archivio maggio 2007
INTERVISTA SPECIALE
Dal Corriere della Sera, 3 giugno 2007
ROMA — «Voglio vederlo questo decreto. Poi deciderò». Il generale Roberto Speciale attende che gli venga comunicato ufficialmente il provvedimento del Consiglio dei ministri con cui viene estromesso dal comando della Guardia di finanza. In attesa, affila le armi. Deciso a reagire. A non farsi stritolare.
Deve lasciare l'incarico subito?
«Da quello che ho capito, mi cacciano con effetto immediato. Ma io ho chiesto di rimanere almeno fino al 21 giugno, giorno in cui si celebra la festa della Finanza».
E gliel'hanno concesso?
«Non ho idea. Aspetto di capire. Vedrò cosa dice esattamente il decreto. Se non me lo concedono, so io cosa fare».
Può spiegarsi meglio?
«Ho già parlato con insigni giuristi, i quali mi hanno detto che se faccio ricorso non c'è partita. Vinco alla grande. Qui siamo proprio fuori da ogni regola giuridica».
In altre parole, lei sta dicendo che il governo ha commesso un abuso?
«Io avrei una parola per definire quello che hanno fatto, ma non la posso dire. Allora mi limito a dire che il provvedimento è immotivato. Non c'è una ragione. È un atto irrazionale, forse preso sull'onda dell'emozione. Io ho fatto il mio dovere e mi sbattono fuori. Eh, no. Io mi devo tutelare. E lo farò».
Chi le ha comunicato che doveva andarsene?
«Mi ha chiamato il ministro Padoa- Schioppa. Mi ha detto: siamo arrivati a un punto in cui bisogna prendere una decisione, allora la cosa migliore sarebbe che lei presentasse una lettera di dimissioni e noi in cambio avremo un occhio di riguardo, le troveremo una buona sistemazione».
E lei cosa ha risposto?
«Ho detto: non se ne parla proprio. Lettera di dimissioni? E perché, che ho fatto, io ho la coscienza a posto e non me ne voglio andare. Allora lui mi fa: in questo caso dobbiamo procedere in altro modo. Benissimo, gli ho detto, procedete pure, io non ho problemi».
E così ci ha pensato il Consiglio dei ministri a toglierle l'incarico d'imperio.
«Sì. Che poi vorrei anche vedere se questo Consiglio dei ministri è regolare. Nel senso che non c'era quasi nessuno. Rutelli non c'era, Di Pietro mancava, Amato non c'era, D'Alema era a Valencia alle regate di Luna Rossa. È valido 'sto Consiglio dei ministri? Mah».
Le hanno comunque garantito un incarico alla Corte dei Conti.
«Un baratto. Di questo si tratta. E allora prima che io accetti un baratto ci penserò mille volte. Ripeto: valuterò le iniziative da prendere dopo aver letto il decreto. Ora posso solo dire che nulla è scontato».
Gira voce che la Guardia di finanza stava per mettere le mani su qualcosa di compromettente. Perciò avrebbero deciso di liberarsi di lei.
«Sono sciocchezze. Io ho sempre agito alla luce del sole. Non sono abituato a fare trabocchetti. No, la vicenda è molto semplice: per salvare un viceministro, devo pagarla io. Ma non è corretto».
Lei si è presentato ai Fori Imperiali alla parata del 2 giugno davanti a tutte le autorità di governo. Come l'hanno accolta?
«Prodi malissimo. Quando mi ha visto ha cambiato strada. Gli altri sono stati gentili. Ma soprattutto mi ha riempito di gioia la reazione della gente. Mi hanno fatto la ola quando passavo. Questo è un chiaro segno di simpatia verso una persona che ha subito un sopruso».
Casini, Cesa e Berlusconi sono venuti a salutarla. Chi altro l'ha accolta bene?
«Il presidente del Senato Marini mi ha commosso. È stato molto affettuoso. Gentilissimo anche il presidente della Camera Bertinotti».

Marco Nese - 03 giugno 2007


PERCHE' NON POSSIAMO  ESSERE BERTINOTTIANI (E MENO CHE MAI COMUNISTI)
Grand'Italia, piccole cose! Avete presente Bertinotti? Quell'omino, tutto kashmir e comunismo,   che, impeccabile nella divisa di uomo di Stato,  si presenta alla parata (militare) del 2 giugno con  il simbolo dell'arcobaleno pacifista all'occhiello della giacca d'ordinanza.
Ecco,  quell'omino lì, che  nel suo ruolo di presidente della Camera dovrebbe rappresentare noi  tutti cittadini italiani,  chissà mai perché,  poco tempo fa,  durante la trasmissione Telecamere, ha esaltato un  dittatore con le carceri piene di dissidenti: "Penso una cosa banale: che Fidel Castro sia per Cuba insostituibile";  poi - la notizia è dell'altro giorno-   si rifiuta di rispondere alla domanda, banale,  se stringerebbe o meno la mano al presidente degli Stati Uniti,  tra poco in visita di Stato nel nostro paese.
Dove sono quelli che  si chiedono perché uno si butta a destra?


cp, 3 giugno 2007


PIOVE, GOVERNO LADRO
I commenti di un blog possono essere sconclusionati, sgrammaticati o scurrili ma sono sintomatici. Mentre nei giornali le lettere pubblicate sono selezionate e comunque vengono escluse quelle calunniose, diffamatorie o ingiuriose, su Internet, in cui tradizionalmente non esiste censura o filtro, i lettori esprimono le loro idee con una passione che è l’equivalente verbale di una rissa. Tanta partecipazione potrebbe apparire incomprensibile: si accapigliano infatti dei signor Nessuno, spesso a proposito dell’articolo di un signor Nessuno; le loro logomachie non lasciano traccia non convincono mai l’avversario e tuttavia si arriva ad una sorta di guerra civile. Il fenomeno merita un tentativo di spiegazione.
L’uomo primitivo fronteggia una natura avara e ostile su cui non ha nessuna influenza. Anche se cerca di dominarla alleandosi con gli dei per farli intervenire in proprio soccorso, rimane in condizioni d’impotenza: sugli dei ha il minimo potere.
Per l’uomo civile, che vive immerso in un mondo artificiale, le cose vanno diversamente. Il clima non influenza la sua vita: non solo dispone di impermeabili ed ombrelli, ma lavora prevalentemente al chiuso e spostandosi viaggia protetto e riscaldato all’interno di un’automobile. Il cibo è assicurato. Non solo non dipende più dalla fortuna della caccia ma perfino le siccità e le alluvioni non provocano carestie, perché l’agricoltura è globalizzata. La medicina offre molti rimedi contro i malanni e in totale si dispone di tanti vantaggi che, se solo si ha un lavoro, si vive in condizioni di sicurezza del tutto inimmaginabili per l’uomo primitivo.
Questo cambiamento ha una conseguenza imprevista: mentre un tempo le condizioni di vita dipendevano dalla natura, oggi tutto dipende dall’organizzazione sociale e questa diviene dunque il centro dei nostri interessi. Lo Stato ha il ruolo che prima aveva la natura ed esso non è governato da un potere imperscrutabile: è retto da uomini come noi. Noi cittadini prima scegliamo i governanti col nostro voto e poi cerchiamo anche d’influenzarli - affinché agiscano come noi desideriamo - con le manifestazioni di piazza, i dibattiti televisivi, gli articoli dei giornali e perfino – appunto - con le discussioni fra amici. Non possiamo dire al Ministro dell’Interno come trattare gli immigrati clandestini ma lo diciamo al collega d’ufficio. O a un altro frequentatore di blog.

La politica appassiona tanto il cittadino perché si rende conto che da essa dipende tutta la sua vita. Per questo, ogni volta che incontra qualcuno che non la pensa come lui, scatta un selvaggio riflesso di legittima difesa. Costui vorrebbe aprire le porte agli immigrati clandestini? Questo gli dà voglia di dargli una legnata sul muso: perché se prevale lui e chi la pensa come lui, avrò un problema nel suo quartiere e non sarà più tranquillo quando i suoi figli andranno a scuola. Si parla di riformare le pensioni? L’argomento è scottante. C’è chi teme di ricevere una miseria, a suo tempo; c’è chi teme di dovere, col proprio lavoro, nutrire anche la famiglia di un pensionato; c’è chi teme di non avere il tempo di godersi qualche anno di riposo; molti infine temono che, per fare contenti tutti, si aumentino le imposte, già ad un livello insopportabile. E lo stesso discorso può farsi per tutti gli argomenti sociali, visto che tutti da vicino o da lontano toccano la politica. Non c’è un campo di cui lo Stato non si occupi e se di qualcosa non si occupasse (per esempio dei problemi di bioetica), ci sarebbe subito qualcuno che lo invocherebbe e l’accuserebbe di colpevole assenza.
Non bisogna meravigliarsi degli scontri e delle risse verbali. Ognuno, proiettivamente, guida la collettività verso il meglio e combatte i nemici del Bene. Che poi tutto questo sia in grande misura illusorio, importa poco: l’uomo moderno ha la risorsa di prendersela con chi non la pensa come lui e con lo Stato: “Piove, governo ladro!”
 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it.

2 giugno Festa della Repubblica? No, no, questa volta è la Festa della Republicoop...
Se la Guardia di Finanza conduce, su mandato della Procura della Repubblica di Milano,  una verifica  su una qualsiasi azienda per "plusvalenze", "tesoretti", "commisioni milionarie estero su estero"  e tasse non pagate... l'azienda si può aspettare  gli uffici bloccati per mesi, qualche periodo -più o meno lungo-  di galera preventiva per gli amministratori,  
rinvii a giudizio, una multa milionaria e il cambio del commercialista.
Se, al contrario,  la Guardia di Finanza conduce, su mandato dlla Procura della Repubblica di Milano,  una verifica fiscale sulle Coop... il minimo che  può capitare è l'intervento del Ministro alle Finanze per bloccare le indagini e il successivo  traferimento ad altro incarico  del Comandante generale della Guardia di Finanza...

W la Repubblicoop!

cp, 2 giugno 2007


MOLLICHINE
Chiti ha escluso pressioni di Visco sulle Fiamme Gialle. Visco non premeva. E se premeva dormiva.

Zergout, imam sospettato della strage di Casablanca,assolto, non espulso e a piede libero a Milano. Per fortuna almeno Corona è agli arresti domiciliari.

Chiti, sullo scandalo Gdf-Visco. “Il comportamento di Visco è stato ineccepibile”. Cioè: bisogna difendere ad ogni costo i colleghi di partito.

Soluzione salomonica per il caso Visco. Stavolta Salomone ha tagliato in due la vera madre e ha dato il bambino alla falsa.

Gianni Pardo


 Via coll'embargo contro Israele.
Ci sono riusciti.
L'ordine palestinese di boicottare Israele e' stato onorato e le Universita' britanniche con 158 voti a favore e 99 contrari hanno fatto passare la mozione che dovrebbe estromettere dal sacro suolo dell'Isola gli accademici israeliani per sostituirli con quelli palestinesi.
State ridendo?
Beh, ve ne passera' la voglia perche' effettivamente i rappresentanti del Britain's University and College Union (UCU) hanno intenzione di  stabilire contatti diretti con la creme de la creme degli accademici palestinesi a scapito dei molti Premi Nobel israeliani che a loro fanno schifo.
Si, proprio cosi', amore e'  amore,   e l'amore per il terrorismo palestinese unito all'odio per gli ebrei e' una miscela esplosiva cosi' forte che a questi patetici rappresentanti della cultura britannica non interessa niente di  far scadere le loro universita' al livello di quelle palestinesi.
L'importante e' danneggiare  quelle israeliane.
Il voto e' stato preceduto  da una discussione piena di odio in cui si accusava Israele di praticare l'apartheid e di essere colpevole di crimini contro l'umanita'.
La UCU pero' non e' soddisfatta, vuole molto di piu', ha  intenzione di estendere la proposta di boicottaggio a tutti i membri dell'Unione entro 12 mesi e la mozione,  che dovrebbe convincere a firmare i 120.000 membri,  invita a considerare i problemi morali che comporterebbe avere legami con le istituzioni accademiche israeliane.
L'Unione  si prefigge anche di impedire  ogni relazione accademica tra la EU e Israele e di bloccare i fondi che l'Europa elargisce per cooperare nella ricerca con le Universita' israeliane.
Gli unici ebrei  che verranno accettati in Britannia saranno i traditori, quelli pronti a  condannare e a rinnegare Israele.
Odio puro dunque, odio isterico cui fece da battistrada la Chiesa anglicana durante i primi anni della guerra del terrore di Arafat contro Israele, seguita subito dalla Association of University Teachers (AUT), poi dalla NATFHE , insegnanti delle scuole superiori, poi e' stato il turno dei medici inglesi  contro i medici israeliani, infine degli architetti contro i loro colleghi ebrei.

La  perfidissima Albione, ormai islamizzata,  fa proprio una bella figura, non c'e' che dire.
La quantita' di firme arabe tra i boicottanti e' incredibile e se pensiamo che l'Inghilterra ha milioni di cittadini arabi e islamici che ormai fanno parte di ogni istituzione britannica sprizzando da ogni poro della pelle propaganda antisemita , non c'e' dubbio che nei prossimi mesi e anni Israele non potra' piu' avere contatti con quel paese e probabilmente con molti altri in Europa.
Benissimo,  pero' gli chiederei di boicottare Israele e gli ebrei in modo serio non con questi patetici giochetti antisemiti, devono imitare  i loro maestri, quelli con le palle : Hitler che bandi' gli studi di fisica di Einstein definendoli "roba ebraica" e Ahmadinejad che si sta leccando i baffi all'idea di poter distruggere Israele.
Quindi incomincino a boicottare le scoperte in campo medico, le cure contro la sclerosi multipla, contro le malattie veneree, contro la poliomielite, contro la SARS.
Boicottino ogni ricerca e ogni scoperta utile alla salute mondiale fatta da scienziati israeliani, boicottino i prodotti che servono a ridare l'uso delle mani e delle gambe a molti malati affetti da problemi spinali, boicottino i medicinali per curare il diabete, boicottino la ricerca fatta dalla  Child Hood che permette ai bambini con gravi problemi respiratori di dormire meglio la notte.
Boicottino i premi Nobel che hanno scoperto la cellula umana che potra' proteggere da difetti del DNA , boicottino la ricerca israeliana che ha gia' eliminato i disturbi del Parkinson, boicottino le gocce nasali che ci vaccineranno da ogni tipo di influenza per ben cinque anni.
Inoltre dovrebbero boicottare i loro computer, anzi gettarli via poiche' i sistemi Windows sono progetti della Microsoft Israel.
Tutta la tecnologia, comprese le email e gli instant messanger ICQ sono programmi sviluppati in Israele nel lontano 1996. Devono anche gettare dalla finestra i cellulari poiche' sono anche questi un prodotto della Motorola israeliana  che e' la piu' grande del mondo.
Boicottino tutto quello che e' israeliano e lo sostituiscano con la ricerca e le invenzioni dei palestinesi, tipo , che so, giubbotti esplosivi, bombe, candelotti, missili a breve e lunga gittata.

 
E' dell'ultima ora la notizia che anche il sindacato inglese UNISON ha deciso il l'embargo, ne discuteranno in una conferenza indetta dal 19 al 22 giugno   e sicuramente la mozione passera' creando gravi probelmi perche' il sindacato controlla la maggior parte delle aziende e industrie inglesi quindi sara' un effetto  a catena che non avra' fine.
Il governo britannico e' contrario, Inghilterra e Israele hanno buoni rapporti diplomatici  e di collaborazione ma poco potra' ottenere  contro il potere di questi disgustosi e sinistri soggetti imbevuti di odio antiebraico e di ammirazione per l'islam estremista e i suoi diktat.
 
Ma non e' finita, si sta verificando un fenomeno globale, l'orgasmo del boicottaggio si sta propagando a macchia d'olio e alI'Inghilterra  si e' appena aggiunto, sbavando di malcelata goduria, il SudAfrica.
Il presidente del Congresso del South African Trade Unions (COSATU), Willy Madisha, dopo un affettuoso e fruttoso incontro con Abu Mazen, ha appena annunciato  la sua campagna di embargo chiedendo al governo sudafricano  di cessare ogni rapporto diplomatico con Israele.
L'organizzazione Not in My Name che fa parte della coalizione antiisraeliana,  guidata da un ebreo antisemita di nome Kasril, ministro del governo di Pretoria, amico intimo di tutti i boss mafiosi palestinesi,  lavora alacremente, con una passione disumana, per attivare  l'embargo e ha intenzione di piazzare i suoi iscritti piu' perfidi e violenti a picchettare davanti ai negozi che vendono prodotti israeliani per impedire  alla gente di entrarvi. 
Kasril ha dichiarato che lui gia' da anni non compra niente che sia israeliano.
Spero che boicotti tutto , proprio tutto,  ma veramente tutto e che abbia il fegato di subirne le conseguenze nel caso si ammalasse di sifilide  o di morbo di Parkinson o anche solo di influenza.
Insomma quale e' la morale?
Israele per questi infami non fa mai abbastanza.
Israele non ha diritti, soprattutto quello di difendersi quindi di esistere.

 
Israele tenta il negoziato e la risposta sono i missili?
Colpa sua.
Israele esce da Gaza e lascia la terra ai palestinesi e questi la usano per metterci le rampe di missili?
Colpa sua
Perche'?
Perche' doveva negoziare l'evacuazione con i palestinesi.
Ma se alla richiesta  di negoziato, prima dell'evacuazione, Abu Mazen aveva rifiutato ogni contatto?
Non importa doveva negoziare con i fantasmi.
E' comunque colpa di Israele.
Ma  l'Iran, il Sudan, i palestinesi che ammazzano le persone come fossero scarafaggi?
Colpa di Israele.
Ma  i paesi che si sono stabiliti in mezzo a popolazioni estranee?
Colpa di Israele.
Ma la Spagna che non da l'autonomia ai baschi?
Colpa di Israele.
Ma la stessa Inghilterra che occupa l'Irlanda del nord e non vuole dare l'autonomia alla Scozia?(Perche' non vi boicottate da soli, inglesi?)
Colpa di Israele.
Niente da fare, e' Israele l'oggetto dell'odio e della rabbia del mondo.
All'embargo si aggiungeranno altri paesi, altre organizzazioni antisemite pacifiste, altre Universita', altri sindacati, altri Not In My Name, altri Ebrei contro l'Occupazione cosi' vilmente mediocri che fanno quasi pena.
Vogliono isolarci sempre di piu', vogliono rovinarci in attesa che il loro amico iraniano abbia pronta la bomba per sterminarci e far tutti contenti.
Quando accadra' pero' si creera' un serio problema perche' il mondo non avra' piu' nessuno da odiare e allora dovra' reinventarsi gli ebrei per evitare pericolose crisi di astinenza.
L'odio sopravvive alla morte, la storia europea del dopo Shoa' lo dimostra.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

LOTTA CONTINUA CONTRO LA VERITÀ
La storia piegata alle esigenze di Sofri
Fino a ieri la storia ce l’hanno raccontata gli assassini. Ora che hanno cominciato a scriverla le vittime, narrandoci il dolore di crescere senza padre, di diventare adulti sentendo gli insulti contro chi ti ha generato, ora chi armò gli assassini, anziché ammettere le colpe e tacere, preferisce cercar scuse per sé e per i suoi complici.
Adriano Sofri, il professorino che insegnò la lotta continua a centinaia di ragazzi, in questo è tuttora un maestro. L’altro ieri sul Foglio ha scritto un’intera pagina a commento del libro di Mario Calabresi, il figlio del commissario assassinato da un commando di Lc. Un delitto per cui lo stesso Sofri è stato condannato a 22 anni di carcere. Più di 500 righe per autoassolversi, per dire che quei giovani che sognavano la rivoluzione non erano i migliori, ma neanche i peggiori. Un lenzuolo per sventolare ancora una volta la teoria dell’innocenza perduta per colpa dello Stato, ovviamente scritto in minuscolo. «Nel periodo in cui lo stato faceva male, e noi ci vendicavamo col rincaro delle parole», scrive l’ex capo di Lotta continua, «avemmo per la prima volta davanti agli occhi una vedova, due orfane». Una paginata per spiegare che sì, lui seminò odio, altri sangue, ma lo fecero per la vedova Pinelli e per le sue figlie. Lo fecero perché c’erano tutti quei morti «di stato», nella banca, nella questura. Quello Stato di cui era un «fedele servitore» il commissario Calabresi. Insomma, Sofri e i suoi compagni odiarono e agirono per colpa dello Stato. Persero l’innocenza, inneggiarono al fucile, diventarono terroristi, ma per reazione. Anzi, per difendersi: «Ce n’era abbastanza per agitare le notti dei paladini di vedove e orfani. E un delitto commesso dallo stato è peggio di uno privato».
Uno straordinario esempio di storia piegata alle proprie esigenze, un piccolo capolavoro di ipocrisia e di rimozione. Per Sofri tutto comincia il 12 dicembre del 1969, il giorno dell’attentato di piazza Fontana, una strage di Stato, ovviamente. Per sostenere la sua tesi dimentica la data di fondazione delle Br, che è antecedente all’attentato. Scorda la nascita del primo gruppo che scelse la lotta armata e l’omicidio, la banda XXII Ottobre. Cancella la morte dell’agente Antonio Annarumma, ucciso a Milano durante una manifestazione un mese prima della bomba alla Banca dell’Agricoltura. Rimuove gli attentati contro varie sedi di polizia e carabinieri che accompagnarono il ’69. Ha un’amnesia sugli appelli alla rivoluzione che Potere operaio lanciava alla piazza, al punto che il direttore della rivista fu condannato per istigazione alla rivolta contro lo Stato, resistenza alla forza pubblica, sequestro di persona e danneggiamento.

Leggendo ciò che ha scritto, si capisce che per Sofri la lotta continua, in particolare quella contro la verità. L’ex capo di Lc è disposto anche a consegnare alla storia una rivelazione, ossia la richiesta di una mazzetta di omicidi da parte dell’allora direttore degli Affari riservati, Federico Umberto D’Amato. Nel racconto dell’invecchiato leader della rivoluzione, la polizia ritorna assassina: voleva uccidere i militanti dei Nap, i Nuclei armati proletari. E a sostegno della sua tesi cita i compagni «manovrati e trucidati senza scampo» durante una rapina «seguita, se non promossa, dalle forze dell’ordine e lasciata svolgere fino all’uccisione dei suoi autori», «persone specialmente generose, trascinate oltre e contro le proprie convinzioni». Slogan vecchi: «Ps uguale Ss». Non importa se Lc, nel 1975, era ormai finita e di lì a meno di un anno sarebbe scomparsa. Federico Umberto D’Amato si rivolse proprio a lui per eliminare i terroristi. Nessuno ovviamente può confermare: D’Amato è morto, i compagni non sanno o non ricordano. L’unico che spalleggia Sofri in questo delirio giustificazionista è Enrico Deaglio, o meglio Deraglio, il direttore del Diario, un militante: prima dice di non saperne nulla, poi si fa tornare la memoria e «crede di ricordare», aggiungendo di condividere la decisione di Sofri di parlare ora: «È legata all’ultima fase di monumentalizzazione della figura di Calabresi, stiamo assistendo ad una riscrittura della storia così ufficiale, sigillata e ipocrita».
Gli ex capi di Lotta continua non possono accettare che le vittime raccontino gli anni di piombo, che riscrivano una storia che finora è stata narrata solo dagli ex terroristi. Non si può dire che furono ammazzati dei servitori dello Stato, delle persone perbene e oneste. Non si può svelare che il terrorismo ha per padri un pugno di giovanotti che avevano in sprezzo le vite altrui perché sognavano la dittatura del proletariato. Accettare la banalità del male, il delirio che stava dietro la rivoluzione, è uno sforzo troppo grande per questi comunisti ingrigiti. Non possono riconoscere le loro colpe – senza se e senza ma – perché sarebbe come ammettere che loro non sono la meglio gioventù, ma la peggior vecchiaia. Continuino a cullarsi nella menzogna dello Stato che armò il terrorismo, ma almeno lo facciano in silenzio.
Maurizio Belpietro

APOLOGIA DI PRODI
(scritta da uno che non lo sopporta)
In un articolo del “Corriere della Sera” Sergio Romano, come sempre un po’ acre e un po’ altezzoso, invita Prodi a farsi da parte, soprattutto per quanto riguarda la futura vita del Partito Democratico. Le ragioni che allinea sono tutte valide ma è come se qualcuno, sull’arca di Noè, al ventesimo giorno di diluvio dicesse: “Toh, piove”. A Romano e a tutti i leader del centro-sinistra si potrebbe ricordare che Prodi può piacere o non piacere, lo si può trovare iracondo e velleitario, rancoroso e bugiardo, e chissà che altro ancora, ma una cosa è certa: non costituisce una novità. E non si capisce perché, mentre lui è uguale a ciò che è sempre stato, solo oggi in tanti gli diano addosso. Forse perché è in difficoltà la sua leadership e il suo governo? Se così fosse, non si tratterebbe tanto dei suoi demeriti quanto dell’irresistibile tentazione del calcio dell’asino: finché era in auge e serviva per vincere, Prodi era l’insostituibile capo e sarebbe stato impopolare dirne il minimo male; oggi invece si possono sfogare antichi malumori con giudizi tanto impietosi quanto prima repressi. Sicché l’onere della sua difesa finisce col ricadere su chi quell’uomo non l’ha mai sopportato.

Della situazione attuale del centro-sinistra nel suo complesso si può dire tutto il male che si vuole ma non è corretto darne la colpa a Prodi. Ha il torto di offrirne una facciata scoraggiante, quando non irritante: ma la sostanza delle cose non dipende da lui. Già prima che incominciasse la legislatura, si sapeva che essa sarebbe stata o condannata  all’immobilità o costretta al varo di pochi provvedimenti tanto impopolari quanto rovinosi. E infatti abbiamo visto ambedue le cose. Tuttavia Prodi è riuscito a sopravvivere per oltre un anno e non è piccola impresa: ha potuto farlo sopportando l’insopportabile, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, smussando gli angoli, perfino attuando patetici tentativi di decisionismo (“Si fa come dico io!”) e infine spandendo tonnellate di melassa a uso e consumo del popolo italiano. Non è amabile, questo Premier. Come è stato brillantemente detto, gronda bonomia da tutti gli artigli e dà l’impressione che venderebbe sua madre pur di rimanere al potere. Inoltre, vantando gli immaginari successi del suo governo, carica il proprio (già notevole) sedere di più piume di pavone di quante possa ragionevolmente contenerne; ma è sempre stato così: che colpa ha, dell’attuale tempesta?
Il centro-sinistra non deve avercela con Prodi se vuole essere il dominus del futuro Partito Democratico. Non c’è politico che non sia ambizioso e non serve rimproverare a nessuno l’amore del potere. Piuttosto bisognerebbe rendersi conto che non si fonda un partito prima di sapere quale sarà il suo programma e quale sarà il suo leader. È come mettere sulla strada un autobus senza sapere dove si vuole andare e chi dovrà guidare.
Il problema della leadership non dipende da Prodi e non dipende neppure dall’esistenza, in attesa del Capo, di un coordinatore, di uno speaker o di un reggente. Il vero leader non è qualcuno che si nomina, è qualcuno che riesce ad imporsi. Fini non comanda Alleanza Nazionale perché a suo tempo Almirante l’aiutò ad emergere, comanda perché ha saputo affermarsi e nessuno è mai stato in grado di scalzarlo. Nello stesso modo, Berlusconi è talmente il leader di Forza Italia che in molti pensano che, se venisse a mancare, quel partito potrebbe sciogliersi al sole. De Gasperi, Craxi, Reagan, per non parlare di De Gaulle, sono stati dei veri Capi. E un Capo è persino Bertinotti.  Qui invece la scelta è fra figure di secondo piano già a titolo personale (l’inconsistente Veltroni, il velenoso D’Alema, il giulebboso Rutelli), che per giunta non beneficiano della fiducia di tutto il futuro partito. Le due anime di questa coalizione rimangono ben distinte, come l’olio e l’acqua in una bottiglia.
Si lasci dunque in pace Prodi. Lo si metta da parte, se si vuole, ma senza fargli la morale. Ha avuto ed ha limiti e difetti, tuttavia al centro-sinistra è stato utile: se oggi lo si vuole licenziare, che gli si faccia almeno l’inchino.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 31 maggio 2007

SHANGRI LA
Quand’ero ragazzo ero innamorato dei film fantastici. Un esempio massimo (che reca la firma di Frank Capra)  fu “Shangri La”, del 1937. Vi si racconta di una società ideale, di eterna giovinezza e d’amore, anche se la conclusione è il ritorno all’amara realtà. Un altro film indimenticabile fu “Accadde domani”, di René Clair, anno di produzione 1943. La premessa è questa: il protagonista si vede offrire ogni giorno, da un collega defunto, il quotidiano del giorno dopo, cosa che gli consente comunque di sapere in anticipo dove si verificherà l’evento del giorno. Finché non legge sul giornale una notizia che lo riguarda personalmente... Si potrebbe continuare con gli esempi, ma una cosa è certa: mentre tanti anni fa il fantastico mi attirava tanto, mi faceva sognare e mi faceva sperare che anche la realtà, una volta o l’altra, si sarebbe piegata alle ragioni del cuore e dell’estetica, oggi i film fantastici non li sopporto più. Non appena capisco che si sta deviando verso il magico, verso il sogno, verso l’irrealtà, ho tendenza a spegnere il televisore. Come mai?
Flaubert, in madame Bovary, scrive la storia di una donna che, vittima dei suoi sogni ad occhi aperti, trascura la realtà e le buone regole di vita per innamorarsi di bellimbusti miserabili, per inguaiarsi con i debiti, arrivando infine a suicidarsi per la disperazione. Emma è un personaggio romantico che non si rassegna alla mediocrità della sua vita di provincia: vuole anche lei vivere come le eroine dei libri che ha letto e ne paga il prezzo con la vita. Il romanzo ha segnato, in Francia, il trionfo del realismo letterario sul romanticismo morente e il personaggio ha fatto versare oceani d’inchiostro ma qui interessa la famosa affermazione di Flaubert: “Madame Bovary, c’est moi”, sono io. Gustave infatti era stato romantico da giovane ed aveva una sensibilità romantica: ma la riflessione l’aveva condotto a negarsi, sia nello stile (cristallino e smagliante, ma sorvegliatissimo e limatissimo) sia nelle idee. L’atteggiamento romantico, in buona misura una fuga dalla realtà, è un grave errore che rende dei disadattati coloro che l’assumono fino in fondo. Solo vivendo abbastanza a lungo si riesce a cogliere tutta l’ampiezza dell’inganno. Solo  riflettendo a sangue si arriva, come Flaubert, a convincersi fino alla feccia di quanto le fughe dall’esperienza concreta siano delle impasse e di quanto dolore possano arrecare.
Ecco perché si può arrivare a sentire un’enorme pietà per Emma Bovary e nel contempo addirittura disprezzarla intellettualmente. Ecco perché Shangri La, con tutta la sua poesia, è un film nocivo, avrebbe detto Platone. Una troppo grande parte dell’umana infelicità, soprattutto in amore, è dovuta al troppo che si desidera rispetto al poco che la realtà può offrire. Quanto male non hanno fatto gli imprevisti happy end dei film a chi vive una vita piatta e spietata! In essa alle cause normali seguono gli effetti normali. E non ci viene regalato nulla; l’amore – quando va bene – non si trasforma in paradiso ma in placido affetto coniugale. E non leggeremo mai oggi il giornale di domani.
Il mio rifiuto dei film fantastici è lo stesso rifiuto di Flaubert per la scelta di Emma Bovary. È il rancore di chi si è visto rifiutare, dalla vita, quel sogno che l’arte aveva così coloritamente presentato. Il fatto è che non esistono le fate. Tutto ciò che di positivo si può dire è che non ci sono neanche gli orchi, i diavoli, i fantasmi. E neanche la Sfortuna. Siamo confinati nella nostra banale, umilissima realtà di mammiferi. Viviamo in un universo dalle regole meccanicistiche. Il meglio che ci offrirà gratis la vita non andrà molto oltre l’affetto di nostra madre, quando eravamo piccoli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 29 maggio 2007

Due note.
Durante la seconda guerra mondiale molti si meravigliarono di un bombardamento effettuato da aerei americani su Tokyo mentre nell’area non c’era basi da cui potessero decollare. Il Presidente degli Stati Uniti Roosevelt, richiesto di una spiegazione, disse ridendo che erano partiti da “Shangri La”. In realtà erano partiti da una portaerei, non da una base terreste. E per questo fu poi varata, nel 1944, una portaerei col nome Shangri La.
Il protagonista di Shangri La fu Ronald Colman ed io, da bambino, per ricordarmi di distinguerlo da un altro Ronald, Reagan, mi ero imposto di ricordare “Colman buono, Reagan cattivo”. Eh sì, come attore Colman era certamente migliore.


Lettera agli amici.
Mi scuso se a volte credo di fare dell’umorismo e non ci riesco, nel senso che non sono abbastanza chiaro e sono preso sul serio. Un paio di esempi. Nella mollichina riguardante Walter Veltroni, quando lo paragonavo a John Kennedy per il bell’aspetto, mi pareva evidente che fosse uno scherzo: Veltroni per me è fisicamente repellente. Ma forse non sono una donna e non percepisco con sufficiente forza il fascino virile. Altro esempio, nel brano riguardante “il vantaggio di morire”, mi si fa osservare – giustamente – che non sappiamo nulla di ciò che potrebbero sentire o no i morti, e che comunque parlarne come soggetti di qualche frase, cioè come di “coloro che compiono l’azione”, è in contraddizione col concetto di inesistenza. Tanto di cappello, tutto vero. Ma io alla fine scherzavo, scrivendo che la morte è “esentasse”, scherzavo dicendo che “i morti non si divertono gran che”, ecc. Okay, non sono stato chiaro. Un altro amico mi dice: vantaggi di morire? E come no. Purché non avvenga troppo presto. Anche qui, chi lo nega? Io stesso mi ero congratulato con me stesso per avere immeritatamente superato l’età di Schubert, di Mozart e perfino quella dei miei genitori.
Una brillante amica giornalista mi fa notare che quanto da me sostenuto può andar bene per chi non ha figli, mentre chi ha dei figli e dei nipoti si preoccupa giustamente per loro. Anche qui, tanto di cappello. Ma il fatto è che, da quando ho letto Nietzsche, ho completamente smesso di ragionare in termini di specie. Io mi sono sempre disinteressato della sua sopravvivenza. Ai figli nel testo non ho pensato perché chi ha dei figli, oltre che per obbedire all’istinto, li ha per procurarsi una (illusoria) sopravvivenza dei propri geni. Dunque crede ad una sorta d’immortalità genetica ed è normale che si preoccupi per figli e nipoti, fino a dimenticare che lui personalmente non ne saprà niente. La mia amica del resto dice all’incirca – e per questo l’ho definita brillante – “Quello che fa correre come dei disperati i nonni per proteggere anche i nipoti, fino alle ultime ore della propria vita, è l'inconscio senso di colpa per avere loro inflitto la vita”. Noto al passaggio che l’espressione “inflitto la vita” si trova all’inizio dell’autobiografia di Chateaubriand. Ed è anche un bel concetto che sarebbe piaciuto a Giacomo Leopardi.
Un altro amico, lui pure brioso, mi dice che ci si innamora anche a settant’anni. E dunque anche a quell’età si possono soffrire le pene d’amore. Ma, chissà, forse un ricovero nel reparto geriatrico riuscirebbe a guarirle. Vedete, non riesco  a non scherzare!
Alla fine riferisco che un amico ha ricevuto un virus come se fosse stato mandato da me. Me ne scuserei, se avessi la minima colpa al riguardo, ma mi premuro di sottolineare che non invio mai una mail con allegati se non aggiungendo un paio di parole, nella mail, che certifichino che quella mail proviene effettivamente da me. Se la mail con l’allegato fosse bianca, o contenesse solo espressioni valide per chiunque e da chiunque (“Very funny!”, “You’ll appreciate this!”), è chiaro che non l’ho mandata io ed è pericolosa.
Bene, ho quasi raggiunto la lunghezza di un articolo e per questo vi saluto tutti cordialmente. Mi tenete molta compagnia.

Gianni


CECITA' MORALE
Quando riguardano Israele i giudizi sono sempre al vetriolo e affetti da cecita' morale, le condanne piovono senza pieta' e senza il minimo imbarazzo.
Israele arresta una trentina di capi terroristi di hamas e D'alema che fa?
Perbacco interviene immediatamente defininendo l'arresto  «un atto molto preoccupante che non contribuisce a rilanciare le condizioni di dialogo». Naturalmente il ministro degli esteri italiano non fa nessuna dichiarazione contro  i lanci continui di Kassam su Israele che hanno gia' ammazzato nell'ultima settimana due persone, ShirEl, una ragazza di 32 anni che andava a trovare la madre e Oshri, un un tecnico informatico  di 36 che andava a Sderot a lavorare e lascia la moglie incinta e una bambina di due anni.  
Non si preoccupa per i morti ammazzati israeliani Tovarisch D'alema?
Il lancio ininterrotto di missili contribuisce a rilanciare il dialogo?
Si e' mai preoccupato per i 7 lunghi anni in cui Sderot bombardata e' diventata una citta' martire, ormai semivuota?
D'alema si sveglia  soltanto quando Israele incomincia a difendersi e c'e' il pericolo che faccia  la bua ai suoi amici, allora  reagisce immediatamente , alza la voce e assume quell'espressione di fastidio cosi' usuale in lui quando nomina Israele.
Come vorrei costringerlo a stare una setimana, solo una settimana, a Sderot , dentro un normale appartamento, a farsela sotto ogni volta che suona la sirena per avvisare che ci sono soltanto 20 secondi per mettersi in salvo.
Come vorrei vederlo correre verso un rifugio col terrore  di non arrivarci in tempo.
Una settimana, una settimana soltanto, di botti, di sirene, di buuuum dove casca casca,  gli  stessi assordanti rumori  che hanno reso sordi e folli di paura  i bambini e i cittadini di Sderot.
Sderot era una bella cittadina industriale fino a 7 anni fa, oggi, dopo 8000 missili, e' una citta' silenziosa,  disperata, semideserta, l'ombra tragica di quello che era un tempo eppure nessun politico , nessun ministro, nessun presidente  di questo mondo infame, che blocca sempre Israele quando reagisce, ha tentato di fermare i terroristi.
Non c'e' mai stata una condanna ufficiale se non qualche timido sussurro, qualche "se non la smettete non vi mandiamo soldi" e intanto  le donazioni ai palestinesi sono raddoppiate  rispetto al 2005.
Il popolo della sinistra estrema  ha persino la ferocia di prendere in giro "ma tanto quei fiammiferi di hamas non ammazzano nessuno", sghignazzano i kompagni.
Invece hanno ammazzato, anche bambini,  continuano ad ammazzare,  hanno completamente distrutto la salute e il morale della cittadinanza, hanno rovinato la futura generazione rendendo i bambini terrorizzati che vomitano dalla paura, che fanno la pipi' a letto per il terrore, che non vogliono stare da soli nemmeno sotto la doccia.
Li vorreste cosi' i vostri figli, voi gente senza anima?

Vorreste vedere vostro figlio tremare tanto da non reggersi in piedi  quando suona l'allarme rosso e buttarsi per terra perche' consapevole di non arrivare mai in tempo al rifugio e poi mettersi a vomitare perche' ormai nessuno e' piu' padrone dei propri nervi.
E perche' succede tutto questo dopo che Israele non ha piu' niente a che vedere con Gaza, dopo che ha evacuato tutta la striscia e portato via 8000 persone che vi lavoravano e vivevano da decenni ?
Semplice, succede perche' hamas, dopo aver traformato  le ex serre di Gaza in una Santabarbara e distrutto tutto quello che gli ebrei avevano costruito , vuole onorare il suo statuto e gettarci in mare.
Succede perche' il loro unico obiettivo, la loro ragione di vita sono  il terrorismo contro gli ebrei, le scimmie che  gli imam maledicono nelle moschee.
Succede perche' questo non e' un popolo che vuole uno stato ma un insieme di gruppi terroristici che cercano soltanto il caos per consolidare il loro potere su una popolazione avvelenata dall'educazione all'odio.
Infine succede perche' questa gentaglia  non puo' accettare di vivere accanto ai sionisti, agli ebrei tanto odiati , perche' come ha scritto il giornale di Hamas: <<Lo sterminio degli ebrei è un bene per gli abitanti del mondo intero...>>.

Mentre questi maledetti tentato di realizzare lo sterminio , altri maledetti tacciono per protestare  soltanto quando Israele attacca per difendersi.
Amnesty International, ha reso pubblico il suo rapporto annuale dove risulta che Israele si e' macchiato di crimini contro l'umanita' per aver risposto alle aggressioni di hezbollah nel luglio del 2006, quando, senza la minima provocazione , i terroristi hanno ucciso otto soldati in territorio israeliano , rapito due di cui nessuno sa piu' niente e mandato sulle citta' della Galilea una grandine di 4000 missili.
Questo e' accaduto dopo che Israele aveva lasciato la striscia di sicurezza in Libano dal 2000, cioe' piu' di 7 anni fa.
Amnesty International, esattamente come tovarisch D'alema, mette sullo stesso piano i terroristi e e la democrazia israeliana, aggressori e aggrediti, creando un problema morale enorme perche' e' l'indegno modus operandi di hamas e hezbollah che costringe Israele a rispondere al lancio dei missili sulle citta' israeliane.
Ed e' esattamente a questo punto, quando Israele risponde, che  la distrazione compiacente per i bombardamenti  sulla Galilea o su Sderot, si trasforma, come per incanto, e si fa indignata protesta.
Contro chi? Ma contro Israele naturalmente.
Ecco cosa scrive Amnesty :" Sia Israele che Hezbollah hanno dimostrato di non rispettare le popolazioni civili commettendo cosi' grosse violazioni dei diritti umani  e della legge internazionale macchiandosi di crimini di guerra"
Allora proviamo a ricordare a questa inutile organizzazione   che hezbollah ha costruito un'infrastruttura terroristica perfetta atta ad  usare i libanesi come scudi umani, mettere dunque sullo stesso piano terroristi e esercito israeliano e' non solo ingiusto ma immorale. Questa situazione, questo vile modo di fare la guerra degno dei topi di fogna che sono i terroristi libanesi e palestinesi, questo colpire i civili israeliani dalle case dei civili libanesi, ha purtroppo reso vano il tentativo di Zahal di non colpire  la popolazione tenuta in ostaggio dai barbudos in turbante.
Ma non e' finita,  mentre Israele vive questo dramma , gli intellettuali inglesi, forse i piu' sinistramente razzisti d'Europa, continuano a boicottare il Paese e le sue Universita', i giornalisti, gli accademici, gli architetti, i medici e chi piu' ne ha piu' ne metta,  tutti uniti, questi infami, ci negano il diritto di vivere e di esistere a casa nostra.
Questi fascistoni rossi hanno persino ricattato gli accademici israeliani dicendo che chi condannera' il proprio Paese non verra' boicottato.
La sinistra fascista europea , britannica in testa, vuole rafforzare nella gente l'idea che la nascita di Israele sia stato un tragico errore e chiede che i sionisti, democraticamente, rinuncino al loro Paese perche  diventi una dittatura araba guidata dalla legge della Sharia.
Che dire? Cosa e' cambiato da sessant'anni fa? Che differenza c'e' tra i nazisti e questi infami fascisti rossi?
I nazisti mettevano gli ebrei nei forni e per ammazzarli tutti andavano a raccoglierli in ogni paese europeo, questi  intellettuali rossi di fuori e neri come la pece di dentro devono fare meno fatica,  hanno qui 5 milioni di ebrei da far fuori, tutti in una volta, e hanno gia' la bava alla bocca.
 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com

Salviamo Sderot!
Da sette anni, gli abitanti di Sderot vivono nel costante terrore.  Su quella che un tempo era una ridente cittadina di 20.000 abitanti,
da sette anni piovono con frequenza quasi quotidiana missili Qassam  lanciati dai palestinesi della striscia di Gaza.
In sette anni, circa 8.000 razzi palestinesi hanno avuto come  bersaglio esclusivamente obiettivi civili israeliani, quali case,  scuole, ospedali, giardini d'infanzia, centri commerciali e ogni  altro luogo in cui ci sia un'alta concentrazione umana.
Scopo evidente è uccidere il maggior numero di persone, uomini e donne, vecchi e bambini.
Nell'agosto 2005 il governo israeliano ha messo in atto lo sgombero totale dei 25 villaggi situati nella striscia di Gaza, nella speranza di ottenere in cambio una maggiore sicurezza per i suoi cittadini residenti nel Sud del Paese e lungo i suoi confini.
La risposta palestinese non si è fatta attendere: dove erano le  serre, che producevano tonnellate di verdure e davano lavoro a centinaia di palestinesi, sono stati scavati i tunnel dai quali passa il contrabbando di armi e l'ingresso dei terroristi, come possiamo vedere qui, e quelli che un tempo erano fertili insediamenti agricoli sono stati in un attimo trasformati in ulteriori basi di lancio, e l'intensità dei lanci è aumentata.
Per avere un'idea della situazione suggeriamo di guardare, fra i molti disponibili, questi due filmati: 1° filmato; 2° filmato.
Durante tutti questi anni abbiamo assistito, incredibilmente, a un silenzio pressoché totale su tutto questo: sia i media che la  politica internazionale hanno totalmente ignorato quanto sta accadendo, hanno ignorato il martirio che la città di Sderot sta quotidianamente subendo, per svegliarsi unicamente quando Israele
decide di reagire. Quando ciò accade, è tutto un indignarsi, è tutto un protestare, è tutto un condannare: rivolto a Israele, beninteso.
Anche in questi ultimi giorni, in cui i palestinesi hanno ulteriormente intensificato i lanci di missili, non abbiamo sentito se non condanne per "l'uso sproporzionato della forza" da parte di Israele. E nel frattempo Sderot muore. Nel frattempo gli abitanti di Sderot fuggono a migliaia. Nel frattempo quelli che non possono
fuggire, avendo non più di 15 secondi di preavviso tra l'allarme e la caduta del missile soffrono per gravi traumi psicologici e psichici.
Noi vogliamo che tutto ciò abbia termine. Chiediamo a tutti coloro che leggeranno questo testo di agire in prima persona. Chiediamo che  tutti scrivano ai propri giornali di riferimento per chiedere di informare puntualmente sul martirio che Sderot sta subendo, e non solo sulle risposte israeliane. Chiediamo che tutti scrivano al maggior numero possibile di politici per chiedere loro di prendere nettamente posizione su quanto sta accadendo da anni sotto gli occhi di tutti, per chiedere loro di chiudere una volta per tutte la vergognosa pagina della "equivicinanza" tra carnefici e vittime che da troppo tempo contraddistingue la nostra politica estera, per
chiedere loro di fare pressione sui propri contatti palestinesi per far cessare questa barbarie.


Potete trovare gli indirizzi email dei deputati e qui quelli dei senatori.
Chiediamo infine che tutti coloro che, fra quanti leggeranno questo testo, dispongono di un sito web, di un blog, di un qualunque tipo di spazio pubblico, lo utilizzino per diffondere ulteriormente questo appello, chiediamo che tutti coloro che lo riceveranno lo inoltrino alle proprie mailing list. E firmiamo anche le petizioni indirizzate agli stati membri dell'Unione Europea qui: e qui:

Collaboriamo tutti, per quanto sta nelle nostre possibilità, a salvare Sderot dalla distruzione totale.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro
messaggi presso
HR-Italia@honestreporting.com
HonestReportingItalia vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a:
HR-Italia@honestreporting.com

IL VANTAGGIO DI MORIRE
L’uomo è l’unico essere che sa di dover morire. Tutti i mammiferi conoscono la paura, il dolore fisico, l’eccitazione sessuale, perché queste sono esperienze esistenziali: la conoscenza della morte invece è intellettuale. È una deduzione di cui solo l’uomo è capace. Noi siamo in grado di accorgerci che tutti coloro che sono vissuti cent’anni prima  di noi sono morti ed è dunque ragionevole – più che ragionevole – pensare che tutti moriremo. Pensiero scomodo, se mai ce ne fu uno: e che tuttavia ha i suoi vantaggi. Se toglie ogni speranza al di là di una certa data, toglie anche ogni preoccupazione.
Colui che oggi ha settant’anni può mettersi comodo a leggere che il petrolio finirà entro un paio di decenni. Forse l’uomo, non essendo riuscito ad addomesticare la fusione fredda, dovrà  tornare a interessarsi molto degli equini. Questo potrà infastidire gli altri ma non lui personalmente, ché fra gli appiedati non ci sarà. Nello stesso modo leggerà che la Cina si sta dotando di sottomarini nucleari capaci di trasportare dodici missili con un raggio di gittata di cinque-ottomila chilometri, recanti ciascuno una bomba mille volte più possente di quella di Hiroshima, con cui potrebbe colpire in qualunque punto del pianeta. Che accadrebbe se cadesse nelle mani di un dittatore folle? E se di sottomarini nucleari con quelle capacità si dotasse un Ahmadinejad, un Saddam Hussein, un Bokassa, un Caligola? Il vecchio potrà continuare a sorridere: da un lato la Cina attualmente è governata da un’oligarchia razionale, e il pericolo non è dunque per domattina e quanto agli altri, avranno ancora bisogno di parecchio tempo; potrà dunque girare pagina e passare alle rubriche di cultura e spettacolo. Non morirà d’una bomba cinese.
La riflessione estende le ragioni di tranquillità a molti ambiti. Chi oggi è anziano non rischia di vivere in un pianeta inquinato e dal clima distorto, perché queste modificazioni richiedono parecchio tempo; e lui personalmente di questo tempo non dispone. Non rischia l’Aids: chi mai gliela dovrebbe contagiare? Non rischia le pene d’amore, perché a settant’anni non ci si innamora. Non rischia nemmeno il cancro perché più si è anziani più lento è il suo decorso: tanto che, di solito, il vecchio muore prima di qualche altra cosa. E quando infine si trova a faccia a faccia con questo triste esito, può sempre dire, come Socrate, ho settant’anni, la mia vita l’ho vissuta. Ormai, mese più mese meno, la cosa ha un’importanza limitata. Né devo dimenticare che Schubert, Mozart e tanti altri geni non hanno avuto la mia stessa fortuna.
L’idea di morire non è divertente. Tuttavia, dal momento che la cosa va messa in conto, tanto vale vederne i lati positivi. La non-esistenza ha i suoi vantaggi. Non solo è una delle poche cose esentasse, ma se è vero che i morti non si divertono gran che, è anche vero che non soffrono di nulla. Mai.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 26 maggio 2007


MOLLICHINE
Aperta un’inchiesta sugli scioperi degli assistenti di volo di Alitalia. Pare ce ne sia stato uno giustificato.

Israele attacca il Libano, dice Ahmadinejad, sarà “sradicato” dalla terra. È come uno che dica alla moglie adultera: se lo rifai ti ammazzo.

Il governo tecnico è composto da apolitici di centro, apolitici di sinistra e apolitici di destra.

Fassino: “Non ho mai alzato il telefono per raccomandare qualcuno in Rai”. E perché se ne vanta? Mai nessun politico l’ha fatto.

Caso Visco. Bersani: “È solo un polverone”. Come disse Noè: “Pare che voglia piovere”.

Berlusconi su Montezemolo:  “Ha proposto le mie idee”. Sì, può essere. Ma col ciuffo kennediano sono tutt’altra cosa.


Gianni Pardo

Caracas, Zimbabwe 
Hugo Chavez non perde occasione di ricordare a tutti che "Il Venezuela si sta dirigendo verso il socialismo, e niente e nessuno potrà impedirlo". Un vero e proprio memento mori, vien fatto di pensare. E anche le ultime "riforme" economiche del compagno-presidente confermano il rapido approssimarsi del Venezuela a standard molto simili a quelli dello Zimbabwe. Ad esempio, Chavez dal 2005 ha avviato una riforma agraria che consiste nell‚assegnare terre coltivabili a cooperative attraverso un sistema di prestiti che di fatto sono erogazioni a fondo perduto. La tecnica è quella classica: esproprio parziale di grandi tenute agrarie a prezzi "politici". Anche la retorica è sempre quella: lotta di classe e raggiungimento dell‚autosufficienza agricola. L'elevata incertezza ha spinto le aziende agricole, costantemente sotto la spada di Damocle dell‚esproprio, a contrarre fortemente la propria produzione, spesso avvicinandola a livelli di mera sussistenza dei proprietari, ai quali è precluso l'accesso al credito delle banche statali in caso di superficie coltivata superiore ai 100 ettari.

Il risultato di tali condizioni ha già iniziato a manifestarsi, con un calo dell‚8 per cento della produzione di alimentari, nel 2006. Nell'era del boom delle quotazioni di canna da zucchero e mais, guidate dalla nuova grande sete di etanolo che viene dagli Stati Uniti, la produzione venezuelana di canna di zucchero sta cedendo vistosamente. La carestia prossima ventura è alimentata anche dalle politiche di controllo dei prezzi introdotte dal regime di Chavez che, come noto, rappresentano sempre uno dei primissimi capitoli del manuale del perfetto autocrate. La fortissima espansione della spesa pubblica, alimentata anche dai proventi petroliferi, ha causato forti aumenti dei salari. In un contesto di prezzi di mercato, ciò avrebbe determinato un inevitabile processo di aggiustamento attraverso l'inflazione. La presenza di controlli sui prezzi, invece, influisce sui comportamenti degli agenti economici per altre vie: i produttori non hanno incentivo a portare la propria produzione sul mercato a prezzi non remunerativi, e quindi tagliano i livelli di attività. Quelli che continuano a produrre lo fanno per esportare oltre confine, soprattutto in Colombia, o per alimentare un fiorente mercato nero. Fenomeni simili a quelli che l'Iran sta sperimentando nell'ambito del mercato dei carburanti.

Sequestri di terre coltivabili, sradicamento violento della tutela dei diritti di proprietà, introduzione di controlli sui prezzi, mercato nero, contrabbando, svalutazione del cambio, crescenti deficit pubblici per acquisti sussidiati dallo stato, monetizzazione del deficit pubblico ad opera di banche centrali sottoposte a controllo governativo, iperinflazione. Un tracciato classico, l'ennesimo déjà-vu. Ancora una volta, la storia non è magistra vitae. Stati-canaglia? Forse. Certamente stati-coglioni.

di Mario Seminerio - epistemes.org


Falcone ha ancora nemici
«Sono responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, ho commesso e ordinato oltre 150 delitti, ho strangolato parecchie persone, ho sciolto i cadaveri nell‚acido muriatico, e, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta».
Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato.
«Il mio risentimento nei confronti di Falcone era identico a quello di tutti gli affiliati a Cosa nostra: era il primo magistrato, dopo Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà. Era riuscito a entrare dentro Cosa nostra, sia perché ne capiva le logiche, sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato».
Non erano i soli. Sin da quando giunse a Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il giudice Cesare Terranova, e «mafia» era una parola che si pronunciava ancora malvolentieri. «Prendemmo la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta, alla fine del 1982» racconta Brusca. «Non tramontò mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo dell‚antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi per questo».
Falcone non era simpatico neppure ai vicini di casa. Alcuni condòmini del giudice, in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c'è «l'albero Falcone», scrissero al Giornale di Sicilia nel timore che un attentato potesse tirarli in mezzo. Dopo l'apertura del maxiprocesso nell'aula bunker, nel febbraio 1986, Ombretta Fumagalli Carulli, purtroppo sul Giornale, giunse a scrivere così: «Il vero nodo del contrasto sta in un fenomeno allarmante che solo ora, dopo le notizie intorno alle coperture date da Falcone al costruttore Costanzo, comincia a essere percepito». Così, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d‚assise di Palermo comminò 19 ergastoli, le polemiche non calarono: tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell'anzianità. Cominciarono a voltargli le spalle in tanti. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco e aveva inaugurato una cosiddetta «primavera di Palermo» che auspicava un certo gioco di sponda tra procura e istituzioni, anzi «una sinergia» come aveva detto Falcone stesso. Durerà fino all‚estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani, ma Falcone fiutò subito la calunnia: Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Andreotti. Fu durante una puntata di Samarcanda che Orlando scagliò l'accusa: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti, disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando: Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso. È di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all'Addaura, scriverà così: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». E la voce circolò.

Così, quando Falcone accettò l'invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. L'obiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due "Cosa nostra", quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s'avverte l'eruzione d'una vanità, d'una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L'Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». È la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto».
Cosa nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso. Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull‚autostrada Palermo-Punta Raisi. Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord», e inventò che «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l‚inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all‚indagine milanese». L'Unità scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli». Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».
Due giorni dopo la strage di Capaci, su l'Unità, anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto di dignità: «Questo giornale, negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato Giovanni Falcone per la sua nuova amicizia con i socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della superprocura. In queste ore terribili una cosa l'abbiamo capita tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero. Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo. Forse è il cavallo di Troia. E così abbiamo giudicato la sua scelta tattica una sorta di abbandono. Siamo stati faziosi». È la sola autocritica, in quindici anni, messa nero su bianco da sinistra.

Filippo Facci -  Il Giornale


MILAN, IL DIAVOLO IN PARADISO





















L'Opa sui partiti
Non è detto che un «manifesto politico» si trasformi per forza in «politica», ma certamente quello di Luca Cordero di Montezemolo non è il rituale discorso all'Assemblea di Confindustria che traccia un bilancio e invita il governo a mettersi in moto per le aziende. Di impresa si è parlato pochissimo, perché il tema montezemoliano è scritto su ben altre basi. Poggiando su premesse distanti dalla prassi confindustriale, il discorso del presidente uscente ha superato i suoi naturali confini per entrare nel confuso universo dell‚anti-politica che vorrebbe farsi politica.
In verità, nelle 37 pagine della relazione non emergono poi proposte che rappresentino una vera novità: di Grande Riforma ne parlava Bettino Craxi già negli anni Ottanta; di premierato ne discuteva Giuliano Amato ai tempi della Bicamerale di D'Alema, e il Dottor Sottile continua a tener lezioni tutt‚ora; l'abolizione delle Province è un auspicio che si trascina dall'Assemblea Costituente (passarono per un voto); la riforma della legge elettorale è argomento di ogni legislatura; il superamento del bicameralismo era nella riforma costituzionale del governo Berlusconi; sulla previdenza s'è aggrappato alle leggi in vigore e sui costi della politica giunge ben ultimo, preceduto da valanghe di inchieste giornalistiche, comprese quelle storiche del Giornale.
La sinistra di lotta e di governo, largamente rappresentata in prima fila dal presidente del Consiglio e dai presidenti delle due Camere, ha subito in pieno lo tsunami di cose note e non si può dire che abbia reagito con humour inglese. Il mutismo di Prodi (come definire altrimenti le sue quattro parole sulla relazione: «Si commenta da sé») tradisce tutto l'imbarazzo di uno schieramento che un anno fa aveva conquistato Palazzo Chigi grazie anche all'investitura di Montezemolo. Indubbiamente, nella mente di Prodi c'è qualcosa che non torna: proprio il giorno prima aveva «regalato» il cuneo fiscale e il giorno dopo si è trovato un «ringraziamento» che ha fatto esclamare all'ala sinistra dell'Unione: «Ma questi non si accontentano mai!».

Marini e Bertinotti, vecchie volpi della politica, hanno fatto capire che il discorso di Montezemolo peserà per quanti voti riuscirà ad ottenere. E questo è l'interrogativo che tutti si erano posti prima della relazione e si pongono anche dopo: è quello di Montezemolo il discorso di ingresso nella politica? Oppure è soltanto il cavalcare la delusione del mondo produttivo nei confronti del governo Prodi per poi regolare meglio la partita della successione in Confindustria? Infatti, c'è da scommettere che non pochi gli ricorderanno che le cose dette ieri, le aveva in larga misura anticipate Berlusconi più di un anno fa a Vicenza. A quell
epoca il Cavaliere fu lasciato solo dai vertici confindustriali che preferirono investire su Prodi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
A pochi giorni di distanza dall'autocelebrazione di Prodi a Strasburgo sui risultati del primo anno di governo, Montezemolo ha definito fragile la ripresa, smentendo l'ottimismo del presidente del Consiglio. E richiamandolo eventualmente a fare quello che dice Padoa-Schioppa sul taglio della spesa e a non smantellare la riforma Maroni sulle pensioni. Il discorso di Montezemolo dunque, se non ha novità sul piano delle proposte, lo è dal punto di vista del posizionamento politico di Confindustria: da precoce sponsor a ultimo critico del governo in carica. Certo, Montezemolo non ha aderito alla politica del centrodestra, ma alla vigilia delle elezioni amministrative ha assestato una randellata al governo che, in caso di pesante sconfitta nel voto di domenica e lunedì, di fatto lo omologa con il centrodestra. Cosa che, naturalmente, il presidente di Confindustria negherà in quanto ha cercato per tutta la sua relazione di ergersi non al di sopra delle parti, ma tra le parti. Ma in quale posizione e con quale ruolo? E con quali tempi? E soprattutto con chi? Fare politica significa schierarsi. Difficile che voglia o possa fondare un partito, più facile che possa lanciare un'Opa su qualche segmento dei partiti esistenti. Quali? A caldo si sono registrate poche battute favorevoli, ma i sì entusiasti di Pier Ferdinando Casini e Linda Lanzillotta e gli applausi a scena aperta di Walter Veltroni sono un segnale. Il primo è l'azionista di riferimento di un partito che aspira a un rimescolamento generale delle carte nel sistema politico (e alla fine della leadership di Berlusconi nel centrodestra), la seconda è espressione di una parte della Margherita e delle élite economiche che non vogliono un'egemonia dei Ds nel nascituro Partito democratico, il terzo è il possibile uomo nuovo di un centrosinistra fulminato sulla via di Sarkozy. Ciò che appare evidente è che dopo il governo, il Partito democratico in versione prodiana è l'altra vittima certa del discorso montezemoliano.
Comunque, a Montezemolo, riconosciamo un merito: quello di avere risposto finalmente per le rime al Presidente della Camera Fausto Bertinotti, che aveva definito «impresentabile» il capitalismo italiano. È stato l'unico momento dell'Assemblea in cui Montezemolo non ha vestito i panni del politico, ma ha indossato il doppiopetto grigio del presidente di Confindustria e ha interpretato lorgoglio genuino, senza tatticismi, degli imprenditori italiani.

da Il Giornale

APPENDICE
Un brillante e paziente amico modenese, avendo letto il mio piccolo pezzo di oggi,  m’invia – per gli amatori – un elenco di nomi di battesimo presi dall'elenco telefonico di Carpi ( Mo ), fermandosi  alla lettera B (per l’esattezza, la famiglia Bernini). I commenti tra parentesi sono suoi:
Adelchi, Liliano, Olver ( non Oliver ), Normida, Girolama, Esarmo ( non Erasmo ), Greco, Ivaldo, Oretta, Zelio, Uberino, Argeo, Adalciso, Vando, Juana ( di cognome Alfano, quindi non sudamericana ), Gigliano, Nevina, Rachele Imperia ( figlia illegittima del Duce? ), Sandolo, Tedaldo, Aronte, Auro, Brenno ( su questo ero indeciso. E' quasi normale ), Floriano Stanislao, Irio, Primo ( perchè si sappia ), Valfrida, Zorè ( uomo o donna? ), Gisa, Oscarino, Lido, Anacleto Giuseppe ( hanno un po' rimediato col secondo ), Lorenzino, Amner ( di cognome Anceschi, quindi non egizio ), Gildo, Ricordina, Euclide, Reni ( sì, tipo Polmoni. Anche qui: uomo o donna? ), Fioravante, Aires, Zea ( ti presento mia zia Zea ), Eulo, Nellusco, Normanno, Amilda, Annita ( non Anita ), Hermes, Ides, Monia, Olinto, Almo, Dantina, Novina, Ormille ( uomo o donna? ), Stellina, Werter ( semi-italianizzato: con la "W", ma senza l'"h" ), Serenella, Afro, Erri, Odino, Azio, Azzurro ( proprio un bel maschietto, nevvero? ), Edera, Edmea, Nerdino, Aide, Salesio, Avio ( trasportato? ), Olivo, Ardilio, Nilia, Iginia, Cenerita, Marco Giglio ( questi, invece, hanno rovinato tutto col secondo ), Elelio, Frederic ( di cognome Bassoli, quindi non francese), Nara, Secondo, Afra, Velio, Michele Croce ( Croce è il secondo nome di battesimo, non il cognome ), Carla Alberta ( genitori del Pdium? ), Carmelinda, Alfia, Colombo, Iglis, Antenore, Wainer, Medardo, Giaele ( non Gioele, che comunque... ), Dimes, Irzio, Merope, Bona ( ma per favore!!!!! ), Lanciotto ( forse Lancillotto era troppo impegnativo? ), Primina, Egisto, Benita, Fiorentina, Adorno ( di che? ), Arialdo, Derna, Giulio Cesare, Tebe ( e Sparta no, poverina? ), Vilna, Osanna, Corina, Gilio, Novello, Orville, Patrick ( di cognome Benatti, quindi non wasp ), Vinicia, Evangelista, Euripide, Diomiro, Galasso, Ones (pronunciato uàns? ), Miro ( che? ), Cherubino, Darco, Euro, Mimo, Loriana, Ghibellina ( famiglia di mangiapreti, questa ), Devis ( con la "e", ad evitare errori di pronuncia ), Valer, Festina, Amaldo, Demos, Dumer, Elis, Enerio, Wolfango, Zora.
Alberto – il mio amico – sarebbe disposto anche ad andare oltre. Ma oltre a non volere abusare del suo tempo, penso che un po’ tutti già sapessimo che non c’è un limite alla follia umana.
Gianni Pardo


VENERDÌ
Due estrosi genitori di Genova hanno deciso di chiamare il loro figlioletto Venerdì. L’anagrafe ha comunicato la cosa alla procura la quale, ai sensi del decreto che vieta l’imposizione di nomi “ridicoli o vergognosi” (DPR 396/2000), ha ingiunto alla coppia di chiamare il bambino con un altro nome, altrimenti sarà iscritto all’anagrafe col santo del giorno della sua nascita: Gregorio. Ne è nata una diatriba legale che seguirà il suo corso e che qui non interessa molto: quel che interessa è che il nome, una delle cose più personali, ognuno non se lo dà ma se lo ritrova e se lo deve tenere. Quand’anche fosse – appunto – ridicolo o vergognoso. Purtroppo alcuni genitori credono che imporre un nome sia un gioco come un altro: un fanatico emiliano riuscì a chiamare i suoi tre figli, nell’ordine Rivo, Luzio  e Nario. Cose del genere saranno – si spera – rese impossibili da quel DPR, ma il problema è di ambito più generale.
Il nome proprio è talmente “proprio” che per la mentalità primitiva esso corrisponde all’essenza della persona. Alcuni gruppi mantengono segreto il nome e l’interessato si fa chiamare con un soprannome: così, se qualcuno gli farà una magia negativa con quel soprannome, la cosa non lo colpirà, perché lui è un altro. E quell’altro è segreto. Ma anche senza arrivare a questi estremi, può essere fastidioso essere chiamati “Calcedonio”. Soprattutto quando – come se non bastasse – di cognome uno si chiama Cannarozzo. Calcedonio Cannarozzo (è una persona reale) ha fatto carriera, è divenuto dermatologo ospedaliero, ma dagli amici si è sempre fatto chiamare Doni. Ci si può far curare da un dottore che si chiama Calcedonio ma ci si può innamorare di un Calcedonio? No, meglio Doni.
I nomi hanno avuto in passato un’importanza “politica”: si trattava di perpetuare le tradizioni di famiglia, di accentuare l’appartenenza al gruppo, addirittura di replicare gli avi e da qui è nata l’abitudine di mettere il nome dei nonni. Il vecchio progenitore si chiamava Baldassarre? Si chiameranno dunque Baldassarre quei tre chili scarsi di nipotino. Quattro sillabe per tre chili. E se l’avessero chiamato Giandomenico ne sarebbero avanzate due. Ma che importa: non si deve perdere un nome come Baldassarre o Giandomenico, la cultura nazionale ne soffrirebbe.
Oggi nella maggior parte dei casi i nomi sono di fantasia. Rispondono anche alle mode e se c’è un’eroina di telenovela che si chiama Pilàr, si chiamerà Pilàr una bambina di Gela, così come a Sondrio si chiamerà un bambino Keith, senza neppure sapere come si pronuncia. Ma che importa: è così esotico! Per non parlare della ridicola alluvione di donne che si chiamano Cinzia, Samantha, Jessica e perfino Jennifer. Del resto, decenni fa abbondavano le eroine liriche: Tosca, Norma, Wally, Aida…
La soluzione più semplice sarebbe quella di dare a tutti indistintamente il diritto di autodenominarsi al compimento della maggiore età. Arrivati a diciott’anni, ognuno dovrebbe avere perfino il diritto di dire: “M’hanno messo un bel nome, m’hanno chiamato Marco, ma io preferisco chiamarmi Venerdì, Mi chiamerò Venerdì”. In questo caso almeno, se poi qualcuno gli sbotterà a ridere sul muso, se la sarà almeno cercata lui stesso. Ma una giovane, appetitosa professoressa battezzata “Crocifissa” (anche questa una persona reale) non avrebbe forse avuto il diritto di dire: “Intendo essere chiamata Cristina”? I colleghi la chiamavano pietosamente Crocella, ma perché essere costretti ad affidarsi alla delicatezza del prossimo, per non essere irrisi?
Si parla tanto dei diritti delle coppie di fatto: perché non si pensa anche a questa piccola riforma che non costerebbe nulla? Essa permetterebbe ad un depresso “Felice” di chiamarsi “Gerolamo”, in linea con la sua tristezza, o a un “Modesto” di rilanciarsi con un beneaugurate “Vittorio” o un rimbombante Michelangelo. Faber est quisque fortunae suae, dicevano i romani, ognuno è responsabile della propria fortuna: perché non del proprio nome?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 maggio 2007

MOLLICHINE
Marco Follini nel comitato costituente del Pd. E poi dicono che uno è volgare perché fa certi scongiuri.

Il Ministero dell’Economia: Alitalia potrebbe essere tutta privatizzata. Basta trovare un privato disposto a perdere molti milioni ogni anno.

Epitaffio su un poveraccio morto di cancro ai polmoni per aver troppo fumato: aspirò, espirò, spirò.

Sembra che i transfughi dei Ds, che hanno rifiutato il Pd, fonderanno un loro partito. Se ne sentiva la mancanza.

Pare che il simbolo del Pd sarà l’Ulivo. Qualcuno aveva parlato di vaselina, ma non ci si è messi d’accordo sul disegno che l’avrebbe dovuta rappresentare.

Veltroni cerca di divenire il leader del Pd. Somiglia molto a J.F.Kennedy: idee un po’ confuse, carisma, ma soprattutto bellezza fisica.

Gianni Pardo


SONO VISCO E TI TRASFERISCO
IL VERBALE DELL’INTERROGATORIO DEL GENERALE: MINACCIÒ CONSEGUENZE SE NON AVESSI AGITO SUBITO
Ecco il verbale dell'interrogatorio del comandante generale della Guardia di Finanza, generale Roberto Speciale, sulle ingerenze del viceministro Vincenzo Visco nella Guardia di Finanza, per azzerarne il vertice della Lombardia.

«L'anno 2006, addì 17 luglio 2006, alle ore 16.10 presso gli uffici del Comando Regionale Lombardia della Guardia di Finanza, viene redatto il presente verbale. Avanti all’Avvocato generale dottoressa Manuela Romei Pasetti è presente il Generale di Corpo d’Armata Roberto Speciale che dichiara.

«Via quei comandanti» - «Il giorno 13 luglio alle ore 15 circa il mio Capo ufficio, Colonnello Michele Carbone, mi ha informato che ero stato convocato alle ore 17.30 dello stesso giorno dal vice ministro Visco. In un secondo tempo lo stesso ufficiale mi ha riferito di aver appreso, solo in quel momento che Visco avrebbe ricevuto, prima di me, il Comandante in Seconda del Corpo, Generale Italo Pappa (ore 15.30) e l’Ispettore per gli Istituti di Istruzione, Generale Sergio Favaro (ore 16). Recatomi all'appuntamento il Vice Ministro Visco mostrandomi un appunto dattiloscritto recante quanto segue:

* Comando Regionale Lombardia Generale Forchetti
* Comando Nucleo Regionale Lombardia Colonnello Lorusso
*Comando Nucleo Provinciale PT Milano Colonnello Pomponi
* Gruppo servizi Polizia Giudiziaria Tenente Colonnello Tomei

Mi ha impartito l’ordine di avvicendare i suddetti ufficiali e di avanzargli delle alternative proposte di impiego. Visco inoltre ha disposto perentoriamente di concertare, da quel momento in poi, ogni decisione d’impiego con i generali Pappa e Favaro. Alla mia obiezione che prima di effettuare detti provvedimenti sarebbe stato opportuno informare l’Autorità Giudiziaria di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla o informarla successivamente. Rientrato in ufficio ho ricevuto i Generali Pappa e Favaro.

Il Comandante in Seconda mi ha detto che il Vice Ministro gli aveva parlato della sua intenzione di avvicendare i comandanti dei reparti del Corpo alla sede di Milano senza indicarne le motivazioni alla base; ha inoltre aggiunto che sarebbe stato auspicabile arrivare ad un'ipotesi d'impiego condivisa all’unanimità, onde evitare che ognuno, così come richiesto da Visco in caso di disaccordo, avesse dovuto presentare la propria proposta.

Dopo tali premesse il generale Pappa mi ha illustrato le ipotesi di avvicendamento, già da lui concordate con il generale Sergio Favaro. Su queste proposte sono intervenuto al fine di razionalizzare le ipotesi di impiego del generale Mario Forchetti, proponendo di destinarlo a un comando regionale di pari livello, onde salvaguardarne il profilo di carriera e del colonnello Lorusso allo scopo di lasciarlo a Milano, per delicati problemi familiari a me noti, nell’incarico di capo di stato maggiore del Comando Interregionale di corso Sempione».

GDF COMMISSARIATA

«Alle 19.21 il gen. Zanini ha fatto sapere al maggior Cosentino che Visco voleva parlarmi. Alle ore 19.22 il vice ministro mi ha riferito che i trasferimenti dovevano essere eseguiti immediatamente. Alle 19.40, l'Aiutante di Campo del comandante in seconda, maggiore Mario Salerno ha rappresentato al maggiore Casentino che il generale Pappa desiderava parlarmi.

Alle ore 20.06 Pappa mi ha proposto di diramare i trasferimenti degli ufficiali in questione, senza fissare nel relativo messaggio le rispettive decorrenze. In merito gli ho manifestato la necessità di rispettare le norme amministrative in materia che prescrivono la partecipazione dei destinatari di eventuali trasferimenti al processo decisionale. Alle ore 20.15 ho dato ordine al comandante in Seconda di diramare i messaggi di comunicazione di avvio del procedimento amministrativo di impiego.

In data 15 luglio 2006, rientrato a Roma, alla presenza del generale Spaziante, ho incontrato nel mio ufficio il generale Pappa a cui ho mostrato la lettera (di richiesta di chiarimenti, ndr) ricevuta dal procuratore capo di Milano. Il generale Pappa ha minimizzato l'accaduto sostenendo che di lettere come quella di Minale ne arrivano tante. Ho chiesto a Spaziante di contattare Zanini al fine di incontrare il prima possibile il vice ministro Visco.

Dopo aver sentito il predetto ufficiale generale, Spaziante mi ha riferito che l'incontro non sarebbe stato possibile prima del lunedì successivo, 17 luglio, e che comunque Zanini insisteva nell'avere assicurazione della partenza del messaggio dei movimenti definitivi. Nella serata di domenica 16 luglio 2006, alle 22.50 circa ho ricevuto una telefonata da parte del generale Zanini che mi ha riferito della notizia Ansa, di cui allego copia e che in proposito Visco sollecitava da parte mia, una immediata smentita alla notizia, con riferimento alla sua connessione alla vicenda Unipol.

Alle 23.20 sono stato ricontattato nuovamente da Zanini che mi ha chiesto di accelerare l’uscita della smentita alla notizia Ansa nei termini di cui sopra. Ho convocato di conseguenza il Capo di Stato Maggiore e il Sottocapo. A mezzanotte circa Zanini mi ha informato telefonicamente che Visco aveva provveduto personalmente alla smentita e che si aspettava altrettanto dal sottoscritto. Dopo una consultazione con il capo e il sottocapo di Stato Maggiore ho ordinato di provvedere alla diramazione di un comunicato stampa, nel quale si precisavano i reali termini del provvedimento da me adottato.

PRONTE LE DIMISSIONI
Alle ore 9.26 del 17 luglio 2006 sono stato informato dal colonnello Carbone che il colonnello Ortello lo aveva chiamato riferendogli che avrei dovuto chiamare subito il vice ministro Visco. Contattatolo immediatamente questi mi ha riferito di ritenermi responsabile di quanto accaduto, di non aver rispettato alcuna regola deontologica non avendo dato io esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato, di riunirmi subito con i generali Pappa e Favaro per dare a quegli ordini esecuzione immediata e di concordare con loro una risposta da dare alla Procura di Milano.

Il vice ministro Visco ha aggiunto che se non avessi ottemperato a queste direttive, erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Preso atto, ho risposto al vice ministro che l’osservanza delle regole è stata da sempre il faro della mia vita, di non poter, pertanto, assecondare queste sue ultime richieste e che, piuttosto, ero pronto a rassegnare il mandato. L’intera conversazione telefonica è avvenuta alla presenza del colonnello Carbone e del maggiore Cosentino.

Alle ore 12 circa del 17 luglio 2006 il generale Spaziante mi ha informato che con due distinte telefonate sia Pappa sia Favaro gli hanno riferito che, su disposizione del vice ministro Visco, loro pervenuta per il tramite del generale Zanini, il contenuto della lettera di risposta, da inviare al procuratore di Milano, sarebbe dovuto essere preventivamente concertato con entrambi i suddetti generali di Corpo d’Armata.

In conclusione non è mai emersa alcuna motivazione che potesse concretizzare addebiti per comportamenti tenuti dagli ufficiali di Milano. Anzi devo precisare che mi era stata comunicata verso la metà di giugno la nota n. 2094/06 datata 1 giugno 2006 a firma del procuratore capo della procura di Milano, Manlio Minale, indirizzata al Comandante Regionale Lombardia, generale Forchetti, il cui contenuto evidenzia la grande professionalità degli ufficiali in questione nell’attività di servizio. Fatto, letto, chiuso alle ore 17.30 in data 17/07/2006 e nel luogo come sopra».

(Da IL GIORNALE)


La moda del Video-Porno colpisce la Chiesa
Siamo passati al secondo round. Dopo il terrorista alla Festa del 1° maggio ed il Family Day contro i diritti civili, stavolta il ko spetta alla Chiesa, in particolare a quel grande “tessitore” di trame pericolose e di crimini spaventosi, in particolare il “Crimen Sollicitationis”, un documento del 1962, tenuto segreto dal Sant’Uffizio ai tempi di Giovanni XXIII e poi mantenuto in ferrea clausura dal Cardinal Ratzinger, Prefetto della Congregazione della Fede (l’attuale Sant’Uffizio), che ne parlò solo nel 2001. Tale documento tratta le modalità segrete di procedimento contro i predi pedofili, interne alla Chiesa e che vincolerebbero al segreto perfino le vittime. La Santa Armata anti-clericale (perché sia ben chiaro si può essere in disaccordo con la Chiesa, ma non nemici giurati della stessa) ha sfruttato un video della BBC per poter far risalire la catena di scandali dei preti e vescovi Usa sull’attuale Papa Benedetto XVI. Tutti hanno a disposizione questo video che si trova su Google Video/YouTube da giorni. E’ bene che tutti lo vedano prima, prima che Santoro lo faccia diventare uno scoop con i soldi dei contribuenti e con la milionaria preghiera alla BBC della rete pubblica per farselo dare. E quel video mostra confessioni di preti “malati” o “deviati”, racconti di situazioni scabrose ed ancora una volta il sesso è protagonista delle scene: sesso malato + chiesa colpevole, un cocktail perfetto. Ma il video della BBC non dimostra nulla, smentito com’è dalla stessa Chiesa d’Inghilterra (per nulla amica di Benedetto XVI), smentito da indagini che in Italia e negli Usa si stanno già svolgendo senza copertura, né ostruzioni. Ma il treno è partito: i liberali sono tornati radicali anti-Cristo, Beppe Grillo è tornato il capo-popolo, Santoro l’uomo degli scandali in differita (quale scoop, il video lo hanno visto anche i ciechi).Quando lo scandalo si avviò nel 1998, il Papa non era Ratzinger, ma nessuno alzò la voce contro il “liberal Wojtyla” in America. Nel 2001, il Crimen venne modificato in un codice molto più rigido ed analitico contro questi delitti. Nel 2002, Law, arcivescovo di Boston fu costretto alle dimissioni e nel 2004, dopo il Conclave, Ratzinger si trovò la patata bollente fra le mani e decise che alcuni casi non sarebbero stati meritevoli di processo, ma per altri autorizzò la autorità civili americane a poter disporre di carte e testimonianze con discrezione. Una discrezione difficile per la stampa americana che si aizzò contro “Nazinger” o “God’s Rottweiler”. Eppure Wojtyla coordinava da vicino tutte le iniziative. Benedetto XVI nominò come suo successore mons. Levada, a dimostrazione della trasparenza e della necessità che la chiarezza iniziasse a trasparire dal di dentro. Levada, però, considerato troppo conservatore, per il suo ostracismo alle manifestazioni di orgoglio gay, al diritto all’eutanasia. Eppure Levada iniziò a fare reale pulizia. Una pulizia che lo Stato italiano non ha fatto e non per ostracismo della Chiesa, ma per mera puerilità, per inettitudine morale, la stessa che porta a far girare un video ovunque, senza anticiparne o documentarne i contenuti. Ma sì. Tutto è sesso, tutto è nero, tutto è vergognoso. Lapidate i potenti perché potenti ed aiutate i disprezzati perché non hanno colpa! Volete sapere cosa succede nei seminari: succede che menti e corpi in difficoltà vanno lì per repressione, per ripiego, per subìto rifiuto da parte dell’altro sesso: non esistono sempre in Italia tanti padri spirituali capaci di intercettare questo, capace di capire la difficoltà e perfino la malattia ed allora si ingenerano mostri di morbosità, come lo sono quelli che amano farsi vedere nel loro orgoglio gay. Nemmeno le famiglie aiutano e neppure i luoghi antichi o troppo moderni della nostra bella Italia, dove il sacerdote viene ancora additato “senza attributi” o dove il prete giovane incassa il pregiudizio della gente, se si circonda di giorno, a meno che non debba essere costretto a chiudersi nella porziuncola. Cosa volete dalla Chiesa? Cosa chiedereste alla stessa più di quanto non chiedereste allo Stato per i “normali” pedofili? Volete la lapidazione, la castrazione chimica o cos’altro. Prendetevela con lo Stato laico, laico solo all’occorrenza, quando torna a fare orecchie da mercante, su vicende di cui era a conoscenza, ma che non ha voluto mandare avanti. E godetevi questo idiota Video della BBC. In modo come un altro, per alimentare il conflitto sociale fra una Chiesa confusa ed aristocratica ed un generazione senza lume della ragione.   

Angelo M. D'Addesio


TU O LEI
Massimo Nava, sul “Corriere della Sera” scrive un articolo sulla prossima realizzazione, in Francia, di una promessa di Sarkozy: quella di rendere obbligatorio, nelle scuole, che si dia del “voi” al docente e che gli alunni si alzino in piedi quando egli entra in classe. Bisogna precisare, per cominciare, che il giornalista si sbaglia quando scrive: “De Gaulle e la moglie Ivonne si davano del voi e vengono ancora imitati da qualche coppia di oggi”. In Francia il voi fra coniugi era una vecchia usanza delle famiglie nobili e De Gaulle e consorte non hanno introdotto nulla. Sarebbe meglio non “buttare là” delle affermazioni di questo genere. “Mitterrand, leggiamo ancora, pretendeva il voi dai compagni di partito. Quando uno gli chiese se poteva dargli del tu, lui rispose «come voi volete»”. Questo episodio fa il paio con quello del militante comunista che disse a Togliatti: “Compagno, posso darti del tu?” ottenendo la risposta: “Sì, ma può benissimo darmi del lei”. In Francia, come dice anche Nava, “Prima di arrivare al «tu» occorre passare vari esami di confidenza e fiducia”. E a volte non ci si arriva mai, malgrado la parentela: io per vent’anni ho dato del “vous” a mia suocera.
Tornando al problema di come ci si deve rivolgere al prossimo, la differenza fra il tu e il lei conta poco e certo meno della sostanza del rapporto: prova ne sia che il “vous” con mia suocera non me la rendeva lontana mentre il “tu” con un collega di scuola mai visto prima non me lo rendeva più vicino. Ma un’influenza linguistica la conserva lo stesso. È più facile dire “sei uno stronzo” che dire “Lei è un imbecille”. Nel “tu” è insita una familiarità che permette l’insulto: in famiglia infatti, malgrado gli insulti, ci si vuol bene lo stesso. Viceversa il lei, togliendo il pregiudizio dell’affetto di fondo, è ancor più contundente. “Lei è un imbecille!” è molto più offensivo di “sei un imbecille!”
Per queste ragioni, sorprendendo presidi e colleghi, ho personalmente sempre dato del lei (e negli ultimi anni, ormai parlando in francese, il “vous”) ai miei alunni. Sia che fossero al primo anno di liceo, ancora freschi di Scuola Media, sia che stessero per andare all’università. Loro se ne sorprendevano, a volte m’imploravano di dar loro del “tu” perché il “lei” li faceva sentire ridicoli o tenuti a distanza, ma ottenevano questa risposta: “In primo luogo, qualcuno dovrà darvi del lei per primo: e sarò io. Poi, dandovi del lei, non avrò mai la tentazione di trattarvi con insufficiente rispetto. Infine capirete che, dandomi del lei, non mi offrite un rispetto maggiore di quello che io offro a voi”. Poi magari citavo i college inglesi in cui dei ragazzini non solo ricevono l’inevitabile “voi” inglese, ma vanno vestiti come gentiluomini di alto rango. Sicché quando, in società, indosseranno un tight, saranno perfettamente a loro agio: ne avranno l’abitudine. Insomma, spiegavo che chi pretende il rispetto deve insegnarlo, per prima cosa. Per questo fulminavo con lo sguardo chi appena ritardava ad alzarsi, quando entravo in classe: e precisavo che non si trattava di un omaggio a me ma di una materia d’insegnamento. La scuola offre l’occasione di praticare elementari regole di cortesia che valgono anche per le ragazze: da signore rimarranno infatti sedute quando un uomo le saluta ma dovranno balzare in piedi dinanzi ad un vescovo o un cardinale. E intanto si allenano col professore. La classe è, fra le altre cose, una palestra di civiltà.
Con tutto questo ho ottenuto la stima e l’affetto dei miei allievi ma ho anche confermato la mia fama di persona estrosa ed originale.
Ora però vedo che sono solo stato in anticipo su Sarkozy e sul suo ministro dell’educazione Xavier Darcos.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 22 maggio 2007




L’odio cieco contro l’Amerika di Nixon
Ci sono antiamericani, dicono, e antiamericani. Ci crediamo, ci mancherebbe altro. Ci sono i critici dell’attuale presidente, numerosi per la verità anche negli Stati Uniti, e ci sono coloro che al sol sentir nominare America vedono rosso. Ad esempio uno dei massimi esponenti di uno dei partiti neo comunisti, di quelli che, fedeli a uno slogan che sembrava messo nel cassetto, «partito di lotta e di governo», fanno parte del governo Prodi e preparano una maxi dimostrazione ostile al presidente degli Stati Uniti che il mese prossimo si fermerà a Roma. E fra gli slogan, o peggio tra le giustificazioni di un’iniziativa non cortese ma in sé non illecita, ne adduce una che par proprio una voce dal sen sfuggita. Definisce Bush «anche peggio di Nixon». Al che i casi sono due: o parla a vanvera, oppure identifica veramente in Richard Nixon un predecessore di Bush alla Casa Bianca, ormai dimenticato dalle folle giovanili contestatarie, una specie di parametro del Male, qualcuno che è stato così pericoloso, cattivo e infame da trasformare per ciò stesso in ingiuria ogni paragone, figurarsi se negativo.
Ciò costringe chi possieda ancora un po’ di lucidità e di memoria a dettarsi sul taccuino due appunti su chi sia stato Nixon e quali le sue nequizie. Se Bush è «peggio di Nixon» ed è accusato soprattutto di essere un «guerrafondaio», se ne dovrebbe dedurre che anche Nixon lo è stato. Ebbene la sola guerra che troviamo nei sei anni della sua presidenza, stroncata da un piccolo scandalo domestico, è quella del Vietnam, che Nixon non aprì ma che invece chiuse. Non in termini gloriosi né troppo soddisfacenti per l’America, ma non è certo questo che muoveva allora e stimola oggi il vituperio di certe piazze europee. Il conflitto in Indocina se l’era trovato sulle mani e ci mise degli anni a districarsene. Lo fece gradualmente ma pervenne con il nemico a un armistizio che valse addirittura un premio Nobel per la pace al suo ministro degli Esteri Henry Kissinger, che tradusse in realtà le disposizioni della Casa Bianca dal momento che, mentre si trattava, le operazioni continuarono, Nixon si permise di condurre azioni militari sulle vie di comunicazione del nemico nelle foreste della Cambogia la cui neutralità era stata violata da Hanoi e non da Washington.
Negli altri angoli caldi del mondo Nixon intervenne, come capita prima o poi ad ogni presidente americano, nel Medio Oriente, di fronte a una guerra cominciata dall’Egitto contro Israele, da Israele condotta contro altri vicini e che aveva causato la prima grande crisi energetica del mondo. Nixon non mandò soldati ma pacieri, consultandosi sempre con gli alleati e con l’altra super potenza dell’epoca, l’Unione Sovietica. Il presidente «che peggio finora non ce n’è stati» raggiunse con Breznev un accordo, naturalmente imperfetto, che frenò la corsa al nucleare. Con l’altra grande potenza comunista, la Cina, Nixon ruppe il ghiaccio di decenni, inaugurando rapporti diplomatici e andando a far visita personalmente a Mao Zedong.
Questo per quanto riguarda la sua fama di «guerrafondaio». In politica interna non dovrebbe esserci bisogno di ricordare i progressi che la causa dei diritti civili per gli americani di pelle nera e le altre minoranze fece durante la presidenza Nixon, dagli inizi di integrazione scolastica, perfino all’introduzione delle «quote» minime per le minoranze. Fu Nixon ad abolire il servizio militare obbligatorio e fu durante la sua amministrazione, questo bisogna proprio sottolinearlo, che l’America si liberò, ahimé provvisoriamente, della sua macchia principale agli occhi del resto del mondo civile: la pena di morte fu messa fuori legge. Se poi è tornata è stato, purtroppo, per volontà popolare ma quando l’«uomo cattivo» era in esilio nella sua Sant’Elena di politico. C’era finito, naturalmente, per lo scandalo Watergate, in sostanza per aver cercato di proteggere un paio di attivisti del suo partito che, durante la campagna elettorale del 1972, avevano cercato di piazzare dei microfoni in un ufficio del partito concorrente, senza mai fare in tempo a ritirarli. Un «reato da pretura», riconobbero allora in molti; ma fu abbastanza per mandare a casa un presidente di riconosciuta abilità e, ci sarebbe dovuto essere scritto sui cartelloni, «di pace e di progresso».
La chiamarono invece Amerika, l’America di Nixon, sfogando un odio per cui c’erano davvero ben poche giustificazioni se non che chi lo gridava non perdonava all’America soprattutto una cosa: di essere l’antagonista dell’Unione Sovietica, il sistema che allora stava nei cuori di molti, in Occidente e soprattutto in Italia. Gli altri europei lo capivano anche perché Richard Nixon ci capiva meglio forse di ogni predecessore e successore. Lo chiamavano, a casa, «l’europeo», e non era un complimento. Che adesso degli europei, e non degli innocenti imberbi, lo prendano a parametro del Male farebbe sorridere. E invece è soprattutto triste.

Alberto Pasolini Zanelli - Dal “Giornale” del 19 maggio 2007
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Le vittime dimenticate.
"Da questo giorno, ogni anno commemoreremo le vittime del terrorismo".
Con queste parole Giorgio Napolitano concluse la celebrazioni in onore del Commissario Luigi Calabresi, assassinato nel maggio di 35 anni fa da elementi di Lotta Continua.
"Le vittime del terrorismo".
Tutte? Proprio tutte? Siamo sicuri?
Eppure ci sono delle vittime cancellate dalla memoria degli italiani.
Vittime di cui nessuno parla, di cui i media , i politici, l'opinione pubblica hanno smesso di occuparsi e dispiacersi  pochi giorni dopo il loro assassinio.
Vittime dimenticate eppure erano italiane e comunque ammazzate in Italia.
Vittime il cui ricordo e' stato insabbiato sotto strati  di indifferenza e di collusione con gli assassini.
Vittime non  vittime perche' ammazzate da feddayin mandati dall'uomo piu' amato e protetto in Italia, Yasser Arafat.

Alle ore 9 del 27 dicembre 1985 terroristi palestinesi incominciarono a sparare a raffica contro i passeggeri che si trovavano  nelle vicinanze del check inn della compagnia israeliana ELAL, a Fiumicino.
Dopo una violenta sparatoria tra terroristi, carabinieri e sicurezza israeliana restarono sul pavimento dell'aeroporto 16 corpi senza piu' vita, i feriti furono piu' di 70.
Notizia data, subito digerita e prontamente  dimenticata.
Credo che non esista neppure una targa per ricordare l'eccidio.
Nel 1985 ci furono 600 attacchi terroristici fra riusciti e tentati eppure mai fu pronunciata  una sola parola di condanna contro i palestinesi che facevano scorrere tanto sangue per le strade delle principali citta' d'Europa, gia' allora venduta e stravenduta agli arabi ,  il parallelo piu' in voga era all'epoca, come oggi, "israeliani= nazisti".   
Andando indietro di qualche anno , il 9 ottobre 1982, altri  feddayin spararono contro un gruppo di ebrei che usciva dalla sinagoga di Roma.
Sul selciato, senza vita, il corpicino di un bimbo di due anni Stefano Tache', 35 ebrei romani furono feriti  molto gravemente, alcuni, ancora oggi,  portano nel loro corpo schegge di pallottole che e' stato impossibile rimuovere.
Stefanino Tache' avrebbe 27 anni, e' stato ucciso perche' ebreo quando aveva appena incominciato a sorridere alla sua vita di bambino.
Lo ricordano la famiglia e gli ebrei di Roma.
I suoi assassini furono lasciati fuggire, si disse,  verso la Grecia e poi a Tunisi per rifugiarsi nel quartier generale del solito mandante adorato dagli italiani, Yasser Arafat.
Gli attentati dell'OLP di Arafat contro l'Italia e l'Europa ebbero inizio subito dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni in un'escalation incredibile che nessuno voleva o poteva fermare. I primi attentati furono rivolti contro Israele ma quasi subito si estesero a tutta Europa con una ferocia incredibile: Atene, decine di morti per mano di feddayin venuti dal Libano, eppure la rappresaglia israeliana che distrusse  l'aeroporto di Beirut senza fare una sola vittima, indigno' l'opinione pubblica  molto piu' dei morti di Atene.
Persino il Papa Paolo VI mando' un messaggio di solidarieta' al presidente libanese .
Solidarieta' per gli aerei distrutti, silenzio per i morti israeliani.
La Santa Sede non riconosceva l'esistenza di Israele, lo avrebbe fatto soltanto nel 1993.
Dopo Atene fu la volta di Zurigo, Gerusalemme con decine di morti in un mercato, poi l' aeroporto di Lod a Tel Aviv, 38 morti, poi ancora Lod dove gli israeliani riuscirono  con un'operazione lampo a liberare i 150 passeggeri presi in ostaggio colla minaccia di farli esplodere con tutto l'aereo.
Ancora Lod con 26 morti , 80 feriti.
In settembre  del 1972  la strage di Monaco , 11 atleti israeliani uccisi.
Niente paura,  le Olimpiadi  dovevano continuare,  sarebbe stato sufficiente togliere dalla parata finale la bandiera israeliana.
Detto fatto. Piu' semplice di cosi'!
Il mondo commosso  si riprese subito perche' sulla pieta' per i morti prevalse la propaganda della "disperazione palestinese" e delle "colpe di Israele" .
Alla fine ogni attentato verra' visto come una giusta lotta di un "popolo senza terra" ,  le decine di morti europei verranno subito dimenticate e i morti israeliani saranno considerati il giusto prezzo che Israele doveva  pagare.
L'Europa ormai  stava  diventando velocemente il regno di Arafat che mandera' i suoi feddayin a sparare nei ristoranti, negli aeroporti, nelle sinagoghe, per le strade di ogni capitale europea, sulle navi come l'Achille lauro.

Poi, a strage avvenuta,  arrivava lui, in divisa militare e pistola alla cintura, a raccogliere come un sovrano gli applausi dei suoi sudditi.
Puo' sembrare agghiacciante ma effettivamente veniva accolto come un capo di stato, con tutti gli onori, stretto in abbracci pieni di ammirazione, avvolto  da bagni di folla adorante, da ovazioni e poi  tutti insieme, travolti da un'insana passione per il mostro, eccoli a urlare che Israele era il Male dell'umanita' e che doveva cessare di esistere.
C'era qualcosa di diabolico in tutto questo, qualcosa di spaventoso, di feroce.
Qualcosa di incomprensibile perche' andava al di la' dell'immoralita', persino al di la' dell'antisemitismo comune, era l'incubo rinato di una vera e propria criminalita' nazista che auspicava la dissoluzione di una Nazione  e del suo Popolo, gli Ebrei.
Intanto, dopo Monaco, ecco la volta, una delle tante, di Fiumicino dove fu introdotto un mangianastri che doveva esplodere nell'aereo israeliano in volo per Tel Aviv.
Per fortuna il mangianastri fu scoperto evitando la morte di 148 passeggeri fra cui  molti italiani.
L'episodio passo' sotto silenzio e l'anno dopo i due terroristi Ahem Zahid e Ali' Ashen saranno prosciolti da ogni accusa e liberati.
Roma era diventata ormai la base del terrorismo palestinese, appartamenti pieni di armi e di esplosivi, terroristi che facevano quello che volevano e, quando venivano presi,  ricevevano subito la liberta' provvisoria e il permesso di lasciare l'Italia.
Un ambasciatore italiano  dira' " Le liberazioni dei terroristi  e' la moneta di scambio  per ottenere la promessa che i palestinesi avrebbero colpito col terrorismo tutti meno l'Italia".(Fausto Coen-Israele quarant'anni di storia)
Promessa non mantenuta come tutte le promesse palestinesi ma neppure la consapevolezza del tradimento della parola data apri' gli occhi e la mente degli italiani.
Troppo amore per Arafat o troppo odio per Israele?
Ormai  i palestinesi avevano  in mano l'Europa, ne erano  i padroni, ordinarono  al presidente austriaco Kreiski di non accogliere piu' gli ebrei che scappavano dall'URSS e Kreiski obbedi' senza fiatare.
Uno stato sovrano ed europeo piegato ai desideri di un delinquente. Era stato raggiunto l'apice della sudditanza e della vergogna.
Un numero incredibile di attentati continuava a colpire Israele e l'Europa ma l'indignazione dell'occidente era sempre per Israele, il comunismo europeo era prostrato  ai  piedi di Arafat, obbediva ciecamente  ai suoi ordini, lo considerava un eroe .
Quando, a Entebbe nel giugno del 1976, gli israeliani, liberarono tutti gli ostaggi dell'aereo francese dirottato da un gruppo dell'OLP(FPLP) e del Baader Mainhof, l'Europa anziche' applaudire  all'operazione perfetta in cui aveva trovato la morte Jonatan Netaniahu , condanno' immediatamente  Israele per aver violato il diritto internazionale.

La gente comune resto' ammirata dall'azione israeliana ma lo sara' per poco grazie al lavaggio del cervello dei media che si scagliarono contro.
L'Unita' : "cinico atto di aggressione israeliana".
L'Avvenire " Israele si rifiuta di venire a patti".
Intanto il terrorismo  quotidiano andava avanti e furono colpiti obiettivi ebraici a  Anversa, Berlino, Parigi, Roma, Vienna, Monaco, Istambul, Milano.
Arafat che io ho sempre definito un genio malefico di furbizia, maestro di propaganda, stava mettendo a punto un disegno che avrebbe dato presto i suoi frutti. 
Gli attentati avevano lo scopo di spaventare la gente che incomincio' a pensare che "per colpa degli ebrei" potevano essere colpiti anche non ebrei e cosi' fu molto facile per il  palestinese realizzare il suo piano: l'odio fu rivolto alle vittime e non agli assassini, gli  ebrei erano gli obiettivi del terrorismo  quindi  pericolosi per la comunita' intera, dunque colpevoli, la spaccatura fra cittadini ebrei e gli altri divento' enorme e la solidarieta' fu tutta per agli assassini.
Gli ebrei erano soli. Israele era solo. Come sempre.
Il disegno di Arafat  non trovo' mai ostacoli, lui conosceva l'antisemitismo latente  in Europa e teneva indifferentemente contatti sia con i comunisti che con i fascisti, compatti contro Israele. Le Brigate Rosse andavano ad addestarsi nei campi palestinesi in Libano, ci fu un enorme scambio di armi tra palestinesi, terroristi rossi, Baader Mainhof e  NAR.
I grandi del mondo lo accoglievano, veniva portato quasi come una reliquia ad Assisi, veniva ricevuto dal Papa in periodi in cui ministri e primi ministri israeliani erano persona non grata.
Francesco Cossiga dice oggi che la strage di Bologna potrebbe essere stata provocata da una bomba palestinese scoppiata in anticipo. Nessuno gli crede  ma il periodo era quello in cui i feddayin la facevano da padroni in questa Italia cosi' spudoratamente sottomessa al piu' feroce e spietato terrorista del XX secolo.
E' dei governi dell'epoca la colpa di aver messo in pericolo le vite degli italiani, di aver permesso l'assassinio di persone  innocenti in nome dell'odio per Israele .
Voglio sperare che negli anni a venire verranno commemorate, insieme alle vittime del terrorismo  rosso e nero che  sconvolse l'italia degli anni di piombo,  anche le vittime innocenti di Arafat.
Morti dimenticati, vittime dell'odio razzista e del potere assoluto  di un uomo dall'anima marcia, vittime uccise piu' e piu' volte dall'oblio voluto da chi , in un' Italia succube dell'ideologia piu' atroce, si fece contaminare da quel marciume.
Fate giustizia, ricordateli!
Ne hanno diritto.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

UTILE SUPERFICIALITÀ
Un paio di giorni fa un titoletto del Corriere della Sera annunciava qualcosa come: “donna decapitata è ancora viva”. Ecco un articolo che non abbiamo letto, semplicemente perché il fatto non può essere vero. A questo atteggiamento molti obietterebbero: “Sei uno stupido. Moltissime cose che un tempo sarebbero sembrate assolutamente impossibili oggi sono divenute addirittura banali: per esempio vedere in diretta una regata che si svolge in Nuova Zelanda, volare più alto delle nubi e più veloci di qualunque uccello, andare dagli Stati Uniti al Polo Nord navigando sotto i ghiacci, ecc. Per non parlare dell’uomo sulla Luna”.
L’obiezione è fondata. È difficile affermare che una cosa impossibile rimarrà tale anche in futuro. E tuttavia, il principio per cui non valeva la pena di leggere quell’articolo rimane valido: infatti si tratta di adottare non regole filosofiche ma strategie economiche. Si faccia l’ipotesi che si abbia bisogno di una pinza d’elettricista e che non si sappia dove cercarla. Filosoficamente parlando, potrebbe essere dovunque: nel forno, in terrazza, fra le lenzuola ricamate, dentro il televisore, dentro uno degli scarponi da sci, tra la copertura dell’armadio e il soffitto, nella cassetta degli attrezzi. Ma, appunto, dove cercherebbe, per prima cosa, una persona di buon senso?
I teologi medievali, coscienti dell’insuperabilità della posizione scettica, crearono l’ottimistico concetto di “retta ragione”. L’avversario capzioso, o risoluto a negare qualunque cosa, bisogna abbandonarlo al suo destino, mentre una tesi fondata sulla logica è in grado di convincere chiunque usi adeguatamente il proprio cervello. Analogamente, la “retta ragione” ci sconsiglia d’inseguire tutte le possibilità: altrimenti bisognerebbe cercare la pinza prima nell’imbottitura dei divani, a costo di rovinarli, e solo poi nella cassetta degli attrezzi. Per questo, se leggiamo una notizia dal titolo: “Il nonno defunto gli dà in sogno i numeri: vince quaterna milionaria”, bisogna tirare diritto. Infatti o la notizia è falsa, o è stata inventata dal vincitore, o infine è vera, e rimane lo stesso priva d’importanza. Si tratta di un puro caso. Un caso che acquisterebbe valore solo se sapessimo quante volte su cento i numeri ricevuti in sogno sono poi stati estratti. Statistica che è meglio non azzardare.
Saltare alle conclusioni è i un grosso errore ma se lo fa una persona colta e di buon senso può rivelarsi una grande economia di tempo. Se si riceve una e-mail con cui ci si comunica che siamo stati premiati a caso fra gli utenti del nostro server e che dobbiamo fornire i nostri dati perché ci sia accreditata una somma, non bisogna neppure leggere la lettera per intero. È la più banale delle truffe via Internet. Sarà un jumping to conclusions, un saltare alle conclusioni, ma bisogna ricordare che, ogni volta che ci offrono denaro, ci stanno chiedendo del denaro.
Il principio ha trovato una sua applicazione prima del nono secolo avanti Cristo. Quando i greci offrirono ai troiani un cavallo di legno, Laooconte disse: “Timeo Danaos et dona ferentes”, “ho paura dei greci anche quando recano doni”. Aveva perfettamente ragione. Il buon senso infatti avverte: per quale motivo mai colui che fino a ieri ha cercato in tutti i modi di ucciderci dovrebbe improvvisamente farci un regalo? Meglio diffidare. Non sarà un ragionamento filosoficamente impeccabile, ma se Priamo l’avesse seguito, Omero avrebbe scritto un altro poema.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 20 maggio 2007


MOLLICHE
Prodi ha attribuito l’attuale stitichezza legislativa a un’interpretazione “eccessivamente estensiva dei regolamenti” delle Camere. Se avesse detto “rigorosa”, avremmo capito. Avremmo anche capito “puntigliosa”, “pignola”, “ottusa” e perfino “autolesionista”, ma estensiva no. A chi diamine è stato esteso, il regolamento della Camera?

Al comportamento da tenere a caccia, alle procedure con cui i sottomarini devono uscire dai porti, alle norme igieniche da rispettare nel confezionamento delle salsicce?

Bertinotti, con il tatto diplomatico di Gengis Khan: “il premier forse è fuorviato dalla scarsa dimestichezza con le Aule”. E dire che è un professore, per mestiere.

Bertinotti denuncia un ricorso eccessivo ai decreti legge. Romano Prodi sostiene che il suo governo “ha cercato di evitare l’uso di questa scorciatoia”. Bertinotti dice una cosa, Prodi il suo contrario. Un malpensante potrebbe dedurne che si stanno dando reciprocamente del bugiardo.

D’Alema ha spiegato che se il paese non ha una riforma costituzionale il principale responsabile è il leader di Forza Italia. Né importa che il centro-destra quella riforma l’abbia fatta e il centro-sinistra l’abbia annullata con un referendum. De minimis non curat Baffinus.

Gianni Pardo


Niente onori a chi perseguitò Calabresi
Il 10 maggio la città di Milano onorerà Antonio Cederna, dedicandogli una strada e dialogando con Giulia Maria Crespi, Marco Romano, Paolo Portoghesi e Pier Luigi Cervellati sui temi sempre attuali del suo libro I Vandali in Casa a cura di Francesco Erbani (Editori Laterza), in un luogo preservato qual è Villa Belgioioso. Antonio Cederna è stato tra i fondatori di Italia Nostra e non averlo ascoltato ha portato agli orrori che oggi sono davanti agli occhi di tutti e che rappresentano la più devastante tra le invasioni barbariche. In cinquant'anni l'Italia ha cambiato volto. La premonizione di Cederna era drammatica già nel 1954: «La bella e antica e sotto molti aspetti importanti città di Milano è condannata a sparire dalla faccia della terra».
Sarà per questo che i parenti di Cederna non si mostrano affatto soddisfatti del ricordo di Antonio, così caro a una milanese innamorata quale è Giulia Maria Crespi. Tutto il loro interesse sembra indirizzato (in senso letterale) a Camilla, sorella di Antonio Cederna e giornalista interessante e gustosa, ma la cui opera per la Cultura italiana è imparagonabile a quella del fratello. Non di meno, nel giorno in cui Milano dedicò una piazzetta a Guido Vergani, il suo giovane e gentile figlio, Orio, invece di manifestare compiacimento, non mancò di protestare contro il Comune per la mancata titolazione di una strada a Camilla Cederna. Per evitare ulteriori polemiche, non replicai. Ma oggi la risposta è tutta nel libro straordinario di un altro figlio, Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, editore Mondadori): un libro in cui si parla di altre barbarie. Mario è figlio del commissario Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972, da alcuni militanti di
Lotta Continua, come ha stabilito una sentenza definitiva nel 1997, dopo 25 anni di indagini e processi.
Quando Calabresi fu ucciso, sua moglie Gemma Capra era in attesa del terzo figlio. Il libro racconta il destino di naufraghi toccato ai sopravvissuti, costretti non solo al dolore per la morte del marito e del padre, ma alla continua umiliazione di sentirlo diffamato, in quanto poliziotto, ed esaltati i suoi assassini. Il giovane Mario Calabresi, per capire, a quattordici anni, dodici dopo la morte del padre, cominciò a leggere i giornali dell'epoca nella emeroteca della Biblioteca Sormani. Incrociò allora la collezione di Lotta Continua, soprattutto il settimanale l'Espresso, con gli articoli di Camilla Cederna e l'appello agli uomini di cultura del 13 giugno 1971. Si chiedeva di ricusare i «commissari torturatori, i magistrati persecutori, i giudici indegni». La Cederna guidava orgogliosamente la campagna di discredito nei confronti di Calabresi e firmava la lettera nella quale il commissario era definito «responsabile della morte di Pinelli».
Non era sola, in verità, a chiedere l'allontanamento dai loro uffici dei magistrati che avevano osato contraddire la ricostruzione della morte di Pinelli e la denuncia di Lotta Continua: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni... e il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara».
Dopo l'invito agli «uomini di cultura» ad aderire alla lettera-appello sull'Espresso del 20 giugno 1971, esce un altro articolo di Camilla Cederna dal titolo «Parlano i protagonisti della più atroce commedia che sia mai stata recitata dalla magistratura italiana» ed esce il primo elenco delle adesioni degli intellettuali. Dispiace ricordarne alcuni: Norberto Bobbio, Lucio Villari, Federico Fellini, Mario Soldati, Liliana Cavani, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Raboni, Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Inge Feltrinelli, Giulio Carlo Argan, Gae Aulenti, Umberto Eco, Alberto Bevilacqua, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Carlo Rossella, e molti altri. Tutta l'intellighentia italiana contro il commissario Calabresi. Avevano ragione loro, e Camilla Cederna? A leggere Paolo Mieli, oggi, sembra di no. Il 3 luglio 2004 il direttore del Corriere ebbe il coraggio di dichiarare di «provare vergogna per un testo che, nella sua ambiguità, pareva difendere la lotta armata e incitare al linciaggio del commissario». Mieli, non altri, arrivò a dire: «Qualsiasi parola di scuse nei confronti di moglie e figli di Luigi Calabresi mi appare ancora oggi inadeguata alla gravità dell'episodio».
Ma con che occhi doveva leggere quegli articoli e quei nomi luminosi l'adolescente Mario Calabresi? E cosa pensare di una grande cultura così vile e conformista? Non sono bastate negli anni le sentenze della magistratura a cancellare l'infamia che, anche dopo l'assassinio, continuò a infangare la memoria di Calabresi. Ed è significativo che sia toccato dirlo al senatore Gerardo D'Ambrosio, il giudice istruttore che indagò sulla morte di Pinelli: «Se ora vogliono far emettere un francobollo in memoria dell'anarchico Pinelli, facciano pure perché tutti, anche a distanza di anni, hanno diritto ad una commemorazione. Ma se questo dovesse servire per cavalcare di nuovo la tesi dell'omicidio volontario, allora sono dei pazzi che vanno fuori strada. Perché sarebbe come uccidere una seconda volta il Commissario Calabresi, il quale, tra l'altro, non era neanche presente nella stanza della Questura da cui cadde Pinelli. Attenzione». Oggi il Comune e la Provincia di Milano onorano Luigi Calabresi e, con piena convinzione, Antonio Cederna. Perché non si possa fare lo stesso con Camilla il giovane Orio Vergani lo può capire leggendo il libro di Mario Calabresi e avvertendo il peso delle parole di chi trasformò una vittima di Lotta Continua in un mostro.
Vittorio Sgarbi (Da Il Giornale)

MOLLICHINE
Fabris (Udeur): “In Italia c'è una potentissima lobby gay che marca a uomo qualsiasi iniziativa dei cattolici”. E voleva che la marcasse a donna?

Elezioni siciliane. Prodi: “Il risultato è un rafforzamento” del centro-sinistra. Ancora un paio così e sarà abbastanza forte da andare a casa.

Prodi: “Ho già parlato anche troppo dell’Ici”. Solo dell’Ici?

Mario Lozano: “Non verrò in Italia, temo per la mia vita”. E dire che non ha temuto d’andar soldato in Iraq.

Per D’Alema in Afghanistan i talebani ora sono in difficoltà. Speriamo non per causa dei soldati italiani!

Veltroni. “Il Tevere è così pulito che c'è un eccesso di pesci”. Li avrà moltiplicati lui. Ora è il turno dei pani.

MODESTA PROPOSTA PER I “DICO”
Il problema della coppie di fatto è secondario rispetto a quello delle coppie omosessuali. Tant’è vero che chi è contrario ai “Dico” lo è soprattutto perché teme che essi siano un cavallo di Troia per il matrimonio dei gay. E tuttavia è facile vedere come il problema ammetta una soluzione che lascia contenti tutti. Che permetta perfino che gli omosessuali – col consenso dei cardinali – abbiano figli.
Prendiamola alla lontana. Secondo quanto dice la religione e secondo quanto dice la Costituzione (“la famiglia naturale”) la coppia è composta da un uomo e da una donna. Inoltre si dice che un bambino, venendo al mondo, ha diritto di avere un modello maschile, il padre, e un modello femminile, la madre. Ma in tutto questo non c’è scritto che mamma e papà debbano fare l’amore. Non solo spesso i due si astengono da questa lodevole pratica perché anziani, senza per questo rinunciare all’amato coniuge, ma possono anche astenersene per dimostrare di non aver bisogno del “remedium concupiscentiae” di cui parlavano i vecchi teologi. In altre parole, per dimostrarsi superiormente virtuosi. In ogni caso, nessuno esige il sesso perché la famiglia sia tale.
E allora ecco la soluzione che mette tutti d’accordo: basta che un omosessuale uomo sposi un’omosessuale donna, ed ecco ricostituita la coppia naturale che potrebbe anche adottare un bambino. Non sarebbe certo d’ostacolo il fatto che fra i due non ci siano rapporti sessuali e neppure il fatto che ciascuno coltivi una relazione (omosessuale) fuori dal matrimonio. Fra l’altro fra loro non ci sarebbero certo motivi di contrasto o scenate di gelosia. Si avrebbe quella situazione che si ha in parecchi matrimoni di persone che non vogliono separarsi per non danneggiare le loro proprie carriere e sono d’accordo per avere ciascuno la sua relazione extraconiugale. Senza pestarsi i piedi reciprocamente.
Il bambino inoltre, oltre al vantaggio d’avere i modelli dei due sessi, beneficerebbe di quello d’essere educato sin dal primo giorno a non essere omofobo e a non essere geloso del proprio coniuge. Quale pedagogista potrebbe essere scontento di questo risultato?
Per quanto riguarda gli interessati, cioè gli omosessuali, è chiaro che non possono in nessun caso rigettare questo progetto. Essi protestano giustamente contro l’intolleranza dei benpensanti che non ammettono che un uomo viva more uxorio con un altro uomo, e dunque non avrebbero certo loro stessi il diritto di protestare se un uomo (omosessuale) vive con una donna (omosessuale): dimostrerebbero d’avere gravissimi pregiudizi sessuali.
I benpensanti, per parte loro, dovrebbero essere contenti di questa soluzione. Essi non vogliono che sia ratificato e ufficializzato il rapporto omosessuale e, in questo schema, esso rimane un rapporto di fatto e al di fuori della famiglia: è perfetto, no?
L’ultima obiezione da superare è sentimentale. Gli omosessuali potrebbero dire: in questo modo ci si vieta la convivenza con la persona amata; ma la risposta è fulminante: e di che si lamentano? C’è scritto perfino nel fondo dei posacenere che la coabitazione è la tomba dell’amore. Mantenendo invece con la persona amata un rapporto che esclude ogni prosaica quotidianità, col piacere d’incontrarsi solo per stare insieme, si offre all’amore la condizione ideale per durare e coniugarsi con la passione. La lamentela è suicida.
In conclusione, chi scrive, oltre a raccomandare caldamente l’adozione di questa brillante soluzione, confessa il proprio rammarico per il fatto che non ne potrà approfittare, non essendo omosessuale. Ma nessuno è perfetto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 17 maggio 2007


Se ti dimentico Gerusalemme
A Gaza i palestinesi si stanno accoppando, in due giorni  piu' di 40 morti, e,  nel frattempo, per tenersi allenati,  continuano a lanciare missili qassam su Israele. Feriti, terrore, rabbia ma  i media italiani fino a ieri hanno informato con brevi notizie flash, in modo quasi scanzonato: solo lievi danni a Sderot, qualche ferito ma poca roba.
Poca roba eh?
Decine di persone all'ospedale , un bambino ancora grave, anziani sotto schock, case distrutte,  la popolazione chiusa nei rifugi pubblici.
Qualcuno ha detto:"aspettiamo che Israele rinunci alla politica dell'autocontrollo e attacchi i terroristi e vedrete che si sveglieranno".
Detto, fatto.
L'aviazione israeliana ha attaccato bombardando le rampe di lancio e di colpo tutti svegli, i giornali mettono le prime notizie, sempre taroccate e censurate, i danni a Sderot sono, secondo loro,  lievi e, come previsto, parlano dell'attacco di  Israele ai terroristi.
Ecco un paio di titoli significativi trovati in rete:
" Hamas ordina il cessate il fuoco" e "Israele bombarda".
Quindi chi legge fa uno piu' uno e cosa capisce? che Hamas, santo subito, vuole la tregua con qualcuno e che Israele invece, cattivo, anzi pessimo, bombarda i soliti poveri palestinesi.
Un bel lavoro, complimenti ai giornalisti italiani.
 
Si e' svegliato anche Massimo D'alema, rimasto in distratto  silenzio fino ad oggi, per ragalarci uno dei suoi deliri : mandiamo l'unifil a Gaza.
Perbacco che ideona!
Bravo D'alema!
Cosi' finalmente Israele non potra' piu' rompere le scatole e hamas si armera'  in tutta tranquillita', come succede in Libano con hezbollah.
I soldati Unifil avrebbero il privilegio di rischiare di  morire per fare da cuscinetto tra i kalashnikov di hamas  e le bombe di fatah.
Un genio, niente da dire, D'alema e' un genio, ha capito tutto dei palestinesi, di quello che fanno e di quello che vogliono, ha capito tutto del terrorismo e della loro voglia di impedire qualsiasi tentativo di inutile dialogo dal momento che e' la fine di Israele che vogliono.  
 
Non contento di questo demenziale suggerimento, il piu' intelligente  e preparato  ministro degli esteri che l'Italia abbia avuto, quello che non nasconde di adorare hezbollah e di dare la sua incondizionata fiducia e simpatia al governo hamas, democraticamente eletto, secondo chi non ha un chiaro concetto di cosa sia la democrazia, questo geniaccio della politica aggiunge delirio al delirio e si permette di criticare le celebrazioni per il quarantesimo anniversario dell'unificazione Gerusalemme, suggerendo addirittura di evitare i festeggiamenti.
Cosa critica il ministro? Cosa si permette di criticare e come si permette di criticare e di suggerire dal basso della sua spocchiosa arroganza? Come si permette di dire a Israele quello che deve e non deve fare? 
Provo vergogna per lui  e credo che l'Italia meriterebbe di meglio.
Gerusalemme e' stata dichiarata Capitale di Israele nel 1950. Nel 1967 e' stata liberata dall'occupazione giordana e nel 1980 la Knesset ha sancito l'indivisibilita' della Citta' di David.

L'Europa e gli USA e D'alema non riconoscono  Gerusalemme Capitale di Israele?
Affari loro, ogni paese ha il sacrosanto diritto di decidere della propria capitale e Israele lo ha fatto come ogni altra nazione del mondo.
Gerusalemme non e' mai stata  Capitale di nessun altro popolo.
Gerusalemme  ha una storia ebraica  che  risale a 3319 anni fa.
Gerusalemme non e' mai stata Capitale di nessun altro stato se non di Israele.
Gli ambasciatori europei hanno rifiutato e rispedito al mittente  l'invito della Presidente della Knesset  e,  senza vergogna, hanno detto "No, grazie, non riconosciamo Gerusalemme come vostra Capitale".
L'ambasciatore USA ha rifiutato e ha mandato a dire di "essere fuori sede", in viaggio, in gita, occupatissimo.
Ipocriti e vigliacchi, hanno preferito offendere Israele pur di non far arrabbiare gli arabi.
Conosciamo molto bene  i sentimenti antiisraeliani dell'Europa e sappiamo che gli USA  hanno paura di un' altra strage in casa, quindi tutti buonini  agli ordini dei figli di Arafat che non ci metterebbero niente a farsi esplodere in qualche citta' europea o americana.
Uno schiaffo morale, un'offesa  a Israele invece quale conseguenza potrebbe avere?
Qualche protesta di noi ebrei incazzati  e tutto finisce la', nessun problema, lo sanno perfettamente,  sono abituati a offendere questo Paese, la cosa gli procura un enorme piacere, un' ineffabile  goduria e soprattutto, importantissimo per i conigli del mondo, nessun timore di ritorsioni. 
Benissimo, se la godano pure e buon pro' gli faccia  ma nessuno puo' permettersi di dire che non dobbiamo celebrare la riunificazione di Gerusalemme, tanto meno l'amico di hezbollah, tanto meno  il fiduciario di hamas, tanto meno un ministro degli esteri che non ha mai nascosto il fastidio che gli da Israele.
Ogni volta  che e' costretto a nominarlo il baffo gli trema, il viso gli si deforma in un'espressione di enorme seccatura e riprovazione per questo paesaccio di ebrei che se fosse stato per lui col cavolo che sarebbe nato.
Il signor Ministro sappia che le celebrazioni le abbiamo fatte, senza aspettare la sua autorizzazione,  canti e balli , felicita' per le strade di Gerusalemme, il piazzale antistante il Kotel  gremito di gente, di bandiere e musica.
Niente e nessuno, nemmeno il sorrisetto storto e sarcastico di D'alema,  ci fara' passare la voglia di esprimere il nostro amore per questa Citta' e per questo Paese e di sentirne fortissimamente l'appartenenza.
Se lo ricordi il ministro e intanto pensi alla prossima mossa, alla prossima condanna, alla  prossima schifata considerazione contro Israele. 
Forza, tanto siamo accerchiati, la politica internazionale ci prende  a schiaffi , gli arabi, appoggiati da UE e USA,  vogliono farci accettare un piano di pace che sarebbe il nostro suicidio,  si delegittima ufficialmente, cafonamente,  lo Stato di Israele non riconoscendone la  Capitale,  l'antisemitismo e' ai massimi livelli in tutto il mondo e , ciliegina sulla torta,  all'universita' di teramo, tutto minuscolo, stanno dando voce al negazionismo.
Claudio Moffa,allievo di Ahmadinejad , imita il suo maestro che aveva organizzato un convegno sulla negazione dell'Olocausto a Teheran, e  invita in cattedra, nell'universita' dove e' docente di odio,  Paul Faurisson per dare una lezione sulla menzogna della Shoa'.
Grandioso vero? 
C'e' altro?  ce n'e', ce n'e', Israele e gli ebrei sono la spina nel fianco del mondo, sono il cipollone da inghiottire, sono il senso di colpa da rinnegare.
 
A Gerusalemme altri tremila e piu' anni di vita come Capitale Eterna di Israele.
"Se ti dimentico Gerusalemme, si paralizzi la mia destra, mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia"
(Sal. 136, 1-7) "
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com

LA VEROSIMIGLIANZA DEI BROGLI
In politica e in amore tutto è lecito. Nel calcio è scorretto segnare un gol con la mano, in politica no: è solo una mossa vincente. In privato è deplorevole che si menta, in politica la verità è una versione fra le altre che ha il solo dovere d'essere vincente. Per decenni i comunisti bevvero la panzana che i nazisti fossero responsabili del massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, anche se in realtà gli stessi nazisti si erano premurati, in piena guerra, di procurarsi dei testimoni neutrali della loro (tanto rara!) innocenza. Ma alla Russia Sovietica conveniva sostenere quella menzogna e poiché i comunisti del mondo libero erano innamorati dell'Urss e disposti a credere qualunque cosa, perché non raccontargliela in quel modo? Dunque quella menzogna, finché fu creduta, fu forse orrenda ma non sciocca.
In politica l'unica esigenza seria non è la verità, è la credibilità. Quando la Casa della Libertà perde le elezioni per poco più di ventimila voti su parecchi milioni (sei decimillesimi, esattamente lo 0,06% del totale dei voti espressi), è comprensibile che essa ipotizzi un diverso risultato. Un nuovo conteggio potrebbe dare un risultato diverso, magari un maggiore margine per l'Unione, ma un vantaggio per il centro-destra è certo tutt'altro che inverosimile. Sei decimillesimi sono una percentuale microscopica.
Invece, in occasione delle amministrative di Palermo in cui Diego Cammarata è stato eletto sindaco al primo turno col 53,59% dei voti, contro Leoluca Orlando (45,14% dei voti), quest‚ultimo ha denunciato a gran voce presunti brogli che avrebbero dato la vittoria al suo avversario. Vero? Falso? Col criterio prima descritto vediamo se l'affermazione sia credibile (e dunque utile) o no.
I voti espressi a favore di Diego Cammarata sono stati 201.674 (Corriere della Sera), quelli a favore di Leoluca Orlando 170.542. La differenza è di 31.132 voti. Poco più della differenza in favore dell'Unione, alle ultime politiche; ma sommando i voti di ambedue i candidati si ha il numero 372.216 e 31.132 voti, rapportati a questo totale, costituiscono una percentuale dell'8,36%. Diamo i decimillesimi, oltre la virgola, perché è questo il rapporto: Cammarata ha avuto ottocentotrentasei decimillesimi di voto in più di Leoluca Orlando, mentre lìUnione ha avuto sei decimillesimi di voti in più rispetto alla Casa delle Libertà. E se l'Unione ha dichiarato pretestuose e infondate le proteste di Berlusconi, che bisogna dire di chi contesta l'otto per cento, non il sei per diecimila dei voti?
Ecco perché la bugia di Orlando è così grossa che, invece di invalidare il trionfo di Cammarata, lo sottolinea. Deve anzi costituire una ragione di sollievo, per Palermo, l'idea di non avere per sindaco un uomo che ha una così scarsa opinione dell'intelligenza del suo prossimo, inclusi quelli che avrebbe voluto governare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 16 maggio 2007


LE RAGIONI DEL SUCCESSO
Non sempre facile è comprendere il successo. Spesso non si capisce perché fra i mille urlatori uno divenga un cantante applauditissimo, perché un certo politico che ci sembra cretino divenga una celebrità nazionale, perché un ometto da nulla riesca a divenire plurimilionario. La spiegazione del mistero si potrebbe cercare in un paragone con le gare di formula uno. Molti dicono: “Ha vinto quella monoposto perché ha un migliore motore”, oppure “Perché è guidata da un grande campione”. E invece queste risposte spesso non sono vere.
Nell’ambito delle corse automobilistiche esiste “lo stato dell’arte”: la tecnologia è giunta ad un certo livello e quel livello è uguale per tutti. Tant’è vero che, un paio d’anni fa, l’auto di una marca minore correva con motore Ferrari e rimaneva lo stesso in fondo alla classifica. In realtà vince la gara l’auto con un perfetto motore, certo, con un perfetto driver, con ottime gomme ecc. ma che ha, rispetto alle altre, qualcosa in più, un piccolo particolare che le dà quel centesimo di vantaggio che la fa arrivare prima di un’altra. Un migliore alettone aerodinamico? Un dispositivo elettronico ignoto ai più?  Comunque qualcosa cui il profano non penserebbe mai.
Nello stesso modo, un grande avvocato è colui che sceglie la tattica giuridica migliore per il proprio cliente ma è anche vero che fra due avvocati di pari valore ha molto più successo quello che sa vendere al suo protetto la sua difesa come la più appassionata, la più aggressiva, la più vincente. Perfino se poi perde. Mentre l’altro avvocato, che magari fa le stesse cose, a causa del suo temperamento  può apparire rassegnato, disinteressato e, in una parola, perdente. Il primo diventerà un principe del foro, l’altro resterà un nessuno. Gli operatori della giustizia sanno che esiste una fama fuori dal palazzaccio e una fama all’interno del palazzaccio, ma il grande pubblico inghiotte anche esche grossolane.
Il successo degli altri spesso stupisce, anche quando non siamo invidiosi, probabilmente perché consideriamo l’elemento centrale del successo e non teniamo conto degli elementi secondari, quelli che invece fanno la differenza sul traguardo. A volte si tratta di qualità vagamente bovine, come la capacità di studio e di applicazione, a volte, perfino, di un dato che giudichiamo severamente. Il servilismo, per esempio. Esso è giudicato malissimo da tutti e tuttavia, in un mondo in cui si fa carriera solo per cooptazione (come l’università italiana) chi è incapace di servilismo raramente riesce ad entrare. In quell’ambiente il servilismo è una qualità. E la capacità di mentire, la disponibilità ad ingannare, a non mantenere la parola data, normalmente considerate gravi tare morali, sono qualità essenziali per fare carriera in politica. È inutile giudicare con disprezzo un sindaco o un ministro: le caratteristiche per cui lo disprezziamo sono probabilmente quelle che lo hanno fatto arrivare primo al traguardo.
Le ragioni del successo non sono sempre quelle che ci si aspetta. E neppure quelle che sono considerate moralmente apprezzabili. Non bisognerebbe studiare le qualità che astrattamente conducono al successo, bisognerebbe studiare le persone che hanno avuto successo: sono loro il paradigma da imitare, se si è ambiziosi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 15 maggio 2007


Miracoli & Miracolati: Gheddafi, sente la voce di Prodi al telefono e si sveglia dal coma
ANSIA delle 17.59,  14 maggio 2007 - L'annuncio arriva dal Medioriente: il presidente libico Muammar Gheddafi, 65 anni, è stato vittima di un ictus la scorsa notte ed è stato ricoverato in un ospedale di Tripoli,  in coma. Ad affermarlo la agenzia di stampa palestinese Máan. L'agenzia, che di solito diffonde soltanto notizie che riguardano i palestinesi nei territori, aggiunge che i figli di Gheddafi, che erano in Europa, sono stati richiamati in patria per assistere il padre. Anche il Jerusalem Post, giornale israeliano, riporta il malore di Gheddafi, che sarebbe «in coma». Secondo Máan, «le condizioni di Gheddafi sono molto serie». Gheddafi, si aggiunge, «è stato portato in stato di incoscienza all'ospedale». La notizia però non trova riscontri ufficiali in Libia e a tarda mattinata, a sgombrare il campo da certe voci, ci pensa Romano Prodi che fa sapere di aver telefonato a Gheddafi in persona.  Durante la telefonata il leader libico si è svegliato dal coma. Il fatto ha qualcosa di miracoloso e, dopo il famoso piattino di via Gradoli, sono ora in molti nelle cancellerie di mezzo mondo a considerare Prodi un taumaturgo.  
«Il colonnello ora  sta benissimo», fanno ora sapere dell'ambasciata di Tripoli a Roma.
Secondo  l'agenzia libica Jena,  Gheddafi,  ricevuta  la telefonata dal premier italiano Romano Prodi, improvvisamente ha aperto gli occhi, si è guardato intorno , ha chiesto latte di cammella discutendo  con Prodi di «questioni mediterranee ed internazionali di interesse comune».


MOLLICHINE
Blair ha qualificato la Gran Bretagna “nazione più grande del mondo”. Altrettanto ha fatto Sarkozy con la Francia. Ma in realtà è la Russia: basta aprire un atlante.

Prodi: “Sono entrato in politica 12 anni fa, sono il più giovane tra i politici in commercio”. Il più giovane e già smemorato: è stato ministro nel 1978.

Mussi: “Il Pd? È un partito a due piazze...” Come ha detto qualcuno: il leone giacerà con l’agnello ma faranno sogni diversi.

Mario Landolfi (An): “Siamo qui per le tre F”. Feste, farina e forca?

Per Bertinotti “Israele è una realtà”. E non un incubo, come lui stesso aveva sperato fino ad ora.

Tzipi Livni al Cairo per discutere il piano di pace saudita. Speriamo sia longeva.

Gianni Pardo

IPOTESI SULL’IRAQ
Nietzsche chiedeva: “Fin dove osi pensare?” In effetti, solo chi è disposto a pensare fino all’abisso può, in certi casi, sperare di giungere alla verità.
In Iraq ci sono in questo momento oltre centomila americani. Ma ovviamente non ci resteranno in eterno: la maggior parte dei loro compatrioti e la maggior parte degli irakeni vorrebbero che se ne tornassero a casa. Ma dopo che avverrà?

L’Iraq è un paese in cui c’è la libertà di stampa; in cui il popolo ha entusiasticamente votato ed ha eletto un governo; in cui l’economia ha ripreso a funzionare; in cui si ha finalmente il secondo esempio, dopo quello turco, di un paese insieme musulmano e democratico. Il suo dramma è però quello di una violenza senza fine, di un ininterrotto massacro, di una mancanza di pubblica sicurezza certificata ogni giorno dall’interminabile lista delle vittime innocenti. Senza il terrorismo l’impresa irakena sarebbe stata un totale successo, col terrorismo si dice un po’ dovunque che è stata un fallimento.
Sembra evidente che gli americani non sono in grado di porre un termine a questa piaga. Non c’è modo di sapere quale auto, fra le migliaia che circolano, esploderà; non c’è modo di identificare l’assassino suicida che trasforma se stesso in bomba. Se gli americani improvvisamente andassero via, questo basterebbe a far cessare il terrorismo? Certamente no. Attualmente i terroristi colpiscono soprattutto gli stessi irakeni, magari dell’opposta setta musulmana: sciiti contro sunniti e soprattutto sunniti contro sciiti. Gli statunitensi oggi non vanno via perché sono convinti che la situazione, senza di loro, peggiorerebbe; poiché tuttavia, in un modo o nell’altro, alla fine si stancheranno, bisogna fare l’ipotesi dell’Iraq senza gli americani. Togliamoli dunque dalla scacchiera e vediamo come va avanti la partita. Possono gli irakeni riuscire, da soli, ad eliminare il terrorismo? Ecco gli scenari.
1) Tutto prosegue come attualmente e la lista dei morti tende a diventare infinita. A un certo punto la stanchezza della popolazione è esplosiva, una fazione riesce ad attuare un colpo di Stato e s’impone un dittatore sanguinario che abolisce la libertà di stampa, abolisce le elezioni, abolisce le garanzie giuridiche del cittadino, procede con vendette trasversali o con massacri di Stato e infine impone un ferreo ordine. Parafrasando Tacito si potrebbe dire: “Ha fatto un deserto e l’ha chiamato pace”.
2) Nel secondo scenario gli attentati continuano ma il governo, esattamente perché non più sorvegliato dagli americani, abolisce le libertà democratiche e diviene esso stesso una dittatura. Si mette ad imprigionare senza scadenza e senza processo, usa sistematicamente la tortura, uccide una ventina di prossimi parenti di ogni kamikaze identificato ed utilizza tutti i sistemi atti a scoraggiare i terroristi e chiunque appena appena gli somigli. In ambedue i casi, il terrorismo è vinto ma – come si vede - la democrazia non sopravvive.
Triste prospettiva, certo: ma esistono altri sistemi per debellare questi fanatici assassini mantenendo la democrazia? Si sarebbe veramente lieti di vederli indicati. Se Israele c’è miracolosamente riuscito è semplicemente perché i suoi terroristi non sono endemici e le sue frontiere sono piccole e sigillate: l’Iraq non potrebbe fare altrettanto.
Ecco la verità che affiora dall’abisso: il dramma dell’Iraq non dipende dagli americani. Il terrorismo fanatico e su larga scala si vince col terrorismo di Stato, non con la democrazia.
Bush e i suoi consiglieri si sono sbagliati presumendo che ogni popolo oppresso aneli alla libertà. Questo è stato vero per la Boemia, per la Polonia, perfino per la Russia ma non è vero per quella parte barbara e determinante della popolazione irakena che vuole tornare all’oppressione, teocratica o laica che sia. Partiti gli americani, questi fanatici saranno finalmente liberi di imporre al loro paese un nuovo Saddam Hussein. Se andrà così, è in questo senso che la guerra irakena sarà stata un errore.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it   - 13 maggio 2007

L’AMORE DEL DENARO
Il disprezzo del denaro è un’ipocrisia che amano permettersi perfino i poveri: e tuttavia è facile vedere che questo atteggiamento è frutto di disinformazione.
La prosperità umana è fondata sullo scambio. Lo scambio, a sua volta, è conseguenza della divisione tecnica del lavoro: l’allevatore fornisce montoni, il pescatore fornisce pesce e se scambiano i loro prodotti ambedue mangiano sia carne che pesce. Tuttavia, uno scambio è tanto più facile quanto più la cosa proposta è gradita. Nell’antichità, una delle cose più facilmente accettate erano gli ovini (pecus, da cui pecunia) ma non sempre oggi si sarebbe contenti d’accettare in pagamento una pecora: potrebbe essere troppo o troppo poco, per la merce scambiata, non si saprebbe dove tenerla, ecc.
Già nell’antichità si scoperse che per gli scambi il migliore controvalore  era l’oro. Raro, di poco peso, incorruttibile, facile da suddividere, gradito a tutti, quel metallo divenne lo standard sul quale si misurava il valore di tutti i beni. E infine nacque il denaro: l’oro monetato e le monete di altri metalli.

Oggi che il denaro è semplice cartamoneta a corso legale e forzoso (cioè che nessuno la può rifiutare in pagamento) e  non ha un valore in sé come l’oro, è divenuto una sorta di titolo di credito nei confronti di tutti: ci presentiamo con le nostre banconote e il prossimo è felice di tagliarci i capelli, fornirci un buon pasto al ristorante, portarci in aereo a Parigi o costruirci una bella villetta. Per questo, chiunque dica di non amare il denaro, dovrebbe dichiarare che non gli piace mangiare, vestirsi, curarsi e divertirsi e anzi che potrebbe farne a meno. Cosa assurda.
Molti obietterebbero: “Io amo il denaro per il necessario, o perfino per qualche semplice comodità, ma non ne faccio un feticcio, non venderei la mia anima per il denaro”. Giusto. Ma, rispetto al disprezzo del denaro, questo è un discorso completamente diverso. Pone semplicemente il problema del giusto rapporto col denaro. E qui si possono proporre tre modelli: l’avido, l’avaro e l’ambizioso.
L’avido spende a piene mani per avere una bella casa, una grande automobile, per viaggiare, per concedersi ogni sorta di lusso. Il suo portafogli è come un porto di mare in cui il denaro arriva, anche in grande quantità, ma presto riparte per altre destinazioni. L’avido si comporta come quei bambini golosi che hanno un dolce in bocca, uno nella mano destra e uno nella mano sinistra: sarà un saggio che si gode la vita o un gaudente sconsiderato, certo è che non ama il denaro, tant’è vero che a momenti lo butta via. Ama solo le cose che esso può dare.
L’avaro, al contrario, è un porto di mare in cui le merci arrivano continuamente ma non ripartono quasi mai; e i colli si accumulano sui moli, nei magazzini, nei depositi. Questo nevrotico non ama né il denaro - non se ne fa nulla! - né i beni, che non acquista: è solo felice della mera possibilità della spesa. Ha un’utilitaria, ma potrebbe consentirsi una grossa Mercedes. Vive modestamente, ma potrebbe permettersi dei lussi. Forse un tempo fu frustrato dalla vista dei beni altrui ma ora che è arrivato ad avere più possibilità degli altri, questo gli basta ampiamente. Al passaggio, l’avarizia dà un ulteriore vantaggio: se si possiede e si spende un milione di euro, si può comprare una bella casa ma nient’altro. Mentre se si fa solo il calcolo di ciò che si potrebbe comprare, l’elenco è infinito: una casa, due automobili e quattro pellicce, gioielli e viaggi intorno al mondo, ecc. Chi invece non compra nulla ed ha la possibilità di tutte quelle cose, è infinitamente più ricco: possiede idealmente tutto ciò che un milione può comprare. L’avaro è un amante immaginario dei beni.
Infine c’è colui che, ammazzandosi di lavoro, “fa soldi” in quantità e, salvo qualche grandiosa spesa di rappresentanza, non ne spende per sé che una minima parte. Per costui il denaro non rappresenta né una possibilità di acquisti né un’occasione di godimenti: rappresenta esclusivamente la misura del suo successo. Non ama né il denaro né i beni che esso può dare: ama esclusivamente la propria immagine. È un adoratore del proprio io pubblico che amerebbe vedere adorato anche dagli altri: e per questo non raramente è munifico. È spesso molto utile alla società perché, se è un imprenditore, produce beni per tutti, se è un politico, contribuisce a guidare il paese, se è un grande clinico guarisce il prossimo, e via dicendo. Ma è un uomo la cui vita si avvita su se stessa.
In conclusione, chi si vanta di non amare il denaro, più che un ipocrita, è uno che dice una banalità. Per essere speciali, bisognerebbe cominciare col non essere avidi, non essere avari, non essere narcisisti.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 12 maggio 2007


E' accaduto non sto sognando
Finalmente si sono presentati due elementi importanti affinche' Giustizia fosse ristabilita consolando l'animo ferito degli ebrei italiani di Israele: l'occasione della visita di Fausto Bertinotti alla Comunita' Italiana  e il coraggio di dirgli quello che pensiamo di lui.
Ho dovuto darmi dei pizzicotti per rendermi conto che non era un sogno ma una meravigliosa realta', uno stupendo riscatto a tutte le umiliazioni subite e alle offese ingoiate in passato!
Era tutto vero, qualcuno stava  snocciolando al Presidente della Camera  le colpe sue, del suo partito e del governo italiano.
E' accaduto ed e' come se mi fosse scivolato  un peso dalle spalle!
Il signor Bertinotti, che in questo momento, sto ammirando in una bella fotografia ripresa al parlamento palestinese, sorridente e colle spalle coperte da una kefiah,
e'  entrato nel Tempio degli ebrei italiani, senza mettersi in testa la kippa', credendo di essere accolto come si conviene a un'alta carica di Stato e ne' e' uscito ricoperto  dei pesci che gli sono stati tirati metaforicamente in faccia.
E' accaduto, signori, e' accaduto! Non stavo sognando!
Anni e anni di mal di stomaco, di rabbioso dolore, di disperato sentimento di ingiustizia sono stati finalmente riscattati l'altro giorno a Gerusalemme quando, nella saletta del Tempio , Vito Anav e Beniamino Lazar, rappresentanti degli ebrei italiani in Israele,  gliele hanno cantate in tutte le tonalita' del pentagramma.
Lui, il signor Bertinotti, alla fine ha definito le critiche "una sgrammaticatura".
Comica questa parola, sgrammaticatura, forse si aspettava di essere accolto da canti e balli, battimani,  premi e cotillons?
Al Tempio italiano l'unica sgrammaticatura era lui, Fausto Bertinotti, lui che poche ore prima aveva definito la barriera salvavita "un'abiezione"; lui che al parlamento palestinese , ricoperto dall'amata kefiah,  aveva detto che anche Israele dovrebbe adottare l'indulto  come in Italia, e liberare TUTTI  i prigionieri e detenuti palestinesi; lui che ha definito  la presenza ebraica in Giudea e Samaria "una malattia che avvelena il mondo" secondo quanto scrive  il Riformista.
E' sicuro il signor Bertinotti che il veleno non sia altrove, diciamo a caso ...nel governo palestinese, nella promozione dell'odio e terrorismo contro Israele e non nella presenza ebraica nelle terre che sono la culla del popolo di Israele?

Forse  Bertinotti ignora la storia, lui e' stato segretario di quel partito della "rifondazione comunista" che da anni insulta Israele, demonizza Israele, deforma la storia di Israele, nega a Israele il diritto di difendersi quindi di esistere.
Durante gli anni della guerra di Arafat, anni da incubo in cui ogni giorno entravano nel Paese terroristi assassini per ammazzare civili ebrei, bambini ebrei, donne e vecchi ebrei, abbiamo assistito a a una processione senza fine di rifondaroli, di innamorati dei terroristi, di gentaglia piena di odio che andava a esprimere simpatia al boss dei terroristi.
Abbiamo visto arrivare la Morgantini per andare a insultare  i nostri soldati ai check point, abbiamo sentito Agnoletto diffamare istericamente Israele fino a quando la polizia non lo ha rispedito in Italia.
Li abbiamo sentiti chiamare  nazisti i nostri soldati.
Per cinque lunghi anni in cui ogni mattina accendevamo la radio prima ancora di essere completamente svegli per sapere quale altro attentato avevano fatto, per sentire i nomi delle nostre ultime vittime, dovevamo anche vedere ai TG italiani mandrie di vigliacchi assattanati bruciare le nostre bandiere e urlare "a morte".
Per cinque terribile anni   abbiamo dovuto ascoltare  rifondaroli e kompagni komunisti , da Montecitorio, dalle strade, dalle sedi dei partiti, dalle pagine di Liberazione e Manifesto ringhiare contro Israele, la sua esistenza e il suo esercito.
La guerra era nel pieno del suo orrore, fiumi di sangue scorrevano per le strade del nostro Paese, quando abbiamo dovuto assistere, con un forte senso di nausea, al congresso nazionale del partito della Rifondazione Comunista, segretario Fausto Bertinotti, che apriva i lavori dando, primo in assoluto, la parola a Nemer Hammad, rappresentante di Arafat in Italia, accolto da un'ovazione e felice di sciorinare la sua propaganda sotto la gigantografia di Muhammad Al Dura, icona del  popolo rifondarolo, ucciso da fuoco palestinese ma la cui morte era  stata attribuita a Israele.
Dal Parlamento Europeo  ci arrivavano, giorno dopo giorno, attentato dopo attentato,  vittima dopo vittima, le esternazioni di odio per Israele e amore per Arafat di Luisa Morgantini, rifondarola di rispetto, donna piena di passione per chi uccideva israeliani .
Nazisti nazisti nazisti, gridavano quelli del  partito di Fausto Bertinotti, e lo gridavano  contro gli ebrei, non contro gli assassini degli ebrei.
Lui colla sua erre moscia e  la  pipa, lanciava accuse a Israele, al suo governo, al suo esercito senza mai proferir  parola contro gli assassini, contro i terroristi, contro l'uso dei bambini palestinesi come strumento di propaganda.
Non abbiamo mai visto in cinque  anni un solo maledetto pacifista andare a esprimere il suo sdegno davanti alla carcassa di un autobus esploso in Israele col suo carico di sogni e speranze . Non abbiamo visto un solo  rifondarolo davanti alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme dove hanno trovato la morte decine di persone, famiglie completamente distrutte mentre , insieme, mangiavano la pizza prima dell'entrata dello shabat!
La sgrammaticatura,  stridente come il gesso sulla lavagna, di Bertinotti  e' stato dichiarare che il  governo Hamas e' stato democraticamente eletto.

Puo' essere chiamato democratico un governo che vuole l'eliminazione di una Nazione?
Le elezioni non sono certo simbolo di democrazia, le fanno anche in altre dittature arabe, le ha avute anche la Germania di Hitler,  la democrazia e' tutt'altra cosa e Bertinotti  la stava calpestando in quel Tempio dove finalmente gli  hanno fatto sapere, e spero anche capire,   che l'infamia del passato non andava dimenticata proprio per poter correggere il presente e incominciare a dialogare.
La sensazione mia e di molti altri , e' stata meravigliosa.
E' stato un atto di giustizia nei confronti di tutti i nostri morti che mentre bruciavano  e venivano colpiti dai bulloni inseriti nel tritolo, non sentivano i ghigni della base rifondarola e non vedevano quelli che, indifferenti ai corpi mutilati giacenti sull'asfalto delle citta' israeliane, si precipitavano a esprimere solidarieta' ad Arafat.
Signor Bertinotti, lei crede che abbiamo tutto questo?
Crede che abbiamo dimenticato le decine di maledetti pacifisti che, dentro il Mukata, si facevano sbaciucchiare dal raiss assassino?
Crede che abbiamo dimenticato le parole di sostegno e di amore per quel demonio mentre i genitori israeliani temevano di non rivedere i loro figli vivi dopo averli mandati a scuola?
Crede che abbiamo dimenticato le lacrime dei bambini israeliani davanti alle bare dei genitori mentre in Italia  giovani senza anima si calavano i pantaloni per mostrare il culo al simbolo bruciacchiato del loro odio.
Mi dicono che lei sia cambiato e che, venendo in Israele, lei abbia vuto il coraggio che manca a D'alema, che lei tenti di ricucire uno strappo di cui e' stato responsabile.
Me lo auguro  anche se non ci vuole molto ad essere meglio di Massimo D'alema.
Spero che lei, forse reso saggio dagli anni, capisca gli errori commessi nel dare fiducia a una popolazione di terroristi comandati da un assassino a scapito di una democrazia colpita nel profondo del cuore da migliaia di attentati.
Il suo cambiamento, se esiste,  non cancella il passato, non rimargina le ferite e non consola chi, piangendo su tante bare, ha dovuto toccare con mano la solitudine di Israele di cui lei e' stato uno dei responsabili.
Giustizia e' stata fatta.
Quel giorno, nel Tempio italiano di Gerusalemme,  Vito, Beniamino e gli ebrei italiani hanno deposto un fiore sulle tombe di tutti i nostri morti.
 
Deborah Fait     - www.informazionecorretta.com

NON RIDICOLIZZIAMO LA FAMIGLIA
E’ sabato ed inizia sinceramente a fare molto caldo. L’italiano medio ama uscire, andare fuori porta, organizzare belle giornate di festa, magari inventandosi un motivo, il più stupido purché ci sia, perché senza una motivazione non si va da nessuna parte, non c’è la necessità fisiologica e non c’è il quid che fa muovere le cose. Ecco come nasce il “Family Day” e come nasce il suo fratello bastardo ed omosessuale, chiamato “Orgoglio Laico” e guai a non schierarsi per l’uno o per l’altro. Ma farlo può costare una figura barbina: soprattutto se ad organizzare la gita è il caposquadra di una combriccola di gente fuori luogo. I portavoce del Family Day sono infatti, Eugenia Roccella, , attivista dei movimenti femministi, sensibilizzatrice del dibattito sull’aborto, figlia di Franco, uno dei fondatori del Partito Radicale, uno dei partiti che ha fatto dell’anticlericalismo e del laicismo (ovvero indipendenza dello Stato da influenze o credi religiosi) una della sue battaglie storiche e Savino Pezzotta, ex segretario della Cisl, che invita sul suo sito tutto il sindacato “cattolico”, a partecipare alla manifestazione. Ma un sindacato deve essere necessariamente laico se vuole difendere il lavoratore in quanto tale, perfino se discriminato in quanto omosessuale. Come fa un sindacalista a creare scale di valori fra i diritti in base al principio religioso, a partecipare ad una manifestazione di questo tipo ed avere fra i suoi autori preferiti Alexis de Tocqueville (che non scriveva favole o romanzi). Conversione o convenienze del momento? Sì è giusta la seconda. E lo è se la Chiesa Cattolica che rifugge come peccatori gli omosessuali, che accusa un presentatore ingenuo ed ignorantello di terrorismo e che, come è accaduto giorni fa, asseconda le pazzie di un giornalista in Brasile che per realizzare il suo scoop fa di tutto per farsi notare e si avvicina per chiedere un saluto a tutto gli italiani fuori luogo del Papa, acclamato da milioni di brasiliani, finisce con il gioire per la grande partecipazione ad una giornata contro le leggi dello Stato considerate amorali (dall’altra parte del Mediterraneo, in Turchia, si manifesta per mantenere la propria laicità ed evitare una deriva fondamentalista religiosa, quella di cui è stato vittima un servo di Dio, Don Andrea Santoro), di politici in condizioni morali assolutamente incompatibili. Perché Berlusconi, Bossi, Casini, la Santanché, La Russa, la Gardini (responsabile del suo partito per la famiglia), Castelli, Fini, Paolo Guzzanti, che pure danno il loro appoggio morale o materiale alla manifestazione, sono divorziati e risposati. Ma la lista è lunga e va da destra a sinistra (perché anche la sinistra ha le sue partecipazioni eccellenti e l’aggiunta della magra figura di voler proporre e votare una legge dagli scranni di un Parlamento, per poi sbeffeggiarla ancor prima di crearla, nelle pubbliche piazze). E  sinceramente la Chiesa Cattolica dovrebbe essere stanca di questo noioso dibattito razzista fra laici e cattolici, come se il laico non possa essere cattolico, solo perché chiede che vengano allargati i diritti a più persone e che venga garantita la loro uguaglianza davanti allo Stato, come lo è davanti a Dio ed il cattolico non possa essere laico, per evitare di essere apostrofato come peccatore, materialista, istigatore al relativismo.
E dovrebbe essere stanca di organizzare crociate che allontanano il suo livello di comunicazione con il popolo dei semplici, per avvicinarla a quello dei notabili, degli intellettuali con la puzza sotto il naso o degli ignoranti che pregano con la corona del Rosario, ma pensano che la Santa Trinità sia la Madonna, San Giuseppe ed il Bambinello e sarebbero disposti a buttare sassi contro il “ricchione” all’uscita dalla Chiesa, come i farisei ai tempi di Gesù Cristo. Perché la famiglia è una cosa seria e non merita manifestazioni, policitizzazioni e gite di comodo, ma tutela, rispetto, prima ancora della sua costruzione. E a chi non vede così tanta differenza fra Wojtyla e Ratzinger, consiglio personalmente la lettura delle Lettere e delle Esortazioni apostoliche di Giovanni Paolo II, durante la Quaresima del 1994 “In questo tempo, la nostra attenzione dovrà rivolgersi specialmente verso le sofferenze e le povertà delle famiglie. Un grande numero di esse, infatti, ha varcato il limite estremo della povertà, non avendo neppure il minimo vitale per nutrirsi e nutrire i loro piccoli, per consentire ad essi una crescita fisica normale e una istruzione regolare, conforme alle leggi. Alcune famiglie non dispongono neanche di un alloggio decente. La disoccupazione colpisce ed impoverisce sempre di più interi strati della popolazione. Le donne sono sole nel provvedere ai bisogni dei propri bambini e alla loro educazione: tutto ciò porta spesso i giovani a vagare per le strade e a rifugiarsi nella droga, nell'abuso di alcool o nella violenza. Si nota attualmente un aumento di coppie e di famiglie che hanno problemi psicologici e relazionali. Le difficoltà sociali contribuiscono talvolta alla rottura del nucleo familiare. Troppo spesso il nascituro non è accettato. In alcuni paesi, i più giovani sono sottoposti a condizioni di vita disumane o vergognosamente sfruttati. Le persone anziane ed handicappate, considerate economicamente improduttive, si sentono inutili e relegate nella solitudine. Alcune famiglie, a causa della loro appartenenza ad altre razze, culture e religioni, sono espulse dalla terra nella quale si erano stabilite.Di fronte a questi flagelli, che colpiscono l'insieme del pianeta, non possiamo tacere, né restare inerti, perché esse feriscono la famiglia, cellula fondamentale della società e della Chiesa. Bisogna rientrare in noi stessi! I cristiani e gli uomini di buona volontà hanno il dovere di sostenere le famiglie in difficoltà, donando loro i mezzi spirituali e materiali per uscire da situazioni spesso tragiche”. Problemi seri, dunque e non “la paura del ricchione”. E qui torno a Benedetto XVI che ha chiesto ieri di non ridicolizzare il matrimonio…Ecco aggiungo io, non lo ridicolizziamo come ben ricorderemo nelle due gite di un 12 maggio 2007.

Angelo M. D'Addesio


Il miracolo della sopravvivenza del governo
Per invitare ad osare un costruttore d'aeroplani teneva dietro la sua scrivania la gigantografia di un massiccio coleottero, chiuso nella sua corazza di chitina. Sotto c‚era scritto: "Un ingegnere aeronautico aveva detto: questa bestia non potrà mai volare". In effetti, la realtà è determinata da più fattori di quanti ne immaginino i filosofi. Ecco perché non ci si può fidare troppo della razionalità: essa funziona con i dati di cui dispone mentre la realtà immette nel parallelogramma delle forze dati imprevedibili e il risultato sorprende.
Ecco perché, se si fa tes
oro dell'esperienza, alla fine si giunge alla conclusione che la famosa affermazione di Hegel per cui "tutto ciò che è razionale è reale" non serve a niente. Gli avvenimenti si finisce conoscerli - perché ci si sbatte contro il muso - ma la loro razionalità si fatica parecchio a capirla. A volte ci si riesce, con sforzo, solo parecchio tempo dopo: quando ormai non serve.
Queste considerazioni sono ispirate dal governo Prodi. Questo coleottero vola. Accumula cattive figure, si fa cogliere in flagrante delitto di mendacio, non fa un passo per non rischiare, ma in fin dei conti è ancora lì. Qualcuno dice che il centro-destra ne sia contento, perché più questa maggioranza si squalifica, più sarà facile la rivincita: ma, se è vero, è un pessimo calcolo. Alle urne vanno elettori normali - non storici od economisti - che ricordano a stento ciò che è avvenuto negli ultimi mesi. Nel 2001 il centro-sinistra, in vista delle elezioni, abolì il ticket per i medicinali: sapeva benissimo che una simile misura era, e sarebbe anche oggi, insostenibile per il bilancio dello Stato, tanto è vero che oggi chi entra in farmacia ne esce con la sensazione di essere stato rapinato. Ma allora il governo sperò di vincere le elezioni: sperò che gli elettori di quel beneficio, recentissimo, avrebbero tenuto conto. Gli andò male, ma la teoria della labilità della memoria rimane dimostrata: oggi infatti, pur avendo come allora un governo di centro-sinistra, nessuno chiede l'abolizione del ticket, malgrado il suo attuale altissimo costo. Il 2001 è semplicemente storia antica. 
Prodi sta a palazzo Chigi, fa piani per il futuro e con stupefacente faccia tosta si comporta in tutto e per tutto come se non corresse nessun rischio. Mentre continua a dipendere dai senatori a vita, dagli umori dell‚estrema sinistra e da un qualunque incidente di percorso. Anche per contrasti nella stessa maggioranza: Mastella continua a dire che o si fa una legge elettorale come piace a lui (ma con quale maggioranza?) o fa cadere il governo; ad ogni piè sospinto, l'estrema sinistra emette dei Diktat, e tuttavia, ogni giorno si leva il sole, ogni giorno leggiamo che Prodi è Presidente del Consiglio e ogni giorno D'Alema è il ministro degli esteri sovietico. Pardon, italiano.
Come se non bastasse, in pista di decollo c'è ora un altro coleottero. Un coleottero di cui non sappiamo se volerà: il Partito Democratico.  La razionalità hegeliana sarebbe certo pessimista riguardo a un raggruppamento che non ha un programma, non ha un'ideologia, non ha un leader e su tutte queste cose ha già cominciato a dividersi: i suoi adepti sono perfino riusciti a non mettersi d'accordo sul gruppo al quale aderire in sede europea e mentre questa è, dopo tutto, una decisione  "ideale", s'immagini che avverrà quando si tratterà di decidere cose concrete. Cose sulle quali gli elettori delle due tendenze hanno convinzioni viscerali: i Dico, decisioni difficili come quelle sulla Tav, provvedimenti sulla previdenza e sull'Afghanistan, soprattutto se la situazione peggiora
L'intera classe politica, di destra come di sinistra, vivacchia. Del futuro  - pensione da parlamentare a parte - non importa nulla a nessuno. Arriva l'estate, non mancano né il necessario né il voluttuario e dopo tutto basta la salute.
Grande politica.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 11 maggio 2007


LA DEFAITE DE LA GAUCHE
Dopo la sconfitta della gauche, in Francia non si parla che di “rifondazione”, di “ripensamento”, di “ripartenza”. In sé, il proposito è lodevole. Se si fallisce, bisogna chiedersi come si potrà, in futuro, vincere dove prima si è perso. Ma tutte quelle parole che cominciano per “ri” indicano che si parte col piede sbagliato. Se bastasse “ri”cominciare, “ri”partire, si percorrerebbe la stessa strada, “ri”facendo gli stessi errori.
Già in Italia si sono vissute cose del genere, con annessi errori lessicali. Quando il Pci è divenuto Pds, un’importante frazione del partito si è staccata per dar vita al “Partito della Rifondazione Comunista”. E qui c’è da rimanere stupiti: Cossutta, Bertinotti e gli altri non volevano rifondare nulla. Volevano al contrario far continuare a vivere il vecchio partito e ne rifiutavano la socialdemocratizzazione. Gli scissionisti erano i seguaci di Occhetto, e se qualcosa è stato fondato, allora, è il Pds: che a sua volta non sapeva bene dove andare. Infatti, dominato dalla paura di perdere l’elettorato, non rinunciò al simbolo della falce e martello, lo rimpicciolì come se se ne vergognasse o come se facesse l’occhiolino dicendo: “Ci chiamiamo Pds ma siamo ancora il vecchio Pci”. Miserevoli manovrine politiche.
La realtà è brutale e non dipende dai nomi. Quando si perde bisogna innanzi tutto chiedersi se la cosa era prevedibile. A Canne i romani, più numerosi dei cartaginesi, persero disastrosamente perché Annibale fu un migliore stratega. La sconfitta era imprevedibile e i romani cambiarono tattica. Invece, più recentemente, l’Asse ha perduto ad El Alamein, anche se Rommel era più geniale di Montgomery, per l’insufficienza degli armamenti e delle salmerie. Dunque una migliore organizzazione avrebbe forse consentito la vittoria: la sconfitta era prevedibile. “Ripartire” senza sapere per dove è una sciocchezza. Prima si deve identificare la direzione da prendere, poi si riparte. Per far questo è necessario identificare gli errori del passato e avere il coraggio di rischiare una scommessa sul futuro: anche se è difficile amputarsi di tutto ciò che si è a lungo creduto irrinunciabile. Margaret Thatcher risollevò il Partito Conservatore promettendo ai britannici che con lei avrebbe comandato il governo, non i sindacati; anzi, che avrebbero comandato gli stessi lavoratori e non i loro rappresentanti; insomma annunciò che con lei il paese avrebbe effettuato una risoluta svolta a destra, nel segno della ragionevolezza e senza nessuna timidezza nei confronti della sinistra. La Iron Lady aveva una “visione”, come si dice: il risultato furono undici anni di governo e un tale rinnovamento della Gran Bretagna che anni dopo Tony Blair, per riportare il Partito Laburista al governo, non esitò a qualificarsi “figlio della Thatcher”.
Il problema della sinistra francese è che non ha perso Ségolène Royal: ha perso un raggruppamento che non ha una visione, che ripete slogan e mantra del passato, che non sa cogliere gli umori del paese. Che ha una politica ancorata a vecchi pregiudizi, come quello per cui chi delinque è un disadattato da aiutare, mentre al contrario i francesi hanno sentito il loro cuore balzargli in petto per l’esultanza, quando Sarkozy ha trattato da “racaille” (teppaglia) i violenti delle banlieues: perché è quello che pensano loro, i francesi, seduti in casa dinanzi al loro televisore.
La sinistra commette l’errore di volersi maestra di moralità. Vuole educare e governare il popolo piuttosto che farsi guidare da esso. Non capisce che se oltre il dieci per cento dei francesi vota per Le Pen, non basta demonizzarlo: bisogna riconoscere che il suo messaggio trova orecchie attente. Sarkozy invece – coraggiosamente – ha preso ciò che di questo messaggio era decente e l’ha fatto proprio, aumentando il numero dei propri elettori e diminuendo quello di Le Pen.
La sinistra francese deve fare un grande bagno di umiltà e deve identificare una sua visione del futuro, diversa da quella rivelatasi perdente. Deve soprattutto imparare a seguire le indicazioni del popolo, non degli intellettuali. Gli intellettuali sono molto meno numerosi degli artigiani e, oltre tutto, non ne hanno mai azzeccato una.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 maggio 2007


L’ESTREMA SINISTRA UNITA
Oggi si parla molto dell’unione della sinistra estrema in un unico partito, movimento, alleanza o comunque si voglia chiamare questo possibile raggruppamento: è difficile seguire la politica in questi contorcimenti lessicali. Ma il progetto sembra di difficile realizzazione. I partiti di estrema sinistra sono caratterizzati da una forte tensione ideologica. Il primo interesse dei loro elettori non è un’utilità concreta, la partecipazione al governo o qualche beneficio dal sottobosco politico: è la battaglia ideale. A costo di non ottenere nulla, tengono a gridare la propria protesta, la propria denuncia, la propria verità. E questo produce due risultati pressoché inevitabili.
Da un lato, se il partito si lascia coinvolgere nel governo (dal momento che i capi sono molto meno disinteressati degli elettori) rischia di essere fischiato come se si fosse venduto al nemico: è ciò che avviene a Bertinotti Anzi, è ciò che avviene un po’ a tutta l’estrema sinistra che, pur di non far cadere il governo, si acconciano a sostenerlo in decisioni cui la base è profondamente contraria.
Dall’altro, se l’ideale del singolo partito entra in conflitto con quello di un’altra frangia dell’estrema sinistra, chi cederà mai, se la teoria di ambedue è che non bisogna indietreggiare di un pollice, quando si tratta dell’ideologia? Diliberto, mentre auspica l’unione, pone già dei paletti irrinunciabili: e perché mai gli altri non dovrebbero anche loro porre paletti irrinunciabili?
Questo per giunta non sono le uniche obiezioni.
Si fa l’ipotesi del raggruppamento perché si è convinti che esso avrebbe più forza contrattuale e più appeal presso gli elettori. Effettivamente, se esso ottenesse, per esempio, il 15% dei voti, disporrebbe di una percentuale tutt’altro che trascurabile. Una percentuale senza la quale la sinistra non arriverebbe mai ad avere la maggioranza. Ma quale sarebbe la conseguenza? Se il suo programma fosse quello di una radicale svolta a sinistra, gli elettori moderati scapperebbero via e l’intera sinistra perderebbe le elezioni. Se il suo programma non fosse di una radicale svolta a sinistra, gli elettori di estrema sinistra sarebbero delusi e si rivolgerebbero a quel partito (residuo o nuovo) che fosse capace di raccattare da terra la bandiera della protesta e dell’utopia.
Forse un estremo frazionamento a sinistra non è un male come si crede. Esso consente a molti microscopici leader di presentarsi come segretari di partito; di avere la loro quota di esposizione mediatica; di essere consultati dal Presidente della Camera o del Senato, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dal Presidente della Repubblica. Inoltre, su ogni avvenimento, i giornali si incaricano scrupolosamente di riferire la reazione di tutti loro, uno per uno, cosa che non avverrebbe se un solo segretario parlasse a nome di tutti. E poi, chi rinunzierebbe alla propria piccola scrivania per lasciare l’incarico al “supersegretario”? Diliberto che ha esautorato Cossutta si adatterebbe ad obbedire a Bertinotti? Marco Rizzo si accoderebbe a ciò che dice Pecoraro Scanio? Forse, il migliore consiglio per la sinistra estrema è: state buoni. Godetevela. Non sapete se e quando avrete una seconda occasione di andare al governo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 maggio 2007




















MOLLICHINE
Francia. Moti di piazza, 367 auto bruciate, 270 fermati. Ma non si trattava di energumeni, erano pacifici cittadini che protestavano contro un violento: Sarkozy.

In Iraq attacco a un funerale. 32 vittime. Ma il morto è rimasto freddo.

D’Alema sull’Afghanistan, Corriere della Sera: «Preoccupato per offensiva delle forze straniere». Mentre gli amici Taliban non preoccupano.

Il ministro degli esteri iraniano afferma che la presenza americana in Iraq “alimenta il terrorismo”.  A domanda ha poi smentito che lo chiamino “Spezzaferro”.

Gianni Pardo


LA VITTORIA DI SARKOZY
La netta vittoria di Sarkozy farà molto discutere, come è normale, ma forse è più interessante la sconfitta di Ségolène Royal. Essa è forse l’indice d’un fenomeno molto più vasto che potremmo chiamare “massimo fisiologico”. Nel salto in alto, nessuno mai supererà i tre metri: il “massimo fisiologico” dell’uomo non lo consente. Nello stesso modo, la sinistra europea potrebbe aver raggiunto il “massimo fisiologico”. Ed oggi annaspa.
L’implosione dell’Unione Sovietica ha dato un colpo mortale al marxismo. È caduto il “grande esempio”, è caduta “la grande illusione”. Non solo: quel crollo ha messo in luce ciò che decenni di propaganda avevano nascosto, e cioè la miseria e la mancanza di libertà di quei regimi. Salvo alcuni irriducibili sognatori, tutti si sono convinti che, nella realtà concreta, quel tipo di società non funziona e nei paesi liberi l’aggettivo comunista, invece di indicare una speranza futura e un progresso, è passato a significare qualcosa di archeologico, di utopico, di superato. Il partito comunista è divenuto un partito di nostalgici e la grande sinistra europea si è volta al socialismo che, in questo cataclisma, ha conservato una faccia presentabile.
Ma anche il socialismo si è nutrito di un’utopia di sinistra. È partito dai falansteri e dal concetto che la proprietà privata fosse un furto, e in generale si è comportato come un comunismo annacquato. Se non è arrivato a predicare la messa in comune dei mezzi di produzione è solo perché si è reso conto che è più produttivo tosare la pecora e mungerla piuttosto che mangiarla. La sua stella polare è stata l’idea secondo cui i poveri fossero sfruttati dai ricchi e dunque ha sempre combattuto per recuperare parte di ciò che i datori di lavoro (creatori di ricchezza)  rubavano ai lavoratori (eco del plusvalore marxista) e per togliere qualcosa agli abbienti (detentori della ricchezza creata, eco di Rousseau). La storia del socialismo è stata quella di queste “conquiste sociali”. È stato “di sinistra” richiedere sempre più alti salari, sempre maggiori benefici, leggi per calmierare il livello delle pigioni, tasse sempre più alte, welfare state e via dicendo. E la storia, per molti decenni, si è incaricata di confermare la giustezza di questa battaglia: infatti i lavoratori hanno votato per i partiti socialisti,  hanno fatto scioperi, hanno strappato sempre maggiori retribuzioni ed hanno enormemente migliorato le loro condizioni di vita. Tutto questo senza accorgersi di un errore fondamentale, ciò che in latino si indicava con le parole: “post hoc, propter hoc”, il classico errore di scambiare la sequenza temporale per sequenza causale. La sinistra ha creduto di ottenere molto con le lotte sindacali e invece il miglioramento della condizioni di retribuzione e in generale di vita è stato dovuto all’aumento della produttività del lavoro. Prova ne sia che si è avuto anche in paesi a bassa sindacalizzazione e basso socialismo (Svizzera) o perfino visceralmente anti-sinistra (Stati Uniti). Mentre in paesi in cui il sistema stesso era impegnato a ridistribuire ai lavoratori l’intero frutto del loro lavoro (democrazie popolari), un sistema produttivo inefficiente ha provocato miseria.

Nei primi anni della rivoluzione tecnologica i tassi di aumento del pil sono impressionanti. La Corea del Sud anni fa è riuscita ad avere incrementi a due cifre e altrettanto ha fatto recentemente la Cina. Ma questo tipo di progresso non può durare. È come per il salto in alto: più si è bravi, più i progressi sono piccoli. Fino a scrivere su tutti i giornali del mondo se il record è stato migliorato di un centimetro.  Nello stesso modo, le economie sviluppate sono naturalmente in perdita di velocità e l’equilibrio economico fra impresa e lavoratori è stabilizzato. La pecora ha dato tutta la lana che poteva dare e insistendo si rischia solo di ferirla.
Ecco che cosa è forse avvenuto in Francia. La sinistra dà l’impressione di non sapere più che cosa proporre. L’ultima “conquista” sono state le trentacinque ore lavorative e tutti sono d’accordo nel dire che sono state una pessima mossa. Tanto che si tenta di eliminarle. Sarkozy ha proposto straordinari non tassati, che è come dire tornare indietro. Se non si lavora non si crea ricchezza.
La campagna elettorale francese è stata esemplare. Madame Royal ha ripetuto le solite frasi piene di buone intenzioni, ha parlato di ideali, si è commossa sui più sfortunati, ma non ha proposto nulla di concreto. Non è mancato il vecchio ritornello: “noi di sinistra siamo più morali” ma esso non convince più. Convince di più Sarkozy che parla di ridurre il numero degli impiegati di Stato (pressoché odiati, in Francia), di usare la mano di ferro contro i violenti, di porre un termine alle stupidaggini del ’68, in una parola di fare piazza pulita della retorica di sinistra e dello statalismo.
Non è detto che Ségolène Royal sia stata la migliore scelta della sinistra, ma è anche vero che il suo partito non è riuscito a fornirle un programma nuovo e credibile. E forse non poteva. L’elettorato si è reso conto che è stato raggiunto “il massimo fisilogico” ed oggi si può solo amministrare l’esistente. Bisogna rendere sicuro chi lascia la macchina sotto casa che la mattina seguente la ritroverà lì, e non bruciata. La rivoluzione oggi è la sana amministrazione, la meritocrazia, l’ordine pubblico e, in una parola, il buon senso. Di cui Sarkozy si è fatto una bandiera.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it  - 7 maggio 2007


CAPPERI SOSTIENE SARKOZY












L’OBIETTIVITÀ DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Le dimissioni di Vaccarella da giudice della Corte Costituzionale hanno un valore di sintomo. Da un lato dimostrano le pressioni del potere politico sulla “Consulta”, dall’altro fanno ripensare a passate decisioni della Corte che a molti hanno lasciato uno sgradevole retrogusto.
Vaccarella non ha inventato niente ed è stato in grado di motivare la sua protesta con citazioni indiscutibili del Corriere della Sera: Bertinotti ad esempio ha qualificato di “antidemocratica” un’eventuale ammissione del referendum sulla legge elettorale. È necessario essere ferrati in ermeneutica giuridica per capire che per lui, decidendo in difformità dai suoi desideri, la Corte Costituzionale attuerebbe un colpo di Stato? E che dunque non deve nemmeno sognarselo? Può un Presidente della Camera dei Deputati esprimersi in questo modo? E lo farebbe, se non fosse convinto di poterselo permettere senza che nessuno gli dia sulla voce, senza che nessuno noti la gravità di questo attentato alla separazione dei poteri?
Il danno provocato da questi politici, fra cui Pecoraro Scanio, non si ferma qui. Se ora la Corte Costituzionale respingerà il referendum, molti diranno che ha obbedito al centro-sinistra; se lo ammetterà, molti diranno che l’ha fatto non perché fosse giusto ma per dimostrare la propria indipendenza.
Il problema tuttavia ha una radice più profonda. La costituzionalità di una norma non è un dato giuridicamente chiaro e identificabile. Mentre per il divieto di sosta basta vedere se c’è un cartello ben visibile, nel caso dell’uguaglianza dei cittadini, fin dove si deve arrivare? Una donna non potrà certo ottenere il diritto di far parte dei donatori di sperma, ma spesso la decisione non è fondata su una base così evidente; ed anzi spesso è più politica che giuridica. Se una donna ha il diritto di abortire (o di non abortire), l’uomo, che è tanto padre di quel feto quanto lo è la donna, non dovrebbe avere lo stesso diritto? E quid iuris, se l’uomo non vuole quel figlio e la donna vuole tenerlo? Quid iuris se al contrario la donna vuole abortire e l’uomo quel figlio lo vuole? L’uguaglianza dei sessi deve tenere conto della parità genetica dei genitori o del fatto che solo uno di loro ha l’utero? Qualunque decisione in questo campo è morale, sociologica, politica ma non certo giuridica: eppure si sta parlando di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge!
Ecco perché il problema della Corte Costituzionale è insolubile. Se la sua funzione è spesso sostanzialmente politica, è giusto che essa sia demandata a una quindicina di eminenti giuristi, al di fuori di ogni controllo e corrispondenza alla volontà del popolo? Non sarebbe meglio richiedere una speciale votazione dello stesso Parlamento su una legge la cui costituzionalità è dubbia?
I giudici costituzionali sono esseri umani. Sono eletti dai politici sulla base di mille calcoli e mille mercanteggiamenti. Hanno le loro convinzioni, le loro idee politiche, perfino i loro pregiudizi. Come tutti. E il fatto che – teoricamente – siano eletti sulla base della loro competenza, non li rende meno sospetti. Se ne ha la riprova: i senatori a vita (salvo gli ex-presidenti della Repubblica) sono tali per chiari meriti e tuttavia – lo si è visto – al momento opportuno votano tutti compattamente a sinistra. Come credere che siano stati eletti solo per meriti speciali e non anche per meriti politici? O è che, al di fuori del centro-sinistra, non esistono uomini di valore, in Italia?
Le dimissioni del giudice Vaccarella sono clamorose ma probabilmente inutili. Dimostrano che i politici hanno più o meno giustificatamene considerato la Corte Costituzionale una loro longa manus a cui all’occasione dare indicazioni; da qui la sorpresa per la contestazione di un singolo Vaccarella. Per loro fortuna, si tratta di un episodio eccezionale che sarà presto dimenticato e si tornerà alla situazione precedente.
Business as usual.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 5 maggio 2007


CONCERTO PER ROYAL, SARKOZY E ORCHESTRA
Il dibattito politico ha questo, di caratteristico, che ben pochi lo comprendono esattamente. La maggior parte delle persone lo percepisce per effetti complessivi:  e al riguardo sarà meglio spiegarsi con un esempio.
La musica classica raggiunge il suo massimo nell’esecuzione orchestrale. Questo perché i molti strumenti permettono di ottenere effetti che un solo strumento (il pianoforte) o pochi strumenti (musica da camera) non possono dare. Se l’autore vuole creare un effetto di misticismo, potrà usare lo strumento chiamato “campane”, e lo potrà usare anche per un effetto “gotico”, come nella Sinfonia Fantastica di Berlioz. Se vorrà ottenere un effetto vagamente comico, userà il fagotto. L’effetto etereo o liquido si ottiene con l’arpa, e via dicendo. Ovviamente, la maggior parte degli spettatori, soprattutto se ascolta la musica senza vedere l’orchestra, ben difficilmente saprebbe distinguere i diversi strumenti. Soprattutto quando essi compongono “impasti”, nel senso che sono usati insieme, o quando si combinano e si rispondono (contrappunto). Il musicista somiglia dunque a qualcuno che, ascoltando un gruppo di persone che discutono, è ancora capace di distinguere ciò che dice ognuno; mentre l’ascoltatore medio sente l’effetto che fanno tutti insieme, anche se non saprebbe dire che cosa ha detto ciascuno di loro.
Nel dibattito politico i contendenti citano dati, cifre ed episodi del passato, si lanciano accuse e rispondono con altri dati, con altre cifre e con simmetriche controaccuse. Chi è competente distingue i dati credibili da quelli incredibili, i programmi realizzabili da quelli utopici, le accuse fondate da quelle puramente demagogiche, ma lo spettatore medio non può farlo. Per questo finisce col badare alle espressioni del viso, alla sicurezza con cui si risponde, ai segni di indecisione o di perplessità, ai mille segnali mimici ed espressivi che ognuno di noi lancia. Per questo il massimo del successo si ottiene con una battuta riuscita: se si riesce a far ridere, ridicolizzando sia pure per un solo istante l’avversario, si sono guadagnati molti punti. Una battuta non è importante in politica ma lo è nello spettacolo.
Non si vorrebbe offendere il grande pubblico, perché del grande pubblico facciamo parte tutti, ma in certi casi ci comportiamo come i cani quando, non comprendendo ovviamente una parola di ciò che dicono gli esseri umani, cercano di interpretarne le intenzioni dalla mimica, dal tono della voce, dai gesti. La politica è effettivamente troppo complessa per essere compresa da non specialisti. Dunque un dibattito rappresenta un compromesso tra la serietà degli argomenti e la loro comprensibilità da parte degli ascoltatori: la classica coperta troppo corta.
Nel dibattito tra Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy sono stati trattati moltissimi argomenti. L’effetto noia è stato inevitabile ma ciò che oggi tutti si chiedono è: chi ha vinto?
Salvo eccezioni, alla fine dell’incontro di pugilato i due avversari alzano le braccia in segno di vittoria. E anche in Francia è stato così: ognuna delle due fazioni afferma che ha vinto il proprio pupillo. Gli osservatori più o meno indipendenti affermano invece che il dibattito non sposterà significativamente le intenzioni di voto. E fra tre giorni decideranno i francesi.
Se è lecito esprimere un’opinione – anch’essa priva d’importanza – potrebbe dirsi che l’incompetente di musica assegnerebbe la palma a Sarkozy. Non per quello che ha detto ma perché ha tenuto conto del punto di vista “canino”. Una buona parte della campagna della sinistra ha teso a mostrare Sarkozy come “pericoloso”, “aggressivo”, “decisionista”. Una sorta di pericolo per la democrazia. Tanto che in Francia si è preso a parlare di una sua “diabolisation”, traduzione francese di quella “demonizzazione” di cui Berlusconi ha fatto ampia esperienza. Chiunque salvo Sarkozy! Mentre la Royal è stata accusata di essere materna, inconsistente, priva di idee chiare e di fattiva energia. Dunque essi si sono presentati al dibattito con l’intenzione di ribaltare questi clichè. Ségolène è apparsa aggressiva, ha sfoggiato qualche dato concreto, ha espresso qualche preciso programma. Mentre Sarkozy ha sopportato pazientemente, non si è mostrato innervosito, ha “incassato” parecchio dimostrandosi benevolo ed olimpico. Ambedue hanno tenuto fede al programma. Ma ciò che conta è che la “diabolisation” di Sarkozy ha ricevuto una totale smentita. In questo senso, ha vinto lui. I francesi potranno dire che ha un programma sbagliato ma non che è il diavolo. È anzi un politico che sopporta gli attacchi più duri senza mai replicare con lo stesso tono. Chapeau.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 3 maggio 2007


ISRAELE È FEMMINA
Molti si chiedono: bisogna dire Israele “è democratico” o “è democratica”? Chi ha amici israeliani viene a sapere che nella loro lingua si dice: “Israele è democratica”. Dunque Israele è femminile. E questo dato linguistico fa sorridere. In quel piccolo paese il servizio militare è obbligatorio, dura molto più dell’ annetto italiano di una volta e inoltre prestano servizio militare sia gli uomini che le donne. In caso di pericolo, nessuno aspetta che arrivi la classica cartolina: Tsahal si alza in piedi nel giro di ore, come si è visto nel 1973. Insomma, se c’è un paese virile è quello: come mai quel nome è femminile? A questa domanda si può fornire non una risposta filologicamente pregevole, che magari qualcuno saprebbe dare, ma una risposta spiritosa: Israele è femmina perché deve prevalere in un mondo maschile. E a questo punto è meglio spiegarsi.
Il mondo è dominato dagli uomini. Se in un posto di responsabilità c’è un uomo, nessuno si pone domande. Se c’è una donna, molti si chiedono: “Ma costei è all’altezza del compito?” Se le donne fanno carriera con maggiore difficoltà rispetto agli uomini è per due motivi: sono generalmente meno ambiziose e poi gli altri, e perfino le altre, le guardano con sospetto. L’essere donna non è una raccomandazione. Per arrivare in cima una donna deve superare difficoltà maggiori di quelle che supera un uomo. Françoise Giroud, tanti anni fa, scrisse più o meno: “La parità fra uomo e donna sarà raggiunta quando sarà normale che una donna mediocre occupi un posto di responsabilità. Come lo occupano tanti uomini mediocri”. E se è così, quella parità è ancora lontana.
Il genere di donna che arriva in cima è dunque la donna-carro armato. Da un uomo ci si può aspettare qualche debolezza, qualche cedimento; qualche sentimentalismo, perfino. Da una donna no. Se è divenuta un capo, è d’acciaio. La Thatcher non era The Iron Lady, era The Steel Lady. E per questo i generali argentini – militari maschilisti in un paese maschilista – hanno proprio sbagliato i calcoli. Non dovevano invadere la Falkland mentre a Downing Street c’era quella signora. Dovevano aspettare che ci fosse un premier uomo: chissà, magari se la sarebbero cavata. Lo stesso discorso vale per Golda Meir. Il suo aspetto pacioso di nonna al latte e miele non doveva ingannare. Quell’anziana signora aveva energia mentale da vendere e prenderla sottogamba sarebbe stato il peggiore errore. Né si tratta di eccezioni: quasi tutte le donne politiche di cui si ha notizia, anche quelle che riescono a stento a strappare un ministero di serie C, sono abbastanza “toste”. L’intelligenza può non essere geniale, la cultura o l’esperienza politica possono difettare, l’energia mai. La donna materna, mite e che perdona, nella vita pubblica è solo una leggenda. Più inverosimile di quella di Cenerentola.
Ecco perché Israele è femmina. Perché sopravvive non confidando sulla benevolenza degli altri ma sulla propria efficacia guerriera. Per la Thatcher l’uso delle armi è stato motivato dall’onore della Gran Bretagna, per il governo di Gerusalemme si tratta invece di vita o di morte: e se è vero che anche un coniglio, se non può scappare, abbozza una difesa, s’immagini un leone. Anzi, peggio: una leonessa!
Le cose sono divenute più allarmanti dall’estate del 2006. La breve guerra del Libano ha condotto al conseguimento dello scopo dichiarato, quello di far cessare il lancio di razzi da parte degli Hezbollah: ma poiché nella realtà oltre ai fatti contano le impressioni, e gli arabi sono riusciti a “vendere” quell’episodio come una loro vittoria (in questo aiutati dalla Commissione Winograd), la leonessa ha cominciato a temere che gli altri scambino per un sorriso la vista dei suoi denti. E forse sta aspettando l’occasione di far vedere in che modo sa servirsene. Sarebbe bene non provocarla.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it-3 maggio 2006




LA SVOLTA TURCA
La recente decisione della Corte Costituzionale turca, che ha annullato la prima votazione per il nuovo presidente, è più importante di quanto non si pensi. La norma che si è dovuto interpretare non è molto chiara e addirittura, in passato l’elezione del presidente si è già avuta, almeno una volta, in condizioni analoghe alle attuali. In altri termini, la Corte avrebbe potuto senza scandalo decidere in senso opposto: dunque la pronuncia è significativa al di là del problema giuridico stesso.
I giudici, votando con l’incredibile maggioranza di nove contro due, hanno azzerato le ambizioni di Gül e hanno reso sostanzialmente obbligatorie le elezioni anticipate. Questo perché, se Erdogan tentasse una seconda volta di fare eleggere il proprio protetto, nulla impedirebbe all’opposizione di ripetere la manovra e far mancare il numero legale: a quel il governo darebbe la sgradevole sensazione di voler andare contro il popolo e soprattutto contro il dettato della suprema magistratura. Il brontolio dell’esercito diverrebbe ancora più minaccioso.
Le elezioni anticipate, che dovrebbero tenersi nel giro di due o tre mesi, saranno importantissime. L’attuale parlamento non rispecchia infatti la volontà politica della Turchia. Il partito islamico moderato di maggioranza relativa ha avuto pressoché i due terzi dei seggi pur avendo ottenuto solo qualcosa di più del 30% dei voti: questo perché la legge elettorale impone uno sbarramento altissimo (10%) e lo sfarinamento dei partiti è stato tale che solo due di loro sono riusciti a superarlo. Attualmente una riforma della legge elettorale non è in discussione e dunque bisognerebbe essere specialisti di politica turca per sapere se i leader turchi si renderanno conto che questo andare ciascuno per conto proprio è un suicidio; se riusciranno a fondersi per superare lo sbarramento e se riusciranno a creare un argine all’invadenza religiosa: minoritaria nel paese ma che rischia di essere prevalente nella condotta della cosa pubblica. A chi ama la Turchia laica non rimane che incrociare le dita.
È interessante notare che sulla decisione della Corte Costituzionale è probabile che abbia pesato anche il monito dei militari. Costoro, come insegna la storia, non sono abituati a parlare a vanvera e stavolta, contrariamente a quanto ha ritenuto l’Ue e a quanto ritengono tutti i puri che amano la democrazia al di là della sua utilità concreta, bisognerebbe ringraziarli: essi non intendono né prendere il potere né governare per interposta persona. Vogliono soltanto che la Turchia non perda quel primato di libertà e di laicismo che è il grande retaggio di Atatürk. E se con un semplice monito sono riusciti a salvare la laicità dell’unica democrazia musulmana del Mediterraneo, che Allah gliene renda merito.
L’Europa sembra non capire la Turchia. Né la sua storia, né che cos’è oggi, né come si potrebbe aiutarla. Da Bruxelles la giudicano col metro dei predicatori di Hyde Park Corner. Se dipendesse dagli eurocrati essa – a forza di democrazia e di libertà – tornerebbe presto al califfato. La Turchia, sotto la mezzaluna e la stella, dovrebbe scrivere nella sua bandiera: “Ricordatevi che l’ottimo è nemico del buono”.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 1° maggio 2007


La democrazia vissuta fino al masochismo
Israele  processa se stesso e rende pubblico, a disposizione del mondo intero, il risultato della Commissione Winograd sull'ultima guerra in Libano.
Non voglio difendere chi sta al governo, chi  ha sbagliato paghera' di persona e paghera' dolorosamente  ma vorrei fare un ragionamento sulla democrazia israeliana.
Gli uomini, i politici non mi interessano in questo momento, la loro importanza e' relativa, e' morto il re viva il re, ma la cosa che mi riempie di orgoglio e' la portata della democrazia israeliana.  
Credo che non esistano esempi di democrazia cosi' alta nel mondo, credo che nessun paese che abbia subito 6 guerre in 60 anni e un numero incredibile di attacchi terroristici riuscirebbe ad avere la freddezza e l'onesta' di dire ai propri cittadini e al mondo intero , che aspetta con ansia di poter incominciare il linciaggio: abbiamo sbagliato, non e' andata come doveva.
Credo che nessuna nazione  rischierebbe di farsi sbeffeggiare dal nemico che adesso proclama trionfante "Ecco la dimostrazione che siamo stati noi i vincitori".
Miserabili ! Loro i vincitori? Hezbollah non ha vinto niente, ha invece subito gravissime perdite anche se purtroppo non e' stato distrutto.
Hezbollah  appena finita la guerra era talmente scioccato che Nasrallah non ha potuto far a meno di esclamare "se avessi saputo che sarebbe andata cosi' non avrei mai attaccato Israele".
Un vincitore non si esprime in questo modo e un vincitore  non si nasconde come ha fatto il capo dei terroristi hezbollah che da agosto e' apparso in pubblico non piu' di cinque volte, guardandosi bene alle spalle.
Sicuramente tutte le critiche  elencate dalla Commissione sono giuste, certamente sono stati fatti molti errori ma quale e' il paese che in guerra non ne commette?
E, soprattutto,  quale e' il paese che ha il coraggio di ammetterlo?
C'e' mai stato un processo, anche una semplice autocritica,  nei paesi che fanno parte della NATO per come e' stata condotta la guerra in ex Jugoslavia e per le stragi commesse?
E' mai stato messo sotto inchiesta  D'Alema per aver accettato di attaccare  un paese che non aveva aggredito l'Italia?
Tutto e' passato sotto silenzio, quintali di sabbia sono stati gettati e mr. Dalema ha sempre la stessa spocchia e arroganza.
Israele avrebbe dovuto vincere una guerra contro dei terroristi organizzatissimi e armatissimi in meno di un mese e avrebbe dovuto farlo con tutto il mondo che lo tirava per la manica e lo obbligava a fermarsi.
Ricordo gli appelli dell'esercito "lasciateci ancora una settimana" .
Niente da fare e il risultato e' stato che hezbollah non e' stato eliminato dalla faccia della terra e che i due soldati israeliani  catturati sono ancora in mani nemiche.
Da quanti anni va avanti la guerra in Iraq? Possono dire gli eserciti alleati o ex alleati di aver vinto? No, ogni giorno ci sono attentati con centinaia di morti.
Da quanti anni  dura la guerra contro i talebani?
Chi ha vinto la guerra in Afghanistan? Nessuno poiche' sgozzamenti e decapitazioni sono all'ordine del giorno.
E'  Israele l'unico paese che  si mette sotto processo, che si scortica fin dentro l'anima   per non aver vinto in un mese una guerra combattuta in condizioni anomale, contro  miserabili terroristi, fanatici  che non si facevano scrupolo  di riempire di gente inerme  le case che sapevano sarebbero state bombardate.
 
La democrazia vissuta  fino al masochismo.
In suo nome Israele per anni ha lasciato che  Azmi Bishara, deputato arabo della Knesset,  andasse, fregandosene della legge che lo vieta,  in visita in paesi nemici per convincerli a fare la guerra proclamando che lo stato ebraico deve cessare di esistere.
Israele  non lo mette sotto processo, ne' lo licenzia  ma lo lascia pascolare tranquillo in mezzo a hezbollah mentre fa proclami di odio contro il suo paese.
" Ce ne freghiamo della vostra democrazia" urla Bishara e Israele  lo lascia blaterare indisturbato abbarbicato a Nasrallah e ai piu' fanatici fra i politici siriani.
Bishara  puo' formare un partito antiisraeliano e nessuno lo intralcia, ogni tanto qualche politico si scandalizza, protesta e lo definisce nemico di Israele ma tutto finisce la' , i deputati arabi si alzano in piedi, urlano, danno del fascista a chi osa protestare. Lui intanto,  approfittando della democrazia israeliana cui fa gli sberleffi, mette in pericolo la sicurezza del paese  passando informazioni al nemico.
Alto tradimento!
Alla fine, subdorando che  Israele si era stufato e  aveva finalmente  capito che chi e' troppo buono passa facilmente per allocco, Bishara alza i tacchi e scappa.
Colla vilta'   che distingue tutti i traditori va in Egitto per dare le dimissioni dalla Knesset e da  quel paese manda a dire di essere solo una povera vittima dei sionisti e lancia proclami di martirio al mondo.
I traditori di Israele pero' non sono soltanto arabi, pensiamo a Ilan Pappe, emerito professore dell'Universita' di Haifa, ebreo,  che per anni ha invitato i suoi colleghi inglesi a boicottare Israele, che per anni ha scritto articoli e libri  diffamando il paese in cui vive, che per anni ha avvelenato col suo odio l'animo dei suoi studenti.
Anche Pappe, grazie a Dio, se ne va ma la decisione e' sua, nessuno gli ha dato un calcio nel sedere, se ne va perche', poverino, vede che i suoi colleghi lo guardano storto. Povero povero Pappe, dopo anni di diffamazioni e insulti a Israele , dopo aver detto a destra e a manca che questo paese  non deve esistere se non come Palestina,  si lamenta perche' qualcuno lo guarda male e se ne va, offeso, in qualche paese europeo dove diffamare e boicottare Israele e' un must, un dovere di cui andare orgogliosi. La' potra' diventare il guru dell'odio di se'.
 
Israele democratico fino al masochismo, Israele che si mette sotto tortura da solo, che si espone nudo davanti al mondo, che si autoflagella. Ma chi sarebbe capace di fare altrettanto? chi ha mai fatto altrettanto?    
Fa rabbia, una rabbia immensa perche' nessuno lo riconosce, perche' comunque piovono insulti e sberleffi e auguri di annientamento, comunque c'e' sempre chi va  a cercare il pelo nell'uovo  riempiendo i media e il web di odio e ferocia.
Fa rabbia perche' quei maledetti la' in Libano si sbellicano dalle risate. L'autocritica non fa parte della loro cultura fatta di odio, ferocia e menzogne.
Si, a molti di noi forse veniva da piangere nell'ascoltare il vecchio Giudice Winograd , molti avranno pianto  di rabbia sapendo che i nemici di Israele adesso stanno gongolando felici.
No no no!  Rabbia? Perche'? Dovremmo sentirci orgogliosi per la nostra cultura che e' rispetto per la verita', per la vita, per la giustizia e la democrazia a tutti i costi nonostante una situazione di perenne pericolo e minacce di annientamento e di bombe nucleari sulla testa.
La nostra democrazia, posta di fronte alla retorica e all'arroganza araba,  puo' sembrare la nostra debolezza ma in realta' e' la nostra forza e il nostro orgoglio e dovrebbe essere  da esempio a tutto il mondo civile se non fosse troppo occupato a odiarci.


Deborah Fait -www.informazionecorretta.com


SARKOZY E IL ‘68
Nell’ultimo comizio Nicolas Sarkozy ha attaccato frontalmente gli “eredi del maggio del ’68” e tutto ciò che essi hanno favorito. Per usare i suoi stessi concetti: la crisi del principio d’autorità, per cui l’alunno equivale al maestro; l’idea che non bisogna mettere brutti voti per non traumatizzare gli asini; il divieto di ogni classifica di merito e infine quel relativismo morale per cui la vittima conta meno del delinquente. Non importa se di quella fumosa ideologia il candidato alle presidenziali francesi abbia fatto un’eccellente sintesi o se abbia dimenticato qualche punto importante: importa che questo attacco avvenga ben trentanove anni dopo il ‘68 e il fatto che, ciò malgrado, esso costituisca un atto di coraggio. Sarkozy attacca infatti un tabù che, tanto in Francia quanto in Italia, malgrado i guasti che ha provocato, è rimasto intoccabile per decenni.
Pure se allora ad alcuni di noi quel movimento parve sciocco, velleitario, dannoso, e per parecchi versi demente, la storia dimostra che esso era da prendere sul serio. Dal punto di vista sociale non conta ciò che è effettivamente vero: conta ciò che crede la maggioranza. Se alla maggioranza conviene credere che l’Italia ha vinto la Seconda Guerra Mondiale, ecco che il 25 aprile si festeggia la vittoria italiana contro l’Asse. Se alla maggioranza conviene credere che i partigiani erano tutti idealisti senza macchia, ci vuole più di mezzo secolo per essere autorizzati a dire che non è stato sempre così. E se milioni di persone credono all’esistenza dell’elettrosmog, è inutile tentare di contraddirli: il governo stesso s’incarica anzi di combatterlo. Dopo tutto, la cosa rimane più facile che vincere sui mulini a vento. Dunque, il ’68 è stato una cosa molto seria. A Parigi De Gaulle è riuscito a vincere quell’ideologia ma non a cancellarla. È andata come con la Rivoluzione Francese: battuta militarmente, ha lo stesso trionfato socialmente.
Si potrebbe tentare di spiegare il fenomeno sottolineando il fascino di un tempo mitico in cui nei fiumi scorrono latte o vino, in cui si è tutti uguali, in cui ci si laurea senza studiare, si ha un posto di lavoro senza saper fare nulla e lo Stato s’incarica di tutto. L’età dell’oro e della fratellanza. Perfino l’età di una pietà parolaia che trasforma i minorati in handicappati, gli handicappati in disabili e i disabili in diversamente abili: dunque i ciechi sono diversamente vedenti. E chi non è abile in nulla, essendo diversamente abile, è uno specialista dell’inabilità. Ma è inutile stare a dimostrare le mille sciocchezze del famoso ’68. Se Sarkozy ne dice male, significa che la condanna è divenuta un’ovvietà e i cittadini tributano un’ovazione a chi la esprime con parole chiare.
Non importa il giudizio che il sociologo o il filosofo possono dare di un movimento che ha potuto inneggiare alla “fantasia al potere”, che sarebbe come dire al superamento della Tavola Pitagorica. Importa sottolineare che bisogna prendere molto sul serio i movimenti nascenti, anche quando appaiono deliranti. Come disse De Gaulle, “le idee muovono il mondo”. Non solo dunque non bisognerebbe abolire il latino - che insegna a ragionare e a usare la lingua - o la filosofia - che insegna a maneggiare le idee - ma bisognerebbe utilizzare la storia per smontare, facendo riferimenti al passato, tutte le ubbie che, ciclicamente, si rifanno una verginità ed ingannano i giovani. Se essi non fossero così disposti all’idea di una purificazione e di una palingenesi sociale, non seguirebbero ideologie rovinose come quelle che tanto hanno fatto soffrire l’umanità: a cominciare dal comunismo per finire col nazismo e i khmer rossi. Bisognerebbe insegnare ai ragazzi che ogni volta che si presenta un salvatore, qualcuno che vuole fare una rivoluzione per rendere tutti felici, bisogna ridere, se basta. O buttare quell’incauto in galera, se non basta.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 aprile 2007