ARCHIVIO MARZO 2008
14 maggio. Invasione di Israele
Si avvicina il giorno dell'Indipendenza  di Israele e i palestinesi stanno gia' cercando di rovinarci la festa, come e' loro abitudine e divertimento, come fanno da quando qualcuno ha pensato di inventarli per avvelenare ogni giorno della nostra vita in questo Paese.
Quale e' la loro ultima pensata? Far venire in Israele, per terra per cielo e per mare, milioni di palestinesi il 14 maggio, con valigie in mano , per prendere possesso delle "loro case".
Questo delirio non viene da Hamastan ma da Ramallah, da quell'Autorita' Palestinese con cui dovremmo decidere una pace, dei confini, due paesi per due popoli, e poi vivere senza piu' guerre e terrorismo gli uni accanto agli altri, finalmente, definitivamente e beatamente divisi!
Quando decideranno di piantarla con le provocazioni? quando decideranno di diventare una societa' civile di cui potersi fidare e con cui potersi confrontare? Quando diventeranno tanto maturi da condannare gli attentati fatti in Israele dai loro giovani fanatici votati alla morte?
L'ANP ha esaltato l'assassino della yeshiva'  di Gerusalemme, ha osannato  la sua bestialita', lo ha dichiarato martire, lo ha ufficialmente commemorato per aver voluto colpire il Popolo del Libro riuscendo ad ammazzare 8 ragazzi mentre studiavano le Scritture, prima di essere freddato lui stesso, la bestia.
Ogni volta cadono le braccia per lo sconforto nel vedere che  lo stesso governo di quello che e' rimasto dell'ANP, dopo il colpo di stato di hamas che in effetti  ha gia'  diviso in due un paese non ancora esistente, discuta con Israele il progetto di due popoli-due stati e contemporaneamente  esalti il terrorismo e inviti i palestinesi a invadere  Israele nel giorno in cui  celebra la propria indipendenza.
Come si puo' parlare di cose serie con questa gente?
Vogliono due stati palestinesi, uno nei territori che pretendono essere di loro appartenenza e uno in Israele che, se abitato da una maggioranza araba, diventerebbe "Israele che non c'e' piu'".
Tutta la storia dei palestinesi e' follia pura, una follia basata su una menzogna che sta tenendo in scacco il mondo da un secolo. La follia di inventare un popolo mai esistito prima, di considerarlo legittimo proprietario di terre mai state sue, di avergli permesso di assumere un'identita' mai avuta perche' i palestinesi, prima di diventare israeliani, erano gli ebrei. Le poche popolazioni arabe non avevano nomi specifici, erano arabi e basta, i piu' arrivati dai paesi arabi circostanti perche' l'Yishuv ebraico all'inizio del secolo scorso dava loro la possibilita' di lavorare, di curarsi, di curare il tracoma dei loro figli, la tubercolosi e la malaria.
Gli ebrei gli hanno dato lavoro, li hanno curati, gli hanno  costruito le scuole e si sono ritrovati sgozzati da gente che urlava che la terra era improvvisamente diventata sua, terra araba.
Fu a  questo punto della tragica storia che i soliti perfidi inglesi tradirono la dichiarazione Balfour del 1917 e la decisione della Lega delle nazioni del 1922 che assegnava agli ebrei le terre storicamente ebraiche del Mandato britannico, limitando l'immigrazione a 15.000 ebrei all'anno per cinque anni per poi bloccarla del tutto.
Fu cosi' che sempre i soliti inglesi nel 1922, aggiunsero all'ultimo momento una clausola, la numero 25,  alla dichiarazione Balfour in cui era scritto che le terre quasi del tutto disabitate  promesse agli ebrei, dovevano diventare Regno di Giordania per dare un trono agli Husseini dell'Arabia Saudita.
Di fatto questa fu la prima spartizione della terra che doveva andare agli ebrei.
La seconda avvenne nel 1947, quando le Nazioni Unite decisero di dividere ulteriormente il restante territorio del Mandato Britannico tra ebrei e arabi (non palestinesi perche' all'epoca non esisteva popolo  con questo nome).  
Gli arabi rifiutarono l'offerta semplicemente perche' non potevano accettare la bestemmia di  una nazione non araba in mezzo a loro.
Erano antisemiti, legati ideologicamente al nazismo.
Israele era, per loro, anatema.
Dopo il rifiuto ci fu l'invasione di Israele.
Israele vinse la guerra e vinse la vita.
La Giordania  si prese i territori di Giudea e Samaria, li annesse, se li tenne per 19 anni durante i quali nessun palestinese li pretese per creare uno stato.
Restarono per lo piu' disabitati ma in compenso i palestinesi continuarono a fare attentati terroristici contro Israele.
Nel 1967 Israele vinse un'altra guerra dichiarata dai paesi arabi, riconquisto' Giudea e Samaria  ricomponendo cosi' il territorio del  Mandato Britannico che doveva andare agli ebrei nel 1947, dopo il rifiuto arabo.
Questa e' storia , la storia che la creazione di un popolo palestinese trasformo' in tragedia negando a Israele il diritto di esistere e agli ebrei, ancora una volta, il diritto di vivere e dando origine a quella mostruosita' immensa  che sara' il terrorismo palestinese.
Dopo 60 anni di sangue e di proposte sempre rigettate dagli arabi, si arrivo' all'idea dei due popoli due stati nel tentativo di porre fine ai morti, al terrorismo, alle guerre contro Israele.
La base su cui si fonda il principio due popoli per due stati, significa che i palestinesi devono smetterla  di considerare anatema l'esistenza di uno stato ebraico in un area completamente arabo-islamica. Devono abbandonare l'idea, ormai secolare, di distruggerlo per sostituirlo con uno stato arabo-palestinese e devono capire che l'unica possibilita'  di sopravvivere  e' rassegnarsi ad esistere al di fuori dai confini di Israele che saranno decisi alla firma di un trattato di pace.
Finche' romperanno le scatole colla legge del ritorno non si arrivera' da nessuna parte perche' non esiste possibilita' che degli arabi tornino ad insediarsi in uno stato che non e' il loro per arrivare a distruggerlo dal di dentro, in base all'idea genocida di  "eliminare Israele dalla faccia della terra".
Questo fa pensare che l'ANP non sia altro che la maschera meno orrenda di  hamas, quindi un tranello per Israele che, se facesse la pace con Abu Mazen, poi si troverebbe ad avere ai propri confini due stati terroristi, uniti fraternamente nell'ennesimo tentativo di distruzione dell' odiata entita' sionista.
All'interno di Israele avremmo invece un milioncino di arabi , piu' un piccolo numero di ebrei folli e traditori,  sventolanti la bandiera palestinese.
Non ci credete?
E' impossibile che una democrazia permetta che della gente sventoli sul suo territorio le bandiere del nemico mortale?
E' possibile, e' possibile, purtroppo.
Tutto e' possibile in Israele dove democrazia significa non solo liberta', diritti e doveri ma anche   "cittadini arabi sputateci pure addosso e noi ci fustigheremo ogni mattina col gatto a nove code".
E' possibile ed e' accaduto ieri a Jaffo , un quartiere di Tel Aviv, Signori, nel cuore di Israele, a Tel Aviv, non a Tul Karem, a Jaffo di Tel Aviv dove vivono arabi ricchi e pasciuti proprietari di ristoranti e negozi sempre pieni di turisti.
E' successo che questi arabi ricchi e pasciuti, cittadini israeliani, abbiano fatto una grande manifestazione per il "giorno della terra" e tutti a sfilare, elegantemente vestiti, sventolando, IN ISRAELE, E LIBERAMENTE, la bandiera palestinese.
Gente maledetta, loro .
E noi che glielo permettiamo cosa siamo?
Noi che non li obblighiamo ad andarsene a Ramallah o a Gaza a calcioni nel sedere e che non gli chiediamo nemmeno di essere fedeli al paese di cui portano la cittadinanza,  cosa siamo  se non dei poveri idioti?
Questi ricchi e pasciuti arabi israeliani, vestiti Armani , coi Ray-ban  sul naso, andranno ad accogliere i loro fratelli il 14 maggio mentre noi cercheremo di festeggiare i 60 anni di Erez Israel e di essere contenti?
Ci avveleneranno anche quel giorno?
Sicuramente si, se noi gli permetteremo di farlo.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com 

MENTIRE DICENDO LA VERITÀ
Ansa, 31 marzo: “Dove sta scritto che il duello tv tra me e Berlusconi non si puo' fare per legge?, chiede il candidato del centrosinistra. Su questo tema Veltroni sostiene che Berlusconi dice cosa falsa”.
Questo si chiama "mentire dicendo la verità", o anche “fare lo scemo per non pagare il dazio”. In effetti è vero, il duello Berlusconi-Veltroni si può fare: solo che bisogna contemporaneamente permettere tutti gli altri incontri a due. Il calcolo combinatorio dice che, se tutti e quindici i candidati devono incontrare tutti, il totale è 105. Su uno siamo d’accordo, vediamo gli altri 104. La matematica non permette di barare, neanche ai buonisti di sinistra. Oppure il caro Walter spieghi agli altri tredici candidati come si aggira la legge n.28 del 22 febbraio 2000, voluta dal centro-sinistra e pomposamente denominata “par condicio”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -31 marzo 2008


COMIK
Due note: leggo nel "Giornale" di ieri 29 marzo che i candidati premier sono quindici. In questo caso "i confronti" a due a due dovrebbero essere centocinque.

La seconda nota riguarda una dichiarazione di D'Alema che, durante una cena con degli amici, a Posillipo, ha detto (lo riferisce Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera): "Sapete che ho un'alta concezione di me".

La frase non è stata priva di conseguenze. Due dei presenti sono caduti dalla sedia, per lo stupore. E gli è ancora andata bene: perché altri tre sono rimasti  afasici per una settimana e per uno la prognosi è riservata.


IL CONFRONTO
Chi secondo i sondaggi è in vantaggio in una campagna elettorale tende a rifiutare il confronto diretto col principale competitore. Lo scopo è quello di non offrirgli la visibilità che dà il confronto stesso. Il Cavaliere infatti non lo concesse a Rutelli, nel 2001, e nel 2006 Prodi lo accettò con molta riluttanza. Non ricavandone nulla di buono, per altro.  Dunque l’attuale “cattiva volontà” di Berlusconi è fuori discussione.
Negli ultimi giorni Veltroni ha deciso di abbandonare il buonismo ed ha accusato Berlusconi di avere paura di incontrarlo. Questi – dichiarando che in televisione eventualmente lo straccerebbe – ha obiettato che la legge 22 febbraio 2000 n.28 rende questo confronto impossibile. La controparte gli ha risposto che è formalista, che si aggrappa a cavilli, che la par condicio è superabile: e alla fine rimane la curiosità di sapere quale sia effettivamente il punto di diritto.
La legge n. 28 del 22 febbraio 2000 è straordinariamente noiosa. Per la televisione si potrebbe riassumere in questo imperativo: tutti i candidati vanno posti nelle medesime condizioni. Purtroppo, riguardo ai “confronti”, è una completa delusione. Essi sono citati solo di passaggio, al punto tre dell’art.2. Eccolo: “È assicurata parità di condizioni nell'esposizione di opinioni e posizioni politiche nelle tribune politiche, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, nelle presentazioni in contraddittorio di programmi politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra trasmissione nella quale assuma carattere rilevante l'esposizione di opinioni e valutazioni politiche”. Nient’altro o quasi.
Non rimane che ragionare sui pochi elementi di cui si è in possesso.
In inglese, la parola corrispondente a “confronto”, sia nel senso di paragone che in quello di scontro, è “match”. Dunque esso dovrebbe essere fra due, due persone o due squadre. Diversamente, invece di match si tratterebbe di rissa. Nel caso specifico, se il “confronto” fosse fra tutti i candidati formalmente nelle medesime condizioni, vedremmo in televisione una dozzina di persone che potrebbero parlare per un dodicesimo del tempo ciascuna: e non avrebbero certo il modo di ribattere alle domande o alle provocazioni degli altri undici. La cosa si risolverebbe in una passerella in cui tutti risulterebbero sullo stesso piano: sia chi, come Silvio Berlusconi, è accreditato del 40% dei voti validi, sia Pinco Pallino, leader del Partito dei Mancini dai Capelli Rossi. I leader dei principali partiti non si presterebbero mai a qualcosa del genere.
Ma esiste anche un’impossibilità tecnica, al riguardo, assolutamente insuperabile. Mentre in passato i leader sono stati solo due (Occhetto-Berlusconi, Prodi-Berlusconi, Rutelli-Berlusconi, Prodi-Berlusconi), stavolta sono molti di più e questo ha delle conseguenze. Se i candidati sono quattro, i confronti salgono a sei, se sono otto a 28, se sono dodici a 66. Sessantasei puntate di Porta a Porta, a due la settimana, richiederebbero trentatrè settimane. Da sette ad otto mesi. È ovvio che siamo all’assurdo.
Oggi un confronto Veltroni-Berlusconi potrebbe aversi soltanto in patente violazione della legge sulla par condicio. Come privare infatti Casini dello scontro con Berlusconi, a cui terrebbe infinitamente? O Bertinotti dello scontro con Veltroni? E non c’è forse Ferrando che, da sinistra, sarebbe ben lieto di rinfacciare a Bertinotti, in tivù, il tradimento degli ideali? E forse che la Santanché non sarebbe lieta di fare altrettanto con Fini?
In passato Berlusconi ha forse avuto torto, dicendo no a Veltroni. Oggi ha sicuramente ragione. Si è comportato come quella donna frigida che prima diceva no con mille scuse, poi si sposò ed ebbe la regina delle giustificazioni: il dovere della fedeltà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 29 marzo 2008

IL FISCO E LA POLITICA
Prodi, ancora pochi giorni prima che cadesse il governo, si vantava di avere “rimesso in piedi l’Italia”. Altri, come Padoa-Schioppa o Bersani, si vantavano di avere “riportato in ordine i conti pubblici”. Di fatto, persino il presidente della CEI definiva l’Italia “sfilacciata”, il mondo vedeva che Napoli annegava (e ancora annega) nei rifiuti,  e il nostro governo era definito dal Financial Times il peggiore d’Europa. Se l’avesse guardata meglio, Prodi avrebbe visto che l’Italia non era in piedi, era seduta. O forse in ginocchio. Ma ammettiamo che i conti siano stati messi in ordine e chiediamoci: come si è operato? con quali conseguenze?
Quando c’è uno sbilancio negativo, la correzione si può effettuare in due modi: se la congiuntura è favorevole, si lascia inalterata la pressione fiscale e si ottiene un gettito maggiore perché aumenta il prodotto interno lordo; se invece la congiuntura è sfavorevole e il pil rimane inalterato, si può solo aumentare la pressione fiscale. Nel primo caso, l’aumento del gettito è per così dire indolore: chi, in un periodo di ottimismo, cambia l’automobile, paga una bella somma come Iva ma è contento del veicolo nuovo. Nel secondo caso, il contribuente non solo si tiene la vecchia auto ma deve anche pagare di più in termini di imposte e tasse. Si immagini con quale gratitudine guarderà al governo.
L’Italia degli ultimi due anni ha avuto un incremento del pil tutt’altro che brillante. Se dunque c’è stato un aumento del gettito contributivo, è esclusivamente a causa di un aumento della pressione fiscale. Cosa del resto certificata dagli indicatori statistici. E allora bisogna porsi la domanda: era inevitabile, questo aumento della pressione? Perché, se si sbaglia momento, è come mettere a dieta un anoressico.
Di solito, i governi di destra sono rigoristi e i governi di sinistra lassisti. Tanto che qualcuno ha potuto dire che i governi di destra risparmiano quel denaro che poi la sinistra spende. Stavolta sembrerebbe che lo schema si debba invertire. Un governo di centro-sinistra avrebbe raddrizzato i conti, ricavandone una grande impopolarità, e un governo di centro-destra si troverebbe la strada spianata per governare facilmente. All’occasione diminuendo la pressione fiscale. Ma questa situazione, che ribalterebbe la leggendaria fortuna di Prodi come la altrettanto leggendaria sfiga di Berlusconi, è peggio che dubbia. Il governo è caduto ed oggi è chiaro che la sua eredità è tutt’altro che positiva. L’Italia è l’ultimo paese d’Europa per la crescita (secondo Bruxelles), l’inflazione supera il 4%, soprattutto per gli alimentari, e non si vede via d’uscita: il guaio sembra strutturale. Il centro-destra fa belle promesse ma, anche se vince le elezioni, c’è da temere che non potrà far molto. La nazione è economicamente malata e una fiscalità invadente ed oppressiva le ha solo assestato la botta finale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


BETTINI HA TRE NARICI?
Dicono che Goffredo Bettini sia lo spin doctor, l’eminenza grigia, il suggeritore, il regista o comunque si voglia chiamare chi sta dietro qualcuno e lo fa parlare un po’ come un ventriloquo. Se così fosse, forse sarebbe bene che Veltroni ne facesse a meno. Ecco che cosa dice Bettini sul “Corriere”, intervistato da Maria Teresa Meli.
 “Dal 30 marzo installeremo 12 mila gazebo in tutta Italia e un milione di persone diventerà protagonista della svolta della campagna: un’arma in più che Berlusconi non ha”.  Un’arma che non ha o un’arma di cui ha già abusato? Bettini considera tutti gli italiani smemorati?
E prosegue: “Il Wall Street Journal lo ha detto meglio di come qualsiasi nostro militante o dirigente l’avrebbe potuto dire: Se torna Berlusconi è un disastro per gli italiani". Questo ricorda una barzelletta. Un giocatore di calcio protesta col guardalinee per le troppe decisioni avverse e quello gli risponde: “Se continui a protestare la prossima volta che giocherete contro di noi te la farò vedere io”. Se il Wall Street Journal “lo ha detto meglio di qualsiasi nostro militante”, significa che è più partigiano di qualsiasi militante. La prossima volta che giocherete contro di noi
L’intervistato afferma poi: “È impensabile che si possa ancora credere alla sua [di Berlusconi] girandola di bugie come la storia della cordata per salvare Alitalia”. Una bugia è tale quando acclarata. Bettini è sicuro che quella cordata non ci sarà? Scalfari è sicuro del contrario e comunque con quale coraggio si può dare del bugiardo a qualcuno senza averne la prova, anzi, senza avere la possibilità della prova, prima che sia passato il tempo necessario per conoscere la verità?
“E che dire del contratto con gli italiani, che ha completamente disatteso nonostante l’affermazione che non si sarebbe mai ricandidato se avesse mancato alla promessa fatta?” Bettini farebbe bene a mettersi d’accordo con Ricolfi, commentatore e tecnico di sinistra, il quale accredita Berlusconi di un adempimento al 65%, mentre per altri istituti si arriva all’85%. Egli dimentica soprattutto che per gli italiani un politico che realizza metà delle sue promesse è già un’eccezione. Perché non prova a rivedere le bucce e le percentuali di realizzazione di Prodi?
Poi si passa al problema della gioventù. Berlusconi sarebbe vecchio mentre “Veltroni rappresenta questa boccata d’ossigeno verso il futuro”. Cioè sarebbe il nuovo. Anche se fa politica da quando aveva i calzoni corti mentre fino al 1993 Berlusconi ha fatto solo l’imprenditore. Quindici anni contro trentacinque o giù di lì. Ma si pretende che la leggenda prevalga sui fatti.
C’è poi anche la battuta sul numero di candidature: “Per carità, non voglio dire nulla di provocatorio, ma ho scoperto che il solo che ha avuto il coraggio o la sfrontatezza di candidarsi per cinque volte è stato Jean Marie Le Pen».  Nulla di provocatorio, solo il coraggio di dire una scemenza. Perché in questo caso il più virtuoso fra Le Pen, Berlusconi e Stalin sarebbe proprio quest’ultimo, che non si è candidato neppure una volta, in libere elezioni.

“Anche Prodi non è giovanissimo, obietta l’intervistatrice.  «Prodi ha avuto l’intelligenza e la prontezza di favorire il ricambio e sta dando, con i suoi ministri, una lezione di stile per la sobrietà con cui sta seguendo e aiutando la campagna elettorale». Traduzione nota a tutti: Prodi è stato gentilmente - ed anche non gentilmente - pregato di non mettere la sua faccia nella campagna elettorale. Per non peggiorare le proporzioni della prevista sconfitta. Gli articoli sull’ “oscuramento” di Prodi non si contano e Bettini ha la faccia tosta di parlare di lezione di stile? Ancora ieri il Corriere dava conto dell’allarme del Partito Democratico alla notizia che Prodi intende partecipare in Piazza del Popolo alla manifestazione conclusiva della campagna elettorale, accanto a Veltroni. Ma Bettini i giornali li legge?
Poi si rimprovera a Berlusconi di non volere incontrare Veltroni a faccia a faccia, dimenticando che questo è praticamente impedito dalla legge. Per essa, o Berlusconi incontra tutti gli altri candidati alla Presidenza o viola proprio quella legge sulla par condicio che non avrebbe mai voluto e che Casini gli ha impedito di cassare. Oggi come oggi, se i candidati fossero nove, i confronti a due a due arriverebbero, salvo errori, a trentasei. Porta a Porta, di Vespa, dovrebbe andare in onda tutti i giorni dal 28 marzo al tre maggio. Ma Bettini la par condicio l’ha completamente dimentica e infatti dice: “fu lui [Berlusconi] a rifiutare l’incontro con Rutelli ma poi ha incalzato Prodi…” Dimenticando che in ambedue i casi i candidati per la Presidenza del Consiglio erano solo due.
Goffredo Bettini, mentre vanta la novità del Pd, dimostra che lui personalmente non è nuovo. È rimasto fermo allo stile del Pci.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27 marzo 2008


LA QUESTIONE ALITALIA
Quando si tratta di centinaia di aerei, di migliaia di dipendenti, di miliardi di euro - e di sindacati capaci di fare danni incalcolabili - vederci chiaro non è impresa difficile: è impossibile. Tuttavia anche un professore di geologia assolutamente incapace di scalare l’Everest rimane in grado di vedere quanto è alto. Cioè di valutarlo nelle sue linee generali. E sull’Alitalia si possono allineare i seguenti fattori:
1) da anni la Compagnia perde soldi (molti) invece di guadagnarne;
2) questo stabile dissesto tecnicamente si chiama fallimento. Si noti che il fallimento è una situazione giuridica “dichiarata” dal Tribunale e “dichiarata” significa soltanto che è stata accertata come fatto economico (sulla base dell’insolvenza). Dunque, economicamente, l’Alitalia è fallita. Giuridicamente no perché ha continuato a pagare i suoi debiti (coi soldi dei contribuenti) e per questo non s’è avuta la “dichiarazione”: ma fallita è.
3) prima della dichiarazione un’impresa economicamente fallita può essere rilevata da un’altra impresa, se quest’ultima si sente in grado di raddrizzarne le sorti. Questo sarebbe il tentativo di Air France.
4) il governo italiano in passato ha cercato di dismettere l’Alitalia (di cui è il principale azionista) ma ha posto condizioni che hanno fatto fuggire tutti i possibili acquirenti. Infatti, se è impossibile raddrizzare un’impresa economicamente fallita, perché si vieta di risanarla, comprarla corrisponderebbe a caricarsi i suoi costanti deficit: e solo un pazzo (che poi fallirebbe a sua volta) potrebbe farlo.
5) malgrado ciò, stranamente, la trattativa è continuata e da un certo momento in poi è andata avanti solo con Air France e Air One. Air One è stata estromessa dal Consiglio di Stato ed ora è rimasta solo Air France . Questa società ha imposto condizioni draconiane (che si erano o no consentite alle imprese concorrenti? Punto interrogativo), da accettare subito, “prendere o lasciare”, entro il 31 marzo, ed in molti sono stati del parere che sarebbe stato bene accettare immediatamente: chi si libera del peso di un’impresa fallita fa comunque un notevole affare. Quanto meno non perde altro denaro.
A questo punto dell’analisi bisogna fermarsi e fare una pausa per riflettere, riprendendo dal punto due. Se l’Alitalia è fallita, perché mai Air France accetta che gliela regalino? Forse perché le sono state offerte possibilità economiche nuove, per esempio un bel numero di licenziamenti? Ma se (punto tre) è possibile raddrizzare le sorti economiche dell’Alitalia, perché mai dovrebbe farlo l’Air France e non lo stesso governo italiano? Perché mai i francesi dovrebbero essere in grado di fare una cosa impossibile, se è impossibile, o perché mai gli italiani non dovrebbero essere in grado di fare una cosa possibile, se è possibile?
Qualcuno potrebbe dire che la differenza è questa: che Air France potrebbe affrontare a muso duro i sindacati, i problemi di Malpensa e chiunque si pari sul suo cammino. Ma se così fosse non sarebbero loro ad essere capaci di fare l’impossibile, sarebbe il governo italiano incapace di fare il possibile, cioè di governare. Senza dire che mal si comprende come mai Air France potrebbe fidarsi dei sindacati italiani. Se poi questi si mettessero ad organizzare scioperi micidiali dopo essersi impegnati a non proclamarne, che cosa farebbe, Spinetta, li sculaccerebbe? Tutto questo non che essere chiaro, è fumoso e ambiguo.

6) A questo punto scende in lizza Berlusconi e dice: organizzo una cordata italiana per rilevare Alitalia. E tutti abbiamo fatto un salto sulla sedia. Ma come, non si erano ritirati tutti? E non è intervenuto un giudicato che ha lasciato in campo solo Air France e il Tesoro, senza possibili concorrenti? Come potrebbe una cordata entrare in una trattativa in cui i possibili contraenti  per legge sono solo quei due? E soprattutto, se tutti i concorrenti si erano ritirati a causa di condizioni erano inaccettabili, e l’Alitalia è tecnicamente fallita, come mai, vedendo il pericolo di altri concorrenti, Air France si ammorbidisce, rinuncia alle sue improrogabili scadenze, apre ai sindacati, dice che “nessuno sarà lasciato a terra”? Questo significa alcune cose. In primo luogo, che il giudicato della massima giustizia amministrativa italiana non vale un fico secco; poi che l’interesse della Compagnia francese è ben più forte di ciò che ci si era fatto credere. Infine che l’Alitalia è più appetibile di quanto si dicesse. Diversamente, perché mai Air France farebbe delle condizioni migliori di quelle che prima aveva detto costituissereo l’ultima spiaggia? Qualcuno, o molti, qui non dicono la verità. C’è una forte puzza di bruciato.
7) Veltroni ed altri, a questo punto, dicono: “non c’è nessuna cordata. E se c’è, si faccia avanti entro quarantott’ore”. Ed anche questo è discutibile. Innanzi tutto, Veltroni, Berlusconi e tutti gli altri dovrebbero spiegare come si passa sopra al giudicato del Consiglio di Stato. Poi, se Air France ci ha messo settimane e mesi, a fare la sua ultima proposta (per giunta da accettare o rifiutare a tamburo battente), perché mai la possibile cordata dovrebbe essere capace di fare in quarantott’ore ciò che altri hanno fatto in parecchi mesi?
8) Ma non basta. Se si vuole realizzare una due diligence, cioè un esame approfondito dei conti e della situazione economica dell’Alitaia, non è forse segno che non si crede a quella su cui si basa l’offerta di Air France? E che cosa si sospetta, dunque, che il governo italiano abbia accettato, per favorire la Compagnia francese, una sottovalutazione dell’Alitalia? Andiamo bene!
In conclusione, può darsi che la mossa di Berlusconi sia stata una follia basata sul nulla, ma una cosa è certa: ha fatto scoppiare le pretese certezze riguardanti il valore del giudicato nel nostro Paese e soprattutto ha fatto dubitare di tre cose: dell’effettiva situazione dell’Alitalia, dell’accettabilità dell’offerta di Air France e della correttezza del governo italiano.
Prodi decisamente non è fortunato, quando si tratta di vendere beni dello Stato.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -27 marzo 2008

MADRE A QUINDICI ANNI
Gli inglesi definiscono double standard l’uso di due metri diversi per un fatto unico, secondo la conclusione cui si vuole giungere. La cronaca offre oggi un eccellente esempio di questo malvezzo.

Una ragazzina di quindici anni è rimasta incinta di un giovane albanese e, contro il parere dei genitori, si è rifiutata di abortire. Si è addirittura rivolta ad un avvocato e, benché avesse già partorito  e dato in adozione un bambino due anni fa (quando era quattordicenne), i media si sono schierati con lei “per la vita” , “per il bambino”, “per il desiderio di maternità” e ovviamente contro i genitori dal cuore di pietra. Alla fine l’amore ha vinto: applausi.


Ma forse quei genitori non sono gli unici ad avere un cuore di pietra. Il problema che si può porre è: una qualunque giovane di tredici-diciotto anni ha il diritto di avere un figlio? La risposta ovvia è sì. Essa urta tuttavia contro l’attuale struttura della società e contro il buon senso dei Romani. Questi maestri del diritto ritenevano infatti che la piena capacità di agire, oltre che con la maggiore età, si acquistasse col matrimonio. Era come se dicessero: “Se ti senti maturo per assumerti le responsabilità di una nuova famiglia, sei tu stesso che ti autoproclami maggiorenne. Dunque da questo momento la società non ti farà sconti e ti considererà responsabile come un adulto”. Nel caso della ragazzina, l’errore non consiste nel volere il bambino, consiste nel voler rimanere minorenne per tutto il resto. Non si può dire: “Voglio il mio bambino ma i miei genitori devono continuare a nutrirmi ed alloggiarmi“. Non si può dire: “Voglio il mio bambino ma i miei genitori devono accudirlo insieme con me, spendendo tutto il denaro che sarà necessario spendere”. È questo che è sbagliato.

Se la società contemporanea ha tanto scoraggiato la procreazione precoce è perché gli attuali minorenni – anche se sessualmente maturi - non sono in grado di mantenere né se stessi né i propri figli. Chi pretende contemporaneamente la posizione di figlio/a e quella di padre o madre è come qualcuno che volesse vivere in linea con la società primitiva per quanto riguarda la fisiologia (la maggior parte delle “bambine” sono mestruate a dodici-tredici anni) e in linea con la società moderna per quanto riguarda la dilatazione di quell’artificiale periodo che chiamiamo “adolescenza”. Infatti presso i primitivi si passa direttamente dalla fanciullezza all’età adulta in base ad una cerimonia ufficiale, che dura un solo giorno. L’adolescenza non esiste. Lì una ragazzina di tredici anni ha veramente il diritto di essere madre. Perché si sposa ma lascia i genitori e va a fare la madre di famiglia con le sue sole forze. Volerlo invece fare nella società occidentale è tanto assurdo quanto voler fare andare un’automobile a biada: bisogna scegliere se ci si vuole muovere in auto o a cavallo.

 Sembra ragionevole che alle ragazze giovanissime che rimangono incinte i genitori abbiano il diritto di dire: “Se reclami i tuoi diritti naturali, abbi pure tuo figlio: ma vai a vivere per i fatti tuoi. Se invece vuoi appartenere alla società contemporanea, abortisci, torna a scuola e stai più attenta in futuro”. Questi genitori infatti non starebbero decidendo della vita della figlia, ma della propria, e nell’episodio narrato non sono i genitori cattivi che hanno voluto imporre qualcosa alla giovane, è lei che fa pagare ai suoi genitori il prezzo delle proprie contraddizioni. Con un classico double standard.

Ma sappiamo benissimo che questo discorso non sarà seguito da applausi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27 marzo 2008


LA FUGA DI ALLAM
Che cos’è Magdi Allam? Un deluso dall’Islam che ha trovato nel Cristianesimo la pace esteriore oltre a quella inferiore oppure un cristiano che ha rinnegato la sua precedente fede, sperando che nel Cristianesimo non ci siano quegli stessi bivi, quelle stesse incoerenze che a volte mostra l’Islam nella sua versione moderata o radicale? C’è chi ha osannato la scelta di Allam come “scelta coraggiosa”, una “scelta personale, risultato di un cammino interiore intenso ed importante”. Non lo mettiamo in dubbio, ma se così fosse stato, la scelta sarebbe dovuta rimanere privata, silenziosa ed invece è stata eclatante, suggellata dalla consegna dei crismi da parte della massima Autorità della Chiesa Cristiana Cattolica ovvero il Papa, annunciata sui giornali come un gesto di sfida contro tanto radicalismo pseudo-islamico che lo ha costretto a vivere sotto scorta ed accompagnata da una sorta di rancore verso quell’Islam dalle note violente e dal rimpianto che la sua ricerca verso l’Islam moderato non lo ha portato a nulla. Insomma Magdi Allam ha voluto che si parlasse di sé e della sua scelta privata e che si ponesse il caso di una rivalutazione cristiana e di un decadimento islamico. Il percorso verso il Cristianesimo iniziato da Allam è irto di contraddizioni e difficoltà. Sfatiamo un tabù. Allam non è stato coraggioso...tutt’altro. Ha preferito condannare la sua religione e quindi lasciarla piuttosto che trovare in essa lo spirito per combattere, per sconfiggere la deriva estremista del suo credo e di chi lo professa, insomma ha rinunciato a combattere dall’interno per accusare dall’esterno. Forse Gesù Cristo, Dio fattosi uomo, è sceso sulla terra, per cambiare la legge? No, magari per cambiare gli uomini, lasciando ad ognuno la propria legge, ma aggiungendo qualcosa in più. E quando fu condannato, crocifisso da quello stesso popolo che lo aveva ascoltata e che era divenuto un popolo di discepoli, non penso bene di condannarli, ma si fece condannare, ma restò all’interno di loro per continuare a proclamare la sua verità. Certo Gesù Cristo è qualcosa di altro rispetto all’uomo imperfetto, ma è la dimostrazione che non si cambia per repulsione ma per scelta e questa scelta implica il perdono e non l’odio. Il perdono verso gli estremisti, verso i terroristi. E’ difficile, ma è l’essenza stessa del Cristianesimo. Trovo difficile pensare che non ci siano radici comuni fra le tre religioni monoteiste. Don Andrea Santoro in Turchia fondò la Finestra per il Medio Oriente, un punto di incontro fra cristiani, ebrei ed islamici, dimostrando quanto avessero in comune queste Fedi, quanta armonia, quante profezie, quanti messaggi, quante leggi. Oggi siamo al punto in cui il coraggio si misura con la sfida, la condanna, il gesto eclatante, magari velato di spiritualità solo perché c’è una Chiesa militante che si ostina ad annunciare la supremazia della Civiltà Occidentale e l’unicità della verità del Cristianesimo e delle sue radici. Tuttavia questa non è spiritualità, ma politica e perfino banalità. Come potrei essere banale nel dire che c’è stato e c’è tanto di violento in quelle ragioni ed azioni dettate dal Cristianesimo o dall’Ebraismo. E parafrasando l’augurio di Allam, spero che la pace regni nei cuori di tutti, di chi è soggiogato dalla paura ma anche di chi è soggiogato dall’odio che è un qualcosa di peggiore. Ma di fronte all’odio, scappare o cambiare il proprio credo, non significa cambiare il proprio destino, se c’è un Dio a deciderlo.

Angelo M. Daddesio

GIORNALISTI PRESUNTUOSI
I giornalisti, particolarmente quelli famosi, non raramente scrivono con l’aria di chi ha capacità di giudizio superiori a quelle di tutti i grandi della terra. Scalfari li guarda dall’alto in basso, come vivesse nell’Empireo. Barbara Spinelli non esita ad estendere il suo giudizio altezzoso a corrucciato a tutti, in Italia e in Europa. E mostra un antiamericanismo da ci-devant . Perfino Sergio Romano, che pure è più ragionevole di altri, ha spesso un atteggiamento sprezzante, in particolare dell’amministrazione Bush. Per Scalfari si può parlare di un avvitamento dell’io su se stesso, per la Spinelli si può parlare di un delirio pretesamene culturale, ma l’Ambasciatore appare sano di mente e dunque il suo difetto è imperdonabile. Anche quando il peccato sia veniale. L’episodio da cui si parte è infatti minimo.
Il mondo vive un momento di grave difficoltà economica e Romano, il 17 marzo 2008, dice che non c’è speranza di miglioramento, vista la “confusione e l'incertezza con cui le autorità degli Stati Uniti stanno affrontando la loro crisi”. Ora ammettiamo che nell’Amministrazione ci sia confusione; ammettiamo che ci sia incertezza e ci potremmo aggiungere che ci sia anche angoscia: ma Romano saprebbe uscire da questa confusione, saprebbe superare questa incertezza, saprebbe vincere questa angoscia? Che cosa lo rende sicuro che altri – o lui stesso - farebbero meglio della Federal Reserve Bank e di Ben S.Bernanke? Troppo spesso è come se l’Ambasciatore maneggiasse una matita blu. Ha l’aria del professore che quell’errore non l’avrebbe mai commesso e non è affatto così: alcuni problemi sono facili, altri difficili, ma alcuni sono addirittura insolubili.

In generale i governanti dei grandi paesi democratici sanno quello che fanno e le loro decisioni sono sostanzialmente collegiali e ben studiate. Possono sbagliare, certo, ma meritano comunque rispetto. Il governo italiano può agire in una maniera che non ci piace, ma è possibile che abbia un’idea diversa dalla nostra rispetto a ciò che è bene per la nazione. Riguardo ai governanti degli altri Paesi, poi, è il loro comportamento potrebbe non piacerci perché è nell’interesse della loro nazione e contro l’interesse della nostra.
Si direbbe che l’umanità non sappia che cedere a due errori contrapposti: o crede che se una cosa l’ha detta una persona importante è vera, oppure pensa che chiunque, per il solo fatto di essere al governo, sia un cretino o un delinquente. Che lo si dica in treno, o facendo la fila al supermercato, passi. Ma se lo si scrive con l’aria seria di chi la sa lunga, no.
Le lettere ai giornali rigurgitano di centinaia di proposte per risolvere ogni genere di problemi e si può star certi che la grande maggioranza di esse – forse tutte  - farebbe sorridere i competenti. In generale, le soluzioni “semplici” sono già state scartate. Del resto, perché mai una soluzione evidente e concreta dovrebbe essere trovata da uno che di solito si occupa di tutt’altro? Insomma, prima di dire ad un chirurgo “Forse farebbe bene a tagliare lì piuttosto che qui”, bisognerebbe pensarci tre volte. E poi star zitti.
Per tornare a Romano, che senso ha parlare di confusione ed incertezza, riguardo alla crisi economica americana? I dirigenti sono persone confuse e incompetenti? È come se l’Ambasciatore dicesse: “Sono nei guai perché non si sono rivolti a me”. Se invece lo stiamo calunniando ed egli intendeva dire che la situazione non presenta soluzioni facili (o forse non presenta affatto soluzioni), avrebbe dovuto dirlo con parole più rispettose.
Dovremmo tutti essere prudenti nel giudicare le grandi decisioni, le rivolte, le guerre. Solamente il tempo può dire che cosa è stato ben fatto e che cosa no. E a volte solamente la storia riesce a distinguere se la decisione che si è rivelata positiva o negativa sia stata ragionevole o stupida nel momento in cui fu presa. Dunque, perché buttarsi a tranciare giudizi prima, senza neppure avere i dati di cui dispongono i governi?
Il contemporaneo non può evitare di avere opinioni su ciò che avviene ma non deve dimenticare che può solo dire, senza disprezzo e senza irrisione, che probabilmente una cosa è giusta, probabilmente un’altra è sbagliata: sperando poi che la storia confermi il giudizio. Irridere invece chi ha preso decisioni importanti, guardare ai governanti dei vari paesi come ad adolescenti scervellati – come fanno i grandi giornalisti di cui si diceva – è sbagliato in sé e fastidioso per chi legge.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 marzo 2008


LAMENTO DEL NOTISTA POLITICO
Sono sempre stato grato a Gustave Flaubert d’avermi regalato un concetto: il “dovere dell’impersonalità”. Reagendo agli eccessi egolatrici del Romanticismo, il normanno stabilì come canone estetico che l’autore deve sparire dal suo testo. Si deve vedere Emma Bovary, si devono vedere suo marito e il mondo del loro villaggio, ma mai Flaubert. I fatti deve avere l’aria di narrarsi da sé e se c’è una paroletta che bisogna evitare con la massima cura è il pronome “io”.
Certo, questo non vale se si spedisce una lettera ad un amico. Qui si può, anzi si deve essere “personali”. Parlando ai lettori di questo blog come a degli amici, mi si perdonerà dunque se parlo in prima persona.
Sono stato invitato a scrivere su questo blog da Luigi Castaldi che, insieme a Carduccio Parizzi e Giulio Meotti, ne fu il fondatore. Quando questo è avvenuto io scrivevo di argomenti politici una volta su tre o una volta su quattro. Oggi gli argomenti politici sono invece nove su dieci se non di più. Come mai? È di tanto aumentata la mia passione politica? La risposta è no. E il fenomeno si può spiegare con un apologo.
C’era una volta una donna, di gradevole carattere e dalla conversazione interessante, che aveva un’irrefrenabile passione per il pianoforte. Aveva studiato per un numero infinito di ore ed era arrivata ad un livello di concertista. E tuttavia non era mai riuscita a divenire una nota artista perché chi avrebbe dovuto assumerla alla fine diceva invariabilmente di no. E non per motivi musicali. Il fatto è che la signora era barbuta. Aveva una bella barba fluente e nera. Il risultato era che tutti finivano col dirle che il suo vero posto era in un circo. Lì l’avrebbero assunta subito. Aveva la via spianata, l’applauso assicurato, era questo che il pubblico voleva da lei. Per il pianoforte c’erano altri.

È un po’ quello che è capitato a me. Sono arrivato a Capperi! perché a Luigi Castaldi (che ho “incontrato” prima di Carduccio) erano piaciuti dei pezzi miei di vario argomento, spesso di ambito sociologico, etico, storico. Ma ho presto visto che essi lasciavano tutti indifferenti. Al contrario, se qualche volta mi arrischiavo a scrivere di politica, fioccavano i commenti, le contestazioni ed anche gli insulti: segni anch’essi di vivo interesse. Alla fine mi è stato chiaro che il mio posto era il circo.
Non è che me ne lamenti. Mi dispiace tuttavia che il dialogo non si allarghi ad altri argomenti, con toni più amichevoli. Il mondo è grande. Gli uccelli cantano sui rami senza sapere nulla di Prodi o di Berlusconi, se è per questo neppure di Bush e Putin, e noi stiamo ad accapigliarci su Tizio che ha detto questo e Caio che gli ha risposto quello, e chi dei due è da buttare nella spazzatura.
La prima volta che sono stato in Germania in automobile la Seconda Guerra Mondiale non era finita da un’eternità e ricordo ancora come, passata la frontiera, mi stupissi assurdamente della natura verde e pacifica, del cielo azzurro, di quell’inverosimile pace agreste. Quegli alberi non sapevano nulla di Stalingrado, di Dresda, di Auschwitz. Quel placido sole mi diceva che il tempo tutto ricopre e tutto dimentica. Quanto ci hanno messo, le onde del Pacifico, a dimenticare la battaglia di Midway?
L’uomo non è fatto di memoria, di logica, di fredda analisi. La sua sostanza è il calore del suo sangue, la pressione delle sue emozioni, l’urgenza delle sue passioni. Se dunque gli si parla del riscatto della donna, e lui non è una donna, porgerà un orecchio distratto. Se gli si parla delle crociate, dirà in cuor suo che sono cose stravecchie, che non interessano più nessuno. Arriva addirittura a credere che ciò che valeva per Pericle o per Federico di Svevia non valga per noi, quasi che anche l’umanità sia differente. Viceversa, se sì o no si debba consentire la pillola RU486, se il signor Pappalardi sia innocente o colpevole, e soprattutto se si debba andare in pensione ad una data età o due anni più tardi, questo sì muove il mondo. Chi vuol essere ascoltato deve parlare di queste cose.
E allora così sia.
Lasciatemi tuttavia dire tutto il mio rimpianto per il fatto che io non riesca a parlare più distesamente e – direi – più affettuosamente con molti di voi. Fra dieci anni non ci sarò più io, fra venti o trenta non ci sarete più voi, il tempo ricoprirà le nostre vite come le onde hanno ricoperto le portaerei giapponesi affondate a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.
Lasciatemi tuttavia dire tutto il mio rimpianto per non aver potuto parlare più distesamente e – direi – più affettuosamente con molti di voi. Fra dieci anni non ci sarò più io, fra venti o trenta non ci sarete più voi, il tempo ricoprirà le nostre vite come le onde hanno ricoperto le portaerei giapponesi affondate a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 marzo 2008


IL FUTURO DEL PDL
Silvio Berlusconi, come tutti,  non è eterno. Potrebbe avere un infarto domattina come potrebbe fare politica ben oltre gli ottant’anni: nessuno ha dimenticato Adenauer che a novant’anni era ancora leader dell’Unione Cristiano-Democratica tedesca. Ma un giorno anche lui morirà e dunque certi calcoli è bene farli.
Indubbiamente, Berlusconi è un fuori classe. La politica italiana ruota intorno a lui dall’autunno del 1993. Ha vinto ed ha perso, ma persino quando ha perso è rimasto al centro dell’arena. È stato battuto da gente che voleva il potere ma voleva soprattutto toglierlo a lui: ed era questo il centro del programma. Una volta l’Italia si è divisa fra guelfi e ghibellini, ora, da tre lustri, si divide in berlusconiani e antiberlusconiani. Tolto questo nocciolo di aggregazione, che ne sarebbe del centro-destra?
Una coalizione berlusconiana senza Berlusconi sembra un controsenso: tuttavia c’è un detto crudele secondo cui “i cimiteri sono pieni di persone insostituibili”. Si tratta dunque di decidere se Berlusconi è il capo di un esercito da lui creato o se ha trovato un esercito che andava cercando un capo. In altri termini, se il centro-destra ha creato Berlusconi o se Berlusconi ha creato il centro-destra. A questo genere di interrogativo ciascuno può rispondere a suo modo e quella che segue è solo una possibile interpretazione.
Nessun leader religioso potrebbe mai fondare una nuova fede se il suo messaggio non trovasse corrispondenza nei desideri e nelle convinzioni di molte persone. Nessuno può creare un movimento di massa se non ne esistono i presupposti. Per quanto un uomo politico sia capace di fare proselitismo, è necessario che il suo messaggio cada su un terreno pronto a riceverlo. E quel terreno non deve già appartenere a qualcun altro. Se il capo della Dc, nel 1993, fosse stato ancora De Gasperi, Berlusconi avrebbe continuato a fare l’imprenditore.
Nel 1994, il terreno nel quale Berlusconi ha gettato il suo seme è stato l’anticomunismo. Nessuno sventolava quella bandiera, dimenticando che per cinquant’anni gli italiani si erano divisi in comunisti e anticomunisti, tanto che perfino quando con Fanfani si è attuato il centro-sinistra, si è potuto farlo perché si distingueva accuratamente tra il Psi e l’estrema sinistra.
In quel momento invece, con la liquefazione della Dc, il campo di gioco era rimasto senza una delle due squadre. C’era il Pci riverniciato di Occhetto e nessuno dall’altra parte. Ma questo non significava che fossero spariti i milioni di italiani che per una vita avevano costituito una diga contro i comunisti. Ed ecco la grande intuizione di Berlusconi: non serviva a niente aspettarsi qualcosa da politici demotivati, scoraggiati, screditati; bisognava rivolgersi direttamente agli italiani. Bastava porre una semplice domanda: volete lasciarli vincere? Ecco il genio. Dove gli altri vedono un cumulo di rovine, il genio vede cantieri edili, grandi immobili in costruzione, nuovi quartieri. Forza Italia.
Ora ci si chiede che cosa rimarrebbe di tutto questo se venisse a mancare proprio Berlusconi. La risposta è duplice: da un lato mancherebbe il fondatore, il centro, il punto di riferimento. L’anima stessa di questo movimento. Dall’altro non sparirebbero i milioni di persone che hanno votato per Berlusconi. Per non parlare delle migliaia e migliaia di persone che hanno avuto un assessorato, una sindacatura, uno scranno di onorevole o di senatore seguendo il Cavaliere. Non tutto dunque rimarrebbe come prima, ma non tutto sparirebbe come per magia. In questi quattordici anni si è coagulato un partito e una rete di interessi che molti tenderebbero a proteggere e conservare.
L’elemento centrale del problema è tuttavia temporale. Se Berlusconi morisse durante una campagna elettorale, questo fatto avrebbe grande influenza sul risultato delle elezioni. Come l’ebbe a suo tempo la morte di Berlinguer: anche se è difficile dire se, questa volta, sarebbe in senso positivo o negativo. Se viceversa il Cavaliere sparisse dalla scena nel momento centrale della legislatura, l’Italia avrebbe il tempo di metabolizzare il cambiamento di scenario. Le successive elezioni si svolgerebbero in un ambiente comunque stabilizzato.
L’ultimo elemento riguarda la leadership. È vero, un grande capo non si sostituisce facilmente. Tuttavia, per sapere se lo si può sostituire, bisogna aspettare il responso della storia. Di solito il successore non vale il predecessore ma non molti si sarebbero aspettati che il figlio di Filippo il Macedone potesse essere chiamato Alessandro Magno. Anche di Cesare si poteva pensare che non potesse essere seguito da qualcuno degno di stargli a pari, e tuttavia Augusto, almeno come politico, è stato anche più abile. Per quanto riguarda Berlusconi, innanzi tutto siamo ad un livello più basso, rispetto a questi giganti della storia; poi non si tratta di creare imperi e sopravvivere a momenti tempestosi, si tratta di guidare un partito. Infine non sappiamo quale livello di leadership saprebbero esercitare persone come Gianfranco Fini, Giulio Tremonti o Antonio Martino. Spesso è quando sono all’opera che i protagonisti della storia rivelano la loro pochezza o la loro grandezza.
Se bisognasse augurarsi qualcosa, sarebbe che Berlusconi sappia un giorno organizzare la propria successione, avendo la mano felice come l’ebbe Francisco Franco con Juan Carlos di Borbone.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  marzo 2008

CONTRO IL TEMA
Veltroni ha affermato che i ragazzi a scuola non dovrebbero essere obbligati a svolgere temi in italiano, che ci sono altre forme di creatività, potrebbero “scrivere racconti” (come se fosse più facile che scrivere temi), esprimersi con una foto o un filmato. Poi, immaginiamo, una volta laureati, al concorso per professore di storia o a quello per la magistratura presenterebbero una bella foto del loro cane o un filmato delle loro vacanze alle Baleari. La verità è che, per il semplice fatto di avere passato qualche anno nelle aule, tutti si sentono autorizzati a parlare di scuola. Con i risultati che si vedono.
Tuttavia, dal momento che anche gli orologi fermi dicono la verità due volte al giorno, l’idea di abolire il tema non è sbagliata, anche se non lo si può certo sostituire con una fotografia. Il tema serve ad insegnare a scrivere, ed è questa una cosa che rimane sommamente difficile. Per riuscirci, bisogna conoscere l’ortografia. Bisogna avere precise nozioni sull’argomento. Bisogna essere in grado di organizzare le idee: tutte cose che gli alunni, soprattutto i più piccoli, non sono in grado di fare. Per questo da un lato gli argomenti suggeriti agli alunni sono di una banalità sconfortante, in modo da essere accessibili a tutti, dall’altro bisogna essere estremamente generosi, nel concedere la sufficienza: perché altrimenti bisognerebbe bocciare tutti o quasi.
Tutto questo è il frutto di un pregiudizio italiano: quello che il tema debba esprimere delle idee, per giunta personali. In realtà, il compito della scuola è quello di insegnare ad esprimere idee non necessariamente proprie, ma in modo corretto. E per questo l’esercizio ideale non è il tema. È inutile che i ragazzi si lambicchino il cervello più per sapere che cosa scrivere. Ciò che la scuola deve insegnare è piuttosto come scrivere: e per questo basta il riassunto, che per certi versi non è meno difficile.

Soprattutto con numero di parole predeterminato, per contrastare la prolissità, il riassunto è l’esercizio principe per imparare ad essere sintetici e ad esprimere concetti. Innanzi tutto, richiede la capacità di distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è: se si è fornito un testo di mille parole, e bisogna ridurle a cinquecento, l’alunno è chiamato ad eliminare una parola su due, e non sempre è facile. Fra l’altro si rischia, se si vogliono riportare frasi intere del testo di partenza, che esse non si raccordino o che si omettano dati importanti. Per riassumere bisogna padroneggiare il testo e la coscienza di avere un problema non di ideazione ma di espressione, sottolineerebbe, agli occhi del discente, il dovere della correttezza dello scritto.
Ciò che manca drammaticamente, nella scuola italiana, è la coscienza che scrivere non è un fatto artistico ma tecnico. Gli stessi professori non raramente fanno ridere i colleghi, se scrivono una nota sul registro, perché, essendo in quel momento in collera, non riescono ad essere chiari, sintetici e a non fare errori.
Per un alunno su diecimila che nella vita farà lo scrittore, ci sono tutti gli altri che si troveranno a scrivere referti medici, verbali di contravvenzione, sentenze, relazioni, perizie e via dicendo. Tutta una “letteratura” in cui non si richiede arte, ma chiarezza e correttezza.
In Italia, in una scuola in cui si è trattati come artisti in erba, non s’impara a scrivere in maniera decente. In molti concorsi parecchi concorrenti sono bocciati non per quello che scrivono ma per come lo scrivono. L’Italia è un paese in cui ben pochi distinguono l’accento acuto da quello grave, non tutti sanno che un po’ si scrive con l’apostrofo, che la data è “li 4 marzo” e non “lì 4 marzo”, e via dicendo. Siamo tutti troppo in alto per occuparci di queste piccole cose banali. O per scrivere a mano in maniera leggibile. Anche per questo esiste il burocratese: perché c’è gente che, non sapendo scrivere bene, nella sua incoscienza vorrebbe scrivere benissimo.
Viviamo in un paese snob, dal punto di vista scolastico. Cerchiamo di indossare un abito di cerimonia senza prima esserci lavati e rasati. Il risultato è la goffaggine di chi dimostra la propria ignoranza nel momento stesso in cui crede di fare bella figura.
Col tema si richiede di correre a chi non sa ancora camminare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - marzo 2008


INDRO MONTANELLI
Gli anni passano e si vedono alcuni nostri contemporanei divenire personaggi storici. De Gasperi oggi è un’icona anche per la sinistra, ma chi è vecchio ricorda che quella stessa sinistra allora lo insultava in maniera sanguinosa e lo minacciava di calci nel sedere con stivali chiodati. Chi a suo tempo dovette battagliare per difendere il Generale De Gaulle dall’infinita schiera dei suoi calunniatori rimane sorpreso nel vedere come oggi quello spilungone sia entrato nel Pantheon internazionale e non abbia più bisogno di difensori. Qualcosa di analogo avviene anche con Indro Montanelli. Prima di essere un nome nella storia del giornalismo, è stato una persona viva e tutt’altro che incontestata.
Una delle prime volte in cui lo notai fu quando, credo su “Epoca”, fu severo col Sud e si vide piovere addosso una valanga di critiche. Pure essendo meridionale pensai che quelle parole dure non erano per questo meno vere: ed era doveroso schierarsi con chi diceva la verità contro chi mentiva o credeva di salvarsi con la retorica.
Indro si faceva una bandiera dell’esser capace di andare, in nome della verità, contro tutti, magari da solo. Gli piaceva ripetere il detto: “la derrota es el blasón del alma bien nacida”, la sconfitta è il blasone dell’anima nobile. E forse per questo cominciò col mettersi nei guai quando, pur essendo fascista di cuore (come tutti i suoi coetanei), giovane inviato in Spagna descrisse una battaglia come era effettivamente andata e non come avrebbe amato raccontarla il regime. Il risultato fu che finì ad insegnare italiano in Estonia. In esilio, cioè. Col bel risultato di sentirsi poi chiamare fascista, per lunghi decenni, da tutta la stampa di sinistra.
Montanelli in realtà dai fascisti fu condannato a morte e qualcuno potrebbe pensare che almeno questo dovesse farlo assolvere da quell’accusa infamante. Ma no, non bastava. Aveva il torto inescusabile d’essere anticomunista e per giunta di dirlo ad alta voce. E dunque definitivamente “fascista” fu consacrato quando – supremo oltraggio – non solo lasciò il “Corriere della Sera” di Piero Ottone (divenuto ormai portavoce della gauche caviar, fiancheggiatrice del Pci) ma andò a fondare un quotidiano proprio per poter gridare alto e forte il proprio anticomunismo. Anatema!
 Il “Giornale” nacque perché si potesse dire la propria verità senza lasciarsi intimidire da nessuno. Senza alcun timore reverenziale nei confronti dei comunisti e dei loro infiniti dogmi. Se si doveva dire che nella Resistenza c’erano stati episodi di criminalità o di sadismo, in quel quotidiano non si esitava a scriverlo. Non come Giampaolo Pansa che queste cose le ha scritte, sì, ma decenni dopo: Montanelli le ha proclamate quando ancora circolavano per le città italiane praticamente tutti quelli che alla Resistenza avevano partecipato. E che sarebbero stati lieti di scopare le loro malefatte sotto il tappeto.
Fu in questo periodo che cominciai a leggere “il Giornale”.
Il primo numero neppure lo comprai, perché non compravo nessun quotidiano: ascoltavo la BBC, in inglese, come facevano gli italiani e i tedeschi durante la guerra. In Italia non c’era più da fidarsi di una stampa infeudata perfino alle fisime della sinistra. Solo quando andavo all’estero respiravo a pieni polmoni, come uno che avesse abbandonato un paese del socialismo reale.

La prima copia del “Giornale” la lessi dunque dopo averla raccolta da terra, per curiosità. E quel giornale mi sorprese al di là d’ogni dire. Era smilzo, composto di poche pagine, aveva articoli scritti con caratteri piuttosto grandi (per occupare più spazio), ma molte frasi scoppiavano come bombe, alle mie orecchie. Dunque cose del genere si potevano dire! Dunque era lecito dirsi anticomunisti! Dunque non ero l’unico a ricordare che l’Italia era stata liberata dagli Alleati, e non dai partigiani, non ero l’unico a sorridere dei “valori della Resistenza”, dal momento che quei valori erano i valori degli Alleati, non ero l’unico a tenere la testa fuori dall’acqua!
Da quel giorno comprai religiosamente quel quotidiano. E avevo la sensazione – condivisa dagli altri lettori – di far parte di una consorteria. Ci univa anche la sensazione che era pericoloso farsi vedere in giro con una copia di quel giornale. Tanto è vero che che spesso lo piegavamo in modo da nascondere la testata.
Montanelli in quegli anni fu un maestro di stile, di chiarezza di idee e di coraggio. E ovviamente ne fu ripagato dalle Brigate Rosse (non “sedicenti rosse”) con un azzoppamento. E il Corriere della Sera, per non dare risalto al fatto, toccò il vertice dell’ignominia cercando di mettere la sordina alla notizia.
La confraternita del Giornale ebbe il suo momento di gloria nel 1976 quando Montanelli, con un’espressione rimasta famosa, invitò tutti ad arginare il Pci con le parole: “Turatevi il naso e votate Dc”. Fu l’unica volta in cui votai anch’io per quel partito. E tutti avemmo la sensazione di avere salvato l’Italia. Dopo quelle elezioni, come se il sinistrismo avesse dato tutto quello che (di male) poteva dare, la marea cessò di essere in costante aumento. Fino agli esiti contemporanei, quasi patetici.
Un contatto così lungo con Montanelli è stato come frequentarlo personalmente. Era costretto a scrivere spesso e riandava ai suoi ricordi, ai suoi incontri, alle sue esperienze che finiva col comunicarci. E in molti quasi lo veneravamo. Tanto che una volta gli scrissi che lo consideravo un grand’uomo. Che bisognava che qualcuno glielo dicesse mentre era vivo, senza aspettare che gli si facesse un monumento da morto (come poi è avvenuto). Mi rispose per ringraziarmi.
Proprio perché aveva con i suoi lettori un rapporto particolare, un giorno Montanelli si credette in dovere di informarci di un cambiamento notevole, nella gestione del “Giornale”. Ci confessò che i debiti superavano i crediti e che avrebbe dovuto chiudere, se non avesse accettato l’aiuto disinteressato di un tale Silvio Berlusconi. Ma dovevamo stare tranquilli: né il quotidiano né lui stesso avrebbero accettato ordini da chicchessia. L’aiuto era solo finanziario. Non ci sarebbero state interferenze. Ovviamente molti lettori, gelosissimi dell’indipendenza dell’unico giornale in cui si riconoscevano, lo tempestarono di lettere preoccupate e per questo Indro non solo confermò sul momento che l’aiuto era disinteressato e provvidenziale, ma anche nei mesi e negli anni seguenti si prodigò in lodi di Berlusconi, della sua discrezione, del suo disinteresse: era indubbiamente il migliore degli editori.

Quando Berlusconi entrò in politica vedemmo all’improvviso nascere un nuovo Montanelli. Lasciò il Giornale, andò a fondare “la Voce” la cui unica e acida vocazione fu quella di dare addosso a Berlusconi: fece fiasco e dovette chiudere. Questo atteggiamento suscitò un’immensa sorpresa nei lettori storici del “Giornale”. Sia per tutto quello che Montanelli aveva detto, ripetute volte, nel corso degli anni, sia perché se veramente gli era stato richiesto che il “Giornale” adottasse una certa linea (cosa lecita, da parte dell’editore, cioè di chi ci mette i soldi), poteva andarsene senza sbattere la porta; sia infine perché non esitò ad intrupparsi col centro-sinistra, ad accettare – lui! - il sostegno dei comunisti.
La maggior parte dei suoi antichi estimatori, anche considerando che il “Giornale” senza Montanelli non era più il “Giornale”, non lo seguimmo. Decidemmo che il vero Montanelli era morto senza che ce ne accorgessimo. C’era solo una pallida imitazione, un vecchio che teneva aperto il dialogo con i lettori del Corriere. Triste tramonto.
Si cercava una spiegazione, si cercava di capire, ma non c’era verso. Bisognava solo rassegnarsi al fatto che quel grand’uomo rimaneva un uomo. Era il re della lucidità e della chiarezza, ma solo quando la sua emotività non era in gioco.
Personalmente una prima avvisaglia l’avevo avuta vedendo che i suoi più antichi ed intimi sodali avevano tendenza ad abbandonarlo, pur senza dare spiegazioni in pubblico. Che cosa faceva, per irritare a tal punto persone ragionevoli come Enzo Bettiza? Ma il sintomo più inquietante, anche se di infimo livello, lo identificai quando scrisse un editoriale dal titolo “Si”. Io rimasi interdetto. Si? Riflessivo? Impersonale? E che senso aveva? Si capì poi che Montanelli intendeva scrivere “Sì” (affermazione), che si scrive con l’accento, e decine e decine di lettori gli scrissero per farglielo notare. La cosa più semplice sarebbe stata dire che non ci aveva fatto caso. O che aveva sbagliato a battere un tasto: Montanelli cercò invece di arrampicarsi sugli specchi e di contestare l’ortografia italiana. Perdendo miseramente. Un campanello d’allarme.
In francese c’è un proverbio che dice: on ne peut pas être et avoir été, non si può essere ed essere stati. La posizione di massimo successo non è eterna. E tuttavia, chi Indro Montanelli l’ha seguito a lungo dimentica facilmente gli ultimi tempi. Così come ben pochi, studiando la vita di Napoleone, concentrano la loro attenzione sui sei anni di Sant'Elena.
Montanelli rimane un grand’uomo e l’Italia liberale gli deve molto. È per questo che non sarà mai dimenticato. Merita un monumento non solo in piazza, ma nei nostri cuori.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-  marzo 2008

Solidarieta' a Fiamma Nirenstein.
Miserevole, meschina, schifosa, vigliacca, perfetto esempio di propaganda neonazista la vignetta di Vauro sul Manifesto, altrimenti detto Nazifesto, del 15 marzo.
Appena vista mi ha assalito un'ondata di rabbia cosi' forte che avrei voluto averlo qui davanti a me l'autore di tanta schifezza, per guardarlo negli occhi e dirgli una sola parola "Auschwitz" perche' l'unico periodo della storia moderna in cui gli ebrei hanno dovuto portare sugli abiti la Stella di David e' stato quando venivano portati nei campi della morte.
Vauro ha ripetuto l'orrore raffigurando Fiamma Nierenstein con una Stella sul petto e vicino il fascio littorio per insultarla, delegittimarla, svergognarla a causa della sua candidatura nel Partito della liberta'.
Viva la democrazia comunista!
L'insu
lto, la vergogna, lo schifo vanno tutti rigettati sull'autore di simile obbrobrio e sul giornale che lo ha pubblicato, posso immaginare quanto avranno sghignazzato fra loro, questi paladini della liberta' e grandi difensori di terroristi.
Avranno riso , pacche sulle spalle del Vauro, sempre recidivo, sempre pronto a disegnare vignette antisemite che gli escono direttamente dal cuore. Sono sicura che non ha bisogno di pensarle, gli vengono spontanee, sono frutto del suo odio , figlio primogenito dell'ideologia cancerogena che anima questa gente che si dichiara di sinistra ma che e' erede diretta delle purghe, dei campi in Siberia, dei manicomi criminali dove venivano sbattuti i nemici del regime, in primis gli ebrei che, se non abiuravano fede e appartenenza, erano considerati nemici da eliminare, esseri spregevoli da ammazzare o da deportare ai confini piu' lontani dell'impero sovietico.
Come il nazismo, il comunismo si e' macchiato di orrori indescrivibili contro gli ebrei eppure, mentre oggi chi e' ancora fascista si deve , giustamente, vergognare, questi qua, questi sciacalli, questi vigliacchi, questi razzisti vanno in giro orgogliosi del loro essere comunisti, colla puzza, tanta puzza sotto il loro naso.
Questo Vauro che si e' sempre tanto divertito a disegnare infami porcherie contro gli ebrei e Israele , questa volta prende di mira la miglior giornalista italiana, la piu' preparata, la piu' coraggiosa perche' ha il fegato di mettersi contro quella fetta di italiani che, a pugno chiuso, gridano " A morte Israele".
Secondo me Vauro e' invidioso, secondo me avrebbero fatto carte false per avere una personalita' come la Nierenstein dalla loro parte senza rendersi conto che un ebreo orgoglioso di esserlo, un ebreo sionista, un ebreo che ama Israele , un ebreo che odia il terrorismo e le falsificazioni storiche che lo hanno fatto nascere e proliferare non potrebbe mai stare dalla loro parte.
Purtroppo gli italiani hanno la memoria corta, per quello che gli fa comodo, e quasi tutti, ahime' anche tanti ebrei, hanno dimenticato cosa ha fatto la sinistra contro Israele negli ultimi 40 anni. Quasi tutti hanno dimenticato la violenza, le calunnie gli insulti, le manifestazioni oceaniche contro Israele.
Ma io ricordo, caspita se ricordo!
Anni, anni, anni di rabbia, dolore, ribellione, anni di buio e di solitudine per difendere Israele!

Ricordo le prime pagine dei quotidiani dove la parole piu' gentile dedicata a Israele e agli ebrei era "Nazisti".
Ricordo l'adorazione per Arafat quando veniva in Italia e lo portavano in trionfo ad Assisi, santo tra i santi, mentre l'Italia e l'Europa subivano in silenzio il terrorismo dei suoi feddaiyn, mentre veniva assassinato Stefano Tache', mentre veniva assalita l'Achille Lauro e un ebreo anziano e in sedia a rotelle , Leon Klinghofer, veniva ammazzato come un cane e gettato in mare.
Ricordo quando i congressi nazionali della Federazione Italia-Israele dovevano essere protetti dalla polizia in arme e da agenti in borghese, ricordo che a Bergamo avevamo due ali di poliziotti armati intorno all'albergo perche' un emerito rifondarolo, deputato nel governo Prodi, aveva giurato che ci avrebbe assaliti insieme ai suoi seguaci.
Ricordo le minacce, le librerie date alle fiamme perche' avevano in vetrina libri su Israele, ricordo le telefonate anonime"schifosa sionista, creperai presto", ricordo il rifiuto dei governi italiani di ricevere ministri di Israele mentre Arafat la faceva da padrone all'interno delle nostre istituzioni con deputati e ministri che gli si inchinavano davanti sbavanti, per non parlare dei giornalisti.
Ricordo treni e pullmann a centinaia viaggiare verso Roma per la piu' grande delle manifestazioni contro Israele, al grido di "Israele, a morte" e ricordo l'espressione di un amico israeliano che non riusciva a capacirasi di essere considerato "IL MALE", come gli aveva gridato in faccia un manifestante.
Ricordo anni di solitudine, di abbandono , di disprezzo, di violenza verso chi si dichiarava orgogliosamente sionista.
Ricordo una mostra di fotografie di Israele a Brescia e la distruzione del locale, le foto a terra, il gallerista preso a pugni, sacchi di sterco gettati sul pavimento e le scritte "Morte a Israele- Palestina libera e rossa". Gli autori erano gli angioletti dei centri sociali.
Ricordo la disperata solitudine di Israele, paese reietto, paese paria,