Dicono che Goffredo
Bettini sia lo spin doctor, l’eminenza grigia, il
suggeritore, il regista o comunque si voglia chiamare chi
sta dietro qualcuno e lo fa parlare un po’ come un ventriloquo.
Se così fosse, forse sarebbe bene che Veltroni ne
facesse a meno. Ecco che cosa dice Bettini sul “Corriere”,
intervistato da Maria Teresa Meli.
“Dal 30
marzo installeremo 12 mila gazebo in tutta Italia e
un milione di persone diventerà protagonista della
svolta della campagna: un’arma in più che Berlusconi
non ha”. Un’arma che non ha o un’arma di cui ha già
abusato? Bettini considera tutti gli italiani smemorati?
E prosegue: “Il
Wall Street Journal lo ha detto meglio di come qualsiasi
nostro militante o dirigente l’avrebbe potuto dire: Se
torna Berlusconi è un disastro per gli italiani". Questo
ricorda una barzelletta. Un giocatore di calcio protesta col
guardalinee per le troppe decisioni avverse e quello gli risponde:
“Se continui a protestare la prossima volta che giocherete
contro di noi te la farò vedere io”. Se il Wall Street Journal
“lo ha detto meglio di qualsiasi nostro militante”, significa
che è più partigiano di qualsiasi militante. La prossima
volta che giocherete contro di noi…
L’intervistato
afferma poi: “È impensabile che si possa ancora
credere alla sua [di Berlusconi] girandola di bugie come
la storia della cordata per salvare Alitalia”. Una bugia
è tale quando acclarata. Bettini è sicuro che
quella cordata non ci sarà? Scalfari è sicuro del contrario
e comunque con quale coraggio si può dare del bugiardo
a qualcuno senza averne la prova, anzi, senza avere la possibilità
della prova, prima che sia passato il tempo necessario per conoscere
la verità?
“E che dire del
contratto con gli italiani, che ha completamente
disatteso nonostante l’affermazione che non si sarebbe mai
ricandidato se avesse mancato alla promessa fatta?” Bettini
farebbe bene a mettersi d’accordo con Ricolfi, commentatore
e tecnico di sinistra, il quale accredita Berlusconi
di un adempimento al 65%, mentre per altri istituti si arriva
all’85%. Egli dimentica soprattutto che per gli italiani un
politico che realizza metà delle sue promesse è
già un’eccezione. Perché non prova a rivedere le bucce
e le percentuali di realizzazione di Prodi?
Poi si passa
al problema della gioventù. Berlusconi sarebbe
vecchio mentre “Veltroni rappresenta questa boccata d’ossigeno
verso il futuro”. Cioè sarebbe il nuovo. Anche
se fa politica da quando aveva i calzoni corti mentre fino
al 1993 Berlusconi ha fatto solo l’imprenditore. Quindici
anni contro trentacinque o giù di lì. Ma si
pretende che la leggenda prevalga sui fatti.
C’è poi
anche la battuta sul numero di candidature: “Per carità,
non voglio dire nulla di provocatorio, ma ho scoperto
che il solo che ha avuto il coraggio o la sfrontatezza di candidarsi
per cinque volte è stato Jean Marie Le Pen».
Nulla di provocatorio, solo il coraggio di dire una scemenza.
Perché in questo caso il più virtuoso fra
Le Pen, Berlusconi e Stalin sarebbe proprio quest’ultimo, che
non si è candidato neppure una volta, in libere elezioni.
“Anche Prodi non è giovanissimo,
obietta l’intervistatrice. «Prodi ha avuto
l’intelligenza e la prontezza di favorire il ricambio e
sta dando, con i suoi ministri, una lezione di stile per la
sobrietà con cui sta seguendo e aiutando la campagna elettorale».
Traduzione nota a tutti: Prodi è stato gentilmente -
ed anche non gentilmente - pregato di non mettere la sua faccia
nella campagna elettorale. Per non peggiorare le proporzioni
della prevista sconfitta. Gli articoli sull’ “oscuramento”
di Prodi non si contano e Bettini ha la faccia tosta di parlare di
lezione di stile? Ancora ieri il Corriere dava conto dell’allarme
del Partito Democratico alla notizia che Prodi intende partecipare
in Piazza del Popolo alla manifestazione conclusiva della campagna
elettorale, accanto a Veltroni. Ma Bettini i giornali li legge?
Poi si rimprovera
a Berlusconi di non volere incontrare Veltroni a faccia
a faccia, dimenticando che questo è praticamente
impedito dalla legge. Per essa, o Berlusconi incontra tutti
gli altri candidati alla Presidenza o viola proprio
quella legge sulla par condicio che non avrebbe mai voluto
e che Casini gli ha impedito di cassare. Oggi come oggi, se i candidati
fossero nove, i confronti a due a due arriverebbero, salvo errori,
a trentasei. Porta a Porta, di Vespa, dovrebbe andare in onda
tutti i giorni dal 28 marzo al tre maggio. Ma Bettini la par condicio
l’ha completamente dimentica e infatti dice: “fu lui [Berlusconi]
a rifiutare l’incontro con Rutelli ma poi ha incalzato Prodi…”
Dimenticando che in ambedue i casi i candidati per la Presidenza
del Consiglio erano solo due.
Goffredo Bettini,
mentre vanta la novità del Pd, dimostra che lui
personalmente non è nuovo. È rimasto fermo allo
stile del Pci.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 27 marzo 2008
LA QUESTIONE ALITALIA
Quando si tratta
di centinaia di aerei, di migliaia di dipendenti,
di miliardi di euro - e di sindacati capaci di fare danni
incalcolabili - vederci chiaro non è impresa difficile:
è impossibile. Tuttavia anche un professore di geologia
assolutamente incapace di scalare l’Everest rimane in
grado di vedere quanto è alto. Cioè di valutarlo nelle
sue linee generali. E sull’Alitalia si possono allineare
i seguenti fattori:
1) da anni la
Compagnia perde soldi (molti) invece di guadagnarne;
2) questo stabile
dissesto tecnicamente si chiama fallimento. Si noti
che il fallimento è una situazione giuridica “dichiarata”
dal Tribunale e “dichiarata” significa soltanto che è
stata accertata come fatto economico (sulla base dell’insolvenza).
Dunque, economicamente, l’Alitalia è fallita.
Giuridicamente no perché ha continuato a pagare
i suoi debiti (coi soldi dei contribuenti) e per questo non
s’è avuta la “dichiarazione”: ma fallita è.
3) prima della
dichiarazione un’impresa economicamente fallita può
essere rilevata da un’altra impresa, se quest’ultima
si sente in grado di raddrizzarne le sorti. Questo sarebbe
il tentativo di Air France.
4) il governo
italiano in passato ha cercato di dismettere l’Alitalia
(di cui è il principale azionista) ma ha posto condizioni
che hanno fatto fuggire tutti i possibili acquirenti. Infatti,
se è impossibile raddrizzare un’impresa economicamente
fallita, perché si vieta di risanarla, comprarla corrisponderebbe
a caricarsi i suoi costanti deficit: e solo un pazzo (che
poi fallirebbe a sua volta) potrebbe farlo.
5) malgrado ciò,
stranamente, la trattativa è continuata e da
un certo momento in poi è andata avanti solo con Air
France e Air One. Air One è stata estromessa dal Consiglio
di Stato ed ora è rimasta solo Air France . Questa
società ha imposto condizioni draconiane (che si erano
o no consentite alle imprese concorrenti? Punto interrogativo),
da accettare subito, “prendere o lasciare”, entro il 31
marzo, ed in molti sono stati del parere che sarebbe stato bene
accettare immediatamente: chi si libera del peso di un’impresa
fallita fa comunque un notevole affare. Quanto meno non perde
altro denaro.
A questo punto
dell’analisi bisogna fermarsi e fare una pausa per
riflettere, riprendendo dal punto due. Se l’Alitalia è
fallita, perché mai Air France accetta che gliela regalino?
Forse perché le sono state offerte possibilità
economiche nuove, per esempio un bel numero di licenziamenti?
Ma se (punto tre) è possibile raddrizzare le sorti economiche
dell’Alitalia, perché mai dovrebbe farlo l’Air France
e non lo stesso governo italiano? Perché mai i francesi
dovrebbero essere in grado di fare una cosa impossibile,
se è impossibile, o perché mai gli italiani non dovrebbero
essere in grado di fare una cosa possibile, se è possibile?
Qualcuno potrebbe
dire che la differenza è questa: che Air France
potrebbe affrontare a muso duro i sindacati, i problemi
di Malpensa e chiunque si pari sul suo cammino. Ma se
così fosse non sarebbero loro ad essere capaci di fare
l’impossibile, sarebbe il governo italiano incapace di fare
il possibile, cioè di governare. Senza dire che mal
si comprende come mai Air France potrebbe fidarsi dei sindacati
italiani. Se poi questi si mettessero ad organizzare scioperi
micidiali dopo essersi impegnati a non proclamarne, che cosa
farebbe, Spinetta, li sculaccerebbe? Tutto questo non che essere
chiaro, è fumoso e ambiguo.
6) A questo punto scende in lizza
Berlusconi e dice: organizzo una cordata italiana
per rilevare Alitalia. E tutti abbiamo fatto un salto
sulla sedia. Ma come, non si erano ritirati tutti? E non
è intervenuto un giudicato che ha lasciato in campo
solo Air France e il Tesoro, senza possibili concorrenti? Come
potrebbe una cordata entrare in una trattativa in cui i possibili
contraenti per legge sono solo quei due? E soprattutto,
se tutti i concorrenti si erano ritirati a causa di condizioni
erano inaccettabili, e l’Alitalia è tecnicamente fallita,
come mai, vedendo il pericolo di altri concorrenti, Air France
si ammorbidisce, rinuncia alle sue improrogabili scadenze, apre
ai sindacati, dice che “nessuno sarà lasciato a terra”?
Questo significa alcune cose. In primo luogo, che il giudicato della
massima giustizia amministrativa italiana non vale un fico secco;
poi che l’interesse della Compagnia francese è ben
più forte di ciò che ci si era fatto credere. Infine
che l’Alitalia è più appetibile di quanto si dicesse.
Diversamente, perché mai Air France farebbe delle condizioni
migliori di quelle che prima aveva detto costituissereo l’ultima
spiaggia? Qualcuno, o molti, qui non dicono la verità.
C’è una forte puzza di bruciato.
7) Veltroni ed
altri, a questo punto, dicono: “non c’è nessuna
cordata. E se c’è, si faccia avanti entro quarantott’ore”.
Ed anche questo è discutibile. Innanzi tutto, Veltroni,
Berlusconi e tutti gli altri dovrebbero spiegare come si passa
sopra al giudicato del Consiglio di Stato. Poi, se Air France
ci ha messo settimane e mesi, a fare la sua ultima proposta (per
giunta da accettare o rifiutare a tamburo battente), perché
mai la possibile cordata dovrebbe essere capace di fare in quarantott’ore
ciò che altri hanno fatto in parecchi mesi?
8) Ma non basta.
Se si vuole realizzare una due diligence, cioè
un esame approfondito dei conti e della situazione economica
dell’Alitaia, non è forse segno che non si crede
a quella su cui si basa l’offerta di Air France? E che cosa
si sospetta, dunque, che il governo italiano abbia accettato,
per favorire la Compagnia francese, una sottovalutazione
dell’Alitalia? Andiamo bene!
In conclusione,
può darsi che la mossa di Berlusconi sia stata
una follia basata sul nulla, ma una cosa è certa:
ha fatto scoppiare le pretese certezze riguardanti il
valore del giudicato nel nostro Paese e soprattutto ha fatto
dubitare di tre cose: dell’effettiva situazione dell’Alitalia,
dell’accettabilità dell’offerta di Air France e della
correttezza del governo italiano.
Prodi decisamente
non è fortunato, quando si tratta di vendere
beni dello Stato.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-27 marzo 2008
MADRE A QUINDICI
ANNI
Gli inglesi
definiscono double standard l’uso di due metri diversi
per un fatto unico, secondo la conclusione cui si vuole
giungere. La cronaca offre oggi un eccellente esempio di questo
malvezzo.
Una ragazzina
di quindici anni è rimasta incinta di un giovane
albanese e, contro il parere dei genitori, si è
rifiutata di abortire. Si è addirittura rivolta ad un
avvocato e, benché avesse già partorito
e dato in adozione un bambino due anni fa (quando era quattordicenne),
i media si sono schierati con lei “per la vita” , “per il
bambino”, “per il desiderio di maternità” e ovviamente
contro i genitori dal cuore di pietra. Alla fine l’amore ha
vinto: applausi.
Ma forse quei genitori
non sono gli unici ad avere un cuore di pietra. Il problema
che si può porre è: una qualunque giovane
di tredici-diciotto anni ha il diritto di avere un figlio?
La risposta ovvia è sì. Essa urta tuttavia
contro l’attuale struttura della società e contro il buon
senso dei Romani. Questi maestri del diritto ritenevano infatti
che la piena capacità di agire, oltre che con la maggiore
età, si acquistasse col matrimonio. Era come se dicessero:
“Se ti senti maturo per assumerti le responsabilità di una
nuova famiglia, sei tu stesso che ti autoproclami maggiorenne. Dunque
da questo momento la società non ti farà sconti
e ti considererà responsabile come un adulto”. Nel caso della
ragazzina, l’errore non consiste nel volere il bambino, consiste nel
voler rimanere minorenne per tutto il resto. Non si può dire:
“Voglio il mio bambino ma i miei genitori devono continuare a nutrirmi
ed alloggiarmi“. Non si può dire: “Voglio il mio bambino ma
i miei genitori devono accudirlo insieme con me, spendendo tutto il
denaro che sarà necessario spendere”. È questo che è
sbagliato.
Se la società
contemporanea ha tanto scoraggiato la procreazione
precoce è perché gli attuali minorenni –
anche se sessualmente maturi - non sono in grado di mantenere
né se stessi né i propri figli. Chi pretende
contemporaneamente la posizione di figlio/a e quella di
padre o madre è come qualcuno che volesse vivere in
linea con la società primitiva per quanto riguarda
la fisiologia (la maggior parte delle “bambine” sono mestruate
a dodici-tredici anni) e in linea con la società
moderna per quanto riguarda la dilatazione di quell’artificiale
periodo che chiamiamo “adolescenza”. Infatti presso i primitivi
si passa direttamente dalla fanciullezza all’età
adulta in base ad una cerimonia ufficiale, che dura un solo
giorno. L’adolescenza non esiste. Lì una ragazzina di
tredici anni ha veramente il diritto di essere madre. Perché
si sposa ma lascia i genitori e va a fare la madre di famiglia
con le sue sole forze. Volerlo invece fare nella società
occidentale è tanto assurdo quanto voler fare andare un’automobile
a biada: bisogna scegliere se ci si vuole muovere in auto o a
cavallo.
Sembra
ragionevole che alle ragazze giovanissime che rimangono
incinte i genitori abbiano il diritto di dire: “Se
reclami i tuoi diritti naturali, abbi pure tuo figlio:
ma vai a vivere per i fatti tuoi. Se invece vuoi appartenere
alla società contemporanea, abortisci, torna a
scuola e stai più attenta in futuro”. Questi genitori infatti
non starebbero decidendo della vita della figlia, ma della propria,
e nell’episodio narrato non sono i genitori cattivi che hanno
voluto imporre qualcosa alla giovane, è lei che fa pagare
ai suoi genitori il prezzo delle proprie contraddizioni. Con
un classico double standard.
Ma sappiamo
benissimo che questo discorso non sarà seguito
da applausi.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27 marzo 2008
LA FUGA DI ALLAM
Che cos’è
Magdi Allam? Un deluso dall’Islam che ha trovato
nel Cristianesimo la pace esteriore oltre a quella inferiore
oppure un cristiano che ha rinnegato la sua precedente
fede, sperando che nel Cristianesimo non ci siano quegli
stessi bivi, quelle stesse incoerenze che a volte mostra
l’Islam nella sua versione moderata o radicale? C’è
chi ha osannato la scelta di Allam come “scelta coraggiosa”,
una “scelta personale, risultato di un cammino interiore intenso
ed importante”. Non lo mettiamo in dubbio, ma se così
fosse stato, la scelta sarebbe dovuta rimanere privata, silenziosa
ed invece è stata eclatante, suggellata dalla consegna
dei crismi da parte della massima Autorità della Chiesa Cristiana
Cattolica ovvero il Papa, annunciata sui giornali come un gesto di
sfida contro tanto radicalismo pseudo-islamico che lo ha costretto
a vivere sotto scorta ed accompagnata da una sorta di rancore verso
quell’Islam dalle note violente e dal rimpianto che la sua ricerca verso
l’Islam moderato non lo ha portato a nulla. Insomma Magdi Allam ha
voluto che si parlasse di sé e della sua scelta privata e che
si ponesse il caso di una rivalutazione cristiana e di un decadimento
islamico. Il percorso verso il Cristianesimo iniziato da Allam è
irto di contraddizioni e difficoltà. Sfatiamo un tabù. Allam
non è stato coraggioso...tutt’altro. Ha preferito condannare
la sua religione e quindi lasciarla piuttosto che trovare in essa
lo spirito per combattere, per sconfiggere la deriva estremista
del suo credo e di chi lo professa, insomma ha rinunciato a combattere
dall’interno per accusare dall’esterno. Forse Gesù Cristo,
Dio fattosi uomo, è sceso sulla terra, per cambiare la legge?
No, magari per cambiare gli uomini, lasciando ad ognuno la propria
legge, ma aggiungendo qualcosa in più. E quando fu condannato,
crocifisso da quello stesso popolo che lo aveva ascoltata e che era
divenuto un popolo di discepoli, non penso bene di condannarli, ma
si fece condannare, ma restò all’interno di loro per continuare
a proclamare la sua verità. Certo Gesù Cristo è
qualcosa di altro rispetto all’uomo imperfetto, ma è la dimostrazione
che non si cambia per repulsione ma per scelta e questa scelta
implica il perdono e non l’odio. Il perdono verso gli estremisti,
verso i terroristi. E’ difficile, ma è l’essenza stessa
del Cristianesimo. Trovo difficile pensare che non ci siano radici
comuni fra le tre religioni monoteiste. Don Andrea Santoro in
Turchia fondò la Finestra per il Medio Oriente, un punto di incontro
fra cristiani, ebrei ed islamici, dimostrando quanto avessero in
comune queste Fedi, quanta armonia, quante profezie, quanti messaggi,
quante leggi. Oggi siamo al punto in cui il coraggio si misura con la
sfida, la condanna, il gesto eclatante, magari velato di spiritualità
solo perché c’è una Chiesa militante che si ostina ad annunciare
la supremazia della Civiltà Occidentale e l’unicità della
verità del Cristianesimo e delle sue radici. Tuttavia questa non
è spiritualità, ma politica e perfino banalità.
Come potrei essere banale nel dire che c’è stato e c’è
tanto di violento in quelle ragioni ed azioni dettate dal Cristianesimo
o dall’Ebraismo. E parafrasando l’augurio di Allam, spero che la pace
regni nei cuori di tutti, di chi è soggiogato dalla paura ma anche
di chi è soggiogato dall’odio che è un qualcosa di peggiore.
Ma di fronte all’odio, scappare o cambiare il proprio credo, non significa
cambiare il proprio destino, se c’è un Dio a deciderlo.
Angelo
M. Daddesio
GIORNALISTI PRESUNTUOSI
I giornalisti,
particolarmente quelli famosi, non raramente scrivono
con l’aria di chi ha capacità di giudizio superiori
a quelle di tutti i grandi della terra. Scalfari li
guarda dall’alto in basso, come vivesse nell’Empireo. Barbara
Spinelli non esita ad estendere il suo giudizio altezzoso
a corrucciato a tutti, in Italia e in Europa. E mostra un antiamericanismo
da ci-devant . Perfino Sergio Romano, che pure è
più ragionevole di altri, ha spesso un atteggiamento
sprezzante, in particolare dell’amministrazione Bush. Per Scalfari
si può parlare di un avvitamento dell’io su se stesso,
per la Spinelli si può parlare di un delirio pretesamene
culturale, ma l’Ambasciatore appare sano di mente e dunque il suo
difetto è imperdonabile. Anche quando il peccato sia veniale.
L’episodio da cui si parte è infatti minimo.
Il mondo
vive un momento di grave difficoltà economica e
Romano, il 17 marzo 2008, dice che non c’è speranza
di miglioramento, vista la “confusione e l'incertezza
con cui le autorità degli Stati Uniti stanno affrontando
la loro crisi”. Ora ammettiamo che nell’Amministrazione
ci sia confusione; ammettiamo che ci sia incertezza e ci
potremmo aggiungere che ci sia anche angoscia: ma Romano
saprebbe uscire da questa confusione, saprebbe superare questa
incertezza, saprebbe vincere questa angoscia? Che cosa lo
rende sicuro che altri – o lui stesso - farebbero meglio della
Federal Reserve Bank e di Ben S.Bernanke? Troppo spesso è
come se l’Ambasciatore maneggiasse una matita blu. Ha l’aria
del professore che quell’errore non l’avrebbe mai commesso
e non è affatto così: alcuni problemi sono
facili, altri difficili, ma alcuni sono addirittura insolubili.
In generale i governanti dei grandi
paesi democratici sanno quello che fanno e le loro decisioni
sono sostanzialmente collegiali e ben studiate. Possono
sbagliare, certo, ma meritano comunque rispetto. Il governo
italiano può agire in una maniera che non ci piace,
ma è possibile che abbia un’idea diversa dalla nostra
rispetto a ciò che è bene per la nazione. Riguardo
ai governanti degli altri Paesi, poi, è il loro comportamento
potrebbe non piacerci perché è nell’interesse
della loro nazione e contro l’interesse della nostra.
Si direbbe
che l’umanità non sappia che cedere a due errori
contrapposti: o crede che se una cosa l’ha detta una
persona importante è vera, oppure pensa che chiunque,
per il solo fatto di essere al governo, sia un cretino o un
delinquente. Che lo si dica in treno, o facendo la fila al supermercato,
passi. Ma se lo si scrive con l’aria seria di chi la sa lunga,
no.
Le lettere
ai giornali rigurgitano di centinaia di proposte per
risolvere ogni genere di problemi e si può star certi
che la grande maggioranza di esse – forse tutte - farebbe
sorridere i competenti. In generale, le soluzioni “semplici”
sono già state scartate. Del resto, perché mai una soluzione
evidente e concreta dovrebbe essere trovata da uno che di solito
si occupa di tutt’altro? Insomma, prima di dire ad un chirurgo “Forse
farebbe bene a tagliare lì piuttosto che qui”, bisognerebbe
pensarci tre volte. E poi star zitti.
Per tornare
a Romano, che senso ha parlare di confusione ed incertezza,
riguardo alla crisi economica americana? I dirigenti
sono persone confuse e incompetenti? È come se l’Ambasciatore
dicesse: “Sono nei guai perché non si sono rivolti
a me”. Se invece lo stiamo calunniando ed egli intendeva
dire che la situazione non presenta soluzioni facili (o
forse non presenta affatto soluzioni), avrebbe dovuto dirlo
con parole più rispettose.
Dovremmo
tutti essere prudenti nel giudicare le grandi decisioni,
le rivolte, le guerre. Solamente il tempo può
dire che cosa è stato ben fatto e che cosa no. E
a volte solamente la storia riesce a distinguere se la decisione
che si è rivelata positiva o negativa sia stata ragionevole
o stupida nel momento in cui fu presa. Dunque, perché
buttarsi a tranciare giudizi prima, senza neppure avere
i dati di cui dispongono i governi?
Il contemporaneo
non può evitare di avere opinioni su ciò
che avviene ma non deve dimenticare che può solo dire,
senza disprezzo e senza irrisione, che probabilmente una
cosa è giusta, probabilmente un’altra è sbagliata:
sperando poi che la storia confermi il giudizio. Irridere
invece chi ha preso decisioni importanti, guardare ai governanti
dei vari paesi come ad adolescenti scervellati – come fanno
i grandi giornalisti di cui si diceva – è sbagliato
in sé e fastidioso per chi legge.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 marzo 2008
LAMENTO DEL NOTISTA
POLITICO
Sono sempre
stato grato a Gustave Flaubert d’avermi regalato
un concetto: il “dovere dell’impersonalità”.
Reagendo agli eccessi egolatrici del Romanticismo, il normanno
stabilì come canone estetico che l’autore deve
sparire dal suo testo. Si deve vedere Emma Bovary, si devono
vedere suo marito e il mondo del loro villaggio, ma mai Flaubert.
I fatti deve avere l’aria di narrarsi da sé e se c’è
una paroletta che bisogna evitare con la massima cura è
il pronome “io”.
Certo,
questo non vale se si spedisce una lettera ad un amico.
Qui si può, anzi si deve essere “personali”.
Parlando ai lettori di questo blog come a degli amici,
mi si perdonerà dunque se parlo in prima persona.
Sono stato
invitato a scrivere su questo blog da Luigi Castaldi
che, insieme a Carduccio Parizzi e Giulio Meotti, ne
fu il fondatore. Quando questo è avvenuto io scrivevo
di argomenti politici una volta su tre o una volta su
quattro. Oggi gli argomenti politici sono invece nove su dieci
se non di più. Come mai? È di tanto aumentata la
mia passione politica? La risposta è no. E il fenomeno
si può spiegare con un apologo.
C’era una
volta una donna, di gradevole carattere e dalla conversazione
interessante, che aveva un’irrefrenabile passione
per il pianoforte. Aveva studiato per un numero infinito
di ore ed era arrivata ad un livello di concertista. E
tuttavia non era mai riuscita a divenire una nota artista
perché chi avrebbe dovuto assumerla alla fine diceva
invariabilmente di no. E non per motivi musicali. Il fatto
è che la signora era barbuta. Aveva una bella barba fluente
e nera. Il risultato era che tutti finivano col dirle che il
suo vero posto era in un circo. Lì l’avrebbero assunta
subito. Aveva la via spianata, l’applauso assicurato, era questo
che il pubblico voleva da lei. Per il pianoforte c’erano altri.
È un po’ quello che è capitato
a me. Sono arrivato a Capperi! perché a Luigi
Castaldi (che ho “incontrato” prima di Carduccio) erano
piaciuti dei pezzi miei di vario argomento, spesso di ambito
sociologico, etico, storico. Ma ho presto visto che essi
lasciavano tutti indifferenti. Al contrario, se qualche volta
mi arrischiavo a scrivere di politica, fioccavano i commenti,
le contestazioni ed anche gli insulti: segni anch’essi di
vivo interesse. Alla fine mi è stato chiaro che il mio
posto era il circo.
Non è
che me ne lamenti. Mi dispiace tuttavia che il dialogo
non si allarghi ad altri argomenti, con toni più
amichevoli. Il mondo è grande. Gli uccelli cantano sui
rami senza sapere nulla di Prodi o di Berlusconi, se
è per questo neppure di Bush e Putin, e noi stiamo
ad accapigliarci su Tizio che ha detto questo e Caio che gli
ha risposto quello, e chi dei due è da buttare nella
spazzatura.
La prima
volta che sono stato in Germania in automobile la
Seconda Guerra Mondiale non era finita da un’eternità
e ricordo ancora come, passata la frontiera, mi stupissi
assurdamente della natura verde e pacifica, del cielo
azzurro, di quell’inverosimile pace agreste. Quegli
alberi non sapevano nulla di Stalingrado, di Dresda, di
Auschwitz. Quel placido sole mi diceva che il tempo tutto
ricopre e tutto dimentica. Quanto ci hanno messo, le onde
del Pacifico, a dimenticare la battaglia di Midway?
L’uomo
non è fatto di memoria, di logica, di fredda analisi.
La sua sostanza è il calore del suo sangue, la
pressione delle sue emozioni, l’urgenza delle sue passioni.
Se dunque gli si parla del riscatto della donna, e lui
non è una donna, porgerà un orecchio distratto.
Se gli si parla delle crociate, dirà in cuor suo che
sono cose stravecchie, che non interessano più nessuno.
Arriva addirittura a credere che ciò che valeva per
Pericle o per Federico di Svevia non valga per noi, quasi che anche
l’umanità sia differente. Viceversa, se sì o no si
debba consentire la pillola RU486, se il signor Pappalardi sia
innocente o colpevole, e soprattutto se si debba andare in pensione
ad una data età o due anni più tardi, questo sì muove
il mondo. Chi vuol essere ascoltato deve parlare di queste
cose.
E allora
così sia.
Lasciatemi
tuttavia dire tutto il mio rimpianto per il fatto
che io non riesca a parlare più distesamente
e – direi – più affettuosamente con molti di voi.
Fra dieci anni non ci sarò più io, fra venti
o trenta non ci sarete più voi, il tempo ricoprirà
le nostre vite come le onde hanno ricoperto le portaerei
giapponesi affondate a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.
Lasciatemi
tuttavia dire tutto il mio rimpianto per non aver
potuto parlare più distesamente e – direi – più
affettuosamente con molti di voi. Fra dieci anni non ci
sarò più io, fra venti o trenta non ci sarete
più voi, il tempo ricoprirà le nostre vite come
le onde hanno ricoperto le portaerei giapponesi affondate
a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 marzo 2008
IL FUTURO DEL PDL
Silvio Berlusconi,
come tutti, non è eterno. Potrebbe avere
un infarto domattina come potrebbe fare politica ben oltre
gli ottant’anni: nessuno ha dimenticato Adenauer che
a novant’anni era ancora leader dell’Unione Cristiano-Democratica
tedesca. Ma un giorno anche lui morirà e dunque certi
calcoli è bene farli.
Indubbiamente,
Berlusconi è un fuori classe. La politica
italiana ruota intorno a lui dall’autunno del 1993.
Ha vinto ed ha perso, ma persino quando ha perso è
rimasto al centro dell’arena. È stato battuto da
gente che voleva il potere ma voleva soprattutto toglierlo
a lui: ed era questo il centro del programma. Una volta l’Italia
si è divisa fra guelfi e ghibellini, ora, da tre lustri,
si divide in berlusconiani e antiberlusconiani. Tolto questo
nocciolo di aggregazione, che ne sarebbe del centro-destra?
Una coalizione
berlusconiana senza Berlusconi sembra un controsenso:
tuttavia c’è un detto crudele secondo cui
“i cimiteri sono pieni di persone insostituibili”. Si
tratta dunque di decidere se Berlusconi è il capo di
un esercito da lui creato o se ha trovato un esercito che andava
cercando un capo. In altri termini, se il centro-destra ha creato
Berlusconi o se Berlusconi ha creato il centro-destra. A questo
genere di interrogativo ciascuno può rispondere a suo
modo e quella che segue è solo una possibile interpretazione.
Nessun
leader religioso potrebbe mai fondare una nuova fede
se il suo messaggio non trovasse corrispondenza nei
desideri e nelle convinzioni di molte persone. Nessuno
può creare un movimento di massa se non ne esistono i
presupposti. Per quanto un uomo politico sia capace di fare
proselitismo, è necessario che il suo messaggio cada
su un terreno pronto a riceverlo. E quel terreno non deve
già appartenere a qualcun altro. Se il capo della Dc,
nel 1993, fosse stato ancora De Gasperi, Berlusconi avrebbe
continuato a fare l’imprenditore.
Nel 1994, il terreno nel quale
Berlusconi ha gettato il suo seme è stato l’anticomunismo.
Nessuno sventolava quella bandiera, dimenticando
che per cinquant’anni gli italiani si erano divisi in
comunisti e anticomunisti, tanto che perfino quando con
Fanfani si è attuato il centro-sinistra, si è
potuto farlo perché si distingueva accuratamente tra
il Psi e l’estrema sinistra.
In quel
momento invece, con la liquefazione della Dc, il campo
di gioco era rimasto senza una delle due squadre. C’era
il Pci riverniciato di Occhetto e nessuno dall’altra parte.
Ma questo non significava che fossero spariti i milioni
di italiani che per una vita avevano costituito una diga contro
i comunisti. Ed ecco la grande intuizione di Berlusconi: non
serviva a niente aspettarsi qualcosa da politici demotivati, scoraggiati,
screditati; bisognava rivolgersi direttamente agli italiani.
Bastava porre una semplice domanda: volete lasciarli vincere?
Ecco il genio. Dove gli altri vedono un cumulo di rovine, il
genio vede cantieri edili, grandi immobili in costruzione, nuovi
quartieri. Forza Italia.
Ora ci
si chiede che cosa rimarrebbe di tutto questo se venisse
a mancare proprio Berlusconi. La risposta è duplice:
da un lato mancherebbe il fondatore, il centro, il
punto di riferimento. L’anima stessa di questo movimento.
Dall’altro non sparirebbero i milioni di persone che hanno
votato per Berlusconi. Per non parlare delle migliaia e migliaia
di persone che hanno avuto un assessorato, una sindacatura,
uno scranno di onorevole o di senatore seguendo il Cavaliere.
Non tutto dunque rimarrebbe come prima, ma non tutto sparirebbe
come per magia. In questi quattordici anni si è coagulato
un partito e una rete di interessi che molti tenderebbero a
proteggere e conservare.
L’elemento
centrale del problema è tuttavia temporale.
Se Berlusconi morisse durante una campagna elettorale,
questo fatto avrebbe grande influenza sul risultato
delle elezioni. Come l’ebbe a suo tempo la morte di Berlinguer:
anche se è difficile dire se, questa volta, sarebbe
in senso positivo o negativo. Se viceversa il Cavaliere
sparisse dalla scena nel momento centrale della legislatura,
l’Italia avrebbe il tempo di metabolizzare il cambiamento di
scenario. Le successive elezioni si svolgerebbero in un ambiente
comunque stabilizzato.
L’ultimo
elemento riguarda la leadership. È vero, un
grande capo non si sostituisce facilmente. Tuttavia, per
sapere se lo si può sostituire, bisogna aspettare
il responso della storia. Di solito il successore non vale
il predecessore ma non molti si sarebbero aspettati che il
figlio di Filippo il Macedone potesse essere chiamato Alessandro
Magno. Anche di Cesare si poteva pensare che non potesse essere
seguito da qualcuno degno di stargli a pari, e tuttavia Augusto,
almeno come politico, è stato anche più abile.
Per quanto riguarda Berlusconi, innanzi tutto siamo ad un livello
più basso, rispetto a questi giganti della storia; poi
non si tratta di creare imperi e sopravvivere a momenti tempestosi,
si tratta di guidare un partito. Infine non sappiamo quale livello
di leadership saprebbero esercitare persone come Gianfranco Fini,
Giulio Tremonti o Antonio Martino. Spesso è quando sono all’opera
che i protagonisti della storia rivelano la loro pochezza o la
loro grandezza.
Se bisognasse
augurarsi qualcosa, sarebbe che Berlusconi sappia
un giorno organizzare la propria successione, avendo la
mano felice come l’ebbe Francisco Franco con Juan Carlos
di Borbone.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- marzo 2008
CONTRO IL TEMA
Veltroni
ha affermato che i ragazzi a scuola non dovrebbero
essere obbligati a svolgere temi in italiano, che ci
sono altre forme di creatività, potrebbero “scrivere
racconti” (come se fosse più facile che scrivere
temi), esprimersi con una foto o un filmato. Poi, immaginiamo,
una volta laureati, al concorso per professore di storia o
a quello per la magistratura presenterebbero una bella foto
del loro cane o un filmato delle loro vacanze alle Baleari.
La verità è che, per il semplice fatto di avere passato
qualche anno nelle aule, tutti si sentono autorizzati a parlare
di scuola. Con i risultati che si vedono.
Tuttavia,
dal momento che anche gli orologi fermi dicono la
verità due volte al giorno, l’idea di abolire il tema non
è sbagliata, anche se non lo si può certo sostituire
con una fotografia. Il tema serve ad insegnare a scrivere,
ed è questa una cosa che rimane sommamente difficile.
Per riuscirci, bisogna conoscere l’ortografia. Bisogna avere
precise nozioni sull’argomento. Bisogna essere in grado di
organizzare le idee: tutte cose che gli alunni, soprattutto i
più piccoli, non sono in grado di fare. Per questo da un lato
gli argomenti suggeriti agli alunni sono di una banalità
sconfortante, in modo da essere accessibili a tutti, dall’altro
bisogna essere estremamente generosi, nel concedere la sufficienza:
perché altrimenti bisognerebbe bocciare tutti o quasi.
Tutto questo
è il frutto di un pregiudizio italiano: quello
che il tema debba esprimere delle idee, per giunta personali.
In realtà, il compito della scuola è
quello di insegnare ad esprimere idee non necessariamente
proprie, ma in modo corretto. E per questo l’esercizio
ideale non è il tema. È inutile che i ragazzi
si lambicchino il cervello più per sapere che cosa
scrivere. Ciò che la scuola deve insegnare è piuttosto
come scrivere: e per questo basta il riassunto, che per certi
versi non è meno difficile.
Soprattutto con numero di parole
predeterminato, per contrastare la prolissità, il
riassunto è l’esercizio principe per imparare ad essere sintetici
e ad esprimere concetti. Innanzi tutto, richiede la
capacità di distinguere ciò che è essenziale
da ciò che non lo è: se si è fornito
un testo di mille parole, e bisogna ridurle a cinquecento,
l’alunno è chiamato ad eliminare una parola su due,
e non sempre è facile. Fra l’altro si rischia, se si vogliono
riportare frasi intere del testo di partenza, che esse non si
raccordino o che si omettano dati importanti. Per riassumere bisogna
padroneggiare il testo e la coscienza di avere un problema non di
ideazione ma di espressione, sottolineerebbe, agli occhi del
discente, il dovere della correttezza dello scritto.
Ciò
che manca drammaticamente, nella scuola italiana,
è la coscienza che scrivere non è un fatto
artistico ma tecnico. Gli stessi professori non raramente
fanno ridere i colleghi, se scrivono una nota sul
registro, perché, essendo in quel momento in collera,
non riescono ad essere chiari, sintetici e a non fare errori.
Per un
alunno su diecimila che nella vita farà lo scrittore,
ci sono tutti gli altri che si troveranno a scrivere
referti medici, verbali di contravvenzione, sentenze,
relazioni, perizie e via dicendo. Tutta una “letteratura”
in cui non si richiede arte, ma chiarezza e correttezza.
In Italia,
in una scuola in cui si è trattati come artisti
in erba, non s’impara a scrivere in maniera decente.
In molti concorsi parecchi concorrenti sono bocciati non
per quello che scrivono ma per come lo scrivono. L’Italia
è un paese in cui ben pochi distinguono l’accento acuto
da quello grave, non tutti sanno che un po’ si scrive con l’apostrofo,
che la data è “li 4 marzo” e non “lì 4 marzo”, e
via dicendo. Siamo tutti troppo in alto per occuparci di queste
piccole cose banali. O per scrivere a mano in maniera leggibile.
Anche per questo esiste il burocratese: perché c’è
gente che, non sapendo scrivere bene, nella sua incoscienza vorrebbe
scrivere benissimo.
Viviamo
in un paese snob, dal punto di vista scolastico. Cerchiamo
di indossare un abito di cerimonia senza prima esserci
lavati e rasati. Il risultato è la goffaggine
di chi dimostra la propria ignoranza nel momento stesso
in cui crede di fare bella figura.
Col tema
si richiede di correre a chi non sa ancora camminare.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - marzo 2008
INDRO MONTANELLI
Gli anni
passano e si vedono alcuni nostri contemporanei divenire
personaggi storici. De Gasperi oggi è un’icona
anche per la sinistra, ma chi è vecchio ricorda che
quella stessa sinistra allora lo insultava in maniera sanguinosa
e lo minacciava di calci nel sedere con stivali chiodati.
Chi a suo tempo dovette battagliare per difendere il Generale
De Gaulle dall’infinita schiera dei suoi calunniatori rimane
sorpreso nel vedere come oggi quello spilungone sia entrato
nel Pantheon internazionale e non abbia più bisogno di difensori.
Qualcosa di analogo avviene anche con Indro Montanelli. Prima
di essere un nome nella storia del giornalismo, è stato
una persona viva e tutt’altro che incontestata.
Una delle
prime volte in cui lo notai fu quando, credo su “Epoca”,
fu severo col Sud e si vide piovere addosso una valanga
di critiche. Pure essendo meridionale pensai che quelle
parole dure non erano per questo meno vere: ed era doveroso
schierarsi con chi diceva la verità contro chi mentiva
o credeva di salvarsi con la retorica.
Indro
si faceva una bandiera dell’esser capace di andare,
in nome della verità, contro tutti, magari da
solo. Gli piaceva ripetere il detto: “la derrota es el
blasón del alma bien nacida”, la sconfitta è
il blasone dell’anima nobile. E forse per questo cominciò
col mettersi nei guai quando, pur essendo fascista di cuore
(come tutti i suoi coetanei), giovane inviato in Spagna descrisse
una battaglia come era effettivamente andata e non come avrebbe
amato raccontarla il regime. Il risultato fu che finì
ad insegnare italiano in Estonia. In esilio, cioè.
Col bel risultato di sentirsi poi chiamare fascista, per lunghi
decenni, da tutta la stampa di sinistra.
Montanelli
in realtà dai fascisti fu condannato a morte
e qualcuno potrebbe pensare che almeno questo dovesse
farlo assolvere da quell’accusa infamante. Ma no,
non bastava. Aveva il torto inescusabile d’essere anticomunista
e per giunta di dirlo ad alta voce. E dunque definitivamente
“fascista” fu consacrato quando – supremo oltraggio – non
solo lasciò il “Corriere della Sera” di Piero Ottone
(divenuto ormai portavoce della gauche caviar, fiancheggiatrice
del Pci) ma andò a fondare un quotidiano proprio per
poter gridare alto e forte il proprio anticomunismo. Anatema!
Il
“Giornale” nacque perché si potesse dire la propria
verità senza lasciarsi intimidire da nessuno.
Senza alcun timore reverenziale nei confronti dei
comunisti e dei loro infiniti dogmi. Se si doveva dire che
nella Resistenza c’erano stati episodi di criminalità
o di sadismo, in quel quotidiano non si esitava a scriverlo.
Non come Giampaolo Pansa che queste cose le ha scritte,
sì, ma decenni dopo: Montanelli le ha proclamate quando
ancora circolavano per le città italiane praticamente
tutti quelli che alla Resistenza avevano partecipato. E che
sarebbero stati lieti di scopare le loro malefatte sotto il
tappeto.
Fu in
questo periodo che cominciai a leggere “il Giornale”.
Il primo
numero neppure lo comprai, perché non compravo
nessun quotidiano: ascoltavo la BBC, in inglese, come
facevano gli italiani e i tedeschi durante la guerra. In
Italia non c’era più da fidarsi di una stampa infeudata
perfino alle fisime della sinistra. Solo quando andavo
all’estero respiravo a pieni polmoni, come uno che avesse
abbandonato un paese del socialismo reale.
La prima copia del “Giornale”
la lessi dunque dopo averla raccolta da terra, per
curiosità. E quel giornale mi sorprese al di
là d’ogni dire. Era smilzo, composto di poche pagine,
aveva articoli scritti con caratteri piuttosto grandi (per
occupare più spazio), ma molte frasi scoppiavano come
bombe, alle mie orecchie. Dunque cose del genere si potevano
dire! Dunque era lecito dirsi anticomunisti! Dunque non ero
l’unico a ricordare che l’Italia era stata liberata dagli
Alleati, e non dai partigiani, non ero l’unico a sorridere dei
“valori della Resistenza”, dal momento che quei valori erano
i valori degli Alleati, non ero l’unico a tenere la testa fuori dall’acqua!
Da quel
giorno comprai religiosamente quel quotidiano. E avevo
la sensazione – condivisa dagli altri lettori – di far
parte di una consorteria. Ci univa anche la sensazione
che era pericoloso farsi vedere in giro con una copia
di quel giornale. Tanto è vero che che spesso lo piegavamo
in modo da nascondere la testata.
Montanelli
in quegli anni fu un maestro di stile, di chiarezza
di idee e di coraggio. E ovviamente ne fu ripagato dalle
Brigate Rosse (non “sedicenti rosse”) con un azzoppamento.
E il Corriere della Sera, per non dare risalto al
fatto, toccò il vertice dell’ignominia cercando di
mettere la sordina alla notizia.
La confraternita
del Giornale ebbe il suo momento di gloria nel
1976 quando Montanelli, con un’espressione rimasta
famosa, invitò tutti ad arginare il Pci con le
parole: “Turatevi il naso e votate Dc”. Fu l’unica
volta in cui votai anch’io per quel partito. E tutti avemmo
la sensazione di avere salvato l’Italia. Dopo quelle
elezioni, come se il sinistrismo avesse dato tutto quello
che (di male) poteva dare, la marea cessò di essere in
costante aumento. Fino agli esiti contemporanei, quasi patetici.
Un contatto
così lungo con Montanelli è stato come frequentarlo
personalmente. Era costretto a scrivere spesso e riandava
ai suoi ricordi, ai suoi incontri, alle sue esperienze che finiva
col comunicarci. E in molti quasi lo veneravamo. Tanto che una
volta gli scrissi che lo consideravo un grand’uomo. Che bisognava
che qualcuno glielo dicesse mentre era vivo, senza aspettare
che gli si facesse un monumento da morto (come poi è avvenuto).
Mi rispose per ringraziarmi.
Proprio
perché aveva con i suoi lettori un rapporto particolare,
un giorno Montanelli si credette in dovere di informarci
di un cambiamento notevole, nella gestione del “Giornale”.
Ci confessò che i debiti superavano i crediti e che avrebbe
dovuto chiudere, se non avesse accettato l’aiuto
disinteressato di un tale Silvio Berlusconi. Ma dovevamo stare
tranquilli: né il quotidiano né lui stesso avrebbero
accettato ordini da chicchessia. L’aiuto era solo finanziario.
Non ci sarebbero state interferenze. Ovviamente molti lettori,
gelosissimi dell’indipendenza dell’unico giornale in cui
si riconoscevano, lo tempestarono di lettere preoccupate e per
questo Indro non solo confermò sul momento che l’aiuto
era disinteressato e provvidenziale, ma anche nei mesi e negli anni
seguenti si prodigò in lodi di Berlusconi, della sua discrezione,
del suo disinteresse: era indubbiamente il migliore degli editori.
Quando Berlusconi entrò
in politica vedemmo all’improvviso nascere un nuovo Montanelli.
Lasciò il Giornale, andò a fondare “la Voce”
la cui unica e acida vocazione fu quella di dare addosso
a Berlusconi: fece fiasco e dovette chiudere. Questo atteggiamento
suscitò un’immensa sorpresa nei lettori storici
del “Giornale”. Sia per tutto quello che Montanelli aveva
detto, ripetute volte, nel corso degli anni, sia perché
se veramente gli era stato richiesto che il “Giornale” adottasse
una certa linea (cosa lecita, da parte dell’editore, cioè
di chi ci mette i soldi), poteva andarsene senza sbattere
la porta; sia infine perché non esitò ad intrupparsi
col centro-sinistra, ad accettare – lui! - il sostegno dei
comunisti.
La maggior
parte dei suoi antichi estimatori, anche considerando
che il “Giornale” senza Montanelli non era più
il “Giornale”, non lo seguimmo. Decidemmo che il vero
Montanelli era morto senza che ce ne accorgessimo. C’era
solo una pallida imitazione, un vecchio che teneva aperto
il dialogo con i lettori del Corriere. Triste tramonto.
Si cercava
una spiegazione, si cercava di capire, ma non c’era
verso. Bisognava solo rassegnarsi al fatto che quel
grand’uomo rimaneva un uomo. Era il re della lucidità
e della chiarezza, ma solo quando la sua emotività
non era in gioco.
Personalmente
una prima avvisaglia l’avevo avuta vedendo che
i suoi più antichi ed intimi sodali avevano tendenza
ad abbandonarlo, pur senza dare spiegazioni in pubblico.
Che cosa faceva, per irritare a tal punto persone ragionevoli
come Enzo Bettiza? Ma il sintomo più inquietante, anche
se di infimo livello, lo identificai quando scrisse un editoriale
dal titolo “Si”. Io rimasi interdetto. Si? Riflessivo? Impersonale?
E che senso aveva? Si capì poi che Montanelli intendeva
scrivere “Sì” (affermazione), che si scrive con l’accento,
e decine e decine di lettori gli scrissero per farglielo notare.
La cosa più semplice sarebbe stata dire che non ci aveva
fatto caso. O che aveva sbagliato a battere un tasto: Montanelli
cercò invece di arrampicarsi sugli specchi e di contestare
l’ortografia italiana. Perdendo miseramente. Un campanello d’allarme.
In francese
c’è un proverbio che dice: on ne peut pas être
et avoir été, non si può essere
ed essere stati. La posizione di massimo successo non è
eterna. E tuttavia, chi Indro Montanelli l’ha seguito a lungo
dimentica facilmente gli ultimi tempi. Così come
ben pochi, studiando la vita di Napoleone, concentrano la loro
attenzione sui sei anni di Sant'Elena.
Montanelli
rimane un grand’uomo e l’Italia liberale gli deve
molto. È per questo che non sarà mai dimenticato.
Merita un monumento non solo in piazza, ma nei nostri
cuori.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - marzo 2008
Solidarieta' a
Fiamma Nirenstein.
Miserevole,
meschina, schifosa, vigliacca, perfetto esempio
di propaganda neonazista la vignetta di Vauro sul Manifesto,
altrimenti detto Nazifesto, del 15 marzo.
Appena
vista mi ha assalito un'ondata di rabbia cosi' forte
che avrei voluto averlo qui davanti a me l'autore
di tanta schifezza, per guardarlo negli occhi e dirgli
una sola parola "Auschwitz" perche' l'unico periodo
della storia moderna in cui gli ebrei hanno dovuto portare
sugli abiti la Stella di David e' stato quando venivano
portati nei campi della morte.
Vauro
ha ripetuto l'orrore raffigurando Fiamma Nierenstein
con una Stella sul petto e vicino il fascio littorio
per insultarla, delegittimarla, svergognarla a causa
della sua candidatura nel Partito della liberta'.
Viva
la democrazia comunista!
L'insulto, la vergogna, lo schifo vanno tutti
rigettati sull'autore di simile obbrobrio e sul giornale che
lo ha pubblicato, posso immaginare quanto avranno sghignazzato
fra loro, questi paladini della liberta' e grandi difensori
di terroristi.
Avranno
riso , pacche sulle spalle del Vauro, sempre recidivo,
sempre pronto a disegnare vignette antisemite che
gli escono direttamente dal cuore. Sono sicura che non
ha bisogno di pensarle, gli vengono spontanee, sono frutto
del suo odio , figlio primogenito dell'ideologia cancerogena
che anima questa gente che si dichiara di sinistra ma che
e' erede diretta delle purghe, dei campi in Siberia, dei manicomi
criminali dove venivano sbattuti i nemici del regime, in primis
gli ebrei che, se non abiuravano fede e appartenenza, erano
considerati nemici da eliminare, esseri spregevoli da ammazzare
o da deportare ai confini piu' lontani dell'impero sovietico.
Come
il nazismo, il comunismo si e' macchiato di orrori
indescrivibili contro gli ebrei eppure, mentre oggi chi
e' ancora fascista si deve , giustamente, vergognare, questi
qua, questi sciacalli, questi vigliacchi, questi razzisti
vanno in giro orgogliosi del loro essere comunisti,
colla puzza, tanta puzza sotto il loro naso.
Questo
Vauro che si e' sempre tanto divertito a disegnare
infami porcherie contro gli ebrei e Israele , questa
volta prende di mira la miglior giornalista italiana,
la piu' preparata, la piu' coraggiosa perche' ha il fegato
di mettersi contro quella fetta di italiani che, a pugno
chiuso, gridano " A morte Israele".
Secondo
me Vauro e' invidioso, secondo me avrebbero fatto
carte false per avere una personalita' come la Nierenstein
dalla loro parte senza rendersi conto che un ebreo
orgoglioso di esserlo, un ebreo sionista, un ebreo che
ama Israele , un ebreo che odia il terrorismo e le falsificazioni
storiche che lo hanno fatto nascere e proliferare non
potrebbe mai stare dalla loro parte.
Purtroppo
gli italiani hanno la memoria corta, per quello
che gli fa comodo, e quasi tutti, ahime' anche tanti
ebrei, hanno dimenticato cosa ha fatto la sinistra contro
Israele negli ultimi 40 anni. Quasi tutti hanno dimenticato
la violenza, le calunnie gli insulti, le manifestazioni
oceaniche contro Israele.
Ma
io ricordo, caspita se ricordo!
Anni,
anni, anni di rabbia, dolore, ribellione, anni di
buio e di solitudine per difendere Israele!
Ricordo
le prime pagine dei quotidiani dove la parole piu'
gentile dedicata a Israele e agli ebrei era "Nazisti".
Ricordo
l'adorazione per Arafat quando veniva in Italia e
lo portavano in trionfo ad Assisi, santo tra i santi,
mentre l'Italia e l'Europa subivano in silenzio il terrorismo
dei suoi feddaiyn, mentre veniva assassinato Stefano
Tache', mentre veniva assalita l'Achille Lauro e un ebreo
anziano e in sedia a rotelle , Leon Klinghofer, veniva ammazzato
come un cane e gettato in mare.
Ricordo
quando i congressi nazionali della Federazione
Italia-Israele dovevano essere protetti dalla polizia
in arme e da agenti in borghese, ricordo che a Bergamo
avevamo due ali di poliziotti armati intorno all'albergo
perche' un emerito rifondarolo, deputato nel governo
Prodi, aveva giurato che ci avrebbe assaliti insieme ai
suoi seguaci.
Ricordo
le minacce, le librerie date alle fiamme perche'
avevano in vetrina libri su Israele, ricordo le telefonate
anonime"schifosa sionista, creperai presto", ricordo il rifiuto
dei governi italiani di ricevere ministri di Israele mentre
Arafat la faceva da padrone all'interno delle nostre istituzioni
con deputati e ministri che gli si inchinavano davanti sbavanti,
per non parlare dei giornalisti.
Ricordo
treni e pullmann a centinaia viaggiare verso Roma
per la piu' grande delle manifestazioni contro Israele,
al grido di "Israele, a morte" e ricordo l'espressione
di un amico israeliano che non riusciva a capacirasi
di essere considerato "IL MALE", come gli aveva gridato
in faccia un manifestante.
Ricordo
anni di solitudine, di abbandono , di disprezzo,
di violenza verso chi si dichiarava orgogliosamente
sionista.
Ricordo
una mostra di fotografie di Israele a Brescia e
la distruzione del locale, le foto a terra, il gallerista
preso a pugni, sacchi di sterco gettati sul pavimento
e le scritte "Morte a Israele- Palestina libera e rossa".
Gli autori erano gli angioletti dei centri sociali.
Ricordo
la disperata solitudine di Israele, paese reietto,
paese paria, paese da odiare, di cui chiedere a gran
voce la distruzione dando alle fiamme le sue bandiere.
Ricordo
i cortei della famosa Pantera
, tutti belli inkefiati che passando davanti
al Tempio Maggiore di Roma urlavano, stendendo il pugno
chiuso, "A MORTE".
Ricordo
La pipa di Luciano Lama, seduito da un codazzo di
giovinastri urlanti, mentre faceva gettare una bara
nera sulla scalinata del Tempio.
Pochi
giorni dopo veniva rubata da un feddayin la vita di
Stefanino Tache', due anni appena.
Ricordo
Pertini che, davanti al nostro dolore e rabbia,
disse "ma cosa vogliono questi ebrei!".
Ricordo
il corteo coi kamikaze tenutosi a Roma nel 2002 mentre
in Israele i genitori mandavano i loro figli a scuola
in autobus diversi nella speranza di rivederne almeno
uno vivo.
Ricordo
tutti i sinistri che durante gli anni di guerra
del terrore incominciata da Arafat nel 2000, non
sapevano fare altro che demonizzare Israele e difendere
i terroristi. Si , li ricordo i cosidetti pacifisti
andare a manifestare con chi faceva saltare in Israele autobus,
bar, pizzerie, teatri, scuole. Me li ricordo bene, in fila
e commossi, andare a onorare Arafat al Mukata e baciargli
la kefiah come a un santo e farsi sbavare la faccia dai suoi
baci schifosi.
Non
ricordo invece di aver mai visto un vigliacco comunista
davanti ai cadaveri carbonizzati di bambini israeliani.
Ci
sono ebrei che disapprovano la candidatura di Fiamma
Nierenstein col centro destra? Certo, ma io a questi
ebrei ciechi dico soltanto che negli anni del terrore,
negli anni in cui avevamo paura di uscire per le strade
di Israele, negli in cui la sinistra e il centro sinistra
ci davano addosso, impietosi e incuranti, il governo di Berlusconi
si e' schierato apertamente con Israele e con gli USA contro
il terrorismo, contro quei figli di Allah assassini e maledetti
di cui ha tanto parlato l'altra grande giornalista odiata
dai sinistri , Oriana Fallaci.
Chi
e' con Israele , in Italia deve avere la scorta.
Perche'?
Perche'
Fiamma Nierenstein e Magdi Allam devono essere difesi
in una democrazia occidentale?
Perche'
Vauro e Michele Giorgio no?
Ve
lo siete mai chiesto?
Concludo
esprimendo tutto il mio disprezzo a Vauro e al suo
giornale spazzatura.
A
Fiamma Nirenstein vanno la mia solidarieta', la mia
ammirazione e il mio affetto,in nome della civilta'
della democrazia e della liberta' .
Deborah Fait da Israele! - www.informazionecorretta.com
ELOGIO DI ROMANO
PRODI
Non
è che sia vietato scrivere di persone per le
quali si sente una forte antipatia: l’unico dovere è
di manifestarla in anticipo. Nel caso di Romano Prodi
i motivi per averlo in antipatia sono così numerosi
che l’enumerazione risulterebbe stucchevole. Inoltre
l’uomo oggi risulta talmente screditato che attaccarlo sarebbe
come dargli il calcio dell’asino. Per questo è
una sfida più allettante vederne i meriti.
I
contestatori di solito strizzano gli occhi per non
vedere i lati positivi dei personaggi che non amano.
E questo è intellettualmente scandaloso.
Non si può negare – per dirne una – l’eccezionalità
di un personaggio come Berlusconi: sconosciuto nell’estate
1993, Presidente del Consiglio un anno dopo. Nello stesso
modo, non c’è ragione di negare l’eccezionalità
di Prodi: senza mai essere stato un uomo di punta della Dc è
stato più volte ministro e senza avere avuto un suo
partito è stato due volte Presidente del Consiglio.
Dinanzi ad un personaggio del genere, già solo per questo,
c’è da cavarsi il cappello.
Naturalmente, ci sono
i critici. Quelli che sottolineano in che modo, con quale
carattere, con quali appigli è arrivato al potere.
Ma sono obiezioni insulse. Se si guarda da vicino, qualunque
carriera di grande successo ha le sue ombre. Prodi non
è un santo. E non si è trovato a competere con
santi.
Poi,
è inevitabile che ci si chieda se ha governato
bene o male: e qui il bilancio è pressoché
unanimemente negativo. La prima volta non è riuscito
a completare la legislatura, la seconda è durato pochissimo
e per giunta ha lasciato un pessimo ricordo. Tant’è vero
che il programma di Veltroni è alternativo a quello dell’Unione.
Ma a sua scusante va subito detto che il Presidente del Consiglio
ha ben pochi poteri: è solo un primus inter pares.
E mentre si possono ascrivere alla sua coalizione i provvedimenti
discutibili o i ritardi imperdonabili, a lui personalmente
va accreditata un’infinita pazienza, un’infinita capacità
di mediazione, un’infinita inventiva nel mettere d’accordo
pecore e lupi. Qualcuno dirà che l’ha fatto per mantenere
il potere, ma anche questa accusa è scioccamente malevola:
è come accusare un benefattore di essere generoso perché
ha un grande super io.
Il
genio di Prodi è proprio questo: la capacità
di navigare abilmente fra le personalità,
anche quelle dell’establishment, sfruttandone gli interessi,
i desideri e le debolezze. È capace di presentarsi
a volta a volta come agnello sacrificale o come arrogante,
come servitore o come padrone, come competente o come
faccendiere, e riesce alla fine a prevalere anche su chi
da prima l’ha preso sotto gamba.
In
molti, per indicare il suo più grande merito,
dicono “è riuscito a battere per due volte Berlusconi”:
ma proprio questo è discutibile. Non perché,
storicamente, la coalizione di centro-sinistra non abbia
effettivamente vinto, nel 1996 e (per un pelo) nel 2006,
ma perché in nessuno dei due casi ha vinto Prodi: ha vinto
la coalizione. Per essere ancora più precisi: ha vinto
l’antiberlusconismo. Non come oggi. Se nel 2008 vincesse
il Pd, si potrebbe dire che Veltroni ha battuto Berlusconi
perché non è l’intera sinistra che lo sostiene e
perché Veltroni non si è fatto forte solo dell’antiberlusconismo.
Prodi no, la sua abilità è consistita solo
nel farsi mettere a capo della coalizione: poi non è
stato un asset, un vantaggio, personalmente. Dal punto di vista
della comunicazione Romano è un disastro. Invece
di parlare farfuglia, è capace di straparlare di tasse
(2006), ha un atteggiamento da prete subdolo, ecc. Quando
ha vinto non ha vinto lui, così come, specularmente, in gennaio
è caduto, non è caduto lui: è implosa la
coalizione di cui era a capo. A lui personalmente bisognerebbe
anzi rendere il merito di essere riuscito a farla durare venti
mesi.
Un
ultimo merito da rendere a Prodi riguarda il suo modo
di uscire di scena. Durante questa campagna elettorale
tutti i partiti di sinistra tendono ad apparire come
partiti di opposizione. Opposizione a chi? A Prodi.
Solo a Prodi: ed è cosa che potrebbe far rabbia al
più mite degli uomini. E tuttavia Romano, una volta
che ha capito che si intendeva metterlo da parte a titolo
definitivo, orgoglioso e rancoroso com’è, non ha
lo stesso fatto una piega. Avrebbe potuto divenire presenzialista,
rivendicare i meriti (reali o immaginari) dei suoi quasi
due anni di governo, mettersi al centro della scena e al
contrario, nell’interesse dello stesso partito di cui è
presidente, ha accettato di essere cancellato, rinnegato, psicoanaliticamente
rimosso. È divenuto un’ombra. Un nonno. Uno che va
in giro come un personaggio del passato remoto. Bisogna cavarsi
il cappello, dinanzi a questo.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 marzo 2008
16 APRILE 2008
Perché
in quest’Italia in totale crisi di identità e
di ideologie tanti sentono l’esigenza di ricordare quel
16 marzo del 1978? Si fermano, omaggiano, piangono perfino
(come una ragazza fresca vincitrice del concorso nella
polizia di stato). Tutti, dal Presidente della Repubblica al
Presidente del Consiglio uscente, da altri membri del governo
ai candidati del Comune di Roma, o ancora leader dell’opposizione
e perfino Cossiga ormai falcidiato dalla malattia ed altri
vecchi. Tutti meno uno, “un grande assente”. Perché?
Per salute, per emozione, per senso dello Stato che è oggi
come fu allora. O forse perché mai come quest’anno al cordoglio
si è unita la reazione, si è levata la voce dei ritorni
alla memoria, affinché chi ha sparato allora, spari bene
davanti ai giudici e non solo davanti alle tv e chi siede a
raccontare la storia d’Italia, parli con maggiore coscienza umana
che non sia solo quella di Stato. Ecco, una domanda, secondo me importante,
è che cosa ne è dell’uomo Moro, di quell’uomo praticamente
accerchiato nelle correnti Dc, contestato come “uomo di sinistra”,
chiaramente considerato il vero artefice di quella solidarietà
nazionale che tanti aborrivano e volevano rovesciare, premendo
su Zaccagnini. Non c’è l’uomo Moro. Da quel 16 marzo si parlò
solo della salvezza della Repubblica, del bene supremo delle Istituzioni,
della necessità che vincesse lo Stato. Dopo la sua morte,
si parlò di come salvare la Dc, anche perché ormai
la solidarietà nazionale fintata nei governi di fine anni
Settanta era fallita di fatto ed impossibile per mancanza
di uomini e per costrizione storica. Moro rapito era lo Stato,
le Istituzioni, Moro morto è diventato lo sprono per la
salvezza della Dc, il recupero delle forze per ciò che sarebbero
stati gli anni Ottanta, dove comunque la Dc non riuscì
più ad essere quella di De Gasperi o degli anni del Miracolo.
Moro
è tornato Moro, cioè l’uomo Moro solo trent’anni
dopo, con un libro-inchiesta di suo figlio, la ricerca
di verità e memoria delle sue figlie, il desiderio
di libertà e di sfogo di un uomo di quelle
Istituzioni come Cossiga che ha deciso di dire qualcosa
di più, secondo coscienza e la richiesta doverosa
di riaprire gli archivi…Sapere se Moro parlava con le
sue lettere, se decideva realmente nella stanza dei bottoni,
se c’è stata solo l’Italia in quella tragedia, se
ci sono state solo le Br o uno Stato malato. E’ impossibile ed inaccettabile
che tutto sia semplicemente chiuso nel segreto dello Stato, nella
salvezza dello Stato, costata litri di sangue umano. Bisogna sapere
dove porta questo ronzio chiamato “Stato”, trent'anni dopo. Ma
in tutto questo c’è sempre una chiave che manca ed un “grande
assente”. Magari il portiere.
Angelo M .D'Addesio
QUANDO È
MORTO IL COMUNISMO IN ITALIA?
Molti
oggi si vedono rimproverare se parlano del comunismo
come di qualcosa di attuale. “Non esiste più”,
gli dicono. “Smettete di parlarne”. “Vedete comunisti
dappertutto”. “Ma è una mania da curare, la vostra!”
Ovviamente in questi casi uno avrebbe la tentazione di rispondere
semplicemente citando l’esistenza di quelle centinaia
di migliaia di italiani che si proclamano comunisti e che
votano per due partiti che comunisti si definiscono anche
col loro nome. Ma forse è solo un vezzo. Magari con “comunisti”
intendono socialdemocratici. O fascisti. Chissà.
In Italia il grande partito comunista è forse
morto, ma solo nel gennaio del 2008. Fino ad allora il
comunismo è stato un fenomeno attuale e importante.
Né è detto che oggi ne sia scomparsa la
mentalità. Ma prendiamola un po’ alla larga.
In Gran Bretagna il comunismo, come serio partito
politico, non è mai esistito. Dunque non è
potuto morire per l’eccellente ragione che non è
mai nato. È vero che – fino all’arrivo della signora
Thatcher – c’è stato un notevole “sinistrismo” e il Regno
Unito ha rischiato il disastro. A Heath che chiedeva se dovesse
governare il parlamento o i sindacati, gli inglesi hanno
risposto “i sindacati”. Ma il paese è guarito così
bene dalla follia di Scargill che anche i successori laburisti
della Iron Lady non hanno cambiato nulla di sostanziale.
La Germania ha avuto un rapporto troppo drammatico
e ravvicinato col comunismo (U.R.S.S. e DDR) per
poterne seriamente subire la tentazione e la sua denazificazione
è stata così profonda e ben digerita
da condurre ad un completo ripudio del totalitarismo.
Rimangono Francia, Spagna
e Portogallo. Questi paesi hanno subito profondamente
il fascino del marxismo. La Francia per le sue origini
rivoluzionare e giacobine, la Spagna e il Portogallo per
la loro stanchezza di una Chiesa cattolica piuttosto invadente.
La Francia tuttavia, anche se ha avuto a lungo il secondo
partito comunista del mondo libero (dopo l’Italia), ha
presto avuto l’intelligenza di far sì che il Partito
Socialista stringesse quello comunista in un abbraccio mortale.
Mitterrand lo ha esautorato e l’ha praticamente fatto
sparire. La sinistra col senso del reale - dunque il socialismo
- ha prevalso su quella estremista e pericolosa. Su un’ideologia
capace di chiudere ambedue gli occhi sui risultati concreti
della propria applicazione. Spagna e Portogallo – la prima
anche a causa dell’esperienza della guerra civile – hanno presto
superato la tentazione del comunismo. Per loro fa da decenni
parte del passato. Insomma in tutti i paesi i comunisti o hanno
veramente cessato di essere tali (rinnegando chiaramente sia
la dottrina sia il loro personale passato), oppure sono scomparsi
dalla scena.
Dappertutto ma non in Italia. Mentre i tedeschi hanno
capito che l’opposto del nazismo non è il comunismo
ma la democrazia, e che anzi il comunismo è omologo
del nazismo, gli italiani hanno ingenuamente creduto che
il contrario del Pnf fosse il Pci. Hanno sentito il bisogno
di un partito forte - l’unico a loro parere capace di guarire
i mali della Penisola – e sono dunque passati senza troppe difficoltà
da un’ideologia salvifica ad un’altra. Aggirando la democrazia.
In quanto totalitario e direttore delle coscienze, il Pnf
fu un eccellente prodromo del comunismo. Tant’è vero che
quelle che oggi sono chiamate “Regioni Rosse” durante il Ventennio
furono fra le più fasciste. E lo stesso Mussolini era romagnolo.
In Italia il terreno è stato fertile, per il
totalitarismo. A lungo si è avuto un livello
culturale inferiore rispetto alla Francia, alla
Germania e alla Gran Bretagna. Lo dicono le statistiche
del passato sull’analfabetismo e ancora quelle attuali
sul numero di giornali venduti. Inoltre, l’ignoranza
dell’economia è diffusa anche ai più alti livelli.
Tutto questo spalanca la porta all’utopismo. Infine l’Italia
è un paese cattolico e non si può dimenticare
che la Chiesa è più proclive a fare la carità
ai poveri che ad insegnargli una tecnologia per uscire dalla
povertà. La Chiesa disprezza l’economia, disprezza i
ricchi e li considera tendenzialmente disonesti: è
più facile che una gomena passi per la cruna di un ago
che un ricco entri in paradiso. Per gli analfabeti italiani (anche
con laurea) è dunque stato facile stabilire le equazioni:
ricco uguale ladro; comunismo uguale uguaglianza; io divengo
comunista, ti punisco e tu mi dai metà dei tuoi beni. Doppio
vantaggio: morale ed economico.
Il comunismo è stato più forte in Italia
che dovunque altrove. Inclusi i paesi del socialismo reale,
dove l’esperienza concreta guariva da ogni illusione.
Inoltre il marxismo da noi è stato forte anche perché
non è tanto divenuto cultura comune (cosa che avrebbe
richiesto persino nozioni di economia) quanto mentalità comune.
Un sommario manicheismo. E
se un partito può morire o perdere le elezioni, non per
questo cambia la mentalità dell’intero popolo che lo sostiene.
Gli italiani non capiscono di essere dei sognatori.
Solo in questo paese un Luciano Lama ha potuto
dire che “il salario è una variabile indipendente”,
che è come dire che il volo di un Jumbo è indipendente
dal funzionamento dei motori. Solo da noi si può sognare
di proteggersi da un pericolo inesistente, quello delle
centrali nucleari moderne, vietandole in Italia mentre proliferano
ai nostri confini. Dimenticando che un inconveniente minore,
anche avvenuto in Ucraina, ha conseguenze in Italia e figurarsi
se avvenisse in Savoia, con i nostri venti prevalenti da ovest.
Ma l’Italia è “denuclearizzata” e questo ci protegge.
Perché la fede passa disinvoltamente sopra le smentite
della realtà. Se Visco prevarica, è innocente.
Manca il dolo, dice un giudice cremisi. Però se
quello che ha fatto lui l’avesse fatto, per dire, Giulio
Tremonti, la sinistra ne avrebbe chiesto l’impiccagione.
E comunque le imputazioni per abuso d’ufficio, violenza privata
e forse anche divieto di sosta e pesca di frodo non le avrebbe
certo evitate. Berlusconi è stato a lungo processato (ed
assolto) per avere evitato (su richiesta del Presidente del Consiglio)
la svendita di favore di un bene dello Stato. Mentre nessuno ha
mai disturbato colui che quella svendita ha cercato di realizzare,
commettendo mille irregolarità. La mentalità
comunista è tanto largamente diffusa, da non avere coscienza
di sé.
L’Italia ha più di altri paesi la tendenza
al sogno e mentre in tutto il mondo la più esiziale
ideologia del Ventesimo Secolo ha avuto nel 1989 una
botta mortale, da noi s’è continuato per parecchio
tempo come prima. Il Pci s’è riverniciato in Pds e per
il resto business as usual. Occhetto e tutti gli altri erano stati
comunisti per decenni, non avevano mai rinnegato il comunismo,
non ne avevano mai denunciato gli orrori, ma ora no, ora non
erano più comunisti, dal momento che l’etichetta era cambiata.
E invece conservavano perfino i vecchi vezzi: continuavano
a vantare la loro superiorità antropologica; continuavano
a gridare la loro diversità dai partiti borghesi; continuavano
a demonizzare chiunque non fosse comunista. In realtà erano
talmente figli del Pci da fare le scarpe ai socialisti, colpevoli
di moderatismo.
Al riguardo c’è un particolare interessante,
dal punto di vista psicoanalitico. Finché la
Russia è stata sovietica, il Pci è arrivato ai
contorcimenti più assurdi pur di darle ragione. Cosa
che ha fatto anche a proposito del massacro dei rivoluzionari
ungheresi o dell’invasione della pacifica Cecoslovacchi.
Da quando il comunismo è caduto, invece, quelli che sono
rimasti comunisti di cuore sono pieni di rancore verso quel
grande paese che li ha traditi. Con tutta l’acrimonia dell’innamorata
tradita, sono severissimi, lo disprezzano, ne denunciano
le magagne e i difetti. A suo tempo dicevano che Stalin era un
faro, per l’umanità, oggi dicono che Putin è
un orrendo despota.
Forse il comunismo è finito due mesi fa, nel
gennaio del 2008, come si diceva, perché è
nato (se pure per la necessità di non divorziare dal
potere nei secoli dei secoli) un Partito socialdemocratico
che si permette di avere dei “nemici a sinistra”. Che finalmente
sbarca i comunisti come nocivi. Ma gli uomini purtroppo
sono gli stessi e conservano, salvo eccezioni, l’arroganza
dei comunisti (D’Alema), la capacità di stravolgere
le notizie (tecnica della disinformatsja) e tutto l’armamentario
orwelliano. D’Azeglio disse: “L’Italia è fatta,
ora van fatti gli italiani”. Oggi si può dire: “L’Italia
si è liberata del comunismo. Ora deve liberarsi dei
comunisti”.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- marzo 2008
L'industria
palestinese della morte.
Finalmente
un ambasciatore che non fa la bella statuina e
risponde per le rime a un ex ministro degli esteri
che continua a esternare stupidaggini su qualcosa
di cui non ha mai capito niente.
Le esternazioni di D'Alema riguardano come sempre
hamas, evidentemnente considerata un'organizzazione
pacifista, e Israele, paese nei confronti del
quale non riesce a nascondere l'antipatia, a volte
violenta, piu' spesso furbescamente e ipocritamente nascosta
dietro quel sorrisino beffardo e di superiorita' che fa
rabbrividire anche le mummie.
Dunque D'Alema dice per
l'ennesima volta "Israele deve negoziare con hamas"
e l'ambasciatore Gideon Meir gli risponde "negoziare
con hamas significa negoziare sulla misura delle nostre
bare".
"Non credo di aver detto nulla di scandaloso", ribatte
, piccato, Dalema che continua a fingere di
non capire e che non ama essere ripreso dal rappresentante
del Paese che considera emblema del male perche' si
difende disperatamente dal terrorismo.
Israele dovrebbe negoziare con un gruppo di terroristi
che dalla sua fondazione non fa segreto dello scopo
della sua esistenza, distruggere Israele, e lo scrive
in modo molto chiaro sul documento di costituzione
dell'organizzazione?
Negoziare con chi da 8 anni bombarda il sud di Israele?
I negoziati si fanno tra paesi nemici che, pur odiandosi,
si riconoscono l'un l'altro ma qui abbiamo un' organizzazione
che , col terrore e le minacce, ha vinto delle elezioni
burla prendendo possesso di Gaza, imprigionandone
tutta la popolazione e ammazzando in una guerra civile piu'
di 300 palestinesi di fazioni avverse, comprese donne
e bambini.
Stiamo parlando, D'Alema, di una gruppo di terroristi
che affama la sua gente per renderla piu' feroce
in modo da avere sempre carne da macello.
Con questi dovremmo negoziare, D'Alema?
Con belve assetate di sangue che riempiono i tetti
delle loro case di vecchi, donne e bambini sperando che,
qualche colpo di mortaio israeliano colpisca le case e ne
faccia strage?.
I palestinesi conoscono bene l'arte della propaganda
e sanno che basta poco perche' il mondo condanni
severamente Israele senza chiedersi come mai intorno
alle rampe di lancio dei terroristi giochino sempre
sciami di bambini.
Il mondo non si chiede neppure perche' le rampe siano
sistemate nei cortili delle case private, non gliene
potrebbe fregar di meno, la cosa importante e' urlare
contro Israele quando risponde al lancio incessante dei
missili.
Un parlamentare di hamas, Fathi Hammad, ha dichiarato
due settimane fa alla TV di Al Aqsa:
" I nemici di Allah non hanno ancora capito che i
palestinesi hanno perfezionato un metodo di "cercatori
di morte".
"Per il popolo palestinese, continua Hammad, la morte
e' diventata un'industria in cui eccellono i vecchi
e le donne coi loro figli.
Questo deriva dal fatto che abbiamo fatto scudi umani
delle donne, dei bambini, degli anziani e dei
mujahideen al fine di contrastare la macchina da guerra
sionista.
Noi amiamo la morte come i nostri nemici amano la
vita".
E Israele dovrebbe negoziare
con questa gente?
E' vero che Fatah ha fatto e fa esattamente le stesse
cose, Arafat e' stato uno dei piu' grandi sponsor
di scudi umani e il piu' grande assassino del suo popolo
ma, al momento Abu Mazen si sta dimostrando piu' malleabile
al dialogo anche perche' sa che solo Israele puo'
salvargli la vita e la careghetta sotto al sedere.
Quello che piu' sconvolge non e' la barbarie palestinese
cui siamo tristemente abituati , ma il non poter
capire come questa masnada di assassini possa
suscitare tanta simpatia in occidente.
Se una qualsiasi popolazione del mondo facesse una
minima parte delle porcherie disumane di cui si
macchiano i palestinesi fino ad ammazzare i loro
bambini pur di poter fare propaganda contro Israele,
sarebbe relegata in men che non si dica fuori dalla sovieta'
civile.
Perche' Amnesty International non si mette a urlare
contro questa barbarie?
Si riempiono la bocca dei bambini soldato dell'Africa
e non dicono una parola sui bambini palestinesi
costretti a morire per ordine di chi dovrebbe proteggere
la loro vita e permettere loro di essere bambini
non terroristi in erba o scudi umani.
Quante generazioni dovranno passare, se un giorno
ci sara' la pace, perche' i palestinesi si liberino
del veleno della ferocia iniettato loro nel momento
della nascita per poi esserne nutriti per tutta
la vita?
Massimo Dalema non capisce niente di tutto questo,
lui li ama, lui ci odia.
Come odiano Israele tanti altri che in Italia non
si sono ancora liberati l'anima dal virus antisemita,
sia esso di matrice fascista o comunista non ha nessuna
importanza. C'e' , e' forte, e' tossico e non esiste
vaccino.
L'odio e' contro l'idea dell'ebreo, contro la cultura,
contro l'intelligenza ed e' per questo che la Santa
Inquisizione bruciava i libri, e' per questo che
Hitler bruciava i libri, e' per questo che gli ucraini complici
dei nazisti toglievano gli occhi ai rabbini e poi li
costringevano a ballare nudi prima di sparargli in pancia e
farli morire lentamente.
Gli occhi, dentro ai quali c'e' la luce dell'anima,
e' la prima cosa di cui li privavano.
E' per questo che gli arabi colpiscono spesso le sinagoghe
o le scuole ammazzando chi vi sta dentro ed e' sempre
per questo motivo che una settimana fa hanno voluto
fare strage dei ragazzi della Yeshiva' di Gerusalemme.
Hanno colpito una casa di studio, hanno voluto addormentare
per sempre il pensiero, la luce della mente e dell'intelligenza
e dello spirito in otto giovani vite.
Loro, quelle belve prive di ogni sentimento umano
che non sia l'odio.
Chi odia Israele non vede quello che avviene nel
mondo, non gli interessa, morti, ingiustizie, distruzioni
non li toccano.
Le monache e i monaci
tibatani si sono ribellati all'occupazione
cinese e la loro rivolta e' stata subito repressa.
Lhasa e' diventata una citta' dove ieri i carriarmati
cinesi calpestavano il sangue di morti e feriti,
tutti disarmati.
" E' un macello" ha detto
uno studente italiano in vacanza a Lhasa.
Tempo una settimana
e nessuno ne parlera' piu' , come nessuno parla piu' dei
monaci ammazzati in Birmania.
Il Vate Vattimo, i comunisti
italiani, i diliberti, quei traditori disgustosi
che si fanno chiamare "ebrei contro l'occupazione"
, hanno protestato contro la Cina?
Hanno deciso di boicottare
la Cina e le Olimpiadi?
No, naturalmente, non
abbiamo letto nemmeno una parola, non hanno mai detto una
sola parola contro la distruzione del Tibet e il genocidio
della sua popolazione inerme.
Cosa gliene frega ai
vigliacchi? La Cina non e' Israele, i cinesi non sono
ebrei da condannare, facciano quello che vogliono.
I Tibetani sono assassinati
e tenuti in schiavitu' da piu' di mezzo secolo?
E chi se ne frega, mica sono palestinesi, mica
sono terroristi, mica hanno il petrolio.
I tibetani sono gente
pacifica che prega e soffre in silenzio e quando non ne
puo' piu' e si ribella, nessuno li ascolta.
I tibetani sono soli,
come sono soli altri popoli disperati, il mondo non ha tempo
per loro, ha i palestinesi da mantenere e da coccolare.
I vigliacchi si battono
contro le democrazie perche' sanno che nessun danno gliene
verra' mai, i vigliacchi difendono i terroristi che hanno
come controparte l'ebreo tra gli stati, quel Israele
che loro odiano con tutta l'anima nera che hanno.
I vigliacchi non capiscono
le democrazie, le usano per i loro scopi razzisti
e se la democrazia e' quella israeliana sbavano di odio e
di rabbia e boicottano tutto, boicottano soprattutto
i libri, la cultura, la luce dell'intelligenza di cui essi
sono privi.
Come i nazisti di un
tempo amano distruggere, come i nazisti di un tempo vorrebbero
vedere scomparire gli ebrei di Israele nel fuoco del
terrorismo arabo, forti della loro ignoranza della storia,
completamente conquistati dalla violenza e dalla barbarie
di chi vuole arrivare ad annientare Israele.
Buone Olimpiadi, vigliacchi!
Deborah Fait
- www.informazionecorretta.com
TASSAZIONE OCCULTA
E SILENZIOSA SUI PREMI di RISULTATO/OBIETTIVO/
PRODUTTIVITA’ EROGATI DALLE AZIENDE AI LAVORATORI
NEL 2008 RELATIVI ALL’ ANNO 2007
I sindacati CGIL-CISL-UIL, in più occasioni hanno,
sempre ribadito e sostenuto l' importanza dei contratti
collettivi aziendali e territoriali di secondo
livello per effetto, anche, dello sgravio contributivo
e fiscale previsto sia per le aziende (20 % di contributi)
che per i lavoratori (9,49% di contributi sociali).
Ebbene il Governo Prodi appena caduto dal 1° Gennaio
2008, nel più assoluto silenzio delle parti sociali,
ha abrogato la norma che regolamentava il regime
di decontribuzione dei "premi di risultato", prevista
dal D.L. 67/97 legge 135/97 che, nei limiti del 3% della
retribuzione annua del lavoratore, ne prevedeva l' esenzione
per il dipendente e l' assoggettamento per il datore
di lavoro al solo contributo di solidarietà del 10%.
Ma cosa ha significato questa ABROGAZIONE inserita
nell' ultima Finanziaria a partire dal 1° Gennaio
2008 (legge 247/07)?
Per le aziende è voluto dire un aggravio di costi
in quanto hanno dovuto ritornare a pagare i contributi
ordinari (anziché il 10% di solidarietà
il normale 30%) e i lavoratori il contributo FAP (pari
al 9,49%) in più sul premio lordo ricevuto.
I due esempi di seguito
specificati possono essere utili per
far capire (sia ad un lavoratore che ad un
semplice curioso di sapere) in SOLDONI cosa vuole tutto
quanto sopra descritto:
1) un lavoratore che guadagna 25.000 euro lordi all’
anno e che doveva ricevere un bonus di 2500 euro
dalla sua azienda per l’ intero 2007, nella retribuzione
di gennaio 2008 ha pagato ben 250 euro di tasse non previste
oltre alla normale IRPEF e l’ azienda il doppio, cioè
500 euro imprevisti, di contributi. Totale 750 euro soffiati
alle tasche dei lavoratori e delle aziende.
2) Un’ azienda con 100 dipendenti, che doveva erogare
un bonus di 1000 euro ciascuno per l’ anno 2007, ha
speso 20000 euro di contributi in più non previsti
mentre ai 100 dipendenti sono arrivati nelle loro
tasche 10000 euro in meno, ovvero 100 euro in meno a
testa. Totale 30000 euro soffiati alle tasche dei lavoratori
e delle aziende.
Complimenti! Ma questo punto la cosa più grave,
oltre al provvedimento preso dell' ex Governo Prodi
e dai suoi compagni Visco in primis e poi Padoa Schioppa,
è l' atteggiamento silenzioso dei sindacati che hanno
sottaciuto questa vergognosa nuova TASSA sui lavoratori dipendenti
rendendosi, di fatto, NON più credibili, ipocriti nonchè
COMPLICI dell' ennesimo colpo inferto ai nostri già tartassati
stipendi. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge
molti lavoratori dipendenti, soprattutto di aziende
private, a votare per “l’ uomo di Arcore” piuttosto che per
il PD di Prodi e Veltroni.
Il primo la norma l’ aveva mantenuta mentre i secondi
l’ hanno abrogata. Il primo la vuole ripristinare
mentre i secondi non ne parlano.
E poi si parla di intervenire a favore dei salari?
Qualcuno sta predicando bene, ma razzolando male.
Oggi chi lavora non sempre è uno sprovveduto,
soprattutto quando gli sfilano i soldi dalle tasche.
P.S.
Per conoscenza dei lettori questo tipo di contratto
collettivo aziendale, denominato "premio di
risultato", è così definito in quanto concorrono
al suo raggiungimento tutti i lavoratori dipendenti
i quali, alla fine, beneficiano di un bonus economico da parte
dell’ azienda. E per essere così definiti al
fine di ottenere questa agevolazione fiscale prevista per legge,
questi contratti devono ottemperare ai seguenti requisiti:
essere sottoscritti da tutte le maestranze, dall’ Azienda, da
almeno una organizzazione sindacale tra CGIL-CISL-UIL e depositato,
con tanto di registrazione, direttamente all’ INPS territoriale
di competenza.
Stefano Tanzi. lavoratore dipendente di azienda
privata
IL VOTO CONTRO:
UN FENOMENO DETERIORE?
La disistima della politica e dei politicanti è
presente nella maggior parte della popolazione. Molti
non votano a favore di un partito o di qualcuno
quanto contro di loro. “Nessuno merita il mio voto, dice
molta gente, ma pur di evitare che vada al potere quello lì,
voterei pure per il diavolo”. O per l’acqua santa: opzione
della quale beneficiò, per lunghi anni, la Democrazia
Cristiana.
Si tratta di un fenomeno
deteriore? La risposta potrebbe essere
un rotondo no. In democrazia si vince ottenendo
il consenso dei più. Per ottenerlo la via più
semplice è quella di fare grandi promesse, prospettare
soluzioni brillanti e definitive, accarezzare
il popolo secondo il verso del pelo. Purtroppo, i sogni
del popolo spesso non sono realistici e dunque o le promesse
sono mancate. O, se si tenta di attuarle, si fa più
male che bene. Le promesse del comunismo erano quanto di meglio
si potesse immaginare, e persino quanto di più ragionevole.
In un mondo abitato da angeli. Ma
quando si è tentato di attuarle - si pensi al comunismo
sovietico prima della Nuova Politica Economica - si sono
provocati disastri inenarrabili. Da cui persino Lenin
dovette arretrare.
Chi vota a favore crede
a ciò che dicono i politici, chi vota contro
non ci crede e si oppone a colui che, a suo parere,
rischia di fare più danni. Il primo ascolta
le promesse, il secondo è sensibile alle minacce.
E poiché tutti i politici vorrebbero essere percepiti
come fautori del bene, chi è percepito come
una minaccia lo è suo malgrado: e dunque è più
credibile.
C’è ad esempio un concetto che funziona benissimo,
in tutte le campagne elettorali: la ridistribuzione
della ricchezza. Il presupposto è che
esista una montagna di beni che si sarebbe dovuto suddividere
tra tutti i cittadini con criteri di giustizia ma
questi criteri non sono stati applicati. Oggi c’è
chi avrebbe diritto a qualcosa in più ed ha qualcosa
in meno, mentre c’è qualcuno che ha qualcosa in più
e dovrebbe avere di meno. La ridistribuzione rimetterebbe
le cose a posto. Ma tutto quanto precede è pura mitologia.
Non è mai esistita una montagna di beni da suddividere. La
ricchezza non è “qualcosa che è lì” (come
la terra nel Medio Evo), è qualcosa che si produce giorno
per giorno, anzi, che ognuno produce per sé. Sulla base
di doti naturali (la voce di Pavarotti, il genio calcistico di
Totti), di una competenza acquisita con lo studio (il grande clinico
ma anche il bravo idraulico), o di capacità imprenditoriali
(Bill Gates). In generale con l’appetibilità del prodotto
che si offre sul mercato. Non è strano che il manovale
guadagni molto meno di Bill Gates: ha forse inventato la Microsoft?
La ridistribuzione della ricchezza è puramente
e semplicemente la promessa di andare ad estorcere
i soldi da chi se li è guadagnati per darli
a chi non li ha e non se li è guadagnati. In una certa
misura questa si chiama “solidarietà” (anche se
la solidarietà dovrebbe essere qualcosa di volontario)
ed è certo giusto che esista in una società
moderna. In un’altra misura si chiama però “invidia”
e rapina.
Chi promette la ridistribuzione della ricchezza
ottiene il voto di chi, di riffa o di raffa, spera
di ottenere qualcosa. Ma la promessa spaventa i
molti che si immaginano nel numero di coloro ai quali il denaro
sarebbe sottratto (aumento della tassazione). Con in
più la coscienza che lo Stato, per dare dieci in più
ai pensionati al minimo, preleva venti dai contribuenti: il
resto si perde negli ingranaggi della macchina amministrativa
e politica. Molti, scottati, sono contro ogni sorta di intervento
dello Stato. Lo considerano nocivo già in linea di principio.
E preferiscono votare per chi non fa promesse costose o mitologiche.
Questo spiega perché Berlusconi vinse nel 1994,
pur essendo un illustre sconosciuto. Il campo era pressoché
interamente occupato da Occhetto e dagli eredi
del Partito Comunista e gli italiani votarono contro
uno Stato che temevano rapace. Se Martinazzoli, invece di
essere un ectoplasma politico, fosse stato un uomo energico,
ed avesse sventolato la bandiera della Democrazia Cristiana,
avrebbe vinto lui. Non fu la vittoria di Berlusconi, fu
la sconfitta del comunismo.
Votare contro non è una cattiva politica. Chi
pensa male di una certa parte politica ha più
probabilità di azzeccarci di chi crede ai paradisi
in terra.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
GIORNALISMO "DEMOCRATICO"
È sintomatico come Pannella e Berlusconi siano
pervenuti alla stessa conclusione riguardo il Partito
democratico (Pd), denunciandone la doppiezza e
l'inaffidabilità. Altrettanto sintomatico è
che i media abbiano abilmente deformato le posizioni di
entrambi, così da porre tanto Pannella che Berlusconi dalla
parte del torto. Vediamo come.
Durante le trattative
con il vice di Veltroni, Goffredo Bettini, ai radicali
è stato assicurato che avrebbero avuto nove
eletti in Parlamento. Quando, però, sono state rese
note le candidature i radicali si sono resi conto che, attraverso
il gioco del posizionamento in lista e della scelta delle circoscrizioni,
gli eletti sicuri non erano più nove ma meno.
È a questo punto che
Pannella ha avviato la sua protesta perché - come ha detto
- pacta sunt serranda: i patti vanno rispettati. Il problema
non era quindi nelle candidature, tanto è vero
che comunque i radicali indicati in precedenza hanno
comunque sottoscritto la dichiarazione di accettazione
pur sapendo che alcuni di loro non saranno eletti.
Il problema sta nella
doppiezza con cui il Partito democratico ha gestito
l'incontro coi radicali. L'oggetto dell'accordo riguardava
la garanzia della presenza alla Camera e al Senato
di alcuni rappresentanti radicali: se si conviene insieme
che saranno nove, in corso d'opera non possono diventare
di meno. Se meno dovevano essere, allora il Partito democratico
poteva dirlo dall'inizio. Invece, ingannevolmente
ha fatto credere una cosa ma ne ha fatta poi un'altra, adottando
lo stesso comportamento già manifestato per l'aumento
del numero di donne: da un lato si proclama di voler incrementare
la percentuale di donne in Parlamento, dall'altro le si candidano
in maggior misura nelle posizioni basse delle liste così
da evitarne l'elezione.
Uguale ambiguità
del Partito democratico è stata denunciata da Berlusconi
nel comizio al Palalido di Milano, quando ha evidenziato
che una volta al governo il Partito democratico considera
il proprio programma solo carta straccia, non rispettando
nessuno degli impegni presi in campagna elettorale:
proprio com'è successo nel 2006, quando annunciò
di non aumentare le tasse sui redditi inferiori, per elevare
gli importi (imponibili e addizionali) già a partire
dai redditi sotto i 20.000 euro annui; oppure si negò
la tassazione dei BOT per poi presentare progetti di legge in
tal senso.
Cosa è avvenuto
sui media? È avvenuto che la battaglia di Pannella
è stata presentata soltanto come una pretesa per avere
"posti" in più, anziché per il rispetto
della parola data; mentre Berlusconi è stato ritratto
come colui che disprezza gli avversari e straccia i loro
programmi senza nemmeno leggerli. Un capolavoro di
obiettività del nostro giornalismo "democratico", sempre
attento alla verità dei fatti.
Lettere immaginarie
/ Il compagno Stalin al camerata Ciarrapico
Gentile camerata Ciarrapico. - Ma lei è proprio
un sempliciotto! Ma dove vive! In quale paese
crede di campare! Lasci che un vecchio volpone della causa
bolscevica le riveli che lei è un candido angioletto.
Un simpaticissimo allocco. Insomma un vero zuccone.
Ma come! Proprio nella nazione che diede i natali
a quella buffa scimmiottatura del fascismo in salsa
rossa che fu appunto quello in salsa nera, lei osa dirsi
tuttora fascista! Ma è mai possibile che lei non
si sia ancora accorto che oggi, nella sua amabile Italia,
anzi un po' dappertutto in Europa e nel mondo, benché
sia ormai universalmente noto che il comunismo, nel corso
dei molti decenni durante i quali, dovunque sia riuscito
a conquistare il potere, ha potuto esprimere alla grande le
sue strepitose virtù salvifiche portando quei paesi alla
rovina, nonché processando fucilando imprigionando deportando
calunniando e ostracizzando un numero di umani infinitamente
superiore a quelli molestati dal fascismo, nessun comunista
(vecchio o nuovo) si vergogna di dirsi tale, di confessare di
esserlo stato, di vantarsi di esserlo rimasto, nonché di
dichiarare con orgoglio di voler continuare a esserlo per
tutta l'eternità, e questa sua pertinacia vi è non
soltanto considerata legittima ma addirittura ammirevole,
mentre dirsi, come ha fatto lei, anche soltanto un pochettino
"fascista", è considerato tuttora il più abominevole
dei crimini?
Caro camerata Ciarra, dia retta al vecchio Baffone:
faccia subito pubblica ammenda del suo passato
e del suo presente e si affretti a rifarsi un futuro
iscrivendosi a uno dei tanti partiti che nel suo paese
si sono impegnati nel rilancio della mia causa. Così
passerà alla storia come l'ultimo fascista nero convertitosi
- come fecero, saggiamente, tanti suoi vecchi camerati
subito dopo la caduta del loro Duce - a quello rosso.
Un fraterno abbraccio dal suo affezionato Peppino
Roma, (Velino)
Veltroni sbaglia tutto
con i cattolici perché non ha
idee, ma solo un patchwork new age, rubacchiato
qua e là
La vera ragione della crisi tra Veltroni e i vertici
della Chiesa che in questi giorni aumenta di intensità,
è ben più profonda e drammatica di quella
emersa dopo la improvvida candidatura dei radicali e
di Veronsei.
Il punto stridente è che Veltroni non ha
idee, e non è una battuta. Non ha un anima, non
una ideologia, non una dottrina, non un programma.
Veltroni è un patchwork, è un esponente
tipico del relativismo new age: un pizzico di
Kennedy, un pizzico di Havel, un pizzico di don Milani,
un pizzico di Einaudi... Insomma, un caos tenuto insieme
solo da quella formidabile spina dorsale che è il
controllo della struttura culturale italiana che comprende
tutto il giornalismo Rai e tutto il giornalismo della carta stamèata,
oltre, naturalmente, tutto il mondo dell'editoria e del
cinema (tranne marginali eccezioni).
L'egemonia culturale indiscussa di cui Veltroni
gode, gli permette di coprire la vergogna del
su essere letteralmente senza idee, ma non gli serve
a nulla fronte dei prblemi concreti. Lo vedremo di qui a
poco sulla scena internazionale (da cui non a caso si tiene
ben lontano), lo si vede da subito a per come gestisce -a sproposito-
i raporti con la Chiesa sui temi etici.
Stamane una intervista
a Nicola la Torre al Corriere della
Sera spiega perfettamente le ragioni di
questa crisi: ''Abbiamo sbagliato a mollare i rapporti
con la Chiesa in questi ultimi anni. Lo dimostra
anche la vicenda del referendum sulla fecondazione
assistita. Paradossalmente nel momento in cui abbiamo cercato
un candidato premier cattolico per instaurare un rapporto
con quel mondo, quel rapporto è diventato più
difficile''. E' andata proprio così: D'Alema e Veltroni
hanno pensato -da privi totalmente di idee di fondo quali
sono- che bastava avere un premier cattolico e tutto andava
a posto.
Al solito, un gioco
di finta rappresentanza, di ruoli, di Palazzo.
Mai, mai, la nuova dirigenza
del Pd si è posto il problema di avere
un pensiero, una identità, una ricerca sui
temi etici (fecondazione, aborto, eutanasia, Dico...).
Mai D'Alema o men che meno Veltroni hanno avviato una riflessione
collettiva, o hanno chiamato il loro enorme retrotera
culturale a farla assieme a loro. Hanno sempre pensato
che Prodi risolvesse il problema per loro e che la Chiesa
si accontentasse di averlo premier (ulteriore prova della
loro minima statura di leader)
Da qui lo straordinario
vuoto d'idee, che ormai non copre più
nessun gioco delle tre tavolette.
Veltroni non ha principi,
non ha dottrine, non ha ideologie.
L'unica cosa che sa
fare è la politica del bilancino: nu' pizziche 'e
Veronesi, ni pizziche 'e Riccardi, nu pizziche
'e Bonino, ni pizziche 'e Binetti. Stile Usigrai, insomma.
Tattichette.
E pensiero debole.
Debolissimo.
Tanto debole che ormai
si intravede con nettezza la perdita precipitosa
della egemonia culturale della sinistra, capace
solo di ripetere vote litanie laiciste e incapace
di rispondere nulla alle sfide che le lancia questo
formidabile papa Benedetto XVI°. Solo dal centro
destra viene infatti una risposta in sintonia con questa
sfida, mentre nel centrosinistra il buio culturale è
così fondo che neanche ci si acorge che questo -rispetto
ala laicità- è semmai un papa ''di sinistra'',
mentre il suo predecessore (tanto amato a sinistra
perché pacifista), sui temi etici era assolutamente
e rigidamente ''di destra''.
Dal sito di Carlo Panella
Un solo cuore
Il giorno dei funerali erano tutti e otto avvolti
negli scialli da preghiera, intorno a loro un
intero popolo in lacrime.
Giovedi sera nella Yeshiva' Mercaz Harav situata
nel cuore di Gerusalemme, un arabo israeliano,
entrato nella scuola colla sua regolare carta di
identita' israeliana, e' andato nella
biblioteca dove i ragazzi studiavano e, tra le loro grida
di paura, erano quasi bambini e avranno chiamato la mamma,
avranno gridato aiuto, la belva, passando tra i banchi,
ha sparato 600 colpi facendo una strage. Oltre alle otto giovanissime
vittime, ce ne sono altre sette in ospedale in gravi
condizioni, uno e' in coma col corpo pieno di proiettili.
Migliaia di persone hanno circondato la yeshiva'
venerdi mattina per l'ultimo saluto e per esprimere
il loro dolore e il loro amore a quei figli di Israele
ammazzati perche' ebrei e sionisti.
Migliaia di persone e tanto silenzio, non si sentiva
un grido, non una maledizione per i nostri
barbari nemici, solo singhiozzi e preghiere.
Un silenzio disperato che urlava "perche', D-o,
perche'?"
Perche' sono morti, perche' continuano ad ammazzare
i nostri meravigliosi figli, perche' strappano
questi fiori dal nostro cuore, dalla nostra vita, dalla
nostra Israele? Perche'?
Studiavano, in una Yeshiva' si studia e si legge,
si commentano i testi sacri, studiavano tranquilli
finche' non e' arrivata la belva che ha interrotto
la loro vita e coperto i libri, tanti libri, del loro
sangue innocente.
Perche'?
Impossibile non ricordare Ma'alot , altra strage
di giovani ebrei, ragazzini di una scuola media.
Anche a Maalot, in Galilea, le belve del fronte
per la liberazione della palestina entrarono
sparando a bruciapelo ai ragazzi terrorizzati e prigionieri
tra i banchi. Ne ammazzarono 21.
Anche allora, a Maalot , i genitori di tutte quelle
povere vittime avranno urlato perche' e dopo trent'anni
non abbiamo ancora una risposta per loro come
non ne abbiamo per nessuna mamma e nessun papa', per
nessun figlio rimasto senza genitori a causa del terrorismo
palestinese .
Non e' umanamente
possibile dare una risposta alla barbarie di un nemico
che segue alla lettera le regola principe
scritta dai capi del terrorismo "La lotta armata
avra' fine solo con la distruzione dell'entita' sionista".
E' chiaro e lampante che questi non ammazzano per
avere una patria ma per distruggere quella degli
ebrei, nel nome del loro odio, nel nome del loro
Corano che recita "se vedi un ebreo davanti a te uccidilo",
in nome dei loro eroi del male.
Uccidono, ammazzano i nostri figli e ogni
volta e' lo stesso dolore, ogni volta e' la stessa
cupa depressione, ogni volta e' lo stesso sconforto
e le stesse paure.
Chi saranno i prossimi? Dove? A Gerusalemme, a
Sderot, a Tel Aviv, a Haifa? A chi di noi tocchera'
adesso? quando arrivera' la prossima belva assetata
di sangue e da dove? Arrivera' dal cielo trasformata
in missile o arrivera' strisciando con in mano un
kalashnikov o coi candelotti di esplosivo attaccati alla cintura?
Nell'attesa uno puo' sempre farsi venire vari
attacchi di fegato leggendo le cronache della strage
sui media italiani.
Si passa dalle dichiarazioni di mister Dalema che
continua criminalmente a invitare Israele, sempre
cosi' esagerato nelle sue reazioni, al dialogo
con un gruppo di terroristi che non ne riconosce
il diritto all'esistenza. Per fortuna non avremo piu' la brutta
visione del suo cinico e stortignaccolo sorriso pieno
di boria.
Si prosegue col mal di fegato leggendo i commenti
del Corriere della Sera e di Repubblica che parlano
della Yeshiva' come sede di un movimento religioso
integralista vicino ai coloni, ecco dunque che, con
furbesca ipocrisia e cinismo, il messaggio subliminale
viene insinuato nei lettori "non abbiate pena, sono soltanto
dei coloni, quelli tanto cattivi con i poveri palestinesi,
quelli che se i poveri palestinesi gli tirano le pietre
in testa, osano persino incazzarsi e rispondere."
Repubblica fa di piu' e di meglio, raggiungendo
una perfezione da manuale nel fare propaganda,
e' arrivata a scrivere sotto la foto dell'assassino
"presunto autore dell'attentato"! Presunto!
Presunto = potrebbe essere stato anche qualcun
altro, chissa', magari qualcuno di quegli ebreacci
vicini ai coloni, si sa, sono sempre armati.
autore dell'attentato = la parola terrorista non
gli esce neanche a mettersi a piangere in turco.
Niente da fare. O sono miliziani, o sono militanti,
oppure combattenti, persino autori di...sempre
naturalmente presunti.... ma TERRORISTI , questo
mai, si farebbero scorticare vivi pur di non scriverlo!
La famiglia di Ala Abu Dhein, l'assassino, ha esposto
nel cortile della casa di Gerusalemme Est la
bandiera palestinese e quella di hamas.
Benissimo, vogliono la Palestina?
Hanno esposto bandiere di gruppi di terroristi che
vogliono la distruzione di Israele?
Perfetto, allora fuori da Israele !
Consegnino le loro carte di identita' israeliane
e se ne vadano.
Espulsione immediata non solo dei genitori ma di
tutta la famiglia, di tutto il clan.
Diminuirebbe subito il numero degli arabi
israeliani simpatizzanti di hamas o fatah
e si ritroverebbero tutti innamorati di Israele
e dei diritti che hanno come cittadini di una
democrazia.
Mentre i media italiani
offendevano impudentemente la memoria
di otto ragazzini ebrei, la Libia impediva
che l'ONU votasse una risoluzione contro l'attentato.
Si, avete letto bene, proprio la Libia, stato canaglia,
responsabile di Lockerbie e di Ustica, la Libia
di Gheddafi, il beduino terrorrista, la Libia che fa
parte del consiglio di sicurezza dell'ONU.
Dobbiamo meravigliarci dello stato infimo cui sono
ridotte le Nazioni Unite?
Ai funerali di venerdi' mattina, davanti a otto
scialli di preghiera che avvolgevano gli otto
poveri corpi crivellati dei nostri ragazzi, Rav Weiss
si e' rivolto a D-o:
"Lascia che io ti dica, D-o, chi sono i figli che
ci hai strappato. Lascia che ti presenti, D-o, queste
rose che hai voluto cogliere, erano i nostri ragazzi,
erano seduti a leggere i testi sacri, avevano gli occhi limpidi
e noi abbiamo pagato un prezzo troppo pesante, D-o."
Rav Amar rivolgendosi alle famiglie orfane dei loro
figli, in lacrime:" Dovete sapere, care Famiglie, che
questo e' un lutto di tutta la Casa di Israele che come
una sola persona e un solo cuore piange con voi".
Come sempre. Un solo cuore.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
LA TASSA SUI RIFIUTI
DI NAPOLI
Angelo Pisani, avvocato e presidente di “Noi consumatori”,
sta incoraggiando i cittadini a chiamare in giudizio
il Comune di Napoli per farsi restituire quanto pagato
per la Tarsu. Il concetto è semplice: «Il codice
civile dice che quando una prestazione non viene onorata,
il cittadino ha diritto al rimborso. Così chi ha pagato
una tassa sui rifiuti e i rifiuti li vede ogni giorno davanti
al portone di casa sua, quei soldi deve averli indietro.
I giudici dovrebbero solo applicare la legge». Ed effettivamente
un giudice di pace ha dato ragione ad una signora che gli
ha fatto causa, condannando il Comune alla restituzione di 500
€, più 650 di spese legali. Le conseguenze di questa iniziativa
potrebbero essere puramente e semplicemente la bancarotta
sia per Napoli sia per gli altri comuni campani. Solo per
il capoluogo, si infatti parla di dodici miliardi di euro.
Tutto questo, anche se pare ovvio, è semplicemente
assurdo dal punto di vista giuridico. E nasce
da un equivoco.
Una tassa è la somma che l’Ente Pubblico richiede
per un servizio. Per esempio, in regime di monopolio
delle Poste Italiane, il francobollo. Oppure la
marca sui certificati. Invece la Tarsu, Tassa sulla
Rimozione dei Rifiuti Solidi Urbani, non è una tassa
perché, se lo fosse, il cittadino potrebbe
dire al Comune: no, grazie, mi occupo da me della
mia spazzatura e non pago. Ma il Comune una simile dichiarazione
non l’accetta affatto. Dunque non si tratta di una
tassa ma di un’imposta. Caratterizzata, come tutte le
imposte, dalla sua indiscutibilità. Chiamandola
Tarsu si commette un errore tecnico.
Poi bisogna dire che non esistono imposte di scopo.
L’imposta, comunque battezzata, è una somma
che lo Stato richiede con la forza. Se lo Stato, virtuoso,
impone un balzello per rispondere all’ “Emergenza del
tracoma nell’Eritrea”, in primo luogo nessuno lo può
costringere a spendere effettivamente quella somma per il tracoma
nell’Eritrea; poi, nessuno lo può costringere a
non riscuotere più quella somma quando l’emergenza
fosse cessata. Ha solo creato una nuovo contributo. Così
si spiega che esistono tasse che si riferiscono ad eventi ormai
dimenticati. La “tassa di scopo”, di cui ha parlato ancora
improvvidamente Pierferdinando Casini in questi
giorni (per finanziare una migliore polizia), è uno specchietto
per le allodole. Serve a far digerire una nuovo esborso,
dandogli un nome nuovo, nobile e bello. Senza né garanzie
di raggiungimento dello scopo, né garanzie della sua
abolizione a scopo raggiunto.
Per quanto riguarda la Tarsu in Campania, è
inevitabile che il Governo intervenga a frenare l’ignoranza
dei giudici di pace. Ed è inevitabile che la
gente capisca che non paga la Tassa sulla Rimozione dei
Rifiuti Solidi Urbani, ma semplicemente una Ipic, “Imposta
sul Possesso di un Immobile nel Comune”.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 9 marzo 2008
CHI È ANTICOMUNISTA
È DI PARTE?
La domanda sembra insulsa. Se chi è
comunista è di parte, chi è anticomunista è
anche lui di parte, in quanto di parere opposto. E tuttavia l’affermazione
è discutibile.
Non sempre una cosa ha il suo opposto.
E non sempre l’opposto è quello che pareva evidente. Per
cominciare non c’è l’opposto del rosso. E se si pensa che
l’opposto dell’amore è l’odio, si rischia di sentirsi dire
che no, l’opposto dell’amore è l’indifferenza. Infatti mentre
amore ed odio si contrappongono come positivo e negativo, amore ed
odio da una parte ed indifferenza dall’altro si contrappongono come
intenso e inesistente. Dunque, qual è l’opposto dell’amore?
Il problema si risolve stabilendo prima
il campo di riferimento. Se parliamo di teorie filosofiche,
si può stabilire la dicotomia comunismo/anticomunismo,
e lo stesso si può fare se il campo di riferimento riguarda
il tipo di regime che domina i paesi. Ma se il campo di riferimento
è un qualunque paese democratico, la dicotomia non regge più.
Infatti il partito comunista, dal momento che preconizza la dittatura
del proletariato, essendo a favore di una dittatura è anti-sistema.
Va ricordato che, anche se il comunismo
teorico (in Marx) è il trionfo della libertà,
nella sua realizzazione storica la dittatura del proletariato,
in tutti i paesi in cui il comunismo è arrivato al potere,
si è trasformata in una dittatura poliziesca e basta,
che è terminata solo quando il potere è stato rovesciato.
Per queste ragioni, un liberale o un socialdemocratico
si possono contrapporre, come parti. Il liberale è
di parte, rispetto al socialdemocratico, esattamente come il
socialdemocratico lo è rispetto a lui. Ma ambedue non
sono di parte, nei confronti dei comunisti, perché appartengono
a sistemi diversi. A campi diversi, se si vuole tornare alle dicotomie
da cui si è partiti.
Personalmente non mi sento di parte, essendo
risolutamente anticomunista. Con un esponente del Pd ci possiamo
dividere, lui da un lato ed io dall'altro, ma con un integralista
islamico, con un nazista o con un Savonarola non possiamo dividerci
in “parti”, non possiamo dirci "di parte diversa". Quei signori
sono "anti-sistema", non sono democratici, non permettono a chi
non la pensa come loro di vivere come vuole. La mia ostilità
nei loro confronti non è politica, è istinto di conservazione:
li considero più o meno come il cancro, una malattia mortale.
Si è forse "di parte", contro il cancro?
Sono parole molto dure, ma la storia del
Ventesimo Secolo gronda abbastanza lacrime per giustificarle.
C’è chi dice comprensibilmente
di non riuscire ad avere paura dei comunisti nostrani. Ed
effettivamente oggi no, non c'è più da averne paura.
Perché non ottengono la maggioranza e perché non c'è
più l'Armata Rossa, per rimetterli in sella come in Ungheria.
A lungo non è stato permesso fare marcia indietro, dal comunismo,
neanche quando il potere, come nel 1948 in Cecoslovacchia, è
era tato conquistato mediante libere elezioni. I comunisti cecoslovacchi
non mangiavano i bambini in pubblico, prima, ma quello che hanno
fatto dopo spiega meglio di ogni parola che cosa sono i comunisti.
Anche quando si presentano vestiti da agnelli. Dei fanatici c’è
da aver paura anche quando hanno la erre moscia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-9 marzo 2008
UNA DOMANDA AI
LETTORI
Di solito, chi scrive un articolo è
come se dicesse: sull’argomento ne so più di voi. Leggete,
dunque. Oggi invece il ruolo è ribaltato: chi scrive ha
la domanda, non la risposta.
Nell’attuale dibattito politico sulla
macroeconomia, il problema centrale è la produzione,
da parte dell’Estremo Oriente e in particolare della Cina,
di merce ottima e a basso prezzo. Essa è venduta in Europa
con una sorta di dumping (smercio sottocosto) cui non si sa che
cosa opporre. La concorrenza cinese è imbattibile perché
i salari, in quell’immenso paese, sono incomparabilmente più
bassi. Dunque, in tutte quelle merci, come l’elettronica, in cui
i materiali pesano economicamente poco, e la manodopera pesa molto,
gli occidentali sono senza difese. Gli stessi prodotti che col
loro marchio portano spesso scritto sotto, magari in piccolo, Made
in China.
Questo lo stato delle cose. Al riguardo
c’è chi (Tremonti) parla di difendere le imprese occidentali
con dazi, in modo aumentare il costo delle merci importate e
raddrizzare la concorrenza. La maggior parte degli economisti
liberali, invece, pensa che non bisogna mai intervenire, nel mercato,
perché si provocano danni. Molto meglio rendere più concorrenziale
l’Occidente con un’accorta politica fiscale, con lo snellimento
delle procedure, tagliando via il grasso superfluo e la sporcizia che
s’è infiltrata negli ingranaggi. Quale sia la soluzione giusta,
è difficile dirlo, ma non è questa, la domanda che si
vuole porre.
Immaginiamo che non si intervenga. Immaginiamo
che la Cina continui a riversare sui paesi occidentali container
interi di merce ottima e a basso costo. Che avverrà, col
tempo? Se la Cina quasi ci regala dei prodotti, noi che cosa le
diamo, in cambio? Se quel grande paese non compra nulla, come potremo
pagare ciò che c’invia?
Qualcuno dirà “pagheremo in dollari
o in euro”, ma non è una risposta. Noi possiamo dare valuta
agli altri in quanto gli altri l’abbiano prima data a noi, comprando
merce nostra: si chiama bilancia commerciale. E se non siamo
competitivi, che merci esportiamo? Un tempo si parlava di “partite
invisibili” (per esempio le entrate derivnti dal turismo), ma per
l’Italia anche questo partite invisibili si sono molto ridotte
e oggi paesi come la Francia o la Spagna hanno più turisti
di noi. Ma soprattutto, lasciando da parte il caso italiano, il quesito
è: l’Occidente nella sua interezza, se importa molto e non
esporta niente o quasi, nella Cina, come compenserà questo
squilibrio, se si prolunga nel tempo?
Ecco la domanda: ponendo l’ipotesi che
nel mondo ci siano due soli paesi, A e B, o, se si vuole,
un gruppo di paesi industriali con alti salari e un gruppo di
paesi industriali con bassi salari, che cosa avviene quando la bilancia
del commercio estero è costantemente squilibrata?
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
.8 marzo 2008
I GIOVANI E LA
NUOVA POLITICA
Secondo ciò che scrive Renato Mannheimer
sul “Corriere della Sera”, le intenzioni di voto dei giovani
(18-20 anni) sono le seguenti : Pdl 21,7; Lega Nord 15,2; Pd 31,4;
Idv 1,4; Sinistra Arcobaleno 15,0; Unione di Centro 11,0; La Destra
1,4; Altro partito 2,9.
Pur essendosi allontanato dagli slogan
del dopoguerra (“Ha da veni’ Baffone!”) il Pci prosperò
per anni su una promessa di lotta di classe, di punizione dei
ricchi, di lotta agli sfruttatori. Per non parlare delle calunnie
contro gli Stati Uniti e del sodalizio inscindibile con tutti
i totalitarismi di sinistra del mondo. I comunisti applaudivano
Mao Tse Tung mentre affamava il suo popolo, sostenevano il Vietnam
del Nord (aggressore) contro il Vietnam del Sud (aggredito), negavano
i crimini di Pol Pot e ammettevano quelli di Stalin, a denti stretti,
solo dopo che li aveva denunciati Khrushchev. Il partito era possente
ed esercitava un grande fascino sui giovani. Questi infatti sono tanto
sensibili all’ideale quanto insensibili alla storia, all’economia
e (non raramente) al buon senso.
Anche gli adulti, tuttavia non erano immuni
dall’utopismo e i grandi numeri del Partito permisero a
lungo ai più scalmanati di sperare, soprattutto intorno
alla metà degli Anni Settanta, una sorta di rivoluzione.
Ma è passata molta acqua sotto i ponti, da allora. Col riflusso
seguito alla grande paura del 1976, il Pci è andato sempre
perdendo velocità e consensi e tuttavia, malgrado ciò,
fino alle elezioni del 2006, nel mutare dei nomi e delle alleanze, è
rimasto il fulcro di uno schieramento che non rinnegava la propria storia:
da Gramsci a Togliatti a Berlinguer. È solo nel gennaio del
2008 che questa certezza è definitivamente morta: quando Walter
Veltroni, portavoce del Pd, ha dichiarato che in future elezioni
non ci sarebbe stata l’alleanza con l’estrema sinistra. Si è
avuta finalmente anche in Italia la frattura fra socialdemocrazia
e comunismo. I giovani si trovano ora a scegliere fra ideale e concretezza
e per questo molti di loro sono delusi della svolta del Pd, che non
raccoglie fra i giovani un consenso più grande che ha fra gli
adulti. Dopo che l’Italia ha coltivato per sessant’anni il massimalismo,
sarebbe stato strano che i giovani si rassegnassero a votare per un
partito molle, fumoso e vago come il Pd. Un partito che per giunta si
contrappone ai comunisti, dopo che per decenni i comunisti hanno avuto
sempre ragione. Non si può virare a questa velocità.
E mentre molti adulti voteranno per il Pd solo turandosi il naso,
perché in un sistema in cui esiste il premio di maggioranza
la Sinistra estrema è inevitabilmente una formazione di mera
testimonianza, i giovani, essendo meno sensibili alla concretezza,
fanno lievitare i consensi della Sinistra Arcobaleno fino ad un inverosimile
15%.
Sull’altro versante, parecchi sono delusi
della fusione di An con Forza Italia e per non intrupparsi
con i filistei del Pdl, si rivolgono all’Unione di Centro.
Questa risponde agli ideali di coloro che, cattolici e spregiatori
dell’economia, non hanno simpatia per Berlusconi e considerano
Fini, in questo senso, un traditore. Anche qui, il poco credibile
15% è indicativo di una scontentezza riguardo al quadro politico,
che non trova certo rifugio nell’improbabile Destra.
Qualcosa di analogo avviene per la Lega.
Il suo successo – il 15%! - dipende da quei giovani che, quando
Bossi dice delle enormità, si spellano le mani per applaudire.
Essi forse credono ancora che, con un po’ di buona volontà,
si possa attuare la secessione dall’Italia.
La conclusione è
ottimistica. Qualcuno ha detto che chi non è comunista (o estremista)
a vent’anni non ha cuore; e chi è comunista a quarant’anni
non ha cervello: l’Italia sembra finalmente averlo capito. I
giovani hanno ancora la possibilità di votare per partiti
“estremi” ma il loro voto rimane senza effetto. Con l’attuale premio
di maggioranza, salvo incidenti, il sistema politico italiano è
arrivato alla stabilità. Per una nazione che nel 1948 ha
rischiato di divenire una Democrazia Popolare, è un bel progresso.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- marzo 2008
Pacta sunt
bibenda
Pannella è grande, Pannella
è immenso, Pannella è giusto. E perciò,
sacrosante carrettate di sete del diritto, diritto alla vita,
vita del diritto, giustizia giusta, dare corpo alla sete di giustizia,
fame di giustizia, sete di verità, caffè e ammazzacaffè...
Poi, a un certo punto: e che palle, ci risiamo un'altra volta.
Sciopero della sete, pipi da Costanzo,
appelli dall'universo? Tutta la nobiltà pannelliana,
di solito votata a buone cause, stavolta sfiora pericolosamente
la pernacchia. Hai voglia a stare a ravanare intorno alla faccenda
morale che i patti vanno rispettati, costituzionalisti a rotta di
collo a dare opinioni, i "pacta sunt servanda", l'intero armamentario
che costringe la mattina il mitico Bordin a raschiare il fondo
di ogni giornale regionale per cercare le due righe due sull‚ultima
pensata di Marco. E sempre di una sottrazione si tratta, di una
vigliaccata di regime, di un tentativo di: a) cancellare la storia
radicale; b) annientare la storia radicale; c) chiamare radicale
la sinistra gruppettara.
E vabbè, magari c'è pure
un senso, va a sapere, in tanta straziante litania. Ma adesso,
adesso che lo sciopero della sete - l'arma estrema dei nonviolenti,
l'azione ultima -viene proclamato (e praticato) per protestare
(e va a finire che manco sarà protesta, ma la solita
roba del digiuno di dialogo) contro il posto dato in lista, per
dire, a Matteo Mecacci, ecco che la necessità della pernacchia
sale.
Pannella ha sempre sfidato tutti, e
spesso su tutto, in splendida solitudine, in testarda autoconsiderazione.
Ma se ha sfidato, adesso ha pure sfiancato. L'allarme democratico
per far conoscere, tanto per fare un esempio, la delicata posizione
in classifica della simpatica Donatella Poretti, dove deve andare
a parare, se non nel surreale? Portiamo la solita orchestrina jazz
sotto il loft? Ci si mette in fila al grido di "con la Zamparutti fino
alla morte/che bella sorte, che bella sorte"?
Pannella gode - per sua fortuna, e
a volta per nostra - di uno statuto speciale, che si è
davvero conquistato, all'interno del mondo politico italiano:
osa dove gli altri tacciono. Ma siccome non sempre si può
spiazzare in maniera geniale, a volte il sapido paradosso finisce
col trasformarsi in devastante grottesco, tra la promessa che
non ce ne andiamo, l'assicurazione che restiamo, l'intenzione di
voler aiutare Veltroni, l'allarme perché vogliono scotennarci
completamente. E a proposito: avete visto in che razza di posizione
hanno messo la Coscioni? Vi pare giusto come è situata
Rita Bernardini? Onestamente: ma a chi gliene può fregare - e
non certo per le validissime personalità candidate - qualcosa?
Hanno ormai un'aria polverosa di eternamente ripetuto - come certi
film di Totò trasmessi e ritrasmessi a ogni ora, su ogni canale
- le solite deambulanti conferenze stampa di Marco e di Emma (splendido
ministro, che però, evidenziando platealmente di non essere
un soprammobile, potrebbe far sorgere in qualcuno il dubbio che si
consideri un monumento), per ritrovarsi in un posto, starci (perché
poi la parola radicale ha il suo peso) ma anche voler stare altrove.
A forza di vederlo e rivederlo, lo
spettacolo suscita sempre meno interesse e sempre più
noia.
O forse, e sarebbe il colpo di genio
di Marco, il parapiglia sull'accasermamento in lista è
un contributo alla causa del Piddì, dopo che Franceschini,
per difendere certe ridicole candidature familiar-segretariali,
non ha trovato di meglio da dire che "i collaboratori hanno fatto
la storia del paese".
Roba da pernacchia universale. Così
Marco ha generosamente spostato l'attenzione: "Dove sta Perduca?".
E allora, basta una pernacchietta.
da Il Foglio del 6 marzo 2008
NOTICINA, ANCHE
SULLA LOTTA ALL'EVASIONE
Pubblichiamo ampi
stralci del saggio del professor Luca Ricolfi, presente nel
libro «Ostaggi dello Stato - Le origini politiche del
declino e dell’insicurezza», edito dalla Angelo Guerini
e Associati (euro 7,50). Il libro, curato dal sociologo, è
una raccolta di analisi effettuate da sette ricercatori, esperti
in sociologia, psicologia, comunicazione ed economia. Una spietata
fotografia dell’Italia, reduce da due anni di governo Prodi
Il segnale più negativo è
il rallentamento della crescita, iniziato nei primi mesi dell’anno
anche «grazie» alla prima Finanziaria del governo Prodi,
che fin dall’estate del 2006, con il Documento di Programmazione
Economico-Finanziaria, aveva manifestato l’intenzione di correggere
l’andamento dei conti pubblici pagando il prezzo di una riduzione
del tasso di crescita del Pil (0,3 punti in meno, pari al 20% del
tasso di crescita previsto).
Un brusco stop allo sviluppo
Tutto lascia pensare, però,
che il prezzo che l’Italia ha dovuto pagare sia maggiore:
la stima di 0,3 punti di Pil di contrazione della crescita
è decisamente più bassa di quelle prodotte dai centri
di ricerca non governativi, e comunque era basata su un mix di aumenti
di imposta e riduzioni di spesa che poi è peggiorato nella
versione finale della legge finanziaria (gli aggravi fiscali dovevano
coprire un terzo della manovra, ma sono saliti a circa due terzi
in corso d’opera). È probabile che quella scelta ci sia
costata una decina di miliardi di euro, più o meno le risorse
che ora si stanno freneticamente cercando per affrontare la «questione
salariale» ed evitare lo sciopero generale minacciato dai sindacati.
Al momento (inizio 2008) non si conosce ancora il tasso di crescita
del Pil nel 2007 (mancano le stime del 4° trimestre), ma già
sappiamo che la produzione industriale è in forte rallentamento,
la produttività continua a ristagnare, le aspettative delle
imprese per i prossimi mesi non sono buone.
Una massiccia pressione fiscale
Il secondo segnale negativo riguarda
i mezzi che sono stati usati per ridurre il deficit. Certo
siamo tutti felicissimi di essere finalmente rientrati nei
parametri di Maastricht, ma la vera domanda è: qual è
il prezzo che abbiamo pagato per raddrizzare la barca?
La risposta è sconsolante. Poiché
non si è trovato il coraggio di ridurre la spesa pubblica,
si è fatto ricorso alla comoda via degli aumenti della
pressione fiscale (di 1,7 punti fra il 2005 e il 2006, di ulteriori
1,1 punti fra il 2006 e il 2007). Il miglioramento dei conti pubblici
nel 2007 è stato ottenuto essenzialmente grazie a tre grandi
operazioni: l’aumento dei contributi sociali, il conferimento forzoso
del Tfr all’Inps, l’aumento selvaggio delle tasse locali. E questo
massiccio aumento del prelievo fiscale – come da manuale – ha frenato
la crescita e aggravato i bilanci delle famiglie. È triste
notarlo, ma i dati dicono che è toccato al governo dell’Unione
contribuire a rendere più vero che mai lo slogan che le ha fatto
vincere le elezioni: «non riesco ad arrivare alla fine del mese».
Famiglie sempre
più in difficoltà
Un’occhiata alla serie storica dell’indagine
Isae sui bilanci familiari mostra che nel 2007 il numero
di famiglie in gravi difficoltà economiche ha raggiunto
il punto massimo da quando esiste l’indagine (ossia dal 1999).
La necessità di ricorrere ai risparmi o far debiti per quadrare
il bilancio era aumentata considerevolmente nei primi anni di
introduzione dell’euro (specie fra il 2002 e il 2003), poi – nel
corso del 2006 – era leggermente diminuita, ma nel 2007 è
tornata di nuovo a salire e nella seconda metà dell’anno ha
toccato il massimo storico.
Troppe spese improduttive
L’aspetto interessante di questa vicenda
è che questo disastroso risultato, certo non dovuto
alla sola azione del governo ma anche – ad esempio – all’aumento
dei tassi di interesse sui mutui immobiliari e alla ripresa dell’inflazione,
non è stato ottenuto dopo un periodo di stagnazione, o
dopo una recessione, ma al termine del biennio più positivo dai
tempi della crisi del 2000-2001. La ragione di questo paradosso,
a mio avviso, è che fra il 2006 e il 2007 non è solo
migliorato il deficit, ma è ulteriormente aumentata l’interposizione
pubblica, ossia il grado di intromissione dello Stato nell’economia.
Già segnalata come un problema nel Rapporto dell’anno scorso,
in cui si rilevava la sua continua ascesa a partire dal 2000, l’interposizione
pubblica è oggi uno dei più gravi ostacoli alla crescita
dell’Italia. Aumento dell’interposizione pubblica significa, infatti,
che una quota crescente di risorse viene sottratta al mercato (ossia
alle famiglie e alle imprese) e usata per espandere ulteriormente
la spesa improduttiva, con quell’incredibile intrico di sprechi, inefficienze,
clientele, abusi (e talora anche truffe) che ormai costituiscono
la triste costante della nostra Pubblica Amministrazione. Nel solo
2007, ben due decreti (il Dl 81 di luglio e il Dl 159 di ottobre) hanno
aumentato di 12,7 miliardi di euro la spesa pubblica, mentre per il
2008 la Finanziaria dispone un altro incremento di 6,1 miliardi, senza
contare le molte spese ulteriori (a partire dai contratti pubblici)
non ricomprese nella legge finanziaria, ma che certamente verranno
deliberate in corso d’anno.
Un welfare costoso
e inefficiente
Si potrebbe obiettare – e certamente
la maggior parte dei politici dell’Unione obietterebbe
– che il nostro Stato sociale è incompleto e che l’aumento
del gettito fiscale è frutto della lotta all’evasione.
La prima affermazione – il nostro Stato sociale è incompleto
– è vera e sacrosanta, ma sorvola su due circostanze:
a) su quasi 20 miliardi di spesa pubblica
aggiuntiva deliberata nel 2007, la frazione che va a un reale
completamento dello Stato sociale, basato su principi di universalità
e selettività, è minima; la maggior parte degli interventi
sono favori, sconti e mance elargite a categorie specifiche,
senza requisiti stringenti di bisogno (si pensi, per fare solo
due esempi, all’ennesimo super-aumento agli statali o allo sconto
Ici esteso ai proprietari con redditi alti), e questo è tanto
più preoccupante se si dà qualche credito ai dati che
segnalano una crescita delle diseguaglianze sociali;
b) il nostro Stato sociale resterà
sempre incompleto finché non si affronterà il
problema di ridurne le inefficienze e gli sprechi (almeno 45
miliardi di euro all’anno, secondo una stima prudente), e ciò
non solo perché ogni spreco significa sottrarre risorse ad
altri impieghi utili, ma perché una parte della debolezza dello
Stato sociale sta precisamente nel fatto che non funziona, e non funzionando
penalizza soprattutto le fasce deboli della popolazione.
Chi volesse farsi un’idea dell’entità
degli sprechi della Pubblica Amministrazione, nonché
della loro distribuzione territoriale, può consultare
le tabelle riportate alla fine di Profondo rosso, il nostro Rapporto
sul 2005.
Le menzogne sull’evasione
Quanto alla seconda affermazione –
i soldi li abbiamo presi dalla lotta all’evasione – essa
è al tempo stesso falsa e spudorata. Falsa, perché
le stime condotte da osservatori indipendenti concordano nel dire
che il recupero di evasione fiscale del 2006-2007, ammesso che sia
diverso da zero, vale pochissimi decimali di Pil, ossia meno della
metà della metà delle cifre tante volte sbandierate
dal governo («almeno 20 miliardi di euro»). Spudorata,
perché se davvero la lotta all’evasione avesse fruttato da
subito 20 miliardi di euro, allora il governo avrebbe dovuto onorare
l’impegno preso solennemente con gli elettori: restituire ai contribuenti
onesti, attraverso significative riduzioni di aliquote (e senza trucchi
sulle basi imponibili), il gettito recuperato dai contribuenti disonesti.
Una simile misura avrebbe evitato di soffocare l’economia in nome della
«lotta all’evasione fiscale».
Nessuno si sente
sicuro
Ma c’è anche un terzo segnale
negativo che getta una luce inquietante sull’anno appena
trascorso. Fra il 2006 e il 2007 il grado di insicurezza dei
cittadini è cresciuto non solo sul versante dell’economia,
ma anche su quello dei rapporti sociali. Certo, il ceto politico
si fa in quattro per dimostrare agli elettori che la percezione
di insicurezza è, appunto, una percezione. Ma gli stessi
dati ufficiali mostrano con una certa crudezza che – purtroppo
– le percezioni dei cittadini hanno solide radici nella realtà.
Nella sezione del Rapporto dedicata ai problemi della sicurezza, abbiamo
mostrato che l’indulto, fortemente voluto da tutte le forze politiche
(eccetto Lega, An e Italia dei Valori), pare aver determinato un’impressionante
crescita dei delitti, sostenuta da un significativo apporto degli
immigrati. Questo provvedimento, caparbiamente difeso da Prodi e dai
politici dell’Unione anche per ragioni ideologiche (Bertinotti è
arrivato ad affermare che esso aveva «un valore pedagogico»),
ha creato un vero e proprio baratro fra il governo e l’opinione pubblica,
sempre più convinta della micidialità del triangolo indulto-criminalità-immigrazione.
L’emblema dei rifiuti in Campania
Naturalmente quel che è incredibile
non è che il provvedimento sia stato emanato (arrivati
a quel punto, era difficile agire diversamente), ma che il
nostro ceto politico – in questo campo come in mille altri: pensiamo
al problema rifiuti in Campania, con cui si è aperto emblematicamente
il 2008 – si mostri sempre così incapace di anticipazione.
I problemi sono noti da lungo tempo, se ne conoscono la gravità
e la tendenza al deterioramento, ma non si prende nessuna decisione
finché non esplodono. A quel punto si interviene semplicemente
perché non se ne può fare a meno, ma ovviamente qualsiasi
cosa si decida non può funzionare, perché il problema
è stato lasciato marcire troppo a lungo e ormai è
diventato ingestibile.
L’annoso problema delle carceri
Nel caso delle carceri il problema
esiste da diversi decenni, era tornato alla ribalta giusto
pochi anni fa (2003) con il cosiddetto indultino (che aveva
liberato una decina di migliaia di detenuti), è riesploso
nel 2006 perché nel frattempo quasi nulla era stato fatto per
risolvere i tre grandi problemi «a monte»: carceri
non degne di un Paese civile, numero di posti insufficiente, processi
troppo lenti. Ora la storia si ripete, con il governo che libera oltre
26mila detenuti, non riorganizza la giustizia, non avvia piani straordinari
(e accelerati) per la costruzione di nuove carceri e la ristrutturazione
di quelle vecchie, litiga disperatamente per mettere insieme un pacchetto
di misure per combattere l’illegalità. La gente, nel frattempo,
diventa sempre più diffidente nei confronti degli immigrati.
Luca Ricolfi
NOTICINA SU VISCO
Dalla “Stampa”, 3 marzo 2008. Secondo
il governo, “La pressione fiscale nel 2007, se si tiene
conto di alcuni aggiustamenti, è stata pari al 42,5%,
inferiore rispetto al 43,3% rilevato dall’Istat”.
È vero che i numeri dell’Istat,
come quelli del governo, dei giornali economici e di tutti
i grandi competenti, sono molto meno sicuri di ciò che
generalmente si crede. Si ha il diritto di sorridere di chi scrive
in assoluta serietà che, fra due anni, l’aumento
del prodotto interno lordo italiano sarà di x centesimi e,
come se non bastasse, di tot millesimi. Da rendere geloso Nostradamus.
Ma qui siamo in sede di consuntivo e non si può smentire l’Istat
a cuor leggero. Se quell’Istituto ha delle pecche, se i suoi dati
non sono del tutto affidabili, o bisognerebbe abolirlo (e perché
non si è fatto prima?) oppure bisognerebbe accettarne i dati
in silenzio come si è fatto per il passato. Perché
se non si contestano nell’anno x, e poi si contestano nell’anno x+1
o +2, è inevitabile il sospetto che si contestino solo i
dati che non piacciono, dopo avere accettato quelli che piacciono con
l’aria di dire: è sicuro, l’ha scritto l’Istat.
La smentita dei dati da parte del
viceministro Visco non prova affatto che l’Istat (il quale
ha riconfermato i propri dati) stavolta abbia sbagliato.
Prova soltanto che l’arroganza di quel ministro supera di parecchie
spanne quella di Capaneo.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-4 marzo 2008
IL COMUNISMO COME
NEVROSI
La nevrosi, secondo il grande dizionario
Webster, è “a mental and emotional disorder that affects
only part of the personality, [and] is accompanied by a less
distorted perception of reality than in psychosis”; “un disordine
mentale ed emozionale che riguarda solo una parte della personalità
ed è accompagnato da una percezione della realtà meno
distorta che nella psicosi”. Se si accetta questa definizione
si può dimostrare una tesi tanto semplice quanto allarmante:
il comunismo non è una teoria politica, è una nevrosi.
Per tutto il resto i comunisti sono persone normali, ma non per quanto
ha a che fare con la loro fede.
Per dimostrare questo assunto basterà
partire da un piccolo fatto di cronaca. Nel marzo del 2008
cinque uomini muoiono in un incidente sul lavoro: gli ultimi
quattro, a catena, per salvare il primo. I partiti che
si autodefiniscono comunisti strepitano e chiedono l’applicazione
di norme draconiane, a carico dei datori di lavoro. Esibiscono
una sacra indignazione, celebrano il valore della vita e
biasimano per chi pone il denaro al di sopra di tutto. L’atteggiamento
è quello di chi vorrebbe rizzare una forca in piazza ma
nel caso specifico è semplicemente assurdo: si sa infatti
che, fra gli uomini che sono morti, c’è il padrone dell’impresa.
Questi dunque ignorava talmente l’esistenza del pericolo, da esserne
morto lui stesso. Che cosa gli si può rimproverare? Il punto
è che i comunisti, dinanzi ad un fatto che abbia a che vedere
con le loro teorie, non hanno una serena e totale percezione della
realtà. Ne hanno solo una less distorted perception than
in psychosis.
Secondo esempio: in Palestina
i terroristi lanciano razzi sulla popolazione israeliana, cercando
di ammazzare civili, e questo non suscita proteste, da parte
dei comunisti. Poi l’esercito israeliano va a cercare i colpevoli
ed ecco il biasimo. A less distorted perception than in psychosis,
but a distorted perception.
La lista degli esempi potrebbe allungarsi
all’infinito, soprattutto se si pensa al passato. La Germania
Est costruisce un muro per impedire ai propri cittadini di
evadere (come si fa nelle prigioni) e i comunisti sostengono
che si vive meglio nella Germania Est che nella Germania Ovest.
Nella Russia Sovietica si era liberi di votare solo per chi diceva
il partito, in pubblico, e i comunisti dicevano che quelle elezioni
erano più libere di quelle occidentali. Da noi infatti vigeva
una finta libertà (quella di votare per chi si voleva)
e una finta democrazia (in cui però il popolo mandava a casa
i governanti), in Urss c’era la vera libertà. Mah.
Il Vietnam del Nord voleva invadere
il Vietnam del Sud? I comunisti, che in qualunque altro
caso si sarebbero stracciate le vesti parlando di guerra di
aggressione, dal momento che il Vietnam del Nord era comunista
chiamavano quella una guerra patriottica. Una guerra di liberazione.
Infatti alla fine il Vietnam del Sud fu liberato della sua indipendenza
e della sua relativa prosperità (non si moriva di fame, almeno).
Analogamente, le notizie dei massacri della Cambogia, le notizie
delle carestie provocate dalla folle politica di Mao, e tutte
quelle che riferivano dei disastri del comunismo, erano false.
Erano vere per chiunque altro, ma non per loro. Loro avevano una
distorted perception of reality.
Questa diagnosi a qualcosa serve.
Chi, per decenni, ha avuto polemiche con i comunisti, si
è sempre chiesto se fossero in malafede. Quale tarantola
li avesse morsi, perché potessero snocciolare a ciglio
asciutto certe enormità. Il punto di vista psichiatrico
chiarisce il problema: erano in buona fede. La loro malattia gli
impediva di guardare la realtà. Non la vedevano. Si meravigliavano
anzi che qualcuno gli parlasse di cose che a loro sembravano irreali.
La cosa è confermata ancora
dall’attualità. Da quando il Partito Democratico
ha deciso di condurre una campagna elettorale senza allearsi
con i comunisti, questi si sono di nuovo sentiti autorizzati a
dire come veramente la pensano, ed hanno cominciato a ridire enormità
mitologiche. Non cambieranno mai. Per esempio, sono convinti
che tutti sarebbero felici e prosperi se si tassassero molto di
più i ricchi. Tanto che c’è da pensare che se nell’Unione
Sovietica il popolo era misero e infelice è perché Lenin
e i suoi amici, imprudenti, avevano abolito i ricchi: sicché
non c’era più nessuno da tassare.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 4 marzo 200
APRIAMO
UNA PARENTE
«Vi chiedo di aver fiducia.
Non solo nella mia capacità di cambiare la politica americana.
Vi chiedo di aver fiducia in voi stessi». C'è
un po' di Barack Obama nel programma elettorale del Partito
democratico: «In Italia 2-3 mila imprese si sono ristrutturate
e ora si sono riproposte da leader nell'economia globale. Migliaia
di giovani calabresi hanno sfidato la mafia: "ora uccideteci
tutti". E sono italiani quegli imprenditori che in Sicilia rifiutano
di pagare il pizzo ed espellono dalle loro associazioni chi continua
a pagarlo».
E' vero, e un po' di ottimismo ci
vuole. Perché l'Italia ha potenzialità straoromarie
e non è ˜ come talvolta la descrive il centrodestra ˜
una società impaurita che deve difendersi alzando barriere
e cercando protezione nello Stato.
E tuttavia il programma del Pd ricorda
Obama anche nella sua vaghezza: ogni volta che affronta
un tema spinoso scivola via e passa ad altro. La parola «pensioni»
non appare mai, ma c'è un paragrafo un po' sibillino
su «politiche per l'invecchiamento attivo»:
è il linguaggio veltroniano per definire l'innalzamento dell'età
pensionistica?
Sulla giustizia si chiede maggior
severità delle pene. Bene, ma le carceri si avviano
a raggiungere la soglia dei 60 mila detenuti, a fronte dei
43 mila regolamentari: come fare non si dice. Per rendere più
efficienti i tribunali si propone di «monitorarli per fare
emergere le migliori pratiche»: non una parola sulla responsabilità
dei giudici e sull'autorità dei presidenti dei tribunali
e dei capi delle procure (il costo della partecipazione di Di
Pietro alle liste del Pd?).
Sulle banche si punta l'indice contro
le rendite di cui ancora godono: vuoi dire che il Pd sosterrà
la proposta del governatore della Banca d'Italia di non consentire
più che le banche posseggano fondi di investimento, oppure
si preferisce rimanere vaghi per non disturbare i banchieri?
«Ciascuna università
deve essere libera di assumere i propri docenti»: ottimo,
ma non si può fare senza abolire i concorsi e il valore
legale delle lauree. E' questo il progetto?
Si propone una legge annuale sulla
concorrenza, ma tra le molte liberalizzazioni citate non
compare il gas: solo una dimenticanza o timore dell'Eni? Sui
servizi pubblici locali si parla di gare e di mercato, ma non
una parola sulla proprietà delle aziende.
Sul metodo della concertazione tra
Stato e parti sociali si ammette (finalmente) che è
un modello da abbandonare e sostituire con la contrattazione
decentrata. Quando poi si dice che ciò richiede una riforma
delle regole di «rappresentanza delle forze sociali»,
fra le righe si capisce che ci si riferisce anche alla rappresentatività
dei sindacati: se è vero, non era meglio essere espliciti?
Si propone un salario minimo di «1.000 euro al mese»:
anche per un lavoratore part-time? E perché un disoccupato
disposto a lavorare per 900 euro al mese deve rimanere senza
lavoro?
Sui problemi del lavoro Walter Veltroni
ha perso una grande occasione: proporre di abolire lo Statuto
dei lavoratori (del 1970), tutto, non solo l'articolo 18,
e sostituirlo con regole moderne, a partire da un sistema generalizzato
di sussidi di disoccupazione. Tony Blair avrebbe avuto il coraggio
di farlo, e forse avrebbe vinto le elezioni.
Corriere della Sera del
4 marzo 2008, pag. 1 - di Francesco Giavazzi
LA
TRAGEDIA DI MOLFETTA
La tragedia di Molfetta ha indotto
i giornali di estrema sinistra a puntare ancora una volta
il dito accusatore contro i proprietari e i dirigenti di azienda
che, per massimizzare i loro introiti, trascurano la sicurezza
degli operatori. Ed a puntare il dito contro il governo che,
pur avendo votato una legge sulla sicurezza, ha ritardato fino ad
oggi a vararne i decreti attuativi. Infine in parecchi hanno chiesto
l’inasprimento delle pene per chi non attua tutte quelle misure che
renderebbero impossibile la morte di chi è andato a lavorare
per guadagnarsi il pane.
Belle parole, indubbiamente.
Peccato che non riguardino affatto la tragedia di Molfetta.
E peccato che, quand’anche tutte quelle misure che esse invocano
fossero già state attuate, non sarebbero servite ad
evitarla.
Secondo “Liberazione”, “L’Unità”,
“il manifesto” ecc. bisognerebbe stangare i datori di lavoro
che non proteggono adeguatamente la vita dei loro operai.
Ammende fino a quindicimila euro e mesi di arresto: ma noi andiamo
oltre e prevediamo la pena di morte. Questo servirebbe ad impedire
tragedie come quella di Molfetta? La risposta è no. È
facile dimostrarlo, basta dire che uno dei cinque uomini morti è
esattamente il proprietario e gestore della piccola impresa. Se
solo avesse saputo che penetrando in quella cisterna ci avrebbe rimesso
la vita (pena di morte), ci sarebbe mai entrato? Dunque non sapeva
certo quello che rischiavano i suoi operai. È stato per salvarli,
che è morto lui stesso. Che cosa si può chiedere di
più?
La tragedia di Molfetta non è
la tragedia dell’incuria del bieco padrone: è la
tragedia dell’ignoranza. Quei poveri lavoratori – e dicendo
lavoratori includiamo il padrone – sono morti perché non
hanno capito il rischio che correvano. È vero che bisognerebbe
essere rigorosi, nell’osservanza delle precauzioni, sui luoghi
di lavoro, ma le leggi dovrebbero essere meno mitologiche (quella
attuale prevede sicurezze di gran lunga maggiori di quelli che ciascuno
ha a casa sua) e più attuate. Se no rimangono sulla carta.
Queste sono le riflessioni che
nascono dai fatti. Per i giornali, soprattutto per quelli
di un’estrema sinistra che in questa campagna elettorale
è in perdita di velocità e in debito d’ossigeno,
tutto quello che c’è da fare è invece strepitare contro
il panciuto padrone che fuma il sigaro in casa sua, mandando
a morire i suoi operai. Anche se non ci risulta che il datore di
lavoro di Molfetta stia fumando, attualmente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 4 marzo 2008
Padre Pio: perché
disturbare un grande mistero?
E’ difficile esprimere sensazioni
su un posto da cui si manca da troppo tempo ed effettivamente
da pugliese è molto grave. Eppure a S. Giovanni Rotondo,
noto un incredibile sintesi di fede mistica, misteriosa ma grande
della gente, soprattutto della gente comune, del popolo del
luogo ed internazionale e di morbosità, di curiosità,
di commercio ed enfatizzazione che sono poi quello che Padre
Pio ha incontrato in tutta la sua vita, sfuggendogli. Perché
Padre Pio non è un fenomeno scientifico, ma per molti è
un miracolo ancora vivente che va ammirato e creduto oppure per
molti altri un mistero osannato con enfasi ma senza vera profondità.
Ed in questi giorni in cui la salma di Padre Pio è stata
inspiegabilmente sottratta al suo riposo nella silenziosa e raccolta
cripta della Chiesa di S. Maria delle Grazie (presumibilmente per
spostarla presto o tardi in quel moderno anfiteatro, altro esempio
di enfasi commerciale, costruito da Renzo Piano, personalmente troppo
sopravvalutato), si vedono gli stessi sentimenti. La frenesia dei frati,
l’incredibile sensazionalità della Chiesa che paradossalmente oggi
si affida ad uno dei suoi più discussi, sospetti e meno apprezzati
santi per cercare di creare un fulcro di fede, un punto di riferimento
per l’Italia e per il mondo, ormai assente da quel lontano 3 aprile del
2005, quando Giovanni Paolo II, lasciò il mondo…Tre anni dopo,
la Chiesa aspetta un nuovo miracolo: riprendere credibilità.
S. Giovanni Rotondo si prepara alla frotta enorme di un turismo mondiale
che ha visto alimentare una città di 7000 abitanti, facendola
arrivare a 25.000 residenti e ad una cifra di circa 3000 persone
al giorno: secondo luogo visitato al mondo dopo Lourdes, dove pure
viene adorata la più splendida delle espressione divine, la Madonna.
Turismo e curiosità, ma anche morbosità. Cosa potrà
dire quel corpo mostrato più di quanto non dica già la
fede antica e mistica di molti miracolati che credono di essere tali,
anche senza il beneplacito della Chiesa, di tanti vecchi che ricordano
prediche e confessioni con il Padre, di gente folgorata dal suo sguardo
pesante, penetrante, pur senza avergli mai parlato? Eppure chissà
perché, si sente la necessità di questa materialità
ed è la Chiesa in crisi, la prima a risentirne, oltre a molti fedeli,
in realtà non così fedeli, forse più curiosi oppure
semplicemente convinti che la fede debba essere per forza un fatto visivo,
come tutto è apparenza in questo periodo. E così via alla
fiera della visibilità, con autorità, tv, vip, tutto ciò
che Padre Pio disprezzava, diventa invece l’unica occasione di riscatto
di un popolo mondiale di cristiani e non, altrimenti smarrito e distratto.
San Giovanni Rotondo apre la bara di Padre Pio. Quel Padre che è
Santo, ma resta sempre Padre, diverrà da umile frate ad oggetto
di esposizione sacrale ma anche commerciale, fra i click dei cellulari e
le parole chissà quanto sincere di molta, troppa gente, da uomo che
voleva nascondere i suoi misteri, fastidiosi ed incomprensibili ad uomo
che deve essere per forza scoperto in tutto e per tutto. Ma è questa
la vera fede? E’ questo che vuole la Chiesa? “Beati quelli che pur non
avendo visto, crederanno…”.
Angelo M. Daddesio
Zeva adom
Allarme!
Allarme rosso!
Zeva adom...zeva
adom....zeva adom, in questi ultimi giorni la voce metallica
dell'altoparlante lo grida ininterrottamente mentre le
sirene suonano.
Zeva Adom e la
gente di tutto il sud di Israele incomincia a correre
verso i rifugi, sa di avere dai 10 ai 15 secondi per salvarsi.
Provate a correre contando fino a dieci e vediamo dove arrivate.
In 24 ore sono caduti
piu' di 100 kassam , in altre 12 ore altri 100.
Ashkelon che si trova a nord
di Sderot, sul mare, e' stata bombardata da decine
di missili Grad. Uno dei primi si e' conficcato nel cortile dell'Ospedale
Brazilai, ancora 5 metri ed era strage, altri sono finiti
su case, strade, provocando feriti e tanto panico.
A Sderot, Osher, otto anni,
ha una gamba di meno ed e' ancora in coma farmacologico,
un altro bambino , 7 anni, lo abbiamo visto che si guardava
il braccio e poi si e' messo a gridare "dove e' il mio braccio?
mamma mamma mamma dove e' il mio braccio".
Ronnie che studiava e su trovava
in pausa nel campus del College, e' stato centrato in
pieno.
Lascia quattro bambini.
Poi c'e' la follia provocata
dal panico, la gente che non riesce piu' a vivere,
i bambini che hanno paura di spostarsi da una stanza all'altra
di casa. Gli ospedali pieni di feriti nel corpo e nell'anima,
quante generazioni dovranno passare senza guerre e terrorismo
per guarirli e rendere normale la loro vita.
Loro, i palestinesi, vogliono
avere figli martiri.
Lo dicono, lo urlano in tutte
le salse, lo fanno dire a cartoni animati, a Micky Mouse,
a coniglietti, lo fanno cantare ai loro bambini gia' violentati
nel cuore dalle loro famiglie e da chi dovrebbe educarli.
"Ammazzeremo gli ebrei e li
mangeremo" dice una bella bambina alla TV palestinese.
"Ammazzeremo i danesi che hanno
insultato Maometto e li mangeremo", ripete tutta contenta.
Vogliono figli di odio, vogliono
figli terroristi, vogliono figli martiri assassini.
Noi no! Noi li vogliamo vivi
i nostri figli, li vogliamo belli, fiorenti, pieni di
gioia, di orgoglio, di amore. Noi non vogliamo martiri. Noi
non vogliamo guerre e sono 60 anni che ci obbligano a prendere
le armi per difenderci dalla loro maledetta violenza, dal veleno
del loro odio!
Due anni fa sono stati trascinati
via dalle loro case e dal paradiso che avevano creato
col loro lavoro 9000 ebrei, famiglie, bambini sradicati, trascinati
via nella speranza di avere la pace in Israele e questo
e' il risultato del loro sacrificio.
E adesso?
Adesso Israele, dopo decine
e decine di avvisi, ha mandato l'esercito a Gaza nel tentativo
di fermare i missili e...sapete cosa sta succedendo?
Indovinate.
Tutto il mondo e' in piedi
a protestare "basta... finitela...bastardi di ebrei....
guardate...ammazzate i bambini... tornate indietro e fatevi
bombardare ".
Si, proprio questo dicono le
brave persone dai loro salotti e che i palestinesi
abbiano ammesso che i bambini sono morti a causa di un kassam
che aveva sbagliato strada piombando su una casa palestinese,
non ha importanza. Nessuno lo ha capito.
Si, fino a ieri tutti
zitti, morti e feriti in Israele, panico tra la gente,
missili a diluvio e l'opinione pubblica dormiva tranquilla,
i media invece si preparavano zitti zitti quatti quatti
a imbrogliare i dormienti prevedendo che Israele non poteva
piu' rimandare l'attacco a Gaza.
Da ieri si sono svegliati tutti
ed e' incominciata la solita musica tradizionale degli
insulti, delle accuse, della demonizzazione. Si rincorrono
sul web, chi piu' ne ha piu' ne metta.
Si, si e' svegliata anche Condie
Rice e domani arriva a Gerusalemme.
Cosa ci vorra' dire?
Ricominceranno anche stavolta
i balletti come con la guerra in Libano?
Fermi, non sparate, ritiratevi,
bastardi cattivi, lasciate in pace Nasrallah.
Questa volta diranno:
Fermi, non sparate, ritiratevi,
bastardi cattivi, lasciate in pace hamas.
Dalema si sta gia' lustrando
i baffetti pensando alle brutte cose che dichiarera'
contro Israele e Vattimo?
L'esimio prof Vattimo che
accusa Israele di nazismo, che manda messaggi a un suo
collega ebreo salutandolo con un "sig heil". Che dira' Vattimo
adesso che Israele SI STA DIFENDENDO?
Un'amica sul mio blog ha suggerito
di raccogliere tutti i 7000 missili caduti su Israele
negli ultimi anni e di portarli davanti al Palazzo dell'ONU.
Faccio mia la sua proposta sperando possa essere raccolta e
attuata. Una bella montagna di missili davanti ai quali far sfilare
tutti i paesi membri mentre suona la sirena e quella voce metallica
registrata che grida "Zeva adom....zeva adom
...zeva adom...allarme rosso..."
ogni pochi secondi.
Mi piacerebbe vedere quanto
tempo resisterebbero i nervi dei membri delle Nazioni
Unite pur senza quei 10 secondi di corsa folle verso un rifugio,
pur senza il pericolo che il missile ti cada in testa o colpisca
i tuoi figli.
Signori del mondo, signori
giornalisti, signori politici in Europa e in USA lasciate
perdere, lasciateci stare, voi avreste resistito molto meno
di Israele, cercate di non insultarci troppo, provate, per una
volta,a capire che ci stiamo difendendo da gruppi di belve immonde
che hanno rifiutato terra e proposte di dialogo pur di avere
la soddisfazione di farci annegare nella disperazione.
Io spero che questa volta Israele
non si faccia fermare da nessuno di voi, burocrati
e ipocriti pacifisti.
Che Dio protegga i nostri ragazzi
che sono la' a rischiare la vita per salvare il
nostro Paese dalla barbarie del nemico.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com