ARCHIVIO AGOSTO 2004

Massima del giorno:
L'innamoramento è una tregua nella prosa della vita.
G.P.


MOLLICHINE
Mandato d'arresto per Cesare Battisti.  Amatore Sciesa e Guglielmo Oberdan,  nel dubbio,  si sono dati alla latitanza.

Caso Battisti. Castelli: "Pretendere di non scontare una pena perché è passato molto tempo è un'offesa verso lo Stato, le vittime e i loro familiari."  A Pisa,  a qualcuno fischiano le orecchie.

I sindacati hanno annunciato ieri la “volontà di rilanciare la compagnia“ Alitalia. Propulsione ad elastico?

Tutti nominati cavalieri gli azzurri vincitori di medaglie olimpiche.  Vecchia storia.  Todos caballeros.

La moderna discarica si chiama termovalorizzatore.  Personalmente ho ribattezzato il mio gabinetto idroannichilatore organico a comando manuale e ricaricamento automatico. Ma da allora ho paura ad andarci.

Il Quai d'Orsay,  rispondendo ad Allawi: “Le autorità francesi hanno da tempo affermato la necessità di sconfiggere ogni forma di terrorismo“. Hanno anzi convocato tre esorcisti.

I Ds: “Il governo è ottimista ma non realistico“. Nessuna meraviglia. Mai visto un ottimista realistico.

Sharon presenta oggi il calendario del piano di disimpegno da Gaza. Molti delusi. Si aspettavano di trovarcelo nudo.

Le terroriste palestinesi son passate da dove non esiste ancora la palizzata. Visto che bisogna vietarla anche altrove.

Milosevic si difende davanti al Tpi: “Contro di me solo menzogne“.  Forse ha ragione,  forse no.  Mai processare capi di Stato.

G.P.


DUE GIORNALISTI FRANCESI
Negli ultimi giorni la notizia è quella del rapimento di due giornalisti francesi. Le più pensosamente corrugate fronti si sono concentrate su questi due aspetti: i terroristi vorrebbero obbligare la Francia ad abolire la legge che vieta il velo islamico nelle scuole; la Francia non ha truppe in Iraq, e tuttavia due francesi sono stati rapiti. Ma siamo sicuri che sia questo, il punto?

Un tizio era noto per essere burbero, perché evitava addirittura di salutare i conoscenti e comunque non dava la mano a nessuno. Poi si scoprì che aveva il palmo che sudava orribilmente e si vergognava a morte. Il passaggio dal fenomeno che abbiamo sotto gli occhi alle motivazioni che lo determinano non sempre è evidente.

Innanzi tutto è chiaro che i rapitori non rapiscono chi vogliono. Per esempio non riescono ad avere soldati americani. Rapiscono quelli che possono rapire. In secondo luogo, non distinguono gran che fra le possibili vittime. Non distinguono fra occidentali ed orientali, prova ne sia che hanno preso anche filippini e ucciso coreani, e neppure fra islamici e non islamici, visto che hanno anche ucciso dei turchi. Prima fanno il colpaccio, poi decidono che cosa fare. Se non ci sono soldati turchi sul suolo iracheno, alla Turchia chiediamo di non inviare autisti e merci in Iraq. Se i francesi sono antiamericani e non hanno truppe in Iraq chiediamogli di abolire una loro legge. Se questa è la realtà, perché prendere sul serio le loro richieste ed esaminare le loro possibili motivazioni come se fossero serie? Chi ci dice che, prima di rapire dei francesi, avessero decisero di rapire dei francesi? Chi ci dice che non prendano il primo che gli capita e poi si chiedano che uso possono farne?

Più serio è il problema del senso di questi crimini. Probabilmente, tutto si riduce a dare la sensazione, ad una pubblica opinione e ad una stampa occidentale ipersensibili, che in Iraq va tutto a catafascio. Che gli Stati Uniti hanno perso la pace dopo aver vinto la guerra. Che sono più importanti i quindici giorni in cui dei delinquenti stanno asserragliati nel Mausoleo di Alì, a Najaf, piuttosto che la loro resa ignominiosa. Quei fanatici infatti, dopo i proclami per cui avrebbero tutti combattuto fino alla morte, ad un certo momento si sono resi conto che americani e polizia irachena, mausoleo o non mausoleo, stavano per attaccare e, probabilmente, non avrebbero fatto prigionieri. E si sono arresi.

Ovviamente poi, ciascuno per i suoi interessi, ha recitato la parte che gli conveniva. Al Sistani ha fatto finta di conquistare il Mausoleo pacificamente, Moqtada al Sadr ha fatto finta di arrendersi ad una superiore autorità religiosa, quasi che questi dati non fossero presenti già da prima. L'essenziale è che abbiano vinto il governo legittimo e l'autorità religiosa moderata, sostanzialmente favorevole alla coalizione.

La stampa occidentale infine non ha dato sufficiente risalto al fatto che Allawi ha affermato che al Sadr può benissimo costituire un partito politico e partecipare alla vita democratica irachena. Questa non è benevolenza, è una superiore dimostrazione di forza. Allawi è certo che al Sadr non ha un grande seguito popolare. E, sconfitto militarmente, non è nessuno.

Di tutto questo non si ha sufficiente traccia. In Italia conta che abbiano ucciso un nostro giornalista. Come se la storia si facesse uccidendo un individuo. Neanche l'uccisione di Giulio Cesare, che era Giulio Cesare, riuscì ad impedire il passaggio dalla Repubblica al Principato.

Giannipardo@libero.it, 31 agosto 2004


SCHADENFREUDE
Noi italiani abbiamo le parole fastidioso e fastidio, i francesi hanno fastidieux ma non hanno "fastide". Se proprio devono parlare di fastidio, dovranno usare la parola gêne. Questo significa che a volte il concetto esiste ma la parola, che magari esiste in una lingua, non esiste in un'altra lingua.

C'è un sentimento che abbiamo provato tutti, se pure vergognandoci: è il sottile piacere di vedere che qualcuno che ci criticava è criticato a sua volta, che qualcuno che si vantava della propria invincibilità ha perso, che qualcuno che sembrava superiore a tutto e a tutti è caduto nella polvere ed ha rivelato tutta la propria umanità. Ad un livello più banale, del resto, è questa la molla che spinge tante massaie a voler sapere tutto delle disavventure matrimoniali dei personaggi famosi. Dopo avere goduto proiettivamente dei loro successi, vogliono godere dei guai di coloro che ammirano. Queste “piacere del male altrui“ in tedesco si chiama Schadenfreude: loro hanno la parola, tutti abbiamo il sentimento.

Oggi si può confessare arrossendo una sorte di Schadenfreude dinanzi ai massacri, agli attentati alla bomba, agli assassini terroristici che si verificano dovunque, in Iraq, in Russia, nel Caucaso. E con vittime d'ogni nazionalità. Fino a qualche tempo fa, questi tristi fenomeni che per anni ed anni hanno afflitto Israele, hanno lasciato indifferenti tutti. Come se gli israeliani fossero per loro natura condannati ad essere free game, selvaggina non sottoposta a restrizioni, e come se gli attentati terroristici potessero colpire solo loro e non noi. Sentire Putin parlare di lotta al terrorismo, sentire Bush parlare di guerra mondiale contro questi fanatici, vedere l'indignazione della Francia per il sequestro di due giornalisti, sono cose che dovrebbero sorprendere. Non perché irrazionali, ma perché uno si chiede: come mai oggi e non prima? Come mai, prima, tutti consigliavano ad Israele di venire a patti con i terroristi, ed oggi paesi normalmente miti come l'Italia divengono rigidi, proclamano che non cederanno mai al ricatto, parlano di lotta senza quartiere al terrorismo, a costo di limitare i movimenti degli stessi cittadini, a costo di una minore libertà? Siamo sicuri che, se avessero una frontiera in comune con un paese terrorista, i paesi europei non costruirebbero in fretta e furia una fence elettrificata?

Ecco la Schadenfreude. L'israeliano può dire: avete avuto bisogno dell'esperienza, per capire? E allora sia benedetta l'esperienza.

Ora non ci rimane, per il bene di tutti, che provare a vincere tutti insieme. Questa guerra non è stata dichiarata solo ad Israele, ma all'umanità e al diritto.

Giannipardo@libero.it

Dal "Washington Time" una domanda:
"Al Jazeera condanna il rapimento degli ostaggi francesi. Perchè non lo ha fatto quando si trattava degli ostaggi italiani, ultimo quello di Baldoni??"  Clicca qui per il testo dell'articolo.

La nostra onda d’oro
Ieri sera Gal Friedman, la nostra onda d'oro, e' tornato a casa avvolto nella bandiera di Israele.
L'aeroporto Ben Gurion, dentro e fuori, era un mare di persone e di fiori e di bandiere e non appena Gal e' apparso con la medaglia d'oro al collo e la bandiera biancoazzurra sulle spalle e' stato accolto da un coro immenso che cantava "We are the Champions". Fiori e confetti volavano su di lui che sorrideva frastornato con quei grandi occhi neri e ringraziava tutti e tutti erano piu' emozionati di lui e gridavano il suo nome, qualcuno piangeva di gioia.
La prima medaglia d'oro nella storia di Israele, dal 1952 quando Israele fu ammesso alle Olimpiadi, a Helsinki.
La prima medaglia d'oro nella storia di un Paese i cui figli devono pensare piu' alla guerra che allo sport, la cui gioventu' deve preoccuparsi di non morire piuttosto che allenarsi per una qualsiasi disciplina sportiva.
I nostri ragazzi sono tutti medaglie d'oro perche' difendono Israele, perche' grazie a loro il nemico non e' mai riuscito a vincere ma questa di Gal e' una Medaglia di Pace, una Medaglia di orgoglio nazionale, un "ci siamo riusciti nonostante la vita che facciamo".
L'oro di Gal e' l'oro di Israele e mentre lui era sul suo surf che veleggiava verso il traguardo eravamo tutti davanti allo schermo senza respirare e poi l'urlo di felicita' e di liberazione. Avevamo vinto! Avevamo vinto una medaglia d'oro dopo 4 anni di incubo , di terrorismo, di morti!
Questa medaglia Gal ha voluto dedicarla agli 11 atleti israeliani ammazzati dai feddayin palestinesi nell'Olimpiade piu' tragica della storia, Monaco 1972.
Grazie Gal.
Ormai fai parte della storia di Israele come Moshe Weimberg, Gadi Zahari, David Marc Berger, Zeev Friedman, Yossef Gutfreund, Eliezer Halfin, Amitzur Sapida, Kehat Schorr. Mark Slavin, Andrei Spitzer, Yacov Springer, sia onorata la loro memoria, sul cui cippo porterai la tua Medaglia, alla presenza del Presidente di Israele Moshe Kazav.


Le Olimpiadi di Atene erano incominciate con l'amaro in bocca per noi poiche' il Comitato Olimpico aveva deciso di cancellare Gerusalemme, la Capitale di Israele, che si ritrovava cosi' ad essere l'unica Nazione al mondo che , al posto del nome della propria capitale, aveva due righette. Questo per non infastidire gli amici dei palestinesi e non offendere i nostri nemici.
L'amaro e' diventato veleno in almeno altre due occasioni:
Durante la sfilata degli atleti all'inaugurazione dei Giochi, la delegazione della Palestina e' stata accolta da un'ovazione scandalosa se pensiamo alla spaventosa ondata di attentati contro i civili e i bambini di Israele nel corso di quattro anni di terrore palestinese.
1000 morti e 6000 feriti sono stati insultati da quell'ovazione.
Il judoka iraniano Arash Miresmaeili si e' rifiutato di gareggiare con l'israeliano Ehud Vaks e per questo e' stato premiato dal suo paese, l'Iran, con 120.000 dollari e accolto in patria come un eroe.
Insomma, come sempre, Israele viene trattato da Stato-paria dai paesi arabo-islamici senza che il resto del mondo abbia il coraggio di opporsi.

Gal ci ha riscattati e quel giorno la bandiera di Israele e' stata alzata sul pennone piu' alto e la Hatikva', l'inno nazionale, e' stato ascoltato da tutto il mondo mentre veniva onorato il nostro atleta, la nostra onda (Gal) d'oro.
Gli israeliani presenti alla premiazione sventolavano le bandiere, l'inno riempiva l'aria e tutti cantavano a squarciagola , piu' forte che potevano, tanto forte da coprire la musica, per l'orgoglio e per cacciare giu' le lacrime.
Grazie Gal, per tutti noi, per Israele, per Monaco 72, Grazie.

Deborah Fait


Colpo d’occhio su un’altra faccia della realtà
Mercoledì 11 agosto, 200 metri a sud del posto di blocco di Kalandia (fra Ramallah e Gerusalemme), terroristi delle Brigate Al Aqsa (affiliate al Fatah di Arafat e stipendiate dall’Autorità Palestinese), vista l’impossibilità di arrivare a Gerusalemme con la loro auto-bomba, hanno abbandonato il veicolo e non hanno esitato ad azionare l’ordigno, del tutto incuranti della presenza, fra gli altri, di numerosi civili palestinesi: due palestinesi sono rimasti uccisi, una ventina i feriti e mutilati tra palestinesi e israeliani (compresi 6 agenti di frontiera). Solo il buon funzionamento del posto di blocco, sulla base di precedenti informazioni di intelligence, ha evitato una strage peggiore nel centro della capitale d’Israele.
I posti di blocco israeliani, che hanno lo scopo per l’appunto di impedire o perlomeno ostacolare questo genere di attentati, vengono regolarmente descritti dalla stampa internazionale come flagranti esempi di gratuita malvagità israeliana, poco meno che crimini di guerra ai danni di inermi e innocui civili palestinesi. Descrizione regolarmente corredata da apposite immagini di tensione e sofferenza.
Mentre va ricordato che i meticolosi controlli ai posti di blocco sono ciò che ha permesso, fra l’altro, di salvare anche la vita a diversi bambini palestinesi cinicamente mandati allo sbaraglio imbottiti di esplosivo, vale anche la pena di sottolineare che esiste una diversa realtà, ai posti di blocco, che viene ignorata o volutamente taciuta dai mass-media internazionali.
Un punto di vista interessante (e inedito) è quello offerto da un giovane israeliano di nome Dave che ha deciso di mettere a disposizione su internet una serie di foto da lui stesso scattate durante il suo recente periodo di servizio militare proprio al posto di blocco di Kalandia.
Sono foto in cui si possono vedere lavoratori, ragazzini e intere famiglie palestinesi che fraternizzano con i soldati di guardia, code d’attesa assai meno lunghe di quanto avvenga nei momenti di allarme, soldati e soldatesse che assolvono il loro duro compito senza alcuna animosità verso la popolazione innocente.
“Il 99% del lavoro fisico che ho fatto al posto di blocco – racconta lo stesso Dave – consisteva nell’impedire violenze arabe contro altri arabi, come quella volta che abbiamo dovuto inseguire due tizi che avevano aggredito un taxista palestinese, che era davvero scioccato e ci siamo dati da fare per confortarlo”.
Quando ero di servizio a Kalandia – continua il giovane israeliano – spesso arrivavano fotoreporter che aspettavano per ore e ore che accadesse qualcosa da riprendere. Ma per il 99% del tempo non succedeva proprio nulla e così i fotografi aspettavano e aspettavano per niente”.
(Da: Honestreporting.com, israele.net, 12.08.04)
 Nella foto in alto: Un’immagine scattata da Dave, che spiega: “I ragazzini arabi amano fraternizzare con Dana”. Per la serie completa delle foto di Dave, clicca qui

DUE INTERVISTE DA NON PERDERE
Oggi Il Corriere della Sera intervista al premier iracheno Iyad Allawi:
«Chi non combatte con noi si troverà il terrore in casa»


mentre La Repubblica intervista il presidente del senato Marcello Pera:

"Attaccano la nostra civiltà, fermiamo i fondamentalisti"

AL RISVEGLIO
Il risveglio fu amarissimo.
L’illusione delle bandiere iridate si era infranta nel più doloroso dei modi.
I jadhisti non corrispondevano affatto all’immagine alla quale per mesi, per anni, il pacifista europeo si era ostinatamente sforzato di credere.
L’America imperialista e guerrafondaia non era meno under attack della Francia pacifica protettrice di vini e formaggi.
Inoltre, il ricatto sanguinario era altrettanto imparziale con l’ostaggio: non faceva alcuna distinzione tra il mercenario muscoloso e destrorso e il giornalista progressista “uomo di pace” volontario della Croce Rossa.
E ora, che fare?
Toccava inventarsi, e alla svelta, qualcosa di meglio del “ritiro delle truppe”. Qualcosa con qualche “se” e qualche “ma”, stavolta.


Sparsi sul tavolo, tre ritagli: due ingialliti, uno fresco di giornata.
Tutti a firma della solita Cassandra.
Cazzo, aveva ragione.

1) «Chi rifiuta una guerra che non può evitare, perde»
(André Glucksmann, “De Gaulle, où est-tu?”, 1995)

2) «I non americani vogliono dormire sonni tranquilli. Si convincono: la minaccia nichilista riguarda gli Stati Uniti e solo loro. Non c’è fumo senza arrosto: il Number One se l’è cercata, l’Impero è punito, la sua violenza gli si rivolge contro, è la legge del boomerang. […] Con l’avvicinarsi del pericolo si dice che gli struzzi mettano la testa nella sabbia. Per schivare lo stupore dell’11 settembre, le élites europee si stordiscono con la polvere del tempo. In mezzo al panico, la “vecchia Europa” , “ricca di una storia millenaria”, fabbrica di un confortevole planisfero per sfuggire alle terrificanti grane della realtà»
(André Glucksmann, “Ouest contre Ouest”, 2003)

3) «L’Europa scopre che non serve a niente fare gli struzzi, con la testa nella sabbia, e deve ricordarsi che la guerra condotta dall’islamismo radicale non è cominciata con George Bush ma con Khomeini. […] Khomeini ha visto giusto. Risvegliare un antagonismo che da millenni divide l’umanità non è un atavismo oscurantista destinato, a più o meno lungo termine, alla spazzatura della storia. Rischia, al contrario, di incendiare il XXI secolo per bruciare tutto il Pianeta. […] Niente di più totalitario della pretesa di decidere il regolamento interno di licei e collegi delle banlieues francesi attraverso una cattura di ostaggi in Iraq! E perché non intervenire, allora, anche sul menu delle mense scolastiche? E la promiscuità nelle piscine? Il terrorismo senza frontiere, né scrupoli, né tabù, è una spada di Damocle sospesa su tutte le democrazie d’Europa. Spetta a chi assassina i giornalisti, a chi lapida le donne, alle bombe umane, di decretare come deve vivere, insegnare e divertirsi chi abita a Roma, Londra, Parigi? […] Presto o tardi gli europei scopriranno la necessità di resistere e di resistere insieme».
(André Glucksmann, “L'Occidente in ostaggio”, Corriere della Sera 30.8.2004)

(ale tap., 30.8.2004)


L'INTERVISTA DI FASSINO AL "CORRIERE”
(Solo per gli intimi. Gli altri rischierebbero di mandarmi al diavolo. E voi stessi leggete ciò che segue solo se avete tempo ed avete voglia di capire quanto ragionevole sia Fassino.)
L'intervista di Fassino, non solo è piena di stereotipi (due volte il "salto di qualità", poi la "contaminazione positiva fra culture", la "fase nuova", ecc.), ma non è priva delle solite esagerazioni della sinistra estrema: con la guerra in Iraq "nessun obiettivo è stato raggiunto". Saddam Hussein, dunque, è lì dov’era e non ce n'eravamo accorti. Inoltre c'è "un'ostilità crescente della popolazione", la quale dunque, immaginiamo, rimpiange ogni giorno di più Saddam. Ma tutto questo è rituale come per i protestanti dire una preghierina prima di mangiare: non abbiamo dimenticato la nostra religione ma dopo passiamo alle cose serie.

Nell'intervista il segretario dei Ds, come troppo spesso fanno i politici, indica parecchi scopi da ottenere piuttosto che mezzi da usare: e gli scopi, si sa, stanno bene a tutti. Siamo tutti per mum and the applepie (per la mamma e la torta di mele). Notevole è invece che egli reputi il rapimento dei due giornalisti francesi un fatto intenzionale, tanto da dedurne correttamente (se intenzionale fosse) che l'essere stati i francesi contro la guerra e contro gli americani non è affatto una garanzia. Nel terrorismo questo è, a suo parere, il famoso "salto di qualità". Solo che, da un lato, moltissimi, prima di lui, questo lo sapevano e l'hanno detto e scritto. Dall'altro, lui dovrebbe ancora spiegarlo ai Verdi, agli amici del Correntone, di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani. Infine è strano che egli abbia visto la luce in seguito al rapimento. Esso potrebbe dimostrare che la Francia non è al riparo dagli attacchi come potrebbe dimostrare che quei delinquenti rapiscono ed uccidono il primo che gli capita a tiro.

Ma il punto più interessante è quello secondo cui, a parere di Fassino, bisognerebbe, con mezzi pacifici, "affermare” anche nei paesi arabi democrazia e diritti universali. Egli sembra non vedere che la maggior parte dei paesi arabi la democrazia non la conosce, non la vuole o non sarebbe capace di gestirla. Prima l'Italia intera fa il bagno nelle tesi d'un Massimo Fini, secondo il quale quella che abbiamo in Italia non è una democrazia, e poi lui la vorrebbe nello Yemen?

C'è qualche speranza che la democrazia si affermi in un paese musulmano in condizioni assolutamente speciali (l'opera di Atatürk o l'invasione d'uno straniero democratico, come è avvenuto in Giappone): sperare che si ottenga con le buone e in tutti, è francamente eccessivo.

Ancora più bizzarra è l'idea che esistano "diritti universali". A parte il fatto che il giusnaturalismo, padre d'ogni universalità giuridica, fa parte del passato, con quale coraggio si può parlare di diritti universali a persone che, credendo nel Corano, credono anche d'essere in possesso non di un codice "universale”, ma di un codice addirittura divino? Si può opporre Grozio a Maometto? E chi vincerà, presso gente che non ha mai sentito parlare di Grozio e neppure di Voltaire?

"Non voglio esportare la mia democrazia ma globalizzare i diritti", dice Fassino. Che sarebbe come dire "non voglio privarti del tuo vino, solo voglio bere il contenuto della tua bottiglia". E poi, egli non vorrebbe usare altro che mezzi pacifici, e tuttavia afferma: "La pace si può costruire con una globalizzazione che non tolleri la violazione dei diritti e le dittature". Un momento: che significa "non tolleri"? Che eventualmente si ricorre alla forza? E dove sono andati a finire i mezzi pacifici? E se non si usa la forza, quale altro sistema si può usare, contro i dittatori? Contro Saddam Hussein come contro Hitler che cosa abbiamo, l’ombrello di Chamberlain?

La verità è che il nostro uomo politico è più americano di quanto non creda. Sono gli americani che nella loro costituzione impregnata d'Illuminismo credono di potere parlare a nome dell'umanità, e magari di diritti universali. In realtà, il fatto che Fassino o noi stessi possiamo essere d'accordo con quei principi non li rende affatto universali.

Ma se questo è un errore teorico, altri, fattuali, ne contiene l'intervista. Fassino crede che Sistani abbia sloggiato i ribelli dal Mausoleo di Alì mentre "le forze laiche [erano] ai margini". Dimentica che i poliziotti iracheni e gli americani con i loro carri armati erano ai margini, a qualche metro addirittura, solo per rispettare un luogo santo che, con l'appoggio anche solo verbale di Sistani, avrebbero occupato in un paio d'ore. Il Mausoleo non ha mai rischiato d'essere l'Alcázar di Toledo.

Poi Fassino chiede - o sorpresa! - "una svolta che cambi la gestione del dopoguerra, affidandola all'Onu". Qui c'è proprio da sorridere. Per cominciare, tutto quanto avviene in questo momento in Iraq ha già il sigillo dell'Onu; in secondo luogo, quel dopoguerra è affidato al governo provvisorio iracheno. Fassino vorrebbe esautorarlo per affidarlo ad un potere non iracheno? Ma si rende conto di quello che dice?

Se questo è l'uomo più ragionevole del partito leader della sinistra, non c'è da stare allegri.

Gianni Pardo, 30.08.2004


BALDONI
I terroristi iracheni hanno trucidato un giornalista italiano rapito. La cosa ha fatto tanto più scalpore in quanto costui era un uomo di sinistra, un idealista e un pacifista. Molta gente si è stupita che quei delinquenti abbiano ucciso un signore che era risolutamente contro la guerra in Iraq e forse contro la guerra in generale. E che inoltre era contro il governo italiano.

Questo stupore è indice di una totale incomprensione del Terzo Mondo e del mondo islamico in particolare. Per noi occidentali, tutti i cinesi sono flat face (faccia piatta), hanno i capelli neri e gli occhi a mandorla. Sono tutti uguali. Nello stesso modo, mentre noi pensiamo che fra un adepto di An e uno di Rc ci sia un abisso, per i popoli del Terzo Mondo ciò che importa è che hanno ambedue un'automobile e sono stati capaci di sposare una puttana, cioè una donna che mostra in giro la sua faccia e le sue gambe. Qualcuno dice sinteticamente che certi arabi non ci odiano per questa o quella colpa, ma per il semplice fatto che esistiamo e possediamo quelle cose (denaro, prosperità, potenza militare) che loro vorrebbero avere e non hanno. Si noti che nella lista non ci sono le parole libertà e democrazia. Ignoti nulla cupido. Queste cose loro non le hanno mai avute e non ne sentono la mancanza.

Nello stesso modo, mentre noi ci sbracciamo a lodare la mansuetudine, la pietà, la pace e la tolleranza, loro stimano la forza, la spietatezza, la vittoria comunque conseguita. Né ce ne dobbiamo stupire. Nell'antichità Apollo era il dio della bellezza e dell'arte ed Eracle era solo un semidio. Ma Eracle era il paradigma della forza e dunque era fra i numi più venerati. Le città chiamate Eraclea erano quasi innumerevoli ed infinitamente più frequenti delle città dedicate ad Ares, che pure era il dio della guerra.

I pacifisti occidentali commettono un grave errore prospettico, nel giudicare gli iracheni e soprattutto certi iracheni. A costoro di tutti i nostri bei principi, delle distinzioni fra guardie del corpo esperte di arti marziali ed idealisti dalle mani nude, non importa nulla. Quando uccidono un occidentale, anche in dieci contro uno, anche a tradimento, trionfano. Confermando così un atroce complesso d'inferiorità.

Un'ultima forma d'ingenuità riguarda l'illusione infantile e proiettiva per cui, se mi comporto cortesemente, anche l'altro si comporterà cortesemente. Se offro pace mi si offrirà pace. Non che non avvenga, anzi avviene spesso. Ma è lungi dall'essere un principio indefettibile. Non è vero ciò che se insegna ai bambini, che basta chiedere le cose "per favore". Bisogna vedere con chi si adotta una simile politica.

Un ragazzino aveva un compagno violento e spesso tornava da scuola con dei lividi. La madre gli consigliò di farselo amico e gli dette mezza torta da offrirgli. Ma il bambino tornò da scuola con un occhio nero:

- Non l'ha accettata?

- Altroché. Ma la vuole intera e domani mi fa nero l'altro occhio, se non gliela porto.

Magari avvolta in una bandiera arcobaleno?

Giannipardo@libero.it, 29 agosto 2004

FASSINO E IL FISCO
Fassino, nel programma del suo partito, ha scritto che, per rilanciare l'economia italiana, occorre liberarsi dall'ossessione berlusconiana del taglio alle tasse, fondato sull'idea falsa e demagogica secondo cui il fisco sarebbe una rapina ai danni dei cittadini, quando invece in qualunque nazione moderna è lo strumento con cui si finanziano politiche pubbliche forti, essenziali per lo sviluppo e necessarie alla qualità della vita.

Da questo brano si ricavano parecchie conclusioni. Dal momento che non è concepibile abbassare la nostra imposizione e dal momento che, nella graduatoria 2004 del Tax Misery Index, sommando tutte le tasse e le imposte, l'Italia risulta "al quinto posto nel mondo su 200 paesi" , è chiaro che 195 paesi su 200 sono governati meno bene di noi: riusciremo a frenare la nostra superbia? E come si concilia questo bengodi con le diagnosi catastrofiche che sia Fassino sia i suoi alleati fanno tutti i giorni?

Il fisco, sostiene il segretario dei Ds, non è una rapina ai danni dei cittadini. E questo è giusto. Nessuno crede che esso sia organizzato per rapinare i cittadini. Non lo si critica infatti per motivi morali o da codice penale, lo si critica per motivi economici. Il concetto è molto semplice. Se, per realizzare "politiche pubbliche forti, essenziali per lo sviluppo e necessarie alla qualità della vita", lo Stato sottrae ai cittadini una percentuale del reddito nazionale, per esempio del cinquanta per cento, per poi restituirne, in termini di "politiche pubbliche" ecc. solo il trenta per cento, è chiaro che il servizio è antieconomico. Sicché i cittadini preferirebbero fare da sé, visto che gli costerebbe meno.

Oggi, dopo avere pagato pesanti imposte per mantenere il servizio sanitario, se un ospedale ci tratta male, possiamo andare in un altro ospedale, ma abbiamo ben poco da sperare, visto che sono organizzati nello stesso modo. Sono ambedue pubblici, e ambedue ci rinvieranno di mesi, per una Tac. Se invece avessimo un'assicurazione privata (e obbligatoria come per la Rca auto) contro le malattie, non solo potremmo cambiare assicurazione, se fossimo insoddisfatti, ma anche le cliniche e gli ospedali sarebbero in regime di concorrenza. Siamo sicuri che il Servizio Sanitario Nazionale attuale sia un affare, per i cittadini?

Un altro esempio sono le Ferrovie dello Stato. Nate quando per muoversi sul territorio non c'era sostanzialmente alternativa, nel momento in cui sono divenute elefantiache, lente, inefficienti, antieconomiche e tali da non poter competere col trasporto su gomma, quale sarebbe stata la soluzione da adottare? Forse abolirle, certo mantenerle solo dove il loro servizio era economicamente conveniente. Ma questo avrebbe comportato una ristrutturazione dell'azienda e magari il ridimensionamento del personale: dunque l'operazione è stata giudicata politicamente impossibile. Risultato: lo Stato offre un servizio ferroviario di cui si potrebbe fare a meno (andando in aereo o in pullman), ma in compenso tiene in piedi un baraccone enorme le cui spese sono pagate dai contribuenti. Il biglietto rappresenta solo una piccola parte del costo e il resto è pagato anche da quei molti che un treno non lo prenderanno mai. La maggior parte di noi, pure viaggiando molto, non ha preso un treno negli ultimi quarant'anni: ma tutti siamo obbligati a pagare stipendi e materiale delle Fs. È uno stipendificio ineliminabile. E pensare che lo Stato risparmierebbe se pagasse di tasca sua, ad ogni cittadino che prende un pullman, una buona parte del prezzo del biglietto. Ma non lo farà mai. Nascerebbe il sospetto che Berlusconi sia proprietario di qualche autobus.

La macchina dello Stato è così inefficiente che, in qualche caso, il costo della percezione d'una tassa è superiore al ricavo per lo Stato. Ma la si abolisce per questo? Certo che no: che farebbero, gli impiegati che se ne occupano?

La mentalità di chi si preoccupa delle fassiniane "politiche pubbliche forti" è semplice: mai tagliare i posti di lavoro, anche se negativi per la produzione della ricchezza nazionale. Al contrario, una volta che s'è stabilito che l'impresa pubblica non può morire, se ne può approfittare per renderla anche criminalmente antieconomica e fallimentare. Si possono assumere il doppio degli occupati necessari, si può cedere a qualunque richiesta sindacale, tanto, alla fine, paga il contribuente.

Per il bene del paese, sarebbe bene che lo Stato facesse solo quelle cose che nessun altro può fare. Dovrebbe organizzare e pagare l'esercito, la polizia, la giustizia, le strade, la scuola. Ma per il resto, meno fa e meglio è. Ma questo è un sogno: sotto l'influenza della mentalità marxista, nel paese che primeggia sui duecento si pensa che se un servizio lo organizza lo Stato (Alitalia, 22.000 dipendenti, impresa tecnicamente fallita) l'impresa va sostenuta a spese del contribuente, mentre se lo organizza un privato (Ryanair, duemila dipendenti, società in attivo) quel servizio è malvagio ed immorale.

Fassino non ci convince. Alcuni siamo iscritti al partito dei malvagi e degli immorali.

Giannipardo@libero.it, 29 agosto 2004

L’assassinio di Enzo Baldoni e la sorte dei due giornalisti francesi
Riproponiamo, da Quaderni Radicali, questo intervento nelle News del 28-08-2004
L’ipotesi su cui stava lavorando l’intelligence italiana quando ancora si pensava di potere ottenere la liberazione di Enzo Baldoni era quella che fosse caduto in mano di un gruppo di ex agenti dei servizi segreti di Saddam Hussein.
Lo stesso video dell’ultimatum appariva, infatti, confezionato con una professionalità e con un supporto tecnico che non si erano riscontrati in precedenti omologhi filmati. Riteniamo che questa ipotesi sia corretta e condivisibile. Perché?
La vicenda Baldoni presenta notevoli anomalie rispetto ai precedenti sequestri e sembra una risposta tipicamente manipolativa, in gergo “azione di guerra psicologica”, al propagandistico interessamento di Moqtada al Sadr per la liberazione dei giornalisti statunitensi James Brandon e Micah Garen, forse solo strumentalmente rapiti proprio per poi poter rivendicare dei meriti per la loro liberazione, guadagnandosi la simpatia dei media occidentali anche con il chiamarsi fuori dalla pratica della presa di ostaggi e della loro barbara uccisione, stigmatizzata come contraria all’Islam religioso, seppure integralista, che al Sadr intenderebbe rappresentare, monopolizzandolo.

Lo stesso Baldoni, inoltre, aveva “molto pubblicizzato” la sua intenzione di volere intervistare al Sadr, come aveva già fatto in Messico con Marcos, ma senza quella risonanza e fama che ora, in un contesto differente, gli sarebbero potute derivare. Di contro avrebbe fatto da cassa di risonanza a Moqtada al Sadr, le cui fortune sono andate progressivamente scemando all’interno della sua stessa comunità di appartenenza, oltre che più in generale tra le varie fazioni in lotta per la conquista di potere nell’Iraq prossimo venturo.
Ecco un possibile serio movente per metterlo a tacere, e per sempre, anche per non permettergli la stesura di quel libro sulla “resistenza irachena”, che qualcuno (forse all’interno di questi gruppi) potrebbe avere temuto od equivocato come sostegno ad una fazione della resistenza, magari avversa ed invisa ai possibili potenziali sequestratori.
Si dimentica, inoltre, che in concomitanza della scomparsa (sequestro) di Baldoni si sono perse le tracce anche di due giornalisti francesi, Christian Chesnot e Georges Malbrunot, autori di un libro molto critico nei confronti del deposto dittatore e del suo regime, della cui scomparsa, almeno da noi, nessuno fa più cenno.
Potrebbero essere finiti nelle mani dello stesso gruppo che ha catturato Baldoni, cosa verosimile se effettivamente si tratta di ex agenti segreti del passato regime, che non dovrebbero nutrire molte simpatie nei confronti dei nostri due colleghi d’Oltralpe. Ma se ce un nesso tra la scomparsa del giornalista italiano e quella dei due francesi, quale può essere la sorte di questi ultimi?
Diciamo subito che quella di Baldoni era – purtroppo - quasi scontata.
La sceneggiata dell’ultimatum e soprattutto i tempi troppo brevi per solo tentare l’esplorazione di canali di trattativa denotano solo una volontà di dare risonanza al caso, di intimorire i giornalisti più intraprendenti, indipendenti e critici di volere “andare a ficcare il naso” nelle vicende irachene, nelle lotte intestine, nei crudeli modi con cui queste conflittualità si manifestano, in particolare se l’informazione giornalistica può finire con il favorire una delle fazioni in lotta, orientando le simpatie e le ostilità delle opinioni pubbliche occidentali.

In questo sta il collegamento ed il contrappasso con la magnaminità verso i giornalisti con enfasi esternata da al Sadr, alla quale facevamo cenno in apertura di articolo.
Per i giornalisti francesi si possono formulare due ipotesi solo in apparenza antitetiche. Sono stati già uccisi senza il clamore dell’italiano, per l’impossibilità di dare un ultimatum alla Francia, che non è presente in Iraq e la cui posizione è sempre stato avversa alla Coalizione militare che ha deposto Saddam Hussein e che ora tenta di normalizzare il Paese, oppure la loro sorte è congelata nella speranza di potere trattare con la Francia una contropartita, magari fortemente stridente con le finalità e gli interessi della Coalizione, presumibilmente un sostegno fattivo e significativo alla resistenza che vorrebbe ripristinare il passato regime.
Saranno gli avvenimenti dei prossimi giorni a dire quale di queste due ipotesi avremmo dovuto considerare oggi come la più probabile.
Se i due giornalisti francesi verranno ritrovati uccisi da giorni magari dopo che l’opinione pubblica si sia convinta di una diversità di trattamento verso l’italiano perché il suo Paese è impegnato ed esposto con la Coalizione, allora si è trattato di un messaggio finalizzato alla stampa, volto a tenere alla larga quei curiosi impiccioni che sono i giornalisti.
Se invece sulla loro vicenda calerà a lungo il silenzio e solo dopo un tempo relativamente lungo essi verranno rilasciati od uccisi, allora è presumibile che si siano intavolate trattative per tentare una convergenze di interessi e di azioni e non è detto che la loro sorte possa venire negativamente segnata solo da un fallimento di un ipotetico dialogo di questo tipo. Il loro destino potrebbe venire segnato anche da inconfessabili accordi segreti, per coprire i quali la loro vita potrebbe venire sacrificata al fine di non alimentare sospetti.
Fantapolitica? Ognuno la pensi come crede.
Certo è che da oggi in poi il giornalista indipendente che vuole fare il suo mestiere in un’area di crisi si espone a pericoli che sinora non aveva mai corso.
di Giorgio Prinzi
, Quaderni Radicali

Massima del giorno
L’idea di sacrificarsi per la collettività è un’idea da formicaio o da alveare. 
G.P.

MOLLICHINE
A Najaf, gli americani bombardano il cimitero.  In questo caso bisogna parlare di danneggiamento o di boosting (1*)?

Peci,  scrive Bocca,  si vide uccidere il fratello e si pentì.  Rettifica: Peci si pentì e per vendetta gli uccisero il fratello.  Bocca è un grande giornalista.  Rettifica

 
Follini sul Ppe italiano: “Se si cerca un ostacolo, invito a non guardare dalla mia parte”.  Che frase strana. Nessuno cerca gli ostacoli,  ci s’inciampa.

Lancio di uova contro Schröder a Wittenberg,  la città nota per la nascita del protestantesimo.  Nomen,  omen.

Lunardi: “Per l’Alitalia,  se i sindacati non collaborano, 22 mila lavoratori vanno a casa”. E che gliene frega,  ai sindacati?

Battisti ha scritto: “Resto in Francia”.  Lettera spedita da Parigi, dicono i giornali. Superficiali! Imbucata a Parigi, non spedita da Parigi.

Berlusconi,  per Baldoni: “Non ci sono parole per un atto che non ha nulla di umano”.  Errore: la barbarie è eterna e caratteristicamente umana.

La Russa (An): “Bisogna introdurre il reato di permanenza illegale sul territorio”. Imprudente! Poi dovranno fare un’altra Cirami per esentarne Berlusconi.

Programma elettorale di Fassino: realizzare “un sistema multilaterale di governo del mondo”. Qualcuno gli presti il mappamondo con cui giocava Chaplin.

I ribelli ceceni accusano Putin “[Gli aerei] Sono stati abbattuti per ordine del presidente russo”.  Esattamente come Bush ha distrutto le Twin Towers.

Un ministro sudanese: “Il Sudan non rispetterà l’ultimatum” dell’Onu sul Darfur.  Avete una settimana di tempo per riprendervi dallo stupore.
 
giannipardo, 27.08.2004

[1*] Incremento di quantità, produttività

 L’UMANITÀ A RISCHIO D’ESTINZIONE?
In passato, pur in presenza d'un elevato tasso di fertilità per singola donna, l'incremento della popolazione - data l'elevatissima mortalità infantile - è stato lentissimo. Oggi il tasso che consente ad una popolazione di rimanere stabile è di 2,1 figli per donna ma purtroppo esso diviene sempre meno frequente. L'Europa occidentale, per esempio, s'è stabilizzata al livello di 1,4.

Ma il fenomeno non riguarda l'Europa soltanto. Sono infatti scesi sotto la soglia del 2,1 i paesi dell'Asia orientale (con l'unica eccezione della Mongolia); c'è una bassa natalità in gran parte dell'America Latina e perfino in paesi come l'Algeria e il Libano che certo non brillano per emancipazione intellettuale. Addirittura, nel giro d'un paio di lustri, l'Iran degli ayatollah è passato da un tasso di fertilità di 6 a un tasso dell'1,9. I vecchi divengono sempre più numerosi e i bambini sempre meno numerosi e questi dati tutti insieme inducono fanno riflettere.

Un tempo, con un giudizio moralistico, per spiegare questo fenomeno si parlava del cinismo dei paesi sviluppati. Avendo tendenze edonistiche, i ricchi divengono egoisti e dal momento che un figlio rappresenta un grande impegno, la maggior parte della gente, per godersi la vita, vuole averne pochi o non averne affatto. Ma se è il Terzo Mondo quello che scende sotto la soglia del 2,1, la condanna dei ricchi non sta in piedi.

In campo demografico, i grandi numeri derivano da scelte individuali. Il singolo agisce per motivi più emotivamente pesanti, ai suoi occhi, degli appelli pubblici o perfino della religione. Dunque gli Stati non possono influenzare molto la demografia. Si pensi alla disperata lotta condotta da Indira Gandhi contro la sovrappopolazione in India, che forse le è costata la vita.

Probabilmente, finché le popolazioni sono state talmente povere e ignoranti da comportarsi come bambini spensierati, mettendo al mondo figli che poi magari morivano di malattia o di fame, il tasso di natalità è stato alto. Quando poi s'è avuto un minimo progresso dell'informazione e della riflessione, non solo si sono incrementati i metodi contraccettivi ma probabilmente moltissime persone, perfino nel Terzo Mondo, si sono chieste perché dovessero avere dei figli. Hanno cioè messo in discussione l'istinto. A questo stadio erano arrivati già quasi un secolo fa i francesi, tanto che lo Stato fu indotto ad una robusta politica di generosi sussidi alle famiglie numerose: ma ora ci sono arrivati gli uzbechi e i cinesi, i turchi e gli iraniani, i caribici e gli argentini.

Avere figli ha cessato d'essere una fatalità e molti si sono accorti che i motivi per decidere di non averne sono numerosi: difficoltà d'accudirli nella famiglia mononucleare (anche per andare al lavoro); drammatico aumento del costo del loro mantenimento; enormi limitazioni della libertà dei genitori; inesistente vantaggio economico per la famiglia, neanche quando i figli hanno quattordici o quindici anni e a volte neanche quando ne hanno venti o venticinque, ecc. È inutile dilungarsi su questa lista. Nessuna persona di buon senso sostiene che avere figli sia conveniente economicamente o renda più facile la vita. Dunque il punto centrale della questione è che i singoli, anche in paesi che non sono alla punta del progresso, hanno preso coscienza del problema ed hanno considerato la procreazione una decisione da prendere.

Questo è rivoluzionario. Se la Chiesa si è sempre opposta all'aborto è perché, quando la mortalità infantile era molto alta e l'incremento della popolazione lentissimo, si è ritenuto opportuno sanzionare moralmente il dovere d'avere figli. Per questo si diceva che i figli erano una benedizione del Cielo, che bisognava averne molti, che bisognava averne tanti quanti se ne potevano avere senza prendere precauzioni di sorta. Perché questo avrebbe assicurato la sopravvivenza della specie. Ma oggi questa mentalità è fuor di luogo. E anche se la dottrina religiosa non è cambiata, è cambiato ciò che ciascuno fa nell'intimità della propria camera da letto. Ognuno decide per sé e nessuno fa o non fa sesso nell'interesse dell'umanità. Nessuno vuole figli esclusivamente nell'interesse della specie.

Forse bisogna prefigurarsi un futuro in cui le donne acconsentiranno ad avere figli solo se si vedranno onorate e retribuite come benemerite della collettività. Come del resto già oggi meritano. Ma ciò malgrado probabilmente non saranno numerosissime: chi ha tirato su dei figli sa che non esiste compenso bastante per la fatica e le preoccupazioni che l'impresa comporta.

In  futuro ci sarà meno gente, nel mondo. Notizia drammatica che però non commuoverà i misantropi.

Giannipardo@libero.it, 28 agosto 2004

P.S. Poiché la demografia è una materia seria ed io sono un ignorante, se qualcuno s'accorge che ho detto sciocchezze, me le segnali, per favore.


LA PARTIGIANERIA IN POLITICA
In politica, come in materia di religione, di morale o di calcio, ciascuno ha le sue idee. È cosa legittima. Anzi, a non averne, si può giustamente essere accusati di non partecipare alla vita associata. Tuttavia questo prendere posizione può raggiungere livelli che vanno oltre la moderazione e che fanno divenire, appunto, partigiani. Chi aderisce troppo ad una fazione diviene fazioso e chi aderisce troppo ad una setta diviene settario. Tutti questi aggettivi parlano di fanatismo e d’offesa alla verità.
Visto che si ha certamente il diritto di reputare una cosa giusta e l’altra sbagliata, il problema è quello di stabilire il limite oltre il quale si eccede. Il problema è ovviamente insolubile se si pretende di risolverlo con un colpo di spada, tutto il buono da una parte e tutto il cattivo dall’altra, ma si possono dare indicazioni di massima.
La prima regola è che, in nessun caso e per nessun motivo, bisogna negare la realtà. Già durante i primi anni di guerra i tedeschi, avendo scoperto le fosse di Katyn, fecero constatare ad una commissione internazionale che quei polacchi erano stati trucidati dai sovietici e non da loro. Il Kremlino negò sfacciatamente la circostanza: si doveva ancora tenere il processo di Norimberga e Stalin voleva sedere dal lato dei giudici, non degli imputati. E questo si può anche capire. Ma non si può ammettere che, per puro fanatismo, la panzana fosse avallata anche da coloro che, come i comunisti italiani, non avevano la ragion di stato, per mentire. Essi dunque negavano la responsabilità sovietica del massacro esclusivamente perché questo andava contro gli interessi del comunismo. Ecco un esempio di violazione della verità per motivi di partigianeria.
La pratica è eterna ed universale. Nella vicenda Dreyfus, una parte della resistenza alla revisione del processo nacque dalla preoccupazione di salvare l’onore dell’esercito e della sua magistratura. Ma il mezzo era inammissibile: non si poteva tenere un innocente all’Isola del Diavolo solo perché si sarebbero squalificherebbero i giudici che l’avevano condannato. Per questo, la battaglia di Zola, modestissimo romanziere ma galantuomo coraggioso, rimarrà indimenticabile.
La tendenza a dare ascolto alle proprie passioni piuttosto che alla propria intelligenza è fin troppo corrente. Tiziano Terzani, considerato un grande giornalista, confessò, decenni dopo, di non aver inviato reportage onesti dal Vietnam e dalla Cambogia perché, per amor di parte, “chiuse gli occhi” e nascose molti fatti. E per questa confessione è stato lodato! In realtà, visto che già sul momento si sapeva come stavano le cose, il suo giornale, se fosse stato serio, avrebbe dovuto licenziarlo. Ma era anch’esso fazioso.
..
(per proseguire nella lettura clicca qui)  
 Giannipardo@libero.it, 27 agosto 2004

Una stampa malata di odio per Bush che non racconta davvero Najaf
<< Se il Vaticano avesse taciuto durante l'assedio israeliano dei terroristi palestinesi asserragliati nella basilica della Natività a Betlemme, se nessuna gerarchia cattolica avesse preso posizione, sarebbe stato chiaro, perfino ai giornalisti, che quel silenzio aveva un enorme peso politico.
Sarebbe stato evidente che quel tacere significava acconsentire all'operato delle truppe israeliane ed esprimere una condanna per il gesto blasfemo dei terroristi assassini che usavano lo scudo di un luogo sacro per garantirsi l'immunità. Com'è noto, così non fu.
Il Vaticano e la gerarchia cattolica si fecero sentire e non contro gli assassini e blasfemi che stavano insozzando di escrementi la Basilica, ma contro la decisione del governo Sharon di assediarli.
Per settimane invece, dal 5 agosto, ha taciuto, compatta, la gerarchia sciita di Najaf, a fronte del cruento assedio dei miliziani sciiti di Moqtada al Sadr che usano il Mausoleo di Ali come i loro colleghi terroristi palestinesi usarono la Basilica della Natività. Ma nessuno, men che meno i giornalisti, ha fatto mostra di comprendere che cosa quel silenzio abbia significato. I marine americani hanno sparato per settimane in tutta Najaf, sono arrivati a 200 metri dal Mausoleo, presidiando il cimitero, l'aviazione ha distrutto case.
Ma non una parola di condanna è venuta dal grande ayatollah al Sistani, dagli altri ayatollah della Marjia, dagli ayatollah iracheni delle altre città.
Hanno protestato, invece, gli ayatollah iraniani, gli Hezbollah e gli ulema sunniti dei Fratelli musulmani. Ma la loro protesta non ha trovato un seguace, uno solo, tra gli sciiti iracheni.
Il quadro è inequivocabile: la gerarchia sciita è stata solidale con l'azione delle truppe americane e del governo iracheno, non vedendo l'ora di riavere il controllo di Najaf e dei luoghi santi e accettando di trattare con Moqtada soltanto dopo che le sue milizie sono state pesantemente indebolite dalle azioni militari americane e irachene.
Per questo, prima ha taciuto, poi ha organizzato una marcia su Najaf contro il mullah ribelle e i suoi quaranta ladroni e non, come la stampa afflitta dalla sindrome Michael Moore ha lasciato intendere, contro gli americani
...>>
(clicca qui per continuare nella lettura dell'articolo di Carlo Panella per il Foglio 27 agosto 2004

CREATIVE COMMONS
" Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato "
 
" Io vado nei posti presentato, preparato, cerco alleanze. Mica vado lì così...se no ti rapiscono! Sei bianco, occidentale… cosa vuoi! Però sei hai gli amici giusti..."


Questo scriveva Baldoni sul suo blog e in una intervista concessa  prima di partire per l'Iraq.

"Ci sarà figa, a Baghdad?"
"
... ho trovato l'obiettivo di questo viaggio: stare venti giorni spaparanzato nella piscina del Palestine. Posto tranquillo, pochi turisti... Chissà se c'è figa, a Baghdad."
Così, pochi giorni fa, Enzo Balboni, con ironia,  commentava sul suo blog l'arrivo a Baghdad.  In realtà Balboni, pubblicitario e giornalista freelance  per il settimanale Diario, al seguito di un convoglio della Croce Rossa voleva raggiungere la città santa di Najaf e intervistare Moqtada Al Sadr, il capo della rivolta dei miliziani del cosiddetto <<Esercito del Mahadi>>.
Poi,  purtroppo, le cose si complicano.  Per l'esplosione  di una mina, il convoglio della CRI  è costretto a tornare indietro. Balboni prosegue per Najaf insieme ad una
troupe della RAI. Arrivati a Kufa, una decina di chilometri da Najaf, la troupe della RAI, vista la pericolosità della situazione sul terreno, decide di tornare a Baghdad. Balboni resta, da quel momento se ne perdono le tracce, 
non si trova più. 

Dopo qualche giorno di incertezza, ieri nel solito filmato passato da Al Jazeera, ecco: "Sono Enzo Baldoni, vengo dall'Italia, ho 56 anni, sono un giornalista, sono venuto per scrivere un libro sulla resistenza irachena, e faccio volontariato per la Croce Rossa" seguiva comunicato di un fantomatico gruppo che si dice vicino a Bin Laden, l'Esercito islamico in Iran: "Entro 48 ore vogliamo una dichiarazione dal governo italiano e dal suo premier Silvio Berlusconi, nemico dell'Islam, che si impegni a ritirare le truppe italiane dall'Iraq". In caso contrario, si afferma nel video, ne risponderà l'ostaggio.
Insomma, Enzo Balboni, andato in Iraq per scrivere un libro sulla "resistenza irachena" (sic) per la quale apertamente parteggiava,  è stato rapito sulla strada per Najaf dalla "resistenza irachena".  Si attendono sviluppi.
(cp. 25.08.2004)
Per ora,   dal Barbiere della Sera , pubblichiamo questo pezzo:
Caso Baldoni. E alla domenica faccio il giornalista di Terronzio

Sono pochi, ma ci sono. Sono quei due/tre che mi hanno scritto per manifestare apprezzamento nei confronti di quello che ho scritto (in barba alla grammatica e alla punteggiatura, lo so, perdono Barbiere). Ecco, questa e’ un’ottima occasione per farli imbestialire
Il giornalista e pubblicitario Enzo Baldoni e’ stato rapito. E’ una frase piccola. Didascalica. Ma a me fa venire i nervi.

Si perche’, non ci piove che io stia tutto intrecciolato (ivi comprese le dita dei piedi) augurandomi che questo signore la sfanghi. Permettetemi pero’ di contraddire i tanti/troppi che lo definiscono giornalista.
Nessuna delle sue corrispondenze mi ha particolarmente impressionato e aggiungo che, in questo caso, il suo pressapochismo nell’organizzare le spedizioni e’ costato la vita a una parsona Ghareeb, l’autista iracheno.
Si puo’ dire quello che si vuole (il Ghareeb era una persona adulta, sapeva quello che faceva, poteva rifiutarsi di accompagnare l’italiano eccetera, eccetera), ma tutti quelli, fra i frequentatori del sito, che abbiano bazzicato paesi difficili, lo sanno come funziona.
In posti dove il lavoro non esiste, sono tanti quelli disposti ad andare nel fuoco pur di poter sfamare la propria famiglia. Esattamente come l’autista di Baldoni.
Spero sinceramente che, quando questo persona tornera’ in Italia, il Diario non dimentichi il suo stile e non ne approfitti per balzare sul carro di quelli che si diranno amici del Baldoni.

L’uomo verra’ invitato al Maurizio Costanzo e mi auguro che otterra’ anche nuovi clienti. Si, perche’ il Baldoni di mestiere fa il copy-writer, fra i suoi clienti Eni, McDonald ed altre grandi aziende.
Poi pero’ al fine settimana, il nostro si mette la tutina da Superman e va a giocare all’inviato di guerra.
Lo ha fatto in Colombia (dove io ho vissuto a lungo) ed e’ tornato con delle splendide testimonianze sulle Farc. Io li considero un branco di assassini che vivono di narcotraffico, sequestri e taglieggiamenti, lui li vede invece come un gruppo con un’agenda politica.
La sua analisi sociologica del paese (“uffa, che palle non mi hanno ancora rapinato”, dal sito) la dice lunga sullo spirito da avventuriero con cui affronta le sue imprese.
Memorabile la sua intervista a Tirofijo, un fanatico che sta da anni rintanato nella selva colobiana e che semplicementre non accetta l’autorita’ dello stato (che sia Uribe o un altro non ha nessuna importanza).
Taccio sulle semplificazioni a
proposito del sequestro su Ingrid Betancourt perche’ sarebbe troppo lungo piegare.
Poi il Baldoni va a Baghdad. Si fa fotografare con un kalashinkov (“possibile che finisca sempre con un kalashinkov in mano?” gigioneggia sul suo sito), si commuove di fronte ai bimbi feriti (la guerra, tutte le guerre, sono mostruose per questo) e fa errori che non farebbe un ragazzino alle prime armi.
Ahi voglia che il giornalista Rai, Pino Scaccia, lo avverta che e’ troppo pericoloso continuare. Lui, no. Il novello Hemingway se ne fa un baffo delle pallottole ("dai, t’immagini se intervistiamo Moqtada?”,). Lui va. “Palle fredde”, dice. Ottima frase. Incipit degno del titolo di un libro.
Eh no caro signore. Il giornalismo non e’ un gioco. Lei potra’, come tanti altri che tutto sono fuorche’ giornalisti, scrivere sul Venerdi’, sullo Specchio, Lei potra’ anche “ficcare il naso dove i governi non vorrebbero: dal Chiapas alle fogne di Bucarest, dallo sterminio dei Karen birmani ai massacri di Timor Est, dal lebbrosario di Kalaupapa ai dissidenti cubani fino alle montagne della Colombia dove si annida il più potente esercito guerrigliero del mondo”, ma per favore non dica di essere giornalista.
Non e’ serio lavorare per le grandi corporazioni e per i grandi marchi e poi fare il difensore di deboli e oppressi.
Non si va nei posti di guerra come se si andasse a una gita domenicale. Per sentirsi realizzati e magari un po’ piu’ vivi. La sua avventatezza e’ costata la vita a una persona. Se, come Le auguro, riuscira’ a sfangarla anche questa volta, lo vada a spiegare alla famiglia di uno sconosciuto autista iracheno.


CORNUTISTI ITALIANI
Bella e affascinante la storia, tutta ferragostana,  dell’assessora piacentina (in foto)  Manuela Bruschini dei Comunisti Italiani. “Party satanico” l’hanno chiamato. E l’assessora  c’aveva   le corna. Scandalo? Ma no, di sicuro una goliardata, forse di cattivo gusto (come scrivono nel loro sito i Comunisti Italiani, partito dal quale proviene l’assessora);  robetta in confronto a quanto il papà dell’assessora, anche lui assessore (!), ma in Regione Emilia Romagna,   anche lui per conto dei Comunisti Italiani, ha combinato.

L’assessore, che tra le deleghe ha quella sulla caccia, ha infatti dato il via libera, nel silenzio dei media che s’infiammano per le corna finte della figlia,  ad una legge regionale ammazza-tortore, legge approvata dal Consiglio Regionale. L’assessore regionale, nel merito,   ha dichiarato: "La Tortora dal collare, è una specie non originaria del territorio italiano che, oltre ad entrare in competizione con la specie autoctona, a causa dell'eccessiva prolificazione soprattutto in ambiente cittadino, spostandosi nelle campagne arreca danni evidenti alle colture, in particolare alle oleaginose".
Si, come scriveva Giovenale, è  difficile astenersi dallo scrivere satire...  infatti.
(cp. 24.08.2004)


SON BATTISTI E ME LA BATTO
Cesare Battisti - condannato, a cavallo degli anni ottanta, dai tribunali  a due ergastoli per quattro omicidi e,  dopo la fuga dal carcere italiano,   rifugiatosi in Francia  ed ora in attesa di estradizione-  è di nuovo scappato. 
Anzi no, dicono i suoi avvocati,  forse è impazzito...  oppure si è suicidato.
Questo, secondo il comunicato stampa dei suoi avvocati, sarebbe il destino dell'esecutore materiale di due omicidi e del  mandante e organizzatore di altri due ( 6 giugno 1978, a Udine: ammazzato il maresciallo Antonio Santoro;  19 aprile 1979, a Milano: muore il poliziotto Andrea Campagna;  a un terzo omicidio, quello del macellaio Lino Sabbadin, ucciso a Mestre il 16 febbraio '79, partecipò facendo da copertura armata;  per il quarto, quello del gioielliere di Milano Pierluigi Torregiani, anche questo avvenuto il 16 febbraio '79, fu condannato come organizzatore)
Ecco il Comunicato Stampa degli avvocati di Cesare Battisti:

<<Veniamo a conoscenza che Cesare Battisti non si è presentato il 21 agosto 2004 all'appuntamento settimanale per il controllo giuridico.
Noi l'abbiamo incontrato recentemente e ci siamo resi conto in questa occasione che sopportava sempre più male, sul piano psichico, il tormento dei media, della giustizia e della polizia che gli è stato improvvisamente imposto dopo anni di vita famigliare e professionale vissuta alla luce del giorno e con l'accordo delle più alte autorità del nostro Paese.
Il cambiamento brutale di una politica così permanente, perpetrata nei confronti dei rifugiati italiani degli "anni di piombo" quando ufficialmente beneficiavano di un asilo consolidato da oltre un quarto di secolo da tutti i governi della Francia, non può che generare delle conseguenze umane la cui estrema gravità interessa oggi famiglie intere e i loro figli.
Non sappiamo attualmente cosa accade a Cesare Battisti, ma il referto medico che ci è stato dato, effettuato recentemente dal Dottor Hervé Boissin, Medico Esperto presso la Corte di Appelo di Parigi, Medico membro del Comitato Medico ministeriale del Ministero dell'Interno e della Prefettura di Polizia, rinforza le nostre inquietudini.
E' urgente di porre fine a questo rinnegazione dei diritti acquisiti da donne ed uomini che la Francia ufficialmente si era impegnata a proteggere.>>
Irène TERREL, Jean-Jacques de FELICE


MA MI FACCIA IL PIACERE!
COMMENTI ALL'INTERVISTA A FASSINO DI PAOLO FRANCHI CORRIERE DELLA SERA.
(clicca qui per il testo dell'intervista)

Fassino vanta l'apertura mentale di Togliatti dicendo che "il primo volume pubblicato dagli Editori Riuniti non è Il Capitale di Marx ma il Trattato sulla tolleranza di Voltaire". Ci risulta che Togliatti (autore della prefazione) ne aveva studiato l'applicazione comunista all'hotel Lux di Mosca, e ancor di più ne avrebbe saputo se qualcuno fosse potuto tornare a parlargliene dalla Lubianka.

Secondo Fassino, Togliatti ha lottato "all'interno stesso del Pci nel '45 contro chi voleva <fare come in Grecia>" (cioè scatenare la lotta armata per il comunismo).  Ma il caro Piero non dice che ciò ha fatto seguendo gli ordini di Stalin e in base a ciò che s'è convenuto chiamare gli accordi di Yalta. Se invece Stalin avesse ordinato di fare la rivoluzione, Togliatti ci avrebbe provato eccome. Di Gromiko si diceva che se Stalin gli avesse ordinato di sedersi sulla stufa rovente egli ci si sarebbe seduto e non si sarebbe alzato se non autorizzato. Anche Togliatti, se era sopravvissuto, aveva un culo d'amianto.

In una domanda, Paolo Franchi afferma che "le sue [di Togliatti] scelte,  e le sue svolte,  non erano affatto in contraddizione con la strategia di Stalin e dell'Urss".  Questo sì si chiama "coraggio della verità". Sarebbe come dire che le scelte e le svolte di Göbbels non erano poi molto in contraddizione con quelle di Hitler.

"E di Togliatti,  cosa resta?" chiede Franchi.  Uno pensa alla risposta: "La vergogna d'avere avuto un simile leader". Invece Fassino conclude solenne: "l'idea che un partito non si fonda sull'ideologia,  ma sulla sua capacità di mettere radici nella società,  e di esercitare una funzione nazionale".  Esercitare una funzione nazionale. Mettere radici nella società. Infatti, non appena caduta la minaccia dell'Armata Rossa, tutte le Repubbliche Popolari hanno lo stesso continuato a votare a favore di un regime comunista.

Se fosse stato Totò ad intervistare Fassino, alla fine gli avrebbe dato una bella spinta sul gomito esclamando: "Ma mi faccia il piacere!"

Giannipardo@libero.it, 22 agosto 2004

Massima del giorno
Il singolo applica senza perplessità la legge morale corrente solo se deve giudicare il comportamento di un altro.
G.P.


MOLLICHINE
Berlusconi ha accolto Blair scamiciato e con la bandana sarda. Pare che prima gli abbiano tolto il doppio petto con la fiamma ossidrica.

Bush: 70.000 militari americani di stanza all’estero torneranno negli Stati Uniti. Yankees, come home. 

1.500 detenuti palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame.  Nessuna protesta,  invece,  dalle vittime degli attentati.

Morto un cavallo nel Palio di Siena. Aperta un’inchiesta per conoscere le dimensioni della Piazza del Campo sotto il governo Berlusconi. 

Dio ha dato agli arabi il petrolio come dimostrazione della sua benevolenza. E del fatto che con i cristiani è un po‚ in freddo.

L’Italia non va male, all’Olimpiade. Come tutte le dittature, eccelle negli sport.

Nuove minacce terroristiche all’Italia: “E‚ giunto il tempo, l’ora zero s’è avvicinata. Abbiamo preparato i vostri sudari: dite addio alla vostra vita”.  Hanno letto troppi discorsi di Mussolini,  questi. 


Blair non è simpatico alla sinistra italiana. Ha l'occasione di coabitare con Berlusconi e non gli mette nemmeno il veleno nel caffè!

In televisione tutte le rievocazioni storiche riguardano la Seconda Guerra Mondiale. Prima, c’è stato il Neolitico.

Blair e Bush hanno auspicato il miglioramento della situazione a Najaf.  Hanno auspicato.  Poi,  stanchissimi,  sono andati a dormire.

Ipotesi di mediazione vaticana per Najaf.  Per esempio: voi vi convertite al Cristianesimo e noi vi lasciamo rifugiare in S. Pietro.

Pisanu: dietro l’ordigno a Porto Rotondo c'è il terrorismo sardo. E non le Dame di San Vincenzo, come pensavate voi.

Arafat non esclude se stesso dalle responsabilità per la corruzione nell’Anp. Come se il Papa dicesse: perfino io potrei essere cattolico.

Casini esalta De Gasperi: “Ora è patrimonio comune”.  Anche di Rc e Comunisti Italiani? Urge ripasso di storia.

Giannipardo@libero.it


SAPER PERDERE
Saper perdere è difficile. Non che saper vincere sia facile. Infatti il vincente deve avere preoccupazioni di buon gusto, deve mostrare magnanimità, deve affermare d'apprezzare il proprio avversario, al limite cercargli scuse per la sconfitta. Ma sono difficoltà esteriori, per così dire. Nel suo intimo, colui che appare il più nobile e magnanimo dei vincitori può essere convinto che l'avversario era una verme e meritava d'essere schiacciato. Il suo sforzo di comportarsi con eleganza è compensato dalla vanità d'essersi mostrato stimabile e generoso nella vittoria.

Il perdente invece ha una situazione molto più difficile. Se ha buon senso, comunque siano andate le cose, deve dirsi che la sconfitta è stata meritata, in base al sacrosanto principio, formulato da Tucidide, per cui "nessun vincitore crede mai alla fortuna". E per conseguenza non si deve mai invocare la sfortuna. Se qualche anima buona parla di sfortuna, e persino se lo fa il vincitore, il perdente deve dire sorridendo: "Vi ringrazio, di certo c'è che il mio avversario è stato più bravo di me".

Se questo comportamento già sembra difficile, ancor più difficile è la difficoltà intima, cioè quella di fare quanto sopra credendoci. Si tratta di confessarsi le ragioni della sconfitta. Non basta limitarsi a dire: “e va bene, ho perso", bisogna arrivare a dire: ho perso perché il mio avversario era più intelligente di me; oppure era più colto di me; oppure perché ha sgobbato di più; oppure perché è stato più tenace, perché è stato più forte, persino perché è stato più figlio di puttana di me, se era questo che si richiedeva per vincere. Bisogna riconoscere il superiore valore del vincente e non è una cosa non facile, visto che va contro l'istinto di conservazione. Ma è una cosa doverosa, se si ama la verità e la salute mentale.


Ovviamente tutto questo non significa che ci si debba arrendere facilmente. Se si crede di meritare la vittoria ed è possibile, bisogna chiedere la rivincita. Ma se la conclusione è la sconfitta, bisogna saper mettere punto alla propria voglia di vittoria. Se la sconfitta è senza rimedio, è inutile stare a lamentarsi, a recriminare, ad annoiare gli altri con i nostri lai. Non solo non si guadagna nulla, ma in questo modo una sconfitta è sottolineata, amplificata e resa dieci volte più umiliante. Gli eccessi melodrammatici come strepitare, accusare tutto e tutti, minacciare la fine del mondo sono solo inammissibili comportamenti infantili. Che possono provocare il disprezzo del vincitore ed anche degli involontari testimoni, anche se amici.

Se sconfitti, bisogna abbreviare gli adempimenti finali e i commenti e cercare di passare al capitolo seguente. I funerali solenni non prolungano la vita del morto. Se la donna che amiamo ci dice improvvisamente di non amarci più, è inutile stare a dirle quanto l'amiamo noi. Se vuole andarsene, è inutile stare a dirle quanto male ci fa. Perché tutto questo non la tratterrà. Se è stanca di noi, le scenate, i pianti, le implorazioni la faranno andar via ancor più velocemente. Perché le confermeremo che stare con noi è una sofferenza.

Anche se sembra crudele, l'unica cosa sensata che si può dire all'amato o all'amata che ci lascia è: "ti auguro di essere felice". Ogni altra reazione è meno vantaggiosa.

Giannipardo@libero.it
P.S. Poiché ho vissuto molti anni fa l'ultima situazione di cui qui parlo, e poiché mi sono comportato come raccomando di fare, potrei aver torto, nella teoria, ma avendo già pagato il conto ho il diritto di formularla.

LA PADELLA O LA BRACE?
Il sindaco di Roccaraso, posto in custodia cautelare per concussione, si è suicidato. La legge prevede la custodia cautelare quando ricorrano i pericoli d'inquinamento delle prove, reiterazione del reato, o fuga. Se essa avvenisse realmente e soltanto per tali motivi, sarebbe un provvedimento rarissimo. Viceversa, una grande percentuale dei detenuti è in attesa di sentenza definitiva. C'è dunque qualcosa che non va.

Bisogna innanzi tutto sgombrare il terreno dal desiderio di dare un significato al suicidio in carcere. Esso può essere  la  conseguenza d'una  insopportabile  vergogna,  e dunque un'ammissione di  colpevolezza,  come  può   essere l'estrema protesta d'un innocente che non sopporta d'essere trattato come un delinquente.  Nel singolo  caso non si può affermare nulla. I fatti non li conosce perfettamente neppure il magistrato il quale in effetti ha disposto la carcerazione in corso d'inchiesta e in presenza di "pericoli", non di certezze.

Purtroppo, i motivi per cui gli inquirenti dispongono la carcerazione sono spesso diversi da quelli previsti. I magistrati reputano che, stante la lentezza e l'inefficienza della giustizia italiana, se una persona colpevole d'un grave reato non è arrestata subito, rischia di non fare mai un giorno di carcere. O di farlo tanti anni dopo il misfatto che è come se la carcerazione non avesse più relazione col reato. Questo atteggiamento nasce dalle migliori intenzioni ma è nefasto. L'inquirente deve fornire le prove al giudice, non ergersi a giudice lui stesso. Non deve credersi, come troppo spesso avviene, investito del dovere etico di fare giustizia. Quasi dicesse: "Lo so, a rigore di termini non ricorrono i presupposti della carcerazione, ma l'imputato per me è colpevole ed io intanto gli faccio scontare almeno una parte del suo misfatto". Questo è moralmente e giuridicamente inammissibile.

Una seria repressione di questo comportamento degli inquirenti sarebbe però resa difficile dal fatto che nel nostro paese tutti disprezzano la lettera della legge. Tutti "guardano alla sostanza". Anni fa Andreotti e il suo governo vararono in fetta e furia un provvedimento per impedire che dei mafiosi, in applicazione delle disposizioni vigenti, uscissero di galera: legge o non legge gli italiani volevano quei signori in carcere. I romani definivano il privilegio lex in privos lata un provvedimento fatto apposta per dei singoli. Odioso se a favore di qualcuno ma ancor più odioso se contro qualcuno. E tuttavia gli italiani, se i mafiosi fossero stati scarcerati,  non che ammirare il rispetto della legalità da parte del governo, avrebbero accusato Andreotti d'essere affiliato alla mafia.

Venendo ad un caso più recente, se in Italia tutti fossero convinti della colpevolezza di Anna Maria Franzoni, chi tratterrebbe la gente e i giornalisti dal dire che è uno scandalo vedere la spietata assassina del proprio stesso figlioletto vivere libera, dopo essere stata condannata a trent'anni di carcere?

Se la maggior parte degli imputati di reati allarmanti fosse fuori, lo scandalo sarebbe grandissimo. Si vedrebbe libero, e magari intervistato da giornalisti e televisione, qualcuno che la stessa magistratura, con sentenza di primo grado, ha definito un assassino, uno stupratore, un incendiario. L'Italia non ha queste tradizioni garantiste. Gli Stati Uniti hanno potuto sopportare senza crollare l'assoluzione di O.J.Simpson, in Italia per un O.J.Simpson si griderebbe che è necessario riformare il codice da cima a fondo e forse si cercherebbe di mandare in galera la giuria che l'ha assolto.


Il sostituto procuratore diviene duro perché si sente un baluardo a difesa della società. Una persona normale non riuscirebbe a mangiare e dormire, dopo avere assistito all‚autopsia d‚un cadavere dissotterrato dopo un mese, mentre il medico legale, dopo quell'esperienza repellente, scherza con la famiglia, vive come al solito e fa sogni d'oro. È abituato ai cadaveri, anche puzzolenti e deformi. Nello stesso modo il magistrato vuole difendere la società e si abitua all‚idea di provocare immensi dispiaceri al prossimo, magari per poi concludere che l'accusa era infondata. "Ci fa il callo". E in inglese "callous" significa calloso ma anche "che non sente emozioni o simpatia per gli altri".

Proprio questa situazione psicologica giustifica la separazione delle carriere. Il giudicante non deve acquistare, neanche pro tempore, la mentalità del poliziotto che vede in una persona normale un sospetto e in un sospetto un colpevole. Il potere di disporre la carcerazione deve appartenere ad un vero giudice, come avviene negli Stati Uniti: non al magistrato inquirente. Certo, da noi c'è il Tribunale della libertà, ma interviene così raramente da essere insignificante. Ricordiamo soltanto che ha liberato, che caso! quella Franzoni di cui parlavano tutti i giornali.

La separazione delle carriere e la carcerazione preventiva disposta dal giudice terzo non risolverebbero il problema, tuttavia. Rimarrebbe il rischio della prigione disposta da un giudice superficiale o il rischio della libertà d'un pericoloso criminale, magari con reiterazione del reato. La soluzione risiede nella riduzione dei tempi della giustizia. Se la giustizia fosse rapida la gente vedrebbe presto e definitivamente in galera colui che la magistratura inquirente non ha arrestato, oppure vedrebbe presto e definitivamente fuori l'innocente che la magistratura inquirente ha incautamente arrestato.

Attualmente, l'unica cosa che si potrebbe fare sarebbe reprimere nella maniera più risoluta la tendenza alle manette facili. Ma abituandosi all'idea di vedere in giro, il giorno dopo l'arresto, un assassino o lo stupratore di nostra figlia. La padella o la brace?

Giannipardo@libero.it, 18 agosto 2004


Fiabe e leggende
"Gli italiani non hanno alcun collegamento storico e culturale con l’antica Roma, ed hanno inventato leggende su personaggi mai esistiti, come Giulio Cesare, al solo scopo di giustificare la loro presenza in Italia, una terra che invece appartiene all’ Islam, come è testimoniato dalla presenza dei musulmani in gran parte del territorio nel corso di molti secoli.
Platone e Socrate per i greci, Ferdinando ed Isabella per gli spagnoli, e chissà quanti altri nomi celebri che affiorano nella nostra memoria scolastica non hanno altra funzione che questa: accreditare, pur non essendo mai esistiti, un preteso diritto di un popolo nei confronti di un territorio che in realtà non è suo, ma dell' Islam.
E poi…quella storia di San Pietro arrivato a Roma per fondarvi la Chiesa cristiana, e quell’ altra che proprio in questi giorni si è concretizzata nel pellegrinaggio a Santiago de Compostela…servono solamente a far credere che in questi paesi europei si sia radicata in tempi antichissimi una religione che invece non vi è mai stata il culto dominante.

No, non siamo impazziti. Abbiamo semplicemente trasferito nella nostra realtà europea il contenuto di un programma educativo della rubrica culturale trasmesso dalla televisione nazionale palestinese tra la fine di luglio ed i primi di agosto, trascritto e tradotto in inglese da Palestinian Media Watch...
"
Su Informazione Corretta, Federico Steinhaus firma un articolo dal titolo «Fiabe e leggende: Mosè, Salomone, Giulio Cesare, Platone, San Pietro…»

Per  continuare nella lettura, clicca qui

IL TERRORISMO HA GIÀ VINTO?
Il terrorismo ha già vinto, dice qualcuno, perché ci fa vivere nell'inquietudine. Ma anche gli incidenti stradali non sono male, in questo campo. Dunque non è la probabilità scientifica del pericolo, che ci fa vivere nell’inquietudine: è qualcos’altro.
In ogni città basterebbe sapere che c'è in giro un pazzo che spara alle natiche della gente con un fucile a piombini per creare un allarme generalizzato. A causa dell'appassionato, trepido e materno amore che ciascuno sente per se stesso, creare la sicurezza è difficile, creare l'insicurezza è fin troppo facile. Non è una vittoria di cui vantarsi. Basti dire che al riguardo è stato sufficiente mettere un po’ di candeggina, con una siringa ipodermica, in alcune bottiglie d’acqua minerale del supermercato, per ottenere la prima pagina di tutti i quotidiani.
Molto dipende dal fatto che i giornali e le televisioni vivono di notizie. Più esse sono gonfiate, allarmistiche, catastrofiche, più vendono. Un telegiornale come “Studio Aperto” (da qualcuno chiamato “Telecomare”) è un buon modello, in questo campo. Le parole che vi si sentono più spesso, pronunciate con evidente voluttà, sono “paura”, “pericolo”, “tragedia”: anche per normalissimi, anche se tristi, fatti di cronaca.
Si può in realtà sostenere che, almeno fino ad ora, il terrorismo ha perso. Sul campo. Se, dopo l'undici settembre 2001 avesse realizzato altri attentati spettacolari, al ritmo medio di uno ogni due mesi, il mondo starebbe vivendo in un incubo. Il trasporto aereo sarebbe peggio che dimezzato, avremmo paura a bere un bicchiere d’acqua, ad entrare in un supermercato, ad andare al cinema o allo stadio. Invece, da allora, minacce, minacce e sempre minacce. Le minacce - come sanno tutti i ragazzi che sono andati a scuola - sono la caratteristica dei professori privi d'autorità naturale. Can che abbaia non morde. E se morde troppo raramente, si pensa ad un accesso di pazzia piuttosto che ad una seria aggressività. Perfino l’orrore, se a piccole dosi e lontano nello spazio, diviene monotono. Le decapitazioni perpetrate da immondi terroristi, in Iraq, non hanno più i grandi titoli.
Se avesse potuto, la (probabile) buonanima di bin Laden avrebbe organizzato altri disastri. Invece i terroristi sono fermi alle autobombe per le strade, in Iraq. Che è come sparare sulle Croce Rossa, visto che il paese non è preparato a questo genere di guerra. In Israele infatti la vile impresa di uccidere degli innocenti riesce sempre meno.
I terroristi, anche se occasionalmente possono effettivamente colpire, sono gli specialisti delle rodomontate. La gente s'impaurisce, coloro che ragionano e coloro che guidano i vari paesi, li valutano per quello che sono. Pericolosi, tali da indurci a prendere contromisure, ma non capaci di vincere o di rovinarci la vita.
Giannipardo@libero.it , 16 agosto 2004


Massima del giorno
Il grande compito che ciascuno deve dare a se stesso è quello di credere che dicano una verità più grande i cimiteri che i supermercati. 
G. P.


MOLLICHINE
“Nessuna prova di genocidio nel Darfur”, ha detto la missione Ue. Come avrebbe detto Don Ferrante,  il genocidio, non essendo né so
stanza né accidente,  non esiste.

Pecoraro Scanio: “Serve una politica internazionale sull'immigrazione”. Un momento, ma che succede? Non è una sciocchezza!

Giovanardi: “Udc e radicali hanno grandi differenze, forse qualcuna incolmabile”. Per esempio,  i radicali sono pazzi e simpatici,  gli Udc no.

Rita Levi Montalcini: “Non condivido la decisione inglese [sugli embrioni].  Si capisce perché i cardinali ultraottantenni non sono ammessi in conclave.

Pisanu: Italia e Germania considerano l'immigrazione un “problema europeo”. E meno male.  Sbagliassero indirizzo, favorirebbero l'Australia.

L'Osservatore Romano ha parlato di un “nuovo tentativo di scardinare il progetto creativo di Dio sull'uomo”.  Il progetto manoscritto e firmato da Dio è in allegato.

Gli uomini di al Sadr hanno giurato di "morire da martiri".  Ma si sa come vanno poi le cose: vivranno da reduci.

In California annullati i matrimoni gay. Strano.  Se fosse per impotentia generandi sarebbe la prima volta.

Moktada al Sadr: "Hanno sostituito Saddam Hussein con un governo peggiore del suo". Chi è il suo ghost writer, Marco Rizzo?

giannipardo@libero.it

LA PENA DI MORTE
Qualcuno s'è dichiarato contro la pena di morte in ogni caso, cioè anche contro la pena di morte di chi la merita, con qualunque metro ciò si voglia stabilire. E questa è un'opinione perfettamente lecita. Ma qualcun altro l'ha fatto sostenendo con orrore che si tratta d'una barbarie, d'una vendetta privata esercitata dalle istituzioni, sicché "lo Stato vieta la vendetta privata ma poi la compie esso stesso; vieta d'uccidere e poi esso stesso uccide". E questo è un argomento del tutto inconsistente.

Si può essere contro la pena di morte senza usare argomenti assurdi. Non si possono infatti trattare da barbari paesi che ancora oggi (gli Stati Uniti), o fino a un ieri recentissimo (Gran Bretagna, Francia, Spagna), hanno mantenuto questo istituto penale. Diversamente faremmo un ragionamento astratto. I paesi civili - tutti -  hanno avuto tanto a lungo la pena di morte che è storicamente impossibile dichiararla una barbarie. Essa è stata fra le istituzioni dello Stato della Chiesa fino al 1970.

Per quanto riguarda il concetto per cui lo Stato compie pubblicamente una vendetta privata, non che negarlo e scandalizzarsi, è facile rispondere che il potere pubblico di punire è fondato proprio su questo. Il potere avoca a sé la vendetta solo per essere sicuro che sia giustificata e commisurata all'offesa: ma essa rimane un diritto insopprimibile dell'uomo. La Bibbia l'ammette (occhio per occhio, dente per dente) e lo stesso Rousseau sostiene che gli uomini hanno "contrattualmente" rinunciato a farsi giustizia delegando questo compito allo Stato. Punendo il colpevole (e  agendo anche per fini di "prevenzione generale"), esso è un delegato della parte offesa.

Un paradigma simbolico è la scena, mille volte vista al cinema, dello sceriffo che impone a tutti di lasciare le armi all'ingresso del paese. L'uomo della legge deve essere armato, gli altri no. Ed è inteso che se qualcuno è aggredito sarà lui, a difenderlo; se qualcuno sarà ucciso, sarà una giuria di cittadini o lo stesso sceriffo (se fin troppo sbrigativo) ad uccidere l'assassino: in nessun caso è incoraggiata la vendetta privata. Ma non perché non sia in sé lecita, quanto perché il lasciarla in mani private comporterebbe dei rischi. Rischi di eccessi, di errori di persona, di faide familiari infinite. Il potere pubblico si sostituisce la vendetta privata perché i deboli non avrebbero la forza di farsi giustizia e i forti potrebbero eccedere. Per questo nei film western si sente tante volte la frase: "Arrenditi, avrai diritto a un giusto processo". Il giusto processo non promette nulla di più e nulla di meno della giusta vendetta, se è stato commesso un reato.

Lo Stato ha il diritto di espropriare il cittadino della sua vendetta se lo rende ragionevolmente sicuro che esso essa sarà compiuta. Diversamente il cittadino il suo diritto se lo terrà e l'eserciterà a modo suo. Dopo la strage degli atleti israeliani all'Olimpiade del '72, i terroristi riuscirono a fuggire e i paesi presso cui si rifugiarono li protessero. Ma morirono lo stesso tutti, raggiunti dal Mossad dovunque fossero, anche anni dopo. Chi può biasimare gli israeliani, cui non sarebbe servito a nulla denunciare quei delinquenti alla locale polizia?

Quando lo Stato diviene "buono” e condona la vendetta altrui perde credibilità. Da un lato qualcuno cederà alla tentazione di farsi giustizia da sé, dall'altro la gente, esasperata, chiederà punizioni sempre più draconiane. I giornali scrivono scandalizzati che oggi negli Stati Uniti c'è una diffusa voglia di pena di morte ma dimenticano che proprio gli Stati Uniti hanno "beneficiato", prima di noi, d'una cultura del perdono, del recupero del colpevole ecc. Questo ha dato alle famiglie degli onesti e delle vittime la sensazione d'essere meno protetti dei delinquenti. A questo punto nasce una comprensibile amarezza e il desiderio di pene esemplari.

Se lo Stato vuole evitare un imbarbarimento del sistema repressivo deve cominciare col non renderlo troppo mite e chi è veramente contro la pena di morte dovrebbe tenersi il più lontano possibile dal perdonismo. È la rabbia di vedere il delinquente impunito che fa invocare la forca.

Giannipardo@libero.it


LE OLIMPIADI DI BEPPE
Me ne stavo lì,  davanti alla TV,   a guardare la lunghissima sfilata delle delegazioni degli stati che partecipano alle Olimpiadi.  Spettacolo di bandiere,  facce e colori.
Purtroppo,  c’era Beppe e commentava.
Certo, ero curioso - dopo averlo sentito, in premessa,  dire che "queste Olimpiadi rappresentano il mondo come lo vorremmo noi, tutti uniti, in pace, senza differenze''...-  ero curioso di  come  Beppe avrebbe commentato l'arrivo delle varie delegazioni.
Per uno che nei giorni scorsi, rivolgendosi agli USA,  ha scritto  questa roba: “"Ehi, voi! Com'è possibile aver sofferto per il terrorismo, aver combattuto per un secolo contro le dittature, aver accolto gente da tutto mondo, aver regalato al mondo dozzine di premi Nobel e Julia Roberts, e ritrovarsi tanto impopolari? Fatemi parlare con l'ufficio marketing!   La letterina potrebbe arrivare: magari sotto forma di voto per John Kerry, in novembre. Voi direte: ma la politica estera USA non cambierà da un giorno all'altro, il Patriot Act non verrà abbandonato, la spocchia verso l'Europa non può diventare, di colpo, intesa cordiale! Vero. Ma il marketing talvolta fa miracoli.” non m’aspettavo niente di positivo.
Infatti,  così è stato.   Il marketing,  il  “marketing preventivo” di Beppe - con tutte le premesse volpine e buoniste
di cui il nostro è un indiscusso maestro - in soldoni è  stato quello di parlar male, in diretta su RAI2,  degli USA e d’Israele e, contemporaneamente, esaltare le delegazioni palestinese, iraniana, saudita ...  financo quella cinese..
Ma il diavolo, si sa, fa le pentole ma non i coperchi,  e così, il giorno dopo ("queste Olimpiadi rappresentano il mondo come lo vorremmo noi, tutti uniti, in pace, senza differenze''),  un atleta iraniano si è  rifiutato di gareggiare con l'israeliano... e nessuno, nemmeno l'olimpico  Beppe,  ha detto nulla o scritto un rigo.
(cp, 15.08.2004)


FERRAGOSTO (!)

OLIMPIADI (!)









Alla faccia di Jeremy Rifkin...
Ho appena finito di leggere "Ecocidio" di Jeremy Rifkin (che in Italia pubblica la  berlusconiana Mondadori!). A questo Rifkin, gran guru no-global e gran furbone (un poco meno chi lo prende sul serio) divulgatore di tutti i luoghi comuni della lagna antimodernista ed ambientalista, può essere concesso tutto, ma  non può   raccontare bufale sulla ristorazione e sul presunto,  via Macdonald,  neocolonialismo gastronomico americano sull' Europa che sarebbe tutta un fermento in nome della "sovranità gastronomica" e del "rifiuto di una espropriazione culturale e gastronomica."
Come? Cosa?
Qui dovrei ricorrere, senza esagerare, alla storia di questo nostro vecchio continente e ricordare l'enorme cambiamento,  e il positivo valore aggiunto che  si ebbe  anche in cucina attraverso - a partire da Colombo e ancor prima con Marco Polo - le grandi esplorazioni transoceaniche e transcontinentali.
Ed allora,  vorrei portarvi con l'immaginazione nel Settecento dentro la bottega del farmacista Antonio Parmentier, una sorta di Vespucci culinario, dove le novità esotiche trovavano le più varie applicazioni diventando <<popolari>>, anche lì non senza gli anatemi e le scomuniche degli antimodernisti alla Jeremy Rifkin del tempo, talmente <<popolari>> da travolgere e trasformare l'economia agraria,  semplicemente con l'avventura dei nuovi sapori.
Il mais, la patata, il pomodoro, i fagioli, le melanzane per un verso; per un altro le spezie, il caffè, i datteri, le papaie, i fichi, le banane, i tamarindi.
Nuovi odori, nuovi sapori. Insomma,  tutto il bendiddio dell'esotismo seduttivo,  con o senza ong.
Qui, nel ricordo di quell'indio che, tra Cuzco e Machu Picchu, mi deliziava, masticando foglie di coca, raccontando della perizia,  dei suoi avi della valle dell'Urubamba, nel mescolare semi con semi e inventare nuove varietà più resistenti al freddo degli altopiani,  qui vi lascio.
Si, lo so ,  questi appunti informali - che orrore mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, dormire quando si ha sonno e scrivere quando si ha qualcosa da scrivere - sono solo la somma dei miei eccessi.
So anche che questo è un gioco che, come tutti i giochi, va fatto il più seriamente possibile, mettendo nella tastiera quel tanto o quel poco di notizie, nozioni, vocazioni, ricette, interpretazioni, informazioni che mi escono al momento,  cercando, almeno, di raccontare una mia verità.
E allora se, quando capita, mangio  hamburger,  dico che mangio gli hamburgers di cui no, non vado matto;  ai quali preferisco, senza alcun dubbio o perplessità, una bella pastasciutta al pomodoro e basilico.
Ma se son per strada e ho fretta,  certo che me lo mangio l'hamburger da Macdonald: un bell'hamburger con senape o salsa Rubra, e le patatine e la Coca Cola,  senza tirate autogiustificative.
Insomma,  non mi pongo limiti né ideologici né gastronomici, se non, per quel che conta e godendo solo un poco, alla faccia di Jeremy Rifkin...
(cp, 13.08.2004)


Valutazione dell’attendibilità delle minacce delle“Brigate Abu Hafs Al-Masri” Di Yigal Carmon*
Roma, 11 ago. - (Adnkronos/Aki) - Le presunte Brigate Abu Hafs Al-Masri hanno rinnovato le loro minacce all'Italia ripubblicando - con minime variazioni - il testo del comunicato diffuso ieri sui forum islamici all'interno del loro sito creato di recente sul portale hostinganime.com. Nel documento, dal titolo 'Esplosioni di Istanbul' il presunto gruppo terrorista oltre a rivendicare gli attentati che hanno colpito ieri la Turchia ricordano che anche il nostro paese rimane nel mirino del gruppo islamico. ''Tutti gli europei proveranno l'amarezza che provano gli iracheni e i palestinesi, sia a Istanbul che a Roma - ai legge nel documento - l'abbiamo tradotto nell'attentato di oggi cos? come in quello di Madrid e lo faremo in altri attacchi perch? quello di questa mattina era solo l'inizio. La nostra posizione ? chiara e su questa non faremo passi indietro''.
(Ham/Pe/Adnkronos) 11-AGO-04 17:07

"Negli ultimi due mesi, un’organizzazione che si definisce “Brigate di Abu Hafs Al-Masri” e che sostiene di essere legata ad Al Qaida ha indirizzato, nei suoi comunicati, una serie di minacce all’Europa e in particolare all’Italia, allo scopo di forzare il ritiro dall’Iraq di truppe europee e italiane.
Oggi ha pubblicato su un sito internet un nuovo comunicato, rivendicando l’attentato di ieri a Istanbul e annunciando che si tratta del primo di una serie di imminenti attacchi in Europa. Seguono una valutazione dell’attendibilità delle minacce e alcune risposte agli interrogativi sull’esistenza stessa di quest’organizzazione..."  continua, per continuare clicca qui
.

* Yigal Carmon e presidente di MEMRI

SERPENTI DI MARE
Ferragosto. Tempo di notizie che, di solito,   non fanno notizia. Roba di stagione, insomma. Eccolo, puntuale come un Intercity in orario,  il Pannella ruspante che, questa volta, chiede di fare il ministro. Le interviste al  carissimo Marco si sprecano, poi arriverà l'autunno e anche questa, come una foglia morta, se la porterà il vento.
Ma quest'anno,  la vera notizia - che abbiamo rubato a Dilloadalice - arriva dalla Finlandia.  
D'accordo, abbiamo già tutti la testa alle Olimpiadi 2004 in Grecia, ma vale davvero la pena ricordare che in agosto si terrà un'altra manifestazione sportiva meritevole di citazione, meno importante ma molto affascinante: i Campionati del mondo di lancio del telefonino!
Ebbene sì, in Finlandia (la patria della Nokia, l'azienda leader tra i produttori di cellulari), sull'isola di Riihisaari per la precisazione, si svolgerà la quinta edizione dei campionati del mondo del lancio di cellulare.
Un gesto sportivo, certamente, ma anche, se vogliamo, liberatorio.... una sorta di reazione a quello che sta diventando l'ombra e, per alcuni di noi, un'ossessione.... se siete da poco rientrati dalle vacanze estive e già non ne potete più del vostro telefonino che squilla in ogni momento e non vi dà pace, nessun problema: potete iscrivervi a questa competizione e liberarvene per sempre, evitando così di tenerlo spento o di vedervi apparire sul display l'imbarazzante scritta “chiamata non risposta”.
L'anno scorso è stato quello del record mondiale stabilito da Petri Valta (ovviamente finlandese) che ha lanciato un Nokia 5110 a 66,72 metri di distanza superando 94 atleti provenienti da tutte le parti del mondo (Australia, Italia, Stati Uniti, Russia, Germania, Gran Bretagna, Finlandia...). Nella sfida a squadre ha prevalso un team trasversale, denominato “All Ears”, composto da tedeschi, finlandesi e statunitensi. Nella categoria juniores si è invece affermato il giovane finnico Timo Pitko grazie ad un lancio di 25,40 metri. Due le tipologie di gara: quella soggetta a precise regole nello stile nel lancio, e quella a
“stile libero” (“Freestyle”).
(cp, 11.08.2004)


Massima del giorno 
Le uniche opere che il pubblico apprezza veramente sono quelle che ama malgrado l'opinione dei critici.
G.P.

MOLLICHINE
I missili anti-missile,  che vorrebbe Antonio Martino,  non sono un ossimoro.  Sono qualcosa come gli Udc in quanto alleati di governo.

Lo Statuto della Regione Toscana è stato contestato perché prevede "altre forme di convivenza" oltre al matrimonio. Un mio amico, che ha una gatta, è preoccupato. Teme di dover legalizzare la convivenza.

Baudo accusa la Rai: “E‚ stato un licenziamento incostituzionale". Vero. L'Italia è una repubblica fondata su Pippo Baudo.

Biondi: "Aiutiamo i radicali a entrare nell'alleanza di governo".  Ha ragione.  I radicali,  liberi,  sono un pericolo.

Scontri fra italiani e miliziani in Iraq. Il Premier: "Siamo con voi". Ma fuori tiro.

Un titolo: "Consob: sì ai nuovi soci Rcs ma senza Opa”. Chiaro,  no?

Taormina: un'impronta del killer nel caso Cogne. Una? Centinaia, se è stata la madre.

giannipardo@libero.it 8 agosto 2004

RUTELLI E IL SANT'UFFIZIO
  Rutelli ha affermato che, se il centro-sinistra andrà al governo, le riforme del centro-destra non andranno semplicemente annullate ma corrette e migliorate. A sinistra in molti l'hanno trattato da traditore e la cosa induce a riflettere.

Il fanatismo religioso è caratterizzato dall'assenza di dubbi. Non solo è vero il nocciolo della religione ma è vero ogni singolo particolare di essa, tanto che chi nega questo particolare, o si permette di metterlo in discussione, è un eretico. Cioè un terrorista intellettuale il cui intento è quello di distruggere le fondamenta della società per avviarla al disastro. Una simile colpa è così grave che si comprendono i roghi rinascimentali e il Gulag sovietico.

I punti, anche minutissimi, sui quali si può concentrare l'attenzione d'ogni Sant'Uffizio possono essere i più banali. Per negare la teoria copernicana, si fece a lungo notare che Giosuè, nel noto episodio, disse "Fermati, o sole!” e non "Fermati, o Terra!” E su questo altare i credenti del tempo sarebbero stati disposti ad arrostire un buon numero di astronomi. Poi, quando il sistema copernicano divenne incontestabile, la Chiesa si limitò a dire che, va bene, non si era fermato il Sole, solo che Dio aveva lasciato in cielo una species di Sole, sufficiente ad illuminare il campo di battaglia. Ma non ci si poteva pensare prima? Non si poteva evitare di considerare articolo di fede una frase detta da un primitivo? (continua...)
(Clicca qui per continuare)
Gianni Pardo, 8 agosto 2004


"ITAGLIENI"
Nel sito ministeriale dedicato agli italiani nel mondo abbiamo trovato notizie strabilianti: signori, e' nata una nuova nazione, un nuovo stato; e' piccolo , sapete, molto piccolo, circa 800.000 abitanti di cui 1690 sono italiani. Questa nuova Nazione ha nome Gerusalemme.
Sissignori! Per il ministro degli italiani nel mondo Gerusalemme e' uno stato, con una capitale che si chiama anch'essa Gerusalemme, piu' o meno come Singapore e in questo stato vivono appunto 1690 connazionali che si chiamano, credo,  italo-gerosolimitani.
Ne avevate mai sentito parlare? Strabiliante, veramente strabiliante e notevole e' pure la faccia di bronzo che uno deve avere per raccontare una cosa simile.
Il nostro Ministro per gli italiani nel mondo e' riuscito ad inventare un nuovo stato, una nuova nazione pur di poter giustificare la notizia che ci da alcune righe piu' sotto dove alla voce Israele corrisponde capitale Tel Aviv.
Noi italiani abbiamo sempre avuto molta fantasia, e' piu' o meno grazie a questo che l'Italia e' riuscita a non sprofondare nel letame nel corso degli ultimi 60 anni ma questo mi pare veramente esagerato persino per un Ministro del Bel Paese. Tutto ha un limite.
Lo status di Gerusalemme quale capitale dello stato di Israele e' stato reiterato da tutti i governi israeliani a partire dal primo nel 1948 e gia' nel 1949 Ben Gurion quale Primo Ministro si adopero' per reinsediare il governo a Gerusalemme dove ha sede il Parlamento (Knesset) dove hanno sede i ministeri e persino un paio di ambasciate di Paesi piu' coraggiosi del nostro e incuranti del ricatto e delle minacce arabe.
Posso capire che non tutti nascono eroi e che gli arabi fanno paura, posso capire che non sia un must avere il fegato di dire "Signori, Gerusalemme e' la Capitale di Israele perche' ogni nazione ha il diritto di scegliersi la propria capitale e perche' Gerusalemme, per il popolo di Israele, lo e' stata per 3000 anni ".
Posso capirlo, Signor Ministro.

Non posso  capire invece e non posso accettare che si prendano in giro gli italiani, soprattutto quelli che vivono a Gerusalemme e che sono convinti di essere israeliani oltre che italiani, inventando uno stato che non c'e'!
E' questo lo scandalo!
E' questa la vergogna!
E' per questo che molti italiani fingono di non esserlo!
E' perche' non dite la verita', signor Ministro degli italiani all'estero!
Non vi piace che Gerusalemme sia la Capitale di Israele?
Avete paura che gli arabi vi facciano to' to' sul culetto mettendoci sotto una bomba?
Bene, tutto compresibile ma non si dicono le bugie, questa e' la prima cosa che ogni  mamma insegna ai suoi bambini. Vero Ministro?
Dire che Gerusalemme e' uno Stato con capitale Gerusalemme e' una bugia, scriverlo su un  sito ministeriale e' anche peggio.
Per sua informazione, signor ministro, le debbo dire che Tel Aviv non e' stata capitale di Israele nemmeno per la frazione di un secondo quindi in 7 righe il sito in questione spara addirittura due palle grosse come la Cupola della Moschea di Omar che e' stata costruita sulle rovine del Secondo Tempio degli ebrei distrutto nel 70 e.v. dai romani.
All'epoca i romani hanno voluto cancellare Gerusalemme chiamandola Aelia Capitolina. Questo vizietto vi e' rimasto attaccato alla pelle solo che in mancanza di imperatori  vi limitate a delegittimare Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e a trasformarla in Stato essa stessa per poter dare a Israele una capitale fasulla.
Venite a dare un'occhiata a questo suo nuovo Stato dove si arriva per una strada in salita ai cui lati si possono vedere i resti dei carriarmati lasciati la' a ricordo delle battaglie combattute da Israele per poter sopravvivere e liberare la propria Capitale dall'occupazione araba.
Cosi' e' stato fatto ed e' costato molto sangue di giovani e coraggiosi ebrei e nessuno ce la portera' via un'altra volta facendola diventare un'altra cosa.
Deborah Fait


LA SITUAZIONE IN IRAQ
La situazione in Iraq offre pochi dati di base. Gli Stati Uniti, con un Blitzkrieg, hanno deposto Saddam. Anche se sono rimasti sul territorio oltre centomila militari americani il governo del paese è passato agli iracheni. I poliziotti locali dovrebbero assicurare l'ordine ma il paese è tormentato da una serie di gravi attentati, spesso rivolti contro le istituzioni e la stessa polizia irachena.

Questi scarni dati consentono alcune analisi. Finché l'amministrazione è stata affidata all'esercito vincitore un attentato terroristico contro gli americani poteva trovare la sua spiegazione: l'Iraq agli iracheni. Poteva non importare che gli invasori fossero umani e benevoli: i patrioti lombardi dell'Ottocento sono arrivati a dire "Noi non vogliamo che l'Austria diventi più buona. Vogliamo che se ne vada". Ma oggi l'esercito americano è divenuto quasi invisibile, è ansioso d'andarsene e in totale non costituisce un obiettivo raggiungibile. ... (segue)
(Clicca qui per proseguire nella lettura)
Gianni Pardo, 6 agosto 2004.

NO MARTIRI  NO PARTY
Oddio, ci risiamo! Sarà per il  ferragosto che s'avvicina,  ma è da giorni che i quotidiani sono pieni di Pippo Baudo.
La storia è semplice semplice. Nelle scorse settimane, Baudo viene nominato dalla RAI direttore artistico del Festival di Sanremo. Nei giorni scorsi, evidentemente insoddisfatto,  si dimette dall'incario e organizza  una  conferenza stampa dove ne ha  per tutti, da Bonolis a Cattaneo.
La Rai non ci pensa due volte e, attraverso una lettera del direttore generale Flavio Cattaneo, informa Baudo della  "risoluzione del contratto... legata esclusivamente alle sue dichiarazioni, nelle quali, oltre a ricostruzioni arbitrarie, ci sono elementi offensivi espressi nei confronti di dirigenti aziendali".
La Rai precisa che  Baudo ha violato “norme aziendali e contrattuali ben precise che vietano dichiarazioni, istituite in modo vincolante nel 1993, durante la Presidenza Dematte’
e confermate e ribadite da tutte le successive gestioni. Il signor Baudo ha più volte violato il contratto attaccando ripetutamente il gruppo Dirigente e quindi l’Azienda con la quale lavorava”.
Bene, Baudo fiuta l'aria e, vestendo la tunica del martire,   la butta in politica. Si fa intervistare dell’Unità:  siamo alla ''pulizia etnica'' spiega, ''non dimentichiamoci Biagi, Santoro.''. Addirittura per quelli di "Bellaciao" Pippo Baudo è "una vittima"!

Vittima? Pulizia etnica? Biagi? Santoro? A ben ricordarsi quella di Pippo Baudo è altra storia:  appalti miliardari e maneggi, telepromozioni con “mazzette” dagli sponsor, giochini a quiz truffaldini, affari occulti con società  prestanome, fatture fasulle e “tangenti”
Raccontiamola, attraverso le parole di "societàcivile",  quest'altra storia. "L'inchiesta su Baudo di  si apre nel 1996, riguarda sponsorizzazioni pubblicitarie di spettacoli televisivi, quali il Festival di Sanremo, "Numero uno", "Partita doppia" e "Luna Park".
Secondo l'accusa, Baudo avrebbe percepito in nero, nei quattro anni precedenti, circa un miliardo di vecchie lire da varie ditte di grande prestigio nazionale solo per sottolineare ulteriormente i messaggi pubblicitari nel corso delle trasmissioni televisive. "Un sorriso in più può far tanto": con questa frase i collaboratori di Baudo avrebbero convinto le ditte a pagare alle società facenti capo direttamente o indirettamente al presentatore cifre di denaro in più rispetto al contratto di sponsorizzazione ufficiale.

Da mesi, il pm Giovanna Ichino metteva il naso sulle presunte tangenti pagate da cantanti per partecipare al Festival di Sanremo. Subito dopo l'edizione del 1996 furono sequestrati nelle sedi regionali della Rai tutti i documenti relativi alle votazioni per le canzoni in gara. Altre contestazioni riguardano i consigli che il presentatore avrebbe fornito al cantante Ron, vincitore dell'edizione 1996, nel dicembre precedente; gli appalti affidati dalla Rai ad aziende esterne, tra cui la società Explorer, incaricata di raccogliere i voti delle 20 giurie regionali nell'ambito dell'edizione del 1996 del festival di Sanremo; i rapporti con Pino Pagano, fisioterapista di Bologna a cui, durante l'edizione del 1995 pare furono promessi 25 milioni per inscenare un tentativo di suicidio bloccato da Baudo con un "eroico" intervento in diretta.
Il magistrato ipotizzò l'accusa di associazione per delinquere in relazione al sistema corruttivo che si sarebbe creato nell'ambiente. E proprio ai Festival di Sanremo degli anni '93, '95 e '96 e Sanremo Giovani del '94 e del '96 si riferiscono le cifre pagate in nero dall'Acqua San Benedetto. La Barilla Dolciaria avrebbe invece pagato per le sponsorizzazioni extra di "Tutti a casa"; la Sperlari per "Numero uno" e "Luna Park", del '94 e del '95.
Somme in nero sarebbero finite a Londra e viene avviata anche una richiesta di rogatoria internazionale. I consulenti fiscali Dario Galli e Guerino Saiani sono accusati di aver procurato a Baudo false fatture per consentirgli di indicare, nella denuncia dei redditi, spese in realtà non sostenute per abbattere l'imponibile.
Tra la fine del 1997 e l'inizio del 1998, Baudo patteggia la pena ed è condannato a un anno e nove mesi di reclusione, il suo manager Armando Gentile a un anno e 11 mesi. Atre condanne minori a vari collaboratori e consulenti."
Chi volesse approfondire l'argomento,  consigliabile la lettura di "Pippo e il suo clan", di Emilio Randacio (KAOS Edizioni). Per completezza  qui   l’intervista di Emilio Randacio al Barbiere della Sera.
(cp, 06.08.2004)


CASTELLI  D'ITALIA
Jean-Marie Colombani, direttore di Le Monde, se l’è presa ed ha scelto le colonne di Repubblica  per denunciare  una presunta storiaccia di razzismo che riguarda il figlio di colore. “Da quando un figlio nostro ha compiuto 15 anni, non può mettere piede nell'aeroporto di questa città (Venezia ndr)  senza essere sottoposto a interrogazioni vessatorie da parte della polizia. Ogni volta, deve rispondere a domande sulla sua vita privata, affrontare dei dubbi insistenti sulla sua nazionalità. Deve lasciare che un agente ispezioni interamente la sua valigia.  E' accaduto ogni anno, da cinque anni, fino a mercoledì 28 luglio 2004, che per noi è stata una volta di troppo. Questo ragazzo è uno studente come tutti gli altri. Ha vent'anni. E' francese. Ma è di origine indiana. Ed ogni volta, arrivando per una bella e allegra vacanza familiare, noi, i suoi genitori, dobbiamo guardare, impotenti, quest'umiliazione totalmente priva di giustificazione, e vedere lo sconvolgimento profondissimo che questa situazione suscita dentro di lui.  Questa volta, abbiamo deciso di reagire. Perché possiamo esprimerci in modo pubblico, mentre tanti altri non lo possono fare. Perché abbiamo il dovere di protestare contro quest' atteggiamento cretino che rovina la nostra amata Italia. Perché la nostra Europa non può essere quella del razzismo. Mai.”
Insomma,   per il  Colombani,  in Italy le forze dell’ordine  sono formate da razzisti con atteggiamenti cretini. Niente male!
A Colombani risponde, sullo stesso giornale che ne aveva ospitato l’intervento, Pisanu. Il  ministro degli Interni, scrive che in Italia l’attenzione per la sicurezza dopo l’11 settembre è aumentata, ma i controlli vengono effettuati nel rispetto delle libertà e della dignità dell’individuo. Aggiunge che il razzismo non fa parte della cultura della polizia italiana e conclude dicendo che «se in taluni casi  questo non è avvenuto, chiedo scusa a Colombani». Si fa sentire anche il sindaco di Venezia, Paolo Costa, che si dichiara dispiaciuto per l’episodio e invita Colombani alla Regata storica del 5 settembre.
Insomma, il solito bla bla della solita italietta con la puzza sotto il naso che, a prescindere,  si cosparge il capo di cenere . Tutto finito, dunque? Portiamamo a casa gli insulti e via andare: nemmeno un fiato, anzi , ci scusiamo pure!!!

Ma c’é Castelli.   Il ministro   non ci sta  e, dopo aver bacchettato il collega Pisanu (<<La domanda è: perché da parte di molti esponenti della Cdl si sente il bisogno di giustificarsi sempre per le critiche della sinistra? Nel caso in discussione perché subito si è sentito il bisogno di dire: "Per carità non siamo razzisti, se abbiamo fatto qualcosa di male ce ne scusiamo", accettando la versione fornita e cioè che, veramente, i carabinieri si sono comportati da razzisti e da cretini?  Io credo che ciò sia dovuto ad una sorta di complesso di inferiorità che purtroppo ancora oggi dilaga nei confronti della cultura di sinistra, peraltro speculare a quello di superiorità che affligge la gauche nostrana. Nel Paese e in Parlamento si incontrano a decine individui di bassissima levatura, che, per il semplice fatto di essere di Sinistra, si sentono dei padreterni.>>), scrive: <<Fino a prova contraria, sono certo che essi (le forze dell’ordine, ndr) hanno agito con professionalità e cortesia, come chiunque può verificare in un qualsiasi aeroporto italiano. Pertanto è da presumere che abbiano fatto solo il loro dovere, come nei confronti di qualsiasi altro passeggero. Da ministro del governo sento il dovere di difenderli e sento il dovere di chiedere io le scuse nei loro confronti a chi li tratta da razzisti e cretini solo perché cercano di svolgere il loro dovere, che è quello, per l'appunto di effettuare controlli sui passeggeri. Certo un errore l'hanno fatto. Si sono permessi di disturbare il rampollo di un maître a' penser della gauche francese. Come osano questi italiens? Questi "macaronì". Ai suoi augusti occhi ciò è una vessazione, mostrare il bagaglio del figliolo comporta "umiliazione e sconvolgimento profondissimo". >>


MEDITAZIONE

Quando da ragazzo ero credente e frequentavo la parrocchia, mi raccomandavano la meditazione. Io ero prontissimo a meditare, anche perché quella parola significava pensare, esercizio che già allora mi piaceva parecchio. Ma non sapevo come fare. Prendevo l'atteggiamento richiesto, chiudevo gli occhi e m'accorgevo che il cervello girava a vuoto. O deviava verso argomenti futili: faccio in tempo a tradurre Cicerone, stasera? E perché Cettina, del terzo banco, m'ha guardato in quel modo, stamattina?
A questo punto mi rivolgevo, visto che esistevano, ai libri di meditazione. Ma, a parte il fatto che leggendo "si meditano meditazioni altrui", quei libriccini erano insulsi e melensi. Io non ero fatto per i sentimentalismi e per giunta di lì a poco persi la fede leggendo San Tommaso d'Aquino. Sicché rinunciai sia alla meditazione sui grandi misteri che ai misteri stessi.
Ma il problema della meditazione rimase. Dovevo ancora capire che diamine era, questa attività - o inattività - che faceva a pensare a monaci orientali, ad eremiti giunti alla suprema astrazione, a saggi in contemplazione dell'eternità.
Un suo sinonimo più moderno è "riflessione". Lo Zingarelli dice anzi "profonda riflessione" su temi importanti. E questo può aiutare. Perché la riflessione è un fenomeno ottico ben noto. Uno specchio riflette lo spettacolo di uno stupendo panorama e il cervello di chi guarda può anche dirsi: "pensare che tutta questa bellezza non è oggettiva ma è un fatto culturale. Un primitivo può vedere la stessa cosa e non pensare neppure a qualificarla bella". Che è poi ciò che pensa l'amante di musica sinfonica rispetto alla maggioranza dei suoi conoscenti.
Ma se questo è vero, la meditazione non è qualcosa che si possa fare a comando. Non si può dire: "medito dalle tre alle tre e venticinque, poi devo uscire". La meditazione è solo possibile quando la realtà ne offra la materia prima. Un avvocato vede ad esempio condannare un poveraccio per lesioni volontarie e pensa che merita, sì, quella sanzione, ma pensa anche che se avesse ricevuto un'adeguata educazione forse non gli sarebbe venuto in mente di menar le mani. Vede una coppia di coniugi che è passata dall'amore all'odio e si dice che bisognerebbe sapere come mai si può andare da un opposto all'altro, in materia di sentimenti. La meditazione non richiede apparati e atteggiamenti. Non richiede neppure tempi lunghi, secondo l'immagine che spesso se ne dà. Perché, se pure è vero che, dinanzi ad una questione complessa, bisogna a volte avere il tempo di esaminarla da tutti i lati, in altri momenti un pensiero si può formulare in un attimo senza tempo. La profondità della riflessione - per rispondere allo Zingarelli - non dipende dall'impegno o dal tempo impiegato, dipende dal risultato.
La meditazione come pratica di vita è il risultato di un atteggiamento critico costante e persino involontario. L'atteggiamento di chi non prende per ovvio ciò che gli presenta l'esperienza e lo confronta anzi, idealmente, con altri momenti dell'esistenza, con altre esperienze, con altri principi. L'uomo di buon senso, se vede qualcuno che si straccia le vesti parlando d'evasione fiscale, non riesce a non chiedersi se quel qualcuno paghi le tasse, se le paghi tutte e soprattutto se paghi anche quelle che potrebbe evitare di pagare. Insomma la meditazione è solo "esercizio di spirito critico". Che poi richieda molto o poco tempo, per giungere ad una conclusione, non è cosa essenziale.
Per praticare la meditazione è essenziale la capacità di non subire passivamente le esperienze, per quanto suggestive. Dinanzi ad una donna che rappresenta il suo ideale estetico è normale che un giovane si dica da prima che sarebbe felice con lei. Ma poi deve pensare che tutto potrebbe essere rovinato dal suo carattere nevrotico, dalla sua possibile incultura, dalla sua mancanza d'intelligenza. Deve infine chiedersi se per caso non è troppo innamorata di sé per amare qualcuno fuori di sé. Una donna bella in fondo è solo la confezione del bene che vorremmo: ma la parte essenziale di un bene non è la sua confezione. Accettare acriticamente il messaggio della bellezza, del comando, del denaro, è comportarsi da bambini. Non ci si riempie il piatto di un dolce prima d'averlo assaggiato e spesso i gatti, acrobati nati, esitano prima di spiccare un salto: decidono solo dopo aver ben riflettuto.
L'uomo deve cercare di non essere inferiore a loro.
Gianni Pardo

Umori di stagione
 
"Un uomo sulla Luna non sarà mai interessante quanto una donna sotto al Sole".

rtm (rubata -pardon!-  a "rtm" dai Comment)


 Massima del giorno
Il credente non è tale perché gli è stata dimostrata una verità, ma dichiara verità ciò che crede.
G.P.


Sapori e saperi: Ferrara
Certamente bisognerebbe munirsi, nell'arrivare in città, dei Taccuini dove D'Annunzio riassunse i ricordi e le sensazioni vissute nel viaggio che lo vide protagonista nel novembre 1898... e con lui rivisitare la storia della città,  per poi perdersi dilatando con lo sguardo dal palazzo Schifanoia al palazzo dei Diamanti, dalla casa dell'Ariosto alla piccola chiesa di Santa Maria della Consolazione,  soffermandosi in particolare sull' "arco de la porta minore (destra)" della Cattedrale... dove si può incontrare "la testa di Madonna Ferrara"; poco distante, al Castello, la memoria di quel Niccolò III del quale, grazie agli umori contenuti nei tortelli di zucca e nella salama da sugo, ancor di lui si dice: "di qua e di là dal Po, tutti figli di Niccolò"...
Eppoi, sempre seguendo il divino poeta, ci si può immergere in un itinerario tutto al femminile;  ecco la casa di Marfisa, la celebre nobildonna estense che, secondo la leggenda, "faceva innamorare e morire", precipitando gli amanti in pozzi irti di rasoi; ecco la tomba della "signora di Ferrara" Lucrezia Borgia;  ed ecco affacciarsi il tragico fantasma della Parisina, protagonista della vicenda di amore e morte che appassionò poeti e scrittori .
E allora, all'ombra del Castello, bisognerebbe leggere, ad alta voce, l'ode “Alla città di Ferrara” di Carducci, dove, ancora, viene rievocata storia e preistoria, non mancando cenni di color locale nei riferimenti ai personaggi più rappresentativi, da "Leonora, matura vergine senz'amore" a, di nuovo, "Parisina ardente del sangue natal di Francesca, / che del vago Tristano legge gli amori e l'armi".... a far da controcanto alla  "O deserta bellezza di Ferrara, / ti loderò come si loda il volto / di colei che sul nostro cuor s'inclina / per aver pace di sue felicità lontane"  di dannunziana memoria.

E come dimenticare, entrando, li nell'angolo della piazza dove una volta si serravano le porte, nel "Ghetto", come non ripercorrere con la memoria gli otto secoli di presenza ebraica in città?  Qui, tra le mura umide e scalcinate, par di rivederli quelli dal berretto rosso e le basette arrotolate;  prima un minuscolo insediamento presso l'attuale corso Giudecca,  poi, dal Quattrocento, nel cuore della città medioevale, nel triangolo tra via Sabbioni (oggi via Mazzini), via San Romano, via Gattamarcia (oggi via Vittoria).
E' storia comune di queste incredibili e disperate signorie padane.  Grazie alla loro benevolenza. ma soprattutto grazie allo spasmodico bisogno di denaro per i loro vizi o le loro guerre, anche nella Ferrara degli Estensi, confluirono nei secoli, con una certa libertà, le correnti migratorie ebraiche che influirono notevolmente non solo nell'espansione dei mestieri "liberali" e nella cultura ma anche nella gastronomia.

Poi, come da nota e infame tradizione cattolica romana e papista,  anche per gli ebrei ferraresi arrivò (1624)  la costrizione del "Ghetto". Cinque portoni, chiusi al tramonto e riaperti all'alba, bloccavano il quartiere all'inizio e alla fine dell'odierna via Mazzini e delle adiacenti via Vignatagliata e via Vittoria, fino al 1859, quando furono abbattuti dal nuovo regno dell'Italia unita. Oggi,  strade, stradine, cortili, percorsi tortuosi, interni e passaggi segreti, tra le case cresciute in altezza per una popolazione stipata in minuscoli ambienti, con i balconi come unico sbocco verde, conservano ancora intatta la struttura architettonica e l'atmosfera dell'intensa vita del ghetto, il cui fulcro è l'edificio complesso e interconnesso delle tre sinagoghe di via Mazzini. Una curiosità: se passate davanti alla cattedrale osservate la colonna che sostiene la statua del duca Borso d'Este, quella colonna è costruita con le pietre tombali dei due cimiteri ebraici abbattute nel 1716...
La Ferrara in cucina inizia dal pane. Dal tipico "ferrarese" dove la forma del pane, coppietta o, com'è chiamata dal locali, "ciupeta", è data dall'unione di due panetti con un corpo centrale da cui si distinguono due capi o "curnit" elegantemente ritorniti per finire a punta. Prosegue con i "cappellacci di zucca alla ferrarese".  A differenza di quelli mantovani, che nel ripieno contengono anche amaretti sbriciolati, quelli "ferraresi" trovano la loro perfezione nella pasta sfoglia che va "tirata" sottile, a mano, dalla "sfoglina",  così viene chiamata la donna che tira la sfoglia a mano.
Oggi la "sfoglina" si può ancora trovare nei ristoranti più tipici, dove fa bella mostra di se la salama da sugo,   insaccato tipico, reperibile solamente a Ferrara e provincia, al quale si attribuiscono immensi poteri afrodisiaci.

Ogni "salama" va riempita con fegato, lingua, collo, gola del maiale,  il tutto ben tritato, macerato nel vino del Bosco, insaporito con cannella, pepe e chiodi di garofano. La "salama" va stagionata al buio e in luogo fresco per almeno un anno; poi viene cotta a vapore e servita bollente con purea di patate d'inverno e fredda con melone.
Si, a  Ferrara, come del resto in tutta l'Emilia, la cucina  significa soprattutto maiale: dalla testa alle zampette si mangia tutto.   Mortadella, cotechini, zamponi, salami e pancette qui  la fan da padrone.
Il maiale, dunque, ma,  sedendosi alla tavola di uno dei tanti ristoranti che profumano di buono, il menù ci fa  ricordare che la marcata presenza ebraica, ha fatto sì che alcuni piatti siano entrati ormai stabilmente nelle abitudini gastronomiche dei ferraresi; il "prosciutto d'oca", il classico "burrico", un grosso raviolo ripieno di carni di pollo e vitello, "i ciccioli d'oca", la "minestra di farro", così come i dolci di marzapane di pasta al forno oppure  fritti,  i "ricciolini di Kippur", gli "zuccherini di Pesach", per finire nel "panpepato",  dolce tipicamente ferrarese.
Prima mettere le gambe sotto la tavola del ristorante, ricordo che i ferraresi amano aperitivarsi con il loro "vino del Bosco Eliceo", leggermente frizzante e corposo la cui produzione viene consumata quasi totalmente nelle vinerie e nei ristoranti che circondano il Castello,
A dire il vero il turismo di massa ha un poco livellato la qualità dei ristoranti ferraresi;  resistono il "Centrale" in via Boccaleone  all'8, "Al Brindisi"  in via Adelardi all'11 (qui la salama da sugo è ancora la salama da sugo...) e il Ristorante Duchessa Isabella che propone, insieme ai tipici piatti locali alcune, ricette rinascimentali.

(cp, 04.08.2004)


MOLLICHINE
"Giustiziato un ostaggio turco" in Iraq. Giustiziato, per "innocente assassinato",  è termine tanto adatto quanto quello di "giornalista” per colui che lo riferisce. 

Riad propone un contingente di pace arabo per l'Iraq composto da truppe dei paesi non confinanti. Traduzione: "Andate, andate". 

La risoluzione delle Nazioni Unite sul Darfur non usa la parola "sanzioni”, per il Sudan. L'ambasciatore americano a Roma ha chiesto come si traduce in inglese "scappellotto”. 

Follini: "Non siamo noi il problema, senza l'Udc questa maggioranza sarebbe più debole". Saremo in crisi di stupidità,  ma se loro se ne vanno e indeboliscono la maggioranza,  non sono loro il problema?

L'esercito sudanese minaccia l'Onu per la risoluzione sul Darfur.  "Le nostre truppe sono pronte ad affrontare i nemici per terra, mare e aria".  Tanto pesa l'Onu. 

La Germania non parteciperà all'addestramento delle forze di sicurezza irachene della Nato. Quel paese è tanto tenero che si taglia con un grissino.

Berlusconi prevede la diminuzione delle imposte. Gli si può credere. La maggior parte ormai preferisce gli avvolgibili.

L'opposizione critica la maggioranza: cane che morde uomo. L'opposizione grida ogni giorno alla fine della democrazia: cane che abbaia troppo.

Pecoraro Scanio, Angius e Diliberto promettono di abolire tutte le riforme di questa legislatura. Insomma la loro sarà una de-legislatura.

Il programma di Kerry è inesistente e ambiguo. Fumoso e vago. Oscuro e anfibologico. Insomma, l'ha copiato da Prodi.

giannipardo@libero.it

LA PRIVACY DEL SIGNOR MACCARRONE
Stefano Rodotà, Garante per la Privacy "spaventato”, denuncia sul "Corriere della Sera" che "Siamo tutti costantemente seguiti, pedinati, osservati...». Il suo grido di dolore è talmente straziante che tengo a rassicurarlo. Nessuno segue, pedina ed osserva me. Se lo facesse subirebbe presto la meritata punizione: morirebbe. Di noia.
Secondo G.A.Stella, autore dell'intervista, Rodotà “è mille miglia lontano dal paranoico Gene Hackman di "Nemico pubblico". Vorrei avere la sua bella sicurezza. In realtà, i mezzi moderni con cui si può rintracciare una persona (il telepass, il web, il cellulare, le carte di credito ecc.) sono utili alla polizia e del tutto innocui per il galantuomo. L'uomo comune dovrebbe essere contento della loro esistenza. La privacy (la privacy! Non bastava la riservatezza!) del signor nessuno (mio omonimo) è salvaguardata non dal dr. Rodotà, ma dal numero dei suoi colleghi insignificanti. In Italia abbiamo all'incirca un cellulare per ogni persona: chi mai potrebbe seguire, pedinare ed osservare l'uso che ne fa ogni singolo? Accanto ai 56 milioni d'italiani ci dovrebbero essere altri 56 milioni d'italiani che passano il tempo a seguire, pedinare, osservare i primi 56. Ma chi controllerebbe ecc. questi secondi 56 milioni? Siamo nel delirio. È giusta la segretezza delle cartelle cliniche, dei plichi giudiziari, ecc., ma è un'estensione della vecchia legge sulla segretezza della corrispondenza. Per il resto, non bisognerebbe esagerare. Il Grande Fratello può controllare i grandi della terra (rischiando un'incriminazione) e può cercare di controllare i delinquenti (per incarico del giudice): ma certo lascia in pace la grande massa. Un allarme come quello
del "Corriere" serve solo a confermare i paranoici nelle loro paure. Il signor Maccarrone di Petralìa Sottana (Palermo) avrà la sensazione che qualcuno s'interessa a lui, quando telefona a casa dicendo che farà tardi in ufficio mentre in realtà è a letto con l'amante a Bisacquino (Palermo). Il signor Maccarrone immaginerà Pisanu che, al Viminale, sbobina una registrazione e dice, scotendo la testa: "Ma tu guarda quel fetente di Maccarrone"
Giannipardo@libero.it , 04/08/04