ARCHIVIO AGOSTO 2006



MOLLICHINE
D'Alema per Teheran dice: «Ha diritto al nucleare». Poi riabilita i terroristi dell'Eta. Fra qualche giorno bin Laden gli farà una scenata di gelosia.

La sinistra si preoccupa che Israele obbedisca alla Risoluzione 1701. Del fatto che Hezbollah rifiuti il disarmo no. Che paura si può avere, delle armi degli alleati?

Olmert: "Desidero sottolineare che  il popolo di Israele non ha alcun conflitto con il governo del Libano". Ha un solo problema: trovarlo, il governo.


A mo‚ di mollichina, un
ANEDDOTO NUOVO PER UNA STORIA VECCHIA
Un giorno in Cielo si pensò che Antonio, l'eremita, era solo da decenni e meritava un premio. Gli si mandò dunque un angelo come compagnia e Antonio ne approfittò per fargli molte domande sull‚aldilà. Un giorno gli chiese:
-Com'è, il paradi so? Tutti felici, lassù, nevvero?
L'angelo fece una smorfia. Una smorfia deliziosa, da angelo, ma una smorfia. Certo, gli spiegò, in paradiso c'era tutto per essere felici: ma gli uomini hanno una tale cattiva natura che si lamentano sempre. Alcuni della temperatura, troppo fresca, altri della solitudine (c'è poca gente, lì), altri ancora della monotonia. Antonio fu scandalizzato: chiamare monotona la visione beatifica di Dio! E comunque aggiunse: "Figuriamoci allora come si lamentano all'inferno!". Ma anche stavolta l'angelo lo sorprese:
-Eh no. Anche se all'inferno si soffre enormemente di tutti i tormenti che tu sai, nessuno si lamenta e tutti si dichiarano felici.
-E come mai?
-In verità, prima i lamenti salivano fino al paradiso. Ma da quando è morto Stalin, l'inferno è diventato comunista e tutti hanno ricevuto l'ordine di dichiararsi felici.

Gianni Pardo


No, Israele non ha perso la guerra.
E' stato interessante il mio viaggio in Italia.
Ho parlato, ho ascoltato, ho cercato di considerare l'indifferenza e l'odio di alcuni, mi sono commossa per l'amore di altri.
Tutti pero', amici e nemici, sono dell'idea che Israele abbia perso la guerra, io non sono dello stesso parere.
Si, e' vero, Israele ha vinto in sei giorni una guerra contro cinque eserciti arabi ma il prezzo e' stato la vita di 1500 soldati.
E' vero che nel 1973 Israele, dopo essere stata invasa sia da nord che da sud , ha ricacciato il nemico fino ad arrivare quasi a Damasco e riconquistando tutto il Sinai con una vittoria schiacciante e considerata impossibile.
E' vero che Zahal e' un esercito forte e coraggioso, e' vero che i nostri soldati che sono  i nostri figli , sono eroici e pronti a tutto.
E' anche vero che in un mese di guerra non siamo riusciti a impedire il lancio dei missili sulla Galilea.
E' anche vero che dopo 60 anni di guerre continue e di terrorismo siamo stanchi e stufi ma i nostri ragazzi volevano andare avanti sicuri di vincere se glielo avessero permesso. I nostri ragazzi volevano riportare a casa i loro compagni rapiti. Non hanno potuto farlo.
Ma vediamo l'altra parte della medaglia.
Israele ha risposto al rapimento e all'uccisione dei soldati di frontiera e al lancio delle prime centinaia di missili entrando in Libano, e in quel momento ha avuto inizio il triraemolla dell'occidente "Israele fermati, Israele ancora una settimana, no fermati, no ancora tre giorni, torna subito indietro, vabbe' vai avanti ancora un giorno e mezzo...STOOOOP!"
A questo aggiungiamo la propaganda araba, le menzogne di massacri israeliani mai avvenuti, la nefandezza di hezbollah, lo schifo dei politici europei e i balletti di Condoleeza Rice, le passeggiate di D'Alema a braccetto col portavoce di Nasrallah e le sue dichiarazioni sull'esagerazione della risposta di Israele ai 4000 missili, ai civili ammazzati a Haifa , a Naharya, a Kiriat Shmona, alle case e alle scuole e asili israeliani distrutti, ai malati degli ospedali portati nei sotterranei per salvarli.
Israele ha risposto mentre l'occidente la tirava per la giacchetta pero'quando e' stato concesso ancora un po' di tempo , ecco che in meno di un giorno i ragazzi di Zahal sono arrivati addirittura sopra il Litani, schivando i buchi e le gallerie da cui uscivano come topi di fogna gli assassini hezbollah.
"Come leoni" dice qualcuno dei loro ammiratori " si sono battuti come leoni".
Povero re della giungla essere paragonato a gentaglia che colpisce a tradimento, che si nasconde dietro i pannolini dei bambini, che porta ragazzi handicappati in edifici destinati a esplodere, topastri, pantegane, vigliacchi altro che leoni ma si sa che chiunque ammazzi israeliani e'  un eroe.
Israele ha distrutto centinaia di postazioni , migliaia di batterie di katiusche, solo ieri ha fatto esplodere un'intera citta' costruita, sotto l'occhio affettuoso dell'Unifil,  a 30 metri sotto terra.
Israele non ha perso la guerra, non ha potuto vincerla, un po' per gli errori provocati dalla paura di ritornare nel pantano libanese che ci era costato 1200 morti, un po' per i bastoni fra le ruote dell'occidente.  Ha fatto quello che ha potuto cercando di continuare e nello stesso tempo di parare i colpi mediatici delle agenzie che, come sempre, si affidavano anima e corpo alle notizie taroccate di hezbollah che, anche questo come sempre, sono arrivati ad ammazzare libanesi, i soliti poveracci  scudi umani del barbaro cinismo arabo, pur di gettare la colpa su Israele.
La verita' e' che dopo una settimana di guerra Seniora chiedeva la tregua, piangendo le sue lacrime  di coccodrillo, Nasrallah dal suo buco sottoterra dove e' rimasto nascosto  per un mese intero, chiedeva la tregua pure lui . Adesso il pagliaccio terrorista dice che se avesse saputo non avrebbe mai incominciato.
Ma come! Non ha detto di aver vinto lui? Si vabbe', una vittoria da fogna, la fogna in cui si e' imboscato per non essere ammazzato.
Israele ha ottenuto qualcosina dalla sua contestata vittoria:
1. l'esercito libanese, dopo 35 anni, e' andato al confine per proteggerlo dai terroristi.
2. Hezbollah non e' stato disarmato ne' mai lo sara' ma ha avuto perdite enormi e soprattutto non e' piu' il partito di dio (minuscolo) ma forse solo il partito del cavolo.
3. Nasrallah si e' sputtanato cosi' tanto che presto chiedera' asilo politico sulla barca di baffino D'Alema.
4.L'Europa e' stata chiamata in causa, gli e' stata richiesta finalmente una responsabilita' dopo decenni di indifferenza interrotta dai leccamenti ai vari gruppi terroristi e di insulti a Israele.

Oggi sono arrivati i soldatini italiani, Prodi ha parlato, aspirando la parola "pace' , con una retorica da vomito. Ma i soldati italiani lo sanno che dovranno anche sparare? Possibilmente non contro gli israeliani!
In questi giorni tutti si sono asciugati la lingua a forza di parlare dei danni del Libano, degli aiuti al Libano, Libano Libano Libano.
Ma Israele? L'aggredito?
Nessuno parla di danni subiti da Israele, dei morti civili israeliani. Israele si arrangi da solo, che diamine!
Intanto i pacistronzi sono andati ad Assisi con tante scarpe, le solite bandiere colorate, molte bandiere palestinesi e libanesi e tanti cartelli raffiguranti il loro nuovo idolo Nasrallah. Non hanno piu' Arafat, Saddam Hussein e' un morto che cammina, Ben Laden e' un fantasma, resta il barbuto terrorista libanese a dargli conforto, poveri orfanelli!
Nasrallah che odia Israele come loro, Nasrallah che vuole buttare gli ebrei a mare come loro, Nasrallah nazista come loro.
Avranno portato tutte quelle scarpe per lui? Per il suo esercito di naziterroristi?
Secondo me le hanno tolte a chi voleva corrergli dietro per prenderli a calci in culo!
Israele non ha perso la guerra, ragazzi miei! Da quanti anni l'occidente e' in Afghanistan e in Iraq? E Israele doveva vincere hezbollah , milioni di volte meglio armati e addestrati dei talebani e delle fazioni irachene, in un mese?
E che sono tutti Superman in Israele? No, in questo Paese vivono uomini, con virtu' e difetti, piu' coraggiosi di altri, piu' commoventi di altri, piu' buoni di altri, forse piu' naiive di altri ma uomini  sicuramente piu' sfigati di tanti altri, uomini che si sentono odiati perche' vivono in un minuscolo pezzo di terra sempre aggredito, uomini che sentono ogni giorno qualcuno che li minaccia di annientamento, uomini che in tanti anni di terrorismo non si sono fatti abbacinare dall'odio.
Li volete capire questi uomini e queste donne una buona volta?
Volete capire il loro dolore, la loro paura, la loro disperazione, la loro grande civilta'?
 
Deborah Fait - .informazionecorretta.


IL MITO INGANNEVOLE DELLA “SUPERBANCA”
Nell’era della superbanca nessuno riesce a resistere al fascino di ingrandirsi, dando l’idea che tale espansione sia un grande passo per l’economia nazionale od internazionale. Come per il superuomo di nietzschiana e teutonica memoria, che raffigurava l’uomo perfetto, invincibile, completo, che dava sicurezza, così la superbanca si propone come l’essenza suprema della banca, la sintesi di tutti i servizi bancari, assicurativi, finanziari, la summa dei bisogni di partner economici e semplici clienti. Eppure l’idea che la superbanca sia un grande passo in avanti è ingannevole, soprattutto nella versione italiana che si sta cercando da mesi nel marasma delle trattative fra San Paolo, Capitalia, Banca Intesa ed MPS e che ora si concretizza nella fusione San Paolo-Banca Intesa. E ci sono buoni motivi per diffidare di questa facile illusione.
Innanzitutto il principio che la fusione aumenti la potenza di una banca, ne favorisca il regime concorrenziale a livello internazionale non è un assioma da manuale dell’alta finanza, almeno in Italia, dove le fusioni non sono mai state paritarie e ben presto si sono concretizzate in fagocitazioni. Forse la storia delle banche italiane non è stata una storia di fusioni ed unioni compensative? San Paolo-IMI nasce nel  1998 dopo l’era delle privatizzazioni e con la fusione di due istituti; San Paolo-IMI ha assorbito il malridotto Banco di Napoli, anch’esso privatizzato nel 2003, creando una politica di concentrazione per poli; Banca Intesa l’altra protagonista della fusione di questi giorni nel 2000 ha creato un polo di concentrazione con la BCI. “La fusione consentirà lo snellimento della struttura societaria e di governance del gruppo…agevolerà il percorso realizzativi delle sinergie da integrazione previste nel piano industriale…”, si diceva. Hanno mai creato queste fusioni, i presupposti per una grande struttura bancaria? Alla fine è prevalsa una banca sull’altra e le fusioni sono state solo uno strumento di difesa per sopravvivere alla crisi ed all’assenza del foraggiamento pubblico.
Oggi come ieri questa fusione fatta in casa non è “offensiva”, non crea nuovi scenari, ma serve per preservare i vecchi dalle mire altrui, soprattutto estere. Non a caso ne sono protagonisti due degli istituti più forti d’Italia, ma al tempo stesso suscettibili da anni di scalate che potrebbero far scemare il “patrimonio bancario italiano”. Da anni Credit Agricole che detiene il 17% di Banca Intesa sta cercando soluzioni per uscire dal patto e non ci è riuscita per poco nella scorsa “stagione dei furbetti” e neppure il Banco Santander forte dell’8% da secondo azionista di San Paolo non ha nascosto interessi preziosi, scaturenti dalla stagione buona della Spagna e la testimonianza sta tutta nello scetticismo di Botin sulle fasi intermedie della fusione e sui partner schierati per l’operazione.
Superbanca, sì, ma solo nei quartieri alti. In realtà la superbanca restringe la concorrenza nazionale, favorisce la polarizzazioni di sedi, filiali e quindi di servizi e crea miriadi di private banking che svolgono perlopiù operazioni di investimento diretto, i azioni sul mercato mobiliare e che finiscono con la snaturare il loro carattere di banca ed abbandonare la logica del servizio per quella del profitto.
Dal macrocosmo finanziario al microcosmo occupazionale, la superbanca favorisce l’assorbimento di filiali, la riduzione o la diversa destinazione del personale oltre alle confusioni sulla ripartizione delle competenze. Leggo la gioia del Corriere e dell’estabilishment governativo che sottolineano come l’Italia ha già dato molto ed era ora che le grandi banche si alleassero sul modello Unicredit-HvB, per tentare nuove operazioni strategiche all’estero. Già ma Unicredit è partita dall’estero per andare all’estero, Intesa e San Paolo fanno blocco in Italia e troveranno molti ostacoli per i loro obiettivi all’estero. E poi ricalcando la vicenda Unicredit, siamo sicuri che questa aspirazione a diventare centri nevralgici nei mercati esteri, come è accaduto per Unicredit, in Romania, in Bulgaria, in Polonia, in Russia, nell’Est europeo ed asiatico, lasciando gli investimenti, le operazioni di aiuto e finanziamento dipendano da JP Morgan, Goldman Sachs e Merryl Linch, non sia un “togliere e mettere” a nostro svantaggio?  


Angelo M. D'Addesio

ECCO PERCHE' HEZBOLLAH NON HA VINTO (ALMENO IN MEDIO ORIENTE)
Il quotidiano libanese francofono l’Orient le Jour prova che l’88 per cento dei libanesi sogna un paese al riparo dai conflitti regionali. Il 51 per cento vuole il disarmo di Hezbollah. Durante il weekend, il leader del Partito di Dio è apparso in televisione, intervistato dall’emittente libanese New-Tv. Ha detto che se avesse previsto l’entità della risposta israeliana, il suo gruppo non avrebbe rapito i due soldati di Tsahal, il 12 luglio. Ieri, da Beirut, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nella prima tappa di un tour mediorientale, ha chiesto la liberazione dei due militari e la fine del blocco israeliano sul Libano. Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, ha invece smentito lo stesso leader del Partito di Dio, dichiarando che l’Italia non medierà nella questione prigionieri. Nasrallah è pronto a incontrare Annan. Il leader sciita, con l’intervista e il nuovo atteggiamento dialogante, si mette al riparo da chi, in Libano, gli chiede il conto della guerra.  (...)
Per proseguire nella lettura dell'articolo clicca qui.
Amir Taheri& ©Wall Street Journal - per gentile concessione di Milano/Finanza& (traduzione Studio Brindani)
 dal “Foglio”, 29/8/’06


CHI SI PENTE D'UNA GUERRA VINTA?
Nasrallah, capo di Hezbollah, ha dato un'intervista. Trattandosi d'un personaggio il cui livello morale è zero, non ci si deve chiedere: "è vero ciò che ha detto?", ma semplicemente: "perché lo ha detto?".
Per una sorprendente norma romana l'interrogatorio degli schiavi doveva svolgersi mediante tortura. Il legislatore reputava il loro livello morale così basso, la loro disponibilità a mentire così grande, che quella crudele pratica serviva a dare loro un minimo di credibilità. Oggi questo disprezzo è adeguato ai terroristi. Essi non esitano ad uccidere donne e bambini innocenti, ignari passanti o pendolari che vanno al lavoro e sono umani solo nell'aspetto. La verità è l'ultima delle loro preoccupazioni e se dovessero dirla è solo perché gli è utile.
Nasrallah ha detto: Hezbollah "è intenzionata a collaborare con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil, la cui missione non è di disarmare la resistenza". "Non abbiamo problemi con Unifil purché non tenti di disarmarci". Aggiungendo che "però se i militari libanesi trovano qualcuno armato hanno diritto a confiscargli le armi". Infine e soprattutto ha affermato che «Se Hezbollah avesse ipotizzato che il rapimento dei soldati israeliani avrebbe portato alla guerra non l'avrebbe ordinato». Il partito di Dio «non si aspettava neppure per l'uno per cento la reazione di Israele»
.
Queste affermazioni implicano che la ritorsione israeliana è stata molto dolorosa. Nasrallah ha detto d'essere pentito d'averla provocata ed ha perfino confessato che se avesse potuto prevederla non avrebbe ordinato l'attentato. Ora, dal momento che queste parole sono musica per le orecchie di Gerusalemme, e si può star certi che non sono state dette per rincuorarla, perché le ha dette? A chi si rivolgeva?
Come è noto, il Libano ha tollerato nel proprio territorio l'esistenza d'un esercito terrorista parallelo. Poi Israele gli ha fatto chiaramente spiegato che, come dispone il codice, si è responsabili dei danni provocati dai propri figli minorenni o dai propri animali e la lezione è stata così dolorosa che occorreranno forse anni per riparare i danni e piangere i morti. Questa è la realtà sostanziale. Ovviamente, come è costume in quella regione, anche dopo avere preso bastonate è buona norma proclamarsi vincitori. Ed è quello che gli Hezbollah hanno fatto. Gli stessi media occidentali, lieti della presunta interruzione delle affermazioni militari di Gerusalemme, hanno gioiosamente echeggiato gli epinici arabi: ma la realtà non s'inchina né al wishful thinking né all'antisemitismo. Le ferite riportate dal Libano sono state profonde. Centinaia di morti, anche civili; un gran mole di danni materiali; decine di migliaia di profughi, di cui molti, tornando, non hanno più trovato la propria casa: e tutto questo perché gli Hezbollah avevano deciso di giocare alla petite guerre. Il rancore nei confronti di Nasrallah dev'essere salito ad un tale livello che egli ha forse sentito il dovere politico di confessare il proprio errore, e di scusarsi, per non perdere del tutto il consenso della popolazione. Anzi ha promesso di non provocare più analoghi disastri: di non lanciare più razzi o incursioni contro Israele e di "collaborare con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil". Anche se, dal momento che è solo un fantoccio nelle mani della Siria e dell'Iran, domani potrebbe lo stesso provocare una nuova e ancor più disastrosa guerra, sono atteggiamenti significativi.
La guerra di Israele è nata per porre un termine ai ripetuti lanci di razzi sulla Galilea. Ora Nasrallah promette di smettere e riconosce di avere fatto male a spararli prima. E allora, come si può ancora affermare che Hezbollah ha vinto? Chi mai si pente di una guerra vinta?

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 29 agosto 2006

La "nuova" politica estera italiana intrisa di vecchi pregiudizi antisraeliani: l'analisi di Giorgio Israel
Il ministro degli esteri Massimo D´Alema farebbe bene a non dare troppo ascolto al coro adulatorio che tutti i giorni vanta la sua insuperabile intelligenza. Difatti, per quanto lucido egli sia, rischia di illudersi di poter far credere al prossimo qualsiasi cosa, per esempio che egli sia "equivicino" tra le parti in Medio Oriente.
Gettare alle ortiche l´uso di questo infelice aggettivo non potrebbe che far bene. In primo luogo perché, essere equidistante tra Israele e un movimento terrorista come Hezbollah non è degno del ministro degli esteri di un paese democratico. In secondo luogo, perché neppure coloro che ripetono da mane a sera il mantra della superiore intelligenza di D´Alema possono più credere alla favola che egli sia equidistante. Per quanti sforzi egli faccia per celare i suoi sentimenti, essi spuntano da tutti i lati come un pezzo di gomma che si cerchi di comprimere in uno spazio troppo piccolo.

L´onorevole D´Alema usa respingere le critiche dicendo che è inammissibile che ogni accusa a Israele sia tacciata di antisemitismo. Ma si tratta di uno stratagemma inutile. Qui non si parla di antisemitismo. Si parla semplicemente del fatto che l´insopportazione e l´antipatia di D´Alema per Israele, la sua mancanza di obbiettività e di apertura mentale nei confronti di Israele e delle sue ragioni, esce da tutti i pori come il pezzo di gomma di cui si diceva.
Non faremo qui l´elenco delle condanne passate di D´Alema contro la   politica di Israele, con termini durissimi che mostrano quanto D´Alema sia capace di indignazione morale quando vuole. Ricorderemo soprattutto un´intervista rilasciata in rete alcuni mesi fa in cui D´Alema manifestò in modo quanto mai chiaro la sua profonda antipatia per Israele e per gli Stati Uniti, parlando di superiorità dell´Europa rispetto a coloro che credono di portare la democrazia con la violenza di stato. Naturalmente, siccome D´Alema è una persona intelligente, si rese conto del ridicolo dell´affermazione e osservò che, certo l´Europa ha avuto Auschwitz, ma che "proprio per questo" aveva capito la lezione. Come si usa dire, peggio la toppa del buco.
La lista delle manifestazioni di sdegno morale di D´Alema nei confronti di Israele è tanto lunga quanto è corta quella delle critiche - per non dire delle condanne - nei confronti dei nemici di Israele. Egli ha ripetutamente accusato l´esercito israeliano di praticare il tiro al bersaglio sui civili ma non ricordiamo condanne nette della pratica degli stermini suicidi. Quando Israele si è ritirato da Gaza, sono state devastate e date alle fiamme le sinagoghe, ma non ricordiamo una condanna dell´on. D´Alema di questogesto efferato. I palestinesi avevano l´opportunità di cominciare a   creare uno stato su un territorio totalmente in mano loro, e non hanno saputo neppure creare una forza di sicurezza unificata: l´unica   cosa che hanno saputo fare è organizzare dei tiri di missili Kassam entro Israele, rendendo la vita impossibile agli abitanti di Sderot.
Non ricordiamo una critica dell´on. D´Alema di tale comportamento illegale e criminale. Eppure per essere davvero amico di qualcuno bisogna dirgli la verità. Non ricordiamo critiche dell´on. D´Alema nei confronti di Hezbollah e delle sue mire dichiarate e ripetute di distruzione di Israele. Non ricordiamo neppure vibrate condanne da parte dell´on. D´Alema dei propositi criminali del presidente iraniano Ahmadinejad e delle sue efferate affermazioni circa lo sterminio degli ebrei d´Europa. Al contrario, ricordiamo la sua dichiarazione circa il ruolo di potenza regionale che deve essere riconosciuto all´Iran (a "questo" Iran).
E si potrebbe continuare a lungo.

Dal momento della sua nomina a ministro degli esteri, l´on D´Alema ha voluto ostentare una posizione di assoluta oggettività, fuori da ogni   ideologia e moralismo, parlando - come è apparso evidente in una recente intervista a Repubblica - alla maniera di Talleyrand, criticando cioè Israele per aver commesso qualcosa di peggio di un crimine, ovvero un "errore"; e aggiungendo che i problemi si risolvono per via diplomatica e mai con la guerra. Ma per aspirare ad essere una replica di Talleyrand bisogna capire lo spirito della sua azione. Talleyrand approvò molte delle guerre di Napoleone e ne criticò altre perché erano, appunto, un "errore"; ma si guardò bene dall´aderire a un´ideologia pacifista o guerrafondaia. Quando enuncia il principio dell´assoluta inutilità, ed anzi negatività della guerra, D´Alema è agli antipodi dall´idea che un errore è peggio di un crimine: aderisce a una visione ideologica. Dire che la guerra è sempre un male (o viceversa) è pura ideologia moralistica e non ha nulla a che fare con una visione razionale dei fatti. E qui si scorge il filo rosso della continuità con il D´Alema dell´intervista in rete.
Non c´è da stupirsi allora che l´immagine del nostro ministro degli esteri come un novello Talleyrand sia esplosa come una bolla di sapone, riportando alla luce i suoi autentici sentimenti. Egli valuta la crisi israelo-libanese come se fosse una questione del rapimento di qualche soldato e di una reazione "sproporzionata" - cosa sarebbe stato proporzionato? rapire un paio di militanti Hezbollah? - e non il frutto di un disegno vastissimo dietro cui vi è l´Iran e che muove in unico quadro Siria, Hezbollah e Hamas verso l´obbiettivo della distruzione di Israele come passo decisivo per un attacco globale che va avanti da più di un decennio. Non vedere questo significa non guardare oltre la punta del naso e rinunciare a una visione geopolitica a vantaggio di un pregiudizio ideologico, basato sul solito ritornello dell´oppressione che genera reazione. Non meno falsamente oggettivo è l´insistere sul fatto che Hamas o Hezbollah (o l´integralismo iraniano) non sono classificabili sotto la rubrica "terrorismo" perché godono di un´ampia adesione di popolo, talora sancita attraverso elezioni. È persino stucchevole dover ricordare che anche i grandi movimenti totalitari europei si sono affermati attraverso elezioni e hanno goduto di ampio sostegno di popolo - e non soltanto quelli: pure le recenti dittature sudamericane godevano di un radicamento di massa - e che la democrazia non si identifica con le elezioni. Al contrario. La democrazia è anche conferimento di un potere speciale allo stato che include la negazione o limitazione dei diritti a coloro che lottano per sopprimerla: in buona sostanza, se si consente a un movimento antidemocratico di presentarsi alle elezioni la democrazia è già morta in partenza.

Non c´è quindi da stupirsi se al nostro ministro degli esteri riesce sempre facile trovare aspre parole di critica e condanna per Israele e mai per i suoi avversari, anche quando questi dichiarano il fine di volerlo distruggere. Egli va a visitare le rovine di Beirut a braccetto di un esponente Hezbollah - fatto discutibile se lo fa un uomo politico, gravissimo da parte di un ministro degli esteri - e pronunzia parole di sdegno per quanto ha visto, e che giustificherebbe a suo avviso la critica di "sproporzione" della reazione israeliana. Ma non sente l´esigenza neppure per pura diplomazia, magari soltanto di facciata, di andare a vedere i drammi dell´altra parte, provocati non come danni "collaterali" ma con l´intento deliberato e terroristico di colpire la popolazione civile e soltanto questa. D´Alema chiama la comunità internazionale alla ricostruzione del Libano, mentre Israele dovrà provvedere da sola a riparare le distruzioni provocate da un movimento terrorista e l´on D´Alema non trova una parola di sdegno per il fatto che un terzo - un terzo! - della popolazione del paese sia stata costretta a vivere per un mese nei rifugi o a emigrare per non morire sotto i missili.
Invece di passeggiare per Kiriat Shmona, il ministro è volato direttamente al Cairo e ha rilasciato durissime dichiarazioni contro Israele, parlando di errore catastrofico per aver fatto la guerra.
Come se una guerra non fosse stata scatenata contro Israele.
Certo, ogni critica contro la conduzione militare-diplomatica da parte del governo israeliano è più che ammissibile. La stampa e l´opinione pubblica israeliana stanno sottoponendo il proprio governo   a critiche di una severità straordinaria. Ma altra cosa è la critica ideologica, la critica non per aver perseguito male una causa giusta, ma per aver commesso l´errore in sé di aver reagito a un complotto di cui vediamo le dimensioni inquietanti sempre di più ogni giorno che passa.
Pertanto, se il ministro degli esteri vuole guardare ai fatti oggettivamente e non trascinare sé stesso e il nostro paese in un´avventura disastrosa, dovrebbe tenere conto dei dati più profondi e gravi del problema. Senza risolvere questi dati - primo di tutti il disarmo di Hezbollah e la sconfitta del disegno iraniano di procedere
nel piano di distruzione di Israele - la missione Onu si risolverà in   qualcosa tra la farsa e la tragedia. Difatti, quel che abbiamo di fronte non è certo il trionfo del multilateralismo, ma il crearsi delle condizioni - per errori di molti, inclusi quelli del governo israeliano - per un secondo atto più drammatico del primo.
Tutte queste cose l´on. D´Alema certamente le vede, anche perché è persona intelligente. Ma non le vuol vedere perché non riesce a liberarsi dalle sue antipatie e simpatie. Egli ha iniziato la sua missione di ministrodegli esteri tentando di azzerare le riserve nei suoi confronti, dicendo persino di essere un "amico" di Israele, tutt´al più un "amico che sbaglia". Ma, alla luce di quanto sta accadendo appare evidente che l´ultima cosa che gli passa per la mente è di aver sbagliato. Ben più che pentito egli appare irriducibilmente intriso di pregiudizi nei confronti di Israele. A tal punto che viene da chiedersi se, nel suo foro interno, egli non pensi che Israele stesso sia un "errore".

Da  info@informazionecorretta.it
del 27 agosto 2006

Ccà nisciuno è iotti
Oggi è prevista ad Assisi una manifestazione straordinaria per la pace in Libano e in Medio Oriente. L'evento è promosso dalla Tavola della pace e dal Coordinamento Enti Locali per la pace.
La cosa è talmente "seria" che hanno aderito e partecipano  perfino quei galantuomimi dell'Ucoii, l' "Unione delle comunità islamiche italiane", quelli che giorni fa hanno comperato una pagina di pubblicità su La Nazione per dire che gli ebrei sono uguali ai nazisti.
"Portate un paio di scarpe in più". È questo l'appello lanciato da Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, a tutti coloro che si preparano a partecipare alla manifestazione. Un appello non casuale rilanciato anche oggi dalle pagine dell'Unità: "quel paio di scarpe in più sarà il simbolo della solidarietà a tutti coloro che stanno soffrendo le conseguenze della guerra."
In realtà,  è probabile -se non certo-  anche qui ci troveremo di fronte al solito parallelismo ebrei=nazisti.  La fotografia di un bel muccio di scarpe  campeggerà domani sui giornali italiani...e farà il contropelo ad un altra foto... quella delle scarpe del campo di Auschwitz ...
cp, 26 agosto 2006

Ccà nisciuno è hezbo
Prendete due ambulanze. Bianche e rosse, un po' vecchiotte. Nella notte di guerra del 23 luglio, annunciate a tutto il mondo che gli israeliani le hanno attaccate dall'alto mentre a sirene ben spiegate, su piste polverose, stavano portando in salvo vecchi, donne e bambini libanesi. Il giorno seguente consegnate "un filmato amatoriale" che mostra le ambulanze, c'è un grosso foro proprio al centro del tetto. E' stato il missile, spiegate. Assicuratevi che la notizia sia rilanciata da giornali (New York Times, Guardian, Boston Globe, Time) e televisioni di tutto il mondo, date pure il filmato del giovane guidatore, immobilizzato su un letto dospedale con bende sul volto.
Denunciate il palese, orribile crimine di guerra d'Israele. Ora. Il buco sul tetto è proprio dove prima c'era la sirena. Ci sono ancora i buchi delle viti attorno all'orlo del presunto "foro di missile". I testimoni sbagliano: qualcuno dice "un elicottero", altri "un jet".
Dentro le ambulanze nessun segno di bruciatura: non coerente con il racconto del missile.
I "fori delle schegge" sono rugginosi, come se le ambulanze avessero riposato a lungo in qualche capannone, per essere tirate fuori all'occorrenza. Il povero "guidatore" ospedalizzato è fotografato per strada, sei giorni dopo, senza un graffio. Ma non importa. Giù nel bunker con tv e aria condizionata, gli ufficiali hezbollah si tengono la pancia dalle risate
. (Da Il Foglio del 26 agosto 2006)

Massima del giorno
Il popolo non chiede di essere salvato. E se lo fosse, poi magari morderebbe la mano che l'ha salvato.
G.P.


MOLLICHINE
Il governo: "Senza garanzie non si parte". Ma comprereste un'auto usata dagli Hezbollah?

La Siria minaccia di chiudere la frontiera col Libano. E di non far passare più le armi per Hezbollah? Ma non mi dire!

Le regole dell'Onu non includono il disarmo di Hezbollah. Forse s'include anzi il disarmo dell'esercito libanese da parte di Hezbollah.

Il Giornale: "Bimba rapita e segregata per 8 anni". Aveva dieci anni al momento del rapimento. Più otto, oggi è una bimba di diciotto anni.

Plutone non è più un pianeta. Come disse un devoto napoletano a San Gennaro, quando il papa dubitò della sua esistenza: "Ah Pluto, futtatenne".

Berlusconi "condannato ad andare avanti". Condannato! Sarà finalmente contento Marco Travaglio!

Berlusconi: "la sinistra ha costruito il falso teorema del declino economico". Ma forse, pur di non avere torto, lo realizzerà.
G.P.

DA CHI DIPENDE LA PACE
È interessante chiedersi quali siano nel Vicino Oriente gli scopi dei protagonisti: l’Italia e l’Europa, gli Stati Uniti, Israele, gli Hezbollah, il Libano, la Siria e l’Iran. Il punto nodale riguarda questi ultimi e se ne parlerà in fine.
1) L’Italia ha voluto dimostrare che può fare a meno degli Stati Uniti e perfino dell’Europa. È stata dunque pronta ad andare nel Vicino Oriente e a mettere quasi la museruola ad Israele (degli Hezbollah non si occupa). Di fatto ha agito al buio, caricandosi di responsabilità che hanno atterrito i militari competenti e provocato le infinite esitazioni dei partner europei. In realtà, la pace si avrà secondo ciò che decideranno i veri protagonisti della vicenda, con o senza l’Onu, e la voglia di protagonismo si potrebbe pagarla con parecchi morti. Per l’Europa valgono le stesse considerazioni, con l’unica attenuante d’avere meglio percepito i pericoli e le perplessità che suscita l’intervento: tanto che alla fine s’è deciso per una spedizione sostanzialmente simbolica.
2) Gli Stati Uniti, sapendosi odiati dai musulmani di quella regione, ed essendo fin troppo impegnati nel mondo, sono stati felici di passare la patata bollente all’Europa. Personalmente non hanno altro scopo che la sopravvivenza d’Israele.
3) Israele vuole solo la pace e sa di non potersi aspettare nulla dall’Onu, se non una copertura morale ed eventualmente una testimonianza. Dunque per Gerusalemme le cose sono semplici: se ci sarà pace, Onu o non Onu, tanto meglio. Se non ci sarà pace, si risponderà con la guerra. E ora più seriamente della volta scorsa.
4) Gli Hezbollah, anche se costituiscono un partito politico rappresentato nel parlamento libanese, come forza militare sono una longa manus della Siria e dell’Iran. Se non fossero finanziati, addestrati e armati da loro, non esisterebbero neppure. È dunque naturale che solo a loro obbediscano. Di fatto, se  se ne staranno tranquilli, la pace si prolungherà, se ricominceranno a bombardare Israele, ne conseguirà inevitabilmente il secondo round di una guerra. Il Libano potrebbe trovarsi a pagare un prezzo ben più pesante della volta scorsa.
5) Ed eccoci al Libano, un ciarliero vaso di coccio tra i vasi di ferro. Esso è stato per molto tempo un protettorato della Siria di cui ha accettato a lungo una pesante presenza militare. Oggi somiglia un po’ di più ad uno stato indipendente ma ha un difetto troppo grande per ignorarlo: manca di forza militare. Se il suo esercito si scontrasse con gli Hezbollah, c’è il rischio che perda. E se Beirut non ha la forza d’affrontare il Partito di Dio, è chiaro che la pace e addirittura la sua stessa integrità dipendono da altri. Più precisamente, da questa domanda: quanto gliene importa alla Siria e all’Iran del Libano? In che misura sono disposti a spenderlo, e a far morire migliaia e migliaia di persone, solo per dimostrare che Israele è talmente cattivo da volersi difendere?

6) La Siria e l’Iran sono stati canaglia i cui legami col terrorismo non sono da dimostrare. Contro Israele hanno fomentato ed alimentato violenze per interposta persona (Hamas, i kamikaze, gli Hezbollah), ma sanno benissimo che Israele non sarà eliminato con questi mezzi. Ci vorrebbe una guerra: ma a parte il fatto che tutte le guerre precedenti sono state perdute, oggi non si può neppure contare sull’alleanza con la Giordania e l’Egitto, già abbondantemente scottati dalle esperienze passate. Dunque, che cosa vogliono, quei due paesi? Forse azioni che gli facciano prendere la testa dell’integralismo islamico? Comunque – se non parliamo della bomba atomica iraniana –scopi politici ed ideologici, non scopi militari, ma sulla pelle del Libano e di Israele.
In conclusione, il futuro dipenderà dagli ordini che la Siria e l’Iran daranno agli Hezbollah, i quali possono lanciare razzi stando a nord delle forze Onu. Ma nessuno conosce le loro intenzioni. Si possono fare solo due ipotesi:
a) Malgrado i proclami di vittoria, Siria ed Iran sono così coscienti dei danni sofferti dal Libano che hanno perso la voglia, riprendendo i bombardamenti e attirandosi l’inevitabile reazione di Israele, di imporgliene altri. Magari rifiutano il disarmo di Hezbollah, per salvare la faccia, ma di fatto ne accettano la futura irrilevanza. È un panorama così roseo da essere forse inverosimile: certi musulmani non brillano per buon senso.
b) La seconda ipotesi è che la breve guerra abbia fatto loro credere di poter battere ancora meglio Israele e per questo hanno accettato una tregua per avere il tempo di riparare i danni in vista d’un secondo round che immaginano ancor più produttivo di benefici d’immagine. Se questo scenario allarmante fosse quello che corrisponde alla realtà, staremmo solo vivendo un entre deux guerres.
Come si vede da tutte queste ipotesi, la missione Onu risulta perfettamente irrilevante.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 agosto 2006


COME MAI ISRAELE ACCETTA L’ONU?
Israele non ha fiducia nell’Onu. Quell’organizzazione infatti ha una maggioranza precostituita antidemocratica, antiamericana e antisraeliana. E tuttavia stavolta ne ha reclamato il veloce intervento. Come mai?
Se gli Hezbollah, per qualsivoglia ragione, smetteranno di bombardare Israele, Gerusalemme avrà puramente e semplicemente ottenuto ciò che si proponeva. Rimarrebbero solo i due soldati prigionieri che per giunta Hezbollah dovrebbe restituire. Né può temere che, in caso di iniziative belliche classiche, quei terroristi costituiscano un pericolo: in una battaglia normale, fra eserciti, Hezbollah o no, non ci sarebbe partita.
Se invece gli Hezbollah - stando al di fuori e a nord della zona pattugliata dall’Onu - si metteranno a sparare missili, Israele avrà un nuovo casus belli, certificato dall’Onu. Infatti i missili che hanno colpito Haifa (70 km oltre la frontiera), possono colpire la Galilea per una profondità di 30-40 km anche partendo dall’area a nord del fiume Litani,.
Israele in questo caso potrebbe invadere di nuovo il Libano fino alla latitudine conveniente per evitare l’arrivo di missili. I razzi hanno una gittata di 70 km? E allora si invade il Libano per 70 km. Gittata di 80 km? Invasione di 80 km. Per giunta, dal momento che molto superficialmente tutti hanno parlato di vittoria degli Hezbollah, ben difficilmente la seconda volta Israele userebbe i guanti bianchi. Quello che può fare s’è visto negli ultimi due giorni del conflitto, quando Tsahal ha ricevuto carta bianca da Gerusalemme ed è arrivata al fiume Litani. Inoltre Israele potrebbe avere un conto da regolare con l’opinione pubblica internazionale e con coloro che, all’interno del governo, hanno troppo frenato l’azione militare. Questo secondo round, temiamo, sarebbe il benvenuto.
In sintesi, con l’Onu o Gerusalemme ottiene la pace sulla frontiera nord o avrà dei testimoni, per giunta colpevoli di non avere disarmato Hezbollah, giustificare la propria ritorsione. Infine, fringe benefit, accogliendo l’Onu a braccia aperte, per la prima volta si comporta come vorrebbero gli ingenui e fa parte dei “buoni”.
La presenza dell’Onu mette Israele in condizione di vincere sul rosso e sul nero.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 26 agosto 2006


PROTAGONISTA COL MINIMO SFORZO
Jacques Chirac si è attestato sulla linea del minimo sforzo: la Francia  invierà in Libano due battaglioni, circa 1600 uomini, che si aggiungeranno ai 400 già presenti, per un totale di 2000 uomini. Quanto basta, secondo il
presidente francese, a dire che, se l'Onu lo desidera, la Francia continuerà ad esercitare il comando della missione: un giro di parole, per rivendicarlo e soffiarlo all'Italia, che con Prodi e D'Alema non ha cessato di proclamare in ogni occasione di essere pronto ad assumerlo, beninteso se gli fosse stato richiesto.
Per i rapporti storici con il Libano e per il ruolo che la Francia afferma di avere in campo internazionale, ci si sarebbe aspettato qualcosa di più. Ma alla vigilia della riunione del vertice dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, Parigi non poteva presentarsi a mani vuote. Non è tutto: la decisione farà oggetto di un dibattito in Parlamento, che si aprirà il 7 settembre.

Questo significa che Chirac ha ancora delle riserve. Infatti è significativo l'ordine in cui, dopo quello generale del rispetto della tregua, ha elencato gli obiettivi della missione: liberazione dei militari israeliani, liberazione dei prigionieri libanesi, controllo della frontiera e disarmo delle milizie. Sul primo punto, Chirac è andato incontro a Israele, dimostrando di avere preso sul serio la dichiarazione, ripetuta anche ieri a Roma dal ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, che senza la liberazione dei tre soldati israeliani la Risoluzione 1701 non può avere attuazione. Sul secondo punto, ha dato una mano al Libano. Il terzo, cioè il controllo delle frontiere, rimane ambiguo, anche perché il presidente siriano ha detto che considererebbe un atto ostile se tale controllo si estendesse lungo tutta la frontiera del Libano: in pratica rivendicando il diritto di far passare i rifornimenti a Hezbollah.
Solo al quarto punto Chirac ha indicato il disarmo delle milizie, cioè di Hezbollah, che era lo  scopo politico principale della Risoluzione 1701.
Perciò il modesto sforzo francese non riduce le ambiguità della missione.
Mentre il prestigio di Hezbollah cresce in tutto il mondo arabo, mettendo in difficoltà i regimi moderati di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, il suo disarmo effettivo ad opera dell’esercito libanese appare improbabile. E l'idea, sostenuta anche da D'Alema, di incorporare la milizia nell'esercito, è una bomba a orologeria: gli hezbollah avrebbero campo libero per fare proselitismo e spingere i militari del Libano su posizioni fondamentaliste.
Un obiettivo gradito all'Iran e, probabilmente, subìto dal presidente siriano, la cui autonomia da Teheran va scomparendo. Un disegno che prevede l'accerchiamento di Israele, già abbastanza avanzato poiché Hezbollah ha dimostrato di potere influire anche su Hamas, cioè nei Territori palestinesi. Ora, senza il disarmo di Hezbollah, è praticamente certo che riprenderà il lancio di missili su Israele e le forze Onu si troveranno tra due fuochi. Anche perché Hezbollah ha utilizzato solo un terzo del suo arsenale.
Oggi, a Bruxelles, i ministri degli Esteri dell'Ue, riuniti su richiesta di D'Alema, sceglieranno tra un'analisi strategica di lungo periodo e un compromesso sul dosaggio dei contributi dei singoli Paesi che offriranno un
contingente. È probabile che prevarrà la seconda scelta, forse condita da frasi altisonanti. Ma non deve sfuggire un elemento: l'enfasi posta, soprattutto da parte italiana, sul ruolo dell'Europa tende a dare al mondo islamico un segnale che l'Ue può muoversi in Medio Oriente senza gli Stati Uniti. Questa separazione viene considerata, soprattutto dall'Iran, fin dai tempi di Khomeini, come il primo passo per espellere gli Usa dalla regione e privare quindi Israele del loro maggiore alleato. Uno scenario assai poco rassicurante. (Da Il Giornale del 25 agosto 2006 - articolo di Alessandro Corneli)

SE NON NE AVETE BISOGNO VI AIUTIAMO.
Craig S.Smith, sul New York Times, fa un'analisi accurata della situazione attuale riguardo alla spedizione in Libano. Fra le molte cose ne dice una quasi divertente: si prevede che l'intero contingente di quindicimila uomini potrebbe essere raggiunto in novembre.
Nel momento in cui da molte parti s'implorava un cessate il fuoco e si parlava di forze d'interposizione da inviare "subito", al massimo "entro una settimana-dieci giorni", in queste note si scrisse che invece ci sarebbe voluto molto più tempo. Ora si parla perfino di completare il contingente in un momento tanto lontano (novembre), quando - se la tregua sarà durata sino ad allora - sarà chiaro che la tregua regge anche senza la forza d'interposizione. Cioè finché vorranno gli Hezbollah. Del resto, se gli europei partissero subito e tutti, dovendo formare un terzo del contingente, non potrebbero certo avere la pretesa, in 5.000 (un terzo del totale previsto), d'assicurare loro la pace. E allora che vanno a fare?
Tenendo conto del fatto che la tregua è durata fino ad ora, e durerà forse fino all'arrivo degli europei, il motto delle Nazioni Unite sembra essere: se ce la fate senza di noi vi aiuteremo.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 25 agosto 2006

Massima del giorno
Le commistioni fra arte e storia sono inevitabilmente falsificazioni, quanto meno dal punto di vista emotivo.
G.P.


MOLLICHINE
D'Alema: "La missione aiuterà i moderati". Gli Hezbollah, se abbiamo capito bene?

Per D'Alema Hezbollah, "non è un gruppetto terroristico". È qualcosa a metà strada tra la Croce Rossa e la San Vincenzo de' Paoli.

Parisi: "L'Italia è pronta a guidare la missione". Cioè, fino ad ora, se stessa.

D'Alema, per la foto col rappresentante d'Hezbollah: "Io credo d'aver fatto bene". E oltretutto sono risultato fotogenico.

Prodi: "La guerra l'ha iniziata Hezbollah, con un attacco in territorio israeliano". L'Italia è così a sinistra che, dicendo questo, Prodi può passare per un coraggioso.

Un ministro israeliano ha dato ieri le sue dimissioni in seguito a uno scandalo a sfondo sessuale. La situazione è tesa, ma non è l'unica ad esserlo.

Per D'Alema "È giusto pretendere che gli Hezbollah depongano le armi" ma Israele non deve sparare a quelli che le trasportano. Forse le trasportano per deporle.



LA TESTARDAGGINE DEI FATTI
Perché l’Italia si trova da sola ad essere disponibile all’impegno nel Libano e perché il governo Prodi in questa occasione è stato peggio che goffo: incompetente.
La guerra contro i terroristi è una guerra che è quasi impossibile vincere. E comunque non in breve tempo. Un esercito regolare ha un capo che decide, ha una truppa che obbedisce e può anche arrendersi, mentre la guerriglia è per sua natura sparsa, irregolare, imprendibile e indistinguibile dalla popolazione civile. Dunque Israele non può vincere Hezbollah con una battaglia. Può farlo solo un forte esercito nazionale che si dedichi a questo compito col massimo impegno e con armi adeguate. Gerusalemme può solo infliggere gravi perdite ad Hezbollah per scoraggiarne le attività (cosa che ha egregiamente fatto, altrimenti i terroristi non avrebbero accettato la tregua), ed infliggere tali danni a tutto il Libano da fargli riconoscere come non conveniente tollerare un esercito parallelo sul proprio territorio.
Questa la realtà. All’estero invece i media hanno fatto in modo che il breve conflitto fosse vissuto come una tragedia. Avendo dimenticato assolutamente tutto di ciò che è una vera guerra, si è parlato di massacro quando morivano trenta libanesi e di gravi perdite quando erano uccisi cinque soldati israeliani. In realtà, nella Prima Guerra Mondiale, semplici battaglie come quelle di Verdun o della Somme provocarono centinaia di migliaia di morti. Ma tutto questo è storia e la storia si studia per poi dimenticarla.
Dal piacere morboso di vivere la punizione inflitta al Libano come una tragedia è derivato il dovere di porvi termine a qualunque costo. Si è dunque immediatamente ipotizzata una “forza d’interposizione” che teoricamente dovrebbe tenere separati i litiganti. Di fatto, Israele è molto più forte del Libano ed anche di Hezbollah, e dunque per le sinistre mondiali il vero impegno dell’Onu sarebbe quello di tenere a freno il piccolo Golia per costringerlo ad astenersi dal massacrare donne e bambini. Come è sua abitudine. E su questi presupposti si è votata la Risoluzione 1701: interveniamo subito, tutti.
Ma tutti chi, esattamente? E con quanti uomini? E per fare cosa? E come, esattamente? È qui che si rivela quella testardaggine dei fatti che la retorica giornalistica e parrocchiale aveva celato.

1) Se si tratta di separare due eserciti schierati lungo una linea di cessazione del fuoco, basta posizionarsi su quella linea e denunciare chi viola i patti. Ma se non si tratta di questo, se c’è una guerriglia irregolare, priva di schieramento, priva di un comando unificato e identificabile, come fare a separare i contendenti? Che cosa si può fare contro dei razzi che, da un punto ignoto del Libano, sono lanciati contro Israele, magari sessanta chilometri oltre il confine? E come impedire ad Israele, se ciò avvenisse, di tornare nel Libano meridionale per occuparlo e annientare gli Hezbollah? Fra l’altro Israele stavolta lo farebbe sul serio e con la rabbia di chi si è prima visto dichiarare perdente, pur avendo raggiunto in 48 ore il fiume Litani e pur avendo fatto cessare il lancio di razzi contro Israele. Gerusalemme ha tanto poca paura di riprendere le operazioni che non ha esitato, pur durante la tregua, ad intervenire nella Bekaa e ad uccidere degli Hezbollah. Il futuro non è roseo.
2) La risposta è il disarmo di Hezbollah. Questo può avvenire in due modi: o per volontà di Hezbollah stesso o con la forza. Poiché la prima ipotesi è stata esclusa dallo stesso Partito di Dio rimane la seconda: ma il Libano non ne ha oggettivamente la capacità. Inoltre è anch’esso vittima della retorica, largamente favorevole a questa fazione terroristica. Dunque su di esso non si può contare. Qualcuno ha parlato di inglobare Hezbollah nell’esercito regolare libanese, in modo da disinnescarlo: ma chi dice che, smessa per un’ora la divisa, i guerriglieri non sparerebbero contro Israele? Tutto dipende dalla (inesistente) volontà di pace di quella milizia.
3) Rimane l’ipotesi che il disarmo sia affidato alle truppe dell’Onu: ma quanti uomini richiederebbe una simile impresa? Si tratta di bonificare centinaia di chilometri quadrati in cui sono stati scavati bunker, gallerie e nascondigli, ci sono depositi di armi in case di civile abitazione e gli stessi terroristi non sono distinguibili dalla popolazione, di cui amano farsi scudo. L’impresa richiederebbe non cinque o quindicimila uomini, ma 30-40.000 e forse più. E quanto costerebbe questa missione, per mesi o anni? Chi garantirebbe la sicurezza dei contingenti Onu, dal momento che sarebbero immediatamente visti come nemici di Hezbollah e oggettivamente alleati d’Israele? Si dovrebbe combattere la stessa guerra che Gerusalemme ha appena finito di combattere, per giunta con una minore efficacia (stante la macchinosità della catena di comando) e con un maggiore numero di morti. Come si racconterebbe alle anime belle che bisogna morire per il Libano, dopo che per mesi si è parlato di orrore della guerra?

4) A questo punto, dinanzi ai fatti concreti, notoriamente più testardi dell’aritmetica, la maggior parte degli Stati occidentali ha fatto marcia indietro. E l’ha fatto secondo la scala della suo senso del reale: gli anglosassoni, da sempre pragmatici, sono stati indisponibili sin da principio. Gli altri Stati si sono tenuti sul vago e ora nicchiano. Gli Stati più antiamericani, più di sinistra e più soggetti alla retorica (la Francia e l’Italia) si sono invece proclamati entusiasti ed immediatamente pronti all’azione. L’Italia ha parlato di circa tremila uomini, la Francia addirittura di 4-5.000. Ma i fatti sono testardi e qualche giorno dopo si è posto il problema di che si andava a fare in Libano: che genere di tregua si va ad assicurare? L’impressione è che si vada a tentare un’impresa impossibile affrontando grandi rischi. Da qui, l’infinita discussione sulle regole d’ingaggio e il voltafaccia della Francia, cui i pericoli dell’azione sono infine risultati evidenti. Chi non s’è tirato indietro, per totale insensibilità ai dati reali, è il governo Prodi. In posa gladiatoria, questo novello Leonida è rimasto isolato nell’impegno.
5) Rimane da spiegare perché un paese tradizionalmente ben poco incline alle avventure belliche come il nostro abbia per una volta voluto essere il primo della classe. Probabilmente Prodi, conoscendo l’opinione che il mondo occidentale ha dell’Italia (e soprattutto di un’Italia di sinistra), è stato felicissimo di smentire le previsioni più pessimistiche: ha dimostrato solidarietà atlantica e capacità d’impegno concreto. Ha fatto questo perché sa d’avere dietro di sé, a parte un’opposizione mite e possibilista, una maggioranza compatta. I comunisti, pur essendo sempre ferocemente contro ogni missione militare, stavolta sono stati vittime della loro propria retorica: non si va a far da lacché agli Stati Uniti ma a bloccare il loro alleato più sanguinario ed oppressore, Israele. In spregio ai dati obiettivi, hanno visto il Libano come la vittima innocente e pacifica, l’Italia come il cavaliere bianco che va a salvare la vedova e l’orfano. Ed è così che siamo rimasti col cerino in mano.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 22 agosto 2006

TANTO PER CAPIRE: STORIA TACIUTA DEGLI "EBREI ARABI" E DELLA LORO CACCIATA
Quasi un milione, fuggiti, espulsi, cacciati.
Questo è il numero incerto degli ebrei che hanno dovuto lasciare i paesi arabi in un esodo silenzioso che la falsa storiografia del Medio Oriente non ha voluto vedere.
Saggi, romanzi e film stanno ora per rompere un silenzio durato quasi un secolo, smontando menzogne e luoghi comuni, rompendo anche la dolorosa reticenza delle vittime: perché è una storia che noi, ebrei dei paesi arabi, abbiamo raccontato sottovoce.
Se ne è discusso ieri sera a Milano: Fiona Diwan e Luisa Grego, nate in terre arabe, hanno presentato il film documentario "L'esodo silenzioso" di Pierre Rehov, regista francese nato in Algeria, e hanno poi invitato ad una "riflessione" altri tre figli del Medio Oriente, Magdi Allam, Gad Lerner e il sottoscritto, nella scomoda veste di testimone e di autore di un romanzo che racconta la stagione dei pogrom antiebraici e dell'intolleranza arabo-islamica. Unico europeo "doc" Carlo Panella.
Più di mille persone hanno assistito una discussione non banale, anticipata dalla visione di un film crudo, dalle tinte forti, pregio e difetto di un documentario di denuncia.
Ma la Storia è più complessa: difficile semplificare o raccogliere in un concetto le vicende che per 1400 anni si sono dipanate su un territorio esteso due volte e mezzo la superficie dell'Europa geografica (quella dagli Urali all'Atlantico!).
Ancora più difficile, e sbagliato, considerare gli arabi un unicum, come vorrebbero i pan-arabisti.
La necessità storica di ebrei e arabi, degli israeliani e dei palestinesi, di avere una storiografia redentrice ha generato e moltiplicato stereotipi e luoghi comuni: "arabi ebrei hanno sempre vissuto insieme in pace", "gli ebrei nei paesi arabi sono sempre stati perseguitati e sottoposti alla sharìa e alla condizione di dhimmi.
Il mito arabo vuole che l'esodo degli ebrei sia una conseguenza della nascita dello Stato d'Israele; o che i pogrom antiebraici siano stati episodici e innocui, in alcuni casi addirittura organizzati dai "sionisti".
Invece la storia è ben altra.

Per 2000-2400 anni, gli ebrei hanno vissuto nelle terre che oggi consideriamo arabe. L'arrivo degli arabi-islamici 1300 anni fa nelle terre che vanno dall'Eufrate all'Atlantico ha comportato lo scontro degli arabi con le popolazioni residenti, ebrei inclusi: Caima, l'ultima regina marocchina a resistere all'invasione araba, era per l'appunto berbera ed ebrea.
Il Patto di Omàr stabilì 1100 anni fa la possibilità per il residente di fede ebraica o cristiana di vivere in condizione di dhimmi, di protetto: pagando una tassa si poteva avere qualche diritto e salva la vita.
Una condizione invidiata dagli ebrei europei che per mille anni sono fuggiti dalle terre cristiane verso quelle islamiche.
Grandi pensatori, matematici e medici divennero presto, e per secoli, consiglieri di sultani e monarchi. Epoche di splendore si sono però alternate con il buio più cupo: non sono mancati pogrom e sterminio.
Alcune date: anno 700, intere comunità massacrate dal re Idris I del Marocco; 845, promulgati in Iraq decreti per la distruzione delle sinagoghe; 861, nascita dell'obbligo per gli ebrei di portare un abito giallo, una corda al posto della cintura; 1006, massacro degli ebrei di Granata; 1033, proclamata la caccia all'ebreo Fez, 6000 morti; 1147-1212, ondata di persecuzioni e massacri nel Nord Africa; 1293, distruzione delle sinagoghe in Egitto e Siria; 1301, i Mammelucchi costringono gli ebrei a portare un turbante giallo; 1344, distruzione delle sinagoghe in Iraq; 1400, Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti; 1535, gli ebrei della Tunisia vengono espulsi (o massacrati); 1676, distruzione delle sinagoghe nello Yemen; 1776, sterminio degli ebrei di Basra, Iraq; 1785, massacri di ebrei in Libia; 1790-92, distruzione delle comunità ebraiche in Marocco; 1805-15-30, pogrom di Algeri; 1840, persecuzioni e massacri a Damasco; 1864-1880, pogrom a Marrakesh; 1869 eccidi a Tunisi; 1897, massacro di Mostganem in Algeria; 1912, pogrom a Fez.
Del resto a iniziare fu lo stesso Maometto, nel 624, sterminando le tribù ebraiche della penisola arabica.
Ma la tragedia su grande scala per gli ebrei è arrivata, anche in Medio Oriente, all'inizio del Novecento, con il crollo dell'Impero Ottomano e l'approdo del teorie nazionaliste fra i popoli arabi privi di identità e di leadership.
Annichilito da cinque secoli di opprimente dominazione ottomana, il mondo arabo si è risvegliato cento anni fa diviso per criteri etnici e in strutture tribali.
I movimenti politici di quel mondo, piuttosto che esprimere un'opzione di carattere propriamente politico, cioè di governo della realtà, hanno risolto in primis l'esigenza di rappresentare il movente identitario, spesso puramente etnico o religioso; un deficit di cultura politica ha surrogato ricorrendo a un codice fondativo tipico delle politiche identitarie di gruppo: il "riscatto della propria nazione".
Se la dinastia hashemita di Hussein, sceicco di Mecca e Medina, firma tre accordi con il movimento sionista per accogliere i fratelli ebrei nella loro patria natia, in Egitto la teoria pan-islamica (e dopo quella pan-araba) con la costituzione del partito dei "Fratelli Musulmani" nel1929 definisce gli ebrei "elemento estraneo alle terre islamiche": la dhimma non basta più, gli ebrei diventano nemici.
È per "restaurare la purezza dell'Islàm" che l'emiro di Riyadh, il wahhabita Ibn Saud, rovescia nel 1925 il Re hashemita Hussein, impossessandosi dell'Arabia da allora definita, appunto, Saudita; è perché considerato traditore che Abdallàh, figlio di Hussein, viene assassinato da estremisti nazionalisti a Gerusalemme, dentro alla Moschea di Omàr.

Nel 1945 gli ebrei di Aden, Algeria, Bahrein, Egitto, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia e Yemen erano 862.050: oggi sono 7.500.
Imprecisi i dati per altri paesi arabi e islamici.
Ma il silenzio è stato anche nostro, delle vittime e di Israele.
La mitologia israeliana, definita da una capace leadership ashkenazita, ha sempre sottovalutato la vicenda degli "ebrei arabi" (come ci chiamava Golda Meir), privilegiando raccontare il riscatto degli ebrei europei, raffinati intellettuali tornati al lavoro della terra e scampati al più grande pericolo del mondo, il nazismo.
Noi, che da secoli ci siamo confrontati, nel bene e nel male, con gli arabi, abbiamo considerato la nostra vicenda come una tappa, quasi banale, nello scontro arabo-ebraico.
Il nostro esodo non ci ha meravigliato perché, così come per italiani ed austriaci, il nostro è stato uno scontro tra nazioni: "loro" gli arabi , "noi" Israele.
Siamo usciti, quasi per miracolo, derubati di tutto e con una lunga scia di sangue, ma a testa alta, da vincitori: riscattati "noi" dalle vittorie di Israele, infuriati e umiliati "loro" dalle cocenti sconfitte.
Le nostre ferite erano, e rimangono, poca cosa rispetto all'enormità della Shoah; le nostre ferite molto ricompensate dalle nuove libertà recuperate in Occidente o in Israele: unico punto in comune con la Shoah la scomparsa di un mondo: la civiltà araba-ebraica, fatta di conflitto e coesistenza, è stata una generosa mistura di cultura e arte, di lingue e cibi, di proverbi, odi, timori e benedizioni.
La rivisitazione di quell'epoca e di quell'esperienza è per noi, nati sotto le palme del Mediterraneo, è un'occasione importante: per guarire una ferita noi ebrei, per guardarsi allo specchio e ricostruire la propria memoria gli arabi. La pace non nasce dall'oblio.

Victor Magiar - Il Foglio


OGGI, 22 AGOSTO, GIORNO DELL'APOCALISSE
E' arrivata l'apocalisse. Secondo il libro degli islamici, oggi, <<ventesimo giorno del mese di Rajab dell'anno 1427>> il profeta Maometto se ne andò in volo, sulle ali del cavallo Bura,  prima a Gerusalemme e poi in paradiso... proprio per questo,
ci fa sapere Bernard Lewis (e Marco Pannella che a ferragosto ha annunciato al mondo, via conferenza stampa, cose terribili...) oggi sarebbe il giorno giusto per la fine d'Israele e del mondo intero.
Dopo i classici sconguri (diceva Totò: <<non ci credo, ma fare gli scongiuri che mi costa?>>) messa l'orecchia a pag. 226 dell'autrice che ha venduto più di 550 milioni di copie ("...<<Chantal, non capirai mai quanto ti amo>> E nelle due ore seguenti glielo mostrò in tutti i modi che conosceva. ..."), un saluto.


IL GOVERNO IMMAGINARIO
(A Beirut, il ruggito del topo)
In questi giorni il governo libanese ha preso alcune notevoli iniziative: ha affermato che Israele, impedendo un traffico di armi a favore di Hezbollah, ha violato la tregua, e per questo ha minacciato di non inviare più il proprio esercito ad occupare il Sud. Inoltre ha dichiarato che qualunque membro del Partito di Dio dovesse lanciare razzi contro Israele sarebbe processato dalla Corte Marziale per avere oggettivamente favorito il nemico. Ambedue le notizie sono sbalorditive.
Israele avrebbe interrotto la tregua se le parti in causa avessero già obbedito, ciascuno dal proprio lato, a tutti gli impegni previsti dalla risoluzione 1701 dell’Onu. Se il Libano avesse rioccupato il sud e avesse disarmato Hezbollah; se l’Onu avesse già dispiegato le proprie truppe, e soprattutto se gli Hezbollah avessero consegnato le loro armi: mentre in realtà non l’hanno fatto ed hanno anzi dichiarato che non intendono farlo. Dunque, di quale violazione si parla? Israele non ha ancora riconsegnato la zona di frontiera a chi dovrebbe assicurare la pace e fa da sé ciò che domani (ma chi ci crede?) dovrebbero fare il Libano e l’Onu.
Più esilarante ancora è la minaccia di non schierare il proprio esercito nel sud. È come se Beirut dicesse: rifiutiamo il regalo che ci ha fatto Israele. Rinunciamo ad esercitare la nostra sovranità su una parte del paese. Non solo è una stupidaggine, ma in che senso ciò dovrebbe fare paura a Gerusalemme? Israele potrebbe sempre rispondere: dal momento che il governo del Libano non vuole assicurare l’ordine pubblico sulla zona di frontiera, intanto la rioccupiamo e poi chiediamo all’Onu d’intervenire non con quindicimila ma con  trentamila o quarantamila uomini. E fino a quando ciò non avverrà, rimarremo qui noi. Chissà che guadagno, per Beirut.
Anche la seconda notizia, quella della Corte Marziale, si presta al riso. L’esercito libanese è molto meno armato e molto meno addestrato delle milizie di Hezbollah: se dunque qualche terrorista si mettesse a lanciare razzi contro Israele, che potrebbe fare il governo immaginario di Beirut? Chi e come, in concreto, arresterebbe il terrorista? La minaccia potrebbe avere senso se ad emetterla fosse stata lo stesso Hezbollah, ma il Partito di Dio a dire una cosa del genere non ci pensa nemmeno. E allora, parole in libertà? Probabilmente sì. E da accogliere con gratitudine. Sarebbe veramente triste se delle parole in libertà il nostro governo avesse l’esclusiva.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  - 21 agosto 2006


Razza di padre
Al signor Frammartino hanno ammazzato il figlio,  a pugnalate. Lo hanno  ammazzato a Gerusalemme, di sera, durante una passeggiata con le amiche.
Lo hanno ammazzato per errore. L'assassino,  un militante  palestinese della Jihad islamica, arrestato dalle forze di sicurezza israeliane, confessa: <<volevo uccidere un  ebreo, mi sono  sbagliato>>.
<<Me lo trovassi davanti gli direi ti perdono...>> dichiara alla stampa 
il signor Frammartino <<Che si sia trattato di un errore aumenta solo la sofferenza>> ...
Lo so,  non è politicamente corretto ma...  <<signor Frammartino lei mi fa schifo>>  si può dire? No? Va be', allora non lo dico.

cp, 20 agosto 2006

Tanto per capire: i media e la propaganda









Basta una foto...
clicca qui.  


Tanto per capire: la strategia del terrore asimmetrico
(Articolo di Emanuele Ottolenghi del 13maggio 2002)
Il terrorismo non esprime la disperazione.  Pianificato a tavolino mette in crisi l'Occidente colpendo in modo asimmetrico civili ed economia
Nell'anno 9 Publio Terenzio Varo condusse le sue legioni al massacro nella Selva di Teutoburgo.  Evento ancora nel dettaglio misterioso, l'eliminazione di 20,000 soldati romani - avanguardia della tecnologia militare e rappresentanti della superpotenza del giorno - avvenne perché il più debole e svantaggiato nemico germanico riuscì a sfruttare le debolezze strategiche dell'avversario e a imporre i termini dello scontro ai legionari scegliendo il terreno ideale per sconfiggerli. Questo approccio strategico viene chiamato "guerra asimmetrica"‚ perché comporta lo scontro tra due avversari, l'uno tecnologicamente e militarmente superiore, ma costretto a combattere in condizioni dove il suo pieno potenziale non può essere utilizzato.  La debolezza diventa in questo caso una forza e viceversa.

Il terrorismo, si racconta, è l'arma dei deboli.  Il terrorismo, si racconta pure, è il prodotto delle ingiustizie e della disperazione.  Specie con riferimento al Medio Oriente, il terrorismo viene spesso giustificato perché inteso come unica risposta all'occupazione israeliana dei territori palestinesi.  La risposta al terrorismo viene spesso quindi indicata come politica, ovvero l'accomodamento delle richieste politiche di coloro che lo praticano per disperazione o mancanza di alternative.  Questa spiegazione non tiene conto del fatto che i Palestinesi cristiani, non meno disperati, non hanno fatto finora ricorso al terrorismo suicida, e che molti altri movimenti di liberazione nazionale in passato scelsero altre strade di lotta, nonostante le loro condizioni di oppressione non fossero invidiabili.
Lungi dall'essere semplicemente espressione di disperazione dei dannati della terra, il terrorismo è una strategia pianificata a tavolino che mette in crisi l'Occidente, finora incapace di elaborare risposte efficaci e strategie deterrenti.  In quanto tale rappresenta la versione moderna della guerra asimmetrica che sconfisse Varo a Teutoburgo.
Di guerre asimmetriche se ne sono viste parecchie negli anni novanta.  La Cecenia dove una banda di miliziani male armati ha sconfitto finora l'esercito russo.  Il Libano, dove la perseveranza delle operazioni di guerriglia dei Hezbollah ha costretto Israele a ritirarsi senza contropartita.  La Somalia, dove una banda indisciplinata di combattenti travestiti da civili ha sconfitto l'America.  E i territori occupati, dove la strategia di guerriglia urbana, terrorismo contro obbiettivi civili, ha finora tenuto testa alla superiorità economica, tecnologica, militare israeliana.
Occorre prestare attenzione a questa nuova realtà, perchè il terrorismo non è l'atto del disperato estremista, bensì un'arma a basso costo e a bassa tecnologia scelta coscienziosamente da chi sa che la guerra convenzionale contro il nemico è persa in partenza.  Il kamikaze non è dunque l'attentatore suicida, ma un'arma tattica, un pilota automatico che guida l'arma vera e propria (l'esplosivo nella borsa o in cintura, l'autobomba, l'autobus imbottito di tritolo, l'aereo commerciale) contro l'obbiettivo.  Il terrorista suicida è la bomba intelligente dei poveri.

Ma c'è dell'altro nella guerra asimmetrica che i Palestinesi combattono contro gli israeliani, bin-Laden contro l'Occidente, e altri movimenti transnazionali e non statuali alimentano contro il capitalismo, il libero mercato o la globalizzazione.
La guerra asimmetrica (o di quarta generazione come viene classificata nella letteratura) si basa sulle dottrine maoiste dell'insurrezione civile e della guerriglia.  Toccata e fuga, lunghe snervanti campagne atte non a distruggere il nemico, ma a demoralizzarlo.  Atte non a sconfiggere il nemico sul campo, ma a privarlo del desiderio di combattere.  Atte a neutralizzarne la superiorità tecnologica, militare, economica del nemico, che poi siamo noi, il mondo occidentale.
Ecco perchè il terrorismo diventa l'arma principe della guerra asimmetrica all'inizio del ventunesimo secolo.  Colpisce la popolazione civile.  Sviluppa argomenti che lo giustificano, dividendo l'opinione pubblica occidentale e insinuando il dubbio che invece che combatterlo occorra soddisfarne le richieste politiche.  Colpisce (o colpirà) i centri nevralgici dell'economia mondiale, come le torri gemelle, le borse e i distretti finanziari delle grandi città.  Attacca la dipendenza del mondo occidentale sui sistemi informatici e di comunicazione cercando di penetrarne i sistemi operativi e diffondendo virus che possono mandare in tilt i sistemi di controllo del traffico aereo, le banche dati che usiamo per la ricerca, le transazioni finanziarie, il trasferimento di conoscenza e tecnologia.  E se proprio deve scendere in campo con le armi, cerca lo scontro nel contesto urbano, come a Grozny, Mogadiscio e Jenin, dove la superiorità tecnologica degli eserciti moderni è inutile, dove il corpo a corpo costa troppe vite umane a un Occidente che crede nelle guerre umanitarie senza vittime, dove la presenza della popolazione civile aumenta il rischio di incalcolabile danno collaterale tra i civili innocenti, che l'opinione pubblica non può nè giustificare nè tollerare sui propri schermi.

Sfrutta quindi i media e diffonde informazione attraverso la tecnologia satellitare e internet per far breccia tra l'opinione pubblica, come efficacemente fecero i leader Ceceni nel 1994, utilizzando la stampa libera per screditare l'operato dei Russi.
E vince, attacco dopo attacco, non perchè ha la forza militare e politica di imporre la propria visione del mondo o i propri interessi.  Bensì perchè ci logora, bomba dopo bomba, virus dopo virus.  Spesso senza prendersi la responsabilità ufficialmente, ma lasciando la società colpita non solo nel dolore, ma persino nel dubbio di chi sia il mandante e quali siano i motivi.
L'attacco ai ristoranti e ai centri commerciali in Israele, così come l'11 settembre, la strage di ingenieri francesi a Karachi, ma anche l'antrace nella posta in America, il terrorismo cibernetico via internet, l'attacco ai centri nevralgici dell'economia e della interconnettività globale prodotta dalla rivoluzione informatica, e da ultimo lo sfruttamento della società aperta occidentale per infiltrarla con cellule decentrate di operativi altamente indipendenti e autonomi, fa parte di una strategia unica, non necessariamente dello stesso mandante, ma di chi ha capito, dopo il crollo del sistema bipolare della guerra fredda, che l'Occidente non si può sconfiggere se non gli si impongono termini di conflitto non convenzionali, quali il terrorismo e l'uso di armi di distruzione di massa, ma anche la tecnologia ritorta contro chi l'ha creata, e da ultimo la propaganda per logare le nostre società.
La lotta al terrorismo va distinta dagli obbiettivi politici che i suoi mandanti pretendono di perseguire, siano essi in Palestina, Cecenia, Somalia, Afghanistan o le Filippine.  Il terrorismo è un'arma non convenzionale utilizzata per gli scopi più svariati, ma che ha dimostrato di essere più forte e letale degli arsenali americani ed europei, dell'opulenza occidentale e della libertà che la contrassegna e la riproduce.  Solo riconoscendone il pericolo, e la logica che lo caratterizza, l'Occidente potrà elaborare controstrategie in grado di sconfiggere il nemico che usa il terrorismo come arma.  Altrimenti, la Selva di Teutoburgo ci attende.


Massima del giorno
Alcuni scrivono perché hanno voglia di dire qualcosa, non perché abbiano qualcosa da dire.
G.P.