Napolitano ha sbagliato, nel difendere la
senatrice Montalcini. La senatrice vota in
Parlamento e dunque non è un più
fiore all’occhiello dell’Italia: è una parlamentare
che fa politica e determina il destino del paese. Come
tale, deve sì avere la libertà di votare
come desidera, e quali che siano le conseguenze per
il paese, ma ha anche il dovere di permettere che altri critichi
il suo voto ed anche lei stessa, come si usa in parlamento
nei confronti degli avversari politici. Non può pretendere
uno status di personaggio super partes perché super
partes non è. Nel momento in cui fa politica si pone
sullo stesso piano degli altri politici: dunque di quella
categoria ha tutti i diritti ma anche tutti gli oneri.
Finché lei stessa ha risposto sui giornali alle
critiche feroci di Storace, nulla quaestio, tutto
bene. L’errore lo commette Napolitano quando interviene
dall’alto pretendendo per lei uno status diverso e permettendosi
di dare dell’indegno ad un uomo politico. A questo punto, se
Napolitano prende posizione a favore di una senatrice
appartenente ad una fazione, non deve stupirsi se gli
si risponde per le rime. È lui che è sceso nella
discussione politica.
Probabilmente, l’anziano presidente è stato
in buona fede. Ha creduto di difendere una signora
e una senatrice che con la sua carriera scientifica
ha onorato l’Italia, ma questo non lo scusa. La sua è
stata una gaffe, anche costituzionale, e non può
stupirsi della risposta. Storace, se pure brutale nella sua reazione,
agisce con buon diritto: risponde ad un attacco politico
con un attacco politico.
L’unica, mesta conclusione, è che i Presidenti
della Repubblica parlano troppo. Per essere carismatica,
l’autorità dev’essere distante e quasi mitica.
Se essa si mette a cantare per il grande pubblico, come
faceva Nerone, non deve stupirsi poi se qualcuno fischia.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 13
ottobre 2007
CHI PORTA IL LUTTO PER I DINOSAURI?
Che si muoia è
un fatto risaputo ma ciò non toglie che la semplice
idea sia fastidiosa. Per questo - invece di dire di
qualcuno che è morto – si dice che “se ne è
andato”; che “non è più”; che “ci ha lasciati”
ed altre melensaggini. Perfino i romani, che pure erano gente
rude, dicevano del defunto che era andato “ad patres”, dai
suoi antenati; mentre gli americani contemporanei, nello sforzo
di rendere accettabile l’inaccettabile, arrivano a truccare
e imbellettare i cadaveri, in modo che non appaiano troppo
morti. Rischiando il reato di vilipendio.
La morte non si esorcizza con gli eufemismi.
Anche la migliore, quella nel proprio letto, circondati
dai propri cari, non raramente è schifosa. Si muore
soffrendo, rantolando, sudando, sporcando il letto.
Non come nei film, dove si chiudono delicatamente gli
occhi dopo qualche bella frase. La morte non si cura di essere
elegante e la sua impresentabile tragedia ricade come una mazzata
imprevedibile su chi è costretto a viverla. Perché
tutti, fino a quel momento, sono vissuti nel mondo degli eufemismi
e non sono minimamente preparati.
La morte è sentita come inaccettabile anche
per altri motivi. Nel nostro incompressibile
desiderio di respingerla ai confini dell’esistenza, tutti
tendiamo a credere che dopo tutto, sì, si può
lasciare questo mondo quando si hanno novant’anni o più,
ma noi e i nostri cari siamo tanto più giovani! Come
se il cancro, l’infarto e le mille malattie che possono distruggerci
dovessero avere il buon gusto di non attaccare mai chi è
nel fiore degli anni. E invece non solo si muore a vent’anni
per uno stupido incidente stradale (una delle principali cause
di morte), ma l’ictus cerebrale non risparmia i trentenni e la
leucemia falcia anche i bambini.
Il nostro patetico
sforzo di riordinare l’esistenza - con i vecchi che
muoiono solo in tarda età e i giovani che sono
tutti felici e innamorati - è una enorme, dannosa
panzana. Chi non ha questa fortuna non solo soffre, ma
crede di soffrire per un’ingiustizia capitata solo a lui.
In realtà non c’è nessuna regola distributiva. C’è
solo qualche scarna statistica che non consola in nulla il ventenne
che muore di cancro. Il suo caso sarà pure eccezionale
ma per lui è l’unico: e gli toglie la sua unica vita nel
momento in cui gli altri la stanno appena cominciando.
La morte è
assurda e rende assurda anche la vita. Che senso ha
tutto quello che si è fatto, se lo si guarda con gli
occhi di chi sta per morire? Qualcuno crede di trovare
una giustificazione enumerando ciò che ha costruito
e soprattutto i figli che ha messo al mondo: ma forse che
i figli non moriranno come lui? E che senso avrà la loro
vita? Se la nostra vita è assurda, ai figli si è donata
una vita assurda.
Qualcuno crede
che abbia senso la catena riproduttiva: non il singolo
individuo ma la specie umana. Questo punto di vista è
però contraddittorio: come può il complesso
avere senso metafisico se ognuno dei suoi componenti non ha
senso? Sommando un’infinità di numeri negativi, si ha forse
un totale positivo? Come non vedere che tutto questo è
un enorme, cieco, incosciente meccanismo biologico? Chi mai porta
il lutto per i dinosauri?
Bisognerebbe non
avere lo stupido sorriso dell’adolescente che crede
che non diverrà mai vecchio. Egli avrà ragione
solo se morirà giovane. Noi tutti dobbiamo guardare a
chi muore e a chi è morto non come a qualcuno che
ci è estraneo ma come a noi stessi un giorno o l’altro. La
famosa citazione di John Donne, resa celebre dal libro di Hemingway,
va completata con ciò che la precede e ciò che
la segue: “Never send to know for whom the bell tolls; it tolls
for thee” non mandare mai a chiedere per chi suona la campana
a morto: suona per te.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it -13 ott. 2007
SANTORO E LA BUONA EDUCAZIONE
Santoro dinanzi
al Cda della Rai ha sostenuto alcune tesi interessanti:
1) che un giornalista non può essere giudicato
da chi non è giornalista; 2) che non si può giudicare
una trasmissione senza averla vista, e infine 3) che Prodi
è un maleducato.
1) Che un giornalista
non possa essere giudicato da chi non è giornalista
è un’idea peggio che azzardata: è stupida. Sarebbe
come dire che il pubblico di un concerto, non essendo
composto di musicisti, non dovrebbe né applaudire
né fischiare. E dovrebbe giudicare uguali Uto Ughi
e un giovane diplomato di violino. È vero che ci sono
mestieri in cui il giudizio del pubblico è impossibile:
tutti ammirano Einstein perché lo ammirano i fisici:
cioè i competenti. Ma ci sono mestieri in cui ci si rivolge
al pubblico ed è il suo giudizio che decreta il successo o
l’insuccesso: e fra questi mestieri c’è, insieme con quello
del concertista, quello del giornalista. Dunque Santoro dice una
stupidaggine in linea con la propria arroganza, non con la propria
competenza.
2) Egli dice
poi che non si può giudicare una trasmissione
senza averla vista. Ma a parte il fatto che Prodi ha
prudentemente detto di averla giudicata “sulla base dei
resoconti”, chi impedisce, a chi ha già assistito a cinque
o dieci trasmissioni di questo conduttore di farsene un’idea?
Forse che bisogna essere andati a vedere l’ultimo film di Boldi
e De Sica, per sapere qual è il loro genere di umorismo?
Santoro forse ignora che c’è chi non vede le sue trasmissioni
da anni: perché ci si possono formare opinioni che non hanno
bisogno di riprove e in particolare, per le gogne televisive.
Per alcuni spettacoli, basta il genere per rifiutarli. Ecco
perché molti non hanno mai visto spettacoli della cosiddetta
“televisione del dolore”: sanno in anticipo che ne sarebbero
schiantati. Santoro si crede dunque un tale classico che bisogna
prima sia studiato con cura da specialisti, in ogni sua puntata,
ed anche nell’ultima, per avere un’idea su di lui? Non lo sa che
milioni e milioni di lettori abbandonano la lettura di un libro
dopo averlo appena assaggiato?
Certo, il nostro eroe avrebbe potuto essere più
prudente e parlare, invece che “di una trasmissione”, “di questa
trasmissione”, intendendo che essa era stata diversa dalle
altre: ma avrebbe dovuto dimostrarlo. Perché se fosse
stata uguale alle altre, si sarebbe potuto giudicarla negativamente,
a scatola chiusa, come le altre. Invece diversa non è stata,
se non per il suo obiettivo, un attuale ministro, che aveva i mezzi
per farsi valere. In realtà le sue parole hanno solo questo
senso: sono così bravo, ma così bravo, ma così
bravo e onesto e intelligente ed imparziale, che solo chi parla
per sentito dire può giudicarmi male.
3) Infine la
sua affermazione che Prodi è un maleducato è
assolutamente inqualificabile. Non solo Prodi è il
Presidente del Consiglio, e solo per questo merita rispetto,
se non personalmente quanto meno per l’Italia stessa,
ma in questo caso il Professore è totalmente innocente.
Ha solo dato un legittimo giudizio. E se chi la giudica male
è un maleducato, chi giudica maleducato colui che la giudica
male è semplicemente demente. Santoro costringe anche
chi non ama Prodi a difenderlo, e dimostra la propria perdita di
contatto con la realtà. L’esperienza con Berlusconi lo
ha disorientato. Infatti gli ha fatto ignorare che il Cavaliere
era un bersaglio facile, perché naturalmente gioviale e
incline al perdono; e perché c’è gente che darebbe ragione
a chiunque l’attaccasse, anche se gli sparasse. Mentre con Prodi
è tutta un’altra musica. Non solo c’è gente che lo
difenderebbe anche nei casi peggiori (si pensi alla vendita della Sme)
e gli perdonerebbe qualunque cosa, incluse le prescrizioni di Silla,
ma l’uomo è notoriamente rancoroso e incapace di dimenticare
il minimo torto. Dunque il caro Santoro, quando gli sarà
presentato il conto, non troverà nessuna sponda, nessun
amico, nessun rifugio. Si è fatto gratis un nemico implacabile
e, per giunta, un nemico il cui odio è giustificato.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 11 ottobre 2007
IMMORALISTI
La vecchiaia dei
giornali porta consiglio, e se avremo la forza di continuare
è probabile che anche noi scriveremo, tra una ventina
d'anni, che Berlusconi era ineleggibile per via del conflitto
di interessi, Craxi un ladro di polli e Andreotti un mafioso
con la coppola incastrato da eroi in toga. Può essere ci
tocchi anche scrivere che la guerra in Iraq è stata
una carneficina inutile, che Dio non esiste e i preti sono tutti
pedofili, che la ministra Pollastrini era un genio politico,
il Benigni dello shoah-comics un profeta ispirato da Elia,
e quel Mordecai Richler della "Versione di Barney" uno scrittore
minore che voleva farci ridere con le barzellette sugli scozzesi.
Nell'attesa,
e cercando di tenerci sempre giovani, assistiamo
con rispetto, e anche una punta di venerazione, alla gioiosa
vecchiaia di Repubblica, divenuto un giornale davvero saggio,
al punto di rendere spesso obsoleto il nostro fogliuzzo. Ogni
giorno ha la sua rivelazione. L'antipolitica giustizialista di
Grillo è monnezza, per esempio, firmato Scalfari e Mauro,
fondatore e direttore. La tv di Santoro è barbarie, un
marchingegno in tutto simile alla gogna che intrappola i suoi fedeli
spettatori nella festa degli inganni, anche quando difende i giudici
eroi dalle minacce di trasferimento di un Mastella. Firmato D'Avanzo,
che non è il fratello di Sandro Ruotolo, ma fa lo stesso.
Quel Travaglio, poi, ha un ego smisurato, e Scalfari se la prende
con i suoi corsivi antipiduisti. Ollallà, deve essere
successo qualcosa, e non parliamo né di nemesi né di
ruotola, come preferisce Andrea Marcenaro.
La
faccenda si ingentilisce ulteriormente, e l'aura di
saggezza repubblicana si fa spessa e densa, si tocca con
mano, quando Scalfari ci concede a sorpresa, come è
avvenuto domenica, l'impensabile. Ricorderete il pool di Milano
che va in tv e affonda con un pronunciamento da repubblica
delle banane il decreto Biondi, l'ultima seria decisione
politica presa da un governo italiano, consistente nel vietare
la custodia cautelare in carcere usata come tortura per sradicare
un sistema democratico con mezzi giudiziari. B
Bene,
il fondatore del giornale riconosce che l'appoggio
concesso a quei magistrati star dell'ingiustizia fu un
"errore", e con questo è riscritta la storia recente
del nostro paese in uno dei suoi passaggi decisivi. Sull'uso
criminoso della giustizia e della tv siamo dunque a una virtuale
unificazione di Repubblica e del Foglio, e nell'attesa di invecchiare
con saggezza anche noi, ci godiamo la serena vecchiaia degli
altri.
Giuliano
Ferrara - Il Foglio
STORIA DI TONINO
Pur non facendo
niente di concreto, Antonio Di Pietro riesce ogni
giorno a fare parlare di sé. Di tutto si impiccia,
salvo che delle Infrastrutture di cui è ministro.
Il Ponte di Messina è saltato, l'Alta Velocità
ferroviaria è ferma, il bisogno di case intatto. A Tonino non
importa un piffero. Lui si occupa dei massimi sistemi: gli
eccessivi costi della politica, la moralità dello Stato,
la difesa d'ufficio delle toghe da cui proviene.
Ha preso di mira Mastella
per fatto personale. Clemente gli ha infatti soffiato il posto
di Guardasigilli cui aspirava. Non gliene passa una.
Dall'aereo di Stato preso col figlio per assistere alla
corsa automobilistica, all'indulto. Si è impancato
giurando che voli di Stato lui non ne aveva mai presi. Poi,
si è scoperto che li utilizza pure lui. Sbugiardato,
ha fatto il broncetto. Mentire per darsi un'aria da padreterno, è
una costante di Tonino che, a 58 anni, stenta a raggiungere lo stadio
adulto.
Anche la storia
dell'indulto 2006 è diversa da come la racconta.
Ogni volta che un manigoldo appena liberato sgozza la
vittima di turno, Tonino esclama: «L'avevo detto io».
Non è affatto così. Sulla clemenza ai delinquenti
che usano coltelli e pistole, Di Pietro era d'accordo.
Identico a Mastella, la considerava un ottimo espediente per
svuotare le carceri troppo piene. La differenza tra i due è
che l'ex pm di Mani pulite non voleva l'indulto per i reati
finanziari, societari e di corruzione. Scleroticamente ancorato
al suo passato, odia più i colletti bianchi degli assassini.
È per tenere in galera costoro che l'ineffabile, nell'estate
dell'anno scorso, manifestò davanti Montecitorio. Pareva
una macchietta, ma inaugurò la moda del gabinetto Prodi:
quella di ministri e sottosegretari che urlano in piazza contro
il governo di cui fanno parte.
Di Pietro si è dato al teatro, incapace
di fare di più. L'ex pm ha scoperto a sue
spese che è più facile sbattere un tizio in
galera con uno schiocco di dita che ottenere risultati
in politica. Capì l'antifona diventato ministro dei
Lavori Pubblici del primo governo Prodi nel 1996. Fanatico
del decisionismo, rodomonte come pochi, decise di risolvere
in un giorno il cinquantennale problema degli affitti. Convocò
i sindacati a Porta Pia - sede del ministero - e li catechizzò:
«Entro stasera troviamo l'accordo, domani faccio
un decreto legge». Fecero invece una matassa di lana
caprina e non approdarono a nulla. Si arrivò a una micro
sistemazione degli affitti solo due anni dopo, quando Di Pietro
era già fuori dal governo e vagolava come un'anima in
pena.
Da allora, appresa
la lezione, Totò fa solo ammuìna. Va
in tv, si eccita, fa il viso da matto, spara a zero. In questo
anno e mezzo al governo, ha minacciato di farlo cadere più
volte di quante non abbia sfogliato un libro. Ma è
tutta fuffa. Esemplare il suo atteggiamento nella faccenda
Visco-Speciale. Assodato in tribunale che l'attacco del viceministro
ds al generale era stato illegittimo, Totò ha tuonato:
«Visco faccia un passo indietro». Duro come roccia,
l'inflessibile ex pm pareva deciso a esigere le dimissioni
del fiscale di Foggia. Tutto il centrosinistra a disperarsi per
la crisi imminente. Bene. Quattro giorni fa' i senatori di Italia
dei Valori - il partito dell'ineffabile - hanno votato compatti
fiducia e stima a Visco. Tonino ha dichiarato euforico: «L'assalto
di Berlusconi è stato respinto». Aveva fatto
tana due volte: era al centro dell'attenzione e si era tenuta
stretta la poltrona.
Nessuno crede
più alle sue grida. Chi lo conosce meglio, lo
snobba più degli altri. Sono legioni quelli che,
fatto un tratto di strada insieme, lo sfuggono come cosa
non grata. Dopo l'uscita di Tonino dal pool di Milano, il
suo capo, Borrelli, precisò: «Mai andati oltre
il lei». Il suo responsabile legislativo ai Lavori Pubblici
nel '96, Mario Cicala, magistrato anche lui, abbandonò
l'incarico dopo appena due mesi. Scomparsi in massa gli illusi
della prima ora che credevano di combattere con l'ineffabile la
battaglia della moralità: i Federico Orlando, i Willer
Bordon, i Mirko Tremaglia. Nessuno ha mai detto con chiarezza
cosa li abbia delusi. Ma da un accenno di un ex fedelissimo, Elio
Veltri, si può arguire che a respingerli sia l'inveterata disinvoltura
dell'autoproclamato moralizzatore. La stessa che da magistrato
lo spinse ad accettare l'indimenticata Mercedes e il prestito
senza interessi di 120 milioni. Di lui, Veltri ha detto: «Dall'Italia
dei Valori all'Italia dei valori immobiliari». Felice gioco
di parole che ha spalancato un ghiotto scenario di mattoni.
Tonino è titolare di una società immobiliare,
la An.to.cri. srl, dalle iniziali dei figli di primo
e secondo letto: Anna, Totò, Cristiano. Con l‚aziendina
di famiglia, il ministro delle Infrastrutture ha acquistato
due appartamenti. Uno a Milano di nove vani da Marco Tronchetti
Provera e uno a Roma di 10,5 stanze. Entrambi sono stati
comprati con un mutuo, rispettivamente di 300mila e 400mila
euro. Le due case sono state poi oculatamente affittate dall'ex
pm al suo partito - Idv - a un prezzo superiore alle rate dei
mutui.
Altrimenti detto,
con i soldi del finanziamento pubblico, l'Idv versava
al suo leader l'ammontare mensile del prestito bancario,
più una mancetta per le piccole spese, dalle cravatte
per andare a Ballarò, alla tintoria quando deciderà
di farci un salto invece di tenere i vestiti stazzonati.
I giornali si sono accorti della faccenda quest'estate.
È parsa poco bella e l'hanno denunciata. A frittata fatta,
Di Pietro ha venduto di corsa gli appartamenti. Ora, è
molto liquido e vedremo quale sarà la sua prossima mossa
nel campo del mattone.
Intanto ha trasferito
il quartiere generale romano dell'Idv, affittando
l'ex sede Psdi di via Santa Maria in Via, due passi da Palazzo
Chigi. Per un curioso caso, nello stesso edificio c'è
la redazione di Italia Oggi, il quotidiano che ha svelato
la gabola dei due appartamenti. E poiché Tonino urla
durante le riunioni di partito le più interessanti finiscono
in pagina a puntate. Certo, questo insieme, è una
maledizione per l'ex pm. Però, se l'è cercata. Nel
mondo complesso in cui viviamo, un conflitto di interessi
anche piccolo, come l'intreccio mutui-affitto-Idv, è
sempre in agguato. Ma se a fare il passo falso sono i moralisti
24 ore su 24, è fatale che i primi a essere travolti
dal meccanismo innescato siano proprio loro. Vale per tutti i
moralizzatori della domenica, da Di Pietro a Beppe Grillo.
Nato nel contado molisano di Montenero di Bisaccia,
Tonino fu dirozzato nel seminario di Termoli
dove imparò a bere il latte nella tazza anziché,
secondo la sua leggenda, abbeverarsi alle mammelle
della mucca. Prese un diploma di perito industriale ed
emigrò in Germania. Fu assunto da una fabbrica di
posate e messo a lucidare cucchiai. Nonostante lucidasse da
dio, decise di tornare in Italia e profittare delle leggi post '68
che aprivano indiscriminatamente gli accessi universitari
per iscriversi a 23 anni, lui perito tecnico, alla Facoltà
di Legge della Statale di Milano. Si laureò nei tempi
canonici, senza però mai colmare le lacune nel latino
di cui la giurisprudenza è ricca.
I suoi sfondoni
sono così esilaranti da aizzare quel bello spirito
di Alfredo Biondi, suo collega parlamentare ed ex Guardasigilli.
Biondi, se c'è Di Pietro in Aula o in commissione,
sforna continui brocardi latini unicamente per godersi gli
occhi a palla di Tonino che li scambia per cinese.
L'estraneità
alla lingua delle Pandette stava per giocargli
un brutto scherzo anche nel secondo tentativo di superare
il concorso in magistratura. Presidente della commissione
era Corrado Carnevale, giudice severo e garantista che subì
poi un calvario perché sgradito alla parte forcaiola della
magistratura. All'interrogazione di Diritto romano, Tonino
maltrattò il latino suscitando lo sdegno del commissario
che si pronunciò per la bocciatura. Carnevale, che si
era commosso leggendo il curriculum del molisano - contadino,
emigrante, operaio, etc. - intervenne e gli fece un po' di
domande per metterlo a suo agio.
Su alcune fece
scena muta, ad altre rispose in pittoresco dipietrese.
La commissione, imbarazzata, era orientata a fargli
ripetere il concorso una terza volta. Ma Carnevale, dominato
dal buon cuore, mise in luce le umili origini e la buona
volontà del candidato. Alla fine la spuntò e Tonino indossò
la toga. Cosa ci abbia fatto, è noto a tutti. Tanto che,
anni dopo, Carnevale ripensando al suo ruolo in quella risicata
promozione, disse: «Non lo rifarei mai più».
Da ormai dodici
anni, l'ex pm è parte dell'esaltante panorama
della Seconda Repubblica in cui si è intrufolato
a forza, scardinando a suon di manette la Prima. La sua
utilità è zero. Resta la consolazione che
non sia più magistrato.
Giancarlo
Perna per Il Giornale - 8 Ottobre 2007
LE TRICOTEUSES E IL SERPENTE DI MARE
Il serpente
di mare è, giornalisticamente parlando, una
notizia priva di fondamento ma sensazionale, dice il
Devoto-Oli. E per il fatto che è sensazionale
ha una lunga vita. Malgrado mille smentite. Custer non sarà
mai retrocesso al suo vero grado di tenente colonnello; Lord Brummel
non sarà mai retrocesso a Beau Brummel prima e
a fallito demente ricoverato in un manicomio francese poi;
Machiavelli sarà sempre considerato colui che ha detto
che “il fine giustifica i mezzi”, benché non sia vero,
e infine le tricoteuses non saranno mai considerate ciò
che effettivamente furono: delle donne che stavano nel pubblico
dell’assemblea. Tutti le considerano tifose da stadio delle
esecuzioni capitali durante la Rivoluzione. Esse,
si dice, stavano sotto il palco per godersi le esecuzioni:
e che questo fatto non sia vero non importa. Chi scrive l’ha
perfino fatto notare a giornalisti del calibro di Montanelli
o Sergio Romano (che l’ha ancora scritto nell’editoriale di sabato
scorso), senza ottenere nulla: il serpente di mare, in eccellente
salute, continua a nuotare.
La dimostrazione
della falsità di questo aneddoto si trova in
qualunque serio libro di storia. Già il Grand Larousse
Encyclopédique, vol.10, pag.495 (Paris, 1994)
scrive: “Tricoteuses: n.f. pl. Hist. Nome dato, durante la
Rivoluzione, alle donne che assistevano assiduamente
alle sedute delle assemblee popolari, lavorando a maglia”. E solo
a titolo di esempio si riporta un testo – uno fra mille – di
storia (del femminismo), seguito dalla sua traduzione. Per gli
interessati, ecco il riferimento internet: basta cercare
Féminisme su www.fr.wikipedia.org.
À partir de 1792, l'entrée
en guerre de la France conduit certaines à
se battre aux frontières tandis qu'en 1793 se développe
à Paris un militantisme féminin, porté
par des femmes du peuple parisien proches des sans-culottes.
Les deux cents femmes du Club des citoyennes républicaines
révolutionnaires créé le 10 mai 1793
par Claire Lacombe et Pauline Léon,
les « tricoteuses », occupent les
tribunes publiques de la Constituante et apostrophent les
députés, entendant représenter
le peuple souverain. Leurs appels véhéments
à la Terreur et à l'égalité,
leur participation à la chute des Girondins
et les autres manifestations spectaculaires des «
enragées » allaient leur valoir une image de furies
sanguinaires qui nourrirait longtemps les répulsions
du pouvoir masculin. Claire Lacombe propose d’armer les femmes.
Cependant,
plus que les excès d'une violence largement
partagée à l'époque, ce sont d'abord
les réticences des hommes au pouvoir qui
excluent ces femmes de la sphère politique. La plupart
des députés partagent les conceptions
exposées dans l’Émile de
Rousseau d'un idéal féminin
restreint au rôle de mères et d'épouses,
rares étant ceux qui, comme Condorcet, revendiquent
le droit de vote des femmes au nom de la lutte contre
le despotisme et l’esclavage.
(A partire dal 1792,
l’entrata in guerra della Francia spinge alcune
donne a battersi alle frontiere mentre nel 1793 si
sviluppa a Parigi un movimento militante femminile, sostenuto
da donne del popolo parigino, vicine ai sanculotti.
Le duecento donne del Club delle cittadine repubblicane
rivoluzionarie, creato il 10 maggio 1793 da Claire
Lacombe e Paule Léon, le “tricoteuses”
(quelle che lavorano a maglia, per passare il tempo
mentre ascoltano i dibattiti, Nota del traduttore), occupano
le tribune pubbliche della Costituente e apostrofano i deputati,
poiché intendono rappresentare il popolo sovrano. I
loro appelli veementi al Terrore e all’uguaglianza,
la loro partecipazione alla caduta dei Girondini
e le altre manifestazioni spettacolari delle “arrabbiate” finirono
col valer loro un’immagine di furie sanguinarie che avrebbe
a lungo dato occasione alle ripulse del potere maschile.
Claire Lacombe propone di armare le donne.)
Tuttavia,
più che gli eccessi di una violenza largamente
condivisa all’epoca, sono innanzi tutto le reticenze
degli uomini al potere che escludono queste donne dalla
sfera politica. La maggior parte dei deputati condividono
le concezioni esposte nell’Emile di Rousseau
di un ideale femminile limitato al ruolo di madri e di spose,
essendo rari coloro che, come Condorcet, rivendicano il diritto
di voto delle donne in nome della lotta contro il dispotismo
e la schiavitù.
Questa la storia.
Come si vede, nessuna ghigliottina, nessun Sanson
che taglia testa “a passo di carica”, come ha scritto
Sergio Romano. Certo, le tricoteuses non erano un fior
di gentildonne e molte decapitazioni, o forse tutte, le avrebbero
applaudite. E infatti il risultato finale fu che, per la
tranquillità dei dibattiti, furono escluse dal pubblico.
Ma questo non è sufficiente per trasportarle di peso
e in gruppo dall’Assemblea in Piazza della Rivoluzione.
Conclusione:
questa precisazione è vera, innegabile e incontestabile.
Ma questo non impedirà che domani, e dopodomani,
e un altro giorno ancora, qualche persona colta, per mostrare
la propria conoscenza degli aneddoti, oltre che della grande
storia, parli delle tricoteuses che sferruzzavano sotto la
ghigliottina. Magari in compagnia del Generale Custer e di Lord
Brummel.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it - 10 ottobre 2007
LA NEMESI DEI GIUSTIZIALISTI
DI IERI NON È TRAGICA, MA RIDICOLA
La nemesi è
un grande schema tragico, e consiste nel rovesciamento
del male sul male. Uccidi e sarai ucciso, odia e sarai
odiato, insuperbisciti e sarai umiliato. Ai giorni nostri
la nemesi fa ridere, è roba casereccia, un caso
di cronaca civile prevedibile, scontato. Ne è attor
giovane il conduttore televisivo de sinistra, il Conduttore
Unico delle Coscienze o CudC. Quante volte lo avete visto
far scattare la tagliola su-lo zampone del parlamentare socialista,
democristiano, liberale, repubblicano, socialdemocratico,
prima della fine della vecchia Repubblica. E quante volte la
belvetta ha afferrato per la gola l'avvocato d'affari del centrodestra,
il mafioso presunto del giro di Andreotti, il tangentaro che succhia
il sangue del popolo?
Quante
volte abbiamo visto i teatri riempirsi di cartelli
maniacali e paranoici, di folle eccitate dall'odore
del sangue, plaudenti e fischianti, e imbonite dal
testimone senza macchia e senza paura, dal caso umano che
la dice lunga sulla crudele indifferenza del potere, dal
magistrato che interpreta la maestà e la dignità
dello stato contro i politici, nemici di ogni verità e parenti
di ogni vergogna
Negli
anni del terrore giustizialista nacque, crebbe e
prosperò in televisione questo format che non ha paragoni
in alcun paese del mondo, un romanzaccio popolare
fatto di mafia e malaffare, eroismo e accusa solitaria,
il tutto mescolato alla calunnia e alla connivenza
con quella parte del potere che giocava le sue carte in
famose carriere di stato, in ambizioni politiche mal dissimulate,
in egotismi e solipsismi del peggior giornalismo.
Si
saldò una catena inossidabile di solidarietà
durature tra il CUdC e i grandi giornali dei gruppi coinvolti
nelle inchieste sulla corruzione dei partiti, che volevano
salvarsi l'anima e il portafoglio; si saldò
come una trincea comune con i partiti di sinistra, le folle
fiaccolanti sotto il palazzo di giustizia, gli antenati dei
girotondi nella forma del popolo dei fax, e alla testa
di tutti i pm e i pool che passavano le carte, indicavano la
preda, fornivano i testimoni e le circostanze giuste per la
caccia grossa.
La nemesi è
arrivata, come per la virata razzista di Grillo
contro i rom, con la spavalderia di una carica a cavallo
all'incontrario, d'improvviso, e ora comincia a incalzare
le resistenze dell'establishment sopravvissuto alla bufera
degli anni Novanta. Ma naturalmente è tutta una parodia.
E' una farsa, non è più se Dio vuole una tragedia.
Così le vittime illustri della Forleo riescono a scappare
a Strasburgo con un sotterfugio firmato da Guido Rossi e Guido
Calvi, non devono rifugiarsi in latitanza ad Hammamet. Il
ministro della Giustizia incassa la pronta solidarietà
di Prodi in persona, e l'uso criminoso della tv di cui aveva parlato
il banditore dell'editto di Sofia può prendere le sembianze
di un più posato avanzare critiche contro una tv "poco
seria e non professionale".
L'unità
a difesa è più larga, gli ispettori riescono a fare
il loro mestiere per mettere sotto osservazione
i pm troppo disinvolti, passano tra blande proteste
le leggi e i decreti sulle intercettazioni, e l'opposizione
di oggi, quella che stava sulla graticola ieri, ha un tratto
particolare di fair play, è in condizione di negoziare
il suo appoggio alla carica antigiustizialista e lo
fa senza tentennamenti.
La
nemesi mostra nudo lo spettacolo d'immoralità del
moralismo in cui una generazione di italiani è stata
cresciuta, a pane e menzogna si potrebbe dire. Le manca
il lato tragico, ma ha aspetti grotteschi, soprattutto
quando l'energia dell'antipolitica selvaggia, coltivata
e concimata per anni dalla più sfrenata demagogia anticraxiana
e antiberlusconiana, travolge le deboli difese di
un ceto che per salvarsi è disposto a barattare con
il diavolo anche la propria dignità.
Tutto sommato
i mostri del vecchio potere erano nel campo
dell'onore, e hanno fatto fronte come potevano alla
grande epidemia di freddolosa onestà collettiva che ha
travolto il paese. Alcuni si sono persino suicidati come i grandi
bancarottieri insolventi dell'Ottocento. I mostriciattoli del
potere nuovo scappano invece con le braghe in mano e si fanno
difendere dai loro stessi avversari, il che risulta più
efficace (ce la faranno, vedrete, a evitare gli effetti più
letali della nemesi), ma non certo più bello a vedersi.
Giuliano
Ferrara per Il Foglio
IL TUNNEL DEGLI
ERRORI
Con le difficoltà
e la contestazione diffusa che il protocollo sul
welfare di luglio incontra tra i lavoratori di molte
grandi aziende, il centrosinistra sta pagando un conto
salatissimo per i propri peccati della legislatura passata.
E sì che quel protocollo avrebbe non pochi meriti;
ma essi sono in gran parte vanificati, sul piano politico, da
due errori molto gravi che lo hanno preceduto: errori di opportunismo
e di faziosità. Un primo errore nel 2004, quando il centrodestra
approvò la riforma Maroni, che portava l'età minima
per la pensione da 57 a 60 anni dal 1° gennaio 2008. Le teste
pensanti dell'opposizione sapevano e sanno benissimo che a quell'obbiettivo
si sarebbe dovuti comunque arrivare: tant'è vero che l'accordo
governo-sindacati da loro voluto e difeso prevede questo stesso
risultato finale, sia pure differendone gradualmente il raggiungimento
di tre anni. Se a quel tempo almeno i partiti maggiori del centrosinistra
fossero stati lungimiranti, essi avrebbero riconosciuto onestamente
che il governo Berlusconi stava facendo la cosa giusta. Avrebbero
potuto criticare il modo in cui la faceva, con uno «scalone»
troppo brusco, e alcuni suoi altri difetti, ma avrebbero dovuto rinunciare
a cavalcare la protesta indiscriminata. Invece non hanno avuto
quel coraggio: hanno trovato più comodo e redditizio sparare
a zero su quella riforma, mescolandosi con chi sosteneva che l'età
pensionabile non andasse toccata, né allora né mai.
Se non fosse stato
commesso quell'errore, l'Unione, una volta andata
al governo, avrebbe potuto disporre di molti miliardi
utilizzabili per scopi assai più nobili e «di
sinistra» che quello di consentire di andare in pensione
ai 58enni. Per esempio: ridurre drasticamente le tasse almeno
sui salari più bassi; risolvere il grave problema
degli anziani non autosufficienti; ma anche investire risorse
nelle grandi infrastrutture indispensabili per lo sviluppo
del Paese. A causa di quell'errore l'Unione si ritrova invece,
come si suol dire, cornuta e mazziata: costretta a spendere
molti miliardi per differire al 2011 l'aumento dell'età
della pensione a 60 anni, con il bel risultato politico di
diventare ora essa stessa il bersaglio della protesta contro
quell'aumento.
È,
a ben vedere, un errore identico a quello commesso sulla
legge Biagi; e identica è la nemesi storica. Dal
2003 non hanno fatto altro che sparare a zero contro di essa,
presentandola come un attacco rovinoso ai diritti dei lavoratori;
nel 2006, perseverando nell'errore, nel loro programma elettorale
hanno indicato quella legge come il primo ostacolo da abbattere
sulla via della nuova politica del lavoro del centrosinistra.
Poi, però, quando hanno voluto adottare una misura incisiva
contro l'abuso di rapporti di lavoro precari, non hanno trovato
di meglio che applicare con rigore proprio la legge Biagi. E
al dunque, quando hanno dovuto individuare in essa qualche cosa
da abrogare, non hanno trovato di meglio che prendersela con il
più marginale e meno significativo dei suoi 86 articoli:
quello sul «lavoro a chiamata». Ma intanto, chi
lo spiega, nelle aziende, a milioni di lavoratori che quella legge
non costituisce più un attacco rovinoso ai loro diritti? Alle
elezioni politiche quei lavoratori si sono sentiti chiedere il
voto contro la legge Biagi, ora nel referendum sindacale si sentono
chiedere il voto per un protocollo che la conserva pressoché
integralmente. E poi ci stupiamo se sono disorientati?
Tra pochi
giorni nasce il Partito democratico. Se esso non saprà
voltare drasticamente pagina rispetto a questa vicenda
sconcertante, imparandone fino in fondo la lezione, la
sinistra italiana sarà condannata a impararla attraverso
molti anni di opposizione.
di
PIETRO ICHINO per il Corriere della Sera
La vera
storia di Veltroni: era comunista ed espelleva i dissidenti
"Nel 1995
gli chiesero per la prima volta: è mai stato
comunista? Walter Veltroni rispose con veemenza, spiegando
che no, non lo era stato: «Non ho mai partecipato
a un corso alle Frattocchie, non sono mai stato in una
scuola di partito, non sono neanche andato all'estero nei
Paesi socialisti». Però questo è un ricordo
«sbagliato», anzi, in un avventuroso viaggio
con una delegazione ufficiale della Fgci nella Germania dell'Est
nell'estate del 1973, al Festival mondiale della gioventù
comunista, scoccò proprio la prima scintilla dell'amore con
la sua futura moglie Flavia Prisco.
Fra gli elementi più interessanti
che emergono da Il piccolo principe, la biografia
di Marco Damilano, Maria Grazia Gerina e Fabio Martini
che esce per la Sperling & Kupfer martedì prossimo,
c'è uno scavo nel passato del futuro leader dell'Ulivo.
Ed è molto interessante rileggere le citazioni di
quando Veltroni era un militante a tutto tondo che i tre
autori hanno pescato negli archivi e nella pubblicistica degli
anni '70.
Ed è singolare quella piccola
«amnesia» sulla Germania dell'Est. Ci
vollero quattro anni perché, nell'ottobre del 1999,
in un'intervista rilasciata ad Antonio Padellaro, Veltroni
ritrovasse quella memoria smarrita: «È vero,
avevo 18 anni e una compagnia molto variopinta. C'erano Marco
Magnani, Ferdinando Adornato, Fabrizio Barca. Ma da allora
in poi non ho più messo piede in un Paese socialista».
Mai? «La prima volta che sono andato a Mosca è
stato nel 1990, ma era su invito di Gorbaciov, per parlare
di democrazia».
Che cosa disse in seguito Veltroni,
una volta diventato leader dei Ds, è noto.
Ad esempio quando alla Stampa, intervistato da Gianni
Riotta, nel 1999, dichiarò: «Comunismo e
libertà sono stati incompatibili. Questa è la grande
tragedia dopo Auschwitz». E poi la frase che sarebbe
diventata famosa: «Si poteva stare nel Pci senza essere
comunisti. Era possibile, è stato così».
Gli autori del libro ricordano l'irriverente risposta
del Manifesto, una prima pagina con una foto giovanile di Veltroni
e D'Alema accompagnata dal titolo scorticapelle: «Facevamo
schifo». Ma Veltroni non molla: «Io ero un ragazzo,
allora, ma consideravo Breznev un avversario, la sua dittatura
un nemico da abbattere».
Però il libro
va a cercare le prove e i palinsesti di
questa rielaborazione autobiografica, e trova qualche
citazione interessante: ad esempio quella del 1974, quando
il giovane Walter non dimenticava mai di inserire la parola
socialismo anche se parlava di droga: «I giovani
sognano una società più giusta e umana, quella
società per noi è il socialismo». Oppure
rintracciano un episodio agitato dei tempi in cui Veltroni
era leader della Fgci romana, l'espulsione di un gruppo
di giovani troppo «radical», Piero Galletti,
Maurizio Fabretti e - niente meno - che due futuri giornalisti
come Paolo Zaccagnini e Augusto Minzolini (il primo volto
noto al Messaggero, il secondo retroscenista della Stampa).
Galletti, nel suo ricordo, è feroce: «Veltroni arrivava
con la sua borsa di pelle piena di ciclostilati, vuota di
idee. Vestito da funzionario di partito, capelli pettinati,
pantaloni con la riga» (è il rancore di un ex). E il
ricordo di quella riunione che portò all'espulsione, non è
meno agitato. I dissidenti nel loro intervento urlarono: «Il
Pci vuole solo andare al potere, ha dimenticato i bisogni dei più
deboli». E Minzolini aggiunse: «Non sono d'accordo
con l'antifascismo, la politica estera e via disdicendo».
Le conclusioni di Veltroni? «Voglio chiudere questa
discussione ricordandovi che se siamo il più grande
partito comunista d'Occidente non è grazie alle vostre balle,
ma alla nostra capacità di fare politica».
I dissidenti
furono buttati fuori dal Pci (il buonismo era ancora
di là da venire...). Quello era un Veltroni che
citava Lenin, Stokely Carmichael (il leader del Black Power)
e poi naturalmente Marcuse. Quel Walter era simpaticamente
«ribelle» e usava una prosa che ovviamente oggi in
bocca a lui sembra aliena: «Compito nostro è strappare
l'educazione all'influenza delle classi dominanti, emancipare
culturalmente la forza lavoro». Oppure ruggiva di orgoglio,
rivendicando i suoi risultati: «Non c'è nessuno
che faccia più giornaletti, più ciclostilati e che
scriva sui muri più dei comunisti!».
Oggi,
dopo trent'anni, sarebbe ingeneroso chiedere conto
di ognuna di queste frasi. Nel passaggio dal leninismo
al kennedismo c'è un romanzo di formazione che queste
scarne parole lasciano intuire. Forse, a partire da questo
libro, anche Veltroni potrà aggiungere qualche parola
per colmare la distanza fra il suo presente e il suo passato, magari
proprio a partire da quella gita nella Germania di Honecker,
in Coppi Strasse, dove nacque l'amore della sua vita."
(Luca Telese Il Giornale 5 ottobre 2007)
Lavoratori…prrr!
Quello che
c’è da chiedersi è: sarà vero referendum,
quello che si terrà nei prossimi giorni in tutte
le fabbriche d’Italia, in cui si dovrà dire sì
o no al protocollo sul welfare? La domanda può essere posta
anche in altri termini, ovvero quanto pesano i lavoratori
e quanto conta questo referendum che non è né
pericoloso, né vincolante? Innanzitutto bisogna starci
dentro le fabbriche, verificare che le ragioni degli operai
siano fatte valere non solo nelle assemblee in via formale
ma nei momenti decisionali, nei momenti del voto. In queste settimane,
invece, dopo lo strappo della Fiom, la preoccupazione di media e
web, di esperti e politici, di dirigenti sindacali e perfino di dirigenti
aziendali e Confidustria si è concentrata sulla “crisi del
sindacato”, sui motivi e sulle possibili soluzioni e non sulle ragioni
della frattura fra sindacato e lavoratori. Insomma la parola d’ordine
è stata “non fallire l’impatto del referendum”. E così
i grandi sindacati hanno monopolizzato le riunioni, i dibattiti,
hanno fatto fronte comune contro i sindacati autonomi più piccoli
e quelli ribelli (ovvero i pochi accodatisi alla
linea Fiom), hanno affidato le loro
speranze al presenzialismo televisivo, radiofonico ed altro,
dei loro dirigenti ed hanno stretto alleanze aziendali preziose
con le fabbriche così che le defezioni rappresentative di
un governo e dei sindacati negazione dei loro stessi popoli possano
essere compensate caso per caso. Il referendum rischia così
di essere una schiacciante vittoria dei sindacati maggiori, quelli
che nelle fabbriche stanno al tavolo e non alla catena di montaggio
(ché questi ultimi dopo otto ore di lavoro non vedono ora
di tornare a casa e sanno bene che sedersi al tavolo non gli farebbe
guadagnare un centesimo di più) e questa schiacciante vittoria
è la conferma di una lobby sindacale sempre più lontana
dai lavoratori che lavorano e più vicina ai lavoratori che
trattano. E se anche non fosse così. E se pure miracolosamente
i lavoratori (o meglio i loro delegati o i delegati dei loro delegati,
in sintesi chi vota per davvero, ammesso che riesca a farsi sentire)
bocciassero l’accordo sul welfare, non ci sarebbe alcun vincolo in tale
bocciatura, nulla che potrebbe far spostare gli equilibri, visto
che i sindacati hanno già fatto muro e messo firma, gli industriali
idem e le parti politiche (anche quelle dell’estrema sinistra) hanno
sconfessato i loro operai. Cosa resterà agli operai? La solita
sensazione che tutto sia deciso dall’alto, che ci sia una gestione
della cosa-lavoro del tutto autonoma dalla base lavorativa. E gli
operai sono stati sfortunati in un altro senso. La loro protesta che
in altri tempi si sarebbe tramutata in cortei, in vere assemblee, è
stata fagocitata dalla “Grillite”, così è stato facile
per la politica e per il sindacalismo maestro, bollarla come protesta
anti-politica. L’ottusaggine politica e sindacale non vede (o preferisce
non vedere) che i tagli dell’Ires e dell’Irap rendono competitive
le imprese, ma non hanno ripercussioni sul salario lavorativo che lo
scorso anno e quest’anno subiranno ancora il gravame delle addizionali
Irpef regionali e comunali; operai con uno stipendio di 120 euro al
mese, vittime di un governo che sulla Legge Biagi ha scelto di non scegliere,
permettendo così al grosso dell’imprenditoria di rimanere nel
limbo di contratti flessibili per emergenze di produzione e del precariato
facile nei momenti di crisi. Cosa regge le imprese e cosa sostiene
un po’ più i lavoratori? L’aumento delle ore, i sabati lavorativi,
la minaccia che è meglio non scioperare, qualche piccolo
regalo per i premi di produzione. Mentre i sindacati chiudono
gli occhi sulla flessibilità mal riuscita, sulla questione
pensioni continuamente rinviata a data da destinarsi, sulle
pietose condizioni di lavoro, sul lavoro nero che c’è e conviene
a tutti (per primo al lavoratore). I lavoratori di fabbrica sono
come “cinesi altamente democratici”: si riuniscono, parlano,
votano, protestano, ma a differenza della Cina dittatoriale, dove
sarebbero soppressi, qui vengono ignorati, anzi peggio, qualcuno gli
fa credere che voteranno per il loro futuro, ma il loro futuro è
degli altri. In tutta questa storia è colpevole il sindacato,
il governo, ma anche quel centro-destra che tanto desidera tornare
al potere, ma che non colma questo vuoto di rappresentanza e
pensa che la parola “operaio” ed un discorso del genere, sia ancora
tremendamente comunista. Forse in questo momento, aziende e
sindacati, destra e sinistra sono troppo impegnate a coprire
le magagne da vitelloni…e i lavoratori? “Lavoratori…prrr!”.
Alberto Sordi docet.
Angelo M. D'Addesio
UNA DIFESA
DI PRODI
Paolo Mieli
ha l’aria di dissociarsi dal governo ed anzi invita
Prodi ad andarsene. Per la verità, gli da l’alternativa
di accelerare le riforme e mandare a casa molti membri
del proprio governo: ma è come proporgli di camminare
sull’acqua. Non diversamente, se pure attraverso un mare
di parole confuse, Luca Cordero si dichiara insoddisfatto di
Prodi. Sartori, sul Corriere della Sera (7 ottobre), dice
di Prodi cose pesantissime. Lo mostra attaccato come un’ostrica
al potere, anche se fa male al paese, tanto che, secondo lui,
dovrebbe passare la mano: “ma figurarsi se lui passa la mano;
piuttosto se la taglia”. E si potrebbe continuare, spulciando
la stampa quotidiana e prendendo nota della temperie attuale.
La conclusione è che mentre prima il sostegno all’attuale
esecutivo era un dovere imprescindibile e quasi morale, oggi
si fa a gara a chi si mostra più critico. Se ne parla come
di un malato grave e non per proporre una cura che potrebbe guarirlo,
ma per sapere in quale cassa riporlo, non appena tira le cuoia. Come
mai?
È
noto che nessuno conosce il futuro. Dunque è certo
possibile che uno di questi giorni il miracolo di San
Gennaro non si ripeta e che il governo non abbia quel voto
o due voti in più, in Senato, che gli consentono di
galleggiare sulla sua inconsistenza. Ma è anche noto
che questa maggioranza sta in piedi perché i senatori
non vogliono essere rimandati a casa. Posti dinanzi all’aut
aut, voterebbero anche per bin Laden, piuttosto che far cadere
il governo. Dunque come mai, in un’identica situazione d’incertezza,
prima in troppi sono stati troppo ottimisti, e ora in troppi
sono troppo pessimisti?
La conclusione è che non
è cambiata la realtà, è cambiato
il sentimento della realtà. Probabilmente molti
commentatori amerebbero potersi presentare, fra qualche
giorno, col diritto di proclamare: “Ve l’avevo pur
detto!”. Dicendo il peggio di Prodi non appena fosse già
caduto, rischierebbero di sentirsi accusare di maramaldeggiare,
di dare il calcio dell’asino; criticandolo mentre –
a loro parere – sta per cadere, fanno un figurone. Mieli arriva
a dire che Prodi è stato uno sconsiderato, non accettando
– dopo una vittoria che sostanzialmente è stata una
sconfitta – l’offerta di Große Koalition fattagli
da Berlusconi. Il che può anche essere vero: ma come mai Mieli
non lo disse nella fine primavera del 2006? E come mai non disse
subito che il governo non avrebbe potuto governare, alleato con
l’estrema sinistra, come dice ora? E se Mieli non lo capì allora,
perché rimprovera Prodi di non averlo capito? E se invece
lo capì già allora, perché non lo scrisse subito?
In politica
non è raro il caso della self-fulfilling prophecy,
cioè della profezia che realizza stessa, così
come l’annuncio di un prossimo crollo di borsa potrebbe
provocare un crollo di borsa. Dunque questi ex-sostenitori
del centro-sinistra stanno semplicemente operando contro
il centro-sinistra. Sono liberi di farlo, ma sono cambiati
loro, non Prodi.
In conclusione,
benché persone come Mieli, Sartori ed altri
siano troppo dignitose per meritare l’accusa di assestare
il calcio del’asino, il fatto è che stanno assestando
al governo proprio il calcio dell’asino. Non a un
Primo Ministro caduto, ma a un Primo Ministro barcollante:
il che, a parere anche di chi non ama Prodi, non li rende
innocenti. Prodi li ha delusi? E come mai – dal momento che i
presupposti della situazione attuale erano evidenti anche ai
celenterati – loro si erano lasciati illudere?
La verità
è che prima il loro fanatismo – e il loro antiberlusconismo
viscerale – li ha spinti a far festa, per la vittoria
ottenuta; poi, quando è passata la sbornia, hanno
ritrovato il senno. E ora vorrebbero scaricarsi delle loro responsabilità
morali e intellettuali dando la colpa a Prodi. Troppo facile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- 8 ottobre
2007
UN PREMIER
NEL BUNKER
Edmondo
Berselli mi dedica il suo editoriale sull’Espresso
. E siccome si rivolge a me come «venerato maestro»,
ho un po’ tremato. Nel suo libro che si intitola, appunto,
Venerati maestri Berselli ne fa, con acuminatissimo acume,
quasi strage. Così quando ho letto che «Sartori
getta la spugna e si mostra ingrillito», mi
sono detto: addio, ora tocca a me. Invece Berselli conclude
così: «Ci si può anche augurare
che la Repubblica imputridita venga spazzata via, ma
dopo, e intanto, che fare?». Già, quid agendum
, che fare? Ce lo dobbiamo davvero chiedere. Oggi come oggi,
il problema è Prodi. È davvero insostituibile?
E converrebbe sostituirlo? Che Prodi sia davvero insostituibile
lo dice Prodi. Che però è anche riuscito (onore alla
bravura) a farselo dire e ridire a iosa dai vari Fassino, D’Alema
e Rutelli. Il nostro presidente del Consiglio ha un fiuto straordinario
per fiutare (e anche immaginare) complotti e congiure a suo
danno. Così da anni e anni chiede ai suddetti incessanti
giuramenti di fedeltà. Come fanno, oramai, a fare la figura
di spergiuri? Non ce la fanno, e probabilmente continueranno a garantirgli
fedeltà eterna finché Prodi non cascherà.
Poi si vedrà, domani è un altro giorno.
Allora,
il Nostro è sostituibile o no? A detta dell’interessato,
no. Se lui cade con lui devono cadere tutti, e si
deve subito rivotare. Vero o falso? Vero no di certo.
Nella Costituzione sta scritto che il potere di sciogliere
le Camere compete al capo dello Stato; e la prassi è che
prima di ricorrere a quest’ultima ratio il Quirinale deve accertare
se esistono, in Parlamento, altre maggioranze possibili. Prodi
davvero rimanda tutti a casa? A quel momento mi divertirò
a vedere; e ne vedremo, prevedo, delle belle. Non è
soltanto che i nostri parlamentari perdono le loro ghiotte pensioni
se non arrivano a metà legislatura. È soprattutto
che anticipare le elezioni per anticipare una sicura sconfitta sarebbe
incredibilmente stupido. Dal che ricavo che una maggioranza «senza
Prodi» si può trovare.
Resta il diverso quesito se
sia bene, oggettivamente, che Prodi resti al potere. A mio
parere, lo dissi subito la sera delle elezioni, un
leader che in sostanza le perde (che perde un 6 per cento
di vantaggio iniziale ottenendo anche meno voti di Berlusconi)
avrebbe subito dovuto passare la mano. Se la scommessa
di Prodi aveva un senso era di vincere con una maggioranza
sufficiente per governare senza il voto determinante della
sua estrema sinistra. Così non è stato. Il che comportava
che la sua coalizione fosse paralizzata e ingovernabile.
Prodi lo sapeva benissimo; ma figurarsi se lui passa
la mano; piuttosto se la taglia.
Comunque
sia, la domanda è ora se lui sia l’uomo più
adatto per risalire la china nella quale si è
infognato. A mio parere, no. Secondo me quanto più
Prodi sopravvive «facendo la quadra» asserragliato
nel suo bunker, tanto più regalerà alla sinistra
la sconfitta più catastrofica della sua storia.
Il che non mi dispiacerebbe se i puniti fossero i vari
Bertinotti, Giordano e Diliberto; ma purtroppo saranno
i riformisti. Il che mi dispiace. Perché ogni democrazia
occidentale ha bisogno di una socialdemocrazia di governo
responsabile e affidabile.
Qualche
giorno fa Veltroni dichiarava: mai più «alleanze
vastissime». Veltroni lo ha capito. Prodi non
lo capirà mai (è persino recidivo). Prodi non
è certo — lo dichiara lui stesso — uomo per tutte
le stagioni. Lo è per questa? Secondo me, no. Secondo
me — insisto — perché questa è soltanto la mia opinione
personale.
di GIOVANNI SARTORI
Confini del
67? per tutti!
Cosa dice
Abu Mazen oggi?
Vediamo un po', dice
che Israele deve tornare ai confini del
67, che Gerusalemme est deve essere la capitale della
Palestina e che Israele dovra' accogliere tutti i milioni
di cosiddetti "profughi" che nel frattempo si sono moltiplicati
come mosche.
Se Israele
non onorera' questi punti inderogabili, dice sempre
il pacifico Abu Mazen, scoppiera' la terza intifada,
metafora per dire " seconda guerra nazista" sul modello di
quella che abbiamo avuto dal 2000 al 2004, con 20 attentati
al giorno, linciaggi anche di bambini, episodi di assaggio
di fegato e intestini di israeliani linciati.
Cosa
diceva Arafat ieri?
Vediamo
un po': In arabo diceva che Israele doveva essere
distrutto.
In Inglese
la variazione era : Israele deve tornare ai confini
del 67, Gerusalemme est deve essere la capitale della
Palestina e Israele deve accogliere tutti i milioni di
cosiddetti profughi che nel frattempo si sono moltiplicati
come mosche.
Se Israele
non onorera' questi punti inderogabili, diceva il
raiss maledetto, scoppiera' la Jihad e cosi' fu.
Dunque
mi par di capire che Abu Mazen abbia le stesse
idee pacifiche del suo ex raiss.
Con queste deprimenti
premesse israeliani, palestinesi e americani
andranno a Annapolis, in USA, in novembre, premesse
che porteranno sicuramente ad altra violenza palestinese
poiche' i punti inderogabili dei palestinesi non possono
essere accettati da Israele per ragioni di sicurezza
e per poter continuare ad esistere. Accettarli significherebbe
dar vita a due stati palestinesi e alla sparizione di Israele.
Pero'
un'idea ce l'avrei!
Vogliono
riscrivere le carte geografiche come se dal 67 a
oggi nulla fosse accaduto?
Benissimo,
facciamolo: Israele torna ai confini del 67, naturalmente
non da sola, e che cavolo, se si torna al passato
devono farlo tutti quelli che all'epoca erano coinvolti
nel tentativo di distruggerci, quindi il cosiddetto
West bank tornerebbe alla Giordania che lo aveva annesso nel
1948 e Gaza tornerebbe all'Egitto cui apparteneva.
E i
palestinesi? Chi? I palestinesiiiii? E chi li conosce?
chi sono? dove stanno?
Mai
sentito parlare di palestinesi arabi, fino al 1948
gli unici palestinesi erano gli ebrei che poi con
la creazione dello Stato di israele si chiamarono israeliani.
Gli
arabi della zona hanno incominciato a chiamare se
stessi palestinesi nel 1964 su iniziativa dell'egiziano
Yasser Arfat , appena tornato da Mosca, e solo
nel 67 questa nuova identita' entro' a far parte della
propaganda araba per arrivare al sogno di far fuori definitivamente
gli odiati sionisti.
Dopo
il netto rifiuto all'ONU nel 1947 nessuno aveva
preso in considerazione la creazione di uno stato palestinese,
l'unica cosa che volevano e che fu scritta nero
su bianco sulla karta dell'OLP, era di eliminare Israele
e insediarsi al suo posto creando una grande nazione araba.
Nel
1967 gli arabi originari della Palestina Mandataria
vivevano in orrendi campi profughi in Giordania
e in Libano e a Gaza (Egitto) dove erano
stati rinchiusi nel 48 quando 450.000 furono costretti
dai capi della Lega Araba a uscire da Israele e dove ancora
risiedono dopo 60 anni, fulgido esempio di iniziativa.
I piu'
intelligenti fra loro si erano fermati in Israele
diventando cosi' gli unici arabi cittadini di una democrazia.
Benissimo,
visto che gli arabi , i palestinesi e i loro sostenitori
vogliono cambiare la Storia, visto che pretendono
cose inconcepibili, pura fantascienza, che nessuno
al mondo accetterebbe, si torni pure, purche' tutti,
ai confini del 67 e poi che Abu Mazen chieda a Re Abdallah
e a Mubarak di avere un paese chiamato Palestina.
E io mi faro' delle
belle e grasse risate!
Cosa dite? Sono io che vaneggio?
Ehhh no!
Nel 1967 Israele viveva senza
dar fastidio a nessuno, cercando di difendersi
da incursioni di terroristi dalla Siria, dal Libano
, dalla Giordania che entravano per sgozzare i civili.
Israele non possedeva nemmeno
un centimetro di Territorio "occupato", non aveva manco
il Golan eppure Egitto, Giordania, Siria, Iraq si allearono
per invadere il Paese e distruggerlo.
"Ammazzate tutti, gridava
Nasser alle truppe, stuprate le donne ma non uccidetele
tutte, le ebree sono belle e ottime lavoratrici".
Israele vinse alla grande,
e in soli 6 giorni, la guerra che doveva portare alla
sua distruzione, conquisto' territori, antichi
territori ebraici come Giudea, Samaria e la Capitale Eterna,
Gerusalemme.
E adesso dovremmo tornare indietro
come se niente fosse accaduto?
Bene, mal comune..., torniamo
indietro tutti, e che i palestinesi tornino ad
essere arabi fra arabi, senza nessun diritto al mondo
se non quello di andare a far parte della Giordania (che
non li vuole) e dell'Egitto ( che non li vuole).
A questo punto i sostenitori
dei palestinesi non potrebbero piu' strapparsi
le vesti perche' contro gli arabi non ci si mette,
sono i loro padroni ideologici.
Morgantini e Diliberto si prostrerebbero
a Giordania, Egitto, Siria, IRAN " non volete rendere
autonomi i palestinesi, amici? Avete ragione, che
diritto hanno? Vivono benissimo nei campi che gentilmente
avete preparato per loro. Che non rompano le scatole, abbiamo
altri problemi!".
Risolto il caso.
Gli ex palestinesi
non potrebbero nemmeno riempire il mondo con
la loro becera, schifosa, disumana propaganda.
Nessun Mohammed Al Durra, tutti zitti, mica si puo' dire
che se lo sono ammazzato loro. Shhhhhhhhhhh, silenzio.
Niente Jenin, contati i cadaveri, 53 dei palestinesi,
una trentina di soldati israeliani, altro che
500 come Arafat abbaiava sputtacchiando in giro e
tutti gli credevano.
Nessuna foto taroccata presa dalla guerra
in Iraq e fatta passare come "poveri palestinesi ammazzati
dai soldati criminali israeliani".
Beh , con questo non cesserebbe l'odio del
mondo contro gli ebrei ma a quello siamo abituati.
Quei due americani antisemiti Mearsheimer
e Walt,"accademici", potranno sempre pubblicare
il seguito dei "protocolli dei Savi di Sion" , il
libello della polizia zarista. Verrebbero sempre pagati
per questo, farebbero sempre i soldoni parlando della terribile
Lobby ebraica che deve essere fatta di imbecilli
se in 2000 anni non e' riuscita ancora a conquistare sto povero
mondo alla sua merce'.
Lucio Caracciolo, ma non solo lui, non potrebbe
piu' scrivere le sue amene in-
venzioni sui poveri palestinesi perche', se
Israele non c'entrasse piu' colle loro "disgrazie',
correrebbe il rischio di trovarsi un petardo arabo sotto
la sedia.
Gli intellettuali italiani con i loro servi
nelle universita', non potrebbero firmare appelli
perche' Prodi tratti con hamas, senza rischiare
la vita in un attentato e gia' me li vedo Vattimo e la Margherita
Hack correre come matti per salvare la loro brutta pellaccia.
Ahmadinejad potrebbe sempre proporre di mandarci
tutti in Alaska ma, a parte il freddo, ne' Prodi o
Dalema o gli studenti dalla Columbia University appoggerebbero
la sua proposta se Israele passasse agli arabi la palla purulenta
palestinese.
Sua Mostruosita' non saprebbe piu' a cosa aggrapparsi
per distruggere quel puntino di territorio sionista
.....a parte che Dimona sarebbe ancora salda su territorio
israeliano....
Concludo dicendo agli speranzosi, che
Israele non potra' mai tornare ai confini del 67 , non
potra' mai accettare i discendenti di quei 450.000
senza decretare la propria fine come Nazione.
Chi lo auspica non e' altro che uno sporco
nazista, chiunque esso sia.
Uno sporco nazista come il tiranno iraniano,
uno sporco nazista come Arafat e chiunque condivida
oggi o abbia condiviso ieri la loro ideologia.
Deborah
Fait - www.informazionecorretta.com
QUANDO CADRÀ IL
GOVERNO PRODI?
La
suspense (si scrive così e si legge s-spèns)
è un eccellente strumento di spettacolo.
Eccellente perché si trepida per il protagonista
ma si sa di essere al sicuro nella propria poltrona:
è infatti partecipazione al dramma altrui, non
dramma vissuto. Quando invece la sospensione riguarda noi stessi,
l’incertezza è dolore, ansia, strazio: neoformazione
sì, ma benigna o maligna? Me la cavo in day hospital
o sto per morire?
In casi meno gravi
la tendenza a rifuggire dall’incertezza fa
sì che si leggano avidamente i giornali
non solo per sapere che cosa è avvenuto, ma che cosa
avverrà. Per questo da destra come da sinistra
si studia il presente e si scruta l’avvenire per sapere se sì
o no il governo Prodi sarà ancora in carica fra un mese
o fra un anno. Poco importano i proclami di serena sicurezza
di Romano Prodi, assolutamente fondati sul nulla; così
come poco importano i de profundis ripetuti di Berlusconi i quali,
se fossero stati giustificati, si sarebbero già dovuti
avverare nei mesi scorsi. In realtà né Prodi,
né Berlusconi né nessun altro sanno quanto
tempo durerà al potere questa maggioranza. L’unica cosa
che si può tentare di dire è perché il governo
dovrebbe durare o dovrebbe cadere.
Il dato fondamentale
è che questo governo è costantemente in bilico.
In Senato ha una maggioranza di un solo voto e si regge sul
sostegno dei senatori a vita (incondizionatamente di sinistra).
Dunque basta che un paio di senatori del centro-sinistra non votino
secondo gli ordini di scuderia, e basta che l’opposizione sia compatta,
perché il governo cada. Ma proprio questa, che è la sua
debolezza, è anche la sua forza.
In
condizioni normali, il membro di una coalizione può
votare contro il provvedimento della propria fazione
perché fa differenza se un provvedimento è
adottato con largo margine o con una maggioranza risicata:
il voto negativo può costituire un avvertimento
al governo; un’indicazione sugli umori della sua
base parlamentare. Quando invece il voto comporta la vita
o la morte dell’esecutivo stesso, ogni singolo senatore
sa che non si esprime pro o contro il governo, ma pro o contro
la propria personale permanenza al Senato. E dunque non agisce
in lui il dovere della fedeltà, ma l’istinto di conservazione.
Un voto contrario in questo caso non è dimostrativo, ideologico
o perfino segno di coerenza politica: è un grande buco
fatto nella barca in cui si siede.
Se
il mondo fosse semplice, si potrebbe arrivare alla
conclusione: posto che i senatori di centro sinistra
non vogliono suicidarsi, il governo Prodi durerà
tutta la legislatura. Ma il mondo non è semplice.
E il comportamento umano non sempre è razionale.
Molti anni fa Luigi Barzini jr. scrisse una frase indimenticabile
contro ogni unanimismo: se agli uomini si desse la scelta
se andare in paradiso o all’inferno, ci sarebbe sempre qualcuno
che voterebbe per l’inferno. Dunque il fatto che con un voto
contrario si potrebbe condannare il governo ma anche perdere
il proprio seggio senatoriale non è sufficiente, come
deterrente, per essere sicuri che qualcuno non lo esprima: o
perché il provvedimento da votare è troppo contrario
alle convinzioni di quel singolo (ipotesi remota), o perché
si ha qualche rancore verso i colleghi di governo, o per
la vanità di divenire l’Erostrato di turno, o infine per pura
follia, componente non secondaria del comportamento umano.
Ecco
perché le previsioni per il futuro, in questo
campo, sono impossibili. Il governo Prodi dipende da due
forze storiche dalla potenza incontrastabile: l’interesse
personale da un lato, la follia dall’altro. Un po’ come
nell’Iliade, quando al di sopra della testa dei troiani e dei
greci si combattevano anche gli dei, protettori dell’uno
o dell’altro esercito.
La
nota conclusiva, e dolente, è che qui manca
l’ipotesi di sostenere il governo perché si
crede che faccia il bene del paese: questo disinteresse
per l’Italia è l’unica, mesta certezza che fornisce
il presente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 6 ottobre 2007
Filmato del bimbo-martire era falso
costruito ad hoc per colpire Israele
Sette
anni dopo la diffusione delle immagini della sua fucilazione
col padre sotto una pioggia di proiettili, il mito
del bambino palestinese martire crolla. E si scopre che
il filmato, mandato in onda su France 2, di Mohammed Al-Dura,
fu costruito ad hoc per incolpare gli israeliani. La
verità emerge da un tribunale francese per il quale l'operazione
servì a giustificare l'inizio della 2° Intifada.
Il bimbo pare ancora vivo.
Come
rivela sul Giornale, la corrispondente Fiamma Nierestein,
che all'epoca si occupò della vicenda, i 59
secondi dell'episodio, mandati in onda dalla tv pubblica
francese France 2, furono un'operazione di taglia
e cuci studiata a tavolino sotto un'abile regia politica.
Ma
poiché le bugie hanno le gambe corte, sette anni
dopo, in nome della correttezza dell'informazione,
un tribunale francese ritorna sul caso e intima all'emittente
di consegnare tutto il materiale, il filmato completo.
E, dopo questa mossa, Dani Seaman, il direttore del Press
Office israeliano, colui che accredita i giornalisti in
Terra Santa, esce allo scoperto e dichiara che il video fu
un falso.
Così
ora France 2, che finora si era sempre rifiutata
di farlo, dovrà consegnare alle autorità tutto
il filmato (27 minuti complessivi), girato dal cameraman
arabo Abu Rahman.
Nel
video si assisteva allo scontro a Netzarim, dove da
una parte alcune migliaia di palestinesi assaltarono
un posto di guardia israeliano e, dall'altra, la risposta
dei soldati dello stato ebraico. Nelle immagini si vedevano
addossati ad un muro padre e figlio investiti da una vera
e propria fucilazione. Il bimbo, che sembrava fosse stato
ucciso, divenne proprio grazie al quel filmato, il simbolo
del martire innocente.
Il
suo nome venne invocato in varie altre circostanze:
quando fu assassinato il giornalista Daniel Pearl,
in un video in cui Bin Laden reclutava combattenti
e nel video-testamento della terrorista suicida Wafa
al-Samir.
Ma
ora si scopre che gli israeliani non potevano aver
colpito il bambino perché erano in posizione
laterale, mentre i colpi sono stati sparati frontalmente
(quindi forse dagli stessi palestinesi). E poi, in
tutto il filmato, non si vede una goccia di sangue.
Ora,
dopo sette anni di indagine, la verità sta finalmente
venendo a galla.
dal Tgcom
(informazionecorretta)
I COMICI
Alcuni comici celebri, specialmente all’inizio del
cinema, divertono il pubblico con una comicità
astratta, quando non demenziale. Basta citare i nomi
di Mack Sennet, Buster Keaton, Harol Lloyd, Larry Semo,
Stan Laurel e Oliver Hardy. Ma l’umorismo è anche
critica della realtà e dunque confina col moralismo.
Questo fa sì che non raramente, sotto la risata,
ci sia una struttura intellettuale. Da principio Jacques Tati
(“Les Vacances de M.Hulot”) ricorre all’astrazione, ma in “Mon
Oncle” e “Play Time” contrappone al modernismo tecnologico e
alla tronfiaggine borghese la semplicità e la poesia dei poveri.
Il tentativo di identificare
questa linea di tendenza sottotraccia può estendersi
ad altri rappresentanti di questa arte. Dario Fo,
ad esempio, è uno che si crede capace di parlare
di politica o di religione e la gag non gli riesce. Il fanatismo
non fa ridere. L’umorismo è levità, ricamo,
non tela di sacco. Ed è un vero peccato: perché
Fo è un grandissimo mimo che finisce col parlarsi addosso.
Paolo Villaggio, con Fantozzi,
rappresenta la tragedia esistenziale dell’impiegato,
del “sottoposto” per definizione. Ma per divertirsi
bisogna essere capaci di ridere delle disgrazie del debole
privo di dignità. E non tutti ne sono capaci.
Roberto Benigni è un furbo
capace di lisciare il pelo del pubblico nel senso
delle sue convinzioni e delle sue pretese di intellettualità.
In realtà è uno che ha come asso soltanto
una confessata, ilare volgarità. E bisogna
essere della sua parrocchia, per divertirsi.
Infine uno si chiede quale sia
il tema di Totò. La prima cosa che bisogna riconoscere
è che, pure se egli è un comico molto più
grande degli italiani sopra nominati, ci sono parecchie
persone che non riescono a resistere a un suo intero
film: effettivamente i testi dei suoi
film sono troppo modesti, malgrado la varietà degli
autori, per essere veramente godibili. Totò non
fa ridere con l’intima, entusiastica approvazione che suscitano
certe gag di Jacques Tati, ma un po’ controvoglia e con
la sensazione di qualcosa d’incompiuto. Questo genio della
comicità tormentò costantemente le budella
dei suoi estimatori perché li costrinse ad assistere
all’enorme spreco del suo talento in scenette insulse o,
a volte, semplicemente volgari.
Se tuttavia si cerca la costante
della sua comicità si può forse trovarla
nella riduzione di tutte le sovrastrutture sociali
al livello della verità di base. Ecco il continuo
sberleffo al Trombetta di turno: questo signore cerca di
dare a bere al prossimo che lui è una persona importante
solo perché è un onorevole, mentre in realtà
un uomo importante può anche essere un emerito
fesso; come lo sketch mette in evidenza. Essendo del tutto
insensibile alla suggestione del potere, Totò è
una sorta di solvente della retorica. Applica il sistema Bertoldo:
fare il burattino e passare per scemo per dire le verità
che altri non osano dire. Il suo umorismo, da questo punto di
vista, è apparentato col Roman de Renard: la vendetta
del paria intelligente e furbo nei confronti dei tromboni.
Totò invece non ironizza
mai sui semplici, sui gregari, sui poveracci: con essi
può magari competere, ma solo per ragioni di sopravvivenza.
La sua satira non è crudele con gli umili. In Guardie
e Ladri, che pure lo oppone per tutto il film a Fabrizi, fa
certo ridere di quel grassone ma presto c’è una complicità,
fra i due: perché Totò disvela, sotto la divisa
dell’altro, l’uomo semplice e buono.
A differenza di Dario Fo, Totò
diverte perché con la sua irrisione non si pone
al di sopra degli altri ma riduce gli altri al suo livello:
quello di un’umanità semplice, dagli appetiti normali
e non rinnegati.
Ovviamente il massimo livello,
in questo campo, lo raggiunge Charlie Chaplin. Qui si ha
il connubio più riuscito di una comicità
franca ed evidente con una critica sociale corrosiva
e infine con una poesia struggente. Charlot è
il paradigma del poveraccio morto di fame, troppo povero
per avere scrupoli, e tuttavia succubo dei miti borghesi,
della rispettabilità e dell’eleganza. Di cui finisce
con l’essere una caricatura.
Il paragone con Charlie Chaplin
è devastante per Totò come in fondo lo è
per qualunque comico: ma una parentela fra i due
si può scoprire. Totò recita spesso, con
irrisione, la parte del borghese – una persona rispettabile
che questo rispetto lo pretende - ma nel far ciò
rende ridicolo il borghese: perché mostra l’infondatezza
di questa pretesa. Chaplin al contrario non si separa
mai da un’assurda bombetta (con cui saluta compitamente)
e dalla canna di bambù, allora di moda, perché il
suo vagabondo crede nei valori borghesi. Dunque Totò irride
ai borghesi, Chaplin ai poveracci che li prendono sul serio.
Ma poiché ambedue fanno ridere, si vede che la prosopopea
è effettivamente una delle cose più comiche inventate
dalla società.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 5 ottobre 2007
“Il peggior sistema
sanitario del mondo, esclusi tutti gli altri”
“Quello americano è il peggior sistema sanitario,
esclusi tutti gli altri”. Dice al Foglio Grace-Marie
Turner, presidente del Galen Institute e consigliere
della Casa Bianca, a Roma per due eventi dell’Istituto
Acton e dell’Istituto Bruno Leoni: “Negli Usa non abbiamo
un sistema sanitario nazionale coercitivo. E’ questa
la differenza con l’Europa”. Nelle classifiche dell’Organizzazione
nazionale della sanità, l’America arriva solo
trentasettesima (prima la Francia, seconda l’Italia).
“Dipende da cosa si vuole misurare – spiega
Turner – l’Oms valuta l’obbligatorietà
nel finanziamento ai sistemi sanitari, non la performance”. I
non assicurati (circa 47 milioni) non sono privi di
assistenza sanitaria: “L’accesso alla sanità è
universale, ma il governo copre le spese solo a chi davvero
ne ha bisogno”. Qual è l’identikit dei non assicurati?
“Appartengono principalmente a tre gruppi: gli immigrati
categoria, ma si tratta di persone che ben presto torneranno
a guadagnarsi una copertura. In ogni caso, la risposta a questa
sfida non viene dall’estensione dell’intervento pubblico,
ma da provvedimenti di mercato come la portabilità delle
polizze o gli incentivi fiscali al risparmio sanitario”. Altre
due accuse dell’Unità – i costi della sanità e il
trasferimento di investimenti dalle università pubbliche
al settore privato – sono, secondo Turner, mal dirette:
“E’ vero che spendiamo più degli europei (circa il 16 per
cento del pil contro l’8 per cento dell’Italia) ma ciò
riflette la preferenza degli americani per un sistema sanitario
che sia sempre all’avanguardia. Un esempio: accorciare le liste
d’attesa costa, ma è una spesa che affrontiamo volentieri”.
Quanto al fatto che di una quota degli investimenti in ricerca
delle università pubbliche beneficiano soggetti privati,
non è un tema specifico della sanità, riclandestini,
i disoccupati, e coloro che non desiderano assicurarsi”. I primi
non sono certo un’eccezionalità Usa. “Spesso i Paperoni
scelgono di non assicurarsi, e neppure sono coperti dai programmi
di assistenza pubblica, che sono rivolti ai poveri e agli anziani.
Negli Stati Uniti non tassiamo i poveri per pagare le cure ai ricchi”.
Infine, i disoccupati. L’assenza di copertura a chi non possiede
un lavoro è una delle quattro grandi accuse rivolte all’America
da Pietro Greco, redattore scientifico dell’Unità,
in un articolo pubblicato due settimane fa dal suo giornale. “L’assicurazione
– ragiona Turner – è collegata al posto di lavoro.
In una società dinamica (negli Usa ogni anno 4 americani
su 10 cambiano mestiere) questo crea effettivamente delle difficoltà.
La disoccupazione, tuttavia, dura al massimo pochi mesi,
per cui è vero che circa la metà dei 47 milioni di
non assicurati appartiene a questa guarda la questione del ruolo
dello stato nell’economia. Infine, l’Unità attribuiva al
sistema sanitario la minore aspettativa di vita americana (un maschio
Usa vive mediamente 3 anni meno di un italiano, una donna 4).
Replica Turner: “La qualità del sistema sanitario spiega solo
una parte dell’aspettativa di vita. La nostra società è
più violenta di quelle europee, ci sono più obesi,
l’abuso di droghe è molto diffuso. Non si possono trascurare
questi fattori”. Si può, fare un confronto? “Per esempio
guardando all’aspettativa di vita dei malati. La probabilità
di sopravvivere almeno 5 anni per una donna a cui sia stato diagnosticato
un tumore al seno è del 75 per cento negli Usa, del 50 per
cento in Gran Bretagna. D’altronde, se il nostro sistema sanitario
fosse davvero così scadente, perché mai gli europei
verrebbero a farsi curare da noi e non viceversa, come ha
fatto qualche mese fa anche Silvio Berlusconi?”
Dal “Foglio” del 28 settembre 2007
TPS, DOMINUS DEI
CONTI PUBBLICI ITALIANI
Il ministro Padoa-Schioppa ha
parlato di un “gigantesco debito pubblico, il terzo
al mondo in valore assoluto: 1600 miliardi di euro”,
ovvero “1200 euro all’anno, in media, in testa ad ogni
italiano, compresi i neonati” (Corriere della Sera).
Ora, se si moltiplicano 1.200 € per gli abitanti
d’Italia (“ogni cittadino italiano”), all’ingrosso
cinquantasette milioni, si ha 1.200 x 57.000.000
= 68.400.000.000 €, cioè sessantotto miliardi
e rotti di euro, non 1.600 miliardi. Se invece si
divide 1.600.000.000.000 per cinquantasette milioni di
italiani, si ha la cifra di 28.000 euro circa a testa: ventottomila,
non 1.200.
Qualcuno ha ipotizzato che 1.200 € l’anno corrispondano
all’interesse sul debito che paga ogni cittadino
italiano. Se così fosse, lo Stato pagherebbe
sui Bot e CCT la bellezza del 4,3%. Se è così,
prego tutti di segnalarmelo, potrei investire meglio qualche
spicciolo che possiedo (1.600.000.000.000 x 4,3% = 68.800.000.000
€, che diviso 57 milioni di italiani fa 1207 €).
La cifra totale del debito pubblico, sia detto
en passant, conferma l’idea che esso non sarà
mai pagato: chi mai potrebbe tirare fuori di tasca
sua, sia pure nel corso di cinque o dieci anni, ventottomila
euro, e 112.000 € se ha una famiglia di quattro persone?
Chi scrive non è maestro in questi calcoli
ed è pronto ad ammettere d’essersi sbagliato.
Ma fino a che non riceverà questa dimostrazione,
gli sia lecito grattarsi la zucca riguardo alle
parole di un celebrato ministro, così come riferite
da un celebrato giornalista del più celebrato
giornale d’Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 3 ottobre 2007
L’IMPOPOLARITÀ
GIUSTIFICATA
L’impopolarità di un governo è giustificata
dalla realizzazione di un programma utile e
coraggioso. Ma in Italia?
Tutti sanno che l’impopolarità
di questo governo ha raggiunto livelli insoliti. Il
centro-sinistra ha vinto le elezioni per sei decimillesimi
(0,06%) di voti in più, mentre oggi l’opposizione,
secondo alcuni, ha un vantaggio del dodici per cento.
Di fronte ad una simile Caporetto demoscopica il governo, si
dice, dovrebbe rassegnare la dimissioni: ma non è
necessariamente così.
In politica come dovunque, fare è difficile,
criticare è facile. È più semplice
promettere che realizzare, indicare gli errori
che evitarli, coltivare l’universale tendenza all’utopia
piuttosto che guidare un grande e complesso paese: per
questo si parla di “rendita dell’opposizione”. Quando
invece l’opposizione diviene a sua volta maggioranza
è naturale che si trovi in difficoltà:
da un lato la pubblica opinione non le fa sconti, dall’altro
i suoi stessi elettori, abbeverati fino al giorno prima
di promesse mirabolanti, cominciano a manifestare la loro
delusione e i marginali rimpiangono la fiducia accordata al
nuovo esecutivo. Se si votasse di nuovo, sarebbe un disastro.
La perdita di una parte del consenso, andando
al potere, è fisiologica. Inoltre i nuovi governi,
contando sulla mancanza di memoria dell’elettorato,
è proprio all’inizio della legislatura
che prendono i provvedimenti più difficili da
digerire. Così potranno fare il bene del paese
senza pagarlo, quattro o cinque anni dopo, in occasione
delle elezioni ed anzi avendo la possibilità di vantarsi
allora dei positivi effetti ottenuti.
Il governo Prodi non avrebbe di che allarmarsi
se l’impopolarità gli derivasse da questo genere di provvedimenti.
Se cioè essi fossero tali che, pur provocando
un malcontento momentaneo, fossero tra un paio d’anni
apprezzati da tutti come necessari ed utili. Ma purtroppo
non è così.
È stato già detto tutto sulla fragilità
di un governo appeso al voto dei senatori a vita.
Altrettanto sul fatto che chiunque, in quella rabberciata
maggioranza, dispone di un imparabile potere di ricatto.
Dunque, non che agire in vista di un lontano futuro,
l’esecutivo ha solo il problema di non cadere oggi. Anche
perché la sinistra rischierebbe di non rivedere
il potere per dieci o vent’anni. Il governo mira dunque a
galleggiare e questo lo rende molto diverso da un potere che
abbia una “vision”, cioè un programma grande e coraggioso.
Margaret Thatcher sconvolse molti inglesi con la sua durezza
nei confronti dei minatori e dei sindacati; si fece molti
nemici con la sua visione liberista dell’economia, tanto da
averne ancora parecchi in Italia; affrontò e sconfisse,
guardandoli negli occhi i massimalisti inglesi, ma raddrizzò
il paese così bene che Tony Blair, dopo avere messo ettolitri
d’acqua nel vino laburista, conquistò il potere per molti
anni solo dopo essersi dichiarato “figlio della Thatcher”.
Il caso di Prodi è l’inverso. Non solo questo
governo non ha attuato nessuna grande riforma,
ma ha avuto una produzione legislativa eccezionalmente
bassa. Se l’avesse fatto per sobrietà regolamentare,
sarebbe un merito: ma in realtà ciò è
avvenuto perché ogni votazione è un pericolo mortale.
Il Senato è divenuto un club per vecchi sfaccendati oppure,
ma raramente, una fabbrica di voti di fiducia. La situazione
è semplicemente insostenibile. Non che pensare a grandi
riforme per il futuro, è impellente trovare una soluzione
per sopravvivere fino alla settimana prossima.
È così che si raggiunge una sorta di
picco negativo. Una larghissima parte del paese
è scontenta della politica fiscale; dell’indecente
litigiosità degli uomini al vertice; dell’incapacità
di governare; dei ripetuti allarmi in ogni direzione e della
rancorosa volontà di parte della sinistra di far
soffrire i borghesi. Gli stessi elettori di centro-sinistra
sono disgustati dello spettacolo che dà il governo;
inoltre sono delusi: si aspettavano chissà che cambiamento,
una volta esautorato il tiranno; chissà che palingenesi;
e invece, una volta che i loro leader sono al governo, tutti
si scontrano con la realtà. I comunisti duri e puri
provano a fare dell’Italia una Repubblica Popolare di staliniana
memoria ma non ci riescono. Da un lato scontentano la loro
base, dall’altro, con quel poco che riescono ad ottenere (per
esempio bloccando la Tav, il Ponte sullo Stretto ed ogni iniziativa),
scontentano persino gli elettori moderati di sinistra. Un
disastro.
L’impopolarità temporanea di un governo non
è grave se costituisce il prezzo da pagare
per un futuro migliore. Se invece è il risultato
della sua immobilità; del fatto che fa male
quel poco che fa; del fatto che vuole solo rimanere attaccato
alla poltrona, non è più un fenomeno passeggero:
è un giudizio spietato che l’elettorato rischia
di non dimenticare. E questa è una campana a morto per
la sinistra.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 2 ottobre 2007
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