Archivio di Marzo 2007

LA MALAFEDE DEL CENTRO-SINISTRA
Il miglior modo di dimostrare la malafede di qualcuno è far vedere come si smentisca egli stesso in nome dell’interesse. Prima, quando esso andava in una certa direzione, ha sostenuto qualcosa; poi, quando va nella direzione opposta, vira di centoottanta gradi. Un caso di scuola lo fornisce il centro-sinistra.
Come si sa, la Casa delle Libertà ha più volte sostenuto che l’opposizione, nei cinque anni della legislazione berlusconiana, non è stata costruttiva ma ha osteggiato qualunque iniziativa, qualunque legge, qualunque provvedimento proposto. Arrivando a definirlo rovinoso, pericoloso ed anzi esiziale per la democrazia. Questo comportamento è stato tenuto anche nei confronti della modifica costituzionale proposta dal centro-destra, affossata con un apposito referendum. Inoltre, in occasione del varo della legge elettorale attualmente in vigore, su suggerimento della sinistra, Ciampi (anche lui di sinistra, si vede da come vota), obiettò che il premio di maggioranza al Senato era anticostituzionale. Rifiutò la firma e quel premio di maggioranza fu abolito. La conseguenza è che ora in quel consesso il governo è paralizzato, mentre quella “pessima” legge, per la parte che non è stata modificata, ha fornito all’Unione, (in vantaggio per sei decimillesimi, cioè lo 0,0006 %, dei voti espressi), una confortevole maggioranza alla Camera. Di cui nessuno ringrazia.
Sulla base di ciò che scrive il “Corriere della Sera”, oggi disponiamo di dati riguardo alla proposta di Vannino Chiti per modificare la legge elettorale e la lettura dello schema stupisce. Molte delle proposte sono rovinose, pericolose ed anzi esiziali per la democrazia: infatti corrispondono alla riforma varata dal Polo. Chiti propone in particolare il premio di maggioranza al Senato su base nazionale. Quella stessa disposizione che Ciampi rifiutò di firmare, che fu coralmente dichiarata incostituzionale e che la Casa delle Libertà, obbediente, eliminò. Ora se ne riparla e non abbiamo sentito nessuno protestare per la sua palese incostituzionalità. Stranezze.
Chiti propone poi le liste bloccate: altro marchingegno dell’attuale legge elettorale contro cui si sono scagliati per mesi tutti i commentatori e gli stessi elettori di centro-sinistra. Si è detto e ripetuto che costituiscono un’espropriazione del sacrosanto diritto dell’elettore di votare per chi vuole e non soltanto per chi il partito ha deciso di mettere in lista. In questa sede non è certo necessario stabilire se questo marchingegno sia opportuno o iniquo: ma piacerebbe vedere la gente protestare come ha protestato per mesi contro una legge definita da tutti una “porcata”. Questa disposizione non è più una porcata?
La bozza Chiti propone poi di riformare l’attuale bicameralismo perfetto, differenziando le funzioni del Senato. Ma non era quello che c’era scritto nella riforma costituzionale che il centro-sinistra è riuscita ad affossare? Come mai fino a qualche mese fa questo provvedimento era orrendo ed ora è divenuto desiderabile? Si ha addirittura il sospetto che sia stato osteggiato solo perché proposto da una maggioranza berlusconiana.
Per Chiti nelle campagne elettorali bisognerà inoltre indicare preventivamente il programma. Qualcuno ha dimenticato le mille ironie riguardanti il “Contratto con gli italiani” di Berlusconi? Ebbene, ora esso dovrebbe divenire legge. Come pure dovrebbe divenire legge un’altra iniziativ a del Cavaliere, che a suo tempo fece scandalo e cioè quella di indicare già da prima il nome del futuro premier. Insomma ciò che scrive Chiti avrebbe potuto scriverlo Gianni Letta.
Ma non è tutto. Il meglio è la ripresa di quella norma che avrebbe dovuto consegnare tutto il potere a Berlusconi e farne un dittatore. Si tratta dell’allargamento dei poteri del premier, che potrà perfino licenziare i ministri. È questa una delle norme che più hanno motivato il centro-sinistra a promuovere il referendum per l’abolizione della riforma e ora essa è riproposta dal centro-sinistra. C’è da trasecolare. Bruto e Cassio propongono la dittatura a Cesare.
La realtà è che la politica del centro-sinistra non è intesa al bene del paese ma solo all’interesse di parte. Al sostegno di una faziosità cieca ed ottusa. Poi, se il vento cambia, se quelle stesse proposte e quelle stesse leggi gli vanno a sangue, cambia atteggiamento. Senza memoria per le passate battaglie di segno contrario combattute, senza rispetto per i propri elettori e senza chiedere scusa agli avversari. E di che, del resto? Di una doppiezza inserita nel proprio Dna?

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it 

DOBBIAMO IMPARARE A FARE IMPRESA
Meglio una gestione italiana fallimentare oppure meglio una partecipazione rilevante straniera competitiva, si chiede Gaggi sul Corriere della Sera del 3 aprile 2007. Insomma fa veramente paura la mossa di vendita di Tronchetti Provera verso due storici colossi americani AT&T che fu la società costituita da Bell, l’inventore del telefono nella convinzione americana ed America Mòvil?
Improvvisamente l’Italia pretende di diventare la Francia, di avallare il più goffo ed inutile protezionismo, come quello attuato da Bankitalia nella gestione del caso Bancopoli, con il risultato inutile di penalizzare una banca ma non il mercato, visto che BNL fu scalata e conquistata da Bnp Paribas (proprio francesi!), mentre la stessa banca olandese ha acquisito la maggioranza del capitale azionario di Antonveneta. Ora si preoccupa di Telecom Italia, perché in fondo l’Italia vive di una sindrome peggiore di quella francese, quella della semi-privatizzazione, della connivenza difficile, perfino assurda fra pubblico e privato, ovvero tutto può essere privatizzato, purché lo stato possa verificare e controllare la gestione del privato stesso. Così è capitato all’Enel, così all’Eni, così per Trenitalia, così per Alitalia. In questo modo lo Stato ha favorito la creazione di monopoli propri, fallimentari per offerta scarsa di servizi e per costi eccessivi, che hanno portato a scontati fallimenti (Alitalia ne è l’esempio). In altri casi invece ha compiuto sbagli manageriali e cessioni affrettate ed inconcludenti, favorendo i monopoli della solita grande impresa italiana (che al momento opportuno, trovandosi in crisi, si è scrollata di dosso gli investimenti e le partecipazioni nelle società dove il mercato esigeva troppo e la concorrenza era serrata) oppure l’assistenzialismo bancario, che è perfino cosa peggiore. A Telecom Italia è capitato tutto ciò. Lo Stato ha venduto le partecipazioni in modo assolutamente poco mirato, le gestioni di Colaninno e Tatò hanno ridotto la società telefonica ad un cumulo di debiti insoluti, con servizi antiquati e la modernizzazione è costata ancora di più. Il copione si ripete: la grande impresa non vuole più sostenere pressioni e spese e vende. Meglio così. Mi stupisce il balletto dello scambio di colpe. La destra incolpa, ma la destra delle industrie e del libero mercato dovrebbe invece constatare che le leggi del mercato non guardano in faccia a nessuno, che è solo colpa della fiacca, disinteressata e declinante imprenditoria italiana, se Telecom Italia finisce in mano estera. Altrimenti dobbiamo pensare che esistano due pesi e due misure, che le mammelle dello stato siano cattive solo se allattano la Fiat…
E’ ora che la destra faccia la destra ed una destra liberale è pronta a spronare le proprie imprese piccole e grandi e non a piangere l’assenza dello Stato oppure deve dare atto alle imprese estere che operano su quelle italiane di essere realmente competitive. E’ stato così per Omnitel da quando è stata assorbita da Vodafone, vedendo aumentare profitti, clienti e garantendo tariffe competitive. E’ stato così per H3G Italy (la nota 3), che è una creatura dell’Hutchinson Whampoa, società cinese di stanza ad Hong Kong e che ha fornito la telefonia mobile UMTS per prima in Italia e che ha favorito promozioni ed incentivi piuttosto che aumenti e tariffe fisse. Meglio così. Meglio del fiato corto che tra poco Fastweb avrà (avrebbe avuto?) con Enel.
E’ ridicolo che la destra faccia il verso alla sinistra statalista e che la sinistra pianga su sé stessa e sui suoi errori, come sempre, sperando che le banche corrano a salvare l’italianità di Telecom. Ma la banche fanno affari, sono imprese che alimentano i flussi di denaro o non la carica qualitativa dei servizi. E non sono le paladine dell’italianità, ma del buon affare: Unicredit appoggia un concorrente straniero contro Air One nella gara per Alitalia; numerose banche si apprestano ad affari non proprio eccepibili sul piano morale in Russia; Capitalia si vende al miglior offerente…e Generali aspettano (aspettavano) che Tronchetti si facesse da parte per avere campo libero su Telecom…e farne cosa? Un feudo politically correct dove giocare all’alta finanza sulla pelle dei clienti.
God Bless America e la Telecom con lei. Dobbiamo ancora imparare a fare e supportare l’impresa. E non dobbiamo aspettare che siano i consumatori a fare le spese di questo gioco a Monopoli a distruggere.

Angelo M. D’Addesio

MOLLICHINE
"Gino Strada minaccia di lasciare Kabul". E minaccia di tornare in Italia.

L'Anm "pronta alla lotta contro Mastella". Poi, se rimane tempo, lotta alla mafia.

Dal 1999 le pigioni sono aumentate del 112%. Se avessero avuto sensibilità per la simmetria, sarebbero aumentate del 111%.

Il Tar riapre lo stadio di Catania. Meglio Tar-di che mai.

L'evasione fiscale ammonta a 20 miliardi di euro, lo ha detto la Guardia di Finanza. E avrebbe dovuto aggiungere: gli evasori sono i signori∑

Ahmadinejad libera gli ostaggi inglesi. Nessuno stupore. Dopo la spettacolo si torna a casa.


LA LAICITÀ
La laicità è un'ideologia?  Il problema è antico, nel senso che ci si chiede sempre se la negazione di un’ideologia non sia essa stessa un’ideologia e per esempio se l’ateismo non sia esso stesso una credenza: una credenza nel “non credere”. Molti credenti dicono infatti ai miscredenti: “Voi ci accusate di credere in ciò che non capiamo, perché adoriamo Gesù Cristo, e nel frattempo avete fede nella non-esistenza di Dio, che è tanto indimostrabile quanto la divinità di Gesù”. Argomento suggestivo. Che tuttavia si scontra con la constatazione che se la non-credenza fosse a sua volta una credenza, si avrebbero infinite credenze. Una credenza nulla stupidità degli oroscopi, una credenza nel fatto che sei per sei non fa trentasette, una credenza nel fatto che le giraffe non hanno sei zampe e che la Luna non è cubica. In realtà non credere significa soltanto non credere. Non significa “credere in non-credere”, come vorrebbero alcuni: è qualcosa di puramente negativo.
La laicità non è un’ideologia: è un’assenza di ideologia. È un semplice, pragmatico scetticismo: “bisogna coltivare il nostro giardino”, cioè vivere in pace.
Tuttavia c’è un modo per capire come mai per alcuni la laicità sia un’ideologia. Un vegetariano può convivere con un uomo convinto che bisogna mangiare carne. Magari ognuno penserà che l’altro sbaglia ma la reciproca tolleranza è ancora possibile: basta avere menu diversi. Se viceversa un laico ama la carne di maiale e l’altro è un islamico, la cosa si complica perché l’islamico non si limita a dire che lui non vuole mangiare carne di maiale; afferma che mangiare carne di maiale è male; è peccato; infetta la casa; e dunque che anche l’altro non dovrebbe mangiarla. Per chi è religioso il comportamento diverso da quello prescritto dalla propria religione è un male per tutti, e dunque un male che bisognerebbe reprimere. Da qui nasce l’intolleranza e si spiega anche la severità di certi eterosessuali nei confronti degli omosessuali. Inoltre, poiché il credente si sente un portatore dei principi del bene, attribuisce specularmene al non credente un’ideologia e lo considera un portatore dei principi del male. Mentre quest’ultimo ha la sola colpa di non avere le sue stesse convinzioni.
L’ideologia è tendenzialmente apostolica ed universale. Il suo adepto, per una naturale tendenza antropomorfica ed egocentrica, attribuisce a chi ha un atteggiamento diverso dal proprio un’ideologia di segno opposto. Sicché l’imperativo “niente-maiale” trasforma l’amore delle salsicce in ideologia. Mentre la non-ideologia (cioè la laicità, lo scetticismo) è al contrario tendenzialmente tollerante ed anzi indifferente al comportamento dei terzi.
In Italia questo stesso meccanismo ha funzionato per decenni in campo politico. Chiunque fosse di estrema sinistra (una delle religioni più fanatiche) ha avuto tendenza a dare del fascista a chiunque non fosse di estrema sinistra. Il liberale, in quanto non comunista, doveva per forza essere portatore di un’accanita ideologia di segno contrario: dunque un fascista.
Il laico è uno che non va in chiesa, pagoda, moschea o sinagoga: e tuttavia a volte si vede sbarrare la strada da un tempio.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 4 aprile 2007

ANCHE STRADA DA DEL BUGIARDO A D’ALEMA
D’Alema ha affermato che per quanto riguarda la liberazione di Mastrogiacomo il governo italiano non ha partecipato alle trattative e non ha discusso le condizioni del rilascio: ha affidato tutto ad Emergency e non è responsabile di nulla (“Porta a porta”). Ora Gino Strada dichiara alla Stampa di Torino (2 aprile 2007) che Rahmatullah (il negoziatore diretto ora in carcere) «Non ha fatto nulla che io non gli dicessi di fare, dopo averlo concordato direttamente con il presidente del Consiglio, con il ministro degli Esteri, con l’Unità di crisi della Farnesina e con l’ambasciatore italiano a Kabul». Nell’immediatezza della crisi con l’Amministrazione statunitense, abbiamo scritto che D’Alema s’era dimostrato un bugiardo, nelle sedi internazionali più solenni e che, se avesse avuto problemi di dignità, si sarebbe dovuto dimettere. Ora l’intervista a Gino Strada dimostra che D’Alema mente ancora una volta e lo fa per scaricare su altri sue precise responsabilità. Ancora ottime ragioni per dimettersi.
Qualcuno potrebbe domandare: “Come si dimostra che ha mentito il ministro e non Gino Strada?” E si può provare a rispondere. In primo luogo, che D’Alema sia capace di mentire l’hanno dimostrato Condoleezza Rice e il governo americano. E non è poco. In secondo luogo, il coinvolgimento di Emergency è un’evidenza internazionale che non abbisogna di prova: e dunque Strada ha voce in capitolo. In terzo luogo, il fatto che il governo italiano non sia stato per nulla coinvolto è assolutamente inverosimile, e infatti su di esso si sono abbattute le critiche internazionali, non certo sul capo di Emergency. Il quale fra l’altro non ha nessun interesse a mentire.
Rimane solo da discutere questo personaggio. D’Alema potrebbe sostenere che si tratta di un uomo bizzarro, di un utopista, di un estremista, di un marginale forse perfino poco equilibrato. Uno che da un lato aiuta il prossimo, dall’altro in politica delira. Se ci si è rivolti a lui è perché – come forse dimostra anche l’arresto del suo emissario Rahmatullah – è contiguo ai Taliban a causa del suo viscerale antiamericanismo.
Ottima tesi: è del resto difficile avere un’opinione diversa di quel signore. Ma non è detto che la toppa non sia peggiore del buco. Se D’Alema aveva una simile opinione del dr.Strada, perché mai gli avrebbe affidato una così delicata negoziazione a nome del governo italiano? E perché l’ha fatto escludendo i servizi segreti e le altre strutture dello Stato? Se lo usa come emissario italiano a preferenza di chiunque altro (incluso l’ambasciatore italiano a Kabul) deve ovviamente assumersi la responsabilità di questa scelta. Strada è il suo uomo, non il nostro uomo. E se il suo uomo gli dà del bugiardo, bizzarro o no, è un suo pari che l’accusa. Credibilmente.
La verità è che l’Italia non avrebbe dovuto abbassarsi ad arruolare come negoziatore un simile personaggio. Se D’Alema si aspettava che Strada avrebbe mantenuto il segreto, che fosse capace di tenere la bocca chiusa nell’interesse dell’Italia, ha dimostrato di non sapere giudicare i collaboratori. In totale, nel caso della liberazione di Mastrogiacomo l’Italia si è comportata male e le è andata male come quando, nel 1940, ha dichiarato guerra alla Francia. Il cinismo è giustificato dal successo, ma senza il successo appare per quello che è: una forma di abiezione morale.

Gianni Pardo - 2 aprile 2007


Addio ai padri
Il colloquio che segue è tratto da un filmato su YouTube, registrato con un cellulare nella classe di una scuola italiana la settimana scorsa. Un alunno di una quindicina d’anni, è vicino alla cattedra con un microfono in mano e finge un’intervista alla professoressa: Alunno:Ma lei, professoressa, ha mai provato a mettersi un dito nel culo? Professoressa (imbarazzata e sussurrando): Ma che dici, via... Alunno: Ma lei quanto guadagna? Professoressa (come sopra): Non molto di certo... Alunno: Pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana? Questo il brutale, e testuale, referto delle parole. Le quali obbligano a infischiarsene del moralismo e a porsi una domanda: che cosa è, che cosa bisogna pensare di un Paese dove in un’aula scolastica è possibile un simile scambio di battute?
E dove è possibile che ciò accada senza che nelle 24 ore successive (almeno a quel che si sa) vi sia alcuna reazione significativa? A proposito di episodi di brutalità, di violenza o di rifiuto delle regole più elementari del vivere civile come questo, che si susseguono nelle nostre scuole, non è più possibile evocare la categoria onnicomprensiva di «bullismo ». Non è più possibile, cioè, rifugiarsi nella dimensione del patologico e magari pensare che l’azione di un ministro (che pure è necessaria e urgentissima: si svegli onorevole Fioroni, si svegli!) possa essere il rimedio. Certo: la scuola e l’istruzione sono coinvolte, eccome!, ma si tratta di ben altro. Si tratta nella sostanza di una frattura immensa che nella nostra società si è aperta tra le generazioni.
Una frattura che comporta spesso l’impossibilità di trasmettere dai padri ai figli i modelli comportamentali, le gerarchie dei valori accreditati, perfino le regole della quotidianità, che i primi bene o male si credevano tenuti a osservare e che i secondi oggi, invece, neppure quasi conoscono o trattano con assoluta noncuranza. Beninteso, nell’epoca della modernità tutti i passaggi generazionali hanno registrato un problema del genere, che però oggi si presenta in modo radicale per la presenza combinata di due fenomeni inediti e dirompenti. Da un lato l’enorme innalzamento del reddito che da mezzo secolo caratterizza tutte le nostre società, e che consente oggi anche ai giovanissimi, per non dire agli adolescenti, di avere in tasca (o di poter ragionevolmente aspirare ad averlo) denaro da spendere per un ammontare finora impensabile (quanti quindicenni nel 1960 potevano avere un mezzo di locomozione proprio?).
Dall’altro, più o meno nello stesso periodo, ha preso forma una gigantesca rivoluzione scientifico-tecnica di portata generale, sì, ma capace di irrompere in modo pervasivo nella quotidianità del privato (si pensi alla pillola, alla tv, a Internet, all’ingegneria genetica), ed è in questa nuova quotidianità—distruttiva degli antichi universi valoriali e stilistici rappresentati esemplarmente dalla scuola—che si forma la nuova soggettività giovanile, forte del suo potere d’acquisto e non più orientata a un rapporto di imitazione con il mondo adulto ma piuttosto in arrogante, spesso aggressiva e violenta, contrapposizione a esso. Il cui simbolo è non a caso il cellulare.
E’ accaduto, insomma, che nel tardo XX secolo i giovani siano divenuti i fruitori/apostoli di tutte le maggiori novità tecnico- scientifiche e in genere della massiccia innovazione sociale, acquisendone per riverbero il prestigio e un profondo sentimento di autonomia. I padri, invece, sono andati inevitabilmente perdendo, di pari pari passo, il senso culturale del proprio ruolo e dei valori ricevuti e la sicurezza in se stessi. Tutto ciò è specialmente vero per l’Italia perché in Italia la cultura dei padri era particolarmente fragile. Priva di forti modelli tradizional-borghesi, influenzata profondamente dall’incerto permissivismo sessantottesco e dai luoghi comuni culturali del politicamente corretto, essa si è trovata in una situazione di totale debolezza davanti all’irruzione dei processi di autonomizzazione della soggettività giovanile.
Non solo. Da noi era specialmente debole proprio l’istituzione deputata in primis a fare i conti con quella soggettività: la scuola. Cosa poteva mai opporre alla straordinaria sfida dell’epoca la povera scuola italiana, che arrivava all’appuntamento dominata dai sindacati, gestita da una lobby di pedagogisti di regime e guidata da politici paurosi, interessati solo alla carriera?

di Ernesto Galli della Loggia
- 02 aprile 2007
P.S. Non che sia vangelo, e Carolina ha ragione quando dice che le critiche alla gioventù “smidollata” sono eterne. Ma è un contributo al dibattito. Gianni Pardo


LA PACE SI FA COL NEMICO?
La pace, si ripete in questi giorni, si fa col nemico. Dunque, se si vuole la pace in Afghanistan, bisogna negoziarla con i Taliban. Semplice ed evidente. Come dire che il Sole percorre l’arco del cielo mentre la Terra sta ferma.
In realtà l’affermazione è corretta quando soggettivamente, si abbia da fare con un’entità che si possa tecnicamente definire “nemico” e oggettivamente, ci sia qualcosa da negoziare. Ambedue le condizioni mancano nel caso dell’Afghanistan.
Non qualunque disordine, difficoltà o problema merita il titolo di “nemico”. Nella guerra che Pompeo condusse contro i pirati quei criminali del mare non costituivano tecnicamente un nemico: non obbedivano infatti ad un comando centrale che avrebbe potuto negoziare una pace e assicurare la fine delle aggressioni. L’unico sistema era quello di eliminarli fisicamente in battaglia, o crocifiggerli una volta catturati e inoltre quello di distruggere le loro basi e punire severissimamente chi dava loro aiuto e ricetto. Pompeo vinse una “guerra” che in realtà non fu una guerra: fu una gigantesca operazione di polizia. Forse la più grande di tutti i tempi, viste le dimensioni dei mezzi impiegati. Per la stessa ragione è una sciocchezza parlare di “guerra alla mafia”: la mafia è solo un problema di polizia.
Gli Alleati avrebbero invece potuto trattare una pace con Hitler: la qualifica di nemico non dipende infatti da un giudizio morale. E da questo punto di vista Israele potrebbe considerare un nemico Hamas, che ha dei capi e una struttura di comando. Se tuttavia, raggiunta la pace, gli attentati poi continuassero, Hamas perderebbe il titolo di “nemico”, gli accordi non varrebbero più e il problema ridiverrebbe un problema di polizia.
La seconda condizione, oggettiva, è che ci sia qualcosa da negoziare. Se due Stati si contendono un territorio, l’oggetto della pace sarà costituito dall’accordo su quale parte di quel territorio andrà all’uno e quale parte andrà all’altro. In tanto il negoziato è possibile in quanto si sia disposti a concedere qualcosa all’altro. Se invece non si è disposti a concedere nulla si chiede la resa senza condizioni. In questo caso non c’è nulla da negoziare e il vinto è alla totale mercè del vincitore.
Attualmente, per quanto detto, la pace con Hamas è impossibile. Non si può trattare se l'avversario vuole non "qualcosa" ma la nostra morte. L’unica pace che Hamas attualmente concepisce è che Israele dica: "E va bene, sparami". Dunque non c’è nulla da negoziare. Le proclamate intenzioni dei palestinesi pongono le premesse di una guerra inestinguibile.
Neanche con i Taliban è tecnicamente possibile negoziare una pace. Essi non possono assicurare la fine dei disordini, e dunque non costituiscono un “nemico” (manca la condizione soggettiva). Inoltre, se rispondessero ad un capo (al Qaeda?), e questo capo volesse l’islamizzazione dell’occidente per mezzo del terrorismo, mancherebbe la condizione oggettiva. Gli Stati che hanno uno stile di vita occidentale non sono disposti a vivere come si viveva a Kabul prima dell’intervento dell’Onu.
Nel caso delle guerre con paesi non confinanti, la pace consegue o alla colonizzazione (la Britannia dopo Cesare) o al ritiro, come si è avuto per la Francia dall’Algeria. Il ritiro può essere seguito da un’alleanza (Germania e Stati Uniti dopo il 1945) o da rapporti freddi, in quanto il ritiro sarà stato sostanzialmente una sconfitta negoziata. A volte la potenza più forte (per riprendere l’esempio, la Francia in Algeria), ben potrebbe tecnicamente continuare la guerra ed infliggere gravi danni al nemico. Solo che ad un certo punto si chiede se il gioco vale la candela. E cede. Analogamente nessuno può ragionevolmente sostenere che il Vietnam potrebbe vincere una guerra contro gli Stati Uniti. Ma dopo che questi hanno perso in quel lontano paese cinquantamila uomini, si sono chiesti se valesse la pena di continuare. Ed hanno risposto di no.
 La pace in Afghanistan potrà conseguire o al ritiro dell’Onu da quel paese e all’abbandono di quel paesi ai fanatici o all’eliminazione dei ribelli. Per la prosecuzione delle operazioni molto dipende dal valore della materia del contendere. Cioè dal sapere se la posta in gioco vale lo sforzo militare o no. Ma questo non si può decidere al Bar Sport.

Gianni Pardo - 1 aprile 2007


(NOTA PER TUTTI COLORO CHE INVOCANO L’ONU)
Lapidare gli omosessuali per l’Onu non è reato, anzi non è riprovevole
Eccola la nota impegnativa delle Nazioni Unite, quella che provenendo dal soglio multikulti della bontà mondiale non turberà il sonno di nessuno: lapidare i froci non è reato. Alla riunione del Consiglio di Ginevra sui diritti umani, un organo ideato da Kofi Annan ma già più ridicolo della famigerata Commissione di cui l’anno scorso ha preso il posto, a settembre è stato presentato un documento di condanna della Nigeria per la mostruosa pratica di lapidazione, fino alla morte, degli omosessuali. L’ambasciatore nigeriano s’è difeso da par suo e ha spiegato ai colleghi che “la pena di morte per lapidazione contro chi compie atti sessuali contro natura è prevista dalla sharia e non dev’essere equiparata agli omicidi extragiudiziari anzi, davvero, non deve nemmeno essere considerata in questo rapporto”. La presidenza del consesso mondiale che, in teoria, dovrebbe tutelare i diritti umani ha ringraziato ed è passata ad altro, tendenzialmente a un voto di condanna nei confronti di Israele. In questa sessione sono già state approvate otto risoluzioni contro lo stato ebraico, e ce ne sono altre tre in lista d’attesa, ma non è passata nessuna critica formale ai soliti e ben noti torturatori. Questa settimana, il Consiglio ha deciso di non prendere in considerazione il peggioramento della situazione dei diritti umani in Iran e Uzbekistan. E anche l’inevitabile documento sul genocidio in Darfur (che, intanto, secondo l’Onu non è genocidio) ha evitato accuratamente di puntare il dito sul governo sudanese, viceversa il testo non sarebbe stato approvato. La solita alleanza tra macellai, dittatori e democrazie accondiscendenti continua, con l’egida Onu, a giustificare ogni abominio, compresi la violenza sulle donne nel mondo islamico, la negazione dell’Olocausto di Teheran, la tortura politica a Cuba, le bombe di Hezbollah. Alla fine di ogni intervento di questi personaggi, la presidenza del Consiglio Onu doverosamente ringrazia, malgrado le sconcezze ascoltate.
La settimana scorsa, quando il rappresentante di UN Watch ha preso la parola per denunciare queste cose, e dire che il sogno dei padri fondatori delle Nazioni Unite si è trasformato in un incubo, è successa una cosa straordinaria che vi consigliamo di andare a vedere sul sito unwatch.org. Lo spagnolo che presiedeva, dopo aver ringraziato ogni difensore dei torturatori fin lì ascoltato, si è rifiutato di fare altrettanto con il rappresentante di UN Watch, condannando il suo intervento, giudicandolo inammissibile e intollerabile. E’ la prova, non solo secondo il Wall Street Journal e il New York Sun, ma anche per una rivista progressista come Foreign Policy, che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu “è ufficialmente una barzelletta”.

(Dal “Foglio” del 31 marzo)


MOLLICHINE
Battisti, prima dell’estradizione, sarà condannato in Brasile per uso di documenti falsi. Dunque tranquilli, qualche settimana di carcere la farà.

Il ministro Bersani: “L’unica via per abbassare le tasse è la lotta all’evasione fiscale”. Traduzione: mettetevi il cuore in pace.

Paolo Cento sui talebani: «Debbono essere coinvolti nel dialogo per la pace facendone prevalere l’anima moderata». All’anima dell’anima moderata!

Diliberto: “Temo di fargli un guaio nel dirlo, ma D'Alema è un eccellente ministro degli Esteri”. No, il guaio è che D’Alema si comporti in modo da fargli dire questo.

Per Beppe Grillo i talebani arrestati (e ora rilasciati) “forse sono solo patrioti”. Forse. E forse Beppe Grillo è intelligente.

D’Alema a un senatore dell’opposizione: “Tutti possono esprimere opinioni, persino lei...” E tutti possono essere arroganti: ma come lui…

Gianni Pardo


BADARE A SE STESSI
29 marzo 2007, notizia sul “Corriere della Sera”: “Beve 52 Tequila. Sedicenne va in coma e muore”.  E fin qui è triste, ma uno dice: capita. Ma il giornale prosegue: “Aperta un'inchiesta per accertare il motivo per il quale nessuno ha impedito al giovane di continuare a bere alcolici”. E qui non ci siamo più. In primo luogo, un giovane che fra due anni avrà il diritto di contribuire a determinare le sorti del paese col proprio voto dovrebbe sapere che l’alcool è un veleno, tanto più nocivo quanto più in fretta è ingerito. In secondo luogo, non è detto che qualcuno non gli abbia detto di non fare il cretino, di smetterla, e che questo sconsiderato Lukas abbia continuato a ingurgitare Tequila. Anche perché era intenzionato a vantarsene, come poi fece nella discoteca in cui arrivò ubriaco alle quattro del mattino. Infine e soprattutto, perché mai qualcuno “avrebbe dovuto impedire al giovane di continuare a bere alcolici”? Impedire, si badi bene, al limite della violenza privata, come scrive il giornale e come avrebbe forse voluto chi ha aperto quell’inchiesta. Qui francamente si esagera.
Apprendere che un sedicenne muore dopo un mese di coma per una stupida bravata è ovviamente triste, ma non sta agli altri, alla società, impedire che il singolo si faccia del male. La società può mettere una ringhiera sul bordo del burrone, non può impedire che qualcuno la scavalchi e si sfracelli. La famiglia può ed anzi deve insegnare che l’alcool fa male, soprattutto in quantità eccessiva, ma nessuno può impedire ad uno sconsiderato con troppi soldi in tasca di non darle ascolto. È tempo di ripetere ciò che per secoli e millenni è stata un’ovvietà: ciascuno deve badare a se stesso. Ecco perché l’idea di “aprire un’inchiesta” su un fatto del genere sembra fuor di luogo. Quand’anche dei coetanei sconsiderati avessero accettato la sfida di Lukas, che si dichiarava capace di bere mezzo centinaio di Tequila, di che sarebbero responsabili? D’essere scervellati quanto lui. Non è perché si è incoraggiati a scavalcare la ringhiera che ci si butta nel burrone. E se qualcuno ci incoraggia, basta ridergli in faccia.
Un detto inglese dice che the foool and his money are soon parted, lo sciocco e il suo denaro sono presto separati. E a volte lo stesso è per la vita. Se non si è capaci di proteggerla con un minimo di buon senso e d’intelligenza, se si cerca di vedere se c’è benzina accendendo un fiammifero, ebbene, non c’è commissione d’inchiesta che possa salvare l’incauto.
Una seconda considerazione riguarda più specificamente gli adolescenti. Oggi si assiste ad una progressiva infantilizzazione della società. Un ragazzo di sedici anni, malgrado la sua potenza sessuale, malgrado il denaro che riesce ad avere in tasca, è un bambino. La stessa idea di avviare un’inchiesta, nel caso che un Lukas si ammazzi, fa capire che per la società un sedicenne che un tempo era maturo per il matrimonio oggi dovrebbe andare in giro tenuto per mano, forse anzi sostenuto da due lunghe bretelle, come quando s’impara a camminare.
È lo scotto che la gioventù attuale paga per la distanza dal lavoro, dalla miseria, dalla durezza della vita. Chi beve 52 Tequila è ancora afflitto dal complesso dell’onnipotenza infantile, quella del bambino che tende la mano per acchiappare la luna. Il mondo civile sta allevando una generazione di smidollati.

Gianni Pardo. - 30 marzo 2007















Torno subito
Alle quattordici o alle quindici o alle sedici, o giù di lì, del 23 marzo  scorso, "capperi.net"  fece click e scomparve. Già gli era capitato.  La sua "E' la libertà, bellezza!" si manifesta s anche in questo modo.
In realtà, questa volta, s'è trattato di una semplice dimenticanza riguardante il "dominio". Cosa risolta. Ce ne scusiamo.


NON L’HO VISTO E NON MI PIACE
Ci sono battute così brillanti che finiscono col vivere di vita propria. O viene dimenticato il loro autore o sono attribuite un po’ a tutti i grandi o gli spiritosi. Per esempio, “Con amici così non si ha bisogno di nemici”, “Dio fa impazzire coloro che vuol perdere”, “È peggio di un crimine, è un errore”, e via dicendo. Una di queste battute è: “Non l’ho visto e non mi piace”. L’affermazione è illogica, letteralmente: non si può giudicare qualcosa di cui non si ha nozione. Ma, come tutte le frasi umoristiche, essa ha un senso più profondo.
Nel suo discorso d’ammissione all’Accademia di Francia Buffon, il grande naturalista francese, disse le famose parole: “le style est l’homme même”, lo stile è l’uomo stesso. Che ne sarebbe di Leopardi poeta, se le sue liriche non avessero quello stile, non fossero scritte con quelle parole? E non c’è nessuna differenza fra fischiettare il motivo conduttore della Jupiter e sentirla eseguire dai Wiener Philarmohiker? Ecco perché è un delitto ridurre a canzonetta (come è stato fatto) il concerto per violino e orchestra di Beethoven o la Terza Sinfonia di Brahms: quelle opere non vivono prevalentemente del motivo conduttore, ma degli impasti orchestrali, delle variazioni, dello stile appunto.
Chi si tuffa a leggere un articolo di giornale dopo averne visto la firma, senza neanche badare al titolo, ciò fa perché molte altre volte ha apprezzato le idee di quel commentatore. Al contrario, si saltano gli articoli di altri giornalisti, quale che ne sia il titolo, perché troppe volte se ne è stati delusi. “Non l’ho letto e non mi piace” in questo caso potrebbe significare: “conosco questo giornalista, conosco le sue idee e il suo stile, e so che perderei il mio tempo, leggendo questo testo”.
Questo atteggiamento è sicuramente ingiusto, teoricamente. Chi ha detto novantanove sciocchezze potrebbe dire una cosa giusta, la centesima volta: ma chi ha la pazienza di ascoltare le novantanove sciocchezze, e di esaminarle, e di aspettare la volta in cui sarà detto qualcosa d’intelligente? Ars longa, vita brevis, l’arte (della pazienza, stavolta) è lunga, la vita breve. Non abbiamo tempo per concedere dieci prove d’appello e cinque di cassazione. Chi dice “non l’ho visto e non mi piace” non è più cattivo degli altri: confessa soltanto i propri pregiudizi mentre gli altri non li confessano.
È un fenomeno eterno. Fa parte della storia della letteratura il caso di Alphonse de Lamartine, grandissimo poeta in gioventù che in seguito, da giornalista, finì con l’annoiare a morte i suoi lettori e allontanare i più sottili e avvertiti. Col risultato che quando, a tanti anni dalle “Méditations”, scrisse un piccolo capolavoro (“La vigne et la maison”) nessuno se ne accorse. Hanno dovuto accorgersene i posteri. Quando la pubblicò Lamartine era ormai divenuto un fossile da cui nessuno si sarebbe aspettato qualcosa di eccellente.
Il pregiudizio può indurre in errore ma è anche una semplificazione, nell’esistenza; e tutti ne abbiamo bisogno. Meglio andare a visitare Venezia, anche se è banale e fa parte dei pregiudizi turistici, che andare a visitare, nel tentativo di sfatare un pregiudizio, il lago Ciad o il deserto di Gobi. L’unico dovere che si ha, se ragionevolemente sollecitati, è quello di concedere una prova d’appello: non si pretende che i pregiudizi siano inesistenti, ma solo che siano superabili.
A questo punto rimane solo da chiedersi quanti, avendo visto la firma che segue, abbiano detto di questo articolo “non l’ho letto e non mi piace”. Esercitando il diritto che qui si reclama.

Gianni Pardo - 29 marzo 2007


PAS D’ENNEMI À GAUCHE
Trent’anni fa Luciano Lama fu contestato da sinistra all’Università “La Sapienza” di Roma e si arrivò a scontri e violenze. Oggi Bertinotti è vivacemente contestato nella stessa università da studenti che gli gridano “guerrafondaio”, “assassino”, “buffone” - ovviamente perché il Prc si appresta a votare a favore del finanziamento della missione militare italiana in Afghanistan. È lecito chiedersi perché questo genere di notizie sia così fastidioso, soprattutto per chi si sente di sinistra, ed è lecito azzardare qualche ipotesi.
Il comunismo è nato come ideologia rivoluzionaria. Dal momento che è difficile concepire una rivoluzione moderata, razionale, prudente, ogni atteggiamento moderato, razionale e prudente è stato sentito come un compromesso col nemico. Cioè come un tradimento dell’ideale di una totale – e se necessario sanguinosa - palingenesi sociale. Non importa dunque che ci si senta sinceramente di sinistra: se la contestazione viene da quel lato, è giusto chiedersi se non si sia in colpa. L’estremismo allergico ad ogni compromesso è infatti l’insegna stessa del movimento e la sua inalienabile bandiera.
Questo dovere di non lasciare dubbi sulla purezza dei propri intenti e della propria vocazione rivoluzionaria è stato condensato nelle parole di un dimenticato uomo politico francese, Camille Pelletan. Nei primi del Novecento fu lui a creare il motto: pas d’ennemi à gauche, nessun nemico a sinistra. Il senso di questo imperativo è che, se si ha un nemico a sinistra, significa che forse si è tradito il Partito e che probabilmente quel nemico ha ragione. Ma è un imperativo sostenibile?
Una volta tre amici fecero a gara a chi riusciva a dire il numero più grande: ovviamente vinse quello, dei tre, che a qualunque numero rispondeva ”Più uno”: perché la serie dei numeri è infinita. Lo stesso avviene con le posizioni politiche. Per quanto estrema possa essere una posizione, se ne può sempre concepire una più estrema. Stalin mandò a morte molti Kulaki? Uno più a sinistra di lui avrebbe potuto proporre di torturarli, prima di metterli a morte. Si può sempre andare oltre. Fino al delirio, fino all’assurdo. E non si vede perché chi ha la responsabilità di guidare un partito – e a fortiori un paese – dovrebbe lasciarsi suggestionare da chi, pur di scavalcarlo a sinistra, dica “Più uno”.
Bertinotti non deve lasciarsi impressionare da quattro studenti mentecatti. Se li ascoltasse, dovrebbe far cadere il governo Prodi. Per poi riavere Berlusconi al potere. Ma nello stesso modo il principio funziona per i Ds, i quali non dovrebbero ascoltare Bertinotti quando è lui a dire “Più uno”. In totale è la ragione stessa a formulare un appello alla ragionevolezza: perché è impossibile dar retta agli utopisti. Come è stato detto, “c’è sempre un più puro che ti epura”. Dunque bisogna fare ciò che è giusto fare, senza occuparsi del Savonarola o del Saint Just di turno.

Gianni Pardo, - 28 marzo 2007

Libertà
Fra pochi giorni festeggeremo Pesach, solennita' ebraica che racconta la fine della schiavitu' degli ebrei presso il Faraone. Pesach parla di Liberta', liberta' per il Popolo di Dio.
tutte le famiglie di Israele e degli ebrei del mondo, durante il primo seder, leggeranno la haggada' che racconta la storia della schiavitu' in Egitto e che si conclude ogni anno, da 2000 anni, da quando Gerusalemme e' stata distrutta e gli ebrei si sono sparsi per il mondo, con il grido :"Le Shana' Abbaa' be Jerushalaim".
L'anno prossimo a Gerusalemme.
Tre famiglie in Israele non festeggeranno, non potranno farlo, non ne avranno la forza, si sentiranno violentati, dilaniati dalla disperazione. Tre famiglie i cui figli sono nelle mani di belve immonde.
Due, Eldad e Ehud, rapiti da hezbolla'  9 mesi fa e uno, Gilad, il piu' piccolo, solo 19 anni, un cucciolo dal sorriso timido e felice, rapito da hamas quasi 10 mesi fa.