ARCHIVIO NOVEMBRE 2007

Il Pdl? Ve lo spiego io. Sarà una grande rete.
Sono tempi duri per i partiti riformatori in Europa. In Germania, la cancelliera Angela Merkel assiste impotente alla paralisi annunciata della sua Grosse Koalition. In Francia, il presidente Nicolas Sarkozy ha dovuto fare concessioni per sbloccare lo sciopero dei ferrovieri. In entrambi i Paesi la posta in gioco è alta: la capacità di portare avanti le riforme necessarie a mantenere l'economia competitiva. La lezione per l'Italia è che non esistono modelli miracolistici, semmai riforme a cui ispirarsi. E che per il centrodestra è ora di tornare alla rivoluzione liberale e popolare del 1994 di Silvio Berlusconi, e alla forma partito-rete delle origini.
Il sisma politico che ha colpito la Germania è la svolta a sinistra dei socialdemocratici. Il Congresso della Spd di fine ottobre ha segnato una netta sconfitta dei riformisti a vantaggio della sinistra populista del partito. Con il risultato che Franz Muentefering, il più riformista dei socialdemocratici nel governo Merkel, ha dato le dimissioni perché la grande coalizione non è più in grado di lanciare riforme importanti nei due anni che restano prima delle elezioni. Quanto sta accadendo in Germania è normale. La Grosse Koalition funziona nei primi due anni di una legislatura, come motore del cambiamento. Ma, man mano che si avvicinano le elezioni, ciascun partito radicalizza le sue posizioni, fino alla paralisi.
In Francia, Sarkozy ha superato lo sciopero contro l'abolizione dei regimi speciali delle pensioni per i dipendenti delle ex imprese statali. Ma il costo sono concessioni che confermano la sua tattica delle riforme a metà. In questi mesi, Sarkozy ha proposto tante piccole rivoluzioni, salvo fermarsi non appena i sondaggi indicavano un calo della sua popolarità. Ora il pericolo è che la contestazione si allarghi e che Sarkozy decida di negoziare su tutti i fronti, cedendo alla conservazione. Da questo punto di vista è sintomatico il suo discorso davanti al Parlamento europeo, tutto incentrato sulla protezione (al limite del protezionismo) e sulla chiusura.
Ma il colbertismo sarkozista non è la soluzione ai mali francesi, è il modo più efficace per aggravarli.
Resta che Germania e Francia stanno meglio di noi. Per quanto in crisi, in due anni il governo Merkel ha rilanciato la crescita, mentre Sarkozy, seppur a metà, ha cominciato a trasformare il Paese. Il governo Prodi, invece, persegue le controriforme in nome di una presunta pace sociale, che in realtà garantisce i privilegi di pochi a svantaggio di tutti. È da qui che parte la nuova stagione di rinnovamento politico inaugurata da Silvio Berlusconi e Walter Veltroni. Per questo una nuova legge elettorale è necessaria per cancellare un sistema bipolare «bastardo» e delineare un vero bipartitismo maggioritario, fondato sul principio: «o governiamo da soli o con maggioranze davvero coese», purché si ponga fine al «non governo» dell'Italia. Riforme, ma anche partiti nuovi, capaci di intercettare le nuove domande sociali, economiche, ideali.
Su questo nuovo disegno deve riprendere corpo, nel nuovo Partito del Popolo della Libertà, anche la prospettiva riformatrice offerta nel '94 dal miracolo di Forza Italia. In fondo Forza Italia delle origini non era altro che questo: un network con un forte centro, costruito attorno a «reti» economico-associative e a persone di destra e di sinistra - e né di destra né di sinistra, con un semplice programma: cambiare l'Italia.
In un partito-rete i singoli membri sono allo stesso tempo partner e concorrenti. Tramite regole condivise, partito, circoli, movimenti, mettono in comune le risorse necessarie a raggiungere l'obiettivo. Quando il numero dei membri cresce, le risorse condivise sono gestite più efficacemente da un nodo centrale, che svolge anche il ruolo di arbitro.
Mentre il centro deve stimolare la competizione fra i nodi del partito-rete, favorendo lo sviluppo delle singole eccellenze, tutti i nodi del network controllano l'operato del centro. Fuor di teoria il nuovo partito-rete dovrà intercettare, mettendo insieme, tanto il popolo dei gazebi, quanto i partiti, i movimenti che vi intendono aderire. Dovrà essere in grado, proprio grazie alla sua struttura, di capire e governare le grandi trasformazioni che sono intervenute nell'ultimo decennio.
Ma un partito-rete, più di un partito tradizionale, chiuso nella sua ideologia e nella sua organizzazione, ha bisogno di visioni, di programmi, di idee, e di strumenti democratici per la loro elaborazione e la loro sintesi politica. Ha bisogno di gruppi dirigenti aperti e in competizione.
Televisioni, internet, blog, radio, giornali, riviste: la direzione della comunicazione non sarà più solo «verticale», ma diventerà sempre più orizzontale. E i programmi nasceranno dal basso, dai singoli portatori di interessi, dai movimenti, dai partiti, alla pari.
Ecco, questo potrebbe essere la nuova offerta politica del Partito della Libertà: leader e rete; valori, visioni, programmi e comunicazione; capacità di interpretare domande sociali e politiche nuove, diffuse, e inespresse. Tutto il contrario dei partiti tradizionali chiusi, prodotto delle fratture sociali di oltre un secolo fa. Tutto il contrario del neonato Partito Democratico, nato dalla fusione fredda di apparati e oligarchie del passato.
La scommessa di Berlusconi il federatore sembra proprio questa: fare da catalizzatore di una nuova forma partito, hub di reti e di nodi, di movimenti, con il comune obiettivo di cambiare l'Italia. Leader e popolo, leader e rete. E chi ci sta, ci sta.

(il Giornale.
Renato Brunetta )

LA CALATA DI BRACHE ISTITUZIONALIZZATA
Bertinotti: "Vorrei vedere in faccia uno che mi spiega che sia ragionevole che un accordo stretto a livello extraparlamentare tra governo e parti sociali debba diventare legge sostanzialmente sospendendo la possibilità di dibattito e di modifica del parlamento. Si può fare, ma denota la crisi del sistema politico italiano".
L’antefatto, per chi non lo conoscesse: sul welfare, si è arrivati ad un accordo fra governo, sindacati (con avallo di un referendum fra i lavoratori) e Confindustria. Questo accordo non va ai comunisti, i quali richiedono che sia modificato in Parlamento. Ma Dini ed altri dicono che, se si cambia una virgola, votano contro e cade il governo. E allora si parla di questione di fiducia. Ma in questo caso – secondo i comunisti – si sarebbe di fronte ad un ricatto extraparlamentare alla maggioranza, che sarebbe sostanzialmente privata del suo potere legislativo.
La tesi di Bertinotti è indubbiamente giusta. Se il peccatore dice che il peccato è da condannare, dice forse qualcosa di sbagliato? Bertinotti però dimentica che in Italia, di fronte all’opinione pubblica organizzata e rumorosa, le istituzioni si sono sempre calate le brache. La piazza, e spesso una piazza di sinistra, ha prevalso sul Governo e sul Parlamento. Non solo: le istituzioni si sono anche calate le brache dinanzi a tre o quattro sostituti Procuratori della Repubblica di Milano (Di Pietro, Colombo, ecc.), quando essi hanno loro ingiunto via televisione di ritirare un decreto legge. L’ordine giudiziario ha nettamente prevaricato sul potere legislativo, con buona pace di Montesquieu, e nessuno ha fiatato. Infine, non è qualche volta che il Parlamento si è calato le brache dinanzi ai sindacati, se le è calate costantemente.
Tanti e tanti anni fa, quando l’Inghilterra pareva avviata ad un inarrestabile declino, Edward Heath pose la questione: insomma, chi deve governare, il governo o le Trade Unions? I quel momento la risposta fu: le Trade Unions. Solo Margareth Thatcher, dopo di lui, ebbe il coraggio di sfidarle e batterle definitivamente; per dare un secondo esempio, solo Sarkozy in questi giorni è riuscito a sconfiggere le organizzazioni dei ferrovieri. In Italia, nulla del genere. Di che parla, dunque, Bertinotti? La sinistra ha sempre sostenuto la necessità di concordare tutto con i sindacati. Anzi, il verbo è “concertare”, quasi si trattasse di una sinfonia.
Ecco perché, pur se l’assassino ha ragione quando condanna l’assassinio, in questo caso non si può evitare un sentimento di indignazione. Ci vuole un’infinita faccia tosta - una faccia tosta che si potrebbe definire sovietica - nel biasimare una pratica, definendola incostituzionale, quando va contro la propria fazione politica, dopo averla dichiarata inevitabile, necessaria e nobile le decine di volte che è stata a favore di essa. Se non addirittura da essa ordinata ed organizzata.
Il nostro Presidente della Camera ha perso una buona occasione per tacere.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27 novembre 2007


La storia di Amin, giovane regista afghano su cui pende una fatwa degli studenti coranici: «Ti faremo saltare in aria»
Fino a due mesi fa era Amin, giovane regista afghano, giornalista di una televisione indipendente di Kabul, in Italia per presentare il suo cortometraggio alla Mostra del Cinema di Venezia e al Milano Film Festival. Di colpo è diventato un profugo, «un uomo morto che cammina», almeno secondo la fatwa che i talebani hanno ordinato nei suoi confronti. Così la vita di Amin, i suoi studi all'Academy Art, il suo lavoro all'Ariana Television Network di Kabul, la sua militanza per i diritti umani e per la democrazia in Afghanistan si sono fermati a Milano.
Bloccato fra il Centro di accoglienza di viale Fulvio Testi e la Mediateca di via della Moscova, Amin fa l'unica cosa che gli è rimasta da fare: scrivere il suo blog.
 «Ero venuto in Italia ad agosto, con un biglietto di andata e ritorno - racconta il venticinquenne -. Ma pochi giorni prima della mia partenza per Kabul mi hanno avvertito con una e-mail che i talebani avevano ordinato la mia morte. Ero già stato minacciato dagli estremisti varie volte, per il contenuto dei miei servizi radiofonici e televisivi, ma non ci volevo fare caso. Questa volta, però, hanno mandato un ordine di uccisione via posta a casa mia: "ti accoglieremo a Kabul con un kamikaze carico di esplosivo". Hanno tempestato di telefonate minatorie i miei genitori, che sono dovuti scappare da Kabul a Bamyan, coperti da un burqa, per non essere riconosciuti. Da allora ho perso le loro tracce e non so nemmeno se sono vivi».
Nella sua improvvisa condizione di rifugiato senza identità, Amin ha dormito per le strade di Milano, ha fatto la fila all'ufficio immigrati della Questura, ottenendo asilo politico per sei mesi, ha dovuto presentare, oltre al passaporto e alla sfilza di documenti utili per venire in Italia, l'unica prova che lui non è un accattone: il suo cortometraggio «Treasure in the ruins», che lo ha portato ai festival del cinema di Venezia e Milano. Racconta la storia di una bimba afgana, che, affascinata dalla favola di un tesoro nascosto, si mette alla ricerca del bottino, ma trova solo rovine, orrore e distruzione.
Ma la fatwa dei talebani è giunta per il progetto di un altro film «Keys to paradise». «Non l'ho ancora girato -  spiega il ragazzo -, ma era tutto pronto, anche le location. Denunciava la follia dei suicidi talebani, in nome della religione islamica e l'ignoranza grazie alla quale si è sviluppato l'estremismo religioso. I talebani educano nelle madrasse del Pakistan piccoli bambini, instillando in loro assurdi pensieri superstiziosi. I kamikaze, infatti, sono convinti di agire con le bombe addosso senza essere visti, perché sono santi».
 Amin, invece, ha voglia di essere riconosciuto, di ritrovare la sua identità di regista, militante, giornalista, che aveva prima di rimanere imprigionato in Italia. Si chiude nell‚ormai logoro doppiopetto con cui ha varcato il Lido di Venezia e non accetta un giubbotto per scaldarsi, non un invito a pranzo. Non vuole perdere la sua dignità e nel suo blog, dalla Mediateca di Milano, lancia un solo appello: «Voglio continuare i miei studi di cinema e concludere il mio film "Keys to paradise". In un modo o nell'altro lo girerò, promesso».

Ketty Areddia - Corsera on line

Lo scandalo Rai e lo scandalo degli «spioni»
C'è uno scandalo che riguarda la Rai, e questo scandalo contiene un altro scandalo che riguarda i metodi della lotta politica in Italia. Poi c'è un terzo scandalo - distinto - che riguarda Silvio Berlusconi.
Il primo scandalo è stato denunciato in varie forme, e in modo comunque clamoroso, da tutti i giornali. In particolare da Repubblica che lo ha scoperto e ha fatto lo scoop. Dicono i giornali: Rai e Mediaset si parlavano, si mettevano d'accordo sui programmi, le pubblicità, i palinsesti. Dunque violavano le norme della libera concorrenza.
Noi, che non crediamo molto - non abbiamo mai creduto - alle magnifiche sorti della concorrenza e delle sue leggi, non riusciamo né a stupirci né a indignarci per il fatto che quelle leggi sacre del capitalismo siano state violate. Il capitalismo, da quando esiste, viola sempre le sue leggi se questo può aiutare i capitalisti (le rispetta solo per punire i proletari...perdonateci questo attacco di veterocomunismo che ogni tanto ci prende e non riusciamo a domarlo...). Casomai - ci sembra- lo scandalo sta in altri due dettagli: il primo è l'esistenza del duopolio, cioè del dominio di due proprietari (uno pubblico e colonizzato dai partiti, l'altro privato e controllato da un solo partito) su un bene che dovrebbe appartenere a tutti noi come è la possibilità di fare televisione. Un bene comune che diventa un bene privato. Che esistesse il duopolio, però, non era cosa segreta.
Il secondo dettaglio è il fatto che la Rai divenne in un certo senso una "succursale" Mediaset con il governo Berlusconi e sotto gli occhi di tutti. Nel senso che collocò in alcuni ambiti strategici persone a lui vicine e di massima fiducia. Tra queste una signora sicuramente di grandi doti e di assoluta onestà, la signora Debora Bergamini, sua segretaria personale fino al 2002 poi assunta in Rai come vice direttrice del marketing. Già dalla poltrona (e dalla inevitabile ascesa della signora) si può capire quanto potesse essere strategico quel ruolo nell'altalenante sfida auditel tra Rai e Mediaset: la signora Bergamini si occupa di marketing strategico, ovvero la base delle scelte strategiche di un'azienda. Può dunque meravigliare il suo "conflitto di interessi" quando nessuno ritiene più interessante neanche quello del suo ex capo?

Passiamo al secondo scandalo. Consiste nel fatto che il primo scandalo è scoppiato per via di alcune intercettazioni sulle telefonate di liberi cittadini non indagati, ed è scoppiato perché queste intercettazioni sono state passate dai giudici ai giornalisti, ed è scoppiato sebbene, a quanto pare, finora nessun giudice abbia ipotizzato dei reati a carico delle persone "oggetto" dello scandalo. Si è ripetuto esattamente il copione dello scandalo Unipol, per il quale fu imposto un prezzo politico piuttosto alto a Massimo D'Alema e a Piero Fassino. Non fu - quella - una operazione indolore nella politica italiana: la nascita del Pd, nelle forme in cui è nato, è stata molto condizionata dalla messa all'angolo del vecchio e robusto ceppo diessino ("Quercista", si direbbe il politichese) i cui massimi esponenti erano, appunto, D'Alema e Fassino. Stavolta l'attacco degli "spioni" non è a D'Alema ma al suo antagonista,cioè a Berlusconi, e avviene mentre Berlusconi è impegnato in una svolta politica. E cosa succede? Che molti di quelli che in occasione del caso Unipol furono forcaioli ora sono garantisti (cioè gli amici di Berlusconi) e molti di quelli che allora furono garantisti ora sono forcaioli (diversi giornali del centrosinistra). Noi fummo molto prudenti allora e restiamo molto prudenti adesso. Crediamo che i reati siano reati e non possano essere confusi con eventuali comportamenti disdicevoli, crediamo che la lotta politica non si fa spiando i telefonini cellulari, crediamo che chi davvero è un po' disgustato del sistema politico-di mercato che domina l'Italia (e tutto l'occidente) farebbe bene a denunciare questa schifezza e non a sguazzarci dentro una volta sì e una no.
Il terzo scandalo riguarda Berlusconi ed è evidentissimo. Si chiama conflitto di interessi. Danneggia tutta la politica italiana. E finisce paradossalmente per danneggiare lo stesso Berlusconi. Il quale oggi se ne deve essere accorto. Perché il suo ex alleato Fini - inviperito con lui - ha minacciato di vendicarsi della sconfitta politica danneggiando le televisioni e le aziende di Berlusconi. Possibile che il mondo politico italiano non capisca che finché non ci liberiamo di questo assurdo meccanismo che mischia potere politico e televisivo sarà molto difficile uscire dalla palude?

Piero Sansonetti - Liberazione - 23/11/2007


L'illusione della moratoria della pena di morte
La terza commissione delle Nazioni Unite ha votato l'approvazione della moratoria della pena di morte. Questa decisione, salutata da molti come un evento storico, può essere considerata solo per un aspetto, la sua totale irrilevanza. L'impegno dei molti attivisti e uomini politici che hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo è certamente encomiabile. Il loro sforzo, però, non servirà a far abolire la pena di morte.

LOnu è un'organizzazione di Stati Sovrani. Ciò significa che non è un istituzione "indipendente", nè un attore terzo nello scenario internazionale. L'Onu riflette gli interessi e le posizioni di forza degli Stati. In altre parole, l'Onu è schiava degli Stati. Se acluni di essi contemplano all'interno del loro ordinamento giuridico l'istituto della pena di morte, non è ben chiaro per quale motivo essi dovrebbero lavorare con l'Onu per portare alla sua abolizione. Se volessero abolirla, provvederebbero autonomamente. E‚ chiaro dunque che questi stessi Stati non avranno alcun motivo per cooperare con l'Onu per promuovere la presente causa.

A ciò si aggiunge un altro aspetto, certamente non secondario. Come detto, l'Onu è un'organizzazione di Stati sovrani. Quindi, nonostante la retorica del diritto internazionale e di tutti i buoni propositi che spesso vengono elencati da coloro che credono nelle organizzazioni internazionali, gli Stati esercitano il monopolio dell‚esercizio del potere all'interno dei loro confini. Nessuno, dunque, neanche l'Onu, può violare la capacità di ogni singolo Stato di definire la sua legislazione interna. L'Onu, dunque, oltre a non essere un organo indipendente, non ha neanche alcun potere pratico. Questo è il problema principale che si frapponge tra la enunciazione di principi altisonanti e la loro realizzazione pratica.


Un'analisi ideologica potrebbe identificare nella particolare configurazione dell'Onu la ragione della sua inefficacia. Secondo alcuni, la composizione del Consiglio di Sicurezza, o più in particolare l'esistenza stessa del diritto di veto, renderebbe l'istituzione che ha sede al Palazzo di Vetro dipendente dalla volontà delle "Grandi Potenze". Per altri, invece, la presenza di Paesi non democratici renderebbe vano ogni tentativo di promuovere democrazia e diritti umani.

Come detto, in entrambi i casi si tratta di una lettura ideologica dei fatti. Se l'Onu non fosse dotata di un Consiglio di Sicurezza; se il diritto di veto venisse abolito; oppure se fosse composta di soli Paesi democratici, nulla cambierebbe. Non essendo dotata di alcun potere di coercizione - gli Stati, appunto, rimangono titolari della sovranità - essa non può fare altro che lanciare appelli. Ed affidarsi alla speranza che essi vengano accolti dagli Stati.

L'Onu, per diventare effettiva, dovrebbe trasformarsi in un Governo mondiale dotato di potere di coercizione, e quindi capace di implementare e attuare le sue decisioni ("rule enforcing"). Una tale ipotesi, come è ovvio di primo acchito, non è solo una prospettiva distante se non addirittura irrealizzabile, ma potrebbe anche compromettere per sempre le sorti della democrazia - su questo aspetto, che qui non può essere trattato, si veda per esempio Jeremy Rabkin, Law Without Nations? Why Constitutional Government Require Sovreign States (Princeton, Princeton University Press, 2005).

Esattamente come per il trattato di Locarno, che nel 1925 arrivò a "vietare la guerra", la moratoria della pena di morte non lascierà alcun segno tangibile nella storia, se non forse l'ilarità di chi verrà dopo di noi. Essa, infatti, non rappresenta nient'altro che un tentativo inutile volto a rendere il mondo un posto migliore. Invece di partire da un analisi oggettiva di come le relazioni tra Stati funzionano, e proporre delle soluzioni serie e realizzabili, si basa su una visione manichea di come il mondo "dovrebbe" funzionare. Non deve dunque sorprendere che in conclusione, la moratoria avrà solo riempito le pagine dei giornali, sempre pronti a salutare con entusiasmo questo tipo di avvenimenti, ma poco propensi a cogliere la realtà che si nasconde dietro ai fatti.

November 19th, 2007 by editor  Mauro Gilli


FINI, IL 71 E IL 17
Se al problema del “corridoio di Danzica” non fosse seguita la Seconda Guerra Mondiale, nessuno se ne ricorderebbe più. Invece per capire la storia a volte è necessario ristudiare avvenimenti che sul momento sembrarono insignificanti.
Quando il 16 novembre 2007 - erano i giorni della mancata caduta di Prodi e in cui tutti davano addosso a Berlusconi - il Corriere della Sera pubblicò una lettera di Gianfranco Fini sulla situazione politica, molti non la lessero. La solita solfa. Si è stanchi dei distinguo, del politichese, delle punzecchiature. Poiché però è probabile che quella lettera sia una delle ragioni dei recenti avvenimenti, bisogna studiarla.
1) Fini sostiene che bisogna “riflettere e cambiare strategia”. Traduzione: fino ad ora si è sbagliato. Anzi, Forza Italia ha sbagliato. Bisogna partire “da un dato politico tanto ovvio quanto fin qui pervicacemente negato da Berlusconi”. Dove “pervicacemente” si traduce: “Gliel’ho detto e ripetuto, ma è troppo cretino per capirlo”.
2) “Il governo cadrà un secondo dopo che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito alle urne con l’attuale legge elettorale. Giusto o sbagliato che sia è così, perché continuare a negarlo contro ogni evidenza?” E qui nasce un problema: come mai la cosa è tanto evidente a lui e così poco ad altri? Perché il governo dovrebbe cadere, se si riformasse la legge elettorale? Dove sta scritto? E dove sta scritto che la nuova legge non renderebbe più solido il governo? Soprattutto, dove sta scritto che il governo cade o non cade per la legge elettorale invece che per il traguardo dei due anni, sei mesi e un giorno, che assicurerebbe la pensione da parlamentari agli attuali eletti? Le evidenze sono tali quando appaiono a tutti. E questo non sembra il caso.
3) Se il governo cadesse, questo non significherebbe ipso facto il mutamento del quadro politico. Prodi potrebbe richiedere di nuovo la fiducia; potrebbe fare un rimpasto e creare un Prodi 2; potrebbe sbarcare la sinistra comunista e imbarcare Casini e magari qualche transfuga. Ogni volta che avviene un fatto nuovo, in politica le conseguenze possono essere le più diverse. Meglio non profetizzare.

4) Per Fini l’attuale legge elettorale è “una legge che obbliga tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di interdizione e di ricatto”. Questo vale per il centro-sinistra più che per il centro-destra, in cui i partiti importanti erano quattro soltanto, ma soprattutto il potere d’interdizione e di ricatto si ha quando la maggioranza è ridotta. Nella passata legislatura questo potere non era certo dato a partiti piccolissimi: solo Follini e l’Udc riuscirono a minacciare seriamente il governo. E il loro non era un partito microscopico. Se oggi il centro-sinistra disponesse di dieci senatori in più, i vari Turigliatto o Rossi o altri non avrebbero il potere che hanno. Senza dire che, avendo pareggiato i voti per la Camera (sei decimillesimi in più, a Prodi), proprio qui il centro-sinistra non ha problemi perché ha beneficiato di un grande premio di maggioranza, regalato esattamente da quella legge di cui è sacramentale dire tutto il male possibile. Decisamente, le evidenze di Fini non sembrano tali a tutti. Dunque, se una coalizione vincesse nettamente, i problemi di cui parla Fini non esisterebbero affatto.
5) “Il 2008 può essere, per il formidabile pungolo del referendum di primavera più ancora che per le intenzioni dichiarate di Veltroni, l’anno di poche ma indispensabili riforme, varate le quali saranno gli italiani a scegliere il premier e la coalizione di governo”. Cioè si fanno alcune riforme (hai detto niente!) e dopo si va a votare. Questo è fare i conti senza l’oste. In primo luogo, il centro-sinistra è (tutto) d’accordo? Ammesso che fosse l’intenzione di Veltroni, saprà imporla alla sua coalizione? E ci si riuscirebbe in pochi mesi? Soprattutto, fatte le riforme, chi obbliga il centro-sinistra a mantenere la promessa di andare a nuove elezioni? Gianfranco Fini? Oppure – è bene fare un po’ d’umorismo, ogni tanto – la parola data?
6) Comunque, questo tentativo “An intende farlo”, per non assumersi “la responsabilità di sacrificare, sull’altare di una sterile unità di coalizione, la sua stessa ragione fondativa”. Attenzione: anche se Fini “si augura che ciò accada in fretta e unitariamente, perché dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, dice che An il tentativo lo farà anche da  sola e senza tenere conto dell’unità della coalizione, che definisce sterile. Ancora una volta bisogna tradurre: se An è disposta ad agire da sola, pur sapendo che mette a rischio l’unità della coalizione, e pur sapendo che “dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, la conclusione è: “noi lo faremo, Berlusconi deve seguirci. Diversamente noi lo lasciamo”. Se ne deduce che chi ha preso l’iniziativa della rottura della Cdl non è stato Berlusconi. Ha solo risposto: “se potete, voi, rischiare di lasciare noi, figuratevi se non possiamo, noi, rischiare di lasciare voi”. Il seguito è noto. Ha preso in mano il boccino, si è piazzato al centro della scena e, incontrando Veltroni, si fa sdoganare dal centro-sinistra in vista di una eventuale Große Koalition. Perché mai infatti il Pd dovrebbe concludere con An (i fascisti, come dice l’estrema sinistra) un patto che potrebbe concludere con il Pdl?
    È avvenuto ciò che è avvenuto tante altre volte, nella storia. Un generale conta sull’impossibilità, per l’avversario, di realizzare una manovra (aggirare il passaggio delle Termopili, attaccare la Francia malgrado la Maginot, e cento altri esempi) e quello invece  ci riesce eccome. Chi affronta una battaglia deve mettere in conto di poterla perdere. Come si dice, il 71 può sempre trasformarsi in 17.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 novembre 2007

MI SONO SEPARATO DA ADELE
Quando si cambia lavoro, quando ci si separa dalla moglie, perfino quando semplicemente si cambia città, si passa un bel po’ di tempo a sistemare mentalmente le novità. Il fatto è lì, chiaro e inequivocabile; perfino facile da riassumere: “Mi sono separato da Adele”. Ma come andrà senza Adele, se è lei che ha lasciato noi o siamo noi che abbiamo lasciato lei, se c’è in gioco una terza persona e come andrà la nuova vita, tutto questo è molto più complesso e dubbio. Bisogna dunque mostrare comprensione per chi continua a chiedersi quali saranno le conseguenze dell’ultima mossa di Berlusconi.
C’è una regola generale: i “grandi uomini” sono uomini. Cesare e Pompeo non erano di marmo. Senza dire che erano suocero e genero. Dunque anche nel caso di Berlusconi, Fini e Casini è permesso fare delle considerazioni meramente umane e non politiche.
Nella “parabola dei vignaioli”, Gesù sostiene che si può pagare nello stesso modo chi ha lavorato dall’alba al tramonto e chi ha lavorato solo nell’ultima mezz’ora. Questa è la parola del Figlio di Dio, per i credenti, ma difficilmente potrebbe essere la parola dei sindacati. Mentre infatti Dio può regalare il paradiso a chi vuole, per gli esseri umani nulla è più fastidioso del vedersi scavalcare in una fila. Prima che un brocardo romano, prior in tempore, potior in iure (chi è arrivato prima ha più diritti) è un’evidenza per tutti.
Nella nostra società ci sono persone che sono in politica da quando avevano i calzoni corti. Hanno cominciato nella Fgci, in Azione Giovani, o negli analoghi vivai degli altri partiti, cercando poi di farsi eleggere assessori al cimitero nel loro comune di tremila abitanti. Hanno scalato, passo dopo passo, sospiro dopo sospiro, un infinito cursus honorum. E la loro carriera, salvo eccezioni, si è conclusa a basso livello. Ad andar bene, con una sinecura politica o un piccolo stipendio nell’infinito sotto bosco. Solo pochissimi, coniugando quelle che Machiavelli chiamava fortuna e virtù, giungono al massimo livello: divenire ministri o segretari di un grande partito politico. Per i segretari, si badi, stiamo parlando di quattro o cinque persone in tutt’Italia, se contiamo solo i grandi partiti; e al massimo di una ventina se contiamo anche i partiti da zero virgola.

Ebbene, nel 1994 quale sentimento poteva suscitare, l’irruzione nella scena politica di un signore già maturo, già ricco, e comunque privo di ogni esperienza politica, che nel giro di qualche mese si trasformava, da emerito sconosciuto, in Presidente del Consiglio? Una persona che non si iscriveva ad un partito ma ne fondava uno, che per giunta diveniva immediatamente e stabilmente il primo del paese? I romani, grandi conservatori, disprezzavano gli homines novi, ma qui il disprezzo non poteva bastare: è stato inevitabile l’odio.
Malgrado i suoi costanti sorrisi, malgrado la sua bonomia da esperto di relazioni pubbliche, Berlusconi, a parte qualche milione di votanti, ha oggettivamente ispirato un odio universale. Con l’eccezione di Sandro Bondi ed Emilio Fede, tutte le persone note l’hanno trovato insopportabile. Nel 1994 la sinistra si avviava a vincere “in carrozza” e il Cavaliere le fece svanire da sotto il naso un facile trionfo. La cosa farebbe salire il sangue agli occhi a chiunque: ma doverlo subire da un riccastro sorridente, da un capitalista che politicamente non era nessuno, è stato come per Tyson essere messo k.o. da un sessantenne professore di filosofia. Da questo è nato un sentimento acre e costante di rancore. Mezzo paese è stato spinto a disprezzare in tutti i modi il Cavaliere, a irriderlo, a insultarlo, ad accusarlo di ogni nequizia possibile ed anche di alcune impossibili. Con un tale eccesso che i milioni di persone che per quell’uomo hanno costantemente votato ci hanno fatto il callo. Gli attacchi al signore di Arcore lasciano il tempo che trovano.
Questo sentimento di ostilità, tuttavia, non è stato esclusivo dei nemici. In fondo, anche gli amici erano sulla breccia da molto prima. Anche loro si sono visti scavalcare, nella fila, da quest’ultimo arrivato. E non tutti dispongono della benevolenza di chi paga nello stesso modo i vignaioli pomeridiani. Per questo, finché si è avuto il potere, e al solo scopo di non perderlo, ci si è limitati a scalpitare. Col passaggio all’opposizione si è invece perduta ogni remora. Ci si è chiesto pressoché ufficialmente se il Cavaliere fosse dunque immortale. Se non ritenesse, essendo più anziano, di passare la mano (“Ho vent’anni meno di lui!”). Magari conservando qualche carica onorifica, ma passando una buona volta il timone a mani più esperte e soprattutto più impazienti. Tutto questo si è espresso con allusioni, dispetti, impuntature, stilettate ed altre piacevolezze. Il presupposto era che Berlusconi non potesse fare a meno di loro. Cosa vera. Ciò che non è stato preso in considerazione, però, è che Berlusconi è un uomo fuori dalla media. Un uomo che nella vita può giocare con la serenità di chi ha già avuto tutto. È ricco. Ha fondato il più grande partito italiano. È stato l’unico Presidente del Consiglio che abbia governato per un’intera legislatura. Ad andar male, potrebbe ritirarsi dalla vita pubblica con la sicurezza di avere un posto nella storia d’Italia. Ecco perché, a quelli che pensavano che lui non potesse fare a meno di loro, ha posto il problema di fare, loro, a meno di lui. E magari del potere. Si è stancato di mettere pezze, di tirare la carretta e ingoiare rospi. E oggi punta dunque l’intera posta: o vince o perde. E se perde insieme a lui perdono, ancor più rovinosamente, coloro per i quali la politica è tutto.
Probabilmente chi l’ha irritato fino a questo punto non sapeva che avrebbe ottenuto questo risultato. Tutti gli animali che mostrano i denti lo fanno per minacciare. Solo l’uomo, col sorriso, può dare un messaggio equivoco: e stavolta molti hanno avuto l’ingenuità di credere che, solo perché sorrideva sempre, il Cavaliere non fosse capace di mordere.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 26 novembre 2007

IL FATO IRAKENO
Molte volte, da quando è cominciata la guerra dell’Iraq, il mondo si è chiesto se essa sia stata una buona o una cattiva idea. La seconda ipotesi è stata tanto largamente prevalente da pensare che Bush si sia ostinato a lasciare lì l’esercito esclusivamente per non ammettere il proprio errore: mentre i suoi soldati continuavano a morire, mentre gli americani in maggioranza avrebbero amato il disimpegno, mentre la presenza delle forze alleate in quel paese rendeva gli Stati Uniti invisi a tutto il mondo musulmano. È andata così per anni e per anni non si è visto alcun serio miglioramento. Si è anzi potuto prevedere che, come in Vietnam, la guerra si concludesse con la vittoria del nemico semplicemente perché l’opinione pubblica americana si era stancata.
Tutto questo è storia. Da qualche mese c’è tuttavia una novità che, se confermata, potrebbe ribaltare tutto ciò che si è pensato e detto. Pare che la strategia del generale David Howell Petraeus, applicata all’incirca dal mese di febbraio, stia dando dei risultati incredibilmente positivi. Non se ne parla molto perché i media, ovviamente, danno notizia dei disastri, non della normalità; e  poi sull’Iraq sono comprensibilmente poco pronti a credere ad un’alba di pace. E tuttavia non solo gli attentati (e i morti) sono in costante calo, anche per la migliorata efficienza della polizia irakena, ma si delinea da un lato una sorta di alleanza fra sciiti e sunniti contro i terroristi e al Qaeda, dall’altro un clima di fiducia. Gli irakeni vivono molto più normalmente di prima e molti profughi tornano in un paese che considerano pressoché tranquillo. Al riguardo è opportuno leggere l’articolo riportato qui.
Molti secoli fa Creso chiese a Solone di andarlo a trovare e, trovatoselo davanti, gli sciorinò davanti la sua potenza e la sua ricchezza, chiedendogli infine se non fosse l’uomo più felice del mondo. Solone rispose che non poteva saperlo perché il re non era ancora morto e le somme si possono tirare solo quando tutto è concluso. Come poi la storia dimostrò allo stesso infelice Creso, aveva largamente ragione. Nello stesso modo, mentre per anni le prefiche hanno già pianto tutte le loro lacrime su questo infortunio statunitense, le persone ragionevoli si sono sempre astenute da ogni compiaciuto catastrofismo come da ogni wishful thinking, cioè da un ottimismo privo di basi. Oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti, si potrebbe propendere per le speranze: ma è meglio non posare a profeti. Si rischia sempre una brutta fine.
Se il successo fosse confermato, se la guerra si concludesse con un Iraq democratico e prospero, il suo esempio sarebbe una spina nel fianco di tutte le autocrazie e teocrazie mediorientali. Sarebbe la realizzazione di quella speranza geopolitica che a nostro parere fu la molla prima della guerra stessa. Attualmente non rimane che aspettare e vedere. L’unica considerazione seria è che la storia è del tutto imprevedibile e si capisce come mai i greci credessero al Fato. Per andare in una certa direzione, gli uomini fanno il l’impossibile e a volte ci riescono, a volte no, come se una forza superiore decidesse per loro. Bush aveva concepito la guerra d’Iraq come un’operazione breve e sicura, cui sarebbe conseguito un ribaltamento (in senso democratico) dell’intero Medio Oriente; si è invece trovato sulle braccia una guerra sanguinosa, interminabile e impopolare. Dunque tutti lo hanno dato perdente. Ora con Petraeus le cose potrebbero cambiare completamente, la previsione potrebbe essere smentita per la seconda volta. La guerra di Bush che prima era stata vinta, poi era stata persa, ora la guerra potrebbe essere di nuovo vinta. Contro il Fato, nemmeno Zeus aveva potere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 24 novembre 2007


IMBROGLIACCI
"Potremmo chiederci dove sono finiti gli esponenti della sinistra che sul caso Unipol si mostravano come i campioni del garantismo ed attaccavano con singolare energia la pubblicazione incontrollata delle intercettazioni telefoniche. Ma sappiamo bene dove trovarli: oggi sono in prima fila ad usare la pubblicazione di conversazioni per cercare di colpire l'avversario politico."

"La cosa piu‚ grave e inquietante e' cio‚ che denuncia il presidente della Repubblica: le intercettazioni devono restare segrete. Non solo perche' lo dispone la legge, ma anche per l'incredibile uso distorto che ne viene fatto. Non si puo' prendere un semplice brogliaccio della Guardia di Finanza, cioe' una sintesi di conversazioni, e senza alcun tipo di contraddittorio presentarlo come una verita‚ incontrovertibile e usarlo secondo i propri interessi. E' grave che in questo gioco al massacro abbiano un ruolo fondamentale, per varie ragioni e attraverso vari strumenti, dello Stato e non, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, mezzo governo e una buona parte della maggioranza di centrosinistra".

IMBROGLIACCI 2
Intervista a Caldarola, ex-direttore dell’Unità.
Caldarola: "Veleni per far saltare il dialogo di Walter"
articolo di Luca Telese - venerdì 23 novembre 2007, 07:00
Ai miei tempi "l’Unità" faceva da tramite fra testate che non si parlavano direttamente. E nessuno gridò allo scandalo
Roma - «Ci sono due cose inaccettabili in questa storia. Il complottismo e la strumentalità. Qualcuno sta cercando di fare pressioni su Walter, perché salti la stagione del dialogo». Peppino Caldarola, deputato del Pd, ex direttore dell’Unità, veltroniano di ferro, non ha dubbi. Walter, ovviamente, è Veltroni. E il tentativo di affondare il dialogo è la vicenda delle intercettazioni dei dirigenti Rai e Mediaset. Caldarola non ha dubbi: «Per quel che riguarda il rilievo penale tutta questa storia va analizzata con una bella borsa di ghiaccio sulla testa. Ma per quel che riguarda gli effetti politici, c’è il bisogno, anzi il dovere, di intervenire subito, per fermare questa ennesima fuga di veleni».
Onorevole Caldarola, come mai tanta nettezza, assolutamente controcorrente fra i dirigenti della sua coalizione?
«Essendo cresciuto in una redazione, mi ricordo bene che sia ai tempi del terrorismo sia durante quelli di Mani pulite, le concertazioni ci furono, eccome».
Hanno detto che si tratta di un tentativo di inciucio. Che ne dice?
«Lo ripeto, ci vuole prudenza. Può esistere anche una concertazione che non sia anticoncorrenziale. Non trovo stupefacente che qualcuno, anche in ottima fede, lo abbia fatto. E voglio aggiungere una cosa... ».
Una rivelazione?
«Nel periodo in cui ero nel gruppo di comando dell’Unità ai tempi di Veltroni direttore, noi non solo ci consultavamo con gli altri giornali - era durante la stagione di Tangentopoli -, ma addirittura facevamo da tramite fra Repubblica e il Corriere che non si parlavano».

È un’autoccusa o un’autoapologia?
«Non do giudizi di merito, forse in alcuni casi è stato un errore, perché bisogna sempre cercare di avere l’esclusiva, ma di sicuro nessuno allora gridò allo scandalo».
Forse adesso...
«Non sto rivelando segreti di Stato, fra gli addetti ai lavori era ben noto».
Insomma lei si è consultato?
(sorriso) «Ebbene sì, mi sono consultato».
Torniamo al merito. Per lei il problema è politico.
«Sì, ci sono almeno due cose che mi stupiscono in questa storia. La prima è l’idea ricorrente e grottesca che ci sia una regia in questa consultazione».
Ovvero Berlusconi.
«Sì, un signore chiuso in una stanza a fare il burattinaio della storia italiana, a decidere i dettagli dei programmi o i titoli dei giornali. Insomma un golpista!».
E lei non ci crede?
«Ma va’ là! È una visione grottesca».
La seconda cosa che non accetta?
«Il tentativo di condizionare Veltroni, traendo una morale di questo tipo: con questi non si può parlare perché sono quelli che tramavano contro la libertà e la democrazia».
E lei nemmeno su questo è d’accordo?
«Ovviamente no. Primo perché non penso che esista il burattinaio, secondo perché la pacificazione quando si fa, si fa con eserciti che sono stati in guerra. Non puoi fare la pace se contemporaneamente vuoi tirare fuori gli scheletri dall’armadio del tuo interlocutore».
Le viene in mente un esempio?
«Sì, un generale israeliano che sa fare la guerra, ma che quando decide che vuole fare la pace, arriva fino in fondo. Certo Rabin non guardava alla storia di Arafat quando gli ha stretto la mano».
Insomma, anche lei dice che c’è una regia?
«No, non voglio dire che necessariamente queste carte siano state tirate fuori dagli archivi per un uso politico. Quando però sono nell’agone politico, qualcuno cerca di farne un uso politico».
Perché?
«Perché molti, anche nel centrosinistra, non resistono alla tentazione di dare una lettura complottistica della storia italiana. È un vecchio vizio».
Ma lei di questa inchiesta che idea si è fatto?

«Per ora sono dei brogliacci che riassumono il senso di alcune intercettazioni. Vedremo cosa diranno le inchieste, ma la cosa che si può sicuramente affermare fin d’ora è che questi veleni non possono essere usati politicamente per condizionare Veltroni, per bruciare, prima che fruttifichi, il seme di una svolta politica, un dialogo che finalmente si apre. E che io spero possa regalare una nuova stagione all’Italia».

BERLUSCONI E GIUFÀ
In questi giorni si leggono decine e decine di righe sul problema della legge elettorale e sull’apertura di Berlusconi al proporzionale. Tutti ne parlano seriamente. Precisano il sistema da scegliere, i pericoli da evitare, passano in rassegna i favorevoli e i contrari, ipotizzando le conseguenze sulla coalizione al governo, sui rapporti tra Veltroni e Berlusconi e via andare: fino alla vertigine. Può darsi che questi illustri signori abbiano capito molto più di chi di questi problemi parla con gli amici o al massimo su qualche blog, ma un dubbio rimane: Berlusconi non ha forse detto che è disposto a concordare una legge elettorale proporzionale purché si vada immediatamente dopo a nuove elezioni? E il centro-sinistra è disposto ad andare al più presto a nuove elezioni che prevedibilmente lo vedrebbero perdente alla grande? La risposta più ovvia è no. Inoltre, se la nuova legge elettorale avesse uno sbarramento del cinque per cento (ma si parla anche del sette e dell’otto), essa sarebbe un ostacolo insormontabile per i partiti di estrema sinistra: e perché mai costoro dovrebbero permettere che si vari questo sistema che li sfavorisce per poi applicarlo subito con nuove elezioni che li manderebbero a casa per sempre? Fra l’altro, anche a pensare ad eventuali fusioni, l’esperienza storica dice che esse ottengono spesso risultati inferiori alla somma dei voti degli addendi. Gli converrebbe far cadere il governo.
Il problema centrale, tuttavia, è quello indicato: come mai tutti parlino della prima metà della frase di Berlusconi senza tenere conto della seconda metà? Dal momento che il centro-sinistra non può accettare questa condizione, il comportamento di Berlusconi fa pensare alla storiella di Giufà, personaggio mezzo scemo e mezzo furbo, che secondo una vecchia favola siciliana un giorno fu condannato a morte. Il poverino implorò come ultima grazia quella di poter scegliere la pianta a cui essere impiccato e quando fu accontentato scelse una pianta di prezzemolo.

Poiché non è pensabile che tutti siano sordi e non abbiano fatto caso alla condizione berlusconiana, si è costretti a pensare una sola cosa: non l’hanno presa sul serio. E dunque il problema si sposta: andava presa sul serio o no? Talleyrand diceva che « La parole a été donnée à l’homme pour déguiser sa pensée » (la parola è stata data all’uomo per travestire il suo pensiero) ma qui veramente si esagera. Può darsi che il Cavaliere parli sul serio e che i commentatori facciano malissimo a non tenerne conto, come può darsi siano convinti che parli sul serio, ma che poi, fatta la legge elettorale, le elezioni gliele negherebbero. Non sarebbe la prima volta che in politica si manca alla parola data. Ma forse che Berlusconi questo non lo sa? E allora che garanzie chiede? O è che spera di tirare le cose abbastanza in lungo per profittare dei risultati del referendum? Perché mai nessuno risponde a queste domande?
Forse si discute tanto di legge elettorale perché bisogna pur vendere i quotidiani. Bisogna pur mettere qualcosa nei telegiornali, benedicendo il fatto che Berlusconi in questi giorni li abbia resi un po’ meno noiosi. Bisogna, per quanto riguarda i politici, dire qualcosa, pur di vedersi citare: per loro la visibilità è questione di vita o di morte. Per tutti bisogna fare “un gran casino”, come si dice volgarmente, mentre sotto sotto, quanto alle elezioni e alla legge elettorale, non c’è niente. Proprio niente: salvo ciò che è assolutamente segreto.
Il futuro lo vedremo quando sarà presente. A cominciare dal fatto che la Corte di Cassazione può modificare tutti i dati ammettendo o no il referendum. Un’alternativa, sia detto di passaggio, che dimostra come anche quella Corte faccia politica: è infatti strano che nessuno si azzardi a fare previsioni giuridiche, quasi che la soluzione dipendesse da un getto di dadi. Probabilmente, dal momento che quel voto creerebbe un sistema terribilmente favorevole al Pdl o al Pd, la Cassazione dirà di no. Non per arcani motivi: semplicemente perché il partito che avrà la maggioranza relativa sarà quello di Berlusconi e dunque, giuridicamente, bisogna stopparlo.
E mentre tutto questo bolle in pentola, si parla di sistema proporzionale con sbarramento alla tedesca e correzioni alla spagnola: un salto triplo all’indietro carpiato con avvitamento. “Ma mi faccia il piacere”, come diceva Totò.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 novembre 2007


COROLLARI BERLUSCONIANI
Della mossa di Berlusconi, nelle ultime quarantott’ore, si è molto discusso. Ma qualche dato in più – salvo errori – c’è.
 1) Molti elettori si sono chiesti come mai Berlusconi, da sempre fautore del maggioritario, ora parli di proporzionale. Il fatto è che il maggioritario italiano (“Mattarellum” o “Porcellum”, cioè legge elettorale del 2001 o del 2006), non ha portato alla stabilità. La frammentazione dei partiti è anzi aumentata e il povero Prodi è sottoposto all’eventuale ricatto di due o tre senatori. Dunque, non val la pena d’impiccarsi su quel sistema.
 2) Il sistema proporzionale alla tedesca - preferito da tanti, fra cui Veltroni,  e cui anche Berlusconi si dichiara disponibile - è tutt’altro che un sistema proporzionale come l’immaginiamo. In Germania non solo esiste uno sbarramento al 5%, ma metà del Parlamento, col primo voto, si elegge col sistema maggioritario uninominale. È solo col secondo che si eleggono dei parlamentari col sistema proporzionale. Sicché, altrettanto lecitamente, si potrebbe parlare di “sistema uninominale maggioritario alla tedesca”.
3) Qualunque sistema proporzionale che preveda uno sbarramento non è un proporzionale puro ed anzi tutto dipende in concreto dall’altezza dello sbarramento. Se vengono escluse dal Parlamento tutte le formazioni che non raggiungono il cinque per cento (come in Germania), saltano via moltissimi partiti. Insomma, parlare di “sistema proporzionale”, senza precisare, non significa niente: “il diavolo si nasconde nei particolari”.
 4) Se Veltroni e Berlusconi si mettessero d’accordo per il sistema tedesco, Mastella e tutti i partiti di estrema sinistra – vedendo che rischiano la vita – farebbero forse cadere il governo in modo da andare ad elezioni subito ma con la legge attuale. Perderebbero certamente il governo ma manterrebbero una rappresentanza in Parlamento; mentre se lasciassero fare ai grandi partiti rischierebbero di essere cancellati dalla vita politica.
 5) Nulla vieta di pensare che la discussione sulla legge elettorale sia un’immensa manfrina. Qualunque legge elettorale o favorisce i grandi partiti, e troverà per questo  la pervicace opposizione dei piccoli, oppure favorisce i piccoli e non si vede perché i grandi dovrebbero votarla. Inoltre Berlusconi abbina il voto alla legge con elezioni a breve, che non convengono affatto alla sinistra. Dunque può darsi che egli si dichiari disposto a modificare la legge elettorale solo per passare per uno disposto a dialogare, come il mite Veltroni: sapendo benissimo che non gli costerà nulla, come non costerà nulla a Veltroni.
 6) Inoltre, il referendum è alle viste. Salvo che la Cassazione, con un colpo di mano, non lo vieti, gli basterà fare il pesce in barile e alle prossime elezioni, secondo quanto dicono, il partito che ha più voti (indovinate quale) avrebbe per ciò stesso il 55% di seggi in Parlamento. E allora si capirebbe perché Berlusconi abbia mandato a quel paese gli alleati riottosi: non ha bisogno di loro per avere la maggioranza in Parlamento.

 7) Né esiste dubbio sul punto che il referendum abolirà l’attuale legge elettorale. Dirne male è stato tanto obbligatorio quanto è dire bene di Garibaldi. Essa è “indifendibile”, molto al di là dei suoi demeriti e gli italiani voteranno contro di essa come se salvassero il Paese dalle acque del Mar Rosso.
 8) Una considerazione finale piuttosto saporita nasce dall’osservazione che Berlusconi, con il Porcellum o una nuova legge elettorale, sarebbe costretto a cercare degli alleati per formare la nuova maggioranza. E allora ci si chiede: “Che senso ha avuto sbarcarli, oggi, se domani sarà costretto a reimbarcarli?”
Giusta domanda. Ma si può rispondere: “Se essi oggi non collaborano per una vittoria unitaria, a che scopo imbarcarli? Ché anzi, staccandosi da loro (che molti berlusconiani cordialmente disprezzano per avere essi frenato le riforme nel corso dell’ultima legislatura), il successo sarebbe ancora maggiore. Dopo, ovviamente, ci sarebbe sempre tempo per reimbarcarli”. Operazione a costo zero. Senza dire che oggi si è data una immensa soddisfazione a chi aveva tanta voglia di veder dare una legnata sul naso a Casini e allo stesso Fini.
 9) Casini e Fini meritano personalmente qualche nota. Il primo (non era forse un sodale di Follini?) è sempre stato un democristiano incline ai tradimenti felpati, alla “lingua di legno” (il politichese) e, perché no? ai ricatti politici. Valeva la pena di pretendere un Berlusconi 2, per una incomprensibile discontinuità che non c’è stata? Né Fini è migliore. Quest’uomo di grande intelligenza, eccellente polemista e grande politico, è un vizioso del potere. Guida il suo partito con piglio militaresco ed è capace di “frustare” i suoi sottoposti per punirli di un errore fatto da lui stesso (l’avventura dell’Elefantino). Ambedue, Casini e Fini, sono divorati da un’ambizione irrefrenabile e non tollerano che Berlusconi sieda sulla sedia su cui vorrebbero sedere loro. Intendiamoci, l’ambizione non è un demerito e senza di essa non si arriva da nessuna parte. Ma ci sono cose necessarie, come la defecazione, che pure sono fastidiose da vedere. Essi hanno sempre dimenticato che il Cavaliere ha il doppio o il quadruplo dei loro voti e il risultato finale è che non solo non hanno la sua sedia, ma neanche l’alleanza con lui alle prossime elezioni.
 10) Tutti hanno creduto che il signore di Arcore fosse incatenato alla Cdl tanto solidamente da potersi permettere di minacciare, loro, di lasciare la coalizione. Invece se la sono vista distruggere in un battibaleno da uno capace di costruirne un’altra in un pomeriggio. Hanno tirato troppo la corda e gli è rimasto il capo penzoloni in mano.
Tutti ora si chiedono se questa nuova avventura a Berlusconi andrà bene o andrà male. E non potrà non chiederselo pure lui. Ma quell’uomo osa sfidare la sorte. Può trionfare – per questo qualche giorno fa parlavamo di Rubicone – o può perdere, ma il punto è che è disposto a perdere. De Gaulle indisse un referendum su una legge dopo tutto secondaria, legandovi la propria permanenza al potere. Il referendum andò male il Generale prese la strada di Colombey les Deux Eglises. Grande sacrificio? Sì e no. Aveva già detto: “Il potere non si conquista, si raccatta”. Già in quel momento era certo di essersi ritagliato un intero capitolo nei libri di storia e sapeva che, se fosse uscito di sua volontà dall’Elysée, avrebbe dimostrato un supremo disprezzo per il potere. Il grado supremo della gloria.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 novembre 2007


Cosa andiamo a fare in Maryland?
Ormai siamo agli sgoccioli, fra una settimana incomincia il summit di Annapolis, si preparano i bagagli e in valigia gli israeliani mettono speranze e proposte.
Loro, i palestinesi, mettono una bella sfilza di pretese e di NO.
D'Alema sara' contento visto che si augura che il "summit si muova nel quadro dell'iniziativa di pace araba".
E te pareva, se il summit si muovera' in quel senso, con Condie Rice che spinge come una matta perche' si faccia sta Palestina prima che Bush lasci la presidenza, Israele riportera' a casa le chiavi per chiudere le porte e andarsene verso il mare dopo la svendita del paese.
Olmert chiede ai palestinesi una cosa sola per poter incominciare a trattare, chiede che Israele sia riconosciuta dall'ANP e dagli arabi come Stato Ebraico.
Ha risposto Saeb Erekat, uno dei fautori della disgrazia di Oslo, yesman di Yasser Arafat, con un sonante e deciso "MAI!".
Ha risposto la Lega Araba con un inequivocabile NO!.
Dunque questi banditi non sono disposti a nessuna concessione, nemmeno a riconoscere a Israele il diritto di essere lo stato degli ebrei, certo, dal momento che pensano di farci invadere da tutti i loro profughi in modo da trasformare Israele nel ventiduesimo stato arabo , la Palestina dal fiume al mare, come dicono da 40 anni.
Americani e europei sono convinti che piu' concessioni Israele fara' piu' rabbonira'
i palestinesi convincendoli ad abbandonare il terrorismo e la violenza.
Invece no!
Non sara' cosi' e l'esperienza del passato insegna che piu' ricevono , piu' chiedono, piu' vogliono , piu' pretendono e piu' aumenta il terrorismo.
Il loro modo di fare poltica e' la prepotenza unita alla menzogna, al cinismo e al piagnucolamento propagandistico con cui conquistano il mondo intero.
Quando scriviamo che i palestinesi sono capaci di fare qualsiasi cosa perche' i canali dell'odio si riversino su Israele, in realta' non devono faticare troppo, siamo sempre verbalmente aggrediti dai soliti buonisti filopalestinesi, dai pacifinti e dai vigliacchi in malafede, veniamo insultati e definiti fascisti o peggio.
Quando parliamo di bambini palestinesi mandati per le strade apposta perche' vengano ammazzati da qualche pallottola amica o nemica, ci accusano di essere dei mostri anche se vi sono migliaia di fotografie e di filmati a conferma delle nostre asserzioni.
Nessun giornale italiano ha dato risalto ai missili lanciati contro Israele dal cortile di una scuola di Gaza. Silenzio che si sarebbe trasformato in un vulcano di indignazione se , malauguratamente, Israele, che non puo' vedere il luogo da cui partono i kassam, avesse risposto sparando in quella direzione facendo una strage di bambini.
Era proprio la strage che loro, i bastardi figli di hamas , cercavano.
Questa volta pero' hanno fatto un errore perche' la scuola da cui sparavano era dell'URNWA, cioe' dell'ONU e il Segretario Generale Ban Ki-Moon, incazzato come una belva, ha subito ordinato un'inchiesta.
Meno male che non c'e' piu Koffee Annan che sarebbe andato a pranzo fischiettando e facendo finta di niente.
Il silenzio dei media italiani pero' continua, quando mai hanno condannato i palestinesi che combattono da sempre come dei vigliacchi posizionando le loro stramaledette rampe lanciamissili in mezzo ai centri abitati.


La perla della propaganda palestinese e' il falso su Mohamed Al Durra con cui hanno preso in giro il mondo intero per ben sette anni e quando Israele, dopo varie inchieste diceva ai giornalisti e politici stranieri "signori, non siamo stati noi a uccidere il bambino" , la risposta era "Non vi crediamo".
Se non fosse stato per la cocciutaggine di un coraggioso francese, Philippe Karsenty, che ha denunciato France 2 e il suo corrispondente arabo in Israele, la verita' non sarebbe mai emersa, adesso sappiamo che il filmato e' stato tagliato e che alla fine il bambino faceva ciao ciao con la manina a chi stava riprendendo la scena.
Dunque Mohammed era vivo e loro, i palestinesi e France 2, lo sapevano.
Sui palestinesi sono inutili i commenti ma che una televisione francese sia stata loro complice e' scandaloso anche se e' giusto ricordare che all'epoca Arafat era vivo, lui comandava, lui dirigeva la propaganda sapendo che chiunque in Europa si sarebbe gettato nel fuoco per lui.
Il trucco infame riusci' alla perfezione e per 7 anni Israele fu maledetto e messo alla gogna.

Vero Berttinotti?
Ce l'avete ancora in sezione a Roma la gigantografia del bambino e di suo padre da esporre ai congressi nazionali? Me lo ricordo come fosse oggi Nemer Hammad che accusava Israele sotto quella gigantografia mentre il pubblico dei rifondaroli rumoreggiava il suo odio per Israele.
Vero Diliberto?
Voi comunisti avete insultato Israele per anni, avete deriso i nostri morti, avete mandato i vostri scagnozzi a dar man forte ai terroristi, avete fatto dichiarazioni ufficiali in cui accusavate Israele di essere peggio dei nazisti.
Vero Morgantini?
Ci hai dato dei nazisti eh Morgantini? Tu e i tuoi compari di merende. Eppure il tuo con Arraffa-t era un filo diretto di amore. Possibile che la coscienza non ti abbia fatto venire mal di stomaco? No, eh? anche perche' il pelo sullo stomaco e' talmente folto che nemmeno milioni di accuse false a Israele riuscirebbero a scalfirlo, nemmeno con il miglior rasoio Gillette.
Il pelo sullo stomaco della Morgantini e' la, intonso, da molti anni, come una corazza contro la verita' e la giustizia.

Tornando ad Annapolis, mi chiedo come possa essere accettato dal mondo civile che i palestinesi vadano al summit per avere con la prepotenza e con le minacce di una terza intifada quello che non gli e' mai appartenuto.
Israele chiede solo di essere riconosciuto come stato ebraico e di poter vivere senza essere invasa da milioni di arabi.
No, no, no signori, non ce lo concedono!
Loro, quelli che hanno usurpato persino il termine palestinesi che, prima del 1948, era degli ebrei.
Loro che hanno cambiato la storia col consenso dei paesi occidentali antiisraeliani, cioe' praticamente tutti.
Loro che non avevano niente non essendo un popolo ma semplicemente una parte, la peggiore e piu' violenta, del popolo arabo.
Loro che si sono approfittati dei sentimenti di odio verso gli ebrei per convincere il mondo che Israele non ha da durare.
Loro, i banditi piu' amati dagli italiani, pretendono e non concedono niente.
„Israele deve restituire tutta Gerusalemme est, cioè l‚area che ha catturato nel 1967‰, ha dichiarato uno dei firmatari, il consigliere di Abu Mazen Adnan Hussein (facendo riferimento a un‚area che comprende anche tutto il quartiere ebraico della Città Vecchia, Muro Occidentale compreso, da dove venne bandita ogni presenza ebraica tra il 1948 e il 1967).
Dunque vogliono fare peggio degli antichi romani, dei crociati, di Suleiman. Vogliono fare come i giordani nel 1948 e toglierci anche il Monte del Tempio (che in realta' ci hanno gia' tolto visto che agli ebrei e' vietato salirvi) e il Muro occidentale, quel Muro del Pianto contro il quale gli ebrei hanno alzato al cielo i loro lamenti per i 2000 anni di esilio.
Possono cambiare la Storia a loro piacimento. Tutto quello che generazioni hanno studiato viene cambiato e creduto.

Per centinaia d'anni si e' studiato che Israele e' esistito per 1000 anni prima che i Romani lo distruggessero insieme alla sua Capitale Gerusalemme rasa al suolo.
Per anni abbiamo studiato che gli arabi non hanno mai considerato la zona come uno stato ma, e per soli 300 anni, l'hanno considerata parte della terra araba. Gerusalemme ridotta a meno di un villaggio.
E poi abbiamo studiato che su questa terra, una volta scacciati gli ebrei, si sono susseguiti i popoli piu' diversi dai bizantini ai mammelucchi, dai crociati ai turchi.
Abbiamo studiato che i filistei erano un popolo occidentale proveniente dal mar Egeo e stabilitosi a Gaza fino all'estinzione.
Poi arrivano loro e cambiano la storia, sti mafiosi, dicono che lo Stato di Palestina esiste da sempre, che loro sono i discendenti dei filistei, che Gesu' era palestinese e che gli ebrei non hanno nessuna connessione con Gerusalemme quindi con la Terra di Israele, mai esistita secondo loro come mai esistito e' il Tempio di Salomone. Lo ha ribadito il boss mafioso Arraffa t a Camp David.
La cosa spaventosa non e' il loro taroccamento della storia, lo aveva fatto anche Hitler di cui sono i seguaci, la cosa spaventosa e' che molti gli credono.
La morale della favola e' che i palestinesi vanno ad Annapolis non con umilta' e vergogna per le loro menzogne ma con arroganza e prepotenza.
Israele chiede una cosa sola, una sola, chiede soltanto di poter restare l'unico Paese per il popolo ebraico e persino questa legittima richiesta viene negata.

Trent'anni fa Anwar Sadat venne a Gerusalemme.
Il suo Boeing atterro' in Israele alle 8 di sera, puntuale.
Quando si apri' il portellone e Sadat usci nel silenzio totale di tutta Israele, una voce grido' "PRESENTAT ARM".
Mentre Sadat passava in rassegna i soldati di quell'esercito che per ben tre volte aveva mandato a casa il suo con la coda tra le gambe, Israele esplose in un unico grido di incommensurabile e incontenibile gioia.
E fu pace.
Sadat ebbe coraggio , era un uomo , un Mensch.
Ad Annapolis andiamo a trattare con dei mafiosi.
Allora, cosa ci andiamo a fare ?

Deborah Fait  -  www.informazionecorretta.com

Tre governi…senza opposizione
Nella smania tutta italiana di governare e di farlo per forza, come se l’unica cosa realmente importante fosse questa, hanno preso corpo le mostruose creature del nuovo corso italiano che ora cercheranno, come al solito in
ritardo di fare quello che negli altri paesi è già stato fatto da molto tempo, ovvero costituire delle forti e radicate realtà politiche, non provvisorie ed occasionale, con lo scopo di favorire la governabilità al “governismo”. Il governismo nel frattempo ci costringerà a convivere con tre governi nella più totale assenza di un opposizione, ormai ritenuta inutile, superflua, roba da poveri cristi (forse solo i comunisti italiani ed i radicali sono all’opposizione, ma non sanno più contro chi e se convenga farla). Il governo in pectore è lì, ancora meno saldo, ancora meno sano, ma pur sempre salvo, con il paziente ragnetto Prodi che costruisce improbabili tele, spera ancora che i suoi tecnici, affezionati dell’Ulivo, dell’Asinello, non lo abbandonino, lasciandolo realmente capitano dell’ennesimo Titanic. Il governo Prodi è un governo di emergenza e di improvvisazione che lui, novello Badoglio guiderà fino a quando non lo sovrasterà un secondo governo ben più forte e numeroso, multicolore e polivalente, allegro e pseudo-riformista che spazzerà via anche coloro che ancora pensano di essere originali nel chiamarsi riformisti o liberal-democratici e non hanno ancora capito che la successiva stagione sarà monocolore e anti-ideologica. Il secondo Governo è il Governo Veltroni, capo del Partito Democratico, capo della nuova sinistra, sindaco di Roma, promotore del risveglio culturale del paese, parafulmine della stagione riformista dalla legge elettorale al welfare, fino alle pensioni. In un governo che non può proporre nulla, è lui che propone, incontra, organizza vertici e chiede gentilmente a Prodi di garantirgli numeri e nasconderlo fino a momenti più opportuni. La sua occasione è d’oro e sa che non può scoprirsi adesso, ma solo più tardi, quando rinnegherà le sue intere proposte-ombre, addossandole al relitto Prodi e si proporrà come il vero nuovo corso. Ma non governa da solo. Con lui, nei dibattiti, nei vertici, nei confronti mai così pacati e sinceri, ci sono Fini e Casini, il primo ormai sempre più centrista, spinto al centro da chi ora lo ha scaricato dalla piazza e costretto a rifiutare l’ingresso nel Ppe, nonostante sia imprigionato a metà fra il veltronismo illuminato che lo spinge al dialogo ed il centro cristiano-democratico che, a sua volta, potrà ricongiungersi, nella sintesi veltroniana, con i vari Mastella, ma anche Castagnetti, Bindi e tutti gli orfani di ciò che non c’è, ma tornerà ad essere il centro cristiano-democratico (si spera alla tedesca, ma forse più alla cilena). Fuori dal palazzo ma dentro la politica, c’è il terzo Governo. Esso non risiede né a Palazzo Chigi, né al Campidoglio, ma a San Babila ed è il Governo della piazza, del popolo, come lo stesso fondatore Berlusconi ha ammesso. Un uomo solo al comando e la massa marciante e festante che, anch’essa in linea con gli altri, lancia proposte di compromesso “O così o si va a casa”, come un vero governo appunto, detta condizioni, organizza circoli e parlamenti ma non propone, si oppone e basta. Nessuna controproposta tecnica elettorale, nessun progetto sul welfare. Solo l’esigenza di tornare a governare. Non è un caso che il governo parta da Milano contro Roma, né che sfidi il centrismo ed il progressismo, intraprendendo la strada presa nel 1994, ovvero quella della destra, moderata, ma conservatrice, vicina alle esigenze localistiche della Lega e vicina ai principi duri e nostalgici della Destra. Tre governi che, in un altro paese, ben si fonderebbero in un governo di unità nazionale, ma che in Italia (e solo in Italia può succedere) rimangono tre governi, ognuno con la sua sede, ma con un necessario corollario finale: un governo tecnico che sarà deciso a tavolino dal presidente della Repubblica nella più totale incomunicabilità fra i governi, in attesa di future elezioni, ancora lontane, per fortuna di tutti, perché in questo momento neppure il voto potrebbe permettere al paese di schierarsi, né dare alle forze politiche il tempo di capire con che governo stare.    

Angelo M. Daddesio


DO OR DIE
Il giorno seguente l’annuncio di Berlusconi della nascita di un nuovo grande partito-contenitore, sciogliendo Forza Italia e proponendolo a chiunque voglia farne parte, ciò che si nota soprattutto è lo smarrimento dei commentatori. Tutti – pressati dall’attualità, dal dovere di commentare ciò che ancora non sanno bene che cos’è - s’ingegnano di dire cose che non siano assurde e che non possano essere troppo pesantemente smentite dai giorni avvenire. In effetti i dubbi, rispetto alle cause del fatto e rispetto alle prospettive future,  sono troppo più numerosi.
1) Si tratta di un avvenimento importante, capace se non di mutare l’attuale assetto politico, almeno di modificarlo seriamente, oppure Berlusconi ha semplicemente cambiato il nome del suo partito? Perché se in questo partito non confluisse nessuno (e oggi nessuno pare volervi confluire) come sfuggire alla sensazione di un mero cambiamento di nome?
2) Col nome cambiato, il partito “venderà” di più o di meno? Come si sa, i produttori esitano tra il proclama della novità (nuovo, nouveau, neu, new, nuevo!) e la sottolineatura della fedeltà al prodotto: i biscotti “come fatti in casa”, “il valore della tradizione”, “da vent’anni la migliore soluzione”, ecc. Come vanno, le cose, nel caso dei partiti? E in questo caso in particolare?

3) Secondo Piero Ostellino, la mossa di Berlusconi significa che alle prossime elezioni egli intende andare da solo. Nel caso questo fosse vero, ciò avverrebbe perché Berlusconi ha capito che i suoi alleati o non lo sosterrebbero più, come leader, o, nel caso vincessero con lui, gli impedirebbero di governare. Come in parte hanno fatto nella precedente legislatura. “Tanto vale rompere prima e far sapere agli elettori che non mi lascerò condizionare da nessuno”. Non si può dimenticare che anni fa, quando qualcuno gli rimproverava di non aver portato a termine qualche riforma, la sua risposta era: “Datemi il cinquanta per cento, e vedrete”.
4) Se questa è l’intenzione, l’apertura del partito a chiunque intenda starci sarebbe una pura mossa retorica. Avendo creato un nuovo partito proprio per non avere alleati sullo stesso piano (la Cdl), ma solo “aderenti”, è ovvio che il Cavaliere offre a Fini e a Casini molto meno di quanto avessero fino ad ora. Uno status non di pari ma di gregari. Dunque l’apertura è pura retorica. Del resto, chi mai ha impedito, fino ad ora, di aderire a Forza Italia, se ne aveva voglia?
5) Il problema si sposta dalla costituzione di un grande partito di centro-destra (uno dei due poli in un bipartitismo perfetto) alla domanda del significato elettorale della mossa. In un sistema proporzionale Berlusconi da solo o perderebbe o sarebbe costretto a governare con gli alleati che oggi lo contestano. E non si vede il vantaggio della costituzione del nuovo partito.
6) Ma in un sistema con un forte premio di maggioranza - cioè se rimane l’attuale legge o, ancor meglio, se si va al referendum, e il premio di maggioranza è attribuito non alla coalizione, ma al partito che ottiene più voti - come non vedere che questo partito che otterrebbe più voti, secondo le previsioni attuali, è il Partito del Popolo? Berlusconi punterebbe a fare a meno degli alleati prima delle elezioni e poi, dopo la vittoria, ad imbarcare quel cinque o dieci per cento di fungibili gregari che gli servirebbero per arrivare al cinquantuno per cento alla Camera e al Senato. Il potere incontrastato.
7) È vero che Berlusconi a Minzolini ha detto di essere disposto ad una legge elettorale “alla tedesca”. Ma, a parte il fatto che su questo come su altri progetti non esiste l’accordo, una tale legge sarebbe accettata a condizione che a votare si vada subito, appena modificata velocemente la legge. Perché Berlusconi è convinto che, in questo momento, vincerebbe con qualunque sistema. Dunque, o voto subito oppure notevole premio di maggioranza quando sarà.
8) Berlusconi, da solo, avrà la strada tutta in salita; ma i suoi (ex)alleati, senza di lui, non vanno da nessuna parte. E un po’ se la sono cercata. Almeno prima della elezioni, hanno perso il loro potere di ricatto.
Proprio in questa sede si sosteneva fino a ieri (prima della mossa di Berlusconi) che il Grande Burattinaio della politica è l’amore per il potere. Chi lo ama di più è disposto a sacrificargli di più. Anche in termini di fedeltà ai principi, quando non di dignità. Ma ci sono diversi modi di amare il potere. Forse Berlusconi, con questa mossa azzardata, ha dimostrato di amarlo, ma non alla maniera interessata e piccina di un assessore di paese. Ha già avuto tanto, dalla politica. Ora, o gli riesce il colpaccio di divenire il padrone di Roma o sarà sconfitto dalla coalizione dei suoi amici e dei suoi nemici. Ha passato il Rubicone. E se il risultato finale del passaggio di quel fiumiciattolo non lo conosceva Giulio Cesare, non possiamo certo pretendere di conoscerlo noi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 19 novembre 2007


La svolta di Silvio: "Fondo il Partito del popolo italiano della libertà"
«Vi ricorderete sempre di essere stati qui, oggi, in piazza San Babila». È domenica 18 novembre 2007, Silvio Berlusconi spalanca le braccia nell'aria frizzante delle grandi occasioni, guarda negli occhi Michela Vittoria Brambilla e a Milano dà l'annuncio che tutti aspettavano da tempo: Forza Italia si scioglie e nasce il Partito del Popolo italiano della libertà. Addio alla vecchia Cdl, chi ci sta ci sta e chi non ci sta si arrangi. Inclusi An e Udc, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini? «Non devo, non voglio convincere nessuno. Se aderiscono bene, altrimenti andremo avanti con la forza della gente. Contro i parrucconi della politica».
Gente («gli altri dicono società civile») è la parola d'ordine del nuovo, la formula magica scaccia palazzo. Sono gli otto milioni che hanno firmato per chiedere le dimissioni del governo Prodi: «Almeno la metà delle persone venute nei nostri gazebo non appartiene a Forza Italia ma a altri partiti e ciò dimostra che i nostri elettori sono più avanti di noi». È la massa che «ci chiede di essere uniti per fronteggiare la sinistra». Anche a costo di dribblare alleati riottosi e correre alla meta da solo.
La gente lo assedia, lo tallona fino alla macchina, non lo lascia andare. Berlusconi quasi si arrampica sul tetto e improvvisa un nuovo comizio per spiegare il futuro di quel che è stata la Cdl: «Nasce un grande partito. Forza Italia è un nome che ha contato ma si scioglie e confluisce in questa nuova formazione. Invitiamo tutti a venire con noi. Avremo una nuova classe dirigente e saranno fatti fuori i vecchi fannulloni». Parole sufficienti a scatenare il panico tra i vertici azzurri e non solo. Una rivoluzione totale: «Saranno libere assemblee a eleggere i rappresentanti. Tutte le cariche saranno decise democraticamente».

IL BURATTINAIO
Togliatti non era un battutista. Di lui si ricorda che, a un comunista che si ostinava a dargli del tu, disse asciutto: “Compagno, mi può dare anche del lei”, e soprattutto la feroce ironia con cui commentò l’abbandono del Pci da parte di Elio Vittorini: “Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciati”, disse. Intendendo che se ne andava uno e restavano milioni di comunisti ferventi.
Berlusconi non può ovviamente dire la stessa cosa di Fini. Il capo di quello che, attualmente, è forse il terzo partito d’Italia, deve essere preso molto più sul serio. Ma i fatti sono testardi. Se è vero che non si può snobbare il Presidente di An, che ha – poniamo – il 15% dell’elettorato italiano, figurarsi se si può snobbare chi di quell’elettorato ha il 30%. A che cosa corrisponde, dunque, l’ultima presa di posizione di Fini? Assolutamente a niente. Egli ha – come, in misura minore, Casini - solo un potere negativo. Può impedire a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi: ma a che gli servirebbe? Questo potere negativo, nei confronti di Prodi, oggi ce l’ha persino un Mastella: distruggere è molto più facile che costruire.

La realtà è semplice e banale. Berlusconi può piacere o non piacere, ma ha dietro di sé il più grande partito italiano. Se il centro-destra vuole vincere le elezioni, deve allearsi con lui. Però  il programma e la linea di comportamento devono essere concordati! dirà qualcuno. Ed è vero. Ma nella discussione si torna al punto di partenza: il potere degli alleati tanto piccoli quanto indispensabili è solo negativo. Se essi pretendono d’imporre il loro punto di vista al partito più grande, perché mai il partito più grande non dovrebbe pretendere d’imporre loro il proprio punto di vista? I piccoli possono distruggere la capacità operativa del proprio esercito, non vincere da soli: dunque in definitiva la discussione non è tanto sui programmi, quanto sull’intensità della voglia che si ha di arrivare al governo. Chi più lo desidera, più è disposto a piegarsi alla volontà altrui. Nel caso di Prodi, per esempio, questo sentimento è stato più forte di qualunque altra cosa. Pur di andare al potere Prodi è stato capace di allearsi col diavolo e l’acqua santa, di promettere ogni cosa e il suo contrario. E una volta che ha vinto le elezioni, ha mantenuto il potere semplicemente perché chi doveva sostenerlo ha sempre saputo che, per andare contro di lui, sarebbe dovuto andare contro se stesso. E tornare a casa. Nessun problema di programmi o di ideali; nessun problema – perfino – di bene del paese. Esclusivamente il problema di non perdere la bella poltrona del governo. O la poltroncina del Senato. O lo strapuntino della Camera. Posti che valgono comunque molte migliaia di euro, non solo ora ma anche in futuro, se si resiste per due anni, sei mesi e un giorno e si arriva alla pensione.
Ecco perché le prese di posizione di Fini, di Casini e perfino di Berlusconi sono stucchevoli. Ognuno di loro ha un programma, come no? ma il programma più importante, per tutti, è andare al governo. Sicché farebbero bene a non prendere posizioni gladiatorie in nome dell’ideale. E farebbero bene ad accordarsi senza tante storie, ché tanto è quello che farebbero domani pomeriggio, se Prodi cadesse domani mattina.
Né è serio parlare di dialogo fra le coalizioni per la nuova legge elettorale. Non solo i due poli non convergono su una sola formula, ma all’interno di ciascuna di esse le posizioni sono spesso inconciliabili. E questo è ovvio: ognuna di esse mira – legittimamente – al proprio interesse e tutte temono l’approvazione del referendum, che darebbe ai due più grandi partiti, Forza Italia e Partito Democratico, un impressionante premio di maggioranza. E, appunto, perché mai questi due partiti dovrebbero collaborare ad una formula che non li avvantaggerebbe?
Non solo. Si dice, ipocritamente, che “se si votasse con l’attuale legge, si riprodurrebbe lo stesso stallo di oggi”. Questo non è vero. Basterebbe estendere al Senato il premio di maggioranza oggi in vigore alla Camera. E soprattutto, se una coalizione, invece di vincere per sei decimillesimi, come Prodi, vincesse con un cinque per cento di scarto, non ci sarebbe più nessun problema di governabilità. A parte i tradimenti e i ribaltoni, ovviamente: ma quelli riuscirebbe ad evitarli solo un diverso livello morale.
Queste discussioni somigliano, con rispetto parlando, agli scontri dei burattini, nella finestrella del giardino pubblico dinanzi al quale si affollano (si affollavano) i bambini. I due personaggi si dànno randellate, ma ambedue sono mossi dallo stesso uomo. Qui il movente unico, per tutti, è l’amore per il potere.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 novembre 2007


PRODI COME LA PALICE
La legge finanziaria è passata al Senato, senza nemmeno il voto di fiducia, mentre Berlusconi aveva previsto che il governo sarebbe caduto proprio su di essa. Parole imprudenti, le sue, certo. E che si prestano a qualche irrisione. Ma Prodi, nella sua intervista odierna alla “Repubblica”, francamente esagera. Si esprime come se avesse vinto a Waterloo. Come se si aprisse una nuova era. Come se si fondasse un Tausendjahr-Reich (un impero di mille anni). Per lui si tratta di “…aprire una nuova fase di governo, in cui continua la battaglia sui tre fronti fondamentali (il risanamento, la lotta all'evasione, la redistribuzione) mentre se ne aprono altri tre: l'innovazione, la sicurezza, la riforma della pubblica amministrazione". Può prendere un impegno su questi tre punti?, gli chiede l’intervistatore. E lui:  "Più che un impegno, è un obbligo”. “Mettiamo mano alle riforme, subito, tutti insieme”, “c'è un governo, c'è una rotta, c'è una prospettiva”. “L'Italia può tornare a vincere. Deve crederci. Ecco perché sarebbe un delitto se i partiti - tutti - perdessero la grande occasione che abbiamo per cambiare l'Italia con le riforme. Io dico che ce la faremo”. Segue marcia dell’Aida.
In realtà, senza che sia necessario andare a vedere che cosa fa l’opposizione, già nella sua coalizione molti si apprestano a mandarlo via e molti lo danno per morto. Dini dice di avere già i numeri per buttarlo giù e afferma che bisogna per forza voltare pagina: bisogna cambiare governo perché l’attuale è troppo inadeguato ad affrontare i problemi del paese. E non è l’unica minaccia. Da un lato lui e il suo gruppetto promettono di far cadere il governo se si tocca una virgola del provvedimento sul welfare, dall’altro l’estrema sinistra insiste per importanti cambiamenti. Infine, è vero che la finanziaria è passata, ma è anche vero che deve passare una seconda volta dal Senato: e non è detto che il sangue di san Gennaro si liquefaccia di nuovo. A questo punto uno si potrebbe chiedere se il premier sia sordo o scemo. Ma probabilmente non è né l’una né l’altra cosa.
Nei lontani Anni Trenta Pitigrilli dava ai mariti adulteri questo consiglio: se scoperti, negare. Negare sempre. Negare anche contro la più plateale evidenza. Sostenere che un bacio in cui la lingua arriva alle tonsille è solo amichevole; che se si sono scritte lettere di fuoco ad una donna, era per un esercizio letterario; che se si è andati a letto con lei, è perché la poverina aveva freddo. Chi leggeva quelle pagine avrebbe avuto il diritto di chiedersi se lo scrittore fosse matto, ma riflettendoci si può vedere il senso del suggerimento. La moglie che scopre il tradimento del marito ha soprattutto il desiderio che la notizia non sia vera. Dunque – salvo che abbia per natura un carattere sospettoso - è pronta a credere a qualunque versione che la salvi dal dovere ammettere l’amara verità. Finché il suo uomo nega, lei avrà sempre il dovere di chiedersi: e se lo stessi calunniando? Se le cose non stessero come sembra evidente che stiano? Sono stati fatti decine di film in cui un tizio era condannato a morte perché tutte le prove erano contro di lui, e tuttavia era innocente. Se fosse la stessa cosa per mio marito? Se Prodi fosse destinato ad un luminoso futuro, arrivando alla fine della legislatura e rimanendo nella storia come un gigante?
Ecco perché Prodi non è né sordo né pazzo. Parla di una ripartenza per nuovi traguardi, nuove riforme, nuovi trionfi, perché vuole che i suoi sostenitori non vedano in che stato si trova veramente. Non tutti leggono i giornali attentamente. Non tutti leggono le interviste dei più importanti politici. Non tutti hanno udito Dini, da Giuliano Ferrara, affermare espressamente: “Queste cose che io dico pubblicamente, in privato le dicono praticamente tutti, in Senato”.
Di La Palice, prode uomo d’arme, una canzone diceva che “un quart d’heure avant de mourir, il faisait ancore envie » (un quarto d’ora prima di morire, faceva ancora invidia) . Prodi potrebbe certo durare ancora parecchi mesi, ma non è detto. Certo è che vorrebbe somigliare al Seigneur de La Palice: anche un quarto d’ora prima di morire vorrebbe suscitare l’ammirazione di tutti. Soprattutto di quelli che non leggono i giornali.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it 18 novembre 2007
P.S. Se qualcuno pensa che questo scritto nasca soltanto da animosità nei confronti di Romano Prodi, o dalla pervicace volontà di sminuirne il successo, si prega di notare i titoli di prima pagina di due giornali che non riesco a definire berlusconiani. L’Unità: “Finanziaria, Prodi vince ma perde Dini”. Il manifesto, “Dini salva Prodi per buttarlo giù”.


LO CONFESSO: HO SBAGLIATO
Comunque vadano le cose, è necessario levarsi il cappello dinanzi ad una compagine governativa che è già durata un anno e mezzo. Non che sia un tempo lunghissimo, soprattutto se si pensa che una legislatura è prevista per cinque anni: ma è un tempo che in molti non avevamo previsto. È giusto riconoscerlo.
Il motivo dell’errore può essere facilmente ricordato. Scrivevo in sostanza: o il governo non attua il programma che piace ai comunisti, e i comunisti fanno cadere il governo; oppure il governo attua il programma che piace ai comunisti, e i moderati di sinistra, per salvare l’Italia, fanno cadere il governo.
L’assunto di partenza è stato il mio rispetto per i partiti di estrema sinistra. Il Pci per decenni è apparso portatore di un ideale rispetto al quale l’interesse della poltrona era secondario. Per anni esso ha collaborato sottobanco con la Dc (si è potuto scrivere che il settanta per cento delle leggi furono sostanzialmente concordate), ma si è sempre rifiutato di “sporcarsi le mani” accettando posti di governo. Infine, dopo il crollo del comunismo internazionale, quel grande partito si è autoaffondato. Ha proclamato la propria intenzione di divenire socialdemocratico e per questo sono nati i comunisti dissidenti: quelli che intendevano tenere alto lo stendardo; quelli che intendevano non vergognarsi del nome di comunisti; quelli che non transigevano sui principi “rivoluzionari” per cui si era avuta la scissione di Livorno. Costoro, pensavo io, non adoreranno mai il vitello d’oro. Ed è qui che mi sono sbagliato.
Tutta la storia del governo Prodi è una serie ininterrotta di rospi inghiottiti, da tutte le parti. Persino prima della sua costituzione. Prodi sapeva perfettamente che la formazione del governo più pletorico di tutti i tempi lo avrebbe esposto a critiche ed irrisioni, ma era lo scotto da pagare per avere la fiducia: e lo pagò. Con una “mala coscienza” così evidente che recentemente si è stabilito (ma per il futuro!), che il governo non potrà avere più di dodici ministri. Come se qualcosa del genere non avesse già stabilito la legge Bassanini. Ma passons.

Prodi, come sempre bombastic, cioè tonitruante, pur proclamando “La Tav si farà” non l’ha fatta; pur dicendo cento volte “decido io”, ha dimostrato coi fatti che decidono gli altri. Ed anzi che lui non decide quasi mai. Passa tutto il suo tempo a “mettere pezze” a destra e a manca per far sì che il governo continui a galleggiare. L’estrema sinistra, pur lanciando urla di dolore e promesse di sfracelli, ha lasciato passare provvedimenti contro i quali, se il governo fosse stato di centro-destra, avrebbe lanciato autentiche crociate, magari violente. Si pensi alla base americana di Vicenza o alla (pur finta) riforma delle pensioni. Né i moderati di centro-sinistra - basti fare i nomi di Mastella, Dini, Di Pietro, Parisi - sono stati da meno. Hanno rumoreggiato, hanno sempre minacciato il peggio, ma non si sono scollati d’un centimetro dalla loro poltrona. Tutti, assolutamente tutti, hanno accettato assolutamente qualunque cosa: pur di rimanere al governo. Hanno tutti dimostrato di non avere principi irrinunciabili.
È questo che non avevo previsto. Non avevo previsto che anche i comunisti “tengono famiglia”. Che sono democristiani quanto gli altri. Turigliatto – un comunista come un tempo erano tutti – oggi è considerato un demente anche fra i suoi compagni di partito. L’interesse dei peones è quello di giungere alla pensione di parlamentari e, per quelli che sono inclusi nel governo, l’interesse è quello di rimanervi.
Ma c’è un costo. Infatti non mi sono sbagliato solo io: come me si sono sbagliati centinaia di migliaia di elettori di sinistra. Sono costoro i più delusi. Chi ha votato per la Casa delle Libertà ha da sempre una pessima opinione di Prodi e dei suoi sodali: dunque il drammatico aumento dell’impopolarità non nasce a destra, nasce a sinistra. Ogni giorno che passa questo governo, interessato solo a se stesso, invece di accumulare meriti da spendere nelle prossime elezioni, accumula disprezzo. Anche da parte di coloro che l’hanno votato.
Qui si ha un drammatico feed back, un fatto che rinforza la causa che lo ha provocato. Più il governo Prodi dura, più la gente di sinistra lo disprezza; e più la gente di sinistra lo disprezza, più il governo Prodi si rende conto che gli conviene rimanere al governo il più a lungo possibile. Perché prevedibilmente questa è l’ultima occasione che avrà, per molti e molti anni, di vedere da vicino Palazzo Chigi. Con quale altro governo mai Pecoraro Scanio potrebbe essere ministro?
Il governo è ancora in carica, ma per chi è di sinistra ci sarebbe da piangere. Se si è comunisti, perché si sono traditi gli ideali. Se si è socialdemocratici perché, pur di far contenti i comunisti, si è scontentato l’elettorato del futuro partito democratico. Se invece come soddisfazione è sufficiente che Prodi possa ancora chiamasi Presidente del Consiglio, congratulazioni. Basta contentarsi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it


I CASSEURS E THANATOS
Gli episodi di violenza di strada, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono diversi dai precedenti. Per secoli, il popolo è sceso in piazza per minacciare o la rivoluzione. La protesta è nata da motivi seri, prevalentemente economici. Oppure, come nel caso della Rivoluzione Francese, dall’esasperazione provocata da evidenti ingiustizie sociali, aggravate dall’albagia dei nobili parassiti. Per il resto, il popolo ha subito e sopportato.
Dopo la WW2, come la chiamano gli anglosassoni, molto è cambiato. Si cominciò a giocare all’insurrezione a Berkeley, in California, nel 1967; poi, nel 1968, l’incendio raggiunse l’Europa toccando il suo apice a Parigi, dove si prese sul serio l’ipotesi che si fosse giunti ad una rivoluzione. Purtroppo – o piuttosto fortunatamente – quel movimento era privo d’idee: dunque non seppe usare la vittoria ottenuta nelle strade e De Gaulle riprese il potere a titolo definitivo.
 Il “ ’68 ” tuttavia, pur essendo pressoché morto altrove, e pressoché dimenticato nella Francia in cui aveva trionfato, continuò a vivere sottotraccia. Soprattutto in Italia.
Gli italiani sono un popolo pacifico: prova ne sia che non hanno mai fatto una rivoluzione. Non l’hanno fatta ma proprio per questo la sognano. Per loro non è il modo per ottenere un cambiamento politico ma proprio ciò che rivoluzione significa etimologicamente: un ritorno alle origini, all’età dell’oro: un ritorno da attuare facendo tabula rasa di un presente corrotto ( subendo ancora l’influenza di Rousseau).
Ovviamente molti giovani non sanno nulla dell’etimologia di rivoluzione, di Rousseau o di psicoanalisi. Sanno soltanto che si sentono infelici e frustrati. Depredati perfino delle loro speranze. In una parola sono delusi del mondo e di sé. E questo è il punto.
Chi è capace di un serio esame di coscienza potrebbe perfino accettare la diagnosi dello psicoanalista crudele: “Lei non ha nessun complesso. Lei è realmente inferiore”. Ma anche senza arrivare a questi livelli umoristici e nel contempo eroici, si potrebbe capire che se si è sperato troppo. Che l’errore non è del mondo che quelle speranze ha deluso, ma di chi si lasciato sedurre da esse. Se non si ha successo, bisogna in primo luogo pensare che forse non lo si merita. Se non si ha un lavoro, può essere sfortuna, certo; può essere che manchi di una spintarella; ma può anche darsi che non si sia disposti a lavorare come fornai, prendendo servizio alle quattro del mattino. Chi protesta che non può sporcarsi le mani perché ha una laurea, perché non si chiede se l’ha meritata?
Molti di questi giovani senza arte né parte spostano il giudizio che dovrebbero dare di sé sul mondo e lo rendono responsabile del loro fallimento esistenziale. Mentre sarebbe comprensibile che meditassero il suicidio spostano la loro volontà di morte da sé alla società, ai suoi miti e ai suoi difensori: dunque la ricchezza, che a loro non è stata regalata; alle banche; alle automobili; e soprattutto i poliziotti, immagine vivente dello Stato e del suo potere. Per non parlare dell’autorità genitoriale, mal digerita da questi adolescenti irrisolti.
Gli spaccatutto - i casseurs, come li chiamano i francesi - appena si presenta l’occasione dànno sfogo al loro istinto di thanatos. Più o meno consciamente desiderano distruggere il mondo. La loro implicita convinzione è che, essendo pessimo, non potrà che risorgere migliore. E se dànno fuoco all’automobile di un onesto ed incolpevole cittadino non vedono perché dovrebbero avere scrupoli: loro, un’automobile come quella non l’hanno. E forse non l’avranno mai. Stanno insomma combattendo contro un mondo che non è il loro e forse non sarà mai il loro. Quello che non capiscono è che il loro mondo sarebbe quello del penitenziario.
Purtroppo, questo non lo capiscono nemmeno i governanti. 

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 14  novembre 2007


IL CALCIO E LA RELIGIONE
Sospendere il campionato per motivi religiosi?
Del calcio parlano tutti ma i più qualificati a giudicarlo, in certi casi, sono quelli che lo amano meno. Non è un paradosso: l’innamorato che trova bella la sua amata non è notizia, mentre lo stesso giudizio è molto più affidabile se proviene da un’altra donna.
Ecco il problema di oggi: in seguito alla morte di quel tifoso nell’area di sosta dell’autostrada, bisognerebbe sì o no sospendere il campionato?
La prima cosa che bisogna notare è che quel povero giovane non è morto a causa del teppismo dei tifosi, ma del gesto sconsiderato di un poliziotto. Dunque la disgrazia non ha nulla a che vedere col calcio; e non si capisce perché bisognerebbe privare del loro spettacolo preferito tante migliaia di persone. L’episodio è certo gravissimo e il colpevole dev’essere punito; fra l’altro, sembra si tratti di un’azione inescusabile, di omicidio volontario. Ma chi va punito è lui, quel poliziotto, non altri. Non i suoi colleghi, che non hanno sparato. Non il Ministro dell’Interno, che certo non incoraggia i trigger happy (quelli dal grilletto facile). Non le autorità calcistiche, che non hanno nessuna responsabilità. E neppure i tifosi violenti, per quanto uno li possa disprezzare, dal momento che in questo caso, sostanzialmente, non c’entrano. Dunque, come mai c’è questa corale richiesta di sospendere il campionato? La spiegazione è una sorta di mentalità religiosa.
Se un uomo sta bene con sua moglie, non c’è ragione che la lasci; ma se con lei è infelice, è naturale che abbia il diritto di separarsene e magari di rifarsi una vita. A volte il bersaglio si colpisce col secondo colpo. Questo punto di vista, semplice e razionale, è condiviso da molti: ma non da tutti. Ci sono infatti persone che sono contrarie al divorzio. Non nel senso – legittimo - che loro non divorzierebbero mai; ma nel senso che lo considerano qualcosa di immorale e dunque qualcosa che deve essere vietato anche agli altri. Per il loro bene.
Questo atteggiamento è evidentemente religioso. Il credente non mette la propria convinzione al livello di quella di un altro. Non permette all’altro di vivere a modo proprio, esattamente perché, per la religione, non esiste un “modo proprio” accettabile. Su tutti impera una volontà superiore, rivelata e poi insegnata dai ministri della fede. Ai singoli, e perfino ai miscredenti, non rimane che obbedire.
Nel caso del calcio, alcuni (sempre che non facciano retorica) sentono profondamente il lutto per una morte assurda e per questo vorrebbero sospendere lo spettacolo. Non si accorgono che, in questo modo, impongono agli altri il comportamento che reputano appropriato. Il tutto in base ad una loro morale, evidentemente di livello superiore e cogente: “Io forse non mi divertirei, allo stadio; dunque non ti devi divertire neanche tu”.
L’assurdità dell’imposizione è dimostrata anche da un’osservazione pedestre. Tutti coloro che, dopo un fatto così increscioso, non hanno l’animo di andare ad assistere alle partite di calcio, perché non rimangono a casa loro? Chi gli impone di andare alla partita? Esattamente come si può chiedere, a coloro che sono contro il divorzio: “Chi ti impone di divorziare? E se tu non vuoi divorziare, perché vuoi imporre anche agli altri di non divorziare?”

Il pianto greco che oggi impazza su giornali e televisione è francamente eccessivo e il più qualificato per dirlo è chi non è mai andato a vedere una partita di calcio allo stadio.
Che si faccia un’inchiesta. Che si punisca il colpevole. Che si assicuri il più severo ordine pubblico negli stadi e nei dintorni ma, per favore, che si lasci in pace la gente. Di Savonarola ne è bastato uno.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 12 novembre 2007


Il passato antisemita di Enzo Biagi e la memoria selettiva del giornalista
Nell'intervista concessa a Luciano Nigro in occasione dei festeggiamenti per il suo ottantasettesimo compleanno nella natia Pianaccio di Lizzano in Belvedere e pubblicata il 9 agosto scorso sull'edizione bolognese di Repubblica, Enzo Biagi racconta che "Giorgio Pini, cognato di un mio zio che si chiamava come me, incontrò Mussolini alla vigilia del gran consiglio che lo destituì", cioè poco prima del 24 luglio 1943. Nigro chiosa: "Lei in quei giorni scelse i partigiani". Biagi non fa una piega: "E mi trovai con gente di ogni classe...". Non è certo la prima volta che l'illustre giornalista glissa sui particolari, e crediamo sia giusto informare i lettori che non fu affatto "in quei giorni" che "scelse i partigiani", poiché qui le date contano e l'omissione non è innocente.

In virtù della parentela con il cugino Bruno Biagi - potente ras fascista, deputato dal '34, presidente della Commissione industria della Camera dei fasci e dell'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale, poi sottosegretario alle Corporazioni -, Enzo Marco (così firmava all'inizio i suoi articoli) scriveva già diciassettenne sull'Avvenire d'Italia e su L'Assalto, "organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna", e in seguito su Il Resto del Carlino, dove divenne professionista nel giugno del '42, quotidiano che per razzismo e fanatismo non era da meno e che fu diretto a partire dal 16 settembre del '43 proprio da Giorgio Pini.

Partecipò anche a Primato, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro delle leggi razziali, che "ha sempre stimato" e nei confronti del quale ha pubblicamente confessato il proprio "dovere di gratitudine" (Enzo Biagi, Ma che tempi, Rizzoli, Milano 1998, p. 43), una di quelle "camicie nere ma teste libere" di cui serba affascinato ricordo (Id., Scusate, dimenticavo, BUR, Milano 1997, p. 12). L'Assalto - "giornale della federazione fascista, dove poi ognuno scriveva quello che voleva" (Id., Ero partito da Bologna piangendo, in Bologna incontri, XIII, 5, maggio 1982, p. 6) - si distinse sin dal luglio del '38 per la violenza della campagna antisemita, condotta settimanalmente sulla pelle degli ebrei bolognesi e non solo - per esempio invocò con urgenza profetica un'"opera di purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori città dell'Italia settentrionale e centrale (Roma, dove ci sono ancora troppi ebrei, compresa)" (23 agosto 1941) - e dal giugno del '40 per il "tono forsennatamente fascista e bellicoso" (Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna 1972, p. 159).


Sul periodico Biagi si occupava di critica cinematografica e quando venne il suo turno di fornire un diretto contributo al razzismo nazifascista elogiò Süss, l'ebreo, film la cui visione Himmler impose alla Wehrmacht e alle SS in partenza per le campagne di sterminio in Europa Orientale: "un cinema di propaganda. Ma una propaganda che non esclude l'arte - che è posta al servizio dell'idea", scriveva in implicita polemica con il cinema italiano, che non trovava altrettanto valido. E continuava: Süss, l'ebreo "ricorda certe vecchie efficaci e morali produzioni imperniate sul contrasto tra il buono e il cattivo [...], trascina il pubblico all'entusiasmo", l'"ebreo Süss è posto a indicare una mentalità, un sistema e una morale: va oltre il limite del particolare, per assumere il valore di simbolo, per esprimere le caratteristiche inconfutabili di una totalità. Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione: e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte" (4 ottobre 1941). Dopo l'8 settembre, i giornali bolognesi passarono sotto il controllo nazista e proseguirono la lotta, compresa quella di sterminio contro le "caratteristiche inconfutabili di una totalità".

Furono, quelli, giorni e mesi decisivi, come sanno gli storici. Biagi rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del '44, continuando a svolgere compiti redazionali e a compilare le sue scialbe schedine cinematografiche, cellule staminali delle opere a venire. L'ultimo articolo apparve il 17 giugno su Settimana: Illustrato del "Resto del Carlino", insieme all'intervento, assai più autorevole, di un suo giovane collega, Giovanni Spadolini, che sfoderava una devastante critica del liberalismo, prima di inabissarsi nel refettorio di qualche convento in attesa di risorgere après le déluge liberaldemocratico in altra Repubblica. La caduta di Roma e lo sbarco in Normandia avevano illuminato definitivamente il futuro, e quando giunse, non più aggirabile, la chiamata alle armi nell'esercito di Salò Enzo Marco preferì la montagna, come altri giornalisti, "la categoria che, più di ogni altra, era stata curata, selezionata, vezzeggiata dal regime, oltre che strapagata".

Tornò a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito statunitense: sempre à la page, il Biagi. Se riscattò con la sua tardiva conversione quegli "anni di servilismo e di abiezione professionale e morale" (Onofri, op. cit., p. 264), non è dato sapere con certezza. Forse. Ciò che invece è sicuro è che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be', questo è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto. All'ombra del potere in fiore.


Dalla newsletter Kolot del sito Morashà -  Autore: Gaspare De Caro e Roberto De Caro


Chi è il bastardo stavolta?
Chi è il bastardo stavolta? Magari il poliziotto che ha sparato e per errore ha colpito mortalmente uno dei tanti protagonisti volontari o involontari dell’ennesima animalesca domenica del calcio? Oppure gli impuniti che hanno iniziato la loro guerra personale, usando come pretesto il Calcio per il classico duello in stile west all’Autogrill (non è il primo, neppure l’ultimo, perché nelle domeniche gli Autogrill sono il luogo di appostamento ideale per scontri fra tifosi e sassaiole contro gli autobus dei club) o costretto l’arbitro a sospendere Atalanta-Milan, non per solidarietà ma solo perché gli ultras amano tenere sotto scatto le squadre, essere forti e comandare in casa dei presidenti, imporre quote dei biglietti, prezzi degli abbonamenti, indire scioperi del tifo e boicottare le società in qualunque modo, dal fumogeno alla bomba carta, dallo striscione razzista all’aggressione ai calciatori? Non è cambiato nulla, mai nulla ed è impossibile che succeda con i provvedimenti classici da sicurezza sugli stadi anche perché il baraccone “Calcio” non può fermarsi troppo o per sempre. Non c’è legislazione che possa frenare il devio culturale che ormai porta figli di papà sotto forma di tifosi, trovare il pretesto per le sortite animalesche e tutto va inserito nel calderone: le serate in discoteca, le trasferte allo stadio, le corse con le automobili, l’aggressione all’immigrato o alla ragazza e via dicendo. Ma nel Calcio è differente. Nel Calcio è necessario prendere posizione una volta per tutte e questa è l’occasione giusta. Da che stare? Un poliziotto spara in aria e poi colpisce nel marasma totale ed uccide un giovane. Un giovane che non c’entrava nulla. Forse sì. “Un tragico errore”. Ma non è questo il punto. La questione essenziale è se possiamo accettare che il poliziotto diventi “assassino”, “colpevole”, “bastardo” ed il bastardo diventi invece solo “tifoso”. Mai momento è più decisivo che in questa circostanza, per dare una chiave di svolta alla situazione e capire che ormai in guerra anche gli innocenti possono morire e che la domenica del Calcio è parificabile ad una guerra, perché è realmente così. Ogni domenica ci sono polemiche, aggressioni, feriti gravi o meno gravi ma non ci si ferma mai, se non con il morto, come se un corpo morto sia l’unico incosciente monito che invita a fermarsi, solo per far notare che il giocattolo quando rischia di rompersi non deve forzare la mano. Cosa accadrà a quel poliziotto? In quanto poliziotto l’opinione pubblica bollerà il suo gesto come omicidio volontario ed efferato; la legge lo chiamerà l’omicidio con eccesso colposo, ma è lo Stato a dover prendere una posizione chiara, lo Stato è il vero colpevole. Lo Stato che manda poliziotti allo sbaraglio senza dargli sicurezza, senza dare ai questori, libertà e potere di controllo, intensificare la presenza e l’attività di chi difende. Questa domenica fa capire che il rischio c’è, sì, il rischio di morire come in ogni guerra, perché la saga domenicale del Calcio è una guerra, dove loschi figuri di preoccupante sottosviluppo culturale godono nel provare emozioni forti, quali odio razziale, odio di bandiera, eccitazioni alcoliche e senso di onnipotenza momentanea, le nuove malattie del momento. E sospendere il Calcio non serve perché la battaglia domenicale va oltre il Calcio: è una battaglia culturale. Dovremmo sospendere l’Italia intera e le sue mille futilità, ormai sempre più dannose ed esagerate. Siamo al punto in cui possiamo dare solo colpe allo Stato, ma non attenderci soluzioni, perché lo Stato italiano è troppo debole e non può aiutarci. Magari possiamo farlo da soli, ma non lo faremo mai, perché tutti provano tanta energia e tanto denaro nello schifo quanto grande è la finta rabbia, la finta commozione per il morto solo perché è morto. Infatti in poco tempo, trasformiamo Filippo Raciti in un eroe e poi etichettiamo poliziotti e carabinieri come “giovanotti dal grilletto facile” o rendiamo tutti martiri, dimenticando il significato della parola. Un innocente impaurito spara, un innocente avulso muore e le mille canaglie la fanno franca e questo succede solo dove manca la legalità, dove si criminalizza chi difende lo Stato e lo Stato non ha il coraggio di difendere nessuno. Poi le mille canaglie sono ancora libere di sparare, di incendiare, di protestare…In nome di chi. Non di chi muore, ma solo per loro stessi, per sentirsi ancora una volta forti, più forti di un autorità che non ha il coraggio di attaccarli e che non potrebbe neppure difenderli.

Angelo M. Daddesio

Quelli de " il campo dell'odio"
Nel fetore dell'antisemitismo italiano esiste un gruppo chiamato ironicamente "Campo della pace" i cui membri si autodefiniscono ebrei e passano il loro tempo a diffamare,  come cani  rabbiosi, Israele.
Al grido preso da un articolo di Gideon Levi, altro grande antisemita israeliano, pseudo giornalista di Ha'arez, portavoce dell'odio contro Israele in Italia, combattono la loro guerra antisionista al grido "Israele e' l'occupazione, l'occupazione e' Israele".
Non si sa bene di che occupazione parlino visto che Giudea e Samaria sono in discussione ad Annapolis e che  Gaza e' stata data ai palestinesi 2 anni fa e i palestinesi hanno ridotto la zona a deserto usandola soltanto per colpire con i kassam il cuore di Israele arrivando fino ad Askelon.
 
Loro, questi cani rabbiosi, scrivono:"i missili non hanno provocato
vittime ma il ministro della difesa Barak ha minacciato una vasta
operazione militare su Gaza".
I missili non hanno provocato vittime?
Ma dove vive questa gente?
I morti, anche bambini ci sono stati. Altri, ogni giorno vengono ricoverati sotto schock, sono vivi, e' vero, ma vorrei tanto che questa gentaglia provasse l'emozione di sentire la sirena  che lascia ai cittadini del Neghev 10 strafottuti  secondi per mettersi in salvo , col cuore che non batte piu', in preda al terrore perche' nessuno sa dove cadra' il missile.
I palestinesi usano la tecnica del "ndo' cojo cojo" , a loro interessa gettare gli israeliani nel panico, farli ammalare di paura, poi se riescono anche ad ammazzarne qualcuno , meglio.
I picciotti del Campo della pace fanno un appello e lo fanno in quanto "ebrei" rivolgendosi ai pacifisti, al Governo italiano e agli ebrei italiani affinche' fermino Israele in nome dei "diritti umani" dei palestinesi, dei diritti umani degli israeliani naturalmente  non gliene frega niente,  definendo la politica della leadership israeliana  "un tumore maligno".

Evidentemente si sono guardati allo specchio!
Il fetore di questa gente e' abominevole perche'  sottoscrivono un appello che demonizza Israele per provvedimenti ancora non presi e per occupazioni inesistenti  e che in sostanza augura ai palestinesi di continuare  a vivere come schiavi  di una dittatura nazista come quella di Hamas.
Sono privi di morale perche' dimenticano i nostri morti, tutti civili, dimenticano Gilad Shalit, dimenticano quei bambini urlanti di terrore quando un missile si e' piantato davanti a un asilo di Sderot. Dimenticano quelle mamme e papa' piangenti che correvano per portarseli via, da qualche parte, senza sapere dove, da qualche fottutissima parte per salvarli.
Dimenticano i bambini delle scuole di Sderot che quando sentono l'allarme rosso si mettono a cantare forte per non aver paura aspettando col cuore in gola che  passino quei 10 secondi prima del bum.
Dimenticano la carta nazionale di hamas che parla soltanto della distruzione di Israele.
Dimenticano la carta nazionale dell'OLP che invoca la distruzione di Israele e che non e' mai stata cambiata.
Dimenticano? Forse no, anzi sicuramente no, semplicemente non gli interessa,
questa e' feccia che non ha mai  avuto una parola di pieta' per gli ebrei che morivano bruciati vivi e perforati da viti e chiodi negli autobus o nei ristoranti di Israele.
Loro sono marxisti, duri e puri, non si fanno impressionare dalla morte di ebrei sionisti, anzi!
Loro amano gli assassini,  adoravano Arafat di cui ieri Mahmud Abbas ha inaugurato il mausoleo.
A proposito, il mausoleo arafattiano e' costato 1.750.000 dollari!
Ma non erano poveri? Non fanno la questua? Non vivono di carita'? Volete dire che le mie tasse sono servite a fare la tomba di quel serpente a sonagli, ladro e assassino?
Mahmud Abbas ha anche detto che il mausoleo e' trasportabile e che sara' portato a Gerusalemme perche' Yasser Arafat e' nato a Gerusalemme.
BUGIA !
Abbas Pinocchio, bugia!
Arafat e' nato al Cairo il 24 agosto del 1929, altro che Gerusalemme.
Ecco le parole di Abbas, il moderato, :
" Il nostro presidente  martire ( ma non sono martiri solo i terroristi suicidi?) sara' sepolto a Gerusalemme, citta' che lui amava e dove era nato (????) e che sara' la capitale della Palestina".
 
Ehi, voi, campo della pace, contenti? Gerusalemme capitale della palestina, i profughi, per diritto ereditario fino alla fine dei millenni, dentro Israele e noi in mare.
Estirpato finalmente il tumore maligno.
Finalmente potrete gioire, campo della pace, avrete raggiunto il vostro scopo.
Che la vergogna e il ludibrio vi seguano per il resto della vostra vita.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


HO COMPLETA SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA
Una volta un’amica avvocata, parlandomi del suo lavoro, mi confessò di preferire i clienti che avevano evidentemente torto. “Preferisci perdere le cause?” mi stupii. “Nessuno preferisce perdere le cause, mi confermò. Ma parlo per esperienza”. Il cliente che ha ragione, mi spiegò, chiede di fare causa a quel reprobo del suo avversario E che cosa può ottenere, al massimo? Che il giudice riconosca le sue ragioni. Costui dirà dunque “grazie” al suo avvocato e penserà che ha avuto bisogno di lui solo per le technicalities: la sua ragione era così evidente e solare (le proprie ragioni sono sempre evidenti e solari), che farla riconoscere non comporta nessun merito.
“Ma attenzione!”, proseguiva la mia amica: “Torniamo all’inizio: che il cliente abbia ragione è l’opinione sua e magari mia; ma sarà anche l’opinione del magistrato?” L’esperienza, diceva, dimostra che ci si può sbagliare, in fatto o in diritto. Inoltre ci si può anche imbattere nel magistrato ignorante, vittima di pregiudizi o semplicemente demente. E si perde la causa. In quel caso il cliente ha una dannata voglia di uccidere il suo legale perché se la causa è stata persa non può che essere colpa sua. Non aveva forse convenuto che si era dal lato della ragione? E allora? È un vero disastro.
“Pensa invece alla fortuna di avere un cliente che ha completamente torto!” proseguiva. Non appena racconta la sua storia gli si dice che non ha speranze. Che non dovrebbe cominciare la causa. Che gli converrebbe accordarsi. E infine, se non ascolta i consigli, e ovviamente si perde la causa, che cosa può rimproverare all’avvocato? Nulla. Miracoli non ne fa nessuno.
“Ma attenzione!, proseguiva la mia amica: “Che il cliente abbia torto può essere la mia opinione: ma sarà anche l’opinione del magistrato?” A parte l’errore di diritto o di fatto che può commettere il professionista, anche in quel caso esiste la possibilità di cadere sul magistrato ignorante, vittima dei suoi pregiudizi o semplicemente demente. E la causa può essere vinta. In questo caso il cliente pensa che il suo avvocato è una sorta di genio, che sottostima la propria competenza giuridica. Un successone.
Tutto questo riguarda il diritto civile, ma esiste anche il diritto penale. Il grande giurista Piero Calamandrei è rimasto famoso per questa frase: “Se mi accusassero di avere rubato la Torre di Pisa io, per intanto, mi darei alla latitanza”. Come mai?
Innanzi tutto, si può essere colpevoli di reati previsti da leggi di cui non si conosce nemmeno l’esistenza. Per non parlare dei reati colposi. Poi si può essere vittima delle circostanze. O di calunnie. E per finire di magistrati ignoranti, vittime dei loro pregiudizi o dementi. E in quel caso, a che serve essere innocenti? Calamandrei si sarebbe dato alla latitanza per un’accusa assurda: come essere tranquilli, quando ci si accusa, ufficialmente e su carta bollata, di reati normali, magari evanescenti come quello di concorso esterno in associazione mafiosa? Ecco perché quella frase pronunciata come una inevitabile giaculatoria - “Sono innocente ed ho fiducia nella giustizia” - non può che essere o falsa o frutto della propria incompetenza giuridica. Bisognerebbe dire: “Sono profondamente angosciato. Sono innocente e questo significa che passerò mesi o anni di tribolazioni, prima di vedere riconosciuta la mia innocenza. Se ho fortuna. Se invece sono sfortunato, l’essere innocente non mi servirà a nulla”. Basti pensare ad Enzo Tortora.
È il colpevole che ha il diritto di dire: “Sono innocente ed ho fiducia nella giustizia”. Infatti, chissà, c’è sempre la possibilità dell’assoluzione. E non bisogna scoraggiare la buona sorte.
Se non si è fatto nulla di male bisogna sperare che la propria innocenza sia riconosciuta nei tempi più brevi. Sperare. Perché più di sperare non si può. Anche Socrate era innocente.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 10 novembre 2007

Don Tontini....
Enzo Biagi non fu mai allontanato né cacciato dalla Rai, come lui stesso ha sempre ammesso. Tantomeno fu allontanato a seguito di un oscuro editto bulgaro. La parziale e volontaria dipartita di Biagi non è coincisa con nessun regime né alcuna censura, come lui ha pure ammesso in diverse interviste anche reperibili in rete.

La vicenda parte nel 2001, quando nella televisione pubblica c'era un anziano collaboratore di 82 anni, Biagi, che conduceva una trasmissione che si chiamava Il Fatto e che aveva almeno due problemi: uno di palinsesto e uno politico. Il primo è questo: il programma di Biagi non andava certo male per essere un prodotto giornalistico, pur extralight, ma andava in onda nella fondamentale fascia pre-serale e perdeva parecchi punti rispetto a Canale5, che vantava e vanta l'imbattibile Striscia la notizia. In un periodo in cui peraltro la Rai veniva accusata di fiancheggiare Mediaset, c'era il problema di non perdere vagonate di incassi pubblicitari durante il programma di Biagi, dunque di ricollocarlo per inventarsi qualcos'altro al suo posto.

Ovviamente non era impresa da poco, anche perché Biagi era un'istituzione, un signore in Rai da 41 anni con un contratto del valore di due miliardi di lire: in sei minuti guadagnava quello che in due ore guadagnava Bruno Vespa e questo al lordo di un ufficio privato e di una redazione. Non è che si potesse spostarlo con un tratto di penna, sicché ci lavorarono per un po': sinché il direttore di Raiuno Fabrizio del Noce e il direttore generale Agostino Saccà proposero e trovarono infine un accordo con Biagi (lo trovarono, ripetiamo) che prevedeva questo: un programma biennale di dieci speciali in prima serata e altre venti puntate storiche in seconda serata; il tutto con l'aggiunta di un altro miliardo ai due che Biagi già percepiva annualmente. Non pareva male, e infatti Enzo Biagi indisse una conferenza stampa l'11 aprile 2002 (occhio alle date) e annunciò che gli andava benissimo, pur senza privarsi di qualche sarcasmo tipico suo: «Non ho problemi di orario, posso fare un programma anche a mezzanotte, magari mettendo una piccola nota di pornografia. Non c'è problema, sono un signore che fa questo mestiere da tanti anni».

Non fosse chiaro, Biagi l'11 aprile 2002 ha già deciso di non fare più Il Fatto se non sino alla scadenza contrattuale del 31 maggio. Il particolare non da poco è questo: in quella data non c'è ancora stato nessun cosiddetto editto bulgaro. Non-c'è-stato. Quello che c'era da tempo, ed eccoci al secondo problema, era una questione politica. Enzo Biagi, in un periodo di elezioni, parteggiava apertamente per Romano Prodi, avversario di Silvio Berlusconi, o più spesso avversava Silvio Berlusconi e basta. Biagi non ha mai negato neanche questo. È rimasto celebre il caso del 10 maggio 2001: Biagi, a ridosso del voto, si era portato in trasmissione Roberto Benigni e lo show era stato a senso unico: «Non voglio parlare di politica, sono qui per parlare di Berlusconi. Il contratto di Berlusconi ormai è un cult, la cassetta lì l'ho registrata, l'ho messa tra Totò e Peppino e Walter Chiari e Sarchiapone».

E se un anziano aveva invitato un celebre comico, due mesi prima un comico aveva invitato un giornalista: Daniele Luttazzi aveva chiamato Marco Travaglio a Satyricon (Marzo 2001) e quest'ultimo aveva parlato di rapporti tra Berlusconi e mafia e stragi, tutte vicende archiviate o infondate, sinché Luttazzi aveva congedato Travaglio in questo modo: «In questo paese di merda tu sei uno che ha coraggio». Anni dopo, a Travaglio mancherà tuttavia il coraggio di scusarsi, visto che non una delle accuse amplificate in quella trasmissione (teoricamente comica) è rimasta in piedi. In ultimo il caso de Il Raggio verde di Michele Santoro, trasmissione che al di là degli strali del centrodestra era stata giudicata squilibrata nei confronti di Forza Italia dall'Authority delle Telecomunizioni (invenzione del centrosinistra), ma ora non perdiamoci. Il punto è che ciò nonostante, come stra-detto, l'11 aprile 2002 Biagi aveva preso decisioni autonome di concerto con l'azienda. Il celebre editto di Sofia fu il 18 aprile successivo, quando Silvio Berlusconi a domanda rispose che «Santoro, Biagi e Luttazzi hanno fatto un uso della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, criminoso; credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga». Berlusconi, anni dopo, si dichiarerà pentito dell'espressione «criminoso» perlomeno riferita a Biagi, che avrà anche modo di elogiare ricambiato: resta che dal famoso editto parte la leggenda di un'epurazione quantomeno singolare per modalità. Cioè: Silvio Berlusconi, che ha vinto le elezioni e aveva dunque cambiato il consiglio di amministrazione Rai (come aveva fatto l'Ulivo e come lo farà Prodi, perché è la regola), si mette a fare epurazioni scegliendo di rispondere a una domanda di un giornalista formulata in Bulgaria.


Peraltro da principio non cambiò nulla. Enzo Biagi proseguì il suo programma sino alla prevista chiusura del 31 maggio 2002: fu solamente dopo che decise di non accettare (più) una proposta che pure aveva accettato informalmente. Difatti, ricevuta la bozza del contratto, improvvisamente la rimandò indietro: «Non sono un uomo per tutte le stagioni». Ormai il caso Biagi/Santoro più l'imbucato Luttazzi era esploso e Biagi, volente o nolente, per la sinistra era divenuto un santino da parabrezza. A Biagi, comunque, fu fatta un'altra offerta: il direttore di Rai Tre Paolo Ruffini gli propose di rifare Il Fatto sulla sua rete, e questo su preciso mandato del Consiglio di amministrazione Rai.

Perché disse di no? Probabilmente perché la collocazione di palinsesto, prevista dalle 18,53 sino alle 19, ossia all'inizio del Tg3, a Biagi non andava bene: questo scrissero i giornali. Economicamente parlando, poi, l'offerta fu giudicata da Biagi «differente da quella relativa a Il Fatto». Come è noto, Biagi anni dopo cambierà idea su Rai Tre e vi condurrà Rt - Rotocalco televisivo. Ma al tempo, tornando agli albori del 2003, l'unica trattativa che Biagi accettò con gioia fu quella per la transazione economica che lo vide separarsi dalla Rai, operazione, parole sue, «effettuata con il pieno consenso dell'interessato e con di lui piena soddisfazione». Biagi ottenne una buonuscita di un milione e mezzo di euro e il 3 gennaio 2003 rilasciò questa dichiarazione all'Ansa: «Non sono stato buttato fuori, al contrario ho raggiunto di mia iniziativa un accordo pienamente soddisfacente che gratifica sotto tutti i profili, morali e materiali, i miei 41 anni dedicati alla Rai».

Ma il polverone continuerà imperterrito. La strumentalizzazione di Biagi gli impedirà di rendere armonico il proprio fisiologico accomiatarsi, faticherà a restituirgli quell'argentea serenità che nei suoi ultimi giorni, per fortuna, pare aver ritrovato. In Rai ci penserà il grande semplificatore, Adriano Celentano, a esordire con RockPolitik spiegando che «tutto è cominciato il 18 aprile 2002», appunto l'editto di Sofia. È il giorno in cui Michele Santoro si materializza come dall'oltretomba: viva la fratellanza, viva la libertà, viva la tredicesima. Ma non è ancora il giorno, orribile, schifoso, in cui l'Unità sia riuscita a scrivere: «Gli attacchi al lavoro di Biagi hanno coinciso con la morte della moglie e della figlia. Togliendogli il lavoro hanno infierito sul suo dolore e alla fine lo hanno stroncato». È successo ieri. Orribile. Schifoso.

Filippo Facci - Il Giornale

MOLLICHINA
La maggioranza ha votato: il prossimo governo non avrà più di 12 ministri. Come diceva La Rochefoucauld, « Les vieillards aiment à donner de bons préceptes pour se consoler de n'être plus en état de donner de mauvais exemples ». I vecchi amano dare buoni precetti per consolarsi di non essere più in grado di dare cattivi esempi.

Gianni Pardo


CALABRIA INFELIX
Scrive Galli della Loggia (Corriere della Sera, 3 novembre 2007, e si perdoni la lunghissima citazione): “Calabria Infelix. Ma non si sono ancora stufati i calabresi di essere calabresi? So esprimere solo in questo modo paradossale, di cui spero che nessuno si adonti, il mio stupore (credo condiviso da molti) per come una regione abitata da tante persone per bene possa, però, sopportare condizioni generali di vita sconosciute ai paesi civili. Un sistema sanitario ridicolmente inefficiente, costruito solo per le ruberie della classe politica e che serve solo a far morire la gente (l’ultimo caso l’altro giorno: otto ore di inutile attesa per trovare un posto ad un ragazzino in fin di vita); dappertutto, ma specie sulle coste, una situazione urbanistica raccapricciante, dove l’assenza delle fogne e dei depuratori è la regola; dappertutto il clientelismo come modello sociale a cui non si sfugge; dappertutto la corruzione pubblica, e in intere zone, per finire, il dominio incontrastato della malavita. Questa è la Calabria: quella vera. Chi ci abita, ripeto, come fa a sopportare questo stato di cose?”
Una risposta si può azzardare e si può partire proprio dalla “situazione urbanistica raccapricciante, specie sulle coste”. Qui si sbatte immediatamente il naso contro un problema ed anzi un’irresolubile aporia: l’assenza dello Stato è colpa sua o della gente che ad esso appartiene? Se dei selvaggi hanno costruito case orribili dove non avrebbero dovuto, è colpa loro o di uno Stato cieco, lontano e indifferente?
Lo Stato, si dirà, è un’astrazione che cammina sulle gambe degli uomini. Coloro che avrebbe dovuto vigilare non hanno vigilato, coloro che avrebbero dovuto vietare non hanno vietato, coloro che avrebbero dovuto demolire non hanno demolito. E anche costoro erano calabresi. Dunque l’ambiente calabrese - o siciliano, o lucano, o campano, se è per questo - è ad immagine di coloro che lo abitano. E hanno ragione i francesi quando dicono “comme on fait son lit on se couche”, “si dorme secondo come ci si fa il letto”. E tuttavia le considerazioni non possono finire qui.

Oggi moltissimi balconi di Catania o di Palermo sono coperti di fiori, mentre sessant’anni fa essi erano una rarità. Prima molte facciate erano prive d’intonaco, ora lo hanno tutte. Non è che i meridionali abbiano oggi un migliore senso estetico che in passato: è che l’aspetto di un territorio dipende anche dal livello economico. Un tempo la miseria nera e il profondo degrado di alcune regioni spiegavano molte cose. Come poteva la gente avere preoccupazioni estetiche, se aveva fame? Come ci si può preoccupare dell’eleganza del vestito quando esso è visibilmente rattoppato? Per quanto riguarda i criteri urbanistici, il Sud è stato tanto dimenticato dallo Stato che i meridionali, a loro volta, lo Stato l’hanno dimenticato. Roma non si faceva viva né per soccorrere chi rischiava di morire di fame né per difendere i deboli. E, soprattutto, neanche per perseguire chi violava la legge: la mafia non ha altra origine. Fu con doloroso stupore che durante la Prima Guerra Mondiale molti ebbero il primo vero contatto con il governo centrale: i carabinieri venivano a rubare i loro figli per mandarli al macello.
Dopo l’unità d’Italia, o anche dopo la Seconda Guerra Mondiale,  nessuno poteva ragionevolmente chiedere che lo Stato centrale nutrisse e curasse il Sud fino a renderlo moderno e civilissimo. Ma quello Stato avrebbe almeno potuto non abbandonarlo. Avrebbe potuto almeno applicare la legge. Rimuovere i funzionari corrotti o lassisti. Mandare più carabinieri, o perfino funzionari, dal Nord. Non avrebbe dovuto limitarsi a discutere in Parlamento e varare leggi: avrebbe dovuto farle osservare. Ma questa buona abitudine non l’ha ancora presa. E figurarsi quando il tasso d’analfabetismo era ancora alto e quando andare da Catania a Roma era un’impresa degna di Luigi Barzini e del Principe Borghese. Chi si lamenta della Salerno Reggio Calabria di oggi non ha mai conosciuto che cosa significava percorrere la Statale 18 negli Anni Cinquanta. Non si ha idea della quantità di curve da Sapri a Vallo della Lucania e a Salerno, per citare un tratto. La strada era stretta e, se si incappava in un camion, non c’era che da seguirlo finché non svoltava. Per non parlare delle infinite attese, quando come unico traghetto c’era quello delle ferrovie. Ma già! Ancora oggi ci sono coloro che considerano il Ponte sullo Stretto inutile: infatti loro non contano di usarlo.
Il Mezzogiorno era forse insalvabile: certo è che non si è neppure tentato, di salvarlo. Gli si è fatta l’elemosina di parecchio denaro, ma il Sud non aveva bisogno di veder nutrire meglio i politici e i loro amici. Aveva bisogno di essere amministrato, guidato, protetto dalla legge. Lo Stato, oltre Eboli, non è stato né temibile né stimabile. Di fronte ad un disservizio o ad un’ingiustizia la gente ha sempre esclamato, alzando le spalle: “Che cosa volete? Siamo nel Sud”. Qui lo Stato non esiste e non c’è a chi rivolgersi.
I meridionali sono colpevoli, senza dubbio. Ma i settentrionali non dovrebbero sentirsi innocenti. Perché anche il Sud paga le tasse. Anch’esso ha versato il suo sangue sul Piave. Anche il Sud è Italia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 novembre 2
007

UNA BARZELLETTA
Una barzelletta raccontata da Wladìmir Putin. Un direttore d’orchestra indica tre orchestrali, l’oboe, il corno inglese e il fagotto, e dice: “Lei, lei, e lei”. “Ed io?”, chiede risentito il clarinetto. “D’accordo, anche lei è licenziato”.
Commento per Putin. Il Presidente dimostra d’avere il senso dell’umorismo e per giunta d’apprezzare le battute d’alto livello. Infatti la barzelletta implica un che di astratto ed assurdo, adatto ai palati più fini.
Commento per Berlusconi, se l’avesse raccontata lui. Il Cavaliere dimostra di non avere il senso dell’umorismo. Infatti la sua barzelletta non fa ridere. Qualcuno ha riso, quando l’avete raccontata voi? Inoltre, nel caso qualcuno l’apprezzasse, e Berlusconi l’avesse raccontata solo per lui, dimostrerebbe d’essere elitista e di non capire i bisogni del popolo. Infine, la cosa peggiore, dimostra la sua insensibilità di miliardario riguardo al mondo del lavoro. Come si può ridere di un licenziamento? E come si può trovare comico il licenziamento senza ragione di qualcuno che ha solo chiesto “Ed io?”

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 8 novembre 2007


CAPIRE IL PASSATO
Come si sa, il futuro preoccupa più del presente. La stessa parola “pre-occupazione” significa che ci si occupa di qualcosa prima (pre) che sia il momento. Poiché nessuno ama l’ansia, si fa di tutto per prevedere il futuro, o almeno per parare i possibili problemi che si teme si presenteranno. Per questo la civiltà dell’assicurazione è apprezzabile: è ragionevole pagare sicuramente una piccola somma (il premio) per non dover eventualmente pagare una somma enorme.
Viceversa, ci sono casi in cui il futuro è del tutto imprevedibile e non esiste assicurazione. Se si è deciso di giocare a tennis di pomeriggio, è inutile stare a chiedersi se pioverà. Che ci si pensi tutto il tempo o mai, nulla cambierà, nella meteorologia.
Un altro campo in cui le previsioni sono troppo difficili è la politica. In essa confluiscono tanti fattori che ogni previsione è un azzardo. È naturale che si cerchi di indirizzarla nella direzione desiderata, è naturale che si cerchi di parare i colpi più dannosi fra quelli possibili, ma non si può dimenticare che, alla fin fine, tutto andrà come andrà. E non rimarrà che prenderne atto.
Interessante è invece il caso delle self fulfilling prophecies, cioè delle profezie che si realizzano da sé. L’esempio più semplice è l’annuncio di un prossimo crollo di borsa. Non importa quanto esso sia giustificato: la semplice prospettiva del crollo spingerà molti investitori a vendere e la vendita innescherà il crollo di borsa. E questo a volte vale anche in politica. Se Berlusconi annuncia un giorno sì e l’altro pure che il governo sta per crollare, lo fa perché cerca d’indebolirlo, quel governo, e magari di farlo effettivamente cadere. Dall’altro lato, se Prodi (intervistato da Maurizio Crozza), afferma che “La verità è che il governo rimane: oramai abbiamo davanti una vita eterna....», è da sperare che non dica quelle parole perché è demente: prova soltanto a mettere in giro un’opposta self fulfilling prophecy. Nessuno dunque dovrebbe essere troppo severo né n Prodi né con Berlusconi. Il governo durerà il tempo che durerà. Ancora una settimana o fino alla fine della legislatura. Chissà.
Azzardare previsioni sul futuro è un pessimo mestiere ma è già un’imprudenza dichiararsi sicuri delle ragioni di ciò che è avvenuto. Se il governo Prodi cadesse fra tre settimane, sarebbero legioni i profeti del passato che si precipiterebbero a proclamare “ve l’avevamo detto, che sarebbe caduto!” E sarebbe una stupidaggine.

Se le cause che hanno portato ad un dato avvenimento fossero state veramente evidenti, l’avvenimento sarebbe stato prevedibile e previsto. Mentre invece, come si sa, le previsioni in generale risultano sbagliate. E quando risultano giuste è perché se ne sono fatte tante che una – statisticamente – deve pure azzeccarci.
Neanche parlando del passato bisognerebbe dunque avere l’aria di dire che tutto era evidente già da prima che si verificasse. È un errore, questo, che commettono anche gli storici. Col vantaggio di conoscere la fine degli avvenimenti, assumono non raramente l’atteggiamento di una sorta di Domineddio capace di sapere in anticipo che la Rivoluzione Francese avrebbe condotto alla Repubblica. In realtà, sarebbe bastato che Luigi XVIII fosse stato meno cieco e sordo, e la Francia avrebbe avuto una monarchia costituzionale. Forse perfino malgrado Napoleone. Conoscere la causa unica o prevalente di un avvenimento è più difficile di quanto non si potrebbe pensare. Può darsi che non si potesse che arrivare ad essa, è vero, ma può darsi anche il contrario. Anche se sappiamo come di fatto è andata, è meglio non essere velleitari profeti del passato.
Hitler ha perso la Seconda Guerra Mondiale ma poteva anche vincerla. Se avesse malauguratamente incoraggiato a sufficienza i suoi scienziati, e avesse avuto la bomba atomica, la guerra avrebbe cambiato volto anche nel marzo del 1945. Più semplicemente, se non fosse accorso ad aiutare l’Italia nell’infelice e stupida campagna di Grecia, forse avrebbe conquistato Mosca e, chissà, spinto l’Unione Sovietica ad arrendersi. Se non avesse dichiarato guerra agli Stati Uniti non si sarebbe procurato, gratis, il più temibile dei suoi nemici. E si potrebbe continuare con i “se”. È normale essere contenti che Hitler abbia perduto, ma darlo per perdente in ogni caso, con l’atteggiamento di chi ha capito tutto, della storia, non è molto saggio.
La storia non procede su binari predeterminati. In passato le componenti del caso, della stupidità, dell’errore agivano esattamente  come agiscono oggi: la storia non è un apologo preparato da un maestrino moralista. E l’umanità del passato non è stata meno imprevedibile o meno assurda di quella del presente.
A volte, nella ricerca della verità, l’uomo sembra un cieco che spara ad un bersaglio che gli viene continuamente spostato. I nostri sforzi sono lodevoli come quelli degli astronomi che, lavorando in metri quadrati, parlano di distanze di migliaia o milioni di anni luce, e vivendo settant’anni parlano di milioni di secoli. Ma questa nostra nobiltà pascaliana di “canna che pensa” rifulgerà di più se non avremo la pretesa di avere pensato tutto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 novembre 2007

I figli della chiacchiera imbarazzati nell’addio al padre della cronaca
“Mi sento come le foglie d’autunno, ma tira un forte vento”. Questa è stata l’ultima sensazione, un po’ poetica, regalata da Enzo Biagi ad un’infermiera, non ad un telegiornale, ad un giornale, ad un reporter, ma ad un’infermiera, una donna della quotidianità, un suggello di quello che a Biagi riusciva meglio ovvero parlare e far parlare, confidarsi ed ascoltare la gente di tutti i giorni. Così ha iniziato con Rotocalco Televisivo nel 1963, così ha chiuso con Rotocalco televisivo ad aprile del 2007, l’ultimo sforzo di un uomo di cronaca che pretendeva di esser risarcito da un’azienda cui aveva dato tanto, ma che in fondo mai lo aveva voluto. Enzo Biagi non è mai stato ben voluto dai suoi editori, anzi più volte erano stati costretti a dissociarsi o a cacciarlo. In quella vecchia generazione di giornalisti cui apparteneva di diritto Enzo Biagi era perfino più pericoloso di lingue avvelenate come Montanelli, Longanesi, Valiani, perché dall’esperienza del fascismo era uscito piu rabbioso che disincantato ed anche perché mai nessuno si sarebbe atteso da un uomo, all’apparenza, mite, disponibile, un modo di raccontare la politica e la storia dell’Italia in maniera che sembrava tranquilla ma era agrodolce ed inquieta. Per gli spettatori il Biagi cronista era noioso ma concreto, per pochi; il Biagi commentatore politico, per tutti, editori, politici e spettatori era come la puntura di una zanzara, piccola ma provocante un prurito enorme. La sua enorme repulsione verso la destra, di ogni tipo, a volte perfino quella democristiana, in Italia significo per lui essenzialmente l’etichetta di “comunista”. In quanto comunista fu cacciato dal Resto del Carlino, dopo la sottoscrizione del manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica, in quanto tale venne contestato in Rai, con il suo Rotocalco Televisivo, accusato da Saragat, in quanto tale venne ostracizzato negli Settanta, in quanto tale, tornato in Rai fu criticato per il suo racconto della guerra prevalentemente in chiave partigiana e successivamente per l’inizio della sua personale diatriba contro Berlusconi, con Il Fatto, dove la sua amicizia con Prodi, la sua tendenza politica di sinistra lo portò ad una requisitoria dell’epopea berlusconiana. Cacciato anche lì per un “uso criminoso della tv”, paragonato a Luttazzi e Santoro. Forse quest’ultima la vera offesa: un giornalista dignitoso dei tempi tristi italiani paragonato ad un comico e ad un polemista di nuova generazione…Eppure anche Enzo Biagi era il cronista prima ed il direttore di quei giornali che raccontavano le storie, magari in chiave politica, ma con la gente in primo piano, come Epoca o l’Europeo, quando ancora il settimanale non si dedicava a pubblicare le foto dei paparazzi e le storie delle veline, ma le tragedie e le battaglie della gente comune. Raccontare gli italiani e lasciarsi andare nel personalizzare il loro sentimento, farlo proprio, a volte per qualcuno, altre contro qualcosa. Legittimo, forse duro, forse parziale, ma criminoso no, su questo almeno, buona parte del nuovo centro-destra meno personalizzato e più liberale dovrà ricredersi. "Non c’è più un’inchiesta sui nostri giornali. Non raccontiamo più l’Italia, non è più il tempo dei Piovene e dei Barzini e di tutti quei giornalisti che andavano a scoprire storie nuove…”. In queste parole la sua analisi sul giornalismo sempre più povero e svogliato, fatto a tavolino e non per le strade ed il suo desiderio, mai perennemente esaudito, come capita a tutti i giornalisti, di scavare dentro all’italiano medio, anzi a quello basso, senza voce, senza casa, senza soldi, senza famiglia ma ancora voglioso di essere italiano, cosa già di per sé abbastanza ardua. E’ vero. Gli italiani vengono conosciuti solo da come votano ed al momento del voto. Contano per quello e non per altro. Nessuno racconta la loro vita, ma gli chiede solo il loro appoggio, nelle convention, nei cortei di piazza. Constatazione attuale e triste. Quanto a noi comunicatori, è proprio vero. Siamo tutti cronisti a tavolini. Magari inviamo qualche povero disperato free lance dell’ultim’ora, voglioso di emergere e di guadagnare nelle zone calde del paese e da tutti quelli aspettiamo, copiamo ed incolliamo notizie. Le parole del web non sono mai le nostre parole, ma il riporto di quelle degli altri, il commento di ciò che è già successo, l’eco di fatti noti di cui abbiamo l’esclusiva in realtà appartenente a tutto il giornalismo. E fin quando si dice la verità, senza paura di querele e minacce, forse è leggermente accettabile, perché nella maggior parte dei casi il web è come lo specchio deformante della verità: la moltiplica, la ingrossa, la rimpicciolisce. Non mi stupisce il silenzio del web sulla morte di Enzo Biagi, perché il web soffre il cronista, soffre chi ha avuto il coraggio di andare per le strade e non di stare a trafugare notizie dietro ad un pc o per sentito dire da fonti incerte. Non mi stupisce il silenzio di gran parte del web di tanti contenitori che lanciano schegge di quotidianità ma forse dimenticano la cronaca e soprattutto la vecchia cronaca e nel mondo del giornalismo, dove chi scappa, anzi chi trafuga per primo il gossip a sorpresa, dove chi intervista o colpisce il politico è apprezzato, non c’è spazio per la vera quotidianità, quella dei fatti di ogni giorno. Questa è la differenza fra esseri figli della chiacchiera e figli della cronaca. Siamo figli della cronaca, di noi stessi, di ciò che ci circonda e lo saremo anche del mondo! Biagi era uno dei padri della cronaca, quello che annoia, non piace, ma quella che vale.

Angelo M. D'Addesio

Un mondo di nanerottoli
E bravo Salam Fayad, ministro di uno stato che ancora non c'e' ma che riceve dalla comunita' internazionale piu' soldi di ogni altro stato del mondo .
Miliardi a palate, miliardi a vagonate, ormai da moltissimi anni e  piu' miliardi arrivavano  nelle casse palestinesi, piu' il terrorismo fioriva e piu' israeliani morivano.
Le ragalie ai palestinesi ormai non fanno piu' notizia e se alcuni media ne parlano  non c'e' nessuno che protesta, come se fosse normale che i governi rubino i nostri soldi per darli a una societa'  parassita e terrorista.
Io pero' ne parlo in continuazione e non mi stanchero' mai di ripeterlo perche' la gente deve svegliarsi e chiedere conto ai governi dei miliardi dati colle nostre tasse a chi, anziche'  creare un'economia quindi una struttura di stato nazionale dopo gli accordi di Oslo, li usa e li ha sempre  usati per motivi molto diversi.
Migliaia di miliardi, per costruire le ville dei padrini, per comprare decine di mercedes alle loro mogli, c'e' chi ne ha 12,  per mantenere nel lusso piu' sfrenato  Suha Arafat a Parigi e riempire i conti correnti del marito  assassino in tutte le banche del mondo.
A questo sono serviti i miliardi dei donatori, il resto e' stato usato per comprare armi, per creare una rete di propaganda  che controlla ogni media dell'universo mondo e infine per retribuire giornalisti e politici stranieri da anni  sul libro paga dell'ANP.
 
Creare economia? Mettere le fondamenta per uno stato nazionale?
Ma dove! ma quando! Ma perche'! Ma scherziamo!
Fare i parassiti e' molto meglio che lavorare  finche' il mondo sara' cosi' coglione da mantenerli.
Uno stato nazionale significa avere anche delle responsabilita', significherebbe smettere di piagnucolare ma mettersi a lavorare e dimostrare di saper fare qualcosa di diverso dal terrorismo.
Adesso, dunque,  il Fayad fa l'ennesima richiesta, adesso vuole la rendita assicurata e continua, non gli bastano piu' le regalie e, appoggiato da Abu Mazen,  chiede ai paesi donatori  120 milioni di DOLLARI al mese!
Capito i furbastri? 120 milioni di dollari al mese piu' naturalmente tutte le altre donazioni provenienti dai paesi arabi e dalle varie organizzazioni nazistoidi che tengono i palestinesi sotto la loro ala protettrice.
Mettersi a lavorare? Mai!
Li riceveranno,  vedrete che li riceveranno, i palestinesi sono ormai i parassiti piu' amati, adorati, rispettati, coccolati, mantenuti con gioia dall'occidente, il loro mantenimento  fa parte delle voci obbligatorie  di molte Finanziarie dei paesi europei compresa l'Italia che paga addirittura le spese di rappresentanza di Nemer
Hammad, sedicente ambasciatore dell'ANP a Roma.
Noi cittadini lavoriamo e paghiamo le tasse anche per questo. 
Siamo quindi tutti complici dei loro delitti, tutti noi contribuenti non siamo altro che i finanziatori del terrorismo palestinese.
Non sarebbe ora di ribellarsi?
Svegliaaaa!
Negli USA la canzone non e' diversa, anche loro mandano milioni di dollari e dopo l'11 settembre ancora di piu'...non si sa mai, in America ci sono ancora tanti grattacieli.
E loro, i palestinesi cosa fanno? L'unica struttura che sono stati in grado di costruire sono le rampe per i missili da sparare contro Israele, il resto lo hanno distrutto.
Si, i protetti del mondo!  Stanno bombardando il Neghev del sud da 7 anni.
Dal 2005, dopo l'evacuazione degli ebrei dalla striscia di Gaza, si sono avvicinati e da due anni sparano quotidianamente su Sderot e sui kibbuz della zona arrivando a colpire anche la citta' di Askelon.
Oggi, come buongiorno, sono stati sparati 6 missili , e' stata colpita la casa di un malato di cancro  ricoverato subito, sotto schok.
Ieri 13 missili, due giorni fa 11 missili, case distrutte, gente terrorizzata, 10 secondi per salvarsi, 10 secondi in cui uno smette di respirare e di vivere aspettando il colpo che puo' arrivare dovunque. Un mese fa un missile si e' piantato nel cortile di un asilo nido, i bambini erano  dentro e solo un miracolo li ha salvati.
Israele, finalmente, dopo aver dichiarato Gaza entita' ostile,  minaccia ritorsioni.
Finalmente!!!! abbiamo pensato tutti, adesso i cittadini del Neghev, santi per la loro calma e il loro equilibrio, potranno tirare il fiato.
Finalmente, senza elettricita'  per un paio d'ore al giorno, avranno altro cui pensare e ci lasceranno un po' in pace.
Questo e' cio' che tutti noi abbiamo ingenuamente  pensato  ma purtroppo avevamo fatto i conti senza l'oste, cioe' senza il resto del mondo, questo mondo cane  che ci circonda cui non frega niente di noi se non per prenderci a calci nello stomaco.
 
Sanzioni ai palestinesi? Non l'avessimo mai detto, il mondo in subbuglio, tutti che arrivano in Israele a minacciarci "guai a voi se gli togliete la luce, guai a voi se gli togliete la benzina, guai a voi ebreacci".
Dalla Rice, alla Ferrero comesichiama, a Blair, Dalema, il nuovo premier britannico, Brown. Tutti a gridare "guai a te Israele".
Un forum italiano ha scritto addirittura "Gaza resiste" , lo ha scritto prima di qualsiasi sanzione perche' ancora niente e' stato fatto!  Mangiano, bevono, sparano, e sui forum scrivono "Gaza resiste".
A cosa resiste? Ce lo dite, disgraziati? poi l'articolo continua accusando Israele di genocidio, come aveva fatto l'emerito professor dei professori Gianni Vattimo nel suo ormai epico confronto con la bravissima Fiamma Nierenstein.
Epico per la Nirenstein perche' l'emerito professore ha fatto la sua solita vergognosa figura da ignorante razzista.

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Che mondo di ipocriti idioti.
Nel frattempo, in questi giorni, oltre alla processione di accattoni pro palestinesi  che chiedono a Israele bombardata di non punire chi la bombarda, e' arrivato anche l'arcivescovo di Canterbury, dott. Rowan Williams, per controllare la situazione dei cristiani in fuga dai territori palestinesi.
I cristiani stanno scappando da decenni. Fino al 1990 a Betlemme i cristiani erano il 90%, oggi sono il 7% e continuano a scappare perche' l'integralismo islamico e la mafia palelestinese non permettono loro di vivere, li perseguitano, li ammazzano, li costringono  a chiudere le attivita', il negozietto sotto casa, il piccolo supermercato.
Bene, di fronte a questa tremenda realta' dei cristiani dell'ANP, Il signor Arcivescovo, Rowan Williams, ha dicghiarato al Jerusalem Post che i cristiani scappano a causa del MURO, cioe' a causa della barriera salvavita, costruita da Israele per difendersi dai terroristi suicidi..
Il giornale commenta bonariamente che l'arcivescovo e' stato male informato.
Noooo, nooo,  che male informato. Che male informato! sono anni che  i media onesti scrivono della situazione drammatica dei cristiani nei territori palestinesi. Altro che  male informato!
Il signor arcivescovo, da bravo inglese, da bravo anglicano, non ama Israele, non per niente la Chiesa anglicana sono anni che auspica il boicottaggio, non per niente lo spione, scrivo spione perche' spia sarebbe fargli un complimento, Mordechai Vanunu si e' convertito al cristianesimo preferendo , fra tutte, la chiesa anglicana.
Diciamo che l'ultimo sostegno britannico a Israele e agli ebrei risale al lontano 1917 quando Lord Balfour disse:" Gli ebrei sono sempre stati esiliati, perseguitati e oppressi, se potremo aiutarli a trovare un asilo sicuro nella loro Terra nativa, potranno finalmente far fiorire  la loro genialita' e darne beneficio al mondo intero."
Purtroppo 90 anni dopo l'arcivescovo non ha voluto capire che la barriera di sicurezza serve proprio a darci l'asilo sicuro che auspicava Lord Balfour, non ha voluto capire che i problemi dei cristiani palestinesi derivano dal fondamentalismo islamico.
Non ha voluto capire  perche' sa perfettamente che dare la colpa a Israele non gli crea nessun problema, dare la colpa ai palestinesi potrebbe costargli  qualche altro morto cristiano.
Purtroppo la vilta' e l'ipocrisia di tutto il mondo hanno dato forza ai palestinesi , sicuri di essere sempre protetti e aiutati nei loro crimini.
Fra altri 90 anni il mondo   ebraico commemorera' ancora  Lord Balfour, il nanerottolo Williams sara' un uno dei tanti arcivescovi di Canterbury di cui nessuno ricordera' il nome.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


CRIMETOWN
Un apologo semiserio

La delinquenza era in drammatico aumento. I tabaccai erano terrorizzati, gli impiegati degli uffici postali andavano avanti a sonniferi e tranquillanti, la notte nessuno osava andare in giro da solo. Gli stessi carabinieri erano così nervosi che negli ultimi tempi avevano ammazzato un poveraccio che, richiesto di fermarsi, aveva messo la mano in tasca per soffiarsi il naso.
Il caso di cui si parlava di più, tuttavia, erano le violenze e gli stupri a danno delle donne. Come sempre avviene, l’incremento rispetto alla media non era tanto grande quanto facevano credere i giornali: non era infatti possibile che un determinato reato, da un giorno all’altro, fosse commesso in tutto il paese un numero doppio o triplo di volte. Ma proprio questo la gente aveva finito col credere. Tanto che persino le donne anziane o francamente brutte non dimenticavano mai d’avere nella borsetta uno spray accecante. Insomma, era una tragedia nazionale.
Il governo, ovviamente, era il bersaglio di tutti. Da quando lo Stato etico è divenuto un’ovvietà, tutti lo credono responsabile di ogni cosa che avvenga nel paese. E soprattutto di ciò che non va. Se c’è un’alluvione (“piove, governo ladro!”), l’Amministrazione dello Stato è colpevole di non averla prevenuta, allargando le fogne, canalizzando i torrenti, fornendo il triplo di mezzi ai pompieri. Se invece non piove (“che siccità, governo ladro!”), l’Amministrazione dello Stato è colpevole di non avere creato grandi invasi in cui mettere da parte l’acqua che potrebbe servire per dieci anni. E se le cose stanno così per la meteorologia, che dopo tutto - per alcuni almeno - non dipende dallo Stato, s’immagini quali rimproveri piovevano su quel governo, ora che realmente c’era un’emergenza nazionale: l’ordine pubblico era effettivamente di sua competenza e andava tragicamente male.
Si riunì dunque il consiglio dei ministri e fu chiaro che, o si reagiva in qualche modo, o in Parlamento si sarebbe immediatamente trovata una nuova maggioranza. “Qui ci mandano tutti a casa!” L’idea più semplice – suggerita dal ministro dell’intero -  era quella di rassicurare la società civile promettendo che i colpevoli di violenza carnale avrebbero fatto almeno vent’anni di carcere e che persino uno schiaffo, dato ad una donna, avrebbe comportato almeno cinque anni di galera. Un ottimo programma, a parere di tutti. Il ministro della giustizia però non fu d’accordo e da prima tutti lo guardarono come se fosse un amico degli stupratori:
“Ti dispiace se li mettiamo in galera?”

“Come voi, sarei felice di sapere che quella gentaglia non è più in giro, spiegò l’anziano senatore. E per far questo bisognerebbe tenerla in carcere. Ma dove? In quali carceri? Già col sovraffollamento attuale abbiamo dovuto caldamente raccomandare ai magistrati di non infliggere pene detentive; li abbiamo spinti a concedere sconti di pena con tutte le scuse; a  momenti di mandare anche gli assassini agli arresti domiciliari. Se domani cominciassimo a mandare altra gente negli istituti di pena, nelle celle i detenuti dovremmo metterli a strati. Come le sardine nel barile”. E questo era un argomento inoppugnabile. Anche ad avere la massima voglia di mettere dieci litri d’acqua in un fiasco da Chianti, non c’è modo di farcela entrare.
Tutti stavano per rassegnarsi a perdere l’amata poltrona quando il ministro per lo sport – uno che era stato nominato ministro quasi per pietà – prese la parola. Sfidando l’atteggiamento scettico dei colleghi disse che la soluzione c’era:
“Alla gente non interessa che i colpevoli stiano in galera. Alla gente interessa che non circolino liberamente. E noi questo possiamo offrirglielo. Facilmente”.
“Facilmente?” gli chiesero alcuni, mentre altri, pensando che parlasse a vanvera, cominciavano già a distrarsi.
“Non possiamo metterli dentro? Mettiamoli fuori”.
“Sul balcone?”, chiese il ministro della Pubblica Istruzione, famoso battutista.
“Fuori dalla società civile normale”. Disse asciutto il giovane. E spiegò:
“Li mandiamo tutti a risiedere in una cittadina che apparterrà solo a loro e da cui non potranno uscire. Invece di avere un carcere, avremo una città recintata. I vecchi abitanti saranno aiutati a trasferirsi, salvo vogliano rimanere, ma gli stupratori e tutti gli altri condannati dovranno rimanere lì per tutto il tempo stabilito dal giudice. Non solo: per vivere dovranno lavorare normalmente e il sistema non costerà un euro, allo Stato. Perché lì funzionerà la banca, il supermercato, l’ospedale, ecc.”
Le proposte assurde a volte seducono al di là del prevedibile. Diversamente non si spiegherebbe il successo di Pierre l’Hermite e della predicazione delle crociate. Fu così che, qualche anno dopo, migliaia e migliaia di condannati furono inviati a San Donato della Porella (Chieti), cittadina che i giornalisti, in ciò seguiti da un popolo un po’ snob e anglofilo, chiamarono subito Crimetown.
In linea di principio, ovviamente, la cittadina avrebbe dovuto essere una città pericolosissima. Tuttavia ben presto, e con sorpresa di tutti, essa cominciò a funzionare più o meno come le altre. La prima ragione era che, essendo piccola, per così dire tutti sorvegliavano tutti. Poi funzionava alla grande il proverbio per cui “cane non mangia cane”.  Infine quello era un ambiente in cui, visto che la maggior parte erano lupi, non molti rimanevano pecore. Dunque se un impiegato di banca cercava di mettersi in tasca qualche banconota, il suo capoufficio – che nella vita civile era stato un rapinatore – gliela faceva risputare a suon di sberle. Prima di mandarlo al pronto soccorso. Le donne giravano armate e bastava azzardarsi a toccare il sedere di una signora per ricevere una rivoltellata nelle parti basse. Col risultato di un accettabile ordine pubblico.
Il fenomeno incominciò ad interessare il mondo.

Qualcuno ricordò un economista di molti decenni prima, tale Carlo Cipolla, il quale a proposito dei cretini aveva stabilito il principio che la loro percentuale è uguale dovunque. Negli ambienti: colti e in quelli incolti, fra i ricchi e fra i poveri, tra i potenti e tra i miserabili. Se si osserva, sosteneva Cipolla, che nel proprio ambiente i cretini sono il trenta per cento – per ipotesi, la succursale di una banca – si può star certi che c’è il trenta per cento di cretini fra i cardinali e fra gli idraulici, fra gli accademici dei Lincei e fra i giudici, fra i dermatologi e fra i muratori.  “Ebbene, concludeva qualcuno, se l’umanità avesse dovunque bisogno della stessa percentuale di cretini e di delinquenti, non potrebbe essere che questa percentuale sia più o meno invariabile?”
“Sì, gli rispondeva qualcuno. Ma se fosse vero quanto dici, non dovremmo punire nessuno, perché tanto la delinquenza non aumenterebbe. Cosa assurda. In realtà, da quando esiste Crimetown abbiamo un migliore ordine pubblico. Che poi anche lì la vita non sia pessima, è tanto di guadagnato.”
La vita non era pessima ma la legittima difesa aveva talmente allargato i suoi confini che nessuno si azzardava neanche ad essere scortese. Era il mondo dei film western. Con la differenza che nel Texas, a parte qualche bandito, erano tutti contadini, mentre qui, a parte le eccezioni, erano tutti banditi. Ma il fatto, con immenso stupore di tutti, era innegabile: la vita scorreva tranquilla più o meno come altrove. Si era stati sicuri che San Donato sarebbe stato l’inferno dei vivi, un po’ come l’Isola del Diavolo di Dreyfusiana memoria, e invece ora tutti erano preoccupati perché era venuta a mancare la deterrenza. I delinquenti dicevano: “E alla fin fine, che volete che mi facciano? Che mi mandino a Crimetown? E va bene. Pare che il clima sia ottimo, lì”.
C’era però un gruppo di “detenuti” che costituiva un problema anche per i sandonatesi: i criminali pazzi. Quelli che niente e nessuno riesce a domare, perché non sono ragionevoli. Molti di costoro non riuscivano neppure ad invecchiare, dal momento che in città molti avevano un’ottima mira: ma lo stesso l’allarme era piuttosto alto. Sicché il governo decise di costruire un grandissimo manicomio criminale (un carcere), proprio lì. E ci mise dentro gli irrecuperabili.
Si creò un doppio sistema repressivo. Si poteva scegliere la semilibertà di Crimetown - la cittadina circondata da una recinzione elettrificata di molti chilometri da cui non si poteva uscire neanche per una gita fuori porta - ma si poteva anche, sgarrando, finire in un istituto di pena temutissimo. Un carcere in cui gli stessi secondini erano dei pregiudicati. La deterrenza era efficacissima.
San Donato andò avanti così, per anni. Non era un posto di villeggiatura ma nel resto del paese il problema dei criminali facilmente a piede libero fu risolto. I cittadini erano soddisfatti (anche se gli idealisti si lamentavano  dei furti di biciclette), e il principale albergo di Crimetown era costantemente pieno di sociologi venuti da ogni parte del mondo.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  6 novembre 2007


LA RESPONSABILITÀ DI GRUPPO
Israele ha minacciato di sospendere la fornitura di gas e carburanti a Gaza.

La responsabilità penale è personale. Anche quando sembra indiretta, per esempio perché il padrone è chiamato a rispondere dei morsi del suo cane, non manca la “rimproverabilità” (tecnicamente, “antigiuridicità”) della condotta personale. Al padrone del cane si dice: “Sei colpevole di non averlo tenuto al chiuso; di non avergli messo la museruola; di non avergli impedito di nuocere”.
Questo principio è una delle conquiste della civiltà. In epoca antica, tuttavia, e perfino oggi nelle società meno evolute, la prassi della vendetta trasversale è corrente; e questa vendetta che a sua volta innesca contro-vendette (“faida”), fino a condurre ad una sorta di guerra tra famiglie o clan. Proprio questa parola, guerra, fa comprendere che il principio della responsabilità di gruppo è stato abolito dal codice penale ma non è scomparso dalla società: e soprattutto rimane prassi in campo internazionale. Quando Pompeo intraprese la guerra contro i pirati attaccò con selvaggia determinazione le loro basi. E se si distruggono porti e cittadine in quantità, solo perché da lì partono dei pirati, che cosa si attua, se non una severissima punizione di un gruppo, in base ad una responsabilità collettiva?
Né questo genere di episodi è confinato all’antichità. Secondo il diritto internazionale, il conflitto fra due Stati
può avere inizio non solo perché uno dei due presenta all’altro una formale dichiarazione di guerra ma anche perché sono posti in essere comportamenti abbastanza gravi da costituire un “casus belli”. Comportamenti che possono perfino essere frutto della volontà di gruppi che il governo centrale non riesce a dominare. Questo particolare caso pone in essere delle differenze morali, se non giuridiche. Nel caso di Pompeo, mentre era moralmente plausibile che si distruggessero quelle cittadine che i pirati li avevano accolti con piacere, perché profittavano delle loro razzie, distruggere le cittadine che erano state dominate con la forza dai pirati non era eticamente giustificato. A Pompeo però, come a qualunque controparte, questa differenza non importava. La filosofia degli Stati è semplice e feroce: “Se mi attacchi, che tu lo faccia volontariamente; che tu finga di non essere riuscito ad evitare che altri lo facesse; che tu realmente non ci sia riuscito, a me non importa: te la farò pagare a caro prezzo”. E ovviamente chi paga a caro prezzo è la popolazione.
C’è una brutale giustizia, in tutto questo. In caso di vittoria – che sia bellica, civile o perfino sportiva – il popolo se ne sente protagonista: “Siamo campioni del mondo!” Quando invece si tratta di una sconfitta, se ne dissocia rigettandone la colpa sui governanti. L’Italia non ha perso la Seconda Guerra Mondiale, è Mussolini che l’ha persa. Questo eccellente meccanismo funziona benissimo, per chi ne beneficia; per chi invece ne è danneggiato le cose stanno diversamente. L’Italia ha l’improntitudine di dichiarare guerra agli Stati Uniti? Ed ecco che gli Stati Uniti, mesi dopo, bombardano a tappeto le sue città. Facendo migliaia e migliaia di morti civili. Di che cosa erano colpevoli, quei poveracci (di cui chi scrive ha rischiato di far parte), se non di appartenere al popolo che aveva esultato per l’entrata in guerra, sotto il balcone di Palazzo Venezia? I Sonderkommando tedeschi si comportarono orrendamente nell’Unione Sovietica occupata. Ma l’Armata Rossa, mentre conquistava la Germania, se ne vendicò orrendamente con massacri e stupri di massa che fecero fuggire a piedi, verso l’ovest, milioni di civili. Per così dire con soltanto ciò che avevano addosso. Ecco che cos’è la responsabilità di gruppo.
In questi giorni Israele ha formulato il progetto di interrompere le forniture di gas, carburanti ed energia elettrica alla Striscia di Gaza. E da più parti si sono alzati alti, sommamente ipocriti. Non solo quella Striscia è sotto il potere di un “governo” che ha nel suo statuto la volontà di distruggere Israele (anzi, tutti gli israeliani), ma quel “governo” è stato eletto dai palestinesi proprio perché ha quel programma. Come ci si può meravigliare che uno Stato si proponga di non fornire comodità – gas, carburante, elettricità – a chi ha come progetto quello di fargli guerra, uccidendo se possibile tutti i suoi cittadini? E che come acconto spedisce pressoché quotidianamente missili Qassam sul territorio israeliano?
La reazione israeliana è immensamente meno selvaggia di quella della Gran Bretagna che, a guerra tecnicamente conclusa, inviò centinaia di bombardieri per spianare la città d’arte chiamata Dresda. Facendola bruciare per tre giorni ed arrostendo vivi più civili di quanti ne siano morti ad Hiroshima. Civili colpevoli solo di essere tedeschi. Un crimine che nemmeno un filo-inglese viscerale come chi qui firma riesce a perdonare.
Tutti hanno venti centimetri di pelo sullo stomaco, quando si tratta di Gerusalemme. Solo ad Israele si osa chiedere, senza arrossire, di stare ferma in modo che il suo avversario non sbagli la mira.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -  novembre 2007


UN CRIMINE IMPRESCRITTIBILE
Spesso si scrive perché si ha in mente un’idea e si vorrebbe che gli altri la condividessero. Invece quando si scrive agli intimi o solo per sé, si possono consegnare  al foglio anche idee assurde, fantastiche, forse indecenti. Perché non se ne deve rendere conto a nessuno.
Da quando sono nati i blog e le “amicizie di penna” elettroniche, disponiamo di un mezzo espressivo diverso da tutti gli altri. “Pubblicando” su internet non si hanno problemi col direttore responsabile o con l’editore, che non esistono. Si è perfino al riparo dal reato di diffamazione a mezzo stampa, o da quello di ingiurie, perché per prassi è invalsa la regola della più totale libertà. Volano insulti, si leggono testi deliranti, l’anarchia è legge e la libertà più totale un’ovvietà.
Oggi vorrei profittare di questo mezzo espressivo per parlare in prima persona, per esprimere pensieri che “ufficialmente”  forse non oserei sottoscrivere.
Comincerò col confessare che son capace di nutrire rancore. È una cosa brutta? Se sì, nel mio caso è una cosa bruttissima. Perché non solo non mi placo un giorno un mese dopo, ma nemmeno dieci anni dopo. Com’è ovvio, non sto parlando di bazzecole, ché anzi sono tutt’altro che suscettibile. Sto parlando, ad esempio, di Simon Wiesenthal che passò anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, a cercare gli aguzzini dei campi di sterminio, per assicurarli alla giustizia. Tanto da essere chiamato “il cacciatore di nazisti”. Quando tutto è finito, qualcuno comincia a parlare di perdono, di acqua passata. Io no. La penso come Wiesenthal. Se su sul momento si è giurato odio eterno, e se si è persone serie, poi questo odio bisogna fattivamente mantenerlo. Fino alla nostra o all’altrui morte. Ne deve certo valere la pena, il colpevole non deve fruire di nessuna attenuante: ma se è così, le parole perdono, grazia, oblio sono bestemmie.
Questi orrendi pensieri mi sono tornati in mente in questi giorni. E la cosa è cominciata con un sogno. Ho immaginato di essere quell’astronauta italiano che orbita intorno alla Terra e che ha ricevuto anche una cordiale telefonata del Presidente della Repubblica. Nel mio sogno, al posto di quell’astronauta, avrei atteso di essere in collegamento telefonico, e in diretta televisiva, per dire queste parole:
“Presidente, senza offesa, ma mi rifiuto di parlare con qualcuno che a suo tempo, nel pieno possesso delle sue facoltà morali e mentali, approvò la repressione della Rivoluzione Ungherese. Questo rifiuto è il fedele omaggio alla memoria di quei martiri che lei a suo tempo insultò”.
L’ho detto, sono capace di nutrire rancore. Mi rendo conto che, per molti, magari molto più giovani di me, si tratta di vicende antiche, di vicende che non hanno vissuto, rievocate magari da immagini sfocate, in bianco e nero. Ma io ero vivo, allora. La mia realtà era a colori. E ho pianto con quegli eroi che combattevano a mani nude contro i carri armati dello straniero. Ricordo la rabbia infinita di quel popolo stuprato, ricordo Maleter e perfino quel comunista di Imre Nagy, impiccato dai russi perché più patriota che servo di Mosca. Ricordo la tragedia della ragione schiacciata dal torto, della dignità calpestata dall’impudenza, della brutalità che trionfa sugli ideali più sacri. Il crimine era così evidente che molti comunisti lasciarono il Pci, in Italia, e il partito si trovò in crisi in tutta l’Europa.
Solo i più fanatici e feroci e bovinamente obbedienti comunisti osarono sposare, contro l’evidenza dei fatti certificati da tutti i giornalisti, da tutti i cinegiornali, da tutte le radio, la tesi della finta rivoluzione, della violenza borghese e antiproletaria al soldo dei capitalisti. Bisognava avere il coraggio di dire che la Luna è quadrata, che il Pacifico è
una pozzanghera, che Stalin era un benefattore. Bisognava essere Giorgio Napolitano.
Molti, fra quelli che allora lasciarono il Pci, e ovviamente tutti quelli che non lo lasciarono, e soprattutto l’immensa palude degli ignavi, oggi forse sono disposti a mettere una pietra sopra qualcosa che avvenne cinquantuno anni fa. Ma la mia fedeltà a quei martiri della libertà rimane indefettibile e chi osò schierarsi con la menzogna di Stato, con gli interessi imperiali dell’Unione Sovietica serviti dalla nuda forza, con i boia che assassinarono l’anelità di libertà di un piccolo, eroico popolo, rimane imperdonabile. Finché non muoia lui, o non muoia io.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 novembre 2007


MOLLICHINE
Il Csm apre un fascicolo su Forleo. Probabilmente per legittima difesa. Chissà che non ne abbia aperto uno lei sul Csm.

In Spagna, terroristi condannati a quarantamila anni di carcere. Ecco un posto in cui non hanno bisogno di varare pacchetti sicurezza.

Putin: la Russia non permetterà a “nessuno” di imporre restrizioni alla vendita di armi russe all’estero. Povero orso russo, costretto a ruggire dalla mattina alla sera.

Buttiglione: “Non è scontato che alle prossime elezioni [il leader del centro-destra] sia Berlusconi”. Ovvio. Tutti possiamo morire, una volta o l’altra.

Gianni Pardo