ARCHIVIO OTTOBRE 2007
Schiavi d’Europa
(ovvero dov’è il vantaggio di essere tutti
europei?)
La vittima di Tor di
Quinto non è la prima e non sarà l’ultima.
Alla faccia del permissivismo di sinistra e del decisionismo
tardivo di destra (hanno governato tutti e nessuno ha
cercato, trovato o potuto trovare una soluzione), il problema
dei rom, anzi dei romeni, dei bulgari e che ben presto sarà
degli slavi, per gli ucraini è non è una questione
italiana, né una colpa rumena ma un problema europeo, anzi
il problema è che per l’Europa…non è un problema ed in
fondo noi ne siamo contenti. Dall’inizio del 2007 il numero di rom
di origine rumena in Italia è aumentato. In Romania vivono
2,5 milioni di rom, ma in tutta Europa la classifica ufficiosa parla
di dati incredibili: tra i 9 ed i 12 milioni di persone, in tutti
i paesi dell’Ue, con Romania e Bulgaria al primo posto e l’Italia,
fino al 2005 al quattordicesimo posto ma ormai in forte ascesa. L’ingresso
della Romania e della Bulgaria in Europa ha fatto esplodere la bolla
rom, ma le colpe dell’Europa sono ben più gravi di quelle dei
due paesi. Romania e Bulgaria, vessate da tirannici regimi comunisti
e poi dalla successione di governi nazionalisti e neo-socialisti
guidati da rappresentanti, espressione della più corrotte e delinquenziali
lobbies politiche ed economiche hanno “forzato” l’emigrazione”
dei rom verso l’Europa, ancor prima dell’apertura delle frontiere.
La metà delle comunità rom pervenute in Italia è
giunta durante e dopo il governo di Ceausescu, quando la Romania aveva
esigenza di rifarsi il look e di confinare le minoranze etniche
(ben sedici), presenti nel paese. A questo compromesso l’Europa non
ha mai reagito: nessun controllo congiunto alle frontiere, facilitazione
degli assembramenti nelle città, blandi controllo di polizia
e guardia costiera, normative fasulle e desuete. L’Ue non ha fatto
nulla per costringere i paesi a prendere i giusti provvedimenti. Anzi,
ha stabilito che in base al principio di libera circolazione i rom
potessero stabilirsi in un paese Ue per tre mesi, dopo ciò avrebbero
dovuto trovare un posto di lavoro per il rinnovo. I rom, in quanto tali,
in quanto nomadi sono ben pronti a cambiare direzione, a ripartire e
poi ritornare, facendo retrodatare la prescrizione in vigore; altri
riescono a confondersi come clandestini, altri ottengono il classico
status di “bracciante agricolo” o di “collaboratrice domestica” e riescono
a stabilizzare un’intera famiglia, dove i figli chiedono l’elemosina,
i parenti sono nelle roulottes e fanno paese a parte. E tutto ciò
è molto in voga nelle campagne dell’Italia Meridionale
e della Francia. Gli unici sgomberi sono stati promessi a suon di
soldi. La Francia proponeva ad esempio il rimpatrio-premio:
150 euro per adulto e 45 euro per bambino per i duecento rom della
baraccopoli della periferia di Lione. Da quando la Romania e la Bulgaria
sono in Europa, alla tutela della minoranza, si è aggiunto
il vantaggio di essere europei. Un vantaggio che, all’Europa dei
burocrati ha fatto comodo, sulla pelle di romeni, bulgari, polacchi
ed italiani, stuprati, violentati, rapinati, dalle mille espressioni
di diverse etnie di ciascun paese e dalle persone che vi giungono.
La bella Europa ha ottenuto così il privilegio per le proprie
imprese a sfruttare i mercati più poveri ed aperti dell’est.
Le banche di tutto il mondo hanno assorbito i vecchi fondi ed istituti
di credito bulgari, rumeni ed ungheresi; le imprese italiane hanno
creato paradisi d’oro (ed anche fiscali) trasferendo le proprie imprese
in quei paesi, con manodopera a costo ridotto (Timisoara è più
italiana che rumena e lo stipendio dell’operaio rumeno e fra i 100 ed
i 300 euro). In Romania si parla per la prima volta di “mercato del lusso”,
stimato in 10 milioni di euro, ma in crescita abnorme e che riguarda una
sparuta percentuale di imprenditori che hanno soci esteri, soprattutto
nel campo del petrolio, dell’abbigliamento e della meccanica per automobili,
vecchi dirigenti comunisti, reinventatisi imprenditori, con solidi agganci
nel governo. Cosa c’entra con i rom ed i rumeni? L’86% della popolazione
rumena vive ai confini o proprio nella soglia di povertà. Vanno
via dalla Romania e dalla Bulgaria e diventano carne da macello per i
“padroni” italiani. Di giorno sono disoccupati o lavoratori ad ora, di
sera delinquenti. I rom, poi, sono vere e proprie organizzazione che
radicate da tempo su un territorio, non temono gli sgombri: qualcuno ottiene
come appoggio uno o più appartamenti dove figurano quattro persone
e ve ne alloggiano dieci; si sono specializzati, visto il numero delle
loro famiglie, nell’enorme mercato dello sfruttamento della prostituzione,
spalleggiati anche dagli italiani; altri sono diventati ottimi tramite
per il traffico di stupefacenti, con un mercato incontrollato ed in crescita
in Romania che è diventato esportabile in tutta Europa. E sono
liberi. Liberi perché europei, liberi perché la giustizia
italiana alla frontiera ed alla sbarra è impotente di rinfacciargli
reati compiuti all’estero e di esaminare i veri dati sensibili. Nelle
città rumeni e bulgari sono organizzati in modo perfetto. Poi
ci sono le baraccopoli che nascono ovunque. Vedi il rom con le roulotte,
con le Mercedes e le Volvo e ti chiedi come è possibile. Nelle
periferie italiane non c’è controllo, anzi fra le forze dell’ordine
oltre che fra la gente c’è perfino paura. Cosa potrebbe fare una
volante della polizia in una periferia o in un capolinea di linea della
metropolitana a Roma o Milano contro duecento, trecento rom insediati
e vogliosi di rimanere? La versione Ue? In Europa esistono le regole per
l’integrazione dei rom e bisogna applicarle. Integrare circa 100.000
mila rumeni, la metà di bulgari e numerose altre popolazioni
ed etnie in Italia? Sì, anzi l’Europa ha contestato la Romania
perché ha proceduto a forzose evacuazioni dei rom nelle periferie
delle città principali in modo brutale, costringendo in
pratica la maggior parte di essi ad abbandonare il paese. Nulla
di che stupirsi, visto che oggi dopo la tragedia il premier “sfiduciato”
di un governo in balia della crisi e della corruzione Tariceanu ha
detto chiaramente:” Il problema della criminalita' può essere
risolto anche attraverso la creazione di più posti di lavoro
per i romeni in Italia…''Rischiamo uno snaturamento totale della
percezione sui romeni, anche se il 99% dei nostri connazionali in
Italia e' gente che lavora e vive onestamente…Facciamo tutto quello
che possiamo fare, ma non possiamo portare i romeni a casa con la
forza”. Invece il problema può essere risolto prendendo in
considerazione l’idea di rivedere le norme di stabilizzazione per
i nuovi entrati in Europa Romania e Bulgaria, in sede Ue, modificare
le regole ed i controlli alla frontiera unicamente per queste persone
e quindi, in pratica, rivedere completamente il Trattato di Schengen,
cosa a cui l’Ue non tiene di certo, per la pelle di poveri cristi trucidati
per le strade. D’altronde a cosa servono espulsioni e sgombri per
chi potrà sempre tornare indietro? Tutti, comunque, italiani,
francesi, spagnoli, magiari e rom, rumeni e bulgari, presto slavi
ed ucraini, schiavi d’Europa, della sua voracità, della sua inettitudine.
Angelo M. D'Addesio
LA PASIONARIA
SPINELLI
C’è chi considera
Barbara Spinelli un’eccelsa politologa, chi un’illustre
editorialista, chi la massima firma della “Stampa”.
In realtà è la campionessa mondiale del paralogismo.
Secondo il Devoto-Oli esso è un ”falso ragionamento
che in apparenza sembra vero”. Leggere un suo articolo è
dunque divertente come una caccia agli errori.
La signora rimprovera
al suo giornale di contribuire a far cadere il governo
dichiarandolo sostanzialmente esaurito, mentre non è
lecito né desiderare, né predire, né
chiedere che vada a casa e si proceda a nuove elezioni.
Il reprobo Anselmi è arrivato a definire il governo,
ricorda, “una carcassa che si trascina”. Sicché la signora
è costretta ad “assistere a una sorta di disfacimento
della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del
voto espresso alle urne dagli elettori”. “Dalla primavera
dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani
per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione
– horribile dictu, aggiungiamo - quasi fin dal primo giorno”.
E già qui si nota il primo paralogismo.
È vero, in Italia si vota
normalmente ogni cinque anni. Dunque una maggioranza è
eletta perché governi cinque anni. Ma dove sta scritto
che il paese non possa cambiare opinione, per esempio perché
quella maggioranza e quel governo lo deludono irrimediabilmente?
Sarebbe normale, in democrazia, un governo che rimanesse in
carica, dopo il primo anno se per gli altri quattro fosse largamente
impopolare e odiato? Il governo è emanazione della volontà
popolare. Se così non fosse, governerebbe “per volontà
di Dio” e questo non sembra più essere di moda dal 1789. Se
non dal 1649, data della decapitazione di Carlo I. Se si vota ogni
cinque anni è affinché il governo abbia il tempo di
realizzare qualche serio programma: non perché Palazzo Chigi possa
non tenere conto del giudizio dell’intero Paese.
Né serve
parlare, come fa la signora, di “sacralità del
tempo conferito col mandato”. Quale sacralità? Non solo
nella storia repubblicana sono caduti tutti i governi,
prima della scadenza naturale, ma – si ripete - la sacralità
delle istituzioni appartiene ad un altro tempo. Nessuno può
fornire “la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo
non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza
rapporto con le urne”. È vietata la rivoluzione, non la disapprovazione.
E tuttavia, chi
è il più colpevole di questa malefatta,
di questo orrendo tentativo di far cadere il governo? Facile:
Silvio Berlusconi. È vero - ricordiamo noi - che ha
da prima proposto la Große Koalition e non la caduta del
governo, ma in seguito, lo riconosciamo lealmente, s’è
reso colpevole di opposizione. Cosa non legittima, per la Spinelli.
Egli ha infatti commesso il suo crimine “in dispregio costante
dei dettami costituzionali”. Che, come si sa, prescrivono che
l’opposizione applauda costantemente la maggioranza. Ricordiamo
tutti, infatti, come l’opposizione di centro-sinistra abbia
passato cinque anni ad applaudire Berlusconi. Mentre ora quella
del Cavaliere è stata “Una strategia di delegittimazione
del tutto anomala”.
Il termine “delegittimazione”
è interessante.
In senso proprio,
è una stupidaggine. Se non si ha il potere legale
di togliere una funzione ad un organo, quell’organo era
legittimato e legittimato rimane. Se invece si intende per
delegittimazione la disapprovazione, dove sta scritto che
si debba in ogni caso applaudire ciò che fa un organo
dello Stato? Se lo Stato non sbagliasse mai, non ci sarebbero
i Tribunali Amministrativi. Se la magistratura non sbagliasse
mai, non ci sarebbe la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione.
Se il governo non sbagliasse mai non ci sarebbero nuove elezioni.
Parla di delegittimazione chi considera illecita ogni critica. I
governanti sovietici erano così sicuri di fare il bene del
paese che mandavano al Gulag chiunque osasse criticarli. Pardon,
delegittimarli.
Ma Berlusconi non è l’unico
colpevole. Gli tengono il sacco “tutti coloro che fanno
opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche
oltre che private”. Colpevoli di un crimine che l’illustre
editorialista non perdona: la libertà di stampa.
E sono anche colpevoli “questa o quella corporazione sindacale,
questa o quella lobby, questo o quel personaggio della
maggioranza”, insomma il popolo italiano. I molti che “accettano
che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto”:
perché questo è un crimine. Mentre lottare contro
il governo Berlusconi è stata una sacrosanta crociata.
“Adesso questo
governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato
spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in
alcun modo concorso a questo sviluppo”. Ma di che si meraviglia?
Questo è avvenuto per tutti i governi della Repubblica.
Per molto tempo la loro durata media è stata inferiore
all’anno. Oppure la Spinelli vorrebbe che si votasse ogni
volta che cade un governo? Basterebbe lo scrivesse nella Costituzione.
La perorazione
seguente ha invece l’apparenza della logica. Sostiene
la giornalista che un governo impopolare non è
per ciò stesso un governo che merita d’andare a casa.
Giustissimo. Ma giustissimo purché l’impopolarità
derivi da provvedimenti che il paese sul momento non comprende,
anche se sono utili. Per esempio una coraggiosa riforma delle
pensioni, del lavoro, della giustizia. Il governo Prodi ha
forse fatto queste riforme? L’illustre editorialista non si è
accorta che l’attuale maggioranza non è accusata soltanto
di governare male ma, ancora peggio, di non governare affatto.
L’unica grande impresa di Prodi, da un anno e mezzo a questa parte,
è quella d’essere ancora lì.
La Spinelli è
infine una campionessa nel darsi la zappa sui piedi.
Nel momento stesso in cui vorrebbe difendere l’attuale
governo certifica l’inopportunità della sua esistenza
con queste parole: “Mai ho visto tanta gente uniformemente
invocare la fine d’una legislatura”.
Poi però
colpevolizza chi invoca questa fine perché essa
serve volontariamente “il disegno di chi parla di democrazia
ma non ne rispetta la regolamentazione”. Mentre il regolamento
– come si sa - prescrive che si applauda il governo Prodi.
Non c’è
però ragione che questo mirabile Giudizio Universale
si limiti all’Italia. Leggiamo infatti: “Neppure George
W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte
Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali,
nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa
volontà demolitrice”. Ecco qui: Bush alla Casa Bianca è
un abusivo e la Corte Suprema degli Stati Uniti è indecorosa:
tutto questo mentre sarebbe stato tanto semplice chiedere a Barbara
Spinelli chi aveva vinto, nel 2000. E invece l’hanno costretta da
un lato a delegittimare personalmente George W. Bush e dall’altro
a condannare personalmente chi delegittima il governo Prodi. Che fatica.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
. 31 ottobre 2007
VELTRONI E POL POT
“Le foto dei
campi di concentramento di Pol Pot erano agghiaccianti.
Non diverse da quelle che tra dieci giorni troverò
andando ad Auschwitz. Sono diversi i colori delle bandiere,
diverse le motivazioni, ma la vita di quegli esseri umani è
la stessa”. Sono parole che il sindaco di Roma Walter Veltroni
ha pronunciato ieri accennando al viaggio che farà ad Auschwitz
con alcuni studenti romani dall’11 al 13 novembre. La denuncia
di Veltroni sui campi di sterminio di Pol Pot farà discutere
perché porterà inevitabilmente la discussione
sui crimini dei Khmer rossi e sulla politica estera del
Pci negli anni ‘70. Forse è il caso di ricordare a Walter
Veltroni che il Partito comunista italiano, forza politica
di cui ha fatto parte, nel 1975 aveva appoggiato le battaglie dei
Khmer rossi in Cambogia. Infatti, nella sua relazione al 14esimo
congresso del Pci (18-23 marzo 1975), Enrico Berlinguer aveva detto:
“Mandiamo da questo congresso il saluto più fraterno e di operante
solidarietà dei comunisti italiani agli eroici combattenti
del Vietnam e della Cambogia”. La frase è trascritta
nel volume pubblicato da Editori Riuniti nel quale viene riportata
la relazione del segretario del Pci e gli atti di quel congresso
(14esimo congresso del Partito comunista italiano: atti e risoluzioni,
Editori Riuniti, 1975). L’11 aprile del 1975 il comitato centrale
del Partito comunista italiano approvò una mozione nella
quale definiva “eroica” la “resistenza del popolo vietnamita
e cambogiano”. In quel periodo Veltroni era impegnato politicamente
per sostenere i regimi comunisti del sud-est asiatico. Nel discusso
libro Il Compagno Veltroni. Dossier sul più abile agente
della Cia del 2000 viene riportato uno stralcio di un articolo che
l’attuale leader del Pd aveva pubblicato su Roma giovani, il periodico
della Fgci romana: “I compagni vietnamiti ci hanno detto: ‘La nostra
lotta è giusta. Uniti vinceremo’. E hanno sconfitto la grande
potenza americana e sono entrati a Saigon dove lavorano per costruire
un Vietnam pacifico e indipendente”.
Nel marzo del 1985 Tiziano Terzani
accusò apertamente la sinistra italiana di
non aver capito quello che stava accadendo con queste
parole: “Quel che ancora oggi è interessante è
che la sinistra che ha sostenuto ideologicamente la guerriglia
indocinese durante la guerra con gli Stati Uniti non ha preso
sul serio il fenomeno Pol Pot, non ha cercato di spiegarselo
e lo ha liquidato come se si trattasse semplicemente di
una folle deviazione. Si era fatto praticamente lo stesso con
la rivoluzione culturale cinese, prendendo per buono quello
che oggi Deng Xiaoping vuole farci credere, cioè che
gli anni di caos, di torture e di uccisioni sarebbero stati null’altro
che l’aberrazione di quattro personaggi, la cosiddetta banda
antipartito. E invece individuare le radici della rivoluzione
culturale vuol dire individuare le origini del ‘polpottismo’
e dei Khmer rossi: che stanno, appunto, nell’ideologia”. Ma
il quotidiano l’Unità difese in quegli anni i terribili massacri
compiuti dai Khmer rossi. Basta leggere il numero del 13 giugno del
1976: “Tema del numero di ieri di AZ – una trasmissione di approfondimento
giornalistico della tv di Stato – era la situazione in Cambogia
(…). Si sono così accavallate cifre pazzesche, ‘testimonianze’
unilaterali su pretesi massacri, esecuzioni sommarie, ecc. In realtà
è apparso evidente lo scopo propagandistico e la volontà
terroristica della trasmissione, che ha dimostrato ancora una
volta lo sfacciato uso di parte che la Dc e i suoi servitorelli
televisivi continuano a fare del maggiore mezzo di comunicazione
di massa esistente nel nostro Paese”. Il 29 marzo del 1977 l’Unità
attaccò ancora i propagandisti anti Pol Pot: “È attorno
a questi profughi che si è svolta e si svolge la grande
operazione della quale si parlava (...). Missionari che avevano
servito più Lon Nol – dittatore cambogiano che aveva
assunto i pieni poteri nel 1970 fino alla conquista del potere dei
Khmer rossi – che la causa del Vangelo durante la guerra, ed erano
poi fuggiti dal Paese, e avventurieri che avevano diretto i servizi
di propaganda anticomunista dello stesso Lon Nol e si sono trasformati
in giornalisti a tempo più o meno pieno (...). Le prime ‘interviste’
con i rifugiati sono state organizzate da questi elementi”. L’Unità
continuò a insistere e il 21 aprile del 1977 scrisse ancora
sul dramma dei profughi che sfuggirono ai massacri di Pol Pot: “A
Bangkok, come è stato scritto recentemente sul nostro giornale,
esiste una vera e propria centrale che fabbrica, a volte dal nulla,
a volte gonfiando ed esagerando testimonianze dei profughi, notizie
di massacri, deportazioni in massa, fame ed epidemie. Si tratta di
dimostrare che il ‘bagno di sangue’ che Ford aveva previsto per il
Vietnam, sta avvenendo comunque”.
Da "IL
VELINO" (grazie
a L.Palazzolo)
IL SALARIO
MORALE
Giorni fa abbiamo
tutti letto la vicenda di quell’imprenditore abruzzese
che ha provato a vivere con la paga dei suoi dipendenti.
Ha finto di essere lui stesso un operaio, e che un’operaia
fosse anche sua moglie, e il risultato è stato
che, con le due paghe (2.000 euro) è arrivato solo
al venti del mese. A questo punto, comprendendo che i suoi
operai non potevano vivere con quel salario, ha spontaneamente
aumentato a tutti lo stipendio di ben duecento euro mensili.
Applausi. Ma applausi giustificati?
1) In
primo luogo, se l’imprenditore poteva aumentare la
paga di ogni operaio di duecento euro, significa che l’impresa
aveva notevole margini di guadagno. O perché fabbricava
qualcosa di molto richiesto, con un sistema produttivo molto
economico, o perché produceva un oggetto inventato dallo
stesso imprenditore, o comunque perché questo signore beneficiava
di una situazione particolarmente favorevole. Ma non tutte
le imprese sono in queste condizioni.
2) Poi, l’esperimento stesso
è sbagliato nella sostanza. Che senso ha provare
a vivere con la metà o un terzo del proprio normale
reddito, se il resto della propria situazione economica
rimane quella che era? Se si ha una grande casa in centro si
pagherà di condominio quasi quanto si paga di pigione in
periferia. Se si ha una grossa Mercedes, la minima riparazione
assesterebbe un colpo mortale all’intero reddito mensile. E
con quale denaro vivere, il mese in cui si deve pagare l’assicurazione
Rca o una multa per eccesso di velocità? O ambedue? In
caso di bisogno, per farsi una Tac quell’imprenditore aspetterebbe
i tempi biblici dell’Usl o andrebbe in una clinica privata? Insomma
il proprio livello di vita non si cambia da un giorno all’altro.
Questo imprenditore ci riferisce con un nodo alla gola che non
è arrivato alla fine del mese, ma se la sua paga fosse stata
stabilmente di duemila euro al mese ce l’avrebbe fatta eccome:
come ce la fanno i professori di liceo, che duemila euro al mese
non li guadagnano. E non sempre hanno una moglie che lavora. Ma, appunto,
non hanno una Mercedes: hanno una Uno o una Punto di dieci anni
fa.
3) Indubbiamente,
della situazione favorevole l’imprenditore poteva
legittimamente profittare lui stesso in quanto pagava gli
operai a prezzi di mercato: ma se amava i suoi operai,
e se preferiva condividere con loro la bonanza di una produzione
di successo, chi gli impediva di aumentare la loro paga senza
esperimenti spettacolari? Qualcuno – a proposito di fare del
bene - ha detto: “non sappia la tua mano destra quello che fa
la tua mano sinistra”. Dunque l’aumento non è stato dovuto
solo a generosità, ma anche a narcisismo; a voglia di pubblicità;
a prurito di esibizione.
4) La
colpa massima di quel signore tuttavia è un'altra.
A sentirlo, la paga dovrebbe essere commisurata ai bisogni
degli operai e non al rendimento del loro lavoro: e
questo è un modo di ripetere la famosa affermazione
di Luciano Lama, secondo cui "il salario è una variabile
indipendente". Una cosa che oggi non oserebbe dire neanche
il più fanatico, e ingenuo, e forse anche un po' fesso
dei sindacalisti. Infatti, sostenere che la paga deve corrispondere
ai bisogni degli operai significa mettere il carro dinanzi ai buoi.
La prima cosa da sapere è se l’impresa può pagare di
più. Ci si deve chiedere quanto rende l’operaio al suo
datore di lavoro e quanto gli costa: soprattutto tenendo conto
dei contributi statali, che raddoppiano quasi la somma. Solo dopo,
se si è sicuri che esistono margini, si può richiedere
un aumento di paga. “La torta è più grande, dammene una
fetta più grossa”. Ma “dammi un totale di fette più
grande della stessa torta” è una richiesta da dementi.
Le parole
di quell’imprenditore hanno in realtà una base
morale. Secondo molti, bisognerebbe che la paga fosse
adeguata ai bisogni ed alla dignità
dei lavoratori: e questa è una stupidaggine. La
rimunerazione del lavoro è infatti commisurata al
livello economico dell’intero paese. Gli operai svizzeri non
guadagnano più degli operai peruviani perché gli
imprenditori svizzeri sono generosi e quelli peruviani egoisti:
la differenza è nel sistema produttivo dei due paesi. In altri
termini, o la paga è determinata dal mercato, o è
stabilita dall’alto. Come in Unione Sovietica. Lì le leggi
del mercato non avevano vigore e si privilegiano le leggi morali:
col risultato d’una miseria inimmaginabile per il salariato occidentale.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 ottobre
2007
Lo staziante
appello di Karnit Goldwasser
Clicca qui
Magistrati:
superiori e “dipendenti”
Il mondo della
Magistratura non è un mondi di missionari. Pochi
la considerano, quale dovrebbe essere, una missione,
ma non è più così. Non lo è per
convenienza, non lo è per paura, non lo è per comodità.
Il magistrato è ormai poco più che impiegato pubblico
e come capita spesso alla gran parte degli impiegati
pubblici, si finisce per dimenticare il proprio giuramento
che li obbliga ad essere al servizio del pubblico e si diventa
padroni del quartiere, all’occorrenza scansafatiche pronti
alla prepotenza, all’accusa, all’invidia e, quando le cose
iniziano ad andare male, allora arriva il grido di giustizia
che diventa prima una battaglia di principio, poi una crociata
anti-politica, ma in realtà ugualmente politica, un miscuglio
di polemica e di orgoglio ferito. I magistrati sono la medesima
cosa, “impiegati particolari” dello Stato che hanno il dovere
di servire la giustizia e di servire la giustizia oggettiva,
fin quando è possibile ed anche quando non lo è più,
perché il magistrato non è lì per cambiare
il mondo, per punire, per cancellare, ma per servire, lavorare
senza magari vedere i frutti del proprio lavoro, proprio come
spesso capita a quell’unico impiegato pubblico in una massa di
dipendenti lavativi e rubasalario. Invece i magistrati attuali non
si limitano a questo. Essi avversano la politica, ma ne sono complici
a volte e schiavi in altre volte, collusi con poteri forti da un lato
e desiderosi di eliminarlo o stanarlo dall’altro, come “un impiegato”
potesse rivoltare come un calzino una gerarchia costruita da anni
ed impostata in un determinato modo. Alcuni di questi preferiscono
non guardare alla politica, alla collusione, alla delinquenza
radicale, all’impiccio grave fra
malavita e politica e girano la testa; altri non lo fanno, vogliono
andare a fondo, ma da magistrati si trasformano in paladini senza
macchia e senza paura, la loro guerra in nome dello Stato diventa
la guerra contro lo Stato, il loro grido di impotenza diventa un proclama
pubblicitario, quasi un’elemosina vittimista sulle cose che vanno
male. Penso che molti magistrati siano tali per passione e per missione,
perché in fondo “un impiegato” al servizio di una giustizia
che è sempre più soggettiva e quasi mai oggettiva non
può essere che un passionale missionario. Nessun missionario,
fra gli stenti e le guerre, fra il dolore ed il rancore della gente,
fra la diffidenza e la malattia si rivolterebbe contro la sua Chiesa
che non lo aiuta o contro il buon Dio che lo ha abbandonato. Magari
si leverebbe il suo grido di dolore, ma riprenderebbe dopo un po’ il suo
silenzioso lavoro contro ogni cosa. Rosario Livatino era un “impiegato”,
Rocco Chinnici lo era, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano
“impiegati”. Il primo, non contava le volte in cui, in quel di Agrigento,
riceveva minacce e viaggiava senza scorta, non fece un caso madornale,
continuò a fare il suo lavoro e sapeva che tutto gli era contro,
ma gli piaceva troppo farlo, per passione. La passione che traspare
dalle sue parole in un convegno a Canicattì sul ruolo del giudice,
dove parla di indipendenza dei magistrati, di apoliticità dei
giudici ed altro. Rocco Chinnici era a capo di una delle Procure più
sotto pressione dai poteri occulti, politici e non. Lavorava e basta,
applicava la legge e commentava poco, indagini e decisioni legislativi.
Rileggetevi un classico, una della più rare e belle interviste
rilasciate. Su Falcone e Borsellino sarei retorico, ma ricordare che
siano stati avversati dagli altri gradi dello Stato è poco. Forse
è proprio per questo che i magistrati attuali, per paura o per
eccesso di emulazione, non si accontentano dell’importanza di lottare,
ma vogliono vincere, non ritengono importante distaccare il loro lavoro
dalla politica, ma vi si immergono. Certo, si dirà, una cosa
sono gli eroi, altra sono i normali magistrati. Eppure erano e sono
tutti dipendenti e l’essenza del dipendente è migliorare lo Stato
che lo circonda e non sperare che esso muoia. Sono due utopie, ma la prima
è indice di impegno che rifugge dal vittimismo, dalla ricerca
del sudiciume, non nei bassifondi ma nei salotti e dall’imbastardimento
mediatico che è molto meno onorevole di una sana giornata da
magistrato, passata per quindici ore fra carte, testimoni, documenti,
delinquenti e “signori”. Insomma, quasi mai, per credibilità
e per utilità ai magistrati conviene essere superiori e non “dipendenti”.
Angelo M.
D'Addesio
IL BLA BLA AL MASSIMO
LIVELLO
Secondo
Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, nel
nostro paese i livelli retributivi «sono piu
bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea».
E questo provoca, a cascata, una serie di inconvenienti:
i consumi sono anch’essi bassi; si produce poco; c’è
poco lavoro per le fabbriche; diminuiscono i livelli occupazionali
e insomma la ricchezza nazionale ne risente malamente.
Secondo
il Governatore, per porre rimedio alla situazione,
bisognerebbe riformare le regole dell’economia e della
spesa pubblica. Vaste programme, ma plausibile. In che
direzione, tuttavia? Bisogna, dice l’illustre oratore,
“aumentare l'efficienza e la competitività della produzione
interna, sostenere i redditi e i consumi delle famiglie,
assicurando la crescita dell'economia”. Belle parole.
Come spesso avviene, si indicano i fini e non i mezzi per
perseguirli. Quando poi l’oratore scende sul concreto, non è
che le cose vadano molto meglio. Si parla di una riforma “coraggiosa”
del sistema d’istruzione, in particolare superiore. E che significa?
Che bisognerebbe bocciare i somari? E lo si dice così,
en passant? Ci si rende conto che si dovrebbe rovesciare una
tendenza che dura da quasi quarant’anni, esattamente dal ’68?
Draghi
indica però altri scopi da perseguire; in materia
di flessibilità del lavoro, per esempio: “Vi sono
modi, sperimentati anche in altri paesi, per contemperare
le esigenze di imprese competitive con le aspirazioni
dei lavoratori che entrano nel mercato, con i [loro]
bisogni di stabilità». Vi sono modi. Bisognerebbe
conoscerli. E c’è il botto finale: «un innalzamento
dell'età effettiva di pensionamento può ricostruire
l'equilibrio fra attesa di vita, attività lavorativa
e modelli di consumo». E anche qui, chi dice di
no? Siamo tutti d’accordo. Ma non sono d’accordo i partiti
di estrema sinistra, attualmente, e proprio loro sono in grado
di bloccare il parlamento.
Inoltre,
se domani Berlusconi tornasse al governo, non sarebbero
più solo i partiti comunisti a bloccare l’azione
governativa, ma anche i moderati di sinistra, uniti
in una guerra santa contro Berlusconi: checché faccia.
Incluso il bene del paese.
Mario Draghi
da un lato dice delle cose inutili: finché non
si indicano i mezzi, ci si è limitati agli auspici,
con atteggiamento benedicente da monsignore; dall’altro
dice cose irrealizzabili in concreto, un po’ come quando
i topi avevano deciso, per evitare gli agguati del gatto, che
uno di loro andasse ad appendergli un campanello al collo.
Tutto questo
è molto triste. Il Governatore, sicuramente,
non è uno sciocco. E se dice cose che possono ragionevolmente
essere smontate in poche righe, significa che non può
dire altro. Significa che ci sono ben poche speranze.
L’Italia non può essere salvata non perché non
se ne conoscano i problemi, non perché non si conoscano
almeno un paio di soluzioni, a cominciare per esempio
dell’innalzamento dell’età pensionabile, ma perché questo
infelice paese è prigioniero delle ideologie e della
demagogia. Cosa veramente strana, se si guarda alla storia.
L’Italia
non ha conosciuto la Riforma. Un po’ per la presenza
del Papa, un po’ per un viscerale disinteresse per
lo spirito, la Riforma le è passata sulla testa senza
che si accorgesse della sua esistenza. Mentre altrove nasceva
l’Illuminismo, l’Italia rimaneva provinciale, marginale, formalmente
cattolica più per abitudine che per sincera convinzione.
Persino il Risorgimento è stato un fatto di pochi e
non di popolo. Se esso è arrivato a buon fine è più
per via di politica internazionale e per l’abilità di
un grande politico come Cavour che per autentica lotta popolare
e per meriti guerreschi. E tuttavia, questo popolo che
non si è interessato né di Dio, né della Dea
Ragione, né della Nazione, né di niente, s’è
alla fine entusiasmato per qualcosa: il socialismo. Probabilmente
perché non l’ha percepito come una teoria (quanti, fra quelli
che votano a sinistra, saprebbero definire il plusvalore?) ma
come un modo per ottenere più denaro. Il potere dei sindacati
e il fascino delle idee di sinistra si spiegano con queste ricadute
concrete. Si sono ammantate le speranze monetarie con paroloni
come giustizia sociale, rivendicazioni sindacali, servire il popolo
ecc. e in fondo s’è sempre trattato di una semplice richiesta:
“dateci più soldi”. Non importa se lavoriamo o battiamo
fiacca, non importa se l’impresa è prospera o rischia il fallimento
(esemplare la vicenda dell’Alitalia), non importa nulla, di ciò
che concerne l’economia in generale, come scienza e come situazione
del paese: importa solo che “vogliamo di più”.
Luciano Lama, corifeo di questa mentalità, arrivò
all’affermazione storica ed indimenticabile che “il salario
è una variabile indipendente”. Indipendente dal fatto
che l’impresa possa permettersi di pagarlo. Come se, in caso di
dissesto, l’impresa le banconote potesse stamparle.
Il trionfo
di questa semplice ideologia ha condotto a perdere
di vista ogni atteggiamento razionale. I sindacati –
così come i partiti di estrema sinistra – hanno capito
che il loro successo non è commisurato al bene
del paese, e nemmeno al bene dei lavoratori, ma alla rigidità
con cui sostengono le tesi più assurde e demagogiche. “Vogliamo
più soldi”. E poiché anche i partiti moderati
sono intimiditi, nessuno osa sostenere, per esempio, che o
l’Alitalia ridiviene produttiva, facendo perdere ai suoi dipendenti
molti indebiti vantaggi, oppure chiude. E se non si ha la forza
politica di dire questo, e di agire di conseguenza, come si può
pensare di riformare l’Italia?
Forse per
questo Draghi ha fatto un discorso da Papa. Un discorso
che ci aiuterà forse a guadagnarci il Paradiso,
ma non su questa terra.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 29 ottobre 2007
Perchè
in Iraq la vittoria è a portata di mano
E' giunto
finalmente il momento di dichiarare vittoria su al
Qaeda in Iraq? Solo qualche mese fa, sarebbe stato considerato
folle porsi una domanda come questa, ma ora alcuni
militari molto stimati, compreso il comandante delle
Forze Speciali in Iraq, Stanley McCrystal, ritengono che
sia quanto accade realmente sul campo a giustificarla.
I generali non vogliono alimentare l'illusione che la guerra
sia finita e insistono nel dire che c'è ancora molto
da combattere, mettendo in guardia dal ritenere al Qaeda ormai
agli sgoccioli, perché i terroristi che sopravviveranno
saranno ancora in grado di uccidere i soldati della
coalizione e gli iracheni. Nondimeno, è vero che in
Iraq si respira un‚aria di relativa tranquillità, anche
in zone che erano date per perse poco più di un anno
fa. Quanti hanno sostenuto che la sconfitta fosse definitiva
è giusto che rivedano la propria posizione.
Per la
precisione, quasi 13 mesi fa, il Marine più
alto in grado responsabile dell'intelligence in Iraq
scrisse che la già triste situazione nella provincia
di Anbar sarebbe andata ancor più deteriorandosi
se non si fosse provveduto a inviare una divisione aggiuntiva,
insieme a ingenti nuovi aiuti economici. Oggi, i vertici
dei Marine meditano su come andare via da Anbar, e non perché
ormai la considerino una causa persa, ma perché lì
al Qaeda è stata sconfitta.
A Fallujah,
alcuni Marine, lamentandosi, si sono rivolti così
a un ufficiale di mia conoscenza: "Non c'è più
nessuno a cui sparare, signore. Se si tratterà
solo di costruire scuole e ospedali, è a questo
che serve l'esercito?". Nell'area, gli sceicchi sunniti
si sono uniti ai Marine per cacciare via Al Qaeda, e questo
modello si è diffuso nella provincia di Diyala e anche
in molti quartieri della stessa Baghdad, dove gli sciiti
combattono i loro vecchi eroi dell'esercito del Mahdi.
Le truppe
britanniche stanno per lasciare Bassora, e in molti
si aspettavano che le milizie sciite sponsorizzate
dall'Iran avrebbero imposto il loro brutale dominio sulla
città. Ma questo non è successo. Il tenente
colonnello Patrick Sanders, di stanza vicino Bassora, ha
confermato che negli ultimi tempi la violenza è calata vertiginosamente
e di ciò attribuisce il merito all'operato della
polizia e dei soldati iracheni.
A riprova
dei crescenti successi, gli scettici spesso dicono
che mentre le operazioni militari procedono bene, non
c'è alcun segno di quella svolta che dovrebbe ricomporre
le fratture all'interno del corpo politico iracheno.
Ma i recenti sviluppi suggeriscono il contrario. Giusto qualche
giorno fa, Ammar al-Hakim, figlio e probabile successore
del leader politico sciita più importante del paese, Abdul
Aziz al-Hakim, si è recato nella capitale della provincia
di Anbar, Ramadi, per incontrare gli sceicchi sunniti. Il
suo gesto e le parole pronunciate sono state incredibili.
"L'Iraq non appartiene solo ai sunniti o agli sciiti; né
agli arabi, ai curdi o ai turcomanni", ha detto. "Oggi,
dobbiamo alzarci in piedi e dichiarare che l'Iraq è di
tutti gli iracheni".
Il richiamo di Hakim all‚unità
nazionale rimanda al pellegrinaggio che il vicepresidente
iracheno, Tariq al-Hashemi, sunnita, ha svolto
lo scorso mese a Najaf, l'epicentro dello sciismo iracheno.
Lì ha visitato il grande ayatollah Ali al-Sistani,
il massimo esponente religioso sciita. L‚incontro è
servito a supportare simbolicamente al-Sistani come la più
autorevole figura religiosa irachena. Hashemi, inoltre,
lavora da tempo a stretto contatto con Hakim e i suoi collaboratori,
così con i curdi. E tali sforzi per giungere alla
rappacificazione procedono rapidamente anche altrove. Il canonico
anglicano, Andrew White, ha organizzato vari incontri tra i
leader cristiani, sciiti e sunniti iracheni, i quali insieme hanno
invocato la riconciliazione nazionale.
Il popolo
iracheno sembra dunque essersi rivoltato contro i
terroristi, anche contro quelli in combutta con i Signori
del Terrore di Teheran. Le parole del colonnello
Sanders sono inequivocabili: "Lì giù a Bassora,
una terribile ondata di violenza si è scatenata contro
di noi e l'Iran ne è stato l'artefice. Ma ciò che
poi ha convinto le diverse milizie a unirsi è stato
il forte senso di appartenenza nazionale che li ha indotti
a respingere le interferenze iraniane".
Come
si può spiegare un tale cambiamento nel corso
degli eventi? Mentre i nostri vertici militari hanno
fatto molta attenzione ad attribuire la gran parte
dei meriti agli eccessi dei terroristi e al coraggio della
popolazione locale, la spiegazione più logica viene
dal vecchio David Galula, il colonnello francese che combatté
in Algeria e che in seguito, negli anni sessanta, ha scritto
Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice. Gaula
sostiene che le insurrezioni siano guerre rivoluzionarie
il cui esito è determinato dal controllo della popolazione
e dal suo supporto. Il modo migliore per affrontare simili
guerre è immaginare il gioco di ruolo chiamato "Go". All'inizio
i due giocatori hanno in dotazione una quantità
limitata di risorse, tutti hanno il supporto di una minoranza
del territorio e della popolazione. Entrambi possiedono delle
risorse nella sfera d'influenza del nemico. Il gioco termina
quando un giocatore prende il controllo della maggioranza
della popolazione e di conseguenza del territorio.
Chi riesce
a guadagnare il sostegno della popolazione vince
la guerra. Galula giunge alla conclusione che mentre l'ideologia
rivoluzionaria è centrale per generare l'insurrezione,
ha poco a che fare con il suo esito, che invece è
determinato dalla politica; come nelle elezioni, è
il popolo a scegliere il vincitore.
Nelle fasi iniziali del
conflitto, gli iracheni sono rimasti il più
possibile neutrali nel mero tentativo di sopravvivere.
Ma nel momento dell'escalation sono stati costretti a
fare una scelta, a scommettere sul vincitore, e la loro
scommessa automaticamente è divenuta la classica
profezia che si autoavvera. La popolazione ha la carta
vincente sul campo da gioco: l'informazione. Non appena gli
iracheni si sono accorti che stavamo per vincere, infatti,
hanno cominciato a darci informazioni sui terroristi: chi
erano, dov'erano, quali erano i loro piani, dove nascondevano
le armi e così via.
E' fin
troppo facile dire che ogni iracheno intelligente
preferirebbe noi ai terroristi: noi non vogliamo restare
a lungo, i terroristi promettono di restare per sempre
e di rendere l'Iraq parte di un califfato oppressivo.
Noi ce ne andremo in pochi anni e metteremo l'Iraq in
mano agli iracheni, mentre i terroristi - molti dei quali
sono burattini manovrati da potenze straniere - hanno intenzione
di consegnare il paese ad altri. Noi promettiamo la libertà,
mentre i jihadisti impongono il loro fascismo clericale
e massacrano i loro fratelli arabi e musulmani.
Tuttavia,
l'inclinazione nei nostri confronti non basta a spiegare
la drastica svolta che si è verificata.
La natura dei terroristi era ben chiara anche un anno
fa, quando le cose andavano male. Come osserva acutamente
Galula, "la parte che assicura una maggiore protezione,
la parte che si dimostra più minacciosa, è la
parte che sta per vincere, questi sono i criteri che
governano gli orientamenti della popolazione. Ancor meglio,
certo, se la popolarità e l'efficacia si combinano".
La svolta
c'è stata perché abbiamo iniziato a sconfiggere
i terroristi, ed è coincisa più o meno
con l'avvio del surge. C'è la tendenza a considerare
il surge al pari di un semplice aumento delle truppe,
ma l'elemento decisivo è stato il cambio di dottrina.
Invece di tenere la maggior parte dei nostri soldati
nelle sperdute e super fortificate basi militari americane,
lontani dall'epicentro della battaglia, abbiamo cominciato
a schierarli sul campo. Invece di reagire agli attacchi
dei terroristi, gli abbiamo dato la caccia. Abbiamo smesso
la finzione di essere in Iraq per addestrare gli iracheni
perché fossero loro a combattere la guerra. Invece, abbiamo
affrontato il nemico aggressivamente. E‚ stato a quel punto che
gli iracheni hanno fatto la loro scommessa decisiva.
Herschel
Smith, del blog Captain's Journal, ci offre una chiara
descrizione di quanto accaduto ad Anbar: "Non c'è
motivo di combattere un nemico che non può essere
battuto e che non ha intenzione di andarsene". Eravamo il
cavallo vincente, e gli iracheni lo hanno capito.
Non c'è dubbio che
i generali Petraeus e Odierno siano a conoscenza di
ciò. Dopo tutto, è loro strategia che ha
prodotto questi buoni risultati. Il loro riserbo nel proclamare
la vittoria su al-Qaeda e sugli altri terroristi in Iraq è
dovuto all'incertezza della battaglia politica che si svolge
sul fronte interno. Petraeus e Odierno, insieme ai nostri
soldati, temono che la classe politica a Washington possa
ancora "strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria".
Sanno che Iran e Siria sono ancora libere di colpirci lungo le
frontiere, e il generale Petraeus, lo scorso mese, ha avvertito
il Congresso che non sarà possibile vincere in Iraq se
la nostra missione rimarrà circoscritta entro i confini
del paese.
Non passa
giorno senza che uno dei nostri comandanti urli ai
quattro venti che gli iraniani operano in tutto l'Iraq,
e che potenzialmente tutti i terroristi suicidi sono
stranieri infiltrati dalla Siria. Abbiamo gravemente danneggiato
le loro forze sul campo di battaglia, ma queste possono
sempre incrementare gli attacchi, e ancora non abbiamo una
strategia diretta contro i Signori del Terrore a Damasco
e Teheran. E questo è un problema che non può essere
risolto solo da un'efficace strategia controinsurrezionale,
per quanto eseguita con successo.
Michael A. Ledeen - © Wall Street Journal
La pace non
si paga.
Nessuno
lo ha mai sentito parlare di cultura, scienza o sport
probabilmente perche' non sa cosa dire, ha chiesto ripetutamente
a Ehud Olmert di essere mandato come emissario di pace
in Siria, passa il suo tempo in giro per i paesi arabi a
fare promesse a nome di Israele, naturalmente senza alcun mandato.
Sto
parlando di Gahleb Majadele, sfortunato regalo a Israele
del partito laburista, dopo quello devastante di Amir
Perez.
Majadele
diventato non si sa come ministro della cultura, scienza
e sport, ministero di cui dovrebbe occuparsi ma
che dimentica di avere, troppo impegnato a viaggiare( anche
a spese mie!) in lungo e in largo per i paesi arabi nemici.
E' arabo
e nessuno lo tocca, chi lo fa rischia di essere tacciato
di razzismo!
Col
solito ritornello che noi siamo democratici e che
lui, parte della minoranza araba, puo' fare cio' che
vuole, Majadele e' arrivato a promettere, a nome di
non si sa chi ma purtroppo come ministro di Israele,
la svendita del nostro Paese.
Ricordo
che, sempre in nome della nostra democrazia,
non si poteva toccare nemmeno Azmi Bishara, ex
deputato arabo della Knesset , che andava in giro a diffamare
Israele, abbracciava siriani e hezbollah dicendo che
facevano bene a fare di Israele l'obiettivo dei loro missili.
Qualche suo "antidemocraticissimo" collega protestava,
lo definiva "traditore" , chiedeva gli fosse proibito di viaggiare
in paesi nemici, ma tutto si fermava di fronte alle urla
dei deputati arabi che in piedi e istericamente urlavano
"fascist" al malcapitato.
Il messaggio
era il solito "e' arabo, puo' fare quello che vuole,
chi si oppone e' razzista e fascista".
E cosi'
Bishara veniva accolto da tutte
le sinistre europee come il Messia, come colui che avrebbe
portato Israele a cessare di essere Israele, sogno
non segreto dei comunisti.
Poi
un giorno ecco che Bishara sparisce, dove e' dove non
e', alla fine veniamo a sapere che era scappato perche'
qualcuno si era finalmente accorto che l'uomo stava
facendo la spia per gli arabi e aveva passato a hezbollah,
suoi amici fraterni, un sacco e una sporta di informazioni
a danno di Israele, e lo faceva oltre che per odio anche
per soldi.
Oggi
l'intoccabile ex deputato arabo, il guru antisemita
delle sinistre mondiali e' in qualche paese arabo e si
guarda bene dal tornare in Israele dove sarebbe arrestato
e processato per spionaggio e tradimento.
Non
so come mai, forse alla luce dell'episodio di Bishara,
forse perche' vivendo in Israele ho avuto modo di
capire come si comportano gli arabi israeliani e anche
come sono naif gli ebrei israeliani, ho l'impressione, molto
spiacevole davvero, che questo Majadele, ministro della
Knesset per grazia ricevuta, ci fara' dei brutti scherzi.
A parte
il fatto non secondario che il Ministero della cultura,
scienza e sport e' senza un ministro efficiente,
il signor Majadele e' andato recentemente in Kuwait
a dire che "Israele e' pronto a restituire il Golan
come prezzo da pagare per avere la pace".
Dunque
questo "arabo che non si tocca" crede di essere anche
ministro degli esteri? crede di essere anche Primo
Ministro? Quale tipo di aberrazione mentale puo' indurre
uno a parlare in questo modo?
Esaminiamo
la frase di Majadele : "Israele e' pronta a restituire
il Golan".
Chi
glielo ha detto? Israele non ha intenzione di suicidarsi
e sarebbe un vero e proprio suicidio regalare
il Golan alla Siria di cui e' stato parte per soli 20 anni,
dal 1947 al 1967 a causa della politica britannica
filoaraba dell'epoca che diede a Israele meno del 10% del territorio
promesso nel 1922 dalla Societa' delle Nazioni.
Pero'
il punto piu' aberrante sta nella seconda parte della
frase "come prezzo da pagare per avere la pace" e
qui siamo al delirio, siamo alla depravazione dell'animo
umano.
Perche'
Israele deve pagare un prezzo per la pace? Israele
e' stata la vittima delle aggressioni arabe, Israele
e' stata attaccata dalla Siria con tre guerre, nel 48
per essere distrutta subito, nel 1967 per ritentare l'impresa
fallita e nel 1973 ultimo tentativo , perso anche quello,
per arrivare all'annichilimento del Paese.
La Siria
quindi e' l'aggressore, Israele la vittima dell'odio
arabo. L'aggressore ha perso tre guerre e la vittima
le ha vinte a costo di tanti morti e dovremmo ancora
pagare per avere la pace con chi ci ha sempre aggrediti?
Ma siamo
pazzi?
Il Golan,
storicamente ebraico, e' israeliano dal 1967, da
territorio brullo e' diventato un paradiso terrestre
di campi, vigneti, vita pastorale, migrazione di uccelli,
un Eden della natura e un motivo di grande orgoglio per
gli israeliani.
Ripeto
la domanda: perche' deve essere Israele a pagare per
avere la pace dal momento che sono stati sempre
gli arabi ad attaccare e a rifiutare il dialogo?
Ha "pagato
il prezzo" dopo aver vinto l'aggressione egiziana,
ridando all'Egitto il Sinai, ha dato ai palestinesi
la striscia di Gaza portando via quasi 9000 persone sradicandole
dalle loro case, facendo distruggere tutto il loro lavoro
quando i palestinesi hanno bruciato le serre.
Ha pagato
abbondantemente e senza risultati il prezzo di esistere
perche' regalare terra agli arabi non serve a niente,
ne hanno tanta da gettare, ne hanno a iosa. A loro la
terra non interessa , come non gli interessa la Palestina
se no l'avrebbero gia' fatta da anni. A loro interessa
rimpicciolire il nostro territorio per poterci attaccare
meglio e arrivare finalmente ad attuare il sogno della
Lega Araba, di Arafat e di quella parte di Occidente antisemita.
Per
andare a Annapolis a parlare di pace Israele dovrebbe
impegnarsi a pagare ancora una volta un prezzo altissimo
: dare ai palestinesi terre mai state loro, cioe'
Giudea e Samaria, Gerusalemme, parti del Neghev, alla
Siria il Golan e , naturalmente, far entrare in Israele milioni
di arabi per completare l'opera di distruzione.
Benissimo,
seguiamo il consiglio di Ahmadinejad e andiamo a
prepararci un posticino accogliente in Alaska non dopo
aver augurato stessa sorte ad altri paesi dove si posi piede
islamico.
Vorrei
dire a mister Majadele e a quelli che la pensano come
lui che Israele non ha nessun prezzo da pagare:
- Su
questa Terra gli ebrei hanno diritti storici
- Su
questa terra non esisteva nessuna nazione
- Israele
e' stata fondata con i voti delle Nazioni Unite,
quindi nel modo piu' legale in assoluto a differenza
di altri paesi dell'area nati grazie alla fantasia
di potenze come Francia e Inghilterra che con righello
e matita, tra un cognac e un sigaro, hanno segnato i confini
del Medio Oriente.
- Israele
ha ribadito i suoi diritti vincendo con pochi uomini
e pochissime armi la prima guerra di Indipendenza
scatenata dagli arabi , 6 ore dopo L'annuncio di Ben Gurion
agli ebrei:
"Noi,
membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della
Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento
Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della
fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù
del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione
dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo
la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà
il nome di Stato d'Israele."
Israele
non ha nessun prezzo da pagare.
Gli
arabi devono pagare per la loro violenza, per aver
impedito agli ebrei di vivere in pace nel loro paese, per
le guerre e per tutta la nostra gioventu' che hanno violentato
e ucciso.
Dovrebbero
chiedere scusa per il male fatto, per i morti, per
le guerre, per non voler accettare la presenza degli
ebrei nel loro legittimo stato.
Gli
arabi dovrebbero abbassare la testa, vincere odio,
violenza e superbia e chiedere perdono per averci
reso la vita impossibile, per aver portato a morire 23.000
giovani israeliani che avrebbero voluto dare solo carezze
e amore.
Israele
e' qui a testa alta, non ha niente da restituire
e nessun prezzo da pagare ma solo il diritto di esistere
in santa pace e tanto rispetto da ricevere!
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com
LA SVOLTA POLITICO-GIUDIZIARIA
DI REPUBBLICA ORA E’ GRAND GUIGNOL
Le due ali dei pool si mangiano
tra loro come cannibali
COME E PERCHÉ LA TRIBUNA
DELL’ANTIMAFIA CHIODATA ROVESCIA IL SUO GIUDIZIO
SULLA STORIA RISCRITTA DALLE PROCURE
Sui
magistrati del pool milanese, eroi di Mani pulite,
Eugenio Scalfari aveva avuto almeno l’eleganza del
dubbio. Dopo quindici anni aveva finalmente riconosciuto
gli stessi eccessi e le stesse sbracature raccontate
mille e mille volte da tanti altri giornali, a cominciare da
questo fogliuzzo di quattro pagine. Ma aveva preferito ammantare
la propria presa d’atto (la propria autocritica, stavamo per
dire) col tocco del gran signore: “Quasi tutti i giornali
li appoggiarono, anche il nostro allora da me diretto. Probabilmente
fu un errore”. Parce sepulto.
Il
grande necrologio di ieri, quello dedicato da Repubblica
agli eroi della procura antimafia di Palermo, è
stato invece offerto ai lettori con i toni sprezzanti di
chi ormai vede nel palazzo di giustizia di Palermo nient’altro
che rovine. Macerie popolate, manco a dirlo, da “giudici cannibali”
– “i protégés di Gian Carlo Caselli e la tribù
di Pietro Grasso” – che si azzannano per aggiudicarsi un
brandello d’inchiesta, che si nascondono le carte, che si
rinfacciano amicizie e appartenenze, che litigano persino su
chi è titolato a dirsi erede di Giovanni Falcone e intanto
continuano “a mangiarsi vivi come scorpioni nella bottiglia”.
Un linguaggio, sia detto senza compiacimento, che nemmeno il Foglio,
certo non tenero con i professionisti dell’antimafia chiodata,
si sarebbe mai azzardato a usare.
Ma
questo è ancora niente. Perché il lungo e sofferto
necrologio – tre paginate in apertura di R2, che è
il cuore nobile del giornale – porta la firma di due
cronisti, Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, storicamente
tra i più impegnati, si dice così,
sul fronte antimafia. Sempre presenti e attivi soprattutto
lì dove c’era da dare una mano agli slanci di quei
procuratori che oltre a volere affermare il sacrosanto principio
della legalità, volevano all’un tempo “riscrivere la
storia d’Italia”, portando prima alla gogna e poi alla sbarra
uomini politici e partiti che mal sopportavano la cosiddetta via
giudiziaria al socia- lismo. Ricordate gli anni dei processi
politici avviati da Caselli contro Giulio Andreotti, contro
Francesco Musotto, appena eletto presidente della Provincia,
o contro Corrado Carnevale, il giudice della Cassazione che solitario
e impudente si ostinava a chiedere il rispetto delle regole e dunque
dello stato di diritto? Bolzoni e D’Avanzo lo bastonarono per
benino. Sul “giudice ammazzasentenze” scrissero centinaia di articoli
e, come se non bastasse, fecero di quegli articoli un libro
senza appello, almeno a giudicare dal titolo: “La giustizia è
Cosa nostra” (Mondadori, 1995). Carnevale, alla fine, è
stato assolto con tutti gli onori. Non ha avuto le scuse, ma
forse il seme di un ravvedimento nell’animo dei suoi “inquisitori”
l’avrà pure gettato. Perché, dopo dodici anni,
lo stesso fuoco sacro adoperato per mandare al rogo lui, viene imbracciato
da Bolzoni e D’Avanzo per incenerire l’altare sul quale hanno
tenuto alto, fino a l’altro ieri, il nome di Caselli e dei caselliani
di Palermo: da Guido Lo Forte a Roberto Scarpinato, pubblici ministero
al processo Andreotti; da Antonio Ingroia a Domenico Gozzo,
pubblici ministero al processo Dell’Utri. Meglio tardi che mai,
si dirà.
Ma che cosa è
successo in questi ultimi giorni da indignare così
tanto Repubblica e le sue penne più pregiate?
Eugenio Scalfari, indirettamente
l’ha ammesso. Magistrati come Luigi De Magistris
o Clementina Forleo, che vanno da Santoro a Annozero
e sparano su tutto e su tutti, su Prodi e su Mastella, su
D’Alema e su Lojero, come facevano un tempo su Berlusconi o
su Previti o su Cuffaro, ormai lo spaventano. Ezio Mauro,
il direttore, in un’intervista a Tempi è stato ancora
più esplicito: “Non è che la magistratura,
poiché opera contro l’illegalità, può non
rispettare le regole”, ha detto. D’Avanzo non è stato
da meno. Ha disquisito, eccome, sul caso Forleo-D’Alema e ha
menato schiaffoni ai protagonisti dell’affaire Catanzaro, mettendo
in un unico fascio tutta la mala erba, quella degli inquisiti
e quella degli inquisitori. Ma chi poteva mai immaginare che nel
volgere di pochi giorni, in coppia con Bolzoni, avrebbe rivolto
la spada del giudizio anche contro Caselli e contro il santuario
procuratizio di Palermo? Invece è successo.
E’ successo che ai processi
politici di Caselli viene rimproverato – con un inchiostro
che sembra quello del Foglio – l’uso di “regole fluttuanti
(come i riscontri per le testimonianze dei pentiti)”
e di “fonti fluide (come il concorso esterno in associazione
mafiosa)”. Ed è successo pure che D’Avanzo accusi
i caselliani, in perenne guerra con i “pragmatici” sostituti
che fanno capo a Pietro Grasso e a Giuseppe Pignatone, di
essere impuniti e recidivi perché il fallimento
dei processi politici, come quello a Francesco Musotto,
assolto in primo grado fino alla Cassazione, avrebbe dovuto
“sollecitare una riflessione critica nei procuratori perché
appare avventuroso, o addirittura pericolosamente autoritario,
che un potere dello Stato persegua con prove inadeguate un
altro potere legittimato dalla volontà popolare e annientato
da un’iniziativa che, alla prova del giudizio, si mostra avventata”.
Mizzica, sarebbe da dire visto che siamo in Sicilia
Ma la Sicilia, a questo
punto, c’entra di striscio. Paradossalmente è
solo un pretesto. Perché l’avvertimento fatto
da D’Avanzo alla nuora palermitana, vale per tutte le suocere
del regno, da Catanzaro a Milano, da Potenza a Torino:
i processi politici erano belli e buoni quando la funzionalità
delle procure era chiara e unilaterale; quando, riscrivendo
la storia d’Italia, si portavano i buoni al potere e i
reprobi al macello. Oggi – soprattutto se fatti così,
malamente – quei processi non servono più, e Palermo
ancora una volta diventa la metafora dell’Italia. Lì
c’è ancora la procura antimafia più forte e più
agguerrita, è vero. Ma la procura che un tempo osò
processare il Divo Giulio e pretendeva di incastrare nientemeno che
Silvio Berlusconi in persona, oggi non riesce nemmeno a inchiodare
un pesce di media taglia come Totò Cuffaro, perché nel
più bello del processo l’Ufficio si spacca e spaccandosi
offre lo spettacolo più indecente: metà dei sostituti
vogliono il presidente della Regione in galera per favoreggiamento,
mentre l’altra metà gli vuole subito appioppare il bollo
di mafioso e intanto accusa a mezza bocca i colleghi che rappresentano
l’accusa in aula di essere, se non proprio collusi, quantomeno
appiattiti sulle ragioni dell’imputato. Possiamo ancora chiamare
eroi un gruppo di procuratori così attorcigliati al proprio
orgoglio e alle proprie ambizioni da non sapere più distinguere
dove sta il bene (della politica, è ovvio) e dove sta il male?
Il necrologio di Bolzoni
e D’Avanzo, in fondo, ricalca l’interrogativo di
un letterato francese famoso, se non altro, per avere
scritto nel 1727 una singolare storia dei gatti visti
dai topi. Aveva egli stesso un nome gattesco, si chiamava
Paradis de Moncrif. Un giorno si chiese: ma se i gatti non
mangiano i topi a che servono i gatti? E rinnegò tutto
quello che aveva scritto in precedenza. Nel salotto di Madame
du Deffand lo considerarono un buon provocatore, quasi un rivoluzionario.
Un “débauché d’esprit”.
Dal
“Foglio” del 26 ottobre 2007
PADRE PIO E SILVAN

I
n un articolo
del Corriere della Sera del 25 ottobre 2007 (che
si riporta in calce) si parla di Padre Pio da Pietrelcina
e si mostra come i diversi pontefici abbiano avuto
nei suoi confronti atteggiamenti molto diversi: dalla tolleranza
ad un’aperta ostilità. Fino a parlare addirittura
di “immenso inganno” e “disastro di anime”.
Il lettore rimane sconcertato. Mentre per Woityla
Padre Pio era un santo (prova ne sia che lo beatificò)
per altri pontefici il frate era più o meno un imbroglione
o comunque uno che sfruttava il bisogno di magico della
gente; uno che rendeva la fede quasi un fenomeno da baraccone.
E se erano in disaccordo coloro che occupavano il soglio
di Pietro, figurarsi se in questa sede si è in grado
di arbitrare la diatriba.
Se si ha tendenza a credere al magico, o più in
generale al soprannaturale, si ha anche tendenza
ad interpretare in questa chiave i fenomeni che si osservano.
Ai tempi di Pericle probabilmente moltissimi credevano
veramente che il fulmine avesse a che fare con la collera
di Zeus e ancora oggi un illusionista come Silvan si crede
in obbligo di ripetere ad ogni spettacolo che ciò
che mostra non è frutto di magia ma di trucchi. Questo
è molto interessante. Se la gente avesse buon senso, dovrebbe
avvenire il contrario: il mago, per fare ancora più effetto,
dovrebbe rivendicare il possesso poteri sovrumani; e il
pubblico dovrebbe ridergli in faccia. Il fatto che sia lo
stesso Silvan a dovere avvertire il pubblico dimostra quanto
pronto esso sarebbe a credere al miracolo.
Del resto, miracolo deriva da mirari, meravigliarsi:
e come non meravigliarsi dinanzi a qualcuno che
sulla scena fa cose che credevamo impossibili?
Questo fa tornare in mente una preziosa osservazione
di Ernest Renan. A proposito della storicità
dei vangeli egli disse, molto semplicemente, che un laico
non può considerare opera storica, e tanto meno
opera storica affidabile, un libro che parli di miracoli.
Dunque coloro che sulla storicità di quei testi
si basano per la loro fede, in realtà mettono il
carro davanti ai buoi: credono ai vangeli perché già
credevano alla possibilità dei miracoli, mentre non
crederebbero ai vangeli se reputassero impossibili
i miracoli. Insomma i credenti sono pronti a credere
ben prima di leggere i testi sacri. Non diversamente da
un musulmano il quale realmente crede che Maometto sia stato
visitato da un angelo il quale gli avrebbe dettato il Corano.
Ecco perché la vicenda dei santi ha sempre due
facce. Per i credenti, santa Teresa d’Avila andava
in estasi; per gli psichiatri, soffriva di una
grave forma d’isteria. E come i credenti non possono
convincere gli psichiatri, gli psichiatri non possono convincere
i credenti.
Per quanto riguarda Padre Pio nessuno può nascondere
un certo imbarazzo dinanzi al fatto che qui le due
posizioni siano rappresentate da papi, da un lato
come dall’altro. A proposito dello stesso uomo. E poiché
non si può certo chiamare “laico” un papa, sarà forse
perdonata l’audacia di pensare che, pur essendo tutti loro
fermamente credenti, alcuni erano più di altri pronti
a subodorare l’inganno prima della santità. La santità,
quando diviene fenomeno popolare, per il protagonista
ha le sue brave ricadute positive. E forse proprio questo
preoccupava alcuni pontefici.
La verità dei fenomeni soprannaturali non può
costituire materia di discussione razionale: il miscredente
cercherà sempre la spiegazione (che forse Silvan
potrebbe dargli), mentre il credente, dinanzi al soprannaturale,
chinerà la testa e si affiderà all’Altissimo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 ottobre 2007
LA
LEGGE ELETTORALE
Qualunque
legge elettorale è sbagliata. O magari
qualunque legge elettorale è giusta.
Jonathan Swift, nei viaggi di Gulliver, racconta che
in un certo paese imperava una diatriba che aveva
diviso l’intero popolo. Ci si chiedeva se bisognasse
aprire l’uovo dal lato più largo (big end) o dal lato
della punta (small end), tanto che le fazioni si designavano
Big Endians e Small Endians. E il tutto conduceva ad una guerra
santa. L’intento dello scrittore era dimostrare che a volte
gli uomini si scontrano, versando persino sangue, su questioni
che un terzo può trovare del tutto assurde.
Qualcosa di analogo avviene riguardo alla legge elettorale.
La prima cosa da dire è che non ne esiste una
perfetta. Sarebbe perfetta una legge che piacesse a tutti,
mentre di fatto ogni formula favorisce o la governabilità
(ampia maggioranza) o la rappresentatività (presenza in
parlamento anche di piccolissimi partiti), o i grandi partiti
o i piccoli partiti, ecc. Nessuno può avere la pretesa
di suggerire qualcosa di “giusto” rispetto a qualcosa di “sbagliato”:
può al massimo proporre qualcosa di “migliore”, ma
col rischio di sentirsi dire, da chi è svantaggiato dalla
riforma, che è “peggiore”.
La legge elettorale attuale è stata imposta
alla coalizione di centro-destra dall’Udc di Casini
e Follini. Già per questo non si capisce perché
si parli tanto di Calderoni: è l’Udc che l’ha voluta.
Ma forse ricordiamo male. Comunque sia, questo sistema
ha certamente difetti, di cui i principali sono la mancanza
del voto di preferenza e la situazione che si determina
in Senato.
Per quanto riguarda le preferenze va detto che nessuno
è messo in lista da un partito se non piace
alla dirigenza dello stesso partito. Dunque il popolo
può scegliere i suoi rappresentanti ma solo all’interno
di una predeterminata rosa di nomi. In secondo luogo,
per molto tempo si criticò il voto di preferenza perché,
pur di ottenerlo, i candidati erano indotti al voto di
scambio, a grandi spese, alle promesse di favori, insomma
a un comportamento piuttosto riprovevole: la mancanza del voto
di preferenza limita la libertà dei cittadini, il voto
di preferenza induce i candidati al peggio, pur di ottenerlo.
Per il Senato va ricordato
che la differenza fra premio di maggioranza alla Camera – quello che ha permesso
all’Unione, con sei decimillesimi di voti in più, di avere una confortevole
maggioranza – e premio di maggioranza regionale (o qualcosa del genere) al
Senato, è stata richiesta ed ottenuta dal Presidente della Repubblica
Ciampi. Egli infatti, per ottenerla, rifiutò di firmare la legge proposta
dalla Cdl. E di questo nessuno parla. Ma ormai è acqua passata e ciò
che interessa è notare che la situazione dell’Unione al Senato non
è il frutto della legge: è il frutto dei voti espressi. Se
l’Unione avesse avuto una reale maggioranza (non sei decimillesimi per cento
in più alla Camera, e non duecentomila voti in meno al Senato), il
problema non si sarebbe posto. Come non si sarebbe posto senza la modifica
richiesta da Ciampi (in ciò incoraggiato dalla sinistra, sempre felice
di boicottare una legge di Berlusconi) e come non si porrebbe qualora, anche
con l’attuale legge, si vincessero le elezioni con un margine ragionevole.
Questo è il punto centrale. Il sistema attuale
consente a qualunque coalizione di governare senza
difficoltà, purché essa ottenga una
maggioranza non di poche migliaia di voti, ma – senza
voler dir molto – del due per cento, 52 a 48%. Che corrisponde
a oltre ottocentomila voti, non a 24.000.
Qualcuno ha proposto di estendere al Senato il premio
di maggioranza che si ha alla Camera. Bisognerebbe
dunque avere il coraggio di andare contro gli scrupoli
di Ciampi e dei suoi costituzionalisti di sinistra:
ma questo non piacerebbe per niente ai partitini. Con
la legge attuale anche Mastella, con poco più dell’uno
per cento dei voti, può imporre la sua volontà
al governo; mentre con un premio di maggioranza i partitini finiscono
col far parte del folclore e della coreografia. I grandi
partiti possono fare a meno di loro.
Nel dibattito politico sembra che riguardo alla legge
elettorale si sia giunti al dovere del pregiudizio.
Di una certa cosa bisogna dire incondizionatamente bene,
oppure incondizionatamente peste e corna, essendo esentati
dall’esaminarla. Nel caso dell’attuale sistema bisogna
dire che fa schifo, che è una porcata, ecc. E certo,
non c’è ragione di difenderlo a prezzo della vita. Nessuna
legge elettorale lo merita: ma qual è la sua colpa? L’ingovernabilità
non nasce da essa. Nasce dal pareggio elettorale e dalla pretesa
di Prodi di dire no alla mano tesa di Berlusconi, immediatamente
dopo le elezioni: una Große Koalition, se avesse resistito,
avrebbe risolto tutti i problemi di governabilità.
Qualcuno sostiene che bisognerebbe riformare questa
legge perché incombe un referendum che, passando,
peggiorerebbe ulteriormente le cose: ma anche
questo è un pregiudizio. È vero, abolendo le
norme della legge attuale, si introdurrebbe di fatto una nuova
legge, diversa anche dal Mattarellum: Ma chi dice che
essa non convenga a nessuno? In questo caso essa favorisce
i massimi partiti (Forza Italia e il Partito Democratico):
proprio quei partiti senza i quali non si riforma nessuna legge
elettorale e che dunque, malgrado i proclami, potrebbero esserne
ben contenti. Ecco perché si è sempre stati
scettici sulla possibilità di cambiare la legge elettorale.
Soprattutto in un Parlamento, come l’attuale, in cui chiunque
si senta danneggiato ha il potere di mettersi di traverso.
L’unica cosa “divertente”, in questa situazione,
è che stavolta chi non decide decide lo stesso.
Eccome se decide.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 ottobre
2007
La Giustizia
in Calabria maleodorante verminaio
Mentre il Consiglio superiore della magistratura
ha rinviato la discussione sulla richiesta del
ministro della giustizia Mastella e si è preso
due mesi di tempo per decidere il trasferimento del pm di
Catanzaro Luigi De Magistris, sono successe tre cose:la
suprema Corte di Cassazione ha annullata l'ennesima iniziativa
dello stesso De Magistris; è saltato fuori un esposto
del procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi alla
procura di Palermo che denuncia la presenza del giornalista che
rivelò la notizia in prossimità del Magistris lo stesso
giorno dell'iscrizione nel registro degli indagati del
presidente del Consiglio Romano Prodi; i magistrati di Catania
hanno chiesto la condanna a 14 anni e tre mesi di carcere
per concorso esterno all‚associazione mafiosa di Giovanni
Lembo, un ex sostituto della direzione antimafia di Messina,
che ha covato i suoi misfatti nelle procure calabresi.
De Magistris
aveva incriminato, nell'ambito dell'inchiesta
cosiddetta "Poseidone", un generale
della Guardia di Finanza, costringendolo alle dimissioni,
e aveva ordinato la perquisizione nella sua abitazione:
il Tribunale del Riesame ne aveva decisa la revoca,
De Magistris aveva fatto ricorso, la Cassazione ha rigettato
il ricorso e ha convalidato la revoca perché non vi
erano "i presupposti di legge" e ha messo così in dubbio
la stessa fondatezza dell'accusa. Non è che l'ennesima
sconfessione del De Magistris, nessuna delle sue più
clamorose operazioni è mai andata in porto, quasi tutti
i suoi indagati o imputati sono stati assolti, i suoi provvedimenti
sono stati annullati a ripetizione dal Gip, o dal procuratore
capo, che nemmeno ne veniva preventivamente informato,
o dal Tribunale del Riesame, o dalla procura di Salerno.
Una volta ha fatto
arrestare 57 persone, la metà dei fermi
non fu nemmeno convalidata,gli altri furono tutti
via via scagionati.
Ripetutamente fu denunciato,
anche con interrogazioni parlamentari, l'
"uso smodato"delle intercettazioni, da lui predisposte
anche quando il reato perseguito non le prevedeva e
non le consentiva: per poterle ordinare abusivamente,
De Magistris ricorreva all'espediente di contestare all'intercettato
"fattispecie giuridiche più gravi", per le quali
la norma le avrebbe potuto consentire in astratto.E'
andato avanti così per anni, fino a raccogliere interi
tabulati telefonici richiesti direttamente alle agenzie
telefoniche, senza passare per il ministero dell'Interno o
per quello delle Comunicazioni.
In questo modo De Magistris
ha messo insieme un archivio, rinchiuso in
un armadio blindato, che farebbe invidia agli agenti
del Sifar d'antan e che gli ha permesso di iscrivere nel
registro degli indagati, o di minacciare di farlo, persino
il capo del Governo e il ministro della Giustizia.
La maggior
parte di queste conversazioni private
di persone che non c'entravano niente
con l'indagato e con il reato che gli veniva contestato sono state pubblicate
sui giornali appena l'indagine di De Magistris
è partita, e quando