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SETTEMBRE-OTTOBRE-NOVEMBRE 2008
Consapevoli
spacciatori di bugie
C'è una insopportabile tendenza in larga parte
della sinistra italiana a gridare allo scandalo non appena un fatto di
cronaca coinvolge un immigrato, come dimostra la vicenda del ragazzo
ghanese che accusa i vigili urbani di Parma di averlo picchiato ed
insultato.
Scrive infatti su Repubblica Curzio Maltese,
nell'incipit del suo articolo: «a Parma, nella civile Parma,
la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese (...) e
ha scritto sulla pratica la spiegazione: "negro"...».
Ecco un formidabile esempio di giornalismo serio e meditato, che va
alla ricerca di una verità possibile e ragionevole, che tiene
conto delle posizioni di tutti, che sente il bisogno di scavare,
approfondire, capire. Maltese sentenzia senza sapere, giudica senza
voler
conoscere, mettendo la sua abile penna al servizio di una verità
«politica» che egli vuole sostenere, del tutto indifferente
dal controllare quanto essa sia lontana da una accettabile
verità dei fatti.
Il problema della sinistra italiana è tutto qui, nella sua
separatezza «salottiera» dalla vita dei cittadini,
nel suo aderire per riflesso automatico alla demenziale idea secondo
la quale un governo di destra (nazionale e locale, poiché Parma
è la principale città emiliana non «rossa»)
è per definizione razzista e fomentatore di violenza. Questo
riflesso
automatico è però proprio soltanto dei soloni da cocktail
in terrazza della sinistra romana, sia chiaro.
Molti infatti sono gli esponenti del Pd che combattono questa deriva
«elitaria», cercando (invano) di spiegare ai romani come
stanno le cose.
I giornali «progressisti» preferiscono invece la comoda
verità «politica», come si dimostra in queste
pagine, ignari della reale situazione vista dal marciapiede.
Ci sentiamo quindi in dovere di fare questa denuncia,
chiarendo subito però alcuni punti. In primo luogo sarà
la magistratura a stabilire eventuali profili di responsabilità
penale. Con buona pace di Maltese, le versioni infatti non concordano.
Inoltre va detto con veemenza che ogni forma di razzismo deve essere
bandita, dentro e fuori i corpi di polizia. Allo stesso modo
però va detto che se è razzista pensare che una persona
di colore ha torto in quanto tale, è demenziale pensare che
possa
avere ragione a priori. Ma tutto ciò non è al centro
della
nostra denuncia. Parma saprà fare i conti con sé stessa,
forte della sua storica civiltà di modi e comportamenti.
Ciò
che qui conta evidenziare è il terzo punto che ci sta a cuore.
Quello cioè della manipolazione, della battaglia politica
travestita
da operazione verità.
Alcuni giornali (qui sopra riprodotti) hanno provato a raccontarci la
loro verità perché funzionale alla loro militanza, senza
essere sfiorati dal dubbio di trovarsi di fronte a una situazione dalle
complesse sfumature. L'ordine pubblico non è materia né
di destra né di sinistra, ma è fatica quotidiana di donne
e uomini (spesso mal pagati) che fanno il loro dovere sul marciapiede,
che è luogo sporco, brutto e pericoloso. Gli eccessi debbono
essere
puniti, ma i comportamenti non possono essere condannati «a
priori»,
senza porsi il problema di ascoltare tutte le campane.
Qui mostra tutta la sua pochezza culturale (e tutta la sua
disonestà intellettuale) quella sinistra che cerca di rimontare
dopo una clamorosa sconfitta alle elezioni gettando fango
sull'avversario, provando a travolgere cinicamente tutto e tutti,
compresi quei corpi di polizia che, con i loro difetti, si battono
tutti i giorni dalla parte giusta. Ma in fondo, a loro, nulla importa
di tutto questo, presi come sono dalla missione di bugia
spacciata per verità.
Io, ex
ragazzo di Salò non riconosco a Violante il diritto di
legittimarmi
In questi giorni vari giornali hanno
ricordato, per l’ennesima volta, che l’onorevole Violante, quando era
presidente della Camera, aveva
«legittimato» i ragazzi di Salò che avevano
combattuto per ideali in cui credevano in buona fede. Ricordo che
allora l’onorevole Tremaglia più di tutti ebbe a compiacersi di
quel riconoscimento. In quell’occasione io, ex ragazzo di Salò,
detestai l’onorevole Tremaglia e gli altri del suo partito che
assunsero atteggiamenti simili ai suoi. Mi sentii inoltre profondamente
offeso dall’iniziativa dell’onorevole Violante, con cui avevo avuto
sino ad allora rapporti non ostili. Per spiegare il perché di
questa mia reazione devo raccontare brevemente la mia storia di
ex-ragazzo di Salò.
Nel 1944, quando avevo solo 12 anni, pensavo che fosse un disonore aver
cambiato alleati nel corso della guerra e che questo disonore doveva
essere «lavato, se necessario, anche con il proprio sangue»
(erano le parole allora in uso che io seguitavo a ripetermi). Volendo
arruolarmi andai al comando delle Brigate Nere che, a Bologna, aveva
sede in Via Manzoni. Presero i miei dati personali, indirizzo compreso,
e avvertirono subito mio padre (abitavamo molto vicino e cioè
nell’ufficio di
mio padre in Palazzo d’Accursio, dopo che la nostra casa era andata
distrutta dai bombardamenti). Mio padre mi disse che ero troppo giovane
per fare il soldato e che comunque chi vuol farlo non sceglie un corpo
di polizia politica, come le Brigate Nere, ma un regolare corpo
dell’esercito «in grigio verde».
Allora non riuscii a capire perché, ma ne tenni conto. Il mio
secondo tentativo fu fatto all’inizio del 1945. Andai questa
volta al comando della Decima Mas e riuscii a convincere il capitano
Simula ad arruolarmi (ricordo il suo nome perché è
scritto
sul modulo del reclutamento che ancora conservo). Per convincerlo gli
mostrai il giornale che riportava il decreto firmato da Mussolini con
cui
si autorizzava l’arruolamento dei minori di 16 anni, gli dissi che i
miei
genitori erano entrambi morti sotto i bombardamenti e che vivevo ospite
di parenti non stretti che erano molto seccati di doversi occupare di
me (le condizioni di devastazione in cui versava Bologna gli impedivano
di controllare). Con una certa riluttanza mi firmò il foglio di
via
per Milano (Piazza Fiume) dove sarei dovuto andare con mezzi di
fortuna.
Come a qualsiasi altra recluta mi offrì una razione di sigarette
e
500 lire. Con sdegno rifiutai l’offerta «perché quello che
facevo non lo facevo per avere compensi», ed insieme con un altro
ragazzo, senza una lira in tasca, mi avviai alla volta di Milano ove
giunsi quattro o cinque giorni dopo. Ben presto fui riportato dai miei
genitori.
Con l’arrivo delle truppe alleate, il 21 aprile 1945, dovemmo fuggire
la notte stessa, per evitare che mio padre fosse, senza ragione alcuna,
sommariamente giustiziato (che questa fosse l’intenzione dei
partigiani ci era stato detto dal comandante dei vigili urbani che
aveva
con loro rapporti). Mio padre fu comunque epurato sino al 1953, e per 8
anni vivemmo prima in uno scantinato e poi in una soffitta.
Dopo la guerra la mia famiglia ed io ci rifiutammo di credere che i
nostri alleati tedeschi avessero organizzato campi di sterminio. Era la
propaganda dei vincitori. Ci ricredemmo solo quando tornò
dall’America il fratello di mia madre che ci disse che era tutto vero
(a lui non potevamo non credere). Fu un vero shock per tutti noi. Per
comprendere appieno i sentimenti che ispiravano i comportamenti della
mia famiglia, e quindi anche i miei, ricordo che vari anni dopo la fine
della guerra trovai la mala copia di una lettera che mio padre,
congedato
dall’esercito nel luglio 1943, aveva scritto all’inizio del 1944 ad un
colonnello, suo ex commilitone, che lo sollecitava ad entrare nelle
forze
armate della Repubblica di Salò. Nella sua lettera mio padre
diceva
che si augurava la vittoria dell’Asse, ma che non poteva accettare. Per
quanto considerasse i partigiani dei traditori non avrebbe potuto mai
sparare contro un altro italiano.
Per molti anni mi sono tenuto lontano dalla politica, le esperienze
fatte dalla fine della guerra me lo impedivano. Solo nel 1956, a Londra
mi sono avvicinato alle idee socialiste. Ma di politica attiva non
ne ho fatta fino alla metà degli anni ’60 dopo tre anni di
permanenza negli Stati Uniti.
Dopo questi brevi ricordi posso ritenere che sia possibile far
comprendere le ragioni per cui mi sentii offeso dai riconoscimenti che
agli ex ragazzi di Salò provenivano da Violante e dagli
apprezzamenti a lui rivolti da Tremaglia e altri. Come ex ragazzo di
Salò
non posso accettare di vedere legittimati i miei comportamenti di
allora, tutti ispirati da sentimenti coltivati in assoluta buona fede,
da un
signore che nonostante conoscesse i crimini commessi da Stalin (io
quelli
commessi da Hitler non li conoscevo), nonostante la repressione
dell’Armata
Rossa a Budapest si è iscritto al Partito Comunista con piena
coscienza di quegli eventi. Io non voglio giudicare o condannare le sue
scelte politiche. Quelle scelte tuttavia non gli danno nessun titolo,
nessuna autorità
morale per legittimare i miei comportamenti e le mie scelte di quando
avevo neanche 13 anni, e neppure quelle di chi aveva più anni di
me,
che in purezza di sentimenti fecero scelte simili alle mie.
Sinceramente
preferisco i suoi compagni di partito che non cambiano idea sulle mie
scelte
di allora. Io, per mio conto, sono ancora orgoglioso delle scelte che
feci
allora, pur avendo da moltissimi anni coltivato idee politiche ben
lontane
da quelle della Repubblica di Salò. Ne sono orgoglioso
perché
ora come allora cerco ancora di fare le cose in cui credo senza curarmi
troppo
delle mie convenienze. Può dire lo stesso l’onorevole Violante?
Una postilla: più volte in passato ho pensato di scrivere questo
articolo e più volte ho cominciato a farlo. Ci mettevo troppa
rabbia e non trovavo la misura giusta. Spero di averla trovata questa
volta.
Giuseppe Di Federico - Professore emerito
di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna
ed ex consigliere del Csm
NOTE A
PIÈ DI PAGINA
La mente umana non si rassegna
al mistero e, quando non trova la soluzione, ne adotta una mitologica.
Alcuni amici, in nota a questo articolo, forniscono infatti delle
“spiegazioni” dell’errore di Walter Veltroni.
mara_jade, su “Legnostorto”, giornale on-line, mi scrive:
“Il poverino voleva dire, probabilmente, lacunosa”. Purtroppo l’ipotesi
non è sostenitibile. Se il significato fosse “lacunosa” la frase
«Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito un’affermazione lacustre,
mettendo in fila tre balle clamorose» andrebbe così’
interpretata: «Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito
un’affermazione lacunosa,
mettendo in fila tre balle clamorose, mentre le balle da mettere in
fila
erano parecchie di più». Espressione che, francamente, non
significa molto e contrasterebbe con l’opinione di Veltroni.
Gianluca Nicolini mi scrive che “Lacustre può esser infatti
utilizzato come aggettivo per identificare una caratteristica "del
lago". Parlare invece di lago si dice LACUENSE. In altri termini,
Veltroni ha correttamente detto lacustri intendendo la qualità
dell'acqua del lago ovverosia torbida”. E anche qui si rimane pensosi.
Innanzi tutto, lo Zingarelli riporta gli aggettivi lacustre e lacuale,
ma non lacuense. Infine non si vede perché le acque del lago
sarebbero torbide, ché anzi la loro tendenziale
immobilità fa sì che le impurità vadano più
facilmente a fondo. È proprio questa la ragione per cui le acque
potabili, prima di essere immesse negli
acquedotti, vengono fatte “riposare”. Infine, se Veltroni voleva
parlare
di acque torbide, tanto valeva usare un altro aggettivo, che fa rima
con
lacustre, e cioè palustre.
L’amico Franco Ottolenghi fa ancora un’ipotesi. “Berlusconi – scrive -
certe affermazioni le ha fatte dalla nuova (pare la tredicesima) villa,
ex villa Campari, che é sul lago Maggiore”. Ma
questo importerebbe che un’affermazione fatta a Milano sarebbe
pianeggiante, ad Aosta sarebbe montana, a Catania sarebbe isolana. Per
non dire,
come fa lo stesso brillante Ottolenghi, che un’affermazione pronunciata
a Villa Certosa sarebbe un'affermazione “da villano".
Vi dirò la mia opinione: la verità è
che l’errore di Veltroni è claustrale. Che c’entra “claustrale”?
Assolutamente niente. Ma non suona bene?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 3 ottobre 2008
OSSERVAZIONI
LACUSTRI
Scrive Luca Telese, sul
“Giornale” del primo ottobre 2008:
“Walter Veltroni lancia il terzo assalto all’arma bianca a Palazzo
Chigi in meno di una settimana…” anche con queste parole:
«Sull’Alitalia
Berlusconi ha fornito un’affermazione lacustre, mettendo in fila tre
balle clamorose».
Lacustre, dal latino “lacus”, significa, secondo il dizionario
Zingarelli, “Relativo ai laghi. Che sta o vive nei laghi”. Ora, dal
momento che Berlusconi non parlava di laghi ma di Alitalia, la sua
affermazione non era “relativa ai laghi”. L’unico senso possibile
è dunque il secondo. È come se il Segretario del Pd
avesse detto: “Sull’Alitalia Berlusconi ha fornito un’affermazione che
sta o vive nei laghi”. E qui nascono dei problemi.
Se l’affermazione vive sulla superficie, o almeno vicino alla
superficie, ci sarà modo di pescarla ed esaminarla. Ma come
fare se, essendo più pesante dell’acqua, dovesse scendere al
fondo? Nel lago Baikal, per esempio, la profondità massima
supera i 1.400 m: come andare a pescarla, laggiù? Inoltre, posto
che parecchie affermazioni vivono nei laghi – e infatti Veltroni ha
parlato di “un’affermazione” lacustre, lacustre come altre,
diversamente avrebbe detto “l’affermazione” – come si fa a riconoscere
quella di Berlusconi, distinguendola dalle
altre? Magari nel buio delle profondità?
Non è che per caso si sia pensato che Berlusconi abbia detto tre
balle clamorose perché l’acqua era torbida e qualcuno ha confuso
l’affermazione lacustre del Cavaliere con quella di qualcun altro? E se
è andata subito a fondo, come si fa a dire che le
parole sono state proprio quelle?
Non si sarebbe tentati di fare dell’ironia su questa cantonata se la
sinistra non si fosse tenuta la pancia dal ridere, per mesi, solo
perché una volta Berlusconi - forse tradito dall’andamento di
terzina (in senso musicale) del nome “Ròmolo” - non avesse detto
“Ròmolo e Rèmolo”. Ah, com’è ignorante Berlusconi,
ah quant’è comico Berlusconi, ah come può l’Italia essere
guidata da uno che non conosce Romolo e Remo. Tutto questo dimenticando
che Berlusconi è laureato in giurisprudenza – una facoltà
fra le cui materie di studio c’è la storia del diritto romano,
dove su Roma se ne sa qualcosa di più che alla scuola elementare
– mentre a sinistra i laureati scarseggiano e in particolare Veltroni
ha
il titolo di operatore di sala cinematografica. In altre parole
è
qualificato a far funzionare la macchina di proiezione al cinema. Come
se non bastasse, Rèmolo può essere un lapsus, lacustre
no. Dire “lacustre”, in questo contesto, significa soltanto che non si
sa che significa quella parola e la si usa perché suona bene. Di
fatto è come se Veltroni avesse detto che le parole di
Berlusconi erano montane, desertiche, pianeggianti o marine.
Mai prendere in giro qualcuno per la sua ignoranza. Perché se
non è ignorante ci si rende ridicoli e se lo è si
è ingenerosi. C’è un solo caso in cui è lecito
farlo: quando l’ignorante, e tutta la sua fazione, hanno preso in giro
il colto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 2 ottobre 2008
29
settembre
Seduto in quel caffè / io non
pensavo a te...
ESEGESI
DI WALTER VELTRONI
Le famose
“primarie” del Partito Democratico si sono tenute all’insegna del
rinnovamento. Si cambiava leader, ripescando un personaggio noto per la
sua sorridente mitezza, e si realizzava un distacco anche visivo da
quella sinistra rabbiosa e massimalista che stava conducendo al
disastro. Veltroni, mentre ancora era in carica il governo Prodi,
stabilì solennemente che il nuovo partito sarebbe andato alle
elezioni senza alleanze con la
sinistra estrema. Sapeva infatti che, alleandosi con essa, avrebbe
perso
pesantemente e sapeva che la stramaledetta ma utilissima legge
elettorale avrebbe favorito il Pd in maniera determinante. L’estrema
sinistra cercò di parare il colpo, federandosi nell’Arcobaleno,
ma andò male per
tutti: il Pd perdette pesantemente le elezioni e l’estrema sinistra non
entrò neppure in Parlamento.
A questo punto si sarebbe dovuto seguire il programma originario:
presentarsi come una sinistra matura che faceva opposizione quando
necessario, che collaborava col governo quando opportuno, che
abbandonava una volta per tutte l’ottuso antiberlusconismo e i toni da
crociata. Purtroppo, questo il Pd non lo ha fatto.
1) Nel partecipare alle elezioni, ha rifiutato persino
l’alleanza con i socialisti ma ha inspiegabilmente accolto nella
coalizione Di Pietro e il suo partito giustizialista. Dal giorno dopo
questo partito ha mancato alla parola data (costituzione di un gruppo
unico), si è messo in competizione col Pd, lo ha attaccato
da sinistra, ha agitato quella bandiera della sinistra estrema che il
Pd non avrebbe più voluto vedere e in totale ha fatto apparire
sbiadita l’azione del massimo partito d’opposizione.
2) Pur essendosi reso conto dell’immane errore commesso, il Partito
Democratico non ha avuto il coraggio di scaricare Di Pietro ed i suoi.
Nel complesso ha dato un’impressione di inconsistenza e
pusillanimità: pusillanime perché non attaccava il
governo come faceva l’ex-pm, oppure pusillanime perché non aveva
il coraggio di dirgli il
fatto suo. Questo a poco a poco ha soprattutto eroso l’immagine di
Veltroni fino a far mettere in discussione la sua leadership.
3) Improvvisamente, in questi giorni, forse sentendosi
mancare il terreno sotto i piedi, il Pd ha deciso di riprendere la
situazione in mano, dimostrando che è capace di parole risolute
e azioni incisive. Il segretario ha dunque ridato fiato al vecchio
antiberlusconismo, ha parlato di rischi per la democrazia, di disastro
della nazione,
ecc. Insomma ha tirato di nuovo fuori tutto il vecchio armamentario
che in passato ha condotto a ripetuti disastri. Inoltre ha rispolverato
un vecchio arnese del comunismo - la menzogna sfacciata - per esempio
cercando d’intestarsi il successo del salvataggio dell’Alitalia. Il
risultato
è che il Pd si è messo a somigliare a Rifondazione
Comunista
e Berlusconi ha dichiarato Veltroni a volta a volta inesistente,
inaffidabile,
inadatto al dialogo, perfino immeritevole di commenti. Gli italiani, ha
detto, lo giudicheranno da sé. Neanche nella sua fazione ci si
è
sentiti di approvarlo all’unanimità. L’antiberlusconismo
viscerale,
il giustizialismo e il tono tonitruante e apocalittico non hanno
portato
bene alla sinistra. E una sconfitta alle amministrative potrebbe
segnare
la fine politica del Segretario.
Resta da spiegare il perché del comportamento personale
dell’ex-sindaco e ovviamente l’interpretazione che segue è solo
una fra le tante.
Un uomo politico, se non ha genio e “vision” (cioè una vasta
concezione dei bisogni della nazione), può fare una buona
carriera con l’intelligenza e il carattere. Alcuni però hanno
solo l’intelligenza (Giuliano Amato), altri solo il carattere (Oliviero
Diliberto) e c’è infine chi, come Veltroni, manca di ambedue le
qualità ed solo uno specialista nell’annusare il vento.
Questo figlio dell’establishment è stato, sin dall’adolescenza,
un ambizioso senza principi. Ha fatto parte del Pci sin da quando aveva
i calzoni corti perché era quella, allora, la via del
successo. Quando poi il Pci è andato fuori moda, ha dichiarato
di non essere mai stato comunista. Sorridendo a destra e a manca,
cercando
di non farsi nemici e accreditandosi come uomo di pace, è
arrivato ad essere sindaco di Roma e infine – oltrepassando l’ultima,
pericolosa soglia, quella che l’umorista Peter ha dichiarato “il
livello di competenza” – ha accettato di essere segretario del Pd. E da
questo momento ha
dimostrato i suoi limiti. Ha continuato ad annusare il vento –
perché
è tutto quello che sa fare - ma stavolta non è bastato
ed ha perso credibilità. Se avesse mantenuto, contro venti
e maree, la linea annunciata ai tempi della fondazione del Pd, oggi
sarebbe il vero leader di quel partito e del centro-sinistra. Invece ha
seguito la corrente fino a giungere, in questi giorni, a scimmiottare
il linguaggio dell’estrema sinistra e perfino quello di Di Pietro. Di
cui tutto si può dire, salvo che sia un maestro di linguaggio.
Veltroni non è odioso. Perfino quando ringhia si ha voglia di
dirgli sorridendo di darsi una calmata. Ma, per il bene del
centro-sinistra, sarebbe bene che a capo del Pd ci fosse un
uomo politico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 29
settembre 2008
Imagine.
Si, e' stato scritto tutto sulla visita di
Ahmadinejad
all'ONU e sulle sue parole o meglio sulle sue odiose esternazioni
riguardo a Israele.
E' stato scritto tutto ma forse non abbastanza, forse non e' stata
espressa in pieno la nausea per le sue parole di odio e l'imbarazzo che
hanno creato gli applausi che le hanno sottolineate.
Il mondo intero, rappresentato all'ONU, ha applaudito un dittatore che
da anni chiede a auspica che dalla mappa delle nazioni venga spazzato
via Israele.
Un dittatore nel cui paese, come in tutti quelli in cui e' in vigore la
sharia, le bambine dai nove anni in poi possono venire giustiziate e
pendere dalla forca senza per questo risvegliare la coscienza del mondo
civile o di quelle rare femministe ancora non del tutto estinte.
Il mondo ha applaudito Ahmadinejad, le femministe preferiscono
scrivere contro Israele, se proprio devono dare segni di vita.
Imbarazzante.
Due ambasciatori soltanto si sono alzati e sono usciti quando il
dittatore iraniano ha incominciato a parlare con quella vocina da
castrato: Israele e USA. Tutti gli altri sono rimasti ad ascoltarlo
affascinati e alla fine il boato degli applausi ha suggellato la
vergogna.
Il mondo e' cambiato e probabilmente oggi anche Hitler
riceverebbe la sua dose di battimani e verrebbe invitato al Talk
Show di Larry King per raccontare come ammazzare piu' ebrei nel minor
tempo possibile.
Hitler urlava ai tedeschi affascinati che gli ebrei erano il male
del mondo e che andavano eliminati e i tedeschi rispondevano urlando
come un soluomo HEIL.
Ahmadinejad non urla, lui parla calmo e tranquillo e
pacificamente dice alla platea delle Nazioni Unite le cose piu'
orrende, che i sionisti sono il male del mondo e che devono
essere eliminati.
I rappresentanti delle nazioni presenti avranno pensato HEIL?
Forse solo La decenza avra' impedito loro di gridarlo a gran
voce, mentre si spellavano le mani nell'ovazione siguita al
discorso del mostro.
Erano sani di mente? qualcuno li aveva pagati?, qualcuno li aveva
costretti? No, pare che gli applausi fossero spontanei,
pare che a nessuno desse fastidio un rappresentante di quel mondo
che ha fatto implodere le Torri gemelle, che, qua' e la', fa una media
di 2/300 attentati al mese con centinaia di morti, che impicca le donne
e i gay e che odia Israele come un ossesso.
Nessun fastidio, nessun imbarazzo, anzi, se lo sono coccolato il
mostriciattolo.
Ha riscosso grande successo a New York, e' stato ospite d'onore ad una
cena al Manhattan Hotel e infine, per raggiungere il
massimo della nausea abbiamo visto un Larry King spalmarsi per
terra,
lecchino come non mai, davanti agli occhietti furbi del suo
ospite.
Molto imbarazzante che a poco piu' di 60 anni dalla Shoa' tutti siano
pronti al secondo round e apprezzino colui che promette di
spazzare via Israele e i suoi 5 milioni e passa di ebrei.
Imagine cantavano i Beatles, imagine un mondo senza guerre.
Imagine per Ahmadinejad e' invece un mondo senza Sion,
senza Israele, senza i figli di Israele.
Mentre il mostro iraniano che, seguendo l'ideologia naziislamica,
si adopera per distruggere anche il ricordo della grande civilta'
persiana, deliziava la platea dell'ONU, un altro Uomo, una
Persona,
un Ben Adam come si dice in ebraico, letteralmente: figlio di Adamo,
mandava in visibilio Israele e i 50.000 che erano riusciti ad avere
i biglietti per andare a vederlo al Park Hayarkon.
Erano presenti tutte le generazioni per il concerto di
Paul McCartney , i nonni, i figli dei nonni e i figli dei figli,
ragazzini cresciuti ascoltanto mamme e nonne cantare Hey Jude o Imagine.
Erano tutti la' e lui non e' stato avaro, si e' dato al pubblico e per
quasi tre ore ha cantato e li ha fatti gridare, ridere, piangere di
commozione.
Il Beatle Paul McCartney ha toccato con mano la gioia di vivere di
Israele.
Nessuno era preoccupato, nessuno pensava alla bomba iraniana che
dovrebbe polverizzarci, non ci sono stati incidenti,
nemmeno ingorghi stradali, tutti sono andati al concerto ordinatamente
e hanno aspettato Paul grati perche' aveva avuto il coraggio di
fregarsene delle minacce di morte del mondo islamico.
Imagine.
E Israele ha cantato e Israele ha sorriso e Israele ha
pianto e Israele ancora una volta ha dimostrato di saper vivere
ogni giorno come fosse l'ultimo e di saper essere una nazione di
gente felice nonostante tutto!
Imagine.
La' a New York un mostro vuole la nostra fine e viene applaudito.
Imagine.
In quello stesso giorno un Ben Adam, piu' grande e piu' gioioso, ha
fatto sognare il popolo di Israele.
"Shalom Israel...Shana' Tova'...."
E gli applausi si sono mescolati alle grida di gioia, alla meravigliosa
musica dei Beatles e alle parole delle canzoni che tutti, vecchi e
giovani, grandi e piccoli, conoscevano ...
...Imagine.
E Israele per tre ore ha immaginato di essere un paese
normale, senza guerre, senza odio, senza terrore, senza figli rapiti
da barbari senza anima.
Quel "Shana' Tova'" era anche per Gilad.
Imagine
che Gilad torni a casa.
Grazie Paul.
Deborah Fait -
www.informazionecorretta.com
RIVINCE
BERLUSCONI
Il primo (Veltroni) dice:
«Non mi assumo nessun merito, ma ho cercato di dare una mano in
una vicenda gestita malissimo». L’altro (Berlusconi) manda a dire
attraverso Cicchitto: «Veltroni non può cambiare le carte
in tavola.
Prima ha puntato a far fallire l’operazione Cai, poi ha fatto marcia
indietro quando ha capito che l’opinione pubblica era contro di
lui». E così, il duello avviato la primavera scorsa,
continua: su chi ha vinto e su chi ha perso, su chi è
responsabile e su chi non lo è, su chi esiste e su chi è
«inesistente», come il premier ebbe a dire proprio di
Veltroni (salvo rettifica) qualche giorno fa. Certo, la conclusione
è inequivoca: Alitalia agli italiani, disse Berlusconi in
campagna elettorale, e Alitalia agli italiani è. Ma i leader di
Cgil e Pd - in una partita che ha
avuto più protagonisti e più poste in palio - hanno messo
in campo un potere d’interdizione del quale il governo sbaglierebbe,
per il futuro, a non tenere quantomeno conto.
La conclusione, dicevamo, sembra avvalorare la tesi sostenuta da
Berlusconi sin dal primo irrigidimento della Cgil al tavolo della
trattativa: pur di dare un colpo al governo - sostenne in sintesi il
premier - il Pd è pronto a mandare in rovina l’Alitalia; pur di
evitare il successo della cordata italiana da me evocata in campagna
elettorale - aggiunse Berlusconi - Veltroni usa la Cgil per far saltare
la trattativa. È una lettura plausibile di quanto accaduto?
È certamente plausibile, e soprattutto è molto
verosimile: ed è del tutto possibile che lo stato maggiore del
Pd masticasse assai amaro, nei giorni scorsi, di fronte all’ipotesi che
- dopo la soluzione del problema
immondizia a Napoli - Silvio Berlusconi realizzasse anche la seconda (e
più impegnativa) promessa fatta in campagna elettorale.
Ciò
detto, però, occorre mettersi d’accordo: perché o
Veltroni
è il «leader inconsistente» contro il quale il
premier
punta l’indice, e allora non si capisce da dove tragga il potere di far
prima deragliare la trattativa per poi risistemarla sui giusti binari,
mettendo
faccia a faccia a pranzo Epifani e Colaninno; oppure non è poi
così
«inconsistente», e il presidente del Consiglio farebbe bene
- allora - a rifare i suoi conti.
Infatti, all’ombra della vicenda Alitalia e dell’indubbio successo di
immagine centrato dal premier, si sono giocate partite le cui dinamiche
non lasciano presagire nulla di buono. È per esempio sembrato
evidente il tentativo dell’esecutivo - attraverso ultimatum
a ripetizione e annunci che «andremo avanti anche senza la
Cgil»
- di assestare un colpo al maggior sindacato italiano e perfino
all’unità
delle tre Confederazioni: occorre ricordare che una cosa simile accadde
già nella legislatura 2001-06 (lì oggetto della rottura
sindacale
fu il cosiddetto «patto per l’Italia») e non si può
dire che portò particolarmente bene. Ma altrettanto evidente
è apparso l’obiettivo forse principale con il quale Epifani si
è
seduto al tavolo della trattativa: esercitare una sorta di diritto di
veto per dimostrare che - al di là delle ragioni in campo -
«senza la Cgil accordi non se ne fanno».
Non si tratta di dinamiche positive, come è evidente. Mettere -
o tentare di mettere - la Cgil in un angolo mentre si
avvia, per esempio, il confronto sulla riforma della contrattazione,
non è certo il modo per aiutare una trattativa considerata da
più parti decisiva; a maggior ragione, naturalmente, di fronte
alle necessità di ammodernamento e razionalizzazione di cui
il Paese ha bisogno, sarebbe dannoso e inspiegabile un arroccamento
della Cgil teso a ribadire un potere di veto e interdizione del quale
non si sente affatto il bisogno.
Ma più in generale, se è lecito esprimere un auspicio,
sarebbe ora di dare un colpo di freno al clima da campagna elettorale
continua che rischia di impadronirsi anche di questa legislatura.
Piuttosto che a ripicche e rivincite personali, sarebbe meglio se
maggioranza e opposizione - e i rispettivi leader innanzitutto -
assolvessero
al ruolo loro assegnato dagli elettori. Piuttosto che tentare di
rendere irrealizzabili le promesse elettorali del premier, insomma,
sarebbe certo più utile che Veltroni s’impegnasse alla
costruzione di quell’opposizione propositiva e visibile che viene
invocata dall’interno del suo stesso partito (tuttora penalizzato da
qualunque sondaggio). E il presidente del Consiglio - sparito nel pieno
della trattativa Alitalia per una cura rilassante in un castello umbro
- farebbe cosa assai più produttiva impegnandosi per arginare la
crisi economica in cui versa il Paese, precipitato ormai nel baratro
della crescita zero. Si tratta,
probabilmente, di auspici banali: ma certe volte, si sa, può
servire
perfino ripartire proprio dalle cose più banali.
Federico Geremicca, La Stampa del 26 settembre 2008.
ALITALIA:
CHI HA VINTO, CHI HA PERSO
Quando finisce uno scontro non
sempre è chiaro chi ha vinto. Alla fine della Prima Guerra
Mondiale moltissimi tedeschi non capirono perché il Reich avesse
chiesto la pace - sostanzialmente arrendendosi - mentre ancora non
c’era nemmeno un soldato straniero sul suolo germanico. Questo
portò a quella voglia di rivincita che fu una delle cause della
Seconda Guerra Mondiale. Anche questo conflitto tuttavia lasciò
uno strascico di perplessità: mentre negli Anni Cinquanta
l’Italia era pressoché interamente ricostruita
e si avviava alla prosperità, l’Inghilterra aveva ancora il
razionamento alimentare e passeggiando per Londra si potevano vedere
rovine provocate dai bombardamenti. Veramente aveva vinto la guerra?
Senza dire che il
Leone Britannico, avendo perso il suo impero, si era ridotto solo alla
testa.
La vittoria ha mille padri, la sconfitta è orfana. Dopo la
sbarco in Normandia chiesero ad Eisenhower se il successo
dell’operazione fosse merito suo e la risposta brillante fu: “Non lo
so. Quello che so è che, se non fosse riuscita, sarebbe stata
colpa
mia”.
Nel caso dell’Alitalia, tutti cominceranno a battersi il petto come
trionfatori di wrestling. I sindacati si vanteranno dei
vantaggi (del tutto insignificanti) da loro ottenuti e lasceranno
intendere che essi siano tanto importanti che, senza, essi sarebbero
stati disposti a lasciar fallire la compagnia. I dipendenti si
vanteranno della loro ragionevolezza e del loro spirito di sacrificio.
Fra coloro che si vanteranno di più ci saranno gli uomini del
centro-sinistra che, invece di confessare di avere fatto di tutto per
sabotare l’iniziativa (solo per dare un dispiacere a Berlusconi)
diranno che l’accordo è stato siglato quando essi hanno
insistito per la sua conclusione. Che
è come vantarsi della partenza dell’autobus solo per aver tolto
il cuneo dinanzi alle sue ruote. Berlusconi infine dirà: ve
l’avevo
detto che avrei salvato l’Alitalia e l’ho fatto. Io sono uno che
mantiene
le promesse. In realtà, è probabile che non sia il caso
di
credere a nessuno di loro. Chi ha vinto è la minaccia del
fallimento.
L’Alitalia è in dissesto da molti anni. Se non ha formalizzato
questa morte economica è perché lo Stato, a spese dei
contribuenti, ha ripianato i deficit. Purtroppo per i
poeti (interessati) dell’economia, recentemente le leggi comunitarie
hanno vietato questa costante e costosa fleboclisi e il risultato
è stato che si è giunti al dilemma: o l’Alitalia sarebbe
stata risanata o sarebbe fallita. I sindacati, non meno dementi oggi
che in passato, avrebbero volentieri chiesto che pagasse ancora e
sempre lo Stato, ma stavolta sapevano che avrebbero sbattuto contro il
muro
comunitario. Per loro, come per i dipendenti, il dilemma è
dunque
stato: o ridimensionamento o fallimento. E la credibile prospettiva di
quest’ultimo ha spinto tutti, dopo mille proteste, mille minacce, mille
pose gladiatorie, a mangiare una minestra la cui alternativa era una
finestra spalancata sul baratro.
Il vincitore è il fallimento.
Rimane da parlare
del Capo del Governo. Indubbiamente, se l’accordo non fosse stato
siglato, la sinistra si sarebbe riempita la bocca del fallimento
di Berlusconi, della sconfitta di Berlusconi, dell’umiliazione di
Berlusconi. E altrettanto indubbiamente, proprio per converso,
Berlusconi
ha oggi il diritto ad alzare le braccia al cielo in segno di vittoria.
In realtà ha solo pareggiato.
Se, nel momento della trattativa con Air France, fosse stato zitto, e
la trattativa fosse fallita, nessuno avrebbe potuto dargliene la colpa.
Se, in seguito, avesse lo stesso messo su la cordata della Cai, sarebbe
stato un salvatore della patria. Invece allora ha parlato troppo, tanto
da creare l’illusione di aver fatto fallire lui quel contratto – come
se potesse fare ciò chi è all’opposizione! – ed in
seguito, riuscendo dopo mille traversie a tenere in vita l’Alitalia, ha
solo evitato a se stesso la brutta figura di non aver realizzato
ciò che prometteva. Nulla di più.
Il fallimento non è un vincitore insignificante. Il suo ingresso
nell’ambito delle grandi imprese è una vittoria dell’economia e
del buon senso. È sperabile che anche in futuro, perfino in
assenza di leggi anti-incoscienti come quelle dell’Unione Europea, ci
si ricordi che un’azienda insolvente va dichiarata fallita e va chiusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 settembre 2008
LA
BOCCIATURA
MINACCIATA: UNA BUFALA
Una notizia di ieri: la
Cassazione ha confermato la
condanna per minaccia aggravata a carico di un professore di liceo.
Costui aveva detto a un'alunna che «non aveva più alcuna
possibilità di essere promossa». Leggendo questa notizia,
molti giustamente giudicano folli i magistrati. E si sentirebbero
anzi d’aggiungere: “E poi ci si lamenta che la scuola vada a ramengo!”;
“Ora è diventato talmente obbligatorio promuovere, che se si
parla di bocciatura il giudice ci condanna!”; “È questo il modo
in cui si contribuisce all’autorevolezza dei professori?”
L’episodio è paradigmatico del fatto che si
possa ingannare il prossimo dicendo la verità. Basta non
dirla tutta. Questo professore, criticabile del resto anche per altri
versi, ha minacciato la studentessa non per il suo profitto, cosa che
è sempre stata e sarà sempre normalissima, ma “dopo che
la madre della ragazza all'assemblea dei genitori aveva proposto di
rimuovere il docente per la sua scorrettezza”. Dunque la minaccia –
credibile, anche se è vero che si promuove o si boccia per voto
di consiglio – non aveva nulla a che vedere col profitto. Il professore
prometteva il massimo male solo perché si era sentito offeso
– o posto in una situazione di pericolo - dalle parole di una terza
persona, se pure collegata da vincolo di parentela con l’alunna.
Cioè
attuando a livello scolastico la tecnica della vendetta trasversale,
una cosa che sembra piuttosto diversa dal predire ad un asino la
bocciatura.
Questo offre l’occasione per chiarire che chi ventila il compimento del
proprio dovere (bocciare chi non studia) non commette certo reato, e
mai e poi mai la Cassazione potrebbe stabilirlo. Ché anzi lo
stesso codice penale mette l’adempimento di un dovere fra
le esimenti. Ma se qualcuno usa del potere che lo Stato gli concede
per fini privati commette un reato. Può trattarsi di
un’estorsione (“Dammi cinquanta euro o ti elevo una contravvenzione,
giustificata,
per cento”), di una concussione, di una corruzione, di un abuso
d’ufficio o, come in questo caso, di una minaccia.
Il professore ha non solo il potere ma il dovere di bocciare, se
l’alunno lo merita. Quello che non può fare è promuoverlo
perché raccomandato o bocciarlo per punirlo di malefatte che non
riguardano il profitto.
A forza di volere catturare l’attenzione, i giornali o le televisioni
danno la notizia in modo da indurre in errore.
Non si può scrivere, come ha fatto il Corriere della Sera,
“Scuola: minacciare la bocciatura è reato”. Se no si potrebbero
con uguale giustificazione scrivere che: “È reato indossare
stivaletti
a punta”, dimenticando di spiegare che gli stivaletti erano rubati,
e che il reato in questione è esattamente il furto.
Ogni volta che si legge o si ascolta una notizia sorprendente, bisogna
dubitare che sia vera: a volte essa è totalmente inventata, a
volte – caso più subdolo - non è inventata ma è
stata raccontata in maniera tale da far capire una cosa totalmente
diversa dalla realtà. “Incoraggiata dal marito, si butta
dal secondo piano ma sopravvive” fa pensare ad un reato di induzione al
suicidio mentre in realtà si trattava di una donna che,
inseguita dalle fiamme, è stata convinta dal marito a saltare
nel telone dei pompieri.
Abbiamo un’amministrazione della giustizia peggio che discutibile, una
scuola dai risultati disastrosi ma a volte i mezzi di comunicazione di
massa, mentre le criticano, non si mostrano migliori di loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 settembre 2008
LEZIONI DI CORRETTEZZA POLITICA DALLA SINISTRA
Messaggi
apocalittici: «Il vostro padrone sarà concime per
i vermi e voi sparirete dalla faccia della terra». Previsivi:
«Tra breve si aprirà un nuovo fronte giudiziario, e
allora...». Recriminatori: «La colpa è di Togliatti,
vi doveva uccidere tutti quando ne aveva l'opportunità»
(firmato: Volante Rossa). Minacciosi: «Fatti processare o ti
veniamo a prendere». Soprattutto: molti, moltissimi. Pubblicati
non da oppositori, ma dal sito ufficiale di Forza Italia, nell'apposito
spazio «Sinistra tolleranza». Unica avvertenza, i messaggi
«banalmente offensivi» vengono censurati. Ciò non
toglie che il campionario di insulti e minacce sia vasto. Ma la gran
parte sono auspici sulla fine del Cavaliere.
I mittenti non si fanno illusioni sulla possibilità di
sconfiggerlo politicamente. Però, scrive Nicola, «per
fortuna il duce che ci opprime è vecchio». Nando
specifica: «Ha i giorni contati». Un anonimo che si firma
«Mi fate schifo» chiosa: «Me lo sento, morirà
presto». Un omonimo che si firma «Silvio Berlusconi»:
«Finirà come Mussolini». Bruno: «In effetti
impiccarlo per i piedi sarebbe il massimo».
«Democratica»: «Un impegno concreto/ Silvio a
Piazzale Loreto!». Ivo: «Non auguro al vostro capo di
morire subito, ma di prendere un ictus e restare paralizzato senza
potersi muovere né parlare». Segue una
serie di interventi sul tema dell'ictus e varie malattie. Alcuni,
più esigenti: «Bruciarlo vivo». Altri, più
specifici: «Bruciarlo vivo lentamente ». Ennio:
«Prego Bin Laden e Al Qaeda che ce ne liberi». Max
corregge: «Voglio vederlo in catene supplicare
pietà». «Contribuente »: «Silvio fai un
gesto di patriottismo, sparati!». Gino: «Preparatevi ad
andare al suo funerale. Noi stiamo mettendo le bottiglie in
fresco». Renato: «E voi dopo cosa farete? Chi vi
manterrà? Ahaha!». Giovanni Benedetto, ieratico:
«Pregherò
tutti i giorni affinché gli arrivi la morte». L'architetto
Lorenzo D'Albo: «Desiderare la morte di Berlusconi è un
dovere civile». Ancora Ennio: «Bin, ti prego!». La
scelta di pubblicare (quasi) tutto è rivendicata da un uomo
chiave
del berlusconismo, sia pure dietro le quinte.
Antonio Palmieri cura il sito di Forza Italia sin dalla fondazione, nel
'95. Parlamentare alla terza legislatura, come responsabile della
comunicazione elettorale si è occupato di tutte le
campagne azzurre dal '98 a oggi. Alcuni messaggi si rivolgono
direttamente
a lui, indicato come «servizievolissimo paggio»,
«nato per servire», «essere larvato senza spina
dorsale», «servo senza dignità»... «Mi
assumo la responsabilità
di rendere pubblici questi interventi - dice Palmieri -. Ignoro se
Berlusconi vada a leggerseli. Di certo, lui sa. Troviamo giusto che si
conosca non solo l'amore, ma anche l'odio che lo circonda. È
vero che
Internet allenta i freni inibitori; però la violenza verbale
dell'antiberlusconismo è impressionante». Non che il
Cavaliere
la dissimuli. Anzi, la esibisce. Berlusconi ti odio si intitola la
raccolta
di critiche e offese pubblicata tre anni fa da Mondadori, a cura di
Luca
D'Alessandro, capufficio stampa di Forza Italia. Per mesi il Cavaliere
è andato in giro con una collezione di articoli
dell'Unità sottobraccio, in cui per sbaglio erano finiti anche
articoli del Giornale («Mi chiamano mascalzone bavoso!»; ma
era Paolo Guzzanti
che scriveva di Prodi). Direttore dell'Unità era allora Furio
Colombo. «Ma non abbiamo mai pubblicato un solo insulto personale
- dice -.
Il vittimismo è una delle corde preferite del premier. Non
dubito
che quel materiale sia autentico: anch'io, che non sono un leader,
ricevo
"hate mail", cattive, minacciose, volgarissime. Mandare quei messaggi
al
sito berlusconiano è palesemente un errore: gli si fa un
piacere.
Così come è un grave errore che loro, anziché
lasciarli
cadere provocandone la scomparsa, li pubblichino”.
I ministri compaiono di sfuggita: Scajola, ribattezzato «il Boia
di Genova»; la Gelmini — «al rogo!» —; Brunetta—
«c'è Biancaneve che ti aspetta!» —; e ovviamente la
Carfagna, su cui si preferisce non infierire. Ma il protagonista
è lui: il nano, nanetto, nanottolo, nanerottolo, nano di Stato,
nano trapiantato, nano pappone, solo per restare alla statura. Alcuni
si firmano con nome e cognome; ricorrente un certo Walter. Un anonimo
«Genetista» vorrebbe «sterilizzare i maschi
forzidioti» ma anche «innestare su di loro i geni Rom,
molto più onesti e utili al paese». Dario: «Neppure
il presidente romeno gli crede!». Altro anonimo che si firma
«Tutta Italia»: «Guai a voi se toccate Travaglio; sarebbe l'inizio di una fase
pericolosa per la democrazia». Dalla Sicilia «Pagamento in
ritardo» fa sapere di attendere da anni cento euro promessi da
Cuffaro. «Vergogna»: «Vi ricordate quando ha
comperato tutte le copie del film con Montesano in cui Veronica
diventava lesbica?». Attilio Greco,
dolente: «Avete rubato il nostro futuro e quello dei nostri
figli». Ancora «Genetista»: «Il Dna
forzaitaliota evidenzia una dominanza del gene 51, che deprime i
processi cognitivi e attiva il comportamento innato da servo della
gleba...».
Aldo Cazzullo 24 settembre 2008
ELISABETTA II IN BIKINI
Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma
praticamente tutti cerchiamo di essere attraenti. In un certo senso
questo
è addirittura un obbligo: la cortesia è un modo di
rendersi
gradevoli ed è considerata imprescindibile.
Moltissimi vanno oltre: sono disponibili, si interessano ai problemi
del prossimo, raccontano barzellette, sono maestri
di conversazione e si propongono subito come amici. Questo vale anche
dal punto di vista fisico: tutti tengono a vestirsi bene o quanto
meno ad avere abiti senza buchi e ad essere puliti, in modo d’avere
l’aria di persone per bene. Prima ancora di aprire bocca, si vuole
essere “accettati” come immagine.
Quest’ultimo particolare è importantissimo per le donne. Nel
loro caso, il fatto di essere attraenti ha una doppia valenza: quella
sociale e quella sessuale. Una signora che la società stimasse
molto per il suo valore intellettuale, ma fosse veramente brutta, non
potrebbe non rammaricarsi del fatto che tutti gli uomini si levano il
cappello, dinanzi a lei, ma nessuno la vorrebbe a letto. Ecco
perché è raro che una donna – salvo quelle che per
età o altri malanni hanno deposto le armi – non faccia tutto il
possibile per rimanere “bella”. Tutte le signore si vestono con cura,
cambiano spesso abbigliamento, vanno dal parrucchiere, si truccano,
controllano il loro peso ed infine sono
felici se, mettendosi in bikini, suscitano il desiderio degli uomini e
l’invidia delle altre donne. Dal punto di vista etologico, all’interno
della specie umana questo è un trionfo.
E tuttavia è anche valida la regola inversa. C’è infatti
chi, per il suo status, è ammirevole per definizione. Il Papa
non ha il dovere di mostrarsi brillante o intelligente,
e infatti dice pressoché costantemente delle ovvietà
condivisibili da tutti. Per esempio che la pace è preferibile
alla guerra e la prosperità alla fame. Egli infatti è da
riverire ed apprezzare non per quello che dice ma perché
è il papa. Parimenti, il re non deve raccontare barzellette
perché, dal momento che è il re, non ha il dovere di
conquistarsi la simpatia e l’affetto dei suoi sudditi: queste sono cose
che gli sono dovute da sempre, sin
da quando è comparso in pubblico fra le braccia della regina sua
madre. Tutto quello che un re può fare è perdere il
rispetto
del suo popolo: di guadagnarlo non ha alcun bisogno. Da questo nasce la
saggia raccomandazione, per i grandi, di essere molto riservati, di non
comparire troppo spesso in pubblico, di non umanizzarsi troppo. Essi
non
hanno nulla da chiedere e nulla da ottenere. Divenendo “esseri umani
come
tutti gli altri”, fossero anche simpatici, rischiano solo di
perderci.
Questa è una cosa che Berlusconi non ha mai
capito. Qualcuno che è il capo del primo partito d’Italia,
che ha i suoi soldi ed è perfino Primo Ministro, non ha bisogno
di raccontare barzellette. Chi già lo apprezza non
l’amerà
di più per questo, chi non l’apprezza lo disprezzerà come
i romani disprezzavano Nerone con le sue pretese d’artista. Il
Cavaliere
probabilmente si comporta così perché vuol far vedere che
non si è montato la testa, che è rimasto il simpaticone
di un tempo, l’animatore delle crociere: invece dimostra di non capire
lui stesso quanta strada ha fatta da allora. Ciò che un tempo
gli
fu utile oggi può essergli nocivo. Il copione gli assegna una
parte
diversa. Si accontenti del consenso del popolo italiano.
Un’altra che ha sbagliato, e molto più pesantemente di
Berlusconi, è Diana Spencer. Far parlare di sé
è una buona politica, se con essa si conquista la
notorietà
e si fanno vendere i biglietti al botteghino. Ma la moglie del futuro
re d’Inghilterra la notorietà ce l’ha dal giorno del matrimonio.
Se dunque passa da un amante all’altro e si trasforma in un’immagine da
rotocalchi, può solo scadere nella considerazione di molti. Da
principessa destinata al trono a puttanella smidollata. Diane Spencer,
da regina, avrebbe addirittura messo a rischio la monarchia.
Del tutto all’inverso, Elisabetta II sarà ricordata nei secoli
come uno dei più grandi sovrani d’Europa. Non
solo non si è mai messa in bikini, ma non ha mai sbagliato una
mossa. Non ha mai detto una parola in più; non ha provocato il
più piccolo scandalo; è stata una presenza rara e piena
di dignità. Questa grande regina ha rappresentato alla
perfezione
la sua parte di nullità piena di stile, nel nome della quale si
potrebbe perfino affrontare la morte, talmente ella impersona la
patria.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 23 settembre 2008
ALISTATO
In occasione della crisi dell’Alitalia si sente il
bisogno di una chiave di lettura. In essa entrano in gioco il governo,
miliardi di euro, diciannovemila lavoratori, l’onore dell’Italia
e la mobilità degli italiani. Questa chiave potrebbe essere
lo statalismo.
La salute economica di un’impresa è valutabile in base a un
bilancio. Se si è raffreddati, non è un
divertimento ma rimane cosa senza importanza. Se si ha un cancro in
fase avanzata, non si hanno speranze. Per l’impresa come per l’uomo, da
un lato si può sopravvivere con qualche acciacco, dall’altro i
problemi possono risolversi con la morte.
A questa regola naturale c’è tuttavia un’immensa eccezione: lo
Stato. Esso assicura un certo numero di servizi a fronte di un prelievo
forzoso chiamato “imposizione fiscale” e offre il vantaggio che
l’amministrazione pubblica non intende fare profitti. Se li
facesse, del resto, andrebbero al popolo. Lo svantaggio è che
l’amministrazione i profitti non li fa mai e se opera in perdita non
per questo “morirà” come muore un’impresa privata.
Questo schema conduce pressoché fatalmente a degenerazioni. Se
nell’impresa privata le perdite costanti sono dell’1%,
ci si avvia al fallimento. Nell’impresa di Stato invece si sa che
si opera in deficit: dunque se si è in deficit per il 65%,
che importa se si passa al 66%? O al 76%? O all’86%? Qual è
il limite del deficit? L’impossibilità di fallire fa sì
che si scada facilmente nell’illusione che le leggi economiche non
abbiano più valore.
Ecco perché l’impresa di Stato gode di tanto favore. L’operaio
che chiede un aumento all’imprenditore se che se fa fallire l’impresa
non avrà un aumento ma la fine del salario. L’operaio pubblico
sa che la sua impresa non può fallire sicché il successo
della sua richiesta dipenderà esclusivamente dalla sua
capacità di pressione.
Molti – comunisti in testa – non capiscono che questa libertà
dalle necessità economiche non può che essere settoriale.
Se i netturbini, mettendo in ginocchio la città con la
spazzatura, ottengono un aumento di salario economicamente
ingiustificato, quel denaro in più che riceveranno sarà
un denaro che, ingiustificatamente, avranno in meno i contribuenti.
“Ogni volta che qualcuno riceve una ricchezza che non ha prodotto,
c’è qualcuno che non riceve una ricchezza che ha prodotto”. E se
tutti i lavoratori sono lavoratori pubblici, il risultato sarà
la miseria generalizzata (Unione Sovietica e simili).
I dipendenti Alitalia, considerandola immortale, hanno portato
l’impresa ad operare strutturalmente in deficit ed è questa la
ragione per cui, quando è caduta l’offerta della
CAI, a Fiumicino si è festeggiato. Quello che il grande pubblico
e i grandi giornali non hanno capito è che i dipendenti Alitalia
non credono alla possibilità del fallimento. Non è
Alitalia, è AliStato: e lo Stato non può fallire.
In Italia tutto è possibile, ma oggi la verità è
che: 1) l’Alitalia non è statale; 2) lo Stato non ha né
il denaro né la voglia per nazionalizzarla; 3) l’Ue vieta che
l’impresa continui ad operare in deficit, con finanziamenti di
vario genere; 4) senza una drastica ristrutturazione l’impresa non
è vitale e 5) nelle condizioni attuali, essendo economicamente
fallita, nessuno la comprerebbe. L’offerta della CAI è esistita
perché il governo ha molto insistito, perché ha offerto
una mostruosa cassa integrazione (l’80% per molti anni!) e
perché
– operata una profonda ristrutturazione – l’impresa poteva essere resa
di nuovo vitale. Rifiutandola, i dipendenti Alitalia sono
volontariamente
rientrati sul mercato. Prosit.
Una nota finale riguarda l’atteggiamento della CAI. Essa ha ritirato
l’offerta e tuttavia, ancora oggi, in molti supplicano la Cgil, i
piloti e alcuni sindacati di firmare il contratto. Ma
chi dice che la CAI mantenga un’offerta che è stata ritirata
con voto unanime? Potrebbe sempre rispondere: dolenti, noi abbiamo
indicato una scadenza, giovedì 18/9/2008 alle ore 16, e
l’accordo non s’è concluso. Amen. Il resto non ci riguarda.
Probabilmente
non lo dice già oggi perché si sta giocando col cerino
acceso.
Il commissario potrebbe a giorni non avere il denaro per il kerosene
degli aerei, Riggio potrebbe ritirare la licenza alla compagnia e
l’impresa
potrebbe chiudere entro una settimana. Perché uccidere una
malata
che sta morendo da sé? Se infatti la CAI dicesse: non vi
strapazzate,
ché tanto siamo noi, ora, a dire di no, tutti le darebbero la
colpa della morte dell’Alitalia. Se invece tace, può invece
darsi
che la follia dei piloti, della Cgil e degli altri sindacati la salvi
dal biasimo (immeritato) di avere fatto chiudere la compagnia di
bandiera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 21 settembre 2008
ALITALIA: LE RESPONSABILITÀ
Se
un malato di broncopolmonite è in un letto
d’ospedale e gli infermieri lasciano la finestra aperta sul gelo, certo
non favoriranno la sua guarigione. Ma se qualcuno entra nella stanza e
finisce il poveruomo a rivoltellate, non sarà certo stata l’aria
fresca, ad ucciderlo. Nel dramma dell’Alitalia le rivoltellate, per
unanime consenso, le hanno sparate la Cgil e i sindacati dei piloti.
Essi hanno affermato di aver fatto pervenire una controproposta con
ulteriori richieste ancora la mattina del giorno dell’ultimatum,
dimenticando che, quando si tratta di salvare una compagnia che perde
un milione di
euro al giorno, non si può discutere indefinitamente. Inoltre la
C.a.i. aveva concesso tutto quello che poteva concedere e ultimatum
significa
“o questo o è rottura”. Ma i dipendenti Alitalia sono convinti
di potere sempre averla vinta. E hanno sparato al malato.
Le responsabilità dei governi. 1)Governo Prodi. È forse
stata colpa sua il fallimento della trattativa con
Air France? Certamente no. I sindacati hanno detto no ed Air France
se n’è andata. Né poteva essere colpa di Berlusconi, che
era all’opposizione. Tecnicamente l’Alitalia è poi fallita nel
momento in cui è stato designato un commissario (Fantozzi) e
s’è dichiarato lo stato d’insolvenza. Dunque, per chiunque
avesse pensato di salvare la compagnia, si trattava ora di resuscitare
un morto e si sarebbe dovuto gridare al miracolo, se si fosse visto
qualcuno disposto a comprare il cadavere. Oltre tutto, il governo era
nell’impossibilità giuridica e tecnica (la Ue lo vieta) di
continuare
a gettare soldi in questo pozzo senza fondo. Semplice ed esatto. 2)
Berlusconi
però protestava perché s’era tentato di vendere l’impresa
ad uno straniero e prometteva: io troverò un compratore
italiano.
E nessuno gli credeva. Tant’è vero che per settimane si è
ironizzato sulla fantomatica “cordata”. Poi il Governo Berlusconi –
chissà
come – è riuscito a convincere sedici imprenditori a rischiare
il loro denaro per salvare l’Alitalia e a questo punto alcuni sindacati
essenziali hanno detto di no. Il progetto è andato in fumo.
Semplice
ed esatto. 3) Nel momento dei negoziati, il governo e i ministri
hanno agito semplicemente da mediatori e sarebbe strano che il
fallimento di una trattativa dipendesse dal mediatore piuttosto che
dagli interessati. Costoro, se il mediatore fosse incapace, potrebbero
benissimo mettersi
d’accordo direttamente. Semplice ed esatto.
Fra i colpevoli ci sono coloro che hanno sperato nel fallimento dei
negoziati, i gufi che a loro volta si distinguono in gufi in buona fede
e gufi in malafede. I primi sono i dipendenti Alitalia che, illusi da
anni ed anni di trionfi contro ogni buon
senso e contro ogni logica economica, non hanno mai creduto alle
minacce. Dunque perché accettare sacrifici per sopravvivere
come impresa? Bastava dire no e si poteva star certi che la controparte
avrebbe ceduto. Come sempre. Per questo ieri festeggiavano a Fiumicino.
I gufi in malafede sono invece i politici (e forse la Cgil) che hanno
puntato sul fallimento solo per dare addosso al governo. A loro, della
disoccupazione di oltre diciottomila lavoratori, senza contare
l’indotto, non importa nulla. La demagogia non si occupa di queste
piccolezze.
Infine, le colpe di Berlusconi. Il Cavaliere di Arcore parla troppo ed
è malato di titanismo. Se, durante la trattativa con Air France,
avesse saputo tenere la lingua a freno, avrebbe avuto solo da
guadagnarci. Dinanzi ad un risultato positivo avrebbe protestato per la
vendita allo straniero, aggiungendo “Io ero il capo dell’opposizione,
la mia firma non era richiesta”. E invece ha parlato. Tanto. Se non
l’avesse fatto, successivamente, non avendo
promesso nulla, si sarebbe potuto risparmiare gli sforzi per mettere
su la “cordata”. Dinanzi ad un risultato negativo, avrebbe potuto
accusare
i sindacati di aver fatto fallire l’Alitalia, avrebbe potuto aspettare
che andasse completamente alla deriva, dandone il torto al governo
Prodi,
ad Air France e ai sindacati, sempre con l’aria dello spettatore non
implicato nella vicenda. Purtroppo Berlusconi è malato di
titanismo. “Quello che gli altri non hanno saputo fare in un anno io lo
farò in una
settimana”. “Quello dinanzi a cui gli altri si sono arresi
sarà
per me un’occasione di vittoria”. Ecc. Non ha però fatto i conti
con la follia suicida di dipendenti fin troppo viziati ed affetti da
una
mancanza di ragionevolezza inconcepibile.
Il Cavaliere è entrato nella vicenda dimenticando il vecchio
proverbio per cui chi va a letto con i bambini si alza sporco di cacca.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it . 19 settembre 2008
UNA VOLTA DI
TROPPO
Ora 16,30 di giovedì, 18
settembre 2008. Titolo del Corriere della Sera: Alitalia, salta tutto.
“Cai ritira l’offerta”.
Quella dell’Alitalia è una vicenda che ha avuto prevedibili
esiti tragici e che può essere interpretata in chiave
psicologica.
Ciò che caratterizza l’uomo adulto e sano di mente è il
principio di realtà. Questo principio gli fa capire che se, ha
uno stipendio di 1.500 € al mese, non
può permettersi una Ferrari; che difficilmente il matrimonio
con una persona di trent’anni più anziana può essere un
successo; che fumando quaranta sigarette al giorno ci si prenota per
il cancro. Viceversa il bambino insiste per il giocattolo che la
famiglia non può permettersi proprio perché per lui
parole come
“possibilità” e “denaro” hanno poco significato. C’è
infatti
un modo di dire inglese, per chi insiste in questi casi: “he doesn’t
take no for an answer”, cioè “per lui no non è una
risposta”; è una parola senza significato. E tanto meno ne ha
quanto
più spesso, facendo i capricci, il bambino riesce a ribaltare il
“no” in “sì”.
L’Alitalia è un’impresa che, nel corso dei decenni, ha avuto
questa possibilità di comportarsi come un bambino piccolo. Se
fosse stata guidata con criteri privatistici tutto sarebbe stato
semplice: gestione economica oppure fallimento, parecchi anni fa.
Invece non ha avuto reali preoccupazioni di bilancio. Ha avuto come
interlocutore uno Stato che, dinanzi ad uno sciopero, è
stato pronto a cedere pagando di tasca propria. Per questo i dipendenti
sono arrivati ad atteggiamenti esosi, a scontentare la clientela, a
trasformare l’impresa in un tale pozzo senza fondo, per le finanze
pubbliche, che alla fine si sono messi in guai insuperabili. In molti
hanno perduto prima il senso della realtà e oggi il posto di
lavoro. Arriva infatti un momento in cui “no” non lo dice più
una mamma premurosa e malleabile, ma una realtà di marmo.
Lo scoglio insuperabile è stato di origine comunitaria. Nel
corso dei decenni i governi italiani non hanno osato affrontare i
sindacati e si sono svenati. Tuttavia questo atteggiamento non è
stato visto, in sede comunitaria, come un favore a una categoria di
lavoratori ma come una falsificazione della concorrenza fra le
aviolinee. Solo per questo, finalmente, persino l’Italia di Prodi
è stata costretta a liberarsi dell’Alitalia. Non sono stati il
buon senso, il coraggio, lo scrupolo nei confronti dei contribuenti
(tutte cose che lo Stato italiano non ha mai dimostrato) a spingerla a
liberarsi da questa sanguisuga ma gli impegni sottoscritti in sede
internazionale.
Purtroppo non si può vendere un’impresa
fallita, in cancrena dal punto di vista strutturale, oltre che
in gravissimo deficit. Sarebbe come cercare un compratore per
una Fiat Punto di dieci anni, col motore fuso, al prezzo di trentamila
euro. Dunque le soluzioni erano solo due: il fallimento o una
draconiana
ristrutturazione.
Di fronte a questo, chiunque avesse il principio di realtà
griderebbe: “vada per la ristrutturazione!” Ma i sindacati sono
stati abituati a non credere a ciò che gli si dice. They don’t
take no for an answer. Sono stati minacciati troppe volte con pistole
scariche. Hanno vinto troppe volte vertenze che sulla carta avrebbero
dovuto perdere. Hanno finito col credere che le minacce fossero
risibili, fino a crederlo una volta di troppo. Chi per anni ha fumato
quaranta o cinquanta sigarette al giorno, anche se ha riso degli
avvertimenti, non può meravigliarsi se gli diagnosticano il
cancro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 18 settembre 2008
Due donne, due mondi, valori diversi
Zipi Livni e' stata eletta stanotte
presidente del partito Kadima, sostituendo Ehud Olmert travolto da
scandali
di corruzione che presto gli costeranno anche il posto di Primo
Ministro. Zipi e' pulita, onesta, ex agente del Mossad, che non guasta,
ha fatto una carriera fulminea e in nove anni, da avvocato di un
ufficio
governativo, eccola quasi all'apice, a un passo dal diventare
Premier di Israele, il mestiere piu' difficile che esista.
Vedremo le sorprese che ci riservera' il futur, per il momento la cosa
piu' importante e' che Olmert se ne vada a casa prima di regalare in
giro mezza o tutta Israele.
Venghino venghino siorre e siorri, Israele e' in svendita!
Chi vuole il Golan? Bashar? benissimo eccolo qua. Vuoi darmi qualcosa
in cambio? ma per carita'! quando mai Israele ha chiesto qualcosa per
tutte le terre che ha regalato a voi arabi.
E Giudea e Samaria, chi le vuole, siorre e siorri?
Hamas? prego, eccovele, prendetele pure.
Cosa dicono quei cattivoni di settlers? Che sono terre ebraiche? Che
non sono mai state terre arabe? E allora? Io le ragalo a chi voglio
perche' sono Ehud Olmert e anche mia
moglie, la pittrice comunista mi da ragione, e se non chiedo in
cambio neanche la vita di Gilad Shalit sono sempre affari miei, poteva
fare a meno di fare il soldato e nessuno lo avrebbe rapito.
E Gerusalemme, la nostra Capitale? Chi e' che vuole Gerusalemme ,
siorre e siorri?
Sempre Hamas? Ma benone, molto bene, cosi' eviteremo all'Iran di
gettare la bomba, avremo Ahmadinejad in casa e potra' ammazzare
ebrei a suo piacere.
Ecco , Zippi dovrebbe farci dimenticare tutto questo scempio olmertiano
nel caso dovesse diventare Premier.
Sara' in grado?
Avra' la forza di dire agli arabi le paroline giuste? :
"Andate al diavolo, Israele e' terra nostra, con Giudea, con Samaria,
con il Golan e con GERUSALEMME! Andate al diavolo, qui niente e' vostro
perche' niente avete mai avuto".
Avra' la forza di recuperare dignita' e di dire che qui e' Israele ad
avere diritti inviolabili e non viceversa?
Sapra' smettere di abbassare la testa davanti ai boss internazionali
che vogliono solo accontentare i palestinesi e indebolire Israele
privandolo dei suoi diritti di Paese Sovrano?
Difficile.
Una cosa e' certa, se si andasse a elezioni, non avrebbe possibilita'
di vincere contro Bibi Netaniahu.
Un'altra cosa e' quasi certa, dopo tutto il danno fatto da Ehud
Olmert, ho i miei dubbi che il partito Kadima, senza il suo fondatore
Sharon, potrebbe sopravvivere e prevedo un grande ritorno dei suoi
adepti al Likud.
Zipi Livni merita comunque i nostri auguri di buon lavoro e tantissima
buona fortuna perche' ne avra' bisogno. La sua strada sara' tutta in
salita.
La seconda donna di cui volevo parlare perche' anche oggi i media
israeliani ne accennano e' una donnetta, una donnicciola, una bugiarda,
una razzista, un'antisemita inglese,
per caso e per sua fortuna cognata di Tony Blair, sorella di
Cherry che non sara' certamente ricordata per la sua brillante
intelligenza.
La donnetta, sorella di Cherry, si chiama Laureen Booth e, manco a
dirlo, le assomiglia nella mancanza di materia grigia.
Dunque questa Laureen faceva parte dei furbastri che sono
arrivati circa un mese fa a Gaza in barca da Cipro portando, per
alleviare le sofferenze dei poveri palestinesi, 5000 palloncini
colorati e 200 apparecchi acustici.
Vi prego di non ridere perche' questo e' quello che e' accaduto.
Quando le due barche di furbastri sono ripartite da Gaza alla volta di
Cipro, portandosi dietro 7 palestinesi con cittadinanza cipriota, la
Booth e altri santi navigatori
sono rimasti a Gaza per aiutare i "sempre poveri palestinesi".
Hanno ricevuto da Hannyie', il terrorista capo
di Hamas, il passaporto palestinese dove sta scritto che "la Palestina
va dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo" (naturalmente dopo aver
affogato in tale mare tutti gli israeliani) e Infine, gonfia di amore
per il suo adorato Hamastan, la signora ha tentato di uscirne per
tornare nella patria che le compete, la perfida Albione.
A questo punto sono sorti i problemi: Israele non le permette di
entrare nel paese per recarsi all'aeroporto Ben Gurion, altrettanto fa
l'Egitto che non le da il consenso di attraversare il valico di
Rafah per raggiungere Il Cairo.
La Booth naturalmente se la prende solo con Israele perche' mai
uscirebbe dalla sua bocca una parola poco gentile contro
gli arabi.
Ma veniamo alla parte comica della storia di questa signora.
Dopo aver urlato ai quattro venti che Gaza e' una prigione a cielo
aperto (naturalmente senza menzionare l'occupazione di Gaza da parte di
hamas che continua ad ammazzare palestinesi), dopo aver dichiarato al
giornalista antisemita e antiisraeliano George Galloway, in
un'intervista al canale iraniano Press TV, che "Gaza
e' un campo di concentramento pari al Darfur a causa
dell'occupazione israeliana" ...che non esiste...,
la Booth incorre nella gaffe piu' grande della
sua vita, una gaffe stupenda, meravigliosa, degna della cittadinanza
onoraria di Israele!!!
Probabilmente andando in cerca di cadaveri per
le strade di Gaza o di bambini colle pance gonfie e le mosche attaccate
al tracoma dei loro occhi o di gente morente di sete, in una
infausta voglia di pubblicita', Laureen si fa fotografare in giro per
questo "Darfur palestinese" privo di cadaveri e di scheletri
abbandonati per le strade e si fa riprendere in un supermercatino
talmente pieno di prodotti alimentari da occupare anche parte del
marciapiede antistante.
Si vede la Booth fare la spesa, borsone di spesa, servita da un
palestinese ben vestito e ben nutrito, poi , colmo dei colmi, la si
vede andare verso casa attraverso un giardino lussureggiante di piante,
fiori e alberi...ma non dicevano che a Gaza non hanno acqua perche'
Israele gliela ruba per riempire le sue piscine?
Infine la Laureen , soddisfatta, con un grande
sorriso, mostra il passaporto palestinese dove e' prevista la
fine totale di Israele.
E brava la cognata di Tony, complimenti, in pochi minuti ha distrutto
la propaganda di anni e ha platealmente contraddetto se stessa.
Io le darei un premio perche' peggior servizio
ai "poveri palestinesi vittime di Israele" non poteva fare.
Grazie Laureen Booth, grazie per aver confermato quello che noi diciamo
da sempre, che i palestinesi di Gaza sono nutriti, dissetati, mantenuti
da Israele e che il loro problema non e' la fame e la sete ma Hamas che
li rende schiavi e che ne ammazza qualcuno ogni secondo giorno.
La prossima volta, signora Booth, mi faccia un
piacere personale e vada in Darfur anche se la' non ci sono ebrei
da odiare e diffamare, guardi con i suoi occhi cosa succede da
quelle parti e si vergogni, Laureen Booth, si vergogni semplicemente
di esistere.
Deborah Fait
SUCCÈS DE SCANDALE
Uno scultore asiatico, Terence Koh, ha
esposto
a Gateshead, nord-est dell’Inghilterra, una statua che raffigura
Gesù con un’erezione. È stato denunciato e probabilmente
subirà un processo. Come è ovvio, il fatto non è
importante e forse la migliore reazione sarebbe stata quella di passare
all’opera seguente, nella mostra, senza permettere all’autore di farsi
notare in questo modo. Ma l’episodio invita a qualche riflessione.
Il fatto che l’artista non sia europeo non cambia e non spiega nulla.
Non è necessario essere profondi conoscitori di religioni
comparate per sapere che l’Inghilterra, malgrado la varietà
delle sette, è un paese cristiano. La verità - la banale
verità - è che questo signore ha cercato di ottenere
visibilità attraverso lo scandalo religioso, variante del
più corrente tentativo di ottenere visibilità mediante
l’imprevisto o il curioso. Come quell’altro artista, in corsivo, che si
è fatto una fama “impacchettando” i monumenti, come se dovesse
spedirli. O come quel fotografo che ha ottenuto un sacco di citazioni
sui giornali con immagini di folle sterminate di donne e uomini nudi.
La spiegazione di tutto questo nasce da un fraintendimento storico.
È avvenuto in passato che un’opera d’arte scandalizzasse, o
perché troppo lontana dalle abitudini del tempo, o perché
contraria a qualche regola che si reputava indefettibile. Per la
“Traviata” fece scandalo che si rendesse protagonista una prostituta,
poco importa se d’alto bordo, per “Madame Bovary” che si raccontasse la
vita e
la morte di un’adultera. Ma oggi queste sono solo delle
curiosità e l’essenziale è la grande musica di Verdi o lo
stile inarrivabile di Flaubert. È questo che alcuni sembrano non
capire. Un’opera d’arte può anche avere un succès de
scandale ma non è che un succès de scandale dimostri che
si tratta di un’opera d’arte. L’arte è miracolo. Per
impacchettare un monumento come fa Christo basterebbe uno
spedizioniere. Ecco il fraintendimento
di base di cui qualcuno cerca di approfittare.
Né si può essere meno severi per
quanto riguarda la religione. Come non si deve dire allo zoppo
che ha un incedere comico, non si ha il diritto di ledere i sentimenti
dei credenti. Prima ancora di essere un attentato alla religione
è un intollerabile atto di maleducazione.
E c’è un’ultima considerazione: gli artisti che sbeffeggiano il
Cristianesimo hanno un torto che, quand’anche non fossero valide le
considerazioni che precedono, da solo li renderebbe imperdonabili. Essi
attaccano Gesù Cristo perché sanno di farlo in paesi
tolleranti, dove al massimo rischiano una nota sui
giornali. Ché anzi, è proprio questo che cercano. Se
invece
volessero dimostrarsi veri ribelli e insofferenti dei tabù della
società, perché non vanno a ridicolizzare Maometto in
Arabia Saudita? Perché sarebbero messi a morte senza
complimenti?
E allora attaccare il Cristianesimo corrisponde ad un crimine per
il quale non può esistere perdono: la vigliaccheria. Lo
Chevalier
de la Barre, nel 1766, fu torturato e messo a morte solo perché,
a quanto qualcuno diceva, non si era cavato il cappello al
passaggio della processione. E questo non nel Burkina Faso ma a Parigi.
E l’insolente aveva solo diciannove anni. In quella Parigi questo
scultore avrebbe
esposto un Cristo con l’erezione?
Forse è anche un errore parlarne. E un errore ancora più
grande è avere citato il nome del sedicente artista. Per favore,
dimenticatelo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - settembre 2008
ARROGANZA
RECIDIVA
Sul Corriere della Sera di
oggi, non contento di essersi fatto dare torto persino da sinistra,
Adriano Sofri insiste sulle sue tesi. La prima è che l’omicidio
Calabresi non fu un atto di terrorismo. Al riguardo incorre nell’errore
già
commesso nel primo articolo: quello di ritenere che la sentenza del
giudice penale sia in ogni caso adatta, sul piano della realtà,
a distinguere un reato terroristico da un reato non terroristico.
Se una Corte dichiara che un reato è un atto di terrorismo, la
verità giudiziaria è quella. Ma la verità
giudiziaria non è necessariamente la
verità storica. Fra l’altro, proprio questo avrebbe sostenuto
Sofri, se la Corte l’avesse condannato per terrorismo. Se viceversa una
Corte non rubrica un dato reato come atto di terrorismo, questo non
dimostra che esso non lo sia: può darsi semplicemente che non
esistano prove sufficienti e la questione rimane impregiudicata.
Impregiudicata soprattutto per uno come Sofri che, ingenerando qualche
grave sospetto, ancora oggi confessa: “ritenevo la violenza necessaria
a cambiare il mondo”. Un condannato, tale persino in occasione
dell’ottenuta revisione del processo, non ha il diritto di appellarsi
all’opinione del giudice in materia di terrorismo dopo avere rifiutato
la sua opinione (sententia, in latino), tanto più importante e
tanto più tecnica, che lo ha dichiarato mandante di un bieco
assassinio. La Corte è credibile in materia di terrorismo e non
è credibile in materia di omicidio?
Poi l’intellettuale fornisce una definizione del terrorismo: “In senso
proprio, vuol dire quella violenza indiscriminata tesa a suscitare il
terrore nelle file del preteso nemico e a conquistare col terrore
l’adesione della propria pretesa parte”. È esattamente quello
che ricordiamo. Il sequestro di un giudice (D’Urso), l’uccisione di un
generale (Taliercio), l’assassinio a tradimento di un commissario di
polizia, Aldo Moro ucciso a freddo e tanti altri omicidi di questo
genere, durante l’orrenda stagione degli anni di piombo, non tendevano
a “suscitare il terrore nelle file del preteso nemico”?
Sofri tuttavia, forse per differenziare il suo caso dal fenomeno
generale, ironizza sull’ipotesi di un terrorismo che opera su una sola
persona e si chiede: “Una specie di caricatura del socialismo in un
Paese solo nel terrorismo di un assassinio solo?” Bella domanda: ma a
lui risulta che in quegli
anni fu ammazzato il solo Calabresi? O pretendeva che le vittime del
terrorismo morissero tutte nello stesso giorno?
Sofri non può fare a meno di “obiettare quando l’omicidio di
Calabresi viene commemorato alle Nazioni Unite come esemplare del
terrorismo internazionale”. Obietti
pure, ma conceda agli altri il diritto alle proprie opinioni. Non
dimenticando che fra di esse ci potrebbe essere giustificatamene quella
secondo cui proprio lui ha simpatia per i terroristi. Ripete
infatti ancora oggi: le “persone che oltrepassano la soglia fra le
parole e i fatti non sono necessariamente malvagie, e possono anzi
essere «migliori» di altre”. Chissà,
può darsi. Tuttavia in molti ci illudiamo, non avendo fatto male
ad una
mosca, di essere migliori, noi, di chi ha sparso il sangue del prossimo
tendendogli un agguato. Ecco perché non riusciamo a pensare “con
grande rispetto” a Bruno Fanciullacci, l’assassino di Giovanni Gentile:
perché non riusciamo a sentire questo grande rispetto
per chi uccide. Non siamo né nobili né sensibili come
Adriano.
La seconda tesi di Sofri è che non si capisce perché mai
si onori la memoria di Calabresi e non quella dell’anarchico Pinelli.
C’è da trasecolare. Di che si lamenta? Il collegamento fra
Calabresi e Pinelli, fatto
da lui e dai suoi amici, è perfettamente abusivo. Uno è
un commissario di polizia, un martire abbattuto mentre serviva lo
Stato, l’altro un anarchico dal parlare truculento e minaccioso, morto
durante un’indagine di polizia. E senza alcune responsabilità di
Calabresi. Lo riconosce Sofri stesso: “le innumerevoli carte relative
alla morte di Pinelli e ai processi Lotta Continua-Calabresi inducono a
credere che Calabresi non fosse nella sua stanza al momento della
caduta di
Pinelli”. E allora, perché mai lo Stato dovrebbe onorare
un anarchico come onora Calabresi? Che cosa mai giustifica questa sorta
di equiparazione Calabresi-Pinelli?
C’è un detto: “certe cose, più uno le rimesta, più
puzzano”. Forse Adriano Sofri non l’ha mai sentito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 16 settembre 2008
LA DEMOCRAZIA IN AUTOMOBILE
La discussione sulla “vera democrazia” è antica e
richiederebbe, per essere affrontata, un bagaglio di cultura e
bibliografia non indifferente. Qui ci si limita invece, umilmente, a
lanciare un sasso nello stagno.
Le obiezioni che sono state mosse a questo tipo di regime sono molte.
Cominciò Aristotele, avvertendo che essa può condurre al
dominio della demagogia, al disordine e per contraccolpo alla
dittatura. Molti moralisti attuali si lamentano poi del fatto che in
essa si è facilmente indotti alla corruzione; che non raramente,
invece del migliore, vince chi
è più forte economicamente; che i votanti sono
disinformati e si lasciano ingannare dai demagoghi; che moltissimi non
votano e per conseguenza è discutibile che ci sia un “governo di
popolo”. E via dicendo. La lista è lunga. Lunga e forse inutile.
Che cosa si penserebbe di qualcuno che, dovendo noleggiare
un’automobile, ne chiedesse una “perfetta”? Si osserverebbe che sta
dicendo un’assurdità. Le automobili hanno caratteristiche
diverse perché rispondono ad esigenze diverse. Ciò che
per uno è una qualità per un altro può essere un
difetto e soprattutto alcune caratteristiche positive sono
contraddittorie. Non si può pretendere che un’automobile di
lusso consumi pochissimo e sia facile da parcheggiare. L’automobile
perfetta non esiste. La sua essenza è la capacità di
portare una persona da un posto ad un altro: e basta.
La democrazia è un tipo di regime
umano ed ha dunque i difetti degli uomini che la praticano.
Se un popolo è tendenzialmente avido, scorretto e corruttibile,
coloro che andranno al potere, provenendo da quel popolo, saranno
probabilmente avidi, scorretti e corruttibili. La cosa non è
neppure particolarmente negativa. O, più esattamente, è
negativa: ma non è esclusiva della democrazia. Quel genere di
uomini non manca affatto negli altri regimi e l’unica differenza
è che – sotto le dittature – non è permesso né
denunciarli né destituirli.
La “vera democrazia”, come “l’automobile
perfetta”, non esiste. E come per quel veicolo si può
dire che perde la sua qualità fondamentale quando non
è in condizione di portare un passeggero, per la democrazia il
problema deve essere posto al negativo: quand’è che
cessa di essere tale?
Aristotele rispondeva: quando si trasforma in tirannia, cioè in
un tipo di regime in cui il popolo non ha più strumenti per
cambiare i governanti. Ed aveva
ragione. Se, sia pure attraverso elezioni influenzate dall’ignoranza,
dalla corruzione, dalla demagogia e dall’ignavia, i votanti possono
ottenere un cambio di governo, si è in democrazia. Se questo non
è possibile, non c’è più democrazia.
Ovviamente, le critiche che molti muovono al “governo del popolo”
volano molto più alto di questo livello. Nascono da una certa
concezione che preesiste all’esame della società e che gli
idealisti reputano essenziale: senza accorgersi che così applicano
abusivamente, alla realtà oggettiva, un loro personale
pregiudizio. Chi non ha sentito le geremiadi dei delusi? “I giornali
fanno solo la politica dei ricchi gruppi finanziari cui appartengono:
è
democrazia, questa?” “Le lobby influenzano la legislazione, è
democrazia, questa?” “Se vota il cinquanta per cento degli elettori,
e poi governa una maggioranza del ventisei per cento, è
democrazia,
questa?” La litania è infinita.
Costoro dimenticano di osservare un fatto fondamentale: se chi dispone
del potere, di molto denaro, di
alleanze, e di suggestioni di ogni tipo, potesse effettivamente
manovrare la democrazia, non vieterebbe la libertà di stampa e
si permetterebbe di indire libere elezioni. In realtà i
dittatori
si guardano bene dal farlo. Infatti sanno bene che, per quanto si possa
imbrogliare, se un popolo molto scontento ha la possibilità di
esprimersi, manderà a casa chi lo ha affamato o reso schiavo.
Non bisogna stare a pesare quanto “vera”
sia la democrazia nella Russia di Putin, quanto autentica sia
la libertà di stampa in Italia o quanto corrette siano le
elezioni in Turchia: il contraltare è la Russia di Stalin,
la stampa sotto Mussolini, la Turchia sottomessa al Califfo.
La vera democrazia non è quella perfetta, che non esiste. La
vera democrazia è un tipo di regime in cui il popolo ha il
potere di cambiare governo senza essere obbligato a fare una
rivoluzione. E tanto basta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 15 settembre 2008I
SOCRATE DOVEVA EVADERE?
Socrate è stato condannato a morte e questa
condanna è divenuta il paradigma della giustizia ingiusta.
Nell’attesa dell’esecuzione Critone offrì al vecchio la
possibilità di sfuggire al suo destino - la sua evasione era
stata organizzata e non appariva difficile - ma il filosofo
rifiutò. Pur reputandosi innocente, tanto che per sé
aveva proposto
come “pena” adeguata una nomina equivalente a quella di senatore a
vita, sostenne che, avendo per tutta la vita obbedito alle leggi,
si sentiva obbligato a farlo anche a costo della sua vita. La condanna
era ingiusta ma se le leggi erano ingiuste, non bisognava violarle,
bisognava modificarle. Fra l’altro allora ogni città di una
certa dimensione faceva Stato a sé e dunque si poteva scegliere
l’ordinamento giuridico al quale essere sottoposti. Chi non amava
le leggi di Atene ben poteva andare a vivere a Tebe o a Sparta. Il
filosofo
aggiunse anche che aveva già settant’anni e non valeva la pena
di violare leggi e contraddirsi solo per vivere qualche anno in
più.
Nei secoli, la nobiltà con cui Socrate affrontò la morte
è stata un topos, un classico argomento di discussione: e
l’ammirazione per il filosofo è stata universale. È
tuttavia lecito affermare che per questa particolare scelta di
comportamento si possono avere dei dubbi.
Se il grande pensatore si fosse reputato
colpevole, e avesse scelto di morire, si sarebbe potuto capire:
avrebbe per così dire condiviso l’opportunità della
pena inflittagli. Egli viceversa si reputava non solo innocente
ma addirittura persona che aveva reso grandi servigi allo Stato:
dunque non condivideva la condanna. Si limitava a rispettare le leggi
solo perché leggi dello Stato e attribuiva loro con ciò
stesso una sorta di sacralità, al punto che al primo posto non
veniva la loro giustizia - e infatti la sua condanna era ingiusta
– ma il fatto che esse avessero il crisma dell’ufficialità. E
questo è difficile da condividere.
Se le leggi, come le Tavole che Mosè ricevette sul Sinai,
emanassero direttamente da Dio, sarebbe fuor di luogo discuterne la
saggezza e perfezione. Ma le leggi di Atene, come le leggi di qualunque
paese in ogni tempo, sono il risultato della decisione degli uomini. Ed
anzi degli uomini politici. Esse dipendono dal periodo storico, dalle
convinzioni dei legislatori e perfino dai loro pregiudizi. Nulla
assicura che siano giuste. Fra l’altro, se fossero sacre, sarebbero
anche eterne e invece mutano nel tempo. È perciò
opportuno obbedire alle leggi per civismo, quando si pensa che siano
ragionevoli, o per paura della sanzione: ma pretendere una sorta di
adorazione della norma dello Stato in quanto tale è francamente
eccessivo. Del resto questa è cosa che non richiede nemmeno il
legislatore. Nel processo penale, mentre i testimoni devono giurare,
prima di deporre, l’imputato non è tenuto a farlo: la stessa
legge reputa legittimo che l’accusato cerchi di sfuggire alle proprie
responsabilità. Anche mentendo. Anche quando sa di essere
colpevole. Figurarsi quando si reputa innocente.
Si potrebbe dire che il rapporto del cittadino con la legge sia retto
da questi principi: a) la legge va
obbedita quando la si condivide. Anche se si è in una
strada deserta, non è bene buttare per terra il pacchetto
di sigarette vuoto; b) quando non la si condivide, si è
autorizzati
a violarla all’unica condizione che si sia disposti a subire la
sanzione
senza protestare. Lo Stato ha il diritto di punire. c) se infine non si
condivide la legge, e si è sicuri di sfuggire alla sanzione, la
si può violare impunemente. Dal punto di vista morale questo,
per molti, è inammissibile, ma questa inammissibilità
è molto discutibile. Innanzi tutto, l’esperienza dice che chi
può violare una legge senza rischi, fin troppo spesso lo fa.
Probabilmente anche coloro che hanno dichiarato inammissibile il
principio
appena enunciato. Poi, la filosofia del diritto insegna che la legge
non chiede un’intima adesione ma l’obbedienza: è il principio
dell’esteriorità del diritto. Infine, si deve ricordare che
chi, in Germania o altrove, durante il nazismo, dava aiuto o nascondeva
un ebreo, violava la legge e rischiava addirittura la propria vita.
Lo si deve biasimare perché violava le leggi – perfettamente
valide, dal punto di vista giuridico - del Terzo Reich?
Socrate avrebbe fatto bene a fuggire. Ai
suoi giudici sarebbe bastato l’esserselo tolto di torno e
quei pochi anni che lui ha sdegnosamente rifiutato gli
sarebbero serviti a regalare a noi immortali pensieri e a se stesso la
sua saggia e sorridente gioia di vivere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 11 settembre 2008
ARROGANZA CRIMINALE
L’articolo di Adriano
Sofri, sul Foglio dell’11 settembre 2008 , ha di che lasciare
perplessi. Il giornalista sbriga la sua vicenda processuale con poche
parole: “Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio”. E se lo
dice lui, tanto basta. Chi merita una condanna è invece tutta la
pubblicistica: “il pressoché universale silenzio, di volta in
volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose
che in tanti abbiamo pur vissuto”. E per questo Sofri passa
a ristabilire la verità.
La prima è che Lotta Continua non fu un’organizzazione
terroristica. Infatti, il processo “si ridusse a imputare tre persone
di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di
associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un
privato”. Ma queste parole sono peggio che azzardate. Quest’uomo
attribuisce alle Corti d’Assise la capacità di stabilire se
sì o no un’organizzazione politica sia terroristica o no e poi
gli nega quella di stabilire chi è colpevole di omicidio. Che
è come riconoscere ad un chirurgo di saper operare al cervello e
negargli la capacità di fare un’iniezione.
La giustizia penale si fonda, almeno nelle intenzioni, su fatti
concreti e prove reputate
inconfutabili: essa non può formulare l’accusa di terrorismo se
non dispone degli elementi necessari per sostenerla. Ma ciò non
vale né per la politica né per
la verità storica, che non si limitano a ciò che si
può dimostrare in un’aula di giustizia. Le responsabilità
politiche di Lotta Continua e dei suoi fiancheggiatori (grandi
intellettuali inclusi) non sono per nulla piccole. Sofri stesso dice:
“Non
c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno”.
Con chi? Calabresi?
Non è dunque chissà che successo l’imputazione di solo
tre persone “nonostanti (nonostante per l’occasione ha cessato di
essere una preposizione ed è diventato un participio presente)
le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze
sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per
suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in
Italia”. Le motivazioni delle sentenze fanno stato riguardo al
dispositivo, non altro. Riguardo ai moventi delle azioni criminali,
soprattutto quando queste azioni sono collegate a gruppi politici,
l’ultima parola spetta alla storia.
L’autore dell’articolo concede
poi che l’assassinio di Calabresi non fu un’impresa commendevole,
“purché non ci si attenti a definirlo come un atto di
terrorismo”. Secondo lui, Lc fece “un’opposizione decisa ed
efficace” al terrorismo. Cosa che stupisce. È comunque difficile
ammettere che, se Lc predicò la violenza, lo fece non per
terrorizzare la parte avversa, ma per incoraggiarla al dialogo.
“Se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come
suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe
far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di
strada si trovassero”. Che se ne prenda nota: bisogna vergognarsi di
queste affermazioni, non di essere stati condannati come mandanti di un
omicidio premeditato.
Sofri difende poi il famoso appello firmato da decine di intellettuali
che pare sia stato una legittimazione ideale e preventiva dell’omicidio
Calabresi. “Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva
viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli
anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate
di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia
rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai
loro stessi occhi”. Anche chi allora firmò oggi vede
quell’infame documento come una manifestazione di follia collettiva
mentre invece si trattava, ci dice Sofri, di un’analisi generosa della
situazione e della personalità del commissario. Che poi, in un
momento di distrazione, fu assassinato.
“L’omicidio di Calabresi – che
è responsabilità di chi lo commise, e non di chi
firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo
di Stato e di omertà istituzionali…” Ancora una volta Sofri,
quando gli conviene, si richiama alla realtà processuale.
Invece, dal punto di vista politico e sociale, l’origine di certe
azioni deve risalire anche a chi le ha sostenute intellettualmente. Si
sarebbe avuta, la Rivoluzione Francese, senza l’Illuminismo?
“L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della
giustizia pubblica e
confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime
di una violenza torbida e cieca”. La violenza torbida e cieca dello
Stato Italiano. La violenza torbida e cieca della Polizia di Stato. La
violenza torbida e cieca del commissario Calabresi,
contrapposta alla visione irenica ed idealistica di chi uccide a
tradimento. C’è molto da imparare, da questo articolo. Le
vittime del terrorismo non sono le persone che sono state uccise, sono
i terroristi. Anche perché, sostiene Sofri, l’assassino a volte,
oltre ad essere una vittima, è anche un uomo buono:
“Fu dunque un atto terribile: questo [però] non significa,
non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero
persone malvagie…. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla
commozione per le vittime”. Come si vede, non si è né
frainteso né
esagerato.
Adriano Sofri, con questo articolo, conferma l’impressione di sovrumana
arroganza che ha sempre dato. Questo inqualificabile emulo di Capaneo
è sostenuto e vezzeggiato da una sinistra che ha troppi
scheletri nel suo armadio spirituale per dirgli il fatto suo: ma se
fosse di destra non ci sarebbero anatemi a sufficienza. I Soloni si
straccerebbero le vesti fino alla biancheria intima.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 12 settembre 2008
IL MORALISTA ANTIFASCISTA
Il
moralista, in senso corrente, è uno che “fa la morale” agli
altri e questa, come dice la sua etimologia, è l’insieme di
regole di comportamento determinate dalle abitudini di un popolo.
La morale tuttavia è spesso inglobata in una religione: per
questo in Europa si può parlare di “morale cristiana”. La
conseguenza è che per i credenti la norma non è
più derivata dalle
abitudini di un popolo ma dalla rivelazione e dal magistero della
Chiesa. Se, per ipotesi, moltissimi reputassero morale il
suicidio in quanto autopunizione, per la Chiesa esso rimarrebbe
condannabile perché, per la sua dottrina, l’uomo non ha
il diritto di disporre della propria vita: neanche se reputa di
meritare la morte. La Chiesa ammette che buona parte della sua morale
coincide
con quella che chiama morale naturale ma nondimeno fonda la
validità di quelle norme sull’autorità della sua stessa
dottrina.
La conseguenza di tutto ciò è che se un sacerdote
dice a qualcuno: “Tu non hai il
diritto di ucciderti”, “Tu non hai il diritto di masturbarti”,
“Tu non hai il diritto di divorziare”, l’interessato non ha
a sua volta il diritto di replicare: “Fatti gli affari tuoi”.
Perché, per il sacerdote, gli affari suoi sono la salvezza delle
anime. E dunque anche quella di colui che si masturba o divorzia. La
risposta giusta è: “Mi scusi, padre, ma io non sono credente.
Dunque le sue regole per me non valgono. Su di me la Chiesa non ha
nessuna
autorità”.
Se, riguardo al miscredente, non può fare il moralista
nemmeno il sacerdote, figurarsi se può farlo qualcuno che fonda
le proprie convinzioni
solo su se stesso. E tuttavia la quantità di questi audaci, in
giro, è sorprendentemente alta. Tutti sono pronti a
riprendere la Gelmini se va a sostenere gli esami in Calabria invece
che nella sua Milano; Fini se fa il bagno dove è
vietato (e si dichiara pronto a pagare la multa); Berlusconi se scherza
con le donne e, a sinistra, Fassino se è contento che la sua
fazione scali una banca o Prodi se cerca di favorire un parente. Quasi
che i moralisti, poveri angeli, non abbiano mai
copiato a scuola, non abbiano mai parcheggiato dove è vietato,
non abbiano mai cercato una raccomandazione. In Italia si ha questo
costante iato tra il livello morale medio – che è piuttosto
basso – e il livello morale che si pretende dagli altri. Si arriva
a chiamare Andreotti mafioso e delinquente solo perché per
certi reati è scattata la prescrizione, si sputa sulla tomba di
Craxi dimenticando che c’è stato un periodo in cui tutti
i partiti, inclusi quelli di sinistra, hanno nuotato a proprio agio
nella corruzione. Per non parlare del Pci che ha anche
beneficiato
per anni dei finanziamenti di un paese che apparteneva ad un’alleanza
militare nemica di quella cui apparteneva l’Italia. E invece Craxi
rimane l’uomo nero, mentre tutti i comunisti suoi contemporanei, da
Napolitano in giù, sono casti e puri.
Il colmo di questo moralismo d’accatto, interessato ed ipocrita,
si raggiunge quando non ci si limita ad applicare al prossimo la
più severa delle morali (mentre non la si applica a se stessi)
ma addirittura si inventa un nuovo tipo di “peccato” imperdonabile. Dal
1943 il peccato imperdonabile è il fascismo. Basta chiamare
qualcuno “fascista” perché lo si sia completamente squalificato,
peggio che se avesse ucciso. Infatti i brigatisti rossi, una volta
scontata la loro pena, sono ascoltati in conferenze, sono compresi
nelle loro motivazioni e nei loro errori, e sono
trattati con indulgenza, da intellettuali scrittori di libri. Mentre
uno che dica “sì, sono stato fascista, ci credevo, ci ho
creduto fino al 1944”, quello no, non è perdonabile. Neanche
dieci, venti, cinquant’anni dopo. Come, è stato fascista? Se
almeno, dopo, fosse diventato comunista, come Dario Fo o Giorgio Bocca
(personaggi che hanno riversato nel loro antifascismo lo
stesso ottuso fanatismo di quando erano fascisti), avremmo tutti
potuto chiudere un occhio: ma osa ricordarsi di essere stato fascista?
Pretende di affermare di essere stato in buona fede, in quell’errore?
E come si può essere fascisti in buona fede?
Il moralista antifascista è una sorta di
mostro. Non ha una religione, dietro di sé, a meno che
l’antifascismo sia esso stesso una
religione, cosa che è lecito sospettare: tutto quello
che ha, dietro di sé, è solo l’interesse della propria
fazione. Se infatti fosse contro il totalitarismo sarebbe anche
anticomunista, e non lo è. Se fosse contro i crimini nazisti
sarebbe anche contro i crimini dello stalinismo, e non lo è. Se
fosse per la libertà, che il fascismo ha gravemente
conculcato, sarebbe anche contro il socialismo reale, che la
libertà l’ha assassinata almeno per settant’anni, se vogliamo
dimenticare la Cina e soprattutto la Corea del Nord, che l’assassinano
ancora oggi.
Se il moralista antifascista fosse per la verità
ammetterebbe che migliaia di
giovani, allevati nel culto di Mussolini e privati del diritto di
ascoltare voci critiche, dunque non educati alla democrazia, possano
avere difeso perfino col loro sangue un regime liberticida, un regime
alleato di Hitler. I partigiani aspettavano di vedersi offrire dagli
Alleati la vittoria su un piatto d’argento, i soldati di Salò
erano degli illusi, dei perdenti che combattevano per una causa persa,
e sbagliata per giunta.
Ma il moralista antifascista non ha bisogno di dimostrare nulla.
Ha creato lo stereotipo per cui, identificato il reprobo, basta gridare
al fascista e stracciarsi le vesti. Basta esclamare: “Ha bestemmiato!”
e si può contare che la folla preferirà Barabba.
Questo grande sacerdote dell’impostura ha sostenuto per decenni
la più lunga delle dittature europee e, in seguito, non ha avuto
neanche la decenza di pentirsi. Ma lui non è stato fascista o,
nel caso, l’ha dimenticato. In fondo, di che deve pentirsi?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 9 settembre 2008
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 12 settembre 2008
Sar El:Testimonianza di un "Volontario per
Israele"
Glauco Romeo e' un italiano, non ebreo, che
vive da molti anni in California. Quando era in Israele per il suo
volontariato in Sar El mi telefono' perche' aveva letto i miei articoli
e voleva conoscermi. Ci siamo incontrati al "Kenion ha gadol" di
Rehovot (centro commerciale). Non sapevo come fosse e non avevamo in
mano un garofano come segno di riconoscimento ma mentre vagavo per il
Centro commerciale vidi un signore altissimo, vestito da israeliano,
non da turista straniero : maglietta di zahal, jeans e zaino in spalla.
Ci siamo abbracciati come vecchi amici e abbiamo parlato per ore ,
seduti in un bar.
Caffe', sigarette e Israele Israele Israele.
Stava per ritornare in America e aveva gia' nostalgia di questo paese.
Questa e' una sua testimonianza pubblicata in inglese sul sito di Sar
El. Ha scritto anche un libro sulla sua esperienza come volontario per
Israele che dovrebbe essere pubblicato a breve.
Deborah Fait
TESTIMONIANZA NEL SITO DI SAR-EL*
Non sapevo cosa
aspettarmi quando decisi di partecipare al programma di Sar-El ...
Il mio interesse nei programmi di Sar-El nacque quando fui invitato a
una riunione in
una grande sinagoga di San Francisco. La parte più interessante
della riunione fu il racconto di un giovane israeliano, un membro delle
riserve delle forze armate israeliane. Il giovane cominciò
dicendo: "Forse voi credete che un soldato israeliano sia un fervente
sionista imbevuto di ideali eroici e patriottici. La realtà
è molto diversa. La maggior parte dell'esercito consiste di
ragazzi che spesso hanno solo 18 anni e possono trovarsi di fronte a
situazioni che richiederebbero una maturità di giudizio di
solito non disponibile ad adolescenti inesperti". Poi continuò
con la storia di un esiguo plotone di giovani soldati che dovevano
preparare un'imboscata vicino a un villaggio palestinese. I soldati
passarono la notte nascondendosi tra i cespugli.
All'alba un gregge di capre guidato da un vecchio arabo si fermò
vicino al nascondiglio e le capre cominciarono a brucare i cespugli. In
principio i soldati non erano visibili, ma man mano che le capre
brucavano il nascondiglio cominciava a sparire. Alla fine il vecchio
capraio scorse gli israeliani e impallidì di paura. A quel punto
i ragazzi erano posti di fronte a un dilemma: cosa fare? Le alternative
erano 1) non fare niente, ma il vecchio sarebbe corso di ritorno al
villaggio seguito dalle capre, dando l'allarme ai compaesani che forse
avrebbero attaccato il piccolo gruppo di soldati; 2) uccidere il
vecchio, ma le capre, spaventate, sarebbero fuggite verso l'ovile,
mettendo in subbuglio il villaggio con il loro inaspettato ritorno; 3)
uccidere tutte le capre risparmiando il capraio, che tornando al
villaggio avrebbe suscitato una sommossa; 4) uccidere capre e capraio,
la soluzione peggiore sia dal punto di vista morale che tattico.
"Queste sono le decisioni che spesso confrontano giovani ed inesperti
soldati", concluse il riservista. Il giovane non diede al pubblico la
soluzione del problema, e nessuno dei presenti ebbe la chutzpah[*]
di chiederla.
La mia curiosità di Sar-El fu stimolata dal racconto del
riservista, e decisi di iscrivermi al programma di tre settimane di
durata. Alcune settimane dopo presi un volo per Tel Aviv per recarmi
alla base militare assegnatami. Sarei stato ospite dell'esercito
israeliano come Volontario per Israele non coinvolto in azioni militari
di qualsiasi tipo, ma solo allo scopo di dare una mano d'aiuto nella
riorganizzazione di magazzini, lavoro in cucina, trasporto di
materiali, e simili attività di ordinaria amministrazione.
In realtà non sapevo esattamente cosa aspettarmi quando decisi
di partecipare al programma. Fui piacevolmente sorpreso di trovare la
mole di lavoro fin troppo ragionevole, il cibo buono e abbondante, e la
sistemazione logistica adeguata. Mi è piaciuto soprattutto il
rapporto di amicizia che si è stabilito quasi immediatamente con
gli altri membri del mio gruppo di volontari: 27 persone hanno vissuto
insieme per due o tre settimane, condividendo abitazione, pasti e mezzi
di trasporto, riuscendo ad andare perfettamente d'accordo. Un risultato
sorprendente, considerando le differenze di età, sesso e
nazionalità: uomini e donne, coppie di mezza età, ragazze
americane ciarliere e sempre allegre, persone anziane come me,
provenienti da Stati Uniti, Canada, Europa e Sudamerica. Molti di noi,
ma non tutti, erano ebrei. Sar-El accetta chiunque, la regola basilare
è il rispetto reciproco. Eravamo uniti dalla comune esperienza
di vita in un paese esotico, rimossi per breve tempo dalle cure del
quotidiano; ma soprattutto ci univa lo stesso sentimento di supporto
per Israele.
Tutti i soldati incontrati, ragazze e ragazzi di prima leva e
riservisti più maturi, ci hanno dimostrato amicizia e
riconoscenza per il nostro aiuto, per quanto limitato in scopo e
durata. Parlando con loro ho potuto conoscere meglio il paese e
rendermi conto delle difficoltà incontrate ogni giorno dalla
popolazione. Il Dr. Aaron Davidi, generale a riposo, fondatore e
presidente di Sar-El, ci aveva ricevuto al nostro arrivo all'aeroporto
ed è venuto a visitarci due volte alla nostra base. I due
giovani soldati assegnati al nostro gruppo, le madrichot (guide)
Danielle Chaimovitz e Hadas Avrech, sono state di grande aiuto. Pamela
Lazarus, l'organizzatrice locale di Sar-El, è stata
infaticabile. Sono grato per i giri turistici di Gerusalemme e Tel Aviv
sovvenzionati dal programma, e mi considero privilegiato per aver avuto
l'opportunità di vivere in seno alle Forze di Difesa di Israele.
Ci si può innamorare a prima vista di un paese come di una
donna. Israele, questo antico-giovane paese esotico ed eccitante,
è affascinante. Un giorno dovrò ritornarvi per
abbracciare ancora una volta le millenarie pietre del Kotel HaMaariv
che parlano di storie cruenti e gloriose.
Sono partito per Israele come un simpatizzante per la causa degli
ebrei. Ne sono ripartito come un sionista nello stampo del sogno di
Theodor Herzl, quello di un paese ispirato da principi di
liberalità, tolleranza e amore per l'umanità. Spero che
le decisioni
politiche del governo di Israele e dei palestinesi conducano
finalmente alla risoluzione dei conflitti con i paesi circostanti e
alla creazione di una pacifica Sion.
Glauco Romeo - Fremont, California - http://www.sar-el.org/
*1. Sar-El è
l'abbreviazione di Sherut Le Israel, Servizio per Israele.
*2. Faccia tosta, in yiddish.
ITALIA E GEORGIA
Il nostro
Paese, in occasione della crisi georgiana, ha avuto un comportamento
molto prudente nei confronti della Federazione Russa e questo ha
scontentato molti idealisti. Anche se le nostre posizioni non sono
state molto lontane da quelle di altri Paesi europei (in particolare
della
Germania) molti hanno attribuito questa moderazione ai rapporti
personali ed amichevoli tra Berlusconi e Putin. Qualcun altro
ha chiaramente fatto riferimento ad una tradizionale di politica
estera italiana ai limiti della vigliaccheria. E certo il passato
induce a guardare con sospetto ogni mossa di Roma: l’Italia ha
una fama di furbizia e di machiavellismo. Ma forse stavolta ci si
preoccupa a torto.
La crisi georgiana ha la caratteristica di essere insolubile sia
giuridicamente sia militarmente.
Giuridicamente il governo georgiano aveva il diritto di intervenire in
una regione del suo territorio e poco importa se in quel posto la
maggioranza della popolazione sia russa o russofona: quel territorio
è georgiano. Tuttavia è anche vero che, per principio
largamente accettato da decenni, si reputa che i popoli abbiano una
sorta di
diritto naturale all’autodeterminazione. Nell’Ossezia del Sud i
cittadini preferiscono appartenere alla Federazione Russa o, quanto
meno, preferiscono essere indipendenti: hanno realmente questo diritto?
Domanda futile. Non l’hanno se il governo centrale è più
forte e dice di no (la Spagna con il Paese Basco, la Francia con la
Corsica e infiniti altri casi); viceversa hanno quel
diritto se hanno la forza di conquistarselo (guerre d’indipendenza) o
se il governo centrale glielo regala (Slovacchia).
Nel caso dell’Ossezia del Sud la forza militare è stata fornita
dal Paese di riferimento e cioè dalla Russia. Ed è qui
che il problema appare militarmente insolubile. Da un lato la Georgia
non ha la forza di opporsi all’esercito russo, dall’altro gli
Occidentali sono sì capaci di fare la faccia feroce ma è
certo che nel Caucaso non si vedrà neanche un elmetto della
Nato. Dunque nessuno sloggerà i russi dall’Ossezia e
dall’Abkhazia. Su questo si può scommettere. E allora si
è arrivati alla conclusione.
La maggior parte di questa vicenda è recitata per il loggione.
Si condanna la Russia
per la sua azione militare ma si è imbarazzati innanzi tutto
perché è si è sostenuta l’indipendenza del Kosovo
contro la volontà della Serbia (amica della Russia), di cui era
una regione. E si è imbarazzati perché non si può
dimenticare che i primi carri armati che si
sono mossi venivano dalla capitale georgiana. Si minaccia Mosca di
fumose sanzioni sapendo benissimo di non essere minimamente in
grado di intimidirla e sapendo infine che sia la Russia sia l’Europa
Occidentale reputano i reciproci rapporti – politici ed economici –
infinitamente più importanti dell’intera Georgia. Il loggione
piange sulla morte di Violetta o di Cavaradossi ma i competenti sanno
che quei cantanti stanno solo facendo finta.
Gli unici veramente preoccupati sono
i vicini della Federazione Russa, in particolare la Moldova e
l’Ucraìna che non fanno parte della Nato. Queste si chiedono che
cosa farebbe l’Occidente se i russi oltrepassassero le loro frontiere e
l’ipotesi dà da pensare anche alle cancellerie occidentali. Qui
non siamo più ai gettoni: si maneggia denaro contante.
Finché si tratta di due regioni della Georgia, il problema si
discute a ciglio asciutto. Se si torna al cuore dell’Europa, c’è
di che allarmarsi: il Ventesimo Secolo non fa parte della preistoria.
Ecco perché i rapporti tra Repubblica Italiana e Federazione
Russa non turbano gli Stati Uniti; ecco perché Dick Cheney, in
questi giorni in Italia, saprà di trovarsi fra buoni amici.
Berlusconi, favorito dai suoi rapporti personali, è nelle
condizioni migliori per dire ai due più grandi leader:
“D’accordo, continuate a sfidarvi e perfino insultarvi in pubblico. Ma,
concretamente, che problemi abbiamo? come possiamo risolverli? George,
parlane con me che ne parlerò con Wladìmir,
Wladìmir parlane con me che ne parlerò con George”. Non
è il caso di irridere questa versione casereccia della
diplomazia. Anche la diplomazia cammina sulle gambe degli uomini.
Berlusconi si limita a precedere il drappello di coloro che, fra
qualche tempo, si acconceranno alla situazione di fatto. E l’Italia
ottiene in cambio visibilità e considerazione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - settembre 2008
Le FS spaccano l’Italia (invece di
unificarla) e ne vantano…
Da
lunedì 8 settembre, Trenitalia saluta definitivamente gli
Eurostar Italia, già fortemente penalizzati da scarsa
manutenzione, pessimo servizio fornito a bordo e fuori, aumenti
considerevoli, chissà perché imputati sempre alla benzina
e non al regime di perenne perdita del settore trasporto di Trenitalia
e declassa i medesimi Eurostar in EurostarCity, ovvero vagoni
utilizzati per gli Eurocity dell’Italia Settentrionale, leggermente
riadattati, ma molto simili agli InterCity (che ormai sono
standardizzati di fatto, anche se non ancora nel nome e nel prezzo ai
vecchi
treni categoria Espresso). Trenitalia non si scompone, incurante dei
pesanti disservizi forniti alla clientela e dei gravi problemi
strutturali di vagoni e stazioni. A giugno InterCity 582 da
Napoli per Milano Centrale è completamente pieno di rifiuti,
i bagni sono intasati, sacchetti e pannolini sporchi sono ovunque. Sui
treni nelle tratte in partenza da Napoli, Salerno, dalla Puglia o dalla
Calabria si trovano facilmente zecche, cimici, pulci, formiche
ed altri insetti vari e l’indagine del Corriere della Sera parla solo
dell’anno 2007 e dell’inizio 2008 sulla base di un’operazione
verità
di coloro che lavorano sui treni. Non è dato sapere cosa
è
successo in questa terribile estate e con le denunce mai dei passeggeri
mai soddisfatte da Trenitalia. Tutti minimizzano nelle Ferrovie,
parlando di “alcuni episodi”, eppure tre anni l’operazione treni
puliti costò 630 milioni, ora non sembra sia possibile fare
altrettanto e la famosa “gara europea” per avere un servizio migliore,
promessa dall’a.d. di Trenitalia si svolgerà, forse, solo nel
2010. Nel frattempo i treni si spezzano dopo la manutenzione (il 14
luglio l’Eurostar per Roma, in partenza a Milano e la denuncia è
dovuta alle organizzazioni sindacali, da Trenitalia neppure una
parola), lo scorso 8 settembre, 650 passeggeri sono stati ostaggio
dell’Eurostar 9418 Lecce-Milano in ritardo di 90 minuti e senza aria
condizionata. Dall’8 settembre l’Italia è appesa alle speranze,
quelle che vorrebbero pronto entro dicembre di quest’anno il tratto ad
alta velocità Milano-Bologna, ovvero 190 km in otto anni di
tempo (l’inizio è avvenuto nel 2000) e che prevedono di coprire
l’intera Italia con il tratto Torino-Milano-Napoli, passando per
Bologna, Firenze e Roma, un lavoro iniziato nel 2003 e con poca
sicurezza pronto nel 2010, peraltro con un madornale indebitamento di
Trenitalia, gravante sulla Cassa Depositi e Prestiti dello stato. I
lavori taglieranno definitivamente i rapporti con il Sud Italia.
L’intero Salento, la costa adriatica da Termoli a Rimini saranno
completamente escluse, così come molti collegamenti verso il sud
per la Calabria, in sintesi il 70% del fabbisogno turistico estivo
escluso dai grandi mezzi. Da Bari e Lecce, prima terminali fondamentali
del Sud, si dovrà arrivare a Roma e forse a Napoli, ammesso che
la linea Roma-Napoli venga rinnovata, essendo il tratto ferroviario
vecchissimo e fatiscente. L’intera arteria adriatica resterà
dunque a binario unico per senso di circolazione. Non è neppure
garantito cosa saranno i treni TAV, essendo le nostre
carrozze e locomotive ben al di sotto degli standard europei,
nonostante
gli investimenti per 6,5 miliardi di euro; insomma la politica
sarà
acquistare tre o quattro treni europei e poi riadattare, come sempre,
i vecchi treni, per le tratte locali. Le Ferrovie stanno spazzando le
vecchie stazioni locali e stanno incassando come dimostrano i bilanci
degli ultimi anni, milioni di euro per la cessione delle infrastrutture
e dei beni immobili. Nel frattempo nulla è migliorato nel
servizio ed anzi, le Ferrovie restano “dello Stato”, uno Stato che non
sa che pesci prendere…E la cosa più ridicola è che sul
sito scrivono “Siamo l’azienda più grande del paese”…Certo,
siete la più grande, perché siete l’unica, in un paese
anomalo che si chiama Italia, dove preferiamo fallimentari campioni di
orgoglio nazionale, ad un serio
sistema concorrenziale.
Angelo M. D'Addesio
SCALFARI E
L’ALITALIA
Anche
questa domenica Scalfari ha scritto un’articolessa: si usa
chiamare così un articolo di proporzioni sterminate. Quello di
ieri offre il destro a
due commenti. Ecco il primo, puramente culturale.
L’ex-direttore di Repubblica cita I Promessi Sposi: " ‘La sventurata
rispose’ scrive il Manzoni quando la Monaca di Monza parla con il suo
amante e acconsente al rapimento di Lucia”. Purtroppo non è
così. La storia di Gertrude è narrata nel Capitolo X dei
Promessi Sposi e quelle parole riguardano il primo contatto tra la
Monaca ed Egidio. Passerà del tempo (e
ci sarà un omicidio), prima che Lucia abbia a che fare con
Gertrude. Perché lasciarsi andare alla libidine della citazione,
quando non si è sicuri?
Il secondo commento riguarda il brano seguente. “Una volta compiuta la
ripulitura, Alitalia possiederà una flotta di media importanza…”
e
“il valore patrimoniale di una società ripulita a dovere
sarà notevolmente più elevato: dopo il 2011 la Cai
potrà
valere a dir poco un quarto in più rispetto al patrimonio
di partenza. A quel punto gran parte degli attuali azionisti, che
non hanno alcun interesse per il trasporto aereo, usciranno dall'affare
realizzando cospicue plusvalenze. A spese dello Stato e dei
contribuenti”. Dicono che l’autore dell’articolo sia stato un notevole
giornalista economico e forse è vero. Qui ci si permette di
proporre qualche obiezione.
Se, nel 2011, cioè fra tre anni, gli investitori uscissero dalla
Cai con una plusvalenza del 25%, avrebbero guadagnato all’incirca l’8%
l’anno sul capitale investito. Considerando che l’Alitalia fino ad ora
è stata un pozzo senza fondo, e considerando che nulla
garantisce un successo, l’8% è tutt’altro che il Perù: un
guadagno di queste proporzioni, rischiando di perdere l’intero capitale
investito, non è un affare mirabolante. È probabile che
gli investitori sperino legittimamente di ricavarne di più.
Seconda obiezione. Scalfari parla dell’Alitalia “ripulita” che
può tornare in attivo
“a spese dello Stato e dei contribuenti”. E questo non sembra vero. Lo Stato con
l’Alitalia subisce una notevole perdita perché ne era azionista
per quasi metà del capitale e le azioni oggi, dopo la
dichiarazione di dissesto, non valgono niente o quasi. In tutti i
fallimenti i chirografari, di solito, non ottengono niente o quasi.
Dunque il danno patrimoniale di cui soffre lo Stato – cioè noi
contribuenti – non deriva dalla ripulitura dell’Alitalia, ma dal suo
fallimento. Non da ciò che si è fatto in questi giorni,
ma da ciò che tutti i governi, di destra e di sinistra, hanno
permesso negli scorsi anni: un’inqualificabile mala gestione.
Si deve insistere, su questo punto. Se
l’Alitalia ha dichiarato il proprio dissesto è segno che, in
questa impresa, le passività superano le attività. E non
di poco: altrimenti si parlerebbe di deficit congiunturale e non si
dichiarerebbe l’insolvenza. Basterebbe un credito di qualche banca,
cosa che fra l’altro è proprio ciò che si è fatto
ripetutamente, in passato. Aumentando le passività. Se dunque
l’Alitalia è
in grave dissesto, è segno che a questo punto si poteva
o attuare la procedura concorsuale - lentissima, costosa, rovinosa, al
termine della quale i creditori non avrebbero ricevuto praticamente
niente – oppure salvare il salvabile, mantenendo
all’Italia una compagnia di bandiera. Certo l’operazione non offre un
grande vantaggio ai creditori: ma col fallimento i risultati non
sarebbero stati economicamente diversi, per loro. Fra l’altro la
“ripulitura” di cui parla Scalfari non è costituita
fondamentalmente da iniezioni di denaro pubblico, grazie al cielo
l’erario ha finito di svenarsi, e neppure – a quanto afferma il governo
– dall’assunzione in qualche carrozzone statale dei cosiddetti esuberi:
la ripulitura nasce dal fatto che non si pagano i debiti, dalla
drastica riduzione di personale e dalla
promessa di una gestione economicamente valida di ciò che
si è salvato.
Ma tutto questo potrebbe essere sbagliato. Per questo si aspettano le
smentite, purché sintetiche e chiare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 8 settembre 2008
IL TORTO
È SEMPRE DEGLI ALTRI
Giorni fa
Massimo D’Alema, richiesto di spiegare come mai Walter Veltroni avesse
accettato l’alleanza con Di Pietro, avrebbe potuto rispondere:
“Perché aveva un programma in linea col nostro”; “Perché
aveva promesso di fare gruppo parlamentare con noi”; o magari:
“perché pensavamo che ci avrebbe portato molti voti e questo ci
avrebbe permesso di vincere”. Ma non ha risposto così.
Probabilmente perché ad ognuna di quelle affermazioni si
potrebbe rispondere con obiezioni di peso: se Di Pietro aveva un
programma in linea con quello del Pd, perché non è
entrato nel Pd? Se aveva promesso di entrare nel gruppo parlamentare
del Pd, come mai
non l’ha fatto? E che garanzia aveva offerto, che avrebbe mantenuto
questa promessa? Se D’Alema pensava che Di Pietro portasse in dote dei
voti, come mai non ha pensato che in sua assenza quei voti sarebbero
comunque andati al Pd, visto che l’alternativa era votare per
Berlusconi? Infine, veramente pensava di avere una possibilità
di vincere su un Berlusconi lanciatissimo e una sinistra in quel
momento squalificata? Ecco perché D’Alema ha risposto secco:
“Chiedete a lui”. A Veltroni. E questi ora ha risposto: “È stata
una scelta che abbiamo condiviso tutti, quella: eravamo tutti d’accordo
tranne una persona”, senza dire chi fosse ed escludendo implicitamente
che fosse D’Alema.
La risposta di Veltroni è una non-risposta. Dice chi è il
colpevole (un vago “tutti”) ma non dice il perché di un errore
che pure appariva chiaro a molti. In primis ai radicali ai quali fu
rifiutato il favore fatto a Di Pietro. È questo il rompicapo.
Poiché riesce difficile credere all’ingenuità di chi fa
politica,
si ripropongono, martellanti, sempre le stesse domande: il Pd poteva
non vedere che tutta l’ideologia politica dell’ex-pm si riassume nel
mestiere dell’accusatore? Si poteva non vedere che Di Pietro è
interessato solo a se stesso? Si poteva, soprattutto, non vedere la
dimensione umana e culturale di quest’uomo?
D’Alema ha invitato a chiedere la risposta a Veltroni ma Veltroni non
l’ha data. Forse perché inconfessabile?
Poi il
Segretario ha parlato di Prodi. Dopo
avere qualificato quella del 2006 come una “non vittoria”, ha affermato
che non bisognava “far finta di avere vinto”, che è stato un
errore “non avere la saggezza di corresponsabilizzare” il
centro-destra. La coalizione era un “improponibile” “caravanserraglio”,
in cui c’era anche un partito che intratteneva rapporti di fattiva
collaborazione con quei delinquenti delle Farc colombiane. Come spesso
avviene, la sinistra dice le stesse cose che dice la destra, solo con
qualche anno di ritardo. Ma il punto centrale – e inammissibile –
è che Veltroni sembra rendere Prodi responsabile di tutto.
Dimentica che chi avesse detto allora queste ovvietà sarebbe
stato crocifisso. Dimentica soprattutto di non avere avuto il coraggio
affermarle lui stesso, se già allora gli erano chiare.
Il Professore è stato definito da qualcuno “una polena della
sinistra”. Il
poverino ha solo detto e fatto ciò che la sua base elettorale
gli comandava. Doveva mostrarsi ferocemente e sarcasticamente
antiberlusconiano, doveva descrivere la proposta di
“corresponsabilizzazione” del Cavaliere come un tentativo di negare la
sconfitta, doveva compensare con l’arroganza la debolezza della sua
maggioranza. Quanto a Rifondazione Comunista, ai Verdi ecc., il
centro-sinistra non avrebbe vinto le elezioni, senza di loro. E la
qualità di questi partiti era nota a tutti. Si sapeva che
avrebbero ricattato il governo di cui facevano parte; che lo avrebbero
squalificato con iniziative inammissibili; che avrebbero reso
sostanzialmente impossibile l’amministrazione del Paese. Tutto questo
era chiaro sin dalle premesse. Né quei partiti si sarebbero
potuti comportare diversamente: la base li votava proprio perché
fossero “anti-sistema”. Se si fossero appiattiti su una politica
moderata
avrebbero perso i loro elettori. E, del resto, pur facendo follie,
molti di loro li hanno persi.
Veltroni nel rigettare i torti su Prodi è ingeneroso e,
diciamola tutta, un po’
vigliacco. I Ds non sono stati semplici accoliti di Prodi: sono stati
gli organizzatori di tutta la politica che ha condotto al governo
Prodi. Se dunque ci sono dei responsabili, Veltroni
li deve cercare fra i suoi più intimi amici.
La conclusione sconsolata è che perfino Walter - la faccia
sorridente e moderata della sinistra - non ha perduto il pelo del lupo
comunista. Il suo coraggio è solo quello di non avere
preoccupazioni morali. Il suo rispetto per la verità rimane
inesistente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 7 settembre 2008
L’ESEMPIO
Quando
si sostiene una tesi è opportuno uscire al più
presto dalla nuda teoria e fare un esempio. I concetti infatti, da
soli, spesso non riescono a fornire un quadro significativo di
ciò che si vuol dire: sia per i limiti di chi parla
sia per i limiti di chi ascolta.
Se qualcuno sostiene che in qualche caso è giusto togliere i
figli ai genitori, da prima ottiene un atteggiamento infastidito.
Le parole “figli” e “genitori” fanno pensare ad un
binomio inscindibile, che non bisognerebbe mai toccare. Ma tutto cambia
se chi
sostiene la teoria fa un esempio: “Immaginate che una madre
cerchi di convincere la propria figlia tredicenne a fare sesso con i
propri amici adulti, promettendole che le farà ricchi regali: in
questo caso sarebbe giusto evitare che la
ragazzina sia avviata alla prostituzione?” Dinanzi a questo quadro
orribile tutti sono d’accordo e cadono le perplessità.
Tuttavia non raramente, proprio per l’incapacità di molti di
percepire il punto che si vuole illustrare, cioè di distinguere
il caso singolo dalla teoria, gli esempi dànno luogo ad
obiezioni. Qualcuno potrebbe infatti cominciare a dire: “Ma se non
fosse vero, che la madre ha cercato di avviare la figlia alla
prostituzione? Se la bambina tutto questo l’avesse inventato? Se
addirittura si potesse dimostrare che la madre non ne sapeva niente e
che la ragazzina aveva intrapreso autonomamente una carriera di
prostituta?”
Queste osservazioni dimostrano due cose. In primo luogo, che l’esempio
può servire a meglio precisare la teoria. Si potrebbe infatti
cogliere l’occasione per specificare: non è giusto togliere i
figli ai genitori “in qualche caso”, ma “quando è provato che
essi li danneggiano”. In secondo luogo che l’esempio spesso rivela gli
imbecilli. Se si era detto “in qualche caso”: è
ovvio che doveva trattarsi di episodi abbastanza gravi da giustificare
quel provvedimento: e l’avviamento alla prostituzione è
solo uno di essi. Se nella fattispecie l’adolescente è mitomane
o corrotta, è forse un caso di avviamento alla prostituzione? Si
può ipso facto parlare d’indegnità dei genitori? È
chiaro che l’obiezione non c’entra niente, con la teoria.
Deve tuttavia dirsi che in
grande misura la difficoltà di comprensione delle
teorie (giuridiche, filosofiche, morali, ecc.) nasce dal fatto
che la maggior parte delle persone non ha familiarità con
l’astrazione. Molti non capiscono se si dice che in diritto la
condizione riguarda un evento futuro e incerto mentre il
termine riguarda un evento futuro e certo. Tutto diviene invece
chiaro se si scende sul concreto. Condizione: “Ti pagherò
se la banca mi concederà il mutuo”; infatti non è sicuro
che ciò avverrà. Termine: “ti pagherò a
Natale”. Ambedue gli eventi sono futuri, ma uno è incerto,
l’altro no. In realtà, sia detto di passaggio, i casi sono
quattro (incertus an, incertus quando: se mi sposerò; incertus
an, certus quando: se l’Inter vincerà lo scudetto nel 2009;
certus an, incertus quando: quando mio zio morirà; certus an,
certus quando: il contratto scadrà il 31 dicembre
2008). Ma si lascia il resto del problema agli studenti di legge.
Ma anche in questo caso è notevole come alcuni, invece di
cercare di capire ciò che gli si vuole spiegare, si mettono a
discutere il caso
singolo. “È stupido che qualcuno dica al creditore ‘Ti
pagherò se la banca mi concederà il mutuo’. Non
può farsi prestare i soldi da un amico? All’altro che cosa
importa, dei suoi rapporti con la banca? I debiti bisogna pagarli, e
basta: prima che un principio giuridico è un principio morale!”
L’esempio non è mai
inutile, neanche per le persone in grado di giostrare con le idee e di
comprendere a fondo il senso delle parole: esso facilita la
comprensione e costituisce quasi un pianerottolo nella lunga scala
dell’apprendimento. Esso è necessario per le persone normalmente
intelligenti che però non hanno familiarità con
l’astrazione. Infine è inutile con le persone impermeabili anche
ad esso. In questo caso è
opportuno cambiare discorso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Impronte
ai rom,
la Ue gela la sinistra allarmista
Sicurezza,
la Commissione europea approva le misure di Maroni: "Nessuna
discriminazione, norme in linea col diritto comunitario". L’ok
dell’Europa arriva dopo mesi di polemiche furiose, campagne stampa
dell’Unità, attacchi al governo e accuse di razzismo. Ora il Pd
tenta di minimizzare
Sette bei pollicioni neri stampati in prima pagina sotto il titolo
«Maroni, prendi anche le nostre» (sottinteso, impronte). E
chi se la
dimentica quella prima pagina dell’Unità del 27 giugno: sembrava
il remake di «Prendi questa mano zingara»
con Bobo Maroni al sax a fianco di Bobby Solo. Indimenticabile
anche la prima pagina del giorno dopo, con la foto segnaletica
di una bimba rom internata ad Auschwitz. Piove governo nazista,
imprecavano quei sinceri democratici dell’Unità.
Che cos’era successo? L’esecutivo aveva varato un pacchetto di norme
per affrontare l’emergenza nei campi rom, tra cui un censimento e il
rilievo delle impronte digitali. «Non è una schedatura
etnica - puntualizzò il ministro Roberto Maroni - ma una
ulteriore garanzia per la tutela dei loro diritti». Solo un
quadro preciso della situazione consente di stabilire chi può
restare in Italia e chi dev’essere cacciato: ragionamento di buon
senso, tanto più che un recente obbligo comunitario sui permessi
di soggiorno impone di installare nei nuovi permessi di soggiorno un
microchip con impronta digitale
e immagine del viso. L’obbligo riguarda anche i bimbi dai sei anni in
su».
Ora la Commissione europea
ha fatto sapere che queste misure «non sono
discriminatorie», anzi «in linea con il diritto
comunitario» perché non si raccolgono dati «relativi
all’origine etnica o religiosa delle persone censite», «la
presa di impronte digitali ha il solo fine di identificare le
persone»
ed «è limitata ai casi in cui non siano possibili altre
modalità di identificazione».
Insomma, dov’era il problema? La risposta è un enigma avvolto
nel mistero, come avrebbe detto la buonanima di Churchill a proposito
del Cremlino. Eppure quando Maroni annunciò le nuove norme
scoppiò il pandemonio. Sembrava di essere ritornati ai tempi
delle leggi razziali, della caccia all’ebreo, della soluzione finale,
dei pogrom. Razzisti, fascisti, nazisti, Maroni con i baffi di Hitler e
gli occhialini di Himmler, le baracche dei nomadi come quelle di
Auschwitz.
Fu allestita una bella sceneggiata, con i notabili della sinistra in
fila sotto i gazebo, al caldo, a farsi inchiostrare le mani: le
suffragette Rosy Bindi e Livia Turco, gli intellettuali Furio Colombo e
Moni Ovadia, i nobili decaduti Fabio Mussi e Franco Giordano.
Si scatenò un crescendo grottesco, una combattutissima gara a
chi tirava più fango al governo. L’ex garante della riservatezza
Stefano Rodotà tuonò contro la «schedatura
etnica»: «Chi raccoglie le impronte sembra quasi che si
impadronisca del corpo altrui». Il garante in carica e l’Unicef
parlarono all’unisono di «problemi di discriminazione».
Anna Finocchiaro si domandò: «Se fossero ebrei
che succederebbe?». Dijana Pavlovic, attrice rom e
candidata della Sinistra arcobaleno, rievocò l’«Ufficio di
polizia per zingari» di Monaco controllato dalla polizia
criminale del Reich.
Walter Veltroni si spremette le meningi e dichiarò: «Una
cosa assolutamente inaccettabile». L’immancabile Furio Colombo
ripetè il ritornello buono per ogni mossa del governo
Berlusconi: «Decisione fascista». Ci si mise pure Bruxelles
a fare confusione, con un portavoce che contraddiceva
l’altro mentre il Consiglio d’Europa si faceva smentire dalla
Commissione.
Repubblica scomodò nientemeno che l’immortale Franz Kafka e il
suo Nella colonia
penale, dove «al condannato viene inciso sul corpo il
comandamento violato». Dall’altra parte dell’oceano piovvero come
missili Patriot le intemerate del New York
Times: «Italiani vittime dei politici populisti»,
sentenziò il quotidiano. Non si sottrasse Famiglia cristiana
(«Indecente schedare i bambini rom, cominciamo a prendere le
impronte dei parlamentari»), spalleggiata dalla Comunità
di Sant’Egidio, dal direttore della Caritas,
dalla fondazione Migrantes, perfino dai valdesi. E poi dicono che non
c’è pace tra le Chiese.
Anche se nel frattempo il giornale del Pd ha cambiato direttore e
l’Unione europea ha steso i tappeti rossi ai provvedimenti del
Viminale, sarebbe troppo sperare che l’Unità si rimangi quelle
accuse infami. Anzi, hanno già trovato il sistema per rovesciare
la frittata. Ieri dal Partito democratico ripetevano che il testo
approvato teneva conto dei loro suggerimenti. Balle: la Commissione si
è
pronunciata sulle ordinanze con cui il governo ha nominato commissari
per l’emergenza i prefetti di Roma, Napoli e Milano. Ordinanze che
portano la data del 30 maggio.
Sarebbe strano se la sinistra non tentasse di minimizzare il via libera
di Bruxelles, che spazza mesi di piazzate. Il centrodestra in coro gli
chiede di scusarsi. Fiato sprecato.
di Stefano Filippi - il
Giornale
Il Nobel per la Pace Arafat killer di tre
diplomatici Usa
Prima era un sospetto, ora
è certezza. Il defunto leader palestinese Yasser Arafat prima di
venir insignito nel 1994 del premio Nobel per la Pace fu il mandante
dell’uccisione di due diplomatici americani e di uno belga trucidati
nel marzo 1973 dopo un attacco terroristico all’ambasciata saudita di
Khartoum. L’imbarazzante verità, rimasta nascosta per 35 anni,
emerge dai documenti «declassificati» del direttore della
Cia, Richard Helms, resi pubblici negli Stati
Uniti la scorsa settimana.
I dossier di Helms, responsabile dell’agenzia dal 1967 alla fine del
1973, rivelano che l’Amministrazione americana era a conoscenza del
doppio ruolo giocato da Arafat in qualità di leader di Fatah e
di oscuro stratega delle operazioni di Settembre Nero, l’organizzazione
responsabile nel 1972 della strage alle Olimpiadi di Monaco e nel marzo
del 1973 del triplice omicidio seguito all’assalto all’ambasciata di
Khartoum. Henry Kissinger, allora consigliere per la Sicurezza del
presidente Richard Nixon, decise però
di imporre il segreto di Stato su comunicazioni radio in cui si
sente la voce di Arafat ordinare l’eliminazione dell’ambasciatore
americano in Sudan, Cleo Noel, del suo vice George Curtis Moore
e dell’incaricato d’affari belga, Guy Eid.
L’operazione di copertura decisa per evitare qualsiasi conseguenza
politica e giudiziaria per Arafat serviva, a detta di Helms, a
mantenere aperti i rapporti diplomatici con Fatah e l’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina (Olp). La strage di diplomatici
attribuita al futuro premio Nobel prende il via la sera del 1°
marzo 1973, quando un gruppo di terroristi di Settembre Nero assalta
l’ambasciata saudita durante una festa in onore del numero due della
delegazione americana, George Curtis, pronto al rientro a Washington.
La mattina dopo, gli otto terroristi del commando chiedono la
liberazione di militanti palestinesi detenuti in Israele, di un gruppo
di esponenti della banda Baader Meinhof reclusi nelle carceri tedesche
e di Sirhan Sirhan, l’assassino di origini palestinesi responsabile
dell’uccisione del senatore Robert Kennedy. Vista la scarsa
disponibilità tedesca e israeliana, i militanti di Settembre
Nero fanno poi sapere di accontentarsi del rilascio di 90 prigionieri
arabi detenuti in Giordania. Prima dello scadere dell’ultimatum una
trasmissione radio captata dai satelliti della Nsa (National Security
Agency, l’agenzia d’intelligence americana responsabile delle
intercettazioni) ordina da Beirut l’eliminazione degli ostaggi. Mentre
i terroristi comunicano agli allibiti negoziatori di aver ucciso Noel,
Moore ed Eid un altro messaggio con la voce di Arafat consiglia agli
otto di deporre le armi e consegnarsi alle autorità.
Liberati pochi mesi dopo, i terroristi verranno consegnati all’Olp e si
perderanno nelle nebbie mediorientali. La tragica beffa di Khartoum,
secondo i dossier di Helms, si realizza anche grazie all’avallo di
Kissinger che, pur di mantenere aperti i negoziati con Arafat,
ordina alla Nsa di mettere a disposizione della Cia solo le
trascrizioni
delle intercettazioni e far distruggere i nastri originali con
la voce del leader palestinese. Un leader consapevole - in quel
marzo 1973 - di tenere in ostaggio Washington e pronto, a detta di
Helms, a ordinare l’eliminazione dei diplomatici per far comprendere ai
«nemici» americani che solo trattando con lui avrebbero
potuto metter fine alla minaccia terroristica.
di Gian Micalessin - “Il Giornale”, 2 settembre 2008
L'IO COME PATOLOGIA
Tutti abbiamo uno stomaco, ma
se non abbiamo fame non ci pensiamo. E nessuno si occupa dei propri
denti, a meno che non abbia mal di denti: ecco perché si parla
di “silenzio degli organi”. Le diverse parti del nostro corpo si
segnalano alla nostra attenzione solo quando c’è qualcosa che
non va: è precisamente questa la funzione del dolore fisico.
Se consideriamo l’io come una parte di noi, possiamo chiederci se la
coscienza di esso sia un dato patologico. Come è ovvio,
l’ipotesi patologica è esclusa ogni volta che il pensare a se
stessi sia provocato dalla vita stessa: se qualcuno ci chiede come ci
chiamiamo o come stiamo di salute, non possiamo evitare di pensare a
noi stessi. Diverso è il caso di chi si occupa spesso di
sé, chiedendosi se per caso non sia un fallito, se stia bene di
salute (ipocondria) o se sia sufficientemente rispettato e apprezzato.
La frequente coscienza dell’io, specialmente se colorita di
autocompiacimento o di autocompianto, potrebbe essere patologica.
Nessuno amerebbe essere considerato un inferiore ma, ugualmente, non
è normale stare a chiedersi perché un vicino ci ha
salutati distrattamente. Chi è sano di mente neanche se ne
accorge. Al massimo commenta: “Chissà che gli passa per la
mente!” Viceversa, l’insicuro comincerà a chiedersi se sì
o no si deve offendere per quel tipo di saluto; se quell’atteggiamento
sia o no un segnale che il vicino voleva inviargli; se c’è
un’altra spiegazione ancora peggiore. Questo uomo fa cento ragionamenti
non per vedere se abbia qualcosa da rimproverarsi, ma per vedere se la
sua vanità sia stata ferita. Infatti pretenderebbe d’essere
ammirato e riverito senza riserve da quel vicino come da tutti.
Occuparsi spesso della propria posizione nella società, redigere
continui bilanci, con lutti e trionfi intimi, non serve a niente. Fra
l’altro, l’uomo suscettibile non si occupa dei minimi avvenimenti per
dedurne qualcosa di positivo, e dunque migliorarsi, ma
solo per sapere se per caso non abbia difeso con sufficiente energia
quel capolavoro della natura che è lui stesso. Ha un’eccessiva
considerazione di sé minata dal sospetto che gli altri non la
condividano.
Un atteggiamento ugualmente anormale è quello di chi non nutre
alcun dubbio sul proprio superiore valore e si perde spesso
nell’estasiata contemplazione di sé. Questo genere di uomo
è convinto che tutto ciò che gli capita sia reso
interessante, e quasi mitologico, dal fatto che lo abbia visto
protagonista. Si racconta dunque volentieri e crede con questo di fare
un favore agli altri: quale argomento potrebbe essere più
interessante? Una persona di questo genere è un’autentica
disgrazia.
L’uomo equilibrato raggiunge il quasi completo oblio di sé. Chi
sostituisce uno pneumatico bucato, chi legge un giornale, chi bada a
friggere un uovo, pensa alla ruota, alla notizia, alla frittata. Il suo
io è silente come sono silenti, se non ha male, le sue ginocchia
e i suoi reni. La persona normale in società non sta a
chiedersi se stia facendo o no tappezzeria, se gli altri lo stiano
ammirando o criticando: si limita a vivere. Segue distesamente il
proverbio, “male non fare, paura non avere”.
Pensare spesso a se stessi
è come avere una spia rossa che occhieggia sul
cruscotto.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it