ARCHIVIO AGOSTO 2006
MOLLICHINE
D'Alema per Teheran dice: «Ha diritto al nucleare».
Poi riabilita i terroristi dell'Eta. Fra qualche giorno bin Laden
gli farà una scenata di gelosia.
La sinistra si preoccupa che Israele obbedisca alla Risoluzione
1701. Del fatto che Hezbollah rifiuti il disarmo no. Che paura si
può avere, delle armi degli alleati?
Olmert: "Desidero sottolineare che il popolo di
Israele non ha alcun conflitto con il governo del Libano". Ha un
solo problema: trovarlo, il governo.
A mo‚ di mollichina, un
ANEDDOTO NUOVO PER UNA STORIA VECCHIA
Un giorno in Cielo si pensò che Antonio, l'eremita,
era solo da decenni e meritava un premio. Gli si mandò dunque
un angelo come compagnia e Antonio ne approfittò per fargli molte
domande sull‚aldilà. Un giorno gli chiese:
-Com'è, il paradi
so? Tutti felici, lassù, nevvero?
L'angelo fece una smorfia. Una smorfia deliziosa, da angelo,
ma una smorfia. Certo, gli spiegò, in paradiso c'era tutto
per essere felici: ma gli uomini hanno una tale cattiva natura che si
lamentano sempre. Alcuni della temperatura, troppo fresca, altri della
solitudine (c'è poca gente, lì), altri ancora della monotonia.
Antonio fu scandalizzato: chiamare monotona la visione beatifica di
Dio! E comunque aggiunse: "Figuriamoci allora come si lamentano all'inferno!".
Ma anche stavolta l'angelo lo sorprese:
-Eh no. Anche se all'inferno si soffre enormemente di
tutti i tormenti che tu sai, nessuno si lamenta e tutti si dichiarano
felici.
-E come mai?
-In verità, prima i lamenti salivano fino al paradiso.
Ma da quando è morto Stalin, l'inferno è diventato
comunista e tutti hanno ricevuto l'ordine di dichiararsi felici.
Gianni Pardo
No, Israele
non ha perso la guerra.
E' stato interessante il mio viaggio in Italia.
Ho parlato, ho ascoltato, ho cercato di considerare
l'indifferenza e l'odio di alcuni, mi sono commossa per l'amore
di altri.
Tutti pero', amici e nemici, sono dell'idea che Israele
abbia perso la guerra, io non sono dello stesso parere.
Si, e' vero, Israele ha vinto in sei giorni una guerra
contro cinque eserciti arabi ma il prezzo e' stato la vita di 1500
soldati.
E' vero che nel 1973 Israele, dopo essere stata invasa
sia da nord che da sud , ha ricacciato il nemico fino ad arrivare
quasi a Damasco e riconquistando tutto il Sinai con una vittoria
schiacciante e considerata impossibile.
E' vero che Zahal e' un esercito forte e coraggioso,
e' vero che i nostri soldati che sono i nostri figli , sono
eroici e pronti a tutto.
E' anche vero che in un mese di guerra non siamo riusciti
a impedire il lancio dei missili sulla Galilea.
E' anche vero che dopo 60 anni di guerre continue e
di terrorismo siamo stanchi e stufi ma i nostri ragazzi volevano
andare avanti sicuri di vincere se glielo avessero permesso. I nostri
ragazzi volevano riportare a casa i loro compagni rapiti. Non hanno
potuto farlo.
Ma vediamo l'altra parte della medaglia.
Israele ha risposto al rapimento e all'uccisione dei
soldati di frontiera e al lancio delle prime centinaia di missili
entrando in Libano, e in quel momento ha avuto inizio il triraemolla
dell'occidente "Israele fermati, Israele ancora una settimana, no
fermati, no ancora tre giorni, torna subito indietro, vabbe' vai
avanti ancora un giorno e mezzo...STOOOOP!"
A questo aggiungiamo la propaganda araba, le menzogne
di massacri israeliani mai avvenuti, la nefandezza di hezbollah,
lo schifo dei politici europei e i balletti di Condoleeza Rice, le passeggiate
di D'Alema a braccetto col portavoce di Nasrallah e le sue dichiarazioni
sull'esagerazione della risposta di Israele ai 4000 missili, ai civili
ammazzati a Haifa , a Naharya, a Kiriat Shmona, alle case e alle scuole
e asili israeliani distrutti, ai malati degli ospedali portati nei sotterranei
per salvarli.
Israele ha risposto mentre l'occidente la tirava per
la giacchetta pero'quando e' stato concesso ancora un po' di tempo
, ecco che in meno di un giorno i ragazzi di Zahal sono arrivati addirittura
sopra il Litani, schivando i buchi e le gallerie da cui uscivano come
topi di fogna gli assassini hezbollah.
"Come leoni" dice qualcuno dei loro ammiratori " si
sono battuti come leoni".
Povero re della giungla essere paragonato a gentaglia
che colpisce a tradimento, che si nasconde dietro i pannolini dei
bambini, che porta ragazzi handicappati in edifici destinati a esplodere,
topastri, pantegane, vigliacchi altro che leoni ma si sa che chiunque
ammazzi israeliani e' un eroe.
Israele ha distrutto centinaia di postazioni , migliaia
di batterie di katiusche, solo ieri ha fatto esplodere un'intera
citta' costruita, sotto l'occhio affettuoso dell'Unifil, a 30
metri sotto terra.
Israele non ha perso la guerra, non ha potuto vincerla,
un po' per gli errori provocati dalla paura di ritornare nel pantano
libanese che ci era costato 1200 morti, un po' per i bastoni fra
le ruote dell'occidente. Ha fatto quello che ha potuto cercando
di continuare e nello stesso tempo di parare i colpi mediatici delle
agenzie che, come sempre, si affidavano anima e corpo alle notizie
taroccate di hezbollah che, anche questo come sempre, sono arrivati
ad ammazzare libanesi, i soliti poveracci scudi umani del barbaro
cinismo arabo, pur di gettare la colpa su Israele.
La verita' e' che dopo una settimana di guerra Seniora
chiedeva la tregua, piangendo le sue lacrime di coccodrillo,
Nasrallah dal suo buco sottoterra dove e' rimasto nascosto
per un mese intero, chiedeva la tregua pure lui . Adesso il pagliaccio
terrorista dice che se avesse saputo non avrebbe mai incominciato.
Ma come! Non ha detto di aver vinto lui? Si vabbe',
una vittoria da fogna, la fogna in cui si e' imboscato per non essere
ammazzato.
Israele ha ottenuto qualcosina dalla sua contestata
vittoria:
1. l'esercito libanese, dopo 35 anni, e' andato al
confine per proteggerlo dai terroristi.
2. Hezbollah non e' stato disarmato ne' mai lo sara'
ma ha avuto perdite enormi e soprattutto non e' piu' il partito
di dio (minuscolo) ma forse solo il partito del cavolo.
3. Nasrallah si e' sputtanato cosi' tanto che presto
chiedera' asilo politico sulla barca di baffino D'Alema.
4.L'Europa e' stata chiamata in causa, gli e' stata
richiesta finalmente una responsabilita' dopo decenni di indifferenza
interrotta dai leccamenti ai vari gruppi terroristi e di insulti
a Israele.
Oggi sono arrivati
i soldatini italiani, Prodi ha parlato, aspirando la parola "pace'
, con una retorica da vomito. Ma i soldati italiani lo sanno che
dovranno anche sparare? Possibilmente non contro gli israeliani!
In questi giorni tutti si sono asciugati la lingua
a forza di parlare dei danni del Libano, degli aiuti al Libano,
Libano Libano Libano.
Ma Israele? L'aggredito?
Nessuno parla di danni subiti da Israele, dei morti
civili israeliani. Israele si arrangi da solo, che diamine!
Intanto i pacistronzi sono andati ad Assisi con tante
scarpe, le solite bandiere colorate, molte bandiere palestinesi e
libanesi e tanti cartelli raffiguranti il loro nuovo idolo Nasrallah.
Non hanno piu' Arafat, Saddam Hussein e' un morto che cammina, Ben
Laden e' un fantasma, resta il barbuto terrorista libanese a dargli conforto,
poveri orfanelli!
Nasrallah che odia Israele come loro, Nasrallah che
vuole buttare gli ebrei a mare come loro, Nasrallah nazista come
loro.
Avranno portato tutte quelle scarpe per lui? Per il
suo esercito di naziterroristi?
Secondo me le hanno tolte a chi voleva corrergli dietro
per prenderli a calci in culo!
Israele non ha perso la guerra, ragazzi miei! Da quanti
anni l'occidente e' in Afghanistan e in Iraq? E Israele doveva vincere
hezbollah , milioni di volte meglio armati e addestrati dei talebani
e delle fazioni irachene, in un mese?
E che sono tutti Superman in Israele? No, in questo
Paese vivono uomini, con virtu' e difetti, piu' coraggiosi di altri,
piu' commoventi di altri, piu' buoni di altri, forse piu' naiive
di altri ma uomini sicuramente piu' sfigati di tanti altri,
uomini che si sentono odiati perche' vivono in un minuscolo pezzo
di terra sempre aggredito, uomini che sentono ogni giorno qualcuno
che li minaccia di annientamento, uomini che in tanti anni di terrorismo
non si sono fatti abbacinare dall'odio.
Li volete capire questi uomini e queste donne una buona
volta?
Volete capire il loro dolore, la loro paura, la loro
disperazione, la loro grande civilta'?
Deborah Fait - .informazionecorretta.
IL MITO INGANNEVOLE
DELLA “SUPERBANCA”
Nell’era della superbanca nessuno riesce a resistere
al fascino di ingrandirsi, dando l’idea che tale espansione sia
un grande passo per l’economia nazionale od internazionale. Come per
il superuomo di nietzschiana e teutonica memoria, che raffigurava
l’uomo perfetto, invincibile, completo, che dava sicurezza, così
la superbanca si propone come l’essenza suprema della banca, la sintesi
di tutti i servizi bancari, assicurativi, finanziari, la summa dei
bisogni di partner economici e semplici clienti. Eppure l’idea che
la superbanca sia un grande passo in avanti è ingannevole,
soprattutto nella versione italiana che si sta cercando da mesi nel
marasma delle trattative fra San Paolo, Capitalia, Banca Intesa ed
MPS e che ora si concretizza nella fusione San Paolo-Banca Intesa. E
ci sono buoni motivi per diffidare di questa facile illusione.
Innanzitutto
il principio che la fusione aumenti la potenza di una banca, ne
favorisca il regime concorrenziale a livello internazionale non
è un assioma da manuale dell’alta finanza, almeno in Italia,
dove le fusioni non sono mai state paritarie e ben presto si sono
concretizzate in fagocitazioni. Forse la storia delle banche italiane
non è stata una storia di fusioni ed unioni compensative? San
Paolo-IMI nasce nel 1998 dopo l’era delle privatizzazioni e
con la fusione di due istituti; San Paolo-IMI ha assorbito il malridotto
Banco di Napoli, anch’esso privatizzato nel 2003, creando una politica
di concentrazione per poli; Banca Intesa l’altra protagonista della
fusione di questi giorni nel 2000 ha creato un polo di concentrazione
con la BCI. “La fusione consentirà lo snellimento della struttura
societaria e di governance del gruppo…agevolerà il percorso realizzativi
delle sinergie da integrazione previste nel piano industriale…”,
si diceva. Hanno mai creato queste fusioni, i presupposti per una
grande struttura bancaria? Alla fine è prevalsa una banca sull’altra
e le fusioni sono state solo uno strumento di difesa per sopravvivere
alla crisi ed all’assenza del foraggiamento pubblico.
Oggi come ieri questa fusione fatta in casa non
è “offensiva”, non crea nuovi scenari, ma serve per preservare
i vecchi dalle mire altrui, soprattutto estere. Non a caso ne sono
protagonisti due degli istituti più forti d’Italia, ma al
tempo stesso suscettibili da anni di scalate che potrebbero far
scemare il “patrimonio bancario italiano”. Da anni Credit Agricole
che detiene il 17% di Banca Intesa sta cercando soluzioni per uscire
dal patto e non ci è riuscita per poco nella scorsa “stagione
dei furbetti” e neppure il Banco Santander forte dell’8% da secondo
azionista di San Paolo non ha nascosto interessi preziosi, scaturenti
dalla stagione buona della Spagna e la testimonianza sta tutta
nello scetticismo di Botin sulle fasi intermedie della fusione e
sui partner schierati per l’operazione.
Superbanca, sì, ma solo nei quartieri alti.
In realtà la superbanca restringe la concorrenza nazionale,
favorisce la polarizzazioni di sedi, filiali e quindi di servizi
e crea miriadi di private banking che svolgono perlopiù operazioni
di investimento diretto, i azioni sul mercato mobiliare e che finiscono
con la snaturare il loro carattere di banca ed abbandonare la logica
del servizio per quella del profitto.
Dal macrocosmo finanziario al microcosmo occupazionale,
la superbanca favorisce l’assorbimento di filiali, la riduzione
o la diversa destinazione del personale oltre alle confusioni sulla
ripartizione delle competenze. Leggo la gioia del Corriere e dell’estabilishment
governativo che sottolineano come l’Italia ha già dato
molto ed era ora che le grandi banche si alleassero sul modello
Unicredit-HvB, per tentare nuove operazioni strategiche all’estero.
Già ma Unicredit è partita dall’estero per andare all’estero,
Intesa e San Paolo fanno blocco in Italia e troveranno molti ostacoli
per i loro obiettivi all’estero. E poi ricalcando la vicenda Unicredit,
siamo sicuri che questa aspirazione a diventare centri nevralgici nei
mercati esteri, come è accaduto per Unicredit, in Romania, in
Bulgaria, in Polonia, in Russia, nell’Est europeo ed asiatico, lasciando
gli investimenti, le operazioni di aiuto e finanziamento dipendano
da JP Morgan, Goldman Sachs e Merryl Linch, non sia un “togliere e
mettere” a nostro svantaggio?
Angelo M.
D'Addesio
ECCO PERCHE' HEZBOLLAH
NON HA VINTO (ALMENO IN MEDIO ORIENTE)
Il quotidiano libanese francofono l’Orient le Jour
prova che l’88 per cento dei libanesi sogna un paese al riparo dai
conflitti regionali. Il 51 per cento vuole il disarmo di Hezbollah.
Durante il weekend, il leader del Partito di Dio è apparso in
televisione, intervistato dall’emittente libanese New-Tv. Ha detto
che se avesse previsto l’entità della risposta israeliana, il
suo gruppo non avrebbe rapito i due soldati di Tsahal, il 12 luglio. Ieri,
da Beirut, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nella prima tappa
di un tour mediorientale, ha chiesto la liberazione dei due militari e
la fine del blocco israeliano sul Libano. Il ministro degli Esteri italiano,
Massimo D’Alema, ha invece smentito lo stesso leader del Partito di Dio,
dichiarando che l’Italia non medierà nella questione prigionieri.
Nasrallah è pronto a incontrare Annan. Il leader sciita, con l’intervista
e il nuovo atteggiamento dialogante, si mette al riparo da chi, in Libano,
gli chiede il conto della guerra. (...)
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Amir Taheri& ©Wall Street Journal
- per gentile concessione di Milano/Finanza& (traduzione
Studio Brindani)
dal “Foglio”, 29/8/’06
CHI SI PENTE D'UNA
GUERRA VINTA?
Nasrallah, capo di Hezbollah, ha dato un'intervista.
Trattandosi d'un personaggio il cui livello morale è zero,
non ci si deve chiedere: "è vero ciò che ha detto?",
ma semplicemente: "perché lo ha detto?".
Per una sorprendente norma romana l'interrogatorio
degli schiavi doveva svolgersi mediante tortura. Il legislatore
reputava il loro livello morale così basso, la loro disponibilità
a mentire così grande, che quella crudele pratica serviva
a dare loro un minimo di credibilità. Oggi questo disprezzo
è adeguato ai terroristi. Essi non esitano ad uccidere donne
e bambini innocenti, ignari passanti o pendolari che vanno al lavoro
e sono umani solo nell'aspetto. La verità è l'ultima
delle loro preoccupazioni e se dovessero dirla è solo perché
gli è utile.
Nasrallah ha detto: Hezbollah "è intenzionata
a collaborare con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil,
la cui missione non è di disarmare la resistenza". "Non abbiamo
problemi con Unifil purché non tenti di disarmarci". Aggiungendo
che "però se i militari libanesi trovano qualcuno armato
hanno diritto a confiscargli le armi". Infine e soprattutto ha affermato
che «Se Hezbollah avesse ipotizzato che il rapimento dei soldati
israeliani avrebbe portato alla guerra non l'avrebbe ordinato».
Il partito di Dio «non si aspettava neppure per l'uno per cento
la reazione di Israele» .
Queste affermazioni implicano che
la ritorsione israeliana è stata molto dolorosa. Nasrallah
ha detto d'essere pentito d'averla provocata ed ha perfino confessato
che se avesse potuto prevederla non avrebbe ordinato l'attentato.
Ora, dal momento che queste parole sono musica per le orecchie di
Gerusalemme, e si può star certi che non sono state dette per
rincuorarla, perché le ha dette? A chi si rivolgeva?
Come è noto, il Libano ha tollerato
nel proprio territorio l'esistenza d'un esercito terrorista
parallelo. Poi Israele gli ha fatto chiaramente spiegato che,
come dispone il codice, si è responsabili dei danni provocati
dai propri figli minorenni o dai propri animali e la lezione è
stata così dolorosa che occorreranno forse anni per riparare
i danni e piangere i morti. Questa è la realtà sostanziale.
Ovviamente, come è costume in quella regione, anche dopo avere
preso bastonate è buona norma proclamarsi vincitori. Ed è
quello che gli Hezbollah hanno fatto. Gli stessi media occidentali,
lieti della presunta interruzione delle affermazioni militari di
Gerusalemme, hanno gioiosamente echeggiato gli epinici arabi: ma la
realtà non s'inchina né al wishful thinking né
all'antisemitismo. Le ferite riportate dal Libano sono state profonde.
Centinaia di morti, anche civili; un gran mole di danni materiali; decine
di migliaia di profughi, di cui molti, tornando, non hanno più
trovato la propria casa: e tutto questo perché gli Hezbollah avevano
deciso di giocare alla petite guerre. Il rancore nei
confronti di Nasrallah dev'essere salito ad un tale livello che egli
ha forse sentito il dovere politico di confessare il proprio errore,
e di scusarsi, per non perdere del tutto il consenso della popolazione.
Anzi ha promesso di non provocare più analoghi disastri: di non
lanciare più razzi o incursioni contro Israele e di "collaborare
con l'esercito libanese e le forze dell'Unifil". Anche se, dal momento
che è solo un fantoccio nelle mani della Siria e dell'Iran, domani
potrebbe lo stesso provocare una nuova e ancor più disastrosa guerra,
sono atteggiamenti significativi.
La guerra di Israele è nata per porre
un termine ai ripetuti lanci di razzi sulla Galilea. Ora Nasrallah
promette di smettere e riconosce di avere fatto male a spararli
prima. E allora, come si può ancora affermare che Hezbollah
ha vinto? Chi mai si pente di una guerra vinta?
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 29 agosto 2006
La
"nuova" politica estera italiana intrisa di vecchi pregiudizi
antisraeliani: l'analisi di Giorgio Israel
Il ministro degli esteri Massimo D´Alema
farebbe bene a non dare troppo ascolto al coro adulatorio
che tutti i giorni vanta la sua insuperabile intelligenza.
Difatti, per quanto lucido egli sia, rischia di illudersi di
poter far credere al prossimo qualsiasi cosa, per esempio che egli
sia "equivicino" tra le parti in Medio Oriente.
Gettare alle ortiche l´uso di
questo infelice aggettivo non potrebbe che far bene. In
primo luogo perché, essere equidistante tra Israele
e un movimento terrorista come Hezbollah non è degno del
ministro degli esteri di un paese democratico. In secondo luogo,
perché neppure coloro che ripetono da mane a sera il mantra
della superiore intelligenza di D´Alema possono più
credere alla favola che egli sia equidistante. Per quanti sforzi
egli faccia per celare i suoi sentimenti, essi spuntano da tutti
i lati come un pezzo di gomma che si cerchi di comprimere in uno spazio
troppo piccolo.
L´onorevole
D´Alema usa respingere le critiche dicendo che è
inammissibile che ogni accusa a Israele sia tacciata di antisemitismo.
Ma si tratta di uno stratagemma inutile. Qui non si parla di antisemitismo.
Si parla semplicemente del fatto che l´insopportazione
e l´antipatia di D´Alema per Israele, la sua mancanza
di obbiettività e di apertura mentale nei confronti di Israele
e delle sue ragioni, esce da tutti i pori come il pezzo di gomma
di cui si diceva.
Non faremo qui l´elenco delle
condanne passate di D´Alema contro la politica
di Israele, con termini durissimi che mostrano quanto D´Alema
sia capace di indignazione morale quando vuole. Ricorderemo
soprattutto un´intervista rilasciata in rete alcuni mesi
fa in cui D´Alema manifestò in modo quanto mai chiaro
la sua profonda antipatia per Israele e per gli Stati Uniti, parlando
di superiorità dell´Europa rispetto a coloro che credono
di portare la democrazia con la violenza di stato. Naturalmente, siccome
D´Alema è una persona intelligente, si rese conto del
ridicolo dell´affermazione e osservò che, certo l´Europa
ha avuto Auschwitz, ma che "proprio per questo" aveva capito la
lezione. Come si usa dire, peggio la toppa del buco.
La lista delle manifestazioni di sdegno
morale di D´Alema nei confronti di Israele è
tanto lunga quanto è corta quella delle critiche - per
non dire delle condanne - nei confronti dei nemici di Israele.
Egli ha ripetutamente accusato l´esercito israeliano di
praticare il tiro al bersaglio sui civili ma non ricordiamo condanne
nette della pratica degli stermini suicidi. Quando Israele si è
ritirato da Gaza, sono state devastate e date alle fiamme le sinagoghe,
ma non ricordiamo una condanna dell´on. D´Alema di questogesto
efferato. I palestinesi avevano l´opportunità di cominciare
a creare uno stato su un territorio totalmente in mano loro,
e non hanno saputo neppure creare una forza di sicurezza unificata:
l´unica cosa che hanno saputo fare è organizzare
dei tiri di missili Kassam entro Israele, rendendo la vita impossibile
agli abitanti di Sderot.
Non ricordiamo una critica dell´on.
D´Alema di tale comportamento illegale e criminale.
Eppure per essere davvero amico di qualcuno bisogna dirgli la
verità. Non ricordiamo critiche dell´on. D´Alema
nei confronti di Hezbollah e delle sue mire dichiarate e ripetute
di distruzione di Israele. Non ricordiamo neppure vibrate condanne
da parte dell´on. D´Alema dei propositi criminali del
presidente iraniano Ahmadinejad e delle sue efferate affermazioni
circa lo sterminio degli ebrei d´Europa. Al contrario, ricordiamo
la sua dichiarazione circa il ruolo di potenza regionale che deve
essere riconosciuto all´Iran (a "questo" Iran).
E si potrebbe continuare a lungo.
Dal
momento della sua nomina a ministro degli esteri, l´on
D´Alema ha voluto ostentare una posizione di assoluta
oggettività, fuori da ogni ideologia e moralismo,
parlando - come è apparso evidente in una recente intervista
a Repubblica - alla maniera di Talleyrand, criticando cioè
Israele per aver commesso qualcosa di peggio di un crimine, ovvero
un "errore"; e aggiungendo che i problemi si risolvono per via
diplomatica e mai con la guerra. Ma per aspirare ad essere una replica
di Talleyrand bisogna capire lo spirito della sua azione. Talleyrand
approvò molte delle guerre di Napoleone e ne criticò
altre perché erano, appunto, un "errore"; ma si guardò
bene dall´aderire a un´ideologia pacifista o guerrafondaia.
Quando enuncia il principio dell´assoluta inutilità,
ed anzi negatività della guerra, D´Alema è agli
antipodi dall´idea che un errore è peggio di un crimine:
aderisce a una visione ideologica. Dire che la guerra è sempre
un male (o viceversa) è pura ideologia moralistica e non ha
nulla a che fare con una visione razionale dei fatti. E qui si scorge
il filo rosso della continuità con il D´Alema dell´intervista
in rete.
Non c´è da stupirsi allora
che l´immagine del nostro ministro degli esteri come
un novello Talleyrand sia esplosa come una bolla di sapone,
riportando alla luce i suoi autentici sentimenti. Egli valuta
la crisi israelo-libanese come se fosse una questione del rapimento
di qualche soldato e di una reazione "sproporzionata" - cosa
sarebbe stato proporzionato? rapire un paio di militanti Hezbollah?
- e non il frutto di un disegno vastissimo dietro cui vi è
l´Iran e che muove in unico quadro Siria, Hezbollah e
Hamas verso l´obbiettivo della distruzione di Israele come
passo decisivo per un attacco globale che va avanti da più
di un decennio. Non vedere questo significa non guardare oltre
la punta del naso e rinunciare a una visione geopolitica a vantaggio
di un pregiudizio ideologico, basato sul solito ritornello dell´oppressione
che genera reazione. Non meno falsamente oggettivo è l´insistere
sul fatto che Hamas o Hezbollah (o l´integralismo iraniano)
non sono classificabili sotto la rubrica "terrorismo" perché
godono di un´ampia adesione di popolo, talora sancita attraverso
elezioni. È persino stucchevole dover ricordare che anche
i grandi movimenti totalitari europei si sono affermati attraverso
elezioni e hanno goduto di ampio sostegno di popolo - e non soltanto
quelli: pure le recenti dittature sudamericane godevano di un radicamento
di massa - e che la democrazia non si identifica con le elezioni. Al
contrario. La democrazia è anche conferimento di un potere speciale
allo stato che include la negazione o limitazione dei diritti a coloro
che lottano per sopprimerla: in buona sostanza, se si consente a un
movimento antidemocratico di presentarsi alle elezioni la democrazia
è già morta in partenza.
Non
c´è quindi da stupirsi se al nostro ministro degli
esteri riesce sempre facile trovare aspre parole di critica
e condanna per Israele e mai per i suoi avversari, anche quando
questi dichiarano il fine di volerlo distruggere. Egli va a visitare
le rovine di Beirut a braccetto di un esponente Hezbollah - fatto
discutibile se lo fa un uomo politico, gravissimo da parte di un ministro
degli esteri - e pronunzia parole di sdegno per quanto ha visto, e che
giustificherebbe a suo avviso la critica di "sproporzione" della reazione
israeliana. Ma non sente l´esigenza neppure per pura diplomazia,
magari soltanto di facciata, di andare a vedere i drammi dell´altra
parte, provocati non come danni "collaterali" ma con l´intento
deliberato e terroristico di colpire la popolazione civile e soltanto
questa. D´Alema chiama la comunità internazionale alla
ricostruzione del Libano, mentre Israele dovrà provvedere
da sola a riparare le distruzioni provocate da un movimento terrorista
e l´on D´Alema non trova una parola di sdegno per il fatto
che un terzo - un terzo! - della popolazione del paese sia stata costretta
a vivere per un mese nei rifugi o a emigrare per non morire sotto
i missili.
Invece di passeggiare per Kiriat Shmona,
il ministro è volato direttamente al Cairo e ha rilasciato
durissime dichiarazioni contro Israele, parlando di errore
catastrofico per aver fatto la guerra.
Come se una guerra non fosse stata scatenata
contro Israele.
Certo, ogni critica contro la conduzione
militare-diplomatica da parte del governo israeliano è
più che ammissibile. La stampa e l´opinione pubblica
israeliana stanno sottoponendo il proprio governo a critiche
di una severità straordinaria. Ma altra cosa è
la critica ideologica, la critica non per aver perseguito male una
causa giusta, ma per aver commesso l´errore in sé di
aver reagito a un complotto di cui vediamo le dimensioni inquietanti
sempre di più ogni giorno che passa.
Pertanto, se il ministro degli esteri
vuole guardare ai fatti oggettivamente e non trascinare
sé stesso e il nostro paese in un´avventura disastrosa,
dovrebbe tenere conto dei dati più profondi e gravi del
problema. Senza risolvere questi dati - primo di tutti il disarmo
di Hezbollah e la sconfitta del disegno iraniano di procedere
nel piano di distruzione di Israele
- la missione Onu si risolverà in qualcosa tra la
farsa e la tragedia. Difatti, quel che abbiamo di fronte non
è certo il trionfo del multilateralismo, ma il crearsi
delle condizioni - per errori di molti, inclusi quelli del governo
israeliano - per un secondo atto più drammatico del primo.
Tutte queste cose l´on. D´Alema
certamente le vede, anche perché è persona
intelligente. Ma non le vuol vedere perché non riesce
a liberarsi dalle sue antipatie e simpatie. Egli ha iniziato
la sua missione di ministrodegli esteri tentando di azzerare le
riserve nei suoi confronti, dicendo persino di essere un "amico" di
Israele, tutt´al più un "amico che sbaglia". Ma, alla
luce di quanto sta accadendo appare evidente che l´ultima
cosa che gli passa per la mente è di aver sbagliato. Ben più
che pentito egli appare irriducibilmente intriso di pregiudizi
nei confronti di Israele. A tal punto che viene da chiedersi se,
nel suo foro interno, egli non pensi che Israele stesso sia un "errore".
Da info@informazionecorretta.it
del 27 agosto 2006
Ccà nisciuno è iotti
Oggi è prevista ad Assisi
una manifestazione straordinaria per la pace in Libano
e in Medio Oriente. L'evento è promosso dalla Tavola
della pace e dal Coordinamento Enti Locali per la pace.
La cosa è talmente "seria"
che hanno aderito e partecipano perfino quei galantuomimi
dell'Ucoii, l' "Unione delle comunità islamiche italiane",
quelli che giorni fa hanno comperato una pagina di pubblicità
su La Nazione per dire che gli ebrei sono uguali ai nazisti.
"Portate un paio di scarpe in
più". È questo l'appello lanciato da Flavio
Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, a
tutti coloro che si preparano a partecipare alla manifestazione.
Un appello non casuale rilanciato anche oggi dalle pagine dell'Unità:
"quel paio di scarpe in più sarà il simbolo
della solidarietà a tutti coloro che stanno soffrendo le conseguenze
della guerra."
In realtà, è
probabile -se non certo- anche qui ci troveremo di fronte
al solito parallelismo ebrei=nazisti. La fotografia di un
bel muccio di scarpe campeggerà domani sui giornali
italiani...e farà il contropelo ad un altra foto...
quella delle scarpe del campo di Auschwitz ...
cp, 26 agosto 2006
Ccà nisciuno è hezbo
Prendete due ambulanze. Bianche
e rosse, un po' vecchiotte. Nella notte di guerra del 23
luglio, annunciate a tutto il mondo che gli israeliani le hanno
attaccate dall'alto mentre a sirene ben spiegate, su piste polverose,
stavano portando in salvo vecchi, donne e bambini libanesi.
Il giorno seguente consegnate "un filmato amatoriale" che mostra
le ambulanze, c'è un grosso foro proprio al centro del tetto.
E' stato il missile, spiegate. Assicuratevi che la notizia sia rilanciata
da giornali (New York Times, Guardian, Boston Globe, Time) e televisioni
di tutto il mondo, date pure il filmato del giovane guidatore, immobilizzato
su un letto dospedale con bende sul volto.
Denunciate il palese, orribile
crimine di guerra d'Israele. Ora. Il buco sul tetto è
proprio dove prima c'era la sirena. Ci sono ancora i buchi
delle viti attorno all'orlo del presunto "foro di missile".
I testimoni sbagliano: qualcuno dice "un elicottero", altri "un
jet".
Dentro le ambulanze nessun segno
di bruciatura: non coerente con il racconto del missile.
I "fori delle schegge" sono rugginosi,
come se le ambulanze avessero riposato a lungo in qualche
capannone, per essere tirate fuori all'occorrenza. Il povero
"guidatore" ospedalizzato è fotografato per strada, sei
giorni dopo, senza un graffio. Ma non importa. Giù nel bunker
con tv e aria condizionata, gli ufficiali hezbollah si tengono
la pancia dalle risate. (Da Il Foglio del 26 agosto 2006)
Massima del giorno
Il popolo non chiede di essere
salvato. E se lo fosse, poi magari morderebbe la mano che
l'ha salvato.
G.P.
MOLLICHINE
Il governo: "Senza garanzie non
si parte". Ma comprereste un'auto usata dagli Hezbollah?
La Siria minaccia di chiudere la
frontiera col Libano. E di non far passare più
le armi per Hezbollah? Ma non mi dire!
Le regole dell'Onu non includono
il disarmo di Hezbollah. Forse s'include anzi il disarmo
dell'esercito libanese da parte di Hezbollah.
Il Giornale: "Bimba rapita e segregata
per 8 anni". Aveva dieci anni al momento del rapimento.
Più otto, oggi è una bimba di diciotto anni.
Plutone non è più
un pianeta. Come disse un devoto napoletano a San Gennaro,
quando il papa dubitò della sua esistenza: "Ah Pluto,
futtatenne".
Berlusconi "condannato ad andare
avanti". Condannato! Sarà finalmente contento Marco
Travaglio!
Berlusconi: "la sinistra ha costruito
il falso teorema del declino economico". Ma forse, pur
di non avere torto, lo realizzerà.
G.P.
DA CHI DIPENDE LA PACE
È interessante chiedersi
quali siano nel Vicino Oriente gli scopi dei protagonisti:
l’Italia e l’Europa, gli Stati Uniti, Israele, gli Hezbollah,
il Libano, la Siria e l’Iran. Il punto nodale riguarda questi
ultimi e se ne parlerà in fine.
1) L’Italia ha voluto dimostrare
che può fare a meno degli Stati Uniti e perfino dell’Europa.
È stata dunque pronta ad andare nel Vicino Oriente e
a mettere quasi la museruola ad Israele (degli Hezbollah non si
occupa). Di fatto ha agito al buio, caricandosi di responsabilità
che hanno atterrito i militari competenti e provocato le infinite
esitazioni dei partner europei. In realtà, la pace si
avrà secondo ciò che decideranno i veri protagonisti della
vicenda, con o senza l’Onu, e la voglia di protagonismo si potrebbe
pagarla con parecchi morti. Per l’Europa valgono le stesse considerazioni,
con l’unica attenuante d’avere meglio percepito i pericoli e le
perplessità che suscita l’intervento: tanto che alla fine s’è
deciso per una spedizione sostanzialmente simbolica.
2) Gli Stati Uniti, sapendosi odiati
dai musulmani di quella regione, ed essendo fin troppo
impegnati nel mondo, sono stati felici di passare la patata
bollente all’Europa. Personalmente non hanno altro scopo che
la sopravvivenza d’Israele.
3) Israele vuole solo la pace e
sa di non potersi aspettare nulla dall’Onu, se non una
copertura morale ed eventualmente una testimonianza. Dunque
per Gerusalemme le cose sono semplici: se ci sarà pace,
Onu o non Onu, tanto meglio. Se non ci sarà pace, si risponderà
con la guerra. E ora più seriamente della volta scorsa.
4) Gli Hezbollah, anche se costituiscono
un partito politico rappresentato nel parlamento libanese,
come forza militare sono una longa manus della Siria e
dell’Iran. Se non fossero finanziati, addestrati e armati da
loro, non esisterebbero neppure. È dunque naturale che
solo a loro obbediscano. Di fatto, se se ne staranno tranquilli,
la pace si prolungherà, se ricominceranno a bombardare
Israele, ne conseguirà inevitabilmente il secondo round
di una guerra. Il Libano potrebbe trovarsi a pagare un prezzo ben
più pesante della volta scorsa.
5) Ed eccoci al Libano, un ciarliero
vaso di coccio tra i vasi di ferro. Esso è stato
per molto tempo un protettorato della Siria di cui ha accettato
a lungo una pesante presenza militare. Oggi somiglia un po’ di
più ad uno stato indipendente ma ha un difetto troppo grande
per ignorarlo: manca di forza militare. Se il suo esercito si scontrasse
con gli Hezbollah, c’è il rischio che perda. E se Beirut non
ha la forza d’affrontare il Partito di Dio, è chiaro che
la pace e addirittura la sua stessa integrità dipendono da
altri. Più precisamente, da questa domanda: quanto gliene importa
alla Siria e all’Iran del Libano? In che misura sono disposti a
spenderlo, e a far morire migliaia e migliaia di persone, solo per
dimostrare che Israele è talmente cattivo da volersi difendere?
6)
La Siria e l’Iran sono stati canaglia i cui legami col
terrorismo non sono da dimostrare. Contro Israele hanno fomentato
ed alimentato violenze per interposta persona (Hamas, i kamikaze,
gli Hezbollah), ma sanno benissimo che Israele non sarà
eliminato con questi mezzi. Ci vorrebbe una guerra: ma a parte
il fatto che tutte le guerre precedenti sono state perdute, oggi
non si può neppure contare sull’alleanza con la Giordania e
l’Egitto, già abbondantemente scottati dalle esperienze
passate. Dunque, che cosa vogliono, quei due paesi? Forse azioni
che gli facciano prendere la testa dell’integralismo islamico?
Comunque – se non parliamo della bomba atomica iraniana –scopi politici
ed ideologici, non scopi militari, ma sulla pelle del Libano e di Israele.
In conclusione, il futuro dipenderà
dagli ordini che la Siria e l’Iran daranno agli Hezbollah,
i quali possono lanciare razzi stando a nord delle forze Onu.
Ma nessuno conosce le loro intenzioni. Si possono fare solo
due ipotesi:
a) Malgrado i proclami di vittoria,
Siria ed Iran sono così coscienti dei danni sofferti
dal Libano che hanno perso la voglia, riprendendo i bombardamenti
e attirandosi l’inevitabile reazione di Israele, di imporgliene
altri. Magari rifiutano il disarmo di Hezbollah, per salvare
la faccia, ma di fatto ne accettano la futura irrilevanza. È
un panorama così roseo da essere forse inverosimile: certi
musulmani non brillano per buon senso.
b) La seconda ipotesi è
che la breve guerra abbia fatto loro credere di poter
battere ancora meglio Israele e per questo hanno accettato
una tregua per avere il tempo di riparare i danni in vista d’un
secondo round che immaginano ancor più produttivo di benefici
d’immagine. Se questo scenario allarmante fosse quello che corrisponde
alla realtà, staremmo solo vivendo un entre deux guerres.
Come si vede da tutte queste ipotesi,
la missione Onu risulta perfettamente irrilevante.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 26 agosto 2006
COME MAI ISRAELE ACCETTA L’ONU?
Israele non ha fiducia nell’Onu.
Quell’organizzazione infatti ha una maggioranza precostituita
antidemocratica, antiamericana e antisraeliana. E tuttavia
stavolta ne ha reclamato il veloce intervento. Come mai?
Se gli Hezbollah, per qualsivoglia
ragione, smetteranno di bombardare Israele, Gerusalemme
avrà puramente e semplicemente ottenuto ciò che
si proponeva. Rimarrebbero solo i due soldati prigionieri che
per giunta Hezbollah dovrebbe restituire. Né può
temere che, in caso di iniziative belliche classiche, quei terroristi
costituiscano un pericolo: in una battaglia normale, fra eserciti,
Hezbollah o no, non ci sarebbe partita.
Se invece gli Hezbollah - stando
al di fuori e a nord della zona pattugliata dall’Onu
- si metteranno a sparare missili, Israele avrà un nuovo
casus belli, certificato dall’Onu. Infatti i missili che hanno
colpito Haifa (70 km oltre la frontiera), possono colpire la
Galilea per una profondità di 30-40 km anche partendo
dall’area a nord del fiume Litani,.
Israele in questo caso potrebbe
invadere di nuovo il Libano fino alla latitudine conveniente
per evitare l’arrivo di missili. I razzi hanno una gittata di
70 km? E allora si invade il Libano per 70 km. Gittata di 80 km?
Invasione di 80 km. Per giunta, dal momento che molto superficialmente
tutti hanno parlato di vittoria degli Hezbollah, ben difficilmente
la seconda volta Israele userebbe i guanti bianchi. Quello che
può fare s’è visto negli ultimi due giorni del conflitto,
quando Tsahal ha ricevuto carta bianca da Gerusalemme ed è
arrivata al fiume Litani. Inoltre Israele potrebbe avere un conto
da regolare con l’opinione pubblica internazionale e con coloro che,
all’interno del governo, hanno troppo frenato l’azione militare. Questo
secondo round, temiamo, sarebbe il benvenuto.
In sintesi, con l’Onu o Gerusalemme
ottiene la pace sulla frontiera nord o avrà dei
testimoni, per giunta colpevoli di non avere disarmato Hezbollah,
giustificare la propria ritorsione. Infine, fringe benefit,
accogliendo l’Onu a braccia aperte, per la prima volta si comporta
come vorrebbero gli ingenui e fa parte dei “buoni”.
La presenza dell’Onu mette Israele
in condizione di vincere sul rosso e sul nero.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 26 agosto 2006
PROTAGONISTA COL MINIMO SFORZO
Jacques Chirac si è
attestato sulla linea del minimo sforzo: la Francia
invierà in Libano due battaglioni, circa 1600
uomini, che si aggiungeranno ai 400 già presenti, per
un totale di 2000 uomini. Quanto basta, secondo il
presidente francese, a dire
che, se l'Onu lo desidera, la Francia continuerà
ad esercitare il comando della missione: un giro di parole,
per rivendicarlo e soffiarlo all'Italia, che con Prodi
e D'Alema non ha cessato di proclamare in ogni occasione di essere
pronto ad assumerlo, beninteso se gli fosse stato richiesto.
Per i rapporti storici con
il Libano e per il ruolo che la Francia afferma di
avere in campo internazionale, ci si sarebbe aspettato qualcosa
di più. Ma alla vigilia della riunione del vertice
dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, Parigi non
poteva presentarsi a mani vuote. Non è tutto: la decisione
farà oggetto di un dibattito in Parlamento, che si aprirà
il 7 settembre.
Questo significa che Chirac ha
ancora delle riserve. Infatti è significativo l'ordine
in cui, dopo quello generale del rispetto della tregua, ha
elencato gli obiettivi della missione: liberazione dei militari
israeliani, liberazione dei prigionieri libanesi, controllo della
frontiera e disarmo delle milizie. Sul primo punto, Chirac è
andato incontro a Israele, dimostrando di avere preso sul serio
la dichiarazione, ripetuta anche ieri a Roma dal ministro degli Esteri
israeliano, Tzipi Livni, che senza la liberazione dei tre soldati
israeliani la Risoluzione 1701 non può avere attuazione.
Sul secondo punto, ha dato una mano al Libano. Il terzo, cioè
il controllo delle frontiere, rimane ambiguo, anche perché
il presidente siriano ha detto che considererebbe un atto ostile
se tale controllo si estendesse lungo tutta la frontiera del Libano:
in pratica rivendicando il diritto di far passare i rifornimenti a
Hezbollah.
Solo al quarto punto Chirac
ha indicato il disarmo delle milizie, cioè di Hezbollah,
che era lo scopo politico principale della Risoluzione
1701.
Perciò il modesto
sforzo francese non riduce le ambiguità della missione.
Mentre il prestigio di Hezbollah
cresce in tutto il mondo arabo, mettendo in difficoltà
i regimi moderati di Arabia Saudita, Egitto e Giordania,
il suo disarmo effettivo ad opera dell’esercito libanese appare
improbabile. E l'idea, sostenuta anche da D'Alema, di incorporare
la milizia nell'esercito, è una bomba a orologeria:
gli hezbollah avrebbero campo libero per fare proselitismo e spingere
i militari del Libano su posizioni fondamentaliste.
Un obiettivo gradito all'Iran
e, probabilmente, subìto dal presidente siriano,
la cui autonomia da Teheran va scomparendo. Un disegno che
prevede l'accerchiamento di Israele, già abbastanza
avanzato poiché Hezbollah ha dimostrato di potere influire
anche su Hamas, cioè nei Territori palestinesi. Ora,
senza il disarmo di Hezbollah, è praticamente certo che
riprenderà il lancio di missili su Israele e le forze Onu
si troveranno tra due fuochi. Anche perché Hezbollah ha
utilizzato solo un terzo del suo arsenale.
Oggi, a Bruxelles, i ministri
degli Esteri dell'Ue, riuniti su richiesta di D'Alema,
sceglieranno tra un'analisi strategica di lungo periodo e un
compromesso sul dosaggio dei contributi dei singoli Paesi che
offriranno un
contingente. È probabile
che prevarrà la seconda scelta, forse condita da frasi
altisonanti. Ma non deve sfuggire un elemento: l'enfasi posta,
soprattutto da parte italiana, sul ruolo dell'Europa tende a dare
al mondo islamico un segnale che l'Ue può muoversi in Medio
Oriente senza gli Stati Uniti. Questa separazione viene considerata,
soprattutto dall'Iran, fin dai tempi di Khomeini, come il primo
passo per espellere gli Usa dalla regione e privare quindi Israele del
loro maggiore alleato. Uno scenario assai poco rassicurante. (Da
Il Giornale del 25 agosto 2006 - articolo di Alessandro Corneli)
SE NON NE AVETE BISOGNO VI
AIUTIAMO.
Craig S.Smith, sul New
York Times, fa un'analisi accurata della situazione
attuale riguardo alla spedizione in Libano. Fra le molte cose
ne dice una quasi divertente: si prevede che l'intero contingente
di quindicimila uomini potrebbe essere raggiunto in novembre.
Nel momento in cui da molte
parti s'implorava un cessate il fuoco e si parlava
di forze d'interposizione da inviare "subito", al massimo
"entro una settimana-dieci giorni", in queste note si scrisse
che invece ci sarebbe voluto molto più tempo. Ora si
parla perfino di completare il contingente in un momento tanto
lontano (novembre), quando - se la tregua sarà durata sino
ad allora - sarà chiaro che la tregua regge anche senza la
forza d'interposizione. Cioè finché vorranno gli Hezbollah.
Del resto, se gli europei partissero subito e tutti, dovendo formare
un terzo del contingente, non potrebbero certo avere la pretesa, in
5.000 (un terzo del totale previsto), d'assicurare loro la pace.
E allora che vanno a fare?
Tenendo conto del fatto
che la tregua è durata fino ad ora, e durerà
forse fino all'arrivo degli europei, il motto delle Nazioni
Unite sembra essere: se ce la fate senza di noi vi aiuteremo.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 25 agosto 2006
Massima del giorno
Le commistioni fra arte
e storia sono inevitabilmente falsificazioni, quanto
meno dal punto di vista emotivo.
G.P.
MOLLICHINE
D'Alema: "La missione
aiuterà i moderati". Gli Hezbollah, se abbiamo
capito bene?
Per D'Alema Hezbollah,
"non è un gruppetto terroristico". È qualcosa
a metà strada tra la Croce Rossa e la San Vincenzo
de' Paoli.
Parisi: "L'Italia è
pronta a guidare la missione". Cioè, fino ad
ora, se stessa.
D'Alema, per la foto
col rappresentante d'Hezbollah: "Io credo d'aver fatto
bene". E oltretutto sono risultato fotogenico.
Prodi: "La guerra l'ha
iniziata Hezbollah, con un attacco in territorio israeliano".
L'Italia è così a sinistra che, dicendo questo,
Prodi può passare per un coraggioso.
Un ministro israeliano
ha dato ieri le sue dimissioni in seguito a uno scandalo
a sfondo sessuale. La situazione è tesa, ma non è
l'unica ad esserlo.
Per D'Alema "È
giusto pretendere che gli Hezbollah depongano le
armi" ma Israele non deve sparare a quelli che le trasportano.
Forse le trasportano per deporle.
LA TESTARDAGGINE DEI
FATTI
Perché l’Italia si trova da sola ad essere
disponibile all’impegno nel Libano e perché il governo
Prodi in questa occasione è stato peggio che goffo:
incompetente.
La guerra contro
i terroristi è una guerra che è quasi impossibile
vincere. E comunque non in breve tempo. Un esercito
regolare ha un capo che decide, ha una truppa che obbedisce
e può anche arrendersi, mentre la guerriglia è
per sua natura sparsa, irregolare, imprendibile e indistinguibile
dalla popolazione civile. Dunque Israele non può vincere
Hezbollah con una battaglia. Può farlo solo un forte esercito
nazionale che si dedichi a questo compito col massimo impegno
e con armi adeguate. Gerusalemme può solo infliggere gravi
perdite ad Hezbollah per scoraggiarne le attività (cosa che
ha egregiamente fatto, altrimenti i terroristi non avrebbero
accettato la tregua), ed infliggere tali danni a tutto il Libano
da fargli riconoscere come non conveniente tollerare un esercito
parallelo sul proprio territorio.
Questa la realtà.
All’estero invece i media hanno fatto in modo che
il breve conflitto fosse vissuto come una tragedia. Avendo
dimenticato assolutamente tutto di ciò che è
una vera guerra, si è parlato di massacro quando morivano
trenta libanesi e di gravi perdite quando erano uccisi
cinque soldati israeliani. In realtà, nella Prima Guerra
Mondiale, semplici battaglie come quelle di Verdun o della
Somme provocarono centinaia di migliaia di morti. Ma tutto questo
è storia e la storia si studia per poi dimenticarla.
Dal piacere morboso
di vivere la punizione inflitta al Libano come una
tragedia è derivato il dovere di porvi termine a qualunque
costo. Si è dunque immediatamente ipotizzata una
“forza d’interposizione” che teoricamente dovrebbe tenere separati
i litiganti. Di fatto, Israele è molto più
forte del Libano ed anche di Hezbollah, e dunque per le
sinistre mondiali il vero impegno dell’Onu sarebbe quello di tenere
a freno il piccolo Golia per costringerlo ad astenersi dal
massacrare donne e bambini. Come è sua abitudine. E
su questi presupposti si è votata la Risoluzione 1701: interveniamo
subito, tutti.
Ma tutti chi, esattamente?
E con quanti uomini? E per fare cosa? E come, esattamente?
È qui che si rivela quella testardaggine dei fatti
che la retorica giornalistica e parrocchiale aveva celato.
1)
Se si tratta di separare due eserciti schierati lungo
una linea di cessazione del fuoco, basta posizionarsi su
quella linea e denunciare chi viola i patti. Ma se non si tratta
di questo, se c’è una guerriglia irregolare, priva
di schieramento, priva di un comando unificato e identificabile,
come fare a separare i contendenti? Che cosa si può
fare contro dei razzi che, da un punto ignoto del Libano, sono
lanciati contro Israele, magari sessanta chilometri oltre il
confine? E come impedire ad Israele, se ciò avvenisse, di
tornare nel Libano meridionale per occuparlo e annientare gli Hezbollah?
Fra l’altro Israele stavolta lo farebbe sul serio e con la rabbia
di chi si è prima visto dichiarare perdente, pur avendo raggiunto
in 48 ore il fiume Litani e pur avendo fatto cessare il lancio
di razzi contro Israele. Gerusalemme ha tanto poca paura di riprendere
le operazioni che non ha esitato, pur durante la tregua, ad intervenire
nella Bekaa e ad uccidere degli Hezbollah. Il futuro non è
roseo.
2) La risposta è
il disarmo di Hezbollah. Questo può avvenire
in due modi: o per volontà di Hezbollah stesso o con
la forza. Poiché la prima ipotesi è stata esclusa
dallo stesso Partito di Dio rimane la seconda: ma il Libano
non ne ha oggettivamente la capacità. Inoltre è
anch’esso vittima della retorica, largamente favorevole
a questa fazione terroristica. Dunque su di esso non si può
contare. Qualcuno ha parlato di inglobare Hezbollah nell’esercito
regolare libanese, in modo da disinnescarlo: ma chi dice
che, smessa per un’ora la divisa, i guerriglieri non sparerebbero
contro Israele? Tutto dipende dalla (inesistente) volontà
di pace di quella milizia.
3) Rimane l’ipotesi
che il disarmo sia affidato alle truppe dell’Onu:
ma quanti uomini richiederebbe una simile impresa? Si tratta
di bonificare centinaia di chilometri quadrati in cui
sono stati scavati bunker, gallerie e nascondigli, ci sono
depositi di armi in case di civile abitazione e gli stessi
terroristi non sono distinguibili dalla popolazione, di cui
amano farsi scudo. L’impresa richiederebbe non cinque o
quindicimila uomini, ma 30-40.000 e forse più. E quanto
costerebbe questa missione, per mesi o anni? Chi garantirebbe
la sicurezza dei contingenti Onu, dal momento che sarebbero
immediatamente visti come nemici di Hezbollah e oggettivamente
alleati d’Israele? Si dovrebbe combattere la stessa guerra
che Gerusalemme ha appena finito di combattere, per giunta
con una minore efficacia (stante la macchinosità della
catena di comando) e con un maggiore numero di morti. Come si
racconterebbe alle anime belle che bisogna morire per il Libano,
dopo che per mesi si è parlato di orrore della guerra?
4) A questo punto, dinanzi ai fatti
concreti, notoriamente più testardi dell’aritmetica,
la maggior parte degli Stati occidentali ha fatto marcia
indietro. E l’ha fatto secondo la scala della suo senso del
reale: gli anglosassoni, da sempre pragmatici, sono stati indisponibili
sin da principio. Gli altri Stati si sono tenuti sul vago e ora
nicchiano. Gli Stati più antiamericani, più di sinistra
e più soggetti alla retorica (la Francia e l’Italia)
si sono invece proclamati entusiasti ed immediatamente pronti
all’azione. L’Italia ha parlato di circa tremila uomini, la Francia
addirittura di 4-5.000. Ma i fatti sono testardi e qualche giorno
dopo si è posto il problema di che si andava a fare in Libano:
che genere di tregua si va ad assicurare? L’impressione è
che si vada a tentare un’impresa impossibile affrontando grandi
rischi. Da qui, l’infinita discussione sulle regole d’ingaggio e
il voltafaccia della Francia, cui i pericoli dell’azione sono infine
risultati evidenti. Chi non s’è tirato indietro, per totale
insensibilità ai dati reali, è il governo Prodi. In
posa gladiatoria, questo novello Leonida è rimasto isolato
nell’impegno.
5) Rimane da spiegare
perché un paese tradizionalmente ben poco incline
alle avventure belliche come il nostro abbia per una
volta voluto essere il primo della classe. Probabilmente
Prodi, conoscendo l’opinione che il mondo occidentale ha
dell’Italia (e soprattutto di un’Italia di sinistra),
è stato felicissimo di smentire le previsioni più
pessimistiche: ha dimostrato solidarietà atlantica e
capacità d’impegno concreto. Ha fatto questo perché
sa d’avere dietro di sé, a parte un’opposizione mite
e possibilista, una maggioranza compatta. I comunisti, pur
essendo sempre ferocemente contro ogni missione militare, stavolta
sono stati vittime della loro propria retorica: non si va a far
da lacché agli Stati Uniti ma a bloccare il loro alleato più
sanguinario ed oppressore, Israele. In spregio ai dati obiettivi,
hanno visto il Libano come la vittima innocente e pacifica,
l’Italia come il cavaliere bianco che va a salvare la vedova e l’orfano.
Ed è così che siamo rimasti col cerino in mano.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 22 agosto 2006
TANTO PER CAPIRE:
STORIA TACIUTA DEGLI "EBREI ARABI" E DELLA LORO
CACCIATA
Quasi un milione,
fuggiti, espulsi, cacciati.
Questo è
il numero incerto degli ebrei che hanno dovuto lasciare
i paesi arabi in un esodo silenzioso che la falsa storiografia
del Medio Oriente non ha voluto vedere.
Saggi, romanzi
e film stanno ora per rompere un silenzio durato quasi
un secolo, smontando menzogne e luoghi comuni, rompendo
anche la dolorosa reticenza delle vittime: perché
è una storia che noi, ebrei dei paesi arabi, abbiamo
raccontato sottovoce.
Se ne è
discusso ieri sera a Milano: Fiona Diwan e Luisa Grego,
nate in terre arabe, hanno presentato il film documentario
"L'esodo silenzioso" di Pierre Rehov, regista francese
nato in Algeria, e hanno poi invitato ad una "riflessione"
altri tre figli del Medio Oriente, Magdi Allam, Gad Lerner
e il sottoscritto, nella scomoda veste di testimone e di autore
di un romanzo che racconta la stagione dei pogrom antiebraici
e dell'intolleranza arabo-islamica. Unico europeo "doc"
Carlo Panella.
Più di mille
persone hanno assistito una discussione non banale,
anticipata dalla visione di un film crudo, dalle tinte
forti, pregio e difetto di un documentario di denuncia.
Ma la Storia è
più complessa: difficile semplificare o raccogliere
in un concetto le vicende che per 1400 anni si sono dipanate
su un territorio esteso due volte e mezzo la superficie dell'Europa
geografica (quella dagli Urali all'Atlantico!).
Ancora più
difficile, e sbagliato, considerare gli arabi un unicum,
come vorrebbero i pan-arabisti.
La necessità
storica di ebrei e arabi, degli israeliani e dei
palestinesi, di avere una storiografia redentrice ha generato
e moltiplicato stereotipi e luoghi comuni: "arabi ebrei
hanno sempre vissuto insieme in pace", "gli ebrei nei paesi
arabi sono sempre stati perseguitati e sottoposti alla sharìa
e alla condizione di dhimmi.
Il mito arabo vuole
che l'esodo degli ebrei sia una conseguenza della
nascita dello Stato d'Israele; o che i pogrom antiebraici
siano stati episodici e innocui, in alcuni casi addirittura
organizzati dai "sionisti".
Invece la storia
è ben altra.
Per 2000-2400 anni, gli ebrei
hanno vissuto nelle terre che oggi consideriamo arabe. L'arrivo
degli arabi-islamici 1300 anni fa nelle terre che vanno dall'Eufrate
all'Atlantico ha comportato lo scontro degli arabi
con le popolazioni residenti, ebrei inclusi: Caima, l'ultima
regina marocchina a resistere all'invasione araba, era per l'appunto
berbera ed ebrea.
Il Patto di Omàr
stabilì 1100 anni fa la possibilità per il residente
di fede ebraica o cristiana di vivere in condizione di
dhimmi, di protetto: pagando una tassa si poteva avere qualche
diritto e salva la vita.
Una condizione
invidiata dagli ebrei europei che per mille anni
sono fuggiti dalle terre cristiane verso quelle islamiche.
Grandi pensatori,
matematici e medici divennero presto, e per secoli,
consiglieri di sultani e monarchi. Epoche di splendore
si sono però alternate con il buio più cupo: non sono
mancati pogrom e sterminio.
Alcune
date: anno 700, intere comunità massacrate
dal re Idris I del Marocco; 845, promulgati in Iraq decreti
per la distruzione delle sinagoghe; 861, nascita dell'obbligo
per gli ebrei di portare un abito giallo, una corda al posto
della cintura; 1006, massacro degli ebrei di Granata; 1033,
proclamata la caccia all'ebreo Fez, 6000 morti; 1147-1212,
ondata di persecuzioni e massacri nel Nord Africa; 1293, distruzione
delle sinagoghe in Egitto e Siria; 1301, i Mammelucchi costringono
gli ebrei a portare un turbante giallo; 1344, distruzione delle
sinagoghe in Iraq; 1400, Pogrom in Marocco in seguito al quale si
contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti; 1535, gli ebrei
della Tunisia vengono espulsi (o massacrati); 1676, distruzione
delle sinagoghe nello Yemen; 1776, sterminio degli ebrei di Basra,
Iraq; 1785, massacri di ebrei in Libia; 1790-92, distruzione delle
comunità ebraiche in Marocco; 1805-15-30, pogrom di Algeri; 1840,
persecuzioni e massacri a Damasco; 1864-1880, pogrom a Marrakesh; 1869
eccidi a Tunisi; 1897, massacro di Mostganem in Algeria; 1912, pogrom
a Fez.
Del resto a iniziare
fu lo stesso Maometto, nel 624, sterminando le tribù
ebraiche della penisola arabica.
Ma la tragedia su
grande scala per gli ebrei è arrivata, anche
in Medio Oriente, all'inizio del Novecento, con il crollo
dell'Impero Ottomano e l'approdo del teorie nazionaliste
fra i popoli arabi privi di identità e di leadership.
Annichilito da
cinque secoli di opprimente dominazione ottomana,
il mondo arabo si è risvegliato cento anni fa diviso
per criteri etnici e in strutture tribali.
I movimenti politici
di quel mondo, piuttosto che esprimere un'opzione
di carattere propriamente politico, cioè di governo
della realtà, hanno risolto in primis l'esigenza
di rappresentare il movente identitario, spesso puramente
etnico o religioso; un deficit di cultura politica ha surrogato
ricorrendo a un codice fondativo tipico delle politiche identitarie
di gruppo: il "riscatto della propria nazione".
Se la dinastia
hashemita di Hussein, sceicco di Mecca e Medina, firma
tre accordi con il movimento sionista per accogliere
i fratelli ebrei nella loro patria natia, in Egitto
la teoria pan-islamica (e dopo quella pan-araba) con la
costituzione del partito dei "Fratelli Musulmani" nel1929
definisce gli ebrei "elemento estraneo alle terre islamiche":
la dhimma non basta più, gli ebrei diventano nemici.
È per "restaurare
la purezza dell'Islàm" che l'emiro di Riyadh,
il wahhabita Ibn Saud, rovescia nel 1925 il Re hashemita
Hussein, impossessandosi dell'Arabia da allora definita,
appunto, Saudita; è perché considerato traditore
che Abdallàh, figlio di Hussein, viene assassinato
da estremisti nazionalisti a Gerusalemme, dentro alla Moschea
di Omàr.
Nel 1945 gli ebrei di Aden, Algeria,
Bahrein, Egitto, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia
e Yemen erano 862.050: oggi sono 7.500.
Imprecisi i dati
per altri paesi arabi e islamici.
Ma il silenzio
è stato anche nostro, delle vittime e di Israele.
La mitologia israeliana,
definita da una capace leadership ashkenazita,
ha sempre sottovalutato la vicenda degli "ebrei arabi"
(come ci chiamava Golda Meir), privilegiando raccontare
il riscatto degli ebrei europei, raffinati intellettuali
tornati al lavoro della terra e scampati al più grande
pericolo del mondo, il nazismo.
Noi, che da secoli
ci siamo confrontati, nel bene e nel male, con gli
arabi, abbiamo considerato la nostra vicenda come una tappa,
quasi banale, nello scontro arabo-ebraico.
Il nostro esodo
non ci ha meravigliato perché, così come
per italiani ed austriaci, il nostro è stato uno scontro
tra nazioni: "loro" gli arabi , "noi" Israele.
Siamo usciti, quasi
per miracolo, derubati di tutto e con una lunga scia
di sangue, ma a testa alta, da vincitori: riscattati "noi"
dalle vittorie di Israele, infuriati e umiliati "loro" dalle
cocenti sconfitte.
Le nostre ferite
erano, e rimangono, poca cosa rispetto all'enormità
della Shoah; le nostre ferite molto ricompensate dalle nuove
libertà recuperate in Occidente o in Israele: unico punto
in comune con la Shoah la scomparsa di un mondo: la civiltà
araba-ebraica, fatta di conflitto e coesistenza, è
stata una generosa mistura di cultura e arte, di lingue
e cibi, di proverbi, odi, timori e benedizioni.
La rivisitazione
di quell'epoca e di quell'esperienza è per noi,
nati sotto le palme del Mediterraneo, è un'occasione
importante: per guarire una ferita noi ebrei, per guardarsi
allo specchio e ricostruire la propria memoria gli arabi.
La pace non nasce dall'oblio.
Victor Magiar -
Il Foglio
OGGI, 22 AGOSTO, GIORNO
DELL'APOCALISSE
E' arrivata
l'apocalisse. Secondo il libro degli islamici, oggi,
<<ventesimo giorno del mese di Rajab dell'anno
1427>> il profeta Maometto se ne andò in volo,
sulle ali del cavallo Bura, prima a Gerusalemme e poi
in paradiso... proprio per questo, ci fa sapere Bernard
Lewis (e Marco Pannella che a ferragosto ha annunciato
al mondo, via conferenza stampa, cose terribili...)
oggi sarebbe il giorno giusto per la fine d'Israele e del
mondo intero.
Dopo i classici
sconguri (diceva Totò: <<non ci credo,
ma fare gli scongiuri che mi costa?>>) messa l'orecchia
a pag. 226 dell'autrice che ha venduto più di 550
milioni di copie ("...<<Chantal, non capirai mai
quanto ti amo>> E nelle due ore seguenti glielo mostrò
in tutti i modi che conosceva. ..."), un saluto.
IL GOVERNO IMMAGINARIO
(A Beirut, il ruggito del topo)
In questi giorni il governo libanese
ha preso alcune notevoli iniziative: ha affermato
che Israele, impedendo un traffico di armi a favore
di Hezbollah, ha violato la tregua, e per questo ha minacciato
di non inviare più il proprio esercito ad occupare il
Sud. Inoltre ha dichiarato che qualunque membro del Partito
di Dio dovesse lanciare razzi contro Israele sarebbe processato
dalla Corte Marziale per avere oggettivamente favorito il nemico.
Ambedue le notizie sono sbalorditive.
Israele avrebbe
interrotto la tregua se le parti in causa avessero
già obbedito, ciascuno dal proprio lato, a tutti gli
impegni previsti dalla risoluzione 1701 dell’Onu. Se il
Libano avesse rioccupato il sud e avesse disarmato Hezbollah;
se l’Onu avesse già dispiegato le proprie truppe, e soprattutto
se gli Hezbollah avessero consegnato le loro armi: mentre
in realtà non l’hanno fatto ed hanno anzi dichiarato
che non intendono farlo. Dunque, di quale violazione si parla?
Israele non ha ancora riconsegnato la zona di frontiera a chi
dovrebbe assicurare la pace e fa da sé ciò che
domani (ma chi ci crede?) dovrebbero fare il Libano e l’Onu.
Più
esilarante ancora è la minaccia di non schierare
il proprio esercito nel sud. È come se Beirut dicesse:
rifiutiamo il regalo che ci ha fatto Israele. Rinunciamo
ad esercitare la nostra sovranità su una parte del paese.
Non solo è una stupidaggine, ma in che senso ciò
dovrebbe fare paura a Gerusalemme? Israele potrebbe sempre rispondere:
dal momento che il governo del Libano non vuole assicurare l’ordine
pubblico sulla zona di frontiera, intanto la rioccupiamo e poi
chiediamo all’Onu d’intervenire non con quindicimila ma con
trentamila o quarantamila uomini. E fino a quando ciò non
avverrà, rimarremo qui noi. Chissà che guadagno, per
Beirut.
Anche la
seconda notizia, quella della Corte Marziale, si presta
al riso. L’esercito libanese è molto meno armato
e molto meno addestrato delle milizie di Hezbollah:
se dunque qualche terrorista si mettesse a lanciare razzi
contro Israele, che potrebbe fare il governo immaginario
di Beirut? Chi e come, in concreto, arresterebbe il terrorista?
La minaccia potrebbe avere senso se ad emetterla fosse stata
lo stesso Hezbollah, ma il Partito di Dio a dire una cosa del
genere non ci pensa nemmeno. E allora, parole in libertà?
Probabilmente sì. E da accogliere con gratitudine.
Sarebbe veramente triste se delle parole in libertà
il nostro governo avesse l’esclusiva.
Gianni
Pardo giannipardo@libero.it - 21 agosto 2006
Razza di padre
Al signor
Frammartino hanno ammazzato il figlio, a pugnalate.
Lo hanno ammazzato a Gerusalemme, di sera, durante
una passeggiata con le amiche.
Lo hanno
ammazzato per errore. L'assassino, un militante
palestinese della Jihad islamica, arrestato
dalle forze di sicurezza israeliane, confessa: <<volevo
uccidere un ebreo, mi sono sbagliato>>.
<<Me
lo trovassi davanti gli direi ti perdono...>> dichiara
alla stampa il signor Frammartino <<Che si sia trattato
di un errore aumenta solo la sofferenza>>
...
Lo so,
non è politicamente corretto ma... <<signor
Frammartino lei mi fa schifo>> si può
dire? No? Va be', allora non lo dico.
cp, 20 agosto 2006
Tanto per capire: i media
e la propaganda
Basta una foto...
clicca
qui.
Tanto per capire: la
strategia del terrore asimmetrico
(Articolo
di Emanuele Ottolenghi del 13maggio 2002)
Il terrorismo non esprime la disperazione.
Pianificato a tavolino mette in crisi l'Occidente
colpendo in modo asimmetrico civili ed economia
Nell'anno 9 Publio Terenzio Varo condusse le sue legioni
al massacro nella Selva di Teutoburgo. Evento
ancora nel dettaglio misterioso, l'eliminazione di 20,000
soldati romani - avanguardia della tecnologia militare
e rappresentanti della superpotenza del giorno - avvenne
perché il più debole e svantaggiato nemico germanico
riuscì a sfruttare le debolezze strategiche dell'avversario
e a imporre i termini dello scontro ai legionari scegliendo
il terreno ideale per sconfiggerli. Questo approccio strategico
viene chiamato "guerra asimmetrica"‚ perché comporta lo scontro
tra due avversari, l'uno tecnologicamente e militarmente
superiore, ma costretto a combattere in condizioni dove il suo
pieno potenziale non può essere utilizzato. La
debolezza diventa in questo caso una forza e viceversa.
Il terrorismo, si
racconta, è l'arma dei deboli. Il
terrorismo, si racconta pure, è il prodotto delle ingiustizie
e della disperazione. Specie con riferimento
al Medio Oriente, il terrorismo viene spesso giustificato
perché inteso come unica risposta all'occupazione
israeliana dei territori palestinesi. La risposta al
terrorismo viene spesso quindi indicata come politica,
ovvero l'accomodamento delle richieste politiche di
coloro che lo praticano per disperazione o mancanza di alternative.
Questa spiegazione non tiene conto del fatto che i Palestinesi
cristiani, non meno disperati, non hanno fatto finora ricorso
al terrorismo suicida, e che molti altri movimenti di liberazione
nazionale in passato scelsero altre strade di lotta, nonostante
le loro condizioni di oppressione non fossero invidiabili.
Lungi dall'essere semplicemente espressione di disperazione
dei dannati della terra, il terrorismo è
una strategia pianificata a tavolino che mette in crisi l'Occidente,
finora incapace di elaborare risposte efficaci e
strategie deterrenti. In quanto tale rappresenta la versione
moderna della guerra asimmetrica che sconfisse Varo a Teutoburgo.
Di guerre asimmetriche se
ne sono viste parecchie negli anni novanta. La Cecenia dove
una banda di miliziani male armati ha sconfitto finora l'esercito
russo. Il Libano, dove la perseveranza delle operazioni di
guerriglia dei Hezbollah ha costretto Israele a ritirarsi
senza contropartita. La Somalia, dove una banda indisciplinata
di combattenti travestiti da civili ha sconfitto l'America.
E i territori occupati, dove la strategia di guerriglia urbana,
terrorismo contro obbiettivi civili, ha finora tenuto testa
alla superiorità economica, tecnologica, militare israeliana.
Occorre prestare attenzione a questa nuova realtà,
perchè il terrorismo non è l'atto
del disperato estremista, bensì un'arma a basso costo
e a bassa tecnologia scelta coscienziosamente da chi
sa che la guerra convenzionale contro il nemico è persa
in partenza. Il kamikaze non è dunque l'attentatore
suicida, ma un'arma tattica, un pilota automatico che
guida l'arma vera e propria (l'esplosivo nella borsa o
in cintura, l'autobomba, l'autobus imbottito di tritolo, l'aereo
commerciale) contro l'obbiettivo. Il terrorista
suicida è la bomba intelligente dei poveri.
Ma c'è dell'altro nella guerra asimmetrica
che i Palestinesi combattono contro gli israeliani,
bin-Laden contro l'Occidente, e altri movimenti
transnazionali e non statuali alimentano contro il capitalismo,
il libero mercato o la globalizzazione.
La guerra asimmetrica (o di quarta generazione come
viene classificata nella letteratura) si basa sulle
dottrine maoiste dell'insurrezione civile e della
guerriglia. Toccata e fuga, lunghe snervanti campagne
atte non a distruggere il nemico, ma a demoralizzarlo.
Atte non a sconfiggere il nemico sul campo, ma a privarlo
del desiderio di combattere. Atte a neutralizzarne
la superiorità tecnologica, militare, economica
del nemico, che poi siamo noi, il mondo occidentale.
Ecco perchè il terrorismo diventa l'arma principe
della guerra asimmetrica all'inizio del ventunesimo
secolo. Colpisce la popolazione civile.
Sviluppa argomenti che lo giustificano, dividendo l'opinione
pubblica occidentale e insinuando il dubbio che invece che
combatterlo occorra soddisfarne le richieste politiche.
Colpisce (o colpirà) i centri nevralgici dell'economia
mondiale, come le torri gemelle, le borse e i distretti
finanziari delle grandi città. Attacca la dipendenza
del mondo occidentale sui sistemi informatici e di comunicazione
cercando di penetrarne i sistemi operativi e diffondendo
virus che possono mandare in tilt i sistemi di controllo del
traffico aereo, le banche dati che usiamo per la ricerca, le transazioni
finanziarie, il trasferimento di conoscenza e tecnologia.
E se proprio deve scendere in campo con le armi, cerca lo scontro
nel contesto urbano, come a Grozny, Mogadiscio e Jenin, dove
la superiorità tecnologica degli eserciti moderni è
inutile, dove il corpo a corpo costa troppe vite umane a un Occidente
che crede nelle guerre umanitarie senza vittime, dove la presenza
della popolazione civile aumenta il rischio di incalcolabile danno
collaterale tra i civili innocenti, che l'opinione pubblica non
può nè giustificare nè tollerare sui propri
schermi.
Sfrutta quindi i media
e diffonde informazione attraverso la tecnologia
satellitare e internet per far breccia tra l'opinione
pubblica, come efficacemente fecero i leader Ceceni nel
1994, utilizzando la stampa libera per screditare l'operato
dei Russi.
E vince, attacco dopo
attacco, non perchè ha la forza militare e politica
di imporre la propria visione del mondo o i propri interessi.
Bensì perchè ci logora, bomba dopo bomba,
virus dopo virus. Spesso senza prendersi la responsabilità
ufficialmente, ma lasciando la società colpita non
solo nel dolore, ma persino nel dubbio di chi sia il mandante
e quali siano i motivi.
L'attacco ai ristoranti e ai centri commerciali in
Israele, così come l'11 settembre, la strage di ingenieri
francesi a Karachi, ma anche l'antrace nella
posta in America, il terrorismo cibernetico via internet,
l'attacco ai centri nevralgici dell'economia e della
interconnettività globale prodotta dalla rivoluzione
informatica, e da ultimo lo sfruttamento della società
aperta occidentale per infiltrarla con cellule decentrate
di operativi altamente indipendenti e autonomi, fa parte di
una strategia unica, non necessariamente dello stesso mandante,
ma di chi ha capito, dopo il crollo del sistema bipolare della
guerra fredda, che l'Occidente non si può sconfiggere se
non gli si impongono termini di conflitto non convenzionali,
quali il terrorismo e l'uso di armi di distruzione di massa, ma
anche la tecnologia ritorta contro chi l'ha creata, e da ultimo
la propaganda per logare le nostre società.
La lotta al terrorismo va distinta dagli obbiettivi
politici che i suoi mandanti pretendono di perseguire,
siano essi in Palestina, Cecenia, Somalia, Afghanistan
o le Filippine. Il terrorismo è un'arma non convenzionale
utilizzata per gli scopi più svariati, ma che ha
dimostrato di essere più forte e letale degli arsenali
americani ed europei, dell'opulenza occidentale e della libertà
che la contrassegna e la riproduce. Solo riconoscendone
il pericolo, e la logica che lo caratterizza, l'Occidente
potrà elaborare controstrategie in grado di sconfiggere
il nemico che usa il terrorismo come arma. Altrimenti,
la Selva di Teutoburgo ci attende.
Massima del giorno
Alcuni scrivono perché hanno voglia di dire
qualcosa, non perché abbiano qualcosa da
dire.
G.P.
MOLLICHINE
Parisi "Il fine dell'azione non è militare
ma è la natura della missione ad essere militare".
Come chi dicesse: "Voglio fare l'amore con te,
ma non per ragioni sessuali".
Gli ebrei di Roma: "Perché D'Alema non ha
voluto constatare l'effetto missili di Nasrallah nel
nord di Israele?" Che sciocchi! Li ha forse lanciati
Israele, quelli?
D'Alema: "Non andiamo a disarmare Hezbollah, ma
ad aiutare l'esercito libanese". A girarsi i pollici.
Secondo Ahmadinejad, Annan dovrebbe espellere dall'Onu
Inghilterra e Usa. Fosse vero! Risparmierebbero
molto e non perderebbero nulla.
Gennaro Migliore (Prc): Questa missione in Libano
non è simile a quella in Iraq.: "Questa è
'legale', quella a Baghdad no". Differenza giuridica:
questa lui l'approva.
D'Alema un tempo gettava Molotov. Ora passeggia
con gli Hezbollah. Un corso di aggiornamento peripatetico
sui missili?
Gianni Pardo
BELL'ITAGLIA
Se ll ministro degli
Esteri, D'Alema, va a braccetto per le vie di
Beirut con i capi Hezbollah, per poi vantarsene
in una intervista all'Espesso, il Presidente della Camera dei Deputati,
el companiero Fausto Bertinotti, flirta
con il moribondo Fidel Castro.
Al leader cubano, Bertinotti ha inviato il seguente
messaggio di auguri per il compimento degli
ottant'anni.
"Caro Presidente, un anniversario importante
è l'occasione per gli auguri da parte di chi
ha vissuto i lunghi anni della Sua importante presenza
nel mondo, presenza congiunta al cammino della rivoluzione
cubana. Nessuno dei dissensi che abbiamo lealmente
espresso può cancellare le speranze e le emozioni
che hanno suscitato nella mia generazione e nel mio
paese le donne e gli uomini della Sierra Maestra.
Poi Cuba ha camminato con le sue gambe e ha interpretato,
insieme a Lei, l'orgoglio di un popolo e di
un'isola che vuole vivere la sua indipendenza e decidere
autonomamente del suo futuro e del suo destino in un mondo
di pace. Buona fortuna a Lei e al Suo Popolo, Presidente.
Lunga vita, caro Comandante, un abbraccio e auguri
per la Sua salute".
Lanterna magica
Pirati dei Caraibi
2
Will ed Elizabeth, poco prima di sposarsi, vengono
condannati a morte per l’aiuto dato a Jack Sparrow.
L’unico modo per salvarsi è trovare il loro
amico pirata e farsi consegnare un oggetto molto importante.
Sequel troppo lungo e decisamente banale: la magia
del primo sembra essere scomparsa…
Pirati dei Caraibi 2
Regia: Gore Verbinski
Interpreti: Johnny Depp, Keira Knightley, Orlando
Bloom, Bill Nighy, Stellan Skarsgård, Jack
Davenport
Sceneggiatura:Ted Elliott, Terry Rossio, Stuart
Beattie & Jay Wolpert
Data di uscita italiana: 15 settembre 2006
Voto: 5/10
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LA SQUALIFICA DI GÜNTER GRASS
Günter Grass, moralista di sinistra e premio
Nobel, è stato per decenni l’indice docente
e ammonitore della Germania. Per altrettanti decenni
ha confessato solo d’avere inevitabilmente militato
nella Wehrmacht, da ragazzo. Viceversa ora, attraverso
la sua confessione contenuta nell’autobiografia “Sbucciando
le cipolle”, (e anche attraverso un documento redatto
dalle autorità americane quando fu fatto prigioniero),
si scopre che non fu un soldato della Wehrmacht, come
aveva sempre detto, ma un volontario della Waffen SS-Panzerdivision
Frundsberg. Ovviamente, non c’è nulla di
cui scandalizzarsi. Anche se lui stesso s’è stracciato
le vesti perché qualche uomo politico non era del
tutto immune da ogni contatto col nazismo, non c’è
ragione di seguirlo in questa stupidità. Non solo
le Waffen SS erano prevalentemente reparti combattenti e non
associazioni criminali, ma ognuno è figlio del suo tempo:
non si può chiedere ad un ragazzo di diciassette anni
d’avere più senso critico di quanto ne abbia la media
dei quarantenni del suo tempo.
La colpa di Grass
è un’altra. Non è avere militato
nella Frundsberg ma il fatto che l’ha nascosto,
anzi, la ragione per cui l’ha nascosto per sessant’anni.
È questo che lo squalifica.
Se in passato s’è fatto qualcosa di orrendo,
quasi tale da non permettere perdono, come l’avere
ucciso, si comprende che ci si reputi irrecuperabili
e in dovere di rimanere nell’ombra. Ma se, senza
essersi macchiati di un crimine, si è sbagliato pesantemente,
non c’è che da riconoscerlo e tutto deve finire
lì. Nessuno è infallibile. Non si possono
rimproverare per sempre a Sant'Agostino gli errori di gioventù.
Non si può inchiodare Giuliano Ferrara al suo
passato di comunista o Dario Fo al suo passato di repubblichino.
Anche se personalmente siamo certi che lui sarebbe stato
lieto di crocifiggere un Berlusconi repubblichino.
Se invece si è caratterialmente dei fanatici,
si ha l’atteggiamento severo di Robespierre. L’implicito
presupposto è che mai si potrebbero commettere
gli errori che commettono gli altri. Di Robespierre non
si diceva che era incorrotto, si diceva ch’era “incorruttibile”:
cioè d’una natura diversa dagli esseri umani
normali. Un po’ come Travaglio, che giudica e manda secondo
ch’avvinghia e un po’ come Grass, che ha avuto l’aria
di dire che mai un uomo di sinistra, e modello di virtù
come lui, avrebbe potuto, nemmeno da ragazzo, essere tentato
da un’ideologia di criminale come quella nazista. Proprio
questo lo squalifica. Non l’essere appartenuto alle SS,
non l’avere dichiarato, con la fibbia del suo cinturone, che
il suo onore consisteva nell’essere fedele a Hitler, ma la pretesa
dell’incorruttibilità spinta fino a riscrivere il passato,
se questo passato osa contrastare l’incorruttibilità
del nostro piccolo Robespierre.
Grass in questo è un perfetto uomo di sinistra.
Partendo dalla superiorità ontologica della
sua fazione, non ha esitato ad offendere chi non la pensava
come lui e poteva avere sbagliato. Quasi che a lui un
simile orrore non potesse mai capitare. Ha offeso gli
dei che di simili giudici inflessibili non sanno che
farsi, dal momento che essi stessi si confessano soggetti
a sentimenti quali l’amore, l’ira o il desiderio di
vendetta. Grass ha offeso l’umanità giudicandola con
un metro falso di cui lui stesso non era all’altezza e questo
rivela non un superiore livello morale ma una posa.
Una posa interessata per giunta, perché essa
procura facilmente l’applauso dei Saint-Just
e de Fouquier-Tinville di provincia. E forse anche
un Premio Nobel.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
16 agosto 2006
RIGHT OR WRONG,
MY PARTY
L’Italia si appresta ad inviare circa tremila
soldati in Libano. Che sia una buona idea o no non
è quello che qui si discute. È certo però
che se l’avesse avuta Berlusconi sarebbe scoppiata una
mezza rivoluzione. I pacifisti, in omaggio alla loro
ideologia, sarebbero passati a vie di fatto, con devastazioni,
feriti e forse morti. Invece l’iniziativa l’ha presa
il governo di centro-sinistra e anche ad ammettere che
sia una cattiva idea perfino i comunisti si allineano obbedienti
e la piazza tace rispettosa.
Che un gruppo sia fazioso, che perfino un milione
di persone sia fazioso, è comprensibile:
ma in Italia è faziosa metà della popolazione.
Se una stessa cosa la dice il centro-destra è sbagliata,
se la dice il centro-sinistra è giusta. Così
dicono non solo i politici della maggioranza (che magari
hanno un personale interesse al cadreghino) ma anche tutti
i grandi giornali, gli opinionisti, le televisioni, l’intero
elettorato di sinistra e perfino quegli imbecilli fanatici
dei no-global e dei leonkavallini. Al punto che se qualcuno
della sinistra osa protestare, in nome delle tesi tante
volte sostenute gridando, è visto come un disturbatore.
Questo non è il funerale della politica: è il
funerale dell’onestà. Ed anche la fine della discussione:
a che scopo parlare con chi, invece di cercare la verità,
vuole solo sapere se essa è a favore o contro il partito?
Chi è fermo al più ottuso leninismo va lasciato nella
pattumiera della storia.
Ci si può poi chiedere se questa spedizione
libanese sia effettivamente una buona o una
cattiva idea. La prima cosa da dire è che
nessuno conosce il futuro: l’impresa potrebbe rivelarsi
di tutto riposo come potrebbe rivelarsi una tragedia simile
a quella che ventiquattro anni fa fece scappar via dal
Libano i Marines americani, dopo un attentato che fece
254 morti. Marco Rizzo, Agnoletto, Pecoraro Scanio e gli
altri illustri pensatori di sinistra sono pronti ad accogliere
con orgoglio decine di bare coperte dal tricolore, proclamando
che sono fieri del sacrificio dei nostri guerrieri? Oppure
si accorgeranno solo allora che chi va al mulino s’infarina
e chi va alla guerra rischia di morire?
Con quale coraggio si osa contare su una situazione
di pace in Libano, mentre lo scontro non è
ancora terminato e mentre le stesse persone hanno
sempre chiamato “missione di guerra” quella in Irak, dove
la guerra è finita da anni?
Sono domande inutili. A che scopo discutere con
chi non ha orecchie e non ha più spirito critico
delle folle che applaudivano Mussolini?
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
14 agosto 2006
Massima del giorno
Godere della morte altrui non è elegante.
Ma non tutti i nostri pensieri sono eleganti.
G.P.
MOLLICHINE
Da Repubblica: "morti bianche" in aumento, 469
vittime nei primi 5 mesi 2006". Con la logica di
Prodi, è chiaro che è colpa dell'attuale
governo.
Un agente infiltrato ha sventato il complotto
terroristico britannico. La magistratura indaga.
Pare che per farlo abbia posteggiato in divieto di
sosta.
Uccisione di Angelo Frammartino. Napolitano:
"Bisogna porre fine al clima di violenza nella
regione". Accidenti, che intuizione!
Siniora: "continueremo a batterci sul fronte
diplomatico con la stessa forza con cui ci siamo
battuti durante la guerra". Cioè subiremo senza
reagire.
Paolo Cento: "Gli italiani non dovranno sparare
neanche un colpo". Fucili e cannoni servono per
metterci dei fiori, come ci hanno insegnato a Woodstock.
Micheli: «È stato proprio il Sismi a
segnalare ai Servizi inglesi già alcuni
mesi fa la possibilità di azioni terroristiche».
A quei cretini che mai ci avrebbero pensato.
G.P.
CORSI E RICORSI
Le mancate stragi sugli aerei in partenza da
Londra per gli Stati Uniti - stragi studiate
e finanziate dai fascisti islamici quale ennesimo
atto di aggressione all'Occidente - ci insegnano almeno
due cose: che siamo in guerra e che l'Europa dorme,
salvo l'Inghilterra. L'Italia, galleggiando sull'asse
sinistra-giudici tutti buonisti e caramellosi con i "resistenti",
è ormai così inaffidabile che gli 007 Usa
e inglesi ci hanno informato solo a cose fatte. Di un paese
che manda a casa gli attentatori ed in galera i capi
dei suoi servizi segreti, non si fida più nessuno.
Detto questo, ci siano consentite un paio di riflessioni. Siamo
in guerra. Solo i bamba non se ne sono accorti e disquisiscono,
spaccano il capello in quattro, incolpano se stessi e la nostra
civiltà. Molti, troppi italiani, si rifiutano di
riconoscere, come scriveva ieri Massimo Teodori, che il
terrorismo islamista è quello che è. E cioè
un soggetto ideologico, totalitario e nichilista, che ha la stessa
carica distruttiva che in passato hanno avuto il nazismo ed il
comunismo. C'è un disegno, evidente, firmato da un terrorismo
ormai globalizzato che nasce qui, in una Europa sempre più
dormiente e fabbrica di kamikaze, eppoi va ovunque a combattere
la "guerra santa", dall'Afghanistan allo Yemen, dalla Cecenia
all'Iraq. Qui si preparano all'odio e al martirio, sotto i nostri
occhi, nelle moschee gestite da predicatori dell'odio, corteggiati
dai soliti noti, illusi di integrarli o convertirli. Ma cosa volete
integrare e convertire gente che manda una donna incinta su un aereo
da far saltare in aria; una donna che anziché dare la vita
- cioè il passaggio più alto che esiste in natura - la
va a togliere a centinaia di innocenti, di civili, di altre donne,
di altri bambini. E‚ questa ideologia dell'odio che sgomenta; questo
odio contro gli Stati Uniti, gli Ebrei, l'Occidente, il diritto
(sacrosanto) di Israele di esistere. E‚ questo programma di violenza
planetaria - solo aggressiva, non reattiva - che va arginato.
E piantiamola con la fregnaccia che è solo colpa della guerra
in Iraq, come raccontano coloro che cominciano a capire e ricorrono
alle bugie per non passare da fiancheggiatori. Poi, al momento
buono, come sempre, un oplà aggiusterà tutto. L'Italia
dorme. L'Islam fascista ci vuole tutti morti e noi "continuiamo
a far finta di niente", come ha scritto venerdì Magdi Allam,
uno dei pochi che suona la campana. Anzi, facciamo anche peggio:
scarceriamo i terroristi, chiudiamo un occhio con i clandestini,
arrestiamo chi ferma i kamikaze, smantelliamo gli 007; ci illudiamo
di comprare i loro voti regalando la cittadinanza italiana. Stiamo
freschi. Continuiamo a nasconderci - pigramente, follemente -
dietro il fico delle illusioni neutraliste e pacifiste. Stiamo
ripetendo gli stessi errori compiuti nel 1939 quando pensavamo che
il Mostro totalitario non fosse così Mostro e ci siamo poi messi
persino a corteggiarlo. Poi è andata come è andata. E
non mi risulta che in Normandia siano sbarcati Casarini ed Agnoletto.
Forse erano i marines imperialisti. Ed abbiamo salvato la pelle. Perché
allora dobbiamo sbagliare una seconda volta?
LA RISOLUZIONE
1701 ED I SUOI EFFETTI
Per esaminare l'ultima Risoluzione del Consiglio
di Sicurezza dell'Onu, la 1701 dell'11 agosto
2006, mancando il testo integrale è bene basarsi
su ciò che scrive l'Ansa e in particolare sui
"virgolettati", per evitare commenti o interpretazioni.
Il corrispondente ad esempio scrive che "Il Consiglio
di Sicurezza dell'Onu ha approvato all'unanimità
una risoluzione per chiedere al più presto la cessazione
delle ostilità in Libano" e qui si può già
saltare sulla sedia: la Risoluzione dice "al più
presto" o "immediatamente"? Per chi ha studiato diritto,
"al più presto" non significa nulla. Potrebbe
essere anche fra cinquant'anni. Meglio tornare agli scarni
"virgolettati".
La Risoluzione chiede "una totale cessazione
delle ostilità", con "una immediata cessazione
da parte di Hezbollah di tutti gli attacchi e una
immediata cessazione da parte di Israele delle operazioni
legate all'offensiva militare". Belle parole. Ma
quid iuris, se Hezbollah continua
a sparare razzi su Israele? Ovviamente la guerra continuerà.
E quid iuris, se Hezbollah sostiene
che aveva smesso e ora continua a sparare razzi perché
Israele continua le sue operazioni belliche? La guerra
continuerà. E quid iuris se Hezbollah
non lancia razzi e Israele afferma che l'ha fatto, o se
Israele sta completamente fermo e Hezbollah afferma che sta
compiendo atti di guerra? Traduzione: la cessazione delle
ostilità si avrà non quando lo chiede una Risoluzione
Onu ma quando ambedue le parti ne avranno voglia.
I Quindici chiedono
poi al governo libanese e all'Onu di ''dispiegare
le loro forze insieme'' nel sud del Libano
e ''al governo israeliano, quando questo dispiegamento
inizierà, di ritirare tutte le sue forze
dal sud del Libano parallelamente''. Qui c'è
una voluta imprecisione: Israele non potrà ritirarsi
quando il dispiegamento "inizierà", perché
altrimenti dovrebbe farlo quando il primo soldato Onu
(per non parlare dell'Unifil che è già
in loco), metterà piede in Libano. E questo mentre ancora
gli Hezbollah tempestano di razzi la Galilea. In realtà
vale il prosieguo del testo: Israele potrà ritirarsi,
come in "parallelo", cioè in quanto siano giunte forze
libanesi-Onu sufficienti e in quanto gli Hezbollah siano stati
disarmati. E questo non è detto che avvenga in tempi
brevi. Non solo perché non si sa quanto tempo ci vorrà
prima che alcuni stati si dichiarino disposti ad offrire i loro
soldati per una missione che sarà inevitabilmente di
guerra, e prima che queste forze siano organizzate, giungano
in loco e siano operative, ma anche per la difficoltà dell'impresa
stessa. Passeranno settimane? Mesi?
È ragionevole pensare che Israele in
linea di principio non sia contraria a questa
Risoluzione 1701 perché essa comincerà
ad avere effetti concreti quando Israele avrà completato
militarmente la propria azione. O, almeno, questo
è ciò che i capi militari israeliani possono
lecitamente sperare.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 12 agosto 2006
IL 71 E IL 17
Gli Hezbollah
hanno vinto, fino ad ora, la guerra psicologica.
Ma hanno fatto un affare?
Nell’estremo sud dell’Italia c’è un’espressione
che probabilmente manca altrove: “il 71
è diventato 17”. Qualcosa che ci pareva positivo
a volte si trasforma in una disgrazia.
Accanto alla battaglia che si combatte sul
terreno, in Libano c’è il “psychological
warfare”: cioè la guerra delle notizie e
delle immagini, presentate in modo da conquistare
simpatie e sostegno. In essa, il “Partito di Dio” si è
dimostrato maestro. È riuscito a far dire ai
media occidentali che le vittime di questa guerra sono
solo civili, (la Rai, oggi: “circa 1.000 vittime di cui
990 civili”). Anzi, prevalentemente bambini. È riuscito
a far credere che gli israeliani hanno fatto un buco nell’acqua,
perdendo molti uomini. È insomma riuscito a far credere
di star vincendo la guerra. E questo è il 71.
Ma si può obiettare che se fino ad ora
Israele è stata resa antipatica alle anime
belle perché sempre simile a un Golia armato
fino ai denti, le cose potrebbero cambiare se essa
dovesse apparire debole, vulnerabile, afflitta da notevoli
perdite umane anche nel suo esercito. Per non parlare
di una popolazione civile maltrattata da migliaia
di razzi. Anche fra gli israeliani ci sono bambini.
Non solo. Se
i terroristi, appena Tsahal ha superato
la frontiera, avessero smesso di sparare razzi,
avrebbero anche potuto sostenere che Gerusalemme
aveva scatenato una guerra per nulla: per due soldati
rapiti, una scusa incredibile! Mentre loro, pur di
avere la pace, avevano smesso la loro aggressione ed erano
disposti a restituire immediatamente i due soldati. Israele
doveva solo ritirarsi e smetterla con i raid aerei.
Chi sarebbe riuscito a dargli torto? Invece hanno proclamato
che accettavano la sfida, che erano in grado di contrastare
Israele, che ad Israele avrebbero fatto pagare caro l’avere
osato… difendersi, sicché la risposta di Israele è
divenuta ragionevole per tutti. Non è che per caso questo
sia un 17?
Hezbollah, per la sua guerra psicologica,
fa di tutto per minimizzare le proprie perdite
e i danni subiti, mentre sa bene qual è la
realtà, per la propria organizzazione
e per il martoriato Libano. La guerra psicologica non
può influenzare Israele, che è unita come un solo
uomo sotto una pioggia di katiusha e combatte per la
propria sopravvivenza, e se influenza i terzi influenza esattamente
coloro che non hanno alcun peso nello scontro: i paesi arabi
e gli europei di sinistra. Mentre Israele da decenni sa di
dover contare solo su se stessa, senza tener conto di un’opinione
pubblica internazionale disposta a spenderla per la propria
tranquillità. Anche a questo fenomeno, che numero
bisogna assegnare?
Ulteriore conseguenza dell’atteggiamento
del “Partito di Dio” è che Israele oggi può
chiedere che qualunque forza s’installi nel sud
del Libano dev’essere capace di disarmare gli Hezbollah:
e nessuno può dire di no. Avrebbe ottenuto questo
risultato, se i terroristi avessero tenuto
un low profile? Se fossero stati tanto furbi da farsi
ritenere insignificanti? La comunità internazionale,
e perfino gli Stati Uniti avrebbero fatto pressione
su Israele affinché si ritirasse e si tornasse
alla “pace”. Dopo di che gli Hezbollah avrebbe ripreso come
prima a bombardare Israele.
Un’Israele vittima è un’Israele che
nessuno può rifiutarsi di ascoltare e la sua
richiesta di sicurezza è incontestabile. Perfino
il governo filo-Hezbollah del Libano parla d’inviare
15.000 uomini per riprendere il controllo del sud del
paese. Il futuro dunque non è roseo, per Hezbollah.
Si può vincere una battaglia e perdere la guerra.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 9 agosto
2006
Attenzione alla
cittadinanza
L'Italia è stato uno degli ultimi, tra
i grandi paesi europei, a dover affrontare l'immigrazione
di massa e quindi, nel definire le norme che la regolano,
avrebbe potuto far tesoro delle esperienze e delle
difficoltà altrui. Soprattutto in seguito all'affermazione
in settori delle società islamiche dell‚estremismo,
i diversi modelli di integrazione europei hanno mostrato
i loro limiti. Il modello francese, quello dell'inclusione
repubblicana, che consiste nel sottolineare l'adesione ai
valori civili indipendentemente dalla fede religiosa (che
dev'essere nascosta nelle scuole pubbliche dov'è vietato
indossare il velo islamico o la kippah ebraica o mostrare una
croce cristiana troppo evidente), non ha evitato il dilagare
della rivolta giovanile maghrebina nelle banlieue.
Quello britannico, basato invece sul riconoscimento comunitario
delle diverse aggregazioni etniche e religiose, ha portato alla
sconvolgente visione di un giovane di origini arabe, ma con un
inconfondibile accento dello Yorkshire, vantarsi delle sue attività
terroristiche.
La nuova situazione ha indotto quasi tutti
i paesi europei a stringere le redini in materia
di immigrazione, compresa la Spagna, e questo
tra l'altro ha determinato, secondo il ministro Amato,
un considerevole aumento della pressione dell'emigrazione
clandestina verso l'Italia. Il nuovo governo
ha scelto, in questo campo, di adottare una linea
di larghezza, con 300 mila regolarizzazioni, il diritto
alla cittadinanza per i nati in Italia e per gli immigrati
residenti da più di cinque anni.
Lo scopo di qualsiasi legislazione razionale
in questo campo è quello di separare l'immigrazione
regolare da quella clandestina, in modo da
ridurre la zona grigia dell'illegalità, nella quale
si annidano i fenomeni più pericolosi. Lo smantellamento
del sistema vigente, che aveva funzionato abbastanza
bene, senza che si determini un nuovo equilibrio tra
rigore verso i clandestini e accoglienza per gli altri,
lascia in piedi il sospetto che la scelta di una così
rapida apertura alla cittadinanza sia soltanto propagandistica
e poco meditata.
da IL FOGLIO
«Immagini
asimmetriche»
“Siamo in battaglia, e più della metà
di questa battaglia si combatte nel campo dei
media”, ripete il numero due di al Qaida, Ayman
al Zawahiri, ai suoi fedeli in Iraq. La lezione si applica
anche in Libano. C’è sempre una scarpetta
di bambino abbandonata con sapienza sul bordo di
un cratere, messa a bella posta per i fotografi che venderanno
le immagini ai giornali occidentali. La seconda scarpetta
servirà per un’altra occasione. Domenica la Reuters
ha scaricato uno dei propri fotografi, Adnan Haji, dopo
che una delle immagini che aveva distribuito ai giornali di
tutto il mondo è risultata alterata. Con pochi e rozzi
ritocchi al computer, Haji ha aggiunto altre colonne di fumo
e altri palazzi distrutti a una foto dei raid su Beirut, in modo
da far apparire l’azione militare più massiccia di quanto
non fosse stata in realtà. Controllando a ritroso il suo
lavoro ci s’imbatte in un’altra manipolazione. Alla foto di un caccia
israeliano che lancia un missile sopra Nabatiye – il 2 agosto
– sono stati aggiunti con lo stesso grossolano procedimento
altri missili in partenza. L’informazione che arriva dal
Libano è anche di questa pasta. Ieri il premier libanese,
Fouad Siniora, in lacrime, ha annunciato l’ennesima strage di
civili: 40 morti, “40 martiri”, ha detto, riferendosi all’attacco
israeliano a Houla. Poi si è scoperto che la vittima era
una, grazie a una salvifica intercapedine. I bombardamenti
su Beirut sono stati molto concentrati, per distruggere bersagli
strategici, come la pista dell’aeroporto e il quartiere meridionale
sciita roccaforte di Hezbollah. L’area non è più
estesa di tre ippodromi, ma le foto che arrivano dalla città
mostrano un paesaggio di devastazione, moncherini spettrali
di edifici che s’alzano a malapena dalle dune dei detriti. Hezbollah,
che controlla il territorio colpito, obbliga i corrispondenti
stranieri a tour attentamente sorvegliati, e a chi riprende l’edificio
sbagliato è cancellata la cassetta, come racconta Charlie
Moore, senior producer dell’americana Cnn. “E’ stato come un tour
nella casa dei fantasmi. Leggermente spaventoso all’inizio, ridicolo
alla fine. Eravamo intruppati con altri 40 giornalisti. Un giovane
da un balcone ci fa il segno della vittoria. Mi giro e vedo la nostra
guida che gli fa segno di alzare di più le mani, così
la nostra telecamera può inquadrarlo. Andiamo a intervistare
un gruppo di guidatori di ambulanze. Ma quelli, al segnale, partono
tutti insieme a sirene spiegate davanti alle telecamere”. Hezbollah
ha imparato a maneggiare perfettamente la sua materia, perché
è costretto a fare affidamento su giornali e televisioni come
su un diverso – ma non meno potente – arsenale per raggiungere i propri
obiettivi. Controllare e manipolare l’informazione in uscita dal
Libano è trasferire all’opinione pubblica mondiale il
compito di arrestare la missione di Tsahal. Il leader Hassan Nasrallah
aveva e ha ancora bisogno del cessate il fuoco, per riorganizzarsi
e mettere in salvo il salvabile. Sarebbe necessario un evento mediatico
della magnitudo di quella prima strage di Cana – un centinaio di
vittime innocenti per un bombardamento sbagliato – che nel 1996
sospese l’operazione israeliana “Grapes of Wrath” sul Libano. Le
anomalie dolose a Cana In questo senso, si comprendono le anomalie dolose
sulla scena della strage di Qana di domenica scorsa. Una su tutte,
il numero delle vittime. Il giorno stesso i morti erano 58, “di cui
37 bambini”. Tre giorni dopo, soltanto dopo una precisa richiesta
dell’organizzazione indipendente Human Rights Watch, e quando ormai
la notizia s’era impressa tra le cose avvenute, il bilancio è
sceso a 28. Vale la pena notare che di solito, in casi terribili come
questo, avviene il contrario. A un primo bilancio d’emergenza
seguono purtroppo gli aggiornamenti che alzano il numero
delle vittime. E vale la pena ricordare anche come, sul posto,
le prime voci parlassero di “almeno 200 morti”. Fonti presenti,
ma che preferiscono rimanere anonime, raccontano di body bag
di plastica riempite con pezzi di mobili e detriti dai “soccorritori”,
e non si vede come far passare altrimenti sotto il naso della
Croce rossa un numero di vittime quasi doppio. E da dove esce il
dato preciso “dei 37 bambini”, se le vittime erano soltanto
28? La ricostruzione fotografica dimostra pure che la corsa
affannosa con i bambini in braccio è stata almeno in parte
inscenata. Sono poveri corpicini estratti assieme, e poi fatti
passare – ma uno alla volta – in braccio davanti ai fotografi,
a ore di distanza l’uno dall’altro, per sfruttare al massimo
la macabra photo opportunity. E poi, passata l’urgenza simulata,
abbandonati pochi passi dopo, assieme, sulle barelle. Adnan
Haji, il fotografo dal quale Reuters non comprerà più
foto, era presente anche quel giorno. Anche una sola vittima
è un evento tragico, però l’onestà dell’informazione
è indispensabile perché in una guerra, soprattutto
asimmetrica, anche l’immagine è un’arma.
Da Il FOGLIO dell'8 agosto 2006
Lo stato della pessima informazione italiana
e il destino di Israele
Leggo i comunicati ANSA, le "dirette" sul
Corriere.it , su Repubblica.it, faccio
una carrellata agli articoli italiani con il
motore PRESSTODAY, e trovo una quantita' impressionante
di notizie storpiate, false, mezze verita' a
senso unico, sempre e comunque nella direzione anti-israeliana.
Una cosa indicibile. Anche sul telegiornale
di Berlusconi il TG5, si fanno contagiare dalle notizie
vere solo in minima parte, mentre al medesimo istante
i telegiornali della SKY NEWS inglese, quelli della
CNN e persino a volte quelli della BBC, danno una spiegazione
dei fatti molto piu' veritiera di quella di quasi tutti
i giornali italiani in internet.
In Italia dicono che in Libano muoiono "civili"
libanesi. Si "dimenticano" di spiegare
che l' aviazione israeliana se spara lo fa' dove
c'e' un obiettivo militare, altrimenti se fosse spinta
dagli stessi progetti genocidi dell' Iran e di Hizballah,
raderebbe al suolo tutte le citta' libanesi da dove sparano
sui civili (questi si' senza virgolette) israeliani 300
o 200 missili al giorno, non si sa' dove ne' a che ora. In Italia
non spiegano che molti "civili" libanesi sono pagati
da Hizballah in denaro o ricevono altri tipi di favori,
se nascondono in casa un certo quantitativo di missili da
122 millimetri, che possono sparare dalla loro finestra
e poi nascondere di nuovo in camera fino alla prossima raffica.
Sui comunicati pubblicati da Repubblica si
parla di 900 e piu' "civili" libanesi morti.
L' ONU ha stanziato molti denari per accogliere una
grande quantita' di profughi del sud del Libano in Siria
e nel nord del Libano, quindi i veri civili libanesi hanno
avuto una possibilita' di scampo, se solo avessero fatto
la scelta di voler rimanere in vita. Sui comunicati di Repubblica
non viene mai ricordato il fatto che Hizballah non usa riferire
il numero dei loro morti combattenti, ma li cataloga sempre
come "civili". Questo e' fornire un' immagine falsa
della realta', cosa a cui noi ebrei siamo abituati,
ma allora perche' gli inglesi cadono molto di meno nella trappola
della falsa informazione anti-israeliana ? Forse perche'
a capo dell' Inghilterra c'e' un vero democratico come Blair
e capo dell Italia due persone ( D'Alema e Prodi)che vengono a
patti con il nazi-fascismo islamico produttore di petrolio ?
Inoltre gli
israeliani soffrono in modo immane senza che nessuno
in Europa se ne accorga. Ho sentito il ministero
degli esteri israeliano dire che se Israele
fornisce ai paesi arabi un' immagine di un' Israele
che soffre ed e' indebolita, cio' provocherebbe un'
ondata di attacchi terroristici anti-ebraici su scala
mondiale e galvanizzerebbe tutto il mondo islamico
nel perseguire con ancora piu' violenza la loro
Jihad neonazista, sia contro Israele che contro gli
ebrei e i loro alleati americani. Dall' altra parte, non
mostrare la sofferenza degli israeliani in Europa, attira
tutte le simpatie della stampa europea verso le false
vittime libanesi che sono solo vittime dell' ideologia
fondamentalista di Hizballah e non della cosiddetta "violenza"
del paese piu' moderno e democratico del medio oriente
(Israele). Quindi, come al solito, Israele si trova in
una situazione insostenibile : se mostra le proprie sofferenze
cio' non giova alla propria posizione nel mondo islamico
(che capisce solo la lingua della forza mista a quella
della menzogna orchestrata a regola d' arte), ma se non le
mostra, cio' provoca un' attacco dei mezzi di disinformazione
di massa europei, che influiscono sui politici europei e
sul destino delle loro scelte.
In Israele il governo ha deciso di non organizzare
una tendopoli al nord di Ashkelon per accogliere
i due milioni di poveri civili israeliani
(compresi quelli di Afula e Hadera) che da 30 giorni
non vivono in rifugi mal messi e inospitali, per
non fornire al mondo islamico un' immagine di un' Israele
debole.
Eppure il miliardario russo-israeliano Arkadi
Gaidamak ha creato una tendopoli li' dove
il governo non ha voluto farlo, e migliaia di
profugi israeliani passano le loro giornate al
nord di Ashkelon, al riparo dai missili Qassam
di Hamas (che colpiscono solo a sud di Ashkelon) e da quelli
a corto raggio di Hizballah. Se Hizballah decidesse
di sparare su quel campo profughi anche uno solo dei loro
missili a lungo raggio potrebbero assassinare moltissimi
israeliani in un colpo solo. Forse cento, forse mille.
Forse e' per questo che il governo preferisce non organizzare
tendopoli in Israele.
Il giornalista Clifford May nell' articolo
di cui allego il link in fondo spiega che sia
Hizballah che i "civili" che hanno scelto di rimanere
nel sud del Libano sanno perfettamente che Israele
ha le mani legate (e probabilmente proprio per questo
hanno preferito rimanere nel sud del Libano, a Tiro, Sidone
e negli altri centri) : da un lato se reagisce con
la sua (legittima dico io) forza verra' accusata dai mezzi
di disinformazione di massa occidentali di aver commesso dei
"crimini contro l' umanita' ", uccidendo molti "civili"
libanesi. Dall' altra, se non reagisce, la cosa verra' mostrata
nel mondo islamico come un segno di debolezza e galvanizzera'
le sue masse disoccupate e non istruite a combattere Israele,
l' America e gli ebrei, con violenza e con continuita' maggiori.
Intanto piu'
di un quarto della popolazione israeliana viene
colpita da piu' di 200 missili al giorno senza
che la cosa desti nessun tipo di scandalo nei paesi
occidentali, a parte gli USA, l' Australia e parte della
Gran Bretagna (da quello che ho potuto vedere io). La
Francia, l' Italia, e la Spagna sono sorde e cieche
rispetto alle immani sofferenze degli ebrei d' Israele.
La Germania lo e' di meno a livello di politici e di parte
dei giornalisti, ma c'e' un' altra grassa parte della disinformazione
tedesca che si e' allineata con gli altri europei. Il Papa
biasima implicitamente in modo scandaloso Israele,
e non dice a voce aperta che i colpevoli di tutta questa
situazione sono il fondamentalismo neonazista islamico,
con le sue varie diramazioni, Al Qaeda, Hamas, Hizballah, Iran
(e la Siria suo alleato) ecc. ecc. , oltre alla situazione di
arretratezza e disoccupazione autoimposta delle masse dei paesi
islamici che devono sfogare la proprie frustrazioni contro
il solito capro espiatorio della storia : gli ebrei d' Israele.
L' Iran ha il 40% di disoccupazione eppure e' uno dei maggiori
produttori di petrolio del mondo. Dice che la soluzione e' la
distruzione di Israele. Eppure Israele ha inventato componenti
della moderna telefonia, di internet, della medicina, degli armamenti,
ecc. ecc., tutte cose che producono lavoro e ricchezza. Invece
di usufruire di queste invenzioni per dare lavoro alle masse islamiche,
si crogiolano nell' ideale "neoariano" (quindi neonazista) in
chiave musulmana (sognano un mondo composto da soli musulmani...)
della distruzione di Israele, per islamizzare e "ridare" a
quella gente che e' immigrata in Palestina (i cosiddetti "palestinesi",
"dimenticandosi" che gli ebrei fino al 1948 erano loro chiamati
"i palestinesi" mentre gli arabi di Palestina venivano chiamati
"gli arabi" ...) tra gli anni 1880-1948 in concomitanza con le immigrazioni
degli ebrei (anzi come conseguenza ... dico io), un pezzettino di terra
che sarebbe piu' giusto lasciare al popolo ebraico, se ci fosse giustizia
nel mondo.
In mezzo a questo panorama di una realta'
storpiata dai mezzi di disinformazione
italiani, spiccano nel loro isolamento, poche
isole di lucidita' italiane, come Il Foglio,
Il Giornale, l' Opinione, Libero, Padania, spesso
il Corriere (quando filtra le notizie ANSA ...
cosa che non sta facendo in questo mese estivo di
guerra), e altri, che una volta, negli anni settanta, quando
ero ragazzo, erano etichettati come i giornali di destra
o meglio "fascisti", ed invece oggi sono secondo me i
veri giornali anti-nazi-islamici, mentre i giornali
della cosiddetta "sinistra" italiana, sono diventati
i giornali che appoggiano indirettamente la Jihiad nazi-islamica
(quindi sono in realta' loro i giornali "fascisti"
oggi...).
Alberto Levy - albilevi@gmail.com
-Tel Aviv
ISRAELE STA VINCENDO
O STA PERDENDO?
Nessuno conosce il futuro. Ma per il piacere
di “gufare” Israele, per voluttà di suicidio
dell’Occidente, per irrazionale antiamericanismo
o per semplice stupidità, molta gente sta
dando per sicuro che il risultato dell’operazione
israeliana in Libano sia negativo. Il pessimismo nasce
da quanto segue:
1) Le vittime delle operazioni militari sono
civili, e soprattutto bambini, con grave
danno d’immagine per Gerusalemme;
2) Le vittime sono sì libanesi, ma non
gli Hezbollah, che sembrano invulnerabili;
3) Malgrado gli immensi danni materiali,
e una guerra più lunga delle altre combattute
da Israele, il Libano non si piega e gli Hezbollah
spediscono, come prima e più di prima, centinaia
di razzi contro la Galilea.
Tutti e tre questi punti non sono significativi.
Che le vittime siano soprattutto bambini
è ciò che dice la propaganda filo araba.
E dunque europea. In realtà, la percentuale
di bambini non può che corrispondere alla
percentuale di bambini sulla popolazione. In una
popolazione “vecchia” come quella italiana morirebbero
soprattutto degli anziani. Sarebbe invece opportuno
parlare delle responsabilità degli Hezbollah, che impediscono
ai civili – bambini inclusi - di fuggire.
In secondo luogo, se Israele dovesse sopravvivere
perché la stampa europea ne sostiene le ragioni,
sarebbe stato cancellata dalla carta geografica
da molto tempo. Il danno d’immagine lascia Gerusalemme
fredda perché per molti Israele è malvagia
qualunque cosa faccia. Anche quando abbandona i territori
occupati.
Infine bisogna osservare che mentre le vittime
civili libanesi sono “effetti collaterali”
(Israele spesso avverte prima di bombardare),
gli Hezbollah non mirano e sperano di fare quante
più vittime civili è possibile.
In un mondo filo-terrorista nessuno riesce a far pesare
questa differenza: ma essa esiste eccome.
Tsahal in realtà combatte con un braccio
legato dietro la schiena. Se si comportasse
secondo le normali regole di guerra, spianerebbe
a cannonate tutti gli edifici in cui sospetta che ci
siano dei nemici. Invece li va a stanare personalmente,
affrontando tranelli, mine e insidie di ogni sorta.
I libanesi devono sperare che l’esasperazione non l’induca
a cambiare queste regole d’ingaggio.
Per quanto riguarda
i danni inflitti a Hezbollah, nessuno ne
parla perché se in uno scontro muoiono
due israeliani e trenta guerriglieri la notizia
è che gli israeliani hanno perso due soldati.
Con questo metro, chiunque perderebbe qualunque battaglia.
Inoltre da un lato i media sono scettici sui dati
forniti da Israele (quando gli israeliani dimostrano
con filmati che una palazzina di Cana è stata usata
come base per lanciare dei missili contro Israele
è chic rimanere dubbiosi), dall’altro il partito di
Dio non ha interesse ad ammettere le proprie perdite:
chi ha dimenticato quel generale irakeno che scese in piazza
per negare i successi americani mentre l’US Army era già
alla periferia di Baghdad?
Ma gli Hezbollah – si dice - riescono a lanciare
centinaia di razzi katiusha contro la Galilea.
È vero. Infatti, per lanciarli, basta mettere
un treppiede in giardino e dar fuoco al razzo senza neanche
mirare. Le attività artigianali – come la mafia agricola
siciliana d’un tempo – sono difficilissime
da battere proprio per l’insignificanza della singola azione
e il vasto territorio su cui si appoggiano. Ma l’effetto
di questa attività terroristica è sostanzialmente
più quello d’infastidire Israele che di metterlo
in pericolo. Mentre più importante sarebbe
sapere quale sia stato l’effetto delle operazioni belliche
israeliane sulle infrastrutture, i covi, i depositi
di armi dei terroristi, ecc. E questo nessuno lo sa o
lo dice.
Il fatto che il Libano contesti l’Onu e cerchi
d’imporre le proprie condizioni non dimostra
affatto l’inefficienza dell’azione israeliana:
dimostra soltanto che i dirigenti arabi aspettano che
si arrivi all’irreparabile prima di accettare la lezione
della realtà. Nel 1973 l’Egitto chiese la
pace quando migliaia e migliaia di suoi soldati rimasero
intrappolati nel Sinai, rischiando la morte per sete,
e quando la task force di Sharon era in vista del
Cairo. Se il parallelo è valido, la testardaggine
libanese potrebbe condurre Israele a rendere ancora
più pressante la propria azione, con ulteriori gravissimi
danni per il Libano. Non ne siamo lontani. Giorni fa Hezbollah
ha minacciato di far cadere dei razzi su Tel Aviv e Gerusalemme
ha risposto che, in questo caso, sarebbero state bombardate
tutte le centrali elettriche del Libano. Solo chi non ha subito
un black out di qualche giorno non sa che cosa significhi:
è come se improvvisamente si tornasse all’età della
pietra o quasi. Ma importante è notare è che Israele
ha la possibilità di staccare la luce all’intero Libano
e fino ad ora se ne è volontariamente astenuta: in queste
condizioni, come dichiarare perdente chi dispone di una tale
superiorità sul campo?
Infine la progettata risoluzione dell’Onu
dimostra che gli Hezbollah non hanno affatto
conseguito la vittoria politica in cui speravano.
La bozza infatti impone il loro disarmo.
Il risultato d’una guerra si giudica quando
è finita.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it -
8 agosto 2006
Il peso dei
morti non è mai lo stesso
L'indignazione di tanti indignati m'indigna.
Per l'opinione pubblica mondiale certi
morti musulmani pesano quanto una piuma, altri
tonnellate. Due pesi, due misure. Il massacro
quotidiano di civili a Bagdad è relegato alla rubrica
delle brevi, mentre il bombardamento che uccide 28
abitanti a Cana è elevato a crimine contro l'umanità
e solo spiriti rari come Bernard-Henri Lévy
e Magdi Allam se ne meravigliano.
Perché i 200 mila massacrati del Darfur
non suscitano un quarto delle reazioni d'orrore
risvegliate dalle vittime 200 volte meno
numerose in Libano? Poiché sono musulmani
a uccidere altri musulmani, bisognerà credere
che l'assassinio non conti agli occhi delle autorità
coraniche, né per la cattiva coscienza occidentale?
La spiegazione non regge, poiché l'omicidio
non riveste maggiore importanza quando è l'armata
russa, cristiana e benedetta dai Papi, a radere al suolo
la capitale dei musulmani ceceni (Grozny, 400 mila abitanti)
e uccidere decine di migliaia di bambini. Il Consiglio
di Sicurezza non indice riunioni su riunioni e l'Organizzazione
degli Stati islamici volge piamente lo sguardo altrove.
Ne consegue che solo il musulmano ucciso dagli israeliani
vale l'indignazione universale.
Bisognerà credere che Ahmadinejad dia
voce a sentimenti covati in segreto dall'opinione
pubblica mondiale? Eppure tante coscienze
occidentali oltraggiate dai bombardamenti in Libano
si proclamano doppiamente indignate se sospettate
di antisemitismo. Tenderei a dar loro credito, non
pensiamo che il pianeta intero sprofondi nella paranoia
antigiudaica! Il mistero si infittisce ancora. Perché
tale emiplegia? Perché l'indignazione mondiale
monta quando si tratta di bombe israeliane? Le immagini
delle devastazioni in Libano -che sconvolgono assai più
degli affamati del Darfur e delle macerie in Cecenia - sono
implicitamente sottese da una geopolitica surrealista. Chi
si sofferma sulle cronache di Cana o Gaza non conta soltanto
i feretri dei brutti giorni, gli infelici che si seppelliscono
paiono circonfusi di un'aura di annuncio fatale, ignota alle centinaia
di migliaia di cadaveri africani o caucasici.
Quanti esperti
individuano ormai da decenni nel
conflitto mediorientale il cuore del caos mondiale
e la chiave della sua risoluzione? Quale diplomatico
tralascerà di ripetere dieci volte e non una che
le porte dell‚inferno e il Sesamo del ritorno all‚armonia
internazionale stanno a Gerusalemme? Unostesso
copione fisso nelle menti del XXI secolo vuole che tutto
si giochi sulle rive del Giordano. Scenario «duro»:
finché si contrapporranno 4 milioni di
israeliani e altrettanti palestinesi, 300 milioni
di arabi e un miliardo e mezzo di musulmani saranno
condannati a vivere nell'odio, nel sangue e nell'oppressione.
Versione «morbida »: basterà una qualsiasi
pace, a Gerusalemme, perché a Teheran, Karachi, Kartum
e Bagdad gli incendi si plachino e arretrino dinanzi
all‚armonia universale. I nostri saggi sono diventati folli?
Teorizzano sinceramente e seriamente che in assenza del
conflitto israelo-palestinese non si sarebbe verificato
nulla di grave, non avremmo avuto la sanguinaria rivoluzione
di Khomeini, né le spietate dittature dei partiti Baath
siriano e iracheno, né il decennio del terrorismo islamico
in Algeria, né i Talebani in Afghanistan, né gli
sciami di alfieri di Dio senza fede né legge?
Un'ipotesi triste e contraria, di rado evocata,
è ancor più verosimile: qualsiasi cessate
il fuoco intorno al Giordano resta intrinsecamente
instabile finché il palazzo, la strada, buona
parte dell'intellighentsia e gli stati maggiori
musulmani serberanno intatta la passione antioccidentale.
La «mondializzazione» si accompagna
immancabilmente a reazioni di rigetto spesso dure, talvolta
crudeli. Non occorreva esistesse, dal 1947, l'entità
sionista per infiammare l'antioccidentalismo germanico
da Fichte a Hitler, l'antioccidentalismo russo che
senza sosta è risorto sotto gli Zar come sotto Stalin
e ormai Putin. Solo un ingenuo può supporre che la
volontà di potenza iraniana, che attinge la sua forza
d'urto dalla rivoluzione khomeinista, rintracci nella
«questione ebraica » altro che un pretesto
a jihadizzare il mondo intero. Una volta cancellata Israele,
chi crede che la rivoluzione verde festeggerà il
trionfo deponendo le armi? La geopolitica della cattiva fede
che consacra il Medio Oriente perno dell'ordine
mondiale è diventata la religione dell'Unione
europea, la fede di infedeli e poco credenti d'Occidente.
I pensatori
postmoderni hanno affermato a torto la fine
delle ideologie mentre navigavamo ancora in piena
illusione ideologica, dopo aver barattato la speranza
fallace della lotta finale con la predicazione angosciata
di una catastrofe non meno assoluta e finale. Gerusalemme
non è il centro del mondo ma il presunto centro
della fine del mondo. La nostra funesta fantasmagoria si
nutre di premonizioni apocalittiche. A forza di invocarla,
si finirà per credere alla fumosa guerra di civiltà.
E a forza di prevederla, la si farà, secondo il
metodo ben reso nell'inglese self fullfilling
prophecy, il pronostico che si conferma da sé.
Il bombardamento degli abitati israeliani con missili del
Partito di Dio dà forza alle promesse di annientamento
del Padrino iraniano. Tuttavia, sottolinea con ironia Clausewitz,
non è l'aggressore ad avviare il conflitto ma è
lui a decidere di fermare l'aggressione. Dunque Israele
è necessariamente colpevole. Circostanza aggravante:
colpevole di una fine del mondodella quale tutto il mondo farnetica.
Dalla geopolitica surrealista al delirio, la china è scivolosa.
ANDRÉ GLUCKSMANN -
07 agosto 2006
- Cds
UN GENIO DELLA POLITICA
La Spinelli pontifica sugli avvenimenti
in Libano dimostrando faziosità,
antiamericanismo e, soprattutto, disinformazione.
Per alcuni Barbara Spinelli è un genio
della politica ma c’è chi ha dei dubbi.
Nel solito (troppo lungo, 1.563 parole)
articolo di domenica scorsa la signora avverte
preliminarmente che quella degli Hezbollah
è “un’aggressione che minaccia esistenzialmente
Israele”. Esistenzialmente. Già per avere appreso
un nuovo avverbio bisognerebbe esserle grati.
Certo, sorprende e sembra goffo, come certi nuovi modelli
di automobile, ma, come si dice, basterà farci
l’occhio, e magari uno si limiterà ad un leggero
senso di nausea, la prossima volta. Lasciando tuttavia
da parte le note linguistiche, va notato che questa
“aggressione” è in contrasto col resto dell’articolo,
in cui si dice che la guerra non è stata provocata
da un’azione di Hezbollah ma dagli Stati Uniti che
hanno ordinato ad Israele di scatenarla.
“Ogni giorno muoiono 100 civili
in Iraq, ma è la guerra in Libano che
occupa le prime pagine dei giornali. … In America,
lo spazio televisivo dedicato a Baghdad è
caduto del 60 per cento fra il 2003 e questa primavera.
Una manna, per il governo americano: fin quando
dura la piaga libanese, Washington non dovrà
rispondere del caos suscitato - tramite Iraq -
in Medio Oriente e nel mondo”. L’opinion leader
della “Stampa” - qui e in seguito, come si vedrà
- sostiene che la guerra in Libano è stata decisa
dagli Stati Uniti per togliere i riflettori dall’Iraq.
In realtà la guerra è stata imposta da una delegazione
degli Ufo, che sbarcata da un’astronave invisibile
sul prato della Casa Bianca, ha spaventato a morte Bush il
quale a sua volta, obbedendo, ha inviato Superman da Olmert.
Il resto è sui giornali.
“Una strategia che ha tutta l’aria
di trattare Israele come un mezzo, non un
fine come Bush pretendeva”. La strategia americana
dunque guida Israele e lo usa come un fantoccio.
Ma la strategia americana è guidata dai petrolieri,
si sa. E questi dipendono fondamentalmente dall’Arabia
Saudita. Sicché la verità è che i principi
di quell’arretrato paese stanno facendo una guerra
all’Iran dando ordini ai petrolieri, che dànno
ordini a Bush, che dà ordini a Olmert, che colpisce
il Libano, che se la prende sotto banco con la Siria, che
se ne lamenta con l’Iran, il quale a sua volta…
Gli americani
“adoperano la guerra libanese per rifarsi
della bancarotta irachena”. Che quella sia
una bancarotta, chi di mestiere non fa il profeta
aspetta la fine della vicenda, per dirlo: ma è
bello vedere come siano indubbiamente gli americani
che hanno voluto la guerra libanese. Infatti l’ “adoperano”.
È tutta un’operazione mediatica, per fare diminuire
di dimensione i caratteri dei titoli riguardanti
l’Iraq e magari farli passare dalla prima alla quinta
pagina. Diavolo d’un Bush, una ne fa e cento ne pensa.
“lo stato d’Israele sprofondato
in un conflitto che sta perdendo”.
La prudenza vorrebbe che, prima di alzare il pugno
del pugilatore vincente, si aspettasse la fine
dell’incontro. Soprattutto quando uno dei due – Israele
– è militarmente un gigante e l’altro solo
un nano, anche se il nano usa una tecnica subdola
e sleale.
“Poi c’è il conflitto in Iraq,
da cui l’odierna catastrofe discende”.
Affermazione gratuita.
“gli Stati Uniti sono ormai parte
del problema e non della sua soluzione”.
Anzi, sono il principale problema. Se solo gli
Hezbollah riuscissero ad allargare il Golfo del Messico
fino alla frontiera canadese, quanto più
bello sarebbe il mondo! Un nuovo canale di Panama,
largo migliaia e migliaia di chilometri: che comodità.
Ma la Spinelli ci spiega anche nei particolari
le intenzioni dei governanti statunitensi:
“Il loro obiettivo: spingere i governi israeliani
ad abbandonare la strategia di restituzione
dei territori; incitarli a regolare i conti con Siria,
Iran, Autorità palestinese”. La signora dimentica
che: a) gli israeliani hanno restituito dei territori
e i palestinesi, come gli Hezbollah, ne hanno approfittato
per lanciare più da vicino i loro razzi su Israele.
b) Israele non ha da regolare conti con la Siria.
"la Siria reclama con ragione la restituzione delle
alture del Golan” ma esse sono state annesse decenni
fa, benché economicamente insignificanti, e la
Siria non ha il diritto morale di richiederle indietro
(sarebbe “revanscismo”) perché in passato se ne
servì per bombardare continuamente Israele da quella
posizione elevata. Israele ha annesso il Golan esclusivamente
per ragioni militari e difensive. c) Con l’Iran non c’è
nulla da negoziare, visto che non esistono contenziosi di nessun
genere, salvo il piccolo dissenso per cui l’Iran vorrebbe
uccidere tutti gli israeliani e costoro non sono d’accordo.
Il compromesso dovrebbe condurre al semplice ferimento di
tutti i cittadini d’Israele?
La Spinelli
tuttavia parla seriamente e ripetutamente
di negoziato, non si sa su che cosa. “Chi
aspira all’uscita dal sonno dogmatico chiede… che
si negozi col nemico… Chiede il ritorno alla diplomazia,
alla restituzione delle terre, e se la guerra è
necessaria: che sia la continuazione di una politica,
non di una non-politica”. Hezbollah lancia
continuamente missili su Israele, uccide e rapisce
i suoi soldati, e si dovrebbe rispondere con la
diplomazia? Mah. Quanto alla restituzione delle
terre, non esiste contenzioso in tale materia col Libano.
Che infine la guerra sia la continuazione di una politica,
non di una non-politica, implica che quella della
Spinelli sia una politica e quella d’Israele una non-politica.
A questo piccolo stato non rimane che chiederle di volere
gentilmente andare a prendere il posto che fu della buonanima
di Golda Meir, visto che è l’unica che ci capisce qualcosa,
nel mondo. E, oltre tutto, non è una presuntuosa.
“Bisogna negoziare con Iran, con
la Siria.” Soprattutto l’idea del negoziato
con l’Iran è divertente: innanzi tutto, per
le ragioni sopraddette, poi visti i bei risultati
ottenuti dall’Europa e da El Baradei in materia di
armamento atomico. Effettivamente, negoziare con l’Iran
è istruttivo e produttivo di grandi risultati.
“il partito di Dio è proteiforme,
raccoglie tutti coloro che hanno combattuto
i 18 anni d’occupazione israeliana” nel sud
Libano. E la signora naturalmente dimentica di
dire che quell’occupazione fino al fiume Litani fu
provocata, prima di quei 18 anni, da aggressioni
in partenza dal sud del Libano (come oggi), e che quando,
18 anni dopo, Israele si ritirò, fu perché
la risoluzione dell’Onu N.1559 le prometteva il disarmo
dei terroristi e la pace. Cosa che l’Onu non ha realizzato.
Sicché di che hanno da lamentarsi, quelli del partito
di Dio? Che quell’occupazione fosse legittima
difesa lo dimostra il fatto che essi hanno più facilmente
aggredito Israele prima di essa e dopo che è cessata.
“Dunque oggi non resta che trattare
con l’Iran oltre che con la Siria”. Non
è questo articolo sia ripetitivo, è che
la giornalista lo scrive ancora una volta. Senza dire
su quale oggetto e con quale credibilità.
“Washington barcolla come un ubriaco,
fra la brama di abbattere regimi avversari
e il desiderio - limitato ma più praticabile
- di modificare i loro comportamenti”. Washington
barcolla come un ubriaco, non diversamente da come
Prodi, nell’ultimo dibattito, definì Berlusconi
come un avvinazzato aggrappato a un lampione. Quelli
di sinistra non solo non sono presuntuosi, ma sono
anche tanto, tanto garbati.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it - 7
agosto 2006
Mettete carri in cerchio...
Massima del giorno
La bontà è a proprie spese,
il buonismo a spese altrui.
G.P.
MOLLICHINE
Per la Francia l'Iran fa da "stabilizzatore"
in Medio Oriente. Come il blocco di cemento
ai piedi degli annegati della mafia.
D'Alema: "Olmert è irrealistico". Crede
di sparare cannonate e sganciare bombe
e invece invia pacchi di confezioni regalo.
Berlusconi ha parlato, in conseguenza del
pacchetto Bersani, di "Stato di polizia tributaria".
Per fortuna, per lui, non cambierà nulla.
Fini: "Vi aspettiamo alla Finanziaria".
Località vicino Filippi.
Nessuna intesa, dopo i colloqui, tra Boselli
e Marco Pannella. Del resto pare che quest'ultimo
abbia litigato anche con Giacinto Pannella.
Olmert: "Guerra con Hezbollah fino all'arrivo
della forza internazionale". Quello che
allarma è che la Guerra dei Cent'Anni sia
durata 116 anni.
7 "questioni di fiducia" in 75 giorni. Media
annuale 34,11. In cinque anni, oltre 170.
E Sartori accusava Berlusconi di avere posto la fiducia
46 volte?
Fini: "Se sarà posta la fiducia sulla
Finanziaria, lo scontro si trasferirà
in piazza". Masochista! La Cdl le prenderà dai
veri professionisti, i no-global.
Secondo Ferrero, per gli stranieri "andrebbe
istituito un permesso di soggiorno per la
ricerca di lavoro". E, riguardo ad alcune
donne, per la ricerca del cliente.
Prodi: "con
tutti i limiti che l'Onu ha e avrà in futuro,
resta uno strumento essenziale di dialogo".
Insomma, per il bla bla è indispensabile.
Ferrero: "andrebbe rotto l'assurdo circuito
penale che rischia di portare molti dalla
clandestinità alla malavita". Rotto il circuito,
la malavita finalmente non sarebbe clandestina.
Stati Uniti e Gran Bretagna hanno già
fatto sapere che non invieranno soldati in Libano.
Ci si aspetta invece molto dal Burkina Faso e da
Andorra.
Prodi: "Stiamo rimettendo in piedi lo Stato".
Ma è solo un allenamento. Poi, come Atlante,
porterà sulle sue spalle il mondo.
Padoa-Schioppa: "Mancano 115 miliardi per
realizzare le grandi opere". Dunque
Berlusconi, che le avrebbe fatte, le avrebbe fatte
gratis.
Per D'Alema, Damasco deve assumere un "ruolo
attivo". Come se non lo facesse di
già. Chi crede che le fornisca, le armi,
agli Hezbollah?
Douste-Blazy condanna Ahmadinejad: "commenti
completamente inaccettabili". Insomma,
se l'Iran deve gettare un'atomica su Israele,
che lo faccia in silenzio.
Il Papa: "La guerra... non porta nulla
di buono per nessuno, neppure per gli apparenti
vincitori". E figurarsi per gli sconfitti.
Gianni Pardo
Maxim d'Ulema
Che Massimo D'Alema fosse antiisraeliano
e avrebbe ben presto rovesciato gli
eccellenti rapporti che il governo Berlusconi aveva
instaurato con lo Stato ebraico, lo sapevamo
prima ancora che si installasse alla Farnesina.
Solo negli ultimi giorni, tuttavia, è
emerso tutto il suo livore, culminato mercoledì
in un'audizione alle Commissioni Esteri di Senato
e Camera in cui ha accusato il governo di Gerusalemme
di incendiare l'intero Medio Oriente, di avere dilapidato
il consenso internazionale di cui godeva dopo l'aggressione
degli Hezbollah e - naturalmente - di avere esagerato
nella reazione. Ma la cosa più grave è che
per dare corso alle sue convinzioni D'Alema, presumibilmente
con l'accordo di Prodi, ha portato l'Italia su posizioni
insostenibili, differenziandosi non solo da quelle
di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche da quelle della
Germania che - si diceva ancora un mese fa - avrebbe dovuto essere
il nostro punto di riferimento nell'Unione Europea. Non
per nulla la sinistra radicale era così soddisfatta della
sua relazione, da chiedere addirittura il richiamo del nostro
ambasciatore a Gerusalemme.
L'idea del
nostro ministro degli Esteri è che Israele
deve cessare immediatamente la sua offensiva,
perché solo dopo la fine delle ostilità
e chiari accordi politici tra le parti sarà
possibile provvedere all'invio di una «forza
di pace» da schierare lungo il confine libanese.
Peccato che questa tesi non stia in piedi, perché
in totale contrasto con la realtà. Se, infatti,
Tsahal interrompesse le sue operazioni prima di avere
completato almeno la creazione di una fascia di sicurezza
ed arrestato il lancio di missili sulla Galilea,
l'Hezbollah proclamerebbe vittoria, tornerebbe
a consolidarsi sul terreno e si tornerebbe virtualmente
allo status quo ante. Garantire l'applicazione della risoluzione
1559 (cioè il disarmo dell'Hezbollah) toccherebbe a
questo punto alla forza internazionale, che non solo dovrebbe
ricevere dall'Onu un forte mandato di peacemaking, non solo
dovrebbe essere composta da reparti d'élite equipaggiati
con armi pesanti, ma anche essere schierata nel giro di
pochi giorni («Di due ore» sostiene il premier
israeliano Olmert).
Un simile spiegamento è purtroppo
impossibile per almeno due ragioni.
Primo, nessun Paese sembra disponibile a partecipare
a una operazione così rischiosa e politicamente
compromettente: non per nulla, la riunione preliminare
per la formazione di questo corpo di spedizione
è già stata rinviata due volte in
attesa di chiarimenti. Secondo, il governo libanese, in
cui la componente Hezbollah è sempre più
influente e che comunque non può ignorare i
desiderata di Siria ed Iran, non darà mai il suo
benestare a una forza internazionale con queste caratteristiche,
almeno fino a quando i guerriglieri sciiti non saranno
stati sbaragliati. Il ministro degli Esteri di Beirut,
Tarek Mitri, lo ha detto ancora ieri in tutte lettere.
A tutt'oggi, i tentativi compiuti da Francia
e Spagna per coinvolgere Damasco e
Teheran in una soluzione negoziata non sono
approdati a nulla e ancora ieri il presidente
iraniano Ahmadinejad ha ripetuto - oltre a chiedere
come D'Alema un immediato cessate il fuoco - che
l'ideale sarebbe l'eliminazione dello Stato ebraico dalle
carte geografiche.
In questa situazione la «forza di
pace» proposta dal titolare della Farnesina,
con l'obbiettivo primario di garantire il
ritorno dei profughi, sarebbe inutile esattamente
come si è rivelata a tutt'oggi l'Unifil,
che negli ultimi sei anni non ha mosso un dito per
impedire che gli Hezbollah trasformassero il Libano
meridionale in una base fortificata.
Per quanto
possa dispiacere a molti, l'unica
soluzione è perciò che Israele completi
il suo lavoro, in modo da lasciare alla forza
di interposizione solo un compito di consolidamento
ed Hezbollah ed alleati siano costretti
ad accettarla per evitare una disfatta peggiore.
Oltre all'aspetto militare, ce n'è anche uno psicologico
non meno importante. Se vuole tenere a bada anche
in futuro i suoi nemici, lo Stato ebraico deve concludere
questa guerra con una vittoria indiscutibile, come
furono quelle del '67 e del '73. «Un cessate il fuoco
immediato non porterebbe solo rischi, ma orribili certezze»
ha scritto David Brooks sul New York Times. «Se Hezbollah
emergesse dal conflitto ancora in forze, diventerebbe il
vero padrone del governo di Beirut. I movimenti estremisti di tutto
il mondo verrebbero inondati di nuove reclute. Il prestigio
dell'Iran nel mondo islamico salirebbe alle stelle. Gli
sponsor della risoluzione 1559 verrebbero umiliati e il potere
deterrente di Israele sarebbe in frantumi. Si affermerebbe
definitivamente l'idea che l'arma più efficace dell'Islam
è il terrore».
È questo che ha in mente Massimo
D'Alema, quando pretende da Israele che
accetti il solito compromesso?
Livio Caputo,
dal “Giornale”
IL SENSO DI QUESTA
GUERRA
La prima domanda è: Israele, nel
momento in cui ha reagito all’uccisione
e al rapimento di alcuni suoi soldati, ha voluto solo
sfogare il suo malumore o aveva in programma
di operare come poi ha operato, cioè in grande
stile e come se il Libano le avesse dichiarato guerra?
A favore della prima ipotesi – tutt’altro che in
lode dei politici di quel paese – c’è il fatto che
il prosieguo delle azioni militari ha dimostrato che
l’intenzione di stanare, punire e disarmare i terroristi
si è dimostrata impresa affatto diversa
da come la si immaginava. Qualcuno addirittura pensava che
bastasse qualche pesante intervento dal cielo. E sempre
a favore dell’idea di un’azione estemporanea sta il
fatto che i dirigenti politici e militari abbiano discusso
– e discutono ancora in questi giorni – della condotta
dell’azione bellica, come se essa fosse ancora da decidere
nei particolari. Se invece tutto fosse stato previsto
in anticipo, nei suoi esatti contorni, questi dubbi
non ci sarebbero stati.
A favore
della seconda ipotesi, malgrado le osservazioni
precedenti, sta il fatto che l’azione
di Israele non poteva essere ulteriormente ritardata.
Non solo gli Hezbollah da anni martellano
a suon di razzi il nord di Israele, cosa che costituisce
atto di guerra, ma il loro potenziale e la loro
tracotanza è andata aumentando, sulla base
del sostegno ideologico, finanziario e bellico dell’Iran
e della Siria. È stato dunque necessario far
sapere a tutto il popolo libanese che il prezzo dell’incapacità
di tenere a freno i terroristi è tanto alto da essere per
loro insostenibile. Israele vuole giungere ad una soluzione
politico-militare resa inevitabile per il Libano dalle
gravi conseguenze economiche ed umane della sua precedente
inerzia.
Israele è stata costretta a combattere
non un esercito schierato in battaglia,
campo nel quale Tsahal non teme confronti,
ma una lotta fatta di insidie, agguati, slealtà
e violazione di ogni regola bellica, civile e
umana. La guerra al terrorismo. E per questo non c’è
da stupirsi se, mentre per battere gli eserciti di tutti
i paesi musulmani riuniti bastarono sei giorni (1967),
in questo caso non basteranno né sei giorni né
sei settimane.
Israele combatte una guerra difficile
e di cui avrebbe volentieri fatto a meno
se, come gli Stati Uniti quando si stancarono
del Vietnam, avesse potuto mettere un oceano fra
sé stessa e i nemici sleali. Ma lo stato
ebraico confina col Libano e questa potrebbe domani
essere la piattaforma di partenza per una guerra condotta,
a base di missili forse con testate atomiche, da paesi
come l’Iran e la Siria sua tirapiedi. È dunque necessario
disinnescare il terrorismo di Hezbollah (che ha finito
col dare l’impressione, soprattutto agli Europei, che sia
lecito sparare razzi contro la popolazione civile israeliana
senza che Israele abbia il diritto di risentirsi), ma soprattutto
far capire al Libano e a tutti che ad attaccare Israele
c’è da scottarsi le dita.
Ecco la spiegazione degli ingenti danni
provocati dall’aviazione israeliana.
È ovvio che rendere inservibili le strade, far
crollare i ponti intorno a Beirut, rendere inutilizzabili
le piste del suo aeroporto e perfino provocare
esodi di popolazioni terrorizzate non serve esattamente
a colpire gli Hezbollah: ma serve a far capire
qual è il prezzo che un paese che attacca un
pacifico vicino può essere chiamato a pagare.
E per questo è allarmante vedere quello
sciocco di Siniora emettere proclami vagamente guerreschi
e a sostegno degli Hezbollah: non capisce che Israele
non si fermerà finché lo stesso popolo libanese
non sarà condotto alla disperazione e non chiederà
grazia, offrendo la testa dei terroristi e forse anche di Siniora.
Fino ad oggi Tsahal ha avvertito prima di bombardare,
ma non è detto che lo faccia in futuro. Fino ad oggi
non ha metodicamente bombardato tutte le centrali elettriche,
ma domani potrebbe riportare l’intero Libano all’età
del lume a petrolio. Sempre che si trovino abbastanza lumi
a petrolio. Eccetera. Il Libano rischia grosso.
Purtroppo, la tragedia dei paesi del Medio
Oriente è che non vedono la luce
se non ne sentono il calore. Invece di capire –
come i dirigenti tedeschi nel 1918 – che la guerra
è tecnicamente perduta, e tanto vale chiedere
la pace, agiscono come quel paranoico di Hitler,
che rintanato come un topo di fogna sotto metri di
cemento armato non si arrendeva mentre i Russi erano
già al Tiergarten. E in questo modo si costringe il
nemico, per comprare la pace, ad avere la mano ancor più
pesante.
Israele combatte per la propria sopravvivenza.
Questo dovrebbe allarmare tutti, perché
nessuno combatte tanto eroicamente - come nel Ghetto
di Varsavia - quanto colui che conosce la spietatezza
del proprio nemico.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
L'Iva funesta di Visco
Dietro le
discusse liberalizzazioni, ecco cosa nasconde
il famigerato decreto Bersani circa i provvedimenti
di natura tributaria. Il criptoministro Vincenzo
Visco ha studiato una serie di norme fiscali
punitive per le aziende e per il lavoro autonomo.
L‚idea è di recuperare una decina di miliardi
di euro dalle partite Iva. (Per leggere l'articolo
clicca qui)
di Massimiliano Longo
- Il Domenicale
Andrea's version
Ora dico, possibile che se una ragazza
araba chiede di portare il velo a
scuola in Francia scoppia comprensibilmente
un casino, e scoppia anche in Italia, mentre
se gli sceicchi in vacanza in Italia chiedono che
si approntino spiagge separate per le loro mogli, chiuse
agli altri maschi, dove le loro signore islamiche
possano finalmente togliersi il velo, e magari il cappotto,
al riparo da occhiacci indiscreti, non gliene frega una
mazza a nessuno? E‚ successo a Riccione, l'avrete letto
sul Corriere della Sera. E il sindaco di Riccione ha già
risposto sì, spiagge separate perché,
dice, il turista ha i suoi diritti. E lo sceicco, il
che non guasta, spende. Perciò. Senza scomodare
Montesquieu e Diderot, Rousseau e D'Alembert, o l'illuminismo
e la laicità, ci limitiamo qui a constatare che
lo sceicco può guardarsi tutte le nostre più
tutte le sue. Noi, a malapena le nostre. Limitatamente
a questo argomento, che non è soltanto estivo, vorremmo
perciò chiedere all'onorevole Massimo D'Alema se
non trova che, da parte islamica, si stia facendo un uso
sproporzionato della gnocca.
Da "Il
FOGLIO"
D’ALEMA CAMPIONE
DI APORIE
Nota telegrafica
Non si vorrebbe essere ripetitivi, sottolineando
i “nonsense” delle dichiarazioni di D’Alema
in politica internazionale, ma realmente
sono troppo divertenti. Ieri a proposito della
forza multinazionale in Libano ha precisato che
l’invio “richiede un accordo, altrimenti rischia
di essere una missione di guerra che non è né
nell’intenzione dell’Onu né nella disponibilità
del nostro paese”.
Considerando il passato, ci si chiede
allora a che cosa dovrebbe servire questa
forza. Basta ricapitolare i fatti. Nel 2000
Israele si è volontariamente ritirata dal
Sud del Libano e in base alla Risoluzione Onu
N.1559 i terroristi si sarebbero dovuti astenere
dall’attaccare Israele. Di fatto, per mesi e
per anni, essi hanno violato l’accordo fino ad arrivare
alla crisi attuale. A questo punto, ammesso che gli
Hezbollah, pur di ottenere la fine delle operazioni
israeliane, accettassero un accordo come quello della 1559,
perché dovrebbero rispettarlo, se non hanno rispettato
il precedente e se ancora oggi dichiarano di non volere
smettere la propria aggressione? E se non lo rispettano,
o la forza multinazionale mette gli Hezbollah in condizioni
di non nuocere (cosa che non si può fare con le buone)
o Israele ricomincia la guerra. Ritorno alla casella di partenza.
D’Alema usa una logica surreale. Secondo
lui si dovrebbe inviare una forza multinazionale
se non fosse necessaria - se cioè gli
Hezbollah rinunciassero effettivamente ad
attaccare Israele - mentre se fosse necessaria –
se cioè gli Hezbollah intendessero continuare
l’aggressione – la forza multinazionale non si può
e non si deve inviare. Prosit.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 3 agosto 2006
Massima del
giorno
Nessuno ha tanto piacere di vedere inciampare
qualcuno quanto chi lo riteneva
un idolo.
G.P.
CESSATE IL FUOCO
IMMEDIATO
Da molte parti si richiede un cessate
il fuoco immediato, ma se Israele
lo accettasse senza condizioni gli Hezbollah riprenderebbero
incontrastati a lanciare razzi e Siria ed
Iran riprenderebbero a fornirgliene a volontà.
Ovviamente questo Israele non lo può accettare,
soprattutto per le spese e i costi, anche in vite
umane, delle recenti settimane. Se anche gli
Hezbollah accettassero il cessate il fuoco, il problema
da porsi è questo: manterrebbero la parola?
In realtà si può essere sicuri che no: questo
“partito” non ha nessun interesse alla pace. Dunque
la tregua durerebbe qualche ora, poi Israele reagirebbe
duramente, riprendendo le operazioni belliche, e si sarebbe
al punto di partenza.
L’unico serio cessate il fuoco
è ipotizzabile se si pongono gli
Hezbollah in condizione di non nuocere: ma chi
è in grado di farlo? L’Iran e la Siria hanno
interesse a fornire armi e supporto a questa
milizia, in odio ad Israele. Il Libano, da anni, non ha
avuto e non ha un esercito in grado di contrastare gli Hezbollah.
Israele potrebbe farlo solo occupando mezzo Libano,
ma questo non è desiderato né da Israele
stesso né da tutte le altre potenze.
Rimangono le grandi organizzazioni internazionali,
Onu, Nato, Unione Europea. Al riguardo,
in primo luogo va detto che invocare l’<immediato
cessate il fuoco> è una stupidaggine.
Infatti, se dovessero intervenire l’Onu,
la Nato, ecc., le loro forze di spedizione non potrebbero
certo essere approntate ed operative in quattro
e quattr’otto.
In secondo
luogo, dal momento che non si tratterebbe
di stare a vedere chi viola la tregua ma
di imporla, le regole d’ingaggio sarebbero ben
diverse da quelle della forza dell’Onu già
presente da quando Israele si è volontariamente
ritirato dal sud del Libano. Stavolta si tratterebbe
di osservare se parte un razzo verso Israele, andare
a scovare gli Hezbollah che l’hanno lanciato,
affrontare uno scontro con loro e ucciderli o catturarli.
Insomma si tratterebbe d’essere disposti a scontri
armati non dissimili da quelli combattuti attualmente
da Israele, fino a bonificare la zona manu militari.
Quanti paesi sono disposti ad inviare truppe per una
simile missione di guerra?
Un conto è invocare l’Onu e chiedere
con la bocca a cuore un cessate il fuoco
che salvi vite umane, un altro è mettere
su una forza di spedizione di 40-60.000 uomini
con regole d’ingaggio di autentica guerra, per agire
contro milizie agguerrite, fanatiche e bene armate.
Gli Stati Uniti già si sono dichiarati non disposti
ad impegnare loro uomini. Chi dunque li manderà?
La Francia pro-siriana? La Germania pacifista?
Il Giappone cui la costituzione vieta l’impegno
di truppe all’estero? La Spagna che ha ritirato i suoi
soldati dall’Iraq? L’Europa, oltre ad essere afflitta
da un pacifismo irenico, è terrorizzata dai
mass media e dall’eventuale ritorno di alcune bare coperte
dalla bandiera.
Rimane il paese guerriero per eccellenza:
l’Italia. D’Alema ha detto che essa
è pronta a dare il suo contributo, ma
– atteggiamenti gladiatori a parte – siamo sicuri
che se lo possa permettere? È pronta a fornire
cinque-diecimila uomini, con carri armati, autoblindo,
supporto aereo ecc., per una missione
dichiaratamente di guerra in cui bisogna mettere in conto
decine di morti negli inevitabili scontri?
La richiesta di cessate il fuoco è
pura retorica, oppure bisognerebbe indicare
in che modo, con le truppe di quali paesi e
con quali regole d’ingaggio s’intende dare
attuazione alla Risoluzione 1599 del Consiglio
di Sicurezza dell’Onu, bonificando il sud del
Libano. Diversamente, ancora una volta si sarà
parlato a vanvera.
Ma il nostro attuale ministro degli
esteri è capace di ben altri salti mortali
carpiati con doppio avvitamento. A
Bruxelles, al termine della riunione straordinaria
dei ministri degli Esteri della Ue, dedicata
al conflitto israelo-libanese, ha infatti detto
che la Comunità “è ancora indietro
sulla possibilità di costituire una forza internazionale”
e “il rischio è che, se la guerra continua, il
dispiegamento di una forza internazionale
diventerà impossibile, per questo l’amministrazione
Bush deve provare a convincere Israele che
la guerra deve finire rapidamente, il prima possibile”.
Domanda a questo statista: se la guerra finisce immediatamente
e la forza internazionale non è ancora pronta, chi
e cosa manterrà la pace, nel sud Libano? Se gli Hezbollah
fossero disposti a smetterla, la guerra non sarebbe neppure
cominciata. E se non sono disposti a smetterla, a che
servirebbe che Israele si fermasse, in attesa di una futura,
sperata forza multinazionale, a permettergli di sparare
razzi sulla Galilea senza dover temere ritorsioni? È
questo, che vuole D’Alema?
Con simili uomini di stato, possiamo
star sicuri d’avere obbedito al consiglio
di Brecht: felici i popoli che non hanno bisogno
di eroi. E forse neanche di geni.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 2 agosto 2006
LA LOGICA DI SARTORI
Giovanni Sartori è persona simpatica
malgrado il suo evidente disprezzo
per il genere umano (colleghi costituzionalisti
inclusi) ma il suo atteggiamento di superiorità
non riesce a nascondere né le crepe di ragionamenti
peggio che risicati, né la sua animosità
contro Berlusconi, checché il Cavaliere
nero faccia o dica. Sicché un qualunque rappresentante
di quel disdegnato genere umano può
forse permettersi di obiettare qualcosa alle sue auguste
parole.
Sul “Corriere della Sera” del primo
agosto, il professore sostiene che
“Anche il governo Berlusconi ha abusato del
ricorso alla fiducia — lo ha usato 46 volte —
e l’abuso era davvero tale perché Berlusconi disponeva
di una maggioranza più che sufficiente”. Questa
frase perentoria dimentica di tenere conto di due
cose : che quel governo ha usato il voto di fiducia
46 volte in cinque anni, mentre il governo Prodi
fino ad ora lo ha usato per ogni provvedimento; in secondo
luogo, che il governo Berlusconi disponeva sì
d’una maggioranza più che sufficiente ma il
voto di fiducia lo ha usato contro un’opposizione irragionevole,
di principio e ostruzionistica. Mentre il governo
Prodi lo ha usato contro la propria stessa maggioranza,
per costringerla a non spaccarsi.
Sartori giustifica il governo Prodi
perché avrebbe fatto ricorso alla fiducia
con “l’attenuante della forza maggiore,
e cioè di dover governare con una maggioranza
più che insufficiente. Con ciò
l’abuso diventa giustificabile”. Poco fa si è
parlato di ragionamenti risicati: questo è
addirittura temerario. Abuso giustificabile? Se
la maggioranza è insufficiente e divisa, e si
pone il voto di fiducia, è come se si dicesse:
“Sappiamo che non siete d’accordo sul programma, ma
se non votate come diciamo noi cade il governo e ve ne andate
a casa”. Niente seggio in Parlamento, niente paga
principesca, niente lauta pensione dopo due o tre
anni, niente vantaggi secondari come viaggi gratis,
auto blu, ecc. In altre parole, con questo genere di voto
di fiducia s’impone un ricatto sulla base dell’interesse
privato dei parlamentari, piuttosto che nell’interesse
del paese. Cosa di una sfacciataggine inqualificabile:
altro che forza maggiore, a meno che non s’intenda la forza
maggiore del proprio interesse personale.
Il costituzionalista ha ragione quando
dice che una maggioranza di due (al
senato) “fa ridere, o meglio piangere” ma non si
capisce la ingenuità con cui chiede: “Se si torna
a votare, come fa Prodi a sapere che vincerà
lui? Non lo sa (e non è nemmeno probabile)”.
Fa finta di non capire, il professore fiorentino,
che il senso della minaccia di Prodi non è
quello di rivotare per esautorare la sinistra estremista,
e toglierle peso e valore: il senso è la
ribadita evidenza che in caso di nuove elezioni
il governo di sinistra-centro le perderebbe clamorosamente,
dovendo poi dimenticare il potere per un paio
di legislature.
Per uno che, per temperamento e per
origine è, come direbbero i
francesi, florentin, c’è da
rimanere delusi. E senza nessuna voglia di
togliersi il cappello.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
- 1 agosto 2006
TRAGEDIA
PROVOCATA, PROPAGANDA ASSICURATA
"To all citizens south of the Litani
River Due to the terror activities
being carried out against the State of Israel
from within your villages and homes, the IDF
is forced to respond immediately against these activities,
even within your villages. For your safety! We
call upon you to evacuate your villages and move
north of the Litani River."
"A tutti i cittadini del Libano a
sud del fiume Litani a causa delle
attivita' terroristiche condotte contro lo
Stato di Israele dall'interno dei vostri villaggi
e delle vostre case, l'IDF e' costretto a rispondere
immediatamente a queste attivita', anche dentro
i vostri villaggi. Per la vostra sicurezza! Noi
vi chiediamo di evacuare i vostri villaggi e di spostarvi
a nord del fiume Litani".
Questo
e' il messaggio che Zahal ha fatto piovere
in milioni di copie sui libanesi dal primissimo
giorno di guerra.
Questo e' il messaggio che abbiamo
visto, in diretta TV, raccogliere,
strappare con disprezzo e gettare per terra
dopo averlo letto.
Questo e' il messaggio che avrebbe
potuto salvare molte vite di libanesi
tenuti in ostaggio dai terroristi hezbollah.
La tragedia di Kfar Kana e' accaduta
al terzo giorno dei bombardamenti
di Israele contro le postazioni hezbollah
e i loro armamenti, postazioni dentro
le case dei civili, dalle quali sono stati lanciati
in Israele 150 missili.
Per tre giorni Israele ha continuato
a invitare la popolazione della cittadina
ad andarsene.Tra mezzanotte e l'una di ieri
Israele ha bombardato le batterie di missili
hezbolah nascoste dentro le case che dovevano
essere completamente vuote di civili.
L'edificio
pero' e' crollato soltanto alle
7.30 della mattina, dunque ben 7 ore dopo
il bombardamento, imprigionando sotto le macerie
piu' di 50 persone tra cui molti bambini.
Come mai?
Come mai in quel edificio che era
covo di hezbollah e "posteggio"
dei loro camion pieni di missili e di esplosivo
si trovavano ancora dei civili?
Perche' nessuno li aveva fatti allontanare?
Chi li aveva trattenuti la' anche
dopo i bombardamenti quando la casa
era ancora intatta?
Mi pare che la risposta sia semplice,
erano tenuti la' in ostaggio, erano
tenuti la' per essere usati come scudi umani,
erano tenuti la' perche' la loro morte facesse
rivoltare il mondo intero contro Israele.
Purtroppo queste cose le conosciamo
bene. Sono state la tecnica di Arafat
prima e di hamas poi. Sono la tecnica vigliacca
e spietata di hezbollah e la cosa bizzarra
e' che le squadre di soccorso sono arrivate
dopo molte ore e, fatto ancora piu' strano,
hanno aspettato l'arrivo delle telecamere per
tirare le vittime fuori dalle macerie.
Ogni corpo, specie se di bambino, veniva
estratto, rivolto verso i cameramen
che riprendevano e solo dopo portato via.
Tragedia provocata = propaganda
assicurata.
Potrebbe essere lo slogan dei terroristi
arabi.
E il mondo sta sbavando odio contro
Israele, non sanno piu' come farcelo
sentire, hanno esaurito le parole.
Kofi Annan, travolto dal suo antisemitismo
e dimentico delle sue colpe in Rwanda,
Darfur, Sudan e altrove con milioni di morti
tutti civili, si dice turbato e istericamente
vuole condannare Israele prima ancora di processarlo.
Il Papa chiede in nome di Dio qualcosa
che non si capisce e io chiedo
a Lui "Signor Papa, lei invoca il nome
di Dio anche quando i palestinesi massacrano gli
israeliani con i loro attentati? Lei lo sa signor
Papa che uno o due attentati in Israele superano il numero
delle vittime della tragedia di ieri in Libano?
Lei si ricorda la strage del Dolphinarium
di Tel Aviv e i 23 ragazzini massacrati
da un terrorista suicida?
E si ricorda forse l'esplosione di
un autobus pieno di bambini e delle loro
mamme a Gerusalemme, cone decine di morti
e feriti?
Lo ha invocato il Nome di Dio in quelle
occasioni e altre migliaia del genere
sofferte da Israele?"
Nel 1996
Arafat, in soli 10 giorni, ha
fatto ammazzare dai suoi killer 200 israeliani,
tutti civili, donne e bambini, giovani , persone
anziane. Duecento! Qualcuno si e' detto turbato?
Qualcuno ha invocato il nome di Dio?
Qualcuno ha paragonato Arafat ai nazisti?
E' automatico. Attentati, guerre,
non importa cosa succeda , la colpa
e' di Israele che si difende e subito scatta
il paragone con i nazisti.
Automatico, disgustoso, patetico.
La tragedia di ieri a Kana ha lasciato
Israele sotto schock, tutto il paese
si e' fatto silenzioso, abbiamo pianto, anche
dopo aver saputo che i responsabili erano
i terroristi che avevano impedito a quelle 50
persone di allontanarsi.
Abbiamo pianto perche' la morte di
ogni bambino e' un dramma.
Quando muoiono bambini israeliani
tutti gli arabi fanno festa e l'islam
esulta e anche qualche occidentale di quelli
che bruciano bandiere e urlano invasati di odio.
Questa e' la differenza tra noi e
loro. Differenza tra umanita' e barbarie,
tra guerra legittima di difesa e aggressione
per distruggere un Paese.
Tutto il nord di Israele e' da 18 giorni
sotto i missili hezbollah, morte e distruzione,
centinaia di feriti. Perche' il Papa non
ha invocato il Nome di Dio? Perche' Annan
non si e' detto turbato?
Hezbollah ha dichiarato guerra a uno
stato sovrano che si trova, tra l'altro,
all'interno dei confini internazionali,
e il mondo si scatena contro Israele ad
ogni vittima libanese, ad ogni casa demolita dalle bombe.
A sentire i giornalisti inviati
in Libano sembra che tutta Beirut sia distrutta
mentre lo e' solo una minima parte
del quartiere sciita, lo e' solo l'1% della
citta', 1.200.000 abitanti, quindi piuttosto
grande..
Vorrei che tutti quelli, ipocriti
e criminali, che urlano scandalizzati spiegassero
cosa dovrebbe fare Israele quando viene
aggredita. Domanda sciocca per una risposta
conosciuta: Israele deve lasciarsi aggredire
e non rispondere mai. Non siamo ebrei? allora
lasciamoci ammazzare! Siamo abituati a soffrire.
E invece no! Invece noi ci difendiamo, noi facciamo
la guerra per difenderci , se necessario, perche'
noi vogliamo vivere ed esistere nel nostro paese.
Per sempre e in pace!
Hagana' la Bait, si dice, Difesa
della Casa e la Casa e' Israele.
Ieri un
giovane giornalista della
CNN, evidentemente accanito ammiratore di
Star Treck , ha detto che l'invincibile Israele
non sta vincendo. A lui e al resto del
mondo che lo pensa e stupidamente gode vorrei
ricordare che solo una volta nella storia si puo'
vincere una guerra in 6 giorni, vorrei ricordare
che ci davano per spacciati nel 1967 e abbiamo vinto,
ci davano per spacciati nel 1973 e abbiamo vinto.
Quelle erano guerre tra l'esercito
israeliano e gli eserciti arabi ed
erano combattute lungo i confini, non in
mezzo alla popolazione.
Questa guerra e' anomala perche' all'esercito
di soldati si contrappone un esercito
di terroristi, non gruppi, non fazioni ma
un esercito addestrato, armatissimo, che marcia
a passo dell'oca e fa il saluto fascista, un
esercito soprattutto spietato e privo di
etica. L'esercito di Israele e' quello che, nonostante
le tragedie che capitano, fa attenzione
a non colpire i civili piu' di qualunque altro
esercito al mondo e per questo motivo in 18 giorni
ancora non ha "vinto" , perche' il 75% sella popolazione
libanese e' fatta di bambini e di donne e entrare
con troppa forza significherebbe fare migliaia di
vittime innocenti.
La guerra contro il terrorismo non
puo' avere vincitori perche' i terroristi
non si arrendono mai, non sottostanno alle
leggi di guerra, se ne ammazzano cento e sbucano
fuori diecimila e non si puo' firmare
con loro nessun trattato di pace perche' non riconoscono
Israele e lo vogliono distruggere. La vittoria
si avra' soltanto ricacciandoli indietro con le armi,
cercando di non colpire troppo i civili dietro ai
quali si nascondono (per questa loro sporca tattica Jan
Egeland , capo delle forze umanitarie dell'ONU, li ha definiti
VIGLIACCHI), e poi lasciar fare alle forze internazionali
se saranno disposte a mandare in Libano soldati
armati .
Hezbollah ha fatto scoppiare la guerra
per incominciare a distruggere
Israele.
Israele sta combattendo la guerra
per continuare ad esistere.
Deve andare avanti sempre da solo
contro il terrorismo e sempre da solo
contro le calunnie del mondo, da solo contro
la criminale assenza dei politici europei
che si limitano a frignare, contro i turbamenti
di un segretario ONU antisemita e persino
contro gli appelli a Dio del Papa.
Israele difendera' se stessa e i suoi
figli sempre ed e' meraviglioso vedere
il coraggio degli israeliani che sono sotto le
bombe e credono ciecamente nei nostri ragazzi
e ragazze soldati.
Durante la Guerra dei 6 giorni dicevano
" l'ultimo di noi che resta vivo spenga
la luce".
No, nessuno spegnera' mai la luce
in Israele.
Hagana' la Bait, Difesa della Casa.
Per sempre.
Deborah Fait - www.informazionecorretta.com