ARCHIVIO NOVEMBRE 2007

Il Pdl? Ve lo spiego io. Sarà una grande rete.
Sono tempi duri per i partiti riformatori in Europa. In Germania, la cancelliera Angela Merkel assiste impotente alla paralisi annunciata della sua Grosse Koalition. In Francia, il presidente Nicolas Sarkozy ha dovuto fare concessioni per sbloccare lo sciopero dei ferrovieri. In entrambi i Paesi la posta in gioco è alta: la capacità di portare avanti le riforme necessarie a mantenere l'economia competitiva. La lezione per l'Italia è che non esistono modelli miracolistici, semmai riforme a cui ispirarsi. E che per il centrodestra è ora di tornare alla rivoluzione liberale e popolare del 1994 di Silvio Berlusconi, e alla forma partito-rete delle origini.
Il sisma politico che ha colpito la Germania è la svolta a sinistra dei socialdemocratici. Il Congresso della Spd di fine ottobre ha segnato una netta sconfitta dei riformisti a vantaggio della sinistra populista del partito. Con il risultato che Franz Muentefering, il più riformista dei socialdemocratici nel governo Merkel, ha dato le dimissioni perché la grande coalizione non è più in grado di lanciare riforme importanti nei due anni che restano prima delle elezioni. Quanto sta accadendo in Germania è normale. La Grosse Koalition funziona nei primi due anni di una legislatura, come motore del cambiamento. Ma, man mano che si avvicinano le elezioni, ciascun partito radicalizza le sue posizioni, fino alla paralisi.
In Francia, Sarkozy ha superato lo sciopero contro l'abolizione dei regimi speciali delle pensioni per i dipendenti delle ex imprese statali. Ma il costo sono concessioni che confermano la sua tattica delle riforme a metà. In questi mesi, Sarkozy ha proposto tante piccole rivoluzioni, salvo fermarsi non appena i sondaggi indicavano un calo della sua popolarità. Ora il pericolo è che la contestazione si allarghi e che Sarkozy decida di negoziare su tutti i fronti, cedendo alla conservazione. Da questo punto di vista è sintomatico il suo discorso davanti al Parlamento europeo, tutto incentrato sulla protezione (al limite del protezionismo) e sulla chiusura.
Ma il colbertismo sarkozista non è la soluzione ai mali francesi, è il modo più efficace per aggravarli.
Resta che Germania e Francia stanno meglio di noi. Per quanto in crisi, in due anni il governo Merkel ha rilanciato la crescita, mentre Sarkozy, seppur a metà, ha cominciato a trasformare il Paese. Il governo Prodi, invece, persegue le controriforme in nome di una presunta pace sociale, che in realtà garantisce i privilegi di pochi a svantaggio di tutti. È da qui che parte la nuova stagione di rinnovamento politico inaugurata da Silvio Berlusconi e Walter Veltroni. Per questo una nuova legge elettorale è necessaria per cancellare un sistema bipolare «bastardo» e delineare un vero bipartitismo maggioritario, fondato sul principio: «o governiamo da soli o con maggioranze davvero coese», purché si ponga fine al «non governo» dell'Italia. Riforme, ma anche partiti nuovi, capaci di intercettare le nuove domande sociali, economiche, ideali.
Su questo nuovo disegno deve riprendere corpo, nel nuovo Partito del Popolo della Libertà, anche la prospettiva riformatrice offerta nel '94 dal miracolo di Forza Italia. In fondo Forza Italia delle origini non era altro che questo: un network con un forte centro, costruito attorno a «reti» economico-associative e a persone di destra e di sinistra - e né di destra né di sinistra, con un semplice programma: cambiare l'Italia.
In un partito-rete i singoli membri sono allo stesso tempo partner e concorrenti. Tramite regole condivise, partito, circoli, movimenti, mettono in comune le risorse necessarie a raggiungere l'obiettivo. Quando il numero dei membri cresce, le risorse condivise sono gestite più efficacemente da un nodo centrale, che svolge anche il ruolo di arbitro.
Mentre il centro deve stimolare la competizione fra i nodi del partito-rete, favorendo lo sviluppo delle singole eccellenze, tutti i nodi del network controllano l'operato del centro. Fuor di teoria il nuovo partito-rete dovrà intercettare, mettendo insieme, tanto il popolo dei gazebi, quanto i partiti, i movimenti che vi intendono aderire. Dovrà essere in grado, proprio grazie alla sua struttura, di capire e governare le grandi trasformazioni che sono intervenute nell'ultimo decennio.
Ma un partito-rete, più di un partito tradizionale, chiuso nella sua ideologia e nella sua organizzazione, ha bisogno di visioni, di programmi, di idee, e di strumenti democratici per la loro elaborazione e la loro sintesi politica. Ha bisogno di gruppi dirigenti aperti e in competizione.
Televisioni, internet, blog, radio, giornali, riviste: la direzione della comunicazione non sarà più solo «verticale», ma diventerà sempre più orizzontale. E i programmi nasceranno dal basso, dai singoli portatori di interessi, dai movimenti, dai partiti, alla pari.
Ecco, questo potrebbe essere la nuova offerta politica del Partito della Libertà: leader e rete; valori, visioni, programmi e comunicazione; capacità di interpretare domande sociali e politiche nuove, diffuse, e inespresse. Tutto il contrario dei partiti tradizionali chiusi, prodotto delle fratture sociali di oltre un secolo fa. Tutto il contrario del neonato Partito Democratico, nato dalla fusione fredda di apparati e oligarchie del passato.
La scommessa di Berlusconi il federatore sembra proprio questa: fare da catalizzatore di una nuova forma partito, hub di reti e di nodi, di movimenti, con il comune obiettivo di cambiare l'Italia. Leader e popolo, leader e rete. E chi ci sta, ci sta.

(il Giornale.
Renato Brunetta )

LA CALATA DI BRACHE ISTITUZIONALIZZATA
Bertinotti: "Vorrei vedere in faccia uno che mi spiega che sia ragionevole che un accordo stretto a livello extraparlamentare tra governo e parti sociali debba diventare legge sostanzialmente sospendendo la possibilità di dibattito e di modifica del parlamento. Si può fare, ma denota la crisi del sistema politico italiano".
L’antefatto, per chi non lo conoscesse: sul welfare, si è arrivati ad un accordo fra governo, sindacati (con avallo di un referendum fra i lavoratori) e Confindustria. Questo accordo non va ai comunisti, i quali richiedono che sia modificato in Parlamento. Ma Dini ed altri dicono che, se si cambia una virgola, votano contro e cade il governo. E allora si parla di questione di fiducia. Ma in questo caso – secondo i comunisti – si sarebbe di fronte ad un ricatto extraparlamentare alla maggioranza, che sarebbe sostanzialmente privata del suo potere legislativo.
La tesi di Bertinotti è indubbiamente giusta. Se il peccatore dice che il peccato è da condannare, dice forse qualcosa di sbagliato? Bertinotti però dimentica che in Italia, di fronte all’opinione pubblica organizzata e rumorosa, le istituzioni si sono sempre calate le brache. La piazza, e spesso una piazza di sinistra, ha prevalso sul Governo e sul Parlamento. Non solo: le istituzioni si sono anche calate le brache dinanzi a tre o quattro sostituti Procuratori della Repubblica di Milano (Di Pietro, Colombo, ecc.), quando essi hanno loro ingiunto via televisione di ritirare un decreto legge. L’ordine giudiziario ha nettamente prevaricato sul potere legislativo, con buona pace di Montesquieu, e nessuno ha fiatato. Infine, non è qualche volta che il Parlamento si è calato le brache dinanzi ai sindacati, se le è calate costantemente.
Tanti e tanti anni fa, quando l’Inghilterra pareva avviata ad un inarrestabile declino, Edward Heath pose la questione: insomma, chi deve governare, il governo o le Trade Unions? I quel momento la risposta fu: le Trade Unions. Solo Margareth Thatcher, dopo di lui, ebbe il coraggio di sfidarle e batterle definitivamente; per dare un secondo esempio, solo Sarkozy in questi giorni è riuscito a sconfiggere le organizzazioni dei ferrovieri. In Italia, nulla del genere. Di che parla, dunque, Bertinotti? La sinistra ha sempre sostenuto la necessità di concordare tutto con i sindacati. Anzi, il verbo è “concertare”, quasi si trattasse di una sinfonia.
Ecco perché, pur se l’assassino ha ragione quando condanna l’assassinio, in questo caso non si può evitare un sentimento di indignazione. Ci vuole un’infinita faccia tosta - una faccia tosta che si potrebbe definire sovietica - nel biasimare una pratica, definendola incostituzionale, quando va contro la propria fazione politica, dopo averla dichiarata inevitabile, necessaria e nobile le decine di volte che è stata a favore di essa. Se non addirittura da essa ordinata ed organizzata.
Il nostro Presidente della Camera ha perso una buona occasione per tacere.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 27 novembre 2007


La storia di Amin, giovane regista afghano su cui pende una fatwa degli studenti coranici: «Ti faremo saltare in aria»
Fino a due mesi fa era Amin, giovane regista afghano, giornalista di una televisione indipendente di Kabul, in Italia per presentare il suo cortometraggio alla Mostra del Cinema di Venezia e al Milano Film Festival. Di colpo è diventato un profugo, «un uomo morto che cammina», almeno secondo la fatwa che i talebani hanno ordinato nei suoi confronti. Così la vita di Amin, i suoi studi all'Academy Art, il suo lavoro all'Ariana Television Network di Kabul, la sua militanza per i diritti umani e per la democrazia in Afghanistan si sono fermati a Milano.
Bloccato fra il Centro di accoglienza di viale Fulvio Testi e la Mediateca di via della Moscova, Amin fa l'unica cosa che gli è rimasta da fare: scrivere il suo blog.
 «Ero venuto in Italia ad agosto, con un biglietto di andata e ritorno - racconta il venticinquenne -. Ma pochi giorni prima della mia partenza per Kabul mi hanno avvertito con una e-mail che i talebani avevano ordinato la mia morte. Ero già stato minacciato dagli estremisti varie volte, per il contenuto dei miei servizi radiofonici e televisivi, ma non ci volevo fare caso. Questa volta, però, hanno mandato un ordine di uccisione via posta a casa mia: "ti accoglieremo a Kabul con un kamikaze carico di esplosivo". Hanno tempestato di telefonate minatorie i miei genitori, che sono dovuti scappare da Kabul a Bamyan, coperti da un burqa, per non essere riconosciuti. Da allora ho perso le loro tracce e non so nemmeno se sono vivi».
Nella sua improvvisa condizione di rifugiato senza identità, Amin ha dormito per le strade di Milano, ha fatto la fila all'ufficio immigrati della Questura, ottenendo asilo politico per sei mesi, ha dovuto presentare, oltre al passaporto e alla sfilza di documenti utili per venire in Italia, l'unica prova che lui non è un accattone: il suo cortometraggio «Treasure in the ruins», che lo ha portato ai festival del cinema di Venezia e Milano. Racconta la storia di una bimba afgana, che, affascinata dalla favola di un tesoro nascosto, si mette alla ricerca del bottino, ma trova solo rovine, orrore e distruzione.
Ma la fatwa dei talebani è giunta per il progetto di un altro film «Keys to paradise». «Non l'ho ancora girato -  spiega il ragazzo -, ma era tutto pronto, anche le location. Denunciava la follia dei suicidi talebani, in nome della religione islamica e l'ignoranza grazie alla quale si è sviluppato l'estremismo religioso. I talebani educano nelle madrasse del Pakistan piccoli bambini, instillando in loro assurdi pensieri superstiziosi. I kamikaze, infatti, sono convinti di agire con le bombe addosso senza essere visti, perché sono santi».
 Amin, invece, ha voglia di essere riconosciuto, di ritrovare la sua identità di regista, militante, giornalista, che aveva prima di rimanere imprigionato in Italia. Si chiude nell‚ormai logoro doppiopetto con cui ha varcato il Lido di Venezia e non accetta un giubbotto per scaldarsi, non un invito a pranzo. Non vuole perdere la sua dignità e nel suo blog, dalla Mediateca di Milano, lancia un solo appello: «Voglio continuare i miei studi di cinema e concludere il mio film "Keys to paradise". In un modo o nell'altro lo girerò, promesso».

Ketty Areddia - Corsera on line

Lo scandalo Rai e lo scandalo degli «spioni»
C'è uno scandalo che riguarda la Rai, e questo scandalo contiene un altro scandalo che riguarda i metodi della lotta politica in Italia. Poi c'è un terzo scandalo - distinto - che riguarda Silvio Berlusconi.
Il primo scandalo è stato denunciato in varie forme, e in modo comunque clamoroso, da tutti i giornali. In particolare da Repubblica che lo ha scoperto e ha fatto lo scoop. Dicono i giornali: Rai e Mediaset si parlavano, si mettevano d'accordo sui programmi, le pubblicità, i palinsesti. Dunque violavano le norme della libera concorrenza.
Noi, che non crediamo molto - non abbiamo mai creduto - alle magnifiche sorti della concorrenza e delle sue leggi, non riusciamo né a stupirci né a indignarci per il fatto che quelle leggi sacre del capitalismo siano state violate. Il capitalismo, da quando esiste, viola sempre le sue leggi se questo può aiutare i capitalisti (le rispetta solo per punire i proletari...perdonateci questo attacco di veterocomunismo che ogni tanto ci prende e non riusciamo a domarlo...). Casomai - ci sembra- lo scandalo sta in altri due dettagli: il primo è l'esistenza del duopolio, cioè del dominio di due proprietari (uno pubblico e colonizzato dai partiti, l'altro privato e controllato da un solo partito) su un bene che dovrebbe appartenere a tutti noi come è la possibilità di fare televisione. Un bene comune che diventa un bene privato. Che esistesse il duopolio, però, non era cosa segreta.
Il secondo dettaglio è il fatto che la Rai divenne in un certo senso una "succursale" Mediaset con il governo Berlusconi e sotto gli occhi di tutti. Nel senso che collocò in alcuni ambiti strategici persone a lui vicine e di massima fiducia. Tra queste una signora sicuramente di grandi doti e di assoluta onestà, la signora Debora Bergamini, sua segretaria personale fino al 2002 poi assunta in Rai come vice direttrice del marketing. Già dalla poltrona (e dalla inevitabile ascesa della signora) si può capire quanto potesse essere strategico quel ruolo nell'altalenante sfida auditel tra Rai e Mediaset: la signora Bergamini si occupa di marketing strategico, ovvero la base delle scelte strategiche di un'azienda. Può dunque meravigliare il suo "conflitto di interessi" quando nessuno ritiene più interessante neanche quello del suo ex capo?

Passiamo al secondo scandalo. Consiste nel fatto che il primo scandalo è scoppiato per via di alcune intercettazioni sulle telefonate di liberi cittadini non indagati, ed è scoppiato perché queste intercettazioni sono state passate dai giudici ai giornalisti, ed è scoppiato sebbene, a quanto pare, finora nessun giudice abbia ipotizzato dei reati a carico delle persone "oggetto" dello scandalo. Si è ripetuto esattamente il copione dello scandalo Unipol, per il quale fu imposto un prezzo politico piuttosto alto a Massimo D'Alema e a Piero Fassino. Non fu - quella - una operazione indolore nella politica italiana: la nascita del Pd, nelle forme in cui è nato, è stata molto condizionata dalla messa all'angolo del vecchio e robusto ceppo diessino ("Quercista", si direbbe il politichese) i cui massimi esponenti erano, appunto, D'Alema e Fassino. Stavolta l'attacco degli "spioni" non è a D'Alema ma al suo antagonista,cioè a Berlusconi, e avviene mentre Berlusconi è impegnato in una svolta politica. E cosa succede? Che molti di quelli che in occasione del caso Unipol furono forcaioli ora sono garantisti (cioè gli amici di Berlusconi) e molti di quelli che allora furono garantisti ora sono forcaioli (diversi giornali del centrosinistra). Noi fummo molto prudenti allora e restiamo molto prudenti adesso. Crediamo che i reati siano reati e non possano essere confusi con eventuali comportamenti disdicevoli, crediamo che la lotta politica non si fa spiando i telefonini cellulari, crediamo che chi davvero è un po' disgustato del sistema politico-di mercato che domina l'Italia (e tutto l'occidente) farebbe bene a denunciare questa schifezza e non a sguazzarci dentro una volta sì e una no.
Il terzo scandalo riguarda Berlusconi ed è evidentissimo. Si chiama conflitto di interessi. Danneggia tutta la politica italiana. E finisce paradossalmente per danneggiare lo stesso Berlusconi. Il quale oggi se ne deve essere accorto. Perché il suo ex alleato Fini - inviperito con lui - ha minacciato di vendicarsi della sconfitta politica danneggiando le televisioni e le aziende di Berlusconi. Possibile che il mondo politico italiano non capisca che finché non ci liberiamo di questo assurdo meccanismo che mischia potere politico e televisivo sarà molto difficile uscire dalla palude?

Piero Sansonetti - Liberazione - 23/11/2007


L'illusione della moratoria della pena di morte
La terza commissione delle Nazioni Unite ha votato l'approvazione della moratoria della pena di morte. Questa decisione, salutata da molti come un evento storico, può essere considerata solo per un aspetto, la sua totale irrilevanza. L'impegno dei molti attivisti e uomini politici che hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo è certamente encomiabile. Il loro sforzo, però, non servirà a far abolire la pena di morte.

LOnu è un'organizzazione di Stati Sovrani. Ciò significa che non è un istituzione "indipendente", nè un attore terzo nello scenario internazionale. L'Onu riflette gli interessi e le posizioni di forza degli Stati. In altre parole, l'Onu è schiava degli Stati. Se acluni di essi contemplano all'interno del loro ordinamento giuridico l'istituto della pena di morte, non è ben chiaro per quale motivo essi dovrebbero lavorare con l'Onu per portare alla sua abolizione. Se volessero abolirla, provvederebbero autonomamente. E‚ chiaro dunque che questi stessi Stati non avranno alcun motivo per cooperare con l'Onu per promuovere la presente causa.

A ciò si aggiunge un altro aspetto, certamente non secondario. Come detto, l'Onu è un'organizzazione di Stati sovrani. Quindi, nonostante la retorica del diritto internazionale e di tutti i buoni propositi che spesso vengono elencati da coloro che credono nelle organizzazioni internazionali, gli Stati esercitano il monopolio dell‚esercizio del potere all'interno dei loro confini. Nessuno, dunque, neanche l'Onu, può violare la capacità di ogni singolo Stato di definire la sua legislazione interna. L'Onu, dunque, oltre a non essere un organo indipendente, non ha neanche alcun potere pratico. Questo è il problema principale che si frapponge tra la enunciazione di principi altisonanti e la loro realizzazione pratica.


Un'analisi ideologica potrebbe identificare nella particolare configurazione dell'Onu la ragione della sua inefficacia. Secondo alcuni, la composizione del Consiglio di Sicurezza, o più in particolare l'esistenza stessa del diritto di veto, renderebbe l'istituzione che ha sede al Palazzo di Vetro dipendente dalla volontà delle "Grandi Potenze". Per altri, invece, la presenza di Paesi non democratici renderebbe vano ogni tentativo di promuovere democrazia e diritti umani.

Come detto, in entrambi i casi si tratta di una lettura ideologica dei fatti. Se l'Onu non fosse dotata di un Consiglio di Sicurezza; se il diritto di veto venisse abolito; oppure se fosse composta di soli Paesi democratici, nulla cambierebbe. Non essendo dotata di alcun potere di coercizione - gli Stati, appunto, rimangono titolari della sovranità - essa non può fare altro che lanciare appelli. Ed affidarsi alla speranza che essi vengano accolti dagli Stati.

L'Onu, per diventare effettiva, dovrebbe trasformarsi in un Governo mondiale dotato di potere di coercizione, e quindi capace di implementare e attuare le sue decisioni ("rule enforcing"). Una tale ipotesi, come è ovvio di primo acchito, non è solo una prospettiva distante se non addirittura irrealizzabile, ma potrebbe anche compromettere per sempre le sorti della democrazia - su questo aspetto, che qui non può essere trattato, si veda per esempio Jeremy Rabkin, Law Without Nations? Why Constitutional Government Require Sovreign States (Princeton, Princeton University Press, 2005).

Esattamente come per il trattato di Locarno, che nel 1925 arrivò a "vietare la guerra", la moratoria della pena di morte non lascierà alcun segno tangibile nella storia, se non forse l'ilarità di chi verrà dopo di noi. Essa, infatti, non rappresenta nient'altro che un tentativo inutile volto a rendere il mondo un posto migliore. Invece di partire da un analisi oggettiva di come le relazioni tra Stati funzionano, e proporre delle soluzioni serie e realizzabili, si basa su una visione manichea di come il mondo "dovrebbe" funzionare. Non deve dunque sorprendere che in conclusione, la moratoria avrà solo riempito le pagine dei giornali, sempre pronti a salutare con entusiasmo questo tipo di avvenimenti, ma poco propensi a cogliere la realtà che si nasconde dietro ai fatti.

November 19th, 2007 by editor  Mauro Gilli


FINI, IL 71 E IL 17
Se al problema del “corridoio di Danzica” non fosse seguita la Seconda Guerra Mondiale, nessuno se ne ricorderebbe più. Invece per capire la storia a volte è necessario ristudiare avvenimenti che sul momento sembrarono insignificanti.
Quando il 16 novembre 2007 - erano i giorni della mancata caduta di Prodi e in cui tutti davano addosso a Berlusconi - il Corriere della Sera pubblicò una lettera di Gianfranco Fini sulla situazione politica, molti non la lessero. La solita solfa. Si è stanchi dei distinguo, del politichese, delle punzecchiature. Poiché però è probabile che quella lettera sia una delle ragioni dei recenti avvenimenti, bisogna studiarla.
1) Fini sostiene che bisogna “riflettere e cambiare strategia”. Traduzione: fino ad ora si è sbagliato. Anzi, Forza Italia ha sbagliato. Bisogna partire “da un dato politico tanto ovvio quanto fin qui pervicacemente negato da Berlusconi”. Dove “pervicacemente” si traduce: “Gliel’ho detto e ripetuto, ma è troppo cretino per capirlo”.
2) “Il governo cadrà un secondo dopo che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito alle urne con l’attuale legge elettorale. Giusto o sbagliato che sia è così, perché continuare a negarlo contro ogni evidenza?” E qui nasce un problema: come mai la cosa è tanto evidente a lui e così poco ad altri? Perché il governo dovrebbe cadere, se si riformasse la legge elettorale? Dove sta scritto? E dove sta scritto che la nuova legge non renderebbe più solido il governo? Soprattutto, dove sta scritto che il governo cade o non cade per la legge elettorale invece che per il traguardo dei due anni, sei mesi e un giorno, che assicurerebbe la pensione da parlamentari agli attuali eletti? Le evidenze sono tali quando appaiono a tutti. E questo non sembra il caso.
3) Se il governo cadesse, questo non significherebbe ipso facto il mutamento del quadro politico. Prodi potrebbe richiedere di nuovo la fiducia; potrebbe fare un rimpasto e creare un Prodi 2; potrebbe sbarcare la sinistra comunista e imbarcare Casini e magari qualche transfuga. Ogni volta che avviene un fatto nuovo, in politica le conseguenze possono essere le più diverse. Meglio non profetizzare.

4) Per Fini l’attuale legge elettorale è “una legge che obbliga tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di interdizione e di ricatto”. Questo vale per il centro-sinistra più che per il centro-destra, in cui i partiti importanti erano quattro soltanto, ma soprattutto il potere d’interdizione e di ricatto si ha quando la maggioranza è ridotta. Nella passata legislatura questo potere non era certo dato a partiti piccolissimi: solo Follini e l’Udc riuscirono a minacciare seriamente il governo. E il loro non era un partito microscopico. Se oggi il centro-sinistra disponesse di dieci senatori in più, i vari Turigliatto o Rossi o altri non avrebbero il potere che hanno. Senza dire che, avendo pareggiato i voti per la Camera (sei decimillesimi in più, a Prodi), proprio qui il centro-sinistra non ha problemi perché ha beneficiato di un grande premio di maggioranza, regalato esattamente da quella legge di cui è sacramentale dire tutto il male possibile. Decisamente, le evidenze di Fini non sembrano tali a tutti. Dunque, se una coalizione vincesse nettamente, i problemi di cui parla Fini non esisterebbero affatto.
5) “Il 2008 può essere, per il formidabile pungolo del referendum di primavera più ancora che per le intenzioni dichiarate di Veltroni, l’anno di poche ma indispensabili riforme, varate le quali saranno gli italiani a scegliere il premier e la coalizione di governo”. Cioè si fanno alcune riforme (hai detto niente!) e dopo si va a votare. Questo è fare i conti senza l’oste. In primo luogo, il centro-sinistra è (tutto) d’accordo? Ammesso che fosse l’intenzione di Veltroni, saprà imporla alla sua coalizione? E ci si riuscirebbe in pochi mesi? Soprattutto, fatte le riforme, chi obbliga il centro-sinistra a mantenere la promessa di andare a nuove elezioni? Gianfranco Fini? Oppure – è bene fare un po’ d’umorismo, ogni tanto – la parola data?
6) Comunque, questo tentativo “An intende farlo”, per non assumersi “la responsabilità di sacrificare, sull’altare di una sterile unità di coalizione, la sua stessa ragione fondativa”. Attenzione: anche se Fini “si augura che ciò accada in fretta e unitariamente, perché dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, dice che An il tentativo lo farà anche da  sola e senza tenere conto dell’unità della coalizione, che definisce sterile. Ancora una volta bisogna tradurre: se An è disposta ad agire da sola, pur sapendo che mette a rischio l’unità della coalizione, e pur sapendo che “dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile”, la conclusione è: “noi lo faremo, Berlusconi deve seguirci. Diversamente noi lo lasciamo”. Se ne deduce che chi ha preso l’iniziativa della rottura della Cdl non è stato Berlusconi. Ha solo risposto: “se potete, voi, rischiare di lasciare noi, figuratevi se non possiamo, noi, rischiare di lasciare voi”. Il seguito è noto. Ha preso in mano il boccino, si è piazzato al centro della scena e, incontrando Veltroni, si fa sdoganare dal centro-sinistra in vista di una eventuale Große Koalition. Perché mai infatti il Pd dovrebbe concludere con An (i fascisti, come dice l’estrema sinistra) un patto che potrebbe concludere con il Pdl?
    È avvenuto ciò che è avvenuto tante altre volte, nella storia. Un generale conta sull’impossibilità, per l’avversario, di realizzare una manovra (aggirare il passaggio delle Termopili, attaccare la Francia malgrado la Maginot, e cento altri esempi) e quello invece  ci riesce eccome. Chi affronta una battaglia deve mettere in conto di poterla perdere. Come si dice, il 71 può sempre trasformarsi in 17.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 novembre 2007

MI SONO SEPARATO DA ADELE
Quando si cambia lavoro, quando ci si separa dalla moglie, perfino quando semplicemente si cambia città, si passa un bel po’ di tempo a sistemare mentalmente le novità. Il fatto è lì, chiaro e inequivocabile; perfino facile da riassumere: “Mi sono separato da Adele”. Ma come andrà senza Adele, se è lei che ha lasciato noi o siamo noi che abbiamo lasciato lei, se c’è in gioco una terza persona e come andrà la nuova vita, tutto questo è molto più complesso e dubbio. Bisogna dunque mostrare comprensione per chi continua a chiedersi quali saranno le conseguenze dell’ultima mossa di Berlusconi.
C’è una regola generale: i “grandi uomini” sono uomini. Cesare e Pompeo non erano di marmo. Senza dire che erano suocero e genero. Dunque anche nel caso di Berlusconi, Fini e Casini è permesso fare delle considerazioni meramente umane e non politiche.
Nella “parabola dei vignaioli”, Gesù sostiene che si può pagare nello stesso modo chi ha lavorato dall’alba al tramonto e chi ha lavorato solo nell’ultima mezz’ora. Questa è la parola del Figlio di Dio, per i credenti, ma difficilmente potrebbe essere la parola dei sindacati. Mentre infatti Dio può regalare il paradiso a chi vuole, per gli esseri umani nulla è più fastidioso del vedersi scavalcare in una fila. Prima che un brocardo romano, prior in tempore, potior in iure (chi è arrivato prima ha più diritti) è un’evidenza per tutti.
Nella nostra società ci sono persone che sono in politica da quando avevano i calzoni corti. Hanno cominciato nella Fgci, in Azione Giovani, o negli analoghi vivai degli altri partiti, cercando poi di farsi eleggere assessori al cimitero nel loro comune di tremila abitanti. Hanno scalato, passo dopo passo, sospiro dopo sospiro, un infinito cursus honorum. E la loro carriera, salvo eccezioni, si è conclusa a basso livello. Ad andar bene, con una sinecura politica o un piccolo stipendio nell’infinito sotto bosco. Solo pochissimi, coniugando quelle che Machiavelli chiamava fortuna e virtù, giungono al massimo livello: divenire ministri o segretari di un grande partito politico. Per i segretari, si badi, stiamo parlando di quattro o cinque persone in tutt’Italia, se contiamo solo i grandi partiti; e al massimo di una ventina se contiamo anche i partiti da zero virgola.

Ebbene, nel 1994 quale sentimento poteva suscitare, l’irruzione nella scena politica di un signore già maturo, già ricco, e comunque privo di ogni esperienza politica, che nel giro di qualche mese si trasformava, da emerito sconosciuto, in Presidente del Consiglio? Una persona che non si iscriveva ad un partito ma ne fondava uno, che per giunta diveniva immediatamente e stabilmente il primo del paese? I romani, grandi conservatori, disprezzavano gli homines novi, ma qui il disprezzo non poteva bastare: è stato inevitabile l’odio.
Malgrado i suoi costanti sorrisi, malgrado la sua bonomia da esperto di relazioni pubbliche, Berlusconi, a parte qualche milione di votanti, ha oggettivamente ispirato un odio universale. Con l’eccezione di Sandro Bondi ed Emilio Fede, tutte le persone note l’hanno trovato insopportabile. Nel 1994 la sinistra si avviava a vincere “in carrozza” e il Cavaliere le fece svanire da sotto il naso un facile trionfo. La cosa farebbe salire il sangue agli occhi a chiunque: ma doverlo subire da un riccastro sorridente, da un capitalista che politicamente non era nessuno, è stato come per Tyson essere messo k.o. da un sessantenne professore di filosofia. Da questo è nato un sentimento acre e costante di rancore. Mezzo paese è stato spinto a disprezzare in tutti i modi il Cavaliere, a irriderlo, a insultarlo, ad accusarlo di ogni nequizia possibile ed anche di alcune impossibili. Con un tale eccesso che i milioni di persone che per quell’uomo hanno costantemente votato ci hanno fatto il callo. Gli attacchi al signore di Arcore lasciano il tempo che trovano.
Questo sentimento di ostilità, tuttavia, non è stato esclusivo dei nemici. In fondo, anche gli amici erano sulla breccia da molto prima. Anche loro si sono visti scavalcare, nella fila, da quest’ultimo arrivato. E non tutti dispongono della benevolenza di chi paga nello stesso modo i vignaioli pomeridiani. Per questo, finché si è avuto il potere, e al solo scopo di non perderlo, ci si è limitati a scalpitare. Col passaggio all’opposizione si è invece perduta ogni remora. Ci si è chiesto pressoché ufficialmente se il Cavaliere fosse dunque immortale. Se non ritenesse, essendo più anziano, di passare la mano (“Ho vent’anni meno di lui!”). Magari conservando qualche carica onorifica, ma passando una buona volta il timone a mani più esperte e soprattutto più impazienti. Tutto questo si è espresso con allusioni, dispetti, impuntature, stilettate ed altre piacevolezze. Il presupposto era che Berlusconi non potesse fare a meno di loro. Cosa vera. Ciò che non è stato preso in considerazione, però, è che Berlusconi è un uomo fuori dalla media. Un uomo che nella vita può giocare con la serenità di chi ha già avuto tutto. È ricco. Ha fondato il più grande partito italiano. È stato l’unico Presidente del Consiglio che abbia governato per un’intera legislatura. Ad andar male, potrebbe ritirarsi dalla vita pubblica con la sicurezza di avere un posto nella storia d’Italia. Ecco perché, a quelli che pensavano che lui non potesse fare a meno di loro, ha posto il problema di fare, loro, a meno di lui. E magari del potere. Si è stancato di mettere pezze, di tirare la carretta e ingoiare rospi. E oggi punta dunque l’intera posta: o vince o perde. E se perde insieme a lui perdono, ancor più rovinosamente, coloro per i quali la politica è tutto.
Probabilmente chi l’ha irritato fino a questo punto non sapeva che avrebbe ottenuto questo risultato. Tutti gli animali che mostrano i denti lo fanno per minacciare. Solo l’uomo, col sorriso, può dare un messaggio equivoco: e stavolta molti hanno avuto l’ingenuità di credere che, solo perché sorrideva sempre, il Cavaliere non fosse capace di mordere.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 26 novembre 2007

IL FATO IRAKENO
Molte volte, da quando è cominciata la guerra dell’Iraq, il mondo si è chiesto se essa sia stata una buona o una cattiva idea. La seconda ipotesi è stata tanto largamente prevalente da pensare che Bush si sia ostinato a lasciare lì l’esercito esclusivamente per non ammettere il proprio errore: mentre i suoi soldati continuavano a morire, mentre gli americani in maggioranza avrebbero amato il disimpegno, mentre la presenza delle forze alleate in quel paese rendeva gli Stati Uniti invisi a tutto il mondo musulmano. È andata così per anni e per anni non si è visto alcun serio miglioramento. Si è anzi potuto prevedere che, come in Vietnam, la guerra si concludesse con la vittoria del nemico semplicemente perché l’opinione pubblica americana si era stancata.
Tutto questo è storia. Da qualche mese c’è tuttavia una novità che, se confermata, potrebbe ribaltare tutto ciò che si è pensato e detto. Pare che la strategia del generale David Howell Petraeus, applicata all’incirca dal mese di febbraio, stia dando dei risultati incredibilmente positivi. Non se ne parla molto perché i media, ovviamente, danno notizia dei disastri, non della normalità; e  poi sull’Iraq sono comprensibilmente poco pronti a credere ad un’alba di pace. E tuttavia non solo gli attentati (e i morti) sono in costante calo, anche per la migliorata efficienza della polizia irakena, ma si delinea da un lato una sorta di alleanza fra sciiti e sunniti contro i terroristi e al Qaeda, dall’altro un clima di fiducia. Gli irakeni vivono molto più normalmente di prima e molti profughi tornano in un paese che considerano pressoché tranquillo. Al riguardo è opportuno leggere l’articolo riportato qui.
Molti secoli fa Creso chiese a Solone di andarlo a trovare e, trovatoselo davanti, gli sciorinò davanti la sua potenza e la sua ricchezza, chiedendogli infine se non fosse l’uomo più felice del mondo. Solone rispose che non poteva saperlo perché il re non era ancora morto e le somme si possono tirare solo quando tutto è concluso. Come poi la storia dimostrò allo stesso infelice Creso, aveva largamente ragione. Nello stesso modo, mentre per anni le prefiche hanno già pianto tutte le loro lacrime su questo infortunio statunitense, le persone ragionevoli si sono sempre astenute da ogni compiaciuto catastrofismo come da ogni wishful thinking, cioè da un ottimismo privo di basi. Oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti, si potrebbe propendere per le speranze: ma è meglio non posare a profeti. Si rischia sempre una brutta fine.
Se il successo fosse confermato, se la guerra si concludesse con un Iraq democratico e prospero, il suo esempio sarebbe una spina nel fianco di tutte le autocrazie e teocrazie mediorientali. Sarebbe la realizzazione di quella speranza geopolitica che a nostro parere fu la molla prima della guerra stessa. Attualmente non rimane che aspettare e vedere. L’unica considerazione seria è che la storia è del tutto imprevedibile e si capisce come mai i greci credessero al Fato. Per andare in una certa direzione, gli uomini fanno il l’impossibile e a volte ci riescono, a volte no, come se una forza superiore decidesse per loro. Bush aveva concepito la guerra d’Iraq come un’operazione breve e sicura, cui sarebbe conseguito un ribaltamento (in senso democratico) dell’intero Medio Oriente; si è invece trovato sulle braccia una guerra sanguinosa, interminabile e impopolare. Dunque tutti lo hanno dato perdente. Ora con Petraeus le cose potrebbero cambiare completamente, la previsione potrebbe essere smentita per la seconda volta. La guerra di Bush che prima era stata vinta, poi era stata persa, ora la guerra potrebbe essere di nuovo vinta. Contro il Fato, nemmeno Zeus aveva potere.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 24 novembre 2007


IMBROGLIACCI
"Potremmo chiederci dove sono finiti gli esponenti della sinistra che sul caso Unipol si mostravano come i campioni del garantismo ed attaccavano con singolare energia la pubblicazione incontrollata delle intercettazioni telefoniche. Ma sappiamo bene dove trovarli: oggi sono in prima fila ad usare la pubblicazione di conversazioni per cercare di colpire l'avversario politico."

"La cosa piu‚ grave e inquietante e' cio‚ che denuncia il presidente della Repubblica: le intercettazioni devono restare segrete. Non solo perche' lo dispone la legge, ma anche per l'incredibile uso distorto che ne viene fatto. Non si puo' prendere un semplice brogliaccio della Guardia di Finanza, cioe' una sintesi di conversazioni, e senza alcun tipo di contraddittorio presentarlo come una verita‚ incontrovertibile e usarlo secondo i propri interessi. E' grave che in questo gioco al massacro abbiano un ruolo fondamentale, per varie ragioni e attraverso vari strumenti, dello Stato e non, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, mezzo governo e una buona parte della maggioranza di centrosinistra".

IMBROGLIACCI 2
Intervista a Caldarola, ex-direttore dell’Unità.
Caldarola: "Veleni per far saltare il dialogo di Walter"
articolo di Luca Telese - venerdì 23 novembre 2007, 07:00
Ai miei tempi "l’Unità" faceva da tramite fra testate che non si parlavano direttamente. E nessuno gridò allo scandalo
Roma - «Ci sono due cose inaccettabili in questa storia. Il complottismo e la strumentalità. Qualcuno sta cercando di fare pressioni su Walter, perché salti la stagione del dialogo». Peppino Caldarola, deputato del Pd, ex direttore dell’Unità, veltroniano di ferro, non ha dubbi. Walter, ovviamente, è Veltroni. E il tentativo di affondare il dialogo è la vicenda delle intercettazioni dei dirigenti Rai e Mediaset. Caldarola non ha dubbi: «Per quel che riguarda il rilievo penale tutta questa storia va analizzata con una bella borsa di ghiaccio sulla testa. Ma per quel che riguarda gli effetti politici, c’è il bisogno, anzi il dovere, di intervenire subito, per fermare questa ennesima fuga di veleni».
Onorevole Caldarola, come mai tanta nettezza, assolutamente controcorrente fra i dirigenti della sua coalizione?
«Essendo cresciuto in una redazione, mi ricordo bene che sia ai tempi del terrorismo sia durante quelli di Mani pulite, le concertazioni ci furono, eccome».
Hanno detto che si tratta di un tentativo di inciucio. Che ne dice?
«Lo ripeto, ci vuole prudenza. Può esistere anche una concertazione che non sia anticoncorrenziale. Non trovo stupefacente che qualcuno, anche in ottima fede, lo abbia fatto. E voglio aggiungere una cosa... ».
Una rivelazione?
«Nel periodo in cui ero nel gruppo di comando dell’Unità ai tempi di Veltroni direttore, noi non solo ci consultavamo con gli altri giornali - era durante la stagione di Tangentopoli -, ma addirittura facevamo da tramite fra Repubblica e il Corriere che non si parlavano».

È un’autoccusa o un’autoapologia?
«Non do giudizi di merito, forse in alcuni casi è stato un errore, perché bisogna sempre cercare di avere l’esclusiva, ma di sicuro nessuno allora gridò allo scandalo».
Forse adesso...
«Non sto rivelando segreti di Stato, fra gli addetti ai lavori era ben noto».
Insomma lei si è consultato?
(sorriso) «Ebbene sì, mi sono consultato».
Torniamo al merito. Per lei il problema è politico.
«Sì, ci sono almeno due cose che mi stupiscono in questa storia. La prima è l’idea ricorrente e grottesca che ci sia una regia in questa consultazione».
Ovvero Berlusconi.
«Sì, un signore chiuso in una stanza a fare il burattinaio della storia italiana, a decidere i dettagli dei programmi o i titoli dei giornali. Insomma un golpista!».
E lei non ci crede?
«Ma va’ là! È una visione grottesca».
La seconda cosa che non accetta?
«Il tentativo di condizionare Veltroni, traendo una morale di questo tipo: con questi non si può parlare perché sono quelli che tramavano contro la libertà e la democrazia».
E lei nemmeno su questo è d’accordo?
«Ovviamente no. Primo perché non penso che esista il burattinaio, secondo perché la pacificazione quando si fa, si fa con eserciti che sono stati in guerra. Non puoi fare la pace se contemporaneamente vuoi tirare fuori gli scheletri dall’armadio del tuo interlocutore».
Le viene in mente un esempio?
«Sì, un generale israeliano che sa fare la guerra, ma che quando decide che vuole fare la pace, arriva fino in fondo. Certo Rabin non guardava alla storia di Arafat quando gli ha stretto la mano».
Insomma, anche lei dice che c’è una regia?
«No, non voglio dire che necessariamente queste carte siano state tirate fuori dagli archivi per un uso politico. Quando però sono nell’agone politico, qualcuno cerca di farne un uso politico».
Perché?
«Perché molti, anche nel centrosinistra, non resistono alla tentazione di dare una lettura complottistica della storia italiana. È un vecchio vizio».
Ma lei di questa inchiesta che idea si è fatto?

«Per ora sono dei brogliacci che riassumono il senso di alcune intercettazioni. Vedremo cosa diranno le inchieste, ma la cosa che si può sicuramente affermare fin d’ora è che questi veleni non possono essere usati politicamente per condizionare Veltroni, per bruciare, prima che fruttifichi, il seme di una svolta politica, un dialogo che finalmente si apre. E che io spero possa regalare una nuova stagione all’Italia».

BERLUSCONI E GIUFÀ
In questi giorni si leggono decine e decine di righe sul problema della legge elettorale e sull’apertura di Berlusconi al proporzionale. Tutti ne parlano seriamente. Precisano il sistema da scegliere, i pericoli da evitare, passano in rassegna i favorevoli e i contrari, ipotizzando le conseguenze sulla coalizione al governo, sui rapporti tra Veltroni e Berlusconi e via andare: fino alla vertigine. Può darsi che questi illustri signori abbiano capito molto più di chi di questi problemi parla con gli amici o al massimo su qualche blog, ma un dubbio rimane: Berlusconi non ha forse detto che è disposto a concordare una legge elettorale proporzionale purché si vada immediatamente dopo a nuove elezioni? E il centro-sinistra è disposto ad andare al più presto a nuove elezioni che prevedibilmente lo vedrebbero perdente alla grande? La risposta più ovvia è no. Inoltre, se la nuova legge elettorale avesse uno sbarramento del cinque per cento (ma si parla anche del sette e dell’otto), essa sarebbe un ostacolo insormontabile per i partiti di estrema sinistra: e perché mai costoro dovrebbero permettere che si vari questo sistema che li sfavorisce per poi applicarlo subito con nuove elezioni che li manderebbero a casa per sempre? Fra l’altro, anche a pensare ad eventuali fusioni, l’esperienza storica dice che esse ottengono spesso risultati inferiori alla somma dei voti degli addendi. Gli converrebbe far cadere il governo.
Il problema centrale, tuttavia, è quello indicato: come mai tutti parlino della prima metà della frase di Berlusconi senza tenere conto della seconda metà? Dal momento che il centro-sinistra non può accettare questa condizione, il comportamento di Berlusconi fa pensare alla storiella di Giufà, personaggio mezzo scemo e mezzo furbo, che secondo una vecchia favola siciliana un giorno fu condannato a morte. Il poverino implorò come ultima grazia quella di poter scegliere la pianta a cui essere impiccato e quando fu accontentato scelse una pianta di prezzemolo.

Poiché non è pensabile che tutti siano sordi e non abbiano fatto caso alla condizione berlusconiana, si è costretti a pensare una sola cosa: non l’hanno presa sul serio. E dunque il problema si sposta: andava presa sul serio o no? Talleyrand diceva che « La parole a été donnée à l’homme pour déguiser sa pensée » (la parola è stata data all’uomo per travestire il suo pensiero) ma qui veramente si esagera. Può darsi che il Cavaliere parli sul serio e che i commentatori facciano malissimo a non tenerne conto, come può darsi siano convinti che parli sul serio, ma che poi, fatta la legge elettorale, le elezioni gliele negherebbero. Non sarebbe la prima volta che in politica si manca alla parola data. Ma forse che Berlusconi questo non lo sa? E allora che garanzie chiede? O è che spera di tirare le cose abbastanza in lungo per profittare dei risultati del referendum? Perché mai nessuno risponde a queste domande?
Forse si discute tanto di legge elettorale perché bisogna pur vendere i quotidiani. Bisogna pur mettere qualcosa nei telegiornali, benedicendo il fatto che Berlusconi in questi giorni li abbia resi un po’ meno noiosi. Bisogna, per quanto riguarda i politici, dire qualcosa, pur di vedersi citare: per loro la visibilità è questione di vita o di morte. Per tutti bisogna fare “un gran casino”, come si dice volgarmente, mentre sotto sotto, quanto alle elezioni e alla legge elettorale, non c’è niente. Proprio niente: salvo ciò che è assolutamente segreto.
Il futuro lo vedremo quando sarà presente. A cominciare dal fatto che la Corte di Cassazione può modificare tutti i dati ammettendo o no il referendum. Un’alternativa, sia detto di passaggio, che dimostra come anche quella Corte faccia politica: è infatti strano che nessuno si azzardi a fare previsioni giuridiche, quasi che la soluzione dipendesse da un getto di dadi. Probabilmente, dal momento che quel voto creerebbe un sistema terribilmente favorevole al Pdl o al Pd, la Cassazione dirà di no. Non per arcani motivi: semplicemente perché il partito che avrà la maggioranza relativa sarà quello di Berlusconi e dunque, giuridicamente, bisogna stopparlo.
E mentre tutto questo bolle in pentola, si parla di sistema proporzionale con sbarramento alla tedesca e correzioni alla spagnola: un salto triplo all’indietro carpiato con avvitamento. “Ma mi faccia il piacere”, come diceva Totò.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 novembre 2007


COROLLARI BERLUSCONIANI
Della mossa di Berlusconi, nelle ultime quarantott’ore, si è molto discusso. Ma qualche dato in più – salvo errori – c’è.
 1) Molti elettori si sono chiesti come mai Berlusconi, da sempre fautore del maggioritario, ora parli di proporzionale. Il fatto è che il maggioritario italiano (“Mattarellum” o “Porcellum”, cioè legge elettorale del 2001 o del 2006), non ha portato alla stabilità. La frammentazione dei partiti è anzi aumentata e il povero Prodi è sottoposto all’eventuale ricatto di due o tre senatori. Dunque, non val la pena d’impiccarsi su quel sistema.
 2) Il sistema proporzionale alla tedesca - preferito da tanti, fra cui Veltroni,  e cui anche Berlusconi si dichiara disponibile - è tutt’altro che un sistema proporzionale come l’immaginiamo. In Germania non solo esiste uno sbarramento al 5%, ma metà del Parlamento, col primo voto, si elegge col sistema maggioritario uninominale. È solo col secondo che si eleggono dei parlamentari col sistema proporzionale. Sicché, altrettanto lecitamente, si potrebbe parlare di “sistema uninominale maggioritario alla tedesca”.
3) Qualunque sistema proporzionale che preveda uno sbarramento non è un proporzionale puro ed anzi tutto dipende in concreto dall’altezza dello sbarramento. Se vengono escluse dal Parlamento tutte le formazioni che non raggiungono il cinque per cento (come in Germania), saltano via moltissimi partiti. Insomma, parlare di “sistema proporzionale”, senza precisare, non significa niente: “il diavolo si nasconde nei particolari”.
 4) Se Veltroni e Berlusconi si mettessero d’accordo per il sistema tedesco, Mastella e tutti i partiti di estrema sinistra – vedendo che rischiano la vita – farebbero forse cadere il governo in modo da andare ad elezioni subito ma con la legge attuale. Perderebbero certamente il governo ma manterrebbero una rappresentanza in Parlamento; mentre se lasciassero fare ai grandi partiti rischierebbero di essere cancellati dalla vita politica.
 5) Nulla vieta di pensare che la discussione sulla legge elettorale sia un’immensa manfrina. Qualunque legge elettorale o favorisce i grandi partiti, e troverà per questo  la pervicace opposizione dei piccoli, oppure favorisce i piccoli e non si vede perché i grandi dovrebbero votarla. Inoltre Berlusconi abbina il voto alla legge con elezioni a breve, che non convengono affatto alla sinistra. Dunque può darsi che egli si dichiari disposto a modificare la legge elettorale solo per passare per uno disposto a dialogare, come il mite Veltroni: sapendo benissimo che non gli costerà nulla, come non costerà nulla a Veltroni.
 6) Inoltre, il referendum è alle viste. Salvo che la Cassazione, con un colpo di mano, non lo vieti, gli basterà fare il pesce in barile e alle prossime elezioni, secondo quanto dicono, il partito che ha più voti (indovinate quale) avrebbe per ciò stesso il 55% di seggi in Parlamento. E allora si capirebbe perché Berlusconi abbia mandato a quel paese gli alleati riottosi: non ha bisogno di loro per avere la maggioranza in Parlamento.

 7) Né esiste dubbio sul punto che il referendum abolirà l’attuale legge elettorale. Dirne male è stato tanto obbligatorio quanto è dire bene di Garibaldi. Essa è “indifendibile”, molto al di là dei suoi demeriti e gli italiani voteranno contro di essa come se salvassero il Paese dalle acque del Mar Rosso.
 8) Una considerazione finale piuttosto saporita nasce dall’osservazione che Berlusconi, con il Porcellum o una nuova legge elettorale, sarebbe costretto a cercare degli alleati per formare la nuova maggioranza. E allora ci si chiede: “Che senso ha avuto sbarcarli, oggi, se domani sarà costretto a reimbarcarli?”
Giusta domanda. Ma si può rispondere: “Se essi oggi non collaborano per una vittoria unitaria, a che scopo imbarcarli? Ché anzi, staccandosi da loro (che molti berlusconiani cordialmente disprezzano per avere essi frenato le riforme nel corso dell’ultima legislatura), il successo sarebbe ancora maggiore. Dopo, ovviamente, ci sarebbe sempre tempo per reimbarcarli”. Operazione a costo zero. Senza dire che oggi si è data una immensa soddisfazione a chi aveva tanta voglia di veder dare una legnata sul naso a Casini e allo stesso Fini.
 9) Casini e Fini meritano personalmente qualche nota. Il primo (non era forse un sodale di Follini?) è sempre stato un democristiano incline ai tradimenti felpati, alla “lingua di legno” (il politichese) e, perché no? ai ricatti politici. Valeva la pena di pretendere un Berlusconi 2, per una incomprensibile discontinuità che non c’è stata? Né Fini è migliore. Quest’uomo di grande intelligenza, eccellente polemista e grande politico, è un vizioso del potere. Guida il suo partito con piglio militaresco ed è capace di “frustare” i suoi sottoposti per punirli di un errore fatto da lui stesso (l’avventura dell’Elefantino). Ambedue, Casini e Fini, sono divorati da un’ambizione irrefrenabile e non tollerano che Berlusconi sieda sulla sedia su cui vorrebbero sedere loro. Intendiamoci, l’ambizione non è un demerito e senza di essa non si arriva da nessuna parte. Ma ci sono cose necessarie, come la defecazione, che pure sono fastidiose da vedere. Essi hanno sempre dimenticato che il Cavaliere ha il doppio o il quadruplo dei loro voti e il risultato finale è che non solo non hanno la sua sedia, ma neanche l’alleanza con lui alle prossime elezioni.
 10) Tutti hanno creduto che il signore di Arcore fosse incatenato alla Cdl tanto solidamente da potersi permettere di minacciare, loro, di lasciare la coalizione. Invece se la sono vista distruggere in un battibaleno da uno capace di costruirne un’altra in un pomeriggio. Hanno tirato troppo la corda e gli è rimasto il capo penzoloni in mano.
Tutti ora si chiedono se questa nuova avventura a Berlusconi andrà bene o andrà male. E non potrà non chiederselo pure lui. Ma quell’uomo osa sfidare la sorte. Può trionfare – per questo qualche giorno fa parlavamo di Rubicone – o può perdere, ma il punto è che è disposto a perdere. De Gaulle indisse un referendum su una legge dopo tutto secondaria, legandovi la propria permanenza al potere. Il referendum andò male il Generale prese la strada di Colombey les Deux Eglises. Grande sacrificio? Sì e no. Aveva già detto: “Il potere non si conquista, si raccatta”. Già in quel momento era certo di essersi ritagliato un intero capitolo nei libri di storia e sapeva che, se fosse uscito di sua volontà dall’Elysée, avrebbe dimostrato un supremo disprezzo per il potere. Il grado supremo della gloria.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 20 novembre 2007


Cosa andiamo a fare in Maryland?
Ormai siamo agli sgoccioli, fra una settimana incomincia il summit di Annapolis, si preparano i bagagli e in valigia gli israeliani mettono speranze e proposte.
Loro, i palestinesi, mettono una bella sfilza di pretese e di NO.
D'Alema sara' contento visto che si augura che il "summit si muova nel quadro dell'iniziativa di pace araba".
E te pareva, se il summit si muovera' in quel senso, con Condie Rice che spinge come una matta perche' si faccia sta Palestina prima che Bush lasci la presidenza, Israele riportera' a casa le chiavi per chiudere le porte e andarsene verso il mare dopo la svendita del paese.
Olmert chiede ai palestinesi una cosa sola per poter incominciare a trattare, chiede che Israele sia riconosciuta dall'ANP e dagli arabi come Stato Ebraico.
Ha risposto Saeb Erekat, uno dei fautori della disgrazia di Oslo, yesman di Yasser Arafat, con un sonante e deciso "MAI!".
Ha risposto la Lega Araba con un inequivocabile NO!.
Dunque questi banditi non sono disposti a nessuna concessione, nemmeno a riconoscere a Israele il diritto di essere lo stato degli ebrei, certo, dal momento che pensano di farci invadere da tutti i loro profughi in modo da trasformare Israele nel ventiduesimo stato arabo , la Palestina dal fiume al mare, come dicono da 40 anni.
Americani e europei sono convinti che piu' concessioni Israele fara' piu' rabbonira'
i palestinesi convincendoli ad abbandonare il terrorismo e la violenza.
Invece no!
Non sara' cosi' e l'esperienza del passato insegna che piu' ricevono , piu' chiedono, piu' vogliono , piu' pretendono e piu' aumenta il terrorismo.
Il loro modo di fare poltica e' la prepotenza unita alla menzogna, al cinismo e al piagnucolamento propagandistico con cui conquistano il mondo intero.
Quando scriviamo che i palestinesi sono capaci di fare qualsiasi cosa perche' i canali dell'odio si riversino su Israele, in realta' non devono faticare troppo, siamo sempre verbalmente aggrediti dai soliti buonisti filopalestinesi, dai pacifinti e dai vigliacchi in malafede, veniamo insultati e definiti fascisti o peggio.
Quando parliamo di bambini palestinesi mandati per le strade apposta perche' vengano ammazzati da qualche pallottola amica o nemica, ci accusano di essere dei mostri anche se vi sono migliaia di fotografie e di filmati a conferma delle nostre asserzioni.
Nessun giornale italiano ha dato risalto ai missili lanciati contro Israele dal cortile di una scuola di Gaza. Silenzio che si sarebbe trasformato in un vulcano di indignazione se , malauguratamente, Israele, che non puo' vedere il luogo da cui partono i kassam, avesse risposto sparando in quella direzione facendo una strage di bambini.
Era proprio la strage che loro, i bastardi figli di hamas , cercavano.
Questa volta pero' hanno fatto un errore perche' la scuola da cui sparavano era dell'URNWA, cioe' dell'ONU e il Segretario Generale Ban Ki-Moon, incazzato come una belva, ha subito ordinato un'inchiesta.
Meno male che non c'e' piu Koffee Annan che sarebbe andato a pranzo fischiettando e facendo finta di niente.
Il silenzio dei media italiani pero' continua, quando mai hanno condannato i palestinesi che combattono da sempre come dei vigliacchi posizionando le loro stramaledette rampe lanciamissili in mezzo ai centri abitati.


La perla della propaganda palestinese e' il falso su Mohamed Al Durra con cui hanno preso in giro il mondo intero per ben sette anni e quando Israele, dopo varie inchieste diceva ai giornalisti e politici stranieri "signori, non siamo stati noi a uccidere il bambino" , la risposta era "Non vi crediamo".
Se non fosse stato per la cocciutaggine di un coraggioso francese, Philippe Karsenty, che ha denunciato France 2 e il suo corrispondente arabo in Israele, la verita' non sarebbe mai emersa, adesso sappiamo che il filmato e' stato tagliato e che alla fine il bambino faceva ciao ciao con la manina a chi stava riprendendo la scena.
Dunque Mohammed era vivo e loro, i palestinesi e France 2, lo sapevano.
Sui palestinesi sono inutili i commenti ma che una televisione francese sia stata loro complice e' scandaloso anche se e' giusto ricordare che all'epoca Arafat era vivo, lui comandava, lui dirigeva la propaganda sapendo che chiunque in Europa si sarebbe gettato nel fuoco per lui.
Il trucco infame riusci' alla perfezione e per 7 anni Israele fu maledetto e messo alla gogna.

Vero Berttinotti?
Ce l'avete ancora in sezione a Roma la gigantografia del bambino e di suo padre da esporre ai congressi nazionali? Me lo ricordo come fosse oggi Nemer Hammad che accusava Israele sotto quella gigantografia mentre il pubblico dei rifondaroli rumoreggiava il suo odio per Israele.
Vero Diliberto?
Voi comunisti avete insultato Israele per anni, avete deriso i nostri morti, avete mandato i vostri scagnozzi a dar man forte ai terroristi, avete fatto dichiarazioni ufficiali in cui accusavate Israele di essere peggio dei nazisti.
Vero Morgantini?
Ci hai dato dei nazisti eh Morgantini? Tu e i tuoi compari di merende. Eppure il tuo con Arraffa-t era un filo diretto di amore. Possibile che la coscienza non ti abbia fatto venire mal di stomaco? No, eh? anche perche' il pelo sullo stomaco e' talmente folto che nemmeno milioni di accuse false a Israele riuscirebbero a scalfirlo, nemmeno con il miglior rasoio Gillette.
Il pelo sullo stomaco della Morgantini e' la, intonso, da molti anni, come una corazza contro la verita' e la giustizia.

Tornando ad Annapolis, mi chiedo come possa essere accettato dal mondo civile che i palestinesi vadano al summit per avere con la prepotenza e con le minacce di una terza intifada quello che non gli e' mai appartenuto.
Israele chiede solo di essere riconosciuto come stato ebraico e di poter vivere senza essere invasa da milioni di arabi.
No, no, no signori, non ce lo concedono!
Loro, quelli che hanno usurpato persino il termine palestinesi che, prima del 1948, era degli ebrei.
Loro che hanno cambiato la storia col consenso dei paesi occidentali antiisraeliani, cioe' praticamente tutti.
Loro che non avevano niente non essendo un popolo ma semplicemente una parte, la peggiore e piu' violenta, del popolo arabo.
Loro che si sono approfittati dei sentimenti di odio verso gli ebrei per convincere il mondo che Israele non ha da durare.
Loro, i banditi piu' amati dagli italiani, pretendono e non concedono niente.
„Israele deve restituire tutta Gerusalemme est, cioè l‚area che ha catturato nel 1967‰, ha dichiarato uno dei firmatari, il consigliere di Abu Mazen Adnan Hussein (facendo riferimento a un‚area che comprende anche tutto il quartiere ebraico della Città Vecchia, Muro Occidentale compreso, da dove venne bandita ogni presenza ebraica tra il 1948 e il 1967).
Dunque vogliono fare peggio degli antichi romani, dei crociati, di Suleiman. Vogliono fare come i giordani nel 1948 e toglierci anche il Monte del Tempio (che in realta' ci hanno gia' tolto visto che agli ebrei e' vietato salirvi) e il Muro occidentale, quel Muro del Pianto contro il quale gli ebrei hanno alzato al cielo i loro lamenti per i 2000 anni di esilio.
Possono cambiare la Storia a loro piacimento. Tutto quello che generazioni hanno studiato viene cambiato e creduto.

Per centinaia d'anni si e' studiato che Israele e' esistito per 1000 anni prima che i Romani lo distruggessero insieme alla sua Capitale Gerusalemme rasa al suolo.
Per anni abbiamo studiato che gli arabi non hanno mai considerato la zona come uno stato ma, e per soli 300 anni, l'hanno considerata parte della terra araba. Gerusalemme ridotta a meno di un villaggio.
E poi abbiamo studiato che su questa terra, una volta scacciati gli ebrei, si sono susseguiti i popoli piu' diversi dai bizantini ai mammelucchi, dai crociati ai turchi.
Abbiamo studiato che i filistei erano un popolo occidentale proveniente dal mar Egeo e stabilitosi a Gaza fino all'estinzione.
Poi arrivano loro e cambiano la storia, sti mafiosi, dicono che lo Stato di Palestina esiste da sempre, che loro sono i discendenti dei filistei, che Gesu' era palestinese e che gli ebrei non hanno nessuna connessione con Gerusalemme quindi con la Terra di Israele, mai esistita secondo loro come mai esistito e' il Tempio di Salomone. Lo ha ribadito il boss mafioso Arraffa t a Camp David.
La cosa spaventosa non e' il loro taroccamento della storia, lo aveva fatto anche Hitler di cui sono i seguaci, la cosa spaventosa e' che molti gli credono.
La morale della favola e' che i palestinesi vanno ad Annapolis non con umilta' e vergogna per le loro menzogne ma con arroganza e prepotenza.
Israele chiede una cosa sola, una sola, chiede soltanto di poter restare l'unico Paese per il popolo ebraico e persino questa legittima richiesta viene negata.

Trent'anni fa Anwar Sadat venne a Gerusalemme.
Il suo Boeing atterro' in Israele alle 8 di sera, puntuale.
Quando si apri' il portellone e Sadat usci nel silenzio totale di tutta Israele, una voce grido' "PRESENTAT ARM".
Mentre Sadat passava in rassegna i soldati di quell'esercito che per ben tre volte aveva mandato a casa il suo con la coda tra le gambe, Israele esplose in un unico grido di incommensurabile e incontenibile gioia.
E fu pace.
Sadat ebbe coraggio , era un uomo , un Mensch.
Ad Annapolis andiamo a trattare con dei mafiosi.
Allora, cosa ci andiamo a fare ?

Deborah Fait  -  www.informazionecorretta.com

Tre governi…senza opposizione
Nella smania tutta italiana di governare e di farlo per forza, come se l’unica cosa realmente importante fosse questa, hanno preso corpo le mostruose creature del nuovo corso italiano che ora cercheranno, come al solito in
ritardo di fare quello che negli altri paesi è già stato fatto da molto tempo, ovvero costituire delle forti e radicate realtà politiche, non provvisorie ed occasionale, con lo scopo di favorire la governabilità al “governismo”. Il governismo nel frattempo ci costringerà a convivere con tre governi nella più totale assenza di un opposizione, ormai ritenuta inutile, superflua, roba da poveri cristi (forse solo i comunisti italiani ed i radicali sono all’opposizione, ma non sanno più contro chi e se convenga farla). Il governo in pectore è lì, ancora meno saldo, ancora meno sano, ma pur sempre salvo, con il paziente ragnetto Prodi che costruisce improbabili tele, spera ancora che i suoi tecnici, affezionati dell’Ulivo, dell’Asinello, non lo abbandonino, lasciandolo realmente capitano dell’ennesimo Titanic. Il governo Prodi è un governo di emergenza e di improvvisazione che lui, novello Badoglio guiderà fino a quando non lo sovrasterà un secondo governo ben più forte e numeroso, multicolore e polivalente, allegro e pseudo-riformista che spazzerà via anche coloro che ancora pensano di essere originali nel chiamarsi riformisti o liberal-democratici e non hanno ancora capito che la successiva stagione sarà monocolore e anti-ideologica. Il secondo Governo è il Governo Veltroni, capo del Partito Democratico, capo della nuova sinistra, sindaco di Roma, promotore del risveglio culturale del paese, parafulmine della stagione riformista dalla legge elettorale al welfare, fino alle pensioni. In un governo che non può proporre nulla, è lui che propone, incontra, organizza vertici e chiede gentilmente a Prodi di garantirgli numeri e nasconderlo fino a momenti più opportuni. La sua occasione è d’oro e sa che non può scoprirsi adesso, ma solo più tardi, quando rinnegherà le sue intere proposte-ombre, addossandole al relitto Prodi e si proporrà come il vero nuovo corso. Ma non governa da solo. Con lui, nei dibattiti, nei vertici, nei confronti mai così pacati e sinceri, ci sono Fini e Casini, il primo ormai sempre più centrista, spinto al centro da chi ora lo ha scaricato dalla piazza e costretto a rifiutare l’ingresso nel Ppe, nonostante sia imprigionato a metà fra il veltronismo illuminato che lo spinge al dialogo ed il centro cristiano-democratico che, a sua volta, potrà ricongiungersi, nella sintesi veltroniana, con i vari Mastella, ma anche Castagnetti, Bindi e tutti gli orfani di ciò che non c’è, ma tornerà ad essere il centro cristiano-democratico (si spera alla tedesca, ma forse più alla cilena). Fuori dal palazzo ma dentro la politica, c’è il terzo Governo. Esso non risiede né a Palazzo Chigi, né al Campidoglio, ma a San Babila ed è il Governo della piazza, del popolo, come lo stesso fondatore Berlusconi ha ammesso. Un uomo solo al comando e la massa marciante e festante che, anch’essa in linea con gli altri, lancia proposte di compromesso “O così o si va a casa”, come un vero governo appunto, detta condizioni, organizza circoli e parlamenti ma non propone, si oppone e basta. Nessuna controproposta tecnica elettorale, nessun progetto sul welfare. Solo l’esigenza di tornare a governare. Non è un caso che il governo parta da Milano contro Roma, né che sfidi il centrismo ed il progressismo, intraprendendo la strada presa nel 1994, ovvero quella della destra, moderata, ma conservatrice, vicina alle esigenze localistiche della Lega e vicina ai principi duri e nostalgici della Destra. Tre governi che, in un altro paese, ben si fonderebbero in un governo di unità nazionale, ma che in Italia (e solo in Italia può succedere) rimangono tre governi, ognuno con la sua sede, ma con un necessario corollario finale: un governo tecnico che sarà deciso a tavolino dal presidente della Repubblica nella più totale incomunicabilità fra i governi, in attesa di future elezioni, ancora lontane, per fortuna di tutti, perché in questo momento neppure il voto potrebbe permettere al paese di schierarsi, né dare alle forze politiche il tempo di capire con che governo stare.    

Angelo M. Daddesio


DO OR DIE
Il giorno seguente l’annuncio di Berlusconi della nascita di un nuovo grande partito-contenitore, sciogliendo Forza Italia e proponendolo a chiunque voglia farne parte, ciò che si nota soprattutto è lo smarrimento dei commentatori. Tutti – pressati dall’attualità, dal dovere di commentare ciò che ancora non sanno bene che cos’è - s’ingegnano di dire cose che non siano assurde e che non possano essere troppo pesantemente smentite dai giorni avvenire. In effetti i dubbi, rispetto alle cause del fatto e rispetto alle prospettive future,  sono troppo più numerosi.
1) Si tratta di un avvenimento importante, capace se non di mutare l’attuale assetto politico, almeno di modificarlo seriamente, oppure Berlusconi ha semplicemente cambiato il nome del suo partito? Perché se in questo partito non confluisse nessuno (e oggi nessuno pare volervi confluire) come sfuggire alla sensazione di un mero cambiamento di nome?
2) Col nome cambiato, il partito “venderà” di più o di meno? Come si sa, i produttori esitano tra il proclama della novità (nuovo, nouveau, neu, new, nuevo!) e la sottolineatura della fedeltà al prodotto: i biscotti “come fatti in casa”, “il valore della tradizione”, “da vent’anni la migliore soluzione”, ecc. Come vanno, le cose, nel caso dei partiti? E in questo caso in particolare?

3) Secondo Piero Ostellino, la mossa di Berlusconi significa che alle prossime elezioni egli intende andare da solo. Nel caso questo fosse vero, ciò avverrebbe perché Berlusconi ha capito che i suoi alleati o non lo sosterrebbero più, come leader, o, nel caso vincessero con lui, gli impedirebbero di governare. Come in parte hanno fatto nella precedente legislatura. “Tanto vale rompere prima e far sapere agli elettori che non mi lascerò condizionare da nessuno”. Non si può dimenticare che anni fa, quando qualcuno gli rimproverava di non aver portato a termine qualche riforma, la sua risposta era: “Datemi il cinquanta per cento, e vedrete”.
4) Se questa è l’intenzione, l’apertura del partito a chiunque intenda starci sarebbe una pura mossa retorica. Avendo creato un nuovo partito proprio per non avere alleati sullo stesso piano (la Cdl), ma solo “aderenti”, è ovvio che il Cavaliere offre a Fini e a Casini molto meno di quanto avessero fino ad ora. Uno status non di pari ma di gregari. Dunque l’apertura è pura retorica. Del resto, chi mai ha impedito, fino ad ora, di aderire a Forza Italia, se ne aveva voglia?
5) Il problema si sposta dalla costituzione di un grande partito di centro-destra (uno dei due poli in un bipartitismo perfetto) alla domanda del significato elettorale della mossa. In un sistema proporzionale Berlusconi da solo o perderebbe o sarebbe costretto a governare con gli alleati che oggi lo contestano. E non si vede il vantaggio della costituzione del nuovo partito.
6) Ma in un sistema con un forte premio di maggioranza - cioè se rimane l’attuale legge o, ancor meglio, se si va al referendum, e il premio di maggioranza è attribuito non alla coalizione, ma al partito che ottiene più voti - come non vedere che questo partito che otterrebbe più voti, secondo le previsioni attuali, è il Partito del Popolo? Berlusconi punterebbe a fare a meno degli alleati prima delle elezioni e poi, dopo la vittoria, ad imbarcare quel cinque o dieci per cento di fungibili gregari che gli servirebbero per arrivare al cinquantuno per cento alla Camera e al Senato. Il potere incontrastato.
7) È vero che Berlusconi a Minzolini ha detto di essere disposto ad una legge elettorale “alla tedesca”. Ma, a parte il fatto che su questo come su altri progetti non esiste l’accordo, una tale legge sarebbe accettata a condizione che a votare si vada subito, appena modificata velocemente la legge. Perché Berlusconi è convinto che, in questo momento, vincerebbe con qualunque sistema. Dunque, o voto subito oppure notevole premio di maggioranza quando sarà.
8) Berlusconi, da solo, avrà la strada tutta in salita; ma i suoi (ex)alleati, senza di lui, non vanno da nessuna parte. E un po’ se la sono cercata. Almeno prima della elezioni, hanno perso il loro potere di ricatto.
Proprio in questa sede si sosteneva fino a ieri (prima della mossa di Berlusconi) che il Grande Burattinaio della politica è l’amore per il potere. Chi lo ama di più è disposto a sacrificargli di più. Anche in termini di fedeltà ai principi, quando non di dignità. Ma ci sono diversi modi di amare il potere. Forse Berlusconi, con questa mossa azzardata, ha dimostrato di amarlo, ma non alla maniera interessata e piccina di un assessore di paese. Ha già avuto tanto, dalla politica. Ora, o gli riesce il colpaccio di divenire il padrone di Roma o sarà sconfitto dalla coalizione dei suoi amici e dei suoi nemici. Ha passato il Rubicone. E se il risultato finale del passaggio di quel fiumiciattolo non lo conosceva Giulio Cesare, non possiamo certo pretendere di conoscerlo noi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 19 novembre 2007


La svolta di Silvio: "Fondo il Partito del popolo italiano della libertà"
«Vi ricorderete sempre di essere stati qui, oggi, in piazza San Babila». È domenica 18 novembre 2007, Silvio Berlusconi spalanca le braccia nell'aria frizzante delle grandi occasioni, guarda negli occhi Michela Vittoria Brambilla e a Milano dà l'annuncio che tutti aspettavano da tempo: Forza Italia si scioglie e nasce il Partito del Popolo italiano della libertà. Addio alla vecchia Cdl, chi ci sta ci sta e chi non ci sta si arrangi. Inclusi An e Udc, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini? «Non devo, non voglio convincere nessuno. Se aderiscono bene, altrimenti andremo avanti con la forza della gente. Contro i parrucconi della politica».
Gente («gli altri dicono società civile») è la parola d'ordine del nuovo, la formula magica scaccia palazzo. Sono gli otto milioni che hanno firmato per chiedere le dimissioni del governo Prodi: «Almeno la metà delle persone venute nei nostri gazebo non appartiene a Forza Italia ma a altri partiti e ciò dimostra che i nostri elettori sono più avanti di noi». È la massa che «ci chiede di essere uniti per fronteggiare la sinistra». Anche a costo di dribblare alleati riottosi e correre alla meta da solo.
La gente lo assedia, lo tallona fino alla macchina, non lo lascia andare. Berlusconi quasi si arrampica sul tetto e improvvisa un nuovo comizio per spiegare il futuro di quel che è stata la Cdl: «Nasce un grande partito. Forza Italia è un nome che ha contato ma si scioglie e confluisce in questa nuova formazione. Invitiamo tutti a venire con noi. Avremo una nuova classe dirigente e saranno fatti fuori i vecchi fannulloni». Parole sufficienti a scatenare il panico tra i vertici azzurri e non solo. Una rivoluzione totale: «Saranno libere assemblee a eleggere i rappresentanti. Tutte le cariche saranno decise democraticamente».

IL BURATTINAIO
Togliatti non era un battutista. Di lui si ricorda che, a un comunista che si ostinava a dargli del tu, disse asciutto: “Compagno, mi può dare anche del lei”, e soprattutto la feroce ironia con cui commentò l’abbandono del Pci da parte di Elio Vittorini: “Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciati”, disse. Intendendo che se ne andava uno e restavano milioni di comunisti ferventi.
Berlusconi non può ovviamente dire la stessa cosa di Fini. Il capo di quello che, attualmente, è forse il terzo partito d’Italia, deve essere preso molto più sul serio. Ma i fatti sono testardi. Se è vero che non si può snobbare il Presidente di An, che ha – poniamo – il 15% dell’elettorato italiano, figurarsi se si può snobbare chi di quell’elettorato ha il 30%. A che cosa corrisponde, dunque, l’ultima presa di posizione di Fini? Assolutamente a niente. Egli ha – come, in misura minore, Casini - solo un potere negativo. Può impedire a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi: ma a che gli servirebbe? Questo potere negativo, nei confronti di Prodi, oggi ce l’ha persino un Mastella: distruggere è molto più facile che costruire.

La realtà è semplice e banale. Berlusconi può piacere o non piacere, ma ha dietro di sé il più grande partito italiano. Se il centro-destra vuole vincere le elezioni, deve allearsi con lui. Però  il programma e la linea di comportamento devono essere concordati! dirà qualcuno. Ed è vero. Ma nella discussione si torna al punto di partenza: il potere degli alleati tanto piccoli quanto indispensabili è solo negativo. Se essi pretendono d’imporre il loro punto di vista al partito più grande, perché mai il partito più grande non dovrebbe pretendere d’imporre loro il proprio punto di vista? I piccoli possono distruggere la capacità operativa del proprio esercito, non vincere da soli: dunque in definitiva la discussione non è tanto sui programmi, quanto sull’intensità della voglia che si ha di arrivare al governo. Chi più lo desidera, più è disposto a piegarsi alla volontà altrui. Nel caso di Prodi, per esempio, questo sentimento è stato più forte di qualunque altra cosa. Pur di andare al potere Prodi è stato capace di allearsi col diavolo e l’acqua santa, di promettere ogni cosa e il suo contrario. E una volta che ha vinto le elezioni, ha mantenuto il potere semplicemente perché chi doveva sostenerlo ha sempre saputo che, per andare contro di lui, sarebbe dovuto andare contro se stesso. E tornare a casa. Nessun problema di programmi o di ideali; nessun problema – perfino – di bene del paese. Esclusivamente il problema di non perdere la bella poltrona del governo. O la poltroncina del Senato. O lo strapuntino della Camera. Posti che valgono comunque molte migliaia di euro, non solo ora ma anche in futuro, se si resiste per due anni, sei mesi e un giorno e si arriva alla pensione.
Ecco perché le prese di posizione di Fini, di Casini e perfino di Berlusconi sono stucchevoli. Ognuno di loro ha un programma, come no? ma il programma più importante, per tutti, è andare al governo. Sicché farebbero bene a non prendere posizioni gladiatorie in nome dell’ideale. E farebbero bene ad accordarsi senza tante storie, ché tanto è quello che farebbero domani pomeriggio, se Prodi cadesse domani mattina.
Né è serio parlare di dialogo fra le coalizioni per la nuova legge elettorale. Non solo i due poli non convergono su una sola formula, ma all’interno di ciascuna di esse le posizioni sono spesso inconciliabili. E questo è ovvio: ognuna di esse mira – legittimamente – al proprio interesse e tutte temono l’approvazione del referendum, che darebbe ai due più grandi partiti, Forza Italia e Partito Democratico, un impressionante premio di maggioranza. E, appunto, perché mai questi due partiti dovrebbero collaborare ad una formula che non li avvantaggerebbe?
Non solo. Si dice, ipocritamente, che “se si votasse con l’attuale legge, si riprodurrebbe lo stesso stallo di oggi”. Questo non è vero. Basterebbe estendere al Senato il premio di maggioranza oggi in vigore alla Camera. E soprattutto, se una coalizione, invece di vincere per sei decimillesimi, come Prodi, vincesse con un cinque per cento di scarto, non ci sarebbe più nessun problema di governabilità. A parte i tradimenti e i ribaltoni, ovviamente: ma quelli riuscirebbe ad evitarli solo un diverso livello morale.
Queste discussioni somigliano, con rispetto parlando, agli scontri dei burattini, nella finestrella del giardino pubblico dinanzi al quale si affollano (si affollavano) i bambini. I due personaggi si dànno randellate, ma ambedue sono mossi dallo stesso uomo. Qui il movente unico, per tutti, è l’amore per il potere.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 18 novembre 2007


PRODI COME LA PALICE
La legge finanziaria è passata al Senato, senza nemmeno il voto di fiducia, mentre Berlusconi aveva previsto che il governo sarebbe caduto proprio su di essa. Parole imprudenti, le sue, certo. E che si prestano a qualche irrisione. Ma Prodi, nella sua intervista odierna alla “Repubblica”, francamente esagera. Si esprime come se avesse vinto a Waterloo. Come se si aprisse una nuova era. Come se si fondasse un Tausendjahr-Reich (un impero di mille anni). Per lui si tratta di “…aprire una nuova fase di governo, in cui continua la battaglia sui tre fronti fondamentali (il risanamento, la lotta all'evasione, la redistribuzione) mentre se ne aprono altri tre: l'innovazione, la sicurezza, la riforma della pubblica amministrazione". Può prendere un impegno su questi tre punti?, gli chiede l’intervistatore. E lui:  "Più che un impegno, è un obbligo”. “Mettiamo mano alle riforme, subito, tutti insieme”, “c'è un governo, c'è una rotta, c'è una prospettiva”. “L'Italia può tornare a vincere. Deve crederci. Ecco perché sarebbe un delitto se i partiti - tutti - perdessero la grande occasione che abbiamo per cambiare l'Italia con le riforme. Io dico che ce la faremo”. Segue marcia dell’Aida.
In realtà, senza che sia necessario andare a vedere che cosa fa l’opposizione, già nella sua coalizione molti si apprestano a mandarlo via e molti lo danno per morto. Dini dice di avere già i numeri per buttarlo giù e afferma che bisogna per forza voltare pagina: bisogna cambiare governo perché l’attuale è troppo inadeguato ad affrontare i problemi del paese. E non è l’unica minaccia. Da un lato lui e il suo gruppetto promettono di far cadere il governo se si tocca una virgola del provvedimento sul welfare, dall’altro l’estrema sinistra insiste per importanti cambiamenti. Infine, è vero che la finanziaria è passata, ma è anche vero che deve passare una seconda volta dal Senato: e non è detto che il sangue di san Gennaro si liquefaccia di nuovo. A questo punto uno si potrebbe chiedere se il premier sia sordo o scemo. Ma probabilmente non è né l’una né l’altra cosa.
Nei lontani Anni Trenta Pitigrilli dava ai mariti adulteri questo consiglio: se scoperti, negare. Negare sempre. Negare anche contro la più plateale evidenza. Sostenere che un bacio in cui la lingua arriva alle tonsille è solo amichevole; che se si sono scritte lettere di fuoco ad una donna, era per un esercizio letterario; che se si è andati a letto con lei, è perché la poverina aveva freddo. Chi leggeva quelle pagine avrebbe avuto il diritto di chiedersi se lo scrittore fosse matto, ma riflettendoci si può vedere il senso del suggerimento. La moglie che scopre il tradimento del marito ha soprattutto il desiderio che la notizia non sia vera. Dunque – salvo che abbia per natura un carattere sospettoso - è pronta a credere a qualunque versione che la salvi dal dovere ammettere l’amara verità. Finché il suo uomo nega, lei avrà sempre il dovere di chiedersi: e se lo stessi calunniando? Se le cose non stessero come sembra evidente che stiano? Sono stati fatti decine di film in cui un tizio era condannato a morte perché tutte le prove erano contro di lui, e tuttavia era innocente. Se fosse la stessa cosa per mio marito? Se Prodi fosse destinato ad un luminoso futuro, arrivando alla fine della legislatura e rimanendo nella storia come un gigante?
Ecco perché Prodi non è né sordo né pazzo. Parla di una ripartenza per nuovi traguardi, nuove riforme, nuovi trionfi, perché vuole che i suoi sostenitori non vedano in che stato si trova veramente. Non tutti leggono i giornali attentamente. Non tutti leggono le interviste dei più importanti politici. Non tutti hanno udito Dini, da Giuliano Ferrara, affermare espressamente: “Queste cose che io dico pubblicamente, in privato le dicono praticamente tutti, in Senato”.
Di La Palice, prode uomo d’arme, una canzone diceva che “un quart d’heure avant de mourir, il faisait ancore envie » (un quarto d’ora prima di morire, faceva ancora invidia) . Prodi potrebbe certo durare ancora parecchi mesi, ma non è detto. Certo è che vorrebbe somigliare al Seigneur de La Palice: anche un quarto d’ora prima di morire vorrebbe suscitare l’ammirazione di tutti. Soprattutto di quelli che non leggono i giornali.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it 18 novembre 2007