ARCHIVIO NOVEMBRE 2007
Il Pdl? Ve
lo spiego io. Sarà una grande rete.
Sono tempi duri per i partiti riformatori in Europa.
In Germania, la cancelliera Angela Merkel assiste impotente alla
paralisi annunciata della sua Grosse Koalition. In Francia, il
presidente Nicolas Sarkozy ha dovuto fare concessioni per sbloccare
lo sciopero dei ferrovieri. In entrambi i Paesi la posta in gioco è
alta: la capacità di portare avanti le riforme necessarie a
mantenere l'economia competitiva. La lezione per l'Italia è che
non esistono modelli miracolistici, semmai riforme a cui ispirarsi.
E che per il centrodestra è ora di tornare alla rivoluzione liberale
e popolare del 1994 di Silvio Berlusconi, e alla forma partito-rete
delle origini.
Il sisma politico che ha colpito la Germania è
la svolta a sinistra dei socialdemocratici. Il Congresso della Spd
di fine ottobre ha segnato una netta sconfitta dei riformisti a
vantaggio della sinistra populista del partito. Con il risultato
che Franz Muentefering, il più riformista dei socialdemocratici
nel governo Merkel, ha dato le dimissioni perché la grande coalizione
non è più in grado di lanciare riforme importanti nei
due anni che restano prima delle elezioni. Quanto sta accadendo in
Germania è normale. La Grosse Koalition funziona nei primi due
anni di una legislatura, come motore del cambiamento. Ma, man mano che
si avvicinano le elezioni, ciascun partito radicalizza le sue posizioni,
fino alla paralisi.
In Francia, Sarkozy ha superato lo sciopero contro
l'abolizione dei regimi speciali delle pensioni per i dipendenti
delle ex imprese statali. Ma il costo sono concessioni che confermano
la sua tattica delle riforme a metà. In questi mesi, Sarkozy
ha proposto tante piccole rivoluzioni, salvo fermarsi non appena
i sondaggi indicavano un calo della sua popolarità. Ora il pericolo
è che la contestazione si allarghi e che Sarkozy decida di
negoziare su tutti i fronti, cedendo alla conservazione. Da questo punto
di vista è sintomatico il suo discorso davanti al Parlamento europeo,
tutto incentrato sulla protezione (al limite del protezionismo) e
sulla chiusura. Ma
il colbertismo sarkozista non è la soluzione ai mali francesi,
è il modo più efficace per aggravarli.
Resta che Germania e Francia stanno meglio di noi.
Per quanto in crisi, in due anni il governo Merkel ha rilanciato
la crescita, mentre Sarkozy, seppur a metà, ha cominciato a
trasformare il Paese. Il governo Prodi, invece, persegue le controriforme
in nome di una presunta pace sociale, che in realtà garantisce
i privilegi di pochi a svantaggio di tutti. È da qui che parte
la nuova stagione di rinnovamento politico inaugurata da Silvio Berlusconi
e Walter Veltroni. Per questo una nuova legge elettorale è necessaria
per cancellare un sistema bipolare «bastardo» e delineare
un vero bipartitismo maggioritario, fondato sul principio: «o
governiamo da soli o con maggioranze davvero coese», purché
si ponga fine al «non governo» dell'Italia. Riforme, ma anche
partiti nuovi, capaci di intercettare le nuove domande sociali, economiche,
ideali.
Su questo nuovo disegno deve riprendere corpo, nel
nuovo Partito del Popolo della Libertà, anche la prospettiva
riformatrice offerta nel '94 dal miracolo di Forza Italia. In fondo
Forza Italia delle origini non era altro che questo: un network con
un forte centro, costruito attorno a «reti» economico-associative
e a persone di destra e di sinistra - e né di destra né
di sinistra, con un semplice programma: cambiare l'Italia.
In un partito-rete i singoli membri sono allo stesso
tempo partner e concorrenti. Tramite regole condivise, partito,
circoli, movimenti, mettono in comune le risorse necessarie a raggiungere
l'obiettivo. Quando il numero dei membri cresce, le risorse condivise
sono gestite più efficacemente da un nodo centrale, che svolge
anche il ruolo di arbitro.
Mentre il centro deve stimolare la competizione
fra i nodi del partito-rete, favorendo lo sviluppo delle singole
eccellenze, tutti i nodi del network controllano l'operato del centro.
Fuor di teoria il nuovo partito-rete dovrà intercettare, mettendo
insieme, tanto il popolo dei gazebi, quanto i partiti, i movimenti che
vi intendono aderire. Dovrà essere in grado, proprio grazie
alla sua struttura, di capire e governare le grandi trasformazioni
che sono intervenute nell'ultimo decennio.
Ma un partito-rete, più di un partito tradizionale,
chiuso nella sua ideologia e nella sua organizzazione, ha bisogno
di visioni, di programmi, di idee, e di strumenti democratici per
la loro elaborazione e la loro sintesi politica. Ha bisogno di gruppi
dirigenti aperti e in competizione.
Televisioni, internet, blog, radio, giornali, riviste:
la direzione della comunicazione non sarà più solo
«verticale», ma diventerà sempre più
orizzontale. E i programmi nasceranno dal basso, dai singoli portatori
di interessi, dai movimenti, dai partiti, alla pari.
Ecco, questo potrebbe essere la nuova offerta politica
del Partito della Libertà: leader e rete; valori, visioni,
programmi e comunicazione; capacità di interpretare domande
sociali e politiche nuove, diffuse, e inespresse. Tutto il contrario
dei partiti tradizionali chiusi, prodotto delle fratture sociali
di oltre un secolo fa. Tutto il contrario del neonato Partito Democratico,
nato dalla fusione fredda di apparati e oligarchie del passato.
La scommessa di Berlusconi il federatore sembra
proprio questa: fare da catalizzatore di una nuova forma partito,
hub di reti e di nodi, di movimenti, con il comune obiettivo di cambiare
l'Italia. Leader e popolo, leader e rete. E chi ci sta, ci sta.
(il Giornale. Renato
Brunetta
)
LA CALATA DI BRACHE
ISTITUZIONALIZZATA
Bertinotti: "Vorrei vedere in faccia uno che mi
spiega che sia ragionevole che un accordo stretto a livello extraparlamentare
tra governo e parti sociali debba diventare legge sostanzialmente
sospendendo la possibilità di dibattito e di modifica del parlamento.
Si può fare, ma denota la crisi del sistema politico italiano".
L’antefatto, per chi non lo conoscesse: sul welfare,
si è arrivati ad un accordo fra governo, sindacati (con
avallo di un referendum fra i lavoratori) e Confindustria. Questo
accordo non va ai comunisti, i quali richiedono che sia modificato
in Parlamento. Ma Dini ed altri dicono che, se si cambia una virgola,
votano contro e cade il governo. E allora si parla di questione di fiducia.
Ma in questo caso – secondo i comunisti – si sarebbe di fronte ad un
ricatto extraparlamentare alla maggioranza, che sarebbe sostanzialmente
privata del suo potere legislativo.
La tesi di Bertinotti è indubbiamente giusta.
Se il peccatore dice che il peccato è da condannare, dice
forse qualcosa di sbagliato? Bertinotti però dimentica che
in Italia, di fronte all’opinione pubblica organizzata e rumorosa,
le istituzioni si sono sempre calate le brache. La piazza, e spesso
una piazza di sinistra, ha prevalso sul Governo e sul Parlamento. Non
solo: le istituzioni si sono anche calate le brache dinanzi a tre o quattro
sostituti Procuratori della Repubblica di Milano (Di Pietro, Colombo,
ecc.), quando essi hanno loro ingiunto via televisione di ritirare un
decreto legge. L’ordine giudiziario ha nettamente prevaricato sul potere
legislativo, con buona pace di Montesquieu, e nessuno ha fiatato. Infine,
non è qualche volta che il Parlamento si è calato le
brache dinanzi ai sindacati, se le è calate costantemente.
Tanti e tanti anni fa, quando l’Inghilterra pareva
avviata ad un inarrestabile declino, Edward Heath pose la questione:
insomma, chi deve governare, il governo o le Trade Unions? I quel
momento la risposta fu: le Trade Unions. Solo Margareth Thatcher,
dopo di lui, ebbe il coraggio di sfidarle e batterle definitivamente;
per dare un secondo esempio, solo Sarkozy in questi giorni è
riuscito a sconfiggere le organizzazioni dei ferrovieri. In Italia,
nulla del genere. Di che parla, dunque, Bertinotti? La sinistra ha
sempre sostenuto la necessità di concordare tutto con i sindacati.
Anzi, il verbo è “concertare”, quasi si trattasse di una
sinfonia.
Ecco perché, pur se l’assassino ha ragione
quando condanna l’assassinio, in questo caso non si può
evitare un sentimento di indignazione. Ci vuole un’infinita faccia
tosta - una faccia tosta che si potrebbe definire sovietica - nel biasimare
una pratica, definendola incostituzionale, quando va contro la propria
fazione politica, dopo averla dichiarata inevitabile, necessaria
e nobile le decine di volte che è stata a favore di essa. Se
non addirittura da essa ordinata ed organizzata.
Il nostro Presidente della Camera ha perso una
buona occasione per tacere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27
novembre 2007
La storia di Amin,
giovane regista afghano su cui pende una fatwa degli studenti
coranici: «Ti faremo saltare in aria»
Fino a due mesi fa era Amin, giovane regista
afghano, giornalista di una televisione indipendente di Kabul,
in Italia per presentare il suo cortometraggio alla Mostra del Cinema
di Venezia e al Milano Film Festival. Di colpo è diventato
un profugo, «un uomo morto che cammina», almeno secondo
la fatwa che i talebani hanno ordinato nei suoi confronti. Così
la vita di Amin, i suoi studi all'Academy Art, il suo lavoro all'Ariana
Television Network di Kabul, la sua militanza per i diritti umani
e per la democrazia in Afghanistan si sono fermati a Milano.
Bloccato fra il Centro di accoglienza di viale
Fulvio Testi e la Mediateca di via della Moscova, Amin fa l'unica
cosa che gli è rimasta da fare: scrivere il suo blog.
«Ero venuto in Italia ad agosto,
con un biglietto di andata e ritorno - racconta il venticinquenne
-. Ma pochi giorni prima della mia partenza per Kabul mi hanno
avvertito con una e-mail che i talebani avevano ordinato la mia morte.
Ero già stato minacciato dagli estremisti varie volte, per il
contenuto dei miei servizi radiofonici e televisivi, ma non ci volevo
fare caso. Questa volta, però, hanno mandato un ordine di uccisione
via posta a casa mia: "ti accoglieremo a Kabul con un kamikaze carico
di esplosivo". Hanno tempestato di telefonate minatorie i miei genitori,
che sono dovuti scappare da Kabul a Bamyan, coperti da un burqa, per
non essere riconosciuti. Da allora ho perso le loro tracce e non so nemmeno
se sono vivi».
Nella sua improvvisa condizione di rifugiato
senza identità, Amin ha dormito per le strade di Milano,
ha fatto la fila all'ufficio immigrati della Questura, ottenendo
asilo politico per sei mesi, ha dovuto presentare, oltre al passaporto
e alla sfilza di documenti utili per venire in Italia, l'unica prova
che lui non è un accattone: il suo cortometraggio «Treasure
in the ruins», che lo ha portato ai festival del cinema di Venezia
e Milano. Racconta la storia di una bimba afgana, che, affascinata dalla
favola di un tesoro nascosto, si mette alla ricerca del bottino, ma
trova solo rovine, orrore e distruzione.
Ma la fatwa dei talebani è giunta
per il progetto di un altro film «Keys to paradise».
«Non l'ho ancora girato - spiega il ragazzo -, ma
era tutto pronto, anche le location. Denunciava la follia dei suicidi
talebani, in nome della religione islamica e l'ignoranza grazie
alla quale si è sviluppato l'estremismo religioso. I talebani
educano nelle madrasse del Pakistan piccoli bambini, instillando in
loro assurdi pensieri superstiziosi. I kamikaze, infatti, sono convinti
di agire con le bombe addosso senza essere visti, perché sono
santi».
Amin, invece, ha voglia di essere riconosciuto,
di ritrovare la sua identità di regista, militante,
giornalista, che aveva prima di rimanere imprigionato in Italia.
Si chiude nell‚ormai logoro doppiopetto con cui ha varcato il
Lido di Venezia e non accetta un giubbotto per scaldarsi, non un
invito a pranzo. Non vuole perdere la sua dignità e nel suo
blog, dalla Mediateca di Milano, lancia un solo appello: «Voglio
continuare i miei studi di cinema e concludere il mio film "Keys
to paradise". In un modo o nell'altro lo girerò, promesso».
Ketty Areddia - Corsera on line
Lo scandalo
Rai e lo scandalo degli «spioni»
C'è uno scandalo che riguarda la Rai,
e questo scandalo contiene un altro scandalo che riguarda i metodi
della lotta politica in Italia. Poi c'è un terzo scandalo
- distinto - che riguarda Silvio Berlusconi.
Il primo scandalo è stato denunciato
in varie forme, e in modo comunque clamoroso, da tutti i giornali.
In particolare da Repubblica che lo ha scoperto e ha fatto lo
scoop. Dicono i giornali: Rai e Mediaset si parlavano, si mettevano
d'accordo sui programmi, le pubblicità, i palinsesti. Dunque
violavano le norme della libera concorrenza.
Noi, che non crediamo molto - non abbiamo
mai creduto - alle magnifiche sorti della concorrenza e delle
sue leggi, non riusciamo né a stupirci né a indignarci
per il fatto che quelle leggi sacre del capitalismo siano state
violate. Il capitalismo, da quando esiste, viola sempre le sue leggi
se questo può aiutare i capitalisti (le rispetta solo per punire
i proletari...perdonateci questo attacco di veterocomunismo che ogni
tanto ci prende e non riusciamo a domarlo...). Casomai - ci sembra-
lo scandalo sta in altri due dettagli: il primo è l'esistenza
del duopolio, cioè del dominio di due proprietari (uno pubblico
e colonizzato dai partiti, l'altro privato e controllato da un solo
partito) su un bene che dovrebbe appartenere a tutti noi come è
la possibilità di fare televisione. Un bene comune che diventa
un bene privato. Che esistesse il duopolio, però, non era
cosa segreta.
Il secondo dettaglio è il fatto che
la Rai divenne in un certo senso una "succursale" Mediaset con
il governo Berlusconi e sotto gli occhi di tutti. Nel senso che
collocò in alcuni ambiti strategici persone a lui vicine e
di massima fiducia. Tra queste una signora sicuramente di grandi
doti e di assoluta onestà, la signora Debora Bergamini, sua
segretaria personale fino al 2002 poi assunta in Rai come vice direttrice
del marketing. Già dalla poltrona (e dalla inevitabile ascesa
della signora) si può capire quanto potesse essere strategico
quel ruolo nell'altalenante sfida auditel tra Rai e Mediaset: la signora
Bergamini si occupa di marketing strategico, ovvero la base delle
scelte strategiche di un'azienda. Può dunque meravigliare il
suo "conflitto di interessi" quando nessuno ritiene più interessante
neanche quello del suo ex capo?
Passiamo
al secondo scandalo. Consiste nel fatto che il primo scandalo
è scoppiato per via di alcune intercettazioni sulle telefonate
di liberi cittadini non indagati, ed è scoppiato perché
queste intercettazioni sono state passate dai giudici ai giornalisti,
ed è scoppiato sebbene, a quanto pare, finora nessun giudice
abbia ipotizzato dei reati a carico delle persone "oggetto" dello
scandalo. Si è ripetuto esattamente il copione dello scandalo
Unipol, per il quale fu imposto un prezzo politico piuttosto alto a
Massimo D'Alema e a Piero Fassino. Non fu - quella - una operazione indolore
nella politica italiana: la nascita del Pd, nelle forme in cui è
nato, è stata molto condizionata dalla messa all'angolo del vecchio
e robusto ceppo diessino ("Quercista", si direbbe il politichese) i
cui massimi esponenti erano, appunto, D'Alema e Fassino. Stavolta l'attacco
degli "spioni" non è a D'Alema ma al suo antagonista,cioè
a Berlusconi, e avviene mentre Berlusconi è impegnato in una svolta
politica. E cosa succede? Che molti di quelli che in occasione del caso
Unipol furono forcaioli ora sono garantisti (cioè gli amici di Berlusconi)
e molti di quelli che allora furono garantisti ora sono forcaioli (diversi
giornali del centrosinistra). Noi fummo molto prudenti allora e restiamo
molto prudenti adesso. Crediamo che i reati siano reati e non possano
essere confusi con eventuali comportamenti disdicevoli, crediamo che
la lotta politica non si fa spiando i telefonini cellulari, crediamo
che chi davvero è un po' disgustato del sistema politico-di mercato
che domina l'Italia (e tutto l'occidente) farebbe bene a denunciare
questa schifezza e non a sguazzarci dentro una volta sì e una no.
Il terzo scandalo riguarda Berlusconi ed è
evidentissimo. Si chiama conflitto di interessi. Danneggia tutta
la politica italiana. E finisce paradossalmente per danneggiare
lo stesso Berlusconi. Il quale oggi se ne deve essere accorto.
Perché il suo ex alleato Fini - inviperito con lui - ha minacciato
di vendicarsi della sconfitta politica danneggiando le televisioni
e le aziende di Berlusconi. Possibile che il mondo politico italiano
non capisca che finché non ci liberiamo di questo assurdo
meccanismo che mischia potere politico e televisivo sarà
molto difficile uscire dalla palude?
Piero Sansonetti - Liberazione -
23/11/2007
L'illusione
della moratoria della pena di morte
La terza commissione delle Nazioni Unite ha
votato l'approvazione della moratoria della pena di morte.
Questa decisione, salutata da molti come un evento storico, può
essere considerata solo per un aspetto, la sua totale irrilevanza.
L'impegno dei molti attivisti e uomini politici che hanno lavorato
per raggiungere questo obiettivo è certamente encomiabile.
Il loro sforzo, però, non servirà a far abolire la pena
di morte.
LOnu è un'organizzazione di Stati Sovrani.
Ciò significa che non è un istituzione "indipendente",
nè un attore terzo nello scenario internazionale. L'Onu
riflette gli interessi e le posizioni di forza degli Stati. In
altre parole, l'Onu è schiava degli Stati. Se acluni di
essi contemplano all'interno del loro ordinamento giuridico l'istituto
della pena di morte, non è ben chiaro per quale motivo
essi dovrebbero lavorare con l'Onu per portare alla sua abolizione.
Se volessero abolirla, provvederebbero autonomamente. E‚ chiaro dunque
che questi stessi Stati non avranno alcun motivo per cooperare con
l'Onu per promuovere la presente causa.
A ciò si aggiunge un altro aspetto,
certamente non secondario. Come detto, l'Onu è un'organizzazione
di Stati sovrani. Quindi, nonostante la retorica del diritto internazionale
e di tutti i buoni propositi che spesso vengono elencati da coloro
che credono nelle organizzazioni internazionali, gli Stati esercitano
il monopolio dell‚esercizio del potere all'interno dei loro confini.
Nessuno, dunque, neanche l'Onu, può violare la capacità
di ogni singolo Stato di definire la sua legislazione interna. L'Onu,
dunque, oltre a non essere un organo indipendente, non ha neanche
alcun potere pratico. Questo è il problema principale che si
frapponge tra la enunciazione di principi altisonanti e la loro realizzazione
pratica.
Un'analisi
ideologica potrebbe identificare nella particolare configurazione
dell'Onu la ragione della sua inefficacia. Secondo alcuni, la
composizione del Consiglio di Sicurezza, o più in particolare
l'esistenza stessa del diritto di veto, renderebbe l'istituzione
che ha sede al Palazzo di Vetro dipendente dalla volontà delle
"Grandi Potenze". Per altri, invece, la presenza di Paesi non democratici
renderebbe vano ogni tentativo di promuovere democrazia e diritti umani.
Come detto, in entrambi i casi si tratta di
una lettura ideologica dei fatti. Se l'Onu non fosse dotata
di un Consiglio di Sicurezza; se il diritto di veto venisse abolito;
oppure se fosse composta di soli Paesi democratici, nulla cambierebbe.
Non essendo dotata di alcun potere di coercizione - gli Stati,
appunto, rimangono titolari della sovranità - essa non può
fare altro che lanciare appelli. Ed affidarsi alla speranza che essi
vengano accolti dagli Stati.
L'Onu, per diventare effettiva, dovrebbe trasformarsi
in un Governo mondiale dotato di potere di coercizione, e quindi
capace di implementare e attuare le sue decisioni ("rule
enforcing"). Una tale ipotesi, come è ovvio di primo
acchito, non è solo una prospettiva distante se non addirittura
irrealizzabile, ma potrebbe anche compromettere per sempre le sorti della
democrazia - su questo aspetto, che qui non può essere trattato,
si veda per esempio Jeremy Rabkin, Law Without Nations? Why Constitutional
Government Require Sovreign States (Princeton, Princeton University Press,
2005).
Esattamente come per il trattato di Locarno,
che nel 1925 arrivò a "vietare la guerra", la moratoria
della pena di morte non lascierà alcun segno tangibile nella
storia, se non forse l'ilarità di chi verrà dopo di noi.
Essa, infatti, non rappresenta nient'altro che un tentativo inutile
volto a rendere il mondo un posto migliore. Invece di partire da un analisi
oggettiva di come le relazioni tra Stati funzionano, e proporre delle
soluzioni serie e realizzabili, si basa su una visione manichea di come
il mondo "dovrebbe" funzionare. Non deve dunque sorprendere che in conclusione,
la moratoria avrà solo riempito le pagine dei giornali, sempre
pronti a salutare con entusiasmo questo tipo di avvenimenti, ma poco
propensi a cogliere la realtà che si nasconde dietro ai fatti.
November 19th, 2007 by editor
Mauro Gilli
FINI, IL 71 E IL 17
Se al problema del “corridoio di Danzica”
non fosse seguita la Seconda Guerra Mondiale, nessuno se ne
ricorderebbe più. Invece per capire la storia a volte
è necessario ristudiare avvenimenti che sul momento sembrarono
insignificanti.
Quando il 16 novembre 2007 - erano i giorni
della mancata caduta di Prodi e in cui tutti davano addosso
a Berlusconi - il Corriere della Sera pubblicò una lettera
di Gianfranco Fini sulla situazione politica, molti non la lessero.
La solita solfa. Si è stanchi dei distinguo, del politichese,
delle punzecchiature. Poiché però è probabile
che quella lettera sia una delle ragioni dei recenti avvenimenti,
bisogna studiarla.
1) Fini sostiene che bisogna “riflettere
e cambiare strategia”. Traduzione: fino ad ora si è
sbagliato. Anzi, Forza Italia ha sbagliato. Bisogna partire “da
un dato politico tanto ovvio quanto fin qui pervicacemente negato
da Berlusconi”. Dove “pervicacemente” si traduce: “Gliel’ho detto e
ripetuto, ma è troppo cretino per capirlo”.
2) “Il governo cadrà un secondo dopo
che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito
alle urne con l’attuale legge elettorale. Giusto o sbagliato
che sia è così, perché continuare a negarlo
contro ogni evidenza?” E qui nasce un problema: come mai la cosa
è tanto evidente a lui e così poco ad altri? Perché
il governo dovrebbe cadere, se si riformasse la legge elettorale? Dove
sta scritto? E dove sta scritto che la nuova legge non renderebbe
più solido il governo? Soprattutto, dove sta scritto che il
governo cade o non cade per la legge elettorale invece che per il traguardo
dei due anni, sei mesi e un giorno, che assicurerebbe la pensione
da parlamentari agli attuali eletti? Le evidenze sono tali quando
appaiono a tutti. E questo non sembra il caso.
3) Se il governo cadesse, questo non significherebbe
ipso facto il mutamento del quadro politico. Prodi potrebbe
richiedere di nuovo la fiducia; potrebbe fare un rimpasto e creare
un Prodi 2; potrebbe sbarcare la sinistra comunista e imbarcare
Casini e magari qualche transfuga. Ogni volta che avviene un fatto
nuovo, in politica le conseguenze possono essere le più diverse.
Meglio non profetizzare.
4) Per
Fini l’attuale legge elettorale è “una legge che obbliga
tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di
interdizione e di ricatto”. Questo vale per il centro-sinistra
più che per il centro-destra, in cui i partiti importanti
erano quattro soltanto, ma soprattutto il potere d’interdizione
e di ricatto si ha quando la maggioranza è ridotta. Nella
passata legislatura questo potere non era certo dato a partiti piccolissimi:
solo Follini e l’Udc riuscirono a minacciare seriamente il governo.
E il loro non era un partito microscopico. Se oggi il centro-sinistra
disponesse di dieci senatori in più, i vari Turigliatto o Rossi
o altri non avrebbero il potere che hanno. Senza dire che, avendo pareggiato
i voti per la Camera (sei decimillesimi in più, a Prodi), proprio
qui il centro-sinistra non ha problemi perché ha beneficiato
di un grande premio di maggioranza, regalato esattamente da quella legge
di cui è sacramentale dire tutto il male possibile. Decisamente,
le evidenze di Fini non sembrano tali a tutti. Dunque, se una coalizione
vincesse nettamente, i problemi di cui parla Fini non esisterebbero
affatto.
5) “Il 2008 può essere, per il formidabile
pungolo del referendum di primavera più ancora che
per le intenzioni dichiarate di Veltroni, l’anno di poche ma
indispensabili riforme, varate le quali saranno gli italiani
a scegliere il premier e la coalizione di governo”. Cioè
si fanno alcune riforme (hai detto niente!) e dopo si va a votare.
Questo è fare i conti senza l’oste. In primo luogo, il centro-sinistra
è (tutto) d’accordo? Ammesso che fosse l’intenzione di Veltroni,
saprà imporla alla sua coalizione? E ci si riuscirebbe in pochi
mesi? Soprattutto, fatte le riforme, chi obbliga il centro-sinistra
a mantenere la promessa di andare a nuove elezioni? Gianfranco Fini?
Oppure – è bene fare un po’ d’umorismo, ogni tanto – la parola
data?
6) Comunque, questo tentativo “An intende
farlo”, per non assumersi “la responsabilità di sacrificare,
sull’altare di una sterile unità di coalizione, la sua
stessa ragione fondativa”. Attenzione: anche se Fini “si augura
che ciò accada in fretta e unitariamente, perché
dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, dice che An il tentativo
lo farà anche da sola e senza tenere conto dell’unità
della coalizione, che definisce sterile. Ancora una volta bisogna
tradurre: se An è disposta ad agire da sola, pur sapendo che
mette a rischio l’unità della coalizione, e pur sapendo che
“dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, la conclusione è:
“noi lo faremo, Berlusconi deve seguirci. Diversamente noi lo lasciamo”.
Se ne deduce che chi ha preso l’iniziativa della rottura della Cdl
non è stato Berlusconi. Ha solo risposto: “se potete, voi,
rischiare di lasciare noi, figuratevi se non possiamo, noi, rischiare
di lasciare voi”. Il seguito è noto. Ha preso in mano il boccino,
si è piazzato al centro della scena e, incontrando Veltroni, si
fa sdoganare dal centro-sinistra in vista di una eventuale Große
Koalition. Perché mai infatti il Pd dovrebbe concludere con An
(i fascisti, come dice l’estrema sinistra) un patto che potrebbe concludere
con il Pdl?
È avvenuto ciò
che è avvenuto tante altre volte, nella storia. Un generale
conta sull’impossibilità, per l’avversario, di realizzare
una manovra (aggirare il passaggio delle Termopili, attaccare
la Francia malgrado la Maginot, e cento altri esempi) e quello
invece ci riesce eccome. Chi affronta una battaglia deve mettere
in conto di poterla perdere. Come si dice, il 71 può sempre trasformarsi
in 17.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 26 novembre 2007
MI SONO SEPARATO
DA ADELE
Quando
si cambia lavoro, quando ci si separa dalla moglie, perfino
quando semplicemente si cambia città, si passa un bel
po’ di tempo a sistemare mentalmente le novità. Il fatto
è lì, chiaro e inequivocabile; perfino facile da
riassumere: “Mi sono separato da Adele”. Ma come andrà senza
Adele, se è lei che ha lasciato noi o siamo noi che abbiamo
lasciato lei, se c’è in gioco una terza persona e come andrà
la nuova vita, tutto questo è molto più complesso e dubbio.
Bisogna dunque mostrare comprensione per chi continua a chiedersi quali
saranno le conseguenze dell’ultima mossa di Berlusconi.
C’è una regola generale: i “grandi
uomini” sono uomini. Cesare e Pompeo non erano di marmo. Senza
dire che erano suocero e genero. Dunque anche nel caso di Berlusconi,
Fini e Casini è permesso fare delle considerazioni meramente
umane e non politiche.
Nella “parabola dei vignaioli”, Gesù
sostiene che si può pagare nello stesso modo chi ha lavorato
dall’alba al tramonto e chi ha lavorato solo nell’ultima mezz’ora.
Questa è la parola del Figlio di Dio, per i credenti, ma
difficilmente potrebbe essere la parola dei sindacati. Mentre
infatti Dio può regalare il paradiso a chi vuole, per gli
esseri umani nulla è più fastidioso del vedersi
scavalcare in una fila. Prima che un brocardo romano, prior in
tempore, potior in iure (chi è arrivato prima ha più
diritti) è un’evidenza per tutti.
Nella nostra società ci sono persone
che sono in politica da quando avevano i calzoni corti. Hanno
cominciato nella Fgci, in Azione Giovani, o negli analoghi vivai
degli altri partiti, cercando poi di farsi eleggere assessori al
cimitero nel loro comune di tremila abitanti. Hanno scalato, passo
dopo passo, sospiro dopo sospiro, un infinito cursus honorum. E la
loro carriera, salvo eccezioni, si è conclusa a basso livello.
Ad andar bene, con una sinecura politica o un piccolo stipendio nell’infinito
sotto bosco. Solo pochissimi, coniugando quelle che Machiavelli chiamava
fortuna e virtù, giungono al massimo livello: divenire ministri
o segretari di un grande partito politico. Per i segretari, si badi,
stiamo parlando di quattro o cinque persone in tutt’Italia, se contiamo
solo i grandi partiti; e al massimo di una ventina se contiamo anche
i partiti da zero virgola.
Ebbene,
nel 1994 quale sentimento poteva suscitare, l’irruzione nella
scena politica di un signore già maturo, già ricco,
e comunque privo di ogni esperienza politica, che nel giro di
qualche mese si trasformava, da emerito sconosciuto, in Presidente
del Consiglio? Una persona che non si iscriveva ad un partito ma
ne fondava uno, che per giunta diveniva immediatamente e stabilmente
il primo del paese? I romani, grandi conservatori, disprezzavano gli
homines novi, ma qui il disprezzo non poteva bastare: è stato
inevitabile l’odio.
Malgrado i suoi costanti sorrisi, malgrado
la sua bonomia da esperto di relazioni pubbliche, Berlusconi,
a parte qualche milione di votanti, ha oggettivamente ispirato
un odio universale. Con l’eccezione di Sandro Bondi ed Emilio Fede,
tutte le persone note l’hanno trovato insopportabile. Nel 1994
la sinistra si avviava a vincere “in carrozza” e il Cavaliere le
fece svanire da sotto il naso un facile trionfo. La cosa farebbe salire
il sangue agli occhi a chiunque: ma doverlo subire da un riccastro sorridente,
da un capitalista che politicamente non era nessuno, è stato
come per Tyson essere messo k.o. da un sessantenne professore di filosofia.
Da questo è nato un sentimento acre e costante di rancore. Mezzo
paese è stato spinto a disprezzare in tutti i modi il Cavaliere,
a irriderlo, a insultarlo, ad accusarlo di ogni nequizia possibile
ed anche di alcune impossibili. Con un tale eccesso che i milioni di
persone che per quell’uomo hanno costantemente votato ci hanno fatto
il callo. Gli attacchi al signore di Arcore lasciano il tempo che trovano.
Questo sentimento di ostilità,
tuttavia, non è stato esclusivo dei nemici. In fondo,
anche gli amici erano sulla breccia da molto prima. Anche loro
si sono visti scavalcare, nella fila, da quest’ultimo arrivato.
E non tutti dispongono della benevolenza di chi paga nello stesso
modo i vignaioli pomeridiani. Per questo, finché si è
avuto il potere, e al solo scopo di non perderlo, ci si è limitati
a scalpitare. Col passaggio all’opposizione si è invece perduta
ogni remora. Ci si è chiesto pressoché ufficialmente se
il Cavaliere fosse dunque immortale. Se non ritenesse, essendo più
anziano, di passare la mano (“Ho vent’anni meno di lui!”). Magari
conservando qualche carica onorifica, ma passando una buona volta il
timone a mani più esperte e soprattutto più impazienti. Tutto
questo si è espresso con allusioni, dispetti, impuntature,
stilettate ed altre piacevolezze. Il presupposto era che Berlusconi
non potesse fare a meno di loro. Cosa vera. Ciò che non è
stato preso in considerazione, però, è che Berlusconi
è un uomo fuori dalla media. Un uomo che nella vita può
giocare con la serenità di chi ha già avuto tutto. È
ricco. Ha fondato il più grande partito italiano. È stato
l’unico Presidente del Consiglio che abbia governato per un’intera legislatura.
Ad andar male, potrebbe ritirarsi dalla vita pubblica con la sicurezza
di avere un posto nella storia d’Italia. Ecco perché, a quelli
che pensavano che lui non potesse fare a meno di loro, ha posto il problema
di fare, loro, a meno di lui. E magari del potere. Si è stancato
di mettere pezze, di tirare la carretta e ingoiare rospi. E oggi punta
dunque l’intera posta: o vince o perde. E se perde insieme a lui perdono,
ancor più rovinosamente, coloro per i quali la politica è
tutto.
Probabilmente chi l’ha irritato fino a
questo punto non sapeva che avrebbe ottenuto questo risultato.
Tutti gli animali che mostrano i denti lo fanno per minacciare.
Solo l’uomo, col sorriso, può dare un messaggio equivoco:
e stavolta molti hanno avuto l’ingenuità di credere che, solo
perché sorrideva sempre, il Cavaliere non fosse capace di
mordere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
. 26 novembre 2007
IL FATO IRAKENO
Molte volte, da quando è cominciata
la guerra dell’Iraq, il mondo si è chiesto se essa
sia stata una buona o una cattiva idea. La seconda ipotesi è
stata tanto largamente prevalente da pensare che Bush si sia ostinato
a lasciare lì l’esercito esclusivamente per non ammettere il
proprio errore: mentre i suoi soldati continuavano a morire, mentre
gli americani in maggioranza avrebbero amato il disimpegno, mentre
la presenza delle forze alleate in quel paese rendeva gli Stati
Uniti invisi a tutto il mondo musulmano. È andata così
per anni e per anni non si è visto alcun serio miglioramento.
Si è anzi potuto prevedere che, come in Vietnam, la guerra
si concludesse con la vittoria del nemico semplicemente perché
l’opinione pubblica americana si era stancata.
Tutto questo è storia. Da qualche
mese c’è tuttavia una novità che, se confermata,
potrebbe ribaltare tutto ciò che si è pensato
e detto. Pare che la strategia del generale David Howell Petraeus,
applicata all’incirca dal mese di febbraio, stia dando dei risultati
incredibilmente positivi. Non se ne parla molto perché i
media, ovviamente, danno notizia dei disastri, non della normalità;
e poi sull’Iraq sono comprensibilmente poco pronti a credere
ad un’alba di pace. E tuttavia non solo gli attentati (e i morti)
sono in costante calo, anche per la migliorata efficienza della polizia
irakena, ma si delinea da un lato una sorta di alleanza fra sciiti e sunniti
contro i terroristi e al Qaeda, dall’altro un clima di fiducia. Gli irakeni
vivono molto più normalmente di prima e molti profughi tornano
in un paese che considerano pressoché tranquillo. Al riguardo
è opportuno leggere l’articolo riportato qui.
Molti secoli fa Creso chiese a Solone
di andarlo a trovare e, trovatoselo davanti, gli sciorinò
davanti la sua potenza e la sua ricchezza, chiedendogli infine
se non fosse l’uomo più felice del mondo. Solone rispose
che non poteva saperlo perché il re non era ancora morto
e le somme si possono tirare solo quando tutto è concluso.
Come poi la storia dimostrò allo stesso infelice Creso,
aveva largamente ragione. Nello stesso modo, mentre per anni le prefiche
hanno già pianto tutte le loro lacrime su questo infortunio
statunitense, le persone ragionevoli si sono sempre astenute da ogni
compiaciuto catastrofismo come da ogni wishful thinking, cioè
da un ottimismo privo di basi. Oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti,
si potrebbe propendere per le speranze: ma è meglio non posare
a profeti. Si rischia sempre una brutta fine.
Se il successo fosse confermato, se la
guerra si concludesse con un Iraq democratico e prospero, il
suo esempio sarebbe una spina nel fianco di tutte le autocrazie
e teocrazie mediorientali. Sarebbe la realizzazione di quella
speranza geopolitica che a nostro parere fu la molla prima della
guerra stessa. Attualmente non rimane che aspettare e vedere.
L’unica considerazione seria è che la storia è del
tutto imprevedibile e si capisce come mai i greci credessero al Fato.
Per andare in una certa direzione, gli uomini fanno il l’impossibile
e a volte ci riescono, a volte no, come se una forza superiore decidesse
per loro. Bush aveva concepito la guerra d’Iraq come un’operazione
breve e sicura, cui sarebbe conseguito un ribaltamento (in senso
democratico) dell’intero Medio Oriente; si è invece trovato
sulle braccia una guerra sanguinosa, interminabile e impopolare.
Dunque tutti lo hanno dato perdente. Ora con Petraeus le cose potrebbero
cambiare completamente, la previsione potrebbe essere smentita per
la seconda volta. La guerra di Bush che prima era stata vinta, poi
era stata persa, ora la guerra potrebbe essere di nuovo vinta. Contro
il Fato, nemmeno Zeus aveva potere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 24 novembre 2007
IMBROGLIACCI
"Potremmo chiederci dove sono finiti
gli esponenti della sinistra che sul caso Unipol si mostravano
come i campioni del garantismo ed attaccavano con singolare
energia la pubblicazione incontrollata delle intercettazioni
telefoniche. Ma sappiamo bene dove trovarli: oggi sono in prima
fila ad usare la pubblicazione di conversazioni per cercare di colpire
l'avversario politico."
"La cosa piu‚ grave e inquietante e'
cio‚ che denuncia il presidente della Repubblica: le intercettazioni
devono restare segrete. Non solo perche' lo dispone la legge,
ma anche per l'incredibile uso distorto che ne viene fatto. Non
si puo' prendere un semplice brogliaccio della Guardia di Finanza,
cioe' una sintesi di conversazioni, e senza alcun tipo di contraddittorio
presentarlo come una verita‚ incontrovertibile e usarlo secondo
i propri interessi. E' grave che in questo gioco al massacro abbiano
un ruolo fondamentale, per varie ragioni e attraverso vari strumenti,
dello Stato e non, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, il
ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, mezzo governo
e una buona parte della maggioranza di centrosinistra".
IMBROGLIACCI 2
Intervista a Caldarola, ex-direttore
dell’Unità.
Caldarola: "Veleni per far saltare il
dialogo di Walter"
articolo di Luca Telese - venerdì
23 novembre 2007, 07:00
Ai miei tempi "l’Unità" faceva
da tramite fra testate che non si parlavano direttamente.
E nessuno gridò allo scandalo
Roma - «Ci sono due cose inaccettabili
in questa storia. Il complottismo e la strumentalità.
Qualcuno sta cercando di fare pressioni su Walter, perché
salti la stagione del dialogo». Peppino Caldarola, deputato
del Pd, ex direttore dell’Unità, veltroniano di ferro, non
ha dubbi. Walter, ovviamente, è Veltroni. E il tentativo di
affondare il dialogo è la vicenda delle intercettazioni dei dirigenti
Rai e Mediaset. Caldarola non ha dubbi: «Per quel che riguarda
il rilievo penale tutta questa storia va analizzata con una bella borsa
di ghiaccio sulla testa. Ma per quel che riguarda gli effetti politici,
c’è il bisogno, anzi il dovere, di intervenire subito, per
fermare questa ennesima fuga di veleni».
Onorevole Caldarola, come mai tanta
nettezza, assolutamente controcorrente fra i dirigenti della
sua coalizione?
«Essendo cresciuto in una redazione,
mi ricordo bene che sia ai tempi del terrorismo sia durante
quelli di Mani pulite, le concertazioni ci furono, eccome».
Hanno detto che si tratta di un tentativo
di inciucio. Che ne dice?
«Lo ripeto, ci vuole prudenza.
Può esistere anche una concertazione che non sia
anticoncorrenziale. Non trovo stupefacente che qualcuno, anche
in ottima fede, lo abbia fatto. E voglio aggiungere una cosa...
».
Una rivelazione?
«Nel periodo in cui ero nel gruppo
di comando dell’Unità ai tempi di Veltroni direttore, noi
non solo ci consultavamo con gli altri giornali - era durante
la stagione di Tangentopoli -, ma addirittura facevamo da tramite
fra Repubblica e il Corriere che non si parlavano».
È
un’autoccusa o un’autoapologia?
«Non do giudizi di merito, forse
in alcuni casi è stato un errore, perché bisogna
sempre cercare di avere l’esclusiva, ma di sicuro nessuno allora
gridò allo scandalo».
Forse adesso...
«Non sto rivelando segreti di
Stato, fra gli addetti ai lavori era ben noto».
Insomma lei si è consultato?
(sorriso) «Ebbene sì,
mi sono consultato».
Torniamo al merito. Per lei il problema
è politico.
«Sì, ci sono almeno due
cose che mi stupiscono in questa storia. La prima è
l’idea ricorrente e grottesca che ci sia una regia in questa
consultazione».
Ovvero Berlusconi.
«Sì, un signore chiuso
in una stanza a fare il burattinaio della storia italiana,
a decidere i dettagli dei programmi o i titoli dei giornali.
Insomma un golpista!».
E lei non ci crede?
«Ma va’ là! È una
visione grottesca».
La seconda cosa che non accetta?
«Il tentativo di condizionare
Veltroni, traendo una morale di questo tipo: con questi non
si può parlare perché sono quelli che tramavano
contro la libertà e la democrazia».
E lei nemmeno su questo è d’accordo?
«Ovviamente no. Primo perché
non penso che esista il burattinaio, secondo perché
la pacificazione quando si fa, si fa con eserciti che sono stati
in guerra. Non puoi fare la pace se contemporaneamente vuoi tirare
fuori gli scheletri dall’armadio del tuo interlocutore».
Le viene in mente un esempio?
«Sì, un generale israeliano
che sa fare la guerra, ma che quando decide che vuole fare
la pace, arriva fino in fondo. Certo Rabin non guardava alla storia
di Arafat quando gli ha stretto la mano».
Insomma, anche lei dice che c’è
una regia?
«No, non voglio dire che necessariamente
queste carte siano state tirate fuori dagli archivi per
un uso politico. Quando però sono nell’agone politico,
qualcuno cerca di farne un uso politico».
Perché?
«Perché molti, anche nel
centrosinistra, non resistono alla tentazione di dare una
lettura complottistica della storia italiana. È un
vecchio vizio».
Ma lei di questa inchiesta che idea
si è fatto?
«Per
ora sono dei brogliacci che riassumono il senso di alcune
intercettazioni. Vedremo cosa diranno le inchieste, ma la cosa
che si può sicuramente affermare fin d’ora è che questi
veleni non possono essere usati politicamente per condizionare
Veltroni, per bruciare, prima che fruttifichi, il seme di una svolta
politica, un dialogo che finalmente si apre. E che io spero possa
regalare una nuova stagione all’Italia».
BERLUSCONI E GIUFÀ
In questi giorni si leggono decine
e decine di righe sul problema della legge elettorale e sull’apertura
di Berlusconi al proporzionale. Tutti ne parlano seriamente.
Precisano il sistema da scegliere, i pericoli da evitare, passano
in rassegna i favorevoli e i contrari, ipotizzando le conseguenze
sulla coalizione al governo, sui rapporti tra Veltroni e Berlusconi
e via andare: fino alla vertigine. Può darsi che questi
illustri signori abbiano capito molto più di chi di questi problemi
parla con gli amici o al massimo su qualche blog, ma un dubbio rimane:
Berlusconi non ha forse detto che è disposto a concordare una
legge elettorale proporzionale purché si vada immediatamente
dopo a nuove elezioni? E il centro-sinistra è disposto ad
andare al più presto a nuove elezioni che prevedibilmente
lo vedrebbero perdente alla grande? La risposta più ovvia è
no. Inoltre, se la nuova legge elettorale avesse uno sbarramento
del cinque per cento (ma si parla anche del sette e dell’otto),
essa sarebbe un ostacolo insormontabile per i partiti di estrema
sinistra: e perché mai costoro dovrebbero permettere che
si vari questo sistema che li sfavorisce per poi applicarlo subito
con nuove elezioni che li manderebbero a casa per sempre? Fra l’altro,
anche a pensare ad eventuali fusioni, l’esperienza storica dice
che esse ottengono spesso risultati inferiori alla somma dei voti
degli addendi. Gli converrebbe far cadere il governo.
Il problema centrale, tuttavia, è
quello indicato: come mai tutti parlino della prima metà
della frase di Berlusconi senza tenere conto della seconda metà?
Dal momento che il centro-sinistra non può accettare
questa condizione, il comportamento di Berlusconi fa pensare
alla storiella di Giufà, personaggio mezzo scemo e mezzo
furbo, che secondo una vecchia favola siciliana un giorno fu condannato
a morte. Il poverino implorò come ultima grazia quella di
poter scegliere la pianta a cui essere impiccato e quando fu accontentato
scelse una pianta di prezzemolo.
Poiché
non è pensabile che tutti siano sordi e non abbiano fatto
caso alla condizione berlusconiana, si è costretti
a pensare una sola cosa: non l’hanno presa sul serio. E dunque
il problema si sposta: andava presa sul serio o no? Talleyrand
diceva che « La parole a été donnée
à l’homme pour déguiser sa pensée » (la
parola è stata data all’uomo per travestire il suo pensiero)
ma qui veramente si esagera. Può darsi che il Cavaliere
parli sul serio e che i commentatori facciano malissimo a non
tenerne conto, come può darsi siano convinti che parli sul
serio, ma che poi, fatta la legge elettorale, le elezioni gliele
negherebbero. Non sarebbe la prima volta che in politica si manca
alla parola data. Ma forse che Berlusconi questo non lo sa? E allora
che garanzie chiede? O è che spera di tirare le cose abbastanza
in lungo per profittare dei risultati del referendum? Perché
mai nessuno risponde a queste domande?
Forse si discute tanto di legge elettorale
perché bisogna pur vendere i quotidiani. Bisogna pur
mettere qualcosa nei telegiornali, benedicendo il fatto che
Berlusconi in questi giorni li abbia resi un po’ meno noiosi.
Bisogna, per quanto riguarda i politici, dire qualcosa, pur di vedersi
citare: per loro la visibilità è questione di vita
o di morte. Per tutti bisogna fare “un gran casino”, come si dice
volgarmente, mentre sotto sotto, quanto alle elezioni e alla
legge elettorale, non c’è niente. Proprio niente: salvo
ciò che è assolutamente segreto.
Il futuro lo vedremo quando sarà
presente. A cominciare dal fatto che la Corte di Cassazione
può modificare tutti i dati ammettendo o no il referendum.
Un’alternativa, sia detto di passaggio, che dimostra come anche
quella Corte faccia politica: è infatti strano che nessuno
si azzardi a fare previsioni giuridiche, quasi che la soluzione
dipendesse da un getto di dadi. Probabilmente, dal momento che
quel voto creerebbe un sistema terribilmente favorevole al Pdl o al
Pd, la Cassazione dirà di no. Non per arcani motivi: semplicemente
perché il partito che avrà la maggioranza relativa
sarà quello di Berlusconi e dunque, giuridicamente, bisogna
stopparlo.
E mentre tutto questo bolle in pentola,
si parla di sistema proporzionale con sbarramento alla tedesca
e correzioni alla spagnola: un salto triplo all’indietro
carpiato con avvitamento. “Ma mi faccia il piacere”, come diceva
Totò.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 21 novembre 2007
COROLLARI
BERLUSCONIANI
Della mossa di Berlusconi, nelle
ultime quarantott’ore, si è molto discusso. Ma qualche
dato in più – salvo errori – c’è.
1) Molti elettori si sono
chiesti come mai Berlusconi, da sempre fautore del maggioritario,
ora parli di proporzionale. Il fatto è che il maggioritario
italiano (“Mattarellum” o “Porcellum”, cioè legge elettorale
del 2001 o del 2006), non ha portato alla stabilità.
La frammentazione dei partiti è anzi aumentata e il povero
Prodi è sottoposto all’eventuale ricatto di due o tre senatori.
Dunque, non val la pena d’impiccarsi su quel sistema.
2) Il sistema proporzionale
alla tedesca - preferito da tanti, fra cui Veltroni,
e cui anche Berlusconi si dichiara disponibile - è tutt’altro
che un sistema proporzionale come l’immaginiamo. In Germania
non solo esiste uno sbarramento al 5%, ma metà del Parlamento,
col primo voto, si elegge col sistema maggioritario uninominale.
È solo col secondo che si eleggono dei parlamentari col
sistema proporzionale. Sicché, altrettanto lecitamente,
si potrebbe parlare di “sistema uninominale maggioritario alla
tedesca”.
3) Qualunque sistema proporzionale
che preveda uno sbarramento non è un proporzionale
puro ed anzi tutto dipende in concreto dall’altezza dello
sbarramento. Se vengono escluse dal Parlamento tutte le formazioni
che non raggiungono il cinque per cento (come in Germania),
saltano via moltissimi partiti. Insomma, parlare di “sistema
proporzionale”, senza precisare, non significa niente: “il diavolo
si nasconde nei particolari”.
4) Se Veltroni e Berlusconi
si mettessero d’accordo per il sistema tedesco, Mastella
e tutti i partiti di estrema sinistra – vedendo che rischiano
la vita – farebbero forse cadere il governo in modo da andare ad
elezioni subito ma con la legge attuale. Perderebbero certamente
il governo ma manterrebbero una rappresentanza in Parlamento; mentre
se lasciassero fare ai grandi partiti rischierebbero di essere cancellati
dalla vita politica.
5) Nulla vieta di pensare
che la discussione sulla legge elettorale sia un’immensa
manfrina. Qualunque legge elettorale o favorisce i grandi
partiti, e troverà per questo la pervicace opposizione
dei piccoli, oppure favorisce i piccoli e non si vede perché
i grandi dovrebbero votarla. Inoltre Berlusconi abbina il voto
alla legge con elezioni a breve, che non convengono affatto alla
sinistra. Dunque può darsi che egli si dichiari disposto
a modificare la legge elettorale solo per passare per uno disposto
a dialogare, come il mite Veltroni: sapendo benissimo che non
gli costerà nulla, come non costerà nulla a Veltroni.
6) Inoltre, il referendum
è alle viste. Salvo che la Cassazione, con un colpo di
mano, non lo vieti, gli basterà fare il pesce in barile
e alle prossime elezioni, secondo quanto dicono, il partito che ha
più voti (indovinate quale) avrebbe per ciò stesso il 55%
di seggi in Parlamento. E allora si capirebbe perché Berlusconi
abbia mandato a quel paese gli alleati riottosi: non ha bisogno
di loro per avere la maggioranza in Parlamento.
7)
Né esiste dubbio sul punto che il referendum abolirà
l’attuale legge elettorale. Dirne male è stato tanto
obbligatorio quanto è dire bene di Garibaldi. Essa è
“indifendibile”, molto al di là dei suoi demeriti e gli
italiani voteranno contro di essa come se salvassero il Paese
dalle acque del Mar Rosso.
8) Una considerazione finale
piuttosto saporita nasce dall’osservazione che Berlusconi,
con il Porcellum o una nuova legge elettorale, sarebbe costretto
a cercare degli alleati per formare la nuova maggioranza. E
allora ci si chiede: “Che senso ha avuto sbarcarli, oggi, se
domani sarà costretto a reimbarcarli?”
Giusta domanda. Ma si può
rispondere: “Se essi oggi non collaborano per una vittoria
unitaria, a che scopo imbarcarli? Ché anzi, staccandosi
da loro (che molti berlusconiani cordialmente disprezzano
per avere essi frenato le riforme nel corso dell’ultima legislatura),
il successo sarebbe ancora maggiore. Dopo, ovviamente, ci sarebbe
sempre tempo per reimbarcarli”. Operazione a costo zero. Senza
dire che oggi si è data una immensa soddisfazione a chi
aveva tanta voglia di veder dare una legnata sul naso a Casini e
allo stesso Fini.
9) Casini e Fini meritano
personalmente qualche nota. Il primo (non era forse un
sodale di Follini?) è sempre stato un democristiano
incline ai tradimenti felpati, alla “lingua di legno” (il
politichese) e, perché no? ai ricatti politici. Valeva la
pena di pretendere un Berlusconi 2, per una incomprensibile
discontinuità che non c’è stata? Né Fini è
migliore. Quest’uomo di grande intelligenza, eccellente polemista
e grande politico, è un vizioso del potere. Guida il suo
partito con piglio militaresco ed è capace di “frustare”
i suoi sottoposti per punirli di un errore fatto da lui stesso
(l’avventura dell’Elefantino). Ambedue, Casini e Fini, sono
divorati da un’ambizione irrefrenabile e non tollerano che Berlusconi
sieda sulla sedia su cui vorrebbero sedere loro. Intendiamoci, l’ambizione
non è un demerito e senza di essa non si arriva da nessuna parte.
Ma ci sono cose necessarie, come la defecazione, che pure sono fastidiose
da vedere. Essi hanno sempre dimenticato che il Cavaliere ha il doppio
o il quadruplo dei loro voti e il risultato finale è che non solo
non hanno la sua sedia, ma neanche l’alleanza con lui alle prossime elezioni.
10) Tutti hanno creduto che
il signore di Arcore fosse incatenato alla Cdl tanto solidamente
da potersi permettere di minacciare, loro, di lasciare la
coalizione. Invece se la sono vista distruggere in un battibaleno
da uno capace di costruirne un’altra in un pomeriggio. Hanno
tirato troppo la corda e gli è rimasto il capo penzoloni
in mano.
Tutti ora si chiedono se questa
nuova avventura a Berlusconi andrà bene o andrà
male. E non potrà non chiederselo pure lui. Ma quell’uomo
osa sfidare la sorte. Può trionfare – per questo qualche
giorno fa parlavamo di Rubicone – o può perdere, ma
il punto è che è disposto a perdere. De Gaulle indisse
un referendum su una legge dopo tutto secondaria, legandovi la
propria permanenza al potere. Il referendum andò male il
Generale prese la strada di Colombey les Deux Eglises. Grande
sacrificio? Sì e no. Aveva già detto: “Il potere non
si conquista, si raccatta”. Già in quel momento era certo
di essersi ritagliato un intero capitolo nei libri di storia e
sapeva che, se fosse uscito di sua volontà dall’Elysée,
avrebbe dimostrato un supremo disprezzo per il potere. Il grado supremo
della gloria.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 20 novembre 2007
Cosa andiamo
a fare in Maryland?
Ormai siamo agli sgoccioli, fra
una settimana incomincia il summit di Annapolis, si preparano
i bagagli e in valigia gli israeliani mettono speranze e proposte.
Loro, i palestinesi, mettono una
bella sfilza di pretese e di NO.
D'Alema sara' contento visto che
si augura che il "summit si muova nel quadro dell'iniziativa
di pace araba".
E te pareva, se il summit si muovera'
in quel senso, con Condie Rice che spinge come una matta
perche' si faccia sta Palestina prima che Bush lasci la presidenza,
Israele riportera' a casa le chiavi per chiudere le porte e
andarsene verso il mare dopo la svendita del paese.
Olmert chiede ai palestinesi una
cosa sola per poter incominciare a trattare, chiede che
Israele sia riconosciuta dall'ANP e dagli arabi come Stato
Ebraico.
Ha risposto Saeb Erekat, uno dei
fautori della disgrazia di Oslo, yesman di Yasser Arafat,
con un sonante e deciso "MAI!".
Ha risposto la Lega Araba con un
inequivocabile NO!.
Dunque questi banditi non sono
disposti a nessuna concessione, nemmeno a riconoscere
a Israele il diritto di essere lo stato degli ebrei, certo,
dal momento che pensano di farci invadere da tutti i loro profughi
in modo da trasformare Israele nel ventiduesimo stato arabo , la
Palestina dal fiume al mare, come dicono da 40 anni.
Americani e europei sono convinti
che piu' concessioni Israele fara' piu' rabbonira'
i palestinesi convincendoli ad
abbandonare il terrorismo e la violenza.
Invece no!
Non sara' cosi' e l'esperienza
del passato insegna che piu' ricevono , piu' chiedono,
piu' vogliono , piu' pretendono e piu' aumenta il terrorismo.
Il loro modo di fare poltica e'
la prepotenza unita alla menzogna, al cinismo e al piagnucolamento
propagandistico con cui conquistano il mondo intero.
Quando scriviamo che i palestinesi
sono capaci di fare qualsiasi cosa perche' i canali dell'odio
si riversino su Israele, in realta' non devono faticare troppo,
siamo sempre verbalmente aggrediti dai soliti buonisti filopalestinesi,
dai pacifinti e dai vigliacchi in malafede, veniamo insultati
e definiti fascisti o peggio.
Quando parliamo di bambini palestinesi
mandati per le strade apposta perche' vengano ammazzati
da qualche pallottola amica o nemica, ci accusano di essere
dei mostri anche se vi sono migliaia di fotografie e di filmati
a conferma delle nostre asserzioni.
Nessun giornale italiano ha dato
risalto ai missili lanciati contro Israele dal cortile
di una scuola di Gaza. Silenzio che si sarebbe trasformato
in un vulcano di indignazione se , malauguratamente, Israele,
che non puo' vedere il luogo da cui partono i kassam, avesse
risposto sparando in quella direzione facendo una strage di bambini.
Era proprio la strage che loro,
i bastardi figli di hamas , cercavano.
Questa volta pero' hanno fatto
un errore perche' la scuola da cui sparavano era dell'URNWA,
cioe' dell'ONU e il Segretario Generale Ban Ki-Moon, incazzato
come una belva, ha subito ordinato un'inchiesta.
Meno male che non c'e' piu Koffee
Annan che sarebbe andato a pranzo fischiettando e facendo
finta di niente.
Il silenzio dei media italiani
pero' continua, quando mai hanno condannato i palestinesi
che combattono da sempre come dei vigliacchi posizionando le
loro stramaledette rampe lanciamissili in mezzo ai centri abitati.
La
perla della propaganda palestinese e' il falso su Mohamed
Al Durra con cui hanno preso in giro il mondo intero per
ben sette anni e quando Israele, dopo varie inchieste diceva ai
giornalisti e politici stranieri "signori, non siamo stati noi
a uccidere il bambino" , la risposta era "Non vi crediamo".
Se non fosse stato per la cocciutaggine
di un coraggioso francese, Philippe Karsenty, che ha denunciato
France 2 e il suo corrispondente arabo in Israele, la verita'
non sarebbe mai emersa, adesso sappiamo che il filmato e' stato
tagliato e che alla fine il bambino faceva ciao ciao con la manina
a chi stava riprendendo la scena.
Dunque Mohammed era vivo e loro,
i palestinesi e France 2, lo sapevano.
Sui palestinesi sono inutili i
commenti ma che una televisione francese sia stata loro
complice e' scandaloso anche se e' giusto ricordare che all'epoca
Arafat era vivo, lui comandava, lui dirigeva la propaganda
sapendo che chiunque in Europa si sarebbe gettato nel fuoco
per lui.
Il trucco infame riusci' alla perfezione
e per 7 anni Israele fu maledetto e messo alla gogna.
Vero Berttinotti?
Ce l'avete ancora in sezione a
Roma la gigantografia del bambino e di suo padre da esporre
ai congressi nazionali? Me lo ricordo come fosse oggi Nemer
Hammad che accusava Israele sotto quella gigantografia mentre
il pubblico dei rifondaroli rumoreggiava il suo odio per Israele.
Vero Diliberto?
Voi comunisti avete insultato Israele
per anni, avete deriso i nostri morti, avete mandato i
vostri scagnozzi a dar man forte ai terroristi, avete fatto
dichiarazioni ufficiali in cui accusavate Israele di essere
peggio dei nazisti.
Vero Morgantini?
Ci hai dato dei nazisti eh Morgantini?
Tu e i tuoi compari di merende. Eppure il tuo con Arraffa-t
era un filo diretto di amore. Possibile che la coscienza
non ti abbia fatto venire mal di stomaco? No, eh? anche perche'
il pelo sullo stomaco e' talmente folto che nemmeno milioni
di accuse false a Israele riuscirebbero a scalfirlo, nemmeno con
il miglior rasoio Gillette.
Il pelo sullo stomaco della Morgantini
e' la, intonso, da molti anni, come una corazza contro
la verita' e la giustizia.
Tornando
ad Annapolis, mi chiedo come possa essere accettato dal
mondo civile che i palestinesi vadano al summit per avere
con la prepotenza e con le minacce di una terza intifada quello
che non gli e' mai appartenuto.
Israele chiede solo di essere riconosciuto
come stato ebraico e di poter vivere senza essere invasa
da milioni di arabi.
No, no, no signori, non ce lo concedono!
Loro, quelli che hanno usurpato
persino il termine palestinesi che, prima del 1948, era
degli ebrei.
Loro che hanno cambiato la storia
col consenso dei paesi occidentali antiisraeliani, cioe'
praticamente tutti.
Loro che non avevano niente non
essendo un popolo ma semplicemente una parte, la peggiore
e piu' violenta, del popolo arabo.
Loro che si sono approfittati dei
sentimenti di odio verso gli ebrei per convincere il mondo
che Israele non ha da durare.
Loro, i banditi piu' amati dagli
italiani, pretendono e non concedono niente.
„Israele deve restituire tutta
Gerusalemme est, cioè l‚area che ha catturato nel 1967‰,
ha dichiarato uno dei firmatari, il consigliere di Abu
Mazen Adnan Hussein (facendo riferimento a un‚area che comprende
anche tutto il quartiere ebraico della Città Vecchia,
Muro Occidentale compreso, da dove venne bandita ogni presenza
ebraica tra il 1948 e il 1967).
Dunque vogliono fare peggio degli
antichi romani, dei crociati, di Suleiman. Vogliono fare
come i giordani nel 1948 e toglierci anche il Monte del Tempio
(che in realta' ci hanno gia' tolto visto che agli ebrei e'
vietato salirvi) e il Muro occidentale, quel Muro del Pianto contro
il quale gli ebrei hanno alzato al cielo i loro lamenti per i 2000
anni di esilio.
Possono cambiare la Storia a loro
piacimento. Tutto quello che generazioni hanno studiato
viene cambiato e creduto.
Per
centinaia d'anni si e' studiato che Israele e' esistito
per 1000 anni prima che i Romani lo distruggessero insieme
alla sua Capitale Gerusalemme rasa al suolo.
Per anni abbiamo studiato che gli
arabi non hanno mai considerato la zona come uno stato
ma, e per soli 300 anni, l'hanno considerata parte della terra
araba. Gerusalemme ridotta a meno di un villaggio.
E poi abbiamo studiato che su questa
terra, una volta scacciati gli ebrei, si sono susseguiti
i popoli piu' diversi dai bizantini ai mammelucchi, dai crociati
ai turchi.
Abbiamo studiato che i filistei
erano un popolo occidentale proveniente dal mar Egeo e
stabilitosi a Gaza fino all'estinzione.
Poi arrivano loro e cambiano la
storia, sti mafiosi, dicono che lo Stato di Palestina esiste
da sempre, che loro sono i discendenti dei filistei, che Gesu'
era palestinese e che gli ebrei non hanno nessuna connessione
con Gerusalemme quindi con la Terra di Israele, mai esistita secondo
loro come mai esistito e' il Tempio di Salomone. Lo ha ribadito
il boss mafioso Arraffa t a Camp David.
La cosa spaventosa non e' il loro
taroccamento della storia, lo aveva fatto anche Hitler
di cui sono i seguaci, la cosa spaventosa e' che molti gli
credono.
La morale della favola e' che i
palestinesi vanno ad Annapolis non con umilta' e vergogna
per le loro menzogne ma con arroganza e prepotenza.
Israele chiede una cosa sola, una
sola, chiede soltanto di poter restare l'unico Paese per
il popolo ebraico e persino questa legittima richiesta viene
negata.
Trent'anni fa Anwar Sadat venne
a Gerusalemme.
Il suo Boeing atterro' in Israele
alle 8 di sera, puntuale.
Quando si apri' il portellone e
Sadat usci nel silenzio totale di tutta Israele, una voce
grido' "PRESENTAT ARM".
Mentre Sadat passava in rassegna
i soldati di quell'esercito che per ben tre volte aveva
mandato a casa il suo con la coda tra le gambe, Israele esplose
in un unico grido di incommensurabile e incontenibile gioia.
E fu pace.
Sadat ebbe coraggio , era un uomo
, un Mensch.
Ad Annapolis andiamo a trattare
con dei mafiosi.
Allora, cosa ci andiamo a fare
?
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
Tre governi…senza
opposizione
Nella smania tutta italiana di
governare e di farlo per forza, come se l’unica cosa realmente
importante fosse questa, hanno preso corpo le mostruose
creature del nuovo corso italiano che ora cercheranno, come
al solito in ritardo
di fare quello che negli altri paesi è già
stato fatto da molto tempo, ovvero costituire delle forti e
radicate realtà politiche, non provvisorie ed occasionale,
con lo scopo di favorire la governabilità al “governismo”.
Il governismo nel frattempo ci costringerà a convivere con
tre governi nella più totale assenza di un opposizione, ormai
ritenuta inutile, superflua, roba da poveri cristi (forse solo
i comunisti italiani ed i radicali sono all’opposizione, ma non sanno
più contro chi e se convenga farla). Il governo in pectore è
lì, ancora meno saldo, ancora meno sano, ma pur sempre salvo,
con il paziente ragnetto Prodi che costruisce improbabili tele, spera
ancora che i suoi tecnici, affezionati dell’Ulivo, dell’Asinello,
non lo abbandonino, lasciandolo realmente capitano dell’ennesimo
Titanic. Il governo Prodi è un governo di emergenza e di improvvisazione
che lui, novello Badoglio guiderà fino a quando non lo sovrasterà
un secondo governo ben più forte e numeroso, multicolore e polivalente,
allegro e pseudo-riformista che spazzerà via anche coloro che
ancora pensano di essere originali nel chiamarsi riformisti o liberal-democratici
e non hanno ancora capito che la successiva stagione sarà monocolore
e anti-ideologica. Il secondo Governo è il Governo Veltroni,
capo del Partito Democratico, capo della nuova sinistra, sindaco di
Roma, promotore del risveglio culturale del paese, parafulmine della
stagione riformista dalla legge elettorale al welfare, fino alle pensioni.
In un governo che non può proporre nulla, è lui che propone,
incontra, organizza vertici e chiede gentilmente a Prodi di garantirgli
numeri e nasconderlo fino a momenti più opportuni. La sua occasione
è d’oro e sa che non può scoprirsi adesso, ma solo più
tardi, quando rinnegherà le sue intere proposte-ombre, addossandole
al relitto Prodi e si proporrà come il vero nuovo corso. Ma
non governa da solo. Con lui, nei dibattiti, nei vertici, nei confronti
mai così pacati e sinceri, ci sono Fini e Casini, il primo ormai
sempre più centrista, spinto al centro da chi ora lo ha scaricato
dalla piazza e costretto a rifiutare l’ingresso nel Ppe, nonostante
sia imprigionato a metà fra il veltronismo illuminato che lo spinge
al dialogo ed il centro cristiano-democratico che, a sua volta, potrà
ricongiungersi, nella sintesi veltroniana, con i vari Mastella, ma anche
Castagnetti, Bindi e tutti gli orfani di ciò che non c’è,
ma tornerà ad essere il centro cristiano-democratico (si spera
alla tedesca, ma forse più alla cilena). Fuori dal palazzo ma dentro
la politica, c’è il terzo Governo. Esso non risiede né a
Palazzo Chigi, né al Campidoglio, ma a San Babila ed è il
Governo della piazza, del popolo, come lo stesso fondatore Berlusconi ha
ammesso. Un uomo solo al comando e la massa marciante e festante che, anch’essa
in linea con gli altri, lancia proposte di compromesso “O così o
si va a casa”, come un vero governo appunto, detta condizioni, organizza
circoli e parlamenti ma non propone, si oppone e basta. Nessuna controproposta
tecnica elettorale, nessun progetto sul welfare. Solo l’esigenza di tornare
a governare. Non è un caso che il governo parta da Milano contro
Roma, né che sfidi il centrismo ed il progressismo, intraprendendo
la strada presa nel 1994, ovvero quella della destra, moderata, ma conservatrice,
vicina alle esigenze localistiche della Lega e vicina ai principi duri e nostalgici
della Destra. Tre governi che, in un altro paese, ben si fonderebbero in
un governo di unità nazionale, ma che in Italia (e solo in Italia può
succedere) rimangono tre governi, ognuno con la sua sede, ma con un necessario
corollario finale: un governo tecnico che sarà deciso a tavolino dal
presidente della Repubblica nella più totale incomunicabilità
fra i governi, in attesa di future elezioni, ancora lontane, per fortuna
di tutti, perché in questo momento neppure il voto potrebbe
permettere al paese di schierarsi, né dare alle forze politiche
il tempo di capire con che governo stare.
Angelo M. Daddesio
DO OR DIE
Il giorno seguente l’annuncio
di Berlusconi della nascita di un nuovo grande partito-contenitore,
sciogliendo Forza Italia e proponendolo a chiunque voglia
farne parte, ciò che si nota soprattutto è lo smarrimento
dei commentatori. Tutti – pressati dall’attualità, dal
dovere di commentare ciò che ancora non sanno bene che cos’è
- s’ingegnano di dire cose che non siano assurde e che non possano
essere troppo pesantemente smentite dai giorni avvenire. In effetti
i dubbi, rispetto alle cause del fatto e rispetto alle prospettive
future, sono troppo più numerosi.
1) Si tratta di un avvenimento
importante, capace se non di mutare l’attuale assetto
politico, almeno di modificarlo seriamente, oppure Berlusconi
ha semplicemente cambiato il nome del suo partito? Perché
se in questo partito non confluisse nessuno (e oggi nessuno pare
volervi confluire) come sfuggire alla sensazione di un mero cambiamento
di nome?
2) Col nome cambiato, il partito
“venderà” di più o di meno? Come si sa, i produttori
esitano tra il proclama della novità (nuovo, nouveau,
neu, new, nuevo!) e la sottolineatura della fedeltà
al prodotto: i biscotti “come fatti in casa”, “il valore della
tradizione”, “da vent’anni la migliore soluzione”, ecc.
Come vanno, le cose, nel caso dei partiti? E in questo caso in
particolare?
3)
Secondo Piero Ostellino, la mossa di Berlusconi significa
che alle prossime elezioni egli intende andare da solo. Nel
caso questo fosse vero, ciò avverrebbe perché Berlusconi
ha capito che i suoi alleati o non lo sosterrebbero più,
come leader, o, nel caso vincessero con lui, gli impedirebbero di governare.
Come in parte hanno fatto nella precedente legislatura. “Tanto
vale rompere prima e far sapere agli elettori che non mi lascerò
condizionare da nessuno”. Non si può dimenticare che anni fa,
quando qualcuno gli rimproverava di non aver portato a termine
qualche riforma, la sua risposta era: “Datemi il cinquanta per
cento, e vedrete”.
4) Se questa è l’intenzione,
l’apertura del partito a chiunque intenda starci sarebbe
una pura mossa retorica. Avendo creato un nuovo partito proprio
per non avere alleati sullo stesso piano (la Cdl), ma solo “aderenti”,
è ovvio che il Cavaliere offre a Fini e a Casini molto meno
di quanto avessero fino ad ora. Uno status non di pari ma di gregari.
Dunque l’apertura è pura retorica. Del resto, chi mai ha impedito,
fino ad ora, di aderire a Forza Italia, se ne aveva voglia?
5) Il problema si sposta dalla
costituzione di un grande partito di centro-destra (uno
dei due poli in un bipartitismo perfetto) alla domanda del
significato elettorale della mossa. In un sistema proporzionale
Berlusconi da solo o perderebbe o sarebbe costretto a governare
con gli alleati che oggi lo contestano. E non si vede il vantaggio
della costituzione del nuovo partito.
6) Ma in un sistema con un forte
premio di maggioranza - cioè se rimane l’attuale
legge o, ancor meglio, se si va al referendum, e il premio di
maggioranza è attribuito non alla coalizione, ma al partito
che ottiene più voti - come non vedere che questo partito
che otterrebbe più voti, secondo le previsioni attuali,
è il Partito del Popolo? Berlusconi punterebbe a fare a
meno degli alleati prima delle elezioni e poi, dopo la vittoria, ad
imbarcare quel cinque o dieci per cento di fungibili gregari che
gli servirebbero per arrivare al cinquantuno per cento alla Camera
e al Senato. Il potere incontrastato.
7) È vero che Berlusconi
a Minzolini ha detto di essere disposto ad una legge elettorale
“alla tedesca”. Ma, a parte il fatto che su questo come su
altri progetti non esiste l’accordo, una tale legge sarebbe accettata
a condizione che a votare si vada subito, appena modificata
velocemente la legge. Perché Berlusconi è convinto
che, in questo momento, vincerebbe con qualunque sistema. Dunque,
o voto subito oppure notevole premio di maggioranza quando sarà.
8) Berlusconi, da solo, avrà
la strada tutta in salita; ma i suoi (ex)alleati, senza
di lui, non vanno da nessuna parte. E un po’ se la sono cercata.
Almeno prima della elezioni, hanno perso il loro potere di
ricatto.
Proprio in questa sede si sosteneva
fino a ieri (prima della mossa di Berlusconi) che il Grande
Burattinaio della politica è l’amore per il potere.
Chi lo ama di più è disposto a sacrificargli di
più. Anche in termini di fedeltà ai principi, quando
non di dignità. Ma ci sono diversi modi di amare il potere.
Forse Berlusconi, con questa mossa azzardata, ha dimostrato di amarlo,
ma non alla maniera interessata e piccina di un assessore di paese.
Ha già avuto tanto, dalla politica. Ora, o gli riesce il
colpaccio di divenire il padrone di Roma o sarà sconfitto dalla
coalizione dei suoi amici e dei suoi nemici. Ha passato il Rubicone.
E se il risultato finale del passaggio di quel fiumiciattolo non
lo conosceva Giulio Cesare, non possiamo certo pretendere di conoscerlo
noi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 19 novembre 2007
La svolta di Silvio:
"Fondo il Partito del popolo italiano della libertà"
«Vi ricorderete sempre
di essere stati qui, oggi, in piazza San Babila».
È domenica 18 novembre 2007, Silvio Berlusconi spalanca
le braccia nell'aria frizzante delle grandi occasioni, guarda
negli occhi Michela Vittoria Brambilla e a Milano dà l'annuncio
che tutti aspettavano da tempo: Forza Italia si scioglie e nasce
il Partito del Popolo italiano della libertà. Addio alla
vecchia Cdl, chi ci sta ci sta e chi non ci sta si arrangi. Inclusi
An e Udc, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini? «Non
devo, non voglio convincere nessuno. Se aderiscono bene, altrimenti
andremo avanti con la forza della gente. Contro i parrucconi della
politica».
Gente («gli altri dicono
società civile») è la parola d'ordine del
nuovo, la formula magica scaccia palazzo. Sono gli otto
milioni che hanno firmato per chiedere le dimissioni del governo
Prodi: «Almeno la metà delle persone venute nei
nostri gazebo non appartiene a Forza Italia ma a altri partiti
e ciò dimostra che i nostri elettori sono più avanti
di noi». È la massa che «ci chiede
di essere uniti per fronteggiare la sinistra». Anche
a costo di dribblare alleati riottosi e correre alla meta da solo.
La gente lo assedia, lo tallona
fino alla macchina, non lo lascia andare. Berlusconi quasi
si arrampica sul tetto e improvvisa un nuovo comizio per spiegare
il futuro di quel che è stata la Cdl: «Nasce
un grande partito. Forza Italia è un nome che ha contato
ma si scioglie e confluisce in questa nuova formazione. Invitiamo
tutti a venire con noi. Avremo una nuova classe dirigente e saranno
fatti fuori i vecchi fannulloni». Parole sufficienti
a scatenare il panico tra i vertici azzurri e non solo. Una
rivoluzione totale: «Saranno libere assemblee a eleggere
i rappresentanti. Tutte le cariche saranno decise democraticamente».
IL BURATTINAIO
Togliatti non era un battutista.
Di lui si ricorda che, a un comunista che si ostinava
a dargli del tu, disse asciutto: “Compagno, mi può dare
anche del lei”, e soprattutto la feroce ironia con cui commentò
l’abbandono del Pci da parte di Elio Vittorini: “Vittorini se
n’è ghiuto, e soli ci ha lasciati”, disse. Intendendo che
se ne andava uno e restavano milioni di comunisti ferventi.
Berlusconi non può ovviamente
dire la stessa cosa di Fini. Il capo di quello che, attualmente,
è forse il terzo partito d’Italia, deve essere preso
molto più sul serio. Ma i fatti sono testardi. Se è
vero che non si può snobbare il Presidente di An, che ha
– poniamo – il 15% dell’elettorato italiano, figurarsi se si può
snobbare chi di quell’elettorato ha il 30%. A che cosa corrisponde,
dunque, l’ultima presa di posizione di Fini? Assolutamente a niente.
Egli ha – come, in misura minore, Casini - solo un potere negativo.
Può impedire a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi: ma a
che gli servirebbe? Questo potere negativo, nei confronti di Prodi,
oggi ce l’ha persino un Mastella: distruggere è molto più
facile che costruire.
La realtà è semplice
e banale. Berlusconi può piacere o non piacere, ma ha
dietro di sé il più grande partito italiano. Se il
centro-destra vuole vincere le elezioni, deve allearsi con lui.
Però il programma e la linea di comportamento devono
essere concordati! dirà qualcuno. Ed è vero. Ma nella
discussione si torna al punto di partenza: il potere degli alleati
tanto piccoli quanto indispensabili è solo negativo. Se essi
pretendono d’imporre il loro punto di vista al partito più
grande, perché mai il partito più grande non dovrebbe
pretendere d’imporre loro il proprio punto di vista? I piccoli possono
distruggere la capacità operativa del proprio esercito, non vincere
da soli: dunque in definitiva la discussione non è tanto sui
programmi, quanto sull’intensità della voglia che si ha di arrivare
al governo. Chi più lo desidera, più è disposto
a piegarsi alla volontà altrui. Nel caso di Prodi, per esempio,
questo sentimento è stato più forte di qualunque altra
cosa. Pur di andare al potere Prodi è stato capace di allearsi
col diavolo e l’acqua santa, di promettere ogni cosa e il suo contrario.
E una volta che ha vinto le elezioni, ha mantenuto il potere semplicemente
perché chi doveva sostenerlo ha sempre saputo che, per andare
contro di lui, sarebbe dovuto andare contro se stesso. E tornare a casa.
Nessun problema di programmi o di ideali; nessun problema – perfino – di
bene del paese. Esclusivamente il problema di non perdere la bella poltrona
del governo. O la poltroncina del Senato. O lo strapuntino della Camera.
Posti che valgono comunque molte migliaia di euro, non solo ora ma anche
in futuro, se si resiste per due anni, sei mesi e un giorno e si arriva
alla pensione.
Ecco perché le prese
di posizione di Fini, di Casini e perfino di Berlusconi
sono stucchevoli. Ognuno di loro ha un programma, come no?
ma il programma più importante, per tutti, è andare
al governo. Sicché farebbero bene a non prendere posizioni
gladiatorie in nome dell’ideale. E farebbero bene ad accordarsi
senza tante storie, ché tanto è quello che farebbero
domani pomeriggio, se Prodi cadesse domani mattina.
Né è serio parlare
di dialogo fra le coalizioni per la nuova legge elettorale.
Non solo i due poli non convergono su una sola formula, ma
all’interno di ciascuna di esse le posizioni sono spesso inconciliabili.
E questo è ovvio: ognuna di esse mira – legittimamente – al
proprio interesse e tutte temono l’approvazione del referendum,
che darebbe ai due più grandi partiti, Forza Italia e
Partito Democratico, un impressionante premio di maggioranza.
E, appunto, perché mai questi due partiti dovrebbero collaborare
ad una formula che non li avvantaggerebbe?
Non solo. Si dice, ipocritamente,
che “se si votasse con l’attuale legge, si riprodurrebbe
lo stesso stallo di oggi”. Questo non è vero. Basterebbe
estendere al Senato il premio di maggioranza oggi in vigore
alla Camera. E soprattutto, se una coalizione, invece di vincere
per sei decimillesimi, come Prodi, vincesse con un cinque per cento
di scarto, non ci sarebbe più nessun problema di governabilità.
A parte i tradimenti e i ribaltoni, ovviamente: ma quelli
riuscirebbe ad evitarli solo un diverso livello morale.
Queste discussioni somigliano,
con rispetto parlando, agli scontri dei burattini,
nella finestrella del giardino pubblico dinanzi al quale
si affollano (si affollavano) i bambini. I due personaggi
si dànno randellate, ma ambedue sono mossi dallo stesso
uomo. Qui il movente unico, per tutti, è l’amore per
il potere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 18 novembre 2007
PRODI COME
LA PALICE
La legge finanziaria è
passata al Senato, senza nemmeno il voto di fiducia,
mentre Berlusconi aveva previsto che il governo sarebbe caduto
proprio su di essa. Parole imprudenti, le sue, certo. E che
si prestano a qualche irrisione. Ma Prodi, nella sua intervista
odierna alla “Repubblica”, francamente esagera. Si esprime come
se avesse vinto a Waterloo. Come se si aprisse una nuova era. Come
se si fondasse un Tausendjahr-Reich (un impero di mille anni).
Per lui si tratta di “…aprire una nuova fase di governo, in cui
continua la battaglia sui tre fronti fondamentali (il risanamento,
la lotta all'evasione, la redistribuzione) mentre se ne aprono
altri tre: l'innovazione, la sicurezza, la riforma della pubblica
amministrazione". Può prendere un impegno su questi tre punti?,
gli chiede l’intervistatore. E lui: "Più che un impegno,
è un obbligo”. “Mettiamo mano alle riforme, subito,
tutti insieme”, “c'è un governo, c'è una rotta, c'è
una prospettiva”. “L'Italia può tornare a vincere. Deve crederci.
Ecco perché sarebbe un delitto se i partiti - tutti - perdessero
la grande occasione che abbiamo per cambiare l'Italia con le
riforme. Io dico che ce la faremo”. Segue marcia dell’Aida.
In realtà, senza che sia
necessario andare a vedere che cosa fa l’opposizione, già
nella sua coalizione molti si apprestano a mandarlo via
e molti lo danno per morto. Dini dice di avere già i
numeri per buttarlo giù e afferma che bisogna per forza voltare
pagina: bisogna cambiare governo perché l’attuale è
troppo inadeguato ad affrontare i problemi del paese. E non è
l’unica minaccia. Da un lato lui e il suo gruppetto promettono di
far cadere il governo se si tocca una virgola del provvedimento
sul welfare, dall’altro l’estrema sinistra insiste per importanti
cambiamenti. Infine, è vero che la finanziaria è passata,
ma è anche vero che deve passare una seconda volta dal Senato:
e non è detto che il sangue di san Gennaro si liquefaccia
di nuovo. A questo punto uno si potrebbe chiedere se il premier
sia sordo o scemo. Ma probabilmente non è né l’una
né l’altra cosa.
Nei lontani Anni Trenta Pitigrilli
dava ai mariti adulteri questo consiglio: se scoperti,
negare. Negare sempre. Negare anche contro la più plateale
evidenza. Sostenere che un bacio in cui la lingua arriva
alle tonsille è solo amichevole; che se si sono scritte lettere
di fuoco ad una donna, era per un esercizio letterario; che
se si è andati a letto con lei, è perché la poverina
aveva freddo. Chi leggeva quelle pagine avrebbe avuto il diritto
di chiedersi se lo scrittore fosse matto, ma riflettendoci si può
vedere il senso del suggerimento. La moglie che scopre il tradimento
del marito ha soprattutto il desiderio che la notizia non sia
vera. Dunque – salvo che abbia per natura un carattere sospettoso
- è pronta a credere a qualunque versione che la salvi dal
dovere ammettere l’amara verità. Finché il suo uomo nega,
lei avrà sempre il dovere di chiedersi: e se lo stessi calunniando?
Se le cose non stessero come sembra evidente che stiano? Sono stati
fatti decine di film in cui un tizio era condannato a morte perché
tutte le prove erano contro di lui, e tuttavia era innocente. Se fosse
la stessa cosa per mio marito? Se Prodi fosse destinato ad un luminoso
futuro, arrivando alla fine della legislatura e rimanendo nella
storia come un gigante?
Ecco perché Prodi
non è né sordo né pazzo. Parla di una
ripartenza per nuovi traguardi, nuove riforme, nuovi trionfi,
perché vuole che i suoi sostenitori non vedano in che
stato si trova veramente. Non tutti leggono i giornali attentamente.
Non tutti leggono le interviste dei più importanti politici.
Non tutti hanno udito Dini, da Giuliano Ferrara, affermare espressamente:
“Queste cose che io dico pubblicamente, in privato le dicono praticamente
tutti, in Senato”.
Di La Palice, prode uomo
d’arme, una canzone diceva che “un quart d’heure avant
de mourir, il faisait ancore envie » (un quarto d’ora
prima di morire, faceva ancora invidia) . Prodi potrebbe certo
durare ancora parecchi mesi, ma non è detto. Certo è
che vorrebbe somigliare al Seigneur de La Palice: anche un quarto
d’ora prima di morire vorrebbe suscitare l’ammirazione di tutti.
Soprattutto di quelli che non leggono i giornali.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
18 novembre 2007