Archivio settembre 2007
Quando i monaci buddisti e i nastri zafferano saranno dimenticati   
Belli e commoventi i nastri rossi, le magliette rosse, le cravatte rosse per dire ai monaci birmani che tutto il mondo è con loro. Il colore giusto sarebbe lo zafferano (però crudo, altrimenti diventa giallo, molto diverso da quello delle tuniche buddiste). Ma non importa, stavolta non è il caso di sottilizzare. Una volta tanto la causa della libertà non conosce divisioni. Se si eccettuano il governo cinese, quello russo e quello indiano, così indissolubilmente legati ai tiranni della Birmania per via di inconfessabili vincoli economici, per il resto non c'è celebrità, rockstar, first lady, che non stia dalla parte di quei monaci santificati dall'eroismo, combattenti miti ma indomiti che con il loro esempio

scuotono le coscienze, strappano tutti noi dal torpore dell'assuefazione accomodante nei confronti delle dittature più feroci. Ha ragione Alessandro Piperno che ne ha scritto sul Corriere: magari il volto dei religiosi di Rangoon venisse stampato sulle t-shirt della gioventù occidentale e prendesse il posto dei pistoleri della guerriglia romantica che, dovunque siano andati al potere, hanno sostituito il dispotismo di prima con una tirannia ancora più pervasiva e inamovibile. Sì, ma poi?
Ma poi, quando la repressione potrà sfogarsi crudele e lugubre come sempre, quando, come tutti temono, la rivolta degli straordinari monaci che sfilano per le vie di Rangoon verrà soffocata in un bagno di sangue e non ci saranno più immagini capaci di inorridire l'universo, quando tutto verrà dimenticato, che ne sarà allora di quell'effimero anelito libertario che ha percorso il mondo in tutti questi giorni? Quanti sms verranno spediti e fatti circolare in tutte le lingue per chiamare alla solidarietà con quegli apostoli della libertà? Chi si chiederà che fine avranno fatto i monaci birmani, i loro monasteri, le loro preghiere, le loro litanie, il colore delle loro tuniche? Ci si appellerà all'Onu, come sempre. Ma l'Onu non farà nulla e anzi si impastoierà nel vortice dei veti incrociati, degli interdetti, degli ostruzionismi. Come è sempre accaduto, dappertutto, in tutti i continenti. Con l'esibizione di un'impotenza, che è anche la presa d'atto che un organismo internazionale nato a difesa dei diritti umani conculcati mette senza pudore a capo dei suoi dipartimenti costituiti alla bisogna rappresentanti di dittature dove i diritti umani sono una bestemmia. Chi oserà sfidare le conseguenze di una crisi internazionale per fare scudo ai monaci coraggiosi della Birmania? E quante risoluzioni delle Nazioni Unite resteranno inesorabilmente lettera morta, documenti di un impegno non mantenuto, di una vigorosa protesta cancellata, di una commozione svanita, di nastri colorati destinati a sbiadirsi?
Le rituali condanne dell'«unilateralismo» attivo e militante, le stanche rivendicazioni del primato dell'Onu impediscono di rispondere alla semplice ed elementare domanda: che fare per impedire massacri e per garantire standard minimi di libertà a chi ne richiede il rispetto rischiando, come i monaci di Rangoon, la propria vita? E se suscita tanta irritazione l'ideologia interventista americana che predica l'esportazione della democrazia, anche con le armi se fosse il caso, qual è l'alternativa suggerita dalla mistica del multilateralismo assunto a dogma, come procedere con il necessario realismo ma con un minimo di sostegno autentico alle vittime di un sistema atroce? E che aspettano, le Nazioni Unite, ad invitare al Palazzo di Vetro un rappresentante di quei monaci affinché possa parlare dallo stesso podio dove ha potuto lanciare indisturbato i suoi proclami Ahmadinejad? Magari indossando tutti, senza vergogna, una splendida maglietta rossa, anzi color zafferano?
Quante risoluzioni dell'Onu resteranno inesorabilmente lettera morta?

Da: corriere.it - Pierluigi Battista    lunedì 01 ottobre 2007

GIORNALI, SCARPE & BICICLETTE
«È stato rovesciato anche un principio sacro. Ormai uno è colpevole (non innocente) fino a prova contraria. E se non è lui a fornire la prova contraria va dritto filato in galera. Il caso di Alberto Stasi è emblematico. Il giovanotto si trova in cella. Se non confessa, se non salta fuori l'arma del delitto, se non si accerta un movente plausibile chi se ne frega. Si andrà al processo comunque e buonanotte. Non c'è un redattore nel nostro Paese cosiddetto culla del diritto, nemmeno uno straccio di cronista che abbia difeso il ragazzo o almeno filtrato criticamente indizi (labili) sulla base dei quali è stato emesso il provvedimento di fermo. La stampa ha rinunciato ancora una volta ad esercitare il ruolo di cane da guardia del potere, dimenticando che quello giudiziario è un potere, esattamente come il governo e il parlamento. I giornalisti - che tristezza stanno sempre dalla parte del più forte e trascurano i deboli...»
Vittorio Feltri, Libero


NON COSA: CHI
Negli ultimi mesi si è parlato molto di Giampaolo Pansa, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e infine di Beppe Grillo. Pansa ha scritto tre libri sui crimini commessi dai partigiani dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Stella e Rizzo hanno descritto i disgustosi privilegi della “casta” dei politici, Beppe Grillo grida denunce ampiamente supportate da parolacce da trivio e vorrebbe mandare a casa tutte le persone importanti.
Il problema è capire perché questi fenomeni abbiano una tale risonanza oggi e non cinque o venticinque anni fa. I libri di Pansa si riferiscono a fatti storici avvenuti oltre cinquant’anni fa; quello dei due giornalisti del Corriere della Sera si riferisce a detestabili pratiche in vigore da decenni; infine Grillo dice cose che ciascuno può udire su qualunque autobus extra-urbano, può sentir gridare in qualunque osteria, può leggere in qualunque blog di arrabbiati.
La prima, ovvia osservazione è che non è nuova la cosa che si dice, è nuovo colui che la dice. Le denunce riguardanti gli abusi, i crimini e i massacri seguiti all’8 settembre del 1943 sono antichissime e notissime. Terminato il conflitto, non hanno smesso di parlarne l’Msi, la stampa di destra e soprattutto, per i lettori di giornali, il “Candido” di Giovannino Guareschi, fondato proprio nel 1945, e il Borghese di Mario Tedeschi. Ovviamente, non hanno smesso di parlarne neanche dopo, qui e là, coloro che i fatti hanno vissuto personalmente, o personalmente ne hanno sofferto: ma il tutto è avvenuto in sordina. La vulgata ufficiale ha sostenuto che tutti i partigiani erano intemerati gentiluomini e tutti i “fascisti” criminali degni di morte. Chi provava a dissentire era un traditore della Resistenza, della Democrazia e della Repubblica. Una simile, sfacciata deformazione della realtà – che ha avuto corso legale per mezzo secolo e oltre - merita una spiegazione.
Innanzi tutto, l’Italia è uscita dalla Seconda Guerra Mondiale vinta, distrutta fisicamente e moralmente squalificata. Essa aveva dichiarato guerra alla Francia quando la Francia era ormai sconfitta (la famosa “coltellata alla schiena”); aveva dichiarato guerra alla Grecia senza nessuna giustificazione e senza riuscire a vincerla; s’era fatta buttare fuori ignominiosamente dall’Etiopia e dalla Libia; era stata l’alleato disarmato, straccione e vagamente ridicolo della Wehrmacht; infine aveva cambiato alleato dichiarando guerra a quella Germania con cui l’aveva cominciata. Mentre dunque il resto del mondo sorrideva ironico di ciò che avveniva in questo sfortunato paese, la soluzione trovata dai nostri connazionali è stata quella di dissociarsi dal proprio passato. L’Italia non è mai stata fascista, per cominciare. I fascisti sono stati sempre “loro”, mai “noi”. Mentre gli italiani si sono identificati per decenni in Mussolini (“Duce, sei tutti noi!”), in seguito si sono identificati in quei pochissimi che sono stati veramente antifascisti. L’Italia fascista, ammesso che sia mai esistita, ha perso la guerra, ma l’Italia vera l’ha vinta. L’Italia vera – la loro – è stata antifascista e soprattutto antinazista, tant’è vero che, durante le innumerevoli “Feste della Liberazione”, il 25 aprile, si è celebrata la vittoria dell’Italia sul nemico nazista. Senza neppure un cenno agli eserciti inglese e americano,  che non si sono nemmeno accorti dell’esistenza dei partigiani italiani (pochissimo citati dalla storiografia internazionale).
Infine va segnalato un particolare non insignificante: il movimento resistenziale, se non interamente comunista, è stato largamente dominato dai comunisti, e questi dunque hanno avuto interesse ad esaltarlo al di là di ogni ragionevolezza. Se ne sono serviti per accreditarsi come liberatori dell’Italia e fondatori della sua democrazia. Anche se l’hanno fondata esclusivamente perché non sono riusciti ad instaurare la dittatura di Stalin. E gli intellettuali, come sempre servi del regime e del Pci, non hanno esitato ad avallare queste panzane storiche.
Questa versione autoconsolatoria sarebbe stata messa in discussione dalle voci critiche si è adottato e dunque, per semplici ragioni di autodifesa, il metodo di squalificare chiunque osasse contestare la Bugia di Stato. Chi osasse dire che il primo articolo della Costituzione dovrebbe essere: “L’Italia è una Repubblica fondata sull’Equivoco”. Se dunque qualcuno denunciava i crimini dei partigiani, bastava dire che l’autore era un “fascista”, anche se era nato dopo la fine della guerra. E la questione era risolta. Perché dar retta a coloro che protestano e strillano? Saranno dei disadattati. Dei falliti. Basta lasciarli parlare.

Le cose non sono andate molto diversamente per i privilegi dei politici. Essi sono stati denunciati infinite volte, da quando c’è la Repubblica: per esempio dal parlamentare Costa. Ma ogni volta s’è lasciato che la gente si stancasse di sentirne parlare. Oppure non se ne accorgesse neppure. Oppure considerasse l’autore della denuncia un originale, un guastafeste senza importanza, un frustrato invidioso.
Col tempo – un tempo lunghissimo - alcuni uomini di sinistra hanno avuto il coraggio di parlare, finalmente, e questo ha cambiato tutto. È vero, questo coraggio, l’hanno avuto decenni dopo i fatti, e dunque è molto relativo, ma è bastato perché la fede nei governanti, nell’antifascismo, nella Resistenza, nel mito di un’Italia democratica, vincente e pulita, anzi, dalle “Mani Pulite”, rovinasse a terra. La novità è che Pansa-Stella-Grillo non si riesce a chiamarli “fascisti”. E non potendo squalificare la fonte, si è stati costretti a chiedersi se fossero veri o falsi i fatti denunciati. È questa la tragedia: i fatti hanno demolito i miti.
Questo spiega il terremoto attuale. Il popolo – anche il popolo di sinistra – è sotto choc. Ma allora è proprio vero, se lo dice un giornalista sicuramente di sinistra come Pansa, che i partigiani hanno commesso molti crimini esattamente come i fascisti! Ma allora è vero che è stata una guerra civile, con comportamenti orrendi da ambedue le parti! Ma allora è vero che i politici che predicano la moralità si comportano da delinquenti scialacquatori del denaro pubblico! E se questa è la realtà, se tanto grande è l’ipocrisia e l’immoralità di chi sta in alto, quale può essere la comprensibile reazione, se non un sonoro “Vaffanculo!”?
Il fenomeno si verifica oggi anche per la concomitanza di altre circostanze. Mentre prima gli idealisti di sinistra potevano sempre attribuire il peggio ai “fascisti”, ai democristiani, alla cricca di potere che si opponeva al lavacro morale proposto dai comunisti duri e puri, oggi i comunisti duri e puri sono al potere, il paese è lo stesso sgovernato e l’esasperazione è resa palpabile dagli applausi a Grillo. E questo provoca una viscerale, rabbiosa delusione, anche nei moderati di sinistra. Oggi si vive un periodo di particolare irritazione nei confronti del governo senza scappatoie ideologiche. E questo letteralmente atterra chi, dal 1945, aveva sperato che, con i comunisti veri al potere (“Ha da venì Baffone!”) tutto sarebbe cambiato. Le denunce non possono essere liquidate dando del fascista al loro autore ed ecco che questa catarsi attraverso la verità, questa presa di coscienza che è anche un esame di coscienza, questa caduta dei miti e dunque dell’autoconsolazione, è vissuta come una tragedia.
L’Italia è delusa. Si guarda allo specchio e si vede nuda. Nuda e brutta.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 29 settembre 2007


MOLLICHINE
Richard Gere: “Nel mio paese come è stato possibile eleggere due volte Bush?” Soprattutto quando si poteva eleggere Michael Moore?

Giordano (Prc): “Vorrei evitare che la costruzione del Pd si limiti ad avere come unico avversario i lavavetri”. Si rassicuri: c’è ancora Berlusconi.

Storace: “In Senato Gemonio si trasformerà in Demonio”. E Storace, finalmente, in Starace?

D’Alema: “In Italia c'è sempre la sensazione che tutto debba crollare e poi non crolla mai nulla”. È ciò che dicevano i romani nel V Secolo.

Fassino: “Grillo è un moralista a pagamento, perché ai suoi spettacoli si paga il biglietto”. Mentre i politici, si sa, non ci costano nulla.

D’Alema favorevole a sanzioni contro l’Iran “se le applicano tutti i paesi”. Anche l’Iran? E quando è avvenuto che tutti i paesi abbiano voluto la stessa cosa?

"Sua mostruosita' "
Dopo lungo silenzio dovuto a un brutto incidente che mi ha messo temporaneamente fuori uso la mano destra, finalmente posso tornare a scrivere  per la gioia mia e di pochi altri  e i rabbiosi "arieccola" dei piu'.
Sono accadute molte cose in Israele e nel mondo in queste lunghe sei settimane, la pioggia di missili su Sderot continua e Israele non reagisce, minaccia di togliere la luce a Gaza ma quelli sono ancora bene illuminati mentre gli abitanti di Sderot sono sempre piu' stanchi e disperati. Alla minaccia delle ritorsioni contro le belve di Gaza il mondo si e' messo a urlare le sue proteste mentre nessuno si sogna di dire una parola per quello che accade ai cittadini israeliani del sud del Neghev. Oggi un razzo ha distrutto una casa in un kibbuz, per fortuna nessuna vittima perche', essendo Sukkot, e gli abitanti erano tutti fuori.
Giorni fa la TV israeliana ha fatto vedere cosa succede nelle scuole di Sderot quando c'e' l'allarme rosso che da' 15 secondi di tempo per salvarsi la vita: i maestri riuniscono velocemente i bambini e si mettoni a cantare e i bambini vincono il terrore cantando e saltando e ballando, sono bambini e basta un niente per distrarli e farli sorridere.
Mentre andavano in onda queste scene si sentiva la sirena  e veniva da piangere di fronte a tanto coraggio. Per quanto forte cantassero non riuscivano a coprire quel suono ma loro continuavano imperterriti, piccoli israeliani coraggiosi.
 Dunque, mentre in Israele continua la vita di sempre, missili, terroristi fermati grazie ai check point e alla barriera, atti di buona volonta' con liberazione di terroristi palestinesi.
Mentre la controparte continua a pretendere e non sa nemmeno cosa significhi fare un atto di buona volonta' palestinese anche perche' nessuno glielo chiede.
Mentre la Lega Araba dichiara che la conferenza di novembre tra Israele, USA e palestinesi e' solo una perdita di tempo.
Mentre si chiede a Olmert di disintegrare Israele, lasciando Giudea e Samaria e Gerusalemme Est agli arabi, ecco che Ahmadinejad, colui che nega la Shoa' e vuole distruggere Israele,  va a parlare all'ONU e alla Columbia University.

 La chiamano "liberta' di parola", una volta si chiamava "vergogna".
 Non mi sono meravigliata che l'invito sia arrivato proprio dalla Columbia , famosa per essere da sempre un ateneo antiisraeliano e filopalestinese fino al fanatismo.
Non ci siamo dimenticati le manifestazioni di odio contro Israele durante la seconda intifada, ovvero la guerra di Arafat contro Israele.
Non ci siamo dimenticati i fischi e i buuuuu diretti agli studenti ebrei che volevano difendere Israele. In quelle occasioni la famosa "liberta' di parola' non era presa in considerazione.
Dunque Ahmadimejad va a parlare, viene accolto a male parole dal presidente dell'Universita' ma chissa' perche' ho avuto l'impressione che fosse tutto preparato per gettare fumo negli occhi di chi protestava.
Una pensata intelligente "Lo facciamo venire , gli diciamo che ci fa schifo perche' e' un crudele dittatore cosi' passiamo per liberali e democratici mentre non siamo altro che dei luridi razzisti antisemiti", infatti il presidente iraniano non se l'e' presa per niente e  ha incominciato a parlare come se fosse stato accolto con mazzi di rose rosse.
Nelle prime file c'era addirittura un tipo, forse uno  studente, che mentre gli altri applaudivano, si applaudivano, teneva il braccio alzato ma non si capiva se aveva il pugno chiuso o il palmo ben disteso, entrambi i saluti andavano bene per l'occasione .
In effetti l'iraniano ha fatto anche ridere, forse ha imparato guardando qualche clip del suo ammiratore Beppe Grillo, e,  quando ha detto "In Iran non abbiamo omosessuali, quelli li avete solo voi in America' ", tutti a sganasciarsi dalle risate  ma nessuno gli ha chiesto di finire la frase "noi non abbiamo omosessuali perche'...li impicchiamo tutti".
No, non glielo hanno proprio chiesto, dimenticanza dovuta forse all'emozione di ascoltare un simile personaggione.
Avete sentito fischi? Io no pero' ho sentito applausi soprattutto quando ha detto qualcosina sulla Shoa' e i palestinesi. Lo ha detto molto dolcemente, con tanta delicatezza  che l'Olocausto, se mai c'e' stato, non e' colpa dei poveri adorati palestinesi, altrettanto delicatamente a detto qualcosa su Israele riscuotendo applausi alla parola "illegalita'".
Applausi, applausi, applausi.
"Sua Mostruosita" e' stato applaudito in America.
 
L'uomo ha fascino, Arafat aveva fascino, Hitler aveva fascino , tutti i peggiori dittatori sono pieni di fascino se no non avrebbero tanto seguito e tutti gli antisemiti del mondo , ormai orfani di Arafat da troppo tempo,  stanno trovando in Ahmadinejad il loro nuovo padre spirituale. Si stanno innamorando, sono felici perche' hanno un nuovo protettore, un rinnovato imput per il loro odio.
Quando all'ONU la moglie di Ehud Goldwasser, rapito  da hezbollah insieme a Eldad Regev, gli ha chiesto perche' non permette alla Croce Rossa di visitare suo marito e il suo compagno, Ahmadinejad ha scosso una mano infastidito come se stesse scacciando un noioso insetto e ha chiesto di andare alla prossima domanda, mi si e' stretto il cuore difronte a tanta ignobile crudelta'.
Avrei voluto averlo tra le mani, urlargli sul viso "maledetto nazista, maledetto".
Non ho letto nessuna parola di sdegno per l'accaduto o  di emozione e commozione  per quella povera ragazza che aspetta suo marito da piu' di un anno  e di cui nessuno sa niente, trattata in quel modo ignobile, come se non fosse esistita, come se nessuno avesse parlato.
E' stata una scena tremenda, penosa, da stringere il cuore e lo stomaco ma e' passata inosservata.
Liberta' di parola, "sua mostruosita' ha avuto la platea in nome di questa espressione ipocrita e schifosa che va bene solo per chi si vuole e che non era stata presa in considerazione in Italia quando un portavoce dell'Ambasciata israeliana non ha avuto facolta' di parlare all'Universita' di Torino o quando l'ambasciatore Gol non ha potuto parlare all'Universita' di Firenze dove gli studenti, cosi' democratici, appena apriva bocca battevano i piedi e urlavano buuuu.
Nemmeno Bibi Netaniahu ha potuto usufruire di questa liberta' quando lo hanno dovuto portare via da un universita' canadese perche'  altri democratici studenti avevano  rotto una vetrata per entrare nell'ateneo e  linciarlo.
Non vorrei essere troppo pessimista ma temo che fra non molto vedremo fotografie del presidente iraniano che vuole distruggere Israele alla destra del ritratto  di "Dio padre', cioe' di quel Yasser Arafat, terrorista seriale, assassino feroce,  guru di ogni antisemita di rispetto.

Deborah Fait . www.informazionecorretta.com <http://www.informazionecorretta.com>

All'Onu l'Italia parla d'altro
Non avere una politica estera non è mai una bella cosa, non averla per poter tenere in piedi la maggioranza di governo è peggio, non solo per il paese che ne è sprovvisto ma anche per il presidente del Consiglio che se ne fa portatore. Il discorso di Romano Prodi, martedì notte, all'Assemblea generale delle Nazioni Unite è stato emblematico sia della debolezza esterna del nostro paese sia degli scricchiolii interni della maggioranza di centrosinistra. Anziché affrontare i temi all'ordine del giorno - in un'aula che poche ore prima aveva ascoltato George W. Bush parlare di democrazia e libertà e accusare la giunta militare birmana, poi Nicolas Sarkozy avvertire il mondo dei pericoli del nucleare iraniano e infine Mahmoud Ahmadinejad delirare contro le forze sioniste e imperialiste - il nostro premier ha svolto un compito formale sul tema delle Nazioni Unite, sulla pena di morte, sull'ambiente, sullo sviluppo dell'Africa, arricchendolo di un paio di frasi di circostanza sulla presenza in Libano e puntando sull'unica vera questione che interessa la nostra diplomazia: l'antica battaglia contro l'allargamento del Consiglio di sicurezza alla Germania. Prodi, per dire, non ha mai pronunciato la parola "Iran", non ha mai detto "nucleare", non ha fatto conoscere la posizione italiana sulle sanzioni, non ha mai citato l'Iraq, non ha mai affrontato il tema Afghanistan, non ha nemmeno sfiorato la crisi birmana. Insomma, nel burocratico discorso prodiano sulle virtù del multilateralismo, sono mancati i contenuti dell'azione multilaterale, era completamente assente un'idea di politica estera e non c'era l'interpretazione italiana delle crisi globali della nostra epoca. L'unica cosa degna di nota del suo discorso, cioè la nobile idea di far approvare una moratoria universale della pena di morte, è apparsa velleitaria e ancora molto lontana dall'ipotesi di successo. Soprattutto è sembrata una battaglia estemporanea, una posizione facile e senza alcun rischio politico sul piano interno, certamente non un tassello di una più ampia dottrina politica a favore dei diritti, della libertà e della democrazia nel mondo.
Soltanto un anno fa, Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D'Alema erano andati all'Onu con l'idea di poter contribuire a far uscire il mondo dalle secche in cui l'aveva costretto la politica unilaterale americana. Il premier aveva incontrato Ahmadinejad, il ministro era convinto di poter dire la sua nella trattativa sul nucleare con gli ayatollah. Entrambi avevano puntato sulla crisi americana e sulla leadership francese. Un anno dopo, la Francia sta con Washington, più di quanto ci stava l'Italia ai tempi di Silvio Berlusconi. E, per sopravvivere, Prodi è costretto a parlare d'altro.

C. Rocca, IL FOGLIO, 27 settembre 2007


Terzomondismo Energetico
Se fossimo in Africa potremmo ben accettare la penuria di acqua, gas, elettricità e magari dare anche colpa ai governi di turno, al “sistema” che non funziona”, al clima ed alla crisi ambientale nel globo. Purtroppo siamo in Italia e sentire un amministratore delegato della principale compagnia (o possiamo chiamarla Ente?) di produzione e distribuzione di energia elettrica che ci prepariamo ad “inverno freddo e buio”, può configurarsi in due forme: la battuta ironica che non fa ridere e suona di cattivo gusto o la totale ammissione di inettitudine di chi da anni ormai gestisce il mercato dell’energia in Italia. Innanzitutto è bene ricordare che il fabbisogno energetico dell’Italia è coprto per il 71,7% da centrali termoelettriche alimentate a gas naturale, importato a peso d’oro da Algeria, Russia e Libia o a carbone. Non esiste alcuna risorsa del sottosuolo a disposizione dell’Italia e l’energia ricavabile da biomasse, da termovalorizzatori è inutilizzabile per ignorantia gentium, tanto inetta da sdraiarsi sui binari per difendere i propri interessi locali, salvo lamentarsi dell’aumento delle bollette. L'Italia è il secondo paese al mondo per importazione di energia elettrica, che non sempre soddisfa la richiesta così che anche sul mercato elettrico siamo succubi dei capricci di Francia e Svizzera. Le nostre obsolete centrali funzionano solo a petrolio, scarsamente con l’idroelettrico, con il carbone, per non parlare della parola “nucleare” abolita dal nostro dizionario. Le centrali elettriche realizzate in Italia o progettata fra il 2002 ed il 2007 sono 129. Di queste la percentuale più ampia è di proprietà dell’Enel. La liberalizzazione dell’Enel del 1999 è stata da sempre una bufala: l’Enel ha mantenuto la grossa fetta di mercato, ha smembrato la società in società di servizi, di distribuzione, di trasmissione ma il Ministero del Tesoro detiene ancora il 21,86% della società e la Cassa Depositi e Prestiti il 10,35%, per non parlare di Generali che ben si riconduce alla famiglia governativa…Insomma la parola liberalizzazione nel 1999, come oggi, è una barzelletta. E’ stato naturale che quella liberalizzazione producesse soltanto una parvenza di concorrenza. Naturalmente le società “concorrenti”, si sono appoggiate alla rete di distribuzione centralizzata, con condizioni svantaggiose per essere e per il cliente e di fatto le varie aziende municipalizzate hanno controllato unicamente l’aspetto produttivo, ma la distribuzione e la fornitura in senso stretto è attribuibile ancora all’”Ente” principale. Attualmente il mercato elettrico italiano è controllato da tre grandi gruppi, di cui uno, l’Eni, è un altro residuato delle apparenti privatizzazioni e l’Edison è controllata al 65% della francese Edf. Fino ad oggi la distribuzione si appoggia sulle fatiscenti reti e cabine dell’Enel e soltanto dal 1° luglio si è concretizzata la vera e propria privatizzazione del mercato elettrico residenziale. Ma il monopolio resterà tale o diventerà oligopolio, visto che Eni ed Enel vanno a braccetto ed Edison non ha ancora le strutture per un’adeguata concorrenza. Enel ed Eni lamentano i ritardi del governo per la mancanza di un piano per l’energia, ma la favola che le valutazioni di impatto ambientale interrompano la costruzione di reti e strutture è incredibile anche per i bambini. A dimostrazione della falsa privatizzazione e della cattiva gestione, le compagnie energetiche sono in passivo continuo ed i loro investimenti non riguardano l’Italia. Enel ha acquistato Erelis in Francia, ha promosso l’OPA per Endesa in Spagna, nell’est è il maggior gestore in molti paesi e stringe accordi in Russia. In Italia gli impianti eolici predisposti dall’Enel (ma anche quelli di altre compagnie) sono state un buon affare per ditte, aziende agricole e comuni, ma le fonti alternative in Italia coprono meno del 15% del fabbisogno energetico (l’eolico solo l’1%). Tutto ciò nonostante Enel abbia varato nel 2006 un piano di investimenti per 4,1 miliardi in energie rinnovabili, ma per quest’anno l’investimento è stato vano. Eppure i parchi eolici al Sud proliferano, ma servono solo per le luminarie festive. In compenso la bolletta viaggia. La nostra è la più cara in media di tutta l’Europa o meglio per consumi fino a per consumi fino a 1800 Kwh sarebbe tra le più economiche, ma la richiesta è talmente ampia che l’incentivazione al basso consumo non funziona. Di contro per i consumi oltre i 3540 kwh, ma anche per le fasce intermedie la tariffa è molto elevata ed è lì che si posiziona il cliente medio italiano. Il 30% della bolletta è gravato da tasse nazionali e locali ed il costo del Kwh oscilla in modo eccessivo e sempre in rialzo Sul piano occupazionale Enel investe ed assume all’estero mentre sono stati chiusi in Italia migliaia di sportelli commerciali e sostituiti con sistemi di call center noiosi ed inutili dove i problemi di difficile risoluzione vengono bollati con lenti invii di documentazione o addirittura non risolti. I posti di lavoro in Enel sono scesi per una cifra pari a circa 60.000 unità. Non esiste un sistema di privacy adeguato, né una trasparenza adeguata (si può essere mandati a quel paese da Giulia, ma non ne risponderà né la fantomatica Giulia, né Enel). L’altra favola di contatori di nuova generazione che terrebbero conto di tariffe multiorario e quindi vantaggiosi nelle ore vuote oltre al calcolo dell’energia attiva e reattiva in ingresso ed uscita così da incentivare l’uso di fonti alternative. Peccato che la sperimentazione sia finita in un groviglio di malfunzionamenti, cambi di tariffe. D’altronde la rete di trasmissione è gestita da Terna (dunque Enel) ed anche in questo senso non esiste possibilità di scelta o di concorrenza. Si potrebbe migliorare la rete esistente, investire in Italia più sulle fonti idroelettricheo geotermiche, piuttosto che sul gas naturale, approntare un piano per il nucleare serio, migliorare servizi di fornitura e distribuzione, essere meno zerbini con la Francia e la Russia. Enel preferisce litigare con i governi (che la sostengono da anni), ora anche con i pollici verdi e dichiarare il nostro “terzo mondo energetico”, di cui però non può scrollarsi le sue piene responsabilità.

Angelo M. D'Addesio

LA PENA DI MORTE IN GUERRA
È di questi giorni la notizia che il Senato ha approvato in via definitiva l’abolizione della pena di morte anche nel caso delle leggi militari di guerra. Ovvio tripudio fra coloro che considerano questa pena barbara ed anche fra coloro che hanno un giusto rispetto della vita umana. Ma è una norma praticabile?
In tempo di pace e nei confronti dei delinquenti comuni, la discussione su questa sanzione ha tutta una sua letteratura. Una letteratura che non sarà necessario rievocare in questa sede. La situazione è diversa in guerra. Durante le operazioni belliche si può ricevere un ordine che, alle orecchie di chi lo riceve, corrisponde ad una condanna a morte. Se si ordina ad un fante di andare a farsi macellare dalla mitragliatrice nemica, come avvenne milioni di volte durante la Prima Guerra Mondiale, che valore deterrente può avere qualunque sanzione che non sia la morte stessa?
Bisogna essere molto chiari, su questo punto.
Quando lo Stato impone un tributo, condisce la norma con una sanzione che rappresenta un aggravio in caso di mancato pagamento. “Devi cento e se non paghi ti obbligherò a pagare duecento, più gli interessi e le spese”. A questo punto il cittadino può trovare più conveniente pagare cento che molto di più. Ma se l’ordine è “buttati in questo burrone”, quanto varrebbe una sanzione che prevedesse un anno di carcere? Dopo un anno di carcere si esce in buona salute e riposati (fin troppo), mentre dal burrone si esce morti o, se si verificasse un miracolo, azzoppati per sempre.
In guerra si ricevono ordini demenziali che per i sottoposti rappresentano un’alta probabilità di suicidio. L’unica ragione per obbedire è che, se ad un uomo dànno un ordine per il quale il rischio di morire è quasi sicuro (90%), gli conviene ancora obbedire, se sa che diversamente lo metteranno al muro e lo fucileranno (100%).
Naturalmente molti lettori giovani penseranno che questi ragionamenti sono mitologici, arcaici, pressoché  criminali. Pensano che nessun superiore militare darebbe mai un ordine per il quale i sottoposti rischiano di morire ed anzi ne sono quasi sicuri. Questo dimostra soltanto che l’Europa non conosce guerre da circa sessant’anni.
Si può essere contenti dell’abolizione della pena di morte dal codice penale militare di guerra, in tempo di pace, ma si deve sapere che essa sarà ripristinata immediatamente il malaugurato giorno in cui l’Italia si dovesse trovare ad applicare il codice penale militare di guerra in tempo di guerra.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 26 settembre 2007

APPUNTI PER IL DOPO. QUALE DOPO?
Il “Foglio” ha pubblicato una serie di articoli, tutti di un’intera pagina, dal titolo “Appunti per il dopo”. Io, pur scrivendo più a lungo del solito, me la cavo con molte meno parole. Del resto, se si vuole contestare, c’è abbastanza materia già così

Il problema di ciò che ci attende dopo la morte, “il paese non ancora scoperto dal cui confine nessun viaggiatore ritorna”, come dice Amleto, non esisterebbe se gli uomini non fossero i più intelligenti degli animali. Infatti la coscienza che morremo non è naturale: è una deduzione logica. Anche se ci sentiamo magnificamente bene, sappiamo che la nostra sorte non sarà diversa da quella di coloro che sono nati cento o duecento anni fa. La nozione della morte è culturale: un gatto o un cane possono benissimo credere che la morte di un loro simile sia un incidente che magari a loro personalmente non capiterà. E questo significa che un cane o un gatto, anche ad avere un comprendonio superiore a quello che già hanno, non avrebbero mai problemi metafisici di questo genere. Invece, sin dalla più tenera età, l’uomo sa di essere condannato.
L’intelligenza dell’uomo non basta tuttavia a guarirlo dai suoi limiti emotivi. Ha la capacità di capire come stanno le cose, ma non ha abbastanza rigore logico per capire non c’è niente da fare. Per questo, dopo avere dedotto correttamente l’inevitabilità della fine, controbilancia le certezze della scienza con la fantasia e, per così dire, con le certezze del cuore.
Un’espressione come “certezze del cuore” lascia inevitabilmente trasparire un profondo disprezzo intellettuale. E tuttavia questo disprezzo sarebbe un errore. Freud ha largamente dimostrato che l’uomo più intelligente si comporta come tale quando non c’è interferenza emotiva o fobica; mentre, quando questa interferenza esiste, regredisce al livello del fanciullo o del primitivo. Ecco un caso in cui la “certezza del cuore” supera quella della logica.
Un secondo esempio che impedisce di disprezzare questo genere di convinzioni è il fatto che Tommaso d’Aquino – non certo uno sciocco – ha messo fra le prove dell’esistenza di Dio quella “eudemonologica”. L’argomentazione si può così sintetizzare: dal momento che tutti gli uomini aspirano alla felicità, e sarebbe strano che si sbagliassero tutti, questa corale aspirazione non può essere delusa e riceverà come risposta Dio stesso, la suprema beatutidune. Che è come passare dal desiderio di vincere alla lotteria alla certezza della vincita.
L’uomo non ama l’idea di dover morire e per questo se ne difende come può. Ha paura della fine? Basta dire che non morirà. Che anzi la morte è apparente. Vede che il corpo si corrompe, e puzza, e diviene cenere? Inventa l’anima immortale che rimane lustra e incorruttibile come l’oro. Deve ammettere che Amleto aveva ragione, nessuno dà segni di vita, una volta che è partito per quel paese da cui nessuno ritorna? Non importa. Molta gente crede di avere la prova dell’aldilà se sogna il nonno, crede nei miracoli fatti dai santi (illustri defunti che dunque sono ancora vivi), inventa un mondo ultraterreno di credenze e riferimenti, dalle belle ragazze del paradiso musulmano all’universo poetico e teologico di Dante. E poi, argomento decisivo, non sono in tanti, tantissimi, quelli che credono nell’aldilà? Come potrebbero sbagliarsi tutti? Come potremmo non essere tutti felici, un giorno?
Nessuno mai si sognerebbe di ipotizzare un “dopo la morte” se non avesse paura della propria morte. Se gli uomini non morissero, chi mai, fra loro, oserebbe ipotizzare un aldilà per i polli e i maiali che mangia? Chi non riderebbe dinanzi alla diffusa credenza di qualcosa di cui non si ha mai, assolutamente mai, un riscontro concreto? Nella realtà com’è, invece, la paura fa novanta ed anche aldilà.
Chi è incapace di illudersi, chi preferisce la verità alla consolazione, per il dopo non ha problemi metafisici. Perché non c’è nessun dopo. Suona terribile, è vero: ma perché mai ciò che è terribile non dovrebbe essere vero? Un giovane di trent’anni che si sente diagnosticare un cancro incurabile e a rapido decorso, può forse esorcizzare quella notizia dicendo che essa è orrenda e dunque non può essere vera? I cimiteri sono pieni di persone morte in un momento in cui alla morte non si pensa neppure.
Non rimane che vedere se questa visione della realtà com’è non offra qualche vantaggio. Il primo è che si va sul sicuro, la verità non può essere smentita. Essa si appoggia su una base di marmo, fredda e scostante, ma incrollabile e a prova di smentite. L’uomo che sa di essere mortale non ha l’angoscia di sapere se esiste un paradiso e se ci andrà. Una volta un Papa molto anziano stava male e a qualcuno che per consolarlo gli diceva che, comunque, non poteva che andare in paradiso”, rispose: “Il più tardi che sia possibile, figlio mio, il più tardi che sia possibile”. Che non è quello che avrebbe detto se non avesse avuto dubbi.
Il miscredente dell’aldilà non ha né speranze di beatitudine né paure di un inferno mitologico. La precisa accettazione delle dimensioni dell’arco della vita umana, ben lontano dall’’eternità, lo spinge a programmare la propria esistenza tenendo conto dei suoi limiti. Mai rischiare la galera, perché non ci sarebbe modo di recuperare quei mesi e quegli anni. Mai sperare in una compensazione dei mali, perché nessuno, in alto, tiene questa contabilità. Mai lavorare accanitamente a settanta od ottant’anni perché è doveroso o necessario per costruire qualcosa: a quell’età l’unica cosa ragionevole è prenotare un loculo al cimitero e intanto godersi il sole. L’unica giustificazione, per lavorare quando non ce n’è necessità, è che il lavoro diverte o gratifica. Allora sì, si può lavorare: se ne ha lo stesso diritto che si ha di giocare a bocce. Ma per il resto, il mortale è avaro della propria vita perché sa che è l’unica. Ed è dannatamente breve.
La perdita di vista dell’eternità ridimensiona anche la vita dei giovani. Se sono saggi sanno che da un lato, per avere un buon futuro, bisogna occuparsene: non danneggiare la propria salute, per cominciare, e procurarsi di che vivere senza però esagerare. Bisogna assolutamente evitare di rinviare la vita. Niente e nessuno assicurano che ci sarà un momento in cui godere dei frutti di sacrifici forse eccessivi. Chi rischia la vita per sciocchezze è uno scervellato, chi volontariamente vive malissimo il presente per vivere benissimo in futuro è uno che scommette il suo intero patrimonio su un cavallo che può persino non arrivare al traguardo.
Il mortale è avaro del proprio tempo e dei propri giorni perché sa - scientificamente sa - che un giorno qualcuno potrà dire di lui: “è vissuto settantadue anni, quattro mesi, sei giorni, ventidue ore, diciotto minuti e venti secondi”. A quel punto, ammesso che un cadavere possa avere rimpianti, chi non sarebbe triste all’idea di avere sprecato tanto tempo della propria vita, di avere considerato “noiosi” i tempi morti e perfino le giornate normali? Chi – vicino alla morte – non darebbe chissà che cosa per avere la possibilità di rivivere le ore di anticamera, le ore di lavoro, i momenti passati in fila all’ufficio postale, tutti quegli intermezzi che si aveva avuto tendenza a buttar via, come si butta via l’imballaggio degli oggetti? E ora, a conclusione della commedia, come avrebbe detto Augusto, si vede che essi erano contati: fino ai diciotto minuti e venti secondi.
Solo l’uomo che sa di essere interamente mortale riesce a guardare la realtà senza distogliere lo sguardo. Non arriverà all’orgoglio sovrumano di Socrate che, a settant’anni, non si abbassa a sfuggire alla pena di morte, ché tanto non aveva molto da vivere: ma saprà accettare di essere quello che è. Non si farà illusioni su se stesso e sul proprio destino, ma proprio per questo cercherà di trarre il meglio dal breve tempo che l’incontro di uno spermatozoo e di un ovulo gli ha concesso. Tutti siamo il risultato dell’istinto di conservazione della nostra specie e questa stessa specie non è immortale. Come ci insegnano la buonanima del Thyrannosaurus Rex e, infinitamente più vicino a noi, il simpatico Mammut.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 25 settembre 2007

Perché l'antipolitica colpisce a sinistra
Antipolitica è un termine generico, copre esperienze diverse. La variante italiana attuale si ispira al «moralismo (pseudo) legalitario»: l'idea è che la democrazia sia caduta nelle mani di una banda di corrotti che si è posta al di sopra della legge. La soluzione è spazzar via la banda e sostituirla con gli «uomini comuni », i cittadini onesti, laboriosi, ligi alle leggi. E' la stessa visione che circolava negli anni '92-93, all'epoca di Mani Pulite, della «rivoluzione dei giudici ». Ma ci sono due fondamentali differenze. La prima è che a quell'epoca, anche coloro che di quella rivoluzione condannavano gli eccessi, avevano la speranza di un «nuovo inizio»: si era chiusa un'epoca storica, dominata dagli equilibri internazionali della guerra fredda e, in Italia, da una quarantennale, e ormai consunta, «democrazia bloccata». Le forze politiche scampate alle offensive giudiziarie erano in pieno rinnovamento. L'Italia era un cantiere aperto. Era lecito sperare che la democrazia della Seconda Repubblica, di cui si attendeva con impazienza la nascita, fosse migliore della Prima. Oggi non è così, quelle speranze non ci sono. Oggi la sola speranza è che in qualche modo si arresti la disarticolazione del tessuto democratico, che non ci succeda di finire tutti quanti dentro un grande buco nero.
La seconda differenza è che l'ondata antipolitica dei primi anni Novanta si abbattè soprattutto, come era inevitabile, sui partiti che avevano ininterrottamente governato nei decenni precedenti. Adesso il bersaglio principale è la sinistra governante. Per molte ragioni, ma la più importante è che la sinistra, chiusa la fase della «rivoluzione dei giudici», fece un madornale errore, stigmatizzato come tale solo da pochissimi dentro quel-l'area (ad esempio, e fin da subito, da Emanuele Macaluso, già dirigente e figura storica del Pci).
L'errore fu di continuare, ben oltre la conclusione dell'epoca di Mani Pulite, a blandire e a coccolare i vari portabandiera del moralismo legalitario (si pensi al cosiddetto «popolo dei fax») senza percepire che la carica antipolitica di cui quel moralismo era portatore avrebbe potuto, prima o poi, ritorcersi contro chiunque, anche contro loro stessi. L'errore fu doppio: da un lato, quello di non essersi smarcati in tempo dagli aspetti meno accettabili connessi all'attivismo giudiziario (nell'errata convinzione che i danni maggiori li avrebbero subiti, sempre e comunque, i «nemici»: prima il pentapartito e poi Berlusconi), di non avere puntato alla ricostituzione di un corretto equilibrio fra potere rappresentativo e potere giudiziario; dall'altro lato, quello di non avere usato armi culturali efficaci, di non avere messo in campo argomenti forti, ed energicamente sostenuti, per contrastare il moralismo legalitario e decontaminare dai suoi influssi la propria base elettorale.
Non si può, ad esempio, fare una campagna elettorale all'insegna della lotta contro il «regime » di Berlusconi promettendo che le leggi, tutte «infami» per definizione (con la sola eccezione, forse, della patente a punti), approvate dal regime stesso, verranno abolite, e poi pretendere, quando le prassi di governo non si accordano con le promesse, di non suscitare delusione e scandalo in coloro che avevano preso sul serio quei propositi. Non hanno torto gli adepti del moralismo legalitario quando parlano di promesse non mantenute. Anziché combatterla con rigore, la sinistra, per anni, ha ritenuto conveniente lisciare il pelo all'antipolitica nella variante italiana. Senza immaginare che un giorno le sarebbe stato presentato il conto.

22 settembre 2007 - Corriere della Sera -
La delusione dei moralisti di Angelo Panebianco


L'eterno mito della diversità
Non è solo questione di antipolitica. Si ha l'impressione, infatti, che quello che sta accadendo in queste settimane, e che ha avuto un momento esemplare nella seduta di giovedì al Senato, sia qualcosa di più profondo, che viene da lontano. E cioè sia l'ultimo atto di quella disintegrazione del quadro politico e degli attori della prima Repubblica di cui fu un simbolo quindici anni fa Mani pulite. Allora, nel '92-'93, il terremoto risparmiò per varie ragioni la sinistra di tradizione comunista. Tra queste c'era principalmente il fatto oggettivo che essa aveva avuto responsabilità certo minori nella gestione, e dunque nella degenerazione affaristica, del potere. Aveva anch'essa una grossa colpa, ma di ordine tutto politico: con il suo radicalismo aveva mantenuto il sistema bloccato, privo di alternative. La storia le concesse quindi, benignamente, una inaspettata occasione: le «abbuonò» il radicalismo che ancora la pervadeva concedendole di arrivare a quel governo a cui, con il Caf in piedi, non sarebbe certo mai arrivata. Oggi possiamo dire che quell'occasione la sinistra ex Pci l'ha clamorosamente sprecata. Essa non capì allora, e non ha capito per tutti questi anni, che, in quanto promossa dalla storia a sinistra riformista di governo senza esserlo, il suo primo compito e il suo primo interesse dovevano essere quelli di diventarlo davvero. E cioè di condurre una grande battaglia di rottura culturale rispetto al proprio stesso passato per cancellare dal suo popolo la mentalità radicale, e dunque potenzialmente sempre incline al massimalismo di vario tipo, che fin lì l'aveva caratterizzata.
Mentalità fatta da un conglomerato di idee, di sentimenti, di pulsioni diverse. Per esempio che il governo diverso dal nostro non può che fare leggi orribili le quali vanno subito cancellate; che la richiesta di galera per i delinquenti e di vie silenziose di notte è «di destra»; che l'avversario politico ha una qualità morale differente e in ogni caso neppure comparabile con la nostra; che ogni modifica alla legislazione del lavoro che non ha il placet sindacale è per ciò stesso un attentato alla libertà; che le tasse colpiscono i ricchi e, dunque, «facendoli piangere» non sono mai troppe; che nei confronti degli immigrati clandestini o dei giovani dei centri sociali la legge e l'ordine sono una semplice option, e via di seguito. Invece con questo ammasso di idee, di sentimenti e di pulsioni, radicate da decenni nel popolo di sinistra, nel loro stesso popolo e in qualche misura anche in loro stessi, nella loro identità politica, i dirigenti della sinistra che pure si diceva riformista i conti, in questi quindici anni, hanno accuratamente evitato di farli. Sono rimasti prigionieri di quella che è stata la vera, paralizzante maledizione della cultura di tradizione comunista: il continuismo. Bisognava mantenere la finzione del cammino ininterrotto e soprattutto coerente da Gramsci a Romano Prodi, che tra vini vecchi e otri nuovi, o viceversa, non ci fosse alcuna incompatibilità. Quindi al massimo «svolte», ma mai l'idea che fosse necessario affrontare a muso duro il passato dicendo, anzi gridando, chessò: «Nel '48 De Gasperi ha salvato la libertà del Paese», ovvero «era giusto, come voleva Craxi, mettere i missili a Comiso » ovvero ancora «la questione morale di Berlinguer era una strada che politicamente non portava da nessuna parte»; e magari aggiungere: «Guardate, cari amici e compagni, ammazzare o essere complici degli assassini forse è peggio che rubare». Invece nulla. A loro parziale attenuante i dirigenti della sinistra ex Pci possono peraltro osservare, e ben a ragione, che né i cattolici democratici né la sinistra non ex Pci, entrambi loro alleati, non li hanno mai incalzati in questa direzione.
Anzi: i primi sono arrivati spesso a scavalcarli strizzando l'occhio a estremismi e estremisti vari (vedi Prodi con Rifondazione), e la seconda ha sempre e solo badato a cercare di egemonizzarli intellettualmente facendosi ogni volta forte delle loro contraddizioni per impartirgli le lezioncine del caso nei suoi sussiegosi articoli di fondo. Il moralismo intinto di demagogia con il quale il popolo di sinistra oggi si avventa feroce contro i Ds, contro il centrosinistra e il suo intero personale politico, è l'altra faccia del radicalismo lasciato così a lungo indisturbato a prosperare. In politica le cose si tengono sempre tutte. Il radicalismo ideologico, in quanto rifiuto del compromesso, della medietà, dell'idea che il mondo non è tutto nero o tutto bianco, essendo cioè rifiuto delle cose così come abitualmente sono (e non possono non essere), è fatto apposta per alimentare l'idea della obbligatoria «diversità» antropologico- morale. Che per essere di sinistra si debba essere «diversi» è l'altra faccia dell'idea che chi non è di sinistra è per ciò stesso moralmente dubbio. Alla «questione morale» si permette così di divenire la vera identità politica della sinistra, mentre la linea politica perennemente in agguato si riduce ad essere il moralismo dei demagoghi.

23 settembre 2007 - Corriere della Sera - 
Questione morale e identità della sinistra di Ernesto Galli della Loggia


Ladri di biciclette
Un imbecille ha avuto la brillante idea di mi rubarmi la bicicletta. Ma la fortuna, una volta tanto, ha deciso di porgermi le sue scuse.

Mio padre è riuscito a ritrovarla. Era in possesso di un uomo di nazionalità albanese che ad esplicita richiesta  sul perché l'avesse rubata si è giustificato dicendo: «me l'ha venduta un calabrese».

Dal sito alittledestruction

LA COMPLESSITÀ DEL REALE
L’uomo è diverso dagli altri mammiferi perché si è specializzato nell’intelligenza. È lento nella corsa e tuttavia è capace di correre in auto più di un ghepardo, per non dire che vola; il suo morso non è temibile e tuttavia ha inventato armi più micidiali di quelli della tigre; vede meno bene di un’aquila di giorno e meno bene di un gatto la notte e ha tuttavia inventato binocoli, microscopi e telescopi. Insomma, ha più di un motivo per montarsi la testa. Cosa che del resto non ha mancato di fare.
Questi risultati ovviamente sono l’opera dei più intelligenti e infatti lo scienziato, il politico o il filosofo conoscono la complessità delle cose di cui si occupano e sono molto prudenti.  Viceversa, la presunzione si manifesta al suo massimo livello fra gli imbecilli. Costoro, quasi per ogni problema, hanno spesso la soluzione pronta. L’ordine pubblico? Basta mettere in galera chiunque commetta qualunque reato e buttare via la chiave. L’immigrazione? Basta rispedire tutti gli irregolari a Gheddafi e se non li accetta buttarli in mare dinanzi alla costa. Abolire la disoccupazione? Basta che lo Stato assuma i disoccupati. Anche per i difetti della politica la soluzione è semplice: basta mandare a casa tutti i parlamentari e mettere al potere un galantuomo. La gente non ha la più pallida idea della dinamite che maneggia con disinvoltura.
La cosa ha una spiegazione.
Il cervello dell’uomo, a meno che non abbia ricevuto un addestramento molto lungo e di alto livello - e sempre che non ci siano interferenze emotive - non è adatto alla complessità. Le ragioni per cui dopo un mattino di sole in un dato posto potrebbe aversi un terribile temporale sono molto difficili da individuare. Ammesso che gli fossero forniti tutti i dati, un meteorologo potrebbe dare solo una previsione probabilistica. E anche a posteriori dovrebbe studiare parecchio, per spiegare l’avvenuto. L’incompetente invece non ha problemi. Per lui la realtà è molto meno complessa. Guardando  la pioggia dice: “È chiaro, il tempo me lo fa apposta. Oggi che finalmente potevo …” Come il bambino e come il selvaggio, l’incompetente è naturalmente animista. Perché l’animismo è una semplificazione del reale molto più comprensibile della scienza.
Questa tendenza dell’uomo dà un’eterna vita alla demagogia. Se ad un operaio si dice che deve inchiodare un asse con venti chiodi, anche se gliene sono stati forniti solo diciotto, ci chiederà se ci ha dato di volta il cervello. Ma quando Luciano Lama, indimenticabile segretario della Cgil, disse che “il salario è una variabile indipendente”, ben pochi lo giudicarono pazzo. Lo stesso operaio che non avrebbe saputo piantare venti chiodi avendone ricevuto diciotto prese sul serio quell’affermazione e insieme con lui la prese sul serio l’intera sinistra italiana. Perché? Perché è più facile dire “io voglio l’aumento” che dire “Vediamo se ci sono margini per darmi di più, o vediamo se l’impresa possa essere più redditizia per tutti”. La prima affermazione è semplice e diretta, la seconda è complessa e difficile.

Molta gente è sicura che i problemi facili da formulare sono anche facili da risolvere. Le fonti rinnovabili di energia sono un buon esempio. Posto che il petrolio scarseggia e un giorno finirà, posto che bruciare combustibili crea molto CO2, ecco la soluzione: dal momento che il sole ci inonda con tanta energia che, catturando quella che la Terra riceve in un giorno, l’umanità potrebbe vivere di rendita per molti anni, può dunque essere tanto difficile catturarne molto, molto di meno, fino ad avere un po’ d’elettricità? L’energia di un semplice temporale è spaventosa: perché non rubarne un pochino, senza sporcare nulla? Facile a dirsi. E infatti in molti lo dicono. Perché il problema, posto in questi termini, è facile. Poi il competente prova a spiegare che i mulini a vento dànno relativamente poca energia e quando non c’è vento non ne dànno nessuna. Che i pannelli fotovoltaici sono troppo costosi e forniscono troppo poca energia per fare a meno del carbone o del nucleare. Che l’energia delle maree è enorme, prova ne sia che in Francia hanno provato a sfruttarla (vicino Saint Malo), ma l’iniziativa non ha avuto seguito. E lo stesso nessuno gli crede. A questo punto se, dinanzi al muro dell’incomprensione, il competente fa asciuttamente notare che, se la soluzione fosse semplice, sarebbe già stata adottata, non ottiene lo stesso nulla. Qual è infatti la conclusione dell’imbecille? Che c’è un complotto per far vendere il petrolio agli sceicchi. Che forse esiste già il motore ad acqua e le multinazionali impediscono che sia commercializzato. E gli astanti, imbecilli quanto lui, gli dànno ragione. Si creano addirittura partiti che vanno al governo per fermare la storia, dicendo sciocchezze che farebbero arrossire i banconi dei bar di periferia.
Gli esempi sono innumerevoli. Nietzsche ha notato che nessuno, se non un chimico o un egittologo, si mette a discettare di chimica o di egittologia; viceversa, se si pone un problema morale, tutti hanno l’aria di affermare: “Avete fatto bene a chiedere a me, avete trovato quello che sa bene come stanno le cose”. Nello stesso modo, molti hanno la soluzione in tasca per tutto. Conoscendo un centesimo del problema si lanciano in intrepide affermazioni e giustificano il detto di Alexander Pope per cui fools rush in where angels fear to tread, gli sciocchi si precipitano correndo dove gli angeli temono di posare il piede.
In troppi ignorano che la democrazia dà diritto a votare, non ad essere stupidi.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 21 settembre 2007


La gioiosa macchina economica di Grillo (ovvero chi c’è dietro la forza economica del comico?)
Ora che ha raggiunto i due obiettivi che ogni politico italiano (e quindi anche lui) ha raggiunto, ovvero l’essere considerato l’eroe del popolo, la “vittima dei poteri forti” che grida ovunque il suo vaffanculo contro chi lo vuole zittire (prerogativa che è stata di tutti i premier italiani dal dopoguerra in poi, tranne solo De Gasperi ed Andreotti per motivi opposti, il primo parlava poco, il secondo sapeva come zittirli), Grillo ci dimostrerà di essere l’uomo della trasparenza. La trasparenza dei suoi innumerevoli tour, ben tre negli anni 2005, 2006, 2007, dove con diversi spettacoli ha fagocitato nelle sue casse un bottino non indifferente, un guadagno da capogiro, marcando visita in moltissimi palazzetti d’Italia con un media biglietto di circa 30 euro versati gentilmente da tutti gli italiani, divertitisi per pagare e per arricchirlo, sentendosi dire da lui, ciò che egli stesso pensano o dicono seduti a tavola a pranzo o a cena con gli amici. E le domande cui l’uomo della pulizia, della politica differente, della voce ai cittadini dovrebbe rispondere sono tante, se non fosse solo per il debito verso tutti coloro che hanno riempito i palazzetti e le sue tasche:
1) Dov’è l’impero di Grillo? Dov’è il suo triennale e trionfale bilancio alle spese degli italiani, dopo anni di sontuosi guadagni televisivi e non?
2) Chi c’è dietro la macchina degli spettacoli, quella che gli ha organizzato le 93 tappe del Tour 2005, le 62 del Tour 2006 e le 94 e molte, molte di più del Reset Tour 2007?
3) Da chi promana questa gigantografia di eventi, forse dal partito che egli stesso addita e che gli ha fruttato circa 30.000 euro per la partecipazione alla Festa dell’Unità, dove ha offeso i suoi datori di lavoro?
4) Per quale motivo Beppe Grillo, con silenzioso razzismo culturale (forse che il Sud non ha l’onore o l’intelligenza di comprendere le sottigliezze del complotto politico) e politico (perché nel pregiudizio grillesco è meglio giocare in casa piuttosto che arrischiarsi nei feudi della destra più presenti al Sud) e commerciale (il Sud preferito sistematicamente d’estate ed unicamente nelle località di mare) si ostina ad ignorare l’Italia Meridionale, degnandola solo di otto tappe, di cui due turistiche a Lecce e Taormina e due obbligate a Napoli?
5) Quanti sponsor, al di là del suo blog, muovono la macchina di sovraesposizione grillesca, una macchina da uno spettacolo al giorno, con passaggi radiofonici, televisivi, locali e non?
Ci dica Grillo, ci dica. Ci faccia uno spettacolo di auto-Vaffanculo…a noi poveri cristi che facciamo il tifo per lei, mentre lei potrà chiudere baracca da un momento all’altro e fare fallimento con sontuosa liquidazione. CHIAREZZA, parola che vale anche per Lei.

Angelo M. D’Addesio - http://ilparoliere.ilcannocchiale.it








(cp x "20 settembre")

IL GOVERNO CHE SI MERITA
Ci sono problemi insolubili che non per questo perdono il loro fascino. Se non fosse così, non ci si sarebbe occupati per tanti secoli di metafisica, anche se non si è mai giunti ad una conclusione valida per tutti. E quando Kant ha cercato di mettere punto a queste diatribe, c’è riuscito in parte in ambito filosofico, ma nulla è cambiato in ambito etico e religioso.
Un problema che non è metafisico, e che tuttavia apre la porta a una discussione senza fine, è il seguente: ogni popolo, come si usa dire, “ha sì o no il governo che si merita”?
A favore del sì depone la storia della Francia. Questo paese non è mai stato sottoposto ad una vera oppressione e non raramente ha fatto rivoluzioni non per avere un governo del tutto diverso ma solo per “migliorarloe”. A parere di Tocqueville, dopo la Grande Révolution s’è visto che il paese era meno cambiato di quanto molta gente non pensi. Inoltre ci sono state rivoluzioni, come quelle del 1830, del 1848, e per ultima quella del 1968 (se così vogliamo chiamarla), che hanno cambiato solo la facciata o neppure quella. Qualcuno ha detto “quand la France s’ennuie, elle fait une révolution”, quando la Francia si annoia, fa una rivoluzione: figurarsi se non la farebbe, nel caso qualcuno cercasse seriamente di opprimerla.
A favore del no, per la stessa Francia, depone il fatto che essa ha avuto la fortuna di avere avuto al potere anche personalità di grandissimo rilievo e carisma (Luigi XIV, Napoleone, De Gaulle) che tuttavia non ne hanno mai approfittato per instaurare una dittatura pesante o, peggio, sanguinaria. Luigi XIV era addirittura un sovrano assoluto che tuttavia non ha mai dovuto alzare la voce per rimanere al vertice del suo paese. Montesquieu ha infatti potuto sostenere che la molla fondamentale della monarchia era l’onore, cosa, aggiungiamo, molto lontana da quel terrore che è il sostegno centrale della dittatura. Ma ecco il problema: se Napoleone, invece di essere l’uomo che sappiamo, si fosse presto rivelato un tiranno alla Stalin, i francesi sarebbero stati in grado di liberarsene? È possibile, certo: ma è certo più che lecito dubitarne. E in quel caso i francesi avrebbero meritato di avere uno Stalin, come padrone?
In realtà non è possibile dare una risposta univoca e valida per tutti i paesi. Tutto quello che si può constatare è che ci sono paesi dalla lunga tradizione di libertà (Gran Bretagna, Svizzera) e paesi dalla lunga tradizione di tirannia. S’è pure visto che paesi è cui stata regalata l’indipendenza, condita con l’esempio della democrazia (Africa nera), non che allinearsi con le istituzioni degli ex-paesi imperiali (Francia, Gran Bretagna) sono subito ricaduti nel regime tribale e alla fine sotto il tallone dell’uomo forte del momento. Una relativa libertà si è avuta solo in Egitto e in Marocco, solo perché in questi paesi già da secoli s’è avuto un notevole sviluppo di civiltà, se comparati con i vicini di casa.
Rimane infine la curiosità per i molti paesi che non sono né la Svizzera né il Burundi, come l’Italia. Il nostro paese non è stato né il paradiso delle libertà repubblicane (si pensi allo Stato della Chiesa!), né una collezione di satrapie: il granducato di Toscana è stato un esempio di buon governo. Purtroppo, ha anche avuto, come costanti, il clientelismo, la corruzione, l’inefficienza della macchina statale, le scarse virtù militari, la furbizia come regola di comportamento e una politica estera inaffidabile e opportunistica. Purtroppo queste caratteristiche si sono mantenute invariate sotto i Savoia, sotto Mussolini e durante la Repubblica. Dunque abbiamo il governo che meritiamo. Tuttavia possiamo congratularci con noi stessi: pur essendo ben poco inclini ad andare controcorrente, o a scendere in piazza per difendere le nostre libertà, abbiamo avuto la fortuna di governanti sostanzialmente miti, perfino quando, come Mussolini, sono stati dei dittatori.
Dell’Italia si potrebbe dire, come si dice dei ragazzi svogliati, “potrebbe fare di più”. Ma possiamo portare il cinque a sei ed evitare di farle ripetere l’anno.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it - 20 settembre 2007


BEPPE GRILLO: DON BASTIANO O IL MARCHESE?
Sapete chi mi ricorda Grillo? Don Bastiano, quel personaggio de “Il Marchese del Grillo” (scusi la coincidenza, ma è vera non una burla), un prete spretato e scomunicato che sul patibolo coglie l’occasione per sfogare la sua rabbia e la sua verità contro il mondo, chiedendo alla gente di inchinarsi e di genuflettersi a lui e con lui alla volontà suprema (che nel caso di Grillo è quella popolare), così che tutti possano accorgersi di chi sta gridando e di che valore sia la sua funzione, quella di prete delle buone cause, fra prostitute e crocefissi. Don Bastiano, ecco Grillo è Don Bastiano. Le ultime parole di Don Bastiano furono le grida del suo perdono “ora, anche io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della terra. E per ultimo, al Boia qua, che si crede il padrone della morte. Ma soprattutto posso perdonare a voi... figli miei... che non siete padroni di un cazzo!”, ho citato testualmente. Ecco Beppe Grillo è il Don Bastiano dei nostri tempi, grida al governo, grida alla Chiesa, grida ai partiti che hanno ucciso la politica e grida alla gente che non vale un c… e lui lo sa bene. Non vale un cazzo il suo marchio della qualità, non valgono un c… quelle liste civiche che non avranno soldi per la campagna elettorale e saranno solo cavie da blog come lo siamo un po’ tutti, credendoci padroni del mondo, un mondo fittizio. Non serve ad un c… ristabilire il voto di preferenza, perché la gente ama chi può dargli certezze, chi può garantirgli un posto di lavoro, chi gli promette strade, ponti, soldi per i terremoti, le siccità, le alluvioni che non ci sono e, a differenza di quanto egli stesso pensa, ama questi politici, ama questa classe dirigente e la odia non perché sia peggiore della differente (che di cricche di delinquenti le precedenti legislature della repubblica ne hanno avuti a bizzeffe e di incapaci altrettanto), ma perché questa classe dirigente si arricchisce e non fa arricchire, non regala soldi all’intera Italia, non si inventa posti di lavoro, perché non ci sono più posti da inventare, né soldi da poter essere regalati ed i controllori ed i creditori ci sono alle calcagna. Non serve ad un c… la sua crociata sui politici giusti, perché il politico giusto non un politico; se non sa fare affari, se non tratta con le banche, con le assicurazioni, con la Russia, la Cina (magari collaborando anche alla costruzione di elicotteri da guerra utilizzati in Darfur, salvo poi promettere aiuti per la regione), il risultato non sarebbe altro che un paese fermo, proprio al pari di quello attuale, dove non mancano i taccheggiatori ma non lo sanno fare come prima e questo a prescindere dalle inchieste e dalla fedina penale, ché il Parlamento non è mai stato immacolato in nessun seggio o quasi dai tempi di Cavour e Massimo D’Azeglio. Pensa veramente che alle persona interessi la sua crociata ideologica per il Parlamento pulito (si faccia in giro per città e comuni, non lo devo dire io come funzionano appalti ed assunzioni). O quella per il mondo pulito (vada a vedere chi ci sta guadagnando sui parchi eolici che stanno distruggendo i boschi dell'Irpinia, i monti della Sicilia ad al Nord non si fanno...Stranieri e grandi proprietari terrieri. E non serve a niente che il povero Don Bastiano inizi la sua crociata, sperando che le persone lo seguano, che lo assecondino nella sua follia benevola. Grillo si riguardi il Marchese del Grillo, quel Don Bastiano che piaceva finché faceva divertire e finché lo facevano divertire i più potenti, dal Papa ai francesi, proprio come sta capitando a lei, dai tempi di Fantastico quando la Dc chiudeva gli occhi e gli garantiva fraterna protezione a braccetto con il Pci, salvo poi scaricarlo. Anche lei, proprio come Don Bastiano, finirà solo, resterà solo a gridare con il suo blog, con il suo mondo immaginario e con un branco di persone, che assistendo al suo delirio sul patibolo, non avranno altro che da soffermarsi un po’, riflettere, magari godersi il ricordo di quel suo spettacolo di divertimento (magari proprio a Bologna, dove la perdizione tra buchi, sedicenni drogati, spacciatori a viso aperto, quartieri bronx ben si accompagna al delirio ed al divertimento) durato la follia di un mese, due, magari anche un anno. Perché se lei Beppe Grillo resta Don Bastiano, sul patibolo ci finisce, nell’indifferenza e nell’incredulità di tutti…a meno che non voglia essere qualcos’altro, un “Napoleone”, un “Papa”, che invece quel Don Bastiano disdegnava proprio. Ma allora in quel caso sarà più apprezzato dalla gente (che da lei potrà ricevere molto, perché la gente vuole avere e non essere), dai partiti, dai politici, ma sarà, mi scusi la coincidenza, un Marchese del Grillo, pronto a fare baldoria, ma senza partito o meglio, con tutti i partiti, pronto a vendersi al miglior offerente. Ecco cosa bisogna scegliere in Italia. Ecco cosa deve scegliere lei, se essere condannato o venduto? E scegliete anche voi, nell’impossibilità di essere Papi o Napoleoni, fatevi un sondaggio. Siete Marchesi o Don Bastiani…?

Angelo M. D'Addesio

L’ULTIMO VAGONE
L’anti-politica nasce dal rifiuto della politica attuale e dal vagheggiamento di qualcosa di migliore. Le intenzioni sono lodevoli. Chi conosce i politici sa che essi sono ambiziosi, abili manovrieri, spregiudicati, opportunisti. La maggior parte, purtroppo, sono anche ignoranti, interessati, corrotti, bugiardi: uomini veramente dappoco. A questo punto molti cominciano a sognare di affidare il potere a galantuomini di specchiata onestà e di provato disinteresse; a grandi competenti dediti al bene comune: ma è un sogno contraddittorio. Dovendo mettere un professore d’economia alla guida del Ministero dell’Economia non si sceglierebbe il migliore in assoluto, ammesso che esista un migliore in assoluto e che l’arcangelo Gabriele sia disposto ad indicarcelo: si sceglierebbe uno che è già stato capace di mettersi in mostra. Un  ambizioso che è riuscito a crearsi una fama nazionale. Uno che ha le amicizie giuste. Si cerca insomma l’uomo fuori dall’establishment politico e si sceglie un primo attore dell’establishment culturale. Ma non è tutto: qualunque competente, una volta divenuto ministro, dovrà effettuare scelte che non sono tecniche. Il Ministro dei Lavori Pubblici, se è un ingegnere, saprebbe costruire sia un carcere che un ospedale, ma scegliere quale dei due costruire è una scelta politica, non tecnica. E potrebbe farla anche un laureato in agraria o in filosofia.
I galantuomini, una volta al potere, devono tenere conto delle opinioni del paese, della maggioranza e dei colleghi di governo. I duri e puri non vanno lontano, in politica. Poco importa che uno di loro possa essere assolutamente convinto di una cosa, e che possa persino dimostrarla ai competenti del suo ramo: se la cosa non è opportuna politicamente, o dovrà rinunciare a ciò che desiderava o dovrà scendere a compromessi. E questo atteggiamento è quanto di più lontano dall’anti-politica.
Il popolo sogna cavalieri dell’ideale pronti a lasciare il loro posto, per coerenza e per dignità, al primo stormir di foglie: ma dimentica che nel posto lasciato libero dall’eroe subentra normalmente un uomo più flessibile, meno idealista, meno afflitto da problemi di coerenza e dignità. Un vero politico, insomma. Anche se fino al giorno prima era un illustre medico.
Dire male dei politici in blocco è uno sport che ha i suoi adepti e che non conduce più lontano di una partita a bocce. Innanzi tutto non raramente i leader – compatibilmente con la loro qualità di politici – sono persone di qualità e relativamente oneste: ma ciò che realmente importa è che l’unica alternativa alla loro esistenza è la dittatura. Per giunta è un’alternativa falsa: con la dittatura, a politici di scarso valore ma eletti dal popolo, subentrano politici di scarsissimo valore, nominati dal dittatore.
La sintesi è semplice: la politica è l’amministrazione della cosa pubblica e in quanto tale è del tutto ineliminabile. Essa è inoltre poco migliorabile: la stessa democrazia, che pure è il miglior tipo di governo, permette al popolo, col periodico controllo delle elezioni, di allontanare i politici più dannosi o scopertamente criminali. Ma più di questo non può offrire.
Pensare all’eliminazione di tutti gli attuali governanti per sostituirli con altri supposti migliori, magari perché non hanno mai violato un divieto di sosta, somiglia al desiderio di abolire l’ultimo vagone del treno.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 17 settembre 2007


LA BORGATA PINARELLI
Dal Corriere della Sera: “Durante la festa dei giovani di An parte per Veltroni una domanda trabocchetto: Signor sindaco, cosa ne pensa della situazione della borgata Pinarelli?. Veltroni non ci pensa due volte e ricorda tutti gli interventi fatti dall'amministrazione capitolina per le periferie, finché gli fanno notare che: Non esiste a Roma un quartiere che si chiama Pinarelli”.
Per chi non ha simpatia per Veltroni l’episodio si presta a commenti sarcastici e velenosi. Ma dove vive? Come fa a vantarsi di interventi comunali anche per periferie che non esistono? E se non sa nulla della borgata Pinarelli, perché non comincia col chiedere dov’è e se porta veramente questo nome? È dunque talmente abituato a vendere fumo?
E tuttavia non è detto che questi commenti siano giustificati. Ognuno reputa ciò che lo angustia d’importanza primaria, fra i problemi del mondo, e per questo un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti rischiò molto quando disse che non amava i cavoletti di Bruxelles. C’è infatti una regione che li produce, che ha interesse a venderli e che rischiava di non votarlo per questo. Dunque la prima, automatica preoccupazione di Veltroni, udita la domanda, è stata quella di non far pensare agli abitanti della borgata Pinarelli che il Comune di Roma li aveva dimenticati. Non potendo indicare provvedimenti specifici per quell’agglomerato (e come avrebbe potuto?), si è buttato sulle generali, cioè su ciò che il Comune ha fatto per tutte le periferie, ecc. Impaperandosi, certo, ma comprensibilmente: perché se avesse detto “Non l’ho mai sentita nominare, questa borgata”, e quella fosse esistita, si sarebbe inimicati per sempre i suoi abitanti.
Il problema dei politici, nei dibattiti, è che devono mostrarsi preparati su tutti gli argomenti. Impresa ovviamente impossibile: nessuno può sapere tutto di tutto. Ed ecco perché in tante occasioni i leader si rifugiano nel “politichese”, un linguaggio che serve egregiamente a mascherare il non-pensiero.
Il buon senso dice che bisognerebbe denunciare questa stupida mitologia, ma nessuno vuole pagarne lo cotto personalmente. Il politico che dicesse “Su questo argomento non ho dati sufficienti per rispondere” sarebbe onesto, ma ci guadagnerebbe solo d’essere schernito da tutti. Gli elettori, che pure disprezzano i politici, preferiscono continuare a pensare che debbano essere onniscienti. E in particolare che siano bene informati dei loro personali problemi, dei cavoletti di Bruxelles. E questo mentre di fatto, come si è visto con delle domande poste a politici dinanzi al portone di Montecitorio, molti dei volti noti della politica non sanno neanche la data della scoperta dell’America, ignorano il prezzo di un chilo di pane, non sanno se venne prima Richelieu o Mazzarino, in quali casi dopo “se” ci vuole il condizionale e non il congiuntivo e in quale opera è contenuta la teoria della separazione dei poteri. I politici non sono persone colte. Per giunta, quando lo sono, lo sono in un dato campo, come gli altri cittadini, non in tutti i campi dello scibile.
Per questo, anche chi non ama Veltroni, e lo considera più una furba facciata che una sostanza di grande politico, stavolta non può che esprimergli comprensione. È vero che molti di noi avrebbero avrebbero onestamente domandato: “Scusate, ditemi prima dove si trova, questa borgata”, ma è anche vero che molti di noi non avrebbero successo in politica.

Gianni Pardo, www.pardo.ilcannocchiale.it - 17 settembre 2007


Iraq - documenti
Il rapporto Petraeus, da il Foglio, clicca qui e qui

VOGLIO SCENDERE!
Prima la notizia come l’ha data il “Giornale”. “Washington. Sei uomini che parlavano arabo su un volo dell’American Airlines diretto da San Diego a Chicago sono stati fatti scendere dall’aereo dopo che una passeggera li ha denunciati. Durante la fase di decollo la donna, sentendo parlare arabo, è stata colta dal panico, e ha chiesto di poter scendere dall’aereo. Il capitano ha deciso di fare scendere tutti i passeggeri e i 6 uomini sono stati interrogati dalla polizia. Dalle loro dichiarazioni è emerso che erano tecnici iracheni incaricati di addestrare i marine della base di Camp Pendleton, prossimi a partire per l’Irak”.
Il fatto è significativo. L’arabo è una lingua importante, diffusa in molti paesi, ed ha una rispettabile letteratura. Dunque, che una signora chieda di scendere dall’aeroplano solo perché l’ha sentita parlare, e che il capitano non solo acceda alla richiesta ma faccia poi scendere i sei colpevoli, è cosa che fa accapponare la pelle.
Quella signora e quel pilota, interrogati durante un sondaggio, probabilmente bollerebbero come imperdonabile una discriminazione sulla base della lingua. Gli Stati Uniti sono stati creati dai Wasp (white, anglo-saxon, protestant) ma in materia di lingua sono talmente tolleranti che, negli stati dell’ovest e del sud-ovest, si è quasi arrivati al bilinguismo, con lo spagnolo. La political correctness vuole che nessuno sia bollato come inferiore o diverso sulla base della sua nazionalità, del colore della sua pelle, della sua origine, e certo non si può più, in pubblico, chiamare Dago un italiano. Anche il termine black, che ha sostituito negro, ora è da evitare: chi è troppo abbronzato è solo un afro-american, e questo in attesa che i bianchi, dopo essere diventati caucasic, divengano euro-american.
In questo mondo in cui nessuno si sognerebbe mai di trattare un altro gruppo come inferiore, ecco che su un aeroplano, quando non si tratta di rispondere ad un’intervista ma di avere il dubbio se si arriverà a destinazione o si sarà sbattuti contro un grattacielo, tutta la political correctness va a farsi benedire. La signora, come se fosse su un autobus, grida “voglio scendere!”, il viaggio si interrompe e sei onesti tecnici che parlano arabo, ma non sono nemmeno arabi e sono tanto affidabili da essere impiegati per istruire l’esercito americano, sono sottoposti ad interrogatorio. Chissà, magari oltre a perquisirli, gli avranno fatto l’analisi del sangue.
Si è certamente esagerato. Tuttavia, se il pilota ha atterrato, è chiaro che tutti i passeggeri erano più o meno d’accordo con lui e ai lettori del giornale non rimane, non essendo su un aereo, che chiedere scusa ai sei tecnici irakeni.
La responsabilità di gruppo può essere abolita dai codici ma non dalla mentalità umana. Quando i meridionali, negli Anni Cinquanta, si comportavano da selvaggi a Torino, i torinesi in maggioranza li tennero a distanza come un tempo si tenevano lontani i negri in Alabama. I settentrionali avevano torto ma non è che i meridionali avessero ragione. Anche il calabrese o il siciliano che fosse stato un perfetto gentiluomo oxoniano non poteva offendersi se, prima di conoscerlo, era stato prudenzialmente discriminato: il singolo paga per il gruppo cui appartiene così come beneficia – ma di meno - della stima che quel gruppo si è eventualmente conquistata.
Il caso degli arabi è anche peggiore. Non solo essi hanno avuto, nel loro gruppo, troppi assassini e troppi violenti per non divenire sospetti agli occhi di tutti, ma hanno da decenni aggravato questa condizione non integrandosi (salvo, in parte, proprio negli Stati Uniti) nei paesi che li hanno accolti. Anche se nati e vissuti in Francia, i maghrebini rimangono distinti dagli altri francesi, mentre nessuno nota i figli di immigranti spagnoli o portoghesi. In Inghilterra si sono addirittura avuti attentati firmati da musulmani inglesi, e rivendicati in quanto tali. Gli italiani, malgrado Al Capone, sono diventati americani a tutti gli effetti, in Francia un cognome italiano non suscita nessuna perplessità e solo i musulmani fanno bande à part,un gruppo separato.
Questa distinzione tra i musulmani da una parte e non musulmani dall’altra è un dramma di cui non si vede la fine. Una tragedia che dispiace moltissimo per tanti milioni di musulmani che sono persone per bene. Ma non è l’Occidente che l’ha voluta.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it - 15 settembre 2007

L'Italia di Prodi è amica pure del Sudan
La politica estera italiana è ancora una volta al centro della bufera. Stavolta a finire sul banco degli imputati è il presidente del Consiglio Romano Prodi (e anche quello della repubblica Giorgio Napolitano) per l'accoglienza con tutti gli onori riservata al presidente golpista della Repubblica Islamica del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, da ieri notte in visita ufficiale nel nostro paese.
Ad aprire le ostilità contro la scelta italiana di ricevere un dittatore che molti vorrebbero davanti al tribunale dell'Aja per crimini contro l'umanità, come un qualsiasi Milosevic, sono stati 25 deputati inglesi e francesi al parlamento europeo che hanno scritto una pesante lettera aperta allo stesso Prodi. E ieri la polemica era stata ripresa anche da Amnesty International, per una volta non strabica nelle proprie denuncie contro chi viola i diritti umani. Oggi, poi, l'International Herald Tribune dava molto risalto a questa polemica in un articolo intitolato "La visita in Italia del leader del Sudan fa crescere la preoccupazione internazionale". Durante l'incontro mattutino con Prodi, al-Bashir dichiarava di essere pronto al cessate il fuoco alla vigilia della missione internazionale nel Darfur dove dovrebbero essere dislocate alcune migliaia di soldati Onu. Ma il problema è che al-Bashir, secondo le statistiche di Amnesty international del 2006, dopo la sigla dell'inutile precedente accordo di pace, parla con la doppiezza tipica di tutti i rais arabi. E se è vero che anche papa Benedetto XVI lo riceverà a Castelgandolfo, la cosa non può essere spesa dal dittatore come "riconoscimento" ma al massimo come "mediazione" disperata per evitare altri lutti ai cristiani del Sudan.
Sia come sia, l'ultimo rapporto di Amnesty parla chiaro.  Basta leggere quanto segue: "...il governo del Sudan ha recentemente lanciato la più imponente offensiva militare da oltre un anno nel Darfur settentrionale, nella regione stanno avendo luogo bombardamenti su vasta scala, questa offensiva è caratterizzata da gravi violazioni del diritto umanitario, tra cui attacchi indiscriminati e sproporzionati e attacchi diretti contro i civili".
 Tutto ciò veniva scritto nel dicembre del 2006, a cinque mesi dalla sigla di un accordo di pace che non è mai arrivata. Spesso, come nel caso dell'incursione su al-Hassan del 29 luglio 2006, sono stati presi di mira ospedali e scuole. Nel bombardamento di Kusa Kuma, a nordest di al-Fasher, avvenuto il 27 settembre dello stesso anno, sono state uccise tre donne: Halima 'Issa Abaker e due sorelle, Maryam e Hawa Ishaq Omar. Il rapporto di Amnesty International denuncia come in ampie zone del Darfur occidentale, i Janjawid (le milizie a cavallo filo-governative) abbiano ormai assunto il quasi completo controllo delle terre e le stiano occupando dopo averle rese inabitabili a seguito delle massicce offensive del 2003 e del 2004. Gli sfollati vivono come prigionieri all'interno di campi, mentre all'esterno di questi le forze di sicurezza e i Janjawid continuano a rendersi responsabili di uccisioni, sequestri, espulsioni e stupri. Come se non bastasse, il conflitto si sta allargando al Ciad orientale. Gli attacchi dei Janjawid contro la popolazione del Ciad, attraverso la frontiera del Darfur, iniziati alla fine del 2005, sono ancora in corso in questi giorni. I bloggers che fanno riferimento alle Ong che si occupano di diritti umani, come Secondoprotocollo.org, hanno accolto la notizia della visita di stato di al-Bashir con sarcasmo: "E‚ strano che ad attenderlo ci sia la banda presidenziale e non un cellulare con le forze dell'ordine".
Amnesty parla di coincidenza curiosa di questa visita di stato in Italia, unico paese a essersi sinora sbilanciato così tanto con il Sudan, proprio alla vigilia della conferenza di Tripoli di ottobre dove per l'ennesima volta verrà promesso un cessate il fuoco che forse non ci sarà. Tutta la questione infatti si gioca sull'estrema ambiguità del contendere: il governo sudanese sostiene falsamente  di non potere fare niente contro i Janjaweed, i diavoli a cavallo, e di non manovrarli. Di fatto però non li ha mai contrastati e sinora si è sempre opposto a forze straniere nel paese per operazioni di ordine pubblico e di peace keeping. Si vedrà come andrà a finire, di certo però l'Europa non mostra di credere a questa azzardata mediazione all'italiana, se è vero come è vero che ieri Prodi ha dovuto passare la maggior parte del suo tempo a rispondere a quei 25 eurodeputati francesi e inglesi (tra cui Glennys Kinnock) che gli chiedevano conto di questa, a loro avviso, "improvvida iniziativa". E ha usato l'espressione di "occasione utile", slogan coniato per l'occasione. In Europa tutti però si chiedono in cosa consista questa presunta utilità. E se non ci sia invece il rischio di legittimare un governo andato al potere nel 1989 con un colpo di stato islamista. Vaglielo a spiegare che l'Italia tratta un po' con tutti i boia del mondo, da Ahmadinejad, ad Assad di Siria, passando per i leader di Hamas e adesso anche per il presidente genocida del Sudan.

Dimitri Buffa, l'occidentale


«Civiltà, la nostra bomba»
È la sesta ricorrenza dell'11 di settembre. Come vanno le cose? Come andranno? Da sei anni a questa parte, tutto è cambiato. Per semplificare, potremmo dire che la paura di un altro attacco bellico come quello delle Twin Towers sul territorio americano è stata sgominata: le confessioni di Khalid Sheikh Mohammed, leader di Al Qaida, hanno dimostrato che i piani di attacco erano enormi (Sears Towers, New York Stock Exchange, Empire State Building) e invece la strategia di Bush di portare la guerra a casa del nemico riconoscendone la priorità ha evitato le carneficine in patria; la debolezza europea ha consentito invece che Al Qaida si sbizzarrisse a Madrid, a Londra, Istanbul etc. Israele è il Paese che ha precededuto gli Usa, con l'operazione Scudo di Difesa contro il terrorismo suicida, ma è anche quello che dopo questa vittoriosa prima manche, ha dovuto fare le spese del grande cambiamento strategico che può farci temere un ben più spaventoso 11 di settembre, quello dell'entrata in scena di un vero e proprio esercito terrorista capace, oltreché di attentati, di un vero e proprio impegno sul terreno, esercito terrorista contro esercito regolare in uno scontro asimmetrico e molto sofisticato. Il ben terrificante undici di settembre ci potrebbe aspettare se non sapremo fermarlo, porta il segno della bomba atomica iraniana, e non si limita a quella.
C'è chi si calma dando sei anni al suo compimento; chi due; talora sembra che essa sia già operativa. Il fatto è che dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, l'Iran esprime tramite la sua leadership e, attraverso le concrete operazioni del pasdaran, ci minaccia.
Il suo interesse è la continua esplosione di crateri bellici e di operazioni di terrore per coprire la costruzione del nucleare. Il suo segno ideologico e dominatorio è determinante anche per eventuali accordi fra Abu Mazen e Olmert: l'Iran li impedirà. Anche il prossimo summit di Washington, a novembre, è a rischio dato che sia l'Iran che la Siria sospettata dell'omicidio di Rafik Hariri hanno ogni interesse a vanificarlo. Il grande esercito che l'Iran mette in moto a suo comando ha rafforzato enormemente il tentativo di reconquista islamica. Bin Laden non è solo.
Gli sciiti e i sunniti forse per la prima volta nella storia moderna sono uniti nella battaglia antioccidentale, Hamas sunnita riceve ordini dagli sciiti iraniani e l'aiuto degli hezbollah, si sospetta persino che Bin Laden sia o sia stato rifugiato in Iran, e che parte della sua leadership abbia goduto della stessa protezione.
Le invenzioni del terrorismo in questi sei anni sono state fantastiche, l'avanzamento tecnologico più evidente è quello degli hezbollah, la loro rilevanza è la maggiore anche se Hamas è molto in vista per ovvie ragioni: gli hezbollah hanno combinato la furiosa scelta terrorista con sofisticate tecniche di guerriglia, con la capacità di influenzare i media e di produrre in proprio informazione col canale satellitare Al Manar, con l'acquisizione e adesso la riacquisizione tramite la Siria di armi dell'ultima generazione (l'Unifil non l'ha impedito), con la gestione carismatica di Nasrallah, con la protezione internazionale esercitata dall'Onu da chi, come la Cina e la Russia vogliono favorire l'Iran, con una diffusa presenza all'estero.
Gli hezbollah sono proprio l'epitome del miglioramento (tecnico si capisce) delle prestazioni del terrorismo nel mondo, per esempio la sua scelta di utilizzare i missili come arma principale che può attaccare i civili e essere nascosta dietro i civili, è certamente una indicazione leader che infatti Hamas ha già adottato, che i siriani stanno preparando, che potrebbe essere completata da testate dotate di materiali chimici o biologici di distruzione di massa.
Oltre la maggiore sofisticazione del terrore, sono stati stipulati grandi patti di alleanza, Damasco e Teheran sono diventate centri di incontri strategici dal 2005 fra siriani, iraniani, Hamas e Hezbollah, gli accordi firmati sono ormai tanti, sul Mediterraneo si riaffaccia la potenza russa a loro difesa.
Bin Laden in tutto questo giuoca un ruolo fosco e silenzioso, la presenza di Al Qaida in Africa e a Gaza è certamente una forza strategica nuova, l'Asia centrale ribolle a sua volta dei suoi piani. Difficile prevedere se la sua promessa di aggressione agli Usa avrà un seguito immediato. Ma due sono le strade della vittoria, parola che dobbiamo cominciare a usare: i terroristi hanno un unico scopo elementare, che è quello del dominio e della nostra sconfitta, della sconfitta della civiltà; e anche parlano un linguaggio miserabile, tronfio, retorico, vuoto, stupido. Quando Bin Laden invita gli americani a convertirsi e per convincere promette meno tasse, ribadisce la grande debolezza intellettuale di un mondo che non sa attingere minimamente né alla sofisticazione intellettuale né alla complessità morale del mondo contemporaneo. Che ti sgomenta per la sua irrilevanza come interlocutore. Non ci sono libri né università dietro di lui, solo esclamazioni. Questa è la grande debolezza del terrore, di Bin Laden, dei discorsi tronfi e ignoranti di Ahmadinejad o di Nasrallah. È qui il loro tallone d'Achille, nella grande forza culturale e morale dell'Occidente. Chi nega la Shoah o vomita parole di disgusto sulla civiltà occidentale, chi inanella sciocchezze che a tavola non lasceremmo dire ai bambini, non può vincere se usiamo la nostra intelligenza per batterlo. Diamo alla nostra mente e alla nostra cultura il permesso di disgustarsi dell'ignoranza, di ridere della pochezza, di orripilare per la ferocia. Ci servirà a combattere.

Dal GIORNALE dell'11 settembre 2007, di Fiamma Nirenstein

DIETRO LO STRAPPO DELLA FIOM
Lo schiaffo della Fiom alla Cgil, nella disapprovazione dell’accordo programmatico proposto dal Governo e sottoscritto dalle parti sociali ha molteplici significati, tutti riconducibili ad uno: il sindacato ha scoperto le carte ed è ormai ufficialmente diventato un organismo politico a tutti gli effetti, dove il grosso dei dirigenti, vecchi periti metalmeccanici o sindacalisti a vita, o semplici rappresentanti d’azienda aspirano a ricoprire ruoli determinanti nella vita di un paese, socialmente sempre più vittima dell’assistenzialismo (di cui i sindacati stessi sono i primi fautori) e sempre più socialmente inetto e svalutato, al punto che i migliori tendono ad andarsene all’estero, a fuggire per cercare non un lavoro, ma un lavoro serio, ben pagato, ma soprattutto ben valorizzato e non solo frutto di clientelismo (di cui i sindacati sono fautori alla pari dei politici). Esaurita la premessa, resta essenzialmente da dire che la svolta della Fiom può essere legata a diversi motivi. Ad esempio un semplice gioco al rialzo per cercare di strappare ulteriori concessioni che solo un sindacato che controlla i metalmeccanici ovvero la voce più bistrattata della forza-lavoro italiana, può ottenere. Tuttavia sbaglia Prodi nel pensare che i lavoratori nelle varie assemblee locali e regionali voteranno, smentendo i loro capi, anzi la loro forza d’urto sarà perfino peggiore per il governo e scatenerà un tumultuoso periodo di proteste nel paese. In aggiunta o in alternativa al gioco al rialzo c’è anche un possibile regolamento di conti all’interno della Cgil, dove Epifani, il suo moderatismo vicino alle posizioni dalemiane e veltroniane non piace né a Cremaschi, né a Rinaldini che si contendono la successione, cercando di riportare la Cgil sulle posizioni drastiche che furono di Cofferati e prima ancora di Lama. C’è perfino un'altra ragione in questa decisione ovvero la necessità della Fiom di sondare la propria rappresentatività e creare un asse politico con i vari partiti della sinistra, con i movimenti, con le proteste di piazza e quindi diventare a tutti gli effetti un interlocutore autonomo. E’ proprio questo il lato più preoccupante della questione. Che cosa succede se il maggiore sindacato d’Italia si spacca ed una sua ala prende strade politiche diverse, finendo con l’assecondare la piazza e spintonando letalmente un governo che pure dovrebbe essergli favorevole e gradito? E cosa potrà succedere se, cavalcando l’onda della rivolta, quei fantasmi, già concretizzatisi in seno al sindacato, costituiti dalle nuove Br, da sempre più forti formazioni eversive di stampo marxista-leninista riusciranno a prendere il sopravvento e falsare così i rapporti all’interno del sindacato, della piazza e della scena politica? La Fiom non ci pensa e non ha interesse a farlo. I sindacalisti per natura in Italia, si spacciano come eroi, a livello locale e nazionale, ma gabbano pensionati ed operai, li costringono a lotte senza costrutto, ma in anni ed anni non hanno mai ottenuto né una crescita degli standard di sicurezza concreta sul lavoro (la normativa della 626 è carta da cesso), né un reale ricambio generazionale ed una decisa tutela per i pensionati, ridotti ad accumulare contributi ed una tantum comunali e regionali, né una reale riforma sociale e lavorativa. Il loro mondo è trattare, preparare carte, organizzare in forma industriale Caaf di assistenza che pretendono gabelli ed ottengono aiuti e finanziamenti. La verità è che dietro la Fiom ci sono i partiti, la politica e la morte del sindacato ed i lavoratori votanti e speranzosi perderanno l’ennesimo treno del riscatto sociale. Tuttavia c’è un governo troppo incapace di gestire questa situazione, le imprese fanno le valigie e gli operai continueranno a vivacchiare fra false promesse, cig, mobilità, licenziamenti…La Fiom è già oltre ed ha scoperto le carte. Nell’Italia in crisi, in declino quasi (spero) irreversibile, ogni potere deve ritagliarsi il suo terreno, il suo pubblico ed è giusto farlo adesso con l’anarchia totale in tutti i campi dove ciascuno può prendere ciò che viene, sempre con la solita scusa che la classe politica va rinnovata.

Angelo M. D’Addesio - http://ilparoliere.ilcannocchiale.it


“Te la do io la nuova classe politica”
L’ho già visto il film. Manifestazioni di piazza, magliette rigorosamente “anti-politica”, la voce al libero sfogo del popolo, tra un panino ed uno striscione, tanti nomi e cognomi di galantuomini sventolati all’aria ed un oratore che sale sul palco e grida che con questi dirigenti non si farà mai nulla, con questa classe politica possiamo solo vergognarci…E via di seguito. Poi magari l’oratore principale si dice comico, cabarettista, attore, regista ed ammette che non sta facendo politica, ma sta solo risvegliando l’orgoglio del popolo italiano. Quindi un Messia, un profeta che può dare la luce sul buio delle sventure italiane. Ma questo film è peggiore del precedente, perché quello di Moretti si fondava sul libero arbitrio della piazza, quest’ultimo si fonda sul libero arbitrio del mondo dello spettacolo polemico, di quei comici che pensano di essere realmente importanti nel diffondere loro battute, che si prendono terribilmente sul serio nel parlare di cose serie mischiandole a quella che essi si ostinano a chiamare satira. E soprattutto il vero pericolo è che questo movimento parte da internet ovvero dall’anarchia multimediale dove tutto è concesso, dove l’enorme macchina del riciclo dove il populismo è molto più facile, perché il pubblico di internet è più giovane, è più inconsapevole, vive sulle mode del momento, sull’urlo degli ultimi (o meglio di quelli che si fingono tali). Su internet tutto è concesso. C’è chi mette il video con le proprie prestazioni sessuali, chi insulta il professore ed il bambino down e chi con un blog, aiutato dal suo nome, da tanti piccoli movimenti che sono altrettanto politici, entra ufficialmente nel porcilaio politico nella maniera più comoda, gratuita e soprattutto sottile, perché continua a mascherare nelle veste di “showman”, di comunicatore ed in realtà il suo messaggio subliminale è “datemi forza per arrivare dove voglio arrivare”. Ebbene, così senza accorgersene (oppure sapendolo bene), l’eroe di Fantastico ha inaugurato la nuova stagione della politica, quella dei politici internauti che “dialogano” con la gente dietro ad un computer e che al tempo stesso cavalcano l’onda della vecchia classe dirigente che dicono di combattere. Così la Brambilla è diventata la donna del futuro per la destra, mostrando le sue virtù femminili, così Mario Adinolfi è diventato il candidato alle primarie della sinistra e via di seguito. Ma cosa c’è dietro il blog? Niente se non la vecchia classe dirigente che tra populismo cibernetico e nuovi look di inventare ci fa credere che sta nascendo una nuova coscienza popolare che chiede a gran voce un ricambio politico…Ma come l’hacker riesce a mistificare i virus dietro ad un programma, così i nuovi eroi, siano essi comici o clown, attori o registi, presentatori o altro, ma pur sempre appoggiati e spintonati dai vecchi marpioni della politica, mistificano l’inesistenza di una nuova classe dirigente politica che non c’è e non ci sarà ed anzi sono essi stessi a sperare di ottenere dai quei grandi vecchi, un seggio nel parlamento più importante di quello cibernetico…Verrebbe da dire: “Te la do io la nuova classe politica”.  

AMD




























Grillo, "il manifesto" e la foto (Ap) taroccata
Ieri, raccontano le cronache, il comico Beppe Grillo -nei panni del profeta populista- ha riempito le piazze d'Italia contro «la casta e i suoi privilegi».
Contornato dai soliti noti - Marco Travaglio e Sabina Guzzanti, con l'accompagnamento musicale di qualche stornellatore in disuso -  il "profeta populista" ha urlato -Bologna, piazza Maggiore- le solite banalità: «La politica ritorni ai cittadini», «via i parlamentari condannati», «è la legge Biagi a creare i nuovi schiavi moderni».
Bella, bellissima,  la foto Ap, con piazza Maggiore stracolma, a pag.5 del "Manifesto": <<Con Grillo contro i partiti - il vaffa-day fa il pienone>> ...
Pienone?
Gatta ci cova... se al tg le riprese dall'alto documentano una piazza con ampi spazi vuoti... com'è che la foto a commento del "manifesto" fa vedere una piazza piena, pienissima, strabordante?
Non ci vuole Bill Gates per notare che la foto è  ritoccata: una mano amica ha aggiunto quello che c'era da aggiungere ...
Siamo alle solite. Vaffanculo!

cp, 9 settembre 2007


BIN TRICOLOGIC LADEN













VELTROLANDIA
Su un pianeta lontano, molto lontano dalla Terra, esiste la vera democrazia.
Non è il pianeta Papalla come qualcuno potrebbe pensare, il suo nome è infatti Veltrolandia. In questo luogo meraviglioso che non ha forma sferica, ma vermiforme, tutti sono più buoni e vanno al cinema almeno una volta alla settimana.
Le elezioni non sono necessarie, il candidato primo ministro si manifesta per partenogenesi.
E' il miracolo di una grande democrazia avanzata.
L'Eletto si riconosce dai segni.
E' candidato unico per acclamazione delle segreterie dei partiti.
E' citato dai giornali in prima, seconda, terza pagina.
E' intervistato ogni giorno su ogni cosa.
Lui sa di sapere.
E' l'Eletto...
Non è parlamentare, non ha ancora vinto le Primarie truccate (anche lì barano quando si tratta dell'Eletto). Nonostante questo tutti gli vogliono bene.
La Confindustria e i sindacati, anche in Veltrolandia si chiamano così, lo sostengono per istinto naturale, per l'interesse dei cittadini e anche per il loro.
Il Governo, più di tutti, lo considera, da subito, il leader destinato a guidare il popolo.
I suoi manifesti sono sublimi.
I suoi desideri sono portati in Consiglio dei Ministri con orgoglio da Romano Prodi, un caso di omonimia con il Prodi terrestre.
A Veltrolandia regna l'armonia, il popolo sa che nulla è meglio della loro democrazia. La pubblicità comparativa non esiste in quel felice pianeta. La scelta è sempre unica, ottima e abbondante, e dei partiti. L'Eletto verrà il prossimo anno in Italia  insieme agli studenti del suo pianeta per sensibilizzarli sulla povertà del Terzo  Mondo.
Si offrirà come lavavetri abusivo in Piazza Venezia a Roma e poi partirà  per le Maldive.

dal blog di Grillo


D’ALEMA: QUI LO DICO E QUI LO NEGO
Qualche anima buona della Farnesina dovrebbe prendere il coraggio a quattro mani e spiegare finalmente a Massimo D’Alema che non può trattare gli altri come imbecilli. O meglio, che lo può fare –se proprio vuole- nei Ds, sicuramente con i tanti giornalisti italiani sempre a lui proni, ma che in diplomazia questo innanzitutto non sta bene, e poi è controproducente. Qualche altra anima buona dovrebbe anche spiegargli che ha un eccellente consigliera in Marta Dassù e che non sarebbe male se leggesse i suoi appunti e i suoi articoli. L’altro giorno la direttrice dell’Aspen Institute ha infatti pubblicato sul Corriere un eccellente articolo in cui spiegava come Sarkozy abbia intelligentemente riposizionato la Francia in alveo atlantico, facendosi iniziatore di trattative rigidamente sub conditione in Libano con la Siria e addirittura in Iraq, modello di una partnership critica, ma intelligente. Esattamente l’opposto della linea di Massimo D’Alema caratterizzata dalla scarsissima intelligenza e dalla strana idea che si possa coglionare all’infinito il prossimo. Scarsamente attratto dal mondo, molto impegnato nella spasmodica battaglia per eleggere i segretari regionali del Pd, da Campobasso ad Aosta, assolutamente ignorante del dibattito mondiale sulla politica estera (da due anni sa parlare solo di multilateralismo e unilateralismo, senza accorgersi che sono solo questioni di metodo, non di strategia), D’Alema è più attento ai capricci di Marco Rizzo e di Eletrra Deiana che al quadro Mediterraneo. Ecco quindi, a Telese, perché sentano gli alleati della sinistra radicale, le sue incredibili aperture ad Hamas, seguenti a quelle altrettanto incredibili di Prodi, poi, giunto a Ramallah eccolo far finta di non aver detto quello che ha detto.  Siccome però le parole sono pietre, ecco le pietre di D’Alema a telese: “Per realizzare degli accordi di pace occorre riconciliare tra loro palestinesi. Non si fa un accordo di pace con metà del popolo palestinese; o forse si crede che debbano nascere due stati?”
Siccome l’italiano è logica, come insegnava Sciascia, D’Alema ha dunque sostenuto che metà del popolo palestinese sta tuttora con Hamas, ha negato quindi che Hamas si sia impadronita di Gaza con un golpe sanguinoso –tesi di Abu Mazen- tanto che questa piena corrispondenza tra metà del popolo palestinese e Hamas –questo è il nucleo demenzial-stalinista della sua analisi- obbliga a una apertura nei confronti dell’organizzazione terrorista. E’ escluso da questo schema, il dato di fatto che il popolo palestinese non è da riconciliare, ma che è stato violentemente ferito e lacerato da una iniziativa jihadista da parte di una Hamas che proprio mentre D’Alema esprimeva questa sue meccanicistiche analisi, sparava sui militanti di al Fatah che avevano osato pregare in pubblico a Gaza, ne uccideva uno e faceva emettere dai suoi imam una fatwà in cui si giudica che “pregare in pubblico non è islamico”.
Il senso di presa di distanze da Abu Mazen e di sponda piena a Hamas di queste parole di D’Alema è stato tanto chiaro e inequivocabile che il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri, nell’arco due ore le ha ufficialmente salutate con metaforici colpi di cannone a salve: “Queste dichiarazioni di Massimo D’Alema confermano che sta aumentando la consapevolezza internazionale riguardo alla politica americana di assediare Hamas, una politica che appoggia una parte palestinese a scapito dell'altra. D'Alema conferma che qualsiasi processo nella regione che escluda Hamas, sarà un processo fallito. Queste sue dichiarazioni dimostrano che la divisione fra coloro che sostengono le esigenze dell'assedio politico sono aumentate, che l'assedio politico contro Hamas sta diminuendo, e invece aumentano le parti internazionali che vogliono dialogare con noi. Le parole del ministro Massimo D'Alema ''sono anche un messaggio al leader dell'Autorità palestinese che il suo boicottaggio contro Hamas è fallito”. Parole chiare, seguite alle irresponsabili parole altrettanto chiare di D’Alema. Arrivato a Ramallah, D’Alema ha però fatto finta di niente e ai giornalisti che gli chiedevano conto di questo ennesimo pasticciaccio, di questa ennesima compromissione dell’Italia con Hamas, di questo ennesimo schiaffo ad Abu Mazen e alla sua politica, ha risposto con le tecnica del “Dove vai? Porto pesci”. In sostanza ha detto che era andato a trovare Abu Mazen e non Hamas, e che voleva tanto, tanto bene ad Abu Mazen. Punto.
Convinto così di avere coglionato al solito pubblico e critica, si è comunque dovuto beccare una durissima reprimenda del premier palestinese al Fayyed che contemporaneamente dettava a Repubblica una durissima intervista contro le aperture italiane ad Hamas che smontava, punto per punto la sua “analisi”. Sconfortane, con il di più della noia di un aspirante leader politico che arrivato alle soglie della terza età, ancora non è in grado di liberarsi del vizietto giovanile di Giovane Pioniere, ipocrita cultore del “doppio binario”: una verità per il popolo, l’altra, quella vera, per il Partito. Una noia
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da:http://www.carlopanella.it

IL CINEMA DEI GENI INCOMPRESI SA BATTERE SOLO IL CIAK DEL REGISTRATORE DI CASSA
Una cosa l'ho capita. Vogliono più soldi. Il cinema italiano vuole più soldi dallo Stato. Questo l'ho capito. Poi ho anche capito che lo Stato deve dare i soldi ma non metterci il becco, salvaguardare la creatività, l'indipendenza, la grandezza del cinema italiano senza interferire con scelte politiche. Come fanno i francesi, che hanno attuato una politica protezionistica nei confronti della loro cinematografia.
Riccardo Iacona ha radunato a W l'Italia (Raitre, martedì, ore 21.05) gli stati maggiori del cinema italiano per discutere della salute della settima arte, sull'onda anche del dibattito suscitato da Ernesto Galli della Loggia (il cui nome è stato volutamente storpiato da Michele Placido con chiaro intento di sprezzo). Non sono questi gli argomenti giusti per Iacona il quale, a un certo punto, se ne è uscito con questa frase: «Il petrolio del cinema è la creatività» (se mai è il petrolio la creatività del cinema). Comunque qualcosa si è capito solo quando, alla fine, è intervenuto Giancarlo Leone che con grande sensatezza ha spiegato alcune cose fondamentali: l'industria del cinema italiano, nel suo piccolo, sta bene, la Rai investe un sacco di quattrini per sostenerla, il pubblico risponde con generosità.
Poi, naturalmente, è difficile fare un programma di puro sostegno, senza interlocutori, con i registi italiani (a cominciare dal ricco Michele Placido) convinti di essere dei geni incompresi, con Sabina Guzzanti che fa sempre l'elogio della libertà e poi basta che un critico le muova un appunto (in mezzo a cento elogi) perché si scateni l'erinni che è in lei, con gli eterni equivoci sui venerati maestri del cinema italiano (sempre troppo tardi per capire che per leggere l'Italia è molto più importante Dino Risi di Michelangelo Antonioni o di Luchino Visconti o di Bernardo Bertolucci).
Il cinema italiano non è più al centro della scena mediatica e del dibattito politico; da qui bisognerebbe partire con serena lucidità per discutere della sua funzione, dei suoi rapporti con altri media, della sua qualità di scrittura, del ruolo dello Stato nell'occuparsi di cultura. E capire che l'autore è solo un felice accidente che ogni tanto la macchina fa passare.

Aldo Grasso per il Corriere della Sera


I PROGRAMMI SCOLASTICI
La scuola, per chi ne è uscito oltre mezzo secolo fa, è un argomento noioso. È noioso in sé ed è noioso perché in molti se ne occupano con zelo missionario, con intenti palingenetici e con atteggiamento predicatorio. La società si aspetta miracoli, dalle aule, e ad ogni problema che si discute viene fuori qualcuno che suggerisce convinto: “Si dovrebbe insegnare nelle scuole…” A dar retta a tutti, nelle scuole bisognerebbe insegnare il codice stradale, la calligrafia, la prevenzione sessuale, la dattilografia, il pericolo della droga, la tolleranza razziale, la Costituzione italiana, l’informatica…” la lista non si chiuderebbe mai.
L’ultima notizia, a livello politico, è che mentre Berlusconi parlava di tre “i”, inglese, informatica e impresa, il ministro Fioroni parla delle tabelline e dell’ortografia (come se non si fossero più insegnate, da quando c’è stata la Moratti, al Ministero). Chi ha ragione, in tutto questo bailamme?
La scelta dei programmi è politica. Dopo le nozioni fondamentali (leggere e scrivere) il resto dipende in grande misura dalla direzione verso la quale il potere intende avviare le nuove generazioni. E qui tutti si mettono a sognare. Da un lato i programmi sono assolutamente mitologici, dall’altro il risultato finale risulta sconfortante.  Per la lingua straniera, nella terza classe della Scuola Media, si prevede che “Si approfondirà ulteriormente lo studio della lingua viva…” mentre i ragazzi, in realtà, non hanno ancora nulla da “approfondire”. Sanno veramente pochissimo, e di “conversare” non se ne parla nemmeno. Nel liceo scientifico, poi, si richiedono dagli alunni nozioni culturali di cui i loro insegnanti sono normalmente privi . La realtà è che i ragazzi, un po’ in tutte le materie, non sanno nemmeno la metà o un terzo di ciò che potrebbero e forse dovrebbero sapere. In Europa l’Italia, come livello di apprendimento scolastico, è agli ultimi posti.
Scendendo dalle astrattezze di chi non è mai salito su una cattedra, bisogna ricordare che l’apprendimento dei giovani dipende in primo luogo dall’impegno che essi profondono: chi studia poco impara pochissimo, chi studia molto impara parecchio. Tuttavia, anche chi studia molto incontra dei limiti: le possibilità di apprendimento, di tutti, non sono infinite e bisogna scegliere con estrema oculatezza ciò che val la pena di sapere.
Il problema non è dunque quello di aggiungere questo o quello ai programmi, ma di scegliere se insegnare questo o quello e di imporre che ciò che si è scelto sia appreso. Invece ognuno tira la coperta dal suo lato dimenticando l’importanza di ciò che lascia scoperto dall’altra parte e tutti si acconciano a che non sia imparato né quello che consigliano loro né quello che consigliano gli altri.
Forse un po’ più di democrazia, nella scuola, non sarebbe male. Se si lasciasse la parola agli insegnanti, se si ascoltassero coloro che sanno per esperienza quotidiana ciò che è essenziale e ciò che non lo è, ciò che è possibile e ciò che è impossibile, non avremmo alunni con la licenza media che non sono del tutto alfabetizzati e studenti universitari che, se scrivono qualche riga, fanno accapponare la pelle.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it -6 settembre 2007


Rai. Ormai parlano solo Veltroni e Prodi
Al premier e al futuro capo del Partito Democratico non bastano più i telegiornali di regime e i programmi di approfondimento: vogliono che l'intera struttura della Rai soddisfi la loro perenne ricerca di potere il che, se una parte, fa temere che siamo all'emergenza democratica, dall'altra fa pensare, per fortuna, che il capo del governo e il suo antagonista Veltroni abbiano talmente tanta paura dell'avanzata del centrodestra - vidimata da tutti i sondaggi - da cercare di avere dalla loro l'intera macchina comunicativa di viale Mazzini.
Tre fatti, due dei quali passati purtroppo inosservati, la dicono lunga sulla strategia che Prodi & Veltroni hanno in mente per cancellare il servizio pubblico.
Il primo episodio risale a una settimana fa quando i Gr, guidati da Antonio Caprarica, hanno mandato in onda una indecorosa intervista all'inquilino di Palazzo Chigi. Caprarica, che punta alla direzione della prima rete televisiva o comunque a un suo ritorno alla grande sul piccolo schermo, per essere nelle grazie del capo del Governo ha replicato la lunga intervista il giorno successivo sulla prima rete radiofonica che egli stesso dirige.
Una duplicazione che se fosse avvenuta ai tempi del Cavaliere avrebbe visto salire sulle barricate tutti i paladini delle sinistre che si annidano nei meandri di viale Mazzini e di Saxa Rubra. D‚altra parte è stato lo stesso centrodestra a permettere questi scempi giornalistici - a proposito: perché nessuno parla di violazione della deontologia professionale? Dov'è il potente segretario della Fnsi, Serventi Longhi? - facendo sì che la sinistra si impossessasse della radiofonia lasciando al loro posto uomini come Sergio Valzania, direttore della seconda e terza rete, e Marcello del Bosco, direttore della divisione, che ha trasformato via Asiago in un fortilizio sul quale svetta la bandiera con falce e martello.
Il secondo episodio è avvenuto nei giorni scorsi nel corso della partita di basket Italia-Grecia. Durante l'intervallo il telecronista non ha trovato di meglio che passare il microfono al sindaco di Roma, presente nello stadio, che ha concionato per tutto il tempo fino alla ripresa del gioco. Uno spot senza precedenti, visto che la Rai durante le partite di calcio ha sempre evitato, persino, di inquadrare il presidente del Milan, Silvio Berlusconi.
Il terzo episodio è avvenuto in occasione della mostra del cinema a Venezia. Vincenzo Mollica non ha trovato di meglio, nel corso dell'intervista a George Clooney, che parlare di Prodi, Veltroni e Berlusconi. Scontate le riposte dell'attore: 1) "Sono contento, da democratico, che al Governo ci sia Romano Prodi"; 2) "Veltroni è uno dei maggiori leader politici del mondo"; 3) "Berlusconi lo disapprovo politicamente perché rappresenta tutte le cose per cui sono contro". Anche in questo caso l'intervista "politica" è stata trasmessa, in parte, sul Tg1 delle 20 e integralmente nel corso del programma Tv7 dedicato al festival.
Viene da chiedersi, mutuando il ministro Di Pietro, che c'azzeccano queste domande con la cronaca di un festival cinematografico; c'azzecano e come perché l'intervista politica a Clooney fa parte della nuova strategia che la sinistra ha imposto ai suoi uomini in Rai.
E siamo solo agli inizi! Perché appena Angelo Maria Petroni sarà licenziato e al suo posto il ministro Padoa Schioppa avrà nominato un consigliere di chiara fede marxista la musica cambierà ancora. E in peggio!


D'Alema e Abu Mazen, un incontro inutile se fa il gioco di Hamas
Si fa fatica a capire quali siano le ragioni che hanno spinto il nostro ministro degli esteri ad incontrarsi di nuovo con l’Autorità palestinese. Novità che lo giustifichino non ce ne sono, dato che anche  l’ultimo incontro Olmert-Abbas non ha prodotto nulla di nuovo. In più, Tzipi Livni ha avvertito Condi Rice che non bisogna farsi eccessive illusioni sull’incontro di novembre a Washington, nessuna “ aspettativa irragionevole”, ha dichiarato lunedì incontrando il primo ministro Salam Fayad. Che ci sia andato a fare D’Alema è quindi un mistero, anche perchè, ad ogni iniziativa, la nostra politica estera si ingarbuglia sempre di più. Mentre da un lato si presenta come il propugnatore  verbale per eccellenza della pace, dall’altro non perde occasione per presentarsi -  a differenze degli altri stati europei e dell’Unione europea – come il sostenitore del “dialogo” con Hamas e con gli stati che aiutano gruppi e movimenti terroristi. La scusa del dialogo, che non ha mai portato alla sconfitta di nessun terrorismo, è naturalmente brandita per addossare a Israele tutte le responsbilità, in una situazione politica che vede lo stato ebraico privo, al momento, di qualsiasi soluzione immediata per mancanza di un vero partner con il quale condurre le trattative. Abbas (Abu Mazen), pur dichiarandosi arcinemico di Hamas e difensore delle posizioni moderate, riesce in  realtà a sopravvivere,  forse non solo poltiticamente, grazie alla presenza dell’esercito israeliano, che finora ha impedito ai padroni di Gaza di estendere il loro potere anche sulla Cisgiordania. Sia Abbas, che Prodi e D’Alema, sanno benissimo che per Israele sarebbe un suicidio avere ai propri confini uno stato governato da Hamas. L’aeroporto di Tel Aviv dista cinque km in linea d’aria da quello che che dovrà essere il futuro stato palestinese. E’ immaginabile che a governarlo siano gli stessi che da Gaza, in due anni non sono riusciti a fare altro che lanciare missili Kassam su Israele e fare un colpo di stato contro l’Anp impadronendosi del potere ? E’ evidente che no, ma Prodi e D’Alema fanno finta di non saperlo, o forse non ci arrivano proprio, il che fa lo stesso, il risultato non cambia. Salutato Mahmoud Abbas, D’Alema andrà a trovare Ehud Olmert, che lo riceverà con i soliti sorrisi che non si negano mai a nessuno,  gli dirà anche lui che è “irragionevole”, vista la situazione interna palestinese, farsi delle eccessive speranze sulla conferenza di novembre. Far retrocedere Hamas, sembra che abbia detto D’Alema, bene, ci spieghi come, senza tante inutili chiacchiere.

Da LIBERO del 5 settembre 2007,  articolo di Angelo Pezzana

Cinema e antisemitismo/ Lizzani da Suss l'ebreo a Hotel Meina
Tra i film presentati al Festival del cinema di Venezia ha fatto molto discutere Hotel Meina diretto da Carlo Lizzani e tratto dall'omonimo romanzo di Marco Nozza. La pellicola ricostruisce una vicenda accaduta all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943 tra gli Alleati e l'Italia. La vita di Noa, della sua famiglia e di tutti gli ospiti dell'albergo Meina sul lago Maggiore viene sconvolta dal brutale arrivo di un plotone delle SS che rinchiude gli ebrei costringendo tutti a una settimana di terrore e attesa. Drammaticamente combattuti tra il desiderio di fuga e la speranza della fine della guerra, i prigionieri vivranno un'assurda settimana chiusi in questa lussuosa gabbia di paura e dolore che è appunto l'hotel. Alla fine verranno uccise 56 persone. L'opera cinematografica non ha riscosso consensi unanimi. L'autore del film ha romanzato molto la realtà allargando le maglie della storia e inserendo nel film episodi non accaduti realmente. Lo scorso 25 febbraio la Stampa ha titolato: "Il film di Lizzani offende gli ebrei". Il regista si è così difeso: "Penso che ogni volta in cui si decide di fare un film su vicende realmente accadute, ci si imbatte in qualche ostracismo da parte di familiari, amici e conoscenti di quelle persone. D'altronde - ha proseguito Lizzani -, quando si lavora con la finzione, bisogna anche potersi prendere delle libertà artistiche. Detto questo sono sicuro che i sopravvissuti alle vicende dell'hotel Meina troveranno il film assolutamente rispettoso riguardo ai fatti e alle vittime della strage".

Becky Behar, unica sopravvissuta di quel massacro, aveva solo 13 anni quando si verificarono i tragici fatti. Oggi si schiera contro quel film: "Questa sceneggiatura non racconta i fatti accaduti all'hotel Meina, non racconta la mia storia né quella dei miei amici che ho visto morire - ha spiegato la Beahr -. Mai come ora le immagini influenzano e hanno più presa di quanta non ne abbia la parola scritta o una testimonianza. Che credibilità posso avere con i giovani dopo un film del genere?". La Behar ha aggiunto che dopo aver letto la sceneggiatura di Lizzani non ha più dormito. Una delle ragioni del risentimento della donna, riguarda l'inserimento nel film della figura di un nazista buono che nella realtà non è mai esistito. Lizzani ha dichiarato di essere venuto incontro alla Behar dando l'assenso alle modifiche che aveva chiesto, tranne una: quella riguardante il permissivismo dei nazisti nei confronti degli ebrei che venivano lasciati liberi di uscire dall'albergo. Lizzani spiega: "I tedeschi lasciavano uscire alcuni prigionieri, avendone però i parenti in ostaggio. Crudele gioco del gatto con il topo" (Giornale dello scorso 24 agosto). Becky Behar non era presente a Venezia e molti dubitano che possa esserci un incontro di chiarimento tra lei e il regista.

Anna Cardano, presidente dell'Anpi di Novara ha denunciato: "Non hanno invitato Behar alla "prima", né le hanno comunicato cambiamenti alla sceneggiatura o offerto di visionare scene del film. Non mi pare che siano segni di una disposizione positiva nei confronti delle sue legittime richieste di correzione". Non è la prima volta che Lizzani è "protagonista" di una polemica con gli ebrei. Nel libro di Mirella Serri "I redenti - Gli intellettuali che vissero due volte" (Corbaccio, 2005) è stato ha ricordato l'appoggio che diede Lizzani alla principale opera cinematografica del nazismo antisemita, Suss l'ebreo, uscito alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il film era una manipolazione nazista dell'omonimo romanzo di Lion Feuchtwanger. Il gerarca nazista Heinrich Himmler ordinò la visione obbligatoria di Suss l'ebreo a tutte le truppe e alle SS. L'opera fu recensita su Roma fascista del 9 ottobre del 1941 dal giovane Lizzani che trovò il film bellissimo e "ottimamente riuscito", aggiungendo che "è un organismo così accuratamente costruito (che) se calato nel tempo, ne sforza naturalmente i limiti, ne piega la presunta autorevolezza con il peso delle nuove tesi, al contrario, ad esempio di quanto avviene in alcuni assai citati film storici".

In quel periodo Lizzani sosteneva la necessità di un intervento deciso della politica nel cinema "come un'arma di propaganda in mano allo Stato totalitario che deve esserlo sempre più" (Roma Fascista, 15 gennaio 1942). Nell'ottobre del 2005, nel corso di un dibattito su "Intellettuali italiani tra fascismo e postfascismo", Lizzani affermò che era ora di farla finita di utilizzare la parola "fascista" come sinonimo di assassino e criminale facendo notare come la dittatura non fu solo oppressione e reazione culturale. Usando il lemma "fascista" come insulto, disse nell'occasione il regista, si è finiti per sottovalutare la "geniale" capacità di Mussolini nell‚incoraggiare sviluppo e modernità. Il dibattito venne seguito il 18 ottobre 2005 dalla Stampa con un articolo firmato da Mirella Serri la quale, curiosamente, non fece menzione del passato fascista del giovane Lizzani di cui lei stessa aveva fornito ampia testimoniananza nel suo libro.

(Palazzolo, da Il Velino) 

GLI ERRORI AMERICANI IN IRAQ
La guerra in Iraq è stata una manna per gli anti-americani che, come si sa, si trovano dovunque e negli stessi Stati Uniti. Tutti, da ogni parte, di fronte ai problemi insorti dopo una facile vittoria, hanno fatto a gara per identificare gli errori commessi e i progetti da adottare. Qui non si vuole affermare o negare nulla rispetto all’opportunità di quella guerra o alla giustezza del comportamento successivo. Si concede anzi, a scatola chiusa, che siano stati commessi gravi errori. Il problema infatti è un altro: il problema è che questa è una non-notizia.
Cicerone ha definito la storia magistra vitae e l’ha elevata al rango di perenne lezione ma molti giustamente obiettano che nessun avvenimento si ripete mai identico: l’ eterno divenire presenta problemi inediti che richiedono soluzioni inedite. Alle quali spesso conseguono errori inediti. La storia può raramente essere utile per prendere una decisione ma può servire per identificare delle costanti. Gli intrighi politici sono uguali nel presente come nel passato: anche in quello più lontano come l’epoca di Pericle. La corruzione, più o meno grave, è sempre esistita, né l’influenza del caso è mai stata minore. Nessuno dice che l’Invincible Armada fosse veramente invincibile, ma che ne sarebbe stato, della spedizione, se la flotta non fosse stata pressoché interamente distrutta da una tempesta? E chi poteva prevedere una tempesta nella Manica, mare tanto infido da tenere in grave apprensione persino Eisenhower, nel 1944?
Una delle più importanti costanti della storia è l’errore. Se Luigi XVI non fosse stato un uomo dappoco, se avesse capito la gravità della situazione, se fosse stato meno rigido e più accomodante, la Rivoluzione Francese avrebbe lasciato la Francia monarchica e lui sarebbe morto nel suo letto. La Repubblica è nata contro le intenzioni iniziali dei rivoluzionari. Sono stati il re e i nobili, con la loro idea di riprendere il potere alleandosi allo straniero (l’Armée des Princes), che sono apparsi ai francesi come dei traditori della nazione. Ma se il re si fosse chiamato Lafayette?

Chi ha studiato storia solo durante l’adolescenza soggiace ad illusioni ottiche. La prima è quella di credere che il corso degli avvenimenti non avrebbe potuto essere diverso. Dinanzi all’ipotesi d’una Francia monarchica dopo il 1789, molti si stupirebbero: “Ma se abbiamo sempre sentito parlare della Repubblica Francese!” Come se il fatto di averne parlato per molto tempo, dopo, la rendesse inevitabile, prima. E come poteva Cesare non vincere su Pompeo? Sono duemila anni che rimastichiamo questa storia. È solo guardando gli avvenimenti da molto vicino che si comprendono le molte biforcazioni della storia; quante cose sono andate in un modo e potevano andare in un altro. Basti pensare all’ipotesi che Napoleone morisse durante l’assedio di Tolone. Chi ne avrebbe mai parlato, in seguito? E che ne sarebbe stato della storia della Francia e dell’intera Europa?
Un seconda illusione deriva dallo stile dei libri scolastici. Nell’ansia di dare una spiegazione dei fatti, gli autori li motivano sinteticamente e per ciò stesso li rendono inevitabili. Sicché la storia sembra procedere su rotaie, come un treno: ed è tutt’altro che così.
Bush ha deciso di invadere l’Iraq e può certamente essere stato un errore. Tuttavia, in primo luogo non c’è da stupirsene: l’intera storia è intessuta di errori; in secondo luogo, che il dopoguerra sia stato drammatico e male affrontato lo sappiamo ora, ad anni dall’avvenimento: ma se invece di scannarsi gli uni gli altri gli irakeni si fossero subito dichiarati felici di essersi liberati di Saddam Hussein, se avessero abbracciato la democrazia, se avessero vissuto in pace e prosperità, chi non avrebbe detto che quella guerra era stata un capolavoro strategico? Soprattutto per le ricadute che quell’esempio, nel cuore del Medio Oriente, poteva costituire.
Un’ultima nota riguarda coloro – e sono moltissimi – che qui potrebbero protestare: “Ma che fosse un errore io l’ho detto prima che cominciasse!” Sembra una giusta protesta ma rimane discutibile.
Se si è contro una guerra perché si è contro tutte le guerre, si è anche contro le guerre inevitabili, contro le guerre moralmente giuste o contro le guerre strategicamente convenienti. Un uomo di Stato ha invece altri parametri e altri doveri. Se nel 1967 Israele fosse stata guidata da pacifisti senza se e senza ma (inconditionnels, dicono i francesi), avrebbe aspettato che l’Egitto, dopo avere voluto la guerra, sferrasse anche il primo colpo. Invece, quando il problema divenne inevitabile, Israele attaccò per prima e distrusse l’intera aviazione egiziana al suolo.     Questo da un lato fu un grave errore degli egiziani, dall’altro un capolavoro bellico.
Coloro che dicono “io sono comunque contro la guerra” hanno permesso a Hitler il riarmo, fra le due guerre: la Francia avrebbe potuto invadere la Ruhr per fermarlo e non lo fece. I pacifisti che hanno permesso a Hitler d’invadere la Cecoslovacchia e infine la Polonia. E quando infine Francia e Gran Bretagna si sono decise alla guerra, erano disarmate: si sono decise ad una guerra che non erano in grado di combattere. E l’Inghilterra è stata letteralmente salvata dalla Manica e dagli Spitfire: never did so many owe so much to so few, mai tanti dovettero tanto a così pochi.
Ovviamente nel 2003 né l’Inghilterra né gli Stati Uniti erano direttamente minacciati dall’Iraq, ma da un lato siamo tutti eccellenti profeti del passato; dall’altro l’errore, nella storia, è più la regola che l’eccezione.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it - 5 settembre 2007


BENALTRISMO, BUONISMO E “LAVAVETRI”
La polemica sui “lavavetri” è in sé inutile e marginale. Maiora premunt, come direbbe qualcuno: ci sono cose più importanti. Ma è un eccellente esempio di due maledette “b” del nostro tempo: il benaltrismo e il buonismo.
Col primo atteggiamento si rimprovera, a chi segnala un inconveniente, che “ben altro” è il vero problema e bisogna per cominciare dire che il benaltrismo può in molti casi essere giustificato. A chi dicesse che i vetri dei vagoni non sono sufficientemente puliti ben si può obiettare che, se il personale è insufficiente, bisogna prima occuparsi della pulizia delle “toilette”. Poi si potrà guardare ai vetri. Qui, come si vede, la risposta è pertinente: i vetri dei treni sono meno importanti dell’igiene di un posto in cui si può essere obbligati ad andare per necessità.
Se viceversa qualcuno rispondesse che il problema è “ben altro”: “mancano i vagoni per far viaggiare comodi gli utenti”, per quanto la risposta sembri ragionevole, e per quanto sia vero che sarebbero necessari altri vagoni, nondimeno è una sciocchezza. La pulizia di vetri e gabinetti appartiene allo stesso ambito ed è per così dire alternativa, mentre non appartengono allo stesso ambito l’ingente spesa per acquistare dei vagoni e quella per assumere un paio di pulitori in più. Nel primo caso si discute del miglior uso delle risorse, ed eventualmente di una piccola spesa in più, nel secondo si elude il problema: spesso, con l’aggravante dell’aria pensosa di chi si occupa dei massimi sistemi. Il benaltrista sciocco non risolve né la piccola né la grande difficoltà. È un narciso che vuol apparire un’aquila al di sopra degli altri mentre in realtà si fa vento con le parole e non ha un atteggiamento costruttivo
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Il buonista, che del resto è anche, non raramente, un “benaltrista”, è uno che tende ad una visione infantile, perdonistica, irenica e vagamente favolistica della realtà. Per il buonista il lupo non è la bestia che azzanna e sgozza le pecore, è l’animale che porge la zampa a San Francesco. I delinquenti non sono la feccia della società ma la prova delle sue colpe: per redimerli basterebbe parlare loro con dolcezza. I somari sono ragazzi non sufficientemente amati e non sufficientemente capiti: e intanto bisogna promuoverli. L’anno venturo, per miracolo, da somari si trasformeranno in secchioni e recupereranno tutte le loro carenze. E si potrebbe continuare: ogni volta mostrando per contrappasso ciò che dice l’etologia sui lupi, la criminologia sui delinquenti, e i risultati della scuola contemporanea su questa pedagogia.
Il buonista prospera in una società opulenta in cui si tende a non pagare pegno. La maggior parte delle volte dà dimostrazione delle proprie virtù quando a pagare sono gli altri. Chiama microcriminalità lo scippo della pensione ai poveri vecchi che escono dall’ufficio postale perché la loro madre ha l’accredito in banca e, se esce, esce con l’autista. Chiama microcriminalità la rapina anche se il codice penale la pensa diversamente ed anche se, non troppo raramente, qualche negoziante vi perde la vita. Il buonista non guarda alla realtà. Pensa che guardarla troppo da vicino è controindicato per chi vuole continuare a nutrirsi di ideali. Se seguissimo le conclusioni del realismo, pensa, saremmo ancora alla civiltà delle caverne. E nel frattempo, mentre abita nei quartieri alti, predica che bisognerebbe essere contenti di avere dei vicini di casa extracomunitari anche se fossero sporchi, rumorosi e, forse, delinquenti.
Queste osservazioni sono utili per orientarsi nella polemica attuale sui “lavavetri”. Nessuno nega che la mafia e il “pizzo” siano problemi più importanti di quello dei lavavetri. Solo che, per lottare contro la delinquenza organizzata, è necessaria una polizia giudiziaria enormemente potenziata, una politica oculata di contrasto al malaffare e una risolutezza statale capace di riacquistare un controllo del territorio. L’America ai tempi del proibizionismo ingaggiò una sorta di guerra con l’organized crime, e non l’avrebbe certo vinta con i vigili urbani. Viceversa i “lavavetri” sono di competenza dell’ultima guardia di città. Basta minacciarli di cinque giorni di arresti (quindici è il massimo, ed è in alternativa alla multa, secondo l’articolo 560 del C.p.) per vederli sparire dagli incroci: come è avvenuto a Firenze. Dunque il “benaltrismo” è fuori linea, rispetto al problema e serve soltanto a non risolverlo. In secondo luogo gli automobilisti, un po’ in tutta Italia, sono stati favorevoli all’ottanta per cento alla decisione di Firenze. Dunque i “buonisti”  o non guidano, o sono abbastanza ricchi da comprarsi una buona coscienza regalando un euro ogni volta che il semaforo è rosso.

Infine c’è chi, come Barbara Spinelli, si arrampica sugli specchi della storia e della sociologia, per versare lacrime greche sugli ultimi, sui diseredati, sugli emarginati cui dovremmo fornire di che vivere dignitosamente. Altro che multarli: questo ci riporterebbe indietro di secoli sul cammino della civiltà! Questi grandi pensatori dimenticano che in Francia la mendicità è vietata e non si vede mai un “lavavetri” agli incroci. Inoltre, probabilmente, lì si è perfino insensibili all’arte: prova ne sia che le facciate delle case non sono imbrattate dallo spray. Devono proprio essere dei selvaggi, questi francesi.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it - 3 settembre 2007


Gheddafi e Ahmadinejad sono tra gli organizzatori della Conferenza mondiale contro il razzismo del 2009 -  Fermiamo Durban 2
Fermiamo Durban 2, diamo qualcosa di serio da fare al Parlamento Europeo e ai suoi zelanti rappresentanti radical chic, preoccupati solo degli sconti di tasse alla Chiesa cattolica italiana. Non aspettiamoci che sia in qualche modo sensibile il governo italiano, che ha scelto con forza pari alla sua vaghezza equivicina la strada dell'appoggio a Hamas, a Hezbollah, alla Siria e all'Iran. Tocca all'opposizione di centro destra, ai liberali, cercare di far capire agli italiani che ci sono questioni ben più pericolose della pur sacrosanta battaglia sulle prepotenze dei lavavetri e dei loro racket. Non vorrei, e temo di non sbagliarmi, che tanta improvvisa solerzia ai piani bassi nascondesse il desiderio di nascondere trame e rischi nazionali e internazionali ben più gravi. Stiamo combattendo i lavavetri, non vorrete mica che ci occupiamo anche dei centri islamici clandestini dove si fomenta l'odio verso gli italiani e si fa scuola di terrorismo? Ci stiamo occupando della moratoria sulla pena di morte, non vorrete mica che badiamo alle sorti di Israele, che comunque ha i suoi torti? Stiamo cercando di dialogare, è così che si fa con gli avversari, non vorrete mica che ci mettiamo a litigare con Ahmadinejad, che poi affretta il programma nucleare, che ora invece prosegue con rispettosa lentezza? È così che siamo ridotti.
I fatti. Tre giorni fa a Ginevra i rappresentanti dell'Iran si sono accomodati con gli altri membri del Consiglio per i Diritti umani dell'Onu, chiamati a organizzare la Conferenza mondiale contro il razzismo che si terrà nel 2009. La Commissione preparatoria è composta da 20 Stati membri ed è presieduta dalla Libia di Gheddafi. Avete capito bene, l'Organizzazione delle Nazioni Unite, ma l'acronimo potrebbe tranquillamente diventare Organizzazione dei nazisti uniti, ha accolto Mohammed Ahmadinejad, la jena, a occuparsi dei problemi degli agnellini, il negatore dell'Olocausto a discettare di sionismo. Non è una novità, quel Kofi Annan approvato alla carica di segretario generale proprio dagli americani, come sono ingenui a volte gli americani, ne ha fatte di tutti i colori prima di togliere il disturbo. La Conferenza di Durban nel 2001 resta però il peggio dell'eredità di Annan. Le Ong cosiddette antimperialiste e i Paesi fondamentalisti si misero d'accordo e vararono una tale serie di proclami contro Israele e contro gli ebrei, tornando alla definizione proibita «sionismo uguale razzismo», che la delegazione di Israele e quella degli Usa se ne andarono, e alla fine un po' di nazioni europee, anche l'Italia, boicottarono la conferenza e non fecero passare nessuna risoluzione. Va ricordato che fior di organizzazioni sempiterne per i diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch, se ne stettero graziosamente a guardare quell'esplosione di odio.

Un editoriale del Jerusalem Post mi ha rinfrescato la memoria sul clima di quei giorni. A Durban una gran quantità di gente indossava T-shirts con la scritta «Occupazione=Colonialismo=Razzismo Basta con l'Apartheid israeliano». Gruppi di palestinesi distribuivano volantini con l'effigie di Hitler e la scritta «Se avessi vinto io? Di positivo c'è che non esisterebbe Israele e non verrebbe sparso il sangue palestinese». Attivisti sudafricani, compresi arabi e musulmani del posto, sfilavano nella zona della conferenza cantando «Quello che abbiamo fatto all'apartheid in Sudafrica deve essere fatto al sionismo in Palestina».
La Conferenza di Durban finì nel caos subito prima degli attacchi dell'11 Settembre. Da allora, se qualche nazione è diventata finalmente più consapevole, i focolai di pericolo sono aumentati. In America Latina il veleno di Hugo Chavez ha ridato fiato perfino alla dittatura dell'eterno moribondo Fidel Castro. L'Afghanistan è una partita difficile, l'Irak è un terreno doloroso e poco comprensibile, anche perché non c'è un giornale o una televisione che non lo racconti secondo la diffusa ossessione antiamericana, non solo per cattiva volontà, proprio perché non ci sono gli strumenti per tentare una informazione qualsivoglia che non sia l'elenco fazioso dei morti ammazzati. Il razzista Gheddafi prende soldi e riconoscimenti quando rinuncia ai suoi ricatti. Peggio, la guida che mancava a Durban per unificare tutti contro gli Stati Uniti, Israele e la difesa dell'Occidente, ora c'è, è Ahmadinejad. Sarà per questo che le Nazioni Unite lo hanno chiamato con due anni di anticipo a prepararci la trappola?


Maria Giovanna Maglie - Il Giornale