ARCHIVIO LUGLIO AGOSTO 2008
GLI ATTARDATI
Una persona ragionevole sorride di chi crede di poter
predire il futuro ma poi smette di sorridere se pensa che personalmente
ha molte difficoltà anche a capire il presente. A volte il massimo
che si possa fare, rischiando il gioco di società, è
proporre un’ipotesi. Gli altri – ammesso che l’accettino – possono poi
svilupparla a loro modo.
In questo caso tutto nasce da un minuto episodio di cronaca.
Il regista Giuseppe Bertolucci doveva presentare il film La Rabbia,
su testo di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi. L’opera intendeva
offrire due punti di vista assolutamente opposti ma proprio per questo
Bertolucci, che non sopporta il testo di Guareschi (sbrigativamente
definito “razzista”), ha presentato solo la parte firmata da Pasolini
e gli eredi di Giovannino – si celebrava nientemeno il suo centenario!
- hanno protestato. Bertolucci si è dunque dimesso dal comitato,
ecc. I particolari non importano. Quello che importa è capire il
regista e chi si comporta come lui.
Gli esseri umani vivono una vita breve. Venuti al mondo
privi di senso critico – è cosa che si acquista con l’età
- considerano ovvio tutto ciò che vengono a conoscere.
L’infibulazione se nascono nell’Africa nera e islamica, i sacrifici
umani se sono Aztechi, il nazismo in Germania o lo stalinismo in
U.R.S.S. Se sono intelligenti e capaci di riflessione, crescendo possono
certo cambiare opinione. Possono accorgersi dei guasti provocati da
ciò che reputavano giusto ed ovvio ma è necessario che
il ripensamento avvenga in età sufficientemente giovanile. Oltre
una certa età la maggioranza si incista nelle sue idee e non c’è
più modo di smuoverla. Le stesse smentite della realtà
non la sfiorano più. I comunisti sono riusciti a credere che la
rivolta ungherese del 1956 fosse borghese e finanziata dagli americani;
che in U.R.S.S. si vivesse meglio che in Francia o in Inghilterra; che
il muro di Berlino dovesse impedire agli Occidentali di entrare piuttosto
che agli Orientali di uscire. Se necessario, avrebbero creduto che Mao
camminava sull’acqua.
Queste generazioni
sono irrecuperabili. Certe idee e certe convinzioni le hanno amate
troppo, per abbandonarle. Sono talmente intrecciate alla loro personale
storia, che staccarsene sarebbe come tradire la gioventù, il
passato, gli ideali. Ed ecco si vedono in giro questi mammut anacronistici
e spaesati. Persone che, come diceva Talleyrand, “n’ont rien appris,
ni rien oublié”, non hanno imparato niente e non hanno dimenticato
niente. Cervelli anchilosati. Ultimi giapponesi di una guerra perduta.
Sacerdoti di un Dio defunto si dimostrano del tutto impermeabili al passaggio
del tempo e agli insegnamenti della storia. Sono ciechi dinanzi ai fenomeni
sociali e incapaci non solo di riconoscere i propri errori ma anche di
metabolizzare una novità. Come si diceva di certi generali stupidi,
non si arrendono neanche dinanzi all’evidenza. E si può solo aspettare
che quell’infame destino che alla lunga non perdona nessuno li tolga
di mezzo.
Noi non auguriamo niente di male a Bertolucci. Sentiamo
un grande rispetto per gli anziani, anche perché ne facciamo
parte. Ma viene da sorridere vedendo gente che si comporta nel 2008
come nel 1948. Ce ne vuole, per non accorgersi che sono passati sessant’anni!
Per continuare a combattere contro il fantasma del fascismo e menare
orribili fendenti nell’aria placida.
Al sorriso si accoppia il rimpianto di vedere che forse
non sono i soli. Un intero partito - il Pd – cerca disperatamente
di non ammettere che il comunismo è stato causa di miseria
e morte e nel frattempo non osa dichiararsi comunista. Ma non osa neppure
dichiararsi socialista. In totale, pur cosciente che certi atteggiamenti
passati sono perenti, vaga smarrito. È orfano di una linea
politica. Critica la maggioranza ma non riesce a comunicare perché.
Capisce che la scomunica di Berlusconi non conduce da nessuna parte,
e che inseguire Di Pietro è come inseguire il primo montone
che Panurgo gettò fuori bordo , ma non trova un altro grido
di guerra dietro il quale riunire le sue truppe. Va avanti a tentoni. Al
buio. Inciampando in sedie, spigoli, gaffe.
Che si sia di destra o di sinistra, tutto questo è
spiacevole. Si può solo sperare che, almeno in questo caso,
non sia necessario aspettare un totale ricambio generazionale, perché
l’Italia abbia una sinistra credibile. Anche ad adorare Berlusconi
e il berlusconismo, la prospettiva di quarant’anni di Berlusconi e
di berlusconismo sono troppi per chiunque.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
I barcaioli,
Gilad Shalit e le papere zoppe.
Gli israeliani sono un popolo forte, coraggioso, che
sa combattere, che cammina a testa alta, che e' anche capace di
ridere di se stesso e delle proprie disgrazie.
Al momento in Israele c'e' ben poco da ridere
perche' se un popolo forte viene guidato da un governo di "papere
zoppe" come le definisce il giornalista Aaron Klein, allora
la gente si destabilizza e si sente insicura, molto insicura perche'
non puo' lottare contro un governo che non esiste se non aspettando e
rispettando i tempi della democrazia che sono sempre lunghi e malinconici.
Nel frattempo, mentre noi rispettiamo i tempi della
democrazia, le papere zoppe ma molto pericolose perche' la stupidita'
in politica e' sempre dannosa, possono regalare il Golan ai siriani,
tutta la Giudea e Samaria ai palestinesi, dividere Gerusalemme come
insiste il loro capo assoluto, Condoliza Rice, ridurre Israele a ritirarsi
entro le linee di demarcazione del 1948 .
Possono anche liberare altre centinaia di assassini
e svuotare le prigioni cosi' avremo tanti terroristi in piu' pronti
ad ammazzare gli israeliani.
Hanno rilasciato un mostro vivente come Samir Kuntar
e altri 200 terroristi per avere in cambio due cadaveri, cosa
saranno pronti a dare per liberare Gilad?
Hanno appena mandato a casa 198 terroristi e adesso
si parla gia' di altri 500 perche' ai palestinesi non basta mai,
con loro non si puo' trattare, non sono umani, sono semplicemente
dei barbari cui si deve obbedire se non si hanno le palle per reagire.
Le papere zoppe stanno obbedendo alla grande, aiutate
in questo dal Segretario di Stato uscente, Condie-bull.
I nostri soldati rischiano la vita per catturare gli
assassini palestinesi per poi rendersi conto amaramente che un
manipolo di paperelle azzoppate che sgovernano Israele, sputano senza
ritegno sulla loro vita e su quella di tutti gli israeliani, aprendo
le prigioni e mettendo i terroristi sugli autobus per rimandarli a
casa.
Non mi sono mai sentita cosi' immoralmente presa in
giro e posso immaginare cosa provino i parenti delle vittime del
terrorismo palestinese sapendo che gli assassini dei loro congiunti
se la ridono preparando altri attentati che colpiranno altri israeliani.
Perche' liberano centinaia di terroristi? Quale e'
il motivo di tanta stupida generosita'?
Per fare un gesto, si giustificano, tanti gesti,
innumerevoli gesti di buona volonta' e per rafforzare Abu
Mazen, dicono.
Bene. Evviva i gesti di buona volonta' di Israele ma....
gli altri? I palestinesi? Niente? Mai niente? Loro
non devono fare nessun gesto oltre a quello di tirare bombe?
Israele rafforza Abu Mazen e lui, l'organizzatore della
strage di Monaco, lui che ha cantato una lode d'amore pochi giorni
fa al mostro Kuntar, cosa fa invece di portare avanti questo
infelice tentativo di pace israeliano e arrivare ad un accordo concreto,
invece di chiedere, pretendere, recriminare sempre?
Lui, l'Abu Mazen, uno che odia Israele con ogni cellula
del suo corpo, invece di ringraziare e dire "Bene, grazie, adesso
lavoriamo insieme", fa le sue sparate palestinesi "Tutti i profughi
devono entrare in Israele" e ancora "La nostra lotta continuera' fino
a quando l'ultimo prigioniero palestinese sara' liberato".
Eccolo qua, e' cosi' che l'avvoltoio ringrazia le papere
e se le mangia in un boccone.
Il governo, parola grossa ma per il momento e' tutto
quello che abbiamo, Olmert-Livni-Rice (Barak non lo conto nemmeno),
sta portando Israele verso il baratro piu' di tutte le guerre, che
vincevamo, piu' di tutto il terrorismo, che abbiamo fermato colla
barriera salvavita.
Stanno portando Israele verso la depressione totale,
peggio, verso l'indifferenza per la propria sorte, verso la rassegnazione
di essere il popolo odiato di sempre destinato da sempre a pagare
il prezzo altissimo della propria esistenza scomparendo senza dare
troppo fastidio.
Stanno portando Israele a sentirsi un paese in guerra
che non sa piu' fare la guerra, un paese in pericolo che non sa piu'
difendersi se non con il politically correct di chi lo sgoverna rendendolo
ridicolo fino al punto da rassegnarsi a dare ai palestinesi
tutto quello che vogliono finche' con un ultimo calcio, e senza
tanta fatica, questi ultimi ci getteranno in mare.
Mare, si, mare. Sono arrivate le barchette piene di
eroi spacifisti e le hanno fatte passare per non dargli pubblicita'.
Okkei, fin qua poteva sembrare un' idea furba.
Solo che le barchette piene di eroi spacifisti dopo
aver rivolto a Israele, in compagnia di Hannayie', il medio alzato,
sono ripartite portandosi dietro 7 palestinesi e lasciando a Gaza
alcuni dei loro, i piu' esaltati e piu' fanatici odiatori di ebrei,
che vogliono condividere le disgrazie dei palestinesi, cioe'
avere bei vestiti eleganti comprati coi soldi USA/UE, cellulari
di ultima generazione su cui scaricare alcuni video di sberleffi a
Gilad Shalit.
Non umani che amano i loro simili non umani.
Gli verra' la cagarella per la sporcizia ma condividere
la diarrea col popolo piu' violento e mantenuto del mondo e' certamente
un'emozione che non dimenticheranno mai.
Le barche , dunque, sono arrivate e sono anche ripartite
senza il minimo disturbo da parte del paese che lor spacifisti
diffamano e noi ci siamo beccati in silenzio i loro medi alzati senza
neanche tentare di fargli fare una figura barbina chiedendo loro ,
visto che si autodefiniscono pacifisti, di esserlo per tutti e non
a senso unico, di perorare con hamas la liberazione di Gilad Shalit
o , almeno, che il nostro povero ragazzo possa essere visitato, dopo
TRE ANNI di prigionia, dalla Croce Rossa Internazionale.
Giovedi era il compleanno di Gilad , il terzo in segregazione,
ha compiuto 22 anni. Tre anni rinchiuso chissa' dove. Aveva 19
anni, perdio! aveva diciannove anni!
Giovedi' gli eroi delle barche erano ancora a Gaza...se
avessero avuto un briciolo di umanita' avrebbero potuto cogliere
l'occasione per chiedere notizie di un ragazzo, un essere umano,
prigioniero senza altra colpa che quella di essere israeliano
perche', come soldato, il piccolo Shalit non ha avuto nemmeno il tempo
di sparare un colpo contro il nemico.
Era di guardia, lo hanno preso dopo aver ucciso il
suo compagno, e da quel momento solo due lettere e tanto strazio
per lui, per i genitori, per Israele che spera non si ripeta la tragedia
di Ron Arad.
Jeff halper, uno degli spacifisti, ha detto cinicamente:
"nessuno ci ha chiesto di parlare di Shalit".
Lui, un ebreo, lui un israeliano ha detto queste parole
e io in quel momento , lo avessi avuto davanti, lo avrei menato perche'
un falso ideale di pace non puo' portare un essere umano a mettersi
contro il proprio popolo per aiutare il nemico e diventare una
bestia feroce desiderosa di vedere scomparire un'intera nazione.
Solo un mostro puo' farlo e questi eroi sono dei veri
e propri mostri.
Il governo di Israele avrebbe potuto facilmente provocarli,
restituire pan per focaccia, invitandoli ad essere veramente
portatori di pace sollecitando il rilascio di Gilad Shalit.
A tale richiesta, questi eroi non avrebbero potuto
reagire se non rifiutando o fingendo di non sentire, facendo cosi'
una figura indecente di fronte al mondo intero che avrebbe capito
che la parola PACE non fa parte del loro vocabolario.
Le sole parole che questi mostri conoscono sono: "odiamo
Israele, odiamo gli ebrei, viva il terrorismo arabo".
Israele poteva facilmente smascherarli, invece abbiamo
perso la milionesima occasione di fare hasbara', cioe' l'hanno
persa le papere zoppe perche' noi poveri disgraziati di volontari
scribacchini continuiamo instancabili anche se nessuno ci ascolta
e quando ci ascoltano o ci leggono, le anime belle spacifiste ci querelano.
Aspettiamo con pazienza che Olmert vada a casa,
speriamo in un leader con le palle, che ridia a Israele la sua gloria.
Nell'attesa io farei alcune domandine a chi legge e
a me stessa:
Perche' chi odia gli ebrei e Israele ma adora
arabi e palestinesi e il loro terrorismo viene considerato uomo
di pace mentre chi ama ebrei e Israele pur senza odiare i palestinesi
dai quali vuole solo difendersi viene considerato uno sporco sionista
e un nemico della pace ?
Perche'???
Perche' chi vuole la fine di Israele, come gli eroi
delle barche e tanti altri, viene onorato e rispettato mentre chi
vuole che Israele viva riceve soltanto offese, calunnie e disprezzo?
Perche'????
Quale immoralita' di pensiero fa si che accada tutto
questo?
Perche' in Italia si e' alzato un muro di proteste
di fronte alle dichiarazioni di Cossiga sui movimenti del terrorismo
palestinese e sugli accordi tra Moro e Arafat e tutte le organizzazioni
terroristiche?
Perche'???
Nessuno vuole credere a Cossiga, lo definiscono
pazzo megalomane, nessuno accetta che gli orrori fatti dai palestinesi
in tutto il mondo, Italia compresa, vengano messi in piazza
dopo che per anni l'obbligo del silenzio e della difesa ad oltranza
aveva vinto sulla giustizia, sul rispetto, sulla verita'.
Se Cossiga avesse rivelato che furono gli israeliani
a provocare la strage di Bologna, whooooooooo, i media e
l'opinione pubblica non avrebbero avuto freni e l'odio sarebbe
esploso in tutta la penisola, nessuno avrebbe avuto dubbi.
Invece il Presidente ha accusato "i suoi amici della
resistenza palestinese" e allora lo si zittisce facendolo passare
per matto anche se , caro Cossiga, parlare di "resistenza palestinese"
significa non aver capito niente.
I palestinesi non resistevano a niente ma miravano
e mirano alla eliminazione per distruzione violenta di Israele.
Che cavolo di resistenza sarebbe?
Domande senza risposta.
Il mito palestinese resiste, la propaganda di mezzo
secolo continua a dare i suoi frutti, i barbari sono guardati con
tenerezza e comprensione, le vittime israeliane sono odiate.
I discendenti di Goebbels fanno sempre bene il loro
lavoro.
Una futura Shoa' potra' essere effettuata facilmente
tra gli evviva di chi ci odia e l'indifferenza degli altri, esattamente
come la prima.
L'unica speranza in questo momento e' che le papere
zoppe vadano a riscaldare la poltrona di casa e che Israele risorga
per salvare dal disastro un popolo coraggioso che deve e vuole
ritrovare il proprio orgoglio.
Purtroppo attualmente il mondo intero e' affetto da
lassismo, dalla voglia di non far niente se non soldi, dal desiderio
di una vita facile e sempre piu' comoda ma Israele non puo' cadere
in questa trappola perche' e' circondata da sanguinari avvoltoi pronti
a stringere i loro artigli alla gola di un paese debole che
fa qua qua qua.
Israele non puo'.
Israele deve tornare il paese di Ben Gurion e Begin
e camminare a testa alta tra le nazioni del mondo.
Ci hanno odiati per la nostra forza? Si, ma ci odiano
anche per la nostra debolezza, ci odiano comunque, ci odieranno
sempre e allora tanto vale dargli tanto ma tanto filo da torcere e la
prossima volta le barchette piene di eroi sbavanti odio devono essere
rimandate a Cipro anche a cannonate.
Gilad deve essere liberato senza svuotare le prigioni
di terroristi assassini.
Dove e' l'Israele di Entebbe?
Dove e' l'Israele di Entebbe?
Dove e'?
Forza, siamo ancora quelli, mandiamo a casa le papere,
gli avvocatucoli abituati ai trucchetti dei tribunali, mandiamoli
a casa e cerchiamo un vero leader, degno di questo paese,....sperando
che esista!
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
IL CADAVERE DELL’ALITALIA
A proposito dell’Alitalia, Berlusconi e
il suo governo cantano vittoria; a proposito dell’Alitalia, la
sinistra dice che è un imbroglio molto peggiore e costoso
della vendita all’Air France; a proposito dell’Alitalia, m olti
siamo costretti a confessare: “Non ne abbiamo capito niente”.
Effettivamente, quando si arriva a questi livelli di
finanza, la logica non basta più. Per essere accettati nell’area
dell’euro, una delle condizioni imprescindibili era un debito pubblico
inferiore al 60% del pil. A questo punto le persone ragionevoli dissero:
l’Italia è fuori. Mai e poi mai riuscirà ad arrivare
a questa percentuale. E invece è andata che l’Europa non ha
tenuto conto delle sue stesse regole, si è accontentata di
promesse e l’Italia oggi è indebitata più o meno quanto
prima. In queste condizioni, come pretendere che per l’Alitalia si applichi
la Tavola Pitagorica?
Andiamo all’essenziale. Da anni, la dichiarazione di
fallimento dell’Alitalia sarebbe stata una necessità giuridico-economica.
Il suo dissesto non è congiunturale: essa è (dis)organizzata
in modo che, rimessa in pari oggi, ricomincerebbe ad accumulare debiti
da domani. È un cadavere al di là di ogni sforzo di rianimazione.
Tuttavia in marzo questa società decotta un
valore doveva averlo, diversamente Air France non avrebbe accettato
di rilevarla: e questo è possibile solo se chi gliela vendeva
offriva un attivo superiore al passivo. Ovviamente, perché
ciò fosse possibile, bisognava che si facesse carico del passivo
stesso. Dunque si vendeva la parte sana della compagnia. La sinistra
insiste che l’attuale piano è rovinoso e che quello di Air France
sarebbe stato più conveniente: quasi che Air France fosse disposta
ad accollarsi tutte le passività. Ma questo è impossibile:
la Francia non aveva nessun dovere e nessun interesse a farsi carico
di enormi debiti italiani.
Se Air France poteva considerare economicamente utile
acquisire l’Alitalia, e se ora la compagnia è acquisita da
una cordata italiana, come mai quello che era un affare diviene un
disastro? Ma - si può dire - le condizioni sono diverse. Benissimo.
Facciamo l’ipotesi che Air France offrisse di più: come mai
la società francese era più generosa, con le casse dell’Erario
italiano, di quanto lo Stato italiano non sia con se stesso? E se
invece le condizioni offerte da Air France erano peggiori, come mai
ci strugge di nostalgia per il mancato affare con essa?
In realtà il presupposto, chiunque fosse l’avente
causa, era che lo Stato italiano – guidato da Prodi o da Berlusconi
poco importa – si facesse carico delle passività. Per questo
è del tutto inutile protestare: chi compra per cento una
cosa che vale cinquanta? E l’opposizione propone forse il licenziamento
in tronco di parecchie migliaia di lavoratori?
Il lato drammatico del problema è in effetti
rappresentato dalla sorte del passivo e degli esuberi. Per il primo,
è inutile che la sinistra e “la Repubblica” di Ezio Mauro
alzino vibrate proteste contro questo debito caricato – sia pure per
vie traverse - sulle spalle dei contribuenti. Sulle spalle di chi lo
caricava, Prodi? Sulle proprie?
Per quanto riguarda gli esuberi, l’Italia è
un Paese che non può permettersi di veder arrivare sul mercato
del lavoro, in un sol colpo, ventimila nuovi disoccupati, cioè
tutti i dipendenti dell’Alitalia in caso di fallimento. Meglio farsi
carico, a qualunque costo, di tremila, quattromila o anche seimila
lavoratori, salvando il resto e la pace sociale. Dunque, anche quelli
che sognavano un bel fallimento di questa compagnia aerea (che lo merita
da anni) dovranno rassegnarsi. È vero, oggi come a marzo - Prodi
consule – tutti (e in particolare coloro che
non hanno mai preso un aereo in vita loro) avrebbero preferito veder portare
i libri in Tribunale, senza che questo costasse un euro alla collettività:
ma si può chiedere al governo di suicidarsi?
Abbiamo detto che, quando si dibattono questi grandi
problemi, la Tavola Pitagorica non vale più: ma i dilemmi
esposti rimangono ineludibili. Se acquisire Alitalia conveniva ad
Air France, può convenire ad un soggetto italiano. Se Prodi
era capace di non caricare debiti sulle spalle dei contribuenti, ne
è capace anche Berlusconi. E se invece c’era e c’è un
costo da pagare per i debiti e gli esuberi, quel costo è da affrontare
chiunque acquisisca Alitalia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 29 agosto 2008
IL RIBALTAMENTO DEI
PREGIUDIZI
Mancano poco più di due mesi all’elezione
del prossimo Presidente degli Stati Uniti e in politica questo
è un tempo lunghissimo. Potrebbero accadere mille cose e forse
una sola di loro potrebbe cambiare l’esito della consultazione. Come
avvenne per l’elezione di Zapatero, con l’attentato di Atocha. E dunque
solo se si prende la cosa come un gioco di società ci si può
divertire a dire perché Obama non dovrebbe vincere.
I punti di forza del senatore dell’Illinois sono
la sua gioventù e il suo aspetto elegante. Ma il valore visivo
è un asso di briscola solo nel breve termine: poi ci si
abitua e si bada ad altro. Questo candidato, per giunta, sembra
il paradigma dei valori “pubblicitari”. Va avanti a slogan astratti:
il “Cambiamento”, senza indicare in che direzione; il perentorio “possiamo
farlo”, senza dire che cosa. Obama ha venduto se stesso come quelle
fabbriche che, per invogliare all’acquisto, presentano la loro auto che
riluce sotto luci sapienti, con accanto una bella ragazza. Questo può
creare un capannello di curiosi: ma si può contare sul fatto che
costoro firmeranno un contratto senza chiedere quanto costa, le prestazioni,
il consumo, le garanzie?
Al momento del voto esiste il rischio che la sagra
dei pregiudizi potrebbe ribaltarsi. Tutti siamo in teoria per l’uguaglianza
dei sessi, delle razze, ecc., ma se qualcuno dovesse essere operato,
in ospedale, e vedesse arrivare in camice il giovane e affascinante
chirurgo del telefilm, chiederebbe: “Ma che esperienza ha, questo
ragazzo? Non potrebbe operarmi il primario?” Riguardo ad Obama, all’ultimo
momento gli americani potrebbero accorgersi che non ha un curriculum,
non ha un programma, e in fondo non sanno chi è. Sanno soltanto
che è giovane e, soprattutto, è nero: cose che potrebbero
non giocare a suo favore.
Probabilmente il partito democratico con Hillary
Clinton e Barack Obama ha commesso un errore. Finché si
è trattato della nomination – cui partecipano soprattutto
i più interessati – è stato bello presentarsi scevri
da pregiudizi ed anzi pronti a favorire i tradizionalmente svantaggiati,
le donne e i negri. Cose lodevoli. Ma l’elezione riguarda tutti gli
americani, non solo coloro che hanno superato i pregiudizi stupidi. Al
momento opportuno, quando è in ballo la propria sicurezza e il
proprio futuro, la gente dimentica i buoni propositi. Se al momento del
decollo la voce che al microfono dice “Vi parla il capitano” è quella
di una donna, molti non sono contenti. Stupido, vero? Ma, quando
ci si rivolge a decine di milioni di votanti, perché non tenere conto
della maggioranza, che potrebbe essere composta da stupidi?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 agosto
2008
“LA POLITICA È
SANGUE E MERDA”
Per quanto riguarda la politica internazionale,
il problema è semplice: o si hanno i mezzi e la forza per imporre
che le cose vadano in un certo modo, oppure bisogna rassegnarsi e star
zitti.
Il coro di commenti negativi al riconoscimento dell’indipendenza
dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, da parte della Federazione
Russa, induce a sconsolate riflessioni. La prima è che bisogna
scegliere fra l’inviolabilità delle frontiere e il principio
di nazionalità. Favorendo la secessione del Kosovo, gli
Occidentali hanno perso il diritto d’invocare l’inviolabilità
delle frontiere. In nome del principio di nazionalità essi hanno
imposto con i bombardamenti ad uno Stato sovrano, la Serbia, l’amputazione
di una parte del suo territorio. E se ora l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia
si vogliono servire del principio di nazionalità, e sono in
grado anche di attuarlo, grazie alle armi del loro possente vicino
e protettore, che cosa si può obiettare? Fra l’altro, l’Europa
il principio di nazionalità l’ha inventato ed anche applicato
alla grande all’Impero asburgico.
Gli Occidentali tuttavia sono intervenuti nel Kosovo,
dicono, solo per ragioni umanitarie: nel senso che non avevano
nessun personale interesse. Mentre la Russia, nel favorire quei
due minuscoli Stati, riprende la propria politica imperiale ed invia
un minaccioso messaggio a tutti i propri vicini. Ma anche la Russia
si può far forte di bei principi. Essa può sostenere
che, in seguito all’iniziativa militare georgiana, ha usato la forza
per motivi umanitari, a favore delle popolazioni aggredite. E se infine
si potesse dimostrare che la Russia ha agito solo per i suoi interessi
di grande potenza, a Mosca potrebbero ancora rispondere: “Ognuno agisce
per i motivi che reputa validi”.
A questo punto, come reagire? Stando a molte delle
voci che si sentono nelle Cancellerie europee, bisognerebbe reagire
con durezza. Ma che significa, durezza? Nel nostro caso, solo
parole. E infatti sentiamo proteste ufficiali, minacce di risposte
più o meno efficaci, solenni dichiarazioni secondo cui quel
riconoscimento dell’indipendenza “è inaccettabile”. Come se
qualcuno ci avesse chiesto di accettarlo. Anche l’Onu ha protestato,
ma – si sa – è un’istituzione patetica ed ininfluente. Dunque
la vera domanda è questa: per ridare alla Georgia la sovranità
su Abkhazia e Ossezia del Sud, la Nato è disposta a dichiarare
guerra alla Federazione Russa? Ovviamente la risposta è
un no in tutte maiuscole: e allora che si smetta di starnazzare.
La Russia è una grande potenza. Ha i mezzi
e il coraggio per agire senza scrupoli. La si può condannare
moralmente, ma la cosa è futile quanto condannare l’aggressività
di una tigre. “La politica è sangue e merda”, diceva Rino
Formica. E, prima di lui, Bismarck: “Je weniger die Leute davon
wissen, wie Würste und Gesetze gemacht werden, desto besser
schlafen sie." Quanto meno la gente sa come si fanno le salsicce
e le leggi, tanto meglio dorme.
Se la Georgia di Saakashvili non avesse commesso
l’imprudenza di por mano per prima alle armi, non sappiamo se i
russi sarebbero entrati in Ossezia. Ma ormai è fatta: gli
è stato offerto un eccellente pretesto su un piatto d’argento
ed ora si è di fronte al fatto compiuto.
Qualcuno rimprovera all’Italia di non alzare alti
lai come altri Paesi. Magari si sottintende che ciò avviene
a causa dell’amicizia personale di Berlusconi con Putin. Cosa possibile.
Oppure si pensa che l’Italia sia terribilmente preoccupata per il
proprio approvvigionamento energetico. O infine che il governo italiano
sia più vile di altri. Una cosa è sicura: per una volta,
che si urli dall’alto della torre o si stia in silenzio nella propria
camera, non cambia nulla.
Il vero nodo, per il futuro, è l’Ucraina.
Bisogna o no ammetterla nella Nato? L’eventuale risposta positiva
implica che si sia, eventualmente, disposti ad una guerra per difenderla.
Sono questi i momenti in cui si può essere
felici che la domanda non sia stata posta a noi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27
agosto 2008
L’INTUIZIONE
Che cosa è l’intuizione? È un modo
per giungere alla verità?
L’intuizione è il normale mezzo di conoscenza
in tutti quei casi in cui o non si è capaci di un ragionamento
oppure un ragionamento non condurrebbe a nulla. La lettura della
realtà – l’umore di una persona che incontriamo, la bellezza
o no di un arredamento, la simpatia o l’antipatia per una persona
che si incontra per la prima volta – non può essere facilmente
portata sul piano della coscienza razionale. Uno scrittore – per
esempio, Marcel Proust – sarebbe in grado di decodificare le parole
usate dal soggetto e le loro connotazioni, i minimi gesti e il linguaggio
del corpo, ma una persona normale no. Nessuno direbbe “sopracciglia
aggrottate, angoli della bocca verso il basso, occhi strizzati, pallore…”.
Tutti direbbero soltanto “era furente”, ed avrebbero difficoltà
a spiegare da che cosa l’hanno capito. “Si vedeva”, sarebbe la risposta.
Perfino i cani sono in grado di decodificare l’atteggiamento del padrone
e certo non per via di razionalità.
Gran parte della vita si svolge sotto il segno dell’intuizione.
Un dizionario tedesco infatti per “intuizione” dà questa
definizione: “plötzlich auftauchender Gedanke, der den Betroffenen
in einer bestimmten Angelegenheit sinnvoll handeln lässt“,
cioè pensiero che affiora improvvisamente e che fa sì
che l’interessato in una data faccenda si comporti sensatamente”.
Si capisce che l’amico incontrato è di cattivo umore e si evita
di scherzare.
Dell’intuizione ci serviamo tutti. È uno
strumento legittimo, all’unica condizione che non si pretenda
l’oggettività. Se si dice “Tizio mi è antipatico”
va tutto bene; se si dice “Tizio è antipatico” nasce invece
un problema, perché significherebbe che quell’uomo è
– o dovrebbe essere – antipatico a tutti. E non sempre è così.
Quando si discute di un concetto è buona
norma sapere che cosa si intende, con esso, e per questo è
buona norma consultare i dizionari . Leggendo le definizioni
si identifica tuttavia un equivoco: si confondono “conoscenza”
e “verità”, che non necessariamente coincidono. L’intuizione
ci può far credere qualcosa e in seguito possiamo scoprire
che la verità era un’altra. La verità è figlia
della dimostrazione mentre l’intuizione prescinde dalla dimostrazione.
Ecco dunque il nocciolo della questione: se mediante
l’intuizione si esprime un’ipotesi, va tutto bene; se si pretende
di essere in possesso di una verità, si rivela una forma
di presunzione: “È così perché lo dico io”.
La definizione del Concise Oxford Dictionary (1977)
(“Immediate apprehension by the mind without reasoning, immediate
apprehension by sense, immediate insight [penetration with the
understanding]”, cioè “comprensione immediata della mente senza
ragionare, comprensione immediata attraverso il senso, immediato insight
[penetrazione mediante la capacità di comprendere])” è
notevole per due parole: “Whithout reasoning”. Se, con l’intuizione,
ci si forma l’opinione che la somma degli angoli interni di un triangolo
corrisponde ad un angolo piatto, la cosa non vale nulla. Un altro potrebbe
dire: “La mia intuizione mi dice che no”. In realtà quell’ipotesi
si dimostra col teorema di Talete. Solo così si giunge ad una
verità non personale (intuitiva) ma obiettiva e pubblica. È
possibile che l’intuizione conduca alla verità, ma lo si sa quando
la si supera con la dimostrazione razionale. Diversamente, se la dimostrazione
razionale è impossibile, all’intuizione si può legittimamente
contrapporre un’intuizione diversa o contraria.
La convinzione che l’intuizione sia un modo
di giungere alla verità è falsa: essa è il
modo per giungere ad un’ipotesi di verità. Se uno scienziato
fosse privo d’intuizione non scoprirebbe mai nulla, ma credere che
l’intuizione dispensi dalla prova logica è assurdo.
Esiste un’intuizione femminile? Forse sì,
forse no. Una cosa è sicura: se all’intuizione non segue,
o non può seguire, la dimostrazione, si tratta semplicemente
di un’opinione. E poco importa che l’esprima una donna o un uomo.
E se si insiste, si ricade nella formula già ricordata: “È
così perché lo dico io”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 agosto
2008
QUANDO LE MENZOGNE
HANNO LE GAMBE CORTE
di Geronimo (Cirino Pomicino)
La politica, quella alta, dovrebbe in ogni momento
assumersi le proprie responsabilità, evitando di colpire
l’avversario con la menzogna. Le bugie, come si sa, hanno sempre
le gambe corte, ma la menzogna di stato rischia di trasformarsi
in un vulnus democratico oltre che economico perché si danno
al Paese notizie non vere, capaci di creare guasti non indifferenti.
È ciò che è accaduto con l’arrivo di Tommaso
Padoa-Schioppa nel maggio del 2006 alla guida del ministero dell’Economia.
Appena seduto sulla poltrona di Quintino Sella, Padoa-Schioppa
commissionò al compianto professor Faini una sorta di «due
diligence» sui conti pubblici, con il sostanziale suggerimento
di evidenziare un buco che non c’era. Il povero Faini, al termine di
un lavoro frettoloso, parlò di un rapporto deficit-Pil che poteva
superare in quell’anno il 4-4,2%, superiore di molto alle previsioni
dell’uscente ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nei mesi estivi
del 2006, a distanza cioè di 60 giorni dal suo insediamento, Tommaso
Padoa-Schioppa inondò le agenzie di stampa con le notizie sullo
sfascio della finanza pubblica ereditato del governo Berlusconi con la
previsione di un deficit al 4,4 per cento. Un atteggiamento doppiamente
irresponsabile per un ministro dell’Economia perché diffondeva
panico sui mercati finanziari, drammatico per un Paese indebitato come
il nostro, e per di più su notizie chiaramente false, come spiegammo
a quell’epoca più volte da queste colonne. Ma la falsità
di quelle comunicazioni e della stessa «due diligence» di
Faini furono palesi quando, nella primavera dell’anno successivo, lo stesso
Padoa-Schioppa annunciò, glorioso e trionfante, che il risanamento
dei conti pubblici era ormai cosa fatta. Anche allora, noi che abbiamo
fatto solo le scuole serali di economia, spiegammo all’economista
Padoa-Schioppa che non era tecnicamente possibile che in pochi mesi
si potesse risanare la finanza pubblica posto che c’è un tempo
di latenza dopo l’approvazione delle norme sia per ridurre concretamente
le spese, che per l’aumento delle entrate. In realtà, era avvenuta
un’operazione uguale e contraria a quella del 2001, allorquando il
governo Amato consegnò a Berlusconi un bilancio, certificando
un disavanzo dell’1,9%, mentre era del 3,1%, come accertò anni
dopo l’Eurostat. Alla stessa maniera nel 2006 Tommaso Padoa-Schioppa
mise sulle spalle del bilancio di quell’anno il rimborso dell’Iva
per le auto aziendali per circa 15 miliardi di euro, giusta sentenza
della Corte di giustizia europea, oltre ad altri redditi pregressi
in maniera tale da «urlare» un disavanzo al 4,4% che, dopo
solo alcuni mesi, era stato più che dimezzato. Insomma, il vecchio
trucco carta vince-carta perde. E badate bene che non è solo
questione di contabilità formale, ma di sostanza. Quel famoso
rimborso dell’Iva sulle auto aziendali, valutato 15 miliardi di euro,
infatti, andava spalmato su più esercizi finanziari, tant’è
che oggi l’Eurostat ha contabilizzato definitivamente per l’anno 2006
un disavanzo del 3,4% e non del 4,4% come aveva anticipato Padoa-Schioppa.
Ma non è finita. Quel rimborso Iva non è mai stato attuato
perché nei fatti è stato compensato con l’aumento dell’imponibile
sulle aziende per gli anni 2006 e 2007. In parole semplici, quel gioco
al massacrò che indicò a metà 2006 un disavanzo
che non c’era, ha prodotto un aumento della pressione fiscale che nel
biennio 2006-2007 è stato di ben 2,8 punti di Pil (42 miliardi
di euro), preparando così l’Italia all’attuale stagnazione economica
al netto degli effetti del ciclo internazionale. È questa la brutta
storia di una puerile menzogna di stato, i cui costi stiamo ancora pagando
e che mai come ora impone un finanziamento della crescita se non vogliamo
definitivamente avvitarci nella spirale inflazione-recessione.
Geronimo
IL PARERE DEL CAMPEGGIATORE
Come era ragionevole che avvenisse, il sindaco
Alemanno, pur condannando gli aggressori, e pur esprimendo la
propria solidarietà alle vittime, ha sostenuto che i due turisti
olandesi sono stati imprudenti.
Come era prevedibile che avvenisse, l’opposizione
di sinistra è “insorta” ed ha irriso i buoni propositi del
centro-destra in materia di ordine pubblico (“E dov’erano i soldati?”).
Non val la pena di rispondere a questo sciacallaggio: è invece
opportuno fornire una testimonianza in materia.
Chi dorme in una tenda è del tutto indifeso.
È per questo che perfino i viaggiatori più poveri vanno
nei campeggi e pagano - oggi, neppure poco – anche quando potrebbero
fare a meno dei servizi offerti. Va notato che la sicurezza non
è costituita dal fatto di essere in un luogo recintato e chiuso;
ché anzi, spesso, nella provincia francese il campeggio rimane
aperto anche la notte e i gestori non sono presenti. Ciò che garantisce
la sicurezza sono gli altri campeggiatori. Ecco perché non è
prudente dormire nemmeno in un campeggio di lusso, se è deserto.
Alemanno dunque ha ragione. E i due poveri olandesi
avrebbero avuto ragione anche loro, se il mondo fosse migliore.
Un mondo, fra l’altro, senza sciacalli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 agosto
2008
Sono arrivate
due barchette...
...Cariche di ...un certo numero di furbacchioni,
urlanti Free Gaza.
...Cariche di... nessuna medicina, ne' altri
aiuti umanitari, a parte qualche apparecchio acustico, si sono
tutti sordi a Gaza...forse perche' qualcuno li ha avvisati che
Gazastan riceve tante medicine da Israele da fare mercato nero.
....Cariche di... 5000 palloncini colorati che
hanno fatto volare sopra le onde del porto di Gaza cosi' riusciranno
a far morire 5000 pesci o uccelli marini che li ingoieranno.
E Greenpeace dov'e'? E il WWF? Come possono permettere
che 5000 pezzi di gomma non biodegradabile, finiscano nel Mediterraneo
per soffocare flora e fauna marina?
Non basta che il mare di fronte a Gazastan sia
avvelenato a causa della mancanza di filtri e ridotto a una
fogna a cielo aperto?
Questi tipacci, sinistri in tutti i sensi, che
stanno sulle due barche venute a provocare, si aspettavano
una pessima accoglienza da parte di Israele, si aspettavano un
successo mediatico che sarebbe stato raggiunto se Israele avesse
impedito loro di avvicinarsi, si aspettavano i giornalisti di tutto
il mondo schierati ad aspettarli.
Hanno incominciato a provocare mentre erano ancora
in viaggio: "Israele disturba le nostre radio" urlavano.
Poveri inutili idioti, tra essi la sorella
di Tony Blair, anche un povero vecchio ebreo sopravvissuto alla
Shoa', una suora di 81 anni, e poi i soliti antisemiti dell'ISM
e del movimento americano Free Gaza, furbastri che speravano di essere
affondati dalla Marina israeliana per poter poi gridare al mondo
che Israele e' cattivo, che fa affogare vecchi ottantenni (probabilmente
portati con questa segreta speranza), che soffoca i poveri palestinesi
liberati da hamas, che affonda barche di pacifisti cariche di palloncini
di gomma .
I furbacchioni innamorati degli assassini
di ebrei sono stati presi in giro da Israele che non li
ha semplicemente ignorati.
Saranno neri di rabbia, saranno furibondi: missione
fallita miseramente.
Sto ascoltando i Tiggi italiani, nessuno ne ha
ancora parlato, guardo la CNN parlano di Pechino...chissa' forse
la BBC , da brava emittente antiisraeliana sempre e comunque, dira'
qualcosa se non altro in onore della sorella annoiata di Blair.
Hanno scelto un momento sbagliato, la gente e'
ancora in vacanza e se ne frega, le Olimpiadi sono piu' importanti
degli eroi terroristi, Free Tibet in questo momento e' persino
piu' trendy di Free Gaza.
In Tibet la gente muore a causa della violenza
cinese, la cultura tibetana e' stata stuprata, i dimostranti
di Pekino sono stati malmenati e arrestati proprio durante i
Giochi.
E sti quattro imbecilli vanno a Gaza dove
non muore nessuno se non ammazzato dai gaziani stessi, dove Israele
manda aiuti quotidiani, cosa che nessun altro paese al mondo
ha mai fatto col nemico.
Figura barbina per loro e per Hannyie'.
Al posto loro , per avere una copertura giornalistica
decente, tornerei a Cipro a nuoto per andare poi con altre barchette
in Georgia a prendersi le cannonate di Putin, in Egitto per essere
presi a fucilate dai soldati egiziani, magari in Darfour dove muoiono
davvero di fame.
Ma non si vergognano?
Non si vergognano di portare palloncini colorati
a Gaza, col solo scopo di provocare Israele, mentre in Darfour
muoiono come mosche, mentre in Georgia ci sono 2 milioni di profughi
che ancora non sanno dove andare?
Mentre chi scrive Free Tibet in Cina viene sbattuto
in galera?
Mentre a Gaza e' prigioniero da due anni e mezzo
un ragazzo israeliano che nemmeno la Croce Rossa Internazionale
puo' visitare?
No, non si vergognano perche' sono innamorati,
sono perdutamente innamorati dei terroristi palestinesi, sono
innamorati dell'odio per Israele, sono furbastri che vivacchiano
di pubblica carita' come i loro protetti. Si sono fatti dare 300
mila $ per comprare medicine per "salvare" i gaziani e poi hanno comprato
palloncini .
Forse credevano di andare a una Festa dell'Unita'.
Questi
pacifisti sono della stessa razza di quelli citati da Giuseppe
Giannotti nel suo bel libro "Israele, verita' e pregiudizi":
"...un lettore...scende alla Malpensa dal volo
di Catania e si imbatte in un gruppo di "pacifisti" reduci dal
medio Oriente che gridano "ebrei ai forni" e altre piacevolezze
"pacifiste". Il lettore si indigna e lo dice. E' immediatamente
aggredito da una ventina di "amici della pace" che lo sbattono contro
un auto, lo prendono a calci e lo coprono di sputi".
Questo fatto, avvenuto nel 2002, periodo
in cui Israele era aggredito dal terrorismo piu' disumano e
spaventoso cui il mondo avesse mai assistito, non fece grande
clamore perche' gli spacifisti, come li chiamava Piero ostellino,
erano ancora sacri e rispettati.
Era pericoloso dire che non erano altro che degli
odiatori di Israele e degli ebrei e chi osava denunciarlo veniva
subito tacciato di fascismo, come accadde spesso a chi scrive.
Oggi gli spacifisti delle barchette Free gaza
e Liberty saranno a festeggiare tra i loro eroi ...ma domani
dovranno ripartire e si dice che per farlo dovranno umiliarsi a
chiedere a Israele di lasciarli entrare e andare fino all'aeroporto
Ben Gurion....
Lo so che la mia e' una vana speranza, lo so
che Israele e' sempre troppo tollerante verso i propri nemici,
lo so ma io spero con tutte le mie forze che, se li hanno fatti
entrare, non li lascino piu' uscire.
Stiano la' tra i loro eroi o si facciano venire
a salvare dagli egiziani.
Cosa c'entra Israele?
Perche' Israele deve sempre aiutare i nemici
e i calunniatori e i suoi odiatori?
Il Medio Oriente e' grande!
Arrangiatevi, barcaioli!
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
I PROFESSORI DEL
SUD
Forse perché da ragazzi a scuola ci siamo
annoiati, anche da adulti, ogni volta che si parla di scuola,
la prima reazione è di rigetto. Ma l’argomento è importante:
dalla scuola nasce l’Italia di domani.
Il Ministro Gelmini afferma che da indagini effettuate
risulta che il livello della scuola italiana è abbassato
dai risultati del Meridione e vorrebbe mettere rimedio a questo
fatto. E ancora una volta si parla di corsi per i professori.
La prima osservazione da fare è che, come
spesso avviene, i giornalisti sono nello stesso tempo superficiali
e tendenziosi. Molti di loro hanno parlato non delle scuole meridionali
ma dei professori meridionali. E questo è profondamente stupido.
Stupida è anche, sia detto al passaggio, la protesta di Umberto
Bossi, il quale lamenta che i ragazzi del Nord possano essere
“martoriati” da docenti meridionali. Se al Nord ci sono molti docenti
del Sud, ciò significa che o hanno risultati migliori nei
concorsi oppure che sono più poveri ed accettano paghe che
i laureati del Nord rifiutano. Nessuno si sposta con piacere a centinaia
di chilometri da casa.
È invece possibile che un’intera regione
abbia una scuola di qualità inferiore ad un’altra. Del resto
l’Italia intera ha una scuola di livello inferiore a quello di
molti paesi europei. Dunque è giusto cercare di vedere che
cosa si possa fare, per il Sud e per l’Italia intera. La signora
Gelmini propone dei corsi per i docenti e questo dovrebbe significare
che il livello è basso perché è basso il livello
dei docenti: ma è un’affermazione peggio che ingenua.
Come è noto, uno dei massimi deficit della
scuola italiana è quello dell’apprendimento della matematica:
tuttavia, proprio in questo campo, il divario tra ciò che
deve sapere un giovane per laurearsi e ciò che poi deve insegnare
ai ragazzi della Scuola Media (o anche alle Superiori), è immenso.
Dunque, a parte i problemi di didattica, gli alunni ignoranti in matematica
non sono tali perché non gliel’abbiano insegnata (si tratta
di dati elementari), ma perché li hanno promossi senza che l’abbiano
imparata. Dunque il Ministro non dovrebbe chiedersi se i docenti
abbiano una cultura adeguata a ciò che devono insegnare, ma
se la Scuola ferma i ragazzi che non studiano. Cosa che, per molto
tempo, non è avvenuta.
Per decenni, soprattutto nella Scuola Media,
si è ripetuto che quella era “scuola dell’obbligo”, intendendo
“scuola con l’obbligo di promozione”. Tanto che alla fine c’è
stata in giro gente con la Licenza Media molto meno alfabetizzata di
quelli che una volta avevano solo la Licenza Elementare. È una
politica che è durata molti lustri. Un lungo periodo in cui il
professore che voleva bocciare è stato considerato reazionario,
anzi fascista. Un reprobo attaccato un po’ da tutti i colleghi e frequentemente
messo in minoranza per voto di consiglio. È stato necessario
che questa tendenza fosse imperante per decenni; è stato
necessario che si vedessero i guasti che provocava nella scuola e
nella società, perché si arrivasse ad un Ministro come
la Gelmini. Ma è stata colpa dei docenti o della politica?
Se è vero ciò che afferma il Ministro
Brunetta, e cioè che “tutto si può misurare”, la soluzione
non sono i corsi per i professori, sono i controlli sui risultati.
In una sezione del Liceo Scientifico c’era un
collega di matematica – si chiamava Morgante – che metteva voti
di grave insufficienza ai ragazzi delle prime classi. Il suo nome
finì sui giornali e la pubblica opinione lo demolì.
I colleghi e il Preside ovviamente non lo difesero e a questo punto
lui si vendicò a suo modo: non mise più, a nessuno, meno
di sei. Mi incontrava nei corridoi, mi mostrava dei compiti scritti
pieni di fregacci blu, poi girava il foglio e indicava il voto: “Hai
visto? Sei! Così sono tutti contenti.”
Il prof.Morgante dovrebbe seguire un corso? O
è la signora Gelmini che dovrebbe andare da lui ad informarsi
sui mali della scuola italiana?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 agosto
2008
IL PROBLEMA
VELTRONI
La sinistra parlamentare, secondo quanto si legge,
è in stato confusionale. Una delle poche certezze – oltre
quella del “tutti contro tutti” – è la critica a Walter
Veltroni. E tuttavia – come dice Battista sul “Corriere” di oggi
– non lo si può accusare di avere perso le elezioni perché
esse erano perse in partenza; non lo si può accusare di gravi
gaffe o di altre precise colpe, perché non ne ha; e non
rimane che prendere in considerazione la personalità sua e
di quelli che gli stanno intorno.
Veltroni non è odioso. Gli si può
anzi rimproverare un eccesso di soavità, di amore per il
compromesso, di tendenza all’“embrassons-nous”. Però è
a causa di questi “difetti” che è stato scelto per guidare
il Pd. Quando ci si è accorti che l’Italia era stanca degli
eccessi verbali della sinistra estrema, ed anche delle parole tanto
paciose quanto velenose di Prodi, si è pensato che un uomo
sorridente - l’uomo del “ma anche”, come l’ha bollato il comico
Crozza - fosse la scelta giusta. Ecco perché il sinedrio
ha imposto alla base l’osanna delle “Primarie”. E la base ha risposto
entusiasticamente: sia perché l’alternativa non era credibile
(Rosy Bindi?), sia perché si aveva la penosa sensazione di un’impasse.
Con Prodi non si andava da nessuna parte e il governo era a perdere.
Come si è visto.
Purtroppo, anche i migliori medicinali hanno
delle controindicazioni. La prima, in questo caso, è
che si è commesso per la seconda volta lo stesso errore.
Romano Prodi non era nessuno. Non aveva un partito. Non era il portatore
di una certa idea della politica. Dietro di sé non aveva neanche,
come Berlusconi, una storia di successi in campo economico. Lo si
è scelto solo perché non era socialista. Solo perché
non era un vero democristiano. Soprattutto perché non era comunista:
era dunque presentabile, oltre che duttile, incolore e pragmatico.
Sulla carta, costituiva una garanzia di stabilità per il governo.
Purtroppo, l’esperienza concreta è risultata devastante.
Dovendolo sostituire non si è però
pensato a trovare una soluzione diversa: una personalità
forte, capace di avere un’idea e d’imporla, un capo capace di
far sentire al partito che le redini erano in mani saldissime.
Al contrario si è fatto ricorso ad un uomo dalla fama di
mitezza e flessibilità ai limiti dell’inconsistenza. Uno
che, dopo tutta una vita nel Pci e seguenti, ha avuto il coraggio
di dire di non essere mai stato comunista. Un politico senza la proterva
durezza di D’Alema, senza la risolutezza di Bersani, senza la tecnocratica
freddezza di Enrico Letta. Ed ecco che, ora, gli si rimprovera
di essere quello che è. La dirigenza del suo partito sente
acutamente che i galloni di capitano non se li è guadagnati
ma gli sono stati regalati, come erano stati regalati a Prodi e molti
in cuor loro si dicono: “Perché lui e non io?”. Per questo vorrebbero
spodestarlo ma, ad oggi, non esiste il contraltare. Si mette in discussione
la leadership di Veltroni (Parisi) senza proporre nessuno: si parla
di congresso. Cioè si confessa che non si sa chi mettere al
suo posto. E se appena si facesse un nome, tutti si precipiterebbero
a distruggerlo.
Come se non bastasse, ci sono i problemi di fondo:
non si è realmente composta la frattura fra i due partiti
che hanno costituito il Pd; non si sa che cosa obiettare di serio
alla politica dell’attuale governo; si è aperto il vaso di
Pandora e ci si è trovato dentro Di Pietro.
Il dramma
del Pd è doppio: da un lato soffre della mancanza di un vero
leader, di quelli che non sono imposti ma s’impongono; dall’altro,
persiste la furbizia di chi vuole ad ogni costo presentarsi come
un agnello mentre ha natura e tradizioni di lupo. Situazione non
bella. Un grande leader sarebbe forse capace di uscirne collaborando
alla grande col governo nei progetti che reputa positivi ed opponendosi
strenuamente a quelli che reputa negativi. Oltre che mettendo Di Pietro
al suo posto, che è quello di una fazione rinnegata dal Pd. Ma
ci si può aspettare tutto questo da Veltroni?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 23 agosto 2008
IL SILENZIO DI
PRODI
L’incontro di Romano Prodi con Federico Geremicca
(Stampa, 21 agosto, èer il testo dell'intervista clicca qui) è interessante. Il tema costante
è l’incredulità dell’intervistatore e l’evasività
dell’intervistato. Geremicca non crede che l’ex-premier non si occupi
più di politica, che non ne voglia più sapere del
Pd, che non abbia rancori per il passato o intenzioni in futuro, mentre
Prodi insiste su una posizione semplice ma apodittica: “Con la politica
ho chiuso”. Certo non c’è modo di dargli del bugiardo,
ma gli si può credere?
La sinistra attuale, dal Pd a quella che è
stata esclusa dal Parlamento, non parla più di Prodi. Neanche
per rivendicare i meriti di un governo di sinistra che è
stato al potere fino all’aprile di quest’anno. Forse dà per
scontato che meriti non ne avesse e che era fatale cadesse ignominiosamente.
La cosa potrebbe anche essere vera: ma se ne può dare la colpa
al solo professore di Bologna?
E se questo lo vede anche chi non esce di casa e legge solo giornali,
si vorrebbe che non lo veda l’interessato?
L’attuale opposizione tratta Prodi come il figlio
ritardato che si tiene chiuso nella sua stanza quando ci sono
ospiti di riguardo. Tutta la campagna elettorale si è svolta
nel nome della cancellazione del governo caduto e perfino della
condanna della sua memoria: “Mai più qualcosa del genere”.
La stessa dichiarazione che il neonato Pd non si sarebbe alleato con
la sinistra estrema suonava – e suona – come condanna di quella formula
di governo. Ma, non si può che ripeterlo: perché dare
tutta la colpa all’esecutore di quella politica?
Quello che appare evidente è che Prodi
è oggetto di un’acrimonia, di un disprezzo, di una volontà
di annientamento assolutamente inconsueti. Può darsi che
qualche colpa l’abbia lui stesso – è tagliente, è rancoroso,
all’occasione è arrogante – ma nulla giustifica il comportamento
dei suoi ex-colleghi di governo e di fazione. Forse che gli altri uomini
politici sono mammolette? Dunque non è del tutto vero che
lui abbia deciso di uscire dalla politica. Dalla politica è
stato sbattuto fuori nella maniera più violenta e, si direbbe,
perfino sgarbata. Qualche omaggio in punta di labbra, quando proprio
non se ne poteva fare a meno, qualche riferimento amministrativamente
rispettoso, ma per il resto niente. Prodi deve stare alla larga, Prodi
dev’essere dimenticato, Prodi non deve esistere. E in queste condizioni
gli si va a chiedere se è stato invitato all’ex-festa dell’Unità?
Probabilmente a quella festa Prodi non lo vogliono
neanche in fotografia: tuttavia, a dirla così, la cosa
farebbe scandalo e allora, nell’interesse di tutti, ecco la formula
più semplice: “Noi facciamo finta di invitarti, tu fai
finta di dire di no. Così per giunta fai la figura di chi ci
snobba”. Prodi non poteva che accettare.
Ma un dubbio rimane. Veramente “non poteva che
accettare”? Sarebbe normale e umano che Prodi si vendicasse
di tutte le ingiustizie subite denunciando pubblicamente l’indecorosa
cancellazione di cui è oggetto. Ma qualcosa lo ha trattenuto
e lo trattiene. Al riguardo si possono fare due ipotesi: la prima
è che non voglia danneggiare la propria parte politica e per
questo stringa i denti e taccia. Atteggiamento che sarebbe molto nobile
e di cui la sinistra dovrebbe caldamente ringraziarlo. La seconda
che, se si lasciasse andare a dire come la pensa, creerebbe un immenso
scandalo e si troverebbe senza alleati. I politici del Pd si difenderebbero
attaccandolo e lui certo non troverebbe una sponda nel centro-destra.
Il mondo, per mesi ed anni, è vissuto sul discrimine bipolare
Prodi-Berlusconi: se ora si inimicasse la fazione che gli fu favorevole,
chi gli resterebbe accanto?
La conclusione è triste. Abbiamo sempre
saputo che Prodi era più la polena che il capitano, ma
la spietatezza con cui è stato buttato via, come un limone
spremuto, l’ipocrisia con cui è stato scacciato nel deserto,
come il capro espiatorio, suscita indignazione. Si ha voglia di
difenderlo. Si è tentati di pensare all’ingratitudine di cui
sono vittime il Père Goriot, o Mastro Don Gesualdo, o Re Lear.
L’ingratitudine è un atto così vile che squalifica chi
se ne rende colpevole. Prodi, in questo momento, vale più di
chi cerca di dimenticarlo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 21 agosto
2008
RISCALDAMENTO/RAFFREDDAMENTO
GLOBALE?
L’articolo che segue è discutibile,
come ogni affermazione che riguarda il futuro, a parte la previsione
delle eclissi, e dunque non è che crediamo senza esitare
ciò che afferma questo signor Herrera. Ma non crediamo neanche
ciò che afferma il signor Al Gore. E del resto è vero
che in particolare nel Settecento c’è stata una Mini-Era Glaciale:
la Terra ha sempre avuto variazioni di temperatura. Che in futuro
fenomeno dello stesso genere possa avvenire – o, al contrario,
che ci sia un riscaldamento globale – è cosa del tutto ovvia;
meno ovvio è sapere se dipenda dall’attività solare,
dall’attività umana (non certo per il passato) o per una causa
che ignoriamo. Qualcuno ha anche parlato delle variazioni della
posizione dell’asse terrestre (precessione degli equinozi) e il profano
non può che andare sul balcone e guardare il termometro per
sapere che caldo fa oggi.
Gianni Pardo
DAL 2010
DOVREMO ASPETTARCI UNA NUOVA ERA GLACIALE
Uno scienziato
messicano reputa che a partire dal 2010 avremo una nuova glaciazione.
Riscaldamento globale? Al contrario! Lo scienziato
messicano Victor Manuel Velasco Herrera è dell’opinione
che ci aspetta una nuova glaciazione.
Herrera è ricercatore all’Universidad
Nacional Autónoma de México (UNAM), una delle
più grandi università del Messico. Secondo la sua opinione
i calcoli del Consiglio del Clima delle Nazioni Unite IPCC sono
sbagliati. Essi predicono uno drastico riscaldamento del clima
terrestre. Il ricercare è al contrario convinto che i modelli
matematici dell’IPCC non tengono conto di importanti fattori – in particolare
l’attività solare. Secondo Herrera noi ci troviamo in un periodo
di passaggio verso una ridotta attività solare. Fra circa due
anni, pensa, comincerà un periodo di freddo che potrà durare
da 60 a 80 anni.
Tali “mini-glaciazioni”, periodi di tempo
relativamente freddo, ci sono già state. L’ultima è
durata dall’inizio del XV Secolo fino alla metà del XIX.
L’opinione di Perrero: che i ghiacciai si
stiano sciogliendo dappertutto non è vero. Al contrario:
“In questo secolo i ghiacciai crescono”, secondo la rivista messicana
“Milenio Diario”, che lo cita. E il fatto che in luglio sia
crollato un enorme pezzo del ghiacciaio Perito-Moreno, in Argentina,
secondo Herrera non ha niente a che vedere con il riscaldamento
globale. Secondo la sua opinione è stato colpa dell’acqua,
che si è infilata nelle fenditure del ghiacciaio ed ha distanziato
enormi blocchi di ghiaccio.
Una pazza opinione isolata o ben documentata
scienza?
Nel campo della ricerca sul clima l’opinione
di Herrera è controversa. Infatti, in che misura l’attività
solare influenzi il nostro clima è cosa molto discussa…
(Traduzione di Gianni Pardo)
AB 2010
STEHT UNS EINE NEUE EISZEIT BEVOR
Mexikanischer Wissenschaftler behauptet Ab
2010 steht uns eine neue Eiszeit bevor
Globale Erwärmung? Von wegen! Der mexikanische
Wissenschaftler Victor Manuel Velasco Herrera ist der Meinung,
dass uns eine neue Eiszeit bevorsteht. Und das schon 2010!
Herrera forscht an der Universidad Nacional
Autónoma de México (UNAM), einer der größten
Universitäten Mexikos. Seiner Meinung nach sind die Berechnungen
des UN-Klimarats IPCC fehlerhaft. Diese sagen eine drastische
Erwärmung des Erdklimas vorher.
Der Forscher ist aber überzeugt: Die
Computermodelle des IPCC lassen wichtige Faktoren – insbesondere
die Sonnenaktivität – außer Acht.
Laut Herrera befinden wir uns in einer Übergangsphase
mit abnehmender Sonnenaktivität. In etwa zwei Jahren,
glaubt er, beginnt eine Kälteperiode, die 60 bis 80 Jahre
dauern kann.
Solche „kleinen Eiszeiten“, Perioden mit
relativ kaltem Klima, hat es früher schon gegeben. Die
letzte dauerte von Anfang des 15. Jahrhundert bis zur Mitte des
19. Jahrhunderts.
Perreros Behauptung: Dass weltweit Gletscher
schmelzen, stimmt nicht! Im Gegenteil: „In diesem Jahrhundert
wachsen die Gletscher,“ zitiert ihn die mexikanische Zeitung „Milenio
Diario“. Dass im Juli ein riesiges Stück des Perito-Moreno-Gletschers
in Argentinien zusammenbrach, hat laut Herrera nichts mit einer
globalen Erwärmung zu tun. Seiner Meinung nach war Wasser schuld,
das in Spalten in dem Gletscher geriet und riesige Eisblöcke absprengte.
Verrückte Einzelmeinung oder fundierte
Wissenschaft?
In der Klimaforschung wird Herreras Ansatz
kontrovers diskutiert. Denn: Ob und inwiefern Sonnenaktivität
unser Klima beeinflusst, ist heftig umstritten...
(dalla Bild Zeitung del 21 agosto
2008)
LA LOGICA DI SCALFARI
Può darsi che Nanni Moretti sia un
grande regista e può darsi che non lo sia. Di sicuro, è
un grande politologo. Al festival cinematografico di Locarno
– sede ovviamente adatta ai dibattiti politici – ha detto: “In
Italia l'opposizione non esiste più ma c'è un altro
fenomeno ancora peggiore: non c'è più un'opinione pubblica.
Il dominio di Berlusconi sulle reti televisive ha spostato e devastato
il modo di pensare degli italiani”. Sulla “Repubblica” di oggi queste
parole sono riferite da Eugenio Scalfari che afferma d’essere d’accordo:
si è giunti al “dominio delle opinioni private al posto dell'opinione
pubblica”. Ci sono i regimi totalitari che impongono una credenza
conforme, e c’è il regime berlusconiano che è “Una
variante (non necessariamente alternativa)” ed ha lo scopo “di smantellare
ogni tipo di opinione facendo rifluire l'attenzione dei cittadini
sui loro interessi privati. Questo processo, se portato alle sue conseguenze
ultime, conduce alla desertificazione dell'opinione pubblica”. Insomma
Scalfari rimprovera agli italiani di pensare ai fatti loro, di essere
meno preoccupati di come viene gestita la cosa pubblica, e dimentica
che “il silenzio degli organi” è sintomo di salute. A lui dispiace
che il malato non accusi dolori? Verrebbe voglia di dirgli: si consoli,
una volta o l’altra la sinistra vincerà ancora e gli italiani ritroveranno
in un solo colpo l’opinione pubblica e la voglia di lamentarsi.
Ecco il disastro: “Tante opinioni private
senza più una visione del bene comune: questo è
il prodotto del berlusconismo, agevolato e amplificato dal
controllo dei media”. Non importa che si sia in agosto. Non importa
che la gente non giudichi un governo ancora giovanissimo. E non
importa che sia soddisfatta di ciò che è già stato
realizzato. Il guaio è che essa non pensa ad un astratto “bene
comune”. Secondo Scalfari, anzi, non ci pensa nessuno. L’opposizione
“ha subito l'egemonia berlusconiana e si è sintonizzata
sulla stessa lunghezza d'onda”. Insomma Fassino, Veltroni e D’Alema
sono berlusconiani. I felloni. L’unica, vera resistenza è rappresentata
da Scalfari e Moretti.
Ma c’è ancora altro da imparare. Qual
era la tesi? Che non esiste più l’opinione pubblica.
Ed a questo punto ecco che Scalfari dimostra che non solo esiste,
ma ne esistono quattro. “Ci sono ancora gruppi consistenti di
cittadini che coltivano una visione del bene comune”. Saranno arroccati
in qualche baita del Monte Rosa, ma ci sono. “Esiste un'opinione pubblica
‘berlusconista’ (‘berlusconiana’ non bastava più)… di cui
sarebbe un madornale errore negare l'esistenza. Sicurezza, tolleranza
zero, intransigenza identitaria, fiducia nel leader…”. Esiste
l’opinione pubblica dei cattolici, quella “fondata… sul doppio
pedale del ‘sacro’ e del ‘santo’ ”. Infine esiste l’opinione pubblica
della “business community”, “tendenzialmente orientata verso la
versione berlusconista della democrazia”. La prima notizia è
che Berlusconi ha una sua visione della democrazia: pensavamo non l’avesse,
ma forse siamo indietro di un giro. La seconda è che tutto
questo dimostra l’altezza del pensiero di Scalfari. Si parte dalla tesi
dell’inesistenza dell’opinione pubblica sotto il tallone di Berlusconi
per poi illustrarne quattro. Doppio salto all’indietro carpiato e
con avvitamento. Riguardo all’opinione della business community, Scalfari
dice una cosa molto interessante. Essa ha “una sua precisa visione del
bene comune: libertà di mercato, regole blande, considerazione
degli interessi costituiti, Stato efficiente e leggero” (cose rispetto
alle quali si sarebbe tentati di dire: Ottimo, no?) ma essa tende
al “profitto d'impresa, variabile indipendente alla quale tutte le altre
a cominciare dal lavoro debbono conformarsi”. E qui c’è veramente
da divertirsi. L’espressione “variabile indipendente”fu lanciata,
a suo tempo, da Luciano Lama secondo il quale il salario doveva essere
indipendente dall’andamento economico dell’impresa e si poteva richiedere
un aumento anche ad un’impresa sull’orlo del fallimento. L’assurdità
del concetto fu tale che presto non se ne parlò più. Ma
ora Scalfari parla di variabile indipendente a proposito del profitto
dell’impresa e non vede di star dicendo un’assurdità ancor più
grande. Un’impresa che non fa profitti e va in rosso semplicemente non
sopravvive: si chiama fallimento. Dunque un’impresa che
non mette al di sopra di tutto il profitto è come un organismo
che non mette al di sopra di tutto la propria vita.
E pensare che Scalfari ha cominciato come
giornalista economico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
agosto 2008
IL PAPA È
UN DESPOTA?
Nomen omen, dicevano i romani: il nome indica
la natura della cosa. Se uno si chiama Quattrocchi, è
normale che porti gli occhiali. Ma questo solo per scherzare. Nella
realtà, bisogna stare particolarmente attenti proprio
al caso contrario: che la cosa non corrisponda né al nome
né a ciò che se ne dice.
Nell’ambito politico ci sono delle connotazioni
ovvie. Democrazia uguale positivo, dittatura uguale negativo.
E fin qui si potrebbe anche concordare. Anche se la dittatura,
nella Roma repubblicana, era tutt’altro che negativa. Il guaio
è che la stessa connotazione si applica a monarchia. E qui
invece si deve distinguere. La monarchia può essere costituzionale
o assoluta. Costituzionale è quella inglese, assoluta fu quella
di Luigi XIV, in Francia, e tuttavia chi confonderebbe il Re Sole con
Stalin?
La distinzione più significativa è
fra potere assoluto e dispotismo. Montesquieu sostiene che
mentre la molla fondamentale del dispotismo è la paura
che tutti i cittadini hanno dell’onnipotente padrone, la molla
fondamentale della monarchia assoluta è l’honneur. Anche
se per onore Montesquieu intendeva la coscienza del proprio rango,
la vanità del proprio status, il rapporto di cortigiano,
il continuo sforzo di conquistare la benevolenza del sovrano
per ricavarne benefici.
Ovviamente, il grande pensatore, mentre scriveva
queste cose nell’Esprit des Lois, aveva sotto gli occhi le
istituzioni della Francia ed esse non possono essere applicate
a tutti i paesi. Se a volte la distinzione fra dispotismo e monarchia
assoluta potrebbe risultare azzardata, per gli ultimi tre Luigi
non c’è ragione di considerarli biechi tiranni. A Bisanzio,
quando il nuovo califfo arrivava al potere, per eliminare possibili
concorrenti per il trono, come prima cosa faceva ammazzare tutti
i propri parenti; il re di Francia, quanto ad immoralità,
si limitava ad avere decine di amanti e, nel caso di Luigi XIV, anche
a difendere Molière contro i devoti che si ritenevano offesi.
Si può e si deve essere contro la
monarchia assoluta. Anche il migliore dei sovrani può
tralignare. Lo stesso Luigi XIV passò, nel corso del
suo lungo regno, da amatore d’arte e di donne a bigotto, fino a
commettere l’enorme errore della Revoca dell’Editto di Nantes.
Le istituzioni valgono quanto il paese che
le applica. La Gran Bretagna, pur non avendo nemmeno una Costituzione,
ha una vera monarchia costituzionale ed è una perfetta
democrazia, mentre in passato le Repubbliche democratiche est-europee,
pur essendo repubbliche e pur avendo costituzioni scritte e perfette,
furono di fatto satrapie sanguinarie.
La discussione ha ripreso interesse perché
la Santa Sede è stata sotto giudizio nel consiglio d’Europa.
Secondo Strasburgo, lo Stato della Città del Vaticano
potrebbe non corrispondere agli standard richiesti per la qualità
di Stato Osservatore, nell’Ue. Come ha detto a dicembre il rappresentante
inglese David Wilshire, “La sua mancanza di istituzioni democratiche
e alcune sue posizioni in materia di diritti umani ne fanno un caso
a parte”.
Un caso a parte? Un caso scandaloso, sulla
carta: si tratta infatti dell’ultima monarchia assoluta d’Europa.
Ma come negare che sia una monarchia speciale? Innanzi tutto,
lo SCV è nelle mani di un uomo anziano, scapolo, perbene,
eletto per cooptazione e non perché figlio di suo padre.
Inoltre, la sua età e il suo disinteresse sono una garanzia.
Tuttavia, salvo che al momento dell’elezione del nuovo pontefice,
il Vaticano è uno Stato antidemocratico, senza dubbio. Ma la
sostanza conta più della forma. Questo assolutismo non fa paura
a nessuno. Personalmente, pur essendo un perfetto miscredente, non
esiterei, se mi fosse utile, a prenderne la nazionalità.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
Telecom filopalestinese?
E chi
l'avrebbe mai detto? Una presa di posizione politica internazionale
del principale gestore di telefonia che lascia quantomeno interdetti.
Eppure la notizia rilanciata dall'Aduc
e nata tra le pagine elettroniche di Honest Reporting Italia
sito dedicato all'informazione "ortodossa" su Israele - non lascia
spazio a dubbi: sul sito di Telecom dedicato al servizio Welcome
Home è vano cercare il costo per una telefonata
a Tel Aviv perché lo Stato di Israele non compare nell'elenco.
Dove invece campeggia fiero uno stato di Palestina, ben triste ironia
per un'entità statale che tuttora non esiste. Nel corso della
telefonata al 187 che avrebbe fatto seguito a tale constatazione
online, i redattori italiani del sito israeliano alla domanda "Quali
sono le tariffe per Israele?" si sarebbero sentiti rispondere: "Guardi
le tariffe per la Palestina". Come dicevo, crudele ironia telefonica.
L'agenzia Adnkronos ha ripreso e rilanciato
la notizia con alcuni virgolettati del deputato della Pdl Isabella
Bertolini, che definisce l'accaduto "un vero scandalo". Poi l'esponente
del Popolo delle Libertà si spinge oltre, preannunciando
un'iniziativa politica sul fatto: "Solo pochi mesi fa, durante il
Governo Prodi, il ministero degli Interni aveva cancellato Israele
dalla mappe dei palmari della Polizia di Stato, che solo grazie alle
nostre prese di posizione fu immediatamente ripristinato, oggi la
Telecom ricade in questo pericoloso atto. Per quanto mi riguarda presenterò
un'interrogazione al Governo per capire le motivazioni di questo gravissimo
fatto nei confronti dell'unica democrazia del Medio Oriente".
Federico Cella <http://vitadigitale.corriere.it/>
PROBLEMI INESISTENTI E SOLUZIONI IMMAGINARIE
Di fronte a certi problemi si rimane
stupiti. Per alcuni – come il rilascio delle impronte digitali
o del proprio dna all’Autorità – ci si chiede perché
si facciano tante storie. In fondo, lo Stato ha già i nostri
dati anagrafici e la nostra fotografia, aggiornata nel tempo per
giunta. Che abbia anche il nostro numero di scarpe, se gli serve.
E tuttavia, quando si parla di impronte digitali e di dna, chissà
perché, si levano alti lai.
Un altro problema inesistente è
quello degli organismi geneticamente modificati. Tutti sembrano
ignorare che i cani lupo, i bassotti, gli alani e via enumerando
sono ogm. Che ogm è anche il frumento biologico attuale,
visto che la sua generosità – in confronto all’avarizia
di cui davano prova le spighe in epoca romana – è frutto
di lunghe selezioni. Insomma, l’uomo ha modificato i prodotti
e perfino gli animali, nel corso dei secoli, e solo recentemente
ha trovato una scorciatoia, gli ogm: ma il fenomeno è vecchio
e non si vede perché debba suscitare allarme. Solo per
misoneismo, rispetto al metodo impiegato?
Analogo falso problema è quello
dell’elettrosmog che, dal punto di vista scientifico, semplicemente
non esiste. Il fatto che esista la parola e che se ne parli
non dimostra nulla: diversamente anche Pinocchio esisterebbe.
Per l’elettrosmog i furbi hanno però inventato, oltre alla parola,
un sacrosanto mantra, il principio di precauzione: “E se poi esistesse
e facesse male? E se poi anche gli ogm facessero male?” Domande
stupide. “E se uscendo tu fossi investito da un autocarro?” “E se mangiando
un frutto ti strozzassi col nocciolo?” “E se il tuo cane impazzisse
e ti azzannasse alla gola?” “E se scivolassi sulle scale di casa e ti
rompessi l’osso del collo?” Per precauzione bisognerebbe morire, solo
così non si correrebbero più rischi.
Sull’altro versante ci sono i problemi
veri con le soluzioni false. Per esempio il traffico cittadino
che dovrebbe essere risolto dalla moltiplicazione esponenziale
delle piste ciclabili. Si dimenticano alcune cose. In primo
luogo, che chi vuole andare in bicicletta ci va già, non aspetta
le piste. E che chi non vuole andarci non ci andrà solo perché
una strisciolina, sulla strada, dice che finalmente dispone di una
sede a lui riservata. Poi, si dimentica che mentre alcune città
consentono facilmente l’uso della bicicletta, basti pensare a Padova
e a tutta l’Olanda, altre città sono adatte solo a giovani
scalatori. Un napoletano che abita al Vomero come tornerà a casa,
se va a Mergellina? Col carro attrezzi? E lo stesso vale per Genova,
per Catania, per Messina, e per moltissime altre. Infine si dimentica
che mentre in un giorno di sole i potenziali sportivi sono invogliati
a tirare fuori la bicicletta, nei giorni di pioggia il malcapitato ciclista
è regolarmente coperto di schizzi di fango dalle automobili di passaggio.
E dunque quel giorno – proprio quando nessuno vuole andare a piedi – anche
lui prende l’auto.
A Catania il traffico è una maledizione
e il parcheggio un’autentica quadratura del circolo. Soprattutto
per chi deve lasciare l’auto per andare al lavoro. A questo
punto il Comune ha pensato ad una bella soluzione: i parcheggi
scambiatori. In periferia sono stati creati (con altissimi costi)
grandi parcheggi in cui i pendolari avrebbero dovuto lasciare la propria
auto per poi proseguire con i mezzi pubblici. Solo che i mezzi pubblici
non funzionano (si può aspettare un autobus anche mezz’ora o
tre quarti d’ora) e nessuno dunque ha lasciato l’auto nei parcheggi scambiatori.
Il più grande ha addirittura dovuto chiudere. La città è
nel caos come prima e peggio di prima.
A Parigi nessuno si sognerebbe di andare
con la propria auto. Ma lì si dispone di una metropolitana
veloce e regolare, gli stessi autobus urbani sono puntualissimi
tanto che in ogni fermata è scritto l’orario, preciso
al minuto e rispettato al minuto. Perché prendere l’automobile,
se si arriva prima e con minor spesa con i mezzi pubblici? I parigini
non sono più civili dei napoletani o dei palermitani: dispongono
di una soluzione più comoda. Se andassero a vivere a Napoli
o a Palermo, parcheggerebbero anche loro in terza fila.
Dinanzi alla confusione di voci e proposte
sui problemi della vita associata si ha a volte la tentazione
di rifugiarsi in un eremitaggio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
GIORNALISTI PRESUNTUOSI
In questi giorni ci sono scontri fra
Georgia e Russia e, ovviamente, tutti i giornali ne parlano.
Essi, però, non si limitano a riferire i fatti: ne forniscono
un’interpretazione. E qui gli opinionisti si dividono in due
categorie: ci sono dei giornalisti come Ronchey, Bettiza, R.A.Segre
e pochi altri che o sono già competenti della materia - e
possono dunque giudicare i fatti nuovi inastandoli su quelli vecchi
- o, prima di scrivere, hanno l’onestà d’informarsi; e ci sono
gli altri, moltissimi, che dopo una prima infarinatura sparano verità
perentorie. Condannano ed assolvono. Dipingono quadri in cui le linee
nette delle certezze sono sommerse da schizzi di colore e passione.
Ovviamente non si parla neppure di tutta la pubblicistica di estrema
sinistra che in ogni avvenimento trova un’occasione di predicazione
e tutto fa rientrare nel suo schema manicheo.
Una delle prove dell’insopportabile
superficialità della maggior parte dei giornalisti è
data dalla facilità con cui dànno del cretino
e dell’incompetente, quando non del delinquente, a qualunque
Capo di Stato. A cominciare dal Presidente degli Stati Uniti
e da Putin. Intendiamoci, non è che costoro, e in generale
gli uomini politici le azzecchino tutte: la storia è piena
di errori enormi, non raramente tragici. Tuttavia non bisogna dimenticare
che chi comanda, a meno che non sia un pazzo come Adolf Hitler, si
circonda di consiglieri e di competenti in tutte le branche. Ci
sono staff interi che studiano i vari problemi per il governo. Quando
dunque un Paese fa una certa mossa, la fa disponendo di un numero di
dati enormemente maggiore di quello del giornalista. A questo punto
si può ancora sbagliare, ma non è presuntuoso chi, seduto
alla sua scrivania, giudica gli altri in modo sprezzante, quasi
dicendo: “se solo ci fossi stato io, al suo posto”?
È vero, Bush si è illuso
quando ha pensato che l’Iraq invaso si sarebbe presto e da
solo trasformato in una pacifica democrazia. Ma non hanno
sbagliato altrettanto pesantemente le migliaia di giornalisti
che per anni hanno dichiarato quella guerra era disastrosa, persa,
senza via d’uscita? Oggi il capitolo Iraq non fa nemmeno parte
della campagna presidenziale americana, tanto quel generale Petraeus
ha fatto miracoli.
Ci sono casi in cui stabilire chi ha
torto e chi ha ragione è più che azzardato. In
politica internazionale aggrapparsi al codice penale o alle
leggi morali non serve a niente. Se il paese A invade il paese
B e lo annette, è inutile stare a dire che la cosa è
contraria al diritto: ex facto oritur ius, il diritto nasce dai
fatti. Del resto, come si sono stabiliti i confini che siamo abituati
a considerare sacrosanti? Non certo in pacifiche conferenze internazionali.
Diversamente Kaliningrad si chiamerebbe ancora Königsberg. E
se il Tibet rimarrà cinese abbastanza a lungo, alla fine nessuno
ricorderà come lo è diventato.
È vero, la stessa cosa non è
riuscita a Saddam Hussein col Kuweit, ma perché ha sbattuto
contro la forza delle armi americane. È col cannone,
non col diritto, che gli irakeni sono stati sloggiati.
Nel recente dramma del Caucaso, non
bisogna dimenticare che, accanto alla presunta inviolabilità
della frontiere, esiste il principio di nazionalità.
Un principio che nell’Ottocento è stato vangelo e che
gli occidentali hanno ancora in questi mesi imprudentemente applicato
nel Kosovo. Dunque, nel caso del Caucaso, si ha il contrasto
fra l’inviolabilità delle frontiere, che dà ragione
alla Georgia, e il principio di nazionalità che dà ragione
all’Ossezia e al suo possente alleato russo. Ce n’è abbastanza
per non tranciare giudizi con l’accetta.
Capita di sbagliare ai Capi di Stato,
benché circondati da esperti e consiglieri, e dunque
lo stesso diritto dev’essere consentito ai giornalisti. Ma
ad una condizione: che non abbiano l’atteggiamento di Barbara Spinelli.
Costei potrebbe concludere tutti i suoi articoli con questa semplice
frase: “L’errore del Mondo è stato quello di non affidare
le sue sorti alla sottoscritta. Ora, qualunque cosa gli succeda,
è colpa sua”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
agosto 2008
DOV’È BEETHOVEN?
In un telefilm americano gli investigatori
trovano il cadavere di un uomo, sul marciapiede. L’uomo è
stato ucciso ma ha ancora in tasca il portafogli e il porta
monete: dunque non è
una rapina finita male. Ad un certo punto però uno dei
detective, tenendo in mano gli effetti personali del morto, dice:
“Come mai non ha le chiavi di casa? Tutti, uscendo, portiamo con
noi le chiavi di casa: come mai costui no?” Osservazione non priva
d’interesse. Notare un’assenza è più difficile che
notare una presenza. Il nostro occhio di predatori è abituato
a notare per prima cosa ciò che si muove. Nello stesso modo,
se sulla scena c’è un Beethoven, anche l’imperatore d’Austria
va ad ascoltarlo. Ma quanta gente nota che oggi non c’è nessun
Beethoven?
Alcuni anni fa uno storico americano,
Fukuyama, azzardò la tesi della “fine della storia”. Non
succedeva più niente e niente sarebbe successo in futuro,
opinava: una volta raggiunte la prosperità e la democrazia,
non c’era più dove andare. Questa idea si può discutere
ma rischia di sembrare valida in un altro ambito, quello artistico.
E torna la domanda: come mai non c’è nessun Beethoven?
Guardando alla storia dell’arte, si
notano momenti in cui essa fiorisce in modo rigoglioso ed
anzi splendido: l’Atene di Pericle, l’Italia letteraria
del Trecento, il Settecento in musica. È vero che ci sono periodi
di stasi e, per così dire, di silenzio: dalla caduta dell’Impero
Romano al Duecento, è come se l’Europa, dal punto di vista
artistico, si fosse addormentata. Ma che risveglio! Da quel momento
la fiaccola è passata dall’Italia alla Francia, alla Spagna,
all’Inghilterra, ed è stato tutto un fiorire di opere
e di autori. Per parlare solo di Parigi nel 1830, ecco un anno in
cui trionfa il romanticismo con Victor Hugo, Lamartine, Vigny,
Musset e tanti altri, mentre Berlioz produce – cosa incredibile,
stante la modernità di quel testo musicale – la “Symphonie Fantastique”.
E si potrebbe continuare allineando decine di nomi che sono ancora
oggi famosi. L’Ottocento è l’ultimo secolo d’oro, per l’arte.
Col Novecento purtroppo il grande fiume
diviene torrente; e poi ruscello, e poi rigagnolo e oggi
sembra asciutto.
Già negli anni Cinquanta del
secolo scorso, ragazzo, mi lamentavo della penuria di grandi
scrittori, grandi pittori, di grandi compositori. E tutti
mi rispondevano: “Che ne sai? Forse in questo momento c’è
già un grande artista ignorato, forse opere che oggi ci
sembrano astruse un giorno saranno riconosciute come capolavori.
A volte l’arte è in anticipo sul presente”. Belle parole, contro
cui non potevo obiettare nulla. Ma chi è ottimista a volte
è sconfitto da chi è longevo. Sono passati molti decenni
e l’umanità non ha ancora applaudito quei geni ignoti. Non si
è ancora entusiasmata per un’opera artistica degna della Nona
di Beethoven. È finalmente lecito dire che, se non la fine della
storia, stiamo vivendo la fine dell’arte? E, se non la fine dell’arte
- dal momento che nessuno conosce il futuro - quanto meno un lungo sonno
artistico? Fino al 1897 c’è stato Brahms, ma in seguito c’è
forse stato un altro Brahms? In musica abbiamo avuto il jazz e i Beatles,
ma chi oserebbe comparare questi risultati con la grande musica? Tutti
i programmi di musica alta (Il Quinto Canale della Filodiffusione italiana,
France Musique, Radioclassique, Radioclasica, RadioSwissClassic) ignorano
serenamente tutto ciò che è stato prodotto nel secolo
scorso. Ogni tanto, per scrupolo, trasmettono Gershwin o qualche aria
di un famoso musical americano, ma proprio queste “citazioni” dimostrano
che, pur senza avere pregiudizi, non c’è poi molto, da ascoltare,
dopo Mahler.
E le cose non vanno meglio in letteratura.
La pletora di autori, in tutte le lingue, e in un momento
in cui chiunque può pubblicare (anche gratis, sul proprio
blog), dimostra l’inesistenza del grande genio che segna col proprio
nome un’epoca. Anche qui, dov’è il Beethoven delle lettere?
Per non parlare della pittura – che fa spavento alle persone normali
– o della scultura, le cui produzioni sembrano piuttosto sintomi
di una patologia che occasioni di godimento.
Chi mi conosce personalmente sa che
queste sono cose che dico da molto tempo. Dagli Anni Cinquanta,
appunto. Ma forse che il passaggio del tempo non mi dà
ogni giorno più ragione?
Non sono constatazioni che si fanno
volentieri. Si direbbe che dal punto di vista artistico
siamo costretti a rimasticare il passato. Di attuale c’è
solo il cinema, un’arte minore che il tempo corrode. È
legno, non marmo. Per amare “La conquista del West”, “Ombre Rosse”
o “La foresta pietrificata” bisogna un po’ avere l’animo dell’archeologo.
Un giovane già storcerebbe il muso solo alla prima immagine:
“Un film in bianco e nero?”
La conclusione è sconsolata.
Negli anni Cinquanta non ero contemporaneo di grandi geni
allora misconosciuti, ero contemporaneo di una enorme massa
di persone come me: epigoni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
agosto 2008
Soliti
professionisti dell’antiamericanismo
“Yankee go home dalla Georgia” è
il nuovo grido di battaglia non solo dei nostalgici dell’Unione
Sovietica, ma anche dei professionisti dell’antiamericanismo
moderno, sottile e radical chic. E’ stato Giulietto Chiesa a
cominciare, poi sono arrivati Barbara Spinelli, Franco Venturini
e infine l’immaginifico Vittorio Zucconi. Con un articolo di sabato
sulla padronale Stampa, tovarich Chiesa ha acrobaticamente spiegato
che l’invasione russa in territorio georgiano e i bombardamenti
moscoviti sulla capitale Tbilisi sono tutta colpa degli americani.
A ruota, domenica, Barbara Spinelli. Il suo articolo conteneva poco
o niente sulle interferenze russe in Ossezia del sud, ma molto anzi
moltissimo sulla “fame di controllo sul Caucaso” che “ha accomunato
tre presidenze Usa”. La colpa della “follia di Putin”, anche per l’antiputiniana
Spinelli è degli americani, da Bush padre a Bush figlio, passando
per Bill Clinton. Putin è il male, gli yankee di più.
E’ una nuova e diffusa tendenza questa,
che sostituisce l’antica e infame usanza di “accusare le
vittime” delle miserabili azioni dei loro carnefici. Quella,
tranquilli, resiste ancora solo se a far da bersaglio c’è
Israele o qualche marine americano. In questo caso, infatti,
prendersela con i georgiani non sarebbe stato cool, figuriamoci con
i carriarmati russi o con le manovre putiniane per fomentare la
ribellione antigeorgiana in Ossezia che poi ha convinto il
governo di Tbilisi a intervenire per ristabilire l’ordine nel suo
paese. No, molto più figo puntare il dito su Washington (“non
poteva non sapere” è l’accusa più ricorrente e sempre
valida sia per Bettino Craxi sia per la Casa Bianca).
L’idea predominante dei nostri editorialisti
impegnati è che Putin sia pazzo, quindi in qualche modo
giustificato per le sue azioni, che il presidente georgiano sia
un burattino manovrato dalle multinazionali americane, che l’Europa
sia imbelle e che gli americani, beh, che gli americani siano i
soliti arroganti, stupidi e pericolosi imperialisti di sempre.
Franco Venturini, per esempio, sul Corriere
di ieri, ha scritto che “il richiamo ai principi risulterebbe
più efficace se l’occidente non avesse nell’armadio
lo scheletro ancora fresco dell’indipendenza unilaterale del
Kosovo”, paragonando l’ingerenza russa in Ossezia del sud e la
successiva invasione armata con la storia di una provincia autonoma
liberata dalla comunità occidentale in seguito a una guerra
che ha fermato in tempo la pulizia etnica serba e che poi è
stata amministrata per anni dalle Nazioni Unite e da governi democraticamente
eletti.
A questo giro la colpa dell’occidente
e dell’America è quella di voler aiutare Georgia e Ucraina
a entrare nella Nato da nazioni libere, sovrane e democratiche,
invece che a farsi fagocitare dalla Cremlin Petroleum.
Il nuovo, ma in realtà antico,
trend opinionistico antiamericano si è elevato ad
arte letteraria con Vittorio Zucconi, sulla Repubblica di
ieri. Il grande Zuc. ha spiegato che “la dottrina neo-con dell’interventismo
ora si ritorce contro la Casa Bianca” e che “il boomerang dell’interventismo
unilaterale torna a chi lo aveva lanciato”. Cioè mette
sullo stesso piano l’interventismo democratico del presidente
liberal Bill Clinton e del leader socialista Tony Blair (e del
gran capo di Red, Max D’Alema), poi ripreso dal presidente repubblicano
George W. Bush grazie ai consulenti neoconservatori, con l’invasione
in stile armata rossa di Mosca. A parte che l’interventismo americano
non è stato unilaterale – né in Kosovo (dove c’era la
Nato e perfino Max D’Alema) né in Iraq (dove c’erano 16 risoluzioni
Onu, il consenso di tutta l’Europa tranne Francia e Germania, e il
sostegno di una quarantina di paesi) – il grande Zuc. è riuscito
a fare di più: ovvero ad accreditare l’idea che il Cremlino voglia
il cambio di regime in Georgia, in applicazione della dottrina del
“cambio di regime” bushiano in Iraq. Non ci fossero stati i neocon
e Clinton, secondo Zucconi, non ci sarebbe stata l’invasione russa
della democratica Georgia. Certo. E, a questo punto, non può che
essere colpa loro anche la scaramuccia con l’Ucraina e con i paesi baltici.
Ma allora perché non addebitare ai malefici neocon anche la
cancellazione della Cecenia e magari l’invasione dell’Afghanistan
e i carriarmati in Polonia e la sottomissione della Cecoslovacchia
e il cambio di regime in Ungheria?
Se Zucconi voleva proprio trovare un
punto di contatto tra l’intervento russo in Ossezia e Saddam,
il paragone giusto non era la liberazione dell’Iraq, ma l’invasione
irachena del Kuwait.
Christian Rocca - http://www.camilloblog.it/archivio/category/articoli/il-foglio/
LA GRANDE USURPAZIONE
Per decenni i socialisti italiani
hanno subito l’ipnosi del Pci. Lo hanno visto come un partito
più coraggioso, quasi più ortodosso del loro,
e ne sono stati succubi. Poco dopo la guerra, alleandosi con Togliatti,
Nenni fece addirittura rischiare all’Italia un destino cecoslovacco
e più tardi De Martino fu costantemente aggregato al carro
comunista. Benché tutto dividesse i due partiti - l’uno
idealista, l’altro totalitario, l’uno libertario, l’altro oppressore,
l’uno laico e aperto, l’altro conventicolare e bigotto, oltre che
fanatico - il pregiudizio della loro parentela è stato duro
a morire. Solo con Craxi i socialisti hanno ritrovato la loro anima.
Questo Segretario ebbe l’immenso merito di ridare al Psi la sua autonomia
politica ed ideale e il risultato fu la scomunica dei comunisti.
Costoro infatti non concepivano salvezza al di fuori della loro chiesa
e la loro lotta contro i socialisti fu senza quartiere. Fino a trionfare
con l’ipocrisia di Mani Pulite.
Il Psi è stato assassinato ma,
per fortuna, a volte un’idea giusta prevale su un disastro
epocale. La Rivoluzione Francese fu sfregiata dalla Tragedia
del Terrore, sfociò in qualcosa di illiberale e vagamente
ridicolo come l’Impero, fu quasi condannata alla damnatio memoriae
con la Restaurazione e tuttavia la Francia del 1830, quindici
anni dopo Waterloo, era quella che avrebbero voluto i Girondini.
Non solo la Rivoluzione ha trionfato, nella sostanza, ma sui suoi principi
si è allineata l’Europa intera.
Qualcosa di analogo è avvenuto
col Psi. È stato accusato di una colpa che avevano
tutti, Pci compreso; è stato sconfitto e cancellato;
è stato trattato come una malattia di cui guarire e si è
arrivati all’orrore di vedere persone che si vergognavano di essere
state amiche di Craxi. Per non parlare di altri che, pur essendo
stati il braccio destro del Segretario, come Giuliano Amato, non
avevano mai sentito parlare di tangenti e ricordavano appena il
passato. Craxi chi? La storia però è andata avanti ed
ha costretto tutti a vedere ciò che i liberali vedevano dal
tempo di Lenin: che il socialismo è un ideale di libertà
solidale, mentre il marxismo in concreto è un collettivismo
liberticida che cerca d’applicare una teoria economica disastrosa.
Il crollo dell’Unione Sovietica ha reso il comunismo arcaico e obsoleto,
impresentabile e doloroso come un trapano a pedale. Così, dopo
che Amato non si è accorto d’essere stato amico di Craxi, abbiamo
avuto Veltroni che non s’è accorto d’essere stato comunista.
Ai comunisti non è rimasto che
rinunciare al loro nome. Lo hanno fatto con Occhetto e tuttavia,
mentre abbracciavano un ideale di sinistra moderata – cioè
un ideale socialista – da un lato non hanno avuto la decenza di
levarsi il cappello dinanzi a questa grande ideologia, dall’altro
non hanno perso la vecchia mentalità: loro rimangono i
migliori e non hanno bisogno di pescare idee altrove. Per questo, invece
di dichiararsi socialisti, si dichiarano democratici. Come se gli
altri fossero antidemocratici. E invece di riconoscere che i socialisti
erano coloro cui la storia aveva dato ragione, li hanno esclusi
dalla loro coalizione. Hanno preferito Di Pietro, in mancanza di Barabba.
E che cosa hanno ottenuto? Una disfatta totale. Politicamente la peggiore
dai tempi del 1948 e del 1951.
Ciò malgrado, in Italia rimane
valida l’assurda tendenza a riunire sotto l’unico concetto
di sinistra tre tendenze affatto diverse. I partiti dell’Arcobaleno,
simili all’inglese Società della Terra Piatta, che non
si sono accorti di Copernico; Il Pd, paradigma dell’ambiguità,
che del Pci e della Dc sembra avere ereditato i peggiori difetti;
infine l’ideale socialista, che tanto successo ha in larga parte
del mondo ma non in Italia. E dunque, se domani si votasse, molti,
sentendosi di sinistra, si turerebbero il naso e voterebbero Pd.
Che cosa può fare oggi un Psi?
Forse non molto. Il suo posto è abusivamente occupato
dal partito di Veltroni e nelle elezioni si scontra con
uno sbarramento elettorale capace di eliminare dal panorama
politico ben tre formazioni in un sol colpo, anche se riunite
in un pubblicitario Arcobaleno. Quello socialista, malgrado i
suoi molti errori passati, è un partito decente, moderato,
che ha il suo equivalente – spesso vincente – nella maggioranza dei
Paesi democratici: ma in Italia è ridotto ad essere un gruppuscolo.
E non si vede come uscirne. Solo per non chiudere su una nota di pessimismo
senza luce, si fanno due ipotesi.
La prima, flebile speranza, è
che il Pdl accetti un apparentamento, in modo da convincere
gli elettori che il voto per il Psi non è disperso, e
da consentire allo stesso Psi di far sentire la sua voce. Del resto,
quel partito ha già, nel suo seno, moltissimi ex-socialisti.
L’altra e più naturale ipotesi
è che questa stessa operazione sia realizzata col Pd.
Purtroppo, questo partito sembra vittima, come Ercole, d’una
follia autodistruttiva. Inoltre è afflitto da un’inguaribile
arroganza autoreferenziale. Dovrebbe riconoscere i suoi errori
passati, dovrebbe proclamarsi esso stesso socialista e cooptare
il Psi, socio fondatore, consentendogli di mantenere il suo simbolo
e la sua storia: ma ci sono poche speranze che ciò avvenga.
Gli ex-comunisti si sentono, oggi come sempre, la crème de
la crème. Non solo non chiedono scusa a nessuno, ma si considerano
destinati per diritto divino a distinguere il bene dal male. Gli
ex-democristiani della Margherita, poi, o sono catto-comunisti,
ed hanno gli stessi vizi, oppure temono i socialisti in quanto portatori
di valori laici e progressisti.
Forse il Psi ha poche speranze, ma è
certo che l’Italia ha anch’essa poche speranze di avere una
sinistra veramente moderna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
agosto 2008
ATTO
UNICO
Il
1995 è un anno molto vicino alla tempesta di
Tangentopoli. Gianni Pardo scrisse allora un testo che
può servire a discutere di quell'interessante periodo,
dal titolo "Il Granello di Sabbia".
Capperi!, in occasione delle vacanze
estive, ha deciso di farvene regalo.
Clicca qui.
LE
SOTTIGLIEZZE DI ICHINO
Pietro Ichino, sul “Corriere” del
9 agosto, riconosce l’ “effetto Brunetta” sull’assenteismo
degli statali, ma aggiunge che esso non è tutto e non basta.
Bisogna riorganizzare l’amministrazione dello Stato, renderla
più efficiente, ecc. Non ha torto. Tuttavia l’articolo
è fastidioso, come avviene ogni volta che, di fronte ad
un miglioramento, ci si vuole mostrare pensosi e sottili, andando
a scovare una critica. Si pensa a quei competenti di balletto
che, invece di estasiarsi dinanzi ad una perfetta esecuzione del
“Lago dei Cigni”, vi fanno notare che la mano sinistra della prima ballerina
non aveva col corpo l’angolazione ideale, nel pas de deux.
Cose che inducono a chiedersi se certe persone vanno ad uno spettacolo
per goderselo o per vedere che cosa potranno criticare.
Per l’articolo di Ichino il sentimento
di fastidio nasce non tanto da ciò che c’è,
ma da ciò che manca: l’applauso per Brunetta. È
inutile che lui concluda notando che si è parlato troppo
di forbici e di frusta: i lettori hanno avuto per anni un tale anelito
di vedere usare le forbici e – perché no? – la frusta, che
non ne hanno ancora abbastanza e sono felici di questo inizio. “Intanto
i fannulloni facciamoli andare al lavoro”, pensano; “poi, se batteranno
fiacca, almeno la batteranno in ufficio. E chi dice che i colleghi
non li costringano a lavorare, una volta che li hanno sottomano?”
È strano che una persona intelligente
come il giuslavorista scivoli su questa buccia di banana.
Se un giorno si realizzerà il Ponte sullo Stretto, sicuramente
qualcuno scriverà che, con esso, si è perduta l’occasione
di quei venti minuti di crociera sul mare blu dello Stretto;
l’occasione di sgranchirsi le gambe per chi ha guidato per ore ed
ore; perfino l’occasione di andare a prendere un caffè nel
bar del traghetto. Tutte cose giustissime, per chi le scrive a Milano
o a Roma. Ma tutte cose che manderebbero in bestia chi ha fatto tante
volte l’esperienza dell’attesa del traghetto sotto il sole, chi
si accorge, dovendo ancora fare settecento chilometri, di avere perso
quaranta minuti per percorrere tre chilometri. A questo automobilista
imbufalito chi avrebbe il coraggio di andare a parlare di una “crociera
di venti minuti” sul “mare blu dello Stretto”?
Ecco quello che non va nell’articolo,
non avere digerito una delle massime di Deng Xiao Ping:
“non importa che il gatto sia bianco o nero, l’essenziale
è che prenda i topi”. Con tutto il rispetto per i critici
di Brunetta, si avrebbe voglia di dirgli: intanto speriamo
che duri. Quando saremo sicuri di avere realizzato questo progresso,
prima ringrazieremo questo piccolo ma fattivo ministro, poi,
ma solo poi, gli chiederemo di proseguire nell’opera di bonifica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 11 agosto 2008
“DIMENTICATEMI”
“Dimenticatemi”, pare abbia detto
in questi giorni Prodi ai giornalisti. Che è un po’
come un condannato reputasse necessario dire al plotone d’esecuzione:
“Sparatemi!”. Per questo, anche se a molti è stato antipatico
o peggio, si può sentire un po’ di comprensione, per lui.
In “La vida es sueño” (Calderón
de la Barca) si fa credere al principe Sigismondo, prigioniero
in una torre, di avere sognato di essere a corte, ossequiato
ed obbedito da tutti. Nella realtà è il padre che
l’ha drogato e fatto risvegliare a Corte, per vedere se è
o no adatto a regnare. Anche Cartesio ha scritto che è
impossibile distinguere il sogno dalla realtà, rinviando
a Dio la soluzione del problema. Tutto questo viene in mente
a proposito di Prodi. Dopo essere stato per anni il personaggio
principale del centro-sinistra, è ricaduto nel nulla e
farebbe bene a non dire: “Dimenticatemi”; rischia di sentirsi
rispondere: “Già fatto”.
La sua parabola è degna di
commento. Non è stato il primo ad essere messo da parte,
dopo un momento glorioso. È avvenuto ad un grandissimo
politico come Churchill o ad un gigante come De Gaulle. Ma
questi grandi, pur nell’esilio dal potere, sapevano di avere
un posto nella storia. Nelle loro case di campagna potevano godersi,
da vivi, la celebrità che non li avrebbe abbandonati da
morti. Sapevano di essersi guadagnata una fama e una gratitudine
imperiture. A Prodi capita l’inverso: sperimenta da vivo l’oscurità
di quando sarà morto. È stato già cancellato dal
registro dei presenti. È perfino ricordato con imbarazzo da
chi, prima, l’ha innalzato ai più alti fasti: e dunque è
peggio che dimenticato.
Romano Prodi non è un genio
nel senso corrente del termine. Per molti anzi è
un mistero come sia riuscito a raggiungere certe cariche.
Ma la sua genialità si è manifestata nella capacità
di farsi gli amici giusti al momento opportuno, nella capacità
di servirsi dell’amico A per salire un gradino, e poi dell’amico
B per salire un secondo gradino, senza farsi nemici né l’uno
né l’altro, ed anzi tessendo una rete d’amicizie da sfruttare
al momento opportuno. Al livello più basso si chiama carrierismo,
al livello di Prodi è genialità.
Il suo massimo successo l’ha avuto
quando è riuscito a proporsi come il “senza partito”
al di sopra dei partiti; l’uomo capace di fare i propri interessi
ma anche e soprattutto quelli di chi l’ha elevato ad un posto
di responsabilità; il politico capace di presentarsi come
un realista che offre la garanzia di avere poche idee e per giunta
flessibili; infine come qualcuno che non avrebbe fatto ombra
ai suoi kingmaker. Prodi, nelle intenzioni dell’Unione, sarebbe
dovuto essere sempre e soltanto l’uomo dei maggiorenti. Uno che
da loro otteneva la sua forza e che per loro l’avrebbe usata. Ecco
perché le rare volte in cui, durante l’ultima legislatura,
ha fatto la voce grossa (come nel “Dodecalogo”), ed ha detto “Qui comando
io!”, a sinistra il risultato è stato un ghigno represso.
La situazione è stata sempre
chiara. Ma forse non è stata chiara a lui. Nessuno
può facilmente ammettere di essere soltanto, e per tutta
la vita, un uomo di paglia. Alla fine avrà creduto anche
lui al prof.Prodi, al Ministro Prodi, al Presidente Prodi, al Primo
Ministro Prodi. E ora, come può accettare d’essere un prigioniero
nella torre, un nessuno senza importanza? Lui che ha disprezzato
Berlusconi e non gliel’ha certo mandato a dire, vive il contrasto
fra il Cavaliere che ha un potere che nessuno ha mai avuto nell’Italia
Repubblicana, e se stesso, una persona di cui si vergognano persino
le mezze calzette della Margherita. Oggi è obbligato
a guardare il proprio personaggio afflosciato per terra come un
palloncino bucato.
Il vecchio Menandro ammoniva che “Muor
giovane colui che al Cielo è caro” ma noi siamo lieti
che Prodi sia in buona salute e ancora oggi valido ciclista.
Quel che è certo è che se la sua vita si fosse conclusa
mentre era ancora a Palazzo Chigi, soggettivamente avrebbe potuto
vederla come una serie di successi. Oggi invece deve contemplare
la propria sconfitta, ed anche la più evidente dimostrazione
della natura apparente dei suoi precedenti trionfi. A volte il
destino è crudele.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 10 agosto 2008
Benvenuti
Italiani “sì plego”
Il “Dragone fa paura” e di fronte
alla paura come sempre gli italiani si dividono in repubblicani
e partigiani, in coraggiosi solitari, ritenuti pazzoidi,
come la ministra Giorgia Meloni, giovane, intelligente e senza
peli sulla lingua e la moltitudine dei pavidi protesi al compromesso
ed all’ipocrisia. Anche in Cina ed anche con la Cina saremo italiani,
pronti a gridare al deserto la nostra indignazione e pronti
a scusarci non appena il Golia di turno si avvicina pericolosamente.
Il pericolo di squalifiche, di umiliazioni diplomatiche e politiche,
di distacco di accordi economici con centinaia di grandi nomi
in Italia che operano in Cina, grazie al basso costo degli operai
cinesi utilizzabili da tutti come factotum di quattordici ore al
giorno…Tutti hanno paura. Nomi e cognomi.
Ha paura il ministro Frattini
che sarà presente perché non può sputtanare
holding di miliardi di fatturato che potrebbero rischiare
molto e fargliela pagare altrettanto cara. Ha paura l’imprenditoria
che spera ancora in questo porto franco per fare affari buoni
per tutti, con bassi costi, evasioni possibili e via dicendo.
Hanno paura il CONI ed il sig. Petrucci, già sfigurato
dai numerosi scandali doping che invitano tutti a “trasformare lo
sport in un’occasione per far risaltare i valori del rispetto reciproco
e della fratellanza”, già ma solo quando si è in vena
di buonismo, riservandosi di “non mischiare politica e sport”,
quando la politica è denuncia di condannati a morte fucilati,
di aerei cinesi che sorvolano il Darfur ammazzando inermi, di terremoti
ed incidenti nelle miniere nascosti al mondo e mistificati per i
parenti, di monaci e religiosi trucidati in Tibet e Birmania con la
supervisione dell’Olimpica Cina. Chiacchiere, solo chiacchiere! Abbiamo
paura, viviamo nella paura ed andremo in un mondo surreale a far
sembrare che tutto sia bello e spettacolare. Da Italiani. Il Tg1
mette la bandiera olimpica in sovrimpressione, i giornalisti proveranno
a parlare di sport, il Papa grida alla fratellanza mentre la Chiesa
Cattolica viene mangiata dalla Chiesa patriottica, chi dice “bah”,
al meglio viene rimpatriato ed al peggio incarcerato chissà
dove e perché. “Welcome”. Benvenuti ospiti, sarete graditi
se farete tutto quello che vi diremo di fare, magari anche perdere.
Difficile attendersi un piccolo
gesto di coraggio in un’Italia così tartassata con
tanto da chiedere alla Cina. E’ il prezzo della nostra debolezza,
la libertà. Pensateci quando credete di essere schiavi
degli Usa…Magari solo di loro, salterei di gioia.
Angelo M. D'Addesio
ELIO
VELTRI E LO STATUTO DELL’IDV
Un’intervista di Elio Veltri.
Gli ex-amici a volte sono più velenosi dei costanti
nemici, ma qui si pone un problema giuridico e finanziario al
quale si amerebbe sentir dare una risposta seria.
G.P.
"Tutti i maneggi del mio ex amico Di Pietro"
Elio Veltri accusa l'ex pm: "L'Italia
dei valori è una gravissima anomalia. Ha blindato il
partito per incassare direttamente i finanziamenti statali.
Ai tempi dei Democratici per Prodi iscrisse al movimento l’intera
via della malavita di Cosenza. Travaglio? O certe cose non
le sa o è distratto..."
Milano - «Di Pietro? Prima
di fare il paladino della società civile dovrebbe spiegare
agli italiani i maneggi che si nascondono dentro il suo
partito». Elio Veltri è l’ex amico storico di Antonio
Di Pietro. E come tradizione vuole, ha qualcosina da dire
sull’ex pm.
Ma con Di Pietro ci parla ancora?
«No».
Come mai, se posso... «Può.
Me ne sono andato nel 2001, quando ero il vicepresidente
dell’Idv. Da allora non ho più rapporti. I motivi della
rottura erano legati alla gestione del movimento, alla scelta
delle persone, agli incarichi dati a personaggi che secondo me in
un movimento come quello che si era proposto di cambiare l’Italia
dal punto di vista morale, erano diciamo... inadeguati».
È cambiato qualcosa, da
allora? «No. Anzi, ho scoperto fatti molto gravi
che riguardano la gestione del partito».
Si riferisce all’inchiesta del
Giornale di qualche giorno fa? «Non solo. In questo
momento l’Idv rappresenta la più grande anomalia italiana
tra i partiti».
Addirittura? «Lei ha mai
letto lo statuto?».
Ehm, ahimé no. «Glielo
leggo. All’articolo 2 c’è scritto che “l’associazione
Italia dei Valori - che oggi è composta da Di Pietro,
dalla moglie Susanna Mazzoleni e dalla tesoriera Silvana Mura
- promuove la realizzazione di un partito nazionale”. All’articolo
10 si legge: “La presidenza nazionale del partito spetta al
presidente dell’associazione”. Stesso discorso per la tesoreria».
Scusi. Questo vuol dire che il
partito è nelle mani dell’ex pm? «Assolutamente.
Facciamo un’ipotesi di scuola. Se Di Pietro convocasse un
congresso, e venisse sfiduciato dal 98% del partito, lui resterebbe
in sella... Per andarsene, dovrebbe essere sfiduciato dall’associazione.
Questa è un’anomalia enorme, di fronte alla quale tutte
le grandi questioni della legalità, della giustizia, delle
regole che lui solleva sono carta straccia. Se vuoi fare certe
battaglie non puoi affittare al partito due immobili comprati dall’associazione.
Sa che i soldi del finanziamento pubblico finiscono a loro
tre e non al partito?».
Ma chi deve vigilare sul finanziamento
non dice nulla? «Guardi, la questione l’abbiamo sollevata
di recente con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa. C’è
un’ordinanza del giudice civile di Roma dove si legge: “L’associazione
è nettamente distinta dal partito, non può chiedere
finanziamento pubblico”. Nel 2006 la Camera, quando gli è
stato fatto presente il problema, ha fatto finto di niente. Tutta la
presidenza della Camera di allora, Bertinotti compreso. Bisogna
porre la questione della responsabilità giuridica dei partiti».
Beh, sebbene sia entrato in politica
relativamente da poco, Di Pietro si sa muovere bene...
«Pensi che sono stato io a invogliarlo a fare politica.
Lui mi diceva che volevo un partito di duri e puri, in realtà
io volevo un partito di persone corrette. Ecco perché me
ne sono andato».
Se n’è pentito? «Di
averlo spinto, sì. Di essermene andato no».
I momenti di attrito maggiori? «Quando i Ds lo candidarono
al Mugello contro Giuliano Ferrara. Gli dissi: “Se ti eleggono
loro, te lo rinfacceranno per tutta la vita. Se vuoi candidarti
devi andare dove i Ds hanno il 20%”. Non mi ascoltò...».
Fu l’ultimo prima della rottura?
«No, ce ne fu almeno un altro. Quando abbiamo fatto
i Democratici con Prodi, lui pretese l’incarico di responsabile
dell’organizzazione. Lo sconsigliai, gli dissi “i grandi leader,
da Berlinguer a Prodi, non lo fanno”. Niente da fare. Poi un giorno
scoprii che da via Popilia a Cosenza, la strada della criminalità,
arrivarono 241 iscrizioni. Lo scontro che ne seguì, ovviamente,
fu inutile».
Scusi, ma Travaglio le sa queste
cose? «Mah, sarà distratto, bisogna chiederlo
a lui. Marco è stato sempre amico mio e lui è
stato sempre amico di Di Pietro».
L’elenco degli ex Idv è
lungo. Secondo lei chi sarà il prossimo? «L’unico
fesso sono stato io, avrei potuto fare il deputato a vita. Non
credo andrà via nessuno, perché ormai c’è una rendita
di posizione consolidata. Ma il saldo del turn over, chiamiamolo così,
è certamente negativo».
Ma perché non scrive un
libro su Di Pietro? «In effetti sono stato tentato,
ma penso che non ne valga la pena. E comunque qualcosina l’ho
già scritta nel libro Il topino intrappolato edito da Longanesi.
Il capitolo si intitola: “Di Pietro, un caso a se”».
Da ex socialista, le dispiace
vedere Ottaviano Del Turco in carcere? «Mi auguro
che possa dimostrare la sua innocenza, ma sono anche convinto
che l’inchiesta è abbastanza solida».
Per la scomparsa del Psi sarà
un po’ a lutto, almeno. «È la più grande
tragedia politica italiana. Nell’81 mi scontrai con Bettino
Craxi e me ne andai. Aveva una chance e l’ha buttata via. Se a
distanza di anni il Psi fosse al 35%, allora sì, mi sentirei
un cretino».
Che ne pensa dello scontro tra
politica e magistratura? «La magistratura fa il
suo mestiere, escludo che certi pm siano mossi da moventi politici.
Se fosse vero sarebbe gravissimo».
Tra Craxi e Di Pietro, chi butterebbe
dalla torre? «Oggi? Tutti e due».
felice.manti@ilgiornale.it
PASSATO E PRESENTE
DELLA SINISTRA
Gli uomini ci mettono molto tempo,
ad apprendere la lezione dell’esperienza. Purtroppo,
una volta che l’hanno appresa, hanno tendenza ad applicarla
anche quando la situazione è cambiata ed essa è
inadeguata. Il caso della sinistra in Italia è emblematico.
Per decenni, durante il lungo periodo del bipartitismo imperfetto
Dc-Pci, la sua politica è stata semplice e redditizia:
criticare il governo qualunque cosa facesse o dicesse. Del resto,
aveva la garanzia di non essere mai chiamata a fare di meglio.
Quando poi, prevalentemente per via giudiziaria, è riuscita
sia ad eliminare il nemico (la Dc) che l’alleato (il Psi), ed
è stata costretta a governare, lo ha fatto di mala voglia.
Per troppi anni aveva criticato qualunque azione ed ora aveva mala
coscienza, all’idea di decidere qualcosa. Era pronta ad ascoltare
le proteste sia provenienti dalla società che dal suo stesso
seno. Durante l’ultimo esecutivo Prodi si è arrivati all’assurdo
di ministri che partecipavano alle manifestazioni di piazza contro
il governo. Il fatto è che ci si era allenati per troppo
tempo a dire no, a criticare e a chiamare con disprezzo “decisionismo”
qualunque tentativo di azione (per esempio di Craxi):
per questo ora ci si condannava
all’ “indecisionismo”. Qualcosa si riuscì a fare
solo dal punto di vista fiscale, in odio “ai ricchi”, cioè
alla maggioranza degli italiani, riuscendo così ad ottenere
ineguagliati picchi di impopolarità. Tutto questo
fino al gennaio del 2008.
A questo punto della sua storia
la sinistra ha una presa di coscienza che ha del miracoloso:
il futuro – comprende - è nel cambiamento rispetto
al passato; nel distacco dalle frange più massimaliste,
per non dire demenziali della sinistra; in un rapporto più
sano con l’eventuale maggioranza. Ed ecco nasce il Pd, partito
che non si allea con Prc, Pdci e Verdi, condannandoli alla Geenna,
dove c’è pianto e stridor di denti, e si presenta come un’assoluta
novità. Ma si ripete il vecchio fenomeno storico per
cui non sempre gli attori sono all’altezza della commedia che mettono
in scena. Bruto e Cassio hanno saputo tenere in mano un pugnale ma
non hanno saputo gestire l’eliminazione di Cesare. I dirigenti
del Pd commettono prima l’errore di fare spazio a Di Pietro – ridando
nuova vita all’opposizione gridata e irragionevole che avevano
detto di voler eliminare – e poi l’errore di una condotta moscia,
indecisa, parolaia. In totale poco credibile. E qui si inserisce il dramma
personale del “povero Veltroni”, come lo chiama oggi Andrea Romano,
sulla Stampa.
Uomo
d’indole mite e di parola moderata, il nuovo Segretario
viene scelto per acclamazione probabilmente perché
Prodi è bruciato dalla prova pratica, D’Alema o altri
sembrano troppo “comunisti” ed altri ancora, per la grande massa
degli italiani, sono sostanzialmente degli sconosciuti. Purtroppo,
come dicevano i romani, ubi commoda ibi incommoda, ogni cosa
ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi: Walter ha i difetti delle
sue qualità. È naturalmente sorridente e gentile,
ma proprio per questo è inadeguato a rispondere a muso
duro alla furia popolaresca di un tribuno della plebe come Di
Pietro. È moderato e conciliante, ma proprio per questo
dà la sensazione di non avere idee, o di averle flessibili
fino all’inconsistenza. Il risultato è che si può
parlare del “povero Veltroni”, mentre nessuno mai parlerebbe del
povero D’Alema e, men che meno, del povero Berlusconi. E tuttavia,
chi si poteva ragionevolmente aspettare da lui la risolutezza di
un vero leader?
La colpa dell’attuale situazione,
nel Pd, è probabilmente un po’ di tutti. Si
stenta a prendere coscienza della fine dell’efficacia
di un’opposizione “a prescindere” o delle continue denunce di
incostituzionalità, di pericoli di fascismo e regime.
Non si comprende che bisognerebbe scaricare Di Pietro una volta
per tutte, dichiarando sin da ora – come si fece per i partiti
dell’estrema sinistra – che non ci si alleerà con lui alle
future elezioni, checché accada. Se cooptarlo nella coalizione
è stato un errore, si abbia il coraggio di dirlo ad alta voce:
meglio una fine con orrore che un orrore senza fine. Bisognerebbe
poi collaborare con il governo per quei provvedimenti che piacciono
alla maggioranza degli italiani – problema dei rifiuti in Campania,
pubblica sicurezza, lotta all’inefficienza della pubblica amministrazione,
riforma della giustizia e poco altro – attuando invece un’opposizione
senza quartiere per qualche provvedimento che si reputa sbagliato
e che non ha il supporto della maggioranza degli italiani. A Napoli,
guardando una montagna di rifiuti, chiunque sarebbe stato disposto
ad applaudire anche il diavolo, se fosse stato capace di eliminarla.
A che scopo dunque mettersi a criticare la costituzionalità
della competenza esclusiva di una Procura, per gli eventuali problemi
giuridici, quando i cittadini dei problemi giuridici si impipano
e vogliono soltanto non sentire più la puzza dei rifiuti bruciati?
Il Pd avrebbe dovuto smetterla
con le teorie aristocratiche. Avrebbe dovuto cambiare
totalmente politica e presentarsi non come l’opposto del berlusconismo
ma come qualcosa di migliore in concreto. “Prodi non ha potuto
risolvere il problema dei rifiuti, a Napoli, perché aveva
la palla al piede dell’estrema sinistra. Berlusconi c’è riuscito
perché non l’aveva, e anche noi ci saremmo riusciti, se
fossimo stati al governo, adottando gli stessi provvedimenti dell’attuale
governo, e per questo non lo critichiamo. Ma avremmo anche fatto
questo e quest’altro”. Invece no, le vestali dell’opposizione
in ogni caso, i sacerdoti del costituzionalismo duro e puro si sono
lasciati distanziare, rimanendo quelli che il problema non avevano
saputo risolverlo e verosimilmente, se avessero vinto le elezioni,
non l’avrebbero risolto neppure ora.
La conclusione è sconsolata.
Sulla sinistra sembra pesare la maledizione di un passato
che non passa, di pregiudizi duri a morire, di una mancanza
di coraggio che ne fa uno stanco partito conservatore. Colpa
di Veltroni? Forse no. Ma gli dei sarebbero più benevoli
se mandassero a questo partito un vero Capo, uno capace di governare
gli avvenimenti piuttosto che esserne governato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 6 agosto 2008
I MOTORI ALTERNATIVI
La crisi energetica pone il
problema in modo diverso per le installazioni fisse
e per quelle mobili. Per le installazioni fisse, il problema
non è irresolubile. Da un lato il carbone – malgrado
gli ovvi problemi che l’uso ne presenta – sarà ancora
disponibile per molto tempo. E a carbone possono anche funzionare
le centrali elettriche. Dall’altro esiste l’energia nucleare,
anch’essa suscettibile di notevoli sviluppi: basti dire che
è divenuto lecito parlarne perfino in un paese ideologizzato
e disinformato come l’Italia.
Il problema invece è
di difficile soluzione per le installazioni mobili.
Qui bisogna distinguere la situazione sul mare, nel cielo o
sulla terra. Le navi, se abbastanza grandi, potranno permettersi
un reattore nucleare. Comunque, grandi e piccole possono tutte
permettersi un ritorno al carbone, anche se questo imporrà
ad alcuni marinai condizioni di lavoro che si reputavano ormai
impensabili. Viceversa non è concepibile un aeroplano che
vada a vapore. Né si può volare con motori elettrici,
perché non si è risolto (dall’Ottocento!) il problema
dello stoccaggio dell’elettricità. Un aeroplano dunque
o vola con un combustibile liquido o sta a terra. Tuttavia, dal
momento che il consumo di energia per gli aeromobili è una
piccola frazione del totale, si può concepire che essi continueranno
ad andare a petrolio anche quando gli altri mezzi di locomozione ci
avranno rinunciato da tempo.
Le maggiori difficoltà le presentano
le installazioni mobili sulla terra. Per i grandi mezzi,
per esempio le locomotive, si potrebbe tornare al carbone. Ma per
i piccoli mezzi privati – l’automobile, insomma – un motore
a carbone è impensabile, anche se l’auto a vapore è
esistita e – sia detto di passaggio – il termine chauffeur significa
appunto “riscaldatore” Ma quel prototipo è stato presto abbandonato
e i motivi sono ovvi. L’alternativa più ragionevole ai carburanti
derivati dal petrolio sono quelli derivati da vegetali – ma c’è
un problema di costi e di uso per fini alimentari - e il gas metano:
ma per quest’ultimo bisognerebbe sapere di quali e quante scorte si
dispone nel mondo. In realtà, ciò cui pensano tutti,
in questi casi, è l’automobile elettrica o ad idrogeno. E purtroppo
è pressoché un vicolo cieco.
Un veicolo elettrico sarebbe
facilissimo da costruire, anzi, ne sono già stati
costruiti parecchi modelli. E funzionano: basti dire che
i filobus esistono da molti decenni. I problemi in realtà
sono l’alimentazione e il rifornimento. L’alimentazione richiede l’uso
di molti e pesanti accumulatori, tanto che la macchina sarebbe
già stanca di portare se stessa prima ancora di portare passeggeri
o merci. Inoltre, una volta esauriti gli accumulatori bisogna star
fermi molte ore per ricaricarli. Questo spiega perché da un
lato si è riusciti ad andare sulla Luna, dall’altro i veicoli
elettrici sono rimasti confinati al trasporto dei bagagli nelle stazioni.
L’idrogeno invece sarebbe
un combustibile ottimo: non inquina, non richiede lunghi
tempi di carica, ha una buona resa energetica. Ma anche qui
ci sono delle obiezioni. Il fatto che non inquini non è
del tutto vero: l’inquinamento è solo delocalizzato.
L’idrogeno infatti non esiste allo stato libero e dunque bisogna
produrlo con l’elettrolisi, partendo dall’acqua; per far
questo ci vuole molta elettricità; per questa elettricità,
se è prodotta col carbone, si è costretti a provocare
un notevole inquinamento. Inoltre è vero che quel gas
non richiede lunghi tempi di carica, ma maneggiare idrogeno liquido,
forse a centinaia di gradi sotto zero, non è che sia problema
da poco. Infine c’è il problema del costo, che fino ad oggi
è stato ritenuto assolutamente proibitivo. Se così non
fosse stato, l’automobile ad idrogeno circolerebbe da tempo sulle
nostre strade. Il problema non è il motore, è il carburante.
Il futuro è inconoscibile
e, per una volta, potrebbe riservare all’umanità
qualche lieta sorpresa. Per esempio batterie di grande capacità,
leggere ed istantaneamente ricaricabili. Le aspettiamo
da oltre un secolo e sulla base dei dati attuali non ci si può
permettere alcun ottimismo. Bisogna dunque realisticamente
prevedere da prima una notevole rarefazione dell’uso degli autoveicoli:
con la benzina a cinque euro al litro, quante persone si permetterebbero
la gita fuori porta, la domenica? Quanta gente riscoprirebbe
che si possono anche fare due chilometri a piedi? In seguito, con
l’esaurirsi del petrolio, sarà necessario cambiare modello
di vita. Per fortuna – se fortuna è – la maggior parte di
noi non ci sarà più. Ma chi nasce oggi farebbe bene
a tenersi in forma, fisicamente.
L’argomento dovrebbe essere
trattato da ingegneri: speriamo che ce ne siano fra i
lettori e che correggano le affermazioni qui contenute, se
sono sbagliate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- agosto 2008
Israele salvaci!
Le redazioni dei media italiani
sono una forza della natura, siano esse di destra,
sinistra, centro, riescono ad accordarsi, senza parlare,
sulle notizie da dare e quelle da imboscare magistralmente.
Di solito vengono date e ridate fino alla nausea, con l'aiuto
di Youtube se necessario, notizie su Israele contro palestinesi,
se Israele puo' essere colpevolizzato.
Il caso del pollicione palestinese
tumefatto da una infida pallottola di gomma israeliana
sparata da un ancora piu' infido soldataccio israeliano,
ha fatto per giorni il giro dei media, cartacei, sul web, in TV.
Tutti a parlare del ditone
gonfio.
I commenti dei lettori o ascoltatori
non si contano ed e' meglio non ricordarli poiche' la
parola piu' bella, rivolta a Israele e' stata "nazista",
sulle altre e' meglio stendere un velo perche' irripetibili.
Non vengono date invece le
notizie di palestinesi contro palestinesi o vengono
risolte in poche righe quasi un lancio di agenzia, nessun commento,
della serie "si lo scriviamo perche' dobbiamo ma voi, gente,
dimenticate subito. Sciocchezze, sono sciocchezze,
quisquillie, robetta, niente di interessante".
L'ordine arafattiano di molti
anni fa "scriverete solo quello che diro' io" e' ancora
attuale e allora le redazioni vagliano : al pollicione
si deve dare molta visibilita' perche' tutto serve per calunniare
Israele e Zahal.
Sulla guerra civile tra palestinesi,
sugli assassini di donne e bambini palestinesi da
parte di altri palestinesi, sulla ferocia dell'odio tra fazioni
della stessa popolazione meglio fare silenzio e parlare delle
Olimpiadi e dello smog cinese.
Vietato scrivere notizie negative
dei palestinesi, sono il popolo nullafacente piu' amato
del mondo, sono le vittime per eccellenza e, se si ammazzano
tra loro e non si puo' incolpare Israele, allora e' obbligatorio
il silenzio.
Pochi sanno che da quando
a Gaza ha preso il potere hamas, organizzazione terroristica
tra le piu' pericolose al mondo , vicina ad Al Queda, e' in
atto una guerra civile che non risparmia nessuno, i miliziani fanno
irruzione nelle case e ammazzano a piacere quelli che gli stanno
antipatici, sparano per le strade, in un anno centinaia
di morti fra cui molti bambini.
Gli ultimi scontri hanno fatto
9 morti, piu' o meno, perche' sappiamo solo il numero
deciso da loro; le fonti palestinesi, che tanto piacciono
all'ANSA, sono sempre molto...inesatte.
Nove morti tra qui una bambina,
piu' di 80 feriti, il tutto in una giornata di sparatorie
per le strade, tra le case, dentro le case.
Morti, feriti e fuggitivi
ma dei fuggitivi proprio nessuno ne parla, assoluto
silenzio.
Sui giornali e nemmeno tutti,
la notizia viene data a fondo pagina, un trafiletto
che nessuno avra' letto, ai tiggi non ne hanno accennato.
Silenzio e sapete perche'?
Eh eh, Indovina indovinello!
Perche' i fuggitivi, alcuni
vestiti da donna, veli svolazzanti, sono scappati in
Israele!!
In Israele????
Si, in Israele!!!!
Ma come, Israele non e' il
nemico???
Ma come, se un israeliano,
per sbaglio, sconfinasse nei territori palestinesi non
troverebbero di lui nemmeno un'unghia.
E' successo molte volte quando,
all'inizio della guerra scatenata da Arafat, gli israeliani
ancora non pensavano che l'odio fosse stato ben digerito
dalla popolazione e andavano fiduciosi "di la'" per comprare
piante, riparare le macchine dall'amico meccanico, avevano
amici, andavano a mangiare humus nel ristorantino conosciuto
cui erano affezionati.
Non e' tornato indietro nessuno.
Tutti morti ammazzati.
E questi 180 palestinesi,
questi 180 nemici pronti ad ammazzarci senza nessun
problema, sono entrati in Israele per salvarsi la vita e Israele
li ha accolti?
E i feriti li ha ricoverati
in ospedale?
Ma siiii, e' successo proprio
questo!
E non e' nemmeno la prima
volta.
Avete presente il Settembre
nero, Arafat che voleva fregare il trono a Re Hussein
e prendere il potere in Giordania?
Avete presente la strage
di palestinesi che ne e' seguita, ordinata dal Re incazzatissimo?
Ne hanno uccisi dai 20.000
in su e sarebbero stati molti di piu' se Ariel Sharon
non li avesse fatti entrare in Israele per salvarli dai soldati
giordani.
Cosa? se ci hanno ringraziato?
Si, come no! A modo loro,
una bombetta qua, un kamikaze la', qualche gola squarciata,
qualche migliaia di migliaia di attentati, insomma, ringraziano
come sanno.
Dunque, non perdiamo il filo,
faccio un breve riassunto:
i palestinesi di tutte le
fazioni , quando si tratta di ammazzare israeliani,
vanno a braccetto, d'amore e d'accordo.
Negli intervalli gli stessi
palestinesi si ammazzano l'un l'altro e fanno guerriglia
tra loro per mantenersi in esercizio e sentire l'odore del
sangue.
L'altro giorno una parte di
questi angioletti, non pochi, centottanta miliziani,
guerriglieri, terroristi, scegliete la definizione che piu'
vi piace, ha avuto la faccia di bronzo di chiedere asilo
al paese di cui auspicano e cercano l'eliminazione e Israele
gli ha dato asilo, gli ha fatto togliere i veli donneschi
nel caso sotto vi fossero giubbotti esplosivi o altro, li ha
rifocillati, dissetati, ha portato in ospedale i feriti.
Poi qualcuno ha telefonato
a Abu Mazen per chiedergli di riprenderseli e Abu Mzen
ha risposto "Non ci penso nemmeno".
Dopo varie discussioni
e' stato deciso che una parte sarebbe stata portata
a Gerico e altri pochi, una trentina, sarebbero rientrati
a Gaza dopo aver avuto la promessa che non li avrebbero accoppati
o imprigionati.
Attenzione, se dico "promesse
da arabi" mi urlano che sono razzista, allora dico "promesse
da marinaio' e mi scuso con i marinai...infatti hamas ha
mantenuto marinarescamente la parola data e..... li ha sbattuti
tutti in prigione.
Bene, della generosita' di
Israele nell'accogliere e curare i suoi nemici minacciati
di morte dai loro "fratellini arabi", neanche una parola
sui media, niente proprio.
Indovinate invece cosa e'
rimasto di quanto accaduto sui media italiani.
Potete indovinare soltanto
se avete esperienza della faziosita' di certe redazioni.
Mi vergogno a scriverlo, mi
vergogno per loro.
I media italici hanno messo
in evidenza solo il fatto che, prima di farli entrare
in Israele, i soldati hanno chiesto a lorsignori di spogliarsi
per ovvi motivi di sicurezza.
"Israele umilia i palestinesi",
hanno scritto le solite redazioni dei soliti giornali,
senza nessuna vergogna e a me e' venuta la nausea, una
grande nausea, un grande infinito schifo per quella genia mai
stanca di fango, mai stufa di odio, mai sazia di diffamare,
calunniare Israele contro il quale sfoga il suo sporco razzismo.
Israele umilia i palestinesi!
Capito? Non hanno scritto Israele e' generosa anche
con i propri nemici, li nutre li disseta, li cura. NOOOOOOOO.
Israele li umilia, hanno scritto
e non ho parole per definire questa gente, ho solo un
grande, immenso, inesauribile schifo!
Tanta amarezza e tanta tristezza
per l'odio nazista che li opprime, tanta rabbia per la
loro cattiveria e ipocrisia.
Che nausea, ragazzi.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
IL SOGNO E LA REALTÀ
Ogni essere umano giunge sulla
Terra come tabula rasa. Non sa nulla e deve imparare
tutto. Da adulti troviamo naturale saper usare un telefono o
un’automobile, per non parlare del saper leggere e scrivere: in
realtà sono cose che abbiamo apprese, a volte con molto stento.
E se oggi ne parliamo con un sorriso di superiorità è
perché dimentichiamo che poi ci troviamo nella stessa identica
situazione se compriamo un elettrodomestico o un telefonino e
dobbiamo studiarne il funzionamento.
La difficoltà di orientarsi
nella realtà esiste dal punto di vista tecnico e dal
punto di vista intellettuale. Il bambino non distingue
un soldato da un generale, la realtà dal mondo dei disegni animati,
il possibile dall’impossibile, mentre un adulto queste distinzioni
dovrebbe essere in grado di farle. Dovrebbe.
A volte accettare i messaggi
della realtà è supremamente difficile. Se fuori
cade acqua osserviamo placidamente: “Piove”. Se invece non abbiamo
combinato nulla, nella vita, non ci viene altrettanto naturale
concludere: “Sono un fallito”. Eppure quell’espressione l’useremmo
molto disinvoltamente per un terzo. Di una donna brutta riconosciamo
facilmente che “è brutta”, mentre lei di se stessa precisa:
“sono un tipo”, oppure “non ho tempo per curarmi di me stessa come
dovrei”. E se dice “sono brutta” non lo dice come un’ovvia constatazione,
ma come l’annuncio di una catastrofe. In realtà, dal momento
che quella faccia se la ritrova da sempre, e continuerà ad averla,
dovrebbe sorridere: “Sono brutta, ebbene? Non è una novità.
Dobbiamo per forza essere tutti belli?”
La realtà non è
in linea con ciò che vorremmo. Al cinema ci identifichiamo
nel protagonista e troviamo naturale e giusto che trionfi
contro tutto e contro tutti; poi, a casa, lo specchio ci dice
che non gli somigliamo per niente, né nell’aspetto né
nella nostra storia personale. Abbiamo perso più spesso
di quanto non abbiamo vinto. Anche quando avremmo dovuto vincere.
La realtà non è
in linea con ciò che vorremmo. Ci piacerebbe che
tutti gli uomini sentissero il dovere della lealtà e della
solidarietà e l’esperienza ci parla di inganni ed egoismi.
Ci piacerebbe che tutti rifuggissero dalla violenza, ma la
violenza continua a imperversare. Ci piacerebbe che, almeno alla
fine, la giustizia trionfasse, ma non sempre è così.
Ci piacerebbe soprattutto non avere difetti, che tutti ci apprezzassero,
che tutti ci applaudissero, e invece, se la guardiamo con occhio
disincantato, la nostra vita può apparirci come un fiasco.
Qualcuno – forse Oscar Wilde
– ha detto: “Conosco poche cose più crudeli della verità.
Ma non riesco a ricordarmele”. Il senso della realtà
è la caratteristica della salute mentale, ma l’igienismo,
in questo caso, costa parecchio dolore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 30 luglio 2008
PROBLEMI DI METRICA
Il “Corriere della Sera” ha pubblicato
le poesiole di Silvio Sircana, che hanno ovviamente l’intento di scherzare e divertire.
Ciò malgrado, se si adotta un modulo espressivo,
il verso, bisognerebbe saperlo maneggiare. Sircana - per non
parlare della cesura, problema più sottile - commette
parecchi errori di metrica (i testi sono allegati). Per comprendere
le goffaggini si riportano qui i due versi precedenti e quello
incriminato. In “Grugniti”: “deve essere la canzone // Così
con le idee più chiare // Se ne andranno a pranzare”. La poesia
è in ottonari, ma, purtroppo, per il fenomeno della sinafele,
“Se ne andranno a pranzare” non è un ottonario ma un settenario:
Se-nean-dran-noa-pran-za-re. In “Qui si addensa la tormenta”,
anche questa in ottonari: “Già preparan trappoloni //
In un angolo Lamberto // Pensa male, ne sono certo”. Questo ultimo
verso contiene nove piedi invece di otto: pen-sa-ma-le-ne-so-no-cer-to.
“Oh Clemente, Clemente” (settenari): “Tu pari un incoscente (sic)
// Che il dovere non sente // E anzi ora consente”. “E anzi ora
consente” ha sei piedi invece di sette: “Ean-zio-ra-con-sen-te”.
E dire che bastava scrivere “Ed anzi ora consente”, o anche
“E, anzi, ora consente”, invece di fidarsi della superiore cultura
del lettore, che dovrebbe interporre una dieresi fra “E” ed
“anzi”. La poesia “Loft” è apprezzabile per lo sforzo di mettere
in rima parola non italiane. Purtroppo “web” non può far rima
con “Club”, così come “trendy” non può far rima con “dandy”.
Viceversa non sono errori i due versi “È un dovere esser più
trendy” “dei moderni nuovi dandy”, ambedue ottonari, in una poesia concepita
in settenari, perché in realtà la poesia è tutta
in ottonari se consideriamo i monosillabi finali come accentati,
e dunque valenti due sillabe. Il tutto salvo errori od omissioni.
Sircana si rivela uomo di spirito: peccato non avere coltivato un po’
di più la tecnica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 4 agosto 2008
IL PARTITO DI CARTAPESTA
In questi giorni Di Pietro
e soci hanno richiesto un referendum per abolire
il Lodo Alfano e il Pd ha dichiarato che non è disposto
a sostenerlo. Chi non è un corrispondente parlamentare,
chi non ha amicizie fra deputati e i senatori, chi non abita
nemmeno a Roma è difficile che possa fornire notizie riservate
o rivelare retroscena. Ma proprio perché guarda la realtà
politica da lontano, esattamente come da lontano si guardano certi
quadri, può darsi che a volte ne capisca il senso.
È noto che da
molta parte della sinistra quell’iniziativa è
vista come un boomerang. Avrebbe l’intento di proporsi come
un voto pro o contro Berlusconi e proprio per questo comporta
il rischio che si trasformi in un plebiscito per il Cavaliere.
Meglio non contarsi. Ma Di Pietro fa sempre di testa sua e
ci si può chiedere quale possa essere stavolta il suo
intento.
L’ipotesi non è difficile.
Il senatore molisano ha scelto di essere la punta di lancia
dell’attuale opposizione. Ha adottato quella violenza
verbale e quell’estremismo sostanziale che prima erano appannaggio
dell’estrema sinistra. E poiché l’opposizione ha detto
peste e corna del Lodo Alfano ha tratto la conseguenza logica
che, per mantenere la propria visibilità, dovesse spingersi
oltre: se è una legge negativa bisogna abrogarla, ha
detto. E se anche il Pd dice che è negativa non si vede
come poi possa decentemente non appoggiare un’iniziativa che
tenda ad abrogarla. Fra l’altro, le esperienze precedenti gli hanno
dimostrato che nel Pd sono molto riluttanti all’idea di sconfessarlo
e di provocare fratture nell’opposizione: dunque pensava di andare
sul sicuro.
Più difficile
– molto più difficile – è capire il comportamento
del Pd. È vero che molta parte dell’elettorato italiano
è visceralmente antiberlusconiana, tanto che questo
sentimento è stato il collante dell’Unione e dell’intera
sinistra per molti anni; ma è anche vero che la sinistra
antiberlusconiana non è mai stata maggioranza (non certo
al Senato, nel 2006 e solo per sei decimillesimi alla Camera).
Poi, proprio in questi mesi il prestigio della magistratura
è in grave calo. Sicché quel referendum, che pure darebbe
visibilità a Di Pietro, potrebbe rivelarsi un’operazione Tafazzi
per l’opposizione: e allora ecco che il Pd alza le mani al cielo
come quei giocatori di calcio che vorrebbero dichiararsi estranei
ad un incidente. Vorrebbe non essere coinvolto nell’operazione,
come un padre cui dicessero che la figlia si prostituisce in casa.
L’interpretazione che
si dà può essere giusta e può essere sbagliata
ma il Pd è sicuramente goffo. Dà l’impressione,
col suo atteggiamento, di non avere né la forza
di andare contro Berlusconi, sostenendo il referendum, né
la forza di andare contro Di Pietro, sconfessandone l’iniziativa.
Avrebbe potuto dire: il Lodo Alfano è sbagliato, ma
l’esigenza cui risponde è in buona misura giusta, sicché
bisogna cambiare in Parlamento questa legge, non tranciare il
nodo con un referendum. Oppure avrebbe potuto dire: l’opposizione
è rappresentata dall’unione di Pd e Idv, tanto è vero
che quest’ultima aveva promesso (senza poi mantenere) di fare
gruppo unico. Ora si arriva all’assurdo che la mosca cocchiera
vuol dare ordini al conducente e questo è troppo: noi al
referendum voteremo no innanzi tutto perché non l’abbiamo
voluto noi, poi perché non è lo strumento giusto per
questa materia. Insomma avrebbero potuto o cavalcare la tigre, sostenendo
il referendum e correndo enormi rischi, oppure, più semplicemente
e più opportunamente, approfittare dell’occasione per mettere
al suo posto, una buona volta, il ribollente Di Pietro.
Non lo hanno fatto. Perché?
Qualcuno direbbe: perché Veltroni è uomo
di pace e di conciliazione. Spera che Di Pietro metta
giudizio, spera che la buriana passi, spera ancora che il tempo
aggiusti le cose. Ma se questo è l’atteggiamento
suo – e del Pd – è un pessimo calcolo. L’accordo che evita
una guerra è benedetto da tutti, ma l’accordo che la guerra
la fa perdere prima ancora di combatterla proprio no. Il Pd si sta
mostrando, in questi giorni, un partito di cartapesta: cosa che, per
gli eredi di un partito d’acciaio come il Pci, non è il massimo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
. 1° agosto 2008
IL COMUNISMO COME
PATOLOGIA
Un articolo di Giancarlo
Perna, con una nota di G.Pardo, per chi si interessa
del Prc
Dal testo (clicca qui per il testo dell'articolo)
di questo giornalista - famoso per la sua verve spregiudicata - risulta
quanto possa essere allarmante che un partito che deve tentare
una drammatica rimonta abbia alla sua testa un sognatore piuttosto
che un politico.
Sarebbe strano che
un liberale s’impicciasse di stabilire chi possa essere
il migliore dirigente di un partito comunista, ma, partendo
dallo stupore di tutti i giornali, e dalla preoccupazione
per le sorti della sinistra estrema (Niki Vendola ha invocato
l’intervento del 118, il soccorso sanitario), si può
azzardare una tesi che potrebbe essere interessante come tema
da discutere.
L’estrema sinistra
si interroga sulla propria catastrofe elettorale.
Si chiede se non abbia perso gli elettori associandosi con
quei reprobi dei diessini e, peggio ancora, dei margheritini.
Non crede infatti che il proprio peccato sia stato l’eccesso
di massimalismo e l’eccesso di ideologia, si rimprovera
l’eccesso opposto, quasi un imborghesimento. Per questo i delegati
hanno rifiutato Vendola, che rischiava di essere ragionevole e,
qualche volta, plausibile perfino per i non comunisti. Hanno preferito
qualcuno che è fuori dalla realtà come loro, qualcuno
che pensa di vivere nell’anno della pubblicazione del Manifesto
del Partito Comunista, qualcuno che non si è accorto dei
settant’anni di fallimento del regime comunista e del discredito
universale – se pensiamo che si è esteso fino alla Cina – del
modello economico marxista.
E allora – ecco la
tesi da dibattere – si può sostenere che il comunismo
duro e puro non è né una teoria economica né
una teoria politica: è uno stato d’animo. Una forma
nevrotica di rifiuto della realtà in favore del sogno.
In parole povere, una patologia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 30 luglio 2008
IL PIRATA
Nella vita politica
italiana, la presenza di Antonio Di Pietro e dei
suoi parlamentari, che sembrava dovesse essere solo una nota
di colore, si sta rivelando centrale. L’ex-magistrato ha
raccolto da terra la bandiera dell’antiberlusconismo violento
e virulento ed ogni giorno tenta di sostituire da solo il baccano
che un tempo faceva, a proposito di tutto, la sinistra estrema.
Usa la demagogia più smaccata, il linguaggio più
pesante, la contestazione di chiunque – Presidente della Repubblica
incluso – gli si pari davanti e soprattutto senza non tiene nessun
conto della linea del Partito democratico.
Dinanzi a questo
atteggiamento, il Pd avrebbe potuto potrebbe reagire
ponendo a Di Pietro un ultimatum, cioè il ritorno fra
i ranghi o l’esclusione dalla coalizione, oppure tacendo,
minimizzando, facendo appena appena di sì o appena appena
di no con la testa. Se avesse scelto il primo atteggiamento,
probabilmente sarebbe stato costretto alla confessione
di avere commesso un enorme errore, solo un paio di mesi fa.
Ma l’avere scelto l’atteggiamento remissivo non è privo
di conseguenze: la prima delle quali è l’evidenza dell’errore
che si vorrebbe nascondere. Tonino si gonfia come la mitica
rana, esagera quotidianamente e il Pd guarda da un’altra parte.
La gente si chiede se fa questo perché il senatore dice
la verità, e il grande partito non ha il coraggio di dirla,
oppure perché dice scemenze e il grande partito non ha la forza
di bacchettarlo. In ambedue i casi Veltroni e i suoi amici fanno la
figura delle mezze calzette. Fra l’altro, tutti continuano a chiedersi
se questo comportamento dipenda dal fatto che hanno paura di Di
Pietro (“Ma che cosa diamine temono?”), o se hanno accordi sottobanco
con Berlusconi. In Italia comincia ad essere moneta corrente l’affermazione
che non c’è più una sinistra, come del resto ha affermato
Bertinotti. Non c’è più un’opposizione.
Il Pd aveva predicato
che, sia che vincesse sia che perdesse, avrebbe
instaurato un dialogo con la coalizione avversaria. In queste
condizioni, ovviamente, non si azzarda nemmeno a provarci.
Se concordasse col Pdl un provvedimento assolutamente
ovvio, per esempio un programma di lotta alla mafia, Di
Pietro direbbe che fa ciò per favorire Riina e Provenzano,
oltre che il mafioso in capo, Berlusconi. Il Pd è
oggi solo una cassa di risonanza affievolita dell’opposizione
fiammeggiante e per certi versi delirante del Molisano. Che finale.
Se il Pd non avesse
concesso all’Idv l’occasione di salvarsi dal disastro
in cui sono sprofondati i partiti di sinistra, di Di
Pietro non si parlerebbe affatto. Prc e Pdci possono ancora
agitare falce e martello, simboli perenti ma significativi;
Di Pietro che cosa avrebbe sventolato, un gabbiano? Senza
di lui invece il Pd avrebbe potuto fare un’opposizione seria.
Avrebbe potuto concordare col governo alcuni provvedimenti
utili, proprio per accreditarsi come affidabile, per poi contestare
credibilmente quelle leggi che reputasse nocive per il Paese.
Invece Veltroni ha tirato su dal vortice un pirata che, salito
a bordo, ha trasformato il proprio salvataggio in arrembaggio.
Ora rotea gli occhi e la scimitarra mentre quello che fu il Pci, al
suo seguito, bela la propria disapprovazione anche a proposito
di provvedimenti identici a quelli adottati dal governo Prodi.
Non avevamo molta
stima di Walter Veltroni e del gruppo dirigente del
Pd, ma che essi si dimostrino inferiori persino ad Antonio
Di Pietro implica il verificarsi di una tragedia per l’intera
sinistra nazionale.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 30 luglio 2008
Cose da scimpanzè.
Ma non solo
Un articolo del New
York Times riferisce interessanti ricerche sui vocalizzi
di alcune scimmie durante l’attività sessuale.
I ricercatori
hanno notato che le femmine di babbuini e scimpanzè
spesso emettono forti grida durante l’accoppiamento. Poiché
questo comportamento potrebbe segnalarle ai predatori,
è stato necessario scoprire che utilità esso potesse
avere per la specie.
La prima ragione
che si è trovata è, per così dire,
di pubblicità. Facendo sapere in giro che si è
disposte all’accoppiamento si attirano altri maschi con
cui accoppiarsi in modo che – questo è il punto centrale
– ciascuno di loro possa pensare poi di essere il padre
del piccolo e non sia aggressivo con lui fino ad ucciderlo, come
a volte avviene. Il fenomeno è infatti corrente: presso
i leoni, il giovane che scaccia il vecchio capobranco uccide tutti
i piccoli affinché le femmine entrino presto in calore
e possano ricevere i suoi geni.
Gli studiosi Simon
Townsend, Tobias Deschner e Klaus Zuberbuhler hanno
però dimostrato che le scimmie non sempre emettono
questi suoni. In particolare hanno visto che lo fanno
o no prendendo in considerazione la situazione sociale.
Seguendo la vita sessuale di sette scimpanzè femmine nella
foresta Budongo (Uganda) e registrando su nastro circa trecento
accoppiamenti, hanno scoperto che in due terzi degli incontri
le femmine non emettevano nessun grido. Dunque il principale
scopo dei suoni non era quello di attirare altri maschi. Gli
etologi hanno però osservato che le scimmie tendevano a non
far rumore quando c’erano femmine di alto rango, nei dintorni
(si sa che fra gli animali sociali si formano livelli sociali
diversi), mentre emettevano i suoni soprattutto quando si accoppiavano
con maschi di alto rango: e questo è stato facile da spiegare.
Non appena sono
fertili, le femmine delle scimmie, per evitare il
pericolo dell’incesto, tendono ad associarsi con un gruppo
diverso. Ovviamente le femmine di quel gruppo le vedono come
rivali nella conquista dei maschi e delle loro attenzioni (per
se stesse e per la loro prole): e questo può renderle
aggressive. Dunque non devono farsi notare durante l’accoppiamento
con un maschio non di alto rango, perché rischierebbero
soltanto di ottenere che quelle intervengano e pongano fine
al “divertimento”. Viceversa, se il maschio è di alto rango,
non solo saranno protette dalle altre femmine, ma potranno con
le loro grida attirare altri maschi di alto rango, rendendo incerta
la paternità e proteggendo così il nuovo nato (segue
l’originale dell’articolo).
Il lato interessante
di queste osservazioni etologiche è che, come
spesso avviene per i primati, i dati che valgono per loro
valgono anche per noi. La moglie che ha avuto un bambino dall’amante
fa di tutto per tenere questo fatto segreto, perché diversamente
ne conseguirebbe, a parte il ripudio, una serie di maltrattamenti
nei confronti del piccolo illegittimo. La cosa migliore
è che tanto l’amante che il marito credano loro il
bambino: e questo implica l’ovvio riferimento a “Filumena
Marturano”, di Eduardo De Filippo. In secondo luogo, ogni ragazza
è felicissima se riesce a farsi vedere al braccio di un
“maschio di alto rango”: un giovane bello, oppure ricco, oppure
celebre. Anche a non divenire la sua donna, è riuscita a
farsi considerare desiderabile ai più alti livelli. Se invece
non ci riesce, se ottiene solo le attenzioni di un maschio di basso
livello, si rifarà intimamente con le sue qualità
segrete. Il romanticismo, in questo senso, sembra proprio un ripiego.
L’antipatia con
cui la scimmia nuova venuta è vista in una tribù
è tutt’altro che stupefacente. I maschi vedono infatti
in lei un’occasione di accoppiamento, le femmine una pericolosa
concorrente. E fra gli esseri umani l’antipatia è
tanto più forte quanto più la nuova venuta è
attraente. La gelosia non è dunque un fatto sentimentale,
come si tende a credere: è una strategia di sopravvivenza per
i propri geni e uno dei mezzi attraverso cui funziona la selezione.
La stessa morale sessuale sembra tendere alla stabilità
della coppia e ad ottenere dal maschio la collaborazione nelle
cure parentali: ma soprattutto per la scelta del partner funzionano
alcune delle regole dei babbuini e degli scimpanzè.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 27 luglio 2008
In Chimps,
Loud Sounds During Sex Reflect Careful Calculation.
By NICHOLAS WADE (New York Times)
Intricate as the
mating dance may be among people, for other primates
like chimpanzees and baboons it is even more complicated.
This is evident from the work of researchers who report
that the distinctive calls made by female chimpanzees during
sex are part of a sophisticated social calculation.
Biologists have
been puzzled by these copulation calls, which can
betray the caller’s whereabouts to predators. To compensate
for this hazard, the calls must confer a significant
evolutionary advantage, but what?
The leading explanation
involves the way female primates protect their
offspring. Male chimps and baboons are prone to kill any
infant they believe could not be theirs, so females try
to blur paternity by mating with as many individuals as possible
before each conception. A side benefit is that by arranging
to have sperm from many potential fathers compete for her egg,
the female creates conditions for the healthiest male to father
her child.
The calls that female
chimps make during sex seemed to be just part of this
strategy. By advertising a liaison in progress, biologists
assumed, females stood to recruit many more partners.
But the study, by
Simon Townsend, Tobias Deschner and Klaus Zuberbuhler,
shows that in making calls or not, the females take the
social situation into account. The researchers monitored
the lively love lives of seven female chimps in the Budongo Forest
of Uganda, making audio recordings of nearly 300 copulations.
In two-thirds of these encounters, they found, the female
made no sound at all. This finding undermines the thesis that
the principal purpose of copulation calls is to instigate rivalry
among males, the researchers reported in the scientific journal
PLoS One.
Chimps are particularly
likely to be silent and conceal their liaisons when
higher-ranking females are nearby. They were most acoustically
exuberant when cavorting with a high-ranking male. The
reason may be that other higher-ranking males are likely
to be around, too, and by advertising her availability to them
a female chimp may gain many influential protectors for her future
infant.
The calculus changes
when higherranking females are around because they
are likely to attack the caller and break up the fun. To avoid
incest, young females leave their home group and try to
integrate with neighbors by offering themselves to socially
important males. But the resident females tend to be obstructive,
perhaps because they see them as competitors for male protectors
and desirable feeding areas.
Though human vocalizations
during intercourse have not been much studied, they
do have “a quite elaborate acoustical structure, which
suggests some kind of communicative function," said Dr. Townsend,
who is at the University of St. Andrews in Scotland. Copulation
calls are not a feature of public life in Western societies,
but the situation could be different in hunter-gatherer groups,
which enjoy little privacy.
Female chimpanzees
have sexual swellings during their receptive period.
They remain visible for several days, but chimps ovulate
on one day. A female gives her copulation calls throughout
the period, concealing her most fertile time from the
males.
“If she was truly
interested in meeting with the best males, she should
do all her calling during that narrow window when it matters,"
Dr. Zuberbuhler said. “But she doesn’t. She conceals
the time of ovulation by calling throughout her cycle.
La doppia morale
Ma perché
la cifra stilistica della sinistra italiana deve essere
per forza il doppio standard, la doppia morale? Prendiamo
l'ultimo caso in ordine di tempo. Il governo utilizza una
norma vigente per dichiarare lo stato d'emergenza di fronte
all'afflusso dei clandestini. Dalla sinistra partono bordate:
razzismo, xenofobia, autoritarismo, intollerabile clima emergenziale.
Quella norma però è stata in passato utilizzata
anche dal governo Prodi.
Come mai all'epoca
nessuno fiatò? Come mai nessuno di quelli
che oggi strillano accusò quel governo di razzismo e
xenofobia? Perché i «sacri principi»,
quali che essi siano, devono sempre essere piegati alle esigenze
politiche del momento? Non è forse un modo per dimostrare
che in quei principii, utili solo come armi da brandire contro
l'avversario, in realtà, non si crede affatto? La
spiegazione più ovvia, più a portata di mano, quella
che rinvia l'esistenza della doppia morale, del doppio standard,
alle persistenti scorie lasciate in eredità al Paese
dalla vecchia tradizione comunista, è insoddisfacente: spiega
troppo o troppo poco. Certo, è vero, nella tradizione comunista
il doppio standard era la regola. Per i comunisti esisteva un
fine superiore, una nobile causa al cui raggiungimento tutto
doveva essere subordinato e piegato. Il ricorso continuo alla menzogna,
ad esempio, era giustificato dal fine superiore. Così come
il doppio standard.
Si pensi alla
sorte di certi leader democristiani: Fanfani, Andreotti,
Cossiga. Su di essi il Pci riversò a più riprese
ogni genere di accuse, spesso anche quella infamante di essere
registi di trame paragolpiste. Però, se il vento
cambiava , quei registi occulti delle peggiori trame si trasformavano
in amici e «compagni di strada»: il giudizio
politico-morale su di loro dipendeva dall'utile politico del momento.
E la capacità di intimidazione culturale del Pci e delle
forze che lo fiancheggiavano era tale da non rendere necessario
rispondere a una domanda che, del resto, solo pochi osavano
porre: ma come è possibile che oggi strizziate l'occhio
a un tale che fino a pochi mesi fa accusavate dei più infami
misfatti?
Qualcosa del genere,
d'altra parte, accade ancora. Si pensi al caso di
Umberto Bossi del quale non si è ancora capito se
si tratta di un leader xenofobo e parafascista, praticamente
un delinquente, una minaccia per la democrazia, oppure di
una costola della sinistra, uno con cui, magari, si può
essere disposti a fare un po' di strada «federalista»
insieme. O meglio, abbiamo capito benissimo: Bossi continuerà
ad essere, alternativamente, l'una o l'altra cosa a seconda di
come evolveranno nei prossimi anni i suoi rapporti con Berlusconi.
Dicevo che non ce la possiamo cavare tirando in ballo solo la tradizione
comunista. Sarebbe sbagliato e anche ingiusto verso molti ex comunisti.
Tra i comunisti
c'erano molte persone serie, rigorose, di qualità.
Queste persone, quando presero atto che la superiore
causa era un vicolo cieco, o un'impostura, cambiarono registro.
Misero da parte quella doppia morale che, ormai, ai loro stessi
occhi, non aveva più alcuna giustificazione morale
e politica. Spesso, questi ex comunisti, rimasti all'interno
dello schieramento di sinistra, sono tra le persone migliori
in cui ci si può imbattere, quelle con cui anche liberali
come chi scrive possono trovare punti di incontro e affinità,
con le quali, comunque, non capita mai di provare quel fastidio
che si può invece provare quando si incontrano certi esponenti,
politici o intellettuali, della sinistra mai-stata-comunista.
I quali, spesso, continuano, imperterriti, a usare il doppio
standard e la doppia morale.
La sinistra attuale
è un amalgama informe che mescola brandelli
della vecchia tradizione comunista con tic e cliché
culturali di derivazione azionista e del cattolicesimo di
sinistra. Queste ultime due componenti sono, forse, ancor
più responsabili della prima nell'alimentare oggi quel
mito della superiorità antropologico- morale della
sinistra che continua a giustificare il ricorso al doppio
standard e alla doppia morale. Tutto ciò è bene
esemplificato dagli atteggiamenti dominanti a sinistra sulle questioni
di giustizia. Il «pieno rispetto» per la magistratura
e la regola secondo cui «ci si deve difendere nei processi
e non dai processi» sono nobili principi che vengono sempre
invocati quando nei guai ci sono gli avversari di destra. Ma se
in graticola finiscono esponenti della sinistra (a patto, naturalmente,
che non siano «ex socialisti») la musica improvvisamente
cambia. Diventa legittimo attaccare i magistrati e persino difendersi
«dai processi».
Personalmente,
ho forti perplessità sui comportamenti tenuti,
nell'esercizio delle loro funzioni, da magistrati come
la Forleo e, soprattutto, De Magistris, ma non sono affatto
sicuro che ad essi si possano attribuire più scorrettezze
di quelle imputabili a certi magistrati che in passato si occuparono
di Berlusconi e di altri nemici della sinistra. Si guardi a come
opera il doppio standard nelle valutazioni di processi e procedimenti
giudiziari a seconda che vi siano coinvolti amici o nemici. Se,
poniamo, viene scagionato un imprenditore «amico» si
plaude all'impeccabile comportamento dei magistrati e non ci si
impegna certo in «analisi» minuziose con lo scopo
di fare le bucce ai risultati delle inchieste. Altrimenti, come
ha giustamente osservato Pierluigi Battista sul Corriere due giorni
fa, lo spartito cambia, il doppio standard impera. Questi signori,
sempre impegnati a stilare pagelle e ad assegnare brutti voti a quelli
che definiscono «sedicenti» liberali, non hanno mai capito
che indice di liberalismo è usare un solo criterio, un solo
metro di giudizio, sempre lo stesso, per gli amici e per gli avversari,
e che fare un uso così platealmente strumentale dei principi significa
non avere alcun principio. Quando qualcuno di loro finalmente lo capirà,
avremo, e sarà un bene per il Paese, qualche esponente in meno
della genia dei «moralmente superiori» e qualche
liberale in più.
27 luglio
2008 - di Angelo Panebianco - Corriere della
Sera
OBAMA FOR MUM AND THE APPLEPIE
Quando Barack
Obama comparve sulla scena politica, o più esattamente
sulle pagine dei giornali europei, suscitò un naturale
moto di simpatia anche nei “conservatori”. Era un outsider,
o – per continuare con l’inglese – un underdog, un nero
che sembrava destinato a perdere soprattutto perché si
scontrava con la regina dell’establishment e delle finanze
Hillary Rodham Clinton: una donna la cui l’ambizione era
così trasparente da apparire quasi indecente. Tuttavia,
andando avanti la campagna elettorale democratica, i dati di
partenza si sono ribaltati. La Clinton, pur rimanendo antipatica,
si dimostrava concreta, competente ed informata, mentre Obama
diveniva finanziariamente sempre più forte e politicamente
sempre più vago: l’underdog era la senatrice di New York.
Alla fine la corsa è stata vinta dal giovane mezzo sangue
ma la stima per lui è andata running low (visto che l’inglese
impera), cioè diminuendo a vista d’occhio.
Di fronte a questo
cambiamento di atteggiamento emotivo c’è da
essere sospettosi. La simpatia dipendeva dall’istintivo
sostegno che si vuole prestare al previsto perdente, quasi
per solidarietà fra falliti? Oppure la crescente antipatia
per Obama è dipesa dal sentire immeritato il suo successo?
O infine dal sentirlo pericoloso per il candidato preferito,
McCain? Ardue domande. Non si può che rispondere sulla
base di impressioni, e personali per giunta.
La caratteristica
saliente di Barack Obama è quella di essere un
trascinatore di folle, tanto che è stato spesso paragonato
ai predicatori televisivi americani. È un uomo capace
di infiammare gli animi con parole alate in cui è impossibile
distinguere un concreto programma politico. Slogan come “We can!”
(possiamo) non significano niente. Parlare di “Change” (cambiamento),
senza indicare né che cosa si cambia né in che
direzione, è pratica ciarlatanesca. Essere per valori che
nessuno discute, cioè, “for mum and the applepie”,
per la mamma e la torta di mele, come si dice negli Stati Uniti,
è insieme il colmo della banalità e della retorica. È
proprio questo che rende indigeribili i discorsi dei Presidenti
della Repubblica italiani la sera di San Silvestro, e la stragrande
maggioranza di ciò che dicono i Papi la domenica. Siamo tutti
capaci d’indicare i mali della società e ciò che desidereremmo
si realizzasse: il problema è come realizzarlo. Dire
che la violenza è una cosa orrenda è un semplice truismo
ma il problema è come evitarla e come difendersene: cosa che
per giunta non esclude l’uso della violenza stessa.
Ecco perché
alla lunga il giovane senatore può venire in uggia.
Se va a Berlino per dire che bisogna abbattere i muri
fra i popoli, e per questo riceve uragani di applausi, si ha
il diritto di mandarlo al diavolo. I muri servono eccome.
Ce ne sono stati di orrendi, come quello di Berlino, ma tutti
vorremmo altissime muraglie contro il terrorismo; e non serve
a niente auspicare l’accordo fra i Paesi: se uno dei due il
muro lo vuole, ed anzi vuole distruggere l’altro, a che serve
la predicazione di Berlino? Dopo le parole dette alla base
della Siegessaüle Ahmadinejad andrà ad abbracciare
Olmert? E se Olmert se ne stesse a braccia aperte ad aspettarlo,
forse che questo commuoverebbe il leader iraniano?
La campagna elettorale
di questo senatore si riassume così: “Non
sono simpatico? Votate per me”. Ma questo è allarmante.
Obama non s’impegna a fare o a non fare qualcosa: si lascia
le mani totalmente libere. Chi potrebbe rimproverargli
di non avere mantenuto promesse che non ha fatte? Reagan, anni
fa, promise una diminuzione delle imposte che fu reputata
talmente straordinaria da risultare mitologica, da costituire
anzi una nuova categoria finanziaria, le reaganomics, se non
addirittura le woodoo economics, un’economia da magia nera. Ma
Reagan mantenne la promessa e per questo è ricordato come
uno dei migliori presidenti americani. Se invece non l’avesse
mantenuta, o avesse provocato disastri, si sarebbe avuto
parecchio da rimproverargli. Questo con Barack è impossibile.
E non si sa per quale motivo gli Stati Uniti dovrebbero votarlo
o non votarlo.
Oggi i sondaggi
lo dànno come favorito su Mc Cain e dopo tutto
egli potrebbe effettivamente ottenere la presidenza degli
Stati Uniti. E non è neppure escluso che egli possa essere
un eccellente presidente: ma questa possibilità
dipende appunto dal fatto che nulla sappiamo al riguardo.
Potrebbe essere il migliore come il peggiore, un uomo insignificante
ma di ferro come Harry Truman oppure un “buonista” come Kennedy
che però impantanò il suo paese nel Vietnam, oltre
a fargli fare l’immensa cattiva figura della Baia dei Porci.
Se gli americani
sono disposti a votare a scatola chiusa un sorriso,
Obama è il loro uomo.
Auguri.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 25 luglio 2008\
LA CORDA SPEZZATA
Considerazioni giuridico-politiche sul
Lodo Alfano
Un’insegnante
di storia e filosofia nei licei (il top della cultura)
diceva di essere più che perplessa, riguardo al “Lodo
Alfano”. I cittadini devono essere tutti uguali dinanzi
alla legge, nessuno ha il diritto di sottrarsi ad essa. Violare
questo principio è violare la Costituzione. Inoltre,
ribadiva, i giudici, anche quando accusano qualcuno o gli impongono
la custodia preventiva, applicano la legge: come è concepibile
che sia “ingiusto” agire secondo le leggi? Queste affermazioni
sono semplici e chiare e tuttavia, riflettendoci, non stanno
in piedi.
Per decenni, fino
ai primi Anni Novanta, è esistita l’immunità
parlamentare. Dunque deputati e senatori erano già
cittadini “più uguali degli altri”, come recita l’abusata
citazione, senza violazione della Costituzione. Per
quanto poi riguarda l’agire “secondo le leggi” non bisogna essere
ingenui. Il magistrato penale gode di una notevole discrezionalità,
che in qualche caso lascia spazio al puro arbitrio. A qualcuno
che chiedeva che cosa dovesse considerarsi “prova”, nel processo
penale, un giurista rispondeva sconsolato che “prova è
ciò che convince il giudice”. Anzi: “Prova è ciò
che il giudice dichiara essere prova”.
Questo vale anche
per quanto riguarda la magistratura inquirente. Questa
non ha il potere di condannare nessuno ma può benissimo
mettere in galera qualcuno sulla base di una presunta pericolosità
sociale o sulla base di un fantomatico pericolo di reiterazione
del reato; sicché un cittadino passa mesi – a volte
anni – in carcere per poi vedersi magari assolvere con formula
piena. È stato vittima di un arbitrio? Probabilmente,
ma l’inquirente non deve nemmeno chiedergli scusa: ha seguito il
suo “libero convincimento” e tanto basta. Nessuno è stato
sottoposto a procedimento disciplinare per un fatto del genere.
Neppure quel magistrato pugliese che ha tenuto a lungo in galera
il Pappalardi, con l’accusa di avere ucciso i due figli, mentre poi
la Cassazione – la Cassazione! – ha stabilito che non c’era nessun
elemento di prova che potesse sostenere l’opportunità di quella
carcerazione.
I magistrati seguono
i codici, si dice, ma i codici gli concedono una
libertà così ampia da risultare in certi casi pericolosa:
soprattutto perché gli organi di controllo non sconfessano
mai il collega e l’azione per responsabilità civile del
giudice, pur sancita da un apposito referendum, non è
stata esercitata contro nessuno.
Questi rischi
li corrono tutti i cittadini - direbbe tuttavia la
professoressa – e non si vede perché non debbano
correrli le persone in vista. E anche qui un’affermazione
che pare semplice ed evidente può in certi casi
essere del tutto sbagliata. Ad un ragazzino che chiedeva
come mai la bestemmia fosse un peccato mortale, tale cioè
da comportare le pene dell’inferno, un teologo rispondeva
che chi dice “cretino!” al proprio fratello si comporta male;
chi lo dice al Preside della scuola, commette un atto di gravità
molto maggiore e chi infine insulta Dio, Ente dal valore infinito,
commette un atto di infinita gravità. E merita l’inferno.
Nel valutare l’illecito bisogna tenere conto non solo dell’azione
ma anche della qualità della vittima. Se si accusa un cittadino
qualunque di atti contrari alla pubblica decenza, gli si crea un enorme
fastidio. Se però la stessa accusa è rivolta ad un cardinale,
ne parleranno tutti i giornali e il prelato potrebbe uscirne addirittura
distrutto quand’anche dopo fosse assolto con formula piena. Il semplice
potere di incriminare certe persone, e tenerle sotto processo per molti anni,
è un’arma devastante. Un’arma che, posta in mano ad un giudice narcisista,
esibizionista, politicamente fazioso o soltanto demente, può
creare danni gravissimi.
Il caso di Berlusconi
è emblematico. Se in questi tre lustri fosse
stato accusato di un reato e fosse stato assolto, nulla
quaestio: la magistratura inquirente può benissimo
sbagliarsi. Ma se l’impresa di cui è titolare per il
30% subisce circa cinquecento accessi della Guardia di Finanza,
se il Cavaliere è fatto oggetto di ben sedici procedimenti
penali, se infine ciò malgrado tutti i procedimenti
si concludono o con l’assoluzione o con la prescrizione (che
è colpa della magistratura), è proprio peregrino il
sospetto che ci sia stata un’intenzione politica? Si è
perfino parlato di “via giudiziaria al potere”. O alla distruzione
dell’avversario politico.
L’opinione pubblica,
poi, non va per il sottile. Pensa: uno che è
accusato di tanti reati non può essere un fior di galantuomo.
È stato assolto? Se la sarà cavata per il rotto
della cuffia; perché può permettersi ottimi avvocati;
perché è un furbastro. Un furbastro ma non
un galantuomo. E un buon quaranta per cento degli italiani
è complice di questa character assassination, assassinio
della personalità.
Il diritto non
è scritto nelle stelle. E non è amministrato
da angeli. Da noi l’uso discutibile della giustizia è
stato spinto tanto lontano da avere creato, nei politici,
il comprensibile sospetto che l’ordine giudiziario
intenda dominare i poteri legislativo ed esecutivo. Stabilendo
magari chi ha il diritto di fare politica e chi no. E alla lunga,
se un potere prevarica, è normale che il potere aggredito
si difenda con le proprie armi: ed ecco che il legislativo
vara leggi che tagliano le unghie ai magistrati. Se si tira troppo
la corda…
I magistrati inquirenti
avrebbero dovuto essere molto più prudenti,
molto più moderati, molto più oculati. Non hanno
messo a rischio Berlusconi, che ha dimostrato in giudizio
di essere innocente, hanno messo a rischio l’equilibrio fra
i poteri e l’immensa libertà di cui attualmente loro
stessi dispongono.
A qualcuno il
lodo Alfano non piace, ed è comprensibile, ma
è solo una reazione. E se l’azione è stata ingiusta,
la reazione si chiama legittima difesa. Questa legge è
una pagina negativa della vita parlamentare italiana, esattamente
come è negativa l’amputazione di una gamba. Ma se il rischio
è che la gangrena danneggi l’intero organismo, l’amputazione
è benvenuta.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 25 luglio 2008
UNA CARTOLINA ILLUSTRATA
Chi viaggia in
automobile e dorme ogni sera in una tenda, vive l’esperienza
del nomade. Da un lato è sottoposto ai capricci del
tempo - sole, pioggia, freddo, caldo – e dall’altro ha
sugli stanziali la superiorità di chi tutto guarda e
nulla possiede.
Una volta un personaggio
di Charles Morgan, Sparkenbroke, mentre se ne stava
sotto una quercia, fu rimproverato dal proprietario.
La quercia era sua, diceva il contadino, ma l’altro lo irrise:
“Vostra? Voi avete solo il diritto di tagliarla e bruciarla.
La quercia è invece mia nel senso che io ne capisco la
bellezza”. Nello stesso modo il turista frugale ed isolato della
realtà vede solo l’aspetto estetico. La cattedrale o
il castello non sono suoi, ma se è per questo non sono
suoi nemmeno il cielo, e il sole, e l’aria, e la strada che percorre.
Chi nulla possiede è come se sorvolasse la realtà
giuridica e monetaria. È nella condizione del borghese nei
confronti del generale di corpo d’armata: non facendo parte dell’esercito,
che l’altro sia generale o caporale fa lo stesso. È un
gioco cui non partecipa.
Il viaggiatore
senza meta, senza casa, senza nemmeno un tetto, è
un nomade pro tempore. Perde le proprie radici e, se conosce
la lingua del paese in cui va, può anche giocare
con l’idea di essersi reincarnato in un altro posto. In un altro
mondo in cui, al prezzo di qualche scomodità può,
da zingaro, sentirsi il padrone del mondo. Il profilo delle
montagne, rappresentazione visiva della vita monotona dei
valligiani, è per lui una frazione minima di caleidoscopio.
Il viaggio – questa
astrazione – è una inevitabile riflessione
sull’insignificanza e sulle contraddizioni dell’intera
realtà. Da un lato cambiano le città e le strade,
dall’altro si ritrova al suo posto, dopo anni, un vecchio
albero: tutto può cambiare, molto rimane lo stesso, e
alla lunga tutto finisce. Come ci ha ammoniti Paul Valéry,
anche le civiltà sono mortali. Forse proprio per questo
l’occhiata distratta che il nomade dà alle case, alla
gente, ai monumenti, e perfino alla stessa natura, è la migliore
valutazione dell’esistenza. Se la si prende sul serio, questa è
“una storia narrata da un idiota, piena di rumore e di furia, che
non significa nulla”, come scriveva Shakespeare. Se invece non le si
dà importanza, è una serie di belle immagini da osservare
e gustare con malinconica leggerezza, come può fare il nomade:
estraneo a tutto, ma non alla vanità del tutto.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 23 luglio 2008
Il pollicione
palestinese, Gerusalemme Capitale e Uolter
Il pollicione di un ventisettenne
palestinese di nome Ashraf Abu Rhama e' diventato famoso
grazie a Israele ed e' ancora sulle prime pagine dei giornali,
giornalini, giornaletti italiani ed europei.
Il giorno prima
a Gerusalemme un secondo arabo aveva scagliato un
altro bulldozer contro i cittadini della citta', fermato
con un colpo in testa prima che riuscisse a colpire
mortalmente.
La notizia
pero' e' rimasta sui media una mezzoretta e non
piu' , commentata con titoli schifosi tipo "incidente,
ha perso il controllo ecc."
Poi l'oblio.
Pochi giorni
prima il Governo libanese al completo, schierato
in pompa magna, aveva accolto con tutti gli onori Samir
Kuntar, uno che aveva spiaccicato ridendo la testina
di una bambina di 4 anni contro le rocce di una spiaggia
di Israele.
Le bare di
199 terroristi assassini, consegnati con Kuntar vivo,
vivissimo...speriamo per poco... hanno ricevuto
il saluto militare da tutto il Libano, Unifil compreso.
Queste notizie
hanno scandalizzato poche persone, forse soltanto
chi ama Israele e detesta fondamentalismi e estremismi
arabo.
Volete mettere un pollicione palestinese
tumefatto.
Questa si che
e' una notizia da scandalo, perbacco, un pollicione
palestinese tumefatto dalla pallottola di gomma di
un soldataccio israeliano.
E allora, siccome
mi sono rotta le scatole, e' bene che racconti.
C'e' ogni giorno
intifada a Naalin, dove si sta ultimando la costruzione
della barriera di sicurezza, e in quell'occasione,
durante gli scontri tra assatanati palestinesi incitati
da pacifisti internazionali contro l'esercito di Israele,
un teppista arabo esagitato viene portato legato verso
una camionetta dell'esercito.
Un soldato
col fucile ben puntato verso terra spara un colpo
verso il piedone palestinese e colpisce di striscio
il pollicione.- Ahi che male- urla il teppista e si butta
per terra in mezzo ai soldati stupefatti. Arriva il medico
, guarda il pollicione e dice -tutto bene- ma il teppista
continua a urlare -ahi che male- e viene portato in ospedale
dove riguardano il pollicione, non medicano perche' non c'e'
ferita e il ventisettenne viene mandato via, anzi riportato a casa.
Servizio completo del feroce esercito israeliano.
Allora, forse
e' il caso di raccontare cosa succede a Naalin
e in altri posti dove c'e' intifada contro la Barriera.
In Italia nessuno
sa niente se non dalle parole di Luisa Morgantini
che parla sfrontatamente di "manifestazioni pacifiche".
In Israele
lo vediamo in Tv e sono scene spaventose di pazzi fanatici
che lanciano pietre grandi come televisori da 50 inch
contro i soldati e sulla testa degli operai che lavorano alla
barriera.
Ho parlato
con un soldato, un ragazzino ventenne, occhi azzurri,
faccia pulita, braccia e gambe e schiena completamente
ricoperte di lividi blu e di escoriazioni.
Mi racconta
il ragazzo , lo chiameremo Avi, che noi, pur vedendolo
in TV, non abbiamo idea di cosa succede a Naalin dove lui
e' di stanza.
" E' un inferno,
dice, sembra di essere in piena guerra. I palestinesi
sono armati di massi, centinaia di massi e di pietre
di ogni grandezza che gettano dall'alto sulle nostre
teste, sono armati di molotov, a volte anche sparano ma
i peggiori, anche peggiori degli arabi, sono i pacifisti,
quasi tutti italiani e americani, piu' un buon numero di
israeliani di estrema sinistra che ci odiano.
"I pacifisti
sono i piu' cattivi e i piu' violenti, aizzano gli
arabi e si lanciano contro di noi sventolando bandiere
di hamas, le donne ci graffiano in faccia, ci sputano
addosso, ci prendono a calci".
Racconta Avi
che un giorno una cicciona pacifista europea gli
si e' lanciata addosso brandendo la bandiera di hamas con
una mano mentre coll'altra cercava di arrivare ai suoi occhi,
lui le ha dato una spinta per allontanarla e la cicciona
e' caduta col grosso deretano su un cactus.I soldati israeliani
hanno dovuto aiutarla ad alzarsi, mentre lei li insultava,
ma non le hanno tolto le spine dal sedere.
Gli operai
che lavorano alla Barriera sono presi di mira come
i soldati che devono proteggerli. Le scene sono terribili,
sassi, nugoli di sabbia, sudore, urla, bandiere, molotov,
unghie pacifiste contro i lacrimogeni e le pallottole
di gomma di Zahal.
Sembra un film
dell'orrore ma e' realta'. Le belve contro le quali
viene eretta la barriera non la vogliono, i loro amici
pacifisti non la vogliono , loro preferiscono di gran lunga
vedere decine di israeliani bruciati vivi in qualche autobus
o bar, colpiti da migliaia di pallini d'acciaio con cui i kamikaze
riempiono i loro giubbotti esplosivi.
Questo scenario
infernale ha portato quel soldato a svuotare il fucile
sul terreno molto vicino al piedone del teppista.
Che diamine,
un soldato di Zahal non fa queste cose contro un prigioniero
legato , certo che non le fa ma mi dispiacerebbe se
venisse punito perche' tutto ha un limite, anche la pazienza
di un soldato israeliano sotto stress e sotto pressione come
nessuno al mondo.
Le belve palestinesi
devono smetterla e il Ministro della Difesa israeliano
deve smetterla di chiedere scusa per la reazione di
un ragazzo ventenne che vede il mondo rivoltarglisi addosso
per ucciderlo, perche' questa e' la verita': quelle belve
assatanate vogliono uccidere.
Rhama ringrazi
il cielo di essere stato fermato da soldati israeliani
perche' quelli di un qualsiasi altro esercito non gli
avrebbero tumefatto il pollicione ma lo avrebbero ridotto
a voce bianca alzando un po' il fucile e mirando in mezzo
alle gambe.
Comunque grande
scandalo in tutto il mondo, altro che i bulldozer
arabi che seminano terrore e morte a Gerusalemme.
I giornali
si sono esaltati a pubblicare foto e video. Su internet
insulti a Israele non si contano. Personalmente ho ricevuto
una serie di messaggi privati in cui si dava a Israele
dello stato nazista, a me della nazista e si insultava pesantemente
mia madre.
Si certo, esaltati
alla stregua di quelli che vanno ad aizzare i palestinesi,
pacifisti tanto violenti e pieni di odio da poter essere
paragonati alle squadracce naziste
di trista memoria.
La visita in
Israele di Barak Obama ha oscurato per un paio di
giorni il pollicione perche' il candidato democratico alla
presidenza USA ha dichiarato: «Gerusalemme sarà
la capitale di Israele. Io partner costruttivo di pace».
Uaaaaahhh, i sinistri si sono agitati
subito, Gerusalemme capitale di Israele, vergogna
su Obama che non riconosce i mille anni di storia palestinese...che
dico 1000? nooo 9000, 20.000, milioni di anni di storia
palestinese.
Pensa forse
Obama che i palestinesi siano stati inventati nel
67 per essere contrapposti a Israele e arrivare, attraverso
di loro, alla distruzione dello stato ebraico?
Vergogna Obama!
Gerusalemme
Capitale di Israele!
Ma cosa si
sogna??? Ma cosa crede di fare? Ha paura della lobby
ebraica che comanda il mondo, pensano i sinistri.
Anche , naturalmente,
quelli italiani.
E allora cosa
succede? Succede che a Firenze, il 28 luglio alle ore
11, l'assemblea toscana ricevera' l'ambasciatore di Israele
, Gideon Meir e saranno presenti tutti i partiti ...meno
la maggioranza del Consiglio Regionale della Toscana , cioe'
i partiti di sinistra, in particolare manchera' il partito
piu' importante , il PD di Uolter.
Uolter Uolter
Uolter Veltroni! ma come si fa! Dopo tutte le dichiarazioni
di amicizia a Israele, delegazioni romane a Gerusalemme...naturalmente
est, dopo tanta equivicinanza, ecco che adesso lei
prende le distanze solo perche' Barak Obama parla
di Gerusalemme Capitale di Israele. Ma allora lei ha paura,
Uolter, allora lei non diceva il vero, allora lei e' amico
di Israele finche' non si parla di cose concrete come Gerusalemme
Capitale.
Non mi dica
che lei e' d'accordo con Staino che in una stupidissima
vignetta sull'Unita' fa dire a uno dei suoi pupazzetti
"Come si fa a dirsi vicini alla pace promettendo Gerusalemme
a Israele?"
Ma a chi dovrebbe
essere promessa questa citta' che e' stata per 1000
anni capitale politica del regno di Israele e per duemila
anni la capitale spirituale di ogni ebreo del mondo, in
Israele e nella diaspora.
Dovrebbe essere
promessa ai palestinesi che non ne sono mai stati
parte ne' religiosamente, ne' politicamente , tantomeno
affettivamente?
Gerusalemme
e' ebraica e israeliana, se ne faccia una ragione Uolter
e, se non vuole passare per un fifone convinca il suo
partito a partecipare a quell'assemblea. Sa, per uno che,
come lei, predica la democrazia, non e' mai una bella figura
boicottare una nazione democratica.
Deborah
Fait - www.informazionecorretta.com
Che cosa hai capito
dalla lettura delle memorie di Giuliano Tavaroli?
Che qualcosa
non convince nelle descrizioni troppo immoralistiche
del potere. Sono un po' letterarie
La ricostruzione
di Giuliano Tavaroli a Giuseppe D'Avanzo è
una storia di genere. La verità non esiste, una specie
di italianità in controluce si manifesta e si incarna nell‚affresco
sociologico, la trama si infittisce, rivelazioni e coincidenze
si susseguono, fino alla strana e assai poco plausibile
storia di un Oak Fund (ma è veramente possibile che
i dirigenti di un partito che ha per simbolo una quercia, chiamino
Oak, quercia, un fondo segreto per il suo finanziamento?).
La storia
che sembra emergere è la parabola di un imprenditore
del nord avviato a grandi successi, il quale compra
con la leva del debito una delle prime aziende del paese
fortemente mal privatizzata e già comprata a debito
da una cordata di imprenditori padani con una sponda politica,
i quali nel 1998 dovrebbero rappresentare una palingenetica
classe dirigente imprenditoriale (Chicco Gnutti ne è
il portabandiera più rappresentativo, sic).
Il nuovo capo di Telecom sbarca
a Roma dove l'azienda ha sede - e dalla quale peraltro la
sposterà - e qui scopre di avere dimestichezza di rapporti
e relazioni meno solide di quanto gli servirebbe. Si ritrova
al centro di una miriade di battaglie di potere. Cioè:
vive e opera in un paese alla prese con una lunghissima transizione
politica (a oggi non ancora davvero conclusa): i partiti politici
moderati sono stati spazzati via da un'inchiesta giudiziaria
che si innesta sul malcontento politico dell'opinione pubblica
e sulla fine degli equilibri fondati sul mondo diviso in
blocchi; sono stati sostituiti da un ex partito comunista (Oak,
per l'appunto) che agita la questione morale, e da un progetto
di partito liberale di massa, guidato da un imprenditore molto
ricco; i due partiti principali sono riluttanti a esercitare
un reciproco riconoscimento; la politica si indebolisce, il potere
è liquido, gli spazi liberi, i poteri dello stato sono
in competizione tra loro, le fazioni si dissolvono e si ricompongono,
i disegni personali si sovrappongono; ciascuno si sente autorizzato
a disegnare per se stesso una luminosa parabola; sembra di vedere
da qualche parte un Marlon Brando-Napoleone che spiega a Jean
Simmons-Desirée come giacendo la corona di Francia
sul greto di un ruscello non si attenda altro che qualcuno
la raccolga con la punta di una spada. E‚ plausibile in una simile
tempesta che dura da diciassette anni, immaginare un ruolo per
l'ex carabiniere Tavaroli? O non c‚è troppo James Ellroy,
troppo Roma Capoccia Confidential, troppo Italian Tabloid?
Tra il giornalismo
e la verità. Così tra il giornalismo
e la verità da noi c‚è sempre una via di mezzo,
la letteratura. C'è Giuliano Tavaroli che affida
a un giornalista celebre il suo se stesso perché non
vuole diventare un capro espiatorio, perché non vuole - dice
- che i suoi figli pensino che egli sia il mascalzone descritto
dalla stampa. E mentre cerca di dimostrare di essere un uomo
che ha soltanto peccato di eccesso di fiducia nei confronti di altri
uomini, ottiene un effetto paradossale: quello di raccontare una
versione delle cose molto più immoralistica dell‚errore che egli
rimprovera a se stesso.
di
Marco Ferrante - www.ilfoglio.it
Lettera aperta
al Presidente Silvio Berlusconi
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Silvio
Berlusconi
Signor
Presidente,
Le scrivono
uomini e donne d'ogni parte politica, d'ogni credo
religioso, laici e credenti, uniti solo dall'amore
per lo Stato d'Israele. Un amore che, sappiamo bene, Lei
stesso ha spesso dichiarato e dimostrato in molte
occasioni.
Per questo,
crediamo di poterLe chiedere un passo ufficiale del
governo italiano verso chi ha recentemente, dimostrando
oltre ad un disprezzo per il concetto sacro della vita
umana che s'estende fino al rispetto del cadavere del proprio
nemico, un concetto egualmente sacro per tutti e per
tutte le religioni, ha accolto con incredibili manifestazioni
di giubilo dei terroristi che si sono resi colpevoli d'atroci
atti di terrorismo contro lo Stato amico d'Israele.
Lo Stato
Ebraico, sempre per seguire quel rispetto che si
deve perfino alle spoglie umane, ha liberato cinque terroristi
detenuti nelle sue carceri. Ottenendo dai gruppi
islamici hezbollah i cadaveri dei due suoi soldati, Eldad
Regev ed Ehud Goldwasser. I due militari furono sequestrati
due anni fa, in pieno territorio israeliano, da un gruppo
terroristico facente parte del movimento hezbollah. Lo stesso
movimento terrorista, fino all'ultimo minuto, s'è sempre
rifiutato di dare notizie dei rapiti sia ad Israele, sia
alla Croce Rossa Internazionale. Lo stesso fa nei riguardi dei
familiari dell‚altro soldato rapito, Gilad Shalit, Hamas, il movimento
islamico che ancora oggi governa Gaza.
La mattina
del 16 Luglio, subito dopo lo scambio tra i cadaveri
dei due soldati e i cinque terroristi vivi, questi
ultimi sono arrivati in Libano.
E qui
hanno ricevuto il trionfo che di solito una Nazione
civile e democratica riserva solo agli eroi.
Il presidente
della repubblica libanese, Michel Suleiman, e il
primo ministro libanese Fuad Siniora, aprendo a questi
terroristi il palazzo del governo, e celebrando in
toni incredibilmente accesi la loro liberazione, hanno
fatto di cinque assassini dei patrioti, dei liberatori.
Degli eroi, insomma.
Non basta:
perfino il primo ministro dell'Autorità palestinese,
quel Mahumoud Abbas che Lei ha da poco ricevuto in Italia,
s'è affrettato a congratularsi con il principale
di questi assassini, Samir Kuntar. Uno spregevole individuo,
questo Kuntar, condannato in Israele a cinque ergastoli
per i suoi tanti delitti. Tra gli orrori di cui s'è macchiato
Samir Kuntar, l'assassinio feroce e brutale di una bambina
di soli quattro anni.
Signor
Presidente,
Noi tutti
firmatari, sconvolti dall'oltraggio portato dal governo
libanese e dall'Autorità Palestinese alle
vittime innocenti del terrorismo che insanguina il Medio
Oriente, Le chiediamo di muovere dei concreti passi
diplomatici verso la prima carica istituzionale della
Repubblica Libanese.
Le chiediamo
inoltre di far arrivare al governo del Libano e
alla Autorità palestinese i sensi del più profondo
disagio del nostro Governo e degli italiani tutti di fronte
a queste manifestazioni di giubilo e d'affetto riservate
a dei terroristi assassini.
Signor
Presidente,
In questi
casi, a niente valgono le solite precauzioni diplomatiche.
Il tono soffocato dei rimproveri. La gravità
del fatto, uomini di due governi amici‚ che abbracciano dei
terroristi sporchi di sangue innocente, suggerisce
una mossa di straordinaria durezza del Governo italiano.
Anche perchè, proprio al nostro Governo spetta il
comando delle forze Unifil presenti sul confine israelo-libanese.
Signor
Presidente,
Faccia
Lei queste mosse straordinarie. Che noi speriamo
siano durissime, e che arrivino presto. Non dimentichi
mai, e non lasci che sia dimenticato, quest'oltraggio
portato alle vittime innocenti del terrorismo islamico.
Salvatore
Pirino - Quartu S.E. (ca)
Deborah
Fait - Israele
Alessandro
Matta - Cagliari
Monica
Vitale - Napoli
Daniele
Coppin - Napoli
Alessandra
Boga - Meda (mi)
Chi volesse firmare,
mi mandi una mail di adesione qui: bebora@013.net
I ragazzi
sono tornati a casa.
In Libano
i satanici hanno scritto in inglese perche' tutto
il mondo possa leggere
" In
Libano si festeggia, In Israele si piange".
E'
vero, Israele sta in silenzio e piange, e' vero.
In
Libano un popolo satanico festeggia.
A Ramallah
un popolo satanico festeggia.
A Gaza
un popolo satanico festeggia.
I popoli
satanici di tutto il mondo arabo ballano e cantano
per la liberazione di un mostro a nome Samir
Kuntar e altri 4 assassini.
Ieri
mattina eravamo tutti davanti alla televisione che
trasmetteva in diretta quello che sarebbe stato il
giorno piu' triste e piu' lungo di Israele. Avevamo
sperato per due anni, avevamo creduto che Udi e Eldad
fossero vivi, forse malandati ma vivi, e Karnit, la giovane
moglie di Udi, per due anni e' andata, instancabile,
di governo in governo , da presidenti a premier, fino
all'ONU per dire a Ahmadinejad :
"Mi
chiamo Karnit, vengo da Israele, mio marito e il suo
compagno sono prigionieri di hezbollah. Perche' non
ci dite niente? Perche'?"
Il
mostro iraniano ha proseguito il suo discorso come
se non avesse parlato nessuno.
Karnit
per due anni ha promesso che avrebbe riportato a
casa suo marito e cosi' ha fatto, Udi e' tornato, Eldad
e' tornato, i ragazzi sono tornati a casa, in Israele.
Fino all'ultimo i rappresentanti
di hezbollah non hanno detto niente, fino all'ultimo hanno
tenuto le famiglie e tutta Israele nel dubbio, fino all'ultimo
hanno giocato con i nostri sentimenti e , quando le porte
del van della Croce Rossa si sono aperte e due bare nere sono
state appoggiate sull'asfalto, un singhiozzo e' uscito dalla mia
gola, dal profondo della mia pancia come un rantolo e tutta Israele
si e' piegata in ginocchio piangendo, per le strade, nelle piazze,
nei negozi.
Un
rappresentante di hezbollah ha avuto la perfidia
di esclamare soddisfatto:"ecco, adesso sapete che
sono morti".
C'e'
una legge morale in Israele, ogni soldato deve essere
riportato a casa, vivo o morto, costi quel che costi
e questa volta il prezzo e' stato altissimo, questa
volta e' stata una tortura che ci siamo volontariamente
inflitti perche' per avere quelle due bare nere e' stato liberato
un mostro capace di ammazzare un padre davanti alla
sua bambina di quattro anni e poi di spaccarle la testa col
calcio del fucile e prenderla per le gambe per finirla contro
le rocce della spiaggia di Naharyia.
L'orco
che ridendo ha mangiato una bambina e adesso e' libero,
insieme ad altri quattro assassini come lui.
Samir
Kuntar e' arrivato in Libano grasso e pasciuto, ha
indossato subito la divisa di hezbollah e si e' offerto
alla festa di tutto un popolo impazzito di gioia per
lui.
Ha
ricevuto baci e abbracci dal presidente del Libano,
dal primo ministro, dai dignitari tutti e, naturalmente,
da Nasrallah, per l'occasione emerso dal bunker
sottoterra dove vive nascosto.
Nasrallah,
questo Hitler libanese, questo essere che gode fisicamente
per ogni ebreo ammazzato, ha fatto il suo discorso
riproponendo il solito "ebrei, nipoti di scimmie e maiali".
Kuntar gli ha risposto gridando di essere pronto alla guerra
per liberare la Palestina.
La
folla impazziva di gioia.
Che
razza di popolo e' quello?
Nello stesso momento in
Israele accendevamo le candele della memoria e piangevamo,
come sempre, i nostri morti.
Eppure
il mondo non capisce.
Sui
media italiani ho letto di tutto, articoli ignobili,
commenti vergognosi, giustificazioni
allucinanti,
qualcuno ha avuto persino il coraggio di manipolare
i fatti accaduti 30 anni fa.
Chi
ci e' amico ha aspramente criticato la liberazione
di cinque assassini per avere in cambio due cadaveri.
E'
immorale , hanno scritto.
E'
vero, e' immorale, come e' immorale costringere Israele
a disfarsi di territori per una pace illusoria, come
e' immorale che gli ebrei non possano mai vivere un giorno
di pace, come e' immorale che il mondo accetti le dichiarazioni
di odio degli arabi e guardi divertito e comprensivo
popoli demoniaci che saltano e ballano ogni volta che viene
ammazzato un ebreo.
Non
e' immorale obbligare Israele a rilasciare degli assassini
perche' l'Unifil non e' riuscito a onorare la
1701?
Non
e' stato immorale lo schierarsi per 60 anni dalla parte
di popoli che chiedevano soltanto la distruzione
di un altro popolo?
Non
e' stato immorale proteggere ogni terrorista palestinese
e ridurre Israele all'isolamento?
Non
e' immorale scrivere sui giornali solo menzogne che
demonizzano Israele?
Sono
stati liberati 5 assassini per riavere i nostri soldati
a casa e l'incubo e' finito, oggi ci sentiamo piu'
in pace con noi stessi, finalmente Karnit puo' piangere
accarezzando la bandiera sulla bara di Udi , finalmente
il padre di Eldad avra' un posto dove andare a parlare con
suo figlio.
E'
stato un fallimento di Israele? Puo' darsi ma sono
cose che capitano ai forti e ai giusti. I barbari
non falliscono mai, a loro basta ammazzare per sentirsi
soddisfatti.
Israele e' un paese fatto
di amore e con amore, nessuno dei nostri figli
sara' mai abbandonato, nemmeno parti del suo corpo saranno
mai lasciate al nemico e questo ci rende deboli e ricattabili
da chi e' senza anima e privo di valori umani.
Sulla
casa di Samir Kuntar i suoi concittadini hanno scritto
"Samir
Kuntar e' e' la coscienza del Libano, della palestina,
del mondo arabo".
Verissimo,
questi sono i popoli degni di lui, popoli dove chi
spacca la testa a una bambina e' ritenuto eroe, dove si
festegggia ogni attentato contro Israele, dove si balla
per la tragedia delle Twin Towers, dove si
bruciano vive le donne che osano innamorarsi, dove si violentano
i bambini convincendoli che morire da terroristi e' un onore
premiato col paradiso.
Israele,
oggi in ginocchio, e' circondato da popoli satanici
in festa ma forse Kuntar e' meno sicuro in Libano di
quando stava in prigione. Se Nasrallah vive sottoterra
come i topi di fogna, converra' che Kuntar lo imiti perche'
prima o poi potrebbe imbattersi in qualcosa di esplosivo
e tutti ci auguriamo che la sua ultima visione sia una bella
Stella di Davide disegnata su un Apache!
In
questo momento si stanno svolgendo i funerali di Ehud
Goldwasser, nel pomeriggio ci saranno quelli di Eldad
Regev.
La
mamma di Udi e' come una statua di cera, immobile e
bianca, parla con voce ferma di suo figlio e del
suo popolo meraviglioso.
Karnit
piange, e' sfinita, si rivolge al marito, la voce
si rompe, tutti piangono, i soldati, i rabbini, il Ministro
della Difesa, lei continua, - abbiamo finito il viaggio,
Udi, si chiude qui il cerchio di orrore incominciato
il 12 agosto 2006 alle 9, abbiamo finito ma tu, Udi,
sarai sempre con me, tutta la mia vita-.
Non
un grido, non un lamento, tante lacrime e tanto silenzioso
dolore.
Questa
folla e' diversa da "quella" al di la' del confine.
Siamo
diversi, per fortuna, siamo un'altra cosa.
Siamo
persone.
Qui
si piange senza odio, senza rabbia, si fa uscire il
dolore con dolcezza, Karnit sa anche sorridere al suocero
distrutto accanto a lei, lui piangendo le bacia una
mano, lei sorride e si illumina , si asciuga il viso bagnato
dell' amore per il suo Udi.
Il
cerchio si chiude, il popolo di Israele ricomincia,
dolore, disperazione, dignita', lacrime, morte,
vita e infine ancora speranza.
Deborah Fait
ELUANA ED I NUOVI
MERCANTI NEL TEMPIO
Eluana
Englaro continua a morire lentamente, senza sentimenti,
senza dignità, senza rispetto per quell’ultimo
vero scampolo di vita che le è rimasto e che il
nostro Creatore ha donato a tutti noi: la volontà e la
libertà di scegliere, ben sapendo quanto potrà
costare nell’anima e nel cuore di suo padre e del suo, tale scelta.
Sulla persona e sulla volontà di Eluana Englaro, riconosciuta
finalmente da un supremo organo dello Stato, si sta accalcando
un triste “mercato nel tempio”, un tempio sacro, come ci insegna
il Vangelo, perché appartenente a Dio, ma consegnato
nelle mani dell’uomo che deve averne rispetto. Quel corpo,
quella mente non possono più scegliere la soglia di rispetto,
ma lo hanno fatto prima ed andrebbe rispettata questa volontà,
pur non condividendola. Eppure sono quegli stessi rappresentanti
del Cristo sulla terra ad essere oggi i nuovi mercanti del
tempio, i sobillatori del popolo, gli ipocriti che si lavano
la bocca e le mani e non provano rispetto e compassione per un
corpo, per una mente, perfino per uno spirito, che va guidato,
va perdonato ma non costretto e preferiscono fariseicamente chiudersi
nella loro gerarchia, nelle loro vesti candide, macchiate del
nero della politica, del grigiore delle discussioni etiche,
bioetiche e scientifiche, del rosso degli interessi materialistici
legati a posizioni storiche. E’ questo il vero secolarismo, ovvero
l’allontanamento dal rispetto di una scelta e di una esperienza,
di una ricerca spirituale di ogni uomo per costringerlo in
un modello imposto e standardizzato, pena l’isolamento,
la vergogna (vedi Welby, condannato a non avere esequie religiose),
la vessazione. Per sfuggire a questa vessazione, nel rispetto
di una persona come Eluana e di un diritto ancora esistente,
spero che Beppe Englaro abbia il coraggio e la possibilità
di portare Eluana fuori dall’Italia, laddove ancora i principi
di diritto e civiltà possono essere rispettati, dove
ancora i nuovi mercanti sono fuori dal tempio, mentre spero che
da tutti, a partire dalla mia Chiesa, ci sia preghiera e
rispetto. Nulla più.
Angelo M. D'Addesio
BUCCIA DI BANANA
D'Alema al premier: "Fatti processare".
Il premier a D'Alema: "Dopo di te".
(Durex da Dagospia)
Il ritorno
di Ingrid Betancourt
Intervista di Angelo M. D'Addesio a
Simone Bruno*
D. Nelle diverse conferenze stampa tenutesi a Bogotà,
sia quella organizzata che quelle improvvisate,
cosa viene fuori
E’ venuta fuori la figura lucida ed intelligente di
Inaridì ed uno stato di forma migliore di quanto ci
si potesse aspettare dopo una permanenza di sei anni
nella foresta con i guerriglieri, in condizioni sovraumane.
Un altro aspetto è la debolezza delle Farc che hanno
subito la più grande sconfitta della loro storia,
sul piano internazionale, politico e comunicativo, ma
anche in riferimento al futuro stesso della guerriglia.
Ingrid è stata una bella sorpresa e dalla conferenza
stampa a Bogotà si è visto come essa abbia già
iniziato la campagna elettorale che è stata interrotta
nel 2002, con la differenza che, mentre nel 2002 avrebbe
ottenuto al massimo il 2-3% dei voti, oggi potrebbe addirittura
aspirare alla presidenza nel 2010.
D. E’ stata veramente una sconfitta delle
Farc, oppure possono valere le impressioni di chi
ha giudicato troppo arrendevoli le Farc, quindi propense
ad un accordo, alla liberazione in cambio di qualcosa?
Sarebbe una sconfitta in ogni caso. Se il gruppo
che detiene da molto tempo prigionieri eccellenti
decide poi di accordarsi e di liberarli, è comunque
un segnale di sconfitta, escludendo naturalmente qualunque
altra forma di accordo. Poi ci sono molte illazioni in giro,
ma in realtà la versione dei sequestrati è piuttosto
unanime sul fatto che ci sia stata un operazione con uomini
di intelligence presenti e veri carcerieri e luogotenenti
delle Farc. Fino a questo momento le Farc non hanno detto
nulla in proposito. Se avessero emesso un comunicato, avremmo capito
reazioni e dinamiche, ma al momento non si è fatto sentire
nessuno e quindi ogni ipotesi diversa èda considerarsi
assurda.
D. Le Farc erano già molto in crisi
e molto divise prima di questo evento. C’è chi
è legato a posizioni ideologiche, chi agli affari
del narcotraffico, i capi carismatici sono morti…Cosa succederà?
Saranno pronte ad un accordo oppure continueranno nella
loro lotta ad oltranza?
E’ difficile da dire. Le Farc sono una scatola nera.
Sappiamo attraverso Ingrid che esiste un problema logistico
nelle Farc ed è stato rivelato proprio da lei
in aeroporto, e consiste nella scarsità di viveri.
Prigionieri e guerriglieri mangiavano ormai le stesse
cose ogni giorno, mancava frutta ed altri generi alimentari
e poi mancavano gli stivali di gomma per camminare nel fango
ed erano perfino costretti a ripararli. Certamente non si
sa come stanno le Farc nell’intimo della loro organizzazione,
ma Ingrid ha raccontato i dettagli dei suoi ultimi mesi con
i guerriglieri. Poi esiste una difficoltà di tipo comunicativo:
ormai per i guerriglieri, è impossibile muoversi e comunicare
senza essere intercettati e questo è capitato con la
vicenda del piccolo Emanuel, il figlio di Clara Rojas, la vice
di Betancourt, che in realtà era già stato
liberato ed il governo ne era a conoscenza, tanto che solo quando
i vertici internazionali, compreso il presidente Kirchner
erano a Villavicencio, seppero che la liberazione non poteva
avvenire perché il bambino non era più nelle
mani delle Farc. L’esercito colombiano grazie agli accordi
che il ministro ha fatto con membri dell’intelligence israeliana,
è sicuramente superiore e poi la Colombia ha ricevuto
fondi ingenti per perfezionare i suoi meccanismi. Il ministro Manuel
Santos con questi risultati ormai si è guadagnato il
ruolo di prima scelta nelle future elezioni presidenziali del 2010.
D. A questo punto anche la credibilità
di Uribe dopo questi risultati, può compensare i
numerosi scandali che lo coinvolgono?
La popolarità di Uribe aumenta ed in un momento
di notevole crisi perché siamo a quasi ad un
anno e mezzo dal peggiore scandalo della storia colombiana:
ci sono settanta parlamentari coinvolti in uno scandalo
detto della “Parapolitica”, colpevoli di essere autori di
massacri, omicidi compiuto su loro ordine da gruppi di paramilitari
appositamente costituiti e già trenta circa sono in carcere
mentre altri si sono dichiarati colpevoli. Poi c’è anche
da affrontare il discorso sulla “legge della sedia vuota”, ovvero
è stata proposta una riforma che consisterebbe nel far
rimpiazzare il parlamentare in carcere o dimissionario piuttosto
che da un altro parlamentare dello stesso partito (che poteva
essere altrettanto fra gli accusati), da un seggio vuoto, senza
alcuna integrazione, ma la legge è stata affossata dal
governo, perché Uribe si sarebbe trovato senza maggioranza. Un
altro scandalo è quello della “Yidispolitica”, che ha preso
il nome da Yidis Medina che si è auto-accusata di aver
venduto il suo voto per favori politici, un voto determinante
per la riforma costituzionale che ha permesso ad Uribe il
secondo mandato presidenziale consecutivo. La legge è stata
poi convalidata dalla Corte Suprema, ma resta viziata in partenza,
come d’altronde è stato confermato dalla Corte Suprema
che ha condannato Yidis per corruzione ed ha anche accusato i
possibili corruttori, fra cui l’attuale ambasciatore della Colombia
in Italia, Sabas Pretelt de la Vega che sarà sotto processo
in Colombia. C’è uno scandalo nel potere legislativo e nel
potere esecutivo. C’è anche uno scandalo in quello giudiziario
ovvero la vicenda del paramilitare “Tasmania” che ha accusato Velasquez,
il giudice che sta indagando sullo scandalo del paramilitarismo,
di averlo contattato, offrendogli dei favori se lui avesse accusato
il presidente di essere stato il mandante per l’omicidio di
un altro paramilitare; poi ha ritrattato, ma ha accusato Mario
Uribe il genero del presidente ed il fratello del presidente di
averlo convinto a loro volta a dichiarare il falso ed accusare il giudice.
Comunque adesso esce sicuramente vincente e molti scandali sono coperti
dalla vicenda di Betancourt che è a sua volta è diventata
la sua possibile rivale per la corsa nel 2010, se riuscisse a cambiare
di nuovo la costituzione per ripresentarsi.
D. Siamo sicuri che Uribe sia ancora un
rivale. Le dichiarazioni di ringraziamento fanno
pensare ad una comunità di intenti inimmaginabile,
vista l’avversità della sua famiglia al presidente?
Tutto ciò va letto in diversi modi. Ingrid
deve la sua libertà all’esercito ed al governo e
come lei ha detto in conferenza stampa va dato atto
ad Uribe di essersi preso una grande responsabilità
perché se la missione fosse andata male, lui avrebbe
perso la sua reputazione con quella di tutta la classe
dirigente colombiana. Ovviamente c’è chi, maliziosamente,
considera Uribe uno dei responsabili dell’inerzia che
ha portato Ingrid ad essere prigioniera per tanti anni…ed
è questa la posizione dell’associazione dei familiari delle
vittime. Lei ha inoltre detto “Sono felice ma lo sarei ancora
di più, se potesse esserci un accordo umanitario che permettesse
la liberazione di altri prigionieri”. C’è addirittura
una dichiarazione ancora più forte in cui lei è
arrivata a dire che la rielezione di Uribe è stata un colpo
molto forte per le Farc, abituate ad alternanze governative con governi
forti e governi propensi all’accordo a tutto vantaggio della guerriglia,
mentre una presidenza così forte ed un attacco così frontale
alle Farc hanno favorito la sconfitta della guerriglia.
D. E’ cambiata allora la posizione di Ingrid
dialogativa, contro-corrente rispetto al 2002 con
l’avversione ad Uribe? Ingrid non è più all’”opposizione”?
Non esiste più in realtà nessuno che abbia
un opinione differente da questo punto di vista a
parte il Polo Democratico, la scelta politica di Ingrid
di porsi come prosecuzione della politica uribista
è comprensibile anche perché in questa parte politica
esistono settori, per esempio quelli imprenditoriali,
la media borghesia, che cercano per il futuro qualcuno
che possa portare avanti la politica per la sicurezza di
Uribe, ma al tempo stesso un presidente credibile ed aperto all’estero,
ad esempio con l’Ecuador e con il Venezuela, che acquista
la gran parte dei prodotti industriali della Colombia.
Non si è giunti, ad esempio, alla firma del Trattato di
Libero Commercio con gli Usa perché le credenziali del
presidente Uribe in termini di diritti umani non sono buone ed
anche perché Bush ha rinviato tutto al prossimo presidente
e se questi sarà Obama, molto andrà rivisto in
Colombia. Ingrid potrebbe pensare di presentarsi come prosecuzione
politica dell’Uribismo, cosa che sta già facendo, con
minore notorietà, l’ex sindaco di Bogotà Luis Garzòn
che ha aperto al partito liberale ed al partito democratico.
D. Ingrid ha parlato anche di una solidarietà
internazionale per giungere ad un accordo umanitario
di pace per la Colombia con la guerriglia. La pace
resta comunque il fondamento politico da cui parte Ingrid
rispetto ad Uribe…
Lei ha detto che la rielezione è stata un fatto
positivo ma che probabilmente lei non voterebbe per
Uribe ma per chi ha maggiore attenzione per i temi
sociali, pur non disconoscendo quanto di buono ha fatto il
governo. Dunque post-Uribismo e non anti-Uribismo: fare ciò
che ha fatto Uribe ma farlo meglio. D’altronde a tutto ciò
fa capolino la dichiarazione di Chàvez che ha detto
che il tempo delle Farc e della guerriglia in America
Latina è finito e quindi all’opposizione netta verso Uribe
è rimasto solo un settore del Polo Democratico in
Colombia e forse in Sud America.
D. Hai accennato a Barack Obama…Lancio
una provocazione ed un dubbio, se la linea dura di
Uribe si è rivelata la migliore, allora vuol dire
che lo è anche in America nella lotta al terrorismo
e che su questo potranno esserci riflessi più
positivi per McCain che per Obama?
Il problema è che, anche se le Farc sono state
colpite, non si può parlare di sconfitta o sparizione
delle Farc. Inoltre questa lotta è il frutto
di fondi che arrivano dal Plan Colombia e quindi
dagli Usa, con soldi pagati dai colombiani con tasse
straordinarie e guardando ad una prospettiva a lungo termine,
è difficile dire quanto costerà e potrà
essere positiva questa politica belligerante. Bisogna riconoscere
che i risultati ottenuti in questi mesi sono innegabili,
quindi per la Colombia di Uribe sarebbe più positiva
la presidenza di McCain, ma c’è molta equidistanza nel
paese per non allontanare nessuno dei candidati, soprattutto
il favorito Obama. D’altronde lo si è visto in questi giorni,
con la visita di McCain che Uribe ha impostato come un incontro personale
e non come una visita all’esecutivo che non è stato coinvolto
in modo ufficiale.
D. Tornando ad Ingrid. Cosa ha detto Ingrid
del suo futuro politico? In molti parlano già
di una campagna “Ingrid presidente 2010”. E’ possibile?
Ingrid ha una posizione molto celata ed ha detto
che lei è stata al momento una causa di sofferenze
enormi per la sua famiglia e che ogni decisione che prenderà,
dipenderà dai suoi figli e dalla sua famiglia e
sarà presa con loro…E’ un modo leggero per dire “continuerò
a fare politica”, perché questo punto interrogativo
in realtà sarebbe stato un convinto rifiuto, qualora
avesse desiderato declinare ogni impegno. C’è un atteggiamento
di Ingrid che è molto ben studiato, molto diplomatico
ed intelligente su ogni tema, anche quando parlando dei
rapporti con l’Ecuador, di nuovo incrinatisi, ha detto che
il presidente Correa è un amico della Colombia, che tutti
devono perseguire l’obiettivo comune della pace dei colombiani
e non ha detto che Correa ha fatto male a ribellarsi contro
le invasioni dell’esercito colombiano per le operazioni
che hanno portato alla morte di Raul Reyes, numero due delle
Farc.
D. Molti hanno considerato Ingrid Betancourt
come uno dei tanti prigionieri, perché sarebbe
stato ingiusto fare differenze ed ordini di priorità.
Eppure oggi in Colombia Ingrid non è una delle
tante. Come ha reagito Bogotà alla notizia della liberazione
di Ingrid?
C’è stata una forte partecipazione. Ingrid
è considerata qui un personaggio molto popolare.
I colombiani, soprattutto quelli delle città,
che hanno vissuto per anni ed anni questo conflitto
armato, ormai lo hanno interiorizzato e parlando difficilmente
di vicende collegate a morti e sequestri della guerriglia.
Ha fatto eccezione però il fatto di Ingrid, perché
è stato un caso nazionale ed internazionale
di cui si è sempre parlato. Addirittura al suo arrivo,
durante la conferenza stampa nell’ambasciata francese,
ci sono stati dei caroselli di macchine e molta gente l’ha
salutata alla sua uscita, pur non potendola vedere, perché
la macchina per motivi di sicurezza era interamente blindata
ed Ingrid ha ricambiato. Sono cose rare qui in Colombia per
una normale liberazione. Questo alimenta ancora di più
la chance politica di Ingrid, visti i consensi e la popolarità
che la vedono ai primi posti nel paese. Quanto agli altri sequestrati
rimangono nelle mani delle Farc, circa trenta fra politici,
poliziotti e militari fra cui Moncayo, Mendieta e questi sono considerati
dalle Farc, “scambiabili” con altri guerriglieri incarcerati. Poi
ci sono settecento ostaggi comuni che vengono prelevati a scopo
di estorsione economica. Il rischio reale è che ora la liberazione
di Ingrid possa far scendere il silenzio su questi ostaggi, perché
non ci saranno notiziari su altri ostaggi colombiani, anche se
c’è molta buona volontà ed è stata annunciata
una manifestazione solidale di massa per il 20 luglio, ma
sostanzialmente tutto diventerà “normale”.
D. …E le speranze di pace, al di là
della crisi delle Farc, della liberazione di Ingrid,
per la Colombia sono credibili?
E’ molto difficile a dirsi, perché bisognerebbe
capire cosa succede all’interno delle Farc. Alfonso
Cano era il terzo nella linea di comando e si è
ritrovato a guidare le Farc ed è il primo leader
della nuova generazione, ovvero una generazione di politici,
docenti e studenti, nati nelle università
colombiane, appartenenti alla gioventù politica
e non contadini le cui terre sono state espropriate e che
hanno iniziato la lotta proletaria in passato. Il nuovo segretariato
è formato perlopiù da questi soggetti nuovi
e c’è da pensare che possano essere più inclini
a negoziare, ma non è così scontato. Esiste anche
una linea di pensiero secondo cui non avendo portato mai
un fucile in mano ed essendo perlopiù un politico, Alfonso
Cano dovrà prima accreditarsi con forza all’interno delle
Farc, sconfiggere le resistenze di quella parte più militarmente
belligerante, per poter avviare un negoziato con il governo.
I commenti di questi giorni parlano dell’univocità di
una soluzione di compromesso ma non si tiene conto di molti fattori.
Le Farc potrebbero anche continuare a fare lotta di nicchia
nelle foreste come hanno fatto per 44 anni.
*Simone Bruno, fotoreporter di stanza a
Bogotà e collaboratore delle agenzie Peacereporter,
Andinamedia e di Reporter Associati.
Il Bulldozer
animato
E' passata quasi una settimana dall'attentato
di Gerusalemme, una settimana di assurdita' diffuse
dai media che, ahime', si occupano di Israele,
cioe' praticamente tutti.
Idiozie enormi, paura di definire terrorista un
terrorista, fedeli alla regola che gli unici assassini
definiti guerriglieri o attivisti sono quelli che ammazzano
israeliani.
Nel caso specifico, Husam Taysir Dwayyat, non
ha beneficiato di nessun titolo nobilitante perche'
si dice abbia agito da solo, come se questo escludesse
l'attentato, e allora, pur di non scrivere quella parolina
proibita, si e' preferito definirlo delinquente comune
e drogato.
C'e' chi ha raggiunto il delirio umanizzando
il bulldozer e trasformandolo nel soggetto che ha
compiuto l'attentato.
Ohibo', direte voi!
Ehhh si, rispondo io e ve lo spiego.
L'altro giorno ho letto un titolo interessante :"La
BBC chiede scusa" e io mi sono detta "bene, bravi,
stanno migliorando e ammettono i loro errori". Ingenuamente
pensavo che le loro scuse fossero rivolte agli israeliani,
alle vittime dell'attentato di Jaffa Road ammazzati da
uno arabo israeliano urlante "Allah hu akhbar".
Leggendo l'articolo delle scuse mi sono dovuta ricredere.
Non erano rivolte alle nostre vittime!
Come ho potuto pensarlo!
Non erano scuse per il modo disgustoso di aver
dato la notiza dell'attentato, come riporta Giorgio
Israel su Libero : "Il conducente di un bulldozer a Gerusalemme
colpito a morte dalla sicurezza.", e ancora: "La
furia di un bulldozer colpisce Gerusalemme."
Da cui si arguisce, prima, che gli ebrei hanno
ammazzato chissà perché il conducente di un
bulldozer, poi, che il bulldozer, essendo israeliano,
era capace d'orrendi crimini come colpire con furia
l'intera Gerusalemme.
Avete capito?
La prestigiosa BBC.
Conducente, prima, e poi, per evitare di dare la
responsabilita' a un arabo, sono arrivati all'animazione
del Caterpillar come in un film di Walt Disney:
il bulldozer, incazzato, anzi infuriato, con occhi, naso
e bocca storta in un ghigno orrendo da ebreo cattivo che
corre per Gerusalemme menando colpi mortali da tutte le parti.
Ecco, io pensavo che sarebbe stato logico chiedere
scusa per frasi talmente schifose da dubitare
che un essere umano che fa il mestiere del giornalista
possa averle solo pensate.
Invece no!
La BBC non si scusava per questo ma perche' i suoi
affezionati lettori/spettatori hanno protestato
per il filmato della morte del terrorista assassino.
Poverini, quel filmato cosi' crudo e reale gli
ha rovinato l'appetito, non sono riusciti a digerire
le uova col bacon, forse gli era rimasto sullo stomaco
persino il gallone di birra ingurgitato troppo in fretta
per l'impressione.
Che sensibilita',
che umanita', ma come sono delicati gli afecionados
della BBC.
Noi israeliani invece queste scene le viviamo
da anni in prima persona e non possiamo nemmeno
protestare perche' siamo tutti coinvolti nell'odio
arabo che puo' colpire chiunque in qualsiasi momento.
Non solo non protestiamo ma siamo grati ai nostri
eroi di tutti i giorni, quelli che una settimana fa
hanno fermato il terrorista ammazzandolo mentre vomitava
Allah hu akhbar. Quegli eroi che, evitando altre
morti, hanno tolto l'appetito agli afecionados della
BBC, quelli che non riceveranno medaglie d'oro al valore
perche' in Israele non si usa, tutt'al piu' gli
danno una lode e una pacca sulla spalla perche' tutti
gli israeliani sono eroi e ognuno di noi e' sempre pronto
a rischiare la vita per salvare gli altri.
Qui non esiste l'indifferenza e lo si e' visto durante
le riprese della tragedia con decine di normali cittadini
che correvano dietro al Buldozer, tirando sassi
e tutto quello che avevano in mano.
Quelli che ci odiano dicono che siamo duri e
cattivi e che gli arabi invece sono tanto buoni e
gentili.
Gia', ci considerano tanto cattivi che praticamente
nessuno ha parlato troppo delle vittime, robetta
da ebrei, e tutti si sono scompisciati a parlare
di Husam Taysir Dwayyat, chiamandolo con tutti i nomi meno
quello che gli stava a pennello:terrorista.
Hanno scritto tutte le giustificazioni possibili:
era un criminale, era drogato, anni prima aveva
convissuto con un'ebrea quindi non odiava gli ebrei,
perbacco!
Poi si sono dedicati al lato umano, l'ebrea cattiva
lo aveva cambiato lasciandolo, poi si era sposato, aveva
due bambini. L'umanizzazione del disumano, tralasciando
persino di parlare della donna, forse la madre, che
dal balcone di casa, si era messa a urlare Shahid, Shahid
, subito zittita dal padre incazzato che pensava alla possibile
demolizione della sua casa.
Nessuno ha scritto che qualche mese prima il
conducente del bulldozer infuriato si era riavvicinato
all'islam e aveva avuto contatti con hezbollah.
Solo qualche frasetta buttata la' che hamas si
era congratulato e Abu Mazen pure perche' i crimini
di Israele ....i crimini di Israele....i crimini
di israele....l'occupazione.....quale...dove....
Vabbe' non importa, loro lo sanno e lo sanno anche
tanti scribacchini italiani.
Ma...e le vittime?
Poca roba, I Tiggi' hanno fatto vedere la bambina
salvata dalla madre prima di morire ma questo episodio
non ha commosso un granche' nessun inviato
in Israele.
Il pianto disperato di di Efrat, 5 mesi,
che non vedeva piu' la mamma accanto a se' e che
si era improvvisamente ritrovata in braccio a estranei
agitatissimi che cercavano qualcuno a cui affidarla, non
ha tolto l'appetito a nessuno.
Noi qui in Israele abbiamo seguito la sua sorte
e quella della sua mamma col cuore in gola, abbiamo
visto la bambina disperata e sudata di pianto in braccio
a un medico , poi piu' calma, in ospedale in braccio
a una zia accorsa grazie agli appelli dei media israeliani
e poi abbiamo saputo la sua storia.
Era in macchina colla mamma, Batsheva Unterman,
di 33 anni , che, qualche secondo prima che "bulldozer
infuriato" la schiacciasse uccidendola , era riuscita
a slegare la sua bambina dal seggiolino e a gettarla
fuori dal finestrino tra le braccia di una persona che
e' stata pronta ad afferrarla.
Poi Batsheva e' morta schiacciata e Efrat crescera'
senza la mamma ma sapra' di essere salva grazie
al suo enorme coraggio e al suo amore che le ha permesso
di non perdere la testa.
E' una tragica tradizione tra le memme ebree,
quanti bambini sono stati gettati fuori dai treni
per Auschwitz , con il nome scritto su un foglietto,
salvatelo-si- chiama....
Salvate i bambini, salvate l'ultima orfana....salvate
Efrat....
Il sole sorge ogni
giorno su Israele e vede dolore, disperazione,
speranza, eroismo.
Vede la figlia di Ron Arad che da 22 anni aspetta
suo padre e che per 22 anni non ha avuto una sola
notizia sulla sua sorte.
Ventidue anni di dolore per noi e ventidue anni
di ferocia per i suoi torturatori.
Il sole che splende ogni giorno su Israele, vede
Gilad prigioniero da due anni, ne aveva 19,
vede le lacrime della sua famiglia, la barbarie dei
suoi carcerieri e l'indifferenza degli altri.
Il sole che nasce ogni mattina vede Osher Tuito,
di Sderot, senza una gamba a otto anni e la sua
bicicletta, vede anche il missile che lo ha ridotto
a mezzo bambino.
Vede Samir Kuntar che tornera' in Libano a fare
l'eroe e vede la piccola bambina cui ha sfracellato
la testa.
Vede Ehud e Eldad probabilmente morti e vede Nasrallah
che se la ride per il dolore che riesce a dare
agli ebrei sionisti che tanto odia.
Il sole che sorge vede Israele abbandonata e tradita
dal mondo intero che all'ONU aveva promesso di
riportare a casa i due soldati israeliani obbligando
Hezbollah, colla risoluzione 1701, a rilasciarli.
E vede la piccola Efrat, 5 mesi, l'ultima vittima,
sente il suo pianto che attraversa secoli di odio
antiebraico unendosi al pianto disperato di milioni
di bambini ebrei cui le belve feroci hanno tolto i genitori.
Eppure Israele deve sopravvivere all'orrore, al
pianto, alla disperazione. E' sopravvissuta
a Hitler, sopravvivera' a Ahmadinejad, a Nasrallah e
Hanyie'.
Come il sole nasce e muore ogni giorno, anche Israele
riesce a morire di dolore e a rinascere ogni
giorno nella speranza e nella felicita' di essere un
popolo unito nella sua Terra.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Le solite
facce da guerra civile
Quella che cala dalle terrazze per scendere in
piazza, quella che è scesa ieri in piazza Navona,
a Roma, chiamata da Micromega, la rivista filosofica
di Paolo Flores d'Arcais, è l'Italia sedicente
migliore. È l'Italia di Umberto Eco che è il
migliore. Quella di Andrea Camilleri, poi, che è
il più migliore assai. Quella di Moni Ovadia, quindi,
il migliorissimo. Quella di Ascanio Celestini infine,
un altro raffinato attore di quelli da spremuta di cervello
che proprio fa tenerezza nel proporsi ancora - come si
propone - con l'estetica dell'impegno: una lagna adoperata
per alzare l'attenzione che il maestro spalma sulla barbetta
come Little Tony, meritatamente, distende e spalma gel
e brillantina per tenere desto il suo proverbiale ciuffo.
E non a caso è l'Italia che s'affida ad Antonio
Di Pietro, primo ad aderire al No Cav Day per l'interminabile
no e poi no a Silvio Berlusconi. È l'Italia
dell'estremismo legalitario, per dirla con Piero
Sansonetti, un autorevole esponente della sinistra che,
giustamente, s'è ben guardato dall'andarci ieri
a piazza Navona perché una cosa è chiara: i manifestanti
di ieri come nemico hanno Berlusconi che si mangia la
democrazia tutta ma, sotto sotto, come vero nemico hanno ben
altro, hanno la sinistra.
E alla sinistra, infatti, tutti i potenti testimonial
del No Cav Day fanno grave danno. Alla sinistra
sottraggono consensi e forza. E della sinistra fanno
una caricatura perché forse - con rispetto parlando
- loro stessi che sono così migliori, così
consapevoli della superiorità intellettuale e morale,
così onesti, così perbene, sono macchiette
fuori tempo massimo. Sono le scimmie di un Sessantotto
che si perpetua nelle loro fisime, come quelli di un tempo,
infatti, quelli che avevano un nemico apparente contro
cui manifestare - il fascismo inesistente o lo stato borghese
- mentre il regolamento dei conti vero lo facevano
contro il Pci, così questi fanno la guerra a Berlusconi
per sfasciare quello che resta della sinistra. Per regolamento
di conti. Con interessi.
Certo, quelli, avendo alle spalle la copertura
di massa, poi degenerarono nella lotta armata,
questi che se la risolvono con lo slogan «la
Carfagna, che cuccagna», fortunatamente non possono
che sbracare nella nostalgia da insegnanti precari costretti
a scimmiottare i loro studenti con qualche goliardia
consolatoria e alti strilli compiaciuti.
Saranno pure l'Italia migliore, sostenuti dai
più affascinanti tra gli artisti, tra i più
geniali dei letterati, si torna sempre alla trappola
dell'Italia che piace alla gente che piace ma si ripetono
nei tic, nei modi e negli anatemi. Sono professori,
sono colti ma sono proprio troppo fuori tempo massimo,
egemoni solo nel fare danni al Partito democratico proclamando
i precetti e i toni. L'apertura della campagna elettorale
a Catania, per dire, giusto per fare l'esempio di una città
dove la sinistra non è riuscita ad arrivare neanche seconda,
grazie ai professori, ai colti e agli artisti, è
stata fatta all'Arena Argentina con la proiezione del film
Palombella rossa. Poteva mai il povero Giovanni Burtone,
navigato eroe della migliore Democrazia cristiana, candidato
del Pd, riuscire a vincere lungo via Etnea avendo addosso
tutti questi vecchi arnesi dell'eterno Sessantotto?
Saranno onesti e specchiati, eroi perfino, come
Rita Borsellino (voti, pochini), ma l'Italia
vera, quella che per fortuna non è migliore,
preferisce stare nel torto tanto è vero che più
si dà addosso al Cavaliere, tanto più quello
cresce nei sondaggi. Mentre invece scende, e poi
scende, la sinistra. E forse è anche un diabolico
gioco delle parti che si consuma nel palcoscenico
d'Italia se si pensa che il vero beneficiario del travaso
dalla terrazza alla piazza non è il futuro della sinistra,
non Pancho Pardi, non i Girotondi, neppure Beppe Grillo
furbo al punto di ritagliarsi la giusta fettina di marketing,
ma Di Pietro, un formidabile arcitaliano, uno che starebbe
a destra un minuto dopo che da destra se ne fosse andato via Berlusconi.
Così come Marco Travaglio, un degno erede delle migliore
tradizione giornalistica liberale, costretto a sorbirsi
la folla plaudente di gruppettari invece che quella di cari
galantuomini dell'Italia borghese a lui più consoni, per
sensibilità e stile. Ma quello che dalle terrazze arriva
in piazza è la schiuma di un ribollire mai sopito: le stesse
parole messe in libertà dal palco - dalla nuova P2 allo Psiconano,
dalla solita Resistenza alla Costituzione fino al consueto dileggio
del Papa - evocano un canovaccio certamente usurato ma malevolo giusto
al punto di mantenere vivo l'odio, il cieco odio, l'eterna guerra civile
che separa l'Italia dei migliori e quella degli italiani persi nel
torto, al punto tale che se un galantuomo vuol rivendicare il diritto
di essere non-berlusconiano, e molti da destra lo sono, figurarsi
da sinistra, come può rischiare di confondersi poi con questa
terrazza precipitata in piazza, questa élite delle Fiorelle
Mannoia grondanti indignazione? Benedetto quel Pci degli anni passati
che sapeva fare fronte alle derive estremistiche, poveretta questa
sinistra di oggi pensionata dalla magia furbacchiona (è il caso
di dirlo) del radicalismo di successo, quello dei professori, dei colti
e degli artisti. È proprio significativo che il ceto dei letterati,
ancora una volta, abbia deciso di planare dalla terrazza alla piazza.
Ma pare che l'intransigenza glamour paghi, prova
ne sia che Sandro Bondi - un serio ministro,
una persona mite ed educata, uno che lavorerà per
i Beni Culturali e per il patrimonio artistico dell'Italia,
sia essa quella dei migliori che quella dei peggiori -
abbia dovuto subire al suo ingresso alla Milanesiana i
fischi del pubblico (verosimilmente fatto di colti e di
artisti) e un'infastidita stretta di mano di Umberto Eco, proprio
quell'Eco che è l'orgoglio e il vanto dell'Italia
nel mondo. Che porca Italia doveva esserci nella mano di
Bondi? Voleva significare questo Eco tra tutti i segni semiotici
dei significanti? Ho letto che Sandro Veronesi, un autore
che ammiro, uno scrittore che certamente ha mietuto pubblico
tra i lettori di questo quotidiano, travolto dalle sue stesse
parole, ha testualmente detto: «Qualsiasi giornalista
integro non lavorerebbe nemmeno sotto tortura per il Giornale».
Ecco caro direttore, non me ne frega di Berlusconi (non lo
voto), non me ne frega del No Cav Day (non ci vado), mi frega
molto l'Italia e giusto per far ricredere Veronesi ti chiedo l'ospitalità
oggi. Senza farti perdere tempo con la tortura.
Pietrangelo Buttafuoco - da "Il Giornale"
Triste storia
di due marescialli - (By Filippo Facci)
Questa è la triste storia degli ex marescialli
Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia, colpevoli
di aver confuso il vero, il verosimile e magari
anche il probabile ma di averlo miscelato in un cocktail
che alla fine saprà solo di calunnia, e questo
solo conta. Sul tavolo rimarranno nient’altro che le calunnie
di due ex carabinieri complessati di esserlo, due comparse
abbagliate dal grande spettacolo di Mani pulite rimaste
ai bordi del palcoscenico.
Il trentenne Corticchia era al servizio del quasi
coetaneo pm Elio Ramondini. lavorava dalle otto
a mezzanotte e non chiedeva straordinari. Una pellaccia.
Corticchia c’era, discuteva, entrava e usciva da una
stanza all’altra, partecipava addirittura alle festicciole
col Pool e i giornalisti, c’era ai compleanni, agli anniversari
dell’inchiesta, c’era anche alla festa di Paolo Brosio con
Emilio Fede e Gherardo Colombo e Francesco Greco e Antonio
Di Pietro e Paolo Ielo e insomma tanta bella gente, famosa,
che andava in televisione e faceva un mestiere prestigioso,
c’era anche in quella discoteca dietro corso Como dove
inseguiva la cronista Renata Fontanelli, la presunta
dark-lady di tutta questa storia, e dove il suo amico Strazzeri
azzardava invece un liscio senza speranze con la bionda Maddalena
Capaldi, la segretaria di Piercamillo Davigo.
Corticchia e la Fontanelli si erano conosciuti
a Studio Aperto nel periodo della guerra del Golfo,
nel ‘91, quando anche in Fininvest piovevano minacce
telefoniche. Aveva conosciuto anche Emilio Fede e ci
aveva bevuto anche qualche emozionante caffè.
Poi Mani pulite, vissuta come una guerra coll’emozione
della libera uscita ogni tanto, la sera: in pizzeria, al ristorante,
al dancing vicino alla Bocconi, nel localino sui Navigli
dove quell’altro cronista suonava il sassofono. Corticchia
spandeva e spendeva soldi che non aveva: il fido che la Bnl
concedeva agli uomini della Benemerita l’aveva già
sforato. Ma fa niente, viveva Mani pulite come una malattia,
e ai cronisti, “amici suoi”, dava una mano quando poteva. A Renata,
anche due. Da qui il sospetto che fosse stato lui, nel luglio
1993, a darle i verbali di Garofano pubblicati da Il Mondo, quelli
che spinsero Gardini a spararsi.
Un sospetto meglio delineato quando lo beccarono
con le mani nei cassetti di Davigo: Borrelli
andò fuori dalla grazia di dio ma non successe
niente, perchè quel gran lavoratore del Corticchia
non se lo meritava, lo dicevano tutti. Così lo
rispedirono solamente nella sezione di via Moscova, dal
generale Nicolò Bozzo che presto l’avrebbe anche premiato
con una targa d’argento. Ma lui ormai non si sentiva
più un carabiniere, covava malanimo: che irriconoscenti,
decise di congedarsi perchè ormai l’aveva capito, lui
al minimo era un giornalista, uno scrittore, uno sceneggiatore
televisivo, in fondo a Palermo aveva fatto il classico.
Tornava da Fede chiedendogli un’entratura per
un libro e per un film sulla mafia. Emilio, per
il film, lo mandava da Massimo Del Frate di Mediaset,
e per il libro gli consigliava di spedirlo alla Mondadori.
E aspettando risposte che non giungeranno mai, la sua
esistenza languiva, sedimentava altri risentimenti
contro quei montati della procura e poi i giornalisti,
i colleghi che telefonavano soltanto per avvertire che
dalla banca lo stavano cercando.
L’unico gentile era
Strazzeri, che per Felice stravedeva: per lui era incarnazione
di quel che non avrebbe mai potuto essere,
giovane, alto, brillante, di buona famiglia palermitana,
addirittura con velleità scrittorie. Strazzeri
di velleità non aveva, era un dimesso che a breve
sarebbe andato in pensione forse un poco tristemente
(non è sposato nè fidanzato) ma con una
carriera immacolata, perfetta. Strazzeri era inattaccabile
e Felice lo sapeva, era stato distaccato presso la procura
circondariale di Milano ma aveva l’ufficio proprio al quarto
piano, accanto a quello di Di Pietro. Ne aveva viste davvero
di ogni colore semplicemente perchè anche lui c’era,
eccome, ogni giorno salutava, riveriva, ascoltava, chiacchierava
con Maddalena. E a pranzo prelevava Corticchia per andare
in mensa. Negli ultimi tempi erano sempre isolati e stizzosi,
Felice si sentiva un uomo a metà. Giovanni, addirittura,
lo chiamavano Monghi. Insensibili. Congedatosi, Felice riempie
la sua vita di progetti. Un corso di sceneggiatura, mette
in cantiere libri, si fidanza con la profumiera Grazia, alta, bionda
e col macchinone. Decidono di convivere in un monolocale
col caminetto e l’angolo cottura, quartiere Brera, via Fiori
Chiari, con Renato Pozzetto al piano di sotto: è quello
il posto che merita, altrochè. Due milioni al mese,
ma li paga quasi sempre lei. Intanto Renata, il suo sogno
impossibile, sta per sposarsi col Principe Alliata di Monreale.
Ma i due si rivedono nel dicembre 1995. Lei non
lavora più al Manifesto, il quotidiano è
in crisi e l’ha lasciata a piedi. E’ un po’giù.
Lui dipinge un beffardo destino di ingratitudine che
ora li accomuna. Capisce che il momento è buono
e le fa la proposta indecente: dammi retta, collabora,
racconta che Di Pietro ti mise le mani sul sedere.
E millanta appoggi, possibili assunzioni, parla di Berlusconi
come se lo frequentasse tutti i giorni. Renata è
sbigottita. Felice intanto contatta anche qualche ex collega
di via Moscova che a tempo debito possa testimoniare su
questo e su quello, e ogni tanto va a trovare Emilio cui lascia
intendere verità agghiaccianti. Ma toccherà
all’inattaccabile Strazzeri il ruolo del rompighiaccio.
Renata intanto è preoccupata, ma ogni volta che pensa
di denunciare la cosa poi si tira indietro. Si confida con
cronisti e amici come Giuseppe Turani, che le risponde come
tutti gli altri: Renata, denuncialo. Lei tentenna. E sta
ferma.
Nel gennaio ‘96 lei lavora all’emittente Sei
Milano e a margine di un convegno incontra l’avvocato
Gaetano Pecorella. Chiede consiglio anche a lui,
ma la risposta è sempre la stessa. Corticchia intanto
torna a farsi vivo con le sue promesse mentre Strazzeri,
il 19 febbraio, va finalmente in pensione. Non ci
sono più ostacoli. Corticchia molla il carico da novanta,
chiede a Fede un incontro con Silvio Berlusconi ed Emilio
si muove, garantisce, spiega che Corticchia lavorava proprio
in procura: del resto è vero. Berlusconi l’incontra
ma non ci perde troppo tempo: ma che bravo giovane, corra
dai magistrati a denunciare tutto.
A metà settembre Strazzeri è a Brescia.
Consegna il suo incredibile memoriale e racconta cose
che voi umani non potreste immaginarvi: telefonate
di Violante a Di Pietro, strategie anti-Fininvest,
ne ha per tutti, anche per quella Maddalena Capaldi che
non aveva più danzato con lui, anche per quegli antipatici
dei giornalisti. Calunnie, ma verosimili. Silvio Bonfigli
è allibito e Fabio Salamone guarda quell’ex carabiniere
mentre se ne va, quelle scarpe troppo lucide e quel fazzoletto
al collo non lo convincono.
Alla fine di ottobre
tocca a Corticchia, che aggiunge tasselli al
mosaico: il ‘passi’ falso che Di Pietro gli avrebbe
chiesto di procurargli e un viaggio a Roma, con l’auto
di servizio, per portare il suo libro a Cossiga. Felice
chiama in causa altri carabinieri perchè il piano
è quello: ciascuno aggiungerà il proprio tassello
(senza dover mentire) sulla piattaforma concordata con
Strazzeri, pompata all’inverosimile.
I telefoni dei due ovviamente sono già sotto
controllo. Mentre nella prospettiva che tutto vada
bene, Felice ha già impostato il suo impossibile
futuro: ottiene e otterrà una serie di “prestiti”
(da chi non si sa, e non è un particolare da poco)
ma è strano, ma non fa niente per nasconderli: li deposita
sul suo conto Bnl presso la procura di Milano. E sforna due
libri in quattro mesi, libri a pagamento: ma che importa,
un giorno la Fininvest gli avrebbe spalancato le porte. L’agenzia
di promozione Dialogos confeziona intanto costose presentazioni
al ristorante. Ai cronisti giudiziari che lo avvicinano
promette interviste in cambio di recensioni. Perchè lui
adesso è uno scrittore.
Ma la maionese non riesce. La Fontanelli, interrogata
il 19 dicembre aBrescia, dice che Corticchia e
Strazzeri sono dei pazzi.
Felice la ricontatta e le fa pressioni che lei
corre a raccontare ai pm milanesi Ilda Boccassini,
Francesco Greco e Paolo Ielo. I quali a loro volta
(dopo che Renata ha rivelato che Corticchia in passato le
aveva passato dei verbali) riescono a verbalizzare le
sue dichiarazioni collegandole a una vecchia inchiesta
su una fuga di notizie. Riescono cioè a infilarsi
in un’inchiesta che pure (in teoria) è rivolta contro
la loro procura, dunque dovrebbero astenersi. Così le
inchieste si intersecano, regna la confusione totale e il fatto
che la Fontanelli intanto sia stata davvero assunta a
Moby Dick (area Fininvest) complica solo le cose. Un equivoco
che sarà presto dipanato.
Ma Corticchia intanto ha sentito puzza di bruciato.
Non mi tradirai, urla via cavo a Renata che
presto denuncerà anche minacce telefoniche notturne.
E Felice intanto di telefonate ne fa tante, troppe,
il redivivo Roberto Zuliani dei Ros scopre 264 milioni
movimentati sul suo conto e nessun teste ha intanto confermato
i racconti di Strazzeri. Il 19 e 20 gennaio 1997, a Milano,
vengono ascoltati diversi giornalistiamici della Fontanelli.
La Boccassini cerca di bloccare un articolo del’Espresso
ma non riesce, e va su tutte le furie. Felice intanto rilascia
interviste. Giovanni invece si fa fotografare al Caffè
dellaPusterla di Milano con un look da matrimonio calabrese.
Non hanno ben capito cosa stia per succedere.
Il 24 gennaio Bonfigli ne chiede l’arresto. Il
gip glielo nega. Il 27 Corticchia contatta l’avvocato
Michele Saponara, ma solo per querelare l’Espresso.
Si rincorrono voci e sussurri. Il 28 gennaio gran
riunione tra magistrati milanesi e bresciani proprio mentre
Corticchia sta incontrando Emilio Fede al Jolly Hotel
di Segrate. I pm milanesi consegnano verbali e documenti
a Bonfigli. Le voci corrono. Il 30, Corticchia viene sostanzialmente
respinto dai pm bresciani e in serata, disperato, si
sfoga con Grazia. Il primo febbraio, di mattina presto,
suonano il campanello e lui gli apre. Che roba, li conosce
tutti. Sono carabinieri, ex colleghi dell’ex carabiniere
Felice Corticchia, scrittore per una breve e sfortunata stagione.
E prese la
bambina per i piedi...
A mezzanotte stavano tutti dormendo in quella
palazzina di Naharyia, quando quattro terroristi
entrarono nel portone sparando all'impazzata.
Smadar prese in braccio Yael di due anni per
nascondersi e Danny prese in braccio Einat,
di quattro anni, cercando anche lui di correre
nel rifugio ma in quel momento i terroristi sfondarono
la porta del loro appartamento.
Cosi', un appartamento scelto a caso, a loro
bastava ammazzare degli ebrei.
Samir Kuntar prese subito Danny con la sua bambina
piu' grande, Einat, intanto i suoi complici cercavano
altri ostaggi.
Smadar era riuscita a nascondersi bene ma sapeva
che se la piccola si fosse messa a piangere
avrebbero gettato una bomba e sarebbero tutti
morti, anche i vicini che si erano rifugiati nel
loro appartamento per stare insieme, per farsi coraggio,
allora mise una mano sulla bocca di Yael parlandole
a bassa voce.
Smadar disse in seguito che, mentre cercava di
far tacere la piccola, si era ricordata che sua
madre era stata salvata allo stesso modo quando i
nazisti stavano cercando gli ebrei in Polonia.
La piccola Yael pero' non sopravvisse perche'
non era riuscita a respirare e Smadar se la ritrovo'
morta fra le braccia.
Soffocamento o paura? Forse le due cose insieme,
a due anni non si puo' capire perche' degli uomini
urlanti ti portano via il papa' e la sorellina ma
si puo' avere tanta paura da decidere di addormentarsi
la' fra le braccia sicure della mamma e non respirare
piu'.
Mentre stava arrivando la polizia, Samir Kuntar,
il boia , porto' Danny sulla spiaggia dove gli
sparo' e lo fece davanti a Einat perche' la
bambina vedesse, come ultima cosa della sua piccola
vita, la morte del padre.
Poi, non contento, lo getto' in acqua per annegarlo.
Infine prese Einat, terrorizzata a piangente,
per le gambe e le spacco' la testa contro una roccia.
Samir Kuntar, il boia maledetto, non si e' mai
pentito: come i criminali nazisti, e' sempre stato
orgoglioso di quello che aveva fatto.
Fra pochi giorni sara' liberato, il governo
Olmert ha accettato le condizioni di Hezbollah
per riavere indietro i probabili cadaveri di Udi Goldwasser
e Eldad Regev, catturati in territorio israeliano mentre
pattugliavano il confine nord.
" Io non sono mai contenta quando muore qualche
palestinese e non li capisco quando fanno
festa dopo un attentato kamikaze. La vita e' sacra"
Dice Smadar Haran Keiser.
Ehud Olmert le ha chiesto un incontro per parlare
della liberazione di colui che distrusse, ridendo,
la sua famiglia e Smadar ha risposto:
" Samir Kuntar non e' un mio prigioniero privato.
Io non ho il monopolio del dolore, della sofferenza
o della giustizia. Questa per me è una prova
orribile e cerco di raccogliere tutte le mie forze
per reggerla. Venendo qui, mi sono fermata sulle tombe
dei miei famigliari. Il mio cuore si spezza al pensiero
che il loro assassino sta per essere scarcerato. Questo
per me è un giorno veramente triste e doloroso‰.
Queste nobili parole e la decisione del governo
hanno straziato tutti.
E' terribilmente difficile pensare che fra una
settimana una belva assassina e assetata di
sangue ebraico sara' libera a casa sua, nel suo
paese . E' difficile accettare il fatto che rideranno
alle nostre spalle, si faranno gioco della nostra
debolezza .
Ma c'e' una legge non scritta in Israele, nessuno
deve essere lasciato in mano al nemico, costi
quel che costi, nessuno, ne' vivo ne' morto.
Ognuno di noi e' sacro per tutti gli altri.
Udi e Eldad sono probabilmente morti ma per
due anni li abbiamo aspettati , come da due anni
aspettiamo che torni a casa Gilad Shalit, prigioniero
di hamas.
Israele ha a che fare con belve sanguinarie
e senza pieta', talmente crudeli e feroci da
non permettere nemmeno una visita della Croce
Rossa Internazionale ai prigionieri. Tanto feroci
da non voler dire alle madri, alle mogli, ai figli
se i loro cari sono vivi o morti.
Ron Arad e' scomparso vent'anni fa e non ci hanno
mai detto niente, per venti lunghi anni non hanno
detto una parola. Hanno sentito che sua madre era
morta di crepacuore e non hanno detto niente. Sanno che la
figlia di Ron , Yuval, non ha mai conosciuto il padre e
lo aspetta ancora ma loro tacciono.
Non danno possibilita' di speranza ne' di rassegnazione.
Belve, belve immonde.
Eppure queste belve immonde riscuotono un sacco
di simpatia e di ammirazione, non solo nei paesi
arabi, anche in Europa, anche in America.
E' un pensiero che mi turba perche' l'ammirazione
per questi boia non e' altro che odio per Israele.
Perche' Israele libera terroristi pur di avere
a casa dei cadaveri o pezzi di corpi?
Perche' noi qui siamo un tutt'uno con il nostro
paese e il nostro popolo, perche' un padre e
una madre darebbero tutto pur di riavere un loro figlio
e ogni soldato catturato dalle belve e' nostro figlio
, fa parte della nostra famiglia e la nostra famiglia e'
Israele.
La grandezza di Israele e' l'amore per i suoi
figli, la grandezza di Israele sono le mamme
come Smadar e il coraggio di dire "se serve a liberare
i nostri ragazzi, rilasciatelo"
Come possono capire tutto questo i nostri nemici
che usano i loro figli come scudi umani? Che
piazzano le rampe nelle case e nelle scuole e
se vengono colpiti civili e bambini meglio, Il mondo condannera'
Israele.
Non sappiamo cosa tornera' a casa di Udi e Eldad,
non sappiamo con certezza se ci saranno due funerali
o due feste grandi, non sappiamo se dovremo ancora
piangere o se potremo gioire.
Intanto il piccolo soldato, Gilad, aspetta il
suo turno. Hamas, nella sua immensa ferocia, alza
il prezzo perche' Olmert, liberando Kuntar, ha
dato ai terroristi questo potere enorme: se per due
cadaveri Israele e' disposto a rilasciare un assassino/belva
, distruggendo in un sol colpo le decisioni precedenti
che nessun palestinese con le mani sporche di sangue
ebraico sarebbe mai stato liberato, chissa' cosa e' disposto
a dare in cambio di un prigioniero vivo.
Siamo tristi e disperati, pieni di dubbi, pieni
di paure, di insicurezze, sconforto e di atroci
perplessita' ma anche colmi della dolcezza della solidarieta'
che fa di Israele un paese speciale, unico al mondo,
fieri di essere cittadini di un paese cosi' straordinario
che dalla sera alla mattina deve decidere se fare la guerra
per liberare degli ostaggi, se accettare una tregua
che permettera' al nemico di riarmarsi ma anche a una parte
di israeliani di poter vivere senza la paura dei missili e di
rilassarsi per un po'.
Un paese straordinario capace di vivere le tragedie,
di risolverle e di essere pronto ad affrontarne
altre peggiori senza mai perdere il gusto della
vita e della felicita' fatta di attimi.
Un paese cosi' straordinario, abitato da gente
cosi' speciale da sucitare l'odio del mondo intero.
Infatti, mentre e' difficile sentire commenti
sulla ferocia dei terroristi, non esistono freni morali
nel gettare fango su Israele, raccontando fantasie allucinanti,
menzogne disgustose, nessuno si tira indietro quando
c'e' da diffamare e calunniare gli ebrei di Israele.
Basta aprire un giornale, basta navigare in internet
e si legge di tutto e di piu' e nessuna calunnia,
nessuna menzogna suscita un solo dubbio, tutto viene
ciecamente creduto , digerito e risputato con aggiunta
di veleno mortale.
In Germania un professore dice che
gli atleti ammazzati dai palestinesi a Monaco volevano
morire da martiri per fare pubblicita' a Israele,
un naziantimperialista italiano continua a scrivere che
l'11 settembre e' colpa di Israele e che le Twin Towers
sono state abbattute dal Mossad, che i sionisti erano alleati
dei nazisti e mandarono a morire 6 milioni di ebrei per
poter creare lo stato di Israele.
Infine, l'ultima perla e' la strage di Bologna.
Tempo fa la pista molto credibile di un'alleanza
BR e terrorismo palestinese fu scartata con indignazione.
Per carita' accusare i santini palestinesi di strage,
quale abiezione!
Dopo aver evitato con tanta fatica di cacellare
la memoria di stragi fatte nei vari aeroporti
europei e italiani dove non esistono targhe per
ricordare le decine di vittime dell'OLP, Dopo aver dimenticato
Stefano Tache', bambino romano, italianissimo ma ricordato
solo dagli ebrei.
Dopo aver cercato di non parlare mai dell'Achille
Lauro dove Abu Abbas si diverti' a uccidere
un vecchio ebreo americano paralitico, lo stesso
Abu Abbas che fu il mandante della strage della famiglia
di Smadar Haran.
Dopo tanti sforzi, ben riusciti, vogliamo
parlare di terrorismo palestinese responsabile
della strage di Bologna?
MAI PIU'.
E allora cosa succede?
Con tempismo assolutamente perfetto succede
che Carlos, il terrorista chiamato sciacallo,
che per anni ha lavorato con l'OLP, rivela che
dietro la strage di Bologna c'e' il Mossad e la Cia.
Ualla, che notiziona appetitosa! Questa mica
viene insabbiata, scherziamo? Questa viene presa
per verita' assoluta, e' il Vangelo e viene usata
subito come notizia da prima pagina e da chi? Ma da Repubblica,
lo stesso giornale che 20 anni fa titolava EBREI= NAZISTI
per Sabra e Chatila.
Daniele Mastrogiacomo scrive un'intera pagina
su Repubblica sulle rivelazioni di Carlos, rivelazioni
bibliche, stupende, qualcos'altro di cui accusare
Israele.
L'articolo inizia con :
"La strage di Bologna è stata opera dei
servizi segreti americani con la complicità
di quelli israeliani"
e finisce con :
"E per lo "sciacallo" anche la strage di Bologna
venne ordita dalla stesse centrali. I "nemici"
di sempre. Israeliani e americani. "
Tra tutto questo rigurgito di idiozie, e' passata
quasi inosservata la notizia che Teheran ha puntato
i suoi reattori contro Israele, esattamente contro
Dimona nel Neghev, e che Zahal da gennaio prossimo
iniziera' la distribuzione di nuove maschere antigas
agli israeliani.
Vabbe', fino a gennaio abbiamo la vita assicurata,
poi vedremo, intanto aspettiamo i nostri ragazzi
e le mamme israeliane andranno ogni venerdi' al
valico di Erez, il piu' vicino a Gaza, per gridare
il piu' forte possibile "Liberate Gilad".
Tra i tanti cartelloni in ebraico che sventoleranno,
ce ne sara' anche uno scritto in Italiano
che terro' alto verso il cielo :"Gilad libero, subito!".
Deborah Fait . www.informazionecorretta.com
IL PROLASSO DI
SCALFARI E IL BERLUSCONI-GATE
Ho una confessione da fare. Il «collega
cui non manca il talento ma che sta soffrendo
d'un preoccupante prolasso di moralità deontologica»,
di cui parlava ieri Eugenio Scalfari su Repubblica,
sono io. Adsum qui fecit. Ho effettivamente «scritto
di recente della necessità di concedere a Berlusconi
una sorta di salvacondotto giudiziario perché
solo così si potrà risolvere l'anomalia italiana».
Sono costretto a denunciarmi perché anche
il giorno prima il vicedirettore dello stesso giornale,
Massimo Giannini, aveva alluso a un tizio per il quale
«il fatto oggettivo che Berlusconi ha già vinto
tre volte le elezioni e può rivincerle anche la quarta
è una ragione valida per turarsi il naso e dire
di sì al salvacondotto». Ero sempre io.
Ho deciso di uscire dall'anonimato e prendermi
le mie responsabilità. Voi capirete
che fare la parte dell'Innominato non mi garba, e per quella
dell'Innominabile non sono all'altezza.
Questo filone della culturale liberale nostrana
non ha però solo il vizietto di non chiamare per
nome e cognome i suoi bersagli polemici. Ne ha
anche uno più grave: l'abitudine alla condanna morale.
Se non è d'accordo con te, non ti dice: stai dicendo
una fesseria. Ti dice: stai avendo un prolasso. Non inguinale,
come pure può accadere superati i cinquanta.
Ma di moralità deontologica. Vuol dire che sono professionalmente
immorale, e di conseguenza - immagino - dovrei essere
denunciato all'Ordine, che su quella moralità vigila.
Se Travaglio avesse anche un'intercettazione, una sola,
sarebbe perfetto: si potrebbe procedere per il reato di opinione
con prolasso davanti a un tribunale, uno qualsiasi, magari
presieduto dalla Gandus; così, per la legge del contrappasso
dantesco.
Quanto al merito - mi costa dirlo, perché
Barbapapà è stato tra i maestri che mi hanno
insegnato a non chiudere gli occhi di fronte alla
verità, neanche se sgradevole o non collimante
con le mie opinioni - il Fondatore deve trovare qualche
argomento migliore per opporsi alla concessione di uno
scudo giudiziario al capo del governo. Deve studiare di
più, come fa la Spinelli, che sarà prolissa
ma non ha prolassi di memoria. Citare infatti il caso
americano, come ha fatto ieri Scalfari, è mettere
frecce all'arco di Silvio. Watergate e Monicagate sono
per lui la prova che negli Usa il capo del governo viene processato
come un cittadino qualsiasi. Mentre sono la prova del contrario.
Tralasciamo il fatto che né Nixon né
Clinton sono mai stati processati, il primo perché
si è dimesso prima e il secondo perché
il Senato ha votato contro l'impeachment. E concentriamoci
sul fatto che il giudice del Presidente, nel sistema
americano, è il potere democratico ed elettivo,
non un magistrato. Sapete chi nomina lo special prosecutor
quando si indaga sul Presidente? Il ministro della Giustizia.
E sapete chi può condannare il Presidente, se l'impeachment
è accettato? I due terzi dei membri del Senato, non i tre
membri di una corte. Anzi, se ne volete sapere di più,
scoprirete che tutti i giudici federali negli Usa sono
nominati dal Presidente medesimo, così come i giudici
della Corte suprema, fatto salvo il vaglio del Congresso. E
scoprirete che i procuratori federali sono funzionari alle dipendenze
del ministero della Giustizia: di nomina politica, diciamo così.
Nei singoli stati dell'Unione, poi, giudici e procuratori
sono il più delle volte essi stessi eletti. Non c'è
obbligatorietà dell'azione penale, l'agenda della giustizia
risponde al corpo elettorale. Giudici e procuratori non fanno
parte dello stesso ordine, e non si autogovernano le carriere.
Lungi da me voler paragonare il sistema di giustizia
americano a quello italiano: noi discendiamo
al diritto romano, loro da quello consuetudinario.
Ma almeno non venite a dirci che se fossimo in America
Berlusconi potrebbe essere indagato da un qualsiasi pm
di qualsiasi procura e giudicato da un qualsiasi tribunale.
Se fossimo in America, il ministro Alfano nominerebbe
un procuratore speciale che alla fine dell'inchiesta presenterebbe
le sue proposte a una commissione parlamentare, e sarebbe
il Senato a decidere se processarlo. Pensate che sarebbe
processato?
Non mi sfugge che Berlusconi non ha la grandezza
cospiratoria di un Nixon, né la morigeratezza
di un Clinton, che almeno il sesso non lo faceva
al telefono (tra l'altro: non è vero come scrive
Scalfari che Bush vinse a mani basse grazie all'inchiesta
contro Clinton; perse anzi nel voto popolare contro Gore,
e avrebbe perso a mani basse contro Clinton). Né mi
sfugge che nel caso di Berlusconi si parla di reati compiuti
al di fuori del suo mandato. Però questo patetico
compianto del nostro stato di diritto aggiunge solo confusione
e dramma alla crisi italiana, soprattutto se condito
da intimazioni sgradevoli e pericolose al capo dello Stato. Il
nostro stato di diritto non deve stare tanto male se l'uomo
più potente d'Italia è già stato sottoposto
a sedici procedimenti. E il pericolo maggiore per la democrazia
italiana è piuttosto questa maledizione per cui
da quindici anni votiamo, cambiamo sempre governo, e non cambia
mai niente. Aspettate che gli italiani si convincano che il loro
voto è inutile, e allora sì che ne vedremo delle belle.
Scalfari pensa che Berlusconi sia il problema
della democrazia italiana. Io penso che sia
un problema, irrisolvibile se prima non se ne risolvono
molti altri. Primo dei quali è garantire al paese
il diritto di essere governato, bene o male, secondo
il mandato elettorale; cosa che il centrosinistra non
è riuscito a fare e unica ragione per cui è
tornato l'odiato Caimano. Solo il voto popolare toglierà
Berlusconi dal cielo della vita pubblica italiana. Smettetela
di illudere i vostri lettori e i vostri elettori che
possa farlo un qualsiasi pm, solo perché voi ne siete
incapaci.
Antonio Polito per Il Riformista