ARCHIVIO AGOSTO 2005

FAZIO OGGI E FAZIO UN ANNO FA
Non è che l'argomento sia particolarmente appassionante, ma è stupefacente. Mesi fa, quando ci sono stati gli scandali Cirio e Parmalat, in cui sono stati danneggiati pesantemente migliaia e migliaia di risparmiatori, e quando le responsabilità per omessa vigilanza della Banca d'Italia sembravano evidenti, tutto l'establishment ha protetto Fazio e attaccato Tremonti. Proprio mentre questi, come oggi fanno in tanti, chiedeva conto dell'omessa vigilanza e proponeva una riforma della Banca d'Italia. Inoltre, in quel caso c'era un grandissimo danno, per giunta a carico dei piccoli che non possono difendersi, coloro che tutti i partiti dicono di voler proteggere, mentre qui si tratta d'uno scontro di colossi, nessuno dei quali fa pietà. In quel caso, per provare che c'era del marcio, bastava citare la circostanza che erano rimasti scottati i risparmiatori "fai da te", mentre coloro che si erano affidati agli amministratori di fondi non avevano patito perdite. I competenti li avevano protetti tenendoli alla larga da imprese che sapevano decotte e insolvibili. I piccoli promotori finanziari sapevano, la Banca d'Italia no. Non è strano?  
Gavazzi, nell'editoriale del Corriere della Sera di oggi, dice che la gente sfilava con cartelli che chiedevano come mai Beppe Grillo sapesse dell'inghippo e chi doveva vigilare no. Ebbene, in quella circostanza, forse perché ancora Fazio gli era utile, e forse in odio a Tremonti, pur in presenza di fatti gravissimi, né l'opposizione né la maggioranza chiesero seriamente le sue dimissioni . Ora avvengono cose che, qualunque cosa dicano gli "antipatizzanti" del Governatore, non costituiscono reato, e neanche qualcosa di chiaramente rimproverabile: e tuttavia il coro è contro di lui. Mah. Non era simpatico prima, quell'uomo, non è simpatico oggi, ma è poco elegante allinearsi automaticamente con gli osanna e i crucifige. Puzzava di bruciato la sua innocenza di allora, puzza di bruciato la sua colpevolezza di oggi.
Molti poi dicono: anche se non è colpevole di nulla, dovrebbe dimettersi per ragioni di opportunità. Innanzi tutto va sottolineato che, nel caso il Governatore fosse veramente innocente di tutto, il discredito della Banca d'Italia l'avrebbero creato coloro che denunciano scandali (giuridicamente) inesistenti. Ma soprattutto dà un grande fastidio questa tendenza a essere nobili e generosi a spese altrui. Sarebbe bello vedere come si comporterebbero i critici, se fossero loro a doversi dimettere! Si può certo lodare chi si è dimesso, per esempio Cossiga dopo l'assassinio di Moro, ma non si può pretendere il suicidio di nessuno.
Fra l'altro Cossiga - che certamente era innocente - dimettendosi fece un gran figura, Fazio dimettendosi darebbe ragione a chi oggi ce l'ha con lui e confesserebbe d'essere colpevole. E perché dovrebbe farlo, soprattutto se soggettivamente si sente innocente? Con quale coraggio si può chiederglielo?
Ognuno dovrebbe chiedersi onestamente: Che cosa farei, al suo posto? E magari poi non rispondere: è più facile essere eroi in teoria che in concreto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it  


Massima del giorno
È meglio essere preparati al peggio che impreparati al male. 
G.P.


MOLLICHINE
Proteste per le parrocchie-seggio delle primarie di centro-sinistra. Perché, poi? Il fondatore frequentava pubblicani e prostitute.

Un razzo partito dal Libano è finito nel pollaio di un kibbutz. Pare che gli attentatori non volessero uccidere le galline in quanto ebree ma in quanto sioniste.

A Baquba 5.000 sunniti hanno manifestato contro la bozza di costituzione. Paese in crisi? Ma se solo a Baquba ci sono 5.000 costituzionalisti!

A Roma una ragazza di strada su due è minorenne. Largo ai giovani.

Berlusconi si ricandida: "Fanfani a 79 anni varava il suo sesto governo". A sinistra distribuzione gratuita di ferro da toccare.

Marta Flavi: "Ringrazio Maurizio Costanzo di avermi sposato. E di avermi lasciato". Ci sono un "grazie" e due "o" di troppo.

Tabacci: "Stiamo passando dai partiti-aziende ai partiti-banche". E accidenti, lui non l'hanno fatto né Amministratore Delegato prima, né Presidente poi.

Tabacci: "Riguardo alla Banca d'Italia è accaduto quello che non era accaduto mai". Correzione: non che facesse male ma che se ne dicesse male.

Tabacci: "La Banca d'Italia il conflitto d'interesse ce l'ha nel suo capitale, che è tutto di banche". A Berlusconi anche il conflitto d'interessi vogliono sottrarre?

Tabacci: "E noi che facciamo? Ci teniamo Fazio?" Ingenuo. È Fazio che tiene loro.

Dal Riformista: "un team di scienziati americani ha detto di avere scoperto che le donne, quando indossano un bikini, diventano meno intelligenti". E loro si occupano di misurarne l'intelligenza?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


BERLUSCONI SI CANDIDA
Non tutti hanno un'antipatia viscerale per Berlusconi, alcuni anzi (più della metà dei votanti, nel '91 e nel '96) hanno tendenza ad apprezzarlo. Ma cosa risponderebbe uno di loro se gli chiedessero: "Ti è piaciuta l'affermazione di Berlusconi secondo cui lui si candida facendo un enorme, enorme sacrificio?" La risposta sarebbe, probabilmente, no.
La prima ragione per la disapprovazione è, per così dire, linguistica. Comandare, giocare, fare l'amore e le attività consimili sono considerate da tutti positivamente. Come soddisfazioni e piaceri, non come sacrificio. Sarà pur vero che comandare comporta stress e responsabilità, che giocare può essere faticosissimo, per un maestro di tennis, che fare l'amore è un brutto mestiere, per certe donne: ogni medaglia ha il suo rovescio e non si può irridere chi mostra questo rovescio. Ma - e qui si torna alla ragione linguistica - dal momento che comandare, giocare ecc. sono cose che dànno soddisfazione, bisogna astenersi dal provocare la reazione superficiale, naturale e perfino volgare del prossimo. Il fardello del comando è un vero fardello ma è vietato lamentarsene. Anche perché c'è dietro la porta una lunga fila di persone disposta a metterselo sulle spalle.
C'è poi una seconda e più seria ragione per disapprovare la frase di Berlusconi. Ognuno di noi fornisce a se stesso le più commendevoli ragioni e le più virtuose motivazioni per fare ciò che aveva voglia di fare o interesse a fare. Prendiamo l'onestà: questa è una qualità che ha i suoi costi eccome, ma come vive, il disonesto, vive forse bene? Riscuote la fiducia e la stima del prossimo? Tutti hanno nella loro esperienza il caso di quei ristorantini che aprono, offrono buoni pasti a buoni prezzi e dopo qualche tempo, rinunciando all'onestà, aumentano i prezzi, abbassano la qualità e qualche tempo dopo chiudono. Ecco la ragione per essere onesti: essere onesti, se si è ristoratori, conviene. La clientela si affeziona, i tavoli non sono mai vuoti e alla fine, come molti fanno, si potrà scrivere: "dal 1986", "dal 1971" o perfino "dal 1958". L'anzianità è prova di qualità ed onestà.
Chi è corretto, chi paga i suoi debiti, chi mantiene la parola data paga un prezzo. Ma è anche vero che dorme bene la notte e, se non si arricchisce, certo è più felice o almeno sereno di tanti altri, alla fin dei conti. È questo il senso della frase "La virtù è il premio di se stessa".
Anche l'esercizio del comando ha i suoi prezzi ma il suo premio è l'ambizione appagata. Che possa essere un "grande, grande" sacrificio significa soltanto che per l'interessato è un "grande, grande" piacere. Migliore, secondo i napoletani, del grande piacere per eccellenza. Niente di male, in tutto questo. Ma Berlusconi dimostra di essere eccellente imprenditore, straordinario politico e insufficiente filosofo. Non può chiedere ringraziamenti, se si candida. Gli si può credere quando afferma di tenere in conto gli interessi dell'Italia (tutti ne teniamo conto), ma la molla dell'ambizione, da che mondo è mondo, non è la causa da servire ma il narcisismo di chi la vuole servire.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it

PAPA BENEDETTO XVI
visto da un miscredente
Quando un miscredente parla di religione rischia di urtare sia i credenti che i miscredenti. I primi, perché dimostra di non prendere del tutto sul serio la religione, i secondi perché sembra prenderla sul serio. In realtà la religione andrebbe sempre presa sul serio, perché se è vera ci impone un tipo di vita e se è falsa ce ne impone un altro. Meglio scegliere a ragion veduta. Ma praticamente tutti non si dànno la pena di pensare a queste cose e vivono come più gli aggrada.  Perfino dicendosi credenti e praticanti mentre non sanno a che cosa credono e non praticano quel poco che sanno.
Trattare la religione a proprio modo è consentito solo al miscredente informato e poi, in misura minore, all'adepto d'una religione in cui il rapporto credente-divinità sia libero. Nell'Islàm non c'è un clero nel senso cristiano del termine.  Il rapporto Dio-credente è diretto, senza mediazioni e il singolo è guidato dal Corano: ma come debba leggerlo, come debba interpretarlo è affar suo. Farà certo bene a dar retta agli imam e ai grandi teologi, perché ne sanno più di lui ma essi non hanno su di lui un'autorità gerarchica, hanno solo quella che deriva dalla loro maggiore competenza.
L'islamismo è una religione astratta, semplice ed essenziale. La sua pratica non è affollata di norme e il suo cielo è sgombro: c'è posto solo per Dio. Nel cristianesimo le cose stanno diversamente. Ogni Chiesa ha tendenza a stabilire punti fermi, credenze essenziali senza le quali si è esclusi dalla comunità. Non si può essere luterani se si insiste per confessarsi come non si può essere cattolici se si insiste nel non confessarsi. Anche qui è opportuno notare che le differenze fra sunniti e sciiti sono minori di quelle che si hanno nell'ambito del Cristianesimo.
Il Cattolicesimo tocca tuttavia il culmine della regolamentazione. In esso la religione - forse anche influenzata dalla mentalità giuridica romana - è divenuta un corpus strutturato al livello dottrinale, al livello giuridico (col diritto canonico), e infine al livello dell'organizzazione del culto. Non solo esiste un clero, ma questo clero somiglia ad un esercito con i vari gradi e un comandante supremo e indiscutibile: il Papa. Questo assolutismo religioso travalica per giunta il tempo e il Vaticano non si limita a disciplinare il presente, disciplina anche il futuro. Quando è stato proclamato il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria, nel 1854,  non ci si è limitati a dire ai contemporanei: "oggi siete obbligati a credere a questo"; si è detto: "chiunque voglia essere cattolico, oggi e anche in futuro, dovrà credere a questo".
Il cattolicesimo è una religione cristallizzata e senza marcia indietro. Potrebbe domani consentire ai preti di sposarsi, dal momento che il celibato dei sacerdoti non è un dogma di fede, ma non potrebbe mai andare contro i principi fondamentali e contro i dogmi già proclamati. Chiunque li neghi è eretico e fuori dalla Chiesa. Tutto ciò posto, coloro (e sono molti) che vivono il cattolicesimo come un'occasione di togetherness ("insiemità"), una forma di gioiosa benevolenza verso tutti in cui le singole regole non hanno più importanza, sono eretici. Non basta dire "io amo Gesù tutti i giorni dell'anno" per essere dispensati dall'andare a messa la domenica. Non basta dire "anche Dio è amore" per essere autorizzati a fare l'amore col fidanzato. Il cattolicesimo non è una religione à la carte.

Dal punto di vista della realtà sociale, è vero che molti parroci mostrano solo il volto sorridente ed indulgente del cattolicesimo. È vero che un Papa come Giovanni XXIII ha potuto far credere che il cattolicesimo consistesse nel farsi benedire da un nonno benevolo e informale: ma è un inganno. La dottrina non è un vino che si possa annacquare all'infinito: perché alla fine si distribuirà acqua e ciò che si guadagna in popolarità si perde in serietà della fede.
Tuttavia questa è una tendenza del nostro tempo. In passato i tiepidi ascoltavano le prediche dei passionisti o dei gesuiti con l'anima colpevole, sentivano che quella rampogna li riguardava. Oggi i tiepidi reclamano il diritto di dirsi perfettamente ortodossi mentre continuano a vivere a modo loro. Io, non sarei un buon cattolico? Ma se non faccio male a nessuno!
Ecco perché è interessante ciò che Benedetto XVII ha detto a Colonia: "Per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne profitto. Ma la religione creata alla maniera del fai da te, alla fine non ci aiuta. E comoda ma nell'ora della crisi ci abbandona a noi stessi".
Il Papa ha perfettamente ragione. Tuttavia, se questo capo dell'ex-Santo Uffizio continuerà ad essere seriamente contro "la religione fai da te", le chiese che già sono abbastanza vuote rischieranno d'esserlo ancora di più. Sarà un bene, perché vi entreranno più veri credenti e meno passanti, più penitenti e meno party di matrimonio o di battesimo: ma è bene sapere che la gente non ama una chiesa inflessibile.
La massa si comporta oggi come un tempo potevano sognare di comportarsi solo i sovrani. Enrico VIII desiderava gli fossero applicate norme ad personam e, pur essendo re e pur minacciando uno scisma, non ci riuscì. La gente questo lo dimentica e quando Paolo VI ribadì il divieto degli anticoncezionali ne rimase scandalizzata. Molti dicevano: "Ma come, al giorno d'oggi!", dimenticando che la Chiesa non ha il metro del "giorno d'oggi". Ha il metro dell'eternità. Un letto di Procuste peggio che scomodo, anche se dietro gli ampi paludamenti di Giovanni XXIII si scorgeva appena.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Il radicale Della Vedova. «Pannella con Prodi? Io non lo seguirò»
ROMA — Dopo aver contribuito in maniera decisiva a introdurre in Italia il bipolarismo e dopo un decennio di fiero isolamento che gli ha impedito di superare la soglia di sbarramento del 4% e di eleggere pertanto anche un solo deputato, i Radicali sono prossimi ad allearsi con lo Sdi di Boselli e dunque con l’Unione prodiana. Una scelta epocale. Che però
Benedetto Della Vedova, membro della Direzione del Pr, non condivide.  
Qual è il problema?
«Il problema è che c’è stata un’accelerazione fino a poco tempo fa imprevedibile».
Nel senso?
«Beh, nell’assemblea che tenemmo dopo il risultato del referendum sulla procreazione assistita, io fui l’unico a sostenere che non aveva senso rimanere fuori dalle istituzioni e che pertanto dovevamo accettare il gioco delle alleanze...».

Gli altri che dissero?
«Pannella mi aggredì perché sostenni che avevamo ecceduto con l’anticlericalismo. ‘Parli come Rutelli’, mi disse con tono sprezzante».
E la Bonino?
«La Bonino fu ancora più dura, disse che se il partito avesse deciso di stringere un’alleanza con uno dei due poli, lei se ne sarebbe andata».
Evidentemente, hanno cambiato idea.
«Evidentemente, e la cosa mi fa piacere. Contesto, però, la scelta di unirci al centrosinistra».
La contesta dal punto di vista liberal-liberista?
«Certo. Intendiamoci: non mi sfugge il fatto che Berlusconi non è la Thatcher, ma, per capirci, il centrosinistra vorrebbe persino abolire la legge Biagi. Dal punto di vista delle grandi scelte di politica economica ed estera, è evidente che siamo più in sintonia con la Cdl che con l’Unione».
Dal punto di vista dei diritti e delle libertà, però…
«Intanto, Prodi non è Zapatero. Ma, se anche lo fosse, Rutelli e gli altri centristi dell’Unione bloccherebbero ogni sua eventuale iniziativa».
E’ quel che dall’altra parte farebbero Pera, Buttiglione, Giovanardi…
«D’accordo, ma io non credo che per essere liberali bisogna essere anticlericali, così come non sento alcun bisogno di enfatizzare il ruolo della Chiesa nel presente».
Andiamo al sodo. Se Pannella sceglie Prodi, lei che fa: organizza una scissione?
«Ho il senso della misura e capisco che dov’è Pannella, lì è il Partito Radicale».
Ma?
«Ma per me la scelta radicale dev’essere quella del centrodestra».
In caso contrario?
«Non credo che potrò rinunciare alle mie idee».
Si dice che Berlusconi le abbia già offerto la candidatura e che, grazie a lei e a Taradash, vorrebbe creare una lista pseudo-radicale di appoggio alla Cdl…
«Il discorso è ancora prematuro. Ne discuteremo quando si sarà chiarita la scelta del partito».
Non rischia di ritrovarsi da solo?
«So che in molti stanno facendo le mie stesse riflessioni, anche se, ad oggi, sono l’unico ad uscire allo scoperto. Ma sul territorio, al di fuori del nocciolo duro della dirigenza radicale, c’è molta perplessità verso l’orientamento di Pannella».
Eppure, per una volta Pannella si dimostra pragmatico: va con chi si ritiene che vincerà.
«Sì, ed è ragionevole che, oltre alle considerazioni politiche, abbia pensato anche a questo. Marco non ha mai messo in secondo piano la questione delle risorse e, dal momento che i conti del partito sono pessimi, eleggere un deputato in più o in meno fa la differenza
».
Intervista a cura di Andrea Cangini, dal Quotidiano Nazionale del 28.08.2005

FAZIO
Può avvenire che, sentendo le arringhe dell'accusa e della difesa, uno si chieda: "E io, che ne penso?" Giunti a questo punto, si sta attenti a cogliere il particolare, l'indizio, la prova che, almeno ai nostri occhi, tagli la testa al toro: è colpevole, è innocente.
Qualcosa di analogo avviene in questi giorni a proposito della vicenda che ha visto come protagonista il Governatore della Banca d'Italia. Qui le arringhe dell'accusa sono state numerose e pronunciate da avvocati di grandissima rinomanza e autorevolezza, mentre le arringhe della difesa sono state sommesse e pronunciate con qualche imbarazzo. Come se questi oratori avessero voglia di dire: "Saremmo stati tanto lieti di non dover difendere questo imputato!"
Se questo è il quadro, è ovvio che la prima tendenza del lettore di giornali è quella di concludere per la colpevolezza di Antonio Fazio: molti accusatori convinti e pochi difensori svogliati per giunta renderebbero perplesso qualunque giudice. Se però si è abituati ad avere le idee chiare, non si può evitare di porsi la domanda: "Ma, esattamente, che cosa ha fatto di male?" Non basta che abbia telefonato ad un amico. Se non ha influenzato la sentenza, il giudice che telefona all'imputato per preannunciargli l'assoluzione non può essere detto scorretto.
Sono passati molti giorni nell'attesa di sapere che cosa esattamente abbia fatto Fazio che gli imporrebbe di avere la decenza di dimettersi. E poiché, nel corso di questi giorni, la cosa non si è saputa - o perché non esiste o perché i grandi avvocati dell'accusa non hanno saputo illustrarla - non rimane che assolvere l'imputato. Né è lecito ironizzare sulla sua tesi, secondo la quale non lo si può accusare di nulla se ha rispettato le leggi. L'ordinamento giuridico non chiede e non può chiedere nulla di più, al singolo. Neanche se è il Governatore della Banca d'Italia.
Tutto questo non impedisce che l'uomo sia antipatico e, forse, altezzoso. Ma lo era già da prima, quando ogni sua parola era un oracolo e quando - come per Ciampi e, absit iniuria verbis, i morti - di lui non si poteva dire nihil nisi bonum[1]
Quanto al fatto - di cui pare abbia parlato Siniscalco - che comunque si è provocato un certo discredito della Banca d'Italia (basta citare l'acido
Financial Times
), Fazio può anche chiedere se questo discredito l'abbia provocato lui, che non ha commesso niente di male, o coloro che hanno affermato falsamente che l'aveva commesso.
In Italia si dimette chi è in torto e non può evitare di farlo. Fazio sostiene così pervicacemente di non essere in torto che fa bene a non dimettersi. L'innocente presidente Leone fu indotto a dimettersi, pur essendo innocente, ma questo lo salvò forse dal discredito? Sembrò anzi confermarne le ragioni.
Sta agli altri dimostrare che Fazio ha sbagliato, non a lui darla vinta a chi l'accusa senza prove. Per giudicare si aspettano ancora i fatti. Chi si limita, novello Catone, a stracciarsi le vesti non per questo convince: si limita ad aumentare le spese per il proprio guardaroba.
Gianni Pardo  - Giannipardo@libero.it  - 27 agosto 2005
[1] Absit iniuria verbis: che non si prendano a male le parole dette. Nihil nisi bonum: niente che non sia positivo e a sua lode.

CASELLI ED ANDREOTTI
Giancarlo Caselli scrive al "Giornale" per rivendicare i propri meriti di giudice antimafia e i propri meriti di accusatore di Andreotti. Dal momento che egli non tralascia occasione per difendere le sue tesi, è forse utile rispondergli ogni volta.
Egli sostiene che Andreotti non è stato assolto ma "condannato". Si fa forte, per questo, delle seguenti parole: < la sentenza della Corte d'appello di Palermo... dichiara estinto (solo) per prescrizione il reato di associazione per delinquere "concretamente ravvisabile a carico" dell‚imputato e da lui "commesso" (le parole sono proprio "concretamente ravvisabile a carico" e "commesso") fino alla primavera del 1980... . Per conseguenza, che Andreotti < non pensi di potersela cavare a buon mercato, almeno agli occhi di chi non sa come stanno le cose, prendendosela coi magistrati che si son dovuti occupare di lui>.
Sembra che contro Andreotti l'ex-Procuratore disponga non di un petardo ma di un cannone e non è così. Infatti questo argomento è degno di Marco Travaglio.

Per ogni imputazione che ricada sotto la prescrizione il giudice ha due possibilità: se risulta patentemente che l'imputato è innocente, l'assolve con formula piena. Lo scopo di questa norma è non lasciare neppure un'ombra sul buon nome di qualcuno che è stato accusato ingiustamente.
Se viceversa l'innocenza non è tanto evidente da doverla dichiarare senza ulteriori indagini, il giudice, senza entrare nel merito della colpevolezza o dell'innocenza (per le quali non ha svolto adeguate indagini), assolve per intervenuta prescrizione. Lo scopo della prescrizione è la certezza del diritto. Non sarebbe economico, per lo Stato e per la chiarezza dei rapporti giuridici fra i cittadini, che i reati non si prescrivessero mai.
Proprio perché la ratio della prescrizione è, per così dire, economica, il giudice non deve fare indagini per sapere se l'accusato cui spetta la prescrizione sia innocente. Se ciò facesse, dimostrerebbe di utilizzare la propria funzione (ed anche il denaro e le strutture dell'Amministrazione della giustizia) per favorire la buona fama di un accusato. Ovviamente, se non è lecito indagare per provare l'innocenza dell'accusato riguardo ad un reato estinto, a più forte ragione è vietato indagare per provarne la colpevolezza. Perché in questo caso si utilizzerebbe la propria funzione, ed anche il denaro e le strutture dell'Amministrazione della giustizia, per nuocere alla buona fama di un accusato.
Volendo provare che Andreotti è colpevole, il dr.Caselli ha in realtà provato che:
1) la Corte d'Appello ha dimostrato un'insolita e ben poco deontologica animosità nei confronti dell'imputato;
2) il giudice estensore, scrivendo quelle parole, ha abusato della propria funzione, in quanto ha detto cose orribili di un uomo cui non era data la possibilità di rispondere e con un mezzo che non è lecito contestare;
3) infine Andreotti forse era ancora più innocente di quanto i giudici non abbiano detto. Essi infatti lo hanno "condannato" e disonorato a morte lì dove non poteva difendersi, mentre hanno dovuto assolverlo per tutti i reati che non erano prescritti e per i quali gli è stata data (dalla legge, non dai giudici) la possibilità di difendersi.
Al dottor Caselli basterà dunque rispondere che l'estensore della sentenza è solo un signore che la pensa come lui. Un signore cui forse interessava che il processo avesse un certo sbocco politico e che ha cercato di farglielo avere a dispetto delle risultanze processuali. Per lo Stato, per un serio giurista e per tutti i cittadini di buon senso, Andreotti è solo un uomo di Stato che è stato sottoposto ad un'inammissibile persecuzione. Dopo l'assoluzione l'accusa dovrebbe rassegnarsi: perseverare è diabolicum. ( Con molte scuse se questo testo contiene inesattezze giuridiche.)
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 27 agosto 2005


 Provate ad immaginare
Provate ad immaginare se un comizio di Berlusconi e Fini fosse finanziato   da una Amministrazione comunale di centro-destra con un contributo di 
19.500 €..
Scandalo, vero?
Bene, a Fidenza (Pr) è in programma,  all'interno del lilliput festival, un comizio di Prodi e uno di D'Alema. Naturalmente, senza nessuno scandalo,  l'Amministrazione comunale di centro-sinistra ha deciso di finanziare l'iniziativa con 19.500 € ...


 Chi sono i palestinesi?
"Ma chi sono questi Palestinesi cui riserviamo sempre un trattamento di favore nonostante abbiano infestato il pianeta coi peggiori terroristi, tra i quali anche il capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi?"
Clicca qui.
 

MOLLICHINE
Ore 7 del 22 agosto, Tg1, scritta per i titoli: "Raikkonen über ulles". Über alles però significa "al di sopra di tutto", (Raikkonen al di sopra di tutto?). Poi si sono detti che si pronuncia "a" ma siccome è inglese, si scrive ulles.

Forse Gino Strada si candiderà. La strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni.

Dagospia: "Bush ha appena firmato un disegno di legge sui trasporti. Tutte le nuove strade verranno costruite in discesa". Impossibile. Solo l'estrema sinistra fa le strade tutte in discesa.

"Continuano a spuntare insegnanti che hanno fatto sesso con studenti". Prima li consideravano asini, ora stalloni.

Dagospia: "La Giornata dei Giovani a Colonia ha segnato la fine di un mito: l'efficienza tedesca". Non ci sono più i meeting di una volta. In uno per il cibo addirittura moltiplicarono i pani e i pesci.

Sul Riformista: Rutelli e Casini, "golden boys", "Ci piacciono perché sono belli. Sono gli unici  in grado di portare magnificamente una camicia azzurra". E Fassino? Quale attaccapanni sostiene una giacca meglio di lui?

Pezzotta chiede al governo di "andare a prendere i soldi dove ci sono", cioè nelle rendite finanziarie. O, più sbrigativamente, assaltando diligenze e rapinando banche.

Favorevole il ministro Alemanno che chiede una discussione "senza pregiudizi". E soprattutto senza nozioni di finanza.

Casini: è il momento di "passare da un'alleanza carismatica a un'alleanza politica". Ed è anche il momento di parlare chiaro.

Casini: "Anche un cretino capisce che non vuole sostituire Berlusconi chi dice le cose che sto dicendo io". Molti siamo peggio che cretini.

Rutelli: "Preferisco che il candidato sia Berlusconi, così vinciamo più facilmente". Ma così favorisce la sua eliminazione! Teme dunque che rimanga?

Abu Mazen chiede di fermare "la costruzione del muro di separazione razziale". Dunque gli ebrei sono una razza. Non è il primo, a dirlo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


Buone battute trovate su Dagospia:
Nel weekend, un vicino di Bush, in Texas, ha sparato due colpi in aria. Non sopportava più i manifestanti. Bush è rimasto scioccato, non gli era mai capitato di trovarsi così vicino a un combattimento.

Nei locali di KFC e di Pizza Hut sarà vietato fumare. La gente non vuole essere colpita dal cancro prima di avere un infarto!


Israele ha vinto
Quando i soldati sono entrati , dopo aver abbattuto colla fiamma ossidrica la porta blindata  della yeshiva' dell'insediamento di Sa Nur in Samaria, hanno guardato la massa di giovani allacciati l'uno all'altro come un unico corpo ma non si sono occupati di loro. Per prima cosa  hanno raccolto i libri dalle mensole e li hanno depositati con cura in cartoni preparati all'esterno.
Ho pensato: "Eccolo qua  il popolo del Libro, non si smentisce mai, nemmeno in momenti tragici come questo".
Solo dopo aver messo in salvo i libri e qualche oggetto sacro i soldati  si sono rivolti ai ragazzi che li guardavano pregando a voce altissima , stanchi gli uni e stanchi gli altri dopo 6 giorni di incredibile, disumano, stress psicologico.
Per prima cosa gli hanno dato da bere e poi, con pazienza, con forza, parlando in continuazione i soldati, pregando in continuazione i giovani, e' incominciato lo sgombero della Yeshiva' e quando l'ultimo ragazzo e' stato portato fuori , abbiamo visto i soldati accasciarsi sulla soglia della scuola per bere avidamente e per accendersi, con mani tremanti, una sigaretta.
Quando , domenica, e' incominciato  sgombero di Nezarim, ultimo insediamento del Gush Katif ad essere evacuato, un ufficiale e una soldatessa sono stati invitati da una famiglia perche' tutti i suoi componenti , bambini compresi, desideravano parlare del loro dolore dopo 27 anni di vita in quella casa, quattro generazioni,  e ognuno, meno la piu' piccola che ancora non sapeva parlare, ha chiesto ai due soldati: "Perche'?".
I due soldati, senza poter rispondere, hanno abbracciato uno ad uno, tutta la famiglia .
All'uscita dalla casa, a un giornalista che gli chiedeva se era stato tanto tempo con loro per convincerli, l'ufficiale ha risposto "No, sono stato con loro per consolarli".
In meno di una settimana e' tutto finito.
Da mercoledi a mercoledi, compreso il riposo del sabato,  venticinque insediamenti evacuati, 15.000 persone , di cui circa 6000 non residenti,  portate in altre zone di Israele.
Tutto e' successo tra coraggio, lacrime e pochissima violenza, quasi nulla se paragonata all enormita' dell'operazione e alla sua gravita'. Quello che i media paventavano come una prossima tragedia, una guerra fratricida con morti e feriti, e poteva veramente succedere, si e' conclusa con una grande vittoria di Zahal, di Israele e di Sharon, quindi con una grande vittoria della democrazia e del popolo ebraico.
Avevamo paura  perche' tutto poteva accadere.
Quando abbiamo visto striscioni che dicevano "Kfar Darom non cadra'" inevitabilmente come un flash  si e' presentata davanti ai nostri occhi la tragedia gloriosa di Masada e gli ebrei suicidi per non essere catturati dai Romani.
Niente e' accaduto, i coloni, sempre descritti dai media europei come mostri barbuti e violenti, hanno dimostrato di essere, alla faccia
della propaganda demonizzante dei palestino-comunisti, persone meravigliose, dolcissime  e piene di coraggio.
Mamme, papa', nonni, bambini hanno voluto parlare con i soldati, hanno voluto pregare insieme a loro, hanno offerto quello che avevano da bere e da mangiare e alla fine chi colle proprie gambe, chi portati a braccia dai soldati sono usciti per sempre dalla loro vita per entrare in un futuro senza sicurezze, senza  casa, sradicati da tutto per almeno un paio d'anni.
Chi potrebbe sopportare questo peso senza ribellarsi? chi potrebbe sopportare questo stress senza desiderare vendetta? Chi non avrebbe tentato di sparare per difendere la propria casa e le proprie radici?
Il popolo ebraico ha potuto farlo,  per amore di Israele.
Il 20% delle case sono gia' state distrutte dalle ruspe.
A giorni  avverra' lo spostamento delle maggiori sinagoghe, che verrranno ricostruite altrove pietra su pietra, e dei cimiteri.
Squadre di animalisti stanno raccogliendo gli animali lasciati nella zona,  centinaia di cani e gatti, ma anche uccellini domestici, ramarri, iguane che verranno ospitati in centri in attesa di adozione.
 Il Keren Kayemet Le Israel portera' via piu' di 1000 alberi.
Niente e' lasciato al caso, niente di quello che e' stato vita ebraica verra' abbandonato al nemico, nessuna famiglia che piange i suoi morti a causa del terrorismo palestinese dovra' temere che una sola pietra della sua casa  finisca tra le mani degli assassini dei suoi cari.
Chi, in Israele, ha seguito la diretta, 24 ore su 24, dell'evacuazione e ha visto quello che e' successo a Nezarim si e' sentito piccolo di fronte alla grandezza delle persone che erano la'.
Gli abitanti, aiutati dai soldati, hanno portato fuori dalla sinagoga L'Aron ha Kodesh, le Tavole della Legge, la grande Menorah e tenendoli alti nel cielo, perche' tutti potessero vederli,  hanno formato un enorme corteo, rabbini, civili, famiglie, soldati e polizia, tutti insieme, e hanno fatto lentamente il giro di tutta la cittadina, sempre cantando le loro preghiere al D*o di Israele. 
Un bambino di circa 10 anni intanto correva disperato di soldato in soldato e singhiozzando chiedeva "Perche'? Cosa ti ho fatto?"
Poi hanno consegnato gli oggetti sacri a chi di dovere e sono saliti sugli autobus che li avrebbero portati via per sempre.
Forse sono un po' sorda ma non ho sentito nessuna nota di ammirazione per come e' stata portata avanti l'evacuazione.
Forse sono un po' confusa ma credo di aver letto sui media italiani  opinioni del tipo:"si vabbe', ok,  lo hanno fatto ma non basta, devono continuare".
Forse sono cieca ma  non ho letto nessun articolo che parlasse del dovere dei palestinesi di fare ...qualcosina anche loro.
E i palestinesi?
Ho sentito l'intervista a un uomo della strada a Gaza City: "la comunita' internazionale deve aiutarci" ,solita mania di accattonaggio contestata dal giornalista che chiariva "ma gli USA vi hanno appena dato 50 milioni di dollari". "non basta" ha risposto l'uomo della strada.
Certo non gli bastera' mai. Chi nasce accattone muore accattone.
E l'ANP? Eccola qua:
"Oh Hanadi, martire di Allah, fa‚ esplodere il nemico!"
Il Ministero della cultura dell‚Autorità Palestinese ha pubblicato lunedì il suo „Libro del Mese‰, una raccolta di poesie in onore della terrorista suicida Hanadi Jaradat responsabile dell‚assassinio di 21 israeliani innocenti. Il libro è stato distribuito come supplemento speciale del quotidiano Al-Ayyam.
Ancora una volta Israele ha vinto, ha vinto il suo esercito, la sua gente e il suo Premier. Ha vinto la sua democrazia e il suo desiderio di pace.
Ancora una volta i palestinesi hanno perso.
 
Deborah Fait - informazionecorretta.com

LA PRESCRIZIONE PRIVATA
Molte persone proclamano - forse bisognerebbe dire si vantano - d'essere incapaci di mantenere a lungo un rancore. Esse dicono di se stesse, sorridendo, Sul momento mi arrabbio come una bestia, poi dimentico tutto. Ora, a prescindere dal fatto che quest'atteggiamento - prima collerico e poi svagato - andrebbe controllato nei fatti, ci si può chiedere: c'è da vantarsi, di questo comportamento?
Il presupposto per discutere seriamente del rancore è che sia giustificato. Perché se esso nasce dall'invidia o dalla semplice suscettibilità, non è nemmeno ammissibile che sorga. Invece, se il rancore è ben fondato, come nel caso di chi abbia subito un grave sgarbo, perché mai il tempo dovrebbe avere un'influenza? Se si ha ragione di essere offesi in gennaio, che ragione c'è di non esserlo più in marzo, solo perché son passati due mesi?
Forse tutto dipende dal fatto che il rancore è un sentimento e col tempo sbiadisce. Come sbiadiscono le stoffe al sole. È come se la persona offesa, che magari sul momento sarà stata urtata dall'indifferenza dei terzi, al racconto del dramma, dopo qualche tempo dimostrasse lo stesso loro atteggiamento. Dopo tutto non è morto nessuno, pensa. Esattamente come coloro che, non essendo lesi, hanno tendenza ad essere magnanimi. Proprio per questo ogni uomo razionale dovrebbe, nel momento in cui sente scoppiarsi in petto il rancore, chiedersi se ha ragione o torto di avere quel sentimento. Se ha torto, o se soltanto pensa che fra qualche settimana la collera gli sbollirà, deve inghiottire immediatamente il rospo e cercare di non pensarci più. Se invece ha ragione di sentirsi seriamente offeso, deve assumere un comportamento - invariabile nel tempo - che i terzi e lui stesso, anche dieci anni dopo, possano ancora approvare.
È un errore serbare un rancore ingiustificato, ma è anche un errore dimenticare un rancore giustificato.
Una persona competente di diritto potrebbe tuttavia osservare che la legge conosce la prescrizione. Anche per il diritto penale, il passaggio del tempo non è senza effetto. È un'obiezione da prendere sul serio. Mentre di solito l'ordinamento giuridico non soffre di sentimentalismi e punisce nello stesso modo l'assassino preso un giorno o dieci anni dopo il delitto, lo stesso ordinamento, dopo un certo tempo, ci mette una pietra sopra: si chiama, appunto, prescrizione del reato. Ma la ratio di questo principio non è il perdono, è solo l'effetto del passaggio del tempo. La legge rinuncia a punire i reati commessi troppo tempo prima perché il tentativo di correggere tutti i torti, anche i più antichi, provocherebbe un'incertezza giuridica gravissima. Il compito dello Stato non è quello di tendere ad un'astratta giustizia ma quello di permettere un'ordinata vita sociale. Si preferisce dunque lasciar perdere i vecchi debiti e i vecchi reati, considerando legittima la situazione presente. Se lo Stato potesse permetterselo, abolirebbe la prescrizione.
Del resto, anche attualmente non è che lasci perdere facilmente. Dal punto di vista dei profani, esso potrebbe anzi essere definito rancoroso. Per una contravvenzione stradale che chiunque, in quanto privato, dimenticherebbe dopo ventiquattr'ore, lo Stato si concede sei mesi per la notificazione e cinque anni di tempo per punire. Se dunque il singolo si concedesse, come tempi del rancore, tempi simili a quelli dello Stato, sarebbe considerato un pazzo.
Ma c'è di più. Il singolo ha meno problemi dello Stato, per tenere a mente i torti subiti. Non ha migliaia di controversie, non ha subito migliaia di offese, i suoi amici ed i suoi nemici sono facilmente numerabili. Dunque le esigenze di certezza dei rapporti sono assicurate. La prescrizione privata non ha ragion d'essere, è solo una confessione d'incostanza ed emotività.
Bisogna non avere rancori stupidi, mentre la fine d'un rancore razionale deve derivare soltanto dall'aver fatto giustizia o dal perdono che il colpevole ha chiesto e ottenuto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it -   Agosto 1993


L'ODIO
In margine ad una diatriba  su "Capperi!"
Jaffa scrive a Deborah Fait:
"ma chi cazzo e`lei ma chi cazzo si crede di essere,ha proprio ragione dacia valent a mandarla a far in culo, vecchia degenerata, a lei niente shalom, perche`il suo odio e`disumano
jaffa"  08.25.05  
È molto raro che gli insulti siano interessanti. L'invettiva è un genere letterario di cui non molti sono all'altezza. Invece gli insulti banali, da sempre e per sempre, sono le ragioni di chi non ha ragioni. Perciò delle righe sopra riportate val la pena di commentare l'unica frase che ha senso: "il suo odio è disumano".
L'odio è un brutto sentimento. Più importante di questo giudizio estetico è tuttavia stabilire se esso sia giustificato o ingiustificato: ed è quello che si è tentato di dimostrare tanti anni fa a proposito del rancore, cioè del parente povero dell'odio.
Come sa chi ha seguito le recenti diatribe, io ho criticato lo stile di Deborah Fait. Le ho detto che esso non è il più efficace perché uno stile appassionato è adatto più ad esacerbare le passioni opposte che a convincere. Ma nel momento in cui si accusa un'ebrea di odio, e per giunta di odio disumano, devo protestare con tutte le mie forze. Non si può accusare chi è odiato di odiare chi lo odia: è semplicemente legittima difesa. Si possono biasimare quegli ebrei che odiano i tedeschi in generale: infatti non solo molti tedeschi di oltre sessant‚anni fa non hanno neppure saputo dell'Olocausto, ma i tedeschi di oggi quella storia la leggono e la studiano sui libri, più o meno come noi. Viceversa gli ebrei hanno il diritto di odiare Hitler, i nazisti e COLORO CHE ANCORA OGGI LA PENSANO COME LORO.

C'è stata e c'è in giro fin troppa retorica ma essa non annulla i fatti. Il Ventesimo Secolo è stato pieno di un odio disumano, appunto, per gli ebrei. Un odio militante e fattivo che ha fatto milioni di morti ed ha provocato innumerevoli tragedie. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si sarebbe potuto sperare che l'umanità intera si vergognasse e che quell'odio finalmente si estinguesse, ma così non è stato. Oggi parecchi arabi, e comunque la quasi totalità dei palestinesi, odiano gli ebrei con la stessa intensità e le stesse intenzioni di Hitler. Il loro sogno non è d'avere un Stato palestinese accanto ad Israele, è quello di eliminare Israele, di cancellarlo dalla carta geografica (nella quale loro personalmente non l'hanno mai ammesso), se possibile sterminando tutti gli israeliani. C'è da stupirsi se, di fronte a questo odio, alcuni, come Deborah Fait, rispondono con uguale veemenza? Chi ha cominciato, Deborah Fait o Hamas? Deborah Fait o gli antisemiti d'ogni pelame? E perché mai Deborah dovrebbe avere più stile di chi l'insulta, mentre lei piange le vittime innocenti d'Israele e forse non s'è ancora asciugate le lacrime per la Shoah?
Gli antisemiti esistono. Poco importa se chiamano se stessi antisionisti: sono antisemiti viscerali. Se dunque qualche israelita risponde con la stessa moneta, perché alzare le sopracciglia? È strano che si risponda col disprezzo al disprezzo, all'odio con l'odio?
Qualcuno risponde che Israele è uno stato "europeo", civile e democratico, e non può rispondere a chi l'attacca selvaggiamente scendendo al suo stesso livello. Può essere. Ma a parte il fatto che chi consiglia ciò nel frattempo se ne sta tranquillo in un paese in cui può prendere serenamente un autobus senza rischiare di saltare in aria, ci si può forse aspettare che questa superiorità dimostri il governo di Gerusalemme: ma la si può anche pretendere dai singoli? I singoli hanno il diritto d'essere passionali e acerbi almeno quanto lo sono gli antisemiti. O bisogna permettere solo a chi attacca gli ebrei d'essere aggressivo ed eccessivo?
Io ho criticato Deborah Fait per certo suo tono non perché non ne avesse diritto ma solo perché, a mio parere, non era il più efficace. Però condannare l'odio di chi si sente odiato, e odiato senza ragione, d'un odio mortale e omicida, è troppo.
La religione cristiana parla di porgere l'altra guancia. Ma un cadavere - e l'unico ebreo "buono", per parecchia gente, è appunto un cadavere - non può porgere nemmeno l'altra guancia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 25 agosto 2005

CHE RAZZA DI PERA
Le affermazioni sul “meticciato” pronunciate il 21 agosto da Marcello Pera al meeting di CL (clicca qui ) sono scandalose? Non mi pare, ma anche se fosse, tanto meglio.
Sono sbagliate? Probabilmente almeno in parte, soprattutto laddove le conclusioni che il Presidente del Senato ne ha tratto  si risolvono nella solita insipida ed ambigua sbobba delle “radici giudaico-cristiane”.
Ma una cosa è confutarle nel merito, altra cosa è tacciarle di xenofobia nazistoide (o semplicemente definirle ''indegne e deliranti'', come ha fatto il solito Pecoraro Scanio).
Su l’Unità del 22 agosto  assai sobriamente quelle frasi sono state accostate ad altre scritte nel 1938 sulla rivista “La difesa della razza” dall’antropologo Lidio Cipriani, teorico delle politiche razzista del regime fascista, cercando con un affannoso e taglia-e-cuci di creare un effetto ottico che suggerisca assonanze amio avviso inesistenti. L’impressione è quella di un giochino del tutto speculare a quello di chi qualche tempo fa affiggeva manifesti in cui i sostenitori dei referendum sulla fecondazione assistita venivano equiparati alle camicie brune di Hitler. 

Più raffinate ma non tanto più convincenti mi sono parse le affermazioni di una docente della Bocconi che, intervistata su Radio Radicale, ha spiegato che “una società senza multiculturalismo è una società senza rischio”, sicché “l’onorevole Pera si colloca con le sue affermazioni nella linea classica novecentesca del pensiero totalitario” (sic!).
Non ricordo di aver visto stroncare con toni altrettanto apocalittici ed indignati le tesi del prof. Giovanni Sartori, beniamino della sinistra ed ospite fisso dei talk show di Rai3 grazie alle sue frequenti professioni di antiberlusconismo, allorché nel suo saggio del 2000 “Pluralismo, multiculturalismo e estranei”  condannò il multiculturalismo in quanto fattore di disintegrazione sociale… né quando Sartori difese il famigerato “la rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci dalle critiche di Tiziano Terzani e Dacia Maraini, affermando: “Terzani scrive che l'intolleranza di Oriana lo inquieta. A me inquieta molto di più, confesso, la cecità di chi fruisce di una "buona vita" (etico-politica) che non vede perché non sa vedere in contrasto. Per Oriana Fallaci, "se crolla l'America crolla l'Europa. Crolla l'Occidente, crolliamo noi. Blair l'ha capito...". Evidentemente Terzani e la Maraini no. Perciò sono davvero spaventato”.
Se l’avesse detto Pera, sarebbero certamente state parole ''indegne e deliranti'' per i soliti isterici doppiopesisti…
Mi piacerebbe invece che qualcuno sufficientemente attrezzato (quale io non sono) si cimentasse nel confutare Pera nel merito, approfondendo e confrontandosi serenamente con i problemi da lui posti. Potrebbe venirne fuori, ad esempio, che lo svarione più grave Pera lo abbia commesso scegliendo di usare l’espressione “meticciato” per individuare il pericolo da scongiurare, laddove, invece, il resto del suo ragionamento va più che altro nella direzione opposta. La società multiculturale, in cui le diverse comunità etnico-religiose convivono in regime di separatezza, è proprio quella che rifiuta la contaminazione. Se riconosciamo che quel multiculturalismo è sbagliato ed è fallito, qual è l’alternativa? Posto che è ridicolo ed inconcepibile pensare di far assimilare “al mille per mille” l’identità di un popolo ad un altro popolo (non esiste una “integrazione integrale”), l’unica alternativa è la contaminazione, il melting pot, il “meticciato” appunto. Che, nella cultura come nella genetica, è da sempre occasione di arricchimento e di rivitalizzazione.
Quindi, essere contro il multiculturalismo e per l’integrazione, significa proprio essere dei “fan” del meticciato.
Ovviamente il gioco non è così semplice, perché è fisiologico che la prospettiva della contaminazione appaia inquietante ai più se non avviene con certe “garanzie”. E’ fisiologico, intendo dire, che la comunità preesistente sia disposta a “meticciarsi” solo in posizione dominante; e che quella immigrante si veda perciò imporre un meticciato di tipo soccombente. Le norme, le tradizioni, le abitudini di vita, le mentalità di cui gli immigrati sono portatori non sono sullo stesso piano di quelle delle comunità preesistenti.
Certo, il “politically correct” vorrebbe il contrario, vorrebbe la neutralità, la “par condicio”: ed ecco il problema del “relativismo”.

A questo punto, è d’obbligo una precisazione. Ho l’impressione che a taluni laici frettolosi, che tendono a liquidare la questione con apriorismo e sufficienza, sfugga il fatto che quando il presidente del Senato usa questo argomento – denunciando “la dottrina che tutte le culture sono uguali, che non si possono comparare, e non si possono porre su alcuna scala per giudicare l'una migliore dell'altra”, lo fa servendosi (se più o meno correttamente, andrà poi verificato e/o confutato nel merito; ma per ora mi limito alla segnalazione) non tanto delle parole della sua frequentazione più recente (e più sbandierata), ossia gli ultimi due pontefici, bensì di quelle della sua frequentazione più remota, cioè il grande epistemologo liberale Karl Popper.
Il quale Popper nel 1964 avvertì l’esigenza di aggiungere al suo capolavoro “La Società Aperta è i suoi Nemici” una apposita corposa appendice intitolata “Fatti, standard e verità: un’ulteriore critica del relativismo”, nella quale esordiva così:
“La più grande malattia filosofica del nostro tempo è costituita dal relativismo intellettuale e dal relativismo morale, il secondo dei quali trova, almeno in parte, nel primo il proprio fondamento. Per relativismo – o, se si preferisce, scetticismo – intendo, in sostanza, la teoria secondo la quale la scelta fra teorie concorrenti è arbitraria; ed è arbitraria perché non esiste alcunché che si possa considerare come verità oggettiva; ovvero, anche se esiste, non c’è alcuna teoria che si possa considerare come vera, o comunque (anche se non vera) più vicina alla realtà di un’altra; ovvero, se ci troviamo di fronte a due o più teorie, non abbiamo alcun modo o mezzo di decidere se una di esse è migliore dell’altra”
Il fatto di combattere il relativismo ed di pretendere che determinate norme, determinati ordinamenti, determinati e determinati “stili di vita” prevalgano rispetto ad altri perché migliori e più aderenti alla “verità” rispetto ad altre, non è di per sé né illiberale, né iniquo né irragionevole. Anzi.
Naturalmente, resta poi da vedere caso per caso il merito di ogni problema. Il che sarà tanto più fattibile quanto più si sta sul piano dei singoli problemi concreti e specifici, e quanto meno si rifugge nell’empireo ideologico dei “valori” e delle “radici”, concetti vaghi e fumosi tanto cari al presidente Pera.
(ale tap, 25.08.05)


GAZA E L'IDENTITÀ D'ISRAELE
L'articolo di Barbara Spinelli di domenica 21 agosto, fluviale e un po' confuso come sempre, fa osservare che alcuni coloni di Gaza pensavano d'avere il diritto eterno di rimanere lì dov'erano, in quanto quella terra è stata assegnata agli ebrei da Dio stesso. Ora lo Stato d'Israele li fa sloggiare e si ha dunque un contrasto fra la fede e il diritto, tra l'autorità religiosa e quella laica. Una crisi d'identità come la vive chi si chiede se deve obbedire a Dio o alla legge degli uomini. Si direbbe che Israele debba decidere se  essere  (o rimanere) lo Stato degli ebrei oppure ammettere d'essere uno Stato come gli altri. Secondo la Spinelli Sharon, ordinando lo sgombero delle colonie di Gaza, avrebbe detto in sostanza: "Non possiamo salvare la natura ebraica del nostro Stato-nazione". Questo dubbio sull'identità d'Israele è stato espresso all'autore di queste righe, in una lettera privata, anche da Vittorio Dan Segre, una delle più grandi autorità, in questo campo. Dunque le obiezioni che seguono sono espresse più come domande che come affermazioni.
Innanzi tutto, la copertura giornalistica dello sgombero di quegli ottomila coloni è stata eccezionale. Complice un agosto povero di notizie, si è insistito sulle lacrime di chi doveva abbandonare la propria casa e sulle lacrime di chi doveva costringere il proprio fratello a farlo; sul rimpianto nel rinunciare ad un‚attività creata con stenti e sacrifici e sul contrasto fra ebrei devoti e freddezza di uno Stato che "deporta" i propri cittadini. Ma è anche possibile chiedersi: quanti coloni, se pure addolorati quanto gli altri, sono andati via senza fiatare? Quanti di coloro che più hanno fatto resistenza non abitavano neppure in quelle colonie ed erano lì esattamente allo scopo di fare quello che hanno fatto? Non potrebbe essere avvenuto che lì, accanto agli interessati che soffrivano un vero sradicamento, ci fossero degli estremisti, un po‚ come avviene in Italia quando, in occasione di uno sciopero di metalmeccanici, degli "autonomi" s'infiltrano nei cortei al solo scopo di operare distruzioni e scontrarsi con la polizia? È una prima domanda. Sarebbe utile sapere quanti sgomberi sono stati "drammatici" e quanti "pacifici", anche se pacifico non può certo essere l'abbandono della propria casa. Non dimentichiamo che se ogni madre piange, perdendo un figlio, solo certe donne fanno del loro dolore uno spettacolo da scalmanati.
In secondo luogo, è strano che ci si ponga la domanda sulla natura dello Stato d'Israele. Questo Stato, pure a prevalenza ebraica, è giuridicamente laico. Esso assicura una totale libertà di vita, di parola e di culto alla comunità musulmana (oltre un milione di persone; le uniche, insieme con i turchi, che partecipano ad elezioni libere), alla comunità cristiana e a ogni altra religione. Anche l'Italia è uno Stato dove c'è una religione prevalente, il  cattolicesimo: tanto è vero che c'è il crocefisso anche nelle scuole o nei tribunali. Ma forse che per questo l'Italia è uno Stato cattolico, sottintendendo che è il cattolicesimo che lo tiene insieme?
Ulteriore questione riguarda il modo in cui gli ebrei vivono la loro religione, in Israele. Si ama pensare a tutti gli israeliani come a ebrei ortodossi, col barbone, il cappellaccio e vestiti di nero come becchini. In realtà gli ebrei sono religiosi più o meno come lo siamo noi: magari con maggiore fervore (noi siamo pagani), ma senza farne una stretta norma di quotidiano comportamento. Israele non è il Monte Athos. Dunque tutti questi richiami alla terra come cosa sacra data direttamente da Dio non è una tesi che tutti gli israeliani prendono sul serio: come è provato dal fatto che lo sgombero da Gaza è largamente sostenuto dalla maggioranza dei cittadini. Sharon è tutt'altro che solo. Ha certo messo in crisi il suo partito, che forse si spaccherà: ma questo non significa che egli non potrebbe vincere le prossime elezioni. È riuscito sia a ridurre drasticamente il terrorismo palestinese (grazie all'efficienza della "fence", della barriera) sia a districarsi da Gaza: non sono piccoli titoli di merito.

Non bisogna neppure dimenticare che quei coloni lavoravano e facevano miracoli, nel deserto ma non sarebbero potuti rimanere lì un solo giorno se non fossero stati protetti da un esercito che ha presidiato costantemente la zona. Il disimpegno da Gaza comporta una spesa, per il governo, ma è una spesa una tantum, mentre la protezione era una spesa gravosa e a tempo indeterminato. I coloni non occupavano una parte di Gaza e basta: obiettivamente esigevano che gli altri israeliani pagassero per la loro protezione.
Più difficile è capire i moventi dell'azione di Sharon. Moventi che devono essere potentissimi, se si considerano le difficoltà che ha dovuto affrontare e superare.
Si possono fare parecchie ipotesi. La prima, ma non la più seria, è quella già detta, il costo. Più probabile è invece che Sharon, sganciandosi da Gaza, abbia messo sul tavolo un asso di briscola politico. Rinunciando a pezzi di terra privi d'importanza strategica, ed anzi difficili da tenere, ha dato al mondo l'impressione che Israele ha compiuto un passo enorme e dolorosissimo verso la pace. È riuscito a mettere in mora, dal punto di vista dei media, coloro che, sempre dal punto di vista dei media, erano riusciti a mettere in mora Israele. Tanto che il mondo ha sentito il dovere di chiedersi: e i palestinesi che cosa hanno fatto, che cosa faranno, in cambio? Come dimostreranno la loro volontà di pace?
Fra i palestinesi quelli che hanno la massima voce in capitolo  sono i violenti e costoro non hanno intenzione di far nulla. Sia perché il loro scopo non è ottenere qualcosa da Israele, ma ottenere che Israele scompaia dal Vicino Oriente (come è scomparso, anzi, come non è mai comparso nelle loro carte geografiche), sia perché essi sono incapaci di uscire dalla loro retorica. I palestinesi non prendono quella di Sharon come un'iniziativa di pace ma sostengono che Israele si ritira sconfitto dalle loro azioni di terrorismo: cosa che prova la bontà del terrorismo stesso come metodo di lotta. Mentre è ovvio che Israele avrebbe potuto rimanere lì ancora per decenni. Con lo stesso meccanismo retorico usato quando Israele si è ritirato dal Libano, stravolgono la realtà, sicché per loro non si è fatto nessun passo verso la pace. Al massimo - nella loro ottica - un passo verso la vittoria su Israele.
Parecchi israeliani temono che dopo lo sgombero Gaza possa trasformarsi in una centrale terroristica. E potrebbe anche essere. Ma in passato i terroristi che sono arrivati in Israele non venivano da Gaza: venivano dal resto dei territori. Perché intorno a Gaza c'era una "fence" come quella ora è stata costruita approssimativamente lungo i confini del '67 e dunque, se non ci saranno coloni, Tsahàl potrà sigillare la Striscia ancor meglio di prima.
Inoltre, se si materializza la minaccia d'una centrale terroristica, Sharon potrà dire ai governi "moderati" musulmani: noi siamo un piccolo paese chiuso a riccio e dunque sopravviviamo, ma voi guardate l'Iraq e misurate il rischio che correte. Non potete più sostenere, sia pure a parole, la causa dei violenti palestinesi: perché ora dovrete proteggere voi stessi da loro. E sapete bene che integralisti sono contro ogni governo che non sia del tipo instaurato dai Taliban.

È infatti con molta preoccupazione che l'Egitto, che già a suo tempo rifiutò la restituzione di Gaza, si appresta a presidiare la frontiera fra la Striscia e il Sinai. Perché prima le armi passavano dall'Egitto a Gaza, per attaccare Israele, domani, mancando il gendarme israeliano, potrebbero passare da Gaza all'Egitto per attaccare il Cairo.
Molti commentatori, sia in Italia che nel mondo, hanno visto questo sgombero come un preludio alla possibilità che Israele si ritiri dalla Cisgiordania e francamente sembra un'esagerazione. È come se, vedendo un uomo che fa l'elemosina, si presumesse che è il primo passo verso la totale, francescana rinuncia a tutti i suoi beni. Non solo nella Cisgiordania ci sono oltre duecentomila coloni (e non ottomila), ma mentre le colonie di Gaza erano per Gerusalemme un problema anche militare il resto dei territori sono una garanzia di sopravvivenza. Perché chi vorrà attaccare Gerusalemme dovrà prima percorrere quegli spazi. Se essi fossero infatti sgomberati totalmente la guerra comincerebbe dai confini del 1967: e quale governo potrebbe essere sicuro di vincere anche questa quinta guerra?
Sharon ha giocato le sue carte da maestro e dal punto di vista pubblicitario è stato indubbiamente un capolavoro. Ma - speriamo tanto di sbagliarci - in futuro non cambierà praticamente nulla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it  - 22 agosto 2005

Democrazia è libertà? In difesa dell'Occidente
Marcello Pera, discorso pronunciato in apertura del Meeting dell'amicizia - Rimini, 21 agosto 2005
Per il testo colpleto dell'intervento, clicca qui
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LO STILE DEL CUORE
Una querelle amichevole all'interno del blog
Deborah Fait è una donna che scrive da Israele per difendere le ragioni d'Israele e fa questo con tutta la passione e tutta la foga di chi sente profondamente ciò che dice. Anzi, di chi ha il cuore colmo d'amarezza, di dolore e d'indignazione per le ingiustizie subite. A margine d'un ennesimo articolo pieno di colore e di punti esclamativi è avvenuto che le scrivessi: "Lasciamo stare se ha ragione o torto (e io penso che abbia largamente ragione), ma lei crede che convincerà mai qualcuno, con questo stile? Le scrivo perché mi addolora il pensiero che i suoi scritti potrebbero essere controproducenti. Spero di sbagliarmi".
Lei ha risposto: "Caro Pardo, io scrivo come voglio e non voglio convincere nessuno ... mi scusi, non credo che nessuno possa chiedere a chi scrive di cambiare stile. Io scrivo col cuore. Chi non capisce sono affari suoi".
Innanzi tutto, chiunque ha il diritto di chiedere ad un altro di cambiare stile e chiunque ha il diritto di rispondere che non lo cambierà. Poi il problema è un altro: è utile, uno stile appassionato?
Come è noto, fra professionisti si cerca di non operare a favore di persone della propria famiglia. Un medico cerca di non curare i propri figli, l'avvocato non difende la propria moglie. Tutti si affidano ad un collega, anche quando si tratta di loro stessi, e non perché, improvvisamente, abbiano perso la stima di sé, ma perché l'esperienza professionale ha insegnato che il coinvolgimento emotivo va a scapito della professionalità.
Nello stesso modo, chi "scrive col cuore" non convince il lettore che "col cuore" è di parere diverso. Con questo stile ci si chiude nel guscio dell'io e si induce il prossimo a chiudersi nel guscio dell'io. Se ci si sposta dal piano dei fatti e dei ragionamenti al piano dei sentimenti, chi legge opporrà ai sentimenti di chi scrive i suoi propri, dispensandosi anche dall'essere ragionevole. Se legge qualcosa che gli dà interamente torto, invece d'inchinarsi ai fatti, "col cuore" dirà che non è vero, che l'altro, visto che scrive e pensa "col cuore", magari quel fatto l'ha inventato.

Una seconda critica, stavolta estetica, è che lo stile appassionato e in prima persona è lo stile dei giovani. È lo stile della tempesta ormonale, del diario e della lettera d'amore: tutte cose che la professionalità impone di mettere da parte. Meglio evitare la paroletta "io", meglio evitare i ricordi personali, meglio non farsi notare e, come avrebbe detto Gustave Flaubert, sparire dietro la propria opera: uno dei canoni di questo supremo maestro della prosa era infatti l'impersonalità.
È vero, esiste un'Oriana Fallaci che di queste regole ha fatto strame ed ha ottenuto un grande successo: ma da un lato c'è gente che non riesce a leggerla, per questo, dall'altro non sempre ex uno disce omnes, non sempre ciò che vale per uno vale per tutti. Forse lei ha una particolare arte, nell'esprimersi in questo modo. Forse ha azzeccato i sentimenti di molti lettori e costoro potrebbero trovare nelle sue righe la stessa passione che sentivano già da prima. Il che corrisponde a dire - e si torna alla tesi principale - che Oriana Fallaci ha sfondato porte aperte: è stata applaudita solo da gente che già la pensava come lei.
Deborah Fait però addirittura l'afferma, che non vuol convincere nessuno. Ma anche questa è un'affermazione "col cuore". Sarebbe come dire, scrivendo una lettera "ti invio queste righe affinché tu non le legga". Nel giornalismo d'opinione tutti scriviamo per convincere. Vogliamo mostrare il nostro punto di vista nella speranza che sia e soprattutto che divenga il punto di vista del lettore. Ci si può rassegnare al fatto che non si è stati convincenti, ma affermare che non s'intendeva esserlo è contraddittorio: in quel caso, sarebbe bastato stare zitti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 21 agosto 2005

Tra gli italiani pregiudizi e ignoranza su Israele
"Libero" di sabato 20 agosto 2005 pubblica a pagina 3 un articolo di Andrea Colombo che commenta i risultati di un sondaggio sulla percezione del conflitto mediorientale da parte degli italiani.
Clicca qui per il testo dell'articolo.

GALLI DELLA LOGGIA E IL CONFLITTO D'INTERESSI DI BERLUSCONI
Galli della Loggia, sul "Corriere della Sera", sostiene che Berlusconi ha buone ragioni per essere il candidato del centro-destra alle elezioni del 2006. In sintesi, militano in favore di questa ipotesi la sua centralità politica e il suo potere economico. Poi però il politologo aggiunge che queste, oltre che essere buoni ragioni, sono anche pessime ragioni: si veda il brano in calce.
Di questo articolo, certamente non benevolo, visto che anzi alla fine si sfiora persino l'irrisione, interessa soprattutto passaggio: "I cordoni della borsa, insomma, ce li ha in mano solo Berlusconi, ed è difficile immaginare il Cavaliere non più candidato ma egualmente munifico come fino a oggi è stato". Perché fa sorgere un mucchio di domande.
Ma come, non si è parlato ad nauseam del conflitto d'interessi, nel senso che Berlusconi vorrebbe trarre vantaggi economici dalla sua carriera politica? Come mai oggi si dice che "fino ad oggi" è stato "munifico"? Dunque i soldi li avrebbe dati e non presi? Come mai Galli della Loggia parla dei cordoni della borsa personale del premier da cui i soldi dovrebbero uscire invece che entrare? Come mette d'accordo questa idea con ciò che perfino commentatori non scioccamente fanatici come Mieli, Romano, Sartori e tanti altri hanno mille volte affermato? Insomma, Berlusconi con la politica ci guadagna o ci perde? E come mai non si fa l'ipotesi che non ci guadagni e non ci perda, se non indirettamente e involontariamente? Sorge insomma il sospetto che per tirare palle alla testa di turco qualunque proiettile sia buono.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it , 21 agosto 2005

Dall'articolo di Galli della Loggia:
"I cordoni della borsa, insomma, ce li ha in mano solo Berlusconi, ed è difficile immaginare il Cavaliere non più candidato ma egualmente munifico come fino a oggi è stato. Peccato però che questi validi motivi cui Berlusconi può appellarsi non siano affatto delle buone ragioni. Siano anzi pessime, e cioè la prova più evidente dell'insufficienza della sua leadership e della sua azione di governo: e dunque anche la causa del forte declino elettorale dell'immagine sua e del centrodestra in genere. Da quando più di dieci anni fa' infatti, è entrato in politica, egli sembra aver fatto di tutto perché Forza Italia restasse quel partito finto che è, dove c'è posto solo per chi è d'accordo con lui sempre e comunque (come si vede anche oggi a proposito della sua autocandidatura). Egualmente la sua azione di premier non è riuscita ad amalgamare la coalizione, a darle un minimo comune di ispirazione e di volontà. In questo modo il centrodestra è rimasto unicamente Silvio Berlusconi: e così egli ha stabilito che debba essere anche in futuro. Quanto alle elezioni, niente paura, a vincere ci penserà ancora una volta sempre lui: con le «sue» trovate ingegnose, i «suoi» slogan, i «suoi» manifesti. E naturalmente con le «sue» tv e i «suoi» soldi."
Corriere della Sera, 19 agosto 2005


MOLLICHINE
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