ARCHIVIO AGOSTO 2004

Massima del giorno:
L'innamoramento è una tregua nella prosa della vita.
G.P.


MOLLICHINE
Mandato d'arresto per Cesare Battisti.  Amatore Sciesa e Guglielmo Oberdan,  nel dubbio,  si sono dati alla latitanza.

Caso Battisti. Castelli: "Pretendere di non scontare una pena perché è passato molto tempo è un'offesa verso lo Stato, le vittime e i loro familiari."  A Pisa,  a qualcuno fischiano le orecchie.

I sindacati hanno annunciato ieri la “volontà di rilanciare la compagnia“ Alitalia. Propulsione ad elastico?

Tutti nominati cavalieri gli azzurri vincitori di medaglie olimpiche.  Vecchia storia.  Todos caballeros.

La moderna discarica si chiama termovalorizzatore.  Personalmente ho ribattezzato il mio gabinetto idroannichilatore organico a comando manuale e ricaricamento automatico. Ma da allora ho paura ad andarci.

Il Quai d'Orsay,  rispondendo ad Allawi: “Le autorità francesi hanno da tempo affermato la necessità di sconfiggere ogni forma di terrorismo“. Hanno anzi convocato tre esorcisti.

I Ds: “Il governo è ottimista ma non realistico“. Nessuna meraviglia. Mai visto un ottimista realistico.

Sharon presenta oggi il calendario del piano di disimpegno da Gaza. Molti delusi. Si aspettavano di trovarcelo nudo.

Le terroriste palestinesi son passate da dove non esiste ancora la palizzata. Visto che bisogna vietarla anche altrove.

Milosevic si difende davanti al Tpi: “Contro di me solo menzogne“.  Forse ha ragione,  forse no.  Mai processare capi di Stato.

G.P.


DUE GIORNALISTI FRANCESI
Negli ultimi giorni la notizia è quella del rapimento di due giornalisti francesi. Le più pensosamente corrugate fronti si sono concentrate su questi due aspetti: i terroristi vorrebbero obbligare la Francia ad abolire la legge che vieta il velo islamico nelle scuole; la Francia non ha truppe in Iraq, e tuttavia due francesi sono stati rapiti. Ma siamo sicuri che sia questo, il punto?

Un tizio era noto per essere burbero, perché evitava addirittura di salutare i conoscenti e comunque non dava la mano a nessuno. Poi si scoprì che aveva il palmo che sudava orribilmente e si vergognava a morte. Il passaggio dal fenomeno che abbiamo sotto gli occhi alle motivazioni che lo determinano non sempre è evidente.

Innanzi tutto è chiaro che i rapitori non rapiscono chi vogliono. Per esempio non riescono ad avere soldati americani. Rapiscono quelli che possono rapire. In secondo luogo, non distinguono gran che fra le possibili vittime. Non distinguono fra occidentali ed orientali, prova ne sia che hanno preso anche filippini e ucciso coreani, e neppure fra islamici e non islamici, visto che hanno anche ucciso dei turchi. Prima fanno il colpaccio, poi decidono che cosa fare. Se non ci sono soldati turchi sul suolo iracheno, alla Turchia chiediamo di non inviare autisti e merci in Iraq. Se i francesi sono antiamericani e non hanno truppe in Iraq chiediamogli di abolire una loro legge. Se questa è la realtà, perché prendere sul serio le loro richieste ed esaminare le loro possibili motivazioni come se fossero serie? Chi ci dice che, prima di rapire dei francesi, avessero decisero di rapire dei francesi? Chi ci dice che non prendano il primo che gli capita e poi si chiedano che uso possono farne?

Più serio è il problema del senso di questi crimini. Probabilmente, tutto si riduce a dare la sensazione, ad una pubblica opinione e ad una stampa occidentale ipersensibili, che in Iraq va tutto a catafascio. Che gli Stati Uniti hanno perso la pace dopo aver vinto la guerra. Che sono più importanti i quindici giorni in cui dei delinquenti stanno asserragliati nel Mausoleo di Alì, a Najaf, piuttosto che la loro resa ignominiosa. Quei fanatici infatti, dopo i proclami per cui avrebbero tutti combattuto fino alla morte, ad un certo momento si sono resi conto che americani e polizia irachena, mausoleo o non mausoleo, stavano per attaccare e, probabilmente, non avrebbero fatto prigionieri. E si sono arresi.

Ovviamente poi, ciascuno per i suoi interessi, ha recitato la parte che gli conveniva. Al Sistani ha fatto finta di conquistare il Mausoleo pacificamente, Moqtada al Sadr ha fatto finta di arrendersi ad una superiore autorità religiosa, quasi che questi dati non fossero presenti già da prima. L'essenziale è che abbiano vinto il governo legittimo e l'autorità religiosa moderata, sostanzialmente favorevole alla coalizione.

La stampa occidentale infine non ha dato sufficiente risalto al fatto che Allawi ha affermato che al Sadr può benissimo costituire un partito politico e partecipare alla vita democratica irachena. Questa non è benevolenza, è una superiore dimostrazione di forza. Allawi è certo che al Sadr non ha un grande seguito popolare. E, sconfitto militarmente, non è nessuno.

Di tutto questo non si ha sufficiente traccia. In Italia conta che abbiano ucciso un nostro giornalista. Come se la storia si facesse uccidendo un individuo. Neanche l'uccisione di Giulio Cesare, che era Giulio Cesare, riuscì ad impedire il passaggio dalla Repubblica al Principato.

Giannipardo@libero.it, 31 agosto 2004


SCHADENFREUDE
Noi italiani abbiamo le parole fastidioso e fastidio, i francesi hanno fastidieux ma non hanno "fastide". Se proprio devono parlare di fastidio, dovranno usare la parola gêne. Questo significa che a volte il concetto esiste ma la parola, che magari esiste in una lingua, non esiste in un'altra lingua.

C'è un sentimento che abbiamo provato tutti, se pure vergognandoci: è il sottile piacere di vedere che qualcuno che ci criticava è criticato a sua volta, che qualcuno che si vantava della propria invincibilità ha perso, che qualcuno che sembrava superiore a tutto e a tutti è caduto nella polvere ed ha rivelato tutta la propria umanità. Ad un livello più banale, del resto, è questa la molla che spinge tante massaie a voler sapere tutto delle disavventure matrimoniali dei personaggi famosi. Dopo avere goduto proiettivamente dei loro successi, vogliono godere dei guai di coloro che ammirano. Queste “piacere del male altrui“ in tedesco si chiama Schadenfreude: loro hanno la parola, tutti abbiamo il sentimento.

Oggi si può confessare arrossendo una sorte di Schadenfreude dinanzi ai massacri, agli attentati alla bomba, agli assassini terroristici che si verificano dovunque, in Iraq, in Russia, nel Caucaso. E con vittime d'ogni nazionalità. Fino a qualche tempo fa, questi tristi fenomeni che per anni ed anni hanno afflitto Israele, hanno lasciato indifferenti tutti. Come se gli israeliani fossero per loro natura condannati ad essere free game, selvaggina non sottoposta a restrizioni, e come se gli attentati terroristici potessero colpire solo loro e non noi. Sentire Putin parlare di lotta al terrorismo, sentire Bush parlare di guerra mondiale contro questi fanatici, vedere l'indignazione della Francia per il sequestro di due giornalisti, sono cose che dovrebbero sorprendere. Non perché irrazionali, ma perché uno si chiede: come mai oggi e non prima? Come mai, prima, tutti consigliavano ad Israele di venire a patti con i terroristi, ed oggi paesi normalmente miti come l'Italia divengono rigidi, proclamano che non cederanno mai al ricatto, parlano di lotta senza quartiere al terrorismo, a costo di limitare i movimenti degli stessi cittadini, a costo di una minore libertà? Siamo sicuri che, se avessero una frontiera in comune con un paese terrorista, i paesi europei non costruirebbero in fretta e furia una fence elettrificata?

Ecco la Schadenfreude. L'israeliano può dire: avete avuto bisogno dell'esperienza, per capire? E allora sia benedetta l'esperienza.

Ora non ci rimane, per il bene di tutti, che provare a vincere tutti insieme. Questa guerra non è stata dichiarata solo ad Israele, ma all'umanità e al diritto.

Giannipardo@libero.it

Dal "Washington Time" una domanda:
"Al Jazeera condanna il rapimento degli ostaggi francesi. Perchè non lo ha fatto quando si trattava degli ostaggi italiani, ultimo quello di Baldoni??"  Clicca qui per il testo dell'articolo.

La nostra onda d’oro
Ieri sera Gal Friedman, la nostra onda d'oro, e' tornato a casa avvolto nella bandiera di Israele.
L'aeroporto Ben Gurion, dentro e fuori, era un mare di persone e di fiori e di bandiere e non appena Gal e' apparso con la medaglia d'oro al collo e la bandiera biancoazzurra sulle spalle e' stato accolto da un coro immenso che cantava "We are the Champions". Fiori e confetti volavano su di lui che sorrideva frastornato con quei grandi occhi neri e ringraziava tutti e tutti erano piu' emozionati di lui e gridavano il suo nome, qualcuno piangeva di gioia.
La prima medaglia d'oro nella storia di Israele, dal 1952 quando Israele fu ammesso alle Olimpiadi, a Helsinki.
La prima medaglia d'oro nella storia di un Paese i cui figli devono pensare piu' alla guerra che allo sport, la cui gioventu' deve preoccuparsi di non morire piuttosto che allenarsi per una qualsiasi disciplina sportiva.
I nostri ragazzi sono tutti medaglie d'oro perche' difendono Israele, perche' grazie a loro il nemico non e' mai riuscito a vincere ma questa di Gal e' una Medaglia di Pace, una Medaglia di orgoglio nazionale, un "ci siamo riusciti nonostante la vita che facciamo".
L'oro di Gal e' l'oro di Israele e mentre lui era sul suo surf che veleggiava verso il traguardo eravamo tutti davanti allo schermo senza respirare e poi l'urlo di felicita' e di liberazione. Avevamo vinto! Avevamo vinto una medaglia d'oro dopo 4 anni di incubo , di terrorismo, di morti!
Questa medaglia Gal ha voluto dedicarla agli 11 atleti israeliani ammazzati dai feddayin palestinesi nell'Olimpiade piu' tragica della storia, Monaco 1972.
Grazie Gal.
Ormai fai parte della storia di Israele come Moshe Weimberg, Gadi Zahari, David Marc Berger, Zeev Friedman, Yossef Gutfreund, Eliezer Halfin, Amitzur Sapida, Kehat Schorr. Mark Slavin, Andrei Spitzer, Yacov Springer, sia onorata la loro memoria, sul cui cippo porterai la tua Medaglia, alla presenza del Presidente di Israele Moshe Kazav.


Le Olimpiadi di Atene erano incominciate con l'amaro in bocca per noi poiche' il Comitato Olimpico aveva deciso di cancellare Gerusalemme, la Capitale di Israele, che si ritrovava cosi' ad essere l'unica Nazione al mondo che , al posto del nome della propria capitale, aveva due righette. Questo per non infastidire gli amici dei palestinesi e non offendere i nostri nemici.
L'amaro e' diventato veleno in almeno altre due occasioni:
Durante la sfilata degli atleti all'inaugurazione dei Giochi, la delegazione della Palestina e' stata accolta da un'ovazione scandalosa se pensiamo alla spaventosa ondata di attentati contro i civili e i bambini di Israele nel corso di quattro anni di terrore palestinese.
1000 morti e 6000 feriti sono stati insultati da quell'ovazione.
Il judoka iraniano Arash Miresmaeili si e' rifiutato di gareggiare con l'israeliano Ehud Vaks e per questo e' stato premiato dal suo paese, l'Iran, con 120.000 dollari e accolto in patria come un eroe.
Insomma, come sempre, Israele viene trattato da Stato-paria dai paesi arabo-islamici senza che il resto del mondo abbia il coraggio di opporsi.

Gal ci ha riscattati e quel giorno la bandiera di Israele e' stata alzata sul pennone piu' alto e la Hatikva', l'inno nazionale, e' stato ascoltato da tutto il mondo mentre veniva onorato il nostro atleta, la nostra onda (Gal) d'oro.
Gli israeliani presenti alla premiazione sventolavano le bandiere, l'inno riempiva l'aria e tutti cantavano a squarciagola , piu' forte che potevano, tanto forte da coprire la musica, per l'orgoglio e per cacciare giu' le lacrime.
Grazie Gal, per tutti noi, per Israele, per Monaco 72, Grazie.

Deborah Fait


Colpo d’occhio su un’altra faccia della realtà
Mercoledì 11 agosto, 200 metri a sud del posto di blocco di Kalandia (fra Ramallah e Gerusalemme), terroristi delle Brigate Al Aqsa (affiliate al Fatah di Arafat e stipendiate dall’Autorità Palestinese), vista l’impossibilità di arrivare a Gerusalemme con la loro auto-bomba, hanno abbandonato il veicolo e non hanno esitato ad azionare l’ordigno, del tutto incuranti della presenza, fra gli altri, di numerosi civili palestinesi: due palestinesi sono rimasti uccisi, una ventina i feriti e mutilati tra palestinesi e israeliani (compresi 6 agenti di frontiera). Solo il buon funzionamento del posto di blocco, sulla base di precedenti informazioni di intelligence, ha evitato una strage peggiore nel centro della capitale d’Israele.
I posti di blocco israeliani, che hanno lo scopo per l’appunto di impedire o perlomeno ostacolare questo genere di attentati, vengono regolarmente descritti dalla stampa internazionale come flagranti esempi di gratuita malvagità israeliana, poco meno che crimini di guerra ai danni di inermi e innocui civili palestinesi. Descrizione regolarmente corredata da apposite immagini di tensione e sofferenza.
Mentre va ricordato che i meticolosi controlli ai posti di blocco sono ciò che ha permesso, fra l’altro, di salvare anche la vita a diversi bambini palestinesi cinicamente mandati allo sbaraglio imbottiti di esplosivo, vale anche la pena di sottolineare che esiste una diversa realtà, ai posti di blocco, che viene ignorata o volutamente taciuta dai mass-media internazionali.
Un punto di vista interessante (e inedito) è quello offerto da un giovane israeliano di nome Dave che ha deciso di mettere a disposizione su internet una serie di foto da lui stesso scattate durante il suo recente periodo di servizio militare proprio al posto di blocco di Kalandia.
Sono foto in cui si possono vedere lavoratori, ragazzini e intere famiglie palestinesi che fraternizzano con i soldati di guardia, code d’attesa assai meno lunghe di quanto avvenga nei momenti di allarme, soldati e soldatesse che assolvono il loro duro compito senza alcuna animosità verso la popolazione innocente.
“Il 99% del lavoro fisico che ho fatto al posto di blocco – racconta lo stesso Dave – consisteva nell’impedire violenze arabe contro altri arabi, come quella volta che abbiamo dovuto inseguire due tizi che avevano aggredito un taxista palestinese, che era davvero scioccato e ci siamo dati da fare per confortarlo”.
Quando ero di servizio a Kalandia – continua il giovane israeliano – spesso arrivavano fotoreporter che aspettavano per ore e ore che accadesse qualcosa da riprendere. Ma per il 99% del tempo non succedeva proprio nulla e così i fotografi aspettavano e aspettavano per niente”.
(Da: Honestreporting.com, israele.net, 12.08.04)
 Nella foto in alto: Un’immagine scattata da Dave, che spiega: “I ragazzini arabi amano fraternizzare con Dana”. Per la serie completa delle foto di Dave, clicca qui

DUE INTERVISTE DA NON PERDERE
Oggi Il Corriere della Sera intervista al premier iracheno Iyad Allawi:
«Chi non combatte con noi si troverà il terrore in casa»


mentre La Repubblica intervista il presidente del senato Marcello Pera:

"Attaccano la nostra civiltà, fermiamo i fondamentalisti"

AL RISVEGLIO
Il risveglio fu amarissimo.
L’illusione delle bandiere iridate si era infranta nel più doloroso dei modi.
I jadhisti non corrispondevano affatto all’immagine alla quale per mesi, per anni, il pacifista europeo si era ostinatamente sforzato di credere.
L’America imperialista e guerrafondaia non era meno under attack della Francia pacifica protettrice di vini e formaggi.
Inoltre, il ricatto sanguinario era altrettanto imparziale con l’ostaggio: non faceva alcuna distinzione tra il mercenario muscoloso e destrorso e il giornalista progressista “uomo di pace” volontario della Croce Rossa.
E ora, che fare?
Toccava inventarsi, e alla svelta, qualcosa di meglio del “ritiro delle truppe”. Qualcosa con qualche “se” e qualche “ma”, stavolta.


Sparsi sul tavolo, tre ritagli: due ingialliti, uno fresco di giornata.
Tutti a firma della solita Cassandra.
Cazzo, aveva ragione.

1) «Chi rifiuta una guerra che non può evitare, perde»
(André Glucksmann, “De Gaulle, où est-tu?”, 1995)

2) «I non americani vogliono dormire sonni tranquilli. Si convincono: la minaccia nichilista riguarda gli Stati Uniti e solo loro. Non c’è fumo senza arrosto: il Number One se l’è cercata, l’Impero è punito, la sua violenza gli si rivolge contro, è la legge del boomerang. […] Con l’avvicinarsi del pericolo si dice che gli struzzi mettano la testa nella sabbia. Per schivare lo stupore dell’11 settembre, le élites europee si stordiscono con la polvere del tempo. In mezzo al panico, la “vecchia Europa” , “ricca di una storia millenaria”, fabbrica di un confortevole planisfero per sfuggire alle terrificanti grane della realtà»
(André Glucksmann, “Ouest contre Ouest”, 2003)

3) «L’Europa scopre che non serve a niente fare gli struzzi, con la testa nella sabbia, e deve ricordarsi che la guerra condotta dall’islamismo radicale non è cominciata con George Bush ma con Khomeini. […] Khomeini ha visto giusto. Risvegliare un antagonismo che da millenni divide l’umanità non è un atavismo oscurantista destinato, a più o meno lungo termine, alla spazzatura della storia. Rischia, al contrario, di incendiare il XXI secolo per bruciare tutto il Pianeta. […] Niente di più totalitario della pretesa di decidere il regolamento interno di licei e collegi delle banlieues francesi attraverso una cattura di ostaggi in Iraq! E perché non intervenire, allora, anche sul menu delle mense scolastiche? E la promiscuità nelle piscine? Il terrorismo senza frontiere, né scrupoli, né tabù, è una spada di Damocle sospesa su tutte le democrazie d’Europa. Spetta a chi assassina i giornalisti, a chi lapida le donne, alle bombe umane, di decretare come deve vivere, insegnare e divertirsi chi abita a Roma, Londra, Parigi? […] Presto o tardi gli europei scopriranno la necessità di resistere e di resistere insieme».
(André Glucksmann, “L'Occidente in ostaggio”, Corriere della Sera 30.8.2004)

(ale tap., 30.8.2004)


L'INTERVISTA DI FASSINO AL "CORRIERE”
(Solo per gli intimi. Gli altri rischierebbero di mandarmi al diavolo. E voi stessi leggete ciò che segue solo se avete tempo ed avete voglia di capire quanto ragionevole sia Fassino.)
L'intervista di Fassino, non solo è piena di stereotipi (due volte il "salto di qualità", poi la "contaminazione positiva fra culture", la "fase nuova", ecc.), ma non è priva delle solite esagerazioni della sinistra estrema: con la guerra in Iraq "nessun obiettivo è stato raggiunto". Saddam Hussein, dunque, è lì dov’era e non ce n'eravamo accorti. Inoltre c'è "un'ostilità crescente della popolazione", la quale dunque, immaginiamo, rimpiange ogni giorno di più Saddam. Ma tutto questo è rituale come per i protestanti dire una preghierina prima di mangiare: non abbiamo dimenticato la nostra religione ma dopo passiamo alle cose serie.

Nell'intervista il segretario dei Ds, come troppo spesso fanno i politici, indica parecchi scopi da ottenere piuttosto che mezzi da usare: e gli scopi, si sa, stanno bene a tutti. Siamo tutti per mum and the applepie (per la mamma e la torta di mele). Notevole è invece che egli reputi il rapimento dei due giornalisti francesi un fatto intenzionale, tanto da dedurne correttamente (se intenzionale fosse) che l'essere stati i francesi contro la guerra e contro gli americani non è affatto una garanzia. Nel terrorismo questo è, a suo parere, il famoso "salto di qualità". Solo che, da un lato, moltissimi, prima di lui, questo lo sapevano e l'hanno detto e scritto. Dall'altro, lui dovrebbe ancora spiegarlo ai Verdi, agli amici del Correntone, di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani. Infine è strano che egli abbia visto la luce in seguito al rapimento. Esso potrebbe dimostrare che la Francia non è al riparo dagli attacchi come potrebbe dimostrare che quei delinquenti rapiscono ed uccidono il primo che gli capita a tiro.

Ma il punto più interessante è quello secondo cui, a parere di Fassino, bisognerebbe, con mezzi pacifici, "affermare” anche nei paesi arabi democrazia e diritti universali. Egli sembra non vedere che la maggior parte dei paesi arabi la democrazia non la conosce, non la vuole o non sarebbe capace di gestirla. Prima l'Italia intera fa il bagno nelle tesi d'un Massimo Fini, secondo il quale quella che abbiamo in Italia non è una democrazia, e poi lui la vorrebbe nello Yemen?

C'è qualche speranza che la democrazia si affermi in un paese musulmano in condizioni assolutamente speciali (l'opera di Atatürk o l'invasione d'uno straniero democratico, come è avvenuto in Giappone): sperare che si ottenga con le buone e in tutti, è francamente eccessivo.

Ancora più bizzarra è l'idea che esistano "diritti universali". A parte il fatto che il giusnaturalismo, padre d'ogni universalità giuridica, fa parte del passato, con quale coraggio si può parlare di diritti universali a persone che, credendo nel Corano, credono anche d'essere in possesso non di un codice "universale”, ma di un codice addirittura divino? Si può opporre Grozio a Maometto? E chi vincerà, presso gente che non ha mai sentito parlare di Grozio e neppure di Voltaire?

"Non voglio esportare la mia democrazia ma globalizzare i diritti", dice Fassino. Che sarebbe come dire "non voglio privarti del tuo vino, solo voglio bere il contenuto della tua bottiglia". E poi, egli non vorrebbe usare altro che mezzi pacifici, e tuttavia afferma: "La pace si può costruire con una globalizzazione che non tolleri la violazione dei diritti e le dittature". Un momento: che significa "non tolleri"? Che eventualmente si ricorre alla forza? E dove sono andati a finire i mezzi pacifici? E se non si usa la forza, quale altro sistema si può usare, contro i dittatori? Contro Saddam Hussein come contro Hitler che cosa abbiamo, l’ombrello di Chamberlain?

La verità è che il nostro uomo politico è più americano di quanto non creda. Sono gli americani che nella loro costituzione impregnata d'Illuminismo credono di potere parlare a nome dell'umanità, e magari di diritti universali. In realtà, il fatto che Fassino o noi stessi possiamo essere d'accordo con quei principi non li rende affatto universali.

Ma se questo è un errore teorico, altri, fattuali, ne contiene l'intervista. Fassino crede che Sistani abbia sloggiato i ribelli dal Mausoleo di Alì mentre "le forze laiche [erano] ai margini". Dimentica che i poliziotti iracheni e gli americani con i loro carri armati erano ai margini, a qualche metro addirittura, solo per rispettare un luogo santo che, con l'appoggio anche solo verbale di Sistani, avrebbero occupato in un paio d'ore. Il Mausoleo non ha mai rischiato d'essere l'Alcázar di Toledo.

Poi Fassino chiede - o sorpresa! - "una svolta che cambi la gestione del dopoguerra, affidandola all'Onu". Qui c'è proprio da sorridere. Per cominciare, tutto quanto avviene in questo momento in Iraq ha già il sigillo dell'Onu; in secondo luogo, quel dopoguerra è affidato al governo provvisorio iracheno. Fassino vorrebbe esautorarlo per affidarlo ad un potere non iracheno? Ma si rende conto di quello che dice?

Se questo è l'uomo più ragionevole del partito leader della sinistra, non c'è da stare allegri.

Gianni Pardo, 30.08.2004


BALDONI
I terroristi iracheni hanno trucidato un giornalista italiano rapito. La cosa ha fatto tanto più scalpore in quanto costui era un uomo di sinistra, un idealista e un pacifista. Molta gente si è stupita che quei delinquenti abbiano ucciso un signore che era risolutamente contro la guerra in Iraq e forse contro la guerra in generale. E che inoltre era contro il governo italiano.

Questo stupore è indice di una totale incomprensione del Terzo Mondo e del mondo islamico in particolare. Per noi occidentali, tutti i cinesi sono flat face (faccia piatta), hanno i capelli neri e gli occhi a mandorla. Sono tutti uguali. Nello stesso modo, mentre noi pensiamo che fra un adepto di An e uno di Rc ci sia un abisso, per i popoli del Terzo Mondo ciò che importa è che hanno ambedue un'automobile e sono stati capaci di sposare una puttana, cioè una donna che mostra in giro la sua faccia e le sue gambe. Qualcuno dice sinteticamente che certi arabi non ci odiano per questa o quella colpa, ma per il semplice fatto che esistiamo e possediamo quelle cose (denaro, prosperità, potenza militare) che loro vorrebbero avere e non hanno. Si noti che nella lista non ci sono le parole libertà e democrazia. Ignoti nulla cupido. Queste cose loro non le hanno mai avute e non ne sentono la mancanza.

Nello stesso modo, mentre noi ci sbracciamo a lodare la mansuetudine, la pietà, la pace e la tolleranza, loro stimano la forza, la spietatezza, la vittoria comunque conseguita. Né ce ne dobbiamo stupire. Nell'antichità Apollo era il dio della bellezza e dell'arte ed Eracle era solo un semidio. Ma Eracle era il paradigma della forza e dunque era fra i numi più venerati. Le città chiamate Eraclea erano quasi innumerevoli ed infinitamente più frequenti delle città dedicate ad Ares, che pure era il dio della guerra.

I pacifisti occidentali commettono un grave errore prospettico, nel giudicare gli iracheni e soprattutto certi iracheni. A costoro di tutti i nostri bei principi, delle distinzioni fra guardie del corpo esperte di arti marziali ed idealisti dalle mani nude, non importa nulla. Quando uccidono un occidentale, anche in dieci contro uno, anche a tradimento, trionfano. Confermando così un atroce complesso d'inferiorità.

Un'ultima forma d'ingenuità riguarda l'illusione infantile e proiettiva per cui, se mi comporto cortesemente, anche l'altro si comporterà cortesemente. Se offro pace mi si offrirà pace. Non che non avvenga, anzi avviene spesso. Ma è lungi dall'essere un principio indefettibile. Non è vero ciò che se insegna ai bambini, che basta chiedere le cose "per favore". Bisogna vedere con chi si adotta una simile politica.

Un ragazzino aveva un compagno violento e spesso tornava da scuola con dei lividi. La madre gli consigliò di farselo amico e gli dette mezza torta da offrirgli. Ma il bambino tornò da scuola con un occhio nero:

- Non l'ha accettata?

- Altroché. Ma la vuole intera e domani mi fa nero l'altro occhio, se non gliela porto.

Magari avvolta in una bandiera arcobaleno?

Giannipardo@libero.it, 29 agosto 2004

FASSINO E IL FISCO
Fassino, nel programma del suo partito, ha scritto che, per rilanciare l'economia italiana, occorre liberarsi dall'ossessione berlusconiana del taglio alle tasse, fondato sull'idea falsa e demagogica secondo cui il fisco sarebbe una rapina ai danni dei cittadini, quando invece in qualunque nazione moderna è lo strumento con cui si finanziano politiche pubbliche forti, essenziali per lo sviluppo e necessarie alla qualità della vita.

Da questo brano si ricavano parecchie conclusioni. Dal momento che non è concepibile abbassare la nostra imposizione e dal momento che, nella graduatoria 2004 del Tax Misery Index, sommando tutte le tasse e le imposte, l'Italia risulta "al quinto posto nel mondo su 200 paesi" , è chiaro che 195 paesi su 200 sono governati meno bene di noi: riusciremo a frenare la nostra superbia? E come si concilia questo bengodi con le diagnosi catastrofiche che sia Fassino sia i suoi alleati fanno tutti i giorni?

Il fisco, sostiene il segretario dei Ds, non è una rapina ai danni dei cittadini. E questo è giusto. Nessuno crede che esso sia organizzato per rapinare i cittadini. Non lo si critica infatti per motivi morali o da codice penale, lo si critica per motivi economici. Il concetto è molto semplice. Se, per realizzare "politiche pubbliche forti, essenziali per lo sviluppo e necessarie alla qualità della vita", lo Stato sottrae ai cittadini una percentuale del reddito nazionale, per esempio del cinquanta per cento, per poi restituirne, in termini di "politiche pubbliche" ecc. solo il trenta per cento, è chiaro che il servizio è antieconomico. Sicché i cittadini preferirebbero fare da sé, visto che gli costerebbe meno.

Oggi, dopo avere pagato pesanti imposte per mantenere il servizio sanitario, se un ospedale ci tratta male, possiamo andare in un altro ospedale, ma abbiamo ben poco da sperare, visto che sono organizzati nello stesso modo. Sono ambedue pubblici, e ambedue ci rinvieranno di mesi, per una Tac. Se invece avessimo un'assicurazione privata (e obbligatoria come per la Rca auto) contro le malattie, non solo potremmo cambiare assicurazione, se fossimo insoddisfatti, ma anche le cliniche e gli ospedali sarebbero in regime di concorrenza. Siamo sicuri che il Servizio Sanitario Nazionale attuale sia un affare, per i cittadini?

Un altro esempio sono le Ferrovie dello Stato. Nate quando per muoversi sul territorio non c'era sostanzialmente alternativa, nel momento in cui sono divenute elefantiache, lente, inefficienti, antieconomiche e tali da non poter competere col trasporto su gomma, quale sarebbe stata la soluzione da adottare? Forse abolirle, certo mantenerle solo dove il loro servizio era economicamente conveniente. Ma questo avrebbe comportato una ristrutturazione dell'azienda e magari il ridimensionamento del personale: dunque l'operazione è stata giudicata politicamente impossibile. Risultato: lo Stato offre un servizio ferroviario di cui si potrebbe fare a meno (andando in aereo o in pullman), ma in compenso tiene in piedi un baraccone enorme le cui spese sono pagate dai contribuenti. Il biglietto rappresenta solo una piccola parte del costo e il resto è pagato anche da quei molti che un treno non lo prenderanno mai. La maggior parte di noi, pure viaggiando molto, non ha preso un treno negli ultimi quarant'anni: ma tutti siamo obbligati a pagare stipendi e materiale delle Fs. È uno stipendificio ineliminabile. E pensare che lo Stato risparmierebbe se pagasse di tasca sua, ad ogni cittadino che prende un pullman, una buona parte del prezzo del biglietto. Ma non lo farà mai. Nascerebbe il sospetto che Berlusconi sia proprietario di qualche autobus.

La macchina dello Stato è così inefficiente che, in qualche caso, il costo della percezione d'una tassa è superiore al ricavo per lo Stato. Ma la si abolisce per questo? Certo che no: che farebbero, gli impiegati che se ne occupano?

La mentalità di chi si preoccupa delle fassiniane "politiche pubbliche forti" è semplice: mai tagliare i posti di lavoro, anche se negativi per la produzione della ricchezza nazionale. Al contrario, una volta che s'è stabilito che l'impresa pubblica non può morire, se ne può approfittare per renderla anche criminalmente antieconomica e fallimentare. Si possono assumere il doppio degli occupati necessari, si può cedere a qualunque richiesta sindacale, tanto, alla fine, paga il contribuente.

Per il bene del paese, sarebbe bene che lo Stato facesse solo quelle cose che nessun altro può fare. Dovrebbe organizzare e pagare l'esercito, la polizia, la giustizia, le strade, la scuola. Ma per il resto, meno fa e meglio è. Ma questo è un sogno: sotto l'influenza della mentalità marxista, nel paese che primeggia sui duecento si pensa che se un servizio lo organizza lo Stato (Alitalia, 22.000 dipendenti, impresa tecnicamente fallita) l'impresa va sostenuta a spese del contribuente, mentre se lo organizza un privato (Ryanair, duemila dipendenti, società in attivo) quel servizio è malvagio ed immorale.

Fassino non ci convince. Alcuni siamo iscritti al partito dei malvagi e degli immorali.

Giannipardo@libero.it, 29 agosto 2004

L’assassinio di Enzo Baldoni e la sorte dei due giornalisti francesi
Riproponiamo, da Quaderni Radicali, questo intervento nelle News del 28-08-2004
L’ipotesi su cui stava lavorando l’intelligence italiana quando ancora si pensava di potere ottenere la liberazione di Enzo Baldoni era quella che fosse caduto in mano di un gruppo di ex agenti dei servizi segreti di Saddam Hussein.
Lo stesso video dell’ultimatum appariva, infatti, confezionato con una professionalità e con un supporto tecnico che non si erano riscontrati in precedenti omologhi filmati. Riteniamo che questa ipotesi sia corretta e condivisibile. Perché?
La vicenda Baldoni presenta notevoli anomalie rispetto ai precedenti sequestri e sembra una risposta tipicamente manipolativa, in gergo “azione di guerra psicologica”, al propagandistico interessamento di Moqtada al Sadr per la liberazione dei giornalisti statunitensi James Brandon e Micah Garen, forse solo strumentalmente rapiti proprio per poi poter rivendicare dei meriti per la loro liberazione, guadagnandosi la simpatia dei media occidentali anche con il chiamarsi fuori dalla pratica della presa di ostaggi e della loro barbara uccisione, stigmatizzata come contraria all’Islam religioso, seppure integralista, che al Sadr intenderebbe rappresentare, monopolizzandolo.

Lo stesso Baldoni, inoltre, aveva “molto pubblicizzato” la sua intenzione di volere intervistare al Sadr, come aveva già fatto in Messico con Marcos, ma senza quella risonanza e fama che ora, in un contesto differente, gli sarebbero potute derivare. Di contro avrebbe fatto da cassa di risonanza a Moqtada al Sadr, le cui fortune sono andate progressivamente scemando all’interno della sua stessa comunità di appartenenza, oltre che più in generale tra le varie fazioni in lotta per la conquista di potere nell’Iraq prossimo venturo.
Ecco un possibile serio movente per metterlo a tacere, e per sempre, anche per non permettergli la stesura di quel libro sulla “resistenza irachena”, che qualcuno (forse all’interno di questi gruppi) potrebbe avere temuto od equivocato come sostegno ad una fazione della resistenza, magari avversa ed invisa ai possibili potenziali sequestratori.
Si dimentica, inoltre, che in concomitanza della scomparsa (sequestro) di Baldoni si sono perse le tracce anche di due giornalisti francesi, Christian Chesnot e Georges Malbrunot, autori di un libro molto critico nei confronti del deposto dittatore e del suo regime, della cui scomparsa, almeno da noi, nessuno fa più cenno.
Potrebbero essere finiti nelle mani dello stesso gruppo che ha catturato Baldoni, cosa verosimile se effettivamente si tratta di ex agenti segreti del passato regime, che non dovrebbero nutrire molte simpatie nei confronti dei nostri due colleghi d’Oltralpe. Ma se ce un nesso tra la scomparsa del giornalista italiano e quella dei due francesi, quale può essere la sorte di questi ultimi?
Diciamo subito che quella di Baldoni era – purtroppo - quasi scontata.
La sceneggiata dell’ultimatum e soprattutto i tempi troppo brevi per solo tentare l’esplorazione di canali di trattativa denotano solo una volontà di dare risonanza al caso, di intimorire i giornalisti più intraprendenti, indipendenti e critici di volere “andare a ficcare il naso” nelle vicende irachene, nelle lotte intestine, nei crudeli modi con cui queste conflittualità si manifestano, in particolare se l’informazione giornalistica può finire con il favorire una delle fazioni in lotta, orientando le simpatie e le ostilità delle opinioni pubbliche occidentali.

In questo sta il collegamento ed il contrappasso con la magnaminità verso i giornalisti con enfasi esternata da al Sadr, alla quale facevamo cenno in apertura di articolo.
Per i giornalisti francesi si possono formulare due ipotesi solo in apparenza antitetiche. Sono stati già uccisi senza il clamore dell’italiano, per l’impossibilità di dare un ultimatum alla Francia, che non è presente in Iraq e la cui posizione è sempre stato avversa alla Coalizione militare che ha deposto Saddam Hussein e che ora tenta di normalizzare il Paese, oppure la loro sorte è congelata nella speranza di potere trattare con la Francia una contropartita, magari fortemente stridente con le finalità e gli interessi della Coalizione, presumibilmente un sostegno fattivo e significativo alla resistenza che vorrebbe ripristinare il passato regime.
Saranno gli avvenimenti dei prossimi giorni a dire quale di queste due ipotesi avremmo dovuto considerare oggi come la più probabile.
Se i due giornalisti francesi verranno ritrovati uccisi da giorni magari dopo che l’opinione pubblica si sia convinta di una diversità di trattamento verso l’italiano perché il suo Paese è impegnato ed esposto con la Coalizione, allora si è trattato di un messaggio finalizzato alla stampa, volto a tenere alla larga quei curiosi impiccioni che sono i giornalisti.
Se invece sulla loro vicenda calerà a lungo il silenzio e solo dopo un tempo relativamente lungo essi verranno rilasciati od uccisi, allora è presumibile che si siano intavolate trattative per tentare una convergenze di interessi e di azioni e non è detto che la loro sorte possa venire negativamente segnata solo da un fallimento di un ipotetico dialogo di questo tipo. Il loro destino potrebbe venire segnato anche da inconfessabili accordi segreti, per coprire i quali la loro vita potrebbe venire sacrificata al fine di non alimentare sospetti.
Fantapolitica? Ognuno la pensi come crede.
Certo è che da oggi in poi il giornalista indipendente che vuole fare il suo mestiere in un’area di crisi si espone a pericoli che sinora non aveva mai corso.
di Giorgio Prinzi
, Quaderni Radicali

Massima del giorno
L’idea di sacrificarsi per la collettività è un’idea da formicaio o da alveare. 
G.P.

MOLLICHINE
A Najaf, gli americani bombardano il cimitero.  In questo caso bisogna parlare di danneggiamento o di boosting (1*)?

Peci,  scrive Bocca,  si vide uccidere il fratello e si pentì.  Rettifica: Peci si pentì e per vendetta gli uccisero il fratello.  Bocca è un grande giornalista.  Rettifica

 
Follini sul Ppe italiano: “Se si cerca un ostacolo, invito a non guardare dalla mia parte”.  Che frase strana. Nessuno cerca gli ostacoli,  ci s’inciampa.

Lancio di uova contro Schröder a Wittenberg,  la città nota per la nascita del protestantesimo.  Nomen,  omen.

Lunardi: “Per l’Alitalia,  se i sindacati non collaborano, 22 mila lavoratori vanno a casa”. E che gliene frega,  ai sindacati?

Battisti ha scritto: “Resto in Francia”.  Lettera spedita da Parigi, dicono i giornali. Superficiali! Imbucata a Parigi, non spedita da Parigi.

Berlusconi,  per Baldoni: “Non ci sono parole per un atto che non ha nulla di umano”.  Errore: la barbarie è eterna e caratteristicamente umana.

La Russa (An): “Bisogna introdurre il reato di permanenza illegale sul territorio”. Imprudente! Poi dovranno fare un’altra Cirami per esentarne Berlusconi.

Programma elettorale di Fassino: realizzare “un sistema multilaterale di governo del mondo”. Qualcuno gli presti il mappamondo con cui giocava Chaplin.

I ribelli ceceni accusano Putin “[Gli aerei] Sono stati abbattuti per ordine del presidente russo”.  Esattamente come Bush ha distrutto le Twin Towers.

Un ministro sudanese: “Il Sudan non rispetterà l’ultimatum” dell’Onu sul Darfur.  Avete una settimana di tempo per riprendervi dallo stupore.
 
giannipardo, 27.08.2004

[1*] Incremento di quantità, produttività

 L’UMANITÀ A RISCHIO D’ESTINZIONE?
In passato, pur in presenza d'un elevato tasso di fertilità per singola donna, l'incremento della popolazione - data l'elevatissima mortalità infantile - è stato lentissimo. Oggi il tasso che consente ad una popolazione di rimanere stabile è di 2,1 figli per donna ma purtroppo esso diviene sempre meno frequente. L'Europa occidentale, per esempio, s'è stabilizzata al livello di 1,4.

Ma il fenomeno non riguarda l'Europa soltanto. Sono infatti scesi sotto la soglia del 2,1 i paesi dell'Asia orientale (con l'unica eccezione della Mongolia); c'è una bassa natalità in gran parte dell'America Latina e perfino in paesi come l'Algeria e il Libano che certo non brillano per emancipazione intellettuale. Addirittura, nel giro d'un paio di lustri, l'Iran degli ayatollah è passato da un tasso di fertilità di 6 a un tasso dell'1,9. I vecchi divengono sempre più numerosi e i bambini sempre meno numerosi e questi dati tutti insieme inducono fanno riflettere.

Un tempo, con un giudizio moralistico, per spiegare questo fenomeno si parlava del cinismo dei paesi sviluppati. Avendo tendenze edonistiche, i ricchi divengono egoisti e dal momento che un figlio rappresenta un grande impegno, la maggior parte della gente, per godersi la vita, vuole averne pochi o non averne affatto. Ma se è il Terzo Mondo quello che scende sotto la soglia del 2,1, la condanna dei ricchi non sta in piedi.

In campo demografico, i grandi numeri derivano da scelte individuali. Il singolo agisce per motivi più emotivamente pesanti, ai suoi occhi, degli appelli pubblici o perfino della religione. Dunque gli Stati non possono influenzare molto la demografia. Si pensi alla disperata lotta condotta da Indira Gandhi contro la sovrappopolazione in India, che forse le è costata la vita.

Probabilmente, finché le popolazioni sono state talmente povere e ignoranti da comportarsi come bambini spensierati, mettendo al mondo figli che poi magari morivano di malattia o di fame, il tasso di natalità è stato alto. Quando poi s'è avuto un minimo progresso dell'informazione e della riflessione, non solo si sono incrementati i metodi contraccettivi ma probabilmente moltissime persone, perfino nel Terzo Mondo, si sono chieste perché dovessero avere dei figli. Hanno cioè messo in discussione l'istinto. A questo stadio erano arrivati già quasi un secolo fa i francesi, tanto che lo Stato fu indotto ad una robusta politica di generosi sussidi alle famiglie numerose: ma ora ci sono arrivati gli uzbechi e i cinesi, i turchi e gli iraniani, i caribici e gli argentini.

Avere figli ha cessato d'essere una fatalità e molti si sono accorti che i motivi per decidere di non averne sono numerosi: difficoltà d'accudirli nella famiglia mononucleare (anche per andare al lavoro); drammatico aumento del costo del loro mantenimento; enormi limitazioni della libertà dei genitori; inesistente vantaggio economico per la famiglia, neanche quando i figli hanno quattordici o quindici anni e a volte neanche quando ne hanno venti o venticinque, ecc. È inutile dilungarsi su questa lista. Nessuna persona di buon senso sostiene che avere figli sia conveniente economicamente o renda più facile la vita. Dunque il punto centrale della questione è che i singoli, anche in paesi che non sono alla punta del progresso, hanno preso coscienza del problema ed hanno considerato la procreazione una decisione da prendere.

Questo è rivoluzionario. Se la Chiesa si è sempre opposta all'aborto è perché, quando la mortalità infantile era molto alta e l'incremento della popolazione lentissimo, si è ritenuto opportuno sanzionare moralmente il dovere d'avere figli. Per questo si diceva che i figli erano una benedizione del Cielo, che bisognava averne molti, che bisognava averne tanti quanti se ne potevano avere senza prendere precauzioni di sorta. Perché questo avrebbe assicurato la sopravvivenza della specie. Ma oggi questa mentalità è fuor di luogo. E anche se la dottrina religiosa non è cambiata, è cambiato ciò che ciascuno fa nell'intimità della propria camera da letto. Ognuno decide per sé e nessuno fa o non fa sesso nell'interesse dell'umanità. Nessuno vuole figli esclusivamente nell'interesse della specie.

Forse bisogna prefigurarsi un futuro in cui le donne acconsentiranno ad avere figli solo se si vedranno onorate e retribuite come benemerite della collettività. Come del resto già oggi meritano. Ma ciò malgrado probabilmente non saranno numerosissime: chi ha tirato su dei figli sa che non esiste compenso bastante per la fatica e le preoccupazioni che l'impresa comporta.

In  futuro ci sarà meno gente, nel mondo. Notizia drammatica che però non commuoverà i misantropi.

Giannipardo@libero.it, 28 agosto 2004

P.S. Poiché la demografia è una materia seria ed io sono un ignorante, se qualcuno s'accorge che ho detto sciocchezze, me le segnali, per favore.


LA PARTIGIANERIA IN POLITICA
In politica, come in materia di religione, di morale o di calcio, ciascuno ha le sue idee. È cosa legittima. Anzi, a non averne, si può giustamente essere accusati di non partecipare alla vita associata. Tuttavia questo prendere posizione può raggiungere livelli che vanno oltre la moderazione e che fanno divenire, appunto, partigiani. Chi aderisce troppo ad una fazione diviene fazioso e chi aderisce troppo ad una setta diviene settario. Tutti questi aggettivi parlano di fanatismo e d’offesa alla verità.
Visto che si ha certamente il diritto di reputare una cosa giusta e l’altra sbagliata, il problema è quello di stabilire il limite oltre il quale si eccede. Il problema è ovviamente insolubile se si pretende di risolverlo con un colpo di spada, tutto il buono da una parte e tutto il cattivo dall’altra, ma si possono dare indicazioni di massima.
La prima regola è che, in nessun caso e per nessun motivo, bisogna negare la realtà. Già durante i primi anni di guerra i tedeschi, avendo scoperto le fosse di Katyn, fecero constatare ad una commissione internazionale che quei polacchi erano stati trucidati dai sovietici e non da loro. Il Kremlino negò sfacciatamente la circostanza: si doveva ancora tenere il processo di Norimberga e Stalin voleva sedere dal lato dei giudici, non degli imputati. E questo si può anche capire. Ma non si può ammettere che, per puro fanatismo, la panzana fosse avallata anche da coloro che, come i comunisti italiani, non avevano la ragion di stato, per mentire. Essi dunque negavano la responsabilità sovietica del massacro esclusivamente perché questo andava contro gli interessi del comunismo. Ecco un esempio di violazione della verità per motivi di partigianeria.
La pratica è eterna ed universale. Nella vicenda Dreyfus, una parte della resistenza alla revisione del processo nacque dalla preoccupazione di salvare l’onore dell’esercito e della sua magistratura. Ma il mezzo era inammissibile: non si poteva tenere un innocente all’Isola del Diavolo solo perché si sarebbero squalificherebbero i giudici che l’avevano condannato. Per questo, la battaglia di Zola, modestissimo romanziere ma galantuomo coraggioso, rimarrà indimenticabile.
La tendenza a dare ascolto alle proprie passioni piuttosto che alla propria intelligenza è fin troppo corrente. Tiziano Terzani, considerato un grande giornalista, confessò, decenni dopo, di non aver inviato reportage onesti dal Vietnam e dalla Cambogia perché, per amor di parte, “chiuse gli occhi” e nascose molti fatti. E per questa confessione è stato lodato! In realtà, visto che già sul momento si sapeva come stavano le cose, il suo giornale, se fosse stato serio, avrebbe dovuto licenziarlo. Ma era anch’esso fazioso.
..
(per proseguire nella lettura clicca qui)  
 Giannipardo@libero.it, 27 agosto 2004

Una stampa malata di odio per Bush che non racconta davvero Najaf
<< Se il Vaticano avesse taciuto durante l'assedio israeliano dei terroristi palestinesi asserragliati nella basilica della Natività a Betlemme, se nessuna gerarchia cattolica avesse preso posizione, sarebbe stato chiaro, perfino ai giornalisti, che quel silenzio aveva un enorme peso politico.
Sarebbe stato evidente che quel tacere significava acconsentire all'operato delle truppe israeliane ed esprimere una condanna per il gesto blasfemo dei terroristi assassini che usavano lo scudo di un luogo sacro per garantirsi l'immunità. Com'è noto, così non fu.
Il Vaticano e la gerarchia cattolica si fecero sentire e non contro gli assassini e blasfemi che stavano insozzando di escrementi la Basilica, ma contro la decisione del governo Sharon di assediarli.
Per settimane invece, dal 5 agosto, ha taciuto, compatta, la gerarchia sciita di Najaf, a fronte del cruento assedio dei miliziani sciiti di Moqtada al Sadr che usano il Mausoleo di Ali come i loro colleghi terroristi palestinesi usarono la Basilica della Natività. Ma nessuno, men che meno i giornalisti, ha fatto mostra di comprendere che cosa quel silenzio abbia significato. I marine americani hanno sparato per settimane in tutta Najaf, sono arrivati a 200 metri dal Mausoleo, presidiando il cimitero, l'aviazione ha distrutto case.
Ma non una parola di condanna è venuta dal grande ayatollah al Sistani, dagli altri ayatollah della Marjia, dagli ayatollah iracheni delle altre città.
Hanno protestato, invece, gli ayatollah iraniani, gli Hezbollah e gli ulema sunniti dei Fratelli musulmani. Ma la loro protesta non ha trovato un seguace, uno solo, tra gli sciiti iracheni.
Il quadro è inequivocabile: la gerarchia sciita è stata solidale con l'azione delle truppe americane e del governo iracheno, non vedendo l'ora di riavere il controllo di Najaf e dei luoghi santi e accettando di trattare con Moqtada soltanto dopo che le sue milizie sono state pesantemente indebolite dalle azioni militari americane e irachene.
Per questo, prima ha taciuto, poi ha organizzato una marcia su Najaf contro il mullah ribelle e i suoi quaranta ladroni e non, come la stampa afflitta dalla sindrome Michael Moore ha lasciato intendere, contro gli americani
...>>
(clicca qui per continuare nella lettura dell'articolo di Carlo Panella per il Foglio 27 agosto 2004

CREATIVE COMMONS
" Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato "
 
" Io vado nei posti presentato, preparato, cerco alleanze. Mica vado lì così...se no ti rapiscono! Sei bianco, occidentale… cosa vuoi! Però sei hai gli amici giusti..."


Questo scriveva Baldoni sul suo blog e in una intervista concessa  prima di partire per l'Iraq.

"Ci sarà figa, a Baghdad?"
"
... ho trovato l'obiettivo di questo viaggio: stare venti giorni spaparanzato nella piscina del Palestine. Posto tranquillo, pochi turisti... Chissà se c'è figa, a Baghdad."
Così, pochi giorni fa, Enzo Balboni, con ironia,  commentava sul suo blog l'arrivo a Baghdad.  In realtà Balboni, pubblicitario e giornalista freelance  per il settimanale Diario, al seguito di un convoglio della Croce Rossa voleva raggiungere la città santa di Najaf e intervistare Moqtada Al Sadr, il capo della rivolta dei miliziani del cosiddetto <<Esercito del Mahadi>>.
Poi,  purtroppo, le cose si complicano.  Per l'esplosione  di una mina, il convoglio della CRI  è costretto a tornare indietro. Balboni prosegue per Najaf insieme ad una
troupe della RAI. Arrivati a Kufa, una decina di chilometri da Najaf, la troupe della RAI, vista la pericolosità della situazione sul terreno, decide di tornare a Baghdad. Balboni resta, da quel momento se ne perdono le tracce, 
non si trova più. 

Dopo qualche giorno di incertezza, ieri nel solito filmato passato da Al Jazeera, ecco: "Sono Enzo Baldoni, vengo dall'Italia, ho 56 anni, sono un giornalista, sono venuto per scrivere un libro sulla resistenza irachena, e faccio volontariato per la Croce Rossa" seguiva comunicato di un fantomatico gruppo che si dice vicino a Bin Laden, l'Esercito islamico in Iran: "Entro 48 ore vogliamo una dichiarazione dal governo italiano e dal suo premier Silvio Berlusconi, nemico dell'Islam, che si impegni a ritirare le truppe italiane dall'Iraq". In caso contrario, si afferma nel video, ne risponderà l'ostaggio.
Insomma, Enzo Balboni, andato in Iraq per scrivere un libro sulla "resistenza irachena" (sic) per la quale apertamente parteggiava,  è stato rapito sulla strada per Najaf dalla "resistenza irachena".  Si attendono sviluppi.
(cp. 25.08.2004)
Per ora,   dal Barbiere della Sera , pubblichiamo questo pezzo:
Caso Baldoni. E alla domenica faccio il giornalista di Terronzio

Sono pochi, ma ci sono. Sono quei due/tre che mi hanno scritto per manifestare apprezzamento nei confronti di quello che ho scritto (in barba alla grammatica e alla punteggiatura, lo so, perdono Barbiere). Ecco, questa e’ un’ottima occasione per farli imbestialire
Il giornalista e pubblicitario Enzo Baldoni e’ stato rapito. E’ una frase piccola. Didascalica. Ma a me fa venire i nervi.

Si perche’, non ci piove che io stia tutto intrecciolato (ivi comprese le dita dei piedi) augurandomi che questo signore la sfanghi. Permettetemi pero’ di contraddire i tanti/troppi che lo definiscono giornalista.
Nessuna delle sue corrispondenze mi ha particolarmente impressionato e aggiungo che, in questo caso, il suo pressapochismo nell’organizzare le spedizioni e’ costato la vita a una parsona Ghareeb, l’autista iracheno.
Si puo’ dire quello che si vuole (il Ghareeb era una persona adulta, sapeva quello che faceva, poteva rifiutarsi di accompagnare l’italiano eccetera, eccetera), ma tutti quelli, fra i frequentatori del sito, che abbiano bazzicato paesi difficili, lo sanno come funziona.
In posti dove il lavoro non esiste, sono tanti quelli disposti ad andare nel fuoco pur di poter sfamare la propria famiglia. Esattamente come l’autista di Baldoni.
Spero sinceramente che, quando questo persona tornera’ in Italia, il Diario non dimentichi il suo stile e non ne approfitti per balzare sul carro di quelli che si diranno amici del Baldoni.

L’uomo verra’ invitato al Maurizio Costanzo e mi auguro che otterra’ anche nuovi clienti. Si, perche’ il Baldoni di mestiere fa il copy-writer, fra i suoi clienti Eni, McDonald ed altre grandi aziende.
Poi pero’ al fine settimana, il nostro si mette la tutina da Superman e va a giocare all’inviato di guerra.
Lo ha fatto in Colombia (dove io ho vissuto a lungo) ed e’ tornato con delle splendide testimonianze sulle Farc. Io li considero un branco di assassini che vivono di narcotraffico, sequestri e taglieggiamenti, lui li vede invece come un gruppo con un’agenda politica.
La sua analisi sociologica del paese (“uffa, che palle non mi hanno ancora rapinato”, dal sito) la dice lunga sullo spirito da avventuriero con cui affronta le sue imprese.
Memorabile la sua intervista a Tirofijo, un fanatico che sta da anni rintanato nella selva colobiana e che semplicementre non accetta l’autorita’ dello stato (che sia Uribe o un altro non ha nessuna importanza).
Taccio sulle semplificazioni a
proposito del sequestro su Ingrid Betancourt perche’ sarebbe troppo lungo piegare.
Poi il Baldoni va a Baghdad. Si fa fotografare con un kalashinkov (“possibile che finisca sempre con un kalashinkov in mano?” gigioneggia sul suo sito), si commuove di fronte ai bimbi feriti (la guerra, tutte le guerre, sono mostruose per questo) e fa errori che non farebbe un ragazzino alle prime armi.
Ahi voglia che il giornalista Rai, Pino Scaccia, lo avverta che e’ troppo pericoloso continuare. Lui, no. Il novello Hemingway se ne fa un baffo delle pallottole ("dai, t’immagini se intervistiamo Moqtada?”,). Lui va. “Palle fredde”, dice. Ottima frase. Incipit degno del titolo di un libro.
Eh no caro signore. Il giornalismo non e’ un gioco. Lei potra’, come tanti altri che tutto sono fuorche’ giornalisti, scrivere sul Venerdi’, sullo Specchio, Lei potra’ anche “ficcare il naso dove i governi non vorrebbero: dal Chiapas alle fogne di Bucarest, dallo sterminio dei Karen birmani ai massacri di Timor Est, dal lebbrosario di Kalaupapa ai dissidenti cubani fino alle montagne della Colombia dove si annida il più potente esercito guerrigliero del mondo”, ma per favore non dica di essere giornalista.
Non e’ serio lavorare per le grandi corporazioni e per i grandi marchi e poi fare il difensore di deboli e oppressi.
Non si va nei posti di guerra come se si andasse a una gita domenicale. Per sentirsi realizzati e magari un po’ piu’ vivi. La sua avventatezza e’ costata la vita a una persona. Se, come Le auguro, riuscira’ a sfangarla anche questa volta, lo vada a spiegare alla famiglia di uno sconosciuto autista iracheno.


CORNUTISTI ITALIANI
Bella e affascinante la storia, tutta ferragostana,  dell’assessora piacentina (in foto)  Manuela Bruschini dei Comunisti Italiani. “Party satanico” l’hanno chiamato. E l’assessora  c’aveva   le corna. Scandalo? Ma no, di sicuro una goliardata, forse di cattivo gusto (come scrivono nel loro sito i Comunisti Italiani, partito dal quale proviene l’assessora);  robetta in confronto a quanto il papà dell’assessora, anche lui assessore (!), ma in Regione Emilia Romagna,   anche lui per conto dei Comunisti Italiani, ha combinato.

L’assessore, che tra le deleghe ha quella sulla caccia, ha infatti dato il via libera, nel silenzio dei media che s’infiammano per le corna finte della figlia,  ad una legge regionale ammazza-tortore, legge approvata dal Consiglio Regionale. L’assessore regionale, nel merito,   ha dichiarato: "La Tortora dal collare, è una specie non originaria del territorio italiano che, oltre ad entrare in competizione con la specie autoctona, a causa dell'eccessiva prolificazione soprattutto in ambiente cittadino, spostandosi nelle campagne arreca danni evidenti alle colture, in particolare alle oleaginose".
Si, come scriveva Giovenale, è  difficile astenersi dallo scrivere satire...  infatti.
(cp. 24.08.2004)


SON BATTISTI E ME LA BATTO
Cesare Battisti - condannato, a cavallo degli anni ottanta, dai tribunali  a due ergastoli per quattro omicidi e,  dopo la fuga dal carcere italiano,   rifugiatosi in Francia  ed ora in attesa di estradizione-  è di nuovo scappato. 
Anzi no, dicono i suoi avvocati,  forse è impazzito...  oppure si è suicidato.
Questo, secondo il comunicato stampa dei suoi avvocati, sarebbe il destino dell'esecutore materiale di due omicidi e del  mandante e organizzatore di altri due ( 6 giugno 1978, a Udine: ammazzato il maresciallo Antonio Santoro;  19 aprile 1979, a Milano: muore il poliziotto Andrea Campagna;  a un terzo omicidio, quello del macellaio Lino Sabbadin, ucciso a Mestre il 16 febbraio '79, partecipò facendo da copertura armata;  per il quarto, quello del gioielliere di Milano Pierluigi Torregiani, anche questo avvenuto il 16 febbraio '79, fu condannato come organizzatore)
Ecco il Comunicato Stampa degli avvocati di Cesare Battisti:

<<Veniamo a conoscenza che Cesare Battisti non si è presentato il 21 agosto 2004 all'appuntamento settimanale per il controllo giuridico.
Noi l'abbiamo incontrato recentemente e ci siamo resi conto in questa occasione che sopportava sempre più male, sul piano psichico, il tormento dei media, della giustizia e della polizia che gli è stato improvvisamente imposto dopo anni di vita famigliare e professionale vissuta alla luce del giorno e con l'accordo delle più alte autorità del nostro Paese.
Il cambiamento brutale di una politica così permanente, perpetrata nei confronti dei rifugiati italiani degli "anni di piombo" quando ufficialmente beneficiavano di un asilo consolidato da oltre un quarto di secolo da tutti i governi della Francia, non può che generare delle conseguenze umane la cui estrema gravità interessa oggi famiglie intere e i loro figli.
Non sappiamo attualmente cosa accade a Cesare Battisti, ma il referto medico che ci è stato dato, effettuato recentemente dal Dottor Hervé Boissin, Medico Esperto presso la Corte di Appelo di Parigi, Medico membro del Comitato Medico ministeriale del Ministero dell'Interno e della Prefettura di Polizia, rinforza le nostre inquietudini.
E' urgente di porre fine a questo rinnegazione dei diritti acquisiti da donne ed uomini che la Francia ufficialmente si era impegnata a proteggere.>>
Irène TERREL, Jean-Jacques de FELICE


MA MI FACCIA IL PIACERE!
COMMENTI ALL'INTERVISTA A FASSINO DI PAOLO FRANCHI CORRIERE DELLA SERA.
(clicca qui per il testo dell'intervista)

Fassino vanta l'apertura mentale di Togliatti dicendo che "il primo volume pubblicato dagli Editori Riuniti non è Il Capitale di Marx ma il Trattato sulla tolleranza di Voltaire". Ci risulta che Togliatti (autore della prefazione) ne aveva studiato l'applicazione comunista all'hotel Lux di Mosca, e ancor di più ne avrebbe saputo se qualcuno fosse potuto tornare a parlargliene dalla Lubianka.

Secondo Fassino, Togliatti ha lottato "all'interno stesso del Pci nel '45 contro chi voleva <fare come in Grecia>" (cioè scatenare la lotta armata per il comunismo).  Ma il caro Piero non dice che ciò ha fatto seguendo gli ordini di Stalin e in base a ciò che s'è convenuto chiamare gli accordi di Yalta. Se invece Stalin avesse ordinato di fare la rivoluzione, Togliatti ci avrebbe provato eccome. Di Gromiko si diceva che se Stalin gli avesse ordinato di sedersi sulla stufa rovente egli ci si sarebbe seduto e non si sarebbe alzato se non autorizzato. Anche Togliatti, se era sopravvissuto, aveva un culo d'amianto.

In una domanda, Paolo Franchi afferma che "le sue [di Togliatti] scelte,  e le sue svolte,  non erano affatto in contraddizione con la strategia di Stalin e dell'Urss".  Questo sì si chiama "coraggio della verità". Sarebbe come dire che le scelte e le svolte di Göbbels non erano poi molto in contraddizione con quelle di Hitler.

"E di Togliatti,  cosa resta?" chiede Franchi.  Uno pensa alla risposta: "La vergogna d'avere avuto un simile leader". Invece Fassino conclude solenne: "l'idea che un partito non si fonda sull'ideologia,  ma sulla sua capacità di mettere radici nella società,  e di esercitare una funzione nazionale".  Esercitare una funzione nazionale. Mettere radici nella società. Infatti, non appena caduta la minaccia dell'Armata Rossa, tutte le Repubbliche Popolari hanno lo stesso continuato a votare a favore di un regime comunista.

Se fosse stato Totò ad intervistare Fassino, alla fine gli avrebbe dato una bella spinta sul gomito esclamando: "Ma mi faccia il piacere!"

Giannipardo@libero.it, 22 agosto 2004

Massima del giorno
Il singolo applica senza perplessità la legge morale corrente solo se deve giudicare il comportamento di un altro.
G.P.


MOLLICHINE
Berlusconi ha accolto Blair scamiciato e con la bandana sarda. Pare che prima gli abbiano tolto il doppio petto con la fiamma ossidrica.

Bush: 70.000 militari americani di stanza all’estero torneranno negli Stati Uniti. Yankees, come home. 

1.500 detenuti palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame.  Nessuna protesta,  invece,  dalle vittime degli attentati.

Morto un cavallo nel Palio di Siena. Aperta un’inchiesta per conoscere le dimensioni della Piazza del Campo sotto il governo Berlusconi. 

Dio ha dato agli arabi il petrolio come dimostrazione della sua benevolenza. E del fatto che con i cristiani è un po‚ in freddo.

L’Italia non va male, all’Olimpiade. Come tutte le dittature, eccelle negli sport.

Nuove minacce terroristiche all’Italia: “E‚ giunto il tempo, l’ora zero s’è avvicinata. Abbiamo preparato i vostri sudari: dite addio alla vostra vita”.  Hanno letto troppi discorsi di Mussolini,  questi. 


Blair non è simpatico alla sinistra italiana. Ha l'occasione di coabitare con Berlusconi e non gli mette nemmeno il veleno nel caffè!

In televisione tutte le rievocazioni storiche riguardano la Seconda Guerra Mondiale. Prima, c’è stato il Neolitico.

Blair e Bush hanno auspicato il miglioramento della situazione a Najaf.  Hanno auspicato.  Poi,  stanchissimi,  sono andati a dormire.

Ipotesi di mediazione vaticana per Najaf.  Per esempio: voi vi convertite al Cristianesimo e noi vi lasciamo rifugiare in S. Pietro.

Pisanu: dietro l’ordigno a Porto Rotondo c'è il terrorismo sardo. E non le Dame di San Vincenzo, come pensavate voi.

Arafat non esclude se stesso dalle responsabilità per la corruzione nell’Anp. Come se il Papa dicesse: perfino io potrei essere cattolico.

Casini esalta De Gasperi: “Ora è patrimonio comune”.  Anche di Rc e Comunisti Italiani? Urge ripasso di storia.

Giannipardo@libero.it


SAPER PERDERE
Saper perdere è difficile. Non che saper vincere sia facile. Infatti il vincente deve avere preoccupazioni di buon gusto, deve mostrare magnanimità, deve affermare d'apprezzare il proprio avversario, al limite cercargli scuse per la sconfitta. Ma sono difficoltà esteriori, per così dire. Nel suo intimo, colui che appare il più nobile e magnanimo dei vincitori può essere convinto che l'avversario era una verme e meritava d'essere schiacciato. Il suo sforzo di comportarsi con eleganza è compensato dalla vanità d'essersi mostrato stimabile e generoso nella vittoria.

Il perdente invece ha una situazione molto più difficile. Se ha buon senso, comunque siano andate le cose, deve dirsi che la sconfitta è stata meritata, in base al sacrosanto principio, formulato da Tucidide, per cui "nessun vincitore crede mai alla fortuna". E per conseguenza non si deve mai invocare la sfortuna. Se qualche anima buona parla di sfortuna, e persino se lo fa il vincitore, il perdente deve dire sorridendo: "Vi ringrazio, di certo c'è che il mio avversario è stato più bravo di me".

Se questo comportamento già sembra difficile, ancor più difficile è la difficoltà intima, cioè quella di fare quanto sopra credendoci. Si tratta di confessarsi le ragioni della sconfitta. Non basta limitarsi a dire: “e va bene, ho perso", bisogna arrivare a dire: ho perso perché il mio avversario era più intelligente di me; oppure era più colto di me; oppure perché ha sgobbato di più; oppure perché è stato più tenace, perché è stato più forte, persino perché è stato più figlio di puttana di me, se era questo che si richiedeva per vincere. Bisogna riconoscere il superiore valore del vincente e non è una cosa non facile, visto che va contro l'istinto di conservazione. Ma è una cosa doverosa, se si ama la verità e la salute mentale.


Ovviamente tutto questo non significa che ci si debba arrendere facilmente. Se si crede di meritare la vittoria ed è possibile, bisogna chiedere la rivincita. Ma se la conclusione è la sconfitta, bisogna saper mettere punto alla propria voglia di vittoria. Se la sconfitta è senza rimedio, è inutile stare a lamentarsi, a recriminare, ad annoiare gli altri con i nostri lai. Non solo non si guadagna nulla, ma in questo modo una sconfitta è sottolineata, amplificata e resa dieci volte più umiliante. Gli eccessi melodrammatici come strepitare, accusare tutto e tutti, minacciare la fine del mondo sono solo inammissibili comportamenti infantili. Che possono provocare il disprezzo del vincitore ed anche degli involontari testimoni, anche se amici.

Se sconfitti, bisogna abbreviare gli adempimenti finali e i commenti e cercare di passare al capitolo seguente. I funerali solenni non prolungano la vita del morto. Se la donna che amiamo ci dice improvvisamente di non amarci più, è inutile stare a dirle quanto l'amiamo noi. Se vuole andarsene, è inutile stare a dirle quanto male ci fa. Perché tutto questo non la tratterrà. Se è stanca di noi, le scenate, i pianti, le implorazioni la faranno andar via ancor più velocemente. Perché le confermeremo che stare con noi è una sofferenza.

Anche se sembra crudele, l'unica cosa sensata che si può dire all'amato o all'amata che ci lascia è: "ti auguro di essere felice". Ogni altra reazione è meno vantaggiosa.

Giannipardo@libero.it
P.S. Poiché ho vissuto molti anni fa l'ultima situazione di cui qui parlo, e poiché mi sono comportato come raccomando di fare, potrei aver torto, nella teoria, ma avendo già pagato il conto ho il diritto di formularla.

LA PADELLA O LA BRACE?
Il sindaco di Roccaraso, posto in custodia cautelare per concussione, si è suicidato. La legge prevede la custodia cautelare quando ricorrano i pericoli d'inquinamento delle prove, reiterazione del reato, o fuga. Se essa avvenisse realmente e soltanto per tali motivi, sarebbe un provvedimento rarissimo. Viceversa, una grande percentuale dei detenuti è in attesa di sentenza definitiva. C'è dunque qualcosa che non va.

Bisogna innanzi tutto sgombrare il terreno dal desiderio di dare un significato al suicidio in carcere. Esso può essere  la  conseguenza d'una  insopportabile  vergogna,  e dunque un'ammissione di  colpevolezza,  come  può   essere l'estrema protesta d'un innocente che non sopporta d'essere trattato come un delinquente.  Nel singolo  caso non si può affermare nulla. I fatti non li conosce perfettamente neppure il magistrato il quale in effetti ha disposto la carcerazione in corso d'inchiesta e in presenza di "pericoli", non di certezze.

Purtroppo, i motivi per cui gli inquirenti dispongono la carcerazione sono spesso diversi da quelli previsti. I magistrati reputano che, stante la lentezza e l'inefficienza della giustizia italiana, se una persona colpevole d'un grave reato non è arrestata subito, rischia di non fare mai un giorno di carcere. O di farlo tanti anni dopo il misfatto che è come se la carcerazione non avesse più relazione col reato. Questo atteggiamento nasce dalle migliori intenzioni ma è nefasto. L'inquirente deve fornire le prove al giudice, non ergersi a giudice lui stesso. Non deve credersi, come troppo spesso avviene, investito del dovere etico di fare giustizia. Quasi dicesse: "Lo so, a rigore di termini non ricorrono i presupposti della carcerazione, ma l'imputato per me è colpevole ed io intanto gli faccio scontare almeno una parte del suo misfatto". Questo è moralmente e giuridicamente inammissibile.

Una seria repressione di questo comportamento degli inquirenti sarebbe però resa difficile dal fatto che nel nostro paese tutti disprezzano la lettera della legge. Tutti "guardano alla sostanza". Anni fa Andreotti e il suo governo vararono in fetta e furia un provvedimento per impedire che dei mafiosi, in applicazione delle disposizioni vigenti, uscissero di galera: legge o non legge gli italiani volevano quei signori in carcere. I romani definivano il privilegio lex in privos lata un provvedimento fatto apposta per dei singoli. Odioso se a favore di qualcuno ma ancor più odioso se contro qualcuno. E tuttavia gli italiani, se i mafiosi fossero stati scarcerati,  non che ammirare il rispetto della legalità da parte del governo, avrebbero accusato Andreotti d'essere affiliato alla mafia.

Venendo ad un caso più recente, se in Italia tutti fossero convinti della colpevolezza di Anna Maria Franzoni, chi tratterrebbe la gente e i giornalisti dal dire che è uno scandalo vedere la spietata assassina del proprio stesso figlioletto vivere libera, dopo essere stata condannata a trent'anni di carcere?

Se la maggior parte degli imputati di reati allarmanti fosse fuori, lo scandalo sarebbe grandissimo. Si vedrebbe libero, e magari intervistato da giornalisti e televisione, qualcuno che la stessa magistratura, con sentenza di primo grado, ha definito un assassino, uno stupratore, un incendiario. L'Italia non ha queste tradizioni garantiste. Gli Stati Uniti hanno potuto sopportare senza crollare l'assoluzione di O.J.Simpson, in Italia per un O.J.Simpson si griderebbe che è necessario riformare il codice da cima a fondo e forse si cercherebbe di mandare in galera la giuria che l'ha assolto.


Il sostituto procuratore diviene duro perché si sente un baluardo a difesa della società. Una persona normale non riuscirebbe a mangiare e dormire, dopo avere assistito all‚autopsia d‚un cadavere dissotterrato dopo un mese, mentre il medico legale, dopo quell'esperienza repellente, scherza con la famiglia, vive come al solito e fa sogni d'oro. È abituato ai cadaveri, anche puzzolenti e deformi. Nello stesso modo il magistrato vuole difendere la società e si abitua all‚idea di provocare immensi dispiaceri al prossimo, magari per poi concludere che l'accusa era infondata. "Ci fa il callo". E in inglese "callous" significa calloso ma anche "che non sente emozioni o simpatia per gli altri".

Proprio questa situazione psicologica giustifica la separazione delle carriere. Il giudicante non deve acquistare, neanche pro tempore, la mentalità del poliziotto che vede in una persona normale un sospetto e in un sospetto un colpevole. Il potere di disporre la carcerazione deve appartenere ad un vero giudice, come avviene negli Stati Uniti: non al magistrato inquirente. Certo, da noi c'è il Tribunale della libertà, ma interviene così raramente da essere insignificante. Ricordiamo soltanto che ha liberato, che caso! quella Franzoni di cui parlavano tutti i giornali.

La separazione delle carriere e la carcerazione preventiva disposta dal giudice terzo non risolverebbero il problema, tuttavia. Rimarrebbe il rischio della prigione disposta da un giudice superficiale o il rischio della libertà d'un pericoloso criminale, magari con reiterazione del reato. La soluzione risiede nella riduzione dei tempi della giustizia. Se la giustizia fosse rapida la gente vedrebbe presto e definitivamente in galera colui che la magistratura inquirente non ha arrestato, oppure vedrebbe presto e definitivamente fuori l'innocente che la magistratura inquirente ha incautamente arrestato.

Attualmente, l'unica cosa che si potrebbe fare sarebbe reprimere nella maniera più risoluta la tendenza alle manette facili. Ma abituandosi all'idea di vedere in giro, il giorno dopo l'arresto, un assassino o lo stupratore di nostra figlia. La padella o la brace?

Giannipardo@libero.it, 18 agosto 2004


Fiabe e leggende
"Gli italiani non hanno alcun collegamento storico e culturale con l’antica Roma, ed hanno inventato leggende su personaggi mai esistiti, come Giulio Cesare, al solo scopo di giustificare la loro presenza in Italia, una terra che invece appartiene all’ Islam, come è testimoniato dalla presenza dei musulmani in gran parte del territorio nel corso di molti secoli.
Platone e Socrate per i greci, Ferdinando ed Isabella per gli spagnoli, e chissà quanti altri nomi celebri che affiorano nella nostra memoria scolastica non hanno altra funzione che questa: accreditare, pur non essendo mai esistiti, un preteso diritto di un popolo nei confronti di un territorio che in realtà non è suo, ma dell' Islam.
E poi…quella storia di San Pietro arrivato a Roma per fondarvi la Chiesa cristiana, e quell’ altra che proprio in questi giorni si è concretizzata nel pellegrinaggio a Santiago de Compostela…servono solamente a far credere che in questi paesi europei si sia radicata in tempi antichissimi una religione che invece non vi è mai stata il culto dominante.

No, non siamo impazziti. Abbiamo semplicemente trasferito nella nostra realtà europea il contenuto di un programma educativo della rubrica culturale trasmesso dalla televisione nazionale palestinese tra la fine di luglio ed i primi di agosto, trascritto e tradotto in inglese da Palestinian Media Watch...
"
Su Informazione Corretta, Federico Steinhaus firma un articolo dal titolo «Fiabe e leggende: Mosè, Salomone, Giulio Cesare, Platone, San Pietro…»

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IL TERRORISMO HA GIÀ VINTO?
Il terrorismo ha già vinto, dice qualcuno, perché ci fa vivere nell'inquietudine. Ma anche gli incidenti stradali non sono male, in questo campo. Dunque non è la probabilità scientifica del pericolo, che ci fa vivere nell’inquietudine: è qualcos’altro.
In ogni città basterebbe sapere che c'è in giro un pazzo che spara alle natiche della gente con un fucile a piombini per creare un allarme generalizzato. A causa dell'appassionato, trepido e materno amore che ciascuno sente per se stesso, creare la sicurezza è difficile, creare l'insicurezza è fin troppo facile. Non è una vittoria di cui vantarsi. Basti dire che al riguardo è stato sufficiente mettere un po’ di candeggina, con una siringa ipodermica, in alcune bottiglie d’acqua minerale del supermercato, per ottenere la prima pagina di tutti i quotidiani.
Molto dipende dal fatto che i giornali e le televisioni vivono di notizie. Più esse sono gonfiate, allarmistiche, catastrofiche, più vendono. Un telegiornale come “Studio Aperto” (da qualcuno chiamato “Telecomare”) è un buon modello, in questo campo. Le parole che vi si sentono più spesso, pronunciate con evidente voluttà, sono “paura”, “pericolo”, “tragedia”: anche per normalissimi, anche se tristi, fatti di cronaca.
Si può in realtà sostenere che, almeno fino ad ora, il terrorismo ha perso. Sul campo. Se, dopo l'undici settembre 2001 avesse realizzato altri attentati spettacolari, al ritmo medio di uno ogni due mesi, il mondo starebbe vivendo in un incubo. Il trasporto aereo sarebbe peggio che dimezzato, avremmo paura a bere un bicchiere d’acqua, ad entrare in un supermercato, ad andare al cinema o allo stadio. Invece, da allora, minacce, minacce e sempre minacce. Le minacce - come sanno tutti i ragazzi che sono andati a scuola - sono la caratteristica dei professori privi d'autorità naturale. Can che abbaia non morde. E se morde troppo raramente, si pensa ad un accesso di pazzia piuttosto che ad una seria aggressività. Perfino l’orrore, se a piccole dosi e lontano nello spazio, diviene monotono. Le decapitazioni perpetrate da immondi terroristi, in Iraq, non hanno più i grandi titoli.
Se avesse potuto, la (probabile) buonanima di bin Laden avrebbe organizzato altri disastri. Invece i terroristi sono fermi alle autobombe per le strade, in Iraq. Che è come sparare sulle Croce Rossa, visto che il paese non è preparato a questo genere di guerra. In Israele infatti la vile impresa di uccidere degli innocenti riesce sempre meno.
I terroristi, anche se occasionalmente possono effettivamente colpire, sono gli specialisti delle rodomontate. La gente s'impaurisce, coloro che ragionano e coloro che guidano i vari paesi, li val