ARCHIVIO NOVEMBRE 2007
Il Pdl? Ve
lo spiego io. Sarà una grande rete.
Sono tempi duri per i partiti riformatori in Europa.
In Germania, la cancelliera Angela Merkel assiste impotente alla
paralisi annunciata della sua Grosse Koalition. In Francia, il
presidente Nicolas Sarkozy ha dovuto fare concessioni per sbloccare
lo sciopero dei ferrovieri. In entrambi i Paesi la posta in gioco è
alta: la capacità di portare avanti le riforme necessarie a
mantenere l'economia competitiva. La lezione per l'Italia è che
non esistono modelli miracolistici, semmai riforme a cui ispirarsi.
E che per il centrodestra è ora di tornare alla rivoluzione liberale
e popolare del 1994 di Silvio Berlusconi, e alla forma partito-rete
delle origini.
Il sisma politico che ha colpito la Germania è
la svolta a sinistra dei socialdemocratici. Il Congresso della Spd
di fine ottobre ha segnato una netta sconfitta dei riformisti a
vantaggio della sinistra populista del partito. Con il risultato
che Franz Muentefering, il più riformista dei socialdemocratici
nel governo Merkel, ha dato le dimissioni perché la grande coalizione
non è più in grado di lanciare riforme importanti nei
due anni che restano prima delle elezioni. Quanto sta accadendo in
Germania è normale. La Grosse Koalition funziona nei primi due
anni di una legislatura, come motore del cambiamento. Ma, man mano che
si avvicinano le elezioni, ciascun partito radicalizza le sue posizioni,
fino alla paralisi.
In Francia, Sarkozy ha superato lo sciopero contro
l'abolizione dei regimi speciali delle pensioni per i dipendenti
delle ex imprese statali. Ma il costo sono concessioni che confermano
la sua tattica delle riforme a metà. In questi mesi, Sarkozy
ha proposto tante piccole rivoluzioni, salvo fermarsi non appena
i sondaggi indicavano un calo della sua popolarità. Ora il pericolo
è che la contestazione si allarghi e che Sarkozy decida di
negoziare su tutti i fronti, cedendo alla conservazione. Da questo punto
di vista è sintomatico il suo discorso davanti al Parlamento europeo,
tutto incentrato sulla protezione (al limite del protezionismo) e
sulla chiusura. Ma
il colbertismo sarkozista non è la soluzione ai mali francesi,
è il modo più efficace per aggravarli.
Resta che Germania e Francia stanno meglio di noi.
Per quanto in crisi, in due anni il governo Merkel ha rilanciato
la crescita, mentre Sarkozy, seppur a metà, ha cominciato a
trasformare il Paese. Il governo Prodi, invece, persegue le controriforme
in nome di una presunta pace sociale, che in realtà garantisce
i privilegi di pochi a svantaggio di tutti. È da qui che parte
la nuova stagione di rinnovamento politico inaugurata da Silvio Berlusconi
e Walter Veltroni. Per questo una nuova legge elettorale è necessaria
per cancellare un sistema bipolare «bastardo» e delineare
un vero bipartitismo maggioritario, fondato sul principio: «o
governiamo da soli o con maggioranze davvero coese», purché
si ponga fine al «non governo» dell'Italia. Riforme, ma anche
partiti nuovi, capaci di intercettare le nuove domande sociali, economiche,
ideali.
Su questo nuovo disegno deve riprendere corpo, nel
nuovo Partito del Popolo della Libertà, anche la prospettiva
riformatrice offerta nel '94 dal miracolo di Forza Italia. In fondo
Forza Italia delle origini non era altro che questo: un network con
un forte centro, costruito attorno a «reti» economico-associative
e a persone di destra e di sinistra - e né di destra né
di sinistra, con un semplice programma: cambiare l'Italia.
In un partito-rete i singoli membri sono allo stesso
tempo partner e concorrenti. Tramite regole condivise, partito,
circoli, movimenti, mettono in comune le risorse necessarie a raggiungere
l'obiettivo. Quando il numero dei membri cresce, le risorse condivise
sono gestite più efficacemente da un nodo centrale, che svolge
anche il ruolo di arbitro.
Mentre il centro deve stimolare la competizione
fra i nodi del partito-rete, favorendo lo sviluppo delle singole
eccellenze, tutti i nodi del network controllano l'operato del centro.
Fuor di teoria il nuovo partito-rete dovrà intercettare, mettendo
insieme, tanto il popolo dei gazebi, quanto i partiti, i movimenti che
vi intendono aderire. Dovrà essere in grado, proprio grazie
alla sua struttura, di capire e governare le grandi trasformazioni
che sono intervenute nell'ultimo decennio.
Ma un partito-rete, più di un partito tradizionale,
chiuso nella sua ideologia e nella sua organizzazione, ha bisogno
di visioni, di programmi, di idee, e di strumenti democratici per
la loro elaborazione e la loro sintesi politica. Ha bisogno di gruppi
dirigenti aperti e in competizione.
Televisioni, internet, blog, radio, giornali, riviste:
la direzione della comunicazione non sarà più solo
«verticale», ma diventerà sempre più
orizzontale. E i programmi nasceranno dal basso, dai singoli portatori
di interessi, dai movimenti, dai partiti, alla pari.
Ecco, questo potrebbe essere la nuova offerta politica
del Partito della Libertà: leader e rete; valori, visioni,
programmi e comunicazione; capacità di interpretare domande
sociali e politiche nuove, diffuse, e inespresse. Tutto il contrario
dei partiti tradizionali chiusi, prodotto delle fratture sociali
di oltre un secolo fa. Tutto il contrario del neonato Partito Democratico,
nato dalla fusione fredda di apparati e oligarchie del passato.
La scommessa di Berlusconi il federatore sembra
proprio questa: fare da catalizzatore di una nuova forma partito,
hub di reti e di nodi, di movimenti, con il comune obiettivo di cambiare
l'Italia. Leader e popolo, leader e rete. E chi ci sta, ci sta.
(il Giornale. Renato
Brunetta
)
LA CALATA DI BRACHE
ISTITUZIONALIZZATA
Bertinotti: "Vorrei vedere in faccia uno che mi
spiega che sia ragionevole che un accordo stretto a livello extraparlamentare
tra governo e parti sociali debba diventare legge sostanzialmente
sospendendo la possibilità di dibattito e di modifica del parlamento.
Si può fare, ma denota la crisi del sistema politico italiano".
L’antefatto, per chi non lo conoscesse: sul welfare,
si è arrivati ad un accordo fra governo, sindacati (con
avallo di un referendum fra i lavoratori) e Confindustria. Questo
accordo non va ai comunisti, i quali richiedono che sia modificato
in Parlamento. Ma Dini ed altri dicono che, se si cambia una virgola,
votano contro e cade il governo. E allora si parla di questione di fiducia.
Ma in questo caso – secondo i comunisti – si sarebbe di fronte ad un
ricatto extraparlamentare alla maggioranza, che sarebbe sostanzialmente
privata del suo potere legislativo.
La tesi di Bertinotti è indubbiamente giusta.
Se il peccatore dice che il peccato è da condannare, dice
forse qualcosa di sbagliato? Bertinotti però dimentica che
in Italia, di fronte all’opinione pubblica organizzata e rumorosa,
le istituzioni si sono sempre calate le brache. La piazza, e spesso
una piazza di sinistra, ha prevalso sul Governo e sul Parlamento. Non
solo: le istituzioni si sono anche calate le brache dinanzi a tre o quattro
sostituti Procuratori della Repubblica di Milano (Di Pietro, Colombo,
ecc.), quando essi hanno loro ingiunto via televisione di ritirare un
decreto legge. L’ordine giudiziario ha nettamente prevaricato sul potere
legislativo, con buona pace di Montesquieu, e nessuno ha fiatato. Infine,
non è qualche volta che il Parlamento si è calato le
brache dinanzi ai sindacati, se le è calate costantemente.
Tanti e tanti anni fa, quando l’Inghilterra pareva
avviata ad un inarrestabile declino, Edward Heath pose la questione:
insomma, chi deve governare, il governo o le Trade Unions? I quel
momento la risposta fu: le Trade Unions. Solo Margareth Thatcher,
dopo di lui, ebbe il coraggio di sfidarle e batterle definitivamente;
per dare un secondo esempio, solo Sarkozy in questi giorni è
riuscito a sconfiggere le organizzazioni dei ferrovieri. In Italia,
nulla del genere. Di che parla, dunque, Bertinotti? La sinistra ha
sempre sostenuto la necessità di concordare tutto con i sindacati.
Anzi, il verbo è “concertare”, quasi si trattasse di una
sinfonia.
Ecco perché, pur se l’assassino ha ragione
quando condanna l’assassinio, in questo caso non si può
evitare un sentimento di indignazione. Ci vuole un’infinita faccia
tosta - una faccia tosta che si potrebbe definire sovietica - nel biasimare
una pratica, definendola incostituzionale, quando va contro la propria
fazione politica, dopo averla dichiarata inevitabile, necessaria
e nobile le decine di volte che è stata a favore di essa. Se
non addirittura da essa ordinata ed organizzata.
Il nostro Presidente della Camera ha perso una
buona occasione per tacere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27
novembre 2007
La storia di Amin,
giovane regista afghano su cui pende una fatwa degli studenti
coranici: «Ti faremo saltare in aria»
Fino a due mesi fa era Amin, giovane regista
afghano, giornalista di una televisione indipendente di Kabul,
in Italia per presentare il suo cortometraggio alla Mostra del Cinema
di Venezia e al Milano Film Festival. Di colpo è diventato
un profugo, «un uomo morto che cammina», almeno secondo
la fatwa che i talebani hanno ordinato nei suoi confronti. Così
la vita di Amin, i suoi studi all'Academy Art, il suo lavoro all'Ariana
Television Network di Kabul, la sua militanza per i diritti umani
e per la democrazia in Afghanistan si sono fermati a Milano.
Bloccato fra il Centro di accoglienza di viale
Fulvio Testi e la Mediateca di via della Moscova, Amin fa l'unica
cosa che gli è rimasta da fare: scrivere il suo blog.
«Ero venuto in Italia ad agosto,
con un biglietto di andata e ritorno - racconta il venticinquenne
-. Ma pochi giorni prima della mia partenza per Kabul mi hanno
avvertito con una e-mail che i talebani avevano ordinato la mia morte.
Ero già stato minacciato dagli estremisti varie volte, per il
contenuto dei miei servizi radiofonici e televisivi, ma non ci volevo
fare caso. Questa volta, però, hanno mandato un ordine di uccisione
via posta a casa mia: "ti accoglieremo a Kabul con un kamikaze carico
di esplosivo". Hanno tempestato di telefonate minatorie i miei genitori,
che sono dovuti scappare da Kabul a Bamyan, coperti da un burqa, per
non essere riconosciuti. Da allora ho perso le loro tracce e non so nemmeno
se sono vivi».
Nella sua improvvisa condizione di rifugiato
senza identità, Amin ha dormito per le strade di Milano,
ha fatto la fila all'ufficio immigrati della Questura, ottenendo
asilo politico per sei mesi, ha dovuto presentare, oltre al passaporto
e alla sfilza di documenti utili per venire in Italia, l'unica prova
che lui non è un accattone: il suo cortometraggio «Treasure
in the ruins», che lo ha portato ai festival del cinema di Venezia
e Milano. Racconta la storia di una bimba afgana, che, affascinata dalla
favola di un tesoro nascosto, si mette alla ricerca del bottino, ma
trova solo rovine, orrore e distruzione.
Ma la fatwa dei talebani è giunta
per il progetto di un altro film «Keys to paradise».
«Non l'ho ancora girato - spiega il ragazzo -, ma
era tutto pronto, anche le location. Denunciava la follia dei suicidi
talebani, in nome della religione islamica e l'ignoranza grazie
alla quale si è sviluppato l'estremismo religioso. I talebani
educano nelle madrasse del Pakistan piccoli bambini, instillando in
loro assurdi pensieri superstiziosi. I kamikaze, infatti, sono convinti
di agire con le bombe addosso senza essere visti, perché sono
santi».
Amin, invece, ha voglia di essere riconosciuto,
di ritrovare la sua identità di regista, militante,
giornalista, che aveva prima di rimanere imprigionato in Italia.
Si chiude nell‚ormai logoro doppiopetto con cui ha varcato il
Lido di Venezia e non accetta un giubbotto per scaldarsi, non un
invito a pranzo. Non vuole perdere la sua dignità e nel suo
blog, dalla Mediateca di Milano, lancia un solo appello: «Voglio
continuare i miei studi di cinema e concludere il mio film "Keys
to paradise". In un modo o nell'altro lo girerò, promesso».
Ketty Areddia - Corsera on line
Lo scandalo
Rai e lo scandalo degli «spioni»
C'è uno scandalo che riguarda la Rai,
e questo scandalo contiene un altro scandalo che riguarda i metodi
della lotta politica in Italia. Poi c'è un terzo scandalo
- distinto - che riguarda Silvio Berlusconi.
Il primo scandalo è stato denunciato
in varie forme, e in modo comunque clamoroso, da tutti i giornali.
In particolare da Repubblica che lo ha scoperto e ha fatto lo
scoop. Dicono i giornali: Rai e Mediaset si parlavano, si mettevano
d'accordo sui programmi, le pubblicità, i palinsesti. Dunque
violavano le norme della libera concorrenza.
Noi, che non crediamo molto - non abbiamo
mai creduto - alle magnifiche sorti della concorrenza e delle
sue leggi, non riusciamo né a stupirci né a indignarci
per il fatto che quelle leggi sacre del capitalismo siano state
violate. Il capitalismo, da quando esiste, viola sempre le sue leggi
se questo può aiutare i capitalisti (le rispetta solo per punire
i proletari...perdonateci questo attacco di veterocomunismo che ogni
tanto ci prende e non riusciamo a domarlo...). Casomai - ci sembra-
lo scandalo sta in altri due dettagli: il primo è l'esistenza
del duopolio, cioè del dominio di due proprietari (uno pubblico
e colonizzato dai partiti, l'altro privato e controllato da un solo
partito) su un bene che dovrebbe appartenere a tutti noi come è
la possibilità di fare televisione. Un bene comune che diventa
un bene privato. Che esistesse il duopolio, però, non era
cosa segreta.
Il secondo dettaglio è il fatto che
la Rai divenne in un certo senso una "succursale" Mediaset con
il governo Berlusconi e sotto gli occhi di tutti. Nel senso che
collocò in alcuni ambiti strategici persone a lui vicine e
di massima fiducia. Tra queste una signora sicuramente di grandi
doti e di assoluta onestà, la signora Debora Bergamini, sua
segretaria personale fino al 2002 poi assunta in Rai come vice direttrice
del marketing. Già dalla poltrona (e dalla inevitabile ascesa
della signora) si può capire quanto potesse essere strategico
quel ruolo nell'altalenante sfida auditel tra Rai e Mediaset: la signora
Bergamini si occupa di marketing strategico, ovvero la base delle
scelte strategiche di un'azienda. Può dunque meravigliare il
suo "conflitto di interessi" quando nessuno ritiene più interessante
neanche quello del suo ex capo?
Passiamo
al secondo scandalo. Consiste nel fatto che il primo scandalo
è scoppiato per via di alcune intercettazioni sulle telefonate
di liberi cittadini non indagati, ed è scoppiato perché
queste intercettazioni sono state passate dai giudici ai giornalisti,
ed è scoppiato sebbene, a quanto pare, finora nessun giudice
abbia ipotizzato dei reati a carico delle persone "oggetto" dello
scandalo. Si è ripetuto esattamente il copione dello scandalo
Unipol, per il quale fu imposto un prezzo politico piuttosto alto a
Massimo D'Alema e a Piero Fassino. Non fu - quella - una operazione indolore
nella politica italiana: la nascita del Pd, nelle forme in cui è
nato, è stata molto condizionata dalla messa all'angolo del vecchio
e robusto ceppo diessino ("Quercista", si direbbe il politichese) i
cui massimi esponenti erano, appunto, D'Alema e Fassino. Stavolta l'attacco
degli "spioni" non è a D'Alema ma al suo antagonista,cioè
a Berlusconi, e avviene mentre Berlusconi è impegnato in una svolta
politica. E cosa succede? Che molti di quelli che in occasione del caso
Unipol furono forcaioli ora sono garantisti (cioè gli amici di Berlusconi)
e molti di quelli che allora furono garantisti ora sono forcaioli (diversi
giornali del centrosinistra). Noi fummo molto prudenti allora e restiamo
molto prudenti adesso. Crediamo che i reati siano reati e non possano
essere confusi con eventuali comportamenti disdicevoli, crediamo che
la lotta politica non si fa spiando i telefonini cellulari, crediamo
che chi davvero è un po' disgustato del sistema politico-di mercato
che domina l'Italia (e tutto l'occidente) farebbe bene a denunciare
questa schifezza e non a sguazzarci dentro una volta sì e una no.
Il terzo scandalo riguarda Berlusconi ed è
evidentissimo. Si chiama conflitto di interessi. Danneggia tutta
la politica italiana. E finisce paradossalmente per danneggiare
lo stesso Berlusconi. Il quale oggi se ne deve essere accorto.
Perché il suo ex alleato Fini - inviperito con lui - ha minacciato
di vendicarsi della sconfitta politica danneggiando le televisioni
e le aziende di Berlusconi. Possibile che il mondo politico italiano
non capisca che finché non ci liberiamo di questo assurdo
meccanismo che mischia potere politico e televisivo sarà
molto difficile uscire dalla palude?
Piero Sansonetti - Liberazione -
23/11/2007
L'illusione
della moratoria della pena di morte
La terza commissione delle Nazioni Unite ha
votato l'approvazione della moratoria della pena di morte.
Questa decisione, salutata da molti come un evento storico, può
essere considerata solo per un aspetto, la sua totale irrilevanza.
L'impegno dei molti attivisti e uomini politici che hanno lavorato
per raggiungere questo obiettivo è certamente encomiabile.
Il loro sforzo, però, non servirà a far abolire la pena
di morte.
LOnu è un'organizzazione di Stati Sovrani.
Ciò significa che non è un istituzione "indipendente",
nè un attore terzo nello scenario internazionale. L'Onu
riflette gli interessi e le posizioni di forza degli Stati. In
altre parole, l'Onu è schiava degli Stati. Se acluni di
essi contemplano all'interno del loro ordinamento giuridico l'istituto
della pena di morte, non è ben chiaro per quale motivo
essi dovrebbero lavorare con l'Onu per portare alla sua abolizione.
Se volessero abolirla, provvederebbero autonomamente. E‚ chiaro dunque
che questi stessi Stati non avranno alcun motivo per cooperare con
l'Onu per promuovere la presente causa.
A ciò si aggiunge un altro aspetto,
certamente non secondario. Come detto, l'Onu è un'organizzazione
di Stati sovrani. Quindi, nonostante la retorica del diritto internazionale
e di tutti i buoni propositi che spesso vengono elencati da coloro
che credono nelle organizzazioni internazionali, gli Stati esercitano
il monopolio dell‚esercizio del potere all'interno dei loro confini.
Nessuno, dunque, neanche l'Onu, può violare la capacità
di ogni singolo Stato di definire la sua legislazione interna. L'Onu,
dunque, oltre a non essere un organo indipendente, non ha neanche
alcun potere pratico. Questo è il problema principale che si
frapponge tra la enunciazione di principi altisonanti e la loro realizzazione
pratica.
Un'analisi
ideologica potrebbe identificare nella particolare configurazione
dell'Onu la ragione della sua inefficacia. Secondo alcuni, la
composizione del Consiglio di Sicurezza, o più in particolare
l'esistenza stessa del diritto di veto, renderebbe l'istituzione
che ha sede al Palazzo di Vetro dipendente dalla volontà delle
"Grandi Potenze". Per altri, invece, la presenza di Paesi non democratici
renderebbe vano ogni tentativo di promuovere democrazia e diritti umani.
Come detto, in entrambi i casi si tratta di
una lettura ideologica dei fatti. Se l'Onu non fosse dotata
di un Consiglio di Sicurezza; se il diritto di veto venisse abolito;
oppure se fosse composta di soli Paesi democratici, nulla cambierebbe.
Non essendo dotata di alcun potere di coercizione - gli Stati,
appunto, rimangono titolari della sovranità - essa non può
fare altro che lanciare appelli. Ed affidarsi alla speranza che essi
vengano accolti dagli Stati.
L'Onu, per diventare effettiva, dovrebbe trasformarsi
in un Governo mondiale dotato di potere di coercizione, e quindi
capace di implementare e attuare le sue decisioni ("rule
enforcing"). Una tale ipotesi, come è ovvio di primo
acchito, non è solo una prospettiva distante se non addirittura
irrealizzabile, ma potrebbe anche compromettere per sempre le sorti della
democrazia - su questo aspetto, che qui non può essere trattato,
si veda per esempio Jeremy Rabkin, Law Without Nations? Why Constitutional
Government Require Sovreign States (Princeton, Princeton University Press,
2005).
Esattamente come per il trattato di Locarno,
che nel 1925 arrivò a "vietare la guerra", la moratoria
della pena di morte non lascierà alcun segno tangibile nella
storia, se non forse l'ilarità di chi verrà dopo di noi.
Essa, infatti, non rappresenta nient'altro che un tentativo inutile
volto a rendere il mondo un posto migliore. Invece di partire da un analisi
oggettiva di come le relazioni tra Stati funzionano, e proporre delle
soluzioni serie e realizzabili, si basa su una visione manichea di come
il mondo "dovrebbe" funzionare. Non deve dunque sorprendere che in conclusione,
la moratoria avrà solo riempito le pagine dei giornali, sempre
pronti a salutare con entusiasmo questo tipo di avvenimenti, ma poco
propensi a cogliere la realtà che si nasconde dietro ai fatti.
November 19th, 2007 by editor
Mauro Gilli
FINI, IL 71 E IL 17
Se al problema del “corridoio di Danzica”
non fosse seguita la Seconda Guerra Mondiale, nessuno se ne
ricorderebbe più. Invece per capire la storia a volte
è necessario ristudiare avvenimenti che sul momento sembrarono
insignificanti.
Quando il 16 novembre 2007 - erano i giorni
della mancata caduta di Prodi e in cui tutti davano addosso
a Berlusconi - il Corriere della Sera pubblicò una lettera
di Gianfranco Fini sulla situazione politica, molti non la lessero.
La solita solfa. Si è stanchi dei distinguo, del politichese,
delle punzecchiature. Poiché però è probabile
che quella lettera sia una delle ragioni dei recenti avvenimenti,
bisogna studiarla.
1) Fini sostiene che bisogna “riflettere
e cambiare strategia”. Traduzione: fino ad ora si è
sbagliato. Anzi, Forza Italia ha sbagliato. Bisogna partire “da
un dato politico tanto ovvio quanto fin qui pervicacemente negato
da Berlusconi”. Dove “pervicacemente” si traduce: “Gliel’ho detto e
ripetuto, ma è troppo cretino per capirlo”.
2) “Il governo cadrà un secondo dopo
che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito
alle urne con l’attuale legge elettorale. Giusto o sbagliato
che sia è così, perché continuare a negarlo
contro ogni evidenza?” E qui nasce un problema: come mai la cosa
è tanto evidente a lui e così poco ad altri? Perché
il governo dovrebbe cadere, se si riformasse la legge elettorale? Dove
sta scritto? E dove sta scritto che la nuova legge non renderebbe
più solido il governo? Soprattutto, dove sta scritto che il
governo cade o non cade per la legge elettorale invece che per il traguardo
dei due anni, sei mesi e un giorno, che assicurerebbe la pensione
da parlamentari agli attuali eletti? Le evidenze sono tali quando
appaiono a tutti. E questo non sembra il caso.
3) Se il governo cadesse, questo non significherebbe
ipso facto il mutamento del quadro politico. Prodi potrebbe
richiedere di nuovo la fiducia; potrebbe fare un rimpasto e creare
un Prodi 2; potrebbe sbarcare la sinistra comunista e imbarcare
Casini e magari qualche transfuga. Ogni volta che avviene un fatto
nuovo, in politica le conseguenze possono essere le più diverse.
Meglio non profetizzare.
4) Per
Fini l’attuale legge elettorale è “una legge che obbliga
tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di
interdizione e di ricatto”. Questo vale per il centro-sinistra
più che per il centro-destra, in cui i partiti importanti
erano quattro soltanto, ma soprattutto il potere d’interdizione
e di ricatto si ha quando la maggioranza è ridotta. Nella
passata legislatura questo potere non era certo dato a partiti piccolissimi:
solo Follini e l’Udc riuscirono a minacciare seriamente il governo.
E il loro non era un partito microscopico. Se oggi il centro-sinistra
disponesse di dieci senatori in più, i vari Turigliatto o Rossi
o altri non avrebbero il potere che hanno. Senza dire che, avendo pareggiato
i voti per la Camera (sei decimillesimi in più, a Prodi), proprio
qui il centro-sinistra non ha problemi perché ha beneficiato
di un grande premio di maggioranza, regalato esattamente da quella legge
di cui è sacramentale dire tutto il male possibile. Decisamente,
le evidenze di Fini non sembrano tali a tutti. Dunque, se una coalizione
vincesse nettamente, i problemi di cui parla Fini non esisterebbero
affatto.
5) “Il 2008 può essere, per il formidabile
pungolo del referendum di primavera più ancora che
per le intenzioni dichiarate di Veltroni, l’anno di poche ma
indispensabili riforme, varate le quali saranno gli italiani
a scegliere il premier e la coalizione di governo”. Cioè
si fanno alcune riforme (hai detto niente!) e dopo si va a votare.
Questo è fare i conti senza l’oste. In primo luogo, il centro-sinistra
è (tutto) d’accordo? Ammesso che fosse l’intenzione di Veltroni,
saprà imporla alla sua coalizione? E ci si riuscirebbe in pochi
mesi? Soprattutto, fatte le riforme, chi obbliga il centro-sinistra
a mantenere la promessa di andare a nuove elezioni? Gianfranco Fini?
Oppure – è bene fare un po’ d’umorismo, ogni tanto – la parola
data?
6) Comunque, questo tentativo “An intende
farlo”, per non assumersi “la responsabilità di sacrificare,
sull’altare di una sterile unità di coalizione, la sua
stessa ragione fondativa”. Attenzione: anche se Fini “si augura
che ciò accada in fretta e unitariamente, perché
dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, dice che An il tentativo
lo farà anche da sola e senza tenere conto dell’unità
della coalizione, che definisce sterile. Ancora una volta bisogna
tradurre: se An è disposta ad agire da sola, pur sapendo che
mette a rischio l’unità della coalizione, e pur sapendo che
“dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, la conclusione è:
“noi lo faremo, Berlusconi deve seguirci. Diversamente noi lo lasciamo”.
Se ne deduce che chi ha preso l’iniziativa della rottura della Cdl
non è stato Berlusconi. Ha solo risposto: “se potete, voi,
rischiare di lasciare noi, figuratevi se non possiamo, noi, rischiare
di lasciare voi”. Il seguito è noto. Ha preso in mano il boccino,
si è piazzato al centro della scena e, incontrando Veltroni, si
fa sdoganare dal centro-sinistra in vista di una eventuale Große
Koalition. Perché mai infatti il Pd dovrebbe concludere con An
(i fascisti, come dice l’estrema sinistra) un patto che potrebbe concludere
con il Pdl?
È avvenuto ciò
che è avvenuto tante altre volte, nella storia. Un generale
conta sull’impossibilità, per l’avversario, di realizzare
una manovra (aggirare il passaggio delle Termopili, attaccare
la Francia malgrado la Maginot, e cento altri esempi) e quello
invece ci riesce eccome. Chi affronta una battaglia deve mettere
in conto di poterla perdere. Come si dice, il 71 può sempre trasformarsi
in 17.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 26 novembre 2007
MI SONO SEPARATO
DA ADELE
Quando
si cambia lavoro, quando ci si separa dalla moglie, perfino
quando semplicemente si cambia città, si passa un bel
po’ di tempo a sistemare mentalmente le novità. Il fatto
è lì, chiaro e inequivocabile; perfino facile da
riassumere: “Mi sono separato da Adele”. Ma come andrà senza
Adele, se è lei che ha lasciato noi o siamo noi che abbiamo
lasciato lei, se c’è in gioco una terza persona e come andrà
la nuova vita, tutto questo è molto più complesso e dubbio.
Bisogna dunque mostrare comprensione per chi continua a chiedersi quali
saranno le conseguenze dell’ultima mossa di Berlusconi.
C’è una regola generale: i “grandi
uomini” sono uomini. Cesare e Pompeo non erano di marmo. Senza
dire che erano suocero e genero. Dunque anche nel caso di Berlusconi,
Fini e Casini è permesso fare delle considerazioni meramente
umane e non politiche.
Nella “parabola dei vignaioli”, Gesù
sostiene che si può pagare nello stesso modo chi ha lavorato
dall’alba al tramonto e chi ha lavorato solo nell’ultima mezz’ora.
Questa è la parola del Figlio di Dio, per i credenti, ma
difficilmente potrebbe essere la parola dei sindacati. Mentre
infatti Dio può regalare il paradiso a chi vuole, per gli
esseri umani nulla è più fastidioso del vedersi
scavalcare in una fila. Prima che un brocardo romano, prior in
tempore, potior in iure (chi è arrivato prima ha più
diritti) è un’evidenza per tutti.
Nella nostra società ci sono persone
che sono in politica da quando avevano i calzoni corti. Hanno
cominciato nella Fgci, in Azione Giovani, o negli analoghi vivai
degli altri partiti, cercando poi di farsi eleggere assessori al
cimitero nel loro comune di tremila abitanti. Hanno scalato, passo
dopo passo, sospiro dopo sospiro, un infinito cursus honorum. E la
loro carriera, salvo eccezioni, si è conclusa a basso livello.
Ad andar bene, con una sinecura politica o un piccolo stipendio nell’infinito
sotto bosco. Solo pochissimi, coniugando quelle che Machiavelli chiamava
fortuna e virtù, giungono al massimo livello: divenire ministri
o segretari di un grande partito politico. Per i segretari, si badi,
stiamo parlando di quattro o cinque persone in tutt’Italia, se contiamo
solo i grandi partiti; e al massimo di una ventina se contiamo anche
i partiti da zero virgola.
Ebbene,
nel 1994 quale sentimento poteva suscitare, l’irruzione nella
scena politica di un signore già maturo, già ricco,
e comunque privo di ogni esperienza politica, che nel giro di
qualche mese si trasformava, da emerito sconosciuto, in Presidente
del Consiglio? Una persona che non si iscriveva ad un partito ma
ne fondava uno, che per giunta diveniva immediatamente e stabilmente
il primo del paese? I romani, grandi conservatori, disprezzavano gli
homines novi, ma qui il disprezzo non poteva bastare: è stato
inevitabile l’odio.
Malgrado i suoi costanti sorrisi, malgrado
la sua bonomia da esperto di relazioni pubbliche, Berlusconi,
a parte qualche milione di votanti, ha oggettivamente ispirato
un odio universale. Con l’eccezione di Sandro Bondi ed Emilio Fede,
tutte le persone note l’hanno trovato insopportabile. Nel 1994
la sinistra si avviava a vincere “in carrozza” e il Cavaliere le
fece svanire da sotto il naso un facile trionfo. La cosa farebbe salire
il sangue agli occhi a chiunque: ma doverlo subire da un riccastro sorridente,
da un capitalista che politicamente non era nessuno, è stato
come per Tyson essere messo k.o. da un sessantenne professore di filosofia.
Da questo è nato un sentimento acre e costante di rancore. Mezzo
paese è stato spinto a disprezzare in tutti i modi il Cavaliere,
a irriderlo, a insultarlo, ad accusarlo di ogni nequizia possibile
ed anche di alcune impossibili. Con un tale eccesso che i milioni di
persone che per quell’uomo hanno costantemente votato ci hanno fatto
il callo. Gli attacchi al signore di Arcore lasciano il tempo che trovano.
Questo sentimento di ostilità,
tuttavia, non è stato esclusivo dei nemici. In fondo,
anche gli amici erano sulla breccia da molto prima. Anche loro
si sono visti scavalcare, nella fila, da quest’ultimo arrivato.
E non tutti dispongono della benevolenza di chi paga nello stesso
modo i vignaioli pomeridiani. Per questo, finché si è
avuto il potere, e al solo scopo di non perderlo, ci si è limitati
a scalpitare. Col passaggio all’opposizione si è invece perduta
ogni remora. Ci si è chiesto pressoché ufficialmente se
il Cavaliere fosse dunque immortale. Se non ritenesse, essendo più
anziano, di passare la mano (“Ho vent’anni meno di lui!”). Magari
conservando qualche carica onorifica, ma passando una buona volta il
timone a mani più esperte e soprattutto più impazienti. Tutto
questo si è espresso con allusioni, dispetti, impuntature,
stilettate ed altre piacevolezze. Il presupposto era che Berlusconi
non potesse fare a meno di loro. Cosa vera. Ciò che non è
stato preso in considerazione, però, è che Berlusconi
è un uomo fuori dalla media. Un uomo che nella vita può
giocare con la serenità di chi ha già avuto tutto. È
ricco. Ha fondato il più grande partito italiano. È stato
l’unico Presidente del Consiglio che abbia governato per un’intera legislatura.
Ad andar male, potrebbe ritirarsi dalla vita pubblica con la sicurezza
di avere un posto nella storia d’Italia. Ecco perché, a quelli
che pensavano che lui non potesse fare a meno di loro, ha posto il problema
di fare, loro, a meno di lui. E magari del potere. Si è stancato
di mettere pezze, di tirare la carretta e ingoiare rospi. E oggi punta
dunque l’intera posta: o vince o perde. E se perde insieme a lui perdono,
ancor più rovinosamente, coloro per i quali la politica è
tutto.
Probabilmente chi l’ha irritato fino a
questo punto non sapeva che avrebbe ottenuto questo risultato.
Tutti gli animali che mostrano i denti lo fanno per minacciare.
Solo l’uomo, col sorriso, può dare un messaggio equivoco:
e stavolta molti hanno avuto l’ingenuità di credere che, solo
perché sorrideva sempre, il Cavaliere non fosse capace di
mordere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
. 26 novembre 2007
IL FATO IRAKENO
Molte volte, da quando è cominciata
la guerra dell’Iraq, il mondo si è chiesto se essa
sia stata una buona o una cattiva idea. La seconda ipotesi è
stata tanto largamente prevalente da pensare che Bush si sia ostinato
a lasciare lì l’esercito esclusivamente per non ammettere il
proprio errore: mentre i suoi soldati continuavano a morire, mentre
gli americani in maggioranza avrebbero amato il disimpegno, mentre
la presenza delle forze alleate in quel paese rendeva gli Stati
Uniti invisi a tutto il mondo musulmano. È andata così
per anni e per anni non si è visto alcun serio miglioramento.
Si è anzi potuto prevedere che, come in Vietnam, la guerra
si concludesse con la vittoria del nemico semplicemente perché
l’opinione pubblica americana si era stancata.
Tutto questo è storia. Da qualche
mese c’è tuttavia una novità che, se confermata,
potrebbe ribaltare tutto ciò che si è pensato
e detto. Pare che la strategia del generale David Howell Petraeus,
applicata all’incirca dal mese di febbraio, stia dando dei risultati
incredibilmente positivi. Non se ne parla molto perché i
media, ovviamente, danno notizia dei disastri, non della normalità;
e poi sull’Iraq sono comprensibilmente poco pronti a credere
ad un’alba di pace. E tuttavia non solo gli attentati (e i morti)
sono in costante calo, anche per la migliorata efficienza della polizia
irakena, ma si delinea da un lato una sorta di alleanza fra sciiti e sunniti
contro i terroristi e al Qaeda, dall’altro un clima di fiducia. Gli irakeni
vivono molto più normalmente di prima e molti profughi tornano
in un paese che considerano pressoché tranquillo. Al riguardo
è opportuno leggere l’articolo riportato qui.
Molti secoli fa Creso chiese a Solone
di andarlo a trovare e, trovatoselo davanti, gli sciorinò
davanti la sua potenza e la sua ricchezza, chiedendogli infine
se non fosse l’uomo più felice del mondo. Solone rispose
che non poteva saperlo perché il re non era ancora morto
e le somme si possono tirare solo quando tutto è concluso.
Come poi la storia dimostrò allo stesso infelice Creso,
aveva largamente ragione. Nello stesso modo, mentre per anni le prefiche
hanno già pianto tutte le loro lacrime su questo infortunio
statunitense, le persone ragionevoli si sono sempre astenute da ogni
compiaciuto catastrofismo come da ogni wishful thinking, cioè
da un ottimismo privo di basi. Oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti,
si potrebbe propendere per le speranze: ma è meglio non posare
a profeti. Si rischia sempre una brutta fine.
Se il successo fosse confermato, se la
guerra si concludesse con un Iraq democratico e prospero, il
suo esempio sarebbe una spina nel fianco di tutte le autocrazie
e teocrazie mediorientali. Sarebbe la realizzazione di quella
speranza geopolitica che a nostro parere fu la molla prima della
guerra stessa. Attualmente non rimane che aspettare e vedere.
L’unica considerazione seria è che la storia è del
tutto imprevedibile e si capisce come mai i greci credessero al Fato.
Per andare in una certa direzione, gli uomini fanno il l’impossibile
e a volte ci riescono, a volte no, come se una forza superiore decidesse
per loro. Bush aveva concepito la guerra d’Iraq come un’operazione
breve e sicura, cui sarebbe conseguito un ribaltamento (in senso
democratico) dell’intero Medio Oriente; si è invece trovato
sulle braccia una guerra sanguinosa, interminabile e impopolare.
Dunque tutti lo hanno dato perdente. Ora con Petraeus le cose potrebbero
cambiare completamente, la previsione potrebbe essere smentita per
la seconda volta. La guerra di Bush che prima era stata vinta, poi
era stata persa, ora la guerra potrebbe essere di nuovo vinta. Contro
il Fato, nemmeno Zeus aveva potere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 24 novembre 2007
IMBROGLIACCI
"Potremmo chiederci dove sono finiti
gli esponenti della sinistra che sul caso Unipol si mostravano
come i campioni del garantismo ed attaccavano con singolare
energia la pubblicazione incontrollata delle intercettazioni
telefoniche. Ma sappiamo bene dove trovarli: oggi sono in prima
fila ad usare la pubblicazione di conversazioni per cercare di colpire
l'avversario politico."
"La cosa piu‚ grave e inquietante e'
cio‚ che denuncia il presidente della Repubblica: le intercettazioni
devono restare segrete. Non solo perche' lo dispone la legge,
ma anche per l'incredibile uso distorto che ne viene fatto. Non
si puo' prendere un semplice brogliaccio della Guardia di Finanza,
cioe' una sintesi di conversazioni, e senza alcun tipo di contraddittorio
presentarlo come una verita‚ incontrovertibile e usarlo secondo
i propri interessi. E' grave che in questo gioco al massacro abbiano
un ruolo fondamentale, per varie ragioni e attraverso vari strumenti,
dello Stato e non, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, il
ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, mezzo governo
e una buona parte della maggioranza di centrosinistra".
IMBROGLIACCI 2
Intervista a Caldarola, ex-direttore
dell’Unità.
Caldarola: "Veleni per far saltare il
dialogo di Walter"
articolo di Luca Telese - venerdì
23 novembre 2007, 07:00
Ai miei tempi "l’Unità" faceva
da tramite fra testate che non si parlavano direttamente.
E nessuno gridò allo scandalo
Roma - «Ci sono due cose inaccettabili
in questa storia. Il complottismo e la strumentalità.
Qualcuno sta cercando di fare pressioni su Walter, perché
salti la stagione del dialogo». Peppino Caldarola, deputato
del Pd, ex direttore dell’Unità, veltroniano di ferro, non
ha dubbi. Walter, ovviamente, è Veltroni. E il tentativo di
affondare il dialogo è la vicenda delle intercettazioni dei dirigenti
Rai e Mediaset. Caldarola non ha dubbi: «Per quel che riguarda
il rilievo penale tutta questa storia va analizzata con una bella borsa
di ghiaccio sulla testa. Ma per quel che riguarda gli effetti politici,
c’è il bisogno, anzi il dovere, di intervenire subito, per
fermare questa ennesima fuga di veleni».
Onorevole Caldarola, come mai tanta
nettezza, assolutamente controcorrente fra i dirigenti della
sua coalizione?
«Essendo cresciuto in una redazione,
mi ricordo bene che sia ai tempi del terrorismo sia durante
quelli di Mani pulite, le concertazioni ci furono, eccome».
Hanno detto che si tratta di un tentativo
di inciucio. Che ne dice?
«Lo ripeto, ci vuole prudenza.
Può esistere anche una concertazione che non sia
anticoncorrenziale. Non trovo stupefacente che qualcuno, anche
in ottima fede, lo abbia fatto. E voglio aggiungere una cosa...
».
Una rivelazione?
«Nel periodo in cui ero nel gruppo
di comando dell’Unità ai tempi di Veltroni direttore, noi
non solo ci consultavamo con gli altri giornali - era durante
la stagione di Tangentopoli -, ma addirittura facevamo da tramite
fra Repubblica e il Corriere che non si parlavano».
È
un’autoccusa o un’autoapologia?
«Non do giudizi di merito, forse
in alcuni casi è stato un errore, perché bisogna
sempre cercare di avere l’esclusiva, ma di sicuro nessuno allora
gridò allo scandalo».
Forse adesso...
«Non sto rivelando segreti di
Stato, fra gli addetti ai lavori era ben noto».
Insomma lei si è consultato?
(sorriso) «Ebbene sì,
mi sono consultato».
Torniamo al merito. Per lei il problema
è politico.
«Sì, ci sono almeno due
cose che mi stupiscono in questa storia. La prima è
l’idea ricorrente e grottesca che ci sia una regia in questa
consultazione».
Ovvero Berlusconi.
«Sì, un signore chiuso
in una stanza a fare il burattinaio della storia italiana,
a decidere i dettagli dei programmi o i titoli dei giornali.
Insomma un golpista!».
E lei non ci crede?
«Ma va’ là! È una
visione grottesca».
La seconda cosa che non accetta?
«Il tentativo di condizionare
Veltroni, traendo una morale di questo tipo: con questi non
si può parlare perché sono quelli che tramavano
contro la libertà e la democrazia».
E lei nemmeno su questo è d’accordo?
«Ovviamente no. Primo perché
non penso che esista il burattinaio, secondo perché
la pacificazione quando si fa, si fa con eserciti che sono stati
in guerra. Non puoi fare la pace se contemporaneamente vuoi tirare
fuori gli scheletri dall’armadio del tuo interlocutore».
Le viene in mente un esempio?
«Sì, un generale israeliano
che sa fare la guerra, ma che quando decide che vuole fare
la pace, arriva fino in fondo. Certo Rabin non guardava alla storia
di Arafat quando gli ha stretto la mano».
Insomma, anche lei dice che c’è
una regia?
«No, non voglio dire che necessariamente
queste carte siano state tirate fuori dagli archivi per
un uso politico. Quando però sono nell’agone politico,
qualcuno cerca di farne un uso politico».
Perché?
«Perché molti, anche nel
centrosinistra, non resistono alla tentazione di dare una
lettura complottistica della storia italiana. È un
vecchio vizio».
Ma lei di questa inchiesta che idea
si è fatto?
«Per
ora sono dei brogliacci che riassumono il senso di alcune
intercettazioni. Vedremo cosa diranno le inchieste, ma la cosa
che si può sicuramente affermare fin d’ora è che questi
veleni non possono essere usati politicamente per condizionare
Veltroni, per bruciare, prima che fruttifichi, il seme di una svolta
politica, un dialogo che finalmente si apre. E che io spero possa
regalare una nuova stagione all’Italia».
BERLUSCONI E GIUFÀ
In questi giorni si leggono decine
e decine di righe sul problema della legge elettorale e sull’apertura
di Berlusconi al proporzionale. Tutti ne parlano seriamente.
Precisano il sistema da scegliere, i pericoli da evitare, passano
in rassegna i favorevoli e i contrari, ipotizzando le conseguenze
sulla coalizione al governo, sui rapporti tra Veltroni e Berlusconi
e via andare: fino alla vertigine. Può darsi che questi
illustri signori abbiano capito molto più di chi di questi problemi
parla con gli amici o al massimo su qualche blog, ma un dubbio rimane:
Berlusconi non ha forse detto che è disposto a concordare una
legge elettorale proporzionale purché si vada immediatamente
dopo a nuove elezioni? E il centro-sinistra è disposto ad
andare al più presto a nuove elezioni che prevedibilmente
lo vedrebbero perdente alla grande? La risposta più ovvia è
no. Inoltre, se la nuova legge elettorale avesse uno sbarramento
del cinque per cento (ma si parla anche del sette e dell’otto),
essa sarebbe un ostacolo insormontabile per i partiti di estrema
sinistra: e perché mai costoro dovrebbero permettere che
si vari questo sistema che li sfavorisce per poi applicarlo subito
con nuove elezioni che li manderebbero a casa per sempre? Fra l’altro,
anche a pensare ad eventuali fusioni, l’esperienza storica dice
che esse ottengono spesso risultati inferiori alla somma dei voti
degli addendi. Gli converrebbe far cadere il governo.
Il problema centrale, tuttavia, è
quello indicato: come mai tutti parlino della prima metà
della frase di Berlusconi senza tenere conto della seconda metà?
Dal momento che il centro-sinistra non può accettare
questa condizione, il comportamento di Berlusconi fa pensare
alla storiella di Giufà, personaggio mezzo scemo e mezzo
furbo, che secondo una vecchia favola siciliana un giorno fu condannato
a morte. Il poverino implorò come ultima grazia quella di
poter scegliere la pianta a cui essere impiccato e quando fu accontentato
scelse una pianta di prezzemolo.
Poiché
non è pensabile che tutti siano sordi e non abbiano fatto
caso alla condizione berlusconiana, si è costretti
a pensare una sola cosa: non l’hanno presa sul serio. E dunque
il problema si sposta: andava presa sul serio o no? Talleyrand
diceva che « La parole a été donnée
à l’homme pour déguiser sa pensée » (la
parola è stata data all’uomo per travestire il suo pensiero)
ma qui veramente si esagera. Può darsi che il Cavaliere
parli sul serio e che i commentatori facciano malissimo a non
tenerne conto, come può darsi siano convinti che parli sul
serio, ma che poi, fatta la legge elettorale, le elezioni gliele
negherebbero. Non sarebbe la prima volta che in politica si manca
alla parola data. Ma forse che Berlusconi questo non lo sa? E allora
che garanzie chiede? O è che spera di tirare le cose abbastanza
in lungo per profittare dei risultati del referendum? Perché
mai nessuno risponde a queste domande?
Forse si discute tanto di legge elettorale
perché bisogna pur vendere i quotidiani. Bisogna pur
mettere qualcosa nei telegiornali, benedicendo il fatto che
Berlusconi in questi giorni li abbia resi un po’ meno noiosi.
Bisogna, per quanto riguarda i politici, dire qualcosa, pur di vedersi
citare: per loro la visibilità è questione di vita
o di morte. Per tutti bisogna fare “un gran casino”, come si dice
volgarmente, mentre sotto sotto, quanto alle elezioni e alla
legge elettorale, non c’è niente. Proprio niente: salvo
ciò che è assolutamente segreto.
Il futuro lo vedremo quando sarà
presente. A cominciare dal fatto che la Corte di Cassazione
può modificare tutti i dati ammettendo o no il referendum.
Un’alternativa, sia detto di passaggio, che dimostra come anche
quella Corte faccia politica: è infatti strano che nessuno
si azzardi a fare previsioni giuridiche, quasi che la soluzione
dipendesse da un getto di dadi. Probabilmente, dal momento che
quel voto creerebbe un sistema terribilmente favorevole al Pdl o al
Pd, la Cassazione dirà di no. Non per arcani motivi: semplicemente
perché il partito che avrà la maggioranza relativa
sarà quello di Berlusconi e dunque, giuridicamente, bisogna
stopparlo.
E mentre tutto questo bolle in pentola,
si parla di sistema proporzionale con sbarramento alla tedesca
e correzioni alla spagnola: un salto triplo all’indietro
carpiato con avvitamento. “Ma mi faccia il piacere”, come diceva
Totò.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 21 novembre 2007
COROLLARI
BERLUSCONIANI
Della mossa di Berlusconi, nelle
ultime quarantott’ore, si è molto discusso. Ma qualche
dato in più – salvo errori – c’è.
1) Molti elettori si sono
chiesti come mai Berlusconi, da sempre fautore del maggioritario,
ora parli di proporzionale. Il fatto è che il maggioritario
italiano (“Mattarellum” o “Porcellum”, cioè legge elettorale
del 2001 o del 2006), non ha portato alla stabilità.
La frammentazione dei partiti è anzi aumentata e il povero
Prodi è sottoposto all’eventuale ricatto di due o tre senatori.
Dunque, non val la pena d’impiccarsi su quel sistema.
2) Il sistema proporzionale
alla tedesca - preferito da tanti, fra cui Veltroni,
e cui anche Berlusconi si dichiara disponibile - è tutt’altro
che un sistema proporzionale come l’immaginiamo. In Germania
non solo esiste uno sbarramento al 5%, ma metà del Parlamento,
col primo voto, si elegge col sistema maggioritario uninominale.
È solo col secondo che si eleggono dei parlamentari col
sistema proporzionale. Sicché, altrettanto lecitamente,
si potrebbe parlare di “sistema uninominale maggioritario alla
tedesca”.
3) Qualunque sistema proporzionale
che preveda uno sbarramento non è un proporzionale
puro ed anzi tutto dipende in concreto dall’altezza dello
sbarramento. Se vengono escluse dal Parlamento tutte le formazioni
che non raggiungono il cinque per cento (come in Germania),
saltano via moltissimi partiti. Insomma, parlare di “sistema
proporzionale”, senza precisare, non significa niente: “il diavolo
si nasconde nei particolari”.
4) Se Veltroni e Berlusconi
si mettessero d’accordo per il sistema tedesco, Mastella
e tutti i partiti di estrema sinistra – vedendo che rischiano
la vita – farebbero forse cadere il governo in modo da andare ad
elezioni subito ma con la legge attuale. Perderebbero certamente
il governo ma manterrebbero una rappresentanza in Parlamento; mentre
se lasciassero fare ai grandi partiti rischierebbero di essere cancellati
dalla vita politica.
5) Nulla vieta di pensare
che la discussione sulla legge elettorale sia un’immensa
manfrina. Qualunque legge elettorale o favorisce i grandi
partiti, e troverà per questo la pervicace opposizione
dei piccoli, oppure favorisce i piccoli e non si vede perché
i grandi dovrebbero votarla. Inoltre Berlusconi abbina il voto
alla legge con elezioni a breve, che non convengono affatto alla
sinistra. Dunque può darsi che egli si dichiari disposto
a modificare la legge elettorale solo per passare per uno disposto
a dialogare, come il mite Veltroni: sapendo benissimo che non
gli costerà nulla, come non costerà nulla a Veltroni.
6) Inoltre, il referendum
è alle viste. Salvo che la Cassazione, con un colpo di
mano, non lo vieti, gli basterà fare il pesce in barile
e alle prossime elezioni, secondo quanto dicono, il partito che ha
più voti (indovinate quale) avrebbe per ciò stesso il 55%
di seggi in Parlamento. E allora si capirebbe perché Berlusconi
abbia mandato a quel paese gli alleati riottosi: non ha bisogno
di loro per avere la maggioranza in Parlamento.
7)
Né esiste dubbio sul punto che il referendum abolirà
l’attuale legge elettorale. Dirne male è stato tanto
obbligatorio quanto è dire bene di Garibaldi. Essa è
“indifendibile”, molto al di là dei suoi demeriti e gli
italiani voteranno contro di essa come se salvassero il Paese
dalle acque del Mar Rosso.
8) Una considerazione finale
piuttosto saporita nasce dall’osservazione che Berlusconi,
con il Porcellum o una nuova legge elettorale, sarebbe costretto
a cercare degli alleati per formare la nuova maggioranza. E
allora ci si chiede: “Che senso ha avuto sbarcarli, oggi, se
domani sarà costretto a reimbarcarli?”
Giusta domanda. Ma si può
rispondere: “Se essi oggi non collaborano per una vittoria
unitaria, a che scopo imbarcarli? Ché anzi, staccandosi
da loro (che molti berlusconiani cordialmente disprezzano
per avere essi frenato le riforme nel corso dell’ultima legislatura),
il successo sarebbe ancora maggiore. Dopo, ovviamente, ci sarebbe
sempre tempo per reimbarcarli”. Operazione a costo zero. Senza
dire che oggi si è data una immensa soddisfazione a chi
aveva tanta voglia di veder dare una legnata sul naso a Casini e
allo stesso Fini.
9) Casini e Fini meritano
personalmente qualche nota. Il primo (non era forse un
sodale di Follini?) è sempre stato un democristiano
incline ai tradimenti felpati, alla “lingua di legno” (il
politichese) e, perché no? ai ricatti politici. Valeva la
pena di pretendere un Berlusconi 2, per una incomprensibile
discontinuità che non c’è stata? Né Fini è
migliore. Quest’uomo di grande intelligenza, eccellente polemista
e grande politico, è un vizioso del potere. Guida il suo
partito con piglio militaresco ed è capace di “frustare”
i suoi sottoposti per punirli di un errore fatto da lui stesso
(l’avventura dell’Elefantino). Ambedue, Casini e Fini, sono
divorati da un’ambizione irrefrenabile e non tollerano che Berlusconi
sieda sulla sedia su cui vorrebbero sedere loro. Intendiamoci, l’ambizione
non è un demerito e senza di essa non si arriva da nessuna parte.
Ma ci sono cose necessarie, come la defecazione, che pure sono fastidiose
da vedere. Essi hanno sempre dimenticato che il Cavaliere ha il doppio
o il quadruplo dei loro voti e il risultato finale è che non solo
non hanno la sua sedia, ma neanche l’alleanza con lui alle prossime elezioni.
10) Tutti hanno creduto che
il signore di Arcore fosse incatenato alla Cdl tanto solidamente
da potersi permettere di minacciare, loro, di lasciare la
coalizione. Invece se la sono vista distruggere in un battibaleno
da uno capace di costruirne un’altra in un pomeriggio. Hanno
tirato troppo la corda e gli è rimasto il capo penzoloni
in mano.
Tutti ora si chiedono se questa
nuova avventura a Berlusconi andrà bene o andrà
male. E non potrà non chiederselo pure lui. Ma quell’uomo
osa sfidare la sorte. Può trionfare – per questo qualche
giorno fa parlavamo di Rubicone – o può perdere, ma
il punto è che è disposto a perdere. De Gaulle indisse
un referendum su una legge dopo tutto secondaria, legandovi la
propria permanenza al potere. Il referendum andò male il
Generale prese la strada di Colombey les Deux Eglises. Grande
sacrificio? Sì e no. Aveva già detto: “Il potere non
si conquista, si raccatta”. Già in quel momento era certo
di essersi ritagliato un intero capitolo nei libri di storia e
sapeva che, se fosse uscito di sua volontà dall’Elysée,
avrebbe dimostrato un supremo disprezzo per il potere. Il grado supremo
della gloria.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 20 novembre 2007
Cosa andiamo
a fare in Maryland?
Ormai siamo agli sgoccioli, fra
una settimana incomincia il summit di Annapolis, si preparano
i bagagli e in valigia gli israeliani mettono speranze e proposte.
Loro, i palestinesi, mettono una
bella sfilza di pretese e di NO.
D'Alema sara' contento visto che
si augura che il "summit si muova nel quadro dell'iniziativa
di pace araba".
E te pareva, se il summit si muovera'
in quel senso, con Condie Rice che spinge come una matta
perche' si faccia sta Palestina prima che Bush lasci la presidenza,
Israele riportera' a casa le chiavi per chiudere le porte e
andarsene verso il mare dopo la svendita del paese.
Olmert chiede ai palestinesi una
cosa sola per poter incominciare a trattare, chiede che
Israele sia riconosciuta dall'ANP e dagli arabi come Stato
Ebraico.
Ha risposto Saeb Erekat, uno dei
fautori della disgrazia di Oslo, yesman di Yasser Arafat,
con un sonante e deciso "MAI!".
Ha risposto la Lega Araba con un
inequivocabile NO!.
Dunque questi banditi non sono
disposti a nessuna concessione, nemmeno a riconoscere
a Israele il diritto di essere lo stato degli ebrei, certo,
dal momento che pensano di farci invadere da tutti i loro profughi
in modo da trasformare Israele nel ventiduesimo stato arabo , la
Palestina dal fiume al mare, come dicono da 40 anni.
Americani e europei sono convinti
che piu' concessioni Israele fara' piu' rabbonira'
i palestinesi convincendoli ad
abbandonare il terrorismo e la violenza.
Invece no!
Non sara' cosi' e l'esperienza
del passato insegna che piu' ricevono , piu' chiedono,
piu' vogliono , piu' pretendono e piu' aumenta il terrorismo.
Il loro modo di fare poltica e'
la prepotenza unita alla menzogna, al cinismo e al piagnucolamento
propagandistico con cui conquistano il mondo intero.
Quando scriviamo che i palestinesi
sono capaci di fare qualsiasi cosa perche' i canali dell'odio
si riversino su Israele, in realta' non devono faticare troppo,
siamo sempre verbalmente aggrediti dai soliti buonisti filopalestinesi,
dai pacifinti e dai vigliacchi in malafede, veniamo insultati
e definiti fascisti o peggio.
Quando parliamo di bambini palestinesi
mandati per le strade apposta perche' vengano ammazzati
da qualche pallottola amica o nemica, ci accusano di essere
dei mostri anche se vi sono migliaia di fotografie e di filmati
a conferma delle nostre asserzioni.
Nessun giornale italiano ha dato
risalto ai missili lanciati contro Israele dal cortile
di una scuola di Gaza. Silenzio che si sarebbe trasformato
in un vulcano di indignazione se , malauguratamente, Israele,
che non puo' vedere il luogo da cui partono i kassam, avesse
risposto sparando in quella direzione facendo una strage di bambini.
Era proprio la strage che loro,
i bastardi figli di hamas , cercavano.
Questa volta pero' hanno fatto
un errore perche' la scuola da cui sparavano era dell'URNWA,
cioe' dell'ONU e il Segretario Generale Ban Ki-Moon, incazzato
come una belva, ha subito ordinato un'inchiesta.
Meno male che non c'e' piu Koffee
Annan che sarebbe andato a pranzo fischiettando e facendo
finta di niente.
Il silenzio dei media italiani
pero' continua, quando mai hanno condannato i palestinesi
che combattono da sempre come dei vigliacchi posizionando le
loro stramaledette rampe lanciamissili in mezzo ai centri abitati.
La
perla della propaganda palestinese e' il falso su Mohamed
Al Durra con cui hanno preso in giro il mondo intero per
ben sette anni e quando Israele, dopo varie inchieste diceva ai
giornalisti e politici stranieri "signori, non siamo stati noi
a uccidere il bambino" , la risposta era "Non vi crediamo".
Se non fosse stato per la cocciutaggine
di un coraggioso francese, Philippe Karsenty, che ha denunciato
France 2 e il suo corrispondente arabo in Israele, la verita'
non sarebbe mai emersa, adesso sappiamo che il filmato e' stato
tagliato e che alla fine il bambino faceva ciao ciao con la manina
a chi stava riprendendo la scena.
Dunque Mohammed era vivo e loro,
i palestinesi e France 2, lo sapevano.
Sui palestinesi sono inutili i
commenti ma che una televisione francese sia stata loro
complice e' scandaloso anche se e' giusto ricordare che all'epoca
Arafat era vivo, lui comandava, lui dirigeva la propaganda
sapendo che chiunque in Europa si sarebbe gettato nel fuoco
per lui.
Il trucco infame riusci' alla perfezione
e per 7 anni Israele fu maledetto e messo alla gogna.
Vero Berttinotti?
Ce l'avete ancora in sezione a
Roma la gigantografia del bambino e di suo padre da esporre
ai congressi nazionali? Me lo ricordo come fosse oggi Nemer
Hammad che accusava Israele sotto quella gigantografia mentre
il pubblico dei rifondaroli rumoreggiava il suo odio per Israele.
Vero Diliberto?
Voi comunisti avete insultato Israele
per anni, avete deriso i nostri morti, avete mandato i
vostri scagnozzi a dar man forte ai terroristi, avete fatto
dichiarazioni ufficiali in cui accusavate Israele di essere
peggio dei nazisti.
Vero Morgantini?
Ci hai dato dei nazisti eh Morgantini?
Tu e i tuoi compari di merende. Eppure il tuo con Arraffa-t
era un filo diretto di amore. Possibile che la coscienza
non ti abbia fatto venire mal di stomaco? No, eh? anche perche'
il pelo sullo stomaco e' talmente folto che nemmeno milioni
di accuse false a Israele riuscirebbero a scalfirlo, nemmeno con
il miglior rasoio Gillette.
Il pelo sullo stomaco della Morgantini
e' la, intonso, da molti anni, come una corazza contro
la verita' e la giustizia.
Tornando
ad Annapolis, mi chiedo come possa essere accettato dal
mondo civile che i palestinesi vadano al summit per avere
con la prepotenza e con le minacce di una terza intifada quello
che non gli e' mai appartenuto.
Israele chiede solo di essere riconosciuto
come stato ebraico e di poter vivere senza essere invasa
da milioni di arabi.
No, no, no signori, non ce lo concedono!
Loro, quelli che hanno usurpato
persino il termine palestinesi che, prima del 1948, era
degli ebrei.
Loro che hanno cambiato la storia
col consenso dei paesi occidentali antiisraeliani, cioe'
praticamente tutti.
Loro che non avevano niente non
essendo un popolo ma semplicemente una parte, la peggiore
e piu' violenta, del popolo arabo.
Loro che si sono approfittati dei
sentimenti di odio verso gli ebrei per convincere il mondo
che Israele non ha da durare.
Loro, i banditi piu' amati dagli
italiani, pretendono e non concedono niente.
„Israele deve restituire tutta
Gerusalemme est, cioè l‚area che ha catturato nel 1967‰,
ha dichiarato uno dei firmatari, il consigliere di Abu
Mazen Adnan Hussein (facendo riferimento a un‚area che comprende
anche tutto il quartiere ebraico della Città Vecchia,
Muro Occidentale compreso, da dove venne bandita ogni presenza
ebraica tra il 1948 e il 1967).
Dunque vogliono fare peggio degli
antichi romani, dei crociati, di Suleiman. Vogliono fare
come i giordani nel 1948 e toglierci anche il Monte del Tempio
(che in realta' ci hanno gia' tolto visto che agli ebrei e'
vietato salirvi) e il Muro occidentale, quel Muro del Pianto contro
il quale gli ebrei hanno alzato al cielo i loro lamenti per i 2000
anni di esilio.
Possono cambiare la Storia a loro
piacimento. Tutto quello che generazioni hanno studiato
viene cambiato e creduto.
Per
centinaia d'anni si e' studiato che Israele e' esistito
per 1000 anni prima che i Romani lo distruggessero insieme
alla sua Capitale Gerusalemme rasa al suolo.
Per anni abbiamo studiato che gli
arabi non hanno mai considerato la zona come uno stato
ma, e per soli 300 anni, l'hanno considerata parte della terra
araba. Gerusalemme ridotta a meno di un villaggio.
E poi abbiamo studiato che su questa
terra, una volta scacciati gli ebrei, si sono susseguiti
i popoli piu' diversi dai bizantini ai mammelucchi, dai crociati
ai turchi.
Abbiamo studiato che i filistei
erano un popolo occidentale proveniente dal mar Egeo e
stabilitosi a Gaza fino all'estinzione.
Poi arrivano loro e cambiano la
storia, sti mafiosi, dicono che lo Stato di Palestina esiste
da sempre, che loro sono i discendenti dei filistei, che Gesu'
era palestinese e che gli ebrei non hanno nessuna connessione
con Gerusalemme quindi con la Terra di Israele, mai esistita secondo
loro come mai esistito e' il Tempio di Salomone. Lo ha ribadito
il boss mafioso Arraffa t a Camp David.
La cosa spaventosa non e' il loro
taroccamento della storia, lo aveva fatto anche Hitler
di cui sono i seguaci, la cosa spaventosa e' che molti gli
credono.
La morale della favola e' che i
palestinesi vanno ad Annapolis non con umilta' e vergogna
per le loro menzogne ma con arroganza e prepotenza.
Israele chiede una cosa sola, una
sola, chiede soltanto di poter restare l'unico Paese per
il popolo ebraico e persino questa legittima richiesta viene
negata.
Trent'anni fa Anwar Sadat venne
a Gerusalemme.
Il suo Boeing atterro' in Israele
alle 8 di sera, puntuale.
Quando si apri' il portellone e
Sadat usci nel silenzio totale di tutta Israele, una voce
grido' "PRESENTAT ARM".
Mentre Sadat passava in rassegna
i soldati di quell'esercito che per ben tre volte aveva
mandato a casa il suo con la coda tra le gambe, Israele esplose
in un unico grido di incommensurabile e incontenibile gioia.
E fu pace.
Sadat ebbe coraggio , era un uomo
, un Mensch.
Ad Annapolis andiamo a trattare
con dei mafiosi.
Allora, cosa ci andiamo a fare
?
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Tre governi…senza
opposizione
Nella smania tutta italiana di
governare e di farlo per forza, come se l’unica cosa realmente
importante fosse questa, hanno preso corpo le mostruose
creature del nuovo corso italiano che ora cercheranno, come
al solito in ritardo
di fare quello che negli altri paesi è già
stato fatto da molto tempo, ovvero costituire delle forti e
radicate realtà politiche, non provvisorie ed occasionale,
con lo scopo di favorire la governabilità al “governismo”.
Il governismo nel frattempo ci costringerà a convivere con
tre governi nella più totale assenza di un opposizione, ormai
ritenuta inutile, superflua, roba da poveri cristi (forse solo
i comunisti italiani ed i radicali sono all’opposizione, ma non sanno
più contro chi e se convenga farla). Il governo in pectore è
lì, ancora meno saldo, ancora meno sano, ma pur sempre salvo,
con il paziente ragnetto Prodi che costruisce improbabili tele, spera
ancora che i suoi tecnici, affezionati dell’Ulivo, dell’Asinello,
non lo abbandonino, lasciandolo realmente capitano dell’ennesimo
Titanic. Il governo Prodi è un governo di emergenza e di improvvisazione
che lui, novello Badoglio guiderà fino a quando non lo sovrasterà
un secondo governo ben più forte e numeroso, multicolore e polivalente,
allegro e pseudo-riformista che spazzerà via anche coloro che
ancora pensano di essere originali nel chiamarsi riformisti o liberal-democratici
e non hanno ancora capito che la successiva stagione sarà monocolore
e anti-ideologica. Il secondo Governo è il Governo Veltroni,
capo del Partito Democratico, capo della nuova sinistra, sindaco di
Roma, promotore del risveglio culturale del paese, parafulmine della
stagione riformista dalla legge elettorale al welfare, fino alle pensioni.
In un governo che non può proporre nulla, è lui che propone,
incontra, organizza vertici e chiede gentilmente a Prodi di garantirgli
numeri e nasconderlo fino a momenti più opportuni. La sua occasione
è d’oro e sa che non può scoprirsi adesso, ma solo più
tardi, quando rinnegherà le sue intere proposte-ombre, addossandole
al relitto Prodi e si proporrà come il vero nuovo corso. Ma
non governa da solo. Con lui, nei dibattiti, nei vertici, nei confronti
mai così pacati e sinceri, ci sono Fini e Casini, il primo ormai
sempre più centrista, spinto al centro da chi ora lo ha scaricato
dalla piazza e costretto a rifiutare l’ingresso nel Ppe, nonostante
sia imprigionato a metà fra il veltronismo illuminato che lo spinge
al dialogo ed il centro cristiano-democratico che, a sua volta, potrà
ricongiungersi, nella sintesi veltroniana, con i vari Mastella, ma anche
Castagnetti, Bindi e tutti gli orfani di ciò che non c’è,
ma tornerà ad essere il centro cristiano-democratico (si spera
alla tedesca, ma forse più alla cilena). Fuori dal palazzo ma dentro
la politica, c’è il terzo Governo. Esso non risiede né a
Palazzo Chigi, né al Campidoglio, ma a San Babila ed è il
Governo della piazza, del popolo, come lo stesso fondatore Berlusconi ha
ammesso. Un uomo solo al comando e la massa marciante e festante che, anch’essa
in linea con gli altri, lancia proposte di compromesso “O così o
si va a casa”, come un vero governo appunto, detta condizioni, organizza
circoli e parlamenti ma non propone, si oppone e basta. Nessuna controproposta
tecnica elettorale, nessun progetto sul welfare. Solo l’esigenza di tornare
a governare. Non è un caso che il governo parta da Milano contro
Roma, né che sfidi il centrismo ed il progressismo, intraprendendo
la strada presa nel 1994, ovvero quella della destra, moderata, ma conservatrice,
vicina alle esigenze localistiche della Lega e vicina ai principi duri e nostalgici
della Destra. Tre governi che, in un altro paese, ben si fonderebbero in
un governo di unità nazionale, ma che in Italia (e solo in Italia può
succedere) rimangono tre governi, ognuno con la sua sede, ma con un necessario
corollario finale: un governo tecnico che sarà deciso a tavolino dal
presidente della Repubblica nella più totale incomunicabilità
fra i governi, in attesa di future elezioni, ancora lontane, per fortuna
di tutti, perché in questo momento neppure il voto potrebbe
permettere al paese di schierarsi, né dare alle forze politiche
il tempo di capire con che governo stare.
Angelo M. Daddesio
DO OR DIE
Il giorno seguente l’annuncio
di Berlusconi della nascita di un nuovo grande partito-contenitore,
sciogliendo Forza Italia e proponendolo a chiunque voglia
farne parte, ciò che si nota soprattutto è lo smarrimento
dei commentatori. Tutti – pressati dall’attualità, dal
dovere di commentare ciò che ancora non sanno bene che cos’è
- s’ingegnano di dire cose che non siano assurde e che non possano
essere troppo pesantemente smentite dai giorni avvenire. In effetti
i dubbi, rispetto alle cause del fatto e rispetto alle prospettive
future, sono troppo più numerosi.
1) Si tratta di un avvenimento
importante, capace se non di mutare l’attuale assetto
politico, almeno di modificarlo seriamente, oppure Berlusconi
ha semplicemente cambiato il nome del suo partito? Perché
se in questo partito non confluisse nessuno (e oggi nessuno pare
volervi confluire) come sfuggire alla sensazione di un mero cambiamento
di nome?
2) Col nome cambiato, il partito
“venderà” di più o di meno? Come si sa, i produttori
esitano tra il proclama della novità (nuovo, nouveau,
neu, new, nuevo!) e la sottolineatura della fedeltà
al prodotto: i biscotti “come fatti in casa”, “il valore della
tradizione”, “da vent’anni la migliore soluzione”, ecc.
Come vanno, le cose, nel caso dei partiti? E in questo caso in
particolare?
3)
Secondo Piero Ostellino, la mossa di Berlusconi significa
che alle prossime elezioni egli intende andare da solo. Nel
caso questo fosse vero, ciò avverrebbe perché Berlusconi
ha capito che i suoi alleati o non lo sosterrebbero più,
come leader, o, nel caso vincessero con lui, gli impedirebbero di governare.
Come in parte hanno fatto nella precedente legislatura. “Tanto
vale rompere prima e far sapere agli elettori che non mi lascerò
condizionare da nessuno”. Non si può dimenticare che anni fa,
quando qualcuno gli rimproverava di non aver portato a termine
qualche riforma, la sua risposta era: “Datemi il cinquanta per
cento, e vedrete”.
4) Se questa è l’intenzione,
l’apertura del partito a chiunque intenda starci sarebbe
una pura mossa retorica. Avendo creato un nuovo partito proprio
per non avere alleati sullo stesso piano (la Cdl), ma solo “aderenti”,
è ovvio che il Cavaliere offre a Fini e a Casini molto meno
di quanto avessero fino ad ora. Uno status non di pari ma di gregari.
Dunque l’apertura è pura retorica. Del resto, chi mai ha impedito,
fino ad ora, di aderire a Forza Italia, se ne aveva voglia?
5) Il problema si sposta dalla
costituzione di un grande partito di centro-destra (uno
dei due poli in un bipartitismo perfetto) alla domanda del
significato elettorale della mossa. In un sistema proporzionale
Berlusconi da solo o perderebbe o sarebbe costretto a governare
con gli alleati che oggi lo contestano. E non si vede il vantaggio
della costituzione del nuovo partito.
6) Ma in un sistema con un forte
premio di maggioranza - cioè se rimane l’attuale
legge o, ancor meglio, se si va al referendum, e il premio di
maggioranza è attribuito non alla coalizione, ma al partito
che ottiene più voti - come non vedere che questo partito
che otterrebbe più voti, secondo le previsioni attuali,
è il Partito del Popolo? Berlusconi punterebbe a fare a
meno degli alleati prima delle elezioni e poi, dopo la vittoria, ad
imbarcare quel cinque o dieci per cento di fungibili gregari che
gli servirebbero per arrivare al cinquantuno per cento alla Camera
e al Senato. Il potere incontrastato.
7) È vero che Berlusconi
a Minzolini ha detto di essere disposto ad una legge elettorale
“alla tedesca”. Ma, a parte il fatto che su questo come su
altri progetti non esiste l’accordo, una tale legge sarebbe accettata
a condizione che a votare si vada subito, appena modificata
velocemente la legge. Perché Berlusconi è convinto
che, in questo momento, vincerebbe con qualunque sistema. Dunque,
o voto subito oppure notevole premio di maggioranza quando sarà.
8) Berlusconi, da solo, avrà
la strada tutta in salita; ma i suoi (ex)alleati, senza
di lui, non vanno da nessuna parte. E un po’ se la sono cercata.
Almeno prima della elezioni, hanno perso il loro potere di
ricatto.
Proprio in questa sede si sosteneva
fino a ieri (prima della mossa di Berlusconi) che il Grande
Burattinaio della politica è l’amore per il potere.
Chi lo ama di più è disposto a sacrificargli di
più. Anche in termini di fedeltà ai principi, quando
non di dignità. Ma ci sono diversi modi di amare il potere.
Forse Berlusconi, con questa mossa azzardata, ha dimostrato di amarlo,
ma non alla maniera interessata e piccina di un assessore di paese.
Ha già avuto tanto, dalla politica. Ora, o gli riesce il
colpaccio di divenire il padrone di Roma o sarà sconfitto dalla
coalizione dei suoi amici e dei suoi nemici. Ha passato il Rubicone.
E se il risultato finale del passaggio di quel fiumiciattolo non
lo conosceva Giulio Cesare, non possiamo certo pretendere di conoscerlo
noi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 19 novembre 2007
La svolta di Silvio:
"Fondo il Partito del popolo italiano della libertà"
«Vi ricorderete sempre
di essere stati qui, oggi, in piazza San Babila».
È domenica 18 novembre 2007, Silvio Berlusconi spalanca
le braccia nell'aria frizzante delle grandi occasioni, guarda
negli occhi Michela Vittoria Brambilla e a Milano dà l'annuncio
che tutti aspettavano da tempo: Forza Italia si scioglie e nasce
il Partito del Popolo italiano della libertà. Addio alla
vecchia Cdl, chi ci sta ci sta e chi non ci sta si arrangi. Inclusi
An e Udc, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini? «Non
devo, non voglio convincere nessuno. Se aderiscono bene, altrimenti
andremo avanti con la forza della gente. Contro i parrucconi della
politica».
Gente («gli altri dicono
società civile») è la parola d'ordine del
nuovo, la formula magica scaccia palazzo. Sono gli otto
milioni che hanno firmato per chiedere le dimissioni del governo
Prodi: «Almeno la metà delle persone venute nei
nostri gazebo non appartiene a Forza Italia ma a altri partiti
e ciò dimostra che i nostri elettori sono più avanti
di noi». È la massa che «ci chiede
di essere uniti per fronteggiare la sinistra». Anche
a costo di dribblare alleati riottosi e correre alla meta da solo.
La gente lo assedia, lo tallona
fino alla macchina, non lo lascia andare. Berlusconi quasi
si arrampica sul tetto e improvvisa un nuovo comizio per spiegare
il futuro di quel che è stata la Cdl: «Nasce
un grande partito. Forza Italia è un nome che ha contato
ma si scioglie e confluisce in questa nuova formazione. Invitiamo
tutti a venire con noi. Avremo una nuova classe dirigente e saranno
fatti fuori i vecchi fannulloni». Parole sufficienti
a scatenare il panico tra i vertici azzurri e non solo. Una
rivoluzione totale: «Saranno libere assemblee a eleggere
i rappresentanti. Tutte le cariche saranno decise democraticamente».
IL BURATTINAIO
Togliatti non era un battutista.
Di lui si ricorda che, a un comunista che si ostinava
a dargli del tu, disse asciutto: “Compagno, mi può dare
anche del lei”, e soprattutto la feroce ironia con cui commentò
l’abbandono del Pci da parte di Elio Vittorini: “Vittorini se
n’è ghiuto, e soli ci ha lasciati”, disse. Intendendo che
se ne andava uno e restavano milioni di comunisti ferventi.
Berlusconi non può ovviamente
dire la stessa cosa di Fini. Il capo di quello che, attualmente,
è forse il terzo partito d’Italia, deve essere preso
molto più sul serio. Ma i fatti sono testardi. Se è
vero che non si può snobbare il Presidente di An, che ha
– poniamo – il 15% dell’elettorato italiano, figurarsi se si può
snobbare chi di quell’elettorato ha il 30%. A che cosa corrisponde,
dunque, l’ultima presa di posizione di Fini? Assolutamente a niente.
Egli ha – come, in misura minore, Casini - solo un potere negativo.
Può impedire a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi: ma a
che gli servirebbe? Questo potere negativo, nei confronti di Prodi,
oggi ce l’ha persino un Mastella: distruggere è molto più
facile che costruire.
La realtà è semplice
e banale. Berlusconi può piacere o non piacere, ma ha
dietro di sé il più grande partito italiano. Se il
centro-destra vuole vincere le elezioni, deve allearsi con lui.
Però il programma e la linea di comportamento devono
essere concordati! dirà qualcuno. Ed è vero. Ma nella
discussione si torna al punto di partenza: il potere degli alleati
tanto piccoli quanto indispensabili è solo negativo. Se essi
pretendono d’imporre il loro punto di vista al partito più
grande, perché mai il partito più grande non dovrebbe
pretendere d’imporre loro il proprio punto di vista? I piccoli possono
distruggere la capacità operativa del proprio esercito, non vincere
da soli: dunque in definitiva la discussione non è tanto sui
programmi, quanto sull’intensità della voglia che si ha di arrivare
al governo. Chi più lo desidera, più è disposto
a piegarsi alla volontà altrui. Nel caso di Prodi, per esempio,
questo sentimento è stato più forte di qualunque altra
cosa. Pur di andare al potere Prodi è stato capace di allearsi
col diavolo e l’acqua santa, di promettere ogni cosa e il suo contrario.
E una volta che ha vinto le elezioni, ha mantenuto il potere semplicemente
perché chi doveva sostenerlo ha sempre saputo che, per andare
contro di lui, sarebbe dovuto andare contro se stesso. E tornare a casa.
Nessun problema di programmi o di ideali; nessun problema – perfino – di
bene del paese. Esclusivamente il problema di non perdere la bella poltrona
del governo. O la poltroncina del Senato. O lo strapuntino della Camera.
Posti che valgono comunque molte migliaia di euro, non solo ora ma anche
in futuro, se si resiste per due anni, sei mesi e un giorno e si arriva
alla pensione.
Ecco perché le prese
di posizione di Fini, di Casini e perfino di Berlusconi
sono stucchevoli. Ognuno di loro ha un programma, come no?
ma il programma più importante, per tutti, è andare
al governo. Sicché farebbero bene a non prendere posizioni
gladiatorie in nome dell’ideale. E farebbero bene ad accordarsi
senza tante storie, ché tanto è quello che farebbero
domani pomeriggio, se Prodi cadesse domani mattina.
Né è serio parlare
di dialogo fra le coalizioni per la nuova legge elettorale.
Non solo i due poli non convergono su una sola formula, ma
all’interno di ciascuna di esse le posizioni sono spesso inconciliabili.
E questo è ovvio: ognuna di esse mira – legittimamente – al
proprio interesse e tutte temono l’approvazione del referendum,
che darebbe ai due più grandi partiti, Forza Italia e
Partito Democratico, un impressionante premio di maggioranza.
E, appunto, perché mai questi due partiti dovrebbero collaborare
ad una formula che non li avvantaggerebbe?
Non solo. Si dice, ipocritamente,
che “se si votasse con l’attuale legge, si riprodurrebbe
lo stesso stallo di oggi”. Questo non è vero. Basterebbe
estendere al Senato il premio di maggioranza oggi in vigore
alla Camera. E soprattutto, se una coalizione, invece di vincere
per sei decimillesimi, come Prodi, vincesse con un cinque per cento
di scarto, non ci sarebbe più nessun problema di governabilità.
A parte i tradimenti e i ribaltoni, ovviamente: ma quelli
riuscirebbe ad evitarli solo un diverso livello morale.
Queste discussioni somigliano,
con rispetto parlando, agli scontri dei burattini,
nella finestrella del giardino pubblico dinanzi al quale
si affollano (si affollavano) i bambini. I due personaggi
si dànno randellate, ma ambedue sono mossi dallo stesso
uomo. Qui il movente unico, per tutti, è l’amore per
il potere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 18 novembre 2007
PRODI COME
LA PALICE
La legge finanziaria è
passata al Senato, senza nemmeno il voto di fiducia,
mentre Berlusconi aveva previsto che il governo sarebbe caduto
proprio su di essa. Parole imprudenti, le sue, certo. E che
si prestano a qualche irrisione. Ma Prodi, nella sua intervista
odierna alla “Repubblica”, francamente esagera. Si esprime come
se avesse vinto a Waterloo. Come se si aprisse una nuova era. Come
se si fondasse un Tausendjahr-Reich (un impero di mille anni).
Per lui si tratta di “…aprire una nuova fase di governo, in cui
continua la battaglia sui tre fronti fondamentali (il risanamento,
la lotta all'evasione, la redistribuzione) mentre se ne aprono
altri tre: l'innovazione, la sicurezza, la riforma della pubblica
amministrazione". Può prendere un impegno su questi tre punti?,
gli chiede l’intervistatore. E lui: "Più che un impegno,
è un obbligo”. “Mettiamo mano alle riforme, subito,
tutti insieme”, “c'è un governo, c'è una rotta, c'è
una prospettiva”. “L'Italia può tornare a vincere. Deve crederci.
Ecco perché sarebbe un delitto se i partiti - tutti - perdessero
la grande occasione che abbiamo per cambiare l'Italia con le
riforme. Io dico che ce la faremo”. Segue marcia dell’Aida.
In realtà, senza che sia
necessario andare a vedere che cosa fa l’opposizione, già
nella sua coalizione molti si apprestano a mandarlo via
e molti lo danno per morto. Dini dice di avere già i
numeri per buttarlo giù e afferma che bisogna per forza voltare
pagina: bisogna cambiare governo perché l’attuale è
troppo inadeguato ad affrontare i problemi del paese. E non è
l’unica minaccia. Da un lato lui e il suo gruppetto promettono di
far cadere il governo se si tocca una virgola del provvedimento
sul welfare, dall’altro l’estrema sinistra insiste per importanti
cambiamenti. Infine, è vero che la finanziaria è passata,
ma è anche vero che deve passare una seconda volta dal Senato:
e non è detto che il sangue di san Gennaro si liquefaccia
di nuovo. A questo punto uno si potrebbe chiedere se il premier
sia sordo o scemo. Ma probabilmente non è né l’una
né l’altra cosa.
Nei lontani Anni Trenta Pitigrilli
dava ai mariti adulteri questo consiglio: se scoperti,
negare. Negare sempre. Negare anche contro la più plateale
evidenza. Sostenere che un bacio in cui la lingua arriva
alle tonsille è solo amichevole; che se si sono scritte lettere
di fuoco ad una donna, era per un esercizio letterario; che
se si è andati a letto con lei, è perché la poverina
aveva freddo. Chi leggeva quelle pagine avrebbe avuto il diritto
di chiedersi se lo scrittore fosse matto, ma riflettendoci si può
vedere il senso del suggerimento. La moglie che scopre il tradimento
del marito ha soprattutto il desiderio che la notizia non sia
vera. Dunque – salvo che abbia per natura un carattere sospettoso
- è pronta a credere a qualunque versione che la salvi dal
dovere ammettere l’amara verità. Finché il suo uomo nega,
lei avrà sempre il dovere di chiedersi: e se lo stessi calunniando?
Se le cose non stessero come sembra evidente che stiano? Sono stati
fatti decine di film in cui un tizio era condannato a morte perché
tutte le prove erano contro di lui, e tuttavia era innocente. Se fosse
la stessa cosa per mio marito? Se Prodi fosse destinato ad un luminoso
futuro, arrivando alla fine della legislatura e rimanendo nella
storia come un gigante?
Ecco perché Prodi
non è né sordo né pazzo. Parla di una
ripartenza per nuovi traguardi, nuove riforme, nuovi trionfi,
perché vuole che i suoi sostenitori non vedano in che
stato si trova veramente. Non tutti leggono i giornali attentamente.
Non tutti leggono le interviste dei più importanti politici.
Non tutti hanno udito Dini, da Giuliano Ferrara, affermare espressamente:
“Queste cose che io dico pubblicamente, in privato le dicono praticamente
tutti, in Senato”.
Di La Palice, prode uomo
d’arme, una canzone diceva che “un quart d’heure avant
de mourir, il faisait ancore envie » (un quarto d’ora
prima di morire, faceva ancora invidia) . Prodi potrebbe certo
durare ancora parecchi mesi, ma non è detto. Certo è
che vorrebbe somigliare al Seigneur de La Palice: anche un quarto
d’ora prima di morire vorrebbe suscitare l’ammirazione di tutti.
Soprattutto di quelli che non leggono i giornali.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
18 novembre 2007
P.S. Se qualcuno pensa
che questo scritto nasca soltanto da animosità nei
confronti di Romano Prodi, o dalla pervicace volontà di
sminuirne il successo, si prega di notare i titoli di prima pagina
di due giornali che non riesco a definire berlusconiani. L’Unità:
“Finanziaria, Prodi vince ma perde Dini”. Il manifesto, “Dini
salva Prodi per buttarlo giù”.
LO CONFESSO: HO
SBAGLIATO
Comunque vadano le cose,
è necessario levarsi il cappello dinanzi ad
una compagine governativa che è già durata un anno
e mezzo. Non che sia un tempo lunghissimo, soprattutto se si
pensa che una legislatura è prevista per cinque anni: ma
è un tempo che in molti non avevamo previsto. È giusto
riconoscerlo.
Il motivo dell’errore può
essere facilmente ricordato. Scrivevo in sostanza: o il
governo non attua il programma che piace ai comunisti,
e i comunisti fanno cadere il governo; oppure il governo attua
il programma che piace ai comunisti, e i moderati di sinistra,
per salvare l’Italia, fanno cadere il governo.
L’assunto di partenza è
stato il mio rispetto per i partiti di estrema sinistra.
Il Pci per decenni è apparso portatore di un ideale
rispetto al quale l’interesse della poltrona era secondario.
Per anni esso ha collaborato sottobanco con la Dc (si è
potuto scrivere che il settanta per cento delle leggi furono
sostanzialmente concordate), ma si è sempre rifiutato
di “sporcarsi le mani” accettando posti di governo. Infine, dopo
il crollo del comunismo internazionale, quel grande partito
si è autoaffondato. Ha proclamato la propria intenzione
di divenire socialdemocratico e per questo sono nati i comunisti
dissidenti: quelli che intendevano tenere alto lo stendardo;
quelli che intendevano non vergognarsi del nome di comunisti; quelli
che non transigevano sui principi “rivoluzionari” per cui si era
avuta la scissione di Livorno. Costoro, pensavo io, non adoreranno
mai il vitello d’oro. Ed è qui che mi sono sbagliato.
Tutta la storia del governo
Prodi è una serie ininterrotta di rospi inghiottiti,
da tutte le parti. Persino prima della sua costituzione.
Prodi sapeva perfettamente che la formazione del governo più
pletorico di tutti i tempi lo avrebbe esposto a critiche ed irrisioni,
ma era lo scotto da pagare per avere la fiducia: e lo pagò.
Con una “mala coscienza” così evidente che recentemente si
è stabilito (ma per il futuro!), che il governo non potrà
avere più di dodici ministri. Come se qualcosa del genere
non avesse già stabilito la legge Bassanini. Ma passons.
Prodi, come sempre bombastic, cioè
tonitruante, pur proclamando “La Tav si farà” non l’ha
fatta; pur dicendo cento volte “decido io”, ha dimostrato coi
fatti che decidono gli altri. Ed anzi che lui non decide quasi
mai. Passa tutto il suo tempo a “mettere pezze” a destra e
a manca per far sì che il governo continui a galleggiare.
L’estrema sinistra, pur lanciando urla di dolore e promesse
di sfracelli, ha lasciato passare provvedimenti contro i quali,
se il governo fosse stato di centro-destra, avrebbe lanciato
autentiche crociate, magari violente. Si pensi alla base americana
di Vicenza o alla (pur finta) riforma delle pensioni. Né
i moderati di centro-sinistra - basti fare i nomi di Mastella, Dini,
Di Pietro, Parisi - sono stati da meno. Hanno rumoreggiato, hanno
sempre minacciato il peggio, ma non si sono scollati d’un centimetro
dalla loro poltrona. Tutti, assolutamente tutti, hanno accettato assolutamente
qualunque cosa: pur di rimanere al governo. Hanno tutti dimostrato
di non avere principi irrinunciabili.
È questo che non
avevo previsto. Non avevo previsto che anche i comunisti
“tengono famiglia”. Che sono democristiani quanto gli altri.
Turigliatto – un comunista come un tempo erano tutti – oggi
è considerato un demente anche fra i suoi compagni
di partito. L’interesse dei peones è quello di giungere
alla pensione di parlamentari e, per quelli che sono inclusi nel
governo, l’interesse è quello di rimanervi.
Ma c’è un costo.
Infatti non mi sono sbagliato solo io: come me si sono
sbagliati centinaia di migliaia di elettori di sinistra.
Sono costoro i più delusi. Chi ha votato per la
Casa delle Libertà ha da sempre una pessima opinione
di Prodi e dei suoi sodali: dunque il drammatico aumento
dell’impopolarità non nasce a destra, nasce a sinistra.
Ogni giorno che passa questo governo, interessato solo a se stesso,
invece di accumulare meriti da spendere nelle prossime elezioni,
accumula disprezzo. Anche da parte di coloro che l’hanno votato.
Qui si ha un drammatico
feed back, un fatto che rinforza la causa che lo ha
provocato. Più il governo Prodi dura, più la gente
di sinistra lo disprezza; e più la gente di sinistra lo
disprezza, più il governo Prodi si rende conto che gli conviene
rimanere al governo il più a lungo possibile. Perché
prevedibilmente questa è l’ultima occasione che avrà,
per molti e molti anni, di vedere da vicino Palazzo Chigi.
Con quale altro governo mai Pecoraro Scanio potrebbe essere ministro?
Il governo è ancora
in carica, ma per chi è di sinistra ci sarebbe da
piangere. Se si è comunisti, perché si sono
traditi gli ideali. Se si è socialdemocratici perché,
pur di far contenti i comunisti, si è scontentato
l’elettorato del futuro partito democratico. Se invece come
soddisfazione è sufficiente che Prodi possa ancora chiamasi
Presidente del Consiglio, congratulazioni. Basta contentarsi.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it
I CASSEURS E THANATOS
Gli episodi di violenza
di strada, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono diversi
dai precedenti. Per secoli, il popolo è sceso in piazza
per minacciare o la rivoluzione. La protesta è nata da
motivi seri, prevalentemente economici. Oppure, come nel caso
della Rivoluzione Francese, dall’esasperazione provocata
da evidenti ingiustizie sociali, aggravate dall’albagia dei
nobili parassiti. Per il resto, il popolo ha subito e sopportato.
Dopo la WW2, come la chiamano gli
anglosassoni, molto è cambiato. Si cominciò
a giocare all’insurrezione a Berkeley, in California, nel
1967; poi, nel 1968, l’incendio raggiunse l’Europa toccando
il suo apice a Parigi, dove si prese sul serio l’ipotesi
che si fosse giunti ad una rivoluzione. Purtroppo – o piuttosto
fortunatamente – quel movimento era privo d’idee: dunque non
seppe usare la vittoria ottenuta nelle strade e De Gaulle riprese
il potere a titolo definitivo.
Il “ ’68 ” tuttavia,
pur essendo pressoché morto altrove, e pressoché
dimenticato nella Francia in cui aveva trionfato, continuò
a vivere sottotraccia. Soprattutto in Italia.
Gli italiani sono un
popolo pacifico: prova ne sia che non hanno mai fatto
una rivoluzione. Non l’hanno fatta ma proprio per questo
la sognano. Per loro non è il modo per ottenere un cambiamento
politico ma proprio ciò che rivoluzione significa
etimologicamente: un ritorno alle origini, all’età
dell’oro: un ritorno da attuare facendo tabula rasa di un presente
corrotto ( subendo ancora l’influenza di Rousseau).
Ovviamente molti giovani
non sanno nulla dell’etimologia di rivoluzione,
di Rousseau o di psicoanalisi. Sanno soltanto che si sentono
infelici e frustrati. Depredati perfino delle loro speranze.
In una parola sono delusi del mondo e di sé. E questo
è il punto.
Chi è capace di
un serio esame di coscienza potrebbe perfino accettare
la diagnosi dello psicoanalista crudele: “Lei non ha nessun
complesso. Lei è realmente inferiore”. Ma anche senza
arrivare a questi livelli umoristici e nel contempo eroici, si
potrebbe capire che se si è sperato troppo. Che l’errore
non è del mondo che quelle speranze ha deluso, ma di chi si lasciato
sedurre da esse. Se non si ha successo, bisogna in primo luogo
pensare che forse non lo si merita. Se non si ha un lavoro, può
essere sfortuna, certo; può essere che manchi di una spintarella;
ma può anche darsi che non si sia disposti a lavorare come
fornai, prendendo servizio alle quattro del mattino. Chi protesta
che non può sporcarsi le mani perché ha una laurea, perché
non si chiede se l’ha meritata?
Molti di questi giovani
senza arte né parte spostano il giudizio che dovrebbero
dare di sé sul mondo e lo rendono responsabile del
loro fallimento esistenziale. Mentre sarebbe comprensibile
che meditassero il suicidio spostano la loro volontà
di morte da sé alla società, ai suoi miti e ai
suoi difensori: dunque la ricchezza, che a loro non è
stata regalata; alle banche; alle automobili; e soprattutto
i poliziotti, immagine vivente dello Stato e del suo potere. Per
non parlare dell’autorità genitoriale, mal digerita da questi
adolescenti irrisolti.
Gli spaccatutto - i casseurs,
come li chiamano i francesi - appena si presenta l’occasione
dànno sfogo al loro istinto di thanatos. Più
o meno consciamente desiderano distruggere il mondo. La loro
implicita convinzione è che, essendo pessimo, non potrà
che risorgere migliore. E se dànno fuoco all’automobile
di un onesto ed incolpevole cittadino non vedono perché
dovrebbero avere scrupoli: loro, un’automobile come quella non
l’hanno. E forse non l’avranno mai. Stanno insomma combattendo
contro un mondo che non è il loro e forse non sarà
mai il loro. Quello che non capiscono è che il loro mondo
sarebbe quello del penitenziario.
Purtroppo, questo non
lo capiscono nemmeno i governanti.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 14 novembre 2007
IL CALCIO E LA
RELIGIONE
Sospendere il campionato per motivi religiosi?
Del calcio parlano tutti
ma i più qualificati a giudicarlo, in certi
casi, sono quelli che lo amano meno. Non è un paradosso:
l’innamorato che trova bella la sua amata non è notizia,
mentre lo stesso giudizio è molto più affidabile
se proviene da un’altra donna.
Ecco il problema di
oggi: in seguito alla morte di quel tifoso nell’area
di sosta dell’autostrada, bisognerebbe sì o no sospendere
il campionato?
La prima cosa che bisogna
notare è che quel povero giovane non è
morto a causa del teppismo dei tifosi, ma del gesto sconsiderato
di un poliziotto. Dunque la disgrazia non ha nulla a che
vedere col calcio; e non si capisce perché bisognerebbe
privare del loro spettacolo preferito tante migliaia di persone.
L’episodio è certo gravissimo e il colpevole dev’essere punito;
fra l’altro, sembra si tratti di un’azione inescusabile, di omicidio
volontario. Ma chi va punito è lui, quel poliziotto, non
altri. Non i suoi colleghi, che non hanno sparato. Non il Ministro
dell’Interno, che certo non incoraggia i trigger happy (quelli
dal grilletto facile). Non le autorità calcistiche, che non
hanno nessuna responsabilità. E neppure i tifosi violenti,
per quanto uno li possa disprezzare, dal momento che in questo caso,
sostanzialmente, non c’entrano. Dunque, come mai c’è questa
corale richiesta di sospendere il campionato? La spiegazione è
una sorta di mentalità religiosa.
Se un uomo sta bene
con sua moglie, non c’è ragione che la lasci;
ma se con lei è infelice, è naturale che
abbia il diritto di separarsene e magari di rifarsi una vita.
A volte il bersaglio si colpisce col secondo colpo. Questo
punto di vista, semplice e razionale, è condiviso da
molti: ma non da tutti. Ci sono infatti persone che sono contrarie
al divorzio. Non nel senso – legittimo - che loro non divorzierebbero
mai; ma nel senso che lo considerano qualcosa di immorale e dunque
qualcosa che deve essere vietato anche agli altri. Per il loro
bene.
Questo atteggiamento
è evidentemente religioso. Il credente non
mette la propria convinzione al livello di quella di un altro.
Non permette all’altro di vivere a modo proprio, esattamente
perché, per la religione, non esiste un “modo
proprio” accettabile. Su tutti impera una volontà superiore,
rivelata e poi insegnata dai ministri della fede. Ai singoli,
e perfino ai miscredenti, non rimane che obbedire.
Nel caso del calcio,
alcuni (sempre che non facciano retorica) sentono
profondamente il lutto per una morte assurda e per questo
vorrebbero sospendere lo spettacolo. Non si accorgono che,
in questo modo, impongono agli altri il comportamento che
reputano appropriato. Il tutto in base ad una loro morale, evidentemente
di livello superiore e cogente: “Io forse non mi divertirei,
allo stadio; dunque non ti devi divertire neanche tu”.
L’assurdità
dell’imposizione è dimostrata anche da un’osservazione
pedestre. Tutti coloro che, dopo un fatto così increscioso,
non hanno l’animo di andare ad assistere alle partite di calcio,
perché non rimangono a casa loro? Chi gli impone di andare
alla partita? Esattamente come si può chiedere, a coloro
che sono contro il divorzio: “Chi ti impone di divorziare? E se
tu non vuoi divorziare, perché vuoi imporre anche agli altri
di non divorziare?”
Il pianto greco che oggi impazza
su giornali e televisione è francamente eccessivo e
il più qualificato per dirlo è chi non è mai
andato a vedere una partita di calcio allo stadio.
Che si faccia un’inchiesta.
Che si punisca il colpevole. Che si assicuri il più
severo ordine pubblico negli stadi e nei dintorni ma, per
favore, che si lasci in pace la gente. Di Savonarola ne è
bastato uno.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 12 novembre 2007
Il passato antisemita
di Enzo Biagi e la memoria selettiva del giornalista
Nell'intervista concessa
a Luciano Nigro in occasione dei festeggiamenti per
il suo ottantasettesimo compleanno nella natia Pianaccio di
Lizzano in Belvedere e pubblicata il 9 agosto scorso sull'edizione
bolognese di Repubblica, Enzo Biagi racconta che "Giorgio
Pini, cognato di un mio zio che si chiamava come me, incontrò
Mussolini alla vigilia del gran consiglio che lo destituì",
cioè poco prima del 24 luglio 1943. Nigro chiosa: "Lei
in quei giorni scelse i partigiani". Biagi non fa una piega: "E
mi trovai con gente di ogni classe...". Non è certo la prima
volta che l'illustre giornalista glissa sui particolari, e crediamo
sia giusto informare i lettori che non fu affatto "in quei giorni"
che "scelse i partigiani", poiché qui le date contano e l'omissione
non è innocente.
In virtù della
parentela con il cugino Bruno Biagi - potente ras
fascista, deputato dal '34, presidente della Commissione
industria della Camera dei fasci e dell'Istituto nazionale
fascista della previdenza sociale, poi sottosegretario alle
Corporazioni -, Enzo Marco (così firmava all'inizio i suoi
articoli) scriveva già diciassettenne sull'Avvenire d'Italia
e su L'Assalto, "organo della federazione dei fasci di combattimento
di Bologna", e in seguito su Il Resto del Carlino, dove
divenne professionista nel giugno del '42, quotidiano che per
razzismo e fanatismo non era da meno e che fu diretto a partire
dal 16 settembre del '43 proprio da Giorgio Pini.
Partecipò anche
a Primato, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro
delle leggi razziali, che "ha sempre stimato" e nei confronti
del quale ha pubblicamente confessato il proprio "dovere
di gratitudine" (Enzo Biagi, Ma che tempi, Rizzoli, Milano 1998,
p. 43), una di quelle "camicie nere ma teste libere" di cui serba
affascinato ricordo (Id., Scusate, dimenticavo, BUR, Milano 1997,
p. 12). L'Assalto - "giornale della federazione fascista, dove
poi ognuno scriveva quello che voleva" (Id., Ero partito da Bologna
piangendo, in Bologna incontri, XIII, 5, maggio 1982, p. 6) - si
distinse sin dal luglio del '38 per la violenza della campagna antisemita,
condotta settimanalmente sulla pelle degli ebrei bolognesi e non
solo - per esempio invocò con urgenza profetica un'"opera di
purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori città
dell'Italia settentrionale e centrale (Roma, dove ci sono ancora
troppi ebrei, compresa)" (23 agosto 1941) - e dal giugno del '40
per il "tono forsennatamente fascista e bellicoso" (Nazario Sauro
Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna
1972, p. 159).
Sul periodico
Biagi si occupava di critica cinematografica e quando
venne il suo turno di fornire un diretto contributo al razzismo
nazifascista elogiò Süss, l'ebreo, film la
cui visione Himmler impose alla Wehrmacht e alle SS in partenza
per le campagne di sterminio in Europa Orientale: "un cinema
di propaganda. Ma una propaganda che non esclude l'arte -
che è posta al servizio dell'idea", scriveva in implicita
polemica con il cinema italiano, che non trovava altrettanto
valido. E continuava: Süss, l'ebreo "ricorda certe vecchie
efficaci e morali produzioni imperniate sul contrasto tra il buono
e il cattivo [...], trascina il pubblico all'entusiasmo", l'"ebreo
Süss è posto a indicare una mentalità, un sistema
e una morale: va oltre il limite del particolare, per assumere
il valore di simbolo, per esprimere le caratteristiche inconfutabili
di una totalità. Poiché l'opera è umana
e razionale incontra l'approvazione: e raggiunge lo scopo:
molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce
i moventi della battaglia che lo combatte" (4 ottobre 1941).
Dopo l'8 settembre, i giornali bolognesi passarono sotto il
controllo nazista e proseguirono la lotta, compresa quella di sterminio
contro le "caratteristiche inconfutabili di una totalità".
Furono, quelli, giorni
e mesi decisivi, come sanno gli storici. Biagi rimase
al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera
del '44, continuando a svolgere compiti redazionali e a
compilare le sue scialbe schedine cinematografiche, cellule
staminali delle opere a venire. L'ultimo articolo apparve
il 17 giugno su Settimana: Illustrato del "Resto del Carlino",
insieme all'intervento, assai più autorevole, di un
suo giovane collega, Giovanni Spadolini, che sfoderava una devastante
critica del liberalismo, prima di inabissarsi nel refettorio
di qualche convento in attesa di risorgere après le
déluge liberaldemocratico in altra Repubblica. La caduta
di Roma e lo sbarco in Normandia avevano illuminato definitivamente
il futuro, e quando giunse, non più aggirabile, la chiamata
alle armi nell'esercito di Salò Enzo Marco preferì
la montagna, come altri giornalisti, "la categoria che, più
di ogni altra, era stata curata, selezionata, vezzeggiata dal
regime, oltre che strapagata".
Tornò a Bologna
dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito
statunitense: sempre à la page, il Biagi. Se riscattò
con la sua tardiva conversione quegli "anni di servilismo
e di abiezione professionale e morale" (Onofri, op.
cit., p. 264), non è dato sapere con certezza.
Forse. Ciò che invece è sicuro è che fu complice
attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva
scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi,
come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva
l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine
di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere
e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se
l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be', questo
è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante
carriera, come poi ha fatto. All'ombra del potere in fiore.
Dalla
newsletter Kolot del sito Morashà - Autore:
Gaspare De Caro e Roberto De Caro
Chi è
il bastardo stavolta?
Chi è il bastardo
stavolta? Magari il poliziotto che ha sparato e per
errore ha colpito mortalmente uno dei tanti protagonisti
volontari o involontari dell’ennesima animalesca domenica
del calcio? Oppure gli impuniti che hanno iniziato la loro
guerra personale, usando come pretesto il Calcio per il classico
duello in stile west all’Autogrill (non è
il primo, neppure l’ultimo, perché nelle domeniche gli
Autogrill sono il luogo di appostamento ideale per scontri fra
tifosi e sassaiole contro gli autobus dei club) o costretto l’arbitro
a sospendere Atalanta-Milan, non per solidarietà ma solo
perché gli ultras amano tenere sotto scatto le squadre, essere
forti e comandare in casa dei presidenti, imporre quote dei biglietti,
prezzi degli abbonamenti, indire scioperi del tifo e boicottare
le società in qualunque modo, dal fumogeno alla bomba carta,
dallo striscione razzista all’aggressione ai calciatori? Non è
cambiato nulla, mai nulla ed è impossibile che succeda con
i provvedimenti classici da sicurezza sugli stadi anche perché
il baraccone “Calcio” non può fermarsi troppo o per sempre. Non
c’è legislazione che possa frenare il devio culturale che ormai
porta figli di papà sotto forma di tifosi, trovare il pretesto
per le sortite animalesche e tutto va inserito nel calderone: le serate
in discoteca, le trasferte allo stadio, le corse con le automobili,
l’aggressione all’immigrato o alla ragazza e via dicendo. Ma nel Calcio
è differente. Nel Calcio è necessario prendere posizione
una volta per tutte e questa è l’occasione giusta. Da che stare?
Un poliziotto spara in aria e poi colpisce nel marasma totale ed uccide
un giovane. Un giovane che non c’entrava nulla. Forse sì.
“Un tragico errore”. Ma non è questo il punto. La questione
essenziale è se possiamo accettare che il poliziotto diventi
“assassino”, “colpevole”, “bastardo” ed il bastardo diventi invece
solo “tifoso”. Mai momento è più decisivo che in questa
circostanza, per dare una chiave di svolta alla situazione e capire
che ormai in guerra anche gli innocenti possono morire e che la domenica
del Calcio è parificabile ad una guerra, perché è
realmente così. Ogni domenica ci sono polemiche, aggressioni,
feriti gravi o meno gravi ma non ci si ferma mai, se non con il morto,
come se un corpo morto sia l’unico incosciente monito che invita a fermarsi,
solo per far notare che il giocattolo quando rischia di rompersi non
deve forzare la mano. Cosa accadrà a quel poliziotto? In quanto
poliziotto l’opinione pubblica bollerà il suo gesto come omicidio
volontario ed efferato; la legge lo chiamerà l’omicidio con eccesso
colposo, ma è lo Stato a dover prendere una posizione chiara, lo
Stato è il vero colpevole. Lo Stato che manda poliziotti allo sbaraglio
senza dargli sicurezza, senza dare ai questori, libertà e potere
di controllo, intensificare la presenza e l’attività di chi difende.
Questa domenica fa capire che il rischio c’è, sì, il rischio
di morire come in ogni guerra, perché la saga domenicale del Calcio
è una guerra, dove loschi figuri di preoccupante sottosviluppo culturale
godono nel provare emozioni forti, quali odio razziale, odio di bandiera,
eccitazioni alcoliche e senso di onnipotenza momentanea, le nuove malattie
del momento. E sospendere il Calcio non serve perché la battaglia
domenicale va oltre il Calcio: è una battaglia culturale. Dovremmo
sospendere l’Italia intera e le sue mille futilità, ormai sempre
più dannose ed esagerate. Siamo al punto in cui possiamo dare solo
colpe allo Stato, ma non attenderci soluzioni, perché lo Stato italiano
è troppo debole e non può aiutarci. Magari possiamo farlo
da soli, ma non lo faremo mai, perché tutti provano tanta energia
e tanto denaro nello schifo quanto grande è la finta rabbia, la
finta commozione per il morto solo perché è morto. Infatti
in poco tempo, trasformiamo Filippo Raciti in un eroe e poi etichettiamo
poliziotti e carabinieri come “giovanotti dal grilletto facile”
o rendiamo tutti martiri, dimenticando il significato della parola.
Un innocente impaurito spara, un innocente avulso muore e le mille
canaglie la fanno franca e questo succede solo dove manca la legalità,
dove si criminalizza chi difende lo Stato e lo Stato non ha il coraggio
di difendere nessuno. Poi le mille canaglie sono ancora libere di
sparare, di incendiare, di protestare…In nome di chi. Non di chi muore,
ma solo per loro stessi, per sentirsi ancora una volta forti, più
forti di un autorità che non ha il coraggio di attaccarli e
che non potrebbe neppure difenderli.
Angelo M. Daddesio
Quelli de
" il campo dell'odio"
Nel fetore dell'antisemitismo
italiano esiste un gruppo chiamato ironicamente
"Campo della pace" i cui membri si autodefiniscono
ebrei e passano il loro tempo a diffamare, come
cani rabbiosi, Israele.
Al grido preso da
un articolo di Gideon Levi, altro grande antisemita
israeliano, pseudo giornalista di Ha'arez, portavoce dell'odio
contro Israele in Italia, combattono la loro guerra antisionista
al grido "Israele e' l'occupazione, l'occupazione e' Israele".
Non si sa bene di
che occupazione parlino visto che Giudea e Samaria
sono in discussione ad Annapolis e che Gaza e' stata
data ai palestinesi 2 anni fa e i palestinesi hanno ridotto
la zona a deserto usandola soltanto per colpire con i
kassam il cuore di Israele arrivando fino ad Askelon.
Loro, questi cani
rabbiosi, scrivono:"i missili non hanno provocato
vittime ma il ministro
della difesa Barak ha minacciato una vasta
operazione militare
su Gaza".
I missili non hanno
provocato vittime?
Ma dove vive questa
gente?
I morti, anche bambini
ci sono stati. Altri, ogni giorno vengono ricoverati
sotto schock, sono vivi, e' vero, ma vorrei tanto che questa
gentaglia provasse l'emozione di sentire la sirena
che lascia ai cittadini del Neghev 10 strafottuti secondi
per mettersi in salvo , col cuore che non batte piu', in preda
al terrore perche' nessuno sa dove cadra' il missile.
I palestinesi usano
la tecnica del "ndo' cojo cojo" , a loro interessa
gettare gli israeliani nel panico, farli ammalare di paura,
poi se riescono anche ad ammazzarne qualcuno , meglio.
I picciotti del Campo
della pace fanno un appello e lo fanno in quanto "ebrei"
rivolgendosi ai pacifisti, al Governo italiano e agli ebrei
italiani affinche' fermino Israele in nome dei "diritti umani"
dei palestinesi, dei diritti umani degli israeliani naturalmente
non gliene frega niente, definendo la politica della leadership
israeliana "un tumore maligno".
Evidentemente si sono guardati
allo specchio!
Il fetore di questa
gente e' abominevole perche' sottoscrivono un
appello che demonizza Israele per provvedimenti ancora non
presi e per occupazioni inesistenti e che in sostanza
augura ai palestinesi di continuare a vivere come schiavi
di una dittatura nazista come quella di Hamas.
Sono privi di morale
perche' dimenticano i nostri morti, tutti civili,
dimenticano Gilad Shalit, dimenticano quei bambini urlanti
di terrore quando un missile si e' piantato davanti a
un asilo di Sderot. Dimenticano quelle mamme e papa'
piangenti che correvano per portarseli via, da qualche parte,
senza sapere dove, da qualche fottutissima parte per salvarli.
Dimenticano i bambini
delle scuole di Sderot che quando sentono l'allarme
rosso si mettono a cantare forte per non aver paura aspettando
col cuore in gola che passino quei 10 secondi prima
del bum.
Dimenticano la carta
nazionale di hamas che parla soltanto della distruzione
di Israele.
Dimenticano la carta
nazionale dell'OLP che invoca la distruzione di Israele
e che non e' mai stata cambiata.
Dimenticano? Forse
no, anzi sicuramente no, semplicemente non gli interessa,
questa e' feccia
che non ha mai avuto una parola di pieta' per
gli ebrei che morivano bruciati vivi e perforati da viti
e chiodi negli autobus o nei ristoranti di Israele.
Loro sono marxisti,
duri e puri, non si fanno impressionare dalla morte
di ebrei sionisti, anzi!
Loro amano gli assassini,
adoravano Arafat di cui ieri Mahmud Abbas ha inaugurato
il mausoleo.
A proposito, il mausoleo
arafattiano e' costato 1.750.000 dollari!
Ma non erano poveri?
Non fanno la questua? Non vivono di carita'? Volete
dire che le mie tasse sono servite a fare la tomba di quel
serpente a sonagli, ladro e assassino?
Mahmud Abbas ha anche
detto che il mausoleo e' trasportabile e che sara'
portato a Gerusalemme perche' Yasser Arafat e' nato a Gerusalemme.
BUGIA !
Abbas Pinocchio,
bugia!
Arafat e' nato al
Cairo il 24 agosto del 1929, altro che Gerusalemme.
Ecco le parole di
Abbas, il moderato, :
" Il nostro presidente
martire ( ma non sono martiri solo i terroristi suicidi?)
sara' sepolto a Gerusalemme, citta' che lui amava e dove
era nato (????) e che sara' la capitale della Palestina".
Ehi, voi, campo della
pace, contenti? Gerusalemme capitale della palestina,
i profughi, per diritto ereditario fino alla fine dei
millenni, dentro Israele e noi in mare.
Estirpato finalmente
il tumore maligno.
Finalmente potrete
gioire, campo della pace, avrete raggiunto il vostro
scopo.
Che la vergogna e
il ludibrio vi seguano per il resto della vostra vita.
Deborah
Fait - www.informazionecorretta.com
HO COMPLETA
SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA
Una volta un’amica
avvocata, parlandomi del suo lavoro, mi confessò
di preferire i clienti che avevano evidentemente torto.
“Preferisci perdere le cause?” mi stupii. “Nessuno preferisce
perdere le cause, mi confermò. Ma parlo per esperienza”.
Il cliente che ha ragione, mi spiegò, chiede di
fare causa a quel reprobo del suo avversario E che cosa può
ottenere, al massimo? Che il giudice riconosca le sue
ragioni. Costui dirà dunque “grazie” al suo avvocato e penserà
che ha avuto bisogno di lui solo per le technicalities:
la sua ragione era così evidente e solare (le proprie
ragioni sono sempre evidenti e solari), che farla riconoscere
non comporta nessun merito.
“Ma attenzione!”, proseguiva la
mia amica: “Torniamo all’inizio: che il cliente abbia
ragione è l’opinione sua e magari mia; ma sarà
anche l’opinione del magistrato?” L’esperienza, diceva, dimostra
che ci si può sbagliare, in fatto o in diritto. Inoltre
ci si può anche imbattere nel magistrato ignorante,
vittima di pregiudizi o semplicemente demente. E si perde la
causa. In quel caso il cliente ha una dannata voglia di uccidere
il suo legale perché se la causa è stata persa non
può che essere colpa sua. Non aveva forse convenuto che si
era dal lato della ragione? E allora? È un vero disastro.
“Pensa invece alla
fortuna di avere un cliente che ha completamente
torto!” proseguiva. Non appena racconta la sua storia gli si
dice che non ha speranze. Che non dovrebbe cominciare la
causa. Che gli converrebbe accordarsi. E infine, se non ascolta
i consigli, e ovviamente si perde la causa, che cosa può
rimproverare all’avvocato? Nulla. Miracoli non ne fa nessuno.
“Ma attenzione!,
proseguiva la mia amica: “Che il cliente abbia torto
può essere la mia opinione: ma sarà anche l’opinione
del magistrato?” A parte l’errore di diritto o di fatto che
può commettere il professionista, anche in quel caso esiste
la possibilità di cadere sul magistrato ignorante, vittima
dei suoi pregiudizi o semplicemente demente. E la causa
può essere vinta. In questo caso il cliente pensa che
il suo avvocato è una sorta di genio, che sottostima la
propria competenza giuridica. Un successone.
Tutto questo riguarda
il diritto civile, ma esiste anche il diritto penale.
Il grande giurista Piero Calamandrei è rimasto famoso
per questa frase: “Se mi accusassero di avere rubato la
Torre di Pisa io, per intanto, mi darei alla latitanza”. Come
mai?
Innanzi tutto, si
può essere colpevoli di reati previsti da leggi
di cui non si conosce nemmeno l’esistenza. Per non parlare
dei reati colposi. Poi si può essere vittima delle
circostanze. O di calunnie. E per finire di magistrati ignoranti,
vittime dei loro pregiudizi o dementi. E in quel caso, a che
serve essere innocenti? Calamandrei si sarebbe dato alla
latitanza per un’accusa assurda: come essere tranquilli,
quando ci si accusa, ufficialmente e su carta bollata, di reati
normali, magari evanescenti come quello di concorso esterno
in associazione mafiosa? Ecco perché quella frase pronunciata
come una inevitabile giaculatoria - “Sono innocente ed ho fiducia
nella giustizia” - non può che essere o falsa o frutto
della propria incompetenza giuridica. Bisognerebbe dire: “Sono
profondamente angosciato. Sono innocente e questo significa che passerò
mesi o anni di tribolazioni, prima di vedere riconosciuta la mia
innocenza. Se ho fortuna. Se invece sono sfortunato, l’essere
innocente non mi servirà a nulla”. Basti pensare ad Enzo Tortora.
È il colpevole
che ha il diritto di dire: “Sono innocente ed ho fiducia
nella giustizia”. Infatti, chissà, c’è sempre
la possibilità dell’assoluzione. E non bisogna
scoraggiare la buona sorte.
Se non si è
fatto nulla di male bisogna sperare che la propria
innocenza sia riconosciuta nei tempi più brevi.
Sperare. Perché più di sperare non si può.
Anche Socrate era innocente.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 10 novembre 2007
Don Tontini....
Enzo Biagi non fu
mai allontanato né cacciato dalla Rai, come lui
stesso ha sempre ammesso. Tantomeno fu allontanato a seguito
di un oscuro editto bulgaro. La parziale e volontaria dipartita
di Biagi non è coincisa con nessun regime né
alcuna censura, come lui ha pure ammesso in diverse interviste
anche reperibili in rete.
La vicenda parte
nel 2001, quando nella televisione pubblica c'era
un anziano collaboratore di 82 anni, Biagi, che conduceva una
trasmissione che si chiamava Il Fatto e che aveva almeno
due problemi: uno di palinsesto e uno politico. Il primo è
questo: il programma di Biagi non andava certo male per essere
un prodotto giornalistico, pur extralight, ma andava in onda
nella fondamentale fascia pre-serale e perdeva parecchi punti
rispetto a Canale5, che vantava e vanta l'imbattibile Striscia
la notizia. In un periodo in cui peraltro la Rai veniva accusata
di fiancheggiare Mediaset, c'era il problema di non perdere vagonate
di incassi pubblicitari durante il programma di Biagi, dunque
di ricollocarlo per inventarsi qualcos'altro al suo posto.
Ovviamente non era
impresa da poco, anche perché Biagi era un'istituzione,
un signore in Rai da 41 anni con un contratto del valore
di due miliardi di lire: in sei minuti guadagnava quello
che in due ore guadagnava Bruno Vespa e questo al lordo di
un ufficio privato e di una redazione. Non è che si
potesse spostarlo con un tratto di penna, sicché ci lavorarono
per un po': sinché il direttore di Raiuno Fabrizio del
Noce e il direttore generale Agostino Saccà proposero
e trovarono infine un accordo con Biagi (lo trovarono, ripetiamo)
che prevedeva questo: un programma biennale di dieci speciali
in prima serata e altre venti puntate storiche in seconda serata;
il tutto con l'aggiunta di un altro miliardo ai due che Biagi già
percepiva annualmente. Non pareva male, e infatti Enzo Biagi indisse
una conferenza stampa l'11 aprile 2002 (occhio alle date) e annunciò
che gli andava benissimo, pur senza privarsi di qualche sarcasmo tipico
suo: «Non ho problemi di orario, posso fare un programma
anche a mezzanotte, magari mettendo una piccola nota di pornografia.
Non c'è problema, sono un signore che fa questo mestiere da
tanti anni».
Non fosse chiaro, Biagi l'11 aprile
2002 ha già deciso di non fare più Il
Fatto se non sino alla scadenza contrattuale del 31 maggio.
Il particolare non da poco è questo: in quella data non
c'è ancora stato nessun cosiddetto editto bulgaro.
Non-c'è-stato. Quello che c'era da tempo, ed eccoci
al secondo problema, era una questione politica. Enzo
Biagi, in un periodo di elezioni, parteggiava apertamente per
Romano Prodi, avversario di Silvio Berlusconi, o più spesso
avversava Silvio Berlusconi e basta. Biagi non ha mai negato
neanche questo. È rimasto celebre il caso del 10 maggio
2001: Biagi, a ridosso del voto, si era portato in trasmissione
Roberto Benigni e lo show era stato a senso unico: «Non
voglio parlare di politica, sono qui per parlare di Berlusconi.
Il contratto di Berlusconi ormai è un cult, la cassetta lì
l'ho registrata, l'ho messa tra Totò e Peppino e Walter Chiari
e Sarchiapone».
E se un anziano aveva
invitato un celebre comico, due mesi prima un comico
aveva invitato un giornalista: Daniele Luttazzi aveva
chiamato Marco Travaglio a Satyricon (Marzo 2001) e quest'ultimo
aveva parlato di rapporti tra Berlusconi e mafia e stragi,
tutte vicende archiviate o infondate, sinché Luttazzi
aveva congedato Travaglio in questo modo: «In questo paese
di merda tu sei uno che ha coraggio». Anni dopo, a Travaglio
mancherà tuttavia il coraggio di scusarsi, visto che
non una delle accuse amplificate in quella trasmissione (teoricamente
comica) è rimasta in piedi. In ultimo il caso de
Il Raggio verde di Michele Santoro, trasmissione che al
di là degli strali del centrodestra era stata giudicata
squilibrata nei confronti di Forza Italia dall'Authority
delle Telecomunizioni (invenzione del centrosinistra),
ma ora non perdiamoci. Il punto è che ciò nonostante,
come stra-detto, l'11 aprile 2002 Biagi aveva preso decisioni
autonome di concerto con l'azienda. Il celebre editto di Sofia
fu il 18 aprile successivo, quando Silvio Berlusconi a domanda
rispose che «Santoro, Biagi e Luttazzi hanno fatto un uso
della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, criminoso;
credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere
più che questo avvenga». Berlusconi, anni dopo,
si dichiarerà pentito dell'espressione «criminoso»
perlomeno riferita a Biagi, che avrà anche modo di elogiare
ricambiato: resta che dal famoso editto parte la leggenda di un'epurazione
quantomeno singolare per modalità. Cioè: Silvio Berlusconi,
che ha vinto le elezioni e aveva dunque cambiato il consiglio di
amministrazione Rai (come aveva fatto l'Ulivo e come lo farà
Prodi, perché è la regola), si mette a fare epurazioni
scegliendo di rispondere a una domanda di un giornalista formulata
in Bulgaria.
Peraltro da principio non cambiò
nulla. Enzo Biagi proseguì il suo programma sino alla prevista
chiusura del 31 maggio 2002: fu solamente dopo che decise
di non accettare (più) una proposta che pure aveva
accettato informalmente. Difatti, ricevuta la bozza del contratto,
improvvisamente la rimandò indietro: «Non sono
un uomo per tutte le stagioni». Ormai il caso Biagi/Santoro
più l'imbucato Luttazzi era esploso e Biagi, volente
o nolente, per la sinistra era divenuto un santino da parabrezza.
A Biagi, comunque, fu fatta un'altra offerta: il direttore
di Rai Tre Paolo Ruffini gli propose di rifare Il Fatto sulla sua
rete, e questo su preciso mandato del Consiglio di amministrazione
Rai.
Perché disse
di no? Probabilmente perché la collocazione di
palinsesto, prevista dalle 18,53 sino alle 19, ossia all'inizio
del Tg3, a Biagi non andava bene: questo scrissero i giornali.
Economicamente parlando, poi, l'offerta fu giudicata da
Biagi «differente da quella relativa a Il Fatto».
Come è noto, Biagi anni dopo cambierà idea su
Rai Tre e vi condurrà Rt - Rotocalco televisivo. Ma al
tempo, tornando agli albori del 2003, l'unica trattativa che
Biagi accettò con gioia fu quella per la transazione economica
che lo vide separarsi dalla Rai, operazione, parole sue, «effettuata
con il pieno consenso dell'interessato e con di lui piena
soddisfazione». Biagi ottenne una buonuscita di un
milione e mezzo di euro e il 3 gennaio 2003 rilasciò questa
dichiarazione all'Ansa: «Non sono stato buttato fuori, al
contrario ho raggiunto di mia iniziativa un accordo pienamente soddisfacente
che gratifica sotto tutti i profili, morali e materiali, i miei
41 anni dedicati alla Rai».
Ma il polverone
continuerà imperterrito. La strumentalizzazione
di Biagi gli impedirà di rendere armonico il proprio fisiologico
accomiatarsi, faticherà a restituirgli quell'argentea
serenità che nei suoi ultimi giorni, per fortuna, pare aver
ritrovato. In Rai ci penserà il grande semplificatore,
Adriano Celentano, a esordire con RockPolitik spiegando
che «tutto è cominciato il 18 aprile 2002»,
appunto l'editto di Sofia. È il giorno in cui Michele
Santoro si materializza come dall'oltretomba: viva la fratellanza,
viva la libertà, viva la tredicesima. Ma non è
ancora il giorno, orribile, schifoso, in cui l'Unità
sia riuscita a scrivere: «Gli attacchi al lavoro di Biagi
hanno coinciso con la morte della moglie e della figlia. Togliendogli
il lavoro hanno infierito sul suo dolore e alla fine lo hanno stroncato».
È successo ieri. Orribile. Schifoso.
Filippo Facci - Il
Giornale
MOLLICHINA
La maggioranza
ha votato: il prossimo governo non avrà più
di 12 ministri. Come diceva La Rochefoucauld, «
Les vieillards aiment à donner de bons
préceptes pour se consoler de n'être plus
en état de donner de mauvais exemples ». I vecchi
amano dare buoni precetti per consolarsi di non essere più
in grado di dare cattivi esempi.
Gianni
Pardo
CALABRIA INFELIX
Scrive Galli della
Loggia (Corriere della Sera, 3 novembre 2007, e si
perdoni la lunghissima citazione): “Calabria Infelix.
Ma non si sono ancora stufati i calabresi di essere calabresi?
So esprimere solo in questo modo paradossale, di cui
spero che nessuno si adonti, il mio stupore (credo condiviso
da molti) per come una regione abitata da tante persone per
bene possa, però, sopportare condizioni generali di vita
sconosciute ai paesi civili. Un sistema sanitario ridicolmente
inefficiente, costruito solo per le ruberie della classe politica
e che serve solo a far morire la gente (l’ultimo caso l’altro giorno:
otto ore di inutile attesa per trovare un posto ad un ragazzino
in fin di vita); dappertutto, ma specie sulle coste, una situazione
urbanistica raccapricciante, dove l’assenza delle fogne e dei
depuratori è la regola; dappertutto il clientelismo come
modello sociale a cui non si sfugge; dappertutto la corruzione pubblica,
e in intere zone, per finire, il dominio incontrastato della
malavita. Questa è la Calabria: quella vera. Chi ci abita,
ripeto, come fa a sopportare questo stato di cose?”
Una risposta si
può azzardare e si può partire proprio
dalla “situazione urbanistica raccapricciante, specie
sulle coste”. Qui si sbatte immediatamente il naso contro
un problema ed anzi un’irresolubile aporia: l’assenza
dello Stato è colpa sua o della gente che ad esso appartiene?
Se dei selvaggi hanno costruito case orribili dove non avrebbero
dovuto, è colpa loro o di uno Stato cieco, lontano e
indifferente?
Lo Stato, si dirà,
è un’astrazione che cammina sulle gambe
degli uomini. Coloro che avrebbe dovuto vigilare non hanno
vigilato, coloro che avrebbero dovuto vietare non hanno
vietato, coloro che avrebbero dovuto demolire non hanno
demolito. E anche costoro erano calabresi. Dunque l’ambiente
calabrese - o siciliano, o lucano, o campano, se è
per questo - è ad immagine di coloro che lo abitano. E
hanno ragione i francesi quando dicono “comme on fait son
lit on se couche”, “si dorme secondo come ci si fa il letto”.
E tuttavia le considerazioni non possono finire qui.
Oggi moltissimi balconi di Catania
o di Palermo sono coperti di fiori, mentre sessant’anni
fa essi erano una rarità. Prima molte facciate erano
prive d’intonaco, ora lo hanno tutte. Non è che i meridionali
abbiano oggi un migliore senso estetico che in passato:
è che l’aspetto di un territorio dipende anche dal
livello economico. Un tempo la miseria nera e il profondo degrado
di alcune regioni spiegavano molte cose. Come poteva la gente
avere preoccupazioni estetiche, se aveva fame? Come ci si può
preoccupare dell’eleganza del vestito quando esso è visibilmente
rattoppato? Per quanto riguarda i criteri urbanistici, il Sud
è stato tanto dimenticato dallo Stato che i meridionali,
a loro volta, lo Stato l’hanno dimenticato. Roma non si faceva
viva né per soccorrere chi rischiava di morire di fame né
per difendere i deboli. E, soprattutto, neanche per perseguire chi
violava la legge: la mafia non ha altra origine. Fu con doloroso stupore
che durante la Prima Guerra Mondiale molti ebbero il primo vero contatto
con il governo centrale: i carabinieri venivano a rubare i loro figli
per mandarli al macello.
Dopo l’unità
d’Italia, o anche dopo la Seconda Guerra Mondiale,
nessuno poteva ragionevolmente chiedere che lo Stato
centrale nutrisse e curasse il Sud fino a renderlo moderno
e civilissimo. Ma quello Stato avrebbe almeno potuto
non abbandonarlo. Avrebbe potuto almeno applicare la legge.
Rimuovere i funzionari corrotti o lassisti. Mandare più
carabinieri, o perfino funzionari, dal Nord. Non avrebbe dovuto
limitarsi a discutere in Parlamento e varare leggi: avrebbe
dovuto farle osservare. Ma questa buona abitudine non l’ha ancora
presa. E figurarsi quando il tasso d’analfabetismo era ancora
alto e quando andare da Catania a Roma era un’impresa degna di
Luigi Barzini e del Principe Borghese. Chi si lamenta della Salerno
Reggio Calabria di oggi non ha mai conosciuto che cosa significava
percorrere la Statale 18 negli Anni Cinquanta. Non si ha idea
della quantità di curve da Sapri a Vallo della Lucania e a
Salerno, per citare un tratto. La strada era stretta e, se si incappava
in un camion, non c’era che da seguirlo finché non svoltava.
Per non parlare delle infinite attese, quando come unico traghetto
c’era quello delle ferrovie. Ma già! Ancora oggi ci sono
coloro che considerano il Ponte sullo Stretto inutile: infatti loro
non contano di usarlo.
Il Mezzogiorno
era forse insalvabile: certo è che non si è
neppure tentato, di salvarlo. Gli si è fatta l’elemosina
di parecchio denaro, ma il Sud non aveva bisogno di veder
nutrire meglio i politici e i loro amici. Aveva bisogno
di essere amministrato, guidato, protetto dalla legge. Lo Stato,
oltre Eboli, non è stato né temibile né stimabile.
Di fronte ad un disservizio o ad un’ingiustizia la gente
ha sempre esclamato, alzando le spalle: “Che cosa volete? Siamo
nel Sud”. Qui lo Stato non esiste e non c’è a chi rivolgersi.
I meridionali
sono colpevoli, senza dubbio. Ma i settentrionali
non dovrebbero sentirsi innocenti. Perché anche il Sud
paga le tasse. Anch’esso ha versato il suo sangue sul
Piave. Anche il Sud è Italia.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 9 novembre 2007
UNA BARZELLETTA
Una barzelletta
raccontata da Wladìmir Putin. Un direttore
d’orchestra indica tre orchestrali, l’oboe, il corno inglese
e il fagotto, e dice: “Lei, lei, e lei”. “Ed io?”, chiede
risentito il clarinetto. “D’accordo, anche lei è
licenziato”.
Commento
per Putin. Il Presidente dimostra d’avere il senso
dell’umorismo e per giunta d’apprezzare le battute d’alto
livello. Infatti la barzelletta implica un che di astratto
ed assurdo, adatto ai palati più fini.
Commento
per Berlusconi, se l’avesse raccontata lui. Il Cavaliere
dimostra di non avere il senso dell’umorismo. Infatti
la sua barzelletta non fa ridere. Qualcuno ha riso, quando
l’avete raccontata voi? Inoltre, nel caso qualcuno
l’apprezzasse, e Berlusconi l’avesse raccontata solo
per lui, dimostrerebbe d’essere elitista e di non capire
i bisogni del popolo. Infine, la cosa peggiore, dimostra la
sua insensibilità di miliardario riguardo al mondo del lavoro.
Come si può ridere di un licenziamento? E come si può
trovare comico il licenziamento senza ragione di qualcuno che
ha solo chiesto “Ed io?”
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it - 8 novembre 2007
CAPIRE IL
PASSATO
Come si
sa, il futuro preoccupa più del presente. La stessa
parola “pre-occupazione” significa che ci si occupa di qualcosa
prima (pre) che sia il momento. Poiché nessuno ama
l’ansia, si fa di tutto per prevedere il futuro, o almeno
per parare i possibili problemi che si teme si presenteranno.
Per questo la civiltà dell’assicurazione è
apprezzabile: è ragionevole pagare sicuramente una
piccola somma (il premio) per non dover eventualmente pagare
una somma enorme.
Viceversa,
ci sono casi in cui il futuro è del tutto imprevedibile
e non esiste assicurazione. Se si è deciso di
giocare a tennis di pomeriggio, è inutile stare a
chiedersi se pioverà. Che ci si pensi tutto il tempo
o mai, nulla cambierà, nella meteorologia.
Un altro
campo in cui le previsioni sono troppo difficili è
la politica. In essa confluiscono tanti fattori che ogni
previsione è un azzardo. È naturale che
si cerchi di indirizzarla nella direzione desiderata,
è naturale che si cerchi di parare i colpi più
dannosi fra quelli possibili, ma non si può dimenticare
che, alla fin fine, tutto andrà come andrà. E
non rimarrà che prenderne atto.
Interessante
è invece il caso delle self fulfilling prophecies,
cioè delle profezie che si realizzano da sé.
L’esempio più semplice è l’annuncio di un
prossimo crollo di borsa. Non importa quanto esso sia
giustificato: la semplice prospettiva del crollo spingerà
molti investitori a vendere e la vendita innescherà il
crollo di borsa. E questo a volte vale anche in politica. Se Berlusconi
annuncia un giorno sì e l’altro pure che il governo sta
per crollare, lo fa perché cerca d’indebolirlo, quel
governo, e magari di farlo effettivamente cadere. Dall’altro
lato, se Prodi (intervistato da Maurizio Crozza), afferma che
“La verità è che il governo rimane: oramai abbiamo
davanti una vita eterna....», è da sperare che non
dica quelle parole perché è demente: prova soltanto
a mettere in giro un’opposta self fulfilling prophecy. Nessuno
dunque dovrebbe essere troppo severo né n Prodi né
con Berlusconi. Il governo durerà il tempo che durerà.
Ancora una settimana o fino alla fine della legislatura. Chissà.
Azzardare
previsioni sul futuro è un pessimo mestiere
ma è già un’imprudenza dichiararsi sicuri delle
ragioni di ciò che è avvenuto. Se il governo
Prodi cadesse fra tre settimane, sarebbero legioni i
profeti del passato che si precipiterebbero a proclamare
“ve l’avevamo detto, che sarebbe caduto!” E sarebbe una
stupidaggine.
Se le cause che hanno portato ad
un dato avvenimento fossero state veramente evidenti,
l’avvenimento sarebbe stato prevedibile e previsto.
Mentre invece, come si sa, le previsioni in generale risultano
sbagliate. E quando risultano giuste è perché
se ne sono fatte tante che una – statisticamente – deve pure azzeccarci.
Neanche
parlando del passato bisognerebbe dunque avere l’aria
di dire che tutto era evidente già da prima che si
verificasse. È un errore, questo, che commettono
anche gli storici. Col vantaggio di conoscere la fine
degli avvenimenti, assumono non raramente l’atteggiamento
di una sorta di Domineddio capace di sapere in anticipo che
la Rivoluzione Francese avrebbe condotto alla Repubblica.
In realtà, sarebbe bastato che Luigi XVIII fosse stato
meno cieco e sordo, e la Francia avrebbe avuto una monarchia costituzionale.
Forse perfino malgrado Napoleone. Conoscere la causa unica o prevalente
di un avvenimento è più difficile di quanto non si
potrebbe pensare. Può darsi che non si potesse che arrivare
ad essa, è vero, ma può darsi anche il contrario. Anche
se sappiamo come di fatto è andata, è meglio non essere
velleitari profeti del passato.
Hitler
ha perso la Seconda Guerra Mondiale ma poteva anche
vincerla. Se avesse malauguratamente incoraggiato a
sufficienza i suoi scienziati, e avesse avuto la bomba atomica,
la guerra avrebbe cambiato volto anche nel marzo del
1945. Più semplicemente, se non fosse accorso ad aiutare
l’Italia nell’infelice e stupida campagna di Grecia,
forse avrebbe conquistato Mosca e, chissà, spinto l’Unione
Sovietica ad arrendersi. Se non avesse dichiarato guerra agli
Stati Uniti non si sarebbe procurato, gratis, il più
temibile dei suoi nemici. E si potrebbe continuare con i “se”.
È normale essere contenti che Hitler abbia perduto,
ma darlo per perdente in ogni caso, con l’atteggiamento di chi
ha capito tutto, della storia, non è molto saggio.
La storia
non procede su binari predeterminati. In passato le
componenti del caso, della stupidità, dell’errore
agivano esattamente come agiscono oggi: la storia
non è un apologo preparato da un maestrino moralista.
E l’umanità del passato non è stata meno imprevedibile
o meno assurda di quella del presente.
A volte,
nella ricerca della verità, l’uomo sembra
un cieco che spara ad un bersaglio che gli viene continuamente
spostato. I nostri sforzi sono lodevoli come quelli
degli astronomi che, lavorando in metri quadrati,
parlano di distanze di migliaia o milioni di anni luce,
e vivendo settant’anni parlano di milioni di secoli. Ma
questa nostra nobiltà pascaliana di “canna che pensa”
rifulgerà di più se non avremo la pretesa di avere
pensato tutto.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 7 novembre
2007
I figli della
chiacchiera imbarazzati nell’addio al padre
della cronaca
“Mi sento
come le foglie d’autunno, ma tira un forte vento”.
Questa è stata l’ultima sensazione, un po’ poetica,
regalata da Enzo Biagi ad un’infermiera, non ad un telegiornale,
ad un giornale, ad un reporter, ma ad un’infermiera,
una donna della quotidianità, un suggello di quello
che a Biagi riusciva meglio ovvero parlare e far parlare,
confidarsi ed ascoltare la gente di tutti i giorni. Così
ha iniziato con Rotocalco Televisivo nel 1963, così ha
chiuso con Rotocalco televisivo ad aprile del 2007, l’ultimo sforzo
di un uomo di cronaca che pretendeva di esser risarcito da un’azienda
cui aveva dato tanto, ma che in fondo mai lo aveva voluto. Enzo
Biagi non è mai stato ben voluto dai suoi editori, anzi
più volte erano stati costretti a dissociarsi o a cacciarlo.
In quella vecchia generazione di giornalisti cui apparteneva
di diritto Enzo Biagi era perfino più pericoloso di lingue
avvelenate come Montanelli, Longanesi, Valiani, perché dall’esperienza
del fascismo era uscito piu rabbioso che disincantato ed anche
perché mai nessuno si sarebbe atteso da un uomo, all’apparenza,
mite, disponibile, un modo di raccontare la politica e la
storia dell’Italia in maniera che sembrava tranquilla ma era
agrodolce ed inquieta. Per gli spettatori il Biagi cronista era
noioso ma concreto, per pochi; il Biagi commentatore politico,
per tutti, editori, politici e spettatori era come la puntura
di una zanzara, piccola ma provocante un prurito enorme. La sua
enorme repulsione verso la destra, di ogni tipo, a volte perfino
quella democristiana, in Italia significo per lui essenzialmente
l’etichetta di “comunista”. In quanto comunista fu cacciato dal
Resto del Carlino, dopo la sottoscrizione del manifesto di Stoccolma
contro la bomba atomica, in quanto tale venne contestato in Rai,
con il suo Rotocalco Televisivo, accusato da Saragat, in quanto
tale venne ostracizzato negli Settanta, in quanto tale, tornato in
Rai fu criticato per il suo racconto della guerra prevalentemente in
chiave partigiana e successivamente per l’inizio della sua personale
diatriba contro Berlusconi,
con Il Fatto, dove la sua amicizia con Prodi, la sua tendenza politica
di sinistra lo portò ad una requisitoria dell’epopea berlusconiana.
Cacciato anche lì per un “uso criminoso della tv”, paragonato
a Luttazzi e Santoro. Forse quest’ultima la vera offesa: un giornalista
dignitoso dei tempi tristi italiani paragonato ad un comico
e ad un polemista di nuova generazione…Eppure anche Enzo Biagi
era il cronista prima ed il direttore di quei giornali che raccontavano
le storie, magari in chiave politica, ma con la gente in primo
piano, come Epoca o l’Europeo, quando ancora il settimanale non
si dedicava a pubblicare le foto dei paparazzi e le storie delle
veline, ma le tragedie e le battaglie della gente comune. Raccontare
gli italiani e lasciarsi andare nel personalizzare il loro sentimento,
farlo proprio, a volte per qualcuno, altre contro qualcosa. Legittimo,
forse duro, forse parziale, ma criminoso no, su questo almeno,
buona parte del nuovo centro-destra meno personalizzato e più
liberale dovrà ricredersi. "Non c’è più
un’inchiesta sui nostri giornali. Non raccontiamo più l’Italia,
non è più il tempo dei Piovene e dei Barzini e di tutti
quei giornalisti che andavano a scoprire storie nuove…”. In queste
parole la sua analisi sul giornalismo sempre più povero e
svogliato, fatto a tavolino e non per le strade ed il suo desiderio,
mai perennemente esaudito, come capita a tutti i giornalisti, di
scavare dentro all’italiano medio, anzi a quello basso, senza voce, senza
casa, senza soldi, senza famiglia ma ancora voglioso di essere italiano,
cosa già di per sé abbastanza ardua. E’ vero. Gli italiani
vengono conosciuti solo da come votano ed al momento del voto. Contano
per quello e non per altro. Nessuno racconta la loro vita, ma gli chiede
solo il loro appoggio, nelle convention, nei cortei di piazza. Constatazione
attuale e triste. Quanto a noi comunicatori, è proprio vero.
Siamo tutti cronisti a tavolini. Magari inviamo qualche povero disperato
free lance dell’ultim’ora, voglioso di emergere e di guadagnare
nelle zone calde del paese e da tutti quelli aspettiamo, copiamo
ed incolliamo notizie. Le parole del web non sono mai le nostre parole,
ma il riporto di quelle degli altri, il commento di ciò che
è già successo, l’eco di fatti noti di cui abbiamo l’esclusiva
in realtà appartenente a tutto il giornalismo. E fin quando
si dice la verità, senza paura di querele e minacce, forse
è leggermente accettabile, perché nella maggior parte
dei casi il web è come lo specchio deformante della verità:
la moltiplica, la ingrossa, la rimpicciolisce. Non mi stupisce il
silenzio del web sulla morte di Enzo Biagi, perché il web soffre
il cronista, soffre chi ha avuto il coraggio di andare per le
strade e non di stare a trafugare notizie dietro ad un pc o per sentito
dire da fonti incerte. Non mi stupisce il silenzio di gran parte
del web di tanti contenitori che lanciano schegge di quotidianità
ma forse dimenticano la cronaca e soprattutto la vecchia cronaca e
nel mondo del giornalismo, dove chi scappa, anzi chi trafuga per primo
il gossip a sorpresa, dove chi intervista o colpisce il politico è
apprezzato, non c’è spazio per la vera quotidianità, quella
dei fatti di ogni giorno. Questa è la differenza fra esseri
figli della chiacchiera e figli della cronaca. Siamo figli della cronaca,
di noi stessi, di ciò che ci circonda e lo saremo anche del mondo!
Biagi era uno dei padri della cronaca, quello che annoia, non piace,
ma quella che vale.
Angelo M. D'Addesio
Un mondo di nanerottoli
E bravo
Salam Fayad, ministro di uno stato che ancora non
c'e' ma che riceve dalla comunita' internazionale piu'
soldi di ogni altro stato del mondo .
Miliardi
a palate, miliardi a vagonate, ormai da moltissimi
anni e piu' miliardi arrivavano nelle casse palestinesi,
piu' il terrorismo fioriva e piu' israeliani morivano.
Le
ragalie ai palestinesi ormai non fanno piu' notizia
e se alcuni media ne parlano non c'e' nessuno
che protesta, come se fosse normale che i governi rubino
i nostri soldi per darli a una societa' parassita e
terrorista.
Io
pero' ne parlo in continuazione e non mi stanchero'
mai di ripeterlo perche' la gente deve svegliarsi
e chiedere conto ai governi dei miliardi dati colle nostre
tasse a chi, anziche' creare un'economia quindi una struttura
di stato nazionale dopo gli accordi di Oslo, li usa e li ha
sempre usati per motivi molto diversi.
Migliaia
di miliardi, per costruire le ville dei padrini,
per comprare decine di mercedes alle loro mogli, c'e'
chi ne ha 12, per mantenere nel lusso piu' sfrenato
Suha Arafat a Parigi e riempire i conti correnti del marito
assassino in tutte le banche del mondo.
A questo
sono serviti i miliardi dei donatori, il resto e'
stato usato per comprare armi, per creare una rete di
propaganda che controlla ogni media dell'universo mondo
e infine per retribuire giornalisti e politici stranieri
da anni sul libro paga dell'ANP.
Creare
economia? Mettere le fondamenta per uno stato nazionale?
Ma
dove! ma quando! Ma perche'! Ma scherziamo!
Fare
i parassiti e' molto meglio che lavorare finche'
il mondo sara' cosi' coglione da mantenerli.
Uno
stato nazionale significa avere anche delle responsabilita',
significherebbe smettere di piagnucolare ma mettersi
a lavorare e dimostrare di saper fare qualcosa di diverso
dal terrorismo.
Adesso,
dunque, il Fayad fa l'ennesima richiesta, adesso
vuole la rendita assicurata e continua, non gli bastano
piu' le regalie e, appoggiato da Abu Mazen, chiede
ai paesi donatori 120 milioni di DOLLARI al mese!
Capito
i furbastri? 120 milioni di dollari al mese piu'
naturalmente tutte le altre donazioni provenienti dai
paesi arabi e dalle varie organizzazioni nazistoidi che
tengono i palestinesi sotto la loro ala protettrice.
Mettersi
a lavorare? Mai!
Li
riceveranno, vedrete che li riceveranno, i palestinesi
sono ormai i parassiti piu' amati, adorati, rispettati,
coccolati, mantenuti con gioia dall'occidente, il
loro mantenimento fa parte delle voci obbligatorie
di molte Finanziarie dei paesi europei compresa l'Italia
che paga addirittura le spese di rappresentanza di Nemer
Hammad, sedicente ambasciatore
dell'ANP a Roma.
Noi
cittadini lavoriamo e paghiamo le tasse anche per
questo.
Siamo
quindi tutti complici dei loro delitti, tutti noi
contribuenti non siamo altro che i finanziatori del terrorismo
palestinese.
Non
sarebbe ora di ribellarsi?
Svegliaaaa!
Negli
USA la canzone non e' diversa, anche loro mandano
milioni di dollari e dopo l'11 settembre ancora di
piu'...non si sa mai, in America ci sono ancora tanti grattacieli.
E loro,
i palestinesi cosa fanno? L'unica struttura che sono
stati in grado di costruire sono le rampe per i missili
da sparare contro Israele, il resto lo hanno distrutto.
Si,
i protetti del mondo! Stanno bombardando il Neghev
del sud da 7 anni.
Dal
2005, dopo l'evacuazione degli ebrei dalla striscia
di Gaza, si sono avvicinati e da due anni sparano quotidianamente
su Sderot e sui kibbuz della zona arrivando a colpire
anche la citta' di Askelon.
Oggi,
come buongiorno, sono stati sparati 6 missili , e'
stata colpita la casa di un malato di cancro ricoverato
subito, sotto schok.
Ieri
13 missili, due giorni fa 11 missili, case distrutte,
gente terrorizzata, 10 secondi per salvarsi, 10
secondi in cui uno smette di respirare e di vivere aspettando
il colpo che puo' arrivare dovunque. Un mese fa un missile
si e' piantato nel cortile di un asilo nido, i bambini
erano dentro e solo un miracolo li ha salvati.
Israele,
finalmente, dopo aver dichiarato Gaza entita' ostile,
minaccia ritorsioni.
Finalmente!!!!
abbiamo pensato tutti, adesso i cittadini del
Neghev, santi per la loro calma e il loro equilibrio,
potranno tirare il fiato.
Finalmente,
senza elettricita' per un paio d'ore al giorno,
avranno altro cui pensare e ci lasceranno un po' in
pace.
Questo
e' cio' che tutti noi abbiamo ingenuamente
pensato ma purtroppo avevamo fatto i conti senza l'oste,
cioe' senza il resto del mondo, questo mondo cane
che ci circonda cui non frega niente di noi se non per prenderci
a calci nello stomaco.
Sanzioni
ai palestinesi? Non l'avessimo mai detto, il mondo
in subbuglio, tutti che arrivano in Israele a minacciarci
"guai a voi se gli togliete la luce, guai a voi se gli
togliete la benzina, guai a voi ebreacci".
Dalla
Rice, alla Ferrero comesichiama, a Blair, Dalema,
il nuovo premier britannico, Brown. Tutti a gridare
"guai a te Israele".
Un
forum italiano ha scritto addirittura "Gaza resiste"
, lo ha scritto prima di qualsiasi sanzione perche'
ancora niente e' stato fatto! Mangiano, bevono, sparano,
e sui forum scrivono "Gaza resiste".
A cosa
resiste? Ce lo dite, disgraziati? poi l'articolo
continua accusando Israele di genocidio, come aveva
fatto l'emerito professor dei professori Gianni
Vattimo nel suo ormai epico confronto con la bravissima
Fiamma Nierenstein.
Epico
per la Nirenstein perche' l'emerito professore ha
fatto la sua solita vergognosa figura da ignorante
razzista.
.
Che mondo di ipocriti idioti.
Nel
frattempo, in questi giorni, oltre alla processione
di accattoni pro palestinesi che chiedono a
Israele bombardata di non punire chi la bombarda, e' arrivato
anche l'arcivescovo di Canterbury, dott. Rowan Williams,
per controllare la situazione dei cristiani in fuga dai territori
palestinesi.
I cristiani
stanno scappando da decenni. Fino al 1990 a Betlemme
i cristiani erano il 90%, oggi sono il 7% e continuano
a scappare perche' l'integralismo islamico e la
mafia palelestinese non permettono loro di vivere, li perseguitano,
li ammazzano, li costringono a chiudere le attivita',
il negozietto sotto casa, il piccolo supermercato.
Bene,
di fronte a questa tremenda realta' dei cristiani
dell'ANP, Il signor Arcivescovo, Rowan Williams, ha dicghiarato
al Jerusalem Post che i cristiani scappano a causa
del MURO, cioe' a causa della barriera salvavita, costruita
da Israele per difendersi dai terroristi suicidi..
Il
giornale commenta bonariamente che l'arcivescovo e'
stato male informato.
Noooo,
nooo, che male informato. Che male informato! sono
anni che i media onesti scrivono della situazione
drammatica dei cristiani nei territori palestinesi. Altro
che male informato!
Il
signor arcivescovo, da bravo inglese, da bravo anglicano,
non ama Israele, non per niente la Chiesa anglicana
sono anni che auspica il boicottaggio, non per niente
lo spione, scrivo spione perche' spia sarebbe fargli un
complimento, Mordechai Vanunu si e' convertito al cristianesimo
preferendo , fra tutte, la chiesa anglicana.
Diciamo
che l'ultimo sostegno britannico a Israele e agli
ebrei risale al lontano 1917 quando Lord Balfour disse:"
Gli ebrei sono sempre stati esiliati, perseguitati e
oppressi, se potremo aiutarli a trovare un asilo sicuro
nella loro Terra nativa, potranno finalmente far fiorire
la loro genialita' e darne beneficio al mondo intero."
Purtroppo
90 anni dopo l'arcivescovo non ha voluto capire che
la barriera di sicurezza serve proprio a darci l'asilo
sicuro che auspicava Lord Balfour, non ha voluto capire
che i problemi dei cristiani palestinesi derivano dal fondamentalismo
islamico.
Non
ha voluto capire perche' sa perfettamente che dare
la colpa a Israele non gli crea nessun problema, dare
la colpa ai palestinesi potrebbe costargli qualche
altro morto cristiano.
Purtroppo
la vilta' e l'ipocrisia di tutto il mondo hanno dato
forza ai palestinesi , sicuri di essere sempre protetti
e aiutati nei loro crimini.
Fra
altri 90 anni il mondo ebraico commemorera'
ancora Lord Balfour, il nanerottolo Williams
sara' un uno dei tanti arcivescovi di Canterbury di cui
nessuno ricordera' il nome.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
CRIMETOWN
Un
apologo semiserio
La delinquenza era in
drammatico aumento. I tabaccai erano terrorizzati, gli impiegati
degli uffici postali andavano avanti a sonniferi
e tranquillanti, la notte nessuno osava andare in giro
da solo. Gli stessi carabinieri erano così nervosi
che negli ultimi tempi avevano ammazzato un poveraccio
che, richiesto di fermarsi, aveva messo la mano in tasca
per soffiarsi il naso.
Il
caso di cui si parlava di più, tuttavia, erano
le violenze e gli stupri a danno delle donne. Come
sempre avviene, l’incremento rispetto alla media non
era tanto grande quanto facevano credere i giornali: non
era infatti possibile che un determinato reato, da un
giorno all’altro, fosse commesso in tutto il paese un numero
doppio o triplo di volte. Ma proprio questo la gente aveva
finito col credere. Tanto che persino le donne anziane o francamente
brutte non dimenticavano mai d’avere nella borsetta uno
spray accecante. Insomma, era una tragedia nazionale.
Il
governo, ovviamente, era il bersaglio di tutti. Da
quando lo Stato etico è divenuto un’ovvietà,
tutti lo credono responsabile di ogni cosa che avvenga
nel paese. E soprattutto di ciò che non va. Se
c’è un’alluvione (“piove, governo ladro!”), l’Amministrazione
dello Stato è colpevole di non averla prevenuta, allargando
le fogne, canalizzando i torrenti, fornendo il triplo
di mezzi ai pompieri. Se invece non piove (“che siccità,
governo ladro!”), l’Amministrazione dello Stato è
colpevole di non avere creato grandi invasi in cui mettere
da parte l’acqua che potrebbe servire per dieci anni. E se le
cose stanno così per la meteorologia, che dopo tutto
- per alcuni almeno - non dipende dallo Stato, s’immagini
quali rimproveri piovevano su quel governo, ora che realmente
c’era un’emergenza nazionale: l’ordine pubblico era effettivamente
di sua competenza e andava tragicamente male.
Si
riunì dunque il consiglio dei ministri e fu
chiaro che, o si reagiva in qualche modo, o in Parlamento
si sarebbe immediatamente trovata una nuova maggioranza.
“Qui ci mandano tutti a casa!” L’idea più semplice
– suggerita dal ministro dell’intero - era quella
di rassicurare la società civile promettendo che
i colpevoli di violenza carnale avrebbero fatto almeno vent’anni
di carcere e che persino uno schiaffo, dato ad una donna, avrebbe
comportato almeno cinque anni di galera. Un ottimo programma,
a parere di tutti. Il ministro della giustizia però
non fu d’accordo e da prima tutti lo guardarono come se fosse
un amico degli stupratori:
“Ti
dispiace se li mettiamo in galera?”
“Come voi, sarei felice
di sapere che quella gentaglia non è più
in giro, spiegò l’anziano senatore. E per far
questo bisognerebbe tenerla in carcere. Ma dove? In
quali carceri? Già col sovraffollamento attuale abbiamo
dovuto caldamente raccomandare ai magistrati di non
infliggere pene detentive; li abbiamo spinti a concedere
sconti di pena con tutte le scuse; a momenti di mandare
anche gli assassini agli arresti domiciliari. Se domani cominciassimo
a mandare altra gente negli istituti di pena, nelle celle i
detenuti dovremmo metterli a strati. Come le sardine nel
barile”. E questo era un argomento inoppugnabile. Anche ad avere
la massima voglia di mettere dieci litri d’acqua in un fiasco
da Chianti, non c’è modo di farcela entrare.
Tutti
stavano per rassegnarsi a perdere l’amata poltrona
quando il ministro per lo sport – uno che era stato
nominato ministro quasi per pietà – prese la parola.
Sfidando l’atteggiamento scettico dei colleghi disse che
la soluzione c’era:
“Alla
gente non interessa che i colpevoli stiano in galera.
Alla gente interessa che non circolino liberamente.
E noi questo possiamo offrirglielo. Facilmente”.
“Facilmente?”
gli chiesero alcuni, mentre altri, pensando che
parlasse a vanvera, cominciavano già a distrarsi.
“Non
possiamo metterli dentro? Mettiamoli fuori”.
“Sul
balcone?”, chiese il ministro della Pubblica Istruzione,
famoso battutista.
“Fuori
dalla società civile normale”. Disse asciutto
il giovane. E spiegò:
“Li
mandiamo tutti a risiedere in una cittadina che apparterrà
solo a loro e da cui non potranno uscire. Invece di avere
un carcere, avremo una città recintata. I
vecchi abitanti saranno aiutati a trasferirsi, salvo vogliano
rimanere, ma gli stupratori e tutti gli altri condannati
dovranno rimanere lì per tutto il tempo stabilito
dal giudice. Non solo: per vivere dovranno lavorare normalmente
e il sistema non costerà un euro, allo Stato. Perché
lì funzionerà la banca, il supermercato, l’ospedale,
ecc.”
Le
proposte assurde a volte seducono al di là del
prevedibile. Diversamente non si spiegherebbe il
successo di Pierre l’Hermite e della predicazione delle
crociate. Fu così che, qualche anno dopo, migliaia
e migliaia di condannati furono inviati a San Donato della
Porella (Chieti), cittadina che i giornalisti, in ciò
seguiti da un popolo un po’ snob e anglofilo, chiamarono
subito Crimetown.
In
linea di principio, ovviamente, la cittadina avrebbe
dovuto essere una città pericolosissima. Tuttavia
ben presto, e con sorpresa di tutti, essa cominciò
a funzionare più o meno come le altre. La prima ragione
era che, essendo piccola, per così dire tutti sorvegliavano
tutti. Poi funzionava alla grande il proverbio per cui
“cane non mangia cane”. Infine quello era un ambiente
in cui, visto che la maggior parte erano lupi, non molti rimanevano
pecore. Dunque se un impiegato di banca cercava di mettersi
in tasca qualche banconota, il suo capoufficio – che nella
vita civile era stato un rapinatore – gliela faceva risputare
a suon di sberle. Prima di mandarlo al pronto soccorso. Le donne
giravano armate e bastava azzardarsi a toccare il sedere di una
signora per ricevere una rivoltellata nelle parti basse. Col
risultato di un accettabile ordine pubblico.
Il
fenomeno incominciò ad interessare il mondo.
Qualcuno ricordò un
economista di molti decenni prima, tale Carlo Cipolla, il quale
a proposito dei cretini aveva stabilito il principio
che la loro percentuale è uguale dovunque.
Negli ambienti: colti e in quelli incolti, fra i
ricchi e fra i poveri, tra i potenti e tra i miserabili.
Se si osserva, sosteneva Cipolla, che nel proprio ambiente
i cretini sono il trenta per cento – per ipotesi, la succursale
di una banca – si può star certi che c’è il trenta
per cento di cretini fra i cardinali e fra gli idraulici,
fra gli accademici dei Lincei e fra i giudici, fra i dermatologi
e fra i muratori. “Ebbene, concludeva qualcuno, se l’umanità
avesse dovunque bisogno della stessa percentuale di cretini
e di delinquenti, non potrebbe essere che questa percentuale sia
più o meno invariabile?”
“Sì,
gli rispondeva qualcuno. Ma se fosse vero quanto
dici, non dovremmo punire nessuno, perché tanto
la delinquenza non aumenterebbe. Cosa assurda. In
realtà, da quando esiste Crimetown abbiamo un migliore
ordine pubblico. Che poi anche lì la vita non sia
pessima, è tanto di guadagnato.”
La
vita non era pessima ma la legittima difesa aveva
talmente allargato i suoi confini che nessuno si azzardava
neanche ad essere scortese. Era il mondo dei film
western. Con la differenza che nel Texas, a parte qualche
bandito, erano tutti contadini, mentre qui, a parte le
eccezioni, erano tutti banditi. Ma il fatto, con immenso
stupore di tutti, era innegabile: la vita scorreva tranquilla
più o meno come altrove. Si era stati sicuri che San Donato
sarebbe stato l’inferno dei vivi, un po’ come l’Isola del Diavolo
di Dreyfusiana memoria, e invece ora tutti erano preoccupati
perché era venuta a mancare la deterrenza. I delinquenti
dicevano: “E alla fin fine, che volete che mi facciano? Che
mi mandino a Crimetown? E va bene. Pare che il clima sia ottimo,
lì”.
C’era
però un gruppo di “detenuti” che costituiva un
problema anche per i sandonatesi: i criminali pazzi.
Quelli che niente e nessuno riesce a domare, perché non
sono ragionevoli. Molti di costoro non riuscivano neppure
ad invecchiare, dal momento che in città molti avevano
un’ottima mira: ma lo stesso l’allarme era piuttosto alto.
Sicché il governo decise di costruire un grandissimo manicomio
criminale (un carcere), proprio lì. E ci mise dentro
gli irrecuperabili.
Si
creò un doppio sistema repressivo. Si poteva scegliere
la semilibertà di Crimetown - la cittadina circondata
da una recinzione elettrificata di molti chilometri da
cui non si poteva uscire neanche per una gita fuori porta - ma
si poteva anche, sgarrando, finire in un istituto di pena temutissimo.
Un carcere in cui gli stessi secondini erano dei pregiudicati.
La deterrenza era efficacissima.
San
Donato andò avanti così, per anni. Non
era un posto di villeggiatura ma nel resto del paese il
problema dei criminali facilmente a piede libero fu
risolto. I cittadini erano soddisfatti (anche se gli idealisti
si lamentavano dei furti di biciclette), e il principale
albergo di Crimetown era costantemente pieno di sociologi
venuti da ogni parte del mondo.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 6 novembre
2007
LA RESPONSABILITÀ
DI GRUPPO
Israele ha minacciato di sospendere la fornitura
di gas e carburanti a Gaza.
La responsabilità
penale è personale. Anche quando sembra indiretta, per esempio
perché il padrone è chiamato a rispondere dei morsi
del suo cane, non manca la “rimproverabilità” (tecnicamente,
“antigiuridicità”) della condotta personale. Al padrone
del cane si dice: “Sei colpevole di non averlo tenuto
al chiuso; di non avergli messo la museruola; di non
avergli impedito di nuocere”.
Questo
principio è una delle conquiste della civiltà.
In epoca antica, tuttavia, e perfino oggi nelle
società meno evolute, la prassi della vendetta trasversale
è corrente; e questa vendetta che a sua volta
innesca contro-vendette (“faida”), fino a condurre
ad una sorta di guerra tra famiglie o clan. Proprio questa
parola, guerra, fa comprendere che il principio della
responsabilità di gruppo è stato abolito
dal codice penale ma non è scomparso dalla società:
e soprattutto rimane prassi in campo internazionale.
Quando Pompeo intraprese la guerra contro i pirati attaccò
con selvaggia determinazione le loro basi. E se si distruggono
porti e cittadine in quantità, solo perché
da lì partono dei pirati, che cosa si attua, se non una
severissima punizione di un gruppo, in base ad una responsabilità
collettiva?
Né
questo genere di episodi è confinato all’antichità.
Secondo il diritto internazionale, il conflitto
fra due Stati può
avere inizio non solo perché uno dei due presenta
all’altro una formale dichiarazione di guerra ma anche
perché sono posti in essere comportamenti abbastanza
gravi da costituire un “casus belli”. Comportamenti
che possono perfino essere frutto della volontà di
gruppi che il governo centrale non riesce a dominare. Questo
particolare caso pone in essere delle differenze morali,
se non giuridiche. Nel caso di Pompeo, mentre era moralmente
plausibile che si distruggessero quelle cittadine che i pirati
li avevano accolti con piacere, perché profittavano delle loro
razzie, distruggere le cittadine che erano state dominate con
la forza dai pirati non era eticamente giustificato. A Pompeo
però, come a qualunque controparte, questa differenza
non importava. La filosofia degli Stati è semplice e
feroce: “Se mi attacchi, che tu lo faccia volontariamente; che
tu finga di non essere riuscito ad evitare che altri lo facesse;
che tu realmente non ci sia riuscito, a me non importa: te la
farò pagare a caro prezzo”. E ovviamente chi paga a caro prezzo
è la popolazione.
C’è
una brutale giustizia, in tutto questo. In caso di
vittoria – che sia bellica, civile o perfino sportiva
– il popolo se ne sente protagonista: “Siamo campioni
del mondo!” Quando invece si tratta di una sconfitta, se ne
dissocia rigettandone la colpa sui governanti. L’Italia
non ha perso la Seconda Guerra Mondiale, è Mussolini
che l’ha persa. Questo eccellente meccanismo funziona benissimo,
per chi ne beneficia; per chi invece ne è danneggiato
le cose stanno diversamente. L’Italia ha l’improntitudine
di dichiarare guerra agli Stati Uniti? Ed ecco che gli Stati
Uniti, mesi dopo, bombardano a tappeto le sue città.
Facendo migliaia e migliaia di morti civili. Di che cosa erano
colpevoli, quei poveracci (di cui chi scrive ha rischiato di far
parte), se non di appartenere al popolo che aveva esultato per l’entrata
in guerra, sotto il balcone di Palazzo Venezia? I Sonderkommando
tedeschi si comportarono orrendamente nell’Unione Sovietica occupata.
Ma l’Armata Rossa, mentre conquistava la Germania, se ne vendicò
orrendamente con massacri e stupri di massa che fecero fuggire a
piedi, verso l’ovest, milioni di civili. Per così dire con
soltanto ciò che avevano addosso. Ecco che cos’è la
responsabilità di gruppo.
In
questi giorni Israele ha formulato il progetto di
interrompere le forniture di gas, carburanti ed
energia elettrica alla Striscia di Gaza. E da più
parti si sono alzati alti, sommamente ipocriti. Non solo
quella Striscia è sotto il potere di un “governo” che ha
nel suo statuto la volontà di distruggere Israele (anzi,
tutti gli israeliani), ma quel “governo” è stato
eletto dai palestinesi proprio perché ha quel programma.
Come ci si può meravigliare che uno Stato si proponga
di non fornire comodità – gas, carburante, elettricità
– a chi ha come progetto quello di fargli guerra, uccidendo
se possibile tutti i suoi cittadini? E che come acconto spedisce
pressoché quotidianamente missili Qassam sul territorio
israeliano?
La
reazione israeliana è immensamente meno selvaggia
di quella della Gran Bretagna che, a guerra tecnicamente
conclusa, inviò centinaia di bombardieri per spianare
la città d’arte chiamata Dresda. Facendola bruciare
per tre giorni ed arrostendo vivi più civili di quanti ne
siano morti ad Hiroshima. Civili colpevoli solo di essere tedeschi.
Un crimine che nemmeno un filo-inglese viscerale come chi
qui firma riesce a perdonare.
Tutti
hanno venti centimetri di pelo sullo stomaco, quando
si tratta di Gerusalemme. Solo ad Israele si osa chiedere,
senza arrossire, di stare ferma in modo che il suo
avversario non sbagli la mira.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - novembre
2007
UN CRIMINE
IMPRESCRITTIBILE
Spesso si scrive perché si ha in mente un’idea
e si vorrebbe che gli altri la condividessero. Invece
quando si scrive agli intimi o solo per sé, si
possono consegnare al foglio anche idee assurde, fantastiche,
forse indecenti. Perché non se ne deve rendere conto
a nessuno.
Da quando sono nati i blog e le “amicizie di penna” elettroniche,
disponiamo di un mezzo espressivo diverso da tutti
gli altri. “Pubblicando” su internet non si hanno problemi
col direttore responsabile o con l’editore, che non
esistono. Si è perfino al riparo dal reato di diffamazione
a mezzo stampa, o da quello di ingiurie, perché
per prassi è invalsa la regola della più totale
libertà. Volano insulti, si leggono testi deliranti,
l’anarchia è legge e la libertà più totale
un’ovvietà.
Oggi vorrei profittare di questo mezzo espressivo
per parlare in prima persona, per esprimere pensieri
che “ufficialmente” forse non oserei sottoscrivere.
Comincerò col confessare che son capace di
nutrire rancore. È una cosa brutta? Se sì,
nel mio caso è una cosa bruttissima. Perché
non solo non mi placo un giorno un mese dopo, ma nemmeno
dieci anni dopo. Com’è ovvio, non sto parlando
di bazzecole, ché anzi sono tutt’altro che suscettibile.
Sto parlando, ad esempio, di Simon Wiesenthal che passò
anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, a cercare
gli aguzzini dei campi di sterminio, per assicurarli alla
giustizia. Tanto da essere chiamato “il cacciatore di nazisti”.
Quando tutto è finito, qualcuno comincia a parlare di perdono,
di acqua passata. Io no. La penso come Wiesenthal. Se su sul
momento si è giurato odio eterno, e se si è persone
serie, poi questo odio bisogna fattivamente mantenerlo. Fino
alla nostra o all’altrui morte. Ne deve certo valere la pena,
il colpevole non deve fruire di nessuna attenuante: ma se è
così, le parole perdono, grazia, oblio sono bestemmie.
Questi orrendi pensieri mi sono tornati in mente in
questi giorni. E la cosa è cominciata con un
sogno. Ho immaginato di essere quell’astronauta italiano
che orbita intorno alla Terra e che ha ricevuto anche una
cordiale telefonata del Presidente della Repubblica.
Nel mio sogno, al posto di quell’astronauta, avrei atteso
di essere in collegamento telefonico, e in diretta televisiva,
per dire queste parole:
“Presidente, senza offesa, ma mi rifiuto di parlare
con qualcuno che a suo tempo, nel pieno possesso
delle sue facoltà morali e mentali, approvò
la repressione della Rivoluzione Ungherese. Questo rifiuto
è il fedele omaggio alla memoria di quei martiri
che lei a suo tempo insultò”.
L’ho detto, sono capace di nutrire rancore. Mi rendo
conto che, per molti, magari molto più giovani
di me, si tratta di vicende antiche, di vicende che
non hanno vissuto, rievocate magari da immagini sfocate,
in bianco e nero. Ma io ero vivo, allora. La mia realtà
era a colori. E ho pianto con quegli eroi che combattevano
a mani nude contro i carri armati dello straniero. Ricordo
la rabbia infinita di quel popolo stuprato, ricordo Maleter
e perfino quel comunista di Imre Nagy, impiccato dai russi perché
più patriota che servo di Mosca. Ricordo la tragedia della
ragione schiacciata dal torto, della dignità calpestata
dall’impudenza, della brutalità che trionfa sugli ideali
più sacri. Il crimine era così evidente che molti comunisti
lasciarono il Pci, in Italia, e il partito si trovò in
crisi in tutta l’Europa.
Solo i più fanatici e feroci e bovinamente obbedienti
comunisti osarono sposare, contro l’evidenza dei fatti
certificati da tutti i giornalisti, da tutti i cinegiornali,
da tutte le radio, la tesi della finta rivoluzione,
della violenza borghese e antiproletaria al soldo dei capitalisti.
Bisognava avere il coraggio di dire che la Luna è
quadrata, che il Pacifico è una pozzanghera, che Stalin era un benefattore.
Bisognava essere Giorgio Napolitano.
Molti, fra quelli che allora lasciarono il Pci, e
ovviamente tutti quelli che non lo lasciarono, e soprattutto
l’immensa palude degli ignavi, oggi forse sono disposti
a mettere una pietra sopra qualcosa che avvenne cinquantuno
anni fa. Ma la mia fedeltà a quei martiri della libertà
rimane indefettibile e chi osò schierarsi con la menzogna
di Stato, con gli interessi imperiali dell’Unione Sovietica
serviti dalla nuda forza, con i boia che assassinarono l’anelità
di libertà di un piccolo, eroico popolo, rimane imperdonabile.
Finché non muoia lui, o non muoia io.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 2 novembre 2007
MOLLICHINE
Il Csm apre un fascicolo su Forleo. Probabilmente
per legittima difesa. Chissà che non ne abbia aperto
uno lei sul Csm.
In Spagna, terroristi condannati a quarantamila anni
di carcere. Ecco un posto in cui non hanno bisogno
di varare pacchetti sicurezza.
Putin: la Russia non permetterà a “nessuno” di
imporre restrizioni alla vendita di armi russe all’estero.
Povero orso russo, costretto a ruggire dalla mattina
alla sera.
Buttiglione: “Non è scontato che alle prossime
elezioni [il leader del centro-destra] sia Berlusconi”.
Ovvio. Tutti possiamo morire, una volta o l’altra.
Gianni Pardo