ARCHIVIO MARZO 2008
14
maggio. Invasione di Israele
Si avvicina il giorno
dell'Indipendenza di Israele e i palestinesi stanno gia'
cercando di rovinarci la festa, come e' loro abitudine e
divertimento, come fanno da quando qualcuno ha pensato di
inventarli per avvelenare ogni giorno della nostra vita in questo
Paese.
Quale e' la loro ultima
pensata? Far venire in Israele, per terra per cielo
e per mare, milioni di palestinesi il 14 maggio, con valigie
in mano , per prendere possesso delle "loro case".
Questo delirio non
viene da Hamastan ma da Ramallah, da quell'Autorita'
Palestinese con cui dovremmo decidere una pace, dei confini,
due paesi per due popoli, e poi vivere senza piu' guerre e terrorismo
gli uni accanto agli altri, finalmente, definitivamente e beatamente
divisi!
Quando decideranno
di piantarla con le provocazioni? quando decideranno
di diventare una societa' civile di cui potersi fidare
e con cui potersi confrontare? Quando diventeranno tanto maturi
da condannare gli attentati fatti in Israele dai loro giovani
fanatici votati alla morte?
L'ANP ha esaltato
l'assassino della yeshiva' di Gerusalemme, ha osannato
la sua bestialita', lo ha dichiarato martire, lo ha ufficialmente
commemorato per aver voluto colpire il Popolo del Libro
riuscendo ad ammazzare 8 ragazzi mentre studiavano le
Scritture, prima di essere freddato lui stesso, la bestia.
Ogni volta cadono
le braccia per lo sconforto nel vedere che lo stesso
governo di quello che e' rimasto dell'ANP, dopo il colpo di
stato di hamas che in effetti ha gia' diviso in
due un paese non ancora esistente, discuta con Israele il
progetto di due popoli-due stati e contemporaneamente
esalti il terrorismo e inviti i palestinesi a invadere Israele
nel giorno in cui celebra la propria indipendenza.
Come si puo' parlare
di cose serie con questa gente?
Vogliono due stati
palestinesi, uno nei territori che pretendono essere
di loro appartenenza e uno in Israele che, se abitato da
una maggioranza araba, diventerebbe "Israele che non c'e'
piu'".
Tutta la storia dei
palestinesi e' follia pura, una follia basata su una
menzogna che sta tenendo in scacco il mondo da un secolo.
La follia di inventare un popolo mai esistito prima, di
considerarlo legittimo proprietario di terre mai state sue,
di avergli permesso di assumere un'identita' mai avuta perche'
i palestinesi, prima di diventare israeliani, erano gli ebrei.
Le poche popolazioni arabe non avevano nomi specifici, erano
arabi e basta, i piu' arrivati dai paesi arabi circostanti
perche' l'Yishuv ebraico all'inizio del secolo scorso dava loro
la possibilita' di lavorare, di curarsi, di curare il tracoma
dei loro figli, la tubercolosi e la malaria.
Gli ebrei gli hanno
dato lavoro, li hanno curati, gli hanno costruito
le scuole e si sono ritrovati sgozzati da gente che urlava
che la terra era improvvisamente diventata sua, terra araba.
Fu a questo
punto della tragica storia che i soliti perfidi inglesi
tradirono la dichiarazione Balfour del 1917 e la decisione
della Lega delle nazioni del 1922 che assegnava agli ebrei
le terre storicamente ebraiche del Mandato britannico, limitando
l'immigrazione a 15.000 ebrei all'anno per cinque anni per
poi bloccarla del tutto.
Fu cosi' che sempre
i soliti inglesi nel 1922, aggiunsero all'ultimo
momento una clausola, la numero 25, alla dichiarazione
Balfour in cui era scritto che le terre quasi del tutto
disabitate promesse agli ebrei, dovevano diventare Regno
di Giordania per dare un trono agli Husseini dell'Arabia Saudita.
Di fatto questa fu
la prima spartizione della terra che doveva andare
agli ebrei.
La seconda avvenne
nel 1947, quando le Nazioni Unite decisero di dividere
ulteriormente il restante territorio del Mandato Britannico
tra ebrei e arabi (non palestinesi perche' all'epoca non
esisteva popolo con questo nome).
Gli arabi rifiutarono
l'offerta semplicemente perche' non potevano accettare
la bestemmia di una nazione non araba in mezzo
a loro.
Erano antisemiti,
legati ideologicamente al nazismo.
Israele era, per loro,
anatema.
Dopo il rifiuto ci
fu l'invasione di Israele.
Israele vinse la guerra
e vinse la vita.
La Giordania
si prese i territori di Giudea e Samaria, li annesse,
se li tenne per 19 anni durante i quali nessun palestinese
li pretese per creare uno stato.
Restarono per lo piu'
disabitati ma in compenso i palestinesi continuarono
a fare attentati terroristici contro Israele.
Nel 1967 Israele vinse
un'altra guerra dichiarata dai paesi arabi, riconquisto'
Giudea e Samaria ricomponendo cosi' il territorio
del Mandato Britannico che doveva andare agli ebrei
nel 1947, dopo il rifiuto arabo.
Questa e' storia ,
la storia che la creazione di un popolo palestinese
trasformo' in tragedia negando a Israele il diritto di esistere
e agli ebrei, ancora una volta, il diritto di vivere e dando
origine a quella mostruosita' immensa che sara' il
terrorismo palestinese.
Dopo 60 anni di sangue
e di proposte sempre rigettate dagli arabi, si arrivo'
all'idea dei due popoli due stati nel tentativo di porre fine
ai morti, al terrorismo, alle guerre contro Israele.
La base su cui si
fonda il principio due popoli per due stati, significa
che i palestinesi devono smetterla di considerare anatema
l'esistenza di uno stato ebraico in un area completamente
arabo-islamica. Devono abbandonare l'idea, ormai secolare,
di distruggerlo per sostituirlo con uno stato arabo-palestinese
e devono capire che l'unica possibilita' di sopravvivere
e' rassegnarsi ad esistere al di fuori dai confini di Israele
che saranno decisi alla firma di un trattato di pace.
Finche' romperanno
le scatole colla legge del ritorno non si arrivera'
da nessuna parte perche' non esiste possibilita' che degli
arabi tornino ad insediarsi in uno stato che non e' il
loro per arrivare a distruggerlo dal di dentro, in base all'idea
genocida di "eliminare Israele dalla faccia della terra".
Questo fa pensare
che l'ANP non sia altro che la maschera meno orrenda
di hamas, quindi un tranello per Israele che, se
facesse la pace con Abu Mazen, poi si troverebbe ad avere
ai propri confini due stati terroristi, uniti fraternamente
nell'ennesimo tentativo di distruzione dell' odiata entita'
sionista.
All'interno di Israele
avremmo invece un milioncino di arabi , piu' un piccolo
numero di ebrei folli e traditori, sventolanti la bandiera
palestinese.
Non ci credete?
E' impossibile che
una democrazia permetta che della gente sventoli
sul suo territorio le bandiere del nemico mortale?
E' possibile, e' possibile, purtroppo.
Tutto e' possibile in Israele dove
democrazia significa non solo liberta', diritti e doveri
ma anche "cittadini arabi sputateci pure addosso
e noi ci fustigheremo ogni mattina col gatto a nove code".
E' possibile ed e' accaduto ieri
a Jaffo , un quartiere di Tel Aviv, Signori, nel cuore di Israele,
a Tel Aviv, non a Tul Karem, a Jaffo di Tel Aviv dove vivono
arabi ricchi e pasciuti proprietari di ristoranti e negozi
sempre pieni di turisti.
E' successo che questi arabi ricchi
e pasciuti, cittadini israeliani, abbiano fatto una grande
manifestazione per il "giorno della terra" e tutti a sfilare,
elegantemente vestiti, sventolando, IN ISRAELE, E LIBERAMENTE,
la bandiera palestinese.
Gente maledetta, loro .
E noi che glielo permettiamo cosa
siamo?
Noi che non li obblighiamo ad andarsene
a Ramallah o a Gaza a calcioni nel sedere e che non gli
chiediamo nemmeno di essere fedeli al paese di cui portano
la cittadinanza, cosa siamo se non dei poveri idioti?
Questi ricchi e pasciuti arabi israeliani,
vestiti Armani , coi Ray-ban sul naso, andranno ad accogliere
i loro fratelli il 14 maggio mentre noi cercheremo di festeggiare
i 60 anni di Erez Israel e di essere contenti?
Ci avveleneranno anche quel giorno?
Sicuramente si, se noi gli permetteremo
di farlo.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
MENTIRE DICENDO
LA VERITÀ
Ansa, 31 marzo: “Dove
sta scritto che il duello tv tra me e Berlusconi
non si puo' fare per legge?, chiede il candidato del centrosinistra.
Su questo tema Veltroni sostiene che Berlusconi dice cosa
falsa”.
Questo si chiama "mentire dicendo
la verità", o anche “fare lo scemo per non pagare il
dazio”. In effetti è vero, il duello Berlusconi-Veltroni
si può fare: solo che bisogna contemporaneamente permettere
tutti gli altri incontri a due. Il calcolo combinatorio dice
che, se tutti e quindici i candidati devono incontrare tutti, il
totale è 105. Su uno siamo d’accordo, vediamo gli altri 104.
La matematica non permette di barare, neanche ai buonisti di sinistra.
Oppure il caro Walter spieghi agli altri tredici candidati come
si aggira la legge n.28 del 22 febbraio 2000, voluta dal centro-sinistra
e pomposamente denominata “par condicio”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
-31 marzo 2008
COMIK
Due note: leggo nel
"Giornale" di ieri 29 marzo che i candidati premier
sono quindici. In questo caso "i confronti" a due a due dovrebbero
essere centocinque.
La seconda nota riguarda
una dichiarazione di D'Alema che, durante una cena
con degli amici, a Posillipo, ha detto (lo riferisce
Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera): "Sapete che ho
un'alta concezione di me".
La frase non è
stata priva di conseguenze. Due dei presenti sono
caduti dalla sedia, per lo stupore. E gli è ancora andata
bene: perché altri tre sono rimasti afasici per una
settimana e per uno la prognosi è riservata.
IL CONFRONTO
Chi secondo i sondaggi
è in vantaggio in una campagna elettorale tende
a rifiutare il confronto diretto col principale competitore.
Lo scopo è quello di non offrirgli la visibilità
che dà il confronto stesso. Il Cavaliere infatti non lo
concesse a Rutelli, nel 2001, e nel 2006 Prodi lo accettò
con molta riluttanza. Non ricavandone nulla di buono, per altro.
Dunque l’attuale “cattiva volontà” di Berlusconi è
fuori discussione.
Negli ultimi giorni
Veltroni ha deciso di abbandonare il buonismo ed ha
accusato Berlusconi di avere paura di incontrarlo. Questi
– dichiarando che in televisione eventualmente lo straccerebbe
– ha obiettato che la legge 22 febbraio 2000 n.28 rende
questo confronto impossibile. La controparte gli ha risposto
che è formalista, che si aggrappa a cavilli, che la par
condicio è superabile: e alla fine rimane la curiosità
di sapere quale sia effettivamente il punto di diritto.
La legge n. 28 del
22 febbraio 2000 è straordinariamente noiosa. Per
la televisione si potrebbe riassumere in questo imperativo:
tutti i candidati vanno posti nelle medesime condizioni.
Purtroppo, riguardo ai “confronti”, è una completa
delusione. Essi sono citati solo di passaggio, al punto tre
dell’art.2. Eccolo: “È assicurata parità di condizioni
nell'esposizione di opinioni e posizioni politiche nelle
tribune politiche, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, nelle
presentazioni in contraddittorio di programmi politici, nei confronti,
nelle interviste e in ogni altra trasmissione nella quale assuma
carattere rilevante l'esposizione di opinioni e valutazioni politiche”.
Nient’altro o quasi.
Non rimane che ragionare
sui pochi elementi di cui si è in possesso.
In inglese, la parola
corrispondente a “confronto”, sia nel senso di paragone
che in quello di scontro, è “match”. Dunque esso
dovrebbe essere fra due, due persone o due squadre. Diversamente,
invece di match si tratterebbe di rissa. Nel caso specifico,
se il “confronto” fosse fra tutti i candidati formalmente nelle
medesime condizioni, vedremmo in televisione una dozzina di
persone che potrebbero parlare per un dodicesimo del tempo ciascuna:
e non avrebbero certo il modo di ribattere alle domande o alle
provocazioni degli altri undici. La cosa si risolverebbe in una
passerella in cui tutti risulterebbero sullo stesso piano:
sia chi, come Silvio Berlusconi, è accreditato del 40%
dei voti validi, sia Pinco Pallino, leader del Partito dei Mancini
dai Capelli Rossi. I leader dei principali partiti non si presterebbero
mai a qualcosa del genere.
Ma esiste anche un’impossibilità
tecnica, al riguardo, assolutamente insuperabile.
Mentre in passato i leader sono stati solo due (Occhetto-Berlusconi,
Prodi-Berlusconi, Rutelli-Berlusconi, Prodi-Berlusconi),
stavolta sono molti di più e questo ha delle conseguenze.
Se i candidati sono quattro, i confronti salgono a sei, se
sono otto a 28, se sono dodici a 66. Sessantasei puntate di Porta
a Porta, a due la settimana, richiederebbero trentatrè settimane.
Da sette ad otto mesi. È ovvio che siamo all’assurdo.
Oggi un confronto
Veltroni-Berlusconi potrebbe aversi soltanto in patente
violazione della legge sulla par condicio. Come privare
infatti Casini dello scontro con Berlusconi, a cui terrebbe
infinitamente? O Bertinotti dello scontro con Veltroni?
E non c’è forse Ferrando che, da sinistra, sarebbe ben
lieto di rinfacciare a Bertinotti, in tivù, il tradimento
degli ideali? E forse che la Santanché non sarebbe
lieta di fare altrettanto con Fini?
In passato Berlusconi
ha forse avuto torto, dicendo no a Veltroni. Oggi
ha sicuramente ragione. Si è comportato come
quella donna frigida che prima diceva no con mille scuse,
poi si sposò ed ebbe la regina delle giustificazioni:
il dovere della fedeltà.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 29 marzo 2008
IL FISCO E LA POLITICA
Prodi, ancora pochi
giorni prima che cadesse il governo, si vantava di
avere “rimesso in piedi l’Italia”. Altri, come Padoa-Schioppa
o Bersani, si vantavano di avere “riportato in ordine i
conti pubblici”. Di fatto, persino il presidente della CEI
definiva l’Italia “sfilacciata”, il mondo vedeva che Napoli
annegava (e ancora annega) nei rifiuti, e il nostro governo
era definito dal Financial Times il peggiore d’Europa. Se l’avesse
guardata meglio, Prodi avrebbe visto che l’Italia non era in piedi,
era seduta. O forse in ginocchio. Ma ammettiamo che i conti siano
stati messi in ordine e chiediamoci: come si è operato? con
quali conseguenze?
Quando c’è
uno sbilancio negativo, la correzione si può
effettuare in due modi: se la congiuntura è favorevole,
si lascia inalterata la pressione fiscale e si ottiene
un gettito maggiore perché aumenta il prodotto interno
lordo; se invece la congiuntura è sfavorevole e il
pil rimane inalterato, si può solo aumentare la pressione
fiscale. Nel primo caso, l’aumento del gettito è per
così dire indolore: chi, in un periodo di ottimismo, cambia
l’automobile, paga una bella somma come Iva ma è contento
del veicolo nuovo. Nel secondo caso, il contribuente non solo
si tiene la vecchia auto ma deve anche pagare di più in termini
di imposte e tasse. Si immagini con quale gratitudine guarderà
al governo.
L’Italia degli ultimi
due anni ha avuto un incremento del pil tutt’altro
che brillante. Se dunque c’è stato un aumento del
gettito contributivo, è esclusivamente a causa di
un aumento della pressione fiscale. Cosa del resto certificata
dagli indicatori statistici. E allora bisogna porsi la domanda:
era inevitabile, questo aumento della pressione? Perché,
se si sbaglia momento, è come mettere a dieta un anoressico.
Di solito, i governi
di destra sono rigoristi e i governi di sinistra lassisti.
Tanto che qualcuno ha potuto dire che i governi di destra
risparmiano quel denaro che poi la sinistra spende. Stavolta
sembrerebbe che lo schema si debba invertire. Un governo
di centro-sinistra avrebbe raddrizzato i conti, ricavandone
una grande impopolarità, e un governo di centro-destra
si troverebbe la strada spianata per governare facilmente.
All’occasione diminuendo la pressione fiscale. Ma questa
situazione, che ribalterebbe la leggendaria fortuna di Prodi
come la altrettanto leggendaria sfiga di Berlusconi, è
peggio che dubbia. Il governo è caduto ed oggi è chiaro
che la sua eredità è tutt’altro che positiva. L’Italia
è l’ultimo paese d’Europa per la crescita (secondo Bruxelles),
l’inflazione supera il 4%, soprattutto per gli alimentari, e
non si vede via d’uscita: il guaio sembra strutturale. Il centro-destra
fa belle promesse ma, anche se vince le elezioni, c’è
da temere che non potrà far molto. La nazione è economicamente
malata e una fiscalità invadente ed oppressiva le ha
solo assestato la botta finale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
BETTINI HA TRE
NARICI?
Dicono che Goffredo
Bettini sia lo spin doctor, l’eminenza grigia, il
suggeritore, il regista o comunque si voglia chiamare chi
sta dietro qualcuno e lo fa parlare un po’ come un ventriloquo.
Se così fosse, forse sarebbe bene che Veltroni ne
facesse a meno. Ecco che cosa dice Bettini sul “Corriere”,
intervistato da Maria Teresa Meli.
“Dal 30
marzo installeremo 12 mila gazebo in tutta Italia e
un milione di persone diventerà protagonista della
svolta della campagna: un’arma in più che Berlusconi
non ha”. Un’arma che non ha o un’arma di cui ha già
abusato? Bettini considera tutti gli italiani smemorati?
E prosegue: “Il
Wall Street Journal lo ha detto meglio di come qualsiasi
nostro militante o dirigente l’avrebbe potuto dire: Se
torna Berlusconi è un disastro per gli italiani". Questo
ricorda una barzelletta. Un giocatore di calcio protesta col
guardalinee per le troppe decisioni avverse e quello gli risponde:
“Se continui a protestare la prossima volta che giocherete
contro di noi te la farò vedere io”. Se il Wall Street Journal
“lo ha detto meglio di qualsiasi nostro militante”, significa
che è più partigiano di qualsiasi militante. La prossima
volta che giocherete contro di noi…
L’intervistato
afferma poi: “È impensabile che si possa ancora
credere alla sua [di Berlusconi] girandola di bugie come
la storia della cordata per salvare Alitalia”. Una bugia
è tale quando acclarata. Bettini è sicuro che
quella cordata non ci sarà? Scalfari è sicuro del contrario
e comunque con quale coraggio si può dare del bugiardo
a qualcuno senza averne la prova, anzi, senza avere la possibilità
della prova, prima che sia passato il tempo necessario per conoscere
la verità?
“E che dire del
contratto con gli italiani, che ha completamente
disatteso nonostante l’affermazione che non si sarebbe mai
ricandidato se avesse mancato alla promessa fatta?” Bettini
farebbe bene a mettersi d’accordo con Ricolfi, commentatore
e tecnico di sinistra, il quale accredita Berlusconi
di un adempimento al 65%, mentre per altri istituti si arriva
all’85%. Egli dimentica soprattutto che per gli italiani un
politico che realizza metà delle sue promesse è
già un’eccezione. Perché non prova a rivedere le bucce
e le percentuali di realizzazione di Prodi?
Poi si passa
al problema della gioventù. Berlusconi sarebbe
vecchio mentre “Veltroni rappresenta questa boccata d’ossigeno
verso il futuro”. Cioè sarebbe il nuovo. Anche
se fa politica da quando aveva i calzoni corti mentre fino
al 1993 Berlusconi ha fatto solo l’imprenditore. Quindici
anni contro trentacinque o giù di lì. Ma si
pretende che la leggenda prevalga sui fatti.
C’è poi
anche la battuta sul numero di candidature: “Per carità,
non voglio dire nulla di provocatorio, ma ho scoperto
che il solo che ha avuto il coraggio o la sfrontatezza di candidarsi
per cinque volte è stato Jean Marie Le Pen».
Nulla di provocatorio, solo il coraggio di dire una scemenza.
Perché in questo caso il più virtuoso fra
Le Pen, Berlusconi e Stalin sarebbe proprio quest’ultimo, che
non si è candidato neppure una volta, in libere elezioni.
“Anche Prodi non è giovanissimo,
obietta l’intervistatrice. «Prodi ha avuto
l’intelligenza e la prontezza di favorire il ricambio e
sta dando, con i suoi ministri, una lezione di stile per la
sobrietà con cui sta seguendo e aiutando la campagna elettorale».
Traduzione nota a tutti: Prodi è stato gentilmente -
ed anche non gentilmente - pregato di non mettere la sua faccia
nella campagna elettorale. Per non peggiorare le proporzioni
della prevista sconfitta. Gli articoli sull’ “oscuramento”
di Prodi non si contano e Bettini ha la faccia tosta di parlare di
lezione di stile? Ancora ieri il Corriere dava conto dell’allarme
del Partito Democratico alla notizia che Prodi intende partecipare
in Piazza del Popolo alla manifestazione conclusiva della campagna
elettorale, accanto a Veltroni. Ma Bettini i giornali li legge?
Poi si rimprovera
a Berlusconi di non volere incontrare Veltroni a faccia
a faccia, dimenticando che questo è praticamente
impedito dalla legge. Per essa, o Berlusconi incontra tutti
gli altri candidati alla Presidenza o viola proprio
quella legge sulla par condicio che non avrebbe mai voluto
e che Casini gli ha impedito di cassare. Oggi come oggi, se i candidati
fossero nove, i confronti a due a due arriverebbero, salvo errori,
a trentasei. Porta a Porta, di Vespa, dovrebbe andare in onda
tutti i giorni dal 28 marzo al tre maggio. Ma Bettini la par condicio
l’ha completamente dimentica e infatti dice: “fu lui [Berlusconi]
a rifiutare l’incontro con Rutelli ma poi ha incalzato Prodi…”
Dimenticando che in ambedue i casi i candidati per la Presidenza
del Consiglio erano solo due.
Goffredo Bettini,
mentre vanta la novità del Pd, dimostra che lui
personalmente non è nuovo. È rimasto fermo allo
stile del Pci.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 27 marzo 2008
LA QUESTIONE ALITALIA
Quando si tratta
di centinaia di aerei, di migliaia di dipendenti,
di miliardi di euro - e di sindacati capaci di fare danni
incalcolabili - vederci chiaro non è impresa difficile:
è impossibile. Tuttavia anche un professore di geologia
assolutamente incapace di scalare l’Everest rimane in
grado di vedere quanto è alto. Cioè di valutarlo nelle
sue linee generali. E sull’Alitalia si possono allineare
i seguenti fattori:
1) da anni la
Compagnia perde soldi (molti) invece di guadagnarne;
2) questo stabile
dissesto tecnicamente si chiama fallimento. Si noti
che il fallimento è una situazione giuridica “dichiarata”
dal Tribunale e “dichiarata” significa soltanto che è
stata accertata come fatto economico (sulla base dell’insolvenza).
Dunque, economicamente, l’Alitalia è fallita.
Giuridicamente no perché ha continuato a pagare
i suoi debiti (coi soldi dei contribuenti) e per questo non
s’è avuta la “dichiarazione”: ma fallita è.
3) prima della
dichiarazione un’impresa economicamente fallita può
essere rilevata da un’altra impresa, se quest’ultima
si sente in grado di raddrizzarne le sorti. Questo sarebbe
il tentativo di Air France.
4) il governo
italiano in passato ha cercato di dismettere l’Alitalia
(di cui è il principale azionista) ma ha posto condizioni
che hanno fatto fuggire tutti i possibili acquirenti. Infatti,
se è impossibile raddrizzare un’impresa economicamente
fallita, perché si vieta di risanarla, comprarla corrisponderebbe
a caricarsi i suoi costanti deficit: e solo un pazzo (che
poi fallirebbe a sua volta) potrebbe farlo.
5) malgrado ciò,
stranamente, la trattativa è continuata e da
un certo momento in poi è andata avanti solo con Air
France e Air One. Air One è stata estromessa dal Consiglio
di Stato ed ora è rimasta solo Air France . Questa
società ha imposto condizioni draconiane (che si erano
o no consentite alle imprese concorrenti? Punto interrogativo),
da accettare subito, “prendere o lasciare”, entro il 31
marzo, ed in molti sono stati del parere che sarebbe stato bene
accettare immediatamente: chi si libera del peso di un’impresa
fallita fa comunque un notevole affare. Quanto meno non perde
altro denaro.
A questo punto
dell’analisi bisogna fermarsi e fare una pausa per
riflettere, riprendendo dal punto due. Se l’Alitalia è
fallita, perché mai Air France accetta che gliela regalino?
Forse perché le sono state offerte possibilità
economiche nuove, per esempio un bel numero di licenziamenti?
Ma se (punto tre) è possibile raddrizzare le sorti economiche
dell’Alitalia, perché mai dovrebbe farlo l’Air France
e non lo stesso governo italiano? Perché mai i francesi
dovrebbero essere in grado di fare una cosa impossibile,
se è impossibile, o perché mai gli italiani non dovrebbero
essere in grado di fare una cosa possibile, se è possibile?
Qualcuno potrebbe
dire che la differenza è questa: che Air France
potrebbe affrontare a muso duro i sindacati, i problemi
di Malpensa e chiunque si pari sul suo cammino. Ma se
così fosse non sarebbero loro ad essere capaci di fare
l’impossibile, sarebbe il governo italiano incapace di fare
il possibile, cioè di governare. Senza dire che mal
si comprende come mai Air France potrebbe fidarsi dei sindacati
italiani. Se poi questi si mettessero ad organizzare scioperi
micidiali dopo essersi impegnati a non proclamarne, che cosa
farebbe, Spinetta, li sculaccerebbe? Tutto questo non che essere
chiaro, è fumoso e ambiguo.
6) A questo punto scende in lizza
Berlusconi e dice: organizzo una cordata italiana
per rilevare Alitalia. E tutti abbiamo fatto un salto
sulla sedia. Ma come, non si erano ritirati tutti? E non
è intervenuto un giudicato che ha lasciato in campo
solo Air France e il Tesoro, senza possibili concorrenti? Come
potrebbe una cordata entrare in una trattativa in cui i possibili
contraenti per legge sono solo quei due? E soprattutto,
se tutti i concorrenti si erano ritirati a causa di condizioni
erano inaccettabili, e l’Alitalia è tecnicamente fallita,
come mai, vedendo il pericolo di altri concorrenti, Air France
si ammorbidisce, rinuncia alle sue improrogabili scadenze, apre
ai sindacati, dice che “nessuno sarà lasciato a terra”?
Questo significa alcune cose. In primo luogo, che il giudicato della
massima giustizia amministrativa italiana non vale un fico secco;
poi che l’interesse della Compagnia francese è ben
più forte di ciò che ci si era fatto credere. Infine
che l’Alitalia è più appetibile di quanto si dicesse.
Diversamente, perché mai Air France farebbe delle condizioni
migliori di quelle che prima aveva detto costituissereo l’ultima
spiaggia? Qualcuno, o molti, qui non dicono la verità.
C’è una forte puzza di bruciato.
7) Veltroni ed
altri, a questo punto, dicono: “non c’è nessuna
cordata. E se c’è, si faccia avanti entro quarantott’ore”.
Ed anche questo è discutibile. Innanzi tutto, Veltroni,
Berlusconi e tutti gli altri dovrebbero spiegare come si passa
sopra al giudicato del Consiglio di Stato. Poi, se Air France
ci ha messo settimane e mesi, a fare la sua ultima proposta (per
giunta da accettare o rifiutare a tamburo battente), perché
mai la possibile cordata dovrebbe essere capace di fare in quarantott’ore
ciò che altri hanno fatto in parecchi mesi?
8) Ma non basta.
Se si vuole realizzare una due diligence, cioè
un esame approfondito dei conti e della situazione economica
dell’Alitaia, non è forse segno che non si crede
a quella su cui si basa l’offerta di Air France? E che cosa
si sospetta, dunque, che il governo italiano abbia accettato,
per favorire la Compagnia francese, una sottovalutazione
dell’Alitalia? Andiamo bene!
In conclusione,
può darsi che la mossa di Berlusconi sia stata
una follia basata sul nulla, ma una cosa è certa:
ha fatto scoppiare le pretese certezze riguardanti il
valore del giudicato nel nostro Paese e soprattutto ha fatto
dubitare di tre cose: dell’effettiva situazione dell’Alitalia,
dell’accettabilità dell’offerta di Air France e della
correttezza del governo italiano.
Prodi decisamente
non è fortunato, quando si tratta di vendere
beni dello Stato.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
-27 marzo 2008
MADRE A QUINDICI
ANNI
Gli inglesi
definiscono double standard l’uso di due metri diversi
per un fatto unico, secondo la conclusione cui si vuole
giungere. La cronaca offre oggi un eccellente esempio di questo
malvezzo.
Una ragazzina
di quindici anni è rimasta incinta di un giovane
albanese e, contro il parere dei genitori, si è
rifiutata di abortire. Si è addirittura rivolta ad un
avvocato e, benché avesse già partorito
e dato in adozione un bambino due anni fa (quando era quattordicenne),
i media si sono schierati con lei “per la vita” , “per il
bambino”, “per il desiderio di maternità” e ovviamente
contro i genitori dal cuore di pietra. Alla fine l’amore ha
vinto: applausi.
Ma forse quei genitori
non sono gli unici ad avere un cuore di pietra. Il problema
che si può porre è: una qualunque giovane
di tredici-diciotto anni ha il diritto di avere un figlio?
La risposta ovvia è sì. Essa urta tuttavia
contro l’attuale struttura della società e contro il buon
senso dei Romani. Questi maestri del diritto ritenevano infatti
che la piena capacità di agire, oltre che con la maggiore
età, si acquistasse col matrimonio. Era come se dicessero:
“Se ti senti maturo per assumerti le responsabilità di una
nuova famiglia, sei tu stesso che ti autoproclami maggiorenne. Dunque
da questo momento la società non ti farà sconti
e ti considererà responsabile come un adulto”. Nel caso della
ragazzina, l’errore non consiste nel volere il bambino, consiste nel
voler rimanere minorenne per tutto il resto. Non si può dire:
“Voglio il mio bambino ma i miei genitori devono continuare a nutrirmi
ed alloggiarmi“. Non si può dire: “Voglio il mio bambino ma
i miei genitori devono accudirlo insieme con me, spendendo tutto il
denaro che sarà necessario spendere”. È questo che è
sbagliato.
Se la società
contemporanea ha tanto scoraggiato la procreazione
precoce è perché gli attuali minorenni –
anche se sessualmente maturi - non sono in grado di mantenere
né se stessi né i propri figli. Chi pretende
contemporaneamente la posizione di figlio/a e quella di
padre o madre è come qualcuno che volesse vivere in
linea con la società primitiva per quanto riguarda
la fisiologia (la maggior parte delle “bambine” sono mestruate
a dodici-tredici anni) e in linea con la società
moderna per quanto riguarda la dilatazione di quell’artificiale
periodo che chiamiamo “adolescenza”. Infatti presso i primitivi
si passa direttamente dalla fanciullezza all’età
adulta in base ad una cerimonia ufficiale, che dura un solo
giorno. L’adolescenza non esiste. Lì una ragazzina di
tredici anni ha veramente il diritto di essere madre. Perché
si sposa ma lascia i genitori e va a fare la madre di famiglia
con le sue sole forze. Volerlo invece fare nella società
occidentale è tanto assurdo quanto voler fare andare un’automobile
a biada: bisogna scegliere se ci si vuole muovere in auto o a
cavallo.
Sembra
ragionevole che alle ragazze giovanissime che rimangono
incinte i genitori abbiano il diritto di dire: “Se
reclami i tuoi diritti naturali, abbi pure tuo figlio:
ma vai a vivere per i fatti tuoi. Se invece vuoi appartenere
alla società contemporanea, abortisci, torna a
scuola e stai più attenta in futuro”. Questi genitori infatti
non starebbero decidendo della vita della figlia, ma della propria,
e nell’episodio narrato non sono i genitori cattivi che hanno
voluto imporre qualcosa alla giovane, è lei che fa pagare
ai suoi genitori il prezzo delle proprie contraddizioni. Con
un classico double standard.
Ma sappiamo
benissimo che questo discorso non sarà seguito
da applausi.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27 marzo 2008
LA FUGA DI ALLAM
Che cos’è
Magdi Allam? Un deluso dall’Islam che ha trovato
nel Cristianesimo la pace esteriore oltre a quella inferiore
oppure un cristiano che ha rinnegato la sua precedente
fede, sperando che nel Cristianesimo non ci siano quegli
stessi bivi, quelle stesse incoerenze che a volte mostra
l’Islam nella sua versione moderata o radicale? C’è
chi ha osannato la scelta di Allam come “scelta coraggiosa”,
una “scelta personale, risultato di un cammino interiore intenso
ed importante”. Non lo mettiamo in dubbio, ma se così
fosse stato, la scelta sarebbe dovuta rimanere privata, silenziosa
ed invece è stata eclatante, suggellata dalla consegna
dei crismi da parte della massima Autorità della Chiesa Cristiana
Cattolica ovvero il Papa, annunciata sui giornali come un gesto di
sfida contro tanto radicalismo pseudo-islamico che lo ha costretto
a vivere sotto scorta ed accompagnata da una sorta di rancore verso
quell’Islam dalle note violente e dal rimpianto che la sua ricerca verso
l’Islam moderato non lo ha portato a nulla. Insomma Magdi Allam ha
voluto che si parlasse di sé e della sua scelta privata e che
si ponesse il caso di una rivalutazione cristiana e di un decadimento
islamico. Il percorso verso il Cristianesimo iniziato da Allam è
irto di contraddizioni e difficoltà. Sfatiamo un tabù. Allam
non è stato coraggioso...tutt’altro. Ha preferito condannare
la sua religione e quindi lasciarla piuttosto che trovare in essa
lo spirito per combattere, per sconfiggere la deriva estremista
del suo credo e di chi lo professa, insomma ha rinunciato a combattere
dall’interno per accusare dall’esterno. Forse Gesù Cristo,
Dio fattosi uomo, è sceso sulla terra, per cambiare la legge?
No, magari per cambiare gli uomini, lasciando ad ognuno la propria
legge, ma aggiungendo qualcosa in più. E quando fu condannato,
crocifisso da quello stesso popolo che lo aveva ascoltata e che era
divenuto un popolo di discepoli, non penso bene di condannarli, ma
si fece condannare, ma restò all’interno di loro per continuare
a proclamare la sua verità. Certo Gesù Cristo è
qualcosa di altro rispetto all’uomo imperfetto, ma è la dimostrazione
che non si cambia per repulsione ma per scelta e questa scelta
implica il perdono e non l’odio. Il perdono verso gli estremisti,
verso i terroristi. E’ difficile, ma è l’essenza stessa
del Cristianesimo. Trovo difficile pensare che non ci siano radici
comuni fra le tre religioni monoteiste. Don Andrea Santoro in
Turchia fondò la Finestra per il Medio Oriente, un punto di incontro
fra cristiani, ebrei ed islamici, dimostrando quanto avessero in
comune queste Fedi, quanta armonia, quante profezie, quanti messaggi,
quante leggi. Oggi siamo al punto in cui il coraggio si misura con la
sfida, la condanna, il gesto eclatante, magari velato di spiritualità
solo perché c’è una Chiesa militante che si ostina ad annunciare
la supremazia della Civiltà Occidentale e l’unicità della
verità del Cristianesimo e delle sue radici. Tuttavia questa non
è spiritualità, ma politica e perfino banalità.
Come potrei essere banale nel dire che c’è stato e c’è
tanto di violento in quelle ragioni ed azioni dettate dal Cristianesimo
o dall’Ebraismo. E parafrasando l’augurio di Allam, spero che la pace
regni nei cuori di tutti, di chi è soggiogato dalla paura ma anche
di chi è soggiogato dall’odio che è un qualcosa di peggiore.
Ma di fronte all’odio, scappare o cambiare il proprio credo, non significa
cambiare il proprio destino, se c’è un Dio a deciderlo.
Angelo
M. Daddesio
GIORNALISTI PRESUNTUOSI
I giornalisti,
particolarmente quelli famosi, non raramente scrivono
con l’aria di chi ha capacità di giudizio superiori
a quelle di tutti i grandi della terra. Scalfari li
guarda dall’alto in basso, come vivesse nell’Empireo. Barbara
Spinelli non esita ad estendere il suo giudizio altezzoso
a corrucciato a tutti, in Italia e in Europa. E mostra un antiamericanismo
da ci-devant . Perfino Sergio Romano, che pure è
più ragionevole di altri, ha spesso un atteggiamento
sprezzante, in particolare dell’amministrazione Bush. Per Scalfari
si può parlare di un avvitamento dell’io su se stesso,
per la Spinelli si può parlare di un delirio pretesamene
culturale, ma l’Ambasciatore appare sano di mente e dunque il suo
difetto è imperdonabile. Anche quando il peccato sia veniale.
L’episodio da cui si parte è infatti minimo.
Il mondo
vive un momento di grave difficoltà economica e
Romano, il 17 marzo 2008, dice che non c’è speranza
di miglioramento, vista la “confusione e l'incertezza
con cui le autorità degli Stati Uniti stanno affrontando
la loro crisi”. Ora ammettiamo che nell’Amministrazione
ci sia confusione; ammettiamo che ci sia incertezza e ci
potremmo aggiungere che ci sia anche angoscia: ma Romano
saprebbe uscire da questa confusione, saprebbe superare questa
incertezza, saprebbe vincere questa angoscia? Che cosa lo
rende sicuro che altri – o lui stesso - farebbero meglio della
Federal Reserve Bank e di Ben S.Bernanke? Troppo spesso è
come se l’Ambasciatore maneggiasse una matita blu. Ha l’aria
del professore che quell’errore non l’avrebbe mai commesso
e non è affatto così: alcuni problemi sono
facili, altri difficili, ma alcuni sono addirittura insolubili.
In generale i governanti dei grandi
paesi democratici sanno quello che fanno e le loro decisioni
sono sostanzialmente collegiali e ben studiate. Possono
sbagliare, certo, ma meritano comunque rispetto. Il governo
italiano può agire in una maniera che non ci piace,
ma è possibile che abbia un’idea diversa dalla nostra
rispetto a ciò che è bene per la nazione. Riguardo
ai governanti degli altri Paesi, poi, è il loro comportamento
potrebbe non piacerci perché è nell’interesse
della loro nazione e contro l’interesse della nostra.
Si direbbe
che l’umanità non sappia che cedere a due errori
contrapposti: o crede che se una cosa l’ha detta una
persona importante è vera, oppure pensa che chiunque,
per il solo fatto di essere al governo, sia un cretino o un
delinquente. Che lo si dica in treno, o facendo la fila al supermercato,
passi. Ma se lo si scrive con l’aria seria di chi la sa lunga,
no.
Le lettere
ai giornali rigurgitano di centinaia di proposte per
risolvere ogni genere di problemi e si può star certi
che la grande maggioranza di esse – forse tutte - farebbe
sorridere i competenti. In generale, le soluzioni “semplici”
sono già state scartate. Del resto, perché mai una soluzione
evidente e concreta dovrebbe essere trovata da uno che di solito
si occupa di tutt’altro? Insomma, prima di dire ad un chirurgo “Forse
farebbe bene a tagliare lì piuttosto che qui”, bisognerebbe
pensarci tre volte. E poi star zitti.
Per tornare
a Romano, che senso ha parlare di confusione ed incertezza,
riguardo alla crisi economica americana? I dirigenti
sono persone confuse e incompetenti? È come se l’Ambasciatore
dicesse: “Sono nei guai perché non si sono rivolti
a me”. Se invece lo stiamo calunniando ed egli intendeva
dire che la situazione non presenta soluzioni facili (o
forse non presenta affatto soluzioni), avrebbe dovuto dirlo
con parole più rispettose.
Dovremmo
tutti essere prudenti nel giudicare le grandi decisioni,
le rivolte, le guerre. Solamente il tempo può
dire che cosa è stato ben fatto e che cosa no. E
a volte solamente la storia riesce a distinguere se la decisione
che si è rivelata positiva o negativa sia stata ragionevole
o stupida nel momento in cui fu presa. Dunque, perché
buttarsi a tranciare giudizi prima, senza neppure avere
i dati di cui dispongono i governi?
Il contemporaneo
non può evitare di avere opinioni su ciò
che avviene ma non deve dimenticare che può solo dire,
senza disprezzo e senza irrisione, che probabilmente una
cosa è giusta, probabilmente un’altra è sbagliata:
sperando poi che la storia confermi il giudizio. Irridere
invece chi ha preso decisioni importanti, guardare ai governanti
dei vari paesi come ad adolescenti scervellati – come fanno
i grandi giornalisti di cui si diceva – è sbagliato
in sé e fastidioso per chi legge.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 marzo 2008
LAMENTO DEL NOTISTA
POLITICO
Sono sempre
stato grato a Gustave Flaubert d’avermi regalato
un concetto: il “dovere dell’impersonalità”.
Reagendo agli eccessi egolatrici del Romanticismo, il normanno
stabilì come canone estetico che l’autore deve
sparire dal suo testo. Si deve vedere Emma Bovary, si devono
vedere suo marito e il mondo del loro villaggio, ma mai Flaubert.
I fatti deve avere l’aria di narrarsi da sé e se c’è
una paroletta che bisogna evitare con la massima cura è
il pronome “io”.
Certo,
questo non vale se si spedisce una lettera ad un amico.
Qui si può, anzi si deve essere “personali”.
Parlando ai lettori di questo blog come a degli amici,
mi si perdonerà dunque se parlo in prima persona.
Sono stato
invitato a scrivere su questo blog da Luigi Castaldi
che, insieme a Carduccio Parizzi e Giulio Meotti, ne
fu il fondatore. Quando questo è avvenuto io scrivevo
di argomenti politici una volta su tre o una volta su
quattro. Oggi gli argomenti politici sono invece nove su dieci
se non di più. Come mai? È di tanto aumentata la
mia passione politica? La risposta è no. E il fenomeno
si può spiegare con un apologo.
C’era una
volta una donna, di gradevole carattere e dalla conversazione
interessante, che aveva un’irrefrenabile passione
per il pianoforte. Aveva studiato per un numero infinito
di ore ed era arrivata ad un livello di concertista. E
tuttavia non era mai riuscita a divenire una nota artista
perché chi avrebbe dovuto assumerla alla fine diceva
invariabilmente di no. E non per motivi musicali. Il fatto
è che la signora era barbuta. Aveva una bella barba fluente
e nera. Il risultato era che tutti finivano col dirle che il
suo vero posto era in un circo. Lì l’avrebbero assunta
subito. Aveva la via spianata, l’applauso assicurato, era questo
che il pubblico voleva da lei. Per il pianoforte c’erano altri.
È un po’ quello che è capitato
a me. Sono arrivato a Capperi! perché a Luigi
Castaldi (che ho “incontrato” prima di Carduccio) erano
piaciuti dei pezzi miei di vario argomento, spesso di ambito
sociologico, etico, storico. Ma ho presto visto che essi
lasciavano tutti indifferenti. Al contrario, se qualche volta
mi arrischiavo a scrivere di politica, fioccavano i commenti,
le contestazioni ed anche gli insulti: segni anch’essi di
vivo interesse. Alla fine mi è stato chiaro che il mio
posto era il circo.
Non è
che me ne lamenti. Mi dispiace tuttavia che il dialogo
non si allarghi ad altri argomenti, con toni più
amichevoli. Il mondo è grande. Gli uccelli cantano sui
rami senza sapere nulla di Prodi o di Berlusconi, se
è per questo neppure di Bush e Putin, e noi stiamo
ad accapigliarci su Tizio che ha detto questo e Caio che gli
ha risposto quello, e chi dei due è da buttare nella
spazzatura.
La prima
volta che sono stato in Germania in automobile la
Seconda Guerra Mondiale non era finita da un’eternità
e ricordo ancora come, passata la frontiera, mi stupissi
assurdamente della natura verde e pacifica, del cielo
azzurro, di quell’inverosimile pace agreste. Quegli
alberi non sapevano nulla di Stalingrado, di Dresda, di
Auschwitz. Quel placido sole mi diceva che il tempo tutto
ricopre e tutto dimentica. Quanto ci hanno messo, le onde
del Pacifico, a dimenticare la battaglia di Midway?
L’uomo
non è fatto di memoria, di logica, di fredda analisi.
La sua sostanza è il calore del suo sangue, la
pressione delle sue emozioni, l’urgenza delle sue passioni.
Se dunque gli si parla del riscatto della donna, e lui
non è una donna, porgerà un orecchio distratto.
Se gli si parla delle crociate, dirà in cuor suo che
sono cose stravecchie, che non interessano più nessuno.
Arriva addirittura a credere che ciò che valeva per
Pericle o per Federico di Svevia non valga per noi, quasi che anche
l’umanità sia differente. Viceversa, se sì o no si
debba consentire la pillola RU486, se il signor Pappalardi sia
innocente o colpevole, e soprattutto se si debba andare in pensione
ad una data età o due anni più tardi, questo sì muove
il mondo. Chi vuol essere ascoltato deve parlare di queste
cose.
E allora
così sia.
Lasciatemi
tuttavia dire tutto il mio rimpianto per il fatto
che io non riesca a parlare più distesamente
e – direi – più affettuosamente con molti di voi.
Fra dieci anni non ci sarò più io, fra venti
o trenta non ci sarete più voi, il tempo ricoprirà
le nostre vite come le onde hanno ricoperto le portaerei
giapponesi affondate a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.
Lasciatemi
tuttavia dire tutto il mio rimpianto per non aver
potuto parlare più distesamente e – direi – più
affettuosamente con molti di voi. Fra dieci anni non ci
sarò più io, fra venti o trenta non ci sarete
più voi, il tempo ricoprirà le nostre vite come
le onde hanno ricoperto le portaerei giapponesi affondate
a Midway, e non ci saremo mai abbracciati.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 22 marzo 2008
IL FUTURO DEL PDL
Silvio Berlusconi,
come tutti, non è eterno. Potrebbe avere
un infarto domattina come potrebbe fare politica ben oltre
gli ottant’anni: nessuno ha dimenticato Adenauer che
a novant’anni era ancora leader dell’Unione Cristiano-Democratica
tedesca. Ma un giorno anche lui morirà e dunque certi
calcoli è bene farli.
Indubbiamente,
Berlusconi è un fuori classe. La politica
italiana ruota intorno a lui dall’autunno del 1993.
Ha vinto ed ha perso, ma persino quando ha perso è
rimasto al centro dell’arena. È stato battuto da
gente che voleva il potere ma voleva soprattutto toglierlo
a lui: ed era questo il centro del programma. Una volta l’Italia
si è divisa fra guelfi e ghibellini, ora, da tre lustri,
si divide in berlusconiani e antiberlusconiani. Tolto questo
nocciolo di aggregazione, che ne sarebbe del centro-destra?
Una coalizione
berlusconiana senza Berlusconi sembra un controsenso:
tuttavia c’è un detto crudele secondo cui
“i cimiteri sono pieni di persone insostituibili”. Si
tratta dunque di decidere se Berlusconi è il capo di
un esercito da lui creato o se ha trovato un esercito che andava
cercando un capo. In altri termini, se il centro-destra ha creato
Berlusconi o se Berlusconi ha creato il centro-destra. A questo
genere di interrogativo ciascuno può rispondere a suo
modo e quella che segue è solo una possibile interpretazione.
Nessun
leader religioso potrebbe mai fondare una nuova fede
se il suo messaggio non trovasse corrispondenza nei
desideri e nelle convinzioni di molte persone. Nessuno
può creare un movimento di massa se non ne esistono i
presupposti. Per quanto un uomo politico sia capace di fare
proselitismo, è necessario che il suo messaggio cada
su un terreno pronto a riceverlo. E quel terreno non deve
già appartenere a qualcun altro. Se il capo della Dc,
nel 1993, fosse stato ancora De Gasperi, Berlusconi avrebbe
continuato a fare l’imprenditore.
Nel 1994, il terreno nel quale
Berlusconi ha gettato il suo seme è stato l’anticomunismo.
Nessuno sventolava quella bandiera, dimenticando
che per cinquant’anni gli italiani si erano divisi in
comunisti e anticomunisti, tanto che perfino quando con
Fanfani si è attuato il centro-sinistra, si è
potuto farlo perché si distingueva accuratamente tra
il Psi e l’estrema sinistra.
In quel
momento invece, con la liquefazione della Dc, il campo
di gioco era rimasto senza una delle due squadre. C’era
il Pci riverniciato di Occhetto e nessuno dall’altra parte.
Ma questo non significava che fossero spariti i milioni
di italiani che per una vita avevano costituito una diga contro
i comunisti. Ed ecco la grande intuizione di Berlusconi: non
serviva a niente aspettarsi qualcosa da politici demotivati, scoraggiati,
screditati; bisognava rivolgersi direttamente agli italiani.
Bastava porre una semplice domanda: volete lasciarli vincere?
Ecco il genio. Dove gli altri vedono un cumulo di rovine, il
genio vede cantieri edili, grandi immobili in costruzione, nuovi
quartieri. Forza Italia.
Ora ci
si chiede che cosa rimarrebbe di tutto questo se venisse
a mancare proprio Berlusconi. La risposta è duplice:
da un lato mancherebbe il fondatore, il centro, il
punto di riferimento. L’anima stessa di questo movimento.
Dall’altro non sparirebbero i milioni di persone che hanno
votato per Berlusconi. Per non parlare delle migliaia e migliaia
di persone che hanno avuto un assessorato, una sindacatura,
uno scranno di onorevole o di senatore seguendo il Cavaliere.
Non tutto dunque rimarrebbe come prima, ma non tutto sparirebbe
come per magia. In questi quattordici anni si è coagulato
un partito e una rete di interessi che molti tenderebbero a
proteggere e conservare.
L’elemento
centrale del problema è tuttavia temporale.
Se Berlusconi morisse durante una campagna elettorale,
questo fatto avrebbe grande influenza sul risultato
delle elezioni. Come l’ebbe a suo tempo la morte di Berlinguer:
anche se è difficile dire se, questa volta, sarebbe
in senso positivo o negativo. Se viceversa il Cavaliere
sparisse dalla scena nel momento centrale della legislatura,
l’Italia avrebbe il tempo di metabolizzare il cambiamento di
scenario. Le successive elezioni si svolgerebbero in un ambiente
comunque stabilizzato.
L’ultimo
elemento riguarda la leadership. È vero, un
grande capo non si sostituisce facilmente. Tuttavia, per
sapere se lo si può sostituire, bisogna aspettare
il responso della storia. Di solito il successore non vale
il predecessore ma non molti si sarebbero aspettati che il
figlio di Filippo il Macedone potesse essere chiamato Alessandro
Magno. Anche di Cesare si poteva pensare che non potesse essere
seguito da qualcuno degno di stargli a pari, e tuttavia Augusto,
almeno come politico, è stato anche più abile.
Per quanto riguarda Berlusconi, innanzi tutto siamo ad un livello
più basso, rispetto a questi giganti della storia; poi
non si tratta di creare imperi e sopravvivere a momenti tempestosi,
si tratta di guidare un partito. Infine non sappiamo quale livello
di leadership saprebbero esercitare persone come Gianfranco Fini,
Giulio Tremonti o Antonio Martino. Spesso è quando sono all’opera
che i protagonisti della storia rivelano la loro pochezza o la
loro grandezza.
Se bisognasse
augurarsi qualcosa, sarebbe che Berlusconi sappia
un giorno organizzare la propria successione, avendo la
mano felice come l’ebbe Francisco Franco con Juan Carlos
di Borbone.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- marzo 2008
CONTRO IL TEMA
Veltroni
ha affermato che i ragazzi a scuola non dovrebbero
essere obbligati a svolgere temi in italiano, che ci
sono altre forme di creatività, potrebbero “scrivere
racconti” (come se fosse più facile che scrivere
temi), esprimersi con una foto o un filmato. Poi, immaginiamo,
una volta laureati, al concorso per professore di storia o
a quello per la magistratura presenterebbero una bella foto
del loro cane o un filmato delle loro vacanze alle Baleari.
La verità è che, per il semplice fatto di avere passato
qualche anno nelle aule, tutti si sentono autorizzati a parlare
di scuola. Con i risultati che si vedono.
Tuttavia,
dal momento che anche gli orologi fermi dicono la
verità due volte al giorno, l’idea di abolire il tema non
è sbagliata, anche se non lo si può certo sostituire
con una fotografia. Il tema serve ad insegnare a scrivere,
ed è questa una cosa che rimane sommamente difficile.
Per riuscirci, bisogna conoscere l’ortografia. Bisogna avere
precise nozioni sull’argomento. Bisogna essere in grado di
organizzare le idee: tutte cose che gli alunni, soprattutto i
più piccoli, non sono in grado di fare. Per questo da un lato
gli argomenti suggeriti agli alunni sono di una banalità
sconfortante, in modo da essere accessibili a tutti, dall’altro
bisogna essere estremamente generosi, nel concedere la sufficienza:
perché altrimenti bisognerebbe bocciare tutti o quasi.
Tutto questo
è il frutto di un pregiudizio italiano: quello
che il tema debba esprimere delle idee, per giunta personali.
In realtà, il compito della scuola è
quello di insegnare ad esprimere idee non necessariamente
proprie, ma in modo corretto. E per questo l’esercizio
ideale non è il tema. È inutile che i ragazzi
si lambicchino il cervello più per sapere che cosa
scrivere. Ciò che la scuola deve insegnare è piuttosto
come scrivere: e per questo basta il riassunto, che per certi
versi non è meno difficile.
Soprattutto con numero di parole
predeterminato, per contrastare la prolissità, il
riassunto è l’esercizio principe per imparare ad essere sintetici
e ad esprimere concetti. Innanzi tutto, richiede la
capacità di distinguere ciò che è essenziale
da ciò che non lo è: se si è fornito
un testo di mille parole, e bisogna ridurle a cinquecento,
l’alunno è chiamato ad eliminare una parola su due,
e non sempre è facile. Fra l’altro si rischia, se si vogliono
riportare frasi intere del testo di partenza, che esse non si
raccordino o che si omettano dati importanti. Per riassumere bisogna
padroneggiare il testo e la coscienza di avere un problema non di
ideazione ma di espressione, sottolineerebbe, agli occhi del
discente, il dovere della correttezza dello scritto.
Ciò
che manca drammaticamente, nella scuola italiana,
è la coscienza che scrivere non è un fatto
artistico ma tecnico. Gli stessi professori non raramente
fanno ridere i colleghi, se scrivono una nota sul
registro, perché, essendo in quel momento in collera,
non riescono ad essere chiari, sintetici e a non fare errori.
Per un
alunno su diecimila che nella vita farà lo scrittore,
ci sono tutti gli altri che si troveranno a scrivere
referti medici, verbali di contravvenzione, sentenze,
relazioni, perizie e via dicendo. Tutta una “letteratura”
in cui non si richiede arte, ma chiarezza e correttezza.
In Italia,
in una scuola in cui si è trattati come artisti
in erba, non s’impara a scrivere in maniera decente.
In molti concorsi parecchi concorrenti sono bocciati non
per quello che scrivono ma per come lo scrivono. L’Italia
è un paese in cui ben pochi distinguono l’accento acuto
da quello grave, non tutti sanno che un po’ si scrive con l’apostrofo,
che la data è “li 4 marzo” e non “lì 4 marzo”, e
via dicendo. Siamo tutti troppo in alto per occuparci di queste
piccole cose banali. O per scrivere a mano in maniera leggibile.
Anche per questo esiste il burocratese: perché c’è
gente che, non sapendo scrivere bene, nella sua incoscienza vorrebbe
scrivere benissimo.
Viviamo
in un paese snob, dal punto di vista scolastico. Cerchiamo
di indossare un abito di cerimonia senza prima esserci
lavati e rasati. Il risultato è la goffaggine
di chi dimostra la propria ignoranza nel momento stesso
in cui crede di fare bella figura.
Col tema
si richiede di correre a chi non sa ancora camminare.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - marzo 2008
INDRO MONTANELLI
Gli anni
passano e si vedono alcuni nostri contemporanei divenire
personaggi storici. De Gasperi oggi è un’icona
anche per la sinistra, ma chi è vecchio ricorda che
quella stessa sinistra allora lo insultava in maniera sanguinosa
e lo minacciava di calci nel sedere con stivali chiodati.
Chi a suo tempo dovette battagliare per difendere il Generale
De Gaulle dall’infinita schiera dei suoi calunniatori rimane
sorpreso nel vedere come oggi quello spilungone sia entrato
nel Pantheon internazionale e non abbia più bisogno di difensori.
Qualcosa di analogo avviene anche con Indro Montanelli. Prima
di essere un nome nella storia del giornalismo, è stato
una persona viva e tutt’altro che incontestata.
Una delle
prime volte in cui lo notai fu quando, credo su “Epoca”,
fu severo col Sud e si vide piovere addosso una valanga
di critiche. Pure essendo meridionale pensai che quelle
parole dure non erano per questo meno vere: ed era doveroso
schierarsi con chi diceva la verità contro chi mentiva
o credeva di salvarsi con la retorica.
Indro
si faceva una bandiera dell’esser capace di andare,
in nome della verità, contro tutti, magari da
solo. Gli piaceva ripetere il detto: “la derrota es el
blasón del alma bien nacida”, la sconfitta è
il blasone dell’anima nobile. E forse per questo cominciò
col mettersi nei guai quando, pur essendo fascista di cuore
(come tutti i suoi coetanei), giovane inviato in Spagna descrisse
una battaglia come era effettivamente andata e non come avrebbe
amato raccontarla il regime. Il risultato fu che finì
ad insegnare italiano in Estonia. In esilio, cioè.
Col bel risultato di sentirsi poi chiamare fascista, per lunghi
decenni, da tutta la stampa di sinistra.
Montanelli
in realtà dai fascisti fu condannato a morte
e qualcuno potrebbe pensare che almeno questo dovesse
farlo assolvere da quell’accusa infamante. Ma no,
non bastava. Aveva il torto inescusabile d’essere anticomunista
e per giunta di dirlo ad alta voce. E dunque definitivamente
“fascista” fu consacrato quando – supremo oltraggio – non
solo lasciò il “Corriere della Sera” di Piero Ottone
(divenuto ormai portavoce della gauche caviar, fiancheggiatrice
del Pci) ma andò a fondare un quotidiano proprio per
poter gridare alto e forte il proprio anticomunismo. Anatema!
Il
“Giornale” nacque perché si potesse dire la propria
verità senza lasciarsi intimidire da nessuno.
Senza alcun timore reverenziale nei confronti dei
comunisti e dei loro infiniti dogmi. Se si doveva dire che
nella Resistenza c’erano stati episodi di criminalità
o di sadismo, in quel quotidiano non si esitava a scriverlo.
Non come Giampaolo Pansa che queste cose le ha scritte,
sì, ma decenni dopo: Montanelli le ha proclamate quando
ancora circolavano per le città italiane praticamente
tutti quelli che alla Resistenza avevano partecipato. E che
sarebbero stati lieti di scopare le loro malefatte sotto il
tappeto.
Fu in
questo periodo che cominciai a leggere “il Giornale”.
Il primo
numero neppure lo comprai, perché non compravo
nessun quotidiano: ascoltavo la BBC, in inglese, come
facevano gli italiani e i tedeschi durante la guerra. In
Italia non c’era più da fidarsi di una stampa infeudata
perfino alle fisime della sinistra. Solo quando andavo
all’estero respiravo a pieni polmoni, come uno che avesse
abbandonato un paese del socialismo reale.
La prima copia del “Giornale”
la lessi dunque dopo averla raccolta da terra, per
curiosità. E quel giornale mi sorprese al di
là d’ogni dire. Era smilzo, composto di poche pagine,
aveva articoli scritti con caratteri piuttosto grandi (per
occupare più spazio), ma molte frasi scoppiavano come
bombe, alle mie orecchie. Dunque cose del genere si potevano
dire! Dunque era lecito dirsi anticomunisti! Dunque non ero
l’unico a ricordare che l’Italia era stata liberata dagli
Alleati, e non dai partigiani, non ero l’unico a sorridere dei
“valori della Resistenza”, dal momento che quei valori erano
i valori degli Alleati, non ero l’unico a tenere la testa fuori dall’acqua!
Da quel
giorno comprai religiosamente quel quotidiano. E avevo
la sensazione – condivisa dagli altri lettori – di far
parte di una consorteria. Ci univa anche la sensazione
che era pericoloso farsi vedere in giro con una copia
di quel giornale. Tanto è vero che che spesso lo piegavamo
in modo da nascondere la testata.
Montanelli
in quegli anni fu un maestro di stile, di chiarezza
di idee e di coraggio. E ovviamente ne fu ripagato dalle
Brigate Rosse (non “sedicenti rosse”) con un azzoppamento.
E il Corriere della Sera, per non dare risalto al
fatto, toccò il vertice dell’ignominia cercando di
mettere la sordina alla notizia.
La confraternita
del Giornale ebbe il suo momento di gloria nel
1976 quando Montanelli, con un’espressione rimasta
famosa, invitò tutti ad arginare il Pci con le
parole: “Turatevi il naso e votate Dc”. Fu l’unica
volta in cui votai anch’io per quel partito. E tutti avemmo
la sensazione di avere salvato l’Italia. Dopo quelle
elezioni, come se il sinistrismo avesse dato tutto quello
che (di male) poteva dare, la marea cessò di essere in
costante aumento. Fino agli esiti contemporanei, quasi patetici.
Un contatto
così lungo con Montanelli è stato come frequentarlo
personalmente. Era costretto a scrivere spesso e riandava
ai suoi ricordi, ai suoi incontri, alle sue esperienze che finiva
col comunicarci. E in molti quasi lo veneravamo. Tanto che una
volta gli scrissi che lo consideravo un grand’uomo. Che bisognava
che qualcuno glielo dicesse mentre era vivo, senza aspettare
che gli si facesse un monumento da morto (come poi è avvenuto).
Mi rispose per ringraziarmi.
Proprio
perché aveva con i suoi lettori un rapporto particolare,
un giorno Montanelli si credette in dovere di informarci
di un cambiamento notevole, nella gestione del “Giornale”.
Ci confessò che i debiti superavano i crediti e che avrebbe
dovuto chiudere, se non avesse accettato l’aiuto
disinteressato di un tale Silvio Berlusconi. Ma dovevamo stare
tranquilli: né il quotidiano né lui stesso avrebbero
accettato ordini da chicchessia. L’aiuto era solo finanziario.
Non ci sarebbero state interferenze. Ovviamente molti lettori,
gelosissimi dell’indipendenza dell’unico giornale in cui
si riconoscevano, lo tempestarono di lettere preoccupate e per
questo Indro non solo confermò sul momento che l’aiuto
era disinteressato e provvidenziale, ma anche nei mesi e negli anni
seguenti si prodigò in lodi di Berlusconi, della sua discrezione,
del suo disinteresse: era indubbiamente il migliore degli editori.
Quando Berlusconi entrò
in politica vedemmo all’improvviso nascere un nuovo Montanelli.
Lasciò il Giornale, andò a fondare “la Voce”
la cui unica e acida vocazione fu quella di dare addosso
a Berlusconi: fece fiasco e dovette chiudere. Questo atteggiamento
suscitò un’immensa sorpresa nei lettori storici
del “Giornale”. Sia per tutto quello che Montanelli aveva
detto, ripetute volte, nel corso degli anni, sia perché
se veramente gli era stato richiesto che il “Giornale” adottasse
una certa linea (cosa lecita, da parte dell’editore, cioè
di chi ci mette i soldi), poteva andarsene senza sbattere
la porta; sia infine perché non esitò ad intrupparsi
col centro-sinistra, ad accettare – lui! - il sostegno dei
comunisti.
La maggior
parte dei suoi antichi estimatori, anche considerando
che il “Giornale” senza Montanelli non era più
il “Giornale”, non lo seguimmo. Decidemmo che il vero
Montanelli era morto senza che ce ne accorgessimo. C’era
solo una pallida imitazione, un vecchio che teneva aperto
il dialogo con i lettori del Corriere. Triste tramonto.
Si cercava
una spiegazione, si cercava di capire, ma non c’era
verso. Bisognava solo rassegnarsi al fatto che quel
grand’uomo rimaneva un uomo. Era il re della lucidità
e della chiarezza, ma solo quando la sua emotività
non era in gioco.
Personalmente
una prima avvisaglia l’avevo avuta vedendo che
i suoi più antichi ed intimi sodali avevano tendenza
ad abbandonarlo, pur senza dare spiegazioni in pubblico.
Che cosa faceva, per irritare a tal punto persone ragionevoli
come Enzo Bettiza? Ma il sintomo più inquietante, anche
se di infimo livello, lo identificai quando scrisse un editoriale
dal titolo “Si”. Io rimasi interdetto. Si? Riflessivo? Impersonale?
E che senso aveva? Si capì poi che Montanelli intendeva
scrivere “Sì” (affermazione), che si scrive con l’accento,
e decine e decine di lettori gli scrissero per farglielo notare.
La cosa più semplice sarebbe stata dire che non ci aveva
fatto caso. O che aveva sbagliato a battere un tasto: Montanelli
cercò invece di arrampicarsi sugli specchi e di contestare
l’ortografia italiana. Perdendo miseramente. Un campanello d’allarme.
In francese
c’è un proverbio che dice: on ne peut pas être
et avoir été, non si può essere
ed essere stati. La posizione di massimo successo non è
eterna. E tuttavia, chi Indro Montanelli l’ha seguito a lungo
dimentica facilmente gli ultimi tempi. Così come
ben pochi, studiando la vita di Napoleone, concentrano la loro
attenzione sui sei anni di Sant'Elena.
Montanelli
rimane un grand’uomo e l’Italia liberale gli deve
molto. È per questo che non sarà mai dimenticato.
Merita un monumento non solo in piazza, ma nei nostri
cuori.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - marzo 2008
Solidarieta' a
Fiamma Nirenstein.
Miserevole,
meschina, schifosa, vigliacca, perfetto esempio
di propaganda neonazista la vignetta di Vauro sul Manifesto,
altrimenti detto Nazifesto, del 15 marzo.
Appena
vista mi ha assalito un'ondata di rabbia cosi' forte
che avrei voluto averlo qui davanti a me l'autore
di tanta schifezza, per guardarlo negli occhi e dirgli
una sola parola "Auschwitz" perche' l'unico periodo
della storia moderna in cui gli ebrei hanno dovuto portare
sugli abiti la Stella di David e' stato quando venivano
portati nei campi della morte.
Vauro
ha ripetuto l'orrore raffigurando Fiamma Nierenstein
con una Stella sul petto e vicino il fascio littorio
per insultarla, delegittimarla, svergognarla a causa
della sua candidatura nel Partito della liberta'.
Viva
la democrazia comunista!
L'insulto, la vergogna, lo schifo vanno tutti
rigettati sull'autore di simile obbrobrio e sul giornale che
lo ha pubblicato, posso immaginare quanto avranno sghignazzato
fra loro, questi paladini della liberta' e grandi difensori
di terroristi.
Avranno
riso , pacche sulle spalle del Vauro, sempre recidivo,
sempre pronto a disegnare vignette antisemite che
gli escono direttamente dal cuore. Sono sicura che non
ha bisogno di pensarle, gli vengono spontanee, sono frutto
del suo odio , figlio primogenito dell'ideologia cancerogena
che anima questa gente che si dichiara di sinistra ma che
e' erede diretta delle purghe, dei campi in Siberia, dei manicomi
criminali dove venivano sbattuti i nemici del regime, in primis
gli ebrei che, se non abiuravano fede e appartenenza, erano
considerati nemici da eliminare, esseri spregevoli da ammazzare
o da deportare ai confini piu' lontani dell'impero sovietico.
Come
il nazismo, il comunismo si e' macchiato di orrori
indescrivibili contro gli ebrei eppure, mentre oggi chi
e' ancora fascista si deve , giustamente, vergognare, questi
qua, questi sciacalli, questi vigliacchi, questi razzisti
vanno in giro orgogliosi del loro essere comunisti,
colla puzza, tanta puzza sotto il loro naso.
Questo
Vauro che si e' sempre tanto divertito a disegnare
infami porcherie contro gli ebrei e Israele , questa
volta prende di mira la miglior giornalista italiana,
la piu' preparata, la piu' coraggiosa perche' ha il fegato
di mettersi contro quella fetta di italiani che, a pugno
chiuso, gridano " A morte Israele".
Secondo
me Vauro e' invidioso, secondo me avrebbero fatto
carte false per avere una personalita' come la Nierenstein
dalla loro parte senza rendersi conto che un ebreo
orgoglioso di esserlo, un ebreo sionista, un ebreo che
ama Israele , un ebreo che odia il terrorismo e le falsificazioni
storiche che lo hanno fatto nascere e proliferare non
potrebbe mai stare dalla loro parte.
Purtroppo
gli italiani hanno la memoria corta, per quello
che gli fa comodo, e quasi tutti, ahime' anche tanti
ebrei, hanno dimenticato cosa ha fatto la sinistra contro
Israele negli ultimi 40 anni. Quasi tutti hanno dimenticato
la violenza, le calunnie gli insulti, le manifestazioni
oceaniche contro Israele.
Ma
io ricordo, caspita se ricordo!
Anni,
anni, anni di rabbia, dolore, ribellione, anni di
buio e di solitudine per difendere Israele!
Ricordo
le prime pagine dei quotidiani dove la parole piu'
gentile dedicata a Israele e agli ebrei era "Nazisti".
Ricordo
l'adorazione per Arafat quando veniva in Italia e
lo portavano in trionfo ad Assisi, santo tra i santi,
mentre l'Italia e l'Europa subivano in silenzio il terrorismo
dei suoi feddaiyn, mentre veniva assassinato Stefano
Tache', mentre veniva assalita l'Achille Lauro e un ebreo
anziano e in sedia a rotelle , Leon Klinghofer, veniva ammazzato
come un cane e gettato in mare.
Ricordo
quando i congressi nazionali della Federazione
Italia-Israele dovevano essere protetti dalla polizia
in arme e da agenti in borghese, ricordo che a Bergamo
avevamo due ali di poliziotti armati intorno all'albergo
perche' un emerito rifondarolo, deputato nel governo
Prodi, aveva giurato che ci avrebbe assaliti insieme ai
suoi seguaci.
Ricordo
le minacce, le librerie date alle fiamme perche'
avevano in vetrina libri su Israele, ricordo le telefonate
anonime"schifosa sionista, creperai presto", ricordo il rifiuto
dei governi italiani di ricevere ministri di Israele mentre
Arafat la faceva da padrone all'interno delle nostre istituzioni
con deputati e ministri che gli si inchinavano davanti sbavanti,
per non parlare dei giornalisti.
Ricordo
treni e pullmann a centinaia viaggiare verso Roma
per la piu' grande delle manifestazioni contro Israele,
al grido di "Israele, a morte" e ricordo l'espressione
di un amico israeliano che non riusciva a capacirasi
di essere considerato "IL MALE", come gli aveva gridato
in faccia un manifestante.
Ricordo
anni di solitudine, di abbandono , di disprezzo,
di violenza verso chi si dichiarava orgogliosamente
sionista.
Ricordo
una mostra di fotografie di Israele a Brescia e
la distruzione del locale, le foto a terra, il gallerista
preso a pugni, sacchi di sterco gettati sul pavimento
e le scritte "Morte a Israele- Palestina libera e rossa".
Gli autori erano gli angioletti dei centri sociali.
Ricordo
la disperata solitudine di Israele, paese reietto,
paese paria,