ARCHIVIO OTTOBRE 2007


Schiavi d’Europa (ovvero dov’è il vantaggio di essere tutti europei?)
La vittima di Tor di Quinto non è la prima e non sarà l’ultima. Alla faccia del permissivismo di sinistra e del decisionismo tardivo di destra (hanno governato tutti e nessuno ha cercato, trovato o potuto trovare una soluzione), il problema dei rom, anzi dei romeni, dei bulgari e che ben presto sarà degli slavi, per gli ucraini è non è una questione italiana, né una colpa rumena ma un problema europeo, anzi il problema è che per l’Europa…non è un problema ed in fondo noi ne siamo contenti. Dall’inizio del 2007 il numero di rom di origine rumena in Italia è aumentato. In Romania vivono 2,5 milioni di rom, ma in tutta Europa la classifica ufficiosa parla di dati incredibili: tra i 9 ed i 12 milioni di persone, in tutti i paesi dell’Ue, con Romania e Bulgaria al primo posto e l’Italia, fino al 2005 al quattordicesimo posto ma ormai in forte ascesa. L’ingresso della Romania e della Bulgaria in Europa ha fatto esplodere la bolla rom, ma le colpe dell’Europa sono ben più gravi di quelle dei due paesi. Romania e Bulgaria, vessate da tirannici regimi comunisti e poi dalla successione di governi nazionalisti e neo-socialisti guidati da rappresentanti, espressione della più corrotte e delinquenziali lobbies politiche ed economiche hanno “forzato” l’emigrazione” dei rom verso l’Europa, ancor prima dell’apertura delle frontiere. La metà delle comunità rom pervenute in Italia è giunta durante e dopo il governo di Ceausescu, quando la Romania aveva esigenza di rifarsi il look e di confinare le minoranze etniche (ben sedici), presenti nel paese. A questo compromesso l’Europa non ha mai reagito: nessun controllo congiunto alle frontiere, facilitazione degli assembramenti nelle città, blandi controllo di polizia e guardia costiera, normative fasulle e desuete. L’Ue non ha fatto nulla per costringere i paesi a prendere i giusti provvedimenti. Anzi, ha stabilito che in base al principio di libera circolazione i rom potessero stabilirsi in un paese Ue per tre mesi, dopo ciò avrebbero dovuto trovare un posto di lavoro per il rinnovo. I rom, in quanto tali, in quanto nomadi sono ben pronti a cambiare direzione, a ripartire e poi ritornare, facendo retrodatare la prescrizione in vigore; altri riescono a confondersi come clandestini, altri ottengono il classico status di “bracciante agricolo” o di “collaboratrice domestica” e riescono a stabilizzare un’intera famiglia, dove i figli chiedono l’elemosina, i parenti sono nelle roulottes e fanno paese a parte. E tutto ciò è molto in voga nelle campagne dell’Italia Meridionale e della Francia. Gli unici sgomberi sono stati promessi a suon di soldi. La Francia proponeva ad esempio il rimpatrio-premio:  150 euro per adulto e 45 euro per bambino per i duecento rom della baraccopoli della periferia di Lione. Da quando la Romania e la Bulgaria sono in Europa, alla tutela della minoranza, si è aggiunto il vantaggio di essere europei. Un vantaggio che, all’Europa dei burocrati ha fatto comodo, sulla pelle di romeni, bulgari, polacchi ed italiani, stuprati, violentati, rapinati, dalle mille espressioni di diverse etnie di ciascun paese e dalle persone che vi giungono. La bella Europa ha ottenuto così il privilegio per le proprie imprese a sfruttare i mercati più poveri ed aperti dell’est. Le banche di tutto il mondo hanno assorbito i vecchi fondi ed istituti di credito bulgari, rumeni ed ungheresi; le imprese italiane hanno creato paradisi d’oro (ed anche fiscali) trasferendo le proprie imprese in quei paesi, con manodopera a costo ridotto (Timisoara è più italiana che rumena e lo stipendio dell’operaio rumeno e fra i 100 ed i 300 euro). In Romania si parla per la prima volta di “mercato del lusso”, stimato in 10 milioni di euro, ma in crescita abnorme e che riguarda una sparuta percentuale di imprenditori che hanno soci esteri, soprattutto nel campo del petrolio, dell’abbigliamento e della meccanica per automobili, vecchi dirigenti comunisti, reinventatisi imprenditori, con solidi agganci nel governo. Cosa c’entra con i rom ed i rumeni? L’86% della popolazione rumena vive ai confini o proprio nella soglia di povertà. Vanno via dalla Romania e dalla Bulgaria e diventano carne da macello per i “padroni” italiani. Di giorno sono disoccupati o lavoratori ad ora, di sera delinquenti. I rom, poi, sono vere e proprie organizzazione che radicate da tempo su un territorio, non temono gli sgombri: qualcuno ottiene come appoggio uno o più appartamenti dove figurano quattro persone e ve ne alloggiano dieci; si sono specializzati, visto il numero delle loro famiglie, nell’enorme mercato dello sfruttamento della prostituzione, spalleggiati anche dagli italiani; altri sono diventati ottimi tramite per il traffico di stupefacenti, con un mercato incontrollato ed in crescita in Romania che è diventato esportabile in tutta Europa. E sono liberi. Liberi perché europei, liberi perché la giustizia italiana alla frontiera ed alla sbarra è impotente di rinfacciargli reati compiuti all’estero e di esaminare i veri dati sensibili. Nelle città rumeni e bulgari sono organizzati in modo perfetto. Poi ci sono le baraccopoli che nascono ovunque. Vedi il rom con le roulotte, con le Mercedes e le Volvo e ti chiedi come è possibile. Nelle periferie italiane non c’è controllo, anzi fra le forze dell’ordine oltre che fra la gente c’è perfino paura. Cosa potrebbe fare una volante della polizia in una periferia o in un capolinea di linea della metropolitana a Roma o Milano contro duecento, trecento rom insediati e vogliosi di rimanere? La versione Ue? In Europa esistono le regole per l’integrazione dei rom e bisogna applicarle. Integrare circa 100.000 mila rumeni, la metà di bulgari e numerose altre popolazioni ed etnie in Italia? Sì, anzi l’Europa ha contestato la Romania perché ha proceduto a forzose evacuazioni dei rom nelle periferie delle città principali in modo brutale, costringendo in pratica la maggior parte di essi ad abbandonare il paese. Nulla di che stupirsi, visto che oggi dopo la tragedia il premier “sfiduciato” di un governo in balia della crisi e della corruzione Tariceanu ha detto chiaramente:” Il problema della criminalita' può essere risolto anche attraverso la creazione di più posti di lavoro per i romeni in Italia…''Rischiamo uno snaturamento totale della percezione sui romeni, anche se il 99% dei nostri connazionali in Italia e' gente che lavora e vive onestamente…Facciamo tutto quello che possiamo fare, ma non possiamo portare i romeni a casa con la forza”. Invece il problema può essere risolto prendendo in considerazione l’idea di rivedere le norme di stabilizzazione per i nuovi entrati in Europa Romania e Bulgaria, in sede Ue, modificare le regole ed i controlli alla frontiera unicamente per queste persone e quindi, in pratica, rivedere completamente il Trattato di Schengen, cosa a cui l’Ue non tiene di certo, per la pelle di poveri cristi trucidati per le strade. D’altronde a cosa servono espulsioni e sgombri per chi potrà sempre tornare indietro? Tutti, comunque, italiani, francesi, spagnoli, magiari e rom, rumeni e bulgari, presto slavi ed ucraini, schiavi d’Europa, della sua voracità, della sua inettitudine.

Angelo M. D'Addesio


LA PASIONARIA SPINELLI
C’è chi considera Barbara Spinelli un’eccelsa politologa, chi un’illustre editorialista, chi la massima firma della “Stampa”. In realtà è la campionessa mondiale del paralogismo. Secondo il Devoto-Oli esso è un ”falso ragionamento che in apparenza sembra vero”. Leggere un suo articolo è dunque divertente come una caccia agli errori.
La signora rimprovera al suo giornale di contribuire a far cadere il governo dichiarandolo sostanzialmente esaurito, mentre non è lecito né desiderare, né predire, né chiedere che vada a casa e si proceda a nuove elezioni. Il reprobo Anselmi è arrivato a definire il governo, ricorda, “una carcassa che si trascina”. Sicché la signora è costretta ad “assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori”.  “Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione – horribile dictu, aggiungiamo - quasi fin dal primo giorno”. E già qui si nota il primo paralogismo.

È vero, in Italia si vota normalmente ogni cinque anni. Dunque una maggioranza è eletta perché governi cinque anni. Ma dove sta scritto che il paese non possa cambiare opinione, per esempio perché quella maggioranza e quel governo lo deludono irrimediabilmente? Sarebbe normale, in democrazia, un governo che rimanesse in carica, dopo il primo anno se per gli altri quattro fosse largamente impopolare e odiato? Il governo è emanazione della volontà popolare. Se così non fosse, governerebbe “per volontà di Dio” e questo non sembra più essere di moda dal 1789. Se non dal 1649, data della decapitazione di Carlo I. Se si vota ogni cinque anni è affinché il governo abbia il tempo di realizzare qualche serio programma: non perché Palazzo Chigi possa non tenere conto del giudizio dell’intero Paese.
Né serve parlare, come fa la signora, di “sacralità del tempo conferito col mandato”. Quale sacralità? Non solo nella storia repubblicana sono caduti tutti i governi, prima della scadenza naturale, ma – si ripete - la sacralità delle istituzioni appartiene ad un altro tempo. Nessuno può fornire “la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne”. È vietata la rivoluzione, non la disapprovazione.
E tuttavia, chi è il più colpevole di questa malefatta, di questo orrendo tentativo di far cadere il governo? Facile: Silvio Berlusconi. È vero - ricordiamo noi - che ha da prima proposto la Große Koalition e non la caduta del governo, ma in seguito, lo riconosciamo lealmente, s’è reso colpevole di opposizione. Cosa non legittima, per la Spinelli. Egli ha infatti commesso il suo crimine “in dispregio costante dei dettami costituzionali”. Che, come si sa, prescrivono che l’opposizione applauda costantemente la maggioranza. Ricordiamo tutti, infatti, come l’opposizione di centro-sinistra abbia passato cinque anni ad applaudire Berlusconi. Mentre ora quella del Cavaliere è stata “Una strategia di delegittimazione del tutto anomala”.
Il termine “delegittimazione” è interessante.
In senso proprio, è una stupidaggine. Se non si ha il potere legale di togliere una funzione ad un organo, quell’organo era legittimato e legittimato rimane. Se invece si intende per delegittimazione la disapprovazione, dove sta scritto che si debba in ogni caso applaudire ciò che fa un organo dello Stato? Se lo Stato non sbagliasse mai, non ci sarebbero i Tribunali Amministrativi. Se la magistratura non sbagliasse mai, non ci sarebbe la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione. Se il governo non sbagliasse mai non ci sarebbero nuove elezioni. Parla di delegittimazione chi considera illecita ogni critica. I governanti sovietici erano così sicuri di fare il bene del paese che mandavano al Gulag chiunque osasse criticarli. Pardon, delegittimarli.

Ma Berlusconi non è l’unico colpevole. Gli tengono il sacco “tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private”.  Colpevoli di un crimine che l’illustre editorialista non perdona: la libertà di stampa. E sono anche colpevoli “questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza”, insomma il popolo italiano. I molti che “accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto”: perché questo è un crimine. Mentre lottare contro il governo Berlusconi è stata una sacrosanta crociata.
“Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo”. Ma di che si meraviglia? Questo è avvenuto per tutti i governi della Repubblica. Per molto tempo la loro durata media è stata inferiore all’anno. Oppure la Spinelli vorrebbe che si votasse ogni volta che cade un governo? Basterebbe lo scrivesse nella Costituzione.
La perorazione seguente ha invece l’apparenza della logica. Sostiene la giornalista che un governo impopolare non è per ciò stesso un governo che merita d’andare a casa. Giustissimo. Ma giustissimo purché l’impopolarità derivi da provvedimenti che il paese sul momento non comprende, anche se sono utili. Per esempio una coraggiosa riforma delle pensioni, del lavoro, della giustizia. Il governo Prodi ha forse fatto queste riforme? L’illustre editorialista non si è accorta che l’attuale maggioranza non è accusata soltanto di governare male ma, ancora peggio, di non governare affatto. L’unica grande impresa di Prodi, da un anno e mezzo a questa parte, è quella d’essere ancora lì.
La Spinelli è infine una campionessa nel darsi la zappa sui piedi. Nel momento stesso in cui vorrebbe difendere l’attuale governo certifica l’inopportunità della sua esistenza con queste parole: “Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura”.
Poi però colpevolizza chi invoca questa fine perché essa serve volontariamente “il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione”. Mentre il regolamento – come si sa - prescrive che si applauda il governo Prodi.
Non c’è però ragione che questo mirabile Giudizio Universale si limiti all’Italia. Leggiamo infatti: “Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice”. Ecco qui: Bush alla Casa Bianca è un abusivo e la Corte Suprema degli Stati Uniti è indecorosa: tutto questo mentre sarebbe stato tanto semplice chiedere a Barbara Spinelli chi aveva vinto, nel 2000. E invece l’hanno costretta da un lato a delegittimare personalmente George W. Bush e dall’altro a condannare personalmente chi delegittima il governo Prodi. Che fatica.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 31 ottobre 2007

VELTRONI E POL POT
“Le foto dei campi di concentramento di Pol Pot erano agghiaccianti. Non diverse da quelle che tra dieci giorni troverò andando ad Auschwitz. Sono diversi i colori delle bandiere, diverse le motivazioni, ma la vita di quegli esseri umani è la stessa”. Sono parole che il sindaco di Roma Walter Veltroni ha pronunciato ieri accennando al viaggio che farà ad Auschwitz con alcuni studenti romani dall’11 al 13 novembre. La denuncia di Veltroni sui campi di sterminio di Pol Pot farà discutere perché porterà inevitabilmente la discussione sui crimini dei Khmer rossi e sulla politica estera del Pci negli anni ‘70. Forse è il caso di ricordare a Walter Veltroni che il Partito comunista italiano, forza politica di cui ha fatto parte, nel 1975 aveva appoggiato le battaglie dei Khmer rossi in Cambogia. Infatti, nella sua relazione al 14esimo congresso del Pci (18-23 marzo 1975), Enrico Berlinguer aveva detto: “Mandiamo da questo congresso il saluto più fraterno e di operante solidarietà dei comunisti italiani agli eroici combattenti del Vietnam e della Cambogia”. La frase è trascritta nel volume pubblicato da Editori Riuniti nel quale viene riportata la relazione del segretario del Pci e gli atti di quel congresso (14esimo congresso del Partito comunista italiano: atti e risoluzioni, Editori Riuniti, 1975). L’11 aprile del 1975 il comitato centrale del Partito comunista italiano approvò una mozione nella quale definiva “eroica” la “resistenza del popolo vietnamita e cambogiano”. In quel periodo Veltroni era impegnato politicamente per sostenere i regimi comunisti del sud-est asiatico. Nel discusso libro Il Compagno Veltroni. Dossier sul più abile agente della Cia del 2000 viene riportato uno stralcio di un articolo che l’attuale leader del Pd aveva pubblicato su Roma giovani, il periodico della Fgci romana: “I compagni vietnamiti ci hanno detto: ‘La nostra lotta è giusta. Uniti vinceremo’. E hanno sconfitto la grande potenza americana e sono entrati a Saigon dove lavorano per costruire un Vietnam pacifico e indipendente”.

Nel marzo del 1985 Tiziano Terzani accusò apertamente la sinistra italiana di non aver capito quello che stava accadendo con queste parole: “Quel che ancora oggi è interessante è che la sinistra che ha sostenuto ideologicamente la guerriglia indocinese durante la guerra con gli Stati Uniti non ha preso sul serio il fenomeno Pol Pot, non ha cercato di spiegarselo e lo ha liquidato come se si trattasse semplicemente di una folle deviazione. Si era fatto praticamente lo stesso con la rivoluzione culturale cinese, prendendo per buono quello che oggi Deng Xiaoping vuole farci credere, cioè che gli anni di caos, di torture e di uccisioni sarebbero stati null’altro che l’aberrazione di quattro personaggi, la cosiddetta banda antipartito. E invece individuare le radici della rivoluzione culturale vuol dire individuare le origini del ‘polpottismo’ e dei Khmer rossi: che stanno, appunto, nell’ideologia”. Ma il quotidiano l’Unità difese in quegli anni i terribili massacri compiuti dai Khmer rossi. Basta leggere il numero del 13 giugno del 1976: “Tema del numero di ieri di AZ – una trasmissione di approfondimento giornalistico della tv di Stato – era la situazione in Cambogia (…). Si sono così accavallate cifre pazzesche, ‘testimonianze’ unilaterali su pretesi massacri, esecuzioni sommarie, ecc. In realtà è apparso evidente lo scopo propagandistico e la volontà terroristica della trasmissione, che ha dimostrato ancora una volta lo sfacciato uso di parte che la Dc e i suoi servitorelli televisivi continuano a fare del maggiore mezzo di comunicazione di massa esistente nel nostro Paese”. Il 29 marzo del 1977 l’Unità attaccò ancora i propagandisti anti Pol Pot: “È attorno a questi profughi che si è svolta e si svolge la grande operazione della quale si parlava (...). Missionari che avevano servito più Lon Nol – dittatore cambogiano che aveva assunto i pieni poteri nel 1970 fino alla conquista del potere dei Khmer rossi – che la causa del Vangelo durante la guerra, ed erano poi fuggiti dal Paese, e avventurieri che avevano diretto i servizi di propaganda anticomunista dello stesso Lon Nol e si sono trasformati in giornalisti a tempo più o meno pieno (...). Le prime ‘interviste’ con i rifugiati sono state organizzate da questi elementi”. L’Unità continuò a insistere e il 21 aprile del 1977 scrisse ancora sul dramma dei profughi che sfuggirono ai massacri di Pol Pot: “A Bangkok, come è stato scritto recentemente sul nostro giornale, esiste una vera e propria centrale che fabbrica, a volte dal nulla, a volte gonfiando ed esagerando testimonianze dei profughi, notizie di massacri, deportazioni in massa, fame ed epidemie. Si tratta di dimostrare che il ‘bagno di sangue’ che Ford aveva previsto per il Vietnam, sta avvenendo comunque”.
Da "IL VELINO"
(grazie a L.Palazzolo)

IL SALARIO MORALE
Giorni fa abbiamo tutti letto la vicenda di quell’imprenditore abruzzese che ha provato a vivere con la paga dei suoi dipendenti. Ha finto di essere lui stesso un operaio, e che un’operaia fosse anche sua moglie, e il risultato è stato che, con le due paghe (2.000 euro) è arrivato solo al venti del mese. A questo punto, comprendendo che i suoi operai non potevano vivere con quel salario, ha spontaneamente aumentato a tutti lo stipendio di ben duecento euro mensili. Applausi. Ma applausi giustificati?
 1) In primo luogo, se l’imprenditore poteva aumentare la paga di ogni operaio di duecento euro, significa che l’impresa aveva notevole margini di guadagno. O perché fabbricava qualcosa di molto richiesto, con un sistema produttivo molto economico, o perché produceva un oggetto inventato dallo stesso imprenditore, o comunque perché questo signore beneficiava di una situazione particolarmente favorevole. Ma non tutte le imprese sono in queste condizioni.

 2) Poi, l’esperimento stesso è  sbagliato nella sostanza. Che senso ha provare a vivere con la metà o un terzo del proprio normale reddito, se il resto della propria situazione economica rimane quella che era? Se si ha una grande casa in centro si pagherà di condominio quasi quanto si paga di pigione in periferia. Se si ha una grossa Mercedes, la minima riparazione assesterebbe un colpo mortale all’intero reddito mensile. E con quale denaro vivere, il mese in cui si deve pagare l’assicurazione Rca o una multa per eccesso di velocità? O ambedue? In caso di bisogno, per farsi una Tac quell’imprenditore aspetterebbe i tempi biblici dell’Usl o andrebbe in una clinica privata? Insomma il proprio livello di vita non si cambia da un giorno all’altro. Questo imprenditore ci riferisce con un nodo alla gola che non è arrivato alla fine del mese, ma se la sua paga fosse stata stabilmente di duemila euro al mese ce l’avrebbe fatta eccome: come ce la fanno i professori di liceo, che duemila euro al mese non li guadagnano. E non sempre hanno una moglie che lavora. Ma, appunto, non hanno una Mercedes: hanno una Uno o una Punto di dieci anni fa.
 3) Indubbiamente, della situazione favorevole l’imprenditore poteva legittimamente profittare lui stesso in quanto pagava gli operai a prezzi di mercato: ma se amava i suoi operai, e se preferiva condividere con loro la bonanza di una produzione di successo, chi gli impediva di aumentare la loro paga senza esperimenti spettacolari? Qualcuno – a proposito di fare del bene - ha detto: “non sappia la tua mano destra quello che fa la tua mano sinistra”. Dunque l’aumento non è stato dovuto solo a generosità, ma anche a narcisismo; a voglia di pubblicità; a prurito di esibizione.
 4) La colpa massima di quel signore tuttavia è un'altra. A sentirlo, la paga dovrebbe essere commisurata ai bisogni degli operai e non al rendimento del loro lavoro: e questo è un modo di ripetere la famosa affermazione di Luciano Lama, secondo cui "il salario è una variabile indipendente". Una cosa che oggi non oserebbe dire neanche il più fanatico, e ingenuo, e forse anche un po' fesso dei sindacalisti. Infatti, sostenere che la paga deve corrispondere ai bisogni degli operai significa mettere il carro dinanzi ai buoi. La prima cosa da sapere è se l’impresa può pagare di più. Ci si deve chiedere quanto rende l’operaio al suo datore di lavoro e quanto gli costa: soprattutto tenendo conto dei contributi statali, che raddoppiano quasi la somma. Solo dopo, se si è sicuri che esistono margini, si può richiedere un aumento di paga. “La torta è più grande, dammene una fetta più grossa”. Ma “dammi un totale di fette più grande della stessa torta” è una richiesta da dementi.
Le parole di quell’imprenditore hanno in realtà una base morale. Secondo molti, bisognerebbe che la paga fosse adeguata ai bisogni ed alla dign
ità dei lavoratori: e questa è una stupidaggine. La rimunerazione del lavoro è infatti commisurata al livello economico dell’intero paese. Gli operai svizzeri non guadagnano più degli operai peruviani perché gli imprenditori svizzeri sono generosi e quelli peruviani egoisti: la differenza è nel sistema produttivo dei due paesi. In altri termini, o la paga è determinata dal mercato, o è stabilita dall’alto. Come in Unione Sovietica. Lì le leggi del mercato non avevano vigore e si privilegiano le leggi morali: col risultato d’una miseria inimmaginabile per il salariato occidentale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 ottobre 2007


Lo staziante appello di Karnit Goldwasser
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Magistrati: superiori e “dipendenti”
Il mondo della Magistratura non è un mondi di missionari. Pochi la considerano, quale dovrebbe essere, una missione, ma non è più così. Non lo è per convenienza, non lo è per paura, non lo è per comodità. Il magistrato è ormai poco più che impiegato pubblico e come capita spesso alla gran parte degli impiegati pubblici, si finisce per dimenticare il proprio giuramento che li obbliga ad essere al servizio del pubblico e si diventa padroni del quartiere, all’occorrenza scansafatiche pronti alla prepotenza, all’accusa, all’invidia e, quando le cose iniziano ad andare male, allora arriva il grido di giustizia che diventa prima una battaglia di principio, poi una crociata anti-politica, ma in realtà ugualmente politica, un miscuglio di polemica e di orgoglio ferito. I magistrati sono la medesima cosa, “impiegati particolari” dello Stato che hanno il dovere di servire la giustizia e di servire la giustizia oggettiva, fin quando è possibile ed anche quando non lo è più, perché il magistrato non è lì per cambiare il mondo, per punire, per cancellare, ma per servire, lavorare senza magari vedere i frutti del proprio lavoro, proprio come spesso capita a quell’unico impiegato pubblico in una massa di dipendenti lavativi e rubasalario. Invece i magistrati attuali non si limitano a questo. Essi avversano la politica, ma ne sono complici a volte e schiavi in altre volte, collusi con poteri forti da un lato e desiderosi di eliminarlo o stanarlo dall’altro, come “un impiegato” potesse rivoltare come un calzino una gerarchia costruita da anni ed impostata in un determinato modo. Alcuni di questi preferiscono non guardare alla politica, alla collusione, alla delinquenza radicale, all’impiccio grave fra malavita e politica e girano la testa; altri non lo fanno, vogliono andare a fondo, ma da magistrati si trasformano in paladini senza macchia e senza paura, la loro guerra in nome dello Stato diventa la guerra contro lo Stato, il loro grido di impotenza diventa un proclama pubblicitario, quasi un’elemosina vittimista sulle cose che vanno male. Penso che molti magistrati siano tali per passione e per missione, perché in fondo “un impiegato” al servizio di una giustizia che è sempre più soggettiva e quasi mai oggettiva non può essere che un passionale missionario. Nessun missionario, fra gli stenti e le guerre, fra il dolore ed il rancore della gente, fra la diffidenza e la malattia si rivolterebbe contro la sua Chiesa che non lo aiuta o contro il buon Dio che lo ha abbandonato. Magari si leverebbe il suo grido di dolore, ma riprenderebbe dopo un po’ il suo silenzioso lavoro contro ogni cosa. Rosario Livatino era un “impiegato”, Rocco Chinnici lo era, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano “impiegati”. Il primo, non contava le volte in cui, in quel di Agrigento, riceveva minacce e viaggiava senza scorta, non fece un caso madornale, continuò a fare il suo lavoro e sapeva che tutto gli era contro, ma gli piaceva troppo farlo, per passione. La passione che traspare dalle sue parole in un convegno a Canicattì sul ruolo del giudice, dove parla di indipendenza dei magistrati, di apoliticità dei giudici ed altro. Rocco Chinnici era a capo di una delle Procure più sotto pressione dai poteri occulti, politici e non. Lavorava e basta, applicava la legge e commentava poco, indagini e decisioni legislativi. Rileggetevi un classico, una della più rare e belle interviste rilasciate. Su Falcone e Borsellino sarei retorico, ma ricordare che siano stati avversati dagli altri gradi dello Stato è poco. Forse è proprio per questo che i magistrati attuali, per paura o per eccesso di emulazione, non si accontentano dell’importanza di lottare, ma vogliono vincere, non ritengono importante distaccare il loro lavoro dalla politica, ma vi si immergono. Certo, si dirà, una cosa sono gli eroi, altra sono i normali magistrati. Eppure erano e sono tutti dipendenti e l’essenza del dipendente è migliorare lo Stato che lo circonda e non sperare che esso muoia. Sono due utopie, ma la prima è indice di impegno che rifugge dal vittimismo, dalla ricerca del sudiciume, non nei bassifondi ma nei salotti e dall’imbastardimento mediatico che è molto meno onorevole di una sana giornata da magistrato, passata per quindici ore fra carte, testimoni, documenti, delinquenti e “signori”. Insomma, quasi mai, per credibilità e per utilità ai magistrati conviene essere superiori e non “dipendenti”.

Angelo M. D'Addesio


IL BLA BLA AL MASSIMO LIVELLO
Secondo Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, nel nostro paese i livelli retributivi «sono piu bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea». E questo provoca, a cascata, una serie di inconvenienti: i consumi sono anch’essi bassi; si produce poco; c’è poco lavoro per le fabbriche; diminuiscono i livelli occupazionali e insomma la ricchezza nazionale ne risente malamente.
Secondo il Governatore, per porre rimedio alla situazione, bisognerebbe riformare le regole dell’economia e della spesa pubblica. Vaste programme, ma plausibile. In che direzione, tuttavia?  Bisogna, dice l’illustre oratore, “aumentare l'efficienza e la competitività della produzione interna, sostenere i redditi e i consumi delle famiglie, assicurando la crescita dell'economia”. Belle parole. Come spesso avviene, si indicano i fini e non i mezzi per perseguirli. Quando poi l’oratore scende sul concreto, non è che le cose vadano molto meglio. Si parla di una riforma “coraggiosa” del sistema d’istruzione, in particolare superiore. E che significa? Che bisognerebbe bocciare i somari? E lo si dice così, en passant? Ci si rende conto che si dovrebbe rovesciare una tendenza che dura da quasi quarant’anni, esattamente dal ’68?
Draghi indica però altri scopi da perseguire; in materia di flessibilità del lavoro, per esempio: “Vi sono modi, sperimentati anche in altri paesi, per contemperare le esigenze di imprese competitive con le aspirazioni dei lavoratori che entrano nel mercato, con i [loro] bisogni di stabilità». Vi sono modi. Bisognerebbe conoscerli. E c’è il botto finale: «un innalzamento dell'età effettiva di pensionamento può ricostruire l'equilibrio fra attesa di vita, attività lavorativa e modelli di consumo». E anche qui, chi dice di no? Siamo tutti d’accordo. Ma non sono d’accordo i partiti di estrema sinistra, attualmente, e proprio loro sono in grado di bloccare il parlamento.
Inoltre, se domani Berlusconi tornasse al governo, non sarebbero più solo i partiti comunisti a bloccare l’azione governativa, ma anche i moderati di sinistra, uniti in una guerra santa contro Berlusconi: checché faccia. Incluso il bene del paese.
Mario Draghi da un lato dice delle cose inutili: finché non si indicano i mezzi, ci si è limitati agli auspici, con atteggiamento benedicente da monsignore; dall’altro dice cose irrealizzabili in concreto, un po’ come quando i topi avevano deciso, per evitare gli agguati del gatto, che uno di loro andasse ad appendergli un campanello al collo.
Tutto questo è molto triste. Il Governatore, sicuramente, non è uno sciocco. E se dice cose che possono ragionevolmente essere smontate in poche righe, significa che non può dire altro. Significa che ci sono ben poche speranze. L’Italia non può essere salvata non perché non se ne conoscano i problemi, non perché non si conoscano almeno un paio di soluzioni, a cominciare per esempio dell’innalzamento dell’età pensionabile, ma perché questo infelice paese è prigioniero delle ideologie e della demagogia. Cosa veramente strana, se si guarda alla storia.
L’Italia non ha conosciuto la Riforma. Un po’ per la presenza del Papa, un po’ per un viscerale disinteresse per lo spirito, la Riforma le è passata sulla testa senza che si accorgesse della sua esistenza. Mentre altrove nasceva l’Illuminismo, l’Italia rimaneva provinciale, marginale, formalmente cattolica più per abitudine che per sincera convinzione. Persino il Risorgimento è stato un fatto di pochi e non di popolo. Se esso è arrivato a buon fine è più per via di politica internazionale e per l’abilità di un grande politico come Cavour che per autentica lotta popolare e per meriti guerreschi. E tuttavia, questo popolo che non si è interessato né di Dio, né della Dea Ragione, né della Nazione, né di niente, s’è alla fine entusiasmato per qualcosa: il socialismo. Probabilmente perché non l’ha percepito come una teoria (quanti, fra quelli che votano a sinistra, saprebbero definire il plusvalore?) ma come un modo per ottenere più denaro. Il potere dei sindacati e il fascino delle idee di sinistra si spiegano con queste ricadute concrete. Si sono ammantate le speranze monetarie con paroloni come giustizia sociale, rivendicazioni sindacali, servire il popolo ecc. e in fondo s’è sempre trattato di una semplice richiesta: “dateci più soldi”. Non importa se lavoriamo o battiamo fiacca, non importa se l’impresa è prospera o rischia il fallimento (esemplare la vicenda dell’Alitalia), non importa nulla, di ciò che concerne l’economia in generale, come scienza e come situazione del paese
: importa solo che “vogliamo di più”.  Luciano Lama, corifeo di questa mentalità, arrivò all’affermazione storica ed indimenticabile che “il salario è una variabile indipendente”. Indipendente dal fatto che l’impresa possa permettersi di pagarlo. Come se, in caso di dissesto, l’impresa le banconote potesse stamparle.
Il trionfo di questa semplice ideologia ha condotto a perdere di vista ogni atteggiamento razionale. I sindacati – così come i partiti di estrema sinistra – hanno capito che il loro successo non è commisurato al bene del paese, e nemmeno al bene dei lavoratori, ma alla rigidità con cui sostengono le tesi più assurde e demagogiche. “Vogliamo più soldi”. E poiché anche i partiti moderati sono intimiditi, nessuno osa sostenere, per esempio, che o l’Alitalia ridiviene produttiva, facendo perdere ai suoi dipendenti molti indebiti vantaggi, oppure chiude. E se non si ha la forza politica di dire questo, e di agire di conseguenza, come si può pensare di riformare l’Italia?
Forse per questo Draghi ha fatto un discorso da Papa. Un discorso che ci aiuterà forse a guadagnarci il Paradiso, ma non su questa terra.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 29 ottobre 2007


Perchè in Iraq la vittoria è a portata di mano
E' giunto finalmente il momento di dichiarare vittoria su al Qaeda in Iraq? Solo qualche mese fa, sarebbe stato considerato folle porsi una domanda come questa, ma ora alcuni militari molto stimati, compreso il comandante delle Forze Speciali in Iraq, Stanley McCrystal, ritengono che sia quanto accade realmente sul campo a giustificarla. I generali non vogliono alimentare l'illusione che la guerra sia finita e insistono nel dire che c'è ancora molto da combattere, mettendo in guardia dal ritenere al Qaeda ormai  agli sgoccioli, perché i terroristi che sopravviveranno saranno ancora in grado di uccidere i soldati della coalizione e gli iracheni. Nondimeno, è vero che in Iraq si respira un‚aria di relativa tranquillità, anche in zone che erano date per perse poco più di un anno fa. Quanti hanno sostenuto che la sconfitta fosse definitiva è giusto che rivedano la propria posizione.

Per la precisione, quasi 13 mesi  fa, il Marine più alto in grado responsabile dell'intelligence in Iraq scrisse che la già triste situazione nella provincia di Anbar sarebbe andata ancor più deteriorandosi se non si fosse provveduto a inviare una divisione aggiuntiva, insieme a ingenti nuovi aiuti economici. Oggi, i vertici dei Marine meditano su come andare via da Anbar, e non perché ormai la considerino una causa persa, ma perché lì al Qaeda è stata sconfitta.

A Fallujah, alcuni Marine, lamentandosi, si sono rivolti così a un ufficiale di mia conoscenza: "Non c'è più nessuno a cui sparare, signore. Se si tratterà solo di costruire scuole e ospedali, è a questo che serve l'esercito?". Nell'area, gli sceicchi sunniti si sono uniti ai Marine per cacciare via Al Qaeda, e questo modello si è diffuso nella provincia di Diyala e anche in molti quartieri della stessa Baghdad, dove gli sciiti combattono i loro vecchi eroi dell'esercito del Mahdi. 

Le truppe britanniche stanno per lasciare Bassora, e in molti si aspettavano che le milizie sciite sponsorizzate dall'Iran avrebbero imposto il loro brutale dominio sulla città. Ma questo non è successo. Il tenente colonnello Patrick Sanders, di stanza vicino Bassora, ha confermato che negli ultimi tempi la violenza è calata vertiginosamente e di ciò attribuisce il merito all'operato della polizia e dei soldati iracheni. 

A riprova dei crescenti successi, gli scettici spesso dicono che mentre le operazioni militari procedono bene, non c'è alcun segno di quella svolta che dovrebbe ricomporre le fratture all'interno del corpo politico iracheno. Ma i recenti sviluppi suggeriscono il contrario. Giusto qualche giorno fa, Ammar al-Hakim, figlio e probabile successore del leader politico sciita più importante del paese, Abdul Aziz al-Hakim, si è recato nella capitale della provincia di Anbar, Ramadi, per incontrare gli sceicchi sunniti. Il suo gesto e le parole pronunciate sono state incredibili. "L'Iraq non appartiene solo ai sunniti o agli sciiti; né agli arabi, ai curdi o ai turcomanni",  ha detto. "Oggi, dobbiamo alzarci in piedi e dichiarare che l'Iraq è di tutti gli iracheni".


Il richiamo di Hakim all‚unità nazionale rimanda al pellegrinaggio che il vicepresidente iracheno, Tariq al-Hashemi, sunnita, ha svolto lo scorso mese a Najaf, l'epicentro dello sciismo iracheno. Lì ha visitato il grande ayatollah Ali al-Sistani, il massimo esponente religioso sciita. L‚incontro è servito a supportare simbolicamente al-Sistani come la più autorevole figura religiosa irachena. Hashemi, inoltre, lavora da tempo a stretto contatto con Hakim e i suoi collaboratori, così con i curdi. E tali sforzi per giungere alla rappacificazione procedono rapidamente anche altrove. Il canonico anglicano, Andrew White, ha organizzato vari incontri tra i leader cristiani, sciiti e sunniti iracheni, i quali insieme hanno invocato la riconciliazione nazionale.

Il popolo iracheno sembra dunque essersi rivoltato contro i terroristi, anche contro quelli in combutta con i Signori del Terrore di Teheran. Le parole del colonnello Sanders sono inequivocabili: "Lì giù a Bassora, una terribile ondata di violenza si è scatenata contro di noi e l'Iran ne è stato l'artefice. Ma ciò che poi ha convinto le diverse milizie a unirsi è stato il forte senso di appartenenza nazionale che li ha indotti a respingere le interferenze iraniane".

Come si può spiegare un tale cambiamento nel corso degli eventi? Mentre i nostri vertici militari hanno fatto molta attenzione ad attribuire la gran parte dei meriti agli eccessi dei terroristi e al coraggio della popolazione locale, la spiegazione più logica viene dal vecchio David Galula, il colonnello francese che combatté in Algeria e che in seguito, negli anni sessanta, ha scritto Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice. Gaula sostiene che le insurrezioni siano guerre rivoluzionarie il cui esito è determinato dal controllo della popolazione e dal suo supporto. Il modo migliore per affrontare simili guerre è immaginare il gioco di ruolo chiamato "Go". All'inizio  i due  giocatori hanno in dotazione una quantità limitata di risorse, tutti hanno il supporto di una minoranza  del territorio e della popolazione. Entrambi possiedono delle risorse nella sfera d'influenza del nemico. Il gioco termina quando un giocatore prende il controllo della maggioranza della popolazione e di conseguenza del territorio.

Chi riesce a guadagnare il sostegno della popolazione vince la guerra. Galula giunge alla conclusione che mentre l'ideologia rivoluzionaria è centrale per generare l'insurrezione, ha poco a che fare con il suo esito, che invece è determinato dalla politica; come nelle elezioni, è il popolo a scegliere il vincitore.

Nelle fasi iniziali del conflitto, gli iracheni sono rimasti il più possibile neutrali nel mero tentativo di sopravvivere. Ma nel momento dell'escalation sono stati costretti a fare una scelta, a scommettere sul vincitore,  e la loro scommessa automaticamente è divenuta la classica profezia che si autoavvera. La popolazione ha la carta vincente sul campo da gioco: l'informazione. Non appena gli iracheni si sono accorti che stavamo per vincere, infatti, hanno cominciato a darci informazioni sui terroristi: chi erano, dov'erano, quali erano i loro piani, dove nascondevano le armi e così via.

E' fin troppo facile dire che ogni iracheno intelligente preferirebbe noi ai terroristi: noi non vogliamo restare a lungo, i terroristi promettono di restare per sempre e di rendere l'Iraq parte di un califfato oppressivo. Noi ce ne andremo in pochi anni e metteremo l'Iraq in mano agli iracheni, mentre i terroristi - molti dei quali sono burattini manovrati da potenze straniere - hanno intenzione di consegnare il paese ad altri. Noi promettiamo la libertà, mentre i jihadisti impongono il loro fascismo clericale e massacrano i loro fratelli arabi e musulmani.

Tuttavia, l'inclinazione nei nostri confronti non basta a spiegare la drastica svolta che si è verificata. La natura dei terroristi era ben chiara anche un anno fa, quando le cose andavano male. Come osserva acutamente Galula, "la parte che assicura una maggiore protezione, la parte che si dimostra più minacciosa, è la parte che sta per vincere, questi sono i criteri che governano gli orientamenti della popolazione. Ancor meglio, certo, se la popolarità e l'efficacia si combinano".

La svolta c'è stata perché abbiamo iniziato a sconfiggere i terroristi, ed è coincisa più o meno con l'avvio del surge. C'è la tendenza a considerare il surge al pari di un semplice aumento delle truppe, ma l'elemento decisivo è stato il cambio di dottrina. Invece di tenere la maggior parte dei nostri soldati nelle sperdute e super fortificate basi militari americane, lontani dall'epicentro della battaglia, abbiamo cominciato a schierarli  sul campo. Invece di reagire agli attacchi dei terroristi, gli abbiamo dato la caccia. Abbiamo smesso la finzione di essere in Iraq per addestrare gli iracheni perché fossero loro a combattere la guerra. Invece, abbiamo affrontato il nemico aggressivamente. E‚ stato a quel punto che gli iracheni hanno fatto la loro scommessa decisiva.       

Herschel Smith, del blog Captain's Journal, ci offre una chiara descrizione di quanto accaduto ad Anbar: "Non c'è motivo di combattere un nemico che non può essere battuto e che non ha intenzione di andarsene". Eravamo il cavallo vincente, e gli iracheni lo hanno capito. 

Non c'è dubbio che i generali Petraeus e Odierno siano a conoscenza di ciò. Dopo tutto, è loro strategia che ha prodotto questi buoni risultati. Il loro riserbo nel proclamare la vittoria su al-Qaeda e sugli altri terroristi in Iraq è dovuto all'incertezza della battaglia politica che si svolge sul fronte interno. Petraeus e Odierno, insieme ai nostri soldati, temono che la classe politica a Washington possa ancora "strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria". Sanno che Iran e Siria sono ancora libere di colpirci lungo le frontiere, e il generale Petraeus, lo scorso mese, ha avvertito il Congresso che non sarà possibile vincere in Iraq se la nostra missione rimarrà circoscritta entro i confini del paese.

Non passa giorno senza che uno dei nostri comandanti urli ai quattro venti che gli iraniani operano in tutto l'Iraq, e che potenzialmente tutti i terroristi suicidi sono stranieri infiltrati dalla Siria. Abbiamo gravemente danneggiato le loro forze sul campo di battaglia, ma queste possono sempre incrementare gli attacchi, e ancora non abbiamo una strategia diretta contro i Signori del Terrore a Damasco e Teheran. E questo è un problema che non può essere risolto solo da un'efficace strategia controinsurrezionale, per quanto eseguita con successo.

Michael A. Ledeen - © Wall Street Journal


La pace non si paga.
Nessuno lo ha mai sentito parlare di cultura, scienza o sport probabilmente perche' non sa cosa dire, ha chiesto ripetutamente a Ehud Olmert  di essere mandato come emissario di pace in Siria, passa il suo tempo in giro per i paesi arabi a fare promesse a nome di Israele, naturalmente senza alcun mandato.
Sto parlando di Gahleb Majadele, sfortunato regalo a Israele del partito laburista, dopo quello devastante di Amir Perez.
Majadele diventato non si sa come ministro della cultura, scienza e sport, ministero di cui dovrebbe occuparsi ma  che dimentica di avere, troppo impegnato a viaggiare( anche a spese mie!) in lungo e in largo per i paesi arabi nemici.
E' arabo e nessuno lo tocca, chi lo fa rischia di essere tacciato di razzismo!
Col solito ritornello che noi siamo democratici e che lui, parte della minoranza araba, puo' fare cio' che vuole, Majadele e' arrivato a promettere, a nome di non si sa chi ma purtroppo come ministro di Israele,  la svendita del nostro Paese.
Ricordo che, sempre in  nome della nostra democrazia, non si  poteva toccare nemmeno Azmi Bishara,  ex deputato arabo della Knesset , che andava in giro a diffamare Israele, abbracciava siriani e hezbollah dicendo che facevano bene a fare di Israele l'obiettivo dei loro missili. Qualche suo "antidemocraticissimo" collega protestava, lo definiva "traditore" , chiedeva gli fosse proibito di viaggiare in paesi nemici, ma tutto si fermava di fronte alle urla dei deputati arabi che in piedi e istericamente urlavano "fascist" al malcapitato.
Il messaggio era il solito "e' arabo, puo' fare quello che vuole, chi si oppone e' razzista e fascista".
E cosi'  Bis
hara veniva  accolto da tutte le sinistre europee come il Messia, come colui che avrebbe portato Israele a cessare di essere Israele, sogno non segreto dei comunisti.
Poi un giorno ecco che Bishara sparisce, dove e' dove non e', alla fine veniamo a sapere che era scappato perche' qualcuno si era finalmente accorto che l'uomo stava facendo la spia per gli arabi e aveva passato a hezbollah, suoi amici fraterni, un sacco e una sporta di informazioni a danno di Israele, e lo faceva oltre che per odio anche per soldi.
Oggi l'intoccabile ex deputato arabo, il guru antisemita delle sinistre mondiali e' in qualche paese arabo e si guarda bene dal tornare in Israele dove sarebbe arrestato e processato per spionaggio e tradimento.
Non so come mai, forse alla luce dell'episodio di Bishara, forse perche' vivendo in Israele ho avuto modo di capire come si comportano gli arabi israeliani e anche come sono naif gli ebrei israeliani, ho l'impressione, molto spiacevole davvero,  che questo Majadele, ministro della Knesset per grazia ricevuta, ci fara' dei brutti scherzi.
A parte il fatto non secondario che il Ministero della cultura, scienza e sport e' senza un  ministro efficiente, il signor Majadele e' andato recentemente in Kuwait a dire che "Israele e' pronto a restituire il Golan come prezzo da pagare per avere la pace".
Dunque questo "arabo che non si tocca" crede di essere anche ministro degli esteri? crede di essere anche Primo Ministro? Quale tipo di aberrazione mentale puo' indurre uno a parlare in questo modo?
Esaminiamo la frase di Majadele : "Israele e' pronta a restituire il Golan".
Chi glielo ha detto? Israele non ha intenzione di suicidarsi e sarebbe un vero e proprio suicidio  regalare  il Golan alla Siria di cui  e' stato parte per soli 20 anni, dal 1947 al 1967 a causa della  politica britannica filoaraba dell'epoca che diede a Israele meno del 10% del territorio promesso nel 1922 dalla Societa' delle Nazioni.
Pero' il punto piu' aberrante sta nella seconda parte della frase "come prezzo da pagare per avere la pace" e qui siamo al delirio, siamo alla depravazione dell'animo umano.
Perche' Israele deve pagare un prezzo per la pace? Israele e' stata la vittima delle aggressioni arabe, Israele e' stata attaccata dalla Siria con tre guerre, nel 48 per essere distrutta subito, nel 1967 per ritentare l'impresa fallita e nel 1973 ultimo tentativo , perso anche quello,  per arrivare all'annichilimento del Paese.
La Siria quindi e' l'aggressore, Israele la vittima dell'odio arabo. L'aggressore ha perso tre guerre e la vittima le ha vinte a costo di tanti morti e dovremmo ancora pagare per avere la pace con chi ci ha sempre aggrediti?
Ma siamo pazzi?
Il Golan, storicamente ebraico,  e' israeliano dal 1967, da territorio brullo e' diventato un paradiso terrestre di campi, vigneti, vita pastorale, migrazione di uccelli, un Eden della natura e un motivo di grande orgoglio per gli israeliani.
Ripeto la domanda: perche' deve essere Israele a pagare per avere la pace dal momento che sono stati sempre  gli arabi ad attaccare e a rifiutare il dialogo?
Ha "pagato il prezzo" dopo aver vinto l'aggressione egiziana, ridando all'Egitto il Sinai, ha dato ai palestinesi la striscia di Gaza portando via quasi 9000 persone sradicandole  dalle loro case, facendo distruggere tutto il loro lavoro quando i palestinesi hanno bruciato  le serre.
Ha pagato abbondantemente e senza risultati il prezzo di esistere perche' regalare terra agli arabi non serve a niente, ne hanno tanta da gettare, ne hanno a iosa. A loro la terra non interessa , come non gli interessa  la Palestina se no l'avrebbero gia' fatta da anni. A loro interessa rimpicciolire il nostro territorio per poterci attaccare meglio e arrivare finalmente ad attuare il sogno della Lega Araba, di Arafat e di quella parte di Occidente antisemita.
Per andare a Annapolis a parlare di pace Israele dovrebbe impegnarsi a pagare ancora una volta un prezzo altissimo : dare ai palestinesi terre mai state loro, cioe' Giudea e Samaria, Gerusalemme, parti del Neghev, alla Siria il Golan e , naturalmente, far entrare in Israele milioni di arabi per completare l'opera di distruzione.
Benissimo, seguiamo il consiglio di Ahmadinejad e andiamo a prepararci un posticino accogliente in Alaska non dopo aver augurato stessa sorte ad altri paesi dove si posi piede islamico.
 
Vorrei dire a mister Majadele e a quelli che la pensano come lui che Israele non ha nessun prezzo da pagare:
- Su questa Terra gli ebrei hanno diritti storici
- Su questa terra non esisteva nessuna nazione
- Israele e' stata fondata con i voti delle Nazioni Unite, quindi nel modo piu' legale in assoluto  a differenza  di altri paesi dell'area nati grazie alla fantasia  di potenze come Francia e Inghilterra che con righello e matita, tra un cognac e un sigaro, hanno segnato i confini del Medio Oriente.
- Israele ha ribadito i suoi diritti vincendo con pochi uomini e pochissime armi la prima guerra di Indipendenza scatenata dagli arabi , 6 ore dopo L'annuncio di Ben Gurion agli ebrei:
"Noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele."
 
Israele non ha nessun prezzo da pagare.
Gli arabi devono pagare per la loro violenza, per aver  impedito agli ebrei di vivere in pace nel loro paese, per le guerre e per tutta la nostra gioventu' che hanno violentato e ucciso. 
Dovrebbero  chiedere scusa per il male fatto, per i morti, per le guerre, per non voler accettare la presenza  degli ebrei nel loro legittimo stato.
Gli arabi dovrebbero abbassare la testa, vincere odio, violenza e superbia e chiedere perdono per averci reso la vita impossibile, per aver portato a morire 23.000 giovani israeliani che avrebbero voluto dare solo carezze e amore.
 
Israele e' qui a testa alta, non ha niente da restituire e nessun prezzo da pagare ma solo il diritto di esistere in santa pace  e tanto  rispetto da ricevere!
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


LA SVOLTA POLITICO-GIUDIZIARIA DI REPUBBLICA ORA E’ GRAND GUIGNOL
Le due ali dei pool si mangiano tra loro come cannibali
COME E PERCHÉ LA TRIBUNA DELL’ANTIMAFIA CHIODATA ROVESCIA IL SUO GIUDIZIO SULLA STORIA RISCRITTA DALLE PROCURE
Sui magistrati del pool milanese, eroi di Mani pulite, Eugenio Scalfari aveva avuto almeno l’eleganza del dubbio. Dopo quindici anni aveva finalmente riconosciuto gli stessi eccessi e le stesse sbracature raccontate mille e mille volte da tanti altri giornali, a cominciare da questo fogliuzzo di quattro pagine. Ma aveva preferito ammantare la propria presa d’atto (la propria autocritica, stavamo per dire) col tocco del gran signore: “Quasi tutti i giornali li appoggiarono, anche il nostro allora da me diretto. Probabilmente fu un errore”. Parce sepulto.
Il grande necrologio di ieri, quello dedicato da Repubblica agli eroi della procura antimafia di Palermo, è stato invece offerto ai lettori con i toni sprezzanti di chi ormai vede nel palazzo di giustizia di Palermo nient’altro che rovine. Macerie popolate, manco a dirlo, da “giudici cannibali” – “i protégés di Gian Carlo Caselli e la tribù di Pietro Grasso” – che si azzannano per aggiudicarsi un brandello d’inchiesta, che si nascondono le carte, che si rinfacciano amicizie e appartenenze, che litigano persino su chi è titolato a dirsi erede di Giovanni Falcone e intanto continuano “a mangiarsi vivi come scorpioni nella bottiglia”. Un linguaggio, sia detto senza compiacimento, che nemmeno il Foglio, certo non tenero con i professionisti dell’antimafia chiodata, si sarebbe mai azzardato a usare.
Ma questo è ancora niente. Perché il lungo e sofferto necrologio – tre paginate in apertura di R2, che è il cuore nobile del giornale – porta la firma di due cronisti, Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, storicamente tra i più impegnati, si dice così, sul fronte antimafia. Sempre presenti e attivi soprattutto lì dove c’era da dare una mano agli slanci di quei procuratori che oltre a volere affermare il sacrosanto principio della legalità, volevano all’un tempo “riscrivere la storia d’Italia”, portando prima alla gogna e poi alla sbarra uomini politici e partiti che mal sopportavano la cosiddetta via giudiziaria al socia- lismo. Ricordate gli anni dei processi politici avviati da Caselli contro Giulio Andreotti, contro Francesco Musotto, appena eletto presidente della Provincia, o contro Corrado Carnevale, il giudice della Cassazione che solitario e impudente si ostinava a chiedere il rispetto delle regole e dunque dello stato di diritto? Bolzoni e D’Avanzo lo bastonarono per benino. Sul “giudice ammazzasentenze” scrissero centinaia di articoli e, come se non bastasse, fecero di quegli articoli un libro senza appello, almeno a giudicare dal titolo: “La giustizia è Cosa nostra” (Mondadori, 1995). Carnevale, alla fine, è stato assolto con tutti gli onori. Non ha avuto le scuse, ma forse il seme di un ravvedimento nell’animo dei suoi “inquisitori” l’avrà pure gettato. Perché, dopo dodici anni, lo stesso fuoco sacro adoperato per mandare al rogo lui, viene imbracciato da Bolzoni e D’Avanzo per incenerire l’altare sul quale hanno tenuto alto, fino a l’altro ieri, il nome di Caselli e dei caselliani di Palermo: da Guido Lo Forte a Roberto Scarpinato, pubblici ministero al processo Andreotti; da Antonio Ingroia a Domenico Gozzo, pubblici ministero al processo Dell’Utri. Meglio tardi che mai, si dirà.
Ma che cosa è successo in questi ultimi giorni da indignare così tanto Repubblica e le sue penne più pregiate? Eugenio Scalfari, indirettamente l’ha ammesso. Magistrati come Luigi De Magistris o Clementina Forleo, che vanno da Santoro a Annozero e sparano su tutto e su tutti, su Prodi e su Mastella, su D’Alema e su Lojero, come facevano un tempo su Berlusconi o su Previti o su Cuffaro, ormai lo spaventano. Ezio Mauro, il direttore, in un’intervista a Tempi è stato ancora più esplicito: “Non è che la magistratura, poiché opera contro l’illegalità, può non rispettare le regole”, ha detto. D’Avanzo non è stato da meno. Ha disquisito, eccome, sul caso Forleo-D’Alema e ha menato schiaffoni ai protagonisti dell’affaire Catanzaro, mettendo in un unico fascio tutta la mala erba, quella degli inquisiti e quella degli inquisitori. Ma chi poteva mai immaginare che nel volgere di pochi giorni, in coppia con Bolzoni, avrebbe rivolto la spada del giudizio anche contro Caselli e contro il santuario procuratizio di Palermo? Invece è successo.
E’ successo che ai processi politici di Caselli viene rimproverato – con un inchiostro che sembra quello del Foglio – l’uso di “regole fluttuanti (come i riscontri per le testimonianze dei pentiti)” e di “fonti fluide (come il concorso esterno in associazione mafiosa)”. Ed è successo pure che D’Avanzo accusi i caselliani, in perenne guerra con i “pragmatici” sostituti che fanno capo a Pietro Grasso e a Giuseppe Pignatone, di essere impuniti e recidivi perché il fallimento dei processi politici, come quello a Francesco Musotto, assolto in primo grado fino alla Cassazione, avrebbe dovuto “sollecitare una riflessione critica nei procuratori perché appare avventuroso, o addirittura pericolosamente autoritario, che un potere dello Stato persegua con prove inadeguate un altro potere legittimato dalla volontà popolare e annientato da un’iniziativa che, alla prova del giudizio, si mostra avventata”. Mizzica, sarebbe da dire visto che siamo in Sicilia
Ma la Sicilia, a questo punto, c’entra di striscio. Paradossalmente è solo un pretesto. Perché l’avvertimento fatto da D’Avanzo alla nuora palermitana, vale per tutte le suocere del regno, da Catanzaro a Milano, da Potenza a Torino: i processi politici erano belli e buoni quando la funzionalità delle procure era chiara e unilaterale; quando, riscrivendo la storia d’Italia, si portavano i buoni al potere e i reprobi al macello. Oggi – soprattutto se fatti così, malamente – quei processi non servono più, e Palermo ancora una volta diventa la metafora dell’Italia. Lì c’è ancora la procura antimafia più forte e più agguerrita, è vero. Ma la procura che un tempo osò processare il Divo Giulio e pretendeva di incastrare nientemeno che Silvio Berlusconi in persona, oggi non riesce nemmeno a inchiodare un pesce di media taglia come Totò Cuffaro, perché nel più bello del processo l’Ufficio si spacca e spaccandosi offre lo spettacolo più indecente: metà dei sostituti vogliono il presidente della Regione in galera per favoreggiamento, mentre l’altra metà gli vuole subito appioppare il bollo di mafioso e intanto accusa a mezza bocca i colleghi che rappresentano l’accusa in aula di essere, se non proprio collusi, quantomeno appiattiti sulle ragioni dell’imputato. Possiamo ancora chiamare eroi un gruppo di procuratori così attorcigliati al proprio orgoglio e alle proprie ambizioni da non sapere più distinguere dove sta il bene (della politica, è ovvio) e dove sta il male?
Il necrologio di Bolzoni e D’Avanzo, in fondo, ricalca l’interrogativo di un letterato francese famoso, se non altro, per avere scritto nel 1727 una singolare storia dei gatti visti dai topi. Aveva egli stesso un nome gattesco, si chiamava Paradis de Moncrif. Un giorno si chiese: ma se i gatti non mangiano i topi a che servono i gatti? E rinnegò tutto quello che aveva scritto in precedenza. Nel salotto di Madame du Deffand lo considerarono un buon provocatore, quasi un rivoluzionario. Un “débauché d’esprit”.

Dal “Foglio” del 26 ottobre 2007


PADRE PIO E SILVAN
In un articolo del Corriere della Sera del 25 ottobre 2007 (che si riporta in calce) si parla di Padre Pio da Pietrelcina e si mostra come i diversi pontefici abbiano avuto nei suoi confronti atteggiamenti molto diversi: dalla tolleranza ad un’aperta ostilità. Fino a parlare addirittura di “immenso inganno” e “disastro di anime”.
Il lettore rimane sconcertato. Mentre per Woityla Padre Pio era un santo (prova ne sia che lo beatificò) per altri pontefici il frate era più o meno un imbroglione o comunque uno che sfruttava il bisogno di magico della gente; uno che rendeva la fede quasi un fenomeno da baraccone. E se erano in disaccordo coloro che occupavano il soglio di Pietro, figurarsi se in questa sede si è in grado di arbitrare la diatriba.
Se si ha tendenza a credere al magico, o più in generale al soprannaturale, si ha anche tendenza ad interpretare in questa chiave i fenomeni che si osservano. Ai tempi di Pericle probabilmente moltissimi credevano veramente che il fulmine avesse a che fare con la collera di Zeus e ancora oggi un illusionista come Silvan si crede in obbligo di ripetere ad ogni spettacolo che ciò che mostra non è frutto di magia ma di trucchi. Questo è molto interessante. Se la gente avesse buon senso, dovrebbe avvenire il contrario: il mago, per fare ancora più effetto, dovrebbe rivendicare il possesso poteri sovrumani; e il pubblico dovrebbe ridergli in faccia. Il fatto che sia lo stesso Silvan a dovere avvertire il pubblico dimostra quanto pronto esso sarebbe a credere al miracolo.
Del resto, miracolo deriva da mirari, meravigliarsi: e come non meravigliarsi dinanzi a qualcuno che sulla scena fa cose che credevamo impossibili?
Questo fa tornare in mente una preziosa osservazione di Ernest Renan. A proposito della storicità dei vangeli egli disse, molto semplicemente, che un laico non può considerare opera storica, e tanto meno opera storica affidabile, un libro che parli di miracoli. Dunque coloro che sulla storicità di quei testi si basano per la loro fede, in realtà mettono il carro davanti ai buoi: credono ai vangeli perché già credevano alla possibilità dei miracoli, mentre non crederebbero ai vangeli se reputassero impossibili i miracoli. Insomma i credenti sono pronti a credere ben prima di leggere i testi sacri. Non diversamente da un musulmano il quale realmente crede che Maometto sia stato visitato da un angelo il quale gli avrebbe dettato il Corano.
Ecco perché la vicenda dei santi ha sempre due facce. Per i credenti, santa Teresa d’Avila andava in estasi; per gli psichiatri, soffriva di una grave forma d’isteria. E come i credenti non possono convincere gli psichiatri, gli psichiatri non possono convincere i credenti.
Per quanto riguarda Padre Pio nessuno può nascondere un certo imbarazzo dinanzi al fatto che qui le due posizioni siano rappresentate da papi, da un lato come dall’altro. A proposito dello stesso uomo. E poiché non si può certo chiamare “laico” un papa, sarà forse perdonata l’audacia di pensare che, pur essendo tutti loro fermamente credenti, alcuni erano più di altri pronti a subodorare l’inganno prima della santità. La santità, quando diviene fenomeno popolare, per il protagonista ha le sue brave ricadute positive. E forse proprio questo preoccupava alcuni pontefici.
La verità dei fenomeni soprannaturali non può costituire materia di discussione razionale: il miscredente cercherà sempre la spiegazione (che forse Silvan potrebbe dargli), mentre il credente, dinanzi al soprannaturale, chinerà la testa e si affiderà all’Altissimo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 25 ottobre 2007

LA LEGGE ELETTORALE
Qualunque legge elettorale è sbagliata. O magari qualunque legge elettorale è giusta.
Jonathan Swift, nei viaggi di Gulliver, racconta che in un certo paese imperava una diatriba che aveva diviso l’intero popolo. Ci si chiedeva se bisognasse aprire l’uovo dal lato più largo (big end) o dal lato della punta (small end), tanto che le fazioni si designavano Big Endians e Small Endians. E il tutto conduceva ad una guerra santa. L’intento dello scrittore era dimostrare che a volte gli uomini si scontrano, versando persino sangue, su questioni che un terzo può trovare del tutto assurde.
Qualcosa di analogo avviene riguardo alla legge elettorale. La prima cosa da dire è che non ne esiste una perfetta. Sarebbe perfetta una legge che piacesse a tutti, mentre di fatto ogni formula favorisce o la governabilità (ampia maggioranza) o la rappresentatività (presenza in parlamento anche di piccolissimi partiti), o i grandi partiti o i piccoli partiti, ecc. Nessuno può avere la pretesa di suggerire qualcosa di “giusto” rispetto a qualcosa di “sbagliato”: può al massimo proporre qualcosa di “migliore”, ma col rischio di sentirsi dire, da chi è svantaggiato dalla riforma, che è “peggiore”.
La legge elettorale attuale è stata imposta alla coalizione di centro-destra dall’Udc di Casini e Follini. Già per questo non si capisce perché si parli tanto di Calderoni: è l’Udc che l’ha voluta. Ma forse ricordiamo male.  Comunque sia, questo sistema ha certamente difetti, di cui i principali sono la mancanza del voto di preferenza e la situazione che si determina in Senato.
Per quanto riguarda le preferenze va detto che nessuno è messo in lista da un partito se non piace alla dirigenza dello stesso partito. Dunque il popolo può scegliere i suoi rappresentanti ma solo all’interno di una predeterminata rosa di nomi. In secondo luogo, per molto tempo si criticò il voto di preferenza perché, pur di ottenerlo, i candidati erano indotti al voto di scambio, a grandi spese, alle promesse di favori, insomma a un comportamento piuttosto riprovevole: la mancanza del voto di preferenza limita la libertà dei cittadini, il voto di preferenza induce i candidati al peggio, pur di ottenerlo.
Per il Senato va ricordato che la differenza fra premio di maggioranza alla Camera – quello che ha permesso all’Unione, con sei decimillesimi di voti in più, di avere una confortevole maggioranza – e premio di maggioranza regionale (o qualcosa del genere) al Senato, è stata richiesta ed ottenuta dal Presidente della Repubblica Ciampi. Egli infatti, per ottenerla, rifiutò di firmare la legge proposta dalla Cdl. E di questo nessuno parla. Ma ormai è acqua passata e ciò che interessa è notare che la situazione dell’Unione al Senato non è il frutto della legge: è il frutto dei voti espressi. Se l’Unione avesse avuto una reale maggioranza (non sei decimillesimi per cento in più alla Camera, e non duecentomila voti in meno al Senato), il problema non si sarebbe posto. Come non si sarebbe posto senza la modifica richiesta da Ciampi (in ciò incoraggiato dalla sinistra, sempre felice di boicottare una legge di Berlusconi) e come non si porrebbe qualora, anche con l’attuale legge, si vincessero le elezioni con un margine ragionevole.
Questo è il punto centrale. Il sistema attuale consente a qualunque coalizione di governare senza difficoltà, purché essa ottenga una maggioranza non di poche migliaia di voti, ma – senza voler dir molto – del due per cento, 52 a 48%. Che corrisponde a oltre ottocentomila voti, non a 24.000.
Qualcuno ha proposto di estendere al Senato il premio di maggioranza che si ha alla Camera. Bisognerebbe dunque avere il coraggio di andare contro gli scrupoli di Ciampi e dei suoi costituzionalisti di sinistra: ma questo non piacerebbe per niente ai partitini. Con la legge attuale anche Mastella, con poco più dell’uno per cento dei voti, può imporre la sua volontà al governo; mentre con un premio di maggioranza i partitini finiscono col far parte del folclore e della coreografia. I grandi partiti possono fare a meno di loro.
Nel dibattito politico sembra che riguardo alla legge elettorale si sia giunti al dovere del pregiudizio. Di una certa cosa bisogna dire incondizionatamente bene, oppure incondizionatamente peste e corna, essendo esentati dall’esaminarla. Nel caso dell’attuale sistema bisogna dire che fa schifo, che è una porcata, ecc. E certo, non c’è ragione di difenderlo a prezzo della vita. Nessuna legge elettorale lo merita: ma qual è la sua colpa? L’ingovernabilità non nasce da essa. Nasce dal pareggio elettorale e dalla pretesa di Prodi di dire no alla mano tesa di Berlusconi, immediatamente dopo le elezioni: una Große Koalition, se avesse resistito, avrebbe risolto tutti i problemi di governabilità.
Qualcuno sostiene che bisognerebbe riformare questa legge perché incombe un referendum che, passando, peggiorerebbe ulteriormente le cose: ma anche questo è un pregiudizio. È vero, abolendo le norme della legge attuale, si introdurrebbe di fatto una nuova legge, diversa anche dal Mattarellum: Ma chi dice che essa non convenga a nessuno? In questo caso essa favorisce i massimi partiti (Forza Italia e il Partito Democratico): proprio quei partiti senza i quali non si riforma nessuna legge elettorale e che dunque, malgrado i proclami, potrebbero esserne ben contenti. Ecco perché si è sempre stati scettici sulla possibilità di cambiare la legge elettorale. Soprattutto in un Parlamento, come l’attuale, in cui chiunque si senta danneggiato ha il potere di mettersi di traverso.
L’unica cosa “divertente”, in questa situazione, è che stavolta chi non decide decide lo stesso. Eccome se decide.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 ottobre
2007


La Giustizia in Calabria maleodorante verminaio
Mentre il Consiglio superiore della magistratura ha rinviato la discussione sulla richiesta del ministro della giustizia Mastella e si è preso due mesi di tempo per decidere il trasferimento del pm di Catanzaro Luigi De Magistris, sono successe tre cose:la suprema Corte di Cassazione ha annullata l'ennesima iniziativa dello stesso De Magistris; è saltato fuori un esposto del procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi alla procura di Palermo che denuncia la presenza del giornalista che rivelò la notizia in prossimità del Magistris lo stesso giorno dell'iscrizione nel registro degli indagati del presidente del Consiglio Romano Prodi; i magistrati di Catania hanno chiesto la condanna a 14 anni e tre mesi di carcere per concorso esterno all‚associazione mafiosa di Giovanni Lembo, un ex sostituto della direzione antimafia di Messina, che ha covato i suoi misfatti nelle procure calabresi.
  De Magistris aveva incriminato, nell'ambito dell'inchiesta cosiddetta "Poseidone", un generale della Guardia di Finanza, costringendolo alle dimissioni, e aveva ordinato la perquisizione nella sua abitazione: il Tribunale del Riesame ne aveva decisa la revoca, De Magistris aveva fatto ricorso, la Cassazione ha rigettato il ricorso e ha convalidato la revoca perché non vi erano "i presupposti di legge" e ha messo così in dubbio la stessa fondatezza dell'accusa. Non è che l'ennesima sconfessione del De Magistris, nessuna delle sue più clamorose operazioni è mai andata in porto, quasi tutti i suoi indagati o imputati sono stati assolti, i suoi provvedimenti sono stati annullati a ripetizione dal Gip, o dal procuratore capo, che nemmeno ne veniva preventivamente informato, o dal Tribunale del Riesame, o dalla procura di Salerno.
Una volta ha fatto arrestare 57 persone, la metà dei fermi non fu nemmeno convalidata,gli altri furono tutti via via scagionati.
Ripetutamente fu denunciato, anche con interrogazioni parlamentari, l' "uso smodato"delle intercettazioni, da lui predisposte anche quando il reato perseguito non le prevedeva e non le consentiva: per poterle ordinare abusivamente,  De Magistris ricorreva all'espediente di contestare all'intercettato "fattispecie giuridiche più gravi", per le quali la norma le avrebbe potuto consentire in astratto.E' andato avanti così per anni, fino a raccogliere interi tabulati telefonici richiesti direttamente alle agenzie telefoniche, senza passare per il ministero dell'Interno o per quello delle Comunicazioni.
In questo modo De Magistris ha messo insieme un archivio, rinchiuso in un armadio blindato, che farebbe invidia agli agenti del Sifar d'antan e che gli ha permesso di iscrivere nel registro degli indagati, o di minacciare di farlo, persino il capo del Governo e il ministro della Giustizia.
   La maggior parte di queste conversazioni private di persone che non c'entravano niente con l'indagato e con il reato che gli veniva contestato sono state pubblicate sui giornali appena l'indagine di De Magistris è partita, e quando