ARCHIVIO MAGGIO-GIUGNO 2008


L’INNAMORATO DI BERLUSCONI
Un gentile lettore ha affermato che io sono “politicamente innamorato del Berlusca”. La cosa mi ha stupito. Innanzi tutto per il termine: “innamorato”. Io, innamorato? Ecco qualcosa che non mi sarebbe mai venuta in mente. Ma mi sono lo stesso chiesto che cosa ci fosse di vero.
Come molti altri ho conosciuto Berlusconi nell’estate del 1993. Ho seguito i suoi sforzi per spingere i democristiani a resistere sul serio alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, l’ho visto fallire in questo tentativo, l’ho visto con perplessità “scendere in campo” e poi, dal momento che rappresentava l’unica forza che si opponeva alla sinistra, senza molte speranze l’ho votato. Pensavo di avere fatto una scelta insolita e mi sono ritrovato con più di mezzo elettorato italiano: la “gioiosa macchina da guerra” era stata ignominiosamente battuta.
Berlusconi si è dimostrato un genio della politica. Non conosco altri casi di un uomo che è un privato cittadino nel giugno di un anno e Primo Ministro nel giugno dell’anno successivo. È stupefacente che gli italiani non si siano resi conto di essere contemporanei di un politico straordinario, come forse non ne erano mai nati, in Italia.
Il secondo, colossale merito di Berlusconi è stato quello di capire ciò che la Democrazia Cristiana del 1993 non comprese affatto: e cioè che l’Italia anticomunista esisteva ancora e che, malgrado il ciclone di Mani Pulite, bastava fare appello ad essa. Questo conferma il detto di De Gaulle secondo cui il potere non lo si conquista, lo si raccatta. Berlusconi ha raccattato la leadership dell’Italia. Forse non è il grand’uomo che i suoi estimatori pensano, ma i suoi oppositori valevano e valgono molto meno di lui.
Ma per quale motivo oggi bisognerebbe sostenerne l’azione, o viceversa andare contro di lui?
Per andare contro di lui basta dire che è un disonesto; che è tutt’altro che un uomo di Stato; che è entrato in politica per fare i propri interessi e solo questo ha fatto. Basta infine soffrire d’invidia e dire che lo si trova antipatico e infatti qui il tema è un altro: giustificare perché, pur senza esserne innamorati, si può votare per Berlusconi.

Un uomo di buon senso non crede mai che tutto il bene stia da una parte e tutto il male dall’altra. In particolare, per quanto riguarda gli uomini politici, sa che essi non sono mai dei santi: tanto che è opportuno astenersi da fruste valutazioni morali. È meglio orientarsi in base a questo semplice principio: qual è il peggiore leader, il peggiore partito, il peggiore raggruppamento? E votare per l’altro.
Nel caso italiano abbiamo da un lato un raggruppamento che si vuole moralista ed egalitario, che ha in odio la ricchezza e la prevalenza del merito, che è soprattutto statalista. Che crede di potere risolvere i problemi del Paese allargando l’ambito dell’intervento pubblico; dilatando la burocrazia; incrementando il numero degli enti statali, e conseguentemente aumentando la pressione fiscale. Dall’altro lato abbiamo un raggruppamento che ha, o dovrebbe avere, un’ispirazione liberale. Che dovrebbe dunque essere a favore di uno Stato minimo, pronto a premiare il merito e sanzionare l’inefficienza. Uno Stato che segue il principio di sussidiarietà e dovrebbe dunque diminuire la pressione fiscale. Se uno è tendenzialmente a favore del secondo raggruppamento deve votare per esso quand’anche fosse capeggiato da Satana in persona.
Berlusconi ha principi in linea con quelli qui descritti e, quand’anche li avesse per interesse, la cosa non mi darebbe fastidio. Perché sono anche i miei interessi. Vorrei uno Stato che non pretendesse di essere il mio direttore spirituale, che si occupasse una buona volta di far funzionare la giustizia, che realizzasse veramente l’ordine pubblico, che mettesse rimedio agli sprechi, che tagliasse le unghie ai sindacati quando esagerano o proteggono i disonesti, che pigiasse sull’acceleratore dell’economia liberista, che facesse per l’Italia quello che il governo irlandese negli scorsi anni ha fatto per l’Irlanda. Uno Stato che mi lasciasse in pace. Non ci riuscirà? Non potrei lo stesso lamentarmi, perché so che la controparte avrebbe fatto anche di peggio. Si è visto col governo Prodi.
Innamorato, dunque? Assolutamente no. Il Pdl potrebbe essere altrettanto bene essere guidato da Antonio Martino, Giulio Tremonti, Gianni Letta, Renato Brunetta e forse qualche altro. Berlusconi è stato essenziale per vincere le elezioni, ma ora, e fino alla fine della legislatura, Palazzo Chigi potrebbe anche avere un altro inquilino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 30  giugno 2008
Come ho già scritto, sarò assente per un paio di settimane, dunque vi prego di spedire gli insulti al mio indirizzo e-mail. Li leggerò al mio ritorno.

Appello per liberare Gilad Shalit a due anni dal suo rapimento
 
Il 25 giugno del 2006 il soldato oggi ventiduenne di Tzahal, Gilad Shalit, veniva rapito in territorio sovrano israeliano, al confine con la Striscia di Gaza, da terroristi di Hamas. Sono due anni che questo ragazzo è stato privato della sua libertà mentre compiva il suo dovere di servire lo Stato. Da allora non sono pervenute notizie accreditate circa il suo stato di salute e nemmeno la Croce Rossa Internazionale è mai stata autorizzata a visitarlo, così come nel caso di Eldad Reghev e Ehud Goldwasser, i due soldati rapiti sul fronte settentrionale da Hezbollah, 17 giorni dopo Ghilad Shalit.

In questi giorni, il governo israeliano e quello egiziano  che funge da mediatore nelle trattative con Hamas - stanno intensificando i contatti per includere la liberazione di Shalit negli accordi di tregua. Tregua che è stata oggi violata con il lancio di 4 razzi Qassam sulle città israeliane del Neghev occidentale. Tra le richieste di Hamas, quella di rilasciare 450 detenuti palestinesi, molti dei quali con sangue sulle mani, oltre a rappresentare una contropartita sproporzionata per garantire la libertà di un soldato e cittadino israeliano, è un prezzo estremamente alto per la sicurezza stessa dello Stato d'Israele.

In un'ultima lettera presumibilmente di pugno di Gilad Shalit, recapitata alla sua famiglia il 9 giugno scorso, il soldato esprimeva tutta la sofferenza e le difficoltà di salute, oltre che psicologiche, in cui si trova. Il momento è critico e auspichiamo che le trattative non vengano interrotte e che la mediazione egiziana possa portare ad esiti soddisfacenti. Ci rivolgiamo quindi al governo e alla società italiani affinché, in questa delicata situazione in cui le trattative su entrambi i fronti sembrano essere più che mai aperte, si mobilitino per rompere l'isolamento in cui si trovano Gilad Shalit nelle mani di Hamas e Golwasser e Reghev nelle mani di Hezbollah, a ormai due anni dal loro allontanamento forzato da casa.


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LA SVOLTA
La base dell’economia è la limitatezza dei beni. Nessuno vende aria da respirare agli angoli delle strade, perché l’aria è disponibile per tutti gratis e in quantità illimitata. Viceversa, la maggior parte dei beni non è come l’aria: un chiodo, un paio di scarpe o un’automobile non sono disponibili gratis per tutti. Poco o molto che sia, i beni e i servizi vanno pagati.
Dall’economia si può facilmente passare ad un principio ancor più generale: tutti gli uomini sono insoddisfatti. Vorrebbero avere più di quel che hanno e per questo vivono sperando in futuri miglioramenti.
Questa è la condizione umana, e solo la saggezza può porle qualche rimedio: misurare esattamente la propria situazione, limitare i propri desideri, apprezzare ciò che si ha e ridimensionare ciò che non si ha. Ma è esercizio difficile e raro. Si può dunque rimanere fermi all’affermazione generale: tutti gli uomini sono insoddisfatti.
Purtroppo c’è chi sfrutta  questo loro sentimento. Cominciano i produttori di beni. Essi sono capaci di reclamizzare un profumo non come qualcosa “che non vi farà puzzare” ma come “un vero filtro d’amore”, per non parlare degli imbroglioni che promettono agli uomini di bassa statura di renderli più alti o all’oceano dei calvi di fargli ricrescere i capelli. E non è detto che costoro siano i peggiori: essi infatti possono ingannare solo chi vuole essere ingannato: i romani parlavano di dolus bonus. I più disonesti sono quelli che promettono di risolvere non un piccolo inconveniente ma “il problema dell’esistenza”. Di questa lista fanno parte al più basso livello i maghi, al più alto le religioni, e in mezzo i politici. I maghi operano con incantesimi ingenui e possono essere dimenticati; le religioni hanno a loro favore il fatto che o promettono la felicità in un’altra vita (Cristianesimo, Islamismo) o invitano alla saggezza (confucianesimo) e dunque a risolvere da sé il problema; gli imperdonabili sono i politici.

I politici non affermano di operare magie: osano rivolgersi alla razionalità, al senso del reale dei cittadini. Non promettono la felicità nell’aldilà, ma nella prossima legislatura. Tutto questo possono farlo in due modi: o fanno promesse concrete (che spesso non mantengono) o, più scorrettamente, promettono la felicità in sé. Nel primo caso abbiamo i cosiddetti “libri dei sogni”, nel secondo solo alate parole. Parlano di “un altro modo di governare”, “un deciso cambiamento nel Paese”, “un rilancio dell’economia”, ed altre vaghezze. L’esempio più recente sono i discorsi del candidato democratico americano Barack Obama. Anche in Italia egli è già l’idolo dei giovani, della sinistra e dei progressisti. I sondaggi lo dànno favorito rispetto a McCain e tuttavia praticamente nessuno sarebbe capace di rispondere a questa semplice domanda: “Qual è il programma di Obama?” Il programma non c’è. “We can change”, egli dice. Sì, ma che cosa si può cambiare? Per sostituirlo con che cosa? E in qual modo, con quali mezzi? Se fosse eletto, chissà, potrebbe essere un buon Presidente, potrebbe fare egregie cose: ma cose che certo non ci ha rivelato in anticipo.
Nella truffa il raggiro mira a rendere plausibile le ragioni per cui la vittima dovrebbe fare un affarone, tacendo le ragioni per cui esso è inverosimile. Su internet tutti abbiamo ricevuto la comunicazione di avere vinto in fantomatiche lotterie cui non avevamo partecipato: quanto bisogna essere sciocchi ed avidi, per credere una cosa del genere? Probabilmente la piccola truffa funziona così: “Avete vinto centomila euro, mandateci dieci euro per le spese postali”. Poi i centomila non arrivano e loro si tengono i dieci euro. Amen.
Nello stesso modo, i politici promettono aria fritta, un cambiamento, una svolta e lo zucchero filato per tutti. Sono degli imbroglioni ma si rivolgono a cittadini che vogliono essere imbrogliati: dunque non bisognerebbe fare i moralisti. Gli uni meritano gli altri e per questo bisogna tenersi ben stretta la democrazia, con tutti i suoi difetti: essa permette almeno di rimandare a casa chi ha governato male.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 giugno 2008
Avverto che, dalla fine del mese, sarò assente per tre o quattro settimane


Giustizia, tutti i retroscena di uno scontro
Il cortocircuito tra politica e giustizia fa scintille dall’inizio degli anni Novanta e nessun elettricista finora è stato in grado di ricollegare i cavi e far scendere l’alta tensione. Come anticipato da Panorama, il sogno del dialogo tra Pdl e Pd si è spento sul muro alzato dalla magistratura contro le riforme della maggioranza. Silvio Berlusconi pensa che il governo debba essere giudicato sul piano della sua azione politica e non per le inchieste e i processi che, dal 1994 a oggi, si sono moltiplicati, senza mai arrivare a una condanna. Per questo, tra i primi atti del governo ci sono tre punti di riforma della giustizia - scudo per le alte cariche dello Stato, corsia preferenziale per certi tipi di reato e processo, intercettazioni - che hanno un unico filo rosso: il riequilibrio del rapporto tra politica e magistratura, il bilanciamento tra accusa e difesa nella cornice del «Giusto processo».

Scudo per le alte cariche. L’Italia a differenza della Francia e della Spagna non ha una norma che tuteli le alte cariche dello Stato da inchieste che potenzialmente possono creare un conflitto fra la giustizia e la sovranità popolare. Parigi e Madrid hanno leggi che prevedono la sospensione dei procedimenti fino alla fine del mandato. Attenzione alle parole: non l’impunità (inaccettabile sul piano giuridico perché in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione), ma la sospensione.

Al cospetto di un «buco» giuridico così grande, davanti a Berlusconi si sono presentate due strade: 1) affrontare il giudizio del caso Mills, una eventuale condanna e poi puntare a una rapida assoluzione in appello; 2) riportare sui binari istituzionali il rapporto tra politica e giustizia. Il presidente del Consiglio aveva considerato anche la prima ipotesi, ma una serie di fattori rischiava di mandare all’aria, per via giudiziaria, un governo democraticamente eletto e con una larga maggioranza.

Il primo di questi fattori riguardava i tempi dell’appello. La domanda che si sono posti a Palazzo Chigi è stata la seguente: può la presidenza del tribunale di Milano garantire lo svolgimento del processo d’appello in 3, 4 mesi, cioè in un periodo ragionevolmente breve? Cosa farà la procura generale e quanto peserà il clima di guerra che si è creato nell’Associazione nazionale magistrati? Quesiti che non hanno trovato una risposta soddisfacente. «Non possiamo dimenticare i rapporti internazionali» è stato l’altro punto critico messo a fuoco da Palazzo Chigi. Nessuno ha dimenticato il gesto sprezzante del vicepremier del Belgio, il socialista Elio Di Rupo, che nel 1994 si rifiutò di stringere la mano al ministro Giuseppe Tatarella considerandolo fascista. Figurarsi con un premier condannato.

A Palazzo Chigi si sono trovati di fronte al conflitto irrisolto tra sovranità popolare e ordine giudiziario. Soluzione? L’unica possibile e alla luce del sole: rispolverare il lodo Maccanico che prevedeva la sospensione dei processi per le cinque più alte cariche dello Stato (presidente della Repubblica, presidenti di Camera e Senato, presidente del Consiglio e presidente della Corte costituzionale) e la ripresa dei procedimenti a fine mandato.


Per farlo forse serve una legge costituzionale, certamente un disegno di legge. Tempi lunghi, ma la riforma appare non più rinviabile. Pena il caos istituzionale. Caos che nell’inchiesta sui fondi del Sisde che coinvolgeva il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro fu evitato con un escamotage (vedere l’editoriale a pagina 19) che sospese il giudizio sul Quirinale. Per sempre.

Gerarchia dei processi. A questo punto, i consiglieri giuridici di Palazzo Chigi hanno considerato la circolare emanata 2 anni fa dal procuratore di Torino, Marcello Maddalena, che metteva in coda i procedimenti «azzoppati» dall’indulto, «prendeva atto dell’impossibilità di celebrare tutti i processi» e indicava quelli prioritari a partire da una certa data. I due emendamenti presentati dal governo al disegno di legge sulla sicurezza rispondono a questo principio d’efficienza, il primo interviene sulla formazione dei ruoli dell’udienza, il secondo sulla sospensione dei processi penali. Il caso Mills ricade in queste ipotesi.

Maddalena non è il solo a sostenere la necessità di corsia speciale per alcuni reati. Piero Luigi Vigna, procuratore onorario della Corte di cassazione, ricorda: «Quando ero alla Direzione nazionale antimafia, avevo proposto una scala di reati da individuare. Questo criterio era già stato adottato quando, soppresso il pretore e stabilito il giudice unico, si indicò da parte del legislatore una scala di priorità di reati».

Intercettazioni. Auspicate da destra e da sinistra, le nuove norme hanno diviso maggioranza e opposizione e incassato la protesta della magistratura. Era prevedibile che ciò accadesse, ma prima o dopo ci si renderà conto che una riforma parziale e non organica non risolverà il problema: evitare che il processo penale italiano, da garantista qual era nell’intenzione del legislatore, rischi di diventare ancor più giustizialista di quello che lo aveva preceduto.

Che le nuove leve della magistratura, rappresentate dai vertici dell’Anm, siano contrarie a una riforma reale è naturale e anche comprensibile. In questi ultimi vent’anni non c’è stata inchiesta giudiziaria in cui non sia stata usata l’intercettazione telefonica e il vedersi privati di questo congegno le preoccupa non poco, perché la pubblica accusa rischia di dover tornare a svolgere un ruolo assai più responsabile di arbitro e controllore dell’istruttoria affidata alle indagini tradizionali di un tempo, alle moderne competenze scientifiche e, soprattutto, alla capacità degli ufficiali di polizia giudiziaria.

L’intercettazione esiste da quando il vecchio codice fascista entrò in vigore prima della Carta costituzionale. Ma nessun magistrato o funzionario di polizia, neppure durante i lunghi decenni del rito inquisitorio, aveva mai fatto uso di questo mezzo d’indagine in maniera così invasiva. A dispetto delle regole del «Giusto processo», voluto dall’intero Parlamento italiano, poco importa se una telefonata chiama in causa un innocente quando i toni e i contenuti sono tutti da interpretare e valutare nel loro corretto significato.

Paola Severino, docente di diritto penale e vicerettore della Luiss, ha messo in guardia le istituzioni sul rischio che «una volta costruite le regole e le sanzioni» queste corrono il rischio di restare «un vuoto simulacro, destinate a una totale o parziale disapplicazione». Le inchieste sulla violazione del segreto istruttorio non si fanno perché sconvolgerebbero l’organizzazione degli uffici che quel segreto custodiscono. Così i verbali arrivano, continueranno ad arrivare da lontani e incontrollabili centri d’ascolto e finiranno per fare la loro parte nei provvedimenti cautelari. Prima con i loro contenuti e poi con le registrazioni integrali raccolte in un apposito fascicolo destinato anch’esso a essere portato a conoscenza dell’indagato.

Questo sistema consentirà al cronista, con qualche difficoltà in più, di renderle pubbliche sulla base di un’interpretazione del codice da parte di chi confonde volutamente la «discovery» tra le parti processuali e la fine del segreto investigativo. Con questo alibi si è arrivati a sostenere che grazie a tali scelte l’opinione pubblica è venuta a conoscenza in tempo reale di gravi episodi di malcostume amministrativo e finanziario. Ma prima che le intercettazioni diventassero lo strumento principe delle inchieste, la magistratura ha condotto una lunga serie d’indagini sul malcostume amministrativo e sulla corruzione politica. Gli scandali dell’Ingic, della sanità, di Fiumicino, del Cnen e lo stesso scandalo Lockheed non furono smascherati dai centri di ascolto, ma dalla professionalità degli inquirenti e dalla determinazione dei pm di un tempo antico che consideravano la professione come una sorta di sacerdozio laico.

I giornali ebbero modo di informare i cittadini, sempre e compiutamente, facendo uso anche dell’ormai desueto strumento professionale che si chiamava giornalismo investigativo. Talvolta perfino usandolo in maniera strumentale e scorretta, come accadde quando si volle a tutti i costi coinvolgere in un’inchiesta un presidente della Repubblica, perbene e galantuomo, che fu tuttavia costretto a lasciare anzitempo il palazzo del Quirinale.

By Mario Sechi . © Panorama

DI PIETRO E IL PD
Nell’ultima campagna elettorale siamo stati in molti ad essere delusi dalla scelta del Pd di cooptare Di Pietro. Osservavamo quanto fosse stupefacente che il nuovo partito, per divenire moderno e nient’affatto fanatico, mentre escludeva sue proprie costole come Rifondazione Comunista, o perfino i titolari della propria ideologia, e cioè i socialisti, accettava come socio a pieno titolo quel partito unipersonale che ha una sola bandiera: il sostegno incondizionato ed acritico ai magistrati. In particolare quando attaccano Berlusconi. Assurdamente, si è rinunciato all’Unione perché aveva come unico argomento l’odio al Cavaliere e poi si è data l’esclusiva di quell’argomento ad un partito senza ideologia, se non un moralismo brutale accoppiato ad una connaturata mancanza di scrupoli. Un partito che è una caricatura incolta del giacobinismo.
Queste cose apparivano così evidenti che, ragionevolmente, si riuscivano a fare solo due ipotesi: la prima che “il Pd non potesse dire di no”, per motivi ignoti. La seconda che, secondo i calcoli, la vittoria dipendesse da quel 2-4% di voti che poteva portare l’ex-pm. Lasciando da parte la prima possibilità, la seconda pareva francamente incredibile. Lo scarto previsto dai sondaggi era ben maggiore del 2-4%. Ancora oggi sul “Corriere della Sera” Angelo Panebianco scrive: il “Partito democratico [era] in una fase di fortissimo deterioramento del rapporto fra il centrosinistra e l'opinione pubblica. A Veltroni non venne affidato il compito (impossibile) di vincere ma quello di salvare il salvabile”. Non solo dunque la sconfitta appariva certa, ma chi dice che quel 2-4% non sarebbe andato al Pd, se l’Idv fosse stata esclusa dalla coalizione? Se cioè fosse sparita come sono spariti tutti i partiti di estrema sinistra? La decisione ci appariva assurda ed autolesionista: ma poteva essere un giudizio fazioso. A un paio di mesi dalle elezioni si ha però il diritto di verificare come stanno le cose.
L’Idv, per arrivare a destinazione, ha preso il Pd come si prende un taxi e, una volta arrivata a destinazione, è scesa. Per cominciare, non è confluita nel gruppo del Pd come aveva promesso. Oltre ai vantaggi economici del gruppo autonomo ha voluto ottenere di avere le mani totalmente libere per fare una politica autonoma. Di Pietro si è posto in Parlamento come portavoce di quella sinistra che il sistema di voto ha tagliato fuori e si è messo a fare una concorrenza spietata al Pd. Prima ha messo in luce la sua presunta debolezza, perché si diceva aperto al dialogo, oggi si permette senza eufemismi di squalificarlo dinanzi all’intero elettorato: “Ci dicano se vogliono fare la ruota di scorta a Berlusconi”.  È, né più né meno, un’accusa di tradimento, tanto che l’alleanza è in pericolo e  “Ci vuole un immediato chiarimento pubblico”. Nel Pd “sono d'accordo a fare una legge sull'immunità, anzi l'impunità, per Berlusconi”! A tutto questo il Pd, per bocca di Antonello Soro, ha solo saputo rispondere che i toni di Di Pietro sono “inaccettabili”. Come se fosse questione di toni. Cosa che giustamente l’accusato irride. Né è più efficace rispondergli: “Non so chi gli abbia dato la patente per giudicare la qualità dell’opposizione del Pd”. In politica l’autorizzazione non è necessaria.
Ogni volta che si ha un brusco cambiamento di rotta e si crede che tutto sia ormai diverso, si dimentica quanto sia vischiosa la realtà. Non basta revocare l’Editto di Nantes per far sparire il protestantesimo dalla Francia, come non basta la ventata anticlericale della Rivoluzione per far sparire il Cristianesimo. E non basta eliminare i partiti estremisti per far sparire le centinaia di migliaia di persone che avevano come credo l’odio per Berlusconi. Il Pd ha cercato di superare questo schema ma poi, pur avendo orgogliosamente proclamato la volontà di “andare da solo”, ha scioccamente portato con sé chi  quella bandiera, anzi, quel capitale, ha deciso di raccoglierli e sfruttarli. Se oggi si votasse probabilmente Di Pietro avrebbe un aumento di consensi e il Pd un calo.
Avevamo visto bene: Veltroni e i suoi amici hanno fatto un pessimo affare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- giugno 2008


LA PERSECUZIONE GIUDIZIARIA
Se Berlusconi abbia o no subito una persecuzione giudiziaria, è questione che ciascuno risolve a modo suo. Per quanto riguarda i colpevolisti, in primo luogo esiste l’obbligatorietà dell’azione penale: se c’era una notitia criminis, la magistratura (inquirente) non poteva che procedere. Poi, se non c’erano le prove della colpevolezza, la stessa magistratura (giudicante) non poteva che assolvere, come di fatto è avvenuto. Ed anzi – aggiungono i colpevolisti – il Cavaliere ha beneficiato anche di prescrizioni del reato, che sono tutt’altro che assoluzioni. Dunque di che si lamenta? Questo ragionamento, apparentemente ineccepibile, è di fatto sbagliato da un capo all’altro.
1) L’obbligatorietà dell’azione penale. Il giudice non ha il potere, dinanzi a due denunce identiche, di iniziare il processo contro Tizio e non contro Caio. Infatti potrebbe far questo perché è amico di Caio, e sarebbe gravissimo: infatti il principio indefettibile del diritto è che “La legge è uguale per tutti”. Tutto ciò in teoria. In pratica le cose vanno diversamente.
In primo luogo, esiste l’archiviazione in istruttoria. Se i magistrati destinatari della notitia criminis fossero faziosi, e volessero favorire l’accusato, potrebbero dichiarare che gli indizi non sono sufficienti a sostenere l’avvio di un procedimento. Potrebbero sbattere la pratica in un cassetto e non pensarci più. Abbiamo in mente dei nomi, al riguardo, ma è meglio non farli. Ma c’è di più. Esiste una sproporzione fra le notitiae criminis, cioè le migliaia di denunce, e i pochi magistrati che dovrebbero occuparsene. La conseguenza è che essi sono effettivamente nell’impossibilità di obbedire al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Inoltre, mentre l’archiviazione richiede un esame del caso, qualunque giudice è esentato dall’occuparsi di qualunque reato, escluso l’omicidio e qualche altro (solo perché se ne occupano i giornali) sulla base del semplice principio: “non ne ho avuto il tempo”. Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale in concreto non è operante e invocarlo, nel caso di una persecuzione ad personam, è un atto d’imperdonabile ipocrisia.
Per non andare lontano, un caso capitato al sottoscritto. Anni fa un disonesto ha compiuto una piccola estorsione ai miei danni. Abilmente, pur pagando, mi sono procurato la prova del reato commesso scritta e firmata da lui. E tuttavia la mia denuncia, sostenuta da una prova evidente, non ebbe eco. Imparai così che l’obbligatorietà dell’azione penale non esiste nemmeno nel caso dell’estorsione (art.629 C.p., pena da cinque a dieci anni).
2) Poi si esprime la tesi che chi è stato assolto non ha nessun titolo per lamentarsi della giustizia. Si potrebbe allora chiedere come mai la legge punisca la diffamazione a mezzo stampa. Se un giornale scrivesse che Casini è stato visto palpeggiare un ragazzino di otto anni nei gabinetti di un cinema, ovviamente il leader dell’Udc farebbe un salto sulla sedia e pretenderebbe non solo che il giornale pubblichi una smentita a tutta pagina o quasi, ma anche di veder condannare il giornalista che ha firmato l’articolo e il direttore del giornale. E neanche basterebbe. Il danno provocato all’immagine di quell’uomo politico con una notizia totalmente inventata ma infamante non sarebbe riparato né pubblicando la smentita (“una notizia data due volte”, secondo la cinica espressione dei giornalisti) né obbligando il foglio a pagare un enorme risarcimento. La gente continuerebbe a chiedere: “Come è finita poi quella storia di Casini pedofilo?” Eppure, secondo la tesi dei giustizialisti, di che cosa potrebbe lamentarsi l’ex-presidente della Camera? La notizia è stata smentita. Punto. Analogamente, Berlusconi è stato processato soltanto per le tangenti alla Guardia di Finanza, All Iberian 1 e 2, caso Lentini, Medusa cinematografica, terreni di Macherio, Lodo Mondadori, Sme-Ariosto, accordi pubblicitari Rai-Fininvest, tangenti pay-tv, Telecinco in Spagna, collusioni con la mafia ma è stato assolto: di che si lamenta? E invece ha ragione chi ha detto: “Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà”. La gente infatti commenterà: “E va bene, non sarà stato colpevole di questo, ma è impossibile che sia accusato di cento cose e sia innocente per tutte loro. Magari i suoi avvocati, pagati profumatamente, avranno trovato un buon cavillo, mentre uno come me avrebbe sul groppone chissà quanti anni di prigione”. L’eccesso d’imputazioni, invece di provare la nequizia di qualcuno, prova l’intento persecutorio di qualcun altro.
3) Una parola va infine spesa per le prescrizioni. Da un lato questo genere di proscioglimento lascia inascoltata l’esigenza di giustizia, se l’imputato è colpevole; dall’altro lascia planare su di lui un’inammissibile ombra di colpevolezza, se è innocente. Se proprio bisogna parlarne è per sottolineare un capo d’accusa in più sulla testa dell’amministrazione giudiziaria italiana: Le prescrizioni, invece di provare la possibile colpevolezza dell’imputato, provano la sicura inefficienza della magistratura.
In sintesi: la prova della persecuzione giudiziaria di cui è stato vittima Berlusconi è dimostrata dal grande numero di indagini e processi di cui è stato fatto oggetto e le molteplici assoluzioni, invece di dimostrare la correttezza della magistratura in generale, provano la scorrettezza della magistratura inquirente.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 giugno 2008


LE INTERCETTAZIONI
Nella discussione sulle intercettazioni si fa largo uso dell’argomento secondo il quale, senza di esse, molti reati non sarebbero stati scoperti o non si scoprirebbero mai. In particolare si fa il caso della clinica Santa Rita. In realtà, da un lato le indagini giudiziarie esistevano ben prima che fosse inventato il telefono, dall’altro non si può dire che questo ausilio tecnologico sia “un mezzo come un altro”. La maggior parte degli strumenti d’indagine tradizionali (pedinamenti, esame di documenti, interrogatori) riguarda infatti o gli indagati o i testimoni, mentre col telefono sono coinvolti, a volte con risultati drammatici, i terzi innocenti. Alla regola della segretezza (art.15 della Costituzione) la legge permette solo eccezioni: se invece si tratta di oltre centomila casi, è chiaro che si tratta di massicce violazioni del dettato costituzionale. che provocano a volte danni irrimediabili. Soprattutto alle persone importanti.
A chi cerca di limitare questi abusi si dice però che vuole favorire i delinquenti. Se fosse vero che le intercettazioni sono necessarie nell’attuale, straordinaria misura (oltre cinquanta volte quella degli immensi Stati Uniti), significherebbe che la nostre tendenze delinquenziali sono assolutamente straordinarie. Essendo noi sessanta milioni e gli statunitensi oltre trecento, dovremmo essere duecentocinquanta volte più delinquenti di loro. E non risulta. Fra l’altro, la popolazione carceraria degli Stati Uniti è, proporzionalmente, molto più numerosa di quella italiana. Per caso, non potendo fruire di telefoni sotto  sorveglianza, mettono la gente in galera per sorteggio?
Particolarmente interessante è il caso della clinica Santa Rita. Può certo darsi che gli ascolti abbiano facilitato le indagini e abbiano fornito mezzi di prova: ma possibile che non si potesse giungere agli stessi risultati esaminando attentamente le cartelle cliniche, interrogando i pazienti, usando tutti i normali mezzi di indagine? C’è stata una denuncia e si sono avviate le indagini la polizia: il magistrato e i carabinieri potevano fare le normali indagini, arrivando alle stesse conclusioni. Del resto, il processo non si fonderà su affermazioni ciniche o progetti criminosi origliati, ma sulla dimostrazione che quelle affermazioni hanno dato luogo a comportamenti illeciti. Rilevante è che quei progetti criminosi sono stati attuati, e ciò sarà dimostrato mediante i reperti diagnostici, non certo con le parole che i medici hanno detto. Proprio il caso della clinica milanese dimostra l’opposto di ciò che parecchi sostengono.
A questo punto i fautori del Grande Fratello Universale obietteranno che, anche ad ammettere che si sarebbe potuti arrivare allo stesso risultato per altre vie, non si vede perché si sarebbero dovute escludere le intercettazioni. E qui si nota l’insensibilità giuridica e democratica di tante persone. La fondamentale differenza fra questo mezzo di ricerca della prova e i normali sistemi è che questi ultimi non hanno controindicazioni e non violano la Costituzione. Infatti solo per la violazione della privatezza la Carta fondamentale ha stabilito che sia necessario un provvedimento motivato del magistrato: e ciò perché la pratica doveva rimanere assolutamente eccezionale. Se invece il provvedimento diviene normale (oltre centomila casi!), si ha un comportamento antigiuridico: cioè l’uso di una norma di legge in modo difforme dallo scopo per cui è stata creata.
Il caso italiano è talmente grave che già nella scorsa legislatura si era seriamente parlato di intervenire per via legislativa. Dunque oggi l’opposizione non può sostenere che, senza i telefoni, non si possono fare indagini. O, almeno, può farlo solo Di Pietro, pseudonimo di Tommaso Aniello.
C’è inoltre un corollario che aggrava la diagnosi. Se, nel corso degli anni, almeno una volta si fossero puniti gli autori delle fughe di notizie, si potrebbe credere alla buona fede di qualcuno. Ma la totale, pacifica, indefettibile impunità di chi ha violato il segreto d’ufficio è tale da non poter evitare il sospetto di connivenze. Gli uffici giudiziari, in questo campo, non meritano nessuna fiducia. Se l’unico sistema perché un segreto non esca dai Palazzi di Giustizia è quello di non farcelo entrare, allora sono necessari provvedimento drastici. E con essi non si tornerebbe all’età della pietra: ci si porrebbe al livello della democrazia statunitense.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . giugno 2008

LA LEGITTIMA DIFESA ISTITUZIONALE
Nel sistema della separazione dei poteri, il più debole è quello giudiziario. Esso infatti non dispone né del potere di fare le leggi – che deve solo applicare – né della forza bruta costituita dall’esercito o dalla polizia. La sua legittimazione nasce dal rispetto che si guadagna con la sua competenza e la sua terzietà: il popolo deve sempre poter credere al suo più totale disinteresse e alla sua più totale, spassionata sottomissione al diritto. E così è stato per lunghi decenni.
Qualcosa ha cominciato a guastarsi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando in Italia si sono adottate leggi ed istituzioni che, piuttosto che mirare ad una migliore governabilità, tendevano a negare tutto ciò che era stato fatto prima. Il Paese era potuto entrare in guerra perché l’aveva deciso un uomo solo? Da quel momento il Primo Ministro e addirittura l’intero esecutivo avrebbero avuto un potere minimo, ai limiti della paralisi. Il fascismo aveva pressoché eliminato la libera espressione delle idee? Il nuovo regime avrebbe permesso tutto, con una netta tendenza a cedere alla piazza e all’assemblearismo. Infine si è tollerato che nelle scuole si predicasse l’antifascismo, o addirittura il comunismo, che i sindacati su comportassero come partiti, che i consigli comunali adottassero delibere per condannare la guerra nel Vietnam ed altre amenità. Si è accettato il principio che tutto è politica.
Il massimo danno è stato però fatto nell’ambito giudiziario. Non solo si è permesso che i magistrati si riunissero in “partiti” (con tanto di elezioni interne), ma si è accettato che essi non fossero mai puniti per l’eventuale mal fatto e che, comportandosi come un centro politico, giudicassero addirittura le leggi prima ancora della loro votazione: è avvenuto molte volte, l’ultima in questi giorni. Infine si è tollerato che prendessero apertamente posizione a favore di una parte (normalmente la sinistra) contro la parte avversa, prima la Democrazia Cristiana e il Psi, poi Berlusconi. Si è addirittura tentato di escludere quest’ultimo dalla politica per via giudiziaria, perse
guitandolo con un numero strabiliante di accuse.
Questo comportamento non è stato né opportunamente valutato né adeguatamente sanzionato dalla pubblica opinione. Ci si è abituati a questo andazzo abnorme anche perché la maggior parte della pubblicistica, essendo di sinistra, ha considerato i magistrati degli utili alleati. Non si è voluto vedere che tutto questo, a parte il discredito della magistratura dimostrato dal fatto che gli italiani hanno continuato a votare per il Cavaliere, metteva in forse lo schema della democrazia e della divisione dei poteri. Che Berlusconi sia stato vittima di un’aggressione giudiziaria è provato dal fatto che il Cavaliere ha collezionato solo assoluzioni o prescrizioni. Che la magistratura inquirente sbagli obiettivo una volta può anche avvenire; se invece sbaglia troppe volte, accusando sempre lo stesso uomo, c’è qualcosa di peggio di un errore. Ma nessuno ha voluto rendersene conto e si è continuato ad insistere fino all’inverosimile. È notizia di oggi che Berlusconi ha presentato istanza di ricusazione per la Presidente del Tribunale di Milano, e i commenti della stampa - e dei magistrati di Milano, e dell’Anm, e del Csm! - sono stati asperrimi. Questa mossa processuale – regolarmente prevista dal Codice di Procedura Penale – è stata descritta come un attacco all’indipendenza della magistratura, come un affronto alla sua rispettabilità e chissà che altro ancora. Se Berlusconi, rivolgendosi alla stessa magistratura, si serve legittimamente di uno strumento previsto dal codice, è un prevaricatore. Non ci rende conto che così lo si invita a prevaricare sul serio?
Se un ordine travalica le sue competenze, il rischio è la reazione del potere attaccato. Se oggi ci si pente dell’abolizione dell’immunità parlamentare, se si parla di leggi per limitare le intercettazioni, o la celebrazione dei processi a carico delle massime autorità dello Stato, è perché l’esecutivo non ha più nessuna fiducia nel potere giudiziario. Questo è spiacevole. Ma ha tutta l’aria di una legittima difesa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 giugno 2008

CESARE È SOLO FERITO, SOPRAVVIVERÀ
Nelle tracce degli esami di Stato per la maturità, è stato commesso un errore. È stato proposto di commentare una poesia di Montale dedicata ad un donna, mentre poi si è scoperto che si trattava di un uomo. Nei commenti è venuto giù il cielo. Qualcuno non si sarebbe limitato, per così dire, alla richiesta di un’aquae et ignis interdictio (esilio, esclusione dalla vita civile), per l’incauto consulente ministeriale:  avrebbe amato proporre il supplizio della ruota. Non potendo applicare questi istituti, perché non previsti dal nostro codice, quanto meno è stato chiaro che si chiedeva la revoca della licenza elementare. Molto rumore per nulla.
Le tracce ministeriali – che al contrario dell’uso invalso dovrebbero essere scheletriche - hanno un unico scopo: impedire che i ragazzi tirino fuori, dai nascondigli più impensati, temi già bell’e svolti da copiare. Per questo devono essere imprevedibili. Se ci si potesse fidare dell’onestà del prossimo, basterebbe invitare a scrivere qualcosa. Qualunque cosa. Infatti la capacità di esprimersi nella lingua nazionale non si dimostra sostenendo una tesi elegante, nuova, profonda, erudita, ma anche scrivendo il più banale dei testi: una denuncia di sinistro, un verbale di assemblea di condominio, una lettera al cugino che vive in Argentina. L’argomento è del tutto secondario. Prova ne sia che a volte fior di professori fanno ridere i colleghi se stilano un rapporto sul registro: dovendo condensare in poche righe un episodio spiacevole, e scrivendo sotto l’effetto della collera, realizzano perle linguistiche memorabili.
Il pretesto è nulla rispetto a ciò che si sa ricavarne. La Quinta Sinfonia di Beethoven è su un tema di un paio di note ma solo un genio come quel musicista poteva, a forza di variazioni, elaborazioni e impasti orchestrali farne un capolavoro. Per questo, se si desse ai ragazzi questo tema: “Fallito attentato in Senato. Cesare è ferito ma sopravviverà. Possibili sviluppi politici”, si negherebbe la storia ma non si commetterebbe un crimine. Che importa che Cesare sia morto, in quell’attentato? Scrittori come Gorge Bernard Shaw, o come Albert Camus, o come Friedrich Dürrenmatt su un tema del genere sarebbero stati capaci di scrivere un capolavoro. Come del resto ha fatto Jean Giraudoux con “La guerre de Troie n’aura pas lieu”.
Il tema – parola che si ritrova tanto in letteratura quanto in musica – ha un’importanza limitata. Il risultato dipende da ciò che si sa farne. In questi esami di maturità non è successo niente di grave. Grave è piuttosto che qualche giornalista si sia permesso di essere molto pesante con un consulente ministeriale che neppure conosce. I giornalisti hanno troppe colpe, linguistiche e nozionali, sul groppone, per impancarsi a giudici di cultura. È bene che continuino a chiedere scusa e, in mancanza del capro espiatorio chiamato “proto”, a invocare a discolpa la fretta.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 19 giugno 2008

CHE ARIA TIRA
Ma come mi dispiace, ma come mi dispiace.
I ceffi antisemiti saranno molto delusi, anzi saranno furibondi, tanto furibondi che spero gli venga l'orticaria.
L'organizzazione antisemita denominata European Jews for a just Peace ha scritto a ogni membro del  Parlamento europeo " Gentile parlamentare europeo, venuto a conoscenza che all'incontro del Consiglio Europeo, il 19 e 20 giugno, i capi di stato della UE prenderanno in considerazione il miglioramento  dei contatti politici ed economici con Israele. Le scrivo, a nome di European Jews for a just Peace,  per dirle di fronte ai governi europei , nel modo piu' fermo  possibile, cha tale miglioramento e' attualmente assai inappropriato...."
A questo punto questa organizzazione espone alcune idee per cui , secondo loro , Israele fa schifo:  perche' ha l'arroganza di difendersi! Naturalmente senza accennare a guerre e terrorismo, senza ricordare che Israele e' pronta a regalare territori come ha sempre fatto pur di avere la pace e  che in cambio riceve 50 missili al giorno sulla popolazione inerme,   infine conclude:
"non e' il momento, oggi, perche' la UE migliori i rapporti con Israele".
Il momento non e' ne' oggi ne' mai per questa gente, finche' Israele non sparira' per lasciare il posto a una grande Palestina araba, islamica, rossa!
Seguono l'ineffabile Morgantini e Amnesty International, la prima in quanto vecepresidente del parlamento Europeo ( vergogna al parlamento!) , i secondi come organizzazione di parte....palestinese....che in realta' dovrebbe chiamarsi Amnesy International.
Nicolas Berger direttore di Amnesy a Bruxelles scrive allarmatissimo " rinnovare relazioni con Israele manderebbe un brutto segnale a tutta la regione..."
ehhh si, certo, riallacciare, dopo tanti anni di odio puro e fanatico, delle relazioni con la democrazia israeliana manda un pessimo segnale, meglio  l'Iran che ammazza i gay e impicca uomini e donne.  Infine  Amnesy  ripete lo slogan caro a chi odia Israele  "Israele blocca Gaza trasformandola in una prigione a cielo aperto per 1.500.000 di persone".
Ormai credo che solo dei deficienti possano dire e credere a questa barzelletta.
Come si fa a ricordare a questo Berger che  hamas  ha preso il controllo di Gaza con una guerra civile di rara ferocia e costringe i palestinesi a stare chiusi la' dentro. Israele manda viveri, gasolio, acqua medicine e hamas requisisce tutto per poi venderlo!
Eh Berger di Amnesy? Questo nessuno glielo ha detto?
Loro vendono alla loro gente quello che Israele manda GRATIS.
 
E la Luisa Morganttini( vergogna) vicepresidente (vergogna) del parlamento Europeo (vergogna) incalza che non e' il momento per migliorare i rapporti tra la UE e Israele. Racconta di essere stata in Israele per aiutare i pacifinti israeliani ed europei a tirar sassi contro i ragazzi di Zahal, cioe' no non dice proprio questo, farebbe una figuraccia da terrorista ne' dice di essersi  mezzo soffocata a causa dei lacrimogeni lanciati da Zahal per disperdere tutti quei pazzi fanatici, fuori di testa, razzisti, gentaglia.
Non lo dice ma lo sappiamo!
Pero' racconta nel suo intervento di aver visto il MUUUROOOO, ahi ahi ahi ahi, il MUUUUROOOO, quello che impedisce ai terroristi suicidi di entrare e a noi di morire.
Come le da fastidio questo fatto alla Morgantini. Come la disturba che in Israele non abbiamo piu' 30 40 attentati al giorno.
E conclude "non e' per punire Israele", noooo ma certo, ma che discorsi, non e' mica per punire, " ma e' per essere coerenti con le nostre regole sui diritti umani"
Diritti umani che secondo "la vergogna Morgantini"  Israele non rispetta perche' si difende.
Israele ha invece il diritto di crepare , di farsi colpire da migliaia di missili, di accettare i kamikaze senza protestare e senza costruire muuuuriiii.
Dunque , riassumendo, per  "ebrei europei per una pace giusta", per Amnesy International, per "vergogna" Morgantini, l'Europa dovrebbe trattare Israele come ha sempre fatto per decenni, con odio, un odio cosi' grande che negli anni delle guerre da cui dovevamo difenderci per non essere distrutti, ci puniva con l'embargo.
Un odio cosi' assassino che negli anni del terrorismo di Arafat, mentre noi rischiavamo di saltare per aria ogni volta che uscivamo da casa, per le strade di Parigi branchi di pacifascisti urlvano "attacca gli ebrei attacca gli ebrei" e questi ultimi  venivano rincorsi., bastonati, qualche volta uccisi.
Gli ebrei avevano di nuovo paura in Europa.
In Italia gli stessi pacifascisti bruciavano bandiere, facevano cortei come a Ramallah e Gaza, vestiti da kamikaze.
Gli ebrei avevano di nuovo paura in Europa.
In Inghilterra un ambasciatore di Francia ribattezzo' Israele "piccolo paese di merda".
In tutta
Europa il boicottaggio contro Israele  andava alla grande accompagnato dalla violenza razzista.
Per anni  giovani fasciocomunisti si dedicavano a piccoli pogrom, cosi', tanto per spaventare.
Ragazzi israeliani venivano sbattuti fuori dai locali pubblici, scienziati israeliani venivano licenziati dalle universita', le manifestazioni contro Israele si susseguivano senza sosta in tutta Europa.
Si, gli ebrei avevano  di nuovo paura in Europa.
Scommetto che la gente ha dimenticato questa vergogna dell'Europa che tanto sbandiera i diritti umani per tutti meno che per Israele, per fortuna ho scritto  tutto   in tempo reale per poter sbattere in faccia la verita' a chiunque avesse il coraggio di negare.
Dove erano gli "ebrei europei per una pace giusta" mentre in Europa giocavano a "bastona l'ebreo", in Israele si moriva ogni giorno?
Dove era la vergogna Morgantini?
Dove era Amnesy?
Tutti a Ramallah a sostenere Arafat.
Noi qui raccattavamo da terra e dai muri della case pezzi di corpi,  venivano linciati e fatti a pezzi colle mani nude persino bambini ebrei di 12 anni e loro, questi vergognosi, erano a Ramallah a consolare Arafat.
Comunque, signore e signori, sono felice  di annunciarvi che a costoro sara' venuto il coccolone nell'apprendere che l'Europa ha deciso di incrementare in modo significativo le sue relazioni  culturali e commerciali con Israele.
E' stato annunciato in Lussemburgo  da tutti i ministri europei al Ministro degli Esteri israeliano Zippi Livni.
"Stiamo entrando un una nuova era di relazioni tra Europa e Israele" ha dischiarato ieri una Livni soffisfatta.
Ma non e' finita! Chi si e' opposto ancora alla normalizzazione tra EU e Israele?
Quelli con cui dovremmo fare la pace, i palestinesi, e l'Egitto, con cui abbiamo fatto la pace nel 1979.
Sono preoccupatissimi per questa nuova Europa passata dall'odio dei governi di sinistra inginocchiati davanti ad Arafat, a un desiderio di amicizia e collaborazione con un paese democratico e di alta cultura e formazione scientifica come Israele, grazie alla virata politica di capi di stato come Sarcozy in Francia, Brown in Inghilterra, Merklel in Germania e Berlusconi in Italia.
Leader che non disdegnano di fare affari anche con le dittature arabe ma che, allo stesso tempo,  non vogliono discriminare e boicottare Israele riconoscendone i grandi meriti.
 
Presto, un Jaegermeister per Morgantini, per Berger, per " l'ebreo per una pace giusta... eliminando Israele", per Salaam Fayyad, e per tutti quelli che odiano israele, dategli un bicchierino che si riprendano dalla rabbia velenosa che li ha invasi.
 

Ci sono voluti quattro anni di cure  ma, alla fine, la morte benedetta di Arafat che ha segnato l'inizio di un faticoso processo di normalizzazione dei rapporti  tra Israele e l'occidente, sta dando i suoi frutti. Non credo che gli europei ci amino, anzi stando a alcuni studi, sembra che l'antisemitismo stia ancora crescendo ma questo e' un fenomeno incomprensibile  che ha le sue radici lontano nel tempo e che non si esaurira' mai.
Credo anche  che questa rinnovata amicizia ci presentera' presto il conto.
Ci odino pure, tanto noi abbiamo Israele.... se Olmert non lo svendera'... , la cosa importante e' che la  politica europea  non ci perseguiti come ha fatto per 40 anni.
 
Deborah fait - www.informazionecorretta.com


LA LOGICA SULLE RIVE DEL LAMBRO
Purtroppo, chi si abbevera ai giornali non può mai essere sicuro di non trovare acqua avvelenata. Ecco perché, nell’episodio che si sta per commentare, si lascia la porta aperte alla possibilità che i giornalisti abbiano riferito male le opinioni di un giudice.
A proposito della proposta, da parte del sostituto pg di Milano, di rigettare l’istanza di ricusazione presentata dai legali di Silvio Berlusconi, leggiamo sul Corriere della Sera: “Per il sostituto Pg, inoltre, l'istanza di ricusazione va dichiarata inammissibile perché tardiva. Nonostante, infatti, i difensori del premier sostengano di aver percepito la notizia degli interventi su internet della stessa Gandus, il 16 giugno (si hanno tre giorni di tempo da quel momento per presentare l'istanza) gli appelli stessi sono datati, alcuni del 2006, e deve essere pertanto provato dagli stessi difensori che la percezione è avvenuta solo il 16 giugno. Cosa che non è avvenuta”. Se queste sono le sue parole, anche ad ammettere che la dott.ssa Laura Bertolè Viale, pg di Milano, sia un’eminente giurista, certo non è molto ferrata in filosofia e in particolare in dialettica.
Come è noto, la “prova” è la dimostrazione di un assunto. Se, per esempio, si afferma che un decimetro cubo di ghiaccio, in un ambiente dove ci sono venti gradi centigradi, si scioglie in tot minuti, la prova si avrà effettuando l’esperimento. Se viceversa qualcuno affermasse che quel cubo di ghiaccio, in capo allo stesso tempo, si trasformerà in un asino, l’esperimento non proverà che il cubo non si è trasformato in un asino, proverà che si è trasformato in acqua. Si avrà una prova positiva di qualcos’altro, non negativa dell’assunto. È lo stesso meccanismo dell’alibi. Se l’accusato può provare di essere stato altrove (alibi, in latino), dimostra con ciò stesso di non aver potuto commettere il delitto. Ma questa è una deduzione: l’unica prova fornita è quella di essere altrove. Una prova positiva, non negativa.
Questa banalità, nel campo della logica, sembra non avere raggiunto le rive del Lambro. È assurdo scrivere che “deve essere pertanto provato dagli stessi difensori che la percezione è avvenuta solo il 16 giugno. Cosa che non è avvenuta”. Essi possono ad esempio provare di averla avuta, quella percezione, il 16 giugno, ma come potrebbero mai provare di non averla avuta prima? Solo un terzo potrebbe venire a testimoniare “ne abbiamo parlato insieme in marzo”: ma, appunto, sarebbe una prova positiva di quella conoscenza, fornita da un terzo, non una prova negativa, fornita dagli avvocati di Berlusconi.  Stupisce che un magistrato dell’inquirente, abituato a sostenere l’accusa, incorra in un simile errore logico-giuridico. Ma forse è vero che, quando si tratta di andare contro Berlusconi, valgono anche le impossibili prove negative.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 giugno 2008


VELTRONI RIMUOVE IL SUO PASSATO COMUNISTA
«Tutto cominciò nel 1979, quando venni inviato a Budapest da Massimo D'Alema per rappresentare i giovani comunisti ai vertici della Fmjd, un'organizzazione internazionale di osservanza sovietica». Nel Pci lo storico Federigo Argentieri ha combattuto a lungo perché il partito cambiasse posizione sulla rivoluzione ungherese del 1956, sconfessando Palmiro Togliatti e la sua scelta di approvare non solo l'intervento dell'Urss, ma anche la condanna a morte del comunista riformatore Imre Nagy, capo del governo magiaro durante la rivolta, impiccato mezzo secolo fa, il 16 giugno 1958.
Fu una battaglia difficile, che Argentieri considera vinta solo in parte: «Non condivido il modo in cui Walter Veltroni rimuove il passato e finge di non essere mai stato comunista. La storia non si può ignorare: bisogna rivisitarla criticamente».


A tal proposito Argentieri ritiene che Enrico Berlinguer fosse sulla buona strada già nel 1968: «Fu il comunista più deciso nel condannare il soffocamento della Primavera di Praga, come dimostrano anche i documenti sovietici che Victor Zaslavsky sta per pubblicare sulla rivista Ventunesimo Secolo. Berlinguer conosceva bene l'Urss ed era convinto della necessità di staccarsene. Mosca lo considerava un nemico e sono certo che il suo strano incidente stradale in Bulgaria, nel 1973, fu un tentativo del Kgb per assassinarlo, come del resto pensava anche lui».
 
Però Berlinguer rifiutò l'ipotesi di un approdo socialdemocratico. «Finita la solidarietà nazionale, il suo radicalismo in politica interna fu disastroso. Ma credo che fosse dovuto anche all'esigenza di coprirsi le spalle a sinistra, per bloccare i tentativi dei sovietici di creargli problemi nel partito in seguito alla sua dura condanna del colpo di Stato in Polonia, nel dicembre 1981».

Anche Argentieri passò i suoi guai: «A Budapest, circondato da un'ostilità glaciale, sostenni la linea del Pci contro la messa al bando di Solidarnosc. E presi a interrogarmi sul 1956: se si condannava un'azione di forza limitata come quella del generale Jaruzelski, che in fondo aveva il vantaggio di evitare un'invasione sovietica, come si poteva mantenere una valutazione positiva sul bagno di sangue avvenuto a Budapest 25 anni prima?».

Il ritorno in Italia, nel 1982, segna l'inizio di una fase di studi: «Andai a lavorare all'Istituto Gramsci: qui, con l'appoggio di Adriano Guerra, approfondii le mie ricerche fino a preparare una tesi di laurea sulla rivoluzione ungherese che smentiva pienamente l'interpretazione ufficiale del Pci. Ma capivo che, pubblicandola da solo, avrei fatto la figura della mosca cocchiera, senza ottenere effetti politici. Accolsi così il suggerimento di Giancarlo Pajetta, che mi disse di contattare un senatore comunista di Torino, Lorenzo Gianotti, il quale stava lavorando a sua volta sull'insurrezione di Budapest».

Ne nacque il libro a quattro mani ŒL'ottobre ungherese‚,
uscito nel 1986, che divenne un caso politico. «Fu un macigno nello stagno, perché Gianotti lo segnalò al suo amico Giuliano Ferrara, il quale consigliò a Bettino Craxi di uscire allo scoperto. Così il leader socialista chiese al Pci di riabilitare Nagy, suscitando un vespaio. D'Alema subì rimbrotti per avermi appoggiato, ma mi difese. Luciano Lama e Paolo Spriano si schierarono a favore di Nagy.

Ma gran parte del partito cercò di salvare capra e cavoli, attraverso contorsioni che si sforzavano di giustificare la fedeltà alla lezione di Togliatti. Penso a Giuseppe Boffa e soprattutto ad Alfredo Reichlin, che all'epoca dell'esecuzione di Nagy era direttore dell'Unità e non ha mai detto una parola di autocritica: padronissimo, ma mi lascia assai perplesso che proprio a lui sia stato affidato il compito di scrivere il programma del Partito democratico. Ho più rispetto per Armando Cossutta, che è sempre stato un filosovietico coerente. Quello che non accetto è il tentativo di tenere insieme posizioni incompatibili in una logica di continuismo esasperato, tipicamente togliattiana, che alla fine si rivela soltanto opportunistica ».

Così il 1986 fu un'occasione mancata: «Purtroppo Berlinguer era morto e il successore Alessandro Natta mostrò limiti enormi: nell'anniversario della rivoluzione si recò in Ungheria a visitare Janos Kadar, l'uomo portato al potere dai sovietici, senza rendersi conto di come sarebbe stato interpretato il suo gesto. Ci vollero pressioni enormi per indurlo ad esprimere qualche parola di rispetto per Nagy. Anche per questo l'anno dopo fu sostituito, in modo un po' brusco, da Achille Occhetto, che però aveva ereditato l'anticraxismo berlingueriano e non aveva le idee molto chiare sul da farsi».

Intanto al Cremlino era arrivato l'innovatore Mikhail Gorbaciov: «Quando fu riabilitato Nikolaj Bukharin, vittima del grande terrore nel 1938, il Psi riprese l'offensiva. Io fui l'unico del Pci a partecipare a un polemico convegno socialista sullo stalinismo, nel marzo 1988. Tuttavia la nuova generazione comunista era più sensibile all'esigenza di rompere con il passato. Utilissimo a tal proposito fu il contributo di Miklos Vasarhelyi, un dissidente ungherese che era stato processato con Nagy. Realizzai con lui un libro intervista: buon conoscitore dell'Italia, toccò le corde giuste per indurre il Pci a una svolta netta».

L'occasione fu la cerimonia organizzata a Parigi in onore di Nagy, nel trentesimo anniversario dell'esecuzione, dal grande esule ungherese François Fejtö, recentemente scomparso: «La partecipazione di Piero Fassino, in rappresentanza del Pci, ebbe un forte significato politico. Claudio Martelli, anche lui presente, mi parve molto seccato. L'anno dopo era il 1989 e a Budapest, in un Paese ormai avviato verso la democrazia, ci furono i solenni funerali di Nagy e degli altri martiri della rivoluzione, sempre il 16 giugno: insieme a Fassino ci andò anche Occhetto. E di nuovo i socialisti non la presero bene: credo che il Psi abbia svolto un ruolo assai positivo nell'incalzare il Pci, ma abbia poi sbagliato nel volerlo azzerare.

Craxi pensava di occupare l'intero spazio della sinistra, togliendo di mezzo i comunisti, mentre stava al governo con la Dc: un progetto palesemente irrealistico. E poi anche il Psi era stato stalinista e non poteva limitarsi a rimuovere quel suo passato senza rifletterci sopra».

È il settarismo, secondo Argentieri, che ha affossato la sinistra: «La svolta della Bolognina sfociò nel nulla, perché Occhetto era disposto a tutto fuorché a proclamarsi socialdemocratico. Ma anche il Psi si accanì inutilmente contro il Pds. E così certe incrostazioni sopravvivono ancora oggi, nonostante l'apertura degli archivi sovietici voluta da Boris Eltsin, una figura che andrebbe rivalutata.

Nel 1996 pubblicai in allegato all'Unità un libro, ŒLa rivoluzione calunniata‚ (poi ripubblicato da Marsilio), nel quale dimostravo che Togliatti aveva non solo approvato, ma sollecitato l'intervento sovietico. E in precedenza avevo trovato documenti da cui risultava che il leader del Pci aveva preventivamente avallato l'esecuzione di Nagy, pur chiedendo a Kadar di rimandarla a dopo le elezioni italiane del 1958 (come in effetti avvenne).

Ma molti fanno finta di niente: all'Istituto Gramsci, nonostante gli sforzi positivi del direttore Silvio Pons, è cresciuta una generazione che, patrocinata dal presidente Giuseppe Vacca, ancora difende il continuismo togliattiano. Se gli eredi del Pci non fanno davvero i conti con la loro storia, la sinistra non uscirà dal vicolo cieco in cui si trova».

Antonio Carioti per il Corriere della Sera

Tanti innocenti nella rete
Ieri i pm di Milano hanno detto che le intercettazioni sono state determinanti per fare luce sui reati commessi nella sanità. Però nel 2007 gli «intercettati» sono stati oltre 123 mila, dei quali 112.623 nel corso di conversazioni telefoniche e 10.492 attraverso controlli ambientali (microspie e altre apparecchiature elettroniche). Ora, i casi sono due. O siamo uno dei Paesi al mondo a più alto tasso di criminalità. E, allora, la massa degli intercettati è giustificata. O c'è qualcosa che non va nel sistema delle intercettazioni: dalla decisione di farvi ricorso al loro uso in sede giudiziale e alla loro divulgazione tramite il circuito mediatico- giudiziario. Così, finiscono nel tritacarne molti «attori non protagonisti », i quali subiscono gli «effetti collaterali» ˜ non previsti e, quel che è peggio, dei quali non è sufficientemente valutata la gravità per chi ne è vittima˜ che le indagini sulle attività oggetto dell'intercettazione hanno sulla vita di chi non ha nulla a che farci. La nostra storia giudiziaria ne è piena.

Il fatto stesso che gli intercettati attraverso le utenze telefoniche siano stati la stragrande maggioranza sembra avvalorare il sospetto che gli «attori non protagonisti» non siano poi tanto pochi. È, dunque, soprattutto di questi ultimi che ci si dovrebbe preoccupare, prima ancora di stabilire a quali altre attività criminose˜oltre il terrorismo e la malavita organizzata previsti dal governo ˜ si debbano estendere i controlli.

Nel definire e programmare l'attività contro il crimine˜ anche attraverso le intercettazioni, che sono, di fatto, una violazione della privacy ˜la classe politica si dovrebbe preoccupare, innanzi tutto, della salvaguardia di chi, innocente, potrebbe finire ugualmente, e del tutto fortuitamente, nella rete delle intercettazioni. Il limite alle intercettazioni non può che consistere nella tutela delle libertà del cittadino. Nello Stato di democrazia liberale prevale sempre il principio che sono preferibili dieci colpevoli in libertà a un solo innocente coinvolto nel sistema di prevenzione e repressione del crimine. Immagino le reazioni dei moralisti. Con la scusa di tutelare gli innocenti, qui, si vuole salvare i colpevoli. Ma è stata proprio la prevalenza delle tentazioni moraleggianti sui giudizi di realtà che ha generato spesso l‚affermazione della massima ingiustizia nei confronti degli innocenti sulla realizzazione della giustizia possibile nei confronti dei colpevoli. Non è un caso, del resto, che il moralismo ˜come degenerazione del giudizio morale, come carenza di «forza del giudizio», come ripudio del diritto comune˜giochi un ruolo maggiore nei sistemi totalitari che nei sistemi di democrazia liberale. Nel legiferare sulle intercettazioni, il legislatore dovrebbe, dunque, fare appello soprattutto al «senso comune».

Che non è il buonsenso ˜il quale è ideologico˜ ma sono quelle tradizioni storiche, empiriche, patrimonio morale della vita di ogni comunità civile, senza le quali le migliori intenzioni razionalizzatrici finiscono col negare se stesse.

di Piero Ostellino -  CdS


COMMENTO A MEZZO ARTICOLO
Gli articoli di Scalfari sono troppo lunghi per poterli commentare. Bisognerebbe scrivere un libro: e se sono già noiosi i libri di Scalfari, figurarsi quelli su Scalfari. Dunque si commenterà solo metà della rituale lenzuolata domenicale.
Il grande Eugenio comincia sparando un paio di cannonate. “Berlusconi vuole…  separare lo Stato dal diritto”. Cioè ridurlo al livello preistorico. “Non sarà fascismo, ma certamente è un allarmante ‘incipit’ verso una dittatura”. Esagerazione per esagerazione si potrebbe dire: Berlusconi vuole la giungla, Scalfari vuole dimostrare di avere raggiunto l’ultimo grado dell’Alzheimer.
“Questa sempre più evidente deriva democratica…” Forse voleva dire “antidemocratica”. Ma è vero che sull’argomento democrazia l’ex-direttore ha le idee confuse. Comunque, chi salverà l’Italia da questo destino? Una volta le folle speravano in Stalin (Ha de veni’ Baffone!), ora c’è “il solo argine del capo dello Stato”: Giorgio Napolitano con la spada sguainata sul Colle. Novello Leonida.

Il problema della sicurezza e quello delle intercettazioni sono “due supposte emergenze gonfiate artificiosamente per distrarre l'attenzione dalle urgenze vere”. Devo spiegarlo a mia moglie che è stata scippata.
Poi si parla dell’uso dell’esercito con funzioni di pubblica sicurezza e la tesi si fa interessante. Da un lato Scalfari tratta questo provvedimento quasi come un colpo di Stato (I’esercito per le strade!), tanto che “un provvedimento analogo fu preso dal governo Badoglio”,  dall’altro irride la presenza di 2.500 soldati a fronte di trecentomila uomini, fra Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza. Infine, scansato a fatica il colpo di Stato, dice che si tratta di un provvedimento puramente propagandistico: “l'insicurezza delle nostre città [tale] da render necessario il coinvolgimento dell'Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo”. Ah, meno male. Avendo temuto il colpo di Stato, c’è di che essere rassicurati.
 Si passa al disegno di legge sulle intercettazioni e viene ricordato che provvedimenti analoghi avevano tentato di adottare Flick e Mastella (centro-sinistra), senza riuscirci. “Adesso presumibilmente ci si riuscirà ma… il senso politico è un altro… Il senso politico, anche qui, è un'altra militarizzazione, delle Procure e dei giornalisti”. Insomma, se una cosa la fa il centro-sinistra, è buona; se la fa Berlusconi, è cattiva. Le successive critiche (la durata di tre mesi, il divieto di pubblicazione di notizie fino all’inizio del dibattimento, ecc.) sono discutibili e infatti se ne discuterà in parlamento; ma Scalfari chiede: “il motivo della secretazione è un altro, ma quale?” Semplice: favorire la fine della democrazia e l’incoronazione di Berlusconi nuovo Re Sole, come egli  dice esplicitamente nella seconda parte dell’articolo.
Il decreto in questione è comunque esiziale. Senza questo diluvio di intercettazioni non si perseguirebbero più i reati: infatti, aggiungiamo, prima dell’invenzione del telefono la giustizia penale non esisteva; poi, secondo Scalfari, la pubblica opinione non potrebbe decidere i processi o il tenore delle leggi. Il caso Santa Rita, dice, oggi dà luogo ad un dibattito sull’organizzazione della Sanità che senza quelle intercettazioni non si avrebbe. O, almeno, “potrebbe aver luogo soltanto all'inizio del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati”. Inoltre, “L'eventuale archiviazione dell'istruttoria resterebbe ignota e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell'archiviazione e su una possibile critica della medesima”. Il totale è chiaro: i processi li deve decidere la pubblica opinione (cioè i giornali, cioè Scalfari) e le leggi devono essere discusse e votate sulla base della cronaca giudiziaria. Si vorrebbe l’istituzionalizzazione dell’emotività nazionale come fonte del diritto.
Non stiamo esagerando: “il maxi-processo contro ‘Cosa Nostra’ fu confermato in Cassazione perché fu cambiato il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro della Giustizia dell'epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell'allora presidente di sezione, Carnevale”. Queste parole sono gravissime. Dopo che ci si è sbracciati per anni ad invocare il rispetto della Costituzione riguardo al “giudice naturale”, si va a lodare un ministro che di questa norma fa strame? E poi perché? Perché giornalacci come Repubblica hanno ripetutamente calunniato un grande giurista e un grande galantuomo come Corrado Carnevale! Scalfari inoltre dimentica che questo magistrato è stato reintegrato nelle funzioni con mille scuse e tutti gli onori e gli arretrati e le promozioni e a momenti anche l’attribuzione di un paio di flabellari. Il filosofo prestato al giornalismo si limita a ripetere le calunnie e osa porle a sostegno di un ragionamento che già faceva acqua di suo.
“Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l'efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata”. E qui si dimentica la campagna di stampa, di sinistra, contro Falcone. È immorale, contare tanto sulla mancanza di memoria dei lettori.
Ma forse non è l’unica cosa immorale di questo articolo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15 giugno 2008


Le pulci a Mr. X
Ha inventato un nuovo genere di giornalismo d'inchiesta, utilizzando uno strumento formidabile: l'archivio. Raccoglie e annota tutto ciò che gli capita, legge e ricorda gli atti giudiziari meglio di un avvocato o di un procuratore. Il suo modo di lavorare lo ha fatto diventare un personaggio di successo, anche se prima di quel 14 marzo 2001 Marco Travaglio era un giornalista "normale". Un illustre sconosciuto, direbbe qualcuno, ma cresciuto alla corte di Indro Montanelli.

Poi il 14 marzo 2001 Daniele Luttazzi lo invita a Satyricon e scoppia il caso. Travaglio si fa notare per la sua "presenza scenica", in televisione rende e anche nei teatri sa farsi valere. Come direbbe qualche bravo operatore, lui "buca" il video, insomma "funziona". Su quell'onda ha costruito il suo successo e dopo il best-seller L'odore dei soldi (scritto con Elio Veltri, Editori Riuniti, 2001) continua a sfornare titoli a ripetizione, ultimo dei quali Inciucio, pubblicato da Rizzoli e già in vetta alle classifiche di vendita.
Certamente è l'autore di saggistica che riscuote maggior successo tra il pubblico e può permettersi il lusso di avere due titoli in libreria contemporaneamente: lo stesso Inciucio (coautore Peter Gomez), e Berluscomiche
Il mensile Prima Comunicazione ha definito gli scritti del giornalista torinese «libri-collage sfornati a mesi alterni» (n. 357/2005), ma questo a lui non interessa. L'importante è essere presenti: che se ne parli, bene o male non importa. Per questo è sempre in giro per l'Italia a presentare e a presenziare. A gennaio? Il 9 (ore 21) lo trovi a Torino, il 10 (ore 16.30) è già a Palermo, l'11 (ore 21) rieccolo in Piemonte a Borgaro Torinese, il 12 (ore 17.30) è a Santa Marinella in provincia di Roma, il 16 a sera al teatro Ambra Jovinelli di Roma, il 17 all'Università di Torino, il 18 al Circolo Arci di Fidenza, il 19 puntatina ad Este (Padova) presso l'Aula Magna del Collegio Vescovile, il 20 ad Adria, il 23 alle 17 a Torino (libreria Feltrinelli), prima di recarsi (ore 21) ad Alessandria dove lo aspettano alla libreria Mondadori (marchio Berlusconi).
E ancora Isernia, Modena, Milano, Bologna, Casalecchio e chi più ne ha più ne metta.
uscito per Garzanti.

Accusa Berlusconi di presenzialismo televisivo e gli rinfaccia il suo essere "piazzista", ma anche Travaglio si fa notare dappertutto: piazze, convegni, poco in tv perché da quel famoso 14 marzo non lo invita più nessuno.
In quasi cinque anni, di strada ne ha fatta tanta. «Certamente con L'odore dei soldi (200.000 copie) ha rimpinguato le casse degli Editori Riuniti», ricorda un autore che ha lavorato per la ex casa editrice del Pci.
Travaglio attacca Vespa perché scrive su tantissime testate, ma neanche lui scherza: è redattore di Repubblica a Torino, collabora con L'Espresso, L'Unità, Micromega, Giudizio Universale (un mensile), cura la rubrica "Carta Canta" sul sito di  Repubblica.

E poi i libri. A proposito di case editrici: Travaglio critica D'Alema perché pubblica con Mondadori, ma anche lui ha lavorato per la casa editrice di Berlusconi, vendendo tantissime copie di Palle Mondiali e dello Stupidiario del calcio e dello sport (usciti entrambi nel 1994).

In tutto, come riferito dal sito non ufficiale www.marcotravaglio.it (sul quale ci sono altri sui scritti), i suoi libri sono 20, più un paio di interviste ed alcune prefazioni, come quella scritta per Kaos Edizioni sugli atti del processo in primo grado contro la Juventus (accusata di doping), poi ribaltato in appello (mai prefazione fu più nefasta)
A forza di scrivere sta perdendo colpi. Inciucio, ad esempio, contiene un paio di refusi (Billè, a pagina 519, è chiamato Claudio ma il suo nome è Sergio, poi Adreani di Mediaset è ribattezzato Ariani a pag. 388), mentre L'Amico degli Amici (Bur 2005), è una sorta di brutta copia del Dossier Dell'Utri, pubblicato da Kaos con la presentazione di Gianni Barbacetto.


Ma Travaglio è Travaglio: lui vende e gli è concesso tutto. Non lesina le "affettuosità giornalistiche" e viene ricambiato dagli amici della "sua" lobby. In fondo, anche lui fa parte di un piccolo club insieme ai vari Santoro, Guzzanti (Sabina), Luttazzi, quelli dell'associazione Articolo 21. Tra amici si scambiano "cortesie". Ad esempio: Travaglio dedica alla Guzzanti un capitolo di Regime (Bur, 2004, pp. 164-204) e un paragrafo di Inciucio (pp. 208-221), nel quale si occupa del documentario Viva Zapatero. E in quel documentario, messo in vendita in dvd ecco una bella intervista (una trentina di secondi) della bravissima attrice satirica al giornalista torinese. Non viene dimenticata la vicenda "Raiot", splendida trasmissione stroncata, ma qui c'è un piccolo "conflitto di interessi": Travaglio è stato coautore del programma. Anche Santoro è gettonatissimo nei libri e lui ricambia affettuosamente.

In occasione della presentazione di "Regime", l'ex conduttore di Sciuscià si è scomodato per presentare il volume di Travaglio e Gomez, conducendo un talk-show in onda su un'emittente satellitare e su un circuito di tv regionali.

Bisogna però anche riconoscere (e Travaglio non lo fa) che Santoro si è dimesso da europarlamentare solo per partecipare ad una puntata dello show di Celentano. Alla faccia dei 729.656 elettori (dato preso da Inciucio,
pag. 267) che gli avevano dato fiducia («il candidato non capolista più votato d'Italia», sempre pag.267).

Travaglio usa il bastone con molti colleghi da Vespa a Mentana, fino a Diaco e Floris, mentre impiega la carota per altri come Curzio Maltese di Repubblica, Furio Colombo, ex direttore de L'Unità, e l'attuale direttore Antonio Padellaro. Forse perché Padellaro è prefatore di Berluscomiche, Colombo di Bananas e Maltese de La Repubblica delle Banane (altro saggio di Travaglio e Gomez, uscito nel 2001 per Editori Riuniti).
Inoltre, lo stesso Maltese su Repubblica e Padellaro dalla prima pagina de L'Unità gli dedicano puntualmente interessanti recensioni ad ogni nuova uscita. Anche L'Espresso, pubblica anticipazioni dei libri di Travaglio e Gomez, un collaboratore e un inviato, dimenticando però di fare lo stesso con l'inviato Pino Nicotri, autore di una bella antologia su Giuliano Ferrara,pubblicata per Kaos un paio d'anni fa' ignorata dal settimanale.

E come non dimenticare l'associazione "Articolo21 Liberidi" fondata dal deputato Ds Giuseppe Giulietti (già al vertice dell'Usigrai)? Travaglio la cita più volte nelle pagine di Inciucio e Regime (forse l'ha aiutata a recuperare un pò di materiale sul Tg1) e nei ringraziamenti al termine di ogni libro.

Quelli di "Articolo21" sembrano apprezzare e invitano Travaglio e soci ai vari convegni, oltre a pubblicare anticipazioni dei libri e interventi vari sul cliccatissimo sito www.articolo21.com, a sua volta citato nei volumi del giornalista. Merito indiscusso di Marco Travaglio è quello di aver puntato l'indice sulle anomalie del sistema italiano come aveva fatto anche Giorgio Bocca, il primo a parlare di regime: «La differenza fra il regime del Cavaliere e la democrazia di stampo democristiano è che allora i desideri dei dirigenti del partito venivano accolti silenziosamente o confessati solo in sede storica. Ora tutto avviene in chiaro e senza finzioni: il capo del governo è re delle tre televisioni, nomina i giornalisti invisi e quelli vengono platealmente licenziati».
Negli analitici racconti dell'attuale "regime mediatico" italiano, Travaglio commette qualche errore storico.

Secondo Travaglio (lo scrive in un paginone pubblicato per L'Unità) i decreti Berlusconi salva-tv sono stati due: in realtà, sono tre. Il decreto-legge n. 694 del 20 ottobre 1984, l‚807 del 6 dicembre 1984e il decreto-legge n. 223 del primo giugno 1985 (Berlusconi-ter, successivamente convertito) che proroga la libertà di antenna per le tv private al 31 dicembre 1985. Dal 1986 in poi, come confermato in una nota dell'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giuliano Amato:«La legge numero 10 del 1985 non ha bisogno di altre proroghe per continuare ad essere efficace» (si veda in proposito Anna Chimenti, Informazione e televisione, Laterza, 2000). Studiare, studiare, studiare.

dal blog di Gabriele Mastellarini


IL CARRO DINANZI AI BUOI
Se si vuol dimostrare la validità del proprio punto di vista, bisogna rispondere alle obiezioni razionali: ma quelle cui è più difficile rispondere sono le non razionali. Molti anni fa, mentre si discuteva dell’esistenza di Dio, qualcuno, a corto di argomenti, esclamò: “Se Dio non esistesse, questa nostra vita non avrebbe senso; saremmo come gli animali e le piante; non ci sarebbe mai giustizia; non ci sarebbe premio per i giusti e punizione per i malvagi. Dio deve esistere. È impossibile non esista”. Impossibile, perché? La risposta è: perché non mi piacerebbe che fosse così. La conclusione è rigettata non perché falsa ma perché sgradita: anche se poi, essendo sgradita, la si dichiara anche falsa.
Questo atteggiamento non riguarda solo la metafisica, lo si incontra spesso, per esempio, se si parla di politica internazionale. Se si espongono le caratteristiche dei rapporti fra gli Stati, molti esclamano: “Ma a sentire te è come se le nazioni fossero delle belve prive di regole e di morale! Saremmo tornati al dominio del più forte, saremmo tornati alla legge della giungla!” E uno potrebbe anche avere voglia di piangere: ma quando mai è stato diverso? Perché dire “tornati”, se non ce ne siamo mai allontanati? Possibile che non si sia mai aperto un libro di storia?
Le cose non stanno diversamente nella politica nazionale. Basta porre un dilemma: “Preferiresti un governo di ladri, dieci ministri che rubassero dieci milioni di euro a testa e facessero risparmiare allo Stato un miliardo di euro (dieci volte tanto), o dieci ministri onestissimi ma meno capaci, che facessero perdere allo Stato un miliardo di euro?” A questo punto molti risponderebbero che vorrebbero venti ministri onesti che facessero risparmiare allo Stato un miliardo, con ciò dimostrando di non sapere nemmeno che cosa sia un dilemma; ma moltissimi risponderebbero che preferirebbero i venti governanti onesti, malgrado la perdita economica dello Stato. Come se i politici fossero lì per farsi applaudire moralmente e non per governare lo Stato nell’interesse della collettività. L’esclamazione sarebbe: “Perché è inammissibile che al vertice dello Stato ci siano persone poco oneste!” Senza pensare che, ammissibile o inammissibile che sia, è ciò che avviene, soprattutto nei paesi del Terzo Mondo. Spesso la scelta non è fra onesti e disonesti, ma fra disonesti capaci e disonesti incapaci. E comunque, un governante come Mugabe, che è riuscito a togliere al suo infelice paese sia la libertà che la prosperità, quand’anche fosse personalmente onesto, sarebbe lo stesso da gettare nella spazzatura. Ma questo non convince molti. L’obiezione è sempre la stessa: “Puoi dire quello che vuoi, io non accetterò mai che al governo non ci siano persone per bene. Loro dovrebbero dare l’esempio”. Ed essere più buoni di Garrone.
I campi nei quali la conclusione del ragionamento è prestabilita sono moltissimi. Se uno afferma, a proposito del problema della fame nel mondo, che non c’è modo di risolverlo - o che potrebbero risolverlo solo gli interessati, facendo meno figli e producendo più cibo - alla fine della lunga dimostrazione si sente rispondere: “Senti, non m’interessano i tuoi numeri e i tuoi calcoli. Non si può permettere che dei bambini muoiano di fame. Bisogna fare qualcosa. E se non facciamo niente quelle morti le abbiamo sulla coscienza”. Ritorno alla casella di partenza.
Tutti gli esempi forniti servono ad un unico scopo: provare che non sempre ragionare serve a cercare una verità. Per molti, la verità precede il ragionamento e dunque sono disposti ad accettare solo l’argomentazione che conduce alla conclusione prestabilita. Discutere è inutile. Si può passare ad altro o star zitti. E questo silenzio potrebbe renderci tutti contenti se poi uno non si accorgesse che coloro che mettono il carro dinanzi ai buoi si considerano moralmente superiori a chi ragiona.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.i  -  giugno 2008


BUFALA GIAPPONESE
Si riporta qui di seguito – per intero, errori inclusi, affinché si possa essere sicuri che non si gioca con le parole - un articolo del Corriere della Sera (13/6/2008), dove si vedrà che o i giornalisti sono drammaticamente ignoranti, o credono che lo siano i lettori.
“OSAKA - Ah se le auto potessero viaggiare ad acqua invece che a benzina benzina! In molti ci hanno pensato, specie di questi tempi, con i prezzi dei carburanti schizzati a livelli sempre più alti. Detto e fatto. La società giapponese Genepax ha depositato la domanda per ottenere il brevetto di un motore elettrico alimentato ad acqua. Qualsiasi tipo di acqua: dolce, salata o piovana. Se una inovazione del genere diventasse una realtà produttiva e di consumo sarebbe una vera rivoluzione. E in tempi di prezzi alle stelle per il petrolio una notizia come questa, naturalmente, ha una risonanza mondiale. Anche se dall'ideazione alla sua traduzione industriale il cammino è ancora lungo.
UN LITRO - Kiyoshi Hirasawa, amministratore delegato della Genepax, in un'intervista a una tv locale giapponese ha detto che il motore, con un solo litro di acqua, sarebbe in grado di far viaggiare un'auto per circa un'ora alla velocità di 80 km all'ora. «Non c'è bisogno di costruire un'infrastruttura per ricaricare le batterie, come avviene di solito per la maggior parte delle auto elettriche», ha aggiunto Hirasawa. Il motore funziona grazie a un generatore che la scompone l'acqua e la utilizza per creare energia elettrica. Hirasawa ha ammesso però che l'applicazione pratica non è nel futuro immediato e spera che il brevetto sia di interesse delle grandi case automobilistiche giapponesi. Serve ancora una fase di sviluppo e bisogna sperare che almeno uno dei grandi produttori creda in questa prospettiva. Anche perché al momento i progetti fanno in direzione opposta: motori a cellule di idrogeno che producono acqua nel processo, e non che la consumano. Lì i produttori hanno investito ingenti capitali. Avranno il coraggio di puntare e scommettere su un motore che utilizza il carburante più diffuso sul pianeta?”
Osservazioni: L’acqua non brucia, non contiene energia, è inerte, ha solo un peso: dunque non può dare ciò che non ha. Si può solo bere, se è potabile. Ma la frase comica è: “Il motore funziona grazie a un generatore che la scompone l'acqua e la utilizza per creare energia elettrica”. Benissimo, si chiama elettrolisi, scissione in ossigeno ed idrogeno, e con l’idrogeno si può far funzionare eccome un motore. Il problema è: che cosa fa funzionare il “generatore” di energia elettrica? Se è esso stesso un motore elettrico, alla fine del processo ci sarà meno elettricità disponibile di quanta se ne sarebbe avuta se la si fosse usata direttamente per far girare le ruote dell’automobile.  E se non funziona elettricamente, come funziona? A pedali? Anche in questo caso, sarebbe meglio far girare le ruote, con i pedali. Insomma, tutto l’articolo ha la stessa logica di chi suggerisse, a chi si trova brutto, allo specchio, di guardarsi in un altro specchio.
Ogni giorno su tutti i giornali si leggono gli oroscopi e già questo basterebbe per disistimare gran parte dell’umanità ma, almeno, gli oroscopi non si ammantano di scienza. Qui invece si insulta in un sol colpo la storia dell’umanità da Galileo e Bacone in poi, per non parlare dell’intelligenza e della cultura dei lettori. Che pena.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 13 giugno 2008


LA SOLUZIONE TECNICA
Nel corso della sua lunga storia, l’umanità si è accorta che esistono problemi per i quali è ipotizzabile una soluzione tecnica e problemi per i quali essa è inconcepibile. La leva – la prima macchina semplice - ha permesso di spostare enormi pesi, ma la macchina più complicata del Ventunesimo Secolo non è in grado di far vivere in armonia due coniugi che ormai si detestano.
Nel corso dell’ultimo secolo tuttavia i progressi della tecnica e della scienza sono stati tali da indurre in esse una sconfinata fiducia. Per milioni di anni, l’ansia è stata uno stato d’animo, ora è qualcosa da combattere con l’ansiolitico; l’insonnia, a qualunque causa dovuta, ora si sconfigge col sonnifero; perfino le debolezze erettili recentemente hanno trovato un rimedio nel Viagra. Questo è avvenuto nel campo della medicina ma le cose non sono andate in modo diverso negli altri campi. Una volta lo Stato era in grado di mantenere l’ordine pubblico, ora perfino le casse di credito di provincia hanno doppie porte e metal detector. Una volta il bravo guidatore sapeva dosare la frenata, in modo che le ruote non si bloccassero per poi patinare, oggi l’ABS (Anti-block system) risolve per lui il problema. Certi prodotti sono addirittura “fool proof”, nel senso che , sono “a prova di cretino”, neanche lui riesce ad usarli male. Il risultato è che l’atteggiamento comune, dinanzi ad un problema, non è più: “come posso risolverlo?” ma: “che cosa può fare la scienza per me?”
Un esempio magnifico l’ho avuto giorni fa dinanzi al bancone di un negozio di telefonini. Una giovane coppia discuteva del modo di arginare le intemperanze del figlio dodicenne, che scaricava parecchie schede telefoniche al mese, inviava centinaia di sms, telefonava indefinitamente a lungo ad una compagnuccia (di già! E non era neppure la prima), tanto che quei genitori erano disperati. La soluzione che veniva loro proposta era quella di una tariffa speciale per un solo numero (quello della compagnuccia); marchingegni atti a rendere impossibile una spesa giornaliera che andasse oltre una certa cifra ed altre cose ancora, ma quel punto l’indignazione mi ha vinto e mi sono allontanato. Perché in tutta questa discussione mancavano le domande fondamentali: “Avete provato a togliergli il telefonino? Avete provato a non dargli denaro, quando la scheda finisce? Avete mai provato ad educarlo?”
Mentre ascoltava interessatissima la commessa, la giovane coppia sembrava trovare naturale e senza rimedio “umano” che il figlio si comportasse male. Cercare di contrastarlo sarebbe forse stato come rimproverare alla pioggia di cadere durante una festa di matrimonio. Tutto quello che si poteva fare era chiamare in soccorso la scienza. Spendere denaro in soluzioni tecniche. Dimettersi da educatori per divenire consumatori.
Questo episodio basta da solo ad illustrare il disorientamento contemporaneo. L’individuo non cerca in sé la soluzione dei propri problemi e per cominciare, in questo aiutato e sostenuto dalla mentalità corrente, dà la colpa agli altri. Se un giovane non studia, si droga, è violento, tutti si chiedono che colpe abbiano la scuola, i compagni, i genitori. Ora è vero che, se i genitori quel giovane l’avessero educato meglio, non si sarebbero avuti problemi: ma è anche giusto chiedersi se i nonni abbiano educato bene i genitori. Infatti, se l’ultimo rampollo è giustificato perché i suoi genitori non hanno saputo tirarlo su, perché non dovremmo perdonare questi genitori, a loro volta vittime della stessa incapacità? Inoltre, se essi fossero stati severi col minore, forse che la società non li avrebbe chiamati crudeli? Chi si può permettere di dare uno scapaccione al figlio?
Il buon senso è ridotto alla disperazione e vorrebbe chiedere, sommessamente: non sarebbe più semplice cominciare col dare la colpa della cattiva azione a chi l’ha compiuta? Se le colpe dei genitori fossero veramente determinanti, sarebbero ugualmente anormali tutti i figli: mentre è esperienza comune che i figli, a cominciare da Caino e Abele, raramente hanno comportamenti identici.
Il perdonismo impera. Se proprio non si può fare a meno di accusare qualcuno, pur di assolvere l’imputato, si ricorre all’alibi di Rousseau: l’uomo nasce buono e la società lo corrompe. Eccola, la colpevole. Essa, oppure le scienza, che non ha risolto il problema.
Gli uomini sembrano bambini in attesa di una mamma che venga a salvarli, mentre il mondo va avanti a tentoni, pigiando nel buio i vari pulsanti che la scienza ha messo a sua disposizione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it-  giugno 2008


L’INCHIOSTRO VERDE
Molti decenni fa, nella Corte d’Appello Penale, prestava servizio un anziano giudice il quale, quand’era incaricato di scrivere (a mano) le motivazioni di una sentenza, usava l’inchiostro verde. Un’innocente mania, si dirà: tuttavia l’avvocato che doveva scrivere i motivi di ricorso, dinanzi a quel colore verde, sbiancava. Sapeva che si sarebbe trovato dinanzi ad un compito disperato non perché quel magistrato fosse particolarmente intelligente, o dialetticamente efficace, ma perché, di fatto, non motivava nulla. Era come se sostanzialmente scrivesse, con cento parole invece che con dieci, “la penso così”.
Il meccanismo merita di essere spiegato. Se si vuole dimostrare che Tizio è l’autore di un furto, si possono scrivere le seguenti ragioni: Caio l’ha indicato come colpevole; parte della refurtiva è stata trovata in casa sua; lui stesso ha fornito spiegazioni incredibili e contraddittorie; i suoi precedenti penali rendono credibile l’accusa. A questo punto l’avvocato può sostenere che Caio è un bugiardo, che in realtà l’imputato abita a casa del cognato, che le spiegazioni “incredibili e contraddittorie” sono state frutto dell’emozione dell’arresto e che infine i precedenti nulla provano. In generale, nell’amministrazione della giustizia, le cose vanno in questo modo. Se invece si scrive con l’inchiostro verde, e per lo stesso caso ci si limita ad affermare: “le risultanze processuali rendono evidente la colpevolezza di Tizio”, come si può difendere, l’avvocato? Da un lato dovrebbe essere sufficiente rispondere “A me non pare evidente e dunque l’imputato va assolto”; dall’altro, l’unica possibilità è mettersi ad ipotizzare quali risultanze processuali renderebbero evidente quella colpevolezza, per poi smontarle: col rischio di non azzeccare quella che il giudice di grado superiore metterà a fondamento della condanna; o col rischio di suggerire all’accusa un mezzo di prova cui non aveva pensato. E questo spiegava la disperazione degli avvocati dinanzi a quelle pseudo-sentenze.
Oggi, almeno per i processi di risonanza nazionale, il rischio è opposto: si hanno sentenze fluviali, di centinaia di pagine. Evidentemente, qui il problema è diverso: l’estensore cerca di prevenire ogni possibile obiezione e cerca di dimostrare di avere scritto un capolavoro giuridico. Ma le motivazioni non dovrebbero servire a far contenti i giornali o le televisioni, e neppure a fare la ruota: dovrebbero servire a giustificare il dispositivo. E non dovrebbero far sorgere il sospetto che, se il caso è importante, si è scrupolosissimi e completissimi, mentre, se si tratta di un caso qualunque, si possono scrivere le sentenze con l’inchiostro verde.
A meno che non si tratti di un processo con molti imputati, la motivazione della sentenza deve essere stringata pur essendo completa. Chi scrive una sentenza di duecento pagine cede – se non è al narcisismo – all’idea che si possa incontrovertibilmente convincere chiunque di qualcosa. E questa è un’illusione che lo studio della filosofia avrebbe dovuto togliergli. Gli uomini credunt quod cupiunt, credono quello che vogliono credere. La sentenza di primo grado nel processo di Cogne era lunghissima e completissima e tuttavia mezza Italia è rimasta innocentista. È vero che quella donna è stata infine condannata per omicidio, anche in Cassazione, ma ciò è avvenuto perché il caso, giuridicamente, era chiaro: non certo perché tutti si sono arresi dinanzi al testo oceanico del giudice di primo grado.
La motivazione di una sentenza dev’essere capace di convincere un bonus pater familias, non chiunque. Se si pretendesse l’accordo anche della persona condannata, o di un innocentista viscerale, non si condannerebbe mai nessuno. Avevano ragione gli antichi greci: la principale virtù consiste nell’evitare gli eccessi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


Fai schifo Jonathan Littel
Sinceramente mi sono stufata di questi ebrei antisemiti che nascono come funghi tra gli intellettuali che sentono odore di soldi. Ne avevamo gia' un numero sufficiente, dagli ebrei israeliani comunisti, traditori, venduti, boicottatori, odiatori del loro paese agli ebrei della Gola' , altrettanto comunisti, traditori, venduti, calunniatori.
Abbiamo dovuto sopportare per anni un Ilan Pappe, calunniatore di professione, traditore per scelta spirituale, vigliacco nell'animo  che continua il suo lavoro di odio dall'Inghilterra.
Abbiamo dovuto leggere le porcherie di Norman Finkelstein, amico di Hezbollah e dittatori vari. Brutto personaggio, che esprime il laidume della sua anima sfornando libri contro gli ebrei e contro Israele.
Gli ebrei traditori, come  moltissimi scrittori e giornalisti gentili, hanno capito che a scrivere male di Israele si fanno un sacco di soldi e allora si buttano a pesce,  senza remore, senza rimorsi, senza dignita', senza nessun freno morale.
I saggi Romani dicevano che pecunia non olet, cavolo certo che no, i soldi non puzzano neanche un po', purtroppo pero' puzzano le persone che li intascano siano essi ebrei o goyim , puzzano come carcasse di animali .
Adesso ne e' spuntato un altro, si chiama Jonathan Littell, e' nato da una famiglia di ebrei a New York, se intervistato nega di essere ebreo e ha scritto un libro sulla Shoa', argomento che tira sempre molto e assicura un inarrestabile  fiume di soldi nel conto in banca.
Insomma Jonathan ha scritto un libro "le Benevole" in cui racconta, pare,  perche' non l'ho letto ne' lo leggero': i miei soldi non contribuiranno a ingrossare il suo partafogli, di ammirare gli aguzzini e di disprezzare le vittime.
Fin qui, affari suoi, e peccato che non abbia  provato sulla sua persona quanto fossero interessanti gli aguzzini SS, visto che suo padre non gli ha parlato della Shoa' in "maniera eccezionale".
Beh , la pera non casca mai lontano dal pero.
Affari suoi , il  libro gli ha fatto vincere il premio Goncourt, probabilmente se avesse parlato dello sterminio degli Armeni elogiando la bestialita' dei turchi, non avrebbe preso un premio neanche a una  festa di paese in Groenlandia.
La Shoa' tira, vero Jonathan? soprattutto se si insultano le vittime ma, ripeto, affari tuoi e della tua coscienza , nel caso ne avessi una.
Quello che mi ha fatto letteralmente andare fuori dai gangheri, pezzo di Jonathan, e' stata la tua intervista al quotidiano israeliano Ha'arez:
«Tutti ripetono "guardate cosa facevano i tedeschi agli ebrei prima della Shoah: gli tagliavano le barbe, li umiliavano, li costringevano a pulire le strade". Non dico che si possa comparare... ma è esattamente quel che accade ogni fottuto giorno nei territori palestinesi».
Questo hai osato dire e questo ha fatto incazzare persino A.B.Yoshua, notoriamente pacioso e pacifico, perche' Jonathan tu non puoi scrivere bestialita' senza conoscere il problema.
Tu non puoi offendere l'intero popolo israeliano senza mai essere venuto in Israele, senza avere mai visto quello che succede tra israeliani e palestinesi, senza aver mai visto la testina di una bambina di tre anni spiaccicata contro una roccia dalle mani di un terrorista, senza aver visto una mamma e le sue quattro bambine ammazzate a bruciapelo, una a una, da un terrorista palestinese che aveva fermato la loro automobile.
Tu non puoi parlare cosi' e fare paragoni bestiali, senza essere mai stato a beccare un missile palestinese sulla testa a Sderot o nei kibbuz vicini.
Non puoi scrivere porcherie senza essere andato a trovare in ospedale Osher Tuito di otto anni, cui i terroristi hanno rubato una gamba e che pensa a come potra' andare in biciletta con una gamba sola.
Non puoi , Jonatahan come ti chiami,  per me sei solo Jonatahan il laido con tutto il tuo Goncourt che puzza come il Nobel per la Pace ad Arafat, fare simili affermazioni senza aver mai visto  il fumo di un autobus esploso e senza aver sentito l'odore di decine di corpi bruciati e non puoi parlare senza aver visto i nostri ragazzi, i nostri soldati rapiti dagli aguzzini e tenuti nel silenzio per anni, senza che le loro madri, figli e mogli sappiano se sono vivi o morti.
Non puoi farlo, capito Jonathan?
I nostri soldati difendono Israele dalle aggressioni di chi ci vuole tutti morti.
Hai capito Jonathan?
I nostri soldati non tagliano nessuna barba ma vengono uccisi dai nostri nemici e tagliati a pezzi.
E sono i nostri figli.
Capito Jonathan?
Cosa dici?
Come mi permetto, io scribacchina sionista e innamorata di Israele di darti del tu?
Mi permetto eccome perche' tu, Goncourt dei miei stivali, sei una miseria.
A.B. Yoshua, nella sua immensa bonta', dice che tu hai problemi di identita' col tuo ebraismo.
No, non sono d'accordo , tu hai problemi di identita' colla tua umanita', tu non sei un uomo, Jonathan, sei un pagliaccio.
Dicono che tu odi Gli Stati Uniti, tuo paese di nascita e che adori la Francia che ti ha dato la cittadinanza. E ti sei informato di cosa facevano i soldatini francesi in Algeria?Tipico, sei un pagliaccio opportunista.
In Israele il tuo libro va a ruba, anche questo e' tipico perche' questo e' un paese libero dove la censura non si sa cosa sia, dove la gente si diverte a discutere , dove ancora non credono che esistano ebrei antisemiti e dicono "lo nora' " "niente di grave" .
"Ognuno e' libero, dicono, ognuno puo' scrivere quello che vuole, sarebbe meglio che venisse a vedere come viviamo ma ...lo nora' ".
E ridono. Ridono perche' sono stanchi di piangere e perche' quelli come te fanno ridere quando raccontano barzellette sul nazismo e sulla guerra eterna di Israele contro il terrorismo
Beh, io invece non mi diverto, mi sono stufata, posso capire una Morgantini che odia Israele, posso capire i vari giudici e magistrati italiani che vengono a tirar sassi contro i nostri ragazzi. Hanno bisogno di action e sono ideologicamente malati ma tu Jonathan non mi sembri un tipo pieno di ideologia, sei un cinico, uno che non crede in niente, che odia il paese in cui e' nato e odia il popolo da cui proviene rinnegandolo.
Fai schifo Jonathan Littel.
Ahhhh, adesso mi sento meglio!
 
Deborah fait  -   www.informazionecorretta.com

GRANDE ORECCHIO 1
Possiamo fare a meno del buco della serratura (Da "Il Foglio)
Oggi il ministro della Giustizia illustra i provvedimenti in commissione Giustizia alla Camera
Possiamo fare a meno di quelle storiacce di serie B come calciopoli, vallettopoli, furbetti del quartierino, casa Savoia, e altri pornoracconti scritti con le intercettazioni? Possiamo rinunciare ai doppiaggi televisivi o agli audio in v.o. (versione originale) in cui uomini di potere, marescialli, boss, professionisti della zona grigia, politici di varia estrazione e responsabilità, vengono forzosamente ricondotti al ruolo eterno di Pupi nell‚opera e nel melodramma siciliani? Possiamo rintuzzare i profondi istinti libidici che ci trasformano da lettori di giornali in origliatori e guardoni nelle storie personali dei ricchi, nelle vite riservate dei potenti, ma anche nelle normali avventure umane, spesso non invidiabili e in qualche caso anche inguardabili, della fauna che ruota intorno alla politica, allo spettacolo, alla grande discarica del meretricio quotidiano?
Secondo me sì. Se è vero che Berlusconi decreterà la fine del bengodi paraspionistico, se è vero che avrà la forza di sanzionare con anni di galera e multe colossali l‚abuso sistematico dell‚origliamento telefonico, mafia e terrorismo esclusi, non diventeremo un paese ingiusto, in cui gli investigatori hanno le mani legate dietro la schiena. Al contrario: avremo meno carne da macello e più sostanza giudiziaria per veri processi e per un uso documentale e non spettacolare del nastro registrato. E non sarà la giustizia a risentirne, ma la sua caricatura, il suo lato grottesco, la sua deformazione dolosa predisposta a ogni abuso, a ogni calunnia, a ogni sputtanamento sottotraccia dell‚ultimo avversario politico finito sotto tiro del furbo del momento.
La privacy è una zona di rispetto che circonda l‚individuo e lo garantisce da ogni forma di indebita intrusione esterna. Senza privacy una società libera non esiste. La libertà individuale nasce dalla tutela di quel tanto di non detto, di non visto, di non ascoltato che appartiene alla sfera privata di ciascuno, quasi come la sua autonomia di coscienza. Da noi invece esistono addirittura assessorati alla Trasparenza. Ma la trasparenza è un mito totalitario. In una società liberale puoi avere la certezza del diritto, l‚eguaglianza di fronte alla legge, la responsabilità penale personale, ma non la Trasparenza, concetto ideologico di natura intrinsecamente orwelliana. E se è vero che in Italia il 33 per cento dell‚intera spesa per il funzionamento della giustizia investigativa se ne va in intercettazioni, come ha detto il ministro della Giustizia, è chiaro che la privacy è sottoposta a quella strana legge della trasparenza per la quale, ad libitum, le conversazioni private di un cittadino, posto che rivestano un qualunque interesse pubblico, anche il più sottilmente morboso e il meno giudiziariamente sensibile, possono essere sbattute nel frullatore dell‚opinione pubblica per la grande gogna mediatico-giudiziaria.
Scatterà una grande lagna. Pistaroli di tutte le risme rivendicheranno il loro limpido lavoro di auscultatori e delatori, opponendosi a questo attentato alla loro dignità e identità professionale. La prova del nove sarà l‚atteggiamento degli intercettati. Se anche loro contribuiranno al piagnisteo, fingendosi contrari a un limite chiaro e severo alla pratica violenta e antigiuridica delle intercettazioni a pioggia, vorrà dire che il giogo autoritario e illiberale si è installato per bene sulle spalle della nostra coscienza civile.

GRANDE ORECCHIO 2
Vassalli: giro di vite doveroso, il sistema era degenerato
Il padre del codice di procedura penale l'aveva detto quasi un anno fa: «Una nuova legge sulle intercettazioni? Certo che serve». Oggi Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro Guardasigilli, ne è ancora più che convinto: «Le dirò di più: serve una legge che sia anche radicale, netta».

In che senso, professore?
«Siamo arrivati alla degenerazione. Si intercetta tutto e tutti. Credo che un intervento legislativo non sia più rinviabile».

Condivide le linee guida del decreto annunciato dal governo?
«L'orientamento mi sembra giusto. Bisogna porre fine a questo fenomeno degenerativo; c'è un grande sfilacciamento delle regole».

I magistrati protestano, dicono che avranno le armi spuntate.
«Non è vero che i magistrati non possono più indagare senza intercettazioni. La verità è che hanno perso fiducia nei sistemi di investigazione tradizionali. E poi mettiamoci pure che queste intercettazioni danno troppe tentazioni».

Che tentazioni?
«Le tentazioni di ascoltare anche cose private, che non riguardano le indagini. E‚ molto comodo intercettare tutti, in una maniera che può apparire indiscriminata».

Basterà una nuova legge per limitare il fenomeno?
«La prima legge è che il giudice e il pubblico ministero si regolino da soli, ciascuno nell'ambito delle loro competenze e nel rispetto di quelle che sono le loro funzioni. Detto questo, indubbiamente servono delle norme perchè questa è una materia nuova, soggetta da una parte a questa estensione dei poteri di indagine della magistratura e dall'altra alla tutela della privacy».

Il Guardasigilli Alfano dice che il Grande Orecchio costa un terzo delle spese di giustizia. Accadeva anche quando era lei il Guardasigilli?
«Ma le pare che quando ero ministro c‚era questo spreco di soldi? Da allora il fenomeno è degenerato, quasi si assiste ad un orgia di piacere nell'intercettare a destra e a sinistra».

Molte volte spuntano anche frasi di persone non indagate.
«Questa è una delle questioni serie che dovrebbe essere affrontate dalla legge: le intercettazioni di queste persone che non c'entrano dovrebbero essere distrutte».

Bisognerebbe vietare la pubblicazione?
«L'argomento è delicato; purtroppo prevale anche nei lettori dei giornali questo gusto insano di ascoltare i fatti privati degli altri, di guardare dal buco della serratura. Il fatto è che si è arrivati a un tale livello di degerazione per un cattivo costume, per un modo di pensare assolutamente sbagliato e per il non voler tenere conto che una persona può anche esprimersi nel parlare corrente con espressioni colorite, ma questo non significa che per forza dietro quelle frasi si nascondano dei reati».

Un cattivo costume di chi?
«Di tutti. Di chi dispone le intercettazioni, di chi le pubblica e di chi le legge sul giornale»


PERCHÉ OBAMA, PERCHÉ HILLARY, PERCHÉ MCCAIN
Fra qualche mese gli Stati Uniti avranno un nuovo presidente e saranno in molti a spiegarci che non poteva essere che quello. In realtà il futuro rimane inconoscibile: il massimo che si può fare è cercare di capire il presente.
Durante la lunga competizione per la nomination democratica la signora Clinton si è mostrata molto più preparata, molto più concreta, forse molto più adatta al ruolo di Presidente di quanto non fosse Obama. Il senatore invece per i programmi si è limitato a slogan vacui del tipo: “we can change”. Come se bastasse cambiare per cambiare o come se non si potesse “cambiare in peggio”. Comunque, con il suo tono ispirato da predicatore, è riuscito a suggestionare l’America e per la nomination è bastato. Ma quando si trattasse di governare sul serio il più importante paese del mondo?
La campagna per la nomination ha fornito degli insegnamenti. All’inizio le simpatie di molti andavano a Obama: giovane, nero, nuovo. Poi si è visto che cedeva al brutto vizio di vendere nuvole e fumo e parecchie simpatie si sono spostate su Hillary. Costei però ha probabilmente sofferto – oltre che dell’aiuto rovinoso del marito – del fatto che l’umanità ha spinte contraddittorie: se una donna è carina e vagamente materna, la gente reputa impossibile per lei il ruolo di capo; se invece è dura e risoluta, non la sente più come donna e la trova antipatica. Quasi l’imitazione di uomo. Margaret Thatcher era bella, bionda, femminile, e fu tuttavia chiamata the “Iron Lady”. È difficile, essere donne in politica.
Molti sono stati comunque contenti perché una contesa per la nomination era finalmente fra un afro-americano e una donna: in un sol colpo, si sono superati due pregiudizi. Ma dal punto di vista tecnico ci sarebbe da preoccuparsi. Se infatti, a conclusione della maratona, uno dei due fosse subito divenuto Presidente degli Stati Uniti, sarebbe stata la consacrazione o della parità femminile o del riscatto dei coloured. Purtroppo qui non si tratta di questo: si tratta di battere un McCain white, anglo-saxon, protestant: cioè un uomo, e non una donna, con tutte le caratteristiche “normali” di un presidente. Al tempo di Kennedy fu considerata una notevole conquista che si eleggesse un presidente cattolico e dunque ci si può chiedere: non è che per caso, confinandosi all’alternativa di una donna e di un meticcio, si sia solo scelto con quale dei due perdere?
Dicono che Berlusconi si sia fatto impiantare un pacemaker in America ed abbia così irritato i medici italiani, per i quali quella è un’operazione assolutamente elementare. Ma il Cavaliere, pure uomo di larghe vedute, quando si è trattato della sua pelle si è mostrato ansioso come chiunque. Nello stesso modo, è bello battersi per il progresso civile e contro odiose discriminazioni, ma può anche darsi che, al momento di votare, prevalga un’ansia di sicurezza. Si può votare per la tradizione come si va all’estero per un pacemaker.
I democratici hanno scommesso molto sul superamento dei pregiudizi, cosa lodevole. Ma anche ad ammettere che il loro elettorato li abbia superati, li ha superati l’elettorato dei repubblicani? E i molti democratici che non si scomoderebbero per protestare contro un negro ma neppure per applaudirlo, come voteranno quando si tratterà di decidere chi deve sedere nello Studio Ovale?
In linea di principio, mai sfidare i pregiudizi. Sarebbe come sfidare gli oroscopi. Sia i pregiudizi che gli oroscopi possono essere fondati sul nulla, cioè sulle emozioni di coloro che pensano poco, ma proprio per questo è inutile lottare contro di loro: si perde.
Naturalmente nessuno dice che la vittoria di Obama sia impossibile. Qualcuno anzi la dà per più probabile di quella di McCain. In televisione una signora americana l’altra sera diceva che avrebbe votato per Baraci “perché per troppo tempo alla Casa Bianca ci sono stati dei repubblicani”: e se bastano motivazioni futili come questa, nessuno può prevedere niente.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -8 giugno 2008


IL VANTAGGIO DELL’OSCURITÀ
Nicolas Sarkozy e Carla Bruni hanno ricevuto all’Élysée i giornalisti di Paris Match e si sono mostrati come una coppia normale e innamorata. Purtroppo non raramente le foto scattate in questi casi sono poi riesumate, qualche anno dopo, per mostrare com’erano prima che decidessero di divorziare. È ovvio che nessuno si augura questo, anzi si augura a loro come a tutti cento lunghi anni di concordia ed amore: ma se quell’amara considerazione è apparsa nella coscienza, è perché le coppie celebri rischiano più delle coppie di ignoti. E questo merita una spiegazione.
Ogni essere umano desidera essere amato. Lo desidera talmente, che la natura ha creato nella madre uno sconfinato amore per il figlio. In questo modo, venendo al mondo, il bambino lo trova “normale”. Ma poi si cresce e non tutti ci amano come nostra madre. Si scopre che quell’amore non è “normale”. Fra gli altri magari ci sono alcuni che ci vogliono un po’ di bene ma ne vogliono comunque di più a se stessi; e, spesso, a qualcun altro. L’adulto impara che non basta essere lì, per essere i preferiti: si scopre di dover condividere l’amore della mamma con quello che lei vuole a papà o, Dio guardi, agli altri fratelli.
O si accetta questa inevitabile realtà o si è dei disadattati. Non possiamo pretendere che il nostro amico ci ami svisceratamente e faccia per noi qualunque cosa, per la semplice ragione che noi non lo amiamo svisceratamente e non faremmo qualunque cosa per lui. La grande lezione è quella dell’alterità. Non si è soli al mondo. Non si è speciali. Non c’è da aspettarsi dagli altri più di quello che faremmo per loro. E non è molto.
Tutto questo ha delle conseguenze nel campo dell’amore fra i sessi. Chi si innamora ha tendenza a comportarsi come una madre si comporta col figlio piccolo. Un sorriso dell’amato sembra un capolavoro meritevole di applauso. E gli si perdona tutto. L’oggetto dell’innamoramento si trova a vivere un po’ l’esperienza del bambino: ha una madre ai suoi piedi, qualcuno che l’adora qualunque cosa faccia; e questa situazione è così gratificante che Dante ha potuto scrivere “amor ch’a nullo amato amar perdona”: cioè nessuno può resistere all’amore, perché l’essere amati è la sensazione più inebriante che un essere umano possa provare. È come tornare nel Paradiso Terrestre. Anzi, è come tornare alla prima infanzia.
Ma questa non dura, e neppure l’innamoramento dura. O viene meno, o si trasforma in affetto e amicizia: un “amore coniugale” che, quando riesce, è una delle cose più belle della vita.
Una persona di buon senso, se si vede oggetto di innamoramento, non “ci crede” del tutto. Fa la tara dei sentimenti. Si chiede se con lei/lui ci possa veramente essere un rapporto durevole. Chi infatti si fida solo del sentimento, si fida di qualcosa che inevitabilmente finirà e lascerà sopravvivere solo le qualità di fondo.
Se questa situazione riguarda tutti, il caso delle grandi bellezze o delle persone di grande successo è ancor più complicato. Costoro si vedono costantemente guardare con occhi adoranti da gente che ha l’aria di dire che toccherebbe il cielo col dito se potesse vivere un’ora nel cerchio magico della loro vicinanza; e non parliamo neppure dell’estasi di ottenere la loro amicizia o la loro intimità. Questo gonfia a dismisura l’idea che hanno di sé e avvelena i rapporti con l’altro sesso. Se si accoppiano con una persona non famosa, avranno sempre l’atteggiamento “ricordati sempre chi sei tu e chi sono io. Per me c’è la fila, dietro la porta, mentre di te si parla solo a causa mia”. In quanto alle persone famose, se si accoppiano fra loro realizzano spesso un ménage à quatre: ognuno vuol essere il partner dell’altro, ma anche il suo bambino incondizionatamente adorato, perché così lo fa sentire il grande pubblico. E nascono fra i quattro incomprensioni, rancori, rivendicazioni, ruggini. Due piccoli troppo viziati non riescono a giocare insieme perché vorrebbero sempre averla vinta.
Il vantaggio dell’oscurità è che fornisce al singolo la misura di ciò che è: un essere umano qualunque. Uno che deve dire grazie se qualcuno gli vuol bene. Uno che rischia di non trovare un altro partner che gli voglia altrettanto bene: dunque non deve essere troppo egoista, non deve credere che l’altro “non possa non amarlo”, “non possa trovare di meglio”, ed avere altre pericolose illusioni.
Le delusioni d’amore e lo stesso disinteresse del prossimo sono ottimi maestri. Si impara per semplice esperienza ciò che potrebbe insegnare la più ardua filosofia. I cani trattano il loro padrone come fosse un re, mentre il re è trattato dalla regina come un semplice uomo. A volte un ometto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 maggio 2008


LA FAME NEL MONDO
Una delle cose migliori dell’epoca contemporanea è la comune capacità di sentire pietà. Per secoli e secoli infatti, forse perché la vita di troppi era già durissima, le pene altrui hanno trovato poca eco: anche per questo si accettavano senza battere ciglio, a volte anzi come un divertimento, torture e sanguinose esecuzioni in pubblico.
Oggi chi non senta pietà per le folle denutrite, per i bambini famelici, per regioni in cui perfino gli animali sono pelle e ossa, è un reprobo: e per questo sono nate organizzazioni non governative, iniziative benefiche di ogni colore e perfino un’Organizzazione delle Nazioni Unite, la Food and Agricultural Organization. Ma il problema è stato risolto?
Se i sazi fossero molti e gli affamati pochi, i primi potrebbero nutrire i secondi con un minimo sforzo. Se invece i secondi sono molto più numerosi, non c’è speranza. Si può donare un centesimo del proprio reddito, non certo il 70%. Facendo la carità, ci si mette la coscienza a posto per un bel po’, ma chi la riceve ha fame tutti i giorni. Dunque non serve un aiuto una tantum, ma un flusso costante e regolare, ed anzi dal ritmo crescente, visto che tende a crescere la popolazione aiutata. È come attingere acqua con un canestro. Per questo i governi promettono molto e danno poco: promettono quando sentono la pietà e la pressione dell’opinione pubblica, non pagano quando fanno i conti.
Delittuoso è poi cianciare di “diritto al cibo”. Un diritto è tale quando si può esercitare nei confronti di qualcuno: ma a chi si può dire a brutto muso “nutrimi, altrimenti…”? È simile al poetico “diritto alla casa” o “diritto al lavoro” cui credono tanti italiani.
Un secondo elemento di cui si tiene un conto insufficiente è che, come fece notare Malthus secoli fa, la Terra ha dimensioni limitate. Se dunque la popolazione aumenta vertiginosamente è come se i terreni coltivabili si restringessero: dunque, o si soffre la fame oppure bisogna introdurre tecniche di coltivazione che, malgrado le condizioni geologiche e meteorologiche, abbiano un altissimo rendimento. Per far questo, però, il paese deve essere colto e sviluppato (per esempio Israele): proprio ciò che la maggior parte dei paesi “affamati” non è.
La diabolica rincorsa fra l’aumento della popolazione e il “restringimento” delle aree facilmente coltivabili fa sì che il problema si aggravi costantemente e la pietà rischi di volgersi in rabbia. Si vorrebbe chiedere a tutte quelle madri e a tutti quei padri: “Perché avete messo al mondo dei figli se non avevate di che nutrirli?” Ma questa è una cosa da non dire. La Chiesa (intellettualmente ferma alla mortalità infantile medievale) è contraria al controllo delle nascite; quei genitori sono troppo ignoranti per capire questo discorso e infine le anime belle  proclamano il diritto alla maternità di tutte le donne del mondo. Peccato che quel diritto non dia da mangiare.
Il problema rimane irrisolto. Si ricomincia dunque a sognare di inviare almeno aiuti ai bisognosi: ma quali? Denaro? Ci sono degli inconvenienti. In primo luogo, esso ha tendenza a fermarsi nelle mani dei dirigenti locali; poi, i canali su cui viaggia somigliano a condutture piene di buchi, e a destinazione ne arriva molto meno di quello che è partito; infine il denaro non si mangia. Dovrebbe servire a comprare cibo ma, appunto, in primo luogo il cibo deve esistere ed ha invece tendenza a scarseggiare; poi, se molti vogliono comprarlo, il prezzo aumenta. E non tutti possono pagarlo.
Un ultimo, deleterio effetto della carità è che chi è aiutato ha tendenza a darsi meno da fare. Il liceale svogliato non studia perché non ha dubbi che i suoi genitori lo nutriranno lo stesso. Se viceversa il suo cibo dipendesse dal suo sforzo (caccia e pesca, lavoro, studio), non avrebbe bisogno di incitamenti a fare il suo dovere. Gli incitamenti glieli darebbe lo stomaco. Per la stragrande maggioranza dei paesi poveri gli aiuti sono insufficienti e tendono a diminuire; quando invece sono consistenti (Territori Occupati e Gaza), la prospettiva dell’aiuto rende meno laboriosi e in fin dei conti poverissimi.
La conclusione è sconsolata. La FAO è riuscita a debellare la fame, anche di lussi, dei suoi funzionari ma per il resto è del tutto inutile. L’unica risposta efficace alla fame potrebbero darla gli interessati, se facessero meno figli e studiassero di più.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  giugno 2008


LA CITAZIONE
Un libro inglese sulle citazioni, di quattro o cinquecento pagine, si apriva con questa: “Non citare, dimmi quello che hai dai da dire”. Questa sapida auto-ironia echeggia una diffusa antipatia per le citazioni che merita di essere approfondita.
La citazione può avere motivazioni diverse. La peggiore è quella tratta da un’opera ignota, magari di uno sconosciuto, messa lì per far sentire il lettore ignorante, per dargli la sensazione che, contraddicendo quell’idea, farà cattiva figura: “Chissà che gli altri questo autore non lo conoscano bene e lo stimino, mentre io non ne ho mai sentito parlare?”. Una campionessa del genere è Barbara Spinelli.
L’ottimo trapezista è quello che è capace di eseguire la sua prodezza col sorriso sulle labbra, come uno che queste cose sa farle da tanto tempo che ormai non ne vede la difficoltà. Viceversa, l’editorialista della “Stampa” tratta la cultura con la fronte aggrottata e le precauzioni espressive di chi ne è ancora intimidito. E vorrebbe intimidire anche gli altri. Evidentemente la parola “levitas”, a lei che pure maneggia un paio di lingue, risulta sconosciuta.

Al contrario, la citazione migliore è quella che nasce da uno scrupolo di onestà. Se si vuole affermare un’idea giusta, e che per giunta è stata espressa in modo lapidario da un uomo famoso, riscriverla senza citare l’autore sembra un’appropriazione indebita. Non si può dire che “il sommo del diritto corrisponde alla somma ingiustizia” senza citare Cicerone o che “la democrazia è un pessimo tipo di regime, ma gli altri sono peggiori”, senza citare Churchill. Quanto meno, lo si può fare, magari mettendo la frase fra virgolette, solo quando si è sicuri di parlare con persone che già conoscono e la massima e il suo autore. Tanto che indicarlo potrebbe indurre al sorriso.
C’è poi un’altra ragione, per inserire nel proprio testo una citazione: ed è, per dir così, la “gomitata d’intesa”. Se si è certi che il lettore conosce la citazione, e si sa che ne approva il contenuto, quelle parole corrispondono a dire: “come sappiamo benissimo” e corrispondo ad un cenno d’intesa.
Un rilievo a parte meritano le citazioni in lingua straniera. Un tempo si considerava il latino un tale dato di cultura comune, che nessuno traduceva mai una frasetta, soprattutto se notissima. Oggi invece è bene tradurre perfino espressioni trasparenti e banali come “mors tua vita mea” (sopravvivo al prezzo della tua morte) oppure “nemo propheta in patria sua” (nessuno è profeta in patria). E se questo vale per il latino, figurarsi per le lingue straniere contemporanee. Tutti affettano di capire l’inglese ma lo conoscono così male che è meglio tradurre. Soprattutto fra le persone anziane, parecchi non l’hanno nemmeno studiato a scuola, e la pretesa che capiscano frasi come “if you can’t beat them join them” (se non puoi batterli alleati con loro) è francamente assurda. Infine, a coloro che affettano di usare l’inglese distrattamente, come una banalità per la loro e l’altrui cultura, bisognerebbe imporre citazioni in tedesco, per esempio “Man macht was man auch machen kann” (semplicemente: “si fa quello che si può fare”), senza aggiungere la traduzione. Ecco perché risultano insopportabili gli articoli del giurista e professore Franco Cordero : a forza di ripetere al lettore “ma quanto sei ignorante!” rischia che il lettore, in cuor suo, lasciandosi andare al turpiloquio, gli risponda: “ma quanto sei stronzo!”
Le citazioni insomma sono qualcosa che va maneggiato con estrema cura e con molta sobrietà. Sia perché si rischia di irritare il lettore sia perché – come purtroppo capitava fin troppo spesso al povero Enzo Biagi – si ha tendenza a citare a memoria e si sbagliano le parole. Per esempio, tutti dicono “non ti curar di lor ma guarda e passa”, mentre Dante ha scritto “non ragioniam di lor ma guarda e passa”. Oppure si rischia di attribuire ad un autore una frase che non ha mai detto: per esempio, a Machiavelli, “il fine giustifica i mezzi”, o a Conan Doyle, “Elementare, Watson!”
Un proverbio siciliano dice che “i baffi deve portarli il gatto”, nel senso che non a tutti stanno bene, non tutti se li possono permettere. La citazione è dunque un’eleganza in più, per la persona colta e di gusto, così com’è un’occasione di caduta di gusto per chi non è un “gatto”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 6 giugno 2008

ISRAELE HA SESSANT’ANNI
Era l’estate del 1967 e mi trovavo, da solo, a fare il turista in Germania. In non so più quale città, dietro una vetrina era esposta una grande carta geografica. Vi erano rappresentati con un colore tutti gli stati arabi che avevano dichiarato guerra ad Israele, e con un altro colore una macchiolina, al centro: Israele. Di fianco, le cifre: i chilometri quadrati, gli abitanti, e le forze che si erano scontrate nella Guerra dei Sei Giorni.
Guardavo quella carta, con un sorriso che mi andava da un’orecchia all’altra, e un anziano signore si fermò accanto a me. Poi, indicando con un dito la piccola Israele, chiese sinteticamente:
-Heimat? (Patria?)
-Nein, ich bin ein Italiener, risposi, aber es ist wunderbar” (No, sono italiano, ma è meraviglioso).
Avrei tanto amato conoscere meglio il tedesco per dirgli che non era necessario che io fossi israeliano per apprezzare quell’impresa epica. Era semplicemente bellissimo vedere che i molti aggressori perdevano contro il piccolo eroe aggredito, i prevaricatori contro chi aveva ragione, l’ingiustizia contro il buon diritto. Che finalmente la caccia all’ebreo era diventata uno sport pericoloso.
Sono passati quarant’anni e Israele è diventata sempre più forte e sempre più prospera, mentre i suoi vicini si attardano in una situazione di povertà e degrado. È un peccato, che tanta gente preferisca l’odio e la miseria alla pace e alla collaborazione. Ma l’amore non si può imporre a nessuno e si può solo augurare lunga vita a quella piccola democrazia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


Va all'inferno Ahmadinejad.
Ma cosa scrive sto Sergio Romano, ex ambasciatore?
A un imprudente signore che chiede proprio a lui  informazioni su Sabra e Chatila risponde con una tale quantita' di stupidaggini da far drizzare i capelli in testa.
Premesso che e'  mostruoso che di tutte le stragi avvenute nel mondo dopo la seconda guerra mondiale che ne detiene sempre il primato, l'unica che interessa sia Sabra a Chatila.
Sono passati trent'anni eppure e' sempre la strage piu' gettonata alla faccia di tutti gli altri esseri umani ammazzati prima, durante e dopo.
 
Oggi nel mondo stanno morendo come mosche in Darfur, in Somalia, assistiamo all'indecenza di bambini palestinesi usati  come terroristi o scudi umani, vediamo la tragedia dei bambini soldato. Affoghiamo in  guerre e terrorismo ma  la cosa che piu' interessa il signore in questione e' la strage di Sabra e Chatila  e per esserne informato si rivolge a uno dei giornalisti piu' in malafede che ci sia.
A questo lettore non interessano le stragi di cristiani a Damour o a Tar el Zatar, eccidi fatti dalle bande  di feddayin di Yasser Arafat.
Non ne e' informato.
Migliaia di libanesi cristiani ammazzati, sgozzati, uomini trovati con i loro genitali in bocca, donne e bambine stuprate e poi uccise,  tanti di quei morti che per conoscerne il numero hanno dovuto contare le teste decapitate e sparse nelle strade dei villaggi distrutti.
No,  questo non gli interessa perche' tutti questi eccidi portano l'imprimatur di Yasser Arafat quindi non se ne deve parlare, c'e' il silenzio stampa, c'e' la censura, c'e' la protezione della figura del peggior terrorista del 20 secolo, il piu' laido e corrotto, il piu' feroce e crudele.
Meglio puntare su Sabra e Chatila, si va sul sicuro, tutti rizzano subito le orecchie perche' quella fu l'unica strage che pote' coinvolgere Israele dato che l'esercito di Gerusalemme si trovava nelle vicinanze.
E allora Sergio Romano si scatena.
Non racconta dell'invasione del Libano da parte di Arafat e i suoi banditi dopo il Settembre Nero e la strage di palestinesi  che  fece Re Hussein di Giordania per impedire che  prendessero il potere.
Si parla dai 20.000 ai 40.000 palestinesi uccisi dai soldati giordani.
Arafat fuggi' in Libano dove gli riusci' il colpo fallito in Giordania, creo' uno stato nello stato provocando una guerra civile tremenda che fece 160.000 vittime, incasso' tasse sulle tasse, fece fuori tutti i cristiani che incontro' al suo passaggio.
Distrusse il Libano, commise tanti di quei delitti che , alla fine, quando scappo', dovette essere protetto dalle Marine  Militari di Francia, Israele e Inghilterra.
Questo non lo dice l'ex ambasciatore, punta invece il dito contro Israele .
Scrive che Israele nel 1982 invase il Libano, spiegazione  monca perche' non non accenna ai gruppi di terroristi palestinesi che entravano in Israele, facevano irruzione nella case della gente per sgozzare intere famiglie, non parla nemmeno delle bombe e dei missili contro L'alta Galilea. Kiriat Shmona fu bombardata per 8 anni.
Non dice che l'invasione servi' a creare una zona cuscinetto di 40 km tra i terroristi e Israele, non dice che il resto del Libano era occupato dalla Siria.
Questo fatto  non lo disturba.
 
Racconta, con inaudita spudoratezza, che l'esercito israeliano punto' sui campi profughi , vivaio di reclute per Arafat, poveri innocentini, bravi ragazzi!
Reclute! Ma dove li trova questi termini per evitare di dire che i campi erano covi di terroristi  feroci che colpivano Israele  e la popolazione civile libanese.
Perche' non lo dice l'ex ambasciatore?
E perche' non fa l'elenco delle armi trovate all'evacuazione dei campi ? A cosa servivano tutte quelle armi a quelle brave reclute, a quei bravi ragazzi palestinesi?
 
5630 tonnellate di munizioni, 1320 fra carri armati e altri veicoli pesanti, 623 pezzi di artiglieria e lanciamissili, 33.303 armi leggere, 1352 armi anticarro, 2387 attrezzature ottiche, 2024 apparecchi di telecomunicazione, 215 mortai, 62 lanciarazzi katiuscia (elenco non definitivo, fornito nel comunicato ufficiale israeliano del 18 novembre 1982).
 
Sergio Romano  non ha nemmeno l'onesta' di dire che a Sabra e Chatila  vi fu battaglia, che incominciarono a sparare i palestinesi contro  i soldati cristiano maroniti guidati dal filosiriano Hubeika e la battaglia si trasformo' in massacro quando i soldati libanesi prevalsero sui terroristi e si vendicarono di tutte le vessazioni e assassini commessi da questi ultimi contro la popolazione libanese .
Arabi contro arabi ma si accusano gli ebrei.
Alla fine  la ciliegina sulla torta, la menzogna piu' grande: Tremila morti.
Peccato che per il governo libanese fossero 470, per la Croce Rossa 663 e solo per Israele le vittime furono tra le 700 e le 800.
Evidentemente quel 3000 glielo avra' suggerito in sogno il fantasma di Arafat.
Sergio Romano conclude affibbiando a Ariel Sharon la colpa della strage portando a  conferma la sua condanna da parte della Corte Suprema di Israele , senza specificare che  Sharon fu accusato di non aver previsto l'accaduto per poterlo impedire.
Questa fu l'unica accusa.
Siccome Israele e' una democrazia Sharon si dimise.
Hubeika, mai nominato neanche di striscio da Sergio Romano, che guido' la battaglia e poi il massacro fu premiato dal padrone siriano con un ministero.

 
Un altro incauto lettore chiede delucidazioni a Romano sul libro di Jimmy Carter, diventato un best seller, dove  l'ex presidente  accusa Israele di molte nefandezze scusando sempre i suoi amori hamas, hezbollah e tutti gli altri terroristi  arabi.
La risposta di Romano a questo povero lettore e' ancora piu' infida, se possibile, della sua storiella su Sabra a Chatila.
Racconta di elezioni vinte trionfalmente e legittimamente da hamas, osa parlare di democrazia, ha la cattiveria di dire che l'autorita' di hamas tra i palestinesi e' dovuta alla popolarita' del gruppo umanitario....... Si ,  cattiveria, infamia,  perche' hamas dopo aver conquistato il potere, con grande umanita',  ha ammazzato centinaia di persone a Gaza.
I banditi di hamas entravano nelle case e ammazzavano altri palestinesi, gettavano giu' dai tetti dei palazzi di Gaza decine di giovani . Ne hanno ammazzati piu' di 300.
Come sono umani loro, vero Signor Romano?
Come sono popolari, vero? O stai con loro  o crepi!
 
 
Infine il signor ex ambasciatore Romano si lancia, con grande soddisfazione,  in un elenco di nemici americani di Israele, oltre a Carter, nomina  Reagan, Bush senior dimenticando che i rapporti tra stati hanno alti e bassi e che nel caso specifico di Israele i rapporti variano anche  a seconda dell' interesse per il petrolio arabo o per i cervelli degli israeliani , alcuni presidenti USA hanno scelto i verdoni anziche' i cervelli. Normale.
Romano ha nostalgia di quel tipo di presidenti cosi' severi con Israele, altro che Bush junior, e la conclusione del suo dichiarato amore per il terrorismo palestinese e della sua altrettanto dichiarata antipatia per lo stato ebraico  mi fa squillare un campanello d'allarme nel cervello.
Scrive Romano, con l'acquolina in bocca: "Sono atteggiamenti critici che potrebbero divenire nuovamente attuali se Barak Obama venisse eletto alla presidenza degli Stati Uniti."
 
Bene. Se Barak Obama piace a Sergio Romano significa che non va bene per Israele. Allora teniamo le dita incrociate e facciamo gli scongiuri.

 
Intanto si passa di disgrazia in disgrazia.
A Roma sta arrivando Ahmadinejad. Ci sono manifestazioni contro il suo arrivo? Puo' entrare indisturbato in un paese democratico un nazista islamico che chiede l'eliminazione di Israele dalla carta geografica?
Si, puo' entrare. Certo che puo'
Prego, presidente nazista, si accomodi.
Questa e' la liberta' come la concepisce l'Europa, questa e' la giustizia. Cittadini israeliani che devono recarsi in Inghilterra,  rischiano l'arresto e devono tornare indietro senza uscire dall'aereo per non finire in manette.
Persino Sharon dovette rinunciare a un viaggio in Britannia per non finire in prigione, Sharon quando era premier. 
Le universita' israeliane sono perennemente boicottate dalle universita' inglesi. A Ginevra  organizzano un Durban 2 contro Israele.
Questa e' la giustizia, da qualunque parte ci si giri arriva uno spruzzo di veleno.
L'ultimo ci viene gentilmente ed elegantemente offerto da un damerino come Klaus Davi che, su Youtube, suggerisce con infamia a un rappresentante dell'Ucoii il termine OLOCAUSTO riguardo ai palestinesi e chiede "ma muore qualcuno di fame a Gaza?"
Il palestinese, quasi piu' onesto di lui, risponde "di fame no ma per mancanza di medicinali si". Senza aggiungere che Israele manda quintali di medicinali che hamas requisisce  per poi rivenderli a prezzi altissimi solo a chi puo' pagare.
Come sono umani, vero ex ambasciatore?
  
Sono gli amici carissimi del naziislamico presidente iraniano  che arrivera' in Italia , un criminale che impicca le donne, che condanna a morte chiunque sia contro il regime, che nega la Shoa', che ogni giorno  dice che Israele e' un cancro puzzolente che dovra' essere presto estirpato, questo personaggio puo' posare i suoi piedi sul suolo italiano nel silenzio generale, a parte qualche protesta della comunita' ebraica, del Riformista e dei Radicali.
 
Questo e' tutto.
Una tristezza infinita.
Una stanchezza enorme.
Va all'inferno Ahmadinejad.
E con te, nazista, all'inferno tutti quelli che ti ammirano e che ti stringeranno la mano.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


L’IMMONDIZIA SULLE MENINGI
Durante la Seconda Guerra Mondiale ero un bambino, non ancora all’età di leggere i giornali, e tuttavia l’andamento della guerra mi era perfettamente chiaro: da un primo periodo, in cui si ascoltavano proclami trionfali di fulminee avanzate e sonanti vittorie, si passò ad un periodo in cui, pur promettendoci grandi cose per il giorno dopo, la radio ci diceva che oggi, purtroppo… Verso la fine del 1942 i meridionali disincantati cominciarono a sorridere amaramente delle promesse di vittoria: in quel lontano Sud alla gente del popolo fu subito chiaro  ciò che decenni dopo fu scritto e dimostrato in ponderosi libri di storia: la guerra era perduta. Infine, quando nel ’43 gli inglesi e gli americani sbarcarono in Sicilia, il conflitto fu visto come un’assurda e sanguinosa perdita di tempo. Cosa che in realtà fu. A volte il punto di vista “superficiale” azzecca la verità meglio di chi studia le cose accuratamente.
L’esperienza viene in mente a proposito di una guerra molto meno epica: quella dell’immondizia di Napoli. L’impressione generale è che la Campania e l’Italia siano stanchissime di quel problema e vorrebbero vederlo risolto; ma nel frattempo la Campania e l’Italia sono risolutamente contro chiunque voglia fare qualcosa per risolverlo. Per questo tutti i mezzi sono buoni: le preoccupazioni sanitarie ed ecologiche, i cavilli legali, le sottigliezze costituzionali, i moniti dell’Unione Europea, forse perfino l’oroscopo negativo. La posizione di Berlusconi è semplice: se risolve il problema sarà accusato di avere violato alcune regole sacre, tanto da meritare la galera; mentre se non lo risolve sarà colpevole del colera di Napoli, del disonore dell’Italia, e il minimo che potrebbe fare sarebbe dimettersi.
Dinanzi a situazioni del genere viene in mente la posizione del filosofo stoico. Dal momento che i mali del mondo sono senza rimedio, il saggio non può che ritirarsi nella solitudine casalinga, cercando di dimenticare il resto. Si dice male dell’ambizione e invece, senza questa molla potente, quale sciocco andrebbe a cacciarsi nella posizione di Presidente del Consiglio? La cosa che suggerisce il buon senso, e la più semplice, è rimanere alla finestra - se possibile una finestra non di Napoli - e guardare con ironia questa tragedia auto-inflitta, questo self-inflicted disaster, come dicono gli inglesi.
Gli italiani, agli occhi di uno che lo è da molti decenni, hanno questa caratteristica: che individualmente sono dei furbacchioni quando non dei mascalzoni, ma collettivamente sono moralisti, legalisti, martiri dell’integrità. Fiat iustitia et pereat mundus, caschi il mondo ma guai a chi tocca, se pure di fronte ad una calamità naturale, il “giudice naturale”, il regolamento comunale, la volontà del “poppolo”, l’opinione dei grandi giornali. Tanto che Berlusconi forse dovrebbe dire: va bene, dopo tutto l’immondizia di Napoli è un problema locale. Di competenza di Bassolino, di Rosa Russo Iervolino e dei magistrati di Napoli: e se loro non sono stati capaci di risolverlo, perché dovrei risolverlo io? E poi, sapete, non vorrei violare qualche legge. Per tanti come Di Pietro e Travaglio sono già un pregiudicato: e lo sono pur essendo stato sempre assolto. Figuratevi se mi condannassero per divieto di sosta!
Tutto questo per dire che la spazzatura di Napoli è benvenuta. Non per la puzza che fa,ovviamente, e neppure per i pericoli sanitari che comporta: ma perché mette finalmente in luce la nostra collettiva stupidità. Si vuole l’energia a basso costo ma non si vogliono le centrali nucleari. Si vogliono le centrali nucleari, ma quelle di quarta generazione, che ancora non esistono. Si vuole eliminare la spazzatura, ma lasciandola dov’è. Si vogliono i termovalorizzatori, purché però stiano fermi e non funzionino. Si vuole la sicurezza pubblica ma senza infastidire i clandestini che vivono di espedienti. Si vuole tutto e il contrario di tutto, reputando titolo di merito l’essere riusciti a lamentarsi di ogni cosa e del suo contrario. E trattenendo a stento l’impulso di chiedere al giudice penale di arrestare qualche dozzina di uomini politici.
L’immondizia di Napoli non ricopre le strade di quell’infelice ex-capitale: ricopre le meningi degli italiani.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -1 giugno 200


IL COMUNISMO HA UN FUTURO?
Il comunismo ha due facce, una ideologica e una storico-politica. Dal punto di vista ideologico, è immortale: rimarrà nei libri di filosofia e nei libri di economia non diversamente da come vi rimarranno il colbertismo o il monetarismo. Se invece si pone il quesito dal punto di vista storico-politico – se cioè in futuro si avranno Stati come l’Unione Sovietica – la risposta è del tutto diversa: il “socialismo reale”, come è stato a suo tempo chiamato il regime comunista incarnato nella storia, è definitivamente morto. Dove ancora sopravvive qualche regime che si ispira alla falce e al martello, si ha soltanto una dittatura che trova più comodo avvalersi delle ultime tracce di quell’ideale fallito per mantenerne in concreto la struttura poliziesca e il totale controllo della popolazione. Il fallimento del comunismo – in termini di benessere e di libertà dei cittadini – è stato così patente, che oggi nessuno prende seriamente in considerazione una sua riedizione.
C’è tuttavia un terzo modo di vedere il comunismo. Un modo che ha ben poco a che vedere con la sua teoria e molto, invece, con la palingenesi da esso promessa.
Molti credono che il comunismo sia una ideologia tendente ad una migliore giustizia sociale: e da questo è derivato il suo successo. Ben pochi saprebbero dire che cos’è il plusvalore, per Marx; non diversamente da come gli risulterebbero incomprensibili termini quali circolazione forzosa, dumping, utilità marginale, legge di Gresham, e perfino elementari evidenze come l’utilità dello scambio o il prezzo come incontro tra domanda e offerta. Essi sognano soltanto di porre un termine all’avidità e all’egoismo degli uomini, di sradicare definitivamente la corruzione e la povertà, di creare una società in cui tutti sarebbero felici, se solo gli uomini fossero angeli. Il bisogno di credere a queste cose è così forte che sopravvive a tutto. La gente non riesce a rassegnarsi ai dati ineliminabili del reale e infatti i giornali sono sommersi da lettere che deprecano l’immoralità e propongono per ogni sorta di problema soluzioni tra l’inverosimile e l’infantile.
In generale, chi più vorrebbe il bene comune (e meno sarebbe capace di realizzarlo) ha una mentalità di sinistra. Ciò che la gente è pronta a percepire è il messaggio palingenetico: molti hanno creduto che “comunismo” significasse la fine dei privilegi e perfino di tutte le differenze fra gli uomini; un tipo di governo in cui la classe dominante fosse finalmente quella del popolo minuto; un regime economico che, smettendo d’ingrassare quelli che già sono ricchi, rendesse finalmente meno poveri i lavoratori. Un messaggio di giustizia e redenzione non dissimile da quello del Cristianesimo, insomma. Con l’unica, fondamentale differenza, che mentre il Cristianesimo il raddrizzamento dei mali lo promette nell’aldilà, il comunismo lo prometteva nell’ “aldiquà”. Ed è fallito proprio per questo. La realtà ha permesso la verifica della promessa e s’è visto che essa non era mantenuta. I lavoratori avrebbero dovuto essere più ricchi che nei paesi capitalistici ed erano invece più poveri. Avrebbero dovuto essere più liberi ed erano schiavi. Il comunismo avrebbe dovuto produrre l’uguaglianza, e invece i membri del partito erano “molto più uguali degli altri”, fino ad avere negozi loro riservati (Beriozka), vietati ai normali cittadini. Il risultato è stato un rifiuto viscerale da questo imbroglio, tanto che oggi, se vi sono paesi che non rischiano certo di divenire comunisti, sono proprio quelli che tali sono già stati.
Tutto questo appartiene al passato ma non tutti lo conoscono: e dunque la spinta che ha creato il successo del comunismo, cioè la tendenza all’utopia, è sopravvissuta a questa disfatta storica. Su di essa si basa - per esempio – il successo dei Verdi. Tutti gli indicatori economici dicono che la produzione di elettricità col sistema fotovoltaico è rovinosa, dal punto di vista finanziario? Questo non scalfisce le convinzioni di chi sogna un mondo ecologicamente perfetto. Tutte le esperienze dicono che più si nazionalizzano i servizi più diventano costosi e inefficienti? Questo non impedisce che gli ingenui sperino in grandi enti disinteressati e innamorati del bene comune. E si potrebbe continuare a lungo. La quantità di persone indifferenti ai dati reali e capaci di sognare cose belle e perfette, è talmente alta da avere un’influenza sulla vita degli Stati sviluppati. I molti votano e se, per esempio, confondono bomba atomica e centrali nucleari, si hanno le conseguenze che conosciamo.
In questo senso il comunismo è eterno. Esso è infatti una delle molte incarnazioni di quella speranza utopica che ha prodotto tanti disastri: non ultimi il nazismo e il maoismo. E di questa tendenza l’umanità non guarirà mai. Proprio perché, se tutti raggiungono la maggiore età fisica, non tutti raggiungono la maturità mentale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  maggio 2008


LA SICUREZZA SUL LAVORO
Un amico imprenditore non ha dubbi: “Per la sicurezza sul lavoro, nessun cantiere è a norma. Per fortuna gli ispettori badano solo alle regole principali”. Già questo è allarmante, ma ciò che rivela in seguito lo è ancora di più: “Di fatto, se chi deve controllare vuol farti pagare una grossa ammenda, non ha problemi. Qualcosa, ed anche più di qualcosa, lo trova sempre. E a volte può convenire allungare qualche migliaio di euro a chi è troppo severo”.
Non si può dedurre nulla da una singola testimonianza ma ce n’è abbastanza per una riflessione. Se si studiano gli incidenti, la lista delle possibili cause è pressoché infinita e se si volessero imporre tutte le precauzioni atte ad evitarli non si vivrebbe più. Traversare la strada è rischioso: bisognerebbe vietarlo a tutti? La rottura del freno può avere tragiche conseguenze e la legge stabilisce che tutti i veicoli, incluse le biciclette, devono averne due, indipendenti. Ottimo. Ma se un congegno può rompersi - buttiamo là una cifra - ogni tremila casi, due si possono rompere ogni nove milioni di casi: e una possibilità su nove milioni è ancora una realtà. Bisognerebbe aggiungere un terzo, un quarto congegno? La verità è che la sicurezza assoluta è un mito e la probabilità dell’incidente si può diminuire, non eliminare. Ecco perché il problema della sicurezza a proposito delle centrali nucleari è futile. Quando si parla di una probabilità su miliardi, chi discute ha solo voglia di perdere tempo.
Vivere è rischioso e non bisognerebbe sempre aspettarsi che gli altri si preoccupino della nostra sicurezza. Il buon senso, non la legge dovrebbe imporre ai motociclisti di indossare il casco. Al punto che si può plaudire a questa norma solo perché fa risparmiare cure in ospedali e soldi alla collettività: ma moralmente chi è imprudente merita di farsi male. Si può avvertire con un cartello che le scale sono bagnate, ma se qualcuno corre e scivola sono affari suoi.
La pretesa che la legge renda impossibili gli infortuni sul lavoro è eccessiva. Il lavoro manuale, per sua natura, non è esente da pericoli: chi non s’è mai dato una martellata su un dito? Ecco perché l’attuale normativa è sbagliata: è troppo minuziosa, troppo “prudente”, quasi vessatoria: e finisce col non essere applicata. Nelle nostre case, se fossero posti di lavoro, non saremmo in regola. Di fatto si è affidati all’arbitrio di un ispettore e questo è sbagliato: costui potrebbe essere lassista, mettendo in pericolo la vita dei lavoratori, o troppo scrupoloso, mettendo nei guai l’impresa. Per non parlare della possibile estorsione.
La legge avrebbe dovuto stabilire poche norme importanti e pretenderne il rispetto senza nessuna tolleranza. Avere imposto, minacciando ammende, che le sedie manageriali degli impiegati abbiano cinque ruote invece di quattro è francamente eccessivo. Chi cade per terra perché si inclina eccessivamente, o perché gioca come un bambino, è uno sciocco che merita di sbattere. E poi, quante sedie “pubbliche” hanno cinque ruote? Lo Stato impone agli altri di osservare regole che esso stesso non rispetta.
È un vecchio vizio italiano, quello di credere che i problemi si risolvano con nuove leggi, severissime e perfette: dimenticando che l’ottimo è nemico del buono.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  maggio 2008

LA NAZIONALITÀ PALESTINESE
Un lettore ha scritto al “Corriere della Sera”: “Caro Romano, nel 1974 un dirigente dell'Olp dichiarò a un giornale olandese: «Il popolo palestinese non esiste, il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte». Mi risulta che i palestinesi rinchiusi nel 1948 nei campi profughi nei vari Paesi arabi, non potevano e non possono assolutamente uscirne per cercare una assimilazione a gente di fatto identica a loro, il che conferma la dichiarazione del dirigente Olp”. L’Ambasciatore ha risposto: “Risuona ancora nella dichiarazione da lei citata il mito panarabo che fu l'ideologia di Nasser e dei suoi ammiratori, fra cui il colonnello Gheddafi. In realtà il sogno era già morto sui campi di battaglia della guerra del 1967. Sopravvisse tuttavia un altro mito: la speranza del ritorno dei profughi nelle terre perdute. Paradossalmente fu proprio nei campi che prese forma con il passare del tempo l'identità nazionale palestinese”.
Questa versione dei fatti richiede qualche precisazione. “Il popolo palestinese non esiste” è un’affermazione coraggiosa ma, dopo tutto, banale. La Palestina non ha mai costituito uno Stato. È stata solo una regione in cui convivevano pacificamente arabi ed ebrei e nella quale, nel corso dei secoli, si sono alternati molti e diversi padroni. Fino al lunghissimo dominio della Sublime Porta, di cui costituiva parte piccola ed insignificante. Poi, con la fine del potere turco, si è avuta l’amministrazione britannica, gli arabi hanno rifiutato di accettare l’esistenza dello Stato d’Israele (e, si sottolinea, di un attiguo Stato indipendente palestinese), l’hanno attaccato ed hanno perso. Sulla scena sono rimasti Israele, la Striscia di Gaza (egiziana) e la West Bank, annessa dalla Giordania (futuri “Territori Occupati”).

In occasione della guerra del 1948 e soprattutto di quella del 1967, gli abitanti della West Bank in parte rimasero dov’erano, in parte fuggirono rifugiandosi nei paesi vicini. La principale destinazione fu la Giordania. Solo che lì non si contentarono di essere accolti: pretesero di mantenere le loro armi e di dominare il paese. Re Hussein a questo punto li scacciò a cannonate (“Settembre Nero”, 1970) e i palestinesi si spostarono altrove. In particolare in Libano. Ma la caratteristica di tutti i “campi profughi” è stata la non-integrazione. I milioni di tedeschi che sono fuggiti dinanzi all’avanzare dell’Armata Rossa si sono fusi col resto della popolazione, i Pieds Noirs algerini si sono dissolti nell’identità francese, i palestinesi invece sono rimasti al margine di tutte le società in cui sono arrivati. Un po’ per colpa loro, molto per la diffidenza se non l’ostilità dei paesi ospitanti. Dunque quell’identità nazionale di cui parla Sergio Romano è puramente e semplicemente l’antipatia che hanno per loro gli altri arabi. Del resto gli stessi “connazionali” della West Bank e di Gaza non sono disposti ad accoglierli. Parlano del loro ritorno, ma sul territorio dell’attuale Israele: che è come regalare denaro altrui. Insomma tutti gli arabi li hanno tenuti a distanza per un doppio interesse: non farsi carico dei loro problemi e avere la possibilità di indicare le loro infelici condizioni di vita come una colpa d’Israele, coltivando così l’esistenza del “nemico esterno”. Essi hanno sempre sottaciuto che quella situazione non era la conseguenza di una qualche azione di Israele ma della propria personale volontà. E tuttavia – potenza della propaganda – questa evidenza da molti non è stata vista.
L’assurdità di questa realtà è comprovata dal fatto che – per quanto se ne sa – non esistono da nessuna altra parte campi profughi da quarant’anni ed oltre. In essi c’è gente di mezza età, con figli e nipoti, che non ha mai visto né Israele né i Territori Occupati. Che ha solo l’esperienza di una bidonville inserita in uno Stato che rifiuta sia la nazionalità sia l’inserimento. Certo, si straparla di un “ritorno” in Israele (previa sua distruzione) che non si è avuto in sessant’anni e che non si avrà verosimilmente mai, ma è pura retorica. Sia perché Israele ci sarà ancora, sia perché, se Israele non ci fosse più, non ci sarebbero neppure loro: qualche bomba atomica a destra e qualche bomba atomica a manca rinverdirebbero le parole di Sansone.
Non esiste una nazionalità palestinese. Esiste solo un popolo composito – gli abitanti di Gaza, quelli dell’ex-West Bank e i profughi - di cui non si sa dire se sia peggiore lui o i suoi governanti; se sia peggiore lui o gli altri paesi che da anni si riempiono la bocca con la parola solidarietà. In realtà nessuno ha pietà di questo gruppo umano. Soprattutto i suoi dirigenti: invece di nutrirlo di pace e di pane, lo nutrono di odio. E l’organizzazione è tale che la gente è spinta a credere che l’odio sia più importante del pane.
Proprio non si sa in che direzione guardare, per vedere un po’ di luce.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 26 maggio 2008


LA SINISTRA CHE NON NE HA CAPITO NIENTE
L’Italia sta naufragando e quelli spaccano in quattro i capelli dell’ideologia; anziché dare una mano, intralciano le operazioni di salvataggio con le loro oziose e noiose cantilene. Come aprono bocca, accreditano fuor di misura agli occhi degli italiani le iniziative di Berlusconi. All’indomani del Consiglio dei ministri tenuto a Napoli, fioccano dalla sinistra radicale le accuse di autoritarismo e addirittura di latente fascismo. Rigettano l’annunciata politica sull’immigrazione, un fenomeno che, proprio perché finora mal governato, mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini e la coesione sociale. Plaudono al governo Zapatero quando accusa pregiudizialmente di xenofobia quello italiano e fingono di ignorare che la Spagna ha adottato il pugno di ferro contro i clandestini, espellendone un numero spropositato, a decine di migliaia.
Non sono meno affetti da faziosità e livore per quanto riguarda Napoli, avvolta da sterminate distese di rifiuti che fanno sbiadire i raccapriccianti resoconti d’antan sul suo degrado. Li indigna, in particolare, il ricorso all’esercito per presidiare le nuove discariche che diano fiato alla città. Per contrastare le sommosse aizzate dalla camorra che, altra pervasiva forma di immondezza, sta muovendo una vera e propria guerra contro lo Stato. Fino a compromettere l’immagine internazionale del Paese con il vergognoso incendio di un campo rom. Basta evidentemente a questi sedicenti cultori del diritto, fautori di un paradossale dialogo a voce sola, che i rifiuti continuino a prendere la via della Germania o vengano smaltiti nelle discariche gestite dalla criminalità, contro le quali nessuno ha la faccia di protestare. Sfugge, malafede o insipienza, che la situazione, incancrenita per una paralisi decisionale durata troppo a lungo, esige interventi severi e risolutivi. Una sola cosa deve temere la gente dabbene, in primo luogo quella sacrificata di Napoli, che i propositi del governo restino lettera morta o siano attenuati per un’insorgente timidezza, per il timore di una malintesa impopolarità. Che può riferirsi soltanto alla camorra, a chi preferisce cedere a una fatalistica indolenza o, senza convincersi di dover pagare pegno, delega allo Stato astrattamente inteso la soluzione dei suoi problemi.
Lorenzo Mondo, sulla Stampa

VOLTAIRE VS SCALFARI
Voltaire, commentando ironicamente le teorie di Jean-Jacques Rousseau sul ritorno alla natura, gli scrisse fra l’altro: “ On n’a jamais tant employé d’esprit à vouloir nous rendre bêtes” , mai fu usata tanta intelligenza per renderci bestie. Non diversamente da come Cicerone riuscì a dire “summum ius, summa iniuria” (il massimo del diritto corrisponde alla massima ingiustizia). Insomma avviene che, arrivando al sommo delle umane capacità, ci si accorga che si è fatto il giro intero e si è detto una sciocchezza che si poteva dire, senza strapazzarsi, rimanendo imbecilli e ignoranti.
Oggi Eugenio Scalfari, concludendo la consueta “lenzuolata domenicale”, impiega – se è lecito parafrasare Voltaire – molta sapienza per dire una baggianata. A proposito del nucleare scrive infatti: “La sola cosa certa, lo ripeto, è che le future centrali di Scajola-Marcegaglia nascono vecchie”. Grave accusa. Ma è come dire che se si vara una nave ad elica essa “nasce già vecchia”. Nessuno può infatti negare che le navi vanno ad elica da decenni, quasi secoli. Dunque se si costruisce un natante di quel tipo, si usa una soluzione antica e la nave nasce “già vecchia”. Quello che manca, nel ragionamento del filosofo-giornalista, è l’indicazione di ciò che si potrebbe porre al posto dell’elica. Le ruote ai fianchi, come per i battelli che navigavano sul Mississippi? Sarebbe un congegno più vecchio delle eliche. Le vele? E come si farebbe per andare controvento, o quando vento non ce n’è? Con che cosa sostituiamo l’elica?
Il parallelo con le centrali nucleari è semplice. Si sono costruite centrali di prima, poi di seconda, infine di terza generazione. E con questa siamo all’oggi. Infine si spera che, in futuro – un lontano futuro – si realizzi una “centrale di quarta generazione”: ma questo tipo di centrale non esiste ancora. E allora oggi l’unica alternativa è fra una centrale di terza generazione o nessuna centrale. Che senso ha dichiararla “già vecchia”? L’automobile a fusione nucleare, chissà, un giorno potrebbe pure esistere. Ma solo per questo dobbiamo dire che un’attuale Rolls Royce nasce già vecchia? O che è vecchia una Ferrari di formula 1?
On n’a jamais employé tant d’esprit pour dire une bêtise.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 25 maggio 2008


SINISTRA INCORREGGIBILE
Secondo Blaise Pascal, le coeur a ses raisons que la raison ne connaît pas, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Questo adagio torna in mente quando si leggono articoli come quelli apparsi oggi sul “Corriere della Sera” (Battista), sul “Giornale” (Giordano) e tanti altri, in cui si dà conto di uno straordinario cambiamento di panorama. Politici come Bassolino che inneggiano a Berlusconi, giornalisti di antica sinistra che lo apprezzano, artisti dovutamente gauchisti che aprono un grande credito al nuovo esecutivo, una folla innumerevole di grandi nomi divenuti rispettosi e speranzosi osservatori del governo del Cavaliere. Sarebbe strano che chi ha sempre votato per il centro-destra criticasse questi atteggiamenti. In fondo – ci si potrebbe dire – stiamo dicendo oggi ciò che voi avete sempre detto: come potreste criticarci? E invece.
In primo luogo infastidisce la coralità della virata. Il conformismo di sinistra prima si è espresso in una direzione, ora si esprime nella direzione opposta, e tutti si allineano senza scrupoli e senza vergogna. Un tempo Giovannino Guareschi diceva che i comunisti portavano il cervello all’ammasso, ora i comunisti in Parlamento non ci sono più, ma i magazzini dell’ammasso non hanno chiuso le porte.
Poi, la distinzione fra destra e sinistra, dice qualcuno, è perenta. Può darsi. Sostanziale rimane la distinzione fra chi è suggestionato dalle ideologie e chi ha un forte senso del reale. Per anni il Cavaliere è stato Nero checché facesse o dicesse. La critica è stata talmente acida e preconcetta da provocare a volte la tristezza, a volte le risate: quando l’odio acceca si danno, appunto, botte da orbi. E spesso non si colpisce il bersaglio. Per anni abbiamo potuto ascoltare senza un fremito quegli insulti a Berlusconi che facevano tanto godere gli elettori di sinistra: sapevamo che perfino gridargli “Buffone!” per la strada, mentre era Presidente del Consiglio, per metà dell’Italia era un titolo di merito. Una canzone che si suonavano e si cantavano quelli di sinistra. Era una sorta di rito privo di agganci con la realtà. Ora improvvisamente il vento è cambiato. Berlusconi non è più lo psico-nano, il mafioso inseguito dalle Procure, il trapiantato che fa le corna sulle fotografie: è il legittimo capo del legittimo governo dell’Italia. Il rappresentante della volontà democratica degli italiani. Uno statista che sta addirittura annunciando un programma che la sinistra applaude, benché sia quant’altri mai decisionista, risoluto e pressoché manesco. La sinistra si giustifica dicendo: “era il nostro stesso programma, solo che noi non siamo riusciti ad applicarlo”, ma la toppa è peggiore del buco: perché è come dire che tutti sanno quali sono le cose giuste ma, mentre Prodi non è riuscito a farle, Berlusconi le fa. E allora gloria in excelsis al Cavaliere.
Troppa grazia, francamente. Se è vero che la distinzione più sostanziale, in politica, rimane  quella fra chi è suggestionato dalle ideologie e chi ha un forte senso del reale, chi si iscrive a quest’ultima chiesa rimane perplesso. In fondo, che cosa ha fatto, fino ad ora il governo Berlusconi? Ha annunciato le proprie intenzioni. Niente di diverso di ciò che fece Giuliano Amato, col famoso “pacchetto”. E se il Dottor Sottile non riuscì ad applicarlo, chi dice che questo governo ci riuscirà? Anche noi siamo pronti ad applaudire, ma non l’annuncio: solo la realizzazione. Poi ci assoceremo.
Berlusconi e i suoi amici per noi non sono mai stati dei delinquenti o dei farabutti che attentavano alla democrazia per fare i loro interessi privati, ma non per questi oggi sono divenuti i salvatori dell’Italia, quelli che riusciranno a risolvere, nel giro di qualche mese, problemi che affliggono la nazione da decenni, se non da sempre. La nostra raison forse non ha abbastanza coeur. Non siamo stati capaci di odiare la Corte di Arcore quando tutta la pubblicistica di sinistra ce lo ordinava, non siamo capaci oggi di applaudire un governo a scatola chiusa, solo perché ci è simpatico. La politica non è né letteratura né teatro: è prassi. Conta ciò che si fa, non ciò che si dice.
La sinistra si squalifica oggi, con le sue lodi e i suoi apprezzamenti, quanto si è prima squalifica con le critiche acerbe e ingenerose. Continua a vivere di ideologia. Avrebbe fatto meglio a star zitta, alla finestra. Dimostra ancora una volta di avere forse un coeur, ma ben poca raison.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 maggio 2008


Forza, create i mostri. Una volta di piu' che fa?
Leggendo gli articoli dei media italiani sui supposti roghi di vangeli in Israele la mia primissima reazione e' stata un forte mal di stomaco. Poi ho guardato Maariv e la seconda reazione e' stata un rabbia cieca ma non sapevo contro chi. Contro  Maariv che a mio modo di vedere aveva fabbricato uno scoop su niente? Contro gli accusati? Non sapevo proprio come calmarmi, sapevo che non poteva essere vero ma sapevo anche che non aveva importanza, la smentita non sarebbe stata letta da nessuno.
Non esiste che gli ebrei brucino i libri, non e' mai successo nella storia. Allora?
Allora questa mattina ho preso il telefono e ho chiamato l'ufficio del sindaco di Or Yehuda, una cittadina vicino a Tel Aviv situata esattamente dove si trovava la citta' biblica di Kfar Ono.
 
Mi ha risposto Yona , la segretaria , le ho spiegato la situazione e dopo 20 minuti ho ricevuto la telefonata del vice sindaco Uzi Aharon.E' stata una telefonata lunga e  e molto chiarificatrice.
 
D. Shalom Uzi, vorrei spiegarle cosa sta succedendo in Italia a causa di questa notizia diffusa da Maariv. Lei lo sa che tutto quello che succede in Israele viene ampliato e deformato dai media. Lei lo sa che ogni cosa che noi diciamo o facciamo viene vista subito in chiave antiisraeliana. Vorrei quindi che mi dicesse cosa e' successo.
 
R. Tutto e' stato esagerato ed e' uscito di proporzione, adesso le spiego. Qui, nella nostra citta', noi siamo invasi da eserciti di missionari di tutte le specie, cristiani protestanti, cristiani cattolici, ebrei di Gesu' , messianici. Sono tantissimi. Vanno di casa in casa, soprattutto dove ci sono ragazzi molto giovani, li aspettano fuori di scuola, li sommergono di pubblicazioni, di giornaletti, di libretti. Sono instancabili e pressanti.
Noi li abbiamo pregati piu' volte di lasciar perdere. per noi il proselitismo e' vietato, non cercheremmo mai di convertire all'ebraismo chi pratica un'altra religione ma non possiamo tollerare che altri lo facciano con noi prendendo di mira soprattutto i piu' deboli, i ragazzi,  i piu' facili da convincere.

 
D. Si, ho sentito anche di persone che si sono ribellate a questa situazione con una certa violenza.
 
R. Purtroppo si ma  sono terribili, li fai uscire dalla porta e rientrano dalla finestra. i loro figli vanno a scuola con i nostri e passano il loro tempo a leggergli la vita di Gesu', la verita' del Vangelo, gli parlano di miracoli.
 

D. mi dica allora cosa e' successo l'altra sera.
 
R. Me lo hanno spiegato  i ragazzi perche' io non ero presente. Lei sa che da tutta la settimana si fanno i fuochi di Lag baOmer e i fuochi si alimentano con la carta. Ai ragazzi sono venuti in mente tutti i giornaletti dei missionari e sono andati dai loro amici a raccogliere carta, giornali, tra cui anche quelli del "fattaccio", libriccini, la maggior parte non sapeva nemmeno cosa fossero, e li hanno usati per accendere i falo' di Lag ba Omer prima di aggiungervi tronchi di alberi, legni di tutti i generi, cartoni ecc.
 

D. Dunque tutto qui? Nessun disprezzo per i libri e pubblicazioni cristiane?
 
R. Assolutamente no, queste cose non fanno parte della nostra cultura e lei lo sa. Lo dica.
 
Dunque, come supponevo il fatto, realmente accaduto, e' stato completamente deformato e ingigantito facendo passare i ragazzi di Or Yehuda come dei mostri intolleranti.
Maariv probabilmente lo ha fatto perche' ai giornali israeliani, quasi tutti di sinistra, non pare vero di dare addosso ai religiosi  creando in Israele, dove la gente vive e lascia vivere, dove nessuno ti chiede di che religione sei,  imbarazzo e rabbia, esattamente come era successo a me prima di avere delle spiegazioni.
I giornali italiani hanno preso la palla al balzo per dipingere Israele come un paese razzista contro le altre fedi e tutti hanno scritto quasi le stesse cose, scopiazzando gli uni dagli altri.
Israele fa sempre notizia, in Cina decine di migliaia di morti, in Birmania decine di migliaia di morti, a Gaza gettano bombe contro i negozi e le case dei cristiani ma i media italiani trovano il tempo per scrivere che in Israele "si bruciano i libri dei cristiani" con la solita analogia , soffiata quasi senza volere....come facevano i nazisti..., viene citato Heine...si parla addirittura di orrore.
Come sempre, e ho detto anche questo al vicesindaco, siamo noi i principali accusatori di noi stessi. Sempre pronti a chiedere scusa prima ancora di sapere, sempre pronti a condannarci da soli, sempre pronti a prenderci a scudisciate per cose non fatte. Quando le cose vengono chiarite e smentite e' troppo tardi perche' togliere dalla testa della gente le accuse a Israele e' praticamente impossibile.
Scrivono di giornaletti bruciati ma c'e' il silenzio stampa sulla morte taroccata di Mohamed al Durra, l'icona della sinistra mondiale, in nome della quale Israele e' stato maledetto. Ha vinto il processo Philippe Karsenty, il giornalista che aveva denunciato France 2 e il suo reporter per aver manipolato il video.
Mohamed al Durra non e' stato ucciso dagli israeliani, e' stato colpito dai palestinesi e forse e' persino sopravvissuto ma per mesi,  per anni,  siamo stati messi in croce , insultati, accusati di ammazzare i bambini, demonizzati.
I media adesso tacciono, hanno trovato altri mostri israeliani da sbattere in faccia alla gente pronta a odiare: i ragazzi ebrei che per fare  la festa di Lag baOmer hanno bruciato dei giornali tra i quali anche quelli di missionari rompiscatole.
Terribile colpa.
Come sempre, come da copione, Israele deve discolparsi e spiegare. Che stanchezza!
 
Bene, e' la serata di Lag ba Omer, vado a vedere i fuochi qui sotto casa e portero' anch'io qualche giornale da bruciare.  Tranquilli, non possiedo nessuna pubblicazione messianica.
 
Deborah Fait . www.informazionecorretta.com


LA MENTALITÀ DEL GIUDICE PENALE
La vicenda di Cogne si è finalmente conclusa con una statuizione che, se non accerta la verità con la “V” maiuscola, accerta comunque la verità giudiziaria: Anna Maria Franzoni è colpevole di avere ucciso suo figlio. È stata questa la concorde opinione del giudice di primo grado, della Corte d’Appello e della Cassazione.
Naturalmente, la sentenza non convincerà gli innocentisti. Per costoro una povera madre che piange mentre proclama la propria innocenza non può essere colpevole. Ci dev’essere un’altra spiegazione. Purtroppo, questa è una mentalità “cinematografica”. Sullo schermo i buoni sono anche belli, il lieto fine è molto più frequente della tragedia senza luce e, soprattutto, colui che tutti gli indizi indicano come colpevole è malgrado questo innocente. Nella realtà invece muoiono di cancro anche bambini sotto i dieci anni, ci si può innamorare follemente anche quando si ha un girovita oltre i centoquindici centimetri e, se qualcuno sembra colpevole, è perché lo è.
La lunga sentenza di primo grado, sulla  vicenda di Cogne, non lascia dubbi e può servire per gettare un’occhiata sulla mentalità del poliziotto e del giudice penale. Mentre appare assolutamente inverosimile l’intervento di un’altra persona, ci sono moltissimi motivi per reputare l’accusata colpevole. L’unica ragione per reputarla innocente è il fatto che lei si dice tale. Troppo poco. Gli inquirenti sono abituati a guardare i fatti, non ciò che dicono le persone. La proclamazione di non colpevolezza impressiona lo spettatore al cinema o il lettore di giornali, ma il carabiniere l’ha sentita tutti i giorni, da quando ha indossato la divisa e non ci fa più caso. I professionisti della repressione sanno che nelle carceri “ci sono solo innocenti”. Arrivano ad un tale punto di diffidenza da non prendere per verità assoluta neppure la confessione. Esistono infatti i mitomani ed il reato di autocalunnia. Figurarsi dunque quanto potevano valere le lacrime della Franzoni contro il fatto che nessun altro poteva essere colpevole. Un altro che per giunta dovrebbe avere indossato (chissà perché) il pigiama della donna e questo pur avendo in tutto cinque minuti per scendere dal cielo, cambiarsi d’abito, commettere il delitto (chissà perché), cambiarsi di nuovo ed andar via.

Il poliziotto non crede ai fantasmi, non crede alle coincidenze strampalate, non crede alla casualità, non crede a niente che non sia normale. Crede ai fatti. Alle risultanze della scientifica e alle prove disinteressate. Per il resto è pressoché sordo. Questo in alcuni casi conduce all’errore giudiziario - pedaggio che non si può evitare di pagare, se si vuole una giustizia penale - ma qualunque professionista del diritto penale vi dirà che i colpevoli che escono assolti, da un’aula di Tribunale, sono molto più numerosi degli innocenti condannati.
Forse è stato Vittorio Feltri che, nel caso della madre di Cogne, ha detto: “È colpevole ma non lo sa”. Intendendo con ciò che è inferma di mente ed ha “dimenticato” il delitto commesso. È possibile. Ma per questa parte il torto è stato suo e dei suoi legali, a cominciare da Carlo Taormina. Essi avrebbero dovuto insistere non sulla tesi dell’innocenza, che conduceva solo ad una lunga carcerazione, ma sulla tesi dell’infermità mentale. Avere rifiutato la perizia psichiatrica è stato un grave errore. Addirittura si è avuta l’impressione che la relativa mitezza della sentenza d’Appello sia derivata dalla volontà di non far pagare ad una povera donna la mancanza di senno suo e di chi la consigliava. Si è sostanzialmente tenuto conto di una seminfermità mentale che non si è potuta dichiarare. Ma questo riguarda il caso concreto ed è meno interessante del principio generale di cui si diceva: l’amministrazione della giustizia penale si fonda sul buon senso terra terra. Se tutto dice che il colpevole è Tizio, il colpevole è Tizio.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 maggio 2008


 A TRAVAGLIO, TRAVAGLIO E MEZZO
Ad Annozero, questa sera, Marco Travaglio potrà essere zittito in uno dei seguenti modi: 1) Tu sei andato in vacanza con un tizio poi condannato per favoreggiamento di un mafioso, già prestanome di Provenzano; 2) Tu hai telefonato a un siciliano, uno che faceva la spia per un prestanome di Provenzano, e gli hai chiesto un aiuto per la villeggiatura in Sicilia; 3) La tua famiglia e quella di Pippo Ciuro, poi condannato per aver favorito le cosche, si frequentavano in un residence consigliato da Ciuro e si scambiavano generi di conforto; 4) Il procuratore di Palermo Pietro Grasso, sul Corriere, scrisse che tu facevi «disinformazione scientificamente organizzata» e speriamo che il tuo amico Pippo Ciuro con tutto questo non c‚entri nulla; 5) Renato Schifani frequentò delle persone che sono state inquisite 18 anni dopo, ma tu ne hai frequentata una che è stata arrestata per favoreggiamento mafioso pochi mesi dopo; 6) Tu non sei il presidente del Senato, è vero, sei peggio: perché vai in giro a fare il moralista e poi la tua famiglia sguazzava in piscina con un favoreggiatore di mafiosi. Eccetera. Le suddette sono frasi a loro modo ineccepibili, non querelabili, anzi: sono tutti «fatti» come direbbe Travaglio. Il quale ha una sola fortuna: non ha dietro un Travaglio che certe infamie gliele ripeta di continuo in libri e articoli e comparsate ben pagate dal contribuente. Ma si potrebbe sempre imparare.
Filippo Facci per Il Giornale

L’UNCINETTO E L’ASCIA
Il grande numero di provvedimenti particolareggiati (e dunque preparati con largo anticipo) annunciati dal primo Consiglio dei Ministri ha costretto tutti a descriverli, a spiegarli, a commentarli. Tuttavia è prendendoli nel loro insieme che si comprende come essi costituiscano dei sintomi e diano indicazioni sulla linea programmatica del governo. Ciò che colpisce è il risoluto colpo di timone rispetto ad una certa mentalità italiana per cui la democrazia non è il potere del popolo ma della piazza. Al punto che si possono avere dei dubbi sui risultati dell’iniziativa non tanto per la sincerità dei propositi, quanto perché ogni società è vischiosa e tende a conservare le sue istituzioni e le sue abitudini.
L’attuale governo ha l’intenzione di imporre la volontà dello Stato contro la piazza, contro la stampa, contro il buonismo e perfino contro gli eccessivi scrupoli di legalità. Tutto questo suona ovviamente allarmante ed impone la prima considerazione. I principi che reggono una comunità sono diversi in pace e in guerra. In pace il Presidente del Consiglio si reca a Trapani o a Bressanone per assistere al funerale di dieci persone morte sul lavoro, in guerra un qualunque generale manda a morte pressoché sicura centinaia di persone solo per attuare una manovra diversiva. E quando quelle centinaia di soldati tornano a casa in una cassa, per accoglierli non si scomoda nemmeno il sindaco di un paesino. Quando lo Stato si batte per la propria sopravvivenza non può andare per il sottile; solo in pace ci si può permettere di essere attenti alle minime cose, inclusi i sentimenti dei cittadini. In guerra si usa l’ascia, in pace l’uncinetto. Oggi sembra arrivato il momento dell’ascia e questo provoca aggrottamenti di ciglia nella stampa di sinistra ma anche sospironi di sollievo nella maggioranza dei cittadini. Per decenni si è dovuto assistere allo spettacolo della polizia impotente dinanzi ai blocchi stradali e ferroviari; al divieto di realizzare opere che sono state persino approvate dalla maggioranza e dall’opposizione (la TAV); all’incapacità di frenare l’immigrazione clandestina e il parassitismo sociale e infine al divieto di depositare da qualche parte l’immondizia di Napoli. Agli esiti concreti di una mentalità di sinistra per la quale l’odio per il fascismo si è trasformato in odio per l’autorità: se il governo ordina qualcosa e la “gente” non è d’accordo, è il governo che deve cedere. Si è voluto gabellare un simile principio per democrazia ma è un imbroglio: essa non consente di dare ordini ai governanti, consente solo di sceglierli. Il grande pubblico ha il diritto di giudicare la maggioranza che ha governato, riconfermandola o mandandola all’opposizione, ma questo complessivamente, non analiticamente. Analiticamente non ha la competenza per farlo. Non a caso, per esempio, la Costituzione vieta i referendum in materia fiscale: perché se il popolo ne avesse la possibilità, voterebbe per l’abolizione di tutte le imposte e tasse. Per poi accorgersi che è necessario licenziare poliziotti e carabinieri, chiudere le scuole e i tribunali, aprire le carceri e lasciare che le strade divengano impercorribili. Quale sarebbe, a questo punto, la sua reazione? La maggioranza che governa male non potrebbe cavarsela dicendo: “abbiamo fatto quello che ci avete chiesto di fare”.
A Napoli lo Stato ha manifestato la volontà di riprendere in mano il Paese, se necessario col pugno di ferro. L’immondizia non può sparire con un colpo di bacchetta magica, dunque si creeranno delle discariche e chi protesterà sarà scoraggiato a manganellate se non col carcere. È un sistema piuttosto spiccio (l’“ascia”), ma è l’unico che funziona. L’alternativa è il disastro di Napoli e il disonore internazionale.
Riguardo a questo cambiamento di politica da più parti si avanzano comprensibili scrupoli giuridici. Non è lecito mettere a rischio la più piccola regola, si dice, e un nobile principio suona: fiat iutistia et pereat mundus, si faccia giustizia, caschi il mondo. Ma questo vale in un’aula di tribunale, per il singolo caso, quando si usa l’uncinetto, mentre nella politica conta la collettività, il “mundus”. E qui si va da un eccesso all’altro. Se la collettività si sente in pericolo, crea Tribunali del Popolo che ammazzano a tutto spiano, se invece si sente tranquilla, arriva agli assurdi della Campania. Ma la realtà si vendica. Stavolta, con l’immondizia di Napoli, la Nemesi si è abbattuta sull’assemblearismo di sinistra e sul dominio di chi blocca le strade. Il centro-sinistra, a forza di inchinarsi dinanzi ai violenti, ha creato la voglia di Leviatano. Ecco perché chi oggi dice che il reato di clandestinità è incostituzionale e barbaro dovrebbe prima ricordarsi che lo Stato, per meritare questo nome, deve essere padrone del suo territorio. Inoltre, nella fattispecie, non è vero – come si dice -  che si condanna uno status, cioè l’essere clandestini; si condanna l’essere entrati clandestinamente in Italia. Non è perché è dentro la casa che si condanna il colpevole di violazione di domicilio, ma perché c’è entrato. Questo concetto, che sembra troppo difficile ai nostri sottili giuristi, non è troppo difficile per il popolo italiano, che ormai vuole dei risultati. E su questi risultati – non su ciò che scriveranno Repubblica e “il manifesto” - giudicherà il governo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 maggio 2008

SE CERCHIAMO RESPONSABILITÀ
Ha ragione il direttore dell'Unità Antonio Padellaro a intitolare il suo fondo di ieri: «Meno male che c'è l'Europa». Sì, meno male che c'è, ma a una condizione: che noi italiani riusciamo a intendere davvero la lezione che essa da tempo ci impartisce, e che oggi si rinnova a proposito dei rifiuti in Campania e della condizione dei rom. Capire quella lezione vuol dire innanzi tutto non servirsene per regolare i conti con i propri avversari interni, per nascondere le proprie debolezze dietro la forza e l'autorevolezza altrui. Vuol dire rinunciare all'antica, sciagurata abitudine delle classi dirigenti della penisola di invocare l'aiuto dello straniero per avere la meglio sui rivali di casa, così suggellando la minorità propria e di tutto il Paese. Vuol dire, invece, meditare senza spirito di parte su ciò che l'Europa ci manda a dire. Per esempio sulle parole pronunciate l'altro giorno dall'eurodeputata Viktoria Mohacsi inviata appositamente da Bruxelles, la quale ha trovato i campi rom di Roma e Napoli in «condizioni tremende», ricordando che «l'Italia non ha chiesto neanche i soldi previsti dall'Ue per l'integrazione delle minoranze etniche» e infine accusando il nostro sistema giudiziario di aver «perso le tracce (sic !) da due anni di 12 bambini rom tolti ai genitori dal Tribunale dei minori perché accusati di accattonaggio». Ebbene, non sarebbe un gioco facile proprio sulla base di queste dichiarazioni (che traggo dalla cronaca della stessa Unità ), non sarebbe facile ricordare che fino a prova contraria Roma e Napoli sono state governate negli ultimi 15 anni da giunte di sinistra, le quali hanno preferito evidentemente impiegare le loro risorse in modi diversi che per i rom (forse anche perché i rom non votano)? E non sarebbe altrettanto facile ricordare che evidentemente anche il governo Prodi è colpevole di essersi dimenticato negli ultimi due anni di chiedere i soldi dell'Ue destinati ai rom? O ricordare, a proposito dei 12 bambini scomparsi nel nulla, che in generale è proprio la sinistra che si precipita regolarmente a prendere le difese del nostro vergognoso sistema-apparato giudiziario, opponendosi a qualunque sua radicale riforma?
 Sì, sarebbe un gioco facile, ma disdicevole e alla fine inutile. Perché in verità — si tratti dei rifiuti o delle disfunzioni della giustizia, ovvero delle altre mille questioni che suscitano contro di noi critiche e condanne dall'Ue o da altrove — è l'Italia, è il Paese nel suo complesso, sia quando a governarlo è la destra che la sinistra, che mostra la propria ormai trentennale incapacità di tenere il ritmo dei suoi principali partner, di eguagliarne gli standard fondamentali. E' tutto il Paese che da troppo tempo è incapace di dirsi la verità, di rinunciare al suo vizio antico dei rinvii o del lasciar correre, che da troppo tempo rifugge dal prendere i problemi di petto. Come non vedere però che ormai siamo vicini all'ultima ora? Adesso è il momento di capire che il bene collettivo e l'avvenire della politica passano attraverso un primo momento decisivo: il ristabilimento dell'autorità dello Stato. Cominciando in queste ore da Napoli: contro gli incendiari e gli istigatori di cacce all'uomo, contro la camorra, contro le amministrazioni locali incapaci o corrotte da mandare subito a casa. Senza riguardi per nessuno. Senza se e senza ma, e, bisogna sperarlo, con l'appoggio di tutti.

Ernesto Galli della Loggia - Dal  Corriere della Sera del 21 maggio 2008

IL “BUONISMO” COME ALIBI
In parecchi oggi protestano contro il clima di “buonismo” che impera. Si teme addirittura che l’opposizione non sia più capace di fare il proprio mestiere, che il Parlamento sia sostanzialmente privato della propria funzione, che di fatto i provvedimenti siano concordati sottobanco tra maggioranza e Pd. Perfino Di Pietro, che annuncia un’opposizione netta e acida, poi si lancia a dire che se le decisioni del governo riguardo ad immigrazione clandestina e immondizia a Napoli dovessero essere plausibili, lui non esiterà a sostenerle: il che è in contraddizione con l’annunciata lotta senza quartiere alla maggioranza. Questo isolato proposito sarebbe stato impensabile nel corso del quinquennio berlusconiano.
La domanda è dunque: è credibile che permanga il clima di “buonismo”, di collaborazione fra maggioranza e opposizione? È credibile che ci sia il pericolo di questa melassa? Probabilmente no.
Le ragioni del pessimismo sono ovvie. Un atteggiamento conciliante e cortese, come quello tenuto da Veltroni e soci durante la campagna elettorale, ha avuto lo scopo di annunciare una rottura rispetto alla maggioranza del governo Prodi. “Noi, sembravano dire gli uomini del Pd, non siamo come i vari Diliberto, Marco Rizzo o Pecoraro Scanio. Noi siamo diversi. Noi siamo veri democratici. Noi non odiamo nessuno. In particolare non odiamo Berlusconi. Qua la mano, da avversari leali. Avete sì o no capito che non siamo gli stessi di prima? Siamo un partito nuovo di uomini nuovi, anche se con le facce e i nomi dei vecchi”.
Il progetto non ha avuto un tale successo da far vincere le elezioni ma ne ha avuto a sufficienza per dare l’impressione che il Pd non sia l’ultimo nome del Pci.
Veltroni ha giocato sul sicuro. Il centro-destra, e in particolare Berlusconi, non potevano opporre nulla, a questo atteggiamento. Sia perché gli “odiatori professionisti” sono sempre stati più a sinistra che al centro, sia perché Berlusconi personalmente, come riconoscono anche i suoi avversari, “vorrebbe essere amato da tutti”. Sorridetegli, chiunque voi siate, e vi sorriderà.
Ma tutto questo vale in campagna elettorale e finché non si scende sul terreno concreto. Non appena si comincerà a discutere di problemi reali, l’opposizione da un lato sarà sinceramente in disaccordo con le leggi proposte, dall’altro non rinuncerà alla normale demagogia. Si strapperà le vesti per un nonnulla, denuncerà errori veri o falsi e chiederà la luna e se la maggioranza proponesse di mandare a tutti lo stipendio a casa, l’opposizione protesterebbe perché quello stipendio è insufficiente par pagarsi le crociere di lusso.
Il pericolo che l’opposizione sparisca è insussistente. Essa può sperare di tornare al potere solo se riesce a dimostrare che il governo in carica ha male operato e che essa avrebbe governato meglio. Anche se Berlusconi facesse miracoli, alla fine l’opposizione non potrebbe certo dire: “Non potete trovare di meglio: votate ancora per lui”.
Una seconda ragione, per non credere al prolungarsi di questo clima sereno, è che i protagonisti della nostra vita politica, salvo marginali eccezioni, sono gli stessi da lustri a questa parte. E allora perché mai chi ieri ha odiato Berlusconi da domani dovrebbe avere un atteggiamento equanime, del tipo: “Lo sostengo se fa bene, non lo sostengo se fa male”? Che cosa ha mai fatto, Berlusconi, perché i suoi oppositori non lo odino più? Forse che la cocente sconfitta che gli ha inflitto è ora un titolo di merito?
Chi frequenta i blog vede che gli antiberlusconiani disprezzano il Cavaliere esattamente come prima. E se la base non è cambiata, perché dovrebbero essere cambiati i vertici, ora che non c’è nemmeno più l’utilità elettorale di presentarsi come nuovi e moderati?
La luna di miele di queste settimane è illusoria. È solo la coda della fondazione del Pd. Quando si entrerà nel vivo della legislatura, ognuno tirerà l’acqua al suo mulino, magari accusando l’altro di avvelenare il pozzo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 maggio 2008


Non cadra' neanche Gamla
Un dirigente dell'OLP dichiaro' a un giornale olandese nel 1974:"Il popolo palestinese non esiste, il popolo palestinese e' stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte".
Altro che Naqba dei miei stivali!
Dovevano arrivare milioni di palestinesi per circondare Israele ai suoi confini , il 15 maggio, data ufficiale della fondazione di Israele.
Dal Libano non si e' mosso nessuno, hanno altri problemi e poi i libanesi non li lasciano uscire dai campi dove li tengono relegati da 60 anni.
Dalla Giordania manco uno e' venuto a manifestare nelle vicinanze di Israele, figurarsi se il Re gli dava il permesso.
Sono rimasti quattro gatti di studenti arabi in Israele, solita democrazia che gli ha lasciato sventolare la bandiera palestinese coperta da un drappo nero finche' un gruppetto di studenti sionisti non li ha scazzottati e tutto e' finito a tarallucci e vino.
A Gaza, al confine di Erez, saranno stati meno di un migliaio di sfigati al posto delle centinaia di migliaia previste dai capi di hamas. 
Anche in America erano non piu' di un migliaio i palestinesi nati in USA andati a manifestare di fronte al Palazzo dell'ONU. Il loro portavoce, il ventottenne Salah Zalatino, ha fatto la solita sceneggiata, pianti e tirate di capelli per la nostalgia della Patria lontana  che non ha mai potuto conoscere e che , secondo  lui "e' morta 60 anni fa".
Ma a chi la racconta! Ma che nostalgia!
Zalatino a 28 anni, e' nato in America, fa l'industriale, ma che nostalgia e di che patria? La sua patria sono gli USA dove lavora e vive agiatamente e dove la democrazia gli permette di fare la vittima.
" La mo
rte di una nazione e' coincisa colla nascita di una nazione' ha dichiarato Zalatino piagnucolando ma non ha detto il nome della nazione morta perche' non esisteva, non esisteva nessuna nazione, nessun popolo palestinese e se proprio proprio vogliamo essere esatti, se gli arabi fossero stati intelligenti invece che ideologicamente nazisti, avrebbero potuto avere una nazione araba nuova di zecca non solo al fianco di Israele ma anche impossessandosi di territori promessi a Israele dalla dichiarazione Balfour.
Se avessero accettato, invece di imitare il loro adorato Hitler nel tentativo di ammazzare gli ebrei, avrebbero potuto avere un paese piu' grande dell'odiato Israele.
Troppo stupidi!  E poi hanno continuato ad esserlo.
Dopo la Dichiarazione Balfour del 1917 gli inglesi, da falsoni quali sono sempre stati, hanno cambiato idea e nel 1922 presero il 76% della terra promessa agli ebrei e la consegnarono agli arabi creando la Giordania perche' la famiglia hashemita degli Husseini voleva un trono sul quale depositare il regale didietro.
Percio' non si sa bene della morte di quale nazione vada blaterando il signor Zalatino visto che qui non c'era nessuna nazione se non la Palestina Mandataria.
 
Insomma la grande marcia naqbesca verso i confini di Israele da terra, dal cielo e dal mare cui i palestinesi sparsi per il mondo sono stati chiamati dai capi dell'ANP e di Hamas e' stato un flop.
Altro flop e' stato la grande marcia di Torino per il boicottaggio di Israele.
Non fanno altro che floppare miseramente ed e' un buon segno. Forse la propaganda araba si e' stancata di appoggiare una popolazione che crea solo problemi per la sua violenza e forse la parola pace, accompagnata dalla parola soldi soldi soldi, alla fine gli conviene di piu'  del solito"A morte Israele" rimasto retaggio delle masse arabe che prima di cambiare slogan hanno bisogno di qualche centinaio d'anni e di sciocchi intellettualoidi  occidentali che non riusciranno mai a far tacere il loro odio antiebraico e che sono ideologicamente in bilico tra il 1938 e il 1968 con un seguito di giovinastri e meno giovinastri ignoranti e razzisti e giornalisti ignoranti e furbastri .
Le uniche realta' sono i missili che da Gaza cadono ogni giorno su Israele, le minacce dell'Iran  di farci scomparire definitivamente, i missili a lunga gittata in mano a hezbollah.
Un'altra  cosa reale e' l'amicizia degli Stati Uniti e ne abbiamo avuto la conferma durante la visita in Israele di George W.Bush e di sua moglie Laura.
L'accoglienza fatta da Israele alla coppia presidenziale e' stata grandiosa, l'amicizia tra Bush, Olmert e Peres va al di la' delle normali relazioni diplomatiche e il discorso del Presidente americano alla Knesset e' stato piu' volte interrotto da applausi a scena aperta , tutti in piedi, molti commossi, molti felici, altri rabbiosi e parlo dei deputati arabi che non si sono presentati alla festa per Israele. Anche loro in lutto  naqba, una catastrofe che fece calare del 90% la mortalita' infantile grazie agli ebrei, una catastrofe che debello' la malaria e il tracoma grazie agli ebrei, una catastrofe che debello' l'analfabetismo grazie agli ebrei, una catastrofe che permise loro di vivere in una democrazia grazie agli ebrei.
Proprio una terribile catastrofe, non c'e' che dire!
Quelli che fuggirono furono invitati, dalle autorita' israeliane,  a tornare a guerra finita ma ormai gli arabi li avevano rinchiusi nei campi da cui era impossibile uscire pena la morte, nel 1948 come oggi.
Lo voglio precisare  per mister Dario Fo che a Torino, intervistato da Francesca Paci, quasi piangeva parlando dei poveri palestinesi rinchiusi nei campi, dimenticandosi che sono la' per volere arabo, dimenticandosi che i campi profughi sono tutti nei paesi arabi in cui i palestinesi non godono di alcun diritto civile.
Chissa' se questa gentucola intelletualoide italiana chiedera' scusa a Israele quando si accorgera' di avere sbagliato paese da odiare perche' gli unici paesi dove i palestinesi sono bistrattati sono i paesi arabi e i territori palestinesi.
L'unico paese in cui gli arabi palestinesi hanno trovato democrazia, diritti , lavoro, scuole e liberta' assoluta e' Israele.
Chieda scusa a Israele, mister Dario Fo!
 
Massada non cadra' ancora! ha gridato Busch alla Knesset mentre il pubblico in piedi gli regalava una standing ovation di molti minuti.
Ma non cadra' neppure Gamla,  antica capitale ebraica del Golan distrutta dai Romani guidati da Vespasiano nel 67 che fece sgozzare migliaia dei suoi abitanti portando i sopravvissuti a Roma come schiavi.
Il giovane Assad e' la' che fa il tifo per il Golan ma non lo avra'.
Massada e Gamla non cadranno mai piu', Presidente Busch,  e che Dio benedica Israele, sempre, l'America e chi ci ama.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

UN INTERROGATIVO PER GLI STORICI
Chi, invece di comprare due o tre chili di giornali ogni giorno, si accontenta delle rassegne stampa alla radio, riceve un’informazione generale sulle opinioni correnti. Anche se qualche volta le impressioni si intersecano con la tentazione di tornare ad un sonno troppo presto abbandonato. Ciò che se ne può ricavare, oggi 17 maggio 2008, è che ormai si parla apertamente di contrasti e possibili rotture fra Di Pietro e il Pd. E allora ritorna, soprattutto per chi lo formulò già immediatamente, l’interrogativo: perché diamine il nuovo partito di sinistra ha concesso questo vantaggio all’Italia dei Valori? Ha escluso – nientemeno! – i socialisti, che della sinistra moderata sono sempre stati la spina dorsale; non ha permesso ai radicali di esporre il loro immacolato simbolo; ha lasciato fuori e al freddo quella sinistra comunista da cui provengono tanti suoi dirigenti, Fassino e Veltroni inclusl, e va ad offrire quel posto a Di Pietro? Perché mai?
Con la nuova legge elettorale, chi non ha fatto parte di un grande partito che assicurasse il 4% alla Camera e l’8% al Senato, era destinato alla Geenna, dove c’è pianto e stridor di denti. È esattamente questo che ha azzerato la Sinistra Arcobaleno, malgrado il lodevole tentativo di presentarsi come unitaria; è questo che non ha consentito una rappresentanza ai fuorusciti della Destra; è questo che ha ridicolizzato il minipartito ideologico di Giuliano Ferrara, e via enumerando. L’unica eccezione è Casini, che ha beneficiato della tradizione democristiana, ha offerto una sponda centrista agli antiberlusconiani di centro ed è riuscito a mandare in Parlamento alcuni deputati e tre Senatori: ma la sua irrilevanza è patente. E in tutto questo disastro, si va a salvare Di Pietro, alleato infido se mai ve ne fu uno? La maggior parte dei suoi sodali lo ha prima o poi abbandonato. A cominciare da Elio Veltri e da suo cognato, che fra i primi lo seguirono, per finire con quell’avvocato Di Domenico che lo ha perfino accusato di falso materiale. Incomprensibile.
 Non si può che insistere su questo punto: Di Pietro da solo l’ingresso in Parlamento avrebbe potuto solo sognarlo: se fosse stato messo nelle condizioni di Boselli, probabilmente avrebbe fatto la stessa fine. Permettendogli di porre il suo simbolo accanto al suo, il Partito Democratico gli ha dato la possibilità di dire che chi avesse votato per lui non avrebbe disperso il suo voto. L’Italia dei Valori attuale è una creazione del Pd, il quale sembra averla fatta esistere perché reputava di non avere un numero sufficiente di problemi. Non ci si permetterebbe di essere tanto severi se queste stesse cose non fossero state dette prima ancora del 13 aprile, da noi come dal Partito Radicale, che pure della coalizione faceva parte.
 Studiando storia a volte ci si stupisce degli immensi errori commessi anche dai geni. Per esempio la campagna di Russia di Napoleone. Certo, spesso bisogna ammettere che, chissà, sul momento quello stesso errore l’avremmo anche commesso noi. Ma nel caso di Di Pietro e del Pd la stupidaggine è apparsa tanto chiara che, per una volta, non si è in grado neppure di capire il passato.
 Aspetteremo dunque la spiegazione che darà la storia. L’unica – improbabile - che si riesce ad immaginare, è che i dirigenti del Pd abbiano pensato che, con Di Pietro,  avevano qualche remota possibilità di vincere le elezioni, mentre senza di lui – e cioè rinunciando agli antiberlusconiani viscerali e al partito giustizialista – non c’era speranza. Ma è un’ipotesi peregrina. Se sii è scaricata la sinistra Arcobaleno perché si sa che con certi alleati si possono vincere le elezioni ma non governare. che cosa forniva l’assicurazione che con Di Pietro potesse andar meglio? Già si vede che con lui si è costretti a litigare persino stando all’opposizione. In secondo luogo, sulla base di quali indagini, di quali sondaggi, di quali previsioni si è potuto pensare ad una possibilità di vittoria del centro-sinistra? Tutto gridava l’impopolarità del governo Prodi; tutto echeggiava il disgusto del popolo italiano; tutto parlava di sconfitta: l’unico interrogativo riguardava la sua misura. E allora, perché non cadere in piedi, perché non eliminare, insieme all’impresentabile Sinistra Arcobaleno, l’altrettanto impresentabile e inaffidabile Di Pietro?

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 17 maggio 2008


PER COLORO CHE LEGGONO LO SPAGNOLO
Il Corriere della Sera si fa un dovere di riportare, addirittura in spagnolo, un articolo che riferisce le parole delle Vicepresidente Marìa Teresa Fernández. Costei si esprime come un Diliberto qualunque, e non si vede perché, dopo che ci si è liberati del Diliberto italiano, bisognerebbe ascoltar una Diliberta spagnola. La verità è che gli italiani non si sono accorti che, da qualche secolo, l’Italia non è più né una colonia spagnola né una colonia francese. E che una stupidaggine resta tale in qualunque lingua sia detta. Riporto qui di seguito l’articolo del “Corriere”, aggiungendovi qualche commento in corsivo.

A. DEL BARRIO | E. MUCIENTES
B. MADRID.-

"El Gobierno rechaza la violencia, el racismo y la xenofobia y, por tanto, no puede compartir lo que está sucediendo en Italia". Solo che rimane da dimostrare che ciò che sta avvenendo in Italia abbia a che vedere col razzismo o la xenofobia. Fra l’altro, salvo Hitler, nessuno ha mai affermato (né scientificamente si potrebbe) che gli zingari siano di una razza diversa. Dunque la signora si lascia andare semplicemente ad insultare il governo italiano. E il Corriere le offre una tribuna, invece di mandarla al diavolo.
Con estas duras palabras la vicepresidenta del Gobierno, María Teresa Fernández de la Vega, ha rechazado la política de inmigración que en las últimas semanas ha abanderado el nuevo Gobierno de Berlusconi Il governo è in carica da meno di due giorni, ed è colpevole già dalle ultime settimane! È come l’agnello della favola di Fedro, che era colpevole d’intorbidare l’acqua del lupo prima ancora di nascere y que, en tan sólo siete días, ha supuesto la detención de cerca de 400 inmigrantes irregulares en el país transalpino. Un momento: se gli immigranti sono irregolari, e lo dice la stessa ministra, che c’è di strano se li si arresta?
En la rueda de prensa posterior al Consejo de Ministros, la vicepresidenta ha recordado que el Gobierno trabaja para frenar la inmigración ilegal, pero siempre respetando los derechos de los ‘sin papeles’. Rispettando i diritti degli immigranti privi di documenti. Quali sono, questi diritti? E quando l’Italia li ha violati? "España trabaja por una política de inmigración legal y ordenada que permita reconocer derechos y obligaciones", ha insistido De la Vega.
A pesar de haber endurecido considerablemente su discurso en inmigración, el Ejecutivo de José Luis Rodríguez Zapatero no avala la política de cerco a los 'sin papeles' que está aplicando Berlusconi. Ancora una volta si parla di “una politica” che il governo non ha materialmente avuto il tempo di applicare.
La Policía italiana llevó a cabo ayer redadas contra la inmigración irregular, que se saldaron con la detención de 400 'sin papeles', de los que 53 fueron expulsados del país sin contemplaciones. Ecco il reato: arresto di quattrocento irregolari ed espulsione di 53 di loro. Neanche Hitler è riuscito a fare di meglio.
En su tercera etapa al frente del Gobierno italiano, Berlusconi quiere aprobar un duro decreto contra la inmigración irregular, que supone incluso el cierre de fronteras. El nuevo Ejecutivo estudia la suspensión de la aplicación del Tratado de Schengen antes de proceder a la expulsión de miles de gitanos rumanos y búlgaros, ciudadanos todos ellos que ya han ingresado en la Unión Europea. L’eventuale sospensione del trattato di Schengen è qualcosa che si studia addirittura a livello europeo, per quanto se ne sa. E comunque, se l’Italia volesse denunciare un trattato, credo che non debba renderne conto alla Vicepresidente spagnola.
El clima de racismo es tal que en los últimos días cinco campamentos de gitanos al sur de Italia han sido incendiados por los ciudadanos. El ministro de Reformas del Ejecutivo, Umberto Bossi, ha justificado los ataques contra los gitanos porque "la gente hace lo que no logra hacer la clase dirigente". Il clima di razzismo – razzismo, secondo le parole del documentato articolo - è tale che a Napoli la gente ha attaccato l’insediamento dei rom; ma non si dice che una zingara ha cercato di rapire una bambina. Non che questo giustifichi gli attacchi (tutt’altro), ma in primo luogo sarebbe stato doveroso fornire un’informazione completa, e in secondo luogo per la gente di Porticelli, dal loro punto di vista,  non si è trattato di razzismo ma di legittima difesa. Fosse stato un accampamento di piemontesi o di siciliani sarebbe stato lo stesso..
Una opinión que no es compartida por todos los miembros del gabinete de Berlusconi. De hecho, el titular de Interior, Roberto Maroni, ha calificado como "injustificable" la violencia vivida en Nápoles y pide que la rabia no prevalezca sobre las reglas de convivencia, según informa la agencia Efe. Come, riferiscono che il governo italiano ha definito ingiustificabile la violenza, ed essa tuttavia è colpa sua?
La actuación de Berlusconi se produce en un momento en que todos los países de la UE están endureciendo su política de Extranjería Cioè riconosce che “tutti i paesi dell’Ue stanno indurendo la loro politica riguardo agli stranieri, e solo l’Italia è colpevole? Soprattutto se immediatamente dopo dice che la Spagna non è aliena da questo atteggiamento? y España no es ajena a esa corriente. El ministro del Interior, Alfredo Pérez Rubalcaba, se ha mostrado tajante al afirmar que no se puede ser "laxos con la inmigración ilegal porque si no no hay quien la pare". Rubalcaba hacía esta afirmación tras el rechazo de los Veintisiete a la primera votación sobre una polémica directiva europea que recorta los derechos de los inmigrantes en situación irregular.
El nuevo ministro de Trabajo, Celestino Corbacho, también mantiene un discurso muy diferente al de su antecesor, Jesús Caldera, que fue el artífice de la regularización masiva. Corbacho se ha mostrado partidario de que todos los inmigrantes vengan con un contrato de trabajo y de que hagan esfuerzos por integrarse porque no se puede funcionar "con la norma del último que se empadrona".
El 'número dos' de la Liga Norte italiana y ministro del Interior, Roberto Maroni, ha alabado el modelo español. «Yo cito con frecuencia a España como país que sabe integrar a los inmigrantes, pero también sabe ser firme con los ilegales. A nosotros nos tacharían de esclavistas si impidiéramos el paso de clandestinos como se hace en Ceuta y Melilla», ha manifestado. Qui si cita Maroni il quale dice: “Noi ci tratterebbero da schiavisti se impedissimo il passaggio di clandestini come si fa a Ceuta e Melilla”. E la signora Vicepresidente che cosa dice, al riguardo? Ha dimenticato che lì si è addirittura sparato, contro coloro che tentavano l’ingresso illegale?
La nueva directiva europea, que todavía no ha sido aprobada, permite ampliar el tiempo de estancia de los inmigrantes en los centros de internamiento hasta un máximo de seis meses, algo con lo que Rubalcaba se ha mostrado de acuerdo.
En la actualidad, en España hay un máximo de 40 días para internar a los 'sin papeles' mientras se tramitan sus órdenes de expulsión. Un tiempo insignificante para el ministro teniendo en cuenta los obstáculos que hay a la hora de expulsar a los inmigrantes irregulares.
Ecco perché non bisognerebbe riportare ogni parolina che si dice all’estero sull’Italia. Troppo spesso leggiamo tali sciocchezze da essere indotti, contro il nostro temperamento, ad atteggiamenti di difesa della nostra nazione. Non contro una temile aggressione ma contro gli attacchi di una presuntuosa stupidità.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 16 maggio 2008


IL COMPROMESSO
La soluzione di compromesso è spesso invocata come desiderabile. Non è infatti una brutta idea. Se c’è chi vuole comprare e c’è chi vuole vendere, e se i due non sono d’accordo sul prezzo, è bene che alla fine i due si accordino su una cifra intermedia: questo è il compromesso virtuoso. Nessuno dei due è costretto a concludere il contratto e se vendono e comprano, è segno che ambedue vi vedono un vantaggio.
Analogo è il caso di due eredi che si contendono un bene in buona fede e si rendono conto che un processo finirebbe col danneggiare ambedue. A questo punto una soluzione intermedia, anche se non corrispondente all’astratta giustizia, è la benvenuta. Questo genere di compromesso riguarda due legittimi interessi contrapposti e ciascuno è libero di accettarlo o non accettarlo.
Quando invece si tratta del contrasto fra un interesse chiaramente giusto e un interesse chiaramente ingiusto, bisogna per prima cosa chiedersi se per caso non si abbia il dovere d’impedire l’ingiustizia. Il carabiniere che avvista un borseggiatore in azione, e lo arresta, non deve riconsegnare al derubato metà del suo denaro e darne metà al delinquente: deve restituirlo tutto, perché il ladro non ha diritto a nessuna parte di esso. Qui la mediazione è inammissibile.
Al riguardo molti obiettano che l’esempio del borseggio è tendenzioso: la ragione non sta mai tutta da una parte. Ma questa affermazione è contraddittoria: se è chiaro che almeno nel caso del borseggio il derubato ha diritto alla totale restituzione del suo bene, ogni singolo caso deve essere attentamente esaminato perché esiste la possibilità che sia simile a quello del borseggio: che cioè l’uno abbia interamente ragione e l’altro interamente torto.
Questo sembra ovvio. Tuttavia nel campo della politica internazionale si tenta spesso una mediazione fra la giustizia e l’ingiustizia perché qui, come diceva La Fontaine, la raison du plus fort est toujours la meilleure, la ragione del più forte è sempre la migliore. Se uno Stato forte minaccia la guerra ad uno Stato debole perché vuole annettersi una parte del suo territorio, il mediatore consiglia allo Stato più debole di accettare una soluzione di compromesso: cedere due terzi del territorio conteso ed evitare così più gravi guasti e la probabile perdita dell’intera regione. In questi casi si loda il compromesso perché ha evitato la guerra ma si omette troppo spesso di notare che non si è raggiunto un accordo a metà strada fra gli interessi dei due Stati: s’è raggiunto un accordo a metà strada fra due prevaricazioni. Un po’ come l’uomo che, per evitare il sequestro della moglie, si offrisse personalmente come ostaggio. Non c’è nulla da applaudire. È un’ennesima dimostrazione che nella politica internazionale vige la legge della savana: il più forte mangia il più debole e bisogna accettare quasi ogni accordo che eviti una guerra. Se veramente Hitler si fosse contentato di averla vinta a Monaco, nel 1938, l’accordo sarebbe stato benedetto. Purtroppo, come insegna proprio quella Conferenza, bisogna non volere la pace ad ogni costo: essa può costare più cara della guerra e non evitarla.
Sin dalla più remota antichità la politica internazionale è andata così e tutti hanno sempre considerato normale, anche se ingiusto, che il più forte prevaricasse sul più debole. Né è cambiato qualcosa, nel Terzo Millennio: la Cina ha invaso il Tibet, e lo tiene ancora oggi in suo potere, senza altra giustificazione che la propria forza. La nostra epoca, al riguardo, ha solo una caratteristica nuova, per giunta molto fastidiosa: molti credono che esista un organismo, l’Onu, che avrebbe la missione quella di impedire le prevaricazioni internazionali. Decenni di monotone esperienze dimostrano che questa è una vana credenza ma contro i sogni è difficile lottare. Nella realtà quell’Organizzazione è prona agli interessi dei più forti – per numero o per peso internazionale – e al massimo considera un suo merito le rare volte in cui, con la sua mediazione, induce l’aggressore a lasciare la vita all’aggredito. Certificando con ciò stesso la propria impotenza, se non la propria totale inutilità.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 16 maggio 2008


L’EDUCAZIONE SESSUALE DELLE RAGAZZE
L’omicidio di Niscemi – stando a quanto scrivono i giornali - è presto raccontato. Tre adolescenti fanno l’amore con una quattordicenne, costei dice che è incinta e loro, per evitare lo scandalo, la strangolano. Diamo per scontati la condanna, l’orrore e perfino la voglia di vendetta che si possono sentire in questi casi, e vediamo che cosa insegna l’episodio.
Niscemi non è New York. Se è per questo, non è nemmeno Catania. È il sud dell’isola del sud, lontano perfino da città di media grandezza come Siracusa. Dunque,  come è naturale, conserva una buona parte di quella mentalità che in centri più grandi – ormai del tutto assimilati all’Europa – fa parte del passato. Lì vige ancora una morale sessuale piuttosto severa. Per conseguenza, una ragazzina che si mette a fare l’amore addirittura con tre adolescenti, non può non sapere che sta violando i costumi del gruppo in cui vive. Purtroppo, nella sua ingenuità, avrà creduto che il sesso fosse un gioco; un modo di affermarsi come indipendente e disinvolta; e chissà che altro. Certo è che non ha tenuto conto dei tabù locali. Si parla di ingenuità perché la piccola non si è resa conto che mentre per lei essere disinvolta sessualmente poteva essere una conquista, per il maschio della stessa età ciò la rendeva contemporaneamente appetibile e disprezzabile. Appetibile come oggetto sessuale e disprezzabile come essere umano. La ragazza “facile” si reifica da sé.
La riprova si ha nella reazione dei tre inescusabili assassini. Mentre lei ha buttato a mare tutti i principi morali, loro, che l’avevano certamente incoraggiata e che ne avevano approfittato, quando è stato in pericolo il loro status morale, non hanno esitato ad ucciderla. Loro dovevano rimanere “dei ragazzi per bene”. Non dovevano essere macchiati da questa biasimevole relazione o dall’accusa (chi dei tre?) di aver messo incinta una minorenne. Mentre lei per loro era spregevole, subumana, un giocattolo, come era sempre stata. E se un giocattolo ti ferisce la mano, non ti rimane che gettarlo via.
La povera ragazzina fa una pena infinita. Non sapeva – e non avrà più il tempo di imparare – che il sesso, per la società, è cosa diversa per l’uomo e per la donna. Per la donna è lo strumento per la formazione di una famiglia, e per questo è naturale che l’abbia con un solo uomo. Per l’uomo è un divertimento e, come quasi tutti i mammiferi, ha tendenza ad accoppiarsi con quante più femmine può (anche per diffondere al massimo i suoi geni). Dunque il suo inconscio gli dice che se una donna sta con un uomo forma una coppia, mentre quella che va con più uomini è un oggetto di trastullo. Più o meno una prostituta gratuita. E la prostituta è universalmente disprezzata.
Questo è il discrimine fra libertà sessuale e promiscuità. La donna è libera di non chiedere il parere del sindaco o del parroco, se vuol far sesso con qualcuno. Ma se lo fa con tutti, sarà sanzionata dalla società. E questo è un rischio che può affrontare solo un’adulta, una donna che sa quali rischi corre.
Ecco il discorso che una madre dovrebbe fare alla figlia. Dovrebbe spiegarle che le ragazze sono rispettate se si concedono solo ad uno, in un rapporto in cui entrano anche i sentimenti. È non è un pregiudizio: è lo schema predisposto dalla specie. “Da adulta potrai fare come ti pare, anche prostituirti, perché allora farai delle scelte coscienti. Ma oggi, da minorenne, sta a me proteggerti ed evitarti le conseguenze più negative. Dunque distingui libertà da promiscuità”.
La morale anche se a volte è codina, ha radici antichissime e non raramente fondate su dati di fatto. Il divieto dell’incesto, per esempio, suona altamente morale ma è semplicemente eugenetico.
Per quanto riguarda il sesso, anche a Niscemi bisognerebbe distinguere ciò che è stupido tabù e ciò che è regola eterna.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15 maggio 2008

NON L’HO VISTO E NON MI PIACE
Molta gente è convinta che l’economia sia la scienza dei soldi. In realtà, l’economia abbraccia ogni campo in cui si possa stabilire che una cosa è più conveniente di un’altra. “Mi debbo separare o no da mia moglie?”, si chiede qualcuno. Anche questo è un calcolo economico. Infatti quell’uomo deciderà di separarsi o di non separarsi tenendo conto di tutto il bene e di tutto il male che ne può derivare a lui, alla moglie e al resto della famiglia. Si deve traversare una piazza? Se si traversa in diagonale, si risparmia strada, se invece si cammina lungo i due lati, si cammina all’ombra. Anche questa decisione è economica e dipende da quanto si è pigri e da quanto si soffre il caldo. Si potrebbe continuare all’infinito: ciò che qui importa è che lo stesso calcolo si fa anche nel campo della conoscenza.
Si prenda un’affermazione abbastanza banale: “I romanzi popolari hanno scarso valore artistico”. Qualcuno potrebbe obiettare: “Li hai letti tutti?” Ovviamente no, anzi. Ma l’obiezione non vale nulla. Per ragioni pratiche è assolutamente necessario contentarsi di dati incompleti, senza neppure sentire l’obbligo di assumerne altri: chi rifiuta di leggere il libro di un autore del quale sa già che i precedenti libri sono stati pessimi, non ha torto. Le probabilità di perdere tempo ed annoiarsi sono troppo elevate.
L’economia della conoscenza rende inevitabile il rischio dell’errore perché, per necessità, i giudizi che emettiamo non sono fondati su tutti i dati disponibili. Per non fare un torto al regista che ha già fatto pessimi film, e per continuare a giustificare il proprio giudizio severo, ci si dovrebbe imporre di andare a vedere ogni sua nuova opera, in base alla possibilità che stavolta abbia realizzato un capolavoro. Ma sarebbe uno scrupolo eccessivo. Chi volesse inseguire tutti i dati riguardanti un argomento finirebbe col trascurarne altri, magari più importanti. Se per essere sicuri di poter giudicare negativamente un certo autore ci si sentisse in dovere di leggerne anche un’o
pera minore, bisognerebbe prima chiedersi: ho veramente letto tutto Shakespeare? E ancora, ho letto tutti i dialoghi di Platone? Il teatro di Racine?  Il saggio di Adam Smith sulla Ricchezza delle Nazioni? Come posso giustificarmi? Dicendo che passato la vita a leggere romanzi rosa, pur di poter male dei romanzi rosa?
Una volta una signora ha cercato di convincere un mio amico a leggere un saggio di Massimo Fini. La tesi era che la democrazia ha enormi difetti. “È un libro veramente brillante, veramente ben argomentato, ti piacerebbe moltissimo”, diceva. Ma l’altro si limitava a chiedere: “Che la democrazia sia piena di difetti lo so già. Lui che cosa propone, al suo posto?” , e non ricevendo risposta a questa semplice domanda - malgrado le insistenze di chi l’accusava sostanzialmente di giudicare un libro senza averlo letto - si rifiutava di perdere tempo. Atteggiamento rude, superficiale, sprezzante? Forse. Ma quel libro meriterebbe di essere letto, ed anzi di essere venerato come la Bibbia, solo se fosse capace di offrire un regime migliore della democrazia. Diversamente è come criticare la tavola pitagorica.
L’economia entra in gioco anche nel campo del giudizio. Ars longa vita brevis, la nostra vita è troppo breve per tutto quello che dovremmo fare. Per questo siamo obbligati ad utilizzare al meglio il nostro tempo e la nostra attenzione. Per alcune cose – quando abbiamo un’informazione sufficiente – abbiamo diritto alla vecchia battuta: “Non l’ho visto e non mi piace”. Se abbiamo spillato da una botte dieci litri di pessimo vino, siamo autorizzati a pensare che anche il resto è pessimo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  maggio 2008


MARCONDIRONDERO
C'è che la democrazia è in pericolo, torna il fascismo, in Rai sono pronte le liste di epurazione: il copione è così sfibrato che il titolo del prossimo libro di Travaglio potremmo scriverlo noi. Lui, invece, ha tratteggiato il fosco destino che potrebbe attendere la sua modesta persona e di conseguenza il Paese: «L'Authority sanzionerà Che tempo che fa con un provvedimento diretto alla Rai, che mi ha consentito di dire cose vere. Poi la Rai mi denuncerà e così io non potrò più partecipare a Annozero».
Non è ancora noto se il prossimo libro verrà scritto a Caprera o nella solita copisteria del tribunale, sta di fatto che il leit-motiv già risuona e Travaglio infatti vi ha rifatto cenno: «Però le cose che Travaglio ha detto su Schifani sono vere», dice. E ora noi dovremmo spiegare che invece sono cose irrilevanti, sono pretestuose e nondimeno, per come presentate, false.
 Dovremmo circostanziare che sono irrilevanti perché stiamo parlando di persone che Renato Schifani ha frequentato 30 anni fa (nel 1979) e che solo 18 anni dopo sono state riconosciute come mafiose: non è un caso che gli stessi dioscuri di Travaglio, i magistrati, non abbiano mai interrogato né accusato Schifani per questa faccenda.
 Il libro ormai datato da cui Travaglio ha copiato le sue accuse, inoltre, diversamente da come ha fatto in trasmissione da Fabio Fazio, riporta la questione in maniera corretta: tanto che Schifani il libro non l'ha mai querelato. Ecco perché è particolarmente odioso che Travaglio abbia cercato e cerchi di ripararsi dietro Lirio Abbate, autore del libro e ottimo cronista già minacciato dalla mafia: «Devono avere il coraggio di dire che Abbate è un mascalzone» ha infatti detto Travaglio da Fazio. Ma Abbate non è un mascalzone, e Travaglio invece sì, perché mente.
Travaglio, in trasmissione, ha dolosamente e genericamente citato delle amicizie di Schifani come se corrispondessero a una notizia, a una rivelazione che tutti nascondono tranne lui: «I giornalisti non scrivono che Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi, perché non lo vuole né la destra né la sinistra, ma io faccio il giornalista, devo raccontarlo» ha detto testualmente il nostro eroe. I giornalisti normali, in effetti, non hanno tirato fuori una vicenda notoriamente vecchia, penalmente irrilevante e già pubblicata più volte: vicenda che ora Travaglio si è reinventata da capo per trasformarla in una primizia molto vaga e peraltro spolverata con lombrichi e muffe: e questo solo perché Schifani intanto è diventato presidente del Senato. E c'è ancora, in questo quadro, chi fa spallucce se si reclama un contraddittorio: inteso come possibilità di spiegare al pubblico le malizie di un fazioso professionale. C'è ancora, come fanno lo stesso Travaglio e un imbarazzatissimo Antonio Padellaro, direttore dell'Unità, chi sostiene che dovrebbe essere Schifani a fornire spiegazioni. È la follia. Rendetevi conto: Travaglio deve ancora fornire spiegazioni, detto tra parentesi, circa l'episodio che lo rese noto: la volta ossia che andò da Luttazzi a sostenere riga per riga tutte le accuse che dipingevano Berlusconi come un mafioso. Quelle accuse sono cadute tutte, ma lui non si è mai scusato.
L'allora presidente dell'Ordine Mario Petrina, che già allora aveva rimarcato una perfetta assenza di contraddittorio nella trasmissione di Luttazzi, fu invitato a dimettersi direttamente da Repubblica.
Due giorni dopo Indro Montanelli (proprio lui) disse pubblicamente che Petrina aveva ragione: era il 17 marzo 2001. Il pubblicista Giancarlo Caselli giunse a scrivere una lettera privata a Petrina affinché perdonasse Travaglio.
Ma cercate queste cose nei libri di Travaglio, se vi riuscite. Aspettate di ascoltarle ad Annozero. Macché: Travaglio ha continuato a riportare ogni singola accusa mafiosa contro Berlusconi in tutti i suoi libri. Tutte: precisando di sfuggita che le indagini sono magari state archiviate, sì, «ma con motivazioni durissime». In natura esiste qualcosa del genere: si chiama scarabeo stercorario. Nel giornalismo italiano si chiama Marco Travaglio. E il suo prossimo libro presumibilmente sarà questo: «RESTAURAZIONE. Come il Regime si è ripreso il Paese. Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Ciccio Graziani: storie di censure e di bugie nell'Italia di Berlusconi. Prefazione di Beppe Grillo. Postfazione di Enrico Beruschi».

Filippo Facci - Il Giornale


Le due sinistre incompatibili   
L'attacco televisivo di Marco Travaglio al presidente del Senato, Renato Schifani, va probabilmente interpretato come l'inizio di un conflitto interno alla sinistra, un episodio che si spiega facendo riferimento alle sue due contrapposte anime e alla lotta che oggi, inevitabilmente, fra esse si apre. La presenza in Parlamento, fino alle ultime elezioni, della sinistra massimalista, aveva per un po' oscurato ogni altra diversità, aveva spinto molti a pensare che quella fra riformisti e massimalisti fosse l'unica divisione rilevante a sinistra. Non era così.

Scomparsa la sinistra massimalista, torna alla luce un'altra divisione, forse molto più importante: quella fra riformisti e antiberlusconiani. Non nel senso, ovviamente, che i riformisti del centrosinistra non siano avversari di Silvio Berlusconi (lo sono per forza, essendo egli il leader della maggioranza a cui essi si oppongono) ma nel senso che, a differenza degli antiberlusconiani puri, essi non fanno, o non fanno più, dell'antiberlusconismo il fondamento della loro identità politica. Il conflitto fra le due sinistre è reso inevitabile dal fatto che l'antiberlusconismo, nella versione pura e dura, ha permeato per tanto tempo la sinistra: sbarazzarsene di colpo non è possibile. Reduci da mille battaglie, carichi di gloria e cicatrici, gli antiberlusconiani puri e duri non sono disposti a farsi mettere da parte. Un po' come quei veterani di guerra che rifiutano di consegnare le armi ad armistizio ormai siglato e si danno alla macchia, si dedicano alla guerriglia. Per capire bisogna interrogarsi su che cosa sia stato l'antiberlusconismo per la sinistra italiana, dal 1994 (anno dell'ingresso in politica di Silvio Berlusconi) fino al momento della affermazione di Walter Veltroni come leader del Partito democratico. Nonostante egli l'abbia sconfitta per tre volte, se Berlusconi non fosse esistito, la sinistra avrebbe dovuto inventarlo. Perché? Perché la fine del comunismo ne aveva distrutto l'identità. Prima di allora, la sinistra aveva per lungo tempo creduto di essere «tutto». Scoprì, dolorosamente, di non essere più «niente». Avendo escluso la via della trasformazione del Pci in un normale partito socialdemocratico (la richiesta in tal senso dell'allora sinistra migliorista, degli Emanuele Macaluso e dei Gerardo Chiaromonte, venne rigettata) rimaneva solo un instabile composto, fatto di continuità sotterranee con un passato con cui non si sapeva fare i conti, di radicalismo, di laburismo (fiancheggiamento dei sindacati), di giustizialismo (fiancheggiamento delle procure), il tutto condito con velleità «liberal ».
Il mastice per tenere insieme questo composto e per celare il vuoto culturale lasciato dalla fine del comunismo fu appunto l'antiberlusconismo.
Berlusconi fu, per un lungo periodo, molto di più che un avversario da battere. Fu l'uomo grazie alla cui esistenza la sinistra si potè dare, in una fase di transizione per lei difficilissima, una provvisoria identità.

Tutti i fantasmi evocati per quasi un quindicennio (il mito dell'uomo nero, del nemico assoluto, il mito della superiorità antropologica della sinistra rispetto a una destra moralmente corrotta che si era scelta Berlusconi), fantasmi che ricorrevano continuamente nelle conversazioni quotidiane, che altro erano se non la spia del fatto che tanta parte della sinistra, in quegli anni, preferiva parlare di Berlusconi (del quale, peraltro, sperava di potersi sbarazzare per via giudiziaria) piuttosto che guardarsi allo specchio, spaventata dalla possibilità di non scorgervi nulla? Dopo essersi dispiegato con la massima forza all'epoca del secondo governo Berlusconi (2001-2006), l'antiberlusconismo è stato anche il solo collante della coalizione che ha portato Prodi al governo nel 2006. Si è visto come è finita. Cercando di disfarsene, di costruire su altre basi l'identità del Partito democratico Veltroni ha dato davvero l'avvio a un grande cambiamento. Lo ha fatto peraltro, in modo non del tutto coerente: ad esempio, non sono mai state spiegate fino in fondo le ragioni dello strappo alla regola dello «andare da soli», le ragioni dell'alleanza con Di Pietro (il simbolo più illustre dell'antiberlusconismo militante).
C'è un'incompatibilità evidente fra i raziocinanti e i viscerali: da una parte, una sinistra tesa a costruire una piattaforma riformista sperabilmente capace, prima o poi, di intercettare le domande di modernizzazione che salgono dai settori più dinamici del Paese (oggi, quasi compattamente, votanti per il centrodestra), la sinistra del governo-ombra, dell'opposizione responsabile e, quando occorre, dialogante; dall'altra parte, una sinistra infuriata della quale non si capisce mai se interpreta il centrodestra come una riedizione del fascismo oppure se lo liquida come un fenomeno di criminalità comune. Gli antiberlusconiani si rivolgono alla pancia degli elettori e dei militanti di sinistra. I riformisti si rivolgono alle menti. Il conflitto fra pancia e mente deciderà il destino futuro della sinistra, la sua possibilità o meno di tornare ad essere politicamente competitiva.

Da corriere.it - 
Angelo Panebianco    martedì 13 maggio 2008

La lezione del caso Schifani
E' utile ragionare sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'antipolitica.

Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate" e protesta: "I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce "giornalismo d'informazione".

Le lontane "amicizie pericolose" di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese dall'Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?).

Non se n'è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent'anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.

I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna e, quando va bene, si può ripetere con Camus: "Non abbiamo mentito" (lo ha ricordato recentemente Claudio Magris).

Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d'informazione, come si autocertifica. E', nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell'asettico, neutrale watchdog - di "cane da guardia" dei poteri ("Io racconto solo fatti") - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che "fatti", nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare "fatti" quel che potrebbero accusare più di d'un malcapitato).

L'operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro ("Se anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso..."). E' un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all'avversario di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un'abusiva occupazione del potere e un'opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste "agenzie del risentimento" lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale.

Nel "caso Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell'opposizione - ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.

(13 maggio 2008)
di GIUSEPPE D'AVANZO - La Repubblica

In "difesa" di Travaglio
Non me lo merito, non c'è ragionevolezza nel fatto che avverta il bisogno di difendere Marco Travaglio. Il suo giustizialismo fascistoide, il suo pettegolezzo giudiziario, mi sempre hanno dato l'orticaria. Come tutti i giustizialisti, se ne frega della giustizia. Non si cura del fatto che è ben oltre la bancarotta, non si batte
perché i tribunali funzionino, non avverte il dramma degli innocenti. A lui interessa solo lo spettacolo delle accuse. Con il materiale prodotto dalle procure ha riempito articoli e libri, facendosi portavoce d'ogni ipotesi di reato ha costruito il suo successo televisivo. Grazie alla debolezza morale e culturale della sinistra è divenuto uno dei pifferai che l'ha condotta nel baratro dell'anti politica, praticata con la spocchia cieca di una dissennata e mal supposta superiorità.
Però, però,  petrolinianamente parlando, la colpa non è mica solo sua. Lui non ha avuto orrore di sé, certo, ed è stato disonesto quanto basta per non prendere atto di tutte le volte che ha avuto torto, ma chi gli stava accanto, o piuttosto dietro, l'ha osannato nella speranza che servisse a vincere una partita che non si sentiva in grado di giocare politicamente. Le piazze contro il diritto non le ha mosse lui, che s'è gettato nell'orgia forcaiola per perduto amore di sé. E quando, oggi, dice che raccontare certe storie non può essere giusto se la sinistra le acclama e sbagliato se la sinistra s'è accorta che è meglio parlare d'altro, ha ragione. Così come ha ragione quando sostiene che il compito di chi scrive senza essersi preventivamente arruolato è proprio quello di toccare temi che altri giudicano scomodi, o sconvenienti.
Non lo leggo spesso, per ragioni igieniche, ma mi piace che scriva. Uno così deve anche parlare, ma è bene lo faccia avendo contraddittori all'altezza, senza conduttori incapaci o complici che lo millantano come fonte di verità. Se avesse maggiore concorrenza nella competenza potrebbe trarne il giovamento di passare da velinaro a capace tratteggiatore della realtà. Se sapesse prendere atto che le ipotesi d'accusa sono solo carta straccia, ove non accompagnate da sentenze definitive, farebbe il suo ingresso nella civiltà del diritto. E se fosse coraggioso, così come se fosse bravo, scoprirebbe che si possono descrivere scandali enormi pur non facendo ricorso alle categorie penali, che competono ad altri. Rifletta su quel che è capitato a me, dopo il lavoro fatto su Telecom, e lo paragoni con quel che capita a lui, facendo il copista di procura. Magari, in un sussulto di dignità, gli si raddrizza la schiena.
Il guaio della letteratura che ha coltivato è d'essere saccente e falsante. Ma questo non significa non ci siano storie e connessioni che meritano d'essere scandagliate e raccontate. Metto nel conto, naturalmente, le due obiezioni che qualcuno mi muoverà: a. di Travaglio è meglio non parlare, gli si fa solo pubblicità; b. se c'è un modo per farlo tacere, tanto di guadagnato. La penso diversamente, perché la nostra scuola del diritto, il nostro garantismo nella libertà, non tollera nessuna eccezione. Mai.

http://www.davidegiacalone.it/

IL RELATIVISMO ETICO
Il relativismo etico è uno di quei concetti che fanno fare bella figura solo a nominarli. Implicano che si conosca più di un’etica, che si sia in grado di valutarle tutte e di deprecare la tendenza a metterle sullo stesso piano. La conclusione è spesso che, salvo la nostra (l’unica incontestabilmente giusta) le altre sono sbagliate.
Ma le altre tuttavia esistono e, quel ch’è peggio, i loro adepti affermano che la loro è l’unica incontestabilmente giusta. Anzi osano dire che la nostra è sbagliata. Come fare a sapere  chi ha ragione?
Nella vita civile, se A sostiene che B gli deve del denaro e B sostiene che non è vero, la soluzione è il ricorso al giudice. In campo etico invece non esiste un giudice: l’unica autorità superiore cui si può ricorrere è Dio. Infatti proprio questo giustifica il Papa quando sostiene che l’unica etica vera è quella cristiana. Il pontefice dice qualcosa di plausibile perché sostiene che questa etica è dettata da Dio stesso.
Naturalmente anche questa solenne statuizione non convince chi non crede all’assunto che Dio abbia parlato; o che ispiri infallibilmente il Papa quando parla ex cathedra. E non è l’unico motivo: le stesse affermazioni si sentono in bocca agli ayatollah iraniani, o anche al più ignorante degli ulema. E uno allora si chiede: Dio ha parlato a Mosè, a Gesù, a Maometto, al Papa, o a nessuno di costoro? Chi ha questo dubbio è già in preda ad un insuperabile relativismo etico. Non nel senso che per lui ogni morale valga quanto un’altra, ma nel senso che non potrà ignorare l’esistenza dell’altra.
Nel nostro mondo è un indiscutibile principio che la donna abbia pari dignità e pari diritti rispetto all’uomo; ma non è così dappertutto: in particolare nei paesi musulmani di stretta osservanza. Se diciamo che loro hanno torto e noi ragione, non proviamo nulla di più di ciò che provano i musulmani, quando sostengono che loro hanno ragione e noi torto.
La conclusione tuttavia non è un’indiscriminata tolleranza. L’aneddoto più illuminante al riguardo è il dialogo fra un governatore inglese dell’India imperiale e un ottimate locale. Costui faceva presente che vietare che si bruciassero le vedove sulla pira del marito offendeva i sentimenti della popolazione locale: “Si tratta di una vecchia tradizione indiana e saremmo lieti se la Gran Bretagna la rispettasse”, disse. Il governatore rispose con la massima cortesia: “Capisco ciò che lei mi dice. Le tradizioni sono il prezioso bagaglio culturale di una civiltà e bisogna tributare loro il massimo rispetto. Purtroppo, vede, è per l’appunto una vecchia tradizione inglese quella d’impiccare chi brucia le vedove…”
Dalla simmetria fra due posizioni non si deduce l’indifferenza fra esse. L’occidentale può riconoscere al musulmano integralista la legittimità della sua posizione teorica, ma concretamente in Europa lo butterà in galera, se fa infibulare la figlioletta. Cuius regio eius religio, si disse ad Augusta nel 1555: la religione [dello Stato] sia quella del suo sovrano.
Dal relativismo etico non si deduce necessariamente la tolleranza per qualsivoglia comportamento. Se un uomo adora un vitello, se un altro è convinto che solo l’omeopatia guarisce, se un altro ancora è convinto che i preti siano malefici, poco importa. Purché rispettino le leggi. Se invece, per dire, l’adoratore del vitello spara ai macellai, poco importa che l’abbia fatto per difendere i principi della sua fede: lo si butta in galera, evitando con sforzo d’applicare l’aggravante dei motivi futili. Per queste stesse ragioni, poco importa quali siano le convinzioni degli immigrati in materia di diritti delle donne. Se vogliono vivere in Italia devono sapere che la verità unica ed assoluta, qui, è quella scritta nelle nostre leggi. La nostra tolleranza non si spinge fino ad accettare l’illegalità solo perché commessa da uno straniero. Né si perdona un italiano se commette un reato per i più nobili motivi: la società italiana segue in generale l’etica cristiana, ma se ad un dato momento la legislazione si allontanasse dalla dottrina cattolica, il cittadino in quanto tale dovrebbe seguire la legge italiana e non la legge divina. O, se proprio preferisse la legge divina, dovrebbe considerare “nei patti” il martirio.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 10 maggio 2008


A Torino si bruciano bandiere israeliane e americane. Il presidente Giorgio Napolitano difende lo stato ebraico e finisce sotto accusa. Gianfranco Fini mette in guardia sull'antisemitismo e per controbalzo viene accusato di sottovalutare i naziskin di Verona. Tira una brutta aria, su Israele e su quella larga parte dell'Italia (politica e culturale) che a sessant'anni dalla fondazione dello stato ebraico continua a pensare che si tratti di una usurpazione. Tira una brutta aria sul dibattito culturale, si sta tornando rapidamente indietro, un flashback al tempo in cui nessuno difendeva Israele e tutti lo accusavano di imperialismo. Tira una brutta aria e chi continua a pensare di cancellare Israele dalla carta geografica, quest'aria respira a pieni polmoni e con un ghigno sulle labbra. Israele compie sessant'anni. Ne parliamo con Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, intellettuale che ama la storia. Una cavalcata dalla seconda metà del Novecento ai giorni nostri. Dalla nascita di Israele, ai conflitti - militari, politici e culturali - che hanno segnato la nostra epoca fino ai giorni nostri. Giorni in cui si bruciano bandieri. Giorni tremendamente simili al passato. Il destino gioca a dadi con la cronaca, per questo l'intervista a Mieli assume un carattere urgente e illuminante.
 
ABBAGLIO INTELLETTUALE. Israele e la sinistra italiana. Intervista a Paolo Mieli
Paolo Mieli, direttore del Corriere della sera, è un intellettuale che ama la storia. Panorama ripercorre con lui i sessant'anni di vita di Israele in una cavalcata che parte dalla seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri. Mieli fa una premessa: «Bisogna chiarire due punti. Primo: io sostengo la necessità che nasca lo stato palestinese, come dice il dettato delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947. Su questo non ho mai avuto dubbi, lo stato palestinese ci deve essere e va fatto ogni sforzo per arrivare a questo obiettivo. Secondo: si può e talvolta si deve criticare il governo di Israele e queste critiche, anche dure, non possono essere tacciate di essere una forma dissimulata di antisemitismo». Sono queste le fondamenta di un franco colloquio sul significato di Israele, il Medio Oriente e la politica estera italiana.
Lo stato di Israele compie 60 anni, ma la sua integrità oggi è minacciata. Israele vivrà ancora?

Israele è uno stato definitivo. Le persone di buona coscienza e buona volontà devono contribuire perché lo sia e nessuno ne metta in discussione l'esistenza.

È ancora valida l'idea originaria di uno stato per gli ebrei?

Di quella che si configurava come Palestina, Israele rappresenta il 10 per cento del territorio, un‚area che non è mai esistita come stato. Dal 1948 al '67 non si parlò mai di palestinesi, ma di guerre arabo-israeliane. I palestinesi nella disputa politica era come se non esistessero.

Dunque la disputa territoriale ha fragili basi storiche?

Storicamente, attribuire quella terra agli ebrei o ai palestinesi ha poco senso. Gli arabi conquistarono quei territori nel 637 e vi regnarono fino al 750. Poi arrivarono persiani, turchi, circassi, bizantini e curdi. Nel 1099 fu la volta dei crociati, poi sconfitti nel 1187 dal Saladino. Nel 1244 la occuparono le tribù alleate di Gengis Khan e poco dopo i mongoli cacciati nel 1516 dai turchi che vi resteranno fino al 1918. Ha capito che razza di caos c'è stato in quella regione? Dal che a me sembra che l'esistenza di Israele sia pienamente legittima.

La guerra del '67 è una svolta: nasce la questione palestinese e la sinistra italiana rompe con Israele. Perché?

Nel '67 la sinistra, in senso lato, rompe con Israele. L'Egitto aveva chiuso ogni canale di accesso a Israele, preparava una guerra di aggressione. Le radio arabe trasmettevano una canzone che diceva «sgozza, sgozza, sgozza». Gli israeliani, sotto la guida di Moshe Dayan, attaccarono e in sei giorni spappolarono l'esercito del Cairo. Le immagini dei soldati scalzi che tornavano in Egitto fecero il giro del mondo. E lì ci fu la rottura.

Lacerante.

Arrigo Benedetti, fondatore dell'Espresso, lasciò il settimanale insieme a una serie di collaboratori illustri. Poi rientrarono, ma fu un episodio traumatico. Fausto Coen, direttore di Paese Sera, si dimise per il dissenso con la linea del Pci e dell'Unità.

Quali furono gli effetti sul dibattito culturale?

Da quel momento ci fu una realtà capovolta che segnò la generazione del '68, iniziò un'opera di gigantesca rimozione: Israele fu visto come un paese imperialista, che aveva occupato quei territori per fondare il suo grande stato, l'avamposto degli Stati Uniti nel Medio Oriente.

I giornali come raccontavano gli atti terroristici dei palestinesi?

Per la prima volta fu tematizzato un popolo e quando passò al terrorismo, e lo fece dopo la repressione ordinata da re Hussein di Giordania, nel settembre nero, non solo ciò passò inosservato, ma fu spiegato come una reazione degli oppressi. Questo ai miei occhi aveva una forte dose di manipolazione.

Quando scatta l'epifania rivelatrice?

Durante la guerra del Kippur che seguii sul campo. Mi colpì molto la democraticità con cui i soldati israeliani trattavano i giornalisti sul fronte. Ci furono due episodi clamorosi. Il primo quando Israele sfondò sulle alture del Golan, arrivando alle porte di Damasco. Il secondo fu ancor più spettacolare: l'allora generale Ariel Sharon fece un'operazione pazzesca, risalì per un corridoio sul Canale di Suez, lo varcò e penetrò in Egitto fino alle porte del Cairo, stringendo in un'enclave l'esercito egiziano nel Sinai. Ebbi la sensazione chiara di assistere di persona al farsi della storia.

Vacilla lo stereotipo di un esercito senza scrupoli e di uno stato repressivo.

Ammiravo il modo moderno con cui i militari israeliani gestivano il rapporto con l'informazione e Israele era una società plurale. Fu un'avventura sconvolgente che mi segnò la vita. Allora cominciai ad accorgermi della presenza in Italia di intellettuali e politici che su Israele tenevano il punto.

Chi erano questi politici e intellettuali?

Uno era il comunista Umberto Terracini, un altro Giovanni Spadolini, ex direttore del Corriere della sera. E più di ogni altro, per l'influenza che aveva sulla mia generazione, Marco Pannella. Un'altra personalità che va ricordata è un libraio torinese, Angelo Pezzana, alcuni intellettuali ebrei, come Bruno Zevi, collaboratore dell'Espresso, e altri che passarono da un'attività di sinistra a una consapevolezza sulle ragioni della causa israeliana, come Fiamma Nirenstein. Importante il lavoro di Luciano Tas e Lia Levi, della rivista Shalom, di Furio Colombo, di Ernesto Galli della Loggia, che allora dirigeva la rivista Pagina. Si cominciarono a leggere cose dove c‚erano anche le ragioni degli israeliani e anche i torti dei palestinesi.

Nel 1982 Israele finisce nel buio: è l'anno della strage di Sabra e Chatila.

Nel 1982 ci furono l'invasione del Libano, l'operazione Pace in Galilea e la strage di Sabra e Chatila che provocò una reazione enorme. Ma in Italia accaddero due fatti che modificarono la coscienza.

Quali fatti?

Il primo fu la manifestazione dei sindacati in cui apparve del tutto normale (ai sindacati!) depositare una bara davanti alla sinagoga di Roma. Si confondevano israeliani e israeliti. L'episodio della bara turbò. Era stridente. Il secondo accadde quando l'Olp attaccò il tempio con una bomba che fece 30 feriti e uccise un bambino, Stefano Gaj Tachè. La prima persona che reagì fu la responsabile delle pagine culturali della Repubblica, Rosellina Balbi.

Voci dissonanti e coraggiose tra gli intellettuali. E nella politica?

Uno dei primi a capire fu Piero Fassino, all'epoca segretario della sezione esteri del Pci. Nel 1991, quando durante la guerra in Iraq piovvero i missili scud sugli israeliani, Fassino condannò decisamente quell'attacco.

Ma l'intifada trovò molti sostenitori.

La prima intifada voleva essere un acceleratore della pace, ma Yasser Arafat era un capo militare incapace di gestire il «nation building». Quando arrivava il momento della pace, alzava la posta. La seconda intifada fu una reazione mostruosa che rimetteva all'ordine del giorno la distruzione dello stato di Israele e conteneva il virus dell'11 settembre.

Altro cortocircuito: muore Arafat, Al Fatah perde le elezioni, il potere passa a Hamas. Perché?

Arafat era un uomo corrotto e con lui il suo stato maggiore. Al Fatah è stato sconfitto perché Hamas, il nuovo estremismo palestinese, si è mostrato meno corrotto. Questo nel confronto interno ha pesato in maniera decisiva.

Vittorio Dan Segre sostiene che la guerra con Hezbollah ha mostrato l'incapacità di Israele a comprendere la nuova guerra terroristica. Fine del mito dell'invincibilità?

Dan Segre è uno degli scrittori più illuminati sul Medio Oriente. Non esistono stati invincibili, perché le guerre fanno passi avanti. La fine dell'illusione di un Israele invincibile per la sua sopravvivenza è un bene. Bisogna essere consapevoli e attenti: Israele non è un paese che combatte contro una banda di straccioni. Israele può perdere le guerre.

© Panorama <http://www.panorama.it/>


CON ISRAELE NEL CUORE








Shema' Israel Elokhai
Shema' Israel Elokhai ...
Ascolta Israele mio Signore....
con questa canzone, quasi una preghiera,  la bravissima Sarit Haddad ha dato inizio ai festeggiamenti di Yom Haazmaut, a Gerusalemme,  immediatamente dopo  il silenzio che concludeva la Giornata in memoria dei nostri 22.900 caduti in guerra e per terrorismo.
E' una lacerazione straziante passare dal lutto per i nostri morti  alla felicita' per il compleanno di Israele ma la decisione di far seguire la gioia al dolore e'  un simbolismo che vuole caratterizzare l'immagine e il destino di Israele, sotto assedio dal giorno della sua fondazione,  ci ammazzano ma non ci distruggono nell'anima, ci vogliono morti ma noi alziamo la testa con orgoglio ma anche con quel po' di cinismo che ci caratterizza e continuiamo a vivere come se ogni giorno fosse l'ulrtimo!.
...Il dolore e' grande e io non ho dove scappare...
continuava la canzone di Sarit mentre decine e decine di bambini ballavano intorno a lei sul piazzale del Monte Herzel, davanti al mausoleo del Padre del Sionismo.
Quest'anno  la festa di Yom Haazmaut e' stata dedicata ai bambini, il futuro di Israele e i bambini sono stati i protagonisti  della serata, bravissimi, hanno ballato, hanno saltato, hanno cantato, ci hanno emozionato.
Hanno disegnato con  bellissime figure coreografiche i tanti valori di Israele: la cultura, la musica, la scienza, la tecnologia, l'agricoltura, la difesa, hanno disegnato il logo di Zahal, il Maghen David, la Menorah simbolo dello Stato e per ultimo, hanno scritto con i loro corpi la parola  SHALOM, che purtroppo resta ancora solo una speranza.
Dodici bambini, accanto a dodici adulti, hanno rappresentato le tribu' di Israele.
Uno dei bambini era di Sderot, una coppia era rappresentata da una ragazza beduina e da un ragazzo arabo di Haifa e per tutti e tre , quando a voce alta, quasi gridando, accendendo la torcia,  hanno detto "le tif'eret Medinat Israel- Per lo splendore di Israele", l'applauso del pubblico si e' trasformato in un boato.
 
"Non abbiamo ricevuto miracoli - un passo del bellissimo discorso di Dalia Itzik , Presidente della Knesset - lo abbiamo costruito noi con le nostre mani questo splendore. Non esiste paese al mondo come Israele."
E'  vero, non esiste paese al mondo come Israele con la sua storia di eroismo senza eroi perche' e' di tutto il popolo, una storia  di sacrifici e di gloria, di paura e di creativita', di guerra e di democrazia e cultura.
Non esiste popolo, come quello ebraico, che  non abbia mai potuto smettere di soffrire per un solo giorno della sua storia millenaria.
Non esiste paese tanto odiato ma anche tanto amato, ne' popolo accusato per piu' di 20 secoli di essere il male del mondo pur avendo dato tanto,  persino il bene assoluto della propria vita senza chiedere mai un tornaconto ne' la vendetta.
Eppur ci odiano!
Eppure credono alle menzogne.
Eppure il mondo ci boicotta, ci diffama , ci insulta, ci augura l'annientamento.
 
Le bugie della propaganda palestinese vengono credute come verita' assoluta.
In questi giorni a Torino i cretini bruciabandiere urlano alla nakba, cioe' alla sfiga degli arabi che nel 48 non hanno potuto distruggere Israele.
Scusate?
Dite che Naqba significa catastrofe,   parola  coniata nel 48 a causa della fondazione di Israele che scaccio' i poverini dalle loro case?
No no no e no!
Naqba e' un termine coniato nel 1920 dagli arabi siriani che vivevano in Palestina diventata mandato Britannico quando le grandi potenze, al disgregarsi dell'Impero Ottomano, si divisero il Medio Oriente.
La Palestina, zona geografica poiche' non esisteva uno stato nazionale,  se la prese l' Inghilterra e la Siria e Libano la Francia . 
il 1920 e' considerato nella storia araba "l'anno della Naqba - Am al-Naqba", nulla a che vedere con Israele e gli ebrei , e' soltanto la dimostrazione che i palestinesi, come diciamo sempre, non sono altro che arabi siriani e libanesi arrivati in Israele dai paesi circostanti per sfuggire alla fame e alla miseria.
Sono stati poi trasformati in popolo per creare  un antagonista agli ebrei e per intenerire i paesi dell'occidente colla storiella del povero popolo scacciato dalla sua terra.
Fu un' idea geniale della Lega Araba e della Corte Suprema Islamica,  comandata da Moussa al Sadr, grande odiatore di ebrei, sciita nato in Iran, un'idea diabolicamente cinica che doveva portare alla disperazione due popoli, gli ebrei e gli arabo-palestinesi.
La fondazione di Israele poteva essere una benedizione per gli arabi, poteva aiutarli ad entrare nell'era moderna, poteva trasformare in un paradiso tutto il Medio Oriente: la genialita' ebraica e la ricchezza araba.
Il loro rifiuto li ha portati sempre piu' indietro nel tempo, sempre piu' verso la barbarie e l'odio, la miseria e il degrado morale.
 
Israele e'  invece una benedizione per noi.   
E' il nostro orgoglio.
 
Buon compleanno Israele e mille, mille mille di questi giorni.
Le Tif'eret Medinat Israel.
Per il tuo splendore, Israele.
 
Deborah Fait , www.informazionecorretta.com

IL DUELLO VELTRONI D’ALEMA
In un lungo articolo sul “Corriere della Sera” (“Quel duello è un déjà vu”), Paolo Franchi ammonisce la sinistra a non rendersi ridicola. In particolare questo rischio esisterebbe per una sinistra che ha subito un’orrenda batosta e per l’interminabile lotta fra Veltroni e D’Alema. La fondamentale differenza di vedute fra i due sarebbe che, per il primo, “è meglio soli che male accompagnati”, per il secondo che bisognerebbe tenersi pronti ad eventuali alleanze con la sinistra estrema,  l’Udc o la stessa Lega, se sorgessero contrasti nel centro-destra.
Al riguardo si possono avere le opinioni che si preferiscono. Inevitabile è osservare che sono applicati alla sinistra gli stilemi che sono stati a lungo applicati alla destra: quello di Franco è un articolo docente, quando non supponente o sarcastico, pieno di compatimento e di rimproveri. Quasi – si direbbe – l’atteggiamento che la casta superiore ha nei confronti della casta inferiore. Ma tutti ricordiamo che per lunghi decenni la casta inferiore è stata il centro-destra. E allora? È semplicemente successo che la vittoria del centro-destra stavolta è stata tanto convincente, tanto devastante, che finalmente ci hanno creduto tutti. Forza Italia non è più un partito di plastica, è un partito che, con i suoi alleati, starà al potere per cinque anni. L’attuale è un esecutivo talmente coeso da essere detto “governo del Presidente”. Berlusconi non è più un clown, un piazzista, un imbroglioncello lombardo: è l’uomo più forte d’Italia, con un potere che non discutono più né i suoi nemici né i suoi amici. E, per gli amici, è tutto dire.
È proprio vero che la vittoria si fa molti amici, e passi: ma è sgradevole vedere come si abbia tendenza ad infierire sui vinti, se pure in nome di ipocrite virtù e di altissime esigenze di stile politico. Al punto da spingere chi non ha l’abitudine di dare il calcio dell’asino a difendere due persone non particolarmente simpatiche.
D’Alema non ama Veltroni ed ha delle buone ragioni. Sembra essere più intelligente, più realista, più serio nelle sue idee politiche dell’ex-sindaco di Roma. Questi gli appare come appare a molti: un farfallone, un predicatore di ovvietà, un ipocrita che usa l’apparenza delle virtù per fare i propri interessi. E chissà quanto gli rode l’anima dover constatare che l’altro, con i suoi discorsi vacui, i suoi “ma anche”, la sua retorica da parrocchia, ha avuto tanto successo. Corneille invidiava il successo di Racine ma ne riconosceva il genio. Insopportabile era invece l’immenso successo di Quinault, nel momento in cui l’autore del Cid tendeva ad essere ignorato. Corneille aveva delle ottime ragioni, dal momento che il suo giudizio è stato condiviso dalla posterità: Quinault è completamente dimenticato. Nello stesso modo D’Alema avrà probabilmente vissuto i successi di Veltroni come coltellate. Pensiamo addirittura soffra meno per i successi di Berlusconi, di cui riconosce l’eccezionalità: ma Veltroni!
Tuttavia, nel progetto politico ha ragione Veltroni. D’Alema, con tutta la sua intelligenza e la sua Realpolitik, è miope. È vero, alleandosi anche col diavolo, domani si potrebbe battere Berlusconi. Purtroppo, se l’esperienza dovesse essere la stessa che è stata fatta col governo Prodi, non si vede quale sarebbe il vantaggio. Governare con la sinistra estrema? Impossibile. Governare con Casini? Se non ce l’ha fatta Berlusconi, meglio non provarci. Governare con la Lega? In primo luogo, Bossi ha troppo fiuto politico per sapere che, se si stacca di Berlusconi, le percentuali attuali se le sogna. Poi, è tutt’altro che un alleato comodo. Viceversa il progetto di Veltroni, quello di “andare da soli” è un progetto vincente. Se, nel 2013, Berlusconi fosse ancora lì a dominare il centro-destra, un Pd assolutamente solo potrebbe fare una campagna semplicissima: o noi o Lui. E se il governo da Lui guidato lasciasse la gente scontenta come l’ha lasciata scontenta Prodi, il Pd non solo potrebbe vincere, ma potrebbe poi governare serenamente perché da solo.
In conclusione, come valore umano si sta dal lato di D’Alema, come progetto politico dal lato di Veltroni. Senza prendere in considerazione l’ipotesi che siano ridicoli. Bisogna rispettare i perdenti come si rispettavano quando erano vincenti.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 9 maggio 2008

I MORALISTI
La vicenda della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi ha destato in molti parecchie perplessità. Era lecita, quella iniziativa? E come poteva essere lecito rendere pubblici il reddito, i dati anagrafici e a chi si assegnava l’otto per mille, se la violazione della privacy, per dati molto meno importanti, è vietata? E al contrario, come poteva essere illecita, quella decisione, se le dichiarazioni sono pubbliche e se ne può ottenere la lettura rivolgendosi alle autorità competenti? Le risposte le stanno dando il garante della privacy e l’autorità giudiziaria, e ci si può dunque occupare di un altro problema: come mai tanta gente si mostra assatanata nella perentoria richiesta di quella pubblicità? Come mai legge con passione gli elenchi pubblicati dai giornali, invoca la trasparenza per misurare la fedeltà fiscale del prossimo, progettando magari qualche denuncia anonima di evasione fiscale?
Questo è un atteggiamento eterno e vindice: la frustrazione che diviene crociata. Chi si considera sfortunato e vittima di ingiustizie non raramente comincia a sognare di un colpo di ramazza. Una mazzata ai prevaricatori inferta – in mancanza di un Arcangelo con la spada fiammeggiante – da quell’infallibile Dio in terra che è il giudice penale. Dunque bando alle garanzie processuali, alle presunzioni d’innocenza, ad ogni remora di qualsivoglia genere. E figurarsi se con questa mentalità si può badare alla privacy! Del resto, pensa il moralista, che c’è da preoccuparsi? Quelli che sono contrari lo sono perché hanno qualcosa da temere; perché non sono come me; perché non pagano le tasse che dovrebbero pagare; perché non sono onesti; perché meritano di essere puniti: e allora che lo siano!
Questo è un atteggiamento superficiale, sommario e perfino un po’ selvaggio. Molto appetibile, tuttavia, per le menti dei complessati. Tanto che ha dato luogo, in Italia, ad un partito: l’Italia dei Valori. E i suoi aderenti potrebbero infatti chiederci che cosa mai si possa rimproverare a chi chiede giustizia. La risposta è semplice: non chiede giustizia. Se nei paesi civili la giurisprudenza non funziona come un Tribunale Rivoluzionario è perché quell’organo eccezionale fa una politica penale indiscriminata, non certo giustizia. Preferisce mandare a morte un innocente che assolvere un colpevole. Nella richiesta di “una più rapida giustizia” è contenuta la richiesta di una “più probabile ingiustizia”.
Chi chiede severità e trasparenza dicendo “io non ho nulla da nascondere” non si accorge di dimostrare con ciò stesso la contraddizione del proprio atteggiamento. In primo luogo gli si potrebbe infatti obiettare che, se avesse qualcosa da nascondere, non la penserebbe così: e dunque non è disinteressato. Poi gli si potrebbe dire - e questa è la tesi centrale di questo scritto – che anche lui ha qualcosa da nascondere. Anche lui ha qualcosa da farsi perdonare. Anche lui, all’occasione, sarebbe felice di fruire delle garanzie che offre una società democratica. Il moralista soffre infatti d’una costante deformazione prospettica. Tutti sono molto severi riguardo ai peccati che essi personalmente non possono o non hanno voglia di commettere. I vecchi sono severi in campo sessuale; i poveri in materia di reati finanziari; i ricchi in materia di furti e appropriazioni indebite; i miscredenti in materia di laicità dello Stato e i credenti in materia di offese alla religione e ai suoi sacri principi. Al povero che non ha potuto sottrarre un euro al prelievo fiscale attuato dal sostituto d’imposta si potrebbe chiedere se non ha mai imboccato un senso vietato; se ha versato l’IVA sulle sue prestazioni gratuite e se non ha mai pagato in nero l’idraulico. L’imprenditore colpevole di evasione fiscale invece di scusarsi dirà che, pagando tutte le tasse previste dallo Stato, finirebbe col chiudere e col mettere sul lastrico decine di famiglie. Si potrebbe continuare per tutte le categorie, constatando che tutti sono tolleranti per i propri peccati e severissimi per quelli altrui.
La cosa più ragionevole l’ha scritta Shakespeare. Amleto chiede infatti: “se ciascuno di noi fosse trattato secondo il suo merito, chi sfuggirebbe alla frusta?” Tutti abbiamo bisogno della tolleranza degli altri. Soprattutto se siamo pesati con la loro bilancia e non con la nostra.
L’uomo tollerante è, prima ancora che un uomo generoso, un uomo ragionevole.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 maggio 2008

CARLO MARCELLETTI
A Palermo è stato arrestato il chirurgo Carlo Marcelletti, un mago degli interventi sui bambini, per una serie di reati che si riassumono in uno: avrebbe sfruttato la propria meritata fama per farsi dare soldi dai genitori. Nel caso le accuse fossero provate, non si potrebbe che esprimere soddisfazione: chi lucra poco onestamente sul dolore altrui merita di essere punito. Ma qualche altra considerazione è pure possibile; e la si può esprimere con un apologo.

C'era una volta un regno dominato da un sovrano assoluto. Un uomo estremamente per bene, moralissimo, inflessibile. Un vero esempio per la comunità. Non solo non tollerava la disonestà, negli impiegati della corona e nei semplici cittadini, ma pretendeva pure un notevole livello di etica sessuale. Vietava i film con scene audaci, non permetteva la pubblicazione di romanzi "immorali", aveva perfino reintrodotto il reato di adulterio. Purtroppo è impossibile modificare la natura umana e moltissimi non tenevano conto di queste leggi. Continuavano a passarsi sotto banco videocassette hard, libri dal contenuto irriferibile, e l'industria delle corna divenne solo più prudente.  Serpeggiava poi un così profondo scontento, che quando il re morì, per un ictus cerebrale improvviso, molti emisero sottovoce un sospiro di sollievo. C'era qualche possibilità che il figlio fosse diverso.

La realtà andò oltre le loro speranze. Non appena sul trono, il giovane abolì il "codice etico". Tutti potevano fare ciò che volevano ed era solo vietato dare scandalo. Dopo un breve periodo in cui "l'immoralità"  esplose, tutto si stabilizzò. Tutti sapevano che se c'era una lampadina rossa, alla porta del cinema, il film era pornografico: e chi si scandalizzava dopo faceva ridere. Lo stesso per le riviste con la fascetta rossa o i libri marcati "A" (adulti). Con queste minime precauzioni, tutti vissero meglio e ci fu meno gente nelle carceri. Addirittura diminuirono i crimini sessuali.

Il senso del racconto è che non si possono reprimere gli istinti fondamentali dell‚uomo: e fra questi c'è l'amore per il guadagno. Quando dunque lo Stato dà lo stesso stipendio a uno che è arrivato a divenire chirurgo quasi per miracolo, e a un luminare del bisturi, pone in essere una situazione contraria alla natura umana. E non ci si deve stupire se il grande medico, sia pure in maniera illecita, cerca di farsi compensare in modo adeguato al proprio livello. È disonesto, certo. Ha firmato un contratto con lo Stato e non lo onora, certo. È spregevole perché si fa forte dell'ansia che ha ciascuno per la salute propria e dei suoi cari: e chi lo nega? Ma è largamente prevedibile. Così come è prevedibile che, se in una città di mare si crea un porto, aumenterà il numero delle prostitute.

La soluzione non è quella di mettere in galera i Marcelletti (se colpevoli) o il cardiochirurgo siciliano Abate: è quella di limitarsi a rendere obbligatoria l'assicurazione contro le malattie. Nel momento in cui poi uno ha bisogno di un'operazione a cuore aperto, può ricoverarsi dove crede, seguendo le indicazioni di amici e parenti. E se infine sceglie la clinica dove opera il grande chirurgo internazionale, o perché crede di essere talmente importante da meritare l'assoluto meglio, o perché il suo caso è di eccezionale difficoltà,  si vedrà chiedere qualcosa in più, senza violare la legge. D‚altro canto, se c'è un solo chirurgo a quel livello, non potrebbe in nessun caso operare tutti.

Qualcuno obietterà che in questo modo il ricco sarà operato dal miglior chirurgo e il povero dal chirurgo ignoto del SSN. E la risposta è semplice: non è forse così già oggi? Non solo qualche grande professore chiederà un "pizzo" per operare personalmente,  ma i ricchi possono anche andare a farsi curare in un altro paese. Qualcosa che i poveri non si possono permettere. L'errore sta a monte. La Sanità di Stato si fonda sul presupposto che tutti gli ospedali sono uguali, tutti i medici sono uguali, tutti i chirurghi sono uguali. E che le tasche di tutti gli utenti siano uguali. Ma ciò non è vero. E ci sarà sempre l'incontro fra l'avidità degli uni e la disponibilità a pagare degli altri.

Tutto ciò che si può fare, è lasciar operare il mercato. Bisogna mettere in concorrenza fra loro tutti gli ospedali e tutte le cliniche, in modo che, a parità di remunerazione, prevalgano i migliori. E in modo che, col denaro previsto per un dato servizio, l'utente possa farsi curare dove e come meglio crede.

 Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -7 maggio 2008

ELOGIO DELLA DEMAGOGIA
Chiunque abbia cultura e gusto disprezza la demagogia: essa agita sentimenti elementari, non raramente indecenti, come il razzismo, l’invidia, l’avidità, e fa brutalmente leva sugli interessi confessabili e inconfessabili del popolo. Inoltre, per presentarsi come salvifica, propone soluzioni semplici per problemi complessi: che poi magari condurrebbero il Paese al disastro. La realtà è estremamente complessa e, come dicono gli anglosassoni, “there ain’t no such a thing as a free lunch”, “nessun pasto è gratis”. I soldi non crescono sugli alberi e il Paese di Bengodi non è sulle mappe.
Poiché però la demagogia è antica quanto la democrazia, bisogna chiedersi se non ci sia da trarne qualche lezione. Si pensi ad un illustre giurista e politico che si inoltri nella foresta amazzonica con un indio. Ovviamente, vive un’esperienza frustrante. L’indio conosce i sentieri e lui no, il selvaggio sa quali frutti si possono mangiare e quali no, quali serpenti sono veramente pericolosi e quali no, mentre lui sarà continuamente spaventato dall’idea di essere danneggiato da un’indicazione sbagliata: e tuttavia, non disponendo di dati propri, rimane obbligato a fidarsi. Nella foresta amazzonica l’uomo colto è un analfabeta.
Nei paesi sviluppati la situazione si ribalta. Mentre chi ha nozioni di politica, di diritto, di economia, è in grado di giudicare fatti e persone, il popolano non ha gli strumenti per farsi veramente un’opinione e questo lo conduce fatalmente alla frustrazione. Quando non comprende le parole del famoso uomo politico rimane sempre in dubbio: “Sono io che sono troppo ignorante per capire quello che dice, o è che sta dicendo sciocchezze incomprensibili per imbrogliarmi e fare i suoi interessi?” Quando sentiamo parlare qualcuno in una lingua che non conosciamo siamo costretti a giudicarlo sulla sua mimica, sulle espressioni del suo viso, sul suo vestiario. E non siamo certo in grado di giudicare le sue tesi. Nello stesso modo, il popolo vive il dibattito politico come un’occasione di umiliazione. “Tutti costoro decideranno della mia vita ed io non sono in grado di capire chi farebbe il mio bene e chi farebbe il mio male. Quello lì ha un’aria più sincera, ma lo sarà veramente?”
Il demagogo, e anche il politico accorto, non devono dimenticare che avranno successo se riusciranno a farsi capire dal contadino, dall’elettricista e dal cassiere di supermercato. Perché il loro voto pesa quanto quello del Rettore dell’Università. E anzi ci sono anzi più elettricisti che Rettori. Questo voto lo si ottiene tanto più facilmente quanto più spesso si provoca nel loro animo l’esclamazione: “Accidenti, questo l’ho capito anch’io! Qui costui ha perfettamente ragione! Che gli altri dicano quello che vogliono, su questo non ci piove!” Il popolano che capisce diviene un elettore.
In Italia si è spesso accusato Berlusconi di essere un demagogo. Uno che accusa costantemente la sinistra di essere comunista e di volere aumentare le tasse. Ma bisogna pur chiedersi quanti italiani su cento sappiano che cosa sia il pil, il fiscal drag, il welfare state, e tutti gli altri inglesismi di cui si riempiono la bocca i politici. Molti candidati, quasi redigessero un tema a scuola, esprimono concetti alti come solidarietà umana, comprensione per gli ultimi e parlano perfino del dovere di ricuperare i ladri e gli sbandati. Dimenticando che il cittadino questi discorsi non li crede sinceri e che, se ha una madre che ha subito uno scippo, dice invece in cuor suo: “Sarà che sono dei disgraziati, ma io li sbatterei in galera e butterei la chiave”.
I politici non dovrebbero avere un atteggiamento docente, soprattutto visto che non sanno insegnare. Gli elettori che non capiscono passano dalla frustrazione al disprezzo e votano per chi promette, per dire, l’autobus gratis la domenica: sarà una stupidaggine, ma è una stupidaggine più chiara della differenza fra sistema contributivo e sistema retributivo nelle pensioni.
Spesso non per loro colpa, molti ascoltatori sono in condizioni di inferiorità culturale: e proprio per questo l’atteggiamento supponente – “tu non capisci ma capisco io per te” – risulta irritante e controproducente. La chiarezza, in politica, è un dovere. E anche se non lo fosse, rimarrebbe un affare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 3 maggio 2008

A Torino, Italia!
Bene bene bene.
Mentre in Israele stavamo assistendo, col cuore gonfio e la gola chiusa dalle lacrime, alla cerimonia in Memoria delle vittime del nazifascismo....
Mentre  sei sopravvissuti, dopo aver raccontato la loro storia, accendevano le sei torce e il fuoco si alzava verso il cielo per riscaldare sei milioni di anime senza pace ....
Mentre in Israele guardavamo con orrore e immutata disperazione le immagini del genocidio di sei milioni di ebrei in Europa....
Mentre....in Israele....
.....In Italia,  durante la trasmissione dell'Infedele condotta da un signore ebreo a nome Gad Lerner, di professione giornalista, un ospite della trasmissione,  di professione "filosofo", portatore  di sentimenti di odio pari a quelli degli assassini dei sei milioni di ebrei di cui celebravamo  la Memoria, dava a Fiamma Nirenstein della "fascista", anzi della "piu' che fascista" e questo insulto e' stato lasciato cadere nel vuoto dal padrone di casa, il signore ebreo a nome Gad Lerner.
Il giornalista che non ha mai nascosto , da bravo ex militante di Lotta Continua, i suoi sentimenti antiisraeliani, ha permesso a un disgustoso esponente della sinistra estremista  italiana di diffamare un' ebrea,  figlia di un sopravvissuto della Shoa' scomparso recentemente, senza dire una sola parola, senza batter ciglio, senza un solo gesto di protesta o di schifo, senza l'educazione che obbliga un padrone di casa a difendere gli assenti dalle ingiurie dei presenti .
Complimenti, Gad lerner.
Quel "la Nirenstein e' fascista, anzi e' piu' che fascista", di Vattimo, e mi scuso con chi legge di dover scrivere il nome di un simile  personaggio, riassume la vergogna italiana, della sinistra italiana, della violenza italiana, della criminalita' politica italiana.
Quelle parole sono il quadro del pensiero debole del personaggio Vattimo,  isterico di odio, ignorante di tutto quanto riguarda Israele, completamente imbevuto di propaganda palestino-goebbelsiana-nazicomunista.
Quelle parole fanno provare grande vergogna e il silenzio di Lerner aumenta la vergogna  e il disagio di appartenere a un paese che permette a simili odiatori di esrpimere le proprie opinioni malate nel silenzio generale (l'unico a protestare e' stato Maurizio Molinari, in collegamento da New York) di gentucola vigliacca e pavida.
Naturalmente, ancora una volta, tutta la mia solidarieta'  a Fiamma Nirenstein, una solidarieta' che e' bagnata da lacrime di rabbia impotente per tutto quello che questi nauseabondi personaggi riescono a dire e a fare, insozzando la Memoria dei nostri morti in Europa per mano dei nazifascisti di ogni paese europeo e la Memoria dei nostri morti in Israele per mano dei nazifascisti arabi.
 
Lo scandalo e la vergogna non si sono conclusi mercoledi sera nel salotto antiisraeliano di Gad Lerner, no!
 
Mentre in Israele giovedi mattina, Yom HaShoa', le sirene suonavano per due minuti, fermando tutto il Paese.....
Mentre in Israele stavamo tutti in piedi, cinque milioni di israeliani,  a capo chino, attraversati nel piu' profondo dell'anima, come una spada di fuoco, dal grido straziante delle sirene.....
Mentre durante quei due lunghissimi minuti si poteva soltanto pensare, tremando di emozione, MAI PIU' MAI PIU' ....MAI PIU'...
Mentre in Israele.....
 
...A Torino, Italia, i discendenti dei carnefici nazifascisti, amici e simpatizzanti di
chi , oggi, vuole e reclama una seconda Shoa',  hanno trasformato la citta' piu' elegante d'Italia, in una dependance di Gaza, urlando, bruciando bandiere di Israele  e degli USA, tappezzando il "salotto d'Italia" di bandiere palestinesi e slogan di morte a Israele.
Sono stati arrestati?
Naturalmente no.
Perche' no?
Forse  in nome di quella "liberta' di espressione" che loro, i nazicomunisti bruciabandiere, vogliono negare  agli israeliani.
Forse in nome di quella democrazia malata  e virulenta che permettera' loro di manifestare al Salone del Libro, contro l'Ospite d'Onore Israele, l'odiato paese di cui vogliono l'eliminazione dal consesso umano.
Forse in nome di non si sa che ma che nulla ha di buono e di democratico...
 
Sono previsti pullman e  treni speciali che porteranno a Torino migliaia di schifosi teppisti.
Sono previste manifestazioni contro una Democrazia che ha dato a tutto il mondo il bene della scienza e l'esempio di come chi ama il proprio Popolo e il proprio Paese sia in grado di fare miracoli.
Sono previsti roghi di bandiere biancoazzurre per alzare in alto altre bandiere, quelle degli autobus esplosi, quelle di Morte a Israele, quelle della barbarie, quelle del buio della incivilta',  quelle della vergogna.
No, gli europei non sono cambiati, sono gli stessi che guardavano indifferenti i treni merci pieni di ebrei: amici, vicini di casa, esseri umani,  condotti nei campi della morte.
Sono gli stessi che, respirando l'odore di carne bruciata, non vedevano e non sentivano.
Sono gli stessi che facevano si che le madri ebree, nella speranza che i loro cuccioli si salvassero, legassero al collo dei loro bambini dei bigliettini, messaggi di un ultimo, disperato e definitivo atto di amore:
"questo bambino si chiama David.... ha 6 anni, prego chi lo trovasse di amarlo e di crescerlo come un buon ebreo".
 
Si, sono gli stessi.
 
Deborah Fait . www.informazionecorretta.com 

I PROFETI DEL PASSATO
Tutti coloro che credono alla cartomanzia, alle profezie e ai maghi dovrebbero far caso ad una semplice ovvietà: se qualcuno potesse conoscere il futuro diverrebbe in breve l’uomo più ricco del mondo. Basterebbe che giocasse in borsa, o vendesse i suoi servigi a peso d’uranio a tutti i grandi della terra. Ma questo qualcuno non esiste. Anzi, se ci si pensa, non può esistere. Se ci si dicesse: “domani avrai un incidente d’auto”, basterebbe che il giorno dopo ci si chiudesse in casa, dove non ci sono nemmeno fotografie di automobili, e il futuro non si avvererebbe. E allora, falsa profezia? Sì e no. Essa avrebbe dovuto essere: “domani non avrai un incidente d’auto perché ti chiuderai nella tua stanza”. Ma questo sarebbe vero per chiunque non uscisse di casa!
Le profezie sono impossibili. Ciò malgrado, non ci si può impedire di pensare che si sarebbe lieti se qualcuno potesse dirci: “se la situazione rimane quella che è, si verificherà questo. Se invece farai quest’altro, si verificherà quest’altra cosa”. La prima frase somiglia ad un sondaggio riuscito, la seconda ad un ottimo consiglio. Purtroppo, i sondaggi sono affidabili fino ad un certo punto e la bontà dei consigli, per esempio riguardo ai programmi politici e a tutta la campagna elettorale, si giudica ad elezioni celebrate. Quando non resta che fare mesti bilanci.
Oggi tutti si spremono le meningi per trarre la lezione del 14 aprile. Soprattutto a sinistra si vorrebbe sapere perché si è stati puniti tanto severamente, che cosa non si è capito, chi è il colpevole. E invece probabilmente bisognerebbe assolvere tutti gli uomini politici con formula piena. Se avessero saputo dove sbagliavano, non avrebbero sbagliato. E coloro che oggi li biasimano per avere commesso il tale o tal’altro errore, perché non l’hanno detto prima? E se l’hanno detto prima, che cosa aveva, di speciale, la loro diagnosi, rispetto alle altre diagnosi (ce n’è sempre), perché i dirigenti tenessero conto proprio di quella e non delle altre?
Il popolo è un sovrano imperscrutabile. I sondaggi sono nati sul serio quando negli Stati Uniti si sbagliò clamorosamente la previsione sull’elezione del Presidente: erano infatti stati interrogati solo coloro che possedevano un telefono ed allora erano i più abbienti. Si capì così che tutto il problema è nella scelta del campione e tuttavia, per quanti progressi possa fare la statistica, per sapere che cosa pensa veramente l’elettorato italiano bisognerebbe interrogare tutti i votanti. E questo è impossibile. O per lo meno, è possibile, ma si chiama “consultazione elettorale” ed ha luogo ogni cinque anni.
Se Veltroni avesse potuto chiedere a tutti gli italiani “volete la pena di morte per stupro?” e se (per quanto assurdo sia l’ipotesi) gli italiani avessero risposto sì all’80%, il Pd avrebbe messo nel suo programma la pena di morte per stupro. Se viceversa la maggioranza si fosse espressa contro ogni forma di repressione seria per gli immigranti clandestini o per gli zingari, Il Partito della Libertà e Alemanno avrebbero condotto una ben diversa campagna elettorale. Avrebbero predicato, con una lacrima sul bordo dell’occhio, la solidarietà umana per i più sfortunati.
A cose fatte si hanno indicazioni evidenti ma è come sapere, dopo l’incidente, che se si fosse partiti cinque minuti prima o cinque minuti dopo, si sarebbe arrivati a destinazione senza problemi. Non serve a niente.
Non si può essere severi con la sinistra Arcobaleno, con il Pd o con Casini. Gli è andata male ma gli poteva andar bene. O meno male. Anche il Partito della Libertà dev’essere prudente. Soprattutto deve augurare lunga vita a Berlusconi: perché senza questo motore il carrozzone Pdl non andrebbe alla stessa velocità.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1 maggio 2008


VICE-MINISTRO PARLA A VICE-VANVERA
Dice un proverbio che, stando zitti, qualcuno si può chiedere se non siamo scemi. Ma c’è il rischio, parlando, di eliminare ogni dubbio.
A giorni non vedremo più chiamare Vincenzo Visco vice-ministro, ma qualcosa per ricordarlo, a proposito della pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi on-line,  l’ha detta anche ieri. Dal Corriere della Sera: «Non vedo problemi, c'è in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano». Sullo stesso giornale appare però l’articolo seguente, che si riporta integralmente.
ROMA - I redditi degli italiani sono rimasti online poche ore, prima dello stop del Garante della Privacy. Ma cosa succede in altri Paesi? In Gran Bretagna e Stati Uniti le denunce fiscali sono sempre salvaguardate dal diritto alla privacy, mentre in Irlanda la «gogna» su internet è riservata solo agli evasori.
USA, DICHIARAZIONI PRIVATE - Le denunce dei redditi sono strettamente private negli Stati Unti e non sono mai rese pubbliche dall'IRS, il fisco americano. «Negli Stati Uniti tutte le informazioni personali riguardanti il contribuente sono protette dalla Federal Tax Law - ha spiegato all'Ansa il portavoce dell'IRS, Andrew DeSouza -. Nessuna informazione privata, come nome, numero sicurezza sociale, indirizzo, numero di telefono, reddito può essere reso pubblico. Noi rendiamo accessibili al pubblico, sul nostro sito Internet, solo dati statistici generali, senza alcun riferimento comunque a informazioni di tipo personale».
GB, SERVE LA LIBERATORIA - In Gran Bretagna le dichiarazioni sono coperte dal diritto alla privacy. Nessuno può quindi, tanto meno via internet, accedere a file privati senza avere una liberatoria. Sono ovviamente esclusi i commercialisti, che lavorano in delega ai propri assistiti, e gli agenti del fisco. L'unico caso in cui i dati fiscali di singoli cittadini possono divenire di dominio pubblico è quando vengono dischiusi, sotto richiesta di un giudice, in un processo che avviene a porte aperte. Gli impiegati della HM Revenue & Customs, l'agenzia delle entrate britannica, non possono in alcun caso dare accesso a membri del pubblico, compresi i giornalisti, pena la perdita del posto di lavoro.
IRLANDA, ONLINE GLI EVASORI - Sono oltre 120 i nomi dei contribuenti irlandesi che compaiono negli elenchi pubblicati dall'Amministrazione fiscale e che riportano, oltre ai nomi e ai cognomi, anche la tipologia dell'imposta o del tributo non versati e l'ammontare complessivo, inclusi interessi e sanzioni, pagati per siglare la pace con il fisco e per fare il reingresso tra la platea dei contribuenti fiscalmente corretti.
GERMANIA, NIENTE ELENCHI - Anche in Germania non è possibile per il fisco tedesco rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti a causa delle rigorose regole sulla privacy.
30 aprile 2008
Non sappiamo nulla di altri paesi, ma ce n’è abbastanza per non essere autorizzati a dire “Non vedo problemi, [questa pubblicità] c'è in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano”. Forse, chissà, un famoso fiscalista come Visco farebbe bene ad avere fonti diverse dai telefilm americani, nella specie interpretati male.

Gianni Pardo, gian
nipardo@libero.it
- 1 maggio 2008

LE ALTERNATIVE DEL LIBERISMO
Del liberismo si può dir male come di qualunque cosa ma ci sono due modi di dir male. Se si dice male della pizza Biancaneve si può sempre prendere una Capricciosa, che è ben più condita. Se invece si dice male del fatto che l’Italia è troppo stretta e troppo lunga, non è che si possa ricompattarla fino a farne più o meno un quadrato. Ecco perché, quando si parla male del liberismo, la prima cosa da chiedersi è con che cosa, eventualmente, lo si può sostituire.
Per chi ragiona in soldoni, i due estremi, come sistema economico, sono la totale libertà imprenditoriale (chiamata capitalismo selvaggio) o il capitalismo di Stato (correntemente chiamato comunismo). Quest’ultimo, dovunque è stato applicato, ha prodotto un’infinita miseria, e dunque è meglio metterlo da parte; ma anche il capitalismo selvaggio ha i suoi difetti. Per fortuna, si adotta in concreto una soluzione intermedia, resa del resto necessaria dal fatto che è impossibile applicare integralmente quelle due teorie. Anche nel capitalismo “selvaggio” è sempre lo Stato che deve difendere la nazione con l’esercito, che deve occuparsi della scuola primaria, della polizia, dell’amministrazione della giustizia, e di tutti quei servizi che i privati non sono in grado di assicurare. Per converso, anche nel comunismo è rimasto uno spazio (minimo) non statalizzato: sia perché lo Stato non può controllare assolutamente tutto, sia perché, per esempio nell’Urss, esistevano l’orto dei contadini, la casa di proprietà, o altri servizi che per lo Stato sarebbe stato troppo complicato assicurare.
Dire male del liberismo o dell’economia di Stato senza precisare nulla è una stupidaggine. Il problema è dove porre in concreto il limite tra privato e pubblico. Le strade non possono che appartenere allo Stato e dunque la loro amministrazione rientra nei compiti pubblici. Ma le ferrovie? Le aviolinee? I panettoni? Quest’ultima domanda non è umoristica: per anni in Italia è stata statale una grande impresa che produceva panettoni (Motta).
Dal punto di vista sociologico, la tendenza verso l’una o l’altra soluzione, nella mentalità dei cittadini, dipende dalla formazione culturale. Chi è poco informato di economia, chi non conosce i meccanismi della Pubblica Amministrazione, chi fa vita ritirata o ha un reddito fisso, spesso è un idealista che sogna le nazionalizzazioni. L’impresa di Stato, non dovendo far vivere nel lusso un capitalista, dovrebbe essere la soluzione ideale. Chi ha esperienza di come invece vanno le cose in concreto, sa che l’impresa di Stato spreca molto più denaro di quello che sarebbe andato al capitalista: tanto che il prodotto o il servizio costa più caro, spesso senza permettere alternative. A questo punto l’uomo pratico, disinteressandosi degli immorali profitti del capitalista, preferisce l’impresa privata e lo Stato minimo.
Posta così, la questione pare semplice. Uno anzi si dice “basta spiegarla all’idealista e la capirà”: e invece è impossibile. L’idealista considera delle empietà l’economia, l’aritmetica, l’esperienza storica e in generale tutto ciò che è reale ma non bello. Tiene gli occhi fissi sulla moralità e non può abbassarli sui conti.
Non rimane che rassegnarsi. Bisogna tenersi le ferrovie statali, inefficienti e costosissime, perché la ferrovia è il mezzo di trasporto del popolo. Di fatto le merci viaggiano su gomma? il popolo prende l’autobus? l’idealista stesso prende l’aereo? Non fa niente: bisogna continuare a pagare tasse per mantenere il trasporto del popolo o, ancor più sfacciatamente, per distribuire stipendi ai ferrovieri. L’ideale deve rimanere intangibile, costi quel che costi. E la persona per bene vota a sinistra.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it,  - 28 aprile 2008