ARCHIVIO MARZO 2005
Massima del giorno
Se arriva qualcuno e promette la felicità a tutti, sparategli senza neanche dargli il tempo di spiegare come intende fare. Sarà il costo minore.
G. P.

MOLLICHINE
Gli italiani sono diventati così poveri,  così poveri,  ma così poveri che se solo ci pensano gli va di traverso il caviale.

Tito Boeri,  sulla Stampa,  per risolvere la crisi del Sud,  in Italia,  propone "primo,  salari più bassi e riduzioni permanenti dei contributi. Secondo,  repressione senza quartiere dell'illecito". Speriamo sia assicurato sulla vita

Fassino: "anche se saremo di nuovo all'opposizione,  proporremo la modifica dell'articolo 138" (cambio Costituzione). E si sa che,  se lo dice lui,  l'Unione lo segue come un sol uomo.

"La carta stampata deve essere a più voci e forte economicamente",  ha detto Ciampi. Un pensiero al giorno vorremmo levarcelo di torno.

Tar lombardo: Alternativa Sociale riammessa a Milano e Lecco. Traduzione: la giurisprudenza delle magistrature superiori a volte diffonde stupidaggini.

Cossiga lascia il Partito popolare europeo dopo uno scontro con il segretario generale,  uno spagnolo. Una nuova globalizzazione: liti senza frontiere.

L'Onu approva le sanzioni contro il Sudan per le atrocità nel Darfur. Pare che da domani pare che a Khartum tutti saranno obbligati a respirare con due narici.

Risposta simmetrica alle critiche di Sartori alla nuova Costituzione: "Sartori è un imbecille malevolo e incompetente che ce l'ha con Berlusconi perché non gli ha mai offerto nulla". Se la risposta non pare simmetrica,  è che non si è letto il suo articolo.

Prodi ha detto: "Non si possono tenere toni bassi con chi dice che,  vincendo noi,  in Italia ci sarebbero terrore, miseria e morte". Ma Berlusconi aveva parlato del comunismo storico,  non dell'Unione: non si possono avere rapporti civili con chi mente in questo modo.

Gianni Pardo, 31-03-2005


Inaugurata da Berlusconi la nuova Fiera di Milano
Silvio Berlusconi ha tagliato il nastro tricolore inaugurale della nuova Fiera di Milano. Prima del taglio, il premier  ha sottolineato l'impegno del governo sulle infrastrutture. ''Nel grande piano decennale presentato agli elettori avevamo preso l'impegno di portare a termine entro cinque anni di governo almeno il 40% dei 125 progetti infrastrutturali presentati. Supereremo questo impegno e arriveremo al 57%''. Il presidente del Consiglio snocciola i numeri. ''In questo governo abbiamo aperto 37 cantieri con 32 mld di investimento e ci siamo impegnati al termine della legislatura di superare i cento cantieri e i 74 mld. Questo può avvenire solo con la stabilità''.
Otto padiglioni, una superficie totale dell'area fondiaria di 2 milioni di metri quadrati e 345 mila metri quadrati di area espositiva lorda. Ma anche un impatto economico di circa 4,3 miliardi per le attività economiche della Lombardia.
A margine, il Presidente del Consiglio, sollecitato dai giornalisti, ha parlato sulla mancata presenza dell'architetto che ha progettato la Fiera, Massimiliano Fuksas. Berlusconi la definisce una scelta «inopportuna» e «deve dispiacere a lui che si è perso una giornata magnifica, a me non dispiace assolutamente». Poi il presidente del Consiglio si toglie un altro sassolino: «Mi sembra che Fuksas abbia incrementato il suo reddito di 30 miliardi grazie a questi lavori. Non vedo come questa mattina potesse restare con il portafoglio a destra e il cuore a sinistra».

NOI, ZITELLE DELLA POLITICA,  CHE NON LA DIAMO PIÙ A NESSUNO
Che cosa sarebbe della nostra (mia) vita, del nostro (mio) vivere quotidiano se non ci potessimo permettere il lusso di essere, o essere stati per poco o tanto, radicali?
A questo pensavo poco fa quando, aprendo la posta elettronica, ho trovato un messaggio di Alessandro Tapparini che m'informava della sua  collaborazione a Notizie Radicali (il risultato è  qui sotto).
A questo pensavo  stamattina dopo aver divorato una paginata dell'amico Angiolo Bandinelli ("Vita e morte di un incompiuto", il Foglio 31-03-2005, clicca qui per leggere l'articolo),   racconto di smarrimenti e coraggio che m'ha lasciato occhi umidi e  gola secca ...
Sarà per questo che,  come un salvifico mantra,  m'è nostalgicamente ritornato alla  mente che “essere un radicale ... è ormai un’abitudine, come essere calvo, basso e con gli occhiali. E sta diventando altrettanto frustrante e deprimente” anche perché i radicali si sentono  “zitelle e zitelli della politica italiana”, per colpa del “male oscuro... in una sola parola: Pannella”,   che i radicali amano e odiano e di cui non possono più fare a meno perché li “fa sentire tutti dei primi della classe”.
Sarà per questo che, pur  frequentando abitudini,   zitelle  e  primi della classe, da dieci anni non sento il bisogno di iscrivermi  a un qualche cosa di radicale? (cp, 31-03-2005)


Europa Unita e Stati Uniti, una vecchia storia dimenticata
Con  questo articolo  Alessandro Tapparini inizia la sua collaborazione a Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani:
"Nel ricorrente dibattito sull’edificazione dell’Unione Europea, la tendenza a ragionare in termini di contrapposizione ostile rispetto agli USA è talmente dominante da far apparire quella degli “Stati Uniti d’Europa e d’America” come una estemporanea boutade di Marco Pannella e Daniele Capezzone.
Non è così.
Nel 1939 Clarence Streit, inviato del New York Times presso la Società delle Nazioni (della quale aveva quotidianamente riscontrato l’inadeguatezza e l’impotenza), pubblicò un fortunato saggio intitolato “Union Now. A Proposal for an Atlantic Federal Union of the Free”, nel quale sosteneva la necessità di una unione federale fra le potenze atlantiche democratiche per contrastare fascismi e nazionalismi, a partire dal nucleo anglofobo costituito da USA, Canada e Inghilterra.
L’idea piacque a John Foster Dulles, futuro Segretario di Stato nell’amministrazione Eisenhower, nonché uno dei primi importanti politici americani a sposare la causa del federalismo europeo.
Dulles intrattenne nei mesi seguenti una fitta corrispondenza con Streit, nella quale i due discussero la possibilità di includere tutta l’Europa nell’unione atlantica. In un articolo pubblicato nel gennaio 1942 sulla rivista Fortune, Dulles, dopo aver ripreso le proposte di Streit, lanciò l’idea che una unificazione federale dell’intera Europa rientrasse nell’interesse vitale degli stessi USA:
“Da un punto di vista strettamente egoista ogni programma di pace americano deve mirare a una federazione per l’Europa continentale. Dal punto di vista dei popoli interessati difficilmente essi possono sopravvivere a meno che le loro risorse non possano essere coordinate per trarne il massimo del godimento pacifico”.
Nell’immediato dopoguerra, questo fermento federalista atlantico non fece che aumentare vistosamente.
Nel marzo 1947, la rivista “Life” scrisse che per Dulles e per “un numero crescente di persone” che la pensavano come lui gli Stati Uniti avrebbero dovuto aiutare gli Stati europei a federarsi sul modello americano del 1787.

Negli stessi giorni J. William Fulbright, senatore democratico dell’Arkansas, ottenne che Camera e Senato approvassero una inconsueta risoluzione congiunta che ebbe un effetto clamoroso sulla stampa e sull’opinione pubblica con la quale si dichiarava: “il Congresso favorisce la creazione degli Stati Uniti d’Europa nel quadro delle Nazioni Unite”. Intervenendo al Senato per illustrare l’iniziativa, Fulbright spiegò: “è necessario usare il nostro potere economico, e le nostre capacità di persuasione, per indurre gli europei a creare una federazione di Stati libera e democratica”.
E’ in quel clima politico e culturale che fu concepito, in quei mesi, l’embrione di quello che poi sarebbe divenuto il celeberrimo “Piano Marshall”: operazione che in un certo senso può essere considerata il primo grande esperimento di “ricatto democratico” attuato da Washington per “esportare la democrazia” oltreoceano. Non si trattò infatti solamente di un generoso aiuto alla ricostruzione ed di un argine contro l’espansione sovietica: fu anche un grande sistema di pressione (non militare) per spingere gli europei ad imboccare la via di un’associazione sempre più stretta, economica e politica, il più possibile “modellata” su quella statunitense.
Il generale George Marshall, da pochi mesi nominato Segretario di Stato nell’amministrazione Truman, presentò al mondo il mitico “piano” che sarebbe passato alla storia col suo nome (benché ufficialmente battezzato ERP - European Recovery Program) in un discorso pronunciato all'università di Harvard il 5 giugno 1947. Il giorno dopo il New York Times sintetizzava il discorso con questo titolo: “Marshall si dichiara a favore dell’unità europea”.
Fu lo stesso Marshall (di cui John Foster Dulles era stato consigliere generale a Mosca) ad organizzare a Parigi, nell’aprile dell’anno successivo, l’istituzione della prima organizzazione europea del dopoguerra, l'OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica).
L’OECE era essenzialmente finalizzata a far sì che gli aiuti del “Piano” venissero conferiti non ai singoli stati nazionali della vecchia Europa prebellica, ma ad una struttura congiunta che riunisse e rappresentasse una nuova Europa libera e democratica, e che favorisse la creazione di un’area continentale di libero scambio.
Nel 1961 USA e Canada entreranno a far parte della struttura, che si trasformerà nell’OCSE.
Il nostro mondo, il mondo in cui viviamo oggi, viene anche da lì: da quelle storie, da quelle battaglie, da quegli esperimenti solo in parte riusciti e però non ancora del tutto conclusi. Non si studia sui libri di scuola, ma è così.
Di questo troppo spesso non conserviamo memoria; e anche per questo l’idea che gli USA siano, da sempre un ostacolo all’unificazione europea, e che questa possa e debba viaggiare sul binario della dicotomia tra Stati Uniti ed Europa, anziché su quello di un’unione atlantica sempre più stretta e profonda, è un luogo comune duro a morire.
Purtroppo."


ZAPATERO, EL PACIFISTA QUE VENDE ARMAS
Il quotidiano spagnolo Abc denuncia l'incoerenza del premier socialista José Luis Zapatero. Nell'editoriale di oggi - clicca qui - afferma che i socialisti spagnoli prima ritirano i soldati dall'Iraq, in nome del pacifismo, e dopo il premier spagnolo decide di vendere armi al Venezuela, che ha una tradizione democratica non proprio cristallina. In Spagna il maggior partito d'opposizione, i popolari, chiede sarcasticamente a Zapatero se il modo migliore di dimostrare la sua famosa ansia infinita di pace è quello di riarmare il presidente venezuelano Hugo Chávez.

INVOLTINI PRIMAVERA
Dall'intervista -clicca qui per il testo completo -  di Giulio Tremonti al Corriere della Sera:
«A loro piacciono gli involtini primavera, a noi gli spaghetti; a loro il cuscus, a noi la pizza. A loro piacciono i banchieri, a noi i piccoli imprenditori, gli artigiani, gli agricoltori. Per loro il campanile e il minareto sono la stessa cosa, per noi no. Per loro la vita naturale e la vita artificiale si equivalgono, per noi no. Per loro le merci globali a basso costo per i consumatori contano più del lavoro degli imprenditori e degli operai europei, per noi no. Per loro i giottini sono meglio dei carabinieri, per noi i carabinieri sono meglio dei giottini»

USA: INCRIMINATO PER PEDOPORNOGRAFIA CAPO DEI BOY SCOUTS
Della serie: tanto va la gatta al lardo...  E' notizia di questi giorni,   Usatoday.com  pubblica un lungo articolo dove si racconta   di  uno dei massimi dirigenti dei Boy scouts americani  incriminato per possesso di pornografia infantile.
E' successo che in casa di Douglas Sovereign Smit, questo il nome del dirigente, è stato trovato ingente materiale pediofilo. Ora,  dimessosi dalla carica di direttore nazionale dei programmi per i Boy Scouts, 
Douglas Sovereign Smit dovra' rispondere davanti a un tribunale di Fort Worth, in Texas, dell'accusa di possesso e distribuzione di foto digitali di bambini impegnati "in una condotta sessualmente esplicita" con l'esibizione dei  genitali e vari tipi di rapporti sessuali.

ISRAELE E LO SPORT
E' bastata una partita di calcio, Irlanda-Israele, un gol a testa, quello per Israele calciato da Abbas Suan, arabo-israeliano, perche' alcuni media italiani, La Repubblica in testa,  si lanciassero a capofitto in cronache romantiche e insinuazioni gratuite sul povero giocatore arabo vittima dei tifosi israeliani e poi diventato eroe per aver permesso la qualificazione di Israele.
Ho guardato la partita in diretta TV e dopo 90 minuti di gioco il campo dello stadio di Ramat Gan era bello verde e pulito come all'inizio, niente bottiglie di plastica, niente bicchieri ne' biglie di metallo, niente rotoli di carta igienica, niente striscioni offensivi verso la squadra avversaria, solo bandiere, tante bandiere, israeliane e irlandesi.
Tutto era perfetto, nemmeno una cartina grande come un coriandolo che deturpasse le zolle erbose dello stadio.
Durante la partita non ho visto fuochi, ne' fumo, ne' seggiolini divelti  ma solo spettatori  ora preoccupati , ora felici ed esultanti, famiglie con bambini che gridavano per sostenere la loro squadra  a cavalcioni  sulle spalle dei grandi per vedere meglio.  I tifosi israeliani sanno comportarsi in modo civile, andare allo stadio e' una gioia non un pericolo  e questa e' una regola non un'eccezione.
Suan  non e' stato offeso dai tifosi ma da tifosi, cioe' dall'eccezione, da quelli  considerati i piu' focosi di tutta Israele, spesso incivili, facenti parte di quella famiglia di cretini la cui madre e' sempre incinta.
Si sa che la guerra non rende amici e purtroppo lo hanno appurato quegli israeliani  che si sono avventurati nei territori palestinesi e ne sono tornati cadaveri neanche tanto interi.    Gli arabi israeliani non vengono mai aggrediti ma , considerata la  partecipazione attiva di alcuni di loro agli attentati terroristici, si puo' capire, pur se non giuistificare,  l'astio generalizzato di alcune teste calde  nei loro confronti. Gli israeliani, cui  nulla viene perdonato e nulla viene mai riconosciuto, reagiscono come  tutti gli esseri umani alla tensione della guerra,  chi con rassegnazione, chi col dolore e la depressione, chi con rabbia.    In Israele tuttavia  non esiste la discriminazione  nello sport, ebrei, arabi, drusi giocano a calcio insieme senza nessun problema. Normale no? Certo, cosi' deve essere ma non mi risulta che  nelle squadre di calcio dei paesi arabi giochino ragazzi ebrei o cristiani.  

Quei pochi e incivili tifosi che in passato hanno insultato Abbas Suan sono  pero' ancora alla Scuola Materna rispetto a certi  tifosi italiani ed europei, plurilaureati in violenza e razzismo, odio e furore.
Non dimentichiamo la vergognosa storia dell'Udinese quando, dopo averlo accettato,  rifiuto' l'ingaggio di Ronnie Rosenthal, ebreo e israeliano, in seguito alle proteste dei tifosi e alle scritte comparse sui muri di Udine " Juden Rauss, niente ebrei in squadra".
La penosa scusa dei dirigenti dell'Udinese fu che  Rosenthal aveva le vertebre storte.
Fu acquistato dal Liverpool, gioco' 25 partite in un anno e fece 18 goal , altro che vertebre storte. Il manager del Liverpool lo defini' il miglior giocatore  della squadra, Ronnie divento' l'idolo del Liverpool e molti vorrebbero che figurasse nella sezione "leggende" della squadra.    Ricordiamo anche i vari insulti "ebrei "o "negri" che gridano i tifosi dagli spalti italiani e i versacci scimmieschi accompagnati da uhhhhhhhh quando giocava Gullit.    Non dobbiamo sottovalutare l'odio e la violenza tra le squadre del sud contro quelle del nord e viceversa, i vari "Forza Etna",  gli insulti, i motorini gettati in campo,  i morti, i ragazzi accoltellati piu' o meno gravemente. Le automobili rovesciate, la guerriglia urbana.    Il massimo fu pero' raggiunto alla fine degli anni 70 a Varese, partita di basket tra  Mobilghirgi Varese- Maccabi Tel Aviv.  Fu il delirio dell'odio antisemita.     Lo striscione piu' grande, lungo molti metri e sistemato nel bel mezzo del Palazzetto, diceva "Adolf Hitler ce l'ha insegnato, uccidere gli ebrei non e' reato", e altri  di accompagnamento:
"Ebrei = saponette",  "10-100-1000 Mauthausen" .

Il tutto in un turbinio di bandiere naziste e  svastiche da tutte le parti.     In una partita Roma-Lazio  lo striscione piu' in vista era: "Auschwitz e' il vostro paese, il crematorio la vostra casa".   In Olanda quest'anno e' stata sospesa una partita perche' i tifosi insultavano pesantemente l'arbitro di origine ebraica.
In tutta Europa il fenomeno del razzismo ha assunto aspetti preoccupanti e lo sport, anziche' esserne esente, fa la parte del leone come ha denunciato piu' volte la FIFA preoccupata per quello che accade negli stadi e nei campi da gioco europei.
Credo che , alla luce di questo triste e vergognoso aspetto dello sport europeo, i media italiani abbiano preferito ipocritamente  guardare la pagliuzza negli altrui occhi pur sapendo di avere i propri  pieni di travi!
Suan ha fatto un bellissimo gol, ha mandato Israele in visibilio e lo ha dedicato "A tutto il popolo di Israele, ebrei e arabi" perche' Suan, musulmano,  e'  orgoglioso di essere israeliano tanto che, quando gli hanno chiesto se ripetera' la sua performance anche martedi' contro la Francia, la sua risposta " tutta ebraica" e' stata "Beezrat ha Shem"(con l'aiuto del Nome), non "inshallah".
Chi conosce lo sport israeliano ed e' stato spettatore negli stadi o nei Palazzetti di Israele non puo' che ammirare la civilta' di tifosi e giocatori che non diventano mai divi perche', al di fuori dell' impegno nello  sport, non vengono loro richieste altre prestazioni essendo Israele  sprovvisto di "veline, letterine" e quant'altro.
 Il grande Dino Meneghin racconta: "La prima volta che giocai in Israele era il 1967, si giocava a Tel Aviv e il Palazzetto non era coperto. Prima della partita fecero entrare i piloti che avevano combattuto la Guerra dei 6 giorni. In quel momento capii cosa era Israele....Nel 1977 perdemmo la finale contro il Maccabi ed ero incazzato nero, dopo pero' vidi i tifosi israeliani ballare, cantare e piangere dalla gioia e allora sono stato felice per loro e per Israele. Da allora avro' giocato almeno altre 20 volte a Tel Aviv ed e' sempre stato bellissimo andarci".
Deborah Fait - informazionecorretta

Cicchitto: “In Italia una dittatura della minoranza”
Alice incontra l’On. Fabrizio Cicchitto, vice-coordinatore nazionale di Forza Italia: “La sinistra ha i media in mano. La RAI di Zaccaria al limite del colpo di Stato. Grazie all’intervento in Iraq il terrorismo è stato concentrato”.
L'appello di Prodi sul pericolo di regime
Da quando noi siamo al governo tutto si può dire tranne che abbiamo occupato il potere e abbiamo espresso un regime. Solo il gusto di una provocazione politica può portare Prodi a parlare di dittatura della maggioranza. Se devo dire la verità, certe volte ho l'impressione in Italia ci sia la dittatura della minoranza. E questo lo dico a partire dai mezzi di comunicazione di massa: oltre l'80% della stampa italiana non mi sembra sia controllata da Berlusconi, anzi, gli è praticamente contraria. Se poi andiamo a guardare le TV... non solo la Rai, ma anche Mediastet... beh, nella Rai c'è una rete ed un telegiornale che sono organicamente e strutturalmente contro Berlusconi ed il centro destra. Le altre due reti pubbliche, nel migliore dei casi, sono neutrali. Tutta la parte satirica e di intrattenimento è contro Berlusconi. In Mediaset, tranne Emilio Fede, i telegiornali, l'intrattenimento e la satira sono contro Berlusconi in modo unilaterale.
RAI: colpo di stato
Abbiamo un'opposizione anomala. Mi vengono i brividi nella schiena se pensassi a quello che potrebbe succedere se vincessero loro. Non dimentico l'ultima gestione RAI targata Zaccaria... lì siamo stati al limite del colpo di stato: sfido tutti i giuristi di questo mondo a spiegarmi se, nella fase finale della campagna elettorale, sa legittimo fare una tale opera di martellante discredito nei confronti del leader dell'opposizione. Essere nella Casa delle Libertà significa difendere lo stato di diritto, che io non vedo tutelato dallo schieramento del centro sinistra.
Politica estera italiana
Berlusconi ha introdotto elementi di discontinuità nella politica estera del nostro Paese. Negli ultimi anni essa presentava due derive entrambe non condivisibili: una subalternità rispetto ai tedeschi e ai francesi in Europa; l'opportunismo in Medio Oriente. Non era accettabile un opportunismo di certi rapporti per cui l'Italia era diventata un zona di libero scambio per scambi non leciti. La nostra scelta in politica estera è stata di alto profilo: l'alleanza preferenziale con gli Stati uniti e la Gran Bretagna. In questa scelta di campo portiamo la nostra cultura, capacità di mediazione e di collaborazione con il mondo arabo.
Situazione irachena

Gli Stati Uniti hanno fatto bene ad andare in Iraq. A coloro a sinistra che adesso esaltano le libere elezioni irachene ricordo un piccolo particolare: se ci fosse stato ancora Saddam le elezioni non si sarebbero potute celebrare. Gli Stati Uniti, però, hanno commesso errori: non avevano chiaro il quadro delle etnie locali; hanno smantellato in modo inopportuno e improvviso la burocrazia e l'esercito iracheno. Questi sbagli forse noi non li avremmo commessi perché abbiamo un know-how, una storia politica e una cultura di comprensione verso il mondo arabo che gli anglosassoni non hanno. Detto questo, le nostre peculiarità devono essere collocate all'interno di scelte politiche chiaramente al fianco degli americani.
Fondamentalismo islamico
Se fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989 la dialettica era stata tra mondo occidentale e comunismo, oggi è tra mondo occidentale e fanatismo islamico. L'Islam è attraversato da una contraddizione drammatica e noi dobbiamo cercare di far si che l'Islam moderato prevalga su quello integralista. Non c'è dubbio: o l'Iraq viene sistemato in una dimensione nella quale il terrorismo sia messo nelle condizioni di non nuocere o siamo andati lì per niente. Però vorrei ricordare che, grazie all'operazione irachena, di fatto il terrorismo è stato bloccato e concentrato.
Referendum radicali
Personalmente, in merito alla fecondazione assistita, ho idee diverse dalla maggioranza di Forza Italia. C'è una libertà di valutazione su una discriminante che è puramente filosofica: l'embrione è una persona o no?
Cristiano Pini
- dilloadalice


MOLLICHINE
Prodi. Riforme: "Si prepara un Parlamento che in caso di dissenso con il premier viene mandato a casa". Pericolo per la democrazia! È il sistema inglese.

Nel 2004 la disoccupazione all'8%,  il dato più basso dal '93. La sinistra: non è vero. E comunque sarebbe un disastro.

Cossutta: "la democrazia non si esporta con i missili". Lo sappiamo: si esporta con l'Armata Rossa.

21/3,  Porta a Porta,  dibattito erudito con sullo sfondo questa scritta: "Che cosa ci guadagnamo?" Sarebbe bello guadagnarci una buona ortografia.

C'è (veramente) un'agenzia matrimoniale,  www.unione.it. Dice che fa felice la gente. Pare che Prodi non c'entri per nulla.

"Il voto nel Lazio sarà invalidato sicuramente". L'ha detto il ministro Calderoli. E allora comincio a dubitarne.

D'Alema alla Cei: "Sia più prudente". Moniti fra prelati.

Presa una base terroristica irachena. 80 morti tra i guerriglieri. 80 automobili risparmiate.

Il Mis è stato riammesso alle regionali del Lazio. Come stupirsene? La lista di Rauti non danneggia il centro-destra?

Ratzinger: "Il Papa è lucido e governa la Chiesa". Ma è triste che qualcuno pensi a dirlo.

Pare che il presidente del Kirghizistan sia fuggito in Kazakistan: per sua fortuna,  da quelle parti sono capaci di distinguerli.

Re Abdallah di Giordania,  discendente di Maometto,  ha deciso di battersi contro l'antisemitismo. Potrebbe venire a parlare all'extra-sinistra italiana?

Gianni Pardo


AVERE UNA FACCIA
Racconta Thor Heyerdahl che, durante la traversata del Kon Tiki, atterrò sulla zattera, chissà come, un celacanto. O comunque un pesce che i naturalisti consideravano estinto. La notizia era talmente ghiotta che chi lo raccolse andrò a mostrarlo ad un compagno che dormiva, ma quello aprì un occhio e disse asciutto: "Questo pesce non esiste". E si riaddormentò.
Per temperamento credo di somigliare a quel naturalista e sono alieno dalle suggestioni. Se dovessi incontrare un fantasma la prima cosa che mi chiederei è come ha fatto, qualcuno, ad ottenere quell'effetto speciale. Se mentre sono solo in casa sento un frastuono in un'altra stanza la prima cosa che penso è che qualcosa era in bilico ed è caduto. Una volta che, avevo diciott'anni, gli amici organizzarono tutta una sceneggiata per terrorizzarmi, delusi tutti ridendone per primo. E tuttavia una volta mi sono preso uno spavento che non ho ancora dimenticato.
Al tempo dell‚Università avevo il vizio di vivere e studiare prevalentemente di notte.  Una volta - saranno state le due o le tre del mattino e il silenzio era da tempo assoluto - alzando gli occhi vidi che c'era un uomo, probabilmente in ginocchio, la cui faccia sporgeva dal bordo opposto del tavolo. Mi guardava intento e con aria minacciosa. Fu come un'esplosione, in me. Il cuore mi balzò in petto tanto violentemente, con una paura così forte, atavica, animalesca, che non ho mai dimenticato quel secondo o due che impiegai per capire che... avevo dimenticato uno specchio, sul tavolo. La faccia intenta e minacciosa era semplicemente la mia.
L'episodio serve anche per dire che, quando non sappiamo d'essere osservati, abbiamo un'espressione che potremmo chiamare "zero", quella di chi non pensa d'avere o di dovere avere una faccia. Nel mio caso, l'espressione zero è accigliata e intenta, tanto che a volte, ridendo, mi sono chiesto se non abbia un subconscio da carogna.
Certo è - e con questo vengo all'attualità - che se mi trovassi nelle condizioni della povera Terri Schiavo il mondo non si mobiliterebbe per far sopravvivere il mio cadavere. Quella povera donna, un giorno molto bella, anche oggi che è un rudere sembra sorridere a tutti, nella sua incoscienza. Sembra gradire la carezza di chi le sta accanto. E per questo fa molto più tenerezza di quanta ne farei io. O chiunque fosse brutto. Tanto che ci si può chiedere se, cambiando l'immagine, cambierebbe la reazione del mondo.
Ma forse questo è il pensiero di chi ha una faccia arcigna, se si distrae. Nella realtà sappiamo tutti che mai i cinematografari s'impegnerebbero a scegliere, come protagonista d'una storia d'amore, un bel giovane e una bella ragazza. Mai s'impegnerebbero a scegliere, come cattivo, uno con una faccia da cattivo. Mai il mondo si è lasciato influenzare dall'aspetto fisico del prossimo. Ci vuole il pensiero di chi ha una faccia arcigna, se si distrae, per negare questa evidenza.
Gianni Pardo, 25 marzo 2005

Blog dei liberi: l'avventura salpa da Ideazione
Allora, si parte. Sui blog di riferimento è partita la caccia al nome della casa comune che raggrupperà le decine di blog italiani nati negli ultimi anni e mesi nell’ambito culturale liberale, conservatore (neo, old, post), riformista, eccetera, eccetera. E mi fermo qua con le definizioni, perché tutte appaiono larghe e strette allo stesso tempo, e l’unica cosa che davvero accomuna questa nuova comunità è il sentirsi libera, slegata da appartenenze partitiche ma ben radicata e convinta che il mainstream mediatico nazionale non la racconta proprio giusta e che c’è un altro modo, o un’altra angolatura dalla quale guardare le vicende del mondo. Anzi, trecento angolature, perché questo è il numero verso il quale ci stiamo avvicinando, man mano che i bloggers si iscrivono e partecipano alle primarie sul nome, un modo per chiarirsi le idee e confrontarle con gli altri.
La Town Hall italiana, dunque, ha preso il largo. Siamo orgogliosi che lo abbia fatto salpando dalle sponde di Ideazione. Parte come network di blog, perché questo è il fenomeno più dirompente che negli ultimi tempi ha cambiato il volto della rete e ancora più promette di cambiarlo nei prossimi mesi (dedicheremo sull’edizione cartacea un’ampia sezione nei prossimi numeri). A questo fenomeno Ideazione ha partecipato inizialmente con due suoi canali, The Right Nation e Walking Class: il primo un blog sulla politica americana che si è giovato molto dell’attenzione mediatica attorno alle elezioni del novembre 2004, il secondo un blog misto di politica estera, viaggi e reportage, l’occhio di Ideazione sul mondo, come recita il sottotitolo. E’ stato un successo, per noi che li abbiamo realizzati e per i contatti che hanno ottenuto. Da lì è partita l’avventura che ha trovato nel nostro caporedattore Andrea Mancia uno straordinario motore.
Abbiamo guardato un po’ in giro e abbiamo trovato altri blog, più antichi dei nostri, di straordinaria qualità. Stesse idee, stessa passione, diversa prospettiva. Li abbiamo contattati, ci siamo conosciuti e abbiamo deciso di unire le forze. Nel tempo, i blog di Ideazione sono diventati nove, ma le richieste di ingresso sono tante, tante di più. Allora perché fermarci qui? Perché non pensare di creare un contenitore vasto e articolato, come vasta e articolata è la realtà di quanti si riconoscono in idee semplici come la libertà, la democrazia e il libero mercato, in valori forti come la nazione, la famiglia, la religione, in abitudini limpide come la tolleranza e il rispetto per l’individuo?
Eccoci dunque al passo successivo. Stiamo lavorando per creare quello che in gergo si chiama “aggregator”. Stiamo votando sul nome della nuova casa. Stiamo raccogliendo le iscrizioni, le osservazioni e i suggerimenti. Sembra di esser tornati indietro di dodici anni, quando su questo versante della cultura politica c’era il deserto e a Ideazione toccò il compito di iniziare ad arare il terreno, seminare i germi di una cultura liberale trascurata, dare spessore a un’esperienza politica che nasceva priva di background, ricca di novità e di entusiasmo ma ovviamente priva di spessore. Oggi le cose sono un po’ cambiate e molte altre realtà si sono aggiunte nel concimare i campi. Eppure non basta, segno che di lavoro ce n’è ancora tanto da fare, che non tutte le speranze sono state realizzate e che una nuova generazione avrà il compito di prendere il testimone e proseguire il cammino. Questa generazione si sta formando soprattutto nei blog. Noi ci crediamo.
24 marzo 2005 di Pierluigi Mennitti -  pmennitti@ideazione.com

GIULIETTO CHIESA E LA DEBOLEZZA DEGLI STATI UNITI
Chi sceglie volontariamente di leggere un articolo di Giulietto Chiesa, sulla "Stampa", poi non si lamenti.    In un articolo ("Usa-Europa luna di miele già finita", clicca qui per il testo completo dell'aricolo) egli afferma che Bush, nel suo secondo mandato, contrariamente alle promesse (?) si dimostra "unilaterale e guerriero"; <La breve illusione sulla «riconciliazione» tra Stati Uniti e Europa è già finita>, con ciò dando <un segno di debolezza dell'America di fronte alla insormontabili difficoltà di un «dopo guerra» iracheno che tutto è salvo un dopo guerra>. Ne deduciamo una volta per tutte che l'atteggiamento guerriero è un segno di debolezza. Come qualunque leone potrebbe tentare di spiegare a qualunque gazzella. Certo, egli continua: "Washington non intende modificare il suo corso e non sente affatto alcuna debolezza": ma forse perché è incosciente.
Secondo Chiesa, mettere Wolfowitz alla testa della Banca Mondiale è uno sgarbo e un atto d'arroganza nei confronti del pianeta Terra. Insomma un altro atto di debolezza, ne deduciamo. La sua nomina è "un vero e proprio innalzamento di ruoli: da guerriero americano a guerriero mondiale". In modo che il pianeta capisca che Washington è debole ed ha bisogno della simpatia europea. Bush è rimasto cattivo, proprio mentre dopo lo strappo iracheno tutti speravano in una reale "riappacificazione": come Chiesa scrive con ortografia da salumiere.
Uno strappo? ci si può chiedere. A qualcuno è sembrato che con la loro fronda Francia e Germania abbiano dimostrato ad abundantiam che gli Stati Uniti possono non tenere conto di loro. Erano proprio gli Stati Uniti, gli interessati ad una rappacificazione?
Ma Chiesa , a proposito di John Bolton, prosegue dicendo che "Inviare a New York, come rappresentante degli Stati Uniti, un teorico della esportazione della democrazia manu militari significa lanciare un segnale preciso, e inquietante, di indisponibilità a soluzioni prudenti e di compromesso". Visto? La debolezza degli Stati Uniti è proprio innegabile.
"L'Europa, specie la «vecchia Europa»,  non ha nulla di cui essere rassicurata". E tuttavia uno si può chiedere: ma che rassicurazione va cercando, se non le basta neppure la debolezza degli Stati Uniti?
Per queste nomine, rivela infine Chiesa, <Si dice che abbia telefonato a Chirac, Schroeder, Blair e perfino a Berlusconi, avvertendoli della sua decisione. Ma «telefonare per avvertire» non è esattamente la stessa cosa che «consultare»>. Consultare? Ma come, lui che ha il coraggio di affermare tutte le cose che precedono, perché non scrive "chiedere il permesso"?
Gianni Pardo


PAPA(BI)LE - PAPA(BI)LE
E’ partita la campagna mediatica per il dopo-Wojtyla e ad inaugurarla è stato il “papabilissimo” Joseph Ratzinger , prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e decano del collegio cardinalizio.
Con efficienza da comitato elettorale, è stata consegnata alla stampa l’anticipazione delle meditazioni, quest’anno affidate dal papa (?…) alla penna di Ratzinger, sulle simboliche 14 “stazioni” della Via Crucis 2005, che attende per domani lo stremato pontefice (ancora non si sa con che modalità “materiali” vi prenderà parte).
Ratzinger, che provvederà anche a celebrare la liturgia della notte pasquale (e che il 24 febbraio ha celebrato a Milano i funerali di don Giussani, nonostante la naturale conduzione del rito toccasse all’arcivescovo del luogo, il cardinale Dionigi Tettamanzi, altro papabile in pole position…), ha forgiato delle “meditazioni” dure, efficaci, a tratti sorprendenti e spiazzanti: soprattutto, colpisce questo passaggio:“Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloroche, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!”
E ancora: “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto della tua Chiesa così sporchi ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli!”.
Un vero a proprio atto di accusa autocritico.
Marco Tosatti oggi sbatte la cosa in prima pagina su La Stampa, ma per il resto sembra che nessuno se ne sia accorto. Eppure è una mossa molto importante. Un po’ cinica forse, quanto meno nel calcolo della tempistica; ma questo di solito non scandalizza più di tanto. Ci siamo abituati.
(ale tap, 24.03.05)


IL PATTO DI STABILITÀ
Il Patto di Stabilità stabiliva severe sanzioni per chi superava il limite del 3%  disavanzo sul prodotto interno lordo. Germania e Francia hanno superato tale limite per qualche anno e le sanzioni non sono state applicate. Ora il Patto è stato modificato, rendendolo più elastico, e la prima domanda è: se non lo si è applicato quando era rigido ed automatico, come mai si pensa di poterlo applicare dopo che lo si è reso elastico e discutibile?
Chissà che la risposta non sia da rinvenire nella semplice, ovvia constatazione che gli Stati sovrani tengono fede ai patti solo finché lo desiderano: se sono abbastanza grossi e potenti, nessuno s'azzarda ad insistere perché rispettino i trattati liberamente sottoscritti. Anche nell'Ue,  la nuova situazione non fa che esplicitare questo stato di fatto: il Patto di Stabilità era affidato alla buona volontà dei singoli Stati. Solo le opposizioni (e in primis quella italiana) lo hanno preso alla lettera e sul serio: ma solo perché gli faceva gioco. Se fosse stato al governo, il centro-sinistra avrebbe detto che quel patto era stupido, che altri paesi l'avevano già violato, che conveniva all'Italia violarlo e che l'interesse della patria passa prima di tutto.
La stabilità è affidata alla buona volontà dei paesi dell'Ue ma non per questo è meno importante, innanzi tutto per l'area dell'euro. Se un paese sforasse pesantemente, e provocasse inflazione, produrrebbe uno squilibrio monetario che non potrebbe rimanere senza risposta. Questa risposta potrebbe essere una sua esclusione dall'area dell'euro (ma come farlo, in concreto?) o addirittura un'abolizione dell'euro stesso e un ritorno alle monete nazionali. Se ogni singolo paese giudicherà questo fenomeno abbastanza catastrofico da volerlo evitare, forse ci sarà stabilità. Del resto Tremonti ha a lungo insistito sul punto che "i conti dei paesi dell'Unione Europea sono in ordine". Se al contrario, volontariamente o involontariamente, si avesse un tracollo economico d'un paese, e soprattutto d'un paese importante, l'Unione monetaria scoppierebbe.
Si è voluto creare l'euro prima d'unificare i sistemi fiscali, le leggi sul lavoro e in generale la politica. Come se la moneta non fosse il riflesso del modo in cui è governato ogni singolo paese. Ora si torna alla realtà. E non rimane che sperare che l'esperienza non ci costringa a ricordare che non si fanno i conti senza l'oste.
Gianni Pardo, 23-03-2005


ALTERNATIVA SOCIALE
Riguardo a certi problemi a volte si è costretti a fidarsi dei giornali, malgrado i rischi: per la riammissione della lista di Alternativa Sociale nella competizione elettorale nel Lazio ci atteniamo dunque alla versione per cui il Consiglio di Stato l'avrebbe riammessa perché la falsità delle firme non è stata accertata con la procedura di rito.
I fatti. Poche settimane prima del voto Alternativa Sociale presenta la propria lista e qualcuno denuncia la falsità delle firme alla magistratura ordinaria. La Corte d'Appello riconosce quella falsità l'esclude la lista dalla competizione elettorale. Lo stesso fa il Tar del Lazio, probabilmente col sistema della "sospensiva". Le firme sono evidentemente false. Infine, quando il problema giunge sul tavolo del Consiglio di Stato, si stabilisce che ciò che afferma un pubblico ufficiale con la propria firma è considerato vero "fino a querela di falso" (Art.2700 C.c.) e dunque la presentazione è valida: giuridicamente le firme saranno false solo a conclusione dell‚accertamento formale. Accertamento che nel caso delle liste della Mussolini non s'è avuto. Tutto perfetto? Non si direbbe.
La Giustizia Amministrativa ha la caratteristica di poter adottare decisioni fondate sull'equità e sull'urgenza: le cosiddette "sospensive". In esse non si tiene conto di quanto prescrive la legge per certi adempimenti, perché da un ritardo potrebbe derivare un danno irreparabile a colui che appare titolare delle migliori ragioni. Nel caso in esame, le ipotesi sono due: o la presentazione delle liste di Alternativa Sociale alla fine risulterà regolare oppure alla fine risulterà irregolare.  Se si presume che risulterà regolare, bisognerebbe precipitarsi ad ammettere alle elezioni la lista di Alternativa Sociale. Infatti si tratta di evitare la ripetizione delle elezioni. Se si presume che risulterà irregolare bisognerebbe precipitarsi, per la stessa ragione, a tenere quella lista lontana dalle urne. Ebbene, qui lo stato di fatto è chiaro ed evidente. Non c'è stato nessuno, in Italia, nemmeno la Mussolini! che abbia sostenuto l'autenticità e conformità alla legge di quelle firme. Nemmeno la sinistra estrema. E allora? Si adotta una sospensiva per ragioni di buon senso e lo stesso buon senso lo si dimentica per appigliarsi alla procedura dell'accertamento della falsità? E soprattutto, come si può far funzionare la sospensiva in favore di chi, presumibilmente, perderà la causa?
La giustizia è di solito un'augusta signora che se ne sta seduta con una bilancia in mano e che non guarda in faccia a nessuno: fiat iustitia et pereat mundus, si applichi la legge, cascasse il mondo. In questo caso invece s'è alzata e s'è messa a correre: ma nella direzione sbagliata.
Lo si ripete ed è ovvio: nulla vieta che, fra un mese o due, lo stesso Consiglio dichiari quelle firme false; che vanno mandati in galera parecchi dei certificatori, di cui non pochi di sinistra (Artt.476-483 C.p.); e infine che è necessaria la ripetizione delle elezioni nel Lazio. Il diritto può essere ristabilito. Ma dal momento che la falsità delle firme è evidente, e dal momento che si è agito in via di buon senso (com'è caratteristica della giurisprudenza amministrativa) che cosa era meglio, vietare la partecipazione della Mussolini, lasciando la porta aperta ad un'(improbabile) ripetizione delle votazioni, o escluderla, visto che il giudizio finale concluderà per la falsità di troppe delle firme?
Ma forse sono falsi i dati di partenza. Almeno, questa è la speranza di chi vorrebbe poter credere nel diritto.
Gianni Pardo

Brigata nera & bandiera rossa
Fantastico. Il Consiglio di Stato in quattro ore decide a sorpresa che le firme false di Alessandra Mussolini non contano, e riammette la sua lista alla competizione per la presidenza del Lazio. Il Tar la pensava diversamente: tutte le sentenze vanno rispettate, l’ultimo numero del lotto è quello che decide di vincite e perdite, e buonasera. La sinistra antifascista brinda, colma di gioia febbricitante, e si prepara a festeggiare forse il presidente Marrazzo, di sicuro il 25 aprile. Finalmente è garantita, anche con il falso in atto pubblico, la gara della Mussolini e della sua scelta brigata nera, tra lo sventolio delle bandiere rosse e con la manina d’appoggio del soccorso rosso. Ma l’Italia ridicola è purtroppo anche l’altra, quella cosiddetta di destra che ha fatto della Mussolini, proprio per la contiguità psicologica con quel nome, un totem e un tabù, provocando con iniziative imprudenti e goffe uno psicodramma che mette ora in grado la Ducia di sfruttare la massima visibilità, la psicologia del più gridato ed efficace vittimismo, una campagna elettorale tutta in discesa contro il fratello separato Francesco Storace. E’ una costante. Le decisioni dei giudici italiani, penali o amministrative, sono ormai fischiate o applaudite alternativamente da schieramenti opposti, come se non potessero sfuggire esse stesse alla regola della faziosità, come se non esistesse un diritto positivo riconosciuto e accettato quale elemento di cultura comune. E’ la lunga scia della politicizzazione della magistratura, è il risultato di una cultura civile mai nata, di un sistema mediatico che se la gode a mangiucchiarsi le unghie e a fare la maglia sotto qualunque patibolo, per chiunque approntato. I problemi sembrerebbero quelli della crescita economica, della biopolitica, della politica estera e di sicurezza sui molti fronti di un mondo globalizzato, ma il cuore pulsante del reality italiano è un altro, è la soap firmaiola di Alessandra e Francesco, l’eccitazione delle curve. Il corrispondente da Roma di Time Magazine descrive bene questo bailamme a pagina due, nella sua rubrica settimanale, e da americano usa la parola circo, che è a suo modo rispettosa, viste le circostanze. Andrebbe meglio la parola bordello, noi italiani possiamo permetterci di pronunciarcela addosso.
Da Il Foglio, 23-03-2005

BLOG LIBERALI, CI SIAMO QUASI






Centinaia di blogger di cultura liberale, credenti e laici, hanno sentito la necessità di una piattaforma comunicativa comune, in grado di aggregare i loro singoli interventi e permettere uno scambio e una crescita dei contenuti culturali e politici.

Nello stesso tempo alcuni Think tank e strutture di formazione, alcune testate giornalistiche di area liberale si sono resi disponibili a supportare l'iniziativa. Per saperne di più,  cliccare qui e qui
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Il Senato ha approvato la riforma costituzionale
Si è concluso l'esame in Aula degli emendamenti al disegno di legge di riforma della Parte II della Costituzione (ddl 2544-B), il Senato ha approvato tutti i 57 articoli del ddl di riforma costituzionale. Domani ci saranno le dichiarazioni di voto e il voto finale, per il secondo via libera di palazzo Madama dopo l'approvazione alla Camera lo scorso 15 ottobre. Trattandosi di una modifica della Costituzione, servira' un ulteriore passaggio sia alle Camere. Il ddl non e' stato modificato in nessuna parte, quindi, il secondo esame parlamentare sara' sulla legge nel complesso, senza la possibilita' di apportare modifiche. Secondo l'articolo 138, la riforma dovra' essere sottoposta a referendum confermativo, entro tre mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Referendum obbligatorio, dal momento che l'approvazione a Palazzo Madama avverra' domani a maggioranza. La giornata al Senato e' stata 'ravvivata' dalla rissa sfiorata quando, in Transatlantico, al senatore Compagna che urlava "la vostra e' un'aggressione squadrista", il capogruppo della Margherita Bordon replicava: "te ne intendi di aggressioni squadriste... viste le compagnie che ultimamente frequenti!". Compagna, piccato e rosso in volto, replicava "questo e' un discorso da stronzo" . Una coda della bagarre in Aula. I senatori dell'Unione hanno contestato le riforme con l'esposizione di cartelli "giu' le mani dalla Costituzione", 'ricambiati' dal "buffoni, buffoni" dai banchi della Cdl. Il presidente di turno, Francesco Moro, ha sospeso la seduta per cinque minuti.   22 marzo 2005.

Usa: no al ripristino dell’alimentazione per Terri Schiavo
Il giudice federale James Whittemore non ha concesso il ripristino dell'alimentazione artificiale a Terri Schiavo. Il tubo che alimenta artificialmente Terri, che da quindici anni vive in coma vegetativo in un ospedale della Florida, era stato rimosso venerdì scorso.
E' stata cosi respinta la richiesta dei genitori che in contrasto col marito della donna volevano che la figlia tornasse a ricevere alimentazione. Il magistrato ha deciso dopo avere ascoltato le parti e dopo essere stato investito da una legge "ad personam", varata in tempi brevissimi dal Congresso e dal presidente Bush su pressione della destra religiosa contraria all'eutanasia.

Nella sua decisione il giudice s'è ispirato al fatto che la sua corte non è una corte d'appello contro sentenze espresse da corti statali su materie statali. Il giudice ha così vanificato la mossa del Congresso, che aveva dato competenza su questo caso alle corti federali.

Diteglielo a Ambeyi Ligabo
Basterebbe rileggere senza malizia la vicenda delle firme false che ha visto coinvolta Alessandra Mussolini per capire che c'è qualcosa nell'informazione che non funziona.
Per giorni e giorni sui media (bianchi, rossi e verdi) è andata in scena la strategia della diversione. Nessuno a chiedersi  chi  ha   truccato (e convalidato!)
  le carte,   autenticando,  a favore della nipotina  del  Duce,  migliaia  di firme false.
Tutti a rincorrere  la teoria del complotto che il cattivissimo Storace avrebbe attivato per disfarsi della pasionaria di Alternativa Sociale.  Dal presidente dei ds D'Alema, per il quale Alessandra Mussolini "è caduta in una trappola", al sindaco di Roma Veltroni che per giorni c'ha deliziato con presunte violazioni della privacy... è  stato un susseguirsi di non notizie al servizio di immensi  polveroni  utili  a  non far capire che le  migliaia e migliaia  di firme false erano state autenticate, nella loro qualità di pubblici ufficiali, da  consiglieri provinciali e comunali  del centrosinistra.
Ma di che stupirsi?  mica siamo un qualunque funzionario dell'ONU noi! "La concentrazione del controllo dei media nella mani del presidente del Consiglio ha gravemente colpito la libertà di opinione ed espressione in Italia". Questo, infatti,   il giudizio dell'esperto (sic!) dell'Onu sulla libertà della stampa, Ambeyi Ligabo, in un rapporto reso noto in questi giorni a Ginevra. L'esperto (sic!), su mandato della Commissione dell'Onu sui diritti umani - quella presieduta dai libici!-  chiede addirittura, e qui gatta ci cova,   la riassunzione di giornalisti come Enzo Biagi o Michele Santoro!
Allora - fatelo sapere a Ligabo - con l'aiuto de L'Opinione - riepiloghiamo:  in Italia, la maggioranza dei direttori dei quotidiani, dei conduttori delle trasmissioni politiche più seguite e degli opinion makers di grido, sono  amici dichiarati di Prodi , o, almeno, giornalisti che gli sono molto, molto vicini e che provengono dalle truppe della sinistra. Sorvolando sull’Unità  di Furio Colombo, che cercando di rimanere ancora in sella ci ha scodellato un inserto del Prodi pensiero di due pagine intere, c’è il Corriere della Sera di Paolo Mieli che ufficialmente è terzista, ma certo non ostile a Prodi. Che vanta una solida amicizia con il presidente di Banca Intesa, Giovanni Bazoli, tra i soci del principale giornale. Il professore non si può nemmeno lamentare della Stampa di Marcello Sorgi, direttore che approdò al Tg1 con il suo governo e per questo potrebbe anche tornare a viale Mazzini come nuovo presidente di garanzia. Che dire poi della Repubblica di Ezio Mauro: Prodi non lo considera più amico suo? Forse è uno dei più fedeli, tanto che si sentono spesso al telefono. Come schierato con lui senza alcun dubbio è L’Espresso guidato da Daniela Hamaui, che una settimana sì e l’altra pure spara a zero su tutto quello che riguarda il premier, da come si veste alle case in cui abita. E non può considerarsi un nemico nemmeno Pietro Calabrese, alla guida dell’altro grande settimanale, Panorama. Passando all’informazione Tv, che il leader in bicicletta considera appannaggio esclusivo del presidente del Consiglio, bastava fare una scappata all’ultimo congresso dei Ds per capire, ad esempio, con chi stanno alcuni dei conduttori di punta del telegiornalismo. A partire da Giovanni Floris, che come successore ufficiale dell’informazione di sinistra alla Michele Santoro (che tornerebbe subito in onda) è stato presente al Palalottomatica dal primo giorno all’ultimo insieme ad un folto contingente di colleghi del Tg3 del suo amico Antonio Di Bella, che uno sgarbo a Prodi non lo farebbe mai e poi mai. A RaiTre poi Romano può contare sul Primo Piano di Maurizio Mannoni e Bianca Berlinguer, come sul talk show di Serena Dandini. Controlla anche le previsioni del tempo grazie a Fabio Fazio. Mentre a La7 brilla la stella di Gad Lerner, Infedele di nome e di programma, ma fedelissimo al Professore, visto che da quando è tornato in Italia, ha curato la sua comunicazione. Per finire la lunga lista degli amici di Prodi, ricordiamo anche Roberto Morrione, direttore di Rainews 24 e, quando partirà con il suo nuovo approfondimento su Canale 5, anche l’ex direttore del Tg5 Enrico Mentana.  (cp, 21-03-2005)


MOLLICHINE
"Berlusconi non dovrebbe ricandidarsi". Rutelli è come quel Francavilla (?) che si lamentava col proprio duellante: "Se continui a muoverti,  come t'infilzo?"

Katia Bellillo: Diliberto "non la deve recitare la parte del comunista,  come ha fatto in alcuni casi Bertinotti. E' talmente di cultura comunista che le tre narici le ha sul serio.

Prodi: "Berlusconi non ne ha avuto abbastanza dalla prima sconfitta". "Lo batterò ancora". Il professore (con quella faccia) come il Cassius Clay dei tempi d'oro.

"Opa di Bbva su Bnl e di Abn Amro su Antonveneta". Fosse stato scritto in tedesco, l'avrei capito.

Alessandra Mussolini è innocente. Non sapeva che nelle firme nome e cognome devono essere scritti dagli interessati.

Ciampi: "I dibattiti in Parlamento non sono mai inutili". Accidenti, veramente?

Gianni Pardo


I PROFESSORI SONO DI SINISTRA
È noto che i professori sono prevalentemente di sinistra. Che lo siano oggi, nel momento in cui in tutta Europa questa parte politica è passabilmente democratica, si potrebbe anche comprendere. Ma essi è sono stati a favore della sinistra anche quando il comunismo e l'Unione Sovietica di Stalin facevano un tutt'uno. La loro è una vocazione eterna. E tutto questo abbisogna d'una spiegazione.
I professori esercitano una professione che ha caratteristiche speciali. Mentre tutti gli intellettuali hanno da fare o con la realtà oggettiva (gli scienziati) o con adulti, i professori hanno da fare con minorenni: e rispetto ad essi hanno un piccolo potere. Questo implica che essi esprimano  idee senza contraddittorio. Fra l'altro, i possibili contraddittori non sono culturalmente attrezzati per dimostrargli che si sbagliano: e questo dà ai docenti un esagerato sentimento di sicurezza intellettuale.
I professori lavorano a reddito fisso: dunque, per loro, il reddito è sganciato sia dal rischio che dalla proporzione con lo sforzo. L'insegnamento è un dovere astratto cui corrisponde un'altra astrazione economica, lo stipendio. Questo produce un vero di disorientamento, rispetto alla realtà. Colui che s'è arricchito non viene visto come colui che è riuscito con merito a guadagnare più di altri ma come qualcuno indebitamente favorito non si sa da chi. Probabilmente dalla sua stessa immoralità. L'impresa non è dominata dal rapporto costi e ricavi ma dal dovere di distribuire paghe adeguate a chi vi lavora: tanto per i professori essa non può e non deve fallire, visto che in questo caso licenzierebbe dei lavoratori. Sta allo Stato salvarla. Il quale Stato a sua volta non può essere limitato e  costretto dai bilanci: deve tendere al Bene comunque e a qualunque costo, il quale del resto è un elemento secondario e ininfluente.
I professori non hanno coscienza delle tasse e per questo non si scandalizzano se si parla di aumentarle. Se gli si chiede quanto guadagnano, rispondono invariabilmente col netto; diranno magari che è troppo poco, ma non gli verrebbe mai in mente di guardare al lordo e di lamentarsi della differenza. Mentre un qualunque commerciante o piccolo imprenditore ha una coscienza acuta (e non raramente dolorosa) dello iato fra quanto guadagnato e quanto gli rimane in tasca dopo aver pagato le imposte.
I docenti hanno il compito di educare i giovani e per questo sono i corifei degli ideali della collettività. Predicano l'onestà, il disinteresse, l'amore per la cultura, e tutto ciò che la società reputa bello e morale. Per fortuna gli alunni non li prendono molto sul serio. Diversamente arriverebbero all'età adulta disarmati in un mondo di furbi e di semi-disonesti. Se pure avrebbero salva la vita, come ha segnalato una volta per tutte Erich Maria Remarque con "Niente di nuovo sul fronte occidentale". 

Tuttavia, a forza di parlarne, i professori riescono a convincere se stessi delle cose di cui non riescono a convincere gli altri. Ovviamente, il contenuto dei loro ideali è stato a lungo il Cristianesimo: i clerices in cattedra sono stati per secoli dei religiosi. Poi, con l'Illuminismo, il Cristianesimo ha perso parecchio smalto e, con il trionfo della scienza, si è cercato un corpus d'ideali che conciliasse speranze millenaristiche e mentalità scientifica. Il marxismo è sembrato fatto apposta per questo: coloro che prima indicavano la via del cielo sono passati ad indicare la via di Mosca.
Mettendo insieme tutti questi elementi si ha che i professori divengono dei Catoni intransigenti che guardano ai fini e non ai mezzi. Se lo Stato ha il dovere morale di fare qualcosa, DEVE farla e basta. Poco importa se possa o no permettersi una certa legge o una certa riforma: loro non si occupano di economia, anzi ne hanno un po‚ schifo. Non sta a loro indicare dove trovare i soldi: come Napoleone, hanno tendenza a dire che: l'intendance suivra"[1]  . E poiché ogni governo rimane lontano dalla realizzazione degli ideali, è ovvio che i professori abbiano la vocazione dell'opposizione.
Ma questo avviene in democrazia. Nelle autocrazie i professori sono spesso governativi perché la propaganda di regime - che come sempre si riempie la bocca di grandi progetti - mentre non inganna chi lavora per vivere, trova orecchie benevole in chi, per vivere, insegna. In fondo, piove sul bagnato. Ai docenti bastano i begli ideali e le belle parole.
Tutto questo spiega perché la classe che dovrebbe essere più colta e avvertita è spesso più balorda - dal punto di vista politico - degli operai e degli artigiani. I professori sono non raramente degli imbecilli che credono d'avere capito tutto e non hanno capito niente.
[1] Le salmerie seguiranno l'esercito che avanza -
Gianni Pardo, professore, 21 marzo 2005.


La Sinistra dei trucchi e degli inganni
La Mussolini a Roma, la Scala a Milano. In vista delle elezioni regionali la sinistra aveva piazzato due belle mine sotto i bastioni più significativi del potere locale del centro destra. La lista della nipote del Duce nel Lazio avrebbe dovuto svolgere la stessa funzione della lista della Fiamma nelle politiche del ’96. E provocare la clamorosa sconfitta di Francesco Storace ed il conseguente disastro della Casa delle Libertà nel bilancio finale del voto regionale. A sua volta l’esplosione del simbolo stesso di Milano alla immediata vigilia delle elezioni di aprile avrebbe dovuto dimostrare agli italiani tutti la totale incapacità di governare del centro destra milanese, lombardo e nazionale. Nessuno, ovviamente, pensava che l’effetto della vicenda della Scala avrebbe avuto lo stesso effetto politico della lista Mussolini. Per scalzare Formigoni sarebbe stato necessario mettere in mezzo anche il Duomo e la Madonnina. Ma una ondata di discredito si sarebbe comunque abbattuta sugli amministratori milanesi di centro destra e gli schizzi di fango avrebbero fatalmente colpito non solo il Governatore della Lombardia ma anche il Presidente del Consiglio. Ma anche in questa occasione il diavolo ha fatto le pentole dimenticando i coperchi. E la mina Mussolini si è trasformata in un clamoroso boomerang per il centro sinistra romano, laziale e nazionale. E la vicenda della Scala, per l’enorme notorietà internazionale del simbolo e dei personaggi implicati, è diventata la metafora del fallimento non di una giunta e neppure di una parte della classe politica ma di quel sistema di governo assistenziale che la sinistra ed i poteri forti ad essa legati hanno realizzato da tangentopoli in poi nella “capitale morale” lombarda. Le trappole predisposte dai dirigenti ulivisti, dunque, non hanno funzionato. O meglio, sono scattate al contrario. Ed hanno fornito l’ennesima dimostrazione della incredibile sfiducia della sinistra nella propria capacità di vincere una competizione elettorale senza ricorre agli imbrogli ed alle carte truccate. La morale della duplice faccenda è proprio questa. I partiti d’opposizione ed i gruppi dirigenti che si rifanno ai modelli dell’antico consociativismo catto-comunista sono talmente consapevoli che il loro progetto ha da tempo perso ogni capacità propulsiva (per dirla alla Berlinguer) che si vedono costretti ad aggrapparsi a qualsiasi mezzo e mezzuccio illegale o ai limiti della legalità per tentare di rimanere comunque a galla. Per questo sono condannati a continuare a perdere. Senza trucchi.
Arturo Diaconale, L'Opinione 21-03-2005


SENTI CHI PARLA!
Leggo l’ultima dichiarazione alla stampa del Presidente della Repubblica: «E' il Parlamento il luogo delle decisioni» (clicca qui per il testo completo della dichiarazione) e due sono le considerazioni che mi scappano.
La prima è che La Palisse, messo a confronto con Carlo Azeglio Ciampi, è un apprendista...
L’altra dipende dal modo in cui il Presidente interpreta l’art  87 della Costituzione vigente ( “Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere.”... ) attenuando, con le sue estemporanee dichiarazioni al di fuori del Parlamento,  il carattere della funzione neutrale di garanzia, prendendo - di fatto -  parte alla competizione politica (nel caso,  la dichiarazione - fatta non nel Parlamento italiano ma davanti alla stampa inglese- sembra costruita apposta per fare un dispettuccio al Presidente del Consiglio... vedrete domani i titoli dei giornali d'opposizione), dilatando, di conseguenza,   i confini dell'azione politica del Colle.
E nessuno fiata.
 (cp, 18-03-2005)


LA "DUCIONA" HA TAROCCATO LE FIRME
Non ci sono più storie, Alessandra Mussolini ha taroccato le firme  per  la presentazione  della lista di Alternativa Sociale alle regionali del Lazio. Anche il TAR le ha dato torto. Rimangono così  senza mutande  i rumori di fondo e le cortine fumogene che la sinistra ha seminato in questi giorni per non far comprendere chi ha taroccato cosa.


Francia: "Battisti è estradabile"
Dalle agenzie. Per la Francia Cesare Battisti è definitivamente estradabile in Italia. Lo ha comunicato il Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso dei difensori dell'ex terrorista italiano, ora latitante. I legali di Battisti hanno annunciato il ricorso alla Corte di giustizia europea. Battisti, 50 anni, era stato condannato all'ergastolo in contumacia in Italia nel '93 per 4 omicidi commessi negli anni di piombo.
Dal 1990 si era rifugiato in Francia, dove godeva della protezione concessa dall'allora presidente della Repubblica Francois Mitterrand agli ex terroristi italiani che avessero rinunciato alla violenza. Battisti si era riciclato come custode del suo palazzo e giallista ed era rimasto indisturbato fino a quando, nel febbraio 2004, il governo francese, d'accordo con quello italiano, non ha deciso di estradarlo, dando inizio a un lungo braccio di ferro giudiziario.
La vicenda ha suscitato un movimento di solidarietà con Battisti e gli altri italiani rifugiati in Francia del quale hanno fatto parte numerosi personaggi della politica e dello spettacolo. Battisti ha fatto perdere le sue tracce a metà agosto scorso ed è attualmente latitante.
Nella sua decisione il Consiglio di Stato ha in particolare respinto l'eccezione sulla consapevolezza da parte di Battisti che un procedimento giudiziario a suo carico era in corso in Italia. Il ricorso si basava infatti sulla presunta irregolarità dell'estradizione in quanto all'epoca della prima latitanza Battisti non sarebbe stato "ufficialmente informato" - come la Corte di giustizia europea ha recentemente ricordato essere obbligatorio - che un processo contro di lui si stava celebrando a Milano. "Siamo molto delusi - ha commentato l'avvocato Arnaud Lyon- Caen - ma confermo che presenteremo al più presto il ricorso alla Corte di giustizia europea".

L'ISOLA DELLA FELICITA'

Fa una certa "impressssione"   leggere sul Corriere di oggi una intera paginata, con occhiello in prima pagina,  a sostegno del regime castrista che governa Cuba.
Certo, gli scritti e le interviste -soddisfatti ammirando- di Claudio Abbado  o Red Ronnie sembrano caricature comiche e drammatiche all'eccesso,  immagini capovolte di un film dell'orrore trasformato, da questi strani camerieri serventi del leader massimo,   in uno sdolcinato  cartone animato...
Comunque, tanto per non dimenticare, pubblichiamo   i rapporti su Cuba di Amnesty International (clicca qui),  il giudizio di  Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino (clicca qui)   e un bell'articolo sulla figura di Che Guevara a firma di Jay Nordlinger (clicca qui) pubblicato da Ideazione nel numero di marzo-aprile 2005.



LA SINISTRA E IL LIBANO: LA DOMANDA SORGE SPONTANEA
Da settimane le strade e le piazze di Beirut sono percorse da cortei imponenti di gente indignata per l'assassinio di Hariri ad opera dei servizi segreti siriani, da gente che reclama la fine del duro protettorato di Damasco, che ormai data da circa un ventennio, che esprime il suo desiderio di «veritá», di vivere finalmente libera dalla paura e dal ricatto esercitato in permanenza anche dalle milizie hezbollah, di cui è tra l'altro noto il ruolo terroristico svolto entro i confini israeliani.
Ma di fronte a tutto ció:
- di fronte ad un Paese del mondo arabo dove per la prima volta da tanto tempo si registra una grande mobilitazione pacifica e di massa a favore della democrazia;
- di fronte ad un movimento siffatto i cui obiettivi, come se non bastasse, coincidono con i deliberati delle Nazioni Unite;
- di fronte ad un regime dittatoriale torturatore come è quello di Damasco guidato da Assad figlio che è visibilmente messo alle corde da quanto sta accadendo e forse ne potrebbe essere fiaccato fino alla morte;
 insomma, di fronte ad un insieme di fatti che sembrano la rappresentazione quasi perfetta di ció che da due tre anni la sinistra italiana va dicendo essere la strategia su cui puntare, cosa fa questa stessa sinistra per appoggiarla?
In pratica, mi pare, assolutamente nulla.
I suoi esponenti tacciono, i suoi giornali informano sussurrando, il suo popolo non organizza cortei, non picchetta ambasciate, non sottoscrive manifesti. La sinistra dei buoni sentimenti democratici e pacifici non fa nulla, cosí come non fa nulla, neppure qualche blanda manifestazione di pubblica simpatia, per appoggiare il fermento democratico che percorre tutto il mondo arabo.
 Bisogna forse maliziosamente dedurne che l'antiamericanismo puó arrivare al punto di far preferire i tiranni agli Stati Uniti?”

(Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera, 17.03.05)
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NOSTRA RISPOSTA AD ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA:

Sì.


I NEMICI E GLI AMICI DI DON CESARE
La vicenda è nota. Un prete,  don Cesare Lodeserto, nei giorni scorsi viene  arrestato  per sequestro di persona e abuso di mezzi di correzione.
La denuncia sarebbe partita da alcune ragazze ospiti del Centro Regina Pacis di Lecce  a cui don Cesare, responsabile del Centro,  avrebbe impedito di uscire, ritirando loro il permesso di soggiorno.
Sulla vicenda sono intervenuti in tanti. Molti, nella politica e sulla grande stampa nazionale,  lo difendono;  qui vogliamo portare le varie posizioni all'interno del mondo cattolico. Ad esempio, mentre   Curia e   Famiglia Cristiana,  sostegono le ragioni di don Cesare (clicca qui per l’articolo completo),  alcuni  parroci e missionari, non da oggi,  lo accusano di atteggiamenti autoritari e violenti (... tra le tante firme raccolte da pacelink su una “Lettera aperta ai vescovi e ai credenti” troviamo:  Don Angelo Cassano (parroco a Bari), don Alessandro Santoro (parroco a Firenze), p. Michele Stragapede (Comboniani Bari), don Albino Bizzotto (Beati costruttori di pace, Padova), p. Giorgio Poletti , p. Claudio Gasbarro, p. Franco Nascimbene (Comboniani Castel Volturno), don Luciano Saccaglia (parroco a Parma), don Andrea Gallo (Comunita' San Benedetto, Genova), p. Cosimo Spadavecchia (Comboniani Messina), oltre a 43 enti e associazioni dell’area cattolica e noglobal, clicca qui per il testo della "Lettera".
Sulla questione è pure intervenuta l’associazione Articolo21 con un articolo (“Il Regina Pacis e l'arresto di Don Lodeserto. Quello che giornali e politica non vogliono dire”, clicca qui per il testo dell'articolo).


BARENGHI E LA DEMOCRAZIA
Riccardo Barenghi, sulla "Stampa", sostiene arditamente che bisognerebbe vietare la partecipazione alle elezioni d'un partito come "Alternativa Democratica" non tanto per la falsità delle firme o perché lo guida Alessandra Mussolini, quanto perché molti dei suoi adepti sono veri fascisti, cioè antidemocratici. Per sostenere l'inopportunità di accettare la partecipazione di formazioni estranee al sistema liberale si citano - ancora una volta e sempre - le elezioni del 1933 che mandarono democraticamente Hitler al potere. E poi anche le elezioni in Algeria che, se non annullate, avrebbero condotto ad un regime teocratico e sanguinario, anche se Barenghi scrive "sanguinoso". La democrazia, secondo lui, avrebbe il diritto di difendersi contro coloro che sono dichiaratamente suoi nemici. Tesi suggestiva ma che incontra parecchie obiezioni.
È vero che i fascisti, quando hanno preso il potere, in Italia, in Spagna e in Germania, hanno abolito la democrazia. Ma oggi tutti i partiti si dichiarano democratici. Se è lecito non credergli, come si potranno poi ammettere alle elezioni altri partiti che si dichiarano anch‚essi democratici ma i cui predecessori hanno sempre abolito la democrazia? Soprattutto se essi sono antidemocratici già a partire dal nome? Ovviamente si sta parlando dei partiti che si dichiarano comunisti. Come mai Barenghi crede ai sentimenti democratici di Diliberto e non a quelli di Tilgher o qualche altro fascistello? O si sopprimono tutti i partiti le cui origini sono antidemocratiche o non se ne sopprime nessuno.
In secondo luogo, mentre sarebbe facile sopprimere il Partito dei Comunisti Italiani e il Partito della Rifondazione Comunista, visto che, già nel nome, ammettono '‚essere i continuatori del comunismo, come sopprimere Alternativa Democratica che, appunto, non si chiama "Alternativa Fascista"? Il fatto che si tratti d'un partito sostanzialmente fascista, almeno per quanto riguarda alcuni dei suoi esponenti più influenti, è una convinzione di Barenghi e potrebbe anche essere di altri: ma come provarla, dinanzi al giudice?
Infine, andando alla sostanza del problema, è facile osservare che, come dice lo stesso Barenghi, oggi come oggi Alternativa Democratica, come del resto Rifondazione Comunista, non rappresenta un serio problema per la democrazia. E allora perché sopprimerla? Per dare lorle la patente di martire e all'Italia quella di democrazia pavida?
Più serio è il problema della reazione giusta quando la democrazia è seriamente minacciata. Il caso dell'Algeria è emblematico. Il colpo di Stato ha evitato che l'Algeria si trasformasse in una teocrazia forse ancor più feroce di quella iraniana e per questo lo stesso Barenghi l'approva. Ma dovrebbe onestamente estendere l'approvazione a Francisco Franco che ha salvato la Spagna dal comunismo e non è probabile che lo faccia.
La difesa dello Stato liberale da un colpo di Stato totalitario rimane un problema da mal di testa, ma il resto del discorso di Barenghi fa acqua da tutte le parti.
Gianni Pardo


Il Cav. e i cani da guardia dell’ipocrisia
La politica, come altre cose, non va messa in mano ai guaglioni dell’Unione. Berlusconi ha detto chiaro come suo solito, dapprima in tv e poi nell’articolo del Foglio di oggi, che da settembre si comincerà a discutere il punto di vista italiano nella coalizione che si batte per pacificare e ricostruire l’Iraq, e che su questo terreno ha ottenuto, nonostante il boicottaggio delle opposizioni pacifiste, primi importanti risultati. Il punto di vista italiano è che a certe condizioni si può cominciare a pensare a un ritiro graduale e parziale di truppe dall’Iraq. La condizione è il rafforzamento degli apparati di sicurezza iracheni, verificata e discussa passo per passo con la coalizione dei liberatori. Trattasi, e dovrebbero segnarselo i cani da guardia dell’ipocrisia, quelli che fanno “bau bau” al Cavaliere sia quando sale a cavallo sia quando scende da cavallo, di un atto politico: leale verso gli alleati, autonomo in termini di politica nazionale. Fin dal principio l’Italia sta nella coalizione con il suo profilo autonomo. Fu non belligerante, non partecipò al vertice di guerra delle Azzorre, ma aiutò anche in termini militari la coalizione, e a operazioni belliche terminate inviò un rilevante contingente militare per il peace enforcing, cioè per il governo di una provincia dell’Iraq meridionale. Berlusconi, come possono vedere quelli che dicono “era ora”, non si è pentito, anzi rivendica con forza il fatto che quella battaglia per inoculare il virus della democrazia e della libertà in medio oriente continua, e si compiace semmai generosamente del fatto che i suoi oppositori si siano loro vistosamente convertiti, dopo le elezioni afghane e irachene, rinunciando in qualche caso alle stupidaggini genericamente antiamericane che hanno propalato fino ieri. Il premier ha sostenuto e sostiene che la battaglia continua, e che l’intenzione o l’auspicio di favorire un graduale disimpegno militare italiano, a certe precise condizioni, è solo la naturale evoluzione di una politica ribadita come “fulcro” della reazione occidentale all’11 settembre. Quelli che hanno recalcitrato all’intelligenza delle cose quando era l’ora di mostrarsi maturi e seri ora si dimenano in un comico balletto propagandistico di cattiva stoffa elettorale. Il presidente del Consiglio può tranquillamente andare per la sua strada, continuare a tendere la mano ai “pentiti” che hanno capito con uno storico ritardo il valore della guerra in Iraq e della solidarietà occidentale, e per le cose che contano ne parlerà con Bush e Blair. Sono loro i suoi alleati, non Prodi e Pecoraro Scanio. (Editoriale de  "Il Foglio" 17-03-2005)

Inaugurazione del Museo Yad vaShem  
Si aggiravano, i capi di stato e i dignitari  del mondo, con aria  un po' imbarazzata per le sale del Museo Yad vaShem celebrando, attraverso il nostro ricordo, la loro vergogna.
I grandi del mondo, con il segretario dell'ONU Kofi Anan in testa, sono venuti a Gerusalemme per l'inaugurazione  del nuovo Museo della Shoa', una galleria di 180 metri sospesa come una lancia e incastonata nella montagna sopra Gerusalemme, ideata dal grande architetto israeliano Moshe Safdie: "Per non rovinare il panorama di Gerusalemme ho voluto tagliare la montagna e costruire dentro di essa il Museo".
Una ferita nella montagna, una ferita al cuore di Israele, una ferita che durera' fino alla fine del mondo.
Guardavano, ascoltavano, leggevano i capi di stato e ministri di quegli stessi paesi che avevano dato la caccia agli ebrei solo 60 anni fa, si fermavano davanti ai vagoni, alzavano gli occhi per guardare la cupola coperta di volti, i volti delle vittime che si riflettevano in uno specchio d'acqua.
"Ogni uomo ha un nome" ha scritto la poetessa Zelda Mishkovsky,  tutti, le vittime e i carnefici, tutti hanno un nome e nei computer del Museo se ne possono leggere gia' piu' di tre milioni, gli altri entro un anno.
Alla fine della visita ha avuto inizio la cerimonia di inaugurazione  e tutti i capi di Stato, i ministri, i dignitari del mondo, in piedi e a capo scoperto, nonostante il vento freddo della sera gerosolimitana, hanno ascoltato l'Inno Nazionale di Israele, la  Speranza.  HaTikvah.
E' sempre una grande soddisfazione vedere i capi di Nazioni dove spesso si nega il diritto di Israele ad esistere, starsene in piedi e ascoltare col dovuto rispetto l'Inno Nazionale Ebraico.
Davanti ai loro occhi stupefatti si sono susseguite le immagini tragiche dei campi della morte, degli arresti, dei bambini, un milione e mezzo di bambini ebrei.
"Israele e' l'unico postro al mondo dove gli ebrei possono difendere se stessi" Ha ricordato Ariel Sharon  al Mondo la' rappresentato.
"La Shoa' non e' stata la bestialita' degli uomini contro altri uomini. No, la Shoa' e' stata la bestialita' dell'uomo contro gli ebrei. Gli ebrei non sono stati uccisi perche' erano esseri umani. Agli occhi dei loro assassini essi non erano umani ma ebrei".
Cosi' ha detto Elie Wiesel, con fatica, quasi  in un sussurro,  poi ha piegato sul petto il suo volto tragico di sopravvissuto.
Ogni ruga di quel volto e' un urlo di disperazione del bambino che era quando ad Auschwitz aveva sentito i singhiozzi di vergogna del padre che gli aveva rubato una crosta di pane ammuffito o quando aveva visto  la mamma e le sorelle  morire nel gas o quando, davanti a tre bambini impiccati perche' avevano tentato di scappare, aveva sentito dietro di se' una voce chiedere "dove e' Dio?" e un' altra voce rispondere piano "Dio e' morto".

Due ore intense di dolore urlato  attraverso i filmati e le fotografie e le testimonianze, due ore di canti tristissimi, di lacrime inghiottite, di tensione.
"Mai piu'" ha detto il Presidente Katzav.
"Mai piu'" ha detto Ariel Sharon.
"Mai piu'" ha detto Elie Wiesel
"Mai piu'"
Alla fine della Cerimonia, la canzone "Yerushalaim shel Zahav-Gerusalemme d'oro", inno d'amore alla Capitale di Israele,  poi l'immagine bellissima della fine della Galleria che, da buia dolorosa ferita incastonata come una lancia  nel cuore  della montagna,  si apre alla luce del panorama sottostante,  che e' l'unica grande e miracolosa risposta alla Shoa':
Gerusalemme, Israele, il Sionismo.
 Deborah Fait
- informazionecorretta

Le ipotesi sulla vicenda delle false firme nella lista Mussolini
Se non vede il complotto la sinistra non è contenta. Così, nella vicenda delle firme fasulle per la lista di Alessandra Mussolini è subito scattato il perenne interrogativo sul chi c’è dietro. “Cercate il mandante!” Ha intimato Massimo D’Alema. E subito si sono aperte una marea di piste che mai come in questo momento sono risultate nere come la pece. La prima, quella più semplicistica ed avallata dalla stessa Mussolini, indica come mandante Francesco Storace. La seconda la stessa Mussolini in combutta con il centro destra in vista di un accordo per le elezioni politiche del 2006. La terza una delle tante componenti della variegata lista della nipotina del Duce che avrebbe operato in nome e per conto di Storace, del Cavaliere o di qualche non identificato potere interessato a far perdere la sinistra. Quale di queste ipotesi è quella giusta? Nessuna delle tre. Per la semplice ragione che non esiste alcun complotto ma solo una operazione politica fallita per eccesso di sicurezza e di presunzione. La sinistra puntava a vincere le elezioni regionali, prova generale e decisiva delle politiche del prossimo anno, riproponendo la stessa strategia che le aveva consentito di battere il centro destra nelle elezioni del ’96. L’operazione era fin troppo semplice. Si trattava di ripetere l’operazione-Fiamma aiutando Alessandra Mussolini a raccogliere le firme per presentare liste in tutte quelle regioni in cui avrebbe potuto erodere il consenso del centro destra. La nipote del Duce avrebbe avuto il suo tornaconto dimostrando a Silvio Berlusconi di poter essere determinante alle politiche del 2006. Il centro sinistra avrebbe vinto nel Lazio ed avrebbe potuto trasformare la sconfitta di Storace nell’anteprima della debacle definitiva della Casa delle Libertà alle politiche del prossimo anno. Nel ’96 la manovra aveva funzionato alla perfezione operando la Sedan del centro destra. Di qui la decisione della sinistra di riproporla integralmente sostituendo la Fiamma con Alternativa Sociale nella assoluta certezza di poter conseguire facilmente lo stesso risultato. L’operazione, invece, è fallita. Ma non a causa delle piste nere bensì per l’eccesso di sicurezza e per la presunzione di impunità dei dirigenti della sinistra. Questi ultimi erano convinti che il gioco sarebbe passato sotto silenzio come nel passato. Sia per quanto riguarda il risvolto politico, sia per gli aspetti tecnici e legali legati alla presentazione delle liste. La manovra politica, però, era troppo smaccata ed esibita per passare inosservata a chi non aveva affatto dimenticato lo “scherzo” del ’96. E l’inevitabile denuncia del paradossale sostegno della sinistra ad una Mussolini, ha inevitabilmente prodotto l’emergere delle innumerevoli illegalità commesse da chi si era preso la briga di presentare le firme in nome e per conto dei dirigenti di “Alternativa Sociale”. Tanto più che, nella certezza di poterla fare franca come sempre, l’operazione è stata condotta alla carlona ed in spregio alle più elementari regole se non della correttezza almeno della prudenza. Presa con le mani nel sacco, la sinistra non nega di aver tentato di dare scacco matto al centro destra usando la Mussolini con quinta colonna. Al contrario, grida al complotto. Ed in questo modo ammette implicitamente la propria responsabilità. Che non è solo quella di aver tentato di vincere con le carte truccate. Ma è soprattutto quella di aver affidato alla sola “operazione Mussolini” tutte le proprie speranze di successo. Questa volta la sconfitta della sinistra non rimarrà orfana. Qualcuno sarà chiamato a pagare il conto. A partire da Romano Prodi.
Arturo Diaconale, L'Opinione


Massima del giorno
La stampa italiana non è prevalentemente di sinistra, è prevalentemente di centro. È la realtà che ha il cattivo gusto di stare prevalentemente alla sua destra.
G.P.


LA PIGRIZIA
Per quanto riguarda l’“otium” intellettuale ed operoso, basta citare Virgilio (“un dio ci concesse questi ozi”) e si vede quanto antica è la stima per questa “non attività”. La pigrizia invece conserva una connotazione negativa. Pigro non è colui che non fa niente, pigro è colui che non fa niente mentre dovrebbe fare qualcosa. E questo, ovviamente, è criticabile.
Tuttavia, il difetto sta a monte e, per così dire, in un equivoco. Il vero pigro non è solo qualcuno che non fa qualcosa, è qualcuno che sta attento a non mettersi nella condizione di dover fare qualcosa. E che, se proprio ha un dovere, cerca di limitarne al massimo la fatica. Un professore stupiva i suoi studenti portando i compiti in classe corretti invariabilmente nella prima ora di lezione successiva. Ai ragazzi, che lo ringraziavano e si stupivano, visto che gli altri colleghi a volte li facevano aspettare settimane, spiegava sorridendo: “Io sono pigro e odio correggere i compiti. Se rimando la cosa, sono oppresso dal pensiero di questa incombenza e infine la subisco lo stesso. Se invece li correggo subito, la seccatura dura tutto il tempo necessario ma non un secondo di più”.
La pigrizia – quella giusta, quella che evita di crearsi dei doveri – è molto vicina all’atteggiamento del filosofo, per non dire dell’asceta. Un poeta francese ha infatti scritto che “dinanzi alla tua presenza, o Morte, sento che nessuno scopo vale nessuno sforzo”. Il vero pigro è qualcuno che ha ben pesato ciò che si può ottenere attivandosi. Uno che, mentre sogna una cosa positiva, è capace di raffigurarsi i side effects, le controindicazioni. Un uomo famoso è per esempio uno che non sarà mai lasciato in pace. Gli sguardi altrui, ed è il meno, non gli permetteranno mai di sentirsi veramente solo e per i fatti suoi. Ecco perché Diogene non era tanto schivo dei beni materiali (la fama è uno di essi) quanto voleva far credere. Un vero cinico avrebbe portato la sua botte nel fondo d’un bosco.

Anche i vantaggi più classici comportano seccature. Un uomo ricco avrà il problema dell’amministrazione della sua ricchezza, e perfino il problema dei pericoli che la sua condizione gli può creare. Un vero pigro tende invece al nocciolo di tutto. All’essenziale. Una vecchia barzelletta riguarda quell’americano che voleva indurre il peone messicano, seduto al sole a non far nulla, a darsi da fare per arricchire. Per fare cosa? Per arrivare a possedere tanto da riposarsi. Al sole. Cosa che, gli fece notare il peone, lui faceva già.
Il veleno delle conquiste, come sapevano già gli stoici, sta nel fatto che esse perdono molto del loro sapore una volta che si sono ottenute. Sicché o si insiste, fino a divenirne dei drogati (Alessandro Magno), o ci si accorge che il meglio che esse potevano dare forse era ottenibile con molto meno sforzo.
Un esempio estremo di successo, in questo campo, è la vita di Jean de la Fontaine. Questo grandissimo poeta riuscì ad essere una persona così gradevole da trovare famiglie nobili che si contendevano il piacere di ospitarlo in casa, spesato di tutto. Egli ha dunque vissuto meglio di chi lo ospitava: il ricco doveva quanto meno amministrare il proprio patrimonio, Jean faceva solo la fatica di sedersi a tavola.
La pigrizia nasce da una domanda: “a che scopo?” Se la risposta è: “altrimenti non avrai da mangiare”, anche il pigro si attiverà; ma forse lo farà con più intelligenza d’un altro. Infatti mentre l’attivista si butterà a lavorare, perché così è giusto, anzi, è morale fare, il pigro si chiederà: “posso ottenere lo stesso risultato con meno sforzo?” Domanda che certamente si pose chi, per non portare pesi sulle spalle, inventò la ruota, mentre magari qualcun altro irrideva chi cercava di evitare la fatica.
Salvo il caso che non si compia il proprio dovere, la pigrizia è una qualità. Indica una tendenza alla vita frugale e contemplativa, una tendenza a cogliere l’essenziale delle cose, una tendenza a vivere sereni, di sé e poco più, fino alla più tarda vecchiaia.
Gianni Pardo


Libano, un milione e mezzo contro la Siria
BEIRUT - Era il 14 febbraio quando un'autobomba uccise l'ex premier libaese Rafik Hariri e un'altra ventina di persone. A quasi un mese di distanza, oltre un milione e mezzo di persone sono scese di nuovo in piazza a Beirut per manifestare contro l'occupazione militare siriana (il parziale ririto di Damasco è iniziato nei giorni scorsi).
In decine e decine di cortei, i manifestanti provenienti da ogni parte del Libano continuano ad affluire nella centrale Piazza dei Martiri, ormai stracolma di gente, in quella che è senza dubbio la più grande manifestazione dell'opposizione dall'uccisione di Hariri. I manifestanti chiedono la destituzione dei vertici dei servizi di sicurezza libanesi e la verità sull’omicidio di Hariri. (Corriereonline)



Comunismo e Libertà
... trallallero e trallallà

Riportiamo per intero un articolo, pubblicato dal quotidiano castrista Gramma:
<<La città di Livorno si trova a migliaia di chilometri da Cuba, ma per le sue strade e soprattutto nel suo stadio si respirano la stessa passione e lo stesso rispetto che si nutrono all’Avana per Ernesto Che Guevara.
La città si trova nella Regione Toscana e la sua squadra di calcio si chiama appunto Livorno ed è ritornata in Serie A, la prima divisione, dopo 55 anni di assenza e con la forza e la convinzione dei suoi sostenitori è divenuta una costante notizia.
Culla del Partito Comunista Italiano, che fu fondato a Livorno da Antonio Gramsci e Alfonso Leonetti, tra gli altri, il 21 gennaio del 1921, la maggioranza dei cittadini fa il tifo per la Livorno Calcio e porta le immagini del Che e le bandiere cubane ad ogni partita  in casa.
Tra i giocatori la maggioranza è comunista o progressista. Va segnalato Cristiano Lucarelli, un attaccante di 29 anni alto 1,88 che pesa 85 chili e che ha rinunciato a un contratto di molte decine di milioni per continuare a giocare nella squadra della sua città e i suoi 29 goal  hanno aiutato il Livorno a ritornare in Serie A.
Lucarelli porta sempre una maglietta con l’immagine del Che sotto l’uniforme della squadra e la mostra ad ogni goal segnato. Cristiano ha anche rilasciato dichiarazioni molto forti e precise: “Perchè ci vogliono rimandare in seconda divisione per ragioni politiche, perchè i nostri sostenitori portano i ritratti del Che e sono di sinistra!” ha dichiarato dopo una discussione con un arbitro. 
Lo scontro più forte è avvenuto giocando contro il Milan AC, la squadra di Milano di proprietà di Silvio Berlusconi, il principale leader di destra del Gruppo Forza Italia, attualmente al potere.
La partita di andata si è conclusa con un pareggio  e con una polemica perchè l’arbitro non ha concesso al Livorno un rigore chiarissimo. Erano presenti 10 mila livornesi.
Il ritorno lo ha vinto il Livorno e va ricordato che in questa città Forza Italia ha appena il 10% dei voti. 
La partita non è stata solo un incontro di calcio, ma una manifestazione politica, con tutti i simpatizzanti livornesi che portavano bandiere cubane e foto del "Che",   intonavano in continuazione l’inno preferito: Comunismo e Libertà!>>


"Firme false", un lettera a "La Repubblica"
Spett.redazione de " La Repubblica ",
leggo con estremo stupore l'intervista (clicca qui per il testo completo) che la Vostra giornalista, Alessandra Longo, ha realizzato con Storace a proposito delle firme false per la lista della Mussolini " Alternativa Sociale ".
Lo stupore è causato dall'estrema partigianerìa della giornalista che, indispettita,  pone delle domande al candidato di Alleanza Nazionale e sembra accusarlo di quanto è successo alla sua ex-compagna di partito. La Mussolini ha raccolto delle firme che poi si sono rivelate clamorosamente false e questo è stato deciso da una sentenza della magistratura. Pare inoltre che il fenomeno delle firme false sia  più esteso di quello che appare, simili casi dovrebbero essersi manifestati anche in Lombardia. Nella vicenda pare siano coinvolti anche esponenti del centro-sinistra, i quali, probabilmente, ai margini della legalità, hanno cercato di favorire il più possibile la presentazione alle elezioni di Alternativa Sociale e questo in parte lo si ricava dal tono minaccioso, antagonista della Vostra Longo, che pare agisca come se la questione fosse personale.
"La vicenda non le provoca un minimo  di disagio ? "Chiaro l'intento di far sentire in colpa Storace, come se aver scoperto un'operazione illegale fosse qualcosa di cui vergognarsi.
"Come mai lei sapeva da subito, ancor prima della sentenza, che sarebbe finita così ? " La giornalista riporta un'illazione della Mussolini come se si trattasse di un dato di fatto, Storace non sapeva che sarebbe finita in questo modo ; si vuole minimizzare la vicenda, sorvolando sulla circostanza che se un dato di fatto è stato accertato, questa è la falsificazione delle firme.

"Sta dicendo per caso che la sinistra ha falsificato le firme ?"
"Guardi che il centrosinistra ha deciso di querelare chi insinua collusioni ". La Longo lancia degli avvertimenti per evitare il più possibile che si possa anche solo accennare ad un coinvolgimento delle forze di centrosinistra nel fatto e quando il candidato alla presidenza del Lazio trae lo stesso le sue conclusioni, la giornalista minaccia la querela come se ad essere lesa fosse proprio lei.
"Qualcuno vi ha visti festeggiare dopo la sentenza contro alternativa Sociale ". Ci risiamo, si cerca di far sentire in colpa Storace, come se non fosse normale, in una competizione elettorale, rallegrarsi di aver seriamente danneggiato, politicamente, un avversario della stessa parte politica, attraverso gli strumenti della legalità .
" Storace, si ricordi che la Mussolini ha promesso di farla a pezzi ". Torna in chiusura di nuovo la minaccia e si usa il nome della Mussolini come cappuccio, quando in realtà, dal reiterare minaccioso e infastidito della Longo, si desume che sotto il cappuccio si nasconde il centro-sinistra, perchè da tutta questa vicenda anche quest'ultima forza politica ha tratto senza dubbio una sconfitta, perchè le formazioni dell'Ulivo un aiuto, lo ripeto, al limite della legalità, ma sempre al suo interno, almeno al momento, alla Mussolini lo hanno dato.
Rimane una conclusione da trarre e questa non riguarda Alternativa Sociale, ma il Vostro quotidiano : la Vostra parzialità è ormai così scoperta che se qualcuno leggesse i Vostri articoli senza l'intestazione del quotidiano da dove provengono, certamente riterrebbe di leggere " L'Unità ".
Un tempo, nel mio paese, alla domenica c'era il fattorino del partito comunista che in bicicletta andava a consegnare ai compagni " L'Unità ", oggi, per promuovere la lettura a sinistra, il partito potrebbe fare una promozione e proporre, allo stesso prezzo, una scelta, leggere L'Unità, o  " L'Unità senza intestazione ", cioè La Repubblica.
Saluti, Lucio Sergio Catilina, 14-03-2005


"C'è un virus che è la libertà". Intervista a Silvio Berlusconi
La Cdl prenderà complessivamente più voti alle prossime elezioni regionali e «le Regioni più importanti manterranno i Governi che hanno avuto». Lo afferma il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi intervistato da Piero Vigorelli alla trasmissione di Canale 5 'Superpartes'. Berlusconi non specifica quali siano le regioni più importanti. La Cdl governa in Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Puglia, Calabria, Liguria e Abruzzo. L'Unione in Campania, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Basilicata. «Per quanto riguarda il risultato - continua Berlusconi - sul piano politico nazionale io penso che si debba guardare più che al numero delle regioni, al numero dei voti». «Credo - ha aggiunto il premier - che una parte potrà dire di aver prevalso sull'altra se nell'insieme di tutte le regioni avrà avuto più voti dell'altra parte. E sono convinto che questa parte sarà la Casa delle libertà». Silvio Berlusconi conferma che nel 2006 ci sara' una ulteriore riduzione delle tasse per 12 miliardi di euro, pari ad un punto del pil. Il premier ha ricordato che questa nuova riduzione si aggiungera' ai tagli gia' fatti per un totale di 30 miliardi di vecchie lire. Il presidente del Consiglio ammette che su questo fronte l'Esecutivo non ha potuto fare tutto quello che era nei suoi progetti anche a causa della congiuntura internazionale: ''c'e' stato l'11 settembre - ha detto - c'e' stato l'intervento in Iraq, c'e' stata la crisi delle borse internazionali''. Resta il fatto, a suo avviso, che ''molti cittadini italiani, soprattutto quelli che non pagano proprio piu' le imposte'', si siano gia' accorti dei tagli fiscali avviati''. Il premier ha anche parlato di politica estera: «Nel mondo si stanno muovendo molte cose in senso positivo: - ha detto - nel Medioriente ci sono state le elezioni in Palestina, con un nuovo governo e la volontà delle due parti di andare ai negoziati, con l'impegno dell'Europa mentre anche Bush va in questa direzione. A questo vanno aggiunte le elezioni che si sono tenute in Afghanistan, in Iraq». Secondo Berlusconi si tratta di «Paesi che stanno faticosamente andando a costruirsi un proprio assetto democratico per realizzare quello che è diritto primario dei cittadini, cioè di essere governati da un governo scelto liberamente. Il presidente Mubarak, in Egitto, dichiara di voler aprire maggiormente alle regole della democrazia». Dopo aver ricordato anche il caso-Libano, Berlusconi ha concluso: «C'è un virus, che è la libertà. E quando si diffonde è un virus invincibile».

“FIGHETTA STYLE”,
Da "La Padania" pubblichiamo questo articolo:
Cresce l’imbarazzo di politici, grandi industriali, sindacalisti che per mesi si sono tanto opposti
Ormai si moltiplicano le prese di posizione a favore di misure più decise contro la concorrenza sleale. Altro che “fighetta style”, “grandi marchi”, “grandi firme”. Occorrono dazi, o misure “antidumping”, e serie. L’importante è fare presto. Le attese imposte dalla procedura Ue per giungere a misure di protezione sono troppo lunghe e inefficaci. Servono interventi qui, ora, subito. Il made in Italy, quello vero, fatto di decine di migliaia di imprese piccole e medie, sta per chiudere.
È il messaggio che proviene dai tanti settori colpiti (vedremo in particolare quali) a mano a mano che passano le ore, nell’approssimarsi delle decisioni che il Consiglio dei ministri deve prendere riguardo il tema della competitività. Tale pressione mette in imbarazzo numerosi rappresentanti della politica che nei mesi e ancora nei giorni scorsi si erano dati da fare per negare quanto la Lega sta proponendo.
Paolo Galassi, presidente di Apimilano, associazione che raggruppa 3 mila pmi, rileva: «È colpa del sistema burocratico-finanziario della Ue e della Banca Centrale Europea se le economie nazionali non riescono a difendersi dall’aggressione produttiva e commerciale della Cina. I dazi sarebbero superflui se l'Ue garantisse il rispetto delle norme severe che regolano l’importazione dei prodotti extracomunitari, oggi massiccia e sregolata. E la Bce dovrebbe attivare misure per riallineare l’euro al dollaro».
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Strage di Madrid un anno dopo: come ha impiegato questo tempo l'Ue?
Interessante articolo di Vittorio E. Parsi pubblicato da L'Avvenire: A un anno dall'11 marzo. Che cosa resta all'Europa della consapevolezza di trovarsi nel mirino del terrorismo islamico, scoperta amaramente nella tragica mattanza di Madrid? Quali concreti passi in avanti sono stati compiuti sulla strada di un coordinamento delle politiche e delle indagini antiterrorismo in sede di Unione Europea? Sono queste le due domande centrali alla luce delle quali possiamo cercare di valutare se i 12 mesi trascorsi dalla strage di Atocha sono stati messi a frutto oppure no. Se guardiamo alla reazione degli europei al pericolo terrorista, è possibile delineare un quadro incoraggiante. Senza dubbio è positivo che non si siano registrate le manifestazioni xenofobe o persino forme di più subdolo e strisciante razzismo che diversi osservatori temevano nell'immediatezza degli attentati. Gli europei si sono mostrati all'altezza della loro tradizione di civiltà giuridica e politica. E questo ci fa onore. La determinazione a lottare contro il terrorismo non è venuta meno e per le opinioni pubbliche del vecchio continente il terrorismo di matrice islamista resta la principale minaccia alla sicurezza. Preoccupazione, quindi, ma senza isteria né caccia alle streghe. Volontà di sconfiggere il terrorismo sia con la repressione delle cellule qaediste, sia con la ricerca di quelle politiche che sole possono colpire le cause del fenomeno. Purtroppo assai più desolante è contemplare le condizioni del coordinamento europeo nelle politiche antiterrorismo. Come avevamo fin dall'inizio temuto, la famosa "autorità europea per il coordinamento delle politiche antiterrorismo", affidata all'olandese de Vrie è rimasta una scatola vuota. Basta fare un salto nei suoi uffici, dove si aggirano più sperduti che oberati dalle pratiche un paio di impiegati. Certo, possiamo registrare con soddisfazione l'assenza di altri grand i attentati sul suolo europeo negli ultimi dodici mesi. Quasi a dimostrare che le attività di intelligence condotte a livello nazionale e con un coordinamento non sistematico tra i diversi Paesi hanno funzionato. D'altronde la capacità del terrorismo islamista di colpire in grande stile sembra essersi contratta in tutto l'Occidente, almeno per ora e probabilmente anche a causa dei conflitti afghano e iracheno. Se il primo ha danneggiato e quasi distrutto la struttura logistica e addestrativa di al-Qaeda e portato alla messa fuori combattimenti di migliaia di "operativi", il secondo ha mobilitato e concentrato i terroristi qaedisti sul teatro iracheno, dove i "bersagli" occidentali tragicamente abbondano. Resta l'amara constatazione che quest'anno di relativa quiete dell'attività terroristica sul fronte europeo debba considerarsi un anno perduto. È difficile non immaginare che i gruppi che compongono la galassia terroristica non si stiano riorganizzando nell'ombra, in attesa di momenti più propizi per colpire ancora. Come non vorremmo dover rimpiangere il tempo sprecato in questi dodici mesi di apparente tregua. Non vorremmo un giorno trovarci costretti a correre ai ripari con l'ennesimo incredibile ritardo. Ancora oggi la cooperazione tra i diversi servizi di intelligence, di polizia e delle magistrature europee dipende dalle singole indagini e dalla buona volontà dei singoli: dove gli errori e l'incompetenza di alcuni pochi (ne abbiamo avuto recente esperienza) possono vanificare il lavoro duro, rischioso, professionale di molti. Utilizzare questa ricorrenza, drammatica e triste, per rimettere in moto quel processo appena abbozzato nell'immediatezza della strage: ci sembrerebbe il modo meno retorico e più rigoroso di rendere omaggio alle centinaia di vite spezzate l'11 marzo 2004.



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Massima del giorno
L'idealismo è un paio d'occhiali che non bisogna mai inforcare, se si vuol vedere chiaro nella politica.
G.P.

MOLLICHINE
Igor Man,  a proposito dei funerali di Calipari,  parla della "musica dell'incenso". In poesia si chiama "sinestesia". Nel giornalismo presunzione.

Bertinotti: «La resistenza è accettata in tutti i codici di guerra». Sarebbero gradite le indicazioni bibliografiche.

Ciampi "ordinava" la liberazione della Sgrena ma poteva appena "chiedere";  Bush "chiede" alla Siria il ritiro completo dal Libano e il suo "chiedere" sembra "ordinare".

Che motivo hanno gli arabi per essere antisemiti,  in particolare anti-ebrei? Il fatto che sono semiti anche loro. Ma di minor successo.

Sgrena. Volete vedere che alla fine risulterà che tutto sarà dipeso dal tipo d'inglese che conoscono e parlano gli italiani?

Non si è riusciti a modificare il patto di stabilità. Quando si dice la stabilità.

L'opposizione ha apprezzato Berlusconi per la vicenda Sgrena. Accidenti,  dov'è che ha sbagliato?

La Sgrena ha detto d'aver raccolto nell'auto mucchi di pallottole. Qualcuno parlava di 400 colpi. Poi la Cia glieli ha rubati e ha tappato i buchi.

Dichiarazione non vincolante dell'Onu per proibire la ricerca sulle cellule staminali. Per fortuna,  l'Onu non ottiene nulla neppure con le risoluzioni vincolanti.

Ciampi è andato - Ciampi ha visitato -  Dev'essere un posto molto noioso,  il Quirinale,  se ogni occasione è buona per uscirne.

I patrioti italiani dicevano: "non vogliamo che l'Austria diventi più buona,  vogliamo che se ne vada"; in Libano gli Hezbollah dicono: "non vogliamo che la Siria diventi buona,  vogliamo che resti".

Gianni Pardo

FINALMENTE UN PO’ DI SANO GIORNALISMO
Camillo ha beccato questa deliziosa chicca  scritta da Harald Doornbos, inviato di guerra olandese, ex giornalista di un quotidiano comunista, che ha viaggiato verso Baghdad con Giuliana Sgrena; e ne ha riportato la traduzione dall'olandese all’inglese fatta da un blogger.
Bravo, Camillo!
Per i pigri (o i poco anglofobi), ci permettiamo di aggiungere una nostra sommaria traduzione in italiano:
"’Sta attenta a non farti rapire”, dissi alla giornalista italiana che sedeva accanto a me sul piccolo aereo diretto a Baghdad.
“'Oh no”, disse. “Non succederà. Noi stiamo dalla parte del popolo irakeno oppresso. Nessun iracheno ci rapirebbe mai”.
Ora, capisco che non è molto carino criticare una collega reporter. Ma l’atteggiamento della Sgrena è una disgrazia per il giornalismo. Non mi ha forse detto, durante il viaggio in aereo, che “i giornalisti normali come te”' non sono di aiuto al popolo irakeno? “Gli americani sono i peggiori nemici dell’umanità”,  mi avevano detto le tre donne dietro di me, giacché la Sgrena si recava in Iraq assieme a due colleghe italiane che animate da altrettanto odio verso gli americani. (...) ”Tu non capisci la situazione. Noi siamo anti-imperialisti, anti-capitalisti, comunisti” dissero. Gli iracheni rapiscono solamente I simpatizzanti deli americani: I nemici degli americani non hanno nulla da temere”.  [A questo punto Doornbos gli dice che sono fuori di testa].
Quando arrivammo all’aereoporto di Baghdad, mentre aspettavo una jeep dell’esercito americano che venisse a prendermi, vidi una delle donne italiane che si aggirava piangendo. Un irakeno le aveva rubato il computer e l’attrezzatura per le videoriprese. Se ne stavano fuori tutte tremanti, in attesa di un taxi che le portasse a Baghdad.
A causa della sua faziosità, la Sgrena non solo ha messo in pericolo se stessa, ma, grazie al suo comportamento, un funzionario dei servizi italiani è ora morto, e il governo italiano (incluso il premier Berlusconi) ha dovuto spendere milioni di euro per salvarle la vita. Non resta che sperare che la Sgrena decida ora di dare una svolta alla sua carriera: propagandista o forse addetta alle pubbliche relazioni. Ma il giornalismo lo dovrebbe lasciar perdere, subito." (ale tap. 10-03-2005)

AREMOTIS
Afghanistan 1980: non è vero che furono gli USA, per sostenere la resistenza antisovietica, ad allevare Osama bin Laden e Al Qa‘ida
Clicca qui per leggere l'articolo  Massimo Introvigne

IL VASO DI PANDORA DEGLI HEZBOLLAH
Martedì, otto marzo, c'è stata a Beirut una grande manifestazione pro-siriana (e pro Assad) degli Hezbollah libanesi. Ovviamente questo fatto potrebbe allarmare chi sperava in un veloce ritiro della Siria dal Libano e si augurava un completo ricupero dell'indipendenza di questo piccolo e un tempo felice paese. Domani infatti la Siria potrà asserire che nello stesso Libano c'è una notevole parte della popolazione - quella sciita, in particolare - che è lieta della presenza delle sue truppe. Tuttavia, questa preoccupazione potrebbe rivelarsi, se non infondata, meno importante del fatto che la Siria e i suoi sostenitori, per affermare l'opportunità - se non la legalità - della presenza straniera in Libano, si siano serviti d'una manifestazione di piazza. Dal punto di vista di un‚autocrazia questa, oltre che una plateale manifestazione di debolezza, è una gaffe pericolosa. Tucidide ha scritto una massima d'oro: nessuno, potendo ricorrere alla forza, ricorre alla giustizia. Se la Siria, per giustificare la propria presenza, invoca il consenso del popolo, con ciò stesso riconosce che, mancando quel consenso, dovrebbe andarsene. Accetta cioè implicitamente le regole della democrazia. E questo potrebbe esserle fatale.
Non è un caso che la maggior parte degli eretici sia stata composta da teologi. Ogni volta che si ricorre alla Ragione per discutere di Fede, si corre il rischio che questo giudice dia torto a chi l'ha invocato. La donnetta non correrà mai il rischio di finire sul rogo, S.Agostino invece l'ha scampata bella solo perché è nato abbastanza presto. Analogamente, se nel mondo medio-orientale si comincerà a pensare che per governare non basta più aver conquistato il comando dell'esercito e della polizia, e neppure la dichiarazione che si è depositari ˆ come in Iran ˆ dell‚interpretazione della volontà divina, e se si affermerà che si governa in nome del popolo, si cambierà la base stessa della legittimità del potere. Quest'aurora magari non è per domani, ma chi ha organizzato la manifestazione di martedì a Beirut forse non sa d'avere aperto un vaso di Pandora.
Gianni Pardo, giovedì 10 marzo 2005

Lettera aperta a Giuliana Sgrena.
Gentile signora, leggo ora che lei “ha dato mandato allo studio legale Gamberini di Bologna per costituirsi parte lesa nel processo legale in corso”. A comunicare la notizia è il direttore del Manifesto Gabriele Polo, riferendosi all'inchiesta avviata dalla procura di Roma sulla sparatoria successiva alla sua liberazione in cui è morto Nicola Calipari. Gabriele Polo che, con quella sua boccuccia ed il modo di fare finto controllato, ma vero fazioso, ora aggiunge circospetto e cito sempre le agenzie “Lei sostanzialmente sta bene ma ora ha bisogno di riposare. Per il momento continua il drenaggio al polmone ferito e per il momento non scriverà neanche per noi”.Giusto.  Ora occorre essere prudenti, anche se lei prima era instancabile.
Dopo che Bierre Scolari, come è stato affettuosamente soprannominato, aveva dominato la scena mediatica italiana dichiarando a centinaia di microfoni e telecamere che la sua compagna era in possesso di informazioni devastanti sulla “sporca guerra” degli americani e che quindi si era cercato intenzionalmente di uccidere una testimone scomoda. Dopo che la lei stessa aveva dichiarato e, quel che più conta, scritto ne “La mia verità” con titoli di scatola sul Manifesto, che l’obiettivo vero della soldataglia americana era lei e che l’eroico Calipari aveva evitato la sua uccisione facendole scudo col suo corpo. Per giorni, quindi lontani ormai dalla concitazione delle prime ore e comprensibili imprecisioni dettate dall’emozione, la coppia Sgrena/Scolari aveva parlato di un chiaro tentativo di sopprimere la Giuliana; centinaia di colpi sparati intenzionalmente e andati a vuoto salvo uno che sfortunatamente ha ucciso Calipari; centinaia di proiettili sui sedili dell’auto che ho raccolto a manciate; mi stavo dirigendo all’aeroporto su una vettura dell’ambasciata italiana, quando invece era una Corolla a noleggio che la nostra ambasciata non commercia.
Tutto ciò premesso, e le assicuro, gentile signora, che è solo una parte di ciò che ho letto, ora assisto al fatto che lei smentisce il suo amico e compagno Bierre Scolari sostenendo che ha capito male quando sosteneva che lei era in possesso di informazioni compromettenti sugli americani. Va bene. Ora lei sostiene che è stata male interpretata e non ha mai sostenuto quindi che volevano ucciderla. Va bene. Ora lei nega di aver ammesso che i suoi sequestratori erano gentili con lei mentre chi aveva ucciso erano gli americani; ora lei nega di aver dichiarato al giornale francese che ha la sua giornalista ancora in mano ai sequestratori, che lei aveva intenzionalmente esagerato il suo stato di avvilimento, recitando. Lo aveva fatto, pare di capire per sostenere le manifestazioni pacifiste in Italia, ma ora sostiene che in realtà era bendata, viveva al buio ed era in uno stato di prostrazione. Va bene.
Potrei proseguire, gentile signora Sgrena, ma credo che basti così. Lei ora cerca quattrini attraverso le vie legali, pare di capire. E’ questo il suo nuovo obiettivo. Va bene.  Io credo, signora Sgrena, che lei ci abbia provato. Assieme al suo compagno o fidanzato che dir si voglia, Bierre Scolari, ed assieme ai suoi sodali del giornaletto per cui scrive. Assieme ai Diliberto e ad una parte infima per dignità e numerosità, della politica italiana. Che abbia provato, intendo, ad abbattere per vie traverse il governo Berlusconi. Giusto. Le toghe hanno già dimostrato di non farcela da soli. Occorreva l’incidente da sfruttare.
Lei ha fallito, signora Sgrena, se lo lasci dire. Lei ha dimostrato di essere moralmente spregevole. Lei deve delle scuse prima di tutto ai familiari di Calipari che speso la sua vita per lei e il suo assurdo e velleitario fanatismo politico. Poi deve delle scuse a noi tutti. Per averci fatto credere che attraverso lei ci fosse da “salvare la Pace”. Una bufala, signora Sgrena.
Questa è la verità. Lei mi ha deluso, signora Sgrena.
Lupo solitario.

IL MOVENTE
Domani ricorre l’anniversario della strage di Madrid.
All’indomani del massacro, la vulgata prevalente fu che si fosse trattato di una vendetta di al-Qaida contro l’invio di truppe in Iraq da parte del governo Aznar.
A un anno di distanza, alla luce delle indagini condotte in questi mesi, le autorità ispaniche ritengono invece che l’idea dell’attentato di Madrid (e di altri grossi attentati in Spagna rimasti sulla carta) fu ispirata non tanto dalla guerra in Iraq quanto dall’arresto in Spagna, subito dopo l’11 settembre 2001, di dozzine di sospetti militanti di al-Qaida tra i quali tre accusati di aver cooperato nella preparazione dell’attentato alle torri gemelle.
Così ieri (clicca qui)  il capo dell’antiterrorismo spagnolo Fernando Reinares.
(ale tap. 10-03.2005)

Rapimenti, la lezione di Giulio Cesare con i pirati
<< C’è di che riflettere, a partire dagli esiti dei rapimenti di cittadini italiani in Irak. Per esempio:
1) I primi quattro vigilantes, nostri connazionali, sono stati trattati e considerati, qui da noi, in Italia, come avventurieri mercenari. Uno di loro, poi, Fabrizio Quattrocchi è stato ucciso come sappiamo, ma quel brutale delitto non ci ha turbato poi tanto. Non è mancato un magistrato che in modo sgrammaticato si è avventurato su quei terreni che poi avrebbe ricalcato la GUP milanese Clementina Forleo: ha cioè discettato di guerriglia, terrorismo, ecc. Per Agliana, Cupertino e Steffio non c’è stata alcuna mobilitazione, alcun appello, al Colosseo illuminato. Niente di nulla. Se l’erano cercata e trovata: questo pensarono in molti e disse qualcuno. Sono poi stati liberati da un blitz dei militari americani. Allora nessuno se ne uscì dicendo che si trattava di rozzi cow boy, ignoranti e un poco pezzi di merda. E non ci si sprecò in particolari ringraziamenti.
2) Poi il caso Baldoni. Era un collaboratore del “Diario”, era di sinistra, politicamente schierato su posizioni corrette. Per lui ci si cominciò a mobilitare. Era finito nelle mani dei tagliagole di Al Zarqawi, fu ucciso. E ci si cominciò a rendere conto di che pasta fosse la “resistenza irachena”: che da una parte c’erano i tagliatori di teste, dall’altra chi le teste preferiva contarle con elezioni. Poi abbiamo anche visto le stragi di iracheni in fila per ritirare il pane, o di iracheni sterminati mentre andavano a prendersi un certificato medico che serviva per un lavoro. La “resistenza” ha cominciato a mostrare il suo vero volto, ma i suoi sostenitori sono rimasti ugualmente tanti.
3) Vengono sequestrate Simona Pari e Simona Torretta. A questo punto scatta la mobilitazione nazionale che era stata negata ai tre “mercenari” vigilantes che se l’erano cercata, e che non si era riusciti a organizzare in tempo per Baldoni perché l’hanno sgozzato prima. Marce, appelli, sit-in, digiuni, e quant’altro.>>. Clicca qui per proseguire nella lettura dell'articolo.
 Gualtero Vecellio, L'Opinione

LA SIGNORA PROTESTA VERAMENTE TROPPO
"La signora protesta veramente troppo". Così si conclude un articolo sulla vicenda di Giuliana Sgrena comparso oggi nella pagina degli editoriali del Wall Street Journal Europe dal titolo "L'Italia non è la Spagna".
Mentre Sgrena sta chiaramente "divertendosi" dal circo mediatico generato dal caso e "lanciandosi nella nuova carriera di simbolo dell'antiamericanismo dal suo letto d'ospedale, forse gli italiani rifletteranno - si legge nell'articolo - che il suo lavoro di reporter dall'Iraq e quindi la sua liberazione sono stati possibili grazie alla presenza delle truppe Usa. E se fosse stata una giornalista americana quasi certamente avrebbe avuto la gola tagliata".
"La prova che la giornalista ha sopportato - scrive Daniel B. Johnson - ne ha fatto un'eroina della sinistra non solo in Italia ma in tutta Europa, specialmente in Germania e in Francia. Lei insiste a dire che le truppe americane avevano ricevuto l'ordine di ucciderla e che le hanno sparato centinaia di pallottole. Anche se i fatti conosciuti non confermano la teoria della cospirazione, che comunque non è assolutamente plausibile; si tratta di una ragione di fede per la sinistra europea che l'amministrazione Bush sia capace di qualsiasi cosa.  Molti italiani avrebbero preferito credere a un'eroina come la Sgrena piuttosto che al loro governo" oltre che "alle assicurazioni della Casa Bianca che si è trattato di un orribile incidente".
L'analisi del giornalista prosegue poi sottolineando che "c'è una ragione fondamentale per cui Berlusconi non abbandonerà Washington nel modo vergognoso in cui gli spagnoli hanno capitolato di fronte alle bombe di Madrid.  L'esperienza del dopoguerra in Italia è molto diversa da quella della Spagna".

RETROSCENA.
Dall'articolo di Giuseppe D'Avanzo su "La Repubblica": <<... Però, gli italiani - proprio loro - non possono alzare più di tanto la voce perché si sono messi nei guai da soli. Si sono messi in una situazione di pericolo per le loro doppie intenzioni. Tacciono della missione. Non chiedono all'alleato alcun sostegno né logistico né tecnologico né militare. "Scelgono il basso profilo" (Fini). Mascherano la missione con un'azione di routine (il movimento di un funzionario d'ambasciata). Va detto che per Calipari è una scelta fottuta, ma obbligata. Gli alleati non devono sapere dell'ostaggio. Un paio di settimane fa, le forze della coalizione credono di aver individuato la prigione di Giuliana. Propongono a Roma l'intervento della Delta Force. Garantiscono "al 75 per cento" un esito non cruento per l'ostaggio. Gianni Letta non se la sente. La percentuale di un rischio mortale è troppo alta. Non se ne fa niente. Si imbocca la fase conclusiva della trattativa e del pagamento del riscatto.
La mossa determina tutti i passi successivi di Nicola Calipari. L'agente si impegna con i sequestratori ad arrivare da solo sul luogo di consegna. Con un'auto presa a nolo. Nessun rivelatore di posizione (Gps). Nessuna scorta. Nessun contatto con gli americani. Nessun allarme in ambasciata (dove pure il maggiore che l'accompagna ha amici fraterni nel Ros dei carabinieri di cui ha fatto parte). Di più. Subito dopo, Calipari corre verso l'aeroporto per superare altri due ostacoli. Se si fosse trattenuto in ambasciata, alla notizia della liberazione di Giuliana Sgrena, gli americani avrebbero voluto interrogarla per strapparle un'indicazione, una traccia, un indizio che potesse avvicinare le special forces agli uomini della banda. E, dopo gli americani, con le stesse domande, si sarebbero fatti sotto gli uomini del governo iracheno, titolari legittimi dell'inchiesta. Forse nel patto stretto con i sequestratori Nicola si è impegnato a evitare un interrogatorio dell'ostaggio. Forse crede che un de-briefing iracheno-americano di Giuliana minerebbe l'affidabilità della sua mediazione in trattative future. Così è costretto a tagliare la corda più rapidamente possibile. Fino a quell'improvvisato e assassino check-point predisposto per proteggere il passaggio dell'ambasciatore Negroponte....>> Clicca qui per il testo completo dell'articolo.
(9 marzo 2005)

Il riscatto
Gli statunitensi - scrive in un suo editoriale il Wall Street Journal, -  si uniscono al dolore per la scomparsa dell'agente dei servizi segreti italiano Nicola Calipari, morto da eroe per salvare Giuliana Sgrena dai proiettili americani. Forse anche la giornalista verserà qualche lacrima, per tutti gli americani e gli iracheni che moriranno a causa del riscatto pagato per la sua liberazione. Finora l'indignazione del mondo si è rivolta  contro gli Stati Uniti: i soldati americani sarebbero degli sconsiderati che, come scrive il giornale comunista il Manifesto, hanno cercato di uccidere la Sgrena. Ben più sconsiderato è stato il governo italiano, che a quanto pare ha pagato più di 6 milioni di dollari di riscatto. Sparare contro un'auto a un checkpoint di una zona di guerra è una tragedia non premeditata, pagare un riscatto significa aiutare deliberatamente i terroristi.

SERGIO ROMANO L'INVARIABILE
Sergio Romano, sul "Corriere", scrive: "penso che la guerra sia stata un errore e so che gli americani hanno perduto lungo la strada le motivazioni con cui avevano cercato di giustificare il conflitto". L'illustre commentatore, cui va reso l'omaggio dovuto a chi non cambia tesi ad ogni stormir di foglia, scrive come se in Iraq non si fosse votato, il 30 gennaio, e come se quell'avvenimento non avesse spinto l'universo mondo a rivedere le proprie convinzioni. Era contro la guerra e rimane contro la guerra. Quand'anche essa rivelasse d' avere effetti benefici.
Più interessante è l'accenno alla "perdita delle motivazioni". Quali sono, queste motivazioni?
Ovviamente o quelle indicate da Romano o quelle indicate dagli stessi americani. Nel primo caso, basterebbe rispondere che l'ambasciatore non ha nessuna autorità per indicarle. Nel secondo caso che è ingenuo - da parte d'un conclamato realista come lui - credere alle asserite motivazioni. Le armi di distruzione di massa? La minaccia terroristica? L' esportazione della democrazia? La pietà per i curdi irakeni, gli sciiti irakeni e le donne irakene? Ma quale commentatore serio crederebbe a simili motivazioni? Per le armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti dovrebbero invadere domattina Iran e Corea del Nord. Per la minaccia terroristica dovrebbero invadere oggi stesso la Siria. Per la democrazia, infine, farebbero prima a dichiarare guerra al resto del mondo, salvo eccezioni.
La ragione della guerra - come chi scrive sostiene da anni - è probabilmente geopolitica. Installando un governo amico al centro del Medio Oriente se ne cambia la mappa. Innanzi tutto si colpisce un paese ostile "educandone" altre dozzine. Poi, se si riuscisse a far sorgere una democrazia in Iraq, si potrebbe sperare in un "effetto domino" nei paesi vicini. Alcuni dei quali infatti - in particolare Iran e Siria - favoriscono il terrorismo e lottano contro questa nascente democrazia perché, se essa trionfa in Iraq, saranno essi stessi più che a rischio. Come mostrano le manifestazioni di piazza di Beirut, la sensazione di potere ottenere un sostegno contro gli oppressori dà voce e forza a molta gente.
Sergio Romano non è autorizzato a dire quali siano  state le vere motivazioni degli americani, per lanciare la campagna irakena, e certo non è autorizzato a dirle chi qui scrive. Ma è lecito mostrare che le motivazioni reali dell'America possano essere state altre, da quelle accennate da Romano. E tali che possono essere state coronate da un successo superiore al prevedibile ancora a metà gennaio 2005.
Il commentatore del Corriere della Sera sostiene però che le votazioni non provano nulla, perché avrebbero votato gli sciiti e i curdi, "i sicuri vincitori" e non i sunniti, "i sicuri perdenti". Può essere. Ma può anche essere che in democrazia comandi la maggioranza, e se la maggioranza vuole la democrazia - e in Iraq ha dimostrato di volerla - presto i sunniti o si acconceranno ad accettare ciò che un governo moderato concederà loro o si metteranno volontariamente nella posizione di minoranza oppressa. Se la minoranza, con Saddam, è riuscita ad opprimere la maggioranza, chi le garantisce che la maggioranza non riuscirà ad opprimerla, se pure col voto, in una stabile democrazia?
Gianni Pardo, 9 marzo 2005

 L'8 MARZO SECONDO BIN LADEN
Il trattamento riservato alle donne è la cartina al tornasole del conservatorismo dell'Arabia Saudita, dominata dal rigore morale dell'ortodosssia wahabita. Eppure, in questo scenario fitto di contraddizioni politiche e sociali interne, i seguaci di Al Qaeda compiono un'operazione mediatica innovativa, lanciando in rete AL KHANSA, un mensile destinato all'addestramento ideologico e militare delle "mujahidat" (le combattenti), che ricalca analoghe recenti pubblicazioni jihadiste tradizionalmente "al maschile". Si tratta di una svolta nelle progettualità della rete terroristica internazionale sinora limitata all'esclusivo impiego di uomini nelle "operazioni" militari, a differenza dell'intifada palestinese o dell'estremismo nazionalista ceceno. In questo articolo, ci si chiede quali siano i fattori strategici, mediatici, sociali in gioco e se la chiamata delle donne ad un ruolo attivo nella guerra santa, in caso di necessità, possa essere effettivamente considerata un segnale di emancipazione femminile o piuttosto uno stratagemma tattico per coinvolgere tutte le componenti della Umma nel jihad globale contro gli "invasori" ed i miscredenti.  (tratto da Gnosis, rivista on line)

ANCORA DOMANDE
"Perchè se si è uccisi in un incidente da fuoco amico si è eroi e se uccisi dai terroristi si è mercenari?"
Massimo, dai Comments

ALTRE DOMANDE
<<Non c´è dubbio che sia stato il "fuoco amico" a uccidere Nicola Calipari, ma egli è finito davanti a quel mitra in una vettura presa a nolo sospinto dalla tartuferia nazionale che impone di pagare il riscatto negli inferi di Bagdad come se fossero i boschi della Sila o le rocce del Supramonte. Perché non si deve dire, non si deve sapere e nemmeno si deve discutere di riscatto, della sua convenienza strategica. Forse, nel giorno in cui il Paese rende l´omaggio dovuto a un generoso funzionario dello Stato, è giusto anche per noi tutti sentire la responsabilità di questa collettiva ipocrisia.>> dall'articolo di Giuseppe D'Avanzo per La Repubblica. Clicca qui per il testo completo.

Sgrena/Calipari: tre domande al Governo e alla Sinistra
1. Perché l’ostaggio appena liberato non è stato messo subito in sicurezza? Perché la macchina dei liberatori non si è immediatamente rifugiata dove era più naturale andare, cioè all’ambasciata italiana, che è per altro anche l’unico ufficiale centro di collegamento con gli americani? Che scelta è quella di portare di corsa all’aeroporto, al buio, una donna esausta, per altro in macchine civili, con a bordo gente in abiti civili, cioè senza nessuna indicazione di ufficialità? L’Iraq pullula di strutture italiane, molte delle quali - come i carabinieri - sono addette a tempo pieno al trasporto di italiani (inclusi i giornalisti) all’aeroporto. Un viaggio di mattina non sarebbe stata la scelta più logica? Qual è la ragione di tanta fretta? Perché la Sgrena doveva tornare la notte stessa? Non certo per i familiari, a cui la notizia della sua liberazione, e una sua telefonata, sarebbero ben bastati. Devo dire che non c’è nessuna ragione nemmeno per sospettare il governo: in questo caso l’elemento «protagonismo mediatico» non c’era, visto che la Sgrena sarebbe arrivata in piena notte. Allora perché fare questo azzardo? Chi lo ha scelto e chi lo ha approvato?
2. E’ stato pagato un riscatto? E’ ora di avere una risposta ufficiale. Basta con la politica dello struzzo. A questo punto infatti la continuità dei nostri rapimenti hanno trasformato quella che era una scelta eccezionale e di emergenza in una vera e propria politica. Con due conseguenze: quella di avere oggi una posizione diversa da tutti gli altri Paesi presenti in Iraq, e quella di costituire un vero e proprio finanziamento per la guerriglia. Secondo un calcolo a spanne fatto privatamente da fonti governative, l’Italia ha dato alla guerriglia sunnita circa 15 milioni di dollari, dalla liberazione dei primi quattro, passando per le Simone, fino alla Sgrena: quante armi e quante operazioni può fare con tanti soldi quella guerriglia sunnita che, ricordiamo, non solo resiste agli americani, ma ha rapito la Sgrena, ha ucciso ostaggi, uccide gli sciiti, e i nostri soldati a Nassirya? Tutto questo in un Paese dove lo Stato ha fatto di tutto nel suo passato per non trattare con i terroristi: senza citare Moro, ci basti pensare a tutte le famiglie di sequestrati che non hanno visto mai più i loro cari in nome della fermezza. Se questa è la situazione, non solo non possiamo lamentarci dell’irritazione degli americani, ma dobbiamo assumere di questa politica tutte le conseguenze: o ci si ritira davvero, o si annuncia che si è pagato e non lo si farà più. Succeda quel che succeda ai giornalisti o ai soldati in futuro.
3. Infine, una domanda a Pier Scolari che con chiarezza accusa gli americani (e una parte della sinistra sembra esserne convinta con lui) di aver progettato l’assassinio della giornalista: che informazioni ha che noi non abbiamo? Scolari è un uomo che in queste settimane ha meritato l’amore di tutta Italia per la dolcezza, persino la leggera ironia, con cui ha portato la sua pena. E ha orientato così l’opinione pubblica. Oggi dunque ha un ruolo pubblico e non può nascondersi che questa sua accusa cade come un cerino nella polveriera di emozioni italiane; soprattutto a fronte del fatto che, invece, i rapitori della Sgrena non sono stati accusati di identiche intenzioni. Ha il dovere dunque di chiarire: ci dica tutto. Perché sui sospetti non si fa politica nazionale, tantomeno internazionale.
Lucia Annunziata, La Stampa del 07/03/2005

LA RESA AI DITTATORI CHIAMATA "PACE"
di Marco Pannella  Corriere della Sera 7 marzo 2005, pag. 10
Nicola Calipari è caduto, è morto perché ha fatto parte, fa parte, dell’Italia-che-resta, dell’Italia-che-va, non di quella che chiama “pace” il “non-andare” nella Cambogia di Pol Pot e perfino il “venir-via”, ora, dall’Irak che ci chiede di restare; invece, questa Italia “de sinistra” va, ma solo in pellegrinaggio, ovunque, da sempre, che fosse nell’impero comunista sovietico o nella Cina che stermina con altre popolazioni intere ancora oggi i propri contadini, come altrove fu con le popolazioni del Volga-Don. Una “Italia” -questa- antropologicamente, ormai o ancora, antiamericana e antiliberale, e che non declina mai, né come soggetto né come oggetto, né a Venezia né altrove, la parola “libertà”.
    Nicola Calipari fa parte ideale e tragica dei novecentomila irakeni assassinati da Saddam, lasciato in pace, assoluta, ad assolvere le funzioni di macellaio del suo popolo e dell’umanità; lasciato in pace perché dittatore, antidemocratico, antiliberale, come spesso accade dove la società è retta in tal modo, mentre ci si scatena, a lungo, ferocemente, contro i “crimini” del Messico o della Turchia, e ovunque, se vi sia in atto un processo democratico, e “occidentale”.
    Nicola Calipari è caduto, è morto, come soldato (e non come assoldato) della pace e della libertà; in obbedienza ai deliberati e agli appelli dell’ONU e dell’Irak, degli irakeni, e innanzitutto della sua coscienza di cittadino e di “servitore” dello Stato italiano. Onora noi tutti, tranne coloro che continuano a considerare l’assassinio e il terrorismo contro le donne e gli uomini d’Irak un’arma doverosa e esclusiva, ideologica e quotidiana; e che considerano costoro come “resistenti”, come “patrioti”, come “vittime” degli “americani” e degli “italiani”, dei “britannici”, con sciagurata fedeltà ideologica ad una storia per tanti versi infame che si dichiara -nel contesto- superata, ma non certo ripudiata.
    Nicola Calipari, ha lui dato corpo e anima alla nonviolenza; non altri che la “scoprono” ora, e che insultano la verità storica, continuando nel miserrimo gioco di distinguere (e contrapporre) il “popolo” americano da colui che quel popolo ha eletto a governarlo e rappresentarlo, o di cui approva, con una amplissima maggioranza democratica, l’operato. Costoro rispettano i “silenzi” “cambogiani”, “irakeni”, e disprezzano le voci “americane”, “democratiche”, italiane; e comunque ignorando le loro ragioni, per meglio colpirli per i loro errori o torti, veri o presunti che siano.
    Infine, se non fosse stato tacitato per sempre, dubito che Nicola Calipari avrebbe mai ringraziato i suoi potenziali e poi veri assassini per averlo “solamente” ferito, fisicamente o moralmente, e magari -poi- curato gentilmente.
    Quando, come radicali, abbiamo tentato di contrapporre alla “necessità” di una fase bellica, la scelta di liberare l’Irak (“Irak libero!”), di por fine allo sterminio delle popolazioni irakene con la sola arma della democrazia e della diplomazia, della scelta di un’immediata attivazione di un progetto -garantito dall’ONU- di transizione verso la democrazia in Irak, assicurando a Saddam la convenienza della scelta dell’esilio (progetto fatto proprio dalla maggioranza assoluta dei parlamentari italiani, di centro-destra e di centro-sinistra), costoro nemmeno mostrarono di accorgersene. Lottavano solo contro Bush; quel “resto” dava solo fastidio.
Così, Governo, Opposizione, “masse” e “girotondini”, “pacifisti” e “rivoluzionari”, mobilitatisi in tutto il mondo, indussero Saddam a restare a Baghdad, facendolo ritenere vittorioso -non solo moralmente- agli occhi del mondo, e suoi propri.
    Il Governo e l’Opposizione facciano pur commentare ora, come sempre, dalla Terza Camera presieduta da Bruno Vespa, o dalla Commissione Bipolare di Giovanni Floris, a Fausto Bertinotti, Clemente Mastella, Prodi e Berlusconi (se accettano), o ad altri loro habitués, la vita e la tragica morte di Nicola Calipari, il liberatore di Stato, cui la vittima del sequestro deve principalmente la libertà e la vita. Silenziati e non silenziosi; vietati e non vieti, impediti a concorrere legalmente al loro gioco democratico, siamo e vogliamo essere “irakeni”, vogliamo condividerne le sorti nella prospettiva della “comunità delle democrazie” che stiamo contribuendo a costruire.
Ammettiamo pure che questo sia il grido che emettiamo dalla nostra  Resistenza antiregime, antipartitocratica, antibipolare, antifondamentalista, anticlerico-autoritaria, anticlerico-fascista, anticlerico-comunista. Mi emoziona e mi consola di pensarlo, come una eco di un articolo che il comunista “Paese sera” mi pubblicò nel 1959 come editoriale, in cui già allora proponevo (come vorrei poter fare ancor oggi, con la durezza di questo intervento) alla sinistra democratica e liberale da una parte, e dall’altra, a quella comunista e di sinistra socialista, quanto -con un ritardo di mezzo secolo- sembra costituire l’essenziale di gran parte della classe dirigente dei DS e della Sinistra e Centro-sinistra europei. E che rischia di essere travolto, in queste settimane, sia che si tratti di politica internazionale o di difesa referendaria dei diritti umani in Italia, anche da “alte” parti dell’Unione di centro-sinistra.
    So che quanto ho scritto, che è sicuramente anche un grido, farà a loro volta gridare, di sdegno e di furia eliminatoria, molti. Ma proprio questo, credo, sia  il miglior modo di onorare la vita e la morte del poliziotto italiano (figlio di quelli intravisti e celebrati a Valle Giulia da Pier Paolo Pasolini), di Nicola Calipari, con il suo quanto eloquente, gridato nei fatti, itinerario Reggio Calabria, Genova, Roma, Baghdad.
    Non andrò stamani, a salutare, con “tutti”, Nicola Calipari. Non solo perché aborro queste celebrazioni ufficiali dove pullulano “autorità” che non di rado considero come usuali celebranti, se non autori, delle sciagure nazionali, sulle quali poi e solennemente piangono.
L’ultima volta che vi partecipai fu nel 1979 (proprio a Santa Maria degli Angeli), ai funerali del Comandante Generale dei Carabinieri Mino, assassinato dal para-Stato, da assassini ancor oggi protetti dallo Stato, per tentare anche in quel modo di lottare da radicale per un po’ di verità, in un regime fatto di morte della legalità e di assassini della Giustizia e della vita civile.
    Ma questa volta non tornerò alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, come pur feci per la celebrazione in onore del generale Mino. Quel giorno, nella folla, mi scorse un altro amico, il Colonnello dell’Arma Antonio Varisco, che accorse indicandomi perché la gente, vicina e stupita, lo udisse: “Lui gli voleva davvero bene, e Mino gliene voleva ancora di più, forse. Grazie, Marco!”. Poco dopo, Antonio Varisco fu assassinato anche lui, ma da terroristi o assassini o “resistenti” italiani, per conto delle “Brigate Rosse”. Non andrò, anche se questa volta “lo Stato” non è complice ma difensore del “suo” Nicola Calipari.
    Noi lo saluteremo e onoreremo, martedì a Strasburgo, nella sessione plenaria del Parlamento Europeo, quale testimone di un’altra Europa e un’altra Italia da quelle che chiedono di ritirarci oggi dall’Irak, come ieri di non andarci, per lasciarlo ai Saddam ed ai loro eredi.

NON SI RINGRAZIANO I TERRORISTI
La liberazione di Giuliana Sgrena  fa discutere tutta l'Italia perche' portarla via dall'Iraq e' costato una vita . La vita di Nicola Calipari, agente del SISMI, che sicuramente aveva ancora voglia di vivere.
Devo ammettere che  mi da molto fastidio sentir parlare della Sgrena, ormai non esiste programma TV che non faccia collegamenti col Celio o col   Manifesto, e via col polpettone e con frasi stomachevoli del tipo 'ti vogliamo bene Giuliana".
Ti vogliamo bene? Era la' per sua scelta, nessuno l'aveva obbligata, quindi doveva subire con dignita' le conseguenze di questa decisione  invece di  piagnucolare di salvarla e di farci assistere a dichiarazioni  fumettistiche del suo compagno " Io ti salvero', Giuliana". Primo piano degli occhi  cerulei di Pier che, una volta salvata ma non certo da lui, non gli par vero di poter sparare a zero contro l'America naturalmente senza sapere, lui da  Roma, come sono andate le cose.
Non si sarebbero mai aspettati, I compagni del Manifesto,   una simile opportunita' di sputtanamento dell'odiato  cow boy e quello che e' purtroppo  successo all'aeroporto di Bagdad ha scatenato tutta la dialettica comunista contro l'America.
Ho sentito e letto le cose piu' becere , ho visto segretari di partito urlare colla bava alla bocca sputacchiando tutto intorno stile Arafat, ho  visto I soliti e noiosi  buonisti piagnucolare e pronunciare frasi banali e stupide sulla morte del povero Calipari.
Ma tutto questo mi interessa relativamente, e' il loro odio di sempre.
La cosa che piu' mi ha disgustata e' stata l'immagine della Sgrena , vestita di nero e seduta davanti a un bel cesto di frutta che esprimeva gratitudine  ai suoi rapitori.
"Ringrazio I miei rapitori perche' sono stata trattata bene".
Eh no, Giuliana Sgrena, questa frase se la poteva risparmiare primo perche' l'avevano gia' detta le due Simone provocando a molti conati di disgusto  e  soprattutto perche' siamo al limite della decenza, anzi l'abbiamo gia' superata e di tanto, siamo gia' entrati nell'indecenza!
Non si ringraziano dei terroristi, Giuliana Sgrena.
Non si ringraziano delle belve, non si deve e non si puo'. E' vietato!
Capito?
Pare che ormai qui tutti abbiamo perso la bussola, non abbiamo piu' limiti, non sappiamo piu' quale e' la differenza tra il bene e il male. A forza di  vedere teste mozzate, gole tagliate, persone chiuse in gabbie per cani e poi rantolanti nel proprio sangue non riusciamo piu' a capire che stiamo vivendo  l'inferno , che quella gentaglia che sgozza e decapita  ci ha portati fuori dalla realta' per farci precipitare nel loro mondo demoniaco , schifoso, sporco di odio e di sangue.
Ci siamo tanto abituati a questo maledetto inferno che degli incoscienti arrivano a ringraziare  I propri rapitori per non essere stati sgozzati e non aver subito violenza. Si rende conto del pessimo gusto e della crudelta' di quella frase, signora Sgrena? E' stato come sputare sulle vittime, quelle vere, quelle ammazzate  dalle stesse persone tanto gentili con lei? "Sono stata trattata bene".
Vergogna!
Un rapimento non e' violenza? Tenere una persona prigioniera non e' toglierle la dignita' di essere umano e la liberta' di parlare e di farsi  sentire? Rapire non e' violare il diritto di ogni persona di vivere?
Secondo lei , Sgrena, un rapimento significa trattar bene? E allora perche' piangeva colle mani giunte invocando di salvarla? Se piangeva vuol dire  che aveva paura  e spaventare a morte una persona  significa trattar bene? Rapitore , non mi hai sgozzata, non mi hai stuprata, non mi hai decapitata e allora io ti dico "Grazie".
Questa e' follia , pura follia, e' aver perso ogni rapporto col pudore e con la realta' della vita che non e' terrorismo, che deve combattere il  terrorismo, che non deve e non puo'dare a quelle belve l'opportunita' di trattare per vite innocenti. Con I terroristi non si tratta e soprattutto non li si ringrazia se si resta vivi grazie a un governo che paga, non si  deve farlo  per una sorta di delicatezza verso le persone meno fortunate che adesso sono sotto un metro di terra.
Signora Sgrena, sono contenta che ne sia uscita viva ma sono indignata, scandalizzata e sconvolta per come ne e' uscita.
Non certo con onore.
Deborah Fait - informazionecorretta

SGRENA: QUANDO SAPREMO LA VERITÀ?
Sulla "Stampa" Claudio Magris, a proposito della liberazione di Giuliana Sgrena, ripete più volte che "la verità si conosce quando non interessa più a nessuno". Cioè quando non può avere influenza sul presente. Teoria brillante ma eccessiva.
Si prenda l'esempio delle fosse di Katyn. Già durante la guerra i nazisti protestarono che quell'eccidio non era colpa loro. Chiamarono anzi degli esperti (svedesi?) per constare l'avanzato stato di decadimento dei corpi, proprio per avere una futura testimonianza neutrale. I fatti essendo comprovati, tutti coloro che non erano accecati dal comunismo seppero che del massacro di quegli ufficiali polacchi erano colpevoli i sovietici. Ovviamente questo non conveniva all'Urss la quale, contro ogni evidenza, negò sempre la cosa: ma il fatto rimaneva pacifico. Tanto che quando infine la circostanza è stata riconosciuta anche dalla nuova Russia, non ha fatto notizia.
Nello stesso modo, solo dei ferventi dell'ideologia potevano prendere sul serio le leggende sul paradiso sovietico. Alle persone di buon senso bastava che fosse vietata la libera stampa e la libera circolazione per capire che quel regime aveva molto, molto da nascondere. Ed era tutt'altro che un paradiso.
Ecco perché Magris esagera. Non è che la verità non sia mai chiara, sul momento: è che a volte chi non vuol vederla chiude gli occhi. Si pensi anche all‚assassinio di Kennedy. Sin dal primo momento si seppe che a sparare era stato Lee Oswald ma i dietrologi di tutto il mondo, e non ultimi milioni d'americani, trovarono questa verità troppo semplice e non abbastanza saporita. Per questo cominciarono ad almanaccare per settimane, per mesi, per anni, finché si decise l'istituzione d'una solenne "Commissione Warren", dal nome del giudice che la presiedeva, ed essa, dopo accurate indagini, arrivò alla conclusione che Kennedy era stato ucciso da Lee Oswald. Ciò malgrado, ancora oggi, a decenni e decenni di distanza, c'è chi ama credere che sia andata diversamente. C'è perfino chi, come Oliver Stone, fa un film di pura fantasia (JFK) che vorrebbe vendere come coraggiosa e anticonformista documentazione storica.
Che cosa si può fare, contro questa tendenza? Nulla. A chi crede che Elvis Presley sia ancora vivo si può solo augurare d'incontrarlo da qualche parte. Purché si cambi argomento.
Il caso della Sgrena, con buona pace di Magris, è molto semplice. Sicuramente qualche militare americano ha sbagliato. Sicuramente, a sua parziale giustificazione, ha la realtà d'un paese in cui le automobili sono non infrequentemente esplosive. Sicuramente ha sbagliato e la cosa è molto spiacevole ma oltre questo non si va. In guerra, le vittime del "fuoco amico" sono inevitabili. Anche in Iraq non sono pochi gli americani uccisi per errore dai commilitoni. Che altro c'è, da dire? Niente. È andata così. Se ci sono responsabilità vanno perseguite ma non si può dimenticare che l'omicidio colposo (tipo incidente stradale) è un fatto doloroso ma penalmente non gravissimo. Che altre verità va cercando, Magris? Che altre verità vanno cercando i giornali che ci inondano di parole inutili?
E tuttavia tanto vale rassegnarsi. I giornali e la televisione ci metteranno del tempo non a conoscere ma ad ammettere la verità. Solo perché, fino ad allora, avranno strizzato gli occhi. Chi non è accecato dalle emozioni riduce invece la cosa ai suoi reali limiti. Lo stesso giorno in cui è morto quel notevole agente segreto altra gente è morta in incidenti stradali, in Italia e altrove. Si può essere dolenti per tutti loro, ma non c'è molto da dire.
Gianni Pardo, 6 marzo 2005

Iraq: Usa hanno preso Zarqawi?
(ANSA) - IL CAIRO, 6 MAR - Le forze americane avrebbero arrestato il leader del gruppo di Al Qaida negli stati di Rafidain, il giordano Abu Musab al Zarqawi.A sostenerlo e' il quotidiano saudita Al Watan che cita fonti irachene informate. Ma mancano conferme. Insieme con Zarqawi, scrive 'Al Watan', sono stati arrestati 'tre suoi assistenti, vicino ai confini con la Siria, mentre tentavano di lasciare l' Iraq'. Il suo arresto verrebbe annunciato dagli Usa dopo la formazione del nuovo governo transitorio iracheno.
© Copyright ANSA Tutti i diritti riservati 2005-03-06 14:34

E perché?
E perché dovrei sprecare tempo a commentare l'ennesimo e disgustoso passo verso la nullità compiuto da una sinistra (e da un Calderoli) che crede che gli americani volessero ammazzare l'inviata del giornale comunista, salvo poi portarla all'ospedale e operarla alla clavicola? Viviamo in un posto dove un tizio del calibro di Pier Scolari detta la linea a Pier Fassino. Che pena. Ma, per fortuna, anche dove c'è gente come Nicola Calipari.
Christian Rocca  6 marzo

DALLA TRAGEDIA ALLA FARSA
Come da copione piove la solita merda. Non solo si ringraziano i tagliagola...  ma "I militari Usa hanno impedito i soccorsi per alcuni minuti e hanno impedito che chiunque si avvicinasse all'auto" dichiara alla stampa Pier Scolari,  marito della Sgrena,  al quale nemmeno passa per la testa che a Bagdad, in tempo di auto-bombe,  prima di avvicinarsi ad un auto che non si è fermata ad un posto di blocco si attende il tempo necessario per rendere sicuro l'avvicinamento... ma mica è finita qui, il Pier Scolari,   in un delirio di puro marketing antiamericano,  afferma: "Giuliana aveva avuto delle informazioni secondo le quali gli Usa non l'avrebbero lasciata tornare viva a casa." Peccato che la sua trepidante  mogliettina sia viva e un funzionario del Sismi sia, al contrario, morto... Neanche la mira buona,  questi americanacci! Nella foto a fianco - foto chissamai perché non pubblicata dalla quasi totalità dei media - un fotogramma dell'ultimo video della Sgrena in compania dei suoi amici.
(cp, 05-03-2005)

Colpa degli americani ?
La morte di Nicola Calipari non è l'unico punto nero nella liberazione di Giuliana Sgrena. Ci chiediamo come ci si possa stupire di fronte ad un fatto che sarebbe potuto succedere in qualunque nostra città. Una macchina che procede a forte velocità e che non si ferma di fronte all'Alt di una pattuglia di carabinieri avrebbe ricevuto lo stesso trattamento. Figuriamoci un'auto diretta verso l'aeroporto di Baghdad che non si ferma al check point di controllo. In un clima denso di attentati, cosa potevano pensare i responsabili della sicurezza americani ? L'auto poteva essere quella di un kamikaze, piena di tritolo, pronta per fa esplodere l'ennesima strage.
L'inchiesta subito voluta da Bush rivelerà la dinamica dell'accaduto. Per oggi accontentiamoci delle previste dichiarazioni della Sgrena, di come è stata trattata bene dai rapitori, che brave persone sono state, quanto cattivi siano gli americani e le altre forze di liberazione dell'Iraq. La causa di tuti mali sono loro, non gli assassini che ogni giorno sgozzano e uccidono senza distinzione di appartenenza. Quelli sono innocenti, sono i "resistenti" per i quali faceva il tifo la Sgrena ed il giornale sul quale scrive, il Manifesto. Un brutto film già visto identico nel caso delle due Simone. L'unica differenza, forse, l'entità del riscatto pagato. Qualcuno si era chiesto nei giorni scorso come mai ad essere rapiti sono quasi sempre giornalisti che scrivono su giornali di sinistra, lasciando capire che dietro a molti rapimenti poteva esserci la mano brutale e interessata dell'America. Anche questo un film già visto, come quello, che ha goduto di largo credito, che dietro all'11 settembre ci fossero America e Israele. La verità e invece molto più semplice. Se ad essere rapito è qualcuno di sinistra, possibilmente italiano, si può star certi che la mobilitazione funziona, con adesioni da tutte le provenienze. E che il governo, per apparire imparziale, è pronto a far fronte a qualunque richiesta di denaro.
Che è poi quello cui mirano i "resistenti" rapitori. Grana, molta grana, per acquistare armi con le quali uccidere poi innocenti, americani, italiani, iracheni non fa differenza.
La trama è sempre la stessa ed il film può essere replicato in qualsiasi momento. Dalla Redazione di  Informazionecorretta

SGRENA LIBERA, 007 UCCISO
Su cosa sia effettivamente successo a quel checkpoint le spiegazioni arriveranno...  speriamo non da quelli che ringraziano i rapitori o dai soliti antiamericani... comunque niente feste, oggi è anche un giorno di lutto.
Leggi  qui  il commento di Sergio Romano.
Secondo quanto scrive il WASHINGTON POST (clicca  qui  per il testo completo dell'articolo)  un funzionario del  dipartimento di Stato  a Washington ha dichiarato che gli italiani non hanno avvertito né l'ambasciata degli Stati Uniti né comandanti militari americani  di Bagdad circa il rilascio dello Sgrena, anche se sul caso del rapimento della giornalista del Manifesto  un coordinatore americano stava lavorando a contatto con le autorità italiane. L’incidente  è avvenuto al punto di controllo 504-Camp, vicino all'aeroporto de Bagdad.  Il funzionario americano  ha sottolineato che  nel passato i  checkpoint sulla strada per l’aereoporto erano  stati presi di mira da numerose  auto-bomba.
Il portavoce militare  della terza divisione di fanteria dell’esercito USA a Bagdad,  ha dichiarato che soldati americani che presidiavano un checkpoint nei pressi dell'aereoporto  "hanno ucciso un civile e ferito  altre due persione. Tutto è successo quando il loro veicolo, che viaggiava  ad alta velocità,  ha rifiutato di arrestarsi al  punto di controllo. Erano circa le 9:00 pm, una pattuglia a Bagdad occidentale ha visto il veicolo accelerare verso il loro punto di controllo ed ha tentato di avvertire il driver d'arrestarsi facendo segnali con le mani,  azionando le luci bianche dei segnali e sparando colpi d'avvertimento  davanti l'automobile. Quando il driver non si è arrestato, i soldati hanno sparato nel blocco motore,   il veicolo si è fermato ma è  rimasto ucciso  un passeggero  e feriti altri due". (Nella foto Nicola Calipari, il funzionario del Sismi rimasto ucciso nella sparatoria)

Le toghe e le casacche della politica
Ed ecco servito anche il «caso Casson». Ovvero, la nuova querelle che divide L’Unione, e al suo interno la Fed, perchè il contrasto è tra Ds e Dl (e scusateci questo labirinto di sigle), stavolta per la candidatura del magistrato Felice Casson a sindaco di Venezia. Una candidatura nata tra Ds, Rifondazione e Verdi, benedetta da Romano Prodi (stando almeno ai racconti del candidato) e decisa senza il consenso della Margherita. Rutelli, e soprattutto il leader veneziano Cacciari, volevano mettere sul tavolo un altro nome e andare alle primarie, come in Puglia, in caso di disaccordo. Niente da fare. Ed ecco che ora Venezia ha due candidati: Casson e Cacciari, che s’è buttato nella mischia «per necessità», con una candidatura «di ripiego». I prossimi giorni ci diranno se la frattura sarà ricomposta. Massimo D’Alema ne è certo. Anche se, lo confessiamo, sarebbe davvero divertente vedere chi sceglierebbero i veneziani tra l’ex pm e l’ex sindaco. Altro che primarie... Al di là dei rapporti tra forze politiche del centrosinistra e dei contrasti che ne nascono specie quando si tratta di conquistare candidature e quindi poltrone, il «caso Casson» sta facendo finire in secondo piano un problema che a noi pare anche più grave: il rapporto tra i magistrati e la politica. Se un giudice diventa «di parte» con l’adesione a un fronte politico, come può avere esercitato con indipendenza il suo ruolo terzo? E come potrà, dopo l’esperienza politica, tornare a vestire, con terzietà, la toga? Il magistrato è un cittadino che gode di tutti i diritti, compreso l’elettorato passivo. E su questo non ci piove. Ma almeno si dovrà trovare qualche sistema per garantire i cittadini sottoposti alla giurisdizione. Almeno l’obbligo a candidarsi in località diverse da quelle in cui si è esercitato il mandato giudiziario. E comunque con un certo tempo tra la cessazione del ruolo di giudice e quello in cui si avvia la campagna elettorale. Abbiamo avuto casi di procuratori della Repubblica candidati nella stessa provincia in cui esercitavano la funzione e nella quale sono tornati subito dopo il voto, sconfitti. E’ singolare per elezioni parlamentari. E’ ancor più singolare per voti amministrativi. Il procuratore Emiliano è sindaco di Bari. Il giudice Scaramuzzino (senza passare per le elezioni) è vicesindaco di Cofferati a Bologna. Ora il caso di Felice Casson. Ha ragione Cacciari: non si può passare da un giorno all’altro da Palazzo di Giustizia a Palazzo di Città. Ha ragione il presidente dell’Anm, Fulci: qui ci vogliono regole. Che non sono un attentato alla libertà, ma solo un tentativo, non solo formale, di rendere la giustizia più credibile. Di non scandalizzare i cittadini di fronte a certe sentenze. Proviamoci almeno. (P. Visci, Il Giorno)

MANIFESTO DEI BLOGGER LIBERALI (con preghiera di tam tam)
"Nel tessuto sociale e culturale italiano si è formato un movimento composto da credenti, laici liberali e liberal-socialisti. Questo movimento non si muove in base a schemi di partito ed è per forza di cose fluido, mobile, più innovativo dei suoi quadri di rappresentanza. Potremmo definire questo movimento come “neocon”, anche se –per dire la verità- esso è la vera forza progressista del paese, mentre quello parallelo di sinistra –l’unico motore che tiene in vita il delirio bertinottiano- è conservatore, illiberale, antimodernista. Chiamiamolo allora “neolib”.
E’ il momento di dare voce all’intelligenza e forma alle idee..."
Clicca qui per il testo completo del "Manifesto dei blogger liberali"  a cura di Paolo della Sala

BERTINOTTI DEMOCRISTIANO
Il lettore di giornali, pur essendo più informato della media, non può studiare gli avvenimenti quotidiani con la cura della specialista. Per questo, chi vuole inviare un messaggio, soprattutto se politico, lo deve rendere semplice, chiaro, sintetico. Se possibile riassunto in una frase. Ora invece è cominciato il Congresso di Rifondazione Comunista, s'è già avuta la sterminata relazione introduttiva di Bertinotti e molti lettori di giornali non ne abbiamo capito niente. La cosa è priva d'importanza, ovviamente. Chi legge potrebbe anche essere particolarmente poco dotato. Ma se  si immagina che lo stesso fenomeno si sia avuto su larga scala c'è una notizia da dare: non c'è stata la notizia.
La notizia è l'annuncio d'un accadimento. Ma può anche essere l'annuncio che l'accadimento atteso non s'è avuto. Se il concistoro non elegge il papa è notizia eccome. Sapendo che Rifondazione ha l'intenzione d'entrare nel governo tutti si chiedevano: Bertinotti, un comunista che per continuare a proclamarsi tale è uscito dal Pds, porta il comunismo al governo? Il suo comunismo è quello che abbiamo sempre conosciuto o è divenuto qualcosa di diverso? E lo potremmo chiamare comunismo, in questo caso? Infine, se il comunismo è l'ideologia che vuole il riscatto degli umili, come va che gli umili non hanno capito la sua relazione?
Forse il "Corriere della Sera" può aiutare a capirne di più. Ecco che cosa si legge, come citazioni della relazione: <«Per noi il governo è un passaggio non uno sbocco politico». E poi l'annuncio: «Una nuova stagione di riforme politiche, democratiche e sociali». E poi ancora l'impegno: «Lavoreremo con i riformisti». Frasi simbolo del congresso del Prc.> Alzi la mano chi sa che cosa significhi in concreto la parola riforme, per Bertinotti. Chi sappia veramente spiegare la differenza fra passaggio e sbocco in politica. Per non parlare dell'abusata immagine della nuova stagione, che trasforma la politica in moda primavera-estate.
Bertinotti è solo diventato un maestro nel battezzare con nomi nuovi il capitalismo, la politica di sinistra, il modello di produzione e il resto. Parlando delle proprie intenzioni solleva un tale polverone da oscurare il sole, ma l'uomo della strada gli chiede: siete ancora comunisti o no? Volete imporre al Paese la "patrimoniale" o no? E per quale importo? Che diamine significa che l' "abolizione della proprietà privata è un orizzonte cui tendere e non un programma immediato"? Se è un errore, è bene che non si faccia un passo, in quella direzione. E se non lo è, perché rinviarla alle calende greche? O è che Bertinotti vuol vincere sul pari e sul dispari, sul rosso e sul nero contemporaneamente? Fare contenti gli estremisti del suo partito e tranquillizzare chi, con mille sacrifici, abita finalmente in una casa di sua proprietà?
Un po' ridendo, qualche decennio fa chi era scontento diceva: "Aridatece er Puzzone", "Rivogliamo Mussolini". Oggi forse qualcuno vorrebbe che gli fosse "aridato" il Bertinotti che conosceva, un vero comunista. Oppure vorrebbe che il nuovo Bertinotti dicesse che è divenuto socialdemocratico e che presto toglierà la falce e il martello dal suo simbolo. D'un Bertinotti ambiguo e democristiano chi ha mai bisogno?
Gianni Pardo, 4 marzo 2005

Massima del giorno
L'uomo è una scimmia che, avendo una testa migliore, ha anche concepito sciocchezze inimmaginabili per gli altri primati.
G.P.

MOLLICHINE
Romano Prodi: "Batteremo Berlusconi come Davide con Golia". O lui è un nano o Berlusconi è un gigante.

Il debito pubblico nel 2004 (ed è un successo!) "si riduce dal 106,3 al 105,8% del pil". Di questo passo,  in appena 211 anni ce ne libereremo del tutto.

Rognoni a Castelli: "Non taceremo sugli effetti e le ricadute di certe leggi". Cioè: Non solo la facciamo fuori dall'orinale, ma è un nostro diritto.

Continua il blocco della Salerno-Reggio Calabria contro la realizzazione di una discarica. I calabresi hanno ragione. I rifiuti vanno conservati in un museo.

Congo. Otto caschi blu uccisi. Kofi Annan: "la strage non fermerà la missione delle Nazioni Unite". Perché il Congo non è in Iraq.

Ciampi: perché l'Italia si riprenda è necessario "fare sistema" e "puntare sui nuovi mercati‰" E anche ripetere abracadabra,  abracadabra,  abracadabra...

E‚ iniziata l'inchiesta Onu sull'uccisione dell'ex premier libanese Rafiq Hariri. Ma è stato detto chiaramente,  alla Commissione,  come deve concludere?

Ciampi: "Sarò sempre il garante dell'indipendenza dei giudici". Qualcuno però pensa che bisognerebbe garantire l'indipendenza del Parlamento.

L'economia americana è cresciuta del 3,8 % nel quarto trimestre 2004. Il solito commento: l'ultimo sussulto del capitalismo.

Gianni Pardo


Il vento di democrazia che soffia in Medio Oriente
Quando, negli anni Novanta del secolo scorso, gli analisti valutavano i progressi della democrazia nel mondo (oggi sono ormai in maggioranza gli Stati almeno formalmente democratici), erano sempre costretti a constatare l'esistenza di un «buco nero »: il mondo arabo-islamico, l'unico luogo della terra in cui nulla si muoveva, nulla sembrava destinato a cambiare. Il Medio Oriente era, come sempre, una palude stagnante, alla mercé di tirannie «laiche», monarchie corrotte, regimi clericali. La guerra in Iraq ha messo ora in moto potenti forze che scuotono l'area. Le prime elezioni libere in Iraq e in Palestina stanno scatenando un’onda democratica, un effetto di contagio, destinato a durare. La pacifica protesta di piazza che a Beirut ha fatto cadere il governo fantoccio dei siriani, è stata percepita, e così presentata a milioni di arabi dalle televisioni mediorientali, come un evento storico. La domanda di libertà e di democrazia si diffonde e il dittatore egiziano Mubarak, pressato dagli americani, è costretto ad accettare elezioni presidenziali con più candidati. Persino in Arabia Saudita la pressione per la democrazia si fa ogni giorno più forte. La strada della democratizzazione del Medio Oriente sarà certo lunghissima, costellata da chissà quante stragi e omicidi. Il clero iraniano e il terrorismo di Stato siriano, ad esempio, non molleranno facilmente la presa nei loro Paesi (né rinunceranno di buona grazia all'azione di destabilizzazione in Iraq o in Palestina). Però la falla si è aperta e chiuderla, per i tiranni mediorientali, non sarà facile. È difficile negare che dietro a tutto questo ci sia la concezione visionaria di chi, dopo l'11 settembre, ha pensato che solo spingendo il Medio Oriente verso la democrazia fosse possibile, in prospettiva, essiccare le fonti del terrorismo islamico. Può essere che tra dieci anni accada a George Bush ciò che è accaduto a Ronald Reagan, il vincitore della guerra fredda. All'inizio degli anni Ottanta, Reagan venne linciato in effigie sulle piazze europee, quando scelse di dispiegare gli euro-missili per bilanciare i missili sovietici. E da irresponsabile guerrafondaio venne dipinto quando lanciò il progetto di riarmo detto «guerre stellari». «Stupido cowboy», dicevano. Ma lo stupido cowboy, grazie al suo continuo gioco al rialzo, portò l'Unione Sovietica allo sfinimento e all'implosione. E nessuno oggi può più disconoscerne il valore. Magari fra dieci anni, chissà?, molti di coloro che hanno dato, ancora una volta, dello stupido cowboy a un presidente repubblicano, Bush, saranno costretti a ricredersi e ad ammettere che con la guerra in Iraq cominciò a cambiare il volto politico del Medio Oriente. La caduta dell'impero sovietico portò democrazia e libertà ma provocò anche lutti e guerre, dal Caucaso ai Balcani. Pochi però, nonostante quei lutti, si augurerebbero la rinascita dell’Urss. In Medio Oriente la partita della democratizzazione è solo all'inizio e nessuno pensa che là dove la tirannia è sempre stata di casa possano impiantarsi di colpo democrazie come qui in Occidente le intendiamo. Ma un processo di cambiamento politico è in atto e, quali che ne siano gli esiti a breve termine, ciò è sicuramente un bene. Non si chiede a quelli che hanno condannato la guerra in Iraq di andare a Canossa, essi hanno il diritto di continuare a pensare che quella guerra fosse sbagliata o immorale. Si chiede loro, però, di non chiudere gli occhi, di riconoscere che la «storia è di nuovo in cammino», e che compito di noi occidentali è fare il possibile per aiutare il mondo arabo a liberarsi delle sue catene.
Angelo Panebianco, Corriere della Sera

Da il Giulivo






















VIOLINI & VIOLINI
Ricordate la storia del  violinista della foto pubblicata qui di fianco?  Siamo nel novembre del 2004. Bene, questa è altra storia. E' storia di oggi, è la storia di Dimitri.
Dimitri Musafia è un pacifico americano che da decenni, a Cremona, si dedica ai violini di Stradivari. Il prossimo 28 di aprile si troverà però davanti a un giudice. L'accusa è quella di diffamazione a mezzo stampa per aver difeso il valore e il senso dell'Olocausto, bollando come " intollerante e razzista" un esponente locale dei Verdi del Sole che Ride per la Pace, Salvatore Zurpa, professore in un istituto superiore della città. . La vicenda comincia il 27 febbrario 2002. Zurpa scrive alcune lettere al quotidiano locale (La Provincia,). Cita testi chiaramente revisionisti sul tema della Shoah. In questi si parla di " Ebrei tra i soldati di Hitler che ora sparano ai palestinesi". Qualche giorno dopo, questa volta tutto di suo pugno, pubblica un'altra lettera. Il titolo è significatico: " Gli ebrei dovevano insediarsi altrove". A distanza di un mese il professore appunta ancora: "In Palestina le scorrerie degli sgherri Israeliani contro le città, persino contro i campi profughi dei palestinesi, sottoposti all'orrenda occupazione militare israeliana, una cronaca quotidiana" . Un paio di settimane più tardi, bacchettando Oriana Fallaci, annota come "... il continuo furto della terra per insediare i coloni ebrei sia il responsabile di quell'ondata di antisemitismo che potrebbe deprecabilmente, ma inesorabilmente, travolgere gli israeliani...". E' il 12 giugno quando Zurpa spedisce l'ennesima lettera al quotidinano locale. Il titolo è: "Dalla tragedia dell'Olocausto 'industria'  e 'speculazione' ". ... E' la goccia che fa traboccare il vaso. Il calmo liutaio Dimistri sbotta. Impugna la penna e scrive che, dopo tutte le lettere precedenti di sapore antiebraico,  quelle citazioni contro l'Olocausto erano veramente troppo e scrive che l'atteggiamento del professore Zurpa è da considerarsi "intollerante e razzista"... il professore Verde considerandosi  denigrato denuncia per diffamazione il liutaio americano che, il prossimo 28 aprile,   dovrà comparire davanti al magistrato. (Tratto liberamente da un articolo pubblicato oggi da Libero, articolo  non in rete).

TEATRINO
- Prodi: : «Con i Radicali  c'è stato un confronto su scala nazionale che ha posto di conseguenza problemi di ordine politico generale e che, come tutti sanno, non ha avuto esito positivo. Se il confronto si riproponesse ora in qualche regione la valutazione spetterà ai livelli regionali, sotto la guida dei nostri candidati presidenti». (Ansa) Le Regioni in cui l'Unione ha proposto l'accordo sono cinque, quelle dove la presenza dei Radicali a fianco del centrosinistra potrebbe rivelarsi decisiva: Piemonte, Lazio, Calabria, Puglia e Abruzzo.
- Castagnetti: «non mi risulta ...». (ADNKronos)
- Pannella : «Siamo giunti alla conclusione che il pur non disdicevole compromesso strappato dai Ds, voluto dai socialisti e da gran parte della base della Margherita, non può essere accettato dai Radicali». (Ansa)
- Franco Marini: «C'era la nostra disponibilità e quella dei Ds  ma Pannela vuole l'accordo in tutte le regioni».