ARCHIVIO AGOSTO 2006
MOLLICHINE
D'Alema per Teheran dice: «Ha diritto al nucleare».
Poi riabilita i terroristi dell'Eta. Fra qualche giorno bin Laden
gli farà una scenata di gelosia.
La sinistra si preoccupa che Israele obbedisca alla Risoluzione
1701. Del fatto che Hezbollah rifiuti il disarmo no. Che paura si
può avere, delle armi degli alleati?
Olmert: "Desidero sottolineare che il popolo di
Israele non ha alcun conflitto con il governo del Libano". Ha un
solo problema: trovarlo, il governo.
A mo‚ di mollichina, un
ANEDDOTO NUOVO PER UNA STORIA VECCHIA
Un giorno in Cielo si pensò che Antonio, l'eremita,
era solo da decenni e meritava un premio. Gli si mandò dunque
un angelo come compagnia e Antonio ne approfittò per fargli molte
domande sull‚aldilà. Un giorno gli chiese:
-Com'è, il paradi
so? Tutti felici, lassù, nevvero?
L'angelo fece una smorfia. Una smorfia deliziosa, da angelo,
ma una smorfia. Certo, gli spiegò, in paradiso c'era tutto
per essere felici: ma gli uomini hanno una tale cattiva natura che si
lamentano sempre. Alcuni della temperatura, troppo fresca, altri della
solitudine (c'è poca gente, lì), altri ancora della monotonia.
Antonio fu scandalizzato: chiamare monotona la visione beatifica di
Dio! E comunque aggiunse: "Figuriamoci allora come si lamentano all'inferno!".
Ma anche stavolta l'angelo lo sorprese:
-Eh no. Anche se all'inferno si soffre enormemente di
tutti i tormenti che tu sai, nessuno si lamenta e tutti si dichiarano
felici.
-E come mai?
-In verità, prima i lamenti salivano fino al paradiso.
Ma da quando è morto Stalin, l'inferno è diventato
comunista e tutti hanno ricevuto l'ordine di dichiararsi felici.
Gianni Pardo
No, Israele
non ha perso la guerra.
E' stato interessante il mio viaggio in Italia.
Ho parlato, ho ascoltato, ho cercato di considerare
l'indifferenza e l'odio di alcuni, mi sono commossa per l'amore
di altri.
Tutti pero', amici e nemici, sono dell'idea che Israele
abbia perso la guerra, io non sono dello stesso parere.
Si, e' vero, Israele ha vinto in sei giorni una guerra
contro cinque eserciti arabi ma il prezzo e' stato la vita di 1500
soldati.
E' vero che nel 1973 Israele, dopo essere stata invasa
sia da nord che da sud , ha ricacciato il nemico fino ad arrivare
quasi a Damasco e riconquistando tutto il Sinai con una vittoria
schiacciante e considerata impossibile.
E' vero che Zahal e' un esercito forte e coraggioso,
e' vero che i nostri soldati che sono i nostri figli , sono
eroici e pronti a tutto.
E' anche vero che in un mese di guerra non siamo riusciti
a impedire il lancio dei missili sulla Galilea.
E' anche vero che dopo 60 anni di guerre continue e
di terrorismo siamo stanchi e stufi ma i nostri ragazzi volevano
andare avanti sicuri di vincere se glielo avessero permesso. I nostri
ragazzi volevano riportare a casa i loro compagni rapiti. Non hanno
potuto farlo.
Ma vediamo l'altra parte della medaglia.
Israele ha risposto al rapimento e all'uccisione dei
soldati di frontiera e al lancio delle prime centinaia di missili
entrando in Libano, e in quel momento ha avuto inizio il triraemolla
dell'occidente "Israele fermati, Israele ancora una settimana, no
fermati, no ancora tre giorni, torna subito indietro, vabbe' vai
avanti ancora un giorno e mezzo...STOOOOP!"
A questo aggiungiamo la propaganda araba, le menzogne
di massacri israeliani mai avvenuti, la nefandezza di hezbollah,
lo schifo dei politici europei e i balletti di Condoleeza Rice, le passeggiate
di D'Alema a braccetto col portavoce di Nasrallah e le sue dichiarazioni
sull'esagerazione della risposta di Israele ai 4000 missili, ai civili
ammazzati a Haifa , a Naharya, a Kiriat Shmona, alle case e alle scuole
e asili israeliani distrutti, ai malati degli ospedali portati nei sotterranei
per salvarli.
Israele ha risposto mentre l'occidente la tirava per
la giacchetta pero'quando e' stato concesso ancora un po' di tempo
, ecco che in meno di un giorno i ragazzi di Zahal sono arrivati addirittura
sopra il Litani, schivando i buchi e le gallerie da cui uscivano come
topi di fogna gli assassini hezbollah.
"Come leoni" dice qualcuno dei loro ammiratori " si
sono battuti come leoni".
Povero re della giungla essere paragonato a gentaglia
che colpisce a tradimento, che si nasconde dietro i pannolini dei
bambini, che porta ragazzi handicappati in edifici destinati a esplodere,
topastri, pantegane, vigliacchi altro che leoni ma si sa che chiunque
ammazzi israeliani e' un eroe.
Israele ha distrutto centinaia di postazioni , migliaia
di batterie di katiusche, solo ieri ha fatto esplodere un'intera
citta' costruita, sotto l'occhio affettuoso dell'Unifil, a 30
metri sotto terra.
Israele non ha perso la guerra, non ha potuto vincerla,
un po' per gli errori provocati dalla paura di ritornare nel pantano
libanese che ci era costato 1200 morti, un po' per i bastoni fra
le ruote dell'occidente. Ha fatto quello che ha potuto cercando
di continuare e nello stesso tempo di parare i colpi mediatici delle
agenzie che, come sempre, si affidavano anima e corpo alle notizie
taroccate di hezbollah che, anche questo come sempre, sono arrivati
ad ammazzare libanesi, i soliti poveracci scudi umani del barbaro
cinismo arabo, pur di gettare la colpa su Israele.
La verita' e' che dopo una settimana di guerra Seniora
chiedeva la tregua, piangendo le sue lacrime di coccodrillo,
Nasrallah dal suo buco sottoterra dove e' rimasto nascosto
per un mese intero, chiedeva la tregua pure lui . Adesso il pagliaccio
terrorista dice che se avesse saputo non avrebbe mai incominciato.
Ma come! Non ha detto di aver vinto lui? Si vabbe',
una vittoria da fogna, la fogna in cui si e' imboscato per non essere
ammazzato.
Israele ha ottenuto qualcosina dalla sua contestata
vittoria:
1. l'esercito libanese, dopo 35 anni, e' andato al
confine per proteggerlo dai terroristi.
2. Hezbollah non e' stato disarmato ne' mai lo sara'
ma ha avuto perdite enormi e soprattutto non e' piu' il partito
di dio (minuscolo) ma forse solo il partito del cavolo.
3. Nasrallah si e' sputtanato cosi' tanto che presto
chiedera' asilo politico sulla barca di baffino D'Alema.
4.L'Europa e' stata chiamata in causa, gli e' stata
richiesta finalmente una responsabilita' dopo decenni di indifferenza
interrotta dai leccamenti ai vari gruppi terroristi e di insulti
a Israele.
Oggi sono arrivati
i soldatini italiani, Prodi ha parlato, aspirando la parola "pace'
, con una retorica da vomito. Ma i soldati italiani lo sanno che
dovranno anche sparare? Possibilmente non contro gli israeliani!
In questi giorni tutti si sono asciugati la lingua
a forza di parlare dei danni del Libano, degli aiuti al Libano,
Libano Libano Libano.
Ma Israele? L'aggredito?
Nessuno parla di danni subiti da Israele, dei morti
civili israeliani. Israele si arrangi da solo, che diamine!
Intanto i pacistronzi sono andati ad Assisi con tante
scarpe, le solite bandiere colorate, molte bandiere palestinesi e
libanesi e tanti cartelli raffiguranti il loro nuovo idolo Nasrallah.
Non hanno piu' Arafat, Saddam Hussein e' un morto che cammina, Ben
Laden e' un fantasma, resta il barbuto terrorista libanese a dargli conforto,
poveri orfanelli!
Nasrallah che odia Israele come loro, Nasrallah che
vuole buttare gli ebrei a mare come loro, Nasrallah nazista come
loro.
Avranno portato tutte quelle scarpe per lui? Per il
suo esercito di naziterroristi?
Secondo me le hanno tolte a chi voleva corrergli dietro
per prenderli a calci in culo!
Israele non ha perso la guerra, ragazzi miei! Da quanti
anni l'occidente e' in Afghanistan e in Iraq? E Israele doveva vincere
hezbollah , milioni di volte meglio armati e addestrati dei talebani
e delle fazioni irachene, in un mese?
E che sono tutti Superman in Israele? No, in questo
Paese vivono uomini, con virtu' e difetti, piu' coraggiosi di altri,
piu' commoventi di altri, piu' buoni di altri, forse piu' naiive
di altri ma uomini sicuramente piu' sfigati di tanti altri,
uomini che si sentono odiati perche' vivono in un minuscolo pezzo
di terra sempre aggredito, uomini che sentono ogni giorno qualcuno
che li minaccia di annientamento, uomini che in tanti anni di terrorismo
non si sono fatti abbacinare dall'odio.
Li volete capire questi uomini e queste donne una buona
volta?
Volete capire il loro dolore, la loro paura, la loro
disperazione, la loro grande civilta'?
Deborah Fait - .informazionecorretta.
IL MITO INGANNEVOLE
DELLA “SUPERBANCA”
Nell’era della superbanca nessuno riesce a resistere
al fascino di ingrandirsi, dando l’idea che tale espansione sia
un grande passo per l’economia nazionale od internazionale. Come per
il superuomo di nietzschiana e teutonica memoria, che raffigurava
l’uomo perfetto, invincibile, completo, che dava sicurezza, così
la superbanca si propone come l’essenza suprema della banca, la sintesi
di tutti i servizi bancari, assicurativi, finanziari, la summa dei
bisogni di partner economici e semplici clienti. Eppure l’idea che
la superbanca sia un grande passo in avanti è ingannevole,
soprattutto nella versione italiana che si sta cercando da mesi nel
marasma delle trattative fra San Paolo, Capitalia, Banca Intesa ed
MPS e che ora si concretizza nella fusione San Paolo-Banca Intesa. E
ci sono buoni motivi per diffidare di questa facile illusione.
Innanzitutto
il principio che la fusione aumenti la potenza di una banca, ne
favorisca il regime concorrenziale a livello internazionale non
è un assioma da manuale dell’alta finanza, almeno in Italia,
dove le fusioni non sono mai state paritarie e ben presto si sono
concretizzate in fagocitazioni. Forse la storia delle banche italiane
non è stata una storia di fusioni ed unioni compensative? San
Paolo-IMI nasce nel 1998 dopo l’era delle privatizzazioni e
con la fusione di due istituti; San Paolo-IMI ha assorbito il malridotto
Banco di Napoli, anch’esso privatizzato nel 2003, creando una politica
di concentrazione per poli; Banca Intesa l’altra protagonista della
fusione di questi giorni nel 2000 ha creato un polo di concentrazione
con la BCI. “La fusione consentirà lo snellimento della struttura
societaria e di governance del gruppo…agevolerà il percorso realizzativi
delle sinergie da integrazione previste nel piano industriale…”,
si diceva. Hanno mai creato queste fusioni, i presupposti per una
grande struttura bancaria? Alla fine è prevalsa una banca sull’altra
e le fusioni sono state solo uno strumento di difesa per sopravvivere
alla crisi ed all’assenza del foraggiamento pubblico.
Oggi come ieri questa fusione fatta in casa non
è “offensiva”, non crea nuovi scenari, ma serve per preservare
i vecchi dalle mire altrui, soprattutto estere. Non a caso ne sono
protagonisti due degli istituti più forti d’Italia, ma al
tempo stesso suscettibili da anni di scalate che potrebbero far
scemare il “patrimonio bancario italiano”. Da anni Credit Agricole
che detiene il 17% di Banca Intesa sta cercando soluzioni per uscire
dal patto e non ci è riuscita per poco nella scorsa “stagione
dei furbetti” e neppure il Banco Santander forte dell’8% da secondo
azionista di San Paolo non ha nascosto interessi preziosi, scaturenti
dalla stagione buona della Spagna e la testimonianza sta tutta
nello scetticismo di Botin sulle fasi intermedie della fusione e
sui partner schierati per l’operazione.
Superbanca, sì, ma solo nei quartieri alti.
In realtà la superbanca restringe la concorrenza nazionale,
favorisce la polarizzazioni di sedi, filiali e quindi di servizi
e crea miriadi di private banking che svolgono perlopiù operazioni
di investimento diretto, i azioni sul mercato mobiliare e che finiscono
con la snaturare il loro carattere di banca ed abbandonare la logica
del servizio per quella del profitto.
Dal macrocosmo finanziario al microcosmo occupazionale,
la superbanca favorisce l’assorbimento di filiali, la riduzione
o la diversa destinazione del personale oltre alle confusioni sulla
ripartizione delle competenze. Leggo la gioia del Corriere e dell’estabilishment
governativo che sottolineano come l’Italia ha già dato
molto ed era ora che le grandi banche si alleassero sul modello
Unicredit-HvB, per tentare nuove operazioni strategiche all’estero.
Già ma Unicredit è partita dall’estero per andare all’estero,
Intesa e San Paolo fanno blocco in Italia e troveranno molti ostacoli
per i loro obiettivi all’estero. E poi ricalcando la vicenda Unicredit,
siamo sicuri che questa aspirazione a diventare centri nevralgici nei
mercati esteri, come è accaduto per Unicredit, in Romania, in
Bulgaria, in Polonia, in Russia, nell’Est europeo ed asiatico, lasciando
gli investimenti, le operazioni di aiuto e finanziamento dipendano
da JP Morgan, Goldman Sachs e Merryl Linch, non sia un “togliere e
mettere” a nostro svantaggio?
Angelo M.
D'Addesio
ECCO PERCHE' HEZBOLLAH
NON HA VINTO (ALMENO IN MEDIO ORIENTE)
Il quotidiano libanese francofono l’Orient le Jour
prova che l’88 per cento dei libanesi sogna un paese al riparo dai
conflitti regionali. Il 51 per cento vuole il disarmo di Hezbollah.
Durante il weekend, il leader del Partito di Dio è apparso in
televisione, intervistato dall’emittente libanese New-Tv. Ha detto
che se avesse previsto l’entità della risposta israeliana, il
suo gruppo non avrebbe rapito i due soldati di Tsahal, il 12 luglio. Ieri,
da Beirut, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nella prima tappa
di un tour mediorientale, ha chiesto la liberazione dei due militari e
la fine del blocco israeliano sul Libano. Il ministro degli Esteri italiano,
Massimo D’Alema, ha invece smentito lo stesso leader del Partito di Dio,
dichiarando che l’Italia non medierà nella questione prigionieri.
Nasrallah è pronto a incontrare Annan. Il leader sciita, con l’intervista
e il nuovo atteggiamento dialogante, si mette al riparo da chi, in Libano,
gli chiede il conto della guerra. (...)
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Amir Taheri& ©Wall Street Journal
- per gentile concessione di Milano/Finanza& (traduzione
Studio Brindani)
dal “Foglio”, 29/8/’06
CHI SI PENTE D'UNA
GUERRA VINTA?
Nasrallah, capo di Hezbollah, ha dato un'intervista.
Trattandosi d'un personaggio il cui livello morale è zero,
non ci si deve chiedere: "è vero ciò che ha detto?",
ma semplicemente: "perché lo ha detto?".
Per una sorprendente norma romana l'interrogatorio
degli schiavi doveva svolgersi mediante tortura. Il legislatore
reputava il loro livello morale così basso, la loro disponibilità
a mentire così grande, che quella crudele pratica serviva
a dare loro un minimo di credibilità. Oggi questo disprezzo
è adeguato ai terroristi. Essi non esitano ad uccidere donne
e bambini innocenti, ignari passanti o pendolari che vanno al lavoro
e sono umani solo nell'aspetto. La verità è l'ultima
delle loro preoccupazioni e se dovessero dirla è solo perché
gli è utile.
Nasrallah ha detto: Hezbollah "è intenzionata
a collaborare con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil,
la cui missione non è di disarmare la resistenza". "Non abbiamo
problemi con Unifil purché non tenti di disarmarci". Aggiungendo
che "però se i militari libanesi trovano qualcuno armato
hanno diritto a confiscargli le armi". Infine e soprattutto ha affermato
che «Se Hezbollah avesse ipotizzato che il rapimento dei soldati
israeliani avrebbe portato alla guerra non l'avrebbe ordinato».
Il partito di Dio «non si aspettava neppure per l'uno per cento
la reazione di Israele» .
Queste affermazioni implicano che
la ritorsione israeliana è stata molto dolorosa. Nasrallah
ha detto d'essere pentito d'averla provocata ed ha perfino confessato
che se avesse potuto prevederla non avrebbe ordinato l'attentato.
Ora, dal momento che queste parole sono musica per le orecchie di
Gerusalemme, e si può star certi che non sono state dette per
rincuorarla, perché le ha dette? A chi si rivolgeva?
Come è noto, il Libano ha tollerato
nel proprio territorio l'esistenza d'un esercito terrorista
parallelo. Poi Israele gli ha fatto chiaramente spiegato che,
come dispone il codice, si è responsabili dei danni provocati
dai propri figli minorenni o dai propri animali e la lezione è
stata così dolorosa che occorreranno forse anni per riparare
i danni e piangere i morti. Questa è la realtà sostanziale.
Ovviamente, come è costume in quella regione, anche dopo avere
preso bastonate è buona norma proclamarsi vincitori. Ed è
quello che gli Hezbollah hanno fatto. Gli stessi media occidentali,
lieti della presunta interruzione delle affermazioni militari di
Gerusalemme, hanno gioiosamente echeggiato gli epinici arabi: ma la
realtà non s'inchina né al wishful thinking né
all'antisemitismo. Le ferite riportate dal Libano sono state profonde.
Centinaia di morti, anche civili; un gran mole di danni materiali; decine
di migliaia di profughi, di cui molti, tornando, non hanno più
trovato la propria casa: e tutto questo perché gli Hezbollah avevano
deciso di giocare alla petite guerre. Il rancore nei
confronti di Nasrallah dev'essere salito ad un tale livello che egli
ha forse sentito il dovere politico di confessare il proprio errore,
e di scusarsi, per non perdere del tutto il consenso della popolazione.
Anzi ha promesso di non provocare più analoghi disastri: di non
lanciare più razzi o incursioni contro Israele e di "collaborare
con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil". Anche se, dal momento
che è solo un fantoccio nelle mani della Siria e dell'Iran, domani
potrebbe lo stesso provocare una nuova e ancor più disastrosa guerra,
sono atteggiamenti significativi.
La guerra di Israele è nata per porre
un termine ai ripetuti lanci di razzi sulla Galilea. Ora Nasrallah
promette di smettere e riconosce di avere fatto male a spararli
prima. E allora, come si può ancora affermare che Hezbollah
ha vinto? Chi mai si pente di una guerra vinta?
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 29 agosto 2006
La
"nuova" politica estera italiana intrisa di vecchi pregiudizi
antisraeliani: l'analisi di Giorgio Israel
Il ministro degli esteri Massimo D´Alema
farebbe bene a non dare troppo ascolto al coro adulatorio
che tutti i giorni vanta la sua insuperabile intelligenza.
Difatti, per quanto lucido egli sia, rischia di illudersi di
poter far credere al prossimo qualsiasi cosa, per esempio che egli
sia "equivicino" tra le parti in Medio Oriente.
Gettare alle ortiche l´uso di
questo infelice aggettivo non potrebbe che far bene. In
primo luogo perché, essere equidistante tra Israele
e un movimento terrorista come Hezbollah non è degno del
ministro degli esteri di un paese democratico. In secondo luogo,
perché neppure coloro che ripetono da mane a sera il mantra
della superiore intelligenza di D´Alema possono più
credere alla favola che egli sia equidistante. Per quanti sforzi
egli faccia per celare i suoi sentimenti, essi spuntano da tutti
i lati come un pezzo di gomma che si cerchi di comprimere in uno spazio
troppo piccolo.
L´onorevole
D´Alema usa respingere le critiche dicendo che è
inammissibile che ogni accusa a Israele sia tacciata di antisemitismo.
Ma si tratta di uno stratagemma inutile. Qui non si parla di antisemitismo.
Si parla semplicemente del fatto che l´insopportazione
e l´antipatia di D´Alema per Israele, la sua mancanza
di obbiettività e di apertura mentale nei confronti di Israele
e delle sue ragioni, esce da tutti i pori come il pezzo di gomma
di cui si diceva.
Non faremo qui l´elenco delle
condanne passate di D´Alema contro la politica
di Israele, con termini durissimi che mostrano quanto D´Alema
sia capace di indignazione morale quando vuole. Ricorderemo
soprattutto un´intervista rilasciata in rete alcuni mesi
fa in cui D´Alema manifestò in modo quanto mai chiaro
la sua profonda antipatia per Israele e per gli Stati Uniti, parlando
di superiorità dell´Europa rispetto a coloro che credono
di portare la democrazia con la violenza di stato. Naturalmente, siccome
D´Alema è una persona intelligente, si rese conto del
ridicolo dell´affermazione e osservò che, certo l´Europa
ha avuto Auschwitz, ma che "proprio per questo" aveva capito la
lezione. Come si usa dire, peggio la toppa del buco.
La lista delle manifestazioni di sdegno
morale di D´Alema nei confronti di Israele è
tanto lunga quanto è corta quella delle critiche - per
non dire delle condanne - nei confronti dei nemici di Israele.
Egli ha ripetutamente accusato l´esercito israeliano di
praticare il tiro al bersaglio sui civili ma non ricordiamo condanne
nette della pratica degli stermini suicidi. Quando Israele si è
ritirato da Gaza, sono state devastate e date alle fiamme le sinagoghe,
ma non ricordiamo una condanna dell´on. D´Alema di questogesto
efferato. I palestinesi avevano l´opportunità di cominciare
a creare uno stato su un territorio totalmente in mano loro,
e non hanno saputo neppure creare una forza di sicurezza unificata:
l´unica cosa che hanno saputo fare è organizzare
dei tiri di missili Kassam entro Israele, rendendo la vita impossibile
agli abitanti di Sderot.
Non ricordiamo una critica dell´on.
D´Alema di tale comportamento illegale e criminale.
Eppure per essere davvero amico di qualcuno bisogna dirgli la
verità. Non ricordiamo critiche dell´on. D´Alema
nei confronti di Hezbollah e delle sue mire dichiarate e ripetute
di distruzione di Israele. Non ricordiamo neppure vibrate condanne
da parte dell´on. D´Alema dei propositi criminali del
presidente iraniano Ahmadinejad e delle sue efferate affermazioni
circa lo sterminio degli ebrei d´Europa. Al contrario, ricordiamo
la sua dichiarazione circa il ruolo di potenza regionale che deve
essere riconosciuto all´Iran (a "questo" Iran).
E si potrebbe continuare a lungo.
Dal
momento della sua nomina a ministro degli esteri, l´on
D´Alema ha voluto ostentare una posizione di assoluta
oggettività, fuori da ogni ideologia e moralismo,
parlando - come è apparso evidente in una recente intervista
a Repubblica - alla maniera di Talleyrand, criticando cioè
Israele per aver commesso qualcosa di peggio di un crimine, ovvero
un "errore"; e aggiungendo che i problemi si risolvono per via
diplomatica e mai con la guerra. Ma per aspirare ad essere una replica
di Talleyrand bisogna capire lo spirito della sua azione. Talleyrand
approvò molte delle guerre di Napoleone e ne criticò
altre perché erano, appunto, un "errore"; ma si guardò
bene dall´aderire a un´ideologia pacifista o guerrafondaia.
Quando enuncia il principio dell´assoluta inutilità,
ed anzi negatività della guerra, D´Alema è agli
antipodi dall´idea che un errore è peggio di un crimine:
aderisce a una visione ideologica. Dire che la guerra è sempre
un male (o viceversa) è pura ideologia moralistica e non ha
nulla a che fare con una visione razionale dei fatti. E qui si scorge
il filo rosso della continuità con il D´Alema dell´intervista
in rete.
Non c´è da stupirsi allora
che l´immagine del nostro ministro degli esteri come
un novello Talleyrand sia esplosa come una bolla di sapone,
riportando alla luce i suoi autentici sentimenti. Egli valuta
la crisi israelo-libanese come se fosse una questione del rapimento
di qualche soldato e di una reazione "sproporzionata" - cosa
sarebbe stato proporzionato? rapire un paio di militanti Hezbollah?
- e non il frutto di un disegno vastissimo dietro cui vi è
l´Iran e che muove in unico quadro Siria, Hezbollah e
Hamas verso l´obbiettivo della distruzione di Israele come
passo decisivo per un attacco globale che va avanti da più
di un decennio. Non vedere questo significa non guardare oltre
la punta del naso e rinunciare a una visione geopolitica a vantaggio
di un pregiudizio ideologico, basato sul solito ritornello dell´oppressione
che genera reazione. Non meno falsamente oggettivo è l´insistere
sul fatto che Hamas o Hezbollah (o l´integralismo iraniano)
non sono classificabili sotto la rubrica "terrorismo" perché
godono di un´ampia adesione di popolo, talora sancita attraverso
elezioni. È persino stucchevole dover ricordare che anche
i grandi movimenti totalitari europei si sono affermati attraverso
elezioni e hanno goduto di ampio sostegno di popolo - e non soltanto
quelli: pure le recenti dittature sudamericane godevano di un radicamento
di massa - e che la democrazia non si identifica con le elezioni. Al
contrario. La democrazia è anche conferimento di un potere speciale
allo stato che include la negazione o limitazione dei diritti a coloro
che lottano per sopprimerla: in buona sostanza, se si consente a un
movimento antidemocratico di presentarsi alle elezioni la democrazia
è già morta in partenza.
Non
c´è quindi da stupirsi se al nostro ministro degli
esteri riesce sempre facile trovare aspre parole di critica
e condanna per Israele e mai per i suoi avversari, anche quando
questi dichiarano il fine di volerlo distruggere. Egli va a visitare
le rovine di Beirut a braccetto di un esponente Hezbollah - fatto
discutibile se lo fa un uomo politico, gravissimo da parte di un ministro
degli esteri - e pronunzia parole di sdegno per quanto ha visto, e che
giustificherebbe a suo avviso la critica di "sproporzione" della reazione
israeliana. Ma non sente l´esigenza neppure per pura diplomazia,
magari soltanto di facciata, di andare a vedere i drammi dell´altra
parte, provocati non come danni "collaterali" ma con l´intento
deliberato e terroristico di colpire la popolazione civile e soltanto
questa. D´Alema chiama la comunità internazionale alla
ricostruzione del Libano, mentre Israele dovrà provvedere
da sola a riparare le distruzioni provocate da un movimento terrorista
e l´on D´Alema non trova una parola di sdegno per il fatto
che un terzo - un terzo! - della popolazione del paese sia stata costretta
a vivere per un mese nei rifugi o a emigrare per non morire sotto
i missili.
Invece di passeggiare per Kiriat Shmona,
il ministro è volato direttamente al Cairo e ha rilasciato
durissime dichiarazioni contro Israele, parlando di errore
catastrofico per aver fatto la guerra.
Come se una guerra non fosse stata scatenata
contro Israele.
Certo, ogni critica contro la conduzione
militare-diplomatica da parte del governo israeliano è
più che ammissibile. La stampa e l´opinione pubblica
israeliana stanno sottoponendo il proprio governo a critiche
di una severità straordinaria. Ma altra cosa è
la critica ideologica, la critica non per aver perseguito male una
causa giusta, ma per aver commesso l´errore in sé di
aver reagito a un complotto di cui vediamo le dimensioni inquietanti
sempre di più ogni giorno che passa.
Pertanto, se il ministro degli esteri
vuole guardare ai fatti oggettivamente e non trascinare
sé stesso e il nostro paese in un´avventura disastrosa,
dovrebbe tenere conto dei dati più profondi e gravi del
problema. Senza risolvere questi dati - primo di tutti il disarmo
di Hezbollah e la sconfitta del disegno iraniano di procedere
nel piano di distruzione di Israele
- la missione Onu si risolverà in qualcosa tra la
farsa e la tragedia. Difatti, quel che abbiamo di fronte non
è certo il trionfo del multilateralismo, ma il crearsi
delle condizioni - per errori di molti, inclusi quelli del governo
israeliano - per un secondo atto più drammatico del primo.
Tutte queste cose l´on. D´Alema
certamente le vede, anche perché è persona
intelligente. Ma non le vuol vedere perché non riesce
a liberarsi dalle sue antipatie e simpatie. Egli ha iniziato
la sua missione di ministrodegli esteri tentando di azzerare le
riserve nei suoi confronti, dicendo persino di essere un "amico" di
Israele, tutt´al più un "amico che sbaglia". Ma, alla
luce di quanto sta accadendo appare evidente che l´ultima
cosa che gli passa per la mente è di aver sbagliato. Ben più
che pentito egli appare irriducibilmente intriso di pregiudizi
nei confronti di Israele. A tal punto che viene da chiedersi se,
nel suo foro interno, egli non pensi che Israele stesso sia un "errore".
Da info@informazionecorretta.it
del 27 agosto 2006
Ccà nisciuno è iotti
Oggi è prevista ad Assisi
una manifestazione straordinaria per la pace in Libano
e in Medio Oriente. L'evento è promosso dalla Tavola
della pace e dal Coordinamento Enti Locali per la pace.
La cosa è talmente "seria"
che hanno aderito e partecipano perfino quei galantuomimi
dell'Ucoii, l' "Unione delle comunità islamiche italiane",
quelli che giorni fa hanno comperato una pagina di pubblicità
su La Nazione per dire che gli ebrei sono uguali ai nazisti.
"Portate un paio di scarpe in
più". È questo l'appello lanciato da Flavio
Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, a
tutti coloro che si preparano a partecipare alla manifestazione.
Un appello non casuale rilanciato anche oggi dalle pagine dell'Unità:
"quel paio di scarpe in più sarà il simbolo
della solidarietà a tutti coloro che stanno soffrendo le conseguenze
della guerra."
In realtà, è
probabile -se non certo- anche qui ci troveremo di fronte
al solito parallelismo ebrei=nazisti. La fotografia di un
bel muccio di scarpe campeggerà domani sui giornali
italiani...e farà il contropelo ad un altra foto...
quella delle scarpe del campo di Auschwitz ...
cp, 26 agosto 2006
Ccà nisciuno è hezbo
Prendete due ambulanze. Bianche
e rosse, un po' vecchiotte. Nella notte di guerra del 23
luglio, annunciate a tutto il mondo che gli israeliani le hanno
attaccate dall'alto mentre a sirene ben spiegate, su piste polverose,
stavano portando in salvo vecchi, donne e bambini libanesi.
Il giorno seguente consegnate "un filmato amatoriale" che mostra
le ambulanze, c'è un grosso foro proprio al centro del tetto.
E' stato il missile, spiegate. Assicuratevi che la notizia sia rilanciata
da giornali (New York Times, Guardian, Boston Globe, Time) e televisioni
di tutto il mondo, date pure il filmato del giovane guidatore, immobilizzato
su un letto dospedale con bende sul volto.
Denunciate il palese, orribile
crimine di guerra d'Israele. Ora. Il buco sul tetto è
proprio dove prima c'era la sirena. Ci sono ancora i buchi
delle viti attorno all'orlo del presunto "foro di missile".
I testimoni sbagliano: qualcuno dice "un elicottero", altri "un
jet".
Dentro le ambulanze nessun segno
di bruciatura: non coerente con il racconto del missile.
I "fori delle schegge" sono rugginosi,
come se le ambulanze avessero riposato a lungo in qualche
capannone, per essere tirate fuori all'occorrenza. Il povero
"guidatore" ospedalizzato è fotografato per strada, sei
giorni dopo, senza un graffio. Ma non importa. Giù nel bunker
con tv e aria condizionata, gli ufficiali hezbollah si tengono
la pancia dalle risate. (Da Il Foglio del 26 agosto 2006)
Massima del giorno
Il popolo non chiede di essere
salvato. E se lo fosse, poi magari morderebbe la mano che
l'ha salvato.
G.P.
MOLLICHINE
Il governo: "Senza garanzie non
si parte". Ma comprereste un'auto usata dagli Hezbollah?
La Siria minaccia di chiudere la
frontiera col Libano. E di non far passare più
le armi per Hezbollah? Ma non mi dire!
Le regole dell'Onu non includono
il disarmo di Hezbollah. Forse s'include anzi il disarmo
dell'esercito libanese da parte di Hezbollah.
Il Giornale: "Bimba rapita e segregata
per 8 anni". Aveva dieci anni al momento del rapimento.
Più otto, oggi è una bimba di diciotto anni.
Plutone non è più
un pianeta. Come disse un devoto napoletano a San Gennaro,
quando il papa dubitò della sua esistenza: "Ah Pluto,
futtatenne".
Berlusconi "condannato ad andare
avanti". Condannato! Sarà finalmente contento Marco
Travaglio!
Berlusconi: "la sinistra ha costruito
il falso teorema del declino economico". Ma forse, pur
di non avere torto, lo realizzerà.
G.P.
DA CHI DIPENDE LA PACE
È interessante chiedersi
quali siano nel Vicino Oriente gli scopi dei protagonisti:
l’Italia e l’Europa, gli Stati Uniti, Israele, gli Hezbollah,
il Libano, la Siria e l’Iran. Il punto nodale riguarda questi
ultimi e se ne parlerà in fine.
1) L’Italia ha voluto dimostrare
che può fare a meno degli Stati Uniti e perfino dell’Europa.
È stata dunque pronta ad andare nel Vicino Oriente e
a mettere quasi la museruola ad Israele (degli Hezbollah non si
occupa). Di fatto ha agito al buio, caricandosi di responsabilità
che hanno atterrito i militari competenti e provocato le infinite
esitazioni dei partner europei. In realtà, la pace si
avrà secondo ciò che decideranno i veri protagonisti della
vicenda, con o senza l’Onu, e la voglia di protagonismo si potrebbe
pagarla con parecchi morti. Per l’Europa valgono le stesse considerazioni,
con l’unica attenuante d’avere meglio percepito i pericoli e le
perplessità che suscita l’intervento: tanto che alla fine s’è
deciso per una spedizione sostanzialmente simbolica.
2) Gli Stati Uniti, sapendosi odiati
dai musulmani di quella regione, ed essendo fin troppo
impegnati nel mondo, sono stati felici di passare la patata
bollente all’Europa. Personalmente non hanno altro scopo che
la sopravvivenza d’Israele.
3) Israele vuole solo la pace e
sa di non potersi aspettare nulla dall’Onu, se non una
copertura morale ed eventualmente una testimonianza. Dunque
per Gerusalemme le cose sono semplici: se ci sarà pace,
Onu o non Onu, tanto meglio. Se non ci sarà pace, si risponderà
con la guerra. E ora più seriamente della volta scorsa.
4) Gli Hezbollah, anche se costituiscono
un partito politico rappresentato nel parlamento libanese,
come forza militare sono una longa manus della Siria e
dell’Iran. Se non fossero finanziati, addestrati e armati da
loro, non esisterebbero neppure. È dunque naturale che
solo a loro obbediscano. Di fatto, se se ne staranno tranquilli,
la pace si prolungherà, se ricominceranno a bombardare
Israele, ne conseguirà inevitabilmente il secondo round
di una guerra. Il Libano potrebbe trovarsi a pagare un prezzo ben
più pesante della volta scorsa.
5) Ed eccoci al Libano, un ciarliero
vaso di coccio tra i vasi di ferro. Esso è stato
per molto tempo un protettorato della Siria di cui ha accettato
a lungo una pesante presenza militare. Oggi somiglia un po’ di
più ad uno stato indipendente ma ha un difetto troppo grande
per ignorarlo: manca di forza militare. Se il suo esercito si scontrasse
con gli Hezbollah, c’è il rischio che perda. E se Beirut non
ha la forza d’affrontare il Partito di Dio, è chiaro che
la pace e addirittura la sua stessa integrità dipendono da
altri. Più precisamente, da questa domanda: quanto gliene importa
alla Siria e all’Iran del Libano? In che misura sono disposti a
spenderlo, e a far morire migliaia e migliaia di persone, solo per
dimostrare che Israele è talmente cattivo da volersi difendere?
6)
La Siria e l’Iran sono stati canaglia i cui legami col
terrorismo non sono da dimostrare. Contro Israele hanno fomentato
ed alimentato violenze per interposta persona (Hamas, i kamikaze,
gli Hezbollah), ma sanno benissimo che Israele non sarà
eliminato con questi mezzi. Ci vorrebbe una guerra: ma a parte
il fatto che tutte le guerre precedenti sono state perdute, oggi
non si può neppure contare sull’alleanza con la Giordania e
l’Egitto, già abbondantemente scottati dalle esperienze
passate. Dunque, che cosa vogliono, quei due paesi? Forse azioni
che gli facciano prendere la testa dell’integralismo islamico?
Comunque – se non parliamo della bomba atomica iraniana –scopi politici
ed ideologici, non scopi militari, ma sulla pelle del Libano e di Israele.
In conclusione, il futuro dipenderà
dagli ordini che la Siria e l’Iran daranno agli Hezbollah,
i quali possono lanciare razzi stando a nord delle forze Onu.
Ma nessuno conosce le loro intenzioni. Si possono fare solo
due ipotesi:
a) Malgrado i proclami di vittoria,
Siria ed Iran sono così coscienti dei danni sofferti
dal Libano che hanno perso la voglia, riprendendo i bombardamenti
e attirandosi l’inevitabile reazione di Israele, di imporgliene
altri. Magari rifiutano il disarmo di Hezbollah, per salvare
la faccia, ma di fatto ne accettano la futura irrilevanza. È
un panorama così roseo da essere forse inverosimile: certi
musulmani non brillano per buon senso.
b) La seconda ipotesi è
che la breve guerra abbia fatto loro credere di poter
battere ancora meglio Israele e per questo hanno accettato
una tregua per avere il tempo di riparare i danni in vista d’un
secondo round che immaginano ancor più produttivo di benefici
d’immagine. Se questo scenario allarmante fosse quello che corrisponde
alla realtà, staremmo solo vivendo un entre deux guerres.
Come si vede da tutte queste ipotesi,
la missione Onu risulta perfettamente irrilevante.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 26 agosto 2006
COME MAI ISRAELE ACCETTA L’ONU?
Israele non ha fiducia nell’Onu.
Quell’organizzazione infatti ha una maggioranza precostituita
antidemocratica, antiamericana e antisraeliana. E tuttavia
stavolta ne ha reclamato il veloce intervento. Come mai?
Se gli Hezbollah, per qualsivoglia
ragione, smetteranno di bombardare Israele, Gerusalemme
avrà puramente e semplicemente ottenuto ciò che
si proponeva. Rimarrebbero solo i due soldati prigionieri che
per giunta Hezbollah dovrebbe restituire. Né può
temere che, in caso di iniziative belliche classiche, quei terroristi
costituiscano un pericolo: in una battaglia normale, fra eserciti,
Hezbollah o no, non ci sarebbe partita.
Se invece gli Hezbollah - stando
al di fuori e a nord della zona pattugliata dall’Onu
- si metteranno a sparare missili, Israele avrà un nuovo
casus belli, certificato dall’Onu. Infatti i missili che hanno
colpito Haifa (70 km oltre la frontiera), possono colpire la
Galilea per una profondità di 30-40 km anche partendo
dall’area a nord del fiume Litani,.
Israele in questo caso potrebbe
invadere di nuovo il Libano fino alla latitudine conveniente
per evitare l’arrivo di missili. I razzi hanno una gittata di
70 km? E allora si invade il Libano per 70 km. Gittata di 80 km?
Invasione di 80 km. Per giunta, dal momento che molto superficialmente
tutti hanno parlato di vittoria degli Hezbollah, ben difficilmente
la seconda volta Israele userebbe i guanti bianchi. Quello che
può fare s’è visto negli ultimi due giorni del conflitto,
quando Tsahal ha ricevuto carta bianca da Gerusalemme ed è
arrivata al fiume Litani. Inoltre Israele potrebbe avere un conto
da regolare con l’opinione pubblica internazionale e con coloro che,
all’interno del governo, hanno troppo frenato l’azione militare. Questo
secondo round, temiamo, sarebbe il benvenuto.
In sintesi, con l’Onu o Gerusalemme
ottiene la pace sulla frontiera nord o avrà dei
testimoni, per giunta colpevoli di non avere disarmato Hezbollah,
giustificare la propria ritorsione. Infine, fringe benefit,
accogliendo l’Onu a braccia aperte, per la prima volta si comporta
come vorrebbero gli ingenui e fa parte dei “buoni”.
La presenza dell’Onu mette Israele
in condizione di vincere sul rosso e sul nero.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 26 agosto 2006
PROTAGONISTA COL MINIMO SFORZO
Jacques Chirac si è
attestato sulla linea del minimo sforzo: la Francia
invierà in Libano due battaglioni, circa 1600
uomini, che si aggiungeranno ai 400 già presenti, per
un totale di 2000 uomini. Quanto basta, secondo il
presidente francese, a dire
che, se l'Onu lo desidera, la Francia continuerà
ad esercitare il comando della missione: un giro di parole,
per rivendicarlo e soffiarlo all'Italia, che con Prodi
e D'Alema non ha cessato di proclamare in ogni occasione di essere
pronto ad assumerlo, beninteso se gli fosse stato richiesto.
Per i rapporti storici con
il Libano e per il ruolo che la Francia afferma di
avere in campo internazionale, ci si sarebbe aspettato qualcosa
di più. Ma alla vigilia della riunione del vertice
dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, Parigi non
poteva presentarsi a mani vuote. Non è tutto: la decisione
farà oggetto di un dibattito in Parlamento, che si aprirà
il 7 settembre.
Questo significa che Chirac ha
ancora delle riserve. Infatti è significativo l'ordine
in cui, dopo quello generale del rispetto della tregua, ha
elencato gli obiettivi della missione: liberazione dei militari
israeliani, liberazione dei prigionieri libanesi, controllo della
frontiera e disarmo delle milizie. Sul primo punto, Chirac è
andato incontro a Israele, dimostrando di avere preso sul serio
la dichiarazione, ripetuta anche ieri a Roma dal ministro degli Esteri
israeliano, Tzipi Livni, che senza la liberazione dei tre soldati
israeliani la Risoluzione 1701 non può avere attuazione.
Sul secondo punto, ha dato una mano al Libano. Il terzo, cioè
il controllo delle frontiere, rimane ambiguo, anche perché
il presidente siriano ha detto che considererebbe un atto ostile
se tale controllo si estendesse lungo tutta la frontiera del Libano:
in pratica rivendicando il diritto di far passare i rifornimenti a
Hezbollah.
Solo al quarto punto Chirac
ha indicato il disarmo delle milizie, cioè di Hezbollah,
che era lo scopo politico principale della Risoluzione
1701.
Perciò il modesto
sforzo francese non riduce le ambiguità della missione.
Mentre il prestigio di Hezbollah
cresce in tutto il mondo arabo, mettendo in difficoltà
i regimi moderati di Arabia Saudita, Egitto e Giordania,
il suo disarmo effettivo ad opera dell’esercito libanese appare
improbabile. E l'idea, sostenuta anche da D'Alema, di incorporare
la milizia nell'esercito, è una bomba a orologeria:
gli hezbollah avrebbero campo libero per fare proselitismo e spingere
i militari del Libano su posizioni fondamentaliste.
Un obiettivo gradito all'Iran
e, probabilmente, subìto dal presidente siriano,
la cui autonomia da Teheran va scomparendo. Un disegno che
prevede l'accerchiamento di Israele, già abbastanza
avanzato poiché Hezbollah ha dimostrato di potere influire
anche su Hamas, cioè nei Territori palestinesi. Ora,
senza il disarmo di Hezbollah, è praticamente certo che
riprenderà il lancio di missili su Israele e le forze Onu
si troveranno tra due fuochi. Anche perché Hezbollah ha
utilizzato solo un terzo del suo arsenale.
Oggi, a Bruxelles, i ministri
degli Esteri dell'Ue, riuniti su richiesta di D'Alema,
sceglieranno tra un'analisi strategica di lungo periodo e un
compromesso sul dosaggio dei contributi dei singoli Paesi che
offriranno un
contingente. È probabile
che prevarrà la seconda scelta, forse condita da frasi
altisonanti. Ma non deve sfuggire un elemento: l'enfasi posta,
soprattutto da parte italiana, sul ruolo dell'Europa tende a dare
al mondo islamico un segnale che l'Ue può muoversi in Medio
Oriente senza gli Stati Uniti. Questa separazione viene considerata,
soprattutto dall'Iran, fin dai tempi di Khomeini, come il primo
passo per espellere gli Usa dalla regione e privare quindi Israele del
loro maggiore alleato. Uno scenario assai poco rassicurante. (Da
Il Giornale del 25 agosto 2006 - articolo di Alessandro Corneli)
SE NON NE AVETE BISOGNO VI
AIUTIAMO.
Craig S.Smith, sul New
York Times, fa un'analisi accurata della situazione
attuale riguardo alla spedizione in Libano. Fra le molte cose
ne dice una quasi divertente: si prevede che l'intero contingente
di quindicimila uomini potrebbe essere raggiunto in novembre.
Nel momento in cui da molte
parti s'implorava un cessate il fuoco e si parlava
di forze d'interposizione da inviare "subito", al massimo
"entro una settimana-dieci giorni", in queste note si scrisse
che invece ci sarebbe voluto molto più tempo. Ora si
parla perfino di completare il contingente in un momento tanto
lontano (novembre), quando - se la tregua sarà durata sino
ad allora - sarà chiaro che la tregua regge anche senza la
forza d'interposizione. Cioè finché vorranno gli Hezbollah.
Del resto, se gli europei partissero subito e tutti, dovendo formare
un terzo del contingente, non potrebbero certo avere la pretesa, in
5.000 (un terzo del totale previsto), d'assicurare loro la pace.
E allora che vanno a fare?
Tenendo conto del fatto
che la tregua è durata fino ad ora, e durerà
forse fino all'arrivo degli europei, il motto delle Nazioni
Unite sembra essere: se ce la fate senza di noi vi aiuteremo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 25 agosto 2006
Massima del giorno
Le commistioni fra arte
e storia sono inevitabilmente falsificazioni, quanto
meno dal punto di vista emotivo.
G.P.
MOLLICHINE
D'Alema: "La missione
aiuterà i moderati". Gli Hezbollah, se abbiamo
capito bene?
Per D'Alema Hezbollah,
"non è un gruppetto terroristico". È qualcosa
a metà strada tra la Croce Rossa e la San Vincenzo
de' Paoli.
Parisi: "L'Italia è
pronta a guidare la missione". Cioè, fino ad
ora, se stessa.
D'Alema, per la foto
col rappresentante d'Hezbollah: "Io credo d'aver fatto
bene". E oltretutto sono risultato fotogenico.
Prodi: "La guerra l'ha
iniziata Hezbollah, con un attacco in territorio israeliano".
L'Italia è così a sinistra che, dicendo questo,
Prodi può passare per un coraggioso.
Un ministro israeliano
ha dato ieri le sue dimissioni in seguito a uno scandalo
a sfondo sessuale. La situazione è tesa, ma non è
l'unica ad esserlo.
Per D'Alema "È
giusto pretendere che gli Hezbollah depongano le
armi" ma Israele non deve sparare a quelli che le trasportano.
Forse le trasportano per deporle.
LA TESTARDAGGINE DEI
FATTI
Perché l’Italia si trova da sola ad essere
disponibile all’impegno nel Libano e perché il governo
Prodi in questa occasione è stato peggio che goffo:
incompetente.
La guerra contro
i terroristi è una guerra che è quasi impossibile
vincere. E comunque non in breve tempo. Un esercito
regolare ha un capo che decide, ha una truppa che obbedisce
e può anche arrendersi, mentre la guerriglia è
per sua natura sparsa, irregolare, imprendibile e indistinguibile
dalla popolazione civile. Dunque Israele non può vincere
Hezbollah con una battaglia. Può farlo solo un forte esercito
nazionale che si dedichi a questo compito col massimo impegno
e con armi adeguate. Gerusalemme può solo infliggere gravi
perdite ad Hezbollah per scoraggiarne le attività (cosa che
ha egregiamente fatto, altrimenti i terroristi non avrebbero
accettato la tregua), ed infliggere tali danni a tutto il Libano
da fargli riconoscere come non conveniente tollerare un esercito
parallelo sul proprio territorio.
Questa la realtà.
All’estero invece i media hanno fatto in modo che
il breve conflitto fosse vissuto come una tragedia. Avendo
dimenticato assolutamente tutto di ciò che è
una vera guerra, si è parlato di massacro quando morivano
trenta libanesi e di gravi perdite quando erano uccisi
cinque soldati israeliani. In realtà, nella Prima Guerra
Mondiale, semplici battaglie come quelle di Verdun o della
Somme provocarono centinaia di migliaia di morti. Ma tutto questo
è storia e la storia si studia per poi dimenticarla.
Dal piacere morboso
di vivere la punizione inflitta al Libano come una
tragedia è derivato il dovere di porvi termine a qualunque
costo. Si è dunque immediatamente ipotizzata una
“forza d’interposizione” che teoricamente dovrebbe tenere separati
i litiganti. Di fatto, Israele è molto più
forte del Libano ed anche di Hezbollah, e dunque per le
sinistre mondiali il vero impegno dell’Onu sarebbe quello di tenere
a freno il piccolo Golia per costringerlo ad astenersi dal
massacrare donne e bambini. Come è sua abitudine. E
su questi presupposti si è votata la Risoluzione 1701: interveniamo
subito, tutti.
Ma tutti chi, esattamente?
E con quanti uomini? E per fare cosa? E come, esattamente?
È qui che si rivela quella testardaggine dei fatti
che la retorica giornalistica e parrocchiale aveva celato.
1)
Se si tratta di separare due eserciti schierati lungo
una linea di cessazione del fuoco, basta posizionarsi su
quella linea e denunciare chi viola i patti. Ma se non si tratta
di questo, se c’è una guerriglia irregolare, priva
di schieramento, priva di un comando unificato e identificabile,
come fare a separare i contendenti? Che cosa si può
fare contro dei razzi che, da un punto ignoto del Libano, sono
lanciati contro Israele, magari sessanta chilometri oltre il
confine? E come impedire ad Israele, se ciò avvenisse, di
tornare nel Libano meridionale per occuparlo e annientare gli Hezbollah?
Fra l’altro Israele stavolta lo farebbe sul serio e con la rabbia
di chi si è prima visto dichiarare perdente, pur avendo raggiunto
in 48 ore il fiume Litani e pur avendo fatto cessare il lancio
di razzi contro Israele. Gerusalemme ha tanto poca paura di riprendere
le operazioni che non ha esitato, pur durante la tregua, ad intervenire
nella Bekaa e ad uccidere degli Hezbollah. Il futuro non è
roseo.
2) La risposta è
il disarmo di Hezbollah. Questo può avvenire
in due modi: o per volontà di Hezbollah stesso o con
la forza. Poiché la prima ipotesi è stata esclusa
dallo stesso Partito di Dio rimane la seconda: ma il Libano
non ne ha oggettivamente la capacità. Inoltre è
anch’esso vittima della retorica, largamente favorevole
a questa fazione terroristica. Dunque su di esso non si può
contare. Qualcuno ha parlato di inglobare Hezbollah nell’esercito
regolare libanese, in modo da disinnescarlo: ma chi dice
che, smessa per un’ora la divisa, i guerriglieri non sparerebbero
contro Israele? Tutto dipende dalla (inesistente) volontà
di pace di quella milizia.
3) Rimane l’ipotesi
che il disarmo sia affidato alle truppe dell’Onu:
ma quanti uomini richiederebbe una simile impresa? Si tratta
di bonificare centinaia di chilometri quadrati in cui
sono stati scavati bunker, gallerie e nascondigli, ci sono
depositi di armi in case di civile abitazione e gli stessi
terroristi non sono distinguibili dalla popolazione, di cui
amano farsi scudo. L’impresa richiederebbe non cinque o
quindicimila uomini, ma 30-40.000 e forse più. E quanto
costerebbe questa missione, per mesi o anni? Chi garantirebbe
la sicurezza dei contingenti Onu, dal momento che sarebbero
immediatamente visti come nemici di Hezbollah e oggettivamente
alleati d’Israele? Si dovrebbe combattere la stessa guerra
che Gerusalemme ha appena finito di combattere, per giunta
con una minore efficacia (stante la macchinosità della
catena di comando) e con un maggiore numero di morti. Come si
racconterebbe alle anime belle che bisogna morire per il Libano,
dopo che per mesi si è parlato di orrore della guerra?
4) A questo punto, dinanzi ai fatti
concreti, notoriamente più testardi dell’aritmetica,
la maggior parte degli Stati occidentali ha fatto marcia
indietro. E l’ha fatto secondo la scala della suo senso del
reale: gli anglosassoni, da sempre pragmatici, sono stati indisponibili
sin da principio. Gli altri Stati si sono tenuti sul vago e ora
nicchiano. Gli Stati più antiamericani, più di sinistra
e più soggetti alla retorica (la Francia e l’Italia)
si sono invece proclamati entusiasti ed immediatamente pronti
all’azione. L’Italia ha parlato di circa tremila uomini, la Francia
addirittura di 4-5.000. Ma i fatti sono testardi e qualche giorno
dopo si è posto il problema di che si andava a fare in Libano:
che genere di tregua si va ad assicurare? L’impressione è
che si vada a tentare un’impresa impossibile affrontando grandi
rischi. Da qui, l’infinita discussione sulle regole d’ingaggio e
il voltafaccia della Francia, cui i pericoli dell’azione sono infine
risultati evidenti. Chi non s’è tirato indietro, per totale
insensibilità ai dati reali, è il governo Prodi. In
posa gladiatoria, questo novello Leonida è rimasto isolato
nell’impegno.
5) Rimane da spiegare
perché un paese tradizionalmente ben poco incline
alle avventure belliche come il nostro abbia per una
volta voluto essere il primo della classe. Probabilmente
Prodi, conoscendo l’opinione che il mondo occidentale ha
dell’Italia (e soprattutto di un’Italia di sinistra),
è stato felicissimo di smentire le previsioni più
pessimistiche: ha dimostrato solidarietà atlantica e
capacità d’impegno concreto. Ha fatto questo perché
sa d’avere dietro di sé, a parte un’opposizione mite
e possibilista, una maggioranza compatta. I comunisti, pur
essendo sempre ferocemente contro ogni missione militare, stavolta
sono stati vittime della loro propria retorica: non si va a far
da lacché agli Stati Uniti ma a bloccare il loro alleato più
sanguinario ed oppressore, Israele. In spregio ai dati obiettivi,
hanno visto il Libano come la vittima innocente e pacifica,
l’Italia come il cavaliere bianco che va a salvare la vedova e l’orfano.
Ed è così che siamo rimasti col cerino in mano.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 agosto 2006
TANTO PER CAPIRE:
STORIA TACIUTA DEGLI "EBREI ARABI" E DELLA LORO
CACCIATA
Quasi un milione,
fuggiti, espulsi, cacciati.
Questo è
il numero incerto degli ebrei che hanno dovuto lasciare
i paesi arabi in un esodo silenzioso che la falsa storiografia
del Medio Oriente non ha voluto vedere.
Saggi, romanzi
e film stanno ora per rompere un silenzio durato quasi
un secolo, smontando menzogne e luoghi comuni, rompendo
anche la dolorosa reticenza delle vittime: perché
è una storia che noi, ebrei dei paesi arabi, abbiamo
raccontato sottovoce.
Se ne è
discusso ieri sera a Milano: Fiona Diwan e Luisa Grego,
nate in terre arabe, hanno presentato il film documentario
"L'esodo silenzioso" di Pierre Rehov, regista francese
nato in Algeria, e hanno poi invitato ad una "riflessione"
altri tre figli del Medio Oriente, Magdi Allam, Gad Lerner
e il sottoscritto, nella scomoda veste di testimone e di autore
di un romanzo che racconta la stagione dei pogrom antiebraici
e dell'intolleranza arabo-islamica. Unico europeo "doc"
Carlo Panella.
Più di mille
persone hanno assistito una discussione non banale,
anticipata dalla visione di un film crudo, dalle tinte
forti, pregio e difetto di un documentario di denuncia.
Ma la Storia è
più complessa: difficile semplificare o raccogliere
in un concetto le vicende che per 1400 anni si sono dipanate
su un territorio esteso due volte e mezzo la superficie dell'Europa
geografica (quella dagli Urali all'Atlantico!).
Ancora più
difficile, e sbagliato, considerare gli arabi un unicum,
come vorrebbero i pan-arabisti.
La necessità
storica di ebrei e arabi, degli israeliani e dei
palestinesi, di avere una storiografia redentrice ha generato
e moltiplicato stereotipi e luoghi comuni: "arabi ebrei
hanno sempre vissuto insieme in pace", "gli ebrei nei paesi
arabi sono sempre stati perseguitati e sottoposti alla sharìa
e alla condizione di dhimmi.
Il mito arabo vuole
che l'esodo degli ebrei sia una conseguenza della
nascita dello Stato d'Israele; o che i pogrom antiebraici
siano stati episodici e innocui, in alcuni casi addirittura
organizzati dai "sionisti".
Invece la storia
è ben altra.
Per 2000-2400 anni, gli ebrei
hanno vissuto nelle terre che oggi consideriamo arabe. L'arrivo
degli arabi-islamici 1300 anni fa nelle terre che vanno dall'Eufrate
all'Atlantico ha comportato lo scontro degli arabi
con le popolazioni residenti, ebrei inclusi: Caima, l'ultima
regina marocchina a resistere all'invasione araba, era per l'appunto
berbera ed ebrea.
Il Patto di Omàr
stabilì 1100 anni fa la possibilità per il residente
di fede ebraica o cristiana di vivere in condizione di
dhimmi, di protetto: pagando una tassa si poteva avere qualche
diritto e salva la vita.
Una condizione
invidiata dagli ebrei europei che per mille anni
sono fuggiti dalle terre cristiane verso quelle islamiche.
Grandi pensatori,
matematici e medici divennero presto, e per secoli,
consiglieri di sultani e monarchi. Epoche di splendore
si sono però alternate con il buio più cupo: non sono
mancati pogrom e sterminio.
Alcune
date: anno 700, intere comunità massacrate
dal re Idris I del Marocco; 845, promulgati in Iraq decreti
per la distruzione delle sinagoghe; 861, nascita dell'obbligo
per gli ebrei di portare un abito giallo, una corda al posto
della cintura; 1006, massacro degli ebrei di Granata; 1033,
proclamata la caccia all'ebreo Fez, 6000 morti; 1147-1212,
ondata di persecuzioni e massacri nel Nord Africa; 1293, distruzione
delle sinagoghe in Egitto e Siria; 1301, i Mammelucchi costringono
gli ebrei a portare un turbante giallo; 1344, distruzione delle
sinagoghe in Iraq; 1400, Pogrom in Marocco in seguito al quale si
contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti; 1535, gli ebrei
della Tunisia vengono espulsi (o massacrati); 1676, distruzione
delle sinagoghe nello Yemen; 1776, sterminio degli ebrei di Basra,
Iraq; 1785, massacri di ebrei in Libia; 1790-92, distruzione delle
comunità ebraiche in Marocco; 1805-15-30, pogrom di Algeri; 1840,
persecuzioni e massacri a Damasco; 1864-1880, pogrom a Marrakesh; 1869
eccidi a Tunisi; 1897, massacro di Mostganem in Algeria; 1912, pogrom
a Fez.
Del resto a iniziare
fu lo stesso Maometto, nel 624, sterminando le tribù
ebraiche della penisola arabica.
Ma la tragedia su
grande scala per gli ebrei è arrivata, anche
in Medio Oriente, all'inizio del Novecento, con il crollo
dell'Impero Ottomano e l'approdo del teorie nazionaliste
fra i popoli arabi privi di identità e di leadership.
Annichilito da
cinque secoli di opprimente dominazione ottomana,
il mondo arabo si è risvegliato cento anni fa diviso
per criteri etnici e in strutture tribali.
I movimenti politici
di quel mondo, piuttosto che esprimere un'opzione
di carattere propriamente politico, cioè di governo
della realtà, hanno risolto in primis l'esigenza
di rappresentare il movente identitario, spesso puramente
etnico o religioso; un deficit di cultura politica ha surrogato
ricorrendo a un codice fondativo tipico delle politiche identitarie
di gruppo: il "riscatto della propria nazione".
Se la dinastia
hashemita di Hussein, sceicco di Mecca e Medina, firma
tre accordi con il movimento sionista per accogliere
i fratelli ebrei nella loro patria natia, in Egitto
la teoria pan-islamica (e dopo quella pan-araba) con la
costituzione del partito dei "Fratelli Musulmani" nel1929
definisce gli ebrei "elemento estraneo alle terre islamiche":
la dhimma non basta più, gli ebrei diventano nemici.
È per "restaurare
la purezza dell'Islàm" che l'emiro di Riyadh,
il wahhabita Ibn Saud, rovescia nel 1925 il Re hashemita
Hussein, impossessandosi dell'Arabia da allora definita,
appunto, Saudita; è perché considerato traditore
che Abdallàh, figlio di Hussein, viene assassinato
da estremisti nazionalisti a Gerusalemme, dentro alla Moschea
di Omàr.
Nel 1945 gli ebrei di Aden, Algeria,
Bahrein, Egitto, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia
e Yemen erano 862.050: oggi sono 7.500.
Imprecisi i dati
per altri paesi arabi e islamici.
Ma il silenzio
è stato anche nostro, delle vittime e di Israele.
La mitologia israeliana,
definita da una capace leadership ashkenazita,
ha sempre sottovalutato la vicenda degli "ebrei arabi"
(come ci chiamava Golda Meir), privilegiando raccontare
il riscatto degli ebrei europei, raffinati intellettuali
tornati al lavoro della terra e scampati al più grande
pericolo del mondo, il nazismo.
Noi, che da secoli
ci siamo confrontati, nel bene e nel male, con gli
arabi, abbiamo considerato la nostra vicenda come una tappa,
quasi banale, nello scontro arabo-ebraico.
Il nostro esodo
non ci ha meravigliato perché, così come
per italiani ed austriaci, il nostro è stato uno scontro
tra nazioni: "loro" gli arabi , "noi" Israele.
Siamo usciti, quasi
per miracolo, derubati di tutto e con una lunga scia
di sangue, ma a testa alta, da vincitori: riscattati "noi"
dalle vittorie di Israele, infuriati e umiliati "loro" dalle
cocenti sconfitte.
Le nostre ferite
erano, e rimangono, poca cosa rispetto all'enormità
della Shoah; le nostre ferite molto ricompensate dalle nuove
libertà recuperate in Occidente o in Israele: unico punto
in comune con la Shoah la scomparsa di un mondo: la civiltà
araba-ebraica, fatta di conflitto e coesistenza, è
stata una generosa mistura di cultura e arte, di lingue
e cibi, di proverbi, odi, timori e benedizioni.
La rivisitazione
di quell'epoca e di quell'esperienza è per noi,
nati sotto le palme del Mediterraneo, è un'occasione
importante: per guarire una ferita noi ebrei, per guardarsi
allo specchio e ricostruire la propria memoria gli arabi.
La pace non nasce dall'oblio.
Victor Magiar -
Il Foglio
OGGI, 22 AGOSTO, GIORNO
DELL'APOCALISSE
E' arrivata
l'apocalisse. Secondo il libro degli islamici, oggi,
<<ventesimo giorno del mese di Rajab dell'anno
1427>> il profeta Maometto se ne andò in volo,
sulle ali del cavallo Bura, prima a Gerusalemme e poi
in paradiso... proprio per questo, ci fa sapere Bernard
Lewis (e Marco Pannella che a ferragosto ha annunciato
al mondo, via conferenza stampa, cose terribili...)
oggi sarebbe il giorno giusto per la fine d'Israele e del
mondo intero.
Dopo i classici
sconguri (diceva Totò: <<non ci credo,
ma fare gli scongiuri che mi costa?>>) messa l'orecchia
a pag. 226 dell'autrice che ha venduto più di 550
milioni di copie ("...<<Chantal, non capirai mai
quanto ti amo>> E nelle due ore seguenti glielo mostrò
in tutti i modi che conosceva. ..."), un saluto.
IL GOVERNO IMMAGINARIO
(A Beirut, il ruggito del topo)
In questi giorni il governo libanese
ha preso alcune notevoli iniziative: ha affermato
che Israele, impedendo un traffico di armi a favore
di Hezbollah, ha violato la tregua, e per questo ha minacciato
di non inviare più il proprio esercito ad occupare il
Sud. Inoltre ha dichiarato che qualunque membro del Partito
di Dio dovesse lanciare razzi contro Israele sarebbe processato
dalla Corte Marziale per avere oggettivamente favorito il nemico.
Ambedue le notizie sono sbalorditive.
Israele avrebbe
interrotto la tregua se le parti in causa avessero
già obbedito, ciascuno dal proprio lato, a tutti gli
impegni previsti dalla risoluzione 1701 dell’Onu. Se il
Libano avesse rioccupato il sud e avesse disarmato Hezbollah;
se l’Onu avesse già dispiegato le proprie truppe, e soprattutto
se gli Hezbollah avessero consegnato le loro armi: mentre
in realtà non l’hanno fatto ed hanno anzi dichiarato
che non intendono farlo. Dunque, di quale violazione si parla?
Israele non ha ancora riconsegnato la zona di frontiera a chi
dovrebbe assicurare la pace e fa da sé ciò che
domani (ma chi ci crede?) dovrebbero fare il Libano e l’Onu.
Più
esilarante ancora è la minaccia di non schierare
il proprio esercito nel sud. È come se Beirut dicesse:
rifiutiamo il regalo che ci ha fatto Israele. Rinunciamo
ad esercitare la nostra sovranità su una parte del paese.
Non solo è una stupidaggine, ma in che senso ciò
dovrebbe fare paura a Gerusalemme? Israele potrebbe sempre rispondere:
dal momento che il governo del Libano non vuole assicurare l’ordine
pubblico sulla zona di frontiera, intanto la rioccupiamo e poi
chiediamo all’Onu d’intervenire non con quindicimila ma con
trentamila o quarantamila uomini. E fino a quando ciò non
avverrà, rimarremo qui noi. Chissà che guadagno, per
Beirut.
Anche la
seconda notizia, quella della Corte Marziale, si presta
al riso. L’esercito libanese è molto meno armato
e molto meno addestrato delle milizie di Hezbollah:
se dunque qualche terrorista si mettesse a lanciare razzi
contro Israele, che potrebbe fare il governo immaginario
di Beirut? Chi e come, in concreto, arresterebbe il terrorista?
La minaccia potrebbe avere senso se ad emetterla fosse stata
lo stesso Hezbollah, ma il Partito di Dio a dire una cosa del
genere non ci pensa nemmeno. E allora, parole in libertà?
Probabilmente sì. E da accogliere con gratitudine.
Sarebbe veramente triste se delle parole in libertà
il nostro governo avesse l’esclusiva.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 21 agosto 2006
Razza di padre
Al signor
Frammartino hanno ammazzato il figlio, a pugnalate.
Lo hanno ammazzato a Gerusalemme, di sera, durante
una passeggiata con le amiche.
Lo hanno
ammazzato per errore. L'assassino, un militante
palestinese della Jihad islamica, arrestato
dalle forze di sicurezza israeliane, confessa: <<volevo
uccidere un ebreo, mi sono sbagliato>>.
<<Me
lo trovassi davanti gli direi ti perdono...>> dichiara
alla stampa il signor Frammartino <<Che si sia trattato
di un errore aumenta solo la sofferenza>>
...
Lo so,
non è politicamente corretto ma... <<signor
Frammartino lei mi fa schifo>> si può
dire? No? Va be', allora non lo dico.
cp, 20 agosto 2006
Tanto per capire: i media
e la propaganda
Basta una foto...
clicca
qui.
Tanto per capire: la
strategia del terrore asimmetrico
(Articolo
di Emanuele Ottolenghi del 13maggio 2002)
Il terrorismo non esprime la disperazione.
Pianificato a tavolino mette in crisi l'Occidente
colpendo in modo asimmetrico civili ed economia
Nell'anno 9 Publio Terenzio Varo condusse le sue legioni
al massacro nella Selva di Teutoburgo. Evento
ancora nel dettaglio misterioso, l'eliminazione di 20,000
soldati romani - avanguardia della tecnologia militare
e rappresentanti della superpotenza del giorno - avvenne
perché il più debole e svantaggiato nemico germanico
riuscì a sfruttare le debolezze strategiche dell'avversario
e a imporre i termini dello scontro ai legionari scegliendo
il terreno ideale per sconfiggerli. Questo approccio strategico
viene chiamato "guerra asimmetrica"‚ perché comporta lo scontro
tra due avversari, l'uno tecnologicamente e militarmente
superiore, ma costretto a combattere in condizioni dove il suo
pieno potenziale non può essere utilizzato. La
debolezza diventa in questo caso una forza e viceversa.
Il terrorismo, si
racconta, è l'arma dei deboli. Il
terrorismo, si racconta pure, è il prodotto delle ingiustizie
e della disperazione. Specie con riferimento
al Medio Oriente, il terrorismo viene spesso giustificato
perché inteso come unica risposta all'occupazione
israeliana dei territori palestinesi. La risposta al
terrorismo viene spesso quindi indicata come politica,
ovvero l'accomodamento delle richieste politiche di
coloro che lo praticano per disperazione o mancanza di alternative.
Questa spiegazione non tiene conto del fatto che i Palestinesi
cristiani, non meno disperati, non hanno fatto finora ricorso
al terrorismo suicida, e che molti altri movimenti di liberazione
nazionale in passato scelsero altre strade di lotta, nonostante
le loro condizioni di oppressione non fossero invidiabili.
Lungi dall'essere semplicemente espressione di disperazione
dei dannati della terra, il terrorismo è
una strategia pianificata a tavolino che mette in crisi l'Occidente,
finora incapace di elaborare risposte efficaci e
strategie deterrenti. In quanto tale rappresenta la versione
moderna della guerra asimmetrica che sconfisse Varo a Teutoburgo.
Di guerre asimmetriche se
ne sono viste parecchie negli anni novanta. La Cecenia dove
una banda di miliziani male armati ha sconfitto finora l'esercito
russo. Il Libano, dove la perseveranza delle operazioni di
guerriglia dei Hezbollah ha costretto Israele a ritirarsi
senza contropartita. La Somalia, dove una banda indisciplinata
di combattenti travestiti da civili ha sconfitto l'America.
E i territori occupati, dove la strategia di guerriglia urbana,
terrorismo contro obbiettivi civili, ha finora tenuto testa
alla superiorità economica, tecnologica, militare israeliana.
Occorre prestare attenzione a questa nuova realtà,
perchè il terrorismo non è l'atto
del disperato estremista, bensì un'arma a basso costo
e a bassa tecnologia scelta coscienziosamente da chi
sa che la guerra convenzionale contro il nemico è persa
in partenza. Il kamikaze non è dunque l'attentatore
suicida, ma un'arma tattica, un pilota automatico che
guida l'arma vera e propria (l'esplosivo nella borsa o
in cintura, l'autobomba, l'autobus imbottito di tritolo, l'aereo
commerciale) contro l'obbiettivo. Il terrorista
suicida è la bomba intelligente dei poveri.
Ma c'è dell'altro nella guerra asimmetrica
che i Palestinesi combattono contro gli israeliani,
bin-Laden contro l'Occidente, e altri movimenti
transnazionali e non statuali alimentano contro il capitalismo,
il libero mercato o la globalizzazione.
La guerra asimmetrica (o di quarta generazione come
viene classificata nella letteratura) si basa sulle
dottrine maoiste dell'insurrezione civile e della
guerriglia. Toccata e fuga, lunghe snervanti campagne
atte non a distruggere il nemico, ma a demoralizzarlo.
Atte non a sconfiggere il nemico sul campo, ma a privarlo
del desiderio di combattere. Atte a neutralizzarne
la superiorità tecnologica, militare, economica
del nemico, che poi siamo noi, il mondo occidentale.
Ecco perchè il terrorismo diventa l'arma principe
della guerra asimmetrica all'inizio del ventunesimo
secolo. Colpisce la popolazione civile.
Sviluppa argomenti che lo giustificano, dividendo l'opinione
pubblica occidentale e insinuando il dubbio che invece che
combatterlo occorra soddisfarne le richieste politiche.
Colpisce (o colpirà) i centri nevralgici dell'economia
mondiale, come le torri gemelle, le borse e i distretti
finanziari delle grandi città. Attacca la dipendenza
del mondo occidentale sui sistemi informatici e di comunicazione
cercando di penetrarne i sistemi operativi e diffondendo
virus che possono mandare in tilt i sistemi di controllo del
traffico aereo, le banche dati che usiamo per la ricerca, le transazioni
finanziarie, il trasferimento di conoscenza e tecnologia.
E se proprio deve scendere in campo con le armi, cerca lo scontro
nel contesto urbano, come a Grozny, Mogadiscio e Jenin, dove
la superiorità tecnologica degli eserciti moderni è
inutile, dove il corpo a corpo costa troppe vite umane a un Occidente
che crede nelle guerre umanitarie senza vittime, dove la presenza
della popolazione civile aumenta il rischio di incalcolabile danno
collaterale tra i civili innocenti, che l'opinione pubblica non
può nè giustificare nè tollerare sui propri
schermi.
Sfrutta quindi i media
e diffonde informazione attraverso la tecnologia
satellitare e internet per far breccia tra l'opinione
pubblica, come efficacemente fecero i leader Ceceni nel
1994, utilizzando la stampa libera per screditare l'operato
dei Russi.
E vince, attacco dopo
attacco, non perchè ha la forza militare e politica
di imporre la propria visione del mondo o i propri interessi.
Bensì perchè ci logora, bomba dopo bomba,
virus dopo virus. Spesso senza prendersi la responsabilità
ufficialmente, ma lasciando la società colpita non
solo nel dolore, ma persino nel dubbio di chi sia il mandante
e quali siano i motivi.
L'attacco ai ristoranti e ai centri commerciali in
Israele, così come l'11 settembre, la strage di ingenieri
francesi a Karachi, ma anche l'antrace nella
posta in America, il terrorismo cibernetico via internet,
l'attacco ai centri nevralgici dell'economia e della
interconnettività globale prodotta dalla rivoluzione
informatica, e da ultimo lo sfruttamento della società
aperta occidentale per infiltrarla con cellule decentrate
di operativi altamente indipendenti e autonomi, fa parte di
una strategia unica, non necessariamente dello stesso mandante,
ma di chi ha capito, dopo il crollo del sistema bipolare della
guerra fredda, che l'Occidente non si può sconfiggere se
non gli si impongono termini di conflitto non convenzionali,
quali il terrorismo e l'uso di armi di distruzione di massa, ma
anche la tecnologia ritorta contro chi l'ha creata, e da ultimo
la propaganda per logare le nostre società.
La lotta al terrorismo va distinta dagli obbiettivi
politici che i suoi mandanti pretendono di perseguire,
siano essi in Palestina, Cecenia, Somalia, Afghanistan
o le Filippine. Il terrorismo è un'arma non convenzionale
utilizzata per gli scopi più svariati, ma che ha
dimostrato di essere più forte e letale degli arsenali
americani ed europei, dell'opulenza occidentale e della libertà
che la contrassegna e la riproduce. Solo riconoscendone
il pericolo, e la logica che lo caratterizza, l'Occidente
potrà elaborare controstrategie in grado di sconfiggere
il nemico che usa il terrorismo come arma. Altrimenti,
la Selva di Teutoburgo ci attende.
Massima del giorno
Alcuni scrivono perché hanno voglia di dire
qualcosa, non perché abbiano qualcosa da
dire.
G.P.