrazione
degli avvenimenti medio-orientali ed un
excursus storico della propria religione
secondo il loro punto di vista? (Fonte: Nouvel
Observateur).
Sapevate
che gli studenti musulmani,
prendendo a pretesto la laicità dello Stato
francese, reclamano ed ottengono regolarmente
la rimozione degli alberi di Natale dalle
varie scuole statali, a cominciare dalle
materne? (Fonte: Le Parisien).
Sapevate
che dal prossimo anno scolastico
dai libri di testo francesi verrà eliminato
ogni riferimento a Carlo Martello
e Giovanna d'Arco, per non offendere i musulmani?
(Fonte: sosFrance).
Sapevate
che le musulmane velate, studenti di medicina.
esigono di visitare e curare solo pazienti
donna? (Fonte: Le Monde, Le Figaro).
Sapevate
che durante le manifestazioni contro
la guerra in Irak, certi "pacifisti" musulmani
esibivano dei ritratti di Bin Laden
e di Saddam Hussein? (Fonte: Les 4 vérités).
Sapevate
che il pakistano Djamel, reo di aver
arsa viva la propria fidanzata che lo aveva
lasciato, è stato acclamato come un
eroe dalla comunità musulmana della cittadina
(Val de Marne) dove risiede? (Fonte:
Telegiornale di France3).
Sapevate
che un manuale di buona condotta "il lecito
e l'illecito nell'Islam", in vendita
in Francia da più di dieci anni, spiega come
un buon musulmano debba colpire la propria moglie:
"con la mano", senza frusta, né bastone,
risparmiando il viso? (Fonte: L'Express).
Per verificare il testo (in francese): http://www.fleurislam.net/media/doc/txt_nourrit.html
Sapevate
che piedipiatti delle milizie islamiche
pattugliano le strade di Anversa per tenere
sotto controllo "i bianchi e razzisti" ed
applicare la propria legge? (Fonte: Libération).
Sapevate
che le altre comunità religiose (induiste,
buddiste, ecc.) non hanno mai avanzato rivendicazioni
equivalenti? (Fonte: sosFrance).
MOLLICHINE
I politici dell’Unione si riuniscono
in una reggia. Panico fra le teste
coronate. Loro dove, in un pollaio?
Meshaal
(leader di hamas): Israele
“è un dato di fatto”. Molti applaudono.
Non hanno capito che è quel fatto,
che si vuole eliminare.
Olmert
sarà indagato per corruzione.
Ecco un rischio che quell’onest’uomo
di Saddam Hussein non avrebbe mai corso.
Monsignor
Lucker ha criticato Chávez
e costui ha mandato a dire: “Andrà
all’inferno”. Poi ha ordinato a S.Pietro di
provvedere.
Fassino:
“Di Pietro è un po’ naïf”. Non
ho un dizionario francese sottomano.
Che faccio, traduco “cretino”?
Fassino:
“La Cdl fa un uso strumentale
del referendum”. Bondi: “Ma se l’hanno proposto
loro!” Non capisce. Fanno un uso strumentale
degli errori altrui. Malvagi.
Betori,
segretario Cei: la poligamia
“non può essere giustificata in nome della
libertà religiosa”. Solo, de facto,
dalla libertà sessuale: e potrebbe
bastare.
D’Alema
sulla Somalia: “L’Italia è contraria
a iniziative unilaterali”. Si potrebbe per
esempio coinvolgere al Qaeda, nella lotta alle
Corti Islamiche.
La
Merkel critica la Russia per la politica
energetica. Non fa che “distruggere la fiducia
degli europei” verso Mosca. Che non sapevano
d’avere.
Scontro
in Iraq. “Uccisi cinquanta
islamisti”, dice il Foglio. Poi “Repubblica” scoprirà
che erano solo donne e bambini sotto i cinque
anni.
Chavez
vuole realizzare il socialismo
del XXI secolo. La demenza però rimane quella
del XX.
Tokyo ripristina il Ministero della
Difesa. Avviso alla Corea del Nord:
la miglior difesa è l’attacco.
Gianni Pardo
I grandi giornali che a proposito
del delitto di Erba hanno
parlato in coro di “banalità del male”,
hanno sbagliato. Questo concetto
è fuor di luogo, al riguardo.
LA NON BANALITÀ
DEL MALE
Molti, in occasione di crimini efferati
commessi da persone fino al giorno
prima insignificanti (come quello recente
di Erba), citano “la banalità del male”. Il
riferimento al libro di Hannah Arendt serve
a sottolineare la contiguità fra “normalità”
e “mostruosità”. Tuttavia, a costo d’andare
contro l’opinione della maggior parte dei
grandi giornali, va detto che questo riferimento
è fuor di luogo. È vero, persone che
fino a ieri sembravano normali, anzi, erano normali
e banali, da un giorno all’altro possono scatenarsi,
commettendo crimini di inaudita ferocia: ma non è
affatto a questo che si riferiva Hannah Arendt.
Il male è banale quando – pressoché
legittimamente – può essere visto
come non male. Lo scambista che da sempre
fa andare i treni nella direzione giusta
considererà normale farlo anche quando il treno,
invece di trasportare carbone, trasporta ebrei
avviati ai campi di sterminio: è questa la
banalità del male. Il male è banale ogni volta che
colui che agisce può chiedere stralunato: chi,
io? Ho solo azionato uno scambio. Ho solo organizzato,
come Eichmann, i treni. Ho solo rastrellato chi mi era
stato detto di rastrellare. E quando si tratta di ammassare
delle persone nude in uno stanzone in cui poi farle morire
col gas; quando infine, di fronte ad un’azione innegabilmente
criminale, diviene più difficile reputarsi
del tutto innocenti e normali, rimane ancora la scusa: “Io
non c’entro, me l’hanno ordinato”. In tutto questo quadro non
c’è affatto spazio per il crimine individuale.
La differenza fra Eichmann e i coniugi
assassini di Erba è che Eichmann
sarebbe stato incapace di commettere il
loro crimine. Non avrebbe mai preso una simile
iniziativa e il sangue gli avrebbe fatto orrore.
L’assassino individuale invece è qualcuno
che non ha le scuse “banali”. Non può dire “è
il mio lavoro”, “dopo tutto in questo momento
non sto facendo del male a nessuno”, “me l’hanno
ordinato”. Il male – checché dicano tutti
i grandi giornali - è banale non quando è
commesso da una persona banale (in questo senso tutti
i criminali sono tali) ma quando può rientrare
nella banalità quotidiana. Quando può
essere visto nella sua immensa malvagità solo dopo:
quando si ha la giusta prospettiva e se ne percepiscono
le grandi dimensioni.
Per tutto questo il delitto di Erba
non è banale: è effettivamente
orrendo. Orrenda è forse anche la natura
umana che permette una violenza intraspecifica
che mai verrebbe in mente ai primati o ai felini.
Perché l’uomo sia diverso dagli altri mammiferi,
perché siamo capaci di scendere al di sotto
delle fiere, è un problema che non potrà
certo essere risolto qui. Ognuno può dare la spiegazione
che preferisce e la più semplice è che
l’uomo, essendo stato capace di elevarsi col pensiero
al di sopra dei propri istinti fino a giudicarli e contraddirli
(per esempio col suicidio o con l’astenersi dall’avere
figli) è anche capace, appunto, di contraddire
l’istinto di conservazione della specie: fino ad uccidere
il proprio simile. E questo tutto è fuorché
banale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 12 gennaio 2007
Massima del giorno
Non perdo tempo con le ipotesi storiche.
Sono già abbastanza ignorante riguardo
alle certezze.
G.P.
L’EPICA DEI SE
Che cosa si potrebbe risparmiare,
come bolletta energetica, se tutti
gli esseri umani portassero un secchio d’acqua
a testa sulla cima del Gran Sasso! Basterebbe
convogliare tutta quell’acqua e ci sarebbe elettricità
pulita per tutto il paese. Certo, ci sarebbe qualche difficoltà.
Dove alloggerebbero i sei miliardi di essere
umani per essere pronti, la mattina seguente,
a intraprendere quella scalata? E chi li nutrirebbe?
E che ne sarebbe del resto del mondo? E perché
mai tutti gli uomini dovrebbero abbandonare il loro
paese, la loro famiglia e tutto, per venire a fare
i portatori d’acqua da noi?
Qualcuno potrebbe obiettare che l’ipotesi
non va vista così. È come
se si dicesse: avendo ogni giorno sei miliardi
di secchi d’acqua in cima ad un monte,
avremmo abbastanza acqua per un eccellente centrale
idroelettrica. Ma anche questa frase è stupida.
Certo, se il sole ci fosse anche di notte, risparmieremmo
la bolletta della luce; se in mezzo il Sahara
ci fosse una grande sorgente d’acqua lo si potrebbe
coltivare; se i pesci avessero la gentilezza
di concentrarsi tutti in un punto, pescare diverrebbe
facilissimo. Queste ipotesi favolistiche non servono
a nulla, se non a giudicare coloro che le formulano.
Ma purtroppo non sono pochi.
A volte si confonde la realtà
col sogno morale. È vero, se
tutti gli uomini smettessero di fumare e dessero
il denaro che spendevano per una nobile causa,
quella nobile causa disporrebbe di ingenti
finanziamenti. Ma innanzi tutto, perché
mai tutti gli uomini dovrebbero smettere di fumare,
se fino ad ora a farli smettere non è
bastata la minaccia del cancro? E poi, se smettessero
di fumare, chi ci assicura che sarebbero disposti
a devolvere il denaro per la nostra causa e non
per un’altra? O anche per un loro personale piacere?
E quand’anche fossero disposti a darlo, quel denaro,
con quale sistema lo si riscuoterebbe, come lo si convoglierebbe,
chi controllerebbe che esso non sia sottratto lungo
il cammino e come sarebbero ricompensati tutti coloro
che fanno questo lavoro? E si è sicuri che queste
spese non sopravanzerebbero i soldi che prima si spendevano
per fumare?
Come si vede, non appena si formula
una ipotesi mitologica, le obiezioni
sono tante che c’è solo l’imbarazzo di
doverne tralasciare qualche decina. Ma questo
non scoraggia i moralisti e i “benaltristi”.
I “benaltristi” sono coloro che dicono in ogni occasione:
“C’è ben altro da fare, con quel denaro!”
Quando ancora si discuteva del Ponte sullo
Stretto di Messina, la somma necessaria fu spesa dai
benaltristi in cento altri modi, tutti diversi
tra loro: per un totale di molto superiore all’importo
dell’opera. Per giunta, essendo in grande misura
finanziato da privati (in vista di un profitto), questo
importo non corrispondeva affatto a denaro stanziato
dallo Stato e dunque disponibile.
Infine, chi non ha sentito l’eterno
ritornello del costo degli armamenti
nel mondo? C’è sempre qualcuno che
trasforma quelle spese – supposte inutili
se non nocive – in panini imbottiti per i
bambini. A dar retta a queste anime belle, in caso
di aggressione ci si farebbe scudo con i panini.
Se scimuniti che fanno queste ipotesi
se se ne sentisse solo uno ogni
tanto, se appena fossero rari, si potrebbe perdonarli:
al mondo c’è anche una minuscola Società
della Terra Piatta che non s’è ancora
arresa al sistema copernicano. Ma qui si tratta
di legioni di persone. Dunque di una marea di
stupidi che, come tali, hanno diritto al nostro rispetto.
Se solo formassero un partito politico, rischierebbero
infatti d’essere chiamati a formare il governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 11 gennaio 2007
MOLLICHINE
Fassino: “Di Pietro è un po'
naïf”. Non ho un dizionario francese
sottomano. Che faccio, traduco “cretino”?
Fassino: “La Cdl fa un uso strumentale
del referendum”. Bondi: “Ma se
l’hanno proposto loro!” Non capisce. Fanno
un uso strumentale degli errori altrui. Malvagi.
Betori, segretario Cei: la poligamia
“non può essere giustificata in nome
della libertà religiosa”. Solo, de
facto, dalla libertà sessuale: e potrebbe
bastare.
D’Alema sulla Somalia: “L’Italia
è contraria a iniziative unilaterali”.
Si potrebbe per esempio coinvolgere
al Qaeda, nella lotta alle Corti Islamiche.
La Merkel critica la Russia per la
politica energetica. Non fa che “distruggere
la fiducia degli europei” verso Mosca. Che
non sapevano d’avere.
Scontro in Iraq. “Uccisi cinquanta
islamisti”, dice il Foglio. Poi
“Repubblica” scoprirà che erano solo donne e bambini
sotto i cinque anni.
Chavez vuole realizzare il socialismo
del XXI secolo. La demenza però
rimane quella del XX.
Tokyo ripristina il Ministero della
Difesa. Avviso alla Corea del Nord:
la miglior difesa è l’attacco.
I TIFOSI DELLA PIOGGIA
Saddam Hussein è morto da
una decina di giorni e la discussione
comincia appena a placarsi. È comprensibile:
la pena capitale è sempre un argomento
drammatico. Tuttavia è interessante chiedersi
perché in Occidente si sia tanto parlato
di questa vicenda e tanto poco, a suo tempo,
delle impiccagioni di gruppo, in piazza, di Saddam
Hussein. O perfino delle esecuzioni cinesi negli
stadi di calcio, con il condannato inginocchiato e un colpo
alla nuca. Forse la risposta non è difficile.
Saddam Hussein è stato uomo
assolutamente indifendibile e la sua esecuzione ha
messo in imbarazzo molte
anime belle e molti commentatori. Costoro,
pur di schierarsi almeno affettivamente
dalla sua parte, hanno sottolineato le modalità
dell’impiccagione, che certo non è mai
stata una divertimento. Hanno apprezzato
la compostezza del condannato, quasi che una
persona sana di mente si metta a fare schiamazzi
perché stanno per metterla a morte. E dimenticando
che in questo campo è difficile battere
quel nobile francese che, avviandosi alla ghigliottina
prima della moglie, le disse: “Souffrez, madame,
que pour une fois je passe devant vous” (Mi perdoni,
signora, se per una volta passo prima di lei). Poi, ecco
il computo dei secondi fra l’apertura della botola e
la morte. La morte, si badi, non la perdita di coscienza:
a quanto pare, con la rottura delle vertebre cervicali,
questa è immediata. Lo scopo era spingere la
gente a chiedersi: è ammissibile, è ciò
che volevamo? Come se avessimo dovuto volerlo noi
e non il popolo che di quel tiranno è stato per decenni
vittima.
Nello stesso modo si è molto
insistito sulla mancanza di rispetto
per il condannato, per le grida inneggianti
a Moktada Sadr, ecc. Dimenticando da che
mondo è mondo la plebaglia svillaneggia i
condannati. Perfino sulla croce di Gesù si
scrisse Iesus Nazarenus Rex Iudeorum, facendo
della pesante ironia sulla qualità di Messia
che i suoi adepti gli attribuivano. Infine, per rendere
ancor più drammatica l’impiccagione, ci si
è messi a fantasticare sui disastri sociali
che ne sarebbero conseguiti, sull’aggravamento del
terrorismo, sulla guerra civile che si poteva scatenare.
E invece non è avvenuto niente di speciale.
La situazione irakena non si è aggravata, per
la buona ragione che c’era e c’è ben poco da aggravare:
ogni giorno muoiono decine di innocenti. E non in odio
agli americani, come amano pensare i distratti e i disinformati,
ma per rivalità religiose intra-irakene.
Insomma la maggior parte dei commenti
sono stati improntati al desiderio,
nemmeno molto nascosto, che questa esecuzione
potesse creare difficoltà al governo irakeno.
Questa Schadenfreude, questo desiderio
di disgrazie è veramente assurdo se si pensa
che quello irakeno è, insieme con la
Turchia e l’Afghanistan, l’unico governo musulmano
democratico. È assurdo che si desideri
il massimo dei problemi, il massimo dei guai per
un paese che esce da una dittatura colpevole di aver
massacrato decine di migliaia di cittadini, di avere
scatenato due guerre di aggressione, di avere messo
in pericolo la pace del Medio Oriente. Un paese che finalmente
ha un governo legittimo anche per gli standard
occidentali.
Tutto si spiega con la miseria morale
e la stupidità suicida dell’antiamericanismo.
L’Iraq è stato liberato dagli
americani, l’eventuale pace e prosperità
di quel paese sarebbero il frutto della loro
azione e ne consegue che si è pronti ad
applaudire qualunque cosa, anche casuale,
che possa andare contro l’Iraq. Saddam Hussein
è stato processato dagli irakeni, secondo leggi
e procedure di un paese democratico, ed è stato
messo a morte dagli irakeni ma non basta: si cerca
di vedere in che modo la cosa possa essere vista
come un disastro e una colpa degli americani.
Troppi europei sono come tifosi
che applaudirebbero la pioggia se
avesse il buon gusto di cadere solo sui
calciatori della squadra avversaria. Napoleone
beneficiò del sole di Austerlitz, gli europei
vorrebbero che sugli americani cadessero
solo fulmini. Chissà perché: gli
Stati Uniti combattono una guerra in difesa dell’Occidente
e noi, invece di essergliene grati, a momenti
li odiamo per questo. E chissà, forse abbiamo
ragione: forse meritiamo di perire.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 9 gennaio 2007
RITRATTO
DEL POETA DA VECCHIO
Edoardo Sanguineti si è candidato
a sindaco di Genova. Ecco il suo
programma: “Restaurare l’odio di classe,
perché i potenti odiano i proletari e l’odio
deve essere ricambiato».
Sanguineti è nato nel ’30.
Del Novecento, non dell’Ottocento.
Ma è come quei nobili del 1815 di cui
Talleyrand diceva: “ils n’ont rien appris
et rien oublié », non hanno imparato
nulla e non hanno dimenticato nulla. I suoi settantasette
anni, non che essere una garanzia di saggezza,
sono una garanzia di cristallizzazione del
pensiero. Di fedeltà ad una giovinezza scervellata,
troppo lontana e vagheggiata per essere guardata
con occhio critico. Quest’uomo che si vorrebbe più
politico che poeta - mentre speriamo che sia miglior poeta
che politico – ha una visione arcaica della società.
Il suo è l’eterno grido di dolore della frustrazione
impotente. Il forte occasionalmente battuto sogna
la rivincita, il debole senza speranza si vendica con
l’odio.
Il comunismo storico si è
fondato su un’immensa bugia: quella
per cui il povero è tale perché
il ricco gli ha tolto il suo. La teoria marxista
è l’incarnazione economica di
un rancore sociale. Il plusvalore in realtà
è una percentuale che va a compensare
il capitale: se lo si elimina si fa diminuire la
produzione di ricchezza dell’intero paese e si peggiora
drammaticamente la vita dei proletari; come si
è visto nei paesi comunisti. È ragionevole
volersene impossessare, in odio al capitalista?
Gli operai inglesi, che Marx non riuscì a
convincere, vivevano meglio dei russi già nel
1800 e con la Rivoluzione Russa il divario si allargò
piuttosto che restringersi: ma questo non bastò
a diminuire il fascino della predicazione dell’odio,
soprattutto in paesi meno pragmatici. Il comunismo,
per chi ha potuto sognarlo mentre godeva della prosperità
capitalista, ha promesso la vendetta sull’imprenditore,
sul ricco, sul plusvalore. E questo gli ha assicurato
una lunga vita.
Nietzsche ha giustamente osservato
che il predatore divora la preda
perché ha fame e non ha scrupoli. Mentre
l’uomo ha bisogno di un lusso in più,
quello di darsi ragione. Proprio per questo,
per darsi una giustificazione morale,
chi odia ribalta l’iniziativa: ti odio perché
tu mi odii. In realtà, il candidato sindaco
non potrebbe dimostrare che i potenti odiano i
proletari: vivendo in democrazia, i politici trionfano
accarezzando il popolo secondo il verso del pelo e i
produttori di beni si arricchiscono assecondando i gusti
e perfino i pregiudizi dei clienti.
Sanguineti di tutto questo
non sa nulla. A parte il buonismo ora imperante,
non si è chiesto perché la sinistra
europea, salvo frange deliranti come quelle dei
Comunisti Italiani, abbia smesso da decenni
di parlare di odio di classe. Non si è accorto
che nell’Unione Sovietica l’odio ha prodotto solo
miseria e oppressione, in Cambogia il massacro di
un terzo della popolazione, in Cina una carestia che ha
provocato decine di milioni di morti. Non ha saputo nulla
di tutto questo. È rimasto fermo al proprio rancore.
Lui, innamorato della bellezza, afflitto da una
bruttezza che sembra una malvagità del destino. E
non gli hanno dato il Nobel! Hanno osato darlo a Dario
Fo! Questo avrebbe dovuto indurlo a smettere
di desiderarlo, quel premio, ma - come si è detto
- l’orologio dell’uomo è fermo. Alla frustrazione, al
rancore, all’odio della sua stessa classe, visto che
non è un proletario.
All’anziano poeta non hanno detto
che a Genova uno scaricatore di porto
guadagna più di un professore di liceo.
E che se lui alimenta l’odio di classe rischia
di scatenare una rivolta dei professori contro
gli scaricatori di porto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 8 gennaio 2007
Deja'
vu!
Tutti avevamo previsto che
sarebbe accaduto. Lo avevo scritto
piu' volte in questo periodo di "cessate
il fuoco" mai rispettato dai palestinesi.
Cose gia' viste decine di volte negli
anni passati, tentativi di cessate il fuoco,
il terrorista che si fa esplodere in Israele,
Israele che risponde e i giornalisti che
scrivono che "Israele fa saltare la tregua"
E'
incredibile che i giornalisti italiani
non si rendano conto della figuraccia che
fanno ogni volta che escludono le colpe
dei palestinesi per far pesare il tutto sulle spalle,
larghissime, di Israele. Forse lo sanno ma
non gliene potrebbe fregar di meno visto che il
loro compito e' proprio questo: fare propaganda,
sempre e comunque, far apparire i palestinesi
come vittime e Israele come il Babau cattivo che li
punisce sempre.
Andiamo
per ordine, il 26 novembre viene dichiarato
il cessate il fuoco tra hamas e esercito
israeliano a Gaza. Da quel giorno Zahal
non ha piu' sparato un colpo mentre i palestinesi
hanno fatto piovere su Israele 82 missili
Kassam, 82 missili in 37 giorni. Qualcuno
lo ha letto in Italia? Qualcuno informava gli italiani
che kassam cadevano a pioggia su Sderot, Ashkelon,
e su un kibbuz vicino alla linea di demarcazione?
Qualcuno ha parlato dei due ragazzini di Sderot
colpiti, entrambi in coma , uno dei due con una gamba
amputata?
Dal
giorno del cessate il fuoco i palestinesi
non lo hanno rispettato ne' con Israele,
ne' fra di loro.
Dal
giorno del cessate il fuoco i palestinesi
hanno bombardato Israele e si sono ammazzati
fra di loro in una guerra civile di cui i media
faticano a parlare per non denigrare troppo
della gentaglia incapace di vivere senza
ammazzare qualcuno.
Nei
territori le fazioni si affrontano
quotidianamente, e' stata colpita
la casa di Abu Mazen a Gaza, sono morti dei
bambini colpiti per la strada, Fatah contro
Hamas e Hamas contro tutti.
Io
scrivevo: aspettiamo che Israele
si stanchi di farsi colpire senza
reagire , aspettiamo che risponda
e poi vedrete cosa succede.
E'
accaduto. Non che Israele abbia
risposto ai missili che terrorizzano
la popolazione del Neghev, no , semplicemente
Zahal stava per arrestare un terrorista della
Jihad islamica a Ramallah, ne e' nato il solito
scontro a fuoco, il solito gran casino con tutti
i "miliziani" armati fino ai denti che sparavano
contro i soldati che rispondevano al fuoco. Quattro
palestinesi sono stati colpiti e uccisi, puo'
anche essere che siano morti a causa di pallottole palestinesi
come di quelle israeliane. Tutto e' possibile. Non
e' che i miliziani palestinesi si preoccupino molto
della sicurezza dei "civili" palestinesi visto che,
quando si esercitano nella guerra civile, sono
loro stessi a sparargli addosso.
Comunque
i morti palestinesi ci sono
stati e con Israele coinvolto alla grande, non
morti palestinesi semplici ammazzati
da altri palestinesi, questa volta i morti erano
doc perche' colpiti dagli israeliani e
i giornalisti italiani si sono svegliati come per
incanto, come Biancaneve baciata dal Principe Azzurro.
Si sono svegliati, fatti un caffe' e hanno incominciato
a battere freneticamente sulle tastiere dei
loro computer, a leggere i titoli dei giornali
sembra si siano telefonati per mettersi d'accordo
sul tono dei titoloni : "Raid israeliano a Ramallah,
uccisi 4 civili palestinesi".
Basta!
Infatti non serviva nient'altro per
far entrare nella testa dei lettori l'idea
che, al solito, Israele si diverte ad ammazzare
dei poveri innocenti.
Oggi
e' stata incendiata la casa di un rappresentante
di Hamas, hanno costretto i commercianti
ad abbassare le saracinesche dei negozi
per una protesta imposta da hamas e sparano,
passegggiano per le loro citta' e sparano, fanno
funerali e sparano, la guerra civile continua
ma non interessa a nessuno e non interessera' a nessuno
fino a quando non entrera' di nuovo Israele nel quadretto.
Ieri
gli uomini di Fatah hanno
ammazzato tre di Hamas e le lotte tra le fazioni
proseguono senza suscitare nessun
interesse nei media, infatti un controllo a caso
della prima pagina di un giornale on line mi da
questi risultati:
-
Effetto Serra, fine del Mediterraneo.
-
Svolta nella strage di Erba.
-
La lotteria bacia il centro sud.
-
Via gli etiopi, scontri a Mogadisxcio.
Un morto.
ecc.ecc.ecc.
Nessun
titolo sugli scontri tra fazioni
palestinesi, Israele non ce'ntra quindi non
si scrive.
Allora,
con un barlume di speranza,
vado alla pagina degli esteri e la' i titoli
sono gli stessi della Prima Pagina con l'aggiunta
di un caso di cannibalismo a Ruen, in Francia.
Nemmeno
un accenno ai tre morti palestinesi ammazzati
ieri sera da altri palestinesi.
Non
vedo Non sento Non parlo.
Questa
e' l'etica dei giornalisti: vedo quello
che mi interessa, sento solo quello che voglio,
parlo solo per demonizzare Israele.
Li
possino......
Alt!
Un giornale che parla della guerra civile
c'e', caspita, c'e , avevo pensato
male troppo presto. Il Manifesto ne parla,
complimenti al Manifesto, sempre aggiornatissimo
ma, un momento, cosa dice questo meraviglioso
giornale cosi' democratico, filo occidentale,
filo amerikkkano, filo israeliano....cosa
scrive l'ineffabile Michele Giorgio? Che la
colpa della guerra civile e' di Bush e di Gerusalemme
(strano deve essersi sbagliato, non ha scritto
Tel Aviv ma proprio Gerusalemme, ha scritto il
nome della Capitale di Israele. Bah, forse aveva mangiato
troppo e aveva lo stomaco pesante).
Eccoci
serviti, l'andazzo e' quello
di sempre, se non si puo' accusare Israele
di assassinio di palestinesi si accusa Israele
di essere coinvolto nel caos che sconvolge
i territori.
Lo
possino....
Ma,
se per caso pensaste che sparare
e ammazzare sia l'unico hobby degli arabi
dei territori palestinesi, sbagliereste
perche' ne hanno un altro importantissimo:
raccattare soldi.
Hanaye'
e' tornato dal pellegrinaggio
alla Mecca con 20 milioni di dollari e armi
che l'Egitto gli ha permesso di portare oltre
il confine di Rafah, Gli USA hanno appena
dato a Abu mazen 86 milioni di dollari, Israele 10 giorni
fa gliene ha dati 100 di recupero tasse, poi l'Europa
....ma ormai ho perso il conto, dovrei assumere un ragioniere
per tenere l'elenco di tutti i soldi che entrano
nei territori e la' spariscono miracolosamente
e istantaneamente.
Entrano
milioni di dollari e, come
per incanto, si trasformano in armi, Mercedes,
ville e aerei personali.
Nemmeno
Hudini' sarebbe capace di simili
magie.
Nemmeno
il piu' idiota dei capi di
stato potrebbe pensare di continuare a dargli
soldi e questo ci fa capire che i capi di
Stato passati e attuali siano peggio che idioti
ma non ci voleva molto a capirlo.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
- www.deborahfait.ilcannocchiale.it
Massima del giorno
Il mio problema
sociale: non riesco ad appendere il
cervello insieme col cappello, nell'ingresso.
G.P.
MOLLICHINE
Firmato il decreto antipedofilia.
È così severo che, ad ogni buon
conto, smetterò di chiamare mia moglie
"bambina".
Nuon Chea, ex leader dei Khmer
rossi cambogiani, ha espresso il suo
cordoglio per la morte di Saddam Hussein.
Solidarietà fra colleghi.
Di Pietro: "Pecoraro Scanio è
una persona intelligentissima".
Complimenti tra geni.
Nicola Rossi lascia i Ds: l'unico
modo d'andare a sinistra con serietà
è guidare l'automobile in Inghilterra.
Livia Turco ordina ispezioni negli
ospedali. Fino ad oggi pensava che
tutto andasse benissimo.
Amato vuole controllare l'origine
dei fondi per costruire le moschee.
Sarà che in generale pecunia non olet,
ma questa probabilmente puzza di petrolio.
Non tutti
piangono per Saddam!
(lettera in redazione)
La polemica sta tutta qui: nessuno
pianga la morte di Saddam Hussein.
Il leader radicale Marco Pannella,
libertario garantista e pacifista ad oltranza,
talvolta si butta troppo a pesce morto sulla
notizia del giorno. Le ragioni politiche, logiche
e umanitarie che militano per la non esecuzione
della meritatissima condanna capitale su
Saddam Hussein sono tante ed evidenti. Sebbene
la vendetta sia un piatto che si consuma freddo: infatti,
fare oggi un martire dello scellerato ex raiss iracheno
è esattamente ciò di cui l'Iraq non ha bisogno.
Poi anche sul processo e la sua conduzione, compresi
i tre omicidi susseguitisi nel tempo di altrettanti
difensori degli imputati complici di Saddam nella rappresaglia
genocida che seguì a un fallito attentato degli sciiti
contro di lui, ci sarebbe molto da dire. Tecnicamente
parlando e politicamente meditando, uccidere oggi l'ex
tiranno sarebbe un regalo alla guerriglia qaedista sunnita
che ha appunto bisogno di improbabili "eroi" regalati da
errori di valutazione di opportunità che si susseguono
da parte dell'occidente da quando è finita la
guerra in Iraq ed è iniziata la guerriglia post
bellica. Da qui però a rovinarsi la salute con un ennesimo
sciopero di fame e sete perché la condanna a morte ormai
definitiva sia commutata o quanto meno non eseguita,
come ha creduto invece di volere fare l'amatissimo Marco
Pannella, ci corre parecchio. Questa battaglia di principio
è infatti degna di migliore causa e tentare di salvare la
vita a un Hitler non è mai storicamente pagante. Oltre
che elettoralmente. Infatti a nessuno venne in mente una
campagna umanitaria per salvare Eichmann dal boia che lo impiccò
in Israele nel 1961 né tantomeno per evitare ai gerarchi
nazisti, giudicati abbastanza sommariamente a Norimberga,
il patibolo cui andarono tutti incontro. Così come,
fatte le debite proporzioni, nessuno (tanto meno i comunisti
che adesso strepitano in difesa di Saddam e contro gli
Usa e il governo iracheno) ha pianto una lacrima di troppo
neanche sulla fucilazione sommaria e sul linciaggio postumo
in quel di piazzale Loreto di Benito Mussolini e persino
della incolpevole Claretta Petacci. Certo sono metodi che
a volte ripugnano ma la storia chiede a molti popoli di fare
il lavoro sporco per rimettere a posto i conti con i crimini contro
l'umanità. E a molti dittatori conti salatissimi
da pagare. Anche con la propria vita. E' stato così
anche per Ceausescu ed oggi è stato il destino di Saddam.
Pannella ha peraltro una concezione troppo mediatica di queste
battaglie di principio: si butta a pesce sulla notizia che sta
per forza di cose in prima pagina e si prende tutta la luce riflessa
e l‚effetto traino. Intendiamoci, spesso, quasi sempre, fa benissimo.
Cosa è mai la politica se non l‚interpretazione e l'incarnazione
delle notizie del giorno da parte degli esponenti dei vari
partiti? Viva la faccia, quindi, di quelli come Pannella.
Con l'avvertenza però, in certi casi, di non andare
troppo oltre. Va bene, infatti, urlare "nessuno tocchi Saddam",
ma cosa diavolo c'entra lo sciopero della fame? Contro chi?
Contro cosa? Perché? Pannella pensa forse che i i parenti
dei curdi gasati ad Halabja, capiranno? Il rischio è di
fare lo stesso ragionamento dei pm che pur di stare in prima pagina
indagano su questioni pruriginose, ma non essenziali, come le
vallette che vanno a letto con le mezze calze della politica da
sottobosco per un posto in Rai. Ed infatti, più che "nessuno
tocchi Saddam", come andava ripetendo da diversi giorni era
la nuova parola d'ordine di Radio radicale, viene da dire che se
proprio in Iraq non si è potuto fare a meno di giustiziarlo,
„nessuno lo pianga più del dovuto‰. Ricordandoci soprattutto
chi era Saddam e cosa ha fatto ai curdi, agli sciiti, agli iracheni,
ai palestinesi, agli israeliani. E si trovi il coraggio, molto
poco politicamente corretto, di rassegnarsi al fatto che
di gente come lui al mondo meno ce ne è e meglio lo stesso
mondo va avanti. Con buona pace delle questioni di principio,
di Cesare Beccaria, di "Nessuno tocchi Caino", di "Non c'è
pace senza giustizia" e anche di Marco Pannella. Cosa non
si farebbe per un po' di pubblicità....
gratis
G.
C. Colosso
LA MORATORIA SULLA
PENA DI MORTE
Le iniziative mondiali sono tanto
ambiziose quanto inani. I paesi
che fanno parte dell’Onu sono più di 190.
Basta essere stati presenti ad una riunione
di condominio con più di quaranta
partecipanti per sapere che l’unanimità è
difficile ottenerla anche se si propone la
cosa più ovvia. Per fortuna, nel condominio,
con la maggioranza richiesta si può
decidere qualunque cosa; ma se i partecipanti sono indipendenti,
come nelle Nazioni Unite, e nessuno gli può
imporre niente, l’unanimità è sostanzialmente
esclusa in ogni caso.
L’Onu è un club nel quale
ci si riunisce per parlare del più
e del meno, farsi dei dispetti reciproci e condannare
Israele. Per il resto, non serve a niente.
E non è capace di niente. Neanche di
essere unanime su un principio plausibile
come una moratoria sulla pena di morte. Dunque il
proporla serve solo a dimostrare quanto sono buoni
e morali coloro che la chiedono: un festival della retorica.
La pena di morte non è né
necessaria ed ineliminabile, come
pensano alcuni, né una barbarie in ogni
caso inaccettabile, come pensano
altri. Il giudizio su di essa dipende dalla società
interessata. Anche essendo civile, anche essendo
moderna come la Francia dell’ultimo
dopoguerra, una società può reputarla necessaria
ed adeguata a certi crimini. Poi essa stessa,
qualche decennio dopo, può sentirla come
inaccettabile ed abolirla. E se queste differenze
possono aversi all’interno dello stesso paese nel
giro di qualche decennio, figurarsi quanto è
verosimile che ascoltino Prodi e i suoi amici paesi che,
rispetto all’Europa, sono secoli indietro. Paesi che hanno
una diversa sensibilità per la violenza, che hanno
una diversa considerazione della vita umana, ecc. I
giapponesi erano capaci d’essere spietati con i prigionieri
perché li disprezzavano; per la loro morale, al
loro posto sarebbero dovuti morire in battaglia,
piuttosto che darsi prigionieri: e dunque erano per
ciò stesso dei vili che avevano preferito la vita
all’onore. Questo avveniva negli anni ’40 del Novecento,
quando l’Europa aveva già avuto decenni prima
Florence Nightingale e conosceva da tempo la Convenzione di Ginevra.
Sbagliavano, i giapponesi? Forse. Diciamo pure di sì.
Ma questo mostra come, dinanzi allo stesso fatto, due
civiltà possano reagire diversamente.
Tutto quello che potrebbe oggi
produrre l’Onu sarebbe un predicozzo
sulla pena di morte. Un documento che
non allungherebbe di un minuto la vita degli
infelici condannati. E che dunque avrebbe la
stessa solenne efficacia delle più risolute
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza:
come la Risoluzione che, ancora recentemente,
ha imposto il disarmo degli Hezbollah.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 4 gennaio 2007
BATTERSI IL PETTO
O BATTERE IL NEMICO
Le cause per il crollo degli imperi
sono sempre complesse, ma una caratteristica
comune è il venir meno dello slancio
vitale di coloro che li crearono. I romani
del periodo imperiale cominciarono a rifiutarsi
di combattere per Roma, affidarono la difesa
dei confini agli stessi barbari, si lasciarono
andare a vivere nel lusso e gli stessi poveri
a cercarono di vivere di elargizioni statali.
Qualcosa di analogo avviene nelle famiglie dei
“self made men”, cioè di coloro che si sono
arricchiti col proprio lavoro. Costoro offrono
alla famiglia una vita di agi e piaceri e ai propri
figli una eccellente situazione di partenza: non
hanno che da continuare l’opera paterna. Eppure,
nella maggior parte dei casi, i figli sono inferiori
ai genitori e son capaci di finire in miseria una vita
cominciata nel lusso. Perché la vita troppo facile
fa rammollire il carattere e si pensa soltanto a
godere di ciò che si ha, senza preoccuparsi della
difesa della propria vita e dei propri averi.
A questo schema potrebbe fare
eccezione – per parecchi aspetti
- la decadenza dell’Occidente europeo
e cristiano. Infatti, contrariamente a ciò
che avveniva nella Roma imperiale, gli Stati
europei sono abbastanza forti, militarmente,
da non dover temere i barbari. Hanno economie
fiorenti e strutture statali che non invitano
certo alla rivoluzione o all’anarchia. Hanno tutto
ciò che si potrebbe desiderare per fare di
questa propaggine dell’Eurasia un’isola felice,
forte e stabile: e tuttavia questo “impero” è in pericolo
per una ragione inaudita. Mentre i grandi imperi
del passato sono crollati per un eccesso di piaceri, l’Europa
rischia di crollare per un eccesso di doveri. Il dovere
della comprensione, il dovere della mansuetudine,
il dovere dell’ospitalità, il dovere della solidarietà,
il dovere dell’altruismo, il dovere di un’empatia
che sfiora la rinuncia alla legittima difesa. Il
primitivo quasi non coglie l’umanità del proprio
nemico e l’uccide con l’indifferenza di chi schiaccia
una mosca. È troppo diversa dall’uomo perché
ci si possa chiedere che cosa può provare. L’europeo
invece, mentre è arciconvinto delle proprie ragioni
– per esempio nel rispettare la donna come essere uguale all’uomo
– di fronte ai peggiori episodi di maschilismo, quando non di
schiavismo, di uno straniero nei confronti della moglie, tende
a reagire dicendosi che non può ergersi a giudice di una
diversa mentalità. Pensa che sarà magari giusto
salvare quella donna, ma senza punire l’uomo il quale, poverino,
aveva le sue buone ragioni. Seguiva un codice che non era il
nostro ma era il suo, quello della sua comunità, quello
della sua civiltà. Non si poteva neanche rendere conto
che, essendo venuto a vivere in Europa, avrebbe dovuto seguirne
lo stile di vita. E del resto, è giusto imporlo agli
stranieri, quand’anche questo stile sia contenuto nel codice
penale?
L’occidente rischia
l’implosione per la
tendenza a mettere sullo stesso piano
se stesso e gli altri. Il proprio standard di
vita e quello altrui. Con una tendenza addirittura
a temere, ogni volta che c’è un contrasto,
d’essere parziale in proprio favore. La
conseguenza è che, nel dubbio, è più
a favore del proprio nemico che di se stesso.
Per fare la tara. Tutto questo potrebbe anche essere
bellissimo se anche l’altro la pensasse nello stesso
modo. In realtà l’Occidente si scontra con
maree umane che non solo non hanno nessuna tendenza
alla comprensione del diverso, ma nutrono nei
confronti dell’Europa il rancore degli ex-colonizzati
nei confronti degli ex-colonizzatori (anche quando
con l’indipendenza non ci hanno affatto guadagnato),
dei deboli verso i forti, degli ignoranti verso i
colti e soprattutto dei poveri nei confronti dei ricchi.
Perfino in questo campo gli occidentali riescono a battersi
il petto, sposando la mentalità degli invidiosi i
quali pensano che i ricchi non hanno nessun merito, per essere
tali. Pensano che la ricchezza cada dal cielo e che il
ricco dovrebbe dividerla col povero, dal momento che non
ha nessun merito speciale per appropriarsene. Si invidia
persino un paese come l’Italia, sovrappopolato, povero persino
di pianure e del tutto sprovvisto di risorse naturali. Le
nostre uniche risorse si chiamano Galileo, Volta, Marconi, una
popolazione industriosa e colta, che è riuscita
a creare ricchezza con le sue mani mentre i congolesi,
che come risorse naturali dispongono di ogni ben di Dio, sono
poveri e vivono malissimo. Sono cose chiarissime ma nulla può
convincere il Terzo Mondo della loro evidenza. Neanche il caso
del Giappone, afflitto da una drammatica scarsità di
territorio e di risorse, che pure è stato capace di
divenire una gigantesca potenza economica. Gli intellettuali
europei continuano a guardare con simpatia alle idee dei poveri
rancorosi del Terzo Mondo, per concludere inevitabilmente: “Dovremmo
aiutarli di più. Dovremmo dividere con loro la nostra
ricchezza”. In modo da essere poveri tutti.
Questa
malattia mentale che si potrebbe
chiamare “epidemia morale” mette in pericolo l’Occidente.
Sono molti coloro che, portando alle estreme
conseguenze questa mentalità, sostengono
che l’Occidente merita di zugrunde gehen,
come diceva Nietzsche: d’andare in rovina ed essere
annullato. Non ha scontato abbastanza i propri
peccati e questo sarebbe il giusto fio per
le sue colpe.
L’impero
romano avrebbe potuto sopravvivere,
se i suoi cittadini avessero pensato a difenderlo,
piuttosto che a godersi la vita soltanto.
Noi europei occidentali forse non sopravvivremo,
perché pensiamo più a batterci il petto
che a battere il nemico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
IL GIURISTA PASQUALE
SQUITIERI
Pasquale Squitieri è un
uomo dalle grandi passioni umane
e politiche ed ha un notevole coraggio
intellettuale. Inoltre è un artista
e agli artisti, in segno di gratitudine
per ciò che ci donano, bisogna essere disposti
a perdonare parecchio. Tuttavia questo non
impedisce che gli si possa far notare che a volte potrebbe
essere utile conoscere il detto latino “Sutor, ne ultra
crepidam!”, ciabattino non andare oltre la scarpa;
oppure, pur non essendo polentoni, l’equivalente
proverbio milanese che ingiunge: "Ofelè fa
il to mestè", "Pasticciere, fai il tuo mestiere".
A proposito dell’impiccagione
di Saddam Hussein il regista infatti
afferma: «L’orrore non è quello
di Piazzale Loreto e nemmeno quello
dell’impiccagione di Saddam. L’orrore è nel
voler spacciare per atti di giustizia quelli
che invece sono soltanto dei crimini. Perché
tali sono tutti i processi in cui la sentenza
di morte sia già stata scritta».
La tesi è peggio che discutibile.
È certamente sbagliato e
criticabile che il giudice entri in aula,
pur nell’incertezza delle risultanze
processuali, con dei pregiudizi e avendo
deciso come concluderà il caso. Ma questa
critica vale nel caso – appunto – che le risultanze
processuali siano dubbie. Se invece il fatto
è chiaro ed indubitabile, come è chiara
ed indubitabile la norma, che dubbi si possono
avere? Gaetano Bresci uccise Umberto I dinanzi
ad una folla. Chi mai sarebbe potuto entrare in aula
chiedendosi che se Bresci fosse colpevole?
Ogni volta che il reato è
chiaro e il suo autore indubitabile,
come avviene nel caso di una credibile
confessione dell’imputato stesso o
quando ci sono infiniti testimoni, rimane solo
il problema del tipo di pena e del suo quantum.
Ovviamente, nella realtà giudiziaria
le cose sono un po’ più complesse. L’imputato
può aver diritto a beneficiare di circostanze
attenuanti che modificano la sua responsabilità,
può essere infermo di mente, eccetera:
il processo serve ad accertare tutte queste cose.
Ma neanche un imputato totalmente infermo di mente,
se assolto per questo, viene lasciato andare a casa.
E si può venire al caso di
Saddam Hussein. Le colpe di questo
bieco dittatore sono state tali che nessuno,
neanche coloro che le hanno tentate tutte
per difenderlo, hanno osato dire che non ha
commesso gravissimi crimini. Di Stato:
per esempio, il massacro dei curdi o il massacro
per il quale è stato condannato. Private:
per esempio l’assassinio di ambedue i suoi
generi attirati in un trappola con la promessa
del perdono. E gli specialisti della materia
potrebbero allineare decine di altri fatti. Chi
poteva pensare che un tribunale potesse assolverlo?
L’unico problema era quello della pena: ma se la legge
locale prevede la pena di morte, quando questa pena è
irrogata ed eseguita si è nella fisiologia del
diritto, non nella patologia.
Poi, certo, si può essere
contro la pena di morte e a fortiori
contro la pena di morte eseguita mediante
impiccagione. Ma buttare lì disinvoltamente
che ogni processo in cui i fatti non possono
che condurre ad una condanna sia un processo
inumano ed anzi un crimine è una responsabilità
che si lascia volentieri al regista Paolo Squitieri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 4 gennaio 2007
NESSUNO TOCCHI
ABELE
Il Primo Ministro iracheno Nuri
Al Maliki in un'intervista telefonica
replica alle critiche per l'impiccagione
di Saddam Hussein dicendo a Prodi
di pensare ai fatti suoi e di guardare
in casa propia alludendo a quanto accadde
a Piazzale Loreto 62 anni fa.
La replica di Al Maliki e' al vetriolo
"alla fine della seconda guerra
mondiale, Mussolini è stato processato per
un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto
il suo nome e alla risposta 'Benito Mussolini'
gli ha detto: 'il tribunale vi condanna a morte'
e la sentenza è stata eseguita immediatamente".
Accanto a Benito Mussolini c'era
una donna, era innocente, la sua colpa era
di essere l'amante del duce e nessuno
ne ha avuto pieta'.
Fu condannata a morte senza processo
anche Claretta Petacci, sforacchiata
e appesa per i piedi vicino a Mussolini.
Poi li hanno tirati giu', gli hanno
sputato addosso giocando a calcio colla
testa del duce.
Meritava
tutto questo? si certo
ma forse un processo andava meglio e lei,
la Petacci, non meritava proprio niente
se non la vita.
La dichiarazione di Al Maliki e' un chiaro
invito a far meno le colombe visto che qualche
scheletro nell'armadio Italia c'e' e non
puo' essere cancellato senza sentirsi dire
da che pulpito viene la fatidica predica.
Pannella, l'unico coerente con se
stesso, fa il digiuno contro la pena di morte
ma mi dispiacerebbe che gli accadesse
qualcosa per colpa del tiranno giustiziato.
Rischiare la salute per un criminale
che meritava solo di morire mi sembra troppo,
caro Marco.
Il premier Prodi si e' detto sgomento
per l'impiccagione di Saddam Hussein,
i politici italiani hanno condiviso
la sua opinione, tutti uniti , un bel NO gridato
verso Al Maliki, gli unici in Europa ad
essere cosi' uniti nel condannare il tirannicidio.
Sicuramente lo sgomento non faceva
parte dei sentimenti prodiani
quando Saddam Hussein bombardava
Israele nel 1992.
Lo sa come vivevano gli israeliani in
quel periodo , signor Prodi? Vivevano in
camerette sigillate collo skotch e fogli di plastica
alle finestre, vivevano colla maschera antigas
a portata di mano e quando suonava la sirena e
se la dovevano mettere, i bambini vomitavano,
soffocavano, piangevano e soffrivano d'asma
da paura.
Nessuno poteva uscire di casa senza
la maschera a tracolla, nemmeno per
andare a fare la spesa, nemmeno per andare
al lavoro, nemmeno i bambini per andare
a scuola.
39 scud sono stati lanciati contro
Israele e ogni volta la paura era che fossero
pieni di antrax e altre cosine del genere
quindi oltre alla maschera dovevi avere in
mano anche la siringa ma bisognava fare molta attenzione
e non farsi prendere dal panico perche' se
ti facevi la puntura e non c'erano nell'aria le spore
delll'antrace morivi lo stesso.
Bella sensazione vero signor Prodi?
Ad ogni scud che mandava su Israele,
il criminale finalmente giustiziato,
vicino al quale stava un Arafat sbavante
di felicita', urlava "faremo di Israele
un grande forno crematorio".
Si e' sentito sgomento all'epoca,
signor Prodi? Mi permetta di dubitarne.
Accettare
come giusta la morte di
Saddam Hussein non significa essere
per la pena di morte ma per la giustizia che
doveva esser fatta nel nome delle
sue vittime, nel nome del terrore che quel demonio
aveva seminato in tutto il Medio Oriente
.
Noi in Israele ricordiamo ancora
quei begli assegnini da 20.000 dollari
cadauno che Saddam Hussein mandava alle
famiglie dei terroristi che riuscivano
ad ammazzare israeliani.
Ad ogni BUM in Israele con relativi
cadaveri smembrati, gambe, teste, pezzi
di corpi sparsi sul selciato , piedi ,
sangue che macchiava i muri delle case a
decine di metri dal luogo dell'attentato , seguiva
la consegna in pompa magna dell'assegno alla
famiglia dell' autore dello scempio. L'assegno
lo consegnava un sorridente Arafat con bellissime
cerimonie e baci bavosi stampati sui visi dei
disumani parenti della bestia terrorista e di
solito la madre lo mostrava orgogliosa alle telecamere.
Era un po' meno orgogliosa se gli israeliani morti
erano meno di dieci perche' averebbe voluto piu' sangue
per meritarsi quel pezzo di carta, sporco come la
sua anima e quella del figlio che aveva generato,
che le sarebbe servito per farsi una bella casetta
e per educare altri figli al terrorismo.
E il mondo assisteva in silenzio!
Ricordo la nostra rabbia e ricordo
tanto bene il silenzio del mondo e il
senso di schifo che provavo.
I politici italiani che stanno protestando
perche' giustizia e' stata fatta
non facevano una piega quando accadevano
queste tragedie in Israele, anzi andavano
nei territori a portare la loro solidarieta'
ai mostri maledetti.
Ricordo con altrettanto orrore che
durante l'attacco a Israele, tra uno scud e
l'altro, i politici italiani e europei
raccomandavano al Governo e all'esercito
israeliani di non reagire.
Israele beccati gli scud e sta fermo!
e gli scud piovevano su Tel Aviv e dintorni
e i palestinesi, complici di quella bestia
disumana, disumani come lui, ballavano
sui tetti delle case e urlavano "Forza Saddam,
mira giusto!"
Il mondo va avanti , molto meglio di
prima senza Saddam Hussein ma ci sono altre cosette
che non provocano sgomento in Prodi
e meno ancora in D'alema. C'e' un ragazzo, Gilad
Shalit, che e' da piu' di 6 mesi nelle mani
di hamas, la Croce Rossa Internazionale non ha
mai potuto visitarlo, vietato, hamas non permette
e la CRI non insiste tanto trattasi solo di un
ragazzo israeliano. Per Gilad le trattativa
vanno avanti da mesi , i palestinesi vogliono che
siano liberati 1000 palestinesi galeotti in Israele,
poi 1500, poi ancora non gli va bene perche' vogliono
pezzi da novanta non mezze calzette.
1500 palestinesi
per un solo ragazzo israeliano.
Loro stessi sanno di valere zero, di
essere niente se non feccia, alzano la cifra
e non sono mai contenti.
Signor D'Alema non trova esagerata
la richiesta di 1000 /1500 palestinesi
per un solo israeliano? No eh? Lei che ha
trovato esagerata la risposta di Israele
al rapimento di altri due soldati, all' uccisione
di otto della stessa pattuglia e del lancio
di 4000 missili sul nord di Israele, lei adesso,
D'Alema, tace?
E continua a tacere anche per il
cessate il fuoco mai rispettato dai palestinesi,
tace anche Prodi e tacciono tutti,
l'ONU non fa una piega ma scommetto che
ha gia' la risoluzione di condanna pronta non appena
Israele si decidera' a rispondere. Che bel
maipolo di ipocriti.
Troppe ingiustizie accadono , troppi
dittatori di cui si piange la morte,
troppi Caini difesi e troppi Abele che soffrono
a causa loro.
Io quindi mi dissocio da "Nessuno tocchi
Caino" perche' Caino deve essere toccato,
colpito, messo in condizione di non nuocere,
si chiami Saddam o Hamas, Nasrallah o Ahmadinejad,
non ha nessuna importanza e dopo tanti anni
in cui si pensava solo a salvare i tanti
Caino del mondo io oggi mi metto a urlare
con tutto il fiato che ho in corpo:
"NESSUNO TOCCHI ABELE"!
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
- www.deborahfait.ilcannocchiale,it
Massima del giorno
L’illusione è una cosa
meravigliosa. O meglio, lo sarebbe:
se non ci fosse un dopo.
G.P.
Mastella:
prescrizione giusta Di
Pietro zavorra morale
Ha atteso il nuovo anno. Poi,
Clemente Mastella confessa di
non avercela fatta più. E così
ieri, dopo giorni trascorsi a meditare,
è sbottato: «Basta criminalizzare
il comma Fuda. Qui occorre una valutazione
più serena di tutta la vicenda».
Il
ministro della Giustizia non
ha digerito la polemica sull’affaire Fuda.
Comma bistrattato, secondo Mastella,
ingiustificatamente: «Si trattava
di una prescrizione dei reati contabili che
anziché durare vent’anni, come capita oggi
per tanti amministratori, stabiliva un periodo
contingentato nel tempo e quindi che il pagamento
alla Corte dei Conti arrivasse non all’atto della
delibera ma quando si era concepito o determinato
il fatto in sé. Peraltro devo dire che nel
1996 le Camere decisero che, al massimo, per i reati
contabili si poteva arrivare a una forma di prescrizione
di cinque anni. Questo è il dato reale. E
allora governava il centrosinistra...».
Ma
è con Antonio Di Pietro che
Mastella ha il dente avvelenato: «È
mai possibile che per un atto politico lui,
ministro del nostro governo, si rivolge al
magistrato? E nessuno gli dice niente? All’ultimo
Consiglio dei ministri non mi sono presentato
per la storia del proiettile recapitato
a mia moglie Sandra. Ma altrimenti, non so cosa sarebbe
successo. Non rispondevo di me. Di lui non se ne
può proprio più. Ma chi è? Il dogma
della Giustizia? Io ho voluto evitare problemi,
finora. Però non posso più accettare che
questo qui si ponga come il moralizzatore sommo».
Il
ministro delle Infrastrutture,
secondo Mastella, sta sbagliando tutto:
«Se lui è moralizzatore, io cosa
sono, allora? Il mio capogruppo quel comma non
l’ha firmato, e proprio perché sono libero
da condizionamenti posso permettermi di parlare.
Magari dicendo anche che quella norma
è giusta. Ma lui? Il suo capogruppo
ha firmato.... Vuole interpretare il ruolo di
Sherlock Holmes? Lo faccia quando avremo una
maggioranza granitica in Senato ». Dietro
gli attacchi di Di Pietro, secondo il Guardasigilli,
ci sarebbe però soprattutto un desiderio:
«Quello di fregarmi. Ma non è colpa mia
se non fa il ministro della Giustizia. Ha cercato
di fregarmi già durante Mani pulite, però
non ci è riuscito: perché io sono una persona
perbene. Non ho nulla da nascondere: non sono compiacente
con farabutti e delinquenti. E lui non è un
eroe. Insomma basta con Di Pietro, basta con questa zavorra
morale».
Una
sola, però, sempre secondo
Mastella, è la vera vittima
di questa storia: Pietro Fuda. «Poveretto—commenta
il ministro —. È venuto
da me sconvolto e sconfortato, e gli
ho dovuto fare coraggio. Fino a prova contraria
è una persona perbene. Ha ideato questo comma
solo per evitare una via crucis a tanti amministratori
locali, cosa che ho anche tentato di spiegare
a Prodi. Ma oramai si era scatenata la gazzarra su
Fuda, visto come il diavolo tentatore e diventato famoso
per una cosa che infame non è. Gli hanno buttato
fango addosso solo perché è un brutto anatroccolo
del Sud. Perché diciamoci la verità:
non è un adone, è di Reggio Calabria,
ha l’accento meridionale.... È stato la vittima
di un vero e proprio episodio di razzismo. Fosse stato
un senatore nato alNord, nessuno avrebbe pensato che
a ispirarlo c’erano amici compiacenti».
Pietro
Fuda, per Clemente Mastella,
più che altro è il «vendicatore
di tanti amministratori pubblici
costretti da una legge iniqua a non beneficiare
di una prescrizione per un reato contabile.
I ladri sì e i sindaci no! Cose da pazzi.
Tantissimi amministratori pubblici
ci chiedono il riequilibrio di questa ingiustizia.
Non si può essere rei a vita. E l’unico
vero laico che ha capito questo problema
è stato Piero Ostellino sul Corriere della
Sera.Ma ci sono anche sentenze della Cassazione
che spingono in tal senso».
Se
poi a Mastella gli si domanda
perché abbia deciso di fare questo outing
così scomodo, replica sereno: «Perché
non ho nulla da nascondere. Non l’ho ispirato
io.E difendo un principio... Sono
fatto così. Nessuno può farmi tacere
con minacce di immoralità. Anzi, sapete
la novità? Visto che Di Pietro da
mesi parla solo di giustizia, da domani mi occuperò
di infrastrutture. Ogni convegno, un bel discorso
sulla Salerno- Reggio Calabria. Così,
tanto per svagarmi un po’».
Angela
Frenda - Dal Corriere della Sera
del 3 gennaio 2007-01-03
NON
PUOI UCCIDERMI DUE VOLTE
In occasione
dell’esecuzione di Saddam Hussein
parecchi commentatori hanno paventato
una recrudescenza dei disordini,
delle vendette, degli attentati. Non
è la prima volta che questo avviene.
Ogni volta che si assumono iniziative
di difesa - la recinzione fra Israele e i territori
occupati, l’invasione dell’Afghanistan, le “uccisioni
mirate” - la reazione costante è il consiglio
di non irritare ancor più i terroristi.
Qualcuno ha addirittura sostenuto che
gli israeliani “causano” il terrorismo perché
si difendono e a volte vanno perfino a sopprimere
gli assassini.
Nessuno mette in dubbio le
buone intenzioni di chi consiglia
la moderazione e la rinuncia alla rappresaglia.
Ma il terrorismo è una reazione
o un’autonoma iniziativa? Ed è vero che
la repressione fa aumentare l’aggressività
dei criminali?
Ci sono dei casi chiari. In
Algeria il terrorismo è un caso
di (ingiustificabile) reazione. Il
Fis aveva avuto un buon risultato alle elezioni
e queste sono state messe in non cale
da un golpe militare. I musulmani spietati
che hanno ucciso, anche crudelmente, migliaia
e migliaia di innocenti (musulmani come loro),
potrebbero affermare di essere stati privati di
una legittima vittoria con la violenza. Si
ripete, le loro azioni sono orrende e inammissibili,
e tuttavia tecnicamente può dirsi che il loro
terrorismo è una “reazione”: viceversa, nel
caso dei fatti dell’11 settembre 2001, il terrorismo
non può essere considerato una reazione.
Gli Stati Uniti non avevano fatto nulla, contro
i terroristi o contro gli arabi in generale, per meritare
un attentato insensato e inumano. Analogamente,
in Iraq si vota, mentre prima non si votava; i giornali
sono liberi, mentre prima non lo erano; l’economia
è in netta ripresa e nessuno rischia d’essere
imprigionato, ucciso o torturato senza nessuna garanzia
legale: in che senso il terrorismo potrebbe dunque essere
una reazione a tutto questo, soprattutto a danno della
stessa popolazione civile irakena? L’ipotesi della
guerra di religione strisciante è molto più
verosimile.
Il terrorismo è l’arma
dei deboli senza scrupoli. Chi
è forte affronta il nemico a viso
aperto: perché è convinto di batterlo.
Il terrorista invece colpisce alle spalle.
Tira la bomba e nasconde la mano.
Non obbedisce a nessun codice di guerra o perfino
di umanità proprio perché la sua forza
è la violazione delle leggi del coraggio,
della cavalleria, della lealtà. L’orrore
che è capace di provocare è
per lui non un freno ma lo scopo da raggiungere. Ecco
perché spara nel mucchio, ecco perché non
ha remore neppure se si tratta di uccidere i bambini
di un asilo (Kyriat Shmona, Beslan). Ogni arretramento,
ogni concessione del potere attaccato sono per
il terrorista una prova del successo. Se la controparte
è disposta a pagare mille per ottenere la
liberazione di un ostaggio, che si sequestrino dieci,
cento ostaggi per ottenere centomila. Se l’attentato
ad una caserma può indurre le truppe di pace
a lasciare il Libano, che si uccidano a tradimento
cento soldati, per essere sicuri del risultato. Anzi,
che se ne uccidano 253, come è avvenuto in Libano ai
marines americani nel 1983.
I terroristi sono caratterizzati
dalla slealtà e dalla spietatezza.
Essi operano sempre al massimo delle
loro possibilità. Se in Iraq
riuscissero ad uccidere cento americani al
giorno forse che i terroristi se ne
priverebbero? Se in un mercato rionale potessero
uccidere quaranta persone invece di venti,
non lo farebbero? Se bin Laden avesse potuto
prevedere il crollo delle Torri Gemelle,
si sarebbe certo astenuto dal suo attentato?
L’unico atteggiamento
ragionevole nei
confronti del terrorismo è quello
di non mostrare nessun cedimento, mai;
nessuna apertura, mai; nessuna tregua, mai.
Se qualcuno vuole ucciderti e fallisce, non perdonarlo:
se no, la prossima volta prenderà
meglio la mira.
Israele
è riuscita a far diminuire in
misura impressionante i suoi morti per terrorismo
non mediante il dialogo con i palestinesi
(che di dialogare non hanno nessuna voglia),
e neppure cedendo territori o elargendo
concessioni: c’è riuscita con la nuova
recinzione. Lo stesso stillicidio di razzi
dal sud del Libano si è fermato non perché
qualcuno abbia dimostrato agli Hezbollah che sparare
a caso contro la popolazione civile è
da selvaggi, ma perché Tsahal è penetrata
in Libano ed ha duramente colpito il Libano e il
Partito di Dio.
Il
terrorismo palestinese ha usato
come attentatori suicidi non solo
uomini ma anche donne incinte. Si è
servito di ambulanze. Nel 2005 ha tentato di
sacrificare – senza neppure chiedergli la sua opinione
– un ragazzino di dodici anni. Per quanto riguarda
le vittime, ha ucciso bambini, vecchi, donne,
studenti. Ogni sorta di persone, magari mentre
andavano al lavoro in autobus. Che può fare di
peggio? Quando i terroristi minacciano mali ancora
più grandi suggeriscono l’idea d’avere uno spazio
di manovra che non hanno. Chi fa il massimo non
può fare di più. E se potesse fare di più,
dovrebbe prima spiegare perché e come se ne
è astenuto fino a quel momento. Cosa che, attualmente,
sarebbe possibile solo all’Ira irlandese. Questa
organizzazione per parecchio tempo ha compiuto attentati
sul suolo inglese mettendo delle bombe in dati luoghi
e informando la polizia (con un codice con essa convenuto)
in modo che esse potessero essere disinnescate in
tempo. Il messaggio era chiaro: potremmo fare molto
di più, potremmo provocare dei morti, ma non
vogliamo uccidere nessuno. Solo l’Irish Republican
Army, se minacciasse un di più di violenza, sarebbe
credibile. Se lo fanno Hamas, Hezbollah o Al Qaeda,
fanno ridere. E non bisogna tenerne conto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 gennaio 2007
LA NEBBIA AL SOMMO
DEL GIORNALISMO: PAOLO
MIELI
In Italia chi dirige il Corriere
della Sera è una sorta di nume
che siede sul picco più alto dell’Olimpo
giornalistico. Ma a volte proprio
a queste altezze la nebbia può essere fitta.
Lo prova l’ultimo editoriale di Paolo Mieli (“Mai
più patiboli. Per nessun motivo”), là
dove scrive: “Il nostro sistema morale può
tollerare un'uccisione a caldo con modalità che
sappiamo non verranno mai accertate, ma non può
più permettere lo stravolgimento di forme giuridiche
per via di un esito che sempre e comunque apparirà
scontato in partenza”. Né si tratta di una malaccorta
affermazione sfuggita dalla penna: egli scrive infatti
che “un despota, per quanto gravi siano stati i suoi
crimini, o viene ucciso al momento della sconfitta e
della sua cattura oppure «deve» restare in vita”.
Queste affermazioni lasciano tramortiti per parecchi
versi.
Innanzi tutto, dove sta scritto che
l’Iraq o qualunque altro paese indipendente
si debba conformare al nostro “sistema
morale”? Questo punto di vista europocentrico,
per non dire imperiale, richiederebbe
che i paesi dell’Asia e dell’Africa, prima
di agire si, accertassero che le loro azioni
siano conformi al nostro codice. Cosa che già
sarebbe stata altamente fantasiosa ai tempi della
Regina Vittoria ed è oggi francamente inconcepibile.
Ma la critica più seria riguarda il suggerimento
del Direttore riguardo all’“uccisione a caldo”:
un suggerimento che, nel momento stesso in cui vuole
essere spregiudicato e machiavellico, si rivela maldestro.
L’“uccisione a caldo” avrebbe richiesto che le autorità
militari americane ordinassero ai loro sottoposti di sparare
a vista a Saddam Hussein. Ebbene, Mieli si è chiesto
quanto tempo, anzi, quante ore sarebbero passate tra l’emanazione
di questo ordine e la sua pubblicazione sulla prima pagina
del New York Times? Il Duca Valentino poteva non tenere
conto né della morale né delle leggi, se ciò
gli era utile: perché non c’era una libera stampa pronta
a svergognarlo. Ma una democrazia ha altre regole.
In essa persino i furbi privi di scrupoli sono obbligati
a comportarsi in altro modo. E Mieli ha torto se pensa
che il sistema morale occidentale tolleri l’uccisione
di una persona non appena la si cattura. In un caso
simile si sarebbe ricoperti dal biasimo universale, per
decenni. L’assassinio non avverrebbe “con modalità
che sappiamo non verranno mai accertate”, ma con modalità
che sarebbero immediatamente note. Perfino nel caso in
cui il tiranno fosse ucciso con le armi in pugno
(e mentre tenta a sua volta di sparare sui suoi catturatori)
non si smetterebbe di proclamare che lo si è ammazzato
a freddo: esattamente come è avvenuto per Salvador
Allende. Ci sono problemi che non ammettono una soluzione
senza sbavature: e quello della fine di Saddam Hussein
è uno di questi.
È vero: un processo
al tiranno abbattuto potrà sempre
far sospettare “lo stravolgimento
di forme giuridiche per via di un esito
che sempre e comunque apparirà scontato
in partenza”. Ma è la via più civile
per risolvere il problema e non ce
ne sono altre. I primi che dovrebbero impararlo
sono coloro che per decenni non hanno biasimato
e ancora oggi non biasimano l’assassinio
di Mussolini e, fatto ancor più vergognoso,
della Petacci.
Lo stesso parallelo che Mieli stabilisce
con il processo di Norimberga mostra
delle falle. Se questo processo “non
ha mai smesso di provocare tormenti” non è perché
sia stato condannato a morte qualche bieco
sterminatore, ma piuttosto per due ragioni:
la validità della costituzione del collegio
giudicante (mentre in Iraq hanno giudicato
giudici irakeni in base alla legge irakena)
e la violazione del principio nullum crimen
sine lege. Si è infatti contestato il reato
di avere posto in atto una guerra d’aggressione
senza che mai prima un codice penale avesse ipotizzato l’esistenza
di un simile crimine. E se le sentenze dei giudici
di Norimberga sono ancora criticabili per avere
mandato a morte un imbecille come Julius Streicher, colpevole
più di odio che di azioni, non si può certo
dire che le colpe di Saddam Hussein fossero le sue idee
o le sue parole.
Un’ultima nota riguarda la critica
corrente secondo cui con l’esecuzione
si è impedito che Saddam Hussein
fosse giudicato per altri e ben più gravi
crimini. È facile rispondere che se si
fosse dovuto giudicare Saddam Hussein per ognuno
dei crimini commessi, ci sarebbe voluto tanto tempo
che il tiranno sarebbe certamente morto di vecchiaia.
In secondo luogo, se una persona merita la pena di morte
per un reato, non è che si possa infliggergliene
un’altra e un’altra ancora.
Ovviamente Mieli, come la maggior
parte di noi, ha il diritto di essere contro
la pena di morte: ma non è scritto
da nessuna parte che la nostra personale opinione
sia la norma del mondo; e proprio noi italiani non
abbiamo il diritto d’indignarci e di scandalizzarci,
quando la ghigliottina ha funzionato nello
Stato della Chiesa fino al 1870 e quando si è
avuto un dopoguerra come quello italiano nel Triangolo
della Morte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 2 gennaio 2007