ARCHIVIO MARZO 2008
14 maggio. Invasione di Israele
Si avvicina il giorno dell'Indipendenza  di Israele e i palestinesi stanno gia' cercando di rovinarci la festa, come e' loro abitudine e divertimento, come fanno da quando qualcuno ha pensato di inventarli per avvelenare ogni giorno della nostra vita in questo Paese.
Quale e' la loro ultima pensata? Far venire in Israele, per terra per cielo e per mare, milioni di palestinesi il 14 maggio, con valigie in mano , per prendere possesso delle "loro case".
Questo delirio non viene da Hamastan ma da Ramallah, da quell'Autorita' Palestinese con cui dovremmo decidere una pace, dei confini, due paesi per due popoli, e poi vivere senza piu' guerre e terrorismo gli uni accanto agli altri, finalmente, definitivamente e beatamente divisi!
Quando decideranno di piantarla con le provocazioni? quando decideranno di diventare una societa' civile di cui potersi fidare e con cui potersi confrontare? Quando diventeranno tanto maturi da condannare gli attentati fatti in Israele dai loro giovani fanatici votati alla morte?
L'ANP ha esaltato l'assassino della yeshiva'  di Gerusalemme, ha osannato  la sua bestialita', lo ha dichiarato martire, lo ha ufficialmente commemorato per aver voluto colpire il Popolo del Libro riuscendo ad ammazzare 8 ragazzi mentre studiavano le Scritture, prima di essere freddato lui stesso, la bestia.
Ogni volta cadono le braccia per lo sconforto nel vedere che  lo stesso governo di quello che e' rimasto dell'ANP, dopo il colpo di stato di hamas che in effetti  ha gia'  diviso in due un paese non ancora esistente, discuta con Israele il progetto di due popoli-due stati e contemporaneamente  esalti il terrorismo e inviti i palestinesi a invadere  Israele nel giorno in cui  celebra la propria indipendenza.
Come si puo' parlare di cose serie con questa gente?
Vogliono due stati palestinesi, uno nei territori che pretendono essere di loro appartenenza e uno in Israele che, se abitato da una maggioranza araba, diventerebbe "Israele che non c'e' piu'".
Tutta la storia dei palestinesi e' follia pura, una follia basata su una menzogna che sta tenendo in scacco il mondo da un secolo. La follia di inventare un popolo mai esistito prima, di considerarlo legittimo proprietario di terre mai state sue, di avergli permesso di assumere un'identita' mai avuta perche' i palestinesi, prima di diventare israeliani, erano gli ebrei. Le poche popolazioni arabe non avevano nomi specifici, erano arabi e basta, i piu' arrivati dai paesi arabi circostanti perche' l'Yishuv ebraico all'inizio del secolo scorso dava loro la possibilita' di lavorare, di curarsi, di curare il tracoma dei loro figli, la tubercolosi e la malaria.
Gli ebrei gli hanno dato lavoro, li hanno curati, gli hanno  costruito le scuole e si sono ritrovati sgozzati da gente che urlava che la terra era improvvisamente diventata sua, terra araba.
Fu a  questo punto della tragica storia che i soliti perfidi inglesi tradirono la dichiarazione Balfour del 1917 e la decisione della Lega delle nazioni del 1922 che assegnava agli ebrei le terre storicamente ebraiche del Mandato britannico, limitando l'immigrazione a 15.000 ebrei all'anno per cinque anni per poi bloccarla del tutto.
Fu cosi' che sempre i soliti inglesi nel 1922, aggiunsero all'ultimo momento una clausola, la numero 25,  alla dichiarazione Balfour in cui era scritto che le terre quasi del tutto disabitate  promesse agli ebrei, dovevano diventare Regno di Giordania per dare un trono agli Husseini dell'Arabia Saudita.
Di fatto questa fu la prima spartizione della terra che doveva andare agli ebrei.
La seconda avvenne nel 1947, quando le Nazioni Unite decisero di dividere ulteriormente il restante territorio del Mandato Britannico tra ebrei e arabi (non palestinesi perche' all'epoca non esisteva popolo  con questo nome).  
Gli arabi rifiutarono l'offerta semplicemente perche' non potevano accettare la bestemmia di  una nazione non araba in mezzo a loro.
Erano antisemiti, legati ideologicamente al nazismo.
Israele era, per loro, anatema.
Dopo il rifiuto ci fu l'invasione di Israele.
Israele vinse la guerra e vinse la vita.
La Giordania  si prese i territori di Giudea e Samaria, li annesse, se li tenne per 19 anni durante i quali nessun palestinese li pretese per creare uno stato.
Restarono per lo piu' disabitati ma in compenso i palestinesi continuarono a fare attentati terroristici contro Israele.
Nel 1967 Israele vinse un'altra guerra dichiarata dai paesi arabi, riconquisto' Giudea e Samaria  ricomponendo cosi' il territorio del  Mandato Britannico che doveva andare agli ebrei nel 1947, dopo il rifiuto arabo.
Questa e' storia , la storia che la creazione di un popolo palestinese trasformo' in tragedia negando a Israele il diritto di esistere e agli ebrei, ancora una volta, il diritto di vivere e dando origine a quella mostruosita' immensa  che sara' il terrorismo palestinese.
Dopo 60 anni di sangue e di proposte sempre rigettate dagli arabi, si arrivo' all'idea dei due popoli due stati nel tentativo di porre fine ai morti, al terrorismo, alle guerre contro Israele.
La base su cui si fonda il principio due popoli per due stati, significa che i palestinesi devono smetterla  di considerare anatema l'esistenza di uno stato ebraico in un area completamente arabo-islamica. Devono abbandonare l'idea, ormai secolare, di distruggerlo per sostituirlo con uno stato arabo-palestinese e devono capire che l'unica possibilita'  di sopravvivere  e' rassegnarsi ad esistere al di fuori dai confini di Israele che saranno decisi alla firma di un trattato di pace.
Finche' romperanno le scatole colla legge del ritorno non si arrivera' da nessuna parte perche' non esiste possibilita' che degli arabi tornino ad insediarsi in uno stato che non e' il loro per arrivare a distruggerlo dal di dentro, in base all'idea genocida di  "eliminare Israele dalla faccia della terra".
Questo fa pensare che l'ANP non sia altro che la maschera meno orrenda di  hamas, quindi un tranello per Israele che, se facesse la pace con Abu Mazen, poi si troverebbe ad avere ai propri confini due stati terroristi, uniti fraternamente nell'ennesimo tentativo di distruzione dell' odiata entita' sionista.
All'interno di Israele avremmo invece un milioncino di arabi , piu' un piccolo numero di ebrei folli e traditori,  sventolanti la bandiera palestinese.
Non ci credete?
E' impossibile che una democrazia permetta che della gente sventoli sul suo territorio le bandiere del nemico mortale?
E' possibile, e' possibile, purtroppo.
Tutto e' possibile in Israele dove democrazia significa non solo liberta', diritti e doveri ma anche   "cittadini arabi sputateci pure addosso e noi ci fustigheremo ogni mattina col gatto a nove code".
E' possibile ed e' accaduto ieri a Jaffo , un quartiere di Tel Aviv, Signori, nel cuore di Israele, a Tel Aviv, non a Tul Karem, a Jaffo di Tel Aviv dove vivono arabi ricchi e pasciuti proprietari di ristoranti e negozi sempre pieni di turisti.
E' successo che questi arabi ricchi e pasciuti, cittadini israeliani, abbiano fatto una grande manifestazione per il "giorno della terra" e tutti a sfilare, elegantemente vestiti, sventolando, IN ISRAELE, E LIBERAMENTE, la bandiera palestinese.
Gente maledetta, loro .
E noi che glielo permettiamo cosa siamo?
Noi che non li obblighiamo ad andarsene a Ramallah o a Gaza a calcioni nel sedere e che non gli chiediamo nemmeno di essere fedeli al paese di cui portano la cittadinanza,  cosa siamo  se non dei poveri idioti?
Questi ricchi e pasciuti arabi israeliani, vestiti Armani , coi Ray-ban  sul naso, andranno ad accogliere i loro fratelli il 14 maggio mentre noi cercheremo di festeggiare i 60 anni di Erez Israel e di essere contenti?
Ci avveleneranno anche quel giorno?
Sicuramente si, se noi gli permetteremo di farlo.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com 

MENTIRE DICENDO LA VERITÀ
Ansa, 31 marzo: “Dove sta scritto che il duello tv tra me e Berlusconi non si puo' fare per legge?, chiede il candidato del centrosinistra. Su questo tema Veltroni sostiene che Berlusconi dice cosa falsa”.
Questo si chiama "mentire dicendo la verità", o anche “fare lo scemo per non pagare il dazio”. In effetti è vero, il duello Berlusconi-Veltroni si può fare: solo che bisogna contemporaneamente permettere tutti gli altri incontri a due. Il calcolo combinatorio dice che, se tutti e quindici i candidati devono incontrare tutti, il totale è 105. Su uno siamo d’accordo, vediamo gli altri 104. La matematica non permette di barare, neanche ai buonisti di sinistra. Oppure il caro Walter spieghi agli altri tredici candidati come si aggira la legge n.28 del 22 febbraio 2000, voluta dal centro-sinistra e pomposamente denominata “par condicio”.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -31 marzo 2008


COMIK
Due note: leggo nel "Giornale" di ieri 29 marzo che i candidati premier sono quindici. In questo caso "i confronti" a due a due dovrebbero essere centocinque.

La seconda nota riguarda una dichiarazione di D'Alema che, durante una cena con degli amici, a Posillipo, ha detto (lo riferisce Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera): "Sapete che ho un'alta concezione di me".

La frase non è stata priva di conseguenze. Due dei presenti sono caduti dalla sedia, per lo stupore. E gli è ancora andata bene: perché altri tre sono rimasti  afasici per una settimana e per uno la prognosi è riservata.


IL CONFRONTO
Chi secondo i sondaggi è in vantaggio in una campagna elettorale tende a rifiutare il confronto diretto col principale competitore. Lo scopo è quello di non offrirgli la visibilità che dà il confronto stesso. Il Cavaliere infatti non lo concesse a Rutelli, nel 2001, e nel 2006 Prodi lo accettò con molta riluttanza. Non ricavandone nulla di buono, per altro.  Dunque l’attuale “cattiva volontà” di Berlusconi è fuori discussione.
Negli ultimi giorni Veltroni ha deciso di abbandonare il buonismo ed ha accusato Berlusconi di avere paura di incontrarlo. Questi – dichiarando che in televisione eventualmente lo straccerebbe – ha obiettato che la legge 22 febbraio 2000 n.28 rende questo confronto impossibile. La controparte gli ha risposto che è formalista, che si aggrappa a cavilli, che la par condicio è superabile: e alla fine rimane la curiosità di sapere quale sia effettivamente il punto di diritto.
La legge n. 28 del 22 febbraio 2000 è straordinariamente noiosa. Per la televisione si potrebbe riassumere in questo imperativo: tutti i candidati vanno posti nelle medesime condizioni. Purtroppo, riguardo ai “confronti”, è una completa delusione. Essi sono citati solo di passaggio, al punto tre dell’art.2. Eccolo: “È assicurata parità di condizioni nell'esposizione di opinioni e posizioni politiche nelle tribune politiche, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, nelle presentazioni in contraddittorio di programmi politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra trasmissione nella quale assuma carattere rilevante l'esposizione di opinioni e valutazioni politiche”. Nient’altro o quasi.
Non rimane che ragionare sui pochi elementi di cui si è in possesso.
In inglese, la parola corrispondente a “confronto”, sia nel senso di paragone che in quello di scontro, è “match”. Dunque esso dovrebbe essere fra due, due persone o due squadre. Diversamente, invece di match si tratterebbe di rissa. Nel caso specifico, se il “confronto” fosse fra tutti i candidati formalmente nelle medesime condizioni, vedremmo in televisione una dozzina di persone che potrebbero parlare per un dodicesimo del tempo ciascuna: e non avrebbero certo il modo di ribattere alle domande o alle provocazioni degli altri undici. La cosa si risolverebbe in una passerella in cui tutti risulterebbero sullo stesso piano: sia chi, come Silvio Berlusconi, è accreditato del 40% dei voti validi, sia Pinco Pallino, leader del Partito dei Mancini dai Capelli Rossi. I leader dei principali partiti non si presterebbero mai a qualcosa del genere.
Ma esiste anche un’impossibilità tecnica, al riguardo, assolutamente insuperabile. Mentre in passato i leader sono stati solo due (Occhetto-Berlusconi, Prodi-Berlusconi, Rutelli-Berlusconi, Prodi-Berlusconi), stavolta sono molti di più e questo ha delle conseguenze. Se i candidati sono quattro, i confronti salgono a sei, se sono otto a 28, se sono dodici a 66. Sessantasei puntate di Porta a Porta, a due la settimana, richiederebbero trentatrè settimane. Da sette ad otto mesi. È ovvio che siamo all’assurdo.
Oggi un confronto Veltroni-Berlusconi potrebbe aversi soltanto in patente violazione della legge sulla par condicio. Come privare infatti Casini dello scontro con Berlusconi, a cui terrebbe infinitamente? O Bertinotti dello scontro con Veltroni? E non c’è forse Ferrando che, da sinistra, sarebbe ben lieto di rinfacciare a Bertinotti, in tivù, il tradimento degli ideali? E forse che la Santanché non sarebbe lieta di fare altrettanto con Fini?
In passato Berlusconi ha forse avuto torto, dicendo no a Veltroni. Oggi ha sicuramente ragione. Si è comportato come quella donna frigida che prima diceva no con mille scuse, poi si sposò ed ebbe la regina delle giustificazioni: il dovere della fedeltà.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 29 marzo 2008

IL FISCO E LA POLITICA
Prodi, ancora pochi giorni prima che cadesse il governo, si vantava di avere “rimesso in piedi l’Italia”. Altri, come Padoa-Schioppa o Bersani, si vantavano di avere “riportato in ordine i conti pubblici”. Di fatto, persino il presidente della CEI definiva l’Italia “sfilacciata”, il mondo vedeva che Napoli annegava (e ancora annega) nei rifiuti,  e il nostro governo era definito dal Financial Times il peggiore d’Europa. Se l’avesse guardata meglio, Prodi avrebbe visto che l’Italia non era in piedi, era seduta. O forse in ginocchio. Ma ammettiamo che i conti siano stati messi in ordine e chiediamoci: come si è operato? con quali conseguenze?
Quando c’è uno sbilancio negativo, la correzione si può effettuare in due modi: se la congiuntura è favorevole, si lascia inalterata la pressione fiscale e si ottiene un gettito maggiore perché aumenta il prodotto interno lordo; se invece la congiuntura è sfavorevole e il pil rimane inalterato, si può solo aumentare la pressione fiscale. Nel primo caso, l’aumento del gettito è per così dire indolore: chi, in un periodo di ottimismo, cambia l’automobile, paga una bella somma come Iva ma è contento del veicolo nuovo. Nel secondo caso, il contribuente non solo si tiene la vecchia auto ma deve anche pagare di più in termini di imposte e tasse. Si immagini con quale gratitudine guarderà al governo.
L’Italia degli ultimi due anni ha avuto un incremento del pil tutt’altro che brillante. Se dunque c’è stato un aumento del gettito contributivo, è esclusivamente a causa di un aumento della pressione fiscale. Cosa del resto certificata dagli indicatori statistici. E allora bisogna porsi la domanda: era inevitabile, questo aumento della pressione? Perché, se si sbaglia momento, è come mettere a dieta un anoressico.
Di solito, i governi di destra sono rigoristi e i governi di sinistra lassisti. Tanto che qualcuno ha potuto dire che i governi di destra risparmiano quel denaro che poi la sinistra spende. Stavolta sembrerebbe che lo schema si debba invertire. Un governo di centro-sinistra avrebbe raddrizzato i conti, ricavandone una grande impopolarità, e un governo di centro-destra si troverebbe la strada spianata per governare facilmente. All’occasione diminuendo la pressione fiscale. Ma questa situazione, che ribalterebbe la leggendaria fortuna di Prodi come la altrettanto leggendaria sfiga di Berlusconi, è peggio che dubbia. Il governo è caduto ed oggi è chiaro che la sua eredità è tutt’altro che positiva. L’Italia è l’ultimo paese d’Europa per la crescita (secondo Bruxelles), l’inflazione supera il 4%, soprattutto per gli alimentari, e non si vede via d’uscita: il guaio sembra strutturale. Il centro-destra fa belle promesse ma, anche se vince le elezioni, c’è da temere che non potrà far molto. La nazione è economicamente malata e una fiscalità invadente ed oppressiva le ha solo assestato la botta finale.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


BETTINI HA TRE NARICI?
Dicono che Goffredo Bettini sia lo spin doctor, l’eminenza grigia, il suggeritore, il regista o comunque si voglia chiamare chi sta dietro qualcuno e lo fa parlare un po’ come un ventriloquo. Se così fosse, forse sarebbe bene che Veltroni ne facesse a meno. Ecco che cosa dice Bettini sul “Corriere”, intervistato da Maria Teresa Meli.
 “Dal 30 marzo installeremo 12 mila gazebo in tutta Italia e un milione di persone diventerà protagonista della svolta della campagna: un’arma in più che Berlusconi non ha”.  Un’arma che non ha o un’arma di cui ha già abusato? Bettini considera tutti gli italiani smemorati?
E prosegue: “Il Wall Street Journal lo ha detto meglio di come qualsiasi nostro militante o dirigente l’avrebbe potuto dire: Se torna Berlusconi è un disastro per gli italiani". Questo ricorda una barzelletta. Un giocatore di calcio protesta col guardalinee per le troppe decisioni avverse e quello gli risponde: “Se continui a protestare la prossima volta che giocherete contro di noi te la farò vedere io”. Se il Wall Street Journal “lo ha detto meglio di qualsiasi nostro militante”, significa che è più partigiano di qualsiasi militante. La prossima volta che giocherete contro di noi
L’intervistato afferma poi: “È impensabile che si possa ancora credere alla sua [di Berlusconi] girandola di bugie come la storia della cordata per salvare Alitalia”. Una bugia è tale quando acclarata. Bettini è sicuro che quella cordata non ci sarà? Scalfari è sicuro del contrario e comunque con quale coraggio si può dare del bugiardo a qualcuno senza averne la prova, anzi, senza avere la possibilità della prova, prima che sia passato il tempo necessario per conoscere la verità?
“E che dire del contratto con gli italiani, che ha completamente disatteso nonostante l’affermazione che non si sarebbe mai ricandidato se avesse mancato alla promessa fatta?” Bettini farebbe bene a mettersi d’accordo con Ricolfi, commentatore e tecnico di sinistra, il quale accredita Berlusconi di un adempimento al 65%, mentre per altri istituti si arriva all’85%. Egli dimentica soprattutto che per gli italiani un politico che realizza metà delle sue promesse è già un’eccezione. Perché non prova a rivedere le bucce e le percentuali di realizzazione di Prodi?
Poi si passa al problema della gioventù. Berlusconi sarebbe vecchio mentre “Veltroni rappresenta questa boccata d’ossigeno verso il futuro”. Cioè sarebbe il nuovo. Anche se fa politica da quando aveva i calzoni corti mentre fino al 1993 Berlusconi ha fatto solo l’imprenditore. Quindici anni contro trentacinque o giù di lì. Ma si pretende che la leggenda prevalga sui fatti.
C’è poi anche la battuta sul numero di candidature: “Per carità, non voglio dire nulla di provocatorio, ma ho scoperto che il solo che ha avuto il coraggio o la sfrontatezza di candidarsi per cinque volte è stato Jean Marie Le Pen».  Nulla di provocatorio, solo il coraggio di dire una scemenza. Perché in questo caso il più virtuoso fra Le Pen, Berlusconi e Stalin sarebbe proprio quest’ultimo, che non si è candidato neppure una volta, in libere elezioni.

“Anche Prodi non è giovanissimo, obietta l’intervistatrice.  «Prodi ha avuto l’intelligenza e la prontezza di favorire il ricambio e sta dando, con i suoi ministri, una lezione di stile per la sobrietà con cui sta seguendo e aiutando la campagna elettorale». Traduzione nota a tutti: Prodi è stato gentilmente - ed anche non gentilmente - pregato di non mettere la sua faccia nella campagna elettorale. Per non peggiorare le proporzioni della prevista sconfitta. Gli articoli sull’ “oscuramento” di Prodi non si contano e Bettini ha la faccia tosta di parlare di lezione di stile? Ancora ieri il Corriere dava conto dell’allarme del Partito Democratico alla notizia che Prodi intende partecipare in Piazza del Popolo alla manifestazione conclusiva della campagna elettorale, accanto a Veltroni. Ma Bettini i giornali li legge?
Poi si rimprovera a Berlusconi di non volere incontrare Veltroni a faccia a faccia, dimenticando che questo è praticamente impedito dalla legge. Per essa, o Berlusconi incontra tutti gli altri candidati alla Presidenza o viola proprio quella legge sulla par condicio che non avrebbe mai voluto e che Casini gli ha impedito di cassare. Oggi come oggi, se i candidati fossero nove, i confronti a due a due arriverebbero, salvo errori, a trentasei. Porta a Porta, di Vespa, dovrebbe andare in onda tutti i giorni dal 28 marzo al tre maggio. Ma Bettini la par condicio l’ha completamente dimentica e infatti dice: “fu lui [Berlusconi] a rifiutare l’incontro con Rutelli ma poi ha incalzato Prodi…” Dimenticando che in ambedue i casi i candidati per la Presidenza del Consiglio erano solo due.
Goffredo Bettini, mentre vanta la novità del Pd, dimostra che lui personalmente non è nuovo. È rimasto fermo allo stile del Pci.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27 marzo 2008


LA QUESTIONE ALITALIA
Quando si tratta di centinaia di aerei, di migliaia di dipendenti, di miliardi di euro - e di sindacati capaci di fare danni incalcolabili - vederci chiaro non è impresa difficile: è impossibile. Tuttavia anche un professore di geologia assolutamente incapace di scalare l’Everest rimane in grado di vedere quanto è alto. Cioè di valutarlo nelle sue linee generali. E sull’Alitalia si possono allineare i seguenti fattori:
1) da anni la Compagnia perde soldi (molti) invece di guadagnarne;
2) questo stabile dissesto tecnicamente si chiama fallimento. Si noti che il fallimento è una situazione giuridica “dichiarata” dal Tribunale e “dichiarata” significa soltanto che è stata accertata come fatto economico (sulla base dell’insolvenza). Dunque, economicamente, l’Alitalia è fallita. Giuridicamente no perché ha continuato a pagare i suoi debiti (coi soldi dei contribuenti) e per questo non s’è avuta la “dichiarazione”: ma fallita è.
3) prima della dichiarazione un’impresa economicamente fallita può essere rilevata da un’altra impresa, se quest’ultima si sente in grado di raddrizzarne le sorti. Questo sarebbe il tentativo di Air France.
4) il governo italiano in passato ha cercato di dismettere l’Alitalia (di cui è il principale azionista) ma ha posto condizioni che hanno fatto fuggire tutti i possibili acquirenti. Infatti, se è impossibile raddrizzare un’impresa economicamente fallita, perché si vieta di risanarla, comprarla corrisponderebbe a caricarsi i suoi costanti deficit: e solo un pazzo (che poi fallirebbe a sua volta) potrebbe farlo.
5) malgrado ciò, stranamente, la trattativa è continuata e da un certo momento in poi è andata avanti solo con Air France e Air One. Air One è stata estromessa dal Consiglio di Stato ed ora è rimasta solo Air France . Questa società ha imposto condizioni draconiane (che si erano o no consentite alle imprese concorrenti? Punto interrogativo), da accettare subito, “prendere o lasciare”, entro il 31 marzo, ed in molti sono stati del parere che sarebbe stato bene accettare immediatamente: chi si libera del peso di un’impresa fallita fa comunque un notevole affare. Quanto meno non perde altro denaro.
A questo punto dell’analisi bisogna fermarsi e fare una pausa per riflettere, riprendendo dal punto due. Se l’Alitalia è fallita, perché mai Air France accetta che gliela regalino? Forse perché le sono state offerte possibilità economiche nuove, per esempio un bel numero di licenziamenti? Ma se (punto tre) è possibile raddrizzare le sorti economiche dell’Alitalia, perché mai dovrebbe farlo l’Air France e non lo stesso governo italiano? Perché mai i francesi dovrebbero essere in grado di fare una cosa impossibile, se è impossibile, o perché mai gli italiani non dovrebbero essere in grado di fare una cosa possibile, se è possibile?
Qualcuno potrebbe dire che la differenza è questa: che Air France potrebbe affrontare a muso duro i sindacati, i problemi di Malpensa e chiunque si pari sul suo cammino. Ma se così fosse non sarebbero loro ad essere capaci di fare l’impossibile, sarebbe il governo italiano incapace di fare il possibile, cioè di governare. Senza dire che mal si comprende come mai Air France potrebbe fidarsi dei sindacati italiani. Se poi questi si mettessero ad organizzare scioperi micidiali dopo essersi impegnati a non proclamarne, che cosa farebbe, Spinetta, li sculaccerebbe? Tutto questo non che essere chiaro, è fumoso e ambiguo.

6) A questo punto scende in lizza Berlusconi e dice: organizzo una cordata italiana per rilevare Alitalia. E tutti abbiamo fatto un salto sulla sedia. Ma come, non si erano ritirati tutti? E non è intervenuto un giudicato che ha lasciato in campo solo Air France e il Tesoro, senza possibili concorrenti? Come potrebbe una cordata entrare in una trattativa in cui i possibili contraenti  per legge sono solo quei due? E soprattutto, se tutti i concorrenti si erano ritirati a causa di condizioni erano inaccettabili, e l’Alitalia è tecnicamente fallita, come mai, vedendo il pericolo di altri concorrenti, Air France si ammorbidisce, rinuncia alle sue improrogabili scadenze, apre ai sindacati, dice che “nessuno sarà lasciato a terra”? Questo significa alcune cose. In primo luogo, che il giudicato della massima giustizia amministrativa italiana non vale un fico secco; poi che l’interesse della Compagnia francese è ben più forte di ciò che ci si era fatto credere. Infine che l’Alitalia è più appetibile di quanto si dicesse. Diversamente, perché mai Air France farebbe delle condizioni migliori di quelle che prima aveva detto costituissereo l’ultima spiaggia? Qualcuno, o molti, qui non dicono la verità. C’è una forte puzza di bruciato.
7) Veltroni ed altri, a questo punto, dicono: “non c’è nessuna cordata. E se c’è, si faccia avanti entro quarantott’ore”. Ed anche questo è discutibile. Innanzi tutto, Veltroni, Berlusconi e tutti gli altri dovrebbero spiegare come si passa sopra al giudicato del Consiglio di Stato. Poi, se Air France ci ha messo settimane e mesi, a fare la sua ultima proposta (per giunta da accettare o rifiutare a tamburo battente), perché mai la possibile cordata dovrebbe essere capace di fare in quarantott’ore ciò che altri hanno fatto in parecchi mesi?
8) Ma non basta. Se si vuole realizzare una due diligence, cioè un esame approfondito dei conti e della situazione economica dell’Alitaia, non è forse segno che non si crede a quella su cui si basa l’offerta di Air France? E che cosa si sospetta, dunque, che il governo italiano abbia accettato, per favorire la Compagnia francese, una sottovalutazione dell’Alitalia? Andiamo bene!
In conclusione, può darsi che la mossa di Berlusconi sia stata una follia basata sul nulla, ma una cosa è certa: ha fatto scoppiare le pretese certezze riguardanti il valore del giudicato nel nostro Paese e soprattutto ha fatto dubitare di tre cose: dell’effettiva situazione dell’Alitalia, dell’accettabilità dell’offerta di Air France e della correttezza del governo italiano.
Prodi decisamente non è fortunato, quando si tratta di vendere beni dello Stato.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -27 marzo 2008

MADRE A QUINDICI ANNI
Gli inglesi definiscono double standard l’uso di due metri diversi per un fatto unico, secondo la conclusione cui si vuole giungere. La cronaca offre oggi un eccellente esempio di questo malvezzo.

Una ragazzina di quindici anni è rimasta incinta di un giovane albanese e, contro il parere dei genitori, si è rifiutata di abortire. Si è addirittura rivolta ad un avvocato e, benché avesse già partorito  e dato in adozione un bambino due anni fa (quando era quattordicenne), i media si sono schierati con lei “per la vita” , “per il bambino”, “per il desiderio di maternità” e ovviamente contro i genitori dal cuore di pietra. Alla fine l’amore ha vinto: applausi.


Ma forse quei genitori non sono gli unici ad avere un cuore di pietra. Il problema che si può porre è: una qualunque giovane di tredici-diciotto anni ha il diritto di avere un figlio? La risposta ovvia è sì. Essa urta tuttavia contro l’attuale struttura della società e contro il buon senso dei Romani. Questi maestri del diritto ritenevano infatti che la piena capacità di agire, oltre che con la maggiore età, si acquistasse col matrimonio. Era come se dicessero: “Se ti senti maturo per assumerti le responsabilità di una nuova famiglia, sei tu stesso che ti autoproclami maggiorenne. Dunque da questo momento la società non ti farà sconti e ti considererà responsabile come un adulto”. Nel caso della ragazzina, l’errore non consiste nel volere il bambino, consiste nel voler rimanere minorenne per tutto il resto. Non si può dire: “Voglio il mio bambino ma i miei genitori devono continuare a nutrirmi ed alloggiarmi“. Non si può dire: “Voglio il mio bambino ma i miei genitori devono accudirlo insieme con me, spendendo tutto il denaro che sarà necessario spendere”. È questo che è sbagliato.

Se la società contemporanea ha tanto scoraggiato la procreazione precoce è perché gli attuali minorenni – anche se sessualmente maturi - non sono in grado di mantenere né se stessi né i propri figli. Chi pretende contemporaneamente la posizione di figlio/a e quella di padre o madre è come qualcuno che volesse vivere in linea con la società primitiva per quanto riguarda la fisiologia (la maggior parte delle “bambine” sono mestruate a dodici-tredici anni) e in linea con la società moderna per quanto riguarda la dilatazione di quell’artificiale periodo che chiamiamo “adolescenza”. Infatti presso i primitivi si passa direttamente dalla fanciullezza all’età adulta in base ad una cerimonia ufficiale, che dura un solo giorno. L’adolescenza non esiste. Lì una ragazzina di tredici anni ha veramente il diritto di essere madre. Perché si sposa ma lascia i genitori e va a fare la madre di famiglia con le sue sole forze. Volerlo invece fare nella società occidentale è tanto assurdo quanto voler fare andare un’automobile a biada: bisogna scegliere se ci si vuole muovere in auto o a cavallo.

 Sembra ragionevole che alle ragazze giovanissime che rimangono incinte i genitori abbiano il diritto di dire: “Se reclami i tuoi diritti naturali, abbi pure tuo figlio: ma vai a vivere per i fatti tuoi. Se invece vuoi appartenere alla società contemporanea, abortisci, torna a scuola e stai più attenta in futuro”. Questi genitori infatti non starebbero decidendo della vita della figlia, ma della propria, e nell’episodio narrato non sono i genitori cattivi che hanno voluto imporre qualcosa alla giovane, è lei che fa pagare ai suoi genitori il prezzo delle proprie contraddizioni. Con un classico double standard.

Ma sappiamo benissimo che questo discorso non sarà seguito da applausi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27 marzo 2008


LA FUGA DI ALLAM
Che cos’è Magdi Allam? Un deluso dall’Islam che ha trovato nel Cristianesimo la pace esteriore oltre a quella inferiore oppure un cristiano che ha rinnegato la sua precedente fede, sperando che nel Cristianesimo non ci siano quegli stessi bivi, quelle stesse incoerenze che a volte mostra l’Islam nella sua versione moderata o radicale? C’è chi ha osannato la scelta di Allam come “scelta coraggiosa”, una “scelta personale, risultato di un cammino interiore intenso ed importante”. Non lo mettiamo in dubbio, ma se così fosse stato, la scelta sarebbe dovuta rimanere privata, silenziosa ed invece è stata eclatante, suggellata dalla consegna dei crismi da parte della massima Autorità della Chiesa Cristiana Cattolica ovvero il Papa, annunciata sui giornali come un gesto di sfida contro tanto radicalismo pseudo-islamico che lo ha costretto a vivere sotto scorta ed accompagnata da una sorta di rancore verso quell’Islam dalle note violente e dal rimpianto che la sua ricerca verso l’Islam moderato non lo ha portato a nulla. Insomma Magdi Allam ha voluto che si parlasse di sé e della sua scelta privata e che si ponesse il caso di una rivalutazione cristiana e di un decadimento islamico. Il percorso verso il Cristianesimo iniziato da Allam è irto di contraddizioni e difficoltà. Sfatiamo un tabù. Allam non è stato coraggioso...tutt’altro. Ha preferito condannare la sua religione e quindi lasciarla piuttosto che trovare in essa lo spirito per combattere, per sconfiggere la deriva estremista del suo credo e di chi lo professa, insomma ha rinunciato a combattere dall’interno per accusare dall’esterno. Forse Gesù Cristo, Dio fattosi uomo, è sceso sulla terra, per cambiare la legge? No, magari per cambiare gli uomini, lasciando ad ognuno la propria legge, ma aggiungendo qualcosa in più. E quando fu condannato, crocifisso da quello stesso popolo che lo aveva ascoltata e che era divenuto un popolo di discepoli, non penso bene di condannarli, ma si fece condannare, ma restò all’interno di loro per continuare a proclamare la sua verità. Certo Gesù Cristo è qualcosa di altro rispetto all’uomo imperfetto, ma è la dimostrazione che non si cambia per repulsione ma per scelta e questa scelta implica il perdono e non l’odio. Il perdono verso gli estremisti, verso i terroristi. E’ difficile, ma è l’essenza stessa del Cristianesimo. Trovo difficile pensare che non ci siano radici comuni fra le tre religioni monoteiste. Don Andrea Santoro in Turchia fondò la Finestra per il Medio Oriente, un punto di incontro fra cristiani, ebrei ed islamici, dimostrando quanto avessero in comune queste Fedi, quanta armonia, quante profezie, quanti messaggi, quante leggi. Oggi siamo al punto in cui il coraggio si misura con la sfida, la condanna, il gesto eclatante, magari velato di spiritualità solo perché c’è una Chiesa militante che si ostina ad annunciare la supremazia della Civiltà Occidentale e l’unicità della verità del Cristianesimo e delle sue radici. Tuttavia questa non è spiritualità, ma politica e perfino banalità. Come potrei essere banale nel dire che c’è stato e c’è tanto di violento in quelle ragioni ed azioni dettate dal Cristianesimo o dall’Ebraismo. E parafrasando l’augurio di Allam, spero che la pace regni nei cuori di tutti, di chi è soggiogato dalla paura ma anche di chi è soggiogato dall’odio che è un qualcosa di peggiore. Ma di fronte all’odio, scappare o cambiare il proprio credo, non significa cambiare il proprio destino, se c’è un Dio a deciderlo.

Angelo M. Daddesio

GIORNALISTI PRESUNTUOSI
I giornalisti, particolarmente quelli famosi, non raramente scrivono con l’aria di chi ha capacità di giudizio superiori a quelle di tutti i grandi della terra. Scalfari li guarda dall’alto in basso, come vivesse nell’Empireo. Barbara Spinelli non esita ad estendere il suo giudizio altezzoso a corrucciato a tutti, in Italia e in Europa. E mostra un antiamericanismo da ci-devant . Perfino Sergio Romano, che pure è più ragionevole di altri, ha spesso un atteggiamento sprezzante, in particolare dell’amministrazione Bush. Per Scalfari si può parlare di un avvitamento dell’io su se stesso, per la Spinelli si può parlare di un delirio pretesamene culturale, ma l’Ambasciatore appare sano di mente e dunque il suo difetto è imperdonabile. Anche quando il peccato sia veniale. L’episodio da cui si parte è infatti minimo.
Il mondo vive un momento di grave difficoltà economica e Romano, il 17 marzo 2008, dice che non c’è speranza di miglioramento, vista la “confusione e l'incertezza con cui le autorità degli Stati Uniti stanno affrontando la loro crisi”. Ora ammettiamo che nell’Amministrazione ci sia confusione; ammettiamo che ci sia incertezza e ci potremmo aggiungere che ci sia anche angoscia: ma Romano saprebbe uscire da questa confusione, saprebbe superare questa incertezza, saprebbe vincere questa angoscia? Che cosa lo rende sicuro che altri – o lui stesso - farebbero meglio della Federal Reserve Bank e di Ben S.Bernanke? Troppo spesso è come se l’Ambasciatore maneggiasse una matita blu. Ha l’aria del professore che quell’errore non l’avrebbe mai commesso e non è affatto così: alcuni problemi sono facili, altri difficili, ma alcuni sono addirittura insolubili.

In generale i governanti dei grandi paesi democratici sanno quello che fanno e le loro decisioni sono sostanzialmente collegiali e ben studiate. Possono sbagliare, certo, ma meritano comunque rispetto. Il governo italiano può agire in una maniera che non ci piace, ma è possibile che abbia un’idea diversa dalla nostra rispetto a ciò che è bene per la nazione. Riguardo ai governanti degli altri Paesi, poi, è il loro comportamento potrebbe non piacerci perché è nell’interesse della loro nazione e contro l’interesse della nostra.
Si direbbe che l’umanità non sappia che cedere a due errori contrapposti: o crede che se una cosa l’ha detta una persona importante è vera, oppure pensa che chiunque, per il solo fatto di essere al governo, sia un cretino o un delinquente. Che lo si dica in treno, o facendo la fila al supermercato, passi. Ma se lo si scrive con l’aria seria di chi la sa lunga, no.
Le lettere ai giornali rigurgitano di centinaia di proposte per risolvere ogni genere di problemi e si può star certi che la grande maggioranza di esse – forse tutte  - farebbe sorridere i competenti. In generale, le soluzioni “semplici” sono già state scartate. Del resto, perché mai una soluzione evidente e concreta dovrebbe essere trovata da uno che di solito si occupa di tutt’altro? Insomma, prima di dire ad un chirurgo “Forse farebbe bene a tagliare lì piuttosto che qui”, bisognerebbe pensarci tre volte. E poi star zitti.
Per tornare a Romano, che senso ha parlare di confusione ed incertezza, riguardo alla crisi economica americana? I dirigenti sono persone confuse e incompetenti? È come se l’Ambasciatore dicesse: “Sono nei guai perché non si sono rivolti a me”. Se invece lo stiamo calunniando ed egli intendeva dire che la situazione non presenta soluzioni facili (o forse non presenta affatto soluzioni), avrebbe dovuto dirlo con parole più rispettose.
Dovremmo tutti essere prudenti nel giudicare le grandi decisioni, le rivolte, le guerre. Solamente il tempo può dire che cosa è stato ben fatto e che cosa no. E a volte solamente la storia riesce a distinguere se la decisione che si è rivelata positiva o negativa sia stata ragionevole o stupida nel momento in cui fu presa. Dunque, perché buttarsi a tranciare giudizi prima, senza neppure avere i dati di cui dispongono i governi?
Il contemporaneo non può evitare di avere opinioni su ciò che avviene ma non deve dimenticare che può solo dire, senza disprezzo e senza irrisione, che probabilmente una cosa è giusta, probabilmente un’altra è sbagliata: sperando poi che la storia confermi il giudizio. Irridere invece chi ha preso decisioni importanti, guardare ai governanti dei vari paesi come ad adolescenti scervellati – come fanno i grandi giornalisti di cui si diceva – è sbagliato in sé e fastidioso per chi legge.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 marzo 2008


LAMENTO DEL NOTISTA POLITICO
Sono sempre stato grato a Gustave Flaubert d’avermi regalato un concetto: il “dovere dell’impersonalità”. Reagendo agli eccessi egolatrici del Romanticismo, il normanno stabilì come canone estetico che l’autore deve sparire dal suo testo. Si deve vedere Emma Bovary, si devono vedere suo marito e il mondo del loro villaggio, ma mai Flaubert. I fatti deve avere l’aria di narrarsi da sé e se c’è una paroletta che bisogna evitare con la massima cura è il pronome “io”.
Certo, questo non vale se si spedisce una lettera ad un amico. Qui si può, anzi si deve essere “personali”. Parlando ai lettori di questo blog come a degli amici, mi si perdonerà dunque se parlo in prima persona.
Sono stato invitato a scrivere su questo blog da Luigi Castaldi che, insieme a Carduccio Parizzi e Giulio Meotti, ne fu il fondatore. Quando questo è avvenuto io scrivevo di argomenti politici una volta su tre o una volta su quattro. Oggi gli argomenti politici sono invece nove su dieci se non di più. Come mai? È di tanto aumentata la mia passione politica? La risposta è no. E il fenomeno si può spiegare con un apologo.
C’era una volta una donna, di gradevole carattere e dalla conversazione interessante, che aveva un’irrefrenabile passione per il pianoforte. Aveva studiato per un numero infinito di ore ed era arrivata ad un livello di concertista. E tuttavia non era mai riuscita a divenire una nota artista perché chi avrebbe dovuto assumerla alla fine diceva invariabilmente di no. E non per motivi musicali. Il fatto è che la signora era barbuta. Aveva una bella barba fluente e nera. Il risultato era che tutti finivano col dirle che il suo vero posto era in un circo. Lì l’avrebbero assunta subito. Aveva la via spianata, l’applauso assicurato, era questo che il pubblico voleva da lei. Per il pianoforte c’erano altri.

È un po’ quello che è capitato a me. Sono arrivato a Capperi! perché a Luigi Castaldi (che ho “incontrato” prima di Carduccio) erano piaciuti dei pezzi miei di vario argomento, spesso di ambito sociologico, etico, storico. Ma ho presto visto che essi lasciavano tutti indifferenti. Al contrario, se qualche volta mi arrischiavo a scrivere di politica, fioccavano i commenti, le contestazioni ed anche gli insulti: segni anch’essi di vivo interesse. Alla fine mi è stato chiaro che il mio posto era il circo.
Non è che me ne lamenti. Mi dispiace tuttavia che il dialogo non si allarghi ad altri argomenti, con toni più amichevoli. Il mondo è grande. Gli uccelli cantano sui rami senza sapere nulla di Prodi o di Berlusconi, se è per questo neppure di Bush e Putin, e noi stiamo ad accapigliarci su Tizio che ha detto questo e Caio che gli ha risposto quello, e chi dei due è da buttare nella spazzatura.
La prima volta che sono stato in Germania in automobile la Seconda Guerra Mondiale non era finita da un’eternità e ricordo ancora come, passata la frontiera, mi stupissi assurdamente della natura verde e pacifica, del cielo azzurro, di quell’inverosimile pace agreste. Quegli alberi non sapevano nulla di Stalingrado, di Dresda, di Auschwitz. Quel placido sole mi diceva che il tempo tutto ricopre e tutto dimentica. Quanto ci hanno messo, le onde del Pacifico, a dimenticare la battaglia di Midway?
L’uomo non è fatto di memoria, di logica, di fredda analisi. La sua sostanza è il calore del suo sangue, la pressione delle sue emozioni, l’urgenza delle sue passioni. Se dunque gli si parla del riscatto della donna, e lui non è una donna, porgerà un orecchio distratto. Se gli si parla delle crociate, dirà in cuor suo che sono cose stravecchie, che non interessano più nessuno. Arriva addirittura a credere che ciò che valeva per Pericle o per Federico di Svevia non valga per noi, quasi che anche l’umanità sia differente. Viceversa, se sì o no si debba consentire la pillola RU486, se il signor Pappalardi sia innocente o colpevole, e soprattutto se si debba andare in pensione ad una data età o due anni più tardi, questo sì muove il mondo. Chi vuol essere ascoltato deve parlare di queste cose.
E allora così sia.
Lasciatemi tuttavia dire tutto il mio rimpianto per il fatto che io non riesca a parlare più distesamente e – direi – più affettuosamente con molti di voi. Fra dieci anni non ci sarò più io, fra venti o trenta non ci sarete più voi, il tempo ricoprirà le nostre vite come le onde hanno ricoperto le portaerei giapponesi affondate a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.
Lasciatemi tuttavia dire tutto il mio rimpianto per non aver potuto parlare più distesamente e – direi – più affettuosamente con molti di voi. Fra dieci anni non ci sarò più io, fra venti o trenta non ci sarete più voi, il tempo ricoprirà le nostre vite come le onde hanno ricoperto le portaerei giapponesi affondate a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 marzo 2008


IL FUTURO DEL PDL
Silvio Berlusconi, come tutti,  non è eterno. Potrebbe avere un infarto domattina come potrebbe fare politica ben oltre gli ottant’anni: nessuno ha dimenticato Adenauer che a novant’anni era ancora leader dell’Unione Cristiano-Democratica tedesca. Ma un giorno anche lui morirà e dunque certi calcoli è bene farli.
Indubbiamente, Berlusconi è un fuori classe. La politica italiana ruota intorno a lui dall’autunno del 1993. Ha vinto ed ha perso, ma persino quando ha perso è rimasto al centro dell’arena. È stato battuto da gente che voleva il potere ma voleva soprattutto toglierlo a lui: ed era questo il centro del programma. Una volta l’Italia si è divisa fra guelfi e ghibellini, ora, da tre lustri, si divide in berlusconiani e antiberlusconiani. Tolto questo nocciolo di aggregazione, che ne sarebbe del centro-destra?
Una coalizione berlusconiana senza Berlusconi sembra un controsenso: tuttavia c’è un detto crudele secondo cui “i cimiteri sono pieni di persone insostituibili”. Si tratta dunque di decidere se Berlusconi è il capo di un esercito da lui creato o se ha trovato un esercito che andava cercando un capo. In altri termini, se il centro-destra ha creato Berlusconi o se Berlusconi ha creato il centro-destra. A questo genere di interrogativo ciascuno può rispondere a suo modo e quella che segue è solo una possibile interpretazione.
Nessun leader religioso potrebbe mai fondare una nuova fede se il suo messaggio non trovasse corrispondenza nei desideri e nelle convinzioni di molte persone. Nessuno può creare un movimento di massa se non ne esistono i presupposti. Per quanto un uomo politico sia capace di fare proselitismo, è necessario che il suo messaggio cada su un terreno pronto a riceverlo. E quel terreno non deve già appartenere a qualcun altro. Se il capo della Dc, nel 1993, fosse stato ancora De Gasperi, Berlusconi avrebbe continuato a fare l’imprenditore.
Nel 1994, il terreno nel quale Berlusconi ha gettato il suo seme è stato l’anticomunismo. Nessuno sventolava quella bandiera, dimenticando che per cinquant’anni gli italiani si erano divisi in comunisti e anticomunisti, tanto che perfino quando con Fanfani si è attuato il centro-sinistra, si è potuto farlo perché si distingueva accuratamente tra il Psi e l’estrema sinistra.
In quel momento invece, con la liquefazione della Dc, il campo di gioco era rimasto senza una delle due squadre. C’era il Pci riverniciato di Occhetto e nessuno dall’altra parte. Ma questo non significava che fossero spariti i milioni di italiani che per una vita avevano costituito una diga contro i comunisti. Ed ecco la grande intuizione di Berlusconi: non serviva a niente aspettarsi qualcosa da politici demotivati, scoraggiati, screditati; bisognava rivolgersi direttamente agli italiani. Bastava porre una semplice domanda: volete lasciarli vincere? Ecco il genio. Dove gli altri vedono un cumulo di rovine, il genio vede cantieri edili, grandi immobili in costruzione, nuovi quartieri. Forza Italia.
Ora ci si chiede che cosa rimarrebbe di tutto questo se venisse a mancare proprio Berlusconi. La risposta è duplice: da un lato mancherebbe il fondatore, il centro, il punto di riferimento. L’anima stessa di questo movimento. Dall’altro non sparirebbero i milioni di persone che hanno votato per Berlusconi. Per non parlare delle migliaia e migliaia di persone che hanno avuto un assessorato, una sindacatura, uno scranno di onorevole o di senatore seguendo il Cavaliere. Non tutto dunque rimarrebbe come prima, ma non tutto sparirebbe come per magia. In questi quattordici anni si è coagulato un partito e una rete di interessi che molti tenderebbero a proteggere e conservare.
L’elemento centrale del problema è tuttavia temporale. Se Berlusconi morisse durante una campagna elettorale, questo fatto avrebbe grande influenza sul risultato delle elezioni. Come l’ebbe a suo tempo la morte di Berlinguer: anche se è difficile dire se, questa volta, sarebbe in senso positivo o negativo. Se viceversa il Cavaliere sparisse dalla scena nel momento centrale della legislatura, l’Italia avrebbe il tempo di metabolizzare il cambiamento di scenario. Le successive elezioni si svolgerebbero in un ambiente comunque stabilizzato.
L’ultimo elemento riguarda la leadership. È vero, un grande capo non si sostituisce facilmente. Tuttavia, per sapere se lo si può sostituire, bisogna aspettare il responso della storia. Di solito il successore non vale il predecessore ma non molti si sarebbero aspettati che il figlio di Filippo il Macedone potesse essere chiamato Alessandro Magno. Anche di Cesare si poteva pensare che non potesse essere seguito da qualcuno degno di stargli a pari, e tuttavia Augusto, almeno come politico, è stato anche più abile. Per quanto riguarda Berlusconi, innanzi tutto siamo ad un livello più basso, rispetto a questi giganti della storia; poi non si tratta di creare imperi e sopravvivere a momenti tempestosi, si tratta di guidare un partito. Infine non sappiamo quale livello di leadership saprebbero esercitare persone come Gianfranco Fini, Giulio Tremonti o Antonio Martino. Spesso è quando sono all’opera che i protagonisti della storia rivelano la loro pochezza o la loro grandezza.
Se bisognasse augurarsi qualcosa, sarebbe che Berlusconi sappia un giorno organizzare la propria successione, avendo la mano felice come l’ebbe Francisco Franco con Juan Carlos di Borbone.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  marzo 2008

CONTRO IL TEMA
Veltroni ha affermato che i ragazzi a scuola non dovrebbero essere obbligati a svolgere temi in italiano, che ci sono altre forme di creatività, potrebbero “scrivere racconti” (come se fosse più facile che scrivere temi), esprimersi con una foto o un filmato. Poi, immaginiamo, una volta laureati, al concorso per professore di storia o a quello per la magistratura presenterebbero una bella foto del loro cane o un filmato delle loro vacanze alle Baleari. La verità è che, per il semplice fatto di avere passato qualche anno nelle aule, tutti si sentono autorizzati a parlare di scuola. Con i risultati che si vedono.
Tuttavia, dal momento che anche gli orologi fermi dicono la verità due volte al giorno, l’idea di abolire il tema non è sbagliata, anche se non lo si può certo sostituire con una fotografia. Il tema serve ad insegnare a scrivere, ed è questa una cosa che rimane sommamente difficile. Per riuscirci, bisogna conoscere l’ortografia. Bisogna avere precise nozioni sull’argomento. Bisogna essere in grado di organizzare le idee: tutte cose che gli alunni, soprattutto i più piccoli, non sono in grado di fare. Per questo da un lato gli argomenti suggeriti agli alunni sono di una banalità sconfortante, in modo da essere accessibili a tutti, dall’altro bisogna essere estremamente generosi, nel concedere la sufficienza: perché altrimenti bisognerebbe bocciare tutti o quasi.
Tutto questo è il frutto di un pregiudizio italiano: quello che il tema debba esprimere delle idee, per giunta personali. In realtà, il compito della scuola è quello di insegnare ad esprimere idee non necessariamente proprie, ma in modo corretto. E per questo l’esercizio ideale non è il tema. È inutile che i ragazzi si lambicchino il cervello più per sapere che cosa scrivere. Ciò che la scuola deve insegnare è piuttosto come scrivere: e per questo basta il riassunto, che per certi versi non è meno difficile.

Soprattutto con numero di parole predeterminato, per contrastare la prolissità, il riassunto è l’esercizio principe per imparare ad essere sintetici e ad esprimere concetti. Innanzi tutto, richiede la capacità di distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è: se si è fornito un testo di mille parole, e bisogna ridurle a cinquecento, l’alunno è chiamato ad eliminare una parola su due, e non sempre è facile. Fra l’altro si rischia, se si vogliono riportare frasi intere del testo di partenza, che esse non si raccordino o che si omettano dati importanti. Per riassumere bisogna padroneggiare il testo e la coscienza di avere un problema non di ideazione ma di espressione, sottolineerebbe, agli occhi del discente, il dovere della correttezza dello scritto.
Ciò che manca drammaticamente, nella scuola italiana, è la coscienza che scrivere non è un fatto artistico ma tecnico. Gli stessi professori non raramente fanno ridere i colleghi, se scrivono una nota sul registro, perché, essendo in quel momento in collera, non riescono ad essere chiari, sintetici e a non fare errori.
Per un alunno su diecimila che nella vita farà lo scrittore, ci sono tutti gli altri che si troveranno a scrivere referti medici, verbali di contravvenzione, sentenze, relazioni, perizie e via dicendo. Tutta una “letteratura” in cui non si richiede arte, ma chiarezza e correttezza.
In Italia, in una scuola in cui si è trattati come artisti in erba, non s’impara a scrivere in maniera decente. In molti concorsi parecchi concorrenti sono bocciati non per quello che scrivono ma per come lo scrivono. L’Italia è un paese in cui ben pochi distinguono l’accento acuto da quello grave, non tutti sanno che un po’ si scrive con l’apostrofo, che la data è “li 4 marzo” e non “lì 4 marzo”, e via dicendo. Siamo tutti troppo in alto per occuparci di queste piccole cose banali. O per scrivere a mano in maniera leggibile. Anche per questo esiste il burocratese: perché c’è gente che, non sapendo scrivere bene, nella sua incoscienza vorrebbe scrivere benissimo.
Viviamo in un paese snob, dal punto di vista scolastico. Cerchiamo di indossare un abito di cerimonia senza prima esserci lavati e rasati. Il risultato è la goffaggine di chi dimostra la propria ignoranza nel momento stesso in cui crede di fare bella figura.
Col tema si richiede di correre a chi non sa ancora camminare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - marzo 2008


INDRO MONTANELLI
Gli anni passano e si vedono alcuni nostri contemporanei divenire personaggi storici. De Gasperi oggi è un’icona anche per la sinistra, ma chi è vecchio ricorda che quella stessa sinistra allora lo insultava in maniera sanguinosa e lo minacciava di calci nel sedere con stivali chiodati. Chi a suo tempo dovette battagliare per difendere il Generale De Gaulle dall’infinita schiera dei suoi calunniatori rimane sorpreso nel vedere come oggi quello spilungone sia entrato nel Pantheon internazionale e non abbia più bisogno di difensori. Qualcosa di analogo avviene anche con Indro Montanelli. Prima di essere un nome nella storia del giornalismo, è stato una persona viva e tutt’altro che incontestata.
Una delle prime volte in cui lo notai fu quando, credo su “Epoca”, fu severo col Sud e si vide piovere addosso una valanga di critiche. Pure essendo meridionale pensai che quelle parole dure non erano per questo meno vere: ed era doveroso schierarsi con chi diceva la verità contro chi mentiva o credeva di salvarsi con la retorica.
Indro si faceva una bandiera dell’esser capace di andare, in nome della verità, contro tutti, magari da solo. Gli piaceva ripetere il detto: “la derrota es el blasón del alma bien nacida”, la sconfitta è il blasone dell’anima nobile. E forse per questo cominciò col mettersi nei guai quando, pur essendo fascista di cuore (come tutti i suoi coetanei), giovane inviato in Spagna descrisse una battaglia come era effettivamente andata e non come avrebbe amato raccontarla il regime. Il risultato fu che finì ad insegnare italiano in Estonia. In esilio, cioè. Col bel risultato di sentirsi poi chiamare fascista, per lunghi decenni, da tutta la stampa di sinistra.
Montanelli in realtà dai fascisti fu condannato a morte e qualcuno potrebbe pensare che almeno questo dovesse farlo assolvere da quell’accusa infamante. Ma no, non bastava. Aveva il torto inescusabile d’essere anticomunista e per giunta di dirlo ad alta voce. E dunque definitivamente “fascista” fu consacrato quando – supremo oltraggio – non solo lasciò il “Corriere della Sera” di Piero Ottone (divenuto ormai portavoce della gauche caviar, fiancheggiatrice del Pci) ma andò a fondare un quotidiano proprio per poter gridare alto e forte il proprio anticomunismo. Anatema!
 Il “Giornale” nacque perché si potesse dire la propria verità senza lasciarsi intimidire da nessuno. Senza alcun timore reverenziale nei confronti dei comunisti e dei loro infiniti dogmi. Se si doveva dire che nella Resistenza c’erano stati episodi di criminalità o di sadismo, in quel quotidiano non si esitava a scriverlo. Non come Giampaolo Pansa che queste cose le ha scritte, sì, ma decenni dopo: Montanelli le ha proclamate quando ancora circolavano per le città italiane praticamente tutti quelli che alla Resistenza avevano partecipato. E che sarebbero stati lieti di scopare le loro malefatte sotto il tappeto.
Fu in questo periodo che cominciai a leggere “il Giornale”.
Il primo numero neppure lo comprai, perché non compravo nessun quotidiano: ascoltavo la BBC, in inglese, come facevano gli italiani e i tedeschi durante la guerra. In Italia non c’era più da fidarsi di una stampa infeudata perfino alle fisime della sinistra. Solo quando andavo all’estero respiravo a pieni polmoni, come uno che avesse abbandonato un paese del socialismo reale.

La prima copia del “Giornale” la lessi dunque dopo averla raccolta da terra, per curiosità. E quel giornale mi sorprese al di là d’ogni dire. Era smilzo, composto di poche pagine, aveva articoli scritti con caratteri piuttosto grandi (per occupare più spazio), ma molte frasi scoppiavano come bombe, alle mie orecchie. Dunque cose del genere si potevano dire! Dunque era lecito dirsi anticomunisti! Dunque non ero l’unico a ricordare che l’Italia era stata liberata dagli Alleati, e non dai partigiani, non ero l’unico a sorridere dei “valori della Resistenza”, dal momento che quei valori erano i valori degli Alleati, non ero l’unico a tenere la testa fuori dall’acqua!
Da quel giorno comprai religiosamente quel quotidiano. E avevo la sensazione – condivisa dagli altri lettori – di far parte di una consorteria. Ci univa anche la sensazione che era pericoloso farsi vedere in giro con una copia di quel giornale. Tanto è vero che che spesso lo piegavamo in modo da nascondere la testata.
Montanelli in quegli anni fu un maestro di stile, di chiarezza di idee e di coraggio. E ovviamente ne fu ripagato dalle Brigate Rosse (non “sedicenti rosse”) con un azzoppamento. E il Corriere della Sera, per non dare risalto al fatto, toccò il vertice dell’ignominia cercando di mettere la sordina alla notizia.
La confraternita del Giornale ebbe il suo momento di gloria nel 1976 quando Montanelli, con un’espressione rimasta famosa, invitò tutti ad arginare il Pci con le parole: “Turatevi il naso e votate Dc”. Fu l’unica volta in cui votai anch’io per quel partito. E tutti avemmo la sensazione di avere salvato l’Italia. Dopo quelle elezioni, come se il sinistrismo avesse dato tutto quello che (di male) poteva dare, la marea cessò di essere in costante aumento. Fino agli esiti contemporanei, quasi patetici.
Un contatto così lungo con Montanelli è stato come frequentarlo personalmente. Era costretto a scrivere spesso e riandava ai suoi ricordi, ai suoi incontri, alle sue esperienze che finiva col comunicarci. E in molti quasi lo veneravamo. Tanto che una volta gli scrissi che lo consideravo un grand’uomo. Che bisognava che qualcuno glielo dicesse mentre era vivo, senza aspettare che gli si facesse un monumento da morto (come poi è avvenuto). Mi rispose per ringraziarmi.
Proprio perché aveva con i suoi lettori un rapporto particolare, un giorno Montanelli si credette in dovere di informarci di un cambiamento notevole, nella gestione del “Giornale”. Ci confessò che i debiti superavano i crediti e che avrebbe dovuto chiudere, se non avesse accettato l’aiuto disinteressato di un tale Silvio Berlusconi. Ma dovevamo stare tranquilli: né il quotidiano né lui stesso avrebbero accettato ordini da chicchessia. L’aiuto era solo finanziario. Non ci sarebbero state interferenze. Ovviamente molti lettori, gelosissimi dell’indipendenza dell’unico giornale in cui si riconoscevano, lo tempestarono di lettere preoccupate e per questo Indro non solo confermò sul momento che l’aiuto era disinteressato e provvidenziale, ma anche nei mesi e negli anni seguenti si prodigò in lodi di Berlusconi, della sua discrezione, del suo disinteresse: era indubbiamente il migliore degli editori.

Quando Berlusconi entrò in politica vedemmo all’improvviso nascere un nuovo Montanelli. Lasciò il Giornale, andò a fondare “la Voce” la cui unica e acida vocazione fu quella di dare addosso a Berlusconi: fece fiasco e dovette chiudere. Questo atteggiamento suscitò un’immensa sorpresa nei lettori storici del “Giornale”. Sia per tutto quello che Montanelli aveva detto, ripetute volte, nel corso degli anni, sia perché se veramente gli era stato richiesto che il “Giornale” adottasse una certa linea (cosa lecita, da parte dell’editore, cioè di chi ci mette i soldi), poteva andarsene senza sbattere la porta; sia infine perché non esitò ad intrupparsi col centro-sinistra, ad accettare – lui! - il sostegno dei comunisti.
La maggior parte dei suoi antichi estimatori, anche considerando che il “Giornale” senza Montanelli non era più il “Giornale”, non lo seguimmo. Decidemmo che il vero Montanelli era morto senza che ce ne accorgessimo. C’era solo una pallida imitazione, un vecchio che teneva aperto il dialogo con i lettori del Corriere. Triste tramonto.
Si cercava una spiegazione, si cercava di capire, ma non c’era verso. Bisognava solo rassegnarsi al fatto che quel grand’uomo rimaneva un uomo. Era il re della lucidità e della chiarezza, ma solo quando la sua emotività non era in gioco.
Personalmente una prima avvisaglia l’avevo avuta vedendo che i suoi più antichi ed intimi sodali avevano tendenza ad abbandonarlo, pur senza dare spiegazioni in pubblico. Che cosa faceva, per irritare a tal punto persone ragionevoli come Enzo Bettiza? Ma il sintomo più inquietante, anche se di infimo livello, lo identificai quando scrisse un editoriale dal titolo “Si”. Io rimasi interdetto. Si? Riflessivo? Impersonale? E che senso aveva? Si capì poi che Montanelli intendeva scrivere “Sì” (affermazione), che si scrive con l’accento, e decine e decine di lettori gli scrissero per farglielo notare. La cosa più semplice sarebbe stata dire che non ci aveva fatto caso. O che aveva sbagliato a battere un tasto: Montanelli cercò invece di arrampicarsi sugli specchi e di contestare l’ortografia italiana. Perdendo miseramente. Un campanello d’allarme.
In francese c’è un proverbio che dice: on ne peut pas être et avoir été, non si può essere ed essere stati. La posizione di massimo successo non è eterna. E tuttavia, chi Indro Montanelli l’ha seguito a lungo dimentica facilmente gli ultimi tempi. Così come ben pochi, studiando la vita di Napoleone, concentrano la loro attenzione sui sei anni di Sant'Elena.
Montanelli rimane un grand’uomo e l’Italia liberale gli deve molto. È per questo che non sarà mai dimenticato. Merita un monumento non solo in piazza, ma nei nostri cuori.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-  marzo 2008

Solidarieta' a Fiamma Nirenstein.
Miserevole, meschina, schifosa, vigliacca, perfetto esempio di propaganda neonazista la vignetta di Vauro sul Manifesto, altrimenti detto Nazifesto, del 15 marzo.
Appena vista mi ha assalito un'ondata di rabbia cosi' forte che avrei voluto averlo qui davanti a me l'autore di tanta schifezza, per guardarlo negli occhi e dirgli una sola parola "Auschwitz" perche' l'unico periodo della storia moderna in cui gli ebrei hanno dovuto portare sugli abiti la Stella di David e' stato quando venivano portati nei campi della morte.
Vauro ha ripetuto l'orrore raffigurando Fiamma Nierenstein con una Stella sul petto e vicino il fascio littorio per insultarla, delegittimarla, svergognarla a causa della sua candidatura nel Partito della liberta'.
Viva la democrazia comunista!
L'insu
lto, la vergogna, lo schifo vanno tutti rigettati sull'autore di simile obbrobrio e sul giornale che lo ha pubblicato, posso immaginare quanto avranno sghignazzato fra loro, questi paladini della liberta' e grandi difensori di terroristi.
Avranno riso , pacche sulle spalle del Vauro, sempre recidivo, sempre pronto a disegnare vignette antisemite che gli escono direttamente dal cuore. Sono sicura che non ha bisogno di pensarle, gli vengono spontanee, sono frutto del suo odio , figlio primogenito dell'ideologia cancerogena che anima questa gente che si dichiara di sinistra ma che e' erede diretta delle purghe, dei campi in Siberia, dei manicomi criminali dove venivano sbattuti i nemici del regime, in primis gli ebrei che, se non abiuravano fede e appartenenza, erano considerati nemici da eliminare, esseri spregevoli da ammazzare o da deportare ai confini piu' lontani dell'impero sovietico.
Come il nazismo, il comunismo si e' macchiato di orrori indescrivibili contro gli ebrei eppure, mentre oggi chi e' ancora fascista si deve , giustamente, vergognare, questi qua, questi sciacalli, questi vigliacchi, questi razzisti vanno in giro orgogliosi del loro essere comunisti, colla puzza, tanta puzza sotto il loro naso.
Questo Vauro che si e' sempre tanto divertito a disegnare infami porcherie contro gli ebrei e Israele , questa volta prende di mira la miglior giornalista italiana, la piu' preparata, la piu' coraggiosa perche' ha il fegato di mettersi contro quella fetta di italiani che, a pugno chiuso, gridano " A morte Israele".
Secondo me Vauro e' invidioso, secondo me avrebbero fatto carte false per avere una personalita' come la Nierenstein dalla loro parte senza rendersi conto che un ebreo orgoglioso di esserlo, un ebreo sionista, un ebreo che ama Israele , un ebreo che odia il terrorismo e le falsificazioni storiche che lo hanno fatto nascere e proliferare non potrebbe mai stare dalla loro parte.
Purtroppo gli italiani hanno la memoria corta, per quello che gli fa comodo, e quasi tutti, ahime' anche tanti ebrei, hanno dimenticato cosa ha fatto la sinistra contro Israele negli ultimi 40 anni. Quasi tutti hanno dimenticato la violenza, le calunnie gli insulti, le manifestazioni oceaniche contro Israele.
Ma io ricordo, caspita se ricordo!
Anni, anni, anni di rabbia, dolore, ribellione, anni di buio e di solitudine per difendere Israele!

Ricordo le prime pagine dei quotidiani dove la parole piu' gentile dedicata a Israele e agli ebrei era "Nazisti".
Ricordo l'adorazione per Arafat quando veniva in Italia e lo portavano in trionfo ad Assisi, santo tra i santi, mentre l'Italia e l'Europa subivano in silenzio il terrorismo dei suoi feddaiyn, mentre veniva assassinato Stefano Tache', mentre veniva assalita l'Achille Lauro e un ebreo anziano e in sedia a rotelle , Leon Klinghofer, veniva ammazzato come un cane e gettato in mare.
Ricordo quando i congressi nazionali della Federazione Italia-Israele dovevano essere protetti dalla polizia in arme e da agenti in borghese, ricordo che a Bergamo avevamo due ali di poliziotti armati intorno all'albergo perche' un emerito rifondarolo, deputato nel governo Prodi, aveva giurato che ci avrebbe assaliti insieme ai suoi seguaci.
Ricordo le minacce, le librerie date alle fiamme perche' avevano in vetrina libri su Israele, ricordo le telefonate anonime"schifosa sionista, creperai presto", ricordo il rifiuto dei governi italiani di ricevere ministri di Israele mentre Arafat la faceva da padrone all'interno delle nostre istituzioni con deputati e ministri che gli si inchinavano davanti sbavanti, per non parlare dei giornalisti.
Ricordo treni e pullmann a centinaia viaggiare verso Roma per la piu' grande delle manifestazioni contro Israele, al grido di "Israele, a morte" e ricordo l'espressione di un amico israeliano che non riusciva a capacirasi di essere considerato "IL MALE", come gli aveva gridato in faccia un manifestante.
Ricordo anni di solitudine, di abbandono , di disprezzo, di violenza verso chi si dichiarava orgogliosamente sionista.
Ricordo una mostra di fotografie di Israele a Brescia e la distruzione del locale, le foto a terra, il gallerista preso a pugni, sacchi di sterco gettati sul pavimento e le scritte "Morte a Israele- Palestina libera e rossa". Gli autori erano gli angioletti dei centri sociali.
Ricordo la disperata solitudine di Israele, paese reietto, paese paria, paese da odiare, di cui chiedere a gran voce la distruzione dando alle fiamme le sue bandiere.
Ricordo i cortei della famosa
Pantera , tutti belli inkefiati che passando davanti al Tempio Maggiore di Roma urlavano, stendendo il pugno chiuso, "A MORTE".
Ricordo La pipa di Luciano Lama, seduito da un codazzo di giovinastri urlanti, mentre faceva gettare una bara nera sulla scalinata del Tempio.
Pochi giorni dopo veniva rubata da un feddayin la vita di Stefanino Tache', due anni appena.
Ricordo Pertini che, davanti al nostro dolore e rabbia, disse "ma cosa vogliono questi ebrei!".
Ricordo il corteo coi kamikaze tenutosi a Roma nel 2002 mentre in Israele i genitori mandavano i loro figli a scuola in autobus diversi nella speranza di rivederne almeno uno vivo.
Ricordo tutti i sinistri che durante gli anni di guerra del terrore incominciata da Arafat nel 2000, non sapevano fare altro che demonizzare Israele e difendere i terroristi. Si , li ricordo i cosidetti pacifisti andare a manifestare con chi faceva saltare in Israele autobus, bar, pizzerie, teatri, scuole. Me li ricordo bene, in fila e commossi, andare a onorare Arafat al Mukata e baciargli la kefiah come a un santo e farsi sbavare la faccia dai suoi baci schifosi.
Non ricordo invece di aver mai visto un vigliacco comunista davanti ai cadaveri carbonizzati di bambini israeliani.
Ci sono ebrei che disapprovano la candidatura di Fiamma Nierenstein col centro destra? Certo, ma io a questi ebrei ciechi dico soltanto che negli anni del terrore, negli anni in cui avevamo paura di uscire per le strade di Israele, negli in cui la sinistra e il centro sinistra ci davano addosso, impietosi e incuranti, il governo di Berlusconi si e' schierato apertamente con Israele e con gli USA contro il terrorismo, contro quei figli di Allah assassini e maledetti di cui ha tanto parlato l'altra grande giornalista odiata dai sinistri , Oriana Fallaci.
Chi e' con Israele , in Italia deve avere la scorta.
Perche'?
Perche' Fiamma Nierenstein e Magdi Allam devono essere difesi in una democrazia occidentale?
Perche' Vauro e Michele Giorgio no?
Ve lo siete mai chiesto?
Concludo esprimendo tutto il mio disprezzo a Vauro e al suo giornale spazzatura.
A Fiamma Nirenstein vanno la mia solidarieta', la mia ammirazione e il mio affetto,in nome della civilta' della democrazia e della liberta' .
Deborah Fait da Israele! - www.informazionecorretta.com


ELOGIO DI ROMANO PRODI
Non è che sia vietato scrivere di persone per le quali si sente una forte antipatia: l’unico dovere è di manifestarla in anticipo. Nel caso di Romano Prodi i motivi per averlo in antipatia sono così numerosi che l’enumerazione risulterebbe stucchevole. Inoltre l’uomo oggi risulta talmente screditato che attaccarlo sarebbe come dargli il calcio dell’asino.  Per questo è una sfida più allettante vederne i meriti.
I contestatori di solito strizzano gli occhi per non vedere i lati positivi dei personaggi che non amano. E questo è intellettualmente scandaloso. Non si può negare – per dirne una – l’eccezionalità di un personaggio come Berlusconi: sconosciuto nell’estate 1993, Presidente del Consiglio un anno dopo. Nello stesso modo, non c’è ragione di negare l’eccezionalità di Prodi: senza mai essere stato un uomo di punta della Dc è stato più volte ministro e senza avere avuto un suo partito è stato due volte Presidente del Consiglio. Dinanzi ad un personaggio del genere, già solo per questo, c’è da cavarsi il cappello.

Naturalmente, ci sono i critici. Quelli che sottolineano in che modo, con quale carattere, con quali appigli è arrivato al potere. Ma sono obiezioni insulse. Se si guarda da vicino, qualunque carriera di grande successo ha le sue ombre. Prodi non è un santo. E non si è trovato a competere con santi.
Poi, è inevitabile che ci si chieda se ha governato bene o male: e qui il bilancio è pressoché unanimemente negativo. La prima volta non è riuscito a completare la legislatura, la seconda è durato pochissimo e per giunta ha lasciato un pessimo ricordo. Tant’è vero che il programma di Veltroni è alternativo a quello dell’Unione. Ma a sua scusante va subito detto che il Presidente del Consiglio ha ben pochi poteri: è solo un primus inter pares. E mentre si possono ascrivere alla sua coalizione i provvedimenti discutibili o i ritardi imperdonabili, a lui personalmente va accreditata un’infinita pazienza, un’infinita capacità di mediazione, un’infinita inventiva nel mettere d’accordo pecore e lupi. Qualcuno dirà che l’ha fatto per mantenere il potere, ma anche questa accusa è scioccamente malevola: è come accusare un benefattore di essere generoso perché ha un grande super io.
Il genio di Prodi è proprio questo: la capacità di navigare abilmente fra le personalità, anche quelle dell’establishment, sfruttandone gli interessi, i desideri e le debolezze. È capace di presentarsi a volta a volta come agnello sacrificale o come arrogante, come servitore o come padrone, come competente o come faccendiere, e riesce alla fine a prevalere anche su chi da prima l’ha preso sotto gamba.
In molti, per indicare il suo più grande merito, dicono “è riuscito a battere per due volte Berlusconi”: ma proprio questo è discutibile. Non perché, storicamente, la coalizione di centro-sinistra non abbia effettivamente vinto, nel 1996 e (per un pelo) nel 2006, ma perché in nessuno dei due casi ha vinto Prodi: ha vinto la coalizione. Per essere ancora più precisi: ha vinto l’antiberlusconismo. Non come oggi. Se nel 2008 vincesse il Pd, si potrebbe dire che Veltroni ha battuto Berlusconi perché non è l’intera sinistra che lo sostiene e perché Veltroni non si è fatto forte solo dell’antiberlusconismo. Prodi no, la sua abilità è consistita solo nel farsi mettere a capo della coalizione: poi non è stato un asset, un vantaggio, personalmente. Dal punto di vista della comunicazione Romano è un disastro. Invece di parlare farfuglia, è capace di straparlare di tasse (2006), ha un atteggiamento da prete subdolo, ecc. Quando ha vinto non ha vinto lui, così come, specularmente, in gennaio è caduto, non è caduto lui: è implosa la coalizione di cui era a capo. A lui personalmente bisognerebbe anzi rendere il merito di essere riuscito a farla durare venti mesi.
Un ultimo merito da rendere a Prodi riguarda il suo modo di uscire di scena. Durante questa campagna elettorale tutti i partiti di sinistra tendono ad apparire come partiti di opposizione. Opposizione a chi? A Prodi. Solo a Prodi: ed è cosa che potrebbe far rabbia al più mite degli uomini. E tuttavia Romano, una volta che ha capito che si intendeva metterlo da parte a titolo definitivo, orgoglioso e rancoroso com’è, non ha lo stesso fatto una piega. Avrebbe potuto divenire presenzialista, rivendicare i meriti (reali o immaginari) dei suoi quasi due anni di governo, mettersi al centro della scena e al contrario, nell’interesse dello stesso partito di cui è presidente, ha accettato di essere cancellato, rinnegato, psicoanaliticamente rimosso. È divenuto un’ombra. Un nonno. Uno che va in giro come un personaggio del passato remoto. Bisogna cavarsi il cappello, dinanzi a questo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 marzo 2008

16 APRILE 2008
Perché in quest’Italia in totale crisi di identità e di ideologie tanti sentono l’esigenza di ricordare quel 16 marzo del 1978? Si fermano, omaggiano, piangono perfino (come una ragazza fresca vincitrice del concorso nella polizia di stato). Tutti, dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio uscente, da altri membri del governo ai candidati del Comune di Roma, o ancora leader dell’opposizione e perfino Cossiga ormai falcidiato dalla malattia ed altri vecchi. Tutti meno uno, “un grande assente”. Perché? Per salute, per emozione, per senso dello Stato che è oggi come fu allora. O forse perché mai come quest’anno al cordoglio si è unita la reazione, si è levata la voce dei ritorni alla memoria, affinché chi ha sparato allora, spari bene davanti ai giudici e non solo davanti alle tv e chi siede a raccontare la storia d’Italia, parli con maggiore coscienza umana che non sia solo quella di Stato. Ecco, una domanda, secondo me importante, è che cosa ne è dell’uomo Moro, di quell’uomo praticamente accerchiato nelle correnti Dc, contestato come “uomo di sinistra”, chiaramente considerato il vero artefice di quella solidarietà nazionale che tanti aborrivano e volevano rovesciare, premendo su Zaccagnini. Non c’è l’uomo Moro. Da quel 16 marzo si parlò solo della salvezza della Repubblica, del bene supremo delle Istituzioni, della necessità che vincesse lo Stato. Dopo la sua morte, si parlò di come salvare la Dc, anche perché ormai la solidarietà nazionale fintata nei governi di fine anni Settanta era fallita di fatto ed impossibile per mancanza di uomini e per costrizione storica. Moro rapito era lo Stato, le Istituzioni, Moro morto è diventato lo sprono per la salvezza della Dc, il recupero delle forze per ciò che sarebbero stati gli anni Ottanta, dove comunque la Dc non riuscì più ad essere quella di De Gasperi o degli anni del Miracolo.
Moro è tornato Moro, cioè l’uomo Moro solo trent’anni dopo, con un libro-inchiesta di suo figlio, la ricerca di verità e memoria delle sue figlie, il desiderio di libertà e di sfogo di un uomo di quelle Istituzioni come Cossiga che ha deciso di dire qualcosa di più, secondo coscienza e la richiesta doverosa di riaprire gli archivi…Sapere se Moro parlava con le sue lettere, se decideva realmente nella stanza dei bottoni, se c’è stata solo l’Italia in quella tragedia, se ci sono state solo le Br o uno Stato malato. E’ impossibile ed inaccettabile che tutto sia semplicemente chiuso nel segreto dello Stato, nella salvezza dello Stato, costata litri di sangue umano. Bisogna sapere dove porta questo ronzio chiamato “Stato”, trent'anni dopo. Ma in tutto questo c’è sempre una chiave che manca ed un “grande assente”. Magari il portiere.

Angelo M .D'Addesio


QUANDO È MORTO IL COMUNISMO IN ITALIA?
Molti oggi si vedono rimproverare se parlano del comunismo come di qualcosa di attuale. “Non esiste più”, gli dicono. “Smettete di parlarne”. “Vedete comunisti dappertutto”. “Ma è una mania da curare, la vostra!” Ovviamente in questi casi uno avrebbe la tentazione di rispondere semplicemente citando l’esistenza di quelle centinaia di migliaia di italiani che si proclamano comunisti e che votano per due partiti che comunisti si definiscono anche col loro nome. Ma forse è solo un vezzo. Magari con “comunisti” intendono socialdemocratici. O fascisti. Chissà.
In Italia il grande partito comunista è forse morto, ma solo nel gennaio del 2008. Fino ad allora il comunismo è stato un fenomeno attuale e importante. Né è detto che oggi ne sia scomparsa la mentalità. Ma prendiamola un po’ alla larga.
In Gran Bretagna  il comunismo, come serio partito politico, non è mai esistito. Dunque non è potuto morire per l’eccellente ragione che non è mai nato. È vero che – fino all’arrivo della signora Thatcher – c’è stato un notevole “sinistrismo” e il Regno Unito ha rischiato il disastro. A Heath che chiedeva se dovesse governare il parlamento o i sindacati, gli inglesi hanno risposto “i sindacati”. Ma il paese è guarito così bene dalla follia di Scargill che anche i successori laburisti della Iron Lady non hanno cambiato nulla di sostanziale.
La Germania ha avuto un rapporto troppo drammatico e ravvicinato col comunismo (U.R.S.S. e DDR) per poterne seriamente subire la tentazione e la sua denazificazione è stata così profonda e ben digerita da condurre ad un completo ripudio del totalitarismo.

Rimangono Francia, Spagna e Portogallo. Questi paesi hanno subito profondamente il fascino del marxismo. La Francia per le sue origini rivoluzionare e giacobine, la Spagna e il Portogallo per la loro stanchezza di una Chiesa cattolica piuttosto invadente. La Francia tuttavia, anche se ha avuto a lungo il secondo partito comunista del mondo libero (dopo l’Italia), ha presto avuto l’intelligenza di far sì che il Partito Socialista stringesse quello comunista in un abbraccio mortale. Mitterrand lo ha esautorato e l’ha praticamente fatto sparire. La sinistra col senso del reale - dunque il socialismo - ha prevalso su quella estremista e pericolosa. Su un’ideologia capace di chiudere ambedue gli occhi sui risultati concreti della propria applicazione. Spagna e Portogallo – la prima anche a causa dell’esperienza della guerra civile – hanno presto superato la tentazione del comunismo. Per loro fa da decenni parte del passato. Insomma in tutti i paesi i comunisti o hanno veramente cessato di essere tali (rinnegando chiaramente sia la dottrina sia il loro personale passato), oppure sono scomparsi dalla scena.
Dappertutto ma non in Italia. Mentre i tedeschi hanno capito che l’opposto del nazismo non è il comunismo ma la democrazia, e che anzi il comunismo è omologo del nazismo, gli italiani hanno ingenuamente creduto che il contrario del Pnf fosse il Pci. Hanno sentito il bisogno di un partito forte - l’unico a loro parere capace di guarire i mali della Penisola – e sono dunque passati senza troppe difficoltà da un’ideologia salvifica ad un’altra. Aggirando la democrazia. In quanto totalitario e direttore delle coscienze, il Pnf fu un eccellente prodromo del comunismo. Tant’è vero che quelle che oggi sono chiamate “Regioni Rosse” durante il Ventennio furono fra le più fasciste. E lo stesso Mussolini era romagnolo.
In Italia il terreno è stato fertile, per il totalitarismo. A lungo si è avuto un livello culturale inferiore rispetto alla Francia, alla Germania e alla Gran Bretagna. Lo dicono le statistiche del passato sull’analfabetismo e ancora quelle attuali sul numero di giornali venduti. Inoltre, l’ignoranza dell’economia è diffusa anche ai più alti livelli. Tutto questo spalanca la porta all’utopismo. Infine l’Italia è un paese cattolico e non si può dimenticare che la Chiesa è più proclive a fare la carità ai poveri che ad insegnargli una tecnologia per uscire dalla povertà. La Chiesa disprezza l’economia, disprezza i ricchi e li considera tendenzialmente disonesti: è più facile che una gomena passi per la cruna di un ago che un ricco entri in paradiso. Per gli analfabeti italiani (anche con laurea) è dunque stato facile stabilire le equazioni: ricco uguale ladro; comunismo uguale uguaglianza; io divengo comunista, ti punisco e tu mi dai metà dei tuoi beni. Doppio vantaggio: morale ed economico.
Il comunismo è stato più forte in Italia che dovunque altrove. Inclusi i paesi del socialismo reale, dove l’esperienza concreta guariva da ogni illusione. Inoltre il marxismo da noi è stato forte anche perché non è tanto divenuto cultura comune (cosa che avrebbe richiesto persino nozioni di economia) quanto mentalità comune.
Un sommario manicheismo. E se un partito può morire o perdere le elezioni, non per questo cambia la mentalità dell’intero popolo che lo sostiene.
Gli italiani non capiscono di essere dei sognatori. Solo in questo paese un Luciano Lama ha potuto dire che “il salario è una variabile indipendente”, che è come dire che il volo di un Jumbo è indipendente dal funzionamento dei motori. Solo da noi si può sognare di proteggersi da un pericolo inesistente, quello delle centrali nucleari moderne, vietandole in Italia mentre proliferano ai nostri confini. Dimenticando che un inconveniente minore, anche avvenuto in Ucraina, ha conseguenze in Italia e figurarsi se avvenisse in Savoia, con i nostri venti prevalenti da ovest. Ma l’Italia è “denuclearizzata” e questo ci protegge. Perché la fede passa disinvoltamente sopra le smentite della realtà. Se Visco prevarica, è innocente. Manca il dolo, dice un giudice cremisi. Però se quello che ha fatto lui l’avesse fatto, per dire, Giulio Tremonti, la sinistra ne avrebbe chiesto l’impiccagione. E comunque le imputazioni per abuso d’ufficio, violenza privata e forse anche divieto di sosta e pesca di frodo non le avrebbe certo evitate. Berlusconi è stato a lungo processato (ed assolto) per avere evitato (su richiesta del Presidente del Consiglio) la svendita di favore di un bene dello Stato. Mentre nessuno ha mai disturbato colui che quella svendita ha cercato di realizzare, commettendo mille irregolarità. La mentalità comunista è tanto largamente diffusa, da non avere coscienza di sé.
L’Italia ha più di altri paesi la tendenza al sogno e mentre in tutto il mondo la più esiziale ideologia del Ventesimo Secolo ha avuto nel 1989 una botta mortale, da noi s’è continuato per parecchio tempo come prima. Il Pci s’è riverniciato in Pds e per il resto business as usual. Occhetto e tutti gli altri erano stati comunisti per decenni, non avevano mai rinnegato il comunismo, non ne avevano mai denunciato gli orrori, ma ora no, ora non erano più comunisti, dal momento che l’etichetta era cambiata. E invece conservavano perfino i vecchi vezzi: continuavano a vantare la loro superiorità antropologica; continuavano a gridare la loro diversità dai partiti borghesi; continuavano a demonizzare chiunque non fosse comunista. In realtà erano talmente figli del Pci da fare le scarpe ai socialisti, colpevoli di moderatismo.
Al riguardo c’è un particolare interessante, dal punto di vista psicoanalitico. Finché la Russia è stata sovietica, il Pci è arrivato ai contorcimenti più assurdi pur di darle ragione. Cosa che ha fatto anche a proposito del massacro dei rivoluzionari ungheresi o dell’invasione della pacifica Cecoslovacchi. Da quando il comunismo è caduto, invece, quelli che sono rimasti comunisti di cuore sono pieni di rancore verso quel grande paese che li ha traditi. Con tutta l’acrimonia dell’innamorata tradita, sono severissimi, lo disprezzano, ne denunciano le magagne e i difetti. A suo tempo dicevano che Stalin era un faro, per l’umanità, oggi dicono che Putin è un orrendo despota.
Forse il comunismo è finito due mesi fa, nel gennaio del 2008, come si diceva, perché è nato (se pure per la necessità di non divorziare dal potere nei secoli dei secoli) un Partito socialdemocratico che si permette di avere dei “nemici a sinistra”. Che finalmente sbarca i comunisti come nocivi. Ma gli uomini purtroppo sono gli stessi e conservano, salvo eccezioni, l’arroganza dei comunisti (D’Alema), la capacità di stravolgere le notizie (tecnica della disinformatsja) e tutto l’armamentario orwelliano. D’Azeglio disse: “L’Italia è fatta, ora van fatti gli italiani”. Oggi si può dire: “L’Italia si è liberata del comunismo. Ora deve liberarsi dei comunisti”.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  marzo 2008


L'industria palestinese della morte.
Finalmente un ambasciatore che non fa la bella statuina e risponde per le rime a un ex ministro degli esteri che continua a esternare stupidaggini su qualcosa di cui non ha mai capito niente.
Le  esternazioni di D'Alema riguardano come sempre hamas,  evidentemnente considerata un'organizzazione pacifista, e Israele, paese nei confronti del quale  non riesce a nascondere l'antipatia, a volte violenta, piu' spesso furbescamente e ipocritamente nascosta dietro quel sorrisino beffardo e di superiorita' che fa rabbrividire anche le mummie.

Dunque D'Alema dice per l'ennesima volta "Israele deve negoziare con hamas" e l'ambasciatore Gideon Meir gli risponde "negoziare con hamas significa negoziare sulla misura delle nostre bare".
"Non credo di aver detto nulla di scandaloso", ribatte , piccato,  Dalema  che continua a fingere di  non capire e che non ama essere ripreso dal rappresentante del Paese che considera emblema del male perche' si difende disperatamente dal terrorismo.
Israele dovrebbe negoziare con  un gruppo di terroristi che dalla sua fondazione non fa segreto dello scopo  della sua esistenza, distruggere Israele, e  lo scrive in modo molto chiaro sul documento di costituzione  dell'organizzazione?
Negoziare con chi da 8 anni bombarda il sud di Israele?
I negoziati si fanno tra paesi nemici che, pur odiandosi, si riconoscono l'un l'altro ma qui abbiamo un' organizzazione che , col terrore e le minacce, ha vinto delle elezioni burla prendendo possesso di Gaza, imprigionandone tutta la popolazione e ammazzando in una guerra civile piu' di 300 palestinesi di fazioni avverse, comprese donne e bambini.
Stiamo parlando, D'Alema, di una gruppo di terroristi che affama la sua gente per renderla  piu' feroce in modo da avere sempre carne da macello.
Con questi dovremmo negoziare, D'Alema? 
Con belve assetate di sangue  che riempiono i tetti delle loro case di vecchi, donne e bambini sperando che, qualche colpo di mortaio israeliano colpisca le case e ne  faccia strage?.
I palestinesi conoscono bene l'arte  della propaganda e sanno che basta poco perche' il mondo condanni severamente Israele senza chiedersi come mai intorno alle rampe di lancio dei terroristi giochino sempre  sciami di bambini.
Il mondo non si chiede neppure perche' le rampe siano sistemate nei cortili delle case private, non gliene potrebbe fregar di meno, la cosa importante e' urlare contro Israele quando risponde al lancio incessante dei missili.
Un parlamentare di hamas, Fathi Hammad, ha dichiarato due settimane fa  alla TV di Al Aqsa:
" I nemici di Allah non hanno ancora capito che i palestinesi hanno perfezionato un metodo di "cercatori di morte".
"Per il popolo palestinese, continua Hammad, la morte e' diventata un'industria in cui eccellono i vecchi e le donne coi loro figli.
Questo deriva dal fatto che abbiamo fatto scudi umani delle donne, dei bambini, degli anziani e dei mujahideen al fine di contrastare la macchina da guerra sionista.
Noi amiamo la morte come i nostri nemici amano la vita".

 
E Israele dovrebbe negoziare con questa gente?
E' vero che Fatah ha fatto e fa esattamente le stesse cose, Arafat e' stato uno dei piu' grandi  sponsor di scudi umani e il piu' grande assassino del suo popolo  ma, al momento Abu Mazen si sta dimostrando piu' malleabile al dialogo anche  perche' sa che solo Israele puo' salvargli la vita e la careghetta sotto al sedere.
Quello che piu' sconvolge non e' la barbarie palestinese cui siamo tristemente abituati , ma  il non poter capire come questa masnada di assassini  possa suscitare tanta simpatia in occidente.
Se una qualsiasi popolazione del mondo facesse una minima parte delle porcherie disumane  di cui si macchiano i palestinesi fino ad ammazzare i loro bambini pur di poter fare propaganda contro Israele, sarebbe relegata in men che non si dica fuori dalla sovieta' civile.
Perche' Amnesty International non si mette a urlare contro questa barbarie?
Si riempiono la bocca dei bambini soldato dell'Africa e non dicono una parola sui bambini palestinesi costretti a morire per ordine di chi dovrebbe proteggere la loro vita e  permettere loro di essere bambini non terroristi in erba o scudi umani. 
Quante generazioni dovranno passare, se un giorno ci sara' la pace, perche' i palestinesi si liberino del veleno della ferocia iniettato loro nel momento della nascita per poi esserne nutriti  per tutta la vita?
 
Massimo Dalema non capisce niente di tutto questo, lui li ama, lui ci odia.
Come odiano Israele tanti altri che in Italia non si sono ancora liberati l'anima dal virus antisemita,  sia esso di matrice fascista o comunista non ha nessuna importanza. C'e' , e' forte, e' tossico e non esiste vaccino.
L'odio e' contro l'idea dell'ebreo, contro la cultura, contro l'intelligenza ed e' per questo che la Santa Inquisizione bruciava i libri, e' per questo che Hitler bruciava i libri, e' per questo che gli ucraini complici dei nazisti toglievano gli occhi ai rabbini e poi li costringevano a ballare nudi prima di sparargli in pancia e farli morire lentamente.
Gli occhi, dentro ai quali c'e' la luce dell'anima, e' la prima cosa di cui li privavano.
E' per questo che gli arabi colpiscono spesso le sinagoghe o le scuole ammazzando chi vi sta dentro ed e' sempre per questo motivo che una settimana fa hanno voluto fare strage  dei ragazzi della Yeshiva' di Gerusalemme.
Hanno colpito una casa di studio, hanno voluto addormentare  per sempre il pensiero, la luce della mente e dell'intelligenza e dello spirito in otto giovani vite.
Loro, quelle belve prive di ogni sentimento umano che non sia l'odio.
Chi odia Israele non vede quello che avviene nel mondo, non gli interessa, morti, ingiustizie, distruzioni non li toccano.

Le monache e i monaci tibatani si sono ribellati all'occupazione cinese e la loro rivolta e' stata subito repressa. Lhasa e' diventata una citta' dove ieri  i carriarmati cinesi calpestavano il sangue di  morti e feriti, tutti disarmati.
" E' un macello" ha detto uno studente italiano in vacanza a Lhasa.
Tempo una settimana e nessuno ne parlera' piu' , come nessuno parla piu' dei monaci ammazzati in Birmania.
Il Vate Vattimo, i comunisti italiani, i diliberti, quei traditori disgustosi che si fanno chiamare "ebrei contro l'occupazione" , hanno protestato contro la Cina?
Hanno deciso di boicottare la Cina e le Olimpiadi?
No, naturalmente, non abbiamo letto nemmeno una parola, non hanno mai detto una sola parola contro la distruzione del Tibet e il genocidio della sua popolazione inerme.
Cosa gliene frega ai vigliacchi? La Cina non e' Israele, i cinesi non sono ebrei da condannare,  facciano quello che vogliono.
I Tibetani sono assassinati e tenuti in schiavitu' da piu' di mezzo secolo? E chi se ne frega, mica sono  palestinesi, mica sono terroristi, mica hanno il petrolio.
I tibetani sono gente pacifica che prega e soffre in silenzio e quando non ne puo' piu' e si ribella, nessuno li ascolta.
I tibetani sono soli, come sono soli altri popoli disperati, il mondo non ha tempo per loro, ha i palestinesi da mantenere e da coccolare.
 
I vigliacchi si battono contro le democrazie perche' sanno che nessun danno gliene verra' mai, i vigliacchi difendono i terroristi che hanno come controparte l'ebreo tra gli stati, quel Israele che loro odiano con tutta l'anima nera che hanno.
I vigliacchi non capiscono le democrazie, le usano per i loro scopi razzisti  e se la democrazia e' quella israeliana sbavano di odio e di rabbia e boicottano tutto, boicottano soprattutto  i libri, la cultura, la luce dell'intelligenza di cui essi sono privi.
Come i nazisti di un tempo amano distruggere, come i nazisti di un tempo vorrebbero vedere scomparire  gli ebrei di Israele nel fuoco del terrorismo arabo, forti della loro ignoranza della storia, completamente conquistati dalla violenza e dalla barbarie di chi vuole arrivare ad annientare Israele.
 
Buone Olimpiadi, vigliacchi!
 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com

TASSAZIONE OCCULTA E SILENZIOSA SUI PREMI di RISULTATO/OBIETTIVO/ PRODUTTIVITA’ EROGATI DALLE AZIENDE AI LAVORATORI NEL 2008 RELATIVI ALL’ ANNO 2007
I sindacati CGIL-CISL-UIL, in più occasioni hanno, sempre ribadito e sostenuto l' importanza dei contratti collettivi aziendali e territoriali di secondo livello per effetto, anche, dello sgravio contributivo e fiscale previsto sia per le aziende (20 % di contributi) che per i lavoratori (9,49% di contributi sociali).
Ebbene il Governo Prodi appena caduto dal 1° Gennaio 2008, nel più assoluto silenzio delle parti sociali, ha abrogato la norma che regolamentava il regime di decontribuzione dei "premi di risultato", prevista dal D.L. 67/97 legge 135/97 che, nei limiti del 3% della retribuzione annua del lavoratore, ne prevedeva l' esenzione per il dipendente e l' assoggettamento per il datore di lavoro al solo contributo di solidarietà del 10%.
Ma cosa ha significato questa ABROGAZIONE inserita nell' ultima Finanziaria a partire dal 1° Gennaio 2008 (legge 247/07)?
Per le aziende è voluto dire un aggravio di costi in quanto hanno dovuto ritornare a pagare i contributi ordinari (anziché il 10% di solidarietà il normale 30%) e i lavoratori il contributo FAP (pari al 9,49%) in più sul premio lordo ricevuto.
I due esempi di seguito specificati possono essere utili per far capire (sia ad un lavoratore che ad un semplice curioso di sapere) in SOLDONI cosa vuole tutto quanto sopra descritto:
1) un lavoratore che guadagna 25.000 euro lordi all’ anno e che doveva  ricevere un bonus di 2500 euro dalla sua azienda per l’ intero 2007, nella retribuzione di gennaio 2008 ha pagato ben 250 euro di tasse non previste oltre alla normale IRPEF e l’ azienda il doppio, cioè 500 euro imprevisti, di contributi. Totale 750 euro soffiati alle tasche dei lavoratori e delle aziende.
2) Un’ azienda con 100 dipendenti, che doveva erogare un bonus di 1000 euro ciascuno per l’ anno 2007, ha speso 20000 euro di contributi in più non previsti mentre ai 100 dipendenti sono arrivati nelle loro tasche 10000 euro in meno, ovvero 100 euro in meno a testa. Totale 30000 euro soffiati alle tasche dei lavoratori e delle aziende.
Complimenti! Ma questo punto la cosa più grave, oltre al provvedimento preso dell' ex Governo Prodi e dai suoi compagni Visco in primis e poi Padoa Schioppa, è l' atteggiamento silenzioso dei sindacati che hanno sottaciuto questa vergognosa nuova TASSA sui lavoratori dipendenti rendendosi, di fatto, NON più credibili, ipocriti nonchè COMPLICI dell' ennesimo colpo inferto ai nostri già tartassati stipendi.  Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge molti lavoratori dipendenti, soprattutto di aziende private, a votare per “l’ uomo di Arcore” piuttosto che per il PD di Prodi e Veltroni.
Il primo la norma l’ aveva mantenuta mentre i secondi l’ hanno abrogata. Il primo la vuole ripristinare mentre i secondi non ne parlano.
E poi si parla di intervenire a favore dei salari?
Qualcuno sta predicando bene, ma razzolando male. Oggi chi lavora non sempre è uno sprovveduto, soprattutto quando gli sfilano i soldi dalle tasche.
P.S.
Per conoscenza dei lettori questo tipo di contratto collettivo aziendale, denominato "premio di risultato", è così definito in quanto concorrono al suo raggiungimento tutti i lavoratori dipendenti i quali, alla fine, beneficiano di un bonus economico da parte dell’ azienda. E per essere così definiti  al fine di ottenere questa agevolazione fiscale prevista per legge, questi contratti devono ottemperare ai seguenti requisiti: essere sottoscritti da tutte le maestranze, dall’ Azienda, da almeno una organizzazione sindacale tra CGIL-CISL-UIL e depositato, con tanto di registrazione, direttamente all’ INPS territoriale di competenza.

Stefano Tanzi. lavoratore dipendente di azienda privata

IL VOTO CONTRO: UN FENOMENO DETERIORE?
La disistima della politica e dei politicanti è presente nella maggior parte della popolazione. Molti non votano a favore di un partito o di qualcuno quanto contro di loro. “Nessuno merita il mio voto, dice molta gente, ma pur di evitare che vada al potere quello lì, voterei pure per il diavolo”. O per l’acqua santa: opzione della quale beneficiò, per lunghi anni, la Democrazia Cristiana.
Si tratta di un fenomeno deteriore? La risposta potrebbe essere un rotondo no. In democrazia si vince ottenendo il consenso dei più. Per ottenerlo la via più semplice è quella di fare grandi promesse, prospettare soluzioni brillanti e definitive, accarezzare il popolo secondo il verso del pelo. Purtroppo, i sogni del popolo spesso non sono realistici e dunque o le promesse sono mancate. O, se si tenta di attuarle, si fa più male che bene. Le promesse del comunismo erano quanto di meglio si potesse immaginare, e persino quanto di più ragionevole. In un mondo abitato da angeli. Ma quando si è tentato di attuarle - si pensi al comunismo sovietico prima della Nuova Politica Economica - si sono provocati disastri inenarrabili. Da cui persino Lenin dovette arretrare.
Chi vota a favore crede a ciò che dicono i politici, chi vota contro non ci crede e si oppone a colui che, a suo parere, rischia di fare più danni. Il primo ascolta le promesse, il secondo è sensibile alle minacce. E poiché tutti i politici vorrebbero essere percepiti come fautori del bene, chi è percepito come una minaccia lo è suo malgrado: e dunque è più credibile.
C’è ad esempio un concetto che funziona benissimo, in tutte le campagne elettorali: la ridistribuzione della ricchezza. Il presupposto è che esista una montagna di beni che si sarebbe dovuto suddividere tra tutti i cittadini con criteri di giustizia ma questi criteri non sono stati applicati. Oggi c’è chi avrebbe diritto a qualcosa in più ed ha qualcosa in meno, mentre c’è qualcuno che ha qualcosa in più e dovrebbe avere di meno. La ridistribuzione rimetterebbe le cose a posto. Ma tutto quanto precede è pura mitologia. Non è mai esistita una montagna di beni da suddividere. La ricchezza non è “qualcosa che è lì” (come la terra nel Medio Evo), è qualcosa che si produce giorno per giorno, anzi, che ognuno produce per sé. Sulla base di doti naturali (la voce di Pavarotti, il genio calcistico di Totti), di una competenza acquisita con lo studio (il grande clinico ma anche il bravo idraulico), o di capacità imprenditoriali (Bill Gates). In generale con l’appetibilità del prodotto che si offre sul mercato. Non è strano che il manovale guadagni molto meno di Bill Gates: ha forse inventato la Microsoft?
La ridistribuzione della ricchezza è puramente e semplicemente la promessa di andare ad estorcere i soldi da chi se li è guadagnati per darli a chi non li ha e non se li è guadagnati. In una certa misura questa si chiama “solidarietà” (anche se la solidarietà dovrebbe essere qualcosa di volontario) ed è certo giusto che esista in una società moderna. In un’altra misura si chiama però “invidia” e rapina.
Chi promette la ridistribuzione della ricchezza ottiene il voto di chi, di riffa o di raffa, spera di ottenere qualcosa. Ma la promessa spaventa i molti che si immaginano nel numero di coloro ai quali il denaro sarebbe sottratto (aumento della tassazione). Con in più la coscienza che lo Stato, per dare dieci in più ai pensionati al minimo, preleva venti dai contribuenti: il resto si perde negli ingranaggi della macchina amministrativa e politica. Molti, scottati, sono contro ogni sorta di intervento dello Stato. Lo considerano nocivo già in linea di principio. E preferiscono votare per chi non fa promesse costose o mitologiche.
Questo spiega perché Berlusconi vinse nel 1994, pur essendo un illustre sconosciuto. Il campo era pressoché interamente occupato da Occhetto e dagli eredi del Partito Comunista e gli italiani votarono contro uno Stato che temevano rapace. Se Martinazzoli, invece di essere un ectoplasma politico, fosse stato un uomo energico, ed avesse sventolato la bandiera della Democrazia Cristiana, avrebbe vinto lui. Non fu la vittoria di Berlusconi, fu la sconfitta del comunismo.
Votare contro non è una cattiva politica. Chi pensa male di una certa parte politica ha più probabilità di azzeccarci di chi crede ai paradisi in terra.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it

GIORNALISMO "DEMOCRATICO"
È sintomatico come Pannella e Berlusconi siano pervenuti alla stessa conclusione riguardo il Partito democratico (Pd), denunciandone la doppiezza e l'inaffidabilità. Altrettanto sintomatico è che i media abbiano abilmente deformato le posizioni di entrambi, così da porre tanto Pannella che Berlusconi dalla parte del torto. Vediamo come.
Durante le trattative con il vice di Veltroni, Goffredo Bettini, ai radicali è stato assicurato che avrebbero avuto nove eletti in Parlamento. Quando, però, sono state rese note le candidature i radicali si sono resi conto che, attraverso il gioco del posizionamento in lista e della scelta delle circoscrizioni, gli eletti sicuri non erano più nove ma meno.
È a questo punto che Pannella ha avviato la sua protesta perché - come ha detto - pacta sunt serranda: i patti vanno rispettati. Il problema non era quindi nelle candidature, tanto è vero che comunque i radicali indicati in precedenza hanno comunque sottoscritto la dichiarazione di accettazione pur sapendo che alcuni di loro non saranno eletti.
Il problema sta nella doppiezza con cui il Partito democratico ha gestito l'incontro coi radicali. L'oggetto dell'accordo riguardava la garanzia della presenza alla Camera e al Senato di alcuni rappresentanti radicali: se si conviene insieme che saranno nove, in corso d'opera non possono diventare di meno. Se meno dovevano essere, allora il Partito democratico poteva dirlo dall'inizio. Invece, ingannevolmente ha fatto credere una cosa ma ne ha fatta poi un'altra, adottando lo stesso comportamento già manifestato per l'aumento del numero di donne: da un lato si proclama di voler incrementare la percentuale di donne in Parlamento, dall'altro le si candidano in maggior misura nelle posizioni basse delle liste così da evitarne l'elezione.
Uguale ambiguità del Partito democratico è stata denunciata da Berlusconi nel comizio al Palalido di Milano, quando ha evidenziato che una volta al governo il Partito democratico considera il proprio programma solo carta straccia, non rispettando nessuno degli impegni presi in campagna elettorale: proprio com'è successo nel 2006, quando annunciò di non aumentare le tasse sui redditi inferiori, per elevare gli importi (imponibili e addizionali) già a partire dai redditi sotto i 20.000 euro annui; oppure si negò la tassazione dei BOT per poi presentare progetti di legge in tal senso.
Cosa è avvenuto sui media? È avvenuto che la battaglia di Pannella è stata presentata soltanto come una pretesa per avere "posti" in più, anziché per il rispetto della parola data; mentre Berlusconi è stato ritratto come colui che disprezza gli avversari e straccia i loro programmi senza nemmeno leggerli. Un capolavoro di obiettività del nostro giornalismo "democratico", sempre attento alla verità dei fatti.

Lettere immaginarie / Il compagno Stalin al camerata Ciarrapico
Gentile camerata Ciarrapico. - Ma lei è proprio un sempliciotto! Ma dove vive! In quale paese crede di campare! Lasci che un vecchio volpone della causa bolscevica le riveli che lei è un candido angioletto. Un simpaticissimo allocco. Insomma un vero zuccone. Ma come! Proprio nella nazione che diede i natali a quella buffa scimmiottatura del fascismo in salsa rossa che fu appunto quello in salsa nera, lei osa dirsi tuttora fascista! Ma è mai possibile che lei non si sia ancora accorto che oggi, nella sua amabile Italia, anzi un po' dappertutto in Europa e nel mondo, benché sia ormai universalmente noto che il comunismo, nel corso dei molti decenni durante i quali, dovunque sia riuscito a conquistare il potere, ha potuto esprimere alla grande le sue strepitose virtù salvifiche portando quei paesi alla rovina, nonché processando fucilando imprigionando deportando calunniando e ostracizzando un numero di umani infinitamente superiore a quelli molestati dal fascismo, nessun comunista (vecchio o nuovo) si vergogna di dirsi tale, di confessare di esserlo stato, di vantarsi di esserlo rimasto, nonché di dichiarare con orgoglio di voler continuare a esserlo per tutta l'eternità, e questa sua pertinacia vi è non soltanto considerata legittima ma addirittura ammirevole, mentre dirsi, come ha fatto lei, anche soltanto un pochettino "fascista", è considerato tuttora il più abominevole dei crimini?

Caro camerata Ciarra, dia retta al vecchio Baffone: faccia subito pubblica ammenda del suo passato e del suo presente e si affretti a rifarsi un futuro iscrivendosi a uno dei tanti partiti che nel suo paese si sono impegnati nel rilancio della mia causa. Così passerà alla storia come l'ultimo fascista nero convertitosi - come fecero, saggiamente, tanti suoi vecchi camerati subito dopo la caduta del loro Duce - a quello rosso.

Un fraterno abbraccio dal suo affezionato Peppino

Roma, (Velino)

Veltroni sbaglia tutto con i cattolici perché non ha idee, ma solo un patchwork new age, rubacchiato qua e là
La vera ragione della crisi tra Veltroni e i vertici della Chiesa che in questi giorni aumenta di intensità, è ben più profonda e drammatica di quella emersa dopo la improvvida candidatura dei radicali e di Veronsei.

Il punto stridente è che Veltroni non ha idee, e non è una battuta. Non ha un anima, non una ideologia, non una dottrina, non un programma.

Veltroni è un patchwork, è un esponente tipico del relativismo new age: un pizzico di Kennedy, un pizzico di Havel, un pizzico di don Milani, un pizzico di Einaudi... Insomma, un caos tenuto insieme solo da quella formidabile spina dorsale che è il controllo della struttura culturale italiana che comprende tutto il giornalismo Rai e tutto il giornalismo della carta stamèata, oltre, naturalmente, tutto il mondo dell'editoria e del cinema (tranne marginali eccezioni).

L'egemonia culturale indiscussa di cui Veltroni gode, gli permette di coprire la vergogna del su essere letteralmente senza idee, ma non gli serve a nulla fronte dei prblemi concreti. Lo vedremo di qui a poco sulla scena internazionale (da cui non a caso si tiene ben lontano), lo si vede da subito a per come gestisce -a sproposito- i raporti con la Chiesa sui temi etici.

Stamane una intervista a Nicola la Torre al Corriere della Sera spiega perfettamente le ragioni di questa crisi: ''Abbiamo sbagliato a mollare i rapporti con la Chiesa in questi ultimi anni. Lo dimostra anche la vicenda del referendum sulla fecondazione assistita. Paradossalmente nel momento in cui abbiamo cercato un candidato premier cattolico per instaurare un rapporto con quel mondo, quel rapporto è diventato più difficile''. E' andata proprio così: D'Alema e Veltroni hanno pensato -da privi totalmente di idee di fondo quali sono- che bastava avere un premier cattolico e tutto andava a posto.

Al solito, un gioco di finta rappresentanza, di ruoli, di Palazzo.

Mai, mai, la nuova dirigenza del Pd si è posto il problema di avere un pensiero, una identità, una ricerca sui temi etici (fecondazione, aborto, eutanasia, Dico...). Mai D'Alema o men che meno Veltroni hanno avviato una riflessione collettiva, o hanno chiamato il loro enorme retrotera culturale a farla assieme a loro. Hanno sempre pensato che Prodi risolvesse il problema per loro e che la Chiesa si accontentasse di averlo premier (ulteriore prova della loro minima statura di leader)

Da qui lo straordinario vuoto d'idee, che ormai non copre più nessun gioco delle tre tavolette.

Veltroni non ha principi, non ha dottrine, non ha ideologie.

L'unica cosa che sa fare è la politica del bilancino: nu' pizziche 'e Veronesi, ni pizziche 'e Riccardi, nu pizziche 'e Bonino, ni pizziche 'e Binetti. Stile Usigrai, insomma. Tattichette.

E pensiero debole.

Debolissimo.

Tanto debole che ormai si intravede con nettezza la perdita precipitosa della egemonia culturale della sinistra, capace solo di ripetere vote litanie laiciste e incapace di rispondere nulla alle sfide che le lancia questo formidabile papa Benedetto XVI°. Solo dal centro destra viene infatti una risposta in sintonia con questa sfida, mentre nel centrosinistra il buio culturale è così fondo che neanche ci si acorge che questo -rispetto ala laicità- è semmai un papa ''di sinistra'', mentre il suo predecessore (tanto amato a sinistra perché pacifista), sui temi etici era assolutamente e rigidamente ''di destra''.

Dal sito di Carlo Panella

Un solo cuore
Il giorno dei funerali erano tutti e otto avvolti negli scialli da preghiera, intorno a loro un intero popolo in lacrime.
Giovedi sera nella Yeshiva' Mercaz Harav situata nel cuore di Gerusalemme,  un arabo israeliano,  entrato nella scuola  colla sua regolare carta di identita' israeliana,  e'  andato  nella biblioteca  dove i ragazzi studiavano e, tra le loro grida di paura, erano quasi bambini e avranno chiamato la mamma, avranno gridato aiuto,  la belva, passando tra i banchi, ha sparato 600 colpi facendo una strage. Oltre alle otto giovanissime vittime, ce ne sono altre sette in ospedale in  gravi condizioni, uno e' in coma col corpo pieno di proiettili.
Migliaia di persone  hanno circondato la yeshiva' venerdi mattina per l'ultimo saluto e per  esprimere il loro dolore e il loro amore a quei figli di Israele ammazzati perche' ebrei e sionisti.
Migliaia di persone e tanto silenzio, non si sentiva un grido, non una maledizione per i nostri barbari nemici, solo singhiozzi  e preghiere.
Un silenzio disperato che urlava "perche', D-o, perche'?"
 
Perche' sono  morti, perche' continuano ad ammazzare i nostri meravigliosi figli, perche' strappano questi fiori dal nostro cuore, dalla nostra vita, dalla nostra Israele? Perche'?
 
Studiavano, in una Yeshiva' si studia e si legge, si commentano i testi sacri, studiavano tranquilli finche' non e' arrivata la belva che ha interrotto la loro vita e coperto i libri, tanti libri, del loro sangue innocente.
Perche'?
 
Impossibile non ricordare Ma'alot , altra strage di giovani ebrei, ragazzini di una scuola media.
Anche a Maalot, in Galilea,  le belve del fronte per la liberazione della palestina entrarono  sparando a bruciapelo ai ragazzi terrorizzati e prigionieri tra i banchi. Ne ammazzarono 21.
Anche allora, a Maalot , i genitori di tutte quelle povere vittime avranno urlato perche' e dopo trent'anni non abbiamo ancora una risposta per loro come non ne abbiamo per nessuna mamma e nessun papa', per nessun figlio rimasto senza genitori a causa del terrorismo palestinese .

Non e'  umanamente  possibile dare una risposta alla barbarie di un nemico che segue alla lettera le regola principe scritta dai capi del terrorismo "La lotta armata avra' fine solo con la distruzione dell'entita' sionista".
E' chiaro e lampante che questi non ammazzano per avere una patria ma per distruggere quella degli ebrei, nel nome del loro odio, nel nome del loro Corano che recita "se vedi un ebreo davanti a te uccidilo", in nome dei loro eroi del male.
Uccidono, ammazzano i nostri figli e  ogni volta e' lo stesso dolore, ogni volta e' la stessa cupa depressione, ogni volta e' lo stesso sconforto e le stesse paure.
Chi saranno i prossimi? Dove? A Gerusalemme, a Sderot, a Tel Aviv, a Haifa? A chi di noi tocchera' adesso? quando arrivera' la prossima belva assetata di sangue e da dove? Arrivera' dal cielo trasformata in missile o  arrivera' strisciando con in mano un kalashnikov o coi candelotti di esplosivo attaccati alla cintura?
Nell'attesa uno puo' sempre  farsi venire vari attacchi di fegato leggendo le cronache della strage sui media italiani.
Si passa dalle dichiarazioni di mister Dalema che continua criminalmente a invitare Israele, sempre cosi' esagerato nelle sue reazioni,  al dialogo con un gruppo di terroristi che  non ne riconosce il diritto all'esistenza. Per fortuna non avremo piu' la brutta visione del suo cinico e stortignaccolo sorriso pieno di  boria.
Si prosegue col mal di fegato leggendo i commenti  del Corriere della Sera e di Repubblica che parlano della Yeshiva' come sede di un movimento religioso integralista vicino ai coloni, ecco dunque che, con furbesca ipocrisia e cinismo, il messaggio subliminale viene insinuato nei lettori "non abbiate pena, sono soltanto dei coloni, quelli tanto cattivi con i poveri palestinesi, quelli che se i poveri palestinesi gli tirano le pietre in testa, osano persino incazzarsi e rispondere."
 
Repubblica fa di piu' e di meglio, raggiungendo una perfezione da manuale nel fare propaganda,  e' arrivata a scrivere  sotto la foto dell'assassino "presunto autore dell'attentato"! Presunto!
Presunto = potrebbe essere stato anche qualcun altro, chissa',  magari qualcuno di quegli ebreacci vicini ai coloni, si sa, sono sempre armati.
autore dell'attentato = la parola terrorista non gli esce neanche a mettersi a piangere in turco. Niente da fare. O sono miliziani, o sono militanti, oppure combattenti, persino   autori di...sempre naturalmente presunti.... ma TERRORISTI , questo mai, si farebbero scorticare vivi pur di non scriverlo!
La famiglia di Ala Abu Dhein, l'assassino, ha esposto nel cortile della casa di Gerusalemme Est la bandiera palestinese e quella di hamas.
Benissimo, vogliono la Palestina?
Hanno esposto bandiere di gruppi di terroristi che vogliono la distruzione di Israele?
Perfetto, allora fuori da Israele !
Consegnino le loro carte di identita' israeliane e se ne vadano.
Espulsione immediata non solo dei genitori ma di tutta la famiglia, di tutto il clan.
Diminuirebbe  subito  il numero degli arabi israeliani simpatizzanti di hamas o  fatah  e si ritroverebbero tutti innamorati di Israele e dei diritti che hanno  come  cittadini di una democrazia.
 
Mentre i media italiani offendevano impudentemente la memoria di otto ragazzini ebrei, la Libia impediva che l'ONU votasse una risoluzione contro l'attentato.
Si, avete letto bene, proprio la Libia, stato canaglia, responsabile di Lockerbie e di Ustica, la Libia di Gheddafi, il beduino terrorrista, la Libia che fa parte del consiglio di sicurezza dell'ONU.
Dobbiamo meravigliarci dello stato infimo cui sono ridotte le Nazioni Unite?
 
Ai funerali di venerdi' mattina, davanti a otto scialli di preghiera che avvolgevano gli otto poveri corpi crivellati dei nostri ragazzi, Rav Weiss si e' rivolto a D-o:
"Lascia che io ti dica, D-o, chi sono i figli che ci hai strappato. Lascia che ti presenti, D-o, queste rose che hai voluto cogliere, erano i nostri ragazzi, erano seduti a leggere i testi sacri, avevano gli occhi limpidi e noi abbiamo pagato un prezzo troppo pesante, D-o."
 
Rav Amar rivolgendosi alle famiglie orfane dei loro figli, in lacrime:" Dovete sapere, care Famiglie, che questo e' un lutto  di tutta la Casa di Israele che come una sola persona e un solo cuore piange con voi".
Come sempre. Un solo cuore.

 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com

LA TASSA SUI RIFIUTI DI NAPOLI
Angelo Pisani, avvocato e presidente di “Noi consumatori”, sta incoraggiando i cittadini a chiamare in giudizio il Comune di Napoli per farsi restituire quanto pagato per la Tarsu. Il concetto è semplice: «Il codice civile dice che quando una prestazione non viene onorata, il cittadino ha diritto al rimborso. Così chi ha pagato una tassa sui rifiuti e i rifiuti li vede ogni giorno davanti al portone di casa sua, quei soldi deve averli indietro. I giudici dovrebbero solo applicare la legge». Ed effettivamente un giudice di pace ha dato ragione ad una signora che gli ha fatto causa, condannando il Comune alla restituzione di 500 €, più 650 di spese legali. Le conseguenze di questa iniziativa potrebbero essere puramente e semplicemente la bancarotta sia per Napoli sia per gli altri comuni campani. Solo per il capoluogo, si infatti parla di dodici miliardi di euro.
Tutto questo, anche se pare ovvio, è semplicemente assurdo dal punto di vista giuridico. E nasce da un equivoco.
Una tassa è la somma che l’Ente Pubblico richiede per un servizio. Per esempio, in regime di monopolio delle Poste Italiane, il francobollo. Oppure la marca sui certificati. Invece la Tarsu, Tassa sulla Rimozione dei Rifiuti Solidi Urbani, non è una tassa perché, se lo fosse, il cittadino potrebbe dire al Comune: no, grazie, mi occupo da me della mia spazzatura e non pago. Ma il Comune una simile dichiarazione non l’accetta affatto. Dunque non si tratta di una tassa ma di un’imposta. Caratterizzata, come tutte le imposte, dalla sua indiscutibilità. Chiamandola Tarsu si commette un errore tecnico.
Poi bisogna dire che non esistono imposte di scopo. L’imposta, comunque battezzata, è una somma che lo Stato richiede con la forza. Se lo Stato, virtuoso, impone un balzello per rispondere all’ “Emergenza del tracoma nell’Eritrea”, in primo luogo nessuno lo può costringere a spendere effettivamente quella somma per il tracoma nell’Eritrea; poi, nessuno lo può costringere a non riscuotere più quella somma quando l’emergenza fosse cessata. Ha solo creato una nuovo contributo. Così si spiega che esistono tasse che si riferiscono ad eventi ormai dimenticati. La “tassa di scopo”, di cui ha parlato ancora improvvidamente Pierferdinando Casini in questi giorni (per finanziare una migliore polizia), è uno specchietto per le allodole. Serve a far digerire una nuovo esborso, dandogli un nome nuovo, nobile e bello. Senza né garanzie di raggiungimento dello scopo, né garanzie della sua abolizione a scopo raggiunto.
Per quanto riguarda la Tarsu in Campania, è inevitabile che il Governo intervenga a frenare l’ignoranza dei giudici di pace. Ed è inevitabile che la gente capisca che non paga la Tassa sulla Rimozione dei Rifiuti Solidi Urbani, ma semplicemente una Ipic, “Imposta sul Possesso di un Immobile nel Comune”.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 marzo 2008


CHI È ANTICOMUNISTA È DI PARTE?
La domanda sembra insulsa. Se chi è comunista è di parte, chi è anticomunista è anche lui di parte, in quanto di parere opposto. E tuttavia l’affermazione è discutibile.
Non sempre una cosa ha il suo opposto. E non sempre l’opposto è quello che pareva evidente. Per cominciare non c’è l’opposto del rosso. E se si pensa che l’opposto dell’amore è l’odio, si rischia di sentirsi dire che no, l’opposto dell’amore è l’indifferenza. Infatti mentre amore ed odio si contrappongono come positivo e negativo, amore ed odio da una parte ed indifferenza dall’altro si contrappongono come intenso e inesistente. Dunque, qual è l’opposto dell’amore?
Il problema si risolve stabilendo prima il campo di riferimento. Se parliamo di teorie filosofiche, si può stabilire la dicotomia comunismo/anticomunismo, e lo stesso si può fare se il campo di riferimento riguarda il tipo di regime che domina i paesi. Ma se il campo di riferimento è un qualunque paese democratico, la dicotomia non regge più. Infatti il partito comunista, dal momento che preconizza la dittatura del proletariato, essendo a favore di una dittatura è anti-sistema.
Va ricordato che, anche se il comunismo teorico (in Marx) è il trionfo della libertà, nella sua realizzazione storica la dittatura del proletariato, in tutti i paesi in cui il comunismo è arrivato al potere, si è trasformata in una dittatura poliziesca e basta, che è terminata solo quando il potere è stato rovesciato.
Per queste ragioni, un liberale o un socialdemocratico si possono contrapporre, come parti. Il liberale è di parte, rispetto al socialdemocratico, esattamente come il socialdemocratico lo è rispetto a lui. Ma ambedue non sono di parte, nei confronti dei comunisti, perché appartengono a sistemi diversi. A campi diversi, se si vuole tornare alle dicotomie da cui si è partiti.
Personalmente non mi sento di parte, essendo risolutamente anticomunista. Con un esponente del Pd ci possiamo dividere, lui da un lato ed io dall'altro, ma con un integralista islamico, con un nazista o con un Savonarola non possiamo dividerci in “parti”, non possiamo dirci "di parte diversa". Quei signori sono "anti-sistema", non sono democratici, non permettono a chi non la pensa come loro di vivere come vuole. La mia ostilità nei loro confronti non è politica, è istinto di conservazione: li considero più o meno come il cancro, una malattia mortale. Si è forse "di parte", contro il cancro?
Sono parole molto dure, ma la storia del Ventesimo Secolo gronda abbastanza lacrime per giustificarle.
C’è chi dice comprensibilmente di non riuscire ad avere paura dei comunisti nostrani. Ed effettivamente oggi no, non c'è più da averne paura. Perché non ottengono la maggioranza e perché non c'è più l'Armata Rossa, per rimetterli in sella come in Ungheria. A lungo non è stato permesso fare marcia indietro, dal comunismo, neanche quando il potere, come nel 1948 in Cecoslovacchia, è era tato conquistato mediante libere elezioni. I comunisti cecoslovacchi non mangiavano i bambini in pubblico, prima, ma quello che hanno fatto dopo spiega meglio di ogni parola che cosa sono i comunisti. Anche quando si presentano vestiti da agnelli. Dei fanatici c’è da aver paura anche quando hanno la erre moscia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -9 marzo 2008

UNA DOMANDA AI LETTORI
Di solito, chi scrive un articolo è come se dicesse: sull’argomento ne so più di voi. Leggete, dunque. Oggi invece il ruolo è ribaltato: chi scrive ha la domanda, non la risposta.
Nell’attuale dibattito politico sulla macroeconomia, il problema centrale è la produzione, da parte dell’Estremo Oriente e in particolare della Cina, di merce ottima e a basso prezzo. Essa è venduta in Europa con una sorta di dumping (smercio sottocosto) cui non si sa che cosa opporre. La concorrenza cinese è imbattibile perché i salari, in quell’immenso paese, sono incomparabilmente più bassi. Dunque, in tutte quelle merci, come l’elettronica, in cui i materiali pesano economicamente poco, e la manodopera pesa molto, gli occidentali sono senza difese. Gli stessi prodotti che col loro marchio portano spesso scritto sotto, magari in piccolo, Made in China.
Questo lo stato delle cose. Al riguardo c’è chi (Tremonti) parla di difendere le imprese occidentali con dazi, in modo aumentare il costo delle merci importate e raddrizzare la concorrenza. La maggior parte degli economisti liberali, invece, pensa che non bisogna mai intervenire, nel mercato, perché si provocano danni. Molto meglio rendere più concorrenziale l’Occidente con un’accorta politica fiscale, con lo snellimento delle procedure, tagliando via il grasso superfluo e la sporcizia che s’è infiltrata negli ingranaggi. Quale sia la soluzione giusta, è difficile dirlo, ma non è questa, la domanda che si vuole porre.
Immaginiamo che non si intervenga. Immaginiamo che la Cina continui a riversare sui paesi occidentali container interi di merce ottima e a basso costo. Che avverrà, col tempo? Se la Cina quasi ci regala dei prodotti, noi che cosa le diamo, in cambio? Se quel grande paese non compra nulla, come potremo pagare ciò che c’invia?
Qualcuno dirà “pagheremo in dollari o in euro”, ma non è una risposta. Noi possiamo dare valuta agli altri in quanto gli altri l’abbiano prima data a noi, comprando merce nostra: si chiama bilancia commerciale. E se non siamo competitivi, che merci esportiamo? Un tempo si parlava di “partite invisibili” (per esempio le entrate derivnti dal turismo), ma per l’Italia anche questo partite invisibili si sono molto ridotte e oggi paesi come la Francia o la Spagna hanno più turisti di noi. Ma soprattutto, lasciando da parte il caso italiano, il quesito è: l’Occidente nella sua interezza, se importa molto e non esporta niente o quasi, nella Cina, come compenserà questo squilibrio, se si prolunga nel tempo?
Ecco la domanda: ponendo l’ipotesi che nel mondo ci siano due soli paesi, A e B, o, se si vuole, un gruppo di paesi industriali con alti salari e un gruppo di paesi industriali con bassi salari, che cosa avviene quando la bilancia del commercio estero è costantemente squilibrata?

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it .8 marzo 2008

I GIOVANI E LA NUOVA POLITICA
Secondo ciò che scrive Renato Mannheimer sul “Corriere della Sera”, le intenzioni di voto dei giovani (18-20 anni) sono le seguenti : Pdl 21,7; Lega Nord 15,2; Pd 31,4; Idv 1,4; Sinistra Arcobaleno 15,0; Unione di Centro 11,0; La Destra 1,4; Altro partito 2,9.
Pur essendosi allontanato dagli slogan del dopoguerra (“Ha da veni’ Baffone!”) il Pci prosperò per anni su una promessa di lotta di classe, di punizione dei ricchi, di lotta agli sfruttatori. Per non parlare delle calunnie contro gli Stati Uniti e del sodalizio inscindibile con tutti i totalitarismi di sinistra del mondo. I comunisti applaudivano Mao Tse Tung mentre affamava il suo popolo, sostenevano il Vietnam del Nord (aggressore) contro il Vietnam del Sud (aggredito), negavano i crimini di Pol Pot e ammettevano quelli di Stalin, a denti stretti, solo dopo che li aveva denunciati Khrushchev. Il partito era possente ed esercitava un grande fascino sui giovani. Questi infatti sono tanto sensibili all’ideale quanto insensibili alla storia, all’economia e (non raramente) al buon senso.
Anche gli adulti, tuttavia non erano immuni dall’utopismo e i grandi numeri del Partito permisero a lungo ai più scalmanati di sperare, soprattutto intorno alla metà degli Anni Settanta, una sorta di rivoluzione. Ma è passata molta acqua sotto i ponti, da allora. Col riflusso seguito alla grande paura del 1976, il Pci è andato sempre perdendo velocità e consensi e tuttavia, malgrado ciò, fino alle elezioni del 2006, nel mutare dei nomi e delle alleanze, è rimasto il fulcro di uno schieramento che non rinnegava la propria storia: da Gramsci a Togliatti a Berlinguer. È solo nel gennaio del 2008 che questa certezza è definitivamente morta: quando Walter Veltroni, portavoce del Pd, ha dichiarato che in future elezioni non ci sarebbe stata l’alleanza con l’estrema sinistra. Si è avuta finalmente anche in Italia la frattura fra socialdemocrazia e comunismo. I giovani si trovano ora a scegliere fra ideale e concretezza e per questo molti di loro sono delusi della svolta del Pd, che non raccoglie fra i giovani un consenso più grande che ha fra gli adulti. Dopo che l’Italia ha coltivato per sessant’anni il massimalismo, sarebbe stato strano che i giovani si rassegnassero a votare per un partito molle, fumoso e vago come il Pd. Un partito che per giunta si contrappone ai comunisti, dopo che per decenni i comunisti hanno avuto sempre ragione. Non si può virare a questa velocità. E mentre molti adulti voteranno per il Pd solo turandosi il naso, perché in un sistema in cui esiste il premio di maggioranza la Sinistra estrema è inevitabilmente una formazione di mera testimonianza, i giovani, essendo meno sensibili alla concretezza, fanno lievitare i consensi della Sinistra Arcobaleno fino ad un inverosimile 15%.
Sull’altro versante, parecchi sono delusi della fusione di An con Forza Italia e per non intrupparsi con i filistei del Pdl, si rivolgono all’Unione di Centro. Questa risponde agli ideali di coloro che, cattolici e spregiatori dell’economia, non hanno simpatia per Berlusconi e considerano Fini, in questo senso, un traditore. Anche qui, il poco credibile 15% è indicativo di una scontentezza riguardo al quadro politico, che non trova certo rifugio nell’improbabile Destra.
Qualcosa di analogo avviene per la Lega. Il suo successo – il 15%! - dipende da quei giovani che, quando Bossi dice delle enormità, si spellano le mani per applaudire. Essi forse credono ancora che, con un po’ di buona volontà, si possa attuare la secessione dall’Italia.
La conclusione è ottimistica. Qualcuno ha detto che chi non è comunista (o estremista) a vent’anni non ha cuore; e chi è comunista a quarant’anni non ha cervello: l’Italia sembra finalmente averlo capito. I giovani hanno ancora la possibilità di votare per partiti “estremi” ma il loro voto rimane senza effetto. Con l’attuale premio di maggioranza, salvo incidenti, il sistema politico italiano è arrivato alla stabilità. Per una nazione che nel 1948 ha rischiato di divenire una Democrazia Popolare, è un bel progresso.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-  marzo 2008

Pacta sunt bibenda
Pannella è grande, Pannella è immenso, Pannella è giusto. E perciò, sacrosante carrettate di sete del diritto, diritto alla vita, vita del diritto, giustizia giusta, dare corpo alla sete di giustizia, fame di giustizia, sete di verità, caffè e ammazzacaffè... Poi, a un certo punto: e che palle, ci risiamo un'altra volta.
Sciopero della sete, pipi da Costanzo, appelli dall'universo? Tutta la nobiltà pannelliana, di solito votata a buone cause, stavolta sfiora pericolosamente la pernacchia. Hai voglia a stare a ravanare intorno alla faccenda morale che i patti vanno rispettati, costituzionalisti a rotta di collo a dare opinioni, i "pacta sunt servanda", l'intero armamentario che costringe la mattina il mitico Bordin a raschiare il fondo di ogni giornale regionale per cercare le due righe due sull‚ultima pensata di Marco. E sempre di una sottrazione si tratta, di una vigliaccata di regime, di un tentativo di: a) cancellare la storia radicale; b) annientare la storia radicale; c) chiamare radicale la sinistra gruppettara.
E vabbè, magari c'è pure un senso, va a sapere, in tanta straziante litania. Ma adesso, adesso che lo sciopero della sete - l'arma estrema dei nonviolenti, l'azione ultima -viene proclamato (e praticato) per protestare (e va a finire che manco sarà protesta, ma la solita roba del digiuno di dialogo) contro il posto dato in lista, per dire, a Matteo Mecacci, ecco che la necessità della pernacchia sale.
Pannella ha sempre sfidato tutti, e spesso su tutto, in splendida solitudine, in testarda autoconsiderazione. Ma se ha sfidato, adesso ha pure sfiancato. L'allarme democratico per far conoscere, tanto per fare un esempio, la delicata posizione in classifica della simpatica Donatella Poretti, dove deve andare a parare, se non nel surreale? Portiamo la solita orchestrina jazz sotto il loft? Ci si mette in fila al grido di "con la Zamparutti fino alla morte/che bella sorte, che bella sorte"?
Pannella gode - per sua fortuna, e a volta per nostra - di uno statuto speciale, che si è davvero conquistato, all'interno del mondo politico italiano: osa dove gli altri tacciono. Ma siccome non sempre si può spiazzare in maniera geniale, a volte il sapido paradosso finisce col trasformarsi in devastante grottesco, tra la promessa che non ce ne andiamo, l'assicurazione che restiamo, l'intenzione di voler aiutare Veltroni, l'allarme perché vogliono scotennarci completamente. E a proposito: avete visto in che razza di posizione hanno messo la Coscioni? Vi pare giusto come è situata Rita Bernardini? Onestamente: ma a chi gliene può fregare - e non certo per le validissime personalità candidate - qualcosa? Hanno ormai un'aria polverosa di eternamente ripetuto - come certi film di Totò trasmessi e ritrasmessi a ogni ora, su ogni canale - le solite deambulanti conferenze stampa di Marco e di Emma (splendido ministro, che però, evidenziando platealmente di non essere un soprammobile, potrebbe far sorgere in qualcuno il dubbio che si consideri un monumento), per ritrovarsi in un posto, starci (perché poi la parola radicale ha il suo peso) ma anche voler stare altrove.
A forza di vederlo e rivederlo, lo spettacolo suscita sempre meno interesse e sempre più noia.
O forse, e sarebbe il colpo di genio di Marco, il parapiglia sull'accasermamento in lista è un contributo alla causa del Piddì, dopo che Franceschini, per difendere certe ridicole candidature familiar-segretariali, non ha trovato di meglio da dire che "i collaboratori hanno fatto la storia del paese".
Roba da pernacchia universale. Così Marco ha generosamente spostato l'attenzione: "Dove sta Perduca?".
E allora, basta una pernacchietta.

da Il Foglio del 6 marzo 2008

NOTICINA, ANCHE SULLA LOTTA ALL'EVASIONE
Pubblichiamo ampi stralci del saggio del professor Luca Ricolfi, presente nel libro «Ostaggi dello Stato - Le origini politiche del declino e dell’insicurezza», edito dalla Angelo Guerini e Associati (euro 7,50). Il libro, curato dal sociologo, è una raccolta di analisi effettuate da sette ricercatori, esperti in sociologia, psicologia, comunicazione ed economia. Una spietata fotografia dell’Italia, reduce da due anni di governo Prodi
Il segnale più negativo è il rallentamento della crescita, iniziato nei primi mesi dell’anno anche «grazie» alla prima Finanziaria del governo Prodi, che fin dall’estate del 2006, con il Documento di Programmazione Economico-Finanziaria, aveva manifestato l’intenzione di correggere l’andamento dei conti pubblici pagando il prezzo di una riduzione del tasso di crescita del Pil (0,3 punti in meno, pari al 20% del tasso di crescita previsto).

Un brusco stop allo sviluppo
Tutto lascia pensare, però, che il prezzo che l’Italia ha dovuto pagare sia maggiore: la stima di 0,3 punti di Pil di contrazione della crescita è decisamente più bassa di quelle prodotte dai centri di ricerca non governativi, e comunque era basata su un mix di aumenti di imposta e riduzioni di spesa che poi è peggiorato nella versione finale della legge finanziaria (gli aggravi fiscali dovevano coprire un terzo della manovra, ma sono saliti a circa due terzi in corso d’opera). È probabile che quella scelta ci sia costata una decina di miliardi di euro, più o meno le risorse che ora si stanno freneticamente cercando per affrontare la «questione salariale» ed evitare lo sciopero generale minacciato dai sindacati. Al momento (inizio 2008) non si conosce ancora il tasso di crescita del Pil nel 2007 (mancano le stime del 4° trimestre), ma già sappiamo che la produzione industriale è in forte rallentamento, la produttività continua a ristagnare, le aspettative delle imprese per i prossimi mesi non sono buone.
Una massiccia pressione fiscale
Il secondo segnale negativo riguarda i mezzi che sono stati usati per ridurre il deficit. Certo siamo tutti felicissimi di essere finalmente rientrati nei parametri di Maastricht, ma la vera domanda è: qual è il prezzo che abbiamo pagato per raddrizzare la barca?
La risposta è sconsolante. Poiché non si è trovato il coraggio di ridurre la spesa pubblica, si è fatto ricorso alla comoda via degli aumenti della pressione fiscale (di 1,7 punti fra il 2005 e il 2006, di ulteriori 1,1 punti fra il 2006 e il 2007). Il miglioramento dei conti pubblici nel 2007 è stato ottenuto essenzialmente grazie a tre grandi operazioni: l’aumento dei contributi sociali, il conferimento forzoso del Tfr all’Inps, l’aumento selvaggio delle tasse locali. E questo massiccio aumento del prelievo fiscale – come da manuale – ha frenato la crescita e aggravato i bilanci delle famiglie. È triste notarlo, ma i dati dicono che è toccato al governo dell’Unione contribuire a rendere più vero che mai lo slogan che le ha fatto vincere le elezioni: «non riesco ad arrivare alla fine del mese».
Famiglie sempre più in difficoltà
Un’occhiata alla serie storica dell’indagine Isae sui bilanci familiari mostra che nel 2007 il numero di famiglie in gravi difficoltà economiche ha raggiunto il punto massimo da quando esiste l’indagine (ossia dal 1999). La necessità di ricorrere ai risparmi o far debiti per quadrare il bilancio era aumentata considerevolmente nei primi anni di introduzione dell’euro (specie fra il 2002 e il 2003), poi – nel corso del 2006 – era leggermente diminuita, ma nel 2007 è tornata di nuovo a salire e nella seconda metà dell’anno ha toccato il massimo storico.
Troppe spese improduttive
L’aspetto interessante di questa vicenda è che questo disastroso risultato, certo non dovuto alla sola azione del governo ma anche – ad esempio – all’aumento dei tassi di interesse sui mutui immobiliari e alla ripresa dell’inflazione, non è stato ottenuto dopo un periodo di stagnazione, o dopo una recessione, ma al termine del biennio più positivo dai tempi della crisi del 2000-2001. La ragione di questo paradosso, a mio avviso, è che fra il 2006 e il 2007 non è solo migliorato il deficit, ma è ulteriormente aumentata l’interposizione pubblica, ossia il grado di intromissione dello Stato nell’economia. Già segnalata come un problema nel Rapporto dell’anno scorso, in cui si rilevava la sua continua ascesa a partire dal 2000, l’interposizione pubblica è oggi uno dei più gravi ostacoli alla crescita dell’Italia. Aumento dell’interposizione pubblica significa, infatti, che una quota crescente di risorse viene sottratta al mercato (ossia alle famiglie e alle imprese) e usata per espandere ulteriormente la spesa improduttiva, con quell’incredibile intrico di sprechi, inefficienze, clientele, abusi (e talora anche truffe) che ormai costituiscono la triste costante della nostra Pubblica Amministrazione. Nel solo 2007, ben due decreti (il Dl 81 di luglio e il Dl 159 di ottobre) hanno aumentato di 12,7 miliardi di euro la spesa pubblica, mentre per il 2008 la Finanziaria dispone un altro incremento di 6,1 miliardi, senza contare le molte spese ulteriori (a partire dai contratti pubblici) non ricomprese nella legge finanziaria, ma che certamente verranno deliberate in corso d’anno.
Un welfare costoso e inefficiente
Si potrebbe obiettare – e certamente la maggior parte dei politici dell’Unione obietterebbe – che il nostro Stato sociale è incompleto e che l’aumento del gettito fiscale è frutto della lotta all’evasione. La prima affermazione – il nostro Stato sociale è incompleto – è vera e sacrosanta, ma sorvola su due circostanze:
a) su quasi 20 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva deliberata nel 2007, la frazione che va a un reale completamento dello Stato sociale, basato su principi di universalità e selettività, è minima; la maggior parte degli interventi sono favori, sconti e mance elargite a categorie specifiche, senza requisiti stringenti di bisogno (si pensi, per fare solo due esempi, all’ennesimo super-aumento agli statali o allo sconto Ici esteso ai proprietari con redditi alti), e questo è tanto più preoccupante se si dà qualche credito ai dati che segnalano una crescita delle diseguaglianze sociali;
b) il nostro Stato sociale resterà sempre incompleto finché non si affronterà il problema di ridurne le inefficienze e gli sprechi (almeno 45 miliardi di euro all’anno, secondo una stima prudente), e ciò non solo perché ogni spreco significa sottrarre risorse ad altri impieghi utili, ma perché una parte della debolezza dello Stato sociale sta precisamente nel fatto che non funziona, e non funzionando penalizza soprattutto le fasce deboli della popolazione.
Chi volesse farsi un’idea dell’entità degli sprechi della Pubblica Amministrazione, nonché della loro distribuzione territoriale, può consultare le tabelle riportate alla fine di Profondo rosso, il nostro Rapporto sul 2005.
Le menzogne sull’evasione
Quanto alla seconda affermazione – i soldi li abbiamo presi dalla lotta all’evasione – essa è al tempo stesso falsa e spudorata. Falsa, perché le stime condotte da osservatori indipendenti concordano nel dire che il recupero di evasione fiscale del 2006-2007, ammesso che sia diverso da zero, vale pochissimi decimali di Pil, ossia meno della metà della metà delle cifre tante volte sbandierate dal governo («almeno 20 miliardi di euro»). Spudorata, perché se davvero la lotta all’evasione avesse fruttato da subito 20 miliardi di euro, allora il governo avrebbe dovuto onorare l’impegno preso solennemente con gli elettori: restituire ai contribuenti onesti, attraverso significative riduzioni di aliquote (e senza trucchi sulle basi imponibili), il gettito recuperato dai contribuenti disonesti. Una simile misura avrebbe evitato di soffocare l’economia in nome della «lotta all’evasione fiscale».

Nessuno si sente sicuro
Ma c’è anche un terzo segnale negativo che getta una luce inquietante sull’anno appena trascorso. Fra il 2006 e il 2007 il grado di insicurezza dei cittadini è cresciuto non solo sul versante dell’economia, ma anche su quello dei rapporti sociali. Certo, il ceto politico si fa in quattro per dimostrare agli elettori che la percezione di insicurezza è, appunto, una percezione. Ma gli stessi dati ufficiali mostrano con una certa crudezza che – purtroppo – le percezioni dei cittadini hanno solide radici nella realtà. Nella sezione del Rapporto dedicata ai problemi della sicurezza, abbiamo mostrato che l’indulto, fortemente voluto da tutte le forze politiche (eccetto Lega, An e Italia dei Valori), pare aver determinato un’impressionante crescita dei delitti, sostenuta da un significativo apporto degli immigrati. Questo provvedimento, caparbiamente difeso da Prodi e dai politici dell’Unione anche per ragioni ideologiche (Bertinotti è arrivato ad affermare che esso aveva «un valore pedagogico»), ha creato un vero e proprio baratro fra il governo e l’opinione pubblica, sempre più convinta della micidialità del triangolo indulto-criminalità-immigrazione.
L’emblema dei rifiuti in Campania
Naturalmente quel che è incredibile non è che il provvedimento sia stato emanato (arrivati a quel punto, era difficile agire diversamente), ma che il nostro ceto politico – in questo campo come in mille altri: pensiamo al problema rifiuti in Campania, con cui si è aperto emblematicamente il 2008 – si mostri sempre così incapace di anticipazione. I problemi sono noti da lungo tempo, se ne conoscono la gravità e la tendenza al deterioramento, ma non si prende nessuna decisione finché non esplodono. A quel punto si interviene semplicemente perché non se ne può fare a meno, ma ovviamente qualsiasi cosa si decida non può funzionare, perché il problema è stato lasciato marcire troppo a lungo e ormai è diventato ingestibile.
L’annoso problema delle carceri
Nel caso delle carceri il problema esiste da diversi decenni, era tornato alla ribalta giusto pochi anni fa (2003) con il cosiddetto indultino (che aveva liberato una decina di migliaia di detenuti), è riesploso nel 2006 perché nel frattempo quasi nulla era stato fatto per risolvere i tre grandi problemi «a monte»: carceri non degne di un Paese civile, numero di posti insufficiente, processi troppo lenti. Ora la storia si ripete, con il governo che libera oltre 26mila detenuti, non riorganizza la giustizia, non avvia piani straordinari (e accelerati) per la costruzione di nuove carceri e la ristrutturazione di quelle vecchie, litiga disperatamente per mettere insieme un pacchetto di misure per combattere l’illegalità. La gente, nel frattempo, diventa sempre più diffidente nei confronti degli immigrati.

Luca Ricolfi

NOTICINA SU VISCO
Dalla “Stampa”, 3 marzo 2008. Secondo il governo, “La pressione fiscale nel 2007, se si tiene conto di alcuni aggiustamenti, è stata pari al 42,5%, inferiore rispetto al 43,3% rilevato dall’Istat”.
È vero che i numeri dell’Istat, come quelli del governo, dei giornali economici e di tutti i grandi competenti, sono molto meno sicuri di ciò che generalmente si crede. Si ha il diritto di sorridere di chi scrive in assoluta serietà che, fra due anni,  l’aumento del prodotto interno lordo italiano sarà di x centesimi e, come se non bastasse, di tot millesimi. Da rendere geloso Nostradamus. Ma qui siamo in sede di consuntivo e non si può smentire l’Istat a cuor leggero. Se quell’Istituto ha delle pecche, se i suoi dati non sono del tutto affidabili, o bisognerebbe abolirlo (e perché non si è fatto prima?) oppure bisognerebbe accettarne i dati in silenzio come si è fatto per il passato. Perché se non si contestano nell’anno x, e poi si contestano nell’anno x+1 o +2, è inevitabile il sospetto che si contestino solo i dati che non piacciono, dopo avere accettato quelli che piacciono con l’aria di dire: è sicuro, l’ha scritto l’Istat.
La smentita dei dati da parte del viceministro Visco non prova affatto che l’Istat (il quale ha riconfermato i propri dati) stavolta abbia sbagliato. Prova soltanto che l’arroganza di quel ministro supera di parecchie spanne quella di Capaneo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -4 marzo 2008


IL COMUNISMO COME NEVROSI
La nevrosi, secondo il grande dizionario Webster, è “a mental and emotional disorder that affects only part of the personality, [and] is accompanied by a less distorted perception of reality than in psychosis”; “un disordine mentale ed emozionale che riguarda solo una parte della personalità ed è accompagnato da una percezione della realtà meno distorta che nella psicosi”. Se si accetta questa definizione si può dimostrare una tesi tanto semplice quanto allarmante: il comunismo non è una teoria politica, è una nevrosi. Per tutto il resto i comunisti sono persone normali, ma non per quanto ha a che fare con la loro fede.
Per dimostrare questo assunto basterà partire da un piccolo fatto di cronaca. Nel marzo del 2008 cinque uomini muoiono in un incidente sul lavoro: gli ultimi quattro, a catena, per salvare il primo. I partiti che si autodefiniscono comunisti strepitano e chiedono l’applicazione di norme draconiane, a carico dei datori di lavoro. Esibiscono una sacra indignazione, celebrano il valore della vita e biasimano per chi pone il denaro al di sopra di tutto. L’atteggiamento è quello di chi vorrebbe rizzare una forca in piazza ma nel caso specifico è semplicemente assurdo: si sa infatti che, fra gli uomini che sono morti, c’è il padrone dell’impresa. Questi dunque ignorava talmente l’esistenza del pericolo, da esserne morto lui stesso. Che cosa gli si può rimproverare? Il punto è che i comunisti, dinanzi ad un fatto che abbia a che vedere con le loro teorie, non hanno una serena e totale percezione della realtà. Ne hanno solo una less distorted perception than in psychosis.
Secondo esempio: in Palestina i terroristi lanciano razzi sulla popolazione israeliana, cercando di ammazzare civili, e questo non suscita proteste, da parte dei comunisti. Poi l’esercito israeliano va a cercare i colpevoli ed ecco il biasimo. A less distorted perception than in psychosis, but a distorted perception.
La lista degli esempi potrebbe allungarsi all’infinito, soprattutto se si pensa al passato. La Germania Est costruisce un muro per impedire ai propri cittadini di evadere (come si fa nelle prigioni) e i comunisti sostengono che si vive meglio nella Germania Est che nella Germania Ovest. Nella Russia Sovietica si era liberi di votare solo per chi diceva il partito, in pubblico, e i comunisti dicevano che quelle elezioni erano più libere di quelle occidentali. Da noi infatti vigeva una finta libertà (quella di votare per chi si voleva) e una finta democrazia (in cui però il popolo mandava a casa i governanti), in Urss c’era la vera libertà. Mah.
Il Vietnam del Nord voleva invadere il Vietnam del Sud? I comunisti, che in qualunque altro caso si sarebbero stracciate le vesti parlando di guerra di aggressione, dal momento che il Vietnam del Nord era comunista chiamavano quella una guerra patriottica. Una guerra di liberazione. Infatti alla fine il Vietnam del Sud fu liberato della sua indipendenza e della sua relativa prosperità (non si moriva di fame, almeno). Analogamente, le notizie dei massacri della Cambogia, le notizie delle carestie provocate dalla folle politica di Mao, e tutte quelle che riferivano dei disastri del comunismo, erano false. Erano vere per chiunque altro, ma non per loro. Loro avevano una distorted perception of reality.
Questa diagnosi a qualcosa serve. Chi, per decenni, ha avuto polemiche con i comunisti, si è sempre chiesto se fossero in malafede. Quale tarantola li avesse morsi, perché potessero snocciolare a ciglio asciutto certe enormità. Il punto di vista psichiatrico chiarisce il problema: erano in buona fede. La loro malattia gli impediva di guardare la realtà. Non la vedevano. Si meravigliavano anzi che qualcuno gli parlasse di cose che a loro sembravano irreali.
La cosa è confermata ancora dall’attualità. Da quando il Partito Democratico ha deciso di condurre una campagna elettorale senza allearsi con i comunisti, questi si sono di nuovo sentiti autorizzati a dire come veramente la pensano, ed hanno cominciato a ridire enormità mitologiche. Non cambieranno mai. Per esempio, sono convinti che tutti sarebbero felici e prosperi se si tassassero molto di più i ricchi. Tanto che c’è da pensare che se nell’Unione Sovietica il popolo era misero e infelice è perché Lenin e i suoi amici, imprudenti, avevano abolito i ricchi: sicché non c’era più nessuno da tassare.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 4 marzo 200

APRIAMO UNA PARENTE
«Vi chiedo di aver fiducia. Non solo nella mia capacità di cambiare la politica americana. Vi chiedo di aver fiducia in voi stessi». C'è un po' di Barack Obama nel programma elettorale del Partito democratico: «In Italia 2-3 mila imprese si sono ristrutturate e ora si sono riproposte da leader nell'economia globale. Migliaia di giovani calabresi hanno sfidato la mafia: "ora uccideteci tutti". E sono italiani quegli imprenditori che in Sicilia rifiutano di pagare il pizzo ed espellono dalle loro associazioni chi continua a pagarlo».
E' vero, e un po' di ottimismo ci vuole. Perché l'Italia ha potenzialità straoromarie e non è ˜ come talvolta la descrive il centrodestra ˜ una società impaurita che deve difendersi alzando barriere e cercando protezione nello Stato.
E tuttavia il programma del Pd ricorda Obama anche nella sua vaghezza: ogni volta che affronta un tema spinoso scivola via e passa ad altro. La parola «pensioni» non appare mai, ma c'è un paragrafo un po' sibillino su «politiche per l'invecchiamento attivo»: è il linguaggio veltroniano per definire l'innalzamento dell'età pensionistica?
Sulla giustizia si chiede maggior severità delle pene. Bene, ma le carceri si avviano a raggiungere la soglia dei 60 mila detenuti, a fronte dei 43 mila regolamentari: come fare non si dice. Per rendere più efficienti i tribunali si propone di «monitorarli per fare emergere le migliori pratiche»: non una parola sulla responsabilità dei giudici e sull'autorità dei presidenti dei tribunali e dei capi delle procure (il costo della partecipazione di Di Pietro alle liste del Pd?).
Sulle banche si punta l'indice contro le rendite di cui ancora godono: vuoi dire che il Pd sosterrà la proposta del governatore della Banca d'Italia di non consentire più che le banche posseggano fondi di investimento, oppure si preferisce rimanere vaghi per non disturbare i banchieri?
«Ciascuna università deve essere libera di assumere i propri docenti»: ottimo, ma non si può fare senza abolire i concorsi e il valore legale delle lauree. E' questo il progetto?
Si propone una legge annuale sulla concorrenza, ma tra le molte liberalizzazioni citate non compare il gas: solo una dimenticanza o timore dell'Eni? Sui servizi pubblici locali si parla di gare e di mercato, ma non una parola sulla proprietà delle aziende.
Sul metodo della concertazione tra Stato e parti sociali si ammette (finalmente) che è un modello da abbandonare e sostituire con la contrattazione decentrata. Quando poi si dice che ciò richiede una riforma delle regole di «rappresentanza delle forze sociali», fra le righe si capisce che ci si riferisce anche alla rappresentatività dei sindacati: se è vero, non era meglio essere espliciti? Si propone un salario minimo di «1.000 euro al mese»: anche per un lavoratore part-time? E perché un disoccupato disposto a lavorare per 900 euro al mese deve rimanere senza lavoro?
Sui problemi del lavoro Walter Veltroni ha perso una grande occasione: proporre di abolire lo Statuto dei lavoratori (del 1970), tutto, non solo l'articolo 18, e sostituirlo con regole moderne, a partire da un sistema generalizzato di sussidi di disoccupazione. Tony Blair avrebbe avuto il coraggio di farlo, e forse avrebbe vinto le elezioni.

Corriere della Sera del 4 marzo 2008, pag. 1 - di Francesco Giavazzi

LA TRAGEDIA DI MOLFETTA
La tragedia di Molfetta ha indotto i giornali di estrema sinistra a puntare ancora una volta il dito accusatore contro i proprietari e i dirigenti di azienda che, per massimizzare i loro introiti, trascurano la sicurezza degli operatori. Ed a puntare il dito contro il governo che, pur avendo votato una legge sulla sicurezza, ha ritardato fino ad oggi a vararne i decreti attuativi. Infine in parecchi hanno chiesto l’inasprimento delle pene per chi non attua tutte quelle misure che renderebbero impossibile la morte di chi è andato a lavorare per guadagnarsi il pane.
Belle parole, indubbiamente. Peccato che non riguardino affatto la tragedia di Molfetta. E peccato che, quand’anche tutte quelle misure che esse invocano fossero già state attuate, non sarebbero servite ad evitarla.
Secondo “Liberazione”, “L’Unità”, “il manifesto” ecc. bisognerebbe stangare i datori di lavoro che non proteggono adeguatamente la vita dei loro operai. Ammende fino a quindicimila euro e mesi di arresto: ma noi andiamo oltre e prevediamo la pena di morte. Questo servirebbe ad impedire tragedie come quella di Molfetta? La risposta è no. È facile dimostrarlo, basta dire che uno dei cinque uomini morti è esattamente il proprietario e gestore della piccola impresa. Se solo avesse saputo che penetrando in quella cisterna ci avrebbe rimesso la vita (pena di morte), ci sarebbe mai entrato? Dunque non sapeva certo quello che rischiavano i suoi operai. È stato per salvarli, che è morto lui stesso. Che cosa si può chiedere di più?
La tragedia di Molfetta non è la tragedia dell’incuria del bieco padrone: è la tragedia dell’ignoranza. Quei poveri lavoratori – e dicendo lavoratori includiamo il padrone – sono morti perché non hanno capito il rischio che correvano. È vero che bisognerebbe essere rigorosi, nell’osservanza delle precauzioni, sui luoghi di lavoro, ma le leggi dovrebbero essere meno mitologiche (quella attuale prevede sicurezze di gran lunga maggiori di quelli che ciascuno ha a casa sua) e più attuate. Se no rimangono sulla carta.
Queste sono le riflessioni che nascono dai fatti. Per i giornali, soprattutto per quelli di un’estrema sinistra che in questa campagna elettorale è in perdita di velocità e in debito d’ossigeno, tutto quello che c’è da fare è invece strepitare contro il panciuto padrone che fuma il sigaro in casa sua, mandando a morire i suoi operai. Anche se non ci risulta che il datore di lavoro di Molfetta stia fumando, attualmente.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 4 marzo 2008

Padre Pio: perché disturbare un grande mistero?
E’ difficile esprimere sensazioni su un posto da cui si manca da troppo tempo ed effettivamente da pugliese è molto grave. Eppure a S. Giovanni Rotondo, noto un incredibile sintesi di fede mistica, misteriosa ma grande della gente, soprattutto della gente comune, del popolo del luogo ed internazionale e di morbosità, di curiosità, di commercio ed enfatizzazione che sono poi quello che Padre Pio ha incontrato in tutta la sua vita, sfuggendogli. Perché Padre Pio non è un fenomeno scientifico, ma per molti è un miracolo ancora vivente che va ammirato e creduto oppure per molti altri un mistero osannato con enfasi ma senza vera profondità. Ed in questi giorni in cui la salma di Padre Pio è stata inspiegabilmente sottratta al suo riposo nella silenziosa e raccolta cripta della Chiesa di S. Maria delle Grazie (presumibilmente per spostarla presto o tardi in quel moderno anfiteatro, altro esempio di enfasi commerciale, costruito da Renzo Piano, personalmente troppo sopravvalutato), si vedono gli stessi sentimenti. La frenesia dei frati, l’incredibile sensazionalità della Chiesa che paradossalmente oggi si affida ad uno dei suoi più discussi, sospetti e meno apprezzati santi per cercare di creare un fulcro di fede, un punto di riferimento per l’Italia e per il mondo, ormai assente da quel lontano 3 aprile del 2005, quando Giovanni Paolo II, lasciò il mondo…Tre anni dopo, la Chiesa aspetta un nuovo miracolo: riprendere credibilità. S. Giovanni Rotondo si prepara alla frotta enorme di un turismo mondiale che ha visto alimentare una città di 7000 abitanti, facendola arrivare a 25.000 residenti e ad una cifra di circa 3000 persone al giorno: secondo luogo visitato al mondo dopo Lourdes, dove pure viene adorata la più splendida delle espressione divine, la Madonna. Turismo e curiosità, ma anche morbosità. Cosa potrà dire quel corpo mostrato più di quanto non dica già la fede antica e mistica di molti miracolati che credono di essere tali, anche senza il beneplacito della Chiesa, di tanti vecchi che ricordano prediche e confessioni con il Padre, di gente folgorata dal suo sguardo pesante, penetrante, pur senza avergli mai parlato? Eppure chissà perché, si sente la necessità di questa materialità ed è la Chiesa in crisi, la prima a risentirne, oltre a molti fedeli, in realtà non così fedeli, forse più curiosi oppure semplicemente convinti che la fede debba essere per forza un fatto visivo, come tutto è apparenza in questo periodo. E così via alla fiera della visibilità, con autorità, tv, vip, tutto ciò che Padre Pio disprezzava, diventa invece l’unica occasione di riscatto di un popolo mondiale di cristiani e non, altrimenti smarrito e distratto. San Giovanni Rotondo apre la bara di Padre Pio. Quel Padre che è Santo, ma resta sempre Padre, diverrà da umile frate ad oggetto di esposizione sacrale ma anche commerciale, fra i click dei cellulari e le parole chissà quanto sincere di molta, troppa gente, da uomo che voleva nascondere i suoi misteri, fastidiosi ed incomprensibili ad uomo che deve essere per forza scoperto in tutto e per tutto. Ma è questa la vera fede? E’ questo che vuole la Chiesa? “Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno…”. 

Angelo M. Daddesio

Zeva adom
Allarme!
Allarme rosso!
Zeva adom...zeva adom....zeva adom, in questi ultimi giorni la voce metallica  dell'altoparlante lo grida ininterrottamente mentre le sirene suonano.
Zeva Adom e la gente di tutto il sud di Israele incomincia a correre verso i rifugi, sa di avere dai 10 ai 15 secondi per salvarsi. Provate a correre contando fino a dieci e vediamo dove arrivate.
In 24 ore sono caduti piu' di 100 kassam , in altre 12 ore altri 100.
Ashkelon che si trova a nord di Sderot, sul mare, e' stata bombardata  da decine di missili Grad. Uno dei primi si e' conficcato nel cortile dell'Ospedale Brazilai, ancora 5 metri ed era strage, altri sono finiti su case, strade, provocando feriti e tanto panico.
A Sderot, Osher, otto anni, ha una gamba di meno  ed e' ancora in coma farmacologico, un altro bambino , 7 anni, lo abbiamo visto che si guardava il braccio e poi si e' messo a gridare "dove e' il mio braccio? mamma mamma mamma dove e' il mio braccio".
Ronnie che studiava e su trovava in pausa nel campus del College, e' stato centrato in pieno.
Lascia quattro bambini.
Poi c'e' la follia provocata dal panico,  la gente che non riesce piu' a vivere, i bambini che hanno paura di spostarsi da una stanza all'altra di casa. Gli ospedali pieni di feriti nel corpo e nell'anima, quante generazioni dovranno passare senza guerre e terrorismo per guarirli e rendere normale la loro vita.
Loro, i palestinesi, vogliono avere figli martiri.
Lo dicono, lo urlano in tutte le salse, lo fanno dire a cartoni animati, a Micky Mouse, a coniglietti, lo fanno cantare ai loro bambini gia' violentati nel cuore dalle loro famiglie e da chi dovrebbe educarli.
"Ammazzeremo gli ebrei e li mangeremo" dice una bella bambina alla TV palestinese.
"Ammazzeremo i danesi che hanno insultato Maometto e li mangeremo", ripete tutta contenta.
Vogliono figli di odio, vogliono figli terroristi, vogliono figli martiri assassini.
 
Noi no! Noi li vogliamo vivi i nostri figli, li vogliamo belli, fiorenti, pieni di gioia, di orgoglio, di amore. Noi non vogliamo martiri. Noi non vogliamo guerre e sono 60 anni che ci obbligano a prendere le armi per difenderci dalla loro maledetta violenza, dal veleno del loro odio!
Due anni fa sono stati trascinati via dalle loro case e dal paradiso che avevano creato col loro lavoro 9000 ebrei, famiglie, bambini sradicati, trascinati via nella speranza di avere la pace  in Israele e questo e' il risultato del loro sacrificio.
E adesso?
Adesso Israele, dopo decine e decine di avvisi, ha mandato l'esercito a Gaza nel tentativo di fermare i missili e...sapete cosa sta succedendo?
Indovinate.
Tutto il mondo e' in piedi a protestare "basta... finitela...bastardi di ebrei.... guardate...ammazzate i bambini... tornate indietro e fatevi bombardare ".
Si, proprio questo dicono le brave persone dai loro salotti e  che i palestinesi abbiano ammesso che i bambini sono morti a causa di un kassam che aveva sbagliato strada piombando su una casa palestinese, non ha importanza. Nessuno lo ha capito.
Si, fino a ieri tutti zitti, morti e feriti in Israele, panico tra la gente, missili a diluvio e l'opinione pubblica dormiva tranquilla, i media invece si preparavano zitti zitti quatti quatti a imbrogliare i dormienti prevedendo che Israele non poteva piu' rimandare l'attacco a Gaza.
Da ieri si sono svegliati tutti ed e' incominciata la solita musica tradizionale degli insulti, delle accuse, della demonizzazione. Si rincorrono sul web, chi piu' ne ha piu' ne metta.
Si, si e' svegliata anche Condie Rice e domani arriva a Gerusalemme.
Cosa ci vorra' dire?
Ricominceranno anche stavolta i balletti come con la guerra in Libano?
Fermi, non sparate, ritiratevi, bastardi cattivi, lasciate in pace Nasrallah.
Questa volta diranno:
Fermi, non sparate, ritiratevi, bastardi cattivi, lasciate in pace hamas.
Dalema si sta gia' lustrando i baffetti pensando alle brutte cose che dichiarera' contro Israele e Vattimo?
L'esimio prof Vattimo che  accusa Israele di nazismo, che manda messaggi a un suo collega ebreo salutandolo con un "sig heil". Che dira' Vattimo adesso che Israele SI STA DIFENDENDO?
Un'amica sul mio blog ha suggerito di raccogliere tutti i 7000 missili caduti su Israele negli ultimi anni e di portarli davanti al Palazzo dell'ONU. Faccio mia la sua proposta sperando possa essere raccolta e attuata. Una bella montagna di missili davanti ai quali far sfilare tutti i paesi membri mentre suona la sirena e quella voce metallica registrata che grida "Zeva adom....zeva adom
...zeva adom...allarme rosso..." ogni pochi secondi.
 
Mi piacerebbe vedere quanto tempo resisterebbero i nervi dei membri delle Nazioni Unite pur senza quei 10 secondi di corsa folle verso un rifugio, pur senza il pericolo che il missile ti cada in testa o colpisca i tuoi figli.
 
Signori del mondo, signori giornalisti, signori politici in Europa e in USA lasciate perdere, lasciateci stare, voi avreste resistito molto meno di Israele, cercate di non insultarci troppo, provate, per una volta,a capire che ci stiamo difendendo da gruppi di belve immonde che hanno rifiutato terra e proposte di dialogo  pur di avere la soddisfazione di farci annegare nella disperazione.
Io spero che questa volta Israele non si faccia fermare da  nessuno di voi, burocrati e ipocriti pacifisti.
Che Dio protegga i nostri ragazzi che sono la' a rischiare la vita per salvare  il nostro Paese dalla barbarie del nemico.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com