Archivio settembre 2007
Quando i monaci buddisti e i nastri zafferano saranno dimenticati   
Belli e commoventi i nastri rossi, le magliette rosse, le cravatte rosse per dire ai monaci birmani che tutto il mondo è con loro. Il colore giusto sarebbe lo zafferano (però crudo, altrimenti diventa giallo, molto diverso da quello delle tuniche buddiste). Ma non importa, stavolta non è il caso di sottilizzare. Una volta tanto la causa della libertà non conosce divisioni. Se si eccettuano il governo cinese, quello russo e quello indiano, così indissolubilmente legati ai tiranni della Birmania per via di inconfessabili vincoli economici, per il resto non c'è celebrità, rockstar, first lady, che non stia dalla parte di quei monaci santificati dall'eroismo, combattenti miti ma indomiti che con il loro esempio

scuotono le coscienze, strappano tutti noi dal torpore dell'assuefazione accomodante nei confronti delle dittature più feroci. Ha ragione Alessandro Piperno che ne ha scritto sul Corriere: magari il volto dei religiosi di Rangoon venisse stampato sulle t-shirt della gioventù occidentale e prendesse il posto dei pistoleri della guerriglia romantica che, dovunque siano andati al potere, hanno sostituito il dispotismo di prima con una tirannia ancora più pervasiva e inamovibile. Sì, ma poi?
Ma poi, quando la repressione potrà sfogarsi crudele e lugubre come sempre, quando, come tutti temono, la rivolta degli straordinari monaci che sfilano per le vie di Rangoon verrà soffocata in un bagno di sangue e non ci saranno più immagini capaci di inorridire l'universo, quando tutto verrà dimenticato, che ne sarà allora di quell'effimero anelito libertario che ha percorso il mondo in tutti questi giorni? Quanti sms verranno spediti e fatti circolare in tutte le lingue per chiamare alla solidarietà con quegli apostoli della libertà? Chi si chiederà che fine avranno fatto i monaci birmani, i loro monasteri, le loro preghiere, le loro litanie, il colore delle loro tuniche? Ci si appellerà all'Onu, come sempre. Ma l'Onu non farà nulla e anzi si impastoierà nel vortice dei veti incrociati, degli interdetti, degli ostruzionismi. Come è sempre accaduto, dappertutto, in tutti i continenti. Con l'esibizione di un'impotenza, che è anche la presa d'atto che un organismo internazionale nato a difesa dei diritti umani conculcati mette senza pudore a capo dei suoi dipartimenti costituiti alla bisogna rappresentanti di dittature dove i diritti umani sono una bestemmia. Chi oserà sfidare le conseguenze di una crisi internazionale per fare scudo ai monaci coraggiosi della Birmania? E quante risoluzioni delle Nazioni Unite resteranno inesorabilmente lettera morta, documenti di un impegno non mantenuto, di una vigorosa protesta cancellata, di una commozione svanita, di nastri colorati destinati a sbiadirsi?
Le rituali condanne dell'«unilateralismo» attivo e militante, le stanche rivendicazioni del primato dell'Onu impediscono di rispondere alla semplice ed elementare domanda: che fare per impedire massacri e per garantire standard minimi di libertà a chi ne richiede il rispetto rischiando, come i monaci di Rangoon, la propria vita? E se suscita tanta irritazione l'ideologia interventista americana che predica l'esportazione della democrazia, anche con le armi se fosse il caso, qual è l'alternativa suggerita dalla mistica del multilateralismo assunto a dogma, come procedere con il necessario realismo ma con un minimo di sostegno autentico alle vittime di un sistema atroce? E che aspettano, le Nazioni Unite, ad invitare al Palazzo di Vetro un rappresentante di quei monaci affinché possa parlare dallo stesso podio dove ha potuto lanciare indisturbato i suoi proclami Ahmadinejad? Magari indossando tutti, senza vergogna, una splendida maglietta rossa, anzi color zafferano?
Quante risoluzioni dell'Onu resteranno inesorabilmente lettera morta?

Da: corriere.it - Pierluigi Battista    lunedì 01 ottobre 2007

GIORNALI, SCARPE & BICICLETTE
«È stato rovesciato anche un principio sacro. Ormai uno è colpevole (non innocente) fino a prova contraria. E se non è lui a fornire la prova contraria va dritto filato in galera. Il caso di Alberto Stasi è emblematico. Il giovanotto si trova in cella. Se non confessa, se non salta fuori l'arma del delitto, se non si accerta un movente plausibile chi se ne frega. Si andrà al processo comunque e buonanotte. Non c'è un redattore nel nostro Paese cosiddetto culla del diritto, nemmeno uno straccio di cronista che abbia difeso il ragazzo o almeno filtrato criticamente indizi (labili) sulla base dei quali è stato emesso il provvedimento di fermo. La stampa ha rinunciato ancora una volta ad esercitare il ruolo di cane da guardia del potere, dimenticando che quello giudiziario è un potere, esattamente come il governo e il parlamento. I giornalisti - che tristezza stanno sempre dalla parte del più forte e trascurano i deboli...»
Vittorio Feltri, Libero


NON COSA: CHI
Negli ultimi mesi si è parlato molto di Giampaolo Pansa, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e infine di Beppe Grillo. Pansa ha scritto tre libri sui crimini commessi dai partigiani dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Stella e Rizzo hanno descritto i disgustosi privilegi della “casta” dei politici, Beppe Grillo grida denunce ampiamente supportate da parolacce da trivio e vorrebbe mandare a casa tutte le persone importanti.
Il problema è capire perché questi fenomeni abbiano una tale risonanza oggi e non cinque o venticinque anni fa. I libri di Pansa si riferiscono a fatti storici avvenuti oltre cinquant’anni fa; quello dei due giornalisti del Corriere della Sera si riferisce a detestabili pratiche in vigore da decenni; infine Grillo dice cose che ciascuno può udire su qualunque autobus extra-urbano, può sentir gridare in qualunque osteria, può leggere in qualunque blog di arrabbiati.
La prima, ovvia osservazione è che non è nuova la cosa che si dice, è nuovo colui che la dice. Le denunce riguardanti gli abusi, i crimini e i massacri seguiti all’8 settembre del 1943 sono antichissime e notissime. Terminato il conflitto, non hanno smesso di parlarne l’Msi, la stampa di destra e soprattutto, per i lettori di giornali, il “Candido” di Giovannino Guareschi, fondato proprio nel 1945, e il Borghese di Mario Tedeschi. Ovviamente, non hanno smesso di parlarne neanche dopo, qui e là, coloro che i fatti hanno vissuto personalmente, o personalmente ne hanno sofferto: ma il tutto è avvenuto in sordina. La vulgata ufficiale ha sostenuto che tutti i partigiani erano intemerati gentiluomini e tutti i “fascisti” criminali degni di morte. Chi provava a dissentire era un traditore della Resistenza, della Democrazia e della Repubblica. Una simile, sfacciata deformazione della realtà – che ha avuto corso legale per mezzo secolo e oltre - merita una spiegazione.
Innanzi tutto, l’Italia è uscita dalla Seconda Guerra Mondiale vinta, distrutta fisicamente e moralmente squalificata. Essa aveva dichiarato guerra alla Francia quando la Francia era ormai sconfitta (la famosa “coltellata alla schiena”); aveva dichiarato guerra alla Grecia senza nessuna giustificazione e senza riuscire a vincerla; s’era fatta buttare fuori ignominiosamente dall’Etiopia e dalla Libia; era stata l’alleato disarmato, straccione e vagamente ridicolo della Wehrmacht; infine aveva cambiato alleato dichiarando guerra a quella Germania con cui l’aveva cominciata. Mentre dunque il resto del mondo sorrideva ironico di ciò che avveniva in questo sfortunato paese, la soluzione trovata dai nostri connazionali è stata quella di dissociarsi dal proprio passato. L’Italia non è mai stata fascista, per cominciare. I fascisti sono stati sempre “loro”, mai “noi”. Mentre gli italiani si sono identificati per decenni in Mussolini (“Duce, sei tutti noi!”), in seguito si sono identificati in quei pochissimi che sono stati veramente antifascisti. L’Italia fascista, ammesso che sia mai esistita, ha perso la guerra, ma l’Italia vera l’ha vinta. L’Italia vera – la loro – è stata antifascista e soprattutto antinazista, tant’è vero che, durante le innumerevoli “Feste della Liberazione”, il 25 aprile, si è celebrata la vittoria dell’Italia sul nemico nazista. Senza neppure un cenno agli eserciti inglese e americano,  che non si sono nemmeno accorti dell’esistenza dei partigiani italiani (pochissimo citati dalla storiografia internazionale).
Infine va segnalato un particolare non insignificante: il movimento resistenziale, se non interamente comunista, è stato largamente dominato dai comunisti, e questi dunque hanno avuto interesse ad esaltarlo al di là di ogni ragionevolezza. Se ne sono serviti per accreditarsi come liberatori dell’Italia e fondatori della sua democrazia. Anche se l’hanno fondata esclusivamente perché non sono riusciti ad instaurare la dittatura di Stalin. E gli intellettuali, come sempre servi del regime e del Pci, non hanno esitato ad avallare queste panzane storiche.
Questa versione autoconsolatoria sarebbe stata messa in discussione dalle voci critiche si è adottato e dunque, per semplici ragioni di autodifesa, il metodo di squalificare chiunque osasse contestare la Bugia di Stato. Chi osasse dire che il primo articolo della Costituzione dovrebbe essere: “L’Italia è una Repubblica fondata sull’Equivoco”. Se dunque qualcuno denunciava i crimini dei partigiani, bastava dire che l’autore era un “fascista”, anche se era nato dopo la fine della guerra. E la questione era risolta. Perché dar retta a coloro che protestano e strillano? Saranno dei disadattati. Dei falliti. Basta lasciarli parlare.

Le cose non sono andate molto diversamente per i privilegi dei politici. Essi sono stati denunciati infinite volte, da quando c’è la Repubblica: per esempio dal parlamentare Costa. Ma ogni volta s’è lasciato che la gente si stancasse di sentirne parlare. Oppure non se ne accorgesse neppure. Oppure considerasse l’autore della denuncia un originale, un guastafeste senza importanza, un frustrato invidioso.
Col tempo – un tempo lunghissimo - alcuni uomini di sinistra hanno avuto il coraggio di parlare, finalmente, e questo ha cambiato tutto. È vero, questo coraggio, l’hanno avuto decenni dopo i fatti, e dunque è molto relativo, ma è bastato perché la fede nei governanti, nell’antifascismo, nella Resistenza, nel mito di un’Italia democratica, vincente e pulita, anzi, dalle “Mani Pulite”, rovinasse a terra. La novità è che Pansa-Stella-Grillo non si riesce a chiamarli “fascisti”. E non potendo squalificare la fonte, si è stati costretti a chiedersi se fossero veri o falsi i fatti denunciati. È questa la tragedia: i fatti hanno demolito i miti.
Questo spiega il terremoto attuale. Il popolo – anche il popolo di sinistra – è sotto choc. Ma allora è proprio vero, se lo dice un giornalista sicuramente di sinistra come Pansa, che i partigiani hanno commesso molti crimini esattamente come i fascisti! Ma allora è vero che è stata una guerra civile, con comportamenti orrendi da ambedue le parti! Ma allora è vero che i politici che predicano la moralità si comportano da delinquenti scialacquatori del denaro pubblico! E se questa è la realtà, se tanto grande è l’ipocrisia e l’immoralità di chi sta in alto, quale può essere la comprensibile reazione, se non un sonoro “Vaffanculo!”?
Il fenomeno si verifica oggi anche per la concomitanza di altre circostanze. Mentre prima gli idealisti di sinistra potevano sempre attribuire il peggio ai “fascisti”, ai democristiani, alla cricca di potere che si opponeva al lavacro morale proposto dai comunisti duri e puri, oggi i comunisti duri e puri sono al potere, il paese è lo stesso sgovernato e l’esasperazione è resa palpabile dagli applausi a Grillo. E questo provoca una viscerale, rabbiosa delusione, anche nei moderati di sinistra. Oggi si vive un periodo di particolare irritazione nei confronti del governo senza scappatoie ideologiche. E questo letteralmente atterra chi, dal 1945, aveva sperato che, con i comunisti veri al potere (“Ha da venì Baffone!”) tutto sarebbe cambiato. Le denunce non possono essere liquidate dando del fascista al loro autore ed ecco che questa catarsi attraverso la verità, questa presa di coscienza che è anche un esame di coscienza, questa caduta dei miti e dunque dell’autoconsolazione, è vissuta come una tragedia.
L’Italia è delusa. Si guarda allo specchio e si vede nuda. Nuda e brutta.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 29 settembre 2007


MOLLICHINE
Richard Gere: “Nel mio paese come è stato possibile eleggere due volte Bush?” Soprattutto quando si poteva eleggere Michael Moore?

Giordano (Prc): “Vorrei evitare che la costruzione del Pd si limiti ad avere come unico avversario i lavavetri”. Si rassicuri: c’è ancora Berlusconi.

Storace: “In Senato Gemonio si trasformerà in Demonio”. E Storace, finalmente, in Starace?

D’Alema: “In Italia c'è sempre la sensazione che tutto debba crollare e poi non crolla mai nulla”. È ciò che dicevano i romani nel V Secolo.

Fassino: “Grillo è un moralista a pagamento, perché ai suoi spettacoli si paga il biglietto”. Mentre i politici, si sa, non ci costano nulla.

D’Alema favorevole a sanzioni contro l’Iran “se le applicano tutti i paesi”. Anche l’Iran? E quando è avvenuto che tutti i paesi abbiano voluto la stessa cosa?

"Sua mostruosita' "
Dopo lungo silenzio dovuto a un brutto incidente che mi ha messo temporaneamente fuori uso la mano destra, finalmente posso tornare a scrivere  per la gioia mia e di pochi altri  e i rabbiosi "arieccola" dei piu'.
Sono accadute molte cose in Israele e nel mondo in queste lunghe sei settimane, la pioggia di missili su Sderot continua e Israele non reagisce, minaccia di togliere la luce a Gaza ma quelli sono ancora bene illuminati mentre gli abitanti di Sderot sono sempre piu' stanchi e disperati. Alla minaccia delle ritorsioni contro le belve di Gaza il mondo si e' messo a urlare le sue proteste mentre nessuno si sogna di dire una parola per quello che accade ai cittadini israeliani del sud del Neghev. Oggi un razzo ha distrutto una casa in un kibbuz, per fortuna nessuna vittima perche', essendo Sukkot, e gli abitanti erano tutti fuori.
Giorni fa la TV israeliana ha fatto vedere cosa succede nelle scuole di Sderot quando c'e' l'allarme rosso che da' 15 secondi di tempo per salvarsi la vita: i maestri riuniscono velocemente i bambini e si mettoni a cantare e i bambini vincono il terrore cantando e saltando e ballando, sono bambini e basta un niente per distrarli e farli sorridere.
Mentre andavano in onda queste scene si sentiva la sirena  e veniva da piangere di fronte a tanto coraggio. Per quanto forte cantassero non riuscivano a coprire quel suono ma loro continuavano imperterriti, piccoli israeliani coraggiosi.
 Dunque, mentre in Israele continua la vita di sempre, missili, terroristi fermati grazie ai check point e alla barriera, atti di buona volonta' con liberazione di terroristi palestinesi.
Mentre la controparte continua a pretendere e non sa nemmeno cosa significhi fare un atto di buona volonta' palestinese anche perche' nessuno glielo chiede.
Mentre la Lega Araba dichiara che la conferenza di novembre tra Israele, USA e palestinesi e' solo una perdita di tempo.
Mentre si chiede a Olmert di disintegrare Israele, lasciando Giudea e Samaria e Gerusalemme Est agli arabi, ecco che Ahmadinejad, colui che nega la Shoa' e vuole distruggere Israele,  va a parlare all'ONU e alla Columbia University.

 La chiamano "liberta' di parola", una volta si chiamava "vergogna".
 Non mi sono meravigliata che l'invito sia arrivato proprio dalla Columbia , famosa per essere da sempre un ateneo antiisraeliano e filopalestinese fino al fanatismo.
Non ci siamo dimenticati le manifestazioni di odio contro Israele durante la seconda intifada, ovvero la guerra di Arafat contro Israele.
Non ci siamo dimenticati i fischi e i buuuuu diretti agli studenti ebrei che volevano difendere Israele. In quelle occasioni la famosa "liberta' di parola' non era presa in considerazione.
Dunque Ahmadimejad va a parlare, viene accolto a male parole dal presidente dell'Universita' ma chissa' perche' ho avuto l'impressione che fosse tutto preparato per gettare fumo negli occhi di chi protestava.
Una pensata intelligente "Lo facciamo venire , gli diciamo che ci fa schifo perche' e' un crudele dittatore cosi' passiamo per liberali e democratici mentre non siamo altro che dei luridi razzisti antisemiti", infatti il presidente iraniano non se l'e' presa per niente e  ha incominciato a parlare come se fosse stato accolto con mazzi di rose rosse.
Nelle prime file c'era addirittura un tipo, forse uno  studente, che mentre gli altri applaudivano, si applaudivano, teneva il braccio alzato ma non si capiva se aveva il pugno chiuso o il palmo ben disteso, entrambi i saluti andavano bene per l'occasione .
In effetti l'iraniano ha fatto anche ridere, forse ha imparato guardando qualche clip del suo ammiratore Beppe Grillo, e,  quando ha detto "In Iran non abbiamo omosessuali, quelli li avete solo voi in America' ", tutti a sganasciarsi dalle risate  ma nessuno gli ha chiesto di finire la frase "noi non abbiamo omosessuali perche'...li impicchiamo tutti".
No, non glielo hanno proprio chiesto, dimenticanza dovuta forse all'emozione di ascoltare un simile personaggione.
Avete sentito fischi? Io no pero' ho sentito applausi soprattutto quando ha detto qualcosina sulla Shoa' e i palestinesi. Lo ha detto molto dolcemente, con tanta delicatezza  che l'Olocausto, se mai c'e' stato, non e' colpa dei poveri adorati palestinesi, altrettanto delicatamente a detto qualcosa su Israele riscuotendo applausi alla parola "illegalita'".
Applausi, applausi, applausi.
"Sua Mostruosita" e' stato applaudito in America.
 
L'uomo ha fascino, Arafat aveva fascino, Hitler aveva fascino , tutti i peggiori dittatori sono pieni di fascino se no non avrebbero tanto seguito e tutti gli antisemiti del mondo , ormai orfani di Arafat da troppo tempo,  stanno trovando in Ahmadinejad il loro nuovo padre spirituale. Si stanno innamorando, sono felici perche' hanno un nuovo protettore, un rinnovato imput per il loro odio.
Quando all'ONU la moglie di Ehud Goldwasser, rapito  da hezbollah insieme a Eldad Regev, gli ha chiesto perche' non permette alla Croce Rossa di visitare suo marito e il suo compagno, Ahmadinejad ha scosso una mano infastidito come se stesse scacciando un noioso insetto e ha chiesto di andare alla prossima domanda, mi si e' stretto il cuore difronte a tanta ignobile crudelta'.
Avrei voluto averlo tra le mani, urlargli sul viso "maledetto nazista, maledetto".
Non ho letto nessuna parola di sdegno per l'accaduto o  di emozione e commozione  per quella povera ragazza che aspetta suo marito da piu' di un anno  e di cui nessuno sa niente, trattata in quel modo ignobile, come se non fosse esistita, come se nessuno avesse parlato.
E' stata una scena tremenda, penosa, da stringere il cuore e lo stomaco ma e' passata inosservata.
Liberta' di parola, "sua mostruosita' ha avuto la platea in nome di questa espressione ipocrita e schifosa che va bene solo per chi si vuole e che non era stata presa in considerazione in Italia quando un portavoce dell'Ambasciata israeliana non ha avuto facolta' di parlare all'Universita' di Torino o quando l'ambasciatore Gol non ha potuto parlare all'Universita' di Firenze dove gli studenti, cosi' democratici, appena apriva bocca battevano i piedi e urlavano buuuu.
Nemmeno Bibi Netaniahu ha potuto usufruire di questa liberta' quando lo hanno dovuto portare via da un universita' canadese perche'  altri democratici studenti avevano  rotto una vetrata per entrare nell'ateneo e  linciarlo.
Non vorrei essere troppo pessimista ma temo che fra non molto vedremo fotografie del presidente iraniano che vuole distruggere Israele alla destra del ritratto  di "Dio padre', cioe' di quel Yasser Arafat, terrorista seriale, assassino feroce,  guru di ogni antisemita di rispetto.

Deborah Fait . www.informazionecorretta.com <http://www.informazionecorretta.com>

All'Onu l'Italia parla d'altro
Non avere una politica estera non è mai una bella cosa, non averla per poter tenere in piedi la maggioranza di governo è peggio, non solo per il paese che ne è sprovvisto ma anche per il presidente del Consiglio che se ne fa portatore. Il discorso di Romano Prodi, martedì notte, all'Assemblea generale delle Nazioni Unite è stato emblematico sia della debolezza esterna del nostro paese sia degli scricchiolii interni della maggioranza di centrosinistra. Anziché affrontare i temi all'ordine del giorno - in un'aula che poche ore prima aveva ascoltato George W. Bush parlare di democrazia e libertà e accusare la giunta militare birmana, poi Nicolas Sarkozy avvertire il mondo dei pericoli del nucleare iraniano e infine Mahmoud Ahmadinejad delirare contro le forze sioniste e imperialiste - il nostro premier ha svolto un compito formale sul tema delle Nazioni Unite, sulla pena di morte, sull'ambiente, sullo sviluppo dell'Africa, arricchendolo di un paio di frasi di circostanza sulla presenza in Libano e puntando sull'unica vera questione che interessa la nostra diplomazia: l'antica battaglia contro l'allargamento del Consiglio di sicurezza alla Germania. Prodi, per dire, non ha mai pronunciato la parola "Iran", non ha mai detto "nucleare", non ha fatto conoscere la posizione italiana sulle sanzioni, non ha mai citato l'Iraq, non ha mai affrontato il tema Afghanistan, non ha nemmeno sfiorato la crisi birmana. Insomma, nel burocratico discorso prodiano sulle virtù del multilateralismo, sono mancati i contenuti dell'azione multilaterale, era completamente assente un'idea di politica estera e non c'era l'interpretazione italiana delle crisi globali della nostra epoca. L'unica cosa degna di nota del suo discorso, cioè la nobile idea di far approvare una moratoria universale della pena di morte, è apparsa velleitaria e ancora molto lontana dall'ipotesi di successo. Soprattutto è sembrata una battaglia estemporanea, una posizione facile e senza alcun rischio politico sul piano interno, certamente non un tassello di una più ampia dottrina politica a favore dei diritti, della libertà e della democrazia nel mondo.
Soltanto un anno fa, Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D'Alema erano andati all'Onu con l'idea di poter contribuire a far uscire il mondo dalle secche in cui l'aveva costretto la politica unilaterale americana. Il premier aveva incontrato Ahmadinejad, il ministro era convinto di poter dire la sua nella trattativa sul nucleare con gli ayatollah. Entrambi avevano puntato sulla crisi americana e sulla leadership francese. Un anno dopo, la Francia sta con Washington, più di quanto ci stava l'Italia ai tempi di Silvio Berlusconi. E, per sopravvivere, Prodi è costretto a parlare d'altro.

C. Rocca, IL FOGLIO, 27 settembre 2007


Terzomondismo Energetico
Se fossimo in Africa potremmo ben accettare la penuria di acqua, gas, elettricità e magari dare anche colpa ai governi di turno, al “sistema” che non funziona”, al clima ed alla crisi ambientale nel globo. Purtroppo siamo in Italia e sentire un amministratore delegato della principale compagnia (o possiamo chiamarla Ente?) di produzione e distribuzione di energia elettrica che ci prepariamo ad “inverno freddo e buio”, può configurarsi in due forme: la battuta ironica che non fa ridere e suona di cattivo gusto o la totale ammissione di inettitudine di chi da anni ormai gestisce il mercato dell’energia in Italia. Innanzitutto è bene ricordare che il fabbisogno energetico dell’Italia è coprto per il 71,7% da centrali termoelettriche alimentate a gas naturale, importato a peso d’oro da Algeria, Russia e Libia o a carbone. Non esiste alcuna risorsa del sottosuolo a disposizione dell’Italia e l’energia ricavabile da biomasse, da termovalorizzatori è inutilizzabile per ignorantia gentium, tanto inetta da sdraiarsi sui binari per difendere i propri interessi locali, salvo lamentarsi dell’aumento delle bollette. L'Italia è il secondo paese al mondo per importazione di energia elettrica, che non sempre soddisfa la richiesta così che anche sul mercato elettrico siamo succubi dei capricci di Francia e Svizzera. Le nostre obsolete centrali funzionano solo a petrolio, scarsamente con l’idroelettrico, con il carbone, per non parlare della parola “nucleare” abolita dal nostro dizionario. Le centrali elettriche realizzate in Italia o progettata fra il 2002 ed il 2007 sono 129. Di queste la percentuale più ampia è di proprietà dell’Enel. La liberalizzazione dell’Enel del 1999 è stata da sempre una bufala: l’Enel ha mantenuto la grossa fetta di mercato, ha smembrato la società in società di servizi, di distribuzione, di trasmissione ma il Ministero del Tesoro detiene ancora il 21,86% della società e la Cassa Depositi e Prestiti il 10,35%, per non parlare di Generali che ben si riconduce alla famiglia governativa…Insomma la parola liberalizzazione nel 1999, come oggi, è una barzelletta. E’ stato naturale che quella liberalizzazione producesse soltanto una parvenza di concorrenza. Naturalmente le società “concorrenti”, si sono appoggiate alla rete di distribuzione centralizzata, con condizioni svantaggiose per essere e per il cliente e di fatto le varie aziende municipalizzate hanno controllato unicamente l’aspetto produttivo, ma la distribuzione e la fornitura in senso stretto è attribuibile ancora all’”Ente” principale. Attualmente il mercato elettrico italiano è controllato da tre grandi gruppi, di cui uno, l’Eni, è un altro residuato delle apparenti privatizzazioni e l’Edison è controllata al 65% della francese Edf. Fino ad oggi la distribuzione si appoggia sulle fatiscenti reti e cabine dell’Enel e soltanto dal 1° luglio si è concretizzata la vera e propria privatizzazione del mercato elettrico residenziale. Ma il monopolio resterà tale o diventerà oligopolio, visto che Eni ed Enel vanno a braccetto ed Edison non ha ancora le strutture per un’adeguata concorrenza. Enel ed Eni lamentano i ritardi del governo per la mancanza di un piano per l’energia, ma la favola che le valutazioni di impatto ambientale interrompano la costruzione di reti e strutture è incredibile anche per i bambini. A dimostrazione della falsa privatizzazione e della cattiva gestione, le compagnie energetiche sono in passivo continuo ed i loro investimenti non riguardano l’Italia. Enel ha acquistato Erelis in Francia, ha promosso l’OPA per Endesa in Spagna, nell’est è il maggior gestore in molti paesi e stringe accordi in Russia. In Italia gli impianti eolici predisposti dall’Enel (ma anche quelli di altre compagnie) sono state un buon affare per ditte, aziende agricole e comuni, ma le fonti alternative in Italia coprono meno del 15% del fabbisogno energetico (l’eolico solo l’1%). Tutto ciò nonostante Enel abbia varato nel 2006 un piano di investimenti per 4,1 miliardi in energie rinnovabili, ma per quest’anno l’investimento è stato vano. Eppure i parchi eolici al Sud proliferano, ma servono solo per le luminarie festive. In compenso la bolletta viaggia. La nostra è la più cara in media di tutta l’Europa o meglio per consumi fino a per consumi fino a 1800 Kwh sarebbe tra le più economiche, ma la richiesta è talmente ampia che l’incentivazione al basso consumo non funziona. Di contro per i consumi oltre i 3540 kwh, ma anche per le fasce intermedie la tariffa è molto elevata ed è lì che si posiziona il cliente medio italiano. Il 30% della bolletta è gravato da tasse nazionali e locali ed il costo del Kwh oscilla in modo eccessivo e sempre in rialzo Sul piano occupazionale Enel investe ed assume all’estero mentre sono stati chiusi in Italia migliaia di sportelli commerciali e sostituiti con sistemi di call center noiosi ed inutili dove i problemi di difficile risoluzione vengono bollati con lenti invii di documentazione o addirittura non risolti. I posti di lavoro in Enel sono scesi per una cifra pari a circa 60.000 unità. Non esiste un sistema di privacy adeguato, né una trasparenza adeguata (si può essere mandati a quel paese da Giulia, ma non ne risponderà né la fantomatica Giulia, né Enel). L’altra favola di contatori di nuova generazione che terrebbero conto di tariffe multiorario e quindi vantaggiosi nelle ore vuote oltre al calcolo dell’energia attiva e reattiva in ingresso ed uscita così da incentivare l’uso di fonti alternative. Peccato che la sperimentazione sia finita in un groviglio di malfunzionamenti, cambi di tariffe. D’altronde la rete di trasmissione è gestita da Terna (dunque Enel) ed anche in questo senso non esiste possibilità di scelta o di concorrenza. Si potrebbe migliorare la rete esistente, investire in Italia più sulle fonti idroelettricheo geotermiche, piuttosto che sul gas naturale, approntare un piano per il nucleare serio, migliorare servizi di fornitura e distribuzione, essere meno zerbini con la Francia e la Russia. Enel preferisce litigare con i governi (che la sostengono da anni), ora anche con i pollici verdi e dichiarare il nostro “terzo mondo energetico”, di cui però non può scrollarsi le sue piene responsabilità.

Angelo M. D'Addesio

LA PENA DI MORTE IN GUERRA
È di questi giorni la notizia che il Senato ha approvato in via definitiva l’abolizione della pena di morte anche nel caso delle leggi militari di guerra. Ovvio tripudio fra coloro che considerano questa pena barbara ed anche fra coloro che hanno un giusto rispetto della vita umana. Ma è una norma praticabile?
In tempo di pace e nei confronti dei delinquenti comuni, la discussione su questa sanzione ha tutta una sua letteratura. Una letteratura che non sarà necessario rievocare in questa sede. La situazione è diversa in guerra. Durante le operazioni belliche si può ricevere un ordine che, alle orecchie di chi lo riceve, corrisponde ad una condanna a morte. Se si ordina ad un fante di andare a farsi macellare dalla mitragliatrice nemica, come avvenne milioni di volte durante la Prima Guerra Mondiale, che valore deterrente può avere qualunque sanzione che non sia la morte stessa?
Bisogna essere molto chiari, su questo punto.
Quando lo Stato impone un tributo, condisce la norma con una sanzione che rappresenta un aggravio in caso di mancato pagamento. “Devi cento e se non paghi ti obbligherò a pagare duecento, più gli interessi e le spese”. A questo punto il cittadino può trovare più conveniente pagare cento che molto di più. Ma se l’ordine è “buttati in questo burrone”, quanto varrebbe una sanzione che prevedesse un anno di carcere? Dopo un anno di carcere si esce in buona salute e riposati (fin troppo), mentre dal burrone si esce morti o, se si verificasse un miracolo, azzoppati per sempre.
In guerra si ricevono ordini demenziali che per i sottoposti rappresentano un’alta probabilità di suicidio. L’unica ragione per obbedire è che, se ad un uomo dànno un ordine per il quale il rischio di morire è quasi sicuro (90%), gli conviene ancora obbedire, se sa che diversamente lo metteranno al muro e lo fucileranno (100%).
Naturalmente molti lettori giovani penseranno che questi ragionamenti sono mitologici, arcaici, pressoché  criminali. Pensano che nessun superiore militare darebbe mai un ordine per il quale i sottoposti rischiano di morire ed anzi ne sono quasi sicuri. Questo dimostra soltanto che l’Europa non conosce guerre da circa sessant’anni.
Si può essere contenti dell’abolizione della pena di morte dal codice penale militare di guerra, in tempo di pace, ma si deve sapere che essa sarà ripristinata immediatamente il malaugurato giorno in cui l’Italia si dovesse trovare ad applicare il codice penale militare di guerra in tempo di guerra.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 settembre 2007

APPUNTI PER IL DOPO. QUALE DOPO?
Il “Foglio” ha pubblicato una serie di articoli, tutti di un’intera pagina, dal titolo “Appunti per il dopo”. Io, pur scrivendo più a lungo del solito, me la cavo con molte meno parole. Del resto, se si vuole contestare, c’è abbastanza materia già così

Il problema di ciò che ci attende dopo la morte, “il paese non ancora scoperto dal cui confine nessun viaggiatore ritorna”, come dice Amleto, non esisterebbe se gli uomini non fossero i più intelligenti degli animali. Infatti la coscienza che morremo non è naturale: è una deduzione logica. Anche se ci sentiamo magnificamente bene, sappiamo che la nostra sorte non sarà diversa da quella di coloro che sono nati cento o duecento anni fa. La nozione della morte è culturale: un gatto o un cane possono benissimo credere che la morte di un loro simile sia un incidente che magari a loro personalmente non capiterà. E questo significa che un cane o un gatto, anche ad avere un comprendonio superiore a quello che già hanno, non avrebbero mai problemi metafisici di questo genere. Invece, sin dalla più tenera età, l’uomo sa di essere condannato.
L’intelligenza dell’uomo non basta tuttavia a guarirlo dai suoi limiti emotivi. Ha la capacità di capire come stanno le cose, ma non ha abbastanza rigore logico per capire non c’è niente da fare. Per questo, dopo avere dedotto correttamente l’inevitabilità della fine, controbilancia le certezze della scienza con la fantasia e, per così dire, con le certezze del cuore.
Un’espressione come “certezze del cuore” lascia inevitabilmente trasparire un profondo disprezzo intellettuale. E tuttavia questo disprezzo sarebbe un errore. Freud ha largamente dimostrato che l’uomo più intelligente si comporta come tale quando non c’è interferenza emotiva o fobica; mentre, quando questa interferenza esiste, regredisce al livello del fanciullo o del primitivo. Ecco un caso in cui la “certezza del cuore” supera quella della logica.
Un secondo esempio che impedisce di disprezzare questo genere di convinzioni è il fatto che Tommaso d’Aquino – non certo uno sciocco – ha messo fra le prove dell’esistenza di Dio quella “eudemonologica”. L’argomentazione si può così sintetizzare: dal momento che tutti gli uomini aspirano alla felicità, e sarebbe strano che si sbagliassero tutti, questa corale aspirazione non può essere delusa e riceverà come risposta Dio stesso, la suprema beatutidune. Che è come passare dal desiderio di vincere alla lotteria alla certezza della vincita.
L’uomo non ama l’idea di dover morire e per questo se ne difende come può. Ha paura della fine? Basta dire che non morirà. Che anzi la morte è apparente. Vede che il corpo si corrompe, e puzza, e diviene cenere? Inventa l’anima immortale che rimane lustra e incorruttibile come l’oro. Deve ammettere che Amleto aveva ragione, nessuno dà segni di vita, una volta che è partito per quel paese da cui nessuno ritorna? Non importa. Molta gente crede di avere la prova dell’aldilà se sogna il nonno, crede nei miracoli fatti dai santi (illustri defunti che dunque sono ancora vivi), inventa un mondo ultraterreno di credenze e riferimenti, dalle belle ragazze del paradiso musulmano all’universo poetico e teologico di Dante. E poi, argomento decisivo, non sono in tanti, tantissimi, quelli che credono nell’aldilà? Come potrebbero sbagliarsi tutti? Come potremmo non essere tutti felici, un giorno?
Nessuno mai si sognerebbe di ipotizzare un “dopo la morte” se non avesse paura della propria morte. Se gli uomini non morissero, chi mai, fra loro, oserebbe ipotizzare un aldilà per i polli e i maiali che mangia? Chi non riderebbe dinanzi alla diffusa credenza di qualcosa di cui non si ha mai, assolutamente mai, un riscontro concreto? Nella realtà com’è, invece, la paura fa novanta ed anche aldilà.
Chi è incapace di illudersi, chi preferisce la verità alla consolazione, per il dopo non ha problemi metafisici. Perché non c’è nessun dopo. Suona terribile, è vero: ma perché mai ciò che è terribile non dovrebbe essere vero? Un giovane di trent’anni che si sente diagnosticare un cancro incurabile e a rapido decorso, può forse esorcizzare quella notizia dicendo che essa è orrenda e dunque non può essere vera? I cimiteri sono pieni di persone morte in un momento in cui alla morte non si pensa neppure.
Non rimane che vedere se questa visione della realtà com’è non offra qualche vantaggio. Il primo è che si va sul sicuro, la verità non può essere smentita. Essa si appoggia su una base di marmo, fredda e scostante, ma incrollabile e a prova di smentite. L’uomo che sa di essere mortale non ha l’angoscia di sapere se esiste un paradiso e se ci andrà. Una volta un Papa molto anziano stava male e a qualcuno che per consolarlo gli diceva che, comunque, non poteva che andare in paradiso”, rispose: “Il più tardi che sia possibile, figlio mio, il più tardi che sia possibile”. Che non è quello che avrebbe detto se non avesse avuto dubbi.
Il miscredente dell’aldilà non ha né speranze di beatitudine né paure di un inferno mitologico. La precisa accettazione delle dimensioni dell’arco della vita umana, ben lontano dall’’eternità, lo spinge a programmare la propria esistenza tenendo conto dei suoi limiti. Mai rischiare la galera, perché non ci sarebbe modo di recuperare quei mesi e quegli anni. Mai sperare in una compensazione dei mali, perché nessuno, in alto, tiene questa contabilità. Mai lavorare accanitamente a settanta od ottant’anni perché è doveroso o necessario per costruire qualcosa: a quell’età l’unica cosa ragionevole è prenotare un loculo al cimitero e intanto godersi il sole. L’unica giustificazione, per lavorare quando non ce n’è necessità, è che il lavoro diverte o gratifica. Allora sì, si può lavorare: se ne ha lo stesso diritto che si ha di giocare a bocce. Ma per il resto, il mortale è avaro della propria vita perché sa che è l’unica. Ed è dannatamente breve.
La perdita di vista dell’eternità ridimensiona anche la vita dei giovani. Se sono saggi sanno che da un lato, per avere un buon futuro, bisogna occuparsene: non danneggiare la propria salute, per cominciare, e procurarsi di che vivere senza però esagerare. Bisogna assolutamente evitare di rinviare la vita. Niente e nessuno assicurano che ci sarà un momento in cui godere dei frutti di sacrifici forse eccessivi. Chi rischia la vita per sciocchezze è uno scervellato, chi volontariamente vive malissimo il presente per vivere benissimo in futuro è uno che scommette il suo intero patrimonio su un cavallo che può persino non arrivare al traguardo.
Il mortale è avaro del proprio tempo e dei propri giorni perché sa - scientificamente sa - che un giorno qualcuno potrà dire di lui: “è vissuto settantadue anni, quattro mesi, sei giorni, ventidue ore, diciotto minuti e venti secondi”. A quel punto, ammesso che un cadavere possa avere rimpianti, chi non sarebbe triste all’idea di avere sprecato tanto tempo della propria vita, di avere considerato “noiosi” i tempi morti e perfino le giornate normali? Chi – vicino alla morte – non darebbe chissà che cosa per avere la possibilità di rivivere le ore di anticamera, le ore di lavoro, i momenti passati in fila all’ufficio postale, tutti quegli intermezzi che si aveva avuto tendenza a buttar via, come si butta via l’imballaggio degli oggetti? E ora, a conclusione della commedia, come avrebbe detto Augusto, si vede che essi erano contati: fino ai diciotto minuti e venti secondi.
Solo l’uomo che sa di essere interamente mortale riesce a guardare la realtà senza distogliere lo sguardo. Non arriverà all’orgoglio sovrumano di Socrate che, a settant’anni, non si abbassa a sfuggire alla pena di morte, ché tanto non aveva molto da vivere: ma saprà accettare di essere quello che è. Non si farà illusioni su se stesso e sul proprio destino, ma proprio per questo cercherà di trarre il meglio dal breve tempo che l’incontro di uno spermatozoo e di un ovulo gli ha concesso. Tutti siamo il risultato dell’istinto di conservazione della nostra specie e questa stessa specie non è immortale. Come ci insegnano la buonanima del Thyrannosaurus Rex e, infinitamente più vicino a noi, il simpatico Mammut.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 settembre 2007

Perché l'antipolitica colpisce a sinistra
Antipolitica è un termine generico, copre esperienze diverse. La variante italiana attuale si ispira al «moralismo (pseudo) legalitario»: l'idea è che la democrazia sia caduta nelle mani di una banda di corrotti che si è posta al di sopra della legge. La soluzione è spazzar via la banda e sostituirla con gli «uomini comuni », i cittadini onesti, laboriosi, ligi alle leggi. E' la stessa visione che circolava negli anni '92-93, all'epoca di Mani Pulite, della «rivoluzione dei giudici ». Ma ci sono due fondamentali differenze. La prima è che a quell'epoca, anche coloro che di quella rivoluzione condannavano gli eccessi, avevano la speranza di un «nuovo inizio»: si era chiusa un'epoca storica, dominata dagli equilibri internazionali della guerra fredda e, in Italia, da una quarantennale, e ormai consunta, «democrazia bloccata». Le forze politiche scampate alle offensive giudiziarie erano in pieno rinnovamento. L'Italia era un cantiere aperto. Era lecito sperare che la democrazia della Seconda Repubblica, di cui si attendeva con impazienza la nascita, fosse migliore della Prima. Oggi non è così, quelle speranze non ci sono. Oggi la sola speranza è che in qualche modo si arresti la disarticolazione del tessuto democratico, che non ci succeda di finire tutti quanti dentro un grande buco nero.
La seconda differenza è che l'ondata antipolitica dei primi anni Novanta si abbattè soprattutto, come era inevitabile, sui partiti che avevano ininterrottamente governato nei decenni precedenti. Adesso il bersaglio principale è la sinistra governante. Per molte ragioni, ma la più importante è che la sinistra, chiusa la fase della «rivoluzione dei giudici», fece un madornale errore, stigmatizzato come tale solo da pochissimi dentro quel-l'area (ad esempio, e fin da subito, da Emanuele Macaluso, già dirigente e figura storica del Pci).
L'errore fu di continuare, ben oltre la conclusione dell'epoca di Mani Pulite, a blandire e a coccolare i vari portabandiera del moralismo legalitario (si pensi al cosiddetto «popolo dei fax») senza percepire che la carica antipolitica di cui quel moralismo era portatore avrebbe potuto, prima o poi, ritorcersi contro chiunque, anche contro loro stessi. L'errore fu doppio: da un lato, quello di non essersi smarcati in tempo dagli aspetti meno accettabili connessi all'attivismo giudiziario (nell'errata convinzione che i danni maggiori li avrebbero subiti, sempre e comunque, i «nemici»: prima il pentapartito e poi Berlusconi), di non avere puntato alla ricostituzione di un corretto equilibrio fra potere rappresentativo e potere giudiziario; dall'altro lato, quello di non avere usato armi culturali efficaci, di non avere messo in campo argomenti forti, ed energicamente sostenuti, per contrastare il moralismo legalitario e decontaminare dai suoi influssi la propria base elettorale.
Non si può, ad esempio, fare una campagna elettorale all'insegna della lotta contro il «regime » di Berlusconi promettendo che le leggi, tutte «infami» per definizione (con la sola eccezione, forse, della patente a punti), approvate dal regime stesso, verranno abolite, e poi pretendere, quando le prassi di governo non si accordano con le promesse, di non suscitare delusione e scandalo in coloro che avevano preso sul serio quei propositi. Non hanno torto gli adepti del moralismo legalitario quando parlano di promesse non mantenute. Anziché combatterla con rigore, la sinistra, per anni, ha ritenuto conveniente lisciare il pelo all'antipolitica nella variante italiana. Senza immaginare che un giorno le sarebbe stato presentato il conto.

22 settembre 2007 - Corriere della Sera -
La delusione dei moralisti di Angelo Panebianco


L'eterno mito della diversità
Non è solo questione di antipolitica. Si ha l'impressione, infatti, che quello che sta accadendo in queste settimane, e che ha avuto un momento esemplare nella seduta di giovedì al Senato, sia qualcosa di più profondo, che viene da lontano. E cioè sia l'ultimo atto di quella disintegrazione del quadro politico e degli attori della prima Repubblica di cui fu un simbolo quindici anni fa Mani pulite. Allora, nel '92-'93, il terremoto risparmiò per varie ragioni la sinistra di tradizione comunista. Tra queste c'era principalmente il fatto oggettivo che essa aveva avuto responsabilità certo minori nella gestione, e dunque nella degenerazione affaristica, del potere. Aveva anch'essa una grossa colpa, ma di ordine tutto politico: con il suo radicalismo aveva mantenuto il sistema bloccato, privo di alternative. La storia le concesse quindi, benignamente, una inaspettata occasione: le «abbuonò» il radicalismo che ancora la pervadeva concedendole di arrivare a quel governo a cui, con il Caf in piedi, non sarebbe certo mai arrivata. Oggi possiamo dire che quell'occasione la sinistra ex Pci l'ha clamorosamente sprecata. Essa non capì allora, e non ha capito per tutti questi anni, che, in quanto promossa dalla storia a sinistra riformista di governo senza esserlo, il suo primo compito e il suo primo interesse dovevano essere quelli di diventarlo davvero. E cioè di condurre una grande battaglia di rottura culturale rispetto al proprio stesso passato per cancellare dal suo popolo la mentalità radicale, e dunque potenzialmente sempre incline al massimalismo di vario tipo, che fin lì l'aveva caratterizzata.
Mentalità fatta da un conglomerato di idee, di sentimenti, di pulsioni diverse. Per esempio che il governo diverso dal nostro non può che fare leggi orribili le quali vanno subito cancellate; che la richiesta di galera per i delinquenti e di vie silenziose di notte è «di destra»; che l'avversario politico ha una qualità morale differente e in ogni caso neppure comparabile con la nostra; che ogni modifica alla legislazione del lavoro che non ha il placet sindacale è per ciò stesso un attentato alla libertà; che le tasse colpiscono i ricchi e, dunque, «facendoli piangere» non sono mai troppe; che nei confronti degli immigrati clandestini o dei giovani dei centri sociali la legge e l'ordine sono una semplice option, e via di seguito. Invece con questo ammasso di idee, di sentimenti e di pulsioni, radicate da decenni nel popolo di sinistra, nel loro stesso popolo e in qualche misura anche in loro stessi, nella loro identità politica, i dirigenti della sinistra che pure si diceva riformista i conti, in questi quindici anni, hanno accuratamente evitato di farli. Sono rimasti prigionieri di quella che è stata la vera, paralizzante maledizione della cultura di tradizione comunista: il continuismo. Bisognava mantenere la finzione del cammino ininterrotto e soprattutto coerente da Gramsci a Romano Prodi, che tra vini vecchi e otri nuovi, o viceversa, non ci fosse alcuna incompatibilità. Quindi al massimo «svolte», ma mai l'idea che fosse necessario affrontare a muso duro il passato dicendo, anzi gridando, chessò: «Nel '48 De Gasperi ha salvato la libertà del Paese», ovvero «era giusto, come voleva Craxi, mettere i missili a Comiso » ovvero ancora «la questione morale di Berlinguer era una strada che politicamente non portava da nessuna parte»; e magari aggiungere: «Guardate, cari amici e compagni, ammazzare o essere complici degli assassini forse è peggio che rubare». Invece nulla. A loro parziale attenuante i dirigenti della sinistra ex Pci possono peraltro osservare, e ben a ragione, che né i cattolici democratici né la sinistra non ex Pci, entrambi loro alleati, non li hanno mai incalzati in questa direzione.
Anzi: i primi sono arrivati spesso a scavalcarli strizzando l'occhio a estremismi e estremisti vari (vedi Prodi con Rifondazione), e la seconda ha sempre e solo badato a cercare di egemonizzarli intellettualmente facendosi ogni volta forte delle loro contraddizioni per impartirgli le lezioncine del caso nei suoi sussiegosi articoli di fondo. Il moralismo intinto di demagogia con il quale il popolo di sinistra oggi si avventa feroce contro i Ds, contro il centrosinistra e il suo intero personale politico, è l'altra faccia del radicalismo lasciato così a lungo indisturbato a prosperare. In politica le cose si tengono sempre tutte. Il radicalismo ideologico, in quanto rifiuto del compromesso, della medietà, dell'idea che il mondo non è tutto nero o tutto bianco, essendo cioè rifiuto delle cose così come abitualmente sono (e non possono non essere), è fatto apposta per alimentare l'idea della obbligatoria «diversità» antropologico- morale. Che per essere di sinistra si debba essere «diversi» è l'altra faccia dell'idea che chi non è di sinistra è per ciò stesso moralmente dubbio. Alla «questione morale» si permette così di divenire la vera identità politica della sinistra, mentre la linea politica perennemente in agguato si riduce ad essere il moralismo dei demagoghi.

23 settembre 2007 - Corriere della Sera - 
Questione morale e identità della sinistra di Ernesto Galli della Loggia


Ladri di biciclette
Un imbecille ha avuto la brillante idea di mi rubarmi la bicicletta. Ma la fortuna, una volta tanto, ha deciso di porgermi le sue scuse.

Mio padre è riuscito a ritrovarla. Era in possesso di un uomo di nazionalità albanese che ad esplicita richiesta  sul perché l'avesse rubata si è giustificato dicendo: «me l'ha venduta un calabrese».

Dal sito alittledestruction

LA COMPLESSITÀ DEL REALE
L’uomo è diverso dagli altri mammiferi perché si è specializzato nell’intelligenza. È lento nella corsa e tuttavia è capace di correre in auto più di un ghepardo, per non dire che vola; il suo morso non è temibile e tuttavia ha inventato armi più micidiali di quelli della tigre; vede meno bene di un’aquila di giorno e meno bene di un gatto la notte e ha tuttavia inventato binocoli, microscopi e telescopi. Insomma, ha più di un motivo per montarsi la testa. Cosa che del resto non ha mancato di fare.
Questi risultati ovviamente sono l’opera dei più intelligenti e infatti lo scienziato, il politico o il filosofo conoscono la complessità delle cose di cui si occupano e sono molto prudenti.  Viceversa, la presunzione si manifesta al suo massimo livello fra gli imbecilli. Costoro, quasi per ogni problema, hanno spesso la soluzione pronta. L’ordine pubblico? Basta mettere in galera chiunque commetta qualunque reato e buttare via la chiave. L’immigrazione? Basta rispedire tutti gli irregolari a Gheddafi e se non li accetta buttarli in mare dinanzi alla costa. Abolire la disoccupazione? Basta che lo Stato assuma i disoccupati. Anche per i difetti della politica la soluzione è semplice: basta mandare a casa tutti i parlamentari e mettere al potere un galantuomo. La gente non ha la più pallida idea della dinamite che maneggia con disinvoltura.
La cosa ha una spiegazione.
Il cervello dell’uomo, a meno che non abbia ricevuto un addestramento molto lungo e di alto livello - e sempre che non ci siano interferenze emotive - non è adatto alla complessità. Le ragioni per cui dopo un mattino di sole in un dato posto potrebbe aversi un terribile temporale sono molto difficili da individuare. Ammesso che gli fossero forniti tutti i dati, un meteorologo potrebbe dare solo una previsione probabilistica. E anche a posteriori dovrebbe studiare parecchio, per spiegare l’avvenuto. L’incompetente invece non ha problemi. Per lui la realtà è molto meno complessa. Guardando  la pioggia dice: “È chiaro, il tempo me lo fa apposta. Oggi che finalmente potevo …” Come il bambino e come il selvaggio, l’incompetente è naturalmente animista. Perché l’animismo è una semplificazione del reale molto più comprensibile della scienza.
Questa tendenza dell’uomo dà un’eterna vita alla demagogia. Se ad un operaio si dice che deve inchiodare un asse con venti chiodi, anche se gliene sono stati forniti solo diciotto, ci chiederà se ci ha dato di volta il cervello. Ma quando Luciano Lama, indimenticabile segretario della Cgil, disse che “il salario è una variabile indipendente”, ben pochi lo giudicarono pazzo. Lo stesso operaio che non avrebbe saputo piantare venti chiodi avendone ricevuto diciotto prese sul serio quell’affermazione e insieme con lui la prese sul serio l’intera sinistra italiana. Perché? Perché è più facile dire “io voglio l’aumento” che dire “Vediamo se ci sono margini per darmi di più, o vediamo se l’impresa possa essere più redditizia per tutti”. La prima affermazione è semplice e diretta, la seconda è complessa e difficile.

Molta gente è sicura che i problemi facili da formulare sono anche facili da risolvere. Le fonti rinnovabili di energia sono un buon esempio. Posto che il petrolio scarseggia e un giorno finirà, posto che bruciare combustibili crea molto CO2, ecco la soluzione: dal momento che il sole ci inonda con tanta energia che, catturando quella che la Terra riceve in un giorno, l’umanità potrebbe vivere di rendita per molti anni, può dunque essere tanto difficile catturarne molto, molto di meno, fino ad avere un po’ d’elettricità? L’energia di un semplice temporale è spaventosa: perché non rubarne un pochino, senza sporcare nulla? Facile a dirsi. E infatti in molti lo dicono. Perché il problema, posto in questi termini, è facile. Poi il competente prova a spiegare che i mulini a vento dànno relativamente poca energia e quando non c’è vento non ne dànno nessuna. Che i pannelli fotovoltaici sono troppo costosi e forniscono troppo poca energia per fare a meno del carbone o del nucleare. Che l’energia delle maree è enorme, prova ne sia che in Francia hanno provato a sfruttarla (vicino Saint Malo), ma l’iniziativa non ha avuto seguito. E lo stesso nessuno gli crede. A questo punto se, dinanzi al muro dell’incomprensione, il competente fa asciuttamente notare che, se la soluzione fosse semplice, sarebbe già stata adottata, non ottiene lo stesso nulla. Qual è infatti la conclusione dell’imbecille? Che c’è un complotto per far vendere il petrolio agli sceicchi. Che forse esiste già il motore ad acqua e le multinazionali impediscono che sia commercializzato. E gli astanti, imbecilli quanto lui, gli dànno ragione. Si creano addirittura partiti che vanno al governo per fermare la storia, dicendo sciocchezze che farebbero arrossire i banconi dei bar di periferia.
Gli esempi sono innumerevoli. Nietzsche ha notato che nessuno, se non un chimico o un egittologo, si mette a discettare di chimica o di egittologia; viceversa, se si pone un problema morale, tutti hanno l’aria di affermare: “Avete fatto bene a chiedere a me, avete trovato quello che sa bene come stanno le cose”. Nello stesso modo, molti hanno la soluzione in tasca per tutto. Conoscendo un centesimo del problema si lanciano in intrepide affermazioni e giustificano il detto di Alexander Pope per cui fools rush in where angels fear to tread, gli sciocchi si precipitano correndo dove gli angeli temono di posare il piede.
In troppi ignorano che la democrazia dà diritto a votare, non ad essere stupidi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 settembre 2007


La gioiosa macchina economica di Grillo (ovvero chi c’è dietro la forza economica del comico?)
Ora che ha raggiunto i due obiettivi che ogni politico italiano (e quindi anche lui) ha raggiunto, ovvero l’essere considerato l’eroe del popolo, la “vittima dei poteri forti” che grida ovunque il suo vaffanculo contro chi lo vuole zittire (prerogativa che è stata di tutti i premier italiani dal dopoguerra in poi, tranne solo De Gasperi ed Andreotti per motivi opposti, il primo parlava poco, il secondo sapeva come zittirli), Grillo ci dimostrerà di essere l’uomo della trasparenza. La trasparenza dei suoi innumerevoli tour, ben tre negli anni 2005, 2006, 2007, dove con diversi spettacoli ha fagocitato nelle sue casse un bottino non indifferente, un guadagno da capogiro, marcando visita in moltissimi palazzetti d’Italia con un media biglietto di circa 30 euro versati gentilmente da tutti gli italiani, divertitisi per pagare e per arricchirlo, sentendosi dire da lui, ciò che egli stesso pensano o dicono seduti a tavola a pranzo o a cena con gli amici. E le domande cui l’uomo della pulizia, della politica differente, della voce ai cittadini dovrebbe rispondere sono tante, se non fosse solo per il debito verso tutti coloro che hanno riempito i palazzetti e le sue tasche:
1) Dov’è l’impero di Grillo? Dov’è il suo triennale e trionfale bilancio alle spese degli italiani, dopo anni di sontuosi guadagni televisivi e non?
2) Chi c’è dietro la macchina degli spettacoli, quella che gli ha organizzato le 93 tappe del Tour 2005, le 62 del Tour 2006 e le 94 e molte, molte di più del Reset Tour 2007?
3) Da chi promana questa gigantografia di eventi, forse dal partito che egli stesso addita e che gli ha fruttato circa 30.000 euro per la partecipazione alla Festa dell’Unità, dove ha offeso i suoi datori di lavoro?
4) Per quale motivo Beppe Grillo, con silenzioso razzismo culturale (forse che il Sud non ha l’onore o l’intelligenza di comprendere le sottigliezze del complotto politico) e politico (perché nel pregiudizio grillesco è meglio giocare in casa piuttosto che arrischiarsi nei feudi della destra più presenti al Sud) e commerciale (il Sud preferito sistematicamente d’estate ed unicamente nelle località di mare) si ostina ad ignorare l’Italia Meridionale, degnandola solo di otto tappe, di cui due turistiche a Lecce e Taormina e due obbligate a Napoli?
5) Quanti sponsor, al di là del suo blog, muovono la macchina di sovraesposizione grillesca, una macchina da uno spettacolo al giorno, con passaggi radiofonici, televisivi, locali e non?
Ci dica Grillo, ci dica. Ci faccia uno spettacolo di auto-Vaffanculo…a noi poveri cristi che facciamo il tifo per lei, mentre lei potrà chiudere baracca da un momento all’altro e fare fallimento con sontuosa liquidazione. CHIAREZZA, parola che vale anche per Lei.

Angelo M. D’Addesio - http://ilparoliere.ilcannocchiale.it








(cp x "20 settembre")

IL GOVERNO CHE SI MERITA
Ci sono problemi insolubili che non per questo perdono il loro fascino. Se non fosse così, non ci si sarebbe occupati per tanti secoli di metafisica, anche se non si è mai giunti ad una conclusione valida per tutti. E quando Kant ha cercato di mettere punto a queste diatribe, c’è riuscito in parte in ambito filosofico, ma nulla è cambiato in ambito etico e religioso.
Un problema che non è metafisico, e che tuttavia apre la porta a una discussione senza fine, è il seguente: ogni popolo, come si usa dire, “ha sì o no il governo che si merita”?
A favore del sì depone la storia della Francia. Questo paese non è mai stato sottoposto ad una vera oppressione e non raramente ha fatto rivoluzioni non per avere un governo del tutto diverso ma solo per “migliorarloe”. A parere di Tocqueville, dopo la Grande Révolution s’è visto che il paese era meno cambiato di quanto molta gente non pensi. Inoltre ci sono state rivoluzioni, come quelle del 1830, del 1848, e per ultima quella del 1968 (se così vogliamo chiamarla), che hanno cambiato solo la facciata o neppure quella. Qualcuno ha detto “quand la France s’ennuie, elle fait une révolution”, quando la Francia si annoia, fa una rivoluzione: figurarsi se non la farebbe, nel caso qualcuno cercasse seriamente di opprimerla.
A favore del no, per la stessa Francia, depone il fatto che essa ha avuto la fortuna di avere avuto al potere anche personalità di grandissimo rilievo e carisma (Luigi XIV, Napoleone, De Gaulle) che tuttavia non ne hanno mai approfittato per instaurare una dittatura pesante o, peggio, sanguinaria. Luigi XIV era addirittura un sovrano assoluto che tuttavia non ha mai dovuto alzare la voce per rimanere al vertice del suo paese. Montesquieu ha infatti potuto sostenere che la molla fondamentale della monarchia era l’onore, cosa, aggiungiamo, molto lontana da quel terrore che è il sostegno centrale della dittatura. Ma ecco il problema: se Napoleone, invece di essere l’uomo che sappiamo, si fosse presto rivelato un tiranno alla Stalin, i francesi sarebbero stati in grado di liberarsene? È possibile, certo: ma è certo più che lecito dubitarne. E in quel caso i francesi avrebbero meritato di avere uno Stalin, come padrone?
In realtà non è possibile dare una risposta univoca e valida per tutti i paesi. Tutto quello che si può constatare è che ci sono paesi dalla lunga tradizione di libertà (Gran Bretagna, Svizzera) e paesi dalla lunga tradizione di tirannia. S’è pure visto che paesi è cui stata regalata l’indipendenza, condita con l’esempio della democrazia (Africa nera), non che allinearsi con le istituzioni degli ex-paesi imperiali (Francia, Gran Bretagna) sono subito ricaduti nel regime tribale e alla fine sotto il tallone dell’uomo forte del momento. Una relativa libertà si è avuta solo in Egitto e in Marocco, solo perché in questi paesi già da secoli s’è avuto un notevole sviluppo di civiltà, se comparati con i vicini di casa.
Rimane infine la curiosità per i molti paesi che non sono né la Svizzera né il Burundi, come l’Italia. Il nostro paese non è stato né il paradiso delle libertà repubblicane (si pensi allo Stato della Chiesa!), né una collezione di satrapie: il granducato di Toscana è stato un esempio di buon governo. Purtroppo, ha anche avuto, come costanti, il clientelismo, la corruzione, l’inefficienza della macchina statale, le scarse virtù militari, la furbizia come regola di comportamento e una politica estera inaffidabile e opportunistica. Purtroppo queste caratteristiche si sono mantenute invariate sotto i Savoia, sotto Mussolini e durante la Repubblica. Dunque abbiamo il governo che meritiamo. Tuttavia possiamo congratularci con noi stessi: pur essendo ben poco inclini ad andare controcorrente, o a scendere in piazza per difendere le nostre libertà, abbiamo avuto la fortuna di governanti sostanzialmente miti, perfino quando, come Mussolini, sono stati dei dittatori.
Dell’Italia si potrebbe dire, come si dice dei ragazzi svogliati, “potrebbe fare di più”. Ma possiamo portare il cinque a sei ed evitare di farle ripetere l’anno.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it - 20 settembre 2007


BEPPE GRILLO: DON BASTIANO O IL MARCHESE?
Sapete chi mi ricorda Grillo? Don Bastiano, quel personaggio de “Il Marchese del Grillo” (scusi la coincidenza, ma è vera non una burla), un prete spretato e scomunicato che sul patibolo coglie l’occasione per sfogare la sua rabbia e la sua verità contro il mondo, chiedendo alla gente di inchinarsi e di genuflettersi a lui e con lui alla volontà suprema (che nel caso di Grillo è quella popolare), così che tutti possano accorgersi di chi sta gridando e di che valore sia la sua funzione, quella di prete delle buone cause, fra prostitute e crocefissi. Don Bastiano, ecco Grillo è Don Bastiano. Le ultime parole di Don Bastiano furono le grida del suo perdono “ora, anche io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della terra. E per ultimo, al Boia qua, che si crede il padrone della morte. Ma soprattutto posso perdonare a voi... figli miei... che non siete padroni di un cazzo!”, ho citato testualmente. Ecco Beppe Grillo è il Don Bastiano dei nostri tempi, grida al governo, grida alla Chiesa, grida ai partiti che hanno ucciso la politica e grida alla gente che non vale un c… e lui lo sa bene. Non vale un cazzo il suo marchio della qualità, non valgono un c… quelle liste civiche che non avranno soldi per la campagna elettorale e saranno solo cavie da blog come lo siamo un po’ tutti, credendoci padroni del mondo, un mondo fittizio. Non serve ad un c… ristabilire il voto di preferenza, perché la gente ama chi può dargli certezze, chi può garantirgli un posto di lavoro, chi gli promette strade, ponti, soldi per i terremoti, le siccità, le alluvioni che non ci sono e, a differenza di quanto egli stesso pensa, ama questi politici, ama questa classe dirigente e la odia non perché sia peggiore della differente (che di cricche di delinquenti le precedenti legislature della repubblica ne hanno avuti a bizzeffe e di incapaci altrettanto), ma perché questa classe dirigente si arricchisce e non fa arricchire, non regala soldi all’intera Italia, non si inventa posti di lavoro, perché non ci sono più posti da inventare, né soldi da poter essere regalati ed i controllori ed i creditori ci sono alle calcagna. Non serve ad un c… la sua crociata sui politici giusti, perché il politico giusto non un politico; se non sa fare affari, se non tratta con le banche, con le assicurazioni, con la Russia, la Cina (magari collaborando anche alla costruzione di elicotteri da guerra utilizzati in Darfur, salvo poi promettere aiuti per la regione), il risultato non sarebbe altro che un paese fermo, proprio al pari di quello attuale, dove non mancano i taccheggiatori ma non lo sanno fare come prima e questo a prescindere dalle inchieste e dalla fedina penale, ché il Parlamento non è mai stato immacolato in nessun seggio o quasi dai tempi di Cavour e Massimo D’Azeglio. Pensa veramente che alle persona interessi la sua crociata ideologica per il Parlamento pulito (si faccia in giro per città e comuni, non lo devo dire io come funzionano appalti ed assunzioni). O quella per il mondo pulito (vada a vedere chi ci sta guadagnando sui parchi eolici che stanno distruggendo i boschi dell'Irpinia, i monti della Sicilia ad al Nord non si fanno...Stranieri e grandi proprietari terrieri. E non serve a niente che il povero Don Bastiano inizi la sua crociata, sperando che le persone lo seguano, che lo assecondino nella sua follia benevola. Grillo si riguardi il Marchese del Grillo, quel Don Bastiano che piaceva finché faceva divertire e finché lo facevano divertire i più potenti, dal Papa ai francesi, proprio come sta capitando a lei, dai tempi di Fantastico quando la Dc chiudeva gli occhi e gli garantiva fraterna protezione a braccetto con il Pci, salvo poi scaricarlo. Anche lei, proprio come Don Bastiano, finirà solo, resterà solo a gridare con il suo blog, con il suo mondo immaginario e con un branco di persone, che assistendo al suo delirio sul patibolo, non avranno altro che da soffermarsi un po’, riflettere, magari godersi il ricordo di quel suo spettacolo di divertimento (magari proprio a Bologna, dove la perdizione tra buchi, sedicenni drogati, spacciatori a viso aperto, quartieri bronx ben si accompagna al delirio ed al divertimento) durato la follia di un mese, due, magari anche un anno. Perché se lei Beppe Grillo resta Don Bastiano, sul patibolo ci finisce, nell’indifferenza e nell’incredulità di tutti…a meno che non voglia essere qualcos’altro, un “Napoleone”, un “Papa”, che invece quel Don Bastiano disdegnava proprio. Ma allora in quel caso sarà più apprezzato dalla gente (che da lei potrà ricevere molto, perché la gente vuole avere e non essere), dai partiti, dai politici, ma sarà, mi scusi la coincidenza, un Marchese del Grillo, pronto a fare baldoria, ma senza partito o meglio, con tutti i partiti, pronto a vendersi al miglior offerente. Ecco cosa bisogna scegliere in Italia. Ecco cosa deve scegliere lei, se essere condannato o venduto? E scegliete anche voi, nell’impossibilità di essere Papi o Napoleoni, fatevi un sondaggio. Siete Marchesi o Don Bastiani…?

Angelo M. D'Addesio

L’ULTIMO VAGONE
L’anti-politica nasce dal rifiuto della politica attuale e dal vagheggiamento di qualcosa di migliore. Le intenzioni sono lodevoli. Chi conosce i politici sa che essi sono ambiziosi, abili manovrieri, spregiudicati, opportunisti. La maggior parte, purtroppo, sono anche ignoranti, interessati, corrotti, bugiardi: uomini veramente dappoco. A questo punto molti cominciano a sognare di affidare il potere a galantuomini di specchiata onestà e di provato disinteresse; a grandi competenti dediti al bene comune: ma è un sogno contraddittorio. Dovendo mettere un professore d’economia alla guida del Ministero dell’Economia non si sceglierebbe il migliore in assoluto, ammesso che esista un migliore in assoluto e che l’arcangelo Gabriele sia disposto ad indicarcelo: si sceglierebbe uno che è già stato capace di mettersi in mostra. Un  ambizioso che è riuscito a crearsi una fama nazionale. Uno che ha le amicizie giuste. Si cerca insomma l’uomo fuori dall’establishment politico e si sceglie un primo attore dell’establishment culturale. Ma non è tutto: qualunque competente, una volta divenuto ministro, dovrà effettuare scelte che non sono tecniche. Il Ministro dei Lavori Pubblici, se è un ingegnere, saprebbe costruire sia un carcere che un ospedale, ma scegliere quale dei due costruire è una scelta politica, non tecnica. E potrebbe farla anche un laureato in agraria o in filosofia.
I galantuomini, una volta al potere, devono tenere conto delle opinioni del paese, della maggioranza e dei colleghi di governo. I duri e puri non vanno lontano, in politica. Poco importa che uno di loro possa essere assolutamente convinto di una cosa, e che possa persino dimostrarla ai competenti del suo ramo: se la cosa non è opportuna politicamente, o dovrà rinunciare a ciò che desiderava o dovrà scendere a compromessi. E questo atteggiamento è quanto di più lontano dall’anti-politica.
Il popolo sogna cavalieri dell’ideale pronti a lasciare il loro posto, per coerenza e per dignità, al primo stormir di foglie: ma dimentica che nel posto lasciato libero dall’eroe subentra normalmente un uomo più flessibile, meno idealista, meno afflitto da problemi di coerenza e dignità. Un vero politico, insomma. Anche se fino al giorno prima era un illustre medico.
Dire male dei politici in blocco è uno sport che ha i suoi adepti e che non conduce più lontano di una partita a bocce. Innanzi tutto non raramente i leader – compatibilmente con la loro qualità di politici – sono persone di qualità e relativamente oneste: ma ciò che realmente imp