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AGOSTO 2005
FAZIO OGGI E FAZIO
UN ANNO FA
Non è che l'argomento
sia particolarmente appassionante, ma è stupefacente.
Mesi fa, quando ci sono stati gli scandali Cirio e Parmalat,
in cui sono stati danneggiati pesantemente migliaia e migliaia
di risparmiatori, e quando le responsabilità per omessa
vigilanza della Banca d'Italia sembravano evidenti, tutto l'establishment
ha protetto Fazio e attaccato Tremonti. Proprio mentre questi,
come oggi fanno in tanti, chiedeva conto dell'omessa vigilanza
e proponeva una riforma della Banca d'Italia. Inoltre, in quel caso
c'era un grandissimo danno, per giunta a carico dei piccoli che non
possono difendersi, coloro che tutti i partiti dicono di voler proteggere,
mentre qui si tratta d'uno scontro di colossi, nessuno dei quali
fa pietà. In quel caso, per provare che c'era del marcio,
bastava citare la circostanza che erano rimasti scottati i risparmiatori
"fai da te", mentre coloro che si erano affidati agli amministratori
di fondi non avevano patito perdite. I competenti li avevano protetti
tenendoli alla larga da imprese che sapevano decotte e insolvibili.
I piccoli promotori finanziari sapevano, la Banca d'Italia no. Non
è strano?
Gavazzi, nell'editoriale
del Corriere della Sera di oggi, dice che la gente
sfilava con cartelli che chiedevano come mai Beppe Grillo
sapesse dell'inghippo e chi doveva vigilare no. Ebbene,
in quella circostanza, forse perché ancora Fazio gli era
utile, e forse in odio a Tremonti, pur in presenza di fatti
gravissimi, né l'opposizione né la maggioranza
chiesero seriamente le sue dimissioni . Ora avvengono cose che,
qualunque cosa dicano gli "antipatizzanti" del Governatore,
non costituiscono reato, e neanche qualcosa di chiaramente rimproverabile:
e tuttavia il coro è contro di lui. Mah. Non era simpatico
prima, quell'uomo, non è simpatico oggi, ma è poco
elegante allinearsi automaticamente con gli osanna e i crucifige.
Puzzava di bruciato la sua innocenza di allora, puzza di bruciato
la sua colpevolezza di oggi.
Molti poi dicono: anche se
non è colpevole di nulla, dovrebbe dimettersi per
ragioni di opportunità. Innanzi tutto va sottolineato
che, nel caso il Governatore fosse veramente innocente
di tutto, il discredito della Banca d'Italia l'avrebbero
creato coloro che denunciano scandali (giuridicamente) inesistenti.
Ma soprattutto dà un grande fastidio questa tendenza
a essere nobili e generosi a spese altrui. Sarebbe bello vedere
come si comporterebbero i critici, se fossero loro a doversi
dimettere! Si può certo lodare chi si è dimesso, per
esempio Cossiga dopo l'assassinio di Moro, ma non si può
pretendere il suicidio di nessuno.
Fra l'altro Cossiga - che
certamente era innocente - dimettendosi fece un gran
figura, Fazio dimettendosi darebbe ragione a chi oggi ce l'ha
con lui e confesserebbe d'essere colpevole. E perché dovrebbe
farlo, soprattutto se soggettivamente si sente innocente? Con
quale coraggio si può chiederglielo?
Ognuno dovrebbe chiedersi
onestamente: Che cosa farei, al suo posto? E magari
poi non rispondere: è più facile essere eroi in
teoria che in concreto.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
Massima del giorno
È meglio essere
preparati al peggio che impreparati al male.
G.P.
MOLLICHINE
Proteste per le parrocchie-seggio
delle primarie di centro-sinistra. Perché,
poi? Il fondatore frequentava pubblicani e prostitute.
Un razzo partito dal
Libano è finito nel pollaio di un kibbutz. Pare
che gli attentatori non volessero uccidere le galline in quanto
ebree ma in quanto sioniste.
A Baquba 5.000 sunniti
hanno manifestato contro la bozza di costituzione.
Paese in crisi? Ma se solo a Baquba ci sono 5.000 costituzionalisti!
A Roma una ragazza di
strada su due è minorenne. Largo ai giovani.
Berlusconi si ricandida:
"Fanfani a 79 anni varava il suo sesto governo". A
sinistra distribuzione gratuita di ferro da toccare.
Marta Flavi: "Ringrazio
Maurizio Costanzo di avermi sposato. E di avermi lasciato".
Ci sono un "grazie" e due "o" di troppo.
Tabacci: "Stiamo passando
dai partiti-aziende ai partiti-banche". E accidenti,
lui non l'hanno fatto né Amministratore Delegato prima,
né Presidente poi.
Tabacci: "Riguardo alla
Banca d'Italia è accaduto quello che non era
accaduto mai". Correzione: non che facesse male ma che se
ne dicesse male.
Tabacci: "La Banca d'Italia
il conflitto d'interesse ce l'ha nel suo capitale,
che è tutto di banche". A Berlusconi anche il conflitto
d'interessi vogliono sottrarre?
Tabacci: "E noi che
facciamo? Ci teniamo Fazio?" Ingenuo. È Fazio
che tiene loro.
Dal Riformista: "un
team di scienziati americani ha detto di avere scoperto
che le donne, quando indossano un bikini, diventano meno intelligenti".
E loro si occupano di misurarne l'intelligenza?
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it
BERLUSCONI SI CANDIDA
Non tutti hanno un'antipatia viscerale per Berlusconi,
alcuni anzi (più della metà dei votanti, nel '91
e nel '96) hanno tendenza ad apprezzarlo. Ma cosa risponderebbe
uno di loro se gli chiedessero: "Ti è piaciuta l'affermazione
di Berlusconi secondo cui lui si candida facendo un enorme, enorme
sacrificio?" La risposta sarebbe, probabilmente, no.
La prima ragione per la disapprovazione è,
per così dire, linguistica. Comandare, giocare, fare l'amore
e le attività consimili sono considerate da tutti positivamente.
Come soddisfazioni e piaceri, non come sacrificio. Sarà pur
vero che comandare comporta stress e responsabilità, che
giocare può essere faticosissimo, per un maestro di tennis,
che fare l'amore è un brutto mestiere, per certe donne: ogni
medaglia ha il suo rovescio e non si può irridere chi mostra
questo rovescio. Ma - e qui si torna alla ragione linguistica - dal
momento che comandare, giocare ecc. sono cose che dànno soddisfazione,
bisogna astenersi dal provocare la reazione superficiale, naturale e
perfino volgare del prossimo. Il fardello del comando è un vero
fardello ma è vietato lamentarsene. Anche perché c'è
dietro la porta una lunga fila di persone disposta a metterselo sulle spalle.
C'è poi una seconda e più seria
ragione per disapprovare la frase di Berlusconi. Ognuno di noi
fornisce a se stesso le più commendevoli ragioni e le più
virtuose motivazioni per fare ciò che aveva voglia di fare o
interesse a fare. Prendiamo l'onestà: questa è una qualità
che ha i suoi costi eccome, ma come vive, il disonesto, vive forse
bene? Riscuote la fiducia e la stima del prossimo? Tutti hanno
nella loro esperienza il caso di quei ristorantini che aprono,
offrono buoni pasti a buoni prezzi e dopo qualche tempo, rinunciando
all'onestà, aumentano i prezzi, abbassano la qualità
e qualche tempo dopo chiudono. Ecco la ragione per essere onesti:
essere onesti, se si è ristoratori, conviene. La clientela si
affeziona, i tavoli non sono mai vuoti e alla fine, come molti fanno,
si potrà scrivere: "dal 1986", "dal 1971" o perfino "dal 1958".
L'anzianità è prova di qualità ed onestà.
Chi è corretto, chi paga i suoi debiti,
chi mantiene la parola data paga un prezzo. Ma è anche
vero che dorme bene la notte e, se non si arricchisce, certo è
più felice o almeno sereno di tanti altri, alla fin dei conti.
È questo il senso della frase "La virtù è il premio
di se stessa".
Anche l'esercizio del comando ha i suoi prezzi
ma il suo premio è l'ambizione appagata. Che possa essere
un "grande, grande" sacrificio significa soltanto che per l'interessato
è un "grande, grande" piacere. Migliore, secondo i napoletani,
del grande piacere per eccellenza. Niente di male, in tutto
questo. Ma Berlusconi dimostra di essere eccellente imprenditore,
straordinario politico e insufficiente filosofo. Non può
chiedere ringraziamenti, se si candida. Gli si può credere
quando afferma di tenere in conto gli interessi dell'Italia (tutti
ne teniamo conto), ma la molla dell'ambizione, da che mondo è
mondo, non è la causa da servire ma il narcisismo di chi la vuole
servire.
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
PAPA BENEDETTO
XVI
visto
da un miscredente
Quando un miscredente parla di religione
rischia di urtare sia i credenti che i miscredenti. I primi,
perché dimostra di non prendere del tutto sul serio la
religione, i secondi perché sembra prenderla sul serio.
In realtà la religione andrebbe sempre presa sul serio,
perché se è vera ci impone un tipo di vita e se è
falsa ce ne impone un altro. Meglio scegliere a ragion veduta.
Ma praticamente tutti non si dànno la pena di pensare a
queste cose e vivono come più gli aggrada. Perfino dicendosi
credenti e praticanti mentre non sanno a che cosa credono e non
praticano quel poco che sanno.
Trattare la religione a proprio modo è
consentito solo al miscredente informato e poi, in misura minore,
all'adepto d'una religione in cui il rapporto credente-divinità
sia libero. Nell'Islàm non c'è un clero nel senso
cristiano del termine. Il rapporto Dio-credente è diretto,
senza mediazioni e il singolo è guidato dal Corano: ma come
debba leggerlo, come debba interpretarlo è affar suo. Farà
certo bene a dar retta agli imam e ai grandi teologi, perché ne sanno
più di lui ma essi non hanno su di lui un'autorità gerarchica,
hanno solo quella che deriva dalla loro maggiore competenza.
L'islamismo è una religione astratta,
semplice ed essenziale. La sua pratica non è affollata
di norme e il suo cielo è sgombro: c'è posto solo per
Dio. Nel cristianesimo le cose stanno diversamente. Ogni Chiesa
ha tendenza a stabilire punti fermi, credenze essenziali senza
le quali si è esclusi dalla comunità. Non si può
essere luterani se si insiste per confessarsi come non si può
essere cattolici se si insiste nel non confessarsi. Anche qui è
opportuno notare che le differenze fra sunniti e sciiti sono minori
di quelle che si hanno nell'ambito del Cristianesimo.
Il Cattolicesimo tocca tuttavia il culmine
della regolamentazione. In esso la religione - forse anche
influenzata dalla mentalità giuridica romana - è divenuta
un corpus strutturato al livello dottrinale, al livello giuridico
(col diritto canonico), e infine al livello dell'organizzazione
del culto. Non solo esiste un clero, ma questo clero somiglia ad un
esercito con i vari gradi e un comandante supremo e indiscutibile:
il Papa. Questo assolutismo religioso travalica per giunta il
tempo e il Vaticano non si limita a disciplinare il presente, disciplina
anche il futuro. Quando è stato proclamato il dogma dell'Immacolata
Concezione di Maria, nel 1854, non ci si è limitati a dire
ai contemporanei: "oggi siete obbligati a credere a questo"; si
è detto: "chiunque voglia essere cattolico, oggi e anche in
futuro, dovrà credere a questo".
Il cattolicesimo è una religione
cristallizzata e senza marcia indietro. Potrebbe domani consentire
ai preti di sposarsi, dal momento che il celibato dei sacerdoti
non è un dogma di fede, ma non potrebbe mai andare contro i
principi fondamentali e contro i dogmi già proclamati. Chiunque
li neghi è eretico e fuori dalla Chiesa. Tutto ciò posto,
coloro (e sono molti) che vivono il cattolicesimo come un'occasione
di togetherness ("insiemità"), una forma di gioiosa benevolenza
verso tutti in cui le singole regole non hanno più importanza,
sono eretici. Non basta dire "io amo Gesù tutti i giorni dell'anno"
per essere dispensati dall'andare a messa la domenica. Non basta dire
"anche Dio è amore" per essere autorizzati a fare l'amore col
fidanzato. Il cattolicesimo non è una religione à la carte.
Dal
punto di vista della realtà sociale, è vero che molti
parroci mostrano solo il volto sorridente ed indulgente del cattolicesimo.
È vero che un Papa come Giovanni XXIII ha potuto far credere
che il cattolicesimo consistesse nel farsi benedire da un nonno
benevolo e informale: ma è un inganno. La dottrina non è
un vino che si possa annacquare all'infinito: perché alla
fine si distribuirà acqua e ciò che si guadagna in popolarità
si perde in serietà della fede.
Tuttavia questa è una tendenza del
nostro tempo. In passato i tiepidi ascoltavano le prediche
dei passionisti o dei gesuiti con l'anima colpevole, sentivano
che quella rampogna li riguardava. Oggi i tiepidi reclamano il
diritto di dirsi perfettamente ortodossi mentre continuano a vivere
a modo loro. Io, non sarei un buon cattolico? Ma se non faccio male
a nessuno!
Ecco perché è interessante
ciò che Benedetto XVII ha detto a Colonia: "Per dire
il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di
consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche
trarne profitto. Ma la religione creata alla maniera del fai da
te, alla fine non ci aiuta. E comoda ma nell'ora della crisi ci
abbandona a noi stessi".
Il Papa ha perfettamente ragione. Tuttavia,
se questo capo dell'ex-Santo Uffizio continuerà ad essere
seriamente contro "la religione fai da te", le chiese che già
sono abbastanza vuote rischieranno d'esserlo ancora di più.
Sarà un bene, perché vi entreranno più veri
credenti e meno passanti, più penitenti e meno party di matrimonio
o di battesimo: ma è bene sapere che la gente non ama una
chiesa inflessibile.
La massa si comporta oggi come un tempo
potevano sognare di comportarsi solo i sovrani. Enrico VIII
desiderava gli fossero applicate norme ad personam e, pur essendo
re e pur minacciando uno scisma, non ci riuscì. La gente
questo lo dimentica e quando Paolo VI ribadì il divieto degli
anticoncezionali ne rimase scandalizzata. Molti dicevano: "Ma come,
al giorno d'oggi!", dimenticando che la Chiesa non ha il metro
del "giorno d'oggi". Ha il metro dell'eternità. Un letto
di Procuste peggio che scomodo, anche se dietro gli ampi paludamenti
di Giovanni XXIII si scorgeva appena.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
Il radicale Della Vedova. «Pannella
con Prodi? Io non lo seguirò»
ROMA — Dopo aver contribuito in maniera
decisiva a introdurre in Italia il bipolarismo e dopo un
decennio di fiero isolamento che gli ha impedito di superare la
soglia di sbarramento del 4% e di eleggere pertanto anche un
solo deputato, i Radicali sono prossimi ad allearsi con lo Sdi
di Boselli e dunque con l’Unione prodiana. Una scelta epocale.
Che però Benedetto
Della Vedova, membro della Direzione del Pr, non condivide.
Qual è il problema?
«Il problema è
che c’è stata un’accelerazione fino a poco tempo fa
imprevedibile».
Nel senso?
«Beh, nell’assemblea
che tenemmo dopo il risultato del referendum sulla procreazione
assistita, io fui l’unico a sostenere che non aveva senso
rimanere fuori dalle istituzioni e che pertanto dovevamo accettare
il gioco delle alleanze...».
Gli
altri che dissero?
«Pannella mi aggredì
perché sostenni che avevamo ecceduto con l’anticlericalismo.
‘Parli come Rutelli’, mi disse con tono sprezzante».
E la Bonino?
«La Bonino fu ancora
più dura, disse che se il partito avesse deciso di stringere
un’alleanza con uno dei due poli, lei se ne sarebbe andata».
Evidentemente, hanno cambiato idea.
«Evidentemente, e
la cosa mi fa piacere. Contesto, però, la scelta
di unirci al centrosinistra».
La contesta dal punto di
vista liberal-liberista?
«Certo. Intendiamoci:
non mi sfugge il fatto che Berlusconi non è la Thatcher,
ma, per capirci, il centrosinistra vorrebbe persino abolire
la legge Biagi. Dal punto di vista delle grandi scelte di politica
economica ed estera, è evidente che siamo più in
sintonia con la Cdl che con l’Unione».
Dal punto di vista dei diritti e
delle libertà, però…
«Intanto, Prodi non
è Zapatero. Ma, se anche lo fosse, Rutelli e gli altri
centristi dell’Unione bloccherebbero ogni sua eventuale
iniziativa».
E’ quel che dall’altra
parte farebbero Pera, Buttiglione, Giovanardi…
«D’accordo, ma io
non credo che per essere liberali bisogna essere anticlericali,
così come non sento alcun bisogno di enfatizzare il
ruolo della Chiesa nel presente».
Andiamo al sodo. Se Pannella
sceglie Prodi, lei che fa: organizza una scissione?
«Ho il senso della
misura e capisco che dov’è Pannella, lì è
il Partito Radicale».
Ma?
«Ma per me la scelta
radicale dev’essere quella del centrodestra».
In caso contrario?
«Non credo che potrò
rinunciare alle mie idee».
Si dice che Berlusconi le abbia già
offerto la candidatura e che, grazie a lei e a Taradash,
vorrebbe creare una lista pseudo-radicale di appoggio alla
Cdl…
«Il discorso è
ancora prematuro. Ne discuteremo quando si sarà
chiarita la scelta del partito».
Non rischia di ritrovarsi da solo?
«So che in molti stanno
facendo le mie stesse riflessioni, anche se, ad oggi,
sono l’unico ad uscire allo scoperto. Ma sul territorio,
al di fuori del nocciolo duro della dirigenza radicale, c’è
molta perplessità verso l’orientamento di Pannella».
Eppure, per una volta Pannella si
dimostra pragmatico: va con chi si ritiene che vincerà.
«Sì, ed è
ragionevole che, oltre alle considerazioni politiche, abbia
pensato anche a questo. Marco non ha mai messo in secondo
piano la questione delle risorse e, dal momento che i conti del
partito sono pessimi, eleggere un deputato in più o in
meno fa la differenza».
Intervista
a cura di Andrea Cangini, dal Quotidiano Nazionale del 28.08.2005
FAZIO
Può avvenire che, sentendo
le arringhe dell'accusa e della difesa, uno si chieda:
"E io, che ne penso?" Giunti a questo punto, si sta attenti
a cogliere il particolare, l'indizio, la prova che, almeno
ai nostri occhi, tagli la testa al toro: è colpevole,
è innocente.
Qualcosa di analogo avviene
in questi giorni a proposito della vicenda che ha visto
come protagonista il Governatore della Banca d'Italia. Qui
le arringhe dell'accusa sono state numerose e pronunciate
da avvocati di grandissima rinomanza e autorevolezza, mentre
le arringhe della difesa sono state sommesse e pronunciate con
qualche imbarazzo. Come se questi oratori avessero voglia di
dire: "Saremmo stati tanto lieti di non dover difendere questo imputato!"
Se questo è il quadro,
è ovvio che la prima tendenza del lettore di giornali
è quella di concludere per la colpevolezza di Antonio
Fazio: molti accusatori convinti e pochi difensori svogliati
per giunta renderebbero perplesso qualunque giudice. Se però
si è abituati ad avere le idee chiare, non si può evitare
di porsi la domanda: "Ma, esattamente, che cosa ha fatto di male?"
Non basta che abbia telefonato ad un amico. Se non ha influenzato la
sentenza, il giudice che telefona all'imputato per preannunciargli
l'assoluzione non può essere detto scorretto.
Sono passati molti giorni nell'attesa
di sapere che cosa esattamente abbia fatto Fazio che
gli imporrebbe di avere la decenza di dimettersi. E poiché,
nel corso di questi giorni, la cosa non si è saputa -
o perché non esiste o perché i grandi avvocati dell'accusa
non hanno saputo illustrarla - non rimane che assolvere l'imputato.
Né è lecito ironizzare sulla sua tesi, secondo la quale
non lo si può accusare di nulla se ha rispettato le leggi. L'ordinamento
giuridico non chiede e non può chiedere nulla di più,
al singolo. Neanche se è il Governatore della Banca d'Italia.
Tutto questo non impedisce
che l'uomo sia antipatico e, forse, altezzoso. Ma lo
era già da prima, quando ogni sua parola era un oracolo
e quando - come per Ciampi e, absit iniuria verbis, i
morti - di lui non si poteva dire nihil nisi bonum[1]
Quanto al fatto - di cui pare
abbia parlato Siniscalco - che comunque si è provocato
un certo discredito della Banca d'Italia (basta citare l'acido
Financial Times), Fazio può anche chiedere se questo discredito
l'abbia provocato lui, che non ha commesso niente di male,
o coloro che hanno affermato falsamente che l'aveva commesso.
In Italia si dimette chi è
in torto e non può evitare di farlo. Fazio sostiene
così pervicacemente di non essere in torto che fa bene
a non dimettersi. L'innocente presidente Leone fu indotto a dimettersi,
pur essendo innocente, ma questo lo salvò forse dal discredito?
Sembrò anzi confermarne le ragioni.
Sta agli altri dimostrare che
Fazio ha sbagliato, non a lui darla vinta a chi l'accusa
senza prove. Per giudicare si aspettano ancora i fatti. Chi
si limita, novello Catone, a stracciarsi le vesti non per questo
convince: si limita ad aumentare le spese per il proprio
guardaroba.
Gianni Pardo -
Giannipardo@libero.it - 27 agosto 2005
[1] Absit iniuria verbis:
che non si prendano a male le parole dette. Nihil
nisi bonum: niente che non sia positivo e a sua lode.
CASELLI ED ANDREOTTI
Giancarlo Caselli scrive al
"Giornale" per rivendicare i propri meriti di giudice
antimafia e i propri meriti di accusatore di Andreotti. Dal
momento che egli non tralascia occasione per difendere le sue
tesi, è forse utile rispondergli ogni volta.
Egli sostiene che Andreotti
non è stato assolto ma "condannato". Si fa forte,
per questo, delle seguenti parole: < la sentenza
della Corte d'appello di Palermo... dichiara estinto (solo) per
prescrizione il reato di associazione per delinquere "concretamente
ravvisabile a carico" dell‚imputato e da lui "commesso" (le
parole sono proprio "concretamente ravvisabile a carico" e "commesso")
fino alla primavera del 1980... . Per conseguenza, che Andreotti
< non pensi di potersela cavare a buon mercato, almeno agli
occhi di chi non sa come stanno le cose, prendendosela coi magistrati
che si son dovuti occupare di lui>.
Sembra che contro Andreotti
l'ex-Procuratore disponga non di un petardo ma di un
cannone e non è così. Infatti questo argomento è
degno di Marco Travaglio.
Per ogni imputazione che ricada
sotto la prescrizione il giudice ha due possibilità:
se risulta patentemente che l'imputato è innocente, l'assolve
con formula piena. Lo scopo di questa norma è non lasciare
neppure un'ombra sul buon nome di qualcuno che è stato
accusato ingiustamente.
Se viceversa l'innocenza non
è tanto evidente da doverla dichiarare senza ulteriori
indagini, il giudice, senza entrare nel merito della colpevolezza
o dell'innocenza (per le quali non ha svolto adeguate indagini),
assolve per intervenuta prescrizione. Lo scopo della prescrizione
è la certezza del diritto. Non sarebbe economico, per
lo Stato e per la chiarezza dei rapporti giuridici fra i cittadini,
che i reati non si prescrivessero mai.
Proprio perché la ratio
della prescrizione è, per così dire, economica,
il giudice non deve fare indagini per sapere se l'accusato
cui spetta la prescrizione sia innocente. Se ciò facesse,
dimostrerebbe di utilizzare la propria funzione (ed anche
il denaro e le strutture dell'Amministrazione della giustizia)
per favorire la buona fama di un accusato. Ovviamente, se
non è lecito indagare per provare l'innocenza dell'accusato
riguardo ad un reato estinto, a più forte ragione è
vietato indagare per provarne la colpevolezza. Perché in questo
caso si utilizzerebbe la propria funzione, ed anche il denaro
e le strutture dell'Amministrazione della giustizia, per nuocere
alla buona fama di un accusato.
Volendo provare che Andreotti
è colpevole, il dr.Caselli ha in realtà provato
che:
1) la Corte d'Appello ha dimostrato
un'insolita e ben poco deontologica animosità
nei confronti dell'imputato;
2) il giudice estensore, scrivendo
quelle parole, ha abusato della propria funzione, in
quanto ha detto cose orribili di un uomo cui non era data
la possibilità di rispondere e con un mezzo che non è
lecito contestare;
3) infine Andreotti forse era
ancora più innocente di quanto i giudici non abbiano
detto. Essi infatti lo hanno "condannato" e disonorato a
morte lì dove non poteva difendersi, mentre hanno dovuto
assolverlo per tutti i reati che non erano prescritti e per i
quali gli è stata data (dalla legge, non dai giudici) la possibilità
di difendersi.
Al dottor Caselli basterà
dunque rispondere che l'estensore della sentenza è
solo un signore che la pensa come lui. Un signore cui forse
interessava che il processo avesse un certo sbocco politico e
che ha cercato di farglielo avere a dispetto delle risultanze processuali.
Per lo Stato, per un serio giurista e per tutti i cittadini di
buon senso, Andreotti è solo un uomo di Stato che è
stato sottoposto ad un'inammissibile persecuzione. Dopo l'assoluzione
l'accusa dovrebbe rassegnarsi: perseverare è diabolicum.
( Con molte scuse se questo testo contiene inesattezze giuridiche.)
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
- 27 agosto 2005
Provate ad
immaginare
Provate ad immaginare
se un comizio di Berlusconi e Fini fosse finanziato
da una Amministrazione comunale di centro-destra
con un contributo di 19.500 €..
Scandalo, vero?
Bene, a Fidenza (Pr)
è in programma, all'interno del lilliput festival,
un comizio di Prodi e uno di D'Alema. Naturalmente, senza nessuno
scandalo, l'Amministrazione comunale di centro-sinistra
ha deciso di finanziare l'iniziativa con 19.500 € ...
Chi
sono i palestinesi?
"Ma chi sono questi Palestinesi
cui riserviamo sempre un trattamento di favore nonostante
abbiano infestato il pianeta coi peggiori terroristi, tra
i quali anche il capo di Al Qaeda in Iraq, Al Zarqawi?"
Clicca qui.
MOLLICHINE
Ore 7 del 22 agosto,
Tg1, scritta per i titoli: "Raikkonen über
ulles". Über alles però significa "al di sopra
di tutto", (Raikkonen al di sopra di tutto?). Poi si sono detti
che si pronuncia "a" ma siccome è inglese, si scrive ulles.
Forse Gino Strada
si candiderà. La strada dell'inferno è lastricata
di buone intenzioni.
Dagospia: "Bush ha
appena firmato un disegno di legge sui trasporti.
Tutte le nuove strade verranno costruite in discesa". Impossibile.
Solo l'estrema sinistra fa le strade tutte in discesa.
"Continuano a spuntare
insegnanti che hanno fatto sesso con studenti".
Prima li consideravano asini, ora stalloni.
Dagospia: "La Giornata
dei Giovani a Colonia ha segnato la fine di un mito:
l'efficienza tedesca". Non ci sono più i meeting
di una volta. In uno per il cibo addirittura moltiplicarono
i pani e i pesci.
Sul Riformista: Rutelli
e Casini, "golden boys", "Ci piacciono perché
sono belli. Sono gli unici in grado di portare magnificamente
una camicia azzurra". E Fassino? Quale attaccapanni sostiene
una giacca meglio di lui?
Pezzotta chiede al
governo di "andare a prendere i soldi dove ci sono",
cioè nelle rendite finanziarie. O, più sbrigativamente,
assaltando diligenze e rapinando banche.
Favorevole il ministro
Alemanno che chiede una discussione "senza pregiudizi".
E soprattutto senza nozioni di finanza.
Casini: è
il momento di "passare da un'alleanza carismatica
a un'alleanza politica". Ed è anche il momento di parlare
chiaro.
Casini: "Anche un cretino capisce
che non vuole sostituire Berlusconi chi dice le cose
che sto dicendo io". Molti siamo peggio che cretini.
Rutelli: "Preferisco
che il candidato sia Berlusconi, così vinciamo
più facilmente". Ma così favorisce la sua eliminazione!
Teme dunque che rimanga?
Abu Mazen chiede
di fermare "la costruzione del muro di separazione
razziale". Dunque gli ebrei sono una razza. Non è il
primo, a dirlo.
Gianni Pardo,
giannipardo@libero.it
Buone battute trovate
su Dagospia:
Nel weekend, un vicino
di Bush, in Texas, ha sparato due colpi in aria.
Non sopportava più i manifestanti. Bush è rimasto
scioccato, non gli era mai capitato di trovarsi così
vicino a un combattimento.
Nei locali di KFC
e di Pizza Hut sarà vietato fumare. La gente non
vuole essere colpita dal cancro prima di avere un infarto!
Israele ha vinto
Quando i soldati
sono entrati , dopo aver abbattuto colla fiamma
ossidrica la porta blindata della yeshiva' dell'insediamento
di Sa Nur in Samaria, hanno guardato la massa di giovani
allacciati l'uno all'altro come un unico corpo ma non si
sono occupati di loro. Per prima cosa hanno raccolto
i libri dalle mensole e li hanno depositati con cura in cartoni
preparati all'esterno.
Ho pensato:
"Eccolo qua il popolo del Libro, non si smentisce
mai, nemmeno in momenti tragici come questo".
Solo dopo aver
messo in salvo i libri e qualche oggetto sacro i
soldati si sono rivolti ai ragazzi che li guardavano
pregando a voce altissima , stanchi gli uni e stanchi
gli altri dopo 6 giorni di incredibile, disumano, stress
psicologico.
Per prima cosa
gli hanno dato da bere e poi, con pazienza, con forza,
parlando in continuazione i soldati, pregando in continuazione
i giovani, e' incominciato lo sgombero della Yeshiva'
e quando l'ultimo ragazzo e' stato portato fuori ,
abbiamo visto i soldati accasciarsi sulla soglia della scuola
per bere avidamente e per accendersi, con mani tremanti,
una sigaretta.
Quando , domenica,
e' incominciato sgombero di Nezarim, ultimo insediamento
del Gush Katif ad essere evacuato, un ufficiale e una soldatessa
sono stati invitati da una famiglia perche' tutti i suoi
componenti , bambini compresi, desideravano parlare del
loro dolore dopo 27 anni di vita in quella casa, quattro generazioni,
e ognuno, meno la piu' piccola che ancora non sapeva parlare, ha
chiesto ai due soldati: "Perche'?".
I due soldati,
senza poter rispondere, hanno abbracciato uno ad
uno, tutta la famiglia .
All'uscita
dalla casa, a un giornalista che gli chiedeva se era
stato tanto tempo con loro per convincerli, l'ufficiale
ha risposto "No, sono stato con loro per consolarli".
In meno di
una settimana e' tutto finito.
Da mercoledi
a mercoledi, compreso il riposo del sabato, venticinque
insediamenti evacuati, 15.000 persone , di cui circa
6000 non residenti, portate in altre zone di Israele.
Tutto e' successo
tra coraggio, lacrime e pochissima violenza, quasi
nulla se paragonata all enormita' dell'operazione
e alla sua gravita'. Quello che i media paventavano come
una prossima tragedia, una guerra fratricida con morti
e feriti, e poteva veramente succedere, si e' conclusa con una
grande vittoria di Zahal, di Israele e di Sharon, quindi con
una grande vittoria della democrazia e del popolo ebraico.
Avevamo paura
perche' tutto poteva accadere.
Quando abbiamo
visto striscioni che dicevano "Kfar Darom non cadra'"
inevitabilmente come un flash si e' presentata davanti
ai nostri occhi la tragedia gloriosa di Masada e gli ebrei
suicidi per non essere catturati dai Romani.
Niente e' accaduto,
i coloni, sempre descritti dai media europei come
mostri barbuti e violenti, hanno dimostrato di essere,
alla faccia della propaganda demonizzante
dei palestino-comunisti, persone meravigliose, dolcissime
e piene di coraggio.
Mamme, papa',
nonni, bambini hanno voluto parlare con i soldati,
hanno voluto pregare insieme a loro, hanno offerto quello
che avevano da bere e da mangiare e alla fine chi colle
proprie gambe, chi portati a braccia dai soldati sono
usciti per sempre dalla loro vita per entrare in un futuro
senza sicurezze, senza casa, sradicati da tutto per almeno
un paio d'anni.
Chi potrebbe
sopportare questo peso senza ribellarsi? chi potrebbe
sopportare questo stress senza desiderare vendetta?
Chi non avrebbe tentato di sparare per difendere la
propria casa e le proprie radici?
Il popolo ebraico
ha potuto farlo, per amore di Israele.
Il 20% delle
case sono gia' state distrutte dalle ruspe.
A giorni
avverra' lo spostamento delle maggiori sinagoghe,
che verrranno ricostruite altrove pietra su pietra,
e dei cimiteri.
Squadre di
animalisti stanno raccogliendo gli animali lasciati
nella zona, centinaia di cani e gatti, ma anche uccellini
domestici, ramarri, iguane che verranno ospitati in centri
in attesa di adozione.
Il Keren
Kayemet Le Israel portera' via piu' di 1000 alberi.
Niente e' lasciato
al caso, niente di quello che e' stato vita ebraica
verra' abbandonato al nemico, nessuna famiglia che piange
i suoi morti a causa del terrorismo palestinese dovra'
temere che una sola pietra della sua casa finisca
tra le mani degli assassini dei suoi cari.
Chi, in Israele,
ha seguito la diretta, 24 ore su 24, dell'evacuazione
e ha visto quello che e' successo a Nezarim si e' sentito
piccolo di fronte alla grandezza delle persone che erano
la'.
Gli abitanti,
aiutati dai soldati, hanno portato fuori dalla sinagoga
L'Aron ha Kodesh, le Tavole della Legge, la grande Menorah
e tenendoli alti nel cielo, perche' tutti potessero vederli,
hanno formato un enorme corteo, rabbini, civili, famiglie, soldati
e polizia, tutti insieme, e hanno fatto lentamente il giro di
tutta la cittadina, sempre cantando le loro preghiere al D*o di
Israele.
Un bambino
di circa 10 anni intanto correva disperato di soldato
in soldato e singhiozzando chiedeva "Perche'? Cosa ti
ho fatto?"
Poi hanno consegnato
gli oggetti sacri a chi di dovere e sono saliti
sugli autobus che li avrebbero portati via per sempre.
Forse sono
un po' sorda ma non ho sentito nessuna nota di ammirazione
per come e' stata portata avanti l'evacuazione.
Forse sono
un po' confusa ma credo di aver letto sui media italiani
opinioni del tipo:"si vabbe', ok, lo hanno fatto ma non
basta, devono continuare".
Forse sono
cieca ma non ho letto nessun articolo che parlasse
del dovere dei palestinesi di fare ...qualcosina anche
loro.
E i palestinesi?
Ho sentito
l'intervista a un uomo della strada a Gaza City: "la
comunita' internazionale deve aiutarci" ,solita mania
di accattonaggio contestata dal giornalista che chiariva
"ma gli USA vi hanno appena dato 50 milioni di dollari".
"non basta" ha risposto l'uomo della strada.
Certo non gli
bastera' mai. Chi nasce accattone muore accattone.
E l'ANP? Eccola
qua:
"Oh
Hanadi, martire di Allah, fa‚ esplodere il nemico!"
Il Ministero
della cultura dell‚Autorità Palestinese ha pubblicato
lunedì il suo „Libro del Mese‰, una raccolta di
poesie in onore della terrorista suicida Hanadi Jaradat responsabile
dell‚assassinio di 21 israeliani innocenti. Il
libro è stato distribuito come supplemento speciale
del quotidiano Al-Ayyam.
Ancora
una volta Israele ha vinto, ha vinto il suo esercito,
la sua gente e il suo Premier. Ha vinto la sua democrazia
e il suo desiderio di pace.
Ancora una
volta i palestinesi hanno perso.
Deborah
Fait - informazionecorretta.com
LA
PRESCRIZIONE PRIVATA
Molte persone
proclamano - forse bisognerebbe dire si vantano -
d'essere incapaci di mantenere a lungo un rancore. Esse
dicono di se stesse, sorridendo, Sul momento mi arrabbio come
una bestia, poi dimentico tutto. Ora, a prescindere dal
fatto che quest'atteggiamento - prima collerico e poi svagato
- andrebbe controllato nei fatti, ci si può chiedere:
c'è da vantarsi, di questo comportamento?
Il presupposto
per discutere seriamente del rancore è che sia
giustificato. Perché se esso nasce dall'invidia o
dalla semplice suscettibilità, non è nemmeno
ammissibile che sorga. Invece, se il rancore è ben
fondato, come nel caso di chi abbia subito un grave sgarbo,
perché mai il tempo dovrebbe avere un'influenza? Se
si ha ragione di essere offesi in gennaio, che ragione c'è
di non esserlo più in marzo, solo perché son passati
due mesi?
Forse tutto
dipende dal fatto che il rancore è un sentimento
e col tempo sbiadisce. Come sbiadiscono le stoffe
al sole. È come se la persona offesa, che magari
sul momento sarà stata urtata dall'indifferenza
dei terzi, al racconto del dramma, dopo qualche tempo dimostrasse
lo stesso loro atteggiamento. Dopo tutto non è morto
nessuno, pensa. Esattamente come coloro che, non essendo
lesi, hanno tendenza ad essere magnanimi. Proprio per questo
ogni uomo razionale dovrebbe, nel momento in cui sente scoppiarsi
in petto il rancore, chiedersi se ha ragione o torto di avere
quel sentimento. Se ha torto, o se soltanto pensa che fra qualche
settimana la collera gli sbollirà, deve inghiottire immediatamente
il rospo e cercare di non pensarci più. Se invece ha
ragione di sentirsi seriamente offeso, deve assumere un comportamento
- invariabile nel tempo - che i terzi e lui stesso, anche dieci
anni dopo, possano ancora approvare.
È un
errore serbare un rancore ingiustificato, ma è
anche un errore dimenticare un rancore giustificato.
Una persona
competente di diritto potrebbe tuttavia osservare
che la legge conosce la prescrizione. Anche per il diritto
penale, il passaggio del tempo non è senza effetto.
È un'obiezione da prendere sul serio. Mentre di solito
l'ordinamento giuridico non soffre di sentimentalismi
e punisce nello stesso modo l'assassino preso un giorno o dieci
anni dopo il delitto, lo stesso ordinamento, dopo un certo
tempo, ci mette una pietra sopra: si chiama, appunto, prescrizione
del reato. Ma la ratio di questo principio non è il perdono,
è solo l'effetto del passaggio del tempo. La legge rinuncia
a punire i reati commessi troppo tempo prima perché il
tentativo di correggere tutti i torti, anche i più antichi,
provocherebbe un'incertezza giuridica gravissima. Il compito dello
Stato non è quello di tendere ad un'astratta giustizia ma quello
di permettere un'ordinata vita sociale. Si preferisce dunque lasciar
perdere i vecchi debiti e i vecchi reati, considerando legittima
la situazione presente. Se lo Stato potesse permetterselo, abolirebbe
la prescrizione.
Del resto, anche
attualmente non è che lasci perdere facilmente.
Dal punto di vista dei profani, esso potrebbe anzi essere
definito rancoroso. Per una contravvenzione stradale
che chiunque, in quanto privato, dimenticherebbe dopo
ventiquattr'ore, lo Stato si concede sei mesi per la notificazione
e cinque anni di tempo per punire. Se dunque il singolo si
concedesse, come tempi del rancore, tempi simili a quelli
dello Stato, sarebbe considerato un pazzo.
Ma c'è
di più. Il singolo ha meno problemi dello Stato,
per tenere a mente i torti subiti. Non ha migliaia di
controversie, non ha subito migliaia di offese, i suoi amici
ed i suoi nemici sono facilmente numerabili. Dunque le
esigenze di certezza dei rapporti sono assicurate. La prescrizione
privata non ha ragion d'essere, è solo una confessione
d'incostanza ed emotività.
Bisogna non
avere rancori stupidi, mentre la fine d'un rancore
razionale deve derivare soltanto dall'aver fatto giustizia
o dal perdono che il colpevole ha chiesto e ottenuto.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - Agosto 1993
L'ODIO
In margine ad una
diatriba su "Capperi!"
Jaffa scrive
a Deborah Fait:
"ma
chi cazzo e`lei ma chi cazzo si crede di essere,ha
proprio ragione dacia valent a mandarla a far in culo,
vecchia degenerata, a lei niente shalom, perche`il suo
odio e`disumano
jaffa"
08.25.05
È
molto raro che gli insulti siano interessanti. L'invettiva
è un genere letterario di cui non molti sono all'altezza.
Invece gli insulti banali, da sempre e per sempre,
sono le ragioni di chi non ha ragioni. Perciò delle
righe sopra riportate val la pena di commentare l'unica frase che
ha senso: "il suo odio è disumano".
L'odio è
un brutto sentimento. Più importante di questo
giudizio estetico è tuttavia stabilire se esso sia
giustificato o ingiustificato: ed è quello che
si è tentato di dimostrare tanti anni fa a proposito
del rancore, cioè del parente povero dell'odio.
Come sa chi
ha seguito le recenti diatribe, io ho criticato lo
stile di Deborah Fait. Le ho detto che esso non è
il più efficace perché uno stile appassionato
è adatto più ad esacerbare le passioni
opposte che a convincere. Ma nel momento in cui si accusa
un'ebrea di odio, e per giunta di odio disumano, devo protestare
con tutte le mie forze. Non si può accusare chi è
odiato di odiare chi lo odia: è semplicemente legittima
difesa. Si possono biasimare quegli ebrei che odiano i tedeschi
in generale: infatti non solo molti tedeschi di oltre sessant‚anni
fa non hanno neppure saputo dell'Olocausto, ma i tedeschi di oggi
quella storia la leggono e la studiano sui libri, più o meno
come noi. Viceversa gli ebrei hanno il diritto di odiare Hitler,
i nazisti e COLORO CHE ANCORA OGGI LA PENSANO COME LORO.
C'è stata e c'è in giro fin
troppa retorica ma essa non annulla i fatti. Il Ventesimo
Secolo è stato pieno di un odio disumano, appunto,
per gli ebrei. Un odio militante e fattivo che ha fatto milioni
di morti ed ha provocato innumerevoli tragedie. Con la fine
della Seconda Guerra Mondiale si sarebbe potuto sperare che l'umanità
intera si vergognasse e che quell'odio finalmente si estinguesse,
ma così non è stato. Oggi parecchi arabi, e comunque
la quasi totalità dei palestinesi, odiano gli ebrei con
la stessa intensità e le stesse intenzioni di Hitler. Il
loro sogno non è d'avere un Stato palestinese accanto
ad Israele, è quello di eliminare Israele, di cancellarlo
dalla carta geografica (nella quale loro personalmente non l'hanno
mai ammesso), se possibile sterminando tutti gli israeliani. C'è
da stupirsi se, di fronte a questo odio, alcuni, come Deborah Fait,
rispondono con uguale veemenza? Chi ha cominciato, Deborah Fait o
Hamas? Deborah Fait o gli antisemiti d'ogni pelame? E perché
mai Deborah dovrebbe avere più stile di chi l'insulta, mentre
lei piange le vittime innocenti d'Israele e forse non s'è
ancora asciugate le lacrime per la Shoah?
Gli antisemiti
esistono. Poco importa se chiamano se stessi antisionisti:
sono antisemiti viscerali. Se dunque qualche israelita
risponde con la stessa moneta, perché alzare le sopracciglia?
È strano che si risponda col disprezzo al disprezzo,
all'odio con l'odio?
Qualcuno risponde
che Israele è uno stato "europeo", civile e
democratico, e non può rispondere a chi l'attacca
selvaggiamente scendendo al suo stesso livello. Può
essere. Ma a parte il fatto che chi consiglia ciò nel
frattempo se ne sta tranquillo in un paese in cui può
prendere serenamente un autobus senza rischiare di saltare
in aria, ci si può forse aspettare che questa superiorità
dimostri il governo di Gerusalemme: ma la si può anche
pretendere dai singoli? I singoli hanno il diritto d'essere
passionali e acerbi almeno quanto lo sono gli antisemiti.
O bisogna permettere solo a chi attacca gli ebrei d'essere aggressivo
ed eccessivo?
Io ho criticato
Deborah Fait per certo suo tono non perché non
ne avesse diritto ma solo perché, a mio parere,
non era il più efficace. Però condannare l'odio di
chi si sente odiato, e odiato senza ragione, d'un odio mortale
e omicida, è troppo.
La religione
cristiana parla di porgere l'altra guancia. Ma un cadavere
- e l'unico ebreo "buono", per parecchia gente, è
appunto un cadavere - non può porgere nemmeno l'altra
guancia.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it - 25 agosto 2005
CHE RAZZA DI PERA
Le affermazioni sul “meticciato”
pronunciate il 21 agosto da Marcello Pera al meeting
di CL (clicca qui ) sono scandalose?
Non mi pare, ma anche se fosse, tanto meglio.
Sono sbagliate?
Probabilmente almeno in parte, soprattutto laddove
le conclusioni che il Presidente del Senato ne ha tratto
si risolvono nella solita insipida ed ambigua sbobba delle
“radici giudaico-cristiane”.
Ma una cosa è
confutarle nel merito, altra cosa è tacciarle
di xenofobia nazistoide (o semplicemente definirle ''indegne
e deliranti'', come ha fatto il solito Pecoraro Scanio).
Su l’Unità
del 22 agosto assai sobriamente quelle frasi sono state
accostate ad altre scritte nel 1938 sulla rivista
“La difesa della razza” dall’antropologo Lidio Cipriani,
teorico delle politiche razzista del regime fascista, cercando
con un affannoso e taglia-e-cuci di creare un effetto ottico
che suggerisca assonanze amio avviso inesistenti. L’impressione
è quella di un giochino del tutto speculare a quello
di chi qualche tempo fa affiggeva manifesti in cui i sostenitori
dei referendum sulla fecondazione assistita venivano equiparati
alle camicie brune di Hitler.
Più raffinate ma non tanto più
convincenti mi sono parse le affermazioni di una docente della
Bocconi che, intervistata su Radio Radicale, ha spiegato che “una
società senza multiculturalismo è una società
senza rischio”, sicché “l’onorevole Pera si colloca
con le sue affermazioni nella linea classica novecentesca del
pensiero totalitario” (sic!).
Non ricordo di
aver visto stroncare con toni altrettanto apocalittici
ed indignati le tesi del prof. Giovanni Sartori, beniamino
della sinistra ed ospite fisso dei talk show di Rai3 grazie
alle sue frequenti professioni di antiberlusconismo, allorché
nel suo saggio del 2000 “Pluralismo, multiculturalismo
e estranei” condannò il multiculturalismo in quanto
fattore di disintegrazione sociale… né quando Sartori
difese il famigerato “la rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci
dalle critiche di Tiziano Terzani e Dacia Maraini, affermando:
“Terzani scrive che l'intolleranza di Oriana lo inquieta.
A me inquieta molto di più, confesso, la cecità
di chi fruisce di una "buona vita" (etico-politica) che non vede
perché non sa vedere in contrasto. Per Oriana Fallaci,
"se crolla l'America crolla l'Europa. Crolla l'Occidente, crolliamo
noi. Blair l'ha capito...". Evidentemente Terzani e la Maraini
no. Perciò sono davvero spaventato”.
Se l’avesse detto
Pera, sarebbero certamente state parole ''indegne
e deliranti'' per i soliti isterici doppiopesisti…
Mi piacerebbe invece
che qualcuno sufficientemente attrezzato (quale io
non sono) si cimentasse nel confutare Pera nel merito, approfondendo
e confrontandosi serenamente con i problemi da lui posti.
Potrebbe venirne fuori, ad esempio, che lo svarione più
grave Pera lo abbia commesso scegliendo di usare l’espressione
“meticciato” per individuare il pericolo da scongiurare, laddove,
invece, il resto del suo ragionamento va più che altro nella
direzione opposta. La società multiculturale, in cui
le diverse comunità etnico-religiose convivono in regime
di separatezza, è proprio quella che rifiuta la contaminazione.
Se riconosciamo che quel multiculturalismo è sbagliato
ed è fallito, qual è l’alternativa? Posto che è
ridicolo ed inconcepibile pensare di far assimilare “al mille
per mille” l’identità di un popolo ad un altro popolo (non
esiste una “integrazione integrale”), l’unica alternativa è
la contaminazione, il melting pot, il “meticciato” appunto.
Che, nella cultura come nella genetica, è da sempre occasione
di arricchimento e di rivitalizzazione.
Quindi, essere contro
il multiculturalismo e per l’integrazione, significa
proprio essere dei “fan” del meticciato.
Ovviamente il gioco
non è così semplice, perché è fisiologico
che la prospettiva della contaminazione appaia inquietante
ai più se non avviene con certe “garanzie”.
E’ fisiologico, intendo dire, che la comunità preesistente
sia disposta a “meticciarsi” solo in posizione dominante; e che
quella immigrante si veda perciò imporre un meticciato
di tipo soccombente. Le norme, le tradizioni, le abitudini
di vita, le mentalità di cui gli immigrati sono portatori
non sono sullo stesso piano di quelle delle comunità preesistenti.
Certo, il “politically
correct” vorrebbe il contrario, vorrebbe la neutralità,
la “par condicio”: ed ecco il problema del “relativismo”.
A questo punto, è d’obbligo
una precisazione. Ho l’impressione che a taluni laici frettolosi,
che tendono a liquidare la questione con apriorismo
e sufficienza, sfugga il fatto che quando il presidente del
Senato usa questo argomento – denunciando “la dottrina che
tutte le culture sono uguali, che non si possono comparare,
e non si possono porre su alcuna scala per giudicare l'una migliore
dell'altra”, lo fa servendosi (se più o meno correttamente,
andrà poi verificato e/o confutato nel merito; ma per ora
mi limito alla segnalazione) non tanto delle parole della sua
frequentazione più recente (e più sbandierata), ossia
gli ultimi due pontefici, bensì di quelle della sua frequentazione
più remota, cioè il grande epistemologo liberale
Karl Popper.
Il quale Popper
nel 1964 avvertì l’esigenza di aggiungere al suo
capolavoro “La Società Aperta è i suoi Nemici” una
apposita corposa appendice intitolata “Fatti, standard e
verità: un’ulteriore critica del relativismo”, nella
quale esordiva così:
“La più
grande malattia filosofica del nostro tempo è costituita
dal relativismo intellettuale e dal relativismo morale,
il secondo dei quali trova, almeno in parte, nel primo il proprio
fondamento. Per relativismo – o, se si preferisce, scetticismo
– intendo, in sostanza, la teoria secondo la quale la scelta
fra teorie concorrenti è arbitraria; ed è arbitraria
perché non esiste alcunché che si possa considerare
come verità oggettiva; ovvero, anche se esiste, non c’è
alcuna teoria che si possa considerare come vera, o comunque (anche
se non vera) più vicina alla realtà di un’altra; ovvero,
se ci troviamo di fronte a due o più teorie, non abbiamo
alcun modo o mezzo di decidere se una di esse è migliore
dell’altra”.
Il fatto di combattere
il relativismo ed di pretendere che determinate
norme, determinati ordinamenti, determinati e determinati
“stili di vita” prevalgano rispetto ad altri perché migliori
e più aderenti alla “verità” rispetto ad altre,
non è di per sé né illiberale, né iniquo
né irragionevole. Anzi.
Naturalmente, resta
poi da vedere caso per caso il merito di ogni problema.
Il che sarà tanto più fattibile quanto più
si sta sul piano dei singoli problemi concreti e specifici,
e quanto meno si rifugge nell’empireo ideologico dei “valori”
e delle “radici”, concetti vaghi e fumosi tanto cari al presidente
Pera.
(ale tap,
25.08.05)
GAZA E L'IDENTITÀ
D'ISRAELE
L'articolo di Barbara Spinelli di domenica
21 agosto, fluviale e un po' confuso come sempre, fa
osservare che alcuni coloni di Gaza pensavano d'avere
il diritto eterno di rimanere lì dov'erano, in
quanto quella terra è stata assegnata agli ebrei
da Dio stesso. Ora lo Stato d'Israele li fa sloggiare e
si ha dunque un contrasto fra la fede e il diritto, tra
l'autorità religiosa e quella laica. Una crisi
d'identità come la vive chi si chiede se deve obbedire
a Dio o alla legge degli uomini. Si direbbe che Israele debba
decidere se essere (o rimanere) lo Stato degli ebrei oppure
ammettere d'essere uno Stato come gli altri. Secondo la Spinelli
Sharon, ordinando lo sgombero delle colonie di Gaza, avrebbe
detto in sostanza: "Non possiamo salvare la natura ebraica del
nostro Stato-nazione". Questo dubbio sull'identità d'Israele
è stato espresso all'autore di queste righe, in una lettera
privata, anche da Vittorio Dan Segre, una delle più grandi
autorità, in questo campo. Dunque le obiezioni che
seguono sono espresse più come domande che come affermazioni.
Innanzi tutto, la copertura
giornalistica dello sgombero di quegli ottomila coloni
è stata eccezionale. Complice un agosto povero
di notizie, si è insistito sulle lacrime di chi doveva
abbandonare la propria casa e sulle lacrime di chi doveva costringere
il proprio fratello a farlo; sul rimpianto nel rinunciare
ad un‚attività creata con stenti e sacrifici e sul contrasto
fra ebrei devoti e freddezza di uno Stato che "deporta"
i propri cittadini. Ma è anche possibile chiedersi:
quanti coloni, se pure addolorati quanto gli altri, sono andati
via senza fiatare? Quanti di coloro che più hanno fatto
resistenza non abitavano neppure in quelle colonie ed erano lì
esattamente allo scopo di fare quello che hanno fatto? Non potrebbe
essere avvenuto che lì, accanto agli interessati che
soffrivano un vero sradicamento, ci fossero degli estremisti, un
po‚ come avviene in Italia quando, in occasione di uno sciopero
di metalmeccanici, degli "autonomi" s'infiltrano nei cortei al solo
scopo di operare distruzioni e scontrarsi con la polizia? È
una prima domanda. Sarebbe utile sapere quanti sgomberi sono stati
"drammatici" e quanti "pacifici", anche se pacifico non può
certo essere l'abbandono della propria casa. Non dimentichiamo
che se ogni madre piange, perdendo un figlio, solo certe donne
fanno del loro dolore uno spettacolo da scalmanati.
In secondo
luogo, è strano che ci si ponga la domanda sulla
natura dello Stato d'Israele. Questo Stato, pure
a prevalenza ebraica, è giuridicamente laico.
Esso assicura una totale libertà di vita, di parola
e di culto alla comunità musulmana (oltre un milione
di persone; le uniche, insieme con i turchi, che partecipano
ad elezioni libere), alla comunità cristiana e a ogni
altra religione. Anche l'Italia è uno Stato dove
c'è una religione prevalente, il cattolicesimo:
tanto è vero che c'è il crocefisso anche nelle
scuole o nei tribunali. Ma forse che per questo l'Italia è
uno Stato cattolico, sottintendendo che è il cattolicesimo
che lo tiene insieme?
Ulteriore
questione riguarda il modo in cui gli ebrei vivono
la loro religione, in Israele. Si ama pensare a tutti
gli israeliani come a ebrei ortodossi, col barbone, il
cappellaccio e vestiti di nero come becchini. In realtà
gli ebrei sono religiosi più o meno come lo siamo noi:
magari con maggiore fervore (noi siamo pagani), ma senza farne
una stretta norma di quotidiano comportamento. Israele non
è il Monte Athos. Dunque tutti questi richiami alla terra
come cosa sacra data direttamente da Dio non è una tesi
che tutti gli israeliani prendono sul serio: come è provato
dal fatto che lo sgombero da Gaza è largamente sostenuto
dalla maggioranza dei cittadini. Sharon è tutt'altro che
solo. Ha certo messo in crisi il suo partito, che forse si spaccherà:
ma questo non significa che egli non potrebbe vincere le
prossime elezioni. È riuscito sia a ridurre drasticamente
il terrorismo palestinese (grazie all'efficienza della "fence",
della barriera) sia a districarsi da Gaza: non sono piccoli
titoli di merito.
Non bisogna neppure dimenticare
che quei coloni lavoravano e facevano miracoli, nel deserto
ma non sarebbero potuti rimanere lì un solo
giorno se non fossero stati protetti da un esercito che
ha presidiato costantemente la zona. Il disimpegno da
Gaza comporta una spesa, per il governo, ma è una
spesa una tantum, mentre la protezione era una spesa gravosa
e a tempo indeterminato. I coloni non occupavano una parte
di Gaza e basta: obiettivamente esigevano che gli altri israeliani
pagassero per la loro protezione.
Più
difficile è capire i moventi dell'azione di
Sharon. Moventi che devono essere potentissimi, se si considerano
le difficoltà che ha dovuto affrontare e superare.
Si possono
fare parecchie ipotesi. La prima, ma non la più
seria, è quella già detta, il costo. Più
probabile è invece che Sharon, sganciandosi da
Gaza, abbia messo sul tavolo un asso di briscola politico.
Rinunciando a pezzi di terra privi d'importanza strategica,
ed anzi difficili da tenere, ha dato al mondo l'impressione
che Israele ha compiuto un passo enorme e dolorosissimo
verso la pace. È riuscito a mettere in mora, dal punto
di vista dei media, coloro che, sempre dal punto di vista
dei media, erano riusciti a mettere in mora Israele. Tanto che
il mondo ha sentito il dovere di chiedersi: e i palestinesi che
cosa hanno fatto, che cosa faranno, in cambio? Come dimostreranno
la loro volontà di pace?
Fra i
palestinesi quelli che hanno la massima voce in capitolo
sono i violenti e costoro non hanno intenzione di far nulla.
Sia perché il loro scopo non è ottenere qualcosa
da Israele, ma ottenere che Israele scompaia dal Vicino Oriente
(come è scomparso, anzi, come non è mai comparso
nelle loro carte geografiche), sia perché essi sono incapaci
di uscire dalla loro retorica. I palestinesi non prendono quella
di Sharon come un'iniziativa di pace ma sostengono che Israele
si ritira sconfitto dalle loro azioni di terrorismo: cosa che prova
la bontà del terrorismo stesso come metodo di lotta. Mentre
è ovvio che Israele avrebbe potuto rimanere lì ancora
per decenni. Con lo stesso meccanismo retorico usato quando Israele
si è ritirato dal Libano, stravolgono la realtà, sicché
per loro non si è fatto nessun passo verso la pace. Al massimo
- nella loro ottica - un passo verso la vittoria su Israele.
Parecchi
israeliani temono che dopo lo sgombero Gaza possa
trasformarsi in una centrale terroristica. E potrebbe
anche essere. Ma in passato i terroristi che sono arrivati
in Israele non venivano da Gaza: venivano dal resto dei
territori. Perché intorno a Gaza c'era una "fence" come
quella ora è stata costruita approssimativamente
lungo i confini del '67 e dunque, se non ci saranno coloni,
Tsahàl potrà sigillare la Striscia ancor meglio
di prima.
Inoltre,
se si materializza la minaccia d'una centrale terroristica,
Sharon potrà dire ai governi "moderati" musulmani:
noi siamo un piccolo paese chiuso a riccio e dunque sopravviviamo,
ma voi guardate l'Iraq e misurate il rischio che
correte. Non potete più sostenere, sia pure a parole,
la causa dei violenti palestinesi: perché ora dovrete
proteggere voi stessi da loro. E sapete bene che integralisti
sono contro ogni governo che non sia del tipo instaurato
dai Taliban.
È infatti con molta preoccupazione
che l'Egitto, che già a suo tempo rifiutò
la restituzione di Gaza, si appresta a presidiare la frontiera
fra la Striscia e il Sinai. Perché prima le armi
passavano dall'Egitto a Gaza, per attaccare Israele,
domani, mancando il gendarme israeliano, potrebbero passare
da Gaza all'Egitto per attaccare il Cairo.
Molti
commentatori, sia in Italia che nel mondo, hanno visto
questo sgombero come un preludio alla possibilità
che Israele si ritiri dalla Cisgiordania e francamente
sembra un'esagerazione. È come se, vedendo un uomo
che fa l'elemosina, si presumesse che è il primo
passo verso la totale, francescana rinuncia a tutti i suoi
beni. Non solo nella Cisgiordania ci sono oltre duecentomila
coloni (e non ottomila), ma mentre le colonie di Gaza erano
per Gerusalemme un problema anche militare il resto dei territori
sono una garanzia di sopravvivenza. Perché chi vorrà
attaccare Gerusalemme dovrà prima percorrere quegli spazi.
Se essi fossero infatti sgomberati totalmente la guerra comincerebbe
dai confini del 1967: e quale governo potrebbe essere sicuro
di vincere anche questa quinta guerra?
Sharon
ha giocato le sue carte da maestro e dal punto di
vista pubblicitario è stato indubbiamente un
capolavoro. Ma - speriamo tanto di sbagliarci - in
futuro non cambierà praticamente nulla.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 22
agosto 2005
Democrazia
è libertà? In difesa dell'Occidente
Marcello
Pera, discorso pronunciato in apertura del Meeting
dell'amicizia - Rimini, 21 agosto 2005
Per il
testo colpleto dell'intervento, clicca qui.
LO STILE DEL CUORE
Una querelle
amichevole all'interno del blog
Deborah
Fait è una donna che scrive da Israele per difendere
le ragioni d'Israele e fa questo con tutta la passione
e tutta la foga di chi sente profondamente ciò
che dice. Anzi, di chi ha il cuore colmo d'amarezza, di dolore
e d'indignazione per le ingiustizie subite. A margine d'un
ennesimo articolo pieno di colore e di punti esclamativi è
avvenuto che le scrivessi: "Lasciamo stare se ha ragione
o torto (e io penso che abbia largamente ragione), ma lei
crede che convincerà mai qualcuno, con questo stile? Le scrivo
perché mi addolora il pensiero che i suoi scritti potrebbero
essere controproducenti. Spero di sbagliarmi".
Lei
ha risposto: "Caro Pardo, io scrivo come voglio
e non voglio convincere nessuno ... mi scusi, non credo
che nessuno possa chiedere a chi scrive di cambiare stile.
Io scrivo col cuore. Chi non capisce sono affari suoi".
Innanzi
tutto, chiunque ha il diritto di chiedere ad un altro
di cambiare stile e chiunque ha il diritto di rispondere
che non lo cambierà. Poi il problema è
un altro: è utile, uno stile appassionato?
Come
è noto, fra professionisti si cerca di non operare
a favore di persone della propria famiglia. Un medico
cerca di non curare i propri figli, l'avvocato non
difende la propria moglie. Tutti si affidano ad un collega,
anche quando si tratta di loro stessi, e non perché,
improvvisamente, abbiano perso la stima di sé,
ma perché l'esperienza professionale ha insegnato
che il coinvolgimento emotivo va a scapito della professionalità.
Nello
stesso modo, chi "scrive col cuore" non convince
il lettore che "col cuore" è di parere diverso.
Con questo stile ci si chiude nel guscio dell'io e
si induce il prossimo a chiudersi nel guscio dell'io. Se
ci si sposta dal piano dei fatti e dei ragionamenti al piano
dei sentimenti, chi legge opporrà ai sentimenti di chi
scrive i suoi propri, dispensandosi anche dall'essere
ragionevole. Se legge qualcosa che gli dà interamente
torto, invece d'inchinarsi ai fatti, "col cuore" dirà
che non è vero, che l'altro, visto che scrive e pensa "col
cuore", magari quel fatto l'ha inventato.
Una seconda critica, stavolta
estetica, è che lo stile appassionato
e in prima persona è lo stile dei giovani. È
lo stile della tempesta ormonale, del diario e della
lettera d'amore: tutte cose che la professionalità impone
di mettere da parte. Meglio evitare la paroletta "io", meglio
evitare i ricordi personali, meglio non farsi notare e, come
avrebbe detto Gustave Flaubert, sparire dietro la propria
opera: uno dei canoni di questo supremo maestro della prosa
era infatti l'impersonalità.
È
vero, esiste un'Oriana Fallaci che di queste regole
ha fatto strame ed ha ottenuto un grande successo:
ma da un lato c'è gente che non riesce a leggerla,
per questo, dall'altro non sempre ex uno disce omnes,
non sempre ciò che vale per uno vale per tutti.
Forse lei ha una particolare arte, nell'esprimersi in questo
modo. Forse ha azzeccato i sentimenti di molti lettori e
costoro potrebbero trovare nelle sue righe la stessa passione
che sentivano già da prima. Il che corrisponde a dire
- e si torna alla tesi principale - che Oriana Fallaci ha sfondato
porte aperte: è stata applaudita solo da gente che
già la pensava come lei.
Deborah
Fait però addirittura l'afferma, che non vuol
convincere nessuno. Ma anche questa è un'affermazione
"col cuore". Sarebbe come dire, scrivendo una lettera
"ti invio queste righe affinché tu non le legga". Nel
giornalismo d'opinione tutti scriviamo per convincere. Vogliamo
mostrare il nostro punto di vista nella speranza che sia e soprattutto
che divenga il punto di vista del lettore. Ci si può
rassegnare al fatto che non si è stati convincenti, ma
affermare che non s'intendeva esserlo è contraddittorio:
in quel caso, sarebbe bastato stare zitti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it - 21 agosto
2005
Tra gli italiani
pregiudizi e ignoranza su Israele
"Libero" di sabato 20 agosto
2005 pubblica a pagina 3 un articolo di Andrea
Colombo che commenta i risultati di un sondaggio sulla
percezione del conflitto mediorientale da parte degli
italiani.
Clicca qui per il testo dell'articolo.
GALLI DELLA LOGGIA
E IL CONFLITTO D'INTERESSI DI BERLUSCONI
Galli della
Loggia, sul "Corriere della Sera", sostiene che Berlusconi
ha buone ragioni per essere il candidato del centro-destra
alle elezioni del 2006. In sintesi, militano in favore
di questa ipotesi la sua centralità politica e il
suo potere economico. Poi però il politologo aggiunge
che queste, oltre che essere buoni ragioni, sono anche pessime
ragioni: si veda il brano in calce.
Di questo
articolo, certamente non benevolo, visto che anzi
alla fine si sfiora persino l'irrisione, interessa soprattutto
passaggio: "I cordoni della borsa, insomma,
ce li ha in mano solo Berlusconi, ed è difficile
immaginare il Cavaliere non più candidato ma egualmente
munifico come fino a oggi è stato". Perché
fa sorgere un mucchio di domande.
Ma come, non
si è parlato ad nauseam del conflitto
d'interessi, nel senso che Berlusconi vorrebbe trarre
vantaggi economici dalla sua carriera politica? Come
mai oggi si dice che "fino ad oggi" è stato
"munifico"? Dunque i soldi li avrebbe dati e non
presi? Come mai Galli della Loggia parla dei cordoni della
borsa personale del premier da cui i soldi dovrebbero uscire
invece che entrare? Come mette d'accordo questa idea con ciò
che perfino commentatori non scioccamente fanatici come Mieli,
Romano, Sartori e tanti altri hanno mille volte affermato?
Insomma, Berlusconi con la politica ci guadagna o ci perde?
E come mai non si fa l'ipotesi che non ci guadagni e non ci perda,
se non indirettamente e involontariamente? Sorge insomma il
sospetto che per tirare palle alla testa di turco qualunque proiettile
sia buono.
Gianni
Pardo, giannipardo@libero.it , 21 agosto 2005
Dall'articolo
di Galli della Loggia:
"I
cordoni della borsa, insomma, ce li ha in mano solo
Berlusconi, ed è difficile immaginare il Cavaliere
non più candidato ma egualmente munifico come
fino a oggi è stato. Peccato però che questi validi
motivi cui Berlusconi può appellarsi non siano affatto
delle buone ragioni. Siano anzi pessime, e cioè la
prova più evidente dell'insufficienza della sua leadership
e della sua azione di governo: e dunque anche la causa del
forte declino elettorale dell'immagine sua e del centrodestra
in genere. Da quando più di dieci anni fa' infatti,
è entrato in politica, egli sembra aver fatto di tutto perché
Forza Italia restasse quel partito finto che è, dove c'è
posto solo per chi è d'accordo con lui sempre e comunque
(come si vede anche oggi a proposito della sua autocandidatura).
Egualmente la sua azione di premier non è riuscita ad amalgamare
la coalizione, a darle un minimo comune di ispirazione e di volontà.
In questo modo il centrodestra è rimasto unicamente Silvio
Berlusconi: e così egli ha stabilito che debba essere
anche in futuro. Quanto alle elezioni, niente paura, a vincere
ci penserà ancora una volta sempre lui: con le «sue»
trovate ingegnose, i «suoi» slogan, i «suoi»
manifesti. E naturalmente con le «sue» tv e i «suoi»
soldi."
Corriere
della Sera, 19 agosto 2005
MOLLICHINE
Montezemolo
su Ricucci e Rcs: inammissibile "uno che dice: prendo
il 20, prendo il 40, oggi compero, oggi vendo, per far
salire o abbassare il titolo". E che diamine! Queste cose
si dicono solo agli intimi.
Nella casa
romana di Hamdi Issac sarebbe stata sequestrata una
cartina della metropolitana di Parigi. Mio Dio! E io
che ne ho di parecchie città...
In Bangladesh
350 esplosioni contemporanee con due morti e 150
feriti provocate da estremisti islamici. Yankees go
home?
In Inghilterra
si potrà scegliere se avere un figlio maschio
o femmina. È un contagio che viene dalla Spagna, dove
c'è la possibilità di scegliersi una moglie maschio
o femmina.
Cade un elicottero
spagnolo in Afghanistan e la sinistra chiede a
Zapatero il ritiro anche da lì. Strano paese: da
que viva la muerte! a que viva la cobardía!
La missione
in Afghanistan tuttavia non corre rischi per il sostegno
del Partito Popular, di opposizione. Sounds familiar?
Baccini: "il governo prenda posizione
su Bankitalia". Solo così potrà dargli torto.
I Ds vogliono
che Prodi li difenda più chiaramente dagli attacchi
degli alleati. Grande partito e grande fantasia: riescono
ad immaginare Prodi come un guerriero.
Santagata
(sul rapporto Prodi-Ds): "se uno dei due chiede che
gli si dica "ti amo‚, vorrà dire che lo diremo". Ingenuo.
In politica già basterebbe: "Non ti uccido. Quanto
meno, non subito".
Prodi: "no
alla politica dei due tempi: bonifica dei conti pubblici
e rilancio economico devono andare insieme". Per l'economia,
incrementare soprattutto la vendita di fumo.
Secondo Putin
serve una conferenza internazionale sull'Iraq entro
la fine dell'anno. Al solito, chi fa fa, chi non fa giudica.
Iniziate
le manovre congiunte Cina-Russia. È già
pericoloso il "fuoco amico", figuriamoci il "fuoco simpatizzante".
Prodi ha
spiegato che «la moralità» del leader
della Quercia e del suo partito «è fuori discussione».
Nel senso che certamente c'è o che certamente non
c'è?
Salvi rilancia
tra i Ds la questione morale e la fa con parole contorte
e frasi involute. Urge traduttore: "Abbasso