ARCHIVIO AGOSTO
2004
Massima
del giorno:
L'innamoramento è una tregua nella prosa della
vita.
G.P.
MOLLICHINE
Mandato d'arresto per Cesare Battisti. Amatore
Sciesa e Guglielmo Oberdan, nel dubbio, si sono dati
alla latitanza.
Caso Battisti. Castelli: "Pretendere di non scontare
una pena perché è passato molto tempo è un'offesa
verso lo Stato, le vittime e i loro familiari." A Pisa,
a qualcuno fischiano le orecchie.
I sindacati hanno annunciato ieri la “volontà
di rilanciare la compagnia“ Alitalia. Propulsione ad elastico?
Tutti nominati cavalieri gli azzurri vincitori di
medaglie olimpiche. Vecchia storia. Todos caballeros.
La moderna discarica si chiama termovalorizzatore.
Personalmente ho ribattezzato il mio gabinetto idroannichilatore
organico a comando manuale e ricaricamento automatico. Ma da allora
ho paura ad andarci.
Il Quai d'Orsay, rispondendo ad Allawi: “Le
autorità francesi hanno da tempo affermato la necessità
di sconfiggere ogni forma di terrorismo“. Hanno anzi convocato
tre esorcisti.
I Ds: “Il governo è ottimista ma non realistico“.
Nessuna meraviglia. Mai visto un ottimista realistico.
Sharon presenta oggi il calendario del piano di disimpegno
da Gaza. Molti delusi. Si aspettavano di trovarcelo nudo.
Le terroriste palestinesi son passate da dove non
esiste ancora la palizzata. Visto che bisogna vietarla anche altrove.
Milosevic si difende davanti al Tpi: “Contro di
me solo menzogne“. Forse ha ragione, forse no.
Mai processare capi di Stato.
G.P.
DUE GIORNALISTI
FRANCESI
Negli ultimi giorni la notizia è quella del
rapimento di due giornalisti francesi. Le più pensosamente
corrugate fronti si sono concentrate su questi due aspetti: i terroristi
vorrebbero obbligare la Francia ad abolire la legge che vieta il
velo islamico nelle scuole; la Francia non ha truppe in Iraq, e
tuttavia due francesi sono stati rapiti. Ma siamo sicuri che sia questo,
il punto?
Un tizio era noto per essere burbero, perché
evitava addirittura di salutare i conoscenti e comunque non dava
la mano a nessuno. Poi si scoprì che aveva il palmo che sudava
orribilmente e si vergognava a morte. Il passaggio dal fenomeno che
abbiamo sotto gli occhi alle motivazioni che lo determinano non
sempre è evidente.
Innanzi tutto è chiaro che i rapitori non
rapiscono chi vogliono. Per esempio non riescono ad avere soldati
americani. Rapiscono quelli che possono rapire. In secondo luogo,
non distinguono gran che fra le possibili vittime. Non distinguono
fra occidentali ed orientali, prova ne sia che hanno preso anche
filippini e ucciso coreani, e neppure fra islamici e non islamici,
visto che hanno anche ucciso dei turchi. Prima fanno il colpaccio,
poi decidono che cosa fare. Se non ci sono soldati turchi sul suolo
iracheno, alla Turchia chiediamo di non inviare autisti e merci in
Iraq. Se i francesi sono antiamericani e non hanno truppe in Iraq
chiediamogli di abolire una loro legge. Se questa è la realtà,
perché prendere sul serio le loro richieste ed esaminare le loro
possibili motivazioni come se fossero serie? Chi ci dice che, prima di
rapire dei francesi, avessero decisero di rapire dei francesi? Chi ci
dice che non prendano il primo che gli capita e poi si chiedano che uso
possono farne?
Più serio
è il problema del senso di questi crimini. Probabilmente, tutto
si riduce a dare la sensazione, ad una pubblica opinione e ad una
stampa occidentale ipersensibili, che in Iraq va tutto a catafascio.
Che gli Stati Uniti hanno perso la pace dopo aver vinto la guerra.
Che sono più importanti i quindici giorni in cui dei delinquenti
stanno asserragliati nel Mausoleo di Alì, a Najaf, piuttosto
che la loro resa ignominiosa. Quei fanatici infatti, dopo i proclami
per cui avrebbero tutti combattuto fino alla morte, ad un certo momento
si sono resi conto che americani e polizia irachena, mausoleo o non
mausoleo, stavano per attaccare e, probabilmente, non avrebbero fatto
prigionieri. E si sono arresi.
Ovviamente poi, ciascuno per i suoi interessi, ha
recitato la parte che gli conveniva. Al Sistani ha fatto finta di
conquistare il Mausoleo pacificamente, Moqtada al Sadr ha fatto
finta di arrendersi ad una superiore autorità religiosa,
quasi che questi dati non fossero presenti già da prima. L'essenziale
è che abbiano vinto il governo legittimo e l'autorità religiosa
moderata, sostanzialmente favorevole alla coalizione.
La stampa occidentale infine non ha dato sufficiente
risalto al fatto che Allawi ha affermato che al Sadr può
benissimo costituire un partito politico e partecipare alla vita
democratica irachena. Questa non è benevolenza, è una
superiore dimostrazione di forza. Allawi è certo che al Sadr
non ha un grande seguito popolare. E, sconfitto militarmente, non
è nessuno.
Di tutto questo non si ha sufficiente traccia. In
Italia conta che abbiano ucciso un nostro giornalista. Come se
la storia si facesse uccidendo un individuo. Neanche l'uccisione
di Giulio Cesare, che era Giulio Cesare, riuscì ad impedire
il passaggio dalla Repubblica al Principato.
Giannipardo@libero.it, 31 agosto 2004
SCHADENFREUDE
Noi italiani abbiamo le parole fastidioso e fastidio, i
francesi hanno fastidieux ma non hanno "fastide". Se proprio
devono parlare di fastidio, dovranno usare la parola gêne.
Questo significa che a volte il concetto esiste ma la parola, che magari
esiste in una lingua, non esiste in un'altra lingua.
C'è un sentimento che abbiamo provato tutti, se pure
vergognandoci: è il sottile piacere di vedere che qualcuno
che ci criticava è criticato a sua volta, che qualcuno che si vantava
della propria invincibilità ha perso, che qualcuno che sembrava
superiore a tutto e a tutti è caduto nella polvere ed ha rivelato
tutta la propria umanità. Ad un livello più banale, del
resto, è questa la molla che spinge tante massaie a voler sapere
tutto delle disavventure matrimoniali dei personaggi famosi. Dopo avere
goduto proiettivamente dei loro successi, vogliono godere dei guai di coloro
che ammirano. Queste “piacere del male altrui“ in tedesco si
chiama Schadenfreude: loro hanno la parola, tutti abbiamo il sentimento.
Oggi si può confessare arrossendo una sorte di Schadenfreude
dinanzi ai massacri, agli attentati alla bomba, agli assassini terroristici
che si verificano dovunque, in Iraq, in Russia, nel Caucaso. E con
vittime d'ogni nazionalità. Fino a qualche tempo fa, questi
tristi fenomeni che per anni ed anni hanno afflitto Israele, hanno lasciato
indifferenti tutti. Come se gli israeliani fossero per loro natura condannati
ad essere free game, selvaggina non sottoposta a restrizioni, e come
se gli attentati terroristici potessero colpire solo loro e non noi.
Sentire Putin parlare di lotta al terrorismo, sentire Bush parlare di
guerra mondiale contro questi fanatici, vedere l'indignazione della Francia
per il sequestro di due giornalisti, sono cose che dovrebbero sorprendere.
Non perché irrazionali, ma perché uno si chiede: come mai
oggi e non prima? Come mai, prima, tutti consigliavano ad Israele di venire
a patti con i terroristi, ed oggi paesi normalmente miti come l'Italia
divengono rigidi, proclamano che non cederanno mai al ricatto, parlano di
lotta senza quartiere al terrorismo, a costo di limitare i movimenti degli
stessi cittadini, a costo di una minore libertà? Siamo sicuri che,
se avessero una frontiera in comune con un paese terrorista, i paesi europei
non costruirebbero in fretta e furia una fence elettrificata?
Ecco la Schadenfreude. L'israeliano può dire:
avete avuto bisogno dell'esperienza, per capire? E allora sia benedetta
l'esperienza.
Ora non ci rimane, per il bene di tutti, che provare a vincere
tutti insieme. Questa guerra non è stata dichiarata solo ad
Israele, ma all'umanità e al diritto.
Giannipardo@libero.it
Dal "Washington
Time" una domanda:
"Al Jazeera condanna il rapimento degli ostaggi francesi.
Perchè non lo ha fatto quando si trattava degli ostaggi italiani,
ultimo quello di Baldoni??" Clicca qui
per il testo dell'articolo.
La nostra
onda d’oro
Ieri sera Gal Friedman, la nostra onda d'oro, e' tornato
a casa avvolto nella bandiera di Israele.
L'aeroporto Ben Gurion, dentro e fuori, era un mare
di persone e di fiori e di bandiere e non appena Gal e' apparso
con la medaglia d'oro al collo e la bandiera biancoazzurra sulle spalle
e' stato accolto da un coro immenso che cantava "We are the Champions".
Fiori e confetti volavano su di lui che sorrideva frastornato con
quei grandi occhi neri e ringraziava tutti e tutti erano piu' emozionati
di lui e gridavano il suo nome, qualcuno piangeva di gioia.
La prima medaglia d'oro nella storia di Israele, dal
1952 quando Israele fu ammesso alle Olimpiadi, a Helsinki.
La prima medaglia d'oro nella storia di un Paese i
cui figli devono pensare piu' alla guerra che allo sport, la cui
gioventu' deve preoccuparsi di non morire piuttosto che allenarsi
per una qualsiasi disciplina sportiva.
I nostri ragazzi sono tutti medaglie d'oro perche'
difendono Israele, perche' grazie a loro il nemico non e' mai riuscito
a vincere ma questa di Gal e' una Medaglia di Pace, una Medaglia
di orgoglio nazionale, un "ci siamo riusciti nonostante la vita che
facciamo".
L'oro di Gal e' l'oro di Israele e mentre lui era
sul suo surf che veleggiava verso il traguardo eravamo tutti davanti
allo schermo senza respirare e poi l'urlo di felicita' e di liberazione.
Avevamo vinto! Avevamo vinto una medaglia d'oro dopo 4 anni di incubo
, di terrorismo, di morti!
Questa medaglia Gal ha voluto dedicarla agli 11 atleti
israeliani ammazzati dai feddayin palestinesi nell'Olimpiade piu'
tragica della storia, Monaco 1972.
Grazie Gal.
Ormai fai parte della storia di Israele come Moshe
Weimberg, Gadi Zahari, David Marc Berger, Zeev Friedman, Yossef
Gutfreund, Eliezer Halfin, Amitzur Sapida, Kehat Schorr. Mark Slavin,
Andrei Spitzer, Yacov Springer, sia onorata la loro memoria, sul cui
cippo porterai la tua Medaglia, alla presenza del Presidente di Israele
Moshe Kazav.
Le Olimpiadi di
Atene erano incominciate con l'amaro in bocca per noi poiche' il
Comitato Olimpico aveva deciso di cancellare Gerusalemme, la Capitale
di Israele, che si ritrovava cosi' ad essere l'unica Nazione al mondo
che , al posto del nome della propria capitale, aveva due righette.
Questo per non infastidire gli amici dei palestinesi e non offendere
i nostri nemici.
L'amaro e' diventato veleno in almeno altre due occasioni:
Durante la sfilata degli atleti all'inaugurazione
dei Giochi, la delegazione della Palestina e' stata accolta da
un'ovazione scandalosa se pensiamo alla spaventosa ondata di attentati
contro i civili e i bambini di Israele nel corso di quattro anni
di terrore palestinese.
1000 morti e 6000 feriti sono stati insultati da quell'ovazione.
Il judoka iraniano Arash Miresmaeili si e' rifiutato
di gareggiare con l'israeliano Ehud Vaks e per questo e' stato premiato
dal suo paese, l'Iran, con 120.000 dollari e accolto in patria come
un eroe.
Insomma, come sempre, Israele viene trattato da Stato-paria
dai paesi arabo-islamici senza che il resto del mondo abbia il
coraggio di opporsi.
Gal ci ha riscattati e quel giorno la bandiera di
Israele e' stata alzata sul pennone piu' alto e la Hatikva', l'inno
nazionale, e' stato ascoltato da tutto il mondo mentre veniva
onorato il nostro atleta, la nostra onda (Gal) d'oro.
Gli israeliani presenti alla premiazione sventolavano
le bandiere, l'inno riempiva l'aria e tutti cantavano a squarciagola
, piu' forte che potevano, tanto forte da coprire la musica, per
l'orgoglio e per cacciare giu' le lacrime.
Grazie Gal, per tutti noi, per Israele, per Monaco
72, Grazie.
Deborah Fait
Colpo d’occhio
su un’altra faccia della realtà
Mercoledì
11 agosto, 200 metri a sud del posto di blocco di Kalandia (fra
Ramallah e Gerusalemme), terroristi delle Brigate Al Aqsa (affiliate
al Fatah di Arafat e stipendiate dall’Autorità Palestinese),
vista l’impossibilità di arrivare a Gerusalemme con la loro
auto-bomba, hanno abbandonato il veicolo e non hanno esitato ad azionare
l’ordigno, del tutto incuranti della presenza, fra gli altri, di
numerosi civili palestinesi: due palestinesi sono rimasti uccisi, una
ventina i feriti e mutilati tra palestinesi e israeliani (compresi 6
agenti di frontiera). Solo il buon funzionamento del posto di blocco,
sulla base di precedenti informazioni di intelligence, ha evitato una
strage peggiore nel centro della capitale d’Israele.
I posti di blocco israeliani, che hanno lo scopo per
l’appunto di impedire o perlomeno ostacolare questo genere di attentati,
vengono regolarmente descritti dalla stampa internazionale come
flagranti esempi di gratuita malvagità israeliana, poco meno
che crimini di guerra ai danni di inermi e innocui civili palestinesi.
Descrizione regolarmente corredata da apposite immagini di tensione e
sofferenza.
Mentre va ricordato che i meticolosi controlli ai
posti di blocco sono ciò che ha permesso, fra l’altro, di
salvare anche la vita a diversi bambini palestinesi cinicamente mandati
allo sbaraglio imbottiti di esplosivo, vale anche la pena di sottolineare
che esiste una diversa realtà, ai posti di blocco, che viene
ignorata o volutamente taciuta dai mass-media internazionali.
Un punto di vista interessante (e inedito) è
quello offerto da un giovane israeliano di nome Dave che ha deciso
di mettere a disposizione su internet una serie di foto da lui
stesso scattate durante il suo recente periodo di servizio militare
proprio al posto di blocco di Kalandia.
Sono foto in cui si possono vedere lavoratori, ragazzini
e intere famiglie palestinesi che fraternizzano con i soldati di
guardia, code d’attesa assai meno lunghe di quanto avvenga nei momenti
di allarme, soldati e soldatesse che assolvono il loro duro compito
senza alcuna animosità verso la popolazione innocente.
“Il 99% del lavoro fisico che ho fatto al
posto di blocco – racconta lo stesso Dave – consisteva nell’impedire
violenze arabe contro altri arabi, come quella volta che abbiamo dovuto
inseguire due tizi che avevano aggredito un taxista palestinese, che
era davvero scioccato e ci siamo dati da fare per confortarlo”.
“Quando ero di servizio a Kalandia – continua
il giovane israeliano – spesso arrivavano fotoreporter che aspettavano
per ore e ore che accadesse qualcosa da riprendere. Ma per il 99%
del tempo non succedeva proprio nulla e così i fotografi aspettavano
e aspettavano per niente”.
(Da: Honestreporting.com, israele.net, 12.08.04)
Nella foto in alto: Un’immagine scattata
da Dave, che spiega: “I ragazzini arabi amano fraternizzare
con Dana”. Per la serie completa delle foto di Dave, clicca qui
DUE INTERVISTE
DA NON PERDERE
Oggi Il Corriere
della Sera intervista al premier iracheno Iyad Allawi:
«Chi
non combatte con noi si troverà il terrore in casa»
mentre La Repubblica intervista il presidente del
senato Marcello Pera:
"Attaccano la nostra civiltà,
fermiamo i fondamentalisti"
AL
RISVEGLIO
Il risveglio fu amarissimo.
L’illusione delle bandiere iridate si era infranta
nel più doloroso dei modi.
I jadhisti non corrispondevano affatto all’immagine
alla quale per mesi, per anni, il pacifista europeo si era ostinatamente
sforzato di credere.
L’America imperialista e guerrafondaia non
era meno under attack della Francia pacifica protettrice
di vini e formaggi.
Inoltre, il ricatto sanguinario era altrettanto
imparziale con l’ostaggio: non faceva alcuna distinzione tra
il mercenario muscoloso e destrorso e il giornalista progressista
“uomo di pace” volontario della Croce Rossa.
E ora, che fare?
Toccava inventarsi, e alla svelta, qualcosa
di meglio del “ritiro delle truppe”. Qualcosa con qualche “se”
e qualche “ma”, stavolta.
Sparsi sul
tavolo, tre ritagli: due ingialliti, uno fresco di giornata.
Tutti a firma della solita Cassandra.
Cazzo, aveva ragione.
1) «Chi rifiuta una guerra che non
può evitare, perde»
(André Glucksmann, “De Gaulle, où
est-tu?”, 1995)
2) «I non americani vogliono dormire
sonni tranquilli. Si convincono: la minaccia nichilista riguarda
gli Stati Uniti e solo loro. Non c’è fumo senza arrosto:
il Number One se l’è cercata, l’Impero è punito, la sua
violenza gli si rivolge contro, è la legge del boomerang. […]
Con l’avvicinarsi del pericolo si dice che gli struzzi mettano la testa
nella sabbia. Per schivare lo stupore dell’11 settembre, le élites
europee si stordiscono con la polvere del tempo. In mezzo al panico,
la “vecchia Europa” , “ricca di una storia millenaria”, fabbrica
di un confortevole planisfero per sfuggire alle terrificanti grane
della realtà»
(André Glucksmann, “Ouest contre Ouest”,
2003)
3) «L’Europa scopre che non serve
a niente fare gli struzzi, con la testa nella sabbia, e deve
ricordarsi che la guerra condotta dall’islamismo radicale non è
cominciata con George Bush ma con Khomeini. […] Khomeini ha visto
giusto. Risvegliare un antagonismo che da millenni divide l’umanità
non è un atavismo oscurantista destinato, a più o meno
lungo termine, alla spazzatura della storia. Rischia, al contrario,
di incendiare il XXI secolo per bruciare tutto il Pianeta. […] Niente
di più totalitario della pretesa di decidere il regolamento
interno di licei e collegi delle banlieues francesi attraverso una
cattura di ostaggi in Iraq! E perché non intervenire, allora,
anche sul menu delle mense scolastiche? E la promiscuità nelle
piscine? Il terrorismo senza frontiere, né scrupoli, né
tabù, è una spada di Damocle sospesa su tutte le democrazie
d’Europa. Spetta a chi assassina i giornalisti, a chi lapida le
donne, alle bombe umane, di decretare come deve vivere, insegnare
e divertirsi chi abita a Roma, Londra, Parigi? […] Presto o tardi gli
europei scopriranno la necessità di resistere e di resistere
insieme».
(André Glucksmann, “L'Occidente in ostaggio”,
Corriere della Sera 30.8.2004)
(ale tap., 30.8.2004)
L'INTERVISTA
DI FASSINO AL "CORRIERE”
(Solo per gli
intimi. Gli altri rischierebbero di mandarmi al diavolo. E voi stessi
leggete ciò che segue solo se avete tempo ed avete voglia di
capire quanto ragionevole sia Fassino.)
L'intervista di Fassino, non solo è piena di stereotipi
(due volte il "salto di qualità", poi la "contaminazione positiva
fra culture", la "fase nuova", ecc.), ma non è priva delle
solite esagerazioni della sinistra estrema: con la guerra in Iraq "nessun
obiettivo è stato raggiunto". Saddam Hussein, dunque, è
lì dov’era e non ce n'eravamo accorti. Inoltre c'è "un'ostilità
crescente della popolazione", la quale dunque, immaginiamo, rimpiange
ogni giorno di più Saddam. Ma tutto questo è rituale come
per i protestanti dire una preghierina prima di mangiare: non abbiamo dimenticato
la nostra religione ma dopo passiamo alle cose serie.
Nell'intervista il segretario
dei Ds, come troppo spesso fanno i politici, indica parecchi scopi
da ottenere piuttosto che mezzi da usare: e gli scopi, si sa, stanno
bene a tutti. Siamo tutti per mum and the applepie (per la mamma e
la torta di mele). Notevole è invece che egli reputi il rapimento
dei due giornalisti francesi un fatto intenzionale, tanto da dedurne correttamente
(se intenzionale fosse) che l'essere stati i francesi contro la guerra
e contro gli americani non è affatto una garanzia. Nel terrorismo
questo è, a suo parere, il famoso "salto di qualità". Solo
che, da un lato, moltissimi, prima di lui, questo lo sapevano e l'hanno
detto e scritto. Dall'altro, lui dovrebbe ancora spiegarlo ai Verdi, agli
amici del Correntone, di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani.
Infine è strano che egli abbia visto la luce in seguito al rapimento.
Esso potrebbe dimostrare che la Francia non è al riparo dagli attacchi
come potrebbe dimostrare che quei delinquenti rapiscono ed uccidono il
primo che gli capita a tiro.
Ma il punto più interessante è quello secondo
cui, a parere di Fassino, bisognerebbe, con mezzi pacifici, "affermare”
anche nei paesi arabi democrazia e diritti universali. Egli sembra
non vedere che la maggior parte dei paesi arabi la democrazia non
la conosce, non la vuole o non sarebbe capace di gestirla. Prima l'Italia
intera fa il bagno nelle tesi d'un Massimo Fini, secondo il quale quella
che abbiamo in Italia non è una democrazia, e poi lui la vorrebbe
nello Yemen?
C'è qualche speranza che la democrazia si affermi
in un paese musulmano in condizioni assolutamente speciali (l'opera
di Atatürk o l'invasione d'uno straniero democratico, come è
avvenuto in Giappone): sperare che si ottenga con le buone e in tutti,
è francamente eccessivo.
Ancora più bizzarra è l'idea che esistano
"diritti universali". A parte il fatto che il giusnaturalismo, padre
d'ogni universalità giuridica, fa parte del passato, con quale coraggio
si può parlare di diritti universali a persone che, credendo
nel Corano, credono anche d'essere in possesso non di un codice "universale”,
ma di un codice addirittura divino? Si può opporre Grozio a
Maometto? E chi vincerà, presso gente che non ha mai sentito
parlare di Grozio e neppure di Voltaire?
"Non voglio esportare
la mia democrazia ma globalizzare i diritti", dice Fassino. Che sarebbe
come dire "non voglio privarti del tuo vino, solo voglio bere il contenuto
della tua bottiglia". E poi, egli non vorrebbe usare altro che mezzi
pacifici, e tuttavia afferma: "La pace si può costruire con
una globalizzazione che non tolleri la violazione dei diritti e le dittature".
Un momento: che significa "non tolleri"? Che eventualmente si ricorre
alla forza? E dove sono andati a finire i mezzi pacifici? E se non si
usa la forza, quale altro sistema si può usare, contro i dittatori?
Contro Saddam Hussein come contro Hitler che cosa abbiamo, l’ombrello di
Chamberlain?
La verità è che il nostro uomo politico è
più americano di quanto non creda. Sono gli americani che nella
loro costituzione impregnata d'Illuminismo credono di potere parlare
a nome dell'umanità, e magari di diritti universali. In realtà,
il fatto che Fassino o noi stessi possiamo essere d'accordo con quei
principi non li rende affatto universali.
Ma se questo è un errore teorico, altri, fattuali,
ne contiene l'intervista. Fassino crede che Sistani abbia sloggiato
i ribelli dal Mausoleo di Alì mentre "le forze laiche [erano]
ai margini". Dimentica che i poliziotti iracheni e gli americani con i
loro carri armati erano ai margini, a qualche metro addirittura, solo
per rispettare un luogo santo che, con l'appoggio anche solo verbale di
Sistani, avrebbero occupato in un paio d'ore. Il Mausoleo non ha mai rischiato
d'essere l'Alcázar di Toledo.
Poi Fassino chiede - o sorpresa! - "una svolta che cambi
la gestione del dopoguerra, affidandola all'Onu". Qui c'è
proprio da sorridere. Per cominciare, tutto quanto avviene in questo
momento in Iraq ha già il sigillo dell'Onu; in secondo luogo,
quel dopoguerra è affidato al governo provvisorio iracheno.
Fassino vorrebbe esautorarlo per affidarlo ad un potere non iracheno?
Ma si rende conto di quello che dice?
Se questo è l'uomo più ragionevole del partito
leader della sinistra, non c'è da stare allegri.
Gianni Pardo, 30.08.2004
BALDONI
I terroristi iracheni hanno trucidato un giornalista
italiano rapito. La cosa ha fatto tanto più scalpore in quanto
costui era un uomo di sinistra, un idealista e un pacifista. Molta
gente si è stupita che quei delinquenti abbiano ucciso un signore
che era risolutamente contro la guerra in Iraq e forse contro la guerra
in generale. E che inoltre era contro il governo italiano.
Questo stupore è
indice di una totale incomprensione del Terzo Mondo e del mondo islamico
in particolare. Per noi occidentali, tutti i cinesi sono flat face
(faccia piatta), hanno i capelli neri e gli occhi a mandorla. Sono
tutti uguali. Nello stesso modo, mentre noi pensiamo che fra un adepto
di An e uno di Rc ci sia un abisso, per i popoli del Terzo Mondo ciò
che importa è che hanno ambedue un'automobile e sono stati capaci
di sposare una puttana, cioè una donna che mostra in giro la
sua faccia e le sue gambe. Qualcuno dice sinteticamente che certi arabi
non ci odiano per questa o quella colpa, ma per il semplice fatto che esistiamo
e possediamo quelle cose (denaro, prosperità, potenza militare)
che loro vorrebbero avere e non hanno. Si noti che nella lista non ci
sono le parole libertà e democrazia. Ignoti nulla cupido. Queste
cose loro non le hanno mai avute e non ne sentono la mancanza.
Nello stesso modo, mentre noi ci sbracciamo a lodare
la mansuetudine, la pietà, la pace e la tolleranza, loro stimano
la forza, la spietatezza, la vittoria comunque conseguita. Né
ce ne dobbiamo stupire. Nell'antichità Apollo era il dio della
bellezza e dell'arte ed Eracle era solo un semidio. Ma Eracle era
il paradigma della forza e dunque era fra i numi più venerati.
Le città chiamate Eraclea erano quasi innumerevoli ed infinitamente
più frequenti delle città dedicate ad Ares, che pure
era il dio della guerra.
I pacifisti occidentali commettono un grave errore prospettico,
nel giudicare gli iracheni e soprattutto certi iracheni. A costoro
di tutti i nostri bei principi, delle distinzioni fra guardie del
corpo esperte di arti marziali ed idealisti dalle mani nude, non importa
nulla. Quando uccidono un occidentale, anche in dieci contro uno,
anche a tradimento, trionfano. Confermando così un atroce complesso
d'inferiorità.
Un'ultima forma d'ingenuità riguarda l'illusione
infantile e proiettiva per cui, se mi comporto cortesemente, anche
l'altro si comporterà cortesemente. Se offro pace mi si offrirà
pace. Non che non avvenga, anzi avviene spesso. Ma è lungi
dall'essere un principio indefettibile. Non è vero ciò
che se insegna ai bambini, che basta chiedere le cose "per favore".
Bisogna vedere con chi si adotta una simile politica.
Un ragazzino aveva un compagno violento e spesso tornava
da scuola con dei lividi. La madre gli consigliò di farselo
amico e gli dette mezza torta da offrirgli. Ma il bambino tornò
da scuola con un occhio nero:
- Non l'ha accettata?
- Altroché. Ma la vuole intera e domani mi fa
nero l'altro occhio, se non gliela porto.
Magari avvolta in una bandiera arcobaleno?
Giannipardo@libero.it, 29 agosto 2004
FASSINO E IL FISCO
Fassino, nel programma del suo partito, ha scritto che,
per rilanciare l'economia italiana, occorre liberarsi dall'ossessione
berlusconiana del taglio alle tasse, fondato sull'idea falsa e demagogica
secondo cui il fisco sarebbe una rapina ai danni dei cittadini, quando
invece in qualunque nazione moderna è lo strumento con cui
si finanziano politiche pubbliche forti, essenziali per lo sviluppo
e necessarie alla qualità della vita.
Da questo brano si ricavano parecchie conclusioni. Dal
momento che non è concepibile abbassare la nostra imposizione
e dal momento che, nella graduatoria 2004 del Tax Misery Index, sommando
tutte le tasse e le imposte, l'Italia risulta "al quinto posto nel
mondo su 200 paesi" , è chiaro che 195 paesi su 200 sono governati
meno bene di noi: riusciremo a frenare la nostra superbia? E come
si concilia questo bengodi con le diagnosi catastrofiche che sia Fassino
sia i suoi alleati fanno tutti i giorni?
Il fisco, sostiene
il segretario dei Ds, non è una rapina ai danni dei cittadini.
E questo è giusto. Nessuno crede che esso sia organizzato per
rapinare i cittadini. Non lo si critica infatti per motivi morali
o da codice penale, lo si critica per motivi economici. Il concetto
è molto semplice. Se, per realizzare "politiche pubbliche forti,
essenziali per lo sviluppo e necessarie alla qualità della vita",
lo Stato sottrae ai cittadini una percentuale del reddito nazionale,
per esempio del cinquanta per cento, per poi restituirne, in termini
di "politiche pubbliche" ecc. solo il trenta per cento, è chiaro
che il servizio è antieconomico. Sicché i cittadini preferirebbero
fare da sé, visto che gli costerebbe meno.
Oggi, dopo avere pagato pesanti imposte per mantenere
il servizio sanitario, se un ospedale ci tratta male, possiamo andare
in un altro ospedale, ma abbiamo ben poco da sperare, visto che sono
organizzati nello stesso modo. Sono ambedue pubblici, e ambedue ci
rinvieranno di mesi, per una Tac. Se invece avessimo un'assicurazione
privata (e obbligatoria come per la Rca auto) contro le malattie, non
solo potremmo cambiare assicurazione, se fossimo insoddisfatti, ma
anche le cliniche e gli ospedali sarebbero in regime di concorrenza.
Siamo sicuri che il Servizio Sanitario Nazionale attuale sia un affare,
per i cittadini?
Un altro esempio sono le Ferrovie dello Stato. Nate quando
per muoversi sul territorio non c'era sostanzialmente alternativa,
nel momento in cui sono divenute elefantiache, lente, inefficienti,
antieconomiche e tali da non poter competere col trasporto su gomma,
quale sarebbe stata la soluzione da adottare? Forse abolirle, certo
mantenerle solo dove il loro servizio era economicamente conveniente.
Ma questo avrebbe comportato una ristrutturazione dell'azienda e magari
il ridimensionamento del personale: dunque l'operazione è
stata giudicata politicamente impossibile. Risultato: lo Stato offre
un servizio ferroviario di cui si potrebbe fare a meno (andando in aereo
o in pullman), ma in compenso tiene in piedi un baraccone enorme le cui
spese sono pagate dai contribuenti. Il biglietto rappresenta solo una
piccola parte del costo e il resto è pagato anche da quei molti
che un treno non lo prenderanno mai. La maggior parte di noi, pure viaggiando
molto, non ha preso un treno negli ultimi quarant'anni: ma tutti siamo
obbligati a pagare stipendi e materiale delle Fs. È uno stipendificio
ineliminabile. E pensare che lo Stato risparmierebbe se pagasse di tasca
sua, ad ogni cittadino che prende un pullman, una buona parte del prezzo
del biglietto. Ma non lo farà mai. Nascerebbe il sospetto che Berlusconi
sia proprietario di qualche autobus.
La macchina dello
Stato è così inefficiente che, in qualche caso, il costo
della percezione d'una tassa è superiore al ricavo per lo Stato.
Ma la si abolisce per questo? Certo che no: che farebbero, gli impiegati
che se ne occupano?
La mentalità di chi si preoccupa delle fassiniane
"politiche pubbliche forti" è semplice: mai tagliare i posti
di lavoro, anche se negativi per la produzione della ricchezza nazionale.
Al contrario, una volta che s'è stabilito che l'impresa pubblica
non può morire, se ne può approfittare per renderla anche
criminalmente antieconomica e fallimentare. Si possono assumere il
doppio degli occupati necessari, si può cedere a qualunque richiesta
sindacale, tanto, alla fine, paga il contribuente.
Per il bene del paese, sarebbe bene che lo Stato facesse
solo quelle cose che nessun altro può fare. Dovrebbe organizzare
e pagare l'esercito, la polizia, la giustizia, le strade, la scuola.
Ma per il resto, meno fa e meglio è. Ma questo è un sogno:
sotto l'influenza della mentalità marxista, nel paese che primeggia
sui duecento si pensa che se un servizio lo organizza lo Stato (Alitalia,
22.000 dipendenti, impresa tecnicamente fallita) l'impresa va sostenuta
a spese del contribuente, mentre se lo organizza un privato (Ryanair,
duemila dipendenti, società in attivo) quel servizio è malvagio
ed immorale.
Fassino non ci convince. Alcuni siamo iscritti al partito
dei malvagi e degli immorali.
Giannipardo@libero.it, 29 agosto 2004
L’assassinio di Enzo Baldoni e la sorte
dei due giornalisti francesi
Riproponiamo, da Quaderni Radicali, questo intervento
nelle News del 28-08-2004
L’ipotesi su cui stava lavorando l’intelligence italiana
quando ancora si pensava di potere ottenere la liberazione di Enzo
Baldoni era quella che fosse caduto in mano di un gruppo di ex agenti
dei servizi segreti di Saddam Hussein.
Lo stesso video dell’ultimatum appariva, infatti,
confezionato con una professionalità e con un supporto tecnico
che non si erano riscontrati in precedenti omologhi filmati. Riteniamo
che questa ipotesi sia corretta e condivisibile. Perché?
La vicenda Baldoni presenta notevoli anomalie rispetto
ai precedenti sequestri e sembra una risposta tipicamente manipolativa,
in gergo “azione di guerra psicologica”, al propagandistico interessamento
di Moqtada al Sadr per la liberazione dei giornalisti statunitensi
James Brandon e Micah Garen, forse solo strumentalmente rapiti proprio
per poi poter rivendicare dei meriti per la loro liberazione, guadagnandosi
la simpatia dei media occidentali anche con il chiamarsi fuori dalla
pratica della presa di ostaggi e della loro barbara uccisione, stigmatizzata
come contraria all’Islam religioso, seppure integralista, che al Sadr
intenderebbe rappresentare, monopolizzandolo.
Lo stesso Baldoni,
inoltre, aveva “molto pubblicizzato” la sua intenzione di volere
intervistare al Sadr, come aveva già fatto in Messico con
Marcos, ma senza quella risonanza e fama che ora, in un contesto
differente, gli sarebbero potute derivare. Di contro avrebbe fatto
da cassa di risonanza a Moqtada al Sadr, le cui fortune sono andate
progressivamente scemando all’interno della sua stessa comunità
di appartenenza, oltre che più in generale tra le varie fazioni in
lotta per la conquista di potere nell’Iraq prossimo venturo.
Ecco un possibile serio movente per metterlo a tacere,
e per sempre, anche per non permettergli la stesura di quel libro
sulla “resistenza irachena”, che qualcuno (forse all’interno di
questi gruppi) potrebbe avere temuto od equivocato come sostegno ad
una fazione della resistenza, magari avversa ed invisa ai possibili
potenziali sequestratori.
Si dimentica, inoltre, che in concomitanza della
scomparsa (sequestro) di Baldoni si sono perse le tracce anche
di due giornalisti francesi, Christian Chesnot e Georges Malbrunot,
autori di un libro molto critico nei confronti del deposto dittatore
e del suo regime, della cui scomparsa, almeno da noi, nessuno fa
più cenno.
Potrebbero essere finiti nelle mani dello stesso
gruppo che ha catturato Baldoni, cosa verosimile se effettivamente
si tratta di ex agenti segreti del passato regime, che non dovrebbero
nutrire molte simpatie nei confronti dei nostri due colleghi d’Oltralpe.
Ma se ce un nesso tra la scomparsa del giornalista italiano e quella
dei due francesi, quale può essere la sorte di questi ultimi?
Diciamo subito che quella di Baldoni era – purtroppo
- quasi scontata.
La sceneggiata dell’ultimatum e soprattutto i tempi
troppo brevi per solo tentare l’esplorazione di canali di trattativa
denotano solo una volontà di dare risonanza al caso, di intimorire
i giornalisti più intraprendenti, indipendenti e critici di
volere “andare a ficcare il naso” nelle vicende irachene, nelle lotte
intestine, nei crudeli modi con cui queste conflittualità si
manifestano, in particolare se l’informazione giornalistica può
finire con il favorire una delle fazioni in lotta, orientando le simpatie
e le ostilità delle opinioni pubbliche occidentali.
In questo sta
il collegamento ed il contrappasso con la magnaminità verso
i giornalisti con enfasi esternata da al Sadr, alla quale facevamo cenno
in apertura di articolo.
Per i giornalisti francesi si possono formulare due
ipotesi solo in apparenza antitetiche. Sono stati già uccisi
senza il clamore dell’italiano, per l’impossibilità di dare
un ultimatum alla Francia, che non è presente in Iraq e la cui
posizione è sempre stato avversa alla Coalizione militare che
ha deposto Saddam Hussein e che ora tenta di normalizzare il Paese,
oppure la loro sorte è congelata nella speranza di potere trattare
con la Francia una contropartita, magari fortemente stridente con le
finalità e gli interessi della Coalizione, presumibilmente
un sostegno fattivo e significativo alla resistenza che vorrebbe ripristinare
il passato regime.
Saranno gli avvenimenti dei prossimi giorni a dire
quale di queste due ipotesi avremmo dovuto considerare oggi come
la più probabile.
Se i due giornalisti francesi verranno ritrovati
uccisi da giorni magari dopo che l’opinione pubblica si sia convinta
di una diversità di trattamento verso l’italiano perché
il suo Paese è impegnato ed esposto con la Coalizione, allora
si è trattato di un messaggio finalizzato alla stampa, volto
a tenere alla larga quei curiosi impiccioni che sono i giornalisti.
Se invece sulla loro vicenda calerà a lungo
il silenzio e solo dopo un tempo relativamente lungo essi verranno
rilasciati od uccisi, allora è presumibile che si siano intavolate
trattative per tentare una convergenze di interessi e di azioni e
non è detto che la loro sorte possa venire negativamente segnata
solo da un fallimento di un ipotetico dialogo di questo tipo. Il loro
destino potrebbe venire segnato anche da inconfessabili accordi segreti,
per coprire i quali la loro vita potrebbe venire sacrificata al fine
di non alimentare sospetti.
Fantapolitica? Ognuno la pensi come crede. Certo
è che da oggi in poi il giornalista indipendente che vuole
fare il suo mestiere in un’area di crisi si espone a pericoli che
sinora non aveva mai corso.
di Giorgio Prinzi, Quaderni Radicali
Massima del giorno
L’idea di sacrificarsi per la collettività
è un’idea da formicaio o da alveare.
G.P.
MOLLICHINE
A Najaf, gli americani bombardano il cimitero. In
questo caso bisogna parlare di danneggiamento o di boosting (1*)?
Peci, scrive Bocca, si vide uccidere il fratello
e si pentì. Rettifica: Peci si pentì e per vendetta
gli uccisero il fratello. Bocca è un grande giornalista.
Rettifica
Follini sul Ppe italiano: “Se si cerca un ostacolo, invito
a non guardare dalla mia parte”. Che frase strana. Nessuno cerca
gli ostacoli, ci s’inciampa.
Lancio di uova contro Schröder a Wittenberg,
la città nota per la nascita del protestantesimo. Nomen,
omen.
Lunardi: “Per l’Alitalia, se i sindacati non collaborano,
22 mila lavoratori vanno a casa”. E che gliene frega, ai sindacati?
Battisti ha scritto: “Resto in Francia”. Lettera
spedita da Parigi, dicono i giornali. Superficiali! Imbucata a Parigi,
non spedita da Parigi.
Berlusconi, per Baldoni: “Non ci sono parole per
un atto che non ha nulla di umano”. Errore: la barbarie è
eterna e caratteristicamente umana.
La Russa (An): “Bisogna introdurre il reato di permanenza
illegale sul territorio”. Imprudente! Poi dovranno fare un’altra Cirami
per esentarne Berlusconi.
Programma elettorale di Fassino: realizzare “un sistema
multilaterale di governo del mondo”. Qualcuno gli presti il mappamondo
con cui giocava Chaplin.
I ribelli ceceni accusano Putin “[Gli aerei] Sono stati
abbattuti per ordine del presidente russo”. Esattamente come
Bush ha distrutto le Twin Towers.
Un ministro sudanese: “Il Sudan non rispetterà l’ultimatum”
dell’Onu sul Darfur. Avete una settimana di tempo per riprendervi
dallo stupore.
giannipardo, 27.08.2004
[1*] Incremento di quantità, produttività
L’UMANITÀ
A RISCHIO D’ESTINZIONE?
In passato, pur
in presenza d'un elevato tasso di fertilità per singola donna,
l'incremento della popolazione - data l'elevatissima mortalità
infantile - è stato lentissimo. Oggi il tasso che consente ad una
popolazione di rimanere stabile è di 2,1 figli per donna ma purtroppo
esso diviene sempre meno frequente. L'Europa occidentale, per esempio,
s'è stabilizzata al livello di 1,4.
Ma il fenomeno
non riguarda l'Europa soltanto. Sono infatti scesi sotto la soglia
del 2,1 i paesi dell'Asia orientale (con l'unica eccezione della Mongolia);
c'è una bassa natalità in gran parte dell'America Latina
e perfino in paesi come l'Algeria e il Libano che certo non brillano per
emancipazione intellettuale. Addirittura, nel giro d'un paio di lustri,
l'Iran degli ayatollah è passato da un tasso di fertilità
di 6 a un tasso dell'1,9. I vecchi divengono sempre più numerosi
e i bambini sempre meno numerosi e questi dati tutti insieme inducono
fanno riflettere.
Un tempo, con un giudizio
moralistico, per spiegare questo fenomeno si parlava del cinismo
dei paesi sviluppati. Avendo tendenze edonistiche, i ricchi divengono
egoisti e dal momento che un figlio rappresenta un grande impegno,
la maggior parte della gente, per godersi la vita, vuole averne pochi
o non averne affatto. Ma se è il Terzo Mondo quello che scende sotto
la soglia del 2,1, la condanna dei ricchi non sta in piedi.
In campo demografico, i grandi numeri derivano da scelte
individuali. Il singolo agisce per motivi più emotivamente
pesanti, ai suoi occhi, degli appelli pubblici o perfino della religione.
Dunque gli Stati non possono influenzare molto la demografia. Si pensi
alla disperata lotta condotta da Indira Gandhi contro la sovrappopolazione
in India, che forse le è costata la vita.
Probabilmente, finché le popolazioni sono state
talmente povere e ignoranti da comportarsi come bambini spensierati,
mettendo al mondo figli che poi magari morivano di malattia o di fame,
il tasso di natalità è stato alto. Quando poi s'è
avuto un minimo progresso dell'informazione e della riflessione, non
solo si sono incrementati i metodi contraccettivi ma probabilmente
moltissime persone, perfino nel Terzo Mondo, si sono chieste perché
dovessero avere dei figli. Hanno cioè messo in discussione l'istinto.
A questo stadio erano arrivati già quasi un secolo fa i francesi,
tanto che lo Stato fu indotto ad una robusta politica di generosi sussidi
alle famiglie numerose: ma ora ci sono arrivati gli uzbechi e i cinesi,
i turchi e gli iraniani, i caribici e gli argentini.
Avere figli ha cessato d'essere
una fatalità e molti si sono accorti che i motivi per decidere
di non averne sono numerosi: difficoltà d'accudirli nella famiglia
mononucleare (anche per andare al lavoro); drammatico aumento del
costo del loro mantenimento; enormi limitazioni della libertà
dei genitori; inesistente vantaggio economico per la famiglia, neanche
quando i figli hanno quattordici o quindici anni e a volte neanche
quando ne hanno venti o venticinque, ecc. È inutile dilungarsi
su questa lista. Nessuna persona di buon senso sostiene che avere figli
sia conveniente economicamente o renda più facile la vita. Dunque
il punto centrale della questione è che i singoli, anche in paesi
che non sono alla punta del progresso, hanno preso coscienza del
problema ed hanno considerato la procreazione una decisione da prendere.
Questo è rivoluzionario. Se la Chiesa si è
sempre opposta all'aborto è perché, quando la mortalità
infantile era molto alta e l'incremento della popolazione lentissimo, si
è ritenuto opportuno sanzionare moralmente il dovere d'avere figli.
Per questo si diceva che i figli erano una benedizione del Cielo, che
bisognava averne molti, che bisognava averne tanti quanti se ne potevano
avere senza prendere precauzioni di sorta. Perché questo
avrebbe assicurato la sopravvivenza della specie. Ma oggi questa mentalità
è fuor di luogo. E anche se la dottrina religiosa non è cambiata,
è cambiato ciò che ciascuno fa nell'intimità della
propria camera da letto. Ognuno decide per sé e nessuno fa o non
fa sesso nell'interesse dell'umanità. Nessuno vuole figli esclusivamente
nell'interesse della specie.
Forse bisogna prefigurarsi un futuro in cui le donne acconsentiranno
ad avere figli solo se si vedranno onorate e retribuite come benemerite
della collettività. Come del resto già oggi meritano.
Ma ciò malgrado probabilmente non saranno numerosissime: chi
ha tirato su dei figli sa che non esiste compenso bastante per la fatica
e le preoccupazioni che l'impresa comporta.
In futuro ci sarà meno gente, nel mondo. Notizia
drammatica che però non commuoverà i misantropi.
Giannipardo@libero.it, 28 agosto 2004
P.S. Poiché la demografia è
una materia seria ed io sono un ignorante, se qualcuno s'accorge
che ho detto sciocchezze, me le segnali, per favore.
LA PARTIGIANERIA IN
POLITICA
In politica, come in materia
di religione, di morale o di calcio, ciascuno ha le sue idee. È
cosa legittima. Anzi, a non averne, si può giustamente essere accusati
di non partecipare alla vita associata. Tuttavia questo prendere posizione
può raggiungere livelli che vanno oltre la moderazione e che fanno
divenire, appunto, partigiani. Chi aderisce troppo ad una fazione diviene
fazioso e chi aderisce troppo ad una setta diviene settario. Tutti questi
aggettivi parlano di fanatismo e d’offesa alla verità.
Visto che si
ha certamente il diritto di reputare una cosa giusta e l’altra sbagliata,
il problema è quello di stabilire il limite oltre il quale si eccede.
Il problema è ovviamente insolubile se si pretende di risolverlo
con un colpo di spada, tutto il buono da una parte e tutto il cattivo dall’altra,
ma si possono dare indicazioni di massima.
La prima regola è che, in nessun caso e per nessun
motivo, bisogna negare la realtà. Già durante i primi
anni di guerra i tedeschi, avendo scoperto le fosse di Katyn, fecero
constatare ad una commissione internazionale che quei polacchi erano
stati trucidati dai sovietici e non da loro. Il Kremlino negò
sfacciatamente la circostanza: si doveva ancora tenere il processo
di Norimberga e Stalin voleva sedere dal lato dei giudici, non degli
imputati. E questo si può anche capire. Ma non si può ammettere
che, per puro fanatismo, la panzana fosse avallata anche da coloro che,
come i comunisti italiani, non avevano la ragion di stato, per mentire.
Essi dunque negavano la responsabilità sovietica del massacro
esclusivamente perché questo andava contro gli interessi del
comunismo. Ecco un esempio di violazione della verità per motivi
di partigianeria.
La pratica è eterna ed universale. Nella vicenda
Dreyfus, una parte della resistenza alla revisione del processo
nacque dalla preoccupazione di salvare l’onore dell’esercito e della
sua magistratura. Ma il mezzo era inammissibile: non si poteva tenere
un innocente all’Isola del Diavolo solo perché si sarebbero
squalificherebbero i giudici che l’avevano condannato. Per questo,
la battaglia di Zola, modestissimo romanziere ma galantuomo coraggioso,
rimarrà indimenticabile.
La tendenza a dare ascolto alle proprie passioni piuttosto
che alla propria intelligenza è fin troppo corrente. Tiziano
Terzani, considerato un grande giornalista, confessò, decenni
dopo, di non aver inviato reportage onesti dal Vietnam e dalla Cambogia
perché, per amor di parte, “chiuse gli occhi” e nascose molti
fatti. E per questa confessione è stato lodato! In realtà,
visto che già sul momento si sapeva come stavano le cose, il
suo giornale, se fosse stato serio, avrebbe dovuto licenziarlo. Ma
era anch’esso fazioso...
(per proseguire nella
lettura clicca qui)
Giannipardo@libero.it, 27 agosto 2004
Una stampa malata
di odio per Bush che non racconta davvero Najaf
<< Se il Vaticano avesse taciuto
durante l'assedio israeliano dei terroristi palestinesi asserragliati
nella basilica della Natività a Betlemme, se nessuna gerarchia
cattolica avesse preso posizione, sarebbe stato chiaro, perfino
ai giornalisti, che quel silenzio aveva un enorme peso politico.
Sarebbe stato evidente che quel tacere significava
acconsentire all'operato delle truppe israeliane ed esprimere
una condanna per il gesto blasfemo dei terroristi assassini che usavano
lo scudo di un luogo sacro per garantirsi l'immunità. Com'è
noto, così non fu.
Il Vaticano e la gerarchia cattolica si fecero
sentire e non contro gli assassini e blasfemi che stavano insozzando
di escrementi la Basilica, ma contro la decisione del governo
Sharon di assediarli.
Per settimane invece, dal 5 agosto, ha taciuto,
compatta, la gerarchia sciita di Najaf, a fronte del cruento assedio
dei miliziani sciiti di Moqtada al Sadr che usano il Mausoleo di
Ali come i loro colleghi terroristi palestinesi usarono la Basilica
della Natività. Ma nessuno, men che meno i giornalisti, ha
fatto mostra di comprendere che cosa quel silenzio abbia significato.
I marine americani hanno sparato per settimane in tutta Najaf, sono
arrivati a 200 metri dal Mausoleo, presidiando il cimitero, l'aviazione
ha distrutto case.
Ma non una parola di condanna è venuta dal
grande ayatollah al Sistani, dagli altri ayatollah della Marjia,
dagli ayatollah iracheni delle altre città.
Hanno protestato, invece, gli ayatollah iraniani,
gli Hezbollah e gli ulema sunniti dei Fratelli musulmani. Ma la
loro protesta non ha trovato un seguace, uno solo, tra gli sciiti
iracheni.
Il quadro è inequivocabile: la gerarchia
sciita è stata solidale con l'azione delle truppe americane
e del governo iracheno, non vedendo l'ora di riavere il controllo
di Najaf e dei luoghi santi e accettando di trattare con Moqtada
soltanto dopo che le sue milizie sono state pesantemente indebolite
dalle azioni militari americane e irachene.
Per questo, prima ha taciuto, poi ha organizzato
una marcia su Najaf contro il mullah ribelle e i suoi quaranta
ladroni e non, come la stampa afflitta dalla sindrome Michael
Moore ha lasciato intendere, contro gli americani...>>
(clicca qui per continuare
nella lettura dell'articolo di Carlo Panella per il Foglio 27
agosto 2004
CREATIVE COMMONS
" Guardando
il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io
in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte
di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi
al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della
Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora,
mi ha sempre accompagnato "
" Io vado nei posti presentato, preparato, cerco alleanze.
Mica vado lì così...se no ti rapiscono! Sei bianco,
occidentale… cosa vuoi! Però sei hai gli amici giusti..."
Questo
scriveva Baldoni sul suo blog
e in una intervista concessa
prima di partire per l'Iraq.
"Ci sarà
figa, a Baghdad?"
"... ho trovato l'obiettivo
di questo viaggio: stare venti giorni spaparanzato nella piscina
del Palestine. Posto tranquillo, pochi turisti... Chissà
se c'è figa, a Baghdad."
Così, pochi giorni fa, Enzo Balboni,
con ironia, commentava sul suo blog l'arrivo a Baghdad.
In realtà Balboni, pubblicitario e giornalista freelance
per il settimanale Diario, al seguito di un convoglio della Croce Rossa
voleva raggiungere la città santa di Najaf e intervistare
Moqtada Al Sadr, il capo della rivolta dei miliziani del cosiddetto <<Esercito
del Mahadi>>.
Poi, purtroppo, le cose si complicano.
Per l'esplosione di una mina, il convoglio della CRI
è costretto a tornare indietro. Balboni prosegue per Najaf
insieme ad una troupe della RAI. Arrivati a Kufa, una decina di chilometri da Najaf,
la troupe della RAI, vista la
pericolosità della situazione sul terreno, decide di tornare
a Baghdad. Balboni resta, da quel momento se ne perdono le tracce, non si trova più.
Dopo qualche giorno di incertezza, ieri nel solito filmato passato
da Al Jazeera, ecco: "Sono Enzo Baldoni, vengo dall'Italia,
ho 56 anni, sono un giornalista, sono venuto per scrivere un libro
sulla resistenza irachena, e faccio volontariato per la Croce Rossa"
seguiva comunicato di un fantomatico gruppo che si dice vicino a
Bin Laden, l'Esercito islamico in Iran: "Entro 48 ore vogliamo una
dichiarazione dal governo italiano e dal suo premier Silvio Berlusconi,
nemico dell'Islam, che si impegni a ritirare le truppe italiane dall'Iraq".
In caso contrario, si afferma nel video, ne risponderà l'ostaggio.
Insomma, Enzo Balboni, andato in Iraq
per scrivere un libro sulla "resistenza irachena" (sic) per
la quale apertamente parteggiava, è stato rapito
sulla strada per Najaf dalla "resistenza irachena". Si
attendono sviluppi. (cp.
25.08.2004)
Per ora,
dal Barbiere della
Sera , pubblichiamo questo pezzo:
Caso Baldoni. E alla domenica faccio il giornalista
di Terronzio
Sono pochi,
ma ci sono. Sono quei due/tre che mi hanno scritto per manifestare
apprezzamento nei confronti di quello che ho scritto (in barba
alla grammatica e alla punteggiatura, lo so, perdono Barbiere).
Ecco, questa e’ un’ottima occasione per farli imbestialire
Il giornalista e pubblicitario Enzo Baldoni
e’ stato rapito. E’ una frase piccola. Didascalica. Ma a me
fa venire i nervi.
Si perche’,
non ci piove che io stia tutto intrecciolato (ivi comprese
le dita dei piedi) augurandomi che questo signore la sfanghi.
Permettetemi pero’ di contraddire i tanti/troppi che lo definiscono
giornalista.
Nessuna delle sue corrispondenze mi ha particolarmente
impressionato e aggiungo che, in questo caso, il suo pressapochismo
nell’organizzare le spedizioni e’ costato la vita a una parsona
Ghareeb, l’autista iracheno.
Si puo’ dire quello che si vuole (il Ghareeb
era una persona adulta, sapeva quello che faceva, poteva rifiutarsi
di accompagnare l’italiano eccetera, eccetera), ma tutti quelli,
fra i frequentatori del sito, che abbiano bazzicato paesi difficili,
lo sanno come funziona.
In posti dove il lavoro non esiste, sono
tanti quelli disposti ad andare nel fuoco pur di poter sfamare
la propria famiglia. Esattamente come l’autista di Baldoni.
Spero sinceramente che, quando questo persona
tornera’ in Italia, il Diario non dimentichi il suo stile e non
ne approfitti per balzare sul carro di quelli che si diranno amici
del Baldoni.
L’uomo verra’ invitato al Maurizio
Costanzo e mi auguro che otterra’ anche nuovi clienti. Si, perche’
il Baldoni di mestiere fa il copy-writer, fra i suoi clienti
Eni, McDonald ed altre grandi aziende.
Poi pero’ al fine settimana, il nostro si
mette la tutina da Superman e va a giocare all’inviato di guerra.
Lo ha fatto in Colombia (dove io ho vissuto
a lungo) ed e’ tornato con delle splendide testimonianze sulle
Farc. Io li considero un branco di assassini che vivono di narcotraffico,
sequestri e taglieggiamenti, lui li vede invece come un gruppo
con un’agenda politica.
La sua analisi sociologica del paese (“uffa,
che palle non mi hanno ancora rapinato”, dal sito) la dice
lunga sullo spirito da avventuriero con cui affronta le sue imprese.
Memorabile la sua intervista a Tirofijo,
un fanatico che sta da anni rintanato nella selva colobiana
e che semplicementre non accetta l’autorita’ dello stato (che sia
Uribe o un altro non ha nessuna importanza).
Taccio sulle semplificazioni a
proposito del sequestro su Ingrid Betancourt
perche’ sarebbe troppo lungo piegare.
Poi il Baldoni va a Baghdad.
Si fa fotografare con un kalashinkov (“possibile che finisca
sempre con un kalashinkov in mano?” gigioneggia sul suo sito),
si commuove di fronte ai bimbi feriti (la guerra, tutte le guerre,
sono mostruose per questo) e fa errori che non farebbe un ragazzino
alle prime armi.
Ahi voglia che il giornalista Rai, Pino
Scaccia, lo avverta che e’ troppo pericoloso continuare. Lui,
no. Il novello Hemingway se ne fa un baffo delle pallottole ("dai,
t’immagini se intervistiamo Moqtada?”,). Lui va. “Palle
fredde”, dice. Ottima frase. Incipit degno del titolo di un libro.
Eh no caro signore. Il giornalismo non e’
un gioco. Lei potra’, come tanti altri che tutto sono fuorche’
giornalisti, scrivere sul Venerdi’, sullo Specchio, Lei potra’
anche “ficcare il naso dove i governi non vorrebbero: dal Chiapas
alle fogne di Bucarest, dallo sterminio dei Karen birmani ai massacri
di Timor Est, dal lebbrosario di Kalaupapa ai dissidenti cubani fino
alle montagne della Colombia dove si annida il più potente esercito
guerrigliero del mondo”, ma per favore non dica di essere giornalista.
Non e’ serio lavorare per le grandi corporazioni
e per i grandi marchi e poi fare il difensore di deboli e oppressi.
Non si va nei posti di guerra come se si
andasse a una gita domenicale. Per sentirsi realizzati e magari
un po’ piu’ vivi. La sua avventatezza e’ costata la vita a una persona.
Se, come Le auguro, riuscira’ a sfangarla anche questa volta, lo
vada a spiegare alla famiglia di uno sconosciuto autista iracheno.
CORNUTISTI ITALIANI
Bella e affascinante la
storia, tutta ferragostana, dell’assessora piacentina
(in foto) Manuela
Bruschini dei Comunisti Italiani. “Party satanico” l’hanno
chiamato. E l’assessora c’aveva le corna. Scandalo?
Ma no, di sicuro una goliardata, forse di cattivo gusto (come
scrivono
nel loro sito i Comunisti Italiani, partito dal quale
proviene l’assessora); robetta in confronto a quanto
il papà dell’assessora, anche lui assessore (!), ma in
Regione Emilia Romagna, anche lui per conto dei Comunisti
Italiani, ha combinato.
L’assessore, che tra le deleghe ha quella sulla caccia,
ha infatti dato il via libera, nel silenzio dei media che s’infiammano
per le corna finte della figlia, ad una legge regionale
ammazza-tortore, legge approvata dal Consiglio Regionale.
L’assessore regionale, nel merito, ha dichiarato:
"La Tortora dal collare, è una specie non originaria
del territorio italiano che, oltre ad entrare in competizione
con la specie autoctona, a causa dell'eccessiva prolificazione
soprattutto in ambiente cittadino, spostandosi nelle campagne
arreca danni evidenti alle colture, in particolare alle oleaginose".
Si, come scriveva Giovenale, è
difficile astenersi dallo scrivere satire...
infatti.
(cp. 24.08.2004)
SON BATTISTI E
ME LA BATTO
Cesare Battisti - condannato, a cavallo
degli anni ottanta, dai tribunali a due ergastoli per quattro
omicidi e, dopo la fuga dal carcere italiano, rifugiatosi
in Francia ed ora in attesa di estradizione- è
di nuovo scappato.
Anzi no, dicono i suoi avvocati,
forse è impazzito... oppure si è suicidato.
Questo, secondo il comunicato stampa dei
suoi avvocati, sarebbe il destino dell'esecutore materiale
di due omicidi e del mandante e organizzatore di altri due
( 6 giugno 1978, a Udine: ammazzato il maresciallo Antonio Santoro;
19 aprile 1979, a Milano: muore il poliziotto Andrea Campagna;
a un terzo omicidio, quello del macellaio Lino Sabbadin, ucciso a Mestre
il 16 febbraio '79, partecipò facendo da copertura armata;
per il quarto, quello del gioielliere di Milano Pierluigi Torregiani,
anche questo avvenuto il 16 febbraio '79, fu condannato come organizzatore)
Ecco il Comunicato Stampa degli avvocati
di Cesare Battisti:
<<Veniamo
a conoscenza che Cesare Battisti non si è presentato
il 21 agosto 2004 all'appuntamento settimanale per il controllo
giuridico.
Noi l'abbiamo incontrato recentemente e
ci siamo resi conto in questa occasione che sopportava sempre
più male, sul piano psichico, il tormento dei media,
della giustizia e della polizia che gli è stato improvvisamente
imposto dopo anni di vita famigliare e professionale vissuta
alla luce del giorno e con l'accordo delle più alte autorità
del nostro Paese.
Il cambiamento brutale di una politica
così permanente, perpetrata nei confronti dei rifugiati
italiani degli "anni di piombo" quando ufficialmente beneficiavano
di un asilo consolidato da oltre un quarto di secolo da tutti
i governi della Francia, non può che generare delle conseguenze
umane la cui estrema gravità interessa oggi famiglie
intere e i loro figli.
Non sappiamo attualmente cosa accade a
Cesare Battisti, ma il referto medico che ci è stato
dato, effettuato recentemente dal Dottor Hervé Boissin,
Medico Esperto presso la Corte di Appelo di Parigi, Medico membro
del Comitato Medico ministeriale del Ministero dell'Interno e
della Prefettura di Polizia, rinforza le nostre inquietudini.
E' urgente di porre fine a questo rinnegazione
dei diritti acquisiti da donne ed uomini che la Francia ufficialmente
si era impegnata a proteggere.>>
Irène TERREL, Jean-Jacques de FELICE
MA MI FACCIA IL
PIACERE!
COMMENTI ALL'INTERVISTA
A FASSINO DI PAOLO FRANCHI CORRIERE DELLA SERA. (clicca qui
per il testo dell'intervista)
Fassino vanta l'apertura mentale di
Togliatti dicendo che "il primo volume pubblicato dagli
Editori Riuniti non è Il Capitale di Marx ma il Trattato
sulla tolleranza di Voltaire". Ci risulta che Togliatti
(autore della prefazione) ne aveva studiato l'applicazione
comunista all'hotel Lux di Mosca, e ancor di più ne avrebbe
saputo se qualcuno fosse potuto tornare a parlargliene dalla Lubianka.
Secondo Fassino, Togliatti ha lottato
"all'interno stesso del Pci nel '45 contro chi voleva
<fare come in Grecia>" (cioè scatenare la lotta
armata per il comunismo). Ma il caro Piero non dice che ciò
ha fatto seguendo gli ordini di Stalin e in base a ciò che s'è
convenuto chiamare gli accordi di Yalta. Se invece Stalin avesse
ordinato di fare la rivoluzione, Togliatti ci avrebbe provato
eccome. Di Gromiko si diceva che se Stalin gli avesse ordinato di
sedersi sulla stufa rovente egli ci si sarebbe seduto e non si sarebbe
alzato se non autorizzato. Anche Togliatti, se era sopravvissuto,
aveva un culo d'amianto.
In una domanda, Paolo Franchi afferma
che "le sue [di Togliatti] scelte, e le sue svolte,
non erano affatto in contraddizione con la strategia di Stalin
e dell'Urss". Questo sì si chiama "coraggio
della verità". Sarebbe come dire che le scelte
e le svolte di Göbbels non erano poi molto in contraddizione
con quelle di Hitler.
"E di Togliatti, cosa
resta?" chiede Franchi. Uno pensa alla risposta: "La
vergogna d'avere avuto un simile leader". Invece Fassino
conclude solenne: "l'idea che un partito non si fonda
sull'ideologia, ma sulla sua capacità di mettere radici
nella società, e di esercitare una funzione nazionale".
Esercitare una funzione nazionale. Mettere radici nella società.
Infatti, non appena caduta la minaccia dell'Armata Rossa, tutte
le Repubbliche Popolari hanno lo stesso continuato a votare a favore
di un regime comunista.
Se fosse stato Totò ad intervistare
Fassino, alla fine gli avrebbe dato una bella spinta sul
gomito esclamando: "Ma mi faccia il piacere!"
Giannipardo@libero.it, 22 agosto 2004
Massima del
giorno
Il singolo applica senza perplessità
la legge morale corrente solo se deve giudicare il comportamento
di un altro.
G.P.
MOLLICHINE
Berlusconi ha accolto Blair scamiciato
e con la bandana sarda. Pare che prima gli abbiano tolto il
doppio petto con la fiamma ossidrica.
Bush: 70.000 militari americani di stanza
all’estero torneranno negli Stati Uniti. Yankees, come home.
1.500 detenuti palestinesi hanno iniziato
uno sciopero della fame. Nessuna protesta, invece,
dalle vittime degli attentati.
Morto un cavallo nel Palio di Siena. Aperta
un’inchiesta per conoscere le dimensioni della Piazza del
Campo sotto il governo Berlusconi.
Dio ha dato agli arabi il petrolio come
dimostrazione della sua benevolenza. E del fatto che con
i cristiani è un po‚ in freddo.
L’Italia non va male, all’Olimpiade. Come
tutte le dittature, eccelle negli sport.
Nuove minacce terroristiche all’Italia:
“E‚ giunto il tempo, l’ora zero s’è avvicinata. Abbiamo
preparato i vostri sudari: dite addio alla vostra vita”.
Hanno letto troppi discorsi di Mussolini, questi.
Blair non è simpatico
alla sinistra italiana. Ha l'occasione di coabitare con Berlusconi
e non gli mette nemmeno il veleno nel caffè!
In televisione tutte le rievocazioni storiche
riguardano la Seconda Guerra Mondiale. Prima, c’è
stato il Neolitico.
Blair e Bush hanno auspicato il miglioramento
della situazione a Najaf. Hanno auspicato. Poi,
stanchissimi, sono andati a dormire.
Ipotesi di mediazione vaticana per Najaf.
Per esempio: voi vi convertite al Cristianesimo e noi vi
lasciamo rifugiare in S. Pietro.
Pisanu: dietro l’ordigno a Porto Rotondo
c'è il terrorismo sardo. E non le Dame di San Vincenzo,
come pensavate voi.
Arafat non esclude se stesso dalle responsabilità
per la corruzione nell’Anp. Come se il Papa dicesse: perfino io potrei
essere cattolico.
Casini esalta De Gasperi: “Ora è
patrimonio comune”. Anche di Rc e Comunisti Italiani? Urge
ripasso di storia.
Giannipardo@libero.it
SAPER
PERDERE
Saper perdere è difficile.
Non che saper vincere sia facile. Infatti il vincente deve
avere preoccupazioni di buon gusto, deve mostrare magnanimità,
deve affermare d'apprezzare il proprio avversario, al limite
cercargli scuse per la sconfitta. Ma sono difficoltà esteriori,
per così dire. Nel suo intimo, colui che appare il più
nobile e magnanimo dei vincitori può essere convinto che l'avversario
era una verme e meritava d'essere schiacciato. Il suo sforzo di comportarsi
con eleganza è compensato dalla vanità d'essersi mostrato
stimabile e generoso nella vittoria.
Il perdente invece ha una situazione molto
più difficile. Se ha buon senso, comunque siano andate
le cose, deve dirsi che la sconfitta è stata meritata,
in base al sacrosanto principio, formulato da Tucidide, per cui
"nessun vincitore crede mai alla fortuna". E per conseguenza non si
deve mai invocare la sfortuna. Se qualche anima buona parla di sfortuna,
e persino se lo fa il vincitore, il perdente deve dire sorridendo:
"Vi ringrazio, di certo c'è che il mio avversario è
stato più bravo di me".
Se questo comportamento già sembra
difficile, ancor più difficile è la difficoltà
intima, cioè quella di fare quanto sopra credendoci. Si tratta
di confessarsi le ragioni della sconfitta. Non basta limitarsi
a dire: “e va bene, ho perso", bisogna arrivare a dire: ho perso
perché il mio avversario era più intelligente di me;
oppure era più colto di me; oppure perché ha sgobbato
di più; oppure perché è stato più tenace,
perché è stato più forte, persino perché è
stato più figlio di puttana di me, se era questo che si richiedeva
per vincere. Bisogna riconoscere il superiore valore del vincente
e non è una cosa non facile, visto che va contro l'istinto
di conservazione. Ma è una cosa doverosa, se si ama la verità
e la salute mentale.
Ovviamente tutto questo non
significa che ci si debba arrendere facilmente. Se si crede
di meritare la vittoria ed è possibile, bisogna chiedere
la rivincita. Ma se la conclusione è la sconfitta, bisogna
saper mettere punto alla propria voglia di vittoria. Se la sconfitta
è senza rimedio, è inutile stare a lamentarsi, a recriminare,
ad annoiare gli altri con i nostri lai. Non solo non si guadagna
nulla, ma in questo modo una sconfitta è sottolineata, amplificata
e resa dieci volte più umiliante. Gli eccessi melodrammatici come
strepitare, accusare tutto e tutti, minacciare la fine del mondo sono
solo inammissibili comportamenti infantili. Che possono provocare il
disprezzo del vincitore ed anche degli involontari testimoni, anche se
amici.
Se sconfitti, bisogna abbreviare gli adempimenti
finali e i commenti e cercare di passare al capitolo seguente.
I funerali solenni non prolungano la vita del morto. Se la
donna che amiamo ci dice improvvisamente di non amarci più,
è inutile stare a dirle quanto l'amiamo noi. Se vuole andarsene,
è inutile stare a dirle quanto male ci fa. Perché tutto
questo non la tratterrà. Se è stanca di noi, le scenate,
i pianti, le implorazioni la faranno andar via ancor più
velocemente. Perché le confermeremo che stare con noi è
una sofferenza.
Anche se sembra crudele, l'unica cosa
sensata che si può dire all'amato o all'amata che ci
lascia è: "ti auguro di essere felice". Ogni altra
reazione è meno vantaggiosa.
Giannipardo@libero.it
P.S. Poiché ho vissuto molti
anni fa l'ultima situazione di cui qui parlo, e poiché
mi sono comportato come raccomando di fare, potrei aver torto, nella
teoria, ma avendo già pagato il conto ho il diritto di formularla.
LA PADELLA O LA BRACE?
Il sindaco di Roccaraso, posto in custodia cautelare
per concussione, si è suicidato. La legge prevede la
custodia cautelare quando ricorrano i pericoli d'inquinamento
delle prove, reiterazione del reato, o fuga. Se essa avvenisse realmente
e soltanto per tali motivi, sarebbe un provvedimento rarissimo.
Viceversa, una grande percentuale dei detenuti è in attesa
di sentenza definitiva. C'è dunque qualcosa che non va.
Bisogna innanzi
tutto sgombrare il terreno dal desiderio di dare un significato al
suicidio in carcere. Esso può essere la conseguenza
d'una insopportabile vergogna, e dunque un'ammissione
di colpevolezza, come può essere l'estrema protesta d'un innocente
che non sopporta d'essere trattato come un delinquente. Nel
singolo caso non si può affermare nulla. I fatti non
li conosce perfettamente neppure il magistrato il quale in effetti
ha disposto la carcerazione in corso d'inchiesta e in presenza
di "pericoli", non di certezze.
Purtroppo, i motivi per cui gli inquirenti dispongono
la carcerazione sono spesso diversi da quelli previsti. I magistrati
reputano che, stante la lentezza e l'inefficienza della giustizia
italiana, se una persona colpevole d'un grave reato non è
arrestata subito, rischia di non fare mai un giorno di carcere. O
di farlo tanti anni dopo il misfatto che è come se la carcerazione
non avesse più relazione col reato. Questo atteggiamento nasce
dalle migliori intenzioni ma è nefasto. L'inquirente deve fornire
le prove al giudice, non ergersi a giudice lui stesso. Non deve credersi,
come troppo spesso avviene, investito del dovere etico di fare giustizia.
Quasi dicesse: "Lo so, a rigore di termini non ricorrono i presupposti
della carcerazione, ma l'imputato per me è colpevole ed io
intanto gli faccio scontare almeno una parte del suo misfatto". Questo
è moralmente e giuridicamente inammissibile.
Una seria repressione di questo comportamento
degli inquirenti sarebbe però resa difficile dal fatto
che nel nostro paese tutti disprezzano la lettera della legge.
Tutti "guardano alla sostanza". Anni fa Andreotti e il suo governo
vararono in fetta e furia un provvedimento per impedire che dei
mafiosi, in applicazione delle disposizioni vigenti, uscissero di
galera: legge o non legge gli italiani volevano quei signori in carcere.
I romani definivano il privilegio lex in privos
lata un provvedimento fatto apposta per dei singoli. Odioso se a
favore di qualcuno ma ancor più odioso se contro qualcuno.
E tuttavia gli italiani, se i mafiosi fossero stati scarcerati,
non che ammirare il rispetto della legalità da parte del governo,
avrebbero accusato Andreotti d'essere affiliato alla mafia.
Venendo ad
un caso più recente, se in Italia tutti fossero convinti
della colpevolezza di Anna Maria Franzoni, chi tratterrebbe
la gente e i giornalisti dal dire che è uno scandalo vedere
la spietata assassina del proprio stesso figlioletto vivere libera,
dopo essere stata condannata a trent'anni di carcere?
Se la maggior parte degli imputati di reati
allarmanti fosse fuori, lo scandalo sarebbe grandissimo. Si
vedrebbe libero, e magari intervistato da giornalisti e televisione,
qualcuno che la stessa magistratura, con sentenza di primo grado,
ha definito un assassino, uno stupratore, un incendiario. L'Italia
non ha queste tradizioni garantiste. Gli Stati Uniti hanno potuto
sopportare senza crollare l'assoluzione di O.J.Simpson, in Italia
per un O.J.Simpson si griderebbe che è necessario riformare
il codice da cima a fondo e forse si cercherebbe di mandare in galera
la giuria che l'ha assolto.
Il
sostituto procuratore diviene duro perché si sente un
baluardo a difesa della società. Una persona normale non
riuscirebbe a mangiare e dormire, dopo avere assistito all‚autopsia
d‚un cadavere dissotterrato dopo un mese, mentre il medico legale,
dopo quell'esperienza repellente, scherza con la famiglia, vive come
al solito e fa sogni d'oro. È abituato ai cadaveri, anche puzzolenti
e deformi. Nello stesso modo il magistrato vuole difendere la società
e si abitua all‚idea di provocare immensi dispiaceri al prossimo,
magari per poi concludere che l'accusa era infondata. "Ci fa il
callo". E in inglese "callous" significa calloso ma anche
"che non sente emozioni o simpatia per gli altri".
Proprio questa situazione
psicologica giustifica la separazione delle carriere. Il giudicante
non deve acquistare, neanche pro tempore, la mentalità
del poliziotto che vede in una persona normale un sospetto e in
un sospetto un colpevole. Il potere di disporre la carcerazione
deve appartenere ad un vero giudice, come avviene negli Stati Uniti:
non al magistrato inquirente. Certo, da noi c'è il Tribunale
della libertà, ma interviene così raramente da essere
insignificante. Ricordiamo soltanto che ha liberato, che caso! quella
Franzoni di cui parlavano tutti i giornali.
La separazione delle carriere e la carcerazione
preventiva disposta dal giudice terzo non risolverebbero il
problema, tuttavia. Rimarrebbe il rischio della prigione disposta
da un giudice superficiale o il rischio della libertà d'un
pericoloso criminale, magari con reiterazione del reato. La soluzione
risiede nella riduzione dei tempi della giustizia. Se la giustizia
fosse rapida la gente vedrebbe presto e definitivamente in galera
colui che la magistratura inquirente non ha arrestato, oppure vedrebbe
presto e definitivamente fuori l'innocente che la magistratura inquirente
ha incautamente arrestato.
Attualmente, l'unica cosa che si potrebbe fare
sarebbe reprimere nella maniera più risoluta la tendenza
alle manette facili. Ma abituandosi all'idea di vedere in giro,
il giorno dopo l'arresto, un assassino o lo stupratore di nostra
figlia. La padella o la brace?
Giannipardo@libero.it, 18 agosto 2004
Fiabe
e leggende
"Gli italiani non hanno alcun collegamento
storico e culturale con l’antica Roma, ed hanno inventato leggende
su personaggi mai esistiti, come Giulio Cesare, al solo scopo
di giustificare la loro presenza in Italia, una terra che invece
appartiene all’ Islam, come è testimoniato dalla presenza dei
musulmani in gran parte del territorio nel corso di molti secoli.
Platone e Socrate per i greci, Ferdinando
ed Isabella per gli spagnoli, e chissà quanti altri
nomi celebri che affiorano nella nostra memoria scolastica non
hanno altra funzione che questa: accreditare, pur non essendo
mai esistiti, un preteso diritto di un popolo nei confronti di
un territorio che in realtà non è suo, ma dell' Islam.
E poi…quella storia di San Pietro arrivato
a Roma per fondarvi la Chiesa cristiana, e quell’ altra che proprio
in questi giorni si è concretizzata nel pellegrinaggio a
Santiago de Compostela…servono solamente a far credere che in
questi paesi europei si sia radicata in tempi antichissimi una religione
che invece non vi è mai stata il culto dominante.
No, non siamo impazziti. Abbiamo semplicemente
trasferito nella nostra realtà europea il contenuto di
un programma educativo della rubrica culturale trasmesso dalla
televisione nazionale palestinese tra la fine di luglio ed i primi
di agosto, trascritto e tradotto in inglese da Palestinian Media
Watch..."
Su Informazione Corretta, Federico
Steinhaus firma un articolo dal titolo «Fiabe e leggende:
Mosè, Salomone, Giulio Cesare, Platone, San Pietro…»
Per continuare nella lettura, clicca
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IL TERRORISMO HA GIÀ
VINTO?
Il terrorismo ha già vinto,
dice qualcuno, perché ci fa vivere nell'inquietudine. Ma
anche gli incidenti stradali non sono male, in questo campo.
Dunque non è la probabilità scientifica del pericolo,
che ci fa vivere nell’inquietudine: è qualcos’altro.
In ogni città basterebbe sapere
che c'è in giro un pazzo che spara alle natiche della
gente con un fucile a piombini per creare un allarme generalizzato.
A causa dell'appassionato, trepido e materno amore che ciascuno
sente per se stesso, creare la sicurezza è difficile,
creare l'insicurezza è fin troppo facile. Non è una
vittoria di cui vantarsi. Basti dire che al riguardo è stato
sufficiente mettere un po’ di candeggina, con una siringa ipodermica,
in alcune bottiglie d’acqua minerale del supermercato, per ottenere
la prima pagina di tutti i quotidiani.
Molto dipende dal fatto che i giornali
e le televisioni vivono di notizie. Più esse sono
gonfiate, allarmistiche, catastrofiche, più vendono. Un
telegiornale come “Studio Aperto” (da qualcuno chiamato “Telecomare”)
è un buon modello, in questo campo. Le parole che vi si sentono
più spesso, pronunciate con evidente voluttà, sono
“paura”, “pericolo”, “tragedia”: anche per normalissimi, anche se
tristi, fatti di cronaca.
Si può in realtà sostenere
che, almeno fino ad ora, il terrorismo ha perso. Sul campo.
Se, dopo l'undici settembre 2001 avesse realizzato altri attentati
spettacolari, al ritmo medio di uno ogni due mesi, il mondo starebbe
vivendo in un incubo. Il trasporto aereo sarebbe peggio che dimezzato,
avremmo paura a bere un bicchiere d’acqua, ad entrare in un supermercato,
ad andare al cinema o allo stadio. Invece, da allora, minacce,
minacce e sempre minacce. Le minacce - come sanno tutti i ragazzi
che sono andati a scuola - sono la caratteristica dei professori
privi d'autorità naturale. Can che abbaia non morde. E se morde
troppo raramente, si pensa ad un accesso di pazzia piuttosto che ad
una seria aggressività. Perfino l’orrore, se a piccole dosi
e lontano nello spazio, diviene monotono. Le decapitazioni perpetrate
da immondi terroristi, in Iraq, non hanno più i grandi titoli.
Se avesse potuto, la (probabile) buonanima
di bin Laden avrebbe organizzato altri disastri. Invece
i terroristi sono fermi alle autobombe per le strade, in Iraq.
Che è come sparare sulle Croce Rossa, visto che il paese
non è preparato a questo genere di guerra. In Israele infatti
la vile impresa di uccidere degli innocenti riesce sempre meno.
I terroristi, anche se occasionalmente
possono effettivamente colpire, sono gli specialisti delle
rodomontate. La gente s'impaurisce, coloro che ragionano
e coloro che guidano i vari paesi, li val