archivio maggio 2007
INTERVISTA
SPECIALE
Dal Corriere della Sera, 3 giugno
2007
ROMA —
«Voglio vederlo questo decreto. Poi deciderò».
Il generale Roberto Speciale attende che gli venga
comunicato ufficialmente il provvedimento del Consiglio
dei ministri con cui viene estromesso dal comando della
Guardia di finanza. In attesa, affila le armi. Deciso a reagire.
A non farsi stritolare.
Deve lasciare l'incarico subito?
«Da
quello che ho capito, mi cacciano con effetto immediato.
Ma io ho chiesto di rimanere almeno fino al 21 giugno,
giorno in cui si celebra la festa della Finanza».
E gliel'hanno
concesso?
«Non
ho idea. Aspetto di capire. Vedrò cosa dice esattamente
il decreto. Se non me lo concedono, so io cosa fare».
Può
spiegarsi meglio?
«Ho
già parlato con insigni giuristi, i quali mi
hanno detto che se faccio ricorso non c'è partita.
Vinco alla grande. Qui siamo proprio fuori da ogni regola
giuridica».
In altre
parole, lei sta dicendo che il governo ha commesso
un abuso?
«Io
avrei una parola per definire quello che hanno fatto,
ma non la posso dire. Allora mi limito a dire che
il provvedimento è immotivato. Non c'è una ragione.
È un atto irrazionale, forse preso sull'onda dell'emozione.
Io ho fatto il mio dovere e mi sbattono fuori. Eh, no.
Io mi devo tutelare. E lo farò».
Chi le
ha comunicato che doveva andarsene?
«Mi
ha chiamato il ministro Padoa- Schioppa. Mi ha detto:
siamo arrivati a un punto in cui bisogna prendere
una decisione, allora la cosa migliore sarebbe che lei
presentasse una lettera di dimissioni e noi in cambio
avremo un occhio di riguardo, le troveremo una buona sistemazione».
E lei
cosa ha risposto?
«Ho
detto: non se ne parla proprio. Lettera di dimissioni?
E perché, che ho fatto, io ho la coscienza
a posto e non me ne voglio andare. Allora lui mi fa:
in questo caso dobbiamo procedere in altro modo. Benissimo,
gli ho detto, procedete pure, io non ho problemi».
E così
ci ha pensato il Consiglio dei ministri a toglierle
l'incarico d'imperio.
«Sì.
Che poi vorrei anche vedere se questo Consiglio
dei ministri è regolare. Nel senso che non c'era
quasi nessuno. Rutelli non c'era, Di Pietro mancava,
Amato non c'era, D'Alema era a Valencia alle regate di
Luna Rossa. È valido 'sto Consiglio dei ministri?
Mah».
Le hanno
comunque garantito un incarico alla Corte dei Conti.
«Un
baratto. Di questo si tratta. E allora prima che
io accetti un baratto ci penserò mille volte. Ripeto:
valuterò le iniziative da prendere dopo aver letto il decreto.
Ora posso solo dire che nulla è scontato».
Gira voce
che la Guardia di finanza stava per mettere le mani
su qualcosa di compromettente. Perciò avrebbero
deciso di liberarsi di lei.
«Sono
sciocchezze. Io ho sempre agito alla luce del sole.
Non sono abituato a fare trabocchetti. No, la vicenda
è molto semplice: per salvare un viceministro,
devo pagarla io. Ma non è corretto».
Lei si
è presentato ai Fori Imperiali alla parata del
2 giugno davanti a tutte le autorità di governo.
Come l'hanno accolta?
«Prodi
malissimo. Quando mi ha visto ha cambiato strada.
Gli altri sono stati gentili. Ma soprattutto mi ha riempito
di gioia la reazione della gente. Mi hanno fatto la ola
quando passavo. Questo è un chiaro segno di simpatia
verso una persona che ha subito un sopruso».
Casini,
Cesa e Berlusconi sono venuti a salutarla. Chi altro
l'ha accolta bene?
«Il
presidente del Senato Marini mi ha commosso. È
stato molto affettuoso. Gentilissimo anche il presidente
della Camera Bertinotti».
Marco Nese - 03 giugno 2007
PERCHE' NON POSSIAMO
ESSERE BERTINOTTIANI (E MENO CHE MAI
COMUNISTI)
Grand'Italia,
piccole cose! Avete presente Bertinotti? Quell'omino,
tutto kashmir e comunismo, che, impeccabile
nella divisa di uomo di Stato, si presenta
alla parata (militare) del 2 giugno con il simbolo
dell'arcobaleno pacifista
all'occhiello della giacca d'ordinanza.
Ecco, quell'omino
lì, che nel suo ruolo di presidente della Camera
dovrebbe rappresentare noi tutti cittadini italiani,
chissà mai perché, poco tempo fa,
durante la trasmissione Telecamere, ha esaltato un
dittatore con le carceri piene di dissidenti: "Penso
una cosa banale: che Fidel Castro sia per Cuba insostituibile";
poi - la notizia è dell'altro giorno- si rifiuta
di rispondere alla domanda, banale, se stringerebbe o
meno la mano al presidente degli Stati Uniti, tra poco
in visita di Stato nel nostro paese.
Dove
sono quelli che si chiedono perché uno si butta
a destra?
cp, 3 giugno 2007
PIOVE, GOVERNO
LADRO
I commenti
di un blog possono essere sconclusionati, sgrammaticati
o scurrili ma sono sintomatici. Mentre nei giornali
le lettere pubblicate sono selezionate e comunque vengono
escluse quelle calunniose, diffamatorie o ingiuriose,
su Internet, in cui tradizionalmente non esiste censura
o filtro, i lettori esprimono le loro idee con una passione
che è l’equivalente verbale di una rissa. Tanta partecipazione
potrebbe apparire incomprensibile: si accapigliano infatti
dei signor Nessuno, spesso a proposito dell’articolo
di un signor Nessuno; le loro logomachie non lasciano traccia non
convincono mai l’avversario e tuttavia si arriva ad una sorta
di guerra civile. Il fenomeno merita un tentativo di spiegazione.
L’uomo
primitivo fronteggia una natura avara e ostile su
cui non ha nessuna influenza. Anche se cerca di dominarla
alleandosi con gli dei per farli intervenire in proprio
soccorso, rimane in condizioni d’impotenza: sugli dei
ha il minimo potere.
Per
l’uomo civile, che vive immerso in un mondo artificiale,
le cose vanno diversamente. Il clima non influenza la
sua vita: non solo dispone di impermeabili ed ombrelli,
ma lavora prevalentemente al chiuso e spostandosi
viaggia protetto e riscaldato all’interno di un’automobile.
Il cibo è assicurato. Non solo non dipende più
dalla fortuna della caccia ma perfino le siccità e
le alluvioni non provocano carestie, perché l’agricoltura
è globalizzata. La medicina offre molti rimedi
contro i malanni e in totale si dispone di tanti vantaggi
che, se solo si ha un lavoro, si vive in condizioni
di sicurezza del tutto inimmaginabili per l’uomo primitivo.
Questo
cambiamento ha una conseguenza imprevista: mentre
un tempo le condizioni di vita dipendevano dalla natura,
oggi tutto dipende dall’organizzazione sociale
e questa diviene dunque il centro dei nostri interessi. Lo Stato
ha il ruolo che prima aveva la natura ed esso non è
governato da un potere imperscrutabile: è retto
da uomini come noi. Noi cittadini prima scegliamo i governanti
col nostro voto e poi cerchiamo anche d’influenzarli - affinché
agiscano come noi desideriamo - con le manifestazioni di
piazza, i dibattiti televisivi, gli articoli dei giornali e perfino
– appunto - con le discussioni fra amici. Non possiamo dire al
Ministro dell’Interno come trattare gli immigrati clandestini
ma lo diciamo al collega d’ufficio. O a un altro frequentatore
di blog.
La politica appassiona
tanto il cittadino perché si rende conto che da essa
dipende tutta la sua vita. Per questo, ogni volta che incontra
qualcuno che non la pensa come lui, scatta un selvaggio
riflesso di legittima difesa. Costui vorrebbe aprire
le porte agli immigrati clandestini? Questo gli dà voglia
di dargli una legnata sul muso: perché se prevale lui
e chi la pensa come lui, avrò un problema nel suo quartiere
e non sarà più tranquillo quando i suoi figli
andranno a scuola. Si parla di riformare le pensioni? L’argomento
è scottante. C’è chi teme di ricevere una miseria,
a suo tempo; c’è chi teme di dovere, col proprio lavoro,
nutrire anche la famiglia di un pensionato; c’è chi teme
di non avere il tempo di godersi qualche anno di riposo; molti infine
temono che, per fare contenti tutti, si aumentino le imposte,
già ad un livello insopportabile. E lo stesso discorso può
farsi per tutti gli argomenti sociali, visto che tutti da vicino
o da lontano toccano la politica. Non c’è un campo di cui
lo Stato non si occupi e se di qualcosa non si occupasse (per esempio
dei problemi di bioetica), ci sarebbe subito qualcuno che lo invocherebbe
e l’accuserebbe di colpevole assenza.
Non
bisogna meravigliarsi degli scontri e delle risse
verbali. Ognuno, proiettivamente, guida la collettività
verso il meglio e combatte i nemici del Bene. Che poi tutto
questo sia in grande misura illusorio, importa poco:
l’uomo moderno ha la risorsa di prendersela con chi non la
pensa come lui e con lo Stato: “Piove, governo ladro!”
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it.
2 giugno Festa
della Repubblica? No, no, questa volta è
la Festa della Republicoop...
Se
la Guardia di Finanza conduce, su mandato della Procura
della Repubblica di Milano, una verifica
su una qualsiasi azienda per "plusvalenze", "tesoretti",
"commisioni milionarie estero su estero" e tasse
non pagate... l'azienda si può aspettare gli
uffici bloccati per mesi, qualche periodo -più
o meno lungo- di galera preventiva per gli amministratori, rinvii a giudizio, una multa milionaria
e il cambio del commercialista.
Se,
al contrario, la Guardia di Finanza conduce, su mandato
dlla Procura della Repubblica di Milano, una
verifica fiscale sulle Coop... il minimo che può
capitare è l'intervento del Ministro alle Finanze
per bloccare le indagini e il successivo traferimento
ad altro incarico del Comandante generale della Guardia
di Finanza...
W la Repubblicoop!
cp,
2 giugno 2007
MOLLICHINE
Chiti ha escluso pressioni di Visco sulle Fiamme
Gialle. Visco non premeva. E se premeva dormiva.
Zergout, imam sospettato della strage di Casablanca,assolto,
non espulso e a piede libero a Milano. Per fortuna
almeno Corona è agli arresti domiciliari.
Chiti, sullo scandalo Gdf-Visco. “Il comportamento
di Visco è stato ineccepibile”. Cioè:
bisogna difendere ad ogni costo i colleghi di partito.
Soluzione salomonica per il caso Visco. Stavolta Salomone
ha tagliato in due la vera madre e ha dato il bambino
alla falsa.
Gianni Pardo
Via
coll'embargo contro Israele.
Ci sono riusciti.
L'ordine palestinese di boicottare Israele e' stato
onorato e le Universita' britanniche con 158 voti
a favore e 99 contrari hanno fatto passare la mozione
che dovrebbe estromettere dal sacro suolo dell'Isola
gli accademici israeliani per sostituirli con quelli
palestinesi.
State ridendo?
Beh, ve ne passera' la voglia perche' effettivamente
i rappresentanti del Britain's University and College
Union (UCU) hanno intenzione di stabilire contatti
diretti con la creme de la creme degli accademici palestinesi
a scapito dei molti Premi Nobel israeliani che a loro
fanno schifo.
Si, proprio cosi', amore e' amore,
e l'amore per il terrorismo palestinese unito all'odio
per gli ebrei e' una miscela esplosiva cosi' forte che
a questi patetici rappresentanti della cultura britannica
non interessa niente di far scadere le loro universita'
al livello di quelle palestinesi.
L'importante e' danneggiare quelle israeliane.
Il voto e' stato preceduto da una discussione piena
di odio in cui si accusava Israele di praticare
l'apartheid e di essere colpevole di crimini contro
l'umanita'.
La UCU pero' non e' soddisfatta, vuole molto di
piu', ha intenzione di estendere la proposta
di boicottaggio a tutti i membri dell'Unione entro
12 mesi e la mozione, che dovrebbe convincere a
firmare i 120.000 membri, invita a considerare i problemi
morali che comporterebbe avere legami con le istituzioni
accademiche israeliane.
L'Unione si prefigge anche di impedire ogni
relazione accademica tra la EU e Israele e di bloccare
i fondi che l'Europa elargisce per cooperare nella ricerca
con le Universita' israeliane.
Gli unici ebrei che verranno accettati in Britannia
saranno i traditori, quelli pronti a condannare
e a rinnegare Israele.
Odio puro dunque, odio isterico cui fece da battistrada
la Chiesa anglicana durante i primi anni della
guerra del terrore di Arafat contro Israele, seguita
subito dalla Association of University Teachers (AUT),
poi dalla NATFHE , insegnanti delle scuole superiori,
poi e' stato il turno dei medici inglesi contro i medici
israeliani, infine degli architetti contro i loro colleghi
ebrei.
La perfidissima Albione,
ormai islamizzata, fa proprio una bella figura,
non c'e' che dire.
La quantita' di firme arabe tra i boicottanti e'
incredibile e se pensiamo che l'Inghilterra ha milioni
di cittadini arabi e islamici che ormai fanno parte
di ogni istituzione britannica sprizzando da ogni poro
della pelle propaganda antisemita , non c'e' dubbio che
nei prossimi mesi e anni Israele non potra' piu' avere
contatti con quel paese e probabilmente con molti altri
in Europa.
Benissimo, pero' gli chiederei di boicottare
Israele e gli ebrei in modo serio non con questi
patetici giochetti antisemiti, devono imitare i
loro maestri, quelli con le palle : Hitler che bandi' gli studi
di fisica di Einstein definendoli "roba ebraica" e
Ahmadinejad che si sta leccando i baffi all'idea di poter
distruggere Israele.
Quindi incomincino a boicottare le scoperte in campo
medico, le cure contro la sclerosi multipla, contro
le malattie veneree, contro la poliomielite, contro
la SARS.
Boicottino ogni ricerca e ogni scoperta utile alla
salute mondiale fatta da scienziati israeliani,
boicottino i prodotti che servono a ridare l'uso
delle mani e delle gambe a molti malati affetti da
problemi spinali, boicottino i medicinali per curare
il diabete, boicottino la ricerca fatta dalla Child
Hood che permette ai bambini con gravi problemi respiratori
di dormire meglio la notte.
Boicottino i premi Nobel che hanno scoperto la cellula
umana che potra' proteggere da difetti del DNA
, boicottino la ricerca israeliana che ha gia' eliminato
i disturbi del Parkinson, boicottino le gocce nasali
che ci vaccineranno da ogni tipo di influenza per ben
cinque anni.
Inoltre dovrebbero boicottare i loro computer, anzi
gettarli via poiche' i sistemi Windows sono progetti
della Microsoft Israel.
Tutta la tecnologia, comprese le email e gli instant
messanger ICQ sono programmi sviluppati in Israele
nel lontano 1996. Devono anche gettare dalla finestra
i cellulari poiche' sono anche questi un prodotto della
Motorola israeliana che e' la piu' grande del mondo.
Boicottino tutto quello che e' israeliano e lo sostituiscano
con la ricerca e le invenzioni dei palestinesi,
tipo , che so, giubbotti esplosivi, bombe, candelotti, missili
a breve e lunga gittata.
E' dell'ultima ora la
notizia che anche il sindacato inglese UNISON
ha deciso il l'embargo, ne discuteranno in una conferenza
indetta dal 19 al 22 giugno e sicuramente
la mozione passera' creando gravi probelmi perche' il
sindacato controlla la maggior parte delle aziende e industrie
inglesi quindi sara' un effetto a catena che non avra'
fine.
Il governo britannico e' contrario, Inghilterra
e Israele hanno buoni rapporti diplomatici e
di collaborazione ma poco potra' ottenere contro
il potere di questi disgustosi e sinistri soggetti imbevuti
di odio antiebraico e di ammirazione per l'islam estremista
e i suoi diktat.
Ma non e' finita, si sta verificando un fenomeno
globale, l'orgasmo del boicottaggio si sta propagando
a macchia d'olio e alI'Inghilterra si e' appena aggiunto,
sbavando di malcelata goduria, il SudAfrica.
Il presidente del Congresso del South African Trade
Unions (COSATU), Willy Madisha, dopo un affettuoso
e fruttoso incontro con Abu Mazen, ha appena annunciato
la sua campagna di embargo chiedendo al governo sudafricano
di cessare ogni rapporto diplomatico con Israele.
L'organizzazione Not in My Name che fa parte della
coalizione antiisraeliana, guidata da un ebreo antisemita
di nome Kasril, ministro del governo di Pretoria,
amico intimo di tutti i boss mafiosi palestinesi, lavora
alacremente, con una passione disumana, per attivare
l'embargo e ha intenzione di piazzare i suoi iscritti piu'
perfidi e violenti a picchettare davanti ai negozi che
vendono prodotti israeliani per impedire alla gente di
entrarvi.
Kasril ha dichiarato che lui gia' da anni non compra
niente che sia israeliano.
Spero che boicotti tutto , proprio tutto, ma veramente
tutto e che abbia il fegato di subirne le conseguenze
nel caso si ammalasse di sifilide o di morbo di
Parkinson o anche solo di influenza.
Insomma quale e' la morale?
Israele per questi infami non fa mai abbastanza.
Israele non ha diritti, soprattutto quello di difendersi
quindi di esistere.
Israele tenta il negoziato
e la risposta sono i missili?
Colpa sua.
Israele esce da Gaza e lascia la terra ai palestinesi
e questi la usano per metterci le rampe di missili?
Colpa sua
Perche'?
Perche' doveva negoziare l'evacuazione con i palestinesi.
Ma se alla richiesta di negoziato, prima dell'evacuazione,
Abu Mazen aveva rifiutato ogni contatto?
Non importa doveva negoziare con i fantasmi.
E' comunque colpa di Israele.
Ma l'Iran, il Sudan, i palestinesi che ammazzano
le persone come fossero scarafaggi?
Colpa di Israele.
Ma i paesi che si sono stabiliti in mezzo
a popolazioni estranee?
Colpa di Israele.
Ma la Spagna che non da l'autonomia ai baschi?
Colpa di Israele.
Ma la stessa Inghilterra che occupa l'Irlanda del
nord e non vuole dare l'autonomia alla Scozia?(Perche'
non vi boicottate da soli, inglesi?)
Colpa di Israele.
Niente da fare, e' Israele l'oggetto dell'odio e
della rabbia del mondo.
All'embargo si aggiungeranno altri paesi, altre
organizzazioni antisemite pacifiste, altre Universita',
altri sindacati, altri Not In My Name, altri Ebrei
contro l'Occupazione cosi' vilmente mediocri che fanno quasi
pena.
Vogliono isolarci sempre di piu', vogliono rovinarci
in attesa che il loro amico iraniano abbia pronta
la bomba per sterminarci e far tutti contenti.
Quando accadra' pero' si creera' un serio problema
perche' il mondo non avra' piu' nessuno da odiare
e allora dovra' reinventarsi gli ebrei per evitare
pericolose crisi di astinenza.
L'odio sopravvive alla morte, la storia europea del
dopo Shoa' lo dimostra.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
LOTTA CONTINUA
CONTRO LA VERITÀ
La storia piegata alle esigenze di Sofri
Fino a ieri la storia ce l’hanno raccontata gli
assassini. Ora che hanno cominciato a scriverla le
vittime, narrandoci il dolore di crescere senza
padre, di diventare adulti sentendo gli insulti contro
chi ti ha generato, ora chi armò gli assassini,
anziché ammettere le colpe e tacere, preferisce cercar
scuse per sé e per i suoi complici.
Adriano Sofri, il professorino che insegnò la
lotta continua a centinaia di ragazzi, in questo
è tuttora un maestro. L’altro ieri sul Foglio
ha scritto un’intera pagina a commento del libro di Mario
Calabresi, il figlio del commissario assassinato
da un commando di Lc. Un delitto per cui lo stesso Sofri
è stato condannato a 22 anni di carcere. Più di 500
righe per autoassolversi, per dire che quei giovani che sognavano
la rivoluzione non erano i migliori, ma neanche i peggiori.
Un lenzuolo per sventolare ancora una volta la teoria dell’innocenza
perduta per colpa dello Stato, ovviamente scritto in minuscolo.
«Nel periodo in cui lo stato faceva male, e noi ci vendicavamo
col rincaro delle parole», scrive l’ex capo di Lotta
continua, «avemmo per la prima volta davanti agli
occhi una vedova, due orfane». Una paginata per spiegare
che sì, lui seminò odio, altri sangue, ma lo fecero
per la vedova Pinelli e per le sue figlie. Lo fecero perché
c’erano tutti quei morti «di stato», nella banca, nella
questura. Quello Stato di cui era un «fedele servitore»
il commissario Calabresi. Insomma, Sofri e i suoi compagni odiarono
e agirono per colpa dello Stato. Persero l’innocenza, inneggiarono
al fucile, diventarono terroristi, ma per reazione. Anzi, per
difendersi: «Ce n’era abbastanza per agitare le notti
dei paladini di vedove e orfani. E un delitto commesso dallo stato
è peggio di uno privato».
Uno straordinario esempio di storia piegata alle
proprie esigenze, un piccolo capolavoro di ipocrisia
e di rimozione. Per Sofri tutto comincia il 12 dicembre
del 1969, il giorno dell’attentato di piazza Fontana,
una strage di Stato, ovviamente. Per sostenere la
sua tesi dimentica la data di fondazione delle Br, che è
antecedente all’attentato. Scorda la nascita del primo
gruppo che scelse la lotta armata e l’omicidio, la banda
XXII Ottobre. Cancella la morte dell’agente Antonio Annarumma,
ucciso a Milano durante una manifestazione un mese prima
della bomba alla Banca dell’Agricoltura. Rimuove gli attentati
contro varie sedi di polizia e carabinieri che accompagnarono
il ’69. Ha un’amnesia sugli appelli alla rivoluzione che Potere
operaio lanciava alla piazza, al punto che il direttore della rivista
fu condannato per istigazione alla rivolta contro lo Stato, resistenza
alla forza pubblica, sequestro di persona e danneggiamento.
Leggendo ciò
che ha scritto, si capisce che per Sofri la lotta
continua, in particolare quella contro la verità.
L’ex capo di Lc è disposto anche a consegnare alla
storia una rivelazione, ossia la richiesta di una mazzetta
di omicidi da parte dell’allora direttore degli Affari
riservati, Federico Umberto D’Amato. Nel racconto dell’invecchiato
leader della rivoluzione, la polizia ritorna assassina:
voleva uccidere i militanti dei Nap, i Nuclei armati proletari.
E a sostegno della sua tesi cita i compagni «manovrati
e trucidati senza scampo» durante una rapina «seguita,
se non promossa, dalle forze dell’ordine e lasciata svolgere
fino all’uccisione dei suoi autori», «persone
specialmente generose, trascinate oltre e contro le proprie
convinzioni». Slogan vecchi: «Ps uguale
Ss». Non importa se Lc, nel 1975, era ormai finita e
di lì a meno di un anno sarebbe scomparsa. Federico Umberto
D’Amato si rivolse proprio a lui per eliminare i terroristi.
Nessuno ovviamente può confermare: D’Amato è morto,
i compagni non sanno o non ricordano. L’unico che spalleggia
Sofri in questo delirio giustificazionista è Enrico Deaglio,
o meglio Deraglio, il direttore del Diario, un militante: prima dice
di non saperne nulla, poi si fa tornare la memoria e «crede
di ricordare», aggiungendo di condividere la decisione di Sofri
di parlare ora: «È legata all’ultima fase di monumentalizzazione
della figura di Calabresi, stiamo assistendo ad una riscrittura
della storia così ufficiale, sigillata e ipocrita».
Gli ex capi di Lotta continua non possono accettare
che le vittime raccontino gli anni di piombo,
che riscrivano una storia che finora è stata
narrata solo dagli ex terroristi. Non si può dire
che furono ammazzati dei servitori dello Stato, delle
persone perbene e oneste. Non si può svelare che il
terrorismo ha per padri un pugno di giovanotti che avevano
in sprezzo le vite altrui perché sognavano la dittatura
del proletariato. Accettare la banalità del male,
il delirio che stava dietro la rivoluzione, è uno
sforzo troppo grande per questi comunisti ingrigiti. Non
possono riconoscere le loro colpe – senza se e senza ma – perché
sarebbe come ammettere che loro non sono la meglio gioventù,
ma la peggior vecchiaia. Continuino a cullarsi nella menzogna
dello Stato che armò il terrorismo, ma almeno lo facciano
in silenzio.
Maurizio Belpietro
APOLOGIA DI PRODI
(scritta da uno che non lo sopporta)
In un articolo del “Corriere della Sera” Sergio
Romano, come sempre un po’ acre e un po’ altezzoso,
invita Prodi a farsi da parte, soprattutto per
quanto riguarda la futura vita del Partito Democratico.
Le ragioni che allinea sono tutte valide ma è
come se qualcuno, sull’arca di Noè, al ventesimo
giorno di diluvio dicesse: “Toh, piove”. A Romano e a
tutti i leader del centro-sinistra si potrebbe ricordare
che Prodi può piacere o non piacere, lo si può
trovare iracondo e velleitario, rancoroso e bugiardo, e
chissà che altro ancora, ma una cosa è certa:
non costituisce una novità. E non si capisce perché,
mentre lui è uguale a ciò che è sempre stato,
solo oggi in tanti gli diano addosso. Forse perché è
in difficoltà la sua leadership e il suo governo? Se così
fosse, non si tratterebbe tanto dei suoi demeriti quanto dell’irresistibile
tentazione del calcio dell’asino: finché era in auge
e serviva per vincere, Prodi era l’insostituibile capo
e sarebbe stato impopolare dirne il minimo male; oggi invece
si possono sfogare antichi malumori con giudizi tanto impietosi
quanto prima repressi. Sicché l’onere della sua difesa finisce
col ricadere su chi quell’uomo non l’ha mai sopportato.
Della situazione attuale
del centro-sinistra nel suo complesso si può
dire tutto il male che si vuole ma non è corretto
darne la colpa a Prodi. Ha il torto di offrirne una facciata
scoraggiante, quando non irritante: ma la sostanza delle
cose non dipende da lui. Già prima che incominciasse
la legislatura, si sapeva che essa sarebbe stata o condannata
all’immobilità o costretta al varo di pochi provvedimenti
tanto impopolari quanto rovinosi. E infatti abbiamo visto
ambedue le cose. Tuttavia Prodi è riuscito a sopravvivere
per oltre un anno e non è piccola impresa: ha potuto
farlo sopportando l’insopportabile, dando un colpo al cerchio
e uno alla botte, smussando gli angoli, perfino attuando patetici
tentativi di decisionismo (“Si fa come dico io!”) e infine
spandendo tonnellate di melassa a uso e consumo del popolo
italiano. Non è amabile, questo Premier. Come è
stato brillantemente detto, gronda bonomia da tutti gli artigli
e dà l’impressione che venderebbe sua madre pur di rimanere
al potere. Inoltre, vantando gli immaginari successi del suo
governo, carica il proprio (già notevole) sedere di più
piume di pavone di quante possa ragionevolmente contenerne; ma
è sempre stato così: che colpa ha, dell’attuale
tempesta?
Il centro-sinistra non deve avercela con Prodi
se vuole essere il dominus del futuro Partito Democratico.
Non c’è politico che non sia ambizioso e non
serve rimproverare a nessuno l’amore del potere. Piuttosto
bisognerebbe rendersi conto che non si fonda un partito
prima di sapere quale sarà il suo programma e quale
sarà il suo leader. È come mettere sulla strada
un autobus senza sapere dove si vuole andare e chi dovrà
guidare.
Il problema della leadership non dipende da Prodi
e non dipende neppure dall’esistenza, in attesa
del Capo, di un coordinatore, di uno speaker o di
un reggente. Il vero leader non è qualcuno che si
nomina, è qualcuno che riesce ad imporsi. Fini
non comanda Alleanza Nazionale perché a suo tempo
Almirante l’aiutò ad emergere, comanda perché ha
saputo affermarsi e nessuno è mai stato in grado di scalzarlo.
Nello stesso modo, Berlusconi è talmente il
leader di Forza Italia che in molti pensano che, se venisse
a mancare, quel partito potrebbe sciogliersi al sole.
De Gasperi, Craxi, Reagan, per non parlare di De Gaulle,
sono stati dei veri Capi. E un Capo è persino Bertinotti.
Qui invece la scelta è fra figure di secondo piano
già a titolo personale (l’inconsistente Veltroni,
il velenoso D’Alema, il giulebboso Rutelli), che per giunta
non beneficiano della fiducia di tutto il futuro partito.
Le due anime di questa coalizione rimangono ben distinte, come
l’olio e l’acqua in una bottiglia.
Si lasci dunque in pace Prodi. Lo si metta da parte,
se si vuole, ma senza fargli la morale. Ha avuto
ed ha limiti e difetti, tuttavia al centro-sinistra
è stato utile: se oggi lo si vuole licenziare, che
gli si faccia almeno l’inchino.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -
31 maggio 2007
SHANGRI LA
Quand’ero ragazzo ero innamorato dei film fantastici.
Un esempio massimo (che reca la firma di
Frank Capra) fu “Shangri La”, del 1937. Vi si
racconta di una società ideale, di eterna giovinezza
e d’amore, anche se la conclusione è il ritorno
all’amara realtà. Un altro film indimenticabile
fu “Accadde domani”, di René Clair, anno di produzione
1943. La premessa è questa: il protagonista si vede
offrire ogni giorno, da un collega defunto, il quotidiano
del giorno dopo, cosa che gli consente comunque di sapere
in anticipo dove si verificherà l’evento del giorno.
Finché non legge sul giornale una notizia che lo riguarda
personalmente... Si potrebbe continuare con gli esempi, ma una
cosa è certa: mentre tanti anni fa il fantastico mi attirava
tanto, mi faceva sognare e mi faceva sperare che anche la realtà,
una volta o l’altra, si sarebbe piegata alle ragioni del cuore
e dell’estetica, oggi i film fantastici non li sopporto più.
Non appena capisco che si sta deviando verso il magico, verso
il sogno, verso l’irrealtà, ho tendenza a spegnere
il televisore. Come mai?
Flaubert, in madame Bovary, scrive la storia
di una donna che, vittima dei suoi sogni ad occhi
aperti, trascura la realtà e le buone regole di
vita per innamorarsi di bellimbusti miserabili, per inguaiarsi
con i debiti, arrivando infine a suicidarsi per la disperazione.
Emma è un personaggio romantico che non si
rassegna alla mediocrità della sua vita di provincia:
vuole anche lei vivere come le eroine dei libri che ha
letto e ne paga il prezzo con la vita. Il romanzo ha segnato,
in Francia, il trionfo del realismo letterario sul romanticismo
morente e il personaggio ha fatto versare oceani d’inchiostro
ma qui interessa la famosa affermazione di Flaubert: “Madame
Bovary, c’est moi”, sono io. Gustave infatti era stato
romantico da giovane ed aveva una sensibilità romantica:
ma la riflessione l’aveva condotto a negarsi, sia nello stile
(cristallino e smagliante, ma sorvegliatissimo e limatissimo)
sia nelle idee. L’atteggiamento romantico, in buona
misura una fuga dalla realtà, è un grave errore
che rende dei disadattati coloro che l’assumono fino in
fondo. Solo vivendo abbastanza a lungo si riesce a cogliere tutta
l’ampiezza dell’inganno. Solo riflettendo a sangue
si arriva, come Flaubert, a convincersi fino alla feccia di
quanto le fughe dall’esperienza concreta siano delle impasse
e di quanto dolore possano arrecare.
Ecco perché si può arrivare a sentire
un’enorme pietà per Emma Bovary e nel contempo
addirittura disprezzarla intellettualmente. Ecco
perché Shangri La, con tutta la sua poesia, è un
film nocivo, avrebbe detto Platone. Una troppo grande parte
dell’umana infelicità, soprattutto in amore,
è dovuta al troppo che si desidera rispetto al poco
che la realtà può offrire. Quanto male non hanno
fatto gli imprevisti happy end dei film
a chi vive una vita piatta e spietata! In essa alle
cause normali seguono gli effetti normali. E non ci viene
regalato nulla; l’amore – quando va bene – non si trasforma
in paradiso ma in placido affetto coniugale. E non leggeremo
mai oggi il giornale di domani.
Il mio rifiuto dei film fantastici è lo
stesso rifiuto di Flaubert per la scelta di Emma
Bovary. È il rancore di chi si è visto
rifiutare, dalla vita, quel sogno che l’arte aveva così
coloritamente presentato. Il fatto è che non esistono
le fate. Tutto ciò che di positivo si può dire
è che non ci sono neanche gli orchi, i diavoli,
i fantasmi. E neanche la Sfortuna. Siamo confinati nella
nostra banale, umilissima realtà di mammiferi.
Viviamo in un universo dalle regole meccanicistiche.
Il meglio che ci offrirà gratis la vita non andrà
molto oltre l’affetto di nostra madre, quando eravamo piccoli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 29 maggio 2007
Due note.
Durante la seconda guerra mondiale molti si meravigliarono
di un bombardamento effettuato da aerei americani
su Tokyo mentre nell’area non c’era basi da cui potessero
decollare. Il Presidente degli Stati Uniti Roosevelt,
richiesto di una spiegazione, disse ridendo che erano
partiti da “Shangri La”. In realtà erano partiti da
una portaerei, non da una base terreste. E per questo fu
poi varata, nel 1944, una portaerei col nome Shangri La.
Il protagonista di Shangri La fu Ronald Colman
ed io, da bambino, per ricordarmi di distinguerlo
da un altro Ronald, Reagan, mi ero imposto di ricordare
“Colman buono, Reagan cattivo”. Eh sì, come
attore Colman era certamente migliore.
Lettera agli
amici.
Mi scuso se a volte credo di fare dell’umorismo
e non ci riesco, nel senso che non sono abbastanza
chiaro e sono preso sul serio. Un paio di esempi.
Nella mollichina riguardante Walter Veltroni, quando
lo paragonavo a John Kennedy per il bell’aspetto, mi pareva
evidente che fosse uno scherzo: Veltroni per me è
fisicamente repellente. Ma forse non sono una donna e non
percepisco con sufficiente forza il fascino virile. Altro
esempio, nel brano riguardante “il vantaggio di morire”,
mi si fa osservare – giustamente – che non sappiamo nulla
di ciò che potrebbero sentire o no i morti, e che comunque
parlarne come soggetti di qualche frase, cioè come di “coloro
che compiono l’azione”, è in contraddizione col concetto
di inesistenza. Tanto di cappello, tutto vero. Ma io alla
fine scherzavo, scrivendo che la morte è “esentasse”,
scherzavo dicendo che “i morti non si divertono gran che”, ecc.
Okay, non sono stato chiaro. Un altro amico mi dice: vantaggi
di morire? E come no. Purché non avvenga troppo presto.
Anche qui, chi lo nega? Io stesso mi ero congratulato con me stesso
per avere immeritatamente superato l’età di Schubert,
di Mozart e perfino quella dei miei genitori.
Una brillante amica giornalista mi fa notare
che quanto da me sostenuto può andar bene
per chi non ha figli, mentre chi ha dei figli e dei nipoti
si preoccupa giustamente per loro. Anche qui, tanto
di cappello. Ma il fatto è che, da quando ho letto
Nietzsche, ho completamente smesso di ragionare in termini
di specie. Io mi sono sempre disinteressato della
sua sopravvivenza. Ai figli nel testo non ho pensato
perché chi ha dei figli, oltre che per obbedire all’istinto,
li ha per procurarsi una (illusoria) sopravvivenza
dei propri geni. Dunque crede ad una sorta d’immortalità
genetica ed è normale che si preoccupi per figli
e nipoti, fino a dimenticare che lui personalmente non ne
saprà niente. La mia amica del resto dice all’incirca
– e per questo l’ho definita brillante – “Quello che fa
correre come dei disperati i nonni per proteggere anche
i nipoti, fino alle ultime ore della propria vita, è
l'inconscio senso di colpa per avere loro inflitto la vita”.
Noto al passaggio che l’espressione “inflitto la vita” si
trova all’inizio dell’autobiografia di Chateaubriand. Ed
è anche un bel concetto che sarebbe piaciuto a Giacomo
Leopardi.
Un altro amico, lui pure brioso, mi dice che
ci si innamora anche a settant’anni. E dunque anche
a quell’età si possono soffrire le pene d’amore.
Ma, chissà, forse un ricovero nel reparto geriatrico
riuscirebbe a guarirle. Vedete, non riesco a non
scherzare!
Alla fine riferisco che un amico ha ricevuto
un virus come se fosse stato mandato da me.
Me ne scuserei, se avessi la minima colpa al riguardo,
ma mi premuro di sottolineare che non invio mai una mail
con allegati se non aggiungendo un paio di parole, nella
mail, che certifichino che quella mail proviene effettivamente
da me. Se la mail con l’allegato fosse bianca, o contenesse
solo espressioni valide per chiunque e da chiunque (“Very funny!”,
“You’ll appreciate this!”), è chiaro che non l’ho mandata
io ed è pericolosa.
Bene, ho quasi raggiunto la lunghezza di un articolo
e per questo vi saluto tutti cordialmente. Mi
tenete molta compagnia.
Gianni
CECITA' MORALE
Quando riguardano Israele i giudizi sono sempre
al vetriolo e affetti da cecita' morale, le condanne
piovono senza pieta' e senza il minimo imbarazzo.
Israele arresta una trentina di capi terroristi
di hamas e D'alema che fa?
Perbacco interviene immediatamente defininendo
l'arresto «un atto molto preoccupante che
non contribuisce a rilanciare le condizioni di dialogo».
Naturalmente il ministro degli esteri italiano
non fa nessuna dichiarazione contro i lanci continui
di Kassam su Israele che hanno gia' ammazzato
nell'ultima settimana due persone, ShirEl, una ragazza
di 32 anni che andava a trovare la madre e Oshri, un un
tecnico informatico di 36 che andava a Sderot a lavorare
e lascia la moglie incinta e una bambina di due anni.
Non si preoccupa per i morti ammazzati israeliani
Tovarisch D'alema?
Il lancio ininterrotto di missili contribuisce
a rilanciare il dialogo?
Si e' mai preoccupato per i 7 lunghi anni in
cui Sderot bombardata e' diventata una citta'
martire, ormai semivuota?
D'alema si sveglia soltanto quando Israele
incomincia a difendersi e c'e' il pericolo che
faccia la bua ai suoi amici, allora reagisce
immediatamente , alza la voce e assume quell'espressione
di fastidio cosi' usuale in lui quando nomina Israele.
Come vorrei costringerlo a stare una setimana,
solo una settimana, a Sderot , dentro un normale
appartamento, a farsela sotto ogni volta
che suona la sirena per avvisare che ci sono soltanto
20 secondi per mettersi in salvo.
Come vorrei vederlo correre verso un rifugio
col terrore di non arrivarci in tempo.
Una settimana, una settimana soltanto, di botti,
di sirene, di buuuum dove casca casca, gli
stessi assordanti rumori che hanno reso sordi e folli
di paura i bambini e i cittadini di Sderot.
Sderot era una bella cittadina industriale fino
a 7 anni fa, oggi, dopo 8000 missili, e' una citta'
silenziosa, disperata, semideserta, l'ombra
tragica di quello che era un tempo eppure nessun politico
, nessun ministro, nessun presidente di questo mondo
infame, che blocca sempre Israele quando reagisce,
ha tentato di fermare i terroristi.
Non c'e' mai stata una condanna ufficiale se
non qualche timido sussurro, qualche "se non
la smettete non vi mandiamo soldi" e intanto
le donazioni ai palestinesi sono raddoppiate rispetto
al 2005.
Il popolo della sinistra estrema ha persino
la ferocia di prendere in giro "ma tanto quei fiammiferi
di hamas non ammazzano nessuno", sghignazzano
i kompagni.
Invece hanno ammazzato, anche bambini, continuano
ad ammazzare, hanno completamente distrutto la salute
e il morale della cittadinanza, hanno rovinato la
futura generazione rendendo i bambini terrorizzati che
vomitano dalla paura, che fanno la pipi' a letto per
il terrore, che non vogliono stare da soli nemmeno sotto
la doccia.
Li vorreste cosi' i vostri figli, voi gente senza
anima?
Vorreste vedere
vostro figlio tremare tanto da non reggersi in
piedi quando suona l'allarme rosso e buttarsi per
terra perche' consapevole di non arrivare mai
in tempo al rifugio e poi mettersi a vomitare perche'
ormai nessuno e' piu' padrone dei propri nervi.
E perche' succede tutto questo dopo che Israele
non ha piu' niente a che vedere con Gaza, dopo
che ha evacuato tutta la striscia e portato via
8000 persone che vi lavoravano e vivevano da decenni
?
Semplice, succede perche' hamas, dopo aver traformato
le ex serre di Gaza in una Santabarbara e distrutto
tutto quello che gli ebrei avevano costruito , vuole
onorare il suo statuto e gettarci in mare.
Succede perche' il loro unico obiettivo, la loro
ragione di vita sono il terrorismo contro gli
ebrei, le scimmie che gli imam maledicono nelle
moschee.
Succede perche' questo non e' un popolo che vuole
uno stato ma un insieme di gruppi terroristici
che cercano soltanto il caos per consolidare il
loro potere su una popolazione avvelenata dall'educazione
all'odio.
Infine succede perche' questa gentaglia non
puo' accettare di vivere accanto ai sionisti,
agli ebrei tanto odiati , perche' come ha scritto
il giornale di Hamas: <<Lo sterminio degli ebrei
è un bene per gli abitanti del mondo intero...>>.
Mentre questi maledetti
tentato di realizzare lo sterminio , altri maledetti
tacciono per protestare soltanto quando Israele
attacca per difendersi.
Amnesty International, ha reso pubblico il suo
rapporto annuale dove risulta che Israele
si e' macchiato di crimini contro l'umanita'
per aver risposto alle aggressioni di hezbollah nel luglio
del 2006, quando, senza la minima provocazione
, i terroristi hanno ucciso otto soldati in territorio
israeliano , rapito due di cui nessuno sa piu' niente
e mandato sulle citta' della Galilea una grandine di 4000
missili.
Questo e' accaduto dopo che Israele aveva lasciato
la striscia di sicurezza in Libano dal 2000,
cioe' piu' di 7 anni fa.
Amnesty International, esattamente come tovarisch
D'alema, mette sullo stesso piano i terroristi
e e la democrazia israeliana, aggressori e aggrediti,
creando un problema morale enorme perche' e' l'indegno
modus operandi di hamas e hezbollah che costringe Israele
a rispondere al lancio dei missili sulle citta' israeliane.
Ed e' esattamente a questo punto, quando Israele
risponde, che la distrazione compiacente
per i bombardamenti sulla Galilea o su Sderot,
si trasforma, come per incanto, e si fa indignata
protesta.
Contro chi? Ma contro Israele naturalmente.
Ecco cosa scrive Amnesty :" Sia Israele che Hezbollah
hanno dimostrato di non rispettare le popolazioni
civili commettendo cosi' grosse violazioni
dei diritti umani e della legge internazionale
macchiandosi di crimini di guerra"
Allora proviamo a ricordare a questa inutile
organizzazione che hezbollah ha costruito un'infrastruttura
terroristica perfetta atta ad usare
i libanesi come scudi umani, mettere dunque sullo stesso
piano terroristi e esercito israeliano e' non solo
ingiusto ma immorale. Questa situazione, questo vile
modo di fare la guerra degno dei topi di fogna che sono
i terroristi libanesi e palestinesi, questo colpire i
civili israeliani dalle case dei civili libanesi, ha
purtroppo reso vano il tentativo di Zahal di non colpire
la popolazione tenuta in ostaggio dai barbudos in turbante.
Ma non e' finita, mentre Israele vive questo
dramma , gli intellettuali inglesi, forse i piu'
sinistramente razzisti d'Europa, continuano a boicottare
il Paese e le sue Universita', i giornalisti,
gli accademici, gli architetti, i medici e chi piu'
ne ha piu' ne metta, tutti uniti, questi infami,
ci negano il diritto di vivere e di esistere a casa nostra.
Questi fascistoni rossi hanno persino ricattato
gli accademici israeliani dicendo che chi condannera'
il proprio Paese non verra' boicottato.
La sinistra fascista europea , britannica in
testa, vuole rafforzare nella gente l'idea
che la nascita di Israele sia stato un tragico errore
e chiede che i sionisti, democraticamente, rinuncino
al loro Paese perche diventi una dittatura araba
guidata dalla legge della Sharia.
Che dire? Cosa e' cambiato da sessant'anni fa?
Che differenza c'e' tra i nazisti e questi infami
fascisti rossi?
I nazisti mettevano gli ebrei nei forni e per
ammazzarli tutti andavano a raccoglierli
in ogni paese europeo, questi intellettuali
rossi di fuori e neri come la pece di dentro devono fare
meno fatica, hanno qui 5 milioni di ebrei da far
fuori, tutti in una volta, e hanno gia' la bava alla
bocca.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Salviamo Sderot!
Da sette anni, gli abitanti di Sderot vivono
nel costante terrore. Su quella che
un tempo era una ridente cittadina di 20.000 abitanti,
da sette anni piovono con frequenza quasi quotidiana
missili Qassam lanciati dai palestinesi
della striscia di Gaza.
In sette anni, circa 8.000 razzi palestinesi
hanno avuto come bersaglio esclusivamente
obiettivi civili israeliani, quali case,
scuole, ospedali, giardini d'infanzia, centri
commerciali e ogni altro luogo in cui
ci sia un'alta concentrazione umana.
Scopo evidente è uccidere il maggior numero
di persone, uomini e donne, vecchi e bambini.
Nell'agosto 2005 il governo israeliano ha messo
in atto lo sgombero totale dei 25 villaggi situati
nella striscia di Gaza, nella speranza di
ottenere in cambio una maggiore sicurezza per i
suoi cittadini residenti nel Sud del Paese e lungo
i suoi confini.
La risposta palestinese non si è fatta
attendere: dove erano le serre, che
producevano tonnellate di verdure e davano lavoro
a centinaia di palestinesi, sono stati scavati i
tunnel dai quali passa il contrabbando di armi e
l'ingresso dei terroristi, come possiamo vedere
qui, e
quelli che un tempo erano fertili insediamenti agricoli
sono stati in un attimo trasformati in ulteriori basi
di lancio, e l'intensità dei lanci è aumentata.
Per avere un'idea della situazione suggeriamo
di guardare, fra i molti disponibili, questi
due filmati: 1° filmato;
2° filmato.
Durante tutti questi anni abbiamo assistito,
incredibilmente, a un silenzio pressoché
totale su tutto questo: sia i media che la politica
internazionale hanno totalmente ignorato quanto
sta accadendo, hanno ignorato il martirio che la città
di Sderot sta quotidianamente subendo, per svegliarsi
unicamente quando Israele
decide di reagire. Quando ciò accade, è
tutto un indignarsi, è tutto un protestare,
è tutto un condannare: rivolto a Israele,
beninteso.
Anche in questi ultimi giorni, in cui i palestinesi
hanno ulteriormente intensificato i lanci
di missili, non abbiamo sentito se non condanne
per "l'uso sproporzionato della forza" da parte di
Israele. E nel frattempo Sderot muore. Nel frattempo
gli abitanti di Sderot fuggono a migliaia. Nel frattempo
quelli che non possono
fuggire, avendo non più di 15 secondi di
preavviso tra l'allarme e la caduta del missile
soffrono per gravi traumi psicologici e psichici.
Noi vogliamo che tutto ciò abbia termine.
Chiediamo a tutti coloro che leggeranno
questo testo di agire in prima persona. Chiediamo
che tutti scrivano ai propri giornali di riferimento
per chiedere di informare puntualmente sul martirio
che Sderot sta subendo, e non solo sulle risposte israeliane.
Chiediamo che tutti scrivano al maggior numero possibile
di politici per chiedere loro di prendere nettamente
posizione su quanto sta accadendo da anni sotto gli occhi
di tutti, per chiedere loro di chiudere una volta per
tutte la vergognosa pagina della "equivicinanza" tra carnefici
e vittime che da troppo tempo contraddistingue la nostra
politica estera, per
chiedere loro di fare pressione sui propri contatti
palestinesi per far cessare questa barbarie.
Potete trovare
gli indirizzi email dei deputati
e qui quelli dei senatori.
Chiediamo infine che tutti coloro che, fra
quanti leggeranno questo testo, dispongono di un
sito web, di un blog, di un qualunque tipo di spazio
pubblico, lo utilizzino per diffondere ulteriormente
questo appello, chiediamo che tutti coloro che lo riceveranno
lo inoltrino alle proprie mailing list. E firmiamo anche
le petizioni indirizzate agli stati membri dell'Unione
Europea qui:
e qui:
Collaboriamo tutti, per quanto sta nelle nostre
possibilità, a salvare Sderot dalla
distruzione totale.
Invitiamo i nostri lettori a scrivere
ai mass media per protestare contro servizi
scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro
messaggi presso HR-Italia@honestreporting.com
HonestReportingItalia vi invita inoltre
a proporci eventuali critiche ai media per
una possibile inclusione nei futuri comunicati.
Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in
questione o l'articolo stesso e invialo a:
HR-Italia@honestreporting.com
IL VANTAGGIO DI
MORIRE
L’uomo è l’unico essere che sa di dover
morire. Tutti i mammiferi conoscono la
paura, il dolore fisico, l’eccitazione sessuale,
perché queste sono esperienze esistenziali: la
conoscenza della morte invece è intellettuale.
È una deduzione di cui solo l’uomo è capace.
Noi siamo in grado di accorgerci che tutti coloro che
sono vissuti cent’anni prima di noi sono morti ed
è dunque ragionevole – più che ragionevole
– pensare che tutti moriremo. Pensiero scomodo, se mai ce
ne fu uno: e che tuttavia ha i suoi vantaggi. Se toglie
ogni speranza al di là di una certa data, toglie anche
ogni preoccupazione.
Colui che oggi ha settant’anni può mettersi
comodo a leggere che il petrolio finirà entro
un paio di decenni. Forse l’uomo, non essendo riuscito
ad addomesticare la fusione fredda, dovrà
tornare a interessarsi molto degli equini. Questo potrà
infastidire gli altri ma non lui personalmente,
ché fra gli appiedati non ci sarà.
Nello stesso modo leggerà che la Cina si sta dotando
di sottomarini nucleari capaci di trasportare dodici
missili con un raggio di gittata di cinque-ottomila chilometri,
recanti ciascuno una bomba mille volte più
possente di quella di Hiroshima, con cui potrebbe colpire
in qualunque punto del pianeta. Che accadrebbe se cadesse
nelle mani di un dittatore folle? E se di sottomarini
nucleari con quelle capacità si dotasse un Ahmadinejad,
un Saddam Hussein, un Bokassa, un Caligola? Il vecchio potrà
continuare a sorridere: da un lato la Cina attualmente è
governata da un’oligarchia razionale, e il pericolo non è
dunque per domattina e quanto agli altri, avranno ancora bisogno
di parecchio tempo; potrà dunque girare pagina e passare
alle rubriche di cultura e spettacolo. Non morirà
d’una bomba cinese.
La riflessione estende le ragioni di tranquillità
a molti ambiti. Chi oggi è anziano non
rischia di vivere in un pianeta inquinato e
dal clima distorto, perché queste modificazioni
richiedono parecchio tempo; e lui personalmente
di questo tempo non dispone. Non rischia l’Aids:
chi mai gliela dovrebbe contagiare? Non rischia
le pene d’amore, perché a settant’anni non ci si innamora.
Non rischia nemmeno il cancro perché più si
è anziani più lento è il suo decorso:
tanto che, di solito, il vecchio muore prima di qualche altra
cosa. E quando infine si trova a faccia a faccia con questo
triste esito, può sempre dire, come Socrate, ho settant’anni,
la mia vita l’ho vissuta. Ormai, mese più mese meno,
la cosa ha un’importanza limitata. Né devo dimenticare
che Schubert, Mozart e tanti altri geni non hanno avuto la mia
stessa fortuna.
L’idea di morire non è divertente. Tuttavia,
dal momento che la cosa va messa in conto, tanto
vale vederne i lati positivi. La non-esistenza
ha i suoi vantaggi. Non solo è una delle poche cose
esentasse, ma se è vero che i morti non si
divertono gran che, è anche vero che non soffrono
di nulla. Mai.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 26 maggio
2007
MOLLICHINE
Aperta un’inchiesta sugli scioperi degli
assistenti di volo di Alitalia. Pare ce
ne sia stato uno giustificato.
Israele attacca il Libano, dice Ahmadinejad,
sarà “sradicato” dalla terra. È come uno
che dica alla moglie adultera: se lo rifai ti
ammazzo.
Il governo tecnico è composto da apolitici
di centro, apolitici di sinistra e apolitici
di destra.
Fassino: “Non ho mai alzato il telefono per
raccomandare qualcuno in Rai”. E perché
se ne vanta? Mai nessun politico l’ha fatto.
Caso Visco. Bersani: “È solo un polverone”.
Come disse Noè: “Pare che voglia piovere”.
Berlusconi su Montezemolo: “Ha proposto le
mie idee”. Sì, può essere. Ma
col ciuffo kennediano sono tutt’altra cosa.
Gianni Pardo
Caracas, Zimbabwe
Hugo Chavez non perde occasione di ricordare
a tutti che "Il Venezuela si sta dirigendo
verso il socialismo, e niente e nessuno potrà
impedirlo". Un vero e proprio memento mori,
vien fatto di pensare. E anche le ultime "riforme"
economiche del compagno-presidente confermano il
rapido approssimarsi del Venezuela a standard molto simili
a quelli dello Zimbabwe.
Ad esempio, Chavez dal
2005 ha avviato una riforma agraria che
consiste nell‚assegnare terre coltivabili a cooperative
attraverso un sistema di prestiti che di fatto
sono erogazioni a fondo perduto. La tecnica è
quella classica: esproprio parziale di grandi tenute
agrarie a prezzi "politici". Anche la retorica è
sempre quella: lotta di classe e raggiungimento
dell‚autosufficienza agricola. L'elevata incertezza
ha spinto le aziende agricole, costantemente sotto la
spada di Damocle dell‚esproprio, a contrarre fortemente
la propria produzione, spesso avvicinandola a livelli
di mera sussistenza dei proprietari, ai quali è
precluso l'accesso al credito delle banche statali in caso
di superficie coltivata superiore ai 100 ettari.
Il risultato di tali condizioni ha già
iniziato a manifestarsi, con un calo dell‚8
per cento della produzione di alimentari, nel 2006.
Nell'era del boom delle quotazioni di canna da zucchero
e mais, guidate dalla nuova grande sete di etanolo che viene
dagli Stati Uniti, la produzione venezuelana di canna di
zucchero sta cedendo vistosamente. La carestia prossima ventura
è alimentata anche dalle politiche di controllo dei
prezzi introdotte dal regime di Chavez che, come noto, rappresentano
sempre uno dei primissimi capitoli del manuale del perfetto autocrate.
La fortissima espansione della spesa pubblica, alimentata
anche dai proventi petroliferi, ha causato forti aumenti
dei salari. In un contesto di prezzi di mercato, ciò
avrebbe determinato un inevitabile processo di aggiustamento
attraverso l'inflazione. La presenza di controlli sui
prezzi, invece, influisce sui comportamenti degli agenti economici
per altre vie: i produttori non hanno incentivo a portare
la propria produzione sul mercato a prezzi non remunerativi,
e quindi tagliano i livelli di attività. Quelli che continuano
a produrre lo fanno per esportare oltre confine, soprattutto
in Colombia, o per alimentare un fiorente mercato nero. Fenomeni
simili a quelli che l'Iran
sta sperimentando nell'ambito del mercato dei carburanti.
Sequestri di terre coltivabili, sradicamento
violento della tutela dei diritti di proprietà,
introduzione di controlli sui prezzi, mercato
nero, contrabbando, svalutazione del cambio, crescenti
deficit pubblici per acquisti sussidiati dallo stato,
monetizzazione del deficit pubblico ad opera di banche
centrali sottoposte a controllo governativo, iperinflazione.
Un tracciato classico, l'ennesimo déjà-vu.
Ancora una volta, la storia non è magistra vitae.
Stati-canaglia? Forse. Certamente stati-coglioni.
di Mario Seminerio - epistemes.org
Falcone ha
ancora nemici
«Sono responsabile della morte del
piccolo Giuseppe Di Matteo, ho commesso e ordinato
oltre 150 delitti, ho strangolato parecchie persone,
ho sciolto i cadaveri nell‚acido muriatico, e,
prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole
costruite apposta».
Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che
esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992,
fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la
sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e nel
1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato.
«Il mio risentimento nei confronti
di Falcone era identico a quello di tutti
gli affiliati a Cosa nostra: era il primo magistrato,
dopo Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente
in difficoltà. Era riuscito a entrare
dentro Cosa nostra, sia perché ne capiva le logiche,
sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo,
lo abbiamo sempre odiato».
Non erano i soli. Sin da quando giunse a
Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore
Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi
simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il
giudice Cesare Terranova, e «mafia» era una
parola che si pronunciava ancora malvolentieri. «Prendemmo
la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta,
alla fine del 1982» racconta Brusca. «Non tramontò
mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti
i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che
erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco
agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo
dell‚antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio
quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva
Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue
misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine
ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo
sono stati uccisi per questo».
Falcone non era simpatico neppure ai vicini
di casa. Alcuni condòmini del giudice,
in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c'è
«l'albero Falcone», scrissero al Giornale
di Sicilia nel timore che un attentato potesse
tirarli in mezzo. Dopo l'apertura del maxiprocesso nell'aula
bunker, nel febbraio 1986, Ombretta Fumagalli Carulli,
purtroppo sul Giornale, giunse a scrivere così:
«Il vero nodo del contrasto sta in un fenomeno allarmante
che solo ora, dopo le notizie intorno alle coperture date da
Falcone al costruttore Costanzo, comincia a essere percepito».
Così, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d‚assise
di Palermo comminò 19 ergastoli, le polemiche non
calarono: tutti si attendevano che il nuovo consigliere
istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm,
il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio
dell'anzianità. Cominciarono a voltargli le spalle
in tanti. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani,
era diventato sindaco e aveva inaugurato una cosiddetta «primavera
di Palermo» che auspicava un certo gioco di sponda
tra procura e istituzioni, anzi «una sinergia»
come aveva detto Falcone stesso. Durerà fino all‚estate
del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò
il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie
di delitti palermitani, ma Falcone fiutò subito la calunnia:
Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Andreotti.
Fu durante una puntata di Samarcanda che Orlando scagliò
l'accusa: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti,
disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà
ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando:
Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso. È
di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato
a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente
della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella
casa al mare di Falcone, all'Addaura, scriverà così:
«I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso
Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».
E la voce circolò.
Così,
quando Falcone
accettò l'invito del ministro della
Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali,
la gragnuola delle accuse non poté che aumentare.
L'obiettivo
di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale
antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento.
Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli:
«Dovremo guardarci da due "Cosa nostra",
quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta
per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola
su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone
non abbandoni la magistratura... s'avverte l'eruzione
d'una vanità, d'una spinta a descriversi, a
celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti
televisivi». L'Unità, due mesi prima che
Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al
membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone
superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché».
È la stessa Unità che poco tempo prima aveva
titolato così: «Falcone preferì
insabbiare tutto».
Cosa nostra aveva già deciso di saldare
il conto: la Cassazione, infatti, il 30
gennaio aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso.
Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina
di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi
sull‚autostrada Palermo-Punta Raisi. Poi, a macerie
fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone
per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà
uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo
italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì
Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord»,
e inventò che «si è saputo solo ieri
che Falcone seguiva da vicino l‚inchiesta sulle tangenti,
ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre
il suo contributo all‚indagine milanese». L'Unità
scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato
la strage anche un avvertimento per quanti vogliono
smascherare i signori di Tangentopoli». Solo Ilda Boccassini,
e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella
aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di
Magistratura democratica: «Voi avete fatto morire Giovanni,
con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate
di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».
Due giorni dopo la strage di Capaci, su l'Unità,
anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto
di dignità: «Questo giornale,
negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato
Giovanni Falcone per la sua nuova amicizia con i
socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E
ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della
superprocura. In queste ore terribili una cosa l'abbiamo
capita tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero.
Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse
non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo.
Forse è il cavallo di Troia. E così abbiamo
giudicato la sua scelta tattica una sorta di abbandono. Siamo
stati faziosi». È la sola autocritica, in quindici
anni, messa nero su bianco da sinistra.
Filippo Facci - Il Giornale
MILAN, IL DIAVOLO
IN PARADISO
L'Opa sui
partiti
Non è detto che un «manifesto
politico» si trasformi per forza in «politica»,
ma certamente quello di Luca Cordero di Montezemolo
non è il rituale discorso all'Assemblea
di Confindustria che traccia un bilancio e invita
il governo a mettersi in moto per le aziende.
Di impresa si è parlato pochissimo, perché
il tema montezemoliano è scritto su ben altre
basi. Poggiando su premesse distanti dalla prassi
confindustriale, il discorso del presidente uscente
ha superato i suoi naturali confini per entrare nel confuso
universo dell‚anti-politica che vorrebbe farsi politica.
In verità, nelle 37 pagine della relazione
non emergono poi proposte che rappresentino
una vera novità: di Grande Riforma ne
parlava Bettino Craxi già negli anni Ottanta;
di premierato ne discuteva Giuliano Amato ai tempi
della Bicamerale di D'Alema, e il Dottor Sottile continua
a tener lezioni tutt‚ora; l'abolizione delle Province
è un auspicio che si trascina dall'Assemblea Costituente
(passarono per un voto); la riforma della legge elettorale
è argomento di ogni legislatura; il superamento
del bicameralismo era nella riforma costituzionale del governo
Berlusconi; sulla previdenza s'è aggrappato alle
leggi in vigore e sui costi della politica giunge ben
ultimo, preceduto da valanghe di inchieste giornalistiche,
comprese quelle storiche del Giornale.
La sinistra di lotta e di governo, largamente
rappresentata in prima fila dal presidente
del Consiglio e dai presidenti delle due Camere,
ha subito in pieno lo tsunami di cose note e non si
può dire che abbia reagito con humour
inglese. Il mutismo di Prodi (come definire altrimenti
le sue quattro parole sulla relazione: «Si
commenta da sé») tradisce tutto l'imbarazzo
di uno schieramento che un anno fa aveva conquistato
Palazzo Chigi grazie anche all'investitura di Montezemolo.
Indubbiamente, nella mente di Prodi c'è qualcosa
che non torna: proprio il giorno prima aveva «regalato»
il cuneo fiscale e il giorno dopo si è trovato un «ringraziamento»
che ha fatto esclamare all'ala sinistra dell'Unione: «Ma
questi non si accontentano mai!».
Marini e Bertinotti,
vecchie volpi della politica, hanno fatto
capire che il discorso di Montezemolo peserà
per quanti voti riuscirà ad ottenere. E questo
è l'interrogativo che tutti si erano posti
prima della relazione e si pongono anche dopo: è
quello di Montezemolo il discorso di ingresso nella politica?
Oppure è soltanto il cavalcare la delusione del mondo
produttivo nei confronti del governo Prodi per poi regolare
meglio la partita della successione in Confindustria?
Infatti, c'è da scommettere che non pochi gli ricorderanno
che le cose dette ieri, le aveva in larga misura anticipate
Berlusconi più di un anno fa a Vicenza. A quell
epoca il Cavaliere fu lasciato solo dai vertici
confindustriali che preferirono investire
su Prodi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
A pochi giorni di distanza dall'autocelebrazione
di Prodi a Strasburgo sui risultati del primo
anno di governo, Montezemolo ha definito fragile
la ripresa, smentendo l'ottimismo del presidente del
Consiglio. E richiamandolo eventualmente a fare quello
che dice Padoa-Schioppa sul taglio della spesa e a non
smantellare la riforma Maroni sulle pensioni. Il discorso
di Montezemolo dunque, se non ha novità sul piano
delle proposte, lo è dal punto di vista del posizionamento
politico di Confindustria: da precoce sponsor a ultimo
critico del governo in carica. Certo, Montezemolo non ha
aderito alla politica del centrodestra, ma alla vigilia
delle elezioni amministrative ha assestato una randellata
al governo che, in caso di pesante sconfitta nel voto
di domenica e lunedì, di fatto lo omologa con il centrodestra.
Cosa che, naturalmente, il presidente di Confindustria
negherà in quanto ha cercato per tutta la sua relazione
di ergersi non al di sopra delle parti, ma tra le parti.
Ma in quale posizione e con quale ruolo? E con quali tempi?
E soprattutto con chi? Fare politica significa schierarsi.
Difficile che voglia o possa fondare un partito, più
facile che possa lanciare un'Opa su qualche segmento dei
partiti esistenti. Quali? A caldo si sono registrate
poche battute favorevoli, ma i sì entusiasti di Pier
Ferdinando Casini e Linda Lanzillotta e gli applausi a
scena aperta di Walter Veltroni sono un segnale. Il primo è
l'azionista di riferimento di un partito che aspira a un rimescolamento
generale delle carte nel sistema politico (e alla fine della
leadership di Berlusconi nel centrodestra), la seconda è
espressione di una parte della Margherita e delle élite
economiche che non vogliono un'egemonia dei Ds nel nascituro
Partito democratico, il terzo è il possibile uomo nuovo
di un centrosinistra fulminato sulla via di Sarkozy. Ciò
che appare evidente è che dopo il governo, il Partito democratico
in versione prodiana è l'altra vittima certa del
discorso montezemoliano.
Comunque, a Montezemolo, riconosciamo un
merito: quello di avere risposto finalmente
per le rime al Presidente della Camera Fausto Bertinotti,
che aveva definito «impresentabile» il capitalismo
italiano. È stato l'unico momento dell'Assemblea
in cui Montezemolo non ha vestito i panni del
politico, ma ha indossato il doppiopetto grigio del
presidente di Confindustria e ha interpretato lorgoglio
genuino, senza tatticismi, degli imprenditori italiani.
da Il
Giornale
APPENDICE
Un brillante e paziente amico modenese, avendo
letto il mio piccolo pezzo di oggi, m’invia
– per gli amatori – un elenco di nomi di battesimo
presi dall'elenco telefonico di Carpi ( Mo ), fermandosi
alla lettera B (per l’esattezza, la famiglia Bernini).
I commenti tra parentesi sono suoi:
Adelchi, Liliano, Olver ( non Oliver ), Normida,
Girolama, Esarmo ( non Erasmo ), Greco, Ivaldo,
Oretta, Zelio, Uberino, Argeo, Adalciso, Vando,
Juana ( di cognome Alfano, quindi non sudamericana
), Gigliano, Nevina, Rachele Imperia ( figlia illegittima
del Duce? ), Sandolo, Tedaldo, Aronte, Auro, Brenno
( su questo ero indeciso. E' quasi normale ), Floriano
Stanislao, Irio, Primo ( perchè si sappia ), Valfrida, Zorè
( uomo o donna? ), Gisa, Oscarino, Lido, Anacleto Giuseppe
( hanno un po' rimediato col secondo ), Lorenzino,
Amner ( di cognome Anceschi, quindi non egizio ), Gildo, Ricordina,
Euclide, Reni ( sì, tipo Polmoni. Anche qui: uomo
o donna? ), Fioravante, Aires, Zea ( ti presento mia zia
Zea ), Eulo, Nellusco, Normanno, Amilda, Annita ( non Anita
), Hermes, Ides, Monia, Olinto, Almo, Dantina, Novina,
Ormille ( uomo o donna? ), Stellina, Werter ( semi-italianizzato:
con la "W", ma senza l'"h" ), Serenella, Afro, Erri, Odino, Azio,
Azzurro ( proprio un bel maschietto, nevvero? ), Edera,
Edmea, Nerdino, Aide, Salesio, Avio ( trasportato? ), Olivo, Ardilio,
Nilia, Iginia, Cenerita, Marco Giglio ( questi, invece, hanno
rovinato tutto col secondo ), Elelio, Frederic ( di cognome Bassoli,
quindi non francese), Nara, Secondo, Afra, Velio, Michele Croce
( Croce è il secondo nome di battesimo, non il cognome ),
Carla Alberta ( genitori del Pdium? ), Carmelinda, Alfia, Colombo,
Iglis, Antenore, Wainer, Medardo, Giaele ( non Gioele, che
comunque... ), Dimes, Irzio, Merope, Bona ( ma per favore!!!!! ),
Lanciotto ( forse Lancillotto era troppo impegnativo? ), Primina,
Egisto, Benita, Fiorentina, Adorno ( di che? ), Arialdo, Derna,
Giulio Cesare, Tebe ( e Sparta no, poverina? ), Vilna, Osanna,
Corina, Gilio, Novello, Orville, Patrick ( di cognome Benatti,
quindi non wasp ), Vinicia, Evangelista, Euripide, Diomiro,
Galasso, Ones (pronunciato uàns? ), Miro ( che? ), Cherubino,
Darco, Euro, Mimo, Loriana, Ghibellina ( famiglia di mangiapreti,
questa ), Devis ( con la "e", ad evitare errori di pronuncia
), Valer, Festina, Amaldo, Demos, Dumer, Elis, Enerio, Wolfango,
Zora.
Alberto – il mio amico – sarebbe disposto
anche ad andare oltre. Ma oltre a non volere abusare
del suo tempo, penso che un po’ tutti già sapessimo
che non c’è un limite alla follia umana.
Gianni Pardo
VENERDÌ
Due estrosi genitori di Genova hanno deciso
di chiamare il loro figlioletto Venerdì.
L’anagrafe ha comunicato la cosa alla procura
la quale, ai sensi del decreto che vieta l’imposizione
di nomi “ridicoli o vergognosi” (DPR 396/2000), ha ingiunto
alla coppia di chiamare il bambino con un altro
nome, altrimenti sarà iscritto all’anagrafe col
santo del giorno della sua nascita: Gregorio. Ne è
nata una diatriba legale che seguirà il suo corso
e che qui non interessa molto: quel che interessa è che
il nome, una delle cose più personali, ognuno
non se lo dà ma se lo ritrova e se lo deve tenere. Quand’anche
fosse – appunto – ridicolo o vergognoso. Purtroppo alcuni
genitori credono che imporre un nome sia un gioco come un
altro: un fanatico emiliano riuscì a chiamare i suoi
tre figli, nell’ordine Rivo, Luzio e Nario. Cose del
genere saranno – si spera – rese impossibili da quel DPR,
ma il problema è di ambito più generale.
Il nome proprio è talmente “proprio” che
per la mentalità primitiva esso corrisponde
all’essenza della persona. Alcuni gruppi mantengono
segreto il nome e l’interessato si fa chiamare
con un soprannome: così, se qualcuno
gli farà una magia negativa con quel soprannome,
la cosa non lo colpirà, perché lui
è un altro. E quell’altro è segreto. Ma anche
senza arrivare a questi estremi, può essere fastidioso
essere chiamati “Calcedonio”. Soprattutto quando – come se
non bastasse – di cognome uno si chiama Cannarozzo. Calcedonio
Cannarozzo (è una persona reale) ha fatto carriera,
è divenuto dermatologo ospedaliero, ma dagli amici si
è sempre fatto chiamare Doni. Ci si può far curare
da un dottore che si chiama Calcedonio ma ci si può innamorare
di un Calcedonio? No, meglio Doni.
I nomi hanno avuto in passato un’importanza
“politica”: si trattava di perpetuare
le tradizioni di famiglia, di accentuare l’appartenenza
al gruppo, addirittura di replicare gli avi e
da qui è nata l’abitudine di mettere il nome
dei nonni. Il vecchio progenitore si chiamava Baldassarre?
Si chiameranno dunque Baldassarre quei tre chili scarsi
di nipotino. Quattro sillabe per tre chili. E se l’avessero
chiamato Giandomenico ne sarebbero avanzate due. Ma che importa:
non si deve perdere un nome come Baldassarre o Giandomenico,
la cultura nazionale ne soffrirebbe.
Oggi nella maggior parte dei casi i nomi
sono di fantasia. Rispondono anche alle mode
e se c’è un’eroina di telenovela che si chiama
Pilàr, si chiamerà Pilàr
una bambina di Gela, così come a Sondrio si
chiamerà un bambino Keith, senza neppure sapere
come si pronuncia. Ma che importa: è così
esotico! Per non parlare della ridicola alluvione
di donne che si chiamano Cinzia, Samantha, Jessica e
perfino Jennifer. Del resto, decenni fa abbondavano le
eroine liriche: Tosca, Norma, Wally, Aida…
La soluzione più semplice sarebbe
quella di dare a tutti indistintamente il diritto
di autodenominarsi al compimento della maggiore
età. Arrivati a diciott’anni, ognuno dovrebbe
avere perfino il diritto di dire: “M’hanno messo
un bel nome, m’hanno chiamato Marco, ma io preferisco
chiamarmi Venerdì, Mi chiamerò Venerdì”.
In questo caso almeno, se poi qualcuno gli sbotterà
a ridere sul muso, se la sarà almeno cercata lui
stesso. Ma una giovane, appetitosa professoressa battezzata
“Crocifissa” (anche questa una persona reale) non avrebbe
forse avuto il diritto di dire: “Intendo essere chiamata
Cristina”? I colleghi la chiamavano pietosamente Crocella,
ma perché essere costretti ad affidarsi alla delicatezza
del prossimo, per non essere irrisi?
Si parla tanto dei diritti delle coppie
di fatto: perché non si pensa anche a questa
piccola riforma che non costerebbe nulla?
Essa permetterebbe ad un depresso “Felice” di chiamarsi
“Gerolamo”, in linea con la sua tristezza, o a un
“Modesto” di rilanciarsi con un beneaugurate “Vittorio”
o un rimbombante Michelangelo. Faber est quisque fortunae
suae, dicevano i romani, ognuno è responsabile
della propria fortuna: perché non del proprio
nome?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25
maggio 2007
MOLLICHINE
Marco Follini nel comitato costituente
del Pd. E poi dicono che uno è volgare
perché fa certi scongiuri.
Il Ministero dell’Economia: Alitalia potrebbe
essere tutta privatizzata. Basta trovare
un privato disposto a perdere molti milioni ogni
anno.
Epitaffio su un poveraccio morto di cancro
ai polmoni per aver troppo fumato: aspirò,
espirò, spirò.
Sembra che i transfughi dei Ds, che hanno
rifiutato il Pd, fonderanno un loro partito.
Se ne sentiva la mancanza.
Pare che il simbolo del Pd sarà l’Ulivo.
Qualcuno aveva parlato di vaselina, ma non
ci si è messi d’accordo sul disegno che l’avrebbe
dovuta rappresentare.
Veltroni cerca di divenire il leader del
Pd. Somiglia molto a J.F.Kennedy: idee
un po’ confuse, carisma, ma soprattutto bellezza
fisica.
Gianni Pardo
SONO VISCO E TI
TRASFERISCO
IL VERBALE DELL’INTERROGATORIO DEL GENERALE:
MINACCIÒ CONSEGUENZE SE NON AVESSI
AGITO SUBITO
Ecco il verbale dell'interrogatorio
del comandante generale della Guardia di
Finanza, generale Roberto Speciale, sulle
ingerenze del viceministro Vincenzo Visco nella
Guardia di Finanza, per azzerarne il vertice della
Lombardia.
«L'anno 2006, addì 17 luglio
2006, alle ore 16.10 presso gli uffici
del Comando Regionale Lombardia della Guardia
di Finanza, viene redatto il presente verbale.
Avanti all’Avvocato generale dottoressa Manuela
Romei Pasetti è presente il Generale di Corpo d’Armata
Roberto Speciale che dichiara.
«Via quei comandanti» - «Il
giorno 13 luglio alle ore 15 circa il mio
Capo ufficio, Colonnello Michele Carbone,
mi ha informato che ero stato convocato alle ore 17.30
dello stesso giorno dal vice ministro Visco. In
un secondo tempo lo stesso ufficiale mi ha riferito
di aver appreso, solo in quel momento che Visco avrebbe
ricevuto, prima di me, il Comandante in Seconda del
Corpo, Generale Italo Pappa (ore 15.30) e l’Ispettore per
gli Istituti di Istruzione, Generale Sergio Favaro
(ore 16). Recatomi all'appuntamento il Vice Ministro
Visco mostrandomi un appunto dattiloscritto recante
quanto segue:
* Comando Regionale Lombardia
Generale Forchetti
* Comando Nucleo Regionale Lombardia
Colonnello Lorusso
*Comando Nucleo Provinciale PT Milano
Colonnello Pomponi
* Gruppo servizi Polizia Giudiziaria
Tenente Colonnello Tomei
Mi ha impartito l’ordine di avvicendare
i suddetti ufficiali e di avanzargli delle
alternative proposte di impiego. Visco inoltre
ha disposto perentoriamente di concertare,
da quel momento in poi, ogni decisione d’impiego
con i generali Pappa e Favaro. Alla mia obiezione
che prima di effettuare detti provvedimenti sarebbe
stato opportuno informare l’Autorità Giudiziaria
di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che
non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla
o informarla successivamente. Rientrato in ufficio
ho ricevuto i Generali Pappa e Favaro.
Il Comandante in Seconda mi ha detto che
il Vice Ministro gli aveva parlato della
sua intenzione di avvicendare i comandanti dei
reparti del Corpo alla sede di Milano senza indicarne
le motivazioni alla base; ha inoltre aggiunto
che sarebbe stato auspicabile arrivare ad un'ipotesi
d'impiego condivisa all’unanimità, onde
evitare che ognuno, così come richiesto da Visco
in caso di disaccordo, avesse dovuto presentare la
propria proposta.
Dopo tali premesse il generale Pappa mi
ha illustrato le ipotesi di avvicendamento,
già da lui concordate con il generale Sergio
Favaro. Su queste proposte sono intervenuto al fine
di razionalizzare le ipotesi di impiego del generale
Mario Forchetti, proponendo di destinarlo a un
comando regionale di pari livello, onde salvaguardarne
il profilo di carriera e del colonnello Lorusso allo
scopo di lasciarlo a Milano, per delicati problemi familiari
a me noti, nell’incarico di capo di stato maggiore del
Comando Interregionale di corso Sempione».
GDF COMMISSARIATA
«Alle
19.21 il gen. Zanini ha fatto sapere al maggior
Cosentino che Visco voleva parlarmi.
Alle ore 19.22 il vice ministro mi ha riferito che
i trasferimenti dovevano essere eseguiti immediatamente.
Alle 19.40, l'Aiutante di Campo del comandante
in seconda, maggiore Mario Salerno ha rappresentato
al maggiore Casentino che il generale Pappa desiderava
parlarmi.
Alle ore 20.06 Pappa mi ha proposto di
diramare i trasferimenti degli ufficiali
in questione, senza fissare nel relativo messaggio
le rispettive decorrenze. In merito gli
ho manifestato la necessità di rispettare le norme
amministrative in materia che prescrivono la partecipazione
dei destinatari di eventuali trasferimenti
al processo decisionale. Alle ore 20.15 ho dato
ordine al comandante in Seconda di diramare i messaggi
di comunicazione di avvio del procedimento amministrativo
di impiego.
In data 15 luglio 2006, rientrato a Roma,
alla presenza del generale Spaziante, ho
incontrato nel mio ufficio il generale Pappa a
cui ho mostrato la lettera (di richiesta di chiarimenti,
ndr) ricevuta dal procuratore capo di Milano.
Il generale Pappa ha minimizzato l'accaduto sostenendo
che di lettere come quella di Minale ne arrivano
tante. Ho chiesto a Spaziante di contattare Zanini
al fine di incontrare il prima possibile il vice ministro
Visco.
Dopo aver sentito il predetto ufficiale
generale, Spaziante mi ha riferito che
l'incontro non sarebbe stato possibile prima
del lunedì successivo, 17 luglio, e che comunque
Zanini insisteva nell'avere assicurazione
della partenza del messaggio dei movimenti
definitivi. Nella serata di domenica 16 luglio 2006,
alle 22.50 circa ho ricevuto una telefonata da parte
del generale Zanini che mi ha riferito della notizia
Ansa, di cui allego copia e che in proposito Visco sollecitava
da parte mia, una immediata smentita alla notizia, con
riferimento alla sua connessione alla vicenda Unipol.
Alle 23.20 sono stato ricontattato nuovamente
da Zanini che mi ha chiesto di accelerare l’uscita
della smentita alla notizia Ansa nei termini
di cui sopra. Ho convocato di conseguenza il Capo
di Stato Maggiore e il Sottocapo. A mezzanotte
circa Zanini mi ha informato telefonicamente che
Visco aveva provveduto personalmente alla smentita
e che si aspettava altrettanto dal sottoscritto. Dopo
una consultazione con il capo e il sottocapo di Stato Maggiore
ho ordinato di provvedere alla diramazione di un comunicato
stampa, nel quale si precisavano i reali termini del provvedimento
da me adottato.
PRONTE LE DIMISSIONI
Alle ore 9.26 del 17 luglio 2006 sono stato
informato dal colonnello Carbone che
il colonnello Ortello lo aveva chiamato riferendogli
che avrei dovuto chiamare subito il vice ministro
Visco. Contattatolo immediatamente questi mi
ha riferito di ritenermi responsabile di quanto accaduto,
di non aver rispettato alcuna regola deontologica
non avendo dato io esecuzione istantanea a quanto
mi era stato da lui ordinato, di riunirmi subito con
i generali Pappa e Favaro per dare a quegli ordini
esecuzione immediata e di concordare con loro una risposta
da dare alla Procura di Milano.
Il vice ministro Visco ha aggiunto che
se non avessi ottemperato a queste direttive,
erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro.
Preso atto, ho risposto al vice ministro che
l’osservanza delle regole è stata da sempre il
faro della mia vita, di non poter, pertanto, assecondare
queste sue ultime richieste e che, piuttosto, ero pronto
a rassegnare il mandato. L’intera conversazione telefonica
è avvenuta alla presenza del colonnello Carbone e
del maggiore Cosentino.
Alle ore 12 circa del 17 luglio 2006 il
generale Spaziante mi ha informato che
con due distinte telefonate sia Pappa sia Favaro
gli hanno riferito che, su disposizione del vice
ministro Visco, loro pervenuta per il tramite del
generale Zanini, il contenuto della lettera di
risposta, da inviare al procuratore di Milano, sarebbe
dovuto essere preventivamente concertato con entrambi
i suddetti generali di Corpo d’Armata.
In conclusione non è mai emersa
alcuna motivazione che potesse concretizzare
addebiti per comportamenti tenuti dagli ufficiali
di Milano. Anzi devo precisare che mi era
stata comunicata verso la metà di giugno la nota
n. 2094/06 datata 1 giugno 2006 a firma del procuratore
capo della procura di Milano, Manlio Minale,
indirizzata al Comandante Regionale Lombardia, generale
Forchetti, il cui contenuto evidenzia la grande professionalità
degli ufficiali in questione nell’attività di servizio.
Fatto, letto, chiuso alle ore 17.30 in data 17/07/2006
e nel luogo come sopra».
(Da IL GIORNALE)
La moda del Video-Porno
colpisce la Chiesa
Siamo passati al secondo round. Dopo il
terrorista alla Festa del 1° maggio ed
il Family Day contro i diritti civili, stavolta
il ko spetta alla Chiesa, in particolare a quel
grande “tessitore” di trame pericolose e di crimini
spaventosi, in particolare il “Crimen Sollicitationis”,
un documento del 1962, tenuto segreto dal Sant’Uffizio
ai tempi di Giovanni XXIII e poi mantenuto in
ferrea clausura dal Cardinal Ratzinger, Prefetto della
Congregazione della Fede (l’attuale Sant’Uffizio),
che ne parlò solo nel 2001. Tale documento tratta
le modalità segrete di procedimento contro i predi
pedofili, interne alla Chiesa e che vincolerebbero al
segreto perfino le vittime. La Santa Armata anti-clericale
(perché sia ben chiaro si può essere in disaccordo
con la Chiesa, ma non nemici giurati della stessa)
ha sfruttato un video della BBC per poter far risalire la catena
di scandali dei preti e vescovi Usa sull’attuale Papa Benedetto
XVI. Tutti hanno a disposizione questo video che si trova
su Google Video/YouTube da giorni. E’ bene che tutti lo vedano
prima, prima che Santoro lo faccia diventare uno scoop
con i soldi dei contribuenti e con la milionaria preghiera
alla BBC della rete pubblica per farselo dare. E quel video
mostra confessioni di preti “malati” o “deviati”,
racconti di situazioni scabrose ed ancora una volta il
sesso è protagonista delle scene: sesso malato
+ chiesa colpevole, un cocktail perfetto. Ma il video
della BBC non dimostra nulla, smentito com’è dalla
stessa Chiesa d’Inghilterra (per nulla amica di Benedetto
XVI), smentito da indagini che in Italia e negli Usa si stanno
già svolgendo senza copertura, né ostruzioni.
Ma il treno è partito: i liberali sono tornati radicali
anti-Cristo, Beppe Grillo è tornato il capo-popolo,
Santoro l’uomo degli scandali in differita (quale scoop,
il video lo hanno visto anche i ciechi).Quando lo scandalo
si avviò nel 1998, il Papa non era Ratzinger, ma nessuno
alzò la voce contro il “liberal Wojtyla” in America.
Nel 2001, il Crimen venne modificato in un codice molto
più rigido ed analitico contro questi delitti. Nel
2002, Law, arcivescovo di Boston fu costretto alle dimissioni
e nel 2004, dopo il Conclave, Ratzinger si trovò la
patata bollente fra le mani e decise che alcuni casi non
sarebbero stati meritevoli di processo, ma per altri autorizzò
la autorità civili americane a poter disporre di carte
e testimonianze con discrezione. Una discrezione difficile
per la stampa americana che si aizzò contro “Nazinger”
o “God’s Rottweiler”. Eppure Wojtyla coordinava da vicino
tutte le iniziative. Benedetto XVI nominò come suo successore
mons. Levada, a dimostrazione della trasparenza e della necessità
che la chiarezza iniziasse a trasparire dal di dentro. Levada,
però, considerato troppo conservatore, per il suo
ostracismo alle manifestazioni di orgoglio gay, al diritto
all’eutanasia. Eppure Levada iniziò a fare reale pulizia.
Una pulizia che lo Stato italiano non ha fatto e non per
ostracismo della Chiesa, ma per mera puerilità, per
inettitudine morale, la stessa che porta a far girare un video
ovunque, senza anticiparne o documentarne i contenuti.
Ma sì. Tutto è sesso, tutto è nero,
tutto è vergognoso. Lapidate i potenti perché
potenti ed aiutate i disprezzati perché non hanno colpa!
Volete sapere cosa succede nei seminari: succede che menti
e corpi in difficoltà vanno lì per repressione,
per ripiego, per subìto rifiuto da parte dell’altro
sesso: non esistono sempre in Italia tanti padri spirituali
capaci di intercettare questo, capace di capire la difficoltà
e perfino la malattia ed allora si ingenerano mostri di
morbosità, come lo sono quelli che amano farsi
vedere nel loro orgoglio gay. Nemmeno le famiglie
aiutano e neppure i luoghi antichi o troppo moderni della
nostra bella Italia, dove il sacerdote viene ancora additato
“senza attributi” o dove il prete giovane incassa il pregiudizio
della gente, se si circonda di giorno, a meno che non
debba essere costretto a chiudersi nella porziuncola.
Cosa volete dalla Chiesa? Cosa chiedereste alla stessa più
di quanto non chiedereste allo Stato per i “normali” pedofili?
Volete la lapidazione, la castrazione chimica o cos’altro.
Prendetevela con lo Stato laico, laico solo all’occorrenza,
quando torna a fare orecchie da mercante, su vicende di
cui era a conoscenza, ma che non ha voluto mandare avanti.
E godetevi questo idiota Video della BBC. In modo come un
altro, per alimentare il conflitto sociale fra una Chiesa confusa
ed aristocratica ed un generazione senza lume della ragione.
Angelo M. D'Addesio
TU O LEI
Massimo Nava, sul “Corriere della Sera”
scrive un articolo sulla prossima realizzazione,
in Francia, di una promessa di Sarkozy: quella
di rendere obbligatorio, nelle scuole, che
si dia del “voi” al docente e che gli alunni si alzino
in piedi quando egli entra in classe. Bisogna
precisare, per cominciare, che il giornalista si sbaglia
quando scrive: “De Gaulle e la moglie Ivonne
si davano del voi e vengono ancora imitati da qualche
coppia di oggi”. In Francia il voi fra coniugi era
una vecchia usanza delle famiglie nobili e De
Gaulle e consorte non hanno introdotto nulla. Sarebbe
meglio non “buttare là” delle affermazioni di questo
genere. “Mitterrand, leggiamo ancora, pretendeva il voi
dai compagni di partito. Quando uno gli chiese se poteva dargli
del tu, lui rispose «come voi volete»”. Questo
episodio fa il paio con quello del militante comunista
che disse a Togliatti: “Compagno, posso darti del tu?”
ottenendo la risposta: “Sì, ma può benissimo
darmi del lei”. In Francia, come dice anche Nava, “Prima
di arrivare al «tu» occorre passare vari esami di
confidenza e fiducia”. E a volte non ci si arriva mai, malgrado
la parentela: io per vent’anni ho dato del “vous” a mia suocera.
Tornando al problema di come ci si deve
rivolgere al prossimo, la differenza
fra il tu e il lei conta poco e certo meno della
sostanza del rapporto: prova ne sia che il “vous”
con mia suocera non me la rendeva lontana mentre il
“tu” con un collega di scuola mai visto prima non me
lo rendeva più vicino. Ma un’influenza linguistica
la conserva lo stesso. È più facile dire
“sei uno stronzo” che dire “Lei è un imbecille”. Nel “tu”
è insita una familiarità che permette l’insulto:
in famiglia infatti, malgrado gli insulti, ci si
vuol bene lo stesso. Viceversa il lei, togliendo il
pregiudizio dell’affetto di fondo, è ancor più
contundente. “Lei è un imbecille!” è molto
più offensivo di “sei un imbecille!”
Per queste ragioni, sorprendendo presidi
e colleghi, ho personalmente sempre dato
del lei (e negli ultimi anni, ormai parlando
in francese, il “vous”) ai miei alunni. Sia che
fossero al primo anno di liceo, ancora freschi di
Scuola Media, sia che stessero per andare all’università.
Loro se ne sorprendevano, a volte m’imploravano
di dar loro del “tu” perché il “lei” li faceva sentire
ridicoli o tenuti a distanza, ma ottenevano questa
risposta: “In primo luogo, qualcuno dovrà darvi
del lei per primo: e sarò io. Poi, dandovi del
lei, non avrò mai la tentazione di trattarvi con insufficiente
rispetto. Infine capirete che, dandomi del lei,
non mi offrite un rispetto maggiore di quello che io offro
a voi”. Poi magari citavo i college inglesi in cui dei
ragazzini non solo ricevono l’inevitabile “voi” inglese,
ma vanno vestiti come gentiluomini di alto rango. Sicché
quando, in società, indosseranno un tight, saranno
perfettamente a loro agio: ne avranno l’abitudine. Insomma,
spiegavo che chi pretende il rispetto deve insegnarlo,
per prima cosa. Per questo fulminavo con lo sguardo chi
appena ritardava ad alzarsi, quando entravo in classe: e precisavo
che non si trattava di un omaggio a me ma di una materia d’insegnamento.
La scuola offre l’occasione di praticare elementari
regole di cortesia che valgono anche per le ragazze: da signore
rimarranno infatti sedute quando un uomo le saluta ma dovranno
balzare in piedi dinanzi ad un vescovo o un cardinale. E
intanto si allenano col professore. La classe è, fra le
altre cose, una palestra di civiltà.
Con tutto questo ho ottenuto la stima
e l’affetto dei miei allievi ma ho anche confermato
la mia fama di persona estrosa ed originale.
Ora però vedo che sono solo stato
in anticipo su Sarkozy e sul suo ministro
dell’educazione Xavier Darcos.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 22 maggio 2007
L’odio cieco contro l’Amerika
di Nixon
Ci sono antiamericani,
dicono, e antiamericani. Ci crediamo, ci mancherebbe
altro. Ci sono i critici dell’attuale presidente, numerosi
per la verità anche negli Stati Uniti, e ci sono
coloro che al sol sentir nominare America vedono rosso.
Ad esempio uno dei massimi esponenti di uno dei partiti neo
comunisti, di quelli che, fedeli a uno slogan che sembrava messo
nel cassetto, «partito di lotta e di governo», fanno
parte del governo Prodi e preparano una maxi dimostrazione
ostile al presidente degli Stati Uniti che il mese prossimo
si fermerà a Roma. E fra gli slogan, o peggio tra le giustificazioni
di un’iniziativa non cortese ma in sé non illecita, ne
adduce una che par proprio una voce dal sen sfuggita. Definisce
Bush «anche peggio di Nixon». Al che i casi sono due:
o parla a vanvera, oppure identifica veramente in Richard Nixon un
predecessore di Bush alla Casa Bianca, ormai dimenticato dalle folle
giovanili contestatarie, una specie di parametro del Male, qualcuno
che è stato così pericoloso, cattivo e infame da trasformare
per ciò stesso in ingiuria ogni paragone, figurarsi se
negativo.
Ciò costringe chi possieda ancora
un po’ di lucidità e di memoria a dettarsi
sul taccuino due appunti su chi sia stato Nixon e quali
le sue nequizie. Se Bush è «peggio di Nixon»
ed è accusato soprattutto di essere un «guerrafondaio»,
se ne dovrebbe dedurre che anche Nixon lo è
stato. Ebbene la sola guerra che troviamo nei sei anni della
sua presidenza, stroncata da un piccolo scandalo domestico,
è quella del Vietnam, che Nixon non aprì ma che
invece chiuse. Non in termini gloriosi né troppo soddisfacenti
per l’America, ma non è certo questo che muoveva
allora e stimola oggi il vituperio di certe piazze europee.
Il conflitto in Indocina se l’era trovato sulle mani e ci
mise degli anni a districarsene. Lo fece gradualmente ma pervenne
con il nemico a un armistizio che valse addirittura un premio Nobel
per la pace al suo ministro degli Esteri Henry Kissinger, che tradusse
in realtà le disposizioni della Casa Bianca dal momento
che, mentre si trattava, le operazioni continuarono, Nixon si permise
di condurre azioni militari sulle vie di comunicazione del nemico
nelle foreste della Cambogia la cui neutralità era stata
violata da Hanoi e non da Washington.
Negli altri
angoli caldi del mondo Nixon intervenne, come capita
prima o poi ad ogni presidente americano, nel Medio
Oriente, di fronte a una guerra cominciata dall’Egitto
contro Israele, da Israele condotta contro altri vicini
e che aveva causato la prima grande crisi energetica del
mondo. Nixon non mandò soldati ma pacieri, consultandosi
sempre con gli alleati e con l’altra super potenza dell’epoca,
l’Unione Sovietica. Il presidente «che peggio finora
non ce n’è stati» raggiunse con Breznev un accordo,
naturalmente imperfetto, che frenò la corsa al nucleare.
Con l’altra grande potenza comunista, la Cina, Nixon ruppe
il ghiaccio di decenni, inaugurando rapporti diplomatici e andando
a far visita personalmente a Mao Zedong.
Questo per
quanto riguarda la sua fama di «guerrafondaio».
In politica interna non dovrebbe esserci bisogno
di ricordare i progressi che la causa dei diritti civili
per gli americani di pelle nera e le altre minoranze fece
durante la presidenza Nixon, dagli inizi di integrazione
scolastica, perfino all’introduzione delle «quote»
minime per le minoranze. Fu Nixon ad abolire il servizio militare
obbligatorio e fu durante la sua amministrazione, questo
bisogna proprio sottolinearlo, che l’America si liberò,
ahimé provvisoriamente, della sua macchia principale
agli occhi del resto del mondo civile: la pena di morte fu messa
fuori legge. Se poi è tornata è stato, purtroppo,
per volontà popolare ma quando l’«uomo cattivo»
era in esilio nella sua Sant’Elena di politico. C’era finito,
naturalmente, per lo scandalo Watergate, in sostanza per aver
cercato di proteggere un paio di attivisti del suo partito che,
durante la campagna elettorale del 1972, avevano cercato di piazzare
dei microfoni in un ufficio del partito concorrente, senza mai
fare in tempo a ritirarli. Un «reato da pretura», riconobbero
allora in molti; ma fu abbastanza per mandare a casa un presidente
di riconosciuta abilità e, ci sarebbe dovuto essere scritto
sui cartelloni, «di pace e di progresso».
La chiamarono
invece Amerika, l’America di Nixon, sfogando un odio
per cui c’erano davvero ben poche giustificazioni se non
che chi lo gridava non perdonava all’America soprattutto
una cosa: di essere l’antagonista dell’Unione Sovietica,
il sistema che allora stava nei cuori di molti, in Occidente e
soprattutto in Italia. Gli altri europei lo capivano anche perché
Richard Nixon ci capiva meglio forse di ogni predecessore e
successore. Lo chiamavano, a casa, «l’europeo»,
e non era un complimento. Che adesso degli europei, e non degli
innocenti imberbi, lo prendano a parametro del Male farebbe
sorridere. E invece è soprattutto triste.
Alberto Pasolini
Zanelli - Dal “Giornale” del 19 maggio 2007.
Le vittime dimenticate.
"Da questo
giorno, ogni anno commemoreremo le vittime del terrorismo".
Con queste
parole Giorgio Napolitano concluse la celebrazioni
in onore del Commissario Luigi Calabresi, assassinato
nel maggio di 35 anni fa da elementi di Lotta Continua.
"Le vittime
del terrorismo".
Tutte? Proprio
tutte? Siamo sicuri?
Eppure ci
sono delle vittime cancellate dalla memoria degli
italiani.
Vittime
di cui nessuno parla, di cui i media , i politici,
l'opinione pubblica hanno smesso di occuparsi e dispiacersi
pochi giorni dopo il loro assassinio.
Vittime
dimenticate eppure erano italiane e comunque ammazzate
in Italia.
Vittime
il cui ricordo e' stato insabbiato sotto strati
di indifferenza e di collusione con gli assassini.
Vittime
non vittime perche' ammazzate da feddayin mandati
dall'uomo piu' amato e protetto in Italia, Yasser
Arafat.
Alle ore 9 del 27 dicembre 1985
terroristi palestinesi incominciarono a sparare a raffica contro
i passeggeri che si trovavano nelle vicinanze
del check inn della compagnia israeliana ELAL, a Fiumicino.
Dopo una
violenta sparatoria tra terroristi, carabinieri e
sicurezza israeliana restarono sul pavimento dell'aeroporto
16 corpi senza piu' vita, i feriti furono piu' di 70.
Notizia
data, subito digerita e prontamente dimenticata.
Credo che
non esista neppure una targa per ricordare l'eccidio.
Nel 1985
ci furono 600 attacchi terroristici fra riusciti e
tentati eppure mai fu pronunciata una sola parola
di condanna contro i palestinesi che facevano scorrere
tanto sangue per le strade delle principali citta'
d'Europa, gia' allora venduta e stravenduta agli arabi ,
il parallelo piu' in voga era all'epoca, come oggi, "israeliani=
nazisti".
Andando
indietro di qualche anno , il 9 ottobre 1982, altri
feddayin spararono contro un gruppo di ebrei che usciva
dalla sinagoga di Roma.
Sul selciato,
senza vita, il corpicino di un bimbo di due anni
Stefano Tache', 35 ebrei romani furono feriti molto
gravemente, alcuni, ancora oggi, portano nel loro
corpo schegge di pallottole che e' stato impossibile
rimuovere.
Stefanino
Tache' avrebbe 27 anni, e' stato ucciso perche' ebreo
quando aveva appena incominciato a sorridere alla
sua vita di bambino.
Lo ricordano
la famiglia e gli ebrei di Roma.
I suoi assassini
furono lasciati fuggire, si disse, verso la Grecia
e poi a Tunisi per rifugiarsi nel quartier generale del
solito mandante adorato dagli italiani, Yasser Arafat.
Gli attentati
dell'OLP di Arafat contro l'Italia e l'Europa ebbero
inizio subito dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei
Sei Giorni in un'escalation incredibile che nessuno
voleva o poteva fermare. I primi attentati furono rivolti
contro Israele ma quasi subito si estesero a tutta Europa con
una ferocia incredibile: Atene, decine di morti per mano di
feddayin venuti dal Libano, eppure la rappresaglia israeliana
che distrusse l'aeroporto di Beirut senza fare una
sola vittima, indigno' l'opinione pubblica molto piu'
dei morti di Atene.
Persino
il Papa Paolo VI mando' un messaggio di solidarieta'
al presidente libanese .
Solidarieta'
per gli aerei distrutti, silenzio per i morti israeliani.
La Santa
Sede non riconosceva l'esistenza di Israele, lo avrebbe
fatto soltanto nel 1993.
Dopo Atene
fu la volta di Zurigo, Gerusalemme con decine di morti
in un mercato, poi l' aeroporto di Lod a Tel Aviv, 38
morti, poi ancora Lod dove gli israeliani riuscirono
con un'operazione lampo a liberare i 150 passeggeri presi
in ostaggio colla minaccia di farli esplodere con tutto
l'aereo.
Ancora Lod
con 26 morti , 80 feriti.
In settembre
del 1972 la strage di Monaco , 11 atleti israeliani
uccisi.
Niente paura,
le Olimpiadi dovevano continuare, sarebbe stato
sufficiente togliere dalla parata finale la bandiera israeliana.
Detto fatto.
Piu' semplice di cosi'!
Il mondo
commosso si riprese subito perche' sulla pieta'
per i morti prevalse la propaganda della "disperazione
palestinese" e delle "colpe di Israele" .
Alla fine
ogni attentato verra' visto come una giusta lotta
di un "popolo senza terra" , le decine di morti europei
verranno subito dimenticate e i morti israeliani saranno
considerati il giusto prezzo che Israele doveva pagare.
L'Europa
ormai stava diventando velocemente il regno
di Arafat che mandera' i suoi feddayin a sparare nei ristoranti,
negli aeroporti, nelle sinagoghe, per le strade di
ogni capitale europea, sulle navi come l'Achille lauro.
Poi, a strage avvenuta, arrivava
lui, in divisa militare e pistola alla cintura, a raccogliere
come un sovrano gli applausi dei suoi sudditi.
Puo' sembrare
agghiacciante ma effettivamente veniva accolto come
un capo di stato, con tutti gli onori, stretto in abbracci
pieni di ammirazione, avvolto da bagni di folla
adorante, da ovazioni e poi tutti insieme, travolti
da un'insana passione per il mostro, eccoli a urlare che Israele
era il Male dell'umanita' e che doveva cessare di esistere.
C'era qualcosa
di diabolico in tutto questo, qualcosa di spaventoso,
di feroce.
Qualcosa
di incomprensibile perche' andava al di la' dell'immoralita',
persino al di la' dell'antisemitismo comune,
era l'incubo rinato di una vera e propria criminalita'
nazista che auspicava la dissoluzione di una Nazione
e del suo Popolo, gli Ebrei.
Intanto,
dopo Monaco, ecco la volta, una delle tante, di Fiumicino
dove fu introdotto un mangianastri che doveva esplodere
nell'aereo israeliano in volo per Tel Aviv.
Per fortuna
il mangianastri fu scoperto evitando la morte di 148
passeggeri fra cui molti italiani.
L'episodio
passo' sotto silenzio e l'anno dopo i due terroristi
Ahem Zahid e Ali' Ashen saranno prosciolti da ogni accusa
e liberati.
Roma era
diventata ormai la base del terrorismo palestinese,
appartamenti pieni di armi e di esplosivi, terroristi
che facevano quello che volevano e, quando venivano presi,
ricevevano subito la liberta' provvisoria e il permesso
di lasciare l'Italia.
Un ambasciatore
italiano dira' " Le liberazioni dei terroristi
e' la moneta di scambio per ottenere la promessa
che i palestinesi avrebbero colpito col terrorismo tutti
meno l'Italia".(Fausto Coen-Israele quarant'anni di storia)
Promessa
non mantenuta come tutte le promesse palestinesi ma
neppure la consapevolezza del tradimento della parola
data apri' gli occhi e la mente degli italiani.
Troppo amore
per Arafat o troppo odio per Israele?
Ormai
i palestinesi avevano in mano l'Europa, ne erano
i padroni, ordinarono al presidente austriaco Kreiski
di non accogliere piu' gli ebrei che scappavano
dall'URSS e Kreiski obbedi' senza fiatare.
Uno stato
sovrano ed europeo piegato ai desideri di un delinquente.
Era stato raggiunto l'apice della sudditanza e della
vergogna.
Un numero
incredibile di attentati continuava a colpire Israele
e l'Europa ma l'indignazione dell'occidente era
sempre per Israele, il comunismo europeo era prostrato
ai piedi di Arafat, obbediva ciecamente ai
suoi ordini, lo considerava un eroe .
Quando,
a Entebbe nel giugno del 1976, gli israeliani, liberarono
tutti gli ostaggi dell'aereo francese dirottato da
un gruppo dell'OLP(FPLP) e del Baader Mainhof, l'Europa
anziche' applaudire all'operazione perfetta in
cui aveva trovato la morte Jonatan Netaniahu , condanno' immediatamente
Israele per aver violato il diritto internazionale.
La gente comune resto' ammirata
dall'azione israeliana ma lo sara' per poco grazie al lavaggio
del cervello dei media che si scagliarono contro.
L'Unita'
: "cinico atto di aggressione israeliana".
L'Avvenire
" Israele si rifiuta di venire a patti".
Intanto
il terrorismo quotidiano andava avanti e furono
colpiti obiettivi ebraici a Anversa, Berlino, Parigi,
Roma, Vienna, Monaco, Istambul, Milano.
Arafat che
io ho sempre definito un genio malefico di furbizia,
maestro di propaganda, stava mettendo a punto un disegno
che avrebbe dato presto i suoi frutti.
Gli attentati
avevano lo scopo di spaventare la gente che incomincio'
a pensare che "per colpa degli ebrei" potevano essere
colpiti anche non ebrei e cosi' fu molto facile per il
palestinese realizzare il suo piano: l'odio fu rivolto alle
vittime e non agli assassini, gli ebrei erano gli obiettivi
del terrorismo quindi pericolosi per la comunita'
intera, dunque colpevoli, la spaccatura fra cittadini ebrei
e gli altri divento' enorme e la solidarieta' fu tutta per agli
assassini.
Gli ebrei
erano soli. Israele era solo. Come sempre.
Il disegno
di Arafat non trovo' mai ostacoli, lui conosceva
l'antisemitismo latente in Europa e teneva indifferentemente
contatti sia con i comunisti che con i fascisti,
compatti contro Israele. Le Brigate Rosse andavano ad addestarsi
nei campi palestinesi in Libano, ci fu un enorme scambio
di armi tra palestinesi, terroristi rossi, Baader Mainhof e
NAR.
I grandi
del mondo lo accoglievano, veniva portato quasi come
una reliquia ad Assisi, veniva ricevuto dal Papa in
periodi in cui ministri e primi ministri israeliani erano
persona non grata.
Francesco
Cossiga dice oggi che la strage di Bologna potrebbe
essere stata provocata da una bomba palestinese scoppiata
in anticipo. Nessuno gli crede ma il periodo era
quello in cui i feddayin la facevano da padroni in questa
Italia cosi' spudoratamente sottomessa al piu' feroce
e spietato terrorista del XX secolo.
E' dei governi
dell'epoca la colpa di aver messo in pericolo le vite
degli italiani, di aver permesso l'assassinio di persone
innocenti in nome dell'odio per Israele .
Voglio sperare
che negli anni a venire verranno commemorate, insieme
alle vittime del terrorismo rosso e nero che sconvolse
l'italia degli anni di piombo, anche le vittime innocenti
di Arafat.
Morti dimenticati,
vittime dell'odio razzista e del potere assoluto
di un uomo dall'anima marcia, vittime uccise piu' e piu'
volte dall'oblio voluto da chi , in un' Italia succube
dell'ideologia piu' atroce, si fece contaminare da quel
marciume.
Fate giustizia,
ricordateli!
Ne hanno
diritto.
Deborah
Fait - www.informazionecorretta.com
UTILE SUPERFICIALITÀ
Un paio di
giorni fa un titoletto del Corriere della Sera annunciava
qualcosa come: “donna decapitata è ancora
viva”. Ecco un articolo che non abbiamo letto, semplicemente
perché il fatto non può essere vero. A questo atteggiamento
molti obietterebbero: “Sei uno stupido. Moltissime
cose che un tempo sarebbero sembrate assolutamente impossibili
oggi sono divenute addirittura banali: per esempio vedere
in diretta una regata che si svolge in Nuova Zelanda, volare
più alto delle nubi e più veloci di qualunque
uccello, andare dagli Stati Uniti al Polo Nord navigando sotto
i ghiacci, ecc. Per non parlare dell’uomo sulla Luna”.
L’obiezione
è fondata. È difficile affermare che una
cosa impossibile rimarrà tale anche in futuro. E tuttavia,
il principio per cui non valeva la pena di leggere quell’articolo
rimane valido: infatti si tratta di adottare non regole
filosofiche ma strategie economiche. Si faccia l’ipotesi
che si abbia bisogno di una pinza d’elettricista e che
non si sappia dove cercarla. Filosoficamente parlando, potrebbe
essere dovunque: nel forno, in terrazza, fra le lenzuola
ricamate, dentro il televisore, dentro uno degli scarponi da
sci, tra la copertura dell’armadio e il soffitto, nella
cassetta degli attrezzi. Ma, appunto, dove cercherebbe, per prima
cosa, una persona di buon senso?
I teologi
medievali, coscienti dell’insuperabilità della
posizione scettica, crearono l’ottimistico concetto di “retta
ragione”. L’avversario capzioso, o risoluto a negare
qualunque cosa, bisogna abbandonarlo al suo destino,
mentre una tesi fondata sulla logica è in grado di
convincere chiunque usi adeguatamente il proprio cervello.
Analogamente, la “retta ragione” ci sconsiglia d’inseguire
tutte le possibilità: altrimenti bisognerebbe cercare
la pinza prima nell’imbottitura dei divani, a costo di rovinarli,
e solo poi nella cassetta degli attrezzi. Per questo, se leggiamo
una notizia dal titolo: “Il nonno defunto gli dà in sogno
i numeri: vince quaterna milionaria”, bisogna tirare diritto.
Infatti o la notizia è falsa, o è stata inventata
dal vincitore, o infine è vera, e rimane lo stesso priva
d’importanza. Si tratta di un puro caso. Un caso che acquisterebbe
valore solo se sapessimo quante volte su cento i numeri ricevuti
in sogno sono poi stati estratti. Statistica che è
meglio non azzardare.
Saltare
alle conclusioni è i un grosso errore ma se lo
fa una persona colta e di buon senso può rivelarsi
una grande economia di tempo. Se si riceve una e-mail
con cui ci si comunica che siamo stati premiati a caso fra
gli utenti del nostro server e che dobbiamo fornire i nostri
dati perché ci sia accreditata una somma, non bisogna
neppure leggere la lettera per intero. È la più
banale delle truffe via Internet. Sarà un jumping to
conclusions, un saltare alle conclusioni, ma bisogna ricordare
che, ogni volta che ci offrono denaro, ci stanno chiedendo
del denaro.
Il principio
ha trovato una sua applicazione prima del nono secolo
avanti Cristo. Quando i greci offrirono ai troiani
un cavallo di legno, Laooconte disse: “Timeo Danaos et
dona ferentes”, “ho paura dei greci anche quando recano
doni”. Aveva perfettamente ragione. Il buon senso infatti
avverte: per quale motivo mai colui che fino a ieri ha cercato
in tutti i modi di ucciderci dovrebbe improvvisamente farci
un regalo? Meglio diffidare. Non sarà un ragionamento
filosoficamente impeccabile, ma se Priamo l’avesse seguito,
Omero avrebbe scritto un altro poema.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 20 maggio 2007
MOLLICHE
Prodi
ha attribuito l’attuale stitichezza legislativa a
un’interpretazione “eccessivamente estensiva dei
regolamenti” delle Camere. Se avesse detto “rigorosa”, avremmo
capito. Avremmo anche capito “puntigliosa”, “pignola”,
“ottusa” e perfino “autolesionista”, ma estensiva no. A chi
diamine è stato esteso, il regolamento della Camera?
Al comportamento
da tenere a caccia, alle procedure con cui i sottomarini
devono uscire dai porti, alle norme igieniche da
rispettare nel confezionamento delle salsicce?
Bertinotti,
con il tatto diplomatico di Gengis Khan: “il premier
forse è fuorviato dalla scarsa dimestichezza
con le Aule”. E dire che è un professore, per mestiere.
Bertinotti
denuncia un ricorso eccessivo ai decreti legge. Romano
Prodi sostiene che il suo governo “ha cercato di evitare
l’uso di questa scorciatoia”. Bertinotti dice una cosa,
Prodi il suo contrario. Un malpensante potrebbe dedurne
che si stanno dando reciprocamente del bugiardo.
D’Alema
ha spiegato che se il paese non ha una riforma costituzionale
il principale responsabile è il leader di Forza
Italia. Né importa che il centro-destra quella
riforma l’abbia fatta e il centro-sinistra l’abbia annullata
con un referendum. De minimis non curat Baffinus.
Gianni Pardo
Niente onori a chi
perseguitò Calabresi
Il
10 maggio la città di Milano onorerà Antonio
Cederna, dedicandogli una strada e dialogando con Giulia
Maria Crespi, Marco Romano, Paolo Portoghesi e
Pier Luigi Cervellati sui temi sempre attuali del suo libro
I Vandali in Casa a cura di Francesco Erbani (Editori Laterza),
in un luogo preservato qual è Villa Belgioioso. Antonio
Cederna è stato tra i fondatori di Italia Nostra e non
averlo ascoltato ha portato agli orrori che oggi sono davanti
agli occhi di tutti e che rappresentano la più devastante
tra le invasioni barbariche. In cinquant'anni l'Italia ha cambiato
volto. La premonizione di Cederna era drammatica già nel
1954: «La bella e antica e sotto molti aspetti importanti
città di Milano è condannata a sparire dalla
faccia della terra».
Sarà
per questo che i parenti di Cederna non si mostrano
affatto soddisfatti del ricordo di Antonio, così
caro a una milanese innamorata quale è Giulia Maria
Crespi. Tutto il loro interesse sembra indirizzato (in senso
letterale) a Camilla, sorella di Antonio Cederna e giornalista
interessante e gustosa, ma la cui opera per la Cultura
italiana è imparagonabile a quella del fratello. Non
di meno, nel giorno in cui Milano dedicò una piazzetta a
Guido Vergani, il suo giovane e gentile figlio, Orio, invece di manifestare
compiacimento, non mancò di protestare contro il Comune per
la mancata titolazione di una strada a Camilla Cederna. Per evitare
ulteriori polemiche, non replicai. Ma oggi la risposta è
tutta nel libro straordinario di un altro figlio, Mario Calabresi (Spingendo
la notte più in là. Storia della mia famiglia e
di altre vittime del terrorismo, editore Mondadori): un libro
in cui si parla di altre barbarie. Mario è figlio del commissario
Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972, da alcuni militanti
di Lotta Continua, come ha stabilito
una sentenza definitiva nel 1997, dopo 25 anni di indagini e processi.
Quando
Calabresi fu ucciso, sua moglie Gemma Capra era
in attesa del terzo figlio. Il libro racconta il
destino di naufraghi toccato ai sopravvissuti, costretti
non solo al dolore per la morte del marito e del padre,
ma alla continua umiliazione di sentirlo diffamato, in
quanto poliziotto, ed esaltati i suoi assassini. Il giovane
Mario Calabresi, per capire, a quattordici anni, dodici dopo
la morte del padre, cominciò a leggere i giornali dell'epoca
nella emeroteca della Biblioteca Sormani. Incrociò
allora la collezione di Lotta Continua, soprattutto il settimanale
l'Espresso, con gli articoli di Camilla Cederna e l'appello
agli uomini di cultura del 13 giugno 1971. Si chiedeva di ricusare
i «commissari torturatori, i magistrati persecutori,
i giudici indegni». La Cederna guidava orgogliosamente
la campagna di discredito nei confronti di Calabresi e firmava
la lettera nella quale il commissario era definito «responsabile
della morte di Pinelli».
Non
era sola, in verità, a chiedere l'allontanamento
dai loro uffici dei magistrati che avevano osato
contraddire la ricostruzione della morte di Pinelli e
la denuncia di Lotta Continua: «Siamo stati troppo
teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si
permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare
a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a
perseguitare i compagni... e il proletariato ha già
emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell'assassinio
di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara».
Dopo
l'invito agli «uomini di cultura» ad aderire
alla lettera-appello sull'Espresso del 20 giugno 1971,
esce un altro articolo di Camilla Cederna dal
titolo «Parlano i protagonisti della più
atroce commedia che sia mai stata recitata dalla magistratura
italiana» ed esce il primo elenco delle adesioni
degli intellettuali. Dispiace ricordarne alcuni: Norberto Bobbio,
Lucio Villari, Federico Fellini, Mario Soldati, Liliana Cavani,
Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini,
Giovanni Raboni, Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Inge Feltrinelli,
Giulio Carlo Argan, Gae Aulenti, Umberto Eco, Alberto Bevilacqua,
Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Carlo Rossella,
e molti altri. Tutta l'intellighentia italiana contro il commissario
Calabresi. Avevano ragione loro, e Camilla Cederna? A leggere Paolo
Mieli, oggi, sembra di no. Il 3 luglio 2004 il direttore del Corriere
ebbe il coraggio di dichiarare di «provare vergogna per un
testo che, nella sua ambiguità, pareva difendere la
lotta armata e incitare al linciaggio del commissario».
Mieli, non altri, arrivò a dire: «Qualsiasi parola di
scuse nei confronti di moglie e figli di Luigi Calabresi mi appare
ancora oggi inadeguata alla gravità dell'episodio».
Ma
con che occhi doveva leggere quegli articoli e quei
nomi luminosi l'adolescente Mario Calabresi? E cosa
pensare di una grande cultura così vile e conformista?
Non sono bastate negli anni le sentenze della magistratura
a cancellare l'infamia che, anche dopo l'assassinio,
continuò a infangare la memoria di Calabresi. Ed
è significativo che sia toccato dirlo al senatore Gerardo
D'Ambrosio, il giudice istruttore che indagò sulla
morte di Pinelli: «Se ora vogliono far emettere un francobollo
in memoria dell'anarchico Pinelli, facciano pure perché
tutti, anche a distanza di anni, hanno diritto ad una commemorazione.
Ma se questo dovesse servire per cavalcare di nuovo la tesi
dell'omicidio volontario, allora sono dei pazzi che vanno
fuori strada. Perché sarebbe come uccidere una seconda volta
il Commissario Calabresi, il quale, tra l'altro, non era neanche
presente nella stanza della Questura da cui cadde Pinelli. Attenzione».
Oggi il Comune e la Provincia di Milano onorano Luigi Calabresi
e, con piena convinzione, Antonio Cederna. Perché
non si possa fare lo stesso con Camilla il giovane Orio Vergani
lo può capire leggendo il libro di Mario Calabresi e avvertendo
il peso delle parole di chi trasformò una vittima di Lotta
Continua in un mostro.
Vittorio
Sgarbi (Da Il Giornale)
MOLLICHINE
Fabris (Udeur): “In Italia c'è una potentissima
lobby gay che marca a uomo qualsiasi iniziativa
dei cattolici”. E voleva che la marcasse a donna?
Elezioni siciliane. Prodi: “Il risultato è un
rafforzamento” del centro-sinistra. Ancora un paio così
e sarà abbastanza forte da andare a casa.
Prodi: “Ho già parlato anche troppo dell’Ici”.
Solo dell’Ici?
Mario Lozano: “Non verrò in Italia, temo per
la mia vita”. E dire che non ha temuto d’andar soldato
in Iraq.
Per D’Alema in Afghanistan i talebani ora sono in
difficoltà. Speriamo non per causa dei soldati
italiani!
Veltroni. “Il Tevere è così pulito che
c'è un eccesso di pesci”. Li avrà moltiplicati
lui. Ora è il turno dei pani.
MODESTA PROPOSTA
PER I “DICO”
Il problema della coppie di fatto è secondario
rispetto a quello delle coppie omosessuali. Tant’è
vero che chi è contrario ai “Dico” lo è soprattutto
perché teme che essi siano un cavallo di Troia
per il matrimonio dei gay. E tuttavia è facile vedere
come il problema ammetta una soluzione che lascia contenti
tutti. Che permetta perfino che gli omosessuali – col
consenso dei cardinali – abbiano figli.
Prendiamola alla lontana. Secondo quanto dice la
religione e secondo quanto dice la Costituzione (“la
famiglia naturale”) la coppia è composta da un
uomo e da una donna. Inoltre si dice che un bambino, venendo
al mondo, ha diritto di avere un modello maschile, il padre,
e un modello femminile, la madre. Ma in tutto questo non c’è
scritto che mamma e papà debbano fare l’amore. Non
solo spesso i due si astengono da questa lodevole pratica perché
anziani, senza per questo rinunciare all’amato coniuge, ma
possono anche astenersene per dimostrare di non aver bisogno
del “remedium concupiscentiae” di cui parlavano i vecchi teologi.
In altre parole, per dimostrarsi superiormente virtuosi. In ogni
caso, nessuno esige il sesso perché la famiglia sia tale.
E allora ecco la soluzione che mette tutti d’accordo:
basta che un omosessuale uomo sposi un’omosessuale
donna, ed ecco ricostituita la coppia naturale che potrebbe
anche adottare un bambino. Non sarebbe certo d’ostacolo
il fatto che fra i due non ci siano rapporti sessuali
e neppure il fatto che ciascuno coltivi una relazione (omosessuale)
fuori dal matrimonio. Fra l’altro fra loro non ci sarebbero
certo motivi di contrasto o scenate di gelosia. Si avrebbe
quella situazione che si ha in parecchi matrimoni di persone
che non vogliono separarsi per non danneggiare le loro proprie
carriere e sono d’accordo per avere ciascuno la sua relazione
extraconiugale. Senza pestarsi i piedi reciprocamente.
Il bambino inoltre, oltre al vantaggio d’avere i
modelli dei due sessi, beneficerebbe di quello
d’essere educato sin dal primo giorno a non essere omofobo
e a non essere geloso del proprio coniuge. Quale pedagogista
potrebbe essere scontento di questo risultato?
Per quanto riguarda gli interessati, cioè gli
omosessuali, è chiaro che non possono in nessun
caso rigettare questo progetto. Essi protestano giustamente
contro l’intolleranza dei benpensanti che non ammettono
che un uomo viva more uxorio con un altro uomo, e dunque non
avrebbero certo loro stessi il diritto di protestare se un uomo
(omosessuale) vive con una donna (omosessuale): dimostrerebbero
d’avere gravissimi pregiudizi sessuali.
I benpensanti, per parte loro, dovrebbero essere
contenti di questa soluzione. Essi non vogliono
che sia ratificato e ufficializzato il rapporto omosessuale
e, in questo schema, esso rimane un rapporto di fatto
e al di fuori della famiglia: è perfetto, no?
L’ultima obiezione da superare è sentimentale.
Gli omosessuali potrebbero dire: in questo modo
ci si vieta la convivenza con la persona amata; ma la
risposta è fulminante: e di che si lamentano? C’è
scritto perfino nel fondo dei posacenere che la coabitazione
è la tomba dell’amore. Mantenendo invece con
la persona amata un rapporto che esclude ogni prosaica quotidianità,
col piacere d’incontrarsi solo per stare insieme,
si offre all’amore la condizione ideale per durare
e coniugarsi con la passione. La lamentela è suicida.
In conclusione, chi scrive, oltre a raccomandare
caldamente l’adozione di questa brillante soluzione,
confessa il proprio rammarico per il fatto che
non ne potrà approfittare, non essendo omosessuale.
Ma nessuno è perfetto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 17
maggio 2007
Se ti dimentico
Gerusalemme
A Gaza i palestinesi si stanno accoppando, in due
giorni piu' di 40 morti, e, nel frattempo, per
tenersi allenati, continuano a lanciare missili
qassam su Israele. Feriti, terrore, rabbia ma
i media italiani fino a ieri hanno informato con brevi notizie
flash, in modo quasi scanzonato: solo lievi danni a Sderot,
qualche ferito ma poca roba.
Poca roba eh?
Decine di persone all'ospedale , un bambino ancora
grave, anziani sotto schock, case distrutte, la
popolazione chiusa nei rifugi pubblici.
Qualcuno ha detto:"aspettiamo che Israele rinunci
alla politica dell'autocontrollo e attacchi i terroristi
e vedrete che si sveglieranno".
Detto, fatto.
L'aviazione israeliana ha attaccato bombardando
le rampe di lancio e di colpo tutti svegli, i giornali
mettono le prime notizie, sempre taroccate e censurate,
i danni a Sderot sono, secondo loro, lievi e, come
previsto, parlano dell'attacco di Israele ai terroristi.
Ecco un paio di titoli significativi trovati in
rete:
" Hamas ordina il cessate il fuoco" e "Israele bombarda".
Quindi chi legge fa uno piu' uno e cosa capisce?
che Hamas, santo subito, vuole la tregua con
qualcuno e che Israele invece, cattivo, anzi pessimo,
bombarda i soliti poveri palestinesi.
Un bel lavoro, complimenti ai giornalisti italiani.
Si e' svegliato anche Massimo D'alema, rimasto
in distratto silenzio fino ad oggi, per ragalarci
uno dei suoi deliri : mandiamo l'unifil a Gaza.
Perbacco che ideona!
Bravo D'alema!
Cosi' finalmente Israele non potra' piu' rompere
le scatole e hamas si armera' in tutta tranquillita',
come succede in Libano con hezbollah.
I soldati Unifil avrebbero il privilegio di rischiare
di morire per fare da cuscinetto tra i kalashnikov
di hamas e le bombe di fatah.
Un genio, niente da dire, D'alema e' un genio, ha
capito tutto dei palestinesi, di quello che fanno
e di quello che vogliono, ha capito tutto del terrorismo
e della loro voglia di impedire qualsiasi tentativo
di inutile dialogo dal momento che e' la fine di Israele
che vogliono.
Non contento di questo demenziale suggerimento,
il piu' intelligente e preparato ministro degli
esteri che l'Italia abbia avuto, quello che non nasconde
di adorare hezbollah e di dare la sua incondizionata fiducia
e simpatia al governo hamas, democraticamente eletto, secondo
chi non ha un chiaro concetto di cosa sia la democrazia, questo
geniaccio della politica aggiunge delirio al delirio e si
permette di criticare le celebrazioni per il quarantesimo
anniversario dell'unificazione Gerusalemme, suggerendo addirittura
di evitare i festeggiamenti.
Cosa critica il ministro? Cosa si permette di criticare
e come si permette di criticare e di suggerire dal
basso della sua spocchiosa arroganza? Come si permette
di dire a Israele quello che deve e non deve fare?
Provo vergogna per lui e credo che l'Italia
meriterebbe di meglio.
Gerusalemme e' stata dichiarata Capitale di Israele
nel 1950. Nel 1967 e' stata liberata dall'occupazione
giordana e nel 1980 la Knesset ha sancito l'indivisibilita'
della Citta' di David.
L'Europa e gli USA
e D'alema non riconoscono Gerusalemme Capitale
di Israele?
Affari loro, ogni paese ha il sacrosanto diritto
di decidere della propria capitale e Israele lo
ha fatto come ogni altra nazione del mondo.
Gerusalemme non e' mai stata Capitale di nessun
altro popolo.
Gerusalemme ha una storia ebraica che
risale a 3319 anni fa.
Gerusalemme non e' mai stata Capitale di nessun
altro stato se non di Israele.
Gli ambasciatori europei hanno rifiutato e rispedito
al mittente l'invito della Presidente della
Knesset e, senza vergogna, hanno detto "No,
grazie, non riconosciamo Gerusalemme come vostra Capitale".
L'ambasciatore USA ha rifiutato e ha mandato a
dire di "essere fuori sede", in viaggio, in gita,
occupatissimo.
Ipocriti e vigliacchi, hanno preferito offendere
Israele pur di non far arrabbiare gli arabi.
Conosciamo molto bene i sentimenti antiisraeliani
dell'Europa e sappiamo che gli USA hanno
paura di un' altra strage in casa, quindi tutti buonini
agli ordini dei figli di Arafat che non ci metterebbero
niente a farsi esplodere in qualche citta' europea o
americana.
Uno schiaffo morale, un'offesa a Israele invece
quale conseguenza potrebbe avere?
Qualche protesta di noi ebrei incazzati e
tutto finisce la', nessun problema, lo sanno perfettamente,
sono abituati a offendere questo Paese, la cosa gli
procura un enorme piacere, un' ineffabile goduria
e soprattutto, importantissimo per i conigli del mondo,
nessun timore di ritorsioni.
Benissimo, se la godano pure e buon pro' gli faccia
ma nessuno puo' permettersi di dire che non dobbiamo
celebrare la riunificazione di Gerusalemme, tanto
meno l'amico di hezbollah, tanto meno il fiduciario
di hamas, tanto meno un ministro degli esteri che non ha mai
nascosto il fastidio che gli da Israele.
Ogni volta che e' costretto a nominarlo il
baffo gli trema, il viso gli si deforma in un'espressione
di enorme seccatura e riprovazione per questo paesaccio
di ebrei che se fosse stato per lui col cavolo che
sarebbe nato.
Il signor Ministro sappia che le celebrazioni le
abbiamo fatte, senza aspettare la sua autorizzazione,
canti e balli , felicita' per le strade di Gerusalemme,
il piazzale antistante il Kotel gremito di gente,
di bandiere e musica.
Niente e nessuno, nemmeno il sorrisetto storto e
sarcastico di D'alema, ci fara' passare la voglia
di esprimere il nostro amore per questa Citta' e per
questo Paese e di sentirne fortissimamente l'appartenenza.
Se lo ricordi il ministro e intanto pensi alla prossima
mossa, alla prossima condanna, alla prossima
schifata considerazione contro Israele.
Forza, tanto siamo accerchiati, la politica internazionale
ci prende a schiaffi , gli arabi, appoggiati
da UE e USA, vogliono farci accettare un piano di
pace che sarebbe il nostro suicidio, si delegittima
ufficialmente, cafonamente, lo Stato di Israele
non riconoscendone la Capitale, l'antisemitismo
e' ai massimi livelli in tutto il mondo e , ciliegina sulla
torta, all'universita' di teramo, tutto minuscolo,
stanno dando voce al negazionismo.
Claudio Moffa,allievo di Ahmadinejad , imita il
suo maestro che aveva organizzato un convegno
sulla negazione dell'Olocausto a Teheran, e invita in
cattedra, nell'universita' dove e' docente di odio,
Paul Faurisson per dare una lezione sulla menzogna
della Shoa'.
Grandioso vero?
C'e' altro? ce n'e', ce n'e', Israele e gli
ebrei sono la spina nel fianco del mondo, sono il
cipollone da inghiottire, sono il senso di colpa
da rinnegare.
A Gerusalemme altri tremila e piu' anni di vita
come Capitale Eterna di Israele.
"Se ti dimentico Gerusalemme, si paralizzi la mia
destra, mi si attacchi la lingua al palato se lascio
cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia"
(Sal. 136, 1-7) "
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
LA VEROSIMIGLIANZA
DEI BROGLI
In politica e in amore
tutto è lecito. Nel calcio è scorretto
segnare un gol con la mano, in politica no: è
solo una mossa vincente. In privato è deplorevole
che si menta, in politica la verità è una versione
fra le altre che ha il solo dovere d'essere vincente.
Per decenni i comunisti bevvero la panzana che i nazisti fossero
responsabili del massacro degli ufficiali polacchi a Katyn,
anche se in realtà gli stessi nazisti si erano premurati,
in piena guerra, di procurarsi dei testimoni neutrali della
loro (tanto rara!) innocenza. Ma alla Russia Sovietica conveniva
sostenere quella menzogna e poiché i comunisti del mondo
libero erano innamorati dell'Urss e disposti a credere qualunque
cosa, perché non raccontargliela in quel modo? Dunque
quella menzogna, finché fu creduta, fu forse orrenda
ma non sciocca.
In politica l'unica esigenza seria non è
la verità, è la credibilità. Quando
la Casa della Libertà perde le elezioni per
poco più di ventimila voti su parecchi milioni (sei
decimillesimi, esattamente lo 0,06% del totale dei
voti espressi), è comprensibile che essa ipotizzi
un diverso risultato. Un nuovo conteggio potrebbe dare
un risultato diverso, magari un maggiore margine per l'Unione,
ma un vantaggio per il centro-destra è certo tutt'altro
che inverosimile. Sei decimillesimi sono una percentuale
microscopica.
Invece, in occasione delle amministrative di Palermo
in cui Diego Cammarata è stato eletto
sindaco al primo turno col 53,59% dei voti, contro
Leoluca Orlando (45,14% dei voti), quest‚ultimo ha denunciato
a gran voce presunti brogli che avrebbero dato la vittoria
al suo avversario. Vero? Falso? Col criterio prima
descritto vediamo se l'affermazione sia credibile (e
dunque utile) o no.
I voti espressi a favore di Diego Cammarata sono
stati 201.674 (Corriere della Sera), quelli a
favore di Leoluca Orlando 170.542. La differenza è
di 31.132 voti. Poco più della differenza in favore
dell'Unione, alle ultime politiche; ma sommando i voti
di ambedue i candidati si ha il numero 372.216 e 31.132
voti, rapportati a questo totale, costituiscono una percentuale
dell'8,36%. Diamo i decimillesimi, oltre la virgola, perché
è questo il rapporto: Cammarata ha avuto ottocentotrentasei
decimillesimi di voto in più di Leoluca
Orlando, mentre lìUnione ha avuto sei decimillesimi
di voti in più rispetto alla Casa delle Libertà.
E se l'Unione ha dichiarato pretestuose e infondate le
proteste di Berlusconi, che bisogna dire di chi contesta
l'otto per cento, non il sei per diecimila dei voti?
Ecco perché la bugia di Orlando è così
grossa che, invece di invalidare il trionfo di Cammarata,
lo sottolinea. Deve anzi costituire una ragione
di sollievo, per Palermo, l'idea di non avere per sindaco
un uomo che ha una così scarsa opinione dell'intelligenza
del suo prossimo, inclusi quelli che avrebbe voluto
governare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 16 maggio 2007
LE RAGIONI DEL
SUCCESSO
Non sempre facile è comprendere il successo.
Spesso non si capisce perché fra i mille
urlatori uno divenga un cantante applauditissimo,
perché un certo politico che ci sembra cretino divenga
una celebrità nazionale, perché un ometto da
nulla riesca a divenire plurimilionario. La spiegazione
del mistero si potrebbe cercare in un paragone con
le gare di formula uno. Molti dicono: “Ha vinto quella
monoposto perché ha un migliore motore”, oppure
“Perché è guidata da un grande campione”. E
invece queste risposte spesso non sono vere.
Nell’ambito delle corse automobilistiche esiste
“lo stato dell’arte”: la tecnologia è giunta
ad un certo livello e quel livello è uguale
per tutti. Tant’è vero che, un paio d’anni fa,
l’auto di una marca minore correva con motore Ferrari e
rimaneva lo stesso in fondo alla classifica. In realtà
vince la gara l’auto con un perfetto motore, certo, con
un perfetto driver, con ottime gomme ecc. ma che ha, rispetto
alle altre, qualcosa in più, un piccolo particolare
che le dà quel centesimo di vantaggio che la fa arrivare
prima di un’altra. Un migliore alettone aerodinamico? Un
dispositivo elettronico ignoto ai più? Comunque
qualcosa cui il profano non penserebbe mai.
Nello stesso modo, un grande avvocato è colui
che sceglie la tattica giuridica migliore per il
proprio cliente ma è anche vero che fra due
avvocati di pari valore ha molto più successo quello
che sa vendere al suo protetto la sua difesa come
la più appassionata, la più aggressiva, la più
vincente. Perfino se poi perde. Mentre l’altro avvocato,
che magari fa le stesse cose, a causa del suo temperamento
può apparire rassegnato, disinteressato e, in una
parola, perdente. Il primo diventerà un principe
del foro, l’altro resterà un nessuno. Gli operatori
della giustizia sanno che esiste una fama fuori dal palazzaccio
e una fama all’interno del palazzaccio, ma il grande pubblico
inghiotte anche esche grossolane.
Il successo degli altri spesso stupisce, anche
quando non siamo invidiosi, probabilmente perché
consideriamo l’elemento centrale del successo e
non teniamo conto degli elementi secondari, quelli che
invece fanno la differenza sul traguardo. A volte si tratta
di qualità vagamente bovine, come la capacità
di studio e di applicazione, a volte, perfino, di un dato
che giudichiamo severamente. Il servilismo, per esempio.
Esso è giudicato malissimo da tutti e tuttavia, in un
mondo in cui si fa carriera solo per cooptazione (come l’università
italiana) chi è incapace di servilismo raramente riesce
ad entrare. In quell’ambiente il servilismo è una qualità.
E la capacità di mentire, la disponibilità
ad ingannare, a non mantenere la parola data, normalmente considerate
gravi tare morali, sono qualità essenziali per fare
carriera in politica. È inutile giudicare con disprezzo
un sindaco o un ministro: le caratteristiche per cui lo disprezziamo
sono probabilmente quelle che lo hanno fatto arrivare primo
al traguardo.
Le ragioni del successo non sono sempre quelle
che ci si aspetta. E neppure quelle che sono considerate
moralmente apprezzabili. Non bisognerebbe studiare
le qualità che astrattamente conducono al
successo, bisognerebbe studiare le persone che hanno avuto
successo: sono loro il paradigma da imitare, se si è
ambiziosi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15
maggio 2007
Miracoli & Miracolati: Gheddafi,
sente la voce di Prodi al telefono e si sveglia dal
coma
ANSIA delle 17.59, 14
maggio 2007 - L'annuncio arriva dal Medioriente:
il presidente libico Muammar Gheddafi, 65 anni, è
stato vittima di un ictus la scorsa notte ed è
stato ricoverato in un ospedale di Tripoli, in coma.
Ad affermarlo la agenzia di stampa palestinese Máan.
L'agenzia, che di solito diffonde soltanto notizie
che riguardano i palestinesi nei territori, aggiunge
che i figli di Gheddafi, che erano in Europa, sono stati
richiamati in patria per assistere il padre. Anche il Jerusalem
Post, giornale israeliano, riporta il malore di Gheddafi,
che sarebbe «in coma». Secondo Máan,
«le condizioni di Gheddafi sono molto serie».
Gheddafi, si aggiunge, «è stato portato in stato
di incoscienza all'ospedale». La notizia però
non trova riscontri ufficiali in Libia e a tarda mattinata,
a sgombrare il campo da certe voci, ci pensa Romano Prodi
che fa sapere di aver telefonato a Gheddafi in persona.
Durante la telefonata il leader libico si è svegliato dal
coma. Il fatto ha qualcosa di miracoloso e, dopo il famoso piattino
di via Gradoli, sono ora in molti nelle cancellerie di mezzo
mondo a considerare Prodi un taumaturgo.
«Il colonnello ora sta benissimo»,
fanno ora sapere dell'ambasciata di Tripoli
a Roma.
Secondo l'agenzia libica Jena, Gheddafi,
ricevuta la telefonata dal premier italiano Romano
Prodi, improvvisamente ha aperto gli occhi, si
è guardato intorno , ha chiesto latte di cammella
discutendo con Prodi di «questioni mediterranee
ed internazionali di interesse comune».
MOLLICHINE
Blair ha qualificato la Gran Bretagna “nazione
più grande del mondo”. Altrettanto ha fatto
Sarkozy con la Francia. Ma in realtà è
la Russia: basta aprire un atlante.
Prodi: “Sono entrato in politica 12 anni fa,
sono il più giovane tra i politici in commercio”.
Il più giovane e già smemorato: è
stato ministro nel 1978.
Mussi: “Il Pd? È un partito a due piazze...”
Come ha detto qualcuno: il leone giacerà con
l’agnello ma faranno sogni diversi.
Mario Landolfi (An): “Siamo qui per le tre
F”. Feste, farina e forca?
Per Bertinotti “Israele è una realtà”.
E non un incubo, come lui stesso aveva
sperato fino ad ora.
Tzipi Livni al Cairo per discutere il piano
di pace saudita. Speriamo sia longeva.
Gianni Pardo
IPOTESI
SULL’IRAQ
Nietzsche chiedeva: “Fin dove osi pensare?”
In effetti, solo chi è disposto a pensare
fino all’abisso può, in certi casi, sperare
di giungere alla verità.
In Iraq ci sono in questo momento oltre centomila
americani. Ma ovviamente non ci resteranno
in eterno: la maggior parte dei loro compatrioti
e la maggior parte degli irakeni vorrebbero che
se ne tornassero a casa. Ma dopo che avverrà?
L’Iraq è un
paese in cui c’è la libertà di stampa;
in cui il popolo ha entusiasticamente votato
ed ha eletto un governo; in cui l’economia ha ripreso
a funzionare; in cui si ha finalmente il secondo esempio,
dopo quello turco, di un paese insieme musulmano
e democratico. Il suo dramma è però quello
di una violenza senza fine, di un ininterrotto massacro,
di una mancanza di pubblica sicurezza certificata ogni
giorno dall’interminabile lista delle vittime innocenti.
Senza il terrorismo l’impresa irakena sarebbe stata
un totale successo, col terrorismo si dice un po’ dovunque
che è stata un fallimento.
Sembra evidente che gli americani non sono
in grado di porre un termine a questa piaga.
Non c’è modo di sapere quale auto, fra le migliaia
che circolano, esploderà; non c’è
modo di identificare l’assassino suicida che trasforma
se stesso in bomba. Se gli americani improvvisamente
andassero via, questo basterebbe a far cessare il terrorismo?
Certamente no. Attualmente i terroristi colpiscono
soprattutto gli stessi irakeni, magari dell’opposta setta
musulmana: sciiti contro sunniti e soprattutto sunniti contro
sciiti. Gli statunitensi oggi non vanno via perché
sono convinti che la situazione, senza di loro, peggiorerebbe;
poiché tuttavia, in un modo o nell’altro, alla fine
si stancheranno, bisogna fare l’ipotesi dell’Iraq senza gli
americani. Togliamoli dunque dalla scacchiera e vediamo come
va avanti la partita. Possono gli irakeni riuscire, da soli,
ad eliminare il terrorismo? Ecco gli scenari.
1) Tutto prosegue come attualmente e la lista
dei morti tende a diventare infinita. A un
certo punto la stanchezza della popolazione è
esplosiva, una fazione riesce ad attuare un colpo
di Stato e s’impone un dittatore sanguinario che abolisce
la libertà di stampa, abolisce le elezioni, abolisce
le garanzie giuridiche del cittadino, procede con vendette
trasversali o con massacri di Stato e infine impone
un ferreo ordine. Parafrasando Tacito si potrebbe dire: “Ha
fatto un deserto e l’ha chiamato pace”.
2) Nel secondo scenario gli attentati continuano
ma il governo, esattamente perché non più
sorvegliato dagli americani, abolisce le libertà
democratiche e diviene esso stesso una dittatura. Si
mette ad imprigionare senza scadenza e senza processo,
usa sistematicamente la tortura, uccide una ventina
di prossimi parenti di ogni kamikaze identificato ed utilizza
tutti i sistemi atti a scoraggiare i terroristi
e chiunque appena appena gli somigli. In ambedue i casi,
il terrorismo è vinto ma – come si vede - la democrazia
non sopravvive.
Triste prospettiva, certo: ma esistono altri
sistemi per debellare questi fanatici assassini
mantenendo la democrazia? Si sarebbe veramente
lieti di vederli indicati. Se Israele c’è miracolosamente
riuscito è semplicemente perché i suoi
terroristi non sono endemici e le sue frontiere sono
piccole e sigillate: l’Iraq non potrebbe fare altrettanto.
Ecco la verità che affiora dall’abisso:
il dramma dell’Iraq non dipende dagli americani.
Il terrorismo fanatico e su larga scala si
vince col terrorismo di Stato, non con la democrazia.
Bush e i suoi consiglieri si sono sbagliati
presumendo che ogni popolo oppresso aneli
alla libertà. Questo è stato vero per
la Boemia, per la Polonia, perfino per la Russia ma non
è vero per quella parte barbara e determinante
della popolazione irakena che vuole tornare all’oppressione,
teocratica o laica che sia. Partiti gli americani,
questi fanatici saranno finalmente liberi di imporre
al loro paese un nuovo Saddam Hussein. Se andrà così,
è in questo senso che la guerra irakena sarà
stata un errore.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 13 maggio 2007
L’AMORE DEL DENARO
Il disprezzo del denaro è un’ipocrisia
che amano permettersi perfino i poveri: e tuttavia
è facile vedere che questo atteggiamento è
frutto di disinformazione.
La prosperità umana è fondata sullo
scambio. Lo scambio, a sua volta, è
conseguenza della divisione tecnica del lavoro: l’allevatore
fornisce montoni, il pescatore fornisce pesce
e se scambiano i loro prodotti ambedue mangiano sia
carne che pesce. Tuttavia, uno scambio è tanto
più facile quanto più la cosa proposta è
gradita. Nell’antichità, una delle cose più
facilmente accettate erano gli ovini (pecus, da cui pecunia)
ma non sempre oggi si sarebbe contenti d’accettare
in pagamento una pecora: potrebbe essere troppo o troppo
poco, per la merce scambiata, non si saprebbe dove tenerla,
ecc.
Già nell’antichità si scoperse che
per gli scambi il migliore controvalore era l’oro.
Raro, di poco peso, incorruttibile, facile da
suddividere, gradito a tutti, quel metallo divenne
lo standard sul quale si misurava il valore di tutti i
beni. E infine nacque il denaro: l’oro monetato e
le monete di altri metalli.
Oggi che il denaro
è semplice cartamoneta a corso legale
e forzoso (cioè che nessuno la può
rifiutare in pagamento) e non ha un valore in sé
come l’oro, è divenuto una sorta di titolo
di credito nei confronti di tutti: ci presentiamo con
le nostre banconote e il prossimo è felice di tagliarci
i capelli, fornirci un buon pasto al ristorante, portarci
in aereo a Parigi o costruirci una bella villetta. Per
questo, chiunque dica di non amare il denaro, dovrebbe dichiarare
che non gli piace mangiare, vestirsi, curarsi e divertirsi
e anzi che potrebbe farne a meno. Cosa assurda.
Molti obietterebbero: “Io amo il denaro per
il necessario, o perfino per qualche semplice
comodità, ma non ne faccio un feticcio, non
venderei la mia anima per il denaro”. Giusto.
Ma, rispetto al disprezzo del denaro, questo è
un discorso completamente diverso. Pone semplicemente
il problema del giusto rapporto col denaro. E qui si
possono proporre tre modelli: l’avido, l’avaro e l’ambizioso.
L’avido spende a piene mani per avere una
bella casa, una grande automobile, per viaggiare,
per concedersi ogni sorta di lusso. Il suo portafogli
è come un porto di mare in cui il denaro arriva,
anche in grande quantità, ma presto riparte
per altre destinazioni. L’avido si comporta come
quei bambini golosi che hanno un dolce in bocca, uno
nella mano destra e uno nella mano sinistra: sarà un saggio
che si gode la vita o un gaudente sconsiderato, certo
è che non ama il denaro, tant’è vero che a momenti
lo butta via. Ama solo le cose che esso può dare.
L’avaro, al contrario, è un porto di mare
in cui le merci arrivano continuamente ma non
ripartono quasi mai; e i colli si accumulano sui moli,
nei magazzini, nei depositi. Questo nevrotico
non ama né il denaro - non se ne fa nulla! - né
i beni, che non acquista: è solo felice della
mera possibilità della spesa. Ha un’utilitaria,
ma potrebbe consentirsi una grossa Mercedes. Vive modestamente,
ma potrebbe permettersi dei lussi. Forse un tempo fu frustrato
dalla vista dei beni altrui ma ora che è arrivato
ad avere più possibilità degli altri, questo
gli basta ampiamente. Al passaggio, l’avarizia dà un ulteriore
vantaggio: se si possiede e si spende un milione di euro, si
può comprare una bella casa ma nient’altro. Mentre se si
fa solo il calcolo di ciò che si potrebbe comprare,
l’elenco è infinito: una casa, due automobili e quattro
pellicce, gioielli e viaggi intorno al mondo, ecc. Chi invece
non compra nulla ed ha la possibilità di tutte quelle
cose, è infinitamente più ricco: possiede idealmente
tutto ciò che un milione può comprare. L’avaro
è un amante immaginario dei beni.
Infine c’è colui che, ammazzandosi di
lavoro, “fa soldi” in quantità e, salvo qualche
grandiosa spesa di rappresentanza, non ne spende per
sé che una minima parte. Per costui il denaro non
rappresenta né una possibilità di acquisti né
un’occasione di godimenti: rappresenta esclusivamente
la misura del suo successo. Non ama né il denaro
né i beni che esso può dare: ama esclusivamente
la propria immagine. È un adoratore del
proprio io pubblico che amerebbe vedere adorato anche dagli
altri: e per questo non raramente è munifico. È
spesso molto utile alla società perché, se è
un imprenditore, produce beni per tutti, se è un
politico, contribuisce a guidare il paese, se è un
grande clinico guarisce il prossimo, e via dicendo. Ma
è un uomo la cui vita si avvita su se stessa.
In conclusione, chi si vanta di non amare il
denaro, più che un ipocrita, è uno che
dice una banalità. Per essere speciali,
bisognerebbe cominciare col non essere avidi, non essere
avari, non essere narcisisti.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 12 maggio 2007
E' accaduto non
sto sognando
Finalmente si sono presentati due elementi
importanti affinche' Giustizia fosse ristabilita
consolando l'animo ferito degli ebrei italiani
di Israele: l'occasione della visita di Fausto Bertinotti
alla Comunita' Italiana e il coraggio di dirgli quello
che pensiamo di lui.
Ho dovuto darmi dei pizzicotti per rendermi
conto che non era un sogno ma una meravigliosa
realta', uno stupendo riscatto a tutte le umiliazioni
subite e alle offese ingoiate in passato!
Era tutto vero, qualcuno stava snocciolando
al Presidente della Camera le colpe sue, del
suo partito e del governo italiano.
E' accaduto ed e' come se mi fosse scivolato
un peso dalle spalle!
Il signor Bertinotti, che in questo momento,
sto ammirando in una bella fotografia ripresa
al parlamento palestinese, sorridente e colle
spalle coperte da una kefiah,
e' entrato nel Tempio degli ebrei italiani,
senza mettersi in testa la kippa', credendo
di essere accolto come si conviene a un'alta carica
di Stato e ne' e' uscito ricoperto dei pesci
che gli sono stati tirati metaforicamente in faccia.
E' accaduto, signori, e' accaduto! Non stavo
sognando!
Anni e anni di mal di stomaco, di rabbioso
dolore, di disperato sentimento di ingiustizia
sono stati finalmente riscattati l'altro
giorno a Gerusalemme quando, nella saletta del Tempio
, Vito Anav e Beniamino Lazar, rappresentanti
degli ebrei italiani in Israele, gliele hanno cantate
in tutte le tonalita' del pentagramma.
Lui, il signor Bertinotti, alla fine ha definito
le critiche "una sgrammaticatura".
Comica questa parola, sgrammaticatura, forse
si aspettava di essere accolto da canti e balli,
battimani, premi e cotillons?
Al Tempio italiano l'unica sgrammaticatura
era lui, Fausto Bertinotti, lui che poche ore
prima aveva definito la barriera salvavita "un'abiezione";
lui che al parlamento palestinese , ricoperto
dall'amata kefiah, aveva detto che anche Israele
dovrebbe adottare l'indulto come in Italia, e
liberare TUTTI i prigionieri e detenuti palestinesi;
lui che ha definito la presenza ebraica in Giudea e
Samaria "una malattia che avvelena il mondo" secondo
quanto scrive il Riformista.
E' sicuro il signor Bertinotti che il veleno
non sia altrove, diciamo a caso ...nel governo
palestinese, nella promozione dell'odio e terrorismo
contro Israele e non nella presenza ebraica
nelle terre che sono la culla del popolo di Israele?
Forse Bertinotti
ignora la storia, lui e' stato segretario di
quel partito della "rifondazione comunista"
che da anni insulta Israele, demonizza Israele, deforma
la storia di Israele, nega a Israele il diritto
di difendersi quindi di esistere.
Durante gli anni della guerra di Arafat, anni
da incubo in cui ogni giorno entravano nel Paese
terroristi assassini per ammazzare civili ebrei,
bambini ebrei, donne e vecchi ebrei, abbiamo assistito
a a una processione senza fine di rifondaroli, di
innamorati dei terroristi, di gentaglia piena di odio che andava
a esprimere simpatia al boss dei terroristi.
Abbiamo visto arrivare la Morgantini per andare
a insultare i nostri soldati ai check point,
abbiamo sentito Agnoletto diffamare istericamente
Israele fino a quando la polizia non lo
ha rispedito in Italia.
Li abbiamo sentiti chiamare nazisti i
nostri soldati.
Per cinque lunghi anni in cui ogni mattina
accendevamo la radio prima ancora di essere
completamente svegli per sapere quale altro attentato
avevano fatto, per sentire i nomi delle nostre
ultime vittime, dovevamo anche vedere ai TG
italiani mandrie di vigliacchi assattanati bruciare
le nostre bandiere e urlare "a morte".
Per cinque terribile anni abbiamo
dovuto ascoltare rifondaroli e kompagni komunisti
, da Montecitorio, dalle strade, dalle sedi
dei partiti, dalle pagine di Liberazione e Manifesto
ringhiare contro Israele, la sua esistenza e il suo
esercito.
La guerra era nel pieno del suo orrore, fiumi
di sangue scorrevano per le strade del nostro
Paese, quando abbiamo dovuto assistere, con
un forte senso di nausea, al congresso nazionale
del partito della Rifondazione Comunista, segretario
Fausto Bertinotti, che apriva i lavori dando, primo
in assoluto, la parola a Nemer Hammad, rappresentante
di Arafat in Italia, accolto da un'ovazione e felice
di sciorinare la sua propaganda sotto la gigantografia
di Muhammad Al Dura, icona del popolo rifondarolo,
ucciso da fuoco palestinese ma la cui morte era stata
attribuita a Israele.
Dal Parlamento Europeo ci arrivavano, giorno
dopo giorno, attentato dopo attentato,
vittima dopo vittima, le esternazioni di odio per
Israele e amore per Arafat di Luisa Morgantini, rifondarola
di rispetto, donna piena di passione per chi uccideva
israeliani .
Nazisti nazisti nazisti, gridavano quelli
del partito di Fausto Bertinotti, e lo gridavano
contro gli ebrei, non contro gli assassini degli
ebrei.
Lui colla sua erre moscia e la pipa,
lanciava accuse a Israele, al suo governo,
al suo esercito senza mai proferir parola contro
gli assassini, contro i terroristi, contro l'uso dei
bambini palestinesi come strumento di propaganda.
Non abbiamo mai visto in cinque anni
un solo maledetto pacifista andare a esprimere
il suo sdegno davanti alla carcassa di un autobus
esploso in Israele col suo carico di sogni e speranze
. Non abbiamo visto un solo rifondarolo davanti
alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme dove hanno trovato
la morte decine di persone, famiglie completamente
distrutte mentre , insieme, mangiavano la pizza prima dell'entrata
dello shabat!
La sgrammaticatura, stridente come il gesso
sulla lavagna, di Bertinotti e' stato
dichiarare che il governo Hamas e' stato democraticamente
eletto.
Puo' essere chiamato
democratico un governo che vuole l'eliminazione
di una Nazione?
Le elezioni non sono certo simbolo di democrazia,
le fanno anche in altre dittature arabe,
le ha avute anche la Germania di Hitler, la
democrazia e' tutt'altra cosa e Bertinotti la stava
calpestando in quel Tempio dove finalmente gli
hanno fatto sapere, e spero anche capire,
che l'infamia del passato non andava dimenticata
proprio per poter correggere il presente e incominciare
a dialogare.
La sensazione mia e di molti altri , e' stata
meravigliosa.
E' stato un atto di giustizia nei confronti
di tutti i nostri morti che mentre bruciavano
e venivano colpiti dai bulloni inseriti nel tritolo,
non sentivano i ghigni della base rifondarola e
non vedevano quelli che, indifferenti ai corpi
mutilati giacenti sull'asfalto delle citta' israeliane,
si precipitavano a esprimere solidarieta' ad Arafat.
Signor Bertinotti, lei crede che abbiamo
tutto questo?
Crede che abbiamo dimenticato le decine di
maledetti pacifisti che, dentro il Mukata,
si facevano sbaciucchiare dal raiss assassino?
Crede che abbiamo dimenticato le parole di
sostegno e di amore per quel demonio mentre
i genitori israeliani temevano di non rivedere
i loro figli vivi dopo averli mandati a scuola?
Crede che abbiamo dimenticato le lacrime
dei bambini israeliani davanti alle bare
dei genitori mentre in Italia giovani senza
anima si calavano i pantaloni per mostrare
il culo al simbolo bruciacchiato del loro odio.
Mi dicono che lei sia cambiato e che, venendo
in Israele, lei abbia vuto il coraggio che
manca a D'alema, che lei tenti di ricucire uno strappo
di cui e' stato responsabile.
Me lo auguro anche se non ci vuole molto
ad essere meglio di Massimo D'alema.
Spero che lei, forse reso saggio dagli anni,
capisca gli errori commessi nel dare fiducia
a una popolazione di terroristi comandati da
un assassino a scapito di una democrazia colpita nel profondo
del cuore da migliaia di attentati.
Il suo cambiamento, se esiste, non cancella
il passato, non rimargina le ferite e non consola
chi, piangendo su tante bare, ha dovuto toccare con
mano la solitudine di Israele di cui lei e' stato
uno dei responsabili.
Giustizia e' stata fatta.
Quel giorno, nel Tempio italiano di Gerusalemme,
Vito, Beniamino e gli ebrei italiani hanno deposto
un fiore sulle tombe di tutti i nostri morti.
Deborah Fait -
www.informazionecorretta.com
NON RIDICOLIZZIAMO
LA FAMIGLIA
E’ sabato ed inizia sinceramente a fare molto
caldo. L’italiano medio ama uscire, andare fuori
porta, organizzare belle giornate di festa, magari
inventandosi un motivo, il più stupido purché
ci sia, perché senza una motivazione non si va da nessuna
parte, non c’è la necessità fisiologica e non
c’è il quid che fa muovere le cose. Ecco come nasce il “Family
Day” e come nasce il suo fratello bastardo ed omosessuale, chiamato
“Orgoglio Laico” e guai a non schierarsi per l’uno o per l’altro.
Ma farlo può costare una figura barbina: soprattutto
se ad organizzare la gita è il caposquadra di una combriccola
di gente fuori luogo. I portavoce del Family Day sono infatti,
Eugenia Roccella, , attivista dei movimenti femministi, sensibilizzatrice
del dibattito sull’aborto, figlia di Franco, uno dei
fondatori del Partito Radicale, uno dei partiti che
ha fatto dell’anticlericalismo e del laicismo (ovvero
indipendenza dello Stato da influenze o credi religiosi)
una della sue battaglie storiche e Savino Pezzotta, ex segretario
della Cisl, che invita sul suo sito tutto il sindacato “cattolico”,
a partecipare alla manifestazione. Ma un sindacato deve essere
necessariamente laico se vuole difendere il lavoratore in
quanto tale, perfino se discriminato in quanto omosessuale.
Come fa un sindacalista a creare scale di valori fra i diritti
in base al principio religioso, a partecipare ad una manifestazione
di questo tipo ed avere fra i suoi autori preferiti Alexis de
Tocqueville (che non scriveva favole o romanzi). Conversione
o convenienze del momento? Sì è giusta la seconda.
E lo è se la Chiesa Cattolica che rifugge come peccatori
gli omosessuali, che accusa un presentatore ingenuo ed ignorantello
di terrorismo e che, come è accaduto giorni fa, asseconda le
pazzie di un giornalista in Brasile che per realizzare il suo scoop
fa di tutto per farsi notare e si avvicina per chiedere un saluto a
tutto gli italiani fuori luogo del Papa, acclamato da milioni di brasiliani,
finisce con il gioire per la grande partecipazione ad una giornata
contro le leggi dello Stato considerate amorali (dall’altra parte del
Mediterraneo, in Turchia, si manifesta per mantenere la propria
laicità ed evitare una deriva fondamentalista religiosa, quella
di cui è stato vittima un servo di Dio, Don Andrea Santoro),
di politici in condizioni morali assolutamente incompatibili.
Perché Berlusconi, Bossi, Casini, la Santanché, La
Russa, la Gardini (responsabile del suo partito per la famiglia),
Castelli, Fini, Paolo Guzzanti, che pure danno il loro appoggio
morale o materiale alla manifestazione, sono divorziati e risposati.
Ma la lista è lunga e va da destra a sinistra (perché
anche la sinistra ha le sue partecipazioni eccellenti e l’aggiunta
della magra figura di voler proporre e votare una legge dagli
scranni di un Parlamento, per poi sbeffeggiarla ancor prima di crearla,
nelle pubbliche piazze). E sinceramente la Chiesa Cattolica
dovrebbe essere stanca di questo noioso dibattito razzista fra
laici e cattolici, come se il laico non possa essere cattolico,
solo perché chiede che vengano allargati i diritti a più
persone e che venga garantita la loro uguaglianza davanti allo
Stato, come lo è davanti a Dio ed il cattolico non possa
essere laico, per evitare di essere apostrofato come peccatore,
materialista, istigatore al relativismo.
E dovrebbe essere
stanca di organizzare crociate che allontanano
il suo livello di comunicazione con il popolo
dei semplici, per avvicinarla a quello dei
notabili, degli intellettuali con la puzza sotto
il naso o degli ignoranti che pregano con la corona
del Rosario, ma pensano che la Santa Trinità
sia la Madonna, San Giuseppe ed il Bambinello e sarebbero
disposti a buttare sassi contro il “ricchione” all’uscita
dalla Chiesa, come i farisei ai tempi di Gesù Cristo.
Perché la famiglia è una cosa seria e non
merita manifestazioni, policitizzazioni e gite di comodo,
ma tutela, rispetto, prima ancora della sua costruzione.
E a chi non vede così tanta differenza fra Wojtyla
e Ratzinger, consiglio personalmente la lettura delle
Lettere e delle Esortazioni apostoliche di Giovanni Paolo II,
durante la Quaresima del 1994 “In questo tempo, la nostra attenzione
dovrà rivolgersi specialmente verso le sofferenze e le
povertà delle famiglie. Un grande numero di esse, infatti,
ha varcato il limite estremo della povertà, non avendo
neppure il minimo vitale per nutrirsi e nutrire i loro piccoli,
per consentire ad essi una crescita fisica normale e una istruzione
regolare, conforme alle leggi. Alcune famiglie non dispongono
neanche di un alloggio decente. La disoccupazione colpisce ed
impoverisce sempre di più interi strati della popolazione.
Le donne sono sole nel provvedere ai bisogni dei propri bambini
e alla loro educazione: tutto ciò porta spesso i giovani
a vagare per le strade e a rifugiarsi nella droga, nell'abuso
di alcool o nella violenza. Si nota attualmente un aumento
di coppie e di famiglie che hanno problemi psicologici e relazionali.
Le difficoltà sociali contribuiscono talvolta alla
rottura del nucleo familiare. Troppo spesso il nascituro non
è accettato. In alcuni paesi, i più giovani sono
sottoposti a condizioni di vita disumane o vergognosamente sfruttati.
Le persone anziane ed handicappate, considerate economicamente
improduttive, si sentono inutili e relegate nella solitudine.
Alcune famiglie, a causa della loro appartenenza ad altre razze,
culture e religioni, sono espulse dalla terra nella quale si erano
stabilite.Di fronte a questi flagelli, che colpiscono l'insieme
del pianeta, non possiamo tacere, né restare inerti, perché
esse feriscono la famiglia, cellula fondamentale della società
e della Chiesa. Bisogna rientrare in noi stessi! I cristiani
e gli uomini di buona volontà hanno il dovere di sostenere
le famiglie in difficoltà, donando loro i mezzi spirituali
e materiali per uscire da situazioni spesso tragiche”. Problemi
seri, dunque e non “la paura del ricchione”. E qui torno a Benedetto
XVI che ha chiesto ieri di non ridicolizzare il matrimonio…Ecco aggiungo
io, non lo ridicolizziamo come ben ricorderemo nelle due gite
di un 12 maggio 2007.
Angelo M. D'Addesio
Il miracolo della
sopravvivenza del governo
Per invitare ad osare un costruttore d'aeroplani
teneva dietro la sua scrivania la gigantografia
di un massiccio coleottero, chiuso nella sua
corazza di chitina. Sotto c‚era scritto: "Un ingegnere
aeronautico aveva detto: questa bestia non potrà
mai volare". In effetti, la realtà è determinata
da più fattori di quanti ne immaginino i filosofi.
Ecco perché non ci si può fidare troppo della
razionalità: essa funziona con i dati di cui
dispone mentre la realtà immette nel parallelogramma
delle forze dati imprevedibili e il risultato sorprende.
Ecco perché, se si fa tesoro
dell'esperienza, alla fine si giunge alla conclusione
che la famosa affermazione di Hegel per cui
"tutto ciò che è razionale è reale"
non serve a niente. Gli avvenimenti si finisce conoscerli
- perché ci si sbatte contro il muso - ma la
loro razionalità si fatica parecchio a capirla. A volte
ci si riesce, con sforzo, solo parecchio tempo dopo: quando
ormai non serve.
Queste considerazioni sono ispirate dal governo
Prodi. Questo coleottero vola. Accumula cattive
figure, si fa cogliere in flagrante delitto di
mendacio, non fa un passo per non rischiare, ma
in fin dei conti è ancora lì. Qualcuno dice
che il centro-destra ne sia contento, perché più
questa maggioranza si squalifica, più sarà
facile la rivincita: ma, se è vero, è un
pessimo calcolo. Alle urne vanno elettori normali - non
storici od economisti - che ricordano a stento ciò
che è avvenuto negli ultimi mesi. Nel 2001 il centro-sinistra,
in vista delle elezioni, abolì il ticket per i medicinali:
sapeva benissimo che una simile misura era, e sarebbe
anche oggi, insostenibile per il bilancio dello Stato,
tanto è vero che oggi chi entra in farmacia ne esce con
la sensazione di essere stato rapinato. Ma allora il governo
sperò di vincere le elezioni: sperò che gli elettori
di quel beneficio, recentissimo, avrebbero tenuto conto. Gli
andò male, ma la teoria della labilità della memoria
rimane dimostrata: oggi infatti, pur avendo come allora un governo
di centro-sinistra, nessuno chiede l'abolizione del ticket, malgrado
il suo attuale altissimo costo. Il 2001 è semplicemente
storia antica.
Prodi sta a palazzo Chigi, fa piani per
il futuro e con stupefacente faccia tosta
si comporta in tutto e per tutto come se non corresse
nessun rischio. Mentre continua a dipendere dai
senatori a vita, dagli umori dell‚estrema sinistra e
da un qualunque incidente di percorso. Anche per contrasti
nella stessa maggioranza: Mastella continua a dire
che o si fa una legge elettorale come piace a lui (ma
con quale maggioranza?) o fa cadere il governo; ad ogni
piè sospinto, l'estrema sinistra emette dei Diktat,
e tuttavia, ogni giorno si leva il sole, ogni giorno
leggiamo che Prodi è Presidente del Consiglio e ogni
giorno D'Alema è il ministro degli esteri sovietico.
Pardon, italiano.
Come se non bastasse, in pista di decollo
c'è ora un altro coleottero. Un coleottero
di cui non sappiamo se volerà: il
Partito Democratico. La razionalità hegeliana
sarebbe certo pessimista riguardo a un raggruppamento
che non ha un programma, non ha un'ideologia,
non ha un leader e su tutte queste cose ha già cominciato
a dividersi: i suoi adepti sono perfino riusciti a non
mettersi d'accordo sul gruppo al quale aderire in sede
europea e mentre questa è, dopo tutto, una
decisione "ideale", s'immagini che avverrà
quando si tratterà di decidere cose concrete.
Cose sulle quali gli elettori delle due tendenze hanno
convinzioni viscerali: i Dico, decisioni difficili come quelle
sulla Tav, provvedimenti sulla previdenza e sull'Afghanistan,
soprattutto se la situazione peggiora
L'intera classe politica, di destra come
di sinistra, vivacchia. Del futuro -
pensione da parlamentare a parte - non importa
nulla a nessuno. Arriva l'estate, non mancano
né il necessario né il voluttuario e dopo tutto
basta la salute.
Grande politica.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 11 maggio 2007
LA DEFAITE DE LA GAUCHE
Dopo la sconfitta della gauche, in Francia
non si parla che di “rifondazione”, di “ripensamento”,
di “ripartenza”. In sé, il proposito
è lodevole. Se si fallisce, bisogna chiedersi
come si potrà, in futuro, vincere dove prima
si è perso. Ma tutte quelle parole che cominciano
per “ri” indicano che si parte col piede sbagliato.
Se bastasse “ri”cominciare, “ri”partire, si percorrerebbe
la stessa strada, “ri”facendo gli stessi errori.
Già in Italia
si sono vissute cose del genere, con annessi errori
lessicali. Quando il Pci è divenuto
Pds, un’importante frazione del partito si è
staccata per dar vita al “Partito della Rifondazione
Comunista”. E qui c’è da rimanere stupiti:
Cossutta, Bertinotti e gli altri non volevano
rifondare nulla. Volevano al contrario far continuare
a vivere il vecchio partito e ne rifiutavano la socialdemocratizzazione.
Gli scissionisti erano i seguaci di Occhetto, e se
qualcosa è stato fondato, allora, è il
Pds: che a sua volta non sapeva bene dove andare. Infatti,
dominato dalla paura di perdere l’elettorato, non rinunciò
al simbolo della falce e martello, lo rimpicciolì come
se se ne vergognasse o come se facesse l’occhiolino dicendo:
“Ci chiamiamo Pds ma siamo ancora il vecchio Pci”. Miserevoli
manovrine politiche.
La realtà è brutale e non dipende
dai nomi. Quando si perde bisogna innanzi tutto
chiedersi se la cosa era prevedibile. A Canne
i romani, più numerosi dei cartaginesi,
persero disastrosamente perché Annibale
fu un migliore stratega. La sconfitta era imprevedibile
e i romani cambiarono tattica. Invece, più
recentemente, l’Asse ha perduto ad El Alamein, anche
se Rommel era più geniale di Montgomery, per l’insufficienza
degli armamenti e delle salmerie. Dunque una migliore
organizzazione avrebbe forse consentito la vittoria:
la sconfitta era prevedibile. “Ripartire” senza sapere
per dove è una sciocchezza. Prima si deve identificare
la direzione da prendere, poi si riparte. Per far questo
è necessario identificare gli errori del passato
e avere il coraggio di rischiare una scommessa sul futuro:
anche se è difficile amputarsi di tutto ciò
che si è a lungo creduto irrinunciabile. Margaret
Thatcher risollevò il Partito Conservatore promettendo
ai britannici che con lei avrebbe comandato il governo,
non i sindacati; anzi, che avrebbero comandato gli stessi
lavoratori e non i loro rappresentanti; insomma annunciò
che con lei il paese avrebbe effettuato una risoluta svolta
a destra, nel segno della ragionevolezza e senza nessuna
timidezza nei confronti della sinistra. La Iron Lady aveva
una “visione”, come si dice: il risultato furono undici
anni di governo e un tale rinnovamento della Gran Bretagna
che anni dopo Tony Blair, per riportare il Partito Laburista
al governo, non esitò a qualificarsi “figlio della
Thatcher”.
Il problema della sinistra francese è
che non ha perso Ségolène Royal:
ha perso un raggruppamento che non ha una visione,
che ripete slogan e mantra del passato, che non
sa cogliere gli umori del paese. Che ha una politica ancorata
a vecchi pregiudizi, come quello per cui chi delinque
è un disadattato da aiutare, mentre al contrario
i francesi hanno sentito il loro cuore balzargli
in petto per l’esultanza, quando Sarkozy ha trattato
da “racaille” (teppaglia) i violenti delle banlieues: perché
è quello che pensano loro, i francesi, seduti in
casa dinanzi al loro televisore.
La sinistra commette l’errore di volersi
maestra di moralità. Vuole educare
e governare il popolo piuttosto che farsi guidare
da esso. Non capisce che se oltre il dieci per
cento dei francesi vota per Le Pen, non basta demonizzarlo:
bisogna riconoscere che il suo messaggio trova orecchie
attente. Sarkozy invece – coraggiosamente – ha preso ciò
che di questo messaggio era decente e l’ha fatto proprio,
aumentando il numero dei propri elettori e diminuendo
quello di Le Pen.
La sinistra francese deve fare un grande
bagno di umiltà e deve identificare una
sua visione del futuro, diversa da quella rivelatasi
perdente. Deve soprattutto imparare a seguire
le indicazioni del popolo, non degli intellettuali.
Gli intellettuali sono molto meno numerosi
degli artigiani e, oltre tutto, non ne hanno mai
azzeccato una.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 9 maggio 2007
L’ESTREMA SINISTRA
UNITA
Oggi si parla molto dell’unione della
sinistra estrema in un unico partito, movimento,
alleanza o comunque si voglia chiamare questo
possibile raggruppamento: è difficile seguire
la politica in questi contorcimenti lessicali.
Ma il progetto sembra di difficile realizzazione.
I partiti di estrema sinistra sono caratterizzati da
una forte tensione ideologica. Il primo interesse dei loro
elettori non è un’utilità concreta, la
partecipazione al governo o qualche beneficio dal
sottobosco politico: è la battaglia ideale.
A costo di non ottenere nulla, tengono a gridare la propria
protesta, la propria denuncia, la propria verità.
E questo produce due risultati pressoché inevitabili.
Da un lato, se il partito si lascia coinvolgere
nel governo (dal momento che i capi
sono molto meno disinteressati degli elettori)
rischia di essere fischiato come se si fosse
venduto al nemico: è ciò che avviene
a Bertinotti Anzi, è ciò che avviene un
po’ a tutta l’estrema sinistra che, pur di non far cadere
il governo, si acconciano a sostenerlo in decisioni
cui la base è profondamente contraria.
Dall’altro, se l’ideale del singolo partito
entra in conflitto con quello di un’altra
frangia dell’estrema sinistra, chi cederà
mai, se la teoria di ambedue è che non bisogna
indietreggiare di un pollice, quando si tratta
dell’ideologia? Diliberto, mentre auspica l’unione,
pone già dei paletti irrinunciabili: e perché
mai gli altri non dovrebbero anche loro porre paletti
irrinunciabili?
Questo per giunta non sono le uniche obiezioni.
Si fa l’ipotesi del raggruppamento perché
si è convinti che esso avrebbe più forza
contrattuale e più appeal presso gli elettori.
Effettivamente, se esso ottenesse, per esempio,
il 15% dei voti, disporrebbe di una percentuale
tutt’altro che trascurabile. Una percentuale
senza la quale la sinistra non arriverebbe mai ad avere
la maggioranza. Ma quale sarebbe la conseguenza?
Se il suo programma fosse quello di una radicale svolta
a sinistra, gli elettori moderati scapperebbero via e
l’intera sinistra perderebbe le elezioni. Se il suo programma
non fosse di una radicale svolta a sinistra, gli elettori
di estrema sinistra sarebbero delusi e si rivolgerebbero
a quel partito (residuo o nuovo) che fosse capace di raccattare
da terra la bandiera della protesta e dell’utopia.
Forse un estremo frazionamento a sinistra
non è un male come si crede. Esso consente
a molti microscopici leader di presentarsi
come segretari di partito; di avere la loro
quota di esposizione mediatica; di essere consultati
dal Presidente della Camera o del Senato, dal Presidente
del Consiglio dei Ministri e dal Presidente della
Repubblica. Inoltre, su ogni avvenimento, i giornali
si incaricano scrupolosamente di riferire la reazione
di tutti loro, uno per uno, cosa che non avverrebbe
se un solo segretario parlasse a nome di tutti. E poi,
chi rinunzierebbe alla propria piccola scrivania per lasciare
l’incarico al “supersegretario”? Diliberto che ha esautorato
Cossutta si adatterebbe ad obbedire a Bertinotti?
Marco Rizzo si accoderebbe a ciò che dice Pecoraro Scanio?
Forse, il migliore consiglio per la sinistra estrema
è: state buoni. Godetevela. Non sapete se e quando
avrete una seconda occasione di andare al governo.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 2 maggio 2007
MOLLICHINE
Francia. Moti di piazza, 367 auto bruciate,
270 fermati. Ma non si trattava di energumeni,
erano pacifici cittadini che protestavano contro
un violento: Sarkozy.
In Iraq attacco a un funerale. 32 vittime.
Ma il morto è rimasto freddo.
D’Alema sull’Afghanistan, Corriere della
Sera: «Preoccupato per offensiva
delle forze straniere». Mentre gli amici Taliban
non preoccupano.
Il ministro degli esteri iraniano afferma
che la presenza americana in Iraq “alimenta
il terrorismo”. A domanda ha poi smentito che
lo chiamino “Spezzaferro”.
Gianni Pardo
LA VITTORIA DI
SARKOZY
La netta vittoria di Sarkozy farà
molto discutere, come è normale, ma
forse è più interessante la sconfitta di
Ségolène Royal. Essa è forse
l’indice d’un fenomeno molto più vasto
che potremmo chiamare “massimo fisiologico”. Nel
salto in alto, nessuno mai supererà i tre metri:
il “massimo fisiologico” dell’uomo non lo consente.
Nello stesso modo, la sinistra europea potrebbe aver
raggiunto il “massimo fisiologico”. Ed oggi annaspa.
L’implosione dell’Unione Sovietica ha
dato un colpo mortale al marxismo. È
caduto il “grande esempio”, è caduta “la grande
illusione”. Non solo: quel crollo ha messo in
luce ciò che decenni di propaganda avevano nascosto,
e cioè la miseria e la mancanza di libertà
di quei regimi. Salvo alcuni irriducibili sognatori,
tutti si sono convinti che, nella realtà concreta,
quel tipo di società non funziona e nei paesi liberi
l’aggettivo comunista, invece di indicare una speranza
futura e un progresso, è passato a significare
qualcosa di archeologico, di utopico, di superato. Il
partito comunista è divenuto un partito di nostalgici
e la grande sinistra europea si è volta al socialismo
che, in questo cataclisma, ha conservato una faccia
presentabile.
Ma anche il socialismo si è nutrito
di un’utopia di sinistra. È partito
dai falansteri e dal concetto che la proprietà
privata fosse un furto, e in generale si è comportato
come un comunismo annacquato. Se non è arrivato
a predicare la messa in comune dei mezzi di produzione
è solo perché si è reso conto che
è più produttivo tosare la pecora e mungerla
piuttosto che mangiarla. La sua stella polare è stata
l’idea secondo cui i poveri fossero sfruttati dai ricchi
e dunque ha sempre combattuto per recuperare parte di ciò
che i datori di lavoro (creatori di ricchezza) rubavano ai lavoratori
(eco del plusvalore marxista) e per togliere qualcosa
agli abbienti (detentori della ricchezza creata, eco di Rousseau).
La storia del socialismo è stata quella di queste
“conquiste sociali”. È stato “di sinistra” richiedere
sempre più alti salari, sempre maggiori benefici,
leggi per calmierare il livello delle pigioni, tasse sempre
più alte, welfare state e via dicendo. E la storia, per
molti decenni, si è incaricata di confermare la giustezza
di questa battaglia: infatti i lavoratori hanno votato per i partiti
socialisti, hanno fatto scioperi, hanno strappato sempre
maggiori retribuzioni ed hanno enormemente migliorato le loro
condizioni di vita. Tutto questo senza accorgersi di un errore
fondamentale, ciò che in latino si indicava con le parole:
“post hoc, propter hoc”, il classico errore di scambiare
la sequenza temporale per sequenza causale. La sinistra
ha creduto di ottenere molto con le lotte sindacali e invece
il miglioramento della condizioni di retribuzione e in generale
di vita è stato dovuto all’aumento della produttività
del lavoro. Prova ne sia che si è avuto anche in paesi a bassa
sindacalizzazione e basso socialismo (Svizzera) o perfino
visceralmente anti-sinistra (Stati Uniti). Mentre in paesi
in cui il sistema stesso era impegnato a ridistribuire ai
lavoratori l’intero frutto del loro lavoro (democrazie popolari),
un sistema produttivo inefficiente ha provocato miseria.
Nei primi
anni della rivoluzione tecnologica i tassi di
aumento del pil sono impressionanti. La Corea del
Sud anni fa è riuscita ad avere incrementi
a due cifre e altrettanto ha fatto recentemente
la Cina. Ma questo tipo di progresso non può
durare. È come per il salto in alto: più si è
bravi, più i progressi sono piccoli. Fino a scrivere
su tutti i giornali del mondo se il record è stato
migliorato di un centimetro. Nello stesso modo, le
economie sviluppate sono naturalmente in perdita di velocità
e l’equilibrio economico fra impresa e lavoratori è
stabilizzato. La pecora ha dato tutta la lana che poteva dare
e insistendo si rischia solo di ferirla.
Ecco che cosa è forse avvenuto in
Francia. La sinistra dà l’impressione
di non sapere più che cosa proporre. L’ultima
“conquista” sono state le trentacinque ore lavorative
e tutti sono d’accordo nel dire che sono state una
pessima mossa. Tanto che si tenta di eliminarle. Sarkozy
ha proposto straordinari non tassati, che è
come dire tornare indietro. Se non si lavora non si
crea ricchezza.
La campagna elettorale francese è
stata esemplare. Madame Royal ha ripetuto
le solite frasi piene di buone intenzioni, ha
parlato di ideali, si è commossa sui più
sfortunati, ma non ha proposto nulla di concreto.
Non è mancato il vecchio ritornello: “noi di sinistra
siamo più morali” ma esso non convince più.
Convince di più Sarkozy che parla di ridurre il
numero degli impiegati di Stato (pressoché odiati,
in Francia), di usare la mano di ferro contro i violenti,
di porre un termine alle stupidaggini del ’68, in
una parola di fare piazza pulita della retorica di
sinistra e dello statalismo.
Non è detto che Ségolène
Royal sia stata la migliore scelta della sinistra,
ma è anche vero che il suo partito non è
riuscito a fornirle un programma nuovo e
credibile. E forse non poteva. L’elettorato si
è reso conto che è stato raggiunto “il
massimo fisilogico” ed oggi si può solo amministrare
l’esistente. Bisogna rendere sicuro chi lascia
la macchina sotto casa che la mattina seguente la
ritroverà lì, e non bruciata. La rivoluzione
oggi è la sana amministrazione, la meritocrazia,
l’ordine pubblico e, in una parola, il buon senso.
Di cui Sarkozy si è fatto una bandiera.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 7 maggio 2007
CAPPERI SOSTIENE
SARKOZY
L’OBIETTIVITÀ DELLA
CORTE COSTITUZIONALE
Le dimissioni di Vaccarella da giudice
della Corte Costituzionale hanno un valore
di sintomo. Da un lato dimostrano le pressioni
del potere politico sulla “Consulta”, dall’altro
fanno ripensare a passate decisioni della
Corte che a molti hanno lasciato uno sgradevole retrogusto.
Vaccarella non ha inventato niente ed
è stato in grado di motivare la sua protesta
con citazioni indiscutibili del Corriere
della Sera: Bertinotti ad esempio ha qualificato
di “antidemocratica” un’eventuale ammissione del
referendum sulla legge elettorale. È necessario
essere ferrati in ermeneutica giuridica per capire
che per lui, decidendo in difformità dai suoi
desideri, la Corte Costituzionale attuerebbe un colpo
di Stato? E che dunque non deve nemmeno sognarselo?
Può un Presidente della Camera dei Deputati esprimersi
in questo modo? E lo farebbe, se non fosse convinto
di poterselo permettere senza che nessuno gli dia sulla
voce, senza che nessuno noti la gravità di questo
attentato alla separazione dei poteri?
Il danno provocato da questi politici,
fra cui Pecoraro Scanio, non si ferma
qui. Se ora la Corte Costituzionale respingerà
il referendum, molti diranno che ha obbedito al
centro-sinistra; se lo ammetterà, molti
diranno che l’ha fatto non perché fosse giusto
ma per dimostrare la propria indipendenza.
Il problema tuttavia ha una radice più
profonda. La costituzionalità di una norma
non è un dato giuridicamente chiaro e identificabile.
Mentre per il divieto di sosta basta vedere
se c’è un cartello ben visibile, nel caso
dell’uguaglianza dei cittadini, fin dove si deve arrivare?
Una donna non potrà certo ottenere il diritto
di far parte dei donatori di sperma, ma spesso la
decisione non è fondata su una base così evidente;
ed anzi spesso è più politica che giuridica.
Se una donna ha il diritto di abortire (o di non abortire),
l’uomo, che è tanto padre di quel feto quanto lo è
la donna, non dovrebbe avere lo stesso diritto? E quid iuris,
se l’uomo non vuole quel figlio e la donna vuole tenerlo?
Quid iuris se al contrario la donna vuole abortire e l’uomo
quel figlio lo vuole? L’uguaglianza dei sessi deve tenere
conto della parità genetica dei genitori o del fatto che
solo uno di loro ha l’utero? Qualunque decisione in questo
campo è morale, sociologica, politica ma non certo giuridica:
eppure si sta parlando di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla
legge!
Ecco perché il problema della Corte
Costituzionale è insolubile.
Se la sua funzione è spesso sostanzialmente
politica, è giusto che essa sia demandata
a una quindicina di eminenti giuristi, al
di fuori di ogni controllo e corrispondenza alla
volontà del popolo? Non sarebbe meglio richiedere
una speciale votazione dello stesso Parlamento
su una legge la cui costituzionalità è dubbia?
I giudici costituzionali sono esseri
umani. Sono eletti dai politici sulla
base di mille calcoli e mille mercanteggiamenti.
Hanno le loro convinzioni, le loro idee politiche,
perfino i loro pregiudizi. Come tutti. E il fatto
che – teoricamente – siano eletti sulla base della
loro competenza, non li rende meno sospetti. Se ne
ha la riprova: i senatori a vita (salvo gli ex-presidenti
della Repubblica) sono tali per chiari meriti
e tuttavia – lo si è visto – al momento opportuno
votano tutti compattamente a sinistra. Come credere
che siano stati eletti solo per meriti speciali e
non anche per meriti politici? O è che, al di fuori
del centro-sinistra, non esistono uomini di valore, in
Italia?
Le dimissioni del giudice Vaccarella
sono clamorose ma probabilmente inutili.
Dimostrano che i politici hanno più o meno
giustificatamene considerato la Corte Costituzionale
una loro longa manus a cui all’occasione
dare indicazioni; da qui la sorpresa per la contestazione
di un singolo Vaccarella. Per loro fortuna,
si tratta di un episodio eccezionale che sarà
presto dimenticato e si tornerà alla situazione
precedente.
Business as usual.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 5 maggio 2007
CONCERTO PER ROYAL,
SARKOZY E ORCHESTRA
Il dibattito politico ha questo, di
caratteristico, che ben pochi lo comprendono
esattamente. La maggior parte delle persone
lo percepisce per effetti complessivi: e al
riguardo sarà meglio spiegarsi con un esempio.
La musica classica raggiunge il suo
massimo nell’esecuzione orchestrale.
Questo perché i molti strumenti permettono
di ottenere effetti che un solo strumento
(il pianoforte) o pochi strumenti (musica da camera)
non possono dare. Se l’autore vuole creare un effetto
di misticismo, potrà usare lo strumento chiamato
“campane”, e lo potrà usare anche per un effetto
“gotico”, come nella Sinfonia Fantastica di Berlioz.
Se vorrà ottenere un effetto vagamente comico,
userà il fagotto. L’effetto etereo o liquido si ottiene
con l’arpa, e via dicendo. Ovviamente, la maggior
parte degli spettatori, soprattutto se ascolta la musica
senza vedere l’orchestra, ben difficilmente saprebbe
distinguere i diversi strumenti. Soprattutto quando
essi compongono “impasti”, nel senso che sono usati insieme,
o quando si combinano e si rispondono (contrappunto).
Il musicista somiglia dunque a qualcuno che, ascoltando
un gruppo di persone che discutono, è ancora capace
di distinguere ciò che dice ognuno; mentre l’ascoltatore
medio sente l’effetto che fanno tutti insieme, anche
se non saprebbe dire che cosa ha detto ciascuno di loro.
Nel dibattito politico i contendenti
citano dati, cifre ed episodi del
passato, si lanciano accuse e rispondono
con altri dati, con altre cifre e con simmetriche
controaccuse. Chi è competente distingue
i dati credibili da quelli incredibili, i programmi
realizzabili da quelli utopici, le accuse fondate
da quelle puramente demagogiche, ma lo spettatore
medio non può farlo. Per questo finisce
col badare alle espressioni del viso, alla sicurezza
con cui si risponde, ai segni di indecisione o di
perplessità, ai mille segnali mimici ed espressivi
che ognuno di noi lancia. Per questo il massimo
del successo si ottiene con una battuta riuscita:
se si riesce a far ridere, ridicolizzando sia pure per
un solo istante l’avversario, si sono guadagnati
molti punti. Una battuta non è importante in politica
ma lo è nello spettacolo.
Non si vorrebbe offendere il grande
pubblico, perché del grande pubblico
facciamo parte tutti, ma in certi casi ci comportiamo
come i cani quando, non comprendendo
ovviamente una parola di ciò che dicono gli esseri
umani, cercano di interpretarne le intenzioni dalla
mimica, dal tono della voce, dai gesti. La politica
è effettivamente troppo complessa per
essere compresa da non specialisti. Dunque un dibattito
rappresenta un compromesso tra la serietà degli
argomenti e la loro comprensibilità da parte
degli ascoltatori: la classica coperta troppo corta.
Nel dibattito tra Ségolène
Royal e Nicolas Sarkozy sono stati
trattati moltissimi argomenti. L’effetto noia
è stato inevitabile ma ciò che
oggi tutti si chiedono è: chi ha vinto?
Salvo eccezioni, alla fine dell’incontro
di pugilato i due avversari alzano
le braccia in segno di vittoria. E anche in Francia
è stato così: ognuna delle
due fazioni afferma che ha vinto il proprio pupillo.
Gli osservatori più o meno indipendenti affermano
invece che il dibattito non sposterà significativamente
le intenzioni di voto. E fra tre giorni
decideranno i francesi.
Se è lecito esprimere un’opinione
– anch’essa priva d’importanza – potrebbe
dirsi che l’incompetente di musica
assegnerebbe la palma a Sarkozy. Non per
quello che ha detto ma perché ha tenuto conto del
punto di vista “canino”. Una buona parte della
campagna della sinistra ha teso a mostrare Sarkozy come
“pericoloso”, “aggressivo”, “decisionista”.
Una sorta di pericolo per la democrazia. Tanto che
in Francia si è preso a parlare di una sua “diabolisation”,
traduzione francese di quella “demonizzazione” di cui
Berlusconi ha fatto ampia esperienza. Chiunque salvo
Sarkozy! Mentre la Royal è stata accusata di essere
materna, inconsistente, priva di idee chiare e di fattiva
energia. Dunque essi si sono presentati al dibattito
con l’intenzione di ribaltare questi clichè.
Ségolène è apparsa aggressiva,
ha sfoggiato qualche dato concreto, ha espresso qualche
preciso programma. Mentre Sarkozy ha sopportato pazientemente,
non si è mostrato innervosito, ha “incassato” parecchio
dimostrandosi benevolo ed olimpico. Ambedue hanno tenuto
fede al programma. Ma ciò che conta è che la “diabolisation”
di Sarkozy ha ricevuto una totale smentita. In questo senso,
ha vinto lui. I francesi potranno dire che ha un programma sbagliato
ma non che è il diavolo. È anzi un politico che sopporta
gli attacchi più duri senza mai replicare con lo stesso
tono. Chapeau.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 3 maggio 2007
ISRAELE È FEMMINA
Molti si chiedono: bisogna dire Israele
“è democratico” o “è democratica”? Chi
ha amici israeliani viene a sapere che nella
loro lingua si dice: “Israele è democratica”.
Dunque Israele è femminile. E questo
dato linguistico fa sorridere. In quel piccolo paese
il servizio militare è obbligatorio, dura molto
più dell’ annetto italiano di una volta e inoltre
prestano servizio militare sia gli uomini che le
donne. In caso di pericolo, nessuno aspetta che
arrivi la classica cartolina: Tsahal si alza in piedi
nel giro di ore, come si è visto nel 1973. Insomma,
se c’è un paese virile è quello: come mai quel
nome è femminile? A questa domanda si può fornire
non una risposta filologicamente pregevole, che magari
qualcuno saprebbe dare, ma una risposta spiritosa: Israele
è femmina perché deve prevalere in un mondo
maschile. E a questo punto è meglio spiegarsi.
Il mondo è dominato dagli uomini.
Se in un posto di responsabilità c’è
un uomo, nessuno si pone domande. Se c’è
una donna, molti si chiedono: “Ma costei è
all’altezza del compito?” Se le donne fanno carriera
con maggiore difficoltà rispetto agli
uomini è per due motivi: sono generalmente
meno ambiziose e poi gli altri, e perfino le altre,
le guardano con sospetto. L’essere donna non è
una raccomandazione. Per arrivare in cima
una donna deve superare difficoltà maggiori di
quelle che supera un uomo. Françoise Giroud, tanti
anni fa, scrisse più o meno: “La parità fra
uomo e donna sarà raggiunta quando sarà normale
che una donna mediocre occupi un posto di responsabilità.
Come lo occupano tanti uomini mediocri”. E
se è così, quella parità è
ancora lontana.
Il genere di donna che arriva in cima
è dunque la donna-carro armato.
Da un uomo ci si può aspettare qualche
debolezza, qualche cedimento; qualche sentimentalismo,
perfino. Da una donna no. Se è divenuta
un capo, è d’acciaio. La Thatcher non era The
Iron Lady, era The Steel Lady. E per questo i
generali argentini – militari maschilisti in un paese
maschilista – hanno proprio sbagliato i calcoli. Non
dovevano invadere la Falkland mentre a Downing Street
c’era quella signora. Dovevano aspettare che ci fosse
un premier uomo: chissà, magari se la sarebbero cavata.
Lo stesso discorso vale per Golda Meir. Il suo aspetto pacioso
di nonna al latte e miele non doveva ingannare. Quell’anziana
signora aveva energia mentale da vendere e prenderla
sottogamba sarebbe stato il peggiore errore. Né
si tratta di eccezioni: quasi tutte le donne politiche di
cui si ha notizia, anche quelle che riescono a stento a
strappare un ministero di serie C, sono abbastanza “toste”.
L’intelligenza può non essere geniale, la cultura
o l’esperienza politica possono difettare, l’energia
mai. La donna materna, mite e che perdona, nella vita pubblica
è solo una leggenda. Più inverosimile di quella
di Cenerentola.
Ecco perché Israele è femmina.
Perché sopravvive non confidando sulla
benevolenza degli altri ma sulla propria
efficacia guerriera. Per la Thatcher l’uso
delle armi è stato motivato dall’onore della
Gran Bretagna, per il governo di Gerusalemme si tratta
invece di vita o di morte: e se è vero che
anche un coniglio, se non può scappare, abbozza
una difesa, s’immagini un leone. Anzi, peggio: una
leonessa!
Le cose sono divenute più allarmanti
dall’estate del 2006. La breve guerra
del Libano ha condotto al conseguimento
dello scopo dichiarato, quello di far cessare
il lancio di razzi da parte degli Hezbollah:
ma poiché nella realtà oltre ai fatti contano
le impressioni, e gli arabi sono riusciti a “vendere”
quell’episodio come una loro vittoria (in questo aiutati
dalla Commissione Winograd), la leonessa
ha cominciato a temere che gli altri scambino per
un sorriso la vista dei suoi denti. E forse sta aspettando
l’occasione di far vedere in che modo sa servirsene.
Sarebbe bene non provocarla.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it-3
maggio 2006
LA SVOLTA TURCA
La recente decisione della Corte
Costituzionale turca, che ha annullato
la prima votazione per il nuovo presidente,
è più importante di quanto non
si pensi. La norma che si è dovuto interpretare
non è molto chiara e addirittura, in
passato l’elezione del presidente si è già
avuta, almeno una volta, in condizioni analoghe
alle attuali. In altri termini, la Corte avrebbe
potuto senza scandalo decidere in senso opposto: dunque
la pronuncia è significativa al di là
del problema giuridico stesso.
I giudici, votando con l’incredibile
maggioranza di nove contro due, hanno
azzerato le ambizioni di Gül e hanno reso
sostanzialmente obbligatorie le elezioni
anticipate. Questo perché, se Erdogan
tentasse una seconda volta di fare eleggere
il proprio protetto, nulla impedirebbe all’opposizione
di ripetere la manovra e far mancare il
numero legale: a quel il governo darebbe la sgradevole
sensazione di voler andare contro il popolo
e soprattutto contro il dettato della suprema magistratura.
Il brontolio dell’esercito diverrebbe ancora più
minaccioso.
Le elezioni anticipate, che dovrebbero
tenersi nel giro di due o tre mesi,
saranno importantissime. L’attuale parlamento
non rispecchia infatti la volontà
politica della Turchia. Il partito islamico moderato
di maggioranza relativa ha avuto pressoché
i due terzi dei seggi pur avendo ottenuto solo qualcosa
di più del 30% dei voti: questo perché
la legge elettorale impone uno sbarramento altissimo
(10%) e lo sfarinamento dei partiti è
stato tale che solo due di loro sono riusciti
a superarlo. Attualmente una riforma della legge
elettorale non è in discussione e dunque bisognerebbe
essere specialisti di politica turca per sapere
se i leader turchi si renderanno conto che questo
andare ciascuno per conto proprio è un suicidio; se
riusciranno a fondersi per superare lo sbarramento
e se riusciranno a creare un argine all’invadenza religiosa:
minoritaria nel paese ma che rischia di essere prevalente
nella condotta della cosa pubblica. A chi ama la Turchia
laica non rimane che incrociare le dita.
È interessante notare che sulla
decisione della Corte Costituzionale
è probabile che abbia pesato anche
il monito dei militari. Costoro, come insegna
la storia, non sono abituati a parlare a vanvera
e stavolta, contrariamente a quanto ha ritenuto
l’Ue e a quanto ritengono tutti i puri che amano
la democrazia al di là della sua utilità
concreta, bisognerebbe ringraziarli: essi non
intendono né prendere il potere né governare
per interposta persona. Vogliono soltanto che
la Turchia non perda quel primato di libertà
e di laicismo che è il grande retaggio di Atatürk.
E se con un semplice monito sono riusciti a salvare
la laicità dell’unica democrazia musulmana del Mediterraneo,
che Allah gliene renda merito.
L’Europa sembra non capire la Turchia.
Né la sua storia, né che cos’è
oggi, né come si potrebbe aiutarla. Da Bruxelles
la giudicano col metro dei predicatori di Hyde Park
Corner. Se dipendesse dagli eurocrati essa – a
forza di democrazia e di libertà – tornerebbe presto
al califfato. La Turchia, sotto la mezzaluna
e la stella, dovrebbe scrivere nella sua bandiera:
“Ricordatevi che l’ottimo è nemico del buono”.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 1° maggio 2007
La democrazia vissuta fino al masochismo
Israele processa se stesso e rende
pubblico, a disposizione del mondo intero,
il risultato della Commissione Winograd
sull'ultima guerra in Libano.
Non voglio difendere chi sta al governo,
chi ha sbagliato paghera' di persona
e paghera' dolorosamente ma vorrei fare un
ragionamento sulla democrazia israeliana.
Gli uomini, i politici non mi interessano
in questo momento, la loro importanza
e' relativa, e' morto il re viva il re,
ma la cosa che mi riempie di orgoglio e' la
portata della democrazia israeliana.
Credo che non esistano esempi di
democrazia cosi' alta nel mondo, credo
che nessun paese che abbia subito 6 guerre
in 60 anni e un numero incredibile di
attacchi terroristici riuscirebbe ad avere la
freddezza e l'onesta' di dire ai propri
cittadini e al mondo intero , che aspetta con ansia
di poter incominciare il linciaggio: abbiamo
sbagliato, non e' andata come doveva.
Credo che nessuna nazione rischierebbe
di farsi sbeffeggiare dal nemico
che adesso proclama trionfante "Ecco
la dimostrazione che siamo stati noi i vincitori".
Miserabili ! Loro i vincitori? Hezbollah
non ha vinto niente, ha invece subito
gravissime perdite anche se purtroppo non
e' stato distrutto.
Hezbollah appena finita la guerra
era talmente scioccato che Nasrallah
non ha potuto far a meno di esclamare "se avessi saputo
che sarebbe andata cosi' non avrei mai attaccato
Israele".
Un vincitore non si esprime in questo
modo e un vincitore non si nasconde come
ha fatto il capo dei terroristi hezbollah che da
agosto e' apparso in pubblico non piu' di cinque
volte, guardandosi bene alle spalle.
Sicuramente tutte le critiche
elencate dalla Commissione sono giuste,
certamente sono stati fatti molti errori
ma quale e' il paese che in guerra non ne commette?
E, soprattutto, quale e' il paese
che ha il coraggio di ammetterlo?
C'e' mai stato un processo, anche
una semplice autocritica, nei paesi che
fanno parte della NATO per come e' stata condotta
la guerra in ex Jugoslavia e per le stragi
commesse?
E' mai stato messo sotto inchiesta
D'Alema per aver accettato di attaccare
un paese che non aveva aggredito l'Italia?
Tutto e' passato sotto silenzio,
quintali di sabbia sono stati gettati
e mr. Dalema ha sempre la stessa spocchia
e arroganza.
Israele avrebbe dovuto vincere una
guerra contro dei terroristi organizzatissimi
e armatissimi in meno di un mese e avrebbe
dovuto farlo con tutto il mondo che lo tirava
per la manica e lo obbligava a fermarsi.
Ricordo gli appelli dell'esercito
"lasciateci ancora una settimana"
.
Niente da fare e il risultato e' stato
che hezbollah non e' stato eliminato
dalla faccia della terra e che i due soldati
israeliani catturati sono ancora in mani
nemiche.
Da quanti anni va avanti la guerra
in Iraq? Possono dire gli eserciti alleati
o ex alleati di aver vinto? No, ogni giorno
ci sono attentati con centinaia di morti.
Da quanti anni dura la guerra
contro i talebani?
Chi ha vinto la guerra
in Afghanistan? Nessuno poiche' sgozzamenti
e decapitazioni sono all'ordine del giorno.
E' Israele l'unico paese che
si mette sotto processo, che si scortica
fin dentro l'anima per non aver
vinto in un mese una guerra combattuta in condizioni
anomale, contro miserabili terroristi,
fanatici che non si facevano scrupolo di riempire
di gente inerme le case che sapevano sarebbero
state bombardate.
La democrazia vissuta fino al
masochismo.
In suo nome Israele per anni ha lasciato
che Azmi Bishara, deputato arabo della
Knesset, andasse, fregandosene della
legge che lo vieta, in visita in paesi nemici
per convincerli a fare la guerra proclamando che
lo stato ebraico deve cessare di esistere.
Israele non lo mette sotto processo,
ne' lo licenzia ma lo lascia pascolare
tranquillo in mezzo a hezbollah mentre
fa proclami di odio contro il suo paese.
" Ce ne freghiamo della vostra democrazia"
urla Bishara e Israele lo lascia
blaterare indisturbato abbarbicato a Nasrallah
e ai piu' fanatici fra i politici siriani.
Bishara puo' formare un partito
antiisraeliano e nessuno lo intralcia,
ogni tanto qualche politico si scandalizza,
protesta e lo definisce nemico di Israele
ma tutto finisce la' , i deputati arabi si alzano
in piedi, urlano, danno del fascista a chi
osa protestare. Lui intanto, approfittando
della democrazia israeliana cui fa gli sberleffi,
mette in pericolo la sicurezza del paese passando
informazioni al nemico.
Alto tradimento!
Alla fine, subdorando che Israele
si era stufato e aveva finalmente
capito che chi e' troppo buono passa facilmente
per allocco, Bishara alza i tacchi
e scappa.
Colla vilta' che distingue
tutti i traditori va in Egitto per dare
le dimissioni dalla Knesset e da quel
paese manda a dire di essere solo una povera
vittima dei sionisti e lancia proclami di martirio
al mondo.
I traditori di Israele pero' non
sono soltanto arabi, pensiamo a Ilan
Pappe, emerito professore dell'Universita'
di Haifa, ebreo, che per anni ha invitato
i suoi colleghi inglesi a boicottare Israele,
che per anni ha scritto articoli e libri diffamando
il paese in cui vive, che per anni ha avvelenato
col suo odio l'animo dei suoi studenti.
Anche Pappe, grazie a Dio, se ne va
ma la decisione e' sua, nessuno gli
ha dato un calcio nel sedere, se ne va perche',
poverino, vede che i suoi colleghi lo guardano
storto. Povero povero Pappe, dopo anni di
diffamazioni e insulti a Israele , dopo aver
detto a destra e a manca che questo paese non deve
esistere se non come Palestina, si lamenta perche'
qualcuno lo guarda male e se ne va, offeso, in
qualche paese europeo dove diffamare e boicottare
Israele e' un must, un dovere di cui andare orgogliosi.
La' potra' diventare il guru dell'odio di se'.
Israele democratico fino al masochismo,
Israele che si mette sotto tortura
da solo, che si espone nudo davanti al mondo,
che si autoflagella. Ma chi sarebbe
capace di fare altrettanto? chi ha mai fatto
altrettanto?
Fa rabbia, una rabbia immensa perche'
nessuno lo riconosce, perche' comunque
piovono insulti e sberleffi e auguri di annientamento,
comunque c'e' sempre chi va a cercare
il pelo nell'uovo riempiendo i media e il web
di odio e ferocia.
Fa rabbia perche' quei maledetti
la' in Libano si sbellicano dalle risate.
L'autocritica non fa parte della loro cultura
fatta di odio, ferocia e menzogne.
Si, a molti di noi forse veniva da
piangere nell'ascoltare il vecchio
Giudice Winograd , molti avranno pianto di
rabbia sapendo che i nemici di Israele adesso
stanno gongolando felici.
No no no! Rabbia? Perche'? Dovremmo
sentirci orgogliosi per la nostra
cultura che e' rispetto per la verita', per
la vita, per la giustizia e la democrazia a tutti
i costi nonostante una situazione di perenne
pericolo e minacce di annientamento e di bombe
nucleari sulla testa.
La nostra democrazia, posta di fronte
alla retorica e all'arroganza araba,
puo' sembrare la nostra debolezza ma in realta'
e' la nostra forza e il nostro orgoglio e dovrebbe
essere da esempio a tutto il mondo civile
se non fosse troppo occupato a odiarci.
Deborah Fait -www.informazionecorretta.com
SARKOZY E IL ‘68
Nell’ultimo comizio Nicolas Sarkozy
ha attaccato frontalmente gli “eredi
del maggio del ’68” e tutto ciò che essi hanno
favorito. Per usare i suoi stessi concetti:
la crisi del principio d’autorità, per
cui l’alunno equivale al maestro; l’idea che non
bisogna mettere brutti voti per non traumatizzare
gli asini; il divieto di ogni classifica di merito e infine
quel relativismo morale per cui la vittima conta meno
del delinquente. Non importa se di quella fumosa
ideologia il candidato alle presidenziali francesi
abbia fatto un’eccellente sintesi o se abbia dimenticato
qualche punto importante: importa che questo attacco
avvenga ben trentanove anni dopo il ‘68 e il fatto che,
ciò malgrado, esso costituisca un atto di coraggio.
Sarkozy attacca infatti un tabù che, tanto in Francia
quanto in Italia, malgrado i guasti che ha provocato, è
rimasto intoccabile per decenni.
Pure se allora ad alcuni di noi quel
movimento parve sciocco, velleitario,
dannoso, e per parecchi versi demente, la
storia dimostra che esso era da prendere sul serio.
Dal punto di vista sociale non conta ciò
che è effettivamente vero: conta ciò che crede
la maggioranza. Se alla maggioranza conviene credere
che l’Italia ha vinto la Seconda Guerra Mondiale,
ecco che il 25 aprile si festeggia la vittoria italiana
contro l’Asse. Se alla maggioranza conviene credere
che i partigiani erano tutti idealisti senza
macchia, ci vuole più di mezzo secolo per essere
autorizzati a dire che non è stato sempre così.
E se milioni di persone credono all’esistenza
dell’elettrosmog, è inutile tentare di contraddirli:
il governo stesso s’incarica anzi di combatterlo. Dopo
tutto, la cosa rimane più facile che vincere
sui mulini a vento. Dunque, il ’68 è stato una cosa
molto seria. A Parigi De Gaulle è riuscito a vincere
quell’ideologia ma non a cancellarla. È andata come
con la Rivoluzione Francese: battuta militarmente,
ha lo stesso trionfato socialmente.
Si potrebbe tentare di spiegare il
fenomeno sottolineando il fascino
di un tempo mitico in cui nei fiumi scorrono
latte o vino, in cui si è tutti uguali,
in cui ci si laurea senza studiare, si ha un posto
di lavoro senza saper fare nulla e lo Stato s’incarica
di tutto. L’età dell’oro e della fratellanza.
Perfino l’età di una pietà parolaia che
trasforma i minorati in handicappati, gli handicappati
in disabili e i disabili in diversamente abili:
dunque i ciechi sono diversamente vedenti. E chi
non è abile in nulla, essendo diversamente abile,
è uno specialista dell’inabilità. Ma
è inutile stare a dimostrare le mille sciocchezze
del famoso ’68. Se Sarkozy ne dice male, significa
che la condanna è divenuta un’ovvietà
e i cittadini tributano un’ovazione a chi la esprime
con parole chiare.
Non importa il giudizio che il sociologo
o il filosofo possono dare di un movimento
che ha potuto inneggiare alla “fantasia
al potere”, che sarebbe come dire al superamento
della Tavola Pitagorica. Importa sottolineare
che bisogna prendere molto sul serio i movimenti
nascenti, anche quando appaiono deliranti.
Come disse De Gaulle, “le idee muovono il mondo”.
Non solo dunque non bisognerebbe abolire il latino
- che insegna a ragionare e a usare la lingua - o
la filosofia - che insegna a maneggiare le idee -
ma bisognerebbe utilizzare la storia per smontare, facendo
riferimenti al passato, tutte le ubbie che,
ciclicamente, si rifanno una verginità ed ingannano
i giovani. Se essi non fossero così disposti all’idea
di una purificazione e di una palingenesi
sociale, non seguirebbero ideologie rovinose come
quelle che tanto hanno fatto soffrire l’umanità:
a cominciare dal comunismo per finire col nazismo
e i khmer rossi. Bisognerebbe insegnare ai ragazzi
che ogni volta che si presenta un salvatore, qualcuno
che vuole fare una rivoluzione per rendere tutti
felici, bisogna ridere, se basta. O buttare quell’incauto
in galera, se non basta.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 30 aprile 2007