ARCHIVIO AGOSTO 2006



MOLLICHINE
D'Alema per Teheran dice: «Ha diritto al nucleare». Poi riabilita i terroristi dell'Eta. Fra qualche giorno bin Laden gli farà una scenata di gelosia.

La sinistra si preoccupa che Israele obbedisca alla Risoluzione 1701. Del fatto che Hezbollah rifiuti il disarmo no. Che paura si può avere, delle armi degli alleati?

Olmert: "Desidero sottolineare che  il popolo di Israele non ha alcun conflitto con il governo del Libano". Ha un solo problema: trovarlo, il governo.


A mo‚ di mollichina, un
ANEDDOTO NUOVO PER UNA STORIA VECCHIA
Un giorno in Cielo si pensò che Antonio, l'eremita, era solo da decenni e meritava un premio. Gli si mandò dunque un angelo come compagnia e Antonio ne approfittò per fargli molte domande sull‚aldilà. Un giorno gli chiese:
-Com'è, il paradi so? Tutti felici, lassù, nevvero?
L'angelo fece una smorfia. Una smorfia deliziosa, da angelo, ma una smorfia. Certo, gli spiegò, in paradiso c'era tutto per essere felici: ma gli uomini hanno una tale cattiva natura che si lamentano sempre. Alcuni della temperatura, troppo fresca, altri della solitudine (c'è poca gente, lì), altri ancora della monotonia. Antonio fu scandalizzato: chiamare monotona la visione beatifica di Dio! E comunque aggiunse: "Figuriamoci allora come si lamentano all'inferno!". Ma anche stavolta l'angelo lo sorprese:
-Eh no. Anche se all'inferno si soffre enormemente di tutti i tormenti che tu sai, nessuno si lamenta e tutti si dichiarano felici.
-E come mai?
-In verità, prima i lamenti salivano fino al paradiso. Ma da quando è morto Stalin, l'inferno è diventato comunista e tutti hanno ricevuto l'ordine di dichiararsi felici.

Gianni Pardo


No, Israele non ha perso la guerra.
E' stato interessante il mio viaggio in Italia.
Ho parlato, ho ascoltato, ho cercato di considerare l'indifferenza e l'odio di alcuni, mi sono commossa per l'amore di altri.
Tutti pero', amici e nemici, sono dell'idea che Israele abbia perso la guerra, io non sono dello stesso parere.
Si, e' vero, Israele ha vinto in sei giorni una guerra contro cinque eserciti arabi ma il prezzo e' stato la vita di 1500 soldati.
E' vero che nel 1973 Israele, dopo essere stata invasa sia da nord che da sud , ha ricacciato il nemico fino ad arrivare quasi a Damasco e riconquistando tutto il Sinai con una vittoria schiacciante e considerata impossibile.
E' vero che Zahal e' un esercito forte e coraggioso, e' vero che i nostri soldati che sono  i nostri figli , sono eroici e pronti a tutto.
E' anche vero che in un mese di guerra non siamo riusciti a impedire il lancio dei missili sulla Galilea.
E' anche vero che dopo 60 anni di guerre continue e di terrorismo siamo stanchi e stufi ma i nostri ragazzi volevano andare avanti sicuri di vincere se glielo avessero permesso. I nostri ragazzi volevano riportare a casa i loro compagni rapiti. Non hanno potuto farlo.
Ma vediamo l'altra parte della medaglia.
Israele ha risposto al rapimento e all'uccisione dei soldati di frontiera e al lancio delle prime centinaia di missili entrando in Libano, e in quel momento ha avuto inizio il triraemolla dell'occidente "Israele fermati, Israele ancora una settimana, no fermati, no ancora tre giorni, torna subito indietro, vabbe' vai avanti ancora un giorno e mezzo...STOOOOP!"
A questo aggiungiamo la propaganda araba, le menzogne di massacri israeliani mai avvenuti, la nefandezza di hezbollah, lo schifo dei politici europei e i balletti di Condoleeza Rice, le passeggiate di D'Alema a braccetto col portavoce di Nasrallah e le sue dichiarazioni sull'esagerazione della risposta di Israele ai 4000 missili, ai civili ammazzati a Haifa , a Naharya, a Kiriat Shmona, alle case e alle scuole e asili israeliani distrutti, ai malati degli ospedali portati nei sotterranei per salvarli.
Israele ha risposto mentre l'occidente la tirava per la giacchetta pero'quando e' stato concesso ancora un po' di tempo , ecco che in meno di un giorno i ragazzi di Zahal sono arrivati addirittura sopra il Litani, schivando i buchi e le gallerie da cui uscivano come topi di fogna gli assassini hezbollah.
"Come leoni" dice qualcuno dei loro ammiratori " si sono battuti come leoni".
Povero re della giungla essere paragonato a gentaglia che colpisce a tradimento, che si nasconde dietro i pannolini dei bambini, che porta ragazzi handicappati in edifici destinati a esplodere, topastri, pantegane, vigliacchi altro che leoni ma si sa che chiunque ammazzi israeliani e'  un eroe.
Israele ha distrutto centinaia di postazioni , migliaia di batterie di katiusche, solo ieri ha fatto esplodere un'intera citta' costruita, sotto l'occhio affettuoso dell'Unifil,  a 30 metri sotto terra.
Israele non ha perso la guerra, non ha potuto vincerla, un po' per gli errori provocati dalla paura di ritornare nel pantano libanese che ci era costato 1200 morti, un po' per i bastoni fra le ruote dell'occidente.  Ha fatto quello che ha potuto cercando di continuare e nello stesso tempo di parare i colpi mediatici delle agenzie che, come sempre, si affidavano anima e corpo alle notizie taroccate di hezbollah che, anche questo come sempre, sono arrivati ad ammazzare libanesi, i soliti poveracci  scudi umani del barbaro cinismo arabo, pur di gettare la colpa su Israele.
La verita' e' che dopo una settimana di guerra Seniora chiedeva la tregua, piangendo le sue lacrime  di coccodrillo, Nasrallah dal suo buco sottoterra dove e' rimasto nascosto  per un mese intero, chiedeva la tregua pure lui . Adesso il pagliaccio terrorista dice che se avesse saputo non avrebbe mai incominciato.
Ma come! Non ha detto di aver vinto lui? Si vabbe', una vittoria da fogna, la fogna in cui si e' imboscato per non essere ammazzato.
Israele ha ottenuto qualcosina dalla sua contestata vittoria:
1. l'esercito libanese, dopo 35 anni, e' andato al confine per proteggerlo dai terroristi.
2. Hezbollah non e' stato disarmato ne' mai lo sara' ma ha avuto perdite enormi e soprattutto non e' piu' il partito di dio (minuscolo) ma forse solo il partito del cavolo.
3. Nasrallah si e' sputtanato cosi' tanto che presto chiedera' asilo politico sulla barca di baffino D'Alema.
4.L'Europa e' stata chiamata in causa, gli e' stata richiesta finalmente una responsabilita' dopo decenni di indifferenza interrotta dai leccamenti ai vari gruppi terroristi e di insulti a Israele.

Oggi sono arrivati i soldatini italiani, Prodi ha parlato, aspirando la parola "pace' , con una retorica da vomito. Ma i soldati italiani lo sanno che dovranno anche sparare? Possibilmente non contro gli israeliani!
In questi giorni tutti si sono asciugati la lingua a forza di parlare dei danni del Libano, degli aiuti al Libano, Libano Libano Libano.
Ma Israele? L'aggredito?
Nessuno parla di danni subiti da Israele, dei morti civili israeliani. Israele si arrangi da solo, che diamine!
Intanto i pacistronzi sono andati ad Assisi con tante scarpe, le solite bandiere colorate, molte bandiere palestinesi e libanesi e tanti cartelli raffiguranti il loro nuovo idolo Nasrallah. Non hanno piu' Arafat, Saddam Hussein e' un morto che cammina, Ben Laden e' un fantasma, resta il barbuto terrorista libanese a dargli conforto, poveri orfanelli!
Nasrallah che odia Israele come loro, Nasrallah che vuole buttare gli ebrei a mare come loro, Nasrallah nazista come loro.
Avranno portato tutte quelle scarpe per lui? Per il suo esercito di naziterroristi?
Secondo me le hanno tolte a chi voleva corrergli dietro per prenderli a calci in culo!
Israele non ha perso la guerra, ragazzi miei! Da quanti anni l'occidente e' in Afghanistan e in Iraq? E Israele doveva vincere hezbollah , milioni di volte meglio armati e addestrati dei talebani e delle fazioni irachene, in un mese?
E che sono tutti Superman in Israele? No, in questo Paese vivono uomini, con virtu' e difetti, piu' coraggiosi di altri, piu' commoventi di altri, piu' buoni di altri, forse piu' naiive di altri ma uomini  sicuramente piu' sfigati di tanti altri, uomini che si sentono odiati perche' vivono in un minuscolo pezzo di terra sempre aggredito, uomini che sentono ogni giorno qualcuno che li minaccia di annientamento, uomini che in tanti anni di terrorismo non si sono fatti abbacinare dall'odio.
Li volete capire questi uomini e queste donne una buona volta?
Volete capire il loro dolore, la loro paura, la loro disperazione, la loro grande civilta'?
 
Deborah Fait - .informazionecorretta.


IL MITO INGANNEVOLE DELLA “SUPERBANCA”
Nell’era della superbanca nessuno riesce a resistere al fascino di ingrandirsi, dando l’idea che tale espansione sia un grande passo per l’economia nazionale od internazionale. Come per il superuomo di nietzschiana e teutonica memoria, che raffigurava l’uomo perfetto, invincibile, completo, che dava sicurezza, così la superbanca si propone come l’essenza suprema della banca, la sintesi di tutti i servizi bancari, assicurativi, finanziari, la summa dei bisogni di partner economici e semplici clienti. Eppure l’idea che la superbanca sia un grande passo in avanti è ingannevole, soprattutto nella versione italiana che si sta cercando da mesi nel marasma delle trattative fra San Paolo, Capitalia, Banca Intesa ed MPS e che ora si concretizza nella fusione San Paolo-Banca Intesa. E ci sono buoni motivi per diffidare di questa facile illusione.
Innanzitutto il principio che la fusione aumenti la potenza di una banca, ne favorisca il regime concorrenziale a livello internazionale non è un assioma da manuale dell’alta finanza, almeno in Italia, dove le fusioni non sono mai state paritarie e ben presto si sono concretizzate in fagocitazioni. Forse la storia delle banche italiane non è stata una storia di fusioni ed unioni compensative? San Paolo-IMI nasce nel  1998 dopo l’era delle privatizzazioni e con la fusione di due istituti; San Paolo-IMI ha assorbito il malridotto Banco di Napoli, anch’esso privatizzato nel 2003, creando una politica di concentrazione per poli; Banca Intesa l’altra protagonista della fusione di questi giorni nel 2000 ha creato un polo di concentrazione con la BCI. “La fusione consentirà lo snellimento della struttura societaria e di governance del gruppo…agevolerà il percorso realizzativi delle sinergie da integrazione previste nel piano industriale…”, si diceva. Hanno mai creato queste fusioni, i presupposti per una grande struttura bancaria? Alla fine è prevalsa una banca sull’altra e le fusioni sono state solo uno strumento di difesa per sopravvivere alla crisi ed all’assenza del foraggiamento pubblico.
Oggi come ieri questa fusione fatta in casa non è “offensiva”, non crea nuovi scenari, ma serve per preservare i vecchi dalle mire altrui, soprattutto estere. Non a caso ne sono protagonisti due degli istituti più forti d’Italia, ma al tempo stesso suscettibili da anni di scalate che potrebbero far scemare il “patrimonio bancario italiano”. Da anni Credit Agricole che detiene il 17% di Banca Intesa sta cercando soluzioni per uscire dal patto e non ci è riuscita per poco nella scorsa “stagione dei furbetti” e neppure il Banco Santander forte dell’8% da secondo azionista di San Paolo non ha nascosto interessi preziosi, scaturenti dalla stagione buona della Spagna e la testimonianza sta tutta nello scetticismo di Botin sulle fasi intermedie della fusione e sui partner schierati per l’operazione.
Superbanca, sì, ma solo nei quartieri alti. In realtà la superbanca restringe la concorrenza nazionale, favorisce la polarizzazioni di sedi, filiali e quindi di servizi e crea miriadi di private banking che svolgono perlopiù operazioni di investimento diretto, i azioni sul mercato mobiliare e che finiscono con la snaturare il loro carattere di banca ed abbandonare la logica del servizio per quella del profitto.
Dal macrocosmo finanziario al microcosmo occupazionale, la superbanca favorisce l’assorbimento di filiali, la riduzione o la diversa destinazione del personale oltre alle confusioni sulla ripartizione delle competenze. Leggo la gioia del Corriere e dell’estabilishment governativo che sottolineano come l’Italia ha già dato molto ed era ora che le grandi banche si alleassero sul modello Unicredit-HvB, per tentare nuove operazioni strategiche all’estero. Già ma Unicredit è partita dall’estero per andare all’estero, Intesa e San Paolo fanno blocco in Italia e troveranno molti ostacoli per i loro obiettivi all’estero. E poi ricalcando la vicenda Unicredit, siamo sicuri che questa aspirazione a diventare centri nevralgici nei mercati esteri, come è accaduto per Unicredit, in Romania, in Bulgaria, in Polonia, in Russia, nell’Est europeo ed asiatico, lasciando gli investimenti, le operazioni di aiuto e finanziamento dipendano da JP Morgan, Goldman Sachs e Merryl Linch, non sia un “togliere e mettere” a nostro svantaggio?  


Angelo M. D'Addesio

ECCO PERCHE' HEZBOLLAH NON HA VINTO (ALMENO IN MEDIO ORIENTE)
Il quotidiano libanese francofono l’Orient le Jour prova che l’88 per cento dei libanesi sogna un paese al riparo dai conflitti regionali. Il 51 per cento vuole il disarmo di Hezbollah. Durante il weekend, il leader del Partito di Dio è apparso in televisione, intervistato dall’emittente libanese New-Tv. Ha detto che se avesse previsto l’entità della risposta israeliana, il suo gruppo non avrebbe rapito i due soldati di Tsahal, il 12 luglio. Ieri, da Beirut, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nella prima tappa di un tour mediorientale, ha chiesto la liberazione dei due militari e la fine del blocco israeliano sul Libano. Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, ha invece smentito lo stesso leader del Partito di Dio, dichiarando che l’Italia non medierà nella questione prigionieri. Nasrallah è pronto a incontrare Annan. Il leader sciita, con l’intervista e il nuovo atteggiamento dialogante, si mette al riparo da chi, in Libano, gli chiede il conto della guerra.  (...)
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Amir Taheri& ©Wall Street Journal - per gentile concessione di Milano/Finanza& (traduzione Studio Brindani)
 dal “Foglio”, 29/8/’06


CHI SI PENTE D'UNA GUERRA VINTA?
Nasrallah, capo di Hezbollah, ha dato un'intervista. Trattandosi d'un personaggio il cui livello morale è zero, non ci si deve chiedere: "è vero ciò che ha detto?", ma semplicemente: "perché lo ha detto?".
Per una sorprendente norma romana l'interrogatorio degli schiavi doveva svolgersi mediante tortura. Il legislatore reputava il loro livello morale così basso, la loro disponibilità a mentire così grande, che quella crudele pratica serviva a dare loro un minimo di credibilità. Oggi questo disprezzo è adeguato ai terroristi. Essi non esitano ad uccidere donne e bambini innocenti, ignari passanti o pendolari che vanno al lavoro e sono umani solo nell'aspetto. La verità è l'ultima delle loro preoccupazioni e se dovessero dirla è solo perché gli è utile.
Nasrallah ha detto: Hezbollah "è intenzionata a collaborare con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil, la cui missione non è di disarmare la resistenza". "Non abbiamo problemi con Unifil purché non tenti di disarmarci". Aggiungendo che "però se i militari libanesi trovano qualcuno armato hanno diritto a confiscargli le armi". Infine e soprattutto ha affermato che «Se Hezbollah avesse ipotizzato che il rapimento dei soldati israeliani avrebbe portato alla guerra non l'avrebbe ordinato». Il partito di Dio «non si aspettava neppure per l'uno per cento la reazione di Israele»
.
Queste affermazioni implicano che la ritorsione israeliana è stata molto dolorosa. Nasrallah ha detto d'essere pentito d'averla provocata ed ha perfino confessato che se avesse potuto prevederla non avrebbe ordinato l'attentato. Ora, dal momento che queste parole sono musica per le orecchie di Gerusalemme, e si può star certi che non sono state dette per rincuorarla, perché le ha dette? A chi si rivolgeva?
Come è noto, il Libano ha tollerato nel proprio territorio l'esistenza d'un esercito terrorista parallelo. Poi Israele gli ha fatto chiaramente spiegato che, come dispone il codice, si è responsabili dei danni provocati dai propri figli minorenni o dai propri animali e la lezione è stata così dolorosa che occorreranno forse anni per riparare i danni e piangere i morti. Questa è la realtà sostanziale. Ovviamente, come è costume in quella regione, anche dopo avere preso bastonate è buona norma proclamarsi vincitori. Ed è quello che gli Hezbollah hanno fatto. Gli stessi media occidentali, lieti della presunta interruzione delle affermazioni militari di Gerusalemme, hanno gioiosamente echeggiato gli epinici arabi: ma la realtà non s'inchina né al wishful thinking né all'antisemitismo. Le ferite riportate dal Libano sono state profonde. Centinaia di morti, anche civili; un gran mole di danni materiali; decine di migliaia di profughi, di cui molti, tornando, non hanno più trovato la propria casa: e tutto questo perché gli Hezbollah avevano deciso di giocare alla petite guerre. Il rancore nei confronti di Nasrallah dev'essere salito ad un tale livello che egli ha forse sentito il dovere politico di confessare il proprio errore, e di scusarsi, per non perdere del tutto il consenso della popolazione. Anzi ha promesso di non provocare più analoghi disastri: di non lanciare più razzi o incursioni contro Israele e di "collaborare con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil". Anche se, dal momento che è solo un fantoccio nelle mani della Siria e dell'Iran, domani potrebbe lo stesso provocare una nuova e ancor più disastrosa guerra, sono atteggiamenti significativi.
La guerra di Israele è nata per porre un termine ai ripetuti lanci di razzi sulla Galilea. Ora Nasrallah promette di smettere e riconosce di avere fatto male a spararli prima. E allora, come si può ancora affermare che Hezbollah ha vinto? Chi mai si pente di una guerra vinta?

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 29 agosto 2006

La "nuova" politica estera italiana intrisa di vecchi pregiudizi antisraeliani: l'analisi di Giorgio Israel
Il ministro degli esteri Massimo D´Alema farebbe bene a non dare troppo ascolto al coro adulatorio che tutti i giorni vanta la sua insuperabile intelligenza. Difatti, per quanto lucido egli sia, rischia di illudersi di poter far credere al prossimo qualsiasi cosa, per esempio che egli sia "equivicino" tra le parti in Medio Oriente.
Gettare alle ortiche l´uso di questo infelice aggettivo non potrebbe che far bene. In primo luogo perché, essere equidistante tra Israele e un movimento terrorista come Hezbollah non è degno del ministro degli esteri di un paese democratico. In secondo luogo, perché neppure coloro che ripetono da mane a sera il mantra della superiore intelligenza di D´Alema possono più credere alla favola che egli sia equidistante. Per quanti sforzi egli faccia per celare i suoi sentimenti, essi spuntano da tutti i lati come un pezzo di gomma che si cerchi di comprimere in uno spazio troppo piccolo.

L´onorevole D´Alema usa respingere le critiche dicendo che è inammissibile che ogni accusa a Israele sia tacciata di antisemitismo. Ma si tratta di uno stratagemma inutile. Qui non si parla di antisemitismo. Si parla semplicemente del fatto che l´insopportazione e l´antipatia di D´Alema per Israele, la sua mancanza di obbiettività e di apertura mentale nei confronti di Israele e delle sue ragioni, esce da tutti i pori come il pezzo di gomma di cui si diceva.
Non faremo qui l´elenco delle condanne passate di D´Alema contro la   politica di Israele, con termini durissimi che mostrano quanto D´Alema sia capace di indignazione morale quando vuole. Ricorderemo soprattutto un´intervista rilasciata in rete alcuni mesi fa in cui D´Alema manifestò in modo quanto mai chiaro la sua profonda antipatia per Israele e per gli Stati Uniti, parlando di superiorità dell´Europa rispetto a coloro che credono di portare la democrazia con la violenza di stato. Naturalmente, siccome D´Alema è una persona intelligente, si rese conto del ridicolo dell´affermazione e osservò che, certo l´Europa ha avuto Auschwitz, ma che "proprio per questo" aveva capito la lezione. Come si usa dire, peggio la toppa del buco.
La lista delle manifestazioni di sdegno morale di D´Alema nei confronti di Israele è tanto lunga quanto è corta quella delle critiche - per non dire delle condanne - nei confronti dei nemici di Israele. Egli ha ripetutamente accusato l´esercito israeliano di praticare il tiro al bersaglio sui civili ma non ricordiamo condanne nette della pratica degli stermini suicidi. Quando Israele si è ritirato da Gaza, sono state devastate e date alle fiamme le sinagoghe, ma non ricordiamo una condanna dell´on. D´Alema di questogesto efferato. I palestinesi avevano l´opportunità di cominciare a   creare uno stato su un territorio totalmente in mano loro, e non hanno saputo neppure creare una forza di sicurezza unificata: l´unica   cosa che hanno saputo fare è organizzare dei tiri di missili Kassam entro Israele, rendendo la vita impossibile agli abitanti di Sderot.
Non ricordiamo una critica dell´on. D´Alema di tale comportamento illegale e criminale. Eppure per essere davvero amico di qualcuno bisogna dirgli la verità. Non ricordiamo critiche dell´on. D´Alema nei confronti di Hezbollah e delle sue mire dichiarate e ripetute di distruzione di Israele. Non ricordiamo neppure vibrate condanne da parte dell´on. D´Alema dei propositi criminali del presidente iraniano Ahmadinejad e delle sue efferate affermazioni circa lo sterminio degli ebrei d´Europa. Al contrario, ricordiamo la sua dichiarazione circa il ruolo di potenza regionale che deve essere riconosciuto all´Iran (a "questo" Iran).
E si potrebbe continuare a lungo.

Dal momento della sua nomina a ministro degli esteri, l´on D´Alema ha voluto ostentare una posizione di assoluta oggettività, fuori da ogni   ideologia e moralismo, parlando - come è apparso evidente in una recente intervista a Repubblica - alla maniera di Talleyrand, criticando cioè Israele per aver commesso qualcosa di peggio di un crimine, ovvero un "errore"; e aggiungendo che i problemi si risolvono per via diplomatica e mai con la guerra. Ma per aspirare ad essere una replica di Talleyrand bisogna capire lo spirito della sua azione. Talleyrand approvò molte delle guerre di Napoleone e ne criticò altre perché erano, appunto, un "errore"; ma si guardò bene dall´aderire a un´ideologia pacifista o guerrafondaia. Quando enuncia il principio dell´assoluta inutilità, ed anzi negatività della guerra, D´Alema è agli antipodi dall´idea che un errore è peggio di un crimine: aderisce a una visione ideologica. Dire che la guerra è sempre un male (o viceversa) è pura ideologia moralistica e non ha nulla a che fare con una visione razionale dei fatti. E qui si scorge il filo rosso della continuità con il D´Alema dell´intervista in rete.
Non c´è da stupirsi allora che l´immagine del nostro ministro degli esteri come un novello Talleyrand sia esplosa come una bolla di sapone, riportando alla luce i suoi autentici sentimenti. Egli valuta la crisi israelo-libanese come se fosse una questione del rapimento di qualche soldato e di una reazione "sproporzionata" - cosa sarebbe stato proporzionato? rapire un paio di militanti Hezbollah? - e non il frutto di un disegno vastissimo dietro cui vi è l´Iran e che muove in unico quadro Siria, Hezbollah e Hamas verso l´obbiettivo della distruzione di Israele come passo decisivo per un attacco globale che va avanti da più di un decennio. Non vedere questo significa non guardare oltre la punta del naso e rinunciare a una visione geopolitica a vantaggio di un pregiudizio ideologico, basato sul solito ritornello dell´oppressione che genera reazione. Non meno falsamente oggettivo è l´insistere sul fatto che Hamas o Hezbollah (o l´integralismo iraniano) non sono classificabili sotto la rubrica "terrorismo" perché godono di un´ampia adesione di popolo, talora sancita attraverso elezioni. È persino stucchevole dover ricordare che anche i grandi movimenti totalitari europei si sono affermati attraverso elezioni e hanno goduto di ampio sostegno di popolo - e non soltanto quelli: pure le recenti dittature sudamericane godevano di un radicamento di massa - e che la democrazia non si identifica con le elezioni. Al contrario. La democrazia è anche conferimento di un potere speciale allo stato che include la negazione o limitazione dei diritti a coloro che lottano per sopprimerla: in buona sostanza, se si consente a un movimento antidemocratico di presentarsi alle elezioni la democrazia è già morta in partenza.

Non c´è quindi da stupirsi se al nostro ministro degli esteri riesce sempre facile trovare aspre parole di critica e condanna per Israele e mai per i suoi avversari, anche quando questi dichiarano il fine di volerlo distruggere. Egli va a visitare le rovine di Beirut a braccetto di un esponente Hezbollah - fatto discutibile se lo fa un uomo politico, gravissimo da parte di un ministro degli esteri - e pronunzia parole di sdegno per quanto ha visto, e che giustificherebbe a suo avviso la critica di "sproporzione" della reazione israeliana. Ma non sente l´esigenza neppure per pura diplomazia, magari soltanto di facciata, di andare a vedere i drammi dell´altra parte, provocati non come danni "collaterali" ma con l´intento deliberato e terroristico di colpire la popolazione civile e soltanto questa. D´Alema chiama la comunità internazionale alla ricostruzione del Libano, mentre Israele dovrà provvedere da sola a riparare le distruzioni provocate da un movimento terrorista e l´on D´Alema non trova una parola di sdegno per il fatto che un terzo - un terzo! - della popolazione del paese sia stata costretta a vivere per un mese nei rifugi o a emigrare per non morire sotto i missili.
Invece di passeggiare per Kiriat Shmona, il ministro è volato direttamente al Cairo e ha rilasciato durissime dichiarazioni contro Israele, parlando di errore catastrofico per aver fatto la guerra.
Come se una guerra non fosse stata scatenata contro Israele.
Certo, ogni critica contro la conduzione militare-diplomatica da parte del governo israeliano è più che ammissibile. La stampa e l´opinione pubblica israeliana stanno sottoponendo il proprio governo   a critiche di una severità straordinaria. Ma altra cosa è la critica ideologica, la critica non per aver perseguito male una causa giusta, ma per aver commesso l´errore in sé di aver reagito a un complotto di cui vediamo le dimensioni inquietanti sempre di più ogni giorno che passa.
Pertanto, se il ministro degli esteri vuole guardare ai fatti oggettivamente e non trascinare sé stesso e il nostro paese in un´avventura disastrosa, dovrebbe tenere conto dei dati più profondi e gravi del problema. Senza risolvere questi dati - primo di tutti il disarmo di Hezbollah e la sconfitta del disegno iraniano di procedere
nel piano di distruzione di Israele - la missione Onu si risolverà in   qualcosa tra la farsa e la tragedia. Difatti, quel che abbiamo di fronte non è certo il trionfo del multilateralismo, ma il crearsi delle condizioni - per errori di molti, inclusi quelli del governo israeliano - per un secondo atto più drammatico del primo.
Tutte queste cose l´on. D´Alema certamente le vede, anche perché è persona intelligente. Ma non le vuol vedere perché non riesce a liberarsi dalle sue antipatie e simpatie. Egli ha iniziato la sua missione di ministrodegli esteri tentando di azzerare le riserve nei suoi confronti, dicendo persino di essere un "amico" di Israele, tutt´al più un "amico che sbaglia". Ma, alla luce di quanto sta accadendo appare evidente che l´ultima cosa che gli passa per la mente è di aver sbagliato. Ben più che pentito egli appare irriducibilmente intriso di pregiudizi nei confronti di Israele. A tal punto che viene da chiedersi se, nel suo foro interno, egli non pensi che Israele stesso sia un "errore".

Da  info@informazionecorretta.it
del 27 agosto 2006

Ccà nisciuno è iotti
Oggi è prevista ad Assisi una manifestazione straordinaria per la pace in Libano e in Medio Oriente. L'evento è promosso dalla Tavola della pace e dal Coordinamento Enti Locali per la pace.
La cosa è talmente "seria" che hanno aderito e partecipano  perfino quei galantuomimi dell'Ucoii, l' "Unione delle comunità islamiche italiane", quelli che giorni fa hanno comperato una pagina di pubblicità su La Nazione per dire che gli ebrei sono uguali ai nazisti.
"Portate un paio di scarpe in più". È questo l'appello lanciato da Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, a tutti coloro che si preparano a partecipare alla manifestazione. Un appello non casuale rilanciato anche oggi dalle pagine dell'Unità: "quel paio di scarpe in più sarà il simbolo della solidarietà a tutti coloro che stanno soffrendo le conseguenze della guerra."
In realtà,  è probabile -se non certo-  anche qui ci troveremo di fronte al solito parallelismo ebrei=nazisti.  La fotografia di un bel muccio di scarpe  campeggerà domani sui giornali italiani...e farà il contropelo ad un altra foto... quella delle scarpe del campo di Auschwitz ...
cp, 26 agosto 2006

Ccà nisciuno è hezbo
Prendete due ambulanze. Bianche e rosse, un po' vecchiotte. Nella notte di guerra del 23 luglio, annunciate a tutto il mondo che gli israeliani le hanno attaccate dall'alto mentre a sirene ben spiegate, su piste polverose, stavano portando in salvo vecchi, donne e bambini libanesi. Il giorno seguente consegnate "un filmato amatoriale" che mostra le ambulanze, c'è un grosso foro proprio al centro del tetto. E' stato il missile, spiegate. Assicuratevi che la notizia sia rilanciata da giornali (New York Times, Guardian, Boston Globe, Time) e televisioni di tutto il mondo, date pure il filmato del giovane guidatore, immobilizzato su un letto dospedale con bende sul volto.
Denunciate il palese, orribile crimine di guerra d'Israele. Ora. Il buco sul tetto è proprio dove prima c'era la sirena. Ci sono ancora i buchi delle viti attorno all'orlo del presunto "foro di missile". I testimoni sbagliano: qualcuno dice "un elicottero", altri "un jet".
Dentro le ambulanze nessun segno di bruciatura: non coerente con il racconto del missile.
I "fori delle schegge" sono rugginosi, come se le ambulanze avessero riposato a lungo in qualche capannone, per essere tirate fuori all'occorrenza. Il povero "guidatore" ospedalizzato è fotografato per strada, sei giorni dopo, senza un graffio. Ma non importa. Giù nel bunker con tv e aria condizionata, gli ufficiali hezbollah si tengono la pancia dalle risate
. (Da Il Foglio del 26 agosto 2006)

Massima del giorno
Il popolo non chiede di essere salvato. E se lo fosse, poi magari morderebbe la mano che l'ha salvato.
G.P.


MOLLICHINE
Il governo: "Senza garanzie non si parte". Ma comprereste un'auto usata dagli Hezbollah?

La Siria minaccia di chiudere la frontiera col Libano. E di non far passare più le armi per Hezbollah? Ma non mi dire!

Le regole dell'Onu non includono il disarmo di Hezbollah. Forse s'include anzi il disarmo dell'esercito libanese da parte di Hezbollah.

Il Giornale: "Bimba rapita e segregata per 8 anni". Aveva dieci anni al momento del rapimento. Più otto, oggi è una bimba di diciotto anni.

Plutone non è più un pianeta. Come disse un devoto napoletano a San Gennaro, quando il papa dubitò della sua esistenza: "Ah Pluto, futtatenne".

Berlusconi "condannato ad andare avanti". Condannato! Sarà finalmente contento Marco Travaglio!

Berlusconi: "la sinistra ha costruito il falso teorema del declino economico". Ma forse, pur di non avere torto, lo realizzerà.
G.P.

DA CHI DIPENDE LA PACE
È interessante chiedersi quali siano nel Vicino Oriente gli scopi dei protagonisti: l’Italia e l’Europa, gli Stati Uniti, Israele, gli Hezbollah, il Libano, la Siria e l’Iran. Il punto nodale riguarda questi ultimi e se ne parlerà in fine.
1) L’Italia ha voluto dimostrare che può fare a meno degli Stati Uniti e perfino dell’Europa. È stata dunque pronta ad andare nel Vicino Oriente e a mettere quasi la museruola ad Israele (degli Hezbollah non si occupa). Di fatto ha agito al buio, caricandosi di responsabilità che hanno atterrito i militari competenti e provocato le infinite esitazioni dei partner europei. In realtà, la pace si avrà secondo ciò che decideranno i veri protagonisti della vicenda, con o senza l’Onu, e la voglia di protagonismo si potrebbe pagarla con parecchi morti. Per l’Europa valgono le stesse considerazioni, con l’unica attenuante d’avere meglio percepito i pericoli e le perplessità che suscita l’intervento: tanto che alla fine s’è deciso per una spedizione sostanzialmente simbolica.
2) Gli Stati Uniti, sapendosi odiati dai musulmani di quella regione, ed essendo fin troppo impegnati nel mondo, sono stati felici di passare la patata bollente all’Europa. Personalmente non hanno altro scopo che la sopravvivenza d’Israele.
3) Israele vuole solo la pace e sa di non potersi aspettare nulla dall’Onu, se non una copertura morale ed eventualmente una testimonianza. Dunque per Gerusalemme le cose sono semplici: se ci sarà pace, Onu o non Onu, tanto meglio. Se non ci sarà pace, si risponderà con la guerra. E ora più seriamente della volta scorsa.
4) Gli Hezbollah, anche se costituiscono un partito politico rappresentato nel parlamento libanese, come forza militare sono una longa manus della Siria e dell’Iran. Se non fossero finanziati, addestrati e armati da loro, non esisterebbero neppure. È dunque naturale che solo a loro obbediscano. Di fatto, se  se ne staranno tranquilli, la pace si prolungherà, se ricominceranno a bombardare Israele, ne conseguirà inevitabilmente il secondo round di una guerra. Il Libano potrebbe trovarsi a pagare un prezzo ben più pesante della volta scorsa.
5) Ed eccoci al Libano, un ciarliero vaso di coccio tra i vasi di ferro. Esso è stato per molto tempo un protettorato della Siria di cui ha accettato a lungo una pesante presenza militare. Oggi somiglia un po’ di più ad uno stato indipendente ma ha un difetto troppo grande per ignorarlo: manca di forza militare. Se il suo esercito si scontrasse con gli Hezbollah, c’è il rischio che perda. E se Beirut non ha la forza d’affrontare il Partito di Dio, è chiaro che la pace e addirittura la sua stessa integrità dipendono da altri. Più precisamente, da questa domanda: quanto gliene importa alla Siria e all’Iran del Libano? In che misura sono disposti a spenderlo, e a far morire migliaia e migliaia di persone, solo per dimostrare che Israele è talmente cattivo da volersi difendere?

6) La Siria e l’Iran sono stati canaglia i cui legami col terrorismo non sono da dimostrare. Contro Israele hanno fomentato ed alimentato violenze per interposta persona (Hamas, i kamikaze, gli Hezbollah), ma sanno benissimo che Israele non sarà eliminato con questi mezzi. Ci vorrebbe una guerra: ma a parte il fatto che tutte le guerre precedenti sono state perdute, oggi non si può neppure contare sull’alleanza con la Giordania e l’Egitto, già abbondantemente scottati dalle esperienze passate. Dunque, che cosa vogliono, quei due paesi? Forse azioni che gli facciano prendere la testa dell’integralismo islamico? Comunque – se non parliamo della bomba atomica iraniana –scopi politici ed ideologici, non scopi militari, ma sulla pelle del Libano e di Israele.
In conclusione, il futuro dipenderà dagli ordini che la Siria e l’Iran daranno agli Hezbollah, i quali possono lanciare razzi stando a nord delle forze Onu. Ma nessuno conosce le loro intenzioni. Si possono fare solo due ipotesi:
a) Malgrado i proclami di vittoria, Siria ed Iran sono così coscienti dei danni sofferti dal Libano che hanno perso la voglia, riprendendo i bombardamenti e attirandosi l’inevitabile reazione di Israele, di imporgliene altri. Magari rifiutano il disarmo di Hezbollah, per salvare la faccia, ma di fatto ne accettano la futura irrilevanza. È un panorama così roseo da essere forse inverosimile: certi musulmani non brillano per buon senso.
b) La seconda ipotesi è che la breve guerra abbia fatto loro credere di poter battere ancora meglio Israele e per questo hanno accettato una tregua per avere il tempo di riparare i danni in vista d’un secondo round che immaginano ancor più produttivo di benefici d’immagine. Se questo scenario allarmante fosse quello che corrisponde alla realtà, staremmo solo vivendo un entre deux guerres.
Come si vede da tutte queste ipotesi, la missione Onu risulta perfettamente irrilevante.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 agosto 2006


COME MAI ISRAELE ACCETTA L’ONU?
Israele non ha fiducia nell’Onu. Quell’organizzazione infatti ha una maggioranza precostituita antidemocratica, antiamericana e antisraeliana. E tuttavia stavolta ne ha reclamato il veloce intervento. Come mai?
Se gli Hezbollah, per qualsivoglia ragione, smetteranno di bombardare Israele, Gerusalemme avrà puramente e semplicemente ottenuto ciò che si proponeva. Rimarrebbero solo i due soldati prigionieri che per giunta Hezbollah dovrebbe restituire. Né può temere che, in caso di iniziative belliche classiche, quei terroristi costituiscano un pericolo: in una battaglia normale, fra eserciti, Hezbollah o no, non ci sarebbe partita.
Se invece gli Hezbollah - stando al di fuori e a nord della zona pattugliata dall’Onu - si metteranno a sparare missili, Israele avrà un nuovo casus belli, certificato dall’Onu. Infatti i missili che hanno colpito Haifa (70 km oltre la frontiera), possono colpire la Galilea per una profondità di 30-40 km anche partendo dall’area a nord del fiume Litani,.
Israele in questo caso potrebbe invadere di nuovo il Libano fino alla latitudine conveniente per evitare l’arrivo di missili. I razzi hanno una gittata di 70 km? E allora si invade il Libano per 70 km. Gittata di 80 km? Invasione di 80 km. Per giunta, dal momento che molto superficialmente tutti hanno parlato di vittoria degli Hezbollah, ben difficilmente la seconda volta Israele userebbe i guanti bianchi. Quello che può fare s’è visto negli ultimi due giorni del conflitto, quando Tsahal ha ricevuto carta bianca da Gerusalemme ed è arrivata al fiume Litani. Inoltre Israele potrebbe avere un conto da regolare con l’opinione pubblica internazionale e con coloro che, all’interno del governo, hanno troppo frenato l’azione militare. Questo secondo round, temiamo, sarebbe il benvenuto.
In sintesi, con l’Onu o Gerusalemme ottiene la pace sulla frontiera nord o avrà dei testimoni, per giunta colpevoli di non avere disarmato Hezbollah, giustificare la propria ritorsione. Infine, fringe benefit, accogliendo l’Onu a braccia aperte, per la prima volta si comporta come vorrebbero gli ingenui e fa parte dei “buoni”.
La presenza dell’Onu mette Israele in condizione di vincere sul rosso e sul nero.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 agosto 2006


PROTAGONISTA COL MINIMO SFORZO
Jacques Chirac si è attestato sulla linea del minimo sforzo: la Francia  invierà in Libano due battaglioni, circa 1600 uomini, che si aggiungeranno ai 400 già presenti, per un totale di 2000 uomini. Quanto basta, secondo il
presidente francese, a dire che, se l'Onu lo desidera, la Francia continuerà ad esercitare il comando della missione: un giro di parole, per rivendicarlo e soffiarlo all'Italia, che con Prodi e D'Alema non ha cessato di proclamare in ogni occasione di essere pronto ad assumerlo, beninteso se gli fosse stato richiesto.
Per i rapporti storici con il Libano e per il ruolo che la Francia afferma di avere in campo internazionale, ci si sarebbe aspettato qualcosa di più. Ma alla vigilia della riunione del vertice dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, Parigi non poteva presentarsi a mani vuote. Non è tutto: la decisione farà oggetto di un dibattito in Parlamento, che si aprirà il 7 settembre.

Questo significa che Chirac ha ancora delle riserve. Infatti è significativo l'ordine in cui, dopo quello generale del rispetto della tregua, ha elencato gli obiettivi della missione: liberazione dei militari israeliani, liberazione dei prigionieri libanesi, controllo della frontiera e disarmo delle milizie. Sul primo punto, Chirac è andato incontro a Israele, dimostrando di avere preso sul serio la dichiarazione, ripetuta anche ieri a Roma dal ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, che senza la liberazione dei tre soldati israeliani la Risoluzione 1701 non può avere attuazione. Sul secondo punto, ha dato una mano al Libano. Il terzo, cioè il controllo delle frontiere, rimane ambiguo, anche perché il presidente siriano ha detto che considererebbe un atto ostile se tale controllo si estendesse lungo tutta la frontiera del Libano: in pratica rivendicando il diritto di far passare i rifornimenti a Hezbollah.
Solo al quarto punto Chirac ha indicato il disarmo delle milizie, cioè di Hezbollah, che era lo  scopo politico principale della Risoluzione 1701.
Perciò il modesto sforzo francese non riduce le ambiguità della missione.
Mentre il prestigio di Hezbollah cresce in tutto il mondo arabo, mettendo in difficoltà i regimi moderati di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, il suo disarmo effettivo ad opera dell’esercito libanese appare improbabile. E l'idea, sostenuta anche da D'Alema, di incorporare la milizia nell'esercito, è una bomba a orologeria: gli hezbollah avrebbero campo libero per fare proselitismo e spingere i militari del Libano su posizioni fondamentaliste.
Un obiettivo gradito all'Iran e, probabilmente, subìto dal presidente siriano, la cui autonomia da Teheran va scomparendo. Un disegno che prevede l'accerchiamento di Israele, già abbastanza avanzato poiché Hezbollah ha dimostrato di potere influire anche su Hamas, cioè nei Territori palestinesi. Ora, senza il disarmo di Hezbollah, è praticamente certo che riprenderà il lancio di missili su Israele e le forze Onu si troveranno tra due fuochi. Anche perché Hezbollah ha utilizzato solo un terzo del suo arsenale.
Oggi, a Bruxelles, i ministri degli Esteri dell'Ue, riuniti su richiesta di D'Alema, sceglieranno tra un'analisi strategica di lungo periodo e un compromesso sul dosaggio dei contributi dei singoli Paesi che offriranno un
contingente. È probabile che prevarrà la seconda scelta, forse condita da frasi altisonanti. Ma non deve sfuggire un elemento: l'enfasi posta, soprattutto da parte italiana, sul ruolo dell'Europa tende a dare al mondo islamico un segnale che l'Ue può muoversi in Medio Oriente senza gli Stati Uniti. Questa separazione viene considerata, soprattutto dall'Iran, fin dai tempi di Khomeini, come il primo passo per espellere gli Usa dalla regione e privare quindi Israele del loro maggiore alleato. Uno scenario assai poco rassicurante. (Da Il Giornale del 25 agosto 2006 - articolo di Alessandro Corneli)

SE NON NE AVETE BISOGNO VI AIUTIAMO.
Craig S.Smith, sul New York Times, fa un'analisi accurata della situazione attuale riguardo alla spedizione in Libano. Fra le molte cose ne dice una quasi divertente: si prevede che l'intero contingente di quindicimila uomini potrebbe essere raggiunto in novembre.
Nel momento in cui da molte parti s'implorava un cessate il fuoco e si parlava di forze d'interposizione da inviare "subito", al massimo "entro una settimana-dieci giorni", in queste note si scrisse che invece ci sarebbe voluto molto più tempo. Ora si parla perfino di completare il contingente in un momento tanto lontano (novembre), quando - se la tregua sarà durata sino ad allora - sarà chiaro che la tregua regge anche senza la forza d'interposizione. Cioè finché vorranno gli Hezbollah. Del resto, se gli europei partissero subito e tutti, dovendo formare un terzo del contingente, non potrebbero certo avere la pretesa, in 5.000 (un terzo del totale previsto), d'assicurare loro la pace. E allora che vanno a fare?
Tenendo conto del fatto che la tregua è durata fino ad ora, e durerà forse fino all'arrivo degli europei, il motto delle Nazioni Unite sembra essere: se ce la fate senza di noi vi aiuteremo.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25 agosto 2006

Massima del giorno
Le commistioni fra arte e storia sono inevitabilmente falsificazioni, quanto meno dal punto di vista emotivo.
G.P.


MOLLICHINE
D'Alema: "La missione aiuterà i moderati". Gli Hezbollah, se abbiamo capito bene?

Per D'Alema Hezbollah, "non è un gruppetto terroristico". È qualcosa a metà strada tra la Croce Rossa e la San Vincenzo de' Paoli.

Parisi: "L'Italia è pronta a guidare la missione". Cioè, fino ad ora, se stessa.

D'Alema, per la foto col rappresentante d'Hezbollah: "Io credo d'aver fatto bene". E oltretutto sono risultato fotogenico.

Prodi: "La guerra l'ha iniziata Hezbollah, con un attacco in territorio israeliano". L'Italia è così a sinistra che, dicendo questo, Prodi può passare per un coraggioso.

Un ministro israeliano ha dato ieri le sue dimissioni in seguito a uno scandalo a sfondo sessuale. La situazione è tesa, ma non è l'unica ad esserlo.

Per D'Alema "È giusto pretendere che gli Hezbollah depongano le armi" ma Israele non deve sparare a quelli che le trasportano. Forse le trasportano per deporle.



LA TESTARDAGGINE DEI FATTI
Perché l’Italia si trova da sola ad essere disponibile all’impegno nel Libano e perché il governo Prodi in questa occasione è stato peggio che goffo: incompetente.
La guerra contro i terroristi è una guerra che è quasi impossibile vincere. E comunque non in breve tempo. Un esercito regolare ha un capo che decide, ha una truppa che obbedisce e può anche arrendersi, mentre la guerriglia è per sua natura sparsa, irregolare, imprendibile e indistinguibile dalla popolazione civile. Dunque Israele non può vincere Hezbollah con una battaglia. Può farlo solo un forte esercito nazionale che si dedichi a questo compito col massimo impegno e con armi adeguate. Gerusalemme può solo infliggere gravi perdite ad Hezbollah per scoraggiarne le attività (cosa che ha egregiamente fatto, altrimenti i terroristi non avrebbero accettato la tregua), ed infliggere tali danni a tutto il Libano da fargli riconoscere come non conveniente tollerare un esercito parallelo sul proprio territorio.
Questa la realtà. All’estero invece i media hanno fatto in modo che il breve conflitto fosse vissuto come una tragedia. Avendo dimenticato assolutamente tutto di ciò che è una vera guerra, si è parlato di massacro quando morivano trenta libanesi e di gravi perdite quando erano uccisi cinque soldati israeliani. In realtà, nella Prima Guerra Mondiale, semplici battaglie come quelle di Verdun o della Somme provocarono centinaia di migliaia di morti. Ma tutto questo è storia e la storia si studia per poi dimenticarla.
Dal piacere morboso di vivere la punizione inflitta al Libano come una tragedia è derivato il dovere di porvi termine a qualunque costo. Si è dunque immediatamente ipotizzata una “forza d’interposizione” che teoricamente dovrebbe tenere separati i litiganti. Di fatto, Israele è molto più forte del Libano ed anche di Hezbollah, e dunque per le sinistre mondiali il vero impegno dell’Onu sarebbe quello di tenere a freno il piccolo Golia per costringerlo ad astenersi dal massacrare donne e bambini. Come è sua abitudine. E su questi presupposti si è votata la Risoluzione 1701: interveniamo subito, tutti.
Ma tutti chi, esattamente? E con quanti uomini? E per fare cosa? E come, esattamente? È qui che si rivela quella testardaggine dei fatti che la retorica giornalistica e parrocchiale aveva celato.

1) Se si tratta di separare due eserciti schierati lungo una linea di cessazione del fuoco, basta posizionarsi su quella linea e denunciare chi viola i patti. Ma se non si tratta di questo, se c’è una guerriglia irregolare, priva di schieramento, priva di un comando unificato e identificabile, come fare a separare i contendenti? Che cosa si può fare contro dei razzi che, da un punto ignoto del Libano, sono lanciati contro Israele, magari sessanta chilometri oltre il confine? E come impedire ad Israele, se ciò avvenisse, di tornare nel Libano meridionale per occuparlo e annientare gli Hezbollah? Fra l’altro Israele stavolta lo farebbe sul serio e con la rabbia di chi si è prima visto dichiarare perdente, pur avendo raggiunto in 48 ore il fiume Litani e pur avendo fatto cessare il lancio di razzi contro Israele. Gerusalemme ha tanto poca paura di riprendere le operazioni che non ha esitato, pur durante la tregua, ad intervenire nella Bekaa e ad uccidere degli Hezbollah. Il futuro non è roseo.
2) La risposta è il disarmo di Hezbollah. Questo può avvenire in due modi: o per volontà di Hezbollah stesso o con la forza. Poiché la prima ipotesi è stata esclusa dallo stesso Partito di Dio rimane la seconda: ma il Libano non ne ha oggettivamente la capacità. Inoltre è anch’esso vittima della retorica, largamente favorevole a questa fazione terroristica. Dunque su di esso non si può contare. Qualcuno ha parlato di inglobare Hezbollah nell’esercito regolare libanese, in modo da disinnescarlo: ma chi dice che, smessa per un’ora la divisa, i guerriglieri non sparerebbero contro Israele? Tutto dipende dalla (inesistente) volontà di pace di quella milizia.
3) Rimane l’ipotesi che il disarmo sia affidato alle truppe dell’Onu: ma quanti uomini richiederebbe una simile impresa? Si tratta di bonificare centinaia di chilometri quadrati in cui sono stati scavati bunker, gallerie e nascondigli, ci sono depositi di armi in case di civile abitazione e gli stessi terroristi non sono distinguibili dalla popolazione, di cui amano farsi scudo. L’impresa richiederebbe non cinque o quindicimila uomini, ma 30-40.000 e forse più. E quanto costerebbe questa missione, per mesi o anni? Chi garantirebbe la sicurezza dei contingenti Onu, dal momento che sarebbero immediatamente visti come nemici di Hezbollah e oggettivamente alleati d’Israele? Si dovrebbe combattere la stessa guerra che Gerusalemme ha appena finito di combattere, per giunta con una minore efficacia (stante la macchinosità della catena di comando) e con un maggiore numero di morti. Come si racconterebbe alle anime belle che bisogna morire per il Libano, dopo che per mesi si è parlato di orrore della guerra?

4) A questo punto, dinanzi ai fatti concreti, notoriamente più testardi dell’aritmetica, la maggior parte degli Stati occidentali ha fatto marcia indietro. E l’ha fatto secondo la scala della suo senso del reale: gli anglosassoni, da sempre pragmatici, sono stati indisponibili sin da principio. Gli altri Stati si sono tenuti sul vago e ora nicchiano. Gli Stati più antiamericani, più di sinistra e più soggetti alla retorica (la Francia e l’Italia) si sono invece proclamati entusiasti ed immediatamente pronti all’azione. L’Italia ha parlato di circa tremila uomini, la Francia addirittura di 4-5.000. Ma i fatti sono testardi e qualche giorno dopo si è posto il problema di che si andava a fare in Libano: che genere di tregua si va ad assicurare? L’impressione è che si vada a tentare un’impresa impossibile affrontando grandi rischi. Da qui, l’infinita discussione sulle regole d’ingaggio e il voltafaccia della Francia, cui i pericoli dell’azione sono infine risultati evidenti. Chi non s’è tirato indietro, per totale insensibilità ai dati reali, è il governo Prodi. In posa gladiatoria, questo novello Leonida è rimasto isolato nell’impegno.
5) Rimane da spiegare perché un paese tradizionalmente ben poco incline alle avventure belliche come il nostro abbia per una volta voluto essere il primo della classe. Probabilmente Prodi, conoscendo l’opinione che il mondo occidentale ha dell’Italia (e soprattutto di un’Italia di sinistra), è stato felicissimo di smentire le previsioni più pessimistiche: ha dimostrato solidarietà atlantica e capacità d’impegno concreto. Ha fatto questo perché sa d’avere dietro di sé, a parte un’opposizione mite e possibilista, una maggioranza compatta. I comunisti, pur essendo sempre ferocemente contro ogni missione militare, stavolta sono stati vittime della loro propria retorica: non si va a far da lacché agli Stati Uniti ma a bloccare il loro alleato più sanguinario ed oppressore, Israele. In spregio ai dati obiettivi, hanno visto il Libano come la vittima innocente e pacifica, l’Italia come il cavaliere bianco che va a salvare la vedova e l’orfano. Ed è così che siamo rimasti col cerino in mano.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 agosto 2006

TANTO PER CAPIRE: STORIA TACIUTA DEGLI "EBREI ARABI" E DELLA LORO CACCIATA
Quasi un milione, fuggiti, espulsi, cacciati.
Questo è il numero incerto degli ebrei che hanno dovuto lasciare i paesi arabi in un esodo silenzioso che la falsa storiografia del Medio Oriente non ha voluto vedere.
Saggi, romanzi e film stanno ora per rompere un silenzio durato quasi un secolo, smontando menzogne e luoghi comuni, rompendo anche la dolorosa reticenza delle vittime: perché è una storia che noi, ebrei dei paesi arabi, abbiamo raccontato sottovoce.
Se ne è discusso ieri sera a Milano: Fiona Diwan e Luisa Grego, nate in terre arabe, hanno presentato il film documentario "L'esodo silenzioso" di Pierre Rehov, regista francese nato in Algeria, e hanno poi invitato ad una "riflessione" altri tre figli del Medio Oriente, Magdi Allam, Gad Lerner e il sottoscritto, nella scomoda veste di testimone e di autore di un romanzo che racconta la stagione dei pogrom antiebraici e dell'intolleranza arabo-islamica. Unico europeo "doc" Carlo Panella.
Più di mille persone hanno assistito una discussione non banale, anticipata dalla visione di un film crudo, dalle tinte forti, pregio e difetto di un documentario di denuncia.
Ma la Storia è più complessa: difficile semplificare o raccogliere in un concetto le vicende che per 1400 anni si sono dipanate su un territorio esteso due volte e mezzo la superficie dell'Europa geografica (quella dagli Urali all'Atlantico!).
Ancora più difficile, e sbagliato, considerare gli arabi un unicum, come vorrebbero i pan-arabisti.
La necessità storica di ebrei e arabi, degli israeliani e dei palestinesi, di avere una storiografia redentrice ha generato e moltiplicato stereotipi e luoghi comuni: "arabi ebrei hanno sempre vissuto insieme in pace", "gli ebrei nei paesi arabi sono sempre stati perseguitati e sottoposti alla sharìa e alla condizione di dhimmi.
Il mito arabo vuole che l'esodo degli ebrei sia una conseguenza della nascita dello Stato d'Israele; o che i pogrom antiebraici siano stati episodici e innocui, in alcuni casi addirittura organizzati dai "sionisti".
Invece la storia è ben altra.

Per 2000-2400 anni, gli ebrei hanno vissuto nelle terre che oggi consideriamo arabe. L'arrivo degli arabi-islamici 1300 anni fa nelle terre che vanno dall'Eufrate all'Atlantico ha comportato lo scontro degli arabi con le popolazioni residenti, ebrei inclusi: Caima, l'ultima regina marocchina a resistere all'invasione araba, era per l'appunto berbera ed ebrea.
Il Patto di Omàr stabilì 1100 anni fa la possibilità per il residente di fede ebraica o cristiana di vivere in condizione di dhimmi, di protetto: pagando una tassa si poteva avere qualche diritto e salva la vita.
Una condizione invidiata dagli ebrei europei che per mille anni sono fuggiti dalle terre cristiane verso quelle islamiche.
Grandi pensatori, matematici e medici divennero presto, e per secoli, consiglieri di sultani e monarchi. Epoche di splendore si sono però alternate con il buio più cupo: non sono mancati pogrom e sterminio.
Alcune date: anno 700, intere comunità massacrate dal re Idris I del Marocco; 845, promulgati in Iraq decreti per la distruzione delle sinagoghe; 861, nascita dell'obbligo per gli ebrei di portare un abito giallo, una corda al posto della cintura; 1006, massacro degli ebrei di Granata; 1033, proclamata la caccia all'ebreo Fez, 6000 morti; 1147-1212, ondata di persecuzioni e massacri nel Nord Africa; 1293, distruzione delle sinagoghe in Egitto e Siria; 1301, i Mammelucchi costringono gli ebrei a portare un turbante giallo; 1344, distruzione delle sinagoghe in Iraq; 1400, Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti; 1535, gli ebrei della Tunisia vengono espulsi (o massacrati); 1676, distruzione delle sinagoghe nello Yemen; 1776, sterminio degli ebrei di Basra, Iraq; 1785, massacri di ebrei in Libia; 1790-92, distruzione delle comunità ebraiche in Marocco; 1805-15-30, pogrom di Algeri; 1840, persecuzioni e massacri a Damasco; 1864-1880, pogrom a Marrakesh; 1869 eccidi a Tunisi; 1897, massacro di Mostganem in Algeria; 1912, pogrom a Fez.
Del resto a iniziare fu lo stesso Maometto, nel 624, sterminando le tribù ebraiche della penisola arabica.
Ma la tragedia su grande scala per gli ebrei è arrivata, anche in Medio Oriente, all'inizio del Novecento, con il crollo dell'Impero Ottomano e l'approdo del teorie nazionaliste fra i popoli arabi privi di identità e di leadership.
Annichilito da cinque secoli di opprimente dominazione ottomana, il mondo arabo si è risvegliato cento anni fa diviso per criteri etnici e in strutture tribali.
I movimenti politici di quel mondo, piuttosto che esprimere un'opzione di carattere propriamente politico, cioè di governo della realtà, hanno risolto in primis l'esigenza di rappresentare il movente identitario, spesso puramente etnico o religioso; un deficit di cultura politica ha surrogato ricorrendo a un codice fondativo tipico delle politiche identitarie di gruppo: il "riscatto della propria nazione".
Se la dinastia hashemita di Hussein, sceicco di Mecca e Medina, firma tre accordi con il movimento sionista per accogliere i fratelli ebrei nella loro patria natia, in Egitto la teoria pan-islamica (e dopo quella pan-araba) con la costituzione del partito dei "Fratelli Musulmani" nel1929 definisce gli ebrei "elemento estraneo alle terre islamiche": la dhimma non basta più, gli ebrei diventano nemici.
È per "restaurare la purezza dell'Islàm" che l'emiro di Riyadh, il wahhabita Ibn Saud, rovescia nel 1925 il Re hashemita Hussein, impossessandosi dell'Arabia da allora definita, appunto, Saudita; è perché considerato traditore che Abdallàh, figlio di Hussein, viene assassinato da estremisti nazionalisti a Gerusalemme, dentro alla Moschea di Omàr.

Nel 1945 gli ebrei di Aden, Algeria, Bahrein, Egitto, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia e Yemen erano 862.050: oggi sono 7.500.
Imprecisi i dati per altri paesi arabi e islamici.
Ma il silenzio è stato anche nostro, delle vittime e di Israele.
La mitologia israeliana, definita da una capace leadership ashkenazita, ha sempre sottovalutato la vicenda degli "ebrei arabi" (come ci chiamava Golda Meir), privilegiando raccontare il riscatto degli ebrei europei, raffinati intellettuali tornati al lavoro della terra e scampati al più grande pericolo del mondo, il nazismo.
Noi, che da secoli ci siamo confrontati, nel bene e nel male, con gli arabi, abbiamo considerato la nostra vicenda come una tappa, quasi banale, nello scontro arabo-ebraico.
Il nostro esodo non ci ha meravigliato perché, così come per italiani ed austriaci, il nostro è stato uno scontro tra nazioni: "loro" gli arabi , "noi" Israele.
Siamo usciti, quasi per miracolo, derubati di tutto e con una lunga scia di sangue, ma a testa alta, da vincitori: riscattati "noi" dalle vittorie di Israele, infuriati e umiliati "loro" dalle cocenti sconfitte.
Le nostre ferite erano, e rimangono, poca cosa rispetto all'enormità della Shoah; le nostre ferite molto ricompensate dalle nuove libertà recuperate in Occidente o in Israele: unico punto in comune con la Shoah la scomparsa di un mondo: la civiltà araba-ebraica, fatta di conflitto e coesistenza, è stata una generosa mistura di cultura e arte, di lingue e cibi, di proverbi, odi, timori e benedizioni.
La rivisitazione di quell'epoca e di quell'esperienza è per noi, nati sotto le palme del Mediterraneo, è un'occasione importante: per guarire una ferita noi ebrei, per guardarsi allo specchio e ricostruire la propria memoria gli arabi. La pace non nasce dall'oblio.

Victor Magiar - Il Foglio


OGGI, 22 AGOSTO, GIORNO DELL'APOCALISSE
E' arrivata l'apocalisse. Secondo il libro degli islamici, oggi, <<ventesimo giorno del mese di Rajab dell'anno 1427>> il profeta Maometto se ne andò in volo, sulle ali del cavallo Bura,  prima a Gerusalemme e poi in paradiso... proprio per questo,
ci fa sapere Bernard Lewis (e Marco Pannella che a ferragosto ha annunciato al mondo, via conferenza stampa, cose terribili...) oggi sarebbe il giorno giusto per la fine d'Israele e del mondo intero.
Dopo i classici sconguri (diceva Totò: <<non ci credo, ma fare gli scongiuri che mi costa?>>) messa l'orecchia a pag. 226 dell'autrice che ha venduto più di 550 milioni di copie ("...<<Chantal, non capirai mai quanto ti amo>> E nelle due ore seguenti glielo mostrò in tutti i modi che conosceva. ..."), un saluto.


IL GOVERNO IMMAGINARIO
(A Beirut, il ruggito del topo)
In questi giorni il governo libanese ha preso alcune notevoli iniziative: ha affermato che Israele, impedendo un traffico di armi a favore di Hezbollah, ha violato la tregua, e per questo ha minacciato di non inviare più il proprio esercito ad occupare il Sud. Inoltre ha dichiarato che qualunque membro del Partito di Dio dovesse lanciare razzi contro Israele sarebbe processato dalla Corte Marziale per avere oggettivamente favorito il nemico. Ambedue le notizie sono sbalorditive.
Israele avrebbe interrotto la tregua se le parti in causa avessero già obbedito, ciascuno dal proprio lato, a tutti gli impegni previsti dalla risoluzione 1701 dell’Onu. Se il Libano avesse rioccupato il sud e avesse disarmato Hezbollah; se l’Onu avesse già dispiegato le proprie truppe, e soprattutto se gli Hezbollah avessero consegnato le loro armi: mentre in realtà non l’hanno fatto ed hanno anzi dichiarato che non intendono farlo. Dunque, di quale violazione si parla? Israele non ha ancora riconsegnato la zona di frontiera a chi dovrebbe assicurare la pace e fa da sé ciò che domani (ma chi ci crede?) dovrebbero fare il Libano e l’Onu.
Più esilarante ancora è la minaccia di non schierare il proprio esercito nel sud. È come se Beirut dicesse: rifiutiamo il regalo che ci ha fatto Israele. Rinunciamo ad esercitare la nostra sovranità su una parte del paese. Non solo è una stupidaggine, ma in che senso ciò dovrebbe fare paura a Gerusalemme? Israele potrebbe sempre rispondere: dal momento che il governo del Libano non vuole assicurare l’ordine pubblico sulla zona di frontiera, intanto la rioccupiamo e poi chiediamo all’Onu d’intervenire non con quindicimila ma con  trentamila o quarantamila uomini. E fino a quando ciò non avverrà, rimarremo qui noi. Chissà che guadagno, per Beirut.
Anche la seconda notizia, quella della Corte Marziale, si presta al riso. L’esercito libanese è molto meno armato e molto meno addestrato delle milizie di Hezbollah: se dunque qualche terrorista si mettesse a lanciare razzi contro Israele, che potrebbe fare il governo immaginario di Beirut? Chi e come, in concreto, arresterebbe il terrorista? La minaccia potrebbe avere senso se ad emetterla fosse stata lo stesso Hezbollah, ma il Partito di Dio a dire una cosa del genere non ci pensa nemmeno. E allora, parole in libertà? Probabilmente sì. E da accogliere con gratitudine. Sarebbe veramente triste se delle parole in libertà il nostro governo avesse l’esclusiva.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 21 agosto 2006


Razza di padre
Al signor Frammartino hanno ammazzato il figlio,  a pugnalate. Lo hanno  ammazzato a Gerusalemme, di sera, durante una passeggiata con le amiche.
Lo hanno ammazzato per errore. L'assassino,  un militante  palestinese della Jihad islamica, arrestato dalle forze di sicurezza israeliane, confessa: <<volevo uccidere un  ebreo, mi sono  sbagliato>>.
<<Me lo trovassi davanti gli direi ti perdono...>> dichiara alla stampa 
il signor Frammartino <<Che si sia trattato di un errore aumenta solo la sofferenza>> ...
Lo so,  non è politicamente corretto ma...  <<signor Frammartino lei mi fa schifo>>  si può dire? No? Va be', allora non lo dico.

cp, 20 agosto 2006

Tanto per capire: i media e la propaganda









Basta una foto...
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Tanto per capire: la strategia del terrore asimmetrico
(Articolo di Emanuele Ottolenghi del 13maggio 2002)
Il terrorismo non esprime la disperazione.  Pianificato a tavolino mette in crisi l'Occidente colpendo in modo asimmetrico civili ed economia
Nell'anno 9 Publio Terenzio Varo condusse le sue legioni al massacro nella Selva di Teutoburgo.  Evento ancora nel dettaglio misterioso, l'eliminazione di 20,000 soldati romani - avanguardia della tecnologia militare e rappresentanti della superpotenza del giorno - avvenne perché il più debole e svantaggiato nemico germanico riuscì a sfruttare le debolezze strategiche dell'avversario e a imporre i termini dello scontro ai legionari scegliendo il terreno ideale per sconfiggerli. Questo approccio strategico viene chiamato "guerra asimmetrica"‚ perché comporta lo scontro tra due avversari, l'uno tecnologicamente e militarmente superiore, ma costretto a combattere in condizioni dove il suo pieno potenziale non può essere utilizzato.  La debolezza diventa in questo caso una forza e viceversa.

Il terrorismo, si racconta, è l'arma dei deboli.  Il terrorismo, si racconta pure, è il prodotto delle ingiustizie e della disperazione.  Specie con riferimento al Medio Oriente, il terrorismo viene spesso giustificato perché inteso come unica risposta all'occupazione israeliana dei territori palestinesi.  La risposta al terrorismo viene spesso quindi indicata come politica, ovvero l'accomodamento delle richieste politiche di coloro che lo praticano per disperazione o mancanza di alternative.  Questa spiegazione non tiene conto del fatto che i Palestinesi cristiani, non meno disperati, non hanno fatto finora ricorso al terrorismo suicida, e che molti altri movimenti di liberazione nazionale in passato scelsero altre strade di lotta, nonostante le loro condizioni di oppressione non fossero invidiabili.
Lungi dall'essere semplicemente espressione di disperazione dei dannati della terra, il terrorismo è una strategia pianificata a tavolino che mette in crisi l'Occidente, finora incapace di elaborare risposte efficaci e strategie deterrenti.  In quanto tale rappresenta la versione moderna della guerra asimmetrica che sconfisse Varo a Teutoburgo.
Di guerre asimmetriche se ne sono viste parecchie negli anni novanta.  La Cecenia dove una banda di miliziani male armati ha sconfitto finora l'esercito russo.  Il Libano, dove la perseveranza delle operazioni di guerriglia dei Hezbollah ha costretto Israele a ritirarsi senza contropartita.  La Somalia, dove una banda indisciplinata di combattenti travestiti da civili ha sconfitto l'America.  E i territori occupati, dove la strategia di guerriglia urbana, terrorismo contro obbiettivi civili, ha finora tenuto testa alla superiorità economica, tecnologica, militare israeliana.
Occorre prestare attenzione a questa nuova realtà, perchè il terrorismo non è l'atto del disperato estremista, bensì un'arma a basso costo e a bassa tecnologia scelta coscienziosamente da chi sa che la guerra convenzionale contro il nemico è persa in partenza.  Il kamikaze non è dunque l'attentatore suicida, ma un'arma tattica, un pilota automatico che guida l'arma vera e propria (l'esplosivo nella borsa o in cintura, l'autobomba, l'autobus imbottito di tritolo, l'aereo commerciale) contro l'obbiettivo.  Il terrorista suicida è la bomba intelligente dei poveri.

Ma c'è dell'altro nella guerra asimmetrica che i Palestinesi combattono contro gli israeliani, bin-Laden contro l'Occidente, e altri movimenti transnazionali e non statuali alimentano contro il capitalismo, il libero mercato o la globalizzazione.
La guerra asimmetrica (o di quarta generazione come viene classificata nella letteratura) si basa sulle dottrine maoiste dell'insurrezione civile e della guerriglia.  Toccata e fuga, lunghe snervanti campagne atte non a distruggere il nemico, ma a demoralizzarlo.  Atte non a sconfiggere il nemico sul campo, ma a privarlo del desiderio di combattere.  Atte a neutralizzarne la superiorità tecnologica, militare, economica del nemico, che poi siamo noi, il mondo occidentale.
Ecco perchè il terrorismo diventa l'arma principe della guerra asimmetrica all'inizio del ventunesimo secolo.  Colpisce la popolazione civile.  Sviluppa argomenti che lo giustificano, dividendo l'opinione pubblica occidentale e insinuando il dubbio che invece che combatterlo occorra soddisfarne le richieste politiche.  Colpisce (o colpirà) i centri nevralgici dell'economia mondiale, come le torri gemelle, le borse e i distretti finanziari delle grandi città.  Attacca la dipendenza del mondo occidentale sui sistemi informatici e di comunicazione cercando di penetrarne i sistemi operativi e diffondendo virus che possono mandare in tilt i sistemi di controllo del traffico aereo, le banche dati che usiamo per la ricerca, le transazioni finanziarie, il trasferimento di conoscenza e tecnologia.  E se proprio deve scendere in campo con le armi, cerca lo scontro nel contesto urbano, come a Grozny, Mogadiscio e Jenin, dove la superiorità tecnologica degli eserciti moderni è inutile, dove il corpo a corpo costa troppe vite umane a un Occidente che crede nelle guerre umanitarie senza vittime, dove la presenza della popolazione civile aumenta il rischio di incalcolabile danno collaterale tra i civili innocenti, che l'opinione pubblica non può nè giustificare nè tollerare sui propri schermi.

Sfrutta quindi i media e diffonde informazione attraverso la tecnologia satellitare e internet per far breccia tra l'opinione pubblica, come efficacemente fecero i leader Ceceni nel 1994, utilizzando la stampa libera per screditare l'operato dei Russi.
E vince, attacco dopo attacco, non perchè ha la forza militare e politica di imporre la propria visione del mondo o i propri interessi.  Bensì perchè ci logora, bomba dopo bomba, virus dopo virus.  Spesso senza prendersi la responsabilità ufficialmente, ma lasciando la società colpita non solo nel dolore, ma persino nel dubbio di chi sia il mandante e quali siano i motivi.
L'attacco ai ristoranti e ai centri commerciali in Israele, così come l'11 settembre, la strage di ingenieri francesi a Karachi, ma anche l'antrace nella posta in America, il terrorismo cibernetico via internet, l'attacco ai centri nevralgici dell'economia e della interconnettività globale prodotta dalla rivoluzione informatica, e da ultimo lo sfruttamento della società aperta occidentale per infiltrarla con cellule decentrate di operativi altamente indipendenti e autonomi, fa parte di una strategia unica, non necessariamente dello stesso mandante, ma di chi ha capito, dopo il crollo del sistema bipolare della guerra fredda, che l'Occidente non si può sconfiggere se non gli si impongono termini di conflitto non convenzionali, quali il terrorismo e l'uso di armi di distruzione di massa, ma anche la tecnologia ritorta contro chi l'ha creata, e da ultimo la propaganda per logare le nostre società.
La lotta al terrorismo va distinta dagli obbiettivi politici che i suoi mandanti pretendono di perseguire, siano essi in Palestina, Cecenia, Somalia, Afghanistan o le Filippine.  Il terrorismo è un'arma non convenzionale utilizzata per gli scopi più svariati, ma che ha dimostrato di essere più forte e letale degli arsenali americani ed europei, dell'opulenza occidentale e della libertà che la contrassegna e la riproduce.  Solo riconoscendone il pericolo, e la logica che lo caratterizza, l'Occidente potrà elaborare controstrategie in grado di sconfiggere il nemico che usa il terrorismo come arma.  Altrimenti, la Selva di Teutoburgo ci attende.


Massima del giorno
Alcuni scrivono perché hanno voglia di dire qualcosa, non perché abbiano qualcosa da dire.
G.P.

MOLLICHINE
Parisi "Il fine dell'azione non è militare ma è la natura della missione ad essere militare". Come chi dicesse: "Voglio fare l'amore con te, ma non per ragioni sessuali".

Gli ebrei di Roma: "Perché D'Alema non ha voluto constatare l'effetto missili di Nasrallah nel nord di Israele?" Che sciocchi! Li ha forse lanciati Israele, quelli?

D'Alema: "Non andiamo a disarmare Hezbollah, ma ad aiutare l'esercito libanese". A girarsi i pollici.

Secondo Ahmadinejad, Annan dovrebbe espellere dall'Onu Inghilterra e Usa. Fosse vero! Risparmierebbero molto e non perderebbero nulla.

Gennaro Migliore (Prc): Questa missione in Libano non è simile a quella in Iraq.: "Questa è 'legale', quella a Baghdad no". Differenza giuridica: questa lui l'approva.

D'Alema un tempo gettava Molotov. Ora passeggia con gli Hezbollah. Un corso di aggiornamento peripatetico sui missili?

Gianni Pardo


BELL'ITAGLIA
Se ll ministro degli Esteri, D'Alema,  va a braccetto per le vie di Beirut con i capi  Hezbollah, per poi  vantarsene  in una intervista all'Espesso,  il Presidente della Camera dei Deputati, el companiero Fausto Bertinotti, flirta con il moribondo Fidel Castro.
Al leader cubano,  Bertinotti ha inviato il seguente messaggio di auguri per il compimento degli ottant'anni.
"Caro Presidente, un anniversario importante è l'occasione per gli auguri da parte di chi ha vissuto i lunghi anni della Sua importante presenza nel mondo, presenza congiunta al cammino della rivoluzione cubana. Nessuno dei dissensi che abbiamo lealmente espresso può cancellare le speranze e le emozioni che hanno suscitato nella mia generazione e nel mio paese le donne e gli uomini della Sierra Maestra.
Poi Cuba ha camminato con le sue gambe e ha interpretato, insieme a Lei, l'orgoglio di un popolo e di un'isola che vuole vivere la sua indipendenza e decidere autonomamente del suo futuro e del suo destino in un mondo di pace. Buona fortuna a Lei e al Suo Popolo, Presidente.  Lunga vita, caro Comandante, un abbraccio e auguri per la Sua salute
".


Lanterna magica
Pirati dei Caraibi 2
Will ed Elizabeth, poco prima di sposarsi, vengono condannati a morte per l’aiuto dato a Jack Sparrow. L’unico modo per salvarsi è trovare il loro amico pirata e farsi consegnare un oggetto molto importante. Sequel troppo lungo e decisamente banale: la magia del primo sembra essere scomparsa…
Pirati dei Caraibi 2

Regia: Gore Verbinski
Interpreti: Johnny Depp, Keira Knightley, Orlando Bloom, Bill Nighy, Stellan Skarsgård, Jack Davenport
Sceneggiatura:Ted Elliott, Terry Rossio, Stuart Beattie & Jay Wolpert
Data di uscita italiana: 15 settembre 2006
Voto: 5/10

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LA SQUALIFICA DI GÜNTER GRASS
Günter Grass, moralista di sinistra e premio Nobel, è stato per decenni l’indice docente e ammonitore della Germania. Per altrettanti decenni ha confessato solo d’avere inevitabilmente militato nella Wehrmacht, da ragazzo. Viceversa ora, attraverso la sua confessione contenuta nell’autobiografia “Sbucciando le cipolle”, (e anche attraverso un documento redatto dalle autorità americane quando fu fatto prigioniero), si scopre che non fu un soldato della Wehrmacht, come aveva sempre detto, ma un volontario della Waffen SS-Panzerdivision Frundsberg. Ovviamente, non c’è nulla di cui scandalizzarsi. Anche se lui stesso s’è stracciato le vesti perché qualche uomo politico non era del tutto immune da ogni contatto col nazismo, non c’è ragione di seguirlo in questa stupidità. Non solo le Waffen SS erano prevalentemente reparti combattenti e non associazioni criminali, ma ognuno è figlio del suo tempo: non si può chiedere ad un ragazzo di diciassette anni d’avere più senso critico di quanto ne abbia la media dei quarantenni del suo tempo.
La colpa di Grass è un’altra. Non è avere militato nella Frundsberg ma il fatto che l’ha nascosto, anzi, la ragione per cui l’ha nascosto per sessant’anni. È questo che lo squalifica.
Se in passato s’è fatto qualcosa di orrendo, quasi tale da non permettere perdono, come l’avere ucciso, si comprende che ci si reputi irrecuperabili e in dovere di rimanere nell’ombra. Ma se, senza essersi macchiati di un crimine, si è sbagliato pesantemente, non c’è che da riconoscerlo e tutto deve finire lì. Nessuno è infallibile. Non si possono rimproverare per sempre a Sant'Agostino gli errori di gioventù. Non si può inchiodare Giuliano Ferrara al suo passato di comunista o Dario Fo al suo passato di repubblichino. Anche se personalmente siamo certi che lui sarebbe stato lieto di crocifiggere un Berlusconi repubblichino.
Se invece si è caratterialmente dei fanatici, si ha l’atteggiamento severo di Robespierre. L’implicito presupposto è che mai si potrebbero commettere gli errori che commettono gli altri. Di Robespierre non si diceva che era incorrotto, si diceva ch’era “incorruttibile”: cioè d’una natura diversa dagli esseri umani normali. Un po’ come Travaglio, che giudica e manda secondo ch’avvinghia e un po’ come Grass, che ha avuto l’aria di dire che mai un uomo di sinistra, e modello di virtù come lui, avrebbe potuto, nemmeno da ragazzo, essere tentato da un’ideologia di criminale come quella nazista. Proprio questo lo squalifica. Non l’essere appartenuto alle SS, non l’avere dichiarato, con la fibbia del suo cinturone, che il suo onore consisteva nell’essere fedele a Hitler, ma la pretesa dell’incorruttibilità spinta fino a riscrivere il passato, se questo passato osa contrastare l’incorruttibilità del nostro piccolo Robespierre.
Grass in questo è un perfetto uomo di sinistra. Partendo dalla superiorità ontologica della sua fazione, non ha esitato ad offendere chi non la pensava come lui e poteva avere sbagliato. Quasi che a lui un simile orrore non potesse mai capitare. Ha offeso gli dei che di simili giudici inflessibili non sanno che farsi, dal momento che essi stessi si confessano soggetti a sentimenti quali l’amore, l’ira o il desiderio di vendetta. Grass ha offeso l’umanità giudicandola con un metro falso di cui lui stesso non era all’altezza e questo rivela non un superiore livello morale ma una posa.
Una posa interessata per giunta, perché essa procura facilmente l’applauso dei Saint-Just e de Fouquier-Tinville di provincia. E forse anche un Premio Nobel.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 16 agosto 2006


RIGHT OR WRONG, MY PARTY
L’Italia si appresta ad inviare circa tremila soldati in Libano. Che sia una buona idea o no non è quello che qui si discute. È certo però che se l’avesse avuta Berlusconi sarebbe scoppiata una mezza rivoluzione. I pacifisti, in omaggio alla loro ideologia, sarebbero passati a vie di fatto, con devastazioni, feriti e forse morti. Invece l’iniziativa l’ha presa il governo di centro-sinistra e anche ad ammettere che sia una cattiva idea perfino i comunisti si allineano obbedienti e la piazza tace rispettosa.
Che un gruppo sia fazioso, che perfino un milione di persone sia fazioso, è comprensibile: ma in Italia è faziosa metà della popolazione. Se una stessa cosa la dice il centro-destra è sbagliata, se la dice il centro-sinistra è giusta. Così dicono non solo i politici della maggioranza (che magari hanno un personale interesse al cadreghino) ma anche tutti i grandi giornali, gli opinionisti, le televisioni, l’intero elettorato di sinistra e perfino quegli imbecilli fanatici dei no-global e dei leonkavallini. Al punto che se qualcuno della sinistra osa protestare, in nome delle tesi tante volte sostenute gridando, è visto come un disturbatore. Questo non è il funerale della politica: è il funerale dell’onestà. Ed anche la fine della discussione: a che scopo parlare con chi, invece di cercare la verità, vuole solo sapere se essa è a favore o contro il partito? Chi è fermo al più ottuso leninismo va lasciato nella pattumiera della storia.
Ci si può poi chiedere se questa spedizione libanese sia effettivamente una buona o una cattiva idea. La prima cosa da dire è che nessuno conosce il futuro: l’impresa potrebbe rivelarsi di tutto riposo come potrebbe rivelarsi una tragedia simile a quella che ventiquattro anni fa fece scappar via dal Libano i Marines americani, dopo un attentato che fece 254 morti. Marco Rizzo, Agnoletto, Pecoraro Scanio e gli altri illustri pensatori di sinistra sono pronti ad accogliere con orgoglio decine di bare coperte dal tricolore, proclamando che sono fieri del sacrificio dei nostri guerrieri? Oppure si accorgeranno solo allora che chi va al mulino s’infarina e chi va alla guerra rischia di morire?
Con quale coraggio si osa contare su una situazione di pace in Libano, mentre lo scontro non è ancora terminato e mentre le stesse persone hanno sempre chiamato “missione di guerra” quella in Irak, dove la guerra è finita da anni?
Sono domande inutili. A che scopo discutere con chi non ha orecchie e non ha più spirito critico delle folle che applaudivano Mussolini?
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 14 agosto 2006

Massima del giorno
Godere della morte altrui non è elegante. Ma non tutti i nostri pensieri sono eleganti.
G.P.


MOLLICHINE
Da Repubblica: "morti bianche" in aumento, 469 vittime nei primi 5 mesi 2006". Con la logica di Prodi, è chiaro che è colpa dell'attuale governo.

Un agente infiltrato ha sventato il complotto terroristico britannico. La magistratura indaga. Pare che per farlo abbia posteggiato in divieto di sosta.

Uccisione di Angelo Frammartino. Napolitano: "Bisogna porre fine al clima di violenza nella regione". Accidenti, che intuizione!

Siniora: "continueremo a batterci sul fronte diplomatico con la stessa forza con cui ci siamo battuti durante la guerra". Cioè subiremo senza reagire.

Paolo Cento: "Gli italiani non dovranno sparare neanche un colpo". Fucili e cannoni servono per metterci dei fiori, come ci hanno insegnato a Woodstock.

Micheli: «È stato proprio il Sismi a segnalare ai Servizi inglesi già alcuni mesi fa la possibilità di azioni terroristiche». A quei cretini che mai ci avrebbero pensato.

G.P.


CORSI E RICORSI
Le mancate stragi sugli aerei in partenza da Londra per gli Stati Uniti - stragi studiate e finanziate dai fascisti islamici quale ennesimo atto di aggressione all'Occidente - ci insegnano almeno due cose: che siamo in guerra e che l'Europa dorme, salvo l'Inghilterra. L'Italia, galleggiando sull'asse sinistra-giudici tutti buonisti e caramellosi con i "resistenti",  è ormai così inaffidabile che gli 007 Usa e inglesi ci hanno informato solo a cose fatte. Di un paese che manda a casa gli attentatori ed in galera i capi dei suoi servizi segreti, non si fida più nessuno. Detto questo, ci siano consentite un paio di riflessioni. Siamo in guerra. Solo i bamba non se ne sono accorti e disquisiscono, spaccano il capello in quattro, incolpano se stessi e la nostra civiltà. Molti, troppi italiani, si rifiutano di riconoscere, come scriveva ieri Massimo Teodori, che il terrorismo islamista è quello che è. E cioè un soggetto ideologico, totalitario e nichilista, che ha la stessa carica distruttiva che in passato hanno avuto il nazismo ed il comunismo. C'è un disegno, evidente, firmato da un terrorismo ormai globalizzato che nasce qui, in una Europa sempre più dormiente e fabbrica di kamikaze, eppoi va ovunque a combattere la "guerra santa",  dall'Afghanistan allo Yemen, dalla Cecenia all'Iraq. Qui si preparano all'odio e al martirio, sotto i nostri occhi, nelle moschee gestite da predicatori dell'odio, corteggiati dai soliti noti, illusi di integrarli o convertirli. Ma cosa volete integrare e convertire gente che manda una donna incinta su un aereo da far saltare in aria; una donna che anziché dare la vita - cioè il passaggio più alto che esiste in natura - la va a togliere a centinaia di innocenti, di civili, di altre donne, di altri bambini. E‚ questa ideologia dell'odio che sgomenta; questo odio contro gli Stati Uniti, gli Ebrei, l'Occidente, il diritto (sacrosanto) di Israele di esistere. E‚ questo programma di violenza planetaria - solo aggressiva, non reattiva - che va arginato. E piantiamola con la fregnaccia che è solo colpa della guerra in Iraq, come raccontano coloro che cominciano a capire e ricorrono alle bugie per non passare da fiancheggiatori. Poi, al momento buono, come sempre, un oplà aggiusterà tutto. L'Italia dorme. L'Islam fascista ci vuole tutti morti e noi "continuiamo a far finta di niente", come ha scritto venerdì Magdi Allam, uno dei pochi che suona la campana. Anzi, facciamo anche peggio: scarceriamo i terroristi, chiudiamo un occhio con i clandestini, arrestiamo chi ferma i kamikaze, smantelliamo gli 007; ci illudiamo di comprare i loro voti regalando la cittadinanza italiana. Stiamo freschi. Continuiamo a nasconderci - pigramente, follemente - dietro il fico delle illusioni neutraliste e pacifiste. Stiamo ripetendo gli stessi errori compiuti nel 1939 quando pensavamo che il Mostro totalitario non fosse così Mostro e ci siamo poi messi persino a corteggiarlo. Poi è andata come è andata. E non mi risulta che in Normandia siano sbarcati Casarini ed Agnoletto. Forse erano i marines imperialisti. Ed abbiamo salvato la pelle. Perché allora dobbiamo sbagliare una seconda volta?

LA RISOLUZIONE 1701 ED I SUOI EFFETTI
Per esaminare l'ultima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, la 1701 dell'11 agosto 2006, mancando il testo integrale è bene basarsi su ciò che scrive l'Ansa e in particolare sui "virgolettati", per evitare commenti o interpretazioni. Il corrispondente ad esempio scrive che "Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato all'unanimità una risoluzione per chiedere al più presto la cessazione delle ostilità in Libano" e qui si può già saltare sulla sedia: la Risoluzione dice "al più presto" o "immediatamente"? Per chi ha studiato diritto, "al più presto" non significa nulla. Potrebbe essere anche fra cinquant'anni. Meglio tornare agli scarni "virgolettati".
La Risoluzione chiede "una totale cessazione delle ostilità", con "una immediata cessazione da parte di Hezbollah di tutti gli attacchi e una immediata cessazione da parte di Israele delle operazioni legate all'offensiva militare". Belle parole. Ma quid iuris, se Hezbollah continua a sparare razzi su Israele? Ovviamente la guerra continuerà. E quid iuris, se Hezbollah sostiene che aveva smesso e ora continua a sparare razzi perché Israele continua le sue operazioni belliche? La guerra continuerà. E quid iuris se Hezbollah non lancia razzi e Israele afferma che l'ha fatto, o se Israele sta completamente fermo e Hezbollah afferma che sta compiendo atti di guerra? Traduzione: la cessazione delle ostilità si avrà non quando lo chiede una Risoluzione Onu ma quando ambedue le parti ne avranno voglia.

I Quindici chiedono poi al governo libanese e all'Onu di ''dispiegare le loro forze insieme'' nel sud del Libano e ''al governo israeliano, quando questo dispiegamento inizierà, di ritirare tutte le sue forze dal sud del Libano parallelamente''.  Qui c'è una voluta imprecisione: Israele non potrà ritirarsi quando il dispiegamento "inizierà", perché altrimenti dovrebbe farlo quando il primo soldato Onu (per non parlare dell'Unifil che è già in loco), metterà piede in Libano. E questo mentre ancora gli Hezbollah tempestano di razzi la Galilea. In realtà vale il prosieguo del testo: Israele potrà ritirarsi, come in "parallelo", cioè in quanto siano giunte forze libanesi-Onu sufficienti e in quanto gli Hezbollah siano stati disarmati. E questo non è detto che avvenga in tempi brevi. Non solo perché non si sa quanto tempo ci vorrà prima che alcuni stati si dichiarino disposti ad offrire i loro soldati per una missione che sarà inevitabilmente di guerra, e prima che queste forze siano organizzate, giungano in loco e siano operative, ma anche per la difficoltà dell'impresa stessa. Passeranno settimane? Mesi?
È ragionevole pensare che Israele in linea di principio non sia contraria a questa Risoluzione 1701 perché essa comincerà ad avere effetti concreti quando Israele avrà completato militarmente la propria azione. O,  almeno, questo è ciò che i capi militari israeliani possono lecitamente sperare.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 12 agosto 2006

IL 71 E IL 17
Gli Hezbollah hanno vinto, fino ad ora, la guerra psicologica. Ma hanno fatto un affare?
Nell’estremo sud dell’Italia c’è un’espressione che probabilmente manca altrove: “il 71 è diventato 17”. Qualcosa che ci pareva positivo a volte si trasforma in una disgrazia.
Accanto alla battaglia che si combatte sul terreno, in Libano c’è il “psychological warfare”: cioè la guerra delle notizie e delle immagini, presentate in modo da conquistare simpatie e sostegno. In essa, il “Partito di Dio” si è dimostrato maestro. È riuscito a far dire ai media occidentali che le vittime di questa guerra sono solo civili, (la Rai, oggi: “circa 1.000 vittime di cui 990 civili”). Anzi, prevalentemente bambini. È riuscito a far credere che gli israeliani hanno fatto un buco nell’acqua, perdendo molti uomini. È insomma riuscito a far credere di star vincendo la guerra. E questo è il 71.
Ma si può obiettare che se fino ad ora Israele è stata resa antipatica alle anime belle perché sempre simile a un Golia armato fino ai denti, le cose potrebbero cambiare se essa dovesse apparire debole, vulnerabile, afflitta da notevoli perdite umane anche nel suo esercito. Per non parlare di una popolazione civile maltrattata da migliaia di razzi. Anche fra gli israeliani ci sono bambini.

Non solo. Se i terroristi, appena Tsahal ha superato la frontiera, avessero smesso di sparare razzi, avrebbero anche potuto sostenere che Gerusalemme aveva scatenato una guerra per nulla: per due soldati rapiti, una scusa incredibile! Mentre loro, pur di avere la pace, avevano smesso la loro aggressione ed erano disposti a restituire immediatamente i due soldati. Israele doveva solo ritirarsi e smetterla con i raid aerei. Chi sarebbe riuscito a dargli torto? Invece hanno proclamato che accettavano la sfida, che erano in grado di contrastare Israele, che ad Israele avrebbero fatto pagare caro l’avere osato… difendersi, sicché la risposta di Israele è divenuta ragionevole per tutti. Non è che per caso questo sia un 17?
Hezbollah, per la sua guerra psicologica, fa di tutto per minimizzare le proprie perdite e i danni subiti, mentre sa bene qual è la realtà, per la propria organizzazione e per il martoriato Libano. La guerra psicologica non può influenzare Israele, che è unita come un solo uomo sotto una pioggia di katiusha e combatte per la propria sopravvivenza, e se influenza i terzi influenza esattamente coloro che non hanno alcun peso nello scontro: i paesi arabi e gli europei di sinistra. Mentre Israele da decenni sa di dover contare solo su se stessa, senza tener conto di un’opinione pubblica internazionale disposta a spenderla per la propria tranquillità. Anche a questo fenomeno, che numero bisogna assegnare?
Ulteriore conseguenza dell’atteggiamento del “Partito di Dio” è che Israele oggi può chiedere che qualunque forza s’installi nel sud del Libano dev’essere capace di disarmare gli Hezbollah: e nessuno può dire di no. Avrebbe ottenuto questo risultato, se  i terroristi avessero tenuto un low profile? Se fossero stati tanto furbi da farsi ritenere insignificanti? La comunità internazionale, e perfino gli Stati Uniti avrebbero fatto pressione su Israele affinché si ritirasse e si tornasse alla “pace”. Dopo di che gli Hezbollah avrebbe ripreso come prima a bombardare Israele.
Un’Israele vittima è un’Israele che nessuno può rifiutarsi di ascoltare e la sua richiesta di sicurezza è incontestabile. Perfino il governo filo-Hezbollah del Libano parla d’inviare 15.000 uomini per riprendere il controllo del sud del paese. Il futuro dunque non è roseo, per Hezbollah. Si può vincere una battaglia e perdere la guerra.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 9 agosto 2006

Attenzione alla cittadinanza
L'Italia è stato uno degli ultimi, tra i grandi paesi europei, a dover affrontare l'immigrazione di massa e quindi, nel definire le norme che la regolano, avrebbe potuto far tesoro delle esperienze e delle difficoltà altrui. Soprattutto in seguito all'affermazione in settori delle società islamiche dell‚estremismo, i diversi modelli di integrazione europei hanno mostrato i loro limiti. Il modello francese, quello dell'inclusione repubblicana, che consiste nel sottolineare l'adesione ai valori civili indipendentemente dalla fede religiosa (che dev'essere nascosta nelle scuole pubbliche dov'è vietato indossare il velo islamico o la kippah ebraica o mostrare una croce cristiana troppo evidente), non ha evitato il dilagare della rivolta giovanile maghrebina nelle banlieue. Quello britannico, basato invece sul riconoscimento comunitario delle diverse aggregazioni etniche e religiose, ha portato alla sconvolgente visione di un giovane di origini arabe, ma con un inconfondibile accento dello Yorkshire, vantarsi delle sue attività terroristiche.
La nuova situazione ha indotto quasi tutti i paesi europei a stringere le redini in materia di immigrazione, compresa la Spagna, e questo tra l'altro ha determinato, secondo il ministro Amato, un considerevole aumento della pressione dell'emigrazione clandestina verso l'Italia. Il nuovo governo ha scelto, in questo campo, di adottare una linea di larghezza, con 300 mila regolarizzazioni, il diritto alla cittadinanza per i nati in Italia e per gli immigrati residenti da più di cinque anni.
Lo scopo di qualsiasi legislazione razionale in questo campo è quello di separare l'immigrazione regolare da quella clandestina, in modo da ridurre la zona grigia dell'illegalità, nella quale si annidano i fenomeni più pericolosi. Lo smantellamento del sistema vigente, che aveva funzionato abbastanza bene, senza che si determini un nuovo equilibrio tra rigore verso i clandestini e accoglienza per gli altri, lascia in piedi il sospetto che la scelta di una così rapida apertura alla cittadinanza sia soltanto propagandistica e poco meditata.

da IL FOGLIO


«Immagini asimmetriche»
“Siamo in battaglia, e più della metà di questa battaglia si combatte nel campo dei media”, ripete il numero due di al Qaida, Ayman al Zawahiri, ai suoi fedeli in Iraq. La lezione si applica anche in Libano. C’è sempre una scarpetta di bambino abbandonata con sapienza sul bordo di un cratere, messa a bella posta per i fotografi che venderanno le immagini ai giornali occidentali. La seconda scarpetta servirà per un’altra occasione. Domenica la Reuters ha scaricato uno dei propri fotografi, Adnan Haji, dopo che una delle immagini che aveva distribuito ai giornali di tutto il mondo è risultata alterata. Con pochi e rozzi ritocchi al computer, Haji ha aggiunto altre colonne di fumo e altri palazzi distrutti a una foto dei raid su Beirut, in modo da far apparire l’azione militare più massiccia di quanto non fosse stata in realtà. Controllando a ritroso il suo lavoro ci s’imbatte in un’altra manipolazione. Alla foto di un caccia israeliano che lancia un missile sopra Nabatiye – il 2 agosto – sono stati aggiunti con lo stesso grossolano procedimento altri missili in partenza. L’informazione che arriva dal Libano è anche di questa pasta. Ieri il premier libanese, Fouad Siniora, in lacrime, ha annunciato l’ennesima strage di civili: 40 morti, “40 martiri”, ha detto, riferendosi all’attacco israeliano a Houla. Poi si è scoperto che la vittima era una, grazie a una salvifica intercapedine. I bombardamenti su Beirut sono stati molto concentrati, per distruggere bersagli strategici, come la pista dell’aeroporto e il quartiere meridionale sciita roccaforte di Hezbollah. L’area non è più estesa di tre ippodromi, ma le foto che arrivano dalla città mostrano un paesaggio di devastazione, moncherini spettrali di edifici che s’alzano a malapena dalle dune dei detriti. Hezbollah, che controlla il territorio colpito, obbliga i corrispondenti stranieri a tour attentamente sorvegliati, e a chi riprende l’edificio sbagliato è cancellata la cassetta, come racconta Charlie Moore, senior producer dell’americana Cnn. “E’ stato come un tour nella casa dei fantasmi. Leggermente spaventoso all’inizio, ridicolo alla fine. Eravamo intruppati con altri 40 giornalisti. Un giovane da un balcone ci fa il segno della vittoria. Mi giro e vedo la nostra guida che gli fa segno di alzare di più le mani, così la nostra telecamera può inquadrarlo. Andiamo a intervistare un gruppo di guidatori di ambulanze. Ma quelli, al segnale, partono tutti insieme a sirene spiegate davanti alle telecamere”. Hezbollah ha imparato a maneggiare perfettamente la sua materia, perché è costretto a fare affidamento su giornali e televisioni come su un diverso – ma non meno potente – arsenale per raggiungere i propri obiettivi. Controllare e manipolare l’informazione in uscita dal Libano è trasferire all’opinione pubblica mondiale il compito di arrestare la missione di Tsahal. Il leader Hassan Nasrallah aveva e ha ancora bisogno del cessate il fuoco, per riorganizzarsi e mettere in salvo il salvabile. Sarebbe necessario un evento mediatico della magnitudo di quella prima strage di Cana – un centinaio di vittime innocenti per un bombardamento sbagliato – che nel 1996 sospese l’operazione israeliana “Grapes of Wrath” sul Libano. Le anomalie dolose a Cana In questo senso, si comprendono le anomalie dolose sulla scena della strage di Qana di domenica scorsa. Una su tutte, il numero delle vittime. Il giorno stesso i morti erano 58, “di cui 37 bambini”. Tre giorni dopo, soltanto dopo una precisa richiesta dell’organizzazione indipendente Human Rights Watch, e quando ormai la notizia s’era impressa tra le cose avvenute, il bilancio è sceso a 28. Vale la pena notare che di solito, in casi terribili come questo, avviene il contrario. A un primo bilancio d’emergenza seguono purtroppo gli aggiornamenti che alzano il numero delle vittime. E vale la pena ricordare anche come, sul posto, le prime voci parlassero di “almeno 200 morti”. Fonti presenti, ma che preferiscono rimanere anonime, raccontano di body bag di plastica riempite con pezzi di mobili e detriti dai “soccorritori”, e non si vede come far passare altrimenti sotto il naso della Croce rossa un numero di vittime quasi doppio. E da dove esce il dato preciso “dei 37 bambini”, se le vittime erano soltanto 28? La ricostruzione fotografica dimostra pure che la corsa affannosa con i bambini in braccio è stata almeno in parte inscenata. Sono poveri corpicini estratti assieme, e poi fatti passare – ma uno alla volta – in braccio davanti ai fotografi, a ore di distanza l’uno dall’altro, per sfruttare al massimo la macabra photo opportunity. E poi, passata l’urgenza simulata, abbandonati pochi passi dopo, assieme, sulle barelle. Adnan Haji, il fotografo dal quale Reuters non comprerà più foto, era presente anche quel giorno. Anche una sola vittima è un evento tragico, però l’onestà dell’informazione è indispensabile perché in una guerra, soprattutto asimmetrica, anche l’immagine è un’arma.

Da Il FOGLIO dell'8 agosto 2006


Lo stato della pessima informazione italiana e il destino di Israele
Leggo i comunicati ANSA, le "dirette" sul Corriere.it , su Repubblica.it, faccio una carrellata agli articoli italiani con il motore PRESSTODAY, e trovo una quantita' impressionante di notizie storpiate, false, mezze verita' a senso unico, sempre e comunque nella direzione anti-israeliana. Una cosa indicibile. Anche sul telegiornale di Berlusconi il TG5, si fanno contagiare dalle notizie vere solo in minima parte, mentre al medesimo istante i telegiornali della SKY NEWS inglese, quelli della CNN e persino a volte quelli della BBC, danno una spiegazione dei fatti molto piu' veritiera di quella di quasi tutti i giornali italiani in internet.
In Italia dicono che in Libano muoiono "civili" libanesi. Si "dimenticano" di spiegare che l' aviazione israeliana se spara lo fa' dove c'e' un obiettivo militare, altrimenti se fosse spinta dagli stessi progetti genocidi dell' Iran e di Hizballah, raderebbe al suolo tutte le citta' libanesi da dove sparano sui civili (questi si' senza virgolette) israeliani 300 o 200 missili al giorno, non si sa' dove ne' a che ora. In Italia non spiegano che molti "civili" libanesi sono pagati da Hizballah in denaro o ricevono altri tipi di favori, se nascondono in casa un certo quantitativo di missili da 122 millimetri, che possono sparare dalla loro finestra e poi nascondere di nuovo in camera fino alla prossima raffica.
Sui comunicati pubblicati da Repubblica si parla di 900 e piu' "civili" libanesi morti. L' ONU ha stanziato molti denari per accogliere una grande quantita' di profughi del sud del Libano in Siria e nel nord del Libano, quindi i veri civili libanesi hanno avuto una possibilita' di scampo, se solo avessero fatto la scelta di voler rimanere in vita. Sui comunicati di Repubblica non viene mai ricordato il fatto che Hizballah non usa riferire il numero dei loro morti combattenti, ma li cataloga sempre come "civili". Questo e' fornire un' immagine falsa della realta', cosa a cui noi ebrei siamo abituati, ma allora perche' gli inglesi cadono molto di meno nella trappola della falsa informazione anti-israeliana ? Forse perche' a capo dell' Inghilterra c'e' un vero democratico come Blair e capo dell Italia due persone ( D'Alema e Prodi)che vengono a patti con il nazi-fascismo islamico produttore di petrolio ?

Inoltre gli israeliani soffrono in modo immane senza che nessuno in Europa se ne accorga. Ho sentito il ministero degli esteri israeliano dire che se Israele fornisce ai paesi arabi un' immagine di un' Israele che soffre ed e' indebolita, cio' provocherebbe un' ondata di attacchi terroristici anti-ebraici su scala mondiale e galvanizzerebbe tutto il mondo islamico nel perseguire con ancora piu' violenza la loro Jihad neonazista, sia contro Israele che contro gli ebrei e i loro alleati americani. Dall' altra parte, non mostrare la sofferenza degli israeliani in Europa, attira tutte le simpatie della stampa europea verso le false vittime libanesi che sono solo vittime dell' ideologia fondamentalista di Hizballah e non della cosiddetta "violenza" del paese piu' moderno e democratico del medio oriente (Israele). Quindi, come al solito, Israele si trova in una situazione insostenibile : se mostra le proprie sofferenze cio' non giova alla propria posizione nel mondo islamico (che capisce solo la lingua della forza mista a quella della menzogna orchestrata a regola d' arte), ma se non le mostra, cio' provoca un' attacco dei mezzi di disinformazione di massa europei, che influiscono sui politici europei e sul destino delle loro scelte.
In Israele il governo ha deciso di non organizzare una tendopoli al nord di Ashkelon per accogliere i due milioni di poveri civili israeliani (compresi quelli di Afula e Hadera) che da 30 giorni non vivono in rifugi mal messi e inospitali, per non fornire al mondo islamico un' immagine di un' Israele debole.
Eppure il miliardario russo-israeliano Arkadi Gaidamak ha creato una tendopoli li' dove il governo non ha voluto farlo, e migliaia di profugi israeliani passano le loro giornate al nord di Ashkelon, al riparo dai missili Qassam di Hamas (che colpiscono solo a sud di Ashkelon) e da quelli a corto raggio di Hizballah. Se Hizballah decidesse di sparare su quel campo profughi anche uno solo dei loro missili a lungo raggio potrebbero assassinare moltissimi israeliani in un colpo solo. Forse cento, forse mille. Forse e' per questo che il governo preferisce non organizzare tendopoli in Israele.
Il giornalista Clifford May nell' articolo di cui allego il link in fondo spiega che sia Hizballah che i "civili" che hanno scelto di rimanere nel sud del Libano sanno perfettamente che Israele ha le mani legate (e probabilmente proprio per questo hanno preferito rimanere nel sud del Libano, a Tiro, Sidone e negli altri centri) : da un lato se reagisce con la sua (legittima dico io) forza verra' accusata dai mezzi di disinformazione di massa occidentali di aver commesso dei "crimini contro l' umanita' ", uccidendo molti "civili" libanesi. Dall' altra, se non reagisce, la cosa verra' mostrata nel mondo islamico come un segno di debolezza e galvanizzera' le sue masse disoccupate e non istruite a combattere Israele, l' America e gli ebrei, con violenza e con continuita' maggiori.

Intanto piu' di un quarto della popolazione israeliana viene colpita da piu' di 200 missili al giorno senza che la cosa desti nessun tipo di scandalo nei paesi occidentali, a parte gli USA, l' Australia e parte della Gran Bretagna (da quello che ho potuto vedere io). La Francia, l' Italia, e la Spagna sono sorde e cieche rispetto alle immani sofferenze degli ebrei d' Israele. La Germania lo e' di meno a livello di politici e di parte dei giornalisti, ma c'e' un' altra grassa parte della disinformazione tedesca che si e' allineata con gli altri europei. Il Papa biasima implicitamente in modo scandaloso Israele, e non dice a voce aperta che i colpevoli di tutta questa situazione sono il fondamentalismo neonazista islamico, con le sue varie diramazioni, Al Qaeda, Hamas, Hizballah, Iran (e la Siria suo alleato) ecc. ecc. , oltre alla situazione di arretratezza e disoccupazione autoimposta delle masse dei paesi islamici che devono sfogare la proprie frustrazioni contro il solito capro espiatorio della storia : gli ebrei d' Israele. L' Iran ha il 40% di disoccupazione eppure e' uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo. Dice che la soluzione e' la distruzione di Israele. Eppure Israele ha inventato componenti della moderna telefonia, di internet, della medicina, degli armamenti, ecc. ecc., tutte cose che producono lavoro e ricchezza. Invece di usufruire di queste invenzioni per dare lavoro alle masse islamiche, si crogiolano nell' ideale "neoariano" (quindi neonazista) in chiave musulmana (sognano un mondo composto da soli musulmani...) della distruzione di Israele, per islamizzare e "ridare" a quella gente che e' immigrata in Palestina (i cosiddetti "palestinesi", "dimenticandosi" che gli ebrei fino al 1948 erano loro chiamati "i palestinesi" mentre gli arabi di Palestina venivano chiamati "gli arabi" ...) tra gli anni 1880-1948 in concomitanza con le immigrazioni degli ebrei (anzi come conseguenza ... dico io), un pezzettino di terra che sarebbe piu' giusto lasciare al popolo ebraico, se ci fosse giustizia nel mondo.
In mezzo a questo panorama di una realta' storpiata dai mezzi di disinformazione italiani, spiccano nel loro isolamento, poche isole di lucidita' italiane, come Il Foglio, Il Giornale, l' Opinione, Libero, Padania, spesso il Corriere (quando filtra le notizie ANSA ... cosa che non sta facendo in questo mese estivo di guerra), e altri, che una volta, negli anni settanta, quando ero ragazzo, erano etichettati come i giornali di destra o meglio "fascisti", ed invece oggi sono secondo me i veri giornali anti-nazi-islamici, mentre i giornali della cosiddetta "sinistra" italiana, sono diventati i giornali che appoggiano indirettamente la Jihiad nazi-islamica (quindi sono in realta' loro i giornali "fascisti" oggi...).

Alberto Levy - albilevi@gmail.com -Tel Aviv


ISRAELE STA VINCENDO O STA PERDENDO?
Nessuno conosce il futuro. Ma per il piacere di “gufare” Israele, per voluttà di suicidio dell’Occidente, per irrazionale antiamericanismo o per semplice stupidità, molta gente sta dando per sicuro che il risultato dell’operazione israeliana in Libano sia negativo. Il pessimismo nasce da quanto segue:
1) Le vittime delle operazioni militari sono civili, e soprattutto bambini, con grave danno d’immagine per Gerusalemme;
2) Le vittime sono sì libanesi, ma non gli Hezbollah, che sembrano invulnerabili;
3) Malgrado gli immensi danni materiali, e una guerra più lunga delle altre combattute da Israele, il Libano non si piega e gli Hezbollah spediscono, come prima e più di prima, centinaia di razzi contro la Galilea.
Tutti e tre questi punti non sono significativi.
Che le vittime siano soprattutto bambini è ciò che dice la propaganda filo araba.  E dunque europea. In realtà, la percentuale di bambini non può che corrispondere alla percentuale di bambini sulla popolazione. In una popolazione “vecchia” come quella italiana morirebbero soprattutto degli anziani. Sarebbe invece opportuno parlare delle responsabilità degli Hezbollah, che impediscono ai civili – bambini inclusi - di fuggire.
In secondo luogo, se Israele dovesse sopravvivere perché la stampa europea ne sostiene le ragioni, sarebbe stato cancellata dalla carta geografica da molto tempo. Il danno d’immagine lascia Gerusalemme fredda perché per molti Israele è malvagia qualunque cosa faccia. Anche quando abbandona i territori occupati.
Infine bisogna osservare che mentre le vittime civili libanesi sono “effetti collaterali” (Israele spesso avverte prima di bombardare), gli Hezbollah non mirano e sperano di fare quante più vittime civili è possibile. In un mondo filo-terrorista nessuno riesce a far pesare questa differenza: ma essa esiste eccome.
Tsahal in realtà combatte con un braccio legato dietro la schiena. Se si comportasse secondo le normali regole di guerra, spianerebbe a cannonate tutti gli edifici in cui sospetta che ci siano dei nemici. Invece li va a stanare personalmente, affrontando tranelli, mine e insidie di ogni sorta. I libanesi devono sperare che l’esasperazione non l’induca a cambiare queste regole d’ingaggio.

Per quanto riguarda i danni inflitti a Hezbollah, nessuno ne parla perché se in uno scontro muoiono due israeliani e trenta guerriglieri la notizia è che gli israeliani hanno perso due soldati. Con questo metro, chiunque perderebbe qualunque battaglia. Inoltre da un lato i media sono scettici sui dati forniti da Israele (quando gli israeliani dimostrano con filmati che una palazzina di Cana è stata usata come base per lanciare dei missili contro Israele è chic rimanere dubbiosi), dall’altro il partito di Dio non ha interesse ad ammettere le proprie perdite: chi ha dimenticato quel generale irakeno che scese in piazza per negare i successi americani mentre l’US Army era già alla periferia di Baghdad?
Ma gli Hezbollah – si dice - riescono a lanciare centinaia di razzi katiusha contro la Galilea. È vero. Infatti, per lanciarli, basta mettere un treppiede in giardino e dar fuoco al razzo senza neanche mirare. Le attività artigianali – come la mafia agricola siciliana d’un tempo – sono difficilissime da battere proprio per l’insignificanza della singola azione e il vasto territorio su cui si appoggiano. Ma l’effetto di questa attività terroristica è sostanzialmente più quello d’infastidire Israele che di metterlo in pericolo. Mentre più importante sarebbe sapere quale sia stato l’effetto delle operazioni belliche israeliane sulle infrastrutture, i covi, i depositi di armi dei terroristi, ecc. E questo nessuno lo sa o lo dice.
Il fatto che il Libano contesti l’Onu e cerchi d’imporre le proprie condizioni non dimostra affatto l’inefficienza dell’azione israeliana: dimostra soltanto che i dirigenti arabi aspettano che si arrivi all’irreparabile prima di accettare la lezione della realtà. Nel 1973 l’Egitto chiese la pace quando migliaia e migliaia di suoi soldati rimasero intrappolati nel Sinai, rischiando la morte per sete, e quando la task force di Sharon era in vista del Cairo. Se il parallelo è valido, la testardaggine libanese potrebbe condurre Israele a rendere ancora più pressante la propria azione, con ulteriori gravissimi danni per il Libano. Non ne siamo lontani. Giorni fa Hezbollah ha minacciato di far cadere dei razzi su Tel Aviv e Gerusalemme ha risposto che, in questo caso, sarebbero state bombardate tutte le centrali elettriche del Libano. Solo chi non ha subito un black out di qualche giorno non sa che cosa significhi: è come se improvvisamente si tornasse all’età della pietra o quasi. Ma importante è notare è che Israele ha la possibilità di staccare la luce all’intero Libano e fino ad ora se ne è volontariamente astenuta: in queste condizioni, come dichiarare perdente chi dispone di una tale superiorità sul campo?
Infine la progettata risoluzione dell’Onu dimostra che gli Hezbollah non hanno affatto conseguito la vittoria politica in cui speravano. La bozza infatti impone il loro disarmo.
Il risultato d’una guerra si giudica quando è finita.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 8 agosto 2006


Il peso dei morti non è mai lo stesso
L'indignazione di tanti indignati m'indigna. Per l'opinione pubblica mondiale certi morti musulmani pesano quanto una piuma, altri tonnellate. Due pesi, due misure. Il massacro quotidiano di civili a Bagdad è relegato alla rubrica delle brevi, mentre il bombardamento che uccide 28 abitanti a Cana è elevato a crimine contro l'umanità e solo spiriti rari come Bernard-Henri Lévy e Magdi Allam se ne meravigliano.
Perché i 200 mila massacrati del Darfur non suscitano un quarto delle reazioni d'orrore risvegliate dalle vittime 200 volte meno numerose in Libano? Poiché sono musulmani a uccidere altri musulmani, bisognerà credere che l'assassinio non conti agli occhi delle autorità coraniche, né per la cattiva coscienza occidentale? La spiegazione non regge, poiché l'omicidio non riveste maggiore importanza quando è l'armata russa, cristiana e benedetta dai Papi, a radere al suolo la capitale dei musulmani ceceni (Grozny, 400 mila abitanti) e uccidere decine di migliaia di bambini. Il Consiglio di Sicurezza non indice riunioni su riunioni e l'Organizzazione degli Stati islamici volge piamente lo sguardo altrove. Ne consegue che solo il musulmano ucciso dagli israeliani vale l'indignazione universale.
Bisognerà credere che Ahmadinejad dia voce a sentimenti covati in segreto dall'opinione pubblica mondiale? Eppure tante coscienze occidentali oltraggiate dai bombardamenti in Libano si proclamano doppiamente indignate se sospettate di antisemitismo. Tenderei a dar loro credito, non pensiamo che il pianeta intero sprofondi nella paranoia antigiudaica! Il mistero si infittisce ancora. Perché tale emiplegia? Perché l'indignazione mondiale monta quando si tratta di bombe israeliane? Le immagini delle devastazioni in Libano -che sconvolgono assai più degli affamati del Darfur e delle macerie in Cecenia - sono implicitamente sottese da una geopolitica surrealista. Chi si sofferma sulle cronache di Cana o Gaza non conta soltanto i feretri dei brutti giorni, gli infelici che si seppelliscono paiono circonfusi di un'aura di annuncio fatale, ignota alle centinaia di migliaia di cadaveri africani o caucasici
.
Quanti esperti individuano ormai da decenni nel conflitto mediorientale il cuore del caos mondiale e la chiave della sua risoluzione? Quale diplomatico tralascerà di ripetere dieci volte e non una che le porte dell‚inferno e il Sesamo del ritorno all‚armonia internazionale stanno a Gerusalemme? Unostesso copione fisso nelle menti del XXI secolo vuole che tutto si giochi sulle rive del Giordano. Scenario «duro»: finché si contrapporranno 4 milioni di israeliani e altrettanti palestinesi, 300 milioni di arabi e un miliardo e mezzo di musulmani saranno condannati a vivere nell'odio, nel sangue e nell'oppressione. Versione «morbida »: basterà una qualsiasi pace, a Gerusalemme, perché a Teheran, Karachi, Kartum e Bagdad gli incendi si plachino e arretrino dinanzi all‚armonia universale. I nostri saggi sono diventati folli? Teorizzano sinceramente e seriamente che in assenza del conflitto israelo-palestinese non si sarebbe verificato nulla di grave, non avremmo avuto la sanguinaria rivoluzione di Khomeini, né le spietate dittature dei partiti Baath siriano e iracheno, né il decennio del terrorismo islamico in Algeria, né i Talebani in Afghanistan, né gli sciami di alfieri di Dio senza fede né legge?
Un'ipotesi triste e contraria, di rado evocata, è ancor più verosimile: qualsiasi cessate il fuoco intorno al Giordano resta intrinsecamente instabile finché il palazzo, la strada, buona parte dell'intellighentsia e gli stati maggiori musulmani serberanno intatta la passione antioccidentale. La «mondializzazione» si accompagna immancabilmente a reazioni di rigetto spesso dure, talvolta crudeli. Non occorreva esistesse, dal 1947, l'entità sionista per infiammare l'antioccidentalismo germanico da Fichte a Hitler, l'antioccidentalismo russo che senza sosta è risorto sotto gli Zar come sotto Stalin e ormai Putin. Solo un ingenuo può supporre che la volontà di potenza iraniana, che attinge la sua forza d'urto dalla rivoluzione khomeinista, rintracci nella «questione ebraica » altro che un pretesto a jihadizzare il mondo intero. Una volta cancellata Israele, chi crede che la rivoluzione verde festeggerà il trionfo deponendo le armi? La geopolitica della cattiva fede che consacra il Medio Oriente perno dell'ordine mondiale è diventata la religione dell'Unione europea, la fede di infedeli e poco credenti d'Occidente.

I pensatori postmoderni hanno affermato a torto la fine delle ideologie mentre navigavamo ancora in piena illusione ideologica, dopo aver barattato la speranza fallace della lotta finale con la predicazione angosciata di una catastrofe non meno assoluta e finale. Gerusalemme non è il centro del mondo ma il presunto centro della fine del mondo. La nostra funesta fantasmagoria si nutre di premonizioni apocalittiche. A forza di invocarla, si finirà per credere alla fumosa guerra di civiltà. E a forza di prevederla, la si farà, secondo il metodo ben reso nell'inglese self fullfilling prophecy, il pronostico che si conferma da sé. Il bombardamento degli abitati israeliani con missili del Partito di Dio dà forza alle promesse di annientamento del Padrino iraniano. Tuttavia, sottolinea con ironia Clausewitz, non è l'aggressore ad avviare il conflitto ma è lui a decidere di fermare l'aggressione. Dunque Israele è necessariamente colpevole. Circostanza aggravante: colpevole di una fine del mondodella quale tutto il mondo farnetica. Dalla geopolitica surrealista al delirio, la china è scivolosa.

ANDRÉ GLUCKSMANN  - 07 agosto 2006
- Cds

UN GENIO DELLA POLITICA
La Spinelli pontifica sugli avvenimenti in Libano dimostrando faziosità, antiamericanismo e, soprattutto, disinformazione.

Per alcuni Barbara Spinelli è un genio della politica ma c’è chi ha dei dubbi.
Nel solito (troppo lungo, 1.563 parole) articolo di domenica scorsa la signora avverte preliminarmente che quella degli Hezbollah è “un’aggressione che minaccia esistenzialmente Israele”. Esistenzialmente. Già per avere appreso un nuovo avverbio bisognerebbe esserle grati. Certo, sorprende e sembra goffo, come certi nuovi modelli di automobile, ma, come si dice, basterà farci l’occhio, e magari uno si limiterà ad un leggero senso di nausea, la prossima volta. Lasciando tuttavia da parte le note linguistiche, va notato che questa “aggressione” è in contrasto col resto dell’articolo, in cui si dice che la guerra non è stata provocata da un’azione di Hezbollah ma dagli Stati Uniti che hanno ordinato ad Israele di scatenarla.
“Ogni giorno muoiono 100 civili in Iraq, ma è la guerra in Libano che occupa le prime pagine dei giornali. … In America, lo spazio televisivo dedicato a Baghdad è caduto del 60 per cento fra il 2003 e questa primavera. Una manna, per il governo americano: fin quando dura la piaga libanese, Washington non dovrà rispondere del caos suscitato - tramite Iraq - in Medio Oriente e nel mondo”. L’opinion leader della “Stampa” - qui e in  seguito, come si vedrà - sostiene che la guerra in Libano è stata decisa dagli Stati Uniti per togliere i riflettori dall’Iraq. In realtà la guerra è stata imposta da una delegazione degli Ufo, che sbarcata da un’astronave invisibile sul prato della Casa Bianca, ha spaventato a morte Bush il quale a sua volta, obbedendo, ha inviato Superman da Olmert. Il resto è sui giornali.
“Una strategia che ha tutta l’aria di trattare Israele come un mezzo, non un fine come Bush pretendeva”. La strategia americana dunque guida Israele e lo usa come un fantoccio. Ma la strategia americana è guidata dai petrolieri, si sa. E questi dipendono fondamentalmente dall’Arabia Saudita. Sicché la verità è che i principi di quell’arretrato paese stanno facendo una guerra all’Iran dando ordini ai petrolieri, che dànno ordini a Bush, che dà ordini a Olmert, che colpisce il Libano, che se la prende sotto banco con la Siria, che se ne lamenta con l’Iran, il quale a sua volta…

Gli americani “adoperano la guerra libanese per rifarsi della bancarotta irachena”. Che quella sia una bancarotta, chi di mestiere non fa il profeta aspetta la fine della vicenda, per dirlo: ma è bello vedere come siano indubbiamente gli americani che hanno voluto la guerra libanese. Infatti l’ “adoperano”. È tutta un’operazione mediatica, per fare diminuire di dimensione i caratteri dei titoli riguardanti l’Iraq e magari farli passare dalla prima alla quinta pagina. Diavolo d’un Bush, una ne fa e cento ne pensa.
“lo stato d’Israele sprofondato in un conflitto che sta perdendo”. La prudenza vorrebbe che, prima di alzare il pugno del pugilatore vincente, si aspettasse la fine dell’incontro. Soprattutto quando uno dei due – Israele – è militarmente un gigante e l’altro solo un nano, anche se il nano usa una tecnica subdola e sleale.
“Poi c’è il conflitto in Iraq, da cui l’odierna catastrofe discende”. Affermazione gratuita.
“gli Stati Uniti sono ormai parte del problema e non della sua soluzione”. Anzi, sono il principale problema. Se solo gli Hezbollah riuscissero ad allargare il Golfo del Messico fino alla frontiera canadese, quanto più bello sarebbe il mondo! Un nuovo canale di Panama, largo migliaia e migliaia di chilometri: che comodità.
Ma la Spinelli ci spiega anche nei particolari le intenzioni dei governanti statunitensi: “Il loro obiettivo: spingere i governi israeliani ad abbandonare la strategia di restituzione dei territori; incitarli a regolare i conti con Siria, Iran, Autorità palestinese”. La signora dimentica che: a) gli israeliani hanno restituito dei territori e i palestinesi, come gli Hezbollah, ne hanno approfittato per lanciare più da vicino i loro razzi su Israele. b) Israele non ha da regolare conti con la Siria. "la Siria reclama con ragione la restituzione delle alture del Golan” ma esse sono state annesse decenni fa, benché economicamente insignificanti, e la Siria non ha il diritto morale di richiederle indietro (sarebbe “revanscismo”) perché in passato se ne servì per bombardare continuamente Israele da quella posizione elevata. Israele ha annesso il Golan esclusivamente per ragioni militari e difensive. c) Con l’Iran non c’è nulla da negoziare, visto che non esistono contenziosi di nessun genere, salvo il piccolo dissenso per cui l’Iran vorrebbe uccidere tutti gli israeliani e costoro non sono d’accordo. Il compromesso dovrebbe condurre al semplice ferimento di tutti i cittadini d’Israele?

La Spinelli tuttavia parla seriamente e ripetutamente di negoziato, non si sa su che cosa. “Chi aspira all’uscita dal sonno dogmatico chiede… che si negozi col nemico… Chiede il ritorno alla diplomazia, alla restituzione delle terre, e se la guerra è necessaria: che sia la continuazione di una politica, non di una non-politica”. Hezbollah lancia continuamente missili su Israele, uccide e rapisce i suoi soldati, e si dovrebbe rispondere con la diplomazia? Mah. Quanto alla restituzione delle terre, non esiste contenzioso in tale materia col Libano. Che infine la guerra sia la continuazione di una politica, non di una non-politica, implica che quella della Spinelli sia una politica e quella d’Israele una non-politica. A questo piccolo stato non rimane che chiederle di volere gentilmente andare a prendere il posto che fu della buonanima di Golda Meir, visto che è l’unica che ci capisce qualcosa, nel mondo. E, oltre tutto, non è una presuntuosa.
“Bisogna negoziare con Iran, con la Siria.”  Soprattutto l’idea del negoziato con l’Iran è divertente: innanzi tutto, per le ragioni sopraddette, poi visti i bei risultati ottenuti dall’Europa e da El Baradei in materia di armamento atomico. Effettivamente, negoziare con l’Iran è istruttivo e produttivo di grandi risultati.
“il partito di Dio è proteiforme, raccoglie tutti coloro che hanno combattuto i 18 anni d’occupazione israeliana” nel sud Libano. E la signora naturalmente dimentica di dire che quell’occupazione fino al fiume Litani fu provocata, prima di quei 18 anni, da aggressioni in partenza dal sud del Libano (come oggi), e che quando, 18 anni dopo, Israele si ritirò, fu perché la risoluzione dell’Onu N.1559 le prometteva il disarmo dei terroristi e la pace. Cosa che l’Onu non ha realizzato. Sicché di che hanno da lamentarsi, quelli del partito di Dio? Che quell’occupazione fosse legittima difesa lo dimostra il fatto che essi hanno più facilmente aggredito Israele prima di essa e dopo che è cessata.
Dunque oggi non resta che trattare con l’Iran oltre che con la Siria”. Non è questo articolo sia ripetitivo, è che la giornalista lo scrive ancora una volta. Senza dire su quale oggetto e con quale credibilità.
Washington barcolla come un ubriaco, fra la brama di abbattere regimi avversari e il desiderio - limitato ma più praticabile - di modificare i loro comportamenti”. Washington barcolla come un ubriaco, non diversamente da come Prodi, nell’ultimo dibattito, definì Berlusconi come un avvinazzato aggrappato a un lampione. Quelli di sinistra non solo non sono presuntuosi, ma sono anche tanto, tanto garbati.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 7 agosto 2006


Mettete carri in cerchio...


















Massima del giorno
La bontà è a proprie spese, il buonismo a spese altrui.
G.P.


MOLLICHINE
Per la Francia l'Iran fa da "stabilizzatore" in Medio Oriente. Come il blocco di cemento ai piedi degli annegati della mafia.

D'Alema: "Olmert è irrealistico". Crede di sparare cannonate e sganciare bombe e invece invia pacchi di confezioni regalo.

Berlusconi ha parlato, in conseguenza del pacchetto Bersani, di "Stato di polizia tributaria". Per fortuna, per lui, non cambierà nulla.

Fini: "Vi aspettiamo alla Finanziaria". Località vicino Filippi.

Nessuna intesa, dopo i colloqui, tra Boselli e Marco Pannella. Del resto pare che quest'ultimo abbia litigato anche con Giacinto Pannella.

Olmert: "Guerra con Hezbollah fino all'arrivo della forza internazionale". Quello che allarma è che la Guerra dei Cent'Anni sia durata 116 anni.

7 "questioni di fiducia" in 75 giorni. Media annuale 34,11. In cinque anni, oltre 170. E Sartori accusava Berlusconi di avere posto la fiducia 46 volte?

Fini: "Se sarà posta la fiducia sulla Finanziaria, lo scontro si trasferirà in piazza". Masochista! La Cdl le prenderà dai veri professionisti, i no-global.

Secondo Ferrero, per gli stranieri "andrebbe istituito un permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro". E, riguardo ad alcune donne, per la ricerca del cliente.


Prodi: "con tutti i limiti che l'Onu ha e avrà in futuro, resta uno strumento essenziale di dialogo". Insomma, per il bla bla è indispensabile.

Ferrero: "andrebbe rotto l'assurdo circuito penale che rischia di portare molti dalla clandestinità alla malavita". Rotto il circuito, la malavita finalmente non sarebbe clandestina.

Stati Uniti e Gran Bretagna hanno già fatto sapere che non invieranno soldati in Libano. Ci si aspetta invece molto dal Burkina Faso e da Andorra.

Prodi: "Stiamo rimettendo in piedi lo Stato". Ma è solo un allenamento. Poi, come Atlante, porterà sulle sue spalle il mondo.

Padoa-Schioppa: "Mancano 115 miliardi per realizzare le grandi opere". Dunque Berlusconi, che le avrebbe fatte, le avrebbe fatte gratis.

Per D'Alema, Damasco deve assumere un "ruolo attivo". Come se non lo facesse di già. Chi crede che le fornisca, le armi, agli Hezbollah?

Douste-Blazy condanna Ahmadinejad: "commenti completamente inaccettabili". Insomma, se l'Iran deve gettare un'atomica su Israele, che lo faccia in silenzio.

Il Papa: "La guerra... non porta nulla di buono per nessuno, neppure per gli apparenti vincitori". E figurarsi per gli sconfitti.
 
Gianni Pardo


Maxim d'Ulema
Che Massimo D'Alema fosse antiisraeliano e avrebbe ben presto rovesciato gli eccellenti rapporti che il governo Berlusconi aveva instaurato con lo Stato ebraico, lo sapevamo prima ancora che si installasse alla Farnesina. Solo negli ultimi giorni, tuttavia, è emerso tutto il suo livore, culminato mercoledì in un'audizione alle Commissioni Esteri di Senato e Camera in cui ha accusato il governo di Gerusalemme di incendiare l'intero Medio Oriente, di avere dilapidato il consenso internazionale di cui godeva dopo l'aggressione degli Hezbollah e - naturalmente - di avere esagerato nella reazione. Ma la cosa più grave è che per dare corso alle sue convinzioni D'Alema, presumibilmente con l'accordo di Prodi, ha portato l'Italia su posizioni insostenibili, differenziandosi non solo da quelle di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche da quelle della Germania che - si diceva ancora un mese fa - avrebbe dovuto essere il nostro punto di riferimento nell'Unione Europea. Non per nulla la sinistra radicale era così soddisfatta della sua relazione, da chiedere addirittura il richiamo del nostro ambasciatore a Gerusalemme.
L'idea del nostro ministro degli Esteri è che Israele deve cessare immediatamente la sua offensiva, perché solo dopo la fine delle ostilità e chiari accordi politici tra le parti sarà possibile provvedere all'invio di una «forza di pace» da schierare lungo il confine libanese. Peccato che questa tesi non stia in piedi, perché in totale contrasto con la realtà. Se, infatti, Tsahal interrompesse le sue operazioni prima di avere completato almeno la creazione di una fascia di sicurezza ed arrestato il lancio di missili sulla Galilea, l'Hezbollah proclamerebbe vittoria, tornerebbe a consolidarsi sul terreno e si tornerebbe virtualmente allo status quo ante. Garantire l'applicazione della risoluzione 1559 (cioè il disarmo dell'Hezbollah) toccherebbe a questo punto alla forza internazionale, che non solo dovrebbe ricevere dall'Onu un forte mandato di peacemaking, non solo dovrebbe essere composta da reparti d'élite equipaggiati con armi pesanti, ma anche essere schierata nel giro di pochi giorni («Di due ore» sostiene il premier israeliano Olmert).
Un simile spiegamento è purtroppo impossibile per almeno due ragioni. Primo, nessun Paese sembra disponibile a partecipare a una operazione così rischiosa e politicamente compromettente: non per nulla, la riunione preliminare per la formazione di questo corpo di spedizione è già stata rinviata due volte in attesa di chiarimenti. Secondo, il governo libanese, in cui la componente Hezbollah è sempre più influente e che comunque non può ignorare i desiderata di Siria ed Iran, non darà mai il suo benestare a una forza internazionale con queste caratteristiche, almeno fino a quando i guerriglieri sciiti non saranno stati sbaragliati. Il ministro degli Esteri di Beirut, Tarek Mitri, lo ha detto ancora ieri in tutte lettere.
A tutt'oggi, i tentativi compiuti da Francia e Spagna per coinvolgere Damasco e Teheran in una soluzione negoziata non sono approdati a nulla e ancora ieri il presidente iraniano Ahmadinejad ha ripetuto - oltre a chiedere come D'Alema un immediato cessate il fuoco - che l'ideale sarebbe l'eliminazione dello Stato ebraico dalle carte geografiche.
In questa situazione la «forza di pace» proposta dal titolare della Farnesina, con l'obbiettivo primario di garantire il ritorno dei profughi, sarebbe inutile esattamente come si è rivelata a tutt'oggi l'Unifil, che negli ultimi sei anni non ha mosso un dito per impedire che gli Hezbollah trasformassero il Libano meridionale in una base fortificata.

Per quanto possa dispiacere a molti, l'unica soluzione è perciò che Israele completi il suo lavoro, in modo da lasciare alla forza di interposizione solo un compito di consolidamento ed Hezbollah ed alleati siano costretti ad accettarla per evitare una disfatta peggiore. Oltre all'aspetto militare, ce n'è anche uno psicologico non meno importante. Se vuole tenere a bada anche in futuro i suoi nemici, lo Stato ebraico deve concludere questa guerra con una vittoria indiscutibile, come furono quelle del '67 e del '73. «Un cessate il fuoco immediato non porterebbe solo rischi, ma orribili certezze» ha scritto David Brooks sul New York Times. «Se Hezbollah emergesse dal conflitto ancora in forze, diventerebbe il vero padrone del governo di Beirut. I movimenti estremisti di tutto il mondo verrebbero inondati di nuove reclute. Il prestigio dell'Iran nel mondo islamico salirebbe alle stelle. Gli sponsor della risoluzione 1559 verrebbero umiliati e il potere deterrente di Israele sarebbe in frantumi. Si affermerebbe definitivamente l'idea che l'arma più efficace dell'Islam è il terrore».
È questo che ha in mente Massimo D'Alema, quando pretende da Israele che accetti il solito compromesso?

Livio Caputo, dal “Giornale”

IL SENSO DI QUESTA GUERRA
La prima domanda è: Israele, nel momento in cui ha reagito all’uccisione e al rapimento di alcuni suoi soldati, ha voluto solo sfogare il suo malumore o aveva in programma di operare come poi ha operato, cioè in grande stile e come se il Libano le avesse dichiarato guerra? A favore della prima ipotesi – tutt’altro che in lode dei politici di quel paese – c’è il fatto che il prosieguo delle azioni militari ha dimostrato che l’intenzione di stanare, punire e disarmare i terroristi si è dimostrata impresa affatto diversa da come la si immaginava. Qualcuno addirittura pensava che bastasse qualche pesante intervento dal cielo. E sempre a favore dell’idea di un’azione estemporanea sta il fatto che i dirigenti politici e militari abbiano discusso – e  discutono ancora in questi giorni – della condotta dell’azione bellica, come se essa fosse ancora da decidere nei particolari. Se invece tutto fosse stato previsto in anticipo, nei suoi esatti contorni, questi dubbi non ci sarebbero stati.
A favore della seconda ipotesi, malgrado le osservazioni precedenti, sta il fatto che l’azione di Israele non poteva essere ulteriormente ritardata. Non solo gli Hezbollah da anni martellano a suon di razzi il nord di Israele, cosa che costituisce atto di guerra, ma il loro potenziale e la loro tracotanza è andata aumentando, sulla base del sostegno ideologico, finanziario e bellico dell’Iran e della Siria. È stato dunque necessario far sapere a tutto il popolo libanese che il prezzo dell’incapacità di tenere a freno i terroristi è tanto alto da essere per loro insostenibile. Israele vuole giungere ad una soluzione politico-militare resa inevitabile per il Libano dalle gravi conseguenze economiche ed umane della sua precedente inerzia.
Israele è stata costretta a combattere non un esercito schierato in battaglia, campo nel quale Tsahal non teme confronti, ma una lotta fatta di insidie, agguati, slealtà e violazione di ogni regola bellica, civile e umana. La guerra al terrorismo. E per questo non c’è da stupirsi se, mentre per battere gli eserciti di tutti i paesi musulmani riuniti bastarono sei giorni (1967), in questo caso non basteranno né sei giorni né sei settimane.
Israele combatte una guerra difficile e di cui avrebbe volentieri fatto a meno se, come gli Stati Uniti quando si stancarono del Vietnam, avesse potuto mettere un oceano fra sé stessa e i nemici sleali. Ma lo stato ebraico confina col Libano e questa potrebbe domani essere la piattaforma di partenza per una guerra condotta, a base di missili forse con testate atomiche, da paesi come l’Iran e la Siria sua tirapiedi. È dunque necessario disinnescare il terrorismo di Hezbollah (che ha finito col dare l’impressione, soprattutto agli Europei, che sia lecito sparare razzi contro la popolazione civile israeliana senza che Israele abbia il diritto di risentirsi), ma soprattutto far capire al Libano e a tutti che ad attaccare Israele c’è da scottarsi le dita.
Ecco la spiegazione degli ingenti danni provocati dall’aviazione israeliana. È ovvio che rendere inservibili le strade, far crollare i ponti intorno a Beirut, rendere inutilizzabili le piste del suo aeroporto e perfino provocare esodi di popolazioni terrorizzate non serve esattamente a colpire gli Hezbollah: ma serve a far capire qual è il prezzo che un paese che attacca un pacifico vicino può essere chiamato a pagare. E per questo è allarmante vedere quello sciocco di Siniora emettere proclami vagamente guerreschi e a sostegno degli Hezbollah: non capisce che Israele non si fermerà finché lo stesso popolo libanese non sarà condotto alla disperazione e non chiederà grazia, offrendo la testa dei terroristi e forse anche di Siniora. Fino ad oggi Tsahal ha avvertito prima di bombardare, ma non è detto che lo faccia in futuro. Fino ad oggi non ha metodicamente bombardato tutte le centrali elettriche, ma domani potrebbe riportare l’intero Libano all’età del lume a petrolio. Sempre che si trovino abbastanza lumi a petrolio. Eccetera. Il Libano rischia grosso.
Purtroppo, la tragedia dei paesi del Medio Oriente è che non vedono la luce se non ne sentono il calore. Invece di capire – come i dirigenti tedeschi nel 1918 – che la guerra è tecnicamente perduta, e tanto vale chiedere la pace, agiscono come quel paranoico di Hitler, che rintanato come un topo di fogna sotto metri di cemento armato non si arrendeva mentre i Russi erano già al Tiergarten. E in questo modo si costringe il nemico, per comprare la pace, ad avere la mano ancor più pesante.
Israele combatte per la propria sopravvivenza. Questo dovrebbe allarmare tutti, perché nessuno combatte tanto eroicamente - come nel Ghetto di Varsavia - quanto colui che conosce la spietatezza del proprio nemico.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it


L'Iva funesta di Visco
Dietro le discusse liberalizzazioni, ecco cosa nasconde il famigerato decreto Bersani circa i provvedimenti di natura tributaria. Il criptoministro Vincenzo Visco ha studiato una serie di norme fiscali punitive per le aziende e per il lavoro autonomo. L‚idea è di recuperare una decina di miliardi di euro dalle partite Iva. (Per leggere l'articolo clicca qui)
di Massimiliano Longo
- Il Domenicale

Andrea's version
Ora dico, possibile che se una ragazza araba chiede di portare il velo a scuola in Francia scoppia comprensibilmente un casino, e scoppia anche in Italia, mentre se gli sceicchi in vacanza in Italia chiedono che si approntino spiagge separate per le loro mogli, chiuse agli altri maschi, dove le loro signore islamiche possano finalmente togliersi il velo, e magari il cappotto, al riparo da occhiacci indiscreti, non gliene frega una mazza a nessuno? E‚ successo a Riccione, l'avrete letto sul Corriere della Sera. E il sindaco di Riccione ha già risposto sì, spiagge separate perché, dice, il turista ha i suoi diritti. E lo sceicco, il che non guasta, spende. Perciò. Senza scomodare Montesquieu e Diderot, Rousseau e D'Alembert, o l'illuminismo e la laicità, ci limitiamo qui a constatare che lo sceicco può guardarsi tutte le nostre più tutte le sue. Noi, a malapena le nostre. Limitatamente a questo argomento, che non è soltanto estivo, vorremmo perciò chiedere all'onorevole Massimo D'Alema se non trova che, da parte islamica, si stia facendo un uso sproporzionato della gnocca.
Da "Il FOGLIO"

D’ALEMA CAMPIONE DI APORIE
Nota telegrafica
Non si vorrebbe essere ripetitivi, sottolineando i “nonsense” delle dichiarazioni di D’Alema in politica internazionale, ma realmente sono troppo divertenti. Ieri a proposito della forza multinazionale in Libano ha precisato che l’invio “richiede un accordo, altrimenti rischia di essere una missione di guerra che non è né nell’intenzione dell’Onu né nella disponibilità del nostro paese”.
Considerando il passato, ci si chiede allora a che cosa dovrebbe servire questa forza. Basta ricapitolare i fatti. Nel 2000 Israele si è volontariamente ritirata dal Sud del Libano e in base alla Risoluzione Onu N.1559 i terroristi si sarebbero dovuti astenere dall’attaccare Israele. Di fatto, per mesi e per anni, essi hanno violato l’accordo fino ad arrivare alla crisi attuale. A questo punto, ammesso che gli Hezbollah, pur di ottenere la fine delle operazioni israeliane, accettassero un accordo come quello della 1559, perché dovrebbero rispettarlo, se non hanno rispettato il precedente e se ancora oggi dichiarano di non volere smettere la propria aggressione? E se non lo rispettano, o la forza multinazionale mette gli Hezbollah in condizioni di non nuocere (cosa che non si può fare con le buone) o Israele ricomincia la guerra. Ritorno alla casella di partenza.
D’Alema usa una logica surreale. Secondo lui si dovrebbe inviare una forza multinazionale se non fosse necessaria - se cioè gli Hezbollah rinunciassero effettivamente ad attaccare Israele - mentre se fosse necessaria – se cioè gli Hezbollah intendessero continuare l’aggressione – la forza multinazionale non si può e non si deve inviare. Prosit.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 3 agosto 2006


Massima del giorno
Nessuno ha tanto piacere di vedere inciampare qualcuno quanto chi lo riteneva un idolo.
G.P.


CESSATE IL FUOCO IMMEDIATO
Da molte parti si richiede un cessate il fuoco immediato, ma se Israele lo accettasse senza condizioni gli Hezbollah riprenderebbero incontrastati a lanciare razzi e Siria ed Iran riprenderebbero a fornirgliene a volontà. Ovviamente questo Israele non lo può accettare, soprattutto per le spese e i costi, anche in vite umane, delle recenti settimane. Se anche gli Hezbollah accettassero il cessate il fuoco, il problema da porsi è questo: manterrebbero la parola? In realtà si può essere sicuri che no: questo “partito” non ha nessun interesse alla pace. Dunque la tregua durerebbe qualche ora, poi Israele reagirebbe duramente, riprendendo le operazioni belliche, e si sarebbe al punto di partenza.
 L’unico serio cessate il fuoco è ipotizzabile se si pongono gli Hezbollah in condizione di non nuocere: ma chi è in grado di farlo? L’Iran e la Siria hanno interesse a fornire armi e supporto a questa milizia, in odio ad Israele. Il Libano, da anni, non ha avuto e non ha un esercito in grado di contrastare gli Hezbollah. Israele potrebbe farlo solo occupando mezzo Libano, ma questo non è desiderato né da Israele stesso né da tutte le altre potenze.
Rimangono le grandi organizzazioni internazionali, Onu, Nato, Unione Europea. Al riguardo, in primo luogo va detto che invocare l’<immediato cessate il fuoco> è una stupidaggine. Infatti, se dovessero intervenire l’Onu, la Nato, ecc., le loro forze di spedizione non potrebbero certo essere approntate ed operative in quattro e quattr’otto.

In secondo luogo, dal momento che non si tratterebbe di stare a vedere chi viola la tregua ma di imporla, le regole d’ingaggio sarebbero ben diverse da quelle della forza dell’Onu già presente da quando Israele si è volontariamente ritirato dal sud del Libano. Stavolta si tratterebbe di osservare se parte un razzo verso Israele, andare a scovare gli Hezbollah che l’hanno lanciato, affrontare uno scontro con loro e ucciderli o catturarli. Insomma si tratterebbe d’essere disposti a scontri armati non dissimili da quelli combattuti attualmente da Israele, fino a bonificare la zona manu militari. Quanti paesi sono disposti ad inviare truppe per una simile missione di guerra?
Un conto è invocare l’Onu e chiedere con la bocca a cuore un cessate il fuoco che salvi vite umane, un altro è mettere su una forza di spedizione di 40-60.000 uomini con regole d’ingaggio di autentica guerra, per agire contro milizie agguerrite, fanatiche e bene armate. Gli Stati Uniti già si sono dichiarati non disposti ad impegnare loro uomini. Chi dunque li manderà? La Francia pro-siriana? La Germania pacifista? Il Giappone cui la costituzione vieta l’impegno di truppe all’estero? La Spagna che ha ritirato i suoi soldati dall’Iraq? L’Europa, oltre ad essere afflitta da un pacifismo irenico, è terrorizzata dai mass media e dall’eventuale ritorno di alcune bare coperte dalla bandiera.
Rimane il paese guerriero per eccellenza: l’Italia. D’Alema ha detto che essa è pronta a dare il suo contributo, ma – atteggiamenti gladiatori a parte – siamo sicuri che se lo possa permettere? È pronta a fornire cinque-diecimila uomini, con carri armati, autoblindo, supporto aereo ecc., per una missione dichiaratamente di guerra in cui bisogna mettere in conto decine di morti negli inevitabili scontri?
La richiesta di cessate il fuoco è pura retorica, oppure bisognerebbe indicare in che modo, con le truppe di quali paesi e con quali regole d’ingaggio s’intende dare attuazione alla Risoluzione 1599 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, bonificando il sud del Libano. Diversamente, ancora una volta si sarà parlato a vanvera.
Ma il nostro attuale ministro degli esteri è capace di ben altri salti mortali carpiati con doppio avvitamento. A Bruxelles, al termine della riunione straordinaria dei ministri degli Esteri della Ue, dedicata al conflitto israelo-libanese, ha infatti detto che la Comunità “è ancora indietro sulla possibilità di costituire una forza internazionale” e “il rischio è che, se la guerra continua, il dispiegamento di una forza internazionale diventerà impossibile, per questo l’amministrazione Bush deve provare a convincere Israele che la guerra deve finire rapidamente, il prima possibile”. Domanda a questo statista: se la guerra finisce immediatamente e la forza internazionale non è ancora pronta, chi e cosa manterrà la pace, nel sud Libano? Se gli Hezbollah fossero disposti a smetterla, la guerra non sarebbe neppure cominciata. E se non sono disposti a smetterla, a che servirebbe che Israele si fermasse, in attesa di una futura, sperata forza multinazionale, a permettergli di sparare razzi sulla Galilea senza dover temere ritorsioni? È questo, che vuole D’Alema?
Con simili uomini di stato, possiamo star sicuri d’avere obbedito al consiglio di Brecht: felici i popoli che non hanno bisogno di eroi. E forse neanche di geni.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 2 agosto 2006

LA LOGICA DI SARTORI
Giovanni Sartori è persona simpatica malgrado il suo evidente disprezzo per il genere umano (colleghi costituzionalisti inclusi) ma il suo atteggiamento di superiorità non riesce a nascondere né le crepe di ragionamenti peggio che risicati, né la sua animosità contro Berlusconi, checché il Cavaliere nero faccia o dica. Sicché un qualunque rappresentante di quel disdegnato genere umano può forse permettersi di obiettare qualcosa alle sue auguste parole.
Sul “Corriere della Sera” del primo agosto, il professore sostiene che “Anche il governo Berlusconi ha abusato del ricorso alla fiducia — lo ha usato 46 volte — e l’abuso era davvero tale perché Berlusconi disponeva di una maggioranza più che sufficiente”. Questa frase perentoria dimentica di tenere conto di due cose : che quel governo ha usato il voto di fiducia 46 volte in cinque anni, mentre il governo Prodi fino ad ora lo ha usato per ogni provvedimento; in secondo luogo, che il governo Berlusconi disponeva sì d’una maggioranza più che sufficiente ma il voto di fiducia lo ha usato contro un’opposizione irragionevole, di principio e ostruzionistica. Mentre il governo Prodi lo ha usato contro la propria stessa maggioranza, per costringerla a non spaccarsi.
Sartori giustifica il governo Prodi perché avrebbe fatto ricorso alla fiducia con “l’attenuante della forza maggiore, e cioè di dover governare con una maggioranza più che insufficiente. Con ciò l’abuso diventa giustificabile”. Poco fa si è parlato di ragionamenti risicati: questo è addirittura temerario. Abuso giustificabile? Se la maggioranza è insufficiente e divisa, e si pone il voto di fiducia, è come se si dicesse: “Sappiamo che non siete d’accordo sul programma, ma se non votate come diciamo noi cade il governo e ve ne andate a casa”. Niente seggio in Parlamento, niente paga principesca, niente lauta pensione dopo due o tre anni, niente vantaggi secondari come viaggi gratis, auto blu, ecc. In altre parole, con questo genere di voto di fiducia s’impone un ricatto sulla base dell’interesse privato dei parlamentari, piuttosto che nell’interesse del paese. Cosa di una sfacciataggine inqualificabile: altro che forza maggiore, a meno che non s’intenda la forza maggiore del proprio interesse personale.
Il costituzionalista ha ragione quando dice che una maggioranza di due (al senato) “fa ridere, o meglio piangere” ma non si capisce la ingenuità con cui chiede: “Se si torna a votare, come fa Prodi a sapere che vincerà lui? Non lo sa (e non è nemmeno probabile)”. Fa finta di non capire, il professore fiorentino, che il senso della minaccia di Prodi non è quello di rivotare per esautorare la sinistra estremista, e toglierle peso e valore: il senso è la ribadita evidenza che in caso di nuove elezioni il governo di sinistra-centro le perderebbe clamorosamente, dovendo poi dimenticare il potere per un paio di legislature.
Per uno che, per temperamento e per origine è, come direbbero i francesi, florentin, c’è da rimanere delusi. E senza nessuna voglia di togliersi il cappello.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 1 agosto 2006


TRAGEDIA PROVOCATA, PROPAGANDA ASSICURATA
"To all citizens south of the Litani River Due to the terror activities being carried out against the State of Israel from within your villages and homes, the IDF is forced to respond immediately against these activities, even within your villages. For your safety! We call upon you to evacuate your villages and move north of the Litani River."

"A tutti i cittadini del Libano a sud del fiume Litani a causa delle attivita' terroristiche condotte  contro lo Stato di Israele dall'interno dei vostri villaggi e delle vostre case, l'IDF e' costretto a rispondere immediatamente a queste attivita', anche dentro i vostri villaggi. Per la vostra sicurezza! Noi vi chiediamo di evacuare i vostri villaggi e di spostarvi a nord del fiume Litani".  

 

Questo e' il messaggio che Zahal ha fatto piovere in milioni di copie sui libanesi dal primissimo giorno di guerra.
Questo e' il messaggio che abbiamo visto, in diretta TV, raccogliere, strappare con disprezzo e gettare per terra  dopo averlo letto.
Questo e' il messaggio che avrebbe potuto salvare molte vite di libanesi tenuti in ostaggio dai terroristi hezbollah.
La tragedia di Kfar Kana e' accaduta al terzo giorno dei bombardamenti di Israele contro le postazioni hezbollah  e i  loro armamenti, postazioni dentro le case dei civili, dalle quali sono stati lanciati in Israele 150 missili.
Per tre giorni Israele ha continuato a invitare la popolazione della cittadina ad andarsene.Tra mezzanotte e l'una di ieri  Israele ha bombardato le batterie di missili  hezbolah nascoste dentro le case che dovevano essere completamente vuote di civili.

L'edificio pero' e' crollato soltanto alle 7.30 della mattina, dunque ben  7 ore dopo il bombardamento,  imprigionando sotto le macerie piu' di 50 persone tra cui molti bambini.
Come mai?
Come mai in quel edificio che era covo di hezbollah e  "posteggio" dei loro camion pieni di missili  e di esplosivo si trovavano ancora dei civili?
Perche' nessuno li aveva fatti allontanare?
Chi li aveva trattenuti la' anche dopo i bombardamenti quando la casa era ancora intatta?
Mi pare che la risposta sia semplice, erano tenuti la' in ostaggio, erano tenuti la' per essere usati come scudi umani, erano tenuti la' perche' la loro morte facesse rivoltare il mondo intero contro Israele.
Purtroppo queste cose le conosciamo bene. Sono state la tecnica di Arafat prima e di hamas poi. Sono la tecnica vigliacca e spietata di hezbollah e la cosa bizzarra e' che le squadre di soccorso sono arrivate dopo molte ore e, fatto ancora piu' strano,  hanno aspettato l'arrivo delle telecamere per tirare le vittime fuori dalle macerie.
Ogni corpo, specie se di bambino, veniva estratto, rivolto verso i cameramen che riprendevano e solo dopo portato via.
Tragedia provocata  = propaganda assicurata.
Potrebbe essere lo slogan dei terroristi arabi.
E il mondo sta sbavando odio contro Israele, non sanno piu' come farcelo sentire, hanno esaurito le parole.
Kofi Annan, travolto dal suo antisemitismo e  dimentico delle sue colpe in Rwanda, Darfur,  Sudan e altrove con milioni di morti tutti civili,  si dice turbato e istericamente vuole condannare Israele prima ancora di processarlo.
Il Papa chiede in nome di Dio qualcosa che non si capisce e io  chiedo a Lui "Signor Papa, lei   invoca il nome di Dio anche quando i palestinesi massacrano gli israeliani con i loro attentati?  Lei lo sa signor Papa che uno o due attentati in Israele superano il numero delle vittime della tragedia di ieri in Libano?
Lei si ricorda la strage del Dolphinarium di Tel Aviv e i 23 ragazzini massacrati da un terrorista suicida?
E si ricorda forse l'esplosione di un autobus pieno di bambini e delle loro mamme a Gerusalemme, cone decine di morti e feriti?
Lo ha invocato il Nome di Dio in quelle occasioni e altre migliaia del genere sofferte da Israele?"
 

Nel 1996 Arafat, in soli 10 giorni,  ha fatto ammazzare dai suoi killer 200 israeliani, tutti civili, donne e bambini, giovani , persone anziane. Duecento!  Qualcuno si e' detto turbato? Qualcuno ha invocato il nome di Dio?
Qualcuno ha paragonato Arafat ai nazisti?
E' automatico. Attentati, guerre, non importa cosa succeda , la colpa e' di Israele che si difende  e subito scatta il paragone con i nazisti.
Automatico,  disgustoso, patetico.
La tragedia di ieri a Kana ha lasciato Israele sotto schock, tutto il paese si e' fatto silenzioso, abbiamo pianto, anche dopo aver saputo che i responsabili erano i terroristi che avevano  impedito a quelle 50 persone di allontanarsi.
Abbiamo pianto perche' la morte di ogni bambino e' un dramma. 
Quando muoiono bambini israeliani tutti gli arabi fanno festa e l'islam esulta e anche qualche occidentale di quelli che bruciano bandiere e urlano invasati di odio.
Questa e' la differenza tra noi e loro. Differenza tra umanita' e barbarie, tra guerra legittima di difesa e aggressione per distruggere un Paese.
Tutto il nord di Israele e' da 18 giorni sotto i missili hezbollah, morte e distruzione, centinaia di feriti. Perche' il Papa non ha invocato il Nome di Dio? Perche' Annan non si e' detto turbato?
Hezbollah ha dichiarato guerra a uno stato sovrano che si trova, tra l'altro, all'interno dei confini internazionali, e il mondo si scatena contro Israele ad ogni vittima libanese, ad ogni casa demolita dalle bombe.
A sentire i giornalisti   inviati in Libano sembra che tutta Beirut sia distrutta mentre lo e' solo una minima parte del quartiere sciita, lo e' solo l'1%  della citta', 1.200.000 abitanti, quindi piuttosto grande..
Vorrei che tutti quelli, ipocriti e criminali,  che urlano scandalizzati spiegassero cosa dovrebbe fare Israele quando viene aggredita. Domanda sciocca per una risposta conosciuta: Israele deve lasciarsi aggredire e non rispondere mai. Non siamo ebrei? allora lasciamoci ammazzare! Siamo abituati a soffrire. E invece no! Invece noi ci difendiamo, noi facciamo la guerra per difenderci , se necessario, perche' noi vogliamo vivere ed esistere nel nostro paese. Per sempre e in pace!
Hagana' la Bait, si dice,  Difesa della Casa  e la Casa e' Israele.
 

Ieri un giovane giornalista della CNN, evidentemente accanito ammiratore di Star Treck , ha detto che l'invincibile Israele non sta vincendo. A lui e al  resto del mondo che lo pensa e stupidamente  gode vorrei ricordare che solo una volta nella storia si puo' vincere una guerra in 6 giorni, vorrei ricordare che ci davano per spacciati nel 1967 e abbiamo vinto, ci davano per spacciati nel 1973 e abbiamo vinto.
Quelle erano guerre tra l'esercito israeliano e gli eserciti arabi ed erano combattute lungo i confini, non in mezzo alla popolazione.
Questa guerra e' anomala perche' all'esercito di soldati si contrappone un esercito di terroristi, non gruppi, non fazioni ma un esercito addestrato, armatissimo, che marcia a passo dell'oca e fa il saluto fascista, un esercito  soprattutto spietato e privo di etica. L'esercito di Israele e' quello che, nonostante le tragedie che capitano,  fa  attenzione a non colpire i civili piu' di qualunque altro esercito al mondo  e per questo motivo in 18 giorni ancora non ha "vinto" , perche' il 75% sella popolazione libanese e' fatta di bambini e di donne  e entrare con troppa forza significherebbe fare migliaia di vittime innocenti.
La guerra contro il terrorismo non puo' avere vincitori perche' i terroristi non si arrendono mai, non sottostanno alle leggi di guerra, se ne ammazzano cento e sbucano fuori  diecimila e non si puo' firmare con loro nessun trattato di pace perche' non riconoscono Israele e lo vogliono distruggere. La vittoria si avra' soltanto ricacciandoli indietro con le armi, cercando di non colpire troppo i civili dietro ai quali si nascondono (per questa loro sporca tattica Jan Egeland , capo delle forze umanitarie dell'ONU, li ha definiti VIGLIACCHI), e poi lasciar fare alle forze internazionali se saranno disposte a mandare in Libano soldati armati .
Hezbollah ha fatto scoppiare la guerra per incominciare a distruggere Israele.
Israele sta combattendo la guerra per continuare ad esistere.
Deve andare avanti  sempre da solo contro il terrorismo e sempre da solo contro le calunnie del mondo, da solo contro la criminale assenza dei politici europei che si limitano a frignare, contro i turbamenti di un segretario ONU antisemita e persino contro gli appelli a Dio del Papa.
Israele difendera' se stessa e i suoi figli sempre ed e' meraviglioso vedere il coraggio degli israeliani che sono sotto le bombe e credono ciecamente nei nostri ragazzi e ragazze soldati.
Durante la Guerra dei 6 giorni dicevano " l'ultimo di noi che resta vivo spenga la luce".
No, nessuno spegnera' mai la luce in Israele.
Hagana' la Bait, Difesa della Casa.
Per sempre.
 
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com