ARCHIVIO SETTEMBRE-OTTOBRE-NOVEMBRE 2008

Consapevoli spacciatori di bugie
C'è una insopportabile tendenza in larga parte della sinistra italiana a gridare allo scandalo non appena un fatto di cronaca coinvolge un immigrato, come dimostra la vicenda del ragazzo ghanese che accusa i vigili urbani di Parma di averlo picchiato ed insultato.
Scrive infatti su Repubblica Curzio Maltese, nell'incipit del suo articolo: «a Parma, nella civile Parma, la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese (...) e ha scritto sulla pratica la spiegazione: "negro"...».
Ecco un formidabile esempio di giornalismo serio e meditato, che va alla ricerca di una verità possibile e ragionevole, che tiene conto delle posizioni di tutti, che sente il bisogno di scavare, approfondire, capire. Maltese sentenzia senza sapere, giudica senza voler conoscere, mettendo la sua abile penna al servizio di una verità «politica» che egli vuole sostenere, del tutto indifferente dal controllare quanto essa sia lontana da una accettabile verità dei fatti.
Il problema della sinistra italiana è tutto qui, nella sua separatezza «salottiera» dalla vita dei cittadini, nel suo aderire per riflesso automatico alla demenziale idea secondo la quale un governo di destra (nazionale e locale, poiché Parma è la principale città emiliana non «rossa») è per definizione razzista e fomentatore di violenza. Questo riflesso automatico è però proprio soltanto dei soloni da cocktail in terrazza della sinistra romana, sia chiaro.
Molti infatti sono gli esponenti del Pd che combattono questa deriva «elitaria», cercando (invano) di spiegare ai romani come stanno le cose.
I giornali «progressisti» preferiscono invece la comoda verità «politica», come si dimostra in queste pagine, ignari della reale situazione vista dal marciapiede.
 Ci sentiamo quindi in dovere di fare questa denuncia, chiarendo subito però alcuni punti. In primo luogo sarà la magistratura a stabilire eventuali profili di responsabilità penale. Con buona pace di Maltese, le versioni infatti non concordano.
Inoltre va detto con veemenza che ogni forma di razzismo deve essere bandita, dentro e fuori i corpi di polizia. Allo stesso modo però va detto che se è razzista pensare che una persona di colore ha torto in quanto tale, è demenziale pensare che possa avere ragione a priori. Ma tutto ciò non è al centro della nostra denuncia. Parma saprà fare i conti con sé stessa, forte della sua storica civiltà di modi e comportamenti. Ciò che qui conta evidenziare è il terzo punto che ci sta a cuore. Quello cioè della manipolazione, della battaglia politica travestita da operazione verità.
Alcuni giornali (qui sopra riprodotti) hanno provato a raccontarci la loro verità perché funzionale alla loro militanza, senza essere sfiorati dal dubbio di trovarsi di fronte a una situazione dalle complesse sfumature. L'ordine pubblico non è materia né di destra né di sinistra, ma è fatica quotidiana di donne e uomini (spesso mal pagati) che fanno il loro dovere sul marciapiede, che è luogo sporco, brutto e pericoloso. Gli eccessi debbono essere puniti, ma i comportamenti non possono essere condannati «a priori», senza porsi il problema di ascoltare tutte le campane.
Qui mostra tutta la sua pochezza culturale (e tutta la sua disonestà intellettuale) quella sinistra che cerca di rimontare dopo una clamorosa sconfitta alle elezioni gettando fango sull'avversario, provando a travolgere cinicamente tutto e tutti, compresi quei corpi di polizia che, con i loro difetti, si battono tutti i giorni dalla parte giusta. Ma in fondo, a loro, nulla importa di tutto questo, presi come sono dalla missione di bugia spacciata per verità.


Io, ex ragazzo di Salò non riconosco a Violante il diritto di legittimarmi
In questi giorni vari giornali hanno ricordato, per l’ennesima volta, che l’onorevole Violante, quando era presidente della Camera, aveva «legittimato» i ragazzi di Salò che avevano combattuto per ideali in cui credevano in buona fede. Ricordo che allora l’onorevole Tremaglia più di tutti ebbe a compiacersi di quel riconoscimento. In quell’occasione io, ex ragazzo di Salò, detestai l’onorevole Tremaglia e gli altri del suo partito che assunsero atteggiamenti simili ai suoi. Mi sentii inoltre profondamente offeso dall’iniziativa dell’onorevole Violante, con cui avevo avuto sino ad allora rapporti non ostili. Per spiegare il perché di questa mia reazione devo raccontare brevemente la mia storia di ex-ragazzo di Salò.
Nel 1944, quando avevo solo 12 anni, pensavo che fosse un disonore aver cambiato alleati nel corso della guerra e che questo disonore doveva essere «lavato, se necessario, anche con il proprio sangue» (erano le parole allora in uso che io seguitavo a ripetermi). Volendo arruolarmi andai al comando delle Brigate Nere che, a Bologna, aveva sede in Via Manzoni. Presero i miei dati personali, indirizzo compreso, e avvertirono subito mio padre (abitavamo molto vicino e cioè nell’ufficio di mio padre in Palazzo d’Accursio, dopo che la nostra casa era andata distrutta dai bombardamenti). Mio padre mi disse che ero troppo giovane per fare il soldato e che comunque chi vuol farlo non sceglie un corpo di polizia politica, come le Brigate Nere, ma un regolare corpo dell’esercito «in grigio verde».
Allora non riuscii a capire perché, ma ne tenni conto. Il mio secondo tentativo fu fatto all’inizio del 1945. Andai questa volta al comando della Decima Mas e riuscii a convincere il capitano Simula ad arruolarmi (ricordo il suo nome perché è scritto sul modulo del reclutamento che ancora conservo). Per convincerlo gli mostrai il giornale che riportava il decreto firmato da Mussolini con cui si autorizzava l’arruolamento dei minori di 16 anni, gli dissi che i miei genitori erano entrambi morti sotto i bombardamenti e che vivevo ospite di parenti non stretti che erano molto seccati di doversi occupare di me (le condizioni di devastazione in cui versava Bologna gli impedivano di controllare). Con una certa riluttanza mi firmò il foglio di via per Milano (Piazza Fiume) dove sarei dovuto andare con mezzi di fortuna. Come a qualsiasi altra recluta mi offrì una razione di sigarette e 500 lire. Con sdegno rifiutai l’offerta «perché quello che facevo non lo facevo per avere compensi», ed insieme con un altro ragazzo, senza una lira in tasca, mi avviai alla volta di Milano ove giunsi quattro o cinque giorni dopo. Ben presto fui riportato dai miei genitori.
Con l’arrivo delle truppe alleate, il 21 aprile 1945, dovemmo fuggire la notte stessa, per evitare che mio padre fosse, senza ragione alcuna, sommariamente giustiziato (che questa fosse l’intenzione dei partigiani ci era stato detto dal comandante dei vigili urbani che aveva con loro rapporti). Mio padre fu comunque epurato sino al 1953, e per 8 anni vivemmo prima in uno scantinato e poi in una soffitta.
Dopo la guerra la mia famiglia ed io ci rifiutammo di credere che i nostri alleati tedeschi avessero organizzato campi di sterminio. Era la propaganda dei vincitori. Ci ricredemmo solo quando tornò dall’America il fratello di mia madre che ci disse che era tutto vero (a lui non potevamo non credere). Fu un vero shock per tutti noi. Per comprendere appieno i sentimenti che ispiravano i comportamenti della mia famiglia, e quindi anche i miei, ricordo che vari anni dopo la fine della guerra trovai la mala copia di una lettera che mio padre, congedato dall’esercito nel luglio 1943, aveva scritto all’inizio del 1944 ad un colonnello, suo ex commilitone, che lo sollecitava ad entrare nelle forze armate della Repubblica di Salò. Nella sua lettera mio padre diceva che si augurava la vittoria dell’Asse, ma che non poteva accettare. Per quanto considerasse i partigiani dei traditori non avrebbe potuto mai sparare contro un altro italiano.
Per molti anni mi sono tenuto lontano dalla politica, le esperienze fatte dalla fine della guerra me lo impedivano. Solo nel 1956, a Londra mi sono avvicinato alle idee socialiste. Ma di politica attiva non ne ho fatta fino alla metà degli anni ’60 dopo tre anni di permanenza negli Stati Uniti.
Dopo questi brevi ricordi posso ritenere che sia possibile far comprendere le ragioni per cui mi sentii offeso dai riconoscimenti che agli ex ragazzi di Salò provenivano da Violante e dagli apprezzamenti a lui rivolti da Tremaglia e altri. Come ex ragazzo di Salò non posso accettare di vedere legittimati i miei comportamenti di allora, tutti ispirati da sentimenti coltivati in assoluta buona fede, da un signore che nonostante conoscesse i crimini commessi da Stalin (io quelli commessi da Hitler non li conoscevo), nonostante la repressione dell’Armata Rossa a Budapest si è iscritto al Partito Comunista con piena coscienza di quegli eventi. Io non voglio giudicare o condannare le sue scelte politiche. Quelle scelte tuttavia non gli danno nessun titolo, nessuna autorità morale per legittimare i miei comportamenti e le mie scelte di quando avevo neanche 13 anni, e neppure quelle di chi aveva più anni di me, che in purezza di sentimenti fecero scelte simili alle mie. Sinceramente preferisco i suoi compagni di partito che non cambiano idea sulle mie scelte di allora. Io, per mio conto, sono ancora orgoglioso delle scelte che feci allora, pur avendo da moltissimi anni coltivato idee politiche ben lontane da quelle della Repubblica di Salò. Ne sono orgoglioso perché ora come allora cerco ancora di fare le cose in cui credo senza curarmi troppo delle mie convenienze. Può dire lo stesso l’onorevole Violante?
Una postilla: più volte in passato ho pensato di scrivere questo articolo e più volte ho cominciato a farlo. Ci mettevo troppa rabbia e non trovavo la misura giusta. Spero di averla trovata questa volta.


Giuseppe Di Federico - Professore emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna ed ex consigliere del Csm


NOTE A PIÈ DI PAGINA
La mente umana non si rassegna al mistero e, quando non trova la soluzione, ne adotta una mitologica. Alcuni amici, in nota a questo articolo, forniscono infatti delle “spiegazioni” dell’errore di Walter Veltroni.
mara_jade, su “Legnostorto”, giornale on-line, mi scrive: “Il poverino voleva dire, probabilmente, lacunosa”. Purtroppo l’ipotesi non è sostenitibile. Se il significato fosse “lacunosa” la frase «Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito un’affermazione lacustre, mettendo in fila tre balle clamorose» andrebbe così’ interpretata: «Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito un’affermazione lacunosa, mettendo in fila tre balle clamorose, mentre le balle da mettere in fila erano parecchie di più». Espressione che, francamente, non significa molto e contrasterebbe con l’opinione di Veltroni.
Gianluca Nicolini mi scrive che “Lacustre può esser infatti utilizzato come aggettivo per identificare una caratteristica "del lago". Parlare invece di lago si dice LACUENSE. In altri termini, Veltroni ha correttamente detto lacustri intendendo la qualità dell'acqua del lago ovverosia torbida”. E anche qui si rimane pensosi. Innanzi tutto, lo Zingarelli riporta gli aggettivi lacustre e lacuale, ma non lacuense. Infine non si vede perché le acque del lago sarebbero torbide, ché anzi la loro tendenziale immobilità fa sì che le impurità vadano più facilmente a fondo. È proprio questa la ragione per cui le acque potabili, prima di essere immesse negli acquedotti, vengono fatte “riposare”. Infine, se Veltroni voleva parlare di acque torbide, tanto valeva usare un altro aggettivo, che fa rima con lacustre, e cioè palustre.
L’amico Franco Ottolenghi fa ancora un’ipotesi. “Berlusconi – scrive - certe affermazioni le ha fatte dalla nuova (pare la tredicesima) villa, ex villa Campari, che é sul lago Maggiore”.  Ma questo importerebbe che un’affermazione fatta a Milano sarebbe pianeggiante, ad Aosta sarebbe montana, a Catania sarebbe isolana. Per non dire, come fa lo stesso brillante Ottolenghi, che un’affermazione pronunciata a Villa Certosa sarebbe un'affermazione “da villano".
Vi dirò la mia opinione: la verità è che l’errore di Veltroni è claustrale. Che c’entra “claustrale”? Assolutamente niente. Ma non suona bene?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 3 ottobre 2008


OSSERVAZIONI LACUSTRI
Scrive Luca Telese, sul “Giornale” del primo ottobre 2008: “Walter Veltroni lancia il terzo assalto all’arma bianca a Palazzo Chigi in meno di una settimana…” anche con queste parole: «Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito un’affermazione lacustre, mettendo in fila tre balle clamorose».
Lacustre, dal latino “lacus”, significa, secondo il dizionario Zingarelli, “Relativo ai laghi. Che sta o vive nei laghi”. Ora, dal momento che Berlusconi non parlava di laghi ma di Alitalia, la sua affermazione non era “relativa ai laghi”. L’unico senso possibile è dunque il secondo. È come se il Segretario del Pd avesse detto: “Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito un’affermazione che sta o vive nei laghi”. E qui nascono dei problemi.
Se l’affermazione vive sulla superficie, o almeno vicino alla superficie, ci sarà modo di pescarla ed esaminarla. Ma come fare se, essendo più pesante dell’acqua, dovesse scendere al fondo? Nel lago Baikal,  per esempio, la profondità massima supera i 1.400 m: come andare a pescarla, laggiù? Inoltre, posto che parecchie affermazioni vivono nei laghi – e infatti Veltroni ha parlato di “un’affermazione” lacustre, lacustre come altre, diversamente avrebbe detto “l’affermazione” – come si fa a riconoscere quella di Berlusconi, distinguendola dalle altre? Magari nel buio delle profondità?
Non è che per caso si sia pensato che Berlusconi abbia detto tre balle clamorose perché l’acqua era torbida e qualcuno ha confuso l’affermazione lacustre del Cavaliere con quella di qualcun altro? E se è andata subito a fondo, come si fa a dire che le parole sono state proprio quelle?
Non si sarebbe tentati di fare dell’ironia su questa cantonata se la sinistra non si fosse tenuta la pancia dal ridere, per mesi, solo perché una volta Berlusconi - forse tradito dall’andamento di terzina (in senso musicale) del nome “Ròmolo” - non avesse detto “Ròmolo e Rèmolo”. Ah, com’è ignorante Berlusconi, ah quant’è comico Berlusconi, ah come può l’Italia essere guidata da uno che non conosce Romolo e Remo. Tutto questo dimenticando che Berlusconi è laureato in giurisprudenza – una facoltà fra le cui materie di studio c’è la storia del diritto romano, dove su Roma se ne sa qualcosa di più che alla scuola elementare – mentre a sinistra i laureati scarseggiano e in particolare Veltroni ha il titolo di operatore di sala cinematografica. In altre parole è qualificato a far funzionare la macchina di proiezione al cinema. Come se non bastasse, Rèmolo può essere un lapsus, lacustre no. Dire “lacustre”, in questo contesto, significa soltanto che non si sa che significa quella parola e la si usa perché suona bene. Di fatto è come se Veltroni avesse detto che le parole di Berlusconi erano montane, desertiche, pianeggianti o marine.
Mai prendere in giro qualcuno per la sua ignoranza. Perché se non è ignorante ci si rende ridicoli e se lo è si è ingenerosi. C’è un solo caso in cui è lecito farlo: quando l’ignorante, e tutta la sua fazione, hanno preso in giro il colto.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 2 ottobre 2008


29 settembre








Seduto in quel caffè / io non pensavo a te...

ESEGESI DI WALTER VELTRONI
Le famose “primarie” del Partito Democratico si sono tenute all’insegna del rinnovamento. Si cambiava leader, ripescando un personaggio noto per la sua sorridente mitezza, e si realizzava un distacco anche visivo da quella sinistra rabbiosa e massimalista che stava conducendo al disastro. Veltroni, mentre ancora era in carica il governo Prodi, stabilì solennemente che il nuovo partito sarebbe andato alle elezioni senza alleanze con la sinistra estrema. Sapeva infatti che, alleandosi con essa, avrebbe perso pesantemente e sapeva che la stramaledetta ma utilissima legge elettorale avrebbe favorito il Pd in maniera determinante. L’estrema sinistra cercò di parare il colpo, federandosi nell’Arcobaleno, ma andò male per tutti: il Pd perdette pesantemente le elezioni e l’estrema sinistra non entrò neppure in Parlamento.
A questo punto si sarebbe dovuto seguire il programma originario: presentarsi come una sinistra matura che faceva opposizione quando necessario, che collaborava col governo quando opportuno, che abbandonava una volta per tutte l’ottuso antiberlusconismo e i toni da crociata. Purtroppo, questo il Pd non lo ha fatto.
1) Nel partecipare alle elezioni, ha rifiutato persino l’alleanza con i socialisti ma ha inspiegabilmente accolto nella coalizione Di Pietro e il suo partito giustizialista. Dal giorno dopo questo partito ha mancato alla parola data (costituzione di un gruppo unico),  si è messo in competizione col Pd, lo ha attaccato da sinistra, ha agitato quella bandiera della sinistra estrema che il Pd non avrebbe più voluto vedere e in totale ha fatto apparire sbiadita l’azione del massimo partito d’opposizione.
2) Pur essendosi reso conto dell’immane errore commesso, il Partito Democratico non ha avuto il coraggio di scaricare Di Pietro ed i suoi. Nel complesso ha dato un’impressione di inconsistenza e pusillanimità: pusillanime perché non attaccava il governo come faceva l’ex-pm, oppure pusillanime perché non aveva il coraggio di dirgli il fatto suo. Questo a poco a poco ha soprattutto eroso l’immagine di Veltroni fino a far mettere in discussione la sua leadership.
3) Improvvisamente, in questi giorni, forse sentendosi mancare il terreno sotto i piedi, il Pd ha deciso di riprendere la situazione in mano, dimostrando che è capace di parole risolute e azioni incisive. Il segretario ha dunque ridato fiato al vecchio antiberlusconismo, ha parlato di rischi per la democrazia, di disastro della nazione, ecc. Insomma ha tirato di nuovo fuori tutto il vecchio armamentario che in passato ha condotto a ripetuti disastri. Inoltre ha rispolverato un vecchio arnese del comunismo - la menzogna sfacciata - per esempio cercando d’intestarsi il successo del salvataggio dell’Alitalia. Il risultato è che il Pd si è messo a somigliare a Rifondazione Comunista e Berlusconi ha dichiarato Veltroni a volta a volta inesistente, inaffidabile, inadatto al dialogo, perfino immeritevole di commenti. Gli italiani, ha detto, lo giudicheranno da sé. Neanche nella sua fazione ci si è sentiti di approvarlo all’unanimità. L’antiberlusconismo viscerale, il giustizialismo e il tono tonitruante e apocalittico non hanno portato bene alla sinistra. E una sconfitta alle amministrative potrebbe segnare la fine politica del Segretario.
Resta da spiegare il perché del comportamento personale dell’ex-sindaco e ovviamente l’interpretazione che segue è solo una fra le tante.
Un uomo politico, se non ha genio e “vision” (cioè una vasta concezione dei bisogni della nazione), può fare una buona carriera con l’intelligenza e il carattere. Alcuni però hanno solo l’intelligenza (Giuliano Amato), altri solo il carattere (Oliviero Diliberto) e c’è infine chi, come Veltroni, manca di ambedue le qualità ed solo uno specialista nell’annusare il vento.
Questo figlio dell’establishment è stato, sin dall’adolescenza, un ambizioso senza principi. Ha fatto parte del Pci sin da quando aveva i calzoni corti perché era quella, allora, la via del successo. Quando poi il Pci è andato fuori moda, ha dichiarato di non essere mai stato comunista. Sorridendo a destra e a manca, cercando di non farsi nemici e accreditandosi come uomo di pace, è arrivato ad essere sindaco di Roma e infine – oltrepassando l’ultima, pericolosa soglia, quella che l’umorista Peter ha dichiarato “il livello di competenza” – ha accettato di essere segretario del Pd. E da questo momento ha dimostrato i suoi limiti. Ha continuato ad annusare il vento – perché è tutto quello che sa fare - ma stavolta non è bastato ed ha perso credibilità. Se avesse mantenuto, contro venti e maree, la linea annunciata ai tempi della fondazione del Pd, oggi sarebbe il vero leader di quel partito e del centro-sinistra. Invece ha seguito la corrente fino a giungere, in questi giorni, a scimmiottare il linguaggio dell’estrema sinistra e perfino quello di Di Pietro. Di cui tutto si può dire, salvo che sia un maestro di linguaggio.
Veltroni non è odioso. Perfino quando ringhia si ha voglia di dirgli sorridendo di darsi una calmata. Ma, per il bene del centro-sinistra, sarebbe bene che a capo del Pd ci fosse un uomo politico.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 29 settembre 2008

Imagine.
Si, e' stato scritto tutto sulla visita di Ahmadinejad all'ONU e sulle sue parole o meglio sulle sue odiose esternazioni riguardo a Israele.
E' stato scritto tutto ma forse non abbastanza, forse non e' stata espressa in pieno la nausea per le sue parole di odio e l'imbarazzo che hanno creato gli applausi che le hanno sottolineate.
Il mondo intero, rappresentato all'ONU, ha applaudito un dittatore che da anni chiede a auspica che dalla mappa delle nazioni venga spazzato via  Israele.
Un dittatore nel cui paese, come in tutti quelli in cui e' in vigore la sharia, le bambine dai nove anni in poi possono venire giustiziate e pendere dalla forca senza per questo risvegliare la coscienza del mondo civile o di quelle rare femministe  ancora non del tutto estinte.
Il mondo  ha applaudito Ahmadinejad, le femministe preferiscono scrivere contro Israele, se proprio devono dare segni di vita.
Imbarazzante.
Due ambasciatori soltanto si sono alzati e sono usciti  quando il dittatore iraniano ha incominciato a parlare con quella vocina da castrato: Israele e USA. Tutti gli altri sono rimasti ad ascoltarlo affascinati e alla fine il boato degli applausi ha suggellato la vergogna.
Il mondo e' cambiato e probabilmente oggi anche Hitler riceverebbe la sua dose di battimani e verrebbe invitato al Talk Show di Larry King per raccontare come ammazzare piu' ebrei nel minor tempo possibile.
Hitler  urlava ai tedeschi affascinati che gli ebrei erano il male del mondo e che andavano eliminati e i tedeschi rispondevano urlando come un soluomo HEIL.
Ahmadinejad   non urla, lui parla calmo e tranquillo e pacificamente dice alla platea delle Nazioni Unite le cose piu' orrende,  che i sionisti sono il male del mondo e che devono essere eliminati.
I rappresentanti delle nazioni presenti avranno pensato HEIL?
Forse solo La decenza avra' impedito loro di gridarlo a gran voce,  mentre si spellavano le mani nell'ovazione siguita al discorso del mostro.
Erano sani di mente? qualcuno li aveva pagati?, qualcuno li aveva costretti? No, pare che gli applausi fossero spontanei, pare che a nessuno desse fastidio un rappresentante di quel mondo che ha fatto implodere le Torri gemelle, che, qua' e la', fa una media di 2/300 attentati al mese con centinaia di morti, che impicca le donne e i gay e che odia Israele come un ossesso.
Nessun fastidio, nessun imbarazzo, anzi, se lo sono coccolato il mostriciattolo.
Ha riscosso grande successo a New York, e' stato ospite d'onore ad una cena al Manhattan Hotel e infine, per raggiungere il massimo  della nausea abbiamo visto un Larry King spalmarsi per terra, lecchino come non mai,  davanti agli occhietti furbi del suo ospite.
Molto imbarazzante che a poco piu' di 60 anni dalla Shoa' tutti siano pronti al secondo round e apprezzino colui che promette  di spazzare via Israele e i suoi 5 milioni e passa di ebrei.
Imagine cantavano i Beatles, imagine un mondo senza guerre.
Imagine per Ahmadinejad e' invece un mondo senza Sion, senza Israele, senza i figli di Israele.
Mentre il mostro iraniano che, seguendo l'ideologia naziislamica,  si adopera per distruggere anche il ricordo della grande civilta' persiana, deliziava la platea dell'ONU,  un altro Uomo, una Persona, un Ben Adam come si dice in ebraico, letteralmente: figlio di Adamo, mandava in visibilio Israele e i 50.000 che erano riusciti ad avere i biglietti per andare a vederlo al Park Hayarkon.
Erano presenti tutte le generazioni per il concerto di Paul McCartney , i nonni, i figli dei nonni e i figli dei figli, ragazzini cresciuti ascoltanto mamme e nonne cantare Hey Jude o Imagine.
Erano tutti la' e lui non e' stato avaro, si e' dato al pubblico e per quasi tre ore ha cantato e li ha fatti gridare, ridere, piangere di commozione.
Il Beatle Paul McCartney ha toccato con mano la gioia di vivere di Israele.
Nessuno era preoccupato, nessuno pensava alla bomba iraniana che dovrebbe polverizzarci,  non ci sono stati incidenti,  nemmeno ingorghi stradali, tutti sono andati al concerto ordinatamente e hanno aspettato Paul grati perche' aveva avuto il coraggio di fregarsene delle minacce di morte del mondo islamico.
Imagine.
E Israele ha cantato e Israele ha sorriso e Israele ha pianto e Israele ancora una volta ha dimostrato di saper  vivere ogni giorno come  fosse l'ultimo e di saper essere una nazione di gente felice nonostante tutto!
Imagine.
La' a New York un mostro vuole la nostra fine e viene applaudito.
Imagine.
In quello stesso giorno un Ben Adam, piu' grande e piu' gioioso, ha fatto sognare il popolo di Israele.
"Shalom Israel...Shana' Tova'...."
E gli applausi si sono mescolati alle grida di gioia, alla meravigliosa musica dei Beatles e alle parole delle canzoni che tutti, vecchi e giovani, grandi e piccoli,  conoscevano ...
...Imagine.
E Israele per tre ore ha immaginato di essere un paese normale, senza guerre, senza odio, senza terrore, senza figli rapiti da barbari  senza anima.
Quel "Shana' Tova'" era anche  per Gilad.
Imagine
che Gilad torni a casa.
Grazie Paul.
 
Deborah Fait  - www.informazionecorretta.com

RIVINCE BERLUSCONI
Il primo (Veltroni) dice: «Non mi assumo nessun merito, ma ho cercato di dare una mano in una vicenda gestita malissimo». L’altro (Berlusconi) manda a dire attraverso Cicchitto: «Veltroni non può cambiare le carte in tavola.
Prima ha puntato a far fallire l’operazione Cai, poi ha fatto marcia indietro quando ha capito che l’opinione pubblica era contro di lui». E così, il duello avviato la primavera scorsa, continua: su chi ha vinto e su chi ha perso, su chi è responsabile e su chi non lo è, su chi esiste e su chi è «inesistente», come il premier ebbe a dire proprio di Veltroni (salvo rettifica) qualche giorno fa. Certo, la conclusione è inequivoca: Alitalia agli italiani, disse Berlusconi in campagna elettorale, e Alitalia agli italiani è. Ma i leader di Cgil e Pd - in una partita che ha avuto più protagonisti e più poste in palio - hanno messo in campo un potere d’interdizione del quale il governo sbaglierebbe, per il futuro, a non tenere quantomeno conto.
La conclusione, dicevamo, sembra avvalorare la tesi sostenuta da Berlusconi sin dal primo irrigidimento della Cgil al tavolo della trattativa: pur di dare un colpo al governo - sostenne in sintesi il premier - il Pd è pronto a mandare in rovina l’Alitalia; pur di evitare il successo della cordata italiana da me evocata in campagna elettorale - aggiunse Berlusconi - Veltroni usa la Cgil per far saltare la trattativa. È una lettura plausibile di quanto accaduto? È certamente plausibile, e soprattutto è molto verosimile: ed è del tutto possibile che lo stato maggiore del Pd masticasse assai amaro, nei giorni scorsi, di fronte all’ipotesi che - dopo la soluzione del problema immondizia a Napoli - Silvio Berlusconi realizzasse anche la seconda (e più impegnativa) promessa fatta in campagna elettorale. Ciò detto, però, occorre mettersi d’accordo: perché o Veltroni è il «leader inconsistente» contro il quale il premier punta l’indice, e allora non si capisce da dove tragga il potere di far prima deragliare la trattativa per poi risistemarla sui giusti binari, mettendo faccia a faccia a pranzo Epifani e Colaninno; oppure non è poi così «inconsistente», e il presidente del Consiglio farebbe bene - allora - a rifare i suoi conti.
Infatti, all’ombra della vicenda Alitalia e dell’indubbio successo di immagine centrato dal premier, si sono giocate partite le cui dinamiche non lasciano presagire nulla di buono. È per esempio sembrato evidente il tentativo dell’esecutivo - attraverso ultimatum a ripetizione e annunci che «andremo avanti anche senza la Cgil» - di assestare un colpo al maggior sindacato italiano e perfino all’unità delle tre Confederazioni: occorre ricordare che una cosa simile accadde già nella legislatura 2001-06 (lì oggetto della rottura sindacale fu il cosiddetto «patto per l’Italia») e non si può dire che portò particolarmente bene. Ma altrettanto evidente è apparso l’obiettivo forse principale con il quale Epifani si è seduto al tavolo della trattativa: esercitare una sorta di diritto di veto per dimostrare che - al di là delle ragioni in campo - «senza la Cgil accordi non se ne fanno».
Non si tratta di dinamiche positive, come è evidente. Mettere - o tentare di mettere - la Cgil in un angolo mentre si avvia, per esempio, il confronto sulla riforma della contrattazione, non è certo il modo per aiutare una trattativa considerata da più parti decisiva; a maggior ragione, naturalmente, di fronte alle necessità di ammodernamento e razionalizzazione di cui il Paese ha bisogno, sarebbe dannoso e inspiegabile un arroccamento della Cgil teso a ribadire un potere di veto e interdizione del quale non si sente affatto il bisogno.
Ma più in generale, se è lecito esprimere un auspicio, sarebbe ora di dare un colpo di freno al clima da campagna elettorale continua che rischia di impadronirsi anche di questa legislatura. Piuttosto che a ripicche e rivincite personali, sarebbe meglio se maggioranza e opposizione - e i rispettivi leader innanzitutto - assolvessero al ruolo loro assegnato dagli elettori. Piuttosto che tentare di rendere irrealizzabili le promesse elettorali del premier, insomma, sarebbe certo più utile che Veltroni s’impegnasse alla costruzione di quell’opposizione propositiva e visibile che viene invocata dall’interno del suo stesso partito (tuttora penalizzato da qualunque sondaggio). E il presidente del Consiglio - sparito nel pieno della trattativa Alitalia per una cura rilassante in un castello umbro - farebbe cosa assai più produttiva impegnandosi per arginare la crisi economica in cui versa il Paese, precipitato ormai nel baratro della crescita zero. Si tratta, probabilmente, di auspici banali: ma certe volte, si sa, può servire perfino ripartire proprio dalle cose più banali
.
Federico Geremicca, La Stampa del 26 settembre 2008.

ALITALIA: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO
Quando finisce uno scontro non sempre è chiaro chi ha vinto. Alla fine della Prima Guerra Mondiale moltissimi tedeschi non capirono perché il Reich avesse chiesto la pace - sostanzialmente arrendendosi - mentre ancora non c’era nemmeno un soldato straniero sul suolo germanico. Questo portò a quella voglia di rivincita che fu una delle cause della Seconda Guerra Mondiale. Anche questo conflitto tuttavia lasciò uno strascico di perplessità: mentre negli Anni Cinquanta l’Italia era pressoché interamente ricostruita e si avviava alla prosperità, l’Inghilterra aveva ancora il razionamento alimentare e passeggiando per Londra si potevano vedere rovine provocate dai bombardamenti. Veramente aveva vinto la guerra? Senza dire che il Leone Britannico, avendo perso il suo impero, si era ridotto solo alla testa.
La vittoria ha mille padri, la sconfitta è orfana. Dopo la sbarco in Normandia chiesero ad Eisenhower se il successo dell’operazione fosse merito suo e la risposta brillante fu: “Non lo so. Quello che so è che, se non fosse riuscita, sarebbe stata colpa mia”.
Nel caso dell’Alitalia, tutti cominceranno a battersi il petto come trionfatori di wrestling. I sindacati si vanteranno dei vantaggi (del tutto insignificanti) da loro ottenuti e lasceranno intendere che essi siano tanto importanti che, senza, essi sarebbero stati disposti a lasciar fallire la compagnia. I dipendenti si vanteranno della loro ragionevolezza e del loro spirito di sacrificio. Fra coloro che si vanteranno di più ci saranno gli uomini del centro-sinistra che, invece di confessare di avere fatto di tutto per sabotare l’iniziativa (solo per dare un dispiacere a Berlusconi) diranno che l’accordo è stato siglato quando essi hanno insistito per la sua conclusione. Che è come vantarsi della partenza dell’autobus solo per aver tolto il cuneo dinanzi alle sue ruote. Berlusconi infine dirà: ve l’avevo detto che avrei salvato l’Alitalia e l’ho fatto. Io sono uno che mantiene le promesse. In realtà, è probabile che non sia il caso di credere a nessuno di loro. Chi ha vinto è la minaccia del fallimento.
L’Alitalia è in dissesto da molti anni. Se non ha formalizzato questa morte economica è perché lo Stato, a spese dei contribuenti, ha ripianato i deficit. Purtroppo per i poeti (interessati) dell’economia, recentemente le leggi comunitarie hanno vietato questa costante e costosa fleboclisi e il risultato è stato che si è giunti al dilemma: o l’Alitalia sarebbe stata risanata o sarebbe fallita. I sindacati, non meno dementi oggi che in passato, avrebbero volentieri chiesto che pagasse ancora e sempre lo Stato, ma stavolta sapevano che avrebbero sbattuto contro il muro comunitario. Per loro, come per i dipendenti, il dilemma è dunque stato: o ridimensionamento o fallimento. E la credibile prospettiva di quest’ultimo ha spinto tutti, dopo mille proteste, mille minacce, mille pose gladiatorie, a mangiare una minestra la cui alternativa era una finestra spalancata sul baratro.
Il vincitore è il fallimento.

Rimane da parlare del Capo del Governo. Indubbiamente, se l’accordo non fosse stato siglato, la sinistra si sarebbe riempita la bocca del fallimento di Berlusconi, della sconfitta di Berlusconi, dell’umiliazione di Berlusconi. E altrettanto indubbiamente, proprio per converso, Berlusconi ha oggi il diritto ad alzare le braccia al cielo in segno di vittoria. In realtà ha solo pareggiato.
Se, nel momento della trattativa con Air France, fosse stato zitto, e la trattativa fosse fallita, nessuno avrebbe potuto dargliene la colpa. Se, in seguito, avesse lo stesso messo su la cordata della Cai, sarebbe stato un salvatore della patria. Invece allora ha parlato troppo, tanto da creare l’illusione di aver fatto fallire lui quel contratto – come se potesse fare ciò chi è all’opposizione! – ed in seguito, riuscendo dopo mille traversie a tenere in vita l’Alitalia, ha solo evitato a se stesso la brutta figura di non aver realizzato ciò che prometteva. Nulla di più.
Il fallimento non è un vincitore insignificante. Il suo ingresso nell’ambito delle grandi imprese è una vittoria dell’economia e del buon senso. È sperabile che anche in futuro, perfino in assenza di leggi anti-incoscienti come quelle dell’Unione Europea, ci si ricordi che un’azienda insolvente va dichiarata fallita e va chiusa.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 settembre 2008


LA BOCCIATURA MINACCIATA: UNA BUFALA
Una notizia di ieri: la Cassazione ha confermato la condanna per minaccia aggravata a carico di un professore di liceo. Costui aveva detto a un'alunna che «non aveva più alcuna possibilità di essere promossa». Leggendo questa notizia, molti giustamente giudicano folli i magistrati. E si sentirebbero anzi d’aggiungere: “E poi ci si lamenta che la scuola vada a ramengo!”; “Ora è diventato talmente obbligatorio promuovere, che se si parla di bocciatura il giudice ci condanna!”; “È questo il modo in cui si contribuisce all’autorevolezza dei professori?”
L’episodio è paradigmatico del fatto che si possa ingannare il prossimo dicendo la verità. Basta non dirla tutta. Questo professore, criticabile del resto anche per altri versi, ha minacciato la studentessa non per il suo profitto, cosa che è sempre stata e sarà sempre normalissima, ma “dopo che la madre della ragazza all'assemblea dei genitori aveva proposto di rimuovere il docente per la sua scorrettezza”. Dunque la minaccia – credibile, anche se è vero che si promuove o si boccia per voto di consiglio – non aveva nulla a che vedere col profitto. Il professore prometteva il massimo male solo perché si era sentito offeso – o posto in una situazione di pericolo - dalle parole di una terza persona, se pure collegata da vincolo di parentela con l’alunna. Cioè attuando a livello scolastico la tecnica della vendetta trasversale, una cosa che sembra piuttosto diversa dal predire ad un asino la bocciatura.
Questo offre l’occasione per chiarire che chi ventila il compimento del proprio dovere (bocciare chi non studia) non commette certo reato, e mai e poi mai la Cassazione potrebbe stabilirlo. Ché anzi lo stesso codice penale mette l’adempimento di un dovere fra le esimenti. Ma se qualcuno usa del potere che lo Stato gli concede per fini privati commette un reato. Può trattarsi di un’estorsione (“Dammi cinquanta euro o ti elevo una contravvenzione, giustificata, per cento”), di una concussione, di una corruzione, di un abuso d’ufficio o, come in questo caso, di una minaccia.
Il professore ha non solo il potere ma il dovere di bocciare, se l’alunno lo merita. Quello che non può fare è promuoverlo perché raccomandato o bocciarlo per punirlo di malefatte che non riguardano il profitto.
A forza di volere catturare l’attenzione, i giornali o le televisioni danno la notizia in modo da indurre in errore. Non si può scrivere, come ha fatto il Corriere della Sera, “Scuola: minacciare la bocciatura è reato”. Se no si potrebbero con uguale giustificazione scrivere che: “È reato indossare stivaletti a punta”, dimenticando di spiegare che gli stivaletti erano rubati, e che il reato in questione è esattamente il furto.
Ogni volta che si legge o si ascolta una notizia sorprendente, bisogna dubitare che sia vera: a volte essa è totalmente inventata, a volte – caso più subdolo - non è inventata ma è stata raccontata in maniera tale da far capire una cosa totalmente diversa dalla realtà.  “Incoraggiata dal marito, si butta dal secondo piano ma sopravvive” fa pensare ad un reato di induzione al suicidio mentre in realtà si trattava di una donna che, inseguita dalle fiamme, è stata convinta dal marito a saltare nel telone dei pompieri.
Abbiamo un’amministrazione della giustizia peggio che discutibile, una scuola dai risultati disastrosi ma a volte i mezzi di comunicazione di massa, mentre le criticano, non si mostrano migliori di loro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 settembre 2008

LEZIONI DI CORRETTEZZA POLITICA DALLA SINISTRA
Messaggi apocalittici: «Il vostro padrone sarà concime per i vermi e voi sparirete dalla faccia della terra». Previsivi: «Tra breve si aprirà un nuovo fronte giudiziario, e allora...». Recriminatori: «La colpa è di Togliatti, vi doveva uccidere tutti quando ne aveva l'opportunità» (firmato: Volante Rossa). Minacciosi: «Fatti processare o ti veniamo a prendere». Soprattutto: molti, moltissimi. Pubblicati non da oppositori, ma dal sito ufficiale di Forza Italia, nell'apposito spazio «Sinistra tolleranza». Unica avvertenza, i messaggi «banalmente offensivi» vengono censurati. Ciò non toglie che il campionario di insulti e minacce sia vasto. Ma la gran parte sono auspici sulla fine del Cavaliere.
I mittenti non si fanno illusioni sulla possibilità di sconfiggerlo politicamente. Però, scrive Nicola, «per fortuna il duce che ci opprime è vecchio». Nando specifica: «Ha i giorni contati». Un anonimo che si firma «Mi fate schifo» chiosa: «Me lo sento, morirà presto». Un omonimo che si firma «Silvio Berlusconi»: «Finirà come Mussolini». Bruno: «In effetti impiccarlo per i piedi sarebbe il massimo». «Democratica»: «Un impegno concreto/ Silvio a Piazzale Loreto!». Ivo: «Non auguro al vostro capo di morire subito, ma di prendere un ictus e restare paralizzato senza potersi muovere né parlare». Segue una serie di interventi sul tema dell'ictus e varie malattie. Alcuni, più esigenti: «Bruciarlo vivo». Altri, più specifici: «Bruciarlo vivo lentamente ». Ennio: «Prego Bin Laden e Al Qaeda che ce ne liberi». Max corregge: «Voglio vederlo in catene supplicare pietà». «Contribuente »: «Silvio fai un gesto di patriottismo, sparati!». Gino: «Preparatevi ad andare al suo funerale. Noi stiamo mettendo le bottiglie in fresco». Renato: «E voi dopo cosa farete? Chi vi manterrà? Ahaha!». Giovanni Benedetto, ieratico: «Pregherò tutti i giorni affinché gli arrivi la morte». L'architetto Lorenzo D'Albo: «Desiderare la morte di Berlusconi è un dovere civile». Ancora Ennio: «Bin, ti prego!». La scelta di pubblicare (quasi) tutto è rivendicata da un uomo chiave del berlusconismo, sia pure dietro le quinte.
Antonio Palmieri cura il sito di Forza Italia sin dalla fondazione, nel '95. Parlamentare alla terza legislatura, come responsabile della comunicazione elettorale si è occupato di tutte le campagne azzurre dal '98 a oggi. Alcuni messaggi si rivolgono direttamente a lui, indicato come «servizievolissimo paggio», «nato per servire», «essere larvato senza spina dorsale», «servo senza dignità»... «Mi assumo la responsabilità di rendere pubblici questi interventi - dice Palmieri -. Ignoro se Berlusconi vada a leggerseli. Di certo, lui sa. Troviamo giusto che si conosca non solo l'amore, ma anche l'odio che lo circonda. È vero che Internet allenta i freni inibitori; però la violenza verbale dell'antiberlusconismo è impressionante». Non che il Cavaliere la dissimuli. Anzi, la esibisce. Berlusconi ti odio si intitola la raccolta di critiche e offese pubblicata tre anni fa da Mondadori, a cura di Luca D'Alessandro, capufficio stampa di Forza Italia. Per mesi il Cavaliere è andato in giro con una collezione di articoli dell'Unità sottobraccio, in cui per sbaglio erano finiti anche articoli del Giornale («Mi chiamano mascalzone bavoso!»; ma era Paolo Guzzanti che scriveva di Prodi). Direttore dell'Unità era allora Furio Colombo. «Ma non abbiamo mai pubblicato un solo insulto personale - dice -. Il vittimismo è una delle corde preferite del premier. Non dubito che quel materiale sia autentico: anch'io, che non sono un leader, ricevo "hate mail", cattive, minacciose, volgarissime. Mandare quei messaggi al sito berlusconiano è palesemente un errore: gli si fa un piacere. Così come è un grave errore che loro, anziché lasciarli cadere provocandone la scomparsa, li pubblichino”.
I ministri compaiono di sfuggita: Scajola, ribattezzato «il Boia di Genova»; la Gelmini — «al rogo!» —; Brunetta— «c'è Biancaneve che ti aspetta!» —; e ovviamente la Carfagna, su cui si preferisce non infierire. Ma il protagonista è lui: il nano, nanetto, nanottolo, nanerottolo, nano di Stato, nano trapiantato, nano pappone, solo per restare alla statura. Alcuni si firmano con nome e cognome; ricorrente un certo Walter. Un anonimo «Genetista» vorrebbe «sterilizzare i maschi forzidioti» ma anche «innestare su di loro i geni Rom, molto più onesti e utili al paese». Dario: «Neppure il presidente romeno gli crede!». Altro anonimo che si firma «Tutta Italia»: «Guai a voi se toc
cate Travaglio; sarebbe l'inizio di una fase pericolosa per la democrazia». Dalla Sicilia «Pagamento in ritardo» fa sapere di attendere da anni cento euro promessi da Cuffaro. «Vergogna»: «Vi ricordate quando ha comperato tutte le copie del film con Montesano in cui Veronica diventava lesbica?». Attilio Greco, dolente: «Avete rubato il nostro futuro e quello dei nostri figli». Ancora «Genetista»: «Il Dna forzaitaliota evidenzia una dominanza del gene 51, che deprime i processi cognitivi e attiva il comportamento innato da servo della gleba...».

Aldo Cazzullo 24 settembre 2008

ELISABETTA II IN BIKINI
 Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma praticamente tutti cerchiamo di essere attraenti. In un certo senso questo è addirittura un obbligo: la cortesia è un modo di rendersi gradevoli ed è considerata imprescindibile.
Moltissimi vanno oltre: sono disponibili, si interessano ai problemi del prossimo, raccontano barzellette, sono maestri di conversazione e si propongono subito come amici. Questo vale anche dal punto di vista fisico: tutti tengono a vestirsi bene o quanto meno ad avere abiti senza buchi e ad essere puliti, in modo d’avere l’aria di persone per bene. Prima ancora di aprire bocca, si vuole essere “accettati” come immagine.
Quest’ultimo particolare è importantissimo per le donne. Nel loro caso, il fatto di essere attraenti ha una doppia valenza: quella sociale e quella sessuale. Una signora che la società stimasse molto per il suo valore intellettuale, ma fosse veramente brutta, non potrebbe non rammaricarsi del fatto che tutti gli uomini si levano il cappello, dinanzi a lei, ma nessuno la vorrebbe a letto. Ecco perché è raro che una donna – salvo quelle che per età o altri malanni hanno deposto le armi – non faccia tutto il possibile per rimanere “bella”. Tutte le signore si vestono con cura, cambiano spesso abbigliamento, vanno dal parrucchiere, si truccano, controllano il loro peso ed infine sono felici se, mettendosi in bikini, suscitano il desiderio degli uomini e l’invidia delle altre donne. Dal punto di vista etologico, all’interno della specie umana questo è un trionfo.
E tuttavia è anche valida la regola inversa. C’è infatti chi, per il suo status, è ammirevole per definizione. Il Papa non ha il dovere di mostrarsi brillante o intelligente, e infatti dice pressoché costantemente delle ovvietà condivisibili da tutti. Per esempio che la pace è preferibile alla guerra e la prosperità alla fame. Egli infatti è da riverire ed apprezzare non per quello che dice ma perché è il papa. Parimenti, il re non deve raccontare barzellette perché, dal momento che è il re, non ha il dovere di conquistarsi la simpatia e l’affetto dei suoi sudditi: queste sono cose che gli sono dovute da sempre, sin da quando è comparso in pubblico fra le braccia della regina sua madre. Tutto quello che un re può fare è perdere il rispetto del suo popolo: di guadagnarlo non ha alcun bisogno. Da questo nasce la saggia raccomandazione, per i grandi, di essere molto riservati, di non comparire troppo spesso in pubblico, di non umanizzarsi troppo. Essi non hanno nulla da chiedere e nulla da ottenere. Divenendo “esseri umani come tutti gli altri”, fossero anche simpatici,  rischiano solo di perderci.
Questa è una cosa che Berlusconi non ha mai capito. Qualcuno che è il capo del primo partito d’Italia, che ha i suoi soldi ed è perfino Primo Ministro, non ha bisogno di raccontare barzellette. Chi già lo apprezza non l’amerà di più per questo, chi non l’apprezza lo disprezzerà come i romani disprezzavano Nerone con le sue pretese d’artista. Il Cavaliere probabilmente si comporta così perché vuol far vedere che non si è montato la testa, che è rimasto il simpaticone di un tempo, l’animatore delle crociere: invece dimostra di non capire lui stesso quanta strada ha fatta da allora. Ciò che un tempo gli fu utile oggi può essergli nocivo. Il copione gli assegna una parte diversa. Si accontenti del consenso del popolo italiano.
Un’altra che ha sbagliato, e molto più pesantemente di Berlusconi, è Diana Spencer. Far parlare di sé è una buona politica, se con essa si conquista la notorietà e si fanno vendere i biglietti al botteghino. Ma la moglie del futuro re d’Inghilterra la notorietà ce l’ha dal giorno del matrimonio. Se dunque passa da un amante all’altro e si trasforma in un’immagine da rotocalchi, può solo scadere nella considerazione di molti. Da principessa destinata al trono a puttanella smidollata. Diane Spencer, da regina, avrebbe addirittura messo a rischio la monarchia.
Del tutto all’inverso, Elisabetta II sarà ricordata nei secoli come uno dei più grandi sovrani d’Europa. Non solo non si è mai messa in bikini, ma non ha mai sbagliato una mossa. Non ha mai detto una parola in più; non ha provocato il più piccolo scandalo; è stata una presenza rara e piena di dignità. Questa grande regina ha rappresentato alla perfezione la sua parte di nullità piena di stile, nel nome della quale si potrebbe perfino affrontare la morte, talmente ella impersona la patria.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 settembre 2008

ALISTATO
In occasione della crisi dell’Alitalia si sente il bisogno di una chiave di lettura. In essa entrano in gioco il governo, miliardi di euro, diciannovemila lavoratori, l’onore dell’Italia e la mobilità degli italiani. Questa chiave potrebbe essere lo statalismo.
La salute economica di un’impresa è valutabile in base a un bilancio.  Se si è raffreddati, non è un divertimento ma rimane cosa senza importanza. Se si ha un cancro in fase avanzata, non si hanno speranze. Per l’impresa come per l’uomo, da un lato si può sopravvivere con qualche acciacco, dall’altro i problemi possono risolversi con la morte.
A questa regola naturale c’è tuttavia un’immensa eccezione: lo Stato. Esso assicura un certo numero di servizi a fronte di un prelievo forzoso chiamato “imposizione fiscale” e offre il vantaggio che l’amministrazione pubblica non intende fare profitti. Se li facesse, del resto, andrebbero al popolo. Lo svantaggio è che l’amministrazione i profitti non li fa mai e se opera in perdita non per questo “morirà” come muore un’impresa privata.
Questo schema conduce pressoché fatalmente a degenerazioni. Se nell’impresa privata le perdite costanti sono dell’1%, ci si avvia al fallimento. Nell’impresa di Stato invece si sa che si opera  in deficit: dunque se si è in deficit per il 65%, che importa se si passa al 66%? O al 76%? O all’86%? Qual è il limite del deficit? L’impossibilità di fallire fa sì che si scada facilmente nell’illusione che le leggi economiche non abbiano più valore.
Ecco perché l’impresa di Stato gode di tanto favore. L’operaio che chiede un aumento all’imprenditore se che se fa fallire l’impresa non avrà un aumento ma la fine del salario. L’operaio pubblico sa che la sua impresa non può fallire sicché il successo della sua richiesta dipenderà esclusivamente dalla sua capacità di pressione.
Molti – comunisti in testa – non capiscono che questa libertà dalle necessità economiche non può che essere settoriale. Se i netturbini, mettendo in ginocchio la città con la spazzatura, ottengono un aumento di salario economicamente ingiustificato, quel denaro in più che riceveranno sarà un denaro che, ingiustificatamente, avranno in meno i contribuenti. “Ogni volta che qualcuno riceve una ricchezza che non ha prodotto, c’è qualcuno che non riceve una ricchezza che ha prodotto”. E se tutti i lavoratori sono lavoratori pubblici, il risultato sarà la miseria generalizzata (Unione Sovietica e simili).
I dipendenti Alitalia, considerandola immortale, hanno portato l’impresa ad operare strutturalmente in deficit ed è questa la ragione per cui, quando è caduta l’offerta della CAI, a Fiumicino si è festeggiato. Quello che il grande pubblico e i grandi giornali non hanno capito è che i dipendenti Alitalia non credono alla possibilità del fallimento. Non è Alitalia, è AliStato: e lo Stato non può fallire.
In Italia tutto è possibile, ma oggi la verità è che: 1) l’Alitalia non è statale; 2) lo Stato non ha né il denaro né la voglia per nazionalizzarla; 3) l’Ue vieta che l’impresa continui ad operare in deficit, con finanziamenti di vario genere; 4) senza una drastica ristrutturazione l’impresa non è vitale e 5) nelle condizioni attuali, essendo economicamente fallita, nessuno la comprerebbe. L’offerta della CAI è esistita perché il governo ha molto insistito, perché ha offerto una mostruosa cassa integrazione (l’80% per molti anni!) e perché – operata una profonda ristrutturazione – l’impresa poteva essere resa di nuovo vitale. Rifiutandola, i dipendenti Alitalia sono volontariamente rientrati sul mercato. Prosit.
Una nota finale riguarda l’atteggiamento della CAI. Essa ha ritirato l’offerta e tuttavia, ancora oggi, in molti supplicano la Cgil, i piloti e alcuni sindacati di firmare il contratto. Ma chi dice che la CAI mantenga un’offerta che è stata ritirata con voto unanime? Potrebbe sempre rispondere: dolenti, noi abbiamo indicato una scadenza, giovedì 18/9/2008 alle ore 16, e l’accordo non s’è concluso. Amen. Il resto non ci riguarda. Probabilmente non lo dice già oggi perché si sta giocando col cerino acceso. Il commissario potrebbe a giorni non avere il denaro per il kerosene degli aerei, Riggio potrebbe ritirare la licenza alla compagnia e l’impresa potrebbe chiudere entro una settimana. Perché uccidere una malata che sta morendo da sé? Se infatti la CAI dicesse: non vi strapazzate, ché tanto siamo noi, ora, a dire di no, tutti le darebbero la colpa della morte dell’Alitalia. Se invece tace, può invece darsi che la follia dei piloti, della Cgil e degli altri sindacati la salvi dal biasimo (immeritato) di avere fatto chiudere la compagnia di bandiera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 21 settembre 2008

ALITALIA: LE RESPONSABILITÀ
Se un malato di broncopolmonite è in un letto d’ospedale e gli infermieri lasciano la finestra aperta sul gelo, certo non favoriranno la sua guarigione. Ma se qualcuno entra nella stanza e finisce il poveruomo a rivoltellate, non sarà certo stata l’aria fresca, ad ucciderlo. Nel dramma dell’Alitalia le rivoltellate, per unanime consenso, le hanno sparate la Cgil e i sindacati dei piloti. Essi hanno affermato di aver fatto pervenire una controproposta con ulteriori richieste ancora la mattina del giorno dell’ultimatum, dimenticando che, quando si tratta di salvare una compagnia che perde un milione di euro al giorno, non si può discutere indefinitamente. Inoltre la C.a.i. aveva concesso tutto quello che poteva concedere e ultimatum significa “o questo o è rottura”. Ma i dipendenti Alitalia sono convinti di potere sempre averla vinta. E hanno sparato al malato.
Le responsabilità dei governi. 1)Governo Prodi. È forse stata colpa sua il fallimento della trattativa con Air France? Certamente no. I sindacati hanno detto no ed Air France se n’è andata. Né poteva essere colpa di Berlusconi, che era all’opposizione. Tecnicamente l’Alitalia è poi fallita nel momento in cui è stato designato un commissario (Fantozzi) e s’è  dichiarato lo stato d’insolvenza. Dunque, per chiunque avesse pensato di salvare la compagnia, si trattava ora di resuscitare un morto e si sarebbe dovuto gridare al miracolo, se si fosse visto qualcuno disposto a comprare il cadavere. Oltre tutto, il governo era nell’impossibilità giuridica e tecnica (la Ue lo vieta) di continuare a gettare soldi in questo pozzo senza fondo. Semplice ed esatto. 2) Berlusconi però protestava perché s’era tentato di vendere l’impresa ad uno straniero e prometteva: io troverò un compratore italiano. E nessuno gli credeva. Tant’è vero che per settimane si è ironizzato sulla fantomatica “cordata”. Poi il Governo Berlusconi – chissà come – è riuscito a convincere sedici imprenditori a rischiare il loro denaro per salvare l’Alitalia e a questo punto alcuni sindacati essenziali hanno detto di no. Il progetto è andato in fumo. Semplice ed esatto.  3) Nel momento dei negoziati, il governo e i ministri hanno agito semplicemente da mediatori e sarebbe strano che il fallimento di una trattativa dipendesse dal mediatore piuttosto che dagli interessati. Costoro, se il mediatore fosse incapace, potrebbero benissimo mettersi d’accordo direttamente. Semplice ed esatto.
Fra i colpevoli ci sono coloro che hanno sperato nel fallimento dei negoziati, i gufi che a loro volta si distinguono in gufi in buona fede e gufi in malafede. I primi sono i dipendenti Alitalia che, illusi da anni ed anni di trionfi contro ogni buon senso e contro ogni logica economica, non hanno mai creduto alle minacce. Dunque perché accettare sacrifici per sopravvivere come impresa? Bastava dire no e si poteva star certi che la controparte avrebbe ceduto. Come sempre. Per questo ieri festeggiavano a Fiumicino. I gufi in malafede sono invece i politici (e forse la Cgil) che hanno puntato sul fallimento solo per dare addosso al governo. A loro, della disoccupazione di oltre diciottomila lavoratori, senza contare l’indotto, non importa nulla. La demagogia non si occupa di queste piccolezze.
Infine, le colpe di Berlusconi. Il Cavaliere di Arcore parla troppo ed è malato di titanismo. Se, durante la trattativa con Air France, avesse saputo tenere la lingua a freno, avrebbe avuto solo da guadagnarci. Dinanzi ad un risultato positivo avrebbe protestato per la vendita allo straniero, aggiungendo “Io ero il capo dell’opposizione, la mia firma non era richiesta”. E invece ha parlato. Tanto. Se non l’avesse fatto, successivamente, non avendo promesso nulla, si sarebbe potuto risparmiare gli sforzi per mettere su la “cordata”. Dinanzi ad un risultato negativo, avrebbe potuto accusare i sindacati di aver fatto fallire l’Alitalia, avrebbe potuto aspettare che andasse completamente alla deriva, dandone il torto al governo Prodi, ad Air France e ai sindacati, sempre con l’aria dello spettatore non implicato nella vicenda. Purtroppo Berlusconi è malato di titanismo. “Quello che gli altri non hanno saputo fare in un anno io lo farò in una settimana”. “Quello dinanzi a cui gli altri si sono arresi  sarà per me un’occasione di vittoria”. Ecc. Non ha però fatto i conti con la follia suicida di dipendenti fin troppo viziati ed affetti da una mancanza di ragionevolezza inconcepibile.
Il Cavaliere è entrato nella vicenda dimenticando il vecchio proverbio per cui chi va a letto con i bambini si alza sporco di cacca.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 19 settembre 2008


UNA VOLTA DI TROPPO
Ora 16,30 di giovedì, 18 settembre 2008. Titolo del Corriere della Sera: Alitalia, salta tutto. “Cai ritira l’offerta”.
Quella dell’Alitalia è una vicenda che ha avuto prevedibili esiti tragici e che può essere interpretata in chiave psicologica.
Ciò che caratterizza l’uomo adulto e sano di mente è il principio di realtà. Questo principio gli fa capire che se, ha uno stipendio di 1.500 € al mese, non può permettersi una Ferrari; che difficilmente il matrimonio con una persona di trent’anni più anziana può essere un successo; che fumando quaranta sigarette al giorno ci si prenota per il cancro. Viceversa il bambino insiste per il giocattolo che la famiglia non può permettersi proprio perché per lui parole come “possibilità” e “denaro” hanno poco significato. C’è infatti un modo di dire inglese, per chi insiste in questi casi: “he doesn’t take no for an answer”, cioè “per lui no non è una risposta”; è una parola senza significato. E tanto meno ne ha quanto più spesso, facendo i capricci, il bambino riesce a ribaltare il “no” in “sì”.
L’Alitalia è un’impresa che, nel corso dei decenni, ha avuto questa possibilità di comportarsi come un bambino piccolo. Se fosse stata guidata con criteri privatistici tutto sarebbe stato semplice: gestione economica oppure fallimento, parecchi anni fa. Invece non ha avuto reali preoccupazioni di bilancio. Ha avuto come interlocutore uno Stato che, dinanzi ad uno sciopero, è stato pronto a cedere pagando di tasca propria. Per questo i dipendenti sono arrivati ad atteggiamenti esosi, a scontentare la clientela, a trasformare l’impresa in un tale pozzo senza fondo, per le finanze pubbliche, che alla fine si sono messi in guai insuperabili. In molti hanno perduto prima il senso della realtà e oggi il posto di lavoro. Arriva infatti un momento in cui “no” non lo dice più una mamma premurosa e malleabile, ma una realtà di marmo.
Lo scoglio insuperabile è stato di origine comunitaria. Nel corso dei decenni i governi italiani non hanno osato affrontare i sindacati e si sono svenati. Tuttavia questo atteggiamento non è stato visto, in sede comunitaria, come un favore a una categoria di lavoratori ma come una falsificazione della concorrenza fra le aviolinee. Solo per questo,  finalmente, persino l’Italia di Prodi è stata costretta a liberarsi dell’Alitalia. Non sono stati il buon senso, il coraggio, lo scrupolo nei confronti dei contribuenti (tutte cose che lo Stato italiano non ha mai dimostrato) a spingerla a liberarsi da questa sanguisuga ma gli impegni sottoscritti in sede internazionale.
Purtroppo non si può vendere un’impresa fallita, in cancrena dal punto di vista strutturale, oltre che in gravissimo deficit. Sarebbe come cercare un compratore per una Fiat Punto di dieci anni, col motore fuso, al prezzo di trentamila euro. Dunque le soluzioni erano solo due: il fallimento o una draconiana ristrutturazione.
Di fronte a questo, chiunque avesse il principio di realtà griderebbe: “vada per la ristrutturazione!”  Ma i sindacati sono stati abituati a non credere a ciò che gli si dice. They don’t take no for an answer. Sono stati minacciati troppe volte con pistole scariche. Hanno vinto troppe volte vertenze che sulla carta avrebbero dovuto perdere. Hanno finito col credere che le minacce fossero risibili, fino a crederlo una volta di troppo. Chi per anni ha fumato quaranta o cinquanta sigarette al giorno, anche se ha riso degli avvertimenti, non può meravigliarsi se gli diagnosticano il cancro.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 settembre 2008

Due donne, due mondi, valori diversi
Zipi Livni e' stata eletta stanotte presidente del partito Kadima, sostituendo Ehud Olmert travolto da scandali di corruzione che presto gli costeranno anche il posto di Primo Ministro. Zipi e' pulita, onesta, ex agente del Mossad, che non guasta, ha fatto una carriera fulminea e in nove anni, da avvocato di un ufficio governativo, eccola quasi all'apice,  a un passo dal diventare Premier di Israele, il mestiere piu' difficile che esista.
Vedremo le sorprese che ci riservera' il futur, per il momento la cosa piu' importante e' che Olmert se ne vada a casa prima di regalare in giro  mezza o tutta Israele.
Venghino venghino siorre e siorri, Israele e' in svendita!
Chi vuole il Golan? Bashar? benissimo eccolo qua. Vuoi darmi qualcosa in cambio? ma per carita'! quando mai Israele ha chiesto qualcosa per tutte le terre che ha regalato a voi arabi.
E Giudea e Samaria, chi le vuole, siorre e siorri?
Hamas? prego, eccovele, prendetele pure.
Cosa dicono quei cattivoni di settlers? Che sono terre ebraiche? Che non sono mai state terre arabe? E allora? Io le ragalo a chi voglio perche' sono Ehud Olmert e anche mia moglie, la pittrice comunista mi da ragione, e se non chiedo in cambio neanche la vita di Gilad Shalit sono sempre affari miei, poteva fare a meno di fare il soldato e nessuno lo avrebbe rapito.
E Gerusalemme, la nostra Capitale? Chi e' che vuole Gerusalemme , siorre e siorri?
Sempre Hamas? Ma benone, molto bene, cosi' eviteremo all'Iran di gettare la bomba, avremo Ahmadinejad in casa  e potra' ammazzare ebrei a suo piacere.
 
Ecco , Zippi dovrebbe farci dimenticare tutto questo scempio olmertiano nel caso dovesse diventare Premier.
Sara' in grado?
Avra' la forza di dire agli arabi le paroline giuste? :
"Andate al diavolo, Israele e' terra nostra, con Giudea, con Samaria, con il Golan e con GERUSALEMME! Andate al diavolo, qui niente e' vostro perche' niente avete mai avuto".
 
Avra' la forza di recuperare dignita' e di dire che qui e' Israele ad avere diritti inviolabili e non viceversa?
Sapra' smettere di abbassare la testa davanti ai boss internazionali che vogliono solo accontentare i palestinesi e indebolire Israele privandolo dei suoi diritti di Paese Sovrano?
Difficile.
Una cosa e' certa, se si andasse a elezioni, non avrebbe possibilita' di vincere contro Bibi Netaniahu.
Un'altra cosa e' quasi certa, dopo tutto il danno fatto da  Ehud Olmert, ho i miei dubbi che il partito Kadima, senza il suo fondatore Sharon, potrebbe sopravvivere e prevedo un grande ritorno dei suoi adepti al Likud. 
Zipi Livni merita comunque i nostri auguri di buon lavoro e tantissima buona fortuna perche' ne avra' bisogno. La sua strada sara' tutta in salita.
 
La seconda donna di cui  volevo parlare perche' anche oggi i media israeliani ne accennano e' una donnetta, una donnicciola, una bugiarda, una razzista, un'antisemita inglese, per caso  e per sua fortuna cognata di Tony Blair, sorella di Cherry che non sara' certamente ricordata per la sua brillante intelligenza.
La donnetta, sorella di Cherry, si chiama Laureen Booth e, manco a dirlo, le assomiglia nella mancanza di materia grigia.
Dunque questa Laureen faceva parte dei  furbastri  che sono arrivati circa un mese fa a Gaza in barca da Cipro portando,  per alleviare le sofferenze dei poveri palestinesi, 5000 palloncini colorati e 200 apparecchi acustici.
Vi prego di non ridere perche' questo e' quello che e' accaduto.
Quando le due barche di furbastri sono ripartite da Gaza alla volta di Cipro, portandosi dietro 7 palestinesi con cittadinanza cipriota, la Booth e altri  santi navigatori sono rimasti a Gaza per aiutare i "sempre poveri palestinesi".
Hanno ricevuto da Hannyie', il terrorista capo di Hamas, il passaporto palestinese dove sta scritto che "la Palestina va dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo" (naturalmente dopo aver affogato in tale mare tutti gli israeliani) e Infine, gonfia di amore per il suo adorato Hamastan,  la signora ha tentato di uscirne per tornare nella patria che le compete, la perfida Albione.
A questo punto sono sorti i problemi: Israele non le permette di entrare nel paese per recarsi all'aeroporto Ben Gurion, altrettanto fa l'Egitto che non le da il consenso di attraversare il valico di Rafah  per raggiungere Il Cairo.
La Booth naturalmente se la prende solo con Israele perche' mai uscirebbe dalla sua bocca  una parola  poco gentile contro gli arabi.
Ma veniamo alla parte comica della storia di questa signora.
Dopo aver urlato ai quattro venti che Gaza e' una prigione a cielo aperto (naturalmente senza menzionare l'occupazione di Gaza da parte di hamas che continua ad ammazzare palestinesi), dopo aver dichiarato al giornalista antisemita e antiisraeliano George  Galloway, in un'intervista al canale iraniano Press TV, che "Gaza e' un campo di concentramento  pari al Darfur a causa dell'occupazione israeliana" ...che non esiste...,
la Booth incorre nella gaffe piu' grande della sua vita, una gaffe stupenda, meravigliosa, degna della cittadinanza onoraria di Israele!!!
Probabilmente andando in cerca di cadaveri per le strade di Gaza o di bambini colle pance gonfie e le mosche attaccate al tracoma dei loro occhi o di gente morente di sete, in una  infausta voglia di pubblicita', Laureen si fa fotografare in giro per questo "Darfur palestinese" privo  di cadaveri e di scheletri abbandonati per le strade e si fa riprendere  in un supermercatino talmente pieno di prodotti alimentari da occupare anche parte del  marciapiede antistante.
Si vede la Booth fare la spesa, borsone di spesa, servita da un palestinese ben vestito e ben nutrito, poi , colmo dei colmi, la si vede andare verso casa attraverso un giardino lussureggiante di piante, fiori e alberi...ma non dicevano che a Gaza non hanno acqua perche' Israele gliela ruba per riempire le sue piscine?
Infine la Laureen , soddisfatta, con un grande sorriso, mostra il passaporto palestinese dove e' prevista la fine totale di Israele.
E brava la cognata di Tony, complimenti, in pochi minuti ha distrutto la propaganda di anni e ha platealmente contraddetto se stessa.
Io le darei un premio perche' peggior servizio ai "poveri palestinesi vittime di Israele" non poteva fare.
Grazie Laureen Booth, grazie per aver confermato quello che noi diciamo da sempre, che i palestinesi di Gaza sono nutriti, dissetati, mantenuti da Israele e che il loro problema non e' la fame e la sete ma Hamas che li rende schiavi e che ne ammazza qualcuno ogni secondo giorno.
La prossima volta, signora Booth, mi faccia un piacere personale e vada in Darfur anche se la' non ci sono ebrei da odiare e diffamare, guardi con i suoi occhi cosa succede da quelle parti e si vergogni, Laureen Booth, si vergogni semplicemente di esistere. 
 
Deborah Fait

SUCCÈS DE SCANDALE
Uno scultore asiatico, Terence Koh, ha esposto a Gateshead, nord-est dell’Inghilterra, una statua che raffigura Gesù con un’erezione. È stato denunciato e probabilmente subirà un processo. Come è ovvio, il fatto non è importante e forse la migliore reazione sarebbe stata quella di passare all’opera seguente, nella mostra, senza permettere all’autore di farsi notare in questo modo. Ma l’episodio invita a qualche riflessione.
Il fatto che l’artista non sia europeo non cambia e non spiega nulla. Non è necessario essere profondi conoscitori di religioni comparate per sapere che l’Inghilterra, malgrado la varietà delle sette, è un paese cristiano. La verità - la banale verità - è che questo signore ha cercato di ottenere visibilità attraverso lo scandalo religioso, variante del più corrente tentativo di ottenere visibilità mediante l’imprevisto o il curioso. Come quell’altro artista, in corsivo, che si è fatto una fama “impacchettando” i monumenti, come se dovesse spedirli. O come quel fotografo che ha ottenuto un sacco di citazioni sui giornali con immagini di folle sterminate di donne e uomini nudi.
La spiegazione di tutto questo nasce da un fraintendimento storico. È avvenuto in passato che un’opera d’arte scandalizzasse, o perché troppo lontana dalle abitudini del tempo, o perché contraria a qualche regola che si reputava indefettibile. Per la “Traviata” fece scandalo che si rendesse protagonista una prostituta, poco importa se d’alto bordo, per “Madame Bovary” che si raccontasse la vita e la morte di un’adultera. Ma oggi queste sono solo delle curiosità e l’essenziale è la grande musica di Verdi o lo stile inarrivabile di Flaubert. È questo che alcuni sembrano non capire. Un’opera d’arte può anche avere un succès de scandale ma non è che un succès de scandale dimostri che si tratta di un’opera d’arte. L’arte è miracolo. Per impacchettare un monumento come fa Christo basterebbe uno spedizioniere. Ecco il fraintendimento di base di cui qualcuno cerca di approfittare.
Né si può essere meno severi per quanto riguarda la religione. Come non si deve dire allo zoppo che ha un incedere comico, non si ha il diritto di ledere i sentimenti dei credenti. Prima ancora di essere un attentato alla religione è un intollerabile atto di maleducazione.
E c’è un’ultima considerazione: gli artisti che sbeffeggiano il Cristianesimo hanno un torto che, quand’anche non fossero valide le considerazioni che precedono, da solo li renderebbe imperdonabili. Essi attaccano Gesù Cristo perché sanno di farlo in paesi tolleranti, dove al massimo rischiano una nota sui giornali. Ché anzi, è proprio questo che cercano. Se invece volessero dimostrarsi veri ribelli e insofferenti dei tabù della società, perché non vanno a ridicolizzare Maometto in Arabia Saudita? Perché sarebbero messi a morte senza complimenti? E allora attaccare il Cristianesimo corrisponde ad un crimine per il quale non può esistere perdono: la vigliaccheria. Lo Chevalier de la Barre, nel 1766, fu torturato e messo a morte solo perché, a quanto qualcuno diceva, non si era  cavato il cappello al passaggio della processione. E questo non nel Burkina Faso ma a Parigi. E l’insolente aveva solo diciannove anni. In quella Parigi questo scultore avrebbe esposto un Cristo con l’erezione?
Forse è anche un errore parlarne. E un errore ancora più grande è avere citato il nome del sedicente artista. Per favor
e, dimenticatelo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  settembre 2008 

ARROGANZA RECIDIVA
Sul Corriere della Sera di oggi, non contento di essersi fatto dare torto persino da sinistra, Adriano Sofri insiste sulle sue tesi. La prima è che l’omicidio Calabresi non fu un atto di terrorismo. Al riguardo incorre nell’errore già commesso nel primo articolo: quello di ritenere che la sentenza del giudice penale sia in ogni caso adatta, sul piano della realtà, a distinguere un reato terroristico da un reato non terroristico.
Se una Corte dichiara che un reato è un atto di terrorismo, la verità giudiziaria è quella. Ma la verità giudiziaria non è necessariamente la verità storica. Fra l’altro, proprio questo avrebbe sostenuto Sofri, se la Corte l’avesse condannato per terrorismo. Se viceversa una Corte non rubrica un dato reato come atto di terrorismo, questo non dimostra che esso non lo sia: può darsi semplicemente che non esistano prove sufficienti e la questione rimane impregiudicata. Impregiudicata soprattutto per uno come Sofri che, ingenerando qualche grave sospetto, ancora oggi confessa: “ritenevo la violenza necessaria a cambiare il mondo”. Un condannato, tale persino in occasione dell’ottenuta revisione del processo, non ha il diritto di appellarsi all’opinione del giudice in materia di terrorismo dopo avere rifiutato la sua opinione (sententia, in latino), tanto più importante e tanto più tecnica, che lo ha dichiarato mandante di un bieco assassinio. La Corte è credibile in materia di terrorismo e non è credibile in materia di omicidio? 
Poi l’intellettuale fornisce una definizione del terrorismo: “In senso proprio, vuol dire quella violenza indiscriminata tesa a suscitare il terrore nelle file del preteso nemico e a conquistare col terrore l’adesione della propria pretesa parte”. È esattamente quello che ricordiamo. Il sequestro di un giudice (D’Urso), l’uccisione di un generale (Taliercio), l’assassinio a tradimento di un commissario di polizia, Aldo Moro ucciso a freddo e tanti altri omicidi di questo genere, durante l’orrenda stagione degli anni di piombo, non tendevano a “suscitare il terrore nelle file del preteso nemico”?
Sofri tuttavia, forse per differenziare il suo caso dal fenomeno generale, ironizza sull’ipotesi di un terrorismo che opera su una sola persona e si chiede: “Una specie di caricatura del socialismo in un Paese solo nel terrorismo di un assassinio solo?” Bella domanda: ma a lui risulta che in quegli anni fu ammazzato il solo Calabresi? O pretendeva che le vittime del terrorismo morissero tutte nello stesso giorno?
Sofri non può fare a meno di “obiettare quando l’omicidio di Calabresi viene commemorato alle Nazioni Unite come esemplare del terrorismo internazionale”. Obietti pure, ma conceda agli altri il diritto alle proprie opinioni. Non dimenticando che fra di esse ci potrebbe essere giustificatamene quella secondo cui proprio lui ha simpatia per i terroristi. Ripete infatti ancora oggi: le “persone che oltrepassano la soglia fra le parole e i fatti non sono necessariamente malvagie, e possono anzi essere «migliori» di altre”.  Chissà, può darsi. Tuttavia in molti ci illudiamo, non avendo fatto male ad una mosca, di essere migliori, noi, di chi ha sparso il sangue del prossimo tendendogli un agguato. Ecco perché non riusciamo a pensare “con grande rispetto” a Bruno Fanciullacci, l’assassino di Giovanni Gentile: perché non riusciamo a sentire questo grande rispetto per chi uccide. Non siamo né nobili né sensibili come Adriano.
La seconda tesi di Sofri è che non si capisce perché mai si onori la memoria di Calabresi e non quella dell’anarchico Pinelli. C’è da trasecolare. Di che si lamenta? Il collegamento fra Calabresi e Pinelli, fatto da lui e dai suoi amici, è perfettamente abusivo. Uno è un commissario di polizia, un martire abbattuto mentre serviva lo Stato, l’altro un anarchico dal parlare truculento e minaccioso, morto durante un’indagine di polizia. E senza alcune responsabilità di Calabresi. Lo riconosce Sofri stesso: “le innumerevoli carte relative alla morte di Pinelli e ai processi Lotta Continua-Calabresi inducono a credere che Calabresi non fosse nella sua stanza al momento della caduta di Pinelli”.  E allora, perché mai lo Stato dovrebbe onorare un anarchico come onora Calabresi? Che cosa mai giustifica questa sorta di equiparazione Calabresi-Pinelli?
C’è un detto: “certe cose, più uno le rimesta, più puzzano”. Forse Adriano Sofri non l’ha mai sentito.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 16 settembre 2008

LA DEMOCRAZIA IN AUTOMOBILE
La discussione sulla “vera democrazia” è antica e richiederebbe, per essere affrontata, un bagaglio di cultura e bibliografia non indifferente. Qui ci si limita invece, umilmente, a lanciare un sasso nello stagno.
Le obiezioni che sono state mosse a questo tipo di regime sono molte. Cominciò Aristotele, avvertendo che essa può condurre al dominio della demagogia, al disordine e per contraccolpo alla dittatura. Molti moralisti attuali si lamentano poi del fatto che in essa si è facilmente indotti alla corruzione; che non raramente, invece del migliore, vince chi è più forte economicamente; che i votanti sono disinformati e si lasciano ingannare dai demagoghi; che moltissimi non votano e per conseguenza è discutibile che ci sia un “governo di popolo”. E via dicendo. La lista è lunga. Lunga e forse inutile.
Che cosa si penserebbe di qualcuno che, dovendo noleggiare un’automobile, ne chiedesse una “perfetta”? Si osserverebbe che sta dicendo un’assurdità. Le automobili  hanno caratteristiche diverse perché rispondono ad esigenze diverse. Ciò che per uno è una qualità per un altro può essere un difetto e soprattutto alcune caratteristiche positive sono contraddittorie. Non si può pretendere che un’automobile di lusso consumi pochissimo e sia facile da parcheggiare. L’automobile perfetta non esiste. La sua essenza è la capacità di portare una persona da un posto ad un altro: e basta.
La democrazia è un tipo di regime umano ed ha dunque i difetti degli uomini che la praticano. Se un popolo è tendenzialmente avido, scorretto e corruttibile, coloro che andranno al potere, provenendo da quel popolo, saranno probabilmente avidi, scorretti e corruttibili. La cosa non è neppure particolarmente negativa. O, più esattamente, è negativa: ma non è esclusiva della democrazia. Quel genere di uomini non manca affatto negli altri regimi e l’unica differenza è che – sotto le dittature – non è permesso né denunciarli né destituirli.
La “vera democrazia”, come “l’automobile perfetta”, non esiste. E come per quel veicolo si può dire che perde la sua qualità fondamentale quando non è in condizione di portare un passeggero, per la democrazia il problema deve essere posto al negativo: quand’è che cessa di essere tale?
Aristotele rispondeva: quando si trasforma in tirannia, cioè in un tipo di regime in cui il popolo non ha più strumenti per cambiare i governanti. Ed aveva ragione. Se, sia pure attraverso elezioni influenzate dall’ignoranza, dalla corruzione, dalla demagogia e dall’ignavia, i votanti possono ottenere un cambio di governo, si è in democrazia. Se questo non è possibile, non c’è più democrazia.
Ovviamente, le critiche che molti muovono al “governo del popolo” volano molto più alto di questo livello. Nascono da una certa concezione che preesiste all’esame della società e che gli idealisti reputano essenziale: senza accorgersi che così applic
ano abusivamente, alla realtà oggettiva, un loro personale pregiudizio. Chi non ha sentito le geremiadi dei delusi? “I giornali fanno solo la politica dei ricchi gruppi finanziari cui appartengono: è democrazia, questa?” “Le lobby influenzano la legislazione, è democrazia, questa?” “Se vota il cinquanta per cento degli elettori, e poi governa una maggioranza del ventisei per cento, è democrazia, questa?” La litania è infinita.
Costoro dimenticano di osservare un fatto fondamentale: se chi dispone del potere, di molto denaro, di alleanze, e di suggestioni di ogni tipo, potesse effettivamente manovrare la democrazia, non vieterebbe la libertà di stampa e si permetterebbe di indire libere elezioni. In realtà i dittatori si guardano bene dal farlo. Infatti sanno bene che, per quanto si possa imbrogliare, se un popolo molto scontento ha la possibilità di esprimersi, manderà a casa chi lo ha affamato o reso schiavo.
Non bisogna stare a pesare quanto “vera” sia la democrazia nella Russia di Putin, quanto autentica sia la libertà di stampa in Italia o quanto corrette siano le elezioni in Turchia: il contraltare è la Russia di Stalin, la stampa sotto Mussolini, la Turchia sottomessa al Califfo.
La vera democrazia non è quella perfetta, che non esiste. La vera democrazia è un tipo di regime in cui il popolo ha il potere di cambiare governo senza essere obbligato a fare una rivoluzione. E tanto basta.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15 settembre 2008I

SOCRATE DOVEVA EVADERE?
Socrate è stato condannato a morte e questa condanna è divenuta il paradigma della giustizia ingiusta. Nell’attesa dell’esecuzione Critone offrì al vecchio la possibilità di sfuggire al suo destino - la sua evasione era stata organizzata e non appariva difficile - ma il filosofo rifiutò. Pur reputandosi innocente, tanto che per sé aveva proposto come “pena” adeguata una nomina equivalente a quella di senatore a vita, sostenne che, avendo per tutta la vita obbedito alle leggi, si sentiva obbligato a farlo anche a costo della sua vita. La condanna era ingiusta ma se le leggi erano ingiuste, non bisognava violarle, bisognava modificarle. Fra l’altro allora ogni città di una certa dimensione faceva Stato a sé e dunque si poteva scegliere l’ordinamento giuridico al quale essere sottoposti. Chi non amava le leggi di Atene ben poteva andare a vivere a Tebe o a Sparta. Il filosofo aggiunse anche che aveva già settant’anni e non valeva la pena di violare leggi e contraddirsi solo per vivere qualche anno in più.
Nei secoli, la nobiltà con cui Socrate affrontò la morte è stata un topos, un classico argomento di discussione: e l’ammirazione per il filosofo è stata universale. È tuttavia lecito affermare che per questa particolare scelta di comportamento si possono avere dei dubbi.
Se il grande pensatore si fosse reputato colpevole, e avesse scelto di morire, si sarebbe potuto capire: avrebbe per così dire condiviso l’opportunità della pena inflittagli. Egli viceversa si reputava non solo innocente ma addirittura persona che aveva reso grandi servigi allo Stato: dunque non condivideva la condanna. Si limitava a rispettare le leggi solo perché leggi dello Stato e attribuiva loro con ciò stesso una sorta di sacralità, al punto che al primo posto non veniva la loro giustizia  - e infatti la sua condanna era ingiusta – ma il fatto che esse avessero il crisma dell’ufficialità. E questo è difficile da condividere.
Se le leggi, come le Tavole che Mosè ricevette sul Sinai, emanassero direttamente da Dio, sarebbe fuor di luogo discuterne la saggezza e perfezione. Ma le leggi di Atene, come le leggi di qualunque paese in ogni tempo, sono il risultato della decisione degli uomini. Ed anzi degli uomini politici. Esse dipendono dal periodo storico, dalle convinzioni dei legislatori e perfino dai loro pregiudizi. Nulla assicura che siano giuste. Fra l’altro, se fossero sacre, sarebbero anche eterne e invece mutano nel tempo. È perciò opportuno obbedire alle leggi per civismo, quando si pensa che siano ragionevoli, o per paura della sanzione: ma pretendere una sorta di adorazione della norma dello Stato in quanto tale è francamente eccessivo. Del resto questa è cosa che non richiede nemmeno il legislatore. Nel processo penale, mentre i testimoni devono giurare, prima di deporre, l’imputato non è tenuto a farlo: la stessa legge reputa legittimo che l’accusato cerchi di sfuggire alle proprie responsabilità. Anche mentendo. Anche quando sa di essere colpevole. Figurarsi quando si reputa innocente.
Si potrebbe dire che il rapporto del cittadino con la legge sia retto da questi principi: a) la legge va obbedita quando la si condivide. Anche se si è in una strada deserta, non è bene buttare per terra il pacchetto di sigarette vuoto; b) quando non la si condivide, si è autorizzati a violarla all’unica condizione che si sia disposti a subire la sanzione senza protestare. Lo Stato ha il diritto di punire. c) se infine non si condivide la legge, e si è sicuri di sfuggire alla sanzione, la si può violare impunemente. Dal punto di vista morale questo, per molti, è inammissibile, ma questa inammissibilità è molto discutibile. Innanzi tutto, l’esperienza dice che chi può violare una legge senza rischi, fin troppo spesso lo fa. Probabilmente anche coloro che hanno dichiarato inammissibile il principio appena enunciato. Poi, la filosofia del diritto insegna che la legge non chiede un’intima adesione ma l’obbedienza: è il principio dell’esteriorità del diritto. Infine, si deve ricordare che chi, in Germania o altrove, durante il nazismo, dava aiuto o nascondeva un ebreo, violava la legge e rischiava addirittura la propria vita. Lo si deve biasimare perché violava le leggi – perfettamente valide, dal punto di vista giuridico - del Terzo Reich?
Socrate avrebbe fatto bene a fuggire. Ai suoi giudici sarebbe bastato l’esserselo tolto di torno e quei poc
hi anni che lui ha sdegnosamente rifiutato gli sarebbero serviti a regalare a noi immortali pensieri e a se stesso la sua saggia e sorridente gioia di vivere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 11 settembre 2008


ARROGANZA CRIMINALE
L’articolo di Adriano Sofri, sul Foglio dell’11 settembre 2008 , ha di che lasciare perplessi. Il giornalista sbriga la sua vicenda processuale con poche parole: “Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio”. E se lo dice lui, tanto basta. Chi merita una condanna è invece tutta la pubblicistica: “il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto”. E per questo Sofri passa a ristabilire la verità.
La prima è che Lotta Continua non fu un’organizzazione terroristica. Infatti, il processo “si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato”. Ma queste parole sono peggio che azzardate. Quest’uomo attribuisce alle Corti d’Assise la capacità di stabilire se sì o no un’organizzazione politica sia terroristica o no e poi gli nega quella di stabilire chi è colpevole di omicidio. Che è come riconoscere ad un chirurgo di saper operare al cervello e negargli la capacità di fare un’iniezione.
La giustizia penale si fonda, almeno nelle intenzioni, su fatti concreti e prove reputate inconfutabili: essa non può formulare l’accusa di terrorismo se non dispone degli elementi necessari per sostenerla. Ma ciò non vale né per la politica né per la verità storica, che non si limitano a ciò che si può dimostrare in un’aula di giustizia. Le responsabilità politiche di Lotta Continua e dei suoi fiancheggiatori (grandi intellettuali inclusi) non sono per nulla piccole. Sofri stesso dice: “Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno”. Con chi? Calabresi?
Non è dunque chissà che successo l’imputazione di solo tre persone “nonostanti (nonostante per l’occasione ha cessato di essere una preposizione ed è diventato un participio presente) le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia”. Le motivazioni delle sentenze fanno stato riguardo al dispositivo, non altro. Riguardo ai moventi delle azioni criminali, soprattutto quando queste azioni sono collegate a gruppi politici, l’ultima parola spetta alla storia.
L’autore dell’articolo concede poi che l’assassinio di Calabresi non fu un’impresa commendevole, “purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo”. Secondo lui, Lc fece “un’opposizione decisa ed efficace” al terrorismo. Cosa che stupisce. È comunque difficile ammettere che, se Lc predicò la violenza, lo fece non per terrorizzare la parte avversa, ma per incoraggiarla al dialogo.
“Se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero”. Che se ne prenda nota: bisogna vergognarsi di queste affermazioni, non di essere stati condannati come mandanti di un omicidio premeditato.
Sofri difende poi il famoso appello firmato da decine di intellettuali che pare sia stato una legittimazione ideale e preventiva dell’omicidio Calabresi. “Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi”. Anche chi allora firmò oggi vede quell’infame documento come una manifestazione di follia collettiva mentre invece si trattava, ci dice Sofri, di un’analisi generosa della situazione e della personalità del commissario. Che poi, in un momento di distrazione, fu assassinato.
“L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali…” Ancora una volta Sofri, quando gli conviene, si richiama alla realtà processuale. Invece, dal punto di vista politico e sociale, l’origine di certe azioni deve risalire anche a chi le ha sostenute intellettualmente. Si sarebbe avuta, la Rivoluzione Francese, senza l’Illuminismo?
“L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”. La violenza torbida e cieca dello Stato Italiano. La violenza torbida e cieca della Polizia di Stato. La violenza torbida e cieca del commissario Calabresi, contrapposta alla visione irenica ed idealistica di chi uccide a tradimento. C’è molto da imparare, da questo articolo. Le vittime del terrorismo non sono le persone che sono state uccise, sono i terroristi. Anche perché, sostiene Sofri, l’assassino a volte, oltre ad essere una vittima, è anche un uomo buono: “Fu dunque un atto terribile: questo [però] non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie…. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime”. Come si vede, non si è né frainteso né esagerato.
Adriano Sofri, con questo articolo, conferma l’impressione di sovrumana arroganza che ha sempre dato. Questo inqualificabile emulo di Capaneo è sostenuto e vezzeggiato da una sinistra che ha troppi scheletri nel suo armadio spirituale per dirgli il fatto suo: ma se fosse di destra non ci sarebbero anatemi a sufficienza. I Soloni si straccerebbero le vesti fino alla biancheria intima.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 12 settembre 2008

IL MORALISTA ANTIFASCISTA
Il moralista, in senso corrente, è uno che “fa la morale” agli altri e questa, come dice la sua etimologia, è l’insieme di regole di comportamento determinate dalle abitudini di un popolo.
La morale tuttavia è spesso inglobata in una religione: per questo in Europa si può parlare di “morale cristiana”. La conseguenza è che per i credenti la norma non è più derivata dalle abitudini di un popolo ma dalla rivelazione e dal magistero della Chiesa. Se, per ipotesi, moltissimi reputassero morale il suicidio in quanto autopunizione, per la Chiesa esso rimarrebbe condannabile perché, per la sua dottrina, l’uomo non ha il diritto di disporre della propria vita: neanche se reputa di meritare la morte. La Chiesa ammette che buona parte della sua morale coincide con quella che chiama morale naturale ma nondimeno fonda la validità di quelle norme sull’autorità della sua stessa dottrina.
 La conseguenza di tutto ciò è che se un sacerdote dice a qualcuno: “Tu non hai il diritto di ucciderti”, “Tu non hai il diritto di masturbarti”, “Tu non hai il diritto di divorziare”, l’interessato non ha a sua volta il diritto di replicare: “Fatti gli affari tuoi”. Perché, per il sacerdote, gli affari suoi sono la salvezza delle anime. E dunque anche quella di colui che si masturba o divorzia. La risposta giusta è: “Mi scusi, padre, ma io non sono credente. Dunque le sue regole per me non valgono. Su di me la Chiesa non ha nessuna autorità”.
 Se, riguardo al miscredente, non può fare il moralista nemmeno il sacerdote, figurarsi se può farlo qualcuno che fonda le proprie convinzioni solo su se stesso. E tuttavia la quantità di questi audaci, in giro, è sorprendentemente alta. Tutti sono pronti a riprendere la Gelmini se va a sostenere gli esami in Calabria invece che nella sua Milano; Fini se fa il bagno dove è vietato (e si dichiara pronto a pagare la multa); Berlusconi se scherza con le donne e, a sinistra, Fassino se è contento che la sua fazione scali una banca o Prodi se cerca di favorire un parente. Quasi che i moralisti, poveri angeli, non abbiano mai copiato a scuola, non abbiano mai parcheggiato dove è vietato, non abbiano mai cercato una raccomandazione. In Italia si ha questo costante iato tra il livello morale medio – che è piuttosto basso – e il livello morale che si pretende dagli altri. Si arriva a chiamare Andreotti mafioso e delinquente solo perché per certi reati è scattata la prescrizione, si sputa sulla tomba di Craxi dimenticando che c’è stato un periodo in cui tutti i partiti, inclusi quelli di sinistra, hanno nuotato a proprio agio nella corruzione. Per non parlare del Pci  che ha anche beneficiato per anni dei finanziamenti di un paese che apparteneva ad un’alleanza militare nemica di quella cui apparteneva l’Italia. E invece Craxi rimane l’uomo nero, mentre tutti i comunisti suoi contemporanei, da Napolitano in giù, sono casti e puri.
 Il colmo di questo moralismo d’accatto, interessato ed ipocrita, si raggiunge quando non ci si limita ad applicare al prossimo la più severa delle morali (mentre non la si applica a se stessi) ma addirittura si inventa un nuovo tipo di “peccato” imperdonabile. Dal 1943 il peccato imperdonabile è il fascismo. Basta chiamare qualcuno “fascista” perché lo si sia completamente squalificato, peggio che se avesse ucciso. Infatti i brigatisti rossi, una volta scontata la loro pena, sono ascoltati in conferenze, sono compresi nelle loro motivazioni e nei loro errori, e sono trattati con indulgenza, da intellettuali scrittori di libri. Mentre uno che dica “sì, sono stato fascista, ci credevo, ci ho creduto fino al 1944”, quello no, non è perdonabile. Neanche dieci, venti, cinquant’anni dopo. Come, è stato fascista? Se almeno, dopo, fosse diventato comunista, come Dario Fo o Giorgio Bocca (personaggi che hanno riversato nel loro antifascismo lo stesso ottuso fanatismo di quando erano fascisti), avremmo tutti potuto chiudere un occhio: ma osa ricordarsi di essere stato fascista? Pretende di affermare di essere stato in buona fede, in quell’errore? E come si può essere fascisti in buona fede?
 Il moralista antifasc
ista è una sorta di mostro. Non ha una religione, dietro di sé, a meno che l’antifascismo sia esso stesso una religione, cosa che è lecito sospettare: tutto quello che ha, dietro di sé, è solo l’interesse della propria fazione. Se infatti fosse contro il totalitarismo sarebbe anche anticomunista, e non lo è. Se fosse contro i crimini nazisti sarebbe anche contro i crimini dello stalinismo, e non lo è. Se fosse per la libertà, che il fascismo ha gravemente conculcato, sarebbe anche contro il socialismo reale, che la libertà l’ha assassinata almeno per settant’anni, se vogliamo dimenticare la Cina e soprattutto la Corea del Nord, che l’assassinano ancora oggi.
 Se il moralista antifascista fosse per la verità ammetterebbe che migliaia di giovani, allevati nel culto di Mussolini e privati del diritto di ascoltare voci critiche, dunque non educati alla democrazia, possano avere difeso perfino col loro sangue un regime liberticida, un regime alleato di Hitler. I partigiani aspettavano di vedersi offrire dagli Alleati la vittoria su un piatto d’argento, i soldati di Salò erano degli illusi, dei perdenti che combattevano per una causa persa, e sbagliata per giunta.
 Ma il moralista antifascista non ha bisogno di dimostrare nulla. Ha creato lo stereotipo per cui, identificato il reprobo, basta gridare al fascista e stracciarsi le vesti. Basta esclamare: “Ha bestemmiato!” e si può contare che la folla preferirà Barabba.
 Questo grande sacerdote dell’impostura ha sostenuto per decenni la più lunga delle dittature europee e, in seguito, non ha avuto neanche la decenza di pentirsi. Ma lui non è stato fascista o, nel caso, l’ha dimenticato. In fondo, di che deve pentirsi?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 9 settembre 2008 Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 12 settembre 2008

Sar El:Testimonianza di un "Volontario per Israele"
Glauco Romeo e' un italiano, non ebreo, che vive da molti anni in California. Quando era in Israele per il suo volontariato in Sar El mi telefono' perche' aveva letto i miei articoli e voleva conoscermi. Ci siamo incontrati al "Kenion ha gadol" di Rehovot (centro commerciale). Non sapevo come fosse e non avevamo in mano un garofano come segno di riconoscimento ma mentre vagavo per il Centro commerciale vidi un signore altissimo, vestito da israeliano, non da turista straniero : maglietta di zahal, jeans e zaino in spalla.
Ci siamo abbracciati come vecchi amici e abbiamo parlato per ore , seduti in un bar. Caffe', sigarette e Israele Israele Israele.
Stava per ritornare in America e aveva gia' nostalgia di questo paese.
Questa e' una sua testimonianza pubblicata in inglese sul sito di Sar El. Ha scritto anche un libro sulla sua esperienza come volontario per Israele che dovrebbe essere pubblicato a breve.
Deborah Fait

 
TESTIMONIANZA NEL SITO DI SAR-EL*
Non sapevo cosa aspettarmi quando decisi di partecipare al programma di Sar-El ...
Il mio interesse nei programmi di Sar-El nacque quando fui invitato a una riunione in una grande sinagoga di San Francisco. La parte più interessante della riunione fu il racconto di un giovane israeliano, un membro delle riserve delle forze armate israeliane. Il giovane cominciò dicendo: "Forse voi credete che un soldato israeliano sia un fervente sionista imbevuto di ideali eroici e patriottici. La realtà è molto diversa. La maggior parte dell'esercito consiste di ragazzi che spesso hanno solo 18 anni e possono trovarsi di fronte a situazioni che richiederebbero una maturità di giudizio di solito non disponibile ad adolescenti inesperti". Poi continuò con la storia di un esiguo plotone di giovani soldati che dovevano preparare un'imboscata vicino a un villaggio palestinese. I soldati passarono la notte nascondendosi tra i cespugli.
All'alba un gregge di capre guidato da un vecchio arabo si fermò vicino al nascondiglio e le capre cominciarono a brucare i cespugli. In principio i soldati non erano visibili, ma man mano che le capre brucavano il nascondiglio cominciava a sparire. Alla fine il vecchio capraio scorse gli israeliani e impallidì di paura. A quel punto i ragazzi erano posti di fronte a un dilemma: cosa fare? Le alternative erano 1) non fare niente, ma il vecchio sarebbe corso di ritorno al villaggio seguito dalle capre, dando l'allarme ai compaesani che forse avrebbero attaccato il piccolo gruppo di soldati; 2) uccidere il vecchio, ma le capre, spaventate, sarebbero fuggite verso l'ovile, mettendo in subbuglio il villaggio con il loro inaspettato ritorno; 3) uccidere tutte le capre risparmiando il capraio, che tornando al villaggio avrebbe suscitato una sommossa; 4) uccidere capre e capraio, la soluzione peggiore sia dal punto di vista morale che tattico. "Queste sono le decisioni che spesso confrontano giovani ed inesperti soldati", concluse il riservista. Il giovane non diede al pubblico la soluzione del problema, e nessuno dei presenti ebbe la chutzpah[*] di chiederla.
La mia curiosità di Sar-El fu stimolata dal racconto del riservista, e decisi di iscrivermi al programma di tre settimane di durata. Alcune settimane dopo presi un volo per Tel Aviv per recarmi alla base militare assegnatami. Sarei stato ospite dell'esercito israeliano come Volontario per Israele non coinvolto in azioni militari di qualsiasi tipo, ma solo allo scopo di dare una mano d'aiuto nella riorganizzazione di magazzini, lavoro in cucina, trasporto di materiali, e simili attività di ordinaria amministrazione.
In realtà non sapevo esattamente cosa aspettarmi quando decisi di partecipare al programma. Fui piacevolmente sorpreso di trovare la mole di lavoro fin troppo ragionevole, il cibo buono e abbondante, e la sistemazione logistica adeguata. Mi è piaciuto soprattutto il rapporto di amicizia che si è stabilito quasi immediatamente con gli altri membri del mio gruppo di volontari: 27 persone hanno vissuto insieme per due o tre settimane, condividendo abitazione, pasti e mezzi di trasporto, riuscendo ad andare perfettamente d'accordo. Un risultato sorprendente, considerando le differenze di età, sesso e nazionalità: uomini e donne, coppie di mezza età, ragazze americane ciarliere e sempre allegre, persone anziane come me, provenienti da Stati Uniti, Canada, Europa e Sudamerica. Molti di noi, ma non tutti, erano ebrei. Sar-El accetta chiunque, la regola basilare è il rispetto reciproco. Eravamo uniti dalla comune esperienza di vita in un paese esotico, rimossi per breve tempo dalle cure del quotidiano; ma soprattutto ci univa lo stesso sentimento di supporto per Israele.
Tutti i soldati incontrati, ragazze e ragazzi di prima leva e riservisti più maturi, ci hanno dimostrato amicizia e riconoscenza per il nostro aiuto, per quanto limitato in scopo e durata. Parlando con loro ho potuto conoscere meglio il paese e rendermi conto delle difficoltà incontrate ogni giorno dalla popolazione. Il Dr. Aaron Davidi, generale a riposo, fondatore e presidente di Sar-El, ci aveva ricevuto al nostro arrivo all'aeroporto ed è venuto a visitarci due volte alla nostra base. I due giovani soldati assegnati al nostro gruppo, le madrichot (guide) Danielle Chaimovitz e Hadas Avrech, sono state di grande aiuto. Pamela Lazarus, l'organizzatrice locale di Sar-El, è stata infaticabile. Sono grato per i giri turistici di Gerusalemme e Tel Aviv sovvenzionati dal programma, e mi considero privilegiato per aver avuto l'opportunità di vivere in seno alle Forze di Difesa di Israele.
Ci si può innamorare a prima vista di un paese come di una donna. Israele, questo antico-giovane paese esotico ed eccitante, è affascinante. Un giorno dovrò ritornarvi per abbracciare ancora una volta le millenarie pietre del Kotel HaMaariv che parlano di storie cruenti e gloriose.
Sono partito per Israele come un simpatizzante per la causa degli ebrei. Ne sono ripartito come un sionista nello stampo del sogno di Theodor Herzl, quello di un paese ispirato da principi di liberalità, tolleranza e amore per l'umanità. Spero che le decisioni politiche del governo di Israele e dei palestinesi conducano finalmente alla risoluzione dei conflitti con i paesi circostanti e alla creazione di una pacifica Sion.
Glauco Romeo - Fremont, California - http://www.sar-el.org/


*1. Sar-El è l'abbreviazione di Sherut Le Israel, Servizio per Israele.
*2. Faccia tosta, in yiddish.


ITALIA E GEORGIA
Il nostro Paese, in occasione della crisi georgiana, ha avuto un comportamento molto prudente nei confronti della Federazione Russa e questo ha scontentato molti idealisti. Anche se le nostre posizioni non sono state molto lontane da quelle di altri Paesi europei (in particolare della Germania) molti hanno attribuito questa moderazione ai rapporti personali ed amichevoli tra Berlusconi e Putin. Qualcun altro ha chiaramente fatto riferimento ad una tradizionale di politica estera italiana ai limiti della vigliaccheria. E certo il passato induce a guardare con sospetto ogni mossa di Roma: l’Italia ha una fama di furbizia e di machiavellismo. Ma forse stavolta ci si preoccupa a torto.
La crisi georgiana ha la caratteristica di essere insolubile sia giuridicamente sia militarmente.
Giuridicamente il governo georgiano aveva il diritto di intervenire in una regione del suo territorio e poco importa se in quel posto la maggioranza della popolazione sia russa o russofona: quel territorio è georgiano. Tuttavia è anche vero che, per principio largamente accettato da decenni, si reputa che i popoli abbiano una sorta di diritto naturale all’autodeterminazione. Nell’Ossezia del Sud i cittadini preferiscono appartenere alla Federazione Russa o, quanto meno, preferiscono essere indipendenti: hanno realmente questo diritto? Domanda futile. Non l’hanno se il governo centrale è più forte e dice di no (la Spagna con il Paese Basco, la Francia con la Corsica e infiniti altri casi); viceversa hanno quel diritto se hanno la forza di conquistarselo (guerre d’indipendenza) o se il governo centrale glielo regala (Slovacchia).
Nel caso dell’Ossezia del Sud la forza militare è stata fornita dal Paese di riferimento e cioè dalla Russia. Ed è qui che il problema appare militarmente insolubile. Da un lato la Georgia non ha la forza di opporsi all’esercito russo, dall’altro gli Occidentali sono sì capaci di fare la faccia feroce ma è certo che nel Caucaso non si vedrà neanche un elmetto della Nato. Dunque nessuno sloggerà i russi dall’Ossezia e dall’Abkhazia. Su questo si può scommettere. E allora si è arrivati alla conclusione.
La maggior parte di questa vicenda è recitata per il loggione. Si condanna la Russia per la sua azione militare ma si è imbarazzati innanzi tutto perché è si è sostenuta l’indipendenza del Kosovo contro la volontà della Serbia (amica della Russia), di cui era una regione. E si è imbarazzati perché non si può dimenticare che i primi carri armati che si sono mossi venivano dalla capitale georgiana. Si minaccia Mosca di fumose sanzioni sapendo benissimo di non essere minimamente in grado di intimidirla e sapendo infine che sia la Russia sia l’Europa Occidentale reputano i reciproci rapporti – politici ed economici – infinitamente più importanti dell’intera Georgia. Il loggione piange sulla morte di Violetta o di Cavaradossi ma i competenti sanno che quei cantanti stanno solo facendo finta.

Gli unici veramente preoccupati sono i vicini della Federazione Russa, in particolare la Moldova e l’Ucraìna che non fanno parte della Nato. Queste si chiedono che cosa farebbe l’Occidente se i russi oltrepassassero le loro frontiere e l’ipotesi dà da pensare anche alle cancellerie occidentali. Qui non siamo più ai gettoni: si maneggia denaro contante. Finché si tratta di due regioni della Georgia, il problema si discute a ciglio asciutto. Se si torna al cuore dell’Europa, c’è di che allarmarsi: il Ventesimo Secolo non fa parte della preistoria.
Ecco perché i rapporti tra Repubblica Italiana e Federazione Russa non turbano gli Stati Uniti; ecco perché Dick Cheney, in questi giorni in Italia, saprà di trovarsi fra buoni amici. Berlusconi, favorito dai suoi rapporti personali, è nelle condizioni migliori per dire ai due più grandi leader: “D’accordo, continuate a sfidarvi e perfino insultarvi in pubblico. Ma, concretamente, che problemi abbiamo? come possiamo risolverli? George, parlane con me che ne parlerò con Wladìmir, Wladìmir parlane con me che ne parlerò con George”. Non è il caso di irridere questa versione casereccia della diplomazia. Anche la diplomazia cammina sulle gambe degli uomini.
Berlusconi si limita a precedere il drappello di coloro che, fra qualche tempo, si acconceranno alla situazione di fatto. E l’Italia ottiene in cambio visibilità e considerazione.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -  settembre 2008


Le FS spaccano l’Italia (invece di unificarla) e ne vantano…
Da lunedì 8 settembre, Trenitalia saluta definitivamente gli Eurostar Italia, già fortemente penalizzati da scarsa manutenzione, pessimo servizio fornito a bordo e fuori, aumenti considerevoli, chissà perché imputati sempre alla benzina e non al regime di perenne perdita del settore trasporto di Trenitalia e declassa i medesimi Eurostar in EurostarCity, ovvero vagoni utilizzati per gli Eurocity dell’Italia Settentrionale, leggermente riadattati, ma molto simili agli InterCity (che ormai sono standardizzati di fatto, anche se non ancora nel nome e nel prezzo ai vecchi treni categoria Espresso). Trenitalia non si scompone, incurante dei pesanti disservizi forniti alla clientela e dei gravi problemi strutturali di vagoni e stazioni. A giugno InterCity 582 da Napoli per Milano Centrale è completamente pieno di rifiuti, i bagni sono intasati, sacchetti e pannolini sporchi sono ovunque. Sui treni nelle tratte in partenza da Napoli, Salerno, dalla Puglia o dalla Calabria si trovano facilmente zecche, cimici, pulci, formiche ed altri insetti vari e l’indagine del Corriere della Sera parla solo dell’anno 2007 e dell’inizio 2008 sulla base di un’operazione verità di coloro che lavorano sui treni. Non è dato sapere cosa è successo in questa terribile estate e con le denunce mai dei passeggeri mai soddisfatte da Trenitalia. Tutti minimizzano nelle Ferrovie, parlando di “alcuni episodi”, eppure tre anni l’operazione treni puliti costò 630 milioni, ora non sembra sia possibile fare altrettanto e la famosa “gara europea” per avere un servizio migliore, promessa dall’a.d. di Trenitalia si svolgerà, forse, solo nel 2010. Nel frattempo i treni si spezzano dopo la manutenzione (il 14 luglio l’Eurostar per Roma, in partenza a Milano e la denuncia è dovuta alle organizzazioni sindacali, da Trenitalia neppure una parola), lo scorso 8 settembre, 650 passeggeri sono stati ostaggio dell’Eurostar 9418 Lecce-Milano in ritardo di 90 minuti e senza aria condizionata. Dall’8 settembre l’Italia è appesa alle speranze, quelle che vorrebbero pronto entro dicembre di quest’anno il tratto ad alta velocità Milano-Bologna, ovvero 190 km in otto anni di tempo (l’inizio è avvenuto nel 2000) e che prevedono di coprire l’intera Italia con il tratto Torino-Milano-Napoli, passando per Bologna, Firenze e Roma, un lavoro iniziato nel 2003 e con poca sicurezza pronto nel 2010, peraltro con un madornale indebitamento di Trenitalia, gravante sulla Cassa Depositi e Prestiti dello stato. I lavori taglieranno definitivamente i rapporti con il Sud Italia. L’intero Salento, la costa adriatica da Termoli a Rimini saranno completamente escluse, così come molti collegamenti verso il sud per la Calabria, in sintesi il 70% del fabbisogno turistico estivo escluso dai grandi mezzi. Da Bari e Lecce, prima terminali fondamentali del Sud, si dovrà arrivare a Roma e forse a Napoli, ammesso che la linea Roma-Napoli venga rinnovata, essendo il tratto ferroviario vecchissimo e fatiscente. L’intera arteria adriatica resterà dunque a binario unico per senso di circolazione. Non è neppure garantito cosa saranno i treni TAV, essendo le nostre carrozze e locomotive ben al di sotto degli standard europei, nonostante gli investimenti per 6,5 miliardi di euro; insomma la politica sarà acquistare tre o quattro treni europei e poi riadattare, come sempre, i vecchi treni, per le tratte locali. Le Ferrovie stanno spazzando le vecchie stazioni locali e stanno incassando come dimostrano i bilanci degli ultimi anni, milioni di euro per la cessione delle infrastrutture e dei beni immobili. Nel frattempo nulla è migliorato nel servizio ed anzi, le Ferrovie restano “dello Stato”, uno Stato che non sa che pesci prendere…E la cosa più ridicola è che sul sito scrivono “Siamo l’azienda più grande del paese”…Certo, siete la più grande, perché siete l’unica, in un paese anomalo che si chiama Italia, dove preferiamo fallimentari campioni di orgoglio nazionale, ad un serio sistema concorrenziale. 

Angelo M. D'Addesio


SCALFARI E L’ALITALIA
Anche questa domenica Scalfari ha scritto un’articolessa: si usa chiamare così un articolo di proporzioni sterminate. Quello di ieri offre il destro a due commenti. Ecco il primo, puramente culturale.
L’ex-direttore di Repubblica cita I Promessi Sposi: " ‘La sventurata rispose’ scrive il Manzoni quando la Monaca di Monza parla con il suo amante e acconsente al rapimento di Lucia”. Purtroppo non è così. La storia di Gertrude è narrata nel Capitolo X dei Promessi Sposi e quelle parole riguardano il primo contatto tra la Monaca ed Egidio. Passerà del tempo (e ci sarà un omicidio), prima che Lucia abbia a che fare con Gertrude. Perché lasciarsi andare alla libidine della citazione, quando non si è sicuri?
Il secondo commento riguarda il brano seguente. “Una volta compiuta la ripulitura, Alitalia possiederà una flotta di media importanza…” e “il valore patrimoniale di una società ripulita a dovere sarà notevolmente più elevato: dopo il 2011 la Cai potrà valere a dir poco un quarto in più rispetto al patrimonio di partenza. A quel punto gran parte degli attuali azionisti, che non hanno alcun interesse per il trasporto aereo, usciranno dall'affare realizzando cospicue plusvalenze. A spese dello Stato e dei contribuenti”. Dicono che l’autore dell’articolo sia stato un notevole giornalista economico e forse è vero. Qui ci si permette di proporre qualche obiezione.
Se, nel 2011, cioè fra tre anni, gli investitori uscissero dalla Cai con una plusvalenza del 25%, avrebbero guadagnato all’incirca l’8% l’anno sul capitale investito. Considerando che l’Alitalia fino ad ora è stata un pozzo senza fondo, e considerando che nulla garantisce un successo, l’8% è tutt’altro che il Perù: un guadagno di queste proporzioni, rischiando di perdere l’intero capitale investito, non è un affare mirabolante. È probabile che gli investitori sperino legittimamente di ricavarne di più.
Seconda obiezione. Scalfari parla dell’Alitalia “ripulita” che può tornare in attivo “a spese dello Stato e dei contribuenti”.
E questo non sembra vero. Lo Stato con l’Alitalia subisce una notevole perdita perché ne era azionista per quasi metà del capitale e le azioni oggi, dopo la dichiarazione di dissesto, non valgono niente o quasi. In tutti i fallimenti i chirografari, di solito, non ottengono niente o quasi. Dunque il danno patrimoniale di cui soffre lo Stato – cioè noi contribuenti – non deriva dalla ripulitura dell’Alitalia, ma dal suo fallimento. Non da ciò che si è fatto in questi giorni, ma da ciò che tutti i governi, di destra e di sinistra, hanno permesso negli scorsi anni: un’inqualificabile mala gestione.
Si deve insistere, su questo punto. Se l’Alitalia ha dichiarato il proprio dissesto è segno che, in questa impresa, le passività superano le attività. E non di poco: altrimenti si parlerebbe di deficit congiunturale e non si dichiarerebbe l’insolvenza. Basterebbe un credito di qualche banca, cosa che fra l’altro è proprio ciò che si è fatto ripetutamente, in passato. Aumentando le passività. Se dunque l’Alitalia è in grave dissesto, è segno che a questo punto si poteva o attuare la procedura concorsuale - lentissima, costosa, rovinosa, al termine della quale i creditori non avrebbero ricevuto praticamente niente – oppure salvare il salvabile, mantenendo all’Italia una compagnia di bandiera. Certo l’operazione non offre un grande vantaggio ai creditori: ma col fallimento i risultati non sarebbero stati economicamente diversi, per loro. Fra l’altro la “ripulitura” di cui parla Scalfari non è costituita fondamentalmente da iniezioni di denaro pubblico, grazie al cielo l’erario ha finito di svenarsi, e neppure – a quanto afferma il governo – dall’assunzione in qualche carrozzone statale dei cosiddetti esuberi: la ripulitura nasce dal fatto che non si pagano i debiti, dalla drastica riduzione di personale e dalla promessa di una gestione economicamente valida di ciò che si è salvato.
Ma tutto questo potrebbe essere sbagliato. Per questo si aspettano le smentite, purché sintetiche e chiare.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 8 settembre 2008


IL TORTO È SEMPRE DEGLI ALTRI
Giorni fa Massimo D’Alema, richiesto di spiegare come mai Walter Veltroni avesse accettato l’alleanza con Di Pietro, avrebbe potuto rispondere: “Perché aveva un programma in linea col nostro”; “Perché aveva promesso di fare gruppo parlamentare con noi”; o magari: “perché pensavamo che ci avrebbe portato molti voti e questo ci avrebbe permesso di vincere”. Ma non ha risposto così. Probabilmente perché ad ognuna di quelle affermazioni si potrebbe rispondere con obiezioni di peso: se Di Pietro aveva un programma in linea con quello del Pd, perché non è entrato nel Pd? Se aveva promesso di entrare nel gruppo parlamentare del Pd, come mai non l’ha fatto? E che garanzia aveva offerto, che avrebbe mantenuto questa promessa? Se D’Alema pensava che Di Pietro portasse in dote dei voti, come mai non ha pensato che in sua assenza quei voti sarebbero comunque andati al Pd, visto che l’alternativa era votare per Berlusconi? Infine, veramente pensava di avere una possibilità di vincere su un Berlusconi lanciatissimo e una sinistra in quel momento squalificata? Ecco perché D’Alema ha risposto secco: “Chiedete a lui”. A Veltroni. E questi ora ha risposto: “È stata una scelta che abbiamo condiviso tutti, quella: eravamo tutti d’accordo tranne una persona”, senza dire chi fosse ed escludendo implicitamente che fosse D’Alema.
La risposta di Veltroni è una non-risposta. Dice chi è il colpevole (un vago “tutti”) ma non dice il perché di un errore che pure appariva chiaro a molti. In primis ai radicali ai quali fu rifiutato il favore fatto a Di Pietro. È questo il rompicapo. Poiché riesce difficile credere all’ingenuità di chi fa politica, si ripropongono, martellanti, sempre le stesse domande: il Pd poteva non vedere che tutta l’ideologia politica dell’ex-pm si riassume nel mestiere dell’accusatore? Si poteva non vedere che Di Pietro è interessato solo a se stesso? Si poteva, soprattutto, non vedere la dimensione umana e culturale di quest’uomo?
D’Alema ha invitato a chiedere la risposta a Veltroni ma Veltroni non l’ha data. Forse perché inconfessabile?

Poi il Segretario ha parlato di Prodi. Dopo avere qualificato quella del 2006 come una “non vittoria”, ha affermato che non bisognava “far finta di avere vinto”, che è stato un errore “non avere la saggezza di corresponsabilizzare” il centro-destra. La coalizione era un “improponibile” “caravanserraglio”, in cui c’era anche un partito che intratteneva rapporti di fattiva collaborazione con quei delinquenti delle Farc colombiane. Come spesso avviene, la sinistra dice le stesse cose che dice la destra, solo con qualche anno di ritardo. Ma il punto centrale – e inammissibile – è che Veltroni sembra rendere Prodi responsabile di tutto. Dimentica che chi avesse detto allora queste ovvietà sarebbe stato crocifisso. Dimentica soprattutto di non avere avuto il coraggio affermarle lui stesso, se già allora gli erano chiare.
Il Professore è stato definito da qualcuno “una polena della sinistra”. Il poverino ha solo detto e fatto ciò che la sua base elettorale gli comandava. Doveva mostrarsi ferocemente e sarcasticamente antiberlusconiano, doveva descrivere la proposta di “corresponsabilizzazione” del Cavaliere come un tentativo di negare la sconfitta, doveva compensare con l’arroganza la debolezza della sua maggioranza. Quanto a Rifondazione Comunista, ai Verdi ecc., il centro-sinistra non avrebbe vinto le elezioni, senza di loro. E la qualità di questi partiti era nota a tutti. Si sapeva che avrebbero ricattato il governo di cui facevano parte; che lo avrebbero squalificato con iniziative inammissibili; che avrebbero reso sostanzialmente impossibile l’amministrazione del Paese. Tutto questo era chiaro sin dalle premesse. Né quei partiti si sarebbero potuti comportare diversamente: la base li votava proprio perché fossero “anti-sistema”. Se si fossero appiattiti su una politica moderata avrebbero perso i loro elettori. E, del resto, pur facendo follie, molti di loro li hanno persi.
Veltroni nel rigettare i torti su Prodi è ingeneroso e, diciamola tutta, un po’ vigliacco. I Ds non sono stati semplici accoliti di Prodi: sono stati gli organizzatori di tutta la politica che ha condotto al governo Prodi. Se dunque ci sono dei responsabili, Veltroni li deve cercare fra i suoi più intimi amici.
La conclusione sconsolata è che perfino Walter - la faccia sorridente e moderata della sinistra - non ha perduto il pelo del lupo comunista. Il suo coraggio è solo quello di non avere preoccupazioni morali. Il suo rispetto per la verità rimane inesistente.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 7 settembre 2008


L’ESEMPIO
Quando si sostiene una tesi è opportuno uscire al più presto dalla nuda teoria e fare un esempio. I concetti infatti, da soli, spesso non riescono a fornire un quadro significativo di ciò che si vuol dire: sia per i limiti di chi parla sia per i limiti di chi ascolta.
Se qualcuno sostiene che in qualche caso è giusto togliere i figli ai genitori, da prima ottiene un atteggiamento infastidito. Le  parole “figli” e “genitori” fanno
pensare ad un binomio inscindibile, che non bisognerebbe mai toccare. Ma tutto cambia se chi sostiene la teoria fa un esempio: “Immaginate che una madre cerchi di convincere la propria figlia tredicenne a fare sesso con i propri amici adulti, promettendole che le farà ricchi regali: in questo caso sarebbe giusto evitare che la ragazzina sia avviata alla prostituzione?” Dinanzi a questo quadro orribile tutti sono d’accordo e cadono le perplessità.
Tuttavia non raramente, proprio per l’incapacità di molti di percepire il punto che si vuole illustrare, cioè di distinguere il caso singolo dalla teoria, gli esempi dànno luogo ad obiezioni. Qualcuno potrebbe infatti cominciare a dire: “Ma se non fosse vero, che la madre ha cercato di avviare la figlia alla prostituzione? Se la bambina tutto questo l’avesse inventato? Se addirittura si potesse dimostrare che la madre non ne sapeva niente e che la ragazzina aveva intrapreso autonomamente una carriera di prostituta?”
Queste osservazioni dimostrano due cose. In primo luogo, che l’esempio può servire a meglio precisare la teoria. Si potrebbe infatti cogliere l’occasione per specificare: non è giusto togliere i figli ai genitori “in qualche caso”, ma “quando è provato che essi li danneggiano”. In secondo luogo che l’esempio spesso rivela gli imbecilli. Se si era detto “in qualche caso”: è ovvio che doveva trattarsi di episodi abbastanza gravi da giustificare quel provvedimento: e l’avviamento alla prostituzione è solo uno di essi. Se nella fattispecie l’adolescente è mitomane o corrotta, è forse un caso di avviamento alla prostituzione? Si può ipso facto parlare d’indegnità dei genitori? È chiaro che l’obiezione non c’entra niente, con la teoria.
Deve tuttavia dirsi che in grande misura la difficoltà di comprensione delle teorie (giuridiche, filosofiche, morali, ecc.) nasce dal fatto che la maggior parte delle persone non ha familiarità con l’astrazione. Molti  non capiscono se si dice che in diritto la condizione riguarda un evento futuro e incerto mentre il termine riguarda un evento futuro e certo. Tutto diviene invece chiaro se si scende sul concreto. Condizione: “Ti pagherò se la banca mi concederà il mutuo”; infatti non è sicuro che ciò avverrà. Termine: “ti pagherò a Natale”. Ambedue gli eventi sono futuri, ma uno è incerto, l’altro no. In realtà, sia detto di passaggio, i casi sono quattro (incertus an, incertus quando: se mi sposerò; incertus an, certus quando: se l’Inter vincerà lo scudetto nel 2009; certus an, incertus quando: quando mio zio morirà; certus an, certus quando: il contratto scadrà il 31 dicembre 2008). Ma si lascia il resto del problema agli studenti di legge.
Ma anche in questo caso è notevole come alcuni, invece di cercare di capire ciò che gli si vuole spiegare, si mettono a discutere il caso singolo. “È stupido che qualcuno dica al creditore ‘Ti pagherò se la banca mi concederà il mutuo’. Non può farsi prestare i soldi da un amico? All’altro che cosa importa, dei suoi rapporti con la banca? I debiti bisogna pagarli, e basta: prima che un principio giuridico è un principio morale!”
L’esempio non è mai inutile, neanche per le persone in grado di giostrare con le idee e di comprendere a fondo il senso delle parole: esso facilita la comprensione e costituisce quasi un pianerottolo nella lunga scala dell’apprendimento. Esso è necessario per le persone normalmente intelligenti che però non hanno familiarità con l’astrazione. Infine è inutile con le persone impermeabili anche ad esso. In questo caso è opportuno cambiare discorso.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


Impronte ai rom, la Ue gela la sinistra allarmista
Sicurezza, la Commissione europea approva le misure di Maroni: "Nessuna discriminazione, norme in linea col diritto comunitario". L’ok dell’Europa arriva dopo mesi di polemiche furiose, campagne stampa dell’Unità, attacchi al governo e accuse di razzismo. Ora il Pd tenta di minimizzare
Sette bei pollicioni neri stampati in prima pagina sotto il titolo «Maroni, prendi anche le nostre» (sottinteso, impronte). E chi se la dimentica quella prima pagina dell’Unità del 27 giugno: sembrava il remake di «Prendi questa mano zingara» con Bobo Maroni al sax a fianco di Bobby Solo. Indimenticabile anche la prima pagina del giorno dopo, con la foto segnaletica di una bimba rom internata ad Auschwitz. Piove governo nazista, imprecavano quei sinceri democratici dell’Unità.
Che cos’era successo? L’esecutivo aveva varato un pacchetto di norme per affrontare l’emergenza nei campi rom, tra cui un censimento e il rilievo delle impronte digitali. «Non è una schedatura etnica - puntualizzò il ministro Roberto Maroni - ma una ulteriore garanzia per la tutela dei loro diritti». Solo un quadro preciso della situazione consente di stabilire chi può restare in Italia e chi dev’essere cacciato: ragionamento di buon senso, tanto più che un recente obbligo comunitario sui permessi di soggiorno impone di installare nei nuovi permessi di soggiorno un microchip con impronta digitale e immagine del viso. L’obbligo riguarda anche i bimbi dai sei anni in su».
Ora la Commissione europea ha fatto sapere che queste misure «non sono discriminatorie», anzi «in linea con il diritto comunitario» perché non si raccolgono dati «relativi all’origine etnica o religiosa delle persone censite», «la presa di impronte digitali ha il solo fine di identificare le persone» ed «è limitata ai casi in cui non siano possibili altre modalità di identificazione».
Insomma, dov’era il problema? La risposta è un enigma avvolto nel mistero, come avrebbe detto la buonanima di Churchill a proposito del Cremlino. Eppure quando Maroni annunciò le nuove norme scoppiò il pandemonio. Sembrava di essere ritornati ai tempi delle leggi razziali, della caccia all’ebreo, della soluzione finale, dei pogrom. Razzisti, fascisti, nazisti, Maroni con i baffi di Hitler e gli occhialini di Himmler, le baracche dei nomadi come quelle di Auschwitz.
Fu allestita una bella sceneggiata, con i notabili della sinistra in fila sotto i gazebo, al caldo, a farsi inchiostrare le mani: le suffragette Rosy Bindi e Livia Turco, gli intellettuali Furio Colombo e Moni Ovadia, i nobili decaduti Fabio Mussi e Franco Giordano.
Si scatenò un crescendo grottesco, una combattutissima gara a chi tirava più fango al governo. L’ex garante della riservatezza Stefano Rodotà tuonò contro la «schedatura etnica»: «Chi raccoglie le impronte sembra quasi che si impadronisca del corpo altrui». Il garante in carica e l’Unicef parlarono all’unisono di «problemi di discriminazione». Anna Finocchiaro si domandò: «Se fossero ebrei che succederebbe?». Dijana Pavlovic, attrice rom e candidata della Sinistra arcobaleno, rievocò l’«Ufficio di polizia per zingari» di Monaco controllato dalla polizia criminale del Reich.
Walter Veltroni si spremette le meningi e dichiarò: «Una cosa assolutamente inaccettabile». L’immancabile Furio Colombo ripetè il ritornello buono per ogni mossa del governo Berlusconi: «Decisione fascista». Ci si mise pure Bruxelles a fare confusione, c
on un portavoce che contraddiceva l’altro mentre il Consiglio d’Europa si faceva smentire dalla Commissione.
Repubblica scomodò nientemeno che l’immortale Franz Kafka e il suo Nella colonia penale, dove «al condannato viene inciso sul corpo il comandamento violato». Dall’altra parte dell’oceano piovvero come missili Patriot le intemerate del New York Times: «Italiani vittime dei politici populisti», sentenziò il quotidiano. Non si sottrasse Famiglia cristiana («Indecente schedare i bambini rom, cominciamo a prendere le impronte dei parlamentari»), spalleggiata dalla Comunità di Sant’Egidio, dal direttore della Caritas, dalla fondazione Migrantes, perfino dai valdesi. E poi dicono che non c’è pace tra le Chiese.
Anche se nel frattempo il giornale del Pd ha cambiato direttore e l’Unione europea ha steso i tappeti rossi ai provvedimenti del Viminale, sarebbe troppo sperare che l’Unità si rimangi quelle accuse infami. Anzi, hanno già trovato il sistema per rovesciare la frittata. Ieri dal Partito democratico ripetevano che il testo approvato teneva conto dei loro suggerimenti. Balle: la Commissione si è pronunciata sulle ordinanze con cui il governo ha nominato commissari per l’emergenza i prefetti di Roma, Napoli e Milano. Ordinanze che portano la data del 30 maggio.
Sarebbe strano se la sinistra non tentasse di minimizzare il via libera di Bruxelles, che spazza mesi di piazzate. Il centrodestra in coro gli chiede di scusarsi. Fiato sprecato.


di Stefano Filippi
- il Giornale


Il Nobel per la Pace Arafat killer di tre diplomatici Usa
Prima era un sospetto, ora è certezza. Il defunto leader palestinese Yasser Arafat prima di venir insignito nel 1994 del premio Nobel per la Pace fu il mandante dell’uccisione di due diplomatici americani e di uno belga trucidati nel marzo 1973 dopo un attacco terroristico all’ambasciata saudita di Khartoum. L’imbarazzante verità, rimasta nascosta per 35 anni, emerge dai documenti «declassificati» del direttore della Cia, Richard Helms, resi pubblici negli Stati Uniti la scorsa settimana.
I dossier di Helms, responsabile dell’agenzia dal 1967 alla fine del 1973, rivelano che l’Amministrazione americana era a conoscenza del doppio ruolo giocato da Arafat in qualità di leader di Fatah e di oscuro stratega delle operazioni di Settembre Nero, l’organizzazione responsabile nel 1972 della strage alle Olimpiadi di Monaco e nel marzo del 1973 del triplice omicidio seguito all’assalto all’ambasciata di Khartoum. Henry Kissinger, allora consigliere per la Sicurezza del presidente Richard Nixon, decise però di imporre il segreto di Stato su comunicazioni radio in cui si sente la voce di Arafat ordinare l’eliminazione dell’ambasciatore americano in Sudan, Cleo Noel, del suo vice George Curtis Moore e dell’incaricato d’affari belga, Guy Eid.
L’operazione di copertura decisa per evitare qualsiasi conseguenza politica e giudiziaria per Arafat serviva, a detta di Helms, a mantenere aperti i rapporti diplomatici con Fatah e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). La strage di diplomatici attribuita al futuro premio Nobel prende il via la sera del 1° marzo 1973, quando un gruppo di terroristi di Settembre Nero assalta l’ambasciata saudita durante una festa in onore del numero due della delegazione americana, George Curtis, pronto al rientro a Washington.
La mattina dopo, gli otto terroristi del commando chiedono la liberazione di militanti palestinesi detenuti in Israele, di un gruppo di esponenti della banda Baader Meinhof reclusi nelle carceri tedesche e di Sirhan Sirhan, l’assassino di origini palestinesi responsabile dell’uccisione del senatore Robert Kennedy. Vista la scarsa disponibilità tedesca e israeliana, i militanti di Settembre Nero fanno poi sapere di accontentarsi del rilascio di 90 prigionieri arabi detenuti in Giordania. Prima dello scadere dell’ultimatum una trasmissione radio captata dai satelliti della Nsa (National Security Agency, l’agenzia d’intelligence americana responsabile delle intercettazioni) ordina da Beirut l’eliminazione degli ostaggi. Mentre i terroristi comunicano agli allibiti negoziatori di aver ucciso Noel, Moore ed Eid un altro messaggio con la voce di Arafat consiglia agli otto di deporre le armi e consegnarsi alle autorità.
Liberati pochi mesi dopo, i terroristi verranno consegnati all’Olp e si perderanno nelle nebbie mediorientali. La tragica beffa di Khartoum, secondo i dossier di Helms, si realizza anche grazie all’avallo di Kissinger che, pur di mantenere aperti i negoziati con Arafat, ordina alla Nsa di mettere a disposizione della Cia solo le trascrizioni delle intercettazioni e far distruggere i nastri originali con la voce del leader palestinese. Un leader consapevole - in quel marzo 1973 - di tenere in ostaggio Washington e pronto, a detta di Helms, a ordinare l’eliminazione dei diplomatici per far comprendere ai «nemici» americani che solo trattando con lui avrebbero potuto metter fine alla minaccia terroristica.


di Gian Micalessin - “Il Giornale”, 2 settembre 2008

L'IO COME PATOLOGIA
Tutti abbiamo uno stomaco, ma se non abbiamo fame non ci pensiamo. E nessuno si occupa dei propri denti, a meno che non abbia mal di denti: ecco perché si parla di “silenzio degli organi”. Le diverse parti del nostro corpo si segnalano alla nostra attenzione solo quando c’è qualcosa che non va: è precisamente questa la funzione del dolore fisico.
Se consideriamo l’io come una parte di noi, possiamo chiederci se la coscienza di esso sia un dato patologico. Come è ovvio, l’ipotesi patologica è esclusa ogni volta che il pensare a se stessi sia provocato dalla vita stessa: se qualcuno ci chiede come ci chiamiamo o come stiamo di salute, non possiamo evitare di pensare a noi stessi. Diverso è il caso di chi si occupa spesso di sé, chiedendosi se per caso non sia un fallito, se stia bene di salute (ipocondria) o se sia sufficientemente rispettato e apprezzato. La frequente coscienza dell’io, specialmente se colorita di autocompiacimento o di autocompianto, potrebbe essere patologica.
Nessuno amerebbe essere considerato un inferiore ma, ugualmente, non è normale stare a chiedersi perché un vicino ci ha salutati distrattamente. Chi è sano di mente neanche se ne accorge. Al massimo commenta: “Chissà che gli passa per la mente!” Viceversa, l’insicuro comincerà a chiedersi se sì o no si deve offendere per quel tipo di saluto; se quell’atteggiamento sia o no un segnale che il vicino voleva inviargli; se c’è un’altra spiegazione ancora peggiore. Questo uomo fa cento ragionamenti non per vedere se abbia qualcosa da rimproverarsi, ma per vedere se la sua vanità sia stata ferita. Infatti pretenderebbe d’essere ammirato e riverito senza riserve da quel vicino come da tutti.
Occuparsi spesso della propria posizione nella società, redigere continui bilanci, con lutti e trionfi intimi, non serve a niente. Fra l’altro, l’uomo suscettibile non si occupa dei minimi avvenimenti per dedurne qualcosa di positivo, e dunque migliorarsi, ma solo per sapere se per caso non abbia difeso con sufficiente energia quel capolavoro della natura che è lui stesso. Ha un’eccessiva considerazione di sé minata dal sospetto che gli altri non la condividano.
Un atteggiamento ugualmente anormale è quello di chi non nutre alcun dubbio sul proprio superiore valore e si perde spesso nell’estasiata contemplazione di sé. Questo genere di uomo è convinto che tutto ciò che gli capita sia reso interessante, e quasi mitologico, dal fatto che lo abbia visto protagonista. Si racconta dunque volentieri e crede con questo di fare un favore agli altri: quale argomento potrebbe essere più interessante? Una persona di questo genere è un’autentica disgrazia.
L’uomo equilibrato raggiunge il quasi completo oblio di sé. Chi sostituisce uno pneumatico bucato, chi legge un giornale, chi bada a friggere un uovo, pensa alla ruota, alla notizia, alla frittata. Il suo io è silente come sono silenti, se non ha male, le sue ginocchia e i suoi reni. La persona normale in società non sta a chiedersi se stia facendo o no tappezzeria, se gli altri lo stiano ammirando o criticando: si limita a vivere. Segue distesamente il proverbio, “male non fare, paura non avere”.
Pensare spesso a se stessi è come avere una spia rossa che occhieggia sul cruscotto.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it