ARCHIVIO MAGGIO-GIUGNO 2008
L’INNAMORATO DI
BERLUSCONI
Un gentile lettore ha affermato che io sono “politicamente innamorato
del Berlusca”. La cosa mi ha stupito. Innanzi tutto per il termine: “innamorato”.
Io, innamorato? Ecco qualcosa che non mi sarebbe mai venuta in mente.
Ma mi sono lo stesso chiesto che cosa ci fosse di vero.
Come molti altri ho conosciuto Berlusconi nell’estate del 1993.
Ho seguito i suoi sforzi per spingere i democristiani a resistere sul
serio alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, l’ho visto fallire
in questo tentativo, l’ho visto con perplessità “scendere in campo”
e poi, dal momento che rappresentava l’unica forza che si opponeva alla
sinistra, senza molte speranze l’ho votato. Pensavo di avere fatto una
scelta insolita e mi sono ritrovato con più di mezzo elettorato italiano:
la “gioiosa macchina da guerra” era stata ignominiosamente battuta.
Berlusconi si è dimostrato un genio della politica. Non
conosco altri casi di un uomo che è un privato cittadino nel giugno
di un anno e Primo Ministro nel giugno dell’anno successivo. È
stupefacente che gli italiani non si siano resi conto di essere contemporanei
di un politico straordinario, come forse non ne erano mai nati, in Italia.
Il secondo, colossale merito di Berlusconi è stato quello
di capire ciò che la Democrazia Cristiana del 1993 non comprese
affatto: e cioè che l’Italia anticomunista esisteva ancora e che,
malgrado il ciclone di Mani Pulite, bastava fare appello ad essa. Questo
conferma il detto di De Gaulle secondo cui il potere non lo si conquista,
lo si raccatta. Berlusconi ha raccattato la leadership dell’Italia. Forse
non è il grand’uomo che i suoi estimatori pensano, ma i suoi oppositori
valevano e valgono molto meno di lui.
Ma per quale motivo oggi bisognerebbe sostenerne l’azione, o viceversa
andare contro di lui?
Per andare contro di lui basta dire che è un disonesto;
che è tutt’altro che un uomo di Stato; che è entrato in politica
per fare i propri interessi e solo questo ha fatto. Basta infine soffrire
d’invidia e dire che lo si trova antipatico e infatti qui il tema è
un altro: giustificare perché, pur senza esserne innamorati, si
può votare per Berlusconi.
Un uomo di buon senso non crede
mai che tutto il bene stia da una parte e tutto il male dall’altra. In
particolare, per quanto riguarda gli uomini politici, sa che essi non
sono mai dei santi: tanto che è opportuno astenersi da fruste valutazioni
morali. È meglio orientarsi in base a questo semplice principio:
qual è il peggiore leader, il peggiore partito, il peggiore raggruppamento?
E votare per l’altro.
Nel caso italiano abbiamo da un lato un raggruppamento che si
vuole moralista ed egalitario, che ha in odio la ricchezza e la prevalenza
del merito, che è soprattutto statalista. Che crede di potere
risolvere i problemi del Paese allargando l’ambito dell’intervento pubblico;
dilatando la burocrazia; incrementando il numero degli enti statali,
e conseguentemente aumentando la pressione fiscale. Dall’altro lato abbiamo
un raggruppamento che ha, o dovrebbe avere, un’ispirazione liberale. Che
dovrebbe dunque essere a favore di uno Stato minimo, pronto a premiare
il merito e sanzionare l’inefficienza. Uno Stato che segue il principio
di sussidiarietà e dovrebbe dunque diminuire la pressione fiscale.
Se uno è tendenzialmente a favore del secondo raggruppamento deve
votare per esso quand’anche fosse capeggiato da Satana in persona.
Berlusconi ha principi in linea con quelli qui descritti e, quand’anche
li avesse per interesse, la cosa non mi darebbe fastidio. Perché
sono anche i miei interessi. Vorrei uno Stato che non pretendesse di
essere il mio direttore spirituale, che si occupasse una buona volta
di far funzionare la giustizia, che realizzasse veramente l’ordine pubblico,
che mettesse rimedio agli sprechi, che tagliasse le unghie ai sindacati
quando esagerano o proteggono i disonesti, che pigiasse sull’acceleratore
dell’economia liberista, che facesse per l’Italia quello che il governo
irlandese negli scorsi anni ha fatto per l’Irlanda. Uno Stato che mi lasciasse
in pace. Non ci riuscirà? Non potrei lo stesso lamentarmi, perché
so che la controparte avrebbe fatto anche di peggio. Si è visto col
governo Prodi.
Innamorato, dunque? Assolutamente no. Il Pdl potrebbe essere altrettanto
bene essere guidato da Antonio Martino, Giulio Tremonti, Gianni Letta,
Renato Brunetta e forse qualche altro. Berlusconi è stato essenziale
per vincere le elezioni, ma ora, e fino alla fine della legislatura, Palazzo
Chigi potrebbe anche avere un altro inquilino.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 30 giugno
2008
Come ho già scritto, sarò assente per un
paio di settimane, dunque vi prego di spedire gli insulti al mio indirizzo
e-mail. Li leggerò al mio ritorno.
Appello per
liberare Gilad Shalit a due anni dal suo rapimento
Il 25
giugno del 2006 il soldato oggi ventiduenne di Tzahal, Gilad Shalit,
veniva rapito in territorio sovrano israeliano, al confine con la Striscia
di Gaza, da terroristi di Hamas. Sono due anni che questo ragazzo è
stato privato della sua libertà mentre compiva il suo dovere di servire
lo Stato. Da allora non sono pervenute notizie accreditate circa il suo
stato di salute e nemmeno la Croce Rossa Internazionale è mai stata
autorizzata a visitarlo, così come nel caso di Eldad Reghev e Ehud
Goldwasser, i due soldati rapiti sul fronte settentrionale da Hezbollah,
17 giorni dopo Ghilad Shalit.
In questi giorni, il governo israeliano e quello egiziano
che funge da mediatore nelle trattative con Hamas - stanno intensificando
i contatti per includere la liberazione di Shalit negli accordi di
tregua. Tregua che è stata oggi violata con il lancio di 4
razzi Qassam sulle città israeliane del Neghev occidentale. Tra
le richieste di Hamas, quella di rilasciare 450 detenuti palestinesi,
molti dei quali con sangue sulle mani, oltre a rappresentare una contropartita
sproporzionata per garantire la libertà di un soldato e cittadino
israeliano, è un prezzo estremamente alto per la sicurezza stessa
dello Stato d'Israele.
In un'ultima lettera presumibilmente di pugno di Gilad Shalit,
recapitata alla sua famiglia il 9 giugno scorso, il soldato esprimeva
tutta la sofferenza e le difficoltà di salute, oltre che psicologiche,
in cui si trova. Il momento è critico e auspichiamo che le trattative
non vengano interrotte e che la mediazione egiziana possa portare ad
esiti soddisfacenti. Ci rivolgiamo quindi al governo e alla società
italiani affinché, in questa delicata situazione in cui le trattative
su entrambi i fronti sembrano essere più che mai aperte, si mobilitino
per rompere l'isolamento in cui si trovano Gilad Shalit nelle mani di
Hamas e Golwasser e Reghev nelle mani di Hezbollah, a ormai due anni dal
loro allontanamento forzato da casa.
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LA SVOLTA
La base dell’economia è la limitatezza dei beni. Nessuno
vende aria da respirare agli angoli delle strade, perché l’aria
è disponibile per tutti gratis e in quantità illimitata.
Viceversa, la maggior parte dei beni non è come l’aria: un chiodo,
un paio di scarpe o un’automobile non sono disponibili gratis per tutti.
Poco o molto che sia, i beni e i servizi vanno pagati.
Dall’economia si può facilmente passare ad un principio
ancor più generale: tutti gli uomini sono insoddisfatti. Vorrebbero
avere più di quel che hanno e per questo vivono sperando in futuri
miglioramenti.
Questa è la condizione umana, e solo la saggezza può
porle qualche rimedio: misurare esattamente la propria situazione, limitare
i propri desideri, apprezzare ciò che si ha e ridimensionare
ciò che non si ha. Ma è esercizio difficile e raro. Si può
dunque rimanere fermi all’affermazione generale: tutti gli uomini sono
insoddisfatti.
Purtroppo c’è chi sfrutta questo loro sentimento.
Cominciano i produttori di beni. Essi sono capaci di reclamizzare un
profumo non come qualcosa “che non vi farà puzzare” ma come “un
vero filtro d’amore”, per non parlare degli imbroglioni che promettono
agli uomini di bassa statura di renderli più alti o all’oceano
dei calvi di fargli ricrescere i capelli. E non è detto che costoro
siano i peggiori: essi infatti possono ingannare solo chi vuole essere
ingannato: i romani parlavano di dolus bonus. I più disonesti sono
quelli che promettono di risolvere non un piccolo inconveniente ma “il
problema dell’esistenza”. Di questa lista fanno parte al più basso
livello i maghi, al più alto le religioni, e in mezzo i politici.
I maghi operano con incantesimi ingenui e possono essere dimenticati; le
religioni hanno a loro favore il fatto che o promettono la felicità
in un’altra vita (Cristianesimo, Islamismo) o invitano alla saggezza (confucianesimo)
e dunque a risolvere da sé il problema; gli imperdonabili sono
i politici.
I politici non affermano
di operare magie: osano rivolgersi alla razionalità, al senso
del reale dei cittadini. Non promettono la felicità nell’aldilà,
ma nella prossima legislatura. Tutto questo possono farlo in due modi:
o fanno promesse concrete (che spesso non mantengono) o, più scorrettamente,
promettono la felicità in sé. Nel primo caso abbiamo i
cosiddetti “libri dei sogni”, nel secondo solo alate parole. Parlano
di “un altro modo di governare”, “un deciso cambiamento nel Paese”, “un
rilancio dell’economia”, ed altre vaghezze. L’esempio più recente
sono i discorsi del candidato democratico americano Barack Obama. Anche
in Italia egli è già l’idolo dei giovani, della sinistra e
dei progressisti. I sondaggi lo dànno favorito rispetto a McCain
e tuttavia praticamente nessuno sarebbe capace di rispondere a questa
semplice domanda: “Qual è il programma di Obama?” Il programma non
c’è. “We can change”, egli dice. Sì, ma che cosa si può
cambiare? Per sostituirlo con che cosa? E in qual modo, con quali mezzi?
Se fosse eletto, chissà, potrebbe essere un buon Presidente, potrebbe
fare egregie cose: ma cose che certo non ci ha rivelato in anticipo.
Nella truffa il raggiro mira a rendere plausibile le ragioni
per cui la vittima dovrebbe fare un affarone, tacendo le ragioni per
cui esso è inverosimile. Su internet tutti abbiamo ricevuto la comunicazione
di avere vinto in fantomatiche lotterie cui non avevamo partecipato:
quanto bisogna essere sciocchi ed avidi, per credere una cosa del genere?
Probabilmente la piccola truffa funziona così: “Avete vinto centomila
euro, mandateci dieci euro per le spese postali”. Poi i centomila non
arrivano e loro si tengono i dieci euro. Amen.
Nello stesso modo, i politici promettono aria fritta, un cambiamento,
una svolta e lo zucchero filato per tutti. Sono degli imbroglioni
ma si rivolgono a cittadini che vogliono essere imbrogliati: dunque
non bisognerebbe fare i moralisti. Gli uni meritano gli altri e per
questo bisogna tenersi ben stretta la democrazia, con tutti i suoi difetti:
essa permette almeno di rimandare a casa chi ha governato male.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 28 giugno 2008
Avverto che, dalla fine del mese, sarò assente
per tre o quattro settimane
Giustizia,
tutti i retroscena di uno scontro
Il cortocircuito tra politica e giustizia fa scintille
dall’inizio degli anni Novanta e nessun elettricista finora è
stato in grado di ricollegare i cavi e far scendere l’alta tensione.
Come anticipato da Panorama, il sogno del dialogo tra Pdl e Pd si è
spento sul muro alzato dalla magistratura contro le riforme della
maggioranza. Silvio Berlusconi pensa che il governo debba essere giudicato
sul piano della sua azione politica e non per le inchieste e i processi
che, dal 1994 a oggi, si sono moltiplicati, senza mai arrivare a una condanna.
Per questo, tra i primi atti del governo ci sono tre punti di riforma
della giustizia - scudo per le alte cariche dello Stato, corsia preferenziale
per certi tipi di reato e processo, intercettazioni - che hanno un unico
filo rosso: il riequilibrio del rapporto tra politica e magistratura,
il bilanciamento tra accusa e difesa nella cornice del «Giusto
processo».
Scudo per le alte cariche. L’Italia a differenza della
Francia e della Spagna non ha una norma che tuteli le alte cariche
dello Stato da inchieste che potenzialmente possono creare un conflitto
fra la giustizia e la sovranità popolare. Parigi e Madrid hanno
leggi che prevedono la sospensione dei procedimenti fino alla fine
del mandato. Attenzione alle parole: non l’impunità (inaccettabile
sul piano giuridico perché in contrasto con l’articolo 3 della
Costituzione), ma la sospensione.
Al cospetto di un «buco» giuridico così
grande, davanti a Berlusconi si sono presentate due strade: 1) affrontare
il giudizio del caso Mills, una eventuale condanna e poi puntare a
una rapida assoluzione in appello; 2) riportare sui binari istituzionali
il rapporto tra politica e giustizia. Il presidente del Consiglio aveva
considerato anche la prima ipotesi, ma una serie di fattori rischiava
di mandare all’aria, per via giudiziaria, un governo democraticamente
eletto e con una larga maggioranza.
Il primo di questi fattori riguardava i tempi dell’appello.
La domanda che si sono posti a Palazzo Chigi è stata la seguente:
può la presidenza del tribunale di Milano garantire lo svolgimento
del processo d’appello in 3, 4 mesi, cioè in un periodo ragionevolmente
breve? Cosa farà la procura generale e quanto peserà
il clima di guerra che si è creato nell’Associazione nazionale
magistrati? Quesiti che non hanno trovato una risposta soddisfacente.
«Non possiamo dimenticare i rapporti internazionali» è
stato l’altro punto critico messo a fuoco da Palazzo Chigi. Nessuno ha
dimenticato il gesto sprezzante del vicepremier del Belgio, il socialista
Elio Di Rupo, che nel 1994 si rifiutò di stringere la mano al ministro
Giuseppe Tatarella considerandolo fascista. Figurarsi con un premier
condannato.
A Palazzo Chigi si sono trovati di fronte al conflitto
irrisolto tra sovranità popolare e ordine giudiziario. Soluzione?
L’unica possibile e alla luce del sole: rispolverare il lodo Maccanico
che prevedeva la sospensione dei processi per le cinque più alte
cariche dello Stato (presidente della Repubblica, presidenti di Camera
e Senato, presidente del Consiglio e presidente della Corte costituzionale)
e la ripresa dei procedimenti a fine mandato.
Per farlo forse serve
una legge costituzionale, certamente un disegno di legge. Tempi lunghi,
ma la riforma appare non più rinviabile. Pena il caos istituzionale.
Caos che nell’inchiesta sui fondi del Sisde che coinvolgeva il presidente
della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro fu evitato con un escamotage
(vedere l’editoriale a pagina 19) che sospese il giudizio sul Quirinale.
Per sempre.
Gerarchia dei processi. A questo punto, i consiglieri
giuridici di Palazzo Chigi hanno considerato la circolare emanata
2 anni fa dal procuratore di Torino, Marcello Maddalena, che metteva
in coda i procedimenti «azzoppati» dall’indulto, «prendeva
atto dell’impossibilità di celebrare tutti i processi»
e indicava quelli prioritari a partire da una certa data. I due emendamenti
presentati dal governo al disegno di legge sulla sicurezza rispondono
a questo principio d’efficienza, il primo interviene sulla formazione
dei ruoli dell’udienza, il secondo sulla sospensione dei processi penali.
Il caso Mills ricade in queste ipotesi.
Maddalena non è il solo a sostenere la necessità
di corsia speciale per alcuni reati. Piero Luigi Vigna, procuratore onorario
della Corte di cassazione, ricorda: «Quando ero alla Direzione
nazionale antimafia, avevo proposto una scala di reati da individuare.
Questo criterio era già stato adottato quando, soppresso il
pretore e stabilito il giudice unico, si indicò da parte del
legislatore una scala di priorità di reati».
Intercettazioni. Auspicate da destra e da sinistra, le
nuove norme hanno diviso maggioranza e opposizione e incassato la
protesta della magistratura. Era prevedibile che ciò accadesse,
ma prima o dopo ci si renderà conto che una riforma parziale e
non organica non risolverà il problema: evitare che il processo
penale italiano, da garantista qual era nell’intenzione del legislatore,
rischi di diventare ancor più giustizialista di quello che lo
aveva preceduto.
Che le nuove leve della magistratura, rappresentate dai
vertici dell’Anm, siano contrarie a una riforma reale è naturale
e anche comprensibile. In questi ultimi vent’anni non c’è
stata inchiesta giudiziaria in cui non sia stata usata l’intercettazione
telefonica e il vedersi privati di questo congegno le preoccupa non
poco, perché la pubblica accusa rischia di dover tornare a
svolgere un ruolo assai più responsabile di arbitro e controllore
dell’istruttoria affidata alle indagini tradizionali di un tempo, alle
moderne competenze scientifiche e, soprattutto, alla capacità degli
ufficiali di polizia giudiziaria.
L’intercettazione
esiste da quando il vecchio codice fascista entrò in vigore
prima della Carta costituzionale. Ma nessun magistrato o funzionario
di polizia, neppure durante i lunghi decenni del rito inquisitorio,
aveva mai fatto uso di questo mezzo d’indagine in maniera così
invasiva. A dispetto delle regole del «Giusto processo»,
voluto dall’intero Parlamento italiano, poco importa se una telefonata
chiama in causa un innocente quando i toni e i contenuti sono tutti da
interpretare e valutare nel loro corretto significato.
Paola Severino, docente di diritto penale e vicerettore
della Luiss, ha messo in guardia le istituzioni sul rischio che «una
volta costruite le regole e le sanzioni» queste corrono il
rischio di restare «un vuoto simulacro, destinate a una totale
o parziale disapplicazione». Le inchieste sulla violazione
del segreto istruttorio non si fanno perché sconvolgerebbero
l’organizzazione degli uffici che quel segreto custodiscono. Così
i verbali arrivano, continueranno ad arrivare da lontani e incontrollabili
centri d’ascolto e finiranno per fare la loro parte nei provvedimenti
cautelari. Prima con i loro contenuti e poi con le registrazioni integrali
raccolte in un apposito fascicolo destinato anch’esso a essere portato
a conoscenza dell’indagato.
Questo sistema consentirà al cronista, con qualche
difficoltà in più, di renderle pubbliche sulla base di un’interpretazione
del codice da parte di chi confonde volutamente la «discovery»
tra le parti processuali e la fine del segreto investigativo. Con questo
alibi si è arrivati a sostenere che grazie a tali scelte l’opinione
pubblica è venuta a conoscenza in tempo reale di gravi episodi
di malcostume amministrativo e finanziario. Ma prima che le intercettazioni
diventassero lo strumento principe delle inchieste, la magistratura
ha condotto una lunga serie d’indagini sul malcostume amministrativo
e sulla corruzione politica. Gli scandali dell’Ingic, della sanità,
di Fiumicino, del Cnen e lo stesso scandalo Lockheed non furono smascherati
dai centri di ascolto, ma dalla professionalità degli inquirenti
e dalla determinazione dei pm di un tempo antico che consideravano
la professione come una sorta di sacerdozio laico.
I giornali ebbero modo di informare i cittadini, sempre
e compiutamente, facendo uso anche dell’ormai desueto strumento
professionale che si chiamava giornalismo investigativo. Talvolta
perfino usandolo in maniera strumentale e scorretta, come accadde
quando si volle a tutti i costi coinvolgere in un’inchiesta un presidente
della Repubblica, perbene e galantuomo, che fu tuttavia costretto a lasciare
anzitempo il palazzo del Quirinale.
By Mario Sechi . © Panorama
DI PIETRO E IL PD
Nell’ultima campagna elettorale siamo stati in molti ad
essere delusi dalla scelta del Pd di cooptare Di Pietro. Osservavamo
quanto fosse stupefacente che il nuovo partito, per divenire moderno
e nient’affatto fanatico, mentre escludeva sue proprie costole come
Rifondazione Comunista, o perfino i titolari della propria ideologia,
e cioè i socialisti, accettava come socio a pieno titolo quel
partito unipersonale che ha una sola bandiera: il sostegno incondizionato
ed acritico ai magistrati. In particolare quando attaccano Berlusconi.
Assurdamente, si è rinunciato all’Unione perché aveva come
unico argomento l’odio al Cavaliere e poi si è data l’esclusiva
di quell’argomento ad un partito senza ideologia, se non un moralismo brutale
accoppiato ad una connaturata mancanza di scrupoli. Un partito che è
una caricatura incolta del giacobinismo.
Queste cose apparivano così evidenti che, ragionevolmente,
si riuscivano a fare solo due ipotesi: la prima che “il Pd non potesse
dire di no”, per motivi ignoti. La seconda che, secondo i calcoli,
la vittoria dipendesse da quel 2-4% di voti che poteva portare l’ex-pm.
Lasciando da parte la prima possibilità, la seconda pareva
francamente incredibile. Lo scarto previsto dai sondaggi era ben maggiore
del 2-4%. Ancora oggi sul “Corriere della Sera” Angelo Panebianco scrive:
il “Partito democratico [era] in una fase di fortissimo deterioramento
del rapporto fra il centrosinistra e l'opinione pubblica. A Veltroni
non venne affidato il compito (impossibile) di vincere ma quello di
salvare il salvabile”. Non solo dunque la sconfitta appariva certa,
ma chi dice che quel 2-4% non sarebbe andato al Pd, se l’Idv fosse
stata esclusa dalla coalizione? Se cioè fosse sparita come sono
spariti tutti i partiti di estrema sinistra? La decisione ci appariva
assurda ed autolesionista: ma poteva essere un giudizio fazioso. A un
paio di mesi dalle elezioni si ha però il diritto di verificare
come stanno le cose.
L’Idv, per arrivare a destinazione, ha preso il Pd come
si prende un taxi e, una volta arrivata a destinazione, è
scesa. Per cominciare, non è confluita nel gruppo del Pd
come aveva promesso. Oltre ai vantaggi economici del gruppo autonomo
ha voluto ottenere di avere le mani totalmente libere per fare una politica
autonoma. Di Pietro si è posto in Parlamento come portavoce di
quella sinistra che il sistema di voto ha tagliato fuori e si è
messo a fare una concorrenza spietata al Pd. Prima ha messo in luce
la sua presunta debolezza, perché si diceva aperto al dialogo,
oggi si permette senza eufemismi di squalificarlo dinanzi all’intero
elettorato: “Ci dicano se vogliono fare la ruota di scorta a Berlusconi”.
È, né più né meno, un’accusa di tradimento,
tanto che l’alleanza è in pericolo e “Ci vuole un immediato
chiarimento pubblico”. Nel Pd “sono d'accordo a fare una legge sull'immunità,
anzi l'impunità, per Berlusconi”! A tutto questo il Pd, per bocca
di Antonello Soro, ha solo saputo rispondere che i toni di Di Pietro
sono “inaccettabili”. Come se fosse questione di toni. Cosa che giustamente
l’accusato irride. Né è più efficace rispondergli: “Non
so chi gli abbia dato la patente per giudicare la qualità dell’opposizione
del Pd”. In politica l’autorizzazione non è necessaria.
Ogni volta che si ha un brusco cambiamento di rotta e
si crede che tutto sia ormai diverso, si dimentica quanto sia vischiosa
la realtà. Non basta revocare l’Editto di Nantes per far sparire
il protestantesimo dalla Francia, come non basta la ventata anticlericale
della Rivoluzione per far sparire il Cristianesimo. E non basta eliminare
i partiti estremisti per far sparire le centinaia di migliaia di persone
che avevano come credo l’odio per Berlusconi. Il Pd ha cercato di superare
questo schema ma poi, pur avendo orgogliosamente proclamato la volontà
di “andare da solo”, ha scioccamente portato con sé chi
quella bandiera, anzi, quel capitale, ha deciso di raccoglierli e sfruttarli.
Se oggi si votasse probabilmente Di Pietro avrebbe un aumento di consensi
e il Pd un calo.
Avevamo visto bene: Veltroni e i suoi amici hanno fatto
un pessimo affare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- giugno 2008
LA PERSECUZIONE
GIUDIZIARIA
Se Berlusconi abbia o no subito una persecuzione giudiziaria,
è questione che ciascuno risolve a modo suo. Per quanto riguarda
i colpevolisti, in primo luogo esiste l’obbligatorietà dell’azione
penale: se c’era una notitia criminis, la magistratura (inquirente)
non poteva che procedere. Poi, se non c’erano le prove della colpevolezza,
la stessa magistratura (giudicante) non poteva che assolvere, come
di fatto è avvenuto. Ed anzi – aggiungono i colpevolisti – il
Cavaliere ha beneficiato anche di prescrizioni del reato, che sono tutt’altro
che assoluzioni. Dunque di che si lamenta? Questo ragionamento, apparentemente
ineccepibile, è di fatto sbagliato da un capo all’altro.
1) L’obbligatorietà dell’azione penale. Il giudice
non ha il potere, dinanzi a due denunce identiche, di iniziare il
processo contro Tizio e non contro Caio. Infatti potrebbe far questo
perché è amico di Caio, e sarebbe gravissimo: infatti il
principio indefettibile del diritto è che “La legge è
uguale per tutti”. Tutto ciò in teoria. In pratica le cose vanno
diversamente.
In primo luogo, esiste l’archiviazione in istruttoria.
Se i magistrati destinatari della notitia criminis fossero faziosi,
e volessero favorire l’accusato, potrebbero dichiarare che gli indizi
non sono sufficienti a sostenere l’avvio di un procedimento. Potrebbero
sbattere la pratica in un cassetto e non pensarci più. Abbiamo
in mente dei nomi, al riguardo, ma è meglio non farli. Ma c’è
di più. Esiste una sproporzione fra le notitiae criminis, cioè
le migliaia di denunce, e i pochi magistrati che dovrebbero occuparsene.
La conseguenza è che essi sono effettivamente nell’impossibilità
di obbedire al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Inoltre, mentre l’archiviazione richiede un esame del caso, qualunque
giudice è esentato dall’occuparsi di qualunque reato, escluso
l’omicidio e qualche altro (solo perché se ne occupano i giornali)
sulla base del semplice principio: “non ne ho avuto il tempo”. Il principio
dell’obbligatorietà dell’azione penale in concreto non è
operante e invocarlo, nel caso di una persecuzione ad personam, è
un atto d’imperdonabile ipocrisia.
Per non andare lontano, un caso capitato al sottoscritto.
Anni fa un disonesto ha compiuto una piccola estorsione ai miei
danni. Abilmente, pur pagando, mi sono procurato la prova del reato
commesso scritta e firmata da lui. E tuttavia la mia denuncia, sostenuta
da una prova evidente, non ebbe eco. Imparai così che l’obbligatorietà
dell’azione penale non esiste nemmeno nel caso dell’estorsione (art.629
C.p., pena da cinque a dieci anni).
2) Poi si esprime la tesi che chi è stato assolto
non ha nessun titolo per lamentarsi della giustizia. Si potrebbe
allora chiedere come mai la legge punisca la diffamazione a mezzo stampa.
Se un giornale scrivesse che Casini è stato visto palpeggiare
un ragazzino di otto anni nei gabinetti di un cinema, ovviamente il leader
dell’Udc farebbe un salto sulla sedia e pretenderebbe non solo che il
giornale pubblichi una smentita a tutta pagina o quasi, ma anche di veder
condannare il giornalista che ha firmato l’articolo e il direttore del
giornale. E neanche basterebbe. Il danno provocato all’immagine di quell’uomo
politico con una notizia totalmente inventata ma infamante non sarebbe
riparato né pubblicando la smentita (“una notizia data due volte”,
secondo la cinica espressione dei giornalisti) né obbligando il
foglio a pagare un enorme risarcimento. La gente continuerebbe a chiedere:
“Come è finita poi quella storia di Casini pedofilo?” Eppure, secondo
la tesi dei giustizialisti, di che cosa potrebbe lamentarsi l’ex-presidente
della Camera? La notizia è stata smentita. Punto. Analogamente,
Berlusconi è stato processato soltanto per le tangenti alla Guardia
di Finanza, All Iberian 1 e 2, caso Lentini, Medusa cinematografica, terreni
di Macherio, Lodo Mondadori, Sme-Ariosto, accordi pubblicitari Rai-Fininvest,
tangenti pay-tv, Telecinco in Spagna, collusioni con la mafia ma è
stato assolto: di che si lamenta? E invece ha ragione chi ha detto: “Calunniate,
calunniate, qualche cosa resterà”. La gente infatti commenterà:
“E va bene, non sarà stato colpevole di questo, ma è impossibile
che sia accusato di cento cose e sia innocente per tutte loro. Magari i
suoi avvocati, pagati profumatamente, avranno trovato un buon cavillo, mentre
uno come me avrebbe sul groppone chissà quanti anni di prigione”.
L’eccesso d’imputazioni, invece di provare la nequizia di qualcuno, prova
l’intento persecutorio di qualcun altro.
3) Una parola va infine spesa per le prescrizioni. Da
un lato questo genere di proscioglimento lascia inascoltata l’esigenza
di giustizia, se l’imputato è colpevole; dall’altro lascia
planare su di lui un’inammissibile ombra di colpevolezza, se è
innocente. Se proprio bisogna parlarne è per sottolineare un capo
d’accusa in più sulla testa dell’amministrazione giudiziaria italiana:
Le prescrizioni, invece di provare la possibile colpevolezza dell’imputato,
provano la sicura inefficienza della magistratura.
In sintesi: la prova della persecuzione giudiziaria
di cui è stato vittima Berlusconi è dimostrata dal grande
numero di indagini e processi di cui è stato fatto oggetto
e le molteplici assoluzioni, invece di dimostrare la correttezza
della magistratura in generale, provano la scorrettezza della magistratura
inquirente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 giugno 2008
LE INTERCETTAZIONI
Nella discussione sulle intercettazioni si fa largo
uso dell’argomento secondo il quale, senza di esse, molti reati
non sarebbero stati scoperti o non si scoprirebbero mai. In particolare
si fa il caso della clinica Santa Rita. In realtà, da un lato
le indagini giudiziarie esistevano ben prima che fosse inventato
il telefono, dall’altro non si può dire che questo ausilio tecnologico
sia “un mezzo come un altro”. La maggior parte degli strumenti d’indagine
tradizionali (pedinamenti, esame di documenti, interrogatori) riguarda
infatti o gli indagati o i testimoni, mentre col telefono sono coinvolti,
a volte con risultati drammatici, i terzi innocenti. Alla regola della
segretezza (art.15 della Costituzione) la legge permette solo eccezioni:
se invece si tratta di oltre centomila casi, è chiaro che si
tratta di massicce violazioni del dettato costituzionale. che provocano
a volte danni irrimediabili. Soprattutto alle persone importanti.
A chi cerca di limitare questi abusi si dice però
che vuole favorire i delinquenti. Se fosse vero che le intercettazioni
sono necessarie nell’attuale, straordinaria misura (oltre cinquanta
volte quella degli immensi Stati Uniti), significherebbe che la nostre
tendenze delinquenziali sono assolutamente straordinarie. Essendo
noi sessanta milioni e gli statunitensi oltre trecento, dovremmo essere
duecentocinquanta volte più delinquenti di loro. E non risulta.
Fra l’altro, la popolazione carceraria degli Stati Uniti è, proporzionalmente,
molto più numerosa di quella italiana. Per caso, non potendo fruire
di telefoni sotto sorveglianza, mettono la gente in galera per sorteggio?
Particolarmente interessante è il caso della
clinica Santa Rita. Può certo darsi che gli ascolti abbiano
facilitato le indagini e abbiano fornito mezzi di prova: ma possibile
che non si potesse giungere agli stessi risultati esaminando attentamente
le cartelle cliniche, interrogando i pazienti, usando tutti i normali
mezzi di indagine? C’è stata una denuncia e si sono avviate
le indagini la polizia: il magistrato e i carabinieri potevano fare
le normali indagini, arrivando alle stesse conclusioni. Del resto, il
processo non si fonderà su affermazioni ciniche o progetti criminosi
origliati, ma sulla dimostrazione che quelle affermazioni hanno dato
luogo a comportamenti illeciti. Rilevante è che quei progetti
criminosi sono stati attuati, e ciò sarà dimostrato mediante
i reperti diagnostici, non certo con le parole che i medici hanno detto.
Proprio il caso della clinica milanese dimostra l’opposto di ciò
che parecchi sostengono.
A questo punto i fautori del Grande Fratello Universale
obietteranno che, anche ad ammettere che si sarebbe potuti arrivare
allo stesso risultato per altre vie, non si vede perché si
sarebbero dovute escludere le intercettazioni. E qui si nota l’insensibilità
giuridica e democratica di tante persone. La fondamentale differenza
fra questo mezzo di ricerca della prova e i normali sistemi è
che questi ultimi non hanno controindicazioni e non violano la Costituzione.
Infatti solo per la violazione della privatezza la Carta fondamentale
ha stabilito che sia necessario un provvedimento motivato del magistrato:
e ciò perché la pratica doveva rimanere assolutamente
eccezionale. Se invece il provvedimento diviene normale (oltre centomila
casi!), si ha un comportamento antigiuridico: cioè l’uso di una
norma di legge in modo difforme dallo scopo per cui è stata creata.
Il caso italiano è talmente grave che già
nella scorsa legislatura si era seriamente parlato di intervenire
per via legislativa. Dunque oggi l’opposizione non può sostenere
che, senza i telefoni, non si possono fare indagini. O, almeno,
può farlo solo Di Pietro, pseudonimo di Tommaso Aniello.
C’è inoltre un corollario che aggrava la diagnosi.
Se, nel corso degli anni, almeno una volta si fossero puniti gli
autori delle fughe di notizie, si potrebbe credere alla buona fede
di qualcuno. Ma la totale, pacifica, indefettibile impunità
di chi ha violato il segreto d’ufficio è tale da non poter evitare
il sospetto di connivenze. Gli uffici giudiziari, in questo campo, non
meritano nessuna fiducia. Se l’unico sistema perché un segreto non
esca dai Palazzi di Giustizia è quello di non farcelo entrare,
allora sono necessari provvedimento drastici. E con essi non si tornerebbe
all’età della pietra: ci si porrebbe al livello della democrazia
statunitense.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . giugno
2008
LA LEGITTIMA DIFESA
ISTITUZIONALE
Nel sistema della separazione dei poteri, il più
debole è quello giudiziario. Esso infatti non dispone né
del potere di fare le leggi – che deve solo applicare – né
della forza bruta costituita dall’esercito o dalla polizia. La sua
legittimazione nasce dal rispetto che si guadagna con la sua competenza
e la sua terzietà: il popolo deve sempre poter credere al
suo più totale disinteresse e alla sua più totale, spassionata
sottomissione al diritto. E così è stato per lunghi decenni.
Qualcosa ha cominciato a guastarsi dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale, quando in Italia si sono adottate leggi
ed istituzioni che, piuttosto che mirare ad una migliore governabilità,
tendevano a negare tutto ciò che era stato fatto prima. Il Paese
era potuto entrare in guerra perché l’aveva deciso un uomo solo?
Da quel momento il Primo Ministro e addirittura l’intero esecutivo
avrebbero avuto un potere minimo, ai limiti della paralisi. Il fascismo
aveva pressoché eliminato la libera espressione delle idee? Il
nuovo regime avrebbe permesso tutto, con una netta tendenza a cedere
alla piazza e all’assemblearismo. Infine si è tollerato che
nelle scuole si predicasse l’antifascismo, o addirittura il comunismo,
che i sindacati su comportassero come partiti, che i consigli comunali
adottassero delibere per condannare la guerra nel Vietnam ed altre
amenità. Si è accettato il principio che tutto è politica.
Il massimo danno è stato però fatto
nell’ambito giudiziario. Non solo si è permesso che i magistrati
si riunissero in “partiti” (con tanto di elezioni interne), ma si è
accettato che essi non fossero mai puniti per l’eventuale mal fatto
e che, comportandosi come un centro politico, giudicassero addirittura
le leggi prima ancora della loro votazione: è avvenuto molte
volte, l’ultima in questi giorni. Infine si è tollerato che prendessero
apertamente posizione a favore di una parte (normalmente la sinistra)
contro la parte avversa, prima la Democrazia Cristiana e il Psi, poi
Berlusconi. Si è addirittura tentato di escludere quest’ultimo
dalla politica per via giudiziaria, perseguitandolo con un numero strabiliante di accuse.
Questo comportamento non è stato né
opportunamente valutato né adeguatamente sanzionato dalla
pubblica opinione. Ci si è abituati a questo andazzo abnorme
anche perché la maggior parte della pubblicistica, essendo
di sinistra, ha considerato i magistrati degli utili alleati. Non
si è voluto vedere che tutto questo, a parte il discredito
della magistratura dimostrato dal fatto che gli italiani hanno continuato
a votare per il Cavaliere, metteva in forse lo schema della democrazia
e della divisione dei poteri. Che Berlusconi sia stato vittima di un’aggressione
giudiziaria è provato dal fatto che il Cavaliere ha collezionato
solo assoluzioni o prescrizioni. Che la magistratura inquirente sbagli
obiettivo una volta può anche avvenire; se invece sbaglia troppe
volte, accusando sempre lo stesso uomo, c’è qualcosa di peggio
di un errore. Ma nessuno ha voluto rendersene conto e si è continuato
ad insistere fino all’inverosimile. È notizia di oggi che Berlusconi
ha presentato istanza di ricusazione per la Presidente del Tribunale di
Milano, e i commenti della stampa - e dei magistrati di Milano, e dell’Anm,
e del Csm! - sono stati asperrimi. Questa mossa processuale – regolarmente
prevista dal Codice di Procedura Penale – è stata descritta come un
attacco all’indipendenza della magistratura, come un affronto alla sua rispettabilità
e chissà che altro ancora. Se Berlusconi, rivolgendosi alla stessa
magistratura, si serve legittimamente di uno strumento previsto dal codice,
è un prevaricatore. Non ci rende conto che così lo si invita
a prevaricare sul serio?
Se un ordine travalica le sue competenze, il rischio
è la reazione del potere attaccato. Se oggi ci si pente dell’abolizione
dell’immunità parlamentare, se si parla di leggi per limitare
le intercettazioni, o la celebrazione dei processi a carico delle massime
autorità dello Stato, è perché l’esecutivo non ha
più nessuna fiducia nel potere giudiziario. Questo è spiacevole.
Ma ha tutta l’aria di una legittima difesa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 giugno 2008
CESARE È SOLO FERITO, SOPRAVVIVERÀ
Nelle tracce degli esami di Stato per la maturità,
è stato commesso un errore. È stato proposto di commentare
una poesia di Montale dedicata ad un donna, mentre poi si è
scoperto che si trattava di un uomo. Nei commenti è venuto
giù il cielo. Qualcuno non si sarebbe limitato, per così
dire, alla richiesta di un’aquae et ignis interdictio (esilio, esclusione
dalla vita civile), per l’incauto consulente ministeriale: avrebbe
amato proporre il supplizio della ruota. Non potendo applicare questi
istituti, perché non previsti dal nostro codice, quanto meno è
stato chiaro che si chiedeva la revoca della licenza elementare. Molto
rumore per nulla.
Le tracce ministeriali – che al contrario dell’uso
invalso dovrebbero essere scheletriche - hanno un unico scopo: impedire
che i ragazzi tirino fuori, dai nascondigli più impensati,
temi già bell’e svolti da copiare. Per questo devono essere
imprevedibili. Se ci si potesse fidare dell’onestà del prossimo,
basterebbe invitare a scrivere qualcosa. Qualunque cosa. Infatti la
capacità di esprimersi nella lingua nazionale non si dimostra
sostenendo una tesi elegante, nuova, profonda, erudita, ma anche scrivendo
il più banale dei testi: una denuncia di sinistro, un verbale di
assemblea di condominio, una lettera al cugino che vive in Argentina.
L’argomento è del tutto secondario. Prova ne sia che a volte fior
di professori fanno ridere i colleghi se stilano un rapporto sul registro:
dovendo condensare in poche righe un episodio spiacevole, e scrivendo sotto
l’effetto della collera, realizzano perle linguistiche memorabili.
Il pretesto è nulla rispetto a ciò che
si sa ricavarne. La Quinta Sinfonia di Beethoven è su un tema
di un paio di note ma solo un genio come quel musicista poteva, a
forza di variazioni, elaborazioni e impasti orchestrali farne un
capolavoro. Per questo, se si desse ai ragazzi questo tema: “Fallito
attentato in Senato. Cesare è ferito ma sopravviverà.
Possibili sviluppi politici”, si negherebbe la storia ma non si commetterebbe
un crimine. Che importa che Cesare sia morto, in quell’attentato?
Scrittori come Gorge Bernard Shaw, o come Albert Camus, o come Friedrich
Dürrenmatt su un tema del genere sarebbero stati capaci di scrivere
un capolavoro. Come del resto ha fatto Jean Giraudoux con “La guerre
de Troie n’aura pas lieu”.
Il tema – parola che si ritrova tanto in letteratura
quanto in musica – ha un’importanza limitata. Il risultato dipende
da ciò che si sa farne. In questi esami di maturità non
è successo niente di grave. Grave è piuttosto che qualche
giornalista si sia permesso di essere molto pesante con un consulente
ministeriale che neppure conosce. I giornalisti hanno troppe colpe,
linguistiche e nozionali, sul groppone, per impancarsi a giudici
di cultura. È bene che continuino a chiedere scusa e, in mancanza
del capro espiatorio chiamato “proto”, a invocare a discolpa la fretta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 19 giugno 2008
CHE ARIA TIRA
Ma come mi dispiace, ma come mi dispiace.
I ceffi antisemiti saranno molto delusi, anzi saranno
furibondi, tanto furibondi che spero gli venga l'orticaria.
L'organizzazione antisemita denominata European Jews
for a just Peace ha scritto a ogni membro del Parlamento europeo
" Gentile parlamentare europeo, venuto a conoscenza che all'incontro
del Consiglio Europeo, il 19 e 20 giugno, i capi di stato della UE
prenderanno in considerazione il miglioramento dei contatti politici
ed economici con Israele. Le scrivo, a nome di European Jews for a
just Peace, per dirle di fronte ai governi europei , nel modo
piu' fermo possibile, cha tale miglioramento e' attualmente assai
inappropriato...."
A questo punto questa organizzazione espone alcune
idee per cui , secondo loro , Israele fa schifo: perche' ha
l'arroganza di difendersi! Naturalmente senza accennare a guerre
e terrorismo, senza ricordare che Israele e' pronta a regalare territori
come ha sempre fatto pur di avere la pace e che in cambio riceve
50 missili al giorno sulla popolazione inerme, infine conclude:
"non e' il momento, oggi, perche' la UE migliori i
rapporti con Israele".
Il momento non e' ne' oggi ne' mai per questa gente,
finche' Israele non sparira' per lasciare il posto a una grande
Palestina araba, islamica, rossa!
Seguono l'ineffabile Morgantini e Amnesty International,
la prima in quanto vecepresidente del parlamento Europeo ( vergogna
al parlamento!) , i secondi come organizzazione di parte....palestinese....che
in realta' dovrebbe chiamarsi Amnesy International.
Nicolas Berger direttore di Amnesy a Bruxelles scrive
allarmatissimo " rinnovare relazioni con Israele manderebbe un
brutto segnale a tutta la regione..."
ehhh si, certo, riallacciare, dopo tanti anni di odio
puro e fanatico, delle relazioni con la democrazia israeliana
manda un pessimo segnale, meglio l'Iran che ammazza i gay e
impicca uomini e donne. Infine Amnesy ripete lo slogan
caro a chi odia Israele "Israele blocca Gaza trasformandola
in una prigione a cielo aperto per 1.500.000 di persone".
Ormai credo che solo dei deficienti possano dire e
credere a questa barzelletta.
Come si fa a ricordare a questo Berger che hamas
ha preso il controllo di Gaza con una guerra civile di rara ferocia
e costringe i palestinesi a stare chiusi la' dentro. Israele manda
viveri, gasolio, acqua medicine e hamas requisisce tutto per poi venderlo!
Eh Berger di Amnesy? Questo nessuno glielo ha detto?
Loro vendono alla loro gente quello che Israele manda
GRATIS.
E la Luisa Morganttini( vergogna) vicepresidente (vergogna)
del parlamento Europeo (vergogna) incalza che non e' il momento
per migliorare i rapporti tra la UE e Israele. Racconta di essere
stata in Israele per aiutare i pacifinti israeliani ed europei a
tirar sassi contro i ragazzi di Zahal, cioe' no non dice proprio questo,
farebbe una figuraccia da terrorista ne' dice di essersi mezzo
soffocata a causa dei lacrimogeni lanciati da Zahal per disperdere tutti
quei pazzi fanatici, fuori di testa, razzisti, gentaglia.
Non lo dice ma lo sappiamo!
Pero' racconta nel suo intervento di aver visto il
MUUUROOOO, ahi ahi ahi ahi, il MUUUUROOOO, quello che impedisce
ai terroristi suicidi di entrare e a noi di morire.
Come le da fastidio questo fatto alla Morgantini.
Come la disturba che in Israele non abbiamo piu' 30 40 attentati
al giorno.
E conclude "non e' per punire Israele", noooo ma certo,
ma che discorsi, non e' mica per punire, " ma e' per essere coerenti
con le nostre regole sui diritti umani"
Diritti umani che secondo "la vergogna Morgantini"
Israele non rispetta perche' si difende.
Israele ha invece il diritto di crepare , di farsi
colpire da migliaia di missili, di accettare i kamikaze senza protestare
e senza costruire muuuuriiii.
Dunque , riassumendo, per "ebrei europei per
una pace giusta", per Amnesy International, per "vergogna" Morgantini,
l'Europa dovrebbe trattare Israele come ha sempre fatto per decenni,
con odio, un odio cosi' grande che negli anni delle guerre da cui dovevamo
difenderci per non essere distrutti, ci puniva con l'embargo.
Un odio cosi' assassino che negli anni del terrorismo
di Arafat, mentre noi rischiavamo di saltare per aria ogni volta
che uscivamo da casa, per le strade di Parigi branchi di pacifascisti
urlvano "attacca gli ebrei attacca gli ebrei" e questi ultimi
venivano rincorsi., bastonati, qualche volta uccisi.
Gli ebrei avevano di nuovo paura in Europa.
In Italia gli stessi pacifascisti bruciavano bandiere,
facevano cortei come a Ramallah e Gaza, vestiti da kamikaze.
Gli ebrei avevano di nuovo paura in Europa.
In Inghilterra un ambasciatore di Francia ribattezzo'
Israele "piccolo paese di merda".
In tutta Europa il boicottaggio contro
Israele andava alla grande accompagnato dalla violenza razzista.
Per anni giovani fasciocomunisti si dedicavano
a piccoli pogrom, cosi', tanto per spaventare.
Ragazzi israeliani venivano sbattuti fuori dai locali
pubblici, scienziati israeliani venivano licenziati dalle universita',
le manifestazioni contro Israele si susseguivano senza sosta in
tutta Europa.
Si, gli ebrei avevano di nuovo paura in Europa.
Scommetto che la gente ha dimenticato questa vergogna
dell'Europa che tanto sbandiera i diritti umani per tutti meno
che per Israele, per fortuna ho scritto tutto in
tempo reale per poter sbattere in faccia la verita' a chiunque avesse
il coraggio di negare.
Dove erano gli "ebrei europei per una pace giusta"
mentre in Europa giocavano a "bastona l'ebreo", in Israele si moriva
ogni giorno?
Dove era la vergogna Morgantini?
Dove era Amnesy?
Tutti a Ramallah a sostenere Arafat.
Noi qui raccattavamo da terra e dai muri della case
pezzi di corpi, venivano linciati e fatti a pezzi colle mani nude
persino bambini ebrei di 12 anni e loro, questi vergognosi, erano
a Ramallah a consolare Arafat.
Comunque, signore e signori, sono felice di
annunciarvi che a costoro sara' venuto il coccolone nell'apprendere
che l'Europa ha deciso di incrementare in modo significativo le
sue relazioni culturali e commerciali con Israele.
E' stato annunciato in Lussemburgo da tutti
i ministri europei al Ministro degli Esteri israeliano Zippi Livni.
"Stiamo entrando un una nuova era di relazioni tra
Europa e Israele" ha dischiarato ieri una Livni soffisfatta.
Ma non e' finita! Chi si e' opposto ancora alla normalizzazione
tra EU e Israele?
Quelli con cui dovremmo fare la pace, i palestinesi,
e l'Egitto, con cui abbiamo fatto la pace nel 1979.
Sono preoccupatissimi per questa nuova Europa passata
dall'odio dei governi di sinistra inginocchiati davanti ad Arafat,
a un desiderio di amicizia e collaborazione con un paese democratico
e di alta cultura e formazione scientifica come Israele, grazie
alla virata politica di capi di stato come Sarcozy in Francia, Brown
in Inghilterra, Merklel in Germania e Berlusconi in Italia.
Leader che non disdegnano di fare affari anche con
le dittature arabe ma che, allo stesso tempo, non vogliono
discriminare e boicottare Israele riconoscendone i grandi meriti.
Presto, un Jaegermeister per Morgantini, per Berger,
per " l'ebreo per una pace giusta... eliminando Israele", per Salaam
Fayyad, e per tutti quelli che odiano israele, dategli un bicchierino
che si riprendano dalla rabbia velenosa che li ha invasi.
Ci sono voluti quattro anni di cure
ma, alla fine, la morte benedetta di Arafat che ha segnato l'inizio
di un faticoso processo di normalizzazione dei rapporti tra
Israele e l'occidente, sta dando i suoi frutti. Non credo che gli
europei ci amino, anzi stando a alcuni studi, sembra che l'antisemitismo
stia ancora crescendo ma questo e' un fenomeno incomprensibile
che ha le sue radici lontano nel tempo e che non si esaurira' mai.
Credo anche che questa rinnovata amicizia ci
presentera' presto il conto.
Ci odino pure, tanto noi abbiamo Israele.... se Olmert
non lo svendera'... , la cosa importante e' che la politica
europea non ci perseguiti come ha fatto per 40 anni.
Deborah fait - www.informazionecorretta.com
LA LOGICA SULLE
RIVE DEL LAMBRO
Purtroppo, chi si abbevera ai giornali non può
mai essere sicuro di non trovare acqua avvelenata. Ecco perché,
nell’episodio che si sta per commentare, si lascia la porta aperte
alla possibilità che i giornalisti abbiano riferito male le opinioni
di un giudice.
A proposito della proposta, da parte del sostituto
pg di Milano, di rigettare l’istanza di ricusazione presentata dai
legali di Silvio Berlusconi, leggiamo sul Corriere della Sera: “Per
il sostituto Pg, inoltre, l'istanza di ricusazione va dichiarata
inammissibile perché tardiva. Nonostante, infatti, i difensori
del premier sostengano di aver percepito la notizia degli interventi
su internet della stessa Gandus, il 16 giugno (si hanno tre giorni
di tempo da quel momento per presentare l'istanza) gli appelli stessi
sono datati, alcuni del 2006, e deve essere pertanto provato dagli
stessi difensori che la percezione è avvenuta solo il 16 giugno.
Cosa che non è avvenuta”. Se queste sono le sue parole, anche ad
ammettere che la dott.ssa Laura Bertolè Viale, pg di Milano,
sia un’eminente giurista, certo non è molto ferrata in filosofia
e in particolare in dialettica.
Come è noto, la “prova” è la dimostrazione
di un assunto. Se, per esempio, si afferma che un decimetro cubo
di ghiaccio, in un ambiente dove ci sono venti gradi centigradi,
si scioglie in tot minuti, la prova si avrà effettuando l’esperimento.
Se viceversa qualcuno affermasse che quel cubo di ghiaccio, in capo
allo stesso tempo, si trasformerà in un asino, l’esperimento non
proverà che il cubo non si è trasformato in un asino, proverà
che si è trasformato in acqua. Si avrà una prova positiva
di qualcos’altro, non negativa dell’assunto. È lo stesso
meccanismo dell’alibi. Se l’accusato può provare di essere
stato altrove (alibi, in latino), dimostra con ciò stesso
di non aver potuto commettere il delitto. Ma questa è una deduzione:
l’unica prova fornita è quella di essere altrove. Una prova
positiva, non negativa.
Questa banalità, nel campo della logica, sembra
non avere raggiunto le rive del Lambro. È assurdo scrivere
che “deve essere pertanto provato dagli stessi difensori che la percezione
è avvenuta solo il 16 giugno. Cosa che non è avvenuta”.
Essi possono ad esempio provare di averla avuta, quella percezione,
il 16 giugno, ma come potrebbero mai provare di non averla avuta
prima? Solo un terzo potrebbe venire a testimoniare “ne abbiamo parlato
insieme in marzo”: ma, appunto, sarebbe una prova positiva di quella
conoscenza, fornita da un terzo, non una prova negativa, fornita dagli
avvocati di Berlusconi. Stupisce che un magistrato dell’inquirente,
abituato a sostenere l’accusa, incorra in un simile errore logico-giuridico.
Ma forse è vero che, quando si tratta di andare contro Berlusconi,
valgono anche le impossibili prove negative.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 giugno 2008
VELTRONI RIMUOVE
IL SUO PASSATO COMUNISTA
«Tutto cominciò nel 1979, quando venni
inviato a Budapest da Massimo D'Alema per rappresentare i giovani
comunisti ai vertici della Fmjd, un'organizzazione internazionale
di osservanza sovietica». Nel Pci lo storico Federigo Argentieri
ha combattuto a lungo perché il partito cambiasse posizione
sulla rivoluzione ungherese del 1956, sconfessando Palmiro Togliatti
e la sua scelta di approvare non solo l'intervento dell'Urss, ma
anche la condanna a morte del comunista riformatore Imre Nagy, capo
del governo magiaro durante la rivolta, impiccato mezzo secolo fa,
il 16 giugno 1958.
Fu una battaglia difficile, che Argentieri considera
vinta solo in parte: «Non condivido il modo in cui Walter
Veltroni rimuove il passato e finge di non essere mai stato comunista.
La storia non si può ignorare: bisogna rivisitarla criticamente».
A tal proposito
Argentieri ritiene che Enrico Berlinguer fosse sulla buona strada
già nel 1968: «Fu il comunista più deciso nel
condannare il soffocamento della Primavera di Praga, come dimostrano
anche i documenti sovietici che Victor Zaslavsky sta per pubblicare
sulla rivista Ventunesimo Secolo. Berlinguer conosceva bene l'Urss
ed era convinto della necessità di staccarsene. Mosca lo considerava
un nemico e sono certo che il suo strano incidente stradale in Bulgaria,
nel 1973, fu un tentativo del Kgb per assassinarlo, come del resto
pensava anche lui».
Però Berlinguer rifiutò l'ipotesi
di un approdo socialdemocratico. «Finita la solidarietà
nazionale, il suo radicalismo in politica interna fu disastroso.
Ma credo che fosse dovuto anche all'esigenza di coprirsi le spalle
a sinistra, per bloccare i tentativi dei sovietici di creargli problemi
nel partito in seguito alla sua dura condanna del colpo di Stato in
Polonia, nel dicembre 1981».
Anche Argentieri passò i suoi guai: «A
Budapest, circondato da un'ostilità glaciale, sostenni
la linea del Pci contro la messa al bando di Solidarnosc. E presi
a interrogarmi sul 1956: se si condannava un'azione di forza limitata
come quella del generale Jaruzelski, che in fondo aveva il vantaggio
di evitare un'invasione sovietica, come si poteva mantenere una valutazione
positiva sul bagno di sangue avvenuto a Budapest 25 anni prima?».
Il ritorno in Italia, nel 1982, segna l'inizio di
una fase di studi: «Andai a lavorare all'Istituto Gramsci:
qui, con l'appoggio di Adriano Guerra, approfondii le mie ricerche
fino a preparare una tesi di laurea sulla rivoluzione ungherese che
smentiva pienamente l'interpretazione ufficiale del Pci. Ma capivo
che, pubblicandola da solo, avrei fatto la figura della mosca cocchiera,
senza ottenere effetti politici. Accolsi così il suggerimento
di Giancarlo Pajetta, che mi disse di contattare un senatore comunista
di Torino, Lorenzo Gianotti, il quale stava lavorando a sua volta
sull'insurrezione di Budapest».
Ne nacque il
libro a quattro mani ŒL'ottobre ungherese‚,
uscito nel 1986, che divenne un caso politico. «Fu
un macigno nello stagno, perché Gianotti lo segnalò
al suo amico Giuliano Ferrara, il quale consigliò a Bettino Craxi
di uscire allo scoperto. Così il leader socialista chiese al Pci
di riabilitare Nagy, suscitando un vespaio. D'Alema subì rimbrotti
per avermi appoggiato, ma mi difese. Luciano Lama e Paolo Spriano si
schierarono a favore di Nagy.
Ma gran parte del partito cercò di salvare
capra e cavoli, attraverso contorsioni che si sforzavano di giustificare
la fedeltà alla lezione di Togliatti. Penso a Giuseppe Boffa
e soprattutto ad Alfredo Reichlin, che all'epoca dell'esecuzione
di Nagy era direttore dell'Unità e non ha mai detto una parola
di autocritica: padronissimo, ma mi lascia assai perplesso che
proprio a lui sia stato affidato il compito di scrivere il programma
del Partito democratico. Ho più rispetto per Armando Cossutta,
che è sempre stato un filosovietico coerente. Quello che non
accetto è il tentativo di tenere insieme posizioni incompatibili
in una logica di continuismo esasperato, tipicamente togliattiana,
che alla fine si rivela soltanto opportunistica ».
Così il 1986 fu un'occasione mancata: «Purtroppo
Berlinguer era morto e il successore Alessandro Natta mostrò
limiti enormi: nell'anniversario della rivoluzione si recò
in Ungheria a visitare Janos Kadar, l'uomo portato al potere dai sovietici,
senza rendersi conto di come sarebbe stato interpretato il suo gesto.
Ci vollero pressioni enormi per indurlo ad esprimere qualche parola
di rispetto per Nagy. Anche per questo l'anno dopo fu sostituito, in
modo un po' brusco, da Achille Occhetto, che però aveva ereditato
l'anticraxismo berlingueriano e non aveva le idee molto chiare sul da
farsi».
Intanto al Cremlino era arrivato l'innovatore Mikhail
Gorbaciov: «Quando fu riabilitato Nikolaj Bukharin, vittima
del grande terrore nel 1938, il Psi riprese l'offensiva. Io fui
l'unico del Pci a partecipare a un polemico convegno socialista
sullo stalinismo, nel marzo 1988. Tuttavia la nuova generazione
comunista era più sensibile all'esigenza di rompere con il passato.
Utilissimo a tal proposito fu il contributo di Miklos Vasarhelyi,
un dissidente ungherese che era stato processato con Nagy. Realizzai
con lui un libro intervista: buon conoscitore dell'Italia, toccò
le corde giuste per indurre il Pci a una svolta netta».
L'occasione fu
la cerimonia organizzata a Parigi in onore di Nagy, nel trentesimo
anniversario dell'esecuzione, dal grande esule ungherese François
Fejtö, recentemente scomparso: «La partecipazione di
Piero Fassino, in rappresentanza del Pci, ebbe un forte significato
politico. Claudio Martelli, anche lui presente, mi parve molto seccato.
L'anno dopo era il 1989 e a Budapest, in un Paese ormai avviato verso
la democrazia, ci furono i solenni funerali di Nagy e degli altri martiri
della rivoluzione, sempre il 16 giugno: insieme a Fassino ci andò
anche Occhetto. E di nuovo i socialisti non la presero bene: credo che il
Psi abbia svolto un ruolo assai positivo nell'incalzare il Pci, ma abbia
poi sbagliato nel volerlo azzerare.
Craxi pensava di occupare l'intero spazio della
sinistra, togliendo di mezzo i comunisti, mentre stava al governo
con la Dc: un progetto palesemente irrealistico. E poi anche il
Psi era stato stalinista e non poteva limitarsi a rimuovere quel
suo passato senza rifletterci sopra».
È il settarismo, secondo Argentieri, che
ha affossato la sinistra: «La svolta della Bolognina sfociò
nel nulla, perché Occhetto era disposto a tutto fuorché
a proclamarsi socialdemocratico. Ma anche il Psi si accanì
inutilmente contro il Pds. E così certe incrostazioni sopravvivono
ancora oggi, nonostante l'apertura degli archivi sovietici voluta
da Boris Eltsin, una figura che andrebbe rivalutata.
Nel 1996 pubblicai in allegato all'Unità
un libro, ŒLa rivoluzione calunniata‚ (poi ripubblicato da Marsilio),
nel quale dimostravo che Togliatti aveva non solo approvato, ma sollecitato
l'intervento sovietico. E in precedenza avevo trovato documenti da
cui risultava che il leader del Pci aveva preventivamente avallato
l'esecuzione di Nagy, pur chiedendo a Kadar di rimandarla a dopo le
elezioni italiane del 1958 (come in effetti avvenne).
Ma molti fanno finta di niente: all'Istituto Gramsci,
nonostante gli sforzi positivi del direttore Silvio Pons, è
cresciuta una generazione che, patrocinata dal presidente Giuseppe
Vacca, ancora difende il continuismo togliattiano. Se gli eredi
del Pci non fanno davvero i conti con la loro storia, la sinistra non
uscirà dal vicolo cieco in cui si trova».
Antonio
Carioti per il Corriere della Sera
Tanti innocenti
nella rete
Ieri i pm di Milano hanno
detto che le intercettazioni sono state determinanti per fare
luce sui reati commessi nella sanità. Però nel 2007
gli «intercettati» sono stati oltre 123 mila, dei quali
112.623 nel corso di conversazioni telefoniche e 10.492 attraverso
controlli ambientali (microspie e altre apparecchiature elettroniche).
Ora, i casi sono due. O siamo uno dei Paesi al mondo a più
alto tasso di criminalità. E, allora, la massa degli intercettati
è giustificata. O c'è qualcosa che non va nel sistema delle
intercettazioni: dalla decisione di farvi ricorso al loro uso in sede
giudiziale e alla loro divulgazione tramite il circuito mediatico-
giudiziario. Così, finiscono nel tritacarne molti «attori
non protagonisti », i quali subiscono gli «effetti collaterali»
˜ non previsti e, quel che è peggio, dei quali non è sufficientemente
valutata la gravità per chi ne è vittima˜ che le indagini
sulle attività oggetto dell'intercettazione hanno sulla vita
di chi non ha nulla a che farci. La nostra storia giudiziaria ne è
piena.
Il fatto stesso che gli intercettati attraverso
le utenze telefoniche siano stati la stragrande maggioranza sembra
avvalorare il sospetto che gli «attori non protagonisti»
non siano poi tanto pochi. È, dunque, soprattutto di questi
ultimi che ci si dovrebbe preoccupare, prima ancora di stabilire
a quali altre attività criminose˜oltre il terrorismo e la malavita
organizzata previsti dal governo ˜ si debbano estendere i controlli.
Nel definire e programmare l'attività contro
il crimine˜ anche attraverso le intercettazioni, che sono, di fatto,
una violazione della privacy ˜la classe politica si dovrebbe preoccupare,
innanzi tutto, della salvaguardia di chi, innocente, potrebbe finire
ugualmente, e del tutto fortuitamente, nella rete delle intercettazioni.
Il limite alle intercettazioni non può che consistere nella tutela
delle libertà del cittadino. Nello Stato di democrazia liberale
prevale sempre il principio che sono preferibili dieci colpevoli in
libertà a un solo innocente coinvolto nel sistema di prevenzione
e repressione del crimine. Immagino le reazioni dei moralisti. Con
la scusa di tutelare gli innocenti, qui, si vuole salvare i colpevoli.
Ma è stata proprio la prevalenza delle tentazioni moraleggianti
sui giudizi di realtà che ha generato spesso l‚affermazione della
massima ingiustizia nei confronti degli innocenti sulla realizzazione
della giustizia possibile nei confronti dei colpevoli. Non è
un caso, del resto, che il moralismo ˜come degenerazione del giudizio morale,
come carenza di «forza del giudizio», come ripudio del diritto
comune˜giochi un ruolo maggiore nei sistemi totalitari che nei sistemi
di democrazia liberale. Nel legiferare sulle intercettazioni, il legislatore
dovrebbe, dunque, fare appello soprattutto al «senso comune».
Che non è il buonsenso ˜il quale è
ideologico˜ ma sono quelle tradizioni storiche, empiriche, patrimonio
morale della vita di ogni comunità civile, senza le quali le
migliori intenzioni razionalizzatrici finiscono col negare se
stesse.
di Piero Ostellino - CdS
COMMENTO
A MEZZO ARTICOLO
Gli articoli di Scalfari sono troppo lunghi per
poterli commentare. Bisognerebbe scrivere un libro: e se sono
già noiosi i libri di Scalfari, figurarsi quelli su Scalfari.
Dunque si commenterà solo metà della rituale lenzuolata
domenicale.
Il grande Eugenio comincia sparando un paio di cannonate.
“Berlusconi vuole… separare lo Stato dal diritto”. Cioè
ridurlo al livello preistorico. “Non sarà fascismo, ma certamente
è un allarmante ‘incipit’ verso una dittatura”. Esagerazione
per esagerazione si potrebbe dire: Berlusconi vuole la giungla,
Scalfari vuole dimostrare di avere raggiunto l’ultimo grado dell’Alzheimer.
“Questa sempre più evidente deriva democratica…”
Forse voleva dire “antidemocratica”. Ma è vero che sull’argomento
democrazia l’ex-direttore ha le idee confuse. Comunque, chi salverà
l’Italia da questo destino? Una volta le folle speravano in Stalin
(Ha de veni’ Baffone!), ora c’è “il solo argine del capo dello
Stato”: Giorgio Napolitano con la spada sguainata sul Colle. Novello
Leonida.
Il problema della sicurezza
e quello delle intercettazioni sono “due supposte emergenze gonfiate
artificiosamente per distrarre l'attenzione dalle urgenze vere”.
Devo spiegarlo a mia moglie che è stata scippata.
Poi si parla dell’uso dell’esercito con funzioni
di pubblica sicurezza e la tesi si fa interessante. Da un lato
Scalfari tratta questo provvedimento quasi come un colpo di Stato
(I’esercito per le strade!), tanto che “un provvedimento analogo fu
preso dal governo Badoglio”, dall’altro irride la presenza di
2.500 soldati a fronte di trecentomila uomini, fra Carabinieri, Polizia
e Guardia di Finanza. Infine, scansato a fatica il colpo di Stato,
dice che si tratta di un provvedimento puramente propagandistico: “l'insicurezza
delle nostre città [tale] da render necessario il coinvolgimento
dell'Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo”.
Ah, meno male. Avendo temuto il colpo di Stato, c’è di che essere
rassicurati.
Si passa al disegno di legge sulle intercettazioni
e viene ricordato che provvedimenti analoghi avevano tentato di
adottare Flick e Mastella (centro-sinistra), senza riuscirci. “Adesso
presumibilmente ci si riuscirà ma… il senso politico è
un altro… Il senso politico, anche qui, è un'altra militarizzazione,
delle Procure e dei giornalisti”. Insomma, se una cosa la fa il centro-sinistra,
è buona; se la fa Berlusconi, è cattiva. Le successive critiche
(la durata di tre mesi, il divieto di pubblicazione di notizie fino
all’inizio del dibattimento, ecc.) sono discutibili e infatti se
ne discuterà in parlamento; ma Scalfari chiede: “il motivo della
secretazione è un altro, ma quale?” Semplice: favorire la fine
della democrazia e l’incoronazione di Berlusconi nuovo Re Sole, come
egli dice esplicitamente nella seconda parte dell’articolo.
Il decreto in questione è comunque esiziale.
Senza questo diluvio di intercettazioni non si perseguirebbero
più i reati: infatti, aggiungiamo, prima dell’invenzione
del telefono la giustizia penale non esisteva; poi, secondo Scalfari,
la pubblica opinione non potrebbe decidere i processi o il tenore delle
leggi. Il caso Santa Rita, dice, oggi dà luogo ad un dibattito
sull’organizzazione della Sanità che senza quelle intercettazioni
non si avrebbe. O, almeno, “potrebbe aver luogo soltanto all'inizio
del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati”.
Inoltre, “L'eventuale archiviazione dell'istruttoria resterebbe ignota
e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell'archiviazione
e su una possibile critica della medesima”. Il totale è chiaro:
i processi li deve decidere la pubblica opinione (cioè i giornali,
cioè Scalfari) e le leggi devono essere discusse e votate sulla
base della cronaca giudiziaria. Si vorrebbe l’istituzionalizzazione
dell’emotività nazionale come fonte del diritto.
Non stiamo esagerando: “il maxi-processo contro
‘Cosa Nostra’ fu confermato in Cassazione perché fu cambiato
il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro
della Giustizia dell'epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione
dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell'allora presidente
di sezione, Carnevale”. Queste parole sono gravissime. Dopo che ci
si è sbracciati per anni ad invocare il rispetto della Costituzione
riguardo al “giudice naturale”, si va a lodare un ministro che di
questa norma fa strame? E poi perché? Perché giornalacci
come Repubblica hanno ripetutamente calunniato un grande giurista
e un grande galantuomo come Corrado Carnevale! Scalfari inoltre dimentica
che questo magistrato è stato reintegrato nelle funzioni con
mille scuse e tutti gli onori e gli arretrati e le promozioni e a momenti
anche l’attribuzione di un paio di flabellari. Il filosofo prestato
al giornalismo si limita a ripetere le calunnie e osa porle a sostegno
di un ragionamento che già faceva acqua di suo.
“Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti
ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare
con l'efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica
opinione esaurientemente informata”. E qui si dimentica la campagna
di stampa, di sinistra, contro Falcone. È immorale, contare
tanto sulla mancanza di memoria dei lettori.
Ma forse non è l’unica cosa immorale di questo
articolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15 giugno
2008
Le pulci a Mr.
X
Ha inventato un nuovo genere di giornalismo d'inchiesta,
utilizzando uno strumento formidabile: l'archivio. Raccoglie e
annota tutto ciò che gli capita, legge e ricorda gli atti giudiziari
meglio di un avvocato o di un procuratore. Il suo modo di lavorare
lo ha fatto diventare un personaggio di successo, anche se prima di
quel 14 marzo 2001 Marco Travaglio era un giornalista "normale". Un
illustre sconosciuto, direbbe qualcuno, ma cresciuto alla corte di Indro
Montanelli.
Poi il 14 marzo 2001 Daniele Luttazzi lo invita
a Satyricon e scoppia il caso. Travaglio si fa notare per la
sua "presenza scenica", in televisione rende e anche nei teatri
sa farsi valere. Come direbbe qualche bravo operatore, lui "buca"
il video, insomma "funziona". Su quell'onda ha costruito il suo successo
e dopo il best-seller L'odore dei soldi (scritto con Elio
Veltri, Editori Riuniti, 2001) continua a sfornare titoli a ripetizione,
ultimo dei quali Inciucio, pubblicato da Rizzoli e già
in vetta alle classifiche di vendita.
Certamente è l'autore di saggistica che
riscuote maggior successo tra il pubblico e può permettersi
il lusso di avere due titoli in libreria contemporaneamente: lo
stesso Inciucio (coautore Peter Gomez), e Berluscomiche
Il mensile Prima Comunicazione ha definito gli
scritti del giornalista torinese «libri-collage sfornati
a mesi alterni» (n. 357/2005), ma questo a lui non interessa.
L'importante è essere presenti: che se ne parli, bene o male
non importa. Per questo è sempre in giro per l'Italia a
presentare e a presenziare. A gennaio? Il 9 (ore 21) lo trovi a Torino,
il 10 (ore 16.30) è già a Palermo, l'11 (ore 21) rieccolo
in Piemonte a Borgaro Torinese, il 12 (ore 17.30) è a Santa Marinella
in provincia di Roma, il 16 a sera al teatro Ambra Jovinelli di Roma,
il 17 all'Università di Torino, il 18 al Circolo Arci di Fidenza,
il 19 puntatina ad Este (Padova) presso l'Aula Magna del Collegio Vescovile,
il 20 ad Adria, il 23 alle 17 a Torino (libreria Feltrinelli), prima
di recarsi (ore 21) ad Alessandria dove lo aspettano alla libreria
Mondadori (marchio Berlusconi).
E ancora Isernia, Modena, Milano, Bologna, Casalecchio
e chi più ne ha più ne metta.
uscito per Garzanti.
Accusa Berlusconi
di presenzialismo televisivo e gli rinfaccia il suo essere "piazzista",
ma anche Travaglio si fa notare dappertutto: piazze, convegni,
poco in tv perché da quel famoso 14 marzo non lo invita più
nessuno.
In quasi cinque anni, di strada ne ha fatta tanta.
«Certamente con L'odore dei soldi (200.000 copie) ha
rimpinguato le casse degli Editori Riuniti», ricorda un
autore che ha lavorato per la ex casa editrice del Pci.
Travaglio attacca Vespa perché scrive
su tantissime testate, ma neanche lui scherza: è redattore
di Repubblica a Torino, collabora con L'Espresso, L'Unità,
Micromega, Giudizio Universale (un mensile), cura la rubrica "Carta
Canta" sul sito di Repubblica.
E poi i libri. A proposito di case editrici:
Travaglio critica D'Alema perché pubblica con Mondadori,
ma anche lui ha lavorato per la casa editrice di Berlusconi, vendendo
tantissime copie di Palle Mondiali e dello Stupidiario del calcio
e dello sport (usciti entrambi nel 1994).
In tutto, come riferito dal sito non ufficiale
www.marcotravaglio.it (sul quale ci sono altri sui scritti),
i suoi libri sono 20, più un paio di interviste ed alcune
prefazioni, come quella scritta per Kaos Edizioni sugli atti
del processo in primo grado contro la Juventus (accusata di doping),
poi ribaltato in appello (mai prefazione fu più nefasta)
A forza di scrivere sta perdendo colpi. Inciucio,
ad esempio, contiene un paio di refusi (Billè, a pagina
519, è chiamato Claudio ma il suo nome è Sergio,
poi Adreani di Mediaset è ribattezzato Ariani a pag. 388),
mentre L'Amico degli Amici (Bur 2005), è una
sorta di brutta copia del Dossier Dell'Utri, pubblicato da Kaos
con la presentazione di Gianni Barbacetto.
Ma Travaglio
è Travaglio: lui vende e gli è concesso tutto. Non
lesina le "affettuosità giornalistiche" e viene ricambiato dagli
amici della "sua" lobby. In fondo, anche lui fa parte di un piccolo
club insieme ai vari Santoro, Guzzanti (Sabina), Luttazzi, quelli dell'associazione
Articolo 21. Tra amici si scambiano "cortesie". Ad esempio: Travaglio
dedica alla Guzzanti un capitolo di Regime (Bur, 2004, pp. 164-204)
e un paragrafo di Inciucio (pp. 208-221), nel quale si occupa
del documentario Viva Zapatero. E in quel documentario, messo in vendita
in dvd ecco una bella intervista (una trentina di secondi) della bravissima
attrice satirica al giornalista torinese. Non viene dimenticata la
vicenda "Raiot", splendida trasmissione stroncata, ma qui c'è un
piccolo "conflitto di interessi": Travaglio è stato coautore del
programma. Anche Santoro è gettonatissimo nei libri e lui ricambia
affettuosamente.
In occasione della presentazione di "Regime",
l'ex conduttore di Sciuscià si è scomodato per presentare
il volume di Travaglio e Gomez, conducendo un talk-show in onda
su un'emittente satellitare e su un circuito di tv regionali.
Bisogna però anche riconoscere (e Travaglio
non lo fa) che Santoro si è dimesso da europarlamentare
solo per partecipare ad una puntata dello show di Celentano. Alla
faccia dei 729.656 elettori (dato preso da Inciucio, pag. 267) che gli avevano dato fiducia («il candidato
non capolista più votato d'Italia», sempre pag.267).
Travaglio usa il bastone con molti colleghi da
Vespa a Mentana, fino a Diaco e Floris, mentre impiega la carota
per altri come Curzio Maltese di Repubblica, Furio Colombo, ex
direttore de L'Unità, e l'attuale direttore Antonio Padellaro.
Forse perché Padellaro è prefatore di Berluscomiche,
Colombo di Bananas e Maltese de La Repubblica delle
Banane (altro saggio di Travaglio e Gomez, uscito nel 2001 per
Editori Riuniti).
Inoltre, lo stesso Maltese su Repubblica e Padellaro
dalla prima pagina de L'Unità gli dedicano puntualmente
interessanti recensioni ad ogni nuova uscita. Anche L'Espresso,
pubblica anticipazioni dei libri di Travaglio e Gomez, un collaboratore
e un inviato, dimenticando però di fare lo stesso con l'inviato
Pino Nicotri, autore di una bella antologia su Giuliano Ferrara,pubblicata
per Kaos un paio d'anni fa' ignorata dal settimanale.
E come non
dimenticare l'associazione "Articolo21 Liberidi" fondata dal
deputato Ds Giuseppe Giulietti (già al vertice dell'Usigrai)?
Travaglio la cita più volte nelle pagine di Inciucio e Regime
(forse l'ha aiutata a recuperare un pò di materiale sul Tg1)
e nei ringraziamenti al termine di ogni libro.
Quelli di "Articolo21" sembrano apprezzare e
invitano Travaglio e soci ai vari convegni, oltre a pubblicare
anticipazioni dei libri e interventi vari sul cliccatissimo sito
www.articolo21.com, a sua volta citato nei volumi del giornalista.
Merito indiscusso di Marco Travaglio è quello di aver puntato
l'indice sulle anomalie del sistema italiano come aveva fatto anche
Giorgio Bocca, il primo a parlare di regime: «La differenza fra
il regime del Cavaliere e la democrazia di stampo democristiano è
che allora i desideri dei dirigenti del partito venivano accolti silenziosamente
o confessati solo in sede storica. Ora tutto avviene in chiaro e
senza finzioni: il capo del governo è re delle tre televisioni,
nomina i giornalisti invisi e quelli vengono platealmente licenziati».
Negli analitici racconti dell'attuale "regime
mediatico" italiano, Travaglio commette qualche errore storico.
Secondo Travaglio (lo scrive in un paginone pubblicato
per L'Unità) i decreti Berlusconi salva-tv sono stati
due: in realtà, sono tre. Il decreto-legge n. 694 del 20
ottobre 1984, l‚807 del 6 dicembre 1984e il decreto-legge n. 223
del primo giugno 1985 (Berlusconi-ter, successivamente convertito)
che proroga la libertà di antenna per le tv private al 31 dicembre
1985. Dal 1986 in poi, come confermato in una nota dell'allora sottosegretario
alla presidenza del Consiglio, Giuliano Amato:«La legge
numero 10 del 1985 non ha bisogno di altre proroghe per continuare
ad essere efficace» (si veda in proposito Anna Chimenti, Informazione
e televisione, Laterza, 2000). Studiare, studiare, studiare.
dal blog di Gabriele Mastellarini
IL CARRO DINANZI
AI BUOI
Se si vuol dimostrare la validità del proprio
punto di vista, bisogna rispondere alle obiezioni razionali: ma
quelle cui è più difficile rispondere sono le non razionali.
Molti anni fa, mentre si discuteva dell’esistenza di Dio, qualcuno,
a corto di argomenti, esclamò: “Se Dio non esistesse, questa
nostra vita non avrebbe senso; saremmo come gli animali e le piante;
non ci sarebbe mai giustizia; non ci sarebbe premio per i giusti e punizione
per i malvagi. Dio deve esistere. È impossibile non esista”.
Impossibile, perché? La risposta è: perché non
mi piacerebbe che fosse così. La conclusione è rigettata
non perché falsa ma perché sgradita: anche se poi, essendo
sgradita, la si dichiara anche falsa.
Questo atteggiamento non riguarda solo la metafisica,
lo si incontra spesso, per esempio, se si parla di politica internazionale.
Se si espongono le caratteristiche dei rapporti fra gli Stati,
molti esclamano: “Ma a sentire te è come se le nazioni fossero
delle belve prive di regole e di morale! Saremmo tornati al dominio
del più forte, saremmo tornati alla legge della giungla!” E uno
potrebbe anche avere voglia di piangere: ma quando mai è stato
diverso? Perché dire “tornati”, se non ce ne siamo mai allontanati?
Possibile che non si sia mai aperto un libro di storia?
Le cose non stanno diversamente nella politica
nazionale. Basta porre un dilemma: “Preferiresti un governo
di ladri, dieci ministri che rubassero dieci milioni di euro a
testa e facessero risparmiare allo Stato un miliardo di euro (dieci
volte tanto), o dieci ministri onestissimi ma meno capaci, che facessero
perdere allo Stato un miliardo di euro?” A questo punto molti risponderebbero
che vorrebbero venti ministri onesti che facessero risparmiare allo
Stato un miliardo, con ciò dimostrando di non sapere nemmeno
che cosa sia un dilemma; ma moltissimi risponderebbero che preferirebbero
i venti governanti onesti, malgrado la perdita economica dello Stato.
Come se i politici fossero lì per farsi applaudire moralmente
e non per governare lo Stato nell’interesse della collettività.
L’esclamazione sarebbe: “Perché è inammissibile che al
vertice dello Stato ci siano persone poco oneste!” Senza pensare che,
ammissibile o inammissibile che sia, è ciò che avviene,
soprattutto nei paesi del Terzo Mondo. Spesso la scelta non è
fra onesti e disonesti, ma fra disonesti capaci e disonesti incapaci.
E comunque, un governante come Mugabe, che è riuscito a togliere
al suo infelice paese sia la libertà che la prosperità, quand’anche
fosse personalmente onesto, sarebbe lo stesso da gettare nella spazzatura.
Ma questo non convince molti. L’obiezione è sempre la stessa: “Puoi
dire quello che vuoi, io non accetterò mai che al governo non ci
siano persone per bene. Loro dovrebbero dare l’esempio”. Ed essere più
buoni di Garrone.
I campi nei quali la conclusione del ragionamento
è prestabilita sono moltissimi. Se uno afferma, a proposito
del problema della fame nel mondo, che non c’è modo di risolverlo
- o che potrebbero risolverlo solo gli interessati, facendo meno
figli e producendo più cibo - alla fine della lunga dimostrazione
si sente rispondere: “Senti, non m’interessano i tuoi numeri e i tuoi
calcoli. Non si può permettere che dei bambini muoiano di
fame. Bisogna fare qualcosa. E se non facciamo niente quelle morti
le abbiamo sulla coscienza”. Ritorno alla casella di partenza.
Tutti gli esempi forniti servono ad un unico
scopo: provare che non sempre ragionare serve a cercare una
verità. Per molti, la verità precede il ragionamento
e dunque sono disposti ad accettare solo l’argomentazione che
conduce alla conclusione prestabilita. Discutere è inutile.
Si può passare ad altro o star zitti. E questo silenzio potrebbe
renderci tutti contenti se poi uno non si accorgesse che coloro che
mettono il carro dinanzi ai buoi si considerano moralmente superiori
a chi ragiona.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.i -
giugno 2008
BUFALA GIAPPONESE
Si riporta qui di seguito – per intero, errori
inclusi, affinché si possa essere sicuri che non si gioca
con le parole - un articolo del Corriere della Sera (13/6/2008),
dove si vedrà che o i giornalisti sono drammaticamente ignoranti,
o credono che lo siano i lettori.
“OSAKA - Ah se le auto potessero viaggiare ad
acqua invece che a benzina benzina! In molti ci hanno pensato,
specie di questi tempi, con i prezzi dei carburanti schizzati
a livelli sempre più alti. Detto e fatto. La società
giapponese Genepax ha depositato la domanda per ottenere il brevetto
di un motore elettrico alimentato ad acqua. Qualsiasi tipo di acqua:
dolce, salata o piovana. Se una inovazione del genere diventasse una
realtà produttiva e di consumo sarebbe una vera rivoluzione. E
in tempi di prezzi alle stelle per il petrolio una notizia come questa,
naturalmente, ha una risonanza mondiale. Anche se dall'ideazione alla
sua traduzione industriale il cammino è ancora lungo.
UN LITRO - Kiyoshi Hirasawa, amministratore delegato
della Genepax, in un'intervista a una tv locale giapponese ha
detto che il motore, con un solo litro di acqua, sarebbe in grado
di far viaggiare un'auto per circa un'ora alla velocità di
80 km all'ora. «Non c'è bisogno di costruire un'infrastruttura
per ricaricare le batterie, come avviene di solito per la maggior
parte delle auto elettriche», ha aggiunto Hirasawa. Il motore
funziona grazie a un generatore che la scompone l'acqua e la utilizza
per creare energia elettrica. Hirasawa ha ammesso però che l'applicazione
pratica non è nel futuro immediato e spera che il brevetto
sia di interesse delle grandi case automobilistiche giapponesi. Serve
ancora una fase di sviluppo e bisogna sperare che almeno uno dei grandi
produttori creda in questa prospettiva. Anche perché al momento
i progetti fanno in direzione opposta: motori a cellule di idrogeno che
producono acqua nel processo, e non che la consumano. Lì i produttori
hanno investito ingenti capitali. Avranno il coraggio di puntare e scommettere
su un motore che utilizza il carburante più diffuso sul pianeta?”
Osservazioni: L’acqua non brucia, non contiene
energia, è inerte, ha solo un peso: dunque non può
dare ciò che non ha. Si può solo bere, se è
potabile. Ma la frase comica è: “Il motore funziona grazie
a un generatore che la scompone l'acqua e la utilizza per creare
energia elettrica”. Benissimo, si chiama elettrolisi, scissione in
ossigeno ed idrogeno, e con l’idrogeno si può far funzionare
eccome un motore. Il problema è: che cosa fa funzionare il
“generatore” di energia elettrica? Se è esso stesso un motore
elettrico, alla fine del processo ci sarà meno elettricità
disponibile di quanta se ne sarebbe avuta se la si fosse usata direttamente
per far girare le ruote dell’automobile. E se non funziona elettricamente,
come funziona? A pedali? Anche in questo caso, sarebbe meglio far girare
le ruote, con i pedali. Insomma, tutto l’articolo ha la stessa logica
di chi suggerisse, a chi si trova brutto, allo specchio, di guardarsi
in un altro specchio.
Ogni giorno su tutti i giornali si leggono gli
oroscopi e già questo basterebbe per disistimare gran
parte dell’umanità ma, almeno, gli oroscopi non si ammantano
di scienza. Qui invece si insulta in un sol colpo la storia dell’umanità
da Galileo e Bacone in poi, per non parlare dell’intelligenza e della
cultura dei lettori. Che pena.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
13 giugno 2008
LA SOLUZIONE TECNICA
Nel corso della sua lunga storia, l’umanità
si è accorta che esistono problemi per i quali è
ipotizzabile una soluzione tecnica e problemi per i quali essa
è inconcepibile. La leva – la prima macchina semplice - ha
permesso di spostare enormi pesi, ma la macchina più complicata
del Ventunesimo Secolo non è in grado di far vivere in armonia
due coniugi che ormai si detestano.
Nel corso dell’ultimo secolo tuttavia i progressi
della tecnica e della scienza sono stati tali da indurre in
esse una sconfinata fiducia. Per milioni di anni, l’ansia è
stata uno stato d’animo, ora è qualcosa da combattere con
l’ansiolitico; l’insonnia, a qualunque causa dovuta, ora si sconfigge
col sonnifero; perfino le debolezze erettili recentemente hanno
trovato un rimedio nel Viagra. Questo è avvenuto nel campo della
medicina ma le cose non sono andate in modo diverso negli altri campi.
Una volta lo Stato era in grado di mantenere l’ordine pubblico, ora
perfino le casse di credito di provincia hanno doppie porte e metal
detector. Una volta il bravo guidatore sapeva dosare la frenata, in modo
che le ruote non si bloccassero per poi patinare, oggi l’ABS (Anti-block
system) risolve per lui il problema. Certi prodotti sono addirittura
“fool proof”, nel senso che , sono “a prova di cretino”, neanche lui
riesce ad usarli male. Il risultato è che l’atteggiamento comune,
dinanzi ad un problema, non è più: “come posso risolverlo?”
ma: “che cosa può fare la scienza per me?”
Un esempio magnifico l’ho avuto giorni fa
dinanzi al bancone di un negozio di telefonini. Una giovane
coppia discuteva del modo di arginare le intemperanze del figlio
dodicenne, che scaricava parecchie schede telefoniche al mese,
inviava centinaia di sms, telefonava indefinitamente a lungo ad
una compagnuccia (di già! E non era neppure la prima), tanto
che quei genitori erano disperati. La soluzione che veniva loro
proposta era quella di una tariffa speciale per un solo numero (quello
della compagnuccia); marchingegni atti a rendere impossibile una spesa
giornaliera che andasse oltre una certa cifra ed altre cose ancora,
ma quel punto l’indignazione mi ha vinto e mi sono allontanato. Perché
in tutta questa discussione mancavano le domande fondamentali: “Avete
provato a togliergli il telefonino? Avete provato a non dargli denaro,
quando la scheda finisce? Avete mai provato ad educarlo?”
Mentre ascoltava interessatissima la commessa,
la giovane coppia sembrava trovare naturale e senza rimedio
“umano” che il figlio si comportasse male. Cercare di contrastarlo
sarebbe forse stato come rimproverare alla pioggia di cadere durante
una festa di matrimonio. Tutto quello che si poteva fare era chiamare
in soccorso la scienza. Spendere denaro in soluzioni tecniche.
Dimettersi da educatori per divenire consumatori.
Questo episodio basta da solo ad illustrare
il disorientamento contemporaneo. L’individuo non cerca in
sé la soluzione dei propri problemi e per cominciare, in
questo aiutato e sostenuto dalla mentalità corrente, dà
la colpa agli altri. Se un giovane non studia, si droga, è violento,
tutti si chiedono che colpe abbiano la scuola, i compagni, i genitori.
Ora è vero che, se i genitori quel giovane l’avessero educato
meglio, non si sarebbero avuti problemi: ma è anche giusto
chiedersi se i nonni abbiano educato bene i genitori. Infatti, se
l’ultimo rampollo è giustificato perché i suoi genitori non
hanno saputo tirarlo su, perché non dovremmo perdonare questi genitori,
a loro volta vittime della stessa incapacità? Inoltre, se essi
fossero stati severi col minore, forse che la società non li avrebbe
chiamati crudeli? Chi si può permettere di dare uno scapaccione al
figlio?
Il buon senso è ridotto alla disperazione
e vorrebbe chiedere, sommessamente: non sarebbe più semplice
cominciare col dare la colpa della cattiva azione a chi l’ha
compiuta? Se le colpe dei genitori fossero veramente determinanti,
sarebbero ugualmente anormali tutti i figli: mentre è esperienza
comune che i figli, a cominciare da Caino e Abele, raramente hanno
comportamenti identici.
Il perdonismo impera. Se proprio non si può
fare a meno di accusare qualcuno, pur di assolvere l’imputato, si
ricorre all’alibi di Rousseau: l’uomo nasce buono e la società
lo corrompe. Eccola, la colpevole. Essa, oppure le scienza, che non
ha risolto il problema.
Gli uomini sembrano bambini in attesa di una
mamma che venga a salvarli, mentre il mondo va avanti a tentoni,
pigiando nel buio i vari pulsanti che la scienza ha messo a sua
disposizione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it-
giugno 2008
L’INCHIOSTRO VERDE
Molti decenni fa, nella Corte d’Appello
Penale, prestava servizio un anziano giudice il quale, quand’era
incaricato di scrivere (a mano) le motivazioni di una sentenza,
usava l’inchiostro verde. Un’innocente mania, si dirà:
tuttavia l’avvocato che doveva scrivere i motivi di ricorso, dinanzi
a quel colore verde, sbiancava. Sapeva che si sarebbe trovato dinanzi
ad un compito disperato non perché quel magistrato fosse particolarmente
intelligente, o dialetticamente efficace, ma perché, di
fatto, non motivava nulla. Era come se sostanzialmente scrivesse,
con cento parole invece che con dieci, “la penso così”.
Il meccanismo merita di essere spiegato.
Se si vuole dimostrare che Tizio è l’autore di un furto,
si possono scrivere le seguenti ragioni: Caio l’ha indicato come
colpevole; parte della refurtiva è stata trovata in casa sua;
lui stesso ha fornito spiegazioni incredibili e contraddittorie;
i suoi precedenti penali rendono credibile l’accusa. A questo punto
l’avvocato può sostenere che Caio è un bugiardo, che
in realtà l’imputato abita a casa del cognato, che le spiegazioni
“incredibili e contraddittorie” sono state frutto dell’emozione dell’arresto
e che infine i precedenti nulla provano. In generale, nell’amministrazione
della giustizia, le cose vanno in questo modo. Se invece si scrive
con l’inchiostro verde, e per lo stesso caso ci si limita ad affermare:
“le risultanze processuali rendono evidente la colpevolezza di Tizio”,
come si può difendere, l’avvocato? Da un lato dovrebbe essere
sufficiente rispondere “A me non pare evidente e dunque l’imputato
va assolto”; dall’altro, l’unica possibilità è mettersi ad
ipotizzare quali risultanze processuali renderebbero evidente quella
colpevolezza, per poi smontarle: col rischio di non azzeccare quella
che il giudice di grado superiore metterà a fondamento della condanna;
o col rischio di suggerire all’accusa un mezzo di prova cui non aveva
pensato. E questo spiegava la disperazione degli avvocati dinanzi a quelle
pseudo-sentenze.
Oggi, almeno per i processi di risonanza
nazionale, il rischio è opposto: si hanno sentenze fluviali,
di centinaia di pagine. Evidentemente, qui il problema è
diverso: l’estensore cerca di prevenire ogni possibile obiezione
e cerca di dimostrare di avere scritto un capolavoro giuridico.
Ma le motivazioni non dovrebbero servire a far contenti i giornali
o le televisioni, e neppure a fare la ruota: dovrebbero servire a
giustificare il dispositivo. E non dovrebbero far sorgere il sospetto
che, se il caso è importante, si è scrupolosissimi e
completissimi, mentre, se si tratta di un caso qualunque, si possono
scrivere le sentenze con l’inchiostro verde.
A meno che non si tratti di un processo
con molti imputati, la motivazione della sentenza deve essere
stringata pur essendo completa. Chi scrive una sentenza di duecento
pagine cede – se non è al narcisismo – all’idea che si possa
incontrovertibilmente convincere chiunque di qualcosa. E questa
è un’illusione che lo studio della filosofia avrebbe dovuto
togliergli. Gli uomini credunt quod cupiunt, credono quello che
vogliono credere. La sentenza di primo grado nel processo di Cogne
era lunghissima e completissima e tuttavia mezza Italia è
rimasta innocentista. È vero che quella donna è stata
infine condannata per omicidio, anche in Cassazione, ma ciò
è avvenuto perché il caso, giuridicamente, era chiaro:
non certo perché tutti si sono arresi dinanzi al testo oceanico
del giudice di primo grado.
La motivazione di una sentenza dev’essere
capace di convincere un bonus pater familias, non chiunque.
Se si pretendesse l’accordo anche della persona condannata, o
di un innocentista viscerale, non si condannerebbe mai nessuno.
Avevano ragione gli antichi greci: la principale virtù consiste
nell’evitare gli eccessi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Fai schifo
Jonathan Littel
Sinceramente mi sono stufata di questi ebrei
antisemiti che nascono come funghi tra gli intellettuali che
sentono odore di soldi. Ne avevamo gia' un numero sufficiente,
dagli ebrei israeliani comunisti, traditori, venduti, boicottatori,
odiatori del loro paese agli ebrei della Gola' , altrettanto
comunisti, traditori, venduti, calunniatori.
Abbiamo dovuto sopportare per anni un Ilan
Pappe, calunniatore di professione, traditore per scelta spirituale,
vigliacco nell'animo che continua il suo lavoro di odio dall'Inghilterra.
Abbiamo dovuto leggere le porcherie di
Norman Finkelstein, amico di Hezbollah e dittatori vari. Brutto
personaggio, che esprime il laidume della sua anima sfornando
libri contro gli ebrei e contro Israele.
Gli ebrei traditori, come moltissimi
scrittori e giornalisti gentili, hanno capito che a scrivere
male di Israele si fanno un sacco di soldi e allora si buttano
a pesce, senza remore, senza rimorsi, senza dignita',
senza nessun freno morale.
I saggi Romani dicevano che pecunia non
olet, cavolo certo che no, i soldi non puzzano neanche un
po', purtroppo pero' puzzano le persone che li intascano siano
essi ebrei o goyim , puzzano come carcasse di animali .
Adesso ne e' spuntato un altro, si chiama
Jonathan Littell, e' nato da una famiglia di ebrei a New York,
se intervistato nega di essere ebreo e ha scritto un libro sulla
Shoa', argomento che tira sempre molto e assicura un inarrestabile
fiume di soldi nel conto in banca.
Insomma Jonathan ha scritto un libro "le
Benevole" in cui racconta, pare, perche' non l'ho letto
ne' lo leggero': i miei soldi non contribuiranno a ingrossare
il suo partafogli, di ammirare gli aguzzini e di disprezzare
le vittime.
Fin qui, affari suoi, e peccato che non
abbia provato sulla sua persona quanto fossero interessanti
gli aguzzini SS, visto che suo padre non gli ha parlato della
Shoa' in "maniera eccezionale".
Beh , la pera non casca mai lontano dal
pero.
Affari suoi , il libro gli ha fatto
vincere il premio Goncourt, probabilmente se avesse parlato
dello sterminio degli Armeni elogiando la bestialita' dei turchi,
non avrebbe preso un premio neanche a una festa di paese in
Groenlandia.
La Shoa' tira, vero Jonathan? soprattutto
se si insultano le vittime ma, ripeto, affari tuoi e della
tua coscienza , nel caso ne avessi una.
Quello che mi ha fatto letteralmente andare
fuori dai gangheri, pezzo di Jonathan, e' stata la tua intervista
al quotidiano israeliano Ha'arez:
«Tutti ripetono "guardate cosa facevano
i tedeschi agli ebrei prima della Shoah: gli tagliavano le
barbe, li umiliavano, li costringevano a pulire le strade". Non
dico che si possa comparare... ma è esattamente quel che
accade ogni fottuto giorno nei territori palestinesi».
Questo hai osato dire e questo ha fatto
incazzare persino A.B.Yoshua, notoriamente pacioso e pacifico,
perche' Jonathan tu non puoi scrivere bestialita' senza conoscere
il problema.
Tu non puoi offendere l'intero popolo israeliano
senza mai essere venuto in Israele, senza avere mai visto
quello che succede tra israeliani e palestinesi, senza aver
mai visto la testina di una bambina di tre anni spiaccicata contro
una roccia dalle mani di un terrorista, senza aver visto una mamma
e le sue quattro bambine ammazzate a bruciapelo, una a una, da un
terrorista palestinese che aveva fermato la loro automobile.
Tu non puoi parlare cosi' e fare paragoni
bestiali, senza essere mai stato a beccare un missile palestinese
sulla testa a Sderot o nei kibbuz vicini.
Non puoi scrivere porcherie senza essere
andato a trovare in ospedale Osher Tuito di otto anni, cui
i terroristi hanno rubato una gamba e che pensa a come potra'
andare in biciletta con una gamba sola.
Non puoi , Jonatahan come ti chiami,
per me sei solo Jonatahan il laido con tutto il tuo Goncourt
che puzza come il Nobel per la Pace ad Arafat, fare simili affermazioni
senza aver mai visto il fumo di un autobus esploso e senza
aver sentito l'odore di decine di corpi bruciati e non puoi parlare
senza aver visto i nostri ragazzi, i nostri soldati rapiti dagli
aguzzini e tenuti nel silenzio per anni, senza che le loro madri,
figli e mogli sappiano se sono vivi o morti.
Non puoi farlo, capito Jonathan?
I nostri soldati difendono Israele dalle
aggressioni di chi ci vuole tutti morti.
Hai capito Jonathan?
I nostri soldati non tagliano nessuna barba
ma vengono uccisi dai nostri nemici e tagliati a pezzi.
E sono i nostri figli.
Capito Jonathan?
Cosa dici?
Come mi permetto, io scribacchina sionista
e innamorata di Israele di darti del tu?
Mi permetto eccome perche' tu, Goncourt
dei miei stivali, sei una miseria.
A.B. Yoshua, nella sua immensa bonta',
dice che tu hai problemi di identita' col tuo ebraismo.
No, non sono d'accordo , tu hai problemi
di identita' colla tua umanita', tu non sei un uomo, Jonathan,
sei un pagliaccio.
Dicono che tu odi Gli Stati Uniti, tuo
paese di nascita e che adori la Francia che ti ha dato la
cittadinanza. E ti sei informato di cosa facevano i soldatini
francesi in Algeria?Tipico, sei un pagliaccio opportunista.
In Israele il tuo libro va a ruba, anche
questo e' tipico perche' questo e' un paese libero dove la
censura non si sa cosa sia, dove la gente si diverte a discutere
, dove ancora non credono che esistano ebrei antisemiti e dicono
"lo nora' " "niente di grave" .
"Ognuno e' libero, dicono, ognuno puo'
scrivere quello che vuole, sarebbe meglio che venisse a vedere
come viviamo ma ...lo nora' ".
E ridono. Ridono perche' sono stanchi di
piangere e perche' quelli come te fanno ridere quando raccontano
barzellette sul nazismo e sulla guerra eterna di Israele contro
il terrorismo
Beh, io invece non mi diverto, mi sono
stufata, posso capire una Morgantini che odia Israele, posso
capire i vari giudici e magistrati italiani che vengono a tirar
sassi contro i nostri ragazzi. Hanno bisogno di action e sono ideologicamente
malati ma tu Jonathan non mi sembri un tipo pieno di ideologia, sei
un cinico, uno che non crede in niente, che odia il paese in cui
e' nato e odia il popolo da cui proviene rinnegandolo.
Fai schifo Jonathan
Littel.
Ahhhh, adesso mi sento meglio!
Deborah fait
- www.informazionecorretta.com
GRANDE
ORECCHIO 1
Possiamo
fare a meno del buco della serratura (Da
"Il Foglio)
Oggi il ministro della Giustizia illustra
i provvedimenti in commissione Giustizia alla Camera
Possiamo fare a meno di quelle storiacce
di serie B come calciopoli, vallettopoli, furbetti del quartierino,
casa Savoia, e altri pornoracconti scritti con le intercettazioni?
Possiamo rinunciare ai doppiaggi televisivi o agli audio in
v.o. (versione originale) in cui uomini di potere, marescialli,
boss, professionisti della zona grigia, politici di varia estrazione
e responsabilità, vengono forzosamente ricondotti al ruolo
eterno di Pupi nell‚opera e nel melodramma siciliani? Possiamo rintuzzare
i profondi istinti libidici che ci trasformano da lettori di giornali
in origliatori e guardoni nelle storie personali dei ricchi, nelle vite
riservate dei potenti, ma anche nelle normali avventure umane, spesso
non invidiabili e in qualche caso anche inguardabili, della fauna
che ruota intorno alla politica, allo spettacolo, alla grande discarica
del meretricio quotidiano?
Secondo me sì. Se è vero
che Berlusconi decreterà la fine del bengodi paraspionistico,
se è vero che avrà la forza di sanzionare con anni
di galera e multe colossali l‚abuso sistematico dell‚origliamento
telefonico, mafia e terrorismo esclusi, non diventeremo un paese
ingiusto, in cui gli investigatori hanno le mani legate dietro
la schiena. Al contrario: avremo meno carne da macello e più
sostanza giudiziaria per veri processi e per un uso documentale
e non spettacolare del nastro registrato. E non sarà la
giustizia a risentirne, ma la sua caricatura, il suo lato grottesco,
la sua deformazione dolosa predisposta a ogni abuso, a ogni calunnia,
a ogni sputtanamento sottotraccia dell‚ultimo avversario politico
finito sotto tiro del furbo del momento.
La privacy è una zona di rispetto
che circonda l‚individuo e lo garantisce da ogni forma di
indebita intrusione esterna. Senza privacy una società
libera non esiste. La libertà individuale nasce dalla tutela
di quel tanto di non detto, di non visto, di non ascoltato che
appartiene alla sfera privata di ciascuno, quasi come la sua autonomia
di coscienza. Da noi invece esistono addirittura assessorati alla
Trasparenza. Ma la trasparenza è un mito totalitario. In una
società liberale puoi avere la certezza del diritto, l‚eguaglianza
di fronte alla legge, la responsabilità penale personale,
ma non la Trasparenza, concetto ideologico di natura intrinsecamente
orwelliana. E se è vero che in Italia il 33 per cento dell‚intera
spesa per il funzionamento della giustizia investigativa se ne va
in intercettazioni, come ha detto il ministro della Giustizia, è
chiaro che la privacy è sottoposta a quella strana legge della
trasparenza per la quale, ad libitum, le conversazioni private di
un cittadino, posto che rivestano un qualunque interesse pubblico,
anche il più sottilmente morboso e il meno giudiziariamente
sensibile, possono essere sbattute nel frullatore dell‚opinione pubblica
per la grande gogna mediatico-giudiziaria.
Scatterà una grande lagna. Pistaroli
di tutte le risme rivendicheranno il loro limpido lavoro di
auscultatori e delatori, opponendosi a questo attentato alla loro
dignità e identità professionale. La prova del nove sarà
l‚atteggiamento degli intercettati. Se anche loro contribuiranno
al piagnisteo, fingendosi contrari a un limite chiaro e severo alla
pratica violenta e antigiuridica delle intercettazioni a pioggia,
vorrà dire che il giogo autoritario e illiberale si è
installato per bene sulle spalle della nostra coscienza civile.
GRANDE ORECCHIO
2
Vassalli:
giro di vite doveroso, il sistema era degenerato
Il padre del codice di procedura penale
l'aveva detto quasi un anno fa: «Una nuova legge sulle
intercettazioni? Certo che serve». Oggi Giuliano Vassalli,
presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro
Guardasigilli, ne è ancora più che convinto:
«Le dirò di più: serve una legge che sia anche
radicale, netta».
In che senso, professore?
«Siamo arrivati alla degenerazione.
Si intercetta tutto e tutti. Credo che un intervento legislativo
non sia più rinviabile».
Condivide le linee guida del decreto annunciato
dal governo?
«L'orientamento mi sembra giusto.
Bisogna porre fine a questo fenomeno degenerativo; c'è
un grande sfilacciamento delle regole».
I magistrati protestano, dicono che avranno
le armi spuntate.
«Non è vero che i magistrati
non possono più indagare senza intercettazioni. La verità
è che hanno perso fiducia nei sistemi di investigazione
tradizionali. E poi mettiamoci pure che queste intercettazioni
danno troppe tentazioni».
Che tentazioni?
«Le tentazioni di ascoltare anche
cose private, che non riguardano le indagini. E‚ molto comodo
intercettare tutti, in una maniera che può apparire
indiscriminata».
Basterà una nuova legge per limitare
il fenomeno?
«La prima legge è
che il giudice e il pubblico ministero si regolino da soli,
ciascuno nell'ambito delle loro competenze e nel rispetto di
quelle che sono le loro funzioni. Detto questo, indubbiamente servono
delle norme perchè questa è una materia nuova, soggetta
da una parte a questa estensione dei poteri di indagine della magistratura
e dall'altra alla tutela della privacy».
Il Guardasigilli Alfano dice che il Grande
Orecchio costa un terzo delle spese di giustizia. Accadeva
anche quando era lei il Guardasigilli?
«Ma le pare che quando ero ministro
c‚era questo spreco di soldi? Da allora il fenomeno è
degenerato, quasi si assiste ad un orgia di piacere nell'intercettare
a destra e a sinistra».
Molte volte spuntano anche frasi di persone
non indagate.
«Questa è una delle questioni
serie che dovrebbe essere affrontate dalla legge: le intercettazioni
di queste persone che non c'entrano dovrebbero essere distrutte».
Bisognerebbe vietare la pubblicazione?
«L'argomento è delicato;
purtroppo prevale anche nei lettori dei giornali questo
gusto insano di ascoltare i fatti privati degli altri, di
guardare dal buco della serratura. Il fatto è che si è
arrivati a un tale livello di degerazione per un cattivo costume,
per un modo di pensare assolutamente sbagliato e per il non voler
tenere conto che una persona può anche esprimersi nel parlare
corrente con espressioni colorite, ma questo non significa che
per forza dietro quelle frasi si nascondano dei reati».
Un cattivo costume di chi?
«Di tutti. Di chi dispone
le intercettazioni, di chi le pubblica e di chi le legge sul
giornale»
PERCHÉ OBAMA,
PERCHÉ HILLARY, PERCHÉ MCCAIN
Fra qualche mese gli Stati Uniti avranno
un nuovo presidente e saranno in molti a spiegarci che non
poteva essere che quello. In realtà il futuro rimane
inconoscibile: il massimo che si può fare è cercare
di capire il presente.
Durante la lunga competizione per la
nomination democratica la signora Clinton si è mostrata
molto più preparata, molto più concreta, forse
molto più adatta al ruolo di Presidente di quanto non
fosse Obama. Il senatore invece per i programmi si è limitato
a slogan vacui del tipo: “we can change”. Come se bastasse cambiare
per cambiare o come se non si potesse “cambiare in peggio”. Comunque,
con il suo tono ispirato da predicatore, è riuscito a suggestionare
l’America e per la nomination è bastato. Ma quando si trattasse
di governare sul serio il più importante paese del mondo?
La campagna per la nomination ha fornito
degli insegnamenti. All’inizio le simpatie di molti andavano
a Obama: giovane, nero, nuovo. Poi si è visto che cedeva
al brutto vizio di vendere nuvole e fumo e parecchie simpatie
si sono spostate su Hillary. Costei però ha probabilmente
sofferto – oltre che dell’aiuto rovinoso del marito – del fatto
che l’umanità ha spinte contraddittorie: se una donna è
carina e vagamente materna, la gente reputa impossibile per lei
il ruolo di capo; se invece è dura e risoluta, non la sente
più come donna e la trova antipatica. Quasi l’imitazione
di uomo. Margaret Thatcher era bella, bionda, femminile, e fu tuttavia
chiamata the “Iron Lady”. È difficile, essere donne in politica.
Molti sono stati comunque contenti perché
una contesa per la nomination era finalmente fra un afro-americano
e una donna: in un sol colpo, si sono superati due pregiudizi.
Ma dal punto di vista tecnico ci sarebbe da preoccuparsi. Se infatti,
a conclusione della maratona, uno dei due fosse subito divenuto
Presidente degli Stati Uniti, sarebbe stata la consacrazione o della
parità femminile o del riscatto dei coloured. Purtroppo qui
non si tratta di questo: si tratta di battere un McCain white, anglo-saxon,
protestant: cioè un uomo, e non una donna, con tutte le caratteristiche
“normali” di un presidente. Al tempo di Kennedy fu considerata una
notevole conquista che si eleggesse un presidente cattolico e dunque
ci si può chiedere: non è che per caso, confinandosi
all’alternativa di una donna e di un meticcio, si sia solo scelto con
quale dei due perdere?
Dicono che Berlusconi si sia fatto impiantare
un pacemaker in America ed abbia così irritato i medici
italiani, per i quali quella è un’operazione assolutamente
elementare. Ma il Cavaliere, pure uomo di larghe vedute, quando
si è trattato della sua pelle si è mostrato ansioso
come chiunque. Nello stesso modo, è bello battersi per il progresso
civile e contro odiose discriminazioni, ma può anche darsi
che, al momento di votare, prevalga un’ansia di sicurezza. Si può
votare per la tradizione come si va all’estero per un pacemaker.
I democratici hanno scommesso molto sul
superamento dei pregiudizi, cosa lodevole. Ma anche ad ammettere
che il loro elettorato li abbia superati, li ha superati l’elettorato
dei repubblicani? E i molti democratici che non si scomoderebbero
per protestare contro un negro ma neppure per applaudirlo, come
voteranno quando si tratterà di decidere chi deve sedere nello
Studio Ovale?
In linea di principio, mai sfidare i
pregiudizi. Sarebbe come sfidare gli oroscopi. Sia i pregiudizi
che gli oroscopi possono essere fondati sul nulla, cioè
sulle emozioni di coloro che pensano poco, ma proprio per questo
è inutile lottare contro di loro: si perde.
Naturalmente nessuno dice che la vittoria
di Obama sia impossibile. Qualcuno anzi la dà per più
probabile di quella di McCain. In televisione una signora
americana l’altra sera diceva che avrebbe votato per Baraci “perché
per troppo tempo alla Casa Bianca ci sono stati dei repubblicani”:
e se bastano motivazioni futili come questa, nessuno può
prevedere niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -8
giugno 2008
IL VANTAGGIO DELL’OSCURITÀ
Nicolas Sarkozy e Carla Bruni hanno ricevuto
all’Élysée i giornalisti di Paris Match e
si sono mostrati come una coppia normale e innamorata. Purtroppo
non raramente le foto scattate in questi casi sono poi riesumate,
qualche anno dopo, per mostrare com’erano prima che decidessero
di divorziare. È ovvio che nessuno si augura questo, anzi
si augura a loro come a tutti cento lunghi anni di concordia ed
amore: ma se quell’amara considerazione è apparsa nella coscienza,
è perché le coppie celebri rischiano più delle
coppie di ignoti. E questo merita una spiegazione.
Ogni essere umano desidera essere amato.
Lo desidera talmente, che la natura ha creato nella madre
uno sconfinato amore per il figlio. In questo modo, venendo
al mondo, il bambino lo trova “normale”. Ma poi si cresce e non
tutti ci amano come nostra madre. Si scopre che quell’amore non
è “normale”. Fra gli altri magari ci sono alcuni che ci vogliono
un po’ di bene ma ne vogliono comunque di più a se stessi;
e, spesso, a qualcun altro. L’adulto impara che non basta essere lì,
per essere i preferiti: si scopre di dover condividere l’amore della
mamma con quello che lei vuole a papà o, Dio guardi, agli altri
fratelli.
O si accetta questa inevitabile realtà
o si è dei disadattati. Non possiamo pretendere che il nostro
amico ci ami svisceratamente e faccia per noi qualunque cosa,
per la semplice ragione che noi non lo amiamo svisceratamente e
non faremmo qualunque cosa per lui. La grande lezione è quella
dell’alterità. Non si è soli al mondo. Non si è
speciali. Non c’è da aspettarsi dagli altri più di quello
che faremmo per loro. E non è molto.
Tutto questo ha delle conseguenze nel
campo dell’amore fra i sessi. Chi si innamora ha tendenza
a comportarsi come una madre si comporta col figlio piccolo.
Un sorriso dell’amato sembra un capolavoro meritevole di applauso.
E gli si perdona tutto. L’oggetto dell’innamoramento si trova
a vivere un po’ l’esperienza del bambino: ha una madre ai suoi
piedi, qualcuno che l’adora qualunque cosa faccia; e questa situazione
è così gratificante che Dante ha potuto scrivere “amor
ch’a nullo amato amar perdona”: cioè nessuno può resistere
all’amore, perché l’essere amati è la sensazione più
inebriante che un essere umano possa provare. È come tornare
nel Paradiso Terrestre. Anzi, è come tornare alla prima infanzia.
Ma questa non dura, e neppure l’innamoramento
dura. O viene meno, o si trasforma in affetto e amicizia:
un “amore coniugale” che, quando riesce, è una delle cose
più belle della vita.
Una persona di buon senso, se si vede
oggetto di innamoramento, non “ci crede” del tutto. Fa la
tara dei sentimenti. Si chiede se con lei/lui ci possa veramente
essere un rapporto durevole. Chi infatti si fida solo del sentimento,
si fida di qualcosa che inevitabilmente finirà e lascerà
sopravvivere solo le qualità di fondo.
Se questa situazione riguarda tutti,
il caso delle grandi bellezze o delle persone di grande successo
è ancor più complicato. Costoro si vedono costantemente
guardare con occhi adoranti da gente che ha l’aria di dire che
toccherebbe il cielo col dito se potesse vivere un’ora nel cerchio
magico della loro vicinanza; e non parliamo neppure dell’estasi
di ottenere la loro amicizia o la loro intimità. Questo gonfia
a dismisura l’idea che hanno di sé e avvelena i rapporti con
l’altro sesso. Se si accoppiano con una persona non famosa, avranno
sempre l’atteggiamento “ricordati sempre chi sei tu e chi sono
io. Per me c’è la fila, dietro la porta, mentre di te si parla
solo a causa mia”. In quanto alle persone famose, se si accoppiano
fra loro realizzano spesso un ménage à quatre: ognuno vuol
essere il partner dell’altro, ma anche il suo bambino incondizionatamente
adorato, perché così lo fa sentire il grande pubblico.
E nascono fra i quattro incomprensioni, rancori, rivendicazioni,
ruggini. Due piccoli troppo viziati non riescono a giocare insieme
perché vorrebbero sempre averla vinta.
Il vantaggio dell’oscurità è
che fornisce al singolo la misura di ciò che è:
un essere umano qualunque. Uno che deve dire grazie se qualcuno
gli vuol bene. Uno che rischia di non trovare un altro partner che
gli voglia altrettanto bene: dunque non deve essere troppo egoista,
non deve credere che l’altro “non possa non amarlo”, “non possa trovare
di meglio”, ed avere altre pericolose illusioni.
Le delusioni d’amore e lo stesso disinteresse
del prossimo sono ottimi maestri. Si impara per semplice esperienza
ciò che potrebbe insegnare la più ardua filosofia.
I cani trattano il loro padrone come fosse un re, mentre il
re è trattato dalla regina come un semplice uomo. A volte
un ometto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 9 maggio 2008
LA FAME NEL MONDO
Una delle cose migliori dell’epoca contemporanea
è la comune capacità di sentire pietà. Per
secoli e secoli infatti, forse perché la vita di troppi
era già durissima, le pene altrui hanno trovato poca eco:
anche per questo si accettavano senza battere ciglio, a volte
anzi come un divertimento, torture e sanguinose esecuzioni in pubblico.
Oggi chi non senta pietà per le
folle denutrite, per i bambini famelici, per regioni in
cui perfino gli animali sono pelle e ossa, è un reprobo:
e per questo sono nate organizzazioni non governative, iniziative
benefiche di ogni colore e perfino un’Organizzazione delle Nazioni
Unite, la Food and Agricultural Organization. Ma il problema è
stato risolto?
Se i sazi fossero molti e gli affamati
pochi, i primi potrebbero nutrire i secondi con un minimo
sforzo. Se invece i secondi sono molto più numerosi, non
c’è speranza. Si può donare un centesimo del proprio
reddito, non certo il 70%. Facendo la carità, ci si mette
la coscienza a posto per un bel po’, ma chi la riceve ha fame tutti
i giorni. Dunque non serve un aiuto una tantum, ma un flusso costante
e regolare, ed anzi dal ritmo crescente, visto che tende a crescere
la popolazione aiutata. È come attingere acqua con un canestro.
Per questo i governi promettono molto e danno poco: promettono quando
sentono la pietà e la pressione dell’opinione pubblica, non
pagano quando fanno i conti.
Delittuoso è poi cianciare di
“diritto al cibo”. Un diritto è tale quando si può
esercitare nei confronti di qualcuno: ma a chi si può
dire a brutto muso “nutrimi, altrimenti…”? È simile al
poetico “diritto alla casa” o “diritto al lavoro” cui credono tanti
italiani.
Un secondo elemento di cui si tiene un
conto insufficiente è che, come fece notare Malthus secoli
fa, la Terra ha dimensioni limitate. Se dunque la popolazione
aumenta vertiginosamente è come se i terreni coltivabili
si restringessero: dunque, o si soffre la fame oppure bisogna
introdurre tecniche di coltivazione che, malgrado le condizioni
geologiche e meteorologiche, abbiano un altissimo rendimento.
Per far questo, però, il paese deve essere colto e sviluppato
(per esempio Israele): proprio ciò che la maggior parte
dei paesi “affamati” non è.
La diabolica rincorsa fra l’aumento della
popolazione e il “restringimento” delle aree facilmente coltivabili
fa sì che il problema si aggravi costantemente e la pietà
rischi di volgersi in rabbia. Si vorrebbe chiedere a tutte quelle
madri e a tutti quei padri: “Perché avete messo al mondo
dei figli se non avevate di che nutrirli?” Ma questa è una
cosa da non dire. La Chiesa (intellettualmente ferma alla mortalità
infantile medievale) è contraria al controllo delle nascite;
quei genitori sono troppo ignoranti per capire questo discorso
e infine le anime belle proclamano il diritto alla maternità
di tutte le donne del mondo. Peccato che quel diritto non dia da mangiare.
Il problema rimane irrisolto. Si ricomincia
dunque a sognare di inviare almeno aiuti ai bisognosi: ma
quali? Denaro? Ci sono degli inconvenienti. In primo luogo,
esso ha tendenza a fermarsi nelle mani dei dirigenti locali; poi,
i canali su cui viaggia somigliano a condutture piene di buchi, e a
destinazione ne arriva molto meno di quello che è partito; infine
il denaro non si mangia. Dovrebbe servire a comprare cibo ma, appunto,
in primo luogo il cibo deve esistere ed ha invece tendenza a scarseggiare;
poi, se molti vogliono comprarlo, il prezzo aumenta. E non tutti possono
pagarlo.
Un ultimo, deleterio effetto della carità
è che chi è aiutato ha tendenza a darsi meno da fare.
Il liceale svogliato non studia perché non ha dubbi che
i suoi genitori lo nutriranno lo stesso. Se viceversa il suo cibo
dipendesse dal suo sforzo (caccia e pesca, lavoro, studio), non
avrebbe bisogno di incitamenti a fare il suo dovere. Gli incitamenti
glieli darebbe lo stomaco. Per la stragrande maggioranza dei paesi
poveri gli aiuti sono insufficienti e tendono a diminuire; quando
invece sono consistenti (Territori Occupati e Gaza), la prospettiva
dell’aiuto rende meno laboriosi e in fin dei conti poverissimi.
La conclusione è sconsolata. La
FAO è riuscita a debellare la fame, anche di lussi,
dei suoi funzionari ma per il resto è del tutto inutile.
L’unica risposta efficace alla fame potrebbero darla gli interessati,
se facessero meno figli e studiassero di più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
giugno 2008
LA CITAZIONE
Un libro inglese sulle citazioni, di
quattro o cinquecento pagine, si apriva con questa: “Non
citare, dimmi quello che hai dai da dire”. Questa sapida auto-ironia
echeggia una diffusa antipatia per le citazioni che merita di
essere approfondita.
La citazione può avere motivazioni
diverse. La peggiore è quella tratta da un’opera ignota,
magari di uno sconosciuto, messa lì per far sentire il
lettore ignorante, per dargli la sensazione che, contraddicendo
quell’idea, farà cattiva figura: “Chissà che gli
altri questo autore non lo conoscano bene e lo stimino, mentre
io non ne ho mai sentito parlare?”. Una campionessa del genere è
Barbara Spinelli.
L’ottimo trapezista è quello
che è capace di eseguire la sua prodezza col sorriso sulle
labbra, come uno che queste cose sa farle da tanto tempo che
ormai non ne vede la difficoltà. Viceversa, l’editorialista
della “Stampa” tratta la cultura con la fronte aggrottata e le precauzioni
espressive di chi ne è ancora intimidito. E vorrebbe intimidire
anche gli altri. Evidentemente la parola “levitas”, a lei che pure
maneggia un paio di lingue, risulta sconosciuta.
Al
contrario, la citazione migliore è quella che nasce
da uno scrupolo di onestà. Se si vuole affermare un’idea
giusta, e che per giunta è stata espressa in modo lapidario
da un uomo famoso, riscriverla senza citare l’autore sembra un’appropriazione
indebita. Non si può dire che “il sommo del diritto corrisponde
alla somma ingiustizia” senza citare Cicerone o che “la democrazia
è un pessimo tipo di regime, ma gli altri sono peggiori”, senza
citare Churchill. Quanto meno, lo si può fare, magari mettendo
la frase fra virgolette, solo quando si è sicuri di parlare
con persone che già conoscono e la massima e il suo autore.
Tanto che indicarlo potrebbe indurre al sorriso.
C’è poi un’altra ragione, per
inserire nel proprio testo una citazione: ed è,
per dir così, la “gomitata d’intesa”. Se si è
certi che il lettore conosce la citazione, e si sa che ne approva
il contenuto, quelle parole corrispondono a dire: “come sappiamo
benissimo” e corrispondo ad un cenno d’intesa.
Un rilievo a parte meritano le citazioni
in lingua straniera. Un tempo si considerava il latino un
tale dato di cultura comune, che nessuno traduceva mai una frasetta,
soprattutto se notissima. Oggi invece è bene tradurre perfino
espressioni trasparenti e banali come “mors tua vita mea” (sopravvivo
al prezzo della tua morte) oppure “nemo propheta in patria sua” (nessuno
è profeta in patria). E se questo vale per il latino, figurarsi
per le lingue straniere contemporanee. Tutti affettano di capire
l’inglese ma lo conoscono così male che è meglio tradurre.
Soprattutto fra le persone anziane, parecchi non l’hanno nemmeno studiato
a scuola, e la pretesa che capiscano frasi come “if you can’t beat
them join them” (se non puoi batterli alleati con loro) è francamente
assurda. Infine, a coloro che affettano di usare l’inglese distrattamente,
come una banalità per la loro e l’altrui cultura, bisognerebbe
imporre citazioni in tedesco, per esempio “Man macht was man auch
machen kann” (semplicemente: “si fa quello che si può fare”), senza
aggiungere la traduzione. Ecco perché risultano insopportabili
gli articoli del giurista e professore Franco Cordero : a forza di
ripetere al lettore “ma quanto sei ignorante!” rischia che il lettore,
in cuor suo, lasciandosi andare al turpiloquio, gli risponda: “ma quanto
sei stronzo!”
Le citazioni insomma sono qualcosa
che va maneggiato con estrema cura e con molta sobrietà.
Sia perché si rischia di irritare il lettore sia perché
– come purtroppo capitava fin troppo spesso al povero Enzo Biagi
– si ha tendenza a citare a memoria e si sbagliano le parole. Per
esempio, tutti dicono “non ti curar di lor ma guarda e passa”, mentre
Dante ha scritto “non ragioniam di lor ma guarda e passa”. Oppure
si rischia di attribuire ad un autore una frase che non ha mai
detto: per esempio, a Machiavelli, “il fine giustifica i mezzi”, o
a Conan Doyle, “Elementare, Watson!”
Un proverbio siciliano dice che “i
baffi deve portarli il gatto”, nel senso che non a tutti
stanno bene, non tutti se li possono permettere. La citazione
è dunque un’eleganza in più, per la persona colta
e di gusto, così com’è un’occasione di caduta di gusto
per chi non è un “gatto”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 6 giugno 2008
ISRAELE HA SESSANT’ANNI
Era l’estate del 1967 e mi trovavo,
da solo, a fare il turista in Germania. In non so più
quale città, dietro una vetrina era esposta una grande
carta geografica. Vi erano rappresentati con un colore tutti gli
stati arabi che avevano dichiarato guerra ad Israele, e con un altro
colore una macchiolina, al centro: Israele. Di fianco, le cifre:
i chilometri quadrati, gli abitanti, e le forze che si erano scontrate
nella Guerra dei Sei Giorni.
Guardavo quella carta, con un sorriso
che mi andava da un’orecchia all’altra, e un anziano signore
si fermò accanto a me. Poi, indicando con un dito la piccola
Israele, chiese sinteticamente:
-Heimat? (Patria?)
-Nein, ich bin ein Italiener,
risposi, aber es ist wunderbar” (No, sono italiano, ma
è meraviglioso).
Avrei tanto amato conoscere meglio
il tedesco per dirgli che non era necessario che io fossi
israeliano per apprezzare quell’impresa epica. Era semplicemente
bellissimo vedere che i molti aggressori perdevano contro il
piccolo eroe aggredito, i prevaricatori contro chi aveva ragione,
l’ingiustizia contro il buon diritto. Che finalmente la caccia
all’ebreo era diventata uno sport pericoloso.
Sono passati quarant’anni e Israele
è diventata sempre più forte e sempre più
prospera, mentre i suoi vicini si attardano in una situazione di povertà
e degrado. È un peccato, che tanta gente preferisca l’odio
e la miseria alla pace e alla collaborazione. Ma l’amore non si può
imporre a nessuno e si può solo augurare lunga vita a quella
piccola democrazia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Va all'inferno
Ahmadinejad.
Ma cosa scrive sto Sergio Romano,
ex ambasciatore?
A un imprudente signore che chiede
proprio a lui informazioni su Sabra e Chatila risponde
con una tale quantita' di stupidaggini da far drizzare i
capelli in testa.
Premesso che e' mostruoso
che di tutte le stragi avvenute nel mondo dopo la seconda
guerra mondiale che ne detiene sempre il primato, l'unica
che interessa sia Sabra a Chatila.
Sono passati trent'anni eppure
e' sempre la strage piu' gettonata alla faccia di tutti
gli altri esseri umani ammazzati prima, durante e dopo.
Oggi nel mondo stanno morendo
come mosche in Darfur, in Somalia, assistiamo all'indecenza
di bambini palestinesi usati come terroristi o scudi
umani, vediamo la tragedia dei bambini soldato. Affoghiamo in
guerre e terrorismo ma la cosa che piu' interessa il signore
in questione e' la strage di Sabra e Chatila e per esserne informato
si rivolge a uno dei giornalisti piu' in malafede che ci sia.
A questo lettore non interessano
le stragi di cristiani a Damour o a Tar el Zatar, eccidi
fatti dalle bande di feddayin di Yasser Arafat.
Non ne e' informato.
Migliaia di libanesi cristiani
ammazzati, sgozzati, uomini trovati con i loro genitali
in bocca, donne e bambine stuprate e poi uccise, tanti
di quei morti che per conoscerne il numero hanno dovuto contare
le teste decapitate e sparse nelle strade dei villaggi distrutti.
No, questo non gli interessa
perche' tutti questi eccidi portano l'imprimatur di Yasser
Arafat quindi non se ne deve parlare, c'e' il silenzio stampa,
c'e' la censura, c'e' la protezione della figura del peggior
terrorista del 20 secolo, il piu' laido e corrotto, il piu' feroce
e crudele.
Meglio puntare su Sabra e Chatila,
si va sul sicuro, tutti rizzano subito le orecchie perche'
quella fu l'unica strage che pote' coinvolgere Israele
dato che l'esercito di Gerusalemme si trovava nelle vicinanze.
E allora Sergio Romano si scatena.
Non racconta dell'invasione del
Libano da parte di Arafat e i suoi banditi dopo il Settembre
Nero e la strage di palestinesi che fece Re Hussein
di Giordania per impedire che prendessero il potere.
Si parla dai 20.000 ai 40.000
palestinesi uccisi dai soldati giordani.
Arafat fuggi' in Libano dove gli
riusci' il colpo fallito in Giordania, creo' uno stato
nello stato provocando una guerra civile tremenda che fece 160.000
vittime, incasso' tasse sulle tasse, fece fuori tutti i cristiani
che incontro' al suo passaggio.
Distrusse il Libano, commise tanti
di quei delitti che , alla fine, quando scappo', dovette
essere protetto dalle Marine Militari di Francia, Israele
e Inghilterra.
Questo non lo dice l'ex ambasciatore,
punta invece il dito contro Israele .
Scrive che Israele nel 1982 invase
il Libano, spiegazione monca perche' non non accenna
ai gruppi di terroristi palestinesi che entravano in Israele,
facevano irruzione nella case della gente per sgozzare intere
famiglie, non parla nemmeno delle bombe e dei missili contro
L'alta Galilea. Kiriat Shmona fu bombardata per 8 anni.
Non dice che l'invasione servi'
a creare una zona cuscinetto di 40 km tra i terroristi
e Israele, non dice che il resto del Libano era occupato
dalla Siria.
Questo fatto non lo disturba.
Racconta, con inaudita spudoratezza,
che l'esercito israeliano punto' sui campi profughi , vivaio
di reclute per Arafat, poveri innocentini, bravi ragazzi!
Reclute! Ma dove li trova questi
termini per evitare di dire che i campi erano covi di
terroristi feroci che colpivano Israele e la popolazione
civile libanese.
Perche' non lo dice l'ex ambasciatore?
E perche' non fa l'elenco delle
armi trovate all'evacuazione dei campi ? A cosa servivano
tutte quelle armi a quelle brave reclute, a quei bravi ragazzi
palestinesi?
5630 tonnellate di munizioni,
1320 fra carri armati e altri veicoli pesanti, 623 pezzi
di artiglieria e lanciamissili, 33.303 armi leggere, 1352
armi anticarro, 2387 attrezzature ottiche, 2024 apparecchi di telecomunicazione,
215 mortai, 62 lanciarazzi katiuscia (elenco non definitivo,
fornito nel comunicato ufficiale israeliano del 18 novembre 1982).
Sergio Romano non ha nemmeno
l'onesta' di dire che a Sabra e Chatila vi fu battaglia,
che incominciarono a sparare i palestinesi contro i
soldati cristiano maroniti guidati dal filosiriano Hubeika
e la battaglia si trasformo' in massacro quando i soldati libanesi
prevalsero sui terroristi e si vendicarono di tutte le vessazioni
e assassini commessi da questi ultimi contro la popolazione libanese
.
Arabi contro arabi ma si accusano
gli ebrei.
Alla fine la ciliegina sulla
torta, la menzogna piu' grande: Tremila morti.
Peccato che per il governo libanese
fossero 470, per la Croce Rossa 663 e solo per Israele
le vittime furono tra le 700 e le 800.
Evidentemente quel 3000 glielo
avra' suggerito in sogno il fantasma di Arafat.
Sergio Romano conclude affibbiando
a Ariel Sharon la colpa della strage portando a conferma
la sua condanna da parte della Corte Suprema di Israele ,
senza specificare che Sharon fu accusato di non aver previsto
l'accaduto per poterlo impedire.
Questa fu l'unica accusa.
Siccome Israele e' una democrazia
Sharon si dimise.
Hubeika, mai nominato neanche
di striscio da Sergio Romano, che guido' la battaglia
e poi il massacro fu premiato dal padrone siriano con un ministero.
Un
altro incauto lettore chiede delucidazioni a Romano
sul libro di Jimmy Carter, diventato un best seller, dove
l'ex presidente accusa Israele di molte nefandezze scusando
sempre i suoi amori hamas, hezbollah e tutti gli altri terroristi
arabi.
La risposta di Romano a questo
povero lettore e' ancora piu' infida, se possibile, della
sua storiella su Sabra a Chatila.
Racconta di elezioni vinte trionfalmente
e legittimamente da hamas, osa parlare di democrazia, ha
la cattiveria di dire che l'autorita' di hamas tra i palestinesi
e' dovuta alla popolarita' del gruppo umanitario....... Si
, cattiveria, infamia, perche' hamas dopo aver conquistato
il potere, con grande umanita', ha ammazzato centinaia di
persone a Gaza.
I banditi di hamas entravano nelle
case e ammazzavano altri palestinesi, gettavano giu' dai
tetti dei palazzi di Gaza decine di giovani . Ne hanno ammazzati
piu' di 300.
Come sono umani loro, vero Signor
Romano?
Come sono popolari, vero? O stai
con loro o crepi!
Infine il signor ex ambasciatore
Romano si lancia, con grande soddisfazione, in un
elenco di nemici americani di Israele, oltre a Carter, nomina
Reagan, Bush senior dimenticando che i rapporti tra stati
hanno alti e bassi e che nel caso specifico di Israele i rapporti
variano anche a seconda dell' interesse per il petrolio
arabo o per i cervelli degli israeliani , alcuni presidenti USA
hanno scelto i verdoni anziche' i cervelli. Normale.
Romano ha nostalgia di quel tipo
di presidenti cosi' severi con Israele, altro che Bush
junior, e la conclusione del suo dichiarato amore per il terrorismo
palestinese e della sua altrettanto dichiarata antipatia per
lo stato ebraico mi fa squillare un campanello d'allarme nel
cervello.
Scrive Romano, con l'acquolina
in bocca: "Sono atteggiamenti critici che potrebbero divenire
nuovamente attuali se Barak Obama venisse eletto alla
presidenza degli Stati Uniti."
Bene. Se Barak Obama piace a Sergio
Romano significa che non va bene per Israele. Allora
teniamo le dita incrociate e facciamo gli scongiuri.
Intanto
si passa di disgrazia in disgrazia.
A Roma sta arrivando Ahmadinejad.
Ci sono manifestazioni contro il suo arrivo? Puo' entrare
indisturbato in un paese democratico un nazista islamico
che chiede l'eliminazione di Israele dalla carta geografica?
Si, puo' entrare. Certo che puo'
Prego, presidente nazista, si
accomodi.
Questa e' la liberta' come la
concepisce l'Europa, questa e' la giustizia. Cittadini
israeliani che devono recarsi in Inghilterra, rischiano
l'arresto e devono tornare indietro senza uscire dall'aereo
per non finire in manette.
Persino Sharon dovette rinunciare
a un viaggio in Britannia per non finire in prigione,
Sharon quando era premier.
Le universita' israeliane sono
perennemente boicottate dalle universita' inglesi. A Ginevra
organizzano un Durban 2 contro Israele.
Questa e' la giustizia, da qualunque
parte ci si giri arriva uno spruzzo di veleno.
L'ultimo ci viene gentilmente
ed elegantemente offerto da un damerino come Klaus Davi
che, su Youtube, suggerisce con infamia a un rappresentante
dell'Ucoii il termine OLOCAUSTO riguardo ai palestinesi e
chiede "ma muore qualcuno di fame a Gaza?"
Il palestinese, quasi piu' onesto
di lui, risponde "di fame no ma per mancanza di medicinali
si". Senza aggiungere che Israele manda quintali di medicinali
che hamas requisisce per poi rivenderli a prezzi altissimi
solo a chi puo' pagare.
Come sono umani, vero ex ambasciatore?
Sono gli amici carissimi del naziislamico
presidente iraniano che arrivera' in Italia , un criminale
che impicca le donne, che condanna a morte chiunque sia
contro il regime, che nega la Shoa', che ogni giorno dice
che Israele e' un cancro puzzolente che dovra' essere presto estirpato,
questo personaggio puo' posare i suoi piedi sul suolo italiano
nel silenzio generale, a parte qualche protesta della comunita'
ebraica, del Riformista e dei Radicali.
Questo e' tutto.
Una tristezza infinita.
Una stanchezza enorme.
Va all'inferno Ahmadinejad.
E con te, nazista, all'inferno
tutti quelli che ti ammirano e che ti stringeranno la mano.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
L’IMMONDIZIA SULLE
MENINGI
Durante la Seconda Guerra Mondiale
ero un bambino, non ancora all’età di leggere i giornali,
e tuttavia l’andamento della guerra mi era perfettamente
chiaro: da un primo periodo, in cui si ascoltavano proclami trionfali
di fulminee avanzate e sonanti vittorie, si passò ad un periodo
in cui, pur promettendoci grandi cose per il giorno dopo, la radio
ci diceva che oggi, purtroppo… Verso la fine del 1942 i meridionali
disincantati cominciarono a sorridere amaramente delle promesse
di vittoria: in quel lontano Sud alla gente del popolo fu subito
chiaro ciò che decenni dopo fu scritto e dimostrato in
ponderosi libri di storia: la guerra era perduta. Infine, quando
nel ’43 gli inglesi e gli americani sbarcarono in Sicilia, il conflitto
fu visto come un’assurda e sanguinosa perdita di tempo. Cosa che in
realtà fu. A volte il punto di vista “superficiale” azzecca la
verità meglio di chi studia le cose accuratamente.
L’esperienza viene in mente a
proposito di una guerra molto meno epica: quella dell’immondizia
di Napoli. L’impressione generale è che la Campania
e l’Italia siano stanchissime di quel problema e vorrebbero
vederlo risolto; ma nel frattempo la Campania e l’Italia sono
risolutamente contro chiunque voglia fare qualcosa per risolverlo.
Per questo tutti i mezzi sono buoni: le preoccupazioni sanitarie
ed ecologiche, i cavilli legali, le sottigliezze costituzionali,
i moniti dell’Unione Europea, forse perfino l’oroscopo negativo.
La posizione di Berlusconi è semplice: se risolve il problema
sarà accusato di avere violato alcune regole sacre, tanto
da meritare la galera; mentre se non lo risolve sarà colpevole
del colera di Napoli, del disonore dell’Italia, e il minimo che
potrebbe fare sarebbe dimettersi.
Dinanzi a situazioni del genere
viene in mente la posizione del filosofo stoico. Dal
momento che i mali del mondo sono senza rimedio, il saggio non
può che ritirarsi nella solitudine casalinga, cercando
di dimenticare il resto. Si dice male dell’ambizione e invece,
senza questa molla potente, quale sciocco andrebbe a cacciarsi
nella posizione di Presidente del Consiglio? La cosa che suggerisce
il buon senso, e la più semplice, è rimanere alla
finestra - se possibile una finestra non di Napoli - e guardare
con ironia questa tragedia auto-inflitta, questo self-inflicted
disaster, come dicono gli inglesi.
Gli italiani, agli occhi di uno
che lo è da molti decenni, hanno questa caratteristica:
che individualmente sono dei furbacchioni quando non dei
mascalzoni, ma collettivamente sono moralisti, legalisti,
martiri dell’integrità. Fiat iustitia et pereat mundus,
caschi il mondo ma guai a chi tocca, se pure di fronte ad una
calamità naturale, il “giudice naturale”, il regolamento
comunale, la volontà del “poppolo”, l’opinione dei grandi
giornali. Tanto che Berlusconi forse dovrebbe dire: va bene, dopo
tutto l’immondizia di Napoli è un problema locale. Di competenza
di Bassolino, di Rosa Russo Iervolino e dei magistrati di Napoli: e
se loro non sono stati capaci di risolverlo, perché dovrei risolverlo
io? E poi, sapete, non vorrei violare qualche legge. Per tanti come
Di Pietro e Travaglio sono già un pregiudicato: e lo sono pur
essendo stato sempre assolto. Figuratevi se mi condannassero per divieto
di sosta!
Tutto questo per dire che la spazzatura
di Napoli è benvenuta. Non per la puzza che fa,ovviamente,
e neppure per i pericoli sanitari che comporta: ma perché
mette finalmente in luce la nostra collettiva stupidità.
Si vuole l’energia a basso costo ma non si vogliono le centrali
nucleari. Si vogliono le centrali nucleari, ma quelle di quarta
generazione, che ancora non esistono. Si vuole eliminare la spazzatura,
ma lasciandola dov’è. Si vogliono i termovalorizzatori,
purché però stiano fermi e non funzionino. Si vuole
la sicurezza pubblica ma senza infastidire i clandestini che vivono
di espedienti. Si vuole tutto e il contrario di tutto, reputando
titolo di merito l’essere riusciti a lamentarsi di ogni cosa e del
suo contrario. E trattenendo a stento l’impulso di chiedere al giudice
penale di arrestare qualche dozzina di uomini politici.
L’immondizia di Napoli non ricopre
le strade di quell’infelice ex-capitale: ricopre le meningi
degli italiani.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-1 giugno 200
IL COMUNISMO HA
UN FUTURO?
Il comunismo ha due facce, una ideologica
e una storico-politica. Dal punto di vista ideologico,
è immortale: rimarrà nei libri di filosofia e nei
libri di economia non diversamente da come vi rimarranno il
colbertismo o il monetarismo. Se invece si pone il quesito dal
punto di vista storico-politico – se cioè in futuro si avranno
Stati come l’Unione Sovietica – la risposta è del tutto diversa:
il “socialismo reale”, come è stato a suo tempo chiamato
il regime comunista incarnato nella storia, è definitivamente
morto. Dove ancora sopravvive qualche regime che si ispira alla
falce e al martello, si ha soltanto una dittatura che trova più
comodo avvalersi delle ultime tracce di quell’ideale fallito per mantenerne
in concreto la struttura poliziesca e il totale controllo della popolazione.
Il fallimento del comunismo – in termini di benessere e di libertà
dei cittadini – è stato così patente, che oggi nessuno prende
seriamente in considerazione una sua riedizione.
C’è tuttavia un terzo modo
di vedere il comunismo. Un modo che ha ben poco a che vedere
con la sua teoria e molto, invece, con la palingenesi da esso
promessa.
Molti credono che il comunismo
sia una ideologia tendente ad una migliore giustizia sociale:
e da questo è derivato il suo successo. Ben pochi saprebbero
dire che cos’è il plusvalore, per Marx; non diversamente
da come gli risulterebbero incomprensibili termini quali
circolazione forzosa, dumping, utilità marginale, legge
di Gresham, e perfino elementari evidenze come l’utilità dello
scambio o il prezzo come incontro tra domanda e offerta. Essi sognano
soltanto di porre un termine all’avidità e all’egoismo
degli uomini, di sradicare definitivamente la corruzione e la
povertà, di creare una società in cui tutti sarebbero
felici, se solo gli uomini fossero angeli. Il bisogno di credere
a queste cose è così forte che sopravvive a tutto. La
gente non riesce a rassegnarsi ai dati ineliminabili del reale
e infatti i giornali sono sommersi da lettere che deprecano l’immoralità
e propongono per ogni sorta di problema soluzioni tra l’inverosimile
e l’infantile.
In generale, chi più vorrebbe
il bene comune (e meno sarebbe capace di realizzarlo) ha
una mentalità di sinistra. Ciò che la gente è
pronta a percepire è il messaggio palingenetico: molti
hanno creduto che “comunismo” significasse la fine dei privilegi
e perfino di tutte le differenze fra gli uomini; un tipo di
governo in cui la classe dominante fosse finalmente quella
del popolo minuto; un regime economico che, smettendo d’ingrassare
quelli che già sono ricchi, rendesse finalmente meno poveri
i lavoratori. Un messaggio di giustizia e redenzione non dissimile
da quello del Cristianesimo, insomma. Con l’unica, fondamentale
differenza, che mentre il Cristianesimo il raddrizzamento dei mali
lo promette nell’aldilà, il comunismo lo prometteva nell’
“aldiquà”. Ed è fallito proprio per questo. La realtà
ha permesso la verifica della promessa e s’è visto che essa
non era mantenuta. I lavoratori avrebbero dovuto essere più
ricchi che nei paesi capitalistici ed erano invece più poveri.
Avrebbero dovuto essere più liberi ed erano schiavi. Il
comunismo avrebbe dovuto produrre l’uguaglianza, e invece i membri
del partito erano “molto più uguali degli altri”, fino ad
avere negozi loro riservati (Beriozka), vietati ai normali cittadini.
Il risultato è stato un rifiuto viscerale da questo imbroglio,
tanto che oggi, se vi sono paesi che non rischiano certo di divenire
comunisti, sono proprio quelli che tali sono già stati.
Tutto questo appartiene al passato
ma non tutti lo conoscono: e dunque la spinta che ha creato
il successo del comunismo, cioè la tendenza all’utopia,
è sopravvissuta a questa disfatta storica. Su di essa
si basa - per esempio – il successo dei Verdi. Tutti gli indicatori
economici dicono che la produzione di elettricità col
sistema fotovoltaico è rovinosa, dal punto di vista finanziario?
Questo non scalfisce le convinzioni di chi sogna un mondo ecologicamente
perfetto. Tutte le esperienze dicono che più si nazionalizzano
i servizi più diventano costosi e inefficienti? Questo
non impedisce che gli ingenui sperino in grandi enti disinteressati
e innamorati del bene comune. E si potrebbe continuare a lungo.
La quantità di persone indifferenti ai dati reali e capaci
di sognare cose belle e perfette, è talmente alta da avere
un’influenza sulla vita degli Stati sviluppati. I molti votano
e se, per esempio, confondono bomba atomica e centrali nucleari,
si hanno le conseguenze che conosciamo.
In questo senso il comunismo è
eterno. Esso è infatti una delle molte incarnazioni
di quella speranza utopica che ha prodotto tanti disastri:
non ultimi il nazismo e il maoismo. E di questa tendenza l’umanità
non guarirà mai. Proprio perché, se tutti raggiungono
la maggiore età fisica, non tutti raggiungono la maturità
mentale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- maggio 2008
LA
SICUREZZA SUL LAVORO
Un amico imprenditore non ha dubbi:
“Per la sicurezza sul lavoro, nessun cantiere è
a norma. Per fortuna gli ispettori badano solo alle regole
principali”. Già questo è allarmante, ma ciò
che rivela in seguito lo è ancora di più: “Di fatto,
se chi deve controllare vuol farti pagare una grossa ammenda,
non ha problemi. Qualcosa, ed anche più di qualcosa, lo trova
sempre. E a volte può convenire allungare qualche migliaio
di euro a chi è troppo severo”.
Non si può dedurre nulla
da una singola testimonianza ma ce n’è abbastanza
per una riflessione. Se si studiano gli incidenti, la lista
delle possibili cause è pressoché infinita e se si
volessero imporre tutte le precauzioni atte ad evitarli non si
vivrebbe più. Traversare la strada è rischioso:
bisognerebbe vietarlo a tutti? La rottura del freno può
avere tragiche conseguenze e la legge stabilisce che tutti i veicoli,
incluse le biciclette, devono averne due, indipendenti. Ottimo.
Ma se un congegno può rompersi - buttiamo là una
cifra - ogni tremila casi, due si possono rompere ogni nove milioni
di casi: e una possibilità su nove milioni è ancora una
realtà. Bisognerebbe aggiungere un terzo, un quarto congegno?
La verità è che la sicurezza assoluta è un mito
e la probabilità dell’incidente si può diminuire, non
eliminare. Ecco perché il problema della sicurezza a proposito
delle centrali nucleari è futile. Quando si parla di una probabilità
su miliardi, chi discute ha solo voglia di perdere tempo.
Vivere è rischioso e non
bisognerebbe sempre aspettarsi che gli altri si preoccupino
della nostra sicurezza. Il buon senso, non la legge dovrebbe
imporre ai motociclisti di indossare il casco. Al punto che
si può plaudire a questa norma solo perché fa risparmiare
cure in ospedali e soldi alla collettività: ma moralmente
chi è imprudente merita di farsi male. Si può avvertire
con un cartello che le scale sono bagnate, ma se qualcuno corre e
scivola sono affari suoi.
La pretesa che la legge renda
impossibili gli infortuni sul lavoro è eccessiva.
Il lavoro manuale, per sua natura, non è esente da pericoli:
chi non s’è mai dato una martellata su un dito? Ecco
perché l’attuale normativa è sbagliata: è
troppo minuziosa, troppo “prudente”, quasi vessatoria: e finisce
col non essere applicata. Nelle nostre case, se fossero posti
di lavoro, non saremmo in regola. Di fatto si è affidati
all’arbitrio di un ispettore e questo è sbagliato: costui
potrebbe essere lassista, mettendo in pericolo la vita dei lavoratori,
o troppo scrupoloso, mettendo nei guai l’impresa. Per non parlare
della possibile estorsione.
La legge avrebbe dovuto stabilire
poche norme importanti e pretenderne il rispetto senza
nessuna tolleranza. Avere imposto, minacciando ammende,
che le sedie manageriali degli impiegati abbiano cinque ruote
invece di quattro è francamente eccessivo. Chi cade per
terra perché si inclina eccessivamente, o perché gioca
come un bambino, è uno sciocco che merita di sbattere. E
poi, quante sedie “pubbliche” hanno cinque ruote? Lo Stato impone
agli altri di osservare regole che esso stesso non rispetta.
È un vecchio vizio italiano,
quello di credere che i problemi si risolvano con nuove
leggi, severissime e perfette: dimenticando che l’ottimo
è nemico del buono.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- maggio 2008
LA NAZIONALITÀ
PALESTINESE
Un lettore ha scritto al “Corriere
della Sera”: “Caro Romano, nel 1974 un dirigente dell'Olp
dichiarò a un giornale olandese: «Il popolo palestinese
non esiste, il popolo palestinese è stato creato per
ragioni strategiche in funzione antisionista ma non appena avremo
conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo
momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte».
Mi risulta che i palestinesi rinchiusi nel 1948 nei campi profughi
nei vari Paesi arabi, non potevano e non possono assolutamente
uscirne per cercare una assimilazione a gente di fatto identica
a loro, il che conferma la dichiarazione del dirigente Olp”. L’Ambasciatore
ha risposto: “Risuona ancora nella dichiarazione da lei citata
il mito panarabo che fu l'ideologia di Nasser e dei suoi ammiratori,
fra cui il colonnello Gheddafi. In realtà il sogno era già
morto sui campi di battaglia della guerra del 1967. Sopravvisse
tuttavia un altro mito: la speranza del ritorno dei profughi nelle
terre perdute. Paradossalmente fu proprio nei campi che prese forma
con il passare del tempo l'identità nazionale palestinese”.
Questa versione dei fatti richiede
qualche precisazione. “Il popolo palestinese non esiste”
è un’affermazione coraggiosa ma, dopo tutto, banale. La
Palestina non ha mai costituito uno Stato. È stata solo
una regione in cui convivevano pacificamente arabi ed ebrei
e nella quale, nel corso dei secoli, si sono alternati molti
e diversi padroni. Fino al lunghissimo dominio della Sublime Porta,
di cui costituiva parte piccola ed insignificante. Poi, con
la fine del potere turco, si è avuta l’amministrazione britannica,
gli arabi hanno rifiutato di accettare l’esistenza dello Stato
d’Israele (e, si sottolinea, di un attiguo Stato indipendente palestinese),
l’hanno attaccato ed hanno perso. Sulla scena sono rimasti Israele,
la Striscia di Gaza (egiziana) e la West Bank, annessa dalla Giordania
(futuri “Territori Occupati”).
In occasione della
guerra del 1948 e soprattutto di quella del 1967, gli
abitanti della West Bank in parte rimasero dov’erano, in parte
fuggirono rifugiandosi nei paesi vicini. La principale destinazione
fu la Giordania. Solo che lì non si contentarono di
essere accolti: pretesero di mantenere le loro armi e di dominare
il paese. Re Hussein a questo punto li scacciò a cannonate
(“Settembre Nero”, 1970) e i palestinesi si spostarono altrove.
In particolare in Libano. Ma la caratteristica di tutti i “campi
profughi” è stata la non-integrazione. I milioni di tedeschi
che sono fuggiti dinanzi all’avanzare dell’Armata Rossa si sono
fusi col resto della popolazione, i Pieds Noirs algerini si sono dissolti
nell’identità francese, i palestinesi invece sono rimasti
al margine di tutte le società in cui sono arrivati. Un po’
per colpa loro, molto per la diffidenza se non l’ostilità dei
paesi ospitanti. Dunque quell’identità nazionale di cui parla
Sergio Romano è puramente e semplicemente l’antipatia che hanno
per loro gli altri arabi. Del resto gli stessi “connazionali” della
West Bank e di Gaza non sono disposti ad accoglierli. Parlano del loro
ritorno, ma sul territorio dell’attuale Israele: che è come
regalare denaro altrui. Insomma tutti gli arabi li hanno tenuti a distanza
per un doppio interesse: non farsi carico dei loro problemi e avere la
possibilità di indicare le loro infelici condizioni di vita come
una colpa d’Israele, coltivando così l’esistenza del “nemico
esterno”. Essi hanno sempre sottaciuto che quella situazione non
era la conseguenza di una qualche azione di Israele ma della propria
personale volontà. E tuttavia – potenza della propaganda –
questa evidenza da molti non è stata vista.
L’assurdità di questa
realtà è comprovata dal fatto che – per quanto
se ne sa – non esistono da nessuna altra parte campi profughi
da quarant’anni ed oltre. In essi c’è gente di mezza
età, con figli e nipoti, che non ha mai visto né Israele
né i Territori Occupati. Che ha solo l’esperienza di una
bidonville inserita in uno Stato che rifiuta sia la nazionalità
sia l’inserimento. Certo, si straparla di un “ritorno” in Israele
(previa sua distruzione) che non si è avuto in sessant’anni
e che non si avrà verosimilmente mai, ma è pura retorica.
Sia perché Israele ci sarà ancora, sia perché,
se Israele non ci fosse più, non ci sarebbero neppure loro:
qualche bomba atomica a destra e qualche bomba atomica a manca rinverdirebbero
le parole di Sansone.
Non esiste una nazionalità
palestinese. Esiste solo un popolo composito – gli abitanti
di Gaza, quelli dell’ex-West Bank e i profughi - di cui
non si sa dire se sia peggiore lui o i suoi governanti; se sia
peggiore lui o gli altri paesi che da anni si riempiono la bocca
con la parola solidarietà. In realtà nessuno ha
pietà di questo gruppo umano. Soprattutto i suoi dirigenti:
invece di nutrirlo di pace e di pane, lo nutrono di odio.
E l’organizzazione è tale che la gente è spinta
a credere che l’odio sia più importante del pane.
Proprio non si sa in che direzione
guardare, per vedere un po’ di luce.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 26 maggio 2008
LA SINISTRA CHE
NON NE HA CAPITO NIENTE
L’Italia sta naufragando e quelli
spaccano in quattro i capelli dell’ideologia; anziché
dare una mano, intralciano le operazioni di salvataggio con
le loro oziose e noiose cantilene. Come aprono bocca, accreditano
fuor di misura agli occhi degli italiani le iniziative di Berlusconi.
All’indomani del Consiglio dei ministri tenuto a Napoli,
fioccano dalla sinistra radicale le accuse di autoritarismo
e addirittura di latente fascismo. Rigettano l’annunciata politica
sull’immigrazione, un fenomeno che, proprio perché finora
mal governato, mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini e
la coesione sociale. Plaudono al governo Zapatero quando accusa
pregiudizialmente di xenofobia quello italiano e fingono di ignorare
che la Spagna ha adottato il pugno di ferro contro i clandestini,
espellendone un numero spropositato, a decine di migliaia.
Non sono meno affetti da faziosità
e livore per quanto riguarda Napoli, avvolta da sterminate
distese di rifiuti che fanno sbiadire i raccapriccianti resoconti
d’antan sul suo degrado. Li indigna, in particolare, il ricorso
all’esercito per presidiare le nuove discariche che diano fiato
alla città. Per contrastare le sommosse aizzate dalla camorra
che, altra pervasiva forma di immondezza, sta muovendo una vera
e propria guerra contro lo Stato. Fino a compromettere l’immagine
internazionale del Paese con il vergognoso incendio di un campo
rom. Basta evidentemente a questi sedicenti cultori del diritto,
fautori di un paradossale dialogo a voce sola, che i rifiuti continuino
a prendere la via della Germania o vengano smaltiti nelle discariche
gestite dalla criminalità, contro le quali nessuno ha la
faccia di protestare. Sfugge, malafede o insipienza, che la situazione,
incancrenita per una paralisi decisionale durata troppo a lungo,
esige interventi severi e risolutivi. Una sola cosa deve temere la
gente dabbene, in primo luogo quella sacrificata di Napoli, che i
propositi del governo restino lettera morta o siano attenuati per
un’insorgente timidezza, per il timore di una malintesa impopolarità.
Che può riferirsi soltanto alla camorra, a chi preferisce
cedere a una fatalistica indolenza o, senza convincersi di dover pagare
pegno, delega allo Stato astrattamente inteso la soluzione dei suoi
problemi.
Lorenzo Mondo, sulla
Stampa
VOLTAIRE
VS SCALFARI
Voltaire, commentando ironicamente
le teorie di Jean-Jacques Rousseau sul ritorno alla natura,
gli scrisse fra l’altro: “ On n’a jamais tant employé
d’esprit à vouloir nous rendre bêtes” , mai fu usata
tanta intelligenza per renderci bestie. Non diversamente da
come Cicerone riuscì a dire “summum ius, summa iniuria” (il
massimo del diritto corrisponde alla massima ingiustizia). Insomma
avviene che, arrivando al sommo delle umane capacità, ci
si accorga che si è fatto il giro intero e si è detto
una sciocchezza che si poteva dire, senza strapazzarsi, rimanendo
imbecilli e ignoranti.
Oggi Eugenio Scalfari, concludendo
la consueta “lenzuolata domenicale”, impiega – se è
lecito parafrasare Voltaire – molta sapienza per dire una
baggianata. A proposito del nucleare scrive infatti: “La sola
cosa certa, lo ripeto, è che le future centrali di Scajola-Marcegaglia
nascono vecchie”. Grave accusa. Ma è come dire che se
si vara una nave ad elica essa “nasce già vecchia”. Nessuno
può infatti negare che le navi vanno ad elica da decenni,
quasi secoli. Dunque se si costruisce un natante di quel tipo,
si usa una soluzione antica e la nave nasce “già vecchia”.
Quello che manca, nel ragionamento del filosofo-giornalista, è
l’indicazione di ciò che si potrebbe porre al posto dell’elica.
Le ruote ai fianchi, come per i battelli che navigavano sul Mississippi?
Sarebbe un congegno più vecchio delle eliche. Le vele? E
come si farebbe per andare controvento, o quando vento non ce n’è?
Con che cosa sostituiamo l’elica?
Il parallelo con le centrali
nucleari è semplice. Si sono costruite centrali di
prima, poi di seconda, infine di terza generazione. E con questa
siamo all’oggi. Infine si spera che, in futuro – un lontano
futuro – si realizzi una “centrale di quarta generazione”: ma
questo tipo di centrale non esiste ancora. E allora oggi l’unica
alternativa è fra una centrale di terza generazione o
nessuna centrale. Che senso ha dichiararla “già vecchia”?
L’automobile a fusione nucleare, chissà, un giorno potrebbe
pure esistere. Ma solo per questo dobbiamo dire che un’attuale
Rolls Royce nasce già vecchia? O che è vecchia una
Ferrari di formula 1?
On n’a jamais employé
tant d’esprit pour dire une bêtise.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
. 25 maggio 2008
SINISTRA INCORREGGIBILE
Secondo Blaise Pascal, le
coeur a ses raisons que la raison ne connaît pas,
il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Questo
adagio torna in mente quando si leggono articoli come quelli apparsi
oggi sul “Corriere della Sera” (Battista), sul “Giornale” (Giordano)
e tanti altri, in cui si dà conto di uno straordinario
cambiamento di panorama. Politici come Bassolino che inneggiano
a Berlusconi, giornalisti di antica sinistra che lo apprezzano, artisti
dovutamente gauchisti che aprono un grande credito al nuovo esecutivo,
una folla innumerevole di grandi nomi divenuti rispettosi e speranzosi
osservatori del governo del Cavaliere. Sarebbe strano che chi ha
sempre votato per il centro-destra criticasse questi atteggiamenti.
In fondo – ci si potrebbe dire – stiamo dicendo oggi ciò
che voi avete sempre detto: come potreste criticarci? E invece.
In primo luogo infastidisce
la coralità della virata. Il conformismo di sinistra
prima si è espresso in una direzione, ora si esprime
nella direzione opposta, e tutti si allineano senza scrupoli
e senza vergogna. Un tempo Giovannino Guareschi diceva che
i comunisti portavano il cervello all’ammasso, ora i comunisti
in Parlamento non ci sono più, ma i magazzini dell’ammasso
non hanno chiuso le porte.
Poi, la distinzione fra destra
e sinistra, dice qualcuno, è perenta. Può
darsi. Sostanziale rimane la distinzione fra chi è suggestionato
dalle ideologie e chi ha un forte senso del reale. Per anni
il Cavaliere è stato Nero checché facesse o dicesse.
La critica è stata talmente acida e preconcetta da
provocare a volte la tristezza, a volte le risate: quando l’odio
acceca si danno, appunto, botte da orbi. E spesso non si colpisce
il bersaglio. Per anni abbiamo potuto ascoltare senza un fremito
quegli insulti a Berlusconi che facevano tanto godere gli elettori
di sinistra: sapevamo che perfino gridargli “Buffone!” per la strada,
mentre era Presidente del Consiglio, per metà dell’Italia
era un titolo di merito. Una canzone che si suonavano e si cantavano
quelli di sinistra. Era una sorta di rito privo di agganci con la realtà.
Ora improvvisamente il vento è cambiato. Berlusconi non è
più lo psico-nano, il mafioso inseguito dalle Procure, il trapiantato
che fa le corna sulle fotografie: è il legittimo capo del legittimo
governo dell’Italia. Il rappresentante della volontà democratica
degli italiani. Uno statista che sta addirittura annunciando un programma
che la sinistra applaude, benché sia quant’altri mai decisionista,
risoluto e pressoché manesco. La sinistra si giustifica dicendo:
“era il nostro stesso programma, solo che noi non siamo riusciti
ad applicarlo”, ma la toppa è peggiore del buco: perché è
come dire che tutti sanno quali sono le cose giuste ma, mentre Prodi non
è riuscito a farle, Berlusconi le fa. E allora gloria in excelsis
al Cavaliere.
Troppa grazia, francamente.
Se è vero che la distinzione più sostanziale,
in politica, rimane quella fra chi è suggestionato
dalle ideologie e chi ha un forte senso del reale, chi si iscrive
a quest’ultima chiesa rimane perplesso. In fondo, che cosa
ha fatto, fino ad ora il governo Berlusconi? Ha annunciato le proprie
intenzioni. Niente di diverso di ciò che fece Giuliano Amato,
col famoso “pacchetto”. E se il Dottor Sottile non riuscì
ad applicarlo, chi dice che questo governo ci riuscirà?
Anche noi siamo pronti ad applaudire, ma non l’annuncio: solo la realizzazione.
Poi ci assoceremo.
Berlusconi e i suoi amici per
noi non sono mai stati dei delinquenti o dei farabutti
che attentavano alla democrazia per fare i loro interessi
privati, ma non per questi oggi sono divenuti i salvatori dell’Italia,
quelli che riusciranno a risolvere, nel giro di qualche mese,
problemi che affliggono la nazione da decenni, se non da sempre.
La nostra raison forse non ha abbastanza coeur. Non siamo stati
capaci di odiare la Corte di Arcore quando tutta la pubblicistica
di sinistra ce lo ordinava, non siamo capaci oggi di applaudire
un governo a scatola chiusa, solo perché ci è simpatico.
La politica non è né letteratura né teatro:
è prassi. Conta ciò che si fa, non ciò che si
dice.
La sinistra si squalifica oggi,
con le sue lodi e i suoi apprezzamenti, quanto si è
prima squalifica con le critiche acerbe e ingenerose. Continua
a vivere di ideologia. Avrebbe fatto meglio a star zitta, alla
finestra. Dimostra ancora una volta di avere forse un coeur,
ma ben poca raison.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 24 maggio 2008
Forza, create
i mostri. Una volta di piu' che fa?
Leggendo gli articoli dei
media italiani sui supposti roghi di vangeli in Israele
la mia primissima reazione e' stata un forte mal di stomaco.
Poi ho guardato Maariv e la seconda reazione e' stata un rabbia
cieca ma non sapevo contro chi. Contro Maariv che a mio
modo di vedere aveva fabbricato uno scoop su niente? Contro gli
accusati? Non sapevo proprio come calmarmi, sapevo che non poteva
essere vero ma sapevo anche che non aveva importanza, la smentita non
sarebbe stata letta da nessuno.
Non esiste che gli ebrei brucino
i libri, non e' mai successo nella storia. Allora?
Allora questa mattina ho preso
il telefono e ho chiamato l'ufficio del sindaco di Or
Yehuda, una cittadina vicino a Tel Aviv situata esattamente
dove si trovava la citta' biblica di Kfar Ono.
Mi ha risposto Yona , la segretaria
, le ho spiegato la situazione e dopo 20 minuti ho ricevuto
la telefonata del vice sindaco Uzi Aharon.E' stata una
telefonata lunga e e molto chiarificatrice.
D. Shalom Uzi, vorrei spiegarle
cosa sta succedendo in Italia a causa di questa notizia
diffusa da Maariv. Lei lo sa che tutto quello che succede
in Israele viene ampliato e deformato dai media. Lei lo sa
che ogni cosa che noi diciamo o facciamo viene vista subito in
chiave antiisraeliana. Vorrei quindi che mi dicesse cosa e'
successo.
R. Tutto e' stato esagerato
ed e' uscito di proporzione, adesso le spiego. Qui, nella
nostra citta', noi siamo invasi da eserciti di missionari
di tutte le specie, cristiani protestanti, cristiani cattolici,
ebrei di Gesu' , messianici. Sono tantissimi. Vanno di casa in casa,
soprattutto dove ci sono ragazzi molto giovani, li aspettano fuori
di scuola, li sommergono di pubblicazioni, di giornaletti, di libretti.
Sono instancabili e pressanti.
Noi li abbiamo pregati piu'
volte di lasciar perdere. per noi il proselitismo e'
vietato, non cercheremmo mai di convertire all'ebraismo
chi pratica un'altra religione ma non possiamo tollerare che
altri lo facciano con noi prendendo di mira soprattutto i piu'
deboli, i ragazzi, i piu' facili da convincere.
D. Si, ho sentito anche di
persone che si sono ribellate a questa situazione con
una certa violenza.
R. Purtroppo si ma
sono terribili, li fai uscire dalla porta e rientrano
dalla finestra. i loro figli vanno a scuola con i nostri e
passano il loro tempo a leggergli la vita di Gesu', la verita'
del Vangelo, gli parlano di miracoli.
D. mi dica allora cosa e' successo
l'altra sera.
R. Me lo hanno spiegato
i ragazzi perche' io non ero presente. Lei sa che da tutta
la settimana si fanno i fuochi di Lag baOmer e i fuochi
si alimentano con la carta. Ai ragazzi sono venuti in mente tutti
i giornaletti dei missionari e sono andati dai loro amici a raccogliere
carta, giornali, tra cui anche quelli del "fattaccio", libriccini,
la maggior parte non sapeva nemmeno cosa fossero, e li hanno usati
per accendere i falo' di Lag ba Omer prima di aggiungervi tronchi
di alberi, legni di tutti i generi, cartoni ecc.
D. Dunque tutto qui? Nessun
disprezzo per i libri e pubblicazioni cristiane?
R. Assolutamente no, queste
cose non fanno parte della nostra cultura e lei lo sa.
Lo dica.
Dunque, come supponevo il
fatto, realmente accaduto, e' stato completamente deformato
e ingigantito facendo passare i ragazzi di Or Yehuda come dei
mostri intolleranti.
Maariv probabilmente lo ha
fatto perche' ai giornali israeliani, quasi tutti di
sinistra, non pare vero di dare addosso ai religiosi creando
in Israele, dove la gente vive e lascia vivere, dove nessuno
ti chiede di che religione sei, imbarazzo e rabbia, esattamente
come era successo a me prima di avere delle spiegazioni.
I giornali italiani hanno
preso la palla al balzo per dipingere Israele come
un paese razzista contro le altre fedi e tutti hanno scritto
quasi le stesse cose, scopiazzando gli uni dagli altri.
Israele fa sempre notizia,
in Cina decine di migliaia di morti, in Birmania decine
di migliaia di morti, a Gaza gettano bombe contro i negozi
e le case dei cristiani ma i media italiani trovano il tempo per
scrivere che in Israele "si bruciano i libri dei cristiani" con
la solita analogia , soffiata quasi senza volere....come facevano
i nazisti..., viene citato Heine...si parla addirittura di orrore.
Come sempre, e ho detto anche
questo al vicesindaco, siamo noi i principali accusatori
di noi stessi. Sempre pronti a chiedere scusa prima ancora
di sapere, sempre pronti a condannarci da soli, sempre pronti
a prenderci a scudisciate per cose non fatte. Quando le cose
vengono chiarite e smentite e' troppo tardi perche' togliere
dalla testa della gente le accuse a Israele e' praticamente
impossibile.
Scrivono di giornaletti bruciati
ma c'e' il silenzio stampa sulla morte taroccata di Mohamed
al Durra, l'icona della sinistra mondiale, in nome della
quale Israele e' stato maledetto. Ha vinto il processo Philippe
Karsenty, il giornalista che aveva denunciato France 2 e
il suo reporter per aver manipolato il video.
Mohamed al Durra non e' stato
ucciso dagli israeliani, e' stato colpito dai palestinesi
e forse e' persino sopravvissuto ma per mesi, per anni,
siamo stati messi in croce , insultati, accusati di ammazzare
i bambini, demonizzati.
I media adesso tacciono, hanno
trovato altri mostri israeliani da sbattere in faccia
alla gente pronta a odiare: i ragazzi ebrei che per fare
la festa di Lag baOmer hanno bruciato dei giornali tra i quali anche
quelli di missionari rompiscatole.
Terribile colpa.
Come sempre, come da copione,
Israele deve discolparsi e spiegare. Che stanchezza!
Bene, e' la serata di Lag
ba Omer, vado a vedere i fuochi qui sotto casa e portero'
anch'io qualche giornale da bruciare. Tranquilli, non
possiedo nessuna pubblicazione messianica.
Deborah Fait . www.informazionecorretta.com
LA MENTALITÀ
DEL GIUDICE PENALE
La vicenda di Cogne si è
finalmente conclusa con una statuizione che, se non
accerta la verità con la “V” maiuscola, accerta comunque
la verità giudiziaria: Anna Maria Franzoni è
colpevole di avere ucciso suo figlio. È stata questa
la concorde opinione del giudice di primo grado, della Corte d’Appello
e della Cassazione.
Naturalmente, la sentenza
non convincerà gli innocentisti. Per costoro una
povera madre che piange mentre proclama la propria innocenza
non può essere colpevole. Ci dev’essere un’altra spiegazione.
Purtroppo, questa è una mentalità “cinematografica”.
Sullo schermo i buoni sono anche belli, il lieto fine è
molto più frequente della tragedia senza luce e, soprattutto,
colui che tutti gli indizi indicano come colpevole è malgrado
questo innocente. Nella realtà invece muoiono di cancro anche
bambini sotto i dieci anni, ci si può innamorare follemente
anche quando si ha un girovita oltre i centoquindici centimetri
e, se qualcuno sembra colpevole, è perché lo è.
La lunga sentenza di primo
grado, sulla vicenda di Cogne, non lascia dubbi e
può servire per gettare un’occhiata sulla mentalità
del poliziotto e del giudice penale. Mentre appare assolutamente
inverosimile l’intervento di un’altra persona, ci sono moltissimi
motivi per reputare l’accusata colpevole. L’unica ragione
per reputarla innocente è il fatto che lei si dice tale.
Troppo poco. Gli inquirenti sono abituati a guardare i fatti,
non ciò che dicono le persone. La proclamazione di non
colpevolezza impressiona lo spettatore al cinema o il lettore
di giornali, ma il carabiniere l’ha sentita tutti i giorni, da quando
ha indossato la divisa e non ci fa più caso. I professionisti
della repressione sanno che nelle carceri “ci sono solo innocenti”.
Arrivano ad un tale punto di diffidenza da non prendere per verità
assoluta neppure la confessione. Esistono infatti i mitomani ed
il reato di autocalunnia. Figurarsi dunque quanto potevano valere
le lacrime della Franzoni contro il fatto che nessun altro poteva
essere colpevole. Un altro che per giunta dovrebbe avere indossato
(chissà perché) il pigiama della donna e questo pur
avendo in tutto cinque minuti per scendere dal cielo, cambiarsi d’abito,
commettere il delitto (chissà perché), cambiarsi di
nuovo ed andar via.
Il poliziotto non crede ai fantasmi,
non crede alle coincidenze strampalate, non crede alla
casualità, non crede a niente che non sia normale. Crede
ai fatti. Alle risultanze della scientifica e alle prove disinteressate.
Per il resto è pressoché sordo. Questo in alcuni
casi conduce all’errore giudiziario - pedaggio che non si può
evitare di pagare, se si vuole una giustizia penale - ma qualunque
professionista del diritto penale vi dirà che i colpevoli
che escono assolti, da un’aula di Tribunale, sono molto più
numerosi degli innocenti condannati.
Forse è stato Vittorio
Feltri che, nel caso della madre di Cogne, ha detto:
“È colpevole ma non lo sa”. Intendendo con ciò
che è inferma di mente ed ha “dimenticato” il delitto commesso.
È possibile. Ma per questa parte il torto è stato
suo e dei suoi legali, a cominciare da Carlo Taormina. Essi
avrebbero dovuto insistere non sulla tesi dell’innocenza, che
conduceva solo ad una lunga carcerazione, ma sulla tesi dell’infermità
mentale. Avere rifiutato la perizia psichiatrica è stato un
grave errore. Addirittura si è avuta l’impressione che la
relativa mitezza della sentenza d’Appello sia derivata dalla volontà
di non far pagare ad una povera donna la mancanza di senno suo e di
chi la consigliava. Si è sostanzialmente tenuto conto di
una seminfermità mentale che non si è potuta dichiarare.
Ma questo riguarda il caso concreto ed è meno interessante del
principio generale di cui si diceva: l’amministrazione della giustizia
penale si fonda sul buon senso terra terra. Se tutto dice che il
colpevole è Tizio, il colpevole è Tizio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 23 maggio 2008
A TRAVAGLIO,
TRAVAGLIO E MEZZO
Ad Annozero, questa sera,
Marco Travaglio potrà essere zittito in uno dei seguenti
modi: 1) Tu sei andato in vacanza con un tizio poi condannato
per favoreggiamento di un mafioso, già prestanome di
Provenzano; 2) Tu hai telefonato a un siciliano, uno che faceva
la spia per un prestanome di Provenzano, e gli hai chiesto un
aiuto per la villeggiatura in Sicilia; 3) La tua famiglia e quella
di Pippo Ciuro, poi condannato per aver favorito le cosche, si
frequentavano in un residence consigliato da Ciuro e si scambiavano
generi di conforto; 4) Il procuratore di Palermo Pietro Grasso,
sul Corriere, scrisse che tu facevi «disinformazione
scientificamente organizzata» e speriamo che il tuo amico
Pippo Ciuro con tutto questo non c‚entri nulla; 5) Renato Schifani
frequentò delle persone che sono state inquisite 18 anni
dopo, ma tu ne hai frequentata una che è stata arrestata
per favoreggiamento mafioso pochi mesi dopo; 6) Tu non sei il presidente
del Senato, è vero, sei peggio: perché vai in giro a fare
il moralista e poi la tua famiglia sguazzava in piscina con un favoreggiatore
di mafiosi. Eccetera. Le suddette sono frasi a loro modo ineccepibili,
non querelabili, anzi: sono tutti «fatti» come direbbe
Travaglio. Il quale ha una sola fortuna: non ha dietro un Travaglio
che certe infamie gliele ripeta di continuo in libri e articoli e
comparsate ben pagate dal contribuente. Ma si potrebbe sempre imparare.
Filippo Facci per
Il Giornale
L’UNCINETTO
E L’ASCIA
Il
grande numero di provvedimenti particolareggiati (e
dunque preparati con largo anticipo) annunciati dal primo Consiglio
dei Ministri ha costretto tutti a descriverli, a spiegarli,
a commentarli. Tuttavia è prendendoli nel loro insieme
che si comprende come essi costituiscano dei sintomi e diano
indicazioni sulla linea programmatica del governo. Ciò
che colpisce è il risoluto colpo di timone rispetto ad una
certa mentalità italiana per cui la democrazia non è
il potere del popolo ma della piazza. Al punto che si possono avere
dei dubbi sui risultati
dell’iniziativa non tanto per la sincerità dei propositi,
quanto perché ogni società è vischiosa e tende
a conservare le sue istituzioni e le sue abitudini.
L’attuale governo ha l’intenzione
di imporre la volontà dello Stato contro la piazza,
contro la stampa, contro il buonismo e perfino contro gli
eccessivi scrupoli di legalità. Tutto questo suona ovviamente
allarmante ed impone la prima considerazione. I principi
che reggono una comunità sono diversi in pace e in guerra.
In pace il Presidente del Consiglio si reca a Trapani o a Bressanone
per assistere al funerale di dieci persone morte sul lavoro, in
guerra un qualunque generale manda a morte pressoché sicura
centinaia di persone solo per attuare una manovra diversiva. E quando
quelle centinaia di soldati tornano a casa in una cassa, per accoglierli
non si scomoda nemmeno il sindaco di un paesino. Quando lo Stato
si batte per la propria sopravvivenza non può andare per
il sottile; solo in pace ci si può permettere di essere attenti
alle minime cose, inclusi i sentimenti dei cittadini. In guerra si usa
l’ascia, in pace l’uncinetto. Oggi sembra arrivato il momento dell’ascia
e questo provoca aggrottamenti di ciglia nella stampa di sinistra
ma anche sospironi di sollievo nella maggioranza dei cittadini. Per
decenni si è dovuto assistere allo spettacolo della polizia
impotente dinanzi ai blocchi stradali e ferroviari; al divieto di realizzare
opere che sono state persino approvate dalla maggioranza e dall’opposizione
(la TAV); all’incapacità di frenare l’immigrazione clandestina
e il parassitismo sociale e infine al divieto di depositare
da qualche parte l’immondizia di Napoli. Agli esiti concreti di
una mentalità di sinistra per la quale l’odio per il fascismo
si è trasformato in odio per l’autorità: se il governo
ordina qualcosa e la “gente” non è d’accordo, è il governo
che deve cedere. Si è voluto gabellare un simile principio per
democrazia ma è un imbroglio: essa non consente di dare ordini
ai governanti, consente solo di sceglierli. Il grande pubblico
ha il diritto di giudicare la maggioranza che ha governato,
riconfermandola o mandandola all’opposizione, ma questo complessivamente,
non analiticamente. Analiticamente non ha la competenza per farlo.
Non a caso, per esempio, la Costituzione vieta i referendum in
materia fiscale: perché se il popolo ne avesse la possibilità,
voterebbe per l’abolizione di tutte le imposte e tasse. Per poi
accorgersi che è necessario licenziare poliziotti e carabinieri,
chiudere le scuole e i tribunali, aprire le carceri e lasciare
che le strade divengano impercorribili. Quale sarebbe, a questo
punto, la sua reazione? La maggioranza che governa male non potrebbe
cavarsela dicendo: “abbiamo fatto quello che ci avete chiesto
di fare”.
A Napoli lo Stato ha manifestato
la volontà di riprendere in mano il Paese, se necessario
col pugno di ferro. L’immondizia non può sparire
con un colpo di bacchetta magica, dunque si creeranno delle discariche
e chi protesterà sarà scoraggiato a manganellate se
non col carcere. È un sistema piuttosto spiccio (l’“ascia”),
ma è l’unico che funziona. L’alternativa è il
disastro di Napoli e il disonore internazionale.
Riguardo a questo cambiamento
di politica da più parti si avanzano comprensibili
scrupoli giuridici. Non è lecito mettere a rischio
la più piccola regola, si dice, e un nobile principio
suona: fiat iutistia et pereat mundus, si faccia giustizia, caschi
il mondo. Ma questo vale in un’aula di tribunale, per il singolo
caso, quando si usa l’uncinetto, mentre nella politica conta
la collettività, il “mundus”. E qui si va da un eccesso
all’altro. Se la collettività si sente in pericolo, crea
Tribunali del Popolo che ammazzano a tutto spiano, se invece si
sente tranquilla, arriva agli assurdi della Campania. Ma la realtà
si vendica. Stavolta, con l’immondizia di Napoli, la Nemesi si
è abbattuta sull’assemblearismo di sinistra e sul dominio
di chi blocca le strade. Il centro-sinistra, a forza di inchinarsi
dinanzi ai violenti, ha creato la voglia di Leviatano. Ecco perché
chi oggi dice che il reato di clandestinità è incostituzionale
e barbaro dovrebbe prima ricordarsi che lo Stato, per meritare
questo nome, deve essere padrone del suo territorio. Inoltre, nella
fattispecie, non è vero – come si dice - che si condanna
uno status, cioè l’essere clandestini; si condanna l’essere entrati
clandestinamente in Italia. Non è perché è
dentro la casa che si condanna il colpevole di violazione di domicilio,
ma perché c’è entrato. Questo concetto, che sembra troppo
difficile ai nostri sottili giuristi, non è troppo difficile per
il popolo italiano, che ormai vuole dei risultati. E su questi risultati
– non su ciò che scriveranno Repubblica e “il manifesto” - giudicherà
il governo.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 maggio 2008
SE CERCHIAMO RESPONSABILITÀ
Ha ragione il direttore
dell'Unità Antonio Padellaro a intitolare il
suo fondo di ieri: «Meno male che c'è l'Europa».
Sì, meno male che c'è, ma a una condizione:
che noi italiani riusciamo a intendere davvero la lezione
che essa da tempo ci impartisce, e che oggi si rinnova a
proposito dei rifiuti in Campania e della condizione dei rom. Capire
quella lezione vuol dire innanzi tutto non servirsene per regolare
i conti con i propri avversari interni, per nascondere le proprie
debolezze dietro la forza e l'autorevolezza altrui. Vuol dire
rinunciare all'antica, sciagurata abitudine delle classi dirigenti
della penisola di invocare l'aiuto dello straniero per avere la
meglio sui rivali di casa, così suggellando la minorità
propria e di tutto il Paese. Vuol dire, invece, meditare senza
spirito di parte su ciò che l'Europa ci manda a dire. Per
esempio sulle parole pronunciate l'altro giorno dall'eurodeputata
Viktoria Mohacsi inviata appositamente da Bruxelles, la quale ha
trovato i campi rom di Roma e Napoli in «condizioni tremende»,
ricordando che «l'Italia non ha chiesto neanche i soldi
previsti dall'Ue per l'integrazione delle minoranze etniche»
e infine accusando il nostro sistema giudiziario di aver «perso
le tracce (sic !) da due anni di 12 bambini rom tolti ai genitori
dal Tribunale dei minori perché accusati di accattonaggio».
Ebbene, non sarebbe un gioco facile proprio sulla base di queste dichiarazioni
(che traggo dalla cronaca della stessa Unità ), non sarebbe
facile ricordare che fino a prova contraria Roma e Napoli sono state
governate negli ultimi 15 anni da giunte di sinistra, le quali hanno
preferito evidentemente impiegare le loro risorse in modi diversi che
per i rom (forse anche perché i rom non votano)? E non sarebbe
altrettanto facile ricordare che evidentemente anche il governo
Prodi è colpevole di essersi dimenticato negli ultimi due
anni di chiedere i soldi dell'Ue destinati ai rom? O ricordare, a
proposito dei 12 bambini scomparsi nel nulla, che in generale è
proprio la sinistra che si precipita regolarmente a prendere
le difese del nostro vergognoso sistema-apparato giudiziario,
opponendosi a qualunque sua radicale riforma?
Sì, sarebbe
un gioco facile, ma disdicevole e alla fine inutile.
Perché in verità — si tratti dei rifiuti o delle
disfunzioni della giustizia, ovvero delle altre mille questioni
che suscitano contro di noi critiche e condanne dall'Ue
o da altrove — è l'Italia, è il Paese nel suo complesso,
sia quando a governarlo è la destra che la sinistra,
che mostra la propria ormai trentennale incapacità di
tenere il ritmo dei suoi principali partner, di eguagliarne gli
standard fondamentali. E' tutto il Paese che da troppo tempo
è incapace di dirsi la verità, di rinunciare
al suo vizio antico dei rinvii o del lasciar correre, che da troppo
tempo rifugge dal prendere i problemi di petto. Come non vedere però
che ormai siamo vicini all'ultima ora? Adesso è il momento
di capire che il bene collettivo e l'avvenire della politica passano
attraverso un primo momento decisivo: il ristabilimento dell'autorità
dello Stato. Cominciando in queste ore da Napoli: contro gli incendiari
e gli istigatori di cacce all'uomo, contro la camorra, contro
le amministrazioni locali incapaci o corrotte da mandare subito
a casa. Senza riguardi per nessuno. Senza se e senza ma, e, bisogna
sperarlo, con l'appoggio di tutti.
Ernesto Galli della
Loggia - Dal Corriere della Sera del 21 maggio
2008
IL “BUONISMO” COME ALIBI
In parecchi oggi protestano
contro il clima di “buonismo” che impera. Si teme addirittura
che l’opposizione non sia più capace di fare
il proprio mestiere, che il Parlamento sia sostanzialmente
privato della propria funzione, che di fatto i provvedimenti
siano concordati sottobanco tra maggioranza e Pd. Perfino
Di Pietro, che annuncia un’opposizione netta e acida, poi
si lancia a dire che se le decisioni del governo riguardo ad
immigrazione clandestina e immondizia a Napoli dovessero essere
plausibili, lui non esiterà a sostenerle: il che è
in contraddizione con l’annunciata lotta senza quartiere alla
maggioranza. Questo isolato proposito sarebbe stato impensabile
nel corso del quinquennio berlusconiano.
La domanda è
dunque: è credibile che permanga il clima di
“buonismo”, di collaborazione fra maggioranza e opposizione?
È credibile che ci sia il pericolo di questa melassa?
Probabilmente no.
Le ragioni del pessimismo
sono ovvie. Un atteggiamento conciliante e cortese,
come quello tenuto da Veltroni e soci durante la campagna
elettorale, ha avuto lo scopo di annunciare una rottura
rispetto alla maggioranza del governo Prodi. “Noi, sembravano
dire gli uomini del Pd, non siamo come i vari Diliberto, Marco
Rizzo o Pecoraro Scanio. Noi siamo diversi. Noi siamo veri democratici.
Noi non odiamo nessuno. In particolare non odiamo Berlusconi.
Qua la mano, da avversari leali. Avete sì o no capito che
non siamo gli stessi di prima? Siamo un partito nuovo di uomini
nuovi, anche se con le facce e i nomi dei vecchi”.
Il progetto non ha
avuto un tale successo da far vincere le elezioni ma
ne ha avuto a sufficienza per dare l’impressione che il Pd
non sia l’ultimo nome del Pci.
Veltroni ha giocato
sul sicuro. Il centro-destra, e in particolare Berlusconi,
non potevano opporre nulla, a questo atteggiamento. Sia
perché gli “odiatori professionisti” sono sempre stati
più a sinistra che al centro, sia perché Berlusconi
personalmente, come riconoscono anche i suoi avversari,
“vorrebbe essere amato da tutti”. Sorridetegli, chiunque voi siate,
e vi sorriderà.
Ma tutto questo vale
in campagna elettorale e finché non si scende sul
terreno concreto. Non appena si comincerà a discutere
di problemi reali, l’opposizione da un lato sarà sinceramente
in disaccordo con le leggi proposte, dall’altro non rinuncerà
alla normale demagogia. Si strapperà le vesti per
un nonnulla, denuncerà errori veri o falsi e chiederà
la luna e se la maggioranza proponesse di mandare a tutti
lo stipendio a casa, l’opposizione protesterebbe perché
quello stipendio è insufficiente par pagarsi le crociere
di lusso.
Il pericolo che l’opposizione
sparisca è insussistente. Essa può sperare
di tornare al potere solo se riesce a dimostrare che
il governo in carica ha male operato e che essa avrebbe governato
meglio. Anche se Berlusconi facesse miracoli, alla fine
l’opposizione non potrebbe certo dire: “Non potete trovare
di meglio: votate ancora per lui”.
Una seconda ragione,
per non credere al prolungarsi di questo clima sereno,
è che i protagonisti della nostra vita politica,
salvo marginali eccezioni, sono gli stessi da lustri a questa
parte. E allora perché mai chi ieri ha odiato Berlusconi
da domani dovrebbe avere un atteggiamento equanime, del tipo:
“Lo sostengo se fa bene, non lo sostengo se fa male”? Che cosa
ha mai fatto, Berlusconi, perché i suoi oppositori non
lo odino più? Forse che la cocente sconfitta che gli
ha inflitto è ora un titolo di merito?
Chi frequenta i blog
vede che gli antiberlusconiani disprezzano il Cavaliere
esattamente come prima. E se la base non è cambiata,
perché dovrebbero essere cambiati i vertici, ora che
non c’è nemmeno più l’utilità elettorale
di presentarsi come nuovi e moderati?
La luna di miele di
queste settimane è illusoria. È solo
la coda della fondazione del Pd. Quando si entrerà
nel vivo della legislatura, ognuno tirerà l’acqua al
suo mulino, magari accusando l’altro di avvelenare il pozzo.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 maggio 2008
Non cadra'
neanche Gamla
Un dirigente dell'OLP
dichiaro' a un giornale olandese nel 1974:"Il popolo
palestinese non esiste, il popolo palestinese e' stato
creato per ragioni strategiche in funzione antisionista
ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele
non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui
facciamo parte".
Altro che Naqba
dei miei stivali!
Dovevano arrivare
milioni di palestinesi per circondare Israele ai
suoi confini , il 15 maggio, data ufficiale della fondazione
di Israele.
Dal Libano non
si e' mosso nessuno, hanno altri problemi e poi i libanesi
non li lasciano uscire dai campi dove li tengono relegati
da 60 anni.
Dalla Giordania
manco uno e' venuto a manifestare nelle vicinanze
di Israele, figurarsi se il Re gli dava il permesso.
Sono rimasti quattro
gatti di studenti arabi in Israele, solita democrazia
che gli ha lasciato sventolare la bandiera palestinese
coperta da un drappo nero finche' un gruppetto di studenti sionisti
non li ha scazzottati e tutto e' finito a tarallucci e vino.
A Gaza, al confine
di Erez, saranno stati meno di un migliaio di sfigati
al posto delle centinaia di migliaia previste dai capi
di hamas.
Anche in America
erano non piu' di un migliaio i palestinesi nati in
USA andati a manifestare di fronte al Palazzo dell'ONU. Il
loro portavoce, il ventottenne Salah Zalatino, ha fatto
la solita sceneggiata, pianti e tirate di capelli per
la nostalgia della Patria lontana che non ha mai potuto
conoscere e che , secondo lui "e' morta 60 anni fa".
Ma a chi la racconta!
Ma che nostalgia!
Zalatino a 28
anni, e' nato in America, fa l'industriale, ma che
nostalgia e di che patria? La sua patria sono gli USA dove
lavora e vive agiatamente e dove la democrazia gli permette
di fare la vittima.
" La morte
di una nazione e' coincisa colla nascita di una
nazione' ha dichiarato Zalatino piagnucolando ma non ha
detto il nome della nazione morta perche' non esisteva,
non esisteva nessuna nazione, nessun popolo palestinese e se
proprio proprio vogliamo essere esatti, se gli arabi fossero
stati intelligenti invece che ideologicamente nazisti,
avrebbero potuto avere una nazione araba nuova di zecca
non solo al fianco di Israele ma anche impossessandosi di territori
promessi a Israele dalla dichiarazione Balfour.
Se avessero accettato,
invece di imitare il loro adorato Hitler nel tentativo
di ammazzare gli ebrei, avrebbero potuto avere un paese
piu' grande dell'odiato Israele.
Troppo stupidi!
E poi hanno continuato ad esserlo.
Dopo la Dichiarazione
Balfour del 1917 gli inglesi, da falsoni quali
sono sempre stati, hanno cambiato idea e nel 1922 presero
il 76% della terra promessa agli ebrei e la consegnarono
agli arabi creando la Giordania perche' la famiglia hashemita
degli Husseini voleva un trono sul quale depositare il regale
didietro.
Percio' non si
sa bene della morte di quale nazione vada blaterando
il signor Zalatino visto che qui non c'era nessuna nazione
se non la Palestina Mandataria.
Insomma la grande
marcia naqbesca verso i confini di Israele da terra,
dal cielo e dal mare cui i palestinesi sparsi per il mondo
sono stati chiamati dai capi dell'ANP e di Hamas e' stato
un flop.
Altro flop e'
stato la grande marcia di Torino per il boicottaggio
di Israele.
Non fanno altro
che floppare miseramente ed e' un buon segno. Forse
la propaganda araba si e' stancata di appoggiare una popolazione
che crea solo problemi per la sua violenza e forse la
parola pace, accompagnata dalla parola soldi soldi soldi,
alla fine gli conviene di piu' del solito"A morte Israele"
rimasto retaggio delle masse arabe che prima di cambiare slogan
hanno bisogno di qualche centinaio d'anni e di sciocchi intellettualoidi
occidentali che non riusciranno mai a far tacere il loro odio antiebraico
e che sono ideologicamente in bilico tra il 1938 e il 1968 con
un seguito di giovinastri e meno giovinastri ignoranti e razzisti
e giornalisti ignoranti e furbastri .
Le uniche realta'
sono i missili che da Gaza cadono ogni giorno su Israele,
le minacce dell'Iran di farci scomparire definitivamente,
i missili a lunga gittata in mano a hezbollah.
Un'altra
cosa reale e' l'amicizia degli Stati Uniti e ne abbiamo
avuto la conferma durante la visita in Israele di George
W.Bush e di sua moglie Laura.
L'accoglienza
fatta da Israele alla coppia presidenziale e' stata
grandiosa, l'amicizia tra Bush, Olmert e Peres va al
di la' delle normali relazioni diplomatiche e il discorso
del Presidente americano alla Knesset e' stato piu'
volte interrotto da applausi a scena aperta , tutti in piedi,
molti commossi, molti felici, altri rabbiosi e parlo dei
deputati arabi che non si sono presentati alla festa per
Israele. Anche loro in lutto naqba, una catastrofe che fece
calare del 90% la mortalita' infantile grazie agli ebrei, una
catastrofe che debello' la malaria e il tracoma grazie agli ebrei,
una catastrofe che debello' l'analfabetismo grazie agli ebrei,
una catastrofe che permise loro di vivere in una democrazia
grazie agli ebrei.
Proprio una terribile
catastrofe, non c'e' che dire!
Quelli che fuggirono
furono invitati, dalle autorita' israeliane,
a tornare a guerra finita ma ormai gli arabi li avevano rinchiusi
nei campi da cui era impossibile uscire pena la morte,
nel 1948 come oggi.
Lo voglio precisare
per mister Dario Fo che a Torino, intervistato
da Francesca Paci, quasi piangeva parlando dei poveri
palestinesi rinchiusi nei campi, dimenticandosi che sono
la' per volere arabo, dimenticandosi che i campi profughi
sono tutti nei paesi arabi in cui i palestinesi non godono
di alcun diritto civile.
Chissa' se questa
gentucola intelletualoide italiana chiedera' scusa
a Israele quando si accorgera' di avere sbagliato paese
da odiare perche' gli unici paesi dove i palestinesi sono
bistrattati sono i paesi arabi e i territori palestinesi.
L'unico paese
in cui gli arabi palestinesi hanno trovato democrazia,
diritti , lavoro, scuole e liberta' assoluta e' Israele.
Chieda scusa a
Israele, mister Dario Fo!
Massada non cadra'
ancora! ha gridato Busch alla Knesset mentre il pubblico
in piedi gli regalava una standing ovation di molti minuti.
Ma non cadra'
neppure Gamla, antica capitale ebraica del Golan
distrutta dai Romani guidati da Vespasiano nel 67 che fece
sgozzare migliaia dei suoi abitanti portando i sopravvissuti
a Roma come schiavi.
Il giovane Assad
e' la' che fa il tifo per il Golan ma non lo avra'.
Massada e Gamla
non cadranno mai piu', Presidente Busch, e che
Dio benedica Israele, sempre, l'America e chi ci ama.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
UN INTERROGATIVO
PER GLI STORICI
Chi, invece di
comprare due o tre chili di giornali ogni giorno,
si accontenta delle rassegne stampa alla radio, riceve
un’informazione generale sulle opinioni correnti. Anche
se qualche volta le impressioni si intersecano con la tentazione
di tornare ad un sonno troppo presto abbandonato. Ciò
che se ne può ricavare, oggi 17 maggio 2008, è
che ormai si parla apertamente di contrasti e possibili rotture
fra Di Pietro e il Pd. E allora ritorna, soprattutto per chi
lo formulò già immediatamente, l’interrogativo: perché
diamine il nuovo partito di sinistra ha concesso questo vantaggio
all’Italia dei Valori? Ha escluso – nientemeno! – i socialisti,
che della sinistra moderata sono sempre stati la spina dorsale;
non ha permesso ai radicali di esporre il loro immacolato simbolo;
ha lasciato fuori e al freddo quella sinistra comunista da cui
provengono tanti suoi dirigenti, Fassino e Veltroni inclusl,
e va ad offrire quel posto a Di Pietro? Perché mai?
Con la nuova legge
elettorale, chi non ha fatto parte di un grande partito
che assicurasse il 4% alla Camera e l’8% al Senato, era
destinato alla Geenna, dove c’è pianto e stridor
di denti. È esattamente questo che ha azzerato
la Sinistra Arcobaleno, malgrado il lodevole tentativo di presentarsi
come unitaria; è questo che non ha consentito una
rappresentanza ai fuorusciti della Destra; è questo che
ha ridicolizzato il minipartito ideologico di Giuliano Ferrara,
e via enumerando. L’unica eccezione è Casini, che ha
beneficiato della tradizione democristiana, ha offerto una
sponda centrista agli antiberlusconiani di centro ed è riuscito
a mandare in Parlamento alcuni deputati e tre Senatori: ma la
sua irrilevanza è patente. E in tutto questo disastro,
si va a salvare Di Pietro, alleato infido se mai ve ne fu uno?
La maggior parte dei suoi sodali lo ha prima o poi abbandonato.
A cominciare da Elio Veltri e da suo cognato, che fra i primi lo
seguirono, per finire con quell’avvocato Di Domenico che lo ha
perfino accusato di falso materiale. Incomprensibile.
Non si può
che insistere su questo punto: Di Pietro da solo
l’ingresso in Parlamento avrebbe potuto solo sognarlo:
se fosse stato messo nelle condizioni di Boselli, probabilmente
avrebbe fatto la stessa fine. Permettendogli di porre il
suo simbolo accanto al suo, il Partito Democratico gli ha dato
la possibilità di dire che chi avesse votato per lui non
avrebbe disperso il suo voto. L’Italia dei Valori attuale è
una creazione del Pd, il quale sembra averla fatta esistere perché
reputava di non avere un numero sufficiente di problemi. Non ci
si permetterebbe di essere tanto severi se queste stesse cose
non fossero state dette prima ancora del 13 aprile, da noi come
dal Partito Radicale, che pure della coalizione faceva parte.
Studiando
storia a volte ci si stupisce degli immensi errori
commessi anche dai geni. Per esempio la campagna di Russia
di Napoleone. Certo, spesso bisogna ammettere che,
chissà, sul momento quello stesso errore l’avremmo
anche commesso noi. Ma nel caso di Di Pietro e del Pd la stupidaggine
è apparsa tanto chiara che, per una volta, non si è
in grado neppure di capire il passato.
Aspetteremo
dunque la spiegazione che darà la storia. L’unica
– improbabile - che si riesce ad immaginare, è
che i dirigenti del Pd abbiano pensato che, con Di Pietro,
avevano qualche remota possibilità di vincere le
elezioni, mentre senza di lui – e cioè rinunciando
agli antiberlusconiani viscerali e al partito giustizialista
– non c’era speranza. Ma è un’ipotesi peregrina. Se sii
è scaricata la sinistra Arcobaleno perché si
sa che con certi alleati si possono vincere le elezioni ma non
governare. che cosa forniva l’assicurazione che con Di Pietro
potesse andar meglio? Già si vede che con lui si è
costretti a litigare persino stando all’opposizione. In secondo
luogo, sulla base di quali indagini, di quali sondaggi, di quali
previsioni si è potuto pensare ad una possibilità
di vittoria del centro-sinistra? Tutto gridava l’impopolarità
del governo Prodi; tutto echeggiava il disgusto del popolo italiano;
tutto parlava di sconfitta: l’unico interrogativo riguardava la
sua misura. E allora, perché non cadere in piedi, perché
non eliminare, insieme all’impresentabile Sinistra Arcobaleno, l’altrettanto
impresentabile e inaffidabile Di Pietro?
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 17 maggio 2008
PER COLORO CHE
LEGGONO LO SPAGNOLO
Il Corriere della
Sera si fa un dovere di riportare, addirittura in spagnolo,
un articolo che riferisce le parole delle Vicepresidente
Marìa Teresa Fernández. Costei si esprime
come un Diliberto qualunque, e non si vede perché,
dopo che ci si è liberati del Diliberto italiano, bisognerebbe
ascoltar una Diliberta spagnola. La verità è che
gli italiani non si sono accorti che, da qualche secolo, l’Italia
non è più né una colonia spagnola né una
colonia francese. E che una stupidaggine resta tale in qualunque
lingua sia detta. Riporto qui di seguito l’articolo del “Corriere”,
aggiungendovi qualche commento in corsivo.
A. DEL BARRIO | E. MUCIENTES
B. MADRID.-
"El Gobierno rechaza la violencia,
el racismo y la xenofobia y, por tanto, no puede compartir
lo que está sucediendo en Italia". Solo che
rimane da dimostrare che ciò che sta avvenendo in
Italia abbia a che vedere col razzismo o la xenofobia. Fra
l’altro, salvo Hitler, nessuno ha mai affermato (né scientificamente
si potrebbe) che gli zingari siano di una razza diversa.
Dunque la signora si lascia andare semplicemente ad
insultare il governo italiano. E il Corriere le offre una tribuna,
invece di mandarla al diavolo.
Con estas duras
palabras la vicepresidenta del Gobierno, María
Teresa Fernández de la Vega, ha rechazado la política
de inmigración que en las últimas semanas
ha abanderado el nuevo Gobierno de Berlusconi Il
governo è in carica da meno di due giorni, ed è
colpevole già dalle ultime settimane! È come l’agnello
della favola di Fedro, che era colpevole d’intorbidare l’acqua
del lupo prima ancora di nascere y que, en tan sólo
siete días, ha supuesto la detención de cerca
de 400 inmigrantes irregulares en el país transalpino.
Un momento: se gli immigranti sono irregolari, e lo
dice la stessa ministra, che c’è di strano se li si arresta?
En la rueda de
prensa posterior al Consejo de Ministros, la vicepresidenta
ha recordado que el Gobierno trabaja para frenar la
inmigración ilegal, pero siempre respetando los derechos
de los ‘sin papeles’. Rispettando i diritti degli
immigranti privi di documenti. Quali sono, questi diritti?
E quando l’Italia li ha violati? "España trabaja por
una política de inmigración legal y ordenada
que permita reconocer derechos y obligaciones", ha insistido
De la Vega.
A pesar de haber
endurecido considerablemente su discurso en inmigración,
el Ejecutivo de José Luis Rodríguez
Zapatero no avala la política de cerco a los 'sin
papeles' que está aplicando Berlusconi. Ancora
una volta si parla di “una politica” che il governo non
ha materialmente avuto il tempo di applicare.
La Policía
italiana llevó a cabo ayer redadas contra
la inmigración irregular, que se saldaron con la
detención de 400 'sin papeles', de los que 53 fueron
expulsados del país sin contemplaciones.
Ecco il reato: arresto di quattrocento irregolari ed espulsione
di 53 di loro. Neanche Hitler è riuscito a fare di
meglio.
En su tercera
etapa al frente del Gobierno italiano, Berlusconi
quiere aprobar un duro decreto contra la inmigración
irregular, que supone incluso el cierre de fronteras.
El nuevo Ejecutivo estudia la suspensión de la
aplicación del Tratado de Schengen antes de proceder
a la expulsión de miles de gitanos rumanos y búlgaros,
ciudadanos todos ellos que ya han ingresado en la Unión
Europea. L’eventuale sospensione del trattato di Schengen
è qualcosa che si studia addirittura a livello europeo, per
quanto se ne sa. E comunque, se l’Italia volesse denunciare un trattato,
credo che non debba renderne conto alla Vicepresidente spagnola.
El clima de racismo
es tal que en los últimos días cinco
campamentos de gitanos al sur de Italia han sido incendiados
por los ciudadanos. El ministro de Reformas del Ejecutivo,
Umberto Bossi, ha justificado los ataques contra los
gitanos porque "la gente hace lo que no logra hacer la clase
dirigente". Il clima di razzismo – razzismo, secondo le
parole del documentato articolo - è tale che a Napoli la
gente ha attaccato l’insediamento dei rom; ma non si dice che una
zingara ha cercato di rapire una bambina. Non che questo giustifichi
gli attacchi (tutt’altro), ma in primo luogo sarebbe stato doveroso
fornire un’informazione completa, e in secondo luogo per la gente
di Porticelli, dal loro punto di vista, non si è trattato
di razzismo ma di legittima difesa. Fosse stato un accampamento
di piemontesi o di siciliani sarebbe stato lo stesso..
Una opinión
que no es compartida por todos los miembros del gabinete
de Berlusconi. De hecho, el titular de Interior, Roberto
Maroni, ha calificado como "injustificable" la violencia
vivida en Nápoles y pide que la rabia no prevalezca
sobre las reglas de convivencia, según informa
la agencia Efe. Come, riferiscono che il governo
italiano ha definito ingiustificabile la violenza, ed essa
tuttavia è colpa sua?
La actuación
de Berlusconi se produce en un momento en que todos
los países de la UE están endureciendo su
política de Extranjería Cioè
riconosce che “tutti i paesi dell’Ue stanno indurendo
la loro politica riguardo agli stranieri, e solo l’Italia
è colpevole? Soprattutto se immediatamente dopo dice
che la Spagna non è aliena da questo atteggiamento?
y España no es ajena a esa corriente. El ministro del Interior,
Alfredo Pérez Rubalcaba, se ha mostrado tajante al
afirmar que no se puede ser "laxos con la inmigración
ilegal porque si no no hay quien la pare". Rubalcaba hacía
esta afirmación tras el rechazo de los Veintisiete a
la primera votación sobre una polémica directiva
europea que recorta los derechos de los inmigrantes en situación
irregular.
El nuevo ministro
de Trabajo, Celestino Corbacho, también mantiene
un discurso muy diferente al de su antecesor, Jesús
Caldera, que fue el artífice de la regularización
masiva. Corbacho se ha mostrado partidario de que todos
los inmigrantes vengan con un contrato de trabajo y de
que hagan esfuerzos por integrarse porque no se puede funcionar
"con la norma del último que se empadrona".
El 'número
dos' de la Liga Norte italiana y ministro del Interior,
Roberto Maroni, ha alabado el modelo español.
«Yo cito con frecuencia a España como país
que sabe integrar a los inmigrantes, pero también
sabe ser firme con los ilegales. A nosotros nos tacharían
de esclavistas si impidiéramos el paso de clandestinos
como se hace en Ceuta y Melilla», ha manifestado.
Qui si cita Maroni il quale dice: “Noi ci tratterebbero
da schiavisti se impedissimo il passaggio di clandestini come
si fa a Ceuta e Melilla”. E la signora Vicepresidente che cosa
dice, al riguardo? Ha dimenticato che lì si è addirittura
sparato, contro coloro che tentavano l’ingresso illegale?
La nueva directiva
europea, que todavía no ha sido aprobada, permite
ampliar el tiempo de estancia de los inmigrantes en los
centros de internamiento hasta un máximo de seis
meses, algo con lo que Rubalcaba se ha mostrado de acuerdo.
En la actualidad,
en España hay un máximo de 40 días
para internar a los 'sin papeles' mientras se tramitan
sus órdenes de expulsión. Un tiempo insignificante
para el ministro teniendo en cuenta los obstáculos
que hay a la hora de expulsar a los inmigrantes irregulares.
Ecco
perché non bisognerebbe riportare ogni parolina
che si dice all’estero sull’Italia. Troppo spesso
leggiamo tali sciocchezze da essere indotti, contro il
nostro temperamento, ad atteggiamenti di difesa della nostra
nazione. Non contro una temile aggressione ma contro gli
attacchi di una presuntuosa stupidità.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 16 maggio 2008
IL COMPROMESSO
La soluzione di
compromesso è spesso invocata come desiderabile.
Non è infatti una brutta idea. Se c’è chi vuole
comprare e c’è chi vuole vendere, e se i due non sono
d’accordo sul prezzo, è bene che alla fine i due si
accordino su una cifra intermedia: questo è il compromesso
virtuoso. Nessuno dei due è costretto a concludere il
contratto e se vendono e comprano, è segno che ambedue
vi vedono un vantaggio.
Analogo è
il caso di due eredi che si contendono un bene in buona
fede e si rendono conto che un processo finirebbe col
danneggiare ambedue. A questo punto una soluzione intermedia,
anche se non corrispondente all’astratta giustizia,
è la benvenuta. Questo genere di compromesso riguarda
due legittimi interessi contrapposti e ciascuno è libero
di accettarlo o non accettarlo.
Quando invece
si tratta del contrasto fra un interesse chiaramente
giusto e un interesse chiaramente ingiusto, bisogna
per prima cosa chiedersi se per caso non si abbia il dovere
d’impedire l’ingiustizia. Il carabiniere che avvista un borseggiatore
in azione, e lo arresta, non deve riconsegnare al derubato
metà del suo denaro e darne metà al delinquente:
deve restituirlo tutto, perché il ladro non ha diritto
a nessuna parte di esso. Qui la mediazione è inammissibile.
Al riguardo molti
obiettano che l’esempio del borseggio è tendenzioso:
la ragione non sta mai tutta da una parte. Ma questa affermazione
è contraddittoria: se è chiaro che almeno
nel caso del borseggio il derubato ha diritto alla totale
restituzione del suo bene, ogni singolo caso deve essere attentamente
esaminato perché esiste la possibilità che sia simile
a quello del borseggio: che cioè l’uno abbia interamente
ragione e l’altro interamente torto.
Questo sembra
ovvio. Tuttavia nel campo della politica internazionale
si tenta spesso una mediazione fra la giustizia e l’ingiustizia
perché qui, come diceva La Fontaine, la raison du plus
fort est toujours la meilleure, la ragione del più
forte è sempre la migliore. Se uno Stato forte minaccia
la guerra ad uno Stato debole perché vuole annettersi
una parte del suo territorio, il mediatore consiglia allo Stato più
debole di accettare una soluzione di compromesso: cedere due terzi
del territorio conteso ed evitare così più gravi
guasti e la probabile perdita dell’intera regione. In questi
casi si loda il compromesso perché ha evitato la guerra
ma si omette troppo spesso di notare che non si è raggiunto
un accordo a metà strada fra gli interessi dei due Stati:
s’è raggiunto un accordo a metà strada fra due prevaricazioni.
Un po’ come l’uomo che, per evitare il sequestro della moglie,
si offrisse personalmente come ostaggio. Non c’è nulla
da applaudire. È un’ennesima dimostrazione che nella politica
internazionale vige la legge della savana: il più forte
mangia il più debole e bisogna accettare quasi ogni accordo
che eviti una guerra. Se veramente Hitler si fosse contentato di
averla vinta a Monaco, nel 1938, l’accordo sarebbe stato benedetto.
Purtroppo, come insegna proprio quella Conferenza, bisogna non
volere la pace ad ogni costo: essa può costare più cara
della guerra e non evitarla.
Sin dalla più
remota antichità la politica internazionale è
andata così e tutti hanno sempre considerato normale,
anche se ingiusto, che il più forte prevaricasse sul
più debole. Né è cambiato qualcosa, nel
Terzo Millennio: la Cina ha invaso il Tibet, e lo tiene ancora
oggi in suo potere, senza altra giustificazione che la propria
forza. La nostra epoca, al riguardo, ha solo una caratteristica
nuova, per giunta molto fastidiosa: molti credono che esista
un organismo, l’Onu, che avrebbe la missione quella di impedire
le prevaricazioni internazionali. Decenni di monotone esperienze
dimostrano che questa è una vana credenza ma contro i
sogni è difficile lottare. Nella realtà quell’Organizzazione
è prona agli interessi dei più forti – per numero
o per peso internazionale – e al massimo considera un suo merito
le rare volte in cui, con la sua mediazione, induce l’aggressore
a lasciare la vita all’aggredito. Certificando con ciò
stesso la propria impotenza, se non la propria totale inutilità.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 16 maggio 2008
L’EDUCAZIONE SESSUALE
DELLE RAGAZZE
L’omicidio di Niscemi
– stando a quanto scrivono i giornali - è presto
raccontato. Tre adolescenti fanno l’amore con una quattordicenne,
costei dice che è incinta e loro, per evitare lo
scandalo, la strangolano. Diamo per scontati la condanna, l’orrore
e perfino la voglia di vendetta che si possono sentire in questi
casi, e vediamo che cosa insegna l’episodio.
Niscemi non è
New York. Se è per questo, non è nemmeno
Catania. È il sud dell’isola del sud, lontano perfino
da città di media grandezza come Siracusa. Dunque,
come è naturale, conserva una buona parte di quella
mentalità che in centri più grandi – ormai
del tutto assimilati all’Europa – fa parte del passato. Lì
vige ancora una morale sessuale piuttosto severa. Per conseguenza,
una ragazzina che si mette a fare l’amore addirittura con
tre adolescenti, non può non sapere che sta violando i costumi
del gruppo in cui vive. Purtroppo, nella sua ingenuità,
avrà creduto che il sesso fosse un gioco; un modo di affermarsi
come indipendente e disinvolta; e chissà che altro. Certo
è che non ha tenuto conto dei tabù locali. Si
parla di ingenuità perché la piccola non si è resa
conto che mentre per lei essere disinvolta sessualmente poteva
essere una conquista, per il maschio della stessa età ciò
la rendeva contemporaneamente appetibile e disprezzabile.
Appetibile come oggetto sessuale e disprezzabile come essere umano.
La ragazza “facile” si reifica da sé.
La riprova si
ha nella reazione dei tre inescusabili assassini.
Mentre lei ha buttato a mare tutti i principi morali,
loro, che l’avevano certamente incoraggiata e che ne
avevano approfittato, quando è stato in pericolo il
loro status morale, non hanno esitato ad ucciderla. Loro
dovevano rimanere “dei ragazzi per bene”. Non dovevano essere macchiati
da questa biasimevole relazione o dall’accusa (chi dei tre?)
di aver messo incinta una minorenne. Mentre lei per loro era spregevole,
subumana, un giocattolo, come era sempre stata. E se un giocattolo
ti ferisce la mano, non ti rimane che gettarlo via.
La povera ragazzina
fa una pena infinita. Non sapeva – e non avrà
più il tempo di imparare – che il sesso, per la società,
è cosa diversa per l’uomo e per la donna. Per la donna
è lo strumento per la formazione di una famiglia,
e per questo è naturale che l’abbia con un solo uomo.
Per l’uomo è un divertimento e, come quasi tutti i mammiferi,
ha tendenza ad accoppiarsi con quante più femmine può
(anche per diffondere al massimo i suoi geni). Dunque il suo inconscio
gli dice che se una donna sta con un uomo forma una coppia, mentre
quella che va con più uomini è un oggetto di trastullo.
Più o meno una prostituta gratuita. E la prostituta
è universalmente disprezzata.
Questo è
il discrimine fra libertà sessuale e promiscuità.
La donna è libera di non chiedere il parere
del sindaco o del parroco, se vuol far sesso con qualcuno.
Ma se lo fa con tutti, sarà sanzionata dalla società.
E questo è un rischio che può affrontare solo
un’adulta, una donna che sa quali rischi corre.
Ecco il discorso
che una madre dovrebbe fare alla figlia. Dovrebbe
spiegarle che le ragazze sono rispettate se si concedono
solo ad uno, in un rapporto in cui entrano anche i sentimenti.
È non è un pregiudizio: è lo schema predisposto
dalla specie. “Da adulta potrai fare come ti pare, anche prostituirti,
perché allora farai delle scelte coscienti. Ma oggi, da
minorenne, sta a me proteggerti ed evitarti le conseguenze più
negative. Dunque distingui libertà da promiscuità”.
La morale anche
se a volte è codina, ha radici antichissime
e non raramente fondate su dati di fatto. Il divieto dell’incesto,
per esempio, suona altamente morale ma è semplicemente
eugenetico.
Per quanto riguarda
il sesso, anche a Niscemi bisognerebbe distinguere
ciò che è stupido tabù e ciò
che è regola eterna.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 15 maggio 2008
NON L’HO VISTO E NON MI PIACE
Molta gente è
convinta che l’economia sia la scienza dei soldi. In
realtà, l’economia abbraccia ogni campo in cui si possa
stabilire che una cosa è più conveniente di un’altra.
“Mi debbo separare o no da mia moglie?”, si chiede qualcuno.
Anche questo è un calcolo economico. Infatti quell’uomo
deciderà di separarsi o di non separarsi tenendo conto di
tutto il bene e di tutto il male che ne può derivare a lui,
alla moglie e al resto della famiglia. Si deve traversare una piazza?
Se si traversa in diagonale, si risparmia strada, se invece si
cammina lungo i due lati, si cammina all’ombra. Anche questa decisione
è economica e dipende da quanto si è pigri e da quanto
si soffre il caldo. Si potrebbe continuare all’infinito: ciò
che qui importa è che lo stesso calcolo si fa anche nel campo
della conoscenza.
Si prenda un’affermazione
abbastanza banale: “I romanzi popolari hanno scarso
valore artistico”. Qualcuno potrebbe obiettare: “Li hai
letti tutti?” Ovviamente no, anzi. Ma l’obiezione non vale
nulla. Per ragioni pratiche è assolutamente necessario
contentarsi di dati incompleti, senza neppure sentire
l’obbligo di assumerne altri: chi rifiuta di leggere il libro
di un autore del quale sa già che i precedenti libri
sono stati pessimi, non ha torto. Le probabilità di perdere
tempo ed annoiarsi sono troppo elevate.
L’economia della
conoscenza rende inevitabile il rischio dell’errore
perché, per necessità, i giudizi che emettiamo
non sono fondati su tutti i dati disponibili. Per non fare
un torto al regista che ha già fatto pessimi film, e
per continuare a giustificare il proprio giudizio severo,
ci si dovrebbe imporre di andare a vedere ogni sua nuova opera,
in base alla possibilità che stavolta abbia realizzato
un capolavoro. Ma sarebbe uno scrupolo eccessivo. Chi volesse
inseguire tutti i dati riguardanti un argomento finirebbe col
trascurarne altri, magari più importanti. Se per essere sicuri
di poter giudicare negativamente un certo autore ci si sentisse
in dovere di leggerne anche un’opera minore, bisognerebbe
prima chiedersi: ho veramente letto tutto Shakespeare? E ancora,
ho letto tutti i dialoghi di Platone? Il teatro di Racine?
Il saggio di Adam Smith sulla Ricchezza delle Nazioni? Come posso
giustificarmi? Dicendo che passato la vita a leggere romanzi
rosa, pur di poter male dei romanzi rosa?
Una volta una
signora ha cercato di convincere un mio amico a leggere
un saggio di Massimo Fini. La tesi era che la democrazia
ha enormi difetti. “È un libro veramente brillante,
veramente ben argomentato, ti piacerebbe moltissimo”,
diceva. Ma l’altro si limitava a chiedere: “Che la democrazia
sia piena di difetti lo so già. Lui che cosa propone,
al suo posto?” , e non ricevendo risposta a questa semplice
domanda - malgrado le insistenze di chi l’accusava sostanzialmente
di giudicare un libro senza averlo letto - si rifiutava di
perdere tempo. Atteggiamento rude, superficiale, sprezzante?
Forse. Ma quel libro meriterebbe di essere letto, ed anzi di essere
venerato come la Bibbia, solo se fosse capace di offrire un regime
migliore della democrazia. Diversamente è come criticare
la tavola pitagorica.
L’economia entra
in gioco anche nel campo del giudizio. Ars longa
vita brevis, la nostra vita è troppo breve per
tutto quello che dovremmo fare. Per questo siamo obbligati
ad utilizzare al meglio il nostro tempo e la nostra attenzione.
Per alcune cose – quando abbiamo un’informazione sufficiente
– abbiamo diritto alla vecchia battuta: “Non l’ho visto e non
mi piace”. Se abbiamo spillato da una botte dieci litri di pessimo
vino, siamo autorizzati a pensare che anche il resto è
pessimo.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - maggio 2008
MARCONDIRONDERO
C'è che
la democrazia è in pericolo, torna il fascismo,
in Rai sono pronte le liste di epurazione: il copione
è così sfibrato che il titolo del prossimo libro
di Travaglio potremmo scriverlo noi. Lui, invece, ha tratteggiato
il fosco destino che potrebbe attendere la sua modesta
persona e di conseguenza il Paese: «L'Authority
sanzionerà Che tempo che fa con un provvedimento diretto
alla Rai, che mi ha consentito di dire cose vere. Poi la
Rai mi denuncerà e così io non potrò più
partecipare a Annozero».
Non è
ancora noto se il prossimo libro verrà scritto
a Caprera o nella solita copisteria del tribunale, sta di
fatto che il leit-motiv già risuona e Travaglio infatti
vi ha rifatto cenno: «Però le cose che Travaglio ha
detto su Schifani sono vere», dice. E ora noi dovremmo
spiegare che invece sono cose irrilevanti, sono pretestuose
e nondimeno, per come presentate, false.
Dovremmo
circostanziare che sono irrilevanti perché stiamo
parlando di persone che Renato Schifani ha frequentato
30 anni fa (nel 1979) e che solo 18 anni dopo sono state riconosciute
come mafiose: non è un caso che gli stessi dioscuri
di Travaglio, i magistrati, non abbiano mai interrogato
né accusato Schifani per questa faccenda.
Il libro
ormai datato da cui Travaglio ha copiato le sue accuse,
inoltre, diversamente da come ha fatto in trasmissione
da Fabio Fazio, riporta la questione in maniera corretta: tanto
che Schifani il libro non l'ha mai querelato. Ecco perché
è particolarmente odioso che Travaglio abbia cercato
e cerchi di ripararsi dietro Lirio Abbate, autore del libro
e ottimo cronista già minacciato dalla mafia: «Devono
avere il coraggio di dire che Abbate è un mascalzone»
ha infatti detto Travaglio da Fazio. Ma Abbate non è un
mascalzone, e Travaglio invece sì, perché mente.
Travaglio, in
trasmissione, ha dolosamente e genericamente citato
delle amicizie di Schifani come se corrispondessero a
una notizia, a una rivelazione che tutti nascondono tranne
lui: «I giornalisti non scrivono che Schifani ha
avuto delle amicizie con dei mafiosi, perché non lo vuole
né la destra né la sinistra, ma io faccio il giornalista,
devo raccontarlo» ha detto testualmente il nostro eroe.
I giornalisti normali, in effetti, non hanno tirato fuori una
vicenda notoriamente vecchia, penalmente irrilevante e già
pubblicata più volte: vicenda che ora Travaglio si è
reinventata da capo per trasformarla in una primizia molto vaga e
peraltro spolverata con lombrichi e muffe: e questo solo perché
Schifani intanto è diventato presidente del Senato. E c'è
ancora, in questo quadro, chi fa spallucce se si reclama un contraddittorio:
inteso come possibilità di spiegare al pubblico le malizie
di un fazioso professionale. C'è ancora, come fanno lo stesso
Travaglio e un imbarazzatissimo Antonio Padellaro, direttore
dell'Unità, chi sostiene che dovrebbe essere Schifani a
fornire spiegazioni. È la follia. Rendetevi conto: Travaglio
deve ancora fornire spiegazioni, detto tra parentesi, circa l'episodio
che lo rese noto: la volta ossia che andò da Luttazzi a sostenere
riga per riga tutte le accuse che dipingevano Berlusconi come un mafioso.
Quelle accuse sono cadute tutte, ma lui non si è mai scusato.
L'allora presidente
dell'Ordine Mario Petrina, che già allora
aveva rimarcato una perfetta assenza di contraddittorio
nella trasmissione di Luttazzi, fu invitato a dimettersi direttamente
da Repubblica.
Due giorni dopo
Indro Montanelli (proprio lui) disse pubblicamente
che Petrina aveva ragione: era il 17 marzo 2001. Il pubblicista
Giancarlo Caselli giunse a scrivere una lettera privata
a Petrina affinché perdonasse Travaglio.
Ma cercate queste
cose nei libri di Travaglio, se vi riuscite. Aspettate
di ascoltarle ad Annozero. Macché: Travaglio
ha continuato a riportare ogni singola accusa mafiosa
contro Berlusconi in tutti i suoi libri. Tutte: precisando
di sfuggita che le indagini sono magari state archiviate,
sì, «ma con motivazioni durissime».
In natura esiste qualcosa del genere: si chiama scarabeo
stercorario. Nel giornalismo italiano si chiama Marco Travaglio.
E il suo prossimo libro presumibilmente sarà questo:
«RESTAURAZIONE. Come il Regime si è ripreso il
Paese. Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, Sabina Guzzanti,
Paolo Rossi, Ciccio Graziani: storie di censure e di bugie
nell'Italia di Berlusconi. Prefazione di Beppe Grillo.
Postfazione di Enrico Beruschi».
Filippo Facci
- Il Giornale
Le due sinistre
incompatibili
L'attacco televisivo
di Marco Travaglio al presidente del Senato, Renato
Schifani, va probabilmente interpretato come l'inizio
di un conflitto interno alla sinistra, un episodio che
si spiega facendo riferimento alle sue due contrapposte anime
e alla lotta che oggi, inevitabilmente, fra esse si apre. La presenza
in Parlamento, fino alle ultime elezioni, della sinistra massimalista,
aveva per un po' oscurato ogni altra diversità, aveva
spinto molti a pensare che quella fra riformisti e massimalisti
fosse l'unica divisione rilevante a sinistra. Non era così.
Scomparsa
la sinistra massimalista, torna alla luce un'altra
divisione, forse molto più importante: quella fra riformisti
e antiberlusconiani. Non nel senso, ovviamente, che
i riformisti del centrosinistra non siano avversari di
Silvio Berlusconi (lo sono per forza, essendo egli il leader
della maggioranza a cui essi si oppongono) ma nel senso
che, a differenza degli antiberlusconiani puri, essi non
fanno, o non fanno più, dell'antiberlusconismo il fondamento
della loro identità politica. Il conflitto fra le due
sinistre è reso inevitabile dal fatto che l'antiberlusconismo,
nella versione pura e dura, ha permeato per tanto tempo
la sinistra: sbarazzarsene di colpo non è possibile.
Reduci da mille battaglie, carichi di gloria e cicatrici,
gli antiberlusconiani puri e duri non sono disposti a farsi mettere
da parte. Un po' come quei veterani di guerra che rifiutano di consegnare
le armi ad armistizio ormai siglato e si danno alla macchia, si
dedicano alla guerriglia. Per capire bisogna interrogarsi su che
cosa sia stato l'antiberlusconismo per la sinistra italiana,
dal 1994 (anno dell'ingresso in politica di Silvio Berlusconi)
fino al momento della affermazione di Walter Veltroni come leader
del Partito democratico. Nonostante egli l'abbia sconfitta per tre
volte, se Berlusconi non fosse esistito, la sinistra avrebbe dovuto
inventarlo. Perché? Perché la fine del comunismo
ne aveva distrutto l'identità. Prima di allora, la sinistra
aveva per lungo tempo creduto di essere «tutto».
Scoprì, dolorosamente, di non essere più «niente».
Avendo escluso la via della trasformazione del Pci in un normale
partito socialdemocratico (la richiesta in tal senso dell'allora
sinistra migliorista, degli Emanuele Macaluso e dei Gerardo
Chiaromonte, venne rigettata) rimaneva solo un instabile composto,
fatto di continuità sotterranee con un passato con cui non
si sapeva fare i conti, di radicalismo, di laburismo (fiancheggiamento
dei sindacati), di giustizialismo (fiancheggiamento delle procure),
il tutto condito con velleità «liberal ».
Il mastice
per tenere insieme questo composto e per celare il
vuoto culturale lasciato dalla fine del comunismo fu
appunto l'antiberlusconismo.
Berlusconi
fu, per un lungo periodo, molto di più che un
avversario da battere. Fu l'uomo grazie alla cui esistenza
la sinistra si potè dare, in una fase di transizione
per lei difficilissima, una provvisoria identità.
Tutti i fantasmi
evocati per quasi un quindicennio (il mito dell'uomo
nero, del nemico assoluto, il mito della superiorità
antropologica della sinistra rispetto a una destra
moralmente corrotta che si era scelta Berlusconi), fantasmi
che ricorrevano continuamente nelle conversazioni quotidiane,
che altro erano se non la spia del fatto che tanta parte della
sinistra, in quegli anni, preferiva parlare di Berlusconi
(del quale, peraltro, sperava di potersi sbarazzare per
via giudiziaria) piuttosto che guardarsi allo specchio,
spaventata dalla possibilità di non scorgervi nulla?
Dopo essersi dispiegato con la massima forza all'epoca del
secondo governo Berlusconi (2001-2006), l'antiberlusconismo
è stato anche il solo collante della coalizione che ha portato
Prodi al governo nel 2006. Si è visto come è finita.
Cercando di disfarsene, di costruire su altre basi l'identità
del Partito democratico Veltroni ha dato davvero l'avvio a un
grande cambiamento. Lo ha fatto peraltro, in modo non del tutto
coerente: ad esempio, non sono mai state spiegate fino in fondo
le ragioni dello strappo alla regola dello «andare da soli»,
le ragioni dell'alleanza con Di Pietro (il simbolo più illustre
dell'antiberlusconismo militante).
C'è
un'incompatibilità evidente fra i raziocinanti
e i viscerali: da una parte, una sinistra tesa
a costruire una piattaforma riformista sperabilmente capace,
prima o poi, di intercettare le domande di modernizzazione
che salgono dai settori più dinamici del Paese
(oggi, quasi compattamente, votanti per il centrodestra), la
sinistra del governo-ombra, dell'opposizione responsabile e,
quando occorre, dialogante; dall'altra parte, una sinistra infuriata
della quale non si capisce mai se interpreta il centrodestra
come una riedizione del fascismo oppure se lo liquida come un
fenomeno di criminalità comune. Gli antiberlusconiani
si rivolgono alla pancia degli elettori e dei militanti di sinistra.
I riformisti si rivolgono alle menti. Il conflitto fra pancia
e mente deciderà il destino futuro della sinistra, la
sua possibilità o meno di tornare ad essere politicamente
competitiva.
Da corriere.it - Angelo Panebianco
martedì 13 maggio 2008
La
lezione del caso Schifani
E' utile ragionare
sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul
giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento",
sull'antipolitica.
Marco Travaglio
sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta,
Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà
il futuro boss di Villabate" e protesta: "I fascistelli di destra,
di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno
detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare
sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa
quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto
nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà
viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente
che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il
nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose,
sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi
con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono
da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere
sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a
un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un
autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto
abusivamente si definisce "giornalismo d'informazione".
Le lontane
"amicizie pericolose" di Schifani furono raccontate
per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel
2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese
dall'Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel
2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia
e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici
(di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani
non si è più parlato non è per ottusità,
opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente
Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda
delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti
i giornali?).
Non se n'è
più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente
non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento
di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi
trent'anni fa Schifani è stato in società con un
tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate
e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.
I filosofi
( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità
offre due differenti virtù: la sincerità e
la precisione. La sincerità implica semplicemente che
le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale
a dire, ciò che credono. La precisione implica cura,
affidabilità, ricerca nello scovare la verità,
nel credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un
metodo condiviso per acquisire la verità possibile.
Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così,
più che la verità, spesso, si riesce a capire
soltanto dov'è la menzogna e, quando va bene, si può
ripetere con Camus: "Non abbiamo mentito" (lo ha ricordato
recentemente Claudio Magris).
Si può
allora dire che Travaglio è sincero con quel dice
e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e
bluffa sulla completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere
le sue convinzioni. Non è giornalismo d'informazione,
come si autocertifica. E', nella peggiore tradizione italiana,
giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente
tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei
conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione
veste i panni dell'asettico, neutrale watchdog - di "cane
da guardia" dei poteri ("Io racconto solo fatti") - per nascondere,
senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche
quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che
"fatti", nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente
essere considerati (a meno di non considerare "fatti" quel
che potrebbero accusare più di d'un malcapitato).
L'operazione
è ancora più insidiosa quando si eleva a
routine. Diventata abitudine e criterio, avvelena costantemente
il metabolismo sociale nutrendolo con un risentimento
che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non
ci fosse più alcuna possibilità di tenere insieme
interessi, destini, futuro ("Se anche la seconda carica dello
Stato è oggi un mafioso..."). E' un metodo di lavoro che
non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che
indebolisce le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all'avversario
di turno (sono a destra come a sinistra, li si sceglie a mano
libera) un'abusiva occupazione del potere e un'opacità morale.
Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere impotenza,
frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché
non rimuove alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste
"agenzie del risentimento" lavorano a un cattivo giornalismo. Ne
fanno una malattia della democrazia e non una risorsa. Si fanno
pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle di
una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare
in élite integrity, in competenza, in decisione. Trasformano
in qualunquismo antipolitico una sana, urgente, necessaria critica
alla classe politico-istituzionale.
Nel "caso
Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno
degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte
ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono
fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha
sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato.
Non con chi - nell'opposizione - ha espresso al presidente
del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la Rai,
incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che,
nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà
e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto
con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie,
opacità, errori, inadeguatezze della classe politica,
un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente
nelle intenzioni.
(13 maggio 2008) di GIUSEPPE D'AVANZO - La Repubblica
In "difesa"
di Travaglio
Non me
lo merito, non c'è ragionevolezza nel fatto
che avverta il bisogno di difendere Marco Travaglio.
Il suo giustizialismo fascistoide, il suo pettegolezzo
giudiziario, mi sempre hanno dato l'orticaria. Come
tutti i giustizialisti, se ne frega della giustizia. Non si
cura del fatto che è ben oltre la bancarotta, non si batte
perché
i tribunali funzionino, non avverte il dramma degli
innocenti. A lui interessa solo lo spettacolo delle accuse.
Con il materiale prodotto dalle procure ha riempito articoli
e libri, facendosi portavoce d'ogni ipotesi di reato
ha costruito il suo successo televisivo. Grazie alla debolezza
morale e culturale della sinistra è divenuto uno
dei pifferai che l'ha condotta nel baratro dell'anti politica,
praticata con la spocchia cieca di una dissennata e mal supposta
superiorità.
Però,
però, petrolinianamente parlando, la colpa
non è mica solo sua. Lui non ha avuto orrore
di sé, certo, ed è stato disonesto quanto
basta per non prendere atto di tutte le volte che ha avuto
torto, ma chi gli stava accanto, o piuttosto dietro,
l'ha osannato nella speranza che servisse a vincere una
partita che non si sentiva in grado di giocare politicamente.
Le piazze contro il diritto non le ha mosse lui, che s'è
gettato nell'orgia forcaiola per perduto amore di sé.
E quando, oggi, dice che raccontare certe storie non può
essere giusto se la sinistra le acclama e sbagliato se la sinistra
s'è accorta che è meglio parlare d'altro, ha
ragione. Così come ha ragione quando sostiene che il compito
di chi scrive senza essersi preventivamente arruolato è
proprio quello di toccare temi che altri giudicano scomodi,
o sconvenienti.
Non lo
leggo spesso, per ragioni igieniche, ma mi piace che
scriva. Uno così deve anche parlare, ma è
bene lo faccia avendo contraddittori all'altezza,
senza conduttori incapaci o complici che lo millantano come
fonte di verità. Se avesse maggiore concorrenza nella
competenza potrebbe trarne il giovamento di passare da velinaro
a capace tratteggiatore della realtà. Se sapesse prendere
atto che le ipotesi d'accusa sono solo carta straccia, ove
non accompagnate da sentenze definitive, farebbe il suo ingresso
nella civiltà del diritto. E se fosse coraggioso, così
come se fosse bravo, scoprirebbe che si possono descrivere
scandali enormi pur non facendo ricorso alle categorie penali,
che competono ad altri. Rifletta su quel che è capitato
a me, dopo il lavoro fatto su Telecom, e lo paragoni con quel
che capita a lui, facendo il copista di procura. Magari, in un
sussulto di dignità, gli si raddrizza la schiena.
Il guaio
della letteratura che ha coltivato è d'essere
saccente e falsante. Ma questo non significa non
ci siano storie e connessioni che meritano d'essere scandagliate
e raccontate. Metto nel conto, naturalmente, le due
obiezioni che qualcuno mi muoverà: a. di Travaglio
è meglio non parlare, gli si fa solo pubblicità;
b. se c'è un modo per farlo tacere, tanto di guadagnato.
La penso diversamente, perché la nostra scuola del
diritto, il nostro garantismo nella libertà, non tollera
nessuna eccezione. Mai.
http://www.davidegiacalone.it/
IL RELATIVISMO
ETICO
Il relativismo
etico è uno di quei concetti che fanno fare
bella figura solo a nominarli. Implicano che si conosca
più di un’etica, che si sia in grado di valutarle tutte
e di deprecare la tendenza a metterle sullo stesso piano.
La conclusione è spesso che, salvo la nostra (l’unica
incontestabilmente giusta) le altre sono sbagliate.
Ma le altre tuttavia esistono
e, quel ch’è peggio, i loro adepti affermano
che la loro è l’unica incontestabilmente giusta.
Anzi osano dire che la nostra è sbagliata. Come
fare a sapere chi ha ragione?
Nella vita civile, se A
sostiene che B gli deve del denaro e B sostiene che non è
vero, la soluzione è il ricorso al giudice. In campo
etico invece non esiste un giudice: l’unica autorità
superiore cui si può ricorrere è Dio. Infatti
proprio questo giustifica il Papa quando sostiene che l’unica
etica vera è quella cristiana. Il pontefice dice qualcosa
di plausibile perché sostiene che questa etica è
dettata da Dio stesso.
Naturalmente anche questa
solenne statuizione non convince chi non crede
all’assunto che Dio abbia parlato; o che ispiri infallibilmente
il Papa quando parla ex cathedra. E non è l’unico
motivo: le stesse affermazioni si sentono in bocca agli
ayatollah iraniani, o anche al più ignorante degli
ulema. E uno allora si chiede: Dio ha parlato a Mosè,
a Gesù, a Maometto, al Papa, o a nessuno di costoro?
Chi ha questo dubbio è già in preda ad un insuperabile
relativismo etico. Non nel senso che per lui ogni morale valga
quanto un’altra, ma nel senso che non potrà ignorare l’esistenza
dell’altra.
Nel nostro mondo è
un indiscutibile principio che la donna abbia pari
dignità e pari diritti rispetto all’uomo; ma non
è così dappertutto: in particolare nei paesi
musulmani di stretta osservanza. Se diciamo che loro hanno
torto e noi ragione, non proviamo nulla di più di ciò
che provano i musulmani, quando sostengono che loro hanno
ragione e noi torto.
La conclusione tuttavia
non è un’indiscriminata tolleranza. L’aneddoto più
illuminante al riguardo è il dialogo fra
un governatore inglese dell’India imperiale e un ottimate
locale. Costui faceva presente che vietare che si bruciassero
le vedove sulla pira del marito offendeva i sentimenti della
popolazione locale: “Si tratta di una vecchia tradizione indiana
e saremmo lieti se la Gran Bretagna la rispettasse”, disse.
Il governatore rispose con la massima cortesia: “Capisco ciò
che lei mi dice. Le tradizioni sono il prezioso bagaglio culturale
di una civiltà e bisogna tributare loro il massimo rispetto.
Purtroppo, vede, è per l’appunto una vecchia tradizione
inglese quella d’impiccare chi brucia le vedove…”
Dalla simmetria fra due
posizioni non si deduce l’indifferenza fra esse.
L’occidentale può riconoscere al musulmano integralista
la legittimità della sua posizione teorica, ma concretamente
in Europa lo butterà in galera, se fa infibulare la
figlioletta. Cuius regio eius religio, si disse ad Augusta
nel 1555: la religione [dello Stato] sia quella del
suo sovrano.
Dal relativismo etico
non si deduce necessariamente la tolleranza per qualsivoglia
comportamento. Se un uomo adora un vitello,
se un altro è convinto che solo l’omeopatia guarisce,
se un altro ancora è convinto che i preti siano malefici,
poco importa. Purché rispettino le leggi. Se invece,
per dire, l’adoratore del vitello spara ai macellai, poco
importa che l’abbia fatto per difendere i principi della
sua fede: lo si butta in galera, evitando con sforzo d’applicare
l’aggravante dei motivi futili. Per queste stesse ragioni,
poco importa quali siano le convinzioni degli immigrati in
materia di diritti delle donne. Se vogliono vivere in Italia
devono sapere che la verità unica ed assoluta, qui, è
quella scritta nelle nostre leggi. La nostra tolleranza non si
spinge fino ad accettare l’illegalità solo perché commessa
da uno straniero. Né si perdona un italiano se commette
un reato per i più nobili motivi: la società italiana
segue in generale l’etica cristiana, ma se ad un dato momento
la legislazione si allontanasse dalla dottrina cattolica, il cittadino
in quanto tale dovrebbe seguire la legge italiana e non la
legge divina. O, se proprio preferisse la legge divina, dovrebbe
considerare “nei patti” il martirio.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 10 maggio 2008
A Torino
si bruciano bandiere israeliane e americane. Il presidente
Giorgio Napolitano difende lo stato ebraico e finisce
sotto accusa. Gianfranco Fini mette in guardia
sull'antisemitismo e per controbalzo viene accusato di
sottovalutare i naziskin di Verona. Tira una brutta aria,
su Israele e su quella larga parte dell'Italia (politica e culturale)
che a sessant'anni dalla fondazione dello stato ebraico continua
a pensare che si tratti di una usurpazione. Tira una brutta
aria sul dibattito culturale, si sta tornando rapidamente
indietro, un flashback al tempo in cui nessuno difendeva Israele
e tutti lo accusavano di imperialismo. Tira una brutta aria
e chi continua a pensare di cancellare Israele dalla carta geografica,
quest'aria respira a pieni polmoni e con un ghigno sulle labbra.
Israele compie sessant'anni. Ne parliamo con Paolo Mieli,
direttore del Corriere della Sera, intellettuale che ama la storia.
Una cavalcata dalla seconda metà del Novecento ai giorni
nostri. Dalla nascita di Israele, ai conflitti - militari, politici
e culturali - che hanno segnato la nostra epoca fino ai giorni
nostri. Giorni in cui si bruciano bandieri. Giorni tremendamente
simili al passato. Il destino gioca a dadi con la cronaca, per questo
l'intervista a Mieli assume un carattere urgente e illuminante.
ABBAGLIO
INTELLETTUALE. Israele e la sinistra italiana. Intervista
a Paolo Mieli
Paolo Mieli, direttore del Corriere della
sera, è un intellettuale che ama la storia. Panorama
ripercorre con lui i sessant'anni di vita di Israele
in una cavalcata che parte dalla seconda metà del
Novecento fino ai giorni nostri. Mieli fa una premessa: «Bisogna
chiarire due punti. Primo: io sostengo la necessità
che nasca lo stato palestinese, come dice il dettato delle
Nazioni Unite del 29 novembre 1947. Su questo non ho mai avuto
dubbi, lo stato palestinese ci deve essere e va fatto ogni
sforzo per arrivare a questo obiettivo. Secondo: si può e
talvolta si deve criticare il governo di Israele e queste critiche,
anche dure, non possono essere tacciate di essere una forma
dissimulata di antisemitismo». Sono queste le fondamenta
di un franco colloquio sul significato di Israele, il Medio
Oriente e la politica estera italiana.
Lo stato di Israele compie 60 anni,
ma la sua integrità oggi è minacciata. Israele
vivrà ancora?
Israele è uno stato definitivo.
Le persone di buona coscienza e buona volontà
devono contribuire perché lo sia e nessuno ne metta
in discussione l'esistenza.
È ancora valida l'idea originaria
di uno stato per gli ebrei?
Di quella che si configurava come Palestina,
Israele rappresenta il 10 per cento del territorio,
un‚area che non è mai esistita come stato. Dal 1948
al '67 non si parlò mai di palestinesi, ma di guerre
arabo-israeliane. I palestinesi nella disputa politica era
come se non esistessero.
Dunque la disputa territoriale ha fragili
basi storiche?
Storicamente, attribuire quella terra
agli ebrei o ai palestinesi ha poco senso. Gli arabi
conquistarono quei territori nel 637 e vi regnarono fino
al 750. Poi arrivarono persiani, turchi, circassi, bizantini
e curdi. Nel 1099 fu la volta dei crociati, poi sconfitti
nel 1187 dal Saladino. Nel 1244 la occuparono le tribù
alleate di Gengis Khan e poco dopo i mongoli cacciati nel
1516 dai turchi che vi resteranno fino al 1918. Ha capito
che razza di caos c'è stato in quella regione? Dal che
a me sembra che l'esistenza di Israele sia pienamente legittima.
La guerra del '67 è una svolta:
nasce la questione palestinese e la sinistra italiana
rompe con Israele. Perché?
Nel '67 la sinistra, in senso lato, rompe
con Israele. L'Egitto aveva chiuso ogni canale di
accesso a Israele, preparava una guerra di aggressione.
Le radio arabe trasmettevano una canzone che diceva «sgozza,
sgozza, sgozza». Gli israeliani, sotto la guida
di Moshe Dayan, attaccarono e in sei giorni spappolarono
l'esercito del Cairo. Le immagini dei soldati scalzi che
tornavano in Egitto fecero il giro del mondo. E lì ci
fu la rottura.
Lacerante.
Arrigo Benedetti, fondatore dell'Espresso,
lasciò il settimanale insieme a una serie di collaboratori
illustri. Poi rientrarono, ma fu un episodio traumatico.
Fausto Coen, direttore di Paese Sera, si dimise per il
dissenso con la linea del Pci e dell'Unità.
Quali furono gli effetti sul dibattito
culturale?
Da quel momento ci fu una realtà capovolta
che segnò la generazione del '68, iniziò
un'opera di gigantesca rimozione: Israele fu visto come
un paese imperialista, che aveva occupato quei territori per
fondare il suo grande stato, l'avamposto degli Stati Uniti
nel Medio Oriente.
I giornali come raccontavano gli atti
terroristici dei palestinesi?
Per la prima volta fu tematizzato un popolo
e quando passò al terrorismo, e lo fece dopo la
repressione ordinata da re Hussein di Giordania, nel settembre
nero, non solo ciò passò inosservato, ma
fu spiegato come una reazione degli oppressi. Questo ai
miei occhi aveva una forte dose di manipolazione.
Quando scatta l'epifania rivelatrice?
Durante la guerra del Kippur che seguii
sul campo. Mi colpì molto la democraticità
con cui i soldati israeliani trattavano i giornalisti sul fronte.
Ci furono due episodi clamorosi. Il primo quando
Israele sfondò sulle alture del Golan, arrivando alle
porte di Damasco. Il secondo fu ancor più spettacolare:
l'allora generale Ariel Sharon fece un'operazione pazzesca,
risalì per un corridoio sul Canale di Suez, lo varcò
e penetrò in Egitto fino alle porte del Cairo, stringendo
in un'enclave l'esercito egiziano nel Sinai. Ebbi la
sensazione chiara di assistere di persona al farsi della
storia.
Vacilla lo stereotipo di un esercito
senza scrupoli e di uno stato repressivo.
Ammiravo il modo moderno con cui i militari
israeliani gestivano il rapporto con l'informazione
e Israele era una società plurale. Fu un'avventura
sconvolgente che mi segnò la vita. Allora cominciai
ad accorgermi della presenza in Italia di intellettuali
e politici che su Israele tenevano il punto.
Chi erano questi politici e intellettuali?
Uno era il comunista Umberto Terracini,
un altro Giovanni Spadolini, ex direttore del Corriere
della sera. E più di ogni altro, per l'influenza
che aveva sulla mia generazione, Marco Pannella. Un'altra
personalità che va ricordata è un libraio torinese,
Angelo Pezzana, alcuni intellettuali ebrei, come Bruno Zevi,
collaboratore dell'Espresso, e altri che passarono da
un'attività di sinistra a una consapevolezza sulle
ragioni della causa israeliana, come Fiamma Nirenstein. Importante
il lavoro di Luciano Tas e Lia Levi, della rivista Shalom,
di Furio Colombo, di Ernesto Galli della Loggia, che allora
dirigeva la rivista Pagina. Si cominciarono a leggere cose dove
c‚erano anche le ragioni degli israeliani e anche i torti dei palestinesi.
Nel 1982 Israele finisce nel buio:
è l'anno della strage di Sabra e Chatila.
Nel 1982 ci furono l'invasione del Libano,
l'operazione Pace in Galilea e la strage di Sabra
e Chatila che provocò una reazione enorme. Ma in
Italia accaddero due fatti che modificarono la coscienza.
Quali fatti?
Il primo fu la manifestazione dei sindacati
in cui apparve del tutto normale (ai sindacati!)
depositare una bara davanti alla sinagoga di Roma. Si confondevano
israeliani e israeliti. L'episodio della bara turbò.
Era stridente. Il secondo accadde quando l'Olp attaccò
il tempio con una bomba che fece 30 feriti e uccise un bambino,
Stefano Gaj Tachè. La prima persona che reagì fu
la responsabile delle pagine culturali della Repubblica, Rosellina
Balbi.
Voci dissonanti e coraggiose tra gli
intellettuali. E nella politica?
Uno dei primi a capire fu Piero Fassino,
all'epoca segretario della sezione esteri del Pci.
Nel 1991, quando durante la guerra in Iraq piovvero i
missili scud sugli israeliani, Fassino condannò decisamente
quell'attacco.
Ma l'intifada trovò molti sostenitori.
La prima intifada voleva essere un acceleratore
della pace, ma Yasser Arafat era un capo militare
incapace di gestire il «nation building».
Quando arrivava il momento della pace, alzava la posta.
La seconda intifada fu una reazione mostruosa che rimetteva
all'ordine del giorno la distruzione dello stato di Israele
e conteneva il virus dell'11 settembre.
Altro cortocircuito: muore Arafat,
Al Fatah perde le elezioni, il potere passa a Hamas.
Perché?
Arafat era un uomo corrotto e con lui
il suo stato maggiore. Al Fatah è stato sconfitto
perché Hamas, il nuovo estremismo palestinese,
si è mostrato meno corrotto. Questo nel confronto
interno ha pesato in maniera decisiva.
Vittorio Dan Segre sostiene che la
guerra con Hezbollah ha mostrato l'incapacità di
Israele a comprendere la nuova guerra terroristica. Fine del
mito dell'invincibilità?
Dan Segre è uno degli scrittori
più illuminati sul Medio Oriente. Non esistono
stati invincibili, perché le guerre fanno passi avanti.
La fine dell'illusione di un Israele invincibile per
la sua sopravvivenza è un bene. Bisogna essere consapevoli
e attenti: Israele non è un paese che combatte
contro una banda di straccioni. Israele può perdere
le guerre.
© Panorama <http://www.panorama.it/>
CON ISRAELE NEL CUORE
Shema'
Israel Elokhai
Shema'
Israel Elokhai ...
Ascolta
Israele mio Signore....
con
questa canzone, quasi una preghiera, la bravissima
Sarit Haddad ha dato inizio ai festeggiamenti di
Yom Haazmaut, a Gerusalemme, immediatamente dopo
il silenzio che concludeva la Giornata in memoria dei
nostri 22.900 caduti in guerra e per terrorismo.
E'
una lacerazione straziante passare dal lutto per i
nostri morti alla felicita' per il compleanno di
Israele ma la decisione di far seguire la gioia al dolore
e' un simbolismo che vuole caratterizzare l'immagine
e il destino di Israele, sotto assedio dal giorno
della sua fondazione, ci ammazzano ma non ci distruggono
nell'anima, ci vogliono morti ma noi alziamo la testa con
orgoglio ma anche con quel po' di cinismo che ci caratterizza
e continuiamo a vivere come se ogni giorno fosse l'ulrtimo!.
...Il
dolore e' grande e io non ho dove scappare...
continuava
la canzone di Sarit mentre decine e decine di bambini
ballavano intorno a lei sul piazzale del Monte Herzel,
davanti al mausoleo del Padre del Sionismo.
Quest'anno
la festa di Yom Haazmaut e' stata dedicata ai bambini,
il futuro di Israele e i bambini sono stati i protagonisti
della serata, bravissimi, hanno ballato, hanno saltato,
hanno cantato, ci hanno emozionato.
Hanno
disegnato con bellissime figure coreografiche
i tanti valori di Israele: la cultura, la musica,
la scienza, la tecnologia, l'agricoltura, la difesa,
hanno disegnato il logo di Zahal, il Maghen David, la Menorah
simbolo dello Stato e per ultimo, hanno scritto con i
loro corpi la parola SHALOM, che purtroppo resta ancora
solo una speranza.
Dodici
bambini, accanto a dodici adulti, hanno rappresentato
le tribu' di Israele.
Uno
dei bambini era di Sderot, una coppia era rappresentata
da una ragazza beduina e da un ragazzo arabo di
Haifa e per tutti e tre , quando a voce alta, quasi
gridando, accendendo la torcia, hanno detto "le
tif'eret Medinat Israel- Per lo splendore di Israele",
l'applauso del pubblico si e' trasformato in un boato.
"Non
abbiamo ricevuto miracoli - un passo del bellissimo
discorso di Dalia Itzik , Presidente della Knesset
- lo abbiamo costruito noi con le nostre mani questo
splendore. Non esiste paese al mondo come Israele."
E'
vero, non esiste paese al mondo come Israele con la
sua storia di eroismo senza eroi perche' e' di tutto
il popolo, una storia di sacrifici e di gloria,
di paura e di creativita', di guerra e di democrazia
e cultura.
Non
esiste popolo, come quello ebraico, che non abbia
mai potuto smettere di soffrire per un solo giorno
della sua storia millenaria.
Non
esiste paese tanto odiato ma anche tanto amato, ne'
popolo accusato per piu' di 20 secoli di essere il
male del mondo pur avendo dato tanto, persino il bene
assoluto della propria vita senza chiedere mai un tornaconto
ne' la vendetta.
Eppur
ci odiano!
Eppure
credono alle menzogne.
Eppure
il mondo ci boicotta, ci diffama , ci insulta, ci
augura l'annientamento.
Le
bugie della propaganda palestinese vengono credute
come verita' assoluta.
In
questi giorni a Torino i cretini bruciabandiere urlano
alla nakba, cioe' alla sfiga degli arabi che nel 48 non
hanno potuto distruggere Israele.
Scusate?
Dite
che Naqba significa catastrofe, parola
coniata nel 48 a causa della fondazione di Israele
che scaccio' i poverini dalle loro case?
No
no no e no!
Naqba
e' un termine coniato nel 1920 dagli arabi siriani
che vivevano in Palestina diventata mandato Britannico
quando le grandi potenze, al disgregarsi dell'Impero
Ottomano, si divisero il Medio Oriente.
La
Palestina, zona geografica poiche' non esisteva uno
stato nazionale, se la prese l' Inghilterra e la Siria
e Libano la Francia .
il
1920 e' considerato nella storia araba "l'anno della
Naqba - Am al-Naqba", nulla a che vedere con Israele
e gli ebrei , e' soltanto la dimostrazione che i
palestinesi, come diciamo sempre, non sono altro che
arabi siriani e libanesi arrivati in Israele dai paesi
circostanti per sfuggire alla fame e alla miseria.
Sono
stati poi trasformati in popolo per creare un
antagonista agli ebrei e per intenerire i paesi dell'occidente
colla storiella del povero popolo scacciato dalla sua
terra.
Fu
un' idea geniale della Lega Araba e della Corte Suprema
Islamica, comandata da Moussa al Sadr, grande odiatore
di ebrei, sciita nato in Iran, un'idea diabolicamente
cinica che doveva portare alla disperazione due popoli,
gli ebrei e gli arabo-palestinesi.
La
fondazione di Israele poteva essere una benedizione
per gli arabi, poteva aiutarli ad entrare nell'era
moderna, poteva trasformare in un paradiso tutto il
Medio Oriente: la genialita' ebraica e la ricchezza araba.
Il
loro rifiuto li ha portati sempre piu' indietro nel
tempo, sempre piu' verso la barbarie e l'odio, la miseria
e il degrado morale.
Israele
e' invece una benedizione per noi.
E'
il nostro orgoglio.
Buon
compleanno Israele e mille, mille mille di questi
giorni.
Le
Tif'eret Medinat Israel.
Per
il tuo splendore, Israele.
Deborah Fait , www.informazionecorretta.com
IL DUELLO VELTRONI D’ALEMA
In
un lungo articolo sul “Corriere della Sera” (“Quel duello
è un déjà vu”), Paolo Franchi ammonisce
la sinistra a non rendersi ridicola. In particolare
questo rischio esisterebbe per una sinistra che ha subito un’orrenda
batosta e per l’interminabile lotta fra Veltroni e D’Alema.
La fondamentale differenza di vedute fra i due sarebbe
che, per il primo, “è meglio soli che male accompagnati”,
per il secondo che bisognerebbe tenersi pronti ad eventuali
alleanze con la sinistra estrema, l’Udc o la stessa Lega,
se sorgessero contrasti nel centro-destra.
Al
riguardo si possono avere le opinioni che si preferiscono.
Inevitabile è osservare che sono applicati alla
sinistra gli stilemi che sono stati a lungo applicati
alla destra: quello di Franco è un articolo docente,
quando non supponente o sarcastico, pieno di compatimento
e di rimproveri. Quasi – si direbbe – l’atteggiamento
che la casta superiore ha nei confronti della casta inferiore.
Ma tutti ricordiamo che per lunghi decenni la casta inferiore
è stata il centro-destra. E allora? È semplicemente
successo che la vittoria del centro-destra stavolta è
stata tanto convincente, tanto devastante, che finalmente ci
hanno creduto tutti. Forza Italia non è più un
partito di plastica, è un partito che, con i suoi alleati,
starà al potere per cinque anni. L’attuale è
un esecutivo talmente coeso da essere detto “governo del Presidente”.
Berlusconi non è più un clown, un piazzista, un imbroglioncello
lombardo: è l’uomo più forte d’Italia, con un potere
che non discutono più né i suoi nemici né
i suoi amici. E, per gli amici, è tutto dire.
È
proprio vero che la vittoria si fa molti amici, e passi:
ma è sgradevole vedere come si abbia tendenza
ad infierire sui vinti, se pure in nome di ipocrite virtù
e di altissime esigenze di stile politico. Al punto da spingere
chi non ha l’abitudine di dare il calcio dell’asino a difendere
due persone non particolarmente simpatiche.
D’Alema
non ama Veltroni ed ha delle buone ragioni. Sembra
essere più intelligente, più realista, più
serio nelle sue idee politiche dell’ex-sindaco di
Roma. Questi gli appare come appare a molti: un farfallone,
un predicatore di ovvietà, un ipocrita che usa
l’apparenza delle virtù per fare i propri interessi.
E chissà quanto gli rode l’anima dover constatare che l’altro,
con i suoi discorsi vacui, i suoi “ma anche”, la sua retorica
da parrocchia, ha avuto tanto successo. Corneille invidiava
il successo di Racine ma ne riconosceva il genio. Insopportabile
era invece l’immenso successo di Quinault, nel momento in cui l’autore
del Cid tendeva ad essere ignorato. Corneille aveva delle ottime
ragioni, dal momento che il suo giudizio è stato condiviso
dalla posterità: Quinault è completamente
dimenticato. Nello stesso modo D’Alema avrà probabilmente
vissuto i successi di Veltroni come coltellate. Pensiamo addirittura
soffra meno per i successi di Berlusconi, di cui riconosce
l’eccezionalità: ma Veltroni!
Tuttavia,
nel progetto politico ha ragione Veltroni. D’Alema,
con tutta la sua intelligenza e la sua Realpolitik,
è miope. È vero, alleandosi anche col diavolo,
domani si potrebbe battere Berlusconi. Purtroppo, se
l’esperienza dovesse essere la stessa che è stata fatta
col governo Prodi, non si vede quale sarebbe il vantaggio.
Governare con la sinistra estrema? Impossibile. Governare con Casini?
Se non ce l’ha fatta Berlusconi, meglio non provarci. Governare
con la Lega? In primo luogo, Bossi ha troppo fiuto politico per
sapere che, se si stacca di Berlusconi, le percentuali attuali
se le sogna. Poi, è tutt’altro che un alleato comodo. Viceversa
il progetto di Veltroni, quello di “andare da soli” è un
progetto vincente. Se, nel 2013, Berlusconi fosse ancora lì
a dominare il centro-destra, un Pd assolutamente solo potrebbe
fare una campagna semplicissima: o noi o Lui. E se il governo
da Lui guidato lasciasse la gente scontenta come l’ha lasciata
scontenta Prodi, il Pd non solo potrebbe vincere, ma potrebbe
poi governare serenamente perché da solo.
In
conclusione, come valore umano si sta dal lato di D’Alema,
come progetto politico dal lato di Veltroni. Senza
prendere in considerazione l’ipotesi che siano ridicoli.
Bisogna rispettare i perdenti come si rispettavano quando
erano vincenti.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 9 maggio 2008
I
MORALISTI
La
vicenda della pubblicazione delle dichiarazioni dei
redditi ha destato in molti parecchie perplessità.
Era lecita, quella iniziativa? E come poteva essere
lecito rendere pubblici il reddito, i dati anagrafici e a
chi si assegnava l’otto per mille, se la violazione della privacy,
per dati molto meno importanti, è vietata? E al contrario,
come poteva essere illecita, quella decisione, se le dichiarazioni
sono pubbliche e se ne può ottenere la lettura rivolgendosi
alle autorità competenti? Le risposte le stanno dando
il garante della privacy e l’autorità giudiziaria,
e ci si può dunque occupare di un altro problema: come mai
tanta gente si mostra assatanata nella perentoria richiesta
di quella pubblicità? Come mai legge con passione gli
elenchi pubblicati dai giornali, invoca la trasparenza per misurare
la fedeltà fiscale del prossimo, progettando magari qualche
denuncia anonima di evasione fiscale?
Questo
è un atteggiamento eterno e vindice: la frustrazione
che diviene crociata. Chi si considera sfortunato
e vittima di ingiustizie non raramente comincia a sognare
di un colpo di ramazza. Una mazzata ai prevaricatori inferta
– in mancanza di un Arcangelo con la spada fiammeggiante
– da quell’infallibile Dio in terra che è il giudice penale.
Dunque bando alle garanzie processuali, alle presunzioni d’innocenza,
ad ogni remora di qualsivoglia genere. E figurarsi se con questa
mentalità si può badare alla privacy! Del resto,
pensa il moralista, che c’è da preoccuparsi? Quelli che
sono contrari lo sono perché hanno qualcosa da temere;
perché non sono come me; perché non pagano le tasse che
dovrebbero pagare; perché non sono onesti; perché
meritano di essere puniti: e allora che lo siano!
Questo
è un atteggiamento superficiale, sommario e
perfino un po’ selvaggio. Molto appetibile, tuttavia,
per le menti dei complessati. Tanto che ha dato luogo, in
Italia, ad un partito: l’Italia dei Valori. E i suoi
aderenti potrebbero infatti chiederci che cosa mai si possa
rimproverare a chi chiede giustizia. La risposta è
semplice: non chiede giustizia. Se nei paesi civili la giurisprudenza
non funziona come un Tribunale Rivoluzionario è perché
quell’organo eccezionale fa una politica penale indiscriminata,
non certo giustizia. Preferisce mandare a morte un innocente
che assolvere un colpevole. Nella richiesta di “una
più rapida giustizia” è contenuta la richiesta di
una “più probabile ingiustizia”.
Chi
chiede severità e trasparenza dicendo “io non
ho nulla da nascondere” non si accorge di dimostrare con
ciò stesso la contraddizione del proprio atteggiamento.
In primo luogo gli si potrebbe infatti obiettare che, se
avesse qualcosa da nascondere, non la penserebbe così:
e dunque non è disinteressato. Poi gli si potrebbe
dire - e questa è la tesi centrale di questo scritto
– che anche lui ha qualcosa da nascondere. Anche lui ha qualcosa
da farsi perdonare. Anche lui, all’occasione, sarebbe felice
di fruire delle garanzie che offre una società democratica.
Il moralista soffre infatti d’una costante deformazione
prospettica. Tutti sono molto severi riguardo ai peccati che
essi personalmente non possono o non hanno voglia di commettere.
I vecchi sono severi in campo sessuale; i poveri in materia
di reati finanziari; i ricchi in materia di furti e appropriazioni
indebite; i miscredenti in materia di laicità dello Stato
e i credenti in materia di offese alla religione e ai suoi sacri
principi. Al povero che non ha potuto sottrarre un euro al prelievo
fiscale attuato dal sostituto d’imposta si potrebbe chiedere
se non ha mai imboccato un senso vietato; se ha versato l’IVA
sulle sue prestazioni gratuite e se non ha mai pagato in nero
l’idraulico. L’imprenditore colpevole di evasione fiscale invece
di scusarsi dirà che, pagando tutte le tasse previste dallo
Stato, finirebbe col chiudere e col mettere sul lastrico decine
di famiglie. Si potrebbe continuare per tutte le categorie, constatando
che tutti sono tolleranti per i propri peccati e severissimi per
quelli altrui.
La
cosa più ragionevole l’ha scritta Shakespeare.
Amleto chiede infatti: “se ciascuno di noi fosse trattato
secondo il suo merito, chi sfuggirebbe alla frusta?” Tutti
abbiamo bisogno della tolleranza degli altri. Soprattutto
se siamo pesati con la loro bilancia e non con la nostra.
L’uomo
tollerante è, prima ancora che un uomo generoso,
un uomo ragionevole.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 7 maggio 2008
CARLO
MARCELLETTI
A Palermo è stato arrestato il chirurgo Carlo
Marcelletti, un mago degli interventi sui bambini, per
una serie di reati che si riassumono in uno: avrebbe sfruttato
la propria meritata fama per farsi dare soldi dai genitori.
Nel caso le accuse fossero provate, non si potrebbe che esprimere
soddisfazione: chi lucra poco onestamente sul dolore altrui
merita di essere punito. Ma qualche altra considerazione
è pure possibile; e la si può esprimere con un
apologo.
C'era una volta un regno dominato da un sovrano assoluto.
Un uomo estremamente per bene, moralissimo, inflessibile.
Un vero esempio per la comunità. Non solo
non tollerava la disonestà, negli impiegati della
corona e nei semplici cittadini, ma pretendeva pure un notevole
livello di etica sessuale. Vietava i film con scene audaci,
non permetteva la pubblicazione di romanzi "immorali", aveva
perfino reintrodotto il reato di adulterio. Purtroppo è impossibile
modificare la natura umana e moltissimi non tenevano conto
di queste leggi. Continuavano a passarsi sotto banco videocassette
hard, libri dal contenuto irriferibile, e l'industria delle corna
divenne solo più prudente. Serpeggiava poi un così
profondo scontento, che quando il re morì, per un ictus
cerebrale improvviso, molti emisero sottovoce un sospiro di sollievo.
C'era qualche possibilità che il figlio fosse diverso.
La realtà andò oltre le loro speranze. Non appena
sul trono, il giovane abolì il "codice etico".
Tutti potevano fare ciò che volevano ed era solo
vietato dare scandalo. Dopo un breve periodo in cui "l'immoralità"
esplose, tutto si stabilizzò. Tutti sapevano che
se c'era una lampadina rossa, alla porta del cinema, il
film era pornografico: e chi si scandalizzava dopo faceva
ridere. Lo stesso per le riviste con la fascetta rossa o i libri
marcati "A" (adulti). Con queste minime precauzioni, tutti vissero
meglio e ci fu meno gente nelle carceri. Addirittura diminuirono
i crimini sessuali.
Il senso del racconto è che non si possono reprimere
gli istinti fondamentali dell‚uomo: e fra questi
c'è l'amore per il guadagno. Quando dunque
lo Stato dà lo stesso stipendio a uno che è
arrivato a divenire chirurgo quasi per miracolo, e a un
luminare del bisturi, pone in essere una situazione contraria
alla natura umana. E non ci si deve stupire se il grande
medico, sia pure in maniera illecita, cerca di farsi compensare
in modo adeguato al proprio livello. È disonesto, certo.
Ha firmato un contratto con lo Stato e non lo onora, certo.
È spregevole perché si fa forte dell'ansia che ha ciascuno
per la salute propria e dei suoi cari: e chi lo nega? Ma è
largamente prevedibile. Così come è prevedibile che,
se in una città di mare si crea un porto, aumenterà
il numero delle prostitute.
La soluzione non è quella di mettere in galera
i Marcelletti (se colpevoli) o il cardiochirurgo
siciliano Abate: è quella di limitarsi a rendere
obbligatoria l'assicurazione contro le malattie. Nel
momento in cui poi uno ha bisogno di un'operazione a cuore
aperto, può ricoverarsi dove crede, seguendo le indicazioni
di amici e parenti. E se infine sceglie la clinica dove opera
il grande chirurgo internazionale, o perché crede
di essere talmente importante da meritare l'assoluto meglio,
o perché il suo caso è di eccezionale difficoltà,
si vedrà chiedere qualcosa in più, senza violare
la legge. D‚altro canto, se c'è un solo chirurgo a quel
livello, non potrebbe in nessun caso operare tutti.
Qualcuno obietterà che in questo modo il ricco
sarà operato dal miglior chirurgo e il povero
dal chirurgo ignoto del SSN. E la risposta è
semplice: non è forse così già oggi? Non
solo qualche grande professore chiederà un "pizzo" per
operare personalmente, ma i ricchi possono anche andare
a farsi curare in un altro paese. Qualcosa che i poveri
non si possono permettere. L'errore sta a monte. La Sanità
di Stato si fonda sul presupposto che tutti gli ospedali sono
uguali, tutti i medici sono uguali, tutti i chirurghi
sono uguali. E che le tasche di tutti gli utenti siano uguali.
Ma ciò non è vero. E ci sarà sempre l'incontro
fra l'avidità degli uni e la disponibilità a pagare
degli altri.
Tutto ciò che si può fare, è lasciar
operare il mercato. Bisogna mettere in concorrenza
fra loro tutti gli ospedali e tutte le cliniche,
in modo che, a parità di remunerazione, prevalgano
i migliori. E in modo che, col denaro previsto per un
dato servizio, l'utente possa farsi curare dove e come meglio
crede.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -7 maggio
2008
ELOGIO DELLA
DEMAGOGIA
Chiunque abbia cultura e gusto disprezza la demagogia:
essa agita sentimenti elementari, non raramente
indecenti, come il razzismo, l’invidia, l’avidità,
e fa brutalmente leva sugli interessi confessabili
e inconfessabili del popolo. Inoltre, per presentarsi come
salvifica, propone soluzioni semplici per problemi complessi:
che poi magari condurrebbero il Paese al disastro. La realtà
è estremamente complessa e, come dicono gli anglosassoni,
“there ain’t no such a thing as a free lunch”,
“nessun pasto è gratis”. I soldi non crescono sugli
alberi e il Paese di Bengodi non è sulle mappe.
Poiché però la
demagogia è antica quanto la democrazia, bisogna
chiedersi se non ci sia da trarne qualche lezione. Si pensi
ad un illustre giurista e politico che si inoltri
nella foresta amazzonica con un indio. Ovviamente,
vive un’esperienza frustrante. L’indio conosce i sentieri
e lui no, il selvaggio sa quali frutti si possono
mangiare e quali no, quali serpenti sono veramente pericolosi
e quali no, mentre lui sarà continuamente spaventato
dall’idea di essere danneggiato da un’indicazione sbagliata:
e tuttavia, non disponendo di dati propri, rimane obbligato
a fidarsi. Nella foresta amazzonica l’uomo colto è
un analfabeta.
Nei paesi sviluppati
la situazione si ribalta. Mentre chi ha nozioni
di politica, di diritto, di economia, è in
grado di giudicare fatti e persone, il popolano non
ha gli strumenti per farsi veramente un’opinione e questo
lo conduce fatalmente alla frustrazione. Quando non
comprende le parole del famoso uomo politico rimane sempre in
dubbio: “Sono io che sono troppo ignorante per capire quello
che dice, o è che sta dicendo sciocchezze incomprensibili
per imbrogliarmi e fare i suoi interessi?” Quando sentiamo
parlare qualcuno in una lingua che non conosciamo siamo costretti
a giudicarlo sulla sua mimica, sulle espressioni del suo viso,
sul suo vestiario. E non siamo certo in grado di giudicare le sue
tesi. Nello stesso modo, il popolo vive il dibattito politico
come un’occasione di umiliazione. “Tutti costoro decideranno della
mia vita ed io non sono in grado di capire chi farebbe il mio
bene e chi farebbe il mio male. Quello lì ha un’aria più
sincera, ma lo sarà veramente?”
Il demagogo, e anche
il politico accorto, non devono dimenticare che avranno
successo se riusciranno a farsi capire dal contadino,
dall’elettricista e dal cassiere di supermercato. Perché
il loro voto pesa quanto quello del Rettore dell’Università.
E anzi ci sono anzi più elettricisti che Rettori.
Questo voto lo si ottiene tanto più facilmente
quanto più spesso si provoca nel loro animo l’esclamazione:
“Accidenti, questo l’ho capito anch’io! Qui costui
ha perfettamente ragione! Che gli altri dicano quello che
vogliono, su questo non ci piove!” Il popolano che capisce diviene
un elettore.
In Italia si è spesso
accusato Berlusconi di essere un demagogo. Uno
che accusa costantemente la sinistra di essere
comunista e di volere aumentare le tasse. Ma bisogna
pur chiedersi quanti italiani su cento sappiano che cosa
sia il pil, il fiscal drag, il welfare state, e tutti
gli altri inglesismi di cui si riempiono la bocca i politici.
Molti candidati, quasi redigessero un tema a scuola, esprimono
concetti alti come solidarietà umana, comprensione
per gli ultimi e parlano perfino del dovere di ricuperare
i ladri e gli sbandati. Dimenticando che il cittadino questi
discorsi non li crede sinceri e che, se ha una madre che
ha subito uno scippo, dice invece in cuor suo: “Sarà
che sono dei disgraziati, ma io li sbatterei in galera e butterei
la chiave”.
I politici non dovrebbero
avere un atteggiamento docente, soprattutto visto che
non sanno insegnare. Gli elettori che non capiscono
passano dalla frustrazione al disprezzo e votano per chi
promette, per dire, l’autobus gratis la domenica: sarà
una stupidaggine, ma è una stupidaggine più chiara
della differenza fra sistema contributivo e sistema retributivo
nelle pensioni.
Spesso non per loro
colpa, molti ascoltatori sono in condizioni di inferiorità
culturale: e proprio per questo l’atteggiamento
supponente – “tu non capisci ma capisco io per te” – risulta
irritante e controproducente. La chiarezza, in politica,
è un dovere. E anche se non lo fosse, rimarrebbe un
affare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 3 maggio 2008
A Torino,
Italia!
Bene bene bene.
Mentre in Israele stavamo assistendo, col cuore
gonfio e la gola chiusa dalle lacrime, alla cerimonia
in Memoria delle vittime del nazifascismo....
Mentre sei sopravvissuti, dopo aver raccontato
la loro storia, accendevano le sei torce e il fuoco
si alzava verso il cielo per riscaldare sei milioni
di anime senza pace ....
Mentre in Israele guardavamo con orrore e immutata
disperazione le immagini del genocidio di sei milioni
di ebrei in Europa....
Mentre....in Israele....
.....In Italia, durante la trasmissione dell'Infedele
condotta da un signore ebreo a nome Gad Lerner,
di professione giornalista, un ospite della trasmissione,
di professione "filosofo", portatore di sentimenti
di odio pari a quelli degli assassini dei sei milioni di
ebrei di cui celebravamo la Memoria, dava a Fiamma
Nirenstein della "fascista", anzi della "piu' che fascista"
e questo insulto e' stato lasciato cadere nel vuoto dal
padrone di casa, il signore ebreo a nome Gad Lerner.
Il giornalista che non ha mai nascosto , da bravo
ex militante di Lotta Continua, i suoi sentimenti
antiisraeliani, ha permesso a un disgustoso esponente
della sinistra estremista italiana di diffamare un' ebrea,
figlia di un sopravvissuto della Shoa' scomparso recentemente,
senza dire una sola parola, senza batter ciglio, senza
un solo gesto di protesta o di schifo, senza l'educazione che
obbliga un padrone di casa a difendere gli assenti dalle ingiurie
dei presenti .
Complimenti, Gad lerner.
Quel "la Nirenstein e' fascista, anzi e' piu' che
fascista", di Vattimo, e mi scuso con chi legge di
dover scrivere il nome di un simile personaggio,
riassume la vergogna italiana, della sinistra italiana,
della violenza italiana, della criminalita' politica
italiana.
Quelle parole sono il quadro del pensiero debole del
personaggio Vattimo, isterico di odio, ignorante
di tutto quanto riguarda Israele, completamente
imbevuto di propaganda palestino-goebbelsiana-nazicomunista.
Quelle parole fanno provare grande vergogna e il
silenzio di Lerner aumenta la vergogna e il disagio
di appartenere a un paese che permette a simili odiatori
di esrpimere le proprie opinioni malate nel silenzio generale
(l'unico a protestare e' stato Maurizio Molinari, in collegamento
da New York) di gentucola vigliacca e pavida.
Naturalmente, ancora una volta, tutta la mia solidarieta'
a Fiamma Nirenstein, una solidarieta' che e' bagnata da
lacrime di rabbia impotente per tutto quello che
questi nauseabondi personaggi riescono a dire e a fare,
insozzando la Memoria dei nostri morti in Europa per
mano dei nazifascisti di ogni paese europeo e la Memoria
dei nostri morti in Israele per mano dei nazifascisti arabi.
Lo scandalo e la vergogna non si sono conclusi mercoledi
sera nel salotto antiisraeliano di Gad Lerner, no!
Mentre in Israele giovedi mattina, Yom HaShoa', le
sirene suonavano per due minuti, fermando tutto il
Paese.....
Mentre in Israele stavamo tutti in piedi, cinque
milioni di israeliani, a capo chino, attraversati
nel piu' profondo dell'anima, come una spada di fuoco,
dal grido straziante delle sirene.....
Mentre durante quei due lunghissimi minuti si poteva
soltanto pensare, tremando di emozione, MAI PIU'
MAI PIU' ....MAI PIU'...
Mentre in Israele.....
...A Torino, Italia, i discendenti dei carnefici
nazifascisti, amici e simpatizzanti di
chi , oggi, vuole e reclama una seconda Shoa',
hanno trasformato la citta' piu' elegante d'Italia,
in una dependance di Gaza, urlando, bruciando bandiere
di Israele e degli USA, tappezzando il "salotto
d'Italia" di bandiere palestinesi e slogan di morte a Israele.
Sono stati arrestati?
Naturalmente no.
Perche' no?
Forse in nome di quella "liberta' di espressione"
che loro, i nazicomunisti bruciabandiere, vogliono
negare agli israeliani.
Forse in nome di quella democrazia malata e
virulenta che permettera' loro di manifestare al Salone
del Libro, contro l'Ospite d'Onore Israele, l'odiato
paese di cui vogliono l'eliminazione dal consesso umano.
Forse in nome di non si sa che ma che nulla ha di
buono e di democratico...
Sono previsti pullman e treni speciali che porteranno
a Torino migliaia di schifosi teppisti.
Sono previste manifestazioni contro una Democrazia
che ha dato a tutto il mondo il bene della scienza
e l'esempio di come chi ama il proprio Popolo e il
proprio Paese sia in grado di fare miracoli.
Sono previsti roghi di bandiere biancoazzurre per
alzare in alto altre bandiere, quelle degli autobus
esplosi, quelle di Morte a Israele, quelle della barbarie,
quelle del buio della incivilta', quelle della vergogna.
No, gli europei non sono cambiati, sono gli stessi
che guardavano indifferenti i treni merci pieni
di ebrei: amici, vicini di casa, esseri umani,
condotti nei campi della morte.
Sono gli stessi che, respirando l'odore di carne
bruciata, non vedevano e non sentivano.
Sono gli stessi che facevano si che le madri ebree,
nella speranza che i loro cuccioli si salvassero,
legassero al collo dei loro bambini dei bigliettini,
messaggi di un ultimo, disperato e definitivo atto
di amore:
"questo bambino si chiama David.... ha 6 anni, prego
chi lo trovasse di amarlo e di crescerlo come un
buon ebreo".
Si, sono gli stessi.
Deborah Fait . www.informazionecorretta.com
I PROFETI DEL PASSATO
Tutti coloro che credono alla cartomanzia, alle profezie
e ai maghi dovrebbero far caso ad una semplice ovvietà:
se qualcuno potesse conoscere il futuro diverrebbe
in breve l’uomo più ricco del mondo. Basterebbe che
giocasse in borsa, o vendesse i suoi servigi a peso d’uranio
a tutti i grandi della terra. Ma questo qualcuno non esiste. Anzi,
se ci si pensa, non può esistere. Se ci si dicesse: “domani
avrai un incidente d’auto”, basterebbe che il giorno dopo
ci si chiudesse in casa, dove non ci sono nemmeno fotografie
di automobili, e il futuro non si avvererebbe. E allora,
falsa profezia? Sì e no. Essa avrebbe dovuto essere: “domani
non avrai un incidente d’auto perché ti chiuderai nella
tua stanza”. Ma questo sarebbe vero per chiunque non uscisse
di casa!
Le profezie sono impossibili. Ciò malgrado,
non ci si può impedire di pensare che si sarebbe
lieti se qualcuno potesse dirci: “se la situazione
rimane quella che è, si verificherà questo.
Se invece farai quest’altro, si verificherà quest’altra
cosa”. La prima frase somiglia ad un sondaggio riuscito,
la seconda ad un ottimo consiglio. Purtroppo, i sondaggi
sono affidabili fino ad un certo punto e la bontà
dei consigli, per esempio riguardo ai programmi politici
e a tutta la campagna elettorale, si giudica ad elezioni
celebrate. Quando non resta che fare mesti bilanci.
Oggi tutti si spremono le meningi per trarre la lezione
del 14 aprile. Soprattutto a sinistra si vorrebbe
sapere perché si è stati puniti tanto
severamente, che cosa non si è capito, chi è
il colpevole. E invece probabilmente bisognerebbe assolvere tutti
gli uomini politici con formula piena. Se avessero
saputo dove sbagliavano, non avrebbero sbagliato. E
coloro che oggi li biasimano per avere commesso il tale o
tal’altro errore, perché non l’hanno detto prima? E se
l’hanno detto prima, che cosa aveva, di speciale, la loro diagnosi,
rispetto alle altre diagnosi (ce n’è sempre), perché
i dirigenti tenessero conto proprio di quella e non delle
altre?
Il popolo è un sovrano imperscrutabile. I sondaggi
sono nati sul serio quando negli Stati Uniti si sbagliò
clamorosamente la previsione sull’elezione del
Presidente: erano infatti stati interrogati solo coloro
che possedevano un telefono ed allora erano i più
abbienti. Si capì così che tutto il problema
è nella scelta del campione e tuttavia, per quanti
progressi possa fare la statistica, per sapere che cosa
pensa veramente l’elettorato italiano bisognerebbe interrogare
tutti i votanti. E questo è impossibile. O per lo
meno, è possibile, ma si chiama “consultazione elettorale”
ed ha luogo ogni cinque anni.
Se Veltroni avesse potuto chiedere a tutti gli italiani
“volete la pena di morte per stupro?” e se (per
quanto assurdo sia l’ipotesi) gli italiani avessero
risposto sì all’80%, il Pd avrebbe messo nel suo programma
la pena di morte per stupro. Se viceversa la maggioranza
si fosse espressa contro ogni forma di repressione seria per
gli immigranti clandestini o per gli zingari, Il Partito della
Libertà e Alemanno avrebbero condotto una ben diversa
campagna elettorale. Avrebbero predicato, con una lacrima
sul bordo dell’occhio, la solidarietà umana per i più
sfortunati.
A cose fatte si hanno indicazioni evidenti ma è
come sapere, dopo l’incidente, che se si fosse partiti
cinque minuti prima o cinque minuti dopo, si sarebbe
arrivati a destinazione senza problemi. Non serve a niente.
Non si può essere severi con la sinistra Arcobaleno,
con il Pd o con Casini. Gli è andata male
ma gli poteva andar bene. O meno male. Anche il Partito
della Libertà dev’essere prudente. Soprattutto
deve augurare lunga vita a Berlusconi: perché senza
questo motore il carrozzone Pdl non andrebbe alla stessa
velocità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1 maggio 2008
VICE-MINISTRO PARLA
A VICE-VANVERA
Dice un proverbio che, stando zitti, qualcuno si
può chiedere se non siamo scemi. Ma c’è il rischio,
parlando, di eliminare ogni dubbio.
A giorni non vedremo più chiamare Vincenzo Visco
vice-ministro, ma qualcosa per ricordarlo, a
proposito della pubblicazione delle dichiarazioni
dei redditi on-line, l’ha detta anche ieri. Dal
Corriere della Sera: «Non vedo problemi, c'è
in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm
americano». Sullo stesso giornale appare però
l’articolo seguente, che si riporta integralmente.
ROMA - I redditi degli italiani sono rimasti online
poche ore, prima dello stop del Garante della
Privacy. Ma cosa succede in altri Paesi? In Gran Bretagna
e Stati Uniti le denunce fiscali sono sempre salvaguardate
dal diritto alla privacy, mentre in Irlanda la «gogna»
su internet è riservata solo agli evasori.
USA, DICHIARAZIONI PRIVATE - Le denunce dei redditi
sono strettamente private negli Stati Unti e non
sono mai rese pubbliche dall'IRS, il fisco americano.
«Negli Stati Uniti tutte le informazioni personali
riguardanti il contribuente sono protette dalla Federal
Tax Law - ha spiegato all'Ansa il portavoce dell'IRS,
Andrew DeSouza -. Nessuna informazione privata, come
nome, numero sicurezza sociale, indirizzo, numero di telefono,
reddito può essere reso pubblico. Noi rendiamo accessibili
al pubblico, sul nostro sito Internet, solo dati statistici
generali, senza alcun riferimento comunque a informazioni
di tipo personale».
GB, SERVE LA LIBERATORIA - In Gran Bretagna le dichiarazioni
sono coperte dal diritto alla privacy. Nessuno
può quindi, tanto meno via internet, accedere
a file privati senza avere una liberatoria. Sono ovviamente
esclusi i commercialisti, che lavorano in delega ai propri
assistiti, e gli agenti del fisco. L'unico caso in cui
i dati fiscali di singoli cittadini possono divenire
di dominio pubblico è quando vengono dischiusi, sotto
richiesta di un giudice, in un processo che avviene a
porte aperte. Gli impiegati della HM Revenue & Customs,
l'agenzia delle entrate britannica, non possono in alcun
caso dare accesso a membri del pubblico, compresi i giornalisti,
pena la perdita del posto di lavoro.
IRLANDA, ONLINE GLI EVASORI - Sono oltre 120 i nomi
dei contribuenti irlandesi che compaiono negli
elenchi pubblicati dall'Amministrazione fiscale e
che riportano, oltre ai nomi e ai cognomi, anche
la tipologia dell'imposta o del tributo non versati
e l'ammontare complessivo, inclusi interessi e sanzioni,
pagati per siglare la pace con il fisco e per fare il
reingresso tra la platea dei contribuenti fiscalmente corretti.
GERMANIA, NIENTE ELENCHI - Anche in Germania non
è possibile per il fisco tedesco rendere pubbliche
le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti a causa
delle rigorose regole sulla privacy.
30 aprile 2008
Non sappiamo nulla di altri paesi, ma ce n’è
abbastanza per non essere autorizzati a dire “Non
vedo problemi, [questa pubblicità] c'è
in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano”.
Forse, chissà, un famoso fiscalista
come Visco farebbe bene ad avere fonti diverse dai telefilm
americani, nella specie interpretati male.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 1 maggio 2008
LE ALTERNATIVE
DEL LIBERISMO
Del liberismo si può dir male come di qualunque
cosa ma ci sono due modi di dir male. Se si dice
male della pizza Biancaneve si può sempre prendere
una Capricciosa, che è ben più condita. Se
invece si dice male del fatto che l’Italia è troppo
stretta e troppo lunga, non è che si possa ricompattarla
fino a farne più o meno un quadrato. Ecco perché,
quando si parla male del liberismo, la prima cosa da
chiedersi è con che cosa, eventualmente, lo si
può sostituire.
Per chi ragiona in soldoni, i due estremi, come
sistema economico, sono la totale libertà imprenditoriale
(chiamata capitalismo selvaggio) o il capitalismo
di Stato (correntemente chiamato comunismo).
Quest’ultimo, dovunque è stato applicato, ha prodotto
un’infinita miseria, e dunque è meglio metterlo
da parte; ma anche il capitalismo selvaggio ha i suoi
difetti. Per fortuna, si adotta in concreto una soluzione
intermedia, resa del resto necessaria dal fatto che è
impossibile applicare integralmente quelle due teorie.
Anche nel capitalismo “selvaggio” è sempre lo Stato
che deve difendere la nazione con l’esercito, che deve occuparsi
della scuola primaria, della polizia, dell’amministrazione
della giustizia, e di tutti quei servizi che i privati
non sono in grado di assicurare. Per converso, anche
nel comunismo è rimasto uno spazio (minimo) non statalizzato:
sia perché lo Stato non può controllare
assolutamente tutto, sia perché, per esempio nell’Urss,
esistevano l’orto dei contadini, la casa di proprietà,
o altri servizi che per lo Stato sarebbe stato troppo complicato
assicurare.
Dire male del liberismo o dell’economia di Stato
senza precisare nulla è una stupidaggine.
Il problema è dove porre in concreto il limite
tra privato e pubblico. Le strade non possono che appartenere
allo Stato e dunque la loro amministrazione rientra
nei compiti pubblici. Ma le ferrovie? Le aviolinee? I panettoni?
Quest’ultima domanda non è umoristica: per anni in Italia
è stata statale una grande impresa che produceva panettoni
(Motta).
Dal punto di vista sociologico, la tendenza verso
l’una o l’altra soluzione, nella mentalità
dei cittadini, dipende dalla formazione culturale.
Chi è poco informato di economia, chi non conosce
i meccanismi della Pubblica Amministrazione, chi fa
vita ritirata o ha un reddito fisso, spesso è
un idealista che sogna le nazionalizzazioni. L’impresa
di Stato, non dovendo far vivere nel lusso un capitalista,
dovrebbe essere la soluzione ideale. Chi ha esperienza di
come invece vanno le cose in concreto, sa che l’impresa
di Stato spreca molto più denaro di quello che sarebbe
andato al capitalista: tanto che il prodotto o il servizio
costa più caro, spesso senza permettere alternative.
A questo punto l’uomo pratico, disinteressandosi degli immorali
profitti del capitalista, preferisce l’impresa privata e
lo Stato minimo.
Posta così,
la questione pare semplice. Uno anzi
si dice “basta spiegarla all’idealista e
la capirà”: e invece è impossibile.
L’idealista considera delle empietà l’economia, l’aritmetica,
l’esperienza storica e in generale tutto ciò
che è reale ma non bello. Tiene gli occhi fissi
sulla moralità e non può abbassarli sui conti.
Non rimane che rassegnarsi. Bisogna tenersi le ferrovie
statali, inefficienti e costosissime, perché
la ferrovia è il mezzo di trasporto del popolo. Di
fatto le merci viaggiano su gomma? il popolo prende l’autobus?
l’idealista stesso prende l’aereo? Non fa niente: bisogna
continuare a pagare tasse per mantenere il trasporto
del popolo o, ancor più sfacciatamente, per distribuire
stipendi ai ferrovieri. L’ideale deve rimanere intangibile,
costi quel che costi. E la persona per bene vota a sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, - 28
aprile 2008