ARCHIVIO OTTOBRE 2007


Schiavi d’Europa (ovvero dov’è il vantaggio di essere tutti europei?)
La vittima di Tor di Quinto non è la prima e non sarà l’ultima. Alla faccia del permissivismo di sinistra e del decisionismo tardivo di destra (hanno governato tutti e nessuno ha cercato, trovato o potuto trovare una soluzione), il problema dei rom, anzi dei romeni, dei bulgari e che ben presto sarà degli slavi, per gli ucraini è non è una questione italiana, né una colpa rumena ma un problema europeo, anzi il problema è che per l’Europa…non è un problema ed in fondo noi ne siamo contenti. Dall’inizio del 2007 il numero di rom di origine rumena in Italia è aumentato. In Romania vivono 2,5 milioni di rom, ma in tutta Europa la classifica ufficiosa parla di dati incredibili: tra i 9 ed i 12 milioni di persone, in tutti i paesi dell’Ue, con Romania e Bulgaria al primo posto e l’Italia, fino al 2005 al quattordicesimo posto ma ormai in forte ascesa. L’ingresso della Romania e della Bulgaria in Europa ha fatto esplodere la bolla rom, ma le colpe dell’Europa sono ben più gravi di quelle dei due paesi. Romania e Bulgaria, vessate da tirannici regimi comunisti e poi dalla successione di governi nazionalisti e neo-socialisti guidati da rappresentanti, espressione della più corrotte e delinquenziali lobbies politiche ed economiche hanno “forzato” l’emigrazione” dei rom verso l’Europa, ancor prima dell’apertura delle frontiere. La metà delle comunità rom pervenute in Italia è giunta durante e dopo il governo di Ceausescu, quando la Romania aveva esigenza di rifarsi il look e di confinare le minoranze etniche (ben sedici), presenti nel paese. A questo compromesso l’Europa non ha mai reagito: nessun controllo congiunto alle frontiere, facilitazione degli assembramenti nelle città, blandi controllo di polizia e guardia costiera, normative fasulle e desuete. L’Ue non ha fatto nulla per costringere i paesi a prendere i giusti provvedimenti. Anzi, ha stabilito che in base al principio di libera circolazione i rom potessero stabilirsi in un paese Ue per tre mesi, dopo ciò avrebbero dovuto trovare un posto di lavoro per il rinnovo. I rom, in quanto tali, in quanto nomadi sono ben pronti a cambiare direzione, a ripartire e poi ritornare, facendo retrodatare la prescrizione in vigore; altri riescono a confondersi come clandestini, altri ottengono il classico status di “bracciante agricolo” o di “collaboratrice domestica” e riescono a stabilizzare un’intera famiglia, dove i figli chiedono l’elemosina, i parenti sono nelle roulottes e fanno paese a parte. E tutto ciò è molto in voga nelle campagne dell’Italia Meridionale e della Francia. Gli unici sgomberi sono stati promessi a suon di soldi. La Francia proponeva ad esempio il rimpatrio-premio:  150 euro per adulto e 45 euro per bambino per i duecento rom della baraccopoli della periferia di Lione. Da quando la Romania e la Bulgaria sono in Europa, alla tutela della minoranza, si è aggiunto il vantaggio di essere europei. Un vantaggio che, all’Europa dei burocrati ha fatto comodo, sulla pelle di romeni, bulgari, polacchi ed italiani, stuprati, violentati, rapinati, dalle mille espressioni di diverse etnie di ciascun paese e dalle persone che vi giungono. La bella Europa ha ottenuto così il privilegio per le proprie imprese a sfruttare i mercati più poveri ed aperti dell’est. Le banche di tutto il mondo hanno assorbito i vecchi fondi ed istituti di credito bulgari, rumeni ed ungheresi; le imprese italiane hanno creato paradisi d’oro (ed anche fiscali) trasferendo le proprie imprese in quei paesi, con manodopera a costo ridotto (Timisoara è più italiana che rumena e lo stipendio dell’operaio rumeno e fra i 100 ed i 300 euro). In Romania si parla per la prima volta di “mercato del lusso”, stimato in 10 milioni di euro, ma in crescita abnorme e che riguarda una sparuta percentuale di imprenditori che hanno soci esteri, soprattutto nel campo del petrolio, dell’abbigliamento e della meccanica per automobili, vecchi dirigenti comunisti, reinventatisi imprenditori, con solidi agganci nel governo. Cosa c’entra con i rom ed i rumeni? L’86% della popolazione rumena vive ai confini o proprio nella soglia di povertà. Vanno via dalla Romania e dalla Bulgaria e diventano carne da macello per i “padroni” italiani. Di giorno sono disoccupati o lavoratori ad ora, di sera delinquenti. I rom, poi, sono vere e proprie organizzazione che radicate da tempo su un territorio, non temono gli sgombri: qualcuno ottiene come appoggio uno o più appartamenti dove figurano quattro persone e ve ne alloggiano dieci; si sono specializzati, visto il numero delle loro famiglie, nell’enorme mercato dello sfruttamento della prostituzione, spalleggiati anche dagli italiani; altri sono diventati ottimi tramite per il traffico di stupefacenti, con un mercato incontrollato ed in crescita in Romania che è diventato esportabile in tutta Europa. E sono liberi. Liberi perché europei, liberi perché la giustizia italiana alla frontiera ed alla sbarra è impotente di rinfacciargli reati compiuti all’estero e di esaminare i veri dati sensibili. Nelle città rumeni e bulgari sono organizzati in modo perfetto. Poi ci sono le baraccopoli che nascono ovunque. Vedi il rom con le roulotte, con le Mercedes e le Volvo e ti chiedi come è possibile. Nelle periferie italiane non c’è controllo, anzi fra le forze dell’ordine oltre che fra la gente c’è perfino paura. Cosa potrebbe fare una volante della polizia in una periferia o in un capolinea di linea della metropolitana a Roma o Milano contro duecento, trecento rom insediati e vogliosi di rimanere? La versione Ue? In Europa esistono le regole per l’integrazione dei rom e bisogna applicarle. Integrare circa 100.000 mila rumeni, la metà di bulgari e numerose altre popolazioni ed etnie in Italia? Sì, anzi l’Europa ha contestato la Romania perché ha proceduto a forzose evacuazioni dei rom nelle periferie delle città principali in modo brutale, costringendo in pratica la maggior parte di essi ad abbandonare il paese. Nulla di che stupirsi, visto che oggi dopo la tragedia il premier “sfiduciato” di un governo in balia della crisi e della corruzione Tariceanu ha detto chiaramente:” Il problema della criminalita' può essere risolto anche attraverso la creazione di più posti di lavoro per i romeni in Italia…''Rischiamo uno snaturamento totale della percezione sui romeni, anche se il 99% dei nostri connazionali in Italia e' gente che lavora e vive onestamente…Facciamo tutto quello che possiamo fare, ma non possiamo portare i romeni a casa con la forza”. Invece il problema può essere risolto prendendo in considerazione l’idea di rivedere le norme di stabilizzazione per i nuovi entrati in Europa Romania e Bulgaria, in sede Ue, modificare le regole ed i controlli alla frontiera unicamente per queste persone e quindi, in pratica, rivedere completamente il Trattato di Schengen, cosa a cui l’Ue non tiene di certo, per la pelle di poveri cristi trucidati per le strade. D’altronde a cosa servono espulsioni e sgombri per chi potrà sempre tornare indietro? Tutti, comunque, italiani, francesi, spagnoli, magiari e rom, rumeni e bulgari, presto slavi ed ucraini, schiavi d’Europa, della sua voracità, della sua inettitudine.

Angelo M. D'Addesio


LA PASIONARIA SPINELLI
C’è chi considera Barbara Spinelli un’eccelsa politologa, chi un’illustre editorialista, chi la massima firma della “Stampa”. In realtà è la campionessa mondiale del paralogismo. Secondo il Devoto-Oli esso è un ”falso ragionamento che in apparenza sembra vero”. Leggere un suo articolo è dunque divertente come una caccia agli errori.
La signora rimprovera al suo giornale di contribuire a far cadere il governo dichiarandolo sostanzialmente esaurito, mentre non è lecito né desiderare, né predire, né chiedere che vada a casa e si proceda a nuove elezioni. Il reprobo Anselmi è arrivato a definire il governo, ricorda, “una carcassa che si trascina”. Sicché la signora è costretta ad “assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori”.  “Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione – horribile dictu, aggiungiamo - quasi fin dal primo giorno”. E già qui si nota il primo paralogismo.

È vero, in Italia si vota normalmente ogni cinque anni. Dunque una maggioranza è eletta perché governi cinque anni. Ma dove sta scritto che il paese non possa cambiare opinione, per esempio perché quella maggioranza e quel governo lo deludono irrimediabilmente? Sarebbe normale, in democrazia, un governo che rimanesse in carica, dopo il primo anno se per gli altri quattro fosse largamente impopolare e odiato? Il governo è emanazione della volontà popolare. Se così non fosse, governerebbe “per volontà di Dio” e questo non sembra più essere di moda dal 1789. Se non dal 1649, data della decapitazione di Carlo I. Se si vota ogni cinque anni è affinché il governo abbia il tempo di realizzare qualche serio programma: non perché Palazzo Chigi possa non tenere conto del giudizio dell’intero Paese.
Né serve parlare, come fa la signora, di “sacralità del tempo conferito col mandato”. Quale sacralità? Non solo nella storia repubblicana sono caduti tutti i governi, prima della scadenza naturale, ma – si ripete - la sacralità delle istituzioni appartiene ad un altro tempo. Nessuno può fornire “la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne”. È vietata la rivoluzione, non la disapprovazione.
E tuttavia, chi è il più colpevole di questa malefatta, di questo orrendo tentativo di far cadere il governo? Facile: Silvio Berlusconi. È vero - ricordiamo noi - che ha da prima proposto la Große Koalition e non la caduta del governo, ma in seguito, lo riconosciamo lealmente, s’è reso colpevole di opposizione. Cosa non legittima, per la Spinelli. Egli ha infatti commesso il suo crimine “in dispregio costante dei dettami costituzionali”. Che, come si sa, prescrivono che l’opposizione applauda costantemente la maggioranza. Ricordiamo tutti, infatti, come l’opposizione di centro-sinistra abbia passato cinque anni ad applaudire Berlusconi. Mentre ora quella del Cavaliere è stata “Una strategia di delegittimazione del tutto anomala”.
Il termine “delegittimazione” è interessante.
In senso proprio, è una stupidaggine. Se non si ha il potere legale di togliere una funzione ad un organo, quell’organo era legittimato e legittimato rimane. Se invece si intende per delegittimazione la disapprovazione, dove sta scritto che si debba in ogni caso applaudire ciò che fa un organo dello Stato? Se lo Stato non sbagliasse mai, non ci sarebbero i Tribunali Amministrativi. Se la magistratura non sbagliasse mai, non ci sarebbe la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione. Se il governo non sbagliasse mai non ci sarebbero nuove elezioni. Parla di delegittimazione chi considera illecita ogni critica. I governanti sovietici erano così sicuri di fare il bene del paese che mandavano al Gulag chiunque osasse criticarli. Pardon, delegittimarli.

Ma Berlusconi non è l’unico colpevole. Gli tengono il sacco “tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private”.  Colpevoli di un crimine che l’illustre editorialista non perdona: la libertà di stampa. E sono anche colpevoli “questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza”, insomma il popolo italiano. I molti che “accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto”: perché questo è un crimine. Mentre lottare contro il governo Berlusconi è stata una sacrosanta crociata.
“Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo”. Ma di che si meraviglia? Questo è avvenuto per tutti i governi della Repubblica. Per molto tempo la loro durata media è stata inferiore all’anno. Oppure la Spinelli vorrebbe che si votasse ogni volta che cade un governo? Basterebbe lo scrivesse nella Costituzione.
La perorazione seguente ha invece l’apparenza della logica. Sostiene la giornalista che un governo impopolare non è per ciò stesso un governo che merita d’andare a casa. Giustissimo. Ma giustissimo purché l’impopolarità derivi da provvedimenti che il paese sul momento non comprende, anche se sono utili. Per esempio una coraggiosa riforma delle pensioni, del lavoro, della giustizia. Il governo Prodi ha forse fatto queste riforme? L’illustre editorialista non si è accorta che l’attuale maggioranza non è accusata soltanto di governare male ma, ancora peggio, di non governare affatto. L’unica grande impresa di Prodi, da un anno e mezzo a questa parte, è quella d’essere ancora lì.
La Spinelli è infine una campionessa nel darsi la zappa sui piedi. Nel momento stesso in cui vorrebbe difendere l’attuale governo certifica l’inopportunità della sua esistenza con queste parole: “Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura”.
Poi però colpevolizza chi invoca questa fine perché essa serve volontariamente “il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione”. Mentre il regolamento – come si sa - prescrive che si applauda il governo Prodi.
Non c’è però ragione che questo mirabile Giudizio Universale si limiti all’Italia. Leggiamo infatti: “Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice”. Ecco qui: Bush alla Casa Bianca è un abusivo e la Corte Suprema degli Stati Uniti è indecorosa: tutto questo mentre sarebbe stato tanto semplice chiedere a Barbara Spinelli chi aveva vinto, nel 2000. E invece l’hanno costretta da un lato a delegittimare personalmente George W. Bush e dall’altro a condannare personalmente chi delegittima il governo Prodi. Che fatica.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it . 31 ottobre 2007

VELTRONI E POL POT
“Le foto dei campi di concentramento di Pol Pot erano agghiaccianti. Non diverse da quelle che tra dieci giorni troverò andando ad Auschwitz. Sono diversi i colori delle bandiere, diverse le motivazioni, ma la vita di quegli esseri umani è la stessa”. Sono parole che il sindaco di Roma Walter Veltroni ha pronunciato ieri accennando al viaggio che farà ad Auschwitz con alcuni studenti romani dall’11 al 13 novembre. La denuncia di Veltroni sui campi di sterminio di Pol Pot farà discutere perché porterà inevitabilmente la discussione sui crimini dei Khmer rossi e sulla politica estera del Pci negli anni ‘70. Forse è il caso di ricordare a Walter Veltroni che il Partito comunista italiano, forza politica di cui ha fatto parte, nel 1975 aveva appoggiato le battaglie dei Khmer rossi in Cambogia. Infatti, nella sua relazione al 14esimo congresso del Pci (18-23 marzo 1975), Enrico Berlinguer aveva detto: “Mandiamo da questo congresso il saluto più fraterno e di operante solidarietà dei comunisti italiani agli eroici combattenti del Vietnam e della Cambogia”. La frase è trascritta nel volume pubblicato da Editori Riuniti nel quale viene riportata la relazione del segretario del Pci e gli atti di quel congresso (14esimo congresso del Partito comunista italiano: atti e risoluzioni, Editori Riuniti, 1975). L’11 aprile del 1975 il comitato centrale del Partito comunista italiano approvò una mozione nella quale definiva “eroica” la “resistenza del popolo vietnamita e cambogiano”. In quel periodo Veltroni era impegnato politicamente per sostenere i regimi comunisti del sud-est asiatico. Nel discusso libro Il Compagno Veltroni. Dossier sul più abile agente della Cia del 2000 viene riportato uno stralcio di un articolo che l’attuale leader del Pd aveva pubblicato su Roma giovani, il periodico della Fgci romana: “I compagni vietnamiti ci hanno detto: ‘La nostra lotta è giusta. Uniti vinceremo’. E hanno sconfitto la grande potenza americana e sono entrati a Saigon dove lavorano per costruire un Vietnam pacifico e indipendente”.

Nel marzo del 1985 Tiziano Terzani accusò apertamente la sinistra italiana di non aver capito quello che stava accadendo con queste parole: “Quel che ancora oggi è interessante è che la sinistra che ha sostenuto ideologicamente la guerriglia indocinese durante la guerra con gli Stati Uniti non ha preso sul serio il fenomeno Pol Pot, non ha cercato di spiegarselo e lo ha liquidato come se si trattasse semplicemente di una folle deviazione. Si era fatto praticamente lo stesso con la rivoluzione culturale cinese, prendendo per buono quello che oggi Deng Xiaoping vuole farci credere, cioè che gli anni di caos, di torture e di uccisioni sarebbero stati null’altro che l’aberrazione di quattro personaggi, la cosiddetta banda antipartito. E invece individuare le radici della rivoluzione culturale vuol dire individuare le origini del ‘polpottismo’ e dei Khmer rossi: che stanno, appunto, nell’ideologia”. Ma il quotidiano l’Unità difese in quegli anni i terribili massacri compiuti dai Khmer rossi. Basta leggere il numero del 13 giugno del 1976: “Tema del numero di ieri di AZ – una trasmissione di approfondimento giornalistico della tv di Stato – era la situazione in Cambogia (…). Si sono così accavallate cifre pazzesche, ‘testimonianze’ unilaterali su pretesi massacri, esecuzioni sommarie, ecc. In realtà è apparso evidente lo scopo propagandistico e la volontà terroristica della trasmissione, che ha dimostrato ancora una volta lo sfacciato uso di parte che la Dc e i suoi servitorelli televisivi continuano a fare del maggiore mezzo di comunicazione di massa esistente nel nostro Paese”. Il 29 marzo del 1977 l’Unità attaccò ancora i propagandisti anti Pol Pot: “È attorno a questi profughi che si è svolta e si svolge la grande operazione della quale si parlava (...). Missionari che avevano servito più Lon Nol – dittatore cambogiano che aveva assunto i pieni poteri nel 1970 fino alla conquista del potere dei Khmer rossi – che la causa del Vangelo durante la guerra, ed erano poi fuggiti dal Paese, e avventurieri che avevano diretto i servizi di propaganda anticomunista dello stesso Lon Nol e si sono trasformati in giornalisti a tempo più o meno pieno (...). Le prime ‘interviste’ con i rifugiati sono state organizzate da questi elementi”. L’Unità continuò a insistere e il 21 aprile del 1977 scrisse ancora sul dramma dei profughi che sfuggirono ai massacri di Pol Pot: “A Bangkok, come è stato scritto recentemente sul nostro giornale, esiste una vera e propria centrale che fabbrica, a volte dal nulla, a volte gonfiando ed esagerando testimonianze dei profughi, notizie di massacri, deportazioni in massa, fame ed epidemie. Si tratta di dimostrare che il ‘bagno di sangue’ che Ford aveva previsto per il Vietnam, sta avvenendo comunque”.
Da "IL VELINO"
(grazie a L.Palazzolo)

IL SALARIO MORALE
Giorni fa abbiamo tutti letto la vicenda di quell’imprenditore abruzzese che ha provato a vivere con la paga dei suoi dipendenti. Ha finto di essere lui stesso un operaio, e che un’operaia fosse anche sua moglie, e il risultato è stato che, con le due paghe (2.000 euro) è arrivato solo al venti del mese. A questo punto, comprendendo che i suoi operai non potevano vivere con quel salario, ha spontaneamente aumentato a tutti lo stipendio di ben duecento euro mensili. Applausi. Ma applausi giustificati?
 1) In primo luogo, se l’imprenditore poteva aumentare la paga di ogni operaio di duecento euro, significa che l’impresa aveva notevole margini di guadagno. O perché fabbricava qualcosa di molto richiesto, con un sistema produttivo molto economico, o perché produceva un oggetto inventato dallo stesso imprenditore, o comunque perché questo signore beneficiava di una situazione particolarmente favorevole. Ma non tutte le imprese sono in queste condizioni.

 2) Poi, l’esperimento stesso è  sbagliato nella sostanza. Che senso ha provare a vivere con la metà o un terzo del proprio normale reddito, se il resto della propria situazione economica rimane quella che era? Se si ha una grande casa in centro si pagherà di condominio quasi quanto si paga di pigione in periferia. Se si ha una grossa Mercedes, la minima riparazione assesterebbe un colpo mortale all’intero reddito mensile. E con quale denaro vivere, il mese in cui si deve pagare l’assicurazione Rca o una multa per eccesso di velocità? O ambedue? In caso di bisogno, per farsi una Tac quell’imprenditore aspetterebbe i tempi biblici dell’Usl o andrebbe in una clinica privata? Insomma il proprio livello di vita non si cambia da un giorno all’altro. Questo imprenditore ci riferisce con un nodo alla gola che non è arrivato alla fine del mese, ma se la sua paga fosse stata stabilmente di duemila euro al mese ce l’avrebbe fatta eccome: come ce la fanno i professori di liceo, che duemila euro al mese non li guadagnano. E non sempre hanno una moglie che lavora. Ma, appunto, non hanno una Mercedes: hanno una Uno o una Punto di dieci anni fa.
 3) Indubbiamente, della situazione favorevole l’imprenditore poteva legittimamente profittare lui stesso in quanto pagava gli operai a prezzi di mercato: ma se amava i suoi operai, e se preferiva condividere con loro la bonanza di una produzione di successo, chi gli impediva di aumentare la loro paga senza esperimenti spettacolari? Qualcuno – a proposito di fare del bene - ha detto: “non sappia la tua mano destra quello che fa la tua mano sinistra”. Dunque l’aumento non è stato dovuto solo a generosità, ma anche a narcisismo; a voglia di pubblicità; a prurito di esibizione.
 4) La colpa massima di quel signore tuttavia è un'altra. A sentirlo, la paga dovrebbe essere commisurata ai bisogni degli operai e non al rendimento del loro lavoro: e questo è un modo di ripetere la famosa affermazione di Luciano Lama, secondo cui "il salario è una variabile indipendente". Una cosa che oggi non oserebbe dire neanche il più fanatico, e ingenuo, e forse anche un po' fesso dei sindacalisti. Infatti, sostenere che la paga deve corrispondere ai bisogni degli operai significa mettere il carro dinanzi ai buoi. La prima cosa da sapere è se l’impresa può pagare di più. Ci si deve chiedere quanto rende l’operaio al suo datore di lavoro e quanto gli costa: soprattutto tenendo conto dei contributi statali, che raddoppiano quasi la somma. Solo dopo, se si è sicuri che esistono margini, si può richiedere un aumento di paga. “La torta è più grande, dammene una fetta più grossa”. Ma “dammi un totale di fette più grande della stessa torta” è una richiesta da dementi.
Le parole di quell’imprenditore hanno in realtà una base morale. Secondo molti, bisognerebbe che la paga fosse adeguata ai bisogni ed alla dign
ità dei lavoratori: e questa è una stupidaggine. La rimunerazione del lavoro è infatti commisurata al livello economico dell’intero paese. Gli operai svizzeri non guadagnano più degli operai peruviani perché gli imprenditori svizzeri sono generosi e quelli peruviani egoisti: la differenza è nel sistema produttivo dei due paesi. In altri termini, o la paga è determinata dal mercato, o è stabilita dall’alto. Come in Unione Sovietica. Lì le leggi del mercato non avevano vigore e si privilegiano le leggi morali: col risultato d’una miseria inimmaginabile per il salariato occidentale.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 30 ottobre 2007


Lo staziante appello di Karnit Goldwasser
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Magistrati: superiori e “dipendenti”
Il mondo della Magistratura non è un mondi di missionari. Pochi la considerano, quale dovrebbe essere, una missione, ma non è più così. Non lo è per convenienza, non lo è per paura, non lo è per comodità. Il magistrato è ormai poco più che impiegato pubblico e come capita spesso alla gran parte degli impiegati pubblici, si finisce per dimenticare il proprio giuramento che li obbliga ad essere al servizio del pubblico e si diventa padroni del quartiere, all’occorrenza scansafatiche pronti alla prepotenza, all’accusa, all’invidia e, quando le cose iniziano ad andare male, allora arriva il grido di giustizia che diventa prima una battaglia di principio, poi una crociata anti-politica, ma in realtà ugualmente politica, un miscuglio di polemica e di orgoglio ferito. I magistrati sono la medesima cosa, “impiegati particolari” dello Stato che hanno il dovere di servire la giustizia e di servire la giustizia oggettiva, fin quando è possibile ed anche quando non lo è più, perché il magistrato non è lì per cambiare il mondo, per punire, per cancellare, ma per servire, lavorare senza magari vedere i frutti del proprio lavoro, proprio come spesso capita a quell’unico impiegato pubblico in una massa di dipendenti lavativi e rubasalario. Invece i magistrati attuali non si limitano a questo. Essi avversano la politica, ma ne sono complici a volte e schiavi in altre volte, collusi con poteri forti da un lato e desiderosi di eliminarlo o stanarlo dall’altro, come “un impiegato” potesse rivoltare come un calzino una gerarchia costruita da anni ed impostata in un determinato modo. Alcuni di questi preferiscono non guardare alla politica, alla collusione, alla delinquenza radicale, all’impiccio grave fra malavita e politica e girano la testa; altri non lo fanno, vogliono andare a fondo, ma da magistrati si trasformano in paladini senza macchia e senza paura, la loro guerra in nome dello Stato diventa la guerra contro lo Stato, il loro grido di impotenza diventa un proclama pubblicitario, quasi un’elemosina vittimista sulle cose che vanno male. Penso che molti magistrati siano tali per passione e per missione, perché in fondo “un impiegato” al servizio di una giustizia che è sempre più soggettiva e quasi mai oggettiva non può essere che un passionale missionario. Nessun missionario, fra gli stenti e le guerre, fra il dolore ed il rancore della gente, fra la diffidenza e la malattia si rivolterebbe contro la sua Chiesa che non lo aiuta o contro il buon Dio che lo ha abbandonato. Magari si leverebbe il suo grido di dolore, ma riprenderebbe dopo un po’ il suo silenzioso lavoro contro ogni cosa. Rosario Livatino era un “impiegato”, Rocco Chinnici lo era, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano “impiegati”. Il primo, non contava le volte in cui, in quel di Agrigento, riceveva minacce e viaggiava senza scorta, non fece un caso madornale, continuò a fare il suo lavoro e sapeva che tutto gli era contro, ma gli piaceva troppo farlo, per passione. La passione che traspare dalle sue parole in un convegno a Canicattì sul ruolo del giudice, dove parla di indipendenza dei magistrati, di apoliticità dei giudici ed altro. Rocco Chinnici era a capo di una delle Procure più sotto pressione dai poteri occulti, politici e non. Lavorava e basta, applicava la legge e commentava poco, indagini e decisioni legislativi. Rileggetevi un classico, una della più rare e belle interviste rilasciate. Su Falcone e Borsellino sarei retorico, ma ricordare che siano stati avversati dagli altri gradi dello Stato è poco. Forse è proprio per questo che i magistrati attuali, per paura o per eccesso di emulazione, non si accontentano dell’importanza di lottare, ma vogliono vincere, non ritengono importante distaccare il loro lavoro dalla politica, ma vi si immergono. Certo, si dirà, una cosa sono gli eroi, altra sono i normali magistrati. Eppure erano e sono tutti dipendenti e l’essenza del dipendente è migliorare lo Stato che lo circonda e non sperare che esso muoia. Sono due utopie, ma la prima è indice di impegno che rifugge dal vittimismo, dalla ricerca del sudiciume, non nei bassifondi ma nei salotti e dall’imbastardimento mediatico che è molto meno onorevole di una sana giornata da magistrato, passata per quindici ore fra carte, testimoni, documenti, delinquenti e “signori”. Insomma, quasi mai, per credibilità e per utilità ai magistrati conviene essere superiori e non “dipendenti”.

Angelo M. D'Addesio


IL BLA BLA AL MASSIMO LIVELLO
Secondo Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, nel nostro paese i livelli retributivi «sono piu bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea». E questo provoca, a cascata, una serie di inconvenienti: i consumi sono anch’essi bassi; si produce poco; c’è poco lavoro per le fabbriche; diminuiscono i livelli occupazionali e insomma la ricchezza nazionale ne risente malamente.
Secondo il Governatore, per porre rimedio alla situazione, bisognerebbe riformare le regole dell’economia e della spesa pubblica. Vaste programme, ma plausibile. In che direzione, tuttavia?  Bisogna, dice l’illustre oratore, “aumentare l'efficienza e la competitività della produzione interna, sostenere i redditi e i consumi delle famiglie, assicurando la crescita dell'economia”. Belle parole. Come spesso avviene, si indicano i fini e non i mezzi per perseguirli. Quando poi l’oratore scende sul concreto, non è che le cose vadano molto meglio. Si parla di una riforma “coraggiosa” del sistema d’istruzione, in particolare superiore. E che significa? Che bisognerebbe bocciare i somari? E lo si dice così, en passant? Ci si rende conto che si dovrebbe rovesciare una tendenza che dura da quasi quarant’anni, esattamente dal ’68?
Draghi indica però altri scopi da perseguire; in materia di flessibilità del lavoro, per esempio: “Vi sono modi, sperimentati anche in altri paesi, per contemperare le esigenze di imprese competitive con le aspirazioni dei lavoratori che entrano nel mercato, con i [loro] bisogni di stabilità». Vi sono modi. Bisognerebbe conoscerli. E c’è il botto finale: «un innalzamento dell'età effettiva di pensionamento può ricostruire l'equilibrio fra attesa di vita, attività lavorativa e modelli di consumo». E anche qui, chi dice di no? Siamo tutti d’accordo. Ma non sono d’accordo i partiti di estrema sinistra, attualmente, e proprio loro sono in grado di bloccare il parlamento.
Inoltre, se domani Berlusconi tornasse al governo, non sarebbero più solo i partiti comunisti a bloccare l’azione governativa, ma anche i moderati di sinistra, uniti in una guerra santa contro Berlusconi: checché faccia. Incluso il bene del paese.
Mario Draghi da un lato dice delle cose inutili: finché non si indicano i mezzi, ci si è limitati agli auspici, con atteggiamento benedicente da monsignore; dall’altro dice cose irrealizzabili in concreto, un po’ come quando i topi avevano deciso, per evitare gli agguati del gatto, che uno di loro andasse ad appendergli un campanello al collo.
Tutto questo è molto triste. Il Governatore, sicuramente, non è uno sciocco. E se dice cose che possono ragionevolmente essere smontate in poche righe, significa che non può dire altro. Significa che ci sono ben poche speranze. L’Italia non può essere salvata non perché non se ne conoscano i problemi, non perché non si conoscano almeno un paio di soluzioni, a cominciare per esempio dell’innalzamento dell’età pensionabile, ma perché questo infelice paese è prigioniero delle ideologie e della demagogia. Cosa veramente strana, se si guarda alla storia.
L’Italia non ha conosciuto la Riforma. Un po’ per la presenza del Papa, un po’ per un viscerale disinteresse per lo spirito, la Riforma le è passata sulla testa senza che si accorgesse della sua esistenza. Mentre altrove nasceva l’Illuminismo, l’Italia rimaneva provinciale, marginale, formalmente cattolica più per abitudine che per sincera convinzione. Persino il Risorgimento è stato un fatto di pochi e non di popolo. Se esso è arrivato a buon fine è più per via di politica internazionale e per l’abilità di un grande politico come Cavour che per autentica lotta popolare e per meriti guerreschi. E tuttavia, questo popolo che non si è interessato né di Dio, né della Dea Ragione, né della Nazione, né di niente, s’è alla fine entusiasmato per qualcosa: il socialismo. Probabilmente perché non l’ha percepito come una teoria (quanti, fra quelli che votano a sinistra, saprebbero definire il plusvalore?) ma come un modo per ottenere più denaro. Il potere dei sindacati e il fascino delle idee di sinistra si spiegano con queste ricadute concrete. Si sono ammantate le speranze monetarie con paroloni come giustizia sociale, rivendicazioni sindacali, servire il popolo ecc. e in fondo s’è sempre trattato di una semplice richiesta: “dateci più soldi”. Non importa se lavoriamo o battiamo fiacca, non importa se l’impresa è prospera o rischia il fallimento (esemplare la vicenda dell’Alitalia), non importa nulla, di ciò che concerne l’economia in generale, come scienza e come situazione del paese
: importa solo che “vogliamo di più”.  Luciano Lama, corifeo di questa mentalità, arrivò all’affermazione storica ed indimenticabile che “il salario è una variabile indipendente”. Indipendente dal fatto che l’impresa possa permettersi di pagarlo. Come se, in caso di dissesto, l’impresa le banconote potesse stamparle.
Il trionfo di questa semplice ideologia ha condotto a perdere di vista ogni atteggiamento razionale. I sindacati – così come i partiti di estrema sinistra – hanno capito che il loro successo non è commisurato al bene del paese, e nemmeno al bene dei lavoratori, ma alla rigidità con cui sostengono le tesi più assurde e demagogiche. “Vogliamo più soldi”. E poiché anche i partiti moderati sono intimiditi, nessuno osa sostenere, per esempio, che o l’Alitalia ridiviene produttiva, facendo perdere ai suoi dipendenti molti indebiti vantaggi, oppure chiude. E se non si ha la forza politica di dire questo, e di agire di conseguenza, come si può pensare di riformare l’Italia?
Forse per questo Draghi ha fatto un discorso da Papa. Un discorso che ci aiuterà forse a guadagnarci il Paradiso, ma non su questa terra.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 29 ottobre 2007


Perchè in Iraq la vittoria è a portata di mano
E' giunto finalmente il momento di dichiarare vittoria su al Qaeda in Iraq? Solo qualche mese fa, sarebbe stato considerato folle porsi una domanda come questa, ma ora alcuni militari molto stimati, compreso il comandante delle Forze Speciali in Iraq, Stanley McCrystal, ritengono che sia quanto accade realmente sul campo a giustificarla. I generali non vogliono alimentare l'illusione che la guerra sia finita e insistono nel dire che c'è ancora molto da combattere, mettendo in guardia dal ritenere al Qaeda ormai  agli sgoccioli, perché i terroristi che sopravviveranno saranno ancora in grado di uccidere i soldati della coalizione e gli iracheni. Nondimeno, è vero che in Iraq si respira un‚aria di relativa tranquillità, anche in zone che erano date per perse poco più di un anno fa. Quanti hanno sostenuto che la sconfitta fosse definitiva è giusto che rivedano la propria posizione.

Per la precisione, quasi 13 mesi  fa, il Marine più alto in grado responsabile dell'intelligence in Iraq scrisse che la già triste situazione nella provincia di Anbar sarebbe andata ancor più deteriorandosi se non si fosse provveduto a inviare una divisione aggiuntiva, insieme a ingenti nuovi aiuti economici. Oggi, i vertici dei Marine meditano su come andare via da Anbar, e non perché ormai la considerino una causa persa, ma perché lì al Qaeda è stata sconfitta.

A Fallujah, alcuni Marine, lamentandosi, si sono rivolti così a un ufficiale di mia conoscenza: "Non c'è più nessuno a cui sparare, signore. Se si tratterà solo di costruire scuole e ospedali, è a questo che serve l'esercito?". Nell'area, gli sceicchi sunniti si sono uniti ai Marine per cacciare via Al Qaeda, e questo modello si è diffuso nella provincia di Diyala e anche in molti quartieri della stessa Baghdad, dove gli sciiti combattono i loro vecchi eroi dell'esercito del Mahdi. 

Le truppe britanniche stanno per lasciare Bassora, e in molti si aspettavano che le milizie sciite sponsorizzate dall'Iran avrebbero imposto il loro brutale dominio sulla città. Ma questo non è successo. Il tenente colonnello Patrick Sanders, di stanza vicino Bassora, ha confermato che negli ultimi tempi la violenza è calata vertiginosamente e di ciò attribuisce il merito all'operato della polizia e dei soldati iracheni. 

A riprova dei crescenti successi, gli scettici spesso dicono che mentre le operazioni militari procedono bene, non c'è alcun segno di quella svolta che dovrebbe ricomporre le fratture all'interno del corpo politico iracheno. Ma i recenti sviluppi suggeriscono il contrario. Giusto qualche giorno fa, Ammar al-Hakim, figlio e probabile successore del leader politico sciita più importante del paese, Abdul Aziz al-Hakim, si è recato nella capitale della provincia di Anbar, Ramadi, per incontrare gli sceicchi sunniti. Il suo gesto e le parole pronunciate sono state incredibili. "L'Iraq non appartiene solo ai sunniti o agli sciiti; né agli arabi, ai curdi o ai turcomanni",  ha detto. "Oggi, dobbiamo alzarci in piedi e dichiarare che l'Iraq è di tutti gli iracheni".


Il richiamo di Hakim all‚unità nazionale rimanda al pellegrinaggio che il vicepresidente iracheno, Tariq al-Hashemi, sunnita, ha svolto lo scorso mese a Najaf, l'epicentro dello sciismo iracheno. Lì ha visitato il grande ayatollah Ali al-Sistani, il massimo esponente religioso sciita. L‚incontro è servito a supportare simbolicamente al-Sistani come la più autorevole figura religiosa irachena. Hashemi, inoltre, lavora da tempo a stretto contatto con Hakim e i suoi collaboratori, così con i curdi. E tali sforzi per giungere alla rappacificazione procedono rapidamente anche altrove. Il canonico anglicano, Andrew White, ha organizzato vari incontri tra i leader cristiani, sciiti e sunniti iracheni, i quali insieme hanno invocato la riconciliazione nazionale.

Il popolo iracheno sembra dunque essersi rivoltato contro i terroristi, anche contro quelli in combutta con i Signori del Terrore di Teheran. Le parole del colonnello Sanders sono inequivocabili: "Lì giù a Bassora, una terribile ondata di violenza si è scatenata contro di noi e l'Iran ne è stato l'artefice. Ma ciò che poi ha convinto le diverse milizie a unirsi è stato il forte senso di appartenenza nazionale che li ha indotti a respingere le interferenze iraniane".

Come si può spiegare un tale cambiamento nel corso degli eventi? Mentre i nostri vertici militari hanno fatto molta attenzione ad attribuire la gran parte dei meriti agli eccessi dei terroristi e al coraggio della popolazione locale, la spiegazione più logica viene dal vecchio David Galula, il colonnello francese che combatté in Algeria e che in seguito, negli anni sessanta, ha scritto Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice. Gaula sostiene che le insurrezioni siano guerre rivoluzionarie il cui esito è determinato dal controllo della popolazione e dal suo supporto. Il modo migliore per affrontare simili guerre è immaginare il gioco di ruolo chiamato "Go". All'inizio  i due  giocatori hanno in dotazione una quantità limitata di risorse, tutti hanno il supporto di una minoranza  del territorio e della popolazione. Entrambi possiedono delle risorse nella sfera d'influenza del nemico. Il gioco termina quando un giocatore prende il controllo della maggioranza della popolazione e di conseguenza del territorio.

Chi riesce a guadagnare il sostegno della popolazione vince la guerra. Galula giunge alla conclusione che mentre l'ideologia rivoluzionaria è centrale per generare l'insurrezione, ha poco a che fare con il suo esito, che invece è determinato dalla politica; come nelle elezioni, è il popolo a scegliere il vincitore.

Nelle fasi iniziali del conflitto, gli iracheni sono rimasti il più possibile neutrali nel mero tentativo di sopravvivere. Ma nel momento dell'escalation sono stati costretti a fare una scelta, a scommettere sul vincitore,  e la loro scommessa automaticamente è divenuta la classica profezia che si autoavvera. La popolazione ha la carta vincente sul campo da gioco: l'informazione. Non appena gli iracheni si sono accorti che stavamo per vincere, infatti, hanno cominciato a darci informazioni sui terroristi: chi erano, dov'erano, quali erano i loro piani, dove nascondevano le armi e così via.

E' fin troppo facile dire che ogni iracheno intelligente preferirebbe noi ai terroristi: noi non vogliamo restare a lungo, i terroristi promettono di restare per sempre e di rendere l'Iraq parte di un califfato oppressivo. Noi ce ne andremo in pochi anni e metteremo l'Iraq in mano agli iracheni, mentre i terroristi - molti dei quali sono burattini manovrati da potenze straniere - hanno intenzione di consegnare il paese ad altri. Noi promettiamo la libertà, mentre i jihadisti impongono il loro fascismo clericale e massacrano i loro fratelli arabi e musulmani.

Tuttavia, l'inclinazione nei nostri confronti non basta a spiegare la drastica svolta che si è verificata. La natura dei terroristi era ben chiara anche un anno fa, quando le cose andavano male. Come osserva acutamente Galula, "la parte che assicura una maggiore protezione, la parte che si dimostra più minacciosa, è la parte che sta per vincere, questi sono i criteri che governano gli orientamenti della popolazione. Ancor meglio, certo, se la popolarità e l'efficacia si combinano".

La svolta c'è stata perché abbiamo iniziato a sconfiggere i terroristi, ed è coincisa più o meno con l'avvio del surge. C'è la tendenza a considerare il surge al pari di un semplice aumento delle truppe, ma l'elemento decisivo è stato il cambio di dottrina. Invece di tenere la maggior parte dei nostri soldati nelle sperdute e super fortificate basi militari americane, lontani dall'epicentro della battaglia, abbiamo cominciato a schierarli  sul campo. Invece di reagire agli attacchi dei terroristi, gli abbiamo dato la caccia. Abbiamo smesso la finzione di essere in Iraq per addestrare gli iracheni perché fossero loro a combattere la guerra. Invece, abbiamo affrontato il nemico aggressivamente. E‚ stato a quel punto che gli iracheni hanno fatto la loro scommessa decisiva.       

Herschel Smith, del blog Captain's Journal, ci offre una chiara descrizione di quanto accaduto ad Anbar: "Non c'è motivo di combattere un nemico che non può essere battuto e che non ha intenzione di andarsene". Eravamo il cavallo vincente, e gli iracheni lo hanno capito. 

Non c'è dubbio che i generali Petraeus e Odierno siano a conoscenza di ciò. Dopo tutto, è loro strategia che ha prodotto questi buoni risultati. Il loro riserbo nel proclamare la vittoria su al-Qaeda e sugli altri terroristi in Iraq è dovuto all'incertezza della battaglia politica che si svolge sul fronte interno. Petraeus e Odierno, insieme ai nostri soldati, temono che la classe politica a Washington possa ancora "strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria". Sanno che Iran e Siria sono ancora libere di colpirci lungo le frontiere, e il generale Petraeus, lo scorso mese, ha avvertito il Congresso che non sarà possibile vincere in Iraq se la nostra missione rimarrà circoscritta entro i confini del paese.

Non passa giorno senza che uno dei nostri comandanti urli ai quattro venti che gli iraniani operano in tutto l'Iraq, e che potenzialmente tutti i terroristi suicidi sono stranieri infiltrati dalla Siria. Abbiamo gravemente danneggiato le loro forze sul campo di battaglia, ma queste possono sempre incrementare gli attacchi, e ancora non abbiamo una strategia diretta contro i Signori del Terrore a Damasco e Teheran. E questo è un problema che non può essere risolto solo da un'efficace strategia controinsurrezionale, per quanto eseguita con successo.

Michael A. Ledeen - © Wall Street Journal


La pace non si paga.
Nessuno lo ha mai sentito parlare di cultura, scienza o sport probabilmente perche' non sa cosa dire, ha chiesto ripetutamente a Ehud Olmert  di essere mandato come emissario di pace in Siria, passa il suo tempo in giro per i paesi arabi a fare promesse a nome di Israele, naturalmente senza alcun mandato.
Sto parlando di Gahleb Majadele, sfortunato regalo a Israele del partito laburista, dopo quello devastante di Amir Perez.
Majadele diventato non si sa come ministro della cultura, scienza e sport, ministero di cui dovrebbe occuparsi ma  che dimentica di avere, troppo impegnato a viaggiare( anche a spese mie!) in lungo e in largo per i paesi arabi nemici.
E' arabo e nessuno lo tocca, chi lo fa rischia di essere tacciato di razzismo!
Col solito ritornello che noi siamo democratici e che lui, parte della minoranza araba, puo' fare cio' che vuole, Majadele e' arrivato a promettere, a nome di non si sa chi ma purtroppo come ministro di Israele,  la svendita del nostro Paese.
Ricordo che, sempre in  nome della nostra democrazia, non si  poteva toccare nemmeno Azmi Bishara,  ex deputato arabo della Knesset , che andava in giro a diffamare Israele, abbracciava siriani e hezbollah dicendo che facevano bene a fare di Israele l'obiettivo dei loro missili. Qualche suo "antidemocraticissimo" collega protestava, lo definiva "traditore" , chiedeva gli fosse proibito di viaggiare in paesi nemici, ma tutto si fermava di fronte alle urla dei deputati arabi che in piedi e istericamente urlavano "fascist" al malcapitato.
Il messaggio era il solito "e' arabo, puo' fare quello che vuole, chi si oppone e' razzista e fascista".
E cosi'  Bis
hara veniva  accolto da tutte le sinistre europee come il Messia, come colui che avrebbe portato Israele a cessare di essere Israele, sogno non segreto dei comunisti.
Poi un giorno ecco che Bishara sparisce, dove e' dove non e', alla fine veniamo a sapere che era scappato perche' qualcuno si era finalmente accorto che l'uomo stava facendo la spia per gli arabi e aveva passato a hezbollah, suoi amici fraterni, un sacco e una sporta di informazioni a danno di Israele, e lo faceva oltre che per odio anche per soldi.
Oggi l'intoccabile ex deputato arabo, il guru antisemita delle sinistre mondiali e' in qualche paese arabo e si guarda bene dal tornare in Israele dove sarebbe arrestato e processato per spionaggio e tradimento.
Non so come mai, forse alla luce dell'episodio di Bishara, forse perche' vivendo in Israele ho avuto modo di capire come si comportano gli arabi israeliani e anche come sono naif gli ebrei israeliani, ho l'impressione, molto spiacevole davvero,  che questo Majadele, ministro della Knesset per grazia ricevuta, ci fara' dei brutti scherzi.
A parte il fatto non secondario che il Ministero della cultura, scienza e sport e' senza un  ministro efficiente, il signor Majadele e' andato recentemente in Kuwait a dire che "Israele e' pronto a restituire il Golan come prezzo da pagare per avere la pace".
Dunque questo "arabo che non si tocca" crede di essere anche ministro degli esteri? crede di essere anche Primo Ministro? Quale tipo di aberrazione mentale puo' indurre uno a parlare in questo modo?
Esaminiamo la frase di Majadele : "Israele e' pronta a restituire il Golan".
Chi glielo ha detto? Israele non ha intenzione di suicidarsi e sarebbe un vero e proprio suicidio  regalare  il Golan alla Siria di cui  e' stato parte per soli 20 anni, dal 1947 al 1967 a causa della  politica britannica filoaraba dell'epoca che diede a Israele meno del 10% del territorio promesso nel 1922 dalla Societa' delle Nazioni.
Pero' il punto piu' aberrante sta nella seconda parte della frase "come prezzo da pagare per avere la pace" e qui siamo al delirio, siamo alla depravazione dell'animo umano.
Perche' Israele deve pagare un prezzo per la pace? Israele e' stata la vittima delle aggressioni arabe, Israele e' stata attaccata dalla Siria con tre guerre, nel 48 per essere distrutta subito, nel 1967 per ritentare l'impresa fallita e nel 1973 ultimo tentativo , perso anche quello,  per arrivare all'annichilimento del Paese.
La Siria quindi e' l'aggressore, Israele la vittima dell'odio arabo. L'aggressore ha perso tre guerre e la vittima le ha vinte a costo di tanti morti e dovremmo ancora pagare per avere la pace con chi ci ha sempre aggrediti?
Ma siamo pazzi?
Il Golan, storicamente ebraico,  e' israeliano dal 1967, da territorio brullo e' diventato un paradiso terrestre di campi, vigneti, vita pastorale, migrazione di uccelli, un Eden della natura e un motivo di grande orgoglio per gli israeliani.
Ripeto la domanda: perche' deve essere Israele a pagare per avere la pace dal momento che sono stati sempre  gli arabi ad attaccare e a rifiutare il dialogo?
Ha "pagato il prezzo" dopo aver vinto l'aggressione egiziana, ridando all'Egitto il Sinai, ha dato ai palestinesi la striscia di Gaza portando via quasi 9000 persone sradicandole  dalle loro case, facendo distruggere tutto il loro lavoro quando i palestinesi hanno bruciato  le serre.
Ha pagato abbondantemente e senza risultati il prezzo di esistere perche' regalare terra agli arabi non serve a niente, ne hanno tanta da gettare, ne hanno a iosa. A loro la terra non interessa , come non gli interessa  la Palestina se no l'avrebbero gia' fatta da anni. A loro interessa rimpicciolire il nostro territorio per poterci attaccare meglio e arrivare finalmente ad attuare il sogno della Lega Araba, di Arafat e di quella parte di Occidente antisemita.
Per andare a Annapolis a parlare di pace Israele dovrebbe impegnarsi a pagare ancora una volta un prezzo altissimo : dare ai palestinesi terre mai state loro, cioe' Giudea e Samaria, Gerusalemme, parti del Neghev, alla Siria il Golan e , naturalmente, far entrare in Israele milioni di arabi per completare l'opera di distruzione.
Benissimo, seguiamo il consiglio di Ahmadinejad e andiamo a prepararci un posticino accogliente in Alaska non dopo aver augurato stessa sorte ad altri paesi dove si posi piede islamico.
 
Vorrei dire a mister Majadele e a quelli che la pensano come lui che Israele non ha nessun prezzo da pagare:
- Su questa Terra gli ebrei hanno diritti storici
- Su questa terra non esisteva nessuna nazione
- Israele e' stata fondata con i voti delle Nazioni Unite, quindi nel modo piu' legale in assoluto  a differenza  di altri paesi dell'area nati grazie alla fantasia  di potenze come Francia e Inghilterra che con righello e matita, tra un cognac e un sigaro, hanno segnato i confini del Medio Oriente.
- Israele ha ribadito i suoi diritti vincendo con pochi uomini e pochissime armi la prima guerra di Indipendenza scatenata dagli arabi , 6 ore dopo L'annuncio di Ben Gurion agli ebrei:
"Noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele."
 
Israele non ha nessun prezzo da pagare.
Gli arabi devono pagare per la loro violenza, per aver  impedito agli ebrei di vivere in pace nel loro paese, per le guerre e per tutta la nostra gioventu' che hanno violentato e ucciso. 
Dovrebbero  chiedere scusa per il male fatto, per i morti, per le guerre, per non voler accettare la presenza  degli ebrei nel loro legittimo stato.
Gli arabi dovrebbero abbassare la testa, vincere odio, violenza e superbia e chiedere perdono per averci reso la vita impossibile, per aver portato a morire 23.000 giovani israeliani che avrebbero voluto dare solo carezze e amore.
 
Israele e' qui a testa alta, non ha niente da restituire e nessun prezzo da pagare ma solo il diritto di esistere in santa pace  e tanto  rispetto da ricevere!
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


LA SVOLTA POLITICO-GIUDIZIARIA DI REPUBBLICA ORA E’ GRAND GUIGNOL
Le due ali dei pool si mangiano tra loro come cannibali
COME E PERCHÉ LA TRIBUNA DELL’ANTIMAFIA CHIODATA ROVESCIA IL SUO GIUDIZIO SULLA STORIA RISCRITTA DALLE PROCURE
Sui magistrati del pool milanese, eroi di Mani pulite, Eugenio Scalfari aveva avuto almeno l’eleganza del dubbio. Dopo quindici anni aveva finalmente riconosciuto gli stessi eccessi e le stesse sbracature raccontate mille e mille volte da tanti altri giornali, a cominciare da questo fogliuzzo di quattro pagine. Ma aveva preferito ammantare la propria presa d’atto (la propria autocritica, stavamo per dire) col tocco del gran signore: “Quasi tutti i giornali li appoggiarono, anche il nostro allora da me diretto. Probabilmente fu un errore”. Parce sepulto.
Il grande necrologio di ieri, quello dedicato da Repubblica agli eroi della procura antimafia di Palermo, è stato invece offerto ai lettori con i toni sprezzanti di chi ormai vede nel palazzo di giustizia di Palermo nient’altro che rovine. Macerie popolate, manco a dirlo, da “giudici cannibali” – “i protégés di Gian Carlo Caselli e la tribù di Pietro Grasso” – che si azzannano per aggiudicarsi un brandello d’inchiesta, che si nascondono le carte, che si rinfacciano amicizie e appartenenze, che litigano persino su chi è titolato a dirsi erede di Giovanni Falcone e intanto continuano “a mangiarsi vivi come scorpioni nella bottiglia”. Un linguaggio, sia detto senza compiacimento, che nemmeno il Foglio, certo non tenero con i professionisti dell’antimafia chiodata, si sarebbe mai azzardato a usare.
Ma questo è ancora niente. Perché il lungo e sofferto necrologio – tre paginate in apertura di R2, che è il cuore nobile del giornale – porta la firma di due cronisti, Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, storicamente tra i più impegnati, si dice così, sul fronte antimafia. Sempre presenti e attivi soprattutto lì dove c’era da dare una mano agli slanci di quei procuratori che oltre a volere affermare il sacrosanto principio della legalità, volevano all’un tempo “riscrivere la storia d’Italia”, portando prima alla gogna e poi alla sbarra uomini politici e partiti che mal sopportavano la cosiddetta via giudiziaria al socia- lismo. Ricordate gli anni dei processi politici avviati da Caselli contro Giulio Andreotti, contro Francesco Musotto, appena eletto presidente della Provincia, o contro Corrado Carnevale, il giudice della Cassazione che solitario e impudente si ostinava a chiedere il rispetto delle regole e dunque dello stato di diritto? Bolzoni e D’Avanzo lo bastonarono per benino. Sul “giudice ammazzasentenze” scrissero centinaia di articoli e, come se non bastasse, fecero di quegli articoli un libro senza appello, almeno a giudicare dal titolo: “La giustizia è Cosa nostra” (Mondadori, 1995). Carnevale, alla fine, è stato assolto con tutti gli onori. Non ha avuto le scuse, ma forse il seme di un ravvedimento nell’animo dei suoi “inquisitori” l’avrà pure gettato. Perché, dopo dodici anni, lo stesso fuoco sacro adoperato per mandare al rogo lui, viene imbracciato da Bolzoni e D’Avanzo per incenerire l’altare sul quale hanno tenuto alto, fino a l’altro ieri, il nome di Caselli e dei caselliani di Palermo: da Guido Lo Forte a Roberto Scarpinato, pubblici ministero al processo Andreotti; da Antonio Ingroia a Domenico Gozzo, pubblici ministero al processo Dell’Utri. Meglio tardi che mai, si dirà.
Ma che cosa è successo in questi ultimi giorni da indignare così tanto Repubblica e le sue penne più pregiate? Eugenio Scalfari, indirettamente l’ha ammesso. Magistrati come Luigi De Magistris o Clementina Forleo, che vanno da Santoro a Annozero e sparano su tutto e su tutti, su Prodi e su Mastella, su D’Alema e su Lojero, come facevano un tempo su Berlusconi o su Previti o su Cuffaro, ormai lo spaventano. Ezio Mauro, il direttore, in un’intervista a Tempi è stato ancora più esplicito: “Non è che la magistratura, poiché opera contro l’illegalità, può non rispettare le regole”, ha detto. D’Avanzo non è stato da meno. Ha disquisito, eccome, sul caso Forleo-D’Alema e ha menato schiaffoni ai protagonisti dell’affaire Catanzaro, mettendo in un unico fascio tutta la mala erba, quella degli inquisiti e quella degli inquisitori. Ma chi poteva mai immaginare che nel volgere di pochi giorni, in coppia con Bolzoni, avrebbe rivolto la spada del giudizio anche contro Caselli e contro il santuario procuratizio di Palermo? Invece è successo.
E’ successo che ai processi politici di Caselli viene rimproverato – con un inchiostro che sembra quello del Foglio – l’uso di “regole fluttuanti (come i riscontri per le testimonianze dei pentiti)” e di “fonti fluide (come il concorso esterno in associazione mafiosa)”. Ed è successo pure che D’Avanzo accusi i caselliani, in perenne guerra con i “pragmatici” sostituti che fanno capo a Pietro Grasso e a Giuseppe Pignatone, di essere impuniti e recidivi perché il fallimento dei processi politici, come quello a Francesco Musotto, assolto in primo grado fino alla Cassazione, avrebbe dovuto “sollecitare una riflessione critica nei procuratori perché appare avventuroso, o addirittura pericolosamente autoritario, che un potere dello Stato persegua con prove inadeguate un altro potere legittimato dalla volontà popolare e annientato da un’iniziativa che, alla prova del giudizio, si mostra avventata”. Mizzica, sarebbe da dire visto che siamo in Sicilia
Ma la Sicilia, a questo punto, c’entra di striscio. Paradossalmente è solo un pretesto. Perché l’avvertimento fatto da D’Avanzo alla nuora palermitana, vale per tutte le suocere del regno, da Catanzaro a Milano, da Potenza a Torino: i processi politici erano belli e buoni quando la funzionalità delle procure era chiara e unilaterale; quando, riscrivendo la storia d’Italia, si portavano i buoni al potere e i reprobi al macello. Oggi – soprattutto se fatti così, malamente – quei processi non servono più, e Palermo ancora una volta diventa la metafora dell’Italia. Lì c’è ancora la procura antimafia più forte e più agguerrita, è vero. Ma la procura che un tempo osò processare il Divo Giulio e pretendeva di incastrare nientemeno che Silvio Berlusconi in persona, oggi non riesce nemmeno a inchiodare un pesce di media taglia come Totò Cuffaro, perché nel più bello del processo l’Ufficio si spacca e spaccandosi offre lo spettacolo più indecente: metà dei sostituti vogliono il presidente della Regione in galera per favoreggiamento, mentre l’altra metà gli vuole subito appioppare il bollo di mafioso e intanto accusa a mezza bocca i colleghi che rappresentano l’accusa in aula di essere, se non proprio collusi, quantomeno appiattiti sulle ragioni dell’imputato. Possiamo ancora chiamare eroi un gruppo di procuratori così attorcigliati al proprio orgoglio e alle proprie ambizioni da non sapere più distinguere dove sta il bene (della politica, è ovvio) e dove sta il male?
Il necrologio di Bolzoni e D’Avanzo, in fondo, ricalca l’interrogativo di un letterato francese famoso, se non altro, per avere scritto nel 1727 una singolare storia dei gatti visti dai topi. Aveva egli stesso un nome gattesco, si chiamava Paradis de Moncrif. Un giorno si chiese: ma se i gatti non mangiano i topi a che servono i gatti? E rinnegò tutto quello che aveva scritto in precedenza. Nel salotto di Madame du Deffand lo considerarono un buon provocatore, quasi un rivoluzionario. Un “débauché d’esprit”.

Dal “Foglio” del 26 ottobre 2007


PADRE PIO E SILVAN
In un articolo del Corriere della Sera del 25 ottobre 2007 (che si riporta in calce) si parla di Padre Pio da Pietrelcina e si mostra come i diversi pontefici abbiano avuto nei suoi confronti atteggiamenti molto diversi: dalla tolleranza ad un’aperta ostilità. Fino a parlare addirittura di “immenso inganno” e “disastro di anime”.
Il lettore rimane sconcertato. Mentre per Woityla Padre Pio era un santo (prova ne sia che lo beatificò) per altri pontefici il frate era più o meno un imbroglione o comunque uno che sfruttava il bisogno di magico della gente; uno che rendeva la fede quasi un fenomeno da baraccone. E se erano in disaccordo coloro che occupavano il soglio di Pietro, figurarsi se in questa sede si è in grado di arbitrare la diatriba.
Se si ha tendenza a credere al magico, o più in generale al soprannaturale, si ha anche tendenza ad interpretare in questa chiave i fenomeni che si osservano. Ai tempi di Pericle probabilmente moltissimi credevano veramente che il fulmine avesse a che fare con la collera di Zeus e ancora oggi un illusionista come Silvan si crede in obbligo di ripetere ad ogni spettacolo che ciò che mostra non è frutto di magia ma di trucchi. Questo è molto interessante. Se la gente avesse buon senso, dovrebbe avvenire il contrario: il mago, per fare ancora più effetto, dovrebbe rivendicare il possesso poteri sovrumani; e il pubblico dovrebbe ridergli in faccia. Il fatto che sia lo stesso Silvan a dovere avvertire il pubblico dimostra quanto pronto esso sarebbe a credere al miracolo.
Del resto, miracolo deriva da mirari, meravigliarsi: e come non meravigliarsi dinanzi a qualcuno che sulla scena fa cose che credevamo impossibili?
Questo fa tornare in mente una preziosa osservazione di Ernest Renan. A proposito della storicità dei vangeli egli disse, molto semplicemente, che un laico non può considerare opera storica, e tanto meno opera storica affidabile, un libro che parli di miracoli. Dunque coloro che sulla storicità di quei testi si basano per la loro fede, in realtà mettono il carro davanti ai buoi: credono ai vangeli perché già credevano alla possibilità dei miracoli, mentre non crederebbero ai vangeli se reputassero impossibili i miracoli. Insomma i credenti sono pronti a credere ben prima di leggere i testi sacri. Non diversamente da un musulmano il quale realmente crede che Maometto sia stato visitato da un angelo il quale gli avrebbe dettato il Corano.
Ecco perché la vicenda dei santi ha sempre due facce. Per i credenti, santa Teresa d’Avila andava in estasi; per gli psichiatri, soffriva di una grave forma d’isteria. E come i credenti non possono convincere gli psichiatri, gli psichiatri non possono convincere i credenti.
Per quanto riguarda Padre Pio nessuno può nascondere un certo imbarazzo dinanzi al fatto che qui le due posizioni siano rappresentate da papi, da un lato come dall’altro. A proposito dello stesso uomo. E poiché non si può certo chiamare “laico” un papa, sarà forse perdonata l’audacia di pensare che, pur essendo tutti loro fermamente credenti, alcuni erano più di altri pronti a subodorare l’inganno prima della santità. La santità, quando diviene fenomeno popolare, per il protagonista ha le sue brave ricadute positive. E forse proprio questo preoccupava alcuni pontefici.
La verità dei fenomeni soprannaturali non può costituire materia di discussione razionale: il miscredente cercherà sempre la spiegazione (che forse Silvan potrebbe dargli), mentre il credente, dinanzi al soprannaturale, chinerà la testa e si affiderà all’Altissimo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 25 ottobre 2007

LA LEGGE ELETTORALE
Qualunque legge elettorale è sbagliata. O magari qualunque legge elettorale è giusta.
Jonathan Swift, nei viaggi di Gulliver, racconta che in un certo paese imperava una diatriba che aveva diviso l’intero popolo. Ci si chiedeva se bisognasse aprire l’uovo dal lato più largo (big end) o dal lato della punta (small end), tanto che le fazioni si designavano Big Endians e Small Endians. E il tutto conduceva ad una guerra santa. L’intento dello scrittore era dimostrare che a volte gli uomini si scontrano, versando persino sangue, su questioni che un terzo può trovare del tutto assurde.
Qualcosa di analogo avviene riguardo alla legge elettorale. La prima cosa da dire è che non ne esiste una perfetta. Sarebbe perfetta una legge che piacesse a tutti, mentre di fatto ogni formula favorisce o la governabilità (ampia maggioranza) o la rappresentatività (presenza in parlamento anche di piccolissimi partiti), o i grandi partiti o i piccoli partiti, ecc. Nessuno può avere la pretesa di suggerire qualcosa di “giusto” rispetto a qualcosa di “sbagliato”: può al massimo proporre qualcosa di “migliore”, ma col rischio di sentirsi dire, da chi è svantaggiato dalla riforma, che è “peggiore”.
La legge elettorale attuale è stata imposta alla coalizione di centro-destra dall’Udc di Casini e Follini. Già per questo non si capisce perché si parli tanto di Calderoni: è l’Udc che l’ha voluta. Ma forse ricordiamo male.  Comunque sia, questo sistema ha certamente difetti, di cui i principali sono la mancanza del voto di preferenza e la situazione che si determina in Senato.
Per quanto riguarda le preferenze va detto che nessuno è messo in lista da un partito se non piace alla dirigenza dello stesso partito. Dunque il popolo può scegliere i suoi rappresentanti ma solo all’interno di una predeterminata rosa di nomi. In secondo luogo, per molto tempo si criticò il voto di preferenza perché, pur di ottenerlo, i candidati erano indotti al voto di scambio, a grandi spese, alle promesse di favori, insomma a un comportamento piuttosto riprovevole: la mancanza del voto di preferenza limita la libertà dei cittadini, il voto di preferenza induce i candidati al peggio, pur di ottenerlo.
Per il Senato va ricordato che la differenza fra premio di maggioranza alla Camera – quello che ha permesso all’Unione, con sei decimillesimi di voti in più, di avere una confortevole maggioranza – e premio di maggioranza regionale (o qualcosa del genere) al Senato, è stata richiesta ed ottenuta dal Presidente della Repubblica Ciampi. Egli infatti, per ottenerla, rifiutò di firmare la legge proposta dalla Cdl. E di questo nessuno parla. Ma ormai è acqua passata e ciò che interessa è notare che la situazione dell’Unione al Senato non è il frutto della legge: è il frutto dei voti espressi. Se l’Unione avesse avuto una reale maggioranza (non sei decimillesimi per cento in più alla Camera, e non duecentomila voti in meno al Senato), il problema non si sarebbe posto. Come non si sarebbe posto senza la modifica richiesta da Ciampi (in ciò incoraggiato dalla sinistra, sempre felice di boicottare una legge di Berlusconi) e come non si porrebbe qualora, anche con l’attuale legge, si vincessero le elezioni con un margine ragionevole.
Questo è il punto centrale. Il sistema attuale consente a qualunque coalizione di governare senza difficoltà, purché essa ottenga una maggioranza non di poche migliaia di voti, ma – senza voler dir molto – del due per cento, 52 a 48%. Che corrisponde a oltre ottocentomila voti, non a 24.000.
Qualcuno ha proposto di estendere al Senato il premio di maggioranza che si ha alla Camera. Bisognerebbe dunque avere il coraggio di andare contro gli scrupoli di Ciampi e dei suoi costituzionalisti di sinistra: ma questo non piacerebbe per niente ai partitini. Con la legge attuale anche Mastella, con poco più dell’uno per cento dei voti, può imporre la sua volontà al governo; mentre con un premio di maggioranza i partitini finiscono col far parte del folclore e della coreografia. I grandi partiti possono fare a meno di loro.
Nel dibattito politico sembra che riguardo alla legge elettorale si sia giunti al dovere del pregiudizio. Di una certa cosa bisogna dire incondizionatamente bene, oppure incondizionatamente peste e corna, essendo esentati dall’esaminarla. Nel caso dell’attuale sistema bisogna dire che fa schifo, che è una porcata, ecc. E certo, non c’è ragione di difenderlo a prezzo della vita. Nessuna legge elettorale lo merita: ma qual è la sua colpa? L’ingovernabilità non nasce da essa. Nasce dal pareggio elettorale e dalla pretesa di Prodi di dire no alla mano tesa di Berlusconi, immediatamente dopo le elezioni: una Große Koalition, se avesse resistito, avrebbe risolto tutti i problemi di governabilità.
Qualcuno sostiene che bisognerebbe riformare questa legge perché incombe un referendum che, passando, peggiorerebbe ulteriormente le cose: ma anche questo è un pregiudizio. È vero, abolendo le norme della legge attuale, si introdurrebbe di fatto una nuova legge, diversa anche dal Mattarellum: Ma chi dice che essa non convenga a nessuno? In questo caso essa favorisce i massimi partiti (Forza Italia e il Partito Democratico): proprio quei partiti senza i quali non si riforma nessuna legge elettorale e che dunque, malgrado i proclami, potrebbero esserne ben contenti. Ecco perché si è sempre stati scettici sulla possibilità di cambiare la legge elettorale. Soprattutto in un Parlamento, come l’attuale, in cui chiunque si senta danneggiato ha il potere di mettersi di traverso.
L’unica cosa “divertente”, in questa situazione, è che stavolta chi non decide decide lo stesso. Eccome se decide.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 24 ottobre
2007


La Giustizia in Calabria maleodorante verminaio
Mentre il Consiglio superiore della magistratura ha rinviato la discussione sulla richiesta del ministro della giustizia Mastella e si è preso due mesi di tempo per decidere il trasferimento del pm di Catanzaro Luigi De Magistris, sono successe tre cose:la suprema Corte di Cassazione ha annullata l'ennesima iniziativa dello stesso De Magistris; è saltato fuori un esposto del procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi alla procura di Palermo che denuncia la presenza del giornalista che rivelò la notizia in prossimità del Magistris lo stesso giorno dell'iscrizione nel registro degli indagati del presidente del Consiglio Romano Prodi; i magistrati di Catania hanno chiesto la condanna a 14 anni e tre mesi di carcere per concorso esterno all‚associazione mafiosa di Giovanni Lembo, un ex sostituto della direzione antimafia di Messina, che ha covato i suoi misfatti nelle procure calabresi.
  De Magistris aveva incriminato, nell'ambito dell'inchiesta cosiddetta "Poseidone", un generale della Guardia di Finanza, costringendolo alle dimissioni, e aveva ordinato la perquisizione nella sua abitazione: il Tribunale del Riesame ne aveva decisa la revoca, De Magistris aveva fatto ricorso, la Cassazione ha rigettato il ricorso e ha convalidato la revoca perché non vi erano "i presupposti di legge" e ha messo così in dubbio la stessa fondatezza dell'accusa. Non è che l'ennesima sconfessione del De Magistris, nessuna delle sue più clamorose operazioni è mai andata in porto, quasi tutti i suoi indagati o imputati sono stati assolti, i suoi provvedimenti sono stati annullati a ripetizione dal Gip, o dal procuratore capo, che nemmeno ne veniva preventivamente informato, o dal Tribunale del Riesame, o dalla procura di Salerno.
Una volta ha fatto arrestare 57 persone, la metà dei fermi non fu nemmeno convalidata,gli altri furono tutti via via scagionati.
Ripetutamente fu denunciato, anche con interrogazioni parlamentari, l' "uso smodato"delle intercettazioni, da lui predisposte anche quando il reato perseguito non le prevedeva e non le consentiva: per poterle ordinare abusivamente,  De Magistris ricorreva all'espediente di contestare all'intercettato "fattispecie giuridiche più gravi", per le quali la norma le avrebbe potuto consentire in astratto.E' andato avanti così per anni, fino a raccogliere interi tabulati telefonici richiesti direttamente alle agenzie telefoniche, senza passare per il ministero dell'Interno o per quello delle Comunicazioni.
In questo modo De Magistris ha messo insieme un archivio, rinchiuso in un armadio blindato, che farebbe invidia agli agenti del Sifar d'antan e che gli ha permesso di iscrivere nel registro degli indagati, o di minacciare di farlo, persino il capo del Governo e il ministro della Giustizia.
   La maggior parte di queste conversazioni private di persone che non c'entravano niente con l'indagato e con il reato che gli veniva contestato sono state pubblicate sui giornali appena l'indagine di De Magistris è partita, e quando poi l'indagine è stata sconfessata e annullata e l'indagato è stato scagionato,  era stato già bello e sputtato, e tutti i sui affari privati erano stati ormai messi in piazza. Così, per esempio(ma se ne potrebbero fare a dozzine), sono finite sui giornali le conversazioni sentimentali di un assessore accusato di corruzione (e poi,come al solito, assolto) con una sua impiegata che, comunque, non c'entrava per niente con la presunta corruzione.E chi mai ha fatto finire sui giornali,  non appena l'indagine del solito De Magistris, è partita, la telefonata della moglie di un indagato (poi,come sempre, risultato innocente e assolto) che si confidava in lagrime con un‚amica a proposito della grave e incurabile malattia di un suo figlioletto? E così è stato per la telefonata di Prodi, che come ha denunciato il procuratore capo è stata sussurrata al direttamente in procura al giornalista che era venuto a "intervistare",  il giorno stesso in cui De Magistris scriveva il nome del Presidente del Consiglio nel registro degli indagati.
   La richiesta dei magistrati di Catania, dopo sette anni di processo, di condannare a 14 anni e tre mesi di carcere per concorso in associazione mafiosa il pm Giovanni Lembo, che aveva gestito truffaldinamente il falso "pentito" Luigi Sparacio, investe direttamente l'amministrazione della giustizia in Calabria e coinvolge, ancora una volta, il pm De Magistris. Lo spiega un'altra delle sue numerose vittime innocenti, l'avvocato Ugo Colonna, uno dei più prestigiosi e stimati professionisti calabresi: "Giovanni Lembo è un magistrato collega di stanza di Vincenzo Macrì, sostituto procuratore antimafia a Reggio Calabria, ed è stato arrestato e processato per lalsi e abusi e per calunnia ai miei danni. Io mi sono costituito parte civile dinanzi al tribunale di Catania che lo ha porocessato assieme al falso "pentito" Sparacio che lui ha gestito assieme a Vincenzo Macrì e al pm Francesco Mollace.  Sono proprio Macrì e Mollace che mi hanno denunciato ai magistrati di Catanzaro De Magistris e Spagnuolo, che mi hanno arrestato. Assieme a me, che difendevo dei imputati innocenti, hanno arrestato i giornalisti di Reggio Calabria e hanno chiuso il giornale, e hanno avvisato di reato un deputato della Casa della Libertà, allora sottosegretario alla Giustizia, e una sua collega, anch'essa deputata della Cdl e membro della commissione antimafia: le accuse sono tutte cadute e la mastodontica inchiesta, costata lagrime e sangue e un mucchio di soldi dello Stato, è stata archiviata...".
   E De Magistris in Calabria è in buona compagnia. Vincenzo Macrì nella relazione di ispettori-magistrati pregedente alla gestione Mastella, è così descritto: "Macrì ha firmato una sentenza falsa, cioè data per pronunciata in pubblica udienza nel corso di un processo svoltosi nella pretura di Melito Porto Salvo in un'ora e in un giorno in cui Macrì risulta invece in servizio e in attività presso il tribunale di Reggio Calabria, a un centinaio di chilometri di distanza".  E del pm Mollace in un'altra relazione di ispettori ministeriali, e si tratta sempre di magistrati ed è sempre precedente alla gestione Mastella, si dice: "Mollace, nonostante fosse stato dichiarato decaduto dall'incarico di sostituto antimafia per aver superato il termine massimo di permanenza nell'incarico di otto anni, ha continuato a svolgere attività, interferendo nell'indagine e trattenendo i fascicoli dei "pentiti". E a quale scopo Mollace trattenesse i fascicoli del "pentito" Sparacio e perché continuasse a gestirlo abusivamente, l'hanno scoperto, per l'appunto,i magistrati di Catania.
   Quanto al pm Spagnuolo, ci sono decine di interrogazioni parlamentari che ne denunciano gli abusi. E altre interrogazioni e altre ispezion' denunciano da anni anomalie a abusi di altri magistrati calabresi, e le lotte intestine delle procure, sostituti contro sostituti, sostituti contro procutratori e viceversa, e procure contro procure, faide giudiziarie che non hanno niente da invidiare alle faide della nrangheta: e mai una deplorazione da parte dell'Associazione magistrati, mai un intervento del Csm.  L'hanno scorso metà del Csm voleva cacciare il procuratore di Reggio Calabria e metà voleva trasferire il procuratore di Catanzaro:si sono scontrati aspramente e a lungo, alla fine si sono messi d'accordo, non han no traferito né l'uno né l'altro.   L'ultima relazione di ispettori ministeriali prima della gestione Mastella, e si tratta sempre di ispettori magistrati, ha definito testualmente la procura di Catanzaro "un maleodorante verminaio".  In aula, nel corso dell'ultimo dibattito al Senato, Luigi Li Gotti, un valente avvocato calabrese oggi deputato eletto nelle liste del partito di Tonino Di Pietro (più insospettabile di così!), ha dichiarato che questa definizione, il "maleodorante verminaio", si avvicina "per difetto" alla realtà della procura di Catanzaro, e non di quella sola procura calabrese.   Ed è nonostante questi precedenti che il Csm ha deciso che le richieste di trasferimento di Mastella, basate sempre sulle denunce degli ispettori magistrati, non sono urgenti, e si sono presi altri due mesi di tempo.Nel frattempo i vermi continuerrano a riprodursi all‚infinito e la puzza delle procure calabresi,che ha già investito Roma,il governo di centrosinistra e il parlamento, farà in tempo a soffocare il Paese intero.

Lino Jannuzzi - il circolo

LA VERITÀ NON ABITA PIÙ QUI
I fatti si danno per noti. Il problema è dunque il seguente: la Procura Generale, avocando a sé l’inchiesta che pare coinvolga anche il Ministro della Giustizia Clemente Mastella e il Presidente del Consiglio Romano Prodi, ha agito per fini di giustizia o per fini politici, cioè di protezione di quelle alte cariche?
Bisogna preliminarmente sottolineare come la semplice domanda – che tutti si pongono disinvoltamente - sia allarmante. Infatti essa significa che in Italia si reputa non solo possibile, ma addirittura probabile che un Pubblico Ministero o un Procuratore Generale agiscano per interessi personali o politici. La seconda cosa allarmante è che la maggior parte degli italiani deciderà, nel proprio foro interno, quale delle due ipotesi sia la giusta, senza nulla conoscere delle carte in cui è consegnata l’inchiesta stessa.
Fra un mese, un anno o dieci anni si saprà se De Magistris, da vero paranoico, abbia montato un caso inesistente, e calunniato dei galantuomini sia pure solo con delle indagini, o se sia stato l’eroe solitario che non si è fermato dinanzi a nessuno e veramente ha creduto al principio per cui tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge. Anche allora però, se ne può essere certi, coloro che propendevano  per la sua colpevolezza, continueranno a considerarlo un calunniatore politicamente interessato, mentre una vittima della prevaricazione del potere. Quand’anche i fatti dovessero smentire clamorosamente le sue inchieste e dimostrare che non esistevano neppure labili indizi. Insomma, non se ne esce.
Già nel mondo si ha tendenza alla “dietrologia”. A ricamare sui fatti non prendendo mai per buona l’evidenza. Non solo si è discusso per decenni e decenni della morte di Kennedy, senza piegarsi all’evidenza del semplice nome di Lee Oswald, ma si è discusso e si discute ancora, dieci anni dopo, di un incidente stradale in cui è morta Diana d’Inghilterra ed anche il suo autista. Il quale ben difficilmente avrebbe potuto essere nel complotto. L’amore per una verità tanto avventurosa quanto scandalistica prevale su tutto. In Italia poi facciamo parte dei campioni. Il nostro livello di diffidenza ha raggiunto livelli da integralismo islamico: parecchi arabi, come si sa, sono convinti che le Twin Towers sono state abbattute su incarico di George W. Bush o, ad andar male, dagli israeliani. E noi abbiamo una tale considerazione della disonestà dell’avversario da essere sicuri che la verità non può venire a galla, in nessun caso. L’evidenza non ci convince e men che meno ci convince una sentenza penale (si pensi al disastro di Ustica).
Con una conseguenza ulteriore: che chi mente sapendo di mentire in favore di una determinata tesi (o parte politica) sa di poter contare sulla difesa incondizionata di coloro che appartengono al suo stesso credo. Se sostiene che un grande imprenditore milanese o un grande Presidente del Consiglio è un mafioso che dà del tu a Totò Riina e lo bacia, per quanto inverosimile sia l’accusa, avrà una indefettibile platea di sostenitori che nulla smuoverà dalla loro granitica convinzione. Mentre i sostenitori di quell’imprenditore o di quello statista non crederebbero neanche al film di quel bacio.
Il fatto che la vicenda De Magistris non abbia suscitato e non susciti il clamore che avrebbe destato se la persona su cui si indagava fosse stata Berlusconi, è esattamente in linea con quanto sopra detto. Se si fosse trattato del Cavaliere, molti avrebbero pensato: “Che sia innocente o colpevole, ben gli sta. Speriamo che continuino a dargli addosso”. Se la vittima è Mastella o Prodi, gli stessi dicono: “Che siano colpevoli o no, è meglio che questo De Magistris sia tolto di mezzo, perché danneggia la sinistra”.
Per completezza di disamina, si può fare un’ipotesi ottimistica. S’immagini che il Procuratore Generale, reputando il pm De Magistris in posizione di conflitto d’interessi, lo abbia sollevato dall’incarico solo in obbedienza alla legge; s’immagini ancora che, reputando fondate le ragioni dell’inchiesta, non solo prosegua l’indagine senza guardare in faccia a nessuno, ma la prosegua fino a far scoppiare uno scandalo nazionale e magari la caduta del governo. In questo caso – a parte ogni considerazione politica – ci sarebbe da levarsi il cappello dinanzi ad ambedue questi uomini, capaci di affrontare l’impopolarità nazionale, e perfino l’ostilità dei colleghi e dell’Anm, esclusivamente nell’interesse della corretta amministrazione della giustizia. La magistratura ne uscirebbe con onore. Ma la domanda diviene: quanti italiani su cento reputano questa ipotesi probabile?
Se questa è la situazione italiana, è bene non nutrire curiosità. La verità non abita più qui.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 21 ottobre 2007

MOLLICHINE
Per Veltroni  si “deve voltare pagina” e contrarre “Alleanze non contro qualcuno ma per qualcosa”. E anche fare qualcosa per le mezze stagioni.

Capecchi, Nobel per la medicina, è italiano. Mentre Al Capone era americano.

Veltroni: “Il Pd sarà un luogo divertente”. E poi gridavano buffone a Berlusconi.

Frana un’intera vetta sulle Dolomiti. Berlusconi l’ha scampata bella: stavolta non è lui, al governo.

Gianni Pardo

Multiculturalismo e diritto
C'era una volta il diritto naturale, e con esso l'idea che uccidere è uccidere, il furto è proibito, e la violenza qualcosa che comunque deve essere impedito e punito. Quale fosse la sua radice (greca o cristiana, religiosa o puramente razionale), quel diritto era considerato un criterio importante per valutare il diritto positivo - i concreti ordinamenti legali - e implicava l'idea che gli uomini appartengono tutti alla stessa specie e per questo devono rispettare talune regole comuni. Nessuno ovviamente ha mai negato che vi fossero situazioni locali e differenze storiche, ma dovevano essere intese quali specificazioni in qualche modo marginali.

Il giudice tedesco che ha concesso le attenuanti all'immigrato sardo resosi colpevole di aver picchiato la propria fidanzata interpreta allora il disagio del mondo d'oggi, e il suo crescente relativismo, nel momento in cui "scusa" quell'uomo a causa delle sue origini etnico-culturali.

La cosa porta alla mente quanto avvenne anni fa in un campus americano quando fu avviata una procedura contro un professore italiano accusato di avere allungato le mani su una studentessa. Non potendo negare i fatti, il docente adottò una strategia difensiva basata sul multiculturalismo. Egli infatti affermò che se si fosse proceduto contro di lui si sarebbe offesa la sua identità di italiano, dato che da noi - a dire di tale docente, almeno - palpeggiare le giovani fanciulle non consenzienti farebbe parte della cultura comune. In quell'occasione il professore fu condannato, ma se tentò quella strada è perché conosceva quanto oggi sia forte la tendenza a perdonare qualsiasi cosa in nome delle identità "di gruppo".
L'episodio è curioso e in qualche modo estremo, ma permette alcune utili riflessioni. Come nel caso del sardo e del rapporto uomo-donna entro quel contesto, è tutto da dimostrare che esistano identità tanto fisse e facilmente identificabili. Nessuno di noi è totalmente riconducibile a una qualche identità: religiosa, etnica o di altro tipo. Per giunta, il fatto che all'interno di una cultura vi sia una maggiore indulgenza verso taluni comportamenti aggressivi non significa affatto che tali comportamenti debbano essere accettati, ma anzi spesso segnala la necessità di interventi più decisi. Il relativismo multiculturalista contemporaneo, invece, non si pone tali problemi.

Avverso all'individuo e ad ogni forma di universalismo, guarda agli uomini come a membri di "tribù" e crede che ogni pratica sociale con qualche radice nel passato debba essere in qualche modo tutelata e protetta. Con ogni probabilità, quel giudice tedesco ha soltanto voluto essere un buon giudice: ha cercato di capire quella specifica situazione e dare una risposta puntuale. Ma non si vede per quale motivo si dovrebbe concedere ai sardi (o agli italiani in genere) la facoltà di fare ciò che viene negato ad altri. Una simile condotta avrebbe perfino l'effetto di rafforzare i peggiori pregiudizi, e anche di indurre a comportamenti discriminatori. Se un certo gruppo etnico non deve rispondere alle norme a cui fanno riferimento tutti gli altri (e questo perché gode di una posizione "privilegiata"), è comprensibile che vi sia chi preferisce non avere rapporti con quella gente. Immaginiamo, ad esempio, che si legalizzi il fatto che un inquilino immigrato dall'Africa non è tenuto a restituire in buone condizioni l'appartamento ottenuto in locazione. Ne deriverebbe che quegli immigrati troverebbero ancor più problemi nella ricerca di una casa.

Chiamato a esprimersi sulla sentenza tedesca, il presidente Francesco Cossiga è apparso particolarmente salace, chiedendo che in linea con i principi adottati in quel caso si autorizzino gli zingari a rubare, i pedofili a molestare i bambini, i maniaci sessuali ad aggredire le donne, e via dicendo. Nessuno contesta che esistano tradizioni e che spesso queste siano meritevoli di essere salvaguardate. Ma quando abbiamo a che fare con vittime e aggressioni, il modo migliore di atteggiarsi di fronte ad una cultura consiste nell'invitarla a crescere, a migliorarsi, a superare le proprie angustie. Punendo i responsabili e tutelando quanti hanno subito un danno. Il problema è cruciale: ben al di là del caso di crona
ca.

Si tratta di una questione fondamentale nel momento in cui la nostra società - soprattutto in ragione dell'immigrazione - si apre all'arrivo di persone con culture molto diverse (e questo va benissimo) e anche con pratiche spesso violente (e questo non può essere accettato). Nella cultura islamica, ad esempio, l'apostasia è inammissibile. Ma questo può essere sufficiente a farci - non dico accettare o tollerare, ma anche solo -  guardare con occhio di riguardo comportamenti aggressivi ai danni di musulmani che vogliano farsi cristiani, atei o buddisti? Sarebbe davvero una forma di "tolleranza" quella di chi accettasse l'esercizio della violenza quando proviene da particolari gruppi? In realtà, se non torneremo a ripensare il diritto in termini universalistici, saremo presto sopraffatti dalla barbarie.

Carlo Lottierii - 
L'Opinione, 15 ottobre 2007

JAMES WATSON E L’INTELLIGENZA DEI NERI
Lo scopritore del Dna, premio Nobel, afferma che i neri sono meno intelligenti dei bianchi.
James Watson non è il primo venuto. È  lo scienziato che ha scoperto la struttura del Dna ed ha ricevuto il premio Nobel per la Medicina nel 1962. Per una volta è stato è lui a dare lustro al premio e non l’inverso: infatti quella scoperta rappresenta una straordinaria svolta nella conoscenza della fisiologia umana e una tappa epocale nella medicina. Raramente una scoperta è stata tanto importante.
Se oggi però si riparla di lui è per alcune affermazioni assolutamente contrarie alla political correctness, pubblicate dal “Corriere” e da molti giornali. Lo scienziato si è detto pessimista «Per le prospettive del continente africano, dal momento che tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro [dei neri] intelligenza sia pari alla nostra, mentre tutti i test lo smentiscono». Egli riconosce ovviamente come naturale l’aspirazione umana all’uguaglianza, ma «le persone che hanno avuto a che fare con dipendenti neri sostengono che non è vera». Insomma, come dice il titolo dell’articolo da cui sono state tratte queste citazioni, “I neri sono meno intelligenti dei bianchi”. «Non c’è un valido motivo – pensa Watson - per prevedere che le capacità intellettive delle persone divise geograficamente al momento della loro evoluzione si siano esplicate in maniera identica».
La prima reazione a parole come queste è, secondo il livello di spregiudicatezza, di meraviglia o di indignazione. Si mette infatti in discussione un dogma che da decenni è alla base della politica di tutti i paesi sviluppati e che per giunta gronda ancora del sangue e delle lacrime di fenomeni deprecabili come lo schiavismo, il razzismo americano, la Shoah e l’apartheid. Ma tutto questo non riesce a superare la semplice constatazione di Watson per cui “Il nostro desiderio di attribuire uguali capacità razionali come una sorta di patrimonio universale dell’umanità non è sufficiente per renderlo reale”.
Bisogna distinguere alcuni casi. Se fosse vero che i test dimostrano una minore intelligenza dei neri (ma sono affidabili, questi test?), sarebbe inutile affermare un’uguaglianza che nei fatti non c’è. Se i test dimostrassero una superiore intelligenza dei neri, o anche un’uguale intelligenza, Watson avrebbe detto una sciocchezza: e non sarebbe certo il primo premio Nobel, a dirla. Se infine i test fossero impossibili o non fossero affidabili, Watson avrebbe fatto il passo più lungo della gamba ed avrebbe dato per sicuro ciò che sicuro non è. O che corrisponderebbe solo al malumore di qualche suo amico che ha dipendenti neri con cui non va d’accordo.
Come si vede, l’essenziale non è dargli torto o dargli ragione. Anche perché non si hanno i dati né per l’una, né per l’altra cosa. L’essenziale è riconoscere che, scientificamente, l’uguaglianza intellettuale di tutti gli uomini non può essere un assioma. Se un giorno si riuscisse ad effettuare test affidabili per l’intelligenza o, in generale, le capacità intellettuali di bianchi e neri, uomini e donne, asiatici ed europei (e qui gli europei dovrebbero stare attenti, perché pare che gli asiatici siano più intelligenti di loro), e se i risultati dovessero essere in favore della disuguaglianza, non si potrebbe certo dire “non è vero perché non è bello che sia vero”. Il punto è che da questi test siamo ancora lontanissimi ed è sfin troppo azzardato darli per effettuati.
Dunque bisogna concedere a Watson che l’uguaglianza non è dimostrata; ma lui deve concedere a noi che non è dimostrata neppure la disuguaglianza. E finché quest’ultima non sarà dimostrata, è bene che ci atteniamo – politicamente, se non scientificamente - al principio dell’uguaglianza.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it -17 ottobre 2007


IL CAMBIAMENTO IN POLITICA
In questi giorni, a causa del varo del Partito Democratico e dell’intronizzazione di Walter Veltroni, si parla molto di cambiamento, innovazione, discontinuità, riforme. Questa ansia di novità ha una spiegazione storica e una spiegazione psicologica.
Per secoli e secoli, ben poco è cambiato nella vita quotidiana. La conseguenza è stata che si sono affermati alcuni principi guida, ritenuti da tutti positivi e quasi sacri: bisogna rispettare i genitori, e in particolare il padre; bisogna obbedire all’autorità; se per tradizione si è fatta una cosa, vuol dire che quella cosa è giusta: “chi lascia la vecchia per la nuova, peggio trova”. Infatti, dal momento che c’era ben poco da cambiare, le novità proposte per la maggior parte erano avventure. A volte disastrose. Un eccellente esempio del genere è la spedizione ateniese contro la Sicilia: partirono in molti, sognando avventure e bottino, e non tornò quasi nessuno.
La regola principe del passato è stata il conservatorismo, di cui poi si è fatta rappresentante anche la Chiesa, come eco della mentalità corrente piuttosto che come ideologia: Gesù infatti era un innovatore. Ma tutto questo è finito col Settecento. L’umanità si è liberata (a Parigi) delle suggestioni del passato ed ha osato contestare le verità correnti, inclusa la religione cattolica. Inoltre, con la nascita della scienza applicata, si è avuta una rivoluzione industriale che ha toccato l’intera Europa. Si è scoperto che, anche se Dio ha condannato l’uomo a guadagnarsi il pane col sudore della fronte, in realtà, con l’invenzione della macchina a vapore, si può disporre di una forza enorme senza sudare (salvo il fuochista!). Si è via via scoperto che non si è condannati ad andare lentamente, si può inventare la locomotiva, l’automobile e l’aeroplano; non si è condannati alla povertà, la produzione di massa ha abbassato il prezzo di molti beni; non si è condannati al buio, la notte: basta accendere una lampadina; non si è condannati a morire dalla prima malattia seria che si contrae, perché la medicina fa miracoli. Si sono insomma modificate tante cose, da ribaltare la mentalità: non ciò che è vecchio è buono, ma ciò che è nuovo. La parola cambiamento, che prima faceva paura, ha suscitato speranze.
A questo cambiamento economico e sociale se ne è accoppiato uno psicologico. Mentre prima, nei confronti di ogni male, ci si sentiva impotenti e la reazione migliore era quella di sopportarli stoicamente e col sorriso, in seguito la tendenza è stata a chiedere: e non c’è rimedio, a questo? Non c’è un’innovazione, un cambiamento che possa risolvere questo problema? Se ne sono risolti tanti, in passato, perché non anche questo?
E c’è di più. Mentre questa domanda è ragionevole nei confronti di un problema oggettivo - per esempio, la difficoltà di comunicare a distanza - si è avuto tendenza a porla anche per i problemi personali. Molti di coloro che sono infelici non raramente dànno il torto della loro situazione alla società, all’economia, allo Stato. Alla realtà com’è. Non capiscono che l’errore non è nel mondo, ma negli occhiali con cui lo guardano. Per questo, invece di fare un esame di coscienza (o qualche mese di sedute psicoanalitiche), si precipitano a chiedere “il cambiamento”. Non saprebbero mai indicarlo, ma lo chiedono lo stesso: sostanzialmente convinti che, tanto, non potrà che essere in meglio. Al pregiudizio misoneistico del passato si contrappone un pregiudizio filoneistico.
Questo spiega la vicenda del Partito Democratico. I problemi del centro-sinistra dipendono forse da un leader per nulla carismatico come Prodi, ma soprattutto sono figlie di una coalizione eccessivamente composita, rissosa ed impossibile da governare: quand’anche a guidarla fosse Pericle. Non sapendo che rimedio apportare all’attuale situazione del centro-sinistra, e non sapendo che cosa rimproverare, esattamente, al Presidente del Consiglio, ecco si invoca e si promette l’incerto miracolo costituito dalle belle parole: rinnovamento, discontinuità, cambiamento, innovazione, riforma, cambio di marcia, rilancio: cento equivalenti di questa semplice confessione: “la situazione attuale non mi piace”. Ma chi mai considererebbe la frase “la situazione attuale non mi piace” il programma di un partito?
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 17 ottobre 2007


NON SPARATE SUL GIUDICE LIBERAL AMERICANO
Un avvocato americano spiega a un giudice americano di giustizia ordinaria, anzi per l'immigrazione, che l'articolo 41 bis italiano è una forma di tortura perché quel tipo di carcere duro induce a collaborare e questa collaborazione non è necessariamente attendibile. Tutto vero, peraltro, c'è poco da fare i garantisti un tanto al chilo.

Quello ascolta il racconto, ci crede, e non espatria un boss della famiglia Gambino ricorrendo alle convenzioni dell'Onu. E' un liberal, la West Coast ne brulica, un po' come quei giudici italiani che mandano al mare il ragazzo che ubriaco ha messo sotto e ammazzato quattro persone, o come quelli che gli piace il burka. No, meglio di loro.
Contro la sentenza ingenua del giudice per l'immigrazione D.D.Sitgraves, l'amministrazione Bush ha fatto appello, naturalmente finirà come deve, con l'estradizione.

Ma da noi lo sdegno è esploso irrefrenabile. I Vigna, i Lumia, i Mastella. E Guantanamo (situazione di guerra) e la pena di morte, e l'inciviltà americana, un copione noto, ma che piace come il primo giorno. Basti la dichiarazione sanguigna del ministro della Giustizia, reduce dall'incontro affettuoso con gli italiani d'America a New York "Non so se sia più in linea con le norme dell'Onu il Paese che applica la pena di morte o la nazione che prevede il carcere duro...", ha commentato Clemente Mastella, promettendo di andare a fondo sulla vicenda. In che senso a fond
o?

da Il Foglio

Ottimo pullman: ma dove va?
L’alta partecipazione alle votazioni per eleggere il nuovo segretario del nuovo Partito Democratico qualcosa significa: si ha voglia di un partito forte e moderato, a sinistra, che sia capace di superare la contraddizioni interne e di governare l’Italia in modo decente. Tuttavia questa generica aspirazione, anche se commovente, è priva di sostanza. In politica le aspirazioni generiche sono comuni a tutti e non significano niente. Chi non è per la pace, per la piena occupazione, per un’eccellente sanità pubblica e perfino per i treni che arrivano in orario? Il problema è quale scopo in concreto scegliere di perseguire, con quali mezzi e con quali alleati. E Walter Veltroni, riguardo a tutto questo, non ha detto assolutamente niente.
Ma non poteva dir niente, anche se avesse voluto. La procedura normale, in questi casi, sarebbe stata: 1) aspirazione ad un certo programma, 2) costituzione di un partito intorno ad esso per realizzarlo, 3) elezione del segretario, mentre qui si è proceduto – o si vorrebbe procedere – a marcia indietro:  1) prima si elegge il segretario, 2) poi si costituisce il partito, 3) poi si discute del programma e infine si sceglie, se mai si sceglierà, il modo di attuarlo. È strano che non sia stato osservato da tutti quanto questo sia demenziale. È come essere d’accordo su chi dev’essere l’autista dell’autobus ma non sulla meta dell’escursione.
Qualcuno potrebbe osservare che demenziale sarebbe anche la costituzione di Forza Italia. Anche qui si è partiti da un uomo per andare a creare un partito. E nell’obiezione c’è parecchio di vero. Berlusconi però potrebbe rispondere che, almeno all’inizio, il suo programma era negativo: si trattava di sbarrare la strada ai comunisti, contrapponendo loro – se pure vagamente – i valori liberali. E comunque per quello scopo preciso bisognava pur mettere in campo una forza, dopo la defezione di Martinazzoli. Mentre qui, per il centro-sinistra, esistevano già due grandi partiti, i Ds e la Margherita: e il Pd non aggiunge nulla di nuovo.
WV non è afasico. Anche se, per carattere, ha tendenza a parlare per non dir niente, in questa situazione la tendenza è benedetta. L’unanimismo che sta dietro questa elezione e la letizia di questi giorni nascono proprio dall’effetto flou di tutta l’operazione. Il sostegno al Pd nasce dal fatto che ognuno vi vede quello che vuol vederci. Ma nel momento in cui bisognerà affrontare la realtà, che cosa vorrà fare, il Pd? E chi sosterrà questo programma, se esso fosse in netto contrasto con la sinistra estrema o se si trovasse ad affrontare temi che oppongono laicità e religione?
Purtroppo, i suoi due leader non ispirano maggiore tranquillità. Il Presidente del Pd, Prodi,  ha dimostrato di essere disposto a tutto, sacrificando qualunque parte delle sue stesse convinzioni e qualunque progetto (“La TAV si farà!”), pur di rimanere a Palazzo Chigi. Dunque è chiaro qual è il suo principale intento: rimanere al comando. Comunque. A costo di non comandare. A sua volta il Segretario del Pd, WV (sembra una Volkswagen che fa marcia indietro) non ha mai avuto un’idea da perseguire, un’ideologia purchessia, tant’è vero che è riuscito a non essere comunista stando dentro il Pci. È solo un ambizioso e anche lui vuole il comando. Sicché il Pd è un partito senza programma i cui capi hanno solo il programma di farsi vicendevolmente le scarpe.
Se questo è ciò cui ha condotto la spinta ideale che ha portato all’elezione di VW, c’è poco da stare allegri. Il Pd non esiste e già mostra i segni della decrepitezza. Al confronto, perfino la Democrazia Cristiana, refugium peccatorum, ha la dignità di un monolite.
Chiunque ami la democrazia desidera certamente la possibilità dell’alternanza fra un forte partito di centro-destra e un forte partito di centro-sinistra, come in Inghilterra: ma quante speranze ci sono, oggi, che il Partito Democratico sia questo forte partito di centro-sinistra? E quante, soprattutto, che possa ottenere la maggioranza facendo a meno dell’estrema sinistra?
Si finisce con dei punti interrogativi perché i recenti avvenimenti, non che offrire soluzioni, offrono solo punti interrogativi.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 16 ottobre 2007

Giu' le mani
Giu' le mani da Gerusalemme, giu' le mani da Kotel  e giu' le mani da Israele!
Mentre ci avviciniamo a grandi passi verso la conferenza di Annapolis, Abu Mazen e i suoi ministri stanno scoprendo le carte e lo fanno in un modo che piu' chiaro non si puo'.
Abu Mazen annuncia che non accetteranno meno di 6205 kmq di territorio, cioe' un terzo dell'attuale Israele.
Un consigliere di Mahmud Abbas, Adnan Husseini, dichiara che il Muro del Pianto (Kotel) e' palestinese: " Il Muro del Pianto fa parte della tradizione islamica, non puo' essere ceduto, deve essere sotto controllo musulmano."
Come Gesu', anche Gesu' era palestinese secondo questi fantasiosi e truffaldini personaggi.
Il Kotel e' palestinese.
Gerusalemme e' palestinese.
Tutto e' palestinese.
Non sono mai esistiti come popolo ma tutto appartiene a loro.
Pallywood non ha piu' limiti!
Israele divento' una Nazione duemila anni prima dell'avvento dell'islam.
Gerusalemme' stata Capitale di Israele per 1000 anni e di nessun paese arabo. MAI.
Gerusalemme e' nominata 700 volte nella Bibbia ebraica e mai una volta nel Corano.
Gli ebrei sono sempre stati la maggioranza a Gerusalemme, anche nei secoli passati.
Ma i palestinesi, da provetti truffatori,  riescono a ingarbugliare la storia, a cambiarla,  a spacciarsi per l'unico popolo avente diritto di abitare questa Terra e  tutto diventa, come per una malefica magia, loro proprieta', persino il Muro del Pianto verso il quale tutti gli ebrei del mondo hanno pregato per 2000 anni di esilio e a ridosso del quale i giordani  nel 1948 avevano costruito delle latrine in segno di massimo dispregio.
Grande tradizione islamica il Kotel, non c'e' che dire.
 
Forse i cristiani che tanto amano e difendono i palestinesi dovrebbero pensare che, se Israele dovesse capitolare e consegnare agli arabi i luoghi santi della cristianita', sara' molto difficile poterli visitare e Gerusalemme diventerebbe come Betlemme, citta' da dove i cristiani scappano a gambe levate.
Tutto diventerebbe di proprieta' islamica, anche il Santo Sepolcro visto che si sono impossessati persino di Gesu'.
Si ricordino i cristiani che quando Gerusalemme era sotto occupazione giordana era molto complicato accedere ai luoghi santi. Agli ebrei era addirittura proibito sempre in nome della personalissima interpretazione islamica della "liberta' di culto".
 
Andiamo avanti, proseguiamo la sfilza di ignominiose pretese e minacce che ci fanno guardare a questa conferenza con giustificato pessimismo:
Abu Ala, al secolo Ahmed Qurei, ha dichiarato che se i palestinesi non dovessero ottenere tutto quanto e' nelle loro richieste allora scoppiera' la terza intifada che, per ferocia, fara' impallidire il ricordo da incubo della seconda durata dal 2000 al 2004.
La storia del conflitto arabo israeliano e' pieno di rifiuti per la spartizione, seguiti da dichiarazioni bellicose e da vere e proprie guerre. Tutte le offerte di Israele sono state sistematicamente rigettate , nel 1937, nel 1947, dopo il 1967, nel 1979 e nel 2000.
Sempre e solo rifiuti seguiti da guerre,  rivolte e stragi di cittadini israeliani inermi.
Tante opportunita' gettate alle ortiche, territori che Israele ha dato spontaneamente e unilateralmente perche' impossibile arrivare ad un accordo, ridotti a deserto, habitat di serpenti e scorpioni dove prima si vedevano  verdeggianti colture, serre incendiate dove prima esistevano lavoro e produzione.
I palestinesi chiedono, pretendono, minacciano ma ancora non si e' sentito cosa  siano disposti a dare in cambio, pretendono che Israele dia senza chiedere niente nemmeno la fine del terrorismo poiche' Abu Mazen non controlla piu' tutti i palestinesi e sappiamo che Hamas e l'Iran hanno gia' dichiarato che boicotteranno Annapolis e sappiamo che per loro boicottaggio non significa non comprare i pompelmi Jaffa ma colpire col terrorismo.
Persino la richiesta di Israele di essere definito "stato ebraico" e' stata rigettata.
Per forza, il loro intento e' fare di Israele uno stato islamico dal Giordano al mare, una grande Palestina meta' di Abu Mazen e meta' di Hamas.
E gli ebrei?
In mare!
Lo ha sempre detto Arafat e si sa che i suoi eredi non hanno cambiato idea.
L'Europa e' pronta . Prontissima. Ogni giorno si legge di esplosioni di odio antiebraico e antiisraeliano.
Giovani italiani sudtirolesi vanno a Dachau e piangere Hitler e a gridare Heil davanti al cippo dei crematori, lo stesso giorno in Spagna altri nazisti si son messi sull'attenti facendo il saluto romano.
Sono arrivati persino in Israele per colpirci da dentro. 
L'Universita' di Oxoford invita David Irving, l'antisemita che nega la Shoa', a tenere una  conferenza seguendo l'esempio della Columbia University che aveva tanto applaudito Ahmadinejad, ridendo delle sue battute sui gay.
Invidiosissimi quelli di Oxford, colla solita puzza inglese sotto il naso, non potevano sopportare di venire eclissati dagli americani e, non avendo sotto mano il dittatore iraniano, hanno ripiegato su Irving. Un antisemita vale l'altro e quei due dicono esattamente le stesse cose.
In Italia, per non essere secondi a nessuno ma sempre primi nell'odio contro Israele, ecco che esce un documento/immondizia chiamato "Gaza vivra'"  dove si scrivono cose demenziali , dove parlano di genocidio, dove paragonano Gaza a Auschwitz, dove definiscono Israele stato nazista, stato canaglia e razzista.
Questa porcheria di stile goebbelsiano porta le firme dell'intellighentia comunista italica.
I piu' bei nomi del Gotha antidemocratico, antioccidentale, antiisraeliano, antiamericano e antisemita della Penisola.
Da Vattimo, il filosofo, a Margherita Ach, quella che ha scritto una canzone rifiutata a San Remo che le ha procurato una enorme incazzatura.
Cosa dite? Si tratta di  Margherita Ach, l'astrofisica?  Mannaggia, ma allora e' una persona importante e io che credevo che scrivesse solo canzonette...
Insomma personaggioni importanti quanto spregevoli hanno firmato l'immondizia antisemita.
Complimenti al Gotha!
Ieri a Confronti, Vattimo il filosofo si e' "incontrato" con Fiamma Nirenstein e le ha sciorinato tutto, si e' esibito  in un' abietta tiritera razzista contro Israele,
si e' lasciato accecare dall'odio come sempre gli succede quando sente "quel" nome, e davanti a una Nierenstein sbigottita,  ha ripetuto la storielle dei gaziani trattati come ad Auschwitz.
C'e' una cosa che non capisco:
Come mai un comunista parla come un fascista dell'estrema destra?
Come mai un comunista odia Israele come i nazifascisti odiavano e odiano gli  ebrei?
Come mai i firmatari di quell'immondizia di "Gaza vivra'", tutti di sinistra,  fanno una propaganda degna dei nazisti nel 38 e falsificano e deformano la storia?
Sono comunisti o sono fascisti?
I firmatari di "Gaza vivra'" sono pericolosi perche' hanno influenza sui giovani, schizzano in giro , come veleno, il loro odio ed, essendo considerati  portatori di verita' e  profeti del pensiero comunista e filoislamico fanno proseliti a camionate.
Questa gente sta educando all'antisemitismo intere generazioni, esattamente come fanno i loro amici palestinesi e come negli anni 30 del secolo scorso hanno fatto i nazifascisti.
Sono pericolosi perche' diffondono odio e violenza , perche' falsificano la storia, perche' si inventano menzogne inenarrabili contro Israele.
Sono pericolosi perche' molti sono docenti universitari e hanno nelle mani le menti  dei giovani  da manipolare a loro piacimento.
Sono pericolosi perche' portano la violenza della loro ideologia  nelle Accademie, nei Centri di ricerca, nelle scuole, riempiono i media delle loro menzogne e dei loro proclami, vanno in televisione a predicare odio.
Sono pericolosi perche' approfittano della democrazia per diffondere le loro idee razziste e antidemocratiche.

Deborah Fait - www.informazionecorretta.com


IL MIRACOLO LEGISLATIVO
Sul “Corriere della Sera” di domenica 14 Francesco Giavazzi scrive una frase illuminante, a proposito del famoso “protocollo” della legge finanziaria. A suo parere, l’ultima modifica delle leggi concernenti il lavoro precario “dimostra una straordinaria dose di cinismo verso i giovani. Si continua a illuderli che il problema dei lavori a tempo determinato si risolva modificando le regole di questi contratti, anziché riducendo le protezioni di cui oggi godono gli insider”.
Potrebbe darsi che, anche se intellettualmente sventatello, chi “illude” i giovani sia in buona fede: le condizioni dei contratti dei precari non gli piacciono e, trovandole ingiuste, pensa di modificarle. Cosa che sarebbe perfetta se il problema fosse simile a quello di dove collocare la poltrona: se non piace dov’è, perché non c’è abbastanza luce per leggere, basterà spostarla nell’altro angolo più vicino alla finestra. Ma se il problema è che in aeroplano dà fastidio il rumore dei motori, non è che la soluzione sia quella di spegnerli.
Le leggi servono a regolare la vita associata e in parecchi campi esigono l’obbedienza da tutti: ad esempio, non si è liberi di pagare o no le imposte. Ma, a differenza delle imposte, dovere incondizionato, c’è modo di non pagare le tasse, dovere condizionato: se lo Stato impone un’accisa sull’acquavite posso benissimo non pagarla rinunciando a bere acquavite. Il caso del lavoro precario – purtroppo per la sinistra estrema - appartiene a questo secondo gruppo. L’imprenditore può assumere e può non assumere lavoratori; e se non li assume, lo Stato non può certo imporgli nessuno speciale comportamento. Se gli idealisti di sinistra ottenessero come risultato il crollo dell’occupazione, che cosa avrebbero guadagnato? I giovani che avrebbero dovuto essere meglio protetti, nel loro lavoro, semplicemente non lavorerebbero. Né poco protetti né molto protetti.
Questa divinizzazione della legge fa venire in mente il modo in cui il famigerato Idi Amin Dada risolse il problema della disoccupazione in Uganda. Compì un miracolo legislativo: stabilì che chi si dichiarava disoccupato finisse in galera e dal giorno dopo non ci furono più disoccupati.
Ovviamente, gli idealisti potrebbero obiettare che gli imprenditori sono comunque obbligati ad assumere lavoratori perché, senza di loro, le imprese non producono: e dunque la legge sarà applicata. Questo è indubbiamente vero. Il problema però non è se qualcuno avrà o no un lavoro: il problema è quanti lavoratori saranno assunti. Se un imprenditore è sicuro di aver bisogno di otto lavoranti, mentre per dieci non è sicuro che sia economico averli in futuro (quando gli sarà vietato liberarsene), se ne terrà solo otto. A costo di produrre meno di ciò che il mercato assorbirebbe. Così non avrà il problema di mandar via i due che non gli dovessero servire. Se viceversa si sente libero di calibrare la forza lavoro sulle esigenze della produzione, assumerà i due lavoratori in più, perché il mercato tira, e li licenzierà se il mercato smette di essere favorevole. Oppure, al contrario, ne assumerà altri due, arrivando a dodici, se la congiuntura rimane favorevole.
In Italia esiste l’incompressibile tendenza a credere che, una volta consegnate sulle sacre righe della Gazzetta Ufficiale, le leggi abbiano la capacità di modificare la realtà. Questo a volte non riesce neppure quando la gente in teoria non potrebbe sfuggire: in parecchi evadono le tasse o parcheggiano in doppia fila, sotto gli occhi di tutti. Figurarsi quando l’applicazione della legge è lasciata alla buona volontà dei cittadini. Dunque, se le leggi nel campo del lavoro sono troppo penalizzanti, gli imprenditori hanno tre soluzioni: o non assumono, e la cosa non favorisce certo i precari; o assumono in nero, e la cosa non favorisce certo i precari; o chiudono in Italia ed aprono altrove, e la cosa non favorisce certo i precari. Questa è la realtà. Ma essa è indecente e, per gli idealisti, non bisogna tenerne conto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 15 ottobre 2007

Walter Veltroni (secondo Maurizio Crozza)
Per il bisogno di una sinistra moderna, che risponda in modo nuovo alle molteplici richieste della soscietà. Perché, vedete... la sinistra è apparza impriggionata in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conzervatrice, schiava di blocchi ideologgisci, incapasce di coniugare costruttivamente apparenti diverzità, ognuna, a un esame più disinibbito, portatrisce di valori positivi. Per questo noi vogliamo un’Italia nuova... Un’Italia progressista... MA ANCHE conservatrice.
Vedete... guardate... si parla tanto di valori... non zi penzi che per noi qualche valore possa restare escluso. Noi vogliamo la libbertà, base della democrazia, MA ANCHE la schiavitù, che badate, è uno stimolo forte, se vista senza paraocchi ideologgici... Noi siamo per la giustizia MA ANCHE per l’ingiustizia... siamo per una società felice, MA ANCHE depressa, per quella convergenza tra identità opposte, che è sempre fonte di pacato avanzamento proggettuale.
Vedete... guardate... sentite... pacatamente... serenamente... in questi mesi ho girato molto l’Italia, ho incontrato gli elettori, i cittadini, gli italiani e le italiane... ho fatto incontri, dibbattiti, tavole rotonde, al Nord, al Zud... e a Roma la domanda di tutti era... Walter, ma ar Comune chi cce sta?
E oggi pacatamente, serenamente voglio ringrazziare tutte le liste che hanno contribbuito a questa affermazzione... Sinistra per Veltroni, Destra per Veltroni, Centro per Veltroni, Sopra per Veltroni, Sotto per Veltroni, Di Lato per Veltroni, senza dimenticare i Khmer Rossi per Veltroni, le Orzoline per Veltroni. Vedete... guardate... potrei fermarmi qui, MA ANCHE continuare a ringrazziare... per esempio gli Imprenditori per Veltroni, oltre a Odontotecnici per Veltroni e naturalmente Banchieri per Veltroni...
Noi democratisci vogliamo dire «sono sposato, MA ANCHE scapolo», «sono alto, ma anche basso» o come fanno molti validi imprenditori... «sono ricchissimo, MA ANCHE bisognoso dei soldi dello Stato»... Noi democratici siamo pacatamente convinti che non bisogna farzi mancare gnente per colpa ideologie desuete, per cui vogliamo essere riggidi, MA ANCHE flessibbili, bruni, MA ANCHE biondi, di sinistra, MA ANCHE di destra, perché non possiamo permetterci il lusso di lasciare la destra alla destra. Noi dobbiamo lottare contro l’evasione fiscale MA ANCHE difendere gli evasori, figure da rivalutare da nuove angolazioni, in fondo compagni che sbagliano. Perché, guardate, non possiamo lasciare gli evasori alla Lega... Noi dobbiamo stare sempre dalla parte dei debboli, MA ANCHE dalla parte dei forti. Dobbiamo dire «I care, mi interessa», MA ANCHE «I don’t care», che vuol dire «nun me ne po’ fregà de meno»... Non possiamo lasciare il qualunquismo ai qualunquisti.
Noi siamo per uno Stato laico MA ANCHE per una serena, pacata ingerenza della Chiesa nella vita dei cittadini. Noi siamo per la cultura, MA ANCHE per l’ignoranza crassa, in quanto espressione dell’animo umano da cui imparare con umiltà. Perché è ora di dirlo: non c’è sostanziale differenza tra le tre righe di una poesia di Quasimodo e i 3 metri sopra il cielo di Federico Moccia. Noi vogliamo un Paese normale, dove tutti possano apprezzare il cinema colto, il cinema d’autore, MA ANCHE Bombolo, dove si possa apprezzare il lavoro del reggista impegnato, MA ANCHE Franco e Cciccio... dove un uomo, una donna, un bambino possano dire serenamente «questa sera vado al festival del cinema MA ANCHE alla sagra della porchetta di Ariccia»... Dobbiamo convincerci che le scelte nette sono fuori tempo...
Non si penzi, amici, che il percorzo sarà facile... Si parla tanto delle politiche della famiglia... Ecco, questo va detto con chiarezza: noi siamo per il matrimonio, MA ANCHE per le coppie di fatto, siamo per la fedeltà, MA ANCHE per l’adulterio, perché siamo convinti che da ambedue queste istanze così umane nasca sempre qualcosa di positivo, come accade in tutte le società evolute...
...Si parla tanto di riforme istituzzionali, di legge elettorale. È importante, certo, ma non zi penzi che una strada sia meglio di un’altra... Noi preferiamo il zistema tedesco, MA ANCHE guardiamo con zerenità a quello francese, siamo per le preferenze MA ANCHE per le liste chiuse, siamo per la democrazzia MA ANCHE per un zano totalitarismo. Vedete, bisogna avere le idee chiare MA ANCHE un po’ confuse... Guardate, in ogni famiglia emergono divergenze di opinione, ma bisogna sempre avere la capacità di risolverle per il meglio... Vogliamo andare al mare MA ANCHE in montagna... vogliamo prendere un cane MA ANCHE un gatto...vogliamo la carne MA ANCHE il pesce...
Inzomma, io credo che pacatamente, qui, oggi, sta nascendo un progetto grande, che definiamo Partito Democratico, ma che io definirei, in quanto rappresentativo di tutte le istanze del Paese, Partito MaAnchista Italiano. Un’idea nuova, MA ANCHE vecchia.

Nel segno dell’incoscienza
Sono stati in tre milioni e rotti di incoscienti ad andare a votare per il “nuovo” segretario del Partito Democratico. Altri cinque milioni di incoscienti hanno votato sì per il protocollo sul welfare (un protocollo che sarà sicuramente modificato, se non si vorrà perdere la rappresentanza degli operai e dei metalmeccanici e guadagnare quella di Confindustria, cosa abominevole per un governo di centrosinistra) e nel giro di una settimana hanno vinto. Già, perché è difficile portare a votare tre milioni per qualcosa di cui non hanno coscienza e non l’avranno, se non al momento delle future elezioni politiche. Al momento il Pd nascente è solo il cartello elettorale Ds-Margherita che rende il suo plebiscito al Clinton italiano, al Kirchner dell’Europa, che vorrebbe ricostruire la sinistra, sfasciandola e rendendola quasi simile al centro-destra, al secondo Gore, che a differenza del primo scende in campo per vendicarsi dei vecchi compagni che lo avevano trasformato in comprimario (e continueranno sotto, sotto a trattarlo come tale, forse per questo gli hanno offerto la poltrona di un centro-sinistra quasi condannato a perdere), come D’Alema e che spingerà il governo Prodi verso la propria rovina, assorbendolo nel suo turbine riformista ed allontanando la “Cosa Rossa”. Difficile capire quanti sono i sedicenni che hanno preferito il voto a Veltroni o quanti ventenni o trentenni  si sono recati alle urne democratiche, al di là di quei ragazzi fatti vedere per spirito di partenariato giornalistico dall’americano Gianni Riotta, convinto che il Partito Democratico sia il Democratic Party. E’ da questo che si potrà capire se il Pd avrà o no, un futuro o se invece sarà semplicemente un retaggio delle vecchie dirigenze regionali, provinciali, comunali che votate dai soliti apparati organizzati, supportanti le solite lobbies di due partiti che diventano uno, ma restano due anime diverse, l’una timidamente laica, l’altra cattolica, l’una ancora un po’ sinistroide, l’altra centrista, l’una di forte tradizione, l’altra un mix di modernità e di vetero-democristianesimo. I candidati del Pd, infatti appartengono a qrita levi montalcinihhhhuelle lobbies e forse anche l’elettorato attivo appartiene a quel comintern ulivista che ormai dopo quindici anni è già vecchio. L’incoscienza di ciò che sarà dunque è accompagnata alla paura di ciò che c’è: un governo dove i deputati ed i senatori del Pd ritorneranno ad essere parlamentari dei Ds e della Margherita pronti a litigare sui privilegi della politica, su una difficile razionalizzazione prima che riduzione dei ministeri, sulla reale attenzione alle problematiche sociali, lavorative che sottendono ad un governo che, come sopra detto, è costretto già domani a rinnegare un protocollo votato da cinque milioni di persone. Chi ci dirà che quei cinque milioni non saranno traditi e che non lo saranno i tre milioni del Pd di ieri? E’ semplice. La differenza è nell’incoscienza del voto per il Pd. Non bisogna confondere la democrazia con le elezioni, con la scelta, piuttosto la democrazia è scelta cosciente, la scelta di un qualcosa di serio, esistente, concreto e quindi di una nuova visione dell’Italia che, fino a quando partirà dalla solita idea di fondare partiti, con nomi, simboli nuovi, ma uomini e progetti vecchi, sarà sinonimo di una democrazia troppo fragile, perché personalistica e tre milioni di elettori sono infatti il 6% della popolazione italiana e forse il 12-14% del centro-sinistra italiano. Se la sfida è vincere l’anti-politica o favorire la voglia di nuova politica sempre più richiesta in questo paese, la sfida del Pd è in salita ripida e difficile. 

Angelo M. D'Addesio

IL RE NON DEVE CANTARE
È in atto una “querelle” di cui danno conto i giornali. Rita Levi Montalcini, senatrice a vita novantottenne, ha indefettibilmente sostenuto l’attuale maggioranza in votazioni in cui anche un solo voto, in Senato, sarebbe bastato a far cadere il governo. Il suo comportamento è stato legittimo, dal momento che la Costituzione non pone limiti all’attività politica dei senatori a vita, anche se probabilmente è stato inopportuno, dal momento che tali senatori non hanno mandato popolare: ma questa è materia costituzionale. Francesco Storace, uomo politico di destra, ha recentemente ironizzato sull’età della senatrice, che fa da stampella al governo mentre forse, per la sua età, di stampelle avrebbe bisogno lei stessa, e la signora gli ha risposto sulle rime sulla stampa. In seguito Napolitano ha calorosamente difeso la senatrice, parlando di inammissibile indegnità per gli attacchi di Storace e questi ieri ha risposto con queste parole: “Credo che sia Napolitano, viste le posizioni che ha assunto, a meritarsi la patente di indegnità. Anche perchè si muove a sostegno di una senatrice importante, per la quale il governo nella finanziaria ha stanziato tre milioni di euro ad personam. Nobel o non nobel - ha detto - i ricatti sono ricatti”. Questa replica, in cui si dà dell’indegno al Presidente della Repubblica, ricordandogli fra l’altro che ha un passato da farsi perdonare, ha suscitato un vespaio e molti vorrebbero che anche gli alleati di Storace lo condannassero. Alemanno, suo vecchio amico, è perfino intervenuto sostenendo che il «Presidente della Repubblica non si critica neanche quando dice cose con le quali non si è d'accordo».
La polemica è sterile e finirà come finisce questo genere di polemiche: dimenticata. E per questo è più interessante discutere della frase di Alemanno.
Il principio per il quale certe alte autorità non si criticano nemmeno quando dicono cose su cui non si è d’accordo, e perfino quando palesemente sbagliano, nasce dall’esigenza di preservare, agli occhi di tutti, la dignità di chi ha anche una funzione di simbolo. Ma questo principio esige a sua volta che quell’autorità si conformi ad un’ineludibile esigenza: quella di non dire mai cose contestabili o di valenza politica. Al Papa, alla Regina d’Inghilterra ed anche a Napolitano è largamente permesso dire che la pace è migliore della guerra, che si vorrebbe nessuno soffrisse la fame, che le arti sono il segno della civiltà dei popoli e che bisogna rispettare la Natura. Ma non devono andare oltre.  La maggior parte del tempo essi hanno la stessa funzione del pennacchio dei corazzieri o del colbacco delle guardie di Buckingham Palace. In questo senso si dice che the King – o the Queen - regna ma non governa. E se volesse governare, rischierebbe – mutatis mutandis - il destino di Carlo I Stuart.
Napolitano ha sbagliato, nel difendere la senatrice Montalcini. La senatrice vota in Parlamento e dunque non è un più fiore all’occhiello dell’Italia: è una parlamentare che fa politica e determina il destino del paese. Come tale, deve sì avere la libertà di votare come desidera, e quali che siano le conseguenze per il paese, ma ha anche il dovere di permettere che altri critichi il suo voto ed anche lei stessa, come si usa in parlamento nei confronti degli avversari politici. Non può pretendere uno status di personaggio super partes perché super partes non è. Nel momento in cui fa politica si pone sullo stesso piano degli altri politici: dunque di quella categoria ha tutti i diritti ma anche tutti gli oneri.
Finché lei stessa ha risposto sui giornali alle critiche feroci di Storace, nulla quaestio, tutto bene. L’errore lo commette Napolitano quando interviene dall’alto pretendendo per lei uno status diverso e permettendosi di dare dell’indegno ad un uomo politico. A questo punto, se Napolitano prende posizione a favore di una senatrice appartenente ad una fazione, non deve stupirsi se gli si risponde per le rime. È lui che è sceso nella discussione politica.
Probabilmente, l’anziano presidente è stato in buona fede. Ha creduto di difendere una signora e una senatrice che con la sua carriera scientifica ha onorato l’Italia, ma questo non lo scusa. La sua è stata una gaffe, anche costituzionale, e non può stupirsi della risposta. Storace, se pure brutale nella sua reazione, agisce con buon diritto: risponde ad un attacco politico con un attacco politico.
L’unica, mesta conclusione, è che i Presidenti della Repubblica parlano troppo. Per essere carismatica, l’autorità dev’essere distante e quasi mitica. Se essa si mette a cantare per il grande pubblico, come faceva Nerone, non deve stupirsi poi se qualcuno fischia.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 13 ottobre 2007

CHI PORTA IL LUTTO PER I DINOSAURI?
Che si muoia è un fatto risaputo ma ciò non toglie che la semplice idea sia fastidiosa. Per questo  - invece di dire di qualcuno che è morto – si dice che “se ne è andato”; che “non è più”; che “ci ha lasciati” ed altre melensaggini. Perfino i romani, che pure erano gente rude, dicevano del defunto che era andato “ad patres”, dai suoi antenati; mentre gli americani contemporanei, nello sforzo di rendere accettabile l’inaccettabile, arrivano a truccare e imbellettare i cadaveri, in modo che non appaiano troppo morti. Rischiando il reato di vilipendio.
La morte non si esorcizza con gli eufemismi. Anche la migliore, quella nel proprio letto, circondati dai propri cari, non raramente è schifosa. Si muore soffrendo, rantolando, sudando, sporcando il letto. Non come nei film, dove si chiudono delicatamente gli occhi dopo qualche bella frase. La morte non si cura di essere elegante e la sua impresentabile tragedia ricade come una mazzata imprevedibile su chi è costretto a viverla. Perché tutti, fino a quel momento, sono vissuti nel mondo degli eufemismi e non sono minimamente preparati.
La morte è sentita come inaccettabile anche per altri motivi. Nel nostro incompressibile desiderio di respingerla ai confini dell’esistenza, tutti tendiamo a credere che dopo tutto, sì, si può lasciare questo mondo quando si hanno novant’anni o più, ma noi e i nostri cari siamo tanto più giovani! Come se il cancro, l’infarto e le mille malattie che possono distruggerci dovessero avere il buon gusto di non attaccare mai chi è nel fiore degli anni. E invece non solo si muore a vent’anni per uno stupido incidente stradale (una delle principali cause di morte), ma l’ictus cerebrale non risparmia i trentenni e la leucemia falcia anche i bambini.
Il nostro patetico sforzo di riordinare l’esistenza - con i vecchi che muoiono solo in tarda età e i giovani che sono tutti felici e innamorati - è una enorme, dannosa panzana. Chi non ha questa fortuna non solo soffre, ma crede di soffrire per un’ingiustizia capitata solo a lui. In realtà non c’è nessuna regola distributiva. C’è solo qualche scarna statistica che non consola in nulla il ventenne che muore di cancro. Il suo caso sarà pure eccezionale ma per lui è l’unico: e gli toglie la sua unica vita nel momento in cui gli altri la stanno appena cominciando.
La morte è assurda e rende assurda anche la vita. Che senso ha tutto quello che si è fatto, se lo si guarda con gli occhi di chi sta per morire?  Qualcuno crede di trovare una giustificazione enumerando ciò che ha costruito e soprattutto i figli che ha messo al mondo: ma forse che i figli non moriranno come lui? E che senso avrà la loro vita? Se la nostra vita è assurda, ai figli si è donata una vita assurda.
Qualcuno crede che abbia senso la catena riproduttiva: non il singolo individuo ma la specie umana. Questo punto di vista è però contraddittorio: come può il complesso avere senso metafisico se ognuno dei suoi componenti non ha senso? Sommando un’infinità di numeri negativi, si ha forse un totale positivo? Come non vedere che tutto questo è un enorme, cieco, incosciente meccanismo biologico? Chi mai porta il lutto per i dinosauri?
Bisognerebbe non avere lo stupido sorriso dell’adolescente che crede che non diverrà mai vecchio. Egli avrà ragione solo se morirà giovane. Noi tutti dobbiamo guardare a chi muore e a chi è morto non come a qualcuno che ci è estraneo ma come a noi stessi un giorno o l’altro. La famosa citazione di John Donne, resa celebre dal libro di Hemingway, va completata con ciò che la precede e ciò che la segue: “Never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee” non mandare mai a chiedere per chi suona la campana a morto: suona per te.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -13 ott. 2007

SANTORO E LA BUONA EDUCAZIONE
Santoro dinanzi al Cda della Rai ha sostenuto alcune tesi interessanti: 1) che un giornalista non può essere giudicato da chi non è giornalista; 2) che non si può giudicare una trasmissione senza averla vista, e infine 3) che Prodi è un maleducato.
1) Che un giornalista non possa essere giudicato da chi non è giornalista è un’idea peggio che azzardata: è stupida. Sarebbe come dire che il pubblico di un concerto, non essendo composto di musicisti, non dovrebbe né applaudire né fischiare. E dovrebbe giudicare uguali Uto Ughi e un giovane diplomato di violino. È vero che ci sono mestieri in cui il giudizio del pubblico è impossibile: tutti ammirano Einstein perché lo ammirano i fisici: cioè i competenti. Ma ci sono mestieri in cui ci si rivolge al pubblico ed è il suo giudizio che decreta il successo o l’insuccesso: e fra questi mestieri c’è, insieme con quello del concertista, quello del giornalista. Dunque Santoro dice una stupidaggine in linea con la propria arroganza, non con la propria competenza.
2) Egli dice poi che non si può giudicare una trasmissione senza averla vista. Ma a parte il fatto che Prodi ha prudentemente detto di averla giudicata “sulla base dei resoconti”, chi impedisce, a chi ha già assistito a cinque o dieci trasmissioni di questo conduttore di farsene un’idea? Forse che bisogna essere andati a vedere l’ultimo film di Boldi e De Sica, per sapere qual è il loro genere di umorismo? Santoro forse ignora che c’è chi non vede le sue trasmissioni da anni: perché ci si possono formare opinioni che non hanno bisogno di riprove e in particolare, per le gogne televisive. Per alcuni spettacoli, basta il genere per rifiutarli. Ecco perché molti non hanno mai visto spettacoli della cosiddetta “televisione del dolore”: sanno in anticipo che ne sarebbero schiantati. Santoro si crede dunque un tale classico che bisogna prima sia studiato con cura da specialisti, in ogni sua puntata, ed anche nell’ultima, per avere un’idea su di lui? Non lo sa che milioni e milioni di lettori abbandonano la lettura di un libro dopo averlo appena assaggiato?
Certo, il nostro eroe avrebbe potuto essere più prudente e parlare, invece che “di una trasmissione”, “di questa trasmissione”, intendendo che essa era stata diversa dalle altre: ma avrebbe dovuto dimostrarlo. Perché se fosse stata uguale alle altre, si sarebbe potuto giudicarla negativamente, a scatola chiusa, come le altre. Invece diversa non è stata, se non per il suo obiettivo, un attuale ministro, che aveva i mezzi per farsi valere. In realtà le sue parole hanno solo questo senso: sono così bravo, ma così bravo, ma così bravo e onesto e intelligente ed imparziale, che solo chi parla per sentito dire può giudicarmi male.
3) Infine la sua affermazione che Prodi è un maleducato è assolutamente inqualificabile. Non solo Prodi è il Presidente del Consiglio, e solo per questo merita rispetto, se non personalmente quanto meno per l’Italia stessa, ma in questo caso il Professore è totalmente innocente. Ha solo dato un legittimo giudizio. E se chi la giudica male è un maleducato, chi giudica maleducato colui che la giudica male è semplicemente demente. Santoro costringe anche chi non ama Prodi a difenderlo, e dimostra la propria perdita di contatto con la realtà. L’esperienza con Berlusconi lo ha disorientato. Infatti gli ha fatto ignorare che il Cavaliere era un bersaglio facile, perché naturalmente gioviale e incline al perdono; e perché c’è gente che darebbe ragione a chiunque l’attaccasse, anche se gli sparasse. Mentre con Prodi è tutta un’altra musica. Non solo c’è gente che lo difenderebbe anche nei casi peggiori (si pensi alla vendita della Sme) e gli perdonerebbe qualunque cosa, incluse le prescrizioni di Silla, ma l’uomo è notoriamente rancoroso e incapace di dimenticare il minimo torto. Dunque il caro Santoro, quando gli sarà presentato il conto, non troverà nessuna sponda, nessun amico, nessun rifugio. Si è fatto gratis un nemico implacabile e, per giunta, un nemico il cui odio è giustificato.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 11 ottobre 2007

IMMORALISTI
La vecchiaia dei giornali porta consiglio, e se avremo la forza di continuare è probabile che anche noi scriveremo, tra una ventina d'anni, che Berlusconi era ineleggibile per via del conflitto di interessi, Craxi un ladro di polli e Andreotti un mafioso con la coppola incastrato da eroi in toga. Può essere ci tocchi anche scrivere che la guerra in Iraq è stata una carneficina inutile, che Dio non esiste e i preti sono tutti pedofili, che la ministra Pollastrini era un genio politico, il Benigni dello shoah-comics un profeta ispirato da Elia, e quel Mordecai Richler della "Versione di Barney" uno scrittore minore che voleva farci ridere con le barzellette sugli scozzesi.
 Nell'attesa, e cercando di tenerci sempre giovani, assistiamo con rispetto, e anche una punta di venerazione, alla gioiosa vecchiaia di Repubblica, divenuto un giornale davvero saggio, al punto di rendere spesso obsoleto il nostro fogliuzzo. Ogni giorno ha la sua rivelazione. L'antipolitica giustizialista di Grillo è monnezza, per esempio, firmato Scalfari e Mauro, fondatore e direttore. La tv di Santoro è barbarie, un marchingegno in tutto simile alla gogna che intrappola i suoi fedeli spettatori nella festa degli inganni, anche quando difende i giudici eroi dalle minacce di trasferimento di un Mastella. Firmato D'Avanzo, che non è il fratello di Sandro Ruotolo, ma fa lo stesso. Quel Travaglio, poi, ha un ego smisurato, e Scalfari se la prende con i suoi corsivi antipiduisti. Ollallà, deve essere successo qualcosa, e non parliamo né di nemesi né di ruotola, come preferisce Andrea Marcenaro.
La faccenda si ingentilisce ulteriormente, e l'aura di saggezza repubblicana si fa spessa e densa, si tocca con mano, quando Scalfari ci concede a sorpresa, come è avvenuto domenica, l'impensabile. Ricorderete il pool di Milano che va in tv e affonda con un pronunciamento da repubblica delle banane il decreto Biondi, l'ultima seria decisione politica presa da un governo italiano, consistente nel vietare la custodia cautelare in carcere usata come tortura per sradicare un sistema democratico con mezzi giudiziari. B
 Bene, il fondatore del giornale riconosce che l'appoggio concesso a quei magistrati star dell'ingiustizia fu un "errore", e con questo è riscritta la storia recente del nostro paese in uno dei suoi passaggi decisivi. Sull'uso criminoso della giustizia e della tv siamo dunque a una virtuale unificazione di Repubblica e del Foglio, e nell'attesa di invecchiare con saggezza anche noi, ci godiamo la serena vecchiaia degli altri.

Giuliano Ferrara - Il Foglio


STORIA DI TONINO
Pur non facendo niente di concreto, Antonio Di Pietro riesce ogni giorno a fare parlare di sé. Di tutto si impiccia, salvo che delle Infrastrutture di cui è ministro. Il Ponte di Messina è saltato, l'Alta Velocità ferroviaria è ferma, il bisogno di case intatto. A Tonino non importa un piffero. Lui si occupa dei massimi sistemi: gli eccessivi costi della politica, la moralità dello Stato, la difesa d'ufficio delle toghe da cui proviene.
 
Ha preso di mira Mastella per fatto personale. Clemente gli ha infatti soffiato il posto di Guardasigilli cui aspirava. Non gliene passa una. Dall'aereo di Stato preso col figlio per assistere alla corsa automobilistica, all'indulto. Si è impancato giurando che voli di Stato lui non ne aveva mai presi. Poi, si è scoperto che li utilizza pure lui. Sbugiardato, ha fatto il broncetto. Mentire per darsi un'aria da padreterno, è una costante di Tonino che, a 58 anni, stenta a raggiungere lo stadio adulto.

Anche la storia dell'indulto 2006 è diversa da come la racconta. Ogni volta che un manigoldo appena liberato sgozza la vittima di turno, Tonino esclama: «L'avevo detto io». Non è affatto così. Sulla clemenza ai delinquenti che usano coltelli e pistole, Di Pietro era d'accordo. Identico a Mastella, la considerava un ottimo espediente per svuotare le carceri troppo piene. La differenza tra i due è che l'ex pm di Mani pulite non voleva l'indulto per i reati finanziari, societari e di corruzione. Scleroticamente ancorato al suo passato, odia più i colletti bianchi degli assassini. È per tenere in galera costoro che l'ineffabile, nell'estate dell'anno scorso, manifestò davanti Montecitorio. Pareva una macchietta, ma inaugurò la moda del gabinetto Prodi: quella di ministri e sottosegretari che urlano in piazza contro il governo di cui fanno parte.

Di Pietro si è dato al teatro, incapace di fare di più. L'ex pm ha scoperto a sue spese che è più facile sbattere un tizio in galera con uno schiocco di dita che ottenere risultati in politica. Capì l'antifona diventato ministro dei Lavori Pubblici del primo governo Prodi nel 1996. Fanatico del decisionismo, rodomonte come pochi, decise di risolvere in un giorno il cinquantennale problema degli affitti. Convocò i sindacati a Porta Pia - sede del ministero - e li catechizzò: «Entro stasera troviamo l'accordo, domani faccio un decreto legge». Fecero invece una matassa di lana caprina e non approdarono a nulla. Si arrivò a una micro sistemazione degli affitti solo due anni dopo, quando Di Pietro era già fuori dal governo e vagolava come un'anima in pena.

Da allora, appresa la lezione, Totò fa solo ammuìna. Va in tv, si eccita, fa il viso da matto, spara a zero. In questo anno e mezzo al governo, ha minacciato di farlo cadere più volte di quante non abbia sfogliato un libro. Ma è tutta fuffa. Esemplare il suo atteggiamento nella faccenda Visco-Speciale. Assodato in tribunale che l'attacco del viceministro ds al generale era stato illegittimo, Totò ha tuonato: «Visco faccia un passo indietro». Duro come roccia, l'inflessibile ex pm pareva deciso a esigere le dimissioni del fiscale di Foggia. Tutto il centrosinistra a disperarsi per la crisi imminente. Bene. Quattro giorni fa' i senatori di Italia dei Valori - il partito dell'ineffabile - hanno votato compatti fiducia e stima a Visco. Tonino ha dichiarato euforico: «L'assalto di Berlusconi è stato respinto». Aveva fatto tana due volte: era al centro dell'attenzione e si era tenuta stretta la poltrona.
 
Nessuno crede più alle sue grida. Chi lo conosce meglio, lo snobba più degli altri. Sono legioni quelli che, fatto un tratto di strada insieme, lo sfuggono come cosa non grata. Dopo l'uscita di Tonino dal pool di Milano, il suo capo, Borrelli, precisò: «Mai andati oltre il lei». Il suo responsabile legislativo ai Lavori Pubblici nel '96, Mario Cicala, magistrato anche lui, abbandonò l'incarico dopo appena due mesi. Scomparsi in massa gli illusi della prima ora che credevano di combattere con l'ineffabile la battaglia della moralità: i Federico Orlando, i Willer Bordon, i Mirko Tremaglia. Nessuno ha mai detto con chiarezza cosa li abbia delusi. Ma da un accenno di un ex fedelissimo, Elio Veltri, si può arguire che a respingerli sia l'inveterata disinvoltura dell'autoproclamato moralizzatore. La stessa che da magistrato lo spinse ad accettare l'indimenticata Mercedes e il prestito senza interessi di 120 milioni. Di lui, Veltri ha detto: «Dall'Italia dei Valori all'Italia dei valori immobiliari». Felice gioco di parole che ha spalancato un ghiotto scenario di mattoni.

Tonino è titolare di una società immobiliare, la An.to.cri. srl, dalle iniziali dei figli di primo e secondo letto: Anna, Totò, Cristiano. Con l‚aziendina di famiglia, il ministro delle Infrastrutture ha acquistato due appartamenti. Uno a Milano di nove vani da Marco Tronchetti Provera e uno a Roma di 10,5 stanze. Entrambi sono stati comprati con un mutuo, rispettivamente di 300mila e 400mila euro. Le due case sono state poi oculatamente affittate dall'ex pm al suo partito - Idv - a un prezzo superiore alle rate dei mutui.

Altrimenti detto, con i soldi del finanziamento pubblico, l'Idv versava al suo leader l'ammontare mensile del prestito bancario, più una mancetta per le piccole spese, dalle cravatte per andare a Ballarò, alla tintoria quando deciderà di farci un salto invece di tenere i vestiti stazzonati. I giornali si sono accorti della faccenda quest'estate. È parsa poco bella e l'hanno denunciata. A frittata fatta, Di Pietro ha venduto di corsa gli appartamenti. Ora, è molto liquido e vedremo quale sarà la sua prossima mossa nel campo del mattone.

Intanto ha trasferito il quartiere generale romano dell'Idv, affittando l'ex sede Psdi di via Santa Maria in Via, due passi da Palazzo Chigi. Per un curioso caso, nello stesso edificio c'è la redazione di Italia Oggi, il quotidiano che ha svelato la gabola dei due appartamenti. E poiché Tonino urla durante le riunioni di partito le più interessanti finiscono in pagina a puntate. Certo, questo insieme, è una maledizione per l'ex pm. Però, se l'è cercata. Nel mondo complesso in cui viviamo, un conflitto di interessi anche piccolo, come l'intreccio mutui-affitto-Idv, è sempre in agguato. Ma se a fare il passo falso sono i moralisti 24 ore su 24, è fatale che i primi a essere travolti dal meccanismo innescato siano proprio loro. Vale per tutti i moralizzatori della domenica, da Di Pietro a Beppe Grillo.

Nato nel contado molisano di Montenero di Bisaccia, Tonino fu dirozzato nel seminario di Termoli dove imparò a bere il latte nella tazza anziché, secondo la sua leggenda, abbeverarsi alle mammelle della mucca. Prese un diploma di perito industriale ed emigrò in Germania. Fu assunto da una fabbrica di posate e messo a lucidare cucchiai. Nonostante lucidasse da dio, decise di tornare in Italia e profittare delle leggi post '68 che aprivano indiscriminatamente gli accessi universitari per iscriversi a 23 anni, lui perito tecnico, alla Facoltà di Legge della Statale di Milano. Si laureò nei tempi canonici, senza però mai colmare le lacune nel latino di cui la giurisprudenza è ricca.

I suoi sfondoni sono così esilaranti da aizzare quel bello spirito di Alfredo Biondi, suo collega parlamentare ed ex Guardasigilli. Biondi, se c'è Di Pietro in Aula o in commissione, sforna continui brocardi latini unicamente per godersi gli occhi a palla di Tonino che li scambia per cinese.

L'estraneità alla lingua delle Pandette stava per giocargli un brutto scherzo anche nel secondo tentativo di superare il concorso in magistratura. Presidente della commissione era Corrado Carnevale, giudice severo e garantista che subì poi un calvario perché sgradito alla parte forcaiola della magistratura. All'interrogazione di Diritto romano, Tonino maltrattò il latino suscitando lo sdegno del commissario che si pronunciò per la bocciatura. Carnevale, che si era commosso leggendo il curriculum del molisano - contadino, emigrante, operaio, etc. - intervenne e gli fece un po' di domande per metterlo a suo agio.

Su alcune fece scena muta, ad altre rispose in pittoresco dipietrese. La commissione, imbarazzata, era orientata a fargli ripetere il concorso una terza volta. Ma Carnevale, dominato dal buon cuore, mise in luce le umili origini e la buona volontà del candidato. Alla fine la spuntò e Tonino indossò la toga. Cosa ci abbia fatto, è noto a tutti. Tanto che, anni dopo, Carnevale ripensando al suo ruolo in quella risicata promozione, disse: «Non lo rifarei mai più».

Da ormai dodici anni, l'ex pm è parte dell'esaltante panorama della Seconda Repubblica in cui si è intrufolato a forza, scardinando a suon di manette la Prima. La sua utilità è zero. Resta la consolazione che non sia più magistrato.

Giancarlo Perna per Il Giornale - 8 Ottobre 2007


LE TRICOTEUSES E IL SERPENTE DI MARE
Il serpente di mare è, giornalisticamente parlando, una notizia priva di fondamento ma sensazionale, dice il Devoto-Oli. E per il fatto che è sensazionale ha una lunga vita. Malgrado mille smentite. Custer non sarà mai retrocesso al suo vero grado di tenente colonnello; Lord Brummel non sarà mai retrocesso a Beau Brummel prima e a fallito demente ricoverato in un manicomio francese poi; Machiavelli sarà sempre considerato colui che ha detto che “il fine giustifica i mezzi”, benché non sia vero, e infine le tricoteuses non saranno mai considerate ciò che effettivamente furono: delle donne che stavano nel pubblico dell’assemblea. Tutti le considerano tifose da stadio delle esecuzioni capitali durante la Rivoluzione. Esse, si dice, stavano sotto il palco per godersi le esecuzioni: e che questo fatto non sia vero non importa. Chi scrive l’ha perfino fatto notare a giornalisti del calibro di Montanelli o Sergio Romano (che l’ha ancora scritto nell’editoriale di sabato scorso), senza ottenere nulla: il serpente di mare, in eccellente salute, continua a nuotare.
La dimostrazione della falsità di questo aneddoto si trova in qualunque serio libro di storia. Già il Grand Larousse Encyclopédique, vol.10, pag.495 (Paris, 1994) scrive: “Tricoteuses: n.f. pl. Hist. Nome dato, durante la Rivoluzione, alle donne che assistevano assiduamente  alle sedute delle assemblee popolari, lavorando a maglia”. E solo a titolo di esempio si riporta un testo – uno fra mille – di storia (del femminismo), seguito dalla sua traduzione. Per gli interessati, ecco il riferimento internet: basta cercare Féminisme su www.fr.wikipedia.org.

À partir de 1792, l'entrée en guerre de la France conduit certaines à se battre aux frontières tandis qu'en 1793 se développe à Paris un militantisme féminin, porté par des femmes du peuple parisien proches des sans-culottes. Les deux cents femmes du Club des citoyennes républicaines révolutionnaires créé le 10 mai 1793 par Claire Lacombe et Pauline Léon, les « tricoteuses », occupent les tribunes publiques de la Constituante et apostrophent les députés, entendant représenter le peuple souverain. Leurs appels véhéments à la Terreur et à l'égalité, leur participation à la chute des Girondins et les autres manifestations spectaculaires des « enragées » allaient leur valoir une image de furies sanguinaires qui nourrirait longtemps les répulsions du pouvoir masculin. Claire Lacombe propose d’armer les femmes.
Cependant, plus que les excès d'une violence largement partagée à l'époque, ce sont d'abord les réticences des hommes au pouvoir qui excluent ces femmes de la sphère politique. La plupart des députés partagent les conceptions exposées dans l’Émile de Rousseau d'un idéal féminin restreint au rôle de mères et d'épouses, rares étant ceux qui, comme Condorcet, revendiquent le droit de vote des femmes au nom de la lutte contre le despotisme et l’esclavage.

(A partire dal 1792, l’entrata in guerra della Francia spinge alcune donne a battersi alle frontiere mentre nel 1793 si sviluppa a Parigi un movimento militante femminile, sostenuto da donne del popolo parigino, vicine ai sanculotti. Le duecento donne del Club delle cittadine repubblicane rivoluzionarie, creato il 10 maggio 1793 da Claire Lacombe e Paule Léon, le “tricoteuses” (quelle che lavorano a maglia, per passare il tempo mentre ascoltano i dibattiti, Nota del traduttore), occupano le tribune pubbliche della Costituente e apostrofano i deputati, poiché intendono rappresentare il popolo sovrano. I loro appelli veementi al Terrore e all’uguaglianza, la loro partecipazione alla caduta dei Girondini e le altre manifestazioni spettacolari delle “arrabbiate” finirono col valer loro un’immagine di furie sanguinarie che avrebbe a lungo dato occasione  alle ripulse del potere maschile. Claire Lacombe propone di armare le donne.)

Tuttavia, più che gli eccessi di una violenza largamente condivisa all’epoca, sono innanzi tutto le reticenze degli uomini al potere che escludono queste donne dalla sfera politica. La maggior parte dei deputati condividono le concezioni esposte nell’Emile di Rousseau di un ideale femminile limitato al ruolo di madri e di spose, essendo rari coloro che, come Condorcet, rivendicano il diritto di voto delle donne in nome della lotta contro il dispotismo e la schiavitù.


Questa la storia. Come si vede, nessuna ghigliottina, nessun Sanson che taglia testa “a passo di carica”, come ha scritto Sergio Romano. Certo, le tricoteuses non erano un fior di gentildonne e molte decapitazioni, o forse tutte, le avrebbero applaudite. E infatti il risultato finale fu che, per la tranquillità dei dibattiti, furono escluse dal pubblico. Ma questo non è sufficiente per trasportarle di peso e in gruppo dall’Assemblea in Piazza della Rivoluzione.
Conclusione: questa precisazione è vera, innegabile e incontestabile. Ma questo non impedirà che domani, e dopodomani, e un altro giorno ancora, qualche persona colta, per mostrare la propria conoscenza degli aneddoti, oltre che della grande storia, parli delle tricoteuses che sferruzzavano sotto la ghigliottina. Magari in compagnia del Generale Custer e di Lord Brummel.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 10 ottobre 2007

LA NEMESI DEI GIUSTIZIALISTI DI IERI NON È TRAGICA, MA RIDICOLA
La nemesi è un grande schema tragico, e consiste nel rovesciamento del male sul male. Uccidi e sarai ucciso, odia e sarai odiato, insuperbisciti e sarai umiliato. Ai giorni nostri la nemesi fa ridere, è roba casereccia, un caso di cronaca civile prevedibile, scontato. Ne è attor giovane il conduttore televisivo de sinistra, il Conduttore Unico delle Coscienze o CudC. Quante volte lo avete visto far scattare la tagliola su-lo zampone del parlamentare socialista, democristiano, liberale, repubblicano, socialdemocratico, prima della fine della vecchia Repubblica. E quante volte la belvetta ha afferrato per la gola l'avvocato d'affari del centrodestra, il mafioso presunto del giro di Andreotti, il tangentaro che succhia il sangue del popolo?
 Quante volte abbiamo visto i teatri riempirsi di cartelli maniacali e paranoici, di folle eccitate dall'odore del sangue, plaudenti e fischianti, e imbonite dal testimone senza macchia e senza paura, dal caso umano che la dice lunga sulla crudele indifferenza del potere, dal magistrato che interpreta la maestà e la dignità dello stato contro i politici, nemici di ogni verità e parenti di ogni vergogna
 Negli anni del terrore giustizialista nacque, crebbe e prosperò in televisione questo format che non ha paragoni in alcun paese del mondo, un romanzaccio popolare fatto di mafia e malaffare, eroismo e accusa solitaria, il tutto mescolato alla calunnia e alla connivenza con quella parte del potere che giocava le sue carte in famose carriere di stato, in ambizioni politiche mal dissimulate, in egotismi e solipsismi del peggior giornalismo.
 Si saldò una catena inossidabile di solidarietà durature tra il CUdC e i grandi giornali dei gruppi coinvolti nelle inchieste sulla corruzione dei partiti, che volevano salvarsi l'anima e il portafoglio; si saldò come una trincea comune con i partiti di sinistra, le folle fiaccolanti sotto il palazzo di giustizia, gli antenati dei girotondi nella forma del popolo dei fax, e alla testa di tutti i pm e i pool che passavano le carte, indicavano la preda, fornivano i testimoni e le circostanze giuste per la caccia grossa.
 La nemesi è arrivata, come per la virata razzista di Grillo contro i rom, con la spavalderia di una carica a cavallo all'incontrario, d'improvviso, e ora comincia a incalzare le resistenze dell'establishment sopravvissuto alla bufera degli anni Novanta. Ma naturalmente è tutta una parodia. E' una farsa, non è più se Dio vuole una tragedia. Così le vittime illustri della Forleo riescono a scappare a Strasburgo con un sotterfugio firmato da Guido Rossi e Guido Calvi, non devono rifugiarsi in latitanza ad Hammamet. Il ministro della Giustizia incassa la pronta solidarietà di Prodi in persona, e l'uso criminoso della tv di cui aveva parlato il banditore dell'editto di Sofia può prendere le sembianze di un più posato avanzare critiche contro una tv "poco seria e non professionale".
 L'unità a difesa è più larga, gli ispettori riescono a fare il loro mestiere per mettere sotto osservazione i pm troppo disinvolti, passano tra blande proteste le leggi e i decreti sulle intercettazioni, e l'opposizione di oggi, quella che stava sulla graticola ieri, ha un tratto particolare di fair play, è in condizione di negoziare il suo appoggio alla carica antigiustizialista e lo fa senza tentennamenti.
 La nemesi mostra nudo lo spettacolo d'immoralità del moralismo in cui una generazione di italiani è stata cresciuta, a pane e menzogna si potrebbe dire. Le manca il lato tragico, ma ha aspetti grotteschi, soprattutto quando l'energia dell'antipolitica selvaggia, coltivata e concimata per anni dalla più sfrenata demagogia anticraxiana e antiberlusconiana, travolge le deboli difese di un ceto che per salvarsi è disposto a barattare con il diavolo anche la propria dignità.
 Tutto sommato i mostri del vecchio potere erano nel campo dell'onore, e hanno fatto fronte come potevano alla grande epidemia di freddolosa onestà collettiva che ha travolto il paese. Alcuni si sono persino suicidati come i grandi bancarottieri insolventi dell'Ottocento. I mostriciattoli del potere nuovo scappano invece con le braghe in mano e si fanno difendere dai loro stessi avversari, il che risulta più efficace (ce la faranno, vedrete, a evitare gli effetti più letali della nemesi), ma non certo più bello a vedersi.

Giuliano Ferrara per Il Foglio

IL TUNNEL DEGLI ERRORI
Con le difficoltà e la contestazione diffusa che il protocollo sul welfare di luglio incontra tra i lavoratori di molte grandi aziende, il centrosinistra sta pagando un conto salatissimo per i propri peccati della legislatura passata. E sì che quel protocollo avrebbe non pochi meriti; ma essi sono in gran parte vanificati, sul piano politico, da due errori molto gravi che lo hanno preceduto: errori di opportunismo e di faziosità. Un primo errore nel 2004, quando il centrodestra approvò la riforma Maroni, che portava l'età minima per la pensione da 57 a 60 anni dal 1° gennaio 2008. Le teste pensanti dell'opposizione sapevano e sanno benissimo che a quell'obbiettivo si sarebbe dovuti comunque arrivare: tant'è vero che l'accordo governo-sindacati da loro voluto e difeso prevede questo stesso risultato finale, sia pure differendone gradualmente il raggiungimento di tre anni. Se a quel tempo almeno i partiti maggiori del centrosinistra fossero stati lungimiranti, essi avrebbero riconosciuto onestamente che il governo Berlusconi stava facendo la cosa giusta. Avrebbero potuto criticare il modo in cui la faceva, con uno «scalone» troppo brusco, e alcuni suoi altri difetti, ma avrebbero dovuto rinunciare a cavalcare la protesta indiscriminata. Invece non hanno avuto quel coraggio: hanno trovato più comodo e redditizio sparare a zero su quella riforma, mescolandosi con chi sosteneva che l'età pensionabile non andasse toccata, né allora né mai.
Se non fosse stato commesso quell'errore, l'Unione, una volta andata al governo, avrebbe potuto disporre di molti miliardi utilizzabili per scopi assai più nobili e «di sinistra» che quello di consentire di andare in pensione ai 58enni. Per esempio: ridurre drasticamente le tasse almeno sui salari più bassi; risolvere il grave problema degli anziani non autosufficienti; ma anche investire risorse nelle grandi infrastrutture indispensabili per lo sviluppo del Paese. A causa di quell'errore l'Unione si ritrova invece, come si suol dire, cornuta e mazziata: costretta a spendere molti miliardi per differire al 2011 l'aumento dell'età della pensione a 60 anni, con il bel risultato politico di diventare ora essa stessa il bersaglio della protesta contro quell'aumento.
È, a ben vedere, un errore identico a quello commesso sulla legge Biagi; e identica è la nemesi storica. Dal 2003 non hanno fatto altro che sparare a zero contro di essa, presentandola come un attacco rovinoso ai diritti dei lavoratori; nel 2006, perseverando nell'errore, nel loro programma elettorale hanno indicato quella legge come il primo ostacolo da abbattere sulla via della nuova politica del lavoro del centrosinistra. Poi, però, quando hanno voluto adottare una misura incisiva contro l'abuso di rapporti di lavoro precari, non hanno trovato di meglio che applicare con rigore proprio la legge Biagi. E al dunque, quando hanno dovuto individuare in essa qualche cosa da abrogare, non hanno trovato di meglio che prendersela con il più marginale e meno significativo dei suoi 86 articoli: quello sul «lavoro a chiamata». Ma intanto, chi lo spiega, nelle aziende, a milioni di lavoratori che quella legge non costituisce più un attacco rovinoso ai loro diritti? Alle elezioni politiche quei lavoratori si sono sentiti chiedere il voto contro la legge Biagi, ora nel referendum sindacale si sentono chiedere il voto per un protocollo che la conserva pressoché integralmente. E poi ci stupiamo se sono disorientati?
Tra pochi giorni nasce il Partito democratico. Se esso non saprà voltare drasticamente pagina rispetto a questa vicenda sconcertante, imparandone fino in fondo la lezione, la sinistra italiana sarà condannata a impararla attraverso molti anni di opposizione.

di PIETRO ICHINO per il Corriere della Sera

La vera storia di Veltroni: era comunista ed espelleva i dissidenti
"Nel 1995 gli chiesero per la prima volta: è mai stato comunista? Walter Veltroni rispose con veemenza, spiegando che no, non lo era stato: «Non ho mai partecipato a un corso alle Frattocchie, non sono mai stato in una scuola di partito, non sono neanche andato all'estero nei Paesi socialisti». Però questo è un ricordo «sbagliato», anzi, in un avventuroso viaggio con una delegazione ufficiale della Fgci nella Germania dell'Est nell'estate del 1973, al Festival mondiale della gioventù comunista, scoccò proprio la prima scintilla dell'amore con la sua futura moglie Flavia Prisco.

Fra gli elementi più interessanti che emergono da Il piccolo principe, la biografia di Marco Damilano, Maria Grazia Gerina e Fabio Martini che esce per la Sperling & Kupfer martedì prossimo, c'è uno scavo nel passato del futuro leader dell'Ulivo. Ed è molto interessante rileggere le citazioni di quando Veltroni era un militante a tutto tondo che i tre autori hanno pescato negli archivi e nella pubblicistica degli anni '70.

Ed è singolare quella piccola «amnesia» sulla Germania dell'Est. Ci vollero quattro anni perché, nell'ottobre del 1999, in un'intervista rilasciata ad Antonio Padellaro, Veltroni ritrovasse quella memoria smarrita: «È vero, avevo 18 anni e una compagnia molto variopinta. C'erano Marco Magnani, Ferdinando Adornato, Fabrizio Barca. Ma da allora in poi non ho più messo piede in un Paese socialista». Mai? «La prima volta che sono andato a Mosca è stato nel 1990, ma era su invito di Gorbaciov, per parlare di democrazia».

Che cosa disse in seguito Veltroni, una volta diventato leader dei Ds, è noto. Ad esempio quando alla Stampa, intervistato da Gianni Riotta, nel 1999, dichiarò: «Comunismo e libertà sono stati incompatibili. Questa è la grande tragedia dopo Auschwitz». E poi la frase che sarebbe diventata famosa: «Si poteva stare nel Pci senza essere comunisti. Era possibile, è stato così». Gli autori del libro ricordano l'irriverente risposta del Manifesto, una prima pagina con una foto giovanile di Veltroni e D'Alema accompagnata dal titolo scorticapelle: «Facevamo schifo». Ma Veltroni non molla: «Io ero un ragazzo, allora, ma consideravo Breznev un avversario, la sua dittatura un nemico da abbattere».

Però il libro va a cercare le prove e i palinsesti di questa rielaborazione autobiografica, e trova qualche citazione interessante: ad esempio quella del 1974, quando il giovane Walter non dimenticava mai di inserire la parola socialismo anche se parlava di droga: «I giovani sognano una società più giusta e umana, quella società per noi è il socialismo». Oppure rintracciano un episodio agitato dei tempi in cui Veltroni era leader della Fgci romana, l'espulsione di un gruppo di giovani troppo «radical», Piero Galletti, Maurizio Fabretti e - niente meno - che due futuri giornalisti come Paolo Zaccagnini e Augusto Minzolini (il primo volto noto al Messaggero, il secondo retroscenista della Stampa). Galletti, nel suo ricordo, è feroce: «Veltroni arrivava con la sua borsa di pelle piena di ciclostilati, vuota di idee. Vestito da funzionario di partito, capelli pettinati, pantaloni con la riga» (è il rancore di un ex). E il ricordo di quella riunione che portò all'espulsione, non è meno agitato. I dissidenti nel loro intervento urlarono: «Il Pci vuole solo andare al potere, ha dimenticato i bisogni dei più deboli». E Minzolini aggiunse: «Non sono d'accordo con l'antifascismo, la politica estera e via disdicendo». Le conclusioni di Veltroni? «Voglio chiudere questa discussione ricordandovi che se siamo il più grande partito comunista d'Occidente non è grazie alle vostre balle, ma alla nostra capacità di fare politica».

I dissidenti furono buttati fuori dal Pci (il buonismo era ancora di là da venire...). Quello era un Veltroni che citava Lenin, Stokely Carmichael (il leader del Black Power) e poi naturalmente Marcuse. Quel Walter era simpaticamente «ribelle» e usava una prosa che ovviamente oggi in bocca a lui sembra aliena: «Compito nostro è strappare l'educazione all'influenza delle classi dominanti, emancipare culturalmente la forza lavoro». Oppure ruggiva di orgoglio, rivendicando i suoi risultati: «Non c'è nessuno che faccia più giornaletti, più ciclostilati e che scriva sui muri più dei comunisti!».

Oggi, dopo trent'anni, sarebbe ingeneroso chiedere conto di ognuna di queste frasi. Nel passaggio dal leninismo al kennedismo c'è un romanzo di formazione che queste scarne parole lasciano intuire. Forse, a partire da questo libro, anche Veltroni potrà aggiungere qualche parola per colmare la distanza fra il suo presente e il suo passato, magari proprio a partire da quella gita nella Germania di Honecker, in Coppi Strasse, dove nacque l'amore della sua vita."

(Luca Telese Il Giornale 5 ottobre 2007)

Lavoratori…prrr!
Quello che c’è da chiedersi è: sarà vero referendum, quello che si terrà nei prossimi giorni in tutte le fabbriche d’Italia, in cui si dovrà dire sì o no al protocollo sul welfare? La domanda può essere posta anche in altri termini, ovvero quanto pesano i lavoratori e quanto conta questo referendum che non è né pericoloso, né vincolante? Innanzitutto bisogna starci dentro le fabbriche, verificare che le ragioni degli operai siano fatte valere non solo nelle assemblee in via formale ma nei momenti decisionali, nei momenti del voto. In queste settimane, invece, dopo lo strappo della Fiom, la preoccupazione di media e web, di esperti e politici, di dirigenti sindacali e perfino di dirigenti aziendali e Confidustria si è concentrata sulla “crisi del sindacato”, sui motivi e sulle possibili soluzioni e non sulle ragioni della frattura fra sindacato e lavoratori. Insomma la parola d’ordine è stata “non fallire l’impatto del referendum”. E così i grandi sindacati hanno monopolizzato le riunioni, i dibattiti, hanno fatto fronte comune contro i sindacati autonomi più piccoli e quelli ribelli (ovvero i pochi accodatisi alla
linea Fiom), hanno affidato le loro speranze al presenzialismo televisivo, radiofonico ed altro, dei loro dirigenti ed hanno stretto alleanze aziendali preziose con le fabbriche così che le defezioni rappresentative di un governo e dei sindacati negazione dei loro stessi popoli possano essere compensate caso per caso. Il referendum rischia così di essere una schiacciante vittoria dei sindacati maggiori, quelli che nelle fabbriche stanno al tavolo e non alla catena di montaggio (ché questi ultimi dopo otto ore di lavoro non vedono ora di tornare a casa e sanno bene che sedersi al tavolo non gli farebbe guadagnare un centesimo di più) e questa schiacciante vittoria è la conferma di una lobby sindacale sempre più lontana dai lavoratori che lavorano e più vicina ai lavoratori che trattano. E se anche non fosse così. E se pure miracolosamente i lavoratori (o meglio i loro delegati o i delegati dei loro delegati, in sintesi chi vota per davvero, ammesso che riesca a farsi sentire) bocciassero l’accordo sul welfare, non ci sarebbe alcun vincolo in tale bocciatura, nulla che potrebbe far spostare gli equilibri, visto che i sindacati hanno già fatto muro e messo firma, gli industriali idem e le parti politiche (anche quelle dell’estrema sinistra) hanno sconfessato i loro operai. Cosa resterà agli operai? La solita sensazione che tutto sia deciso dall’alto, che ci sia una gestione della cosa-lavoro del tutto autonoma dalla base lavorativa. E gli operai sono stati sfortunati in un altro senso. La loro protesta che in altri tempi si sarebbe tramutata in cortei, in vere assemblee, è stata fagocitata dalla “Grillite”, così è stato facile per la politica e per il sindacalismo maestro, bollarla come protesta anti-politica. L’ottusaggine politica e sindacale non vede (o preferisce non vedere) che i tagli dell’Ires e dell’Irap rendono competitive le imprese, ma non hanno ripercussioni sul salario lavorativo che lo scorso anno e quest’anno subiranno ancora il gravame delle addizionali Irpef regionali e comunali; operai con uno stipendio di 120 euro al mese, vittime di un governo che sulla Legge Biagi ha scelto di non scegliere, permettendo così al grosso dell’imprenditoria di rimanere nel limbo di contratti flessibili per emergenze di produzione e del precariato facile nei momenti di crisi. Cosa regge le imprese e cosa sostiene un po’ più i lavoratori? L’aumento delle ore, i sabati lavorativi, la minaccia che è meglio non scioperare, qualche piccolo regalo per i premi di produzione. Mentre i sindacati chiudono gli occhi sulla flessibilità mal riuscita, sulla questione pensioni continuamente rinviata a data da destinarsi, sulle pietose condizioni di lavoro, sul lavoro nero che c’è e conviene a tutti (per primo al lavoratore). I lavoratori di fabbrica sono come “cinesi altamente democratici”: si riuniscono, parlano, votano, protestano, ma a differenza della Cina dittatoriale, dove sarebbero soppressi, qui vengono ignorati, anzi peggio, qualcuno gli fa credere che voteranno per il loro futuro, ma il loro futuro è degli altri. In tutta questa storia è colpevole il sindacato, il governo, ma anche quel centro-destra che tanto desidera tornare al potere, ma che non colma questo vuoto di rappresentanza e pensa che la parola “operaio” ed un discorso del genere, sia ancora tremendamente comunista. Forse in questo momento, aziende e sindacati, destra e sinistra sono troppo impegnate a coprire le magagne da vitelloni…e i lavoratori? “Lavoratori…prrr!”. Alberto Sordi docet.

Angelo M. D'Addesio

UNA DIFESA DI PRODI
Paolo Mieli ha l’aria di dissociarsi dal governo ed anzi invita Prodi ad andarsene. Per la verità, gli da l’alternativa di accelerare le riforme e mandare a casa molti membri del proprio governo: ma è come proporgli di camminare sull’acqua. Non diversamente, se pure attraverso un mare di parole confuse, Luca Cordero si dichiara insoddisfatto di Prodi. Sartori, sul Corriere della Sera (7 ottobre), dice di Prodi cose pesantissime. Lo mostra attaccato come un’ostrica al potere, anche se fa male al paese, tanto che, secondo lui, dovrebbe passare la mano: “ma figurarsi se lui passa la mano; piuttosto se la taglia”. E si potrebbe continuare, spulciando la stampa quotidiana e prendendo nota della temperie attuale. La conclusione è che mentre prima il sostegno all’attuale esecutivo era un dovere imprescindibile e quasi morale, oggi si fa a gara a chi si mostra più critico. Se ne parla come di un malato grave e non per proporre una cura che potrebbe guarirlo, ma per sapere in quale cassa riporlo, non appena tira le cuoia. Come mai?
È noto che nessuno conosce il futuro. Dunque è certo possibile che uno di questi giorni il miracolo di San Gennaro non si ripeta e che il governo non abbia quel voto o due voti in più, in Senato, che gli consentono di galleggiare sulla sua inconsistenza. Ma è anche noto che questa maggioranza sta in piedi perché i senatori non vogliono essere rimandati a casa. Posti dinanzi all’aut aut, voterebbero anche per bin Laden, piuttosto che far cadere il governo. Dunque come mai, in un’identica situazione d’incertezza, prima in troppi sono stati troppo ottimisti, e ora in troppi sono troppo pessimisti?

La conclusione è che non è cambiata la realtà, è cambiato il sentimento della realtà. Probabilmente molti commentatori amerebbero potersi presentare, fra qualche giorno, col diritto di proclamare: “Ve l’avevo pur detto!”. Dicendo il peggio di Prodi non appena fosse già caduto, rischierebbero di sentirsi accusare di maramaldeggiare, di dare il calcio dell’asino; criticandolo mentre – a loro parere – sta per cadere, fanno un figurone. Mieli arriva a dire che Prodi è stato uno sconsiderato, non accettando – dopo una vittoria che sostanzialmente è stata una sconfitta – l’offerta di Große Koalition fattagli da Berlusconi. Il che può anche essere vero: ma come mai Mieli non lo disse nella fine primavera del 2006? E come mai non disse subito che il governo non avrebbe potuto governare, alleato con l’estrema sinistra, come dice ora? E se Mieli non lo capì allora, perché rimprovera Prodi di non averlo capito? E se invece lo capì già allora, perché non lo scrisse subito?
In politica non è raro il caso della self-fulfilling prophecy, cioè della profezia che realizza stessa, così come l’annuncio di un prossimo crollo di borsa potrebbe provocare un crollo di borsa. Dunque questi ex-sostenitori del centro-sinistra stanno semplicemente operando contro il centro-sinistra. Sono liberi di farlo, ma sono cambiati loro, non Prodi.
In conclusione, benché persone come Mieli, Sartori ed altri siano troppo dignitose per meritare l’accusa di assestare il calcio del’asino, il fatto è che stanno assestando al governo proprio il calcio dell’asino. Non a un Primo Ministro caduto, ma a un Primo Ministro barcollante: il che, a parere anche di chi non ama Prodi, non li rende innocenti. Prodi li ha delusi? E come mai – dal momento che i presupposti della situazione attuale erano evidenti anche ai celenterati – loro si erano lasciati illudere?
La verità è che prima il loro fanatismo – e il loro antiberlusconismo viscerale – li ha spinti a far festa, per la vittoria ottenuta; poi, quando è passata la sbornia, hanno ritrovato il senno. E ora vorrebbero scaricarsi delle loro responsabilità morali e intellettuali dando la colpa a Prodi. Troppo facile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it- 8 ottobre 2007

UN PREMIER NEL BUNKER
Edmondo Berselli mi dedica il suo editoriale sull’Espresso . E siccome si rivolge a me come «venerato maestro», ho un po’ tremato. Nel suo libro che si intitola, appunto, Venerati maestri Berselli ne fa, con acuminatissimo acume, quasi strage. Così quando ho letto che «Sartori getta la spugna e si mostra ingrillito», mi sono detto: addio, ora tocca a me. Invece Berselli conclude così: «Ci si può anche augurare che la Repubblica imputridita venga spazzata via, ma dopo, e intanto, che fare?». Già, quid agendum , che fare? Ce lo dobbiamo davvero chiedere. Oggi come oggi, il problema è Prodi. È davvero insostituibile? E converrebbe sostituirlo? Che Prodi sia davvero insostituibile lo dice Prodi. Che però è anche riuscito (onore alla bravura) a farselo dire e ridire a iosa dai vari Fassino, D’Alema e Rutelli. Il nostro presidente del Consiglio ha un fiuto straordinario per fiutare (e anche immaginare) complotti e congiure a suo danno. Così da anni e anni chiede ai suddetti incessanti giuramenti di fedeltà. Come fanno, oramai, a fare la figura di spergiuri? Non ce la fanno, e probabilmente continueranno a garantirgli fedeltà eterna finché Prodi non cascherà. Poi si vedrà, domani è un altro giorno.
Allora, il Nostro è sostituibile o no? A detta dell’interessato, no. Se lui cade con lui devono cadere tutti, e si deve subito rivotare. Vero o falso? Vero no di certo. Nella Costituzione sta scritto che il potere di sciogliere le Camere compete al capo dello Stato; e la prassi è che prima di ricorrere a quest’ultima ratio il Quirinale deve accertare se esistono, in Parlamento, altre maggioranze possibili. Prodi davvero rimanda tutti a casa? A quel momento mi divertirò a vedere; e ne vedremo, prevedo, delle belle. Non è soltanto che i nostri parlamentari perdono le loro ghiotte pensioni se non arrivano a metà legislatura. È soprattutto che anticipare le elezioni per anticipare una sicura sconfitta sarebbe incredibilmente stupido. Dal che ricavo che una maggioranza «senza Prodi» si può trovare.

Resta il diverso quesito se sia bene, oggettivamente, che Prodi resti al potere. A mio parere, lo dissi subito la sera delle elezioni, un leader che in sostanza le perde (che perde un 6 per cento di vantaggio iniziale ottenendo anche meno voti di Berlusconi) avrebbe subito dovuto passare la mano. Se la scommessa di Prodi aveva un senso era di vincere con una maggioranza sufficiente per governare senza il voto determinante della sua estrema sinistra. Così non è stato. Il che comportava che la sua coalizione fosse paralizzata e ingovernabile. Prodi lo sapeva benissimo; ma figurarsi se lui passa la mano; piuttosto se la taglia.
Comunque sia, la domanda è ora se lui sia l’uomo più adatto per risalire la china nella quale si è infognato. A mio parere, no. Secondo me quanto più Prodi sopravvive «facendo la quadra» asserragliato nel suo bunker, tanto più regalerà alla sinistra la sconfitta più catastrofica della sua storia. Il che non mi dispiacerebbe se i puniti fossero i vari Bertinotti, Giordano e Diliberto; ma purtroppo saranno i riformisti. Il che mi dispiace. Perché ogni democrazia occidentale ha bisogno di una socialdemocrazia di governo responsabile e affidabile.
Qualche giorno fa Veltroni dichiarava: mai più «alleanze vastissime». Veltroni lo ha capito. Prodi non lo capirà mai (è persino recidivo). Prodi non è certo — lo dichiara lui stesso — uomo per tutte le stagioni. Lo è per questa? Secondo me, no. Secondo me — insisto — perché questa è soltanto la mia opinione personale.

di GIOVANNI SARTORI

Confini del 67? per tutti!










Cosa dice Abu Mazen oggi?

Vediamo un po', dice che Israele deve tornare ai confini del 67, che Gerusalemme est deve essere la capitale della Palestina e che Israele dovra' accogliere tutti i milioni di cosiddetti "profughi" che nel frattempo si sono moltiplicati come mosche.
Se Israele non onorera' questi punti inderogabili, dice sempre il pacifico Abu Mazen, scoppiera' la terza intifada,  metafora per dire " seconda guerra nazista" sul modello di quella che abbiamo avuto dal 2000 al 2004, con 20 attentati al giorno, linciaggi anche di bambini, episodi di assaggio di fegato e intestini di israeliani linciati.
Cosa diceva Arafat ieri?
Vediamo un po':  In arabo diceva che Israele doveva essere distrutto.
In Inglese la variazione era :  Israele deve tornare ai confini del 67, Gerusalemme est deve essere la capitale della Palestina e  Israele deve accogliere tutti i milioni di cosiddetti profughi che nel frattempo si sono moltiplicati come mosche.
Se Israele non onorera' questi punti inderogabili, diceva il raiss maledetto, scoppiera' la Jihad e cosi' fu.
Dunque mi par di capire che Abu Mazen  abbia le stesse idee pacifiche del suo ex raiss.
 

Con queste deprimenti premesse   israeliani, palestinesi e americani andranno a Annapolis, in USA, in novembre, premesse che porteranno sicuramente ad altra violenza palestinese poiche' i punti inderogabili  dei palestinesi non possono essere accettati da Israele per ragioni di sicurezza e per poter continuare ad esistere. Accettarli significherebbe dar vita a due stati palestinesi e alla sparizione di Israele.
Pero'  un'idea ce l'avrei!
Vogliono riscrivere le carte geografiche  come se dal 67 a oggi nulla fosse accaduto?
Benissimo, facciamolo: Israele torna ai confini del 67, naturalmente non da sola, e che cavolo, se si torna al passato devono farlo tutti quelli che all'epoca erano coinvolti nel tentativo di distruggerci, quindi  il cosiddetto West bank tornerebbe alla Giordania che lo aveva annesso nel 1948 e Gaza tornerebbe all'Egitto cui apparteneva.
E i palestinesi? Chi? I palestinesiiiii? E chi li conosce? chi sono? dove stanno?
 
Mai sentito parlare di palestinesi arabi, fino al 1948 gli unici palestinesi erano gli ebrei che poi con la creazione dello Stato di israele si chiamarono israeliani.
Gli arabi della zona hanno incominciato a chiamare se stessi palestinesi nel 1964 su iniziativa  dell'egiziano Yasser Arfat , appena tornato da Mosca,  e solo nel 67 questa nuova identita' entro' a far parte della propaganda araba per arrivare al sogno di far fuori definitivamente gli odiati  sionisti.
Dopo il netto rifiuto all'ONU nel 1947 nessuno  aveva preso in considerazione la creazione di uno stato palestinese, l'unica cosa che volevano  e che fu scritta nero su bianco sulla karta dell'OLP, era di eliminare Israele e insediarsi al suo posto creando una grande nazione araba.
Nel 1967 gli arabi originari della Palestina Mandataria vivevano in orrendi campi profughi  in Giordania e in Libano e a  Gaza (Egitto) dove erano stati rinchiusi nel 48  quando 450.000 furono costretti dai capi  della Lega Araba a uscire da Israele e dove ancora risiedono dopo 60 anni, fulgido esempio di iniziativa.  
 
I piu' intelligenti fra loro si erano fermati in Israele diventando cosi' gli unici arabi cittadini di una democrazia.
 
Benissimo, visto che gli arabi , i palestinesi e i loro sostenitori vogliono cambiare la Storia, visto che pretendono cose inconcepibili, pura fantascienza, che nessuno al mondo accetterebbe, si torni pure, purche' tutti,  ai confini del 67 e poi che Abu Mazen chieda a Re Abdallah e a Mubarak di avere un paese chiamato Palestina.
 
E io mi faro' delle belle e grasse risate!
 
Cosa dite? Sono io che vaneggio? Ehhh no!
Nel 1967 Israele viveva senza dar fastidio a nessuno, cercando di difendersi da incursioni di terroristi dalla Siria, dal Libano , dalla Giordania che entravano per sgozzare i civili.
Israele non possedeva nemmeno un centimetro di Territorio "occupato", non aveva manco il Golan eppure Egitto, Giordania, Siria, Iraq si allearono per invadere il Paese e distruggerlo.
 "Ammazzate tutti, gridava Nasser alle truppe, stuprate le donne ma non uccidetele tutte, le ebree sono belle e ottime lavoratrici".
Israele vinse alla grande, e in soli 6 giorni, la guerra che doveva portare alla sua distruzione, conquisto'  territori, antichi territori ebraici come Giudea, Samaria e la Capitale Eterna, Gerusalemme.
E adesso dovremmo tornare indietro come se niente fosse accaduto?
 
Bene, mal comune..., torniamo indietro tutti, e che i palestinesi tornino ad essere arabi fra arabi, senza nessun diritto al mondo se non quello di andare a far parte della Giordania (che non li vuole) e dell'Egitto ( che non li vuole).  
A questo punto i sostenitori dei palestinesi non potrebbero piu' strapparsi le vesti perche'  contro gli arabi non ci si mette, sono i loro padroni ideologici.
Morgantini e Diliberto si prostrerebbero a Giordania, Egitto, Siria, IRAN " non volete rendere autonomi i palestinesi, amici? Avete ragione, che diritto hanno? Vivono benissimo nei campi che gentilmente avete preparato per loro. Che non rompano le scatole, abbiamo altri problemi!".
Risolto il caso.
Gli ex palestinesi non potrebbero nemmeno riempire il mondo con la loro becera, schifosa, disumana propaganda.  Nessun Mohammed Al Durra, tutti zitti, mica si puo' dire che se lo sono ammazzato loro. Shhhhhhhhhhh, silenzio.
Niente Jenin, contati i cadaveri, 53 dei palestinesi, una trentina di soldati israeliani, altro che 500 come Arafat abbaiava sputtacchiando in giro e  tutti gli credevano.
Nessuna foto taroccata presa dalla guerra in Iraq e fatta passare come "poveri palestinesi ammazzati dai soldati criminali israeliani".
Beh , con questo non cesserebbe l'odio del mondo contro gli ebrei ma a quello  siamo abituati.
Quei due americani antisemiti Mearsheimer e Walt,"accademici", potranno sempre  pubblicare il seguito dei "protocolli dei Savi di Sion" , il libello della polizia zarista. Verrebbero sempre pagati per questo, farebbero sempre i soldoni parlando della terribile Lobby ebraica  che deve essere fatta di  imbecilli se in 2000 anni non e' riuscita ancora a conquistare sto povero mondo alla sua merce'.
Lucio Caracciolo, ma non solo lui, non potrebbe piu' scrivere le sue amene in-
venzioni sui poveri palestinesi perche', se Israele non c'entrasse piu' colle loro "disgrazie', correrebbe il rischio di trovarsi un petardo arabo sotto la sedia.
Gli intellettuali italiani con i loro servi nelle universita', non potrebbero firmare appelli perche' Prodi tratti con hamas, senza rischiare la vita in un attentato e gia' me li vedo Vattimo e la Margherita Hack correre come matti per salvare la loro brutta pellaccia.
Ahmadinejad potrebbe sempre proporre di mandarci tutti in Alaska ma, a parte il freddo, ne' Prodi o Dalema o gli studenti dalla Columbia University appoggerebbero la sua proposta se Israele passasse agli arabi la palla purulenta palestinese.
Sua Mostruosita' non saprebbe piu' a cosa aggrapparsi per distruggere quel puntino di territorio sionista .....a parte che Dimona sarebbe ancora salda su territorio israeliano....   
Concludo dicendo  agli speranzosi, che Israele non potra' mai tornare ai confini del 67 , non potra' mai accettare i discendenti di quei 450.000 senza decretare la propria fine come Nazione.
Chi lo auspica non e' altro che uno sporco nazista, chiunque esso sia.
Uno sporco nazista come il tiranno iraniano, uno sporco nazista  come Arafat e chiunque condivida oggi o abbia condiviso ieri la loro ideologia.

Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com


QUANDO CADRÀ IL GOVERNO PRODI?
La suspense (si scrive così e si legge s-spèns) è un eccellente strumento di spettacolo. Eccellente perché si trepida per il protagonista ma si sa di essere al sicuro nella propria poltrona: è infatti partecipazione al dramma altrui, non dramma vissuto. Quando invece la sospensione riguarda noi stessi, l’incertezza è dolore, ansia, strazio: neoformazione sì, ma benigna o maligna? Me la cavo in day hospital o sto per morire?
In casi meno gravi la tendenza a rifuggire dall’incertezza fa sì che si leggano avidamente i giornali non solo per sapere che cosa è avvenuto, ma che cosa avverrà. Per questo da destra come da sinistra si studia il presente e si scruta l’avvenire per sapere se sì o no il governo Prodi sarà ancora in carica fra un mese o fra un anno. Poco importano i proclami di serena sicurezza di Romano Prodi, assolutamente fondati sul nulla; così come poco importano i de profundis ripetuti di Berlusconi i quali, se fossero stati giustificati, si sarebbero già dovuti avverare nei mesi scorsi. In realtà né Prodi, né Berlusconi né nessun altro sanno quanto tempo durerà al potere questa maggioranza. L’unica cosa che si può tentare di dire è perché il governo dovrebbe durare o dovrebbe cadere.
Il dato fondamentale è che questo governo è costantemente in bilico. In Senato ha una maggioranza di un solo voto e si regge sul sostegno dei senatori a vita (incondizionatamente di sinistra). Dunque basta che un paio di senatori del centro-sinistra non votino secondo gli ordini di scuderia, e basta che l’opposizione sia compatta, perché il governo cada. Ma proprio questa, che è la sua debolezza, è anche la sua forza.
In condizioni normali, il membro di una coalizione può votare contro il provvedimento della propria fazione perché fa differenza se un provvedimento è adottato con largo margine o con una maggioranza risicata: il voto negativo può costituire un avvertimento al governo; un’indicazione  sugli umori della sua base parlamentare. Quando invece il voto comporta la vita o la morte dell’esecutivo stesso, ogni singolo senatore sa che non si esprime pro o contro il governo, ma pro o contro la propria personale permanenza al Senato. E dunque non agisce in lui il dovere della fedeltà, ma l’istinto di conservazione. Un voto contrario in questo caso non è dimostrativo, ideologico o perfino segno di coerenza politica: è un grande buco fatto nella barca in cui si siede.
Se il mondo fosse semplice, si potrebbe arrivare alla conclusione: posto che i senatori di centro sinistra non vogliono suicidarsi, il governo Prodi durerà tutta la legislatura. Ma il mondo non è semplice. E il comportamento umano non sempre è razionale. Molti anni fa Luigi Barzini jr. scrisse una frase indimenticabile contro ogni unanimismo: se agli uomini si desse la scelta se andare in paradiso o all’inferno, ci sarebbe sempre qualcuno che voterebbe per l’inferno. Dunque il fatto che con un voto contrario si potrebbe condannare il governo ma anche perdere il proprio seggio senatoriale non è sufficiente, come deterrente, per essere sicuri che qualcuno non lo esprima: o perché il provvedimento da votare è troppo contrario alle convinzioni di quel singolo (ipotesi remota), o perché si ha qualche rancore verso i colleghi di governo, o per la vanità di divenire l’Erostrato di turno, o infine per pura follia, componente non secondaria del comportamento umano.
Ecco perché le previsioni per il futuro, in questo campo, sono impossibili. Il governo Prodi dipende da due forze storiche dalla potenza incontrastabile: l’interesse personale da un lato, la follia dall’altro. Un po’ come nell’Iliade, quando al di sopra della testa dei troiani e dei greci si combattevano anche gli dei, protettori dell’uno o dell’altro esercito.
La nota conclusiva, e dolente, è che qui manca l’ipotesi di sostenere il governo perché si crede che faccia il bene del paese: questo disinteresse per l’Italia è l’unica, mesta certezza che fornisce il presente.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 6 ottobre 2007

Filmato del bimbo-martire era falso costruito ad hoc per colpire Israele
Sette anni dopo la diffusione delle immagini della sua fucilazione col padre sotto una pioggia di proiettili, il mito del bambino palestinese martire crolla. E si scopre che il filmato, mandato in onda su France 2, di Mohammed Al-Dura, fu costruito ad hoc per incolpare gli israeliani. La verità emerge da un tribunale francese per il quale l'operazione servì a giustificare l'inizio della 2° Intifada. Il bimbo pare ancora vivo.
Come rivela sul Giornale, la corrispondente Fiamma Nierestein, che all'epoca si occupò della vicenda, i 59 secondi dell'episodio, mandati in onda dalla tv pubblica francese France 2, furono un'operazione di taglia e cuci studiata a tavolino sotto un'abile regia politica.
Ma poiché le bugie hanno le gambe corte, sette anni dopo, in nome della correttezza dell'informazione, un tribunale francese ritorna sul caso e intima all'emittente di consegnare tutto il materiale, il filmato completo. E, dopo questa mossa, Dani Seaman, il direttore del Press Office israeliano, colui che accredita i giornalisti in Terra Santa, esce allo scoperto e dichiara che il video fu un falso.
Così ora France 2, che finora si era sempre rifiutata di farlo, dovrà consegnare alle autorità tutto il filmato (27 minuti complessivi), girato dal cameraman arabo Abu Rahman.
Nel video si assisteva allo scontro a Netzarim, dove da una parte alcune migliaia di palestinesi assaltarono un posto di guardia israeliano e, dall'altra, la risposta dei soldati dello stato ebraico. Nelle immagini si vedevano addossati ad un muro padre e figlio investiti da una vera e propria fucilazione. Il bimbo, che sembrava fosse stato ucciso, divenne proprio grazie al quel filmato, il simbolo del martire innocente.
Il suo nome venne invocato in varie altre circostanze: quando fu assassinato il giornalista Daniel Pearl, in un video in cui Bin Laden reclutava combattenti e nel video-testamento della terrorista suicida Wafa al-Samir.
Ma ora si scopre che gli israeliani non potevano aver colpito il bambino perché erano in posizione laterale, mentre i colpi sono stati sparati frontalmente (quindi forse dagli stessi palestinesi). E poi, in tutto il filmato, non si vede una goccia di sangue.
Ora, dopo sette anni di indagine, la verità sta finalmente venendo a galla.


dal Tgcom (informazionecorretta)

I COMICI
Alcuni comici celebri, specialmente all’inizio del cinema, divertono il pubblico con una comicità astratta, quando non demenziale. Basta citare i nomi di Mack Sennet, Buster Keaton, Harol Lloyd, Larry Semo, Stan Laurel e Oliver Hardy. Ma l’umorismo è anche critica della realtà e dunque confina col moralismo. Questo fa sì che non raramente, sotto la risata, ci sia una struttura intellettuale. Da principio Jacques Tati (“Les Vacances de M.Hulot”) ricorre all’astrazione, ma in “Mon Oncle” e “Play Time” contrappone al modernismo tecnologico e alla tronfiaggine borghese la semplicità e la poesia dei poveri.
Il tentativo di identificare questa linea di tendenza sottotraccia può estendersi ad altri rappresentanti di questa arte. Dario Fo, ad esempio, è uno che si crede capace di parlare di politica o di religione e la gag non gli riesce. Il fanatismo non fa ridere. L’umorismo è levità, ricamo, non tela di sacco. Ed è un vero peccato: perché Fo è un grandissimo mimo che finisce col parlarsi addosso.
Paolo Villaggio, con Fantozzi, rappresenta la tragedia esistenziale dell’impiegato, del “sottoposto” per definizione. Ma per divertirsi bisogna essere capaci di ridere delle disgrazie del debole privo di dignità. E non tutti ne sono capaci.
Roberto Benigni è un furbo capace di lisciare il pelo del pubblico nel senso delle sue convinzioni e delle sue pretese di intellettualità. In realtà è uno che ha come asso soltanto una confessata, ilare volgarità. E bisogna essere della sua parrocchia, per divertirsi.
Infine uno si chiede quale sia il tema di Totò. La prima cosa che bisogna riconoscere è che, pure se egli è un comico molto più grande degli italiani sopra nominati,  ci sono parecchie persone che non riescono a resistere a un suo intero film: effettivamente i testi dei suoi film sono troppo modesti, malgrado la varietà degli autori, per essere veramente godibili. Totò non fa ridere con l’intima, entusiastica approvazione che suscitano certe gag di Jacques Tati, ma un po’ controvoglia e con la sensazione di qualcosa d’incompiuto. Questo genio della comicità tormentò costantemente le budella dei suoi estimatori perché li costrinse ad assistere all’enorme spreco del suo talento in scenette insulse o, a volte, semplicemente volgari.
Se tuttavia si cerca la costante della sua comicità si può forse trovarla nella riduzione di tutte le sovrastrutture sociali al livello della verità di base. Ecco il continuo sberleffo al Trombetta di turno: questo signore cerca di dare a bere al prossimo che lui è una persona importante solo perché è un onorevole, mentre in realtà un uomo importante può anche essere un emerito fesso; come lo sketch mette in evidenza. Essendo del tutto insensibile alla suggestione del potere, Totò è una sorta di solvente della retorica. Applica il sistema Bertoldo: fare il burattino e passare per scemo per dire le verità che altri non osano dire. Il suo umorismo, da questo punto di vista, è apparentato col Roman de Renard: la vendetta del paria intelligente e furbo nei confronti dei tromboni.
Totò invece non ironizza mai sui semplici, sui gregari, sui poveracci: con essi può magari competere, ma solo per ragioni di sopravvivenza. La sua satira non è crudele con gli umili. In Guardie e Ladri, che pure lo oppone per tutto il film a Fabrizi, fa certo ridere di quel grassone ma presto c’è una complicità, fra i due: perché Totò disvela, sotto la divisa dell’altro, l’uomo semplice e buono.
A differenza di Dario Fo, Totò diverte perché con la sua irrisione non si pone al di sopra degli altri ma riduce gli altri al suo livello: quello di un’umanità semplice, dagli appetiti normali e non rinnegati.
Ovviamente il massimo livello, in questo campo, lo raggiunge Charlie Chaplin. Qui si ha il connubio più riuscito di una comicità franca ed evidente con una critica sociale corrosiva e infine con una poesia struggente. Charlot è il paradigma del poveraccio morto di fame, troppo povero per avere scrupoli, e tuttavia succubo dei miti borghesi, della rispettabilità e dell’eleganza. Di cui finisce con l’essere una caricatura.
Il paragone con Charlie Chaplin è devastante per Totò come in fondo lo è per qualunque comico: ma una parentela fra i due si può scoprire. Totò recita spesso, con irrisione, la parte del borghese – una persona rispettabile che questo rispetto lo pretende - ma nel far ciò rende ridicolo il borghese: perché mostra l’infondatezza di questa pretesa. Chaplin al contrario non si separa mai da un’assurda bombetta (con cui saluta compitamente) e dalla canna di bambù, allora di moda, perché il suo vagabondo crede nei valori borghesi. Dunque Totò irride ai borghesi, Chaplin ai poveracci che li prendono sul serio. Ma poiché ambedue fanno ridere, si vede che la prosopopea è effettivamente una delle cose più comiche inventate dalla società.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 5 ottobre 2007










“Il peggior sistema sanitario del mondo, esclusi tutti gli altri”
“Quello americano è il peggior sistema sanitario, esclusi tutti gli altri”. Dice al Foglio Grace-Marie Turner, presidente del Galen Institute e consigliere della Casa Bianca, a Roma per due eventi dell’Istituto Acton e dell’Istituto Bruno Leoni: “Negli Usa non abbiamo un sistema sanitario nazionale coercitivo. E’ questa la differenza con l’Europa”. Nelle classifiche dell’Organizzazione nazionale della sanità, l’America arriva solo trentasettesima (prima la Francia, seconda l’Italia). “Dipende da cosa si vuole misurare – spiega Turner – l’Oms valuta l’obbligatorietà nel finanziamento ai sistemi sanitari, non la performance”. I non assicurati (circa 47 milioni) non sono privi di assistenza sanitaria: “L’accesso alla sanità è universale, ma il governo copre le spese solo a chi davvero ne ha bisogno”. Qual è l’identikit dei non assicurati? “Appartengono principalmente a tre gruppi: gli immigrati categoria, ma si tratta di persone che ben presto torneranno a guadagnarsi una copertura. In ogni caso, la risposta a questa sfida non viene dall’estensione dell’intervento pubblico, ma da provvedimenti di mercato come la portabilità delle polizze o gli incentivi fiscali al risparmio sanitario”. Altre due accuse dell’Unità – i costi della sanità e il trasferimento di investimenti dalle università pubbliche al settore privato – sono, secondo Turner, mal dirette: “E’ vero che spendiamo più degli europei (circa il 16 per cento del pil contro l’8 per cento dell’Italia) ma ciò riflette la preferenza degli americani per un sistema sanitario che sia sempre all’avanguardia. Un esempio: accorciare le liste d’attesa costa, ma è una spesa che affrontiamo volentieri”. Quanto al fatto che di una quota degli investimenti in ricerca delle università pubbliche beneficiano soggetti privati, non è un tema specifico della sanità, riclandestini, i disoccupati, e coloro che non desiderano assicurarsi”. I primi non sono certo un’eccezionalità Usa. “Spesso i Paperoni scelgono di non assicurarsi, e neppure sono coperti dai programmi di assistenza pubblica, che sono rivolti ai poveri e agli anziani. Negli Stati Uniti non tassiamo i poveri per pagare le cure ai ricchi”. Infine, i disoccupati. L’assenza di copertura a chi non possiede un lavoro è una delle quattro grandi accuse rivolte all’America da Pietro Greco, redattore scientifico dell’Unità, in un articolo pubblicato due settimane fa dal suo giornale. “L’assicurazione – ragiona Turner – è collegata al posto di lavoro. In una società dinamica (negli Usa ogni anno 4 americani su 10 cambiano mestiere) questo crea effettivamente delle difficoltà. La disoccupazione, tuttavia, dura al massimo pochi mesi, per cui è vero che circa la metà dei 47 milioni di non assicurati appartiene a questa guarda la questione del ruolo dello stato nell’economia. Infine, l’Unità attribuiva al sistema sanitario la minore aspettativa di vita americana (un maschio Usa vive mediamente 3 anni meno di un italiano, una donna 4). Replica Turner: “La qualità del sistema sanitario spiega solo una parte dell’aspettativa di vita. La nostra società è più violenta di quelle europee, ci sono più obesi, l’abuso di droghe è molto diffuso. Non si possono trascurare questi fattori”. Si può, fare un confronto? “Per esempio guardando all’aspettativa di vita dei malati. La probabilità di sopravvivere almeno 5 anni per una donna a cui sia stato diagnosticato un tumore al seno è del 75 per cento negli Usa, del 50 per cento in Gran Bretagna. D’altronde, se il nostro sistema sanitario fosse davvero così scadente, perché mai gli europei verrebbero a farsi curare da noi e non viceversa, come ha fatto qualche mese fa anche Silvio Berlusconi?”

Dal “Foglio” del 28 settembre 2007


TPS, DOMINUS DEI CONTI PUBBLICI ITALIANI
Il ministro Padoa-Schioppa ha parlato di un “gigantesco debito pubblico, il terzo al mondo in valore assoluto: 1600 miliardi di euro”, ovvero “1200 euro all’anno, in media, in testa ad ogni italiano, compresi i neonati” (Corriere della Sera).
Ora, se si moltiplicano 1.200 € per gli abitanti d’Italia (“ogni cittadino italiano”), all’ingrosso cinquantasette milioni, si ha 1.200 x 57.000.000 = 68.400.000.000 €, cioè sessantotto miliardi e rotti di euro, non 1.600 miliardi. Se invece si divide 1.600.000.000.000 per cinquantasette milioni di italiani, si ha la cifra di 28.000 euro circa a testa: ventottomila, non 1.200.
Qualcuno ha ipotizzato che 1.200 € l’anno corrispondano all’interesse sul debito che paga ogni cittadino italiano. Se così fosse, lo Stato pagherebbe sui Bot e CCT la bellezza del 4,3%. Se è così, prego tutti di segnalarmelo, potrei investire meglio qualche spicciolo che possiedo (1.600.000.000.000 x 4,3% = 68.800.000.000 €, che diviso 57 milioni di italiani fa 1207 €).
La cifra totale del debito pubblico, sia detto en passant, conferma l’idea che esso non sarà mai pagato: chi mai potrebbe tirare fuori di tasca sua, sia pure nel corso di cinque o dieci anni, ventottomila euro, e 112.000 € se ha una famiglia di quattro persone?
Chi scrive non è maestro in questi calcoli ed è pronto ad ammettere d’essersi sbagliato. Ma fino a che non riceverà questa dimostrazione, gli sia lecito grattarsi la zucca riguardo alle parole di un celebrato ministro, così come riferite da un celebrato giornalista del più celebrato giornale d’Italia.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 3 ottobre 2007

L’IMPOPOLARITÀ GIUSTIFICATA
L’impopolarità di un governo è giustificata dalla realizzazione di un programma utile e coraggioso. Ma in Italia?

Tutti sanno che l’impopolarità di questo governo ha raggiunto livelli insoliti. Il centro-sinistra ha vinto le elezioni per sei decimillesimi (0,06%) di voti in più, mentre oggi l’opposizione, secondo alcuni, ha un vantaggio del dodici per cento. Di fronte ad una simile Caporetto demoscopica il governo, si dice, dovrebbe rassegnare la dimissioni: ma non è necessariamente così.
In politica come dovunque, fare è difficile, criticare è facile. È più semplice promettere che realizzare, indicare gli errori che evitarli, coltivare l’universale tendenza all’utopia piuttosto che guidare un grande e complesso paese: per questo si parla di “rendita dell’opposizione”. Quando invece l’opposizione diviene a sua volta maggioranza è naturale che si trovi in difficoltà: da un lato la pubblica opinione non le fa sconti, dall’altro i suoi stessi elettori, abbeverati fino al giorno prima di promesse mirabolanti, cominciano a manifestare la loro delusione e i marginali rimpiangono la fiducia accordata al nuovo esecutivo. Se si votasse di nuovo, sarebbe un disastro.
La perdita di una parte del consenso, andando al potere, è fisiologica. Inoltre i nuovi governi, contando sulla mancanza di memoria dell’elettorato, è proprio all’inizio della legislatura che prendono i provvedimenti più difficili da digerire. Così potranno fare il bene del paese senza pagarlo, quattro o cinque anni dopo, in occasione delle elezioni ed anzi avendo la possibilità di vantarsi allora dei positivi effetti ottenuti.
Il governo Prodi non avrebbe di che allarmarsi se l’impopolarità gli derivasse da questo genere di provvedimenti. Se cioè essi fossero tali che, pur provocando un malcontento momentaneo, fossero tra un paio d’anni apprezzati da tutti come necessari ed utili. Ma purtroppo non è così.
È stato già detto tutto sulla fragilità di un governo appeso al voto dei senatori a vita. Altrettanto sul fatto che chiunque, in quella rabberciata maggioranza, dispone di un imparabile potere di ricatto. Dunque, non che agire in vista di un lontano futuro, l’esecutivo ha solo il problema di non cadere oggi. Anche perché la sinistra rischierebbe di non rivedere il potere per dieci o vent’anni. Il governo mira dunque a galleggiare e questo lo rende molto diverso da un potere che abbia una “vision”, cioè un programma grande e coraggioso. Margaret Thatcher sconvolse molti inglesi con la sua durezza nei confronti dei minatori e dei sindacati; si fece molti nemici con la sua visione liberista dell’economia, tanto da averne ancora parecchi in Italia; affrontò e sconfisse, guardandoli negli occhi i massimalisti inglesi, ma raddrizzò il paese così bene che Tony Blair, dopo avere messo ettolitri d’acqua nel vino laburista, conquistò il potere per molti anni solo dopo essersi dichiarato “figlio della Thatcher”.
Il caso di Prodi è l’inverso. Non solo questo governo non ha attuato nessuna grande riforma, ma ha avuto una produzione legislativa eccezionalmente bassa. Se l’avesse fatto per sobrietà regolamentare, sarebbe un merito: ma in realtà ciò è avvenuto perché ogni votazione è un pericolo mortale. Il Senato è divenuto un club per vecchi sfaccendati oppure, ma raramente, una fabbrica di voti di fiducia. La situazione è semplicemente insostenibile. Non che pensare a grandi riforme per il futuro, è impellente trovare una soluzione per sopravvivere fino alla settimana prossima.
È così che si raggiunge una sorta di picco negativo. Una larghissima parte del paese è scontenta della politica fiscale; dell’indecente litigiosità degli uomini al vertice; dell’incapacità di governare; dei ripetuti allarmi in ogni direzione e della rancorosa volontà di parte della sinistra di far soffrire i borghesi. Gli stessi elettori di centro-sinistra sono disgustati dello spettacolo che dà il governo; inoltre sono delusi: si aspettavano chissà che cambiamento, una volta esautorato il tiranno; chissà che palingenesi; e invece, una volta che i loro leader sono al governo, tutti si scontrano con la realtà. I comunisti duri e puri provano a fare dell’Italia una Repubblica Popolare di staliniana memoria ma non ci riescono. Da un lato scontentano la loro base, dall’altro, con quel poco che riescono ad ottenere (per esempio bloccando la Tav, il Ponte sullo Stretto ed ogni iniziativa), scontentano persino gli elettori moderati di sinistra. Un disastro.
L’impopolarità temporanea di un governo non è grave se costituisce il prezzo da pagare per un futuro migliore. Se invece è il risultato della sua immobilità; del fatto che fa male quel poco che fa; del fatto che vuole solo rimanere attaccato alla poltrona, non è più un fenomeno passeggero: è un giudizio spietato che l’elettorato rischia di non dimenticare. E questa è una campana a morto per la sinistra.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 2 ottobre 2007



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