ARCHIVIO LUGLIO AGOSTO 2008

GLI ATTARDATI
Una persona ragionevole sorride di chi crede di poter predire il futuro ma poi smette di sorridere se pensa che personalmente ha molte difficoltà anche a capire il presente. A volte il massimo che si possa fare, rischiando il gioco di società, è proporre un’ipotesi. Gli altri – ammesso che l’accettino – possono poi svilupparla a loro modo.
In questo caso tutto nasce da un minuto episodio di cronaca. Il regista Giuseppe Bertolucci doveva presentare il film La Rabbia, su testo di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi. L’opera intendeva offrire due punti di vista assolutamente opposti ma proprio per questo Bertolucci, che non sopporta il testo di Guareschi (sbrigativamente definito “razzista”), ha presentato solo la parte firmata da Pasolini e gli eredi di Giovannino – si celebrava nientemeno il suo centenario! - hanno protestato. Bertolucci si è dunque dimesso dal comitato, ecc. I particolari non importano. Quello che importa è capire il regista e chi si comporta come lui.
Gli esseri umani vivono una vita breve. Venuti al mondo privi di senso critico – è cosa che si acquista con l’età -  considerano ovvio tutto ciò che vengono a conoscere. L’infibulazione se nascono nell’Africa nera e islamica, i sacrifici umani se sono Aztechi, il nazismo in Germania o lo stalinismo in U.R.S.S. Se sono intelligenti e capaci di riflessione, crescendo possono certo cambiare opinione. Possono accorgersi dei guasti provocati da ciò che reputavano giusto ed ovvio ma è necessario che il ripensamento avvenga in età sufficientemente giovanile. Oltre una certa età la maggioranza si incista nelle sue idee e non c’è più modo di smuoverla. Le stesse smentite della realtà non la sfiorano più. I comunisti sono riusciti a credere che la rivolta ungherese del 1956 fosse borghese e finanziata dagli americani; che in U.R.S.S. si vivesse meglio che in Francia o in Inghilterra; che il muro di Berlino dovesse impedire agli Occidentali di entrare piuttosto che agli Orientali di uscire. Se necessario, avrebbero creduto che Mao camminava sull’acqua.

Queste generazioni sono irrecuperabili. Certe idee e certe convinzioni le hanno amate troppo, per abbandonarle. Sono talmente intrecciate alla loro personale storia, che staccarsene sarebbe come tradire la gioventù, il passato, gli ideali. Ed ecco si vedono in giro questi mammut anacronistici e spaesati. Persone che, come diceva Talleyrand, “n’ont rien appris, ni rien oublié”, non hanno imparato niente e non hanno dimenticato niente. Cervelli anchilosati. Ultimi giapponesi di una guerra perduta. Sacerdoti di un Dio defunto si dimostrano del tutto impermeabili al passaggio del tempo e agli insegnamenti della storia. Sono ciechi dinanzi ai fenomeni sociali e incapaci non solo di riconoscere i propri errori ma anche di metabolizzare una novità. Come si diceva di certi generali stupidi, non si arrendono neanche dinanzi all’evidenza. E si può solo aspettare che quell’infame destino che alla lunga non perdona nessuno li tolga di mezzo.
Noi non auguriamo niente di male a Bertolucci. Sentiamo un grande rispetto per gli anziani, anche perché ne facciamo parte. Ma viene da sorridere vedendo gente che si comporta nel 2008 come nel 1948. Ce ne vuole, per non accorgersi che sono passati sessant’anni! Per continuare a combattere contro il fantasma del fascismo e menare orribili fendenti nell’aria placida.
Al sorriso si accoppia il rimpianto di vedere che forse non sono i soli. Un intero partito - il Pd – cerca disperatamente di non ammettere che il comunismo è stato causa di miseria e morte e nel frattempo non osa dichiararsi comunista. Ma non osa neppure dichiararsi socialista. In totale, pur cosciente che certi atteggiamenti passati sono perenti, vaga smarrito. È orfano di una linea politica. Critica la maggioranza ma non riesce a comunicare perché. Capisce che la scomunica di Berlusconi non conduce da nessuna parte, e che inseguire Di Pietro è come inseguire il primo montone che Panurgo gettò fuori bordo , ma non trova un altro grido di guerra dietro il quale riunire le sue truppe. Va avanti a tentoni. Al buio. Inciampando in sedie, spigoli, gaffe.
Che si sia di destra o di sinistra, tutto questo è spiacevole. Si può solo sperare che, almeno in questo caso, non sia necessario aspettare un totale ricambio generazionale, perché l’Italia abbia una sinistra credibile. Anche ad adorare Berlusconi e il berlusconismo, la prospettiva di quarant’anni di Berlusconi e di berlusconismo sono troppi per chiunque.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


I barcaioli, Gilad Shalit e le papere zoppe.
Gli israeliani sono un popolo forte, coraggioso, che sa combattere, che cammina a testa alta, che e' anche capace di ridere di se stesso e delle proprie disgrazie.
Al momento in  Israele c'e' ben poco da ridere perche'  se un popolo forte viene guidato da un governo di "papere zoppe" come le definisce il giornalista  Aaron Klein, allora la gente si destabilizza e si sente insicura, molto insicura perche' non puo' lottare contro un governo che non esiste se non aspettando e rispettando i tempi della democrazia che sono sempre lunghi e malinconici.
Nel frattempo, mentre noi rispettiamo i tempi della democrazia,  le papere zoppe ma molto pericolose perche' la stupidita' in politica e' sempre dannosa, possono regalare il Golan ai siriani, tutta la Giudea e Samaria ai palestinesi, dividere Gerusalemme come insiste il loro capo assoluto, Condoliza Rice, ridurre Israele a ritirarsi entro le linee di demarcazione del 1948 .
Possono anche liberare altre centinaia di assassini e svuotare le prigioni cosi' avremo tanti terroristi in piu' pronti ad ammazzare gli israeliani.
Hanno rilasciato un mostro vivente come Samir Kuntar e altri 200 terroristi per avere in cambio due cadaveri, cosa saranno pronti a dare per liberare Gilad?
Hanno appena mandato a casa 198 terroristi e adesso si parla gia' di altri 500 perche' ai palestinesi non basta mai, con loro non si puo' trattare, non sono umani, sono semplicemente dei barbari cui si deve obbedire se non si hanno le palle per reagire.
Le papere zoppe stanno obbedendo alla grande, aiutate in questo dal Segretario di Stato uscente, Condie-bull.
 
I nostri soldati rischiano la vita per catturare gli assassini palestinesi per poi rendersi conto amaramente che un manipolo di paperelle azzoppate che sgovernano Israele, sputano senza ritegno sulla loro vita e su quella di tutti gli israeliani, aprendo le prigioni e mettendo i terroristi sugli autobus per rimandarli a casa.
Non mi sono mai sentita cosi' immoralmente presa in giro e posso immaginare cosa provino i parenti delle vittime del terrorismo palestinese sapendo che gli assassini dei loro congiunti se la ridono preparando altri attentati che colpiranno altri israeliani.
Perche' liberano centinaia di terroristi? Quale e' il motivo di tanta stupida generosita'?
Per fare un gesto, si giustificano,  tanti gesti, innumerevoli gesti di buona volonta'  e per rafforzare Abu Mazen, dicono.
Bene. Evviva i gesti di buona volonta' di Israele ma.... gli altri? I palestinesi? Niente? Mai niente? Loro non devono fare nessun gesto oltre a quello di tirare bombe?
Israele rafforza Abu Mazen e lui, l'organizzatore della strage di Monaco, lui che ha cantato una lode d'amore pochi giorni fa al mostro Kuntar,  cosa fa invece di portare avanti questo infelice tentativo di pace israeliano e arrivare ad un accordo concreto, invece di chiedere, pretendere, recriminare sempre?
Lui, l'Abu Mazen, uno che odia Israele con ogni cellula del suo corpo, invece di ringraziare e dire "Bene, grazie, adesso lavoriamo insieme", fa le sue sparate palestinesi "Tutti i profughi devono entrare in Israele" e ancora "La nostra lotta continuera' fino a quando l'ultimo prigioniero palestinese sara' liberato".
Eccolo qua, e' cosi' che l'avvoltoio ringrazia le papere e se le mangia in un boccone.
Il governo, parola grossa ma per il momento e' tutto quello che abbiamo, Olmert-Livni-Rice (Barak non lo conto nemmeno), sta portando Israele verso il baratro piu' di tutte le guerre, che vincevamo, piu' di tutto il terrorismo, che abbiamo fermato colla barriera salvavita.
Stanno portando Israele verso la depressione totale, peggio, verso l'indifferenza per la propria sorte, verso la rassegnazione di essere il popolo odiato di sempre destinato da sempre a pagare il prezzo altissimo della propria esistenza scomparendo senza dare troppo fastidio.
Stanno portando Israele a sentirsi un paese in guerra che non sa piu' fare la guerra, un paese in pericolo che non sa piu' difendersi se non con il politically correct di chi lo sgoverna rendendolo ridicolo fino al  punto da rassegnarsi a dare ai palestinesi tutto quello che vogliono finche' con un ultimo calcio, e senza tanta fatica,  questi ultimi ci getteranno in mare.
 
Mare, si, mare. Sono arrivate le barchette piene di eroi spacifisti e le hanno fatte passare per non dargli pubblicita'.
Okkei, fin qua poteva sembrare un' idea furba.
Solo che le barchette piene di eroi spacifisti dopo aver rivolto a Israele, in compagnia di Hannayie', il medio alzato, sono ripartite portandosi dietro 7 palestinesi e lasciando a Gaza alcuni dei loro, i piu' esaltati e piu' fanatici odiatori di ebrei, che vogliono condividere le disgrazie dei palestinesi, cioe'  avere bei vestiti eleganti comprati coi soldi USA/UE, cellulari  di ultima generazione su cui scaricare alcuni video di sberleffi a Gilad Shalit.
Non  umani che amano i loro simili non umani. 
Gli verra' la cagarella per la sporcizia ma condividere la diarrea col popolo piu' violento e mantenuto del mondo e' certamente un'emozione che non dimenticheranno mai.
Le barche , dunque, sono arrivate e sono anche ripartite senza il minimo disturbo da parte del paese che lor spacifisti diffamano e noi ci siamo beccati in silenzio i loro medi alzati senza neanche tentare di fargli fare una figura barbina chiedendo loro , visto che si autodefiniscono pacifisti, di esserlo per tutti e non a senso unico, di perorare con hamas la liberazione di Gilad Shalit o , almeno, che il nostro povero ragazzo possa essere visitato, dopo TRE ANNI di prigionia, dalla Croce Rossa Internazionale.
Giovedi era il compleanno di Gilad , il terzo in segregazione, ha compiuto 22 anni. Tre anni rinchiuso chissa' dove. Aveva 19 anni, perdio! aveva diciannove anni!
Giovedi' gli eroi delle barche erano ancora a Gaza...se avessero avuto un briciolo di umanita'  avrebbero potuto cogliere l'occasione per chiedere notizie di un ragazzo, un essere umano, prigioniero senza altra colpa  che quella di essere israeliano perche', come soldato, il piccolo Shalit non ha avuto nemmeno il tempo di sparare un colpo contro il nemico.
Era di guardia, lo hanno preso dopo aver ucciso il suo compagno, e da quel momento solo due lettere e tanto strazio per lui, per i genitori, per Israele che spera non si ripeta la tragedia di Ron Arad.
Jeff halper, uno degli spacifisti, ha detto cinicamente: "nessuno ci ha chiesto di parlare di Shalit".
Lui, un ebreo, lui un israeliano ha detto queste parole e io in quel momento , lo avessi avuto davanti, lo avrei menato perche' un falso ideale di pace non puo' portare un essere umano a mettersi contro il proprio popolo per aiutare il nemico e  diventare una bestia feroce desiderosa di vedere scomparire un'intera nazione.
Solo un mostro puo' farlo e questi eroi sono dei veri e propri mostri.
  
Il governo di Israele avrebbe potuto facilmente provocarli, restituire pan per focaccia,   invitandoli ad essere veramente portatori di pace sollecitando il rilascio di Gilad Shalit.
A tale richiesta, questi eroi non avrebbero potuto reagire se non rifiutando o fingendo di non sentire, facendo cosi'  una figura indecente di fronte al mondo intero che avrebbe capito che la parola PACE non fa parte del loro vocabolario.
Le sole parole che questi mostri conoscono sono: "odiamo Israele, odiamo gli ebrei, viva il terrorismo arabo".
Israele poteva facilmente smascherarli, invece abbiamo perso la milionesima occasione di fare hasbara', cioe' l'hanno persa le papere zoppe perche' noi poveri disgraziati di volontari  scribacchini continuiamo  instancabili anche se nessuno ci ascolta e quando ci ascoltano o ci leggono, le anime belle spacifiste ci querelano.
Aspettiamo con pazienza  che Olmert vada a casa, speriamo in un leader con le palle, che ridia a Israele la sua gloria.
Nell'attesa io farei alcune domandine a chi legge e a me stessa:
Perche' chi odia gli ebrei e Israele  ma adora arabi e palestinesi e il loro terrorismo viene considerato uomo di pace mentre chi ama ebrei e Israele pur senza odiare i  palestinesi dai quali vuole solo difendersi  viene considerato uno sporco sionista e un nemico della pace ?
Perche'???
Perche' chi vuole la fine di Israele, come gli eroi delle barche e tanti altri, viene onorato e rispettato mentre chi vuole che Israele viva riceve soltanto offese, calunnie e disprezzo?
Perche'????
Quale immoralita' di pensiero fa si che accada tutto questo?
Perche' in Italia si e' alzato un muro di proteste di fronte alle dichiarazioni di Cossiga sui movimenti del terrorismo palestinese e sugli accordi tra Moro e Arafat e tutte le organizzazioni terroristiche?
Perche'???

Nessuno vuole credere a Cossiga, lo definiscono pazzo megalomane, nessuno accetta che gli orrori fatti dai palestinesi in tutto il mondo, Italia compresa,  vengano messi in piazza dopo che per anni  l'obbligo del silenzio e della difesa ad oltranza  aveva vinto sulla giustizia, sul rispetto, sulla verita'.
Se Cossiga avesse rivelato che furono gli israeliani a provocare la strage di Bologna, whooooooooo,  i media e l'opinione pubblica non avrebbero avuto freni e l'odio sarebbe esploso in tutta la penisola, nessuno avrebbe avuto dubbi.
Invece il Presidente ha accusato "i suoi amici della resistenza palestinese" e allora lo si zittisce facendolo passare per matto anche se , caro Cossiga, parlare di "resistenza palestinese" significa non aver capito niente.
I palestinesi non resistevano a niente ma miravano e mirano alla eliminazione per distruzione violenta di Israele. Che cavolo di resistenza sarebbe?
Domande senza risposta.
Il mito palestinese resiste, la propaganda di mezzo secolo continua a dare i suoi frutti, i barbari sono guardati con tenerezza e comprensione, le vittime israeliane sono odiate.
I discendenti di Goebbels fanno sempre bene il loro lavoro.
Una futura Shoa' potra' essere effettuata facilmente tra gli evviva di chi ci odia e l'indifferenza degli altri, esattamente come la prima.
L'unica speranza in questo momento e' che le papere zoppe vadano a riscaldare la poltrona di casa e che Israele risorga per salvare dal disastro un popolo coraggioso che deve e vuole  ritrovare il proprio orgoglio.
Purtroppo attualmente il mondo intero e' affetto da lassismo, dalla voglia di non far niente se non soldi, dal desiderio di una vita facile e sempre piu' comoda ma Israele non puo' cadere in questa trappola perche' e' circondata da sanguinari avvoltoi pronti a stringere i loro artigli alla gola di  un paese debole che fa qua  qua  qua.
Israele non puo'.
Israele deve tornare il paese di Ben Gurion e Begin e camminare a testa alta tra le nazioni del mondo.
Ci hanno odiati per la nostra forza? Si, ma ci odiano anche per la nostra debolezza, ci odiano comunque, ci odieranno sempre e allora tanto vale dargli tanto ma tanto filo da torcere e la prossima volta le barchette piene di eroi sbavanti odio devono essere rimandate a Cipro  anche a cannonate.
Gilad deve essere liberato senza svuotare le prigioni di terroristi assassini.
Dove e' l'Israele di Entebbe?
Dove e' l'Israele di Entebbe?
Dove e'?
Forza, siamo ancora quelli, mandiamo a casa le papere, gli avvocatucoli abituati ai trucchetti dei tribunali, mandiamoli a casa e cerchiamo un vero leader, degno di questo paese,....sperando che esista!
 
 Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

IL CADAVERE DELL’ALITALIA
A proposito dell’Alitalia, Berlusconi e il suo governo cantano vittoria; a proposito dell’Alitalia, la sinistra dice che è un imbroglio molto peggiore e costoso della vendita all’Air France; a proposito dell’Alitalia, m olti siamo costretti a confessare: “Non ne abbiamo capito niente”.
Effettivamente, quando si arriva a questi livelli di finanza, la logica non basta più. Per essere accettati nell’area dell’euro, una delle condizioni imprescindibili era un debito pubblico inferiore al 60% del pil. A questo punto le persone ragionevoli dissero: l’Italia è fuori. Mai e poi mai riuscirà ad arrivare a questa percentuale. E invece è andata che l’Europa non ha tenuto conto delle sue stesse regole, si è accontentata di promesse e l’Italia oggi è indebitata più o meno quanto prima. In queste condizioni, come pretendere che per l’Alitalia si applichi la Tavola Pitagorica?
Andiamo all’essenziale. Da anni, la dichiarazione di fallimento dell’Alitalia sarebbe stata una necessità giuridico-economica. Il suo dissesto non è congiunturale: essa è (dis)organizzata in modo che, rimessa in pari oggi, ricomincerebbe ad accumulare debiti da domani. È un cadavere al di là di ogni sforzo di rianimazione.
Tuttavia in marzo questa società decotta un valore doveva averlo, diversamente Air France non avrebbe accettato di rilevarla: e questo è possibile solo se chi gliela vendeva offriva un attivo superiore al passivo. Ovviamente, perché ciò fosse possibile, bisognava che si facesse carico del passivo stesso. Dunque si vendeva la parte sana della compagnia. La sinistra insiste che l’attuale piano è rovinoso e che quello di Air France sarebbe stato più conveniente: quasi che Air France fosse disposta ad accollarsi tutte le passività. Ma questo è impossibile: la Francia non aveva nessun dovere e nessun interesse a farsi carico di enormi debiti italiani.
Se Air France poteva considerare economicamente utile acquisire l’Alitalia, e se ora la compagnia è acquisita da una cordata italiana, come mai quello che era un affare diviene un disastro? Ma - si può dire - le condizioni sono diverse. Benissimo. Facciamo l’ipotesi che Air France offrisse di più: come mai la società francese era più generosa, con le casse dell’Erario italiano, di quanto lo Stato italiano non sia con se stesso? E se invece le condizioni offerte da Air France erano peggiori, come mai ci strugge di nostalgia per il mancato affare con essa?
In realtà il presupposto, chiunque fosse l’avente causa, era che lo Stato italiano – guidato da Prodi o da Berlusconi poco importa – si facesse carico delle passività. Per questo è del tutto inutile protestare: chi compra per cento una cosa che vale cinquanta? E l’opposizione propone forse il licenziamento in tronco di parecchie migliaia di lavoratori?
 Il lato drammatico del problema è in effetti rappresentato dalla sorte del passivo e degli esuberi. Per il primo, è inutile che la sinistra e “la Repubblica” di Ezio Mauro alzino vibrate proteste contro questo debito caricato – sia pure per vie traverse - sulle spalle dei contribuenti. Sulle spalle di chi lo caricava, Prodi? Sulle proprie?
Per quanto riguarda gli esuberi, l’Italia è un Paese che non può permettersi di veder arrivare sul mercato del lavoro, in un sol colpo, ventimila nuovi disoccupati, cioè tutti i dipendenti dell’Alitalia in caso di fallimento. Meglio farsi carico, a qualunque costo, di tremila, quattromila o anche seimila lavoratori, salvando il resto e la pace sociale. Dunque, anche quelli che sognavano un bel fallimento di questa compagnia aerea (che lo merita da anni) dovranno rassegnarsi. È vero, oggi come a marzo - Prodi consule – tutti (e in particolare
coloro che non hanno mai preso un aereo in vita loro) avrebbero preferito veder portare i libri in Tribunale, senza che questo costasse un euro alla collettività: ma si può chiedere al governo di suicidarsi?
Abbiamo detto che, quando si dibattono questi grandi problemi, la Tavola Pitagorica non vale più: ma i dilemmi esposti rimangono ineludibili. Se acquisire Alitalia conveniva ad Air France, può convenire ad un soggetto italiano. Se Prodi era capace di non caricare debiti sulle spalle dei contribuenti, ne è capace anche Berlusconi. E se invece c’era e c’è un costo da pagare per i debiti e gli esuberi, quel costo è da affrontare chiunque acquisisca Alitalia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 29 agosto 2008



IL RIBALTAMENTO DEI PREGIUDIZI
Mancano poco più di due mesi all’elezione del prossimo Presidente degli Stati Uniti e in politica questo è un tempo lunghissimo. Potrebbero accadere mille cose e forse una sola di loro potrebbe cambiare l’esito della consultazione. Come avvenne per l’elezione di Zapatero, con l’attentato di Atocha. E dunque solo se si prende la cosa come un gioco di società ci si può divertire a dire perché Obama non dovrebbe vincere.
I punti di forza del senatore dell’Illinois sono la sua gioventù e il suo aspetto elegante. Ma il valore visivo è un asso di briscola solo nel breve termine: poi ci si abitua e si bada ad altro. Questo candidato, per giunta, sembra il paradigma dei valori “pubblicitari”. Va avanti a slogan astratti: il “Cambiamento”, senza indicare in che direzione; il perentorio “possiamo farlo”, senza dire che cosa. Obama ha venduto se stesso come quelle fabbriche che, per invogliare all’acquisto, presentano la loro auto che riluce sotto luci sapienti, con accanto una bella ragazza. Questo può creare un capannello di curiosi: ma si può contare sul fatto che costoro firmeranno un contratto senza chiedere quanto costa, le prestazioni, il consumo, le garanzie?
Al momento del voto esiste il rischio che la sagra dei pregiudizi potrebbe ribaltarsi. Tutti siamo in teoria per l’uguaglianza dei sessi, delle razze, ecc., ma se qualcuno dovesse essere operato, in ospedale, e vedesse arrivare in camice il giovane e affascinante chirurgo del telefilm, chiederebbe: “Ma che esperienza ha, questo ragazzo? Non potrebbe operarmi il primario?” Riguardo ad Obama, all’ultimo momento gli americani potrebbero accorgersi che non ha un curriculum, non ha un programma, e in fondo non sanno chi è. Sanno soltanto che è giovane e, soprattutto, è nero: cose che potrebbero non giocare a suo favore.
Probabilmente il partito democratico con Hillary Clinton e Barack Obama ha commesso un errore. Finché si è trattato della nomination – cui partecipano soprattutto i più interessati – è stato bello presentarsi scevri da pregiudizi ed anzi pronti a favorire i tradizionalmente svantaggiati, le donne e i negri. Cose lodevoli. Ma l’elezione riguarda tutti gli americani, non solo coloro che hanno superato i pregiudizi stupidi. Al momento opportuno, quando è in ballo la propria sicurezza e il proprio futuro, la gente dimentica i buoni propositi. Se al momento del decollo la voce che al microfono dice “Vi parla il capitano” è quella di una donna, molti non sono contenti.  Stupido, vero? Ma, quando ci si rivolge a decine di milioni di votanti, perché non tenere conto della maggioranza, che potrebbe essere composta da stupidi?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 agosto 2008


“LA POLITICA È SANGUE E MERDA”
Per quanto riguarda la politica internazionale, il problema è semplice: o si hanno i mezzi e la forza per imporre che le cose vadano in un certo modo, oppure bisogna rassegnarsi e star zitti.
Il coro di commenti negativi al riconoscimento dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, da parte della Federazione Russa, induce a sconsolate riflessioni. La prima è che bisogna scegliere fra l’inviolabilità delle frontiere e il principio di nazionalità. Favorendo la secessione del Kosovo, gli Occidentali hanno perso il diritto d’invocare l’inviolabilità delle frontiere. In nome del principio di nazionalità essi hanno imposto con i bombardamenti ad uno Stato sovrano, la Serbia, l’amputazione di una parte del suo territorio. E se ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia si vogliono servire del principio di nazionalità, e sono in grado anche di attuarlo, grazie alle armi del loro possente vicino e protettore, che cosa si può obiettare? Fra l’altro, l’Europa il principio di nazionalità l’ha inventato ed anche applicato alla grande all’Impero asburgico.
Gli Occidentali tuttavia sono intervenuti nel Kosovo, dicono, solo per ragioni umanitarie: nel senso che non avevano nessun personale interesse. Mentre la Russia, nel favorire quei due minuscoli Stati, riprende la propria politica imperiale ed invia un minaccioso messaggio a tutti i propri vicini. Ma anche la Russia si può far forte di bei principi. Essa può sostenere che, in seguito all’iniziativa militare georgiana, ha usato la forza per motivi umanitari, a favore delle popolazioni aggredite. E se infine si potesse dimostrare che la Russia ha agito solo per i suoi interessi di grande potenza, a Mosca potrebbero ancora rispondere: “Ognuno agisce per i motivi che reputa validi”.
A questo punto, come reagire? Stando a molte delle voci che si sentono nelle Cancellerie europee, bisognerebbe reagire con durezza. Ma che significa, durezza? Nel nostro caso, solo parole. E infatti sentiamo proteste ufficiali, minacce di risposte più o meno efficaci, solenni dichiarazioni secondo cui quel riconoscimento dell’indipendenza “è inaccettabile”. Come se qualcuno ci avesse chiesto di accettarlo. Anche l’Onu ha protestato, ma – si sa – è un’istituzione patetica ed ininfluente. Dunque la vera domanda è questa: per ridare alla Georgia la sovranità su Abkhazia e Ossezia del Sud, la Nato è disposta a dichiarare guerra alla Federazione Russa? Ovviamente la risposta è un no in tutte maiuscole: e allora che si smetta di starnazzare.
La Russia è una grande potenza. Ha i mezzi e il coraggio per agire senza scrupoli. La si può condannare moralmente, ma la cosa è futile quanto condannare l’aggressività di una tigre. “La politica è sangue e merda”, diceva Rino Formica. E, prima di lui, Bismarck: “Je weniger die Leute davon wissen, wie Würste und Gesetze gemacht werden, desto besser schlafen sie."  Quanto meno la gente sa come si fanno le salsicce e le leggi, tanto meglio dorme.
Se la Georgia di Saakashvili non avesse commesso l’imprudenza di por mano per prima alle armi, non sappiamo se i russi sarebbero entrati in Ossezia. Ma ormai è fatta: gli è stato offerto un eccellente pretesto su un piatto d’argento ed ora si è di fronte al fatto compiuto.
Qualcuno rimprovera all’Italia di non alzare alti lai come altri Paesi. Magari si sottintende che ciò avviene a causa dell’amicizia personale di Berlusconi con Putin. Cosa possibile. Oppure si pensa che l’Italia sia terribilmente preoccupata per il proprio approvvigionamento energetico. O infine che il governo italiano sia più vile di altri. Una cosa è sicura: per una volta, che si urli dall’alto della torre o si stia in silenzio nella propria camera, non cambia nulla.
Il vero nodo, per il futuro, è l’Ucraina. Bisogna o no ammetterla nella Nato? L’eventuale risposta positiva implica che si sia, eventualmente, disposti ad una guerra per difenderla.
Sono questi i momenti in cui si può essere felici che la domanda non sia stata posta a noi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27 agosto 2008


L’INTUIZIONE
Che cosa è l’intuizione? È un modo per giungere alla verità?
L’intuizione è il normale mezzo di conoscenza in tutti quei casi in cui o non si è capaci di un ragionamento oppure un ragionamento non condurrebbe a nulla. La lettura della realtà – l’umore di una persona che incontriamo, la bellezza o no di un arredamento, la simpatia o l’antipatia per una persona che si incontra per la prima volta – non può essere facilmente portata sul piano della coscienza razionale. Uno scrittore – per esempio, Marcel Proust – sarebbe in grado di decodificare le parole usate dal soggetto e le loro connotazioni, i minimi gesti e il linguaggio del corpo, ma una persona normale no. Nessuno direbbe “sopracciglia aggrottate, angoli della bocca verso il basso, occhi strizzati, pallore…”. Tutti direbbero soltanto “era furente”, ed avrebbero difficoltà a spiegare da che cosa l’hanno capito. “Si vedeva”, sarebbe la risposta. Perfino i cani sono in grado di decodificare l’atteggiamento del padrone e certo non per via di razionalità.
Gran parte della vita si svolge sotto il segno dell’intuizione. Un dizionario tedesco infatti per “intuizione” dà questa definizione: “plötzlich auftauchender Gedanke, der den Betroffenen in einer bestimmten Angelegenheit sinnvoll handeln lässt“, cioè pensiero che affiora improvvisamente e che fa sì che l’interessato in una data faccenda si comporti sensatamente”. Si capisce che l’amico incontrato è di cattivo umore e si evita di scherzare.
Dell’intuizione ci serviamo tutti. È uno strumento legittimo, all’unica condizione che non si pretenda l’oggettività. Se si dice “Tizio mi è antipatico” va tutto bene; se si dice “Tizio è antipatico” nasce invece un problema, perché significherebbe che quell’uomo è – o dovrebbe essere – antipatico a tutti. E non sempre è così.
Quando si discute di un concetto è buona norma sapere che cosa si intende, con esso, e per questo è buona norma consultare i dizionari . Leggendo le definizioni si identifica tuttavia un equivoco: si confondono “conoscenza” e “verità”, che non necessariamente coincidono. L’intuizione ci può far credere qualcosa e in seguito possiamo scoprire che la verità era un’altra. La verità è figlia della dimostrazione mentre l’intuizione prescinde dalla dimostrazione.
Ecco dunque il nocciolo della questione: se mediante l’intuizione si esprime un’ipotesi, va tutto bene; se si pretende di essere in possesso di una verità, si rivela una forma di presunzione: “È così perché lo dico io”.
La definizione del Concise Oxford Dictionary (1977) (“Immediate apprehension by the mind without reasoning, immediate apprehension by sense, immediate insight [penetration with the understanding]”, cioè “comprensione immediata della mente senza ragionare, comprensione immediata attraverso il senso, immediato insight [penetrazione mediante la capacità di comprendere])” è notevole per due parole: “Whithout reasoning”. Se, con l’intuizione, ci si forma l’opinione che la somma degli angoli interni di un triangolo corrisponde ad un angolo piatto, la cosa non vale nulla. Un altro potrebbe dire: “La mia intuizione mi dice che no”. In realtà quell’ipotesi si dimostra col teorema di Talete. Solo così si giunge ad una verità non personale (intuitiva) ma obiettiva e pubblica. È possibile che l’intuizione conduca alla verità, ma lo si sa quando la si supera con la dimostrazione razionale. Diversamente, se la dimostrazione razionale è impossibile, all’intuizione si può legittimamente contrapporre un’intuizione diversa o contraria.
La convinzione che l’intuizione sia un  modo di giungere alla verità è falsa: essa è il modo per giungere ad un’ipotesi di verità. Se uno scienziato fosse privo d’intuizione non scoprirebbe mai nulla, ma credere che l’intuizione dispensi dalla prova logica è assurdo.
Esiste un’intuizione femminile? Forse sì, forse no. Una cosa è sicura: se all’intuizione non segue, o non può seguire, la dimostrazione, si tratta semplicemente di un’opinione. E poco importa che l’esprima una donna o un uomo. E se si insiste, si ricade nella formula già ricordata: “È così perché lo dico io”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 agosto 2008


QUANDO LE MENZOGNE HANNO LE GAMBE CORTE
di Geronimo (Cirino Pomicino)
La politica, quella alta, dovrebbe in ogni momento assumersi le proprie responsabilità, evitando di colpire l’avversario con la menzogna. Le bugie, come si sa, hanno sempre le gambe corte, ma la menzogna di stato rischia di trasformarsi in un vulnus democratico oltre che economico perché si danno al Paese notizie non vere, capaci di creare guasti non indifferenti. È ciò che è accaduto con l’arrivo di Tommaso Padoa-Schioppa nel maggio del 2006 alla guida del ministero dell’Economia. Appena seduto sulla poltrona di Quintino Sella, Padoa-Schioppa commissionò al compianto professor Faini una sorta di «due diligence» sui conti pubblici, con il sostanziale suggerimento di evidenziare un buco che non c’era. Il povero Faini, al termine di un lavoro frettoloso, parlò di un rapporto deficit-Pil che poteva superare in quell’anno il 4-4,2%, superiore di molto alle previsioni dell’uscente ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nei mesi estivi del 2006, a distanza cioè di 60 giorni dal suo insediamento, Tommaso Padoa-Schioppa inondò le agenzie di stampa con le notizie sullo sfascio della finanza pubblica ereditato del governo Berlusconi con la previsione di un deficit al 4,4 per cento. Un atteggiamento doppiamente irresponsabile per un ministro dell’Economia perché diffondeva panico sui mercati finanziari, drammatico per un Paese indebitato come il nostro, e per di più su notizie chiaramente false, come spiegammo a quell’epoca più volte da queste colonne. Ma la falsità di quelle comunicazioni e della stessa «due diligence» di Faini furono palesi quando, nella primavera dell’anno successivo, lo stesso Padoa-Schioppa annunciò, glorioso e trionfante, che il risanamento dei conti pubblici era ormai cosa fatta. Anche allora, noi che abbiamo fatto solo le scuole serali di economia, spiegammo all’economista Padoa-Schioppa che non era tecnicamente possibile che in pochi mesi si potesse risanare la finanza pubblica posto che c’è un tempo di latenza dopo l’approvazione delle norme sia per ridurre concretamente le spese, che per l’aumento delle entrate. In realtà, era avvenuta un’operazione uguale e contraria a quella del 2001, allorquando il governo Amato consegnò a Berlusconi un bilancio, certificando un disavanzo dell’1,9%, mentre era del 3,1%, come accertò anni dopo l’Eurostat. Alla stessa maniera nel 2006 Tommaso Padoa-Schioppa mise sulle spalle del bilancio di quell’anno il rimborso dell’Iva per le auto aziendali per circa 15 miliardi di euro, giusta sentenza della Corte di giustizia europea, oltre ad altri redditi pregressi in maniera tale da «urlare» un disavanzo al 4,4% che, dopo solo alcuni mesi, era stato più che dimezzato. Insomma, il vecchio trucco carta vince-carta perde. E badate bene che non è solo questione di contabilità formale, ma di sostanza. Quel famoso rimborso dell’Iva sulle auto aziendali, valutato 15 miliardi di euro, infatti, andava spalmato su più esercizi finanziari, tant’è che oggi l’Eurostat ha contabilizzato definitivamente per l’anno 2006 un disavanzo del 3,4% e non del 4,4% come aveva anticipato Padoa-Schioppa. Ma non è finita. Quel rimborso Iva non è mai stato attuato perché nei fatti è stato compensato con l’aumento dell’imponibile sulle aziende per gli anni 2006 e 2007. In parole semplici, quel gioco al massacrò che indicò a metà 2006 un disavanzo che non c’era, ha prodotto un aumento della pressione fiscale che nel biennio 2006-2007 è stato di ben 2,8 punti di Pil (42 miliardi di euro), preparando così l’Italia all’attuale stagnazione economica al netto degli effetti del ciclo internazionale. È questa la brutta storia di una puerile menzogna di stato, i cui costi stiamo ancora pagando e che mai come ora impone un finanziamento della crescita se non vogliamo definitivamente avvitarci nella spirale inflazione-recessione. 

Geronimo

IL PARERE DEL CAMPEGGIATORE
Come era ragionevole che avvenisse, il sindaco Alemanno, pur condannando gli aggressori, e pur esprimendo la propria solidarietà alle vittime, ha sostenuto che i due turisti olandesi sono stati imprudenti.
Come era prevedibile che avvenisse, l’opposizione di sinistra è “insorta” ed ha irriso i buoni propositi del centro-destra in materia di ordine pubblico (“E dov’erano i soldati?”). Non val la pena di rispondere a questo sciacallaggio: è invece opportuno fornire una testimonianza in materia.
Chi dorme in una tenda è del tutto indifeso. È per questo che perfino i viaggiatori più poveri vanno nei campeggi e pagano - oggi, neppure poco – anche quando potrebbero fare a meno dei servizi offerti. Va notato che la sicurezza non è costituita dal fatto di essere in un luogo recintato e chiuso; ché anzi, spesso, nella provincia francese il campeggio rimane aperto anche la notte e i gestori non sono presenti. Ciò che garantisce la sicurezza sono gli altri campeggiatori. Ecco perché non è prudente dormire nemmeno in un campeggio di lusso, se è deserto.
Alemanno dunque ha ragione. E i due poveri olandesi avrebbero avuto ragione anche loro, se il mondo fosse migliore. Un mondo, fra l’altro, senza sciacalli.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 agosto 2008


Sono arrivate due barchette...
...Cariche di ...un certo numero di furbacchioni, urlanti Free Gaza.
...Cariche di... nessuna medicina, ne' altri aiuti umanitari, a parte qualche apparecchio acustico, si sono tutti sordi a Gaza...forse perche' qualcuno li ha avvisati che Gazastan riceve tante medicine da Israele da fare mercato nero.
....Cariche di... 5000 palloncini colorati che hanno fatto volare sopra le onde del porto di Gaza cosi' riusciranno a far morire 5000 pesci o uccelli marini che li ingoieranno.
E Greenpeace dov'e'? E il WWF? Come possono permettere che 5000 pezzi di gomma non biodegradabile, finiscano nel Mediterraneo per soffocare flora e fauna marina?
Non basta che il mare di fronte a Gazastan sia avvelenato a causa della mancanza di filtri e ridotto a una fogna a cielo aperto?
Questi tipacci, sinistri in tutti i sensi, che stanno sulle due barche venute a provocare, si aspettavano  una pessima accoglienza da parte di Israele, si aspettavano un successo mediatico che sarebbe stato raggiunto se Israele avesse  impedito loro di avvicinarsi, si aspettavano i giornalisti di tutto il mondo schierati ad aspettarli.
Hanno incominciato a provocare mentre erano ancora in viaggio: "Israele disturba le nostre radio" urlavano.
Poveri inutili idioti, tra essi  la sorella di Tony Blair, anche un povero vecchio ebreo sopravvissuto alla Shoa', una suora di 81 anni, e poi i soliti antisemiti dell'ISM e del movimento americano Free Gaza, furbastri che speravano di essere affondati dalla Marina israeliana per poter poi gridare al mondo che Israele e' cattivo, che fa affogare vecchi ottantenni (probabilmente  portati con questa segreta speranza), che soffoca i poveri palestinesi liberati da hamas, che affonda barche di pacifisti cariche di palloncini di gomma .
I furbacchioni innamorati  degli  assassini di ebrei sono stati presi in giro  da Israele che non li ha semplicemente ignorati.
Saranno neri di rabbia, saranno furibondi: missione fallita miseramente.
Sto ascoltando i Tiggi italiani, nessuno ne ha ancora parlato, guardo la CNN parlano di Pechino...chissa' forse la BBC , da brava emittente antiisraeliana sempre e comunque, dira' qualcosa se non altro in onore della sorella annoiata di Blair.
Hanno scelto un momento sbagliato, la gente e' ancora in vacanza e se ne frega, le Olimpiadi sono piu' importanti degli eroi terroristi, Free Tibet in questo momento e' persino piu' trendy di Free Gaza.
In Tibet la gente muore a causa della violenza cinese, la cultura tibetana  e' stata stuprata, i dimostranti di Pekino sono stati malmenati e arrestati proprio durante i Giochi.
 
E sti quattro imbecilli vanno a Gaza dove  non muore nessuno se non ammazzato dai gaziani stessi, dove Israele manda aiuti quotidiani,  cosa che nessun altro paese al mondo ha mai fatto col nemico.  
Figura barbina per loro e per Hannyie'.
Al posto loro , per avere una copertura giornalistica decente, tornerei a Cipro a nuoto per andare poi con altre barchette in Georgia a prendersi le cannonate di Putin, in Egitto per essere presi a fucilate dai soldati egiziani, magari in Darfour dove muoiono davvero di fame.
Ma non si vergognano?
Non si vergognano di portare palloncini colorati a Gaza, col solo scopo di provocare Israele, mentre in Darfour muoiono come mosche, mentre in Georgia ci sono 2 milioni di profughi che ancora non sanno dove andare?
Mentre chi scrive Free Tibet in Cina viene sbattuto in galera?
Mentre a Gaza e' prigioniero da due anni e mezzo un ragazzo israeliano che nemmeno la Croce Rossa Internazionale puo' visitare?
No, non si vergognano perche' sono innamorati, sono perdutamente innamorati dei terroristi palestinesi, sono innamorati dell'odio per Israele, sono furbastri che vivacchiano di pubblica carita' come i loro protetti. Si sono fatti dare 300 mila $ per comprare medicine per "salvare" i gaziani e poi hanno comprato palloncini .
Forse credevano di andare a una Festa dell'Unita'. 

 
Questi pacifisti sono della stessa razza di quelli citati da Giuseppe Giannotti nel suo bel libro "Israele, verita' e pregiudizi":
 
"...un lettore...scende alla Malpensa dal volo di Catania e si imbatte in un gruppo di "pacifisti" reduci dal medio Oriente che gridano "ebrei ai forni" e altre piacevolezze "pacifiste". Il lettore si indigna e lo dice. E' immediatamente aggredito da una ventina di "amici della pace" che lo sbattono contro un auto, lo prendono a calci e lo coprono di sputi".
 

Questo fatto, avvenuto nel 2002, periodo in cui Israele era aggredito dal terrorismo piu' disumano e spaventoso cui il mondo avesse mai assistito, non fece grande clamore perche'  gli spacifisti, come li chiamava Piero ostellino,  erano ancora sacri e rispettati.
Era pericoloso dire che non erano altro che degli odiatori di Israele e degli ebrei e chi osava denunciarlo veniva subito tacciato di fascismo, come accadde spesso a chi scrive.
Oggi gli spacifisti delle barchette Free gaza e Liberty saranno a festeggiare tra i loro eroi ...ma domani dovranno ripartire e si dice che per farlo dovranno umiliarsi a chiedere a Israele di lasciarli entrare e andare fino all'aeroporto Ben Gurion....
Lo so che la mia e' una vana speranza, lo so che Israele e' sempre troppo tollerante verso i propri nemici, lo so ma io spero con tutte le mie forze che, se li hanno fatti entrare, non li lascino piu' uscire.
Stiano la' tra i loro eroi o si facciano venire a salvare dagli egiziani.
Cosa c'entra Israele?
Perche' Israele deve sempre aiutare i nemici e i calunniatori e i suoi odiatori?
 
Il Medio Oriente e' grande!
Arrangiatevi, barcaioli!
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


I PROFESSORI DEL SUD
Forse perché da ragazzi a scuola ci siamo annoiati, anche da adulti, ogni volta che si parla di scuola, la prima reazione è di rigetto. Ma l’argomento è importante: dalla scuola nasce l’Italia di domani.
Il Ministro Gelmini afferma che da indagini effettuate risulta che il livello della scuola italiana è abbassato dai risultati del Meridione e vorrebbe mettere rimedio a questo fatto. E ancora una volta si parla di corsi per i professori.
La prima osservazione da fare è che, come spesso avviene, i giornalisti sono nello stesso tempo superficiali e tendenziosi. Molti di loro hanno parlato non delle scuole meridionali ma dei professori meridionali. E questo è profondamente stupido. Stupida è anche, sia detto al passaggio, la protesta di Umberto Bossi, il quale lamenta che i ragazzi del Nord possano essere “martoriati” da docenti meridionali. Se al Nord ci sono molti docenti del Sud, ciò significa che o hanno risultati migliori nei concorsi oppure che sono più poveri ed accettano paghe che i laureati del Nord rifiutano. Nessuno si sposta con piacere a centinaia di chilometri da casa.
È invece possibile che un’intera regione abbia una scuola di qualità inferiore ad un’altra. Del resto l’Italia intera ha una scuola di livello inferiore a quello di molti paesi europei. Dunque è giusto cercare di vedere che cosa si possa fare, per il Sud e per l’Italia intera. La signora Gelmini propone dei corsi per i docenti e questo dovrebbe significare che il livello è basso perché è basso il livello dei docenti: ma è un’affermazione peggio che ingenua.
Come è noto, uno dei massimi deficit della scuola italiana è quello dell’apprendimento della matematica: tuttavia, proprio in questo campo, il divario tra ciò che deve sapere un giovane per laurearsi e ciò che poi deve insegnare ai ragazzi della Scuola Media (o anche alle Superiori), è immenso. Dunque, a parte i problemi di didattica, gli alunni ignoranti in matematica non sono tali perché non gliel’abbiano insegnata (si tratta di dati elementari), ma perché li hanno promossi senza che l’abbiano imparata. Dunque il Ministro non dovrebbe chiedersi se i docenti abbiano una cultura adeguata a ciò che devono insegnare, ma se la Scuola ferma i ragazzi che non studiano. Cosa che, per molto tempo, non è avvenuta.
Per decenni, soprattutto nella Scuola Media, si è ripetuto che quella era “scuola dell’obbligo”, intendendo “scuola con l’obbligo di promozione”. Tanto che alla fine c’è stata in giro gente con la Licenza Media molto meno alfabetizzata di quelli che una volta avevano solo la Licenza Elementare. È una politica che è durata molti lustri. Un lungo periodo in cui il professore che voleva bocciare è stato considerato reazionario, anzi fascista. Un reprobo attaccato un po’ da tutti i colleghi e frequentemente messo in minoranza per voto di consiglio. È stato necessario che questa tendenza fosse imperante per decenni; è stato necessario che si vedessero i guasti che provocava nella scuola e nella società, perché si arrivasse ad un Ministro come la Gelmini. Ma è stata colpa dei docenti o della politica?
Se è vero ciò che afferma il Ministro Brunetta, e cioè che “tutto si può misurare”, la soluzione non sono i corsi per i professori, sono i controlli sui risultati.
In una sezione del Liceo Scientifico c’era un collega di matematica – si chiamava Morgante – che metteva voti di grave insufficienza ai ragazzi delle prime classi. Il suo nome finì sui giornali e la pubblica opinione lo demolì. I colleghi e il Preside ovviamente non lo difesero e a questo punto lui si vendicò a suo modo: non mise più, a nessuno, meno di sei. Mi incontrava nei corridoi, mi mostrava dei compiti scritti pieni di fregacci blu, poi girava il foglio e indicava il voto: “Hai visto? Sei! Così sono tutti contenti.”
Il prof.Morgante dovrebbe seguire un corso? O è la signora Gelmini che dovrebbe andare da lui ad informarsi sui mali della scuola italiana?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 agosto 2008

IL PROBLEMA VELTRONI
La sinistra parlamentare, secondo quanto si legge, è in stato confusionale. Una delle poche certezze – oltre quella del “tutti contro tutti” – è la critica a Walter Veltroni. E tuttavia – come dice Battista sul “Corriere” di oggi – non lo si può accusare di avere perso le elezioni perché esse erano perse in partenza; non lo si può accusare di gravi gaffe o di altre precise colpe, perché non ne ha; e non rimane che prendere in considerazione la personalità sua e di quelli che gli stanno intorno.
Veltroni non è odioso. Gli si può anzi rimproverare un eccesso di soavità, di amore per il compromesso, di tendenza all’“embrassons-nous”. Però è a causa di questi “difetti” che è stato scelto per guidare il Pd. Quando ci si è accorti che l’Italia era stanca degli eccessi verbali della sinistra estrema, ed anche delle parole tanto paciose quanto velenose di Prodi, si è pensato che un uomo sorridente - l’uomo del “ma anche”, come l’ha bollato il comico Crozza - fosse la scelta giusta. Ecco perché il sinedrio ha imposto alla base l’osanna delle “Primarie”. E la base ha risposto entusiasticamente: sia perché l’alternativa non era credibile (Rosy Bindi?), sia perché si aveva la penosa sensazione di un’impasse. Con Prodi non si andava da nessuna parte e il governo era a perdere. Come si è visto.
Purtroppo, anche i migliori medicinali hanno delle controindicazioni. La prima, in questo caso, è che si è commesso per la seconda volta lo stesso errore. Romano Prodi non era nessuno. Non aveva un partito. Non era il portatore di una certa idea della politica. Dietro di sé non aveva neanche, come Berlusconi, una storia di successi in campo economico. Lo si è scelto solo perché non era socialista. Solo perché non era un vero democristiano. Soprattutto perché non era comunista: era dunque presentabile, oltre che duttile, incolore e pragmatico. Sulla carta, costituiva una garanzia di stabilità per il governo. Purtroppo, l’esperienza concreta è risultata devastante.
Dovendolo sostituire non si è però pensato a trovare una soluzione diversa: una personalità forte, capace di avere un’idea e d’imporla, un capo capace di far sentire al partito che le redini erano in mani saldissime. Al contrario si è fatto ricorso ad un uomo dalla fama di mitezza e flessibilità ai limiti dell’inconsistenza. Uno che, dopo tutta una vita nel Pci e seguenti, ha avuto il coraggio di dire di non essere mai stato comunista. Un politico senza la proterva durezza di D’Alema, senza la risolutezza di Bersani, senza la tecnocratica freddezza di Enrico Letta. Ed ecco che, ora, gli si rimprovera di essere quello che è. La dirigenza del suo partito sente acutamente che i galloni di capitano non se li è guadagnati ma gli sono stati regalati, come erano stati regalati a Prodi e molti in cuor loro si dicono: “Perché lui e non io?”. Per questo vorrebbero spodestarlo ma, ad oggi, non esiste il contraltare. Si mette in discussione la leadership di Veltroni (Parisi) senza proporre nessuno: si parla di congresso. Cioè si confessa che non si sa chi mettere al suo posto. E se appena si facesse un nome, tutti si precipiterebbero a distruggerlo.
Come se non bastasse, ci sono i problemi di fondo: non si è realmente composta la frattura fra i due partiti che hanno costituito il Pd; non si sa che cosa obiettare di serio alla politica dell’attuale governo; si è aperto il vaso di Pandora e ci si è trovato dentro Di Pietro.

Il dramma del Pd è doppio: da un lato soffre della mancanza di un vero leader, di quelli che non sono imposti ma s’impongono; dall’altro, persiste la furbizia di chi vuole ad ogni costo presentarsi come un agnello mentre ha natura e tradizioni di lupo. Situazione non bella. Un grande leader sarebbe forse capace di uscirne collaborando alla grande col governo nei progetti che reputa positivi ed opponendosi strenuamente a quelli che reputa negativi. Oltre che mettendo Di Pietro al suo posto, che è quello di una fazione rinnegata dal Pd. Ma ci si può aspettare tutto questo da Veltroni?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 agosto 2008


IL SILENZIO DI PRODI
L’incontro di Romano Prodi con Federico Geremicca (Stampa, 21 agosto, èer il testo dell'intervista clicca qui) è interessante. Il tema costante è l’incredulità dell’intervistatore e l’evasività dell’intervistato. Geremicca non crede che l’ex-premier non si occupi più di politica, che non ne voglia più sapere del Pd, che non abbia rancori per il passato o intenzioni in futuro, mentre Prodi insiste su una posizione semplice ma apodittica: “Con la politica ho chiuso”.  Certo non c’è modo di dargli del bugiardo, ma gli si può credere?
La sinistra attuale, dal Pd a quella che è stata esclusa dal Parlamento, non parla più di Prodi. Neanche per rivendicare i meriti di un governo di sinistra che è stato al potere fino all’aprile di quest’anno. Forse dà per scontato che meriti non ne avesse e che era fatale cadesse ignominiosamente. La cosa potrebbe anche essere vera: ma se ne può dare la colpa al
solo professore di Bologna? E se questo lo vede anche chi non esce di casa e legge solo giornali, si vorrebbe che non lo veda l’interessato?
L’attuale opposizione tratta Prodi come il figlio ritardato che si tiene chiuso nella sua stanza quando ci sono ospiti di riguardo. Tutta la campagna elettorale si è svolta nel nome della cancellazione del governo caduto e perfino della condanna della sua memoria: “Mai più qualcosa del genere”. La stessa dichiarazione che il neonato Pd non si sarebbe alleato con la sinistra estrema suonava – e suona – come condanna di quella formula di governo. Ma, non si può che ripeterlo: perché dare tutta la colpa all’esecutore di quella politica?
Quello che appare evidente è che Prodi è oggetto di un’acrimonia, di un disprezzo, di una volontà di annientamento assolutamente inconsueti. Può darsi che qualche colpa l’abbia lui stesso – è tagliente, è rancoroso, all’occasione è arrogante – ma nulla giustifica il comportamento dei suoi ex-colleghi di governo e di fazione. Forse che gli altri uomini politici sono mammolette? Dunque non è del tutto vero che lui abbia deciso di uscire dalla politica. Dalla politica è stato sbattuto fuori nella maniera più violenta e, si direbbe, perfino sgarbata. Qualche omaggio in punta di labbra, quando proprio non se ne poteva fare a meno, qualche riferimento amministrativamente rispettoso, ma per il resto niente. Prodi deve stare alla larga, Prodi dev’essere dimenticato, Prodi non deve esistere. E in queste condizioni gli si va a chiedere se è stato invitato all’ex-festa dell’Unità?
Probabilmente a quella festa Prodi non lo vogliono neanche in fotografia: tuttavia, a dirla così, la cosa farebbe scandalo e allora, nell’interesse di tutti, ecco la formula più semplice: “Noi facciamo finta di invitarti, tu fai finta di dire di no. Così per giunta fai la figura di chi ci snobba”. Prodi non poteva che accettare.
Ma un dubbio rimane. Veramente “non poteva che accettare”? Sarebbe normale e umano che Prodi si vendicasse di tutte le ingiustizie subite denunciando pubblicamente l’indecorosa cancellazione di cui è oggetto. Ma qualcosa lo ha trattenuto e lo trattiene. Al riguardo si possono fare due ipotesi: la prima è che non voglia danneggiare la propria parte politica e per questo stringa i denti e taccia. Atteggiamento che sarebbe molto nobile e di cui la sinistra dovrebbe caldamente ringraziarlo. La seconda che, se si lasciasse andare a dire come la pensa, creerebbe un immenso scandalo e si troverebbe senza alleati. I politici del Pd si difenderebbero attaccandolo e lui certo non troverebbe una sponda nel centro-destra. Il mondo, per mesi ed anni, è vissuto sul discrimine bipolare Prodi-Berlusconi: se ora si inimicasse la fazione che gli fu favorevole, chi gli resterebbe accanto?
La conclusione è triste. Abbiamo sempre saputo che Prodi era più la polena che il capitano, ma la spietatezza con cui è stato buttato via, come un limone spremuto, l’ipocrisia con cui è stato scacciato nel deserto, come il capro espiatorio, suscita indignazione. Si ha voglia di difenderlo. Si è tentati di pensare all’ingratitudine di cui sono vittime il Père Goriot, o Mastro Don Gesualdo, o Re Lear. L’ingratitudine è un atto così vile che squalifica chi se ne rende colpevole. Prodi, in questo momento, vale più di chi cerca di dimenticarlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 21 agosto 2008


RISCALDAMENTO/RAFFREDDAMENTO GLOBALE?
L’articolo che segue è discutibile, come ogni affermazione che riguarda il futuro, a parte la previsione delle eclissi, e dunque non è che crediamo senza esitare ciò che afferma questo signor Herrera. Ma non crediamo neanche ciò che afferma il signor Al Gore. E del resto è vero che in particolare nel Settecento c’è stata una Mini-Era Glaciale: la Terra ha sempre avuto variazioni di temperatura. Che in futuro fenomeno dello stesso genere possa avvenire – o, al contrario, che ci sia un riscaldamento globale – è cosa del tutto ovvia; meno ovvio è sapere se dipenda dall’attività solare, dall’attività umana (non certo per il passato) o per una causa che ignoriamo. Qualcuno ha anche parlato delle variazioni della posizione dell’asse terrestre (precessione degli equinozi) e il profano non può che andare sul balcone e guardare il termometro per sapere che caldo fa oggi.
Gianni Pardo


DAL 2010 DOVREMO ASPETTARCI UNA NUOVA ERA GLACIALE
Uno scienziato messicano reputa che a partire dal 2010 avremo una nuova glaciazione.
Riscaldamento globale? Al contrario! Lo scienziato messicano Victor Manuel Velasco Herrera è dell’opinione che ci aspetta una nuova glaciazione.
Herrera è ricercatore all’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), una delle più grandi università del Messico. Secondo la sua opinione i calcoli del Consiglio del Clima delle Nazioni Unite IPCC sono sbagliati. Essi predicono uno drastico riscaldamento del clima terrestre. Il ricercare è al contrario convinto che i modelli matematici dell’IPCC non tengono conto di importanti fattori – in particolare l’attività solare. Secondo Herrera noi ci troviamo in un periodo di passaggio verso una ridotta attività solare. Fra circa due anni, pensa, comincerà un periodo di freddo che potrà durare da 60 a 80 anni.
Tali “mini-glaciazioni”, periodi di tempo relativamente freddo, ci sono già state. L’ultima è durata dall’inizio del XV Secolo fino alla metà del XIX.
L’opinione di Perrero: che i ghiacciai si stiano sciogliendo dappertutto non è vero. Al contrario: “In questo secolo i ghiacciai crescono”, secondo la rivista messicana “Milenio Diario”, che lo cita. E il fatto che in luglio sia crollato un enorme pezzo del ghiacciaio Perito-Moreno, in Argentina, secondo Herrera non ha niente a che vedere con il riscaldamento globale. Secondo la sua opinione è stato colpa dell’acqua, che si è infilata nelle fenditure del ghiacciaio ed ha distanziato enormi blocchi di ghiaccio.
Una pazza opinione isolata o ben documentata scienza?
Nel campo della ricerca sul clima l’opinione di Herrera è controversa. Infatti, in che misura l’attività solare influenzi il nostro clima è cosa molto discussa…
(Traduzione di Gianni Pardo)
AB 2010 STEHT UNS EINE NEUE EISZEIT BEVOR
Mexikanischer Wissenschaftler behauptet Ab 2010 steht uns eine neue Eiszeit bevor
Globale Erwärmung? Von wegen! Der mexikanische Wissenschaftler Victor Manuel Velasco Herrera ist der Meinung, dass uns eine neue Eiszeit bevorsteht. Und das schon 2010!
Herrera forscht an der Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), einer der größten Universitäten Mexikos. Seiner Meinung nach sind die Berechnungen des UN-Klimarats IPCC fehlerhaft. Diese sagen eine drastische Erwärmung des Erdklimas vorher.
Der Forscher ist aber überzeugt: Die Computermodelle des IPCC lassen wichtige Faktoren – insbesondere die Sonnenaktivität – außer Acht.
Laut Herrera befinden wir uns in einer Übergangsphase mit abnehmender Sonnenaktivität. In etwa zwei Jahren, glaubt er, beginnt eine Kälteperiode, die 60 bis 80 Jahre dauern kann.
Solche „kleinen Eiszeiten“, Perioden mit relativ kaltem Klima, hat es früher schon gegeben. Die letzte dauerte von Anfang des 15. Jahrhundert bis zur Mitte des 19. Jahrhunderts.
Perreros Behauptung: Dass weltweit Gletscher schmelzen, stimmt nicht! Im Gegenteil: „In diesem Jahrhundert wachsen die Gletscher,“ zitiert ihn die mexikanische Zeitung „Milenio Diario“. Dass im Juli ein riesiges Stück des Perito-Moreno-Gletschers in Argentinien zusammenbrach, hat laut Herrera nichts mit einer globalen Erwärmung zu tun. Seiner Meinung nach war Wasser schuld, das in Spalten in dem Gletscher geriet und riesige Eisblöcke absprengte.
Verrückte Einzelmeinung oder fundierte Wissenschaft?
In der Klimaforschung wird Herreras Ansatz kontrovers diskutiert. Denn: Ob und inwiefern Sonnenaktivität unser Klima beeinflusst, ist heftig umstritten...
(dalla Bild Zeitung del 21 agosto 2008)

LA LOGICA DI SCALFARI
Può darsi che Nanni Moretti sia un grande regista e può darsi che non lo sia. Di sicuro, è un grande politologo. Al festival cinematografico di Locarno – sede ovviamente adatta ai dibattiti politici – ha detto: “In Italia l'opposizione non esiste più ma c'è un altro fenomeno ancora peggiore: non c'è più un'opinione pubblica. Il dominio di Berlusconi sulle reti televisive ha spostato e devastato il modo di pensare degli italiani”. Sulla “Repubblica” di oggi queste parole sono riferite da Eugenio Scalfari che afferma d’essere d’accordo: si è giunti al “dominio delle opinioni private al posto dell'opinione pubblica”. Ci sono i regimi totalitari che impongono una credenza conforme, e c’è il regime berlusconiano che è “Una variante (non necessariamente alternativa)” ed ha lo scopo “di smantellare ogni tipo di opinione facendo rifluire l'attenzione dei cittadini sui loro interessi privati. Questo processo, se portato alle sue conseguenze ultime, conduce alla desertificazione dell'opinione pubblica”. Insomma Scalfari rimprovera agli italiani di pensare ai fatti loro, di essere meno preoccupati di come viene gestita la cosa pubblica, e dimentica che “il silenzio degli organi” è sintomo di salute. A lui dispiace che il malato non accusi dolori? Verrebbe voglia di dirgli: si consoli, una volta o l’altra la sinistra vincerà ancora e gli italiani ritroveranno in un solo colpo l’opinione pubblica e la voglia di lamentarsi.
Ecco il disastro: “Tante opinioni private senza più una visione del bene comune: questo è il prodotto del berlusconismo, agevolato e amplificato dal controllo dei media”. Non importa che si sia in agosto. Non importa che la gente non giudichi un governo ancora giovanissimo. E non importa che sia soddisfatta di ciò che è già stato realizzato. Il guaio è che essa non pensa ad un astratto “bene comune”.  Secondo Scalfari, anzi, non ci pensa nessuno. L’opposizione “ha subito l'egemonia berlusconiana e si è sintonizzata sulla stessa lunghezza d'onda”. Insomma Fassino, Veltroni e D’Alema sono berlusconiani. I felloni. L’unica, vera resistenza è rappresentata da Scalfari e Moretti.
Ma c’è ancora altro da imparare. Qual era la tesi? Che non esiste più l’opinione pubblica. Ed a questo punto ecco che Scalfari dimostra che non solo esiste, ma ne esistono quattro. “Ci sono ancora gruppi consistenti di cittadini che coltivano una visione del bene comune”. Saranno arroccati in qualche baita del Monte Rosa, ma ci sono. “Esiste un'opinione pubblica ‘berlusconista’ (‘berlusconiana’ non bastava più)… di cui sarebbe un madornale errore negare l'esistenza. Sicurezza, tolleranza zero, intransigenza identitaria, fiducia nel leader…”. Esiste l’opinione pubblica dei cattolici, quella “fondata… sul doppio pedale del ‘sacro’ e del ‘santo’ ”. Infine esiste l’opinione pubblica della “business community”, “tendenzialmente orientata verso la versione berlusconista della democrazia”. La prima notizia è che Berlusconi ha una sua visione della democrazia: pensavamo non l’avesse, ma forse siamo indietro di un giro. La seconda è che tutto questo dimostra l’altezza del pensiero di Scalfari. Si parte dalla tesi dell’inesistenza dell’opinione pubblica sotto il tallone di Berlusconi per poi illustrarne quattro. Doppio salto all’indietro carpiato e con avvitamento. Riguardo all’opinione della business community, Scalfari dice una cosa molto interessante. Essa ha “una sua precisa visione del bene comune: libertà di mercato, regole blande, considerazione degli interessi costituiti, Stato efficiente e leggero” (cose rispetto alle quali si sarebbe tentati di dire: Ottimo, no?) ma essa tende al “profitto d'impresa, variabile indipendente alla quale tutte le altre a cominciare dal lavoro debbono conformarsi”. E qui c’è veramente da divertirsi. L’espressione “variabile indipendente”fu lanciata, a suo tempo, da Luciano Lama secondo il quale il salario doveva essere indipendente dall’andamento economico dell’impresa e si poteva richiedere un aumento anche ad un’impresa sull’orlo del fallimento. L’assurdità del concetto fu tale che presto non se ne parlò più. Ma ora Scalfari parla di variabile indipendente a proposito del profitto dell’impresa e non vede di star dicendo un’assurdità ancor più grande. Un’impresa che non fa profitti e va in rosso semplicemente non sopravvive: si chiama fallimento. Dunque un
’impresa che non mette al di sopra di tutto il profitto è come un organismo che non mette al di sopra di tutto la propria vita.
E pensare che Scalfari ha cominciato come giornalista economico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  agosto 2008


IL PAPA È UN DESPOTA?
Nomen omen, dicevano i romani: il nome indica la natura della cosa. Se uno si chiama Quattrocchi, è normale che porti gli occhiali. Ma questo solo per scherzare. Nella realtà, bisogna stare particolarmente attenti proprio al caso contrario: che la cosa non corrisponda né al nome né a ciò che se ne dice.
Nell’ambito politico ci sono delle connotazioni ovvie. Democrazia uguale positivo, dittatura uguale negativo. E fin qui si potrebbe anche concordare. Anche se la dittatura, nella Roma repubblicana, era tutt’altro che negativa. Il guaio è che la stessa connotazione si applica a monarchia. E qui invece si deve distinguere. La monarchia può essere costituzionale o assoluta. Costituzionale è quella inglese, assoluta fu quella di Luigi XIV, in Francia, e tuttavia chi confonderebbe il Re Sole con Stalin?
La distinzione più significativa è fra potere assoluto e dispotismo. Montesquieu sostiene che mentre la molla fondamentale del dispotismo è la paura che tutti i cittadini hanno dell’onnipotente padrone, la molla fondamentale della monarchia assoluta è l’honneur. Anche se per onore Montesquieu intendeva la coscienza del proprio rango, la vanità del proprio status, il rapporto di cortigiano, il continuo sforzo di conquistare la benevolenza del sovrano per ricavarne benefici.
Ovviamente, il grande pensatore, mentre scriveva queste cose nell’Esprit des Lois, aveva sotto gli occhi le istituzioni della Francia ed esse non possono essere applicate a tutti i paesi. Se a volte la distinzione fra dispotismo e monarchia assoluta potrebbe risultare azzardata, per gli ultimi tre Luigi non c’è ragione di considerarli biechi tiranni. A Bisanzio, quando il nuovo califfo arrivava al potere, per eliminare possibili concorrenti per il trono, come prima cosa faceva ammazzare tutti i propri parenti; il re di Francia, quanto ad immoralità, si limitava ad avere decine di amanti e, nel caso di Luigi XIV, anche a difendere Molière contro i devoti che si ritenevano offesi.
Si può e si deve essere contro la monarchia assoluta. Anche il migliore dei sovrani può tralignare. Lo stesso Luigi XIV passò, nel corso del suo lungo regno, da amatore d’arte e di donne a bigotto, fino a commettere l’enorme errore della Revoca dell’Editto di Nantes.
Le istituzioni valgono quanto il paese che le applica. La Gran Bretagna, pur non avendo nemmeno una Costituzione, ha una vera monarchia costituzionale ed è una perfetta democrazia, mentre in passato le Repubbliche democratiche est-europee, pur essendo repubbliche e pur avendo costituzioni scritte e perfette, furono di fatto satrapie sanguinarie.
La discussione ha ripreso interesse perché la Santa Sede è stata sotto giudizio nel consiglio d’Europa. Secondo Strasburgo, lo Stato della Città del Vaticano potrebbe non corrispondere agli standard richiesti per la qualità di Stato Osservatore, nell’Ue. Come ha detto a dicembre il rappresentante inglese David Wilshire, “La sua mancanza di istituzioni democratiche e alcune sue posizioni in materia di diritti umani ne fanno un caso a parte”.
Un caso a parte? Un caso scandaloso, sulla carta: si tratta infatti dell’ultima monarchia assoluta d’Europa. Ma come negare che sia una monarchia speciale? Innanzi tutto, lo SCV è nelle mani di un uomo anziano, scapolo, perbene, eletto per cooptazione e non perché figlio di suo padre. Inoltre, la sua età e il suo disinteresse sono una garanzia. Tuttavia, salvo che al momento dell’elezione del nuovo pontefice, il Vaticano è uno Stato antidemocratico, senza dubbio. Ma la sostanza conta più della forma. Questo assolutismo non fa paura a nessuno. Personalmente, pur essendo un perfetto miscredente, non esiterei, se mi fosse utile, a prenderne la nazionalità.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it


Telecom filopalestinese?
E chi l'avrebbe mai detto? Una presa di posizione politica internazionale del principale gestore di telefonia che lascia quantomeno interdetti. Eppure la notizia rilanciata dall'Aduc  e nata tra le pagine elettroniche di Honest Reporting Italia  sito dedicato all'informazione "ortodossa" su Israele - non lascia spazio a dubbi: sul sito di Telecom dedicato al servizio Welcome Home  è vano  cercare il costo per una telefonata a Tel Aviv perché lo Stato di Israele non compare nell'elenco. Dove invece campeggia fiero uno stato di Palestina, ben triste ironia per un'entità statale che tuttora non esiste. Nel corso della telefonata al 187 che avrebbe fatto seguito a tale constatazione online, i redattori italiani del sito israeliano alla domanda "Quali sono le tariffe per Israele?" si sarebbero sentiti rispondere: "Guardi le tariffe per la Palestina". Come dicevo, crudele ironia telefonica.
L'agenzia Adnkronos ha ripreso e rilanciato la notizia con alcuni virgolettati del deputato della Pdl Isabella Bertolini, che definisce l'accaduto "un vero scandalo". Poi l'esponente del Popolo delle Libertà si spinge oltre, preannunciando un'iniziativa politica sul fatto: "Solo pochi mesi fa, durante il Governo Prodi, il ministero degli Interni aveva cancellato Israele dalla mappe dei palmari della Polizia di Stato, che solo grazie alle nostre prese di posizione fu immediatamente ripristinato, oggi la Telecom ricade in questo pericoloso atto. Per quanto mi riguarda presenterò un'interrogazione al Governo per capire le motivazioni di questo gravissimo fatto nei confronti dell'unica democrazia del Medio Oriente".

Federico Cella <http://vitadigitale.corriere.it/>


PROBLEMI INESISTENTI E SOLUZIONI IMMAGINARIE
Di fronte a certi problemi si rimane stupiti. Per alcuni – come il rilascio delle impronte digitali o del proprio dna all’Autorità – ci si chiede perché si facciano tante storie. In fondo, lo Stato ha già i nostri dati anagrafici e la nostra fotografia, aggiornata nel tempo per giunta. Che abbia anche il nostro numero di scarpe, se gli serve. E tuttavia, quando si parla di impronte digitali e di dna, chissà perché, si levano alti lai.
Un altro problema inesistente è quello degli organismi geneticamente modificati. Tutti sembrano ignorare che i cani lupo, i bassotti, gli alani e via enumerando sono ogm. Che ogm è anche il frumento biologico attuale, visto che la sua generosità – in confronto all’avarizia di cui davano prova le spighe in epoca romana – è frutto di lunghe selezioni. Insomma, l’uomo ha modificato i prodotti e perfino gli animali, nel corso dei secoli, e solo recentemente ha trovato una scorciatoia, gli ogm: ma il fenomeno è vecchio e non si vede perché debba suscitare allarme. Solo per misoneismo, rispetto al metodo impiegato?
Analogo falso problema è quello dell’elettrosmog che, dal punto di vista scientifico, semplicemente non esiste. Il fatto che esista la parola e che se ne parli non dimostra nulla: diversamente anche Pinocchio esisterebbe. Per l’elettrosmog i furbi hanno però inventato, oltre alla parola, un sacrosanto mantra, il principio di precauzione: “E se poi esistesse e facesse male? E se poi anche gli ogm facessero male?” Domande stupide. “E se uscendo tu fossi investito da un autocarro?” “E se mangiando un frutto ti strozzassi col nocciolo?” “E se il tuo cane impazzisse e ti azzannasse alla gola?” “E se scivolassi sulle scale di casa e ti rompessi l’osso del collo?” Per precauzione bisognerebbe morire, solo così non si correrebbero più rischi.
Sull’altro versante ci sono i problemi veri con le soluzioni false. Per esempio il traffico cittadino che dovrebbe essere risolto dalla moltiplicazione esponenziale delle piste ciclabili. Si dimenticano alcune cose. In primo luogo, che chi vuole andare in bicicletta ci va già, non aspetta le piste. E che chi non vuole andarci non ci andrà solo perché una strisciolina, sulla strada, dice che finalmente dispone di una sede a lui riservata. Poi, si dimentica che mentre alcune città consentono facilmente l’uso della bicicletta, basti pensare a Padova e a tutta l’Olanda, altre città sono adatte solo a giovani scalatori. Un napoletano che abita al Vomero come tornerà a casa, se va a Mergellina? Col carro attrezzi? E lo stesso vale per Genova, per Catania, per Messina, e per moltissime altre. Infine si dimentica che mentre in un giorno di sole i potenziali sportivi sono invogliati a tirare fuori la bicicletta, nei giorni di pioggia il malcapitato ciclista è regolarmente coperto di schizzi di fango dalle automobili di passaggio. E dunque quel giorno – proprio quando nessuno vuole andare a piedi – anche lui prende l’auto.
A Catania il traffico è una maledizione e il parcheggio un’autentica quadratura del circolo. Soprattutto per chi deve lasciare l’auto per andare al lavoro. A questo punto il Comune ha pensato ad una bella soluzione: i parcheggi scambiatori. In periferia sono stati creati (con altissimi costi) grandi parcheggi in cui i pendolari avrebbero dovuto lasciare la propria auto per poi proseguire con i mezzi pubblici. Solo che i mezzi pubblici non funzionano (si può aspettare un autobus anche mezz’ora o tre quarti d’ora) e nessuno dunque ha lasciato l’auto nei parcheggi scambiatori. Il più grande ha addirittura dovuto chiudere. La città è nel caos come prima e peggio di prima.
A Parigi nessuno si sognerebbe di andare con la propria auto. Ma lì si dispone di una metropolitana veloce e regolare, gli stessi autobus urbani sono puntualissimi tanto che in ogni fermata è scritto l’orario, preciso al minuto e rispettato al minuto. Perché prendere l’automobile, se si arriva prima e con minor spesa con i mezzi pubblici? I parigini non sono più civili dei napoletani o dei palermitani: dispongono di una soluzione più comoda. Se andassero a vivere a Napoli o a Palermo, parcheggerebbero anche loro in terza fila.
Dinanzi alla confusione di voci e proposte sui problemi della vita associata si ha a volte la tentazione di rifugiarsi in un eremitaggio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

GIORNALISTI PRESUNTUOSI
In questi giorni ci sono scontri fra Georgia e Russia e, ovviamente, tutti i giornali ne parlano. Essi, però, non si limitano a riferire i fatti: ne forniscono un’interpretazione. E qui gli opinionisti si dividono in due categorie: ci sono dei giornalisti come Ronchey, Bettiza, R.A.Segre e pochi altri che o sono già competenti della materia - e possono dunque giudicare i fatti nuovi inastandoli su quelli vecchi - o, prima di scrivere, hanno l’onestà d’informarsi; e ci sono gli altri, moltissimi, che dopo una prima infarinatura sparano verità perentorie. Condannano ed assolvono. Dipingono quadri in cui le linee nette delle certezze sono sommerse da schizzi di colore e passione. Ovviamente non si parla neppure di tutta la pubblicistica di estrema sinistra che in ogni avvenimento trova un’occasione di predicazione e tutto fa rientrare nel suo schema manicheo.
Una delle prove dell’insopportabile superficialità della maggior parte dei giornalisti è data dalla facilità con cui dànno del cretino e dell’incompetente, quando non del delinquente, a qualunque Capo di Stato. A cominciare dal Presidente degli Stati Uniti e da Putin. Intendiamoci, non è che costoro, e in generale gli uomini politici le azzecchino tutte: la storia è piena di errori enormi, non raramente tragici. Tuttavia non bisogna dimenticare che chi comanda, a meno che non sia un pazzo come Adolf Hitler, si circonda di consiglieri e di competenti in tutte le branche. Ci sono staff interi che studiano i vari problemi per il governo. Quando dunque un Paese fa una certa mossa, la fa disponendo di un numero di dati enormemente maggiore di quello del giornalista. A questo punto si può ancora sbagliare, ma non è presuntuoso chi, seduto alla sua scrivania, giudica gli altri in modo sprezzante, quasi dicendo: “se solo ci fossi stato io, al suo posto”?
È vero, Bush si è illuso quando ha pensato che l’Iraq invaso si sarebbe presto e da solo trasformato in una pacifica democrazia. Ma non hanno sbagliato altrettanto pesantemente le migliaia di giornalisti che per anni hanno dichiarato quella guerra era disastrosa, persa, senza via d’uscita? Oggi il capitolo Iraq non fa nemmeno parte della campagna presidenziale americana, tanto quel generale Petraeus ha fatto miracoli.
Ci sono casi in cui stabilire chi ha torto e chi ha ragione è più che azzardato. In politica internazionale aggrapparsi al codice penale o alle leggi morali non serve a niente. Se il paese A invade il paese B e lo annette, è inutile stare a dire che la cosa è contraria al diritto: ex facto oritur ius, il diritto nasce dai fatti. Del resto, come si sono stabiliti i confini che siamo abituati a considerare sacrosanti? Non certo in pacifiche conferenze internazionali. Diversamente Kaliningrad si chiamerebbe ancora Königsberg. E se il Tibet rimarrà cinese abbastanza a lungo, alla fine nessuno ricorderà come lo è diventato.
È vero, la stessa cosa non è riuscita a Saddam Hussein col Kuweit, ma perché ha sbattuto contro la forza delle armi americane. È col cannone, non col diritto, che gli irakeni sono stati sloggiati.
Nel recente dramma del Caucaso, non bisogna dimenticare che, accanto alla presunta inviolabilità della frontiere, esiste il principio di nazionalità. Un principio che nell’Ottocento è stato vangelo e che gli occidentali hanno ancora in questi mesi imprudentemente applicato nel Kosovo. Dunque, nel caso del Caucaso, si ha il contrasto fra l’inviolabilità delle frontiere, che dà ragione alla Georgia, e il principio di nazionalità che dà ragione all’Ossezia e al suo possente alleato russo. Ce n’è abbastanza per non tranciare giudizi con l’accetta.
Capita di sbagliare ai Capi di Stato, benché circondati da esperti e consiglieri, e dunque lo stesso diritto dev’essere consentito ai giornalisti. Ma ad una condizione: che non abbiano l’atteggiamento di Barbara Spinelli. Costei potrebbe concludere tutti i suoi articoli con questa semplice frase: “L’errore del Mondo è stato quello di non affidare le sue sorti alla sottoscritta. Ora, qualunque cosa gli succeda, è colpa sua”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  agosto 2008


DOV’È BEETHOVEN?
In un telefilm americano gli investigatori trovano il cadavere di un uomo, sul marciapiede. L’uomo è stato ucciso ma ha ancora in tasca il portafogli e il porta
monete: dunque non è una rapina finita male. Ad un certo punto però uno dei detective, tenendo in mano gli effetti personali del morto, dice: “Come mai non ha le chiavi di casa? Tutti, uscendo, portiamo con noi le chiavi di casa: come mai costui no?” Osservazione non priva d’interesse. Notare un’assenza è più difficile che notare una presenza. Il nostro occhio di predatori è abituato a notare per prima cosa ciò che si muove. Nello stesso modo, se sulla scena c’è un Beethoven, anche l’imperatore d’Austria va ad ascoltarlo. Ma quanta gente nota che oggi non c’è nessun Beethoven?
Alcuni anni fa uno storico americano, Fukuyama, azzardò la tesi della “fine della storia”. Non succedeva più niente e niente sarebbe successo in futuro, opinava: una volta raggiunte la prosperità e la democrazia, non c’era più dove andare. Questa idea si può discutere ma rischia di sembrare valida in un altro ambito, quello artistico. E torna la domanda: come mai non c’è nessun Beethoven?
Guardando alla storia dell’arte, si notano momenti in cui essa fiorisce in modo rigoglioso ed anzi splendido: l’Atene di Pericle, l’Italia letteraria del Trecento, il Settecento in musica. È vero che ci sono periodi di stasi e, per così dire, di silenzio: dalla caduta dell’Impero Romano al Duecento, è come se l’Europa, dal punto di vista artistico, si fosse addormentata. Ma che risveglio! Da quel momento la fiaccola è passata dall’Italia alla Francia, alla Spagna, all’Inghilterra, ed è stato tutto un fiorire di opere e di autori. Per parlare solo di Parigi nel 1830, ecco un anno in cui trionfa il romanticismo con Victor Hugo, Lamartine, Vigny, Musset e tanti altri, mentre Berlioz produce – cosa incredibile, stante la modernità di quel testo musicale – la “Symphonie Fantastique”. E si potrebbe continuare allineando decine di nomi che sono ancora oggi famosi. L’Ottocento è l’ultimo secolo d’oro, per l’arte.
Col Novecento purtroppo il grande fiume diviene torrente; e poi ruscello, e poi rigagnolo e oggi sembra asciutto.
Già negli anni Cinquanta del secolo scorso, ragazzo, mi lamentavo della penuria di grandi scrittori, grandi pittori, di grandi compositori. E tutti mi rispondevano: “Che ne sai? Forse in questo momento c’è già un grande artista ignorato, forse opere che oggi ci sembrano astruse un giorno saranno riconosciute come capolavori. A volte l’arte è in anticipo sul presente”. Belle parole, contro cui non potevo obiettare nulla. Ma chi è ottimista a volte è sconfitto da chi è longevo. Sono passati molti decenni e l’umanità non ha ancora applaudito quei geni ignoti. Non si è ancora entusiasmata per un’opera artistica degna della Nona di Beethoven. È finalmente lecito dire che, se non la fine della storia, stiamo vivendo la fine dell’arte? E, se non la fine dell’arte - dal momento che nessuno conosce il futuro - quanto meno un lungo sonno artistico? Fino al 1897 c’è stato Brahms, ma in seguito c’è forse stato un altro Brahms? In musica abbiamo avuto il jazz e i Beatles, ma chi oserebbe comparare questi risultati con la grande musica? Tutti i programmi di musica alta (Il Quinto Canale della Filodiffusione italiana, France Musique, Radioclassique, Radioclasica, RadioSwissClassic) ignorano serenamente tutto ciò che è stato prodotto nel secolo scorso. Ogni tanto, per scrupolo, trasmettono Gershwin o qualche aria di un famoso musical americano, ma proprio queste “citazioni” dimostrano che, pur senza avere pregiudizi, non c’è poi molto, da ascoltare, dopo Mahler.
E le cose non vanno meglio in letteratura. La pletora di autori, in tutte le lingue, e in un momento in cui chiunque può pubblicare (anche gratis, sul proprio blog), dimostra l’inesistenza del grande genio che segna col proprio nome un’epoca. Anche qui, dov’è il Beethoven delle lettere? Per non parlare della pittura – che fa spavento alle persone normali – o della scultura, le cui produzioni sembrano piuttosto sintomi di una patologia che occasioni di godimento.
Chi mi conosce personalmente sa che queste sono cose che dico da molto tempo. Dagli Anni Cinquanta, appunto. Ma forse che il passaggio del tempo non mi dà ogni giorno più ragione?
Non sono constatazioni che si fanno volentieri. Si direbbe che dal punto di vista artistico siamo costretti a rimasticare il passato. Di attuale c’è solo il cinema, un’arte minore che il tempo corrode. È legno, non marmo. Per amare “La conquista del West”, “Ombre Rosse” o “La foresta pietrificata” bisogna un po’ avere l’animo dell’archeologo. Un giovane già storcerebbe il muso solo alla prima immagine: “Un film in bianco e nero?”
La conclusione è sconsolata. Negli anni Cinquanta non ero contemporaneo di grandi geni allora misconosciuti, ero contemporaneo di una enorme massa di persone come me: epigoni.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  agosto 2008

Soliti professionisti dell’antiamericanismo
“Yankee go home dalla Georgia” è il nuovo grido di battaglia non solo dei nostalgici dell’Unione Sovietica, ma anche dei professionisti dell’antiamericanismo moderno, sottile e radical chic. E’ stato Giulietto Chiesa a cominciare, poi sono arrivati Barbara Spinelli, Franco Venturini e infine l’immaginifico Vittorio Zucconi. Con un articolo di sabato sulla padronale Stampa, tovarich Chiesa ha acrobaticamente spiegato che l’invasione russa in territorio georgiano e i bombardamenti moscoviti sulla capitale Tbilisi sono tutta colpa degli americani. A ruota, domenica, Barbara Spinelli. Il suo articolo conteneva poco o niente sulle interferenze russe in Ossezia del sud, ma molto anzi moltissimo sulla “fame di controllo sul Caucaso” che “ha accomunato tre presidenze Usa”. La colpa della “follia di Putin”, anche per l’antiputiniana Spinelli è degli americani, da Bush padre a Bush figlio, passando per Bill Clinton. Putin è il male, gli yankee di più.
E’ una nuova e diffusa tendenza questa, che sostituisce l’antica e infame usanza di “accusare le vittime” delle miserabili azioni dei loro carnefici. Quella, tranquilli, resiste ancora solo se a far da bersaglio c’è Israele o qualche marine americano. In questo caso, infatti, prendersela con i georgiani non sarebbe stato cool, figuriamoci con i carriarmati russi o con le manovre putiniane per fomentare la ribellione antigeorgiana in Ossezia che poi ha convinto il governo di Tbilisi a intervenire per ristabilire l’ordine nel suo paese. No, molto più figo puntare il dito su Washington (“non poteva non sapere” è l’accusa più ricorrente e sempre valida sia per Bettino Craxi sia per la Casa Bianca).
L’idea predominante dei nostri editorialisti impegnati è che Putin sia pazzo, quindi in qualche modo giustificato per le sue azioni, che il presidente georgiano sia un burattino manovrato dalle multinazionali americane, che l’Europa sia imbelle e che gli americani, beh, che gli americani siano i soliti arroganti, stupidi e pericolosi imperialisti di sempre.
Franco Venturini, per esempio, sul Corriere di ieri, ha scritto che “il richiamo ai principi risulterebbe più efficace se l’occidente non avesse nell’armadio lo scheletro ancora fresco dell’indipendenza unilaterale del Kosovo”, paragonando l’ingerenza russa in Ossezia del sud e la successiva invasione armata con la storia di una provincia autonoma liberata dalla comunità occidentale in seguito a una guerra che ha fermato in tempo la pulizia etnica serba e che poi è stata amministrata per anni dalle Nazioni Unite e da governi democraticamente eletti.
A questo giro la colpa dell’occidente e dell’America è quella di voler aiutare Georgia e Ucraina a entrare nella Nato da nazioni libere, sovrane e democratiche, invece che a farsi fagocitare dalla Cremlin Petroleum.
Il nuovo, ma in realtà antico, trend opinionistico antiamericano si è elevato ad arte letteraria con Vittorio Zucconi, sulla Repubblica di ieri. Il grande Zuc. ha spiegato che “la dottrina neo-con dell’interventismo ora si ritorce contro la Casa Bianca” e che “il boomerang dell’interventismo unilaterale torna a chi lo aveva lanciato”. Cioè mette sullo stesso piano l’interventismo democratico del presidente liberal Bill Clinton e del leader socialista Tony Blair (e del gran capo di Red, Max D’Alema), poi ripreso dal presidente repubblicano George W. Bush grazie ai consulenti neoconservatori, con l’invasione in stile armata rossa di Mosca. A parte che l’interventismo americano non è stato unilaterale – né in Kosovo (dove c’era la Nato e perfino Max D’Alema) né in Iraq (dove c’erano 16 risoluzioni Onu, il consenso di tutta l’Europa tranne Francia e Germania, e il sostegno di una quarantina di paesi) –  il grande Zuc. è riuscito a fare di più: ovvero ad accreditare l’idea che il Cremlino voglia il cambio di regime in Georgia, in applicazione della dottrina del “cambio di regime” bushiano in Iraq. Non ci fossero stati i neocon e Clinton, secondo Zucconi, non ci sarebbe stata l’invasione russa della democratica Georgia. Certo. E, a questo punto, non può che essere colpa loro anche la scaramuccia con l’Ucraina e con i paesi baltici. Ma allora perché non addebitare ai malefici neocon anche la cancellazione della Cecenia e magari l’invasione dell’Afghanistan e i carriarmati in Polonia e la sottomissione della Cecoslovacchia e il cambio di regime in Ungheria?
Se Zucconi voleva proprio trovare un punto di contatto tra l’intervento russo in Ossezia e Saddam, il paragone giusto non era la liberazione dell’Iraq, ma l’invasione irachena del Kuwait.

Christian Rocca -
http://www.camilloblog.it/archivio/category/articoli/il-foglio/

LA GRANDE USURPAZIONE
Per decenni i socialisti italiani hanno subito l’ipnosi del Pci. Lo hanno visto come un partito più coraggioso, quasi più ortodosso del loro, e ne sono stati succubi. Poco dopo la guerra, alleandosi con Togliatti, Nenni fece addirittura rischiare all’Italia un destino cecoslovacco e più tardi De Martino fu costantemente aggregato al carro comunista. Benché tutto dividesse i due partiti - l’uno idealista, l’altro totalitario, l’uno libertario, l’altro oppressore, l’uno laico e aperto, l’altro conventicolare e bigotto, oltre che fanatico - il pregiudizio della loro parentela è stato duro a morire. Solo con Craxi i socialisti hanno ritrovato la loro anima. Questo Segretario ebbe l’immenso merito di ridare al Psi la sua autonomia politica ed ideale e il risultato fu la scomunica dei comunisti. Costoro infatti non concepivano salvezza al di fuori della loro chiesa e la loro lotta contro i socialisti fu senza quartiere. Fino a trionfare con l’ipocrisia di Mani Pulite.
Il Psi è stato assassinato ma, per fortuna, a volte un’idea giusta prevale su un disastro epocale. La Rivoluzione Francese fu sfregiata dalla Tragedia del Terrore, sfociò in qualcosa di illiberale e vagamente ridicolo come l’Impero, fu quasi condannata alla damnatio memoriae con la Restaurazione e tuttavia la Francia del 1830, quindici anni dopo Waterloo, era quella che avrebbero voluto i Girondini. Non solo la Rivoluzione ha trionfato, nella sostanza, ma sui suoi principi si è allineata l’Europa intera.
Qualcosa di analogo è avvenuto col Psi. È stato accusato di una colpa che avevano tutti, Pci compreso; è stato sconfitto e cancellato; è stato trattato come una malattia di cui guarire e si è arrivati all’orrore di vedere persone che si vergognavano di essere state amiche di Craxi. Per non parlare di altri che, pur essendo stati il braccio destro del Segretario, come Giuliano Amato, non avevano mai sentito parlare di tangenti e ricordavano appena il passato. Craxi chi? La storia però è andata avanti ed ha costretto tutti a vedere ciò che i liberali vedevano dal tempo di Lenin: che il socialismo è un ideale di libertà solidale, mentre il marxismo in concreto è un collettivismo liberticida che cerca d’applicare una teoria economica disastrosa. Il crollo dell’Unione Sovietica ha reso il comunismo arcaico e obsoleto, impresentabile e doloroso come un trapano a pedale. Così, dopo che Amato non si è accorto d’essere stato amico di Craxi, abbiamo avuto Veltroni che non s’è accorto d’essere stato comunista.
Ai comunisti non è rimasto che rinunciare al loro nome. Lo hanno fatto con Occhetto e tuttavia, mentre abbracciavano un ideale di sinistra moderata – cioè un ideale socialista – da un lato non hanno avuto la decenza di levarsi il cappello dinanzi a questa grande ideologia, dall’altro non hanno perso la vecchia mentalità: loro rimangono i migliori e non hanno bisogno di pescare idee altrove. Per questo, invece di dichiararsi socialisti, si dichiarano democratici. Come se gli altri fossero antidemocratici. E invece di riconoscere che i socialisti erano coloro cui la storia aveva dato ragione, li hanno esclusi dalla loro coalizione. Hanno preferito Di Pietro, in mancanza di Barabba. E che cosa hanno ottenuto? Una disfatta totale. Politicamente la peggiore dai tempi del 1948 e del 1951.
Ciò malgrado, in Italia rimane valida l’assurda tendenza a riunire sotto l’unico concetto di sinistra tre tendenze affatto diverse. I partiti dell’Arcobaleno, simili all’inglese Società della Terra Piatta, che non si sono accorti di Copernico; Il Pd, paradigma dell’ambiguità, che del Pci e della Dc sembra avere ereditato i peggiori difetti; infine l’ideale socialista, che tanto successo ha in larga parte del mondo ma non in Italia. E dunque, se domani si votasse, molti, sentendosi di sinistra, si turerebbero il naso e voterebbero Pd.
Che cosa può fare oggi un Psi? Forse non molto. Il suo posto è abusivamente occupato dal partito di Veltroni e nelle elezioni si scontra con uno sbarramento elettorale capace di eliminare dal panorama politico ben tre formazioni in un sol colpo, anche se riunite in un pubblicitario Arcobaleno. Quello socialista, malgrado i suoi molti errori passati, è un partito decente, moderato, che ha il suo equivalente – spesso vincente – nella maggioranza dei Paesi democratici: ma in Italia è ridotto ad essere un gruppuscolo. E non si vede come uscirne. Solo per non chiudere su una nota di pessimismo senza luce, si fanno due ipotesi.
La prima, flebile speranza, è che il Pdl accetti un apparentamento, in modo da convincere gli elettori che il voto per il Psi non è disperso, e da consentire allo stesso Psi di far sentire la sua voce. Del resto, quel partito ha già, nel suo seno, moltissimi ex-socialisti.
L’altra e più naturale ipotesi è che questa stessa operazione sia realizzata col Pd. Purtroppo, questo partito sembra vittima, come Ercole, d’una follia autodistruttiva. Inoltre è afflitto da un’inguaribile arroganza autoreferenziale. Dovrebbe riconoscere i suoi errori passati, dovrebbe proclamarsi esso stesso socialista e cooptare il Psi, socio fondatore, consentendogli di mantenere il suo simbolo e la sua storia: ma ci sono poche speranze che ciò avvenga. Gli ex-comunisti si sentono, oggi come sempre, la crème de la crème. Non solo non chiedono scusa a nessuno, ma si considerano destinati per diritto divino a distinguere il bene dal male. Gli ex-democristiani della Margherita, poi, o sono catto-comunisti, ed hanno gli stessi vizi, oppure temono i socialisti in quanto portatori di valori laici e progressisti.
Forse il Psi ha poche speranze, ma è certo che l’Italia ha anch’essa poche speranze di avere una sinistra veramente moderna.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  agosto 2008


ATTO UNICO
Il 1995 è un anno molto vicino alla tempesta di Tangentopoli. Gianni Pardo scrisse allora un testo che può servire a discutere di quell'interessante periodo, dal titolo "Il Granello di Sabbia".
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LE SOTTIGLIEZZE DI ICHINO
Pietro Ichino, sul “Corriere” del 9 agosto, riconosce l’ “effetto Brunetta” sull’assenteismo degli statali, ma aggiunge che esso non è tutto e non basta. Bisogna riorganizzare l’amministrazione dello Stato, renderla più efficiente, ecc. Non ha torto. Tuttavia l’articolo è fastidioso, come avviene ogni volta che, di fronte ad un miglioramento, ci si vuole mostrare pensosi e sottili, andando a scovare una critica. Si pensa a quei competenti di balletto che, invece di estasiarsi dinanzi ad una perfetta esecuzione del “Lago dei Cigni”, vi fanno notare che la mano sinistra della prima ballerina non aveva col corpo l’angolazione ideale, nel pas de deux. Cose che inducono a chiedersi se certe persone vanno ad uno spettacolo per goderselo o per vedere che cosa potranno criticare.
Per l’articolo di Ichino il sentimento di fastidio nasce non tanto da ciò che c’è, ma da ciò che manca: l’applauso per Brunetta. È inutile che lui concluda notando che si è parlato troppo di forbici e di frusta: i lettori hanno avuto per anni un tale anelito di vedere usare le forbici e – perché no? – la frusta, che non ne hanno ancora abbastanza e sono felici di questo inizio. “Intanto i fannulloni facciamoli andare al lavoro”, pensano; “poi, se batteranno fiacca, almeno la batteranno in ufficio. E chi dice che i colleghi non li costringano a lavorare, una volta che li hanno sottomano?”
È strano che una persona intelligente come il giuslavorista scivoli su questa buccia di banana. Se un giorno si realizzerà il Ponte sullo Stretto, sicuramente qualcuno scriverà che, con esso, si è perduta l’occasione di quei venti minuti di crociera sul mare blu dello Stretto; l’occasione di sgranchirsi le gambe per chi ha guidato per ore ed ore; perfino l’occasione di andare a prendere un caffè nel bar del traghetto. Tutte cose giustissime, per chi le scrive a Milano o a Roma. Ma tutte cose che manderebbero in bestia chi ha fatto tante volte l’esperienza dell’attesa del traghetto sotto il sole, chi si accorge, dovendo ancora fare settecento chilometri, di avere perso quaranta minuti per percorrere tre chilometri. A questo automobilista imbufalito chi avrebbe il coraggio di andare a parlare di una “crociera di venti minuti” sul “mare blu dello Stretto”?
Ecco quello che non va nell’articolo, non avere digerito una delle massime di Deng Xiao Ping: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’essenziale è che prenda i topi”. Con tutto il rispetto per i critici di Brunetta, si avrebbe voglia di dirgli: intanto speriamo che duri. Quando saremo sicuri di avere realizzato questo progresso, prima ringrazieremo questo piccolo ma fattivo ministro, poi, ma solo poi, gli chiederemo di proseguire nell’opera di bonifica.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 11 agosto 2008


“DIMENTICATEMI”
“Dimenticatemi”, pare abbia detto in questi giorni Prodi ai giornalisti. Che è un po’ come un condannato reputasse necessario dire al plotone d’esecuzione: “Sparatemi!”. Per questo, anche se a molti è stato antipatico o peggio, si può sentire un po’ di comprensione, per lui.
In “La vida es sueño” (Calderón de la Barca) si fa credere al principe Sigismondo, prigioniero in una torre, di avere sognato di essere a corte, ossequiato ed obbedito da tutti. Nella realtà è il padre che l’ha drogato e fatto risvegliare a Corte, per vedere se è o no adatto a regnare. Anche Cartesio ha scritto che è impossibile distinguere il sogno dalla realtà, rinviando a Dio la soluzione del problema. Tutto questo viene in mente a proposito di Prodi. Dopo essere stato per anni il personaggio principale del centro-sinistra, è ricaduto nel nulla e farebbe bene a non dire: “Dimenticatemi”; rischia di sentirsi rispondere: “Già fatto”.
La sua parabola è degna di commento. Non è stato il primo ad essere messo da parte, dopo un momento glorioso. È avvenuto ad un grandissimo politico come Churchill o ad un gigante come De Gaulle. Ma questi grandi, pur nell’esilio dal potere, sapevano di avere un posto nella storia. Nelle loro case di campagna potevano godersi, da vivi, la celebrità che non li avrebbe abbandonati da morti. Sapevano di essersi guadagnata una fama e una gratitudine imperiture. A Prodi capita l’inverso: sperimenta da vivo l’oscurità di quando sarà morto. È stato già cancellato dal registro dei presenti. È perfino ricordato con imbarazzo da chi, prima, l’ha innalzato ai più alti fasti: e dunque è peggio che dimenticato.
Romano Prodi non è un genio nel senso corrente del termine. Per molti anzi è un mistero come sia riuscito a raggiungere certe cariche. Ma la sua genialità si è manifestata nella capacità di farsi gli amici giusti al momento opportuno, nella capacità di servirsi dell’amico A per salire un gradino, e poi dell’amico B per salire un secondo gradino, senza farsi nemici né l’uno né l’altro, ed anzi tessendo una rete d’amicizie da sfruttare al momento opportuno. Al livello più basso si chiama carrierismo, al livello di Prodi è genialità.
Il suo massimo successo l’ha avuto quando è riuscito a proporsi come il “senza partito” al di sopra dei partiti; l’uomo capace di fare i propri interessi ma anche e soprattutto quelli di chi l’ha elevato ad un posto di responsabilità; il politico capace di presentarsi come un realista che offre la garanzia di avere poche idee e per giunta flessibili; infine come qualcuno che non avrebbe fatto ombra ai suoi kingmaker. Prodi, nelle intenzioni dell’Unione, sarebbe dovuto essere sempre e soltanto l’uomo dei maggiorenti. Uno che da loro otteneva la sua forza e che per loro l’avrebbe usata. Ecco perché le rare volte in cui, durante l’ultima legislatura, ha fatto la voce grossa (come nel “Dodecalogo”), ed ha detto “Qui comando io!”, a sinistra il risultato è stato un ghigno represso.
La situazione è stata sempre chiara. Ma forse non è stata chiara a lui. Nessuno può facilmente ammettere di essere soltanto, e per tutta la vita, un uomo di paglia. Alla fine avrà creduto anche lui al prof.Prodi, al Ministro Prodi, al Presidente Prodi, al Primo Ministro Prodi. E ora, come può accettare d’essere un prigioniero nella torre, un nessuno senza importanza? Lui che ha disprezzato Berlusconi e non gliel’ha certo mandato a dire, vive il contrasto fra il Cavaliere che ha un potere che nessuno ha mai avuto nell’Italia Repubblicana, e se stesso, una persona di cui si vergognano persino le mezze calzette della Margherita. Oggi è obbligato a guardare il proprio personaggio afflosciato per terra come un palloncino bucato.
Il vecchio Menandro ammoniva che “Muor giovane colui che al Cielo è caro” ma noi siamo lieti che Prodi sia in buona salute e ancora oggi valido ciclista. Quel che è certo è che se la sua vita si fosse conclusa mentre era ancora a Palazzo Chigi, soggettivamente avrebbe potuto vederla come una serie di successi. Oggi invece deve contemplare la propria sconfitta, ed anche la più evidente dimostrazione della natura apparente dei suoi precedenti trionfi. A volte il destino è crudele.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 10 agosto 2008


Benvenuti Italiani “sì plego”
Il “Dragone fa paura” e di fronte alla paura come sempre gli italiani si dividono in repubblicani e partigiani, in coraggiosi solitari, ritenuti pazzoidi, come la ministra Giorgia Meloni, giovane, intelligente e senza peli sulla lingua e la moltitudine dei pavidi protesi al compromesso ed all’ipocrisia. Anche in Cina ed anche con la Cina saremo italiani, pronti a gridare al deserto la nostra indignazione e pronti a scusarci non appena il Golia di turno si avvicina pericolosamente. Il pericolo di squalifiche, di umiliazioni diplomatiche e politiche, di distacco di accordi economici con centinaia di grandi nomi in Italia che operano in Cina, grazie al basso costo degli operai cinesi utilizzabili da tutti come factotum di quattordici ore al giorno…Tutti hanno paura. Nomi e cognomi.
Ha paura il ministro Frattini che sarà presente perché non può sputtanare holding di miliardi di fatturato che potrebbero rischiare molto e fargliela pagare altrettanto cara. Ha paura l’imprenditoria che spera ancora in questo porto franco per fare affari buoni per tutti, con bassi costi, evasioni possibili e via dicendo. Hanno paura il CONI ed il sig. Petrucci, già sfigurato dai numerosi scandali doping che invitano tutti a “trasformare lo sport in un’occasione per far risaltare i valori del rispetto reciproco e della fratellanza”, già ma solo quando si è in vena di buonismo, riservandosi di “non mischiare politica e sport”, quando la politica è denuncia di condannati a morte fucilati, di aerei cinesi che sorvolano il Darfur ammazzando inermi, di terremoti ed incidenti nelle miniere nascosti al mondo e mistificati per i parenti, di monaci e religiosi trucidati in Tibet e Birmania con la supervisione dell’Olimpica Cina. Chiacchiere, solo chiacchiere! Abbiamo paura, viviamo nella paura ed andremo in un mondo surreale a far sembrare che tutto sia bello e spettacolare. Da Italiani. Il Tg1 mette la bandiera olimpica in sovrimpressione, i giornalisti proveranno a parlare di sport, il Papa grida alla fratellanza mentre la Chiesa Cattolica viene mangiata dalla Chiesa patriottica, chi dice “bah”, al meglio viene rimpatriato ed al peggio incarcerato chissà dove e perché. “Welcome”. Benvenuti ospiti, sarete graditi se farete tutto quello che vi diremo di fare, magari anche perdere.
Difficile attendersi un piccolo gesto di coraggio in un’Italia così tartassata con tanto da chiedere alla Cina. E’ il prezzo della nostra debolezza, la libertà. Pensateci quando credete di essere schiavi degli Usa…Magari solo di loro, salterei di gioia.

Angelo M. D'Addesio


ELIO VELTRI E LO STATUTO DELL’IDV
Un’intervista di Elio Veltri. Gli ex-amici a volte sono più velenosi dei costanti nemici, ma qui si pone un problema giuridico e finanziario al quale si amerebbe sentir dare una risposta seria.
G.P.


"Tutti i maneggi del mio ex amico Di Pietro"
Elio Veltri accusa l'ex pm: "L'Italia dei valori è una gravissima anomalia. Ha blindato il partito per incassare direttamente i finanziamenti statali. Ai tempi dei Democratici per Prodi iscrisse al movimento l’intera via della malavita di Cosenza. Travaglio? O certe cose non le sa o è distratto..."
Milano - «Di Pietro? Prima di fare il paladino della società civile dovrebbe spiegare agli italiani i maneggi che si nascondono dentro il suo partito». Elio Veltri è l’ex amico storico di Antonio Di Pietro. E come tradizione vuole, ha qualcosina da dire sull’ex pm.
Ma con Di Pietro ci parla ancora? «No».
Come mai, se posso... «Può. Me ne sono andato nel 2001, quando ero il vicepresidente dell’Idv. Da allora non ho più rapporti. I motivi della rottura erano legati alla gestione del movimento, alla scelta delle persone, agli incarichi dati a personaggi che secondo me in un movimento come quello che si era proposto di cambiare l’Italia dal punto di vista morale, erano diciamo... inadeguati».
È cambiato qualcosa, da allora? «No. Anzi, ho scoperto fatti molto gravi che riguardano la gestione del partito».
Si riferisce all’inchiesta del Giornale di qualche giorno fa? «Non solo. In questo momento l’Idv rappresenta la più grande anomalia italiana tra i partiti».
Addirittura? «Lei ha mai letto lo statuto?».
Ehm, ahimé no. «Glielo leggo. All’articolo 2 c’è scritto che “l’associazione Italia dei Valori - che oggi è composta da Di Pietro, dalla moglie Susanna Mazzoleni e dalla tesoriera Silvana Mura - promuove la realizzazione di un partito nazionale”. All’articolo 10 si legge: “La presidenza nazionale del partito spetta al presidente dell’associazione”. Stesso discorso per la tesoreria».
Scusi. Questo vuol dire che il partito è nelle mani dell’ex pm? «Assolutamente. Facciamo un’ipotesi di scuola. Se Di Pietro convocasse un congresso, e venisse sfiduciato dal 98% del partito, lui resterebbe in sella... Per andarsene, dovrebbe essere sfiduciato dall’associazione. Questa è un’anomalia enorme, di fronte alla quale tutte le grandi questioni della legalità, della giustizia, delle regole che lui solleva sono carta straccia. Se vuoi fare certe battaglie non puoi affittare al partito due immobili comprati dall’associazione. Sa che i soldi del finanziamento pubblico finiscono a loro tre e non al partito?».
Ma chi deve vigilare sul finanziamento non dice nulla? «Guardi, la questione l’abbiamo sollevata di recente con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa. C’è un’ordinanza del giudice civile di Roma dove si legge: “L’associazione è nettamente distinta dal partito, non può chiedere finanziamento pubblico”. Nel 2006 la Camera, quando gli è stato fatto presente il problema, ha fatto finto di niente. Tutta la presidenza della Camera di allora, Bertinotti compreso. Bisogna porre la questione della responsabilità giuridica dei partiti».
Beh, sebbene sia entrato in politica relativamente da poco, Di Pietro si sa muovere bene... «Pensi che sono stato io a invogliarlo a fare politica. Lui mi diceva che volevo un partito di duri e puri, in realtà io volevo un partito di persone corrette. Ecco perché me ne sono andato».
Se n’è pentito? «Di averlo spinto, sì. Di essermene andato no».

I momenti di attrito maggiori? «Quando i Ds lo candidarono al Mugello contro Giuliano Ferrara. Gli dissi: “Se ti eleggono loro, te lo rinfacceranno per tutta la vita. Se vuoi candidarti devi andare dove i Ds hanno il 20%”. Non mi ascoltò...».
Fu l’ultimo prima della rottura? «No, ce ne fu almeno un altro. Quando abbiamo fatto i Democratici con Prodi, lui pretese l’incarico di responsabile dell’organizzazione. Lo sconsigliai, gli dissi “i grandi leader, da Berlinguer a Prodi, non lo fanno”. Niente da fare. Poi un giorno scoprii che da via Popilia a Cosenza, la strada della criminalità, arrivarono 241 iscrizioni. Lo scontro che ne seguì, ovviamente, fu inutile».
Scusi, ma Travaglio le sa queste cose? «Mah, sarà distratto, bisogna chiederlo a lui. Marco è stato sempre amico mio e lui è stato sempre amico di Di Pietro».
L’elenco degli ex Idv è lungo. Secondo lei chi sarà il prossimo? «L’unico fesso sono stato io, avrei potuto fare il deputato a vita. Non credo andrà via nessuno, perché ormai c’è una rendita di posizione consolidata. Ma il saldo del turn over, chiamiamolo così, è certamente negativo».
Ma perché non scrive un libro su Di Pietro? «In effetti sono stato tentato, ma penso che non ne valga la pena. E comunque qualcosina l’ho già scritta nel libro Il topino intrappolato edito da Longanesi. Il capitolo si intitola: “Di Pietro, un caso a se”».
Da ex socialista, le dispiace vedere Ottaviano Del Turco in carcere? «Mi auguro che possa dimostrare la sua innocenza, ma sono anche convinto che l’inchiesta è abbastanza solida».
Per la scomparsa del Psi sarà un po’ a lutto, almeno. «È la più grande tragedia politica italiana. Nell’81 mi scontrai con Bettino Craxi e me ne andai. Aveva una chance e l’ha buttata via. Se a distanza di anni il Psi fosse al 35%, allora sì, mi sentirei un cretino».
Che ne pensa dello scontro tra politica e magistratura? «La magistratura fa il suo mestiere, escludo che certi pm siano mossi da moventi politici. Se fosse vero sarebbe gravissimo».
Tra Craxi e Di Pietro, chi butterebbe dalla torre? «Oggi? Tutti e due».

felice.manti@ilgiornale.it


PASSATO E PRESENTE DELLA SINISTRA
Gli uomini ci mettono molto tempo, ad apprendere la lezione dell’esperienza. Purtroppo, una volta che l’hanno appresa, hanno tendenza ad applicarla anche quando la situazione è cambiata ed essa è inadeguata. Il caso della sinistra in Italia è emblematico. Per decenni, durante il lungo periodo del bipartitismo imperfetto Dc-Pci, la sua politica è stata semplice e redditizia: criticare il governo qualunque cosa facesse o dicesse. Del resto, aveva la garanzia di non essere mai chiamata a fare di meglio. Quando poi, prevalentemente per via giudiziaria, è riuscita sia ad eliminare il nemico (la Dc) che l’alleato (il Psi), ed è stata costretta a governare, lo ha fatto di mala voglia. Per troppi anni aveva criticato qualunque azione ed ora aveva mala coscienza, all’idea di decidere qualcosa. Era pronta ad ascoltare le proteste sia provenienti dalla società che dal suo stesso seno. Durante l’ultimo esecutivo Prodi si è arrivati all’assurdo di ministri che partecipavano alle manifestazioni di piazza contro il governo. Il fatto è che ci si era allenati per troppo tempo a dire no, a criticare e a chiamare con disprezzo “decisionismo” qualunque tentativo di azione (per esempio di Craxi): 
per questo ora ci si condannava all’ “indecisionismo”. Qualcosa si riuscì a fare solo dal punto di vista fiscale, in odio “ai ricchi”, cioè alla maggioranza degli italiani, riuscendo così ad ottenere ineguagliati picchi di impopolarità. Tutto questo fino al gennaio del 2008.
A questo punto della sua storia la sinistra ha una presa di coscienza che ha del miracoloso: il futuro – comprende - è nel cambiamento rispetto al passato; nel distacco dalle frange più massimaliste, per non dire demenziali della sinistra; in un rapporto più sano con l’eventuale maggioranza. Ed ecco nasce il Pd, partito che non si allea con Prc, Pdci e Verdi, condannandoli alla Geenna, dove c’è pianto e stridor di denti, e si presenta come un’assoluta novità. Ma si ripete il vecchio fenomeno storico per cui non sempre gli attori sono all’altezza della commedia che mettono in scena. Bruto e Cassio hanno saputo tenere in mano un pugnale ma non hanno saputo gestire l’eliminazione di Cesare. I dirigenti del Pd commettono prima l’errore di fare spazio a Di Pietro – ridando nuova vita all’opposizione gridata e irragionevole che avevano detto di voler eliminare – e poi l’errore di una condotta moscia, indecisa, parolaia. In totale poco credibile. E qui si inserisce il dramma personale del “povero Veltroni”, come lo chiama oggi Andrea Romano, sulla Stampa.

Uomo d’indole mite e di parola moderata, il nuovo Segretario viene scelto per acclamazione probabilmente perché Prodi è bruciato dalla prova pratica, D’Alema o altri sembrano troppo “comunisti” ed altri ancora, per la grande massa degli italiani, sono sostanzialmente degli sconosciuti. Purtroppo, come dicevano i romani, ubi commoda ibi incommoda, ogni cosa ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi: Walter ha i difetti delle sue qualità. È naturalmente sorridente e gentile, ma proprio per questo è inadeguato a rispondere a muso duro alla furia popolaresca di un tribuno della plebe come Di Pietro. È moderato e conciliante, ma proprio per questo dà la sensazione di non avere idee, o di averle flessibili fino all’inconsistenza. Il risultato è che  si può parlare del “povero Veltroni”, mentre nessuno mai parlerebbe del povero D’Alema e, men che meno, del povero Berlusconi. E tuttavia, chi si poteva ragionevolmente aspettare da lui la risolutezza di un vero leader?
La colpa dell’attuale situazione, nel Pd, è  probabilmente un po’ di tutti. Si stenta a prendere coscienza della fine dell’efficacia di un’opposizione “a prescindere” o delle continue denunce di incostituzionalità, di pericoli di fascismo e regime. Non si comprende che bisognerebbe scaricare Di Pietro una volta per tutte, dichiarando sin da ora – come si fece per i partiti dell’estrema sinistra – che non ci si alleerà con lui alle future elezioni, checché accada. Se cooptarlo nella coalizione è stato un errore, si abbia il coraggio di dirlo ad alta voce: meglio una fine con orrore che un orrore senza fine. Bisognerebbe poi collaborare con il governo per quei provvedimenti che piacciono alla maggioranza degli italiani – problema dei rifiuti in Campania, pubblica sicurezza, lotta all’inefficienza della pubblica amministrazione, riforma della giustizia e poco altro – attuando invece un’opposizione senza quartiere per qualche provvedimento che si reputa sbagliato e che non ha il supporto della maggioranza degli italiani. A Napoli, guardando una montagna di rifiuti, chiunque sarebbe stato disposto ad applaudire anche il diavolo, se fosse stato capace di eliminarla. A che scopo dunque mettersi a criticare la costituzionalità della competenza esclusiva di una Procura, per gli eventuali problemi giuridici, quando i cittadini dei problemi giuridici si impipano e vogliono soltanto non sentire più la puzza dei rifiuti bruciati?
Il Pd avrebbe dovuto smetterla con le teorie aristocratiche. Avrebbe dovuto cambiare totalmente politica e presentarsi non come l’opposto del berlusconismo ma come qualcosa di migliore in concreto. “Prodi non ha potuto risolvere il problema dei rifiuti, a Napoli, perché aveva la palla al piede dell’estrema sinistra. Berlusconi c’è riuscito perché non l’aveva, e anche noi ci saremmo riusciti, se fossimo stati al governo, adottando gli stessi provvedimenti dell’attuale governo, e per questo non lo critichiamo. Ma avremmo anche fatto questo e quest’altro”. Invece no, le vestali dell’opposizione in ogni caso, i sacerdoti del costituzionalismo duro e puro si sono lasciati distanziare, rimanendo quelli che il problema non avevano saputo risolverlo e verosimilmente, se avessero vinto le elezioni, non l’avrebbero risolto neppure ora.
La conclusione è sconsolata. Sulla sinistra sembra pesare la maledizione di un passato che non passa, di pregiudizi duri a morire, di una mancanza di coraggio che ne fa uno stanco partito conservatore. Colpa di Veltroni? Forse no. Ma gli dei sarebbero più benevoli se mandassero a questo partito un vero Capo, uno capace di governare gli avvenimenti piuttosto che esserne governato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 6 agosto 2008

I MOTORI ALTERNATIVI
La crisi energetica pone il problema in modo diverso per le installazioni fisse e per quelle mobili. Per le installazioni fisse, il problema non è irresolubile. Da un lato il carbone – malgrado gli ovvi problemi che l’uso ne presenta – sarà ancora disponibile per molto tempo. E a carbone possono anche funzionare le centrali elettriche. Dall’altro esiste l’energia nucleare, anch’essa suscettibile di notevoli sviluppi: basti dire che è divenuto lecito parlarne perfino in un paese ideologizzato e disinformato come l’Italia.
Il problema invece è di difficile soluzione per le installazioni mobili. Qui bisogna distinguere la situazione sul mare, nel cielo o sulla terra. Le navi, se abbastanza grandi, potranno permettersi un reattore nucleare. Comunque, grandi e piccole possono tutte permettersi un ritorno al carbone, anche se questo imporrà ad alcuni marinai condizioni di lavoro che si reputavano ormai impensabili. Viceversa non è concepibile un aeroplano che vada a vapore. Né si può volare con motori elettrici, perché non si è risolto (dall’Ottocento!) il problema dello stoccaggio dell’elettricità. Un aeroplano dunque o vola con un combustibile liquido o sta a terra. Tuttavia, dal momento che il consumo di energia per gli aeromobili è una piccola frazione del totale, si può concepire che essi continueranno ad andare a petrolio anche quando gli altri mezzi di locomozione ci avranno rinunciato da tempo.

Le maggiori difficoltà le presentano le installazioni mobili sulla terra. Per i grandi mezzi, per esempio le locomotive, si potrebbe tornare al carbone. Ma per i piccoli mezzi privati – l’automobile, insomma – un motore a carbone è impensabile, anche se l’auto a vapore è esistita e – sia detto di passaggio – il termine chauffeur significa appunto “riscaldatore” Ma quel prototipo è stato presto abbandonato e i motivi sono ovvi. L’alternativa più ragionevole ai carburanti derivati dal petrolio sono quelli derivati da vegetali – ma c’è un problema di costi e di uso per fini alimentari - e il gas metano: ma per quest’ultimo bisognerebbe sapere di quali e quante scorte si dispone nel mondo. In realtà, ciò cui pensano tutti, in questi casi, è l’automobile elettrica o ad idrogeno. E purtroppo è pressoché un vicolo cieco.
Un veicolo elettrico sarebbe facilissimo da costruire, anzi, ne sono già stati costruiti parecchi modelli. E funzionano: basti dire che i filobus esistono da molti decenni. I problemi in realtà sono l’alimentazione e il rifornimento. L’alimentazione richiede l’uso di molti e pesanti accumulatori, tanto che la macchina sarebbe già stanca di portare se stessa prima ancora di portare passeggeri o merci. Inoltre, una volta esauriti gli accumulatori bisogna star fermi molte ore per ricaricarli. Questo spiega perché da un lato si è riusciti ad andare sulla Luna, dall’altro i veicoli elettrici sono rimasti confinati al trasporto dei bagagli nelle stazioni.
L’idrogeno invece sarebbe un combustibile ottimo: non inquina, non richiede lunghi tempi di carica, ha una buona resa energetica. Ma anche qui ci sono delle obiezioni. Il fatto che non inquini non è del tutto vero: l’inquinamento è solo delocalizzato. L’idrogeno infatti non esiste allo stato libero e dunque bisogna produrlo con l’elettrolisi, partendo dall’acqua; per far questo ci vuole molta elettricità; per questa elettricità, se è prodotta col carbone, si è costretti a provocare un notevole inquinamento. Inoltre è vero che quel gas non richiede lunghi tempi di carica, ma maneggiare idrogeno liquido, forse a centinaia di gradi sotto zero, non è che sia problema da poco. Infine c’è il problema del costo, che fino ad oggi è stato ritenuto assolutamente proibitivo. Se così non fosse stato, l’automobile ad idrogeno circolerebbe da tempo sulle nostre strade. Il problema non è il motore, è il carburante.
Il futuro è inconoscibile e, per una volta, potrebbe riservare all’umanità qualche lieta sorpresa. Per esempio batterie di grande capacità, leggere ed istantaneamente ricaricabili. Le aspettiamo da oltre un secolo e sulla base dei dati attuali non ci si può permettere alcun ottimismo. Bisogna dunque realisticamente prevedere da prima una notevole rarefazione dell’uso degli autoveicoli: con la benzina a cinque euro al litro, quante persone si permetterebbero la gita fuori porta, la domenica? Quanta gente riscoprirebbe che si possono anche fare due chilometri a piedi? In seguito, con l’esaurirsi del petrolio, sarà necessario cambiare modello di vita. Per fortuna – se fortuna è – la maggior parte di noi non ci sarà più. Ma chi nasce oggi farebbe bene a tenersi in forma, fisicamente.
L’argomento dovrebbe essere trattato da ingegneri: speriamo che ce ne siano fra i lettori e che correggano le affermazioni qui contenute, se sono sbagliate.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - agosto 2008


Israele salvaci!
Le redazioni dei media italiani sono una forza della natura, siano esse di destra, sinistra, centro, riescono ad accordarsi, senza parlare, sulle notizie da dare e quelle da imboscare magistralmente. Di solito vengono date e ridate fino alla nausea, con l'aiuto di Youtube se necessario, notizie su Israele contro palestinesi, se Israele puo' essere colpevolizzato.
Il caso del pollicione palestinese tumefatto da una infida pallottola di gomma israeliana sparata da un ancora piu' infido soldataccio israeliano, ha fatto per giorni il giro dei media, cartacei, sul web, in TV.
Tutti a parlare del ditone gonfio.
I commenti dei lettori o ascoltatori non si contano ed e' meglio non ricordarli poiche' la parola piu' bella, rivolta a Israele  e' stata "nazista", sulle altre e' meglio stendere un velo perche' irripetibili. 
Non vengono date invece le notizie di palestinesi contro palestinesi o vengono risolte in poche righe quasi un lancio di agenzia, nessun commento, della serie "si lo scriviamo perche' dobbiamo ma voi, gente, dimenticate subito. Sciocchezze, sono sci
occhezze, quisquillie, robetta, niente di interessante".
L'ordine arafattiano di molti anni fa "scriverete solo quello che diro' io" e' ancora attuale e allora le redazioni vagliano : al pollicione si deve dare molta visibilita' perche' tutto serve per calunniare Israele e Zahal.
Sulla guerra civile tra palestinesi, sugli assassini di donne e bambini  palestinesi da parte di altri palestinesi, sulla ferocia dell'odio tra fazioni della stessa popolazione meglio fare silenzio e parlare delle Olimpiadi e dello smog cinese.
Vietato scrivere notizie negative dei palestinesi,  sono il popolo nullafacente piu' amato del mondo, sono le vittime per eccellenza e, se si ammazzano tra loro e non si puo' incolpare Israele, allora e' obbligatorio il silenzio.
Pochi sanno che da quando a Gaza ha preso il potere hamas, organizzazione terroristica tra le piu' pericolose al mondo , vicina ad Al Queda, e' in atto una guerra civile che non risparmia nessuno, i miliziani fanno irruzione nelle case e ammazzano a piacere quelli che gli stanno antipatici,  sparano per le strade, in un anno centinaia di morti fra cui molti bambini.
Gli ultimi scontri hanno fatto  9 morti, piu' o meno, perche' sappiamo solo il numero deciso da loro; le fonti palestinesi, che tanto piacciono all'ANSA, sono sempre molto...inesatte.
Nove morti tra qui una bambina, piu' di 80 feriti, il tutto in una giornata di sparatorie per le strade, tra le case, dentro le case.
Morti, feriti e fuggitivi ma dei fuggitivi proprio nessuno ne parla, assoluto silenzio.
Sui giornali e nemmeno tutti, la notizia viene data a fondo pagina, un trafiletto che nessuno avra' letto, ai tiggi non ne hanno accennato.
Silenzio e sapete perche'?
Eh eh, Indovina indovinello!
Perche' i fuggitivi, alcuni vestiti da donna, veli svolazzanti, sono scappati in Israele!!
In Israele????
Si, in Israele!!!!
Ma come, Israele non e' il nemico???
 
Ma come, se un israeliano, per sbaglio, sconfinasse nei territori palestinesi non troverebbero di lui nemmeno  un'unghia.
E' successo molte volte quando, all'inizio della guerra scatenata da Arafat, gli israeliani ancora non pensavano che l'odio fosse stato ben digerito dalla popolazione e andavano fiduciosi "di la'" per comprare piante, riparare le macchine dall'amico meccanico, avevano amici, andavano a mangiare humus nel ristorantino conosciuto cui erano affezionati.
Non e' tornato indietro nessuno. Tutti morti ammazzati.
E questi 180 palestinesi, questi 180 nemici pronti ad ammazzarci senza nessun problema, sono entrati in Israele per salvarsi la vita e Israele li ha accolti?
E i feriti li ha ricoverati in ospedale?
Ma siiii, e' successo proprio questo!
E non e' nemmeno la prima volta.
Avete presente il Settembre nero, Arafat che voleva fregare il trono a Re Hussein e prendere il potere in Giordania?
Avete presente  la strage di palestinesi che ne e' seguita, ordinata dal Re incazzatissimo?
Ne hanno uccisi dai 20.000 in su e sarebbero stati molti di piu' se Ariel Sharon non li avesse fatti entrare in Israele per salvarli dai soldati giordani.
Cosa? se ci hanno ringraziato?
Si, come no! A modo loro, una bombetta qua, un kamikaze la', qualche gola squarciata, qualche migliaia di migliaia di attentati, insomma, ringraziano come sanno.
 
Dunque, non perdiamo il filo, faccio un breve riassunto:
i palestinesi di tutte le fazioni , quando si tratta di ammazzare israeliani, vanno a braccetto, d'amore e d'accordo.
Negli intervalli gli stessi palestinesi si ammazzano l'un l'altro e fanno guerriglia tra loro per mantenersi in esercizio e sentire l'odore del sangue.
L'altro giorno una parte di questi angioletti, non pochi, centottanta miliziani, guerriglieri, terroristi, scegliete la definizione che piu' vi piace,  ha avuto la faccia di bronzo di chiedere asilo al paese di cui auspicano e cercano  l'eliminazione e Israele gli ha dato asilo, gli ha fatto togliere i veli donneschi nel caso sotto vi fossero giubbotti esplosivi o altro, li ha rifocillati, dissetati, ha portato in ospedale i feriti.
Poi qualcuno ha telefonato a Abu Mazen per chiedergli di riprenderseli e Abu Mzen ha risposto "Non ci penso  nemmeno".
Dopo varie  discussioni e' stato deciso che una parte sarebbe stata portata a Gerico e altri pochi, una trentina, sarebbero rientrati a Gaza dopo aver avuto la promessa che non li avrebbero accoppati o imprigionati.
Attenzione, se dico "promesse da arabi" mi urlano che sono razzista, allora dico "promesse da marinaio' e mi scuso con i marinai...infatti hamas ha mantenuto marinarescamente la parola data e..... li ha sbattuti tutti in prigione.
Bene, della generosita' di Israele nell'accogliere e curare i suoi nemici minacciati di morte dai loro "fratellini arabi", neanche una parola sui media, niente proprio.
 
Indovinate invece cosa e' rimasto di quanto accaduto sui media italiani.
Potete indovinare soltanto se avete esperienza della faziosita' di certe redazioni.
Mi vergogno a scriverlo, mi vergogno per loro.
I media italici hanno messo in evidenza solo  il fatto che, prima di farli entrare in Israele, i soldati hanno chiesto a lorsignori di spogliarsi per ovvi motivi di sicurezza.
 
"Israele umilia i palestinesi", hanno scritto le solite redazioni dei soliti giornali, senza nessuna vergogna e a me e' venuta la nausea, una grande nausea, un grande infinito  schifo per quella genia mai stanca di fango, mai stufa di odio, mai sazia di diffamare, calunniare Israele contro il quale sfoga il suo sporco razzismo.
Israele umilia i palestinesi! Capito? Non hanno scritto Israele e' generosa anche con i propri nemici, li nutre li disseta, li cura. NOOOOOOOO.
Israele li umilia, hanno scritto e non ho parole per definire questa gente, ho solo un grande, immenso, inesauribile schifo!
Tanta amarezza e tanta tristezza per l'odio nazista che li opprime, tanta rabbia per la loro cattiveria e ipocrisia.
Che nausea, ragazzi.

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


IL SOGNO E LA REALTÀ
Ogni essere umano giunge sulla Terra come tabula rasa. Non sa nulla e deve imparare tutto. Da adulti troviamo naturale saper usare un telefono o un’automobile, per non parlare del saper leggere e scrivere: in realtà sono cose che abbiamo apprese, a volte con molto stento. E se oggi ne parliamo con un sorriso di superiorità è perché dimentichiamo che poi ci troviamo nella stessa identica situazione se compriamo un elettrodomestico o un telefonino e dobbiamo studiarne il funzionamento.
La difficoltà di orientarsi nella realtà esiste dal punto di vista tecnico e dal punto di vista intellettuale. Il bambino non distingue un soldato da un generale, la realtà dal mondo dei disegni animati, il possibile dall’impossibile, mentre un adulto queste distinzioni dovrebbe essere in grado di farle. Dovrebbe.
A volte accettare i messaggi della realtà è supremamente difficile. Se fuori cade acqua osserviamo placidamente: “Piove”. Se invece non abbiamo combinato nulla, nella vita, non ci viene altrettanto naturale concludere: “Sono un fallito”. Eppure quell’espressione l’useremmo molto disinvoltamente per un terzo. Di una donna brutta riconosciamo facilmente che “è brutta”, mentre lei di se stessa precisa: “sono un tipo”, oppure “non ho tempo per curarmi di me stessa come dovrei”. E se dice “sono brutta” non lo dice come un’ovvia constatazione, ma come l’annuncio di una catastrofe. In realtà, dal momento che quella faccia se la ritrova da sempre, e continuerà ad averla, dovrebbe sorridere: “Sono brutta, ebbene? Non è una novità. Dobbiamo per forza essere tutti belli?”
La realtà non è in linea con ciò che vorremmo. Al cinema ci identifichiamo nel protagonista e troviamo naturale e giusto che trionfi contro tutto e contro tutti; poi, a casa, lo specchio ci dice che non gli somigliamo per niente, né nell’aspetto né nella nostra storia personale. Abbiamo perso più spesso di quanto non abbiamo vinto. Anche quando avremmo dovuto vincere.
La realtà non è in linea con ciò che vorremmo. Ci piacerebbe che tutti gli uomini sentissero il dovere della lealtà e della solidarietà e l’esperienza ci parla di inganni ed egoismi. Ci piacerebbe che tutti rifuggissero dalla violenza, ma la violenza continua a imperversare. Ci piacerebbe che, almeno alla fine, la giustizia trionfasse, ma non sempre è così. Ci piacerebbe soprattutto non avere difetti, che tutti ci apprezzassero, che tutti ci applaudissero, e invece, se la guardiamo con occhio disincantato, la nostra vita può apparirci come un fiasco.
Qualcuno – forse Oscar Wilde – ha detto: “Conosco poche cose più crudeli della verità. Ma non riesco a ricordarmele”. Il senso della realtà è la caratteristica della salute mentale, ma l’igienismo, in questo caso, costa parecchio dolore.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 30 luglio 2008


PROBLEMI DI METRICA
Il “Corriere della Sera” ha pubblicato le poesiole di Silvio Sircana, che hanno ovviamente l’intento di scherzare e divertire. Ciò malgrado, se si adotta un modulo espressivo, il verso, bisognerebbe saperlo maneggiare. Sircana - per non parlare della cesura, problema più sottile - commette parecchi errori di metrica (i testi sono allegati). Per comprendere le goffaggini si riportano qui i due versi precedenti e quello incriminato. In “Grugniti”: “deve essere la canzone // Così con le idee più chiare // Se ne andranno a pranzare”. La poesia è in ottonari, ma, purtroppo, per il fenomeno della sinafele, “Se ne andranno a pranzare” non è un ottonario ma un settenario: Se-nean-dran-noa-pran-za-re. In “Qui si addensa la tormenta”, anche questa in ottonari: “Già preparan trappoloni // In un angolo Lamberto // Pensa male, ne sono certo”. Questo ultimo verso contiene nove piedi invece di otto: pen-sa-ma-le-ne-so-no-cer-to. “Oh Clemente, Clemente” (settenari): “Tu pari un incoscente (sic) // Che il dovere non sente // E anzi ora consente”. “E anzi ora consente” ha sei piedi invece di sette: “Ean-zio-ra-con-sen-te”. E dire che bastava scrivere “Ed anzi ora consente”, o anche “E, anzi, ora consente”, invece di fidarsi della superiore cultura del lettore, che dovrebbe interporre una dieresi fra “E” ed “anzi”. La poesia “Loft” è apprezzabile per lo sforzo di mettere in rima parola non italiane. Purtroppo “web” non può far rima con “Club”, così come “trendy” non può far rima con “dandy”. Viceversa non sono errori i due versi “È un dovere esser più trendy” “dei moderni nuovi dandy”, ambedue ottonari, in una poesia concepita in settenari, perché in realtà la poesia è tutta in ottonari se consideriamo i monosillabi finali come accentati, e dunque valenti due sillabe. Il tutto salvo errori od omissioni. Sircana si rivela uomo di spirito: peccato non avere coltivato un po’ di più la tecnica.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 4 agosto 2008


IL PARTITO DI CARTAPESTA
In questi giorni Di Pietro e soci hanno richiesto un referendum per abolire il Lodo Alfano e il Pd ha dichiarato che non è disposto a sostenerlo. Chi non è un corrispondente parlamentare, chi non ha amicizie fra deputati e i senatori, chi non abita nemmeno a Roma è difficile che possa fornire notizie riservate o rivelare retroscena. Ma proprio perché guarda la realtà politica da lontano, esattamente come da lontano si guardano certi quadri, può darsi che a volte ne capisca il senso.
È noto che da molta parte della sinistra quell’iniziativa è vista come un boomerang. Avrebbe l’intento di proporsi come un voto pro o contro Berlusconi e proprio per questo comporta il rischio che si trasformi in un plebiscito per il Cavaliere. Meglio non contarsi. Ma Di Pietro fa sempre di testa sua e ci si può chiedere quale possa essere stavolta il suo intento.

L’ipotesi non è difficile. Il senatore molisano ha scelto di essere la punta di lancia dell’attuale opposizione. Ha adottato quella violenza verbale e quell’estremismo sostanziale che prima erano appannaggio dell’estrema sinistra. E poiché l’opposizione ha detto peste e corna del Lodo Alfano ha tratto la conseguenza logica che, per mantenere la propria visibilità, dovesse spingersi oltre: se è una legge negativa bisogna abrogarla, ha detto. E se anche il Pd dice che è negativa non si vede come poi possa decentemente non appoggiare un’iniziativa che tenda ad abrogarla. Fra l’altro, le esperienze precedenti gli hanno dimostrato che nel Pd sono molto riluttanti all’idea di sconfessarlo e di provocare fratture nell’opposizione: dunque pensava di andare sul sicuro.
Più difficile – molto più difficile – è capire il comportamento del Pd. È vero che molta parte dell’elettorato italiano è visceralmente antiberlusconiana, tanto che questo sentimento è stato il collante dell’Unione e dell’intera sinistra per molti anni; ma è anche vero che la sinistra antiberlusconiana non è mai stata maggioranza (non certo al Senato, nel 2006 e solo per sei decimillesimi alla Camera). Poi, proprio in questi mesi il prestigio della magistratura è in grave calo. Sicché quel referendum, che pure darebbe visibilità a Di Pietro, potrebbe rivelarsi un’operazione Tafazzi per l’opposizione: e allora ecco che il Pd alza le mani al cielo come quei giocatori di calcio che vorrebbero dichiararsi estranei ad un incidente. Vorrebbe non essere coinvolto nell’operazione, come un padre cui dicessero che la figlia si prostituisce in casa.
L’interpretazione che si dà può essere giusta e può essere sbagliata ma il Pd è sicuramente goffo. Dà l’impressione, col suo atteggiamento, di non avere né la forza di andare contro Berlusconi, sostenendo il referendum, né la forza di andare contro Di Pietro, sconfessandone l’iniziativa. Avrebbe potuto dire: il Lodo Alfano è sbagliato, ma l’esigenza cui risponde è in buona misura giusta, sicché bisogna cambiare in Parlamento questa legge, non tranciare il nodo con un referendum. Oppure avrebbe potuto dire: l’opposizione è rappresentata dall’unione di Pd e Idv, tanto è vero che quest’ultima aveva promesso (senza poi mantenere) di fare gruppo unico. Ora si arriva all’assurdo che la mosca cocchiera vuol dare ordini al conducente e questo è troppo: noi al referendum voteremo no innanzi tutto perché non l’abbiamo voluto noi, poi perché non è lo strumento giusto per questa materia. Insomma avrebbero potuto o cavalcare la tigre, sostenendo il referendum e correndo enormi rischi, oppure, più semplicemente e più opportunamente, approfittare dell’occasione per mettere al suo posto, una buona volta, il ribollente Di Pietro.
Non lo hanno fatto. Perché? Qualcuno direbbe: perché Veltroni è uomo di pace e di conciliazione. Spera che Di Pietro metta giudizio, spera che la buriana passi, spera ancora che il tempo aggiusti le cose. Ma se questo è l’atteggiamento suo – e del Pd – è un pessimo calcolo. L’accordo che evita una guerra è benedetto da tutti, ma l’accordo che la guerra la fa perdere prima ancora di combatterla proprio no. Il Pd si sta mostrando, in questi giorni, un partito di cartapesta: cosa che, per gli eredi di un partito d’acciaio come il Pci, non è il massimo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 1° agosto 2008

IL COMUNISMO COME PATOLOGIA
Un articolo di Giancarlo Perna, con una nota di G.Pardo, per chi si interessa del Prc
Dal testo (clicca qui per il testo dell'articolo) di questo giornalista - famoso per la sua verve spregiudicata - risulta quanto possa essere allarmante che un partito che deve tentare una drammatica rimonta abbia alla sua testa un sognatore piuttosto che un politico.
Sarebbe strano che un liberale s’impicciasse di stabilire chi possa essere il migliore dirigente di un partito comunista, ma, partendo dallo stupore di tutti i giornali, e dalla preoccupazione per le sorti della sinistra estrema (Niki Vendola ha invocato l’intervento del 118, il soccorso sanitario), si può azzardare una tesi che potrebbe essere interessante come tema da discutere.
L’estrema sinistra si interroga sulla propria catastrofe elettorale. Si chiede se non abbia perso gli elettori associandosi con quei reprobi dei diessini e, peggio ancora, dei margheritini. Non crede infatti che il proprio peccato sia stato l’eccesso di massimalismo e l’eccesso di ideologia, si rimprovera l’eccesso opposto, quasi un imborghesimento. Per questo i delegati hanno rifiutato Vendola, che rischiava di essere ragionevole e, qualche volta, plausibile perfino per i non comunisti. Hanno preferito qualcuno che è fuori dalla realtà come loro, qualcuno che pensa di vivere nell’anno della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, qualcuno che non si è accorto dei settant’anni di fallimento del regime comunista e del discredito universale – se pensiamo che si è esteso fino alla Cina – del modello economico marxista.
E allora – ecco la tesi da dibattere – si può sostenere che il comunismo duro e puro non è né una teoria economica né una teoria politica: è uno stato d’animo. Una forma nevrotica di rifiuto della realtà in favore del sogno. In parole povere, una patologia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 30 luglio 2008
 

IL PIRATA
Nella vita politica italiana, la presenza di Antonio Di Pietro e dei suoi parlamentari, che sembrava dovesse essere solo una nota di colore, si sta rivelando centrale. L’ex-magistrato ha raccolto da terra la bandiera dell’antiberlusconismo violento e virulento ed ogni giorno tenta di sostituire da solo il baccano che un tempo faceva, a proposito di tutto, la sinistra estrema. Usa la demagogia più smaccata, il linguaggio più pesante, la contestazione di chiunque – Presidente della Repubblica incluso – gli si pari davanti e soprattutto senza non tiene nessun conto della linea del Partito democratico.
Dinanzi a questo atteggiamento, il Pd avrebbe potuto potrebbe reagire ponendo a Di Pietro un ultimatum, cioè il ritorno fra i ranghi o l’esclusione dalla coalizione, oppure tacendo, minimizzando, facendo appena appena di sì o appena appena di no con la testa. Se avesse scelto il primo atteggiamento, probabilmente sarebbe stato costretto alla confessione di avere commesso un enorme errore, solo un paio di mesi fa. Ma l’avere scelto l’atteggiamento remissivo non è privo di conseguenze: la prima delle quali è l’evidenza dell’errore che si vorrebbe nascondere. Tonino si gonfia come la mitica rana, esagera quotidianamente e il Pd guarda da un’altra parte. La gente si chiede se fa questo perché il senatore dice la verità, e il grande partito non ha il coraggio di dirla, oppure perché dice scemenze e il grande partito non ha la forza di bacchettarlo. In ambedue i casi Veltroni e i suoi amici fanno la figura delle mezze calzette. Fra l’altro, tutti continuano a chiedersi se questo comportamento dipenda dal fatto che hanno paura di Di Pietro (“Ma che cosa diamine temono?”), o se hanno accordi sottobanco con Berlusconi. In Italia comincia ad essere moneta corrente l’affermazione che non c’è più una sinistra, come del resto ha affermato Bertinotti. Non c’è più un’opposizione.
Il Pd aveva predicato che, sia che vincesse sia che perdesse, avrebbe instaurato un dialogo con la coalizione avversaria. In queste condizioni, ovviamente, non si azzarda nemmeno a provarci. Se concordasse col Pdl un provvedimento assolutamente ovvio, per esempio un programma di lotta alla mafia, Di Pietro direbbe che fa ciò per favorire Riina e Provenzano, oltre che il mafioso in capo, Berlusconi. Il Pd è oggi solo una cassa di risonanza affievolita dell’opposizione fiammeggiante e per certi versi delirante del Molisano. Che finale.
Se il Pd non avesse concesso all’Idv l’occasione di salvarsi dal disastro in cui sono sprofondati i partiti di sinistra, di Di Pietro non si parlerebbe affatto. Prc e Pdci possono ancora agitare falce e martello, simboli perenti ma significativi; Di Pietro che cosa avrebbe sventolato, un gabbiano? Senza di lui invece il Pd avrebbe potuto fare un’opposizione seria. Avrebbe potuto concordare col governo alcuni provvedimenti utili, proprio per accreditarsi come affidabile, per poi contestare credibilmente quelle leggi che reputasse nocive per il Paese. Invece Veltroni ha tirato su dal vortice un pirata che, salito  a bordo, ha trasformato il proprio salvataggio in arrembaggio. Ora rotea gli occhi e la scimitarra mentre quello che fu il Pci, al suo seguito, bela la propria disapprovazione anche a proposito di provvedimenti identici a quelli adottati dal governo Prodi.
Non avevamo molta stima di Walter Veltroni e del gruppo dirigente del Pd, ma che essi si dimostrino inferiori persino ad Antonio Di Pietro implica il verificarsi di una tragedia per l’intera sinistra nazionale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 30 luglio 2008


Cose da scimpanzè. Ma non solo
Un articolo del New York Times riferisce interessanti ricerche sui vocalizzi di alcune scimmie durante l’attività sessuale.
I  ricercatori hanno notato che le femmine di babbuini e scimpanzè spesso emettono forti grida durante l’accoppiamento. Poiché questo comportamento potrebbe segnalarle ai predatori, è stato necessario scoprire che utilità esso potesse avere per la specie.
La prima ragione che si è trovata è, per così dire, di pubblicità. Facendo sapere in giro che si è disposte all’accoppiamento si attirano altri maschi con cui accoppiarsi in modo che – questo è il punto centrale – ciascuno di loro possa pensare poi di essere il padre del piccolo e non sia aggressivo con lui fino ad ucciderlo, come a volte avviene. Il fenomeno è infatti corrente: presso i leoni, il giovane che scaccia il vecchio capobranco uccide tutti i piccoli affinché le femmine entrino presto in calore e possano ricevere i suoi geni.
Gli studiosi Simon Townsend, Tobias Deschner e Klaus Zuberbuhler hanno però dimostrato che le scimmie non sempre emettono questi suoni. In particolare hanno visto che lo fanno o no prendendo in considerazione la situazione sociale. Seguendo la vita sessuale di sette scimpanzè femmine nella foresta Budongo (Uganda) e registrando su nastro circa trecento accoppiamenti, hanno scoperto che in due terzi degli incontri le femmine non emettevano nessun grido. Dunque il principale scopo dei suoni non era quello di attirare altri maschi. Gli etologi hanno però osservato che le scimmie tendevano a non far rumore quando c’erano femmine di alto rango, nei dintorni (si sa che fra gli animali sociali si formano livelli sociali diversi), mentre emettevano i suoni soprattutto quando si accoppiavano con maschi di alto rango: e questo è stato facile da spiegare.
Non appena sono fertili, le femmine delle scimmie, per evitare il pericolo dell’incesto, tendono ad associarsi con un gruppo diverso. Ovviamente le femmine di quel gruppo le vedono come rivali nella conquista dei maschi e delle loro attenzioni (per se stesse e per la loro prole): e questo può renderle aggressive. Dunque non devono farsi notare durante l’accoppiamento con un maschio non di alto rango, perché rischierebbero soltanto di ottenere che quelle intervengano e pongano fine al “divertimento”. Viceversa, se il maschio è di alto rango, non solo saranno protette dalle altre femmine, ma potranno con le loro grida attirare altri maschi di alto rango, rendendo incerta la paternità e proteggendo così il nuovo nato (segue l’originale dell’articolo).
Il lato interessante di queste osservazioni etologiche è che, come spesso avviene per i primati, i dati che valgono per loro valgono anche per noi. La moglie che ha avuto un bambino dall’amante fa di tutto per tenere questo fatto segreto, perché diversamente ne conseguirebbe, a parte il ripudio, una serie di maltrattamenti nei confronti del piccolo illegittimo. La cosa migliore è che tanto l’amante che il marito credano loro il bambino: e questo implica l’ovvio riferimento a “Filumena Marturano”, di Eduardo De Filippo. In secondo luogo, ogni ragazza è felicissima se riesce a farsi vedere al braccio di un “maschio di alto rango”: un giovane bello, oppure ricco, oppure celebre. Anche a non divenire la sua donna, è riuscita a farsi considerare desiderabile ai più alti livelli. Se invece non ci riesce, se ottiene solo le attenzioni di un maschio di basso livello, si rifarà intimamente con le sue qualità segrete. Il romanticismo, in questo senso, sembra proprio un ripiego.
L’antipatia con cui la scimmia nuova venuta è vista in una tribù è tutt’altro che stupefacente. I maschi vedono infatti in lei un’occasione di accoppiamento, le femmine una pericolosa concorrente. E fra gli esseri umani l’antipatia è tanto più forte quanto più la nuova venuta è attraente. La gelosia non è dunque un fatto sentimentale, come si tende a credere: è una strategia di sopravvivenza per i propri geni e uno dei mezzi attraverso cui funziona la selezione. La stessa morale sessuale sembra tendere alla stabilità della coppia e ad ottenere dal maschio la collaborazione nelle cure parentali: ma soprattutto per la scelta del partner funzionano alcune delle regole dei babbuini e degli scimpanzè.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27 luglio 2008

In Chimps, Loud Sounds During Sex Reflect Careful Calculation. By NICHOLAS WADE (New York Times)
Intricate as the mating dance may be among people, for other primates like chimpanzees and baboons it is even more complicated. This is evident from the work of researchers who report that the distinctive calls made by female chimpanzees during sex are part of a sophisticated social calculation.
Biologists have been puzzled by these copulation calls, which can betray the caller’s whereabouts to predators. To compensate for this hazard, the calls must confer a significant evolutionary advantage, but what?
The leading explanation involves the way female primates protect their offspring. Male chimps and baboons are prone to kill any infant they believe could not be theirs, so females try to blur paternity by mating with as many individuals as possible before each conception. A side benefit is that by arranging to have sperm from many potential fathers compete for her egg, the female creates conditions for the healthiest male to father her child.
The calls that female chimps make during sex seemed to be just part of this strategy. By advertising a liaison in progress, biologists assumed, females stood to recruit many more partners.
But the study, by Simon Townsend, Tobias Deschner and Klaus Zuberbuhler, shows that in making calls or not, the females take the social situation into account. The researchers monitored the lively love lives of seven female chimps in the Budongo Forest of Uganda, making audio recordings of nearly 300 copulations. In two-thirds of these encounters, they found, the female made no sound at all. This finding undermines the thesis that the principal purpose of copulation calls is to instigate rivalry among males, the researchers reported in the scientific journal PLoS One.
Chimps are particularly likely to be silent and conceal their liaisons when higher-ranking females are nearby. They were most acoustically exuberant when cavorting with a high-ranking male. The reason may be that other higher-ranking males are likely to be around, too, and by advertising her availability to them a female chimp may gain many influential protectors for her future infant.
The calculus changes when higherranking females are around because they are likely to attack the caller and break up the fun. To avoid incest, young females leave their home group and try to integrate with neighbors by offering themselves to socially important males. But the resident females tend to be obstructive, perhaps because they see them as competitors for male protectors and desirable feeding areas.
Though human vocalizations during intercourse have not been much studied, they do have “a quite elaborate acoustical structure, which suggests some kind of communicative function," said Dr. Townsend, who is at the University of St. Andrews in Scotland. Copulation calls are not a feature of public life in Western societies, but the situation could be different in hunter-gatherer groups, which enjoy little privacy.
Female chimpanzees have sexual swellings during their receptive period. They remain visible for several days, but chimps ovulate on one day. A female gives her copulation calls throughout the period, concealing her most fertile time from t
he males.
“If she was truly interested in meeting with the best males, she should do all her calling during that narrow window when it matters," Dr. Zuberbuhler said. “But she doesn’t. She conceals the time of ovulation by calling throughout her cycle.


La doppia morale
Ma perché la cifra stilistica della sinistra italiana deve essere per forza il doppio standard, la doppia morale? Prendiamo l'ultimo caso in ordine di tempo. Il governo utilizza una norma vigente per dichiarare lo stato d'emergenza di fronte all'afflusso dei clandestini. Dalla sinistra partono bordate: razzismo, xenofobia, autoritarismo, intollerabile clima emergenziale. Quella norma però è stata in passato utilizzata anche dal governo Prodi.

Come mai all'epoca nessuno fiatò? Come mai nessuno di quelli che oggi strillano accusò quel governo di razzismo e xenofobia? Perché i «sacri principi», quali che essi siano, devono sempre essere piegati alle esigenze politiche del momento? Non è forse un modo per dimostrare che in quei principii, utili solo come armi da brandire contro l'avversario, in realtà, non si crede affatto? La spiegazione più ovvia, più a portata di mano, quella che rinvia l'esistenza della doppia morale, del doppio standard, alle persistenti scorie lasciate in eredità al Paese dalla vecchia tradizione comunista, è insoddisfacente: spiega troppo o troppo poco. Certo, è vero, nella tradizione comunista il doppio standard era la regola. Per i comunisti esisteva un fine superiore, una nobile causa al cui raggiungimento tutto doveva essere subordinato e piegato. Il ricorso continuo alla menzogna, ad esempio, era giustificato dal fine superiore. Così come il doppio standard.

Si pensi alla sorte di certi leader democristiani: Fanfani, Andreotti, Cossiga. Su di essi il Pci riversò a più riprese ogni genere di accuse, spesso anche quella infamante di essere registi di trame paragolpiste. Però, se il vento cambiava , quei registi occulti delle peggiori trame si trasformavano in amici e «compagni di strada»: il giudizio politico-morale su di loro dipendeva dall'utile politico del momento. E la capacità di intimidazione culturale del Pci e delle forze che lo fiancheggiavano era tale da non rendere necessario rispondere a una domanda che, del resto, solo pochi osavano porre: ma come è possibile che oggi strizziate l'occhio a un tale che fino a pochi mesi fa accusavate dei più infami misfatti?

Qualcosa del genere, d'altra parte, accade ancora. Si pensi al caso di Umberto Bossi del quale non si è ancora capito se si tratta di un leader xenofobo e parafascista, praticamente un delinquente, una minaccia per la democrazia, oppure di una costola della sinistra, uno con cui, magari, si può essere disposti a fare un po' di strada «federalista» insieme. O meglio, abbiamo capito benissimo: Bossi continuerà ad essere, alternativamente, l'una o l'altra cosa a seconda di come evolveranno nei prossimi anni i suoi rapporti con Berlusconi. Dicevo che non ce la possiamo cavare tirando in ballo solo la tradizione comunista. Sarebbe sbagliato e anche ingiusto verso molti ex comunisti.

Tra i comunisti c'erano molte persone serie, rigorose, di qualità. Queste persone, quando presero atto che la superiore causa era un vicolo cieco, o un'impostura, cambiarono registro. Misero da parte quella doppia morale che, ormai, ai loro stessi occhi, non aveva più alcuna giustificazione morale e politica. Spesso, questi ex comunisti, rimasti all'interno dello schieramento di sinistra, sono tra le persone migliori in cui ci si può imbattere, quelle con cui anche liberali come chi scrive possono trovare punti di incontro e affinità, con le quali, comunque, non capita mai di provare quel fastidio che si può invece provare quando si incontrano certi esponenti, politici o intellettuali, della sinistra mai-stata-comunista. I quali, spesso, continuano, imperterriti, a usare il doppio standard e la doppia morale.

La sinistra attuale è un amalgama informe che mescola brandelli della vecchia tradizione comunista con tic e cliché culturali di derivazione azionista e del cattolicesimo di sinistra. Queste ultime due componenti sono, forse, ancor più responsabili della prima nell'alimentare oggi quel mito della superiorità antropologico- morale della sinistra che continua a giustificare il ricorso al doppio standard e alla doppia morale. Tutto ciò è bene esemplificato dagli atteggiamenti dominanti a sinistra sulle questioni di giustizia. Il «pieno rispetto» per la magistratura e la regola secondo cui «ci si deve difendere nei processi e non dai processi» sono nobili principi che vengono sempre invocati quando nei guai ci sono gli avversari di destra. Ma se in graticola finiscono esponenti della sinistra (a patto, naturalmente, che non siano «ex socialisti») la musica improvvisamente cambia. Diventa legittimo attaccare i magistrati e persino difendersi «dai processi».

Personalmente, ho forti perplessità sui comportamenti tenuti, nell'esercizio delle loro funzioni, da magistrati come la Forleo e, soprattutto, De Magistris, ma non sono affatto sicuro che ad essi si possano attribuire più scorrettezze di quelle imputabili a certi magistrati che in passato si occuparono di Berlusconi e di altri nemici della sinistra. Si guardi a come opera il doppio standard nelle valutazioni di processi e procedimenti giudiziari a seconda che vi siano coinvolti amici o nemici. Se, poniamo, viene scagionato un imprenditore «amico» si plaude all'impeccabile comportamento dei magistrati e non ci si impegna certo in «analisi» minuziose con lo scopo di fare le bucce ai risultati delle inchieste. Altrimenti, come ha giustamente osservato Pierluigi Battista sul Corriere due giorni fa, lo spartito cambia, il doppio standard impera. Questi signori, sempre impegnati a stilare pagelle e ad assegnare brutti voti a quelli che definiscono «sedicenti» liberali, non hanno mai capito che indice di liberalismo è usare un solo criterio, un solo metro di giudizio, sempre lo stesso, per gli amici e per gli avversari, e che fare un uso così platealmente strumentale dei principi significa non avere alcun principio. Quando qualcuno di loro finalmente lo capirà, avremo, e sarà un bene per il Paese, qualche esponente in meno della genia dei «moralmente superiori» e qualche liberale in più.

27 luglio 2008  - di Angelo Panebianco - Corriere della Sera

OBAMA FOR MUM AND THE APPLEPIE
Quando Barack Obama comparve sulla scena politica, o più esattamente sulle pagine dei giornali europei, suscitò un naturale moto di simpatia anche nei “conservatori”. Era un outsider, o – per continuare con l’inglese – un underdog, un nero che sembrava destinato a perdere soprattutto perché si scontrava con la regina dell’establishment e delle finanze Hillary Rodham Clinton: una donna la cui l’ambizione era così trasparente da apparire quasi indecente. Tuttavia, andando avanti la campagna elettorale democratica, i dati di partenza si sono ribaltati. La Clinton, pur rimanendo antipatica, si dimostrava concreta, competente ed informata, mentre Obama diveniva finanziariamente sempre più forte e politicamente sempre più vago: l’underdog era la senatrice di New York. Alla fine la corsa è stata vinta dal giovane mezzo sangue ma la stima per lui è andata running low (visto che l’inglese impera), cioè diminuendo a vista d’occhio.
Di fronte a questo cambiamento di atteggiamento emotivo c’è da essere sospettosi. La simpatia dipendeva dall’istintivo sostegno che si vuole prestare al previsto perdente, quasi per solidarietà fra falliti? Oppure la crescente antipatia per Obama è dipesa dal sentire immeritato il suo successo? O infine dal sentirlo pericoloso per il candidato preferito, McCain? Ardue domande. Non si può che rispondere sulla base di impressioni, e personali per giunta.
La caratteristica saliente di Barack Obama è quella di essere un trascinatore di folle, tanto che è stato spesso paragonato ai predicatori televisivi americani. È un uomo capace di infiammare gli animi con parole alate in cui è impossibile distinguere un concreto programma politico. Slogan come “We can!” (possiamo) non significano niente. Parlare di “Change” (cambiamento), senza indicare né che cosa si cambia né in che direzione, è pratica ciarlatanesca. Essere per valori che nessuno discute, cioè, “for mum and the applepie”, per la mamma e la torta di mele, come si dice negli Stati Uniti, è insieme il colmo della banalità e della retorica. È proprio questo che rende indigeribili i discorsi dei Presidenti della Repubblica italiani la sera di San Silvestro, e la stragrande maggioranza di ciò che dicono i Papi la domenica. Siamo tutti capaci d’indicare i mali della società e ciò che desidereremmo si realizzasse: il problema è come realizzarlo. Dire che la violenza è una cosa orrenda è un semplice truismo ma il problema è come evitarla e come difendersene: cosa che per giunta non esclude l’uso della violenza stessa.
Ecco perché alla lunga il giovane senatore può venire in uggia. Se va a Berlino per dire che bisogna abbattere i muri fra i popoli, e per questo riceve uragani di applausi, si ha il diritto di mandarlo al diavolo. I muri servono eccome. Ce ne sono stati di orrendi, come quello di Berlino, ma tutti vorremmo altissime muraglie contro il terrorismo; e non serve a niente auspicare l’accordo fra i Paesi: se uno dei due il muro lo vuole, ed anzi vuole distruggere l’altro, a che serve la predicazione di Berlino? Dopo le parole dette alla base della Siegessaüle Ahmadinejad andrà ad abbracciare Olmert? E se Olmert se ne stesse a braccia aperte ad aspettarlo, forse che questo commuoverebbe il leader iraniano?
La campagna elettorale di questo senatore si riassume così: “Non sono simpatico? Votate per me”. Ma questo è allarmante. Obama non s’impegna a fare o a non fare qualcosa: si lascia le mani totalmente libere. Chi potrebbe rimproverargli di non avere mantenuto promesse che non ha fatte? Reagan, anni fa, promise una diminuzione delle imposte che fu reputata talmente straordinaria da risultare mitologica, da costituire anzi una nuova categoria finanziaria, le reaganomics, se non addirittura le woodoo economics, un’economia da magia nera. Ma Reagan mantenne la promessa e per questo è ricordato come uno dei migliori presidenti americani. Se invece non l’avesse mantenuta, o avesse provocato disastri,  si sarebbe avuto parecchio da rimproverargli. Questo con Barack è impossibile. E non si sa per quale motivo gli Stati Uniti dovrebbero votarlo o non votarlo.
Oggi i sondaggi lo dànno come favorito su Mc Cain e dopo tutto egli potrebbe effettivamente ottenere la presidenza degli Stati Uniti. E non è neppure escluso che egli possa essere un eccellente presidente: ma questa possibilità dipende appunto dal fatto che nulla sappiamo al riguardo. Potrebbe essere il migliore come il peggiore, un uomo insignificante ma di ferro come Harry Truman oppure un “buonista” come Kennedy che però impantanò il suo paese nel Vietnam, oltre a fargli fare l’immensa cattiva figura della Baia dei Porci.
Se gli americani sono disposti a votare a scatola chiusa un sorriso, Obama è il loro uomo.
Auguri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 luglio 2008\

LA CORDA SPEZZATA
Considerazioni giuridico-politiche sul Lodo Alfano
Un’insegnante di storia e filosofia nei licei (il top della cultura) diceva di essere più che perplessa, riguardo al “Lodo Alfano”. I cittadini devono essere tutti uguali dinanzi alla legge, nessuno ha il diritto di sottrarsi ad essa. Violare questo principio è violare la Costituzione. Inoltre, ribadiva, i giudici, anche quando accusano qualcuno o gli impongono la custodia preventiva, applicano la legge: come è concepibile che sia “ingiusto” agire secondo le leggi? Queste affermazioni sono semplici e chiare e tuttavia, riflettendoci, non stanno in piedi.
Per decenni, fino ai primi Anni Novanta, è esistita l’immunità parlamentare. Dunque deputati e senatori erano già cittadini “più uguali degli altri”, come recita l’abusata citazione, senza violazione della Costituzione.  Per quanto poi riguarda l’agire “secondo le leggi” non bisogna essere ingenui. Il magistrato penale gode di una notevole discrezionalità, che in qualche caso lascia spazio al puro arbitrio. A qualcuno che chiedeva che cosa dovesse considerarsi “prova”, nel processo penale, un giurista rispondeva sconsolato che “prova è ciò che convince il giudice”. Anzi: “Prova è ciò che il giudice dichiara essere prova”.
Questo vale anche per quanto riguarda la magistratura inquirente. Questa non ha il potere di condannare nessuno ma può benissimo mettere in galera qualcuno sulla base di una presunta pericolosità sociale o sulla base di un fantomatico pericolo di reiterazione del reato; sicché un cittadino passa mesi – a volte anni – in carcere per poi vedersi magari assolvere con formula piena. È stato vittima di un arbitrio? Probabilmente, ma l’inquirente non deve nemmeno chiedergli scusa: ha seguito il suo “libero convincimento” e tanto basta. Nessuno è stato sottoposto a procedimento disciplinare per un fatto del genere. Neppure quel magistrato pugliese che ha tenuto a lungo in galera il Pappalardi, con l’accusa di avere ucciso i due figli, mentre poi la Cassazione – la Cassazione! – ha stabilito che non c’era nessun elemento di prova che potesse sostenere l’opportunità di quella carcerazione.
I magistrati seguono i codici, si dice, ma i codici gli concedono una libertà così ampia da risultare in certi casi pericolosa: soprattutto perché gli organi di controllo non sconfessano mai il collega e l’azione per responsabilità civile del giudice, pur sancita da un apposito referendum, non è stata esercitata contro nessuno.
Questi rischi li corrono tutti i cittadini - direbbe tuttavia la professoressa – e non si vede perché non debbano correrli le persone in vista. E anche qui un’affermazione che pare semplice ed evidente può in certi casi essere del tutto sbagliata. Ad un ragazzino che chiedeva come mai la bestemmia fosse un peccato mortale, tale cioè da comportare le pene dell’inferno, un teologo rispondeva che chi dice “cretino!” al proprio fratello si comporta male; chi lo dice al Preside della scuola, commette un atto di gravità molto maggiore e chi infine insulta Dio, Ente dal valore infinito, commette un atto di infinita gravità. E merita l’inferno. Nel valutare l’illecito bisogna tenere conto non solo dell’azione ma anche della qualità della vittima. Se si accusa un cittadino qualunque di atti contrari alla pubblica decenza, gli si crea un enorme fastidio. Se però la stessa accusa è rivolta ad un cardinale, ne parleranno tutti i giornali e il prelato potrebbe uscirne addirittura distrutto quand’anche dopo fosse assolto con formula piena. Il semplice potere di incriminare certe persone, e tenerle sotto processo per molti anni, è un’arma devastante. Un’arma che, posta in mano ad un giudice narcisista, esibizionista, politicamente fazioso o soltanto demente, può creare danni gravissimi.
Il caso di Berlusconi è emblematico. Se in questi tre lustri fosse stato accusato di un reato e fosse stato assolto, nulla quaestio: la magistratura inquirente può benissimo sbagliarsi. Ma se l’impresa di cui è titolare per il 30% subisce circa cinquecento accessi della Guardia di Finanza, se il Cavaliere è fatto oggetto di ben sedici procedimenti penali, se infine ciò malgrado tutti i procedimenti si concludono o con l’assoluzione o con la prescrizione (che è colpa della magistratura), è proprio peregrino il sospetto che ci sia stata un’intenzione politica? Si è perfino parlato di “via giudiziaria al potere”. O alla distruzione dell’avversario politico.
L’opinione pubblica, poi, non va per il sottile. Pensa: uno che è accusato di tanti reati non può essere un fior di galantuomo. È stato assolto? Se la sarà cavata per il rotto della cuffia; perché può permettersi ottimi avvocati; perché è un furbastro. Un furbastro ma non un galantuomo. E un buon quaranta per cento degli italiani è complice di questa character assassination, assassinio della personalità.
Il diritto non è scritto nelle stelle. E non è amministrato da angeli. Da noi l’uso discutibile della giustizia è stato spinto tanto lontano da avere creato, nei politici, il comprensibile sospetto che l’ordine giudiziario intenda dominare i poteri legislativo ed esecutivo. Stabilendo magari chi ha il diritto di fare politica e chi no. E alla lunga, se un potere prevarica, è normale che il potere aggredito si difenda con le proprie armi: ed ecco che il legislativo vara leggi che tagliano le unghie ai magistrati. Se si tira troppo la corda…
I magistrati inquirenti avrebbero dovuto essere molto più prudenti, molto più moderati, molto più oculati. Non hanno messo a rischio Berlusconi, che ha dimostrato in giudizio di essere innocente, hanno messo a rischio l’equilibrio fra i poteri e l’immensa libertà di cui attualmente loro stessi dispongono.
A qualcuno il lodo Alfano non piace, ed è comprensibile, ma è solo una reazione. E se l’azione è stata ingiusta, la reazione si chiama legittima difesa. Questa legge è una pagina negativa della vita parlamentare italiana, esattamente come è negativa l’amputazione di una gamba. Ma se il rischio è che la gangrena danneggi l’intero organismo, l’amputazione è benvenuta.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 luglio 2008


UNA CARTOLINA ILLUSTRATA
Chi viaggia in automobile e dorme ogni sera in una tenda, vive l’esperienza del nomade. Da un lato è sottoposto ai capricci del tempo  - sole, pioggia, freddo, caldo – e dall’altro ha sugli stanziali la superiorità di chi tutto guarda e nulla possiede.
Una volta un personaggio di Charles Morgan, Sparkenbroke, mentre se ne stava sotto una quercia, fu rimproverato dal proprietario. La quercia era sua, diceva il contadino, ma l’altro lo irrise: “Vostra? Voi avete solo il diritto di tagliarla e bruciarla. La quercia è invece mia nel senso che io ne capisco la bellezza”. Nello stesso modo il turista frugale ed isolato della realtà vede solo l’aspetto estetico. La cattedrale o il castello non sono suoi, ma se è per questo non sono suoi nemmeno il cielo, e il sole, e l’aria, e la strada che percorre. Chi nulla possiede è come se sorvolasse la realtà giuridica e monetaria. È nella condizione del borghese nei confronti del generale di corpo d’armata: non facendo parte dell’esercito, che l’altro sia generale o caporale fa lo stesso. È un gioco cui non partecipa.
Il viaggiatore senza meta, senza casa, senza nemmeno un tetto, è un nomade pro tempore. Perde le proprie radici e, se conosce la lingua del paese in cui va, può anche giocare con l’idea di essersi reincarnato in un altro posto. In un altro mondo in cui, al prezzo di qualche scomodità può, da zingaro, sentirsi il padrone del mondo. Il profilo delle montagne, rappresentazione visiva della vita monotona dei valligiani, è per lui una frazione minima di caleidoscopio.
Il viaggio – questa astrazione – è una inevitabile riflessione sull’insignificanza e sulle contraddizioni dell’intera realtà. Da un lato cambiano le città e le strade, dall’altro si ritrova al suo posto, dopo anni, un vecchio albero: tutto può cambiare, molto rimane lo stesso, e alla lunga tutto finisce. Come ci ha ammoniti Paul Valéry, anche le civiltà sono mortali. Forse proprio per questo l’occhiata distratta che il nomade dà alle case, alla gente, ai monumenti, e perfino alla stessa natura, è la migliore valutazione dell’esistenza. Se la si prende sul serio, questa è “una storia narrata da un idiota, piena di rumore e di furia, che non significa nulla”, come scriveva Shakespeare. Se invece non le si dà importanza, è una serie di belle immagini da osservare e gustare con malinconica leggerezza, come può fare il nomade: estraneo a tutto, ma non alla vanità del tutto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 luglio 2008


Il pollicione palestinese, Gerusalemme Capitale e Uolter
Il pollicione di un ventisettenne palestinese di nome Ashraf Abu Rhama e' diventato famoso grazie a Israele ed e' ancora sulle prime pagine dei giornali, giornalini, giornaletti italiani ed europei.
Il giorno prima a Gerusalemme un secondo arabo aveva scagliato un altro bulldozer contro i cittadini della citta', fermato con un  colpo in testa prima che riuscisse a colpire mortalmente.
La notizia pero'  e' rimasta sui media una mezzoretta e non piu' , commentata con titoli schifosi  tipo "incidente, ha perso il controllo ecc."
Poi l'oblio.
Pochi giorni prima il Governo libanese al completo, schierato in pompa magna, aveva accolto con tutti gli onori Samir Kuntar, uno che aveva spiaccicato ridendo la testina di una bambina di 4 anni contro le rocce di una spiaggia di Israele.
Le bare di 199 terroristi assassini, consegnati con Kuntar vivo, vivissimo...speriamo per poco...   hanno ricevuto il saluto militare da tutto il Libano, Unifil compreso.
Queste notizie hanno scandalizzato poche persone, forse soltanto chi ama Israele e detesta fondamentalismi e estremismi arabo.

 
Volete mettere un pollicione palestinese tumefatto.
Questa si che e' una notizia da scandalo, perbacco, un pollicione palestinese tumefatto dalla pallottola di gomma di un soldataccio israeliano.    
E allora, siccome mi sono rotta le scatole, e' bene che racconti. 
C'e' ogni giorno  intifada a Naalin, dove si sta ultimando la costruzione della barriera di sicurezza, e in quell'occasione, durante gli scontri tra assatanati palestinesi incitati da pacifisti internazionali contro l'esercito di Israele,  un teppista arabo esagitato  viene portato legato verso una camionetta dell'esercito.
Un soldato col fucile ben puntato verso terra spara un colpo verso il piedone palestinese e colpisce di striscio il pollicione.- Ahi che male- urla il teppista e si butta per terra in mezzo ai soldati stupefatti. Arriva il medico , guarda il pollicione e dice -tutto bene- ma il teppista continua a urlare -ahi che male- e viene portato in ospedale dove riguardano il pollicione, non medicano perche' non c'e' ferita e il ventisettenne viene mandato via, anzi riportato a casa. Servizio completo del feroce esercito israeliano.
Allora, forse e' il caso di  raccontare cosa succede a Naalin e in altri posti dove c'e' intifada contro la Barriera.
In Italia nessuno sa niente se non dalle parole di Luisa Morgantini che parla sfrontatamente di "manifestazioni pacifiche".
In Israele lo vediamo in Tv e sono scene spaventose di pazzi fanatici che lanciano pietre grandi come televisori da 50 inch contro i soldati e sulla testa degli operai che lavorano alla barriera.
Ho parlato con un soldato, un ragazzino ventenne, occhi azzurri, faccia pulita, braccia e gambe e schiena completamente ricoperte di lividi blu  e di escoriazioni.
Mi racconta il ragazzo , lo chiameremo Avi, che noi, pur vedendolo in TV, non abbiamo idea di cosa succede a Naalin dove lui e' di stanza.
" E' un inferno, dice, sembra di essere in piena guerra. I palestinesi sono armati di massi, centinaia di massi e di pietre di ogni grandezza che gettano dall'alto sulle nostre teste, sono armati di molotov, a volte anche sparano ma i peggiori, anche peggiori degli arabi, sono i pacifisti, quasi tutti italiani e americani, piu' un buon numero di israeliani di estrema sinistra che ci odiano.
"I pacifisti sono i piu' cattivi e i piu' violenti, aizzano gli arabi e si lanciano contro di noi sventolando bandiere di hamas, le donne ci graffiano in faccia, ci sputano addosso, ci prendono a calci".
Racconta Avi che un giorno una cicciona pacifista europea gli si e' lanciata addosso brandendo la bandiera di hamas con una mano mentre coll'altra cercava di arrivare ai suoi occhi, lui le ha dato una spinta per allontanarla e la cicciona e' caduta col grosso deretano su un cactus.I soldati israeliani hanno dovuto aiutarla ad alzarsi, mentre lei li insultava,  ma non le hanno tolto le spine dal sedere.     
Gli operai che lavorano alla Barriera sono presi di mira come i soldati che devono proteggerli. Le scene sono terribili, sassi, nugoli di sabbia, sudore, urla, bandiere, molotov, unghie pacifiste contro i  lacrimogeni e le pallottole di gomma di Zahal.
Sembra un film dell'orrore ma e' realta'. Le belve contro le quali viene eretta la barriera non la vogliono, i loro amici pacifisti non la vogliono , loro preferiscono di gran lunga vedere decine di israeliani bruciati vivi in qualche autobus o bar, colpiti da migliaia di pallini d'acciaio con cui i kamikaze riempiono i loro giubbotti esplosivi.
Questo scenario infernale ha portato quel soldato a svuotare il fucile sul terreno molto vicino al piedone del teppista.
Che diamine, un soldato di Zahal non fa queste cose contro un prigioniero legato , certo che non le fa ma mi dispiacerebbe se venisse punito perche' tutto ha un limite, anche la pazienza di un soldato israeliano sotto stress e sotto pressione come nessuno al mondo.
Le belve palestinesi devono smetterla e il Ministro della Difesa israeliano deve smetterla di chiedere scusa per la reazione di un ragazzo ventenne che vede il mondo rivoltarglisi addosso per ucciderlo, perche' questa e' la verita': quelle belve assatanate  vogliono uccidere.
Rhama ringrazi il cielo di essere stato fermato da soldati israeliani perche' quelli di un qualsiasi altro esercito non gli avrebbero tumefatto il pollicione ma lo avrebbero ridotto a voce bianca alzando un po' il fucile e mirando in mezzo alle gambe.
Comunque grande scandalo in tutto il mondo, altro che i bulldozer arabi che seminano terrore e morte a Gerusalemme.
I giornali si sono esaltati a pubblicare foto e video. Su internet insulti a Israele non si contano. Personalmente ho ricevuto una serie di messaggi privati in cui si dava a Israele dello stato nazista, a me della nazista e si insultava pesantemente mia madre.
Si certo, esaltati alla stregua di quelli che vanno ad aizzare i palestinesi, pacifisti tanto violenti e pieni di odio da poter essere para
gonati alle squadracce naziste di trista memoria.   
La visita in Israele di Barak Obama ha oscurato per un paio di giorni il pollicione perche' il candidato democratico alla presidenza USA ha dichiarato: «Gerusalemme sarà la capitale di Israele. Io partner costruttivo di pace».

Uaaaaahhh, i sinistri si sono agitati subito, Gerusalemme capitale di Israele, vergogna su Obama che non riconosce i mille anni di storia palestinese...che dico 1000? nooo 9000, 20.000, milioni di anni di storia palestinese.
Pensa forse Obama che i palestinesi siano stati inventati nel 67 per essere contrapposti a Israele e arrivare, attraverso di loro,  alla distruzione dello stato ebraico?
Vergogna Obama! 
Gerusalemme Capitale di Israele!
Ma cosa si sogna??? Ma cosa crede di fare? Ha paura della lobby ebraica che comanda il mondo, pensano i sinistri.
Anche , naturalmente, quelli italiani.
E allora cosa succede? Succede che a Firenze, il 28 luglio alle ore 11, l'assemblea toscana ricevera' l'ambasciatore di Israele , Gideon Meir e saranno presenti tutti i partiti ...meno la maggioranza del Consiglio Regionale della Toscana , cioe' i partiti di sinistra, in particolare manchera' il partito piu' importante , il PD di Uolter.
Uolter Uolter Uolter Veltroni! ma come si fa! Dopo tutte le dichiarazioni di amicizia a Israele, delegazioni romane a Gerusalemme...naturalmente est, dopo tanta equivicinanza, ecco che adesso lei prende le distanze solo perche' Barak Obama parla di Gerusalemme Capitale di Israele. Ma allora lei ha paura, Uolter, allora lei non diceva il vero, allora lei e' amico di Israele finche' non si parla di cose concrete come Gerusalemme Capitale.  
Non mi dica che lei e' d'accordo con Staino che in una stupidissima vignetta sull'Unita' fa dire a uno dei suoi pupazzetti "Come si fa a dirsi vicini alla pace promettendo Gerusalemme a Israele?"
Ma a chi dovrebbe essere promessa questa citta' che e' stata per 1000 anni capitale politica del regno di Israele e per duemila anni la capitale spirituale di ogni ebreo del mondo, in Israele e nella diaspora.
Dovrebbe essere promessa ai palestinesi che non ne sono mai stati parte ne' religiosamente, ne' politicamente , tantomeno affettivamente?  
Gerusalemme e' ebraica e israeliana, se ne faccia una ragione Uolter e, se non vuole passare per un fifone convinca il suo partito a partecipare a quell'assemblea. Sa, per uno che, come lei, predica la democrazia, non e' mai una bella figura boicottare una nazione democratica.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


Che cosa hai capito dalla lettura delle memorie di Giuliano Tavaroli?
Che qualcosa non convince nelle descrizioni troppo immoralistiche del potere. Sono un po' letterarie
La ricostruzione di Giuliano Tavaroli a Giuseppe D'Avanzo è una storia di genere. La verità non esiste, una specie di italianità in controluce si manifesta e si incarna nell‚affresco sociologico, la trama si infittisce, rivelazioni e coincidenze si susseguono, fino alla strana e assai poco plausibile storia di un Oak Fund (ma è veramente possibile che i dirigenti di un partito che ha per simbolo una quercia, chiamino Oak, quercia, un fondo segreto per il suo finanziamento?).
La storia che sembra emergere è la parabola di un imprenditore del nord avviato a grandi successi, il quale compra con la leva del debito una delle prime aziende del paese  fortemente mal privatizzata e già comprata a debito da una cordata di imprenditori padani con una sponda politica, i quali nel 1998 dovrebbero rappresentare una palingenetica classe dirigente imprenditoriale (Chicco Gnutti ne è il portabandiera più rappresentativo, sic).


Il nuovo capo di Telecom sbarca a Roma dove l'azienda ha sede - e dalla quale peraltro la sposterà - e qui scopre di avere dimestichezza di rapporti e relazioni meno solide di quanto gli servirebbe. Si ritrova al centro di una miriade di battaglie di potere. Cioè: vive e opera in un paese alla prese con una lunghissima transizione politica (a oggi non ancora davvero conclusa): i partiti politici moderati sono stati spazzati via da un'inchiesta giudiziaria che si innesta sul malcontento politico dell'opinione pubblica e sulla fine degli equilibri fondati sul mondo diviso in blocchi; sono stati sostituiti da un ex partito comunista (Oak, per l'appunto) che agita la questione morale, e da un progetto di partito liberale di massa, guidato da un imprenditore molto ricco; i due partiti principali sono riluttanti a esercitare un reciproco riconoscimento; la politica si indebolisce, il potere è liquido, gli spazi liberi, i poteri dello stato sono in competizione tra loro, le fazioni si dissolvono e si ricompongono, i disegni personali si sovrappongono; ciascuno si sente autorizzato a disegnare per se stesso una luminosa parabola; sembra di vedere da qualche parte un Marlon Brando-Napoleone che spiega a Jean Simmons-Desirée come giacendo la corona di Francia sul greto di un ruscello non si attenda altro che qualcuno la raccolga con la punta di una spada. E‚ plausibile in una simile tempesta che dura da diciassette anni, immaginare un ruolo per l'ex carabiniere Tavaroli? O non c‚è troppo James Ellroy, troppo Roma Capoccia Confidential, troppo Italian Tabloid?

Tra il giornalismo e la verità. Così tra il giornalismo e la verità da noi c‚è sempre una via di mezzo, la letteratura. C'è Giuliano Tavaroli che affida a un giornalista celebre il suo se stesso perché non vuole diventare un capro espiatorio, perché non vuole - dice - che i suoi figli pensino che egli sia il mascalzone descritto dalla stampa. E mentre cerca di dimostrare di essere un uomo che ha soltanto peccato di eccesso di fiducia nei confronti di altri uomini, ottiene un effetto paradossale: quello di raccontare una versione delle cose molto più immoralistica dell‚errore che egli rimprovera a se stesso.

di Marco Ferrante - www.ilfoglio.it


Lettera aperta al Presidente Silvio Berlusconi
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Silvio Berlusconi
Signor Presidente,
Le scrivono uomini e donne d'ogni parte politica, d'ogni credo religioso, laici e credenti, uniti solo dall'amore per lo Stato d'Israele. Un amore che, sappiamo bene, Lei stesso ha spesso dichiarato e dimostrato in molte occasioni.

Per questo, crediamo di poterLe chiedere un passo ufficiale del governo italiano verso chi ha recentemente, dimostrando oltre ad un disprezzo per il concetto sacro della vita umana che s'estende fino al rispetto del cadavere del proprio nemico, un concetto egualmente sacro per tutti e per tutte le religioni, ha accolto con incredibili manifestazioni di giubilo dei terroristi che si sono resi colpevoli d'atroci atti di terrorismo contro lo Stato amico d'Israele.

Lo Stato Ebraico, sempre per seguire quel rispetto che si deve perfino alle spoglie umane, ha liberato cinque terroristi detenuti nelle sue carceri. Ottenendo dai gruppi islamici hezbollah i cadaveri dei due suoi soldati, Eldad Regev ed Ehud Goldwasser. I due militari furono sequestrati due anni fa, in pieno territorio israeliano, da un gruppo terroristico facente parte del movimento hezbollah. Lo stesso movimento terrorista, fino all'ultimo minuto, s'è sempre rifiutato di dare notizie dei rapiti sia ad Israele, sia alla Croce Rossa Internazionale. Lo stesso fa nei riguardi dei familiari dell‚altro soldato rapito, Gilad Shalit, Hamas, il movimento islamico che ancora oggi governa Gaza.

La mattina del 16 Luglio, subito dopo lo scambio tra i cadaveri dei due soldati e i cinque terroristi vivi, questi ultimi sono arrivati in Libano.

E qui hanno ricevuto il trionfo che di solito una Nazione civile e democratica riserva solo agli eroi.

Il presidente della repubblica libanese, Michel Suleiman, e il primo ministro libanese Fuad Siniora, aprendo a questi terroristi il palazzo del governo, e celebrando in toni incredibilmente accesi la loro liberazione, hanno fatto di cinque assassini dei patrioti, dei liberatori. Degli eroi, insomma.

Non basta: perfino il primo ministro dell'Autorità palestinese, quel Mahumoud Abbas che Lei ha da poco ricevuto in Italia, s'è affrettato a congratularsi con il principale di questi assassini, Samir Kuntar. Uno spregevole individuo, questo Kuntar, condannato in Israele a cinque ergastoli per i suoi tanti delitti. Tra gli orrori di cui s'è macchiato Samir Kuntar, l'assassinio feroce e brutale di una bambina di soli quattro anni.

Signor Presidente,
Noi tutti firmatari, sconvolti dall'oltraggio portato dal governo libanese e dall'Autorità Palestinese alle vittime innocenti del terrorismo che insanguina il Medio Oriente, Le chiediamo di muovere dei concreti passi diplomatici verso la prima carica istituzionale della Repubblica Libanese.
Le chiediamo inoltre di far arrivare al governo del Libano e alla Autorità palestinese i sensi del più profondo disagio del nostro Governo e degli italiani tutti di fronte a queste manifestazioni di giubilo e d'affetto riservate a dei terroristi assassini.

Signor Presidente,
In questi casi, a niente valgono le solite precauzioni diplomatiche. Il tono soffocato dei rimproveri. La gravità del fatto, uomini di due governi amici‚ che abbracciano dei terroristi sporchi di sangue innocente, suggerisce una mossa di straordinaria durezza del Governo italiano. Anche perchè, proprio al nostro Governo spetta il comando delle forze Unifil presenti sul confine israelo-libanese.

Signor Presidente,
Faccia Lei queste mosse straordinarie. Che noi speriamo siano durissime, e che arrivino presto. Non dimentichi mai, e non lasci che sia dimenticato, quest'oltraggio portato alle vittime innocenti del terrorismo islamico.

Salvatore Pirino - Quartu S.E. (ca)
Deborah Fait - Israele
Alessandro Matta - Cagliari
Monica Vitale - Napoli
Daniele Coppin - Napoli
Alessandra Boga - Meda (mi)


Chi volesse firmare, mi mandi una mail di adesione qui: bebora@013.net

I ragazzi sono tornati a casa.
In Libano i satanici hanno scritto in inglese perche' tutto il mondo possa leggere
" In Libano si festeggia, In Israele si piange".
E' vero, Israele sta in silenzio e piange, e' vero.
In Libano un popolo satanico festeggia.
A Ramallah un popolo satanico festeggia.
A Gaza un popolo satanico festeggia.
I popoli satanici di tutto il mondo arabo  ballano e cantano per la liberazione di un mostro  a nome Samir Kuntar e altri 4 assassini.
Ieri mattina eravamo tutti davanti alla televisione che trasmetteva in diretta quello che sarebbe stato il giorno piu' triste e piu' lungo di Israele. Avevamo sperato per due anni, avevamo creduto che Udi e Eldad fossero vivi, forse malandati ma vivi, e Karnit, la giovane moglie di Udi, per due anni e' andata, instancabile,  di governo in governo , da presidenti a premier, fino all'ONU per dire a Ahmadinejad :
"Mi chiamo Karnit, vengo da Israele, mio marito e il suo compagno sono prigionieri di hezbollah. Perche' non ci dite niente? Perche'?"
Il mostro iraniano ha proseguito il suo discorso come se non avesse parlato nessuno.
Karnit per due anni ha promesso che avrebbe riportato a casa suo marito e cosi' ha fatto, Udi e' tornato, Eldad e' tornato, i ragazzi sono tornati a casa, in Israele.
 

Fino all'ultimo i rappresentanti di hezbollah non hanno detto niente, fino all'ultimo hanno tenuto le famiglie e tutta Israele nel dubbio, fino all'ultimo hanno giocato con i nostri sentimenti e , quando le porte del van della Croce Rossa si sono aperte e due bare nere sono state appoggiate sull'asfalto, un singhiozzo e' uscito dalla mia gola, dal profondo della mia pancia come un rantolo e tutta  Israele si e' piegata in ginocchio piangendo, per le strade, nelle piazze, nei negozi.
Un rappresentante di  hezbollah ha avuto la perfidia di esclamare soddisfatto:"ecco, adesso sapete che sono morti".
C'e' una legge morale in Israele, ogni soldato deve essere riportato a casa, vivo o morto, costi quel che costi e questa volta il prezzo e' stato altissimo, questa volta e' stata una tortura che ci siamo volontariamente inflitti perche' per avere quelle due bare nere e' stato liberato un mostro capace di ammazzare un padre davanti alla sua bambina di quattro anni e poi di spaccarle la testa col calcio del fucile e prenderla per le gambe per finirla contro le rocce della spiaggia di Naharyia.
L'orco che ridendo ha mangiato una bambina e adesso e' libero, insieme ad altri quattro assassini come lui.
Samir Kuntar e' arrivato in Libano grasso e pasciuto, ha indossato subito la divisa di hezbollah e si e' offerto  alla festa di tutto un popolo impazzito di gioia per lui.
Ha ricevuto baci e abbracci dal presidente del Libano, dal primo ministro, dai dignitari tutti e, naturalmente, da Nasrallah, per l'occasione emerso dal bunker sottoterra dove vive nascosto.
Nasrallah, questo Hitler libanese, questo essere che gode fisicamente per ogni ebreo ammazzato, ha fatto il suo discorso riproponendo il solito "ebrei, nipoti di scimmie e maiali". Kuntar gli ha risposto gridando di essere pronto alla guerra per liberare la Palestina.
La folla  impazziva di gioia.
Che razza di popolo e' quello?
 

Nello stesso momento in Israele accendevamo le candele della memoria e piangevamo, come sempre, i nostri morti.
Eppure il mondo non capisce.
Sui media italiani ho letto di tutto, articoli ignobili, commenti vergognosi, giustificazioni
allucinanti, qualcuno ha avuto persino il coraggio di manipolare i fatti accaduti 30 anni fa.
Chi ci e' amico ha aspramente criticato la liberazione di cinque assassini per avere in cambio due cadaveri.
E' immorale , hanno scritto.
E' vero, e' immorale, come e' immorale costringere Israele a disfarsi di territori per una pace illusoria, come e' immorale che gli ebrei non possano mai vivere un giorno di pace, come e' immorale che il mondo accetti le dichiarazioni di odio degli arabi e guardi divertito e comprensivo  popoli demoniaci che saltano e ballano ogni volta che viene ammazzato un ebreo.
Non e' immorale obbligare Israele a rilasciare degli assassini perche' l'Unifil non e' riuscito a onorare la 1701?
Non e' stato immorale lo schierarsi per 60 anni dalla parte di popoli che chiedevano soltanto la distruzione di un altro popolo?
Non e' stato immorale proteggere ogni terrorista palestinese e ridurre Israele all'isolamento?
Non e' immorale scrivere sui giornali solo menzogne che demonizzano Israele?
Sono stati liberati 5 assassini per riavere i nostri soldati a casa e l'incubo e' finito, oggi ci sentiamo piu' in pace con noi stessi,  finalmente Karnit puo' piangere accarezzando la bandiera sulla bara di Udi , finalmente il padre di Eldad avra' un posto dove andare a parlare con suo figlio.
E' stato un fallimento di Israele? Puo' darsi ma sono cose che capitano ai forti e ai giusti.  I barbari non falliscono mai, a loro basta ammazzare per sentirsi soddisfatti.
 

Israele e' un paese fatto di amore e con amore, nessuno dei nostri figli sara' mai abbandonato, nemmeno parti del suo corpo saranno mai lasciate al nemico e questo ci rende deboli e ricattabili da chi e' senza anima e privo di valori umani.
 
Sulla casa di Samir Kuntar i suoi concittadini hanno scritto
"Samir Kuntar e' e' la coscienza del Libano, della palestina, del mondo arabo".
 
Verissimo, questi sono i popoli degni di lui, popoli dove chi spacca la testa a una bambina e' ritenuto eroe, dove si festegggia ogni attentato contro Israele, dove si balla per la  tragedia  delle Twin Towers, dove si bruciano vive le donne che osano innamorarsi, dove si violentano i bambini convincendoli che morire da terroristi e' un onore premiato col paradiso.
Israele, oggi in ginocchio, e' circondato da popoli satanici in festa ma forse Kuntar e' meno sicuro in Libano di quando stava in prigione. Se Nasrallah vive sottoterra come i topi di fogna, converra' che Kuntar lo imiti perche' prima o poi potrebbe imbattersi  in qualcosa di esplosivo e tutti ci auguriamo che la sua ultima visione sia una bella Stella di Davide disegnata su un Apache!
 
In questo momento si stanno svolgendo i funerali di Ehud Goldwasser, nel pomeriggio ci saranno quelli di Eldad Regev.
La mamma di Udi e' come una statua di cera, immobile e bianca, parla con voce ferma di suo figlio e del suo popolo meraviglioso.
Karnit piange, e' sfinita, si rivolge al marito, la voce si rompe, tutti piangono, i soldati, i rabbini, il Ministro della Difesa, lei continua, - abbiamo finito il viaggio, Udi, si chiude qui il cerchio di orrore incominciato  il 12 agosto 2006 alle 9, abbiamo finito ma tu, Udi,  sarai sempre con me, tutta la mia vita-.
Non un grido, non un lamento, tante lacrime e tanto silenzioso dolore.
Questa folla e' diversa da "quella" al di la' del confine.
Siamo diversi, per fortuna, siamo un'altra cosa.
Siamo persone.
Qui si piange senza odio, senza rabbia, si fa uscire il dolore con dolcezza, Karnit sa anche sorridere al suocero distrutto accanto a lei, lui piangendo le bacia una mano, lei sorride e si illumina , si asciuga il viso bagnato dell' amore per il suo Udi.
Il cerchio si chiude, il popolo di Israele ricomincia,  dolore, disperazione, dignita', lacrime, morte, vita e infine ancora speranza.
 
Deborah Fait


ELUANA ED I NUOVI MERCANTI NEL TEMPIO
Eluana Englaro continua a morire lentamente, senza sentimenti, senza dignità, senza rispetto per quell’ultimo vero scampolo di vita che le è rimasto e che il nostro Creatore ha donato a tutti noi: la volontà e la libertà di scegliere, ben sapendo quanto potrà costare nell’anima e nel cuore di suo padre e del suo, tale scelta. Sulla persona e sulla volontà di Eluana Englaro, riconosciuta finalmente da un supremo organo dello Stato, si sta accalcando un triste “mercato nel tempio”, un tempio sacro, come ci insegna il Vangelo, perché appartenente a Dio, ma consegnato nelle mani dell’uomo che deve averne rispetto. Quel corpo, quella mente non possono più scegliere la soglia di rispetto, ma lo hanno fatto prima ed andrebbe rispettata questa volontà, pur non condividendola. Eppure sono quegli stessi rappresentanti del Cristo sulla terra ad essere oggi i nuovi mercanti del tempio, i sobillatori del popolo, gli ipocriti che si lavano la bocca e le mani e non provano rispetto e compassione per un corpo, per una mente, perfino per uno spirito, che va guidato, va perdonato ma non costretto e preferiscono fariseicamente chiudersi nella loro gerarchia, nelle loro vesti candide, macchiate del nero della politica, del grigiore delle discussioni etiche, bioetiche e scientifiche, del rosso degli interessi materialistici legati a posizioni storiche. E’ questo il vero secolarismo, ovvero l’allontanamento dal rispetto di una scelta e di una esperienza, di una ricerca spirituale di ogni uomo per costringerlo in un modello imposto e standardizzato, pena l’isolamento, la vergogna (vedi Welby, condannato a non avere esequie religiose), la vessazione. Per sfuggire a questa vessazione, nel rispetto di una persona come Eluana e di un diritto ancora esistente, spero che Beppe Englaro abbia il coraggio e la possibilità di portare Eluana fuori dall’Italia, laddove ancora i principi di diritto e civiltà possono essere rispettati, dove ancora i nuovi mercanti sono fuori dal tempio, mentre spero che da tutti, a partire dalla mia Chiesa, ci sia preghiera e rispetto. Nulla più.  

Angelo M. D'Addesio


BUCCIA DI BANANA
D'Alema al premier: "Fatti processare".
Il premier a D'Alema: "Dopo di te".

(Durex da Dagospia)


Il ritorno di Ingrid Betancourt
Intervista di Angelo M. D'Addesio a
Simone Bruno
*
D. Nelle diverse conferenze stampa tenutesi a Bogotà, sia quella organizzata che quelle improvvisate, cosa viene fuori

E’ venuta fuori la figura lucida ed intelligente di Inaridì ed uno stato di forma migliore di quanto ci si potesse aspettare dopo una permanenza di sei anni nella foresta con i guerriglieri, in condizioni sovraumane. Un altro aspetto è la debolezza delle Farc che hanno subito la più grande sconfitta della loro storia, sul piano internazionale, politico e comunicativo, ma anche in riferimento al futuro stesso della guerriglia. Ingrid è stata una bella sorpresa e dalla conferenza stampa a Bogotà si è visto come essa abbia già iniziato la campagna elettorale che è stata interrotta nel 2002, con la differenza che, mentre nel 2002 avrebbe ottenuto al massimo il 2-3% dei voti, oggi potrebbe addirittura aspirare alla presidenza nel 2010.

D. E’ stata veramente una sconfitta delle Farc, oppure possono valere le impressioni di chi ha giudicato troppo arrendevoli le Farc, quindi propense ad un accordo, alla liberazione in cambio di qualcosa?

Sarebbe una sconfitta in ogni caso. Se il gruppo che detiene da molto tempo prigionieri eccellenti decide poi di accordarsi e di liberarli, è comunque un segnale di sconfitta, escludendo naturalmente qualunque altra forma di accordo. Poi ci sono molte illazioni in giro, ma in realtà la versione dei sequestrati è piuttosto unanime sul fatto che ci sia stata un operazione con uomini di intelligence presenti e veri carcerieri e luogotenenti delle Farc. Fino a questo momento le Farc non hanno detto nulla in proposito. Se avessero emesso un comunicato, avremmo capito reazioni e dinamiche, ma al momento non si è fatto sentire nessuno e quindi ogni ipotesi diversa èda considerarsi assurda.

D. Le Farc erano già molto in crisi e molto divise prima di questo evento. C’è chi è legato a posizioni ideologiche, chi agli affari del narcotraffico, i capi carismatici sono morti…Cosa succederà? Saranno pronte ad un accordo oppure continueranno nella loro lotta ad oltranza?

E’ difficile da dire. Le Farc sono una scatola nera. Sappiamo attraverso Ingrid che esiste un problema logistico nelle Farc ed è stato rivelato proprio da lei in aeroporto, e consiste nella scarsità di viveri. Prigionieri e guerriglieri mangiavano ormai le stesse cose ogni giorno, mancava frutta ed altri generi alimentari e poi mancavano gli stivali di gomma per camminare nel fango ed erano perfino costretti a ripararli. Certamente non si sa come stanno le Farc nell’intimo della loro organizzazione, ma Ingrid ha raccontato i dettagli dei suoi ultimi mesi con i guerriglieri. Poi esiste una difficoltà di tipo comunicativo: ormai per i guerriglieri, è impossibile muoversi e comunicare senza essere intercettati e questo è capitato con la vicenda del piccolo Emanuel, il figlio di Clara Rojas, la vice di Betancourt, che in realtà era già stato liberato ed il governo ne era a conoscenza, tanto che solo quando i vertici internazionali, compreso il presidente Kirchner erano a Villavicencio, seppero che la liberazione non poteva avvenire perché il bambino non era più nelle mani delle Farc. L’esercito colombiano grazie agli accordi che il ministro ha fatto con membri dell’intelligence israeliana, è sicuramente superiore e poi la Colombia ha ricevuto fondi ingenti per perfezionare i suoi meccanismi. Il ministro Manuel Santos con questi risultati ormai si è guadagnato il ruolo di prima scelta nelle future elezioni presidenziali del 2010.   

D. A questo punto anche la credibilità di Uribe dopo questi risultati, può compensare i numerosi scandali che lo coinvolgono?

La popolarità di Uribe aumenta ed in un momento di notevole crisi perché siamo a quasi ad un anno e mezzo dal peggiore scandalo della storia colombiana: ci sono settanta parlamentari coinvolti in uno scandalo detto della “Parapolitica”, colpevoli di essere autori di massacri, omicidi compiuto su loro ordine da gruppi di paramilitari appositamente costituiti e già trenta circa sono in carcere mentre altri si sono dichiarati colpevoli. Poi c’è anche da affrontare il discorso sulla “legge della sedia vuota”, ovvero è stata proposta una riforma che consisterebbe nel far rimpiazzare il parlamentare in carcere o dimissionario piuttosto che da un altro parlamentare dello stesso partito (che poteva essere altrettanto fra gli accusati), da un seggio vuoto, senza alcuna integrazione, ma la legge è stata affossata dal governo, perché Uribe si sarebbe trovato senza maggioranza. Un altro scandalo è quello della “Yidispolitica”, che ha preso il nome da Yidis Medina che si è auto-accusata di aver venduto il suo voto per favori politici, un voto determinante per la riforma costituzionale che ha permesso ad Uribe il secondo mandato presidenziale consecutivo. La legge è stata poi convalidata dalla Corte Suprema, ma resta viziata in partenza, come d’altronde è stato confermato dalla Corte Suprema che ha condannato Yidis per corruzione ed ha anche accusato i possibili corruttori, fra cui l’attuale ambasciatore della Colombia in Italia, Sabas Pretelt de la Vega che sarà sotto processo in Colombia. C’è uno scandalo nel potere legislativo e nel potere esecutivo. C’è anche uno scandalo in quello giudiziario ovvero la vicenda del paramilitare “Tasmania” che ha accusato Velasquez, il giudice che sta indagando sullo scandalo del paramilitarismo, di averlo contattato, offrendogli dei favori se lui avesse accusato il presidente di essere stato il mandante per l’omicidio di un altro paramilitare; poi ha ritrattato, ma ha accusato Mario Uribe il genero del presidente ed il fratello del presidente di averlo convinto a loro volta a dichiarare il falso ed accusare il giudice. Comunque adesso esce sicuramente vincente e molti scandali sono coperti dalla vicenda di Betancourt che è a sua volta è diventata la sua possibile rivale per la corsa nel 2010, se riuscisse a cambiare di nuovo la costituzione per ripresentarsi.

D. Siamo sicuri che Uribe sia ancora un rivale. Le dichiarazioni di ringraziamento fanno pensare ad una comunità di intenti inimmaginabile, vista l’avversità della sua famiglia al presidente?

Tutto ciò va letto in diversi modi. Ingrid deve la sua libertà all’esercito ed al governo e come lei ha detto in conferenza stampa va dato atto ad Uribe di essersi preso una grande responsabilità perché se la missione fosse andata male, lui avrebbe perso la sua reputazione con quella di tutta la classe dirigente colombiana. Ovviamente c’è chi, maliziosamente, considera Uribe uno dei responsabili dell’inerzia che ha portato Ingrid ad essere prigioniera per tanti anni…ed è questa la posizione dell’associazione dei familiari delle vittime. Lei ha inoltre detto “Sono felice ma lo sarei ancora di più, se potesse esserci un accordo umanitario che permettesse la liberazione di altri prigionieri”. C’è addirittura una dichiarazione ancora più forte in cui lei è arrivata a dire che la rielezione di Uribe è stata un colpo molto forte per le Farc, abituate ad alternanze governative con governi forti e governi propensi all’accordo a tutto vantaggio della guerriglia, mentre una presidenza così forte ed un attacco così frontale alle Farc hanno favorito la sconfitta della guerriglia.

D. E’ cambiata allora la posizione di Ingrid dialogativa, contro-corrente rispetto al 2002 con l’avversione ad Uribe? Ingrid non è più all’”opposizione”?

Non esiste più in realtà nessuno che abbia un opinione differente da questo punto di vista a parte il Polo Democratico, la scelta politica di Ingrid di porsi come prosecuzione della politica uribista è comprensibile anche perché in questa parte politica esistono settori, per esempio quelli imprenditoriali, la media borghesia, che cercano per il futuro qualcuno che possa portare avanti la politica per la sicurezza di Uribe, ma al tempo stesso un presidente credibile ed aperto all’estero, ad esempio con l’Ecuador e con il Venezuela, che acquista la gran parte dei prodotti industriali della Colombia. Non si è giunti, ad esempio, alla firma del Trattato di Libero Commercio con gli Usa perché le credenziali del presidente Uribe in termini di diritti umani non sono buone ed anche perché Bush ha rinviato tutto al prossimo presidente e se questi sarà Obama, molto andrà rivisto in Colombia. Ingrid potrebbe pensare di presentarsi come prosecuzione politica dell’Uribismo, cosa che sta già facendo, con minore notorietà, l’ex sindaco di Bogotà Luis Garzòn che ha aperto al partito liberale ed al partito democratico.

D. Ingrid ha parlato anche di una solidarietà internazionale per giungere ad un accordo umanitario di pace per la Colombia con la guerriglia. La pace resta comunque il fondamento politico da cui parte Ingrid rispetto ad Uribe…

Lei ha detto che la rielezione è stata un fatto positivo ma che probabilmente lei non voterebbe per Uribe ma per chi ha maggiore attenzione per i temi sociali, pur non disconoscendo quanto di buono ha fatto il governo. Dunque post-Uribismo e non anti-Uribismo: fare ciò che ha fatto Uribe ma farlo meglio. D’altronde a tutto ciò fa capolino la dichiarazione di Chàvez che ha detto che il tempo delle Farc e della guerriglia in America Latina è finito e quindi all’opposizione netta verso Uribe è rimasto solo un settore del Polo Democratico in Colombia e forse in Sud America.

D. Hai accennato a Barack Obama…Lancio una provocazione ed un dubbio, se la linea dura di Uribe si è rivelata la migliore, allora vuol dire che lo è anche in America nella lotta al terrorismo e che su questo potranno esserci riflessi più positivi per McCain che per Obama?

Il problema è che, anche se le Farc sono state colpite, non si può parlare di sconfitta o sparizione delle Farc. Inoltre questa lotta è il frutto di fondi che arrivano dal Plan Colombia e quindi dagli Usa, con soldi pagati dai colombiani con tasse straordinarie e guardando ad una prospettiva a lungo termine, è difficile dire quanto costerà e potrà essere positiva questa politica belligerante. Bisogna riconoscere che i risultati ottenuti in questi mesi sono innegabili, quindi per la Colombia di Uribe sarebbe più positiva la presidenza di McCain, ma c’è molta equidistanza nel paese per non allontanare nessuno dei candidati, soprattutto il favorito Obama. D’altronde lo si è visto in questi giorni, con la visita di McCain che Uribe ha impostato come un incontro personale e non come una visita all’esecutivo che non è stato coinvolto in modo ufficiale.

D. Tornando ad Ingrid. Cosa ha detto Ingrid del suo futuro politico? In molti parlano già di una campagna “Ingrid presidente 2010”. E’ possibile?

Ingrid ha una posizione molto celata ed ha detto che lei è stata al momento una causa di sofferenze enormi per la sua famiglia e che ogni decisione che prenderà, dipenderà dai suoi figli e dalla sua famiglia e sarà presa con loro…E’ un modo leggero per dire “continuerò a fare politica”, perché questo punto interrogativo in realtà sarebbe stato un convinto rifiuto, qualora avesse desiderato declinare ogni impegno. C’è un atteggiamento di Ingrid che è molto ben studiato, molto diplomatico ed intelligente su ogni tema, anche quando parlando dei rapporti con l’Ecuador, di nuovo incrinatisi, ha detto che il presidente Correa è un amico della Colombia, che tutti devono perseguire l’obiettivo comune della pace dei colombiani e non ha detto che Correa ha fatto male a ribellarsi contro le invasioni dell’esercito colombiano per le operazioni che hanno portato alla morte di Raul Reyes, numero due delle Farc.

D. Molti hanno considerato Ingrid Betancourt come uno dei tanti prigionieri, perché sarebbe stato ingiusto fare differenze ed ordini di priorità. Eppure oggi in Colombia Ingrid non è una delle tante. Come ha reagito Bogotà alla notizia della liberazione di Ingrid?

C’è stata una forte partecipazione. Ingrid è considerata qui un personaggio molto popolare. I colombiani, soprattutto quelli delle città, che hanno vissuto per anni ed anni questo conflitto armato, ormai lo hanno interiorizzato e parlando difficilmente di vicende collegate a morti e sequestri della guerriglia. Ha fatto eccezione però il fatto di Ingrid, perché è stato un caso nazionale ed internazionale di cui si è sempre parlato. Addirittura al suo arrivo, durante la conferenza stampa nell’ambasciata francese, ci sono stati dei caroselli di macchine e molta gente l’ha salutata alla sua uscita, pur non potendola vedere, perché la macchina per motivi di sicurezza era interamente blindata ed Ingrid ha ricambiato. Sono cose rare qui in Colombia per una normale liberazione. Questo alimenta ancora di più la chance politica di Ingrid, visti i consensi e la popolarità che la vedono ai primi posti nel paese. Quanto agli altri sequestrati rimangono nelle mani delle Farc, circa trenta fra politici, poliziotti e militari fra cui Moncayo, Mendieta e questi sono considerati dalle Farc, “scambiabili” con altri guerriglieri incarcerati. Poi ci sono settecento ostaggi comuni che vengono prelevati a scopo di estorsione economica. Il rischio reale è che ora la liberazione di Ingrid possa far scendere il silenzio su questi ostaggi, perché non ci saranno notiziari su altri ostaggi colombiani, anche se c’è molta buona volontà ed è stata annunciata una manifestazione solidale di massa per il 20 luglio, ma sostanzialmente tutto diventerà “normale”.

D. …E le speranze di pace, al di là della crisi delle Farc, della liberazione di Ingrid, per la Colombia sono credibili?

E’ molto difficile a dirsi, perché bisognerebbe capire cosa succede all’interno delle Farc. Alfonso Cano era il terzo nella linea di comando e si è ritrovato a guidare le Farc ed è il primo leader della nuova generazione, ovvero una generazione di politici, docenti e studenti, nati nelle università colombiane, appartenenti alla gioventù politica e non contadini le cui terre sono state espropriate e che hanno iniziato la lotta proletaria in passato. Il nuovo segretariato è formato perlopiù da questi soggetti nuovi e c’è da pensare che possano essere più inclini a negoziare, ma non è così scontato. Esiste anche una linea di pensiero secondo cui non avendo portato mai un fucile in mano ed essendo perlopiù un politico, Alfonso Cano dovrà prima accreditarsi con forza all’interno delle Farc, sconfiggere le resistenze di quella parte più militarmente belligerante, per poter avviare un negoziato con il governo. I commenti di questi giorni parlano dell’univocità di una soluzione di compromesso ma non si tiene conto di molti fattori. Le Farc potrebbero anche continuare a fare lotta di nicchia nelle foreste come hanno fatto per 44 anni.

*Simone Bruno, fotoreporter di stanza a Bogotà e collaboratore delle agenzie Peacereporter, Andinamedia e di Reporter Associati.


Il Bulldozer animato
E' passata quasi una settimana dall'attentato  di Gerusalemme, una settimana di  assurdita' diffuse dai media che, ahime', si occupano di Israele, cioe' praticamente tutti.
Idiozie enormi, paura di definire terrorista un terrorista, fedeli alla regola che gli unici assassini definiti guerriglieri o attivisti sono quelli che ammazzano israeliani.
Nel caso specifico,  Husam Taysir Dwayyat, non  ha beneficiato di nessun titolo nobilitante perche' si dice abbia agito da solo, come se questo escludesse l'attentato, e allora, pur di non scrivere quella parolina proibita, si e' preferito definirlo delinquente comune e drogato. 
C'e' chi  ha raggiunto il delirio umanizzando il bulldozer e trasformandolo nel soggetto che ha compiuto l'attentato.
Ohibo', direte voi!
Ehhh si, rispondo io e ve lo spiego.
L'altro giorno ho letto un titolo interessante :"La BBC chiede scusa" e io mi sono detta "bene, bravi, stanno migliorando e ammettono i loro errori". Ingenuamente  pensavo che le loro scuse fossero rivolte agli israeliani, alle vittime dell'attentato di Jaffa Road ammazzati da uno arabo israeliano urlante "Allah hu akhbar".
Leggendo l'articolo delle scuse mi sono dovuta ricredere.
Non erano rivolte alle nostre vittime!
Come ho potuto pensarlo!
Non erano scuse per il modo disgustoso  di aver dato la notiza dell'attentato, come riporta Giorgio Israel su Libero : "Il conducente di un bulldozer a Gerusalemme colpito a morte dalla sicurezza.",  e ancora: "La furia di un bulldozer colpisce  Gerusalemme."
Da cui si arguisce, prima, che gli ebrei hanno ammazzato chissà perché il conducente di un bulldozer, poi, che il bulldozer, essendo israeliano, era capace d'orrendi crimini come colpire con furia l'intera Gerusalemme.
Avete capito?
La prestigiosa BBC.
Conducente, prima, e poi, per evitare di dare la responsabilita' a un  arabo, sono arrivati all'animazione del Caterpillar come in un film di Walt Disney: il bulldozer, incazzato, anzi infuriato, con occhi, naso e bocca storta in un ghigno orrendo da ebreo cattivo che corre per Gerusalemme menando colpi mortali da tutte le parti.
Ecco, io pensavo che sarebbe stato logico chiedere scusa per frasi talmente schifose da dubitare che un essere umano che fa il mestiere del giornalista possa averle solo pensate.
Invece no!
La BBC non si scusava per questo ma perche' i suoi affezionati lettori/spettatori hanno protestato per il  filmato della morte del terrorista assassino.
Poverini, quel filmato cosi' crudo e reale gli ha rovinato l'appetito, non sono riusciti a digerire le uova col bacon, forse gli era rimasto sullo stomaco persino il gallone di birra ingurgitato troppo in fretta per l'impressione.

Che sensibilita', che umanita', ma come sono delicati gli afecionados  della BBC.
Noi israeliani invece  queste scene le viviamo da anni in prima persona e non possiamo nemmeno protestare perche' siamo tutti coinvolti nell'odio arabo che puo' colpire chiunque in qualsiasi momento.
Non solo non protestiamo ma siamo grati ai nostri eroi di tutti i giorni, quelli che una settimana fa hanno fermato il terrorista ammazzandolo mentre vomitava Allah hu akhbar.  Quegli eroi che, evitando altre morti, hanno tolto l'appetito agli afecionados della BBC, quelli che  non riceveranno medaglie d'oro al valore  perche'  in Israele non si usa, tutt'al piu'  gli danno una  lode e una pacca sulla spalla perche' tutti gli israeliani sono eroi e ognuno di noi e' sempre pronto a rischiare la vita per salvare gli altri.
Qui non esiste l'indifferenza e lo si e' visto durante le riprese della tragedia con decine di normali cittadini che correvano dietro al Buldozer, tirando sassi e tutto quello che avevano in mano.  
Quelli che ci odiano dicono  che siamo duri e cattivi e che gli arabi invece sono tanto buoni e gentili.
Gia', ci considerano  tanto cattivi che praticamente nessuno ha parlato troppo delle vittime, robetta da ebrei,  e tutti si sono scompisciati a parlare di Husam Taysir Dwayyat, chiamandolo con tutti i nomi meno quello che gli stava a pennello:terrorista.
Hanno scritto tutte le giustificazioni possibili: era un criminale, era drogato, anni prima aveva convissuto con un'ebrea quindi non odiava gli ebrei, perbacco!
Poi si sono dedicati al lato umano,  l'ebrea cattiva lo aveva cambiato lasciandolo, poi si era sposato, aveva due bambini. L'umanizzazione del disumano, tralasciando persino di parlare della donna, forse la madre, che dal balcone di casa, si era messa a urlare Shahid, Shahid , subito zittita dal padre incazzato che pensava alla possibile demolizione della sua casa.
Nessuno ha scritto  che qualche mese prima il conducente del bulldozer infuriato si era riavvicinato all'islam e aveva avuto contatti con hezbollah.
Solo qualche frasetta buttata la' che hamas si era congratulato e Abu Mazen pure perche' i crimini di Israele ....i crimini di Israele....i crimini di israele....l'occupazione.....quale...dove....
Vabbe' non importa, loro lo sanno e lo sanno anche tanti scribacchini italiani.
 

Ma...e le vittime?
Poca roba, I Tiggi'  hanno fatto vedere la bambina salvata dalla madre prima di morire ma questo episodio non ha commosso un granche' nessun inviato  in Israele.
Il pianto disperato di  di Efrat,  5 mesi, che non vedeva piu' la mamma accanto a se' e che si era improvvisamente ritrovata in braccio a estranei agitatissimi che cercavano qualcuno a cui affidarla, non ha tolto l'appetito a nessuno.
Noi qui in Israele abbiamo seguito la sua sorte e quella della sua mamma col cuore in gola, abbiamo visto la bambina disperata e sudata di pianto in braccio a un medico , poi piu' calma, in ospedale in braccio a una zia accorsa grazie agli appelli dei media israeliani e poi abbiamo saputo la sua storia.
Era in macchina colla mamma, Batsheva Unterman, di 33 anni , che, qualche secondo prima che "bulldozer infuriato" la schiacciasse uccidendola , era riuscita a slegare la sua bambina dal seggiolino e a gettarla  fuori dal finestrino tra le braccia di una persona che e' stata pronta ad afferrarla.
Poi Batsheva e' morta schiacciata e Efrat crescera' senza la mamma ma sapra' di essere salva grazie al suo enorme coraggio e al suo amore che le ha permesso di non perdere la testa.
E' una tragica tradizione  tra le memme ebree, quanti bambini sono stati gettati fuori dai treni  per Auschwitz , con il nome scritto su un foglietto, salvatelo-si- chiama....
Salvate i bambini, salvate l'ultima orfana....salvate Efrat.... 

 
Il sole sorge ogni giorno su Israele e vede dolore, disperazione, speranza, eroismo.
Vede la figlia di Ron Arad che da 22 anni aspetta suo padre e che per 22 anni non ha avuto una sola notizia sulla sua sorte.
Ventidue  anni di dolore per noi e ventidue anni di ferocia per i suoi torturatori.
 
Il sole che splende ogni giorno su Israele, vede Gilad prigioniero da due anni, ne aveva 19,  vede le lacrime della sua famiglia,  la barbarie dei suoi carcerieri e l'indifferenza degli altri.
 
Il sole che nasce ogni mattina vede Osher Tuito, di Sderot,  senza una gamba a otto anni e la sua bicicletta, vede anche il missile che lo ha ridotto a mezzo bambino.
 
Vede Samir Kuntar che tornera' in Libano a fare l'eroe e vede la piccola bambina cui ha sfracellato la testa.
 
Vede Ehud e Eldad probabilmente morti e vede Nasrallah che se la ride per il dolore che riesce a dare  agli ebrei sionisti che tanto odia.
 
Il sole che sorge vede Israele abbandonata e tradita dal mondo intero che all'ONU aveva promesso di riportare a casa i due soldati israeliani obbligando Hezbollah, colla risoluzione 1701, a rilasciarli.
 
E vede la piccola Efrat, 5 mesi, l'ultima vittima, sente il suo pianto che attraversa secoli di odio antiebraico  unendosi al pianto disperato di milioni di bambini ebrei cui le belve feroci hanno tolto i genitori.
Eppure Israele deve sopravvivere all'orrore, al pianto, alla disperazione. E' sopravvissuta a Hitler, sopravvivera' a Ahmadinejad, a Nasrallah e Hanyie'.
 
Come il sole nasce e muore ogni giorno, anche Israele riesce a morire di dolore e a rinascere ogni giorno nella speranza e nella felicita' di essere un popolo unito nella sua Terra.
 
Deborah Fait   - www.informazionecorretta.com


Le solite facce da guerra civile
Quella che cala dalle terrazze per scendere in piazza, quella che è scesa ieri in piazza Navona, a Roma, chiamata da Micromega, la rivista filosofica di Paolo Flores d'Arcais, è l'Italia sedicente migliore. È l'Italia di Umberto Eco che è il migliore. Quella di Andrea Camilleri, poi, che è il più migliore assai. Quella di Moni Ovadia, quindi, il migliorissimo. Quella di Ascanio Celestini infine, un altro raffinato attore di quelli da spremuta di cervello che proprio fa tenerezza nel proporsi ancora - come si propone - con l'estetica dell'impegno: una lagna adoperata per alzare l'attenzione che il maestro spalma sulla barbetta come Little Tony, meritatamente, distende e spalma gel e brillantina per tenere desto il suo proverbiale ciuffo.
E non a caso è l'Italia che s'affida ad Antonio Di Pietro, primo ad aderire al No Cav Day per l'interminabile no e poi no a Silvio Berlusconi. È l'Italia dell'estremismo legalitario, per dirla con Piero Sansonetti, un autorevole esponente della sinistra che, giustamente, s'è ben guardato dall'andarci ieri a piazza Navona perché una cosa è chiara: i manifestanti di ieri come nemico hanno Berlusconi che si mangia la democrazia tutta ma, sotto sotto, come vero nemico hanno ben altro, hanno la sinistra.
E alla sinistra, infatti, tutti i potenti testimonial del No Cav Day fanno grave danno. Alla sinistra sottraggono consensi e forza. E della sinistra fanno una caricatura perché forse - con rispetto parlando - loro stessi che sono così migliori, così consapevoli della superiorità intellettuale e morale, così onesti, così perbene, sono macchiette fuori tempo massimo. Sono le scimmie di un Sessantotto che si perpetua nelle loro fisime, come quelli di un tempo, infatti, quelli che avevano un nemico apparente contro cui manifestare - il fascismo inesistente o lo stato borghese - mentre il regolamento dei conti vero lo facevano contro il Pci, così questi fanno la guerra a Berlusconi per sfasciare quello che resta della sinistra. Per regolamento di conti. Con interessi.
Certo, quelli, avendo alle spalle la copertura di massa, poi degenerarono nella lotta armata, questi che se la risolvono con lo slogan «la Carfagna, che cuccagna», fortunatamente non possono che sbracare nella nostalgia da insegnanti precari costretti a scimmiottare i loro studenti con qualche goliardia consolatoria e alti strilli compiaciuti.
Saranno pure l'Italia migliore, sostenuti dai più affascinanti tra gli artisti, tra i più geniali dei letterati, si torna sempre alla trappola dell'Italia che piace alla gente che piace ma si ripetono nei tic, nei modi e negli anatemi. Sono professori, sono colti ma sono proprio troppo fuori tempo massimo, egemoni solo nel fare danni al Partito democratico proclamando i precetti e i toni. L'apertura della campagna elettorale a Catania, per dire, giusto per fare l'esempio di una città dove la sinistra non è riuscita ad arrivare neanche seconda, grazie ai professori, ai colti e agli artisti, è stata fatta all'Arena Argentina con la proiezione del film Palombella rossa. Poteva mai il povero Giovanni Burtone, navigato eroe della migliore Democrazia cristiana, candidato del Pd, riuscire a vincere lungo via Etnea avendo addosso tutti questi vecchi arnesi dell'eterno Sessantotto?
Saranno onesti e specchiati, eroi perfino, come Rita Borsellino (voti, pochini), ma l'Italia vera, quella che per fortuna non è migliore, preferisce stare nel torto tanto è vero che più si dà addosso al Cavaliere, tanto più quello cresce nei sondaggi. Mentre invece scende, e poi scende, la sinistra. E forse è anche un diabolico gioco delle parti che si consuma nel palcoscenico d'Italia se si pensa che il vero beneficiario del travaso dalla terrazza alla piazza non è il futuro della sinistra, non Pancho Pardi, non i Girotondi, neppure Beppe Grillo furbo al punto di ritagliarsi la giusta fettina di marketing, ma Di Pietro, un formidabile arcitaliano, uno che starebbe a destra un minuto dopo che da destra se ne fosse andato via Berlusconi. Così come Marco Travaglio, un degno erede delle migliore tradizione giornalistica liberale, costretto a sorbirsi la folla plaudente di gruppettari invece che quella di cari galantuomini dell'Italia borghese a lui più consoni, per sensibilità e stile. Ma quello che dalle terrazze arriva in piazza è la schiuma di un ribollire mai sopito: le stesse parole messe in libertà dal palco - dalla nuova P2 allo Psiconano, dalla solita Resistenza alla Costituzione fino al consueto dileggio del Papa - evocano un canovaccio certamente usurato ma malevolo giusto al punto di mantenere vivo l'odio, il cieco odio, l'eterna guerra civile che separa l'Italia dei migliori e quella degli italiani persi nel torto, al punto tale che se un galantuomo vuol rivendicare il diritto di essere non-berlusconiano, e molti da destra lo sono, figurarsi da sinistra, come può rischiare di confondersi poi con questa terrazza precipitata in piazza, questa élite delle Fiorelle Mannoia grondanti indignazione? Benedetto quel Pci degli anni passati che sapeva fare fronte alle derive estremistiche, poveretta questa sinistra di oggi pensionata dalla magia furbacchiona (è il caso di dirlo) del radicalismo di successo, quello dei professori, dei colti e degli artisti. È proprio significativo che il ceto dei letterati, ancora una volta, abbia deciso di planare dalla terrazza alla piazza.
Ma pare che l'intransigenza glamour paghi, prova ne sia che Sandro Bondi - un serio ministro, una persona mite ed educata, uno che lavorerà per i Beni Culturali e per il patrimonio artistico dell'Italia, sia essa quella dei migliori che quella dei peggiori - abbia dovuto subire al suo ingresso alla Milanesiana i fischi del pubblico (verosimilmente fatto di colti e di artisti) e un'infastidita stretta di mano di Umberto Eco, proprio quell'Eco che è l'orgoglio e il vanto dell'Italia nel mondo. Che porca Italia doveva esserci nella mano di Bondi? Voleva significare questo Eco tra tutti i segni semiotici dei significanti? Ho letto che Sandro Veronesi, un autore che ammiro, uno scrittore che certamente ha mietuto pubblico tra i lettori di questo quotidiano, travolto dalle sue stesse parole, ha testualmente detto: «Qualsiasi giornalista integro non lavorerebbe nemmeno sotto tortura per il Giornale». Ecco caro direttore, non me ne frega di Berlusconi (non lo voto), non me ne frega del No Cav Day (non ci vado), mi frega molto l'Italia e giusto per far ricredere Veronesi ti chiedo l'ospitalità oggi. Senza farti perdere tempo con la tortura.

Pietrangelo Buttafuoco
- da "Il Giornale"

Triste storia di due marescialli - (By Filippo Facci)
Questa è la triste storia degli ex marescialli Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia, colpevoli di aver confuso il vero, il verosimile e magari anche il probabile ma di averlo miscelato in un cocktail che alla fine saprà solo di calunnia, e questo solo conta. Sul tavolo rimarranno nient’altro che le calunnie di due ex carabinieri complessati di esserlo, due comparse abbagliate dal grande spettacolo di Mani pulite rimaste ai bordi del palcoscenico.
Il trentenne Corticchia era al servizio del quasi coetaneo pm Elio Ramondini. lavorava dalle otto a mezzanotte e non chiedeva straordinari. Una pellaccia. Corticchia c’era, discuteva, entrava e usciva da una stanza all’altra, partecipava addirittura alle festicciole col Pool e i giornalisti, c’era ai compleanni, agli anniversari dell’inchiesta, c’era anche alla festa di Paolo Brosio con Emilio Fede e Gherardo Colombo e Francesco Greco e Antonio Di Pietro e Paolo Ielo e insomma tanta bella gente, famosa, che andava in televisione e faceva un mestiere prestigioso, c’era anche in quella discoteca dietro corso Como dove inseguiva la cronista Renata Fontanelli, la presunta dark-lady di tutta questa storia, e dove il suo amico Strazzeri azzardava invece un liscio senza speranze con la bionda Maddalena Capaldi, la segretaria di Piercamillo Davigo.
Corticchia e la Fontanelli si erano conosciuti a Studio Aperto nel periodo della guerra del Golfo, nel ‘91, quando anche in Fininvest piovevano minacce telefoniche. Aveva conosciuto anche Emilio Fede e ci aveva bevuto anche qualche emozionante caffè. Poi Mani pulite, vissuta come una guerra coll’emozione della libera uscita ogni tanto, la sera: in pizzeria, al ristorante, al dancing vicino alla Bocconi, nel localino sui Navigli dove quell’altro cronista suonava il sassofono. Corticchia spandeva e spendeva soldi che non aveva: il fido che la Bnl concedeva agli uomini della Benemerita l’aveva già sforato. Ma fa  niente, viveva Mani pulite come una malattia, e ai cronisti, “amici suoi”, dava una mano quando poteva. A Renata, anche due. Da qui il sospetto che fosse stato lui, nel luglio 1993, a darle i verbali di Garofano pubblicati da Il Mondo, quelli che spinsero Gardini a spararsi.
Un sospetto meglio delineato quando lo beccarono con le mani nei cassetti di Davigo: Borrelli andò fuori dalla grazia di dio ma non successe niente, perchè quel gran lavoratore del Corticchia non se lo meritava, lo dicevano tutti. Così lo rispedirono solamente nella sezione di via Moscova, dal generale Nicolò Bozzo che presto l’avrebbe anche premiato con una targa d’argento. Ma lui ormai non si sentiva più un carabiniere, covava malanimo: che irriconoscenti, decise di congedarsi perchè ormai l’aveva capito, lui al minimo era un giornalista, uno scrittore, uno sceneggiatore televisivo, in fondo a Palermo aveva fatto il classico.
Tornava da Fede chiedendogli un’entratura per un libro e per un film sulla mafia. Emilio, per il film, lo mandava da Massimo Del Frate di Mediaset, e per il libro gli consigliava di spedirlo alla Mondadori. E aspettando risposte che non giungeranno mai, la sua esistenza languiva, sedimentava altri risentimenti contro quei montati della procura e poi i giornalisti, i colleghi che telefonavano soltanto per avvertire che dalla banca lo stavano cercando.

L’unico gentile era Strazzeri, che per Felice stravedeva: per lui era incarnazione di quel che non avrebbe mai potuto essere, giovane, alto, brillante, di buona famiglia palermitana, addirittura con velleità scrittorie. Strazzeri di velleità non aveva, era un dimesso che a breve sarebbe andato in pensione forse un poco tristemente (non è sposato nè fidanzato) ma con una carriera immacolata, perfetta. Strazzeri era inattaccabile e Felice lo sapeva, era stato distaccato presso la procura circondariale di Milano ma aveva l’ufficio proprio al quarto piano, accanto a quello di Di Pietro. Ne aveva viste davvero di ogni colore semplicemente perchè anche lui c’era, eccome, ogni giorno salutava, riveriva, ascoltava, chiacchierava con Maddalena. E a pranzo prelevava Corticchia per andare in mensa. Negli ultimi tempi erano sempre isolati e stizzosi, Felice si sentiva un uomo a metà. Giovanni, addirittura, lo chiamavano Monghi. Insensibili. Congedatosi, Felice riempie la sua vita di progetti. Un corso di sceneggiatura, mette in cantiere libri, si fidanza con la profumiera Grazia, alta, bionda e col macchinone. Decidono di convivere in un monolocale col caminetto e l’angolo cottura, quartiere Brera, via Fiori Chiari, con Renato Pozzetto al piano di sotto: è quello il posto che merita, altrochè. Due milioni al mese, ma li paga quasi sempre lei. Intanto Renata, il suo sogno impossibile, sta per sposarsi col Principe Alliata di Monreale.
Ma i due si rivedono nel dicembre 1995. Lei non lavora più al Manifesto, il quotidiano è in crisi e l’ha lasciata a piedi. E’ un po’giù. Lui dipinge un beffardo destino di ingratitudine che ora li  accomuna. Capisce che il momento è buono e le fa la proposta indecente: dammi retta, collabora, racconta che Di Pietro ti mise le mani sul sedere. E millanta appoggi, possibili assunzioni, parla di Berlusconi come se lo frequentasse tutti i giorni. Renata è sbigottita. Felice intanto contatta anche qualche ex collega di via Moscova che a tempo debito possa testimoniare su questo e su quello, e ogni tanto va a trovare Emilio cui lascia intendere verità agghiaccianti. Ma toccherà all’inattaccabile Strazzeri il ruolo del rompighiaccio. Renata intanto è preoccupata, ma ogni volta che pensa di denunciare la cosa poi si tira indietro. Si confida con cronisti e amici come Giuseppe Turani, che le risponde come tutti gli altri: Renata, denuncialo. Lei tentenna. E sta ferma.
Nel gennaio ‘96 lei lavora all’emittente Sei Milano e a margine di un convegno incontra l’avvocato Gaetano Pecorella. Chiede consiglio anche a lui, ma la risposta è sempre la stessa. Corticchia intanto torna a farsi vivo con le sue promesse mentre Strazzeri, il 19 febbraio, va finalmente in pensione. Non ci sono più ostacoli. Corticchia molla il carico da novanta, chiede a Fede un incontro con Silvio Berlusconi ed Emilio si muove, garantisce, spiega che Corticchia lavorava proprio in procura: del resto è vero. Berlusconi l’incontra ma non ci perde troppo tempo: ma che bravo giovane, corra dai magistrati a denunciare tutto.
A metà settembre Strazzeri è a Brescia. Consegna il suo incredibile memoriale e racconta cose che voi umani non potreste immaginarvi: telefonate di Violante a Di Pietro, strategie anti-Fininvest, ne ha per tutti, anche per quella Maddalena Capaldi che non aveva più danzato con lui, anche per quegli antipatici dei giornalisti. Calunnie, ma verosimili. Silvio Bonfigli è allibito e Fabio Salamone guarda quell’ex carabiniere mentre se ne va, quelle scarpe troppo lucide e quel fazzoletto al collo non lo convincono.

Alla fine di ottobre tocca a Corticchia, che aggiunge tasselli al mosaico: il ‘passi’ falso che Di Pietro gli avrebbe chiesto di procurargli e un viaggio a Roma, con l’auto di servizio, per portare il suo libro a Cossiga. Felice chiama in causa altri carabinieri perchè il piano è quello: ciascuno aggiungerà il proprio tassello (senza dover mentire) sulla piattaforma concordata con Strazzeri, pompata all’inverosimile.
I telefoni dei due ovviamente sono già sotto controllo. Mentre nella prospettiva che tutto vada bene, Felice ha già impostato il suo impossibile futuro: ottiene e otterrà una serie di “prestiti” (da chi non si sa, e non è un particolare da poco) ma è strano, ma non fa niente per nasconderli: li deposita sul suo conto Bnl presso la procura di Milano. E sforna due libri in quattro mesi, libri a pagamento: ma che importa, un giorno la Fininvest gli avrebbe spalancato le porte. L’agenzia di promozione Dialogos confeziona intanto costose presentazioni al ristorante. Ai cronisti giudiziari che lo avvicinano promette interviste in cambio di recensioni. Perchè lui adesso è uno scrittore.
Ma la maionese non riesce. La Fontanelli, interrogata il 19 dicembre aBrescia, dice che Corticchia e Strazzeri sono dei pazzi.
Felice la ricontatta e le fa pressioni che lei corre a raccontare ai pm milanesi Ilda Boccassini, Francesco Greco e Paolo Ielo. I quali a loro volta (dopo che Renata ha rivelato che Corticchia in passato le aveva passato dei verbali) riescono a verbalizzare le sue dichiarazioni collegandole a una vecchia inchiesta su una fuga di notizie. Riescono cioè a infilarsi in un’inchiesta che pure (in teoria) è rivolta contro la loro procura, dunque dovrebbero astenersi. Così le inchieste si intersecano, regna la confusione totale e il fatto che la Fontanelli intanto sia stata davvero assunta a Moby Dick (area Fininvest) complica solo le cose. Un equivoco che sarà presto dipanato.
Ma Corticchia intanto ha sentito puzza di bruciato. Non mi tradirai, urla via cavo a Renata che presto denuncerà anche minacce telefoniche notturne. E Felice intanto di telefonate ne fa tante, troppe, il redivivo Roberto Zuliani dei Ros scopre 264 milioni movimentati sul suo conto e nessun teste ha intanto confermato i racconti di Strazzeri. Il 19 e 20 gennaio 1997, a Milano, vengono ascoltati diversi giornalistiamici della Fontanelli. La Boccassini cerca di bloccare un articolo del’Espresso ma non riesce, e va su tutte le furie. Felice intanto rilascia interviste. Giovanni invece si fa fotografare al Caffè dellaPusterla di Milano con un look da matrimonio calabrese. Non hanno ben capito cosa stia per succedere.
Il 24 gennaio Bonfigli ne chiede l’arresto. Il gip glielo nega. Il 27 Corticchia contatta l’avvocato Michele Saponara, ma solo per querelare l’Espresso. Si rincorrono voci e sussurri. Il 28 gennaio gran riunione tra magistrati milanesi e bresciani proprio mentre Corticchia sta incontrando Emilio Fede al Jolly Hotel di Segrate. I pm milanesi consegnano verbali e documenti a Bonfigli. Le voci corrono. Il 30, Corticchia viene sostanzialmente respinto dai pm bresciani e in serata, disperato, si sfoga con Grazia. Il primo febbraio, di mattina presto, suonano il campanello e lui gli apre. Che roba, li conosce tutti. Sono carabinieri, ex colleghi dell’ex carabiniere Felice Corticchia, scrittore per una breve e sfortunata stagione.

E prese la bambina per i piedi...
A mezzanotte stavano tutti dormendo in quella palazzina di Naharyia, quando quattro terroristi entrarono nel portone sparando all'impazzata.
Smadar prese in braccio Yael di due anni per nascondersi e Danny prese in braccio Einat, di quattro anni,  cercando anche lui di correre nel rifugio ma in quel momento i terroristi sfondarono  la porta del loro appartamento.
Cosi',  un appartamento scelto a caso, a loro bastava ammazzare degli ebrei.
Samir Kuntar prese subito Danny con la sua bambina piu' grande, Einat,  intanto i suoi complici cercavano altri ostaggi.
Smadar era riuscita a nascondersi bene ma sapeva che se la piccola si fosse messa a piangere avrebbero gettato una bomba e sarebbero tutti morti, anche i vicini che si erano rifugiati nel loro appartamento per stare insieme, per farsi coraggio, allora mise una mano sulla bocca di Yael parlandole a bassa voce.
Smadar disse in seguito che, mentre cercava di far tacere la piccola, si era ricordata che sua madre era stata salvata allo stesso modo quando i nazisti stavano cercando gli ebrei in Polonia.
La piccola Yael pero' non sopravvisse perche' non era riuscita a respirare e Smadar se la ritrovo' morta fra le braccia.
Soffocamento o paura? Forse le due cose insieme, a due anni non si puo' capire perche' degli uomini urlanti ti portano via il papa' e la sorellina ma si puo' avere tanta paura da decidere di addormentarsi la' fra le braccia sicure della mamma e non respirare piu'. 
Mentre stava arrivando la polizia, Samir Kuntar, il boia , porto' Danny sulla spiaggia  dove gli sparo' e lo fece davanti a Einat  perche' la bambina  vedesse, come ultima cosa della sua piccola vita, la morte del padre.
Poi, non contento,  lo getto' in acqua per annegarlo.
Infine prese Einat, terrorizzata a piangente,  per le gambe e le spacco' la testa contro una roccia.
Samir Kuntar, il boia maledetto, non si e' mai pentito: come i criminali nazisti, e' sempre stato orgoglioso di quello che aveva fatto.
Fra pochi giorni sara' liberato, il governo Olmert ha accettato le condizioni di Hezbollah per riavere indietro i probabili cadaveri di Udi Goldwasser e Eldad Regev, catturati in territorio israeliano mentre pattugliavano il confine nord.
" Io non sono mai contenta quando muore qualche palestinese e non li capisco quando  fanno festa dopo un attentato kamikaze. La vita e' sacra" Dice Smadar Haran Keiser.
Ehud Olmert le ha chiesto un incontro per parlare della liberazione di colui che distrusse, ridendo, la sua famiglia   e Smadar ha risposto:
" Samir Kuntar non e' un mio prigioniero privato. Io non ho il monopolio del dolore, della sofferenza o della giustizia. Questa per me è una prova orribile e cerco di raccogliere tutte le mie forze per reggerla. Venendo qui, mi sono fermata sulle tombe dei miei famigliari. Il mio cuore si spezza al pensiero che il loro assassino sta per essere scarcerato. Questo per me è un giorno veramente triste e doloroso‰.
Queste nobili parole e  la decisione del governo hanno straziato tutti.
E' terribilmente difficile pensare che fra una settimana una belva assassina e assetata di sangue ebraico sara' libera a casa sua, nel suo paese . E' difficile accettare il fatto che rideranno alle nostre spalle, si faranno gioco della nostra debolezza .
Ma c'e' una legge non scritta in Israele, nessuno deve essere lasciato in mano al nemico, costi quel che costi, nessuno, ne' vivo ne' morto.
Ognuno di noi e' sacro per tutti gli altri.
Udi e Eldad sono probabilmente morti ma per due anni  li abbiamo aspettati , come da due anni aspettiamo che torni a casa Gilad Shalit, prigioniero di hamas.
Israele ha a che fare con belve sanguinarie e senza pieta', talmente crudeli e feroci da non permettere nemmeno una visita della Croce Rossa Internazionale ai prigionieri. Tanto feroci da non voler dire alle madri, alle mogli, ai figli se i loro cari sono vivi o morti.
Ron Arad e' scomparso vent'anni fa e non ci hanno mai detto niente, per venti lunghi anni non hanno detto una parola. Hanno sentito che sua madre era morta di crepacuore e non hanno detto niente. Sanno che la figlia di Ron , Yuval, non ha mai conosciuto il padre e lo aspetta ancora ma loro tacciono.
Non danno possibilita' di speranza ne' di rassegnazione.
Belve, belve immonde.
Eppure queste belve immonde riscuotono un sacco di simpatia e di ammirazione, non solo nei paesi arabi, anche in Europa, anche in America.
E' un pensiero che mi turba perche' l'ammirazione per questi boia non e' altro che odio per Israele.
Perche' Israele libera terroristi pur di avere a casa dei cadaveri o pezzi di corpi?
Perche' noi qui siamo un tutt'uno con il nostro paese e il nostro popolo, perche' un padre e una madre darebbero tutto pur di riavere un loro figlio e ogni soldato catturato dalle belve e' nostro figlio , fa parte della nostra famiglia e la nostra famiglia e' Israele.
La grandezza di Israele e' l'amore per i suoi figli, la grandezza di Israele sono le mamme come Smadar e il coraggio di dire "se serve a liberare i nostri ragazzi, rilasciatelo" 
Come possono capire tutto questo i nostri nemici che usano i loro figli come scudi umani? Che piazzano le rampe  nelle case e nelle scuole e se vengono colpiti civili e bambini meglio, Il mondo condannera' Israele.
Non sappiamo cosa tornera' a casa di Udi e Eldad, non sappiamo con certezza se ci saranno due funerali o due feste grandi, non sappiamo se dovremo ancora piangere o se potremo gioire.
Intanto il piccolo soldato, Gilad, aspetta il suo turno. Hamas, nella sua immensa ferocia, alza il prezzo perche' Olmert, liberando Kuntar, ha dato ai terroristi questo potere enorme: se per due cadaveri Israele e' disposto a rilasciare un assassino/belva , distruggendo in un sol colpo le decisioni precedenti che nessun palestinese con le mani sporche di sangue ebraico sarebbe mai stato liberato, chissa' cosa e' disposto a dare in cambio di un prigioniero vivo.
Siamo tristi e disperati, pieni di dubbi, pieni di paure, di insicurezze, sconforto e di atroci perplessita' ma anche colmi della dolcezza della solidarieta' che fa di Israele un paese speciale, unico al mondo, fieri di essere cittadini di un paese cosi' straordinario che dalla sera alla mattina deve decidere se fare la guerra per liberare degli ostaggi, se accettare una tregua che permettera' al nemico di riarmarsi ma anche a una parte di israeliani di poter vivere senza la paura dei missili e di rilassarsi per un po'.
Un paese straordinario capace di vivere le tragedie, di risolverle e di essere pronto ad affrontarne altre peggiori senza mai perdere il gusto della vita e della felicita' fatta di attimi.
Un paese cosi' straordinario, abitato da gente cosi' speciale  da sucitare l'odio del mondo intero. Infatti, mentre e' difficile sentire commenti sulla ferocia dei terroristi, non esistono freni morali nel gettare fango su Israele, raccontando fantasie allucinanti, menzogne disgustose, nessuno si tira indietro quando c'e' da diffamare e calunniare gli ebrei di Israele.
Basta aprire un giornale, basta navigare in internet e si legge di tutto e di piu' e nessuna calunnia, nessuna menzogna suscita un solo dubbio, tutto viene ciecamente creduto , digerito e risputato con aggiunta di veleno mortale.
In Germania  un professore dice  che  gli atleti ammazzati dai palestinesi a Monaco volevano morire da martiri per fare pubblicita' a Israele, un naziantimperialista  italiano continua a scrivere che l'11 settembre e' colpa di Israele e che le Twin Towers sono state abbattute dal Mossad, che i sionisti erano alleati dei nazisti e mandarono a morire 6 milioni di ebrei per poter creare lo stato di Israele.
Infine, l'ultima perla e' la strage di Bologna. Tempo fa la pista molto credibile di un'alleanza BR e terrorismo palestinese fu scartata con indignazione. Per carita' accusare i santini palestinesi di strage, quale abiezione!
Dopo aver evitato con tanta fatica di cacellare la memoria di stragi fatte nei vari aeroporti europei e italiani dove non esistono targhe per ricordare le decine di vittime dell'OLP, Dopo aver dimenticato  Stefano Tache', bambino romano, italianissimo ma ricordato solo dagli ebrei.
Dopo aver cercato di non parlare mai dell'Achille Lauro dove Abu Abbas si diverti' a uccidere un vecchio ebreo americano paralitico, lo stesso Abu Abbas che fu il mandante della strage della famiglia di Smadar Haran.
Dopo tanti sforzi, ben riusciti,  vogliamo parlare di terrorismo palestinese responsabile della strage di Bologna?
MAI PIU'.
E allora cosa succede?
Con tempismo assolutamente perfetto  succede che Carlos, il terrorista chiamato sciacallo, che per anni ha lavorato con l'OLP,  rivela che dietro la strage di Bologna c'e' il Mossad e la Cia.
Ualla, che notiziona appetitosa!  Questa mica viene insabbiata, scherziamo? Questa viene presa per verita' assoluta, e' il Vangelo e viene usata subito come notizia da prima pagina e da chi? Ma da Repubblica, lo stesso giornale che 20 anni fa titolava EBREI= NAZISTI per Sabra e Chatila.
Daniele Mastrogiacomo scrive un'intera pagina su Repubblica sulle rivelazioni di Carlos, rivelazioni bibliche, stupende, qualcos'altro di cui accusare Israele.
L'articolo inizia con :    
"La strage di Bologna è stata opera dei servizi segreti americani con la complicità di quelli israeliani"
e finisce con :
"E per lo "sciacallo" anche la strage di Bologna venne ordita dalla stesse centrali. I "nemici" di sempre. Israeliani e americani. "
 
Tra tutto questo rigurgito di idiozie, e' passata quasi inosservata la notizia che Teheran ha puntato i suoi reattori contro Israele, esattamente contro Dimona nel Neghev, e che Zahal da gennaio prossimo iniziera' la distribuzione di nuove maschere antigas agli israeliani.
Vabbe', fino a gennaio abbiamo la vita assicurata, poi vedremo, intanto aspettiamo i nostri ragazzi e le mamme israeliane andranno ogni venerdi' al valico di Erez, il piu' vicino a Gaza, per gridare il piu' forte possibile "Liberate Gilad".
Tra i tanti cartelloni in ebraico che sventoleranno, ce ne sara' anche uno scritto in Italiano che terro' alto verso il cielo :"Gilad libero, subito!".
 
Deborah Fait  . www.informazionecorretta.com


IL PROLASSO DI SCALFARI E IL BERLUSCONI-GATE
Ho una confessione da fare. Il «collega cui non manca il talento ma che sta soffrendo d'un preoccupante prolasso di moralità deontologica», di cui parlava ieri Eugenio Scalfari su Repubblica, sono io. Adsum qui fecit. Ho effettivamente «scritto di recente della necessità di concedere a Berlusconi una sorta di salvacondotto giudiziario perché solo così si potrà risolvere l'anomalia italiana». Sono costretto a denunciarmi perché anche il giorno prima il vicedirettore dello stesso giornale, Massimo Giannini, aveva alluso a un tizio per il quale «il fatto oggettivo che Berlusconi ha già vinto tre volte le elezioni e può rivincerle anche la quarta è una ragione valida per turarsi il naso e dire di sì al salvacondotto». Ero sempre io.
Ho deciso di uscire dall'anonimato e prendermi le mie responsabilità. Voi capirete che fare la parte dell'Innominato non mi garba, e per quella dell'Innominabile non sono all'altezza.
Questo filone della culturale liberale nostrana non ha però solo il vizietto di non chiamare per nome e cognome i suoi bersagli polemici. Ne ha anche uno più grave: l'abitudine alla condanna morale. Se non è d'accordo con te, non ti dice: stai dicendo una fesseria. Ti dice: stai avendo un prolasso. Non inguinale, come pure può accadere superati i cinquanta. Ma di moralità deontologica. Vuol dire che sono professionalmente immorale, e di conseguenza - immagino - dovrei essere denunciato all'Ordine, che su quella moralità vigila. Se Travaglio avesse anche un'intercettazione, una sola, sarebbe perfetto: si potrebbe procedere per il reato di opinione con prolasso davanti a un tribunale, uno qualsiasi, magari presieduto dalla Gandus; così, per la legge del contrappasso dantesco.
Quanto al merito - mi costa dirlo, perché Barbapapà è stato tra i maestri che mi hanno insegnato a non chiudere gli occhi di fronte alla verità, neanche se sgradevole o non collimante con le mie opinioni - il Fondatore deve trovare qualche argomento migliore per opporsi alla concessione di uno scudo giudiziario al capo del governo. Deve studiare di più, come fa la Spinelli, che sarà prolissa ma non ha prolassi di memoria. Citare infatti il caso americano, come ha fatto ieri Scalfari, è mettere frecce all'arco di Silvio. Watergate e Monicagate sono per lui la prova che negli Usa il capo del governo viene processato come un cittadino qualsiasi. Mentre sono la prova del contrario.
Tralasciamo il fatto che né Nixon né Clinton sono mai stati processati, il primo perché si è dimesso prima e il secondo perché il Senato ha votato contro l'impeachment. E concentriamoci sul fatto che il giudice del Presidente, nel sistema americano, è il potere democratico ed elettivo, non un magistrato. Sapete chi nomina lo special prosecutor quando si indaga sul Presidente? Il ministro della Giustizia. E sapete chi può condannare il Presidente, se l'impeachment è accettato? I due terzi dei membri del Senato, non i tre membri di una corte. Anzi, se ne volete sapere di più, scoprirete che tutti i giudici federali negli Usa sono nominati dal Presidente medesimo, così come i giudici della Corte suprema, fatto salvo il vaglio del Congresso. E scoprirete che i procuratori federali sono funzionari alle dipendenze del ministero della Giustizia: di nomina politica, diciamo così. Nei singoli stati dell'Unione, poi, giudici e procuratori sono il più delle volte essi stessi eletti. Non c'è obbligatorietà dell'azione penale, l'agenda della giustizia risponde al corpo elettorale. Giudici e procuratori non fanno parte dello stesso ordine, e non si autogovernano le carriere.
Lungi da me voler paragonare il sistema di giustizia americano a quello italiano: noi discendiamo al diritto romano, loro da quello consuetudinario. Ma almeno non venite a dirci che se fossimo in America Berlusconi potrebbe essere indagato da un qualsiasi pm di qualsiasi procura e giudicato da un qualsiasi tribunale. Se fossimo in America, il ministro Alfano nominerebbe un procuratore speciale che alla fine dell'inchiesta presenterebbe le sue proposte a una commissione parlamentare, e sarebbe il Senato a decidere se processarlo. Pensate che sarebbe processato?
Non mi sfugge che Berlusconi non ha la grandezza cospiratoria di un Nixon, né la morigeratezza di un Clinton, che almeno il sesso non lo faceva al telefono (tra l'altro: non è vero come scrive Scalfari che Bush vinse a mani basse grazie all'inchiesta contro Clinton; perse anzi nel voto popolare contro Gore, e avrebbe perso a mani basse contro Clinton). Né mi sfugge che nel caso di Berlusconi si parla di reati compiuti al di fuori del suo mandato. Però questo patetico compianto del nostro stato di diritto aggiunge solo confusione e dramma alla crisi italiana, soprattutto se condito da intimazioni sgradevoli e pericolose al capo dello Stato. Il nostro stato di diritto non deve stare tanto male se l'uomo più potente d'Italia è già stato sottoposto a sedici procedimenti. E il pericolo maggiore per la democrazia italiana è piuttosto questa maledizione per cui da quindici anni votiamo, cambiamo sempre governo, e non cambia mai niente. Aspettate che gli italiani si convincano che il loro voto è inutile, e allora sì che ne vedremo delle belle.
Scalfari pensa che Berlusconi sia il problema della democrazia italiana. Io penso che sia un problema, irrisolvibile se prima non se ne risolvono molti altri. Primo dei quali è garantire al paese il diritto di essere governato, bene o male, secondo il mandato elettorale; cosa che il centrosinistra non è riuscito a fare e unica ragione per cui è tornato l'odiato Caimano. Solo il voto popolare toglierà Berlusconi dal cielo della vita pubblica italiana. Smettetela di illudere i vostri lettori e i vostri elettori che possa farlo un qualsiasi pm, solo perché voi ne siete incapaci.

Antonio Polito per Il Riformista