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Massima del giorno
L'idealismo è un paio d'occhiali che non bisogna
mai inforcare, se si vuol vedere chiaro nella politica.
G.P.
MOLLICHINE
Igor Man, a proposito dei funerali di Calipari,
parla della "musica dell'incenso". In poesia si
chiama "sinestesia". Nel giornalismo presunzione.
Bertinotti: «La resistenza è
accettata in tutti i codici di guerra». Sarebbero
gradite le indicazioni bibliografiche.
Ciampi "ordinava" la liberazione della
Sgrena ma poteva appena "chiedere"; Bush "chiede"
alla Siria il ritiro completo dal Libano e il suo
"chiedere" sembra "ordinare".
Che motivo hanno gli arabi per essere
antisemiti, in particolare anti-ebrei? Il
fatto che sono semiti anche loro. Ma di minor successo.
Sgrena. Volete vedere che alla fine risulterà
che tutto sarà dipeso dal tipo d'inglese
che conoscono e parlano gli italiani?
Non si è riusciti a modificare
il patto di stabilità. Quando si dice la
stabilità.
L'opposizione ha apprezzato Berlusconi
per la vicenda Sgrena. Accidenti, dov'è
che ha sbagliato?
La Sgrena ha detto d'aver raccolto nell'auto
mucchi di pallottole. Qualcuno parlava di 400
colpi. Poi la Cia glieli ha rubati e ha tappato i
buchi.
Dichiarazione non vincolante dell'Onu
per proibire la ricerca sulle cellule staminali.
Per fortuna, l'Onu non ottiene nulla neppure
con le risoluzioni vincolanti.
Ciampi è andato - Ciampi ha visitato
- Dev'essere un posto molto noioso,
il Quirinale, se ogni occasione è buona per uscirne.
I patrioti italiani dicevano: "non vogliamo
che l'Austria diventi più buona, vogliamo
che se ne vada"; in Libano gli Hezbollah dicono:
"non vogliamo che la Siria diventi buona, vogliamo che
resti".
Gianni Pardo
FINALMENTE UN PO’ DI SANO GIORNALISMO
Camillo ha beccato questa deliziosa
chicca scritta da Harald
Doornbos, inviato di guerra olandese,
ex giornalista di un quotidiano comunista, che ha viaggiato
verso Baghdad con Giuliana Sgrena; e ne ha riportato
la traduzione dall'olandese all’inglese fatta da
un blogger.
Bravo, Camillo!
Per i pigri (o i poco anglofobi),
ci permettiamo di aggiungere una nostra sommaria
traduzione in italiano:
"’Sta attenta a non farti
rapire”, dissi alla giornalista italiana che
sedeva accanto a me sul piccolo aereo diretto a Baghdad.
“'Oh no”, disse. “Non succederà.
Noi stiamo dalla parte del popolo irakeno
oppresso. Nessun iracheno ci rapirebbe mai”.
Ora, capisco che non è molto
carino criticare una collega reporter. Ma l’atteggiamento
della Sgrena è una disgrazia per il giornalismo.
Non mi ha forse detto, durante il viaggio in aereo,
che “i giornalisti normali come te”' non sono di
aiuto al popolo irakeno? “Gli americani sono i peggiori
nemici dell’umanità”, mi avevano detto
le tre donne dietro di me, giacché la Sgrena si recava
in Iraq assieme a due colleghe italiane che animate da
altrettanto odio verso gli americani. (...) ”Tu non capisci
la situazione. Noi siamo anti-imperialisti, anti-capitalisti,
comunisti” dissero. Gli iracheni rapiscono solamente I
simpatizzanti deli americani: I nemici degli americani non
hanno nulla da temere”. [A questo punto Doornbos
gli dice che sono fuori di testa].
Quando arrivammo all’aereoporto
di Baghdad, mentre aspettavo una jeep dell’esercito
americano che venisse a prendermi, vidi una delle
donne italiane che si aggirava piangendo. Un irakeno
le aveva rubato il computer e l’attrezzatura per le videoriprese.
Se ne stavano fuori tutte tremanti, in attesa di un taxi che
le portasse a Baghdad.
A causa della sua faziosità,
la Sgrena non solo ha messo in pericolo se stessa,
ma, grazie al suo comportamento, un funzionario
dei servizi italiani è ora morto, e il governo
italiano (incluso il premier Berlusconi) ha dovuto
spendere milioni di euro per salvarle la vita. Non resta
che sperare che la Sgrena decida ora di dare una svolta
alla sua carriera: propagandista o forse addetta alle
pubbliche relazioni. Ma il giornalismo lo dovrebbe lasciar
perdere, subito." (ale tap. 10-03-2005)
AREMOTIS
Afghanistan 1980: non è vero che furono
gli USA, per sostenere la resistenza antisovietica,
ad allevare Osama bin Laden e Al Qa‘ida
Clicca qui per leggere l'articolo Massimo
Introvigne
IL VASO DI PANDORA
DEGLI HEZBOLLAH
Martedì, otto marzo, c'è stata
a Beirut una grande manifestazione pro-siriana
(e pro Assad) degli Hezbollah libanesi. Ovviamente
questo fatto potrebbe allarmare chi sperava in un
veloce ritiro della Siria dal Libano e si augurava
un completo ricupero dell'indipendenza di questo piccolo
e un tempo felice paese. Domani infatti la Siria potrà
asserire che nello stesso Libano c'è una notevole
parte della popolazione - quella sciita, in particolare
- che è lieta della presenza delle sue truppe. Tuttavia,
questa preoccupazione potrebbe rivelarsi, se non infondata,
meno importante del fatto che la Siria e i suoi sostenitori,
per affermare l'opportunità - se non la legalità
- della presenza straniera in Libano, si siano serviti
d'una manifestazione di piazza. Dal punto di vista di un‚autocrazia
questa, oltre che una plateale manifestazione di debolezza,
è una gaffe pericolosa. Tucidide ha scritto una massima
d'oro: nessuno, potendo ricorrere alla forza, ricorre alla giustizia.
Se la Siria, per giustificare la propria presenza, invoca il
consenso del popolo, con ciò stesso riconosce che, mancando
quel consenso, dovrebbe andarsene. Accetta cioè implicitamente
le regole della democrazia. E questo potrebbe esserle fatale.
Non è un caso che
la maggior parte degli eretici sia stata
composta da teologi. Ogni volta che si ricorre alla
Ragione per discutere di Fede, si corre il rischio
che questo giudice dia torto a chi l'ha invocato.
La donnetta non correrà mai il rischio di finire
sul rogo, S.Agostino invece l'ha scampata bella solo
perché è nato abbastanza presto. Analogamente,
se nel mondo medio-orientale si comincerà a pensare
che per governare non basta più aver conquistato
il comando dell'esercito e della polizia, e neppure
la dichiarazione che si è depositari ˆ come in
Iran ˆ dell‚interpretazione della volontà divina,
e se si affermerà che si governa in nome del popolo,
si cambierà la base stessa della legittimità
del potere. Quest'aurora magari non è per domani,
ma chi ha organizzato la manifestazione di martedì
a Beirut forse non sa d'avere aperto un vaso di Pandora.
Gianni Pardo, giovedì
10 marzo 2005
Lettera aperta a Giuliana
Sgrena.
Gentile signora, leggo ora che lei “ha dato mandato
allo studio legale Gamberini di Bologna per costituirsi
parte lesa nel processo legale in corso”. A
comunicare la notizia è il direttore del Manifesto
Gabriele Polo, riferendosi all'inchiesta avviata dalla
procura di Roma sulla sparatoria successiva alla sua liberazione
in cui è morto Nicola Calipari. Gabriele Polo che,
con quella sua boccuccia ed il modo di fare finto controllato,
ma vero fazioso, ora aggiunge circospetto e cito sempre
le agenzie “Lei sostanzialmente sta bene ma ora ha
bisogno di riposare. Per il momento continua il drenaggio
al polmone ferito e per il momento non scriverà neanche
per noi”.Giusto. Ora
occorre essere prudenti, anche se lei prima era instancabile.
Dopo che Bierre Scolari, come è
stato affettuosamente soprannominato, aveva dominato
la scena mediatica italiana dichiarando a centinaia
di microfoni e telecamere che la sua compagna era in possesso
di informazioni devastanti sulla “sporca guerra” degli
americani e che quindi si era cercato intenzionalmente
di uccidere una testimone scomoda. Dopo che la lei stessa
aveva dichiarato e, quel che più conta, scritto
ne “La mia verità” con titoli di scatola sul Manifesto,
che l’obiettivo vero della soldataglia americana era lei
e che l’eroico Calipari aveva evitato la sua uccisione facendole
scudo col suo corpo. Per giorni, quindi lontani ormai dalla
concitazione delle prime ore e comprensibili imprecisioni
dettate dall’emozione, la coppia Sgrena/Scolari aveva parlato
di un chiaro tentativo di sopprimere la Giuliana; centinaia
di colpi sparati intenzionalmente e andati a vuoto salvo uno
che sfortunatamente ha ucciso Calipari; centinaia di proiettili
sui sedili dell’auto che ho raccolto a manciate; mi stavo
dirigendo all’aeroporto su una vettura dell’ambasciata italiana,
quando invece era una Corolla a noleggio che la nostra ambasciata
non commercia.
Tutto ciò premesso, e le assicuro,
gentile signora, che è solo una parte di
ciò che ho letto, ora assisto al fatto che lei
smentisce il suo amico e compagno Bierre Scolari sostenendo
che ha capito male quando sosteneva che lei era in possesso
di informazioni compromettenti sugli americani. Va bene.
Ora lei sostiene che è stata male interpretata e non
ha mai sostenuto quindi che volevano ucciderla. Va bene. Ora
lei nega di aver ammesso che i suoi sequestratori erano gentili
con lei mentre chi aveva ucciso erano gli americani; ora lei
nega di aver dichiarato al giornale francese che ha la sua
giornalista ancora in mano ai sequestratori, che lei aveva
intenzionalmente esagerato il suo stato di avvilimento, recitando.
Lo aveva fatto, pare di capire per sostenere le manifestazioni
pacifiste in Italia, ma ora sostiene che in realtà era
bendata, viveva al buio ed era in uno stato di prostrazione. Va
bene.
Potrei proseguire, gentile signora Sgrena,
ma credo che basti così. Lei ora cerca
quattrini attraverso le vie legali, pare di capire.
E’ questo il suo nuovo obiettivo. Va bene. Io credo,
signora Sgrena, che lei ci abbia provato. Assieme al
suo compagno o fidanzato che dir si voglia, Bierre Scolari,
ed assieme ai suoi sodali del giornaletto per cui scrive.
Assieme ai Diliberto e ad una parte infima per dignità
e numerosità, della politica italiana. Che abbia
provato, intendo, ad abbattere per vie traverse il governo
Berlusconi. Giusto. Le toghe hanno già dimostrato
di non farcela da soli. Occorreva l’incidente da sfruttare.
Lei ha fallito, signora Sgrena, se lo
lasci dire. Lei ha dimostrato di essere moralmente
spregevole. Lei deve delle scuse prima di tutto
ai familiari di Calipari che speso la sua vita per
lei e il suo assurdo e velleitario fanatismo politico.
Poi deve delle scuse a noi tutti. Per averci fatto credere
che attraverso lei ci fosse da “salvare la Pace”. Una bufala,
signora Sgrena.
Questa è la verità. Lei mi
ha deluso, signora Sgrena.
Lupo solitario.
IL MOVENTE
Domani ricorre l’anniversario della strage di Madrid.
All’indomani del massacro, la vulgata
prevalente fu che si fosse trattato di una
vendetta di al-Qaida contro l’invio di truppe in Iraq
da parte del governo Aznar.
A un anno di distanza, alla luce delle
indagini condotte in questi mesi, le autorità
ispaniche ritengono invece che l’idea dell’attentato
di Madrid (e di altri grossi attentati in Spagna rimasti
sulla carta) fu ispirata non tanto dalla guerra in Iraq quanto
dall’arresto in Spagna, subito dopo l’11 settembre 2001,
di dozzine di sospetti militanti di al-Qaida tra i quali
tre accusati di aver cooperato nella preparazione dell’attentato
alle torri gemelle.
Così ieri (clicca qui)
il capo dell’antiterrorismo spagnolo Fernando Reinares.
(ale tap. 10-03.2005)
Rapimenti, la lezione
di Giulio Cesare con i pirati
<< C’è di che riflettere, a partire
dagli esiti dei rapimenti di cittadini italiani
in Irak. Per esempio:
1) I primi quattro vigilantes,
nostri connazionali, sono stati trattati
e considerati, qui da noi, in Italia, come avventurieri
mercenari. Uno di loro, poi, Fabrizio Quattrocchi è
stato ucciso come sappiamo, ma quel brutale delitto
non ci ha turbato poi tanto. Non è mancato un magistrato
che in modo sgrammaticato si è avventurato su
quei terreni che poi avrebbe ricalcato la GUP milanese Clementina
Forleo: ha cioè discettato di guerriglia, terrorismo,
ecc. Per Agliana, Cupertino e Steffio non c’è stata
alcuna mobilitazione, alcun appello, al Colosseo illuminato.
Niente di nulla. Se l’erano cercata e trovata: questo pensarono
in molti e disse qualcuno. Sono poi stati liberati da un
blitz dei militari americani. Allora nessuno se ne uscì
dicendo che si trattava di rozzi cow boy, ignoranti e un poco
pezzi di merda. E non ci si sprecò in particolari ringraziamenti.
2) Poi il caso Baldoni. Era un
collaboratore del “Diario”, era di sinistra,
politicamente schierato su posizioni corrette. Per
lui ci si cominciò a mobilitare. Era finito nelle
mani dei tagliagole di Al Zarqawi, fu ucciso. E ci
si cominciò a rendere conto di che pasta fosse la “resistenza
irachena”: che da una parte c’erano i tagliatori
di teste, dall’altra chi le teste preferiva contarle con elezioni.
Poi abbiamo anche visto le stragi di iracheni in fila per
ritirare il pane, o di iracheni sterminati mentre andavano
a prendersi un certificato medico che serviva per un lavoro.
La “resistenza” ha cominciato a mostrare il suo vero volto,
ma i suoi sostenitori sono rimasti ugualmente tanti.
3) Vengono
sequestrate Simona Pari e Simona Torretta. A questo
punto scatta la mobilitazione nazionale che era
stata negata ai tre “mercenari” vigilantes che se
l’erano cercata, e che non si era riusciti a organizzare
in tempo per Baldoni perché l’hanno sgozzato
prima. Marce, appelli, sit-in, digiuni, e quant’altro.>>.
Clicca qui per proseguire nella lettura
dell'articolo.
Gualtero Vecellio, L'Opinione
LA SIGNORA PROTESTA VERAMENTE
TROPPO
"La signora protesta veramente
troppo". Così si conclude
un articolo sulla vicenda di Giuliana Sgrena
comparso oggi nella pagina degli editoriali del Wall Street Journal Europe dal
titolo "L'Italia non è la Spagna".
Mentre Sgrena sta chiaramente "divertendosi"
dal circo mediatico generato dal caso
e "lanciandosi nella nuova carriera di simbolo
dell'antiamericanismo dal suo letto d'ospedale,
forse gli italiani rifletteranno - si legge nell'articolo
- che il suo lavoro di reporter dall'Iraq e quindi
la sua liberazione sono stati possibili grazie alla
presenza delle truppe Usa. E se fosse stata una giornalista
americana quasi certamente avrebbe avuto la gola tagliata".
"La prova che la giornalista
ha sopportato - scrive Daniel B. Johnson - ne
ha fatto un'eroina della sinistra non solo in Italia
ma in tutta Europa, specialmente in Germania e in Francia.
Lei insiste a dire che le truppe americane avevano ricevuto
l'ordine di ucciderla e che le hanno sparato centinaia
di pallottole. Anche se i fatti conosciuti non confermano
la teoria della cospirazione, che comunque non è assolutamente
plausibile; si tratta di una ragione di fede per la sinistra
europea che l'amministrazione Bush sia capace di
qualsiasi cosa. Molti italiani avrebbero preferito
credere a un'eroina come la Sgrena piuttosto che al loro governo"
oltre che "alle assicurazioni della Casa Bianca che si è
trattato di un orribile incidente".
L'analisi del giornalista prosegue
poi sottolineando che "c'è una ragione
fondamentale per cui Berlusconi non abbandonerà
Washington nel modo vergognoso in cui gli spagnoli hanno
capitolato di fronte alle bombe di Madrid. L'esperienza
del dopoguerra in Italia è molto diversa da quella
della Spagna".
RETROSCENA.
Dall'articolo di Giuseppe D'Avanzo su "La Repubblica":
<<... Però, gli italiani
- proprio loro - non possono alzare più di tanto
la voce perché si sono messi nei guai da soli. Si
sono messi in una situazione di pericolo per le loro
doppie intenzioni. Tacciono della missione. Non chiedono
all'alleato alcun sostegno né logistico né
tecnologico né militare. "Scelgono il basso profilo" (Fini).
Mascherano la missione con un'azione di routine (il movimento
di un funzionario d'ambasciata). Va detto che per Calipari
è una scelta fottuta, ma obbligata. Gli alleati non devono
sapere dell'ostaggio. Un paio di settimane fa, le forze della
coalizione credono di aver individuato la prigione di Giuliana.
Propongono a Roma l'intervento della Delta Force. Garantiscono
"al 75 per cento" un esito non cruento per l'ostaggio. Gianni
Letta non se la sente. La percentuale di un rischio mortale è
troppo alta. Non se ne fa niente. Si imbocca la fase conclusiva
della trattativa e del pagamento del riscatto.
La mossa determina tutti
i passi successivi di Nicola Calipari. L'agente
si impegna con i sequestratori ad arrivare da
solo sul luogo di consegna. Con un'auto presa a
nolo. Nessun rivelatore di posizione (Gps). Nessuna
scorta. Nessun contatto con gli americani. Nessun allarme
in ambasciata (dove pure il maggiore che l'accompagna
ha amici fraterni nel Ros dei carabinieri di
cui ha fatto parte). Di più. Subito dopo, Calipari
corre verso l'aeroporto per superare altri due ostacoli.
Se si fosse trattenuto in ambasciata, alla notizia
della liberazione di Giuliana Sgrena, gli americani
avrebbero voluto interrogarla per strapparle un'indicazione,
una traccia, un indizio che potesse avvicinare le special
forces agli uomini della banda. E, dopo gli americani,
con le stesse domande, si sarebbero fatti sotto gli uomini
del governo iracheno, titolari legittimi dell'inchiesta.
Forse nel patto stretto con i sequestratori Nicola si è
impegnato a evitare un interrogatorio dell'ostaggio. Forse
crede che un de-briefing iracheno-americano di Giuliana
minerebbe l'affidabilità della sua mediazione in trattative
future. Così è costretto a tagliare la corda
più rapidamente possibile. Fino a quell'improvvisato
e assassino check-point predisposto per proteggere il
passaggio dell'ambasciatore Negroponte....>>
Clicca qui per
il testo completo dell'articolo.
(9 marzo 2005)
Il riscatto
Gli statunitensi
- scrive in un suo editoriale il Wall Street Journal,
- si uniscono al dolore per la scomparsa dell'agente
dei servizi segreti italiano Nicola Calipari, morto
da eroe per salvare Giuliana Sgrena dai proiettili
americani. Forse anche la giornalista verserà qualche
lacrima, per tutti gli americani e gli iracheni che moriranno
a causa del riscatto pagato per la sua liberazione.
Finora l'indignazione del mondo si è rivolta contro
gli Stati Uniti: i soldati americani sarebbero degli
sconsiderati che, come scrive il giornale comunista il
Manifesto, hanno cercato di uccidere la Sgrena. Ben più
sconsiderato è stato il governo italiano, che a quanto pare
ha pagato più di 6 milioni di dollari di riscatto. Sparare
contro un'auto a un checkpoint di una zona di guerra è una
tragedia non premeditata, pagare un riscatto significa aiutare
deliberatamente i terroristi.
SERGIO ROMANO L'INVARIABILE
Sergio Romano, sul "Corriere", scrive: "penso
che la guerra sia stata un errore e so che gli
americani hanno perduto lungo la strada le motivazioni
con cui avevano cercato di giustificare il conflitto".
L'illustre commentatore, cui va reso l'omaggio
dovuto a chi non cambia tesi ad ogni stormir di foglia,
scrive come se in Iraq non si fosse votato, il 30 gennaio,
e come se quell'avvenimento non avesse spinto l'universo
mondo a rivedere le proprie convinzioni. Era contro la
guerra e rimane contro la guerra. Quand'anche essa rivelasse
d' avere effetti benefici.
Più interessante
è l'accenno alla "perdita delle motivazioni".
Quali sono, queste motivazioni?
Ovviamente o quelle indicate
da Romano o quelle indicate dagli stessi americani.
Nel primo caso, basterebbe rispondere che l'ambasciatore
non ha nessuna autorità per indicarle. Nel secondo
caso che è ingenuo - da parte d'un conclamato
realista come lui - credere alle asserite motivazioni.
Le armi di distruzione di massa? La minaccia terroristica?
L' esportazione della democrazia? La pietà per
i curdi irakeni, gli sciiti irakeni e le donne irakene? Ma
quale commentatore serio crederebbe a simili motivazioni? Per
le armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti dovrebbero invadere
domattina Iran e Corea del Nord. Per la minaccia terroristica
dovrebbero invadere oggi stesso la Siria. Per la democrazia,
infine, farebbero prima a dichiarare guerra al resto del mondo,
salvo eccezioni.
La ragione della
guerra - come chi scrive sostiene da anni - è
probabilmente geopolitica. Installando un governo
amico al centro del Medio Oriente se ne cambia
la mappa. Innanzi tutto si colpisce un paese ostile
"educandone" altre dozzine. Poi, se si riuscisse a far
sorgere una democrazia in Iraq, si potrebbe sperare in
un "effetto domino" nei paesi vicini. Alcuni dei quali infatti
- in particolare Iran e Siria - favoriscono il terrorismo
e lottano contro questa nascente democrazia perché,
se essa trionfa in Iraq, saranno essi stessi più
che a rischio. Come mostrano le manifestazioni di piazza di
Beirut, la sensazione di potere ottenere un sostegno contro gli
oppressori dà voce e forza a molta gente.
Sergio Romano non è
autorizzato a dire quali siano state
le vere motivazioni degli americani, per lanciare
la campagna irakena, e certo non è autorizzato
a dirle chi qui scrive. Ma è lecito mostrare
che le motivazioni reali dell'America possano essere
state altre, da quelle accennate da Romano. E tali
che possono essere state coronate da un successo superiore
al prevedibile ancora a metà gennaio 2005.
Il commentatore
del Corriere della Sera sostiene però
che le votazioni non provano nulla, perché avrebbero
votato gli sciiti e i curdi, "i sicuri vincitori"
e non i sunniti, "i sicuri perdenti". Può essere.
Ma può anche essere che in democrazia comandi
la maggioranza, e se la maggioranza vuole la democrazia
- e in Iraq ha dimostrato di volerla - presto i sunniti
o si acconceranno ad accettare ciò che un governo
moderato concederà loro o si metteranno volontariamente
nella posizione di minoranza oppressa. Se la minoranza,
con Saddam, è riuscita ad opprimere la maggioranza,
chi le garantisce che la maggioranza non riuscirà ad
opprimerla, se pure col voto, in una stabile democrazia?
Gianni Pardo,
9 marzo 2005
L'8
MARZO SECONDO BIN LADEN
Il trattamento riservato alle donne è la cartina
al tornasole del conservatorismo dell'Arabia Saudita,
dominata dal rigore morale dell'ortodosssia
wahabita. Eppure, in questo scenario fitto di contraddizioni
politiche e sociali interne, i seguaci di Al Qaeda compiono
un'operazione mediatica innovativa, lanciando in rete
AL KHANSA, un mensile destinato all'addestramento ideologico
e militare delle "mujahidat" (le combattenti), che ricalca
analoghe recenti pubblicazioni jihadiste tradizionalmente
"al maschile". Si tratta di una svolta nelle progettualità
della rete terroristica internazionale sinora limitata
all'esclusivo impiego di uomini nelle "operazioni" militari,
a differenza dell'intifada palestinese o dell'estremismo
nazionalista ceceno. In questo articolo, ci si chiede
quali siano i fattori strategici, mediatici, sociali in gioco
e se la chiamata delle donne ad un ruolo attivo nella guerra santa,
in caso di necessità, possa essere effettivamente considerata
un segnale di emancipazione femminile o piuttosto uno
stratagemma tattico per coinvolgere tutte le componenti
della Umma nel jihad globale contro gli "invasori" ed i miscredenti.
(tratto da
Gnosis, rivista on line)
ANCORA
DOMANDE
"Perchè se si è uccisi in un incidente
da fuoco amico si è eroi e se uccisi dai terroristi
si è mercenari?"
Massimo, dai Comments
ALTRE
DOMANDE
<<Non c´è dubbio
che sia stato il "fuoco amico" a uccidere Nicola Calipari,
ma egli è finito davanti a quel mitra in una vettura
presa a nolo sospinto dalla tartuferia nazionale che
impone di pagare il riscatto negli inferi di Bagdad come
se fossero i boschi della Sila o le rocce del Supramonte.
Perché non si deve dire, non si deve sapere e nemmeno si
deve discutere di riscatto, della sua convenienza strategica.
Forse, nel giorno in cui il Paese rende l´omaggio dovuto
a un generoso funzionario dello Stato, è giusto anche per
noi tutti sentire la responsabilità di questa collettiva
ipocrisia.>> dall'articolo
di Giuseppe D'Avanzo per La Repubblica. Clicca
qui per il testo completo.
Sgrena/Calipari:
tre domande al Governo e alla Sinistra
1. Perché l’ostaggio appena liberato non
è stato messo subito in sicurezza? Perché
la macchina dei liberatori non si è immediatamente
rifugiata dove era più naturale andare,
cioè all’ambasciata italiana, che è per
altro anche l’unico ufficiale centro di collegamento
con gli americani? Che scelta è quella di portare di
corsa all’aeroporto, al buio, una donna esausta, per
altro in macchine civili, con a bordo gente in abiti civili,
cioè senza nessuna indicazione di ufficialità?
L’Iraq pullula di strutture italiane, molte delle
quali - come i carabinieri - sono addette a tempo pieno al
trasporto di italiani (inclusi i giornalisti) all’aeroporto.
Un viaggio di mattina non sarebbe stata la scelta più
logica? Qual è la ragione di tanta fretta? Perché
la Sgrena doveva tornare la notte stessa? Non certo per
i familiari, a cui la notizia della sua liberazione, e una sua
telefonata, sarebbero ben bastati. Devo dire che non c’è
nessuna ragione nemmeno per sospettare il governo: in questo
caso l’elemento «protagonismo mediatico» non c’era,
visto che la Sgrena sarebbe arrivata in piena notte. Allora
perché fare questo azzardo? Chi lo ha scelto e chi lo ha
approvato?
2. E’ stato
pagato un riscatto? E’ ora di avere una risposta
ufficiale. Basta con la politica dello struzzo.
A questo punto infatti la continuità dei
nostri rapimenti hanno trasformato quella che era una
scelta eccezionale e di emergenza in una vera e propria
politica. Con due conseguenze: quella di avere oggi
una posizione diversa da tutti gli altri Paesi presenti
in Iraq, e quella di costituire un vero e proprio finanziamento
per la guerriglia. Secondo un calcolo a spanne fatto
privatamente da fonti governative, l’Italia ha dato
alla guerriglia sunnita circa 15 milioni di dollari,
dalla liberazione dei primi quattro, passando per le Simone,
fino alla Sgrena: quante armi e quante operazioni può
fare con tanti soldi quella guerriglia sunnita che, ricordiamo,
non solo resiste agli americani, ma ha rapito la Sgrena, ha
ucciso ostaggi, uccide gli sciiti, e i nostri soldati a Nassirya?
Tutto questo in un Paese dove lo Stato ha fatto di tutto nel suo
passato per non trattare con i terroristi: senza citare Moro, ci
basti pensare a tutte le famiglie di sequestrati che non hanno
visto mai più i loro cari in nome della fermezza. Se questa
è la situazione, non solo non possiamo lamentarci dell’irritazione
degli americani, ma dobbiamo assumere di questa politica
tutte le conseguenze: o ci si ritira davvero, o si annuncia
che si è pagato e non lo si farà più.
Succeda quel che succeda ai giornalisti o ai soldati in futuro.
3. Infine,
una domanda a Pier Scolari che con chiarezza
accusa gli americani (e una parte della sinistra
sembra esserne convinta con lui) di aver progettato
l’assassinio della giornalista: che informazioni
ha che noi non abbiamo? Scolari è un uomo
che in queste settimane ha meritato l’amore di tutta
Italia per la dolcezza, persino la leggera ironia,
con cui ha portato la sua pena. E ha orientato così
l’opinione pubblica. Oggi dunque ha un ruolo pubblico
e non può nascondersi che questa sua accusa cade
come un cerino nella polveriera di emozioni italiane;
soprattutto a fronte del fatto che, invece, i rapitori della
Sgrena non sono stati accusati di identiche intenzioni.
Ha il dovere dunque di chiarire: ci dica tutto. Perché
sui sospetti non si fa politica nazionale, tantomeno internazionale.
Lucia Annunziata,
La Stampa del 07/03/2005
LA RESA AI
DITTATORI CHIAMATA "PACE"
di Marco Pannella Corriere
della Sera 7 marzo 2005, pag. 10
Nicola Calipari è caduto, è morto perché
ha fatto parte, fa parte, dell’Italia-che-resta,
dell’Italia-che-va, non di quella che chiama
“pace” il “non-andare” nella Cambogia di Pol Pot
e perfino il “venir-via”, ora, dall’Irak che ci chiede
di restare; invece, questa Italia “de sinistra” va,
ma solo in pellegrinaggio, ovunque, da sempre, che
fosse nell’impero comunista sovietico o nella Cina che
stermina con altre popolazioni intere ancora oggi i propri
contadini, come altrove fu con le popolazioni del Volga-Don.
Una “Italia” -questa- antropologicamente, ormai o ancora,
antiamericana e antiliberale, e che non declina mai, né
come soggetto né come oggetto, né a Venezia
né altrove, la parola “libertà”.
Nicola
Calipari fa parte ideale e tragica dei novecentomila
irakeni assassinati da Saddam, lasciato in pace,
assoluta, ad assolvere le funzioni di macellaio
del suo popolo e dell’umanità; lasciato
in pace perché dittatore, antidemocratico, antiliberale,
come spesso accade dove la società è retta
in tal modo, mentre ci si scatena, a lungo, ferocemente, contro
i “crimini” del Messico o della Turchia, e ovunque, se
vi sia in atto un processo democratico, e “occidentale”.
Nicola
Calipari è caduto, è morto, come
soldato (e non come assoldato) della pace e della libertà;
in obbedienza ai deliberati e agli appelli dell’ONU
e dell’Irak, degli irakeni, e innanzitutto della
sua coscienza di cittadino e di “servitore” dello Stato italiano.
Onora noi tutti, tranne coloro che continuano a considerare
l’assassinio e il terrorismo contro le donne e gli
uomini d’Irak un’arma doverosa e esclusiva, ideologica
e quotidiana; e che considerano costoro come “resistenti”,
come “patrioti”, come “vittime” degli “americani” e degli
“italiani”, dei “britannici”, con sciagurata fedeltà
ideologica ad una storia per tanti versi infame che si
dichiara -nel contesto- superata, ma non certo ripudiata.
Nicola
Calipari, ha lui dato corpo e anima alla nonviolenza;
non altri che la “scoprono” ora, e che insultano
la verità storica, continuando nel miserrimo gioco
di distinguere (e contrapporre) il “popolo” americano
da colui che quel popolo ha eletto a governarlo e
rappresentarlo, o di cui approva, con una amplissima
maggioranza democratica, l’operato. Costoro rispettano
i “silenzi” “cambogiani”, “irakeni”, e disprezzano
le voci “americane”, “democratiche”, italiane; e comunque
ignorando le loro ragioni, per meglio colpirli per
i loro errori o torti, veri o presunti che siano.
Infine,
se non fosse stato tacitato per sempre, dubito
che Nicola Calipari avrebbe mai ringraziato i suoi
potenziali e poi veri assassini per averlo “solamente”
ferito, fisicamente o moralmente, e magari -poi-
curato gentilmente.
Quando,
come radicali, abbiamo tentato di contrapporre
alla “necessità” di una fase bellica, la scelta
di liberare l’Irak (“Irak libero!”), di por fine allo
sterminio delle popolazioni irakene con la sola arma della
democrazia e della diplomazia, della scelta di un’immediata
attivazione di un progetto -garantito dall’ONU- di
transizione verso la democrazia in Irak, assicurando a
Saddam la convenienza della scelta dell’esilio (progetto
fatto proprio dalla maggioranza assoluta dei parlamentari
italiani, di centro-destra e di centro-sinistra), costoro
nemmeno mostrarono di accorgersene. Lottavano solo
contro Bush; quel “resto” dava solo fastidio.
Così, Governo, Opposizione,
“masse” e “girotondini”, “pacifisti” e
“rivoluzionari”, mobilitatisi in tutto il mondo, indussero
Saddam a restare a Baghdad, facendolo ritenere
vittorioso -non solo moralmente- agli occhi del mondo,
e suoi propri.
Il Governo
e l’Opposizione facciano pur commentare ora,
come sempre, dalla Terza Camera presieduta da Bruno
Vespa, o dalla Commissione Bipolare di Giovanni
Floris, a Fausto Bertinotti, Clemente Mastella, Prodi
e Berlusconi (se accettano), o ad altri loro habitués,
la vita e la tragica morte di Nicola Calipari, il liberatore
di Stato, cui la vittima del sequestro deve principalmente
la libertà e la vita. Silenziati e non silenziosi;
vietati e non vieti, impediti a concorrere legalmente
al loro gioco democratico, siamo e vogliamo essere “irakeni”,
vogliamo condividerne le sorti nella prospettiva della
“comunità delle democrazie” che stiamo contribuendo a
costruire.
Ammettiamo pure che questo
sia il grido che emettiamo dalla nostra Resistenza
antiregime, antipartitocratica, antibipolare, antifondamentalista,
anticlerico-autoritaria, anticlerico-fascista,
anticlerico-comunista. Mi emoziona e mi consola
di pensarlo, come una eco di un articolo che il comunista
“Paese sera” mi pubblicò nel 1959 come editoriale,
in cui già allora proponevo (come vorrei poter
fare ancor oggi, con la durezza di questo intervento) alla sinistra
democratica e liberale da una parte, e dall’altra, a
quella comunista e di sinistra socialista, quanto -con
un ritardo di mezzo secolo- sembra costituire l’essenziale
di gran parte della classe dirigente dei DS e della
Sinistra e Centro-sinistra europei. E che rischia di essere
travolto, in queste settimane, sia che si tratti di politica
internazionale o di difesa referendaria dei diritti umani
in Italia, anche da “alte” parti dell’Unione di centro-sinistra.
So che
quanto ho scritto, che è sicuramente anche
un grido, farà a loro volta gridare, di sdegno
e di furia eliminatoria, molti. Ma proprio questo,
credo, sia il miglior modo di onorare la vita
e la morte del poliziotto italiano (figlio di quelli
intravisti e celebrati a Valle Giulia da Pier Paolo
Pasolini), di Nicola Calipari, con il suo quanto eloquente,
gridato nei fatti, itinerario Reggio Calabria,
Genova, Roma, Baghdad.
Non
andrò stamani, a salutare, con “tutti”, Nicola
Calipari. Non solo perché aborro queste
celebrazioni ufficiali dove pullulano “autorità” che
non di rado considero come usuali celebranti, se non autori,
delle sciagure nazionali, sulle quali poi e solennemente
piangono.
L’ultima volta che vi partecipai
fu nel 1979 (proprio a Santa Maria degli
Angeli), ai funerali del Comandante Generale dei
Carabinieri Mino, assassinato dal para-Stato, da assassini
ancor oggi protetti dallo Stato, per tentare anche
in quel modo di lottare da radicale per un po’ di verità,
in un regime fatto di morte della legalità e di
assassini della Giustizia e della vita civile.
Ma questa
volta non tornerò alla Basilica di Santa
Maria degli Angeli, come pur feci per la celebrazione
in onore del generale Mino. Quel giorno, nella folla,
mi scorse un altro amico, il Colonnello dell’Arma Antonio
Varisco, che accorse indicandomi perché la gente,
vicina e stupita, lo udisse: “Lui gli voleva davvero
bene, e Mino gliene voleva ancora di più, forse.
Grazie, Marco!”. Poco dopo, Antonio Varisco fu assassinato
anche lui, ma da terroristi o assassini o “resistenti” italiani,
per conto delle “Brigate Rosse”. Non andrò, anche
se questa volta “lo Stato” non è complice ma difensore
del “suo” Nicola Calipari.
Noi lo
saluteremo e onoreremo, martedì a Strasburgo,
nella sessione plenaria del Parlamento Europeo,
quale testimone di un’altra Europa e un’altra
Italia da quelle che chiedono di ritirarci oggi
dall’Irak, come ieri di non andarci, per lasciarlo
ai Saddam ed ai loro eredi.
NON SI RINGRAZIANO
I TERRORISTI
La liberazione di Giuliana Sgrena fa discutere
tutta l'Italia perche' portarla via dall'Iraq
e' costato una vita . La vita di Nicola Calipari,
agente del SISMI, che sicuramente aveva ancora
voglia di vivere.
Devo ammettere che mi
da molto fastidio sentir parlare della Sgrena,
ormai non esiste programma TV che non faccia collegamenti
col Celio o col Manifesto, e via col
polpettone e con frasi stomachevoli del tipo 'ti vogliamo
bene Giuliana".
Ti vogliamo bene? Era la'
per sua scelta, nessuno l'aveva obbligata,
quindi doveva subire con dignita' le conseguenze di
questa decisione invece di piagnucolare di
salvarla e di farci assistere a dichiarazioni
fumettistiche del suo compagno " Io ti salvero', Giuliana".
Primo piano degli occhi cerulei di Pier che, una
volta salvata ma non certo da lui, non gli par vero
di poter sparare a zero contro l'America naturalmente senza
sapere, lui da Roma, come sono andate le cose.
Non si sarebbero mai aspettati,
I compagni del Manifesto, una simile
opportunita' di sputtanamento dell'odiato cow
boy e quello che e' purtroppo successo all'aeroporto
di Bagdad ha scatenato tutta la dialettica comunista
contro l'America.
Ho sentito
e letto le cose piu' becere , ho visto segretari
di partito urlare colla bava alla bocca sputacchiando
tutto intorno stile Arafat, ho visto I soliti
e noiosi buonisti piagnucolare e pronunciare frasi
banali e stupide sulla morte del povero Calipari.
Ma tutto questo mi interessa
relativamente, e' il loro odio di sempre.
La cosa che piu' mi ha disgustata e' stata
l'immagine della Sgrena , vestita di nero e seduta
davanti a un bel cesto di frutta che esprimeva
gratitudine ai suoi rapitori.
"Ringrazio I miei rapitori
perche' sono stata trattata bene".
Eh no, Giuliana Sgrena,
questa frase se la poteva risparmiare primo
perche' l'avevano gia' detta le due Simone provocando
a molti conati di disgusto e soprattutto
perche' siamo al limite della decenza, anzi l'abbiamo
gia' superata e di tanto, siamo gia' entrati nell'indecenza!
Non si ringraziano dei terroristi,
Giuliana Sgrena.
Non si ringraziano delle
belve, non si deve e non si puo'. E' vietato!
Capito?
Pare che ormai qui tutti
abbiamo perso la bussola, non abbiamo piu'
limiti, non sappiamo piu' quale e' la differenza tra
il bene e il male. A forza di vedere teste
mozzate, gole tagliate, persone chiuse in gabbie
per cani e poi rantolanti nel proprio sangue non riusciamo
piu' a capire che stiamo vivendo l'inferno
, che quella gentaglia che sgozza e decapita ci ha portati
fuori dalla realta' per farci precipitare nel loro mondo
demoniaco , schifoso, sporco di odio e di sangue.
Ci siamo tanto abituati
a questo maledetto inferno che degli incoscienti
arrivano a ringraziare I propri rapitori per
non essere stati sgozzati e non aver subito violenza.
Si rende conto del pessimo gusto e della crudelta'
di quella frase, signora Sgrena? E' stato
come sputare sulle vittime, quelle vere, quelle ammazzate
dalle stesse persone tanto gentili con lei?
"Sono stata trattata bene".
Vergogna!
Un rapimento non e' violenza?
Tenere una persona prigioniera non e' toglierle
la dignita' di essere umano e la liberta' di parlare
e di farsi sentire? Rapire non e' violare
il diritto di ogni persona di vivere?
Secondo lei , Sgrena, un
rapimento significa trattar bene? E allora
perche' piangeva colle mani giunte invocando di
salvarla? Se piangeva vuol dire che aveva paura
e spaventare a morte una persona significa trattar
bene? Rapitore , non mi hai sgozzata, non mi hai
stuprata, non mi hai decapitata e allora io ti dico
"Grazie".
Questa e' follia , pura follia,
e' aver perso ogni rapporto col pudore e
con la realta' della vita che non e' terrorismo, che
deve combattere il terrorismo, che non deve
e non puo'dare a quelle belve l'opportunita' di
trattare per vite innocenti. Con I terroristi non si
tratta e soprattutto non li si ringrazia se si resta vivi
grazie a un governo che paga, non si deve
farlo per una sorta di delicatezza verso le persone
meno fortunate che adesso sono sotto un metro di
terra.
Signora Sgrena, sono contenta
che ne sia uscita viva ma sono indignata,
scandalizzata e sconvolta per come ne e' uscita.
Non certo con onore.
Deborah Fait -
informazionecorretta
SGRENA: QUANDO SAPREMO LA VERITÀ?
Sulla "Stampa" Claudio Magris, a proposito della
liberazione di Giuliana Sgrena, ripete più
volte che "la verità si conosce quando non
interessa più a nessuno". Cioè quando non può
avere influenza sul presente. Teoria brillante ma eccessiva.
Si prenda l'esempio delle fosse di Katyn.
Già durante la guerra i nazisti protestarono
che quell'eccidio non era colpa loro. Chiamarono anzi
degli esperti (svedesi?) per constare l'avanzato stato
di decadimento dei corpi, proprio per avere una futura
testimonianza neutrale. I fatti essendo comprovati,
tutti coloro che non erano accecati dal comunismo seppero
che del massacro di quegli ufficiali polacchi erano colpevoli
i sovietici. Ovviamente questo non conveniva all'Urss la
quale, contro ogni evidenza, negò sempre la cosa:
ma il fatto rimaneva pacifico. Tanto che quando infine la
circostanza è stata riconosciuta anche dalla nuova
Russia, non ha fatto notizia.
Nello stesso modo, solo
dei ferventi dell'ideologia potevano prendere
sul serio le leggende sul paradiso sovietico. Alle
persone di buon senso bastava che fosse vietata la libera
stampa e la libera circolazione per capire che quel regime
aveva molto, molto da nascondere. Ed era tutt'altro che
un paradiso.
Ecco perché Magris esagera. Non
è che la verità non sia mai chiara, sul
momento: è che a volte chi non vuol vederla
chiude gli occhi. Si pensi anche all‚assassinio di Kennedy.
Sin dal primo momento si seppe che a sparare era stato
Lee Oswald ma i dietrologi di tutto il mondo, e non ultimi
milioni d'americani, trovarono questa verità troppo
semplice e non abbastanza saporita. Per questo cominciarono
ad almanaccare per settimane, per mesi, per anni,
finché si decise l'istituzione d'una solenne "Commissione
Warren", dal nome del giudice che la presiedeva, ed essa,
dopo accurate indagini, arrivò alla conclusione
che Kennedy era stato ucciso da Lee Oswald. Ciò malgrado,
ancora oggi, a decenni e decenni di distanza, c'è
chi ama credere che sia andata diversamente. C'è
perfino chi, come Oliver Stone, fa un film di pura fantasia (JFK)
che vorrebbe vendere come coraggiosa e anticonformista documentazione
storica.
Che cosa si può fare, contro questa
tendenza? Nulla. A chi crede che Elvis Presley
sia ancora vivo si può solo augurare d'incontrarlo
da qualche parte. Purché si cambi argomento.
Il caso della Sgrena, con buona pace
di Magris, è molto semplice. Sicuramente
qualche militare americano ha sbagliato. Sicuramente,
a sua parziale giustificazione, ha la realtà
d'un paese in cui le automobili sono non infrequentemente
esplosive. Sicuramente ha sbagliato e la cosa è
molto spiacevole ma oltre questo non si va. In guerra,
le vittime del "fuoco amico" sono inevitabili.
Anche in Iraq non sono pochi gli americani uccisi per
errore dai commilitoni. Che altro c'è, da dire? Niente.
È andata così. Se ci sono responsabilità
vanno perseguite ma non si può dimenticare che l'omicidio
colposo (tipo incidente stradale) è un fatto
doloroso ma penalmente non gravissimo. Che altre verità
va cercando, Magris? Che altre verità vanno cercando
i giornali che ci inondano di parole inutili?
E tuttavia tanto vale rassegnarsi. I giornali
e la televisione ci metteranno del tempo non
a conoscere ma ad ammettere la verità. Solo perché,
fino ad allora, avranno strizzato gli occhi. Chi
non è accecato dalle emozioni riduce invece la cosa
ai suoi reali limiti. Lo stesso giorno in cui è
morto quel notevole agente segreto altra gente è morta
in incidenti stradali, in Italia e altrove. Si può
essere dolenti per tutti loro, ma non c'è molto da
dire.
Gianni Pardo, 6 marzo
2005
Iraq: Usa hanno preso
Zarqawi?
(ANSA) - IL CAIRO, 6 MAR - Le
forze americane avrebbero arrestato il leader
del gruppo di Al Qaida negli stati di Rafidain,
il giordano Abu Musab al Zarqawi.A sostenerlo e' il
quotidiano saudita Al Watan che cita fonti irachene informate.
Ma mancano conferme. Insieme con Zarqawi, scrive 'Al
Watan', sono stati arrestati 'tre suoi assistenti, vicino
ai confini con la Siria, mentre tentavano di lasciare l'
Iraq'. Il suo arresto verrebbe annunciato dagli Usa dopo
la formazione del nuovo governo transitorio iracheno.
© Copyright ANSA Tutti i diritti
riservati 2005-03-06 14:34
E perché?
E perché dovrei sprecare
tempo a commentare l'ennesimo e disgustoso passo
verso la nullità compiuto da una sinistra (e da un
Calderoli) che crede che gli americani volessero
ammazzare l'inviata del giornale comunista, salvo poi
portarla all'ospedale e operarla alla clavicola? Viviamo
in un posto dove un tizio del calibro di Pier Scolari
detta la linea a Pier Fassino. Che pena. Ma, per fortuna,
anche dove c'è gente come Nicola Calipari.
Christian Rocca
6 marzo
DALLA TRAGEDIA ALLA
FARSA
Come da copione piove la solita merda. Non
solo si ringraziano i tagliagola... ma "I
militari Usa hanno impedito i soccorsi per alcuni
minuti e hanno impedito che chiunque si avvicinasse
all'auto" dichiara alla stampa Pier Scolari,
marito della Sgrena, al quale nemmeno passa per la testa
che a Bagdad, in tempo di auto-bombe, prima di avvicinarsi
ad un auto che non si è fermata ad un posto di blocco
si attende il tempo necessario per rendere sicuro l'avvicinamento...
ma mica è finita qui, il Pier Scolari,
in un delirio di puro marketing antiamericano, afferma:
"Giuliana aveva avuto delle informazioni secondo le
quali gli Usa non l'avrebbero lasciata tornare viva a casa."
Peccato che la sua trepidante mogliettina sia viva e un
funzionario del Sismi sia, al contrario, morto... Neanche
la mira buona, questi americanacci! Nella
foto a fianco - foto chissamai perché non pubblicata
dalla quasi totalità dei media - un fotogramma dell'ultimo
video della Sgrena in compania dei suoi amici.
(cp, 05-03-2005)
Colpa degli americani
?
La morte di Nicola Calipari non è l'unico
punto nero nella liberazione di Giuliana Sgrena.
Ci chiediamo come ci si possa stupire di fronte
ad un fatto che sarebbe potuto succedere in qualunque
nostra città. Una macchina che procede a forte
velocità e che non si ferma di fronte all'Alt
di una pattuglia di carabinieri avrebbe ricevuto
lo stesso trattamento. Figuriamoci un'auto diretta
verso l'aeroporto di Baghdad che non si ferma al check
point di controllo. In un clima denso di attentati,
cosa potevano pensare i responsabili della sicurezza americani
? L'auto poteva essere quella di un kamikaze, piena
di tritolo, pronta per fa esplodere l'ennesima strage.
L'inchiesta subito voluta
da Bush rivelerà la dinamica dell'accaduto.
Per oggi accontentiamoci delle previste dichiarazioni
della Sgrena, di come è stata trattata bene
dai rapitori, che brave persone sono state, quanto
cattivi siano gli americani e le altre forze di liberazione
dell'Iraq. La causa di tuti mali sono loro, non gli
assassini che ogni giorno sgozzano e uccidono senza
distinzione di appartenenza. Quelli sono innocenti, sono
i "resistenti" per i quali faceva il tifo la Sgrena ed
il giornale sul quale scrive, il Manifesto. Un brutto
film già visto identico nel caso delle due Simone.
L'unica differenza, forse, l'entità del riscatto
pagato. Qualcuno si era chiesto nei giorni scorso come mai
ad essere rapiti sono quasi sempre giornalisti che scrivono
su giornali di sinistra, lasciando capire che dietro a molti
rapimenti poteva esserci la mano brutale e interessata dell'America.
Anche questo un film già visto, come quello, che
ha goduto di largo credito, che dietro all'11 settembre ci
fossero America e Israele. La verità e invece molto più
semplice. Se ad essere rapito è qualcuno di sinistra,
possibilmente italiano, si può star certi che la
mobilitazione funziona, con adesioni da tutte le provenienze.
E che il governo, per apparire imparziale, è pronto
a far fronte a qualunque richiesta di denaro.
Che è poi quello cui
mirano i "resistenti" rapitori. Grana, molta
grana, per acquistare armi con le quali uccidere poi
innocenti, americani, italiani, iracheni non fa differenza.
La trama è sempre la
stessa ed il film può essere replicato
in qualsiasi momento. Dalla Redazione di
Informazionecorretta
SGRENA LIBERA,
007 UCCISO
Su cosa sia effettivamente
successo a quel checkpoint le
spiegazioni arriveranno... speriamo non
da quelli che ringraziano i rapitori o dai soliti
antiamericani... comunque niente feste, oggi è
anche un giorno di lutto.
Leggi qui il commento
di Sergio Romano.
Secondo
quanto scrive il WASHINGTON POST (clicca qui per il testo completo dell'articolo)
un funzionario del dipartimento di Stato a Washington
ha dichiarato che gli italiani non hanno avvertito né l'ambasciata
degli Stati Uniti né comandanti militari americani
di Bagdad circa il rilascio dello Sgrena, anche se sul caso del rapimento
della giornalista del Manifesto un coordinatore americano
stava lavorando a contatto con le autorità italiane. L’incidente
è avvenuto al punto di controllo 504-Camp, vicino all'aeroporto
de Bagdad. Il funzionario americano ha sottolineato che
nel passato i checkpoint
sulla strada per l’aereoporto erano stati presi di mira da numerose
auto-bomba.
Il portavoce militare
della terza divisione di fanteria dell’esercito
USA a Bagdad, ha dichiarato che soldati americani
che presidiavano un checkpoint nei pressi dell'aereoporto "hanno ucciso
un civile e ferito altre due
persione. Tutto è successo quando il
loro veicolo, che viaggiava ad alta velocità,
ha rifiutato di arrestarsi al punto di controllo.
Erano circa le 9:00 pm, una pattuglia a Bagdad occidentale
ha visto il veicolo accelerare verso il loro punto di
controllo ed ha tentato di avvertire il driver d'arrestarsi
facendo segnali con le mani, azionando le luci bianche
dei segnali e sparando colpi d'avvertimento davanti
l'automobile. Quando il driver non si è arrestato,
i soldati hanno sparato nel blocco motore,
il veicolo si è fermato ma è rimasto ucciso
un passeggero e feriti altri due".
(Nella foto Nicola Calipari,
il funzionario del Sismi rimasto ucciso nella sparatoria)
Le toghe e le casacche
della politica
Ed ecco servito anche il
«caso Casson». Ovvero, la nuova querelle
che divide L’Unione, e al suo interno la Fed,
perchè il contrasto è tra Ds e Dl (e scusateci
questo labirinto di sigle), stavolta per la candidatura
del magistrato Felice Casson a sindaco di Venezia. Una candidatura
nata tra Ds, Rifondazione e Verdi, benedetta da Romano
Prodi (stando almeno ai racconti del candidato) e decisa
senza il consenso della Margherita. Rutelli, e soprattutto
il leader veneziano Cacciari, volevano mettere sul tavolo
un altro nome e andare alle primarie, come in Puglia, in
caso di disaccordo. Niente da fare. Ed ecco che ora Venezia
ha due candidati: Casson e Cacciari, che s’è buttato
nella mischia «per necessità», con una
candidatura «di ripiego». I prossimi giorni ci diranno
se la frattura sarà ricomposta. Massimo D’Alema ne è
certo. Anche se, lo confessiamo, sarebbe davvero divertente
vedere chi sceglierebbero i veneziani tra l’ex pm e l’ex sindaco.
Altro che primarie... Al di là dei rapporti tra forze
politiche del centrosinistra e dei contrasti che ne nascono
specie quando si tratta di conquistare candidature e quindi
poltrone, il «caso Casson» sta facendo finire in
secondo piano un problema che a noi pare anche più grave:
il rapporto tra i magistrati e la politica. Se un giudice diventa
«di parte» con l’adesione a un fronte politico,
come può avere esercitato con indipendenza il suo ruolo
terzo? E come potrà, dopo l’esperienza politica, tornare
a vestire, con terzietà, la toga? Il magistrato è un
cittadino che gode di tutti i diritti, compreso l’elettorato passivo.
E su questo non ci piove. Ma almeno si dovrà trovare
qualche sistema per garantire i cittadini sottoposti alla giurisdizione.
Almeno l’obbligo a candidarsi in località diverse da quelle
in cui si è esercitato il mandato giudiziario. E comunque
con un certo tempo tra la cessazione del ruolo di giudice e quello
in cui si avvia la campagna elettorale. Abbiamo avuto casi di procuratori
della Repubblica candidati nella stessa provincia in cui esercitavano
la funzione e nella quale sono tornati subito dopo il voto, sconfitti.
E’ singolare per elezioni parlamentari. E’ ancor più singolare
per voti amministrativi. Il procuratore Emiliano è sindaco
di Bari. Il giudice Scaramuzzino (senza passare per le elezioni) è
vicesindaco di Cofferati a Bologna. Ora il caso di Felice Casson.
Ha ragione Cacciari: non si può passare da un giorno all’altro
da Palazzo di Giustizia a Palazzo di Città. Ha ragione
il presidente dell’Anm, Fulci: qui ci vogliono regole. Che non
sono un attentato alla libertà, ma solo un tentativo, non
solo formale, di rendere la giustizia più credibile. Di non
scandalizzare i cittadini di fronte a certe sentenze. Proviamoci
almeno. (P. Visci, Il Giorno)
MANIFESTO DEI BLOGGER LIBERALI (con preghiera di tam tam)
"Nel tessuto
sociale e culturale italiano si è formato
un movimento composto da credenti, laici liberali
e liberal-socialisti. Questo movimento non
si muove in base a schemi di partito ed è per forza
di cose fluido, mobile, più innovativo dei suoi quadri
di rappresentanza. Potremmo definire questo movimento
come “neocon”, anche se –per dire la verità- esso
è la vera forza progressista del paese, mentre quello
parallelo di sinistra –l’unico motore che tiene in vita
il delirio bertinottiano- è conservatore, illiberale,
antimodernista. Chiamiamolo allora “neolib”.
E’ il
momento di dare voce all’intelligenza e forma
alle idee..."
Clicca
qui per il testo completo
del "Manifesto dei blogger liberali" a cura
di Paolo della Sala
BERTINOTTI DEMOCRISTIANO
Il lettore di giornali, pur essendo
più informato della media, non
può studiare gli avvenimenti quotidiani
con la cura della specialista. Per questo, chi
vuole inviare un messaggio, soprattutto se politico,
lo deve rendere semplice, chiaro, sintetico. Se possibile
riassunto in una frase. Ora invece è cominciato
il Congresso di Rifondazione Comunista, s'è già
avuta la sterminata relazione introduttiva di Bertinotti
e molti lettori di giornali non ne abbiamo capito niente.
La cosa è priva d'importanza, ovviamente. Chi legge
potrebbe anche essere particolarmente poco dotato. Ma
se si immagina che lo stesso fenomeno si sia avuto su
larga scala c'è una notizia da dare: non c'è stata
la notizia.
La notizia
è l'annuncio d'un accadimento. Ma può
anche essere l'annuncio che l'accadimento atteso
non s'è avuto. Se il concistoro non elegge
il papa è notizia eccome. Sapendo che Rifondazione
ha l'intenzione d'entrare nel governo tutti si chiedevano:
Bertinotti, un comunista che per continuare a proclamarsi
tale è uscito dal Pds, porta il comunismo al governo?
Il suo comunismo è quello che abbiamo sempre conosciuto
o è divenuto qualcosa di diverso? E lo potremmo
chiamare comunismo, in questo caso? Infine, se il comunismo
è l'ideologia che vuole il riscatto degli umili,
come va che gli umili non hanno capito la sua relazione?
Forse
il "Corriere della Sera" può aiutare a capirne
di più. Ecco che cosa si legge, come
citazioni della relazione: <«Per noi
il governo è un passaggio non uno sbocco politico».
E poi l'annuncio: «Una nuova stagione
di riforme politiche, democratiche e sociali».
E poi ancora l'impegno: «Lavoreremo con i riformisti».
Frasi simbolo del congresso del Prc.> Alzi
la mano chi sa che cosa significhi in concreto la
parola riforme, per Bertinotti. Chi sappia veramente spiegare
la differenza fra passaggio e sbocco in politica. Per
non parlare dell'abusata immagine della nuova stagione,
che trasforma la politica in moda primavera-estate.
Bertinotti
è solo diventato un maestro nel battezzare
con nomi nuovi il capitalismo, la politica di
sinistra, il modello di produzione e il resto.
Parlando delle proprie intenzioni solleva un tale
polverone da oscurare il sole, ma l'uomo della strada gli
chiede: siete ancora comunisti o no? Volete imporre
al Paese la "patrimoniale" o no? E per quale importo?
Che diamine significa che l' "abolizione della proprietà
privata è un orizzonte cui tendere e non un programma
immediato"? Se è un errore, è bene che non si faccia
un passo, in quella direzione. E se non lo è, perché
rinviarla alle calende greche? O è che Bertinotti vuol
vincere sul pari e sul dispari, sul rosso e sul nero contemporaneamente?
Fare contenti gli estremisti del suo partito e tranquillizzare
chi, con mille sacrifici, abita finalmente in una casa
di sua proprietà?
Un
po' ridendo, qualche decennio fa chi era scontento
diceva: "Aridatece er Puzzone", "Rivogliamo
Mussolini". Oggi forse qualcuno vorrebbe che
gli fosse "aridato" il Bertinotti che conosceva,
un vero comunista. Oppure vorrebbe che il nuovo
Bertinotti dicesse che è divenuto socialdemocratico
e che presto toglierà la falce e il martello dal
suo simbolo. D'un Bertinotti ambiguo e democristiano
chi ha mai bisogno?
Gianni Pardo, 4 marzo 2005
Massima del giorno
L'uomo è
una scimmia che, avendo una testa migliore, ha anche
concepito sciocchezze inimmaginabili per gli altri
primati.
G.P.
MOLLICHINE
Romano Prodi: "Batteremo Berlusconi
come Davide con Golia". O lui è un
nano o Berlusconi è un gigante.
Il debito pubblico nel 2004 (ed è un successo!)
"si riduce dal 106,3 al 105,8% del pil". Di questo
passo, in appena 211 anni ce ne libereremo
del tutto.
Rognoni
a Castelli: "Non taceremo sugli effetti e le
ricadute di certe leggi". Cioè: Non solo
la facciamo fuori dall'orinale, ma è
un nostro diritto.
Continua
il blocco della Salerno-Reggio Calabria contro
la realizzazione di una discarica. I calabresi
hanno ragione. I rifiuti vanno conservati in un
museo.
Congo.
Otto caschi blu uccisi. Kofi Annan: "la strage
non fermerà la missione delle Nazioni Unite".
Perché il Congo non è in Iraq.
Ciampi:
perché l'Italia si riprenda è necessario
"fare sistema" e "puntare sui nuovi mercati‰"
E anche ripetere abracadabra, abracadabra,
abracadabra...
E‚ iniziata
l'inchiesta Onu sull'uccisione dell'ex premier
libanese Rafiq Hariri. Ma è stato detto
chiaramente, alla Commissione, come deve concludere?
Ciampi:
"Sarò sempre il garante dell'indipendenza
dei giudici". Qualcuno però pensa che bisognerebbe
garantire l'indipendenza del Parlamento.
L'economia
americana è cresciuta del 3,8 % nel quarto
trimestre 2004. Il solito commento: l'ultimo
sussulto del capitalismo.
Gianni Pardo
Il vento di democrazia
che soffia in Medio Oriente
Quando, negli anni Novanta del secolo scorso,
gli analisti valutavano i progressi della
democrazia nel mondo (oggi sono ormai in maggioranza
gli Stati almeno formalmente democratici), erano
sempre costretti a constatare l'esistenza di un «buco
nero »: il mondo arabo-islamico, l'unico
luogo della terra in cui nulla si muoveva, nulla sembrava
destinato a cambiare. Il Medio Oriente era, come sempre,
una palude stagnante, alla mercé di tirannie «laiche»,
monarchie corrotte, regimi clericali. La guerra in
Iraq ha messo ora in moto potenti forze che scuotono l'area.
Le prime elezioni libere in Iraq e in Palestina stanno scatenando
un’onda democratica, un effetto di contagio, destinato a
durare. La pacifica protesta di piazza che a Beirut ha fatto
cadere il governo fantoccio dei siriani, è stata percepita,
e così presentata a milioni di arabi dalle televisioni
mediorientali, come un evento storico. La domanda di libertà
e di democrazia si diffonde e il dittatore egiziano Mubarak,
pressato dagli americani, è costretto ad accettare elezioni
presidenziali con più candidati. Persino in Arabia Saudita
la pressione per la democrazia si fa ogni giorno più forte.
La strada della democratizzazione del Medio Oriente sarà
certo lunghissima, costellata da chissà quante stragi e omicidi.
Il clero iraniano e il terrorismo di Stato siriano, ad esempio,
non molleranno facilmente la presa nei loro Paesi (né rinunceranno
di buona grazia all'azione di destabilizzazione in Iraq o in Palestina).
Però la falla si è aperta e chiuderla, per i tiranni
mediorientali, non sarà facile. È difficile negare che
dietro a tutto questo ci sia la concezione visionaria di chi, dopo
l'11 settembre, ha pensato che solo spingendo il Medio Oriente
verso la democrazia fosse possibile, in prospettiva, essiccare
le fonti del terrorismo islamico. Può essere che tra dieci
anni accada a George Bush ciò che è accaduto a
Ronald Reagan, il vincitore della guerra fredda. All'inizio
degli anni Ottanta, Reagan venne linciato in effigie sulle
piazze europee, quando scelse di dispiegare gli euro-missili
per bilanciare i missili sovietici. E da irresponsabile
guerrafondaio venne dipinto quando lanciò il progetto di
riarmo detto «guerre stellari». «Stupido
cowboy», dicevano. Ma lo stupido cowboy, grazie al
suo continuo gioco al rialzo, portò l'Unione Sovietica
allo sfinimento e all'implosione. E nessuno oggi può
più disconoscerne il valore. Magari fra dieci anni, chissà?,
molti di coloro che hanno dato, ancora una volta, dello stupido
cowboy a un presidente repubblicano, Bush, saranno costretti
a ricredersi e ad ammettere che con la guerra in Iraq cominciò
a cambiare il volto politico del Medio Oriente. La caduta dell'impero
sovietico portò democrazia e libertà ma provocò
anche lutti e guerre, dal Caucaso ai Balcani. Pochi però,
nonostante quei lutti, si augurerebbero la rinascita dell’Urss.
In Medio Oriente la partita della democratizzazione è
solo all'inizio e nessuno pensa che là dove la tirannia
è sempre stata di casa possano impiantarsi di colpo democrazie
come qui in Occidente le intendiamo. Ma un processo di cambiamento
politico è in atto e, quali che ne siano gli esiti a breve
termine, ciò è sicuramente un bene. Non si chiede a quelli
che hanno condannato la guerra in Iraq di andare a Canossa, essi hanno
il diritto di continuare a pensare che quella guerra fosse sbagliata
o immorale. Si chiede loro, però, di non chiudere gli occhi,
di riconoscere che la «storia è di nuovo in cammino»,
e che compito di noi occidentali è fare il possibile per aiutare
il mondo arabo a liberarsi delle sue catene.
Angelo
Panebianco, Corriere
della Sera
VIOLINI & VIOLINI
Ricordate la storia del violinista della foto
pubblicata qui di fianco? Siamo nel novembre
del 2004. Bene, questa è altra storia. E' storia
di oggi, è la storia di Dimitri.
Dimitri Musafia è un pacifico
americano che da decenni, a Cremona, si
dedica ai violini di Stradivari. Il prossimo 28 di
aprile si troverà però davanti a un giudice.
L'accusa è quella di diffamazione a mezzo stampa
per aver difeso il valore e il senso dell'Olocausto,
bollando come " intollerante e razzista"
un esponente locale dei Verdi del Sole che Ride per
la Pace, Salvatore Zurpa, professore in un istituto
superiore della città. . La vicenda comincia
il 27 febbrario 2002. Zurpa scrive alcune lettere
al quotidiano locale (La
Provincia,). Cita testi chiaramente revisionisti sul
tema della Shoah. In questi si parla di
" Ebrei tra i soldati di Hitler che ora sparano
ai palestinesi". Qualche giorno dopo, questa
volta tutto di suo pugno, pubblica un'altra lettera.
Il titolo è significatico: " Gli ebrei dovevano
insediarsi altrove". A distanza di
un mese il professore appunta ancora: "In Palestina le
scorrerie degli sgherri Israeliani contro le città, persino
contro i campi profughi dei palestinesi, sottoposti all'orrenda
occupazione militare israeliana, una cronaca quotidiana"
. Un paio di settimane più tardi,
bacchettando Oriana Fallaci, annota come "... il continuo
furto della terra per insediare i coloni ebrei sia il responsabile
di quell'ondata di antisemitismo che potrebbe deprecabilmente,
ma inesorabilmente, travolgere gli israeliani...". E' il
12 giugno quando Zurpa spedisce l'ennesima lettera al quotidinano
locale. Il titolo è: "Dalla tragedia dell'Olocausto
'industria' e 'speculazione' ". ... E' la goccia che
fa traboccare il vaso. Il calmo liutaio Dimistri sbotta.
Impugna la penna e scrive che, dopo tutte le lettere precedenti
di sapore antiebraico, quelle citazioni contro l'Olocausto
erano veramente troppo e scrive che l'atteggiamento del professore
Zurpa è da considerarsi "intollerante e razzista"...
il professore Verde considerandosi denigrato denuncia
per diffamazione il liutaio americano che, il prossimo 28
aprile, dovrà comparire davanti al magistrato.
(Tratto liberamente da un articolo pubblicato oggi da Libero,
articolo non in rete).
TEATRINO
- Prodi: : «Con
i Radicali c'è stato un confronto
su scala nazionale che ha posto di conseguenza problemi
di ordine politico generale e che, come tutti sanno,
non ha avuto esito positivo. Se il confronto si riproponesse
ora in qualche regione la valutazione spetterà
ai livelli regionali, sotto la guida dei nostri candidati
presidenti». (Ansa) Le Regioni in cui
l'Unione ha proposto l'accordo sono cinque, quelle
dove la presenza dei Radicali a fianco del centrosinistra
potrebbe rivelarsi decisiva: Piemonte, Lazio,
Calabria, Puglia e Abruzzo.
- Castagnetti:
«non
mi risulta ...».
(ADNKronos)
- Pannella
: «Siamo giunti alla conclusione che
il pur non disdicevole compromesso strappato dai Ds,
voluto dai socialisti e da gran parte della base
della Margherita, non può essere accettato dai Radicali».
(Ansa)
- Franco Marini:
«C'era la nostra disponibilità
e quella dei Ds ma Pannela vuole l'accordo in
tutte le regioni».