DOBBIAMO
IMPARARE A FARE IMPRESA
Meglio una gestione italiana
fallimentare oppure meglio
una partecipazione rilevante straniera
competitiva, si chiede Gaggi sul Corriere
della Sera del 3 aprile 2007. Insomma
fa veramente paura la mossa di vendita
di Tronchetti Provera verso due storici
colossi americani AT&T che fu la società
costituita da Bell, l’inventore del telefono nella
convinzione americana ed America Mòvil?
Improvvisamente l’Italia pretende
di diventare la Francia, di avallare
il più goffo ed inutile protezionismo,
come quello attuato da Bankitalia
nella gestione del caso Bancopoli, con
il risultato inutile di penalizzare
una banca ma non il mercato, visto che
BNL fu scalata e conquistata da Bnp Paribas
(proprio francesi!), mentre la stessa banca
olandese ha acquisito la maggioranza
del capitale azionario di Antonveneta. Ora
si preoccupa di Telecom Italia, perché
in fondo l’Italia vive di una sindrome peggiore
di quella francese, quella della semi-privatizzazione,
della connivenza difficile, perfino
assurda fra pubblico e privato, ovvero
tutto può essere privatizzato, purché
lo stato possa verificare e controllare
la gestione del privato stesso. Così è
capitato all’Enel, così all’Eni, così per
Trenitalia, così per Alitalia. In questo modo lo
Stato ha favorito la creazione di monopoli propri,
fallimentari per offerta scarsa di servizi
e per costi eccessivi, che hanno portato a scontati
fallimenti (Alitalia ne è l’esempio). In altri
casi invece ha compiuto sbagli manageriali e
cessioni affrettate ed inconcludenti, favorendo
i monopoli della solita grande impresa italiana (che
al momento opportuno, trovandosi in crisi, si
è scrollata di dosso gli investimenti e le
partecipazioni nelle società dove il mercato
esigeva troppo e la concorrenza era serrata) oppure
l’assistenzialismo bancario, che è perfino
cosa peggiore. A Telecom Italia è capitato
tutto ciò. Lo Stato ha venduto le partecipazioni
in modo assolutamente poco mirato, le gestioni
di Colaninno e Tatò hanno ridotto la società
telefonica ad un cumulo di debiti insoluti, con servizi
antiquati e la modernizzazione è costata ancora di
più. Il copione si ripete: la grande impresa non
vuole più sostenere pressioni e spese e vende. Meglio
così. Mi stupisce il balletto dello scambio di colpe.
La destra incolpa, ma la destra delle industrie e del
libero mercato dovrebbe invece constatare che le leggi
del mercato non guardano in faccia a nessuno, che è
solo colpa della fiacca, disinteressata e declinante
imprenditoria italiana, se Telecom Italia finisce in mano
estera. Altrimenti dobbiamo pensare che esistano due pesi
e due misure, che le mammelle dello stato siano cattive solo
se allattano la Fiat…
E’ ora che la destra faccia la destra
ed una destra liberale è pronta
a spronare le proprie imprese piccole e grandi
e non a piangere l’assenza dello Stato oppure
deve dare atto alle imprese estere che
operano su quelle italiane di essere realmente
competitive. E’ stato così per
Omnitel da quando è stata assorbita
da Vodafone, vedendo aumentare profitti,
clienti e garantendo tariffe competitive.
E’ stato così per H3G Italy (la
nota 3), che è una creatura dell’Hutchinson
Whampoa, società cinese di stanza ad
Hong Kong e che ha fornito la telefonia mobile
UMTS per prima in Italia e che ha favorito
promozioni ed incentivi piuttosto che aumenti
e tariffe fisse. Meglio così. Meglio del
fiato corto che tra poco Fastweb avrà (avrebbe
avuto?) con Enel.
E’ ridicolo che la destra faccia il
verso alla sinistra statalista
e che la sinistra pianga su sé stessa
e sui suoi errori, come sempre, sperando
che le banche corrano a salvare l’italianità
di Telecom. Ma la banche fanno affari, sono
imprese che alimentano i flussi di denaro
o non la carica qualitativa dei servizi. E non
sono le paladine dell’italianità,
ma del buon affare: Unicredit appoggia un concorrente
straniero contro Air One nella gara
per Alitalia; numerose banche si apprestano
ad affari non proprio eccepibili sul
piano morale in Russia; Capitalia si vende
al miglior offerente…e Generali aspettano (aspettavano)
che Tronchetti si facesse da parte per avere
campo libero su Telecom…e farne cosa? Un feudo
politically correct dove giocare all’alta
finanza sulla pelle dei clienti.
God Bless America e la Telecom con
lei. Dobbiamo ancora imparare a
fare e supportare l’impresa. E non dobbiamo
aspettare che siano i consumatori
a fare le spese di questo gioco a Monopoli
a distruggere.
Angelo M. D’Addesio
MOLLICHINE
"Gino Strada minaccia
di lasciare Kabul". E minaccia
di tornare in Italia.
L'Anm "pronta alla lotta contro
Mastella". Poi, se rimane tempo, lotta
alla mafia.
Dal 1999 le pigioni sono aumentate
del 112%. Se avessero avuto sensibilità
per la simmetria, sarebbero aumentate
del 111%.
Il Tar riapre lo stadio di Catania.
Meglio Tar-di che mai.
L'evasione fiscale ammonta a 20
miliardi di euro, lo ha detto la Guardia
di Finanza. E avrebbe dovuto aggiungere:
gli evasori sono i signori∑
Ahmadinejad libera gli ostaggi
inglesi. Nessuno stupore. Dopo la
spettacolo si torna a casa.
LA
LAICITÀ
La laicità è un'ideologia?
Il problema è antico, nel
senso che ci si chiede sempre
se la negazione di un’ideologia
non sia essa stessa un’ideologia e per
esempio se l’ateismo non sia esso stesso
una credenza: una credenza nel “non
credere”. Molti credenti dicono infatti
ai miscredenti: “Voi ci accusate di
credere in ciò che non capiamo, perché
adoriamo Gesù Cristo, e nel frattempo avete
fede nella non-esistenza di Dio, che è
tanto indimostrabile quanto la divinità
di Gesù”. Argomento suggestivo. Che tuttavia
si scontra con la constatazione che
se la non-credenza fosse a sua volta una credenza,
si avrebbero infinite credenze. Una credenza nulla
stupidità degli oroscopi, una credenza nel
fatto che sei per sei non fa trentasette, una
credenza nel fatto che le giraffe non hanno sei
zampe e che la Luna non è cubica. In realtà
non credere significa soltanto non credere.
Non significa “credere in non-credere”, come vorrebbero
alcuni: è qualcosa di puramente negativo.
La laicità non è
un’ideologia: è un’assenza di ideologia.
È un semplice, pragmatico scetticismo:
“bisogna coltivare il nostro
giardino”, cioè vivere in pace.
Tuttavia c’è un
modo per capire come mai per
alcuni la laicità sia un’ideologia.
Un vegetariano può convivere
con un uomo convinto che bisogna
mangiare carne. Magari ognuno penserà
che l’altro sbaglia ma la reciproca tolleranza
è ancora possibile: basta avere menu
diversi. Se viceversa un laico ama la
carne di maiale e l’altro è un islamico,
la cosa si complica perché l’islamico
non si limita a dire che lui non vuole mangiare
carne di maiale; afferma che mangiare
carne di maiale è male; è peccato; infetta
la casa; e dunque che anche l’altro non dovrebbe
mangiarla. Per chi è religioso il comportamento
diverso da quello prescritto dalla propria
religione è un male per tutti, e dunque
un male che bisognerebbe reprimere. Da qui nasce
l’intolleranza e si spiega anche la severità
di certi eterosessuali nei confronti degli
omosessuali. Inoltre, poiché il credente
si sente un portatore dei principi del bene,
attribuisce specularmene al non credente
un’ideologia e lo considera un portatore dei
principi del male. Mentre quest’ultimo ha
la sola colpa di non avere le sue stesse convinzioni.
L’ideologia è tendenzialmente
apostolica ed universale.
Il suo adepto, per una naturale
tendenza antropomorfica ed egocentrica,
attribuisce a chi ha un atteggiamento
diverso dal proprio un’ideologia
di segno opposto. Sicché l’imperativo
“niente-maiale” trasforma l’amore
delle salsicce in ideologia. Mentre
la non-ideologia (cioè la laicità,
lo scetticismo) è al contrario tendenzialmente
tollerante ed anzi indifferente
al comportamento dei terzi.
In Italia questo stesso
meccanismo ha funzionato per
decenni in campo politico. Chiunque
fosse di estrema sinistra (una
delle religioni più fanatiche) ha avuto
tendenza a dare del fascista a chiunque
non fosse di estrema sinistra. Il liberale,
in quanto non comunista, doveva per forza
essere portatore di un’accanita ideologia di
segno contrario: dunque un fascista.
Il laico è uno
che non va in chiesa, pagoda,
moschea o sinagoga: e tuttavia
a volte si vede sbarrare la strada da
un tempio.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it
- 4 aprile 2007
ANCHE STRADA DA DEL BUGIARDO A D’ALEMA
D’Alema ha affermato che per quanto
riguarda la liberazione
di Mastrogiacomo il governo
italiano non ha partecipato alle trattative
e non ha discusso le condizioni
del rilascio: ha affidato tutto ad Emergency
e non è responsabile di nulla (“Porta
a porta”). Ora Gino Strada dichiara alla Stampa
di Torino (2 aprile 2007) che Rahmatullah (il
negoziatore diretto ora in carcere) «Non
ha fatto nulla che io non gli dicessi
di fare, dopo averlo concordato direttamente
con il presidente del Consiglio, con il
ministro degli Esteri, con l’Unità di crisi
della Farnesina e con l’ambasciatore
italiano a Kabul». Nell’immediatezza
della crisi con l’Amministrazione
statunitense, abbiamo scritto che D’Alema
s’era dimostrato un bugiardo, nelle sedi internazionali
più solenni e che, se avesse
avuto problemi di dignità, si
sarebbe dovuto dimettere. Ora l’intervista
a Gino Strada dimostra che D’Alema mente
ancora una volta e lo fa per scaricare su altri
sue precise responsabilità.
Ancora ottime ragioni per dimettersi.
Qualcuno potrebbe domandare:
“Come si dimostra che
ha mentito il ministro e non Gino
Strada?” E si può provare a rispondere.
In primo luogo, che D’Alema sia capace
di mentire l’hanno dimostrato Condoleezza
Rice e il governo americano. E non è
poco. In secondo luogo, il coinvolgimento
di Emergency è un’evidenza internazionale
che non abbisogna di prova:
e dunque Strada ha voce in capitolo. In terzo
luogo, il fatto che il governo italiano
non sia stato per nulla coinvolto è
assolutamente inverosimile, e infatti su
di esso si sono abbattute le critiche internazionali,
non certo sul capo di Emergency. Il
quale fra l’altro non ha nessun interesse
a mentire.
Rimane solo da discutere
questo personaggio. D’Alema
potrebbe sostenere che si tratta
di un uomo bizzarro, di un utopista,
di un estremista, di un marginale
forse perfino poco equilibrato. Uno
che da un lato aiuta il prossimo, dall’altro
in politica delira. Se ci si è rivolti
a lui è perché – come forse dimostra
anche l’arresto del suo emissario Rahmatullah
– è contiguo ai Taliban a causa del
suo viscerale antiamericanismo.
Ottima tesi: è
del resto difficile avere un’opinione
diversa di quel signore. Ma non
è detto che la toppa non sia peggiore
del buco. Se D’Alema aveva una simile opinione
del dr.Strada, perché mai gli
avrebbe affidato una così delicata negoziazione
a nome del governo italiano? E
perché l’ha fatto escludendo i servizi
segreti e le altre strutture dello Stato?
Se lo usa come emissario italiano a preferenza
di chiunque altro (incluso l’ambasciatore
italiano a Kabul) deve ovviamente assumersi
la responsabilità di questa scelta. Strada
è il suo uomo, non il nostro uomo. E se
il suo uomo gli dà del bugiardo, bizzarro o no,
è un suo pari che l’accusa. Credibilmente.
La verità è
che l’Italia non avrebbe dovuto
abbassarsi ad arruolare come negoziatore
un simile personaggio. Se D’Alema
si aspettava che Strada avrebbe mantenuto
il segreto, che fosse capace di tenere
la bocca chiusa nell’interesse dell’Italia,
ha dimostrato di non sapere giudicare
i collaboratori. In totale, nel caso della
liberazione di Mastrogiacomo l’Italia
si è comportata male e le è andata
male come quando, nel 1940, ha dichiarato
guerra alla Francia. Il cinismo è giustificato
dal successo, ma senza il successo appare
per quello che è: una forma di abiezione
morale.
Gianni Pardo - 2 aprile
2007
Addio ai padri
Il colloquio che segue è
tratto da un filmato su YouTube,
registrato con un cellulare nella
classe di una scuola italiana la
settimana scorsa. Un alunno di una
quindicina d’anni, è vicino alla
cattedra con un microfono in mano e finge un’intervista
alla professoressa: Alunno:Ma lei,
professoressa, ha mai provato a mettersi
un dito nel culo? Professoressa (imbarazzata
e sussurrando): Ma che dici, via...
Alunno: Ma lei quanto guadagna? Professoressa
(come sopra): Non molto di certo... Alunno:
Pensa che guadagnerebbe di più facendo la
puttana? Questo il brutale, e testuale, referto
delle parole. Le quali obbligano a infischiarsene
del moralismo e a porsi una domanda:
che cosa è, che cosa bisogna pensare
di un Paese dove in un’aula scolastica è
possibile un simile scambio di battute?
E dove è possibile
che ciò accada senza che
nelle 24 ore successive (almeno a quel
che si sa) vi sia alcuna reazione significativa?
A proposito di episodi di brutalità,
di violenza o di rifiuto
delle regole più elementari del vivere
civile come questo, che si susseguono
nelle nostre scuole, non è più possibile
evocare la categoria onnicomprensiva
di «bullismo ». Non è
più possibile, cioè, rifugiarsi
nella dimensione del patologico e magari
pensare che l’azione di un ministro (che pure
è necessaria e urgentissima: si svegli onorevole
Fioroni, si svegli!) possa essere il rimedio.
Certo: la scuola e l’istruzione sono coinvolte,
eccome!, ma si tratta di ben altro. Si tratta
nella sostanza di una frattura immensa che
nella nostra società si è aperta tra le generazioni.
Una frattura che comporta
spesso l’impossibilità di trasmettere
dai padri ai figli i modelli comportamentali,
le gerarchie dei valori
accreditati, perfino le regole della
quotidianità, che i primi
bene o male si credevano tenuti a osservare
e che i secondi oggi, invece, neppure
quasi conoscono o trattano con assoluta
noncuranza. Beninteso, nell’epoca della
modernità tutti i passaggi generazionali
hanno registrato un problema del genere, che
però oggi si presenta in modo radicale
per la presenza combinata di due fenomeni inediti
e dirompenti. Da un lato l’enorme innalzamento
del reddito che da mezzo secolo caratterizza
tutte le nostre società, e che consente
oggi anche ai giovanissimi, per non dire agli
adolescenti, di avere in tasca (o di poter ragionevolmente
aspirare ad averlo) denaro da spendere
per un ammontare finora impensabile (quanti
quindicenni nel 1960 potevano avere un mezzo
di locomozione proprio?).
Dall’altro, più
o meno nello stesso periodo,
ha preso forma una gigantesca rivoluzione
scientifico-tecnica di portata
generale, sì, ma capace
di irrompere in modo pervasivo nella
quotidianità del privato (si pensi
alla pillola, alla tv, a Internet, all’ingegneria
genetica), ed è in questa nuova
quotidianità—distruttiva
degli antichi universi valoriali e stilistici
rappresentati esemplarmente
dalla scuola—che si forma la nuova soggettività
giovanile, forte del suo potere d’acquisto
e non più orientata a un rapporto di imitazione
con il mondo adulto ma piuttosto in arrogante,
spesso aggressiva e violenta, contrapposizione
a esso. Il cui simbolo è non a caso
il cellulare.
E’ accaduto, insomma,
che nel tardo XX secolo i giovani
siano divenuti i fruitori/apostoli
di tutte le maggiori novità
tecnico- scientifiche e in genere
della massiccia innovazione sociale,
acquisendone per riverbero il prestigio
e un profondo sentimento di autonomia. I
padri, invece, sono andati inevitabilmente
perdendo, di pari pari passo, il senso culturale
del proprio ruolo e dei valori ricevuti
e la sicurezza in se stessi. Tutto ciò è
specialmente vero per l’Italia perché in
Italia la cultura dei padri era particolarmente
fragile. Priva di forti modelli tradizional-borghesi,
influenzata profondamente dall’incerto permissivismo
sessantottesco e dai luoghi comuni culturali
del politicamente corretto, essa si è
trovata in una situazione di totale debolezza
davanti all’irruzione dei processi di autonomizzazione
della soggettività giovanile.
Non solo. Da noi era
specialmente debole proprio
l’istituzione deputata in primis
a fare i conti con quella soggettività:
la scuola. Cosa poteva mai
opporre alla straordinaria sfida dell’epoca
la povera scuola italiana, che
arrivava all’appuntamento dominata dai
sindacati, gestita da una lobby di pedagogisti
di regime e guidata da politici paurosi,
interessati solo alla carriera?
di
Ernesto Galli della Loggia - 02 aprile 2007
P.S. Non che sia vangelo,
e Carolina ha ragione quando
dice che le critiche alla gioventù
“smidollata” sono eterne. Ma è un
contributo al dibattito. Gianni Pardo
LA PACE SI FA COL NEMICO?
La pace, si ripete in questi giorni,
si fa col nemico. Dunque, se si
vuole la pace in Afghanistan, bisogna negoziarla
con i Taliban. Semplice ed evidente. Come
dire che il Sole percorre l’arco del cielo
mentre la Terra sta ferma.
In realtà l’affermazione
è corretta quando
soggettivamente, si abbia da fare
con un’entità che si possa tecnicamente
definire “nemico” e oggettivamente, ci
sia qualcosa da negoziare. Ambedue le condizioni
mancano nel caso dell’Afghanistan.
Non qualunque disordine,
difficoltà o problema merita
il titolo di “nemico”. Nella guerra
che Pompeo condusse contro
i pirati quei criminali del mare non
costituivano tecnicamente un nemico:
non obbedivano infatti ad un comando
centrale che avrebbe potuto negoziare
una pace e assicurare la fine delle aggressioni.
L’unico sistema era quello di eliminarli fisicamente
in battaglia, o crocifiggerli una volta
catturati e inoltre quello di distruggere le
loro basi e punire severissimamente chi dava
loro aiuto e ricetto. Pompeo vinse una “guerra”
che in realtà non fu una guerra: fu una gigantesca
operazione di polizia. Forse la più grande
di tutti i tempi, viste le dimensioni dei mezzi
impiegati. Per la stessa ragione è una sciocchezza
parlare di “guerra alla mafia”: la mafia
è solo un problema di polizia.
Gli Alleati avrebbero
invece potuto trattare una
pace con Hitler: la qualifica di
nemico non dipende infatti da un
giudizio morale. E da questo punto di
vista Israele potrebbe considerare un
nemico Hamas, che ha dei capi e una struttura
di comando. Se tuttavia, raggiunta la pace,
gli attentati poi continuassero, Hamas perderebbe
il titolo di “nemico”, gli accordi non varrebbero
più e il problema ridiverrebbe un problema
di polizia.
La seconda condizione,
oggettiva, è che ci sia
qualcosa da negoziare. Se due Stati
si contendono un territorio, l’oggetto
della pace sarà costituito dall’accordo
su quale parte di quel territorio
andrà all’uno e quale parte andrà all’altro.
In tanto il negoziato è possibile
in quanto si sia disposti a concedere qualcosa
all’altro. Se invece non si è
disposti a concedere nulla si chiede la resa senza
condizioni. In questo caso non c’è nulla
da negoziare e il vinto è alla totale mercè
del vincitore.
Attualmente, per quanto
detto, la pace con Hamas è
impossibile. Non si può trattare
se l'avversario vuole non "qualcosa"
ma la nostra morte. L’unica pace che
Hamas attualmente concepisce è
che Israele dica: "E va bene, sparami".
Dunque non c’è nulla da negoziare. Le
proclamate intenzioni dei palestinesi pongono
le premesse di una guerra inestinguibile.
Neanche con i Taliban
è tecnicamente possibile
negoziare una pace. Essi
non possono assicurare la fine dei disordini,
e dunque non costituiscono un
“nemico” (manca la condizione soggettiva).
Inoltre, se rispondessero ad un capo
(al Qaeda?), e questo capo volesse l’islamizzazione
dell’occidente per mezzo
del terrorismo, mancherebbe la condizione
oggettiva. Gli Stati che hanno uno
stile di vita occidentale non sono disposti
a vivere come si viveva a Kabul prima dell’intervento
dell’Onu.
Nel caso delle guerre
con paesi non confinanti,
la pace consegue o alla colonizzazione
(la Britannia dopo Cesare) o al
ritiro, come si è avuto per la Francia
dall’Algeria. Il ritiro può essere
seguito da un’alleanza (Germania e Stati
Uniti dopo il 1945) o da rapporti freddi,
in quanto il ritiro sarà stato sostanzialmente
una sconfitta negoziata. A volte
la potenza più forte (per riprendere l’esempio,
la Francia in Algeria), ben potrebbe
tecnicamente continuare la guerra ed infliggere
gravi danni al nemico. Solo che ad un certo
punto si chiede se il gioco vale la candela. E cede.
Analogamente nessuno può ragionevolmente
sostenere che il Vietnam potrebbe vincere
una guerra contro gli Stati Uniti. Ma dopo
che questi hanno perso in quel lontano paese cinquantamila
uomini, si sono chiesti se valesse la pena
di continuare. Ed hanno risposto di no.
La pace in Afghanistan
potrà conseguire o al
ritiro dell’Onu da quel paese e all’abbandono
di quel paesi ai fanatici
o all’eliminazione dei ribelli. Per
la prosecuzione delle operazioni molto
dipende dal valore della materia del contendere.
Cioè dal sapere se la posta in gioco
vale lo sforzo militare o no. Ma questo
non si può decidere al Bar Sport.
Gianni Pardo - 1 aprile
2007
(NOTA
PER
TUTTI COLORO CHE INVOCANO L’ONU)
Lapidare
gli omosessuali
per l’Onu non è reato, anzi non
è riprovevole
Eccola la nota impegnativa
delle Nazioni Unite, quella
che provenendo dal soglio
multikulti della bontà mondiale
non turberà il sonno di nessuno:
lapidare i froci non è reato. Alla riunione
del Consiglio di Ginevra sui diritti
umani, un organo ideato da Kofi Annan
ma già più ridicolo della famigerata
Commissione di cui l’anno scorso ha preso il posto,
a settembre è stato presentato un documento
di condanna della Nigeria per la mostruosa
pratica di lapidazione, fino alla morte, degli
omosessuali. L’ambasciatore nigeriano s’è
difeso da par suo e ha spiegato ai colleghi che
“la pena di morte per lapidazione contro chi
compie atti sessuali contro natura è prevista
dalla sharia e non dev’essere equiparata agli
omicidi extragiudiziari anzi, davvero, non deve
nemmeno essere considerata in questo rapporto”. La
presidenza del consesso mondiale che, in teoria, dovrebbe
tutelare i diritti umani ha ringraziato ed è
passata ad altro, tendenzialmente a un voto di condanna
nei confronti di Israele. In questa sessione
sono già state approvate otto risoluzioni contro
lo stato ebraico, e ce ne sono altre tre in lista d’attesa,
ma non è passata nessuna critica formale ai soliti
e ben noti torturatori. Questa settimana, il Consiglio
ha deciso di non prendere in considerazione il
peggioramento della situazione dei diritti umani
in Iran e Uzbekistan. E anche l’inevitabile
documento sul genocidio in Darfur (che, intanto, secondo
l’Onu non è genocidio) ha evitato accuratamente
di puntare il dito sul governo sudanese, viceversa
il testo non sarebbe stato approvato. La solita
alleanza tra macellai, dittatori e democrazie accondiscendenti
continua, con l’egida Onu, a giustificare ogni
abominio, compresi la violenza sulle donne nel mondo islamico,
la negazione dell’Olocausto di Teheran, la tortura
politica a Cuba, le bombe di Hezbollah. Alla fine di
ogni intervento di questi personaggi, la presidenza del Consiglio
Onu doverosamente ringrazia, malgrado le sconcezze
ascoltate.
La settimana scorsa,
quando il rappresentante di
UN Watch ha preso la parola per
denunciare queste cose, e dire
che il sogno dei padri fondatori delle
Nazioni Unite si è trasformato
in un incubo, è successa una cosa straordinaria
che vi consigliamo di andare a vedere
sul sito unwatch.org. Lo spagnolo che presiedeva,
dopo aver ringraziato ogni difensore
dei torturatori fin lì ascoltato,
si è rifiutato di fare altrettanto
con il rappresentante di UN Watch, condannando
il suo intervento, giudicandolo inammissibile
e intollerabile. E’ la prova, non solo secondo
il Wall Street Journal e il New York Sun,
ma anche per una rivista progressista come Foreign
Policy, che il Consiglio dei diritti umani
dell’Onu “è ufficialmente una barzelletta”.
(Dal “Foglio” del 31 marzo)
MOLLICHINE
Battisti, prima dell’estradizione,
sarà condannato
in Brasile per uso di documenti falsi. Dunque
tranquilli, qualche settimana
di carcere la farà.
Il ministro Bersani:
“L’unica via per abbassare
le tasse è la lotta all’evasione
fiscale”. Traduzione: mettetevi
il cuore in pace.
Paolo Cento sui talebani:
«Debbono essere coinvolti
nel dialogo per la pace facendone
prevalere l’anima moderata».
All’anima dell’anima
moderata!
Diliberto: “Temo di
fargli un guaio nel dirlo, ma
D'Alema è un eccellente ministro
degli Esteri”. No, il guaio è
che D’Alema si comporti in modo da fargli
dire questo.
Per Beppe Grillo i
talebani arrestati (e ora rilasciati)
“forse sono solo patrioti”.
Forse. E forse Beppe Grillo è
intelligente.
D’Alema a un senatore
dell’opposizione: “Tutti
possono esprimere opinioni,
persino lei...” E tutti possono essere
arroganti: ma come lui…
Gianni Pardo
BADARE A SE STESSI
29 marzo 2007, notizia
sul “Corriere della Sera”: “Beve 52 Tequila.
Sedicenne va in coma e muore”. E
fin qui è triste, ma uno dice: capita.
Ma il giornale prosegue: “Aperta
un'inchiesta per accertare il motivo
per il quale nessuno ha impedito al giovane
di continuare a bere alcolici”. E qui
non ci siamo più. In primo luogo, un giovane
che fra due anni avrà il diritto di contribuire
a determinare le sorti del paese
col proprio voto dovrebbe sapere che l’alcool
è un veleno, tanto più nocivo quanto
più in fretta è ingerito. In
secondo luogo, non è detto che qualcuno
non gli abbia detto di non fare il cretino, di
smetterla, e che questo sconsiderato Lukas abbia
continuato a ingurgitare Tequila. Anche perché
era intenzionato a vantarsene, come poi
fece nella discoteca in cui arrivò ubriaco
alle quattro del mattino. Infine e soprattutto,
perché mai qualcuno “avrebbe dovuto
impedire al giovane di continuare a bere alcolici”?
Impedire, si badi bene, al limite della violenza
privata, come scrive il giornale e come avrebbe
forse voluto chi ha aperto quell’inchiesta.
Qui francamente si esagera.
Apprendere che un
sedicenne muore dopo un mese
di coma per una stupida bravata
è ovviamente triste, ma non
sta agli altri, alla società,
impedire che il singolo si faccia del male.
La società può mettere una
ringhiera sul bordo del burrone, non può
impedire che qualcuno la scavalchi e
si sfracelli. La famiglia può ed anzi deve
insegnare che l’alcool fa male, soprattutto
in quantità eccessiva, ma nessuno
può impedire ad uno sconsiderato
con troppi soldi in tasca di non darle
ascolto. È tempo di ripetere ciò che
per secoli e millenni è stata un’ovvietà:
ciascuno deve badare a se stesso. Ecco
perché l’idea di “aprire un’inchiesta” su un fatto
del genere sembra fuor di luogo. Quand’anche dei
coetanei sconsiderati avessero accettato la
sfida di Lukas, che si dichiarava capace
di bere mezzo centinaio di Tequila, di che sarebbero
responsabili? D’essere scervellati quanto lui.
Non è perché si è incoraggiati a scavalcare
la ringhiera che ci si butta nel burrone. E
se qualcuno ci incoraggia, basta ridergli in faccia.
Un detto inglese dice
che the foool and his money
are soon parted, lo sciocco e il suo
denaro sono presto separati. E a volte
lo stesso è per la vita. Se non si è
capaci di proteggerla con un minimo di
buon senso e d’intelligenza, se si cerca
di vedere se c’è benzina accendendo un
fiammifero, ebbene, non c’è commissione
d’inchiesta che possa salvare l’incauto.
Una seconda considerazione
riguarda più specificamente
gli adolescenti. Oggi si assiste
ad una progressiva infantilizzazione
della società. Un ragazzo
di sedici anni, malgrado la sua potenza
sessuale, malgrado il denaro
che riesce ad avere in tasca, è un
bambino. La stessa idea di avviare un’inchiesta,
nel caso che un Lukas si ammazzi, fa capire
che per la società un sedicenne che un tempo
era maturo per il matrimonio oggi dovrebbe
andare in giro tenuto per mano, forse
anzi sostenuto da due lunghe bretelle, come
quando s’impara a camminare.
È lo scotto che
la gioventù attuale paga
per la distanza dal lavoro, dalla miseria,
dalla durezza della vita. Chi beve
52 Tequila è ancora afflitto dal complesso
dell’onnipotenza infantile,
quella del bambino che tende la mano
per acchiappare la luna. Il mondo civile
sta allevando una generazione di smidollati.
Gianni Pardo.
- 30 marzo 2007
Torno subito
Alle
quattordici o alle quindici o alle
sedici, o giù di lì, del
23 marzo scorso, "capperi.net" fece
click e scomparve. Già gli
era capitato. La sua "E' la libertà,
bellezza!" si manifesta s anche in questo
modo.
In realtà,
questa volta, s'è trattato
di una semplice dimenticanza riguardante
il "dominio". Cosa risolta.
Ce ne scusiamo.
NON L’HO VISTO
E NON MI PIACE
Ci sono battute così
brillanti che finiscono col vivere
di vita propria. O viene dimenticato
il loro autore o sono attribuite un po’ a
tutti i grandi o gli spiritosi. Per
esempio, “Con amici così non si ha bisogno
di nemici”, “Dio fa impazzire coloro che vuol
perdere”, “È peggio di un crimine, è
un errore”, e via dicendo. Una di queste battute
è: “Non l’ho visto e non mi piace”. L’affermazione
è illogica, letteralmente:
non si può giudicare qualcosa di
cui non si ha nozione. Ma, come tutte le frasi
umoristiche, essa ha un senso più profondo.
Nel suo discorso
d’ammissione all’Accademia
di Francia Buffon, il grande
naturalista francese, disse le famose
parole: “le style est l’homme même”,
lo stile è l’uomo stesso.
Che ne sarebbe di Leopardi poeta, se
le sue liriche non avessero quello stile,
non fossero scritte con quelle parole?
E non c’è nessuna differenza fra fischiettare
il motivo conduttore della Jupiter e
sentirla eseguire dai Wiener Philarmohiker?
Ecco perché è un delitto ridurre a
canzonetta (come è stato fatto) il concerto
per violino e orchestra di Beethoven o la Terza
Sinfonia di Brahms: quelle opere non vivono prevalentemente
del motivo conduttore, ma degli impasti orchestrali,
delle variazioni, dello stile appunto.
Chi si tuffa a leggere
un articolo di giornale
dopo averne visto la firma, senza
neanche badare al titolo, ciò
fa perché molte altre volte ha apprezzato
le idee di quel commentatore. Al contrario,
si saltano gli articoli di altri
giornalisti, quale che ne sia il titolo,
perché troppe volte se ne è stati delusi.
“Non l’ho letto e non mi piace” in questo
caso potrebbe significare: “conosco questo giornalista,
conosco le sue idee e il suo stile, e so che
perderei il mio tempo, leggendo questo testo”.
Questo atteggiamento
è sicuramente ingiusto,
teoricamente. Chi ha detto
novantanove sciocchezze potrebbe
dire una cosa giusta, la centesima
volta: ma chi ha la pazienza di ascoltare
le novantanove sciocchezze, e di esaminarle,
e di aspettare la volta in cui sarà
detto qualcosa d’intelligente? Ars longa,
vita brevis, l’arte (della pazienza,
stavolta) è lunga, la vita breve. Non abbiamo
tempo per concedere dieci prove d’appello
e cinque di cassazione. Chi dice “non l’ho visto
e non mi piace” non è più cattivo degli
altri: confessa soltanto i propri pregiudizi mentre
gli altri non li confessano.
È un fenomeno
eterno. Fa parte della storia
della letteratura il caso
di Alphonse de Lamartine, grandissimo
poeta in gioventù che in seguito,
da giornalista, finì con l’annoiare
a morte i suoi lettori e allontanare i
più sottili e avvertiti. Col risultato
che quando, a tanti anni dalle “Méditations”,
scrisse un piccolo capolavoro
(“La vigne et la maison”) nessuno
se ne accorse. Hanno dovuto accorgersene
i posteri. Quando la pubblicò Lamartine
era ormai divenuto un fossile da cui nessuno
si sarebbe aspettato qualcosa di eccellente.
Il pregiudizio può
indurre in errore ma è anche
una semplificazione, nell’esistenza;
e tutti ne abbiamo bisogno.
Meglio andare a visitare Venezia,
anche se è banale e fa parte dei
pregiudizi turistici, che andare a visitare,
nel tentativo di sfatare un pregiudizio,
il lago Ciad o il deserto di Gobi. L’unico
dovere che si ha, se ragionevolemente
sollecitati, è quello di concedere una
prova d’appello: non si pretende che i pregiudizi
siano inesistenti, ma solo che siano superabili.
A questo punto rimane
solo da chiedersi quanti,
avendo visto la firma che segue,
abbiano detto di questo articolo
“non l’ho letto e non mi piace”. Esercitando
il diritto che qui si reclama.
Gianni Pardo
- 29 marzo 2007
PAS D’ENNEMI À GAUCHE
Trent’anni fa Luciano Lama
fu contestato da sinistra all’Università
“La Sapienza” di Roma e si arrivò a scontri
e violenze. Oggi Bertinotti è
vivacemente contestato nella stessa
università da studenti che gli gridano “guerrafondaio”,
“assassino”, “buffone” - ovviamente
perché il Prc si appresta a votare a favore
del finanziamento della missione militare
italiana in Afghanistan. È lecito chiedersi
perché questo genere di notizie sia così
fastidioso, soprattutto per chi si sente di sinistra,
ed è lecito azzardare qualche ipotesi.
Il comunismo è
nato come ideologia rivoluzionaria.
Dal momento che è
difficile concepire una rivoluzione
moderata, razionale, prudente,
ogni atteggiamento moderato, razionale
e prudente è stato sentito come un
compromesso col nemico. Cioè come un tradimento
dell’ideale di una totale – e se necessario
sanguinosa - palingenesi sociale.
Non importa dunque che ci si senta sinceramente
di sinistra: se la contestazione
viene da quel lato, è giusto chiedersi
se non si sia in colpa. L’estremismo allergico
ad ogni compromesso è infatti l’insegna
stessa del movimento e la sua inalienabile
bandiera.
Questo dovere di non
lasciare dubbi sulla purezza
dei propri intenti e della propria
vocazione rivoluzionaria è stato
condensato nelle parole di un dimenticato
uomo politico francese, Camille Pelletan.
Nei primi del Novecento fu lui a creare
il motto: pas d’ennemi à gauche, nessun
nemico a sinistra. Il senso di questo imperativo
è che, se si ha un nemico a sinistra,
significa che forse si è tradito il Partito
e che probabilmente quel nemico ha ragione.
Ma è un imperativo sostenibile?
Una volta tre amici
fecero a gara a chi riusciva
a dire il numero più grande: ovviamente
vinse quello, dei tre, che
a qualunque numero rispondeva ”Più uno”:
perché la serie dei numeri è
infinita. Lo stesso avviene con le posizioni
politiche. Per quanto estrema possa
essere una posizione, se ne può sempre concepire
una più estrema. Stalin mandò a
morte molti Kulaki? Uno più a sinistra
di lui avrebbe potuto proporre di torturarli,
prima di metterli a morte. Si può sempre
andare oltre. Fino al delirio, fino all’assurdo.
E non si vede perché chi ha la responsabilità
di guidare un partito – e a fortiori un paese – dovrebbe
lasciarsi suggestionare da chi, pur di scavalcarlo
a sinistra, dica “Più uno”.
Bertinotti non deve
lasciarsi impressionare da
quattro studenti mentecatti.
Se li ascoltasse, dovrebbe far cadere
il governo Prodi. Per poi riavere
Berlusconi al potere. Ma nello stesso
modo il principio funziona per i Ds,
i quali non dovrebbero ascoltare Bertinotti
quando è lui a dire “Più uno”.
In totale è la ragione stessa a formulare
un appello alla ragionevolezza: perché
è impossibile dar retta agli utopisti.
Come è stato detto, “c’è sempre
un più puro che ti epura”. Dunque bisogna
fare ciò che è giusto fare, senza occuparsi
del Savonarola o del Saint Just di turno.
Gianni Pardo, - 28 marzo
2007
Libertà
Fra pochi giorni festeggeremo
Pesach, solennita' ebraica
che racconta la fine della schiavitu'
degli ebrei presso il Faraone. Pesach parla
di Liberta', liberta'
per il Popolo di Dio.
tutte le famiglie
di Israele e degli ebrei del
mondo, durante il primo seder,
leggeranno la haggada' che racconta
la storia della schiavitu'
in Egitto e che si conclude ogni anno,
da 2000 anni, da quando Gerusalemme
e' stata distrutta e gli ebrei si
sono sparsi per il mondo, con il grido :"Le Shana'
Abbaa' be Jerushalaim".
L'anno prossimo a
Gerusalemme.
Tre famiglie in Israele
non festeggeranno, non
potranno farlo, non ne avranno la
forza, si sentiranno violentati,
dilaniati dalla disperazione. Tre
famiglie i cui figli sono nelle mani di
belve immonde.
Due, Eldad e Ehud,
rapiti da hezbolla' 9 mesi fa
e uno, Gilad, il piu' piccolo,
solo 19 anni, un cucciolo dal sorriso
timido e felice, rapito da hamas
quasi 10 mesi fa.