Archivio settembre 2007
Quando i monaci buddisti e i nastri zafferano
saranno dimenticati
Belli e commoventi
i nastri rossi, le magliette rosse, le cravatte rosse
per dire ai monaci birmani che tutto il mondo è
con loro. Il colore giusto sarebbe lo zafferano (però
crudo, altrimenti diventa giallo, molto diverso da quello
delle tuniche buddiste). Ma non importa, stavolta non è
il caso di sottilizzare. Una volta tanto la causa della libertà
non conosce divisioni. Se si eccettuano il governo cinese,
quello russo e quello indiano, così indissolubilmente
legati ai tiranni della Birmania per via di inconfessabili
vincoli economici, per il resto non c'è celebrità,
rockstar, first lady, che non stia dalla parte di quei monaci santificati
dall'eroismo, combattenti miti ma indomiti che con il loro esempio
scuotono le coscienze,
strappano tutti noi dal torpore dell'assuefazione accomodante
nei confronti delle dittature più feroci. Ha ragione
Alessandro Piperno che ne ha scritto sul Corriere: magari il volto
dei religiosi di Rangoon venisse stampato sulle t-shirt della
gioventù occidentale e prendesse il posto dei pistoleri
della guerriglia romantica che, dovunque siano andati al potere,
hanno sostituito il dispotismo di prima con una tirannia ancora
più pervasiva e inamovibile. Sì, ma poi?
Ma poi, quando la repressione potrà
sfogarsi crudele e lugubre come sempre, quando, come tutti temono,
la rivolta degli straordinari monaci che sfilano per
le vie di Rangoon verrà soffocata in un bagno di sangue
e non ci saranno più immagini capaci di inorridire
l'universo, quando tutto verrà dimenticato, che ne sarà
allora di quell'effimero anelito libertario che ha percorso
il mondo in tutti questi giorni? Quanti sms verranno spediti
e fatti circolare in tutte le lingue per chiamare alla solidarietà
con quegli apostoli della libertà? Chi si chiederà
che fine avranno fatto i monaci birmani, i loro monasteri, le
loro preghiere, le loro litanie, il colore delle loro tuniche?
Ci si appellerà all'Onu, come sempre. Ma l'Onu non farà
nulla e anzi si impastoierà nel vortice dei veti incrociati,
degli interdetti, degli ostruzionismi. Come è sempre
accaduto, dappertutto, in tutti i continenti. Con l'esibizione
di un'impotenza, che è anche la presa d'atto che un organismo
internazionale nato a difesa dei diritti umani conculcati mette
senza pudore a capo dei suoi dipartimenti costituiti alla bisogna
rappresentanti di dittature dove i diritti umani sono una bestemmia.
Chi oserà sfidare le conseguenze di una crisi internazionale
per fare scudo ai monaci coraggiosi della Birmania? E quante risoluzioni
delle Nazioni Unite resteranno inesorabilmente lettera morta, documenti
di un impegno non mantenuto, di una vigorosa protesta cancellata, di
una commozione svanita, di nastri colorati destinati a sbiadirsi?
Le rituali condanne
dell'«unilateralismo» attivo e militante, le stanche
rivendicazioni del primato dell'Onu impediscono di
rispondere alla semplice ed elementare domanda: che fare
per impedire massacri e per garantire standard minimi
di libertà a chi ne richiede il rispetto rischiando,
come i monaci di Rangoon, la propria vita? E se suscita tanta
irritazione l'ideologia interventista americana che predica
l'esportazione della democrazia, anche con le armi se fosse
il caso, qual è l'alternativa suggerita dalla mistica
del multilateralismo assunto a dogma, come procedere con il
necessario realismo ma con un minimo di sostegno autentico alle
vittime di un sistema atroce? E che aspettano, le Nazioni Unite,
ad invitare al Palazzo di Vetro un rappresentante di quei monaci
affinché possa parlare dallo stesso podio dove ha potuto lanciare
indisturbato i suoi proclami Ahmadinejad? Magari indossando tutti,
senza vergogna, una splendida maglietta rossa, anzi color zafferano?
Quante risoluzioni
dell'Onu resteranno inesorabilmente lettera morta?
Da: corriere.it
- Pierluigi Battista
lunedì 01 ottobre 2007
GIORNALI, SCARPE & BICICLETTE
«È
stato rovesciato anche un principio sacro. Ormai
uno è colpevole (non innocente) fino a prova contraria.
E se non è lui a fornire la prova contraria va dritto
filato in galera. Il caso di Alberto Stasi è emblematico.
Il giovanotto si trova in cella. Se non confessa, se non salta
fuori l'arma del delitto, se non si accerta un movente plausibile
chi se ne frega. Si andrà al processo comunque e buonanotte.
Non c'è un redattore nel nostro Paese cosiddetto culla
del diritto, nemmeno uno straccio di cronista che abbia difeso
il ragazzo o almeno filtrato criticamente indizi (labili)
sulla base dei quali è stato emesso il provvedimento
di fermo. La stampa ha rinunciato ancora una volta ad esercitare
il ruolo di cane da guardia del potere, dimenticando che quello giudiziario
è un potere, esattamente come il governo e il parlamento.
I giornalisti - che tristezza stanno sempre dalla parte del più
forte e trascurano i deboli...»
Vittorio
Feltri, Libero
NON COSA: CHI
Negli
ultimi mesi si è parlato molto di Giampaolo Pansa, di Gian Antonio Stella e Sergio
Rizzo e infine di Beppe Grillo. Pansa ha scritto tre libri sui crimini
commessi dai partigiani dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale,
Stella e Rizzo hanno descritto i disgustosi privilegi della “casta”
dei politici, Beppe Grillo grida denunce ampiamente supportate da parolacce
da trivio e vorrebbe mandare a casa tutte le persone importanti.
Il problema
è capire perché questi fenomeni abbiano
una tale risonanza oggi e non cinque o venticinque anni
fa. I libri di Pansa si riferiscono a fatti storici avvenuti
oltre cinquant’anni fa; quello dei due giornalisti del
Corriere della Sera si riferisce a detestabili pratiche in vigore
da decenni; infine Grillo dice cose che ciascuno può udire
su qualunque autobus extra-urbano, può sentir gridare
in qualunque osteria, può leggere in qualunque blog
di arrabbiati.
La prima,
ovvia osservazione è che non è nuova la
cosa che si dice, è nuovo colui che la dice. Le
denunce riguardanti gli abusi, i crimini e i massacri
seguiti all’8 settembre del 1943 sono antichissime e notissime.
Terminato il conflitto, non hanno smesso di parlarne l’Msi,
la stampa di destra e soprattutto, per i lettori di giornali,
il “Candido” di Giovannino Guareschi, fondato proprio nel 1945,
e il Borghese di Mario Tedeschi. Ovviamente, non hanno smesso
di parlarne neanche dopo, qui e là, coloro che i fatti
hanno vissuto personalmente, o personalmente ne hanno sofferto:
ma il tutto è avvenuto in sordina. La vulgata ufficiale ha
sostenuto che tutti i partigiani erano intemerati gentiluomini
e tutti i “fascisti” criminali degni di morte. Chi provava a dissentire
era un traditore della Resistenza, della Democrazia e della Repubblica.
Una simile, sfacciata deformazione della realtà – che ha
avuto corso legale per mezzo secolo e oltre - merita una spiegazione.
Innanzi
tutto, l’Italia è uscita dalla Seconda Guerra
Mondiale vinta, distrutta fisicamente e moralmente
squalificata. Essa aveva dichiarato guerra alla Francia
quando la Francia era ormai sconfitta (la famosa “coltellata
alla schiena”); aveva dichiarato guerra alla Grecia
senza nessuna giustificazione e senza riuscire a vincerla;
s’era fatta buttare fuori ignominiosamente dall’Etiopia
e dalla Libia; era stata l’alleato disarmato, straccione e vagamente
ridicolo della Wehrmacht; infine aveva cambiato alleato
dichiarando guerra a quella Germania con cui l’aveva cominciata.
Mentre dunque il resto del mondo sorrideva ironico di ciò
che avveniva in questo sfortunato paese, la soluzione trovata
dai nostri connazionali è stata quella di dissociarsi
dal proprio passato. L’Italia non è mai stata fascista,
per cominciare. I fascisti sono stati sempre “loro”, mai “noi”.
Mentre gli italiani si sono identificati per decenni in Mussolini
(“Duce, sei tutti noi!”), in seguito si sono identificati in quei
pochissimi che sono stati veramente antifascisti. L’Italia fascista,
ammesso che sia mai esistita, ha perso la guerra, ma l’Italia
vera l’ha vinta. L’Italia vera – la loro – è stata antifascista
e soprattutto antinazista, tant’è vero che, durante le innumerevoli
“Feste della Liberazione”, il 25 aprile, si è celebrata la
vittoria dell’Italia sul nemico nazista. Senza neppure un cenno
agli eserciti inglese e americano, che non si sono nemmeno
accorti dell’esistenza dei partigiani italiani (pochissimo citati
dalla storiografia internazionale).
Infine
va segnalato un particolare non insignificante: il
movimento resistenziale, se non interamente comunista,
è stato largamente dominato dai comunisti, e questi
dunque hanno avuto interesse ad esaltarlo al di là
di ogni ragionevolezza. Se ne sono serviti per accreditarsi
come liberatori dell’Italia e fondatori della sua democrazia.
Anche se l’hanno fondata esclusivamente perché non
sono riusciti ad instaurare la dittatura di Stalin. E gli intellettuali,
come sempre servi del regime e del Pci, non hanno esitato
ad avallare queste panzane storiche.
Questa
versione autoconsolatoria sarebbe stata messa in discussione
dalle voci critiche si è adottato e dunque,
per semplici ragioni di autodifesa, il metodo di squalificare
chiunque osasse contestare la Bugia di Stato. Chi
osasse dire che il primo articolo della Costituzione dovrebbe
essere: “L’Italia è una Repubblica fondata sull’Equivoco”.
Se dunque qualcuno denunciava i crimini dei partigiani,
bastava dire che l’autore era un “fascista”, anche se era
nato dopo la fine della guerra. E la questione era risolta. Perché
dar retta a coloro che protestano e strillano? Saranno dei disadattati.
Dei falliti. Basta lasciarli parlare.
Le cose
non sono andate molto diversamente per i privilegi
dei politici. Essi sono stati denunciati infinite
volte, da quando c’è la Repubblica: per esempio
dal parlamentare Costa. Ma ogni volta s’è lasciato che
la gente si stancasse di sentirne parlare. Oppure non se ne
accorgesse neppure. Oppure considerasse l’autore della denuncia
un originale, un guastafeste senza importanza, un frustrato
invidioso.
Col
tempo – un tempo lunghissimo - alcuni uomini di sinistra
hanno avuto il coraggio di parlare, finalmente, e
questo ha cambiato tutto. È vero, questo coraggio, l’hanno
avuto decenni dopo i fatti, e dunque è molto relativo,
ma è bastato perché la fede nei governanti,
nell’antifascismo, nella Resistenza, nel mito di un’Italia
democratica, vincente e pulita, anzi, dalle “Mani Pulite”,
rovinasse a terra. La novità è che Pansa-Stella-Grillo
non si riesce a chiamarli “fascisti”. E non potendo
squalificare la fonte, si è stati costretti a chiedersi
se fossero veri o falsi i fatti denunciati. È questa
la tragedia: i fatti hanno demolito i miti.
Questo
spiega il terremoto attuale. Il popolo – anche il popolo
di sinistra – è sotto choc. Ma allora è
proprio vero, se lo dice un giornalista sicuramente di
sinistra come Pansa, che i partigiani hanno commesso molti
crimini esattamente come i fascisti! Ma allora è vero
che è stata una guerra civile, con comportamenti orrendi
da ambedue le parti! Ma allora è vero che i politici che
predicano la moralità si comportano da delinquenti scialacquatori
del denaro pubblico! E se questa è la realtà,
se tanto grande è l’ipocrisia e l’immoralità di
chi sta in alto, quale può essere la comprensibile reazione,
se non un sonoro “Vaffanculo!”?
Il fenomeno
si verifica oggi anche per la concomitanza di altre
circostanze. Mentre prima gli idealisti di sinistra potevano
sempre attribuire il peggio ai “fascisti”, ai democristiani,
alla cricca di potere che si opponeva al lavacro morale
proposto dai comunisti duri e puri, oggi i comunisti duri e
puri sono al potere, il paese è lo stesso sgovernato e
l’esasperazione è resa palpabile dagli applausi
a Grillo. E questo provoca una viscerale, rabbiosa delusione,
anche nei moderati di sinistra. Oggi si vive un periodo
di particolare irritazione nei confronti del governo senza
scappatoie ideologiche. E questo letteralmente atterra chi,
dal 1945, aveva sperato che, con i comunisti veri al potere
(“Ha da venì Baffone!”) tutto sarebbe cambiato. Le denunce
non possono essere liquidate dando del fascista al loro autore
ed ecco che questa catarsi attraverso la verità, questa
presa di coscienza che è anche un esame di coscienza, questa
caduta dei miti e dunque dell’autoconsolazione, è vissuta
come una tragedia.
L’Italia
è delusa. Si guarda allo specchio e si vede nuda.
Nuda e brutta.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 29 settembre 2007
MOLLICHINE
Richard
Gere: “Nel mio paese come è stato possibile
eleggere due volte Bush?” Soprattutto quando si poteva
eleggere Michael Moore?
Giordano
(Prc): “Vorrei evitare che la costruzione del Pd
si limiti ad avere come unico avversario i lavavetri”.
Si rassicuri: c’è ancora Berlusconi.
Storace:
“In Senato Gemonio si trasformerà in Demonio”.
E Storace, finalmente, in Starace?
D’Alema:
“In Italia c'è sempre la sensazione che tutto
debba crollare e poi non crolla mai nulla”. È
ciò che dicevano i romani nel V Secolo.
Fassino:
“Grillo è un moralista a pagamento, perché
ai suoi spettacoli si paga il biglietto”. Mentre i politici,
si sa, non ci costano nulla.
D’Alema
favorevole a sanzioni contro l’Iran “se le applicano
tutti i paesi”. Anche l’Iran? E quando è avvenuto
che tutti i paesi abbiano voluto la stessa cosa?
"Sua mostruosita'
"
Dopo
lungo silenzio dovuto a un brutto incidente che mi
ha messo temporaneamente fuori uso la mano destra,
finalmente posso tornare a scrivere per la gioia
mia e di pochi altri e i rabbiosi "arieccola" dei
piu'.
Sono
accadute molte cose in Israele e nel mondo in queste
lunghe sei settimane, la pioggia di missili su Sderot
continua e Israele non reagisce, minaccia di togliere
la luce a Gaza ma quelli sono ancora bene illuminati
mentre gli abitanti di Sderot sono sempre piu' stanchi e disperati.
Alla minaccia delle ritorsioni contro le belve di Gaza il
mondo si e' messo a urlare le sue proteste mentre nessuno
si sogna di dire una parola per quello che accade ai cittadini
israeliani del sud del Neghev. Oggi un razzo ha distrutto
una casa in un kibbuz, per fortuna nessuna vittima perche',
essendo Sukkot, e gli abitanti erano tutti fuori.
Giorni
fa la TV israeliana ha fatto vedere cosa succede
nelle scuole di Sderot quando c'e' l'allarme rosso
che da' 15 secondi di tempo per salvarsi la vita: i maestri
riuniscono velocemente i bambini e si mettoni a cantare
e i bambini vincono il terrore cantando e saltando e
ballando, sono bambini e basta un niente per distrarli e farli
sorridere.
Mentre
andavano in onda queste scene si sentiva la sirena
e veniva da piangere di fronte a tanto coraggio. Per
quanto forte cantassero non riuscivano a coprire quel suono
ma loro continuavano imperterriti, piccoli israeliani
coraggiosi.
Dunque,
mentre in Israele continua la vita di sempre, missili,
terroristi fermati grazie ai check point e alla
barriera, atti di buona volonta' con liberazione
di terroristi palestinesi.
Mentre
la controparte continua a pretendere e non sa nemmeno
cosa significhi fare un atto di buona volonta'
palestinese anche perche' nessuno glielo chiede.
Mentre
la Lega Araba dichiara che la conferenza di novembre
tra Israele, USA e palestinesi e' solo una perdita
di tempo.
Mentre
si chiede a Olmert di disintegrare Israele, lasciando
Giudea e Samaria e Gerusalemme Est agli arabi, ecco che
Ahmadinejad, colui che nega la Shoa' e vuole distruggere
Israele, va a parlare all'ONU e alla Columbia University.
La chiamano "liberta' di parola",
una volta si chiamava "vergogna".
Non
mi sono meravigliata che l'invito sia arrivato proprio
dalla Columbia , famosa per essere da sempre un ateneo
antiisraeliano e filopalestinese fino al fanatismo.
Non
ci siamo dimenticati le manifestazioni di odio contro
Israele durante la seconda intifada, ovvero la guerra
di Arafat contro Israele.
Non
ci siamo dimenticati i fischi e i buuuuu diretti agli
studenti ebrei che volevano difendere Israele. In
quelle occasioni la famosa "liberta' di parola' non era
presa in considerazione.
Dunque
Ahmadimejad va a parlare, viene accolto a male parole
dal presidente dell'Universita' ma chissa' perche'
ho avuto l'impressione che fosse tutto preparato
per gettare fumo negli occhi di chi protestava.
Una
pensata intelligente "Lo facciamo venire , gli diciamo
che ci fa schifo perche' e' un crudele dittatore
cosi' passiamo per liberali e democratici mentre non
siamo altro che dei luridi razzisti antisemiti", infatti
il presidente iraniano non se l'e' presa per niente e
ha incominciato a parlare come se fosse stato accolto con mazzi
di rose rosse.
Nelle
prime file c'era addirittura un tipo, forse uno
studente, che mentre gli altri applaudivano, si applaudivano,
teneva il braccio alzato ma non si capiva se aveva
il pugno chiuso o il palmo ben disteso, entrambi i saluti
andavano bene per l'occasione .
In
effetti l'iraniano ha fatto anche ridere, forse ha
imparato guardando qualche clip del suo ammiratore
Beppe Grillo, e, quando ha detto "In Iran non
abbiamo omosessuali, quelli li avete solo voi in America'
", tutti a sganasciarsi dalle risate ma nessuno gli
ha chiesto di finire la frase "noi non abbiamo omosessuali
perche'...li impicchiamo tutti".
No,
non glielo hanno proprio chiesto, dimenticanza dovuta
forse all'emozione di ascoltare un simile personaggione.
Avete
sentito fischi? Io no pero' ho sentito applausi soprattutto
quando ha detto qualcosina sulla Shoa' e i palestinesi.
Lo ha detto molto dolcemente, con tanta delicatezza che
l'Olocausto, se mai c'e' stato, non e' colpa dei poveri adorati
palestinesi, altrettanto delicatamente a detto qualcosa
su Israele riscuotendo applausi alla parola "illegalita'".
Applausi,
applausi, applausi.
"Sua
Mostruosita" e' stato applaudito in America.
L'uomo ha fascino, Arafat aveva fascino,
Hitler aveva fascino , tutti i peggiori dittatori
sono pieni di fascino se no non avrebbero tanto seguito
e tutti gli antisemiti del mondo , ormai orfani di Arafat
da troppo tempo, stanno trovando in Ahmadinejad il
loro nuovo padre spirituale. Si stanno innamorando, sono
felici perche' hanno un nuovo protettore, un rinnovato imput
per il loro odio.
Quando
all'ONU la moglie di Ehud Goldwasser, rapito
da hezbollah insieme a Eldad Regev, gli ha chiesto perche'
non permette alla Croce Rossa di visitare suo marito
e il suo compagno, Ahmadinejad ha scosso una mano infastidito
come se stesse scacciando un noioso insetto e ha chiesto
di andare alla prossima domanda, mi si e' stretto il
cuore difronte a tanta ignobile crudelta'.
Avrei
voluto averlo tra le mani, urlargli sul viso "maledetto
nazista, maledetto".
Non
ho letto nessuna parola di sdegno per l'accaduto o
di emozione e commozione per quella povera ragazza che
aspetta suo marito da piu' di un anno e di cui nessuno
sa niente, trattata in quel modo ignobile, come se
non fosse esistita, come se nessuno avesse parlato.
E'
stata una scena tremenda, penosa, da stringere il
cuore e lo stomaco ma e' passata inosservata.
Liberta'
di parola, "sua mostruosita' ha avuto la platea
in nome di questa espressione ipocrita e schifosa che
va bene solo per chi si vuole e che non era stata presa
in considerazione in Italia quando un portavoce dell'Ambasciata
israeliana non ha avuto facolta' di parlare all'Universita'
di Torino o quando l'ambasciatore Gol non ha potuto parlare
all'Universita' di Firenze dove gli studenti, cosi' democratici,
appena apriva bocca battevano i piedi e urlavano buuuu.
Nemmeno
Bibi Netaniahu ha potuto usufruire di questa liberta'
quando lo hanno dovuto portare via da un universita'
canadese perche' altri democratici studenti avevano
rotto una vetrata per entrare nell'ateneo e linciarlo.
Non
vorrei essere troppo pessimista ma temo che fra non
molto vedremo fotografie del presidente iraniano che
vuole distruggere Israele alla destra del ritratto
di "Dio padre', cioe' di quel Yasser Arafat, terrorista seriale,
assassino feroce, guru di ogni antisemita di rispetto.
Deborah
Fait . www.informazionecorretta.com <http://www.informazionecorretta.com>
All'Onu l'Italia
parla d'altro
Non
avere una politica estera non è mai una bella
cosa, non averla per poter tenere in piedi la maggioranza
di governo è peggio, non solo per il paese
che ne è sprovvisto ma anche per il presidente del Consiglio
che se ne fa portatore. Il discorso di Romano Prodi, martedì
notte, all'Assemblea generale delle Nazioni Unite è stato
emblematico sia della debolezza esterna del nostro paese
sia degli scricchiolii interni della maggioranza di centrosinistra.
Anziché affrontare i temi all'ordine del giorno
- in un'aula che poche ore prima aveva ascoltato George W. Bush
parlare di democrazia e libertà e accusare la giunta militare
birmana, poi Nicolas Sarkozy avvertire il mondo dei pericoli
del nucleare iraniano e infine Mahmoud Ahmadinejad delirare
contro le forze sioniste e imperialiste - il nostro premier
ha svolto un compito formale sul tema delle Nazioni Unite, sulla
pena di morte, sull'ambiente, sullo sviluppo dell'Africa, arricchendolo
di un paio di frasi di circostanza sulla presenza in Libano
e puntando sull'unica vera questione che interessa la nostra
diplomazia: l'antica battaglia contro l'allargamento del Consiglio
di sicurezza alla Germania. Prodi, per dire, non ha mai pronunciato
la parola "Iran", non ha mai detto "nucleare", non ha fatto conoscere
la posizione italiana sulle sanzioni, non ha mai citato l'Iraq,
non ha mai affrontato il tema Afghanistan, non ha nemmeno sfiorato
la crisi birmana. Insomma, nel burocratico discorso prodiano sulle
virtù del multilateralismo, sono mancati i contenuti dell'azione
multilaterale, era completamente assente un'idea di politica
estera e non c'era l'interpretazione italiana delle crisi globali
della nostra epoca. L'unica cosa degna di nota del suo discorso,
cioè la nobile idea di far approvare una moratoria universale
della pena di morte, è apparsa velleitaria e ancora molto
lontana dall'ipotesi di successo. Soprattutto è sembrata una
battaglia estemporanea, una posizione facile e senza alcun rischio
politico sul piano interno, certamente non un tassello di una più
ampia dottrina politica a favore dei diritti, della libertà e della
democrazia nel mondo.
Soltanto
un anno fa, Prodi e il ministro degli Esteri Massimo
D'Alema erano andati all'Onu con l'idea di poter
contribuire a far uscire il mondo dalle secche in cui
l'aveva costretto la politica unilaterale americana.
Il premier aveva incontrato Ahmadinejad, il ministro era
convinto di poter dire la sua nella trattativa sul nucleare
con gli ayatollah. Entrambi avevano puntato sulla crisi
americana e sulla leadership francese. Un anno dopo, la
Francia sta con Washington, più di quanto ci stava l'Italia
ai tempi di Silvio Berlusconi. E, per sopravvivere, Prodi
è costretto a parlare d'altro.
C.
Rocca, IL FOGLIO, 27 settembre 2007
Terzomondismo Energetico
Se fossimo in Africa potremmo ben accettare la
penuria di acqua, gas, elettricità e magari dare
anche colpa ai governi di turno, al “sistema” che non funziona”,
al clima ed alla crisi ambientale nel globo. Purtroppo
siamo in Italia e sentire un amministratore delegato della
principale compagnia (o possiamo chiamarla Ente?) di produzione
e distribuzione di energia elettrica che ci prepariamo
ad “inverno freddo e buio”, può configurarsi in due forme:
la battuta ironica che non fa ridere e suona di cattivo gusto
o la totale ammissione di inettitudine di chi da anni ormai
gestisce il mercato dell’energia in Italia. Innanzitutto è
bene ricordare che il fabbisogno energetico dell’Italia è
coprto per il 71,7% da centrali termoelettriche alimentate
a gas naturale, importato a peso d’oro da Algeria, Russia
e Libia o a carbone. Non esiste alcuna risorsa del sottosuolo
a disposizione dell’Italia e l’energia ricavabile da biomasse,
da termovalorizzatori è inutilizzabile per ignorantia
gentium, tanto inetta da sdraiarsi sui binari per difendere i
propri interessi locali, salvo lamentarsi dell’aumento delle
bollette. L'Italia è il secondo paese al mondo per importazione
di energia elettrica, che non sempre soddisfa la richiesta
così che anche sul mercato elettrico siamo succubi dei capricci
di Francia e Svizzera. Le nostre obsolete centrali funzionano
solo a petrolio, scarsamente con l’idroelettrico, con il carbone,
per non parlare della parola “nucleare” abolita dal nostro dizionario.
Le centrali elettriche realizzate in Italia o progettata fra il 2002
ed il 2007 sono 129. Di queste la percentuale più ampia
è di proprietà dell’Enel. La liberalizzazione dell’Enel
del 1999 è stata da sempre una bufala: l’Enel ha mantenuto
la grossa fetta di mercato, ha smembrato la società in società
di servizi, di distribuzione, di trasmissione ma il Ministero del
Tesoro detiene ancora il 21,86% della società e la Cassa Depositi
e Prestiti il 10,35%, per non parlare di Generali che ben si riconduce
alla famiglia governativa…Insomma la parola liberalizzazione
nel 1999, come oggi, è una barzelletta. E’ stato naturale
che quella liberalizzazione producesse soltanto una parvenza
di concorrenza. Naturalmente le società “concorrenti”, si
sono appoggiate
alla rete di distribuzione centralizzata, con condizioni svantaggiose
per essere e per il cliente e di fatto le varie aziende municipalizzate
hanno controllato unicamente l’aspetto produttivo,
ma la distribuzione e la fornitura in senso stretto è
attribuibile ancora all’”Ente” principale. Attualmente il
mercato elettrico italiano è controllato da tre grandi
gruppi, di cui uno, l’Eni, è un altro residuato
delle apparenti privatizzazioni e l’Edison è controllata
al 65% della francese Edf. Fino ad oggi la distribuzione si
appoggia sulle fatiscenti reti e cabine dell’Enel e soltanto dal
1° luglio si è concretizzata la vera e propria privatizzazione
del mercato elettrico residenziale. Ma il monopolio resterà
tale o diventerà oligopolio, visto che Eni ed Enel vanno a
braccetto ed Edison non ha ancora le strutture per un’adeguata
concorrenza. Enel ed Eni lamentano i ritardi del governo per
la mancanza di un piano per l’energia, ma la favola che le
valutazioni di impatto ambientale interrompano la costruzione
di reti e strutture è incredibile anche per i bambini. A
dimostrazione della falsa privatizzazione e della cattiva gestione,
le compagnie energetiche sono in passivo continuo ed i loro investimenti
non riguardano l’Italia. Enel ha acquistato Erelis in
Francia, ha promosso l’OPA per Endesa in Spagna, nell’est è
il maggior gestore in molti paesi e stringe accordi in Russia.
In Italia gli impianti eolici predisposti dall’Enel (ma anche
quelli di altre compagnie) sono state un buon affare per ditte,
aziende agricole e comuni, ma le fonti alternative in Italia coprono
meno del 15% del fabbisogno energetico (l’eolico solo l’1%). Tutto
ciò nonostante Enel abbia varato nel 2006 un piano di investimenti
per 4,1 miliardi in energie rinnovabili, ma per quest’anno l’investimento
è stato vano. Eppure i parchi eolici al Sud proliferano,
ma servono solo per le luminarie festive. In compenso la bolletta
viaggia. La nostra è la più cara in media di tutta
l’Europa o meglio per consumi fino a per consumi fino a 1800 Kwh
sarebbe tra le più economiche, ma la richiesta è talmente
ampia che l’incentivazione al basso consumo non funziona. Di contro
per i consumi oltre i 3540 kwh, ma anche per le fasce intermedie la
tariffa è molto elevata ed è lì che si posiziona
il cliente medio italiano. Il 30% della bolletta è gravato
da tasse nazionali e locali ed il costo del Kwh oscilla in modo eccessivo
e sempre in rialzo Sul piano occupazionale Enel investe ed assume
all’estero mentre sono stati chiusi in Italia migliaia di sportelli
commerciali e sostituiti con sistemi di call center noiosi ed inutili
dove i problemi di difficile risoluzione vengono bollati con lenti
invii di documentazione o addirittura non risolti. I posti di lavoro
in Enel sono scesi per una cifra pari a circa 60.000 unità.
Non esiste un sistema di privacy adeguato, né una trasparenza
adeguata (si può essere mandati a quel paese da Giulia, ma
non ne risponderà né la fantomatica Giulia, né
Enel). L’altra favola di contatori di nuova generazione che terrebbero
conto di tariffe multiorario e quindi vantaggiosi nelle ore vuote oltre
al calcolo dell’energia attiva e reattiva in ingresso ed uscita così
da incentivare l’uso di fonti alternative. Peccato che la sperimentazione
sia finita in un groviglio di malfunzionamenti, cambi di tariffe.
D’altronde la rete di trasmissione è gestita da Terna (dunque
Enel) ed anche in questo senso non esiste possibilità di scelta
o di concorrenza. Si potrebbe migliorare la rete esistente, investire
in Italia più sulle fonti idroelettricheo geotermiche, piuttosto
che sul gas naturale, approntare un piano per il nucleare serio, migliorare
servizi di fornitura e distribuzione, essere meno zerbini con la
Francia e la Russia. Enel preferisce litigare con i governi (che
la sostengono da anni), ora anche con i pollici verdi e dichiarare
il nostro “terzo mondo energetico”, di cui però non può
scrollarsi le sue piene responsabilità.
Angelo
M. D'Addesio
LA PENA DI MORTE IN
GUERRA
È di questi giorni la notizia che il Senato ha
approvato in via definitiva l’abolizione della
pena di morte anche nel caso delle leggi militari di
guerra. Ovvio tripudio fra coloro che considerano questa
pena barbara ed anche fra coloro che hanno un giusto rispetto
della vita umana. Ma è una norma praticabile?
In tempo
di pace e nei confronti dei delinquenti comuni,
la discussione su questa sanzione ha tutta una sua
letteratura. Una letteratura che non sarà necessario
rievocare in questa sede. La situazione è diversa
in guerra. Durante le operazioni belliche si può
ricevere un ordine che, alle orecchie di chi lo riceve,
corrisponde ad una condanna a morte. Se si ordina ad
un fante di andare a farsi macellare dalla mitragliatrice
nemica, come avvenne milioni di volte durante la Prima
Guerra Mondiale, che valore deterrente può avere
qualunque sanzione che non sia la morte stessa?
Bisogna
essere molto chiari, su questo punto.
Quando
lo Stato impone un tributo, condisce la norma con
una sanzione che rappresenta un aggravio in caso di mancato
pagamento. “Devi cento e se non paghi ti obbligherò a
pagare duecento, più gli interessi e le spese”. A questo
punto il cittadino può trovare più conveniente
pagare cento che molto di più. Ma se l’ordine è
“buttati in questo burrone”, quanto varrebbe una sanzione
che prevedesse un anno di carcere? Dopo un anno di carcere
si esce in buona salute e riposati (fin troppo), mentre dal
burrone si esce morti o, se si verificasse un miracolo, azzoppati
per sempre.
In guerra
si ricevono ordini demenziali che per i sottoposti
rappresentano un’alta probabilità di suicidio.
L’unica ragione per obbedire è che, se ad un uomo
dànno un ordine per il quale il rischio di morire
è quasi sicuro (90%), gli conviene ancora obbedire,
se sa che diversamente lo metteranno al muro e lo fucileranno
(100%).
Naturalmente
molti lettori giovani penseranno che questi ragionamenti
sono mitologici, arcaici, pressoché
criminali. Pensano che nessun superiore militare
darebbe mai un ordine per il quale i sottoposti rischiano
di morire ed anzi ne sono quasi sicuri. Questo dimostra soltanto
che l’Europa non conosce guerre da circa sessant’anni.
Si può
essere contenti dell’abolizione della pena di morte
dal codice penale militare di guerra, in tempo di pace,
ma si deve sapere che essa sarà ripristinata
immediatamente il malaugurato giorno in cui l’Italia
si dovesse trovare ad applicare il codice penale militare
di guerra in tempo di guerra.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 settembre
2007
APPUNTI PER IL
DOPO. QUALE DOPO?
Il
“Foglio” ha pubblicato una serie di articoli, tutti
di un’intera pagina, dal titolo “Appunti per
il dopo”. Io, pur scrivendo più a lungo del solito,
me la cavo con molte meno parole. Del resto, se si vuole
contestare, c’è abbastanza materia già così
Il problema
di ciò che ci attende dopo la morte, “il
paese non ancora scoperto dal cui confine nessun
viaggiatore ritorna”, come dice Amleto, non esisterebbe
se gli uomini non fossero i più intelligenti
degli animali. Infatti la coscienza che morremo non è
naturale: è una deduzione logica. Anche se ci sentiamo
magnificamente bene, sappiamo che la nostra sorte non sarà
diversa da quella di coloro che sono nati cento o duecento anni
fa. La nozione della
morte è culturale: un gatto o un cane possono benissimo
credere che la morte di un loro simile sia un incidente che
magari a loro personalmente non capiterà. E questo
significa che un cane o un gatto, anche ad avere un comprendonio
superiore a quello che già hanno, non avrebbero mai problemi
metafisici di questo genere. Invece, sin dalla più tenera
età, l’uomo sa di essere condannato.
L’intelligenza
dell’uomo non basta tuttavia a guarirlo dai
suoi limiti emotivi. Ha la capacità di capire
come stanno le cose, ma non ha abbastanza rigore logico
per capire non c’è niente da fare. Per questo, dopo
avere dedotto correttamente l’inevitabilità della fine,
controbilancia le certezze della scienza con la fantasia e,
per così dire, con le certezze del cuore.
Un’espressione
come “certezze del cuore” lascia inevitabilmente
trasparire un profondo disprezzo intellettuale.
E tuttavia questo disprezzo sarebbe un errore. Freud
ha largamente dimostrato che l’uomo più intelligente
si comporta come tale quando non c’è interferenza
emotiva o fobica; mentre, quando questa interferenza
esiste, regredisce al livello del fanciullo o del primitivo.
Ecco un caso in cui la “certezza del cuore” supera quella
della logica.
Un secondo
esempio che impedisce di disprezzare questo genere
di convinzioni è il fatto che Tommaso d’Aquino
– non certo uno sciocco – ha messo fra le prove dell’esistenza
di Dio quella “eudemonologica”. L’argomentazione
si può così sintetizzare: dal momento che tutti
gli uomini aspirano alla felicità, e sarebbe strano
che si sbagliassero tutti, questa corale aspirazione
non può essere delusa e riceverà come risposta Dio
stesso, la suprema beatutidune. Che è come passare
dal desiderio di vincere alla lotteria alla certezza della
vincita.
L’uomo
non ama l’idea di dover morire e per questo se ne
difende come può. Ha paura della fine? Basta
dire che non morirà. Che anzi la morte è
apparente. Vede che il corpo si corrompe, e puzza, e diviene
cenere? Inventa l’anima immortale che rimane lustra e incorruttibile
come l’oro. Deve ammettere che Amleto aveva ragione, nessuno
dà segni di vita, una volta che è partito
per quel paese da cui nessuno ritorna? Non importa. Molta
gente crede di avere la prova dell’aldilà se sogna il nonno,
crede nei miracoli fatti dai santi (illustri defunti che dunque
sono ancora vivi), inventa un mondo ultraterreno di credenze
e riferimenti, dalle belle ragazze del paradiso musulmano
all’universo poetico e teologico di Dante. E poi, argomento
decisivo, non sono in tanti, tantissimi, quelli che credono nell’aldilà?
Come potrebbero sbagliarsi tutti? Come potremmo non essere
tutti felici, un giorno?
Nessuno
mai si sognerebbe di ipotizzare un “dopo
la morte” se non avesse paura della propria morte. Se
gli uomini non morissero, chi mai, fra loro, oserebbe ipotizzare
un aldilà per i polli e i maiali che mangia?
Chi non riderebbe dinanzi alla diffusa credenza di qualcosa
di cui non si ha mai, assolutamente mai, un riscontro concreto?
Nella realtà com’è, invece, la paura fa novanta
ed anche aldilà.
Chi è
incapace di illudersi, chi preferisce la verità
alla consolazione, per il dopo non ha problemi metafisici.
Perché non c’è nessun dopo. Suona terribile, è
vero: ma perché mai ciò che è terribile
non dovrebbe essere vero? Un giovane di trent’anni
che si sente diagnosticare un cancro incurabile e a rapido
decorso, può forse esorcizzare quella notizia dicendo
che essa è orrenda e dunque non può essere
vera? I cimiteri sono pieni di persone morte in un momento in
cui alla morte non si pensa neppure.
Non rimane
che vedere se questa visione della realtà
com’è non offra qualche vantaggio. Il primo è
che si va sul sicuro, la verità non può essere
smentita. Essa si appoggia su una base di marmo, fredda
e scostante, ma incrollabile e a prova di smentite.
L’uomo che sa di essere mortale non ha l’angoscia di sapere
se esiste un paradiso e se ci andrà. Una volta
un Papa molto anziano stava male e a qualcuno che per consolarlo
gli diceva che, comunque, non poteva che andare in paradiso”,
rispose: “Il più tardi che sia possibile, figlio mio, il
più tardi che sia possibile”. Che non è quello che
avrebbe detto se non avesse avuto dubbi.
Il miscredente
dell’aldilà non ha né speranze di
beatitudine né paure di un inferno mitologico.
La precisa accettazione delle dimensioni dell’arco
della vita umana, ben lontano dall’’eternità,
lo spinge a programmare la propria esistenza tenendo
conto dei suoi limiti. Mai rischiare la galera, perché
non ci sarebbe modo di recuperare quei mesi e quegli anni.
Mai sperare in una compensazione dei mali, perché
nessuno, in alto, tiene questa contabilità. Mai
lavorare accanitamente a settanta od ottant’anni perché
è doveroso o necessario per costruire qualcosa:
a quell’età l’unica cosa ragionevole è prenotare
un loculo al cimitero e intanto godersi il sole. L’unica giustificazione,
per lavorare quando non ce n’è necessità,
è che il lavoro diverte o gratifica. Allora sì,
si può lavorare: se ne ha lo stesso diritto che si ha di giocare
a bocce. Ma per il resto, il mortale è avaro della propria
vita perché sa che è l’unica. Ed è dannatamente
breve.
La
perdita di vista dell’eternità ridimensiona anche
la vita dei giovani. Se sono saggi sanno che da un
lato, per avere un buon futuro, bisogna occuparsene:
non danneggiare la propria salute, per cominciare,
e procurarsi di che vivere senza però esagerare.
Bisogna assolutamente evitare di rinviare la vita. Niente
e nessuno assicurano che ci sarà un momento in cui
godere dei frutti di sacrifici forse eccessivi. Chi rischia
la vita per sciocchezze è uno scervellato, chi volontariamente
vive malissimo il presente per vivere benissimo in futuro
è uno che scommette il suo intero patrimonio su un cavallo
che può persino non arrivare al traguardo.
Il mortale
è avaro del proprio tempo e dei propri
giorni perché sa - scientificamente sa - che
un giorno qualcuno potrà dire di lui: “è
vissuto settantadue anni, quattro mesi, sei giorni, ventidue
ore, diciotto minuti e venti secondi”. A quel punto,
ammesso che un cadavere possa avere rimpianti, chi non sarebbe
triste all’idea di avere sprecato tanto tempo della propria
vita, di avere considerato “noiosi” i tempi morti e perfino
le giornate normali? Chi – vicino alla morte – non darebbe
chissà che cosa per avere la possibilità di rivivere
le ore di anticamera, le ore di lavoro, i momenti passati
in fila all’ufficio postale, tutti quegli intermezzi che
si aveva avuto tendenza a buttar via, come si butta via l’imballaggio
degli oggetti? E ora, a conclusione della commedia, come
avrebbe detto Augusto, si vede che essi erano contati: fino
ai diciotto minuti e venti secondi.
Solo l’uomo
che sa di essere interamente mortale riesce a guardare
la realtà senza distogliere lo sguardo. Non
arriverà all’orgoglio sovrumano di Socrate che,
a settant’anni, non si abbassa a sfuggire alla pena di
morte, ché tanto non aveva molto da vivere: ma saprà
accettare di essere quello che è. Non si farà
illusioni su se stesso e sul proprio destino, ma proprio per
questo cercherà di trarre il meglio dal breve tempo che
l’incontro di uno spermatozoo e di un ovulo gli ha concesso.
Tutti siamo il risultato dell’istinto di conservazione
della nostra specie e questa stessa specie non è immortale.
Come ci insegnano la buonanima del Thyrannosaurus Rex e,
infinitamente più vicino a noi, il simpatico Mammut.
Gianni
Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 settembre
2007
Perché
l'antipolitica colpisce a sinistra
Antipolitica è un termine generico,
copre esperienze diverse. La variante italiana attuale si
ispira al «moralismo (pseudo) legalitario»: l'idea
è che la democrazia sia caduta nelle mani di una banda di corrotti
che si è posta al di sopra della legge. La soluzione è
spazzar via la banda e sostituirla con gli «uomini comuni
», i cittadini onesti, laboriosi, ligi alle leggi. E' la stessa
visione che circolava negli anni '92-93, all'epoca di Mani Pulite,
della «rivoluzione dei giudici ». Ma ci sono due fondamentali
differenze. La prima è che a quell'epoca, anche coloro che
di quella rivoluzione condannavano gli eccessi, avevano la speranza
di un «nuovo inizio»: si era chiusa un'epoca storica,
dominata dagli equilibri internazionali della guerra fredda e, in
Italia, da una quarantennale, e ormai consunta, «democrazia bloccata».
Le forze politiche scampate alle offensive giudiziarie erano in pieno
rinnovamento. L'Italia era un cantiere aperto. Era lecito sperare
che la democrazia della Seconda Repubblica, di cui si attendeva con
impazienza la nascita, fosse migliore della Prima. Oggi non è
così, quelle speranze non ci sono. Oggi la sola speranza è
che in qualche modo si arresti la disarticolazione del tessuto democratico,
che non ci succeda di finire tutti quanti dentro un grande buco nero.
La seconda differenza è che l'ondata
antipolitica dei primi anni Novanta si abbattè soprattutto,
come era inevitabile, sui partiti che avevano ininterrottamente
governato nei decenni precedenti. Adesso il bersaglio principale
è la sinistra governante. Per molte ragioni, ma la più
importante è che la sinistra, chiusa la fase della «rivoluzione
dei giudici», fece un madornale errore, stigmatizzato come
tale solo da pochissimi dentro quel-l'area (ad esempio, e fin da subito,
da Emanuele Macaluso, già dirigente e figura storica del Pci).
L'errore fu di continuare, ben oltre
la conclusione dell'epoca di Mani Pulite, a blandire e a coccolare
i vari portabandiera del moralismo legalitario (si pensi al
cosiddetto «popolo dei fax») senza percepire che la
carica antipolitica di cui quel moralismo era portatore avrebbe
potuto, prima o poi, ritorcersi contro chiunque, anche contro loro
stessi. L'errore fu doppio: da un lato, quello di non essersi smarcati
in tempo dagli aspetti meno accettabili connessi all'attivismo giudiziario
(nell'errata convinzione che i danni maggiori li avrebbero subiti,
sempre e comunque, i «nemici»: prima il pentapartito e
poi Berlusconi), di non avere puntato alla ricostituzione di un
corretto equilibrio fra potere rappresentativo e potere giudiziario;
dall'altro lato, quello di non avere usato armi culturali efficaci,
di non avere messo in campo argomenti forti, ed energicamente sostenuti,
per contrastare il moralismo legalitario e decontaminare dai suoi
influssi la propria base elettorale.
Non si può, ad esempio, fare una
campagna elettorale all'insegna della lotta contro il «regime
» di Berlusconi promettendo che le leggi, tutte «infami»
per definizione (con la sola eccezione, forse, della patente a
punti), approvate dal regime stesso, verranno abolite, e poi pretendere,
quando le prassi di governo non si accordano con le promesse,
di non suscitare delusione e scandalo in coloro che avevano preso
sul serio quei propositi. Non hanno torto gli adepti del moralismo
legalitario quando parlano di promesse non mantenute. Anziché
combatterla con rigore, la sinistra, per anni, ha ritenuto conveniente
lisciare il pelo all'antipolitica nella variante italiana. Senza
immaginare che un giorno le sarebbe stato presentato il conto.
22 settembre 2007 - Corriere della Sera
- La delusione dei moralisti di
Angelo Panebianco
L'eterno mito della
diversità
Non è solo questione di antipolitica.
Si ha l'impressione, infatti, che quello che sta accadendo
in queste settimane, e che ha avuto un momento esemplare nella
seduta di giovedì al Senato, sia qualcosa di più
profondo, che viene da lontano. E cioè sia l'ultimo atto
di quella disintegrazione del quadro politico e degli attori della
prima Repubblica di cui fu un simbolo quindici anni fa Mani pulite.
Allora, nel '92-'93, il terremoto risparmiò per varie ragioni
la sinistra di tradizione comunista. Tra queste c'era principalmente
il fatto oggettivo che essa aveva avuto responsabilità certo
minori nella gestione, e dunque nella degenerazione affaristica,
del potere. Aveva anch'essa una grossa colpa, ma di ordine tutto
politico: con il suo radicalismo aveva mantenuto il sistema bloccato,
privo di alternative. La storia le concesse quindi, benignamente,
una inaspettata occasione: le «abbuonò» il
radicalismo che ancora la pervadeva concedendole di arrivare a quel
governo a cui, con il Caf in piedi, non sarebbe certo mai arrivata.
Oggi possiamo dire che quell'occasione la sinistra ex Pci l'ha clamorosamente
sprecata. Essa non capì allora, e non ha capito per tutti questi
anni, che, in quanto promossa dalla storia a sinistra riformista di governo
senza esserlo, il suo primo compito e il suo primo interesse dovevano essere
quelli di diventarlo davvero. E cioè di condurre una grande battaglia
di rottura culturale rispetto al proprio stesso passato per cancellare
dal suo popolo la mentalità radicale, e dunque potenzialmente sempre
incline al massimalismo di vario tipo, che fin lì l'aveva caratterizzata.
Mentalità
fatta da un conglomerato di idee, di sentimenti, di pulsioni diverse.
Per esempio che il governo diverso dal nostro non può
che fare leggi orribili le quali vanno subito cancellate; che la
richiesta di galera per i delinquenti e di vie silenziose di notte
è «di destra»; che l'avversario politico ha una
qualità morale differente e in ogni caso neppure comparabile
con la nostra; che ogni modifica alla legislazione del lavoro che non
ha il placet sindacale è per ciò stesso un attentato
alla libertà; che le tasse colpiscono i ricchi e, dunque,
«facendoli piangere» non sono mai troppe; che nei confronti
degli immigrati clandestini o dei giovani dei centri sociali la
legge e l'ordine sono una semplice option, e via di seguito. Invece
con questo ammasso di idee, di sentimenti e di pulsioni, radicate
da decenni nel popolo di sinistra, nel loro stesso popolo e in qualche
misura anche in loro stessi, nella loro identità politica,
i dirigenti della sinistra che pure si diceva riformista i conti, in
questi quindici anni, hanno accuratamente evitato di farli. Sono rimasti
prigionieri di quella che è stata la vera, paralizzante maledizione
della cultura di tradizione comunista: il continuismo. Bisognava mantenere
la finzione del cammino ininterrotto e soprattutto coerente da Gramsci
a Romano Prodi, che tra vini vecchi e otri nuovi, o viceversa, non ci
fosse alcuna incompatibilità. Quindi al massimo «svolte»,
ma mai l'idea che fosse necessario affrontare a muso duro il passato
dicendo, anzi gridando, chessò: «Nel '48 De Gasperi
ha salvato la libertà del Paese», ovvero «era giusto,
come voleva Craxi, mettere i missili a Comiso » ovvero ancora «la
questione morale di Berlinguer era una strada che politicamente non portava
da nessuna parte»; e magari aggiungere: «Guardate, cari amici
e compagni, ammazzare o essere complici degli assassini forse è
peggio che rubare». Invece nulla. A loro parziale attenuante i dirigenti
della sinistra ex Pci possono peraltro osservare, e ben a ragione, che
né i cattolici democratici né la sinistra non ex Pci, entrambi
loro alleati, non li hanno mai incalzati in questa direzione.
Anzi:
i primi sono arrivati spesso a scavalcarli strizzando l'occhio
a estremismi e estremisti vari (vedi Prodi con Rifondazione),
e la seconda ha sempre e solo badato a cercare di egemonizzarli
intellettualmente facendosi ogni volta forte delle loro contraddizioni
per impartirgli le lezioncine del caso nei suoi sussiegosi articoli
di fondo. Il moralismo intinto di demagogia con il quale il popolo
di sinistra oggi si avventa feroce contro i Ds, contro il centrosinistra
e il suo intero personale politico, è l'altra faccia del radicalismo
lasciato così a lungo indisturbato a prosperare. In politica le
cose si tengono sempre tutte. Il radicalismo ideologico, in quanto rifiuto
del compromesso, della medietà, dell'idea che il mondo non è
tutto nero o tutto bianco, essendo cioè rifiuto delle cose così
come abitualmente sono (e non possono non essere), è fatto apposta
per alimentare l'idea della obbligatoria «diversità»
antropologico- morale. Che per essere di sinistra si debba essere «diversi»
è l'altra faccia dell'idea che chi non è di sinistra è
per ciò stesso moralmente dubbio. Alla «questione morale»
si permette così di divenire la vera identità politica della
sinistra, mentre la linea politica perennemente in agguato si riduce
ad essere il moralismo dei demagoghi.
23 settembre 2007 - Corriere della
Sera - Questione morale e identità
della sinistra di Ernesto Galli della Loggia
Ladri di biciclette
Un imbecille ha avuto la brillante idea
di mi rubarmi la bicicletta. Ma la fortuna, una volta tanto,
ha deciso di porgermi le sue scuse.
Mio padre è riuscito a ritrovarla.
Era in possesso di un uomo di nazionalità albanese
che ad esplicita richiesta sul perché l'avesse rubata
si è giustificato dicendo: «me l'ha venduta un calabrese».
Dal sito alittledestruction
LA COMPLESSITÀ
DEL REALE
L’uomo è diverso dagli altri mammiferi
perché si è specializzato nell’intelligenza. È
lento nella corsa e tuttavia è capace di correre in auto
più di un ghepardo, per non dire che vola; il suo morso
non è temibile e tuttavia ha inventato armi più micidiali
di quelli della tigre; vede meno bene di un’aquila di giorno e meno
bene di un gatto la notte e ha tuttavia inventato binocoli, microscopi
e telescopi. Insomma, ha più di un motivo per montarsi la
testa. Cosa che del resto non ha mancato di fare.
Questi risultati ovviamente sono l’opera
dei più intelligenti e infatti lo scienziato, il politico
o il filosofo conoscono la complessità delle cose di cui si occupano
e sono molto prudenti. Viceversa, la presunzione si manifesta
al suo massimo livello fra gli imbecilli. Costoro, quasi per ogni
problema, hanno spesso la soluzione pronta. L’ordine pubblico? Basta
mettere in galera chiunque commetta qualunque reato e buttare via
la chiave. L’immigrazione? Basta rispedire tutti gli irregolari a Gheddafi
e se non li accetta buttarli in mare dinanzi alla costa. Abolire la
disoccupazione? Basta che lo Stato assuma i disoccupati. Anche per
i difetti della politica la soluzione è semplice: basta mandare
a casa tutti i parlamentari e mettere al potere un galantuomo. La
gente non ha la più pallida idea della dinamite che maneggia
con disinvoltura.
La cosa ha una spiegazione.
Il cervello dell’uomo, a meno che non
abbia ricevuto un addestramento molto lungo e di alto livello
- e sempre che non ci siano interferenze emotive - non è
adatto alla complessità. Le ragioni per cui dopo un mattino
di sole in un dato posto potrebbe aversi un terribile temporale
sono molto difficili da individuare. Ammesso che gli fossero
forniti tutti i dati, un meteorologo potrebbe dare solo una previsione
probabilistica. E anche a posteriori dovrebbe studiare parecchio,
per spiegare l’avvenuto. L’incompetente invece non ha problemi.
Per lui la realtà è molto meno complessa. Guardando
la pioggia dice: “È chiaro, il tempo me lo fa apposta. Oggi
che finalmente potevo …” Come il bambino e come il selvaggio, l’incompetente
è naturalmente animista. Perché l’animismo è
una semplificazione del reale molto più comprensibile della
scienza.
Questa tendenza dell’uomo dà
un’eterna vita alla demagogia. Se ad un operaio si dice che
deve inchiodare un asse con venti chiodi, anche se gliene sono
stati forniti solo diciotto, ci chiederà se ci ha dato
di volta il cervello. Ma quando Luciano Lama, indimenticabile
segretario della Cgil, disse che “il salario è una variabile
indipendente”, ben pochi lo giudicarono pazzo. Lo stesso operaio
che non avrebbe saputo piantare venti chiodi avendone ricevuto
diciotto prese sul serio quell’affermazione e insieme con lui
la prese sul serio l’intera sinistra italiana. Perché? Perché
è più facile dire “io voglio l’aumento” che dire “Vediamo
se ci sono margini per darmi di più, o vediamo se l’impresa
possa essere più redditizia per tutti”. La prima affermazione
è semplice e diretta, la seconda è complessa e difficile.
Molta
gente è sicura che i problemi facili da formulare sono
anche facili da risolvere. Le fonti rinnovabili di energia
sono un buon esempio. Posto che il petrolio scarseggia e un giorno
finirà, posto che bruciare combustibili crea molto CO2,
ecco la soluzione: dal momento che il sole ci inonda con tanta energia
che, catturando quella che la Terra riceve in un giorno, l’umanità
potrebbe vivere di rendita per molti anni, può dunque essere
tanto difficile catturarne molto, molto di meno, fino ad avere
un po’ d’elettricità? L’energia di un semplice temporale
è spaventosa: perché non rubarne un pochino, senza
sporcare nulla? Facile a dirsi. E infatti in molti lo dicono. Perché
il problema, posto in questi termini, è facile. Poi il competente
prova a spiegare che i mulini a vento dànno relativamente
poca energia e quando non c’è vento non ne dànno nessuna.
Che i pannelli fotovoltaici sono troppo costosi e forniscono troppo
poca energia per fare a meno del carbone o del nucleare. Che l’energia
delle maree è enorme, prova ne sia che in Francia hanno provato
a sfruttarla (vicino Saint Malo), ma l’iniziativa non ha avuto seguito.
E lo stesso nessuno gli crede. A questo punto se, dinanzi al muro dell’incomprensione,
il competente fa asciuttamente notare che, se la soluzione fosse
semplice, sarebbe già stata adottata, non ottiene lo stesso
nulla. Qual è infatti la conclusione dell’imbecille? Che
c’è un complotto per far vendere il petrolio agli sceicchi.
Che forse esiste già il motore ad acqua e le multinazionali
impediscono che sia commercializzato. E gli astanti, imbecilli quanto
lui, gli dànno ragione. Si creano addirittura partiti che
vanno al governo per fermare la storia, dicendo sciocchezze che farebbero
arrossire i banconi dei bar di periferia.
Gli esempi sono innumerevoli. Nietzsche
ha notato che nessuno, se non un chimico o un egittologo,
si mette a discettare di chimica o di egittologia; viceversa,
se si pone un problema morale, tutti hanno l’aria di affermare:
“Avete fatto bene a chiedere a me, avete trovato quello che sa
bene come stanno le cose”. Nello stesso modo, molti hanno la soluzione
in tasca per tutto. Conoscendo un centesimo del problema si lanciano
in intrepide affermazioni e giustificano il detto di Alexander Pope
per cui fools rush in where angels fear to tread, gli sciocchi si
precipitano correndo dove gli angeli temono di posare il piede.
In troppi ignorano che la democrazia
dà diritto a votare, non ad essere stupidi.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 21 settembre 2007
La
gioiosa macchina economica di Grillo (ovvero chi c’è
dietro la forza economica del comico?)
Ora che ha raggiunto i due obiettivi
che ogni politico italiano (e quindi anche lui) ha raggiunto,
ovvero l’essere considerato l’eroe del popolo, la “vittima
dei poteri forti” che grida ovunque il suo vaffanculo contro
chi lo vuole zittire (prerogativa che è stata di tutti i premier
italiani dal dopoguerra in poi, tranne solo De Gasperi ed Andreotti
per motivi opposti, il primo parlava poco, il secondo sapeva come zittirli),
Grillo ci dimostrerà di essere l’uomo della trasparenza. La trasparenza
dei suoi innumerevoli tour, ben tre negli anni 2005, 2006, 2007, dove
con diversi spettacoli ha fagocitato nelle sue casse un bottino non
indifferente, un guadagno da capogiro, marcando visita in moltissimi
palazzetti d’Italia con un media biglietto di circa 30 euro versati
gentilmente da tutti gli italiani, divertitisi per pagare e per arricchirlo,
sentendosi dire da lui, ciò che egli stesso pensano o dicono
seduti a tavola a pranzo o a cena con gli amici. E le domande cui l’uomo
della pulizia, della politica differente, della voce ai cittadini dovrebbe
rispondere sono tante, se non fosse solo per il debito verso tutti coloro
che hanno riempito i palazzetti e le sue tasche:
1)
Dov’è l’impero di Grillo? Dov’è il suo triennale
e trionfale bilancio alle spese degli italiani, dopo anni
di sontuosi guadagni televisivi e non?
2)
Chi c’è dietro la macchina degli spettacoli, quella
che gli ha organizzato le 93 tappe del Tour 2005, le 62 del
Tour 2006 e le 94 e molte, molte di più del Reset Tour 2007?
3)
Da chi promana questa gigantografia di eventi, forse dal
partito che egli stesso addita e che gli ha fruttato circa
30.000 euro per la partecipazione alla Festa dell’Unità,
dove ha offeso i suoi datori di lavoro?
4)
Per quale motivo Beppe Grillo, con silenzioso razzismo
culturale (forse che il Sud non ha l’onore o l’intelligenza
di comprendere le sottigliezze del complotto politico) e politico
(perché nel pregiudizio grillesco è meglio giocare
in casa piuttosto che arrischiarsi nei feudi della destra più
presenti al Sud) e commerciale (il Sud preferito sistematicamente
d’estate ed unicamente nelle località di mare) si ostina
ad ignorare l’Italia Meridionale, degnandola solo di otto tappe, di
cui due turistiche a Lecce e Taormina e due obbligate a Napoli?
5)
Quanti sponsor, al di là del suo blog, muovono la macchina
di sovraesposizione grillesca, una macchina da uno spettacolo
al giorno, con passaggi radiofonici, televisivi, locali e
non?
Ci
dica Grillo, ci dica. Ci faccia uno spettacolo di auto-Vaffanculo…a
noi poveri cristi che facciamo il tifo per lei, mentre lei
potrà chiudere baracca da un momento all’altro e fare
fallimento con sontuosa liquidazione. CHIAREZZA, parola che vale
anche per Lei.
Angelo
M. D’Addesio - http://ilparoliere.ilcannocchiale.it
(cp
x "20 settembre")
IL GOVERNO CHE
SI MERITA
Ci sono problemi insolubili che
non per questo perdono il loro fascino. Se non fosse così,
non ci si sarebbe occupati per tanti secoli di metafisica, anche
se non si è mai giunti ad una conclusione valida per tutti.
E quando Kant ha cercato di mettere punto a queste diatribe, c’è
riuscito in parte in ambito filosofico, ma nulla è cambiato
in ambito etico e religioso.
Un problema che non è metafisico,
e che tuttavia apre la porta a una discussione senza fine,
è il seguente: ogni popolo, come si usa dire, “ha sì
o no il governo che si merita”?
A favore del sì depone
la storia della Francia. Questo paese non è mai
stato sottoposto ad una vera oppressione e non raramente ha
fatto rivoluzioni non per avere un governo del tutto diverso ma
solo per “migliorarloe”. A parere di Tocqueville, dopo la Grande Révolution
s’è visto che il paese era meno cambiato di quanto molta gente
non pensi. Inoltre ci sono state rivoluzioni, come quelle del 1830,
del 1848, e per ultima quella del 1968 (se così vogliamo chiamarla),
che hanno cambiato solo la facciata o neppure quella. Qualcuno
ha detto “quand la France s’ennuie, elle fait une révolution”,
quando la Francia si annoia, fa una rivoluzione: figurarsi se non la
farebbe, nel caso qualcuno cercasse seriamente di opprimerla.
A favore del no, per la
stessa Francia, depone il fatto che essa ha avuto la fortuna di avere avuto
al potere anche personalità di grandissimo rilievo e carisma (Luigi
XIV, Napoleone, De Gaulle) che tuttavia non ne hanno mai approfittato per
instaurare una dittatura pesante o, peggio, sanguinaria. Luigi XIV era addirittura
un sovrano assoluto che tuttavia non ha mai dovuto alzare la voce per rimanere
al vertice del suo paese. Montesquieu ha infatti potuto sostenere che la
molla fondamentale della monarchia era l’onore, cosa, aggiungiamo, molto
lontana da quel terrore che è il sostegno centrale della dittatura.
Ma ecco il problema: se Napoleone, invece di essere
l’uomo che sappiamo, si fosse presto rivelato un tiranno
alla Stalin, i francesi sarebbero stati in grado di liberarsene?
È possibile, certo: ma è certo più che lecito dubitarne.
E in quel caso i francesi avrebbero meritato di avere uno
Stalin, come padrone?
In realtà non è
possibile dare una risposta univoca e valida per tutti
i paesi. Tutto quello che si può constatare è
che ci sono paesi dalla lunga tradizione di libertà (Gran
Bretagna, Svizzera) e paesi dalla lunga tradizione di tirannia.
S’è pure visto che paesi è cui stata regalata
l’indipendenza, condita con l’esempio della democrazia (Africa
nera), non che allinearsi con le istituzioni degli ex-paesi imperiali
(Francia, Gran Bretagna) sono subito ricaduti nel regime tribale
e alla fine sotto il tallone dell’uomo forte del momento. Una
relativa libertà si è avuta solo in Egitto e in Marocco,
solo perché in questi paesi già da secoli s’è
avuto un notevole sviluppo di civiltà, se comparati con i
vicini di casa.
Rimane infine la curiosità
per i molti paesi che non sono né la Svizzera né
il Burundi, come l’Italia. Il nostro paese non è stato
né il paradiso delle libertà repubblicane (si pensi
allo Stato della Chiesa!), né una collezione di satrapie:
il granducato di Toscana è stato un esempio di buon governo.
Purtroppo, ha anche avuto, come costanti, il clientelismo, la
corruzione, l’inefficienza della macchina statale, le scarse virtù
militari, la furbizia come regola di comportamento e una politica
estera inaffidabile e opportunistica. Purtroppo queste caratteristiche
si sono mantenute invariate sotto i Savoia, sotto Mussolini e durante
la Repubblica. Dunque abbiamo il governo che meritiamo. Tuttavia
possiamo congratularci con noi stessi: pur essendo ben poco inclini
ad andare controcorrente, o a scendere in piazza per difendere le
nostre libertà, abbiamo avuto la fortuna di governanti sostanzialmente
miti, perfino quando, come Mussolini, sono stati dei dittatori.
Dell’Italia si potrebbe dire,
come si dice dei ragazzi svogliati, “potrebbe fare di
più”. Ma possiamo portare il cinque a sei ed evitare
di farle ripetere l’anno.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
- 20 settembre 2007
BEPPE GRILLO: DON BASTIANO
O IL MARCHESE?
Sapete chi mi ricorda Grillo?
Don Bastiano, quel personaggio de “Il Marchese del Grillo”
(scusi la coincidenza, ma è vera non una burla), un prete
spretato e scomunicato che sul patibolo coglie l’occasione per
sfogare la sua rabbia e la sua verità contro il mondo, chiedendo
alla gente di inchinarsi e di genuflettersi a lui e con lui
alla volontà suprema (che nel caso di Grillo è quella
popolare), così che tutti possano accorgersi di chi sta gridando
e di che valore sia la sua funzione, quella di prete delle buone
cause, fra prostitute e crocefissi. Don Bastiano, ecco Grillo è
Don Bastiano. Le ultime parole di Don Bastiano furono le grida del
suo perdono “ora, anche io posso perdonare a chi mi
ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del
cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della terra.
E per ultimo, al Boia qua, che si crede il padrone della morte. Ma
soprattutto posso perdonare a voi... figli miei... che non siete padroni
di un cazzo!”, ho citato testualmente. Ecco Beppe Grillo è
il Don Bastiano dei nostri tempi, grida al governo, grida alla Chiesa,
grida ai partiti che hanno ucciso la politica e grida alla gente che
non vale un c… e lui lo sa bene. Non vale un cazzo il suo marchio
della qualità, non valgono un c… quelle liste civiche che non
avranno soldi per la campagna elettorale e saranno solo cavie da blog
come lo siamo un po’ tutti, credendoci padroni del mondo, un mondo
fittizio. Non serve ad un c… ristabilire il voto di preferenza, perché
la gente ama chi può dargli certezze, chi può garantirgli
un posto di lavoro, chi gli promette strade, ponti, soldi per i
terremoti, le siccità, le alluvioni che non ci sono e, a differenza
di quanto egli stesso pensa, ama questi politici, ama questa classe
dirigente e la odia non perché sia peggiore della differente
(che di cricche di delinquenti le precedenti legislature della repubblica
ne hanno avuti a bizzeffe e di incapaci altrettanto), ma perché
questa classe dirigente si arricchisce e non fa arricchire, non regala
soldi all’intera Italia, non si inventa posti di lavoro, perché
non ci sono più posti da inventare, né soldi da poter
essere regalati ed i controllori ed i creditori ci sono alle calcagna.
Non serve ad un c… la sua crociata sui politici giusti, perché
il politico giusto non un politico; se non sa fare affari, se non
tratta con le banche, con le assicurazioni, con la Russia, la Cina
(magari collaborando anche alla costruzione di elicotteri da guerra
utilizzati in Darfur, salvo poi promettere aiuti per la regione), il
risultato non sarebbe altro che un paese fermo, proprio al pari di quello
attuale, dove non mancano i taccheggiatori ma non lo sanno fare come
prima e questo a prescindere dalle inchieste e dalla fedina penale,
ché il Parlamento non è mai stato immacolato in nessun
seggio o quasi dai tempi di Cavour e Massimo D’Azeglio. Pensa veramente
che alle persona interessi la sua crociata ideologica per il Parlamento
pulito (si faccia in giro per città e comuni, non lo devo dire io
come funzionano appalti ed assunzioni). O quella per il mondo pulito (vada
a vedere chi ci sta guadagnando sui parchi eolici che stanno distruggendo
i boschi dell'Irpinia, i monti della Sicilia ad al Nord non si fanno...Stranieri
e grandi proprietari terrieri. E non serve a niente che il povero Don
Bastiano inizi la sua crociata, sperando che le persone lo seguano,
che lo assecondino nella sua follia benevola. Grillo si riguardi il Marchese
del Grillo, quel Don Bastiano che piaceva finché faceva divertire
e finché lo facevano divertire i più potenti, dal Papa ai
francesi, proprio come sta capitando a lei, dai tempi di Fantastico quando
la Dc chiudeva gli occhi e gli garantiva fraterna protezione a braccetto
con il Pci, salvo poi scaricarlo. Anche lei, proprio come Don Bastiano,
finirà solo, resterà solo a gridare con il suo blog, con il
suo mondo immaginario e con un branco di persone, che assistendo al suo
delirio sul patibolo, non avranno altro che da soffermarsi un po’, riflettere,
magari godersi il ricordo di quel suo spettacolo di divertimento (magari
proprio a Bologna, dove la perdizione tra buchi, sedicenni drogati, spacciatori
a viso aperto, quartieri bronx ben si accompagna al delirio ed al divertimento)
durato la follia di un mese, due, magari anche un anno. Perché se
lei Beppe Grillo resta Don Bastiano, sul patibolo ci finisce, nell’indifferenza
e nell’incredulità di tutti…a meno che non voglia essere qualcos’altro,
un “Napoleone”, un “Papa”, che invece quel Don Bastiano disdegnava proprio.
Ma allora in quel caso sarà più apprezzato dalla gente (che
da lei potrà ricevere molto, perché la gente vuole avere
e non essere), dai partiti, dai politici, ma sarà, mi scusi la coincidenza,
un Marchese del Grillo, pronto a fare baldoria, ma senza partito o meglio,
con tutti i partiti, pronto a vendersi al miglior offerente. Ecco cosa
bisogna scegliere in Italia. Ecco cosa deve scegliere lei, se essere condannato
o venduto? E scegliete anche voi, nell’impossibilità di essere Papi
o Napoleoni, fatevi un sondaggio. Siete Marchesi o Don Bastiani…?
Angelo M. D'Addesio
L’ULTIMO VAGONE
L’anti-politica nasce dal
rifiuto della politica attuale e dal vagheggiamento
di qualcosa di migliore. Le intenzioni sono lodevoli. Chi
conosce i politici sa che essi sono ambiziosi, abili manovrieri,
spregiudicati, opportunisti. La maggior parte, purtroppo,
sono anche ignoranti, interessati, corrotti, bugiardi:
uomini veramente dappoco. A questo punto molti cominciano a
sognare di affidare il potere a galantuomini di specchiata
onestà e di provato disinteresse; a grandi competenti
dediti al bene comune: ma è un sogno contraddittorio.
Dovendo mettere un professore d’economia alla guida del Ministero
dell’Economia non si sceglierebbe il migliore in assoluto, ammesso
che esista un migliore in assoluto e che l’arcangelo Gabriele sia
disposto ad indicarcelo: si sceglierebbe uno che è già
stato capace di mettersi in mostra. Un ambizioso che è
riuscito a crearsi una fama nazionale. Uno che ha le amicizie giuste.
Si cerca insomma l’uomo fuori dall’establishment politico e si sceglie
un primo attore dell’establishment culturale. Ma non è
tutto: qualunque competente, una volta divenuto ministro, dovrà
effettuare scelte che non sono tecniche. Il Ministro dei Lavori
Pubblici, se è un ingegnere, saprebbe costruire sia un carcere
che un ospedale, ma scegliere quale dei due costruire è una
scelta politica, non tecnica. E potrebbe farla anche un laureato
in agraria o in filosofia.
I galantuomini, una
volta al potere, devono tenere conto delle opinioni
del paese, della maggioranza e dei colleghi di governo.
I duri e puri non vanno lontano, in politica. Poco importa
che uno di loro possa essere assolutamente convinto di una cosa,
e che possa persino dimostrarla ai competenti del suo ramo: se
la cosa non è opportuna politicamente, o dovrà rinunciare
a ciò che desiderava o dovrà scendere a compromessi.
E questo atteggiamento è quanto di più lontano dall’anti-politica.
Il popolo sogna cavalieri
dell’ideale pronti a lasciare il loro posto, per coerenza
e per dignità, al primo stormir di foglie: ma dimentica
che nel posto lasciato libero dall’eroe subentra normalmente
un uomo più flessibile, meno idealista, meno afflitto
da problemi di coerenza e dignità. Un vero politico,
insomma. Anche se fino al giorno prima era un illustre medico.
Dire male dei politici in
blocco è uno sport che ha i suoi adepti e che non
conduce più lontano di una partita a bocce. Innanzi
tutto non raramente i leader – compatibilmente con la loro
qualità di politici – sono persone di qualità e relativamente
oneste: ma ciò che realmente importa è che l’unica
alternativa alla loro esistenza è la dittatura. Per giunta
è un’alternativa falsa: con la dittatura, a politici di
scarso valore ma eletti dal popolo, subentrano politici di scarsissimo
valore, nominati dal dittatore.
La sintesi è semplice:
la politica è l’amministrazione della cosa pubblica
e in quanto tale è del tutto ineliminabile. Essa è
inoltre poco migliorabile: la stessa democrazia, che pure è
il miglior tipo di governo, permette al popolo, col periodico
controllo delle elezioni, di allontanare i politici più
dannosi o scopertamente criminali. Ma più di questo non
può offrire.
Pensare all’eliminazione
di tutti gli attuali governanti per sostituirli con
altri supposti migliori, magari perché non hanno mai violato
un divieto di sosta, somiglia al desiderio di abolire
l’ultimo vagone del treno.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 17 settembre 2007
LA BORGATA PINARELLI
Dal Corriere della Sera:
“Durante la festa dei giovani di An parte per Veltroni
una domanda trabocchetto: Signor sindaco, cosa ne pensa
della situazione della borgata Pinarelli?. Veltroni non ci
pensa due volte e ricorda tutti gli interventi fatti dall'amministrazione
capitolina per le periferie, finché gli fanno notare
che: Non esiste a Roma un quartiere che si chiama Pinarelli”.
Per chi non
ha simpatia per Veltroni l’episodio si presta a commenti
sarcastici e velenosi. Ma dove vive? Come fa a vantarsi di
interventi comunali anche per periferie che non esistono?
E se non sa nulla della borgata Pinarelli, perché non comincia
col chiedere dov’è e se porta veramente questo nome?
È dunque talmente abituato a vendere fumo?
E tuttavia
non è detto che questi commenti siano giustificati.
Ognuno reputa ciò che lo angustia d’importanza primaria,
fra i problemi del mondo, e per questo un candidato alla
Presidenza degli Stati Uniti rischiò molto quando disse che
non amava i cavoletti di Bruxelles. C’è infatti una
regione che li produce, che ha interesse a venderli e che rischiava
di non votarlo per questo. Dunque la prima, automatica preoccupazione
di Veltroni, udita la domanda, è stata quella di non
far pensare agli abitanti della borgata Pinarelli che il Comune
di Roma li aveva dimenticati. Non potendo indicare provvedimenti
specifici per quell’agglomerato (e come avrebbe potuto?),
si è buttato sulle generali, cioè su ciò
che il Comune ha fatto per tutte le periferie, ecc. Impaperandosi,
certo, ma comprensibilmente: perché se avesse detto “Non
l’ho mai sentita nominare, questa borgata”, e quella fosse esistita,
si sarebbe inimicati per sempre i suoi abitanti.
Il problema dei politici,
nei dibattiti, è che devono mostrarsi preparati
su tutti gli argomenti. Impresa ovviamente impossibile:
nessuno può sapere tutto di tutto. Ed ecco perché
in tante occasioni i leader si rifugiano nel “politichese”,
un linguaggio che serve egregiamente a mascherare il non-pensiero.
Il buon senso dice che bisognerebbe
denunciare questa stupida mitologia, ma nessuno vuole
pagarne lo cotto personalmente. Il politico che dicesse
“Su questo argomento non ho dati sufficienti per rispondere”
sarebbe onesto, ma ci guadagnerebbe solo d’essere schernito da
tutti. Gli elettori, che pure disprezzano i politici, preferiscono
continuare a pensare che debbano essere onniscienti. E in particolare
che siano bene informati dei loro personali problemi, dei cavoletti
di Bruxelles. E questo mentre di fatto, come si è visto
con delle domande poste a politici dinanzi al portone di Montecitorio,
molti dei volti noti della politica non sanno neanche la data della
scoperta dell’America, ignorano il prezzo di un chilo di pane, non
sanno se venne prima Richelieu o Mazzarino, in quali casi dopo “se”
ci vuole il condizionale e non il congiuntivo e in quale opera è
contenuta la teoria della separazione dei poteri. I politici non sono
persone colte. Per giunta, quando lo sono, lo sono in un dato campo,
come gli altri cittadini, non in tutti i campi dello scibile.
Per questo, anche chi non
ama Veltroni, e lo considera più una furba facciata
che una sostanza di grande politico, stavolta non può
che esprimergli comprensione. È vero che molti di noi
avrebbero avrebbero onestamente domandato: “Scusate, ditemi
prima dove si trova, questa borgata”, ma è anche vero
che molti di noi non avrebbero successo in politica.
Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it
- 17 settembre 2007
Iraq - documenti
Il rapporto Petraeus,
da il Foglio, clicca qui e qui
VOGLIO
SCENDERE!
Prima la notizia come
l’ha data il “Giornale”. “Washington. Sei uomini che
parlavano arabo su un volo dell’American Airlines diretto
da San Diego a Chicago sono stati fatti scendere dall’aereo
dopo che una passeggera li ha denunciati. Durante la fase
di decollo la donna, sentendo parlare arabo, è stata colta
dal panico, e ha chiesto di poter scendere dall’aereo. Il capitano
ha deciso di fare scendere tutti i passeggeri e i 6 uomini sono
stati interrogati dalla polizia. Dalle loro dichiarazioni è
emerso che erano tecnici iracheni incaricati di addestrare i marine
della base di Camp Pendleton, prossimi a partire per l’Irak”.
Il
fatto è significativo. L’arabo è una lingua
importante, diffusa in molti paesi, ed ha una rispettabile
letteratura. Dunque, che una signora chieda di scendere
dall’aeroplano solo perché l’ha sentita parlare, e che il
capitano non solo acceda alla richiesta ma faccia poi scendere
i sei colpevoli, è cosa che fa accapponare la pelle.
Quella
signora e quel pilota, interrogati durante un sondaggio,
probabilmente bollerebbero come imperdonabile una discriminazione
sulla base della lingua. Gli Stati Uniti sono stati
creati dai Wasp (white, anglo-saxon, protestant) ma in materia
di lingua sono talmente tolleranti che, negli stati dell’ovest
e del sud-ovest, si è quasi arrivati al bilinguismo,
con lo spagnolo. La political correctness vuole che nessuno
sia bollato come inferiore o diverso sulla base della sua nazionalità,
del colore della sua pelle, della sua origine, e certo non
si può più, in pubblico, chiamare Dago un italiano.
Anche il termine black, che ha sostituito negro, ora è
da evitare: chi è troppo abbronzato è solo un afro-american,
e questo in attesa che i bianchi, dopo essere diventati caucasic,
divengano euro-american.
In questo mondo in
cui nessuno si sognerebbe mai di trattare un altro
gruppo come inferiore, ecco che su un aeroplano, quando
non si tratta di rispondere ad un’intervista ma di avere
il dubbio se si arriverà a destinazione o si sarà sbattuti
contro un grattacielo, tutta la political correctness va a farsi
benedire. La signora, come se fosse su un autobus, grida
“voglio scendere!”, il viaggio si interrompe e sei onesti tecnici
che parlano arabo, ma non sono nemmeno arabi e sono tanto affidabili
da essere impiegati per istruire l’esercito americano, sono
sottoposti ad interrogatorio. Chissà, magari oltre
a perquisirli, gli avranno fatto l’analisi del sangue.
Si è certamente
esagerato. Tuttavia, se il pilota ha atterrato, è
chiaro che tutti i passeggeri erano più o meno d’accordo
con lui e ai lettori del giornale non rimane, non essendo
su un aereo, che chiedere scusa ai sei tecnici irakeni.
La responsabilità
di gruppo può essere abolita dai codici ma non dalla
mentalità umana. Quando i meridionali, negli Anni
Cinquanta, si comportavano da selvaggi a Torino, i torinesi
in maggioranza li tennero a distanza come un tempo si tenevano
lontani i negri in Alabama. I settentrionali avevano torto
ma non è che i meridionali avessero ragione. Anche il
calabrese o il siciliano che fosse stato un perfetto gentiluomo
oxoniano non poteva offendersi se, prima di conoscerlo, era stato
prudenzialmente discriminato: il singolo paga per il gruppo cui
appartiene così come beneficia – ma di meno - della stima
che quel gruppo si è eventualmente conquistata.
Il caso degli arabi
è anche peggiore. Non solo essi hanno avuto,
nel loro gruppo, troppi assassini e troppi violenti per non
divenire sospetti agli occhi di tutti, ma hanno da decenni
aggravato questa condizione non integrandosi (salvo, in
parte, proprio negli Stati Uniti) nei paesi che li hanno accolti.
Anche se nati e vissuti in Francia, i maghrebini rimangono
distinti dagli altri francesi, mentre nessuno nota i figli di immigranti
spagnoli o portoghesi. In Inghilterra si sono addirittura avuti
attentati firmati da musulmani inglesi, e rivendicati in quanto
tali. Gli italiani, malgrado Al Capone, sono diventati americani
a tutti gli effetti, in Francia un cognome italiano non suscita
nessuna perplessità e solo i musulmani fanno bande à
part,un gruppo separato.
Questa distinzione tra
i musulmani da una parte e non musulmani dall’altra
è un dramma di cui non si vede la fine. Una tragedia
che dispiace moltissimo per tanti milioni di musulmani
che sono persone per bene. Ma non è l’Occidente che l’ha
voluta.
Gianni Pardo,
pardo.ilcannocchiale.it - 15 settembre 2007
L'Italia
di Prodi è amica pure del Sudan
La politica estera
italiana è ancora una volta al centro della bufera.
Stavolta a finire sul banco degli imputati è il
presidente del Consiglio Romano Prodi (e anche quello della
repubblica Giorgio Napolitano) per l'accoglienza con tutti
gli onori riservata al presidente golpista della Repubblica
Islamica del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, da ieri notte
in visita ufficiale nel nostro paese.
Ad aprire le ostilità
contro la scelta italiana di ricevere un dittatore che molti vorrebbero
davanti al tribunale dell'Aja per crimini contro l'umanità,
come un qualsiasi Milosevic, sono stati 25 deputati inglesi
e francesi al parlamento europeo che hanno scritto una
pesante lettera aperta allo stesso Prodi. E ieri la polemica
era stata ripresa anche da Amnesty International, per una volta
non strabica nelle proprie denuncie contro chi viola i diritti
umani. Oggi, poi, l'International Herald Tribune dava molto
risalto a questa polemica in un articolo intitolato "La visita
in Italia del leader del Sudan fa crescere la preoccupazione
internazionale". Durante l'incontro mattutino con Prodi,
al-Bashir dichiarava di essere pronto al cessate il fuoco alla
vigilia della missione internazionale nel Darfur dove dovrebbero
essere dislocate alcune migliaia di soldati Onu. Ma il problema
è che al-Bashir, secondo le statistiche di Amnesty international
del 2006, dopo la sigla dell'inutile precedente accordo di pace,
parla con la doppiezza tipica di tutti i rais arabi. E se è
vero che anche papa Benedetto XVI lo riceverà a Castelgandolfo,
la cosa non può essere spesa dal dittatore come "riconoscimento"
ma al massimo come "mediazione" disperata per evitare altri lutti
ai cristiani del Sudan.
Sia come sia, l'ultimo
rapporto di Amnesty parla chiaro. Basta leggere
quanto segue: "...il governo del Sudan ha recentemente lanciato
la più imponente offensiva militare da oltre un anno
nel Darfur settentrionale, nella regione stanno avendo
luogo bombardamenti su vasta scala, questa offensiva è
caratterizzata da gravi violazioni del diritto umanitario, tra
cui attacchi indiscriminati e sproporzionati e attacchi diretti
contro i civili".
Tutto ciò
veniva scritto nel dicembre del 2006, a cinque mesi
dalla sigla di un accordo di pace che non è mai arrivata.
Spesso, come nel caso dell'incursione su al-Hassan del 29 luglio
2006, sono stati presi di mira ospedali e scuole. Nel bombardamento
di Kusa Kuma, a nordest di al-Fasher, avvenuto il 27 settembre
dello stesso anno, sono state uccise tre donne: Halima 'Issa
Abaker e due sorelle, Maryam e Hawa Ishaq Omar. Il rapporto di Amnesty
International denuncia come in ampie zone del Darfur occidentale,
i Janjawid (le milizie a cavallo filo-governative) abbiano ormai
assunto il quasi completo controllo delle terre e le stiano occupando
dopo averle rese inabitabili a seguito delle massicce offensive
del 2003 e del 2004. Gli sfollati vivono come prigionieri all'interno
di campi, mentre all'esterno di questi le forze di sicurezza e
i Janjawid continuano a rendersi responsabili di uccisioni, sequestri,
espulsioni e stupri. Come se non bastasse, il conflitto si sta
allargando al Ciad orientale. Gli attacchi dei Janjawid contro la
popolazione del Ciad, attraverso la frontiera del Darfur, iniziati alla
fine del 2005, sono ancora in corso in questi giorni. I bloggers che
fanno riferimento alle Ong che si occupano di diritti umani, come
Secondoprotocollo.org, hanno accolto la notizia della visita di
stato di al-Bashir con sarcasmo: "E‚ strano che ad attenderlo ci
sia la banda presidenziale e non un cellulare con le forze dell'ordine".
Amnesty parla di coincidenza
curiosa di questa visita di stato in Italia, unico paese a essersi sinora
sbilanciato così tanto con il Sudan, proprio alla vigilia della conferenza
di Tripoli di ottobre dove per l'ennesima volta verrà promesso un
cessate il fuoco che forse non ci sarà. Tutta la questione infatti
si gioca sull'estrema ambiguità del contendere:
il governo sudanese sostiene falsamente di non
potere fare niente contro i Janjaweed, i diavoli a cavallo,
e di non manovrarli. Di fatto però non li ha mai contrastati
e sinora si è sempre opposto a forze straniere nel
paese per operazioni di ordine pubblico e di peace keeping.
Si vedrà come andrà a finire, di certo però
l'Europa non mostra di credere a questa azzardata mediazione
all'italiana, se è vero come è vero che ieri Prodi
ha dovuto passare la maggior parte del suo tempo a rispondere a
quei 25 eurodeputati francesi e inglesi (tra cui Glennys Kinnock) che
gli chiedevano conto di questa, a loro avviso, "improvvida iniziativa".
E ha usato l'espressione di "occasione utile", slogan coniato per l'occasione.
In Europa tutti però si chiedono in cosa consista questa presunta
utilità. E se non ci sia invece il rischio di legittimare un
governo andato al potere nel 1989 con un colpo di stato islamista. Vaglielo
a spiegare che l'Italia tratta un po' con tutti i boia del mondo, da
Ahmadinejad, ad Assad di Siria, passando per i leader di Hamas e adesso
anche per il presidente genocida del Sudan.
Dimitri Buffa, l'occidentale
«Civiltà,
la nostra bomba»
È la sesta
ricorrenza dell'11 di settembre. Come vanno le cose?
Come andranno? Da sei anni a questa parte, tutto è
cambiato. Per semplificare, potremmo dire che la paura di
un altro attacco bellico come quello delle Twin Towers sul territorio
americano è stata sgominata: le confessioni di Khalid
Sheikh Mohammed, leader di Al Qaida, hanno dimostrato che i
piani di attacco erano enormi (Sears Towers, New York Stock Exchange,
Empire State Building) e invece la strategia di Bush di portare
la guerra a casa del nemico riconoscendone la priorità
ha evitato le carneficine in patria; la debolezza europea ha
consentito invece che Al Qaida si sbizzarrisse a Madrid,
a Londra, Istanbul etc. Israele è il Paese che ha precededuto
gli Usa, con l'operazione Scudo di Difesa contro il terrorismo
suicida, ma è anche quello che dopo questa vittoriosa
prima manche, ha dovuto fare le spese del grande cambiamento
strategico che può farci temere un ben più spaventoso
11 di settembre, quello dell'entrata in scena di un vero e proprio
esercito terrorista capace, oltreché di attentati, di
un vero e proprio impegno sul terreno, esercito terrorista contro
esercito regolare in uno scontro asimmetrico e molto sofisticato.
Il ben terrificante undici di settembre ci potrebbe aspettare
se non sapremo fermarlo, porta il segno della bomba atomica iraniana,
e non si limita a quella.
C'è chi si
calma dando sei anni al suo compimento; chi due;
talora sembra che essa sia già operativa. Il fatto
è che dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, l'Iran
esprime tramite la sua leadership e, attraverso le concrete
operazioni del pasdaran, ci minaccia.
Il suo interesse
è la continua esplosione di crateri bellici e
di operazioni di terrore per coprire la costruzione del nucleare.
Il suo segno ideologico e dominatorio è determinante
anche per eventuali accordi fra Abu Mazen e Olmert: l'Iran
li impedirà. Anche il prossimo summit di Washington,
a novembre, è a rischio dato che sia l'Iran che la Siria
sospettata dell'omicidio di Rafik Hariri hanno ogni interesse
a vanificarlo. Il grande esercito che l'Iran mette in moto
a suo comando ha rafforzato enormemente il tentativo di reconquista
islamica. Bin Laden non è solo.
Gli sciiti e i sunniti
forse per la prima volta nella storia moderna sono
uniti nella battaglia antioccidentale, Hamas sunnita
riceve ordini dagli sciiti iraniani e l'aiuto degli hezbollah,
si sospetta persino che Bin Laden sia o sia stato rifugiato
in Iran, e che parte della sua leadership abbia goduto della
stessa protezione.
Le invenzioni del terrorismo in
questi sei anni sono state fantastiche, l'avanzamento tecnologico
più evidente è quello degli hezbollah, la
loro rilevanza è la maggiore anche se Hamas è molto
in vista per ovvie ragioni: gli hezbollah hanno combinato la furiosa
scelta terrorista con sofisticate tecniche di guerriglia, con
la capacità di influenzare i media e di produrre in proprio
informazione col canale satellitare Al Manar, con l'acquisizione
e adesso la riacquisizione tramite la Siria di armi dell'ultima
generazione (l'Unifil non l'ha impedito), con la gestione carismatica
di Nasrallah, con la protezione internazionale esercitata dall'Onu
da chi, come la Cina e la Russia vogliono favorire l'Iran, con una
diffusa presenza all'estero.
Gli hezbollah sono proprio l'epitome
del miglioramento (tecnico si capisce) delle prestazioni
del terrorismo nel mondo, per esempio la sua scelta di utilizzare
i missili come arma principale che può attaccare
i civili e essere nascosta dietro i civili, è certamente
una indicazione leader che infatti Hamas ha già adottato,
che i siriani stanno preparando, che potrebbe essere completata
da testate dotate di materiali chimici o biologici di distruzione
di massa.
Oltre la maggiore sofisticazione
del terrore, sono stati stipulati grandi patti di alleanza,
Damasco e Teheran sono diventate centri di incontri strategici
dal 2005 fra siriani, iraniani, Hamas e Hezbollah, gli
accordi firmati sono ormai tanti, sul Mediterraneo si riaffaccia
la potenza russa a loro difesa.
Bin Laden in tutto questo giuoca
un ruolo fosco e silenzioso, la presenza di Al Qaida in Africa
e a Gaza è certamente una forza strategica nuova,
l'Asia centrale ribolle a sua volta dei suoi piani. Difficile
prevedere se la sua promessa di aggressione agli Usa
avrà un seguito immediato. Ma due sono le strade della
vittoria, parola che dobbiamo cominciare a usare: i terroristi
hanno un unico scopo elementare, che è quello del dominio
e della nostra sconfitta, della sconfitta della civiltà;
e anche parlano un linguaggio miserabile, tronfio, retorico,
vuoto, stupido. Quando Bin Laden invita gli americani a convertirsi
e per convincere promette meno tasse, ribadisce la grande debolezza
intellettuale di un mondo che non sa attingere minimamente né
alla sofisticazione intellettuale né alla complessità
morale del mondo contemporaneo. Che ti sgomenta per la sua irrilevanza
come interlocutore. Non ci sono libri né università
dietro di lui, solo esclamazioni. Questa è la grande debolezza
del terrore, di Bin Laden, dei discorsi tronfi e ignoranti di Ahmadinejad
o di Nasrallah. È qui il loro tallone d'Achille, nella grande
forza culturale e morale dell'Occidente. Chi nega la Shoah o vomita
parole di disgusto sulla civiltà occidentale, chi inanella
sciocchezze che a tavola non lasceremmo dire ai bambini, non può
vincere se usiamo la nostra intelligenza per batterlo. Diamo alla
nostra mente e alla nostra cultura il permesso di disgustarsi dell'ignoranza,
di ridere della pochezza, di orripilare per la ferocia. Ci servirà
a combattere.
Dal GIORNALE dell'11 settembre
2007, di Fiamma Nirenstein
DIETRO LO STRAPPO
DELLA FIOM
Lo schiaffo della
Fiom alla Cgil, nella disapprovazione dell’accordo
programmatico proposto dal Governo e sottoscritto dalle
parti sociali ha molteplici significati, tutti riconducibili
ad uno: il sindacato ha scoperto le carte ed è ormai
ufficialmente diventato un organismo politico a tutti
gli effetti, dove il grosso dei dirigenti, vecchi periti
metalmeccanici o sindacalisti a vita, o semplici rappresentanti
d’azienda aspirano a ricoprire ruoli determinanti nella
vita di un paese, socialmente sempre più vittima dell’assistenzialismo
(di cui i sindacati stessi sono i primi fautori) e sempre
più socialmente inetto e svalutato, al punto che i migliori
tendono ad andarsene all’estero, a fuggire per cercare
non un lavoro, ma un lavoro serio, ben pagato, ma soprattutto
ben valorizzato e non solo frutto di clientelismo (di cui i sindacati
sono fautori alla pari dei politici). Esaurita la premessa, resta
essenzialmente da dire che la svolta della Fiom può essere
legata a diversi motivi. Ad esempio un semplice gioco al rialzo
per cercare di strappare ulteriori concessioni che solo un
sindacato che controlla i metalmeccanici ovvero la voce più
bistrattata della forza-lavoro italiana, può ottenere.
Tuttavia sbaglia Prodi nel pensare che i lavoratori nelle varie
assemblee locali e regionali voteranno, smentendo i loro capi, anzi
la loro forza d’urto sarà perfino peggiore per il governo
e scatenerà un tumultuoso periodo di proteste nel paese. In
aggiunta o in alternativa al gioco al rialzo c’è anche un possibile
regolamento di conti all’interno della Cgil, dove Epifani, il suo
moderatismo vicino alle posizioni dalemiane e veltroniane non
piace né a Cremaschi, né a Rinaldini che si contendono
la successione, cercando di riportare la Cgil sulle posizioni drastiche
che furono di Cofferati e prima ancora di Lama. C’è perfino
un'altra ragione in questa decisione ovvero la necessità della
Fiom di sondare la propria rappresentatività e creare un asse
politico con i vari partiti della sinistra, con i movimenti, con le
proteste di piazza e quindi diventare a tutti gli effetti un interlocutore
autonomo. E’ proprio questo il lato più preoccupante della
questione. Che cosa succede se il maggiore sindacato d’Italia si
spacca ed una sua ala prende strade politiche diverse, finendo con l’assecondare
la piazza e spintonando letalmente un governo che pure dovrebbe essergli
favorevole e gradito? E cosa potrà succedere se, cavalcando
l’onda della rivolta, quei fantasmi, già concretizzatisi
in seno al sindacato, costituiti dalle nuove Br, da sempre più
forti formazioni eversive di stampo marxista-leninista riusciranno
a prendere il sopravvento e falsare così i rapporti all’interno
del sindacato, della piazza e della scena politica? La Fiom non
ci pensa e non ha interesse a farlo. I sindacalisti per natura in
Italia, si spacciano come eroi, a livello locale e nazionale, ma
gabbano pensionati ed operai, li costringono a lotte senza costrutto,
ma in anni ed anni non hanno mai ottenuto né una crescita
degli standard di sicurezza concreta sul lavoro (la normativa della
626 è carta da cesso), né un reale ricambio generazionale
ed una decisa tutela per i pensionati, ridotti ad accumulare contributi
ed una tantum comunali e regionali, né una reale riforma sociale
e lavorativa. Il loro mondo è trattare, preparare carte, organizzare
in forma industriale Caaf di assistenza che pretendono gabelli ed
ottengono aiuti e finanziamenti. La verità è che dietro
la Fiom ci sono i partiti, la politica e la morte del sindacato ed i
lavoratori votanti e speranzosi perderanno l’ennesimo treno del riscatto
sociale. Tuttavia c’è un governo troppo incapace di gestire
questa situazione, le imprese fanno le valigie e gli operai continueranno
a vivacchiare fra false promesse, cig, mobilità, licenziamenti…La
Fiom è già oltre ed ha scoperto le carte. Nell’Italia
in crisi, in declino quasi (spero) irreversibile, ogni potere deve
ritagliarsi il suo terreno, il suo pubblico ed è giusto farlo
adesso con l’anarchia totale in tutti i campi dove ciascuno può
prendere ciò che viene, sempre con la solita scusa che la classe
politica va rinnovata.
Angelo
M. D’Addesio - http://ilparoliere.ilcannocchiale.it
“Te la do io la
nuova classe politica”
L’ho già
visto il film. Manifestazioni di piazza, magliette
rigorosamente “anti-politica”, la voce al libero sfogo
del popolo, tra un panino ed uno striscione, tanti nomi
e cognomi di galantuomini sventolati all’aria ed un oratore
che sale sul palco e grida che con questi dirigenti non si
farà mai nulla, con questa classe politica possiamo solo
vergognarci…E via di seguito. Poi magari l’oratore principale
si dice comico, cabarettista, attore, regista ed ammette che
non sta facendo politica, ma sta solo risvegliando l’orgoglio
del popolo italiano. Quindi un Messia, un profeta che può
dare la luce sul buio delle sventure italiane. Ma questo film è
peggiore del precedente, perché quello di Moretti si fondava
sul libero arbitrio della piazza, quest’ultimo si fonda sul
libero arbitrio del mondo dello spettacolo polemico, di quei
comici che pensano di essere realmente importanti nel diffondere
loro battute, che si prendono terribilmente sul serio nel parlare
di cose serie mischiandole a quella che essi si ostinano a chiamare
satira. E soprattutto il vero pericolo è che questo movimento
parte da internet ovvero dall’anarchia multimediale dove tutto
è concesso, dove l’enorme macchina del riciclo dove il populismo
è molto più facile, perché il pubblico di internet
è più giovane, è più inconsapevole,
vive sulle mode del momento, sull’urlo degli ultimi (o meglio di quelli
che si fingono tali). Su internet tutto è concesso. C’è
chi mette il video con le proprie prestazioni sessuali, chi insulta
il professore ed il bambino down e chi con un blog, aiutato dal
suo nome, da tanti piccoli movimenti che sono altrettanto politici,
entra ufficialmente nel porcilaio politico nella maniera più
comoda, gratuita e soprattutto sottile, perché continua a mascherare
nelle veste di “showman”, di comunicatore ed in realtà
il suo messaggio subliminale è “datemi forza per arrivare
dove voglio arrivare”. Ebbene, così senza accorgersene (oppure
sapendolo bene), l’eroe di Fantastico ha inaugurato la nuova stagione
della politica, quella dei politici internauti che “dialogano” con
la gente dietro ad un computer e che al tempo stesso cavalcano l’onda
della vecchia classe dirigente che dicono di combattere. Così
la Brambilla è diventata la donna del futuro per la destra, mostrando
le sue virtù femminili, così Mario Adinolfi è
diventato il candidato alle primarie della sinistra e via di seguito.
Ma cosa c’è dietro il blog? Niente se non la vecchia classe
dirigente che tra populismo cibernetico e nuovi look di inventare
ci fa credere che sta nascendo una nuova coscienza popolare che chiede
a gran voce un ricambio politico…Ma come l’hacker riesce a mistificare
i virus dietro ad un programma, così i nuovi eroi, siano essi
comici o clown, attori o registi, presentatori o altro, ma pur sempre
appoggiati e spintonati dai vecchi marpioni della politica, mistificano
l’inesistenza di una nuova classe dirigente politica che non
c’è e non ci sarà ed anzi sono essi stessi a sperare
di ottenere dai quei grandi vecchi, un seggio nel parlamento più
importante di quello cibernetico…Verrebbe da dire: “Te la do io
la nuova classe politica”.
AMD
Grillo, "il manifesto"
e la foto (Ap) taroccata
Ieri, raccontano
le cronache, il comico Beppe Grillo -nei panni
del profeta populista- ha riempito le piazze d'Italia
contro «la casta e i suoi privilegi».
Contornato
dai soliti noti - Marco Travaglio e Sabina Guzzanti,
con l'accompagnamento musicale di qualche stornellatore
in disuso - il "profeta populista" ha urlato
-Bologna, piazza Maggiore- le solite banalità: «La
politica ritorni ai cittadini», «via i parlamentari
condannati», «è la legge Biagi a creare
i nuovi schiavi moderni».
Bella,
bellissima, la foto Ap, con piazza Maggiore stracolma,
a pag.5 del "Manifesto": <<Con Grillo contro i
partiti - il vaffa-day fa il pienone>> ...
Pienone?
Gatta
ci cova... se al tg le riprese dall'alto documentano
una piazza con ampi spazi vuoti... com'è che
la foto a commento del "manifesto" fa vedere una piazza
piena, pienissima, strabordante?
Non
ci vuole Bill Gates per notare che la foto è
ritoccata: una mano amica ha aggiunto quello che c'era
da aggiungere ...
Siamo
alle solite. Vaffanculo!
cp, 9 settembre 2007
BIN
TRICOLOGIC LADEN
VELTROLANDIA
Su
un pianeta lontano, molto lontano dalla Terra, esiste
la vera democrazia.
Non è il pianeta Papalla come qualcuno potrebbe
pensare, il suo nome è infatti Veltrolandia.
In questo luogo meraviglioso che non ha forma sferica,
ma vermiforme, tutti sono più buoni e vanno al cinema
almeno una volta alla settimana.
Le elezioni non sono necessarie, il candidato primo
ministro si manifesta per partenogenesi.
E' il miracolo di una grande democrazia avanzata.
L'Eletto si riconosce dai segni.
E' candidato unico per acclamazione delle segreterie
dei partiti.
E' citato dai giornali in prima, seconda, terza pagina.
E' intervistato ogni giorno su ogni cosa.
Lui
sa di sapere.
E' l'Eletto...
Non è parlamentare, non ha ancora vinto le Primarie
truccate (anche lì barano quando si tratta
dell'Eletto). Nonostante questo tutti gli vogliono
bene.
La
Confindustria e i sindacati, anche in Veltrolandia
si chiamano così, lo sostengono per istinto
naturale, per l'interesse dei cittadini e anche per il
loro.
Il Governo, più di tutti, lo considera, da subito,
il leader destinato a guidare il popolo.
I suoi manifesti sono sublimi.
I suoi desideri sono portati in Consiglio dei Ministri
con orgoglio da Romano Prodi, un caso di omonimia
con il Prodi terrestre.
A Veltrolandia regna l'armonia, il popolo sa che nulla
è meglio della loro democrazia. La pubblicità
comparativa non esiste in quel felice pianeta. La scelta è
sempre unica, ottima e abbondante, e dei partiti. L'Eletto
verrà il prossimo anno in Italia insieme agli
studenti del suo pianeta per sensibilizzarli sulla povertà
del Terzo Mondo.
Si offrirà come lavavetri abusivo in Piazza Venezia
a Roma e poi partirà per le Maldive.
dal blog di Grillo
D’ALEMA: QUI LO
DICO E QUI LO NEGO
Qualche anima buona della Farnesina dovrebbe prendere
il coraggio a quattro mani e spiegare finalmente a
Massimo D’Alema che non può trattare gli altri come
imbecilli. O meglio, che lo può fare –se proprio vuole-
nei Ds, sicuramente con i tanti giornalisti italiani
sempre a lui proni, ma che in diplomazia questo innanzitutto
non sta bene, e poi è controproducente. Qualche altra
anima buona dovrebbe anche spiegargli che ha un eccellente consigliera
in Marta Dassù e che non sarebbe male se leggesse i suoi
appunti e i suoi articoli. L’altro giorno la direttrice
dell’Aspen Institute ha infatti pubblicato sul Corriere un
eccellente articolo in cui spiegava come Sarkozy abbia intelligentemente
riposizionato la Francia in alveo atlantico, facendosi iniziatore
di trattative rigidamente sub conditione in Libano con la Siria
e addirittura in Iraq, modello di una partnership critica, ma
intelligente. Esattamente l’opposto della linea di Massimo D’Alema
caratterizzata dalla scarsissima intelligenza e dalla strana
idea che si possa coglionare all’infinito il prossimo. Scarsamente
attratto dal mondo, molto impegnato nella spasmodica battaglia
per eleggere i segretari regionali del Pd, da Campobasso ad
Aosta, assolutamente ignorante del dibattito mondiale sulla
politica estera (da due anni sa parlare solo di multilateralismo
e unilateralismo, senza accorgersi che sono solo questioni di
metodo, non di strategia), D’Alema è più attento ai
capricci di Marco Rizzo e di Eletrra Deiana che al quadro Mediterraneo.
Ecco quindi, a Telese, perché sentano gli alleati della
sinistra radicale, le sue incredibili aperture ad Hamas, seguenti
a quelle altrettanto incredibili di Prodi, poi, giunto a Ramallah
eccolo far finta di non aver detto quello che ha detto. Siccome
però le parole sono pietre, ecco le pietre di D’Alema a telese:
“Per realizzare degli accordi di pace occorre riconciliare tra loro
palestinesi. Non si fa un accordo di pace con metà del popolo
palestinese; o forse si crede che debbano nascere due stati?”
Siccome l’italiano è
logica, come insegnava Sciascia, D’Alema ha dunque sostenuto
che metà del popolo palestinese sta tuttora con Hamas,
ha negato quindi che Hamas si sia impadronita di Gaza
con un golpe sanguinoso –tesi di Abu Mazen- tanto che questa
piena corrispondenza tra metà del popolo palestinese
e Hamas –questo è il nucleo demenzial-stalinista della
sua analisi- obbliga a una apertura nei confronti dell’organizzazione
terrorista. E’ escluso da questo schema, il dato di fatto
che il popolo palestinese non è da riconciliare, ma
che è stato violentemente ferito e lacerato da una
iniziativa jihadista da parte di una Hamas che proprio mentre
D’Alema esprimeva questa sue meccanicistiche analisi, sparava
sui militanti di al Fatah che avevano osato pregare in pubblico
a Gaza, ne uccideva uno e faceva emettere dai suoi imam una
fatwà in cui si giudica che “pregare in pubblico
non è islamico”.
Il senso di presa di distanze da Abu Mazen e di sponda
piena a Hamas di queste parole di D’Alema è stato
tanto chiaro e inequivocabile che il portavoce di Hamas
Sami Abu Zuhri, nell’arco due ore le ha ufficialmente
salutate con metaforici colpi di cannone a salve: “Queste dichiarazioni
di Massimo D’Alema confermano che sta aumentando la consapevolezza
internazionale riguardo alla politica americana
di assediare Hamas, una politica che appoggia una parte
palestinese a scapito dell'altra. D'Alema conferma che qualsiasi
processo nella regione che escluda Hamas, sarà un
processo fallito. Queste sue dichiarazioni dimostrano che la
divisione fra coloro che sostengono le esigenze dell'assedio
politico sono aumentate, che l'assedio politico contro Hamas
sta diminuendo, e invece aumentano le parti internazionali che
vogliono dialogare con noi. Le parole del ministro Massimo D'Alema
''sono anche un messaggio al leader dell'Autorità palestinese
che il suo boicottaggio contro Hamas è fallito”. Parole
chiare, seguite alle irresponsabili parole altrettanto chiare
di D’Alema. Arrivato a Ramallah, D’Alema ha però fatto finta
di niente e ai giornalisti che gli chiedevano conto di questo
ennesimo pasticciaccio, di questa ennesima compromissione dell’Italia
con Hamas, di questo ennesimo schiaffo ad Abu Mazen e alla sua
politica, ha risposto con le tecnica del “Dove vai? Porto pesci”.
In sostanza ha detto che era andato a trovare Abu Mazen e non Hamas,
e che voleva tanto, tanto bene ad Abu Mazen. Punto.
Convinto così di avere coglionato al solito pubblico
e critica, si è comunque dovuto beccare una durissima
reprimenda del premier palestinese al Fayyed che contemporaneamente
dettava a Repubblica una durissima intervista contro
le aperture italiane ad Hamas che smontava, punto per punto
la sua “analisi”. Sconfortane, con il di più della noia
di un aspirante leader politico che arrivato alle soglie della
terza età, ancora non è in grado di liberarsi del
vizietto giovanile di Giovane Pioniere, ipocrita cultore del “doppio
binario”: una verità per il popolo, l’altra, quella vera,
per il Partito. Una noia.
da:http://www.carlopanella.it
IL CINEMA DEI GENI INCOMPRESI
SA BATTERE SOLO IL CIAK DEL REGISTRATORE DI CASSA
Una cosa l'ho capita. Vogliono più soldi. Il cinema
italiano vuole più soldi dallo Stato. Questo
l'ho capito. Poi ho anche capito che lo Stato deve dare
i soldi ma non metterci il becco, salvaguardare la creatività,
l'indipendenza, la grandezza del cinema italiano senza
interferire con scelte politiche. Come fanno i francesi,
che hanno attuato una politica protezionistica nei confronti
della loro cinematografia.
Riccardo Iacona ha radunato a W l'Italia (Raitre, martedì,
ore 21.05) gli stati maggiori del cinema italiano
per discutere della salute della settima arte, sull'onda
anche del dibattito suscitato da Ernesto Galli della
Loggia (il cui nome è stato volutamente storpiato
da Michele Placido con chiaro intento di sprezzo). Non sono
questi gli argomenti giusti per Iacona il quale, a un
certo punto, se ne è uscito con questa frase: «Il petrolio
del cinema è la creatività» (se mai è
il petrolio la creatività del cinema). Comunque qualcosa
si è capito solo quando, alla fine, è intervenuto
Giancarlo Leone che con grande sensatezza ha spiegato alcune cose
fondamentali: l'industria del cinema italiano, nel suo piccolo,
sta bene, la Rai investe un sacco di quattrini per sostenerla,
il pubblico risponde con generosità.
Poi, naturalmente, è difficile fare un programma
di puro sostegno, senza interlocutori, con i registi
italiani (a cominciare dal ricco Michele Placido)
convinti di essere dei geni incompresi, con Sabina Guzzanti
che fa sempre l'elogio della libertà e poi basta
che un critico le muova un appunto (in mezzo a cento elogi)
perché si scateni l'erinni che è in lei,
con gli eterni equivoci sui venerati maestri del cinema italiano
(sempre troppo tardi per capire che per leggere l'Italia
è molto più importante Dino Risi di Michelangelo Antonioni
o di Luchino Visconti o di Bernardo Bertolucci).
Il cinema italiano non è più al centro della
scena mediatica e del dibattito politico; da qui bisognerebbe
partire con serena lucidità per discutere della
sua funzione, dei suoi rapporti con altri media, della
sua qualità di scrittura, del ruolo dello Stato nell'occuparsi
di cultura. E capire che l'autore è solo un
felice accidente che ogni tanto la macchina fa passare.
Aldo Grasso per il Corriere della Sera
I PROGRAMMI SCOLASTICI
La scuola, per chi ne è uscito oltre mezzo secolo
fa, è un argomento noioso. È noioso in sé
ed è noioso perché in molti se ne occupano con zelo
missionario, con intenti palingenetici e con atteggiamento
predicatorio. La società si aspetta miracoli, dalle
aule, e ad ogni problema che si discute viene fuori qualcuno
che suggerisce convinto: “Si dovrebbe insegnare nelle scuole…”
A dar retta a tutti, nelle scuole bisognerebbe insegnare il
codice stradale, la calligrafia, la prevenzione sessuale, la
dattilografia, il pericolo della droga, la tolleranza razziale,
la Costituzione italiana, l’informatica…” la lista non si
chiuderebbe mai.
L’ultima notizia, a livello
politico, è che mentre Berlusconi parlava
di tre “i”, inglese, informatica e impresa, il ministro
Fioroni parla delle tabelline e dell’ortografia (come
se non si fossero più insegnate, da quando c’è
stata la Moratti, al Ministero). Chi ha ragione, in
tutto questo bailamme?
La scelta dei programmi è politica. Dopo le nozioni
fondamentali (leggere e scrivere) il resto dipende
in grande misura dalla direzione verso la quale il
potere intende avviare le nuove generazioni. E qui tutti
si mettono a sognare. Da un lato i programmi sono assolutamente
mitologici, dall’altro il risultato finale risulta sconfortante.
Per la lingua straniera, nella terza classe della Scuola
Media, si prevede che “Si approfondirà ulteriormente
lo studio della lingua viva…” mentre i ragazzi, in realtà,
non hanno ancora nulla da “approfondire”. Sanno veramente
pochissimo, e di “conversare” non se ne parla nemmeno.
Nel liceo scientifico, poi, si richiedono dagli alunni nozioni
culturali di cui i loro insegnanti sono normalmente privi
. La realtà è che i ragazzi, un po’ in tutte le
materie, non sanno nemmeno la metà o un terzo di ciò
che potrebbero e forse dovrebbero sapere. In Europa l’Italia,
come livello di apprendimento scolastico, è agli ultimi
posti.
Scendendo dalle astrattezze di chi non è mai
salito su una cattedra, bisogna ricordare che l’apprendimento
dei giovani dipende in primo luogo dall’impegno
che essi profondono: chi studia poco impara pochissimo,
chi studia molto impara parecchio. Tuttavia, anche chi
studia molto incontra dei limiti: le possibilità di apprendimento,
di tutti, non sono infinite e bisogna scegliere con
estrema oculatezza ciò che val la pena di sapere.
Il problema non è dunque quello di aggiungere
questo o quello ai programmi, ma di scegliere se insegnare
questo o quello e di imporre che ciò che si è
scelto sia appreso. Invece ognuno tira la coperta dal suo
lato dimenticando l’importanza di ciò che lascia scoperto
dall’altra parte e tutti si acconciano a che non sia imparato
né quello che consigliano loro né quello che consigliano
gli altri.
Forse un po’ più di democrazia, nella scuola,
non sarebbe male. Se si lasciasse la parola agli insegnanti,
se si ascoltassero coloro che sanno per esperienza quotidiana
ciò che è essenziale e ciò che non lo
è, ciò che è possibile e ciò che è
impossibile, non avremmo alunni con la licenza media che non sono
del tutto alfabetizzati e studenti universitari che, se scrivono
qualche riga, fanno accapponare la pelle.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it -6 settembre
2007
Rai. Ormai
parlano solo Veltroni e Prodi
Al premier e al futuro capo del Partito Democratico
non bastano più i telegiornali di regime e i programmi
di approfondimento: vogliono che l'intera struttura
della Rai soddisfi la loro perenne ricerca di potere
il che, se una parte, fa temere che siamo all'emergenza democratica,
dall'altra fa pensare, per fortuna, che il capo del
governo e il suo antagonista Veltroni abbiano talmente
tanta paura dell'avanzata del centrodestra - vidimata
da tutti i sondaggi - da cercare di avere dalla loro l'intera
macchina comunicativa di viale Mazzini.
Tre fatti, due dei quali passati purtroppo
inosservati, la dicono lunga sulla strategia che
Prodi & Veltroni hanno in mente per cancellare il
servizio pubblico.
Il primo episodio risale a una settimana fa quando
i Gr, guidati da Antonio Caprarica, hanno mandato
in onda una indecorosa intervista all'inquilino di Palazzo
Chigi. Caprarica, che punta alla direzione della prima rete
televisiva o comunque a un suo ritorno alla grande sul
piccolo schermo, per essere nelle grazie del capo del Governo
ha replicato la lunga intervista il giorno successivo sulla
prima rete radiofonica che egli stesso dirige.
Una duplicazione che se fosse avvenuta ai tempi del
Cavaliere avrebbe visto salire sulle barricate
tutti i paladini delle sinistre che si annidano
nei meandri di viale Mazzini e di Saxa Rubra. D‚altra
parte è stato lo stesso centrodestra a permettere
questi scempi giornalistici - a proposito: perché
nessuno parla di violazione della deontologia professionale?
Dov'è il potente segretario della Fnsi, Serventi
Longhi? - facendo sì che la sinistra si impossessasse
della radiofonia lasciando al loro posto uomini come Sergio
Valzania, direttore della seconda e terza rete, e Marcello
del Bosco, direttore della divisione, che ha trasformato via
Asiago in un fortilizio sul quale svetta la bandiera con falce
e martello.
Il secondo episodio è avvenuto nei giorni scorsi
nel corso della partita di basket Italia-Grecia.
Durante l'intervallo il telecronista non ha trovato
di meglio che passare il microfono al sindaco di Roma,
presente nello stadio, che ha concionato per tutto
il tempo fino alla ripresa del gioco. Uno spot senza precedenti,
visto che la Rai durante le partite di calcio ha sempre
evitato, persino, di inquadrare il presidente del Milan,
Silvio Berlusconi.
Il terzo episodio è avvenuto in occasione della
mostra del cinema a Venezia. Vincenzo Mollica non
ha trovato di meglio, nel corso dell'intervista
a George Clooney, che parlare di Prodi, Veltroni e Berlusconi.
Scontate le riposte dell'attore: 1) "Sono contento, da
democratico, che al Governo ci sia Romano Prodi"; 2)
"Veltroni è uno dei maggiori leader politici del mondo";
3) "Berlusconi lo disapprovo politicamente perché
rappresenta tutte le cose per cui sono contro". Anche in
questo caso l'intervista "politica" è stata trasmessa,
in parte, sul Tg1 delle 20 e integralmente nel corso del
programma Tv7 dedicato al festival.
Viene da chiedersi, mutuando il ministro Di Pietro,
che c'azzeccano queste domande con la cronaca di
un festival cinematografico; c'azzecano e come perché
l'intervista politica a Clooney fa parte della nuova
strategia che la sinistra ha imposto ai suoi uomini in Rai.
E siamo solo agli inizi! Perché appena Angelo Maria
Petroni sarà licenziato e al suo posto il
ministro Padoa Schioppa avrà nominato un consigliere
di chiara fede marxista la musica cambierà ancora.
E in peggio!
D'Alema e Abu Mazen,
un incontro inutile se fa il gioco di Hamas
Si fa fatica a capire quali siano le ragioni che hanno
spinto il nostro ministro degli esteri ad incontrarsi
di nuovo con l’Autorità palestinese. Novità che
lo giustifichino non ce ne sono, dato che anche
l’ultimo incontro Olmert-Abbas non ha prodotto nulla di
nuovo. In più, Tzipi Livni ha avvertito Condi
Rice che non bisogna farsi eccessive illusioni sull’incontro
di novembre a Washington, nessuna “ aspettativa irragionevole”,
ha dichiarato lunedì incontrando il primo ministro
Salam Fayad. Che ci sia andato a fare D’Alema è quindi
un mistero, anche perchè, ad ogni iniziativa, la nostra
politica estera si ingarbuglia sempre di più. Mentre da
un lato si presenta come il propugnatore verbale per eccellenza
della pace, dall’altro non perde occasione per presentarsi
- a differenze degli altri stati europei e dell’Unione
europea – come il sostenitore del “dialogo” con Hamas e
con gli stati che aiutano gruppi e movimenti terroristi. La scusa
del dialogo, che non ha mai portato alla sconfitta di nessun
terrorismo, è naturalmente brandita per addossare a Israele
tutte le responsbilità, in una situazione politica
che vede lo stato ebraico privo, al momento, di qualsiasi soluzione
immediata per mancanza di un vero partner con il quale condurre
le trattative. Abbas (Abu Mazen), pur dichiarandosi arcinemico
di Hamas e difensore delle posizioni moderate, riesce in
realtà a sopravvivere, forse non solo poltiticamente, grazie
alla presenza dell’esercito israeliano, che finora ha impedito
ai padroni di Gaza di estendere il loro potere anche sulla
Cisgiordania. Sia Abbas, che Prodi e D’Alema, sanno benissimo che
per Israele sarebbe un suicidio avere ai propri confini uno stato
governato da Hamas. L’aeroporto di Tel Aviv dista cinque km in linea
d’aria da quello che che dovrà essere il futuro stato palestinese.
E’ immaginabile che a governarlo siano gli stessi che da Gaza, in
due anni non sono riusciti a fare altro che lanciare missili Kassam
su Israele e fare un colpo di stato contro l’Anp impadronendosi del
potere ? E’ evidente che no, ma Prodi e D’Alema fanno finta di non
saperlo, o forse non ci arrivano proprio, il che fa lo stesso, il
risultato non cambia. Salutato Mahmoud Abbas, D’Alema andrà
a trovare Ehud Olmert, che lo riceverà con i soliti sorrisi
che non si negano mai a nessuno, gli dirà anche lui che
è “irragionevole”, vista la situazione interna palestinese,
farsi delle eccessive speranze sulla conferenza di novembre. Far retrocedere
Hamas, sembra che abbia detto D’Alema, bene, ci spieghi come, senza
tante inutili chiacchiere.
Da LIBERO del 5 settembre 2007, articolo di Angelo
Pezzana
Cinema e antisemitismo/
Lizzani da Suss l'ebreo a Hotel Meina
Tra i film presentati al Festival del cinema di Venezia
ha fatto molto discutere Hotel Meina diretto da
Carlo Lizzani e tratto dall'omonimo romanzo di Marco
Nozza. La pellicola ricostruisce una vicenda accaduta
all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943
tra gli Alleati e l'Italia. La vita di Noa, della sua
famiglia e di tutti gli ospiti dell'albergo Meina sul lago
Maggiore viene sconvolta dal brutale arrivo di un plotone
delle SS che rinchiude gli ebrei costringendo tutti a una
settimana di terrore e attesa. Drammaticamente combattuti tra
il desiderio di fuga e la speranza della fine della guerra, i prigionieri
vivranno un'assurda settimana chiusi in questa lussuosa gabbia
di paura e dolore che è appunto l'hotel. Alla fine verranno
uccise 56 persone. L'opera cinematografica non ha riscosso
consensi unanimi. L'autore del film ha romanzato molto
la realtà allargando le maglie della storia e inserendo
nel film episodi non accaduti realmente. Lo scorso 25 febbraio
la Stampa ha titolato: "Il film di Lizzani offende gli ebrei".
Il regista si è così difeso: "Penso che ogni
volta in cui si decide di fare un film su vicende realmente
accadute, ci si imbatte in qualche ostracismo da parte di familiari,
amici e conoscenti di quelle persone. D'altronde - ha proseguito
Lizzani -, quando si lavora con la finzione, bisogna anche potersi
prendere delle libertà artistiche. Detto questo sono
sicuro che i sopravvissuti alle vicende dell'hotel Meina troveranno
il film assolutamente rispettoso riguardo ai fatti e alle vittime
della strage".
Becky Behar, unica sopravvissuta
di quel massacro, aveva solo 13 anni quando si verificarono
i tragici fatti. Oggi si schiera contro quel
film: "Questa sceneggiatura non racconta i fatti accaduti
all'hotel Meina, non racconta la mia storia né
quella dei miei amici che ho visto morire - ha spiegato la Beahr
-. Mai come ora le immagini influenzano e hanno più
presa di quanta non ne abbia la parola scritta o una testimonianza.
Che credibilità posso avere con i giovani dopo un film del
genere?". La Behar ha aggiunto che dopo aver letto la sceneggiatura
di Lizzani non ha più dormito. Una delle ragioni
del risentimento della donna, riguarda l'inserimento nel
film della figura di un nazista buono che nella realtà
non è mai esistito. Lizzani ha dichiarato di essere venuto
incontro alla Behar dando l'assenso alle modifiche che aveva
chiesto, tranne una: quella riguardante il permissivismo dei
nazisti nei confronti degli ebrei che venivano lasciati liberi
di uscire dall'albergo. Lizzani spiega: "I tedeschi lasciavano
uscire alcuni prigionieri, avendone però i parenti in ostaggio.
Crudele gioco del gatto con il topo" (Giornale dello scorso
24 agosto). Becky Behar non era presente a Venezia e molti dubitano
che possa esserci un incontro di chiarimento tra lei e il
regista.
Anna Cardano, presidente
dell'Anpi di Novara ha denunciato: "Non hanno
invitato Behar alla "prima", né le hanno comunicato
cambiamenti alla sceneggiatura o offerto di visionare
scene del film. Non mi pare che siano segni di una disposizione
positiva nei confronti delle sue legittime richieste
di correzione". Non è la prima volta che Lizzani è
"protagonista" di una polemica con gli ebrei. Nel libro
di Mirella Serri "I redenti - Gli intellettuali che vissero
due volte" (Corbaccio, 2005) è stato ha ricordato l'appoggio
che diede Lizzani alla principale opera cinematografica del
nazismo antisemita, Suss l'ebreo, uscito alla vigilia della seconda
guerra mondiale. Il film era una manipolazione nazista dell'omonimo
romanzo di Lion Feuchtwanger. Il gerarca nazista Heinrich Himmler
ordinò la visione obbligatoria di Suss l'ebreo a tutte le
truppe e alle SS. L'opera fu recensita su Roma fascista del
9 ottobre del 1941 dal giovane Lizzani che trovò il film
bellissimo e "ottimamente riuscito", aggiungendo che "è un
organismo così accuratamente costruito (che) se calato
nel tempo, ne sforza naturalmente i limiti, ne piega la presunta
autorevolezza con il peso delle nuove tesi, al contrario, ad esempio
di quanto avviene in alcuni assai citati film storici".
In quel periodo Lizzani
sosteneva la necessità di un intervento deciso della
politica nel cinema "come un'arma di propaganda in mano
allo Stato totalitario che deve esserlo sempre più"
(Roma Fascista, 15 gennaio 1942). Nell'ottobre del 2005,
nel corso di un dibattito su "Intellettuali italiani tra
fascismo e postfascismo", Lizzani affermò che era ora di
farla finita di utilizzare la parola "fascista" come sinonimo
di assassino e criminale facendo notare come la dittatura non
fu solo oppressione e reazione culturale. Usando il lemma "fascista"
come insulto, disse nell'occasione il regista, si è finiti
per sottovalutare la "geniale" capacità di Mussolini nell‚incoraggiare
sviluppo e modernità. Il dibattito venne seguito il
18 ottobre 2005 dalla Stampa con un articolo firmato da Mirella
Serri la quale, curiosamente, non fece menzione del passato
fascista del giovane Lizzani di cui lei stessa aveva fornito ampia testimoniananza
nel suo libro.
(Palazzolo, da Il Velino)
GLI
ERRORI AMERICANI IN IRAQ
La guerra in Iraq è stata una manna per gli
anti-americani che, come si sa, si trovano dovunque
e negli stessi Stati Uniti. Tutti, da ogni parte,
di fronte ai problemi insorti dopo una facile vittoria,
hanno fatto a gara per identificare gli errori
commessi e i progetti da adottare. Qui non si vuole affermare
o negare nulla rispetto all’opportunità di quella
guerra o alla giustezza del comportamento successivo. Si
concede anzi, a scatola chiusa, che siano stati commessi
gravi errori. Il problema infatti è un altro: il problema
è che questa è una non-notizia.
Cicerone ha definito la storia magistra vitae e l’ha
elevata al rango di perenne lezione ma molti giustamente
obiettano che nessun avvenimento si ripete mai
identico: l’ eterno divenire presenta problemi inediti
che richiedono soluzioni inedite. Alle quali spesso
conseguono errori inediti. La storia può raramente
essere utile per prendere una decisione ma può servire
per identificare delle costanti. Gli intrighi politici
sono uguali nel presente come nel passato: anche in
quello più lontano come l’epoca di Pericle. La corruzione,
più o meno grave, è sempre esistita, né l’influenza
del caso è mai stata minore. Nessuno dice che l’Invincible
Armada fosse veramente invincibile, ma che ne sarebbe
stato, della spedizione, se la flotta non fosse stata pressoché
interamente distrutta da una tempesta? E chi poteva prevedere
una tempesta nella Manica, mare tanto infido da tenere in
grave apprensione persino Eisenhower, nel 1944?
Una delle più importanti costanti della storia
è l’errore. Se Luigi XVI non fosse stato un uomo
dappoco, se avesse capito la gravità della situazione,
se fosse stato meno rigido e più accomodante,
la Rivoluzione Francese avrebbe lasciato la Francia monarchica
e lui sarebbe morto nel suo letto. La Repubblica
è nata contro le intenzioni iniziali dei rivoluzionari.
Sono stati il re e i nobili, con la loro idea di riprendere
il potere alleandosi allo straniero (l’Armée des
Princes), che sono apparsi ai francesi come dei traditori della
nazione. Ma se il re si fosse chiamato Lafayette?
Chi ha studiato storia
solo durante l’adolescenza soggiace ad illusioni
ottiche. La prima è quella di credere che il
corso degli avvenimenti non avrebbe potuto essere diverso.
Dinanzi all’ipotesi d’una Francia monarchica dopo il 1789,
molti si stupirebbero: “Ma se abbiamo sempre sentito parlare
della Repubblica Francese!” Come se il fatto di averne parlato
per molto tempo, dopo, la rendesse inevitabile, prima. E
come poteva Cesare non vincere su Pompeo? Sono duemila anni che
rimastichiamo questa storia. È solo guardando gli avvenimenti
da molto vicino che si comprendono le molte biforcazioni della
storia; quante cose sono andate in un modo e potevano andare
in un altro. Basti pensare all’ipotesi che Napoleone morisse
durante l’assedio di Tolone. Chi ne avrebbe mai parlato, in seguito?
E che ne sarebbe stato della storia della Francia e dell’intera
Europa?
Un seconda illusione deriva dallo stile dei libri
scolastici. Nell’ansia di dare una spiegazione
dei fatti, gli autori li motivano sinteticamente
e per ciò stesso li rendono inevitabili. Sicché
la storia sembra procedere su rotaie, come un treno: ed
è tutt’altro che così.
Bush ha deciso di invadere l’Iraq e può certamente
essere stato un errore. Tuttavia, in primo luogo
non c’è da stupirsene: l’intera storia è
intessuta di errori; in secondo luogo, che il dopoguerra
sia stato drammatico e male affrontato lo sappiamo
ora, ad anni dall’avvenimento: ma se invece di scannarsi
gli uni gli altri gli irakeni si fossero subito dichiarati
felici di essersi liberati di Saddam Hussein, se avessero
abbracciato la democrazia, se avessero vissuto in pace e prosperità,
chi non avrebbe detto che quella guerra era stata un capolavoro
strategico? Soprattutto per le ricadute che quell’esempio,
nel cuore del Medio Oriente, poteva costituire.
Un’ultima nota riguarda coloro – e sono moltissimi
– che qui potrebbero protestare: “Ma che fosse un
errore io l’ho detto prima che cominciasse!” Sembra una
giusta protesta ma rimane discutibile.
Se si è contro una guerra perché si è
contro tutte le guerre, si è anche contro le guerre
inevitabili, contro le guerre moralmente giuste o
contro le guerre strategicamente convenienti. Un
uomo di Stato ha invece altri parametri e altri doveri.
Se nel 1967 Israele fosse stata guidata da pacifisti senza
se e senza ma (inconditionnels, dicono i francesi), avrebbe
aspettato che l’Egitto, dopo avere voluto la guerra, sferrasse
anche il primo colpo. Invece, quando il problema divenne inevitabile,
Israele attaccò per prima e distrusse l’intera aviazione
egiziana al suolo. Questo da un lato fu un grave
errore degli egiziani, dall’altro un capolavoro bellico.
Coloro che dicono “io sono comunque contro la guerra”
hanno permesso a Hitler il riarmo, fra le due guerre:
la Francia avrebbe potuto invadere la Ruhr per
fermarlo e non lo fece. I pacifisti che hanno permesso
a Hitler d’invadere la Cecoslovacchia e infine la Polonia.
E quando infine Francia e Gran Bretagna si sono decise
alla guerra, erano disarmate: si sono decise ad una guerra
che non erano in grado di combattere. E l’Inghilterra è
stata letteralmente salvata dalla Manica e dagli Spitfire:
never did so many owe so much to so few, mai tanti
dovettero tanto a così pochi.
Ovviamente nel 2003 né l’Inghilterra né
gli Stati Uniti erano direttamente minacciati
dall’Iraq, ma da un lato siamo tutti eccellenti profeti
del passato; dall’altro l’errore, nella storia, è
più la regola che l’eccezione.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it - 5 settembre
2007
BENALTRISMO, BUONISMO
E “LAVAVETRI”
La polemica sui “lavavetri” è in sé inutile
e marginale. Maiora premunt, come direbbe
qualcuno: ci sono cose più importanti. Ma
è un eccellente esempio di due maledette “b” del
nostro tempo: il benaltrismo e il buonismo.
Col primo atteggiamento si rimprovera, a chi segnala
un inconveniente, che “ben altro” è il vero
problema e bisogna per cominciare dire che il benaltrismo
può in molti casi essere giustificato. A chi dicesse
che i vetri dei vagoni non sono sufficientemente puliti
ben si può obiettare che, se il personale è insufficiente,
bisogna prima occuparsi della pulizia delle “toilette”.
Poi si potrà guardare ai vetri. Qui, come si vede, la
risposta è pertinente: i vetri dei treni sono meno
importanti dell’igiene di un posto in cui si può essere
obbligati ad andare per necessità.
Se viceversa qualcuno rispondesse che il problema
è “ben altro”: “mancano i vagoni per far viaggiare
comodi gli utenti”, per quanto la risposta sembri
ragionevole, e per quanto sia vero che sarebbero necessari
altri vagoni, nondimeno è una sciocchezza. La
pulizia di vetri e gabinetti appartiene allo stesso
ambito ed è per così dire alternativa, mentre
non appartengono allo stesso ambito l’ingente spesa per
acquistare dei vagoni e quella per assumere un paio di pulitori
in più. Nel primo caso si discute del miglior uso delle
risorse, ed eventualmente di una piccola spesa in più,
nel secondo si elude il problema: spesso, con l’aggravante
dell’aria pensosa di chi si occupa dei massimi sistemi. Il benaltrista
sciocco non risolve né la piccola né la grande
difficoltà. È un narciso che vuol apparire un’aquila
al di sopra degli altri mentre in realtà si fa vento con
le parole e non ha un atteggiamento costruttivo.
Il buonista, che del
resto è anche, non raramente, un “benaltrista”,
è uno che tende ad una visione infantile, perdonistica,
irenica e vagamente favolistica della realtà.
Per il buonista il lupo non è la bestia che
azzanna e sgozza le pecore, è l’animale che porge la
zampa a San Francesco. I delinquenti non sono la feccia
della società ma la prova delle sue colpe: per redimerli
basterebbe parlare loro con dolcezza. I somari sono ragazzi
non sufficientemente amati e non sufficientemente
capiti: e intanto bisogna promuoverli. L’anno venturo, per
miracolo, da somari si trasformeranno in secchioni e recupereranno
tutte le loro carenze. E si potrebbe continuare: ogni
volta mostrando per contrappasso ciò che dice l’etologia
sui lupi, la criminologia sui delinquenti, e i risultati
della scuola contemporanea su questa pedagogia.
Il buonista prospera in una società opulenta in
cui si tende a non pagare pegno. La maggior parte
delle volte dà dimostrazione delle proprie virtù
quando a pagare sono gli altri. Chiama microcriminalità
lo scippo della pensione ai poveri vecchi che escono
dall’ufficio postale perché la loro madre ha l’accredito
in banca e, se esce, esce con l’autista. Chiama microcriminalità
la rapina anche se il codice penale la pensa diversamente
ed anche se, non troppo raramente, qualche negoziante
vi perde la vita. Il buonista non guarda alla realtà.
Pensa che guardarla troppo da vicino è controindicato
per chi vuole continuare a nutrirsi di ideali. Se seguissimo
le conclusioni del realismo, pensa, saremmo ancora alla
civiltà delle caverne. E nel frattempo, mentre abita
nei quartieri alti, predica che bisognerebbe essere contenti
di avere dei vicini di casa extracomunitari anche se fossero
sporchi, rumorosi e, forse, delinquenti.
Queste osservazioni sono utili per orientarsi nella
polemica attuale sui “lavavetri”. Nessuno nega
che la mafia e il “pizzo” siano problemi più importanti
di quello dei lavavetri. Solo che, per lottare contro
la delinquenza organizzata, è necessaria
una polizia giudiziaria enormemente potenziata, una
politica oculata di contrasto al malaffare e una risolutezza
statale capace di riacquistare un controllo del territorio.
L’America ai tempi del proibizionismo ingaggiò
una sorta di guerra con l’organized crime, e non l’avrebbe
certo vinta con i vigili urbani. Viceversa i “lavavetri”
sono di competenza dell’ultima guardia di città.
Basta minacciarli di cinque giorni di arresti (quindici
è il massimo, ed è in alternativa alla multa, secondo
l’articolo 560 del C.p.) per vederli sparire dagli incroci: come
è avvenuto a Firenze. Dunque il “benaltrismo” è
fuori linea, rispetto al problema e serve soltanto a non risolverlo.
In secondo luogo gli automobilisti, un po’ in tutta Italia,
sono stati favorevoli all’ottanta per cento alla decisione
di Firenze. Dunque i “buonisti” o non guidano, o sono
abbastanza ricchi da comprarsi una buona coscienza regalando
un euro ogni volta che il semaforo è rosso.
Infine c’è chi,
come Barbara Spinelli, si arrampica sugli specchi della
storia e della sociologia, per versare lacrime greche sugli
ultimi, sui diseredati, sugli emarginati cui dovremmo
fornire di che vivere dignitosamente. Altro che
multarli: questo ci riporterebbe indietro di secoli sul
cammino della civiltà! Questi grandi pensatori
dimenticano che in Francia la mendicità è vietata
e non si vede mai un “lavavetri” agli incroci. Inoltre, probabilmente,
lì si è perfino insensibili all’arte: prova
ne sia che le facciate delle case non sono imbrattate dallo
spray. Devono proprio essere dei selvaggi, questi francesi.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
- 3 settembre 2007
Gheddafi e Ahmadinejad
sono tra gli organizzatori della
Conferenza mondiale contro il razzismo del
2009 - Fermiamo Durban 2
Fermiamo Durban 2, diamo qualcosa di serio da fare
al Parlamento Europeo e ai suoi zelanti rappresentanti
radical chic, preoccupati solo degli sconti di tasse
alla Chiesa cattolica italiana. Non aspettiamoci
che sia in qualche modo sensibile il governo italiano, che
ha scelto con forza pari alla sua vaghezza equivicina la
strada dell'appoggio a Hamas, a Hezbollah, alla Siria
e all'Iran. Tocca all'opposizione di centro destra, ai
liberali, cercare di far capire agli italiani che ci sono
questioni ben più pericolose della pur sacrosanta battaglia
sulle prepotenze dei lavavetri e dei loro racket. Non vorrei,
e temo di non sbagliarmi, che tanta improvvisa solerzia
ai piani bassi nascondesse il desiderio di nascondere trame
e rischi nazionali e internazionali ben più gravi. Stiamo
combattendo i lavavetri, non vorrete mica che ci occupiamo
anche dei centri islamici clandestini dove si fomenta l'odio
verso gli italiani e si fa scuola di terrorismo? Ci stiamo
occupando della moratoria sulla pena di morte, non vorrete mica
che badiamo alle sorti di Israele, che comunque ha i suoi torti?
Stiamo cercando di dialogare, è così che si fa con
gli avversari, non vorrete mica che ci mettiamo a litigare
con Ahmadinejad, che poi affretta il programma nucleare, che ora
invece prosegue con rispettosa lentezza? È così
che siamo ridotti.
I fatti. Tre giorni fa a Ginevra i rappresentanti
dell'Iran si sono accomodati con gli altri membri
del Consiglio per i Diritti umani dell'Onu, chiamati
a organizzare la Conferenza mondiale contro il razzismo
che si terrà nel 2009. La Commissione preparatoria
è composta da 20 Stati membri ed è presieduta
dalla Libia di Gheddafi. Avete capito bene, l'Organizzazione
delle Nazioni Unite, ma l'acronimo potrebbe tranquillamente
diventare Organizzazione dei nazisti uniti, ha accolto
Mohammed Ahmadinejad, la jena, a occuparsi dei problemi degli
agnellini, il negatore dell'Olocausto a discettare di sionismo.
Non è una novità, quel Kofi Annan approvato alla
carica di segretario generale proprio dagli americani, come sono
ingenui a volte gli americani, ne ha fatte di tutti i colori prima
di togliere il disturbo. La Conferenza di Durban nel 2001 resta
però il peggio dell'eredità di Annan. Le Ong cosiddette
antimperialiste e i Paesi fondamentalisti si misero d'accordo
e vararono una tale serie di proclami contro Israele e contro gli ebrei,
tornando alla definizione proibita «sionismo uguale razzismo»,
che la delegazione di Israele e quella degli Usa se ne andarono,
e alla fine un po' di nazioni europee, anche l'Italia, boicottarono
la conferenza e non fecero passare nessuna risoluzione. Va ricordato
che fior di organizzazioni sempiterne per i diritti umani, come
Amnesty International e Human Rights Watch, se ne stettero graziosamente
a guardare quell'esplosione di odio.
Un editoriale del Jerusalem
Post mi ha rinfrescato la memoria sul clima
di quei giorni. A Durban una gran quantità
di gente indossava T-shirts con la scritta «Occupazione=Colonialismo=Razzismo
Basta con l'Apartheid israeliano». Gruppi
di palestinesi distribuivano volantini con l'effigie
di Hitler e la scritta «Se avessi vinto io?
Di positivo c'è che non esisterebbe Israele e
non verrebbe sparso il sangue palestinese». Attivisti
sudafricani, compresi arabi e musulmani del posto,
sfilavano nella zona della conferenza cantando «Quello
che abbiamo fatto all'apartheid in Sudafrica deve essere fatto
al sionismo in Palestina».
La Conferenza di Durban finì nel caos subito
prima degli attacchi dell'11 Settembre. Da allora,
se qualche nazione è diventata finalmente più
consapevole, i focolai di pericolo sono aumentati. In America
Latina il veleno di Hugo Chavez ha ridato fiato perfino
alla dittatura dell'eterno moribondo Fidel Castro. L'Afghanistan
è una partita difficile, l'Irak è un terreno doloroso
e poco comprensibile, anche perché non c'è un
giornale o una televisione che non lo racconti secondo la diffusa
ossessione antiamericana, non solo per cattiva volontà,
proprio perché non ci sono gli strumenti per tentare
una informazione qualsivoglia che non sia l'elenco fazioso
dei morti ammazzati. Il razzista Gheddafi prende soldi e riconoscimenti
quando rinuncia ai suoi ricatti. Peggio, la guida che mancava
a Durban per unificare tutti contro gli Stati Uniti, Israele
e la difesa dell'Occidente, ora c'è, è Ahmadinejad.
Sarà per questo che le Nazioni Unite lo hanno chiamato
con due anni di anticipo a prepararci la trappola?
Maria Giovanna Maglie
- Il Giornale